"STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA"
di Francesco De Sanctis.

CAPITOLO: 19.
LA NUOVA SCIENZA.

La letteratura non poteva risorgere che con la risurrezione della coscienza
nazionale. Come negazione, ebbe vita splendida, che si chiuse col Folengo e
l'Aretino. Arrestato quel movimento negativo dal Concilio di Trento, nacque
un'affermazione ipocrita e rettorica, sotto alla quale senti una delle forme
pi deleterie della negazione, l'indifferenza. In quella stagnazione della vita
pubblica e privata, non rimane alla letteratura altro di vivo che un molle
lirismo idillico, il quale si scioglie nel melodramma, e d luogo alla musica.
Ma quel movimento non era puramente negativo. Vi sorgeva dirimpetto
l'affermazione del Machiavelli, una prima ricostruzione della coscienza, un
mondo nuovo in opposizione dell'ascetismo, trovato e illustrato dalla scienza.
E' in questo mondo nuovo che la letteratura dovea cercare il suo contenuto, il
suo motivo, la sua novit. Accettarlo o combatterlo era lo stesso. Ma bisognava
ad ogni costo avere una fede, lottare, poetare, vivere, morire per quella.
I princpi furono favorevoli. Insieme con la nuova letteratura si era
sviluppata un'agitazione filosofica nelle universit e nelle accademie,
indipendente dalla teologia cattolica o riformista, o piuttosto in opposizione
mascherata alla teologia e all'aristotelismo dominante ancora nelle scuole. I
liberi pensatori eran detti filosofi moderni o i nuovi filosofi, come
predicatori di nuove dottrine, e vedemmo come il Tasso nella sua giovinezza
soggiacque alla loro autorit. Tra questi nuovi filosofi, che proclamavano
l'autonomia della ragione, e la sua indipendenza da ogni autorit di teologo e
di filosofo, disputando soprattutto contro Aristotile, era Bernardino Telesio,
dell'Accademia Cosentina, nel quale  gi spiccata la tendenza
all'investigazione de' fatti naturali e al libero filosofare lasciate da parte
le astrazioni e le forme scolastiche. Tra questi uomini nuovi, come li chiama
Bacone, ebbe qualche fama il Patrizi, e Mario Nizzoli da Modena, che combatt
ugualmente Aristotile e Platone, fugg il gergo scolastico, e fu detto dal
Leibnitz (exemplum dictionis philosophiae reformatae). Gli uomini nuovi
chiamavano pedanti gli avversari, e come portavano i tempi, alternavano le
villanie con gli argomenti. Il carattere di questo nuovo filosofare era
l'indipendenza della filosofia dirimpetto la fede e l'autorit, il metodo
sperimentale, e la riabilitazione della materia o della natura, risecato dalla
investigazione tutto ci che  soprannaturale e materia di fede. Filosofia e
letteratura andavano di pari passo; il Machiavelli e l'Ariosto s'incontravano
sullo stesso terreno, ciascuno co' suoi mezzi. L'ironia dell'Ariosto ha il suo
comento nella logica del Machiavelli. Come negazione, la nuova filosofia era
troppo radicale, perch non solo negava il papato, ma il cattolicismo, e non
solo il cattolicismo, ma il cristianesimo, e non solo il cristianesimo, ma
l'altro mondo, e non solo l'altro mondo, ma Dio stesso. Non  che queste cose
apertamente si negassero, anzi il linguaggio era pieno di cautele e di ossequi,
maestro il Machiavelli; ma co' pi umili inchini le mettevano da parte, come
materia di fede, e vi sostituivano la natura, il mondo, la forza delle
cose, la patria, la gloria, altri elementi ed altri fini. Era in fondo
l'umanismo e il naturalismo, appoggiato alla ragione e all'esperienza, che
prendeva il suo posto nel mondo. Questo grande movimento dello spirito che
segna l'aurora de' tempi moderni, e che si pu ben chiamare il Rinnovamento,
avea nell'intelletto italiano la sua posizione pi avanzata. Tutte le idee
religiose, morali e politiche del medio evo erano parte affievolite, parte
affatto cancellate nella coscienza degli uomini colti, anche de' preti, anche
de' papi: l'indifferenza pubblica aveva la sua espressione nell'ironia, nel
cinismo, nell'umorismo letterario. Ora questa negazione e indifferenza
universale non potea produrre un organismo politico e sociale, anzi era indizio
pi di dissoluzione, che di nuova formazione. La negazione non era effetto di
una energica affermazione, come fu per la Riforma, reazione contro il
paganesimo e il materialismo della Corte romana prodotta da un vivace
sentimento spiritualista, religioso e morale, secondato da passioni e interessi
politici. La Riforma riusc, perch fu limitata nella sua negazione e nelle sue
conclusioni, perch avea a sua base lo spirito religioso e morale delle classi
colte, e perch, combattendo il papa e sostenendo i principi nella loro lotta
contro l'imperatore, seppe metter dalla sua gl'interessi e le ambizioni. Presso
noi, la negazione era un fatto puramente intellettuale, e quanto pi assolute
le conclusioni dell'intelletto, tanto pi era debole la volont e la forza di
effettuarle. L'ideale stava a troppa distanza dal reale. La stessa utopia ne'
suoi voli d'immaginazione rimaneva inferiore a quella posizione cos avanzata
dell'intelletto. Rimasero dunque conclusioni accademiche, temi rettorici,
investigazioni solitarie nell'indifferenza pubblica. Le stesse audacie del
Machiavelli passarono inosservate. La libert del pensiero non era scritta in
nessuna legge, ma ci era nel fatto, e si filosofava e si disputava sopra
qualsivoglia materia senz'altro pericolo che degli emuli e invidiosi, che
talora concitavano contro gli uomini nuovi le ire papali. Se il movimento
avesse potuto svilupparsi liberamente, non  dubbio che avrebbe trovato il suo
limite nelle applicazioni politiche e sociali, fermandosi in quelle idee medie,
che meno sono lontane dalla realt, e che si trovano gi delineate nel
Machiavelli, il pi pratico e positivo di quegli uomini nuovi. Avremmo forse
avuto la patria del Machiavelli, una chiesa nazionale, una religione purgata
di quella parte grottesca e assurda, che la rende spregevole agli uomini colti,
e una educazione civile dell'animo e del corpo. Ma appunto allora l'Italia
perdette la sua indipendenza politica e la sua libert intellettuale; anzi la
vittoria della Riforma in molte parti di Europa rese timidi e sospettosi i
governanti, e cominci feroce persecuzione contro gli uomini nuovi, eretici e
filosofi, e pi gli eretici, come pi pericolosi. Avemmo il Concilio di Trento
e l'Inquisizione, e, cosa anco peggiore, l'educazione gesuitica, eunuca e
ipocrita. I pi arditi esularono; e venne su la nuova generazione, con
apparenze pi corrette, e con una dottrina ufficiale che non era lecito mettere
in discussione. Salvar le apparenze era il motto, e bastava. E ne usc una
societ scredente, sensuale, indifferente, rettorica nelle forme, insipida nel
fondo, con letteratura conforme. Religione, patria, virt, educazione,
generosit, sono temi poetici e oratorii frequentissimi, con esagerazioni
spinte all'ultimo eroismo, perch in nessuna relazione con la seriet e la
pratica della vita.
Ma n l'Inquisizione co' suoi terrori, n poi i gesuiti co' loro vezzi
poterono arrestare del tutto quel movimento intellettuale, che avea la sua base
nel naturale sviluppo della vita italiana. Poterono bene ritardarlo tanto e
impedirlo nel suo cammino, che ci volle pi di un secolo, perch acquistasse
importanza sociale.
La reazione aveva anche i suoi uomini dotti. Ma la differenza era in
questo, che ne' suoi uomini era stagnata ogni attivit intellettuale ed ogni
vigore speculativo, volto il lavoro della mente agli accidenti e alle forme,
pi che alla sostanza, com'era pure de' letterati; dove negli altri hai un
serio progresso intellettuale, vivificato dalla fede, e stimolato dalla
passione. La reazione avea vinto pienamente, avea seco tutte le forze sociali,
e l'opposizione cacciata via dalle accademie e dalle scuole, frenata
dall'Inquisizione e dalla censura, toltale ogni libert e forza di espansione,
era una infima minoranza appena avvertita nel gran movimento sociale. Perci
alla reazione manc la lotta, dove si affina l'intelletto e si accendono le
passioni, e per difetto di alimento rimase stazionaria e arcadica. L'attivit
intellettuale e l'ardore della fede rimase privilegio dell'opposizione, s che
dove trovi movimento intellettuale, ivi trovi opposizione pi o meno
pronunziata, e spesso involontaria e quasi senza saputa dello scrittore. La
storia di questa opposizione non  stata ancora fatta in modo degno. Pure, l
sono i nostri padri, l batteva il core d'Italia, l stavano i germi della vita
nuova. Perch infine la vita italiana mancava per il vuoto della coscienza, e
la storia di questa opposizione italiana non  altro se non la storia della
lenta ricostituzione della coscienza nazionale. Cosa ci era nella coscienza?
Nulla. Non Dio, non patria, non famiglia, non umanit, non civilt. E non ci
era pi neppure la negazione, che anch'essa  vita, anzi ci era una pomposa
simulazione de' pi nobili sentimenti con la pi profonda indifferenza. Se in
questa Italia arcadica vogliamo trovare uomini, che abbiano una coscienza, e
perci una vita, cio a dire che abbiano fede, convinzioni, amore degli uomini
e del bene, zelo della verit e del sapere, dobbiamo mirare l, in questi
uomini nuovi di Bacone, in questi primi santi del mondo moderno, che portavano
nel loro seno una nuova Italia e una nuova letteratura.
E inchiniamoci prima innanzi a Giordano Bruno. Cominci poeta, fu grande
ammiratore del Tansillo. Aveva molta immaginazione e molto spirito, due qualit
che bastavano allora alla fabbrica di tanti poeti e letterati; n altre ne avea
il Tansillo, e pi tardi il Marino e gli altri lirici del Seicento. Ma Bruno
avea facolt pi poderose, che trovarono alimento ne' suoi studi filosofici.
Avea la visione intellettiva, o, come dicono, l'intuito, facolt che pu esser
negata solo da quelli che ne son senza, e avea sviluppatissima la facolt
sintetica, cio quel guardar le cose dalle somme altezze e cercare l'uno nel
differente. Non era di ugual forza nell'analisi, dove non mostra pazienza e
sagacia d'investigazione, ma quell'acutezza sofistica d'ingegno, che fa di lui
l'ultimo degli scolastici nelle argomentazioni, e il precursore de' marinisti
ne' colori. Supplisce all'analisi con l'immaginazione, fantasticando, dove non
giunge la sua visione, saltando le idee medie, e sforzandosi divinare quello
che per lo stato allora della cognizione non pu attingere. Spesso le sue idee
sono immagini, e le sue speculazioni sono fantasie e allegorie. Ci era nel suo
petto un dio agitatore, che sentono tutt'i grand'ingegni; ed era un dio
filosofico, attraversato e avviluppato di forme poetiche, che gli guastano la
visione e lo dispongono pi a costruire lui il mondo, che a speculare sulla
costruzione di quello. Con queste forze e con queste disposizioni si pu
immaginare qual viva impressione dovettero fare sul suo spirito gli studi
filosofici. La sua cultura  ampia e seria: si mostra dimestico non solo de'
filosofi greci, ma de' contemporanei. Ha una speciale ammirazione verso il
divino Cusano e molta riverenza pel Telesio. Il suo favorito  Pitagora, di
cui afferma invidioso Platone. Alla sua natura contemplativa e poetica dovea
riuscire sommamente antipatico Aristotile, e ne parla con odio, quasi nemico.
Cosa dovea parere a quel giovine tutto quell'edifizio
teologico-scolastico-aristotelico sconquassato dagli uomini nuovi, ma saldo
ancora nelle scuole, sul quale s'innestava una societ corrotta e ipocrita? Il
primo movimento del suo spirito fu negativo e polemico, fu la negazione delle
opinioni ricevute, accompagnata con un amaro disprezzo delle istituzioni e de'
costumi sociali. Era il tempo delle persecuzioni. I migliori ingegni
emigravano, regnava l'Inquisizione. E Bruno era frate, e frate domenicano. Come
usc dal convento, e perch esul, s'ignora. Ma a quel tempo bastava poco ad
essere battezzato eretico: ricordiamo i terrori del povero Tasso. Fugg Bruno
in Ginevra, dove trov un papa anche pi intollerante. Fugg a Tolosa, a Lione,
a Parigi, dove ebbe qualche tregua, e pubblic il suo primo lavoro. Era il
1582. Aveva una trentina di anni.
Cosa  questo primo lavoro? Una commedia, il (Candelaio). Bruno vi sfoga
le sue qualit poetiche e letterarie. La scena  in Napoli, la materia  il
mondo plebeo e volgare, il concetto  l'eterna lotta degli sciocchi e de'
furbi, lo spirito  il pi profondo disprezzo e fastidio della societ, la
forma  cinica. E' il fondo della commedia italiana dal Boccaccio all'Aretino,
salvo che gli altri vi si spassano, massime l'Aretino, ed egli se ne stacca e
rimane al di sopra. Chiamasi accademico di nulla accademia, detto il
Fastidito. Nel tempo classico delle accademie il suo titolo di gloria  di non
essere accademico. Quel fastidito ti d la chiave del suo spirito. La societ
non gl'ispira pi collera; ne ha fastidio, si sente fuori e sopra di essa. Si
dipinge cos:

L'autore, s lo conosceste, ... have una fisonomia smarrita: par che
sempre sii in contemplazione delle pene dell'inferno; ... un che ride sol per
far comme fan gli altri. Per il pi lo vedrete fastidito, restio e bizzarro.

Il mondo gli parve un gioco vano di apparenze, senza conclusione. E il
risultato della sua commedia  in tutto non esser cosa di sicuro; ma assai di
negozio, difetto abbastanza, poco di bello e nulla di buono. Nessuno interesse
pu destare la scena del mondo a un uomo, che nella dedica conchiude cos:

Il tempo tutto toglie e tutto d; ogni cosa si muta, nulla si annichila,
 un solo, che non pu mutarsi, un solo  eterno e pu perseverare eternamente
uno, simile e medesimo. Con questa filosofia l'animo mi s'ingrandisce, e me si
magnifica l'intelletto.

Ma non gli s'ingrandisce il senso poetico, il quale  appunto nel contrario,
nel dar valore alle pi piccole rappresentazioni della natura, e prenderci
interesse. Un uomo simile era destinato a speculare sull'uno e sul medesimo,
non certo a fare un'opera d'arte. Non si mescola nel suo mondo, ma ne sta da
fuori e lo vede nelle sue generalit. Ecco in qual modo dipinge l'innamorato:

Vedrete in un amante sospiri, lacrime, sbadacchiamenti, tremori, sogni,
rizzamenti e un cuor rostito nel fuoco d'amore; pensamenti, astrazioni,
collere, malinconie, invidie, querele, e men sperar quel che pi si desia.

E continua di questo passo, ammassando tutt'i luoghi topici della rettorica e
tutte le frasi della moda:

cuor mio, mio bene, mia vita, mia dolce piaga e morte, dio, nume,
poggio, riposo, speranza, fontana, spirito, tramontana stella, ed
un bel sol che all'alma mai tramonta, ... crudo core, salda colonna,
dura pietra, petto di diamante, ... cruda man che ha le chiavi del mio
core, mia nemica, mia dolce guerriera, bersaglio sol di tutt'i miei
pensieri, e bei son gli amor miei, non quei d'altrui. E' il vecchio frasario
de' petrarchisti, venutogli a noia e ammassato qui alla rinfusa. Ci  il
critico, non ci  il poeta comico che ci viva dentro e ci si trastulli. Fino il
titolo, il (Candelaio), lo mena a questa considerazione filosofica: che  la
candela destinata a illuminare le ombre delle idee. Perci costruisce il suo
mondo comico a quel modo che costruisce il suo universo, guardando nelle
apparenze l'essenza e la generalit:

Eccovi avanti agli occhi oziosi princpi, debili orditure, vani pensieri,
frivole speranze, scoppiamenti di petto, scoverture di corde, falsi
presuppositi, alienazioni di mente, poetici furori, offuscamento di sensi,
turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d'intelletto, fede sfrenata, cure
insensate, studi incerti, somenze intempestive, e gloriosi frutti di pazzia.

Con queste disposizioni non individua, come fa l'artista, ma generalizza, mette
insieme le cose pi disparate, perch nelle massime differenze trova sempre il
simile e l'uno, e profonde antitesi, similitudini, sinonimi, con una copia, un
brio, una novit di relazioni che testimoniano straordinaria acutezza di mente.
Chi legge Bruno si trova gi in pieno Seicento, e indovina Marino e Achillini.
Ecco un periodo alla sua donna:

Voi, coltivatrice del campo dell'animo mio, che dopo di avere attrite le
glebe della sua durezza, e assotigliatogli il stile, acciocch la polverosa
nebbia sollevata dal vento della leggerezza non offendesse gli occhi di questo
e quello, con acqua divina, che dal fonte del vostro spirito deriva,
m'abbeveraste l'intelletto.

Sembra un periodo rubato a Pietro Aretino, che ne facea mercato. Il difetto
penetra anche nella rappresentazione, essendo i caratteri concepiti
astrattamente, perci tesi e crudi, senza ombre e chiaroscuri, con una cinica
nudit, resa anche pi spiccata da una lingua grossolana, un italiano
abborracciato e mescolato di elementi napolitani e latini.
In questo mondo comico i tre protagonisti, che sono i tre sciocchi
beffardi e castigati, abbracciano la vita nelle sue tre forme pi spiccate, la
letteratura, la scienza e l'amore nella loro comica degenerazione. La
letteratura  pedanteria, la scienza  impostura, l'amore  bestialit. Il
personaggio meglio riuscito  il pedante, che finisce sculacciato e rubato. E
il pedante sotto vari nomi diviene parte sostanziale anche del suo mondo
filosofico, diviene il suo elemento negativo e polemico. Dirimpetto alla sua
speculazione ci  sempre il pedante aristotelico, che rappresenta il senso
comune o le opinioni volgari, ed  messo alla berlina. La speculazione si
sviluppa in forma di dialogo, dove il pedante rappresenta la parte del buffone
resa pi piccante dalla solennit magistrale. A questo elemento comico aggiungi
un altro elemento letterario, l'allegorico e il fantastico, che lo dispone a
inviluppare i suoi concetti sotto immagini e finzioni, com' nel suo (Asino
cillenico) e nello (Spaccio della bestia trionfante). Qui arieggia Luciano,
come in altri dialoghi pi severamente speculativi arieggia Platone. Il suo
dialogo (Degli eroici furori) ricorda la (Vita nuova) di Dante, una filza di
sonetti, ciascuno col suo comento, il quale nella sua generalit  una dottrina
allegorica intorno all'entusiasmo e alla ispirazione. Il contenuto nel Bruno 
in molta parte nuovo, ma le sue forme letterarie non nascono dal contenuto,
sono appiccate a quello, e sono forme invecchiate e corrotte dal lungo uso,
perci senza grazia e semplicit, e senza calore intimo. Se non disgustano e
non annoiano, si dee al suo acuto spirito e alla sua attivit intellettuale,
che non ti fa mai stagnare, e ti sorprende di continuo con sali, frizzi,
antitesi, bizzarrie, concetti e finezze, che  il cattivo gusto degli uomini
d'ingegno.
Ma quest'uomo cos inviluppato in forme tradizionali e gi guaste, che
accennavano gi ad una prossima dissoluzione della letteratura italiana, era
nella sua speculazione perfettamente libero, e costruiva un nuovo contenuto, da
cui dovea uscire pi tardi una nuova critica e una nuova letteratura. La sua
filosofia  la condanna pi esplicita delle sue forme e de' suoi pregiudizi
letterari.
Non vo' gi analizzare il suo sistema filosofico: ch non fo storia di
filosofia. Ma debbo notare le idee e le tendenze che ebbero una decisa
influenza sul progresso umano.
Ne' suoi primi scritti, tutti in latino, si vede il giovane, a cui si apre
tutto il mondo della cognizione, e cerca riassumerlo, costruire l'albero
enciclopedico. Raimondo Lullo avea gi tentata questa sintesi, come aiuto della
memoria. Bruno rif il suo lavoro, stabilisce categorie e distinzioni, note
mnemoniche, o idee generali, intorno a cui si aggruppino i particolari, come
cielo, albero, selva. Queste note le chiama suggelli, a cui  aggiunto
(sigillus sigillorum), cio le idee prime, da cui discendono le altre. Il suo
entusiasmo per quest'architettura lulliana, titolo di un suo scritto,  tale,
che la chiama arte delle arti, perch vi si trova (quidquid per logicam,
metaphysicam, cabalam, naturalem magiam, artes magnas atque breves theoretice
inquiritur). Bruno non avea attinto che il meccanismo della scienza, perch
queste categorie o distribuzioni per capi e per materia sono distinzioni
formali e arbitrarie, e rassomigliano un dizionario fatto per categorie a
soccorso della memoria. Il volgo ci d molta importanza e crede, imparando
quelle categorie, di avere imparato a cos buon mercato tutte le scienze.
Dicesi che molti gli stessero attorno per aver da lui il secreto di diventar
dottori in qualche mese, e che beffati gliene volessero: anzi a queste
inimicizie plebee si attribuisce la sua fuga da Parigi e la sua andata a
Londra. Ivi continu i suoi studi lulliani e pubblic (Explicatio triginta
sigillorum), con una introduzione intitolata: (Recens et completa ars
reminiscendi). In questi studi meccanici e formali si rivela gi un principio
organico, che annunzia il gran pensatore. L'arte del ricordarsi si trasforma
innanzi alla sua mente speculativa in una vera arte del pensare, in una logica
che  ad un tempo una ontologia. Ci  un libro pubblicato a Parigi nel 1582,
col titolo: (De umbris idearum), e lo raccomando a' filosofi, perch ivi  il
primo germe di quel mondo nuovo, che fermentava nel suo cervello. Ivi tra
quelle bizzarrie mnemoniche  sviluppato questo concetto capitalissimo, che le
serie del mondo intellettuale corrispondono alle serie del mondo naturale,
perch uno  il principio dello spirito e della natura, uno  il pensiero e
l'essere. Perci pensare  figurare al di dentro quello che la natura
rappresenta al di fuori, copiare in s la scrittura della natura. Pensare 
vedere, ed il suo organo  l'occhio interiore, negato agl'inetti. Ond' che la
logica non  un argomentare, ma un contemplare, una intuizione intellettuale
non delle idee, che sono in Dio, sostanza fuori della cognizione, ma delle
ombre o riflessi delle idee ne' sensi e nella ragione. Bruno parla con
disprezzo dantesco del volgo, a cui  negato il lume interno, la visione del
vero e del buono riflesso nella ragione e nella natura; e premette al suo libro
questa protesta:

( Umbra profunda sumus, ne nos vexetis, inepti; )
( non vos, sed doctos tam grave quaerit opus.)

Che vuol dire in buono italiano: - Chi non ci vede, suo danno, e non ci stia a
seccare. -
Questo concetto rinnovava la scienza nella sua sostanza e nel suo metodo.
Il dualismo teologico-filosofico del medio evo, da cui scaturiva il dualismo
politico, papa e imperatore, dava luogo all'unit assoluta. E il formalismo
meccanico aristotelico-scolastico cedeva il campo a un metodo organico, cio a
dire derivato dall'essenza stessa della scienza. Il nuovo concetto era la
chiave della speculazione di Bruno.
A Londra Bruno sostenne una disputa sul sistema di Copernico, lungamente
da lui narrata e con colori molto comici nella (Cena delle ceneri), cio del
primo d di quaresima. Poi svilupp pi ampiamente le sue idee nel dialogo
della (Causa, principio e uno), e nell'altro (dell'Infinito, universo e mondi),
pubblicati a Londra nel 1584. Quei tre libri sono la sua metafisica.
Ci che ti colpisce dapprima in questa speculazione  la riabilitazione,
anzi l'indiamento della materia scomunicata, chiamata peccato. Bruno ha
chiara coscienza di ci che fa. Perch mette in bocca al pedante aristotelico
le opinioni volgari che correvano intorno alla materia. Il pedante  Polinnio,
ed  descritto cos:

Questo  un di quelli che, quando ti arrn fatta una bella costruzione,
prodotta una elegante epistolina, scroccata una bella frase da la popina
ciceroniana, qua  risuscitato Demostene, qua vegeta Tullio, qua vive Salustio;
qua  un Argo che vede ogni lettera, ogni sillaba, ogni dizione... Chiamano
all'essamina le orazioni, fanno discussione de le frasi, con dire: - Queste
sanno di poeta, queste di comico, queste di oratore! Questo  grave, questo 
lieve, quello  sublime, quell'altro  (humile dicendi genus). Questa
orazione  aspera, sarebbe lene, se fusse formata coss. Questo  un infante
scrittore, poco studioso dell'antiquit, (non redolet arpinatem, desepit
Latium.) Questa voce non  tosca, non  usurpata da Boccaccio, Petrarca e altri
probati autori... - Con questo trionfa, si contenta di s, gli piaceno pi
ch'ogn'altra cosa i fatti suoi:  un Giove che da l'alta specula rimira e
considera la vita degli altri uomini suggetta a tanti errori, calamitadi,
miserie e fatiche inutili. Solo lui  felice, lui solo vive vita celeste,
quando contempla la sua divinit nello specchio di uno spicilegio, un
dizionario, un Calepino, un lessico, un (Cornucopia), un Nizzolio... Se avvien
che rida, si chiama Democrito; se avvien che si dolga, si chiama Eraclito; se
disputa, si chiama Crisippo; se discorre, si nome Aristotile; se fa chimere, si
appella Platone; se mugge un sermoncello, se intitula Demostene; se construisce
Virgilio, lui  il Marone. Qua corregge Achille, approva Enea, riprende Ettore,
esclama contro Pirro, si condole di Priamo, arguisce Turno, scusa Didone,
comenda Acate, e infine mentre (verbum verbo reddit) e infilza salvatiche
sinonimie (nihil divinum a se alienum putat), e cos borioso smontando de la
sua catedra, come colui c'ha disposti i cieli, regolati i senati, domati gli
eserciti, riformati i mondi,  certo che se non fosse l'ingiuria del tempo,
farebbe con gli effetti quello che fa con l'opinione. (O tempora o mores)!
Quanti son rari quei che intendeno la natura dei participi, degli adverbi,
delle coniunczioni !

Polinnio sarebbe immortale, se fosse in azione cos vivo e vero, come  dipinto
qui, ma l'artista  inferiore al critico, n il Polinnio che parla  uguale al
Polinnio descritto con cos felice umore sarcastico. Polinnio sa a mente tutto
quello che  stato scritto intorno alla materia, e tutto solo, (ita, inquam,
solus ut minime omnium solus), come fosse in cattedra, ti sciorina sulla
materia una lezione, anzi, come dice lui, una nervosa orazione:

La materia... di peripatetici dal principe..., non (minus) che dal Platon
divino e altri, or caos, or (hyle) or (silva), or massa, or potenzia,
or aptitudine, or (privationi admixtum), or (peccati causa), or (ad
maleficium ordinata), or (per se non ens), or (per se non scibile), or
(per analogiam ad formam cognoscibile), or (tabula rasa), or
(indepictum), or (subiectum), or (substratum), or (substerniculum), or
(campus), or (infinitum), or (indeterminatum), or (prope nihil), or
(neque quid, neoue quale, neque quantum), (tandem) ... femina vien detta,
(tandem, inquam, ut una complectantur omnia vocula), (foemina) (.)

Ebbene, questa materia, che Polinnio per disprezzo chiama femmina, la causa
del peccato, la tavola rasa, il (prope nihil), il (neque quid, neque
quale, neque quantum),  proclamata da Bruno immortale e infinita. Passano le
forme: la materia resta immutabile nella sua sostanza:

Nella natura, variandosi in infinito, e succedendo l'una a l'altra le
forme,  sempre una materia medesma... Quello che era seme, si fa erba, e da
quello che era erba, si fa spica, da che era spica, si fa pane, da pane chilo,
da chilo sangue, da questo seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo
cadavero, da questo terra, da questo pietra... Bisogna dunque che sia una
medesima cosa, che da s non  pietra, non terra, non cadavere, non uomo, non
embrione, non sangue...; ma che dopo che era sangue, si fa embrione, ricevendo
l'essere embrione; dopo ch'era embrione, riceve l'essere uomo, facendosi uomo.

E poich tutte le forme passano, ed ella resta, Democrito e gli epicurei
quel che non  corpo dicono esser nulla: per conseguenza vogliono la materia
sola essere la sustanza delle cose, e anche quella essere la natura divina, le
forme non essendo altro che certe accidentali disposizioni della materia,
come sostengono i cirenaici, cinici e stoici. Bruno avea dapprima la stessa
opinione, diffusa gi in molti contemporanei, soprattutto nei medici,
parendogli che quella dottrina avesse fondamenti pi corrispondenti alla
natura che quei di Aristotile. Cominci dunque prettamente materialista; ma
considerata la cosa pi maturamente non pot confondere la potenza passiva di
tutto e la potenza attiva di tutto, chi fa e chi  fatto, la forma e la
materia: onde venne nella conclusione esserci nella natura due sustanze, l'una
ch' forma, l'altra che  materia, la potest di fare e la potest di esser
fatto. Perci nella scala degli esseri c' un intelletto, che d l'essere a
ogni cosa, chiamato da' pitagorici...'datore delle forme'; una anima e
principio formale, che si fa ed informa ogni cosa, chiamata da' medesimi 'fonte
delle forme'; una materia, della quale vien fatta e formata ogni cosa, chiamata
da tutti 'ricetto delle forme'.
Quanto all'intelletto, primo e ottimo principio, non possiamo conoscer
nulla, se non per modo di vestigio, essendo la divina sostanza infinita e
lontanissima da quegli effetti che sono l'ultimo termine del corso della nostra
discorsiva facultade . Dio dunque  materia di fede e di rivelazione, e
secondo la teologia e ancora tutte riformate filosofie  cosa da profano e
turbolento spirito il voler precipitarsi a ... definire circa quelle cose che
son sopra la sfera della nostra intelligenza. Dio  tutto quello che pu
essere; in lui potenza e atto son la medesima cosa, possibilit assoluta,
atto assoluto. Lo uomo  quel che pu essere; ma non  tutto quel che pu
essere... Quello, che  tutto quel che pu essere,  uno il quale nell'esser
suo comprende ogni essere. Lui  tutto quel che  e pu essere. In lui ogni
potenza e atto  complicato, unito e uno: nelle altre cose  esplicato,
disperso e moltiplicato. Lui  potenza di tutte le potenze, atto di tutti gli
atti, vita di tutte le vite, anima di tutte le anime, essere di tutto
l'essere. Perci il Rivelatore lo chiama Colui che , il Primo e il
Novissimo, poich non  cosa antica e non  cosa nuova, e dice di lui:
(Sicut tenebrae eius, ita et lumen eius). Atto absolutissimo e
absolutissima potenza, non pu esser compreso dall'intelletto se non per modo
di negazione; non pu ... esser capito, n in quanto pu esser tutto, n in
quanto  tutto. Ond' che il sommo principio  escluso dalla filosofia, e Bruno
costruisce il mondo, lasciando da parte la pi alta contemplazione, che ascende
sopra la natura, la quale a chi non crede  impossibile e nulla. Quelli che
non hanno il lume soprannaturale, stimano ogni cosa esser corpo, o semplice,
come lo etere, o composto, come gli astri, e non cercano la divinit fuor de
l'infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo e in quelle. Questa  la
sola differenza tra il fedele teologo e il vero filosofo. E Bruno
conchiude: - Credo che abbiate compreso quel che voglio dire. - Il medio evo
avea per base il soprannaturale e l'estramondano: Bruno lo ammette come fedele
teologo, ma come vero filosofo cerca la divinit non fuori del mondo, ma nel
mondo. E' in fondo la pi radicale negazione dell'ascetismo e del medio evo.
Lasciando da parte la contemplazione del primo principio, rimangono due
sostanze: la forma che fa e la materia di cui si fa, i due princpi costitutivi
delle cose.
La forma nella sua assolutezza  l'anima del mondo, la cui intima, pi
reale e propria facolt e parte potenziale  l'intelletto universale. Come
il nostro intelletto produce le specie razionali, cos l'intelletto o l'anima
del mondo produce le specie naturali, empie il tutto, illumina l'universo,
come disse il poeta: ...(totamque infusa per artus / mens agitat molem, et
toto se corpore miscet). Questo intelletto, detto da' platonici fabro del
mondo, e da Bruno artefice interno, infondendo e porgendo qualche cosa del
suo alla materia, ... produce il tutto. Esso  la forma universale e
sostanziale insita nella materia, perch non opera circa la materia e fuor di
quella, ma figura la materia da dentro, come da dentro del seme o radice
forma il stipe, da dentro il stipe caccia i rami, da dentro i rami le formate
brance, da dentro queste ispiega le gemme, da dentro forma, figura e intesse
come di nervi le fronde, li fiori e li frutti. La natura opra dal centro, per
dir cos, del suo soggetto o materia. Sicch la forma, se come causa efficiente
 estrinseca, perch non  parte delle cose prodotte; quanto all'atto della
sua operazione,  intrinseca alla materia, perch opera nel seno di quella. E'
causa, cio, fuori delle cose; ed  insieme principio, cio insito nelle cose.
Non ci  creazione, ci  generazione, o, come dice Bruno, esplicazione.
La forma  in tutte le cose, e perci tutte le cose hanno anima. Vivere 
avere una forma, avere anima. Tutte le cose sono viventi. Se la vita si trova
in tutte le cose, l'anima  forma di tutte le cose: presiede alla materia,
signoreggia nelli composti, effettua la composizione e consistenza delle
parti. Perci essa  immortale e una non meno che la materia. Ma secondo la
diversit delle disposizioni della materia e secondo la facult de' princpi
materiali attivi e passivi, viene a produr diverse figurazioni. Sono queste
forme esteriori, che solo si cangiano e annullano, perch non sono cose, ma de
le cose, non sono sustanze, ma de le sustanze sono accidenti e circostanze.
Perci dice il poeta: (Omnia mutantur, nihil interit). E Salomone dice:
(Quid est quod est? Ipsum, quod fuit. Quid est quod fuit? Ipsum, quod futurum
est. Nihil sub sole novum). Vani dunque sono i terrori della morte, e pi vani
i terrori dell'avaro Caronte, onde il pi dolce della nostra vita ne si rape
ed avvelena.
Machiavelli avea gi parlato di uno spirito del mondo immortale ed
immutabile, fattore della storia secondo le sue leggi costitutive. Quello
spirito della storia nella speculazione di Bruno  il fabro del mondo, il suo
artefice interno.
Dirimpetto alla forma assoluta  la materia assoluta, cio secondo s,
distinta dalla forma. Come la forma esclude da s ogni concetto di materia,
cos la materia esclude da s ogni concetto di forma. La materia  informe,
potenza passiva pura, nuda, senz'atto, senza virt e perfezione, (prope
nihil):  l'indifferente, lo stesso e il medesimo, il tutto e il nulla.
Appunto perch  tutte le cose, non  alcuna cosa. E perch non  alcuna cosa,
non  corpo; (nullas habet dimensiones),  indivisibile, soggetto di cose
corporee e incorporee. Se avesse certe dimensioni, certo essere, certa figura,
certa propriet, certa differenzia, non sarebbe assoluta.
Ma forma e materia nella loro assolutezza, come aventi vita propria,
estrinseca l'una all'altra, sono non distinzioni reali, ma vocali e nominali,
sono distinzioni logiche e intellettuali, perch l'intelletto divide quello
che in natura  indiviso, com' vizio di Aristotile, e degli scolastici, che
popolarono il mondo di entit logiche, quasi fossero sussistenze reali. Bruno
si beffa in molte occasioni di questi filosofi, che moltiplicarono gli enti,
immaginando fino la socrateit come l'essenza di Socrate, la ligneit come
essenza del legno. Questa distinzione tra gli enti logici e gli enti reali 
gi un gran progresso. Non che le distinzioni logiche sieno senza importanza,
anzi esse sono una serie corrispondente alla serie delle cose, sono le
generalit della natura; il torto  di considerarle cose viventi e reali, e
credere, per esempio, che forma e materia sieno due sostanze distinte, appunto
perch possiamo e dobbiamo concepirle distinte.
In natura o nella realt forma e materia sono una sola sostanza. L'una
implica l'altra: porre l'una  porre l'altra. La forma non pu sussistere se
non aderente alla materia, una forma che stia da s  una astrazione logica
Parimente la materia vuota e informe  un'astrazione; essa  come una
pregnante che ha gi in s il germe vivo. Non ci  forma che non abbia in s
un che materiale, e non ci  materia che non abbia in s il suo principio
formale e divino. Bruno dice: Lo ente, logicamente diviso in quel che  e pu
essere, fisicamente  indiviso, indistinto e uno. Perci la potenza coincide
coll'atto, la materia con la forma. Giove, la essenzia per cui tutto quel ch'
ha l'essere,  intimamente in tutto; onde s'inferisce che tutte le cose
sono in ciascuna cosa, e tutto  uno.
La materia non  dunque nulla, (prope nihil), come vuole Aristotile;
anzi ha in s tutte le forme, e le produce dal suo seno per opera della natura,
efficiente o artefice interno e non esterno, come aviene nelle cose
artificiali. Se il principio formale fosse esterno, si potrebbe dire ch'ella
non abbia in s forma e atto alcuno; ma le ha tutte, perch tutte le caccia
dal suo seno. Perci la materia non  quello in cui le cose si fanno, ma
quello di cui ogni specie naturale si produce. Ci che, oltre i pitagorici,
Anassagora e Democrito, comprese anche Mos, quando disse: 'Produca la terra
li suoi animall',... quasi dicesse: 'Producale la materia'. Adunque le forme
ed entelechie di Aristotile e le fantastiche idee di Platone, i sigilli
ideali separati dalla materia ... son peggio che mostri, sono chimere e vane
fantasie. La materia  fonte dell'attualit,  non solo in potenza, ma in
atto;  sempre la medesima e immutabile, in eterno stato, e non  quella che si
muta, ma quella intorno alla quale e nella quale  la mutazione. Ci che si
altera  il composto, non la materia. Si dice stoltamente che la materia
appetisca la forma. Non pu appetere il fonte delle forme che  in s, perch
nessuno appete ci che possiede. E perci, in caso di morte, non si dee dire
che la forma fugge... o... lascia la materia, ma pi tosto che la materia
rigetta quella forma per prenderne un'altra. Il povero Gervasio, che fa nel
dialogo la parte del senso comune e volgare, vedendo a terra non solo le
opinioni aristoteliche di Polinnio, ma tante altre cose, esce in questa
esclamazione: - Or ecco a terra non solamente li castelli di Polinnio, ma
ancora d'altri che di Polinnio!. -
Adunque, se gl'individui sono innumerabili, ogni cosa  uno, e il
conoscere questa unit  lo scopo e termine di tutte le filosofie e
contemplazioni naturali, montando non al sommo principio, escluso dalla
speculazione, ma alla somma monade o atomo o unit, anima del mondo, atto di
tutto, potenza di tutto, tutta in tutto.
Questa sostanza unica  l'universo, uno, infinito, immobile. Non 
materia, perch non  figurato, n figurabile..., non  forma, perch non
informa, n figura sostanza particolare, atteso che  tutto,  massimo, 
uno,  universo... E' talmente forma che non  forma,  talmente materia che
non  materia,  talmente anima che non  anima; perch  il tutto
indifferentemente, e per  uno, l'universo  uno. In lui tutto  centro: il
centro  dappertutto e la circonferenza  in nessuna parte, ed anche la
circonferenza  dappertutto e in nessuna parte il centro. Non c' vacuo tutto 
pieno: quello in cui vi pu essere corpo, e che pu contenere qualche cosa, e
nel cui seno sono gli atomi. Perci l'universo  di dimensione infinita e i
mondi sono innumerabili. La causa finale del mondo  la perfezione, e
agl'innumerabili gradi di perfezione rispondono i mondi innumerabili: animali
grandi, co' loro organi e il loro sviluppo, de' quali uno  la terra. Per la
continenza di questi innumerabili si richiede uno spazio infinito, l'eterea
regione, dove si muovono i mondi, perci non affissi e inchiodati. Vano 
cercare il loro motore esterno, perch tutti si muovono dal principio interno,
che  la propria anima.
Il punto di partenza  una reazione visibile contro il soprannaturale e
l'estramondano. Il mondo popolato di universali nel medio evo  negato da Bruno
in nome della natura. Dio stesso, dice Bruno, se non  natura,  natura della
natura; se non  l'anima del mondo,  l'anima dell'anima del mondo. E in questo
caso  materia di fede, non  parte della cognizione. La base della sua
dottrina  perci l'intrinsechezza del principio formale o divino della natura.
Ciascuno ha Dio dentro di s. Il vero e il buono luce dentro di noi non per
lume soprannaturale, ma per lume naturale. Il naturalismo reagiva contro il
soprannaturale.
Quelli che hanno lume soprannaturale, come i profeti, cio a dire che
ricevono il lume dal di fuori, egli li chiama asini o ignoranti, de' quali
fa un ironico panegirico nell'(Asino cillenico), e tra questi e quelli che
hanno il lume naturale e vedono per virt propria  la stessa differenza che 
tra l'asino che porta i sacramenti e la cosa sacra. Quelli sono vasi e
strumenti; questi principali artefici ed efficienti: quelli hanno pi dignit,
perch hanno la divinit; questi sono essi pi degni, e sono divini. L'asinit
 la condizione della fede: chi crede, non ha bisogno di sapere; e l'asinit
conduce alla vita eterna.
- Forzatevi, forzatevi dunque ad essere asini, o voi che siete uomini!... -
grida Bruno con umore - cos, divoti e pazienti, sarete contubernali alle
angeliche squadre... E voi che siete gi asini,... adattatevi a proceder... di
bene in meglio, afinch perveniate... a quella dignit che non per scienze ed
opre,... ma per fede s'acquista. Se... tali sarete..., vi troverete scritti nel
libro della vita, impetrerete la grazia in questa militante, ed otterrete la
gloria in quella trionfante ecclesia, nella quale vive e regna Dio per tutt'i
secoli de' secoli.

Questa tirata umoristica finisce con un molto pio sonetto in lode degli
asini, il cui concetto  che il gran Signor li vuol far trionfanti. N solo 
l'asino trionfante, ma l'ozio, perch l'eterna felicit s'acquista per fede,
non per scienze, e non per opre. Anche dell'ozio hai un panegirico ironico,
e per saggio diamo il seguente sillogismo:

Li di son di, perch son felicissimi; li felici son felici perch son
senza sollecitudine e fatica; fatica e sollecitudine non han coloro che non si
muovono e alterano; questi son massime quei ch'han seco l'ocio: dunque gli di
son di, perch han seco l'ocio.

Sillogismo pieno di senso nella sua frivola apparenza. Momo, il censore divino,
ne resta intrigato, e dice che per aver studiato logica in Aristotile non
aveva imparato di rispondere agli argomenti in quarta figura. L'ozio fa
naturalmente l'elogio dell'et dell'oro, la sua et, il suo regno, e cita i bei
versi del Tasso:

... ... legge aurea e felice,
che natura scolp: S'ei piace, ei lice.

E finisce con questa esortazione:

Lasciate le ombre, ed abbracciate il vero,
non cangiate il presente col futuro.
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
mentre l'ombra desia di quel ch'ha in bocca.
Avviso non fu mai di saggio e scaltro,
perdere un ben per acquistarne un altro.
A che cercate s lunge diviso,
se in voi stessi trovate il paradiso?

L'ozio e l'ignoranza sono i caratteri della vita ascetica e monacale, della
quale Bruno aveva avuto esperienza.

[La libertade], - fa egli dire a Giove - quando verr ad essere ociosa,
sar frustratoria e vana, come indarno  l'occhio che non vede, e mano che non
apprende. Ne l'et... dell'oro per l'ocio gli uomini non erano pi virtuosi,
che sin al presente le bestie son virtuose, e forse erano pi stupidi che molte
di queste.

Bruno rigetta quella vita oziosa, che fu detta aurea, e ch'egli chiama
scempia, fondata sulla passivit dell'intelletto e della volont, e non pu
parlarne senz'aria di beffa. Il soprannaturale  incalzato ne' suoi princpi e
nelle sue conseguenze.
Secondo la morale di Bruno il lume naturale viene destato nell'anima
dall'amore del divino, o dal principio formale aderente alla materia, e per il
quale la materia  bella. Amare la materia in quanto materia  cosa bestiale e
volgare, e Bruno se la prende col Petrarca e i petrarchisti, lodatori di donne
per ozio e per pompa d'ingegno, a quel modo che altri han parlato delle lodi
della mosca, dello scarafone, dell'asino, de Sileno, de Priapo, scimmie de'
quali son coloro che han poetato a' nostri tempi - dic'egli - delle lodi degli
orinali, della piva, della fava, del letto, delle bugie, del disonore, del
forno, del martello, della carestia, della peste. Obbietto dell'amore eroico 
il divino, o il formale: la bellezza divina prima si comunica alle anime, e...
per quelle... si comunica alli corpi; onde  che l'affetto ben formato ama...
la corporal bellezza, per quel che  indice della bellezza del spirito. Anzi
quello che n'innamora del corpo  una certa spiritualit che veggiamo in esso,
la qual si chiama 'bellezza', la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o
minori, non nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia e consonanza
de membri e colori. L'amore sveglia nell'anima il lume naturale, o la visione
intellettiva, la luce intellettuale, e la tiene in istato di contemplazione o
di astrazione, s che pare insana e furiosa, come posseduta dallo spirito
divino. Questo  non il volgare, ma l'eroico furore, per il quale l'anima si
converte come Atteone in quel che cerca, cerca Dio e diviene Dio, e avendo
contratta in s la divinit, non  necessario che la cerchi fuori di s. Per
ben si dice il regno di Dio essere in noi, e la divinitade abitare in noi per
forza della visione intellettuale. Non tutti gli uomini hanno la visione
intellettuale, perch non tutti hanno l'amore eroico; ne' pi domina non la
mente, che innalza a cose sublimi, ma l'immaginazione, che abbassa alle cose
inferiori; e questo volgo concepisce l'amore a sua immagine:

fanciullo il credi, perch poco intendi;
perch ratto ti cangi, e' par fugace;
per esser orbo tu, lo chiami cieco.

L'amore eroico  proprio delle nature superiori, dette insane, non perch non
sanno, ma perch soprasanno, sanno pi dell'ordinario, e tendono pi alto,
per aver pi intelletto.
La visione o contemplazione divina non  per oziosa ed estrinseca, come
ne' mistici e ascetici: Dio  in noi, e possedere Dio  possedere noi stessi. E
non ci viene dal di fuori, ma ci  data dalla forza dell'intelletto e della
volont, che sono tra loro in reciprocanza d'azione: l'intelletto, che,
suscitato dall'amore, acquista occhio e contempla; e la volont che,
ringagliardita dalla contemplazione, diviene efficace, o doppiata: ci che
Bruno esprime con la formola: io voglio volere. Dalla contemplazione esce
dunque l'azione: la vita non  ignoranza e ozio, anzi  intelletto e atto
mediante l'amore, secondo la formola dantesca rintegrata da Bruno:  intendere
ed operare. Maggiori sono le contrariet e le necessit della vita, e pi
intensa  la volont, perch amore  unit e amicizia de' contrari, o degli
oppositi, e nel contrasto cerca la concordia. La mente  unit,;l'immaginazione
 moto,  diversit; la facult razionale  in mezzo, composta di tutto, in cui
concorre l'uno con la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto con lo
stato, l'inferiore col superiore. Come gli di trasmigrano in forme basse e
aliene, o per sentimento della propria nobilt ripigliano la divina forma; cos
il furioso eroico, innalzandosi per la conceputa specie della divina belt e
bont, con l'ale dell'intelletto e volont intellettiva s'innalza alla
divinit, lasciando la forma di soggetto pi basso:

da soggetto pi vil divegno un dio...
Mi cangio in Dio da cosa inferiore.

Cangiarsi in Dio significa levarsi dalla moltitudine all'uno, dal diverso
allo stesso, dall'individuo alla vita universale, dalle forme cangianti al
permanente, vedere e volere nel tutto l'uno e nell'uno il tutto. O, per uscire
da questa terminologia, Dio  verit e bont scritta al di dentro di noi,
visibile per lume naturale; e cercarla e possederla  la perfezione morale, lo
scopo della vita.
E' stato notato che Bruno non ti offre un sistema concorde e deciso. La
filosofia  in lui ancora in istato di fermentazione. Hai i vacillamenti
dell'uomo nuovo, che vive ancora nel passato e del passato. Combatte il
soprannaturale, ma il suo lume naturale, la sua (mens tuens), la sua
intuizione intellettiva, ne serba una confusa reminiscenza. Contempla Dio nella
infinit della natura, ma non sa strigarsi dal Dio estramondano, e non sa che
farsene, rimasto come un antecedente inconciliato della sua speculazione. Ora
quel Dio  verit e sostanza, e noi siamo sua ombra, (umbra profunda sumus);
ora quel Dio  proprio la natura, o, se non  natura,  natura della natura.
Ci  in lui confuso Cartesio, Spinosa e Malebranche. Combatte la scolastica, e
ne conserva in gran parte le abitudini. Odia la mistica, e talora, a sentirlo,
 pi mistico di un santo padre. Rigetta l'immaginazione, e ne ha tutt'i vizi e
tutte le forme. Manca l'armonia nel suo contenuto e nelle sue forme. E non 
maraviglia che anche oggi i filosofi si accapiglino nella interpretazione del
suo sistema.
Interessantissima  questa storia interiore dello spirito di Bruno nelle
sue distinzioni e sottigliezze, e nelle oscillazioni del suo sviluppo; anzi 
questa la sua vera biografia. Niente  pi drammatico che la vita interiore di
un grande spirito nella sua lotta con l'educazione, co' maestri, con gli studi,
col tempo, co' pregiudizi, nelle sue imitazioni, fluttuazioni e resistenze. La
sua grandezza  appunto in questo, di vincere in quella lotta, cio che di
mezzo a quelle fluttuazioni si stacchino con maggior forza ed evidenza le sue
tendenze predilette, che gli danno un carattere ed una fisonomia. E questa
fisonomia di Bruno noi dobbiamo cercare, a traverso i suoi ondeggiamenti.
Innanzi tutto, Bruno ha sviluppatissimo il sentimento religioso, cio il
sentimento dell'infinito e del divino, com' di ogni spirito contemplativo.
Leggendolo, ti senti pi vicino a Dio. E non hai bisogno di domandarti, se Dio
, e cosa . Perch lo senti in te, e appresso a te, nella tua coscienza e
nella natura. Dio  pi intimo a te che non sei tu a te stesso. Tutte le
religioni non sono in fondo che il divino in diverse forme. E sotto questo
aspetto Bruno ti fa un'analisi assai notevole delle religioni antiche e nuove.
L'amore del divino, il furore eroico,  il carattere delle nobili nature. E
questo amore ci rende atti non solo a contemplare Dio come verit, ma ancora a
realizzarlo come bont. Ivi ha radice la scienza e la morale.
Questi concetti non sono nuovi, e di simili se ne trovano nella Scrittura
e ne' padri. Ma lo spirito n' nuovo. Non  solo questo, che i cieli narrano
la gloria di Dio, ma quest'altro, che i cieli sono essi medesimi divini, e si
movono per virt propria, per la loro intrinseca divinit. E' la riabilitazione
della materia o della natura, non pi opposta allo spirito e scomunicata, ma
fatta divina, divenuta genitura di Dio. E' il finito o il concreto che
apparisce all'infinito, e lo realizza, gli d l'esistenza. O, come dicesi oggi,
 il Dio vivente e conoscibile che succede al Dio astratto e solitario.
L'universo, eterno ed infinito,  la vita o la storia di Dio.
Questo  ci che fu detto il naturalismo di Bruno, o piuttosto del
secolo, ed era il naturale progresso dello spirito, che usciva dalle
astrattezze scolastiche, o, come dice Bruno, dalle credenze e dalle fantasie,
e cercava la sua base nel concreto e nel finito era la prima voce della natura
che scopriva se stessa e si proclamava di essenza divina, una e medesima che la
divinit, secondo che l'unit  distinta nella generata e generante, o
producente e prodotta. Bruno nel suo entusiasmo per la natura divina dice che
lo spirito eroico

vede l'anfitrite, il fonte di tutti i numeri, di tutte specie, di tutti i
raggioni, che  la monade, vera essenza dell'essere di tutti, e, se non la vede
in sua essenza, in absoluta luce, la vede nella sua genitura, che gli  simile,
che  la sua imagine: perch dalla monade, che  la divinitate, procede questa
monade, che  la natura, l'universo, il mondo, dove [ella] si contempla e si
specchia

cio dove s'intende ed  intelligibile.
Questa visione di Dio, privilegio dello spirito eroico, non ha nulla a
fare col lume soprannaturale, con la fede, o la grazia, o l'estasi, o altro che
dal di fuori piova nell'anima. Dio, fatto conoscibile nel mondo, diviene
materia della cognizione, e l'anima effettua la sua unione con lui per un atto
della sua energia, per intrinseca virt. La visione  intellettiva, e il suo
organo  la mente, dove Dio, o la Verit, si rivela, come in propria e viva
sede, a quelli che la cercano, per forza del riformato intelletto e volont,
cio per la scienza.
L'amore del divino, spinto sino al furore eroico, lega Bruno co'
mistici. Il naturalismo letterario era pretto materialismo, che si sciolse
nella licenza e nel cinismo, e mise capo in ozio idillico snervante, peggiore
dell'ozio ascetico. Il naturalismo di Bruno era al contrario non il divino
materializzato, ma la materia divinizzata. La materia in se stessa  volgare
bestialit; essa ha valore come divina. Il divino non  infuso o intrinseco, ma
 insito e connaturato. Cercarlo ed effettuarlo  il degno scopo della vita. E
non si rivela se non a quelli che lo cercano e lo conquistano col lavoro della
mente illuminata dall'amore eroico. Ci distingue i vulgari da' nobili spiriti.
Molti sono i chiamati, pochi gli eletti. Molti rimirano, pochi vedono. Bruno
parla spesso con tale unzione e con tale esaltazione mistica, che ti pare un
Dante o un san Bonaventura.
Ma i mistici sono semplicemente contemplanti, dove per Bruno non 
contemplazione nella quale non sia azione, e non  azione nella quale non sia
contemplazione. La nuda contemplazione  ozio. Contemplare  operare. Si vede
l'uomo che esce dal convento ed entra nella vita militante.
Folengo esce dal convento, rinnegando Dio e sputando sul viso alla
societ. In lui il secolo scettico e materialista ha la sua ultima espressione.
Anche a Bruno abbonda la satira e l'ironia; anche in lui ci  un lato negativo
e polemico, sviluppato con potenza e abbondanza d'immaginazione. Ma questo lato
rimane assorbito nella sua speculazione. Il suo scopo  tutto positivo:  la
restaurazione di Dio, e con esso del sentimento religioso e della coscienza.
Ci che Savonarola tent con la fede e con l'entusiasmo, egli tenta con la
scienza. Non accetta Dio come gli  dato, n se ne rimette alla fede, perch
non  un credente. Dio vuole cercarlo e trovarlo lui, con la sua attivit
intellettuale, con l'occhio della mente. E questo Dio, da lui trovato, e di cui
sente l'infinita presenza in se stesso e negl'infiniti mondi e in ciascun
essere vivente, nel massimo e nel minimo, non rimane astratta verit nella sua
intelligenza, ma scende nella coscienza e penetra tutto l'essere, intelletto,
volont, sentimento e amore. Comincia scredente, finisce credente. Ma  un
credo generato e formato nel suo spirito, non venutogli dal di fuori. Per
questo credo non gli fu grave morire ancor giovane sul rogo, dicendo a' suoi
giudici le celebri parole: (Maiori forsitan cum timore sententiam in me
dicitis, quam ego accipiam). Sembra che il suo maggior peccato innanzi alla
Chiesa sia stata la sua fede negl'infiniti mondi, come traspare da questa
malvagia ironia dello Scioppio: (Sic ustulatus misere periit, renunciaturus
credo, in reliquis illis, quos finxit, mundis, quonam pacto homines blasphemi
et impii a romanis tractari solent).
Insisto su questo carattere entusiastico e religioso di Bruno, o, com'egli
dice, eroico, che gli d la figura di un santo della scienza. Quante volte
l'umanit, stanca di aggirarsi nell'infinita variet, sente il bisogno di
risalire al tutto ed uno, all'assoluto, e cercarvi Dio, le si affaccia
sull'ingresso del mondo moderno la statua colossale di Bruno.
Il suo supplizio pass cos inosservato in Italia, che parecchi eruditi lo
mettono in dubbio. N le opere sue vi lasciarono alcun vestigio. Si direbbe che
i carnefici insieme col corpo arsero la sua memoria. Anche in Europa il
brunismo lasci deboli tracce. Il progresso delle idee e delle dottrine era
cos violento, che il gran precursore fu avvolto e oscurato nel turbino. Come
Dante, Bruno attendeva la sua risurrezione. E quando dopo un lungo lavoro di
analisi riappare la sintesi, Jacobi e Schelling sentirono la loro parentela col
grande italiano, e riedificarono la sua statua.
In Bruno trovi la sintesi ancora inorganica della scienza moderna, con le
sue pi spiccate tendenze, la libera investigazione, l'autonomia e la
competenza della ragione, la visione del vero come prodotto dell'attivit
intellettuale, la proscrizione delle fantasie, delle credenze e delle
astrazioni, un pi intimo avvicinamento alla natura o al reale. Dico
tendenze, perch nel fatto l'immaginazione e il sentimento soprabbondavano in
lui, e gli tolsero quella calma armonica di contemplazione, senza la quale
riesce difettiva la virt organizzatrice, e quella pazienza di osservazione e
di analisi, senza la quale le pi belle speculazioni rimangono infeconde
generalit.
Quanto alla sua sintesi, il Dio astratto ed estramondano fatto visibile e
conoscibile nella infinita natura, l'unit e medesimezza di tutti gli esseri,
l'eternit e l'infinit dell'universo nella perenne metempsicosi delle forme,
il sentimento dell'anima o della vita universale, l'infinita perfettibilit
delle forme nella loro trasformazione, la produttivit della materia dal suo
intrinseco, l'azione dinamica della natura nelle sue combinazioni, la libert
distinta dal libero arbitrio e rappresentata come la stessa effettuazione del
divino o della legge, la moralit e la glorificazione del lavoro, sono concetti
che, svolti lungamente e variamente da Bruno in opere latine e italiane,
appaiono punti luminosi nella speculazione moderna, e ne trovi i vestigi in
Cartesio, in Spinosa, in Leibnitz, e pi tardi in Schelling, in Hegel e ne'
presenti materialisti. Se dovessi con una sola formola caratterizzare il mondo
di Bruno, lo chiamerei il mondo moderno ancora in fermentazione.
Roma bruciava Bruno, Parigi bruciava Vanini. I loro carnefici li dissero
atei. Pure Dio non fu mai cosa s seria, come nel loro petto.
- Andiamo a morir da filosofo - disse Vanini, avvicinandosi al rogo. Eran detti
anche novatori, titolo d'infamia, che  divenuto il titolo della loro gloria.
Nel 1599. Bruno era gi nelle mani dell'Inquisizione, e Campanella nelle
mani spagnuole. Nel primo anno del Seicento Bruno periva sul rogo, e Campanella
aveva la tortura. Cos finiva l'un secolo, cos cominciava l'altro. T(u,
asinus, nescis vivere), dicevano a Campanella amici e nemici: (ne loquaris in
nomine Dei). E lui prendeva ad insegna una campana, con entrovi l'epigrafe:
(Non tacebo). Anche Bruno diceva di s: (Dormitantium animorum excubitor).
La nuova scienza sorge come una nuova religione, accompagnata dalla fede e dal
martirio. (Philosophus) diceva il Pomponazzi per esperienza propria (ab
omnibus irridetur, et tamquam stultus et sacrilegus habetur; ab inquisitoribus
prosequitur, fit spectaculum vulgi: haec igitur sunt lucra philosophorum, haec
est eorum merces). Pure questi uomini nuovi derisi, perseguitati, spettacolo
del volgo, avevano una fede invitta nel trionfo delle loro dottrine.
L'accademia cosentina di Telesio avea per impresa la luna crescente, col motto:
(Donec totum impleat orbem). Bruno, perseguitato dal suo secolo, diceva: - La
morte in un secolo fa vivo in tutti gli altri. - Campanella paragona il
filosofo al Cristo, che il terzo giorno, spezzando la pietra, risorge. Il
carattere era pari all'ingegno. Dietro al filosofo ci era l'uomo.
Telesio  detto da Bacone il primo degli uomini nuovi. Ma la novit era
gi antica di un secolo, e Telesio che avea fatto i suoi studi a Padova, a
Milano, a Roma, professato a Napoli, quando, stanco di lotte e di persecuzioni,
deliber di ritrarsi nella nativa Cosenza, vi port il motto del pensiero
italiano, la filosofia naturale, fondata sull'esperienza e sull'osservazione.
Il suo merito  di avere esercitata una seria influenza intellettuale tra' suoi
concittadini e di aver fondata sotto nome di accademia una vera scuola
filosofica. Come Machiavelli, cos egli non segue altro che l'osservazione e la
natura: poich la sapienza umana  arrivata alla pi alta cima che possa
afferrare, se ha osservato quello che si presenta a' sensi, e ci che pu esser
dedotto per analogia dalle percezioni sensibili. Sincero, modesto, d'ingegno
non grande ma di grandissima giustezza di mente e di sano criterio, fu
benemerito meno per le sue dottrine, che per il metodo ed il linguaggio. E in
verit, la grande e utile novit era allora il metodo. Il suo maggiore elogio
lo ha fatto Campanella in queste parole: (Telesius in scribendo stylum vere
philosophicum solus servat, iuxta verum naturam sermones significantes condens,
facitque hominem potius sapientem quam loquacem). L'obbiettivo era sciogliere
il pensiero dalla servit di Aristotile, tiranno degl'ingegni, e metterlo in
diretta comunicazione con la natura, rifarlo libero, ci che con una precisione
uguale alla concisione dice Campanella nel suo famoso sonetto a Telesio:

Telesio, il telo della tua faretra
uccide de' sofisti in mezzo al campo
degl'ingegni il tiranno senza scampo:
libert dolce alla verit impetra.

L'impresa non era lieve. Resistevano tutte le dotte mediocrit, tutto quel
complesso di uomini e d'istituzioni che l'Aretino chiamava la pedanteria, i
Polinnii di Bruno spalleggiati da francescani, domenicani e gesuiti, e spesso
l'ultimo argomento era il rogo, il carcere, l'esilio. Dir cose nuove era
delitto non solo alla Chiesa, ma a' principi venuti in sospetto di ogni novit
nelle scuole: pure la fede di un rinnovamento era universale, e (Renovabitur)
fu il motto del Montano, discepolo di Telesio, nel compendio che scrisse della
sua dottrina. Si era fino allora pensato col capo d'altri: gli uomini volevano
ora pensare col capo loro. Questo era il movimento. E fu cos irresistibile,
che la novit usciva anche da' segreti del convento. Fu l che si form ne'
forti studi libera e ribelle l'anima di Bruno. E l, in un piccolo convento di
Calabria, si educava a libert l'ingegno di Tommaso Campanella. Assai presto
oltrepass gli studi delle scuole, e, fatto maestro di s, lesse avidamente e
disordinatamente tutti quei libri che gli vennero alle mani. Nella solitudine
si fa presto ad esser dotto. Ivi il giovine raccolse immensi materiali in tutto
lo scibile. Il suo idolo era Telesio, il gran novatore; il suo odio era
Aristotile con tutto il suo seguito, e, come Bruno, preferiva gli antichi
filosofi greci, massime Pitagora. Venuto in Cosenza, i suoi frati, che gi
conoscevano l'uomo, non vollero permettergli di udire, n di veder Telesio: ci
che infiamm il desiderio e l'amore. Il giorno che Telesio mor, fu visto in
chiesa accanto alla bara il giovine frate, che dovea continuarlo. I cosentini,
sentendolo nelle dispute, dicevano che in lui era passato lo spirito di
Telesio. La scuola telesiana o riformatrice, come era detta, gli fu tutta
intorno, il Bombino, il Montano, il Gaieta, da lui celebrati insieme col
maestro. Il suo primo lavoro fu una difesa di Telesio contro il napoletano
Marta. Venuto a Napoli per la stampa dell'opera, attir l'attenzione per il suo
ardore nelle dispute, per l'agilit e la presenza dello spirito, per la
franchezza delle opinioni, e per l'immenso sapere. E gl'invidiosi dicevano: -
Come sa di lettere costui, che mai non le impar? - E recavano a magia, a
cabala, a scienza occulta ci che era frutto di studi solitari. Le opinioni
telesiane poco attecchivano in Napoli, onde il buon Telesio avea dovuto andar
via per le molte inimicizie. Anche il Porta ci stava a disagio, e dovea con le
commedie far perdonare alla sua filosofia. Naturalmente, si strinse un legame
tra Campanella e l'autore della (Magia naturale) e della (Fisionomia).
Disputavano, leggevano, conferivano i loro lavori. Frutto di questa
dimestichezza fu il libro (De sensu rerum), a cui successe l'altro: (De
investigatione). Ivi si stabilisce per qual via si giunga a ragionare col solo
senso e colle cose che si conoscono pe' sensi: ci che  il metodo
sperimentale, base della filosofia naturale. Ci si vede l'influenza di Telesio,
di Porta e di tutta la scuola riformatrice.
Porta pot esser tollerato a Napoli, perch era non solo gentiluomo e
assai riverito, ma uomo di spirito, e amabilissimo. Ma Campanella non sapea
vivere, come dicevano i suoi emuli. Era tutto di un pezzo, e alla naturale,
veemente, rozzo, audace di pensiero e di parola. E venne in uggia a moltissimi,
e anche ai suoi frati, che non gli potevano perdonare l'odio contro Aristotile.
Come Bruno, lasci il convento, e indi a non molto Napoli, e con in capo gi
una nuova metafisica tutta abbozzata, fu a Roma, poi a Firenze, dove il destino
faceva incontrare i due grandi ingegni di quel tempo, Campanella e Galilei.
Michelangiolo moriva, e tre giorni prima, il 15 febbraio del 1564, nasceva
in Pisa Galileo Galilei. Tutto gli rise nel principio, levato maraviglioso
grido di s per le sue invenzioni della misura del tempo per mezzo del pendolo,
del termometro, del compasso geometrico, del telescopio. Con questo potente
istrumento inizi le sue speculazioni astronomiche, che rinnovavano il cielo
biblico e tolemaico. Parecchi fatti, divinati da Bruno, acquistavano certezza,
come ci che si vede e si tocca. Il suo (Nunzio sidereo) appariva cos
maraviglioso, come il viaggio di Colombo. Le montuosit della luna, le fasi di
Venere e di Marte, le macchie del sole, i satelliti di Giove erano tali
scoperte a breve distanza, che spoltrivano gli animi oziosamente cullati ne'
romanzi e nelle oscenit letterarie. La filosofia naturale vinceva oramai le
ultime resistenze nella pubblica opinione. Non si trattava pi d'ipotesi e di
astratti ragionamenti. I fatti erano l, e parlavano pi alto che i sillogismi
de' teologi e degli scolastici. La cosa effettuale di Machiavelli, il lume
naturale di Bruno, il metodo sperimentale di Telesio, la libert dolce alla
verit di Campanella avevano il loro riscontro nelle belle parole di Galileo: -
Ah vilt inaudita d'ingegni servili, farsi spontaneamente mancipio! -. Il
buon Simplicio, il pedante aristotelico, come Polinnio, risponde: - Ma, quando
si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? -. E Galileo
replica pacatamente: - ...I ciechi solamente hanno bisogno di guida.. Ma chi
ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per
iscorta -. Il lume soprannaturale, la scienza occulta, il mistero, il miracolo
scompariva innanzi allo splendore di questo lume naturale dell'occhio e della
mente: la magia, l'astrologia, l'alchimia, la cabala sembravano povere cose
innanzi a' miracoli del telescopio. Colombo e Galileo ti davano nuova terra e
nuovo cielo. Sulle rovine delle scienze occulte sorgevano l'astronomia, la
geografia, la geometria, la fisica, l'ottica, la meccanica, l'anatomia. E tutto
questo era la filosofia naturale, il naturalismo. - La filosofia - diceva
Galileo -  scritta nel libro grandissimo della natura. - E stupendamente
diceva Campanella:

Il mondo  il libro, dove il Senno eterno
scrisse i propri concetti.

Campanella nacque il 1568, quattro anni dopo Galileo. Si videro a Firenze:
Galileo gi famoso, in grazia della Corte, professore, con un concetto
dell'universo e della scienza chiaro, intero, ben circoscritto: Campanella,
oscuro, conscio del suo ingegno, di concetti molti e arditi e smisurati, in
aria di avventuriere che cerchi fortuna, pi che di un savio tranquillo e
riposato nella scienza. Cerc una cattedra. - Chi  costui? - E il Granduca
chiese le informazioni al generale di San Domenico, il quale rispose: Alquanto
differente relazione tengo io del padre fra Tommaso Campanella di quella 
stata fatta a Vostra Altezza... io far prova del valore e sufficienza sua. Le
raccomandazioni di Galileo non valsero contro l'ira domenicana. Campanella non
riusc, e la ragione  detta da Baccio Valori:

Procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la filosofia del Telesio,
con colore che la pregiudichi alla teologia scolastica fondata in Aristotile da
lui cos riprovato, corre qualche risico conseguente [Tommaso Campanella] della
medesima scuola, e per avventura il pi terribile per eccellenza de' suoi
concetti, che veramente sono e alti e nuovi.

Campanella aveva allora ventiquattro anni. L'indomabile giovane si
vendic, scrivendo una nuova difesa di Telesio. Aveva gi scritto un trattato
(De sphaera Aristarchi), dove sostiene l'opinione copernicana del moto della
terra. Vagheggiava una scienza universale, col titolo (De universitate rerum),
che divent pi tardi la sua (Philosophia realis.) A lui dovea parere molto
modesto Galileo, che lasciava da banda teologia e metafisica ed ogni
costruzione universale, contento ad esplorar la natura ne' suoi particolari. E
gli scriveva: Invero non si pu filosofare, senza un vero accertato sistema
della costruzione de' mondi, quale da lei aspettiamo: e gi tutte le cose sono
poste in dubbio, tanto che non sapemo se il parlare  parlare. Domandava egli
a Galileo una riforma dell'astronomia e della matematica sublime, una vera
filosofia naturale. Scriva pel primo diceva che questa filosofia  d'Italia,
da Filolao e Timeo in parte, e che Copernico la rub da' predetti e dal
ferrarese suo maestro; perch  gran vergogna che ci vincan le nazioni che noi
avemo di selvagge fatte domestiche. Ma Galileo rimase fermo nella sua via.
Anche lui aveva i suoi pensieri e le sue ipotesi; ma gli parea che il vero
filosofo naturale dovesse lasciare il verisimile, e attenersi a ci che 
incontrastabilmente vero. E rispondea a Campanella ch'ei non volea per alcun
modo, con cento e pi proposizioni apparenti delle cose naturali, screditare e
perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate, e che sapeva per
dimostrazione esser vere. Stavano a fronte la saviezza fiorentina e
l'immaginazione napoletana, o, per dir meglio, due culture, la cultura toscana,
gi chiusa in s e matura, e veramente positiva, e la cultura meridionale,
ancor giovane e speculativa, e in tutta l'impazienza e l'abbondanza della
giovanezza. In Galileo si sente Machiavelli; e in Campanella si sente Bruno.
Vedi la differenza anche nello scrivere. Chi legge le lettere, i trattati, i
dialoghi di Galileo, vi trova subito l'impronta della coltura toscana nella sua
maturit, uno stile tutto cosa e tutto pensiero, scevro di ogni pretensione e
di ogni maniera, in quella forma diretta e propria, in che  l'ultima
perfezione della prosa. Usa i modi servili del tempo senza servilit, anzi tra'
suoi baciamano penetra un'aria di dignit e di semplicit, che lo tiene alto
su' suoi protettori. Non cerca eleganza, n vezzi, severo e schietto, come uomo
intento alla sostanza delle cose, e incurante di ogni lenocinio. Ma se causa le
esagerazioni e gli artifici letterari, non ha la forza di rinnovare quella
forma convenzionale, divenuta modello. Avvolto in quel fraseggiare d'uso,
frondoso e monotono, trovi concetti nuovi e arditi in una forma petrificata
dall'abitudine, pure eletta, castigata, perspicua, di un perfetto buon gusto.
Al contrario in Bruno e in Campanella la forma  scorretta, rozza, disuguale,
senza fisonomia; ma ne' suoi balzi e nelle sue disuguaglianze, viva, mobile,
nata dalle cose. Ivi ti par di avere innanzi un bel lago, anzi che acqua
corrente; non una formazione organica e conforme al contenuto, ma una forma gi
fissata innanzi e riprodotta, spesso priva di movimenti interni, sola
esteriorit: qui vedi una lingua ancora mobile e in formazione, con elementi
gi nuovi e moderni. Alcune pagine di Bruno sembrano scritte oggi.
Ma saviezza fiorentina e immaginazione napoletana erano del pari sospette
a Chiesa e Spagna. Il libro della natura era libro proibito, e chi vi leggeva
era eretico o ateo. Prima ci capit Campanella. Fu a Venezia, a Padova, a
Bologna, a Roma, co' suoi manoscritti appresso, e scrivendo sempre per s e per
altri, in verso e in prosa, in latino e in italiano, trattati, orazioni,
discorsi, dispute. A Bologna gli furono rubati i manoscritti. E che importa?
Rifaceva, rinnovava, con una vena inesauribile. Venuto in sospetto a Roma,
torna a Napoli, e va a prender fiato a Stilo sua patria. Ivi sperava riposo; ma
accadde a me quello che dice Salomone: quando l'uomo avr finito, allora
comincer; quando riposer, sar affaticato. Ivi cominciarono i suoi guai.
Avvolto in una cospirazione, fu come reo di maest condotto nelle prigioni di
Napoli. Chiarito innocente di un'accusa, se ne suscitava un'altra, perch
gl'iniqui non cercavano il delitto, ma farmi comparir delinquente. - Come sai
tu le lettere, se non le imparasti mai? Forse hai addosso il demonio. - Ma io
- rispose il prigioniero - ho consumato pi d'olio che voi di vino. - Lo si
fece autore del libro (De tribus impostoribus, Mose, Christo et Mahumed),
stampato trent'anni prima ch'ei nascesse. Fu detto che voleva fondar la
repubblica con l'aiuto de' turchi, e che era un eretico, e aveva dottrina
pericolosa, e non credeva a Dio. Invano scrisse (Della monarchia), e l'(Ateismo
vinto), e la (Disputa antiluterana). Fu condannato da Roma e da Spagna, ribelle
ed eretico, e tenuto in prigione ventisette anni, sottoposto alla tortura sette
volte.

Mi fur rotte le vene e le arterie; e il cruciato dell'eculeo mi lacer le
ossa..., e la terra bevve dieci libbre del mio sangue...: risanato dopo sei
mesi, in una fossa fui seppellito, ove non  n luce, n aria, ma fetore e
umidit e notte e freddo perpetuo. 

Dopo dodici anni di tali martri fa questo triste inventario de' suoi
mali:

Sei e sei anni che in pena dispenso
l'afflizion d'ogni senso,
le membra sette volte tormentate,
le bestemmie e le favole de' sciocchi,
il sol negato agli occhi,
i nervi stratti, l'ossa scontinuate,
le polpe lacerate,
i guai dove mi corco,
li ferri, il sangue sparso e il timor crudo
e il cibo poco e sporco.

Fra tanti tormenti scriveva, scriveva sempre, versi e prose.
I tempi si facevano pi scuri. Copernico era uomo piissimo, chiuso ne'
suoi studi matematici; era un matematico, non un filosofo, dicea Bruno, che di
quel sistema avea saputo fare un cos terribile uso col suo ingegno libero e
speculativo. Il sistema era presentato come una pura ipotesi e spiegazione de'
fenomeni celesti e naturali, e i filosofi avevano sempre cura di aggiungere:
salva la fede. Cos il libro di Copernico, dedicato a Paolo terzo, fu tenuto
innocuo per ottanta anni. Ma la sua dottrina si diffondeva celeremente,
propugnata da Bruno, da Campanella, da Galileo e da Cartesio, che si preparava
a farne una dimostrazione matematica. Il libro di Copernico parve allora cosa
eretica, e fu condannato, essendo cosa pi facile scomunicare che confutare.
Cartesio pose a dormire la sua dimostrazione. Il povero Galileo, processato e
torturato, dovette confessare che (Terra stat et in aeternum stabit),
ancorch la sua coscienza rispondesse: - Eppur si muove. - E la sua scrittura
sulla mobilit della terra mand al Granduca con queste parole, ritratto de'
tempi:

Perch io so quanto convenga obbedire e credere alle determinazioni de'
superiori, come quelli che sono scorti da pi alte cognizioni, alle quali la
bassezza del mio ingegno per se stesso non arriva, reputo questa presente
scrittura che gli mando, come quella che  fondata sulla mobilit della terra,
ovvero che  uno degli argomenti che io produceva in sostegno di essa mobilit,
la reputo, dico, come una poesia, ovvero un sogno, e per tale la riceva
l'Altezza Vostra.

Altrove la chiama una chimera, un capriccio matematico, e nasconde la
verit, come fosse un delitto o una vergogna. Di quest'accusa e di questo
processo giunse notizia a Tommaso Campanella, e fra' tormenti del carcere
scrisse l'apologia di Galileo.
Galileo fu lasciato vivere solitario in Arcetri, gi rifugio del
Guicciardini, dove i dispiaceri e le malattie prima gli tolsero la vista e poi
la vita. Mor nel 1642, l'anno stesso che nacque Newton. L'anno dopo
Torricelli, suo allievo, trovava il barometro. Tre anni prima moriva Campanella
in Francia dov'erasi rifuggito, e dove pot pubblicare la sua filosofia.
A Galileo chiusero gli occhi i discepoli. Le sue scoperte ed osservazioni
diedero un impulso straordinario alle scienze, e formarono attorno a lui una
scuola di filosofi naturali, Castelli, Cavalieri, Torricelli, Borelli, Viviani,
illustri non solo per valore scientifico, ma per bont di scrivere. Veniva il
mondo, di cui erano stati precursori incompresi e perseguitati Alberto Magno e
Ruggiero Bacone: Galileo ripigliava la bandiera con miglior fortuna. E
l'Italia, maestra di Europa nelle lettere e nelle arti, aveva ancora il primato
nelle scienze positive, o, come dicevasi, nella filosofia naturale. Qui
venivano ad imparare gli stranieri; qui Copernico imparava il moto della terra,
e qui imparava Harvey la circolazione del sangue. Qui sorgeva l'accademia del
Cimento, dove provando e riprovando si studiava la natura. Geografia,
astronomia, anatomia, medicina, botanica, ottica, meccanica, geometria, algebra
ebbero qui i loro primi cultori e propagatori. Tra gli scrittori giova
mentovare Francesco Redi, in cui fa la sua ultima comparsa il toscano, gi
finito e chiuso in s, e Lorenzo Magalotti, di una limpidezza gi vicina alla
forma moderna.
Altro fu il fato del Campanella. Come Bruno,  un naturalista, e crede che
la filosofia non si possa fondare che su' fatti. Onde Galileo tirava questa
conseguenza, che dunque bisognava prima studiare i fatti. In tanta scarsezza di
fatti naturali, morali, sociali ed economici, in tante lacune delle scienze
positive filosofare significava foggiarsi un mondo a modo degli antichi
filosofi greci, con l'immaginazione divinatrice, ed avere per risultato
l'ipotetico e il probabile, anzi che il certo e il vero. Questo, pensava
Galileo, non  scienza. Pure  chiaro che una certa idea del mondo l'avevano
anche i filosofi naturali, e che quel medesimo porre le fondamenta della
scienza sull'osservazione, e tagliarne fuori le credenze e le fantasie, era gi
mettere in vista un mondo metafisico tutto nuovo, il naturalismo, la natura
fatta centro di gravit dello scibile a spese del Dio astratto, o, per parlare
secondo quei tempi, Dio fatto visibile e conoscibile nella natura, un Dio
intimo e vivo. Questo era il significato stesso di quel movimento che tirava
gli spiriti dalle astrazioni scolastiche alla investigazione de' fatti
naturali; e Bruno e Campanella non fecero che dare a quel movimento la sua
coscienza metafisica e fondarvi sopra tutta una filosofia. Se necessario fu
Galileo, non fu meno necessario Bruno e Campanella. Un nuovo mondo si formava,
una nuova filosofia era in vista all'orizzonte con lineamenti abbozzati appena
e vacillanti. Era quella sintesi poetica e provvisoria, preludio della scienza,
il presentimento e la divinazione dell'ultima sintesi, risultato di una lunga
analisi, e corona della scienza. Quella prima sintesi te la dnno Bruno e
Campanella, appassionatissimi degli antichi filosofi greci, a cui
rassomigliavano.
E' una sintesi inorganica e contraddittoria. E la contraddizione  ancora
pi accentuata in Campanella che in Bruno. Trovi in lui scienze occulte e
scienze positive, soprannaturale e naturale, medio evo e Rinascimento,
tradizione e ribellione, assolutismo e libert, cattolicismo e razionalismo, e
mentre combatte, come Bruno, le credenze e le fantasie, nessuno pi di lui
dommatizza e fantastica. Pongono in opera tutto quel materiale che hanno
innanzi, mancando ancora quel lavoro di eliminazione e di analisi, senza il
quale  impossibile la composizione. Hanno fede nell'ingegno, e si mettono
all'opera con l'ardore di una speciale vocazione, si sentono attirati da una
forza fatale verso quelle alte regioni, verso l'infinito o il divino, a rischio
di perdervisi. Ci che ispira a Bruno, o all'anonimo autore, questo sublime
sonetto:

Poi che spiegate ho l'ali al bel desio
quanto pi sott'il pi l'aria mi scorgo
pi le veloci penne all'aria porgo,
e spregio il mondo e verso il ciel m'invio.

N del figliuol di Dedalo il fin rio
fa che gi pieghi, anzi via pi risorgo:
ch'I' cadr morto a terra, ben mi accorgo;
ma qual vita pareggia al viver mio?

La voce del mio cor per l'aria sento:
- Ove mi porti, temerario? China,
ch raro  senza duol troppo ardimento.

- Non temer - rispond'io - l'alta ruina:
fendi sicur le nubi, e muor' contento,
se il ciel si illustre morte ne destina. -

Anche Campanella  poeta, e si sente la stessa vocazione. Si chiama luce tra
l'universale ignoranza, fabbro di un mondo nuovo, Prometeo che rapisce il
fuoco sacro a Giove:

Con vanni in terra oppressi al ciel men' volo
in mesta carne d'animo giocondo;
e se talor m'abbassa il grave pondo,
l'ale pur m'alzan sopra il duro suolo.

Campanella avea vivo il sentimento di un mondo nuovo che si andava formando, e
ci vedea in fondo, ultimo termine, una rediviva et dell'oro, l'attuazione del
divino sulla terra, il regno di Dio, invocato nel paternostro, quel mondo
della pace e della giustizia appresso al quale sospirava Dante e molti nobili
intelletti Bruno rimane nelle generalit metafisiche. Campanella abbraccia
l'universo nelle sue pi varie apparizioni, e ti delinea tutto quel mondo
ideale, di cui spera l'effettuazione.
Nel suo sistema trovi complicati e combinati senza intima fusione tutti
gl'indirizzi percorsi dalla moderna filosofia. Il punto di partenza  la
coscienza di s, io, che penso, sono, divenuto la base del sistema
cartesiano. Questa  la sola cognizione innata, occulta: tutto il resto 
cognizione acquisita per mezzo de' sensi. Qui si sviluppa il sensismo di
Telesio non solo come metodo, ma come contenuto. Tutte le cose sono animate; il
mondo stesso  animal grande e perfetto. In ciascuna cosa  la divina
Trinit, i tre princpi o primalit, com'egli dice, potenza, sapienza e
amore. Ciascuna cosa che , pu essere: ama il suo essere, e lo ama perch lo
conosce, ne ha una certa notizia. Perci tutte le cose hanno senso. Lo spirito
stesso  carne. L'animale pensa come l'uomo; ha fino la facolt
dell'universale. Ci si vede in germe Locke e tutto il sensismo moderno. Ma ci 
una facolt propria dell'uomo, e negata all'animale, il sentimento religioso.
Perci, quando il corpo  formato, vi entra l'anima, che esce fanciulla dalle
mani di Dio, come dice Dante. L'anima  la facolt del divino, o, come si
direbbe oggi, dell'assoluto. Ella ti d la contemplazione di Dio. Non  ragione
o dialettica questa facolt dell'assoluto, e nemmeno discorso o processo
intellettivo (ci che entra nella mente o visione di Bruno) ma  intuito,
estasi, fede, un ponte fatto alla rivelazione e alla teologia, uno studio di
conciliazione tra il medio evo e il mondo moderno. Qui vedi spuntare la moderna
filosofia dell'assoluto nel suo doppio indirizzo, razionalista e neocattolico.
Tutte le idee e tutti gl'indirizzi, che anche oggi agitano le coscienze,
fermentano nel suo cervello.
Come Bruno, Campanella non ha il senso del reale e del naturale; e neppure
ha il senso psicologico, ancorch parli spesso di coscienza e di esperienza, e
le faccia basi del suo filosofare. Aveva al contrario quella seconda vista
propria degli uomini superiori, facolt da lui non scrutata, non compresa e non
disciplinata, ch'egli confonde con l'estasi e col puro intuito, e che lo gitta
in braccio alla teologia, al soprannaturale e alle scienze occulte. Cerca una
conciliazione tra' due uomini che pugnavano in lui, l'uomo di Telesio e l'uomo
di san Tommaso, e vi logora le sue forze, senza riuscire ad altro che a mettere
in maggior lume la contraddizione. Perci il suo metodo rimane scolastico,
cumulo di argomenti astratti, e la sua filosofia partendo da Telesio riesce a
san Tommaso. Attendendo da Galileo la costruzione del mondo, provvisoriamente
crede all'astrologia e alla magia, e oggi gli spiritisti e i magnetisti lo
chiamano loro precursore.
Nelle applicazioni hai lo stesso uomo. Il mondo  atto della volont di
Dio: atto conforme al disegno o all'idea del mondo preordinato nella sua mente,
perci conforme alla ragione. Dio dunque governa il mondo, e per esso il papa
che lo rappresenta in terra, e il cui braccio  l'imperatore. Qui siamo con san
Tommaso nel pi puro medio evo, ancora pi indietro di Dante e di Machiavelli,
perch l'elemento laico  sottoposto all'ecclesiastico. E si concepisce come il
nostro filosofo se la prenda fra tutti col Machiavelli, uomo senz'alcuna
specie di scienza e di filosofia, semplice storico o empirico, che voleva fare
della religione uno strumento dello Stato. Ma Campanella non si accorge ch'egli
 pi Machiavelli del Machiavelli, perch nessuno ha spinto cos avanti
l'annichilamento dell'individuo e l'onnipotenza dello Stato nella sua doppia
forma, ecclesiastica e laica. In quel tempo che la monarchia assoluta si
sviluppava nella Spagna e nella Francia col favore e l'appoggio del papato,
egli era la voce dell'assolutismo europeo, e ci mettea una sola condizione: che
quell'assolutismo fosse il potere esecutivo del papa, il braccio del papato.
Hai il vecchio quadro del medio evo, con tinte ancora pi decise. Egli dice a
Filippo: - I re sieno tuoi sudditi, e la terra sia tua, a patto che tu sii
veramente il cattolico, primo suddito della Chiesa. - Questa  la carta di
alleanza fra il trono e l'altare. L'Italia ha perduto l'imperio del mondo, n
ci si pu pi pensare, perch il passato non torna pi; ma l'Italia si
consoler, perch ha nel suo seno il papato, e per esso dominer ancora il
mondo. Che cosa  l'individuo in questo sistema? Nulla. Egli ha doveri, non ha
dritti. Non ha il dritto di scegliersi la sua donna, di crearsi la sua
propriet, di educare ed istruire la sua prole, di mangiare, di dormire, di
vivere a suo gusto, di esaminare, discutere, accettare o rigettare: non pu
dire: - Questo  mio -; e non pu dire: - No. - Il dritto  nella societ, e
per essa nel papa e nell'imperatore. Hai per risultato il comunismo,
l'assolutismo della societ e l'ubbidienza passiva dell'individuo. Il comunismo
 in fondo a tutte queste teorie di monarchia universale e assoluta, di dritto
divino, e Campanella va sino in fondo. Il che sempre avviene quando l'unit 
posta fuori dell'umanit in una volont a lei estrinseca, e quando l'unit
rimane astratta, e tiene non in s, ma dirimpetto a s il vario e il
molteplice. In questa unit va a naufragare ogni particolare, l'individuo, la
famiglia, la nazione. Or questa  la filosofia sua, questa  la sua citt del
sole, la sua rediviva et dell'oro. Il quadro  vecchio, ma lo spirito 
nuovo. Perch Campanella  un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che
il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perch la ragione governa
il mondo. Dio  il Senno eterno; il sovrano dee essere anche lui il
sapientissimo di tutti. Non  re chi regge, ma chi pi sa. Il vero sovrano  la
scienza. E l'obbiettivo della scienza  il progresso e il miglioramento
dell'uomo. Si maraviglia come si studi a migliorare la razza cavallina o
bovina, e si lasci al caso e al capriccio individuale la razza umana. Egli ha
fede nel miglioramento non solo morale, ma fisico dell'uomo, per mezzo della
scienza, applicata da un governo intelligente e paterno. E suggerisce
provvedimenti sociali, politici, etici, economici, che sono un primo schizzo di
scienza sociale nelle sue varie diramazioni ancora confuse, guidato da una
rettitudine e buon senso naturale, con uno sguardo delle cose non nella loro
degenerazione, come fecero Aristotile e Machiavelli, ma nella loro origine e
purezza natia, come fecero Platone e gli stoici. E balzan fuori idee, utopie,
ipotesi, speranze, aforismi, che sono in parte veri presentimenti e divinazioni
del mondo nuovo.
Con tante novit in capo, la societ in mezzo a cui si trovava non gli
dovea parere una bella cosa. Accetta le istituzioni, ma a patto che le si
trasformino e diventino istrumento di rigenerazione. Vuole un papato ed un
monarcato progressista; ed  chiaro che a Filippo di Spagna poco garbasse trar
di prigione un cos pericoloso alleato, un nuovo marchese di Posa.
Accanto alla sua ricostruzione ci  dunque un elemento negativo, una
critica della societ, com'era costituita. Il suo punto di mira sono sofisti,
ipocriti e tiranni, come contraffattori e falsificatori delle tre primalit,
sapienza, amore e potenza, di tre dive eminenze falsatori:

Io nacqui a debellar tre mali estremi,
tirannide, sofismi, ipocrisia...

che nel cieco amor proprio, figlio degno
d'ignoranza, radice e fomento hanno:
dunque a diveller l'ignoranza io vegno.

Dal qual concetto nasce un magnifico sonetto sulla storia del mondo, foggiata
dall'amor proprio:

Credulo il proprio amor fe' l'uom pensare
non aver gli elementi n le stelle
(bench fusser di noi pi forti e belle)
senso ed amor, ma sol per noi girare:

poi tutte genti barbare ed ignare,
fuor che la nostra, e Dio non mirar quelle:
poi il restringemmo a que' di nostre celle;
s solo alfine ognun venne ad amare,

e per non travagliarsi il saper schiva;
poi visto il mondo a' suoi voti diverso,
nega la provvidenza, o che Dio viva.

Qui stima senno le astuzie: e perverso,
per dominar fa nuovi di, poi arriva
a predicarsi autor dell'universo.

Se tutt'i mali sono frutto dell'ignoranza, si comprende il suo entusiasmo per
la scienza e per la sua missione. Il savio  invitto, perch vince, anche se tu
l'uccidi:

S'e' vive, perdi, e s'ei muore, esce un lampo
di deit dal corpo per te scisso,
che le tenebre tue non han pi scampo.

I guai pi spandono suo nome e gloria, e ucciso  adorato per santo; n 
sventura eh'ei sia nato di vil progenie e patria, perch illustra egli le sue
sorti. Pi  calpesto, e pi s'innalza:

E il fuoco pi soffiato, pi s'accende:
poi vola in alto e di stelle s'infiora.

La sua vita  antica quanto il mondo:

Ben seimila anni in tutto 'I mondo io vissi:
fede ne fan le istorie delle genti,
ch'io manifesto agli uomini presenti
co' libri filosofici ch'io scrissi.

Il mondo  un teatro, dove le anime mascherate de' corpi

di scena in scena van, di coro in coro,
si veston di letizia e di martoro,
dal comico fatal libro ordinate.

In questa commedia universale l'uomo spesso segue pi il caso che la ragione:

ch gli empi spesso fur canonizzati,
gli santi uccisi, ed i peggior tra noi
principi finti contro i veri armati.

Principi veri sono i savi:

Neron fu re per sorte in apparenza,
Socrate per natura in veritate...

Non nasce l'uom con la corona in testa,
come il re delle bestie...

E se non fossero i savi, che sarebbe il mondo?

Se a' lupi i savi, che 'I mondo riprende,
fosser d'accordo, e' tutto bestia fra.

La vera nobilt nasce non dal sangue e non dalla ricchezza:

In noi dal senno e dal valor riceve
esser la nobiltade, e frutta e cresce
col bene oprare...

Il savio  re,  nobile; il savio  libero. La plebe  serva per la sua
ignoranza:

Il popolo  una bestia varia e grossa
che ignora le sue forze...

Tutto  suo, quanto sta fra cielo e terra:
ma nol conosce; e se qualche persona
di ci l'avvisa, e' l'uccide ed atterra.

Quest'apoteosi della scienza  congiunta con un vivo sentimento del divino,
anzi la scienza non  che il divino, il senno eterno, che comunica alla natura
i suoi attributi o primalit, la potenza, la sapienza e la bont, della quale
segno esteriore  la bellezza. Tale era la natura nell'et dell'oro, e tale
ritorner:

Se fu nel mondo l'aurea et felice,
ben essere potr pi ch'una volta;
ch si ravviva ogni cosa sepolta,
tornando il giro ov'ebbe la radice...

Se in fatti di mio e tuo sia il mondo privo
nell'util, nel giocondo e nell'onesto,
cangiarsi in paradiso il veggo e scrivo;

e 'I cieco amore in occhiuto e modesto,
l'astuzia ed ignoranza in saper vivo,
e 'n fratellanza l'imperio funesto.

Base dell'et dell'oro  la fratellanza e uguaglianza umana, l'amor comune
sostituito all'amor proprio:

... chi all'amor del comun Padre ascende,
tutti gli uomini stima per fratelli,
e con Dio di lor beni gioia prende.
Buon Francesco, che i pesci anche e gli uccelli
frati appelli; oh beato chi ci intende!

E' ci che direbbesi oggi democrazia cristiana, un ritorno alla Chiesa
primitiva di Lino e di Callisto, a' puri tempi evangelici, vagheggiati da Dante
e da Campanella, quando si mangiava in carit, e non ci era ricco n povero,
non mio e tuo. Avvezzo a guardare le cose nella loro origine e non nella loro
degenerazione, il sogno di Campanella  che il mondo nel suo giro torni l
ov'ebbe radice. Il progresso  la ristaurazione del buon tempo antico. Bruno
spregia l'et dell'oro, stato d'innocenza, alla quale contrappone la virt.
Innocenza  ignoranza, virt  sapienza. Ed  sapienza non infusa e comunicata
dal di fuori, ma prodotto della libera attivit individuale. In questo sistema
la libert  sostanziale; l'ideale  il progresso per mezzo della libert. In
questi due grandi italiani spuntano gi le due vie dello spirito moderno, vedi
il razionalista e il neocattolico. L'uno volge le spalle al passato, l'altro
cerca di trasformarlo e farsene leva per il progresso
Attendendo l'et dell'oro, Campanella vede il mondo nella sua
degenerazione, grazie a' tiranni, a' sofisti e agl'ipocriti. Tra' sofisti pone
i poeti, seminatori di menzogne:

In superbia il valor, la santitate
pass in ipocrisia, le gentilezze
in cerimonie, e 'I senno in sottigliezze,
l'amor in zelo, e 'n liscio la beltate,

merc vostra, poeti, che cantate
finti eroi, infami ardor, bugie e sciocchezze,
non le virt, gli arcani e le grandezze
di Dio, come facea la prisca etate.

Altrove li rampogna che, in luogo di cantare Colombo e gli alti fatti moderni,
stieno impaludati nelle favole antiche. N gli  caro che sciupino l'ingegno in
argomenti futili. Bellezza  segno del bene: bella ogni cosa  dove serve e
quando, e brutta dov' inutile, o mal serve, e pi s'annoia:

Il bianco, che del nero  ognor pi bello,
pi brutto  nel capello...
pur bello appar, se prudenza rassembra.
Belle in Socrate son le strane membra,
note d'ingegno nuovo; ma in Aglauro
sarian laide: e negli occhi il color giallo,
di morbo indicio, e brutto,  bel nell'auro,
ch'ivi dinota finezza, e non fallo.

Ci s'intravvede la nuova critica, che richiama gli spiriti dalle forme alle
sostanze, dalle parole alle cose, dal di fuori al di dentro. Di che esempio 
lui stesso, che scrive cose nuove e alte nel pi assoluto disprezzo della
forma. La sua poesia nervosa, rilevata, succosa, e insieme rozza e aspra, 
l'antitesi di quella letteratura vuota, sofistica, e leziosa, venuta su col
Marino.
Campanella scrisse infiniti volumi, e (de omnibus rebus). Nessuna parte
dello scibile gli  ignota, scienze occulte e naturali, teologia, metafisica,
astronomia, fisica, fisiologia. E' un primo schizzo di enciclopedia, un primo
albero della scienza. Dovunque fissa lo sguardo, vede o intravede cose nuove.
Notabile  soprattutto l'interesse che prende per l'educazione e il benessere
del popolo. La scienza fino allora  stata aristocratica, religiosa e politica,
rimasta nelle alte cime, pi intenta al meccanismo sociale che al miglioramento
dell'uomo. In lui si vede accentuata questa tendenza, che i mutamenti politici
sono vani, se non hanno per base l'istruzione e la felicit delle classi pi
numerose. A questo scopo si riferiscono i suoi pi bei concetti: la riforma
delle imposte, s che non gravassero principalmente sugli artigiani e i
villani, toccando appena i cittadini o borghesi, e niente i nobili; l'imposta
sul lusso e su' piaceri; i ricoveri per gli invalidi; gli asili per le
figliuole de' soldati; i prestiti gratuiti a' poveri sopra pegni, le banche
popolari, gli impieghi accessibili a tutti, un codice uniforme, l'uniformit
delle monete, l'incoraggiamento delle industrie nazionali, pi proficue che le
miniere. Lasciare le discussioni astratte, le sottigliezze teologiche,
malattia del tempo, e volgersi alla storia, alla geografia, allo studio del
reale per migliorare le condizioni sociali, questa  l'ultima parola di
Campanella. La prima opera del filosofo, egli dice,  comporre la storia de'
fatti. Ci  gi la nuova societ che si andava formando sulle rovine del regime
feudale. Ci  tutto un rinnovamento sociale, accompagnato, quanto a' suoi
procedimenti, da questo motto profondo: che i moti umani durevoli son fatti
prima dalla lingua e poi dalla spada; o, in altri termini, che la forza non
pu fondare niente di durevole, quando non sia preceduta e accompagnata dal
pensiero.
Ugual soffio spirava da Venezia. Centro gi di lettere e di coltura con
Pietro Bembo, ora diveniva il centro italiano del libero pensiero. Celebre era
la scuola materialista di Padova. La stessa indipendenza si sviluppava in
materia politica. Di l all'Italia serva giungevano i liberi accenti di Paolo
Paruta. Dal Machiavelli in poi pullulavano scritti politici sotto i nomi di
(Tesoro politico), (Principe) (regnante), (Segretario, Chiave del gabinetto,
Ambasciatore, Ragion di Stato), guazzabuglio di luoghi comuni e di erudizione
indigesta. I fatti pi tristi vi sono giustificati, la notte di san Bartolomeo
e le stragi del duca d'Alba. Il che non toglie che tutti non se la prendano col
Machiavelli, accusandolo e insieme rubandogli i concetti. Fra gli altri  degno
di nota il Botero nella sua (Ragion di Stato), dove combatte il Machiavelli, e
segue i suoi precetti, applicandoli contro i novatori e gli eretici. Quel libro
 il codice de' conservatori. A lui sembra che tutto sta benissimo come sta, e
che non rimane che a prender guardia contro le novit: (bonum est sic esse).
Nacque nel 1540, lo stesso anno che nasceva Paolo Paruta, il pi vicino di
spirito e di senno a Nicol Machiavelli. Mentre l'Italia sonnacchiava tra
l'assolutismo papale e spagnuolo, e si fondavano in Europa le monarchie
assolute, lo storico veneto scriveva che tolta la libert, ogni altro bene 
per nulla, anzi la stessa virt si rimane oziosa e di poco pregio; che il vero
monarca  la legge; e che chi commette il governo della citt alla legge, lo
raccomanda ad un Dio; chi lo d in mano all'uomo, lo lascia in potere di una
fiera bestia. Nascere e vivere in citt libera,  per lui l'ideale della
felicit. Ne' suoi (Discorsi politici) trovi il successore di Machiavelli e il
precursore di Montesquieu, il senso pratico veneziano e l'acume fiorentino. Il
sentimento politico era in lui contrastato dal sentimento religioso. Il
dispotismo papale e spagnuolo, base della restaurazione cattolica, parevagli
minaccioso alla libert veneziana, e non guardava senza speranza nel moto
germanico, dove gli pareva di trovare il contrappeso. La contraddizione era pi
profonda nella sua intelligenza, dove ragione e fede contendevano senza
possibilit di conciliazione. Nel suo (Soliloquio) s'intravedono quegli strazi
interiori, che amareggiarono ancora i primi anni del Tasso. La qual
contraddizione non risoluta lo tiene in una certa mezzanit di spirito, e gli
toglie quella fisonomia di originalit e di sicurezza, propria degli uomini
nuovi. Non altre erano le condizioni morali dello spirito veneto in quel tempo
di transizione. Erano buoni cattolici, ma gelosi della loro libert, avversi
alla Curia e soprattutto a' gesuiti, gi temuti per la loro abile ingerenza
nelle faccende politiche, n erano disposti a tener vangelo tutte le massime
della Chiesa, specialmente in fatto di disciplina. Con queste disposizioni gli
animi doveano essere accessibili alle dottrine della Riforma, n senza speranza
i luterani aveano scelto Venezia come loro base di operazione per la diffusione
dello scisma in Italia. Sorsero molti opuscoli e trattati in favore e contro;
n le dispute religiose poterono esser frenate dall'Inquisizione, che in citt
cos difficile procedea mite e rispettiva. Alle contensioni religiose si
mescolavano contenzioni di giurisdizione tra il governo e il papa, per le quali
non dubit Paolo V di fulminare l'interdetto su tutta la citt, che sort un
effetto contrario al suo intento, rese ancora pi viva e pi tenace la lotta.
Il personaggio, intorno a cui si raccoglie tutto questo movimento,  Paolo
Sarpi, l'amico di Galileo e di Giambattista Porta, e della stessa scuola.
Teologo, filosofo e canonista sommo, non era meno versato nelle discipline
naturali, fisica, astronomia, architettura, geometria, algebra, meccanica,
anatomia; a lui si attribuisce la scoperta della circolazione del sangue.
Mescolato nella vita attiva, non specula, come Bruno e Campanella, e non
inventa, come il Galileo, ma scende nella lotta tutto armato, e mette le sue
cognizioni in servigio del suo patriottismo. Sceglie le sue armi con la sagacia
dell'uomo politico, anzi che con la passione del filosofo e del riformatore;
perch il suo scopo non  puramente filosofico o scientifico, ma  pratico,
indirizzato a raggiungere certi effetti. Mira a interessare nella lotta i
principi, come facevano i protestanti, sostenendo la loro indipendenza verso il
potere ecclesiastico. Continuando Dante e Machiavelli, nega al papa ogni
potest su' principi, e vuole al contrario ricondurre i chierici sotto il
dritto comune, non altrimenti che semplici cittadini. Emancipare lo Stato,
secolarizzarlo, assicurargli la sua libert dirimpetto alla corte di Roma,
questo era un terreno comune, dove spesso s'incontravano principi e
riformatori. Paolo Sarpi ebbe il buon senso di mantenervisi, con una chiarezza
e fermezza di scopo assai rara in scrittore italiano. D'ingegno sveltissimo e
di amplissima coltura, non lascia tralucere delle sue idee se non quello solo
che pu avere un effetto pratico a quel tempo e in quella societ, usando una
moderazione di concetti e di forme pi terribile che non l'aperta violenza.
Taglia nel vivo con un'aria d'ingenuit e di semplicit, come chi ti faccia una
carezza. Cinque volte si tent di ammazzarlo; e all'ultima, colpito dal ferro
assassino, esclam: - Conosco lo stile della romana curia. -
La sua (Storia del Concilio di Trento)  il lavoro pi serio che siasi
allora fatto in Italia. Quel concilio era la base della restaurazione
cattolica, o piuttosto reazione, e delle pretese della corte romana. Vi fu
consacrato il potere assoluto del papa e la sua supremazia sul potere laicale.
Ivi aveano radice i diritti giurisdizionali, che curia e gesuiti cercavano di
far valere negli Stati, concitando contro di s non solo i protestanti, ma i
principi cattolici. Era il medio evo rammodernato nella superficie, di
apparenze pi corrette e meno rozze. Scrivere la storia di quel concilio, e
dimostrare la sua mondanit, cio a dire i fini, le passioni e gl'interessi
mondani, che resero possibili quei decreti, e prevalenti le opinioni estreme e
violente, era un attaccare il male nella sua base. A questa impresa si accinse
il Sarpi. E se la passione politica fosse in lui soprabbondata, tirandolo a
violenza d'idee e di espressioni, e a volontarie alterazioni e mutilazioni di
fatti, il suo scopo sarebbe mancato. La sua forza  nella sua moderazione e
nella sua sincerit. N questo egli fa solo per sagacia di uomo politico, ma
per naturale probit e per seriet di storico e letterato. La storia nelle sue
mani non  solo un istrumento politico:  un sacro ufficio, che egli non sa
prostituire alle passioni contemporanee, e al quale si prepara con ogni maniera
di studi e d'investigazioni. E qui  l'interesse di questo libro. Ha voluto
scrivere una storia imparziale con sincerit e gravit di storico, e riesce
parzialissimo, perch l'uomo con le sue passioni, con le sue simpatie e
antipatie, co' suoi fini politici, con le sue opinioni traspare da ogni parte e
si fa valere. La parzialit non  volontaria, e non  nella materialit de'
fatti, ma  nello spirito nuovo che vi penetra, non solo nella sua generalit
dottrinale, ma nelle sue pi concrete determinazioni politiche ed etiche. Non
ci  autorit che tenga; Sarpi studia tutto, sente tutti; ma decide lui.
L'autorit legittima  nella sua ragione. Il suo ideale  la Chiesa primitiva e
evangelica, sgombra di ogni temporalit, e non di altro sollecita che
d'interessi spirituali. Condanna soprattutto la gerarchia, nata di ambizione
papale e d'ignoranza de' principi. N per questo fra Paolo si crede men
cattolico del papa, anzi  lui che vuole una vera restaurazione cattolica,
riconducendo la religione nella prisca sincerit e bont, e rendendo possibile
quella conciliazione fra tutte le confessioni, che dovea essere procurata, e fu
impedita dal Concilio. Perci chiama il Concilio l'(Iliade) del secolo per i
mali effetti che ne uscirono, e la sua opera giudica non una riforma, ma una
difformazione. Qual era la riforma da lui desiderata, traspare da' concetti
che attribuisce a quel buon papa di Adriano sesto, uomo germano, e pertanto
sincero, che non trattava con arti e per fini occulti, il quale confessava il
male esser nato dagli abusi e dalle usurpazioni della monarchia romana, e
prometteva piena riforma, quando anche avesse dovuto ridursi senza alcun
dominio temporale, e anco alla vita apostolica.
Grande  in questo libro l'armonia tra il contenuto e la forma. Il
concetto fondamentale del contenuto  questo, che come la verit  nella
sostanza delle cose, non nei loro accidenti e apparenze, cos la religione ha
la sua essenza nella bont delle opere, e non nella osservanza delle forme o
nelle concessioni e grazie pontificie, e parimente non  la diligente
narrazione de' peccati, ma il proposito di mutar vita, che assicura efficacia
alla confessione. Questo  lo stesso concetto dello spirito nuovo, che, gi
adulto, dalla moltiplicit delle forme e degli accidenti saliva all'unit e
alla sostanza delle cose. E' lo spirito che animava Machiavelli, Bruno,
Campanella e Galileo e Sarpi, e che in questa Storia penetra anche nella forma
letteraria. Perch qui la forma non  niente per s, e non  altro che la cosa
stessa, liberata da ogni elemento fantastico e rettorico,  il positivo e il
reale, proprio l'opposto della letteratura in voga. Il Pallavicino, che per
commissione della Curia scrisse una storia del Concilio in confutazione di
questa, dice: Il fuoco delle ribellioni non si smorza se non o col gielo del
terrore o con la pioggia del sangue. Dice cosa gravissima con lo spirito
distratto dalla forma, cercando metafore. Qui la forma non  espressione, ma
ostacolo; n da questi lisci pu venire la grave impressione che pur dee fare
sullo spirito un pensiero cos feroce, base dell'Inquisizione. Sarpi fa dire il
medesimo a papa Adriano; nella forma vi penetra una energia e una precisione di
colorito, che ti rende la cosa nella sua crudelt e insieme nella sua
ragionevolezza. Ci  la cosa come sentimento e come idea.

Se non potranno con le dolcezze - dice Adriano a' principi tedeschi -
ridur Martino e i suoi seguaci nella dritta via, vengano a' rimedi aspri e di
fuoco, per risecare dal corpo i membri morti.

Si vede nel Pallavicino la vanit della forma nella indifferenza del contenuto;
si vede nel Sarpi l'importanza del contenuto nella indifferenza della forma,
una forma che  il contenuto stesso nel suo significato e nella sua
impressione. Trovi in lui una elevatezza d'ingegno, che gli fa spregiare i
lenocini e gli artifizi letterari, una viva preoccupazione delle cose, una
chiarezza intellettiva accompagnata con un vigore straordinario d'analisi, e
quel senso della misura e del reale che lo tien sempre nel vivo e nel vero.
Aggiungi l'assoluta padronanza della materia, la conoscenza de' pi intimi
secreti del cuore umano, la chiara intuizione del suo secolo e della societ in
mezzo a cui viveva ne' suoi umori, nelle sue tendenze e ne' suoi interessi, e
si pu comprendere come sia venuta fuori una prosa cos seria e cos positiva.
L'attenzione volta al di dentro, e non curante della superficie, ti forma
un'ossatura solida, una viva logica, maravigliosa per precisione e rilievo, ma
scabra e ruvida.
Manca a questa prosa quell'ultima finitezza, che viene dalla grazia, dalla
eleganza, dalle qualit musicali. E' il difetto della sua qualit pi spiccato
in lui, non toscano e con l'orecchio educato pi alla gravit latina che alla
sveltezza del dialetto natio.
Machiavelli, Bruno, Campanella, Galileo, Sarpi non erano esseri solitari.
Erano il risultato de' tempi nuovi, gli astri maggiori, intorno a cui si
movevano schiere di uomini liberi, animati dallo stesso spirito. Cosa volevano?
Cercare l'essere dietro il parere, come dicea Machiavelli; cercare lo spirito
attraverso alle forme, come dicea la Riforma; cercare il reale e il positivo, e
non ne' libri, ma nello studio diretto delle cose, come dicea Galileo; o, come
diceano Bruno e Campanella, cercare l'uno attraverso il molteplice, cercare il
divino nella natura. Sono formole diverse di uno stesso concetto. Riformati e
filosofi nelle loro tendenze s'incontravano su di un terreno comune.
Camminavano con disugual passo; molti erano innanzi troppo; altri restavano a
mezza via; ma per tutti la via era quella. Volevano squarciar le forme
addensate dalla superstizione e dalla fantasia e fatte venerabili, e guardare
le cose svelate nella loro sostanza o realt, guardarle col proprio sguardo,
col lume naturale. La lotta contro Aristotile e gli scolastici, contro le forme
e le dottrine ecclesiastiche, contro le intrusioni umane nella Chiesa, contro
i simboli, le fantasie, i dogmi, il soprannaturale, era il lato negativo di
questo movimento. Lato positivo era il reale, come metodo e come contenuto:
l'uomo e la natura studiati direttamente dall'intelletto, prendendo per base
l'esperienza e l'osservazione. Paolo Sarpi trasportava la lotta dalle
generalit filosofiche in mezzo agl'interessi, dove potea aver favorevoli i
principi e i popoli: perci fu pi temuto, ed ebbe pi influenza.

Se la ristaurazione cattolica fosse stata vera e ragionevole
restaurazione, cio a dire conciliazione, come volea il Sarpi, e come
fantasticava il Campanella, si sarebbe assimilato il nuovo in ci che era
pratico e compatibile. Ma la storia non si fa co' se, n col senno di poi. Il
movimento era ancora nella sua forma istintiva, nel suo stato violento e
contraddittorio. D'altra parte la Chiesa pi che da sentimenti e convinzioni
religiose era mossa da interessi mondani e da passioni politiche. Perci la
restaurazione si chiar un'aperta reazione. Nessuno di queste condizioni
morbose ha avuto una intelligenza pi chiara che Paolo Sarpi. Ecco alcuni brani
delle sue pitture:

Le pene canoniche erano andate in disuso, perch, mancato il fervore
antico, non si potevano pi sopportare... Il presente secolo non era simile a'
passati, ne' quali tutte le deliberazioni della Chiesa erano ricevute senza
pensarci pi oltre, l dove nel presente ognuno vuol farsi giudice ed esaminar
le ragioni... Il rimedio  appropriato al male, ma supera le forze del corpo
infermo, ed in luogo di guarirlo sarebbe per condurlo a morte e pensando di
riacquistar la Germania, farebbe perdere l'Italia, ed alienare quella
maggiormente.

Cos parlava il cardinale Pucci, per dissuadere Adriano sesto, che voleva a
forza di pene canoniche sradicare le idee nuove, e ricondurre

l'aureo secolo della Chiesa primitiva, nel quale i prelati avevano assoluto
governo sopra i fedeli, non per altro se non perch erano tenuti in continuo
esercizio colle penitenze; dove ne' tempi che corrono, fatti oziosi, vogliono
scuotersi dall'ubbidienza.

Del qual parere era anche il cardinale fra Tommaso da Gaeta, a cui il Sarpi fa
dire:

Il popolo germanico, che sepolto nell'ozio presta orecchio a Martino che
predica la libert cristiana, se fosse con penitenze tenuto in freno, non
penserebbe a questa novit.

Oltre a questo rimedio delle penitenze, il buono Adriano voleva una seria
riforma, quando anche dovesse lasciare il potere temporale. Ma contro gli
ragiona il cardinale Soderino in questo modo:

Non esservi speranza di confondere ed estirpare i luterani colla
correzione de' costumi della Corte; anzi questo essere un mezzo di aumentare a
loro molto pi il credito. Imperocch la plebe, che sempre giudica dagli
eventi, quando per l'emenda seguita rester certificata che con ragione il
governo pontificio era ripreso in qualche parte, si persuader facilmente che
anco le altre novit proposte abbiano buoni fondamenti... In tutte le cose
umane avviene che il ricevere soddisfazione in alcune richieste d pretensione
di procacciarne altre e di stimare che sieno dovute. Nissuna cosa far perire un
governo maggiormente che il mutare i modi di reggerlo; l'aprire vie nuove e non
usate essere un esporsi a gravi pericoli, e sicurissima cosa essere camminare
per li vestigi de' santi pontefici. Nissuno avere mai estinto l'eresie con le
riforme, ma con le crociate e con eccitare i prencipi e popoli all'estirpazione
di quelle.

Quel bravo cardinale ammette che ci  del cattivo; ma non bisogna toccarvi, per
non dar ragione agli avversari. E all'ultimo riserba il pi prezioso, la
ragione pi efficace:

Nissuna riforma potersi fare, la quale non diminuisca notabilmente
l'entrate ecclesiastiche; le quali avendo quattro fonti, uno temporale, le
rendite dello Stato ecclesiastico, gli altri spirituali, le indulgenze, le
dispense e la collazione de' beneficii, non si pu otturare alcuno di questi
che le entrate non restino troncate in un quarto.
Adriano conchiuse che farebbe le riforme passo a passo: il qual sistema
moderato non piacque a' tedeschi, i quali rispondevano motteggiando che da un
passo all'altro sarebbe corso un secolo. Si pu immaginare quale impressione
dovessero fare su' contemporanei queste rivelazioni di Paolo Sarpi, che metteva
in tanta evidenza i motivi mondani e politici della ristaurazione cattolica.
La quale, essendo aperta reazione, fondavasi sopra idee e tendenze affatto
opposte alle altre. Questi proclamavano l'indipendenza e la forza della
ragione, quelli la sua incompetenza e la sua debolezza. Questi celebravano la
coltura e la scienza, quelli stavano con la pura fede, co' poveri di spirito e
con i semplici di cuore. Gli uni si fondavano sull'esperienza e
sull'osservazione; gli altri sulla rivelazione e sull'autorit di Aristotile,
degli scolastici, de' santi Padri e de' dottori. Gli uni facevano centro de'
loro studi la natura e l'uomo; gli altri sottilizzavano sugli attributi di Dio,
sulla predestinazione e sulla grazia. Gli uni volevano togliere alla Chiesa
ogni temporalit, e semplicizzare le forme ed il culto; gli altri volevano
mantenere inviolate tutte le forme, anche le assurde e le grottesche, e non che
rinunziare al temporale, ma volevano dilatare la loro ingerenza e il loro
dominio, prendendo a base il potere assoluto del papa e la sua supremazia anche
nelle cose temporali. Fin d'allora valse il motto: (Aut sint ut sunt, aut non
sint); o vivere cos, o morire.
Questa reazione cos cieca sarebbe durata poco, se non fosse stata
sorretta dalla tenace abilit de' gesuiti, la milizia del papa. I quali, doma
l'aperta ribellione co' terrori dell'Inquisizione, vollero guadagnare alla
restaurazione anche le volont e le coscienze, mostrando in questo assunto una
conoscenza degli uomini e del secolo e un'arte di governo, che li resero degni
continuatori della politica medicea. Persuasi che governa il mondo chi pi sa,
coltivarono gli studi e si sforzarono di mantenere il primato del clero nella
coltura. Non potendo estirpare in tutto il nuovo, accettarono la superficie, e
vestirono la societ a nuovo per meglio conservare il vecchio. Presero dunque
aria di uomini colti e liberali, scossero da s la polvere scolastica, e per
meglio vincere il laicato presero ne' modi e ne' tratti apparenze pi laicali
che fratesche, confidandosi di abbatterlo con le sue armi. Divenuti amici e
protettori de' letterati e fautori della coltura, apersero scuole e convitti, e
presero nelle loro mani l'istruzione e l'educazione pubblica. Non mancarono i
teatrini, le commedie, le accademie, altre imitazioni degli usi laicali. La
superficie era la stessa, lo spirito era diverso. Perch, dove gli uomini nuovi
miravano a tirare l'attenzione dal di fuori al di dentro, dagli accidenti e
dagli accessorii al sostanziale, dalle forme allo spirito, essi miravano a
coltivare la memoria, ad allettare i sensi e l'immaginazione pi che
l'intelletto, a trattenere l'attenzione sulla superficie, s che l'intelligenza
fra tante cognizioni empiriche rimaneva passiva e vuota: onde usciva una
coltura mezzana e superficiale, pi simile ad erudizione che a scienza. Al che
si accomodava facilmente la tempra fiacca de' pi, contenti di quello spolvero,
che dava loro un'aria di nuovo, l'aria del secolo e cos a buon mercato. I
gesuiti vennero in moda, sfogandosi i mali umori del secolo sopra gli altri
ordini religiosi, come restii ad ogni novit. Il loro successo fu grande,
perch in luogo di alzare gli uomini alla scienza, abbassarono la scienza agli
uomini, lasciando le plebi nell'ignoranza e le altre classi in quella mezza
istruzione, che  peggiore dell'ignoranza. Parimente, non potendo alzare gli
uomini alla purit del Vangelo, abbassarono il Vangelo alla fiacchezza degli
uomini, e costruirono una morale a uso del secolo, piena di scappatoie, di
casi, di distinzioni, un compromesso tra la coscienza e il vizio, o, come si
disse, una doppia coscienza. E nacque la dottrina del probabilismo, secondo
la quale un (doctor gravis) rende probabile un'opinione, e l'opinione
probabile basta alla giustificazione di qualsiasi azione, n pu un confessore
ricusarsi di assolvere chi abbia operato secondo un'opinione probabile. Un
giudice, dice un dottore, pu decidere la causa a favore dell'amico, seguendo
un'opinione probabile, ancorch contraria alla sua coscienza. Un medico, dice
un altro dottore, pu con lo stesso criterio dare una medicina, ancorch egli
opini che far danno. Richiedono sola cautela che non ci sia scandalo, e non
gi perch la cosa sia in s cattiva, ma per il pregiudizio che ne pu venire.
Questa morale rilassata era favorita da un'altra teoria, (directio
intentionis), formulata a questo modo, che un'azione cattiva sia lecita quando
il fine sia lecito. E' la massima che il fine giustifica i mezzi, applicata non
solo alle azioni politiche, ma alla vita privata. Non  peccato annegare in un
fiume un fanciullo eretico, per battezzarlo. Uccidi il corpo, ma salvi l'anima.
Non  peccato uccidere la donna, che ti ha venduto l'onore, quando puoi temere
che svelando il fatto noccia alla tua riputazione.
E all'ultimo viene la dottrina (reservatio et restrictio mentalis). Il
giuramento non ti lega, se tu usi parole a doppio senso, rimanendo a te
l'interpretazione, o se aggiungi a bassa voce qualche parola che ne muti il
senso. Non  bugia, dice un dottore, usare parole doppie che tu prendi in un
senso, ancorch gli altri le prendano in un senso opposto. E non  bugia dire
una cosa falsa, quando nel tuo pensiero intendi altro. Hai ammazzato il padre;
pure puoi dire francamente: - Non l'ho ammazzato -, quando dentro di te pensi a
un altro che realmente non hai ammazzato, o ci aggiungi qualche riserva
mentale, come: - Prima ch'egli nascesse, non l'ammazzai di certo. - Questa
scaltrezza, aggiunge il dottore,  di grande utilit, porgendoti modo di
nascondere senza bugia quello che hai a nascondere.
Vedi quante scappatoie! E ce n'era per tutt'i casi. In quell'arsenale
trovi come puoi senza peccato non andare talora a messa, o spendervi poco
tempo, o durante la messa conversare, o andando a messa guardare le donne con
desidri amorosi. Se vuoi rimanere in buon concetto presso il tuo confessore,
scegli un altro, quando abbi commesso qualche peccato grave. E se ti pesa il
dirlo, usa parole doppie, o fa una confessione generale per gittarlo cos alla
rinfusa nella moltitudine de' peccati vecchi.
Ciascuno immagina, con quella facile scienza, con quella pi facile
morale, che seguito e che favore dovettero avere i gesuiti, maestri,
confessori, predicatori, missionari, scrittori, uomini di mondo e di chiesa.
Seppero conoscere il secolo, e lo dominarono. E mantennero il dominio con
l'energia e la logica della loro volont. Salirono a tanta potenza che
ingelosirono i principi, e posero talora in sospetto anche i papi. Prendendo a
base l'ubbidienza passiva, di modo che l'uomo dirimpetto al suo superiore fosse
(perinde ac cadaver), stabilirono la monarchia assoluta. Ma volevano che il
papa dominasse i principi, e volevano loro dominare il papa.
I principi si difendevano, offendendo, e cercando fino un sostegno nelle
idee nuove. Cos Paolo Sarpi difendeva la libert di Venezia. La lotta era
disuguale, perch alle armi spirituali era scemata la riputazione, e i principi
avevano guadagnata tutta quella forza, ch'era mancata a' feudi ed a' comuni. I
gesuiti allora, non trasandando le armi puramente ecclesiastiche, operarono
principalmente come un corpo politico, e seppero maneggiare le armi mondane con
una tenacit uguale alla destrezza. Presero aria di democratici, e cercarono
forza ne' popoli contro i principi. Fin dal 1562 Lainez, il secondo generale
de' gesuiti, sosteneva nel Concilio di Trento che la Chiesa ha le sue leggi da
Dio, ma la societ ha il dritto di scegliersi essa il suo governo. Il cardinale
Bellarmino sostiene che il potere politico  da Dio; ma il dritto divino  non
ne' singoli uomini, ma nella intera societ, non ci essendo nessuna buona
ragione che uno o molti debbano comandare agli altri; che monarchia,
aristocrazia, repubblica sono forme che derivano dalla natura dell'uomo; e che
perci, quando ci  alcuna legittima ragione, pu il popolo mutare la sua forma
di governo, come fecero i romani. Ecco gi spuntare la sovranit del popolo,
e il dritto dell'insurrezione. Mariana vuole la monarchia, ma a patto che
ubbidisca al consiglio de' migliori cittadini raccolti in senato. Era
spagnuolo, e scriveva sotto Filippo terzo, che tenea Campanella nelle prigioni
di Napoli. Non ammette il dritto ereditario, nato dalla troppa possanza de' re
e dalla servilit de' popoli, e causa di tanti mali, non ci essendo niente pi
mostruoso che commettere le sorti di un popolo a fanciulli ancora in culla e
al capriccio di una donna. Re che offende i dritti de' popoli e disprezza la
religione  come una bestia feroce, e ciascuno gli pu metter le mani
addosso. I dritti di successione non possono esser mutati che col consenso del
popolo; perch dal popolo viene il dritto della signoria. Il re ha il suo
potere dal popolo; perci non  signore dello Stato o de' singoli individui,
ma un primo magistrato, pagato da' cittadini. Il re non pu da solo porre le
tasse, fare leggi, scegliersi il successore; perch le son cose che
interessano non solo il re, ma anche il popolo. Il re  sottoposto alle leggi,
e quando le viola, il popolo ha il dritto di deporlo e punirlo con la morte.
Queste erano le risposte che davano a' principi i gesuiti. Ma erano armi a
doppio taglio. Perch si potea loro rispondere che se il dritto di signoria 
non ne' singoli individui, ma nella universalit de' cittadini, quel dritto
nelle faccende ecclesiastiche  non nel papa, ma nella Chiesa o universalit
de' fedeli, e per essa nel concilio, che pu perci deporre e anche punire il
papa. Che cosa diveniva allora il loro papa, il vicario di Dio? Essi erano
repubblicani dirimpetto allo Stato, ed assolutisti dirimpetto alla Chiesa. E,
per dire la verit, si mostravano repubblicani per meglio dominare i principi,
ed erano assolutisti per avere tutto il potere nelle loro mani. N voglio dir
gi che i loro scrittori erano di mala fede, anzi moltissimi erano sinceri,
credenti e patrioti, primo fra tutti Mariana. Parlo de' capi, pi uomini
politici che uomini di fede.
Dicono che corruppero e infiacchirono i popoli. Il che  cos poco giusto,
come dire che Marino corruppe il gusto. Furono effetto e causa. Furono il
cattolicismo rammodernato, accomodato possibilmente a' nuovi tempi per meglio
conservarlo nella sua sostanza; furono l'intelletto che succede alla fede e
all'immaginazione, e si affida pi nell'arte del governo che nelle passioni e
nella violenza, l'intelletto spinto sino alla sua ultima depravazione,
sofistico e seicentistico; nacquero da quello stesso spirito che port sulla
scena del mondo Machiavelli. Perci furono un progresso, un naturale portato
della storia. La loro responsabilit  questa, che, trovando nel secolo
fiacchezza e ignoranza, non lavorarono a combatterla per migliorare l'uomo,
anzi la favorirono e se ne fecero piedistallo. Torto di tutte le reazioni.
Vollero una coltura con licenza de' superiori, e stretta in pochi. E quando la
coltura, rotte le dighe, si diffuse, fin il loro regno.
La diffusione della coltura era visibile in Italia. E non parlo solo delle
scienze esatte e naturali, dove i gesuiti si mostrarono valentissimi, seguendo
anche loro la via aperta da Galileo, ma pur delle scienze storiche e sociali.
L'abbondanza dell'oro per la scoperta dell'America e la crisi monetaria die'
occasione a' primi scritti di economia, il (Discorso sopra le monete e la vera
proporzione fra l'oro e l'argento) di Gaspare Scaruffi, che propugnava, come
Campanella, l'uniformit monetaria; e il trattato sulle (Cause che possono fare
abbondare i regni di oro e d'argento) di Antonio Serra di Cosenza, scritto alla
Vicaria, dove l'autore, come complice di Campanella, era tenuto prigione.
Moltiplicarono i trattati di giurisprudenza, massime nella seconda met del
secolo. Alberico Centile nel suo libro (De iure belli) fa gi presentire
Grozio, e gli  vicino per forza speculativa Alessandro Turamini, che scrisse
(De Pandectis). Tra gl'interpreti del dritto romano sono degni di nota
l'Alciato, l'Averani, il Farinaccio, il Fabro. Fondatori della storia del
dritto furono il gran Carlo Sigonio, come lo chiama Vico, e il Panciroli,
maestro del Tasso.
Pubblicarono lavori non dispregevoli di cronologia l'Allacci, il Riccioli,
il Vecchietti. Comparivano storie venete, napolitane, piemontesi, pisane, il
Nani, il Garzoni, il Summonte, il Capecelatro, il Tesauro, il Roncioni:
cronache pi che storie, volgari di sentimento e di stile. In Roma naturalmente
si sviluppava l'archeologia. Il Fabretti di Urbino scrivea degli (Acquidotti
romani) e della (Colonna traiana), e pubblicava in otto serie
quattrocentotrenta iscrizioni dottamente illustrate. Moltiplicavano le
compilazioni, le raccolte, come sussidio agli studiosi. Il Zilioli scrisse
l'(Indice di tutt'i libri di dritto pontificio e cesareo), e il Ziletti in
ventotto volumi il trattato (Iuris universi). Avevi gi annali, giornali,
biblioteche, cataloghi, e simili mezzi di diffusione. Vittorio Siri aveva
pubblicato il (Mercurio politico) e le (Memorie recondite), l'Avogadro il
(Mercurio veridico). Il Nazzari cominci a Roma nel 1668, il (Giornale de'
letterati), e il Cinelli pubblicava la (Biblioteca volante), una specie di
storia letteraria. Comparivano gli (Annali) del Baronio, le (Vite de' ppi e
cardinali) del Ciacconio, la (Storia generale de' concili) di monsignor
Battaglini, la (Storia delle eresie) del Bernini, la (Napoli sacra) di Cesare
Caracciolo e la (Sicilia sacra) del Pirro, liste e notizie di vescovi, la
(Miscellanea italica erudita) del padre Roberti, la (Bibliotheca selecta) e
(l'Apparatus sacer) del gesuita Possevino, il (Mappamondo storico) del padre
Foresti, continuato da Apostolo Zeno, un primo tentativo di storia universale.
Aggiungi relazioni come la (Descrizione della Moscovia) del Possevino, i viaggi
del Carreri napolitano, che nel 1698 comp a piedi il giro del mondo, la
(Relazione) dello Zani bolognese, che fu in Moscovia, le (Lettere) del Negri da
Ravenna, che giunse fino al capo Nord, la descrizione delle Indie del
fiorentino Sassetti, che primo die' notizia della lingua sanscrita. Si conoscea
meglio il mondo, e meglio i popoli stranieri. Pietro Maffei da Bergamo scrivea
in elegante latino delle Indie orientali, il Falletti ferrarese della (Lega di
Smalcalda), il Bentivoglio in lingua artificiata e falsamente elegante delle
(Guerre di Fiandra), il Davila con semplicit trascurata delle (Guerre civili
di Francia), il padre Strada prolissamente delle cose belgiche. A questa
coltura empirica e di mera erudizione partecipavano tutti, laici e chierici,
uomini nuovi e uomini vecchi, e i gesuiti vi si mostravano operosissimi: si
pensava poco, ma s'imparava molto e da molti. La coltura guadagnava di
estensione, ma perdeva di profondit. Chi avesse allora guardata l'Italia con
occhio plebeo, potea dirla una terra felice. Rivoluzione e guerra aveano
abbandonato le sue contrade: piena pace, tranquilli gli spiriti, in riposo il
cervello. Le piccole cose vi erano avvenimenti: l'Inghilterra aveva Cromwell,
ella avea Masaniello. L'Europa camminava senza di lei e fuori di lei, tra
guerre e rivoluzioni nelle quali si elaborava e si accelerava la nuova civilt.
Lei giaceva beata in quel dolce ozio idillico, che era il sospiro e la musa de'
suoi poeti. Dalle guerre di Alemagna usciva la libert di coscienza, dalle
rivoluzioni inglesi usciva la libert politica, dalle guerre civili di Francia
usciva la potente unit francese e il secolo d'oro, la monarchia di Carlo
quinto e di Filippo secondo si andava ad infrangere contro la piccola
nazionalit olandese. L'Italia assisteva a questi grandi avvenimenti senza
comprenderli. Davila e Bentivoglio ci pescavano intrighi e fattarelli curiosi,
la parte teatrale. E s che tra quegli avvenimenti ci erano pure grandi attori
italiani, Caterina de' Medici, Mazzarino, Eugenio di Savoia, Montecuccoli, il
cui trattato della guerra  una delle opere pi serie scritte a quel tempo. Si
combatteva non solo con la spada, ma con la penna: le quistioni pi astratte
interessavano ed infiammavano le moltitudini; dall'attrito scintillavano nuovi
problemi e nuove soluzioni; era una generale fermentazione d'idee e di cose.
Ci che fermentava nel cervello solitario di Bruno e di Campanella, fluttuante,
contraddittorio, l era pensiero, stimolato dalla passione, affinato dalla
lotta, pronto all'applicazione, in un gran teatro, fra tanta eco, con una
chiarezza e precisione di contorni, come fosse gi cosa. Questa chiarezza  gi
intera in Bacone e in Cartesio, dove il mondo moderno si scioglie da tutti gli
elementi scolastici e mistici, da tutti i preconcetti, e si afferma in forme
nette e recise. Perci Galileo, Bacone, Cartesio sono i veri padri del mondo
moderno, la coscienza della nuova scienza. Il metodo, che Galileo applicava
alle scienze naturali, diviene nelle mani di Bacone il metodo universale e
assoluto, la via della verit in tutte le sue applicazioni: l'induzione caccia
via il sillogismo, e l'esperienza mette in fuga il soprannaturale. Cartesio col
suo (de omnibus dubitandum) riassume il lato negativo del nuovo movimento,
togliendo ogni valore all'autorit e alla tradizione - e col suo (cogito, ergo
sum) pone la prima pietra alla costruzione dell'edificio, inizia
l'affermazione. Come la Riforma, cos Cartesio pone a fondamento della
coscienza il senso individuale; e come Galileo stabilisce il mondo naturale su'
fatti, cos egli stabilisce il mondo metafisico su di un fatto, io penso.
All'esperienza esterna si aggiunge l'esperienza interna, l'analisi psicologica.
L'ente, ch'era il primo filosofico, qui  un prodotto della coscienza, un
(ergo). L'evidenza innanzi a' sensi e innanzi alla coscienza, il senso
interno,  il criterio della verit. Cartesio, che era un matematico, introduce
nella filosofia la forma geometrica, credendo che in virt della forma entrasse
nel mondo metafisico quella evidenza ch'era nel mondo matematico. Era
un'illusione, il cui benefizio fu di cacciar via definitivamente le forme
scolastiche e aprire la strada a quella forma naturale di discorso, di cui
Machiavelli avea dato esempio, ed egli medesimo nel suo ammirabile (Metodo).
Queste idee non erano nuove in Italia, anzi erano volgari a tutti gli uomini
nuovi; ma, naufragate in vaste sintesi immature e senza eco, rimanevano
sterili. Qui le vedi a posto, staccate, rilevate, formulate con chiarezza ed
energia, e parvero una rivelazione. D'altra parte Cartesio ebbe cura di non
rompere con la fede, e di accentuare la natura spirituale dell'anima e la sua
distinzione dal corpo, base della dottrina cristiana, s che dicea parergli
meno sicura l'esistenza del corpo che quella dello spirito; oltre a ci, con le
sue idee innate lasciava aperto un varco alla teologia e al soprannaturale.
Cos egli ti dava la prima filosofia nuova che sembrasse conciliabile con la
religione, in un tempo che per l'infanzia della critica e della coscienza non
era facile pesare tutte le sue conseguenze. Perci, come la Riforma religiosa,
la sua riforma filosofica ebbe un gran successo; perch le riforme efficaci son
quelle che prendono una forma meno lontana dal passato e dallo stato reale
degli spiriti. Aggiungi la sua superficialit, l'estrema chiarezza, la forma
accessibile, quel presentar poche idee e nette innanzi alle moltitudini: si
rivelava gi lo spirito francese volgarizzatore e popolare. La conseguenza
naturale della riforma era questa, che l'uomo rientrava in grembo della natura,
diveniva una parte della storia naturale. Posto che la filosofia ha la sua base
nella coscienza, lo studio della coscienza o de' fatti psicologici diveniva la
condizione preliminare di ogni metafisica, come lo studio della natura diveniva
l'antecedente di ogni cosmologia. Il mondo usciva dalle astrazioni degli
universali ed entrava in uno studio serio dell'uomo e della natura, nello
studio del reale. Per questa via modesta e concludente si era messo Galileo; di
l uscivano i grandi progressi delle scienze positive. Cartesio applicava alla
metafisica gli stessi procedimenti della filosofia naturale, togliendola di
mezzo al soprannaturale, al fantastico, all'ipotetico, e dandole una base
sicura nell'esperienza e nell'osservazione. Ma i fatti psicologici erano ancora
troppo scarsi e superficiali, perch ne potesse uscire una soluzione de'
problemi metafisici, e l'Europa era ancora troppo giovane, troppo impregnata di
teologia e di metafisica, di misteri e di forze occulte, perch potesse aver la
pazienza di studiare i dati de' problemi prima di accingersi a risolverli. Le
idee innate e i vortici di Cartesio, la visione di Dio di Malebranche, la
sostanza unica di Spinosa, l'armonia prestabilita di Leibnizio erano
teodicee ipotetiche e provvisorie, che appagavano il pensiero moderno
abbandonato a se stesso, e attestavano il suo vigore speculativo. Ma l'impulso
era dato, e fra quelle immaginazioni progrediva la storia naturale
dell'intelletto umano, la scienza dell'uomo. Le meditazioni di Cartesio, i
maravigliosi capitoli di Malebranche sull'immaginazione e sulle passioni, i
(Pensieri) di Pascal, dove l'uomo in presenza di se stesso si sente ancora un
enigma, preludevano al (Saggio sull'intelletto umano) di Giovanni Locke,
l'erede di Bacone, di una grandezza eguale alla sua modestia. Ivi la riforma
cartesiana aveva la sua ultima espressione, il suo punto di fermata; ivi la
filosofia trovava il suo Galileo, realizzava l'ideale del suo risorgimento, al
quale fra molti ostacoli tendevano gli uomini nuovi, acquistava la sua base
positiva, fondata sull'esperienza e sull'osservazione, sulla cosa effettuale,
come dicea Machiavelli, e col lume naturale, come dicea Bruno, con la scorta
dell'occhio del corpo e della mente, come dicea Galileo, e leggendo nel libro
della natura, come dicea Campanella. Cadevano insieme forme scolastiche e forme
geometriche; la filosofia usciva dal suo tempo eroico ed entrava nella sua et
umana; agli oracoli dottrinali succedevano forme popolari, e vi si affinavano
le moderne lingue. La semplicit, la chiarezza, l'ordine, la naturalezza
divenivano le qualit essenziali della forma, e n'era un primo e stupendo
esempio il (Saggio) di Locke. Cos la filosofia nella sua linea divergente
dalla teologia giungeva sino all'opposto, dal soprannaturale e dal
soprasensibile giungeva al puro naturale ed al puro sensibile, giungeva al
motto: Niente  nell'intelletto che non sia stato prima nel senso. E non era
gi un concetto astratto e solitario, era lo spirito nuovo, penetrato in tutto
lo scibile, e che ora, come ultimo risultato, faceva la sua apparizione in
filosofia. Anche la morale si emancipava dal precetto divino o ecclesiastico, e
cercava la sua base nella natura dell'uomo, e non dell'uomo quale l'avea
formato la societ, ma nell'integrit e verginit del suo essere. Comparve un
dritto naturale, come era comparsa una filosofia naturale; ed entrano in iscena
Grozio, Hobbes, Puffendorfio. A quel modo che Campanella e Sarpi con tutti i
riformati vagheggiavano la Chiesa primitiva nella purit delle sue istituzioni,
e in nome di quella attaccavano come alterazione e falsificazione l'opera
posteriore de' papi, i filosofi vagheggiavano l'uomo primitivo, nello stato di
natura, e combattevano tutte le istituzioni sociali, che non erano di accordo
con quello. Il movimento religioso diveniva anche politico e sociale; l'idea
era una, che si sentiva ora abbastanza forte per dilatare le sue conseguenze
anche negli ordini politici. Sorge uno spirito di critica e d'investigazione,
che non tien conto di nessun'autorit e tradizione, e fa valere il suo
scetticismo in tutti i fatti e i princpi tenuti fino a quel punto
indiscutibili, come un assioma. Bayle  l, con la sua ironia, col suo dubbio
universale. Come Locke realizzava il (cogito), egli realizzava il (de
omnibus dubitandum). E chi paragoni il suo (Dizionario) con le (Raccolte
italiane), pu vedere dov'era la vita e dov'era la morte.
Che faceva l'Italia innanzi a quel colossale movimento di cose e d'idee?
L'Italia creava l'Arcadia. Era il vero prodotto della sua esistenza individuale
e morale. I suoi poeti rappresentavano l'et dell'oro, e in quella nullit
della vita presente fabbricavano temi astratti e insipidi amori tra pastori e
pastorelle. I suoi scienziati, lasciando correre il mondo per la sua china, si
occupavano del mondo antico e scrutavano in tutti i versi le reliquie di Roma e
di Atene; e poich le idee erano date e non discutibili, si occupavano de'
fatti, e non potendo essere autori, erano interpreti, comentatori ed eruditi.
Letteratura e scienza erano Arcadia, centro Cristina di Svezia, povera donna,
che non comprendendo i grandi avvenimenti, de' quali erano stati tanta parte i
suoi Gustavo e Carlo, si era rifuggita a Roma co' suoi tesori, e si sentiva
tanto felice tra quegli arcadi, ch'ella proteggeva, e che con dolce ricambio
chiamavano lei immortale e divina. Felice Cristina! E felice Italia!
L'inferiorit intellettuale degli italiani era gi un fatto noto nella
dotta Europa, e ne attribuivano la cagione al mal governo papale-spagnuolo. Gli
stessi italiani aveano oramai coscienza della loro decadenza, e non avvezzi pi
a pensare col capo proprio, attendevano con avidit le idee oltramontane, e
mendicavano elogi da' forestieri. Giovanni Leclerc scriveva anno per anno la
sua (Biblioteca), una specie d'inventario ragionato delle opere nuove. E come
si tenea fortunato quell'italiano, che potea averci l dentro un posticino! La
lingua francese era divenuta quasi comune, e prendeva il posto della latina. Un
movimento d'importazione c'era, lento, e impedito da molti ostacoli, e
vivamente combattuto nelle accademie e nelle scuole, dove regnava Suarez e
Alvarez, tra interpreti e comentatori. La (Fisica) di Cartesio penetr in
Napoli settanta anni dopo la sua morte, e quando gi era dimenticata in
Francia, e non si aveva ancora notizia del suo (Metodo) e delle sue
(Meditazioni). Grozio girava per le mani di pochi. Di Spinosa e di Hobbes il
solo nome faceva orrore. Di Giovanni Locke appena qualche sentore. Un movimento
si annunziava negli spiriti, quel non so che di vago, quel bisogno di cose
nuove che testimonia il ritorno della vita. Pareva che il cervello, dopo lungo
sonno, si svegliasse. I renatisti penetravano nelle scuole co' loro metodi
strepitosi, come li chiamava Vico, promettitori di scienza facile e sicura.
Definizioni, assiomi, problemi, teoremi, scolii, postulati cacciavano di sede
sillogismi, entimemi e soriti. Il (quod erat demonstrandum) succedeva
all'(ergo). Chiamavano pedanti i peripatetici, e questi chiamavano loro
ciarlatani. Sempre cos. Il vecchio  detto pedanteria, ed il nuovo
ciarlataneria. E qualche cosa di vero c'. Perch il vecchio nella sua
decrepitezza e stagnazione ha del pedante, e il nuovo nella sua giovanile
esagerazione ha del ciarlatano. Ciascuno ha il suo lato debole, che non pu
nascondere all'occhio acuto e appassionato dell'avversario.
La riforma cartesiana in Italia non produsse alcun serio progresso
scientifico, com' d'ogni scienza importata e non uscita da una lenta
elaborazione dello spirito nazionale. Fu utile come mezzo di diffusione delle
idee nuove. Le quali, cacciate d'Italia co' roghi, con gli esili, con le
torture e coi pugnali, vi rientrarono sotto la protezione delle idee cristiane.
La riforma era detta il platonismo cartesiano, ed aveva aria di ribenedire la
religione in nome della filosofia. L'Inquisizione, in quel movimento
rapidissimo d'idee, preoccupata di Spinosa, aperto nemico, lasciava passare il
nuovo Platone, che almeno non toccava i dogmi. I peripatetici invocarono
l'Inquisizione contro i novatori, e i novatori rispondevano proclamando
Aristotile nemico della religione. Cos il movimento ricominciava in Italia,
col permesso o almeno la tolleranza di Roma. Ed era movimento arcadico,
confinato nelle astrattezze e rispettoso verso tutte le istituzioni. Il
movimento rimaneva superficiale; ma si diffondeva, guadagnava gli animi alle
novit, sopraffaceva i peripatetici, s'infiltrava nella nuova generazione, la
metteva in comunione coll'Europa, preparava la trasformazione dello spirito
nazionale.

Il serio movimento scientifico usciva di l, dove s'era arrestato, dal
seno stesso dell'erudizione. Lo studio del passato era come una ginnastica
intellettuale, dove lo spirito ripigliava le sue forze. Alle raccolte
successero le illustrazioni. E vi si svilupp uno spirito d'investigazione, di
osservazione, di comparazione, dal quale usciva naturalmente il dubbio e la
discussione. Lo spirito nuovo inseguiva gli eruditi tra quegli antichi
monumenti. Gi non erano pi semplici eruditi, erano critici. In Europa la
critica usciva dal libero esame e dalla ribellione: era roba eretica. In Italia
era parte di Arcadia, un esercizio intellettuale sul passato, e li lasciavano
fare. Il critico di Europa era Bayle; il critico d'Italia era Muratori. Le sue
vaste e diligenti raccolte, (Rerum italicarum scriptores, Antiquitates medii
aevi, Annali d'Italia, Novus thesaurus inscriptionum), la (Verona illustrata) e
la (Storia diplomatica) di Scipione Maffei, le (Illustrazioni) del Fabretti
segnano gi questo periodo, dove la scienza  ancora erudizione, e nella
erudizione si sviluppa la critica. Non  ancora filosofia, ma  gi buon senso,
fortificato dalla diligenza della ricerca, e dalla pazienza dell'osservazione.
Muratori  assai vicino a Galileo per il suo spirito positivo e modesto, e pel
giusto criterio. E anche egli os. Os combattere il potere temporale, os
porre in guardia gl'italiani contro gli errori e le illusioni della fantasia.
Se non gliene venne condanna, fu tolleranza intelligente di Benedetto
decimoquarto, il quale disse che le opere degli uomini grandi non si
proibiscono, e che la quistione del potere temporale era materia non
dogmatica n di disciplina.
Anche il Maffei parve incredulo al Tartarotti, perch negava la magia, e parve
eretico al padre Concina, perch scrivea (De' teatri antichi e moderni); ma
quel buon papa decret non doversi abolire i teatri, bens cercare che le
rappresentazioni siano al pi possibile oneste e probe. L'Italia papale era
pi papista del papa.
Un arcade era pure Gian Vincenzo Gravina, tutto Grecia e Roma, tutto
papato e impero, fra testi e comenti, con le spalle vlte all'Europa. Dommatico
e assoluto, sentenzia e poco discute, in istile monotono e plumbeo. E' ancora
il pedante italiano, sepolto sotto il peso della sua dottrina, senza
ispirazione, n originalit, e cos vuoto di sentimento, come d'immaginazione.
Pure gi senti che siamo verso la fine del secolo. Gi non hai pi innanzi
l'erudito che raccoglie e discute testi, ma il critico che si vale della storia
e della filosofia per illustrare la giurisprudenza, e si alza ad un concetto
del dritto, e ne cerca il principio generatore. Anche la sua (Ragion poetica),
se non mostra gusto e sentimento dell'arte, colpa non sua, esce da' limiti
empirici della pura erudizione, e ti d riflessioni d'un carattere generale.
Ecco un altro uomo d'ingegno, Francesco Bianchini, veronese. A che pensa
costui? Pensa agli assiri, a' medi e a' troiani. Non raccoglie, ma pensa, cio
a dire scruta, paragona, giudica, congettura, arzigogola e costruisce. I
monumenti non rimangono pi lettera morta: parlano, illustrano la cronologia e
la storia. Per mezzo di essi si stabiliscono le date, le epoche, i costumi, i
pensieri, i simboli, si rif il mondo preistorico. In questa geologia della
storia i fatti e gli uomini vacillano, si assottigliano, diventano favole, e le
favole diventano idee. Comparve la sua (Storia) nel 1697, Vico aveva ventinove
anni.
L'erudizione generava dunque la critica. In Italia si svegliava il senso
storico e il senso filosofico. E si svegliava non sul vivo, ma sul morto, nello
studio del passato. Questo era il carattere del suo progresso scientifico.
Quelli che si occupavano del presente a loro rischio, erano cervelli spostati.
E tra questi cervelli balzani c'era il milanese Gregorio Leti, che pose in luce
la cronaca scandalosa dell'et in uno stile che vuol essere europeo e non 
italiano, e Ferrante Pallavicino nel suo (Corriere svaligiato), una specie di
satira-omnibus, dove ce n' per tutti. In quel vacuo dell'esistenza sciupavano
l'ingegno in argomenti grotteschi, e in forme che parevano ingegnose ed erano
freddure, un seicentismo arcadico. Il canonico Garzoni scrivea il (Teatro de'
cervelli mondani), L'(Ospedale de' pazzi incurabili), la (Sinagoga
degl'ignoranti), il (Serraglio degli stupori del mondo). Sono discorsi
accademici, infarciti d'erudizione indigesta, pi curiosa che soda. I quali
erano la vera piaga d'Italia, e attestavano una coltura verbosa e pedantesca
senz'alcuna seriet di scopo e di mezzi. Il pi noto di questi dotti, e ce
n'erano moltissimi,  Anton Maria Salvini, cervello ingombro, cuore fiacco e
immaginazione povera, vita vuota. E volle tradurre Omero.
Fra tanta erudizione cresceva Vico. Studi la filosofia in Suarez, la
grammatica in Alvarez, il dritto in Vulteio. Pedagogo in casa della Rocca in
Vatolla, un paesello nel Cilento, si chiuse per nove anni nella biblioteca del
convento, e vi si form come Campanella. Quando, compiuto il suo ufficio, torn
in Napoli, era gi un uomo dotto, come poteva essere un italiano, e ce n'erano
parecchi anche tra' gesuiti. Era il tempo del Muratori, del Fontanini,
dell'abate Conti, del Maffei, del Salvini. dottissimo, eruditissimo era
Lionardo da Capua, e Tommaso Cornelio latinissimo: cos li qualifica Vico. Il
quale conosceva a fondo il mondo greco e latino, Aristotile e Platone con tutta
la serie degl'interpreti fino a quel tempo; ammirava nel Cinquecento quello
stesso mondo redivivo ne' Ficini, ne' Pico, ne' Mattei Acquaviva, ne' Patrizi,
ne' Piccolomini, ne' Mazzoni; di letteratura, di archeologia, di giurisprudenza
peritissimo; il medio evo gli era giunto con la scolastica e con Aristotile, il
Cinquecento con Platone e Cicerone; de' fatti europei sapeva quanto era
possibile in Italia. Era un dotto del Rinnovamento, che scoteva da s la
polvere del medio evo e cercava la vita e la verit nel mondo antico. Il suo
sapere era erudizione, la forma del suo pensiero era latina, e il suo contenuto
ordinario era il dritto romano. Avvocato senza clienti, fece il letterato e il
maestro di scuola. Passati erano i bei tempi di Pietro Aretino. La letteratura
senza l'insegnamento era povera e nuda, come la filosofia. Andava per le case
insegnando, facea canzoni, dissertazioni, orazioni, vite, a occasione o a
richiesta. Lo conobbe don Giuseppe Lucina, uomo di una immensa erudizione
greca, latina e toscana in tutte le spezie del sapere umano e divino, e lo fe'
conoscere a don Niccol Caravita, un avvocato primario e gran favoreggiatore
de' letterati. Vico, parte merito, parte protezione, fu professore di
rettorica all'universit. Vita semplice e ordinaria, dal 1668 al 1744. Vita
accademica, tranquilla, di erudito italiano, formatosi nelle biblioteche e
fuori del mondo, rimasto abbarbicato al suolo della patria. Il movimento
europeo gli giunse a traverso la sua biblioteca, e gli giunse nella forma pi
antipatica a' suoi studi e al suo genio. Gli venne addosso la fisica di
Gassendi, e poi la fisica di Boyle, e poi la fisica di Cartesio. - La gran
novit - pensava il nostro erudito. - Ma l'hanno gi detto, questo, Epicuro e
Lucrezio. - E per capire Gassendi si pose a studiare Lucrezio. Ma la novit
piacque. - Fisica, fisica vuol essere, - diceva la nuova generazione -
macchine; non pi logica scolastica, ma Euclide; sperimenti, matematiche; la
metafisica bisogna lasciarla ai frati. - Che diveniva Vico con la sua
erudizione e col suo dritto romano? Reag, e cerc la fisica non con le
macchine e con gli sperimenti, ma ne' suoi studi di erudito. Le scienze
positive entravano appena nel gran quadro della sua cultura, e di matematiche
sapeva non oltre di Euclide, stimando alle menti gi dalla metafisica fatte
universali non... agevole quello studio proprio degli ingegni minuti. Cerc
dunque la fisica fuori delle matematiche e fuori delle scienze sperimentali, la
cerc fra i tesori della sua erudizione, e la trov nei numeri di Pitagora,
ne' punti di Zenone, nelle idee divine di Platone, nell'antichissima
sapienza italica. L'Europa aveva Newton e Leibnizio; e a Napoli si stampava (De
antiquissima italorum sapientia). Erano due colture, due mondi scientifici che
si urtavano. Da una parte era il pensiero creatore, che faceva la storia
moderna, dall'altra il pensiero critico che meditava sulla storia passata.
Chiuso nella sua erudizione, segregato nella sua biblioteca dal mondo de' vivi,
quando Vico torn in Napoli, trov nuova cagione di maraviglia. L'aveva
lasciata tutto fisica; la trovava tutto metafisica. Le (Meditazioni) e il
(Metodo) di Cartesio avevano prodotto la nuova mania. Vico sent disgusto per
una citt che cangiava opinione da un d all'altro come moda di vesti. E vi
si sent straniero, e vi stette per alcun tempo straniero e sconosciuto. Vedeva
il movimento attraverso i suoi studi e i suoi preconcetti.
Quelle fisiche atomistiche gli pareva non poter condurre che all'ateismo e
alla morale del piacere, e le accusava di falsa posizione, perch l'atomo, il
loro principio, era corpo gi formato, perci era principiato e non il
principio, e andava cercando il principio al di l dell'atomo, ne' numeri e ne'
punti. Soffiava in lui lo stesso spirito di Bruno e di Campanella. Si sentiva
concittadino di Pitagora e discepolo dell'antica sapienza italica. Quanto al
metodo geometrico, rifiutava di ammetterlo come una panacea universale: era
buono in certi casi, e si potea usarlo senza quel lusso di forme esteriori,
dove vedea ambizione, pretensione e ciarlataneria. Il (cogito)gli pareva cos
poco serio, come l'atomo. Era anch'esso principiato e non principio; dava
fenomeni, non dava la scienza. Giudicava Cartesio uomo ambiziosissimo ed anche
un po' impostore, e quel suo metodo, dove, annullando la scienza con la
bacchetta magica del suo (cogito), la fa ricomparire a un tratto, gli pareva
un artificio rettorico. Quel suo (de omnibus dubitandum) lo scandalizzava.
Quella tavola rasa di tutto il passato, quel disprezzo di ogni tradizione, di
ogni autorit, di ogni erudizione, lo feriva nei suoi studi, nella sua credenza
e nella sua vita intellettuale, e si difendeva con vigore, come si difende dal
masnadiero la roba e la vita. La diffusione della coltura, la moltiplicit dei
libri, quei metodi strepitosi abbreviativi, quella superficialit di studi con
tanta audacia di giudizi, fenomeni naturali di ogni transizione, quando un
mondo se ne va e un altro viene, movevano la sua collera. Avvezzo ai severi e
profondi studi, a pensare co' sapienti ed a scrivere pei sapienti, gli spiacea
quella tendenza a vulgarizzare la scienza, quella rapida propagazione d'idee
superficiali e cattive. E se la pigliava con la stampa. Si gloriava di non
appartenere a nessuna setta. E l era il suo punto debole. Posto tra due
secoli, in quel conflitto di due mondi che si davano le ultime battaglie, non
era n con gli uni, n con gli altri, e le cantava a tutti e due. Era troppo
innanzi pe' peripatetici, pe' gesuiti e per gli eruditi; era troppo indietro
per gli altri. Questi trovavano ridicoli i suoi punti metafisici; quelli
trovavano avventate le sue etimologie e sospetta la sua erudizione. Era da solo
un terzo partito, come si direbbe oggi, la ragione serena e superiore, che nota
le lacune, le contraddizioni e le esagerazioni, ma ragione ancora disarmata,
solitaria, senza seguaci, fuori degl'interessi e delle passioni, perci in quel
fervore della lotta appena avvertita e di nessuna efficacia. Se dietro al
critico ci fosse stato l'uomo, un po' di quello spirito propagatore e
apostolico di Bruno e Campanella, sarebbe stato vittima degli uni e degli
altri. Ma era un filosofo inoffensivo, tutto cattedra, casa e studio, e
guerreggiava contro i libri, rispettosissimo verso gli uomini. Oltrech le sue
ubbie rimanevano nelle altissime regioni della filosofia e della erudizione,
dove pochi potevano seguirlo, e fu lasciato vivere fra le nubi, stimato per la
sua dottrina, venerato per la sua piet e bont. Conscio e scontento della sua
solitudine, vi si ostin, benedicendo non aver lui avuto maestro nelle cui
parole avesse giurato, e ringraziando quelle selve, fra le quali dal suo buon
genio guidato, aveva fatto il maggior corso de' suoi studi. Il latino veniva
in fastidio, ed egli pose da canto greco e toscano, e fu tutto latino. Veniva
in moda il francese: e' non volle apprendere il francese. La letteratura
tendeva al nuovo, ed egli accusava questa letteratura non... animata dalla
sapienza greca..., o invigorita dalla grandezza romana. Nella medicina era con
Galeno contro i moderni, divenuti scettici per le spesse mutazioni de' sistemi
di fisica. Nel dritto biasimava gli eruditi moderni, e se ne stava con gli
antichi interpreti. Vantavano l'evidenza delle matematiche; ed egli se ne stava
tra' misteri della metafisica. Predicavano la ragione individuale, ed egli le
opponeva la tradizione, la voce del genere umano. Gli uomini popolari, i
progressisti di quel tempo, erano Lionardo di Capua, Cornelio, Doria,
Calopreso, che stavano con le idee nuove, con lo spirito del secolo. Lui era un
retrivo, con tanto di coda, come si direbbe oggi. La coltura europea e la
coltura italiana s'incontravano per la prima volta, l'una maestra, l'altra
ancella. Vico resisteva. Era vanit di pedante? era fierezza di grande uomo?
Resisteva a Cartesio, a Malebranche, a Pascal, i cui (Pensieri) erano lumi
sparsi, a Grozio, a Puffendorfio, a Locke, il cui (Saggio) era la metafisica
del senso. Resisteva, ma li studiava pi che non facessero i novatori.
Resisteva come chi sente la sua forza e non si lascia sopraffare. Accettava i
problemi, combattea le soluzioni, e le cercava per le vie sue, co' suoi metodi
e coi suoi studi. Era la resistenza della coltura italiana, che non si lasciava
assorbire, e stava chiusa nel suo passato, ma resistenza del genio, che
cercando nel passato trovava il mondo moderno. Era il retrivo che guardando
indietro e andando per la sua via, si trova da ultimo in prima fila, innanzi a
tutti quelli che lo precedevano. Questa era la resistenza di Vico. Era un
moderno, e si sentiva e si credeva antico, e resistendo allo spirito nuovo,
riceveva quello entro di s.
Bacone gli aveva fatta una grande impressione. Era il suo uomo, dopo
Platone e Tacito. Quel suo libro, (De augumentis scientiarum), gli faceva dire:
- Roma e Grecia non hanno avuto un Bacone. - Trovava in lui congiunto il senso
ideale di Platone, il senso pratico di Tacito, la sapienza riposta dell'uno,
la sapienza volgare dell'altro. E poi, gli apriva nuovi orizzonti. Avea
studiato tanto, e la sua scienza non era pi un libro chiuso, ci era tanto da
aggiungere, tanto da riformare. Voleva egli pure conferire del suo nella somma
che costituisce l'universal repubblica delle lettere. Non  pi un erudito
immobilizzato nel passato,  un riformatore, un investigante. Critica, dubita,
esamina, approfondisce. Sente il morso dello spirito nuovo. Ne' suoi studi
dell'antica sapienza italica, vedi gi il disdegno delle etimologie
grammaticali, il dispregio dell'erudizione volgare, l'uomo che tenta nuove
vie, intravvede nuovi orizzonti, cerca tra i particolari le alte generalit.
Pi tardi gli capit Grozio. E divenne il suo quarto autore. Grozio gli
completa Bacone. Costui vide tutto il saper umano e divino doversi supplire in
ci che non ha, ed emendare in ci che ha; ma intorno alle leggi..., non
s'innalz troppo all'universo delle citt ed alla scorsa di tutt'i tempi, n
alla distesa di tutte le nazioni. Grozio gli d un dritto universale, in cui
 sistemata tutta la filosofia e teologia. Il comentatore del dritto romano
si sente alzare a filosofo. Cerca una filosofia del dritto con Grozio, e si fa
il suo annotatore: poi riflette che  un eretico, e lascia stare.
La materia della sua coltura  sempre quella, dritto romano, storia
romana, antichit. La sua fisica  pitagorica, la sua metafisica  platonica,
conciliata con la sua fede. Base della sua filosofia e l'ente, l'uno, Dio.
Tutto viene da Dio, tutto torna a Dio, l'(unum simplicissimum) di Ficino.
L'uomo e la natura sono le sue ombre, i suoi fenomeni. La scienza  conoscere
Dio, perdere se stesso in Dio. E vien su il Dio di Campanella, l'eterno lume,
il senno eterno, con le sue primalit, (nosse, velle, posse). Fin qui Vico 
un luogo comune. La sua erudizione e la sua filosofia camminano in linea
parallela, e non s'incontrano. Manca l'attrito. Ci  l'ascetico, il teologo, il
platonico, l'erudito, ci  l'italiano di quel tempo nello stato ordinario delle
sue credenze e della sua cultura.
Dentro a questa cultura e contro a queste credenze venne ad urtare
Cartesio. - La cultura non ha valore; del passato bisogna far tavola. Datemi
materia e moto, ed io far il mondo. Il vero te lo d la coscienza ed il senso.
- Cosa diveniva l'erudizione di Vico, la fisica di Vico, la metafisica di Vico?
Cosa divenivano le idee divine di Platone? E il (simplicissimum) di Ficino
cosa diveniva? E il dritto romano, la storia, la tradizione, la filologia, la
poesia, la rettorica, non era pi buona a nulla? Nella violenta contraddizione
Vico svilupp le sue forze. Usc del vago e del comune, trov un terreno, un
problema, un avversario. La sua erudizione si spiritualizzava. La sua filosofia
si concretava. E si compivano l'una nell'altra.
Gi non si perde negli accessorii; vede e investe subito la dottrina
avversaria nella sua base. Vuole atterrare Cartesio, e con lo stesso colpo
atterra tutta la nuova scienza, e non andando indietro, ma andando pi avanti.
La sua confutazione di Cartesio  completa,  l'ultima parola della critica. Ma
la sua critica non  solo negativa:  creatrice; la negazione si risolve in
un'affermazione pi vasta, che tirasi appresso, come frammenti di verit, le
nuove dottrine, e le alloga, le mette a posto. La nuova scienza, la scienza
degli uomini nuovi, trova nella (Scienza nuova) il suo limite, e perci la sua
verit.
La nuova scienza, uscita da lotta religiosa e politica,  in uno stato di
guerra contro il passato, e lo combatte sotto tutte le sue forme. La
tradizione, l'autorit, la fede  il suo nemico, e cerca riparo nella forza e
nell'indipendenza della ragione individuale; gli universali, gli enti, le
quiddit lo infastidiscono della metafisica, e cerca la sua base nella
psicologia, nella coscienza; il soprannaturale, il sopramondano offende il suo
intelletto adulto, e vi oppone lo studio diretto della natura, la fisica nel
suo senso pi generale, le scienze positive; al gergo scolastico cerca un
antidoto nella precisione delle matematiche, nel metodo geometrico; ai misteri,
alle cabale, alle scienze occulte, alle astrazioni oppone l'esperienza
rischiarata dall'osservazione, la percezione chiara e distinta, l'evidenza
della coscienza e del senso; alla societ in quello stato di corruzione oppone
l'uomo integro e primitivo, la natura dell'uomo, dalla quale cava i princpi
della morale e del dritto. Questo  lo spirito della nuova scienza: naturalismo
e umanismo, fisica e psicologia. Cartesio in maschera di Platone porta la
bandiera.
Ma non inganna Vico, che gli strappa la maschera. - Tu non sei che un
epicureo. La tua fisica  atomistica, la tua metafisica  sensista, il tuo
trattato (Delle passioni) par fatto pi per i medici che per i filosofi; segui
la morale del piacere. - Combattendo Cartesio, la quistione gli si allarga,
attinge nella sua essenza tutto il nuovo movimento. Anch'esso  un'astrazione.
E' un'ideologia empirica, idea vuota, e vuoto fatto. L'importante non  di dire
io penso (la grande novit!), ma  di spiegare come il pensiero si fa.
L'importante non  di osservare il fatto, ma di esaminare come il fatto si fa.
Il vero non  nella sua immobilit, ma nel suo divenire, nel suo farsi.
L'idea  vera, colta nel suo farsi. Il pensiero  moto che va da un termine
all'altro,  idea che si fa, si realizza come natura, e ritorna idea, si
ripensa, si riconosce nel fatto. Perci (verum et factum), vero e fatto sono
convertibili, nel fatto vive il vero, il fatto  pensiero,  scienza; la storia
 una scienza, e come ci  una logica per il moto delle idee, ci  anche una
logica per il moto de' fatti, una storia ideale eterna, sulla quale corrono le
storie di tutte le nazioni.
Ecco ribenedetta tradizione, autorit e fede; ecco filologia, storia,
poesia, mitologia, tutta l'erudizione rientrata in grembo della scienza. La
storia  fatta dall'uomo, come le matematiche, e perci  scienza non meno di
quelle. E' il pensiero che fa quello che pensa,  la metafisica della mente
umana, la sua costanza, il suo processo di formazione secondo le leggi fisse
del pensiero umano. Perci la sua base non  nella coscienza individuale, ma
nella coscienza del genere umano, nella ragione universale. I nuovi filosofi
vogliono rifare il mondo coi loro princpi assoluti, co' loro dritti
universali. Ma non sono i filosofi che fanno la storia, e il mondo non si rif
con le astrazioni. Per rifare la societ non basta condannarla: bisogna
studiarla e comprenderla. E questo fa la (Scienza nuova).
A Vico non basta porre le basi; mette mano alla costruzione. Se la storia
ha la sua costanza scientifica, se  fatta dal pensiero, com'e fatta? Qual  il
suo processo di formazione? Che la storia sia una scienza, non era cosa nuova
nella filosofia italiana. Alla storia formata dall'arbitrio divino e dal caso
Machiavelli avea gi contrapposta la forza delle cose, lo spirito della
storia eterno e immutabile. L'intelletto universale di Bruno, la ragione che
governa il mondo di Campanella rientrano nella stessa idea. Platone con le sue
idee divine porgeva gi il filo a Vico. L'importante era di eseguire il
problema, il cui dato era gi posto, era il trovar le leggi di questo spirito
della storia, era il (probare per causas), il generare la storia come l'uomo
genera le matematiche, il fare la storia della storia, ci che era fare una
scienza nuova. Di questa storia ideale egli ritrova le guise dentro le
modificazioni della nostra medesima mente umana, cerca la base nella natura
dell'uomo, doppio com', spirito e corpo. E' una psicologia applicata alla
storia. Stabilisce alcuni canoni psicologici, ch'egli chiama degnit, o
princpi. Il concetto  questo: che l'uomo, come essere naturale, opera per
istinti, sotto la pressura dei suoi bisogni, interessi e passioni; ma ivi
appunto si sviluppa come essere pensante, come Mente, s che nelle sue opere
pi grossolane e corpulente ce n' come un'immagine velata, il sentore. La
quale immagine si fa pi chiara, secondo che la mente pi si spiega, insino a
che il pensiero si manifesta nella sua propria forma, opera come riflessione o
filosofia. Questo, che  il corso naturale della vita individuale,  anche il
corso naturale e la storia di tutte le nazioni, quando non ci sia interruzione
o deviazione per violenza di casi estrinseca, come fu per Numanzia oppressa nel
suo fiorire da' romani. Perci nelle nazioni ci  tre et, la divina, l'eroica
e la umana. Precede lo stato selvaggio o di mera barbarie, dove l'uomo  servo
del corpo, e come una fiera vagante nella gran selva della terra. La libert
 il tenere in freno i moti della concupiscenza, che viene dal corpo, e dar
loro altra direzione, che viene dalla mente ed  propria dell'uomo. Secondo
che la mente si spiega, o si fa pi intelligente, si sviluppa la libert,
prevale la ragione o l'umanit. La prima et ragionevole o socievole, l'et
divina, sorse co' matrimoni e l'agricoltura, quando, a' primi fulmini dopo
l'universal diluvio, gli uomini si umiliarono ad una forza superiore che
immaginarono essere Giove, e tutte le umane utilit e tutti gli aiuti porti
nelle loro necessit immaginarono essere dei. Allora, rinunziando alla vaga
venere, ebbero certe mogli, certi figli e certe dimore, sorsero le famiglie
governate da' padri con famigliari imperii ciclopici. In questi regni
famigliari, divenuti sicuro asilo contro i selvaggi o vaganti, riparavano i
deboli e gli oppressi, che furono ricevuti in protezione, come clienti o
famoli. Cos si ampliarono i regni famigliari, e si spiegarono le repubbliche
erculee sopra ordini naturalmente migliori per virt eroiche, la piet verso
gl'iddii, la prudenza, o il consigliarsi co' divini auspci, la temperanza,
onde i concubiti umani e pudichi co' divini auspci, la fortezza, uccider
fiere, domar terreni, la magnanimit, il soccorrere a' deboli e a' pericolanti.
In questi primi ordini naturali comincia la libert, e il primo spiegarsi della
mente. Nacque la corruzione. I padri, lasciati grandi per la religione e virt
de' loro maggiori e per le fatiche de' clienti, tralignarono, uscirono
dall'ordine naturale, che  quello della giustizia, abusarono delle leggi di
protezione e di tutela, tiranneggiarono: indi la ribellione de' clienti. Allora
padri delle famiglie si unirono con le loro attinenze in ordini contro di
quelli, e per pacificarli, con la prima legge agraria concessero il dominio
bonitario, ritenendosi essi il dominio ottimo, o sovrano famigliare: onde
nacquero le prime citt sopra ordini regnanti di nobili, e l'ordine civile.
Finirono i regni divini: cominciarono gli eroici. La religione fu custodita
negli ordini eroici, e perci gli auspci e i matrimoni, e per essa religione
furono de' soli eroi tutt'i diritti e tutte le ragioni civili. Ma spiegandosi
le umane menti, i plebei intesero essere di egual natura umana co' nobili, e
vollero entrare anch'essi negli ordini civili delle citt, essere sovrani nelle
citt. Finisce l'et eroica, comincia l'et umana, l'et della eguaglianza, la
repubblica popolare, dove comandano gli ottimi non per nascita, ma per virt.
In questo stato della mente agli uomini non  pi necessario fare le azioni
virtuose per sensi di religione, perch la filosofia fa intendere le virt
nella loro idea; in forza della quale riflessione, quando anche gli uomini non
abbiano virt, almeno si vergognano de' vizi. Nasce la filosofia e l'eloquenza,
insino a che l'una  corrotta dagli scettici, l'altra da' sofisti. Allora,
corrompendosi gli stati popolari, viene l'anarchia, il totale disordine, la
peggiore delle tirannidi, che  la sfrenata libert de' popoli liberi. I quali
o cadono in servit di un monarca, che rechi in sua mano tutti gli ordini e
tutte le leggi con la forza delle armi; o diventano schiavi per diritto
natural delle genti, conquistati con armi da nazioni migliori, essendo giusto
che chi non sa governarsi da s si lasci governare da altri che il possa, e che
nel mondo governino sempre i migliori; o, abbandonati a s, in quella folla di
corpi vivendo in una solitudine d'animi e di voleri, seguendo ognuno il suo
piacere e capriccio, con disperate guerre civili vanno a fare selve delle
citt, e delle selve covili d'uomini, e in lunghi secoli di barbarie vanno ad
irrugginire le malnate sottigliezze degl'ingegni maliziosi. Con questa
barbarie della riflessione si ritorna allo stato selvaggio, alla barbarie
del senso, e ricomincia con lo stess'ordine una nuova storia, si rif lo
stesso corso.
Questa  la storia ideale eterna, la logica della storia, applicabile a
tutte le storie particolari. E' in fondo la storia della mente nel suo
spiegarsi, come dice Vico, dallo stato di senso, in cui  come dispersa, sino
allo stato di riflessione, in cui si riconosce e si afferma. L'operazione con
la quale l'intelletto giunge alla verit  la stessa operazione con la quale
l'intelletto fa la storia. Locke aveva il suo complemento in Vico. La teoria
della conoscenza aveva il suo riscontro nella teoria della storia. Era una
nuova applicazione della psicologia. Gli uomini operano secondo i loro impulsi
e fini particolari; ma i risultati sono superiori a' loro fini, sono
risultati mentali, il successivo progredire della mente nel suo spiegarsi.
Perci le passioni, gl'interessi, gli accidenti, i fini particolari sono non la
storia, ma le occasioni, e gl'istrumenti della storia; perci una scienza della
storia  possibile. Machiavelli e Hobbes ti dnno la storia occasionale, non la
storia finale e sostanziale. La loro storia  vera, ma non  intera, 
frammento di verit. La verit  nella totalit, nel vedere (cuncta ea, quae
in re insunt, ad rem sunt affecta), l'idea nella pienezza del suo contenuto e
delle sue attinenze. Machiavelli  non meno di Vico un profondo osservatore de'
fatti psicologici,  un ritrattista, ma non  un metafisico. La psicologia di
Vico entra gi nelle regioni della metafisica, ti d le prime linee della nuova
metafisica, fondata non sull'immobilit dell'ente guardato nei suoi attributi,
ma sul suo moto o divenire; perci non descrizione o dimostrazione, come te la
dava Aristotile e Platone, ma vero dramma, la storia dello spirito nel mondo.
In questo dramma tutto ha la sua spiegazione, tutto  allogato, la guerra, la
conquista, la rivoluzione, la tirannide, l'errore, la passione, il male, il
dolore, fatti necessari e strumenti del progresso. Ciascuna et storica ha la
sua guisa di nascere e di vivere, la sua natura, onde procede la forza delle
cose, la sapienza volgare del genere umano, il senso comune delle genti, la
forza collettiva. Non  l'individuo,  questa forza collettiva, che fa la
storia; e spesso i pi celebrati individui non sono che simboli e immagini,
caratteri poetici di quella forza, come Zoroastro, Ercole, Omero, Solone.
Cerchi un individuo, e trovi un popolo; cerchi un fatto, e trovi un'idea.
Fabbro della storia  l'umano arbitrio regolato con la sapienza volgare.
Rimaneva a dare la dimostrazione di questa storia ideale: dimostrare cio
che tutte le storie particolari sono, secondo quella, regolate da uno stesso
corso d'idee, ubbidienti a un solo tipo. La prova poteva cercarla (a priori)
nella logica stessa dello spirito nel suo spiegarsi. Lo spirito si estrinseca
in conformit della sua natura, in che  la sua logica, la legge del suo
divenire, e quel divenire  appunto la storia. Ma Vico, appena adombrate le
prime linee della nuova metafisica, si arresta sulla soglia, e ritorna erudito,
e cerca la prova (a posteriori), consultando tutte le storie, e cercando in
tutte il suo corso, il suo sistema, e non solo nelle grandi linee, ma ne' pi
minuti accidenti. Impresa titanica di erudizione e critica italiana. E
s'immerge tra' rottami dell'antichit, e raccoglie i minimi frammenti, e li
anima: (intus legit), li fa corpi interi, ricostituisce la storia reale a
immagine della sua storia ideale. E' il mondo guardato da un nuovo orizzonte,
ricreato dalla critica e dalla filosofia, e con la sua originalit scolpita in
quella potente forma, lapidaria e metaforica, come una legge delle dodici
tavole. Cerca tra quei rottami la prova della scienza nuova, e scopre per via
nuove scienze. Lingua, mitologia, poesia, giurisprudenza, religioni, culti,
arti, costumi, industrie, commercio, non sono fatti arbitrari, sono fatti dello
spirito, le scienze della sua Scienza. Cronologia, geografia, fisica,
cosmografia, astronomia, tutto si rinnova sotto questa nuova critica. Ad ogni
passo senti il grido trionfale del gran creatore: - Ecco una nuova scoperta! -
Alla metafisica della mente umana, filosofia dell'umanit o delle idee umane,
onde scaturisce una giurisprudenza, una morale e una politica del genere umano,
corrisponde la logica, (fas gentium), una scienza dell'espressione di esse
idee, la filologia. Ecco dunque una scienza delle lingue e de' miti e delle
forme poetiche, una lingua del genere umano, una teoria dell'espressione ne'
miti, ne' versi, nel canto, nelle arti. E come teoria e scienza non  che
natura delle cose, e la natura delle cose  nelle guise di lor nascimenti;
l'uomo ardito, sgombro lo spirito d'ogni idea anticipata e fidato al solo suo
intendere; si addentra nelle origini dell'umanit, guaste dalla doppia boria
delle nazioni e de' dotti, e tu assisti alla prima formazione delle societ,
de' governi, delle leggi, de' costumi, delle lingue, vedi nascere la storia di
entro la mente umana, e svilupparsi logicamente da' suoi elementi o princpi,
religione, nozze, sepolture, svilupparsi sotto tutte le forme, come governo,
come legge, come costume, come religione, come arte, come scienza, come fatto,
come parola. La sua grande erudizione gli porge infiniti materiali, che
interpreta, spiega, alloga, dispone, secondo i bisogni della sua costruzione,
audace nelle etimologie, acuto nelle interpretazioni e ne' confronti,
sicurissimo ne' suoi procedimenti e nelle sue conclusioni, e con l'aria di chi
scopre ad ogni tratto nuovi mondi, tenendo sotto i piedi le tradizioni e le
storie volgari. Cos  nata questa prima storia dell'umanit, una specie di
(Divina Commedia), che dalla gran selva della terra per l'inferno del puro
sensibile si va realizzando tra via sino all'et umana della riflessione o
della filosofia; irta di forme, di miti, di etimologie, di simboli, di
allegorie, e non meno grande che quella; pregna di presentimenti, di
divinazioni, d'idee scientifiche, di veri e di scoperte: opera di una fantasia
concitata dall'ingegno filosofico e fortificata dall'erudizione, che ha tutta
l'aria di una grande rivelazione.
E' la (Divina Commedia )della scienza, la vasta sintesi, che riassume il
passato e apre l'avvenire, tutta ancora ingombra di vecchi frantumi dominati da
uno spirito nuovo. Platonico e cristiano, continuatore di Ficino e di Pico, uno
di spirito con Torquato Tasso, Vico non comprende la Riforma, e non i tempi
nuovi, e vuol concordare la sua filosofia con la teologia, e la sua erudizione
con la filosofia, costruire un'armonia sociale come un'armonia provvidenziale.
La sua metafisica ha sotto i pie il globo, e gli occhi estatici in su verso
l'occhio della provvidenza, onde le piovono i raggi delle divine idee. Vuole la
ragione, ma vuole anche l'autorit, e non certo degli addottrinati, ma del
genere umano; vuole la fede e la tradizione; anzi fede e tradizione non sono
che essa medesima la ragione, sapienza volgare. Tale era l'uomo formato nella
biblioteca di un convento; ma, entrando nel mondo de' viventi, lo spirito nuovo
l'incalza, e combattendo Cartesio, subisce l'influenza di Cartesio. Era
impossibile che un uomo d'ingegno non dovesse sentirsi trasformare al contatto
dell'ingegno. Tutto dietro a costruir la sua scienza, gli si affaccia il (de
omnibus dubitandum) ed il (cogito):

... in meditando i princpi di questa Scienza, dobbiamo... ridurci in uno
stato di una somma ignoranza di tutta l'umana e divina erudizione, come se per
questa ricerca non vi fussero mai stati per noi n filosofi, n filologi, e chi
si vuol profittare, egli in tale stato si dee ridurre, perch nel meditarvi non
ne sia egli turbato e distolto dalle comuni invecchiate anticipazioni.

Parole auree, che sembrano tolte da una pagina del (Metodo). E in questa
ignoranza cartesiana, qual  l'unica verit, che fra tante dubbiezze non si
pu mettere in dubbio, ed  perci la prima di siffatta Scienza? E' il
cogito,  la mente umana.

Poich... il mondo delle gentili nazioni...  stato... fatto dagli
uomini, i di lui princpi si debbono ritruovare dentro la natura della nostra
mente umana e nella forza del nostro intendere.

La provvidenza e la metafisica, che guarda in lei, sono nel gran quadro un
semplice antecedente, o, com'egli dice, un'anticipazione, un convenuto e non
dimostrato: il quadro  la mente umana nella natura e nell'ordine della sua
esplicazione, la mente umana delle nazioni, la storia delle umane idee. La
provvidenza regola il mondo, assistendo il libero arbitrio con la sua grazia,
ed oltrepassando ne' suoi risultati i fini particolari degli uomini; ma questi
risultati provvidenziali non sono pi miracolo, sono scienza umana, sono lo
schiarire delle idee, lo spiegarsi della mente. Come Bruno, Vico canta la
provvidenza e narra l'uomo: non  pi teologia,  psicologia. Provvidenza e
metafisica sono di lontano, come sole o cielo, nello sfondo del quadro: il
quadro  l'uomo, e la sua luce, la sua scienza  in lui stesso, nella sua
mente. La base di questa scienza  moderna, ci  Cartesio col suo scetticismo e
col suo (cogito). Ben talora, portato dall'alto ingegno speculativo, spicca
il volo verso la teologia e la metafisica, ma Cartesio  l che lo richiama, e
lo tiene stretto ne' fatti psicologici. Nel quale studio del processo della
mente negl'individui e ne' popoli fa osservazioni cos profonde e insieme cos
giuste, che ben si sente il contemporaneo di Malebranche, di Pascal, di Locke,
di Leibnizio, il pi affine al suo spirito, e ch'egli chiama il primo ingegno
del secolo. N solo  moderno nella base, ma nelle conclusioni, mostrando
nell'ultimo spiegarsi della mente vittoriosi i princpi de' nuovi filosofi.
Perch corona della sua epopea storica  lo spiritualizzarsi delle forme, il
trionfo della filosofia, o della mente nella sua riflessione, la fine delle
aristocrazie, e perci de' feudi e della servit, la libert e l'uguaglianza di
tutte le classi, come stato delle societ ingentilite e umane, come ultimo
risultato della coltura. E' la teocrazia e l'aristocrazia conquise dalla
democrazia per il naturale spiegarsi della mente,  l'affermazione e la
glorificazione dello spirito nuovo. Ma qui appunto Vico se ne spicca e rimane
solo in mezzo al suo secolo. Posto tra il mondo della sua biblioteca,
biblico-teologico-platonico, e il mondo naturale di Cartesio e di Grozio, due
assoluti, e impenetrabili come due solidi, e che si scomunicavano l'un l'altro,
cerca la conciliazione in un mondo superiore, l'idea mobilizzata o storica, e
in una scienza superiore, la critica, l'idea analizzata e giustificata ne'
momenti della sua esistenza, la scienza uscita dall'assolutezza e rigidit del
suo dommatismo, e mobilizzata come il suo contenuto. La critica  rifare con la
riflessione quello che la mente ha fatto nella sua spontaneit. E' la mente
spiegata e schiarita, che si riflette sulla sua opera e vi trova se stessa
nella sua identit e nella sua continuit;  la coscienza dell'umanit. In
questo mondo superiore tutto si move e tutto si riconcilia e si giustifica; i
princpi, che i nuovi filosofi predicavano assoluti e perci applicabili in
ogni tempo e in ogni luogo, e co' quali dannavano tutto il passato, si
riferiscono a stati sociali di certe epoche e di certi luoghi; ed i princpi
contrari, appunto perch in certi tempi hanno governato il mondo e sono stati
comportevoli, sono veri anch'essi, come anticipazioni e vestigi de' princpi
nuovi. Perci il criterio della verit non  l'idea in s, ma l'idea come si fa
o si manifesta nella storia della mente, il senso comune del genere umano, ci
ch'egli chiama la filosofia dell'autorit. Qui Vico avea contro di s Platone
e Grozio, il passato e il presente. La malattia del secolo era appunto la
condanna del passato in nome di princpi astratti, come il passato condannava
esso in nome di altri princpi astratti. Vico era come chi, vivuto solitario
nel suo gabinetto, scenda in piazza d'improvviso, e vegga gli uomini concitati,
co' pugni tesi, pronti a venire alle mani. A lui quegli uomini debbono sembrare
de' pazzi da catena. - A che tanto furore contro il passato? Il quale, appunto
perch  stato, ha avuto la sua ragion d'essere. E poniamo pure sia tutto
cattivo, credete di poter distruggere con la forza l'opera di molti secoli? I
vostri princpi! Ma credete voi che la storia si fa da' filosofi e co'
princpi? La vostra ragione! Ma ci  anche la ragione degli altri, uomini come
voi, e che sanno ragionare al pari di voi. E poi, un po' di rispetto, io credo,
si dee pure all'autorit. E non parlo di tanti dottori, ne' quali non avete
fede: parlo dell'autorit del genere umano, al quale, se uomini siete non
potete negar fede. Un po' meno di ragione, e un po' pi di senso comune. - Un
discorso simile sarebbe parsa una stranezza a quegli uomini pieni di odio e di
fede. E qualcuno poteva rispondergli: - Ftti in l, e sta' fra le tue nuvole,
e non venire fra gli uomini, ch non te ne intendi. Il passato tu lo hai
studiato su' libri:  la tua erudizione. Ma il passato  per noi cosa reale, di
cui sentiamo le punture ad ogni nostro passo. Il fuoco ci scotta, e tu ci vuoi
provare che, perch , ha la sua ragion di essere. Lascia prima che noi lo
spengiamo, e poi ci parla della sua natura. Quando ci avremo tolto di dosso
codesto passato, nostro martirio e de' padri nostri, forse allora potremo
essere giusti anche noi e gustar la tua critica. - Vico rimase solo nel secolo
battagliero; e quando la lotta ebbe fine si alz come iride di pace la sua
immagine su' combattenti, e comunic la parola del nuovo secolo: critica. Non
pi dommatismo, non pi scetticismo: critica. N altro  la storia di Vico che
una critica dell'umanit: l'idea vivente fatta storia e, nel suo eterno
peregrinaggio seguita, compresa, giustificata in tutt'i momenti della sua vita.
I princpi, come gl'individui e come la societ, nascono, crescono e muoiono, o
piuttosto, poich niente muore, si trasformano, pigliando forme sempre pi
ragionevoli, pi conformi alla mente, pi ideali. Indi la necessit del
progresso, insita nella stessa natura della mente, la sua fatalit. La teoria
del progresso  per Vico come la terra promessa. La vede, la formula,
stabilisce la sua base, traccia il suo cammino, diresti che l'indica col dito,
e quando non gli resta a fare che un passo per giungervi, la gli fugge dinanzi,
e riman chiuso nel suo cerchio e non sa uscirne. Poneva le premesse e gli
fuggiva la conseguenza. Gli  perch, profondo conoscitore del mondo
greco-romano, non seppe spiegarsi il medio evo, e non comprese i tempi suoi,
parendogli indizio di decadenza e di dissoluzione quella vasta agitazione
religiosa e politica, in cui era la crisi e la salute. D'altra parte lui, che
negava l'esistenza di Omero, non os sottoporre alla sua critica il mito di
Adamo e le tradizioni bibliche e il dogma della provvidenza e la missione del
cristianesimo, lasciando grandi ombre nelle sue pitture. Vedi la coscienza
moderna rilucere nel mondo pagano, ardita nelle sue negazioni e nelle sue
spiegazioni, e, quando sta per entrare nel mondo inquieto e appassionato de'
vivi, chiudere gli occhi per non vedere. Ci che  proprio de' grandi
pensatori; aprire le grandi vie, stabilire le grandi premesse, e lasciare a'
discepoli le facili conseguenze. Come Cartesio, Vico non indovin i formidabili
effetti che doveano uscire dalle sue speculazioni. Cartesio avrebbe rinnegati
per suoi Spinosa e Locke, e Vico Condorcet, Herder ed Hegel. Poich si occupa
pi degli antichi che de' moderni, pi de' morti che de' vivi, i vivi lo
dimenticarono. La sua Scienza parve pi una curiosa stranezza di erudito, che
una profonda meditazione di filosofo, e non fu presa sul serio.

Intanto il secolo camminava con passo sempre pi celere, tirando le
conseguenze dalle premesse poste nel secolo decimosettimo. La scienza si faceva
pratica, e scendeva in mezzo al popolo. Non s'investigava pi: si applicava, e
si divulgava. La forma usciva dalla calma scientifica, e diveniva letteraria;
le lingue volgari cacciavano via gli ultimi avanzi del latino. Il trattato e la
dissertazione divenivano memorie, lettere, racconti, articoli, dialoghi,
aneddoti; forme scolastiche e forme geometriche davano luogo al discorso
naturale, imitatore del linguaggio parlato. La scienza prendeva aria di
conversazione, anche negli scrittori pi solenni come Buffon e Montesquieu,
conversazione di uomini colti in sale eleganti. Per dirla con Vico, la
sapienza riposta diveniva sapienza volgare, e, scendendo nella vita,
prendeva le passioni e gli abiti della vita: ora amabile e spiritosa, come in
Fontenelle, ora limpida, scorrevole, facile, come in Condillac e in Elvezio;
ora rettorica e sentimentale, come in Diderot. Il dritto naturale di Grozio
generava il (Contratto sociale), la societ era dannata in nome della natura, e
l'erudita dissertazione di Grozio ruggiva nella forma ardente e appassionata di
Rousseau. Lo scetticismo un po' impacciato di Bayle, velato fra tante cautele
oratorie, si apriva alla schietta e gioiosa malizia di Voltaire. L'erudizione e
la dimostrazione gittavano le loro armi pesanti e divenivano un amabile senso
comune. La scienza diveniva letteratura, e la letteratura a sua volta non era
pi serena contemplazione, era un'arma puntata contro il passato. Tragedie,
commedie, romanzi, storie, dialoghi, tutto era pensiero militante che dalle
alte cime della speculazione scendeva in piazza tra gli uomini, e si propagava
a tutte le classi e si applicava a tutte le quistioni. Le sue forme, filosofia,
arte, critica, filologia, erano macchine di guerra e la macchina pi
formidabile fu l'(Enciclopedia). Condorcet proclamava il progresso. Diderot
proclamava l'ideale. Elvezio proclamava la natura. Rousseau proclamava i dritti
dell'uomo. Voltaire proclamava il regno del senso comune. Vattel proclamava il
dritto di resistenza. Smith glorificava il lavoro libero. Blackstone rivelava
la (Carta) inglese. Franklin annunziava la nuova carta all'Europa. La societ
sembrava un caos, dove la filosofia dovea portare l'ordine e la luce. Una nuova
coscienza si formava negli uomini, una nuova fede. Riformare secondo la scienza
istituzioni, governi, leggi e costumi, era l'ideale di tutti, era la missione
della filosofia. I filosofi acquistarono quella importanza che ebbero al secolo
decimosesto i letterati. Maggiore era la fede in questo avvenire filosofico, e
pi viva era la passione contro il presente. Tutto era male, e il male era
stato tutto opera maliziosa di preti e di re, nell'ignoranza de' popoli.
Superstizione, pregiudizio, oppressione erano le parole, che riassumevano
innanzi alle moltitudini tutto il passato. Libert, uguaglianza, fraternit
umana erano il verbo, che riassumeva l'avvenire. Tutto il moto scientifico dal
secolo decimosesto in qua aveva acquistata la semplicit di un catechismo. La
rivoluzione era gi nella mente.
Che cosa era la rivoluzione? Era il Rinnovamento che si scioglieva da ogni
involucro classico e teologico, e acquistava coscienza di s, si sentiva tempo
moderno. Era il libero pensiero che si ribellava alla teologia. Era la natura
che si ribellava alla forza occulta, e cercava ne' fatti la sua base. Era
l'uomo che cercava nella sua natura i suoi dritti e il suo avvenire. Era una
nuova forza, il popolo, che sorgeva sulle rovine del papato e dell'impero. Era
una nuova classe, la borghesia, che cercava il suo posto nella societ sulle
rovine del clero e dell'aristocrazia. Era la nuova carta, non venuta da
concessioni divine o umane, ma trovata dall'uomo nel fondo della sua coscienza,
e proclamata in quella immortale (Dichiarazione de' dritti dell'uomo). Era la
libert del pensiero, della parola, della propriet e del lavoro, l'eguaglianza
de' dritti e de' doveri. Era la fine de' tempi divini ed eroici e feudali, il
rivelarsi di quella et umana, cos ammirabilmente descritta da Vico. Il
medio evo finiva: cominciava l'evo moderno.
E che cosa era questa vecchia societ, soprapposta a tutto il resto? Ci
era alla cima il papato assoluto e la monarchia assoluta, che si pretendevano
amendue di dritto divino, ed erano stampati sullo stesso modello. Il papato
pretendea ancora al dominio universale, ma in parola e conscio della scemata
possanza. Pur si facea valere mediante i gesuiti, e mantenea vigorosamente la
sua influenza e la sua giurisdizione in tutti gli Stati. Come re, il papa
governava in modi cos assoluti come tutti i monarchi. L'assolutismo dominava
in tutta Europa. Quello che era la corte romana al Cinquecento, erano allora
tutte le corti: scostumatezza, dissipazione, ignoranza. I conventi screditati,
chiamati covi del vizio, asilo dell'ozio e dell'ignoranza. Il clero,
scemato di coltura e di riputazione, aumentato di numero e di ricchezza. I
vescovi, adulatori in corte, tiranni nelle diocesi, signori feudali. I nobili,
a' piedi del trono, e co' piedi sopra i vassalli. Altare e trono, appoggiati
sul clero e sulla nobilt: l era la libert, l era il dritto; tutto il resto
era poco o meno che cosa, e valeva assai poco. La fonte del dritto era nella
concessione papale o sovrana: era investitura, privilegio, immunit, esenzione.
Le leggi erano un caos. Leggi romane, longobarde, canoniche, feudali, usi,
costumanze. Un altro caos erano le imposte. Ce n'erano del papa, del clero, de'
baroni, del re, sotto molti nomi e molte forme. Che cosa era il popolo? Materia
(taillable et corvable a merci). Nessuna sicurezza per le propriet e le
persone, nessuna protezione nelle leggi, nessuna guarentigia nei giudizi,
secrete le procedure, sproporzionate e arbitrarie le pene. Si pu dire di
quella vecchia societ quello che allora gi si diceva della propriet feudale.
Era manomorta, l'uomo cos immobilizzato, come la terra. La palude non era solo
nel territorio, era nel cervello.
Dirimpetto a queste classi privilegiate, cristallizzate dal dommatismo,
cio a dire da un complesso d'idee ammesse per tradizione e fuori di ogni
discussione, sorgeva lo scetticismo della borghesia, che tutto ponea in dubbio,
di tutto facea discussione. La borghesia faceva in grandi proporzioni quello
che prima compirono i comuni italiani. Era il medio ceto, avvocati, medici,
architetti, letterati, artisti, scienziati, professori, prevalenti gi di
coltura, che non si contentavano pi di rappresentanze nominali, e volevano il
loro posto nella societ. Non  gi che si affermassero anch'essi come classe,
e volessero privilegi. Volevano libert per tutti, uguaglianza di dritti e
doveri, parlavano in nome di tutto il popolo. Qui era il progresso. Ma nel
fatto erano essi la classe predestinata, e in buona fede, parlando per tutti,
lavoravano per s. La loro arma di guerra era lo scetticismo. Alla fede e
all'autorit opponevano il dubbio e l'esame. Oggi  moda declamare contro lo
scetticismo. Pure non dobbiamo dimenticare che di l usc l'emancipazione del
pensiero umano. Esso cancell l'intolleranza religiosa, la credulit
scientifica, e la servilit politica.
Il movimento, che usciva dalle fila della borghesia, non era solo
popolare, cio nelle sue idee e nelle sue tendenze comune a tutte le classi, ma
era ancora cosmopolitico, o, come si dice oggi, internazionale. L'accento era
umano, pi che nazionale. L'America e l'Europa si abbracciavano in un
linguaggio che esprimeva idee e speranze comuni; lo svizzero, l'olandese, il
francese, il tedesco, l'inglese parevano nati nello stesso paese, educati alle
stesse idee. Il movimento era universale nel suo obbiettivo e nel suo
contenuto. L'obbiettivo erano tutte le classi e tutte le nazioni. Il contenuto
era non solo una riforma religiosa, politica, morale e civile, ma un radicale
mutamento nelle stesse condizioni economiche della societ, ci che oggi
direbbesi riforma sociale, correndo nel suo lirismo sino alla comunione de'
beni. Nato dal costante lavoro di tre secoli, il movimento per la sua
universalit contenea in idea o in germe tutta la storia futura del mondo pel
corso di molti secoli. Pure, ci che era appena un principio, sembrava esser la
fine: tanto parea cosa facile effettuare di un colpo tutto il programma.
Dove il movimento si mostrava pi energico e concentrato, e di natura
assolutamente cosmopolitica, era in Francia. Ed essendo la lingua francese gi
molto divulgata, la propaganda era irresistibile. Nelle altre nazioni appariva
appena, e nelle sue forme pi modeste.
La forma pi temperata di questo movimento era l'antica lotta tra papato e
impero, divenuta lotta giurisdizionale tra la corte romana e le monarchie. In
questo terreno i novatori avevano per s i principi, e all'ombra loro
spandevano le nuove idee. I giureconsulti stavano per antica tradizione coi
principi, e difendevano i loro dritti contro la Chiesa con una dottrina ed un
acume non scevro di sottigliezza sofistica: erano i liberali di quel tempo, e
fu loro opera che le nuove idee si dilatassero nella classe colta. Nel campo
avverso erano i gesuiti, inframmettenti, intolleranti, che invelenivano la
lotta e ne allargavano le proporzioni. Erano essi lo sprone che stuzzicava
l'ingegno. In quel contrasto si form Paolo Sarpi; da quel contrasto uscirono
le (Provinciali) di Pascal, e il giansenismo e la scuola di Portoreale e le
libert gallicane, preludi di quel movimento, che prendeva allora in Francia
proporzioni cos vaste. Ma in Italia il movimento iniziato con tanta larghezza
e ardire nel Cinquecento, arrestato e snaturato dalla reazione trentina, si
manteneva ancora in quella forma, era lotta giurisdizionale tra papa e
principi. Il pensiero era ito molto innanzi, ma in pochi o tra pochi: ci erano
fantasie solitarie; mancava l'eco, non ci era ancora la moltitudine. Ma il
movimento in quella forma cos circoscritta guadagnava terreno, e costituiva un
vero partito politico, intorno al quale stava schierata tutta la borghesia. Era
un liberalismo a buon mercato, via a fortuna e favori principeschi, quando
rimaneva in quei limiti, e, attaccando curia e gesuiti, si mostrava riverente
al papa e alla Chiesa. In Napoli la coltura avea preso questo aspetto, e mentre
il buon Vico fantasticava una storia dell'umanit e andava col pensiero cos
lungi, fervea la lotta giurisdizionale, dov'erano principali attori
giureconsulti eminenti, Capasso, D'Andrea, D'Aulisio, Argento, Pietro Giannone.
I gesuiti cercavano appoggio nell'ignoranza popolare, e li predicavano empi e
nemici del papa. L'avevano principalmente contro il Giannone, e tanto gli
aizzarono contro il minuto popolo, che fu pi volte a rischio della vita.
Scomunicato dall'arcivescovo, per aver lasciato stampar la sua (Storia) senza
il suo permesso, ripar a Vienna, n os pi tornare a Napoli, ancorch
l'arcivescovo ci avesse avuto torto, e fosse stata ritrattata la scomunica. I
giureconsulti sostenevano bastare per la stampa la licenza regia, non avere
alcun valore la proibizione ecclesiastica, ed essere invalide le scomuniche
senza fondamento di ragione. Era il libero esame applicato alla giurisdizione e
agli atti ecclesiastici. E ci era sotto altro, lo spirito laico che si
ridestava, e lo spirito borghese che si annunziava, il medio ceto, che
all'ombra del principe, interessato anche lui nella lotta, si facea valere cos
contro la nobilt, come e pi contro il clero.
Da questa lotta usc la (Storia civile del regno di Napoli), e pi tardi
il (Triregno), di Pietro Giannone. La Storia per la sua universalit fu
tradotta in molte lingue, riguardando principalmente la quistione
giurisdizionale, ardente in tutti gli Stati cattolici. Giannone lasci gli
argomenti e venne a' fatti, prendendo il potere temporale fino nelle origini, e
seguendolo ne' suoi ingrandimenti e nelle sue usurpazioni. E' una requisitoria,
tanto pi formidabile, quanto maggiore  la calma dell'esposizione istorica e
l'imparzialit continuamente ostentata dell'erudizione e della dottrina. Non
mancano sarcasmi e punture, ma protesta sempre che  contro gli abusi e le
esorbitanze, e affetta il maggior rispetto verso le istituzioni. Vedi
prominente l'universalit della Chiesa, tutta la comunione dei fedeli, insino a
che sorge usurpatore l'episcopato, assorbito a sua volta dal papato. Il
concetto  questo, che il dritto  nella universalit de' fedeli:  la
democrazia applicata alla Chiesa. Ma il concetto democratico  annacquato in
quest'altro, che i principi, come capi della societ laica, hanno ereditato i
suoi dritti. Il popolo sparisce, ed entra in iscena Cesare con quel famoso
motto: Date a Cesare quel che  di Cesare. I gesuiti ritorcevano l'argomento,
sostenendo che la fonte del dritto non  ne' principi, ma ne' popoli. Cos
democratizzavano i gesuiti per difendere il papato, e democratizzavano i
giannonisti per combattere il papato. Erano inconseguenti gli uni e gli altri,
e la vera conseguenza doveva tirarla il popolo contro il papato e la monarchia
assoluta. S'immagini quale propaganda inconscia facevano. Era facile
conchiudere, che se la fonte del dritto  nel popolo, sovrana legittima  la
democrazia, l'universalit de' fedeli e l'universalit de' cittadini. Il vero
padrone mettea il capo fuori, salutando gesuiti e giannonisti come suoi
precursori, benemeriti tutti e due, perch lavoravano gli uni a scalzare il
principato assoluto, gli altri a scalzare il papato assoluto. Erano istrumenti
della provvidenza, avrebbe dettoVico, la quale tirava dall'opera loro
risultati superiori a' loro fini.
Si era sempre parlato dell'et primitiva della Chiesa. Una immagine
confusa ne rimanea alle moltitudini, come dell'et dell'oro Dante, Machiavelli,
Sarpi, Campanella richiamavano la Chiesa a quei tempi evangelici, pi conformi
alla purit del Vangelo. Quello era anche il cavallo di battaglia per gli
eretici. Ecco quella et divenuta storia particolareggiata, accertata e in
buono e chiaro volgare nelle pagine del Giannone. I primi tre secoli della
Chiesa sono descritti coll'immaginazione vlta alla Chiesa di quel tempo.
Scrittore e lettore facevano il paragone. Di mezzo alla narrazione germogliava
l'allusione, la confutazione, l'epigramma. Allora la gerarchia era molto
semplice, e non ci erano che vescovi, preti, e diaconi, e i preti non erano
soggetti a' vescovi, ma erano il loro senato, i loro consiglieri, e alla cima
non ci era nessuno che comandasse: comandava il sinodo, l'assemblea de'
vescovi. La legge era la sacra Scrittura; i provvedimenti presi nei sinodi
erano semplici regolamenti per l'amministrazione delle chiese, e non ci era la
ragion canonica,

la quale, col lungo correr degli anni, emula della ragion civile, maneggiata
da' romani pontefici, ard non pur pareggiare, ma interamente sottomettersi le
leggi civili.

La Chiesa non avea alcuna giurisdizione: la sua giustizia era chiamata
(notio), (iudicium), (audientia), non (iurisdictio); ed era censura di
costumi, e arbitrato volontario. Clero e popolo eleggevano i vescovi, e anche
nell'elezione de' preti e de' diaconi clero e popolo vi avevano lor parte. La
Chiesa vivea di offerte volontarie, non avea stabili, e non decime Ci che
soverchiava, si dava a' poveri. Tale era la Chiesa primitiva:

ma assai mostruosa e con pi strane forme sar mirata nell'et meno a noi
lontane, quando, non bastandole d'avere in tante guise trasformato lo stato
civile e temporale de' principi, tent anche di sottoporre interamente
l'imperio al sacerdozio.

I monaci erano pochi, solitari, e religiosi, ma la corruzione venne
subito, e

 non senza stupore scorgerassi come in queste nostre provincie abbiano potuto
germogliar tanti e s vari ordini, fondandovi s numerosi e magnifici
monasteri, che ormai occupano la maggior parte della repubblica e de' nostri
averi, formando un corpo tanto considerabile, che ha potuto mutar lo stato
civile e temporale di questo nostro reame.

Come non avea la Chiesa giustizia contenziosa n giurisdizione, cos non
avea foro, n territorio; perch ci non dipende dalle chiavi, n  di diritto
divino, ma pi tosto di diritto umano e positivo, procedendo dalla concessione
o permissione de' principi temporali, ai quali solamente Dio ha dato in mano
la giustizia, come dice il Salmista: (Deus iudicium suum regi dedit). N
avea potere d'imponer pene afflittive di corpo, d'esilio, e molto meno di
mutilazione di membra o di morte; e ne' delitti pi gravi di eresia toccava a'
principi di punire con temporali pene i delinquenti. Degli abusi della Chiesa
spettava il rimedio a' principi, che facevano leggi per porvi un freno,
specialmente per gli acquisti de' beni temporali; e i padri della Chiesa,
come sant'Ambrogio e san Girolamo, non si dolevano di tali leggi, n che i
principi non potessero stabilirle, n lor pass mai per pensiero che per ci si
fosse offesa l'immunit o libert della Chiesa. Federico secondo proib
l'acquisto de' beni stabili alle chiese, monasteri, templari ed altri luoghi
religiosi.

Ma essendosi nel tempo degli Angioini introdotte presso di noi altre massime,
che persuasero non potere il principe rimediare a questi abusi, e riputata
perci la costituzione di Federico empia ed ingiuriosa all'immunit delle
chiese si ritorn a' disordini di prima. E se la cosa fosse stata ristretta a
que' termini, sarebbe stata comportabile; ma da poi si videro le chiese e i
monasteri abbondare di tanti stati e ricchezze, ed in tanto numero, che piccola
fatica resta loro d'assorbire quel poco ch' rimaso in potere de' secolari.

Il potere temporale appartiene allo Stato in corpo; ma i principi hanno
guadagnata e ottenuta la signoria in tutt'i paesi del mondo. E, se il romano
pontefice e i prelati della Chiesa hanno potere temporale, non  gi

perch fosse stato prodotto dalla sovranit spirituale, e fosse una delle sue
appartenenze necessarie, ma si  da loro acquistato di volta in volta per
titoli umani, per concessioni di principi, o per prescrizioni legittime, non
gi (apostolico iure), come dice san Bernardo: (Nec enim ille tibi dare quod
non habebat, potuit).

Questo quadro della Chiesa primitiva accompagnato con tali riscontri ti d
come in iscorcio tutto il processo della storia. La lotta tra le leggi
canoniche e le civili  come il centro di un vasto ordito, che abbraccia tutta
la storia della legislazione, illuminata dalla storia de' governi e delle
mutazioni politiche. Vico e Giannone erano contemporanei. Giannone era di otto
anni pi giovane. Ma non parlano l'uno dell'altro, come non si conoscessero.
Pure lavoravano su di un fondo comune, le leggi, e riuscivano per diversa via
alle stesse conclusioni. L'uno era il filosofo, l'altro lo storico del mondo
civile. Tutti e due avvocati mediocri, profondi giureconsulti. Vico si tenea
alto nelle sue speculazioni filosofiche e nelle sue origini, e non scendeva in
mezzo agl'interessi e alle passioni, e pass inosservato. Ma grandissima fu la
fama e l'influenza dell'altro, perch scende nelle quistioni pi delicate di
quel tempo, ed  scrittore militante, animato dallo stesso spirito de'
combattenti. Parla ardito, e gi con quel motteggio, che era proprio del
secolo: sente dietro di s tutta la sua classe, e tutti gli uomini colti. La
persecuzione fece di lui un eroe, lo conferm nella sua via, lo spinse fino al
(Triregno), la pi radicale negazione del papato e dello spiritualismo
religioso, a volerne giudicare da' sunti. Il manoscritto fu seppellito negli
archivi dell'Inquisizione. Il suo motto era: - Bisogna demolire il regno
celeste -. Non gli basta pi la polizia ecclesiastica: vuole colpire il papato
nella sua radice, rompendo il legame che stringe gli uomini al cielo. Fa perci
una storia del regno celeste, come prima avea fatto una storia delle leggi
ecclesiastiche; e, come questa  il centro di un quadro pi vasto, quella  il
centro di un quadro che abbraccia tutta l'umanit. Mostrare i dogmi nella loro
origine, nelle loro alterazioni, nella loro negazione, scuotere la fede nel
dogma della risurrezione degli uomini: questo fa con grande erudizione e con
sottili considerazioni. Ma l'ambiente in Italia non era ancora tale, che vi
potessero trovar favore idee cos radicali, elaborate a Vienna e a Ginevra. La
coltura avea sviluppato l'ingegno, ma non avea ancora formato il carattere. In
Giannone stesso l'uomo era inferiore allo scrittore. N i tempi erano cos
feroci nella persecuzione, e cos assoluti nella proibizione, che rendessero
possibili le disperate resistenze sino al martirio. Ci era una mezza libert, e
perci una mezza opposizione. Ci era il liberalismo del medio ceto, rivolto
contro i baroni e i chierici, favorito dal sovrano, e perci in certi limiti
cortigiano, ipocrita, e, come si dice oggi, in guanti gialli. Un saggio delle
idee di quel tempo e di questo modo di opposizione ce lo d il seguente brano
di uno scrittore napolitano di quella et:

La giusta idea che fossero i chierici ministri del regno del cielo gli
aveva esentati da tutt'i pesi del regno della terra; e la cura destinata loro
delle anime e del culto divino gli ha oltre misura arricchiti di beni e
privilegi in questo mondo. Non  gi nostra intenzione di diminuire in nulla la
vantaggiosa opinione del clero presso il popolo: quEi ministri della religione
li rispettiamo nel fondo del cuore. La religione  una delle prime leggi
fondamentali dello Stato; e il senso di tali leggi non deve mai formare
l'oggetto della discussione del semplice cittadino. Al consiglio del sovrano
appartiene il decidere delle loro inutilit e vantaggi; siccome la sua suprema
potest ne crea o depone i ministri, ne fissa o sospende l'esercizio, i riti,
le funzioni, ne spiega o vela le dottrine, o le vendica, altera ed abroga,
conformemente a' lumi che su di ci la divinit, di cui  il rappresentante,
gl'ispira. Dico la divinit, perch altrimenti che significherebbe quel (Dei
gratia rex)? Ascoltare e ubbidire, ecco in questo caso il dovere del suddito.
Ma la religione, e soprattutto la vera religione, ordina agli uomini di amarsi,
vuole che ciaschedun popolo abbia le migliori leggi politiche, le migliori
leggi civili. Ella impone a' suoi ministri l'osservanza di queste leggi. Essi
devono dare l'esempio: la loro condotta  la base della purit delle coscienze
de' popoli. Ma, parlando a cuore aperto, hanno eglino da pi secoli mai dato, o
danno tuttora un tale esempio? Le loro immunit personali, l'esenzione de' loro
beni da' tributi, le giurisdizioni usurpate, gl'immensi acquisti sorpresi, la
maniera rigogliosa con la quale hanno sempre sostenuto tali giurisdizioni ed
acquisti, le dottrine bizzarre da loro insegnate a tal fine, e tanti altri loro
pretesi privilegi, dritti e riguardi non sono nel fondo tante manifeste
infrazioni delle leggi politiche e civili? Essi sono troppo ragionevoli onde
volere sottrarsi all'evidenza di questo argomento. Noi non parliamo a'
sacerdoti di Cibele o di Bacco, e molto meno ai preti di Hume e di Rousseau:
noi ci lusinghiamo di ragionare co' ministri della vera religione, e fra questi
soprattutto con quei d'Italia, li quali si son quasi sempre distinti per
l'affabilit e dolcezza del loro carattere, non meno che per l'aborrimento pel
bigottismo e l'intolleranza. Non vi ha una contea, baronia o altro simile
feudo, non vi ha una rendita stabile e fissa, un'abitazione comoda e decorosa
destinata a compensare i sudori di un ministro di Stato, di un presidente, di
un consigliere o di un generale; dove tanti guardiani, priori, vescovi ed abati
possedono sotto questo titolo de' pingui feudi e rendite fisse intatte da' pesi
de' sovrani ed intangibili, e le loro abitazioni fanno scorno a quelle de'
principi. I frati, comech giurino solennemente di osservare una maggior
povert del clero secolare, sono andati pi oltre nell'accumulare, e han tolto
a' poveri secolari i mezzi da potere sussistere. In coscienza potrebbono essi
occupare nell'universit le cattedre, nella Corte le cariche, nelle parrocchie
i pulpiti, e fino nelle case l'intendenza degli affari domestici? Potrebbero
senz'arrossire far da speziale, da mercante e da banchiere? In quanto al loro
numero,  divenuto cos eccessivo, che, se i principi non vi mettono presto
rimedio, il loro vortice inghiottir l'intiero Stato. Onde viene che il minimo
villaggio d'Italia debba esser retto da cinquanta o sessanta preti, senza
contare gl'iniziati di altro rango. Le citt vi pullulano di campanili e i
conventi fanno ombra al sole. Vi ha in qualcheduna di esse venticinque conventi
di frati o suore di san Domenico, sette collegi di gesuiti, altrettante case di
teatini, una ventina o trentina di monasteri di frati francescani, forse
cinquanta altri di diversi ordini religiosi di ambi i sessi, e pi di quattro o
cinquecento altre chiese e cappelle di minor conto; ma non vi sono all'incontro
che trentasei smilze parrocchie, verun osservatorio astronomico,
verun'accademia di pittura, di scoltura, di architettura, di chirurgia, di
agricoltura e di altre arti e scienze, veruna buona fabbrica di panni o di
tele, veruna buona manifattura di seta o di cotone, veruna biblioteca
appartenente al pubblico, verun orto botanico o gabinetto di curiosit naturali
o teatro anatomico, veruna cura per rendere i porti netti, le strade comode ed
agiate, gli alberghi propri e le citt illuminate, il commercio pi vivo.
Pensano i chierici di dover sempre sentire i comodi della societ senza mai
sentirne alcun peso? che la bilancia pender sempre a lor favore? che non vi
sar mai da sperar l'equilibrio?

Pittura viva di quel tempo nelle sue idee e nel suo linguaggio Si sente a
mille miglia il laico, il borghese e l'avvocato. Il sovrano  per lui
l'infallibile. Dovere del suddito  ascoltare e ubbidire. Rispetta la
religione; ha il maggiore ossequio verso i suoi ministri; li accarezza anche; e
fra tante dolcezze che botte da orbo! Il suo dispetto  che quelli sieno cos
ricchi; e lui, cio loro, fra tante strettezze. Se anche loro avessero un
feudo, passi. Ci si vede l'effetto della coltura. Il confronto fra tante chiese
e conventi, e tanta negligenza di scienze, arti, industrie e commerci, 
eloquente. Si sente il progresso dello spirito con un carattere ancora volgare.
L'animo  ancora servile, lo spirito si  emancipato. Tali erano i
giureconsulti, da' quali usciva il movimento liberale, in quella forma un po'
grottesca, tra l'insolenza verso il prete e la servilit verso il sovrano.
Pure, teneri com'erano delle leggi, doveano essere portati naturalmente, per
necessit della loro professione, a combattere l'arbitrio non solo ne'
chierici, ma anche ne' laici, e a promovere una monarchia non pi assoluta, ma
legale, se non liberale. Questa tendenza  gi manifesta in Giannone. Adora le
leggi romane, ma adora innanzi tutto la legge, ed  inesorabile verso
l'arbitrio:

Fin da' primi tempi - egli dice - della repubblica niente altro bramavasi
dalla licenziosa giovent romana, salvo che non esser governati dalle leggi, ma
che dovesse al re ogni cosa rimettersi ed al suo arbitrio, N ci per altra
ragione se non per quella che... vien rapportata da Livio: (Regem hominem
esse, a quo impetres, ubi ius, ubi iniuria opus sit. Leges rem surdam,
inexorabilem esse). Sentimenti pur troppo licenziosi e dannevoli. Meglio sar
che nella repubblica abbondino le leggi, che rimetter tutto all'arbitrio de'
magistrati.
Cos la quistione ecclesiastica si allargava, e diveniva quistione legale,
combattere l'arbitrio sotto ogni forma. Le usurpazioni de' nobili e de'
chierici erano contrastate come illegittime, contrarie alle leggi politiche e
civili. E del pari erano biasimati gli atti arbitrari nelle autorit secolari,
e anche nel monarca. In questo pendio si andava molto innanzi. Arbitrio erano
non solo gli atti fuori delle leggi, ma le leggi stesse non conformi a
giustizia ed equit. Gli scrittori cominciarono a notare tutt'i disordini e
abusi nelle leggi civili e criminali, e i principi lasciavano dire, perch non
si toccava della forma de' governi, n era messa in dubbio la loro potest,
anzi si facea loro appello per isradicare gli abusi. Il moto liberale in Italia
non veniva dalla filosofia o da ragioni metafisiche, come dicea Giannone, ma
da un intimo sentimento di legalit e di giustizia. Al Cinquecento il motto de'
riformatori era la corruttela de' costumi. Allora fu l'ingiustizia delle
leggi. Quel moto era religioso ed etico, questo era politico, quello stesso
moto sviluppato nelle sue premesse e allargato nelle sue conseguenze.
Il movimento, rimasto in gran parte speculativo e senza immediate
applicazioni in Bruno, in Campanella, in Vico, quasi ancora un'utopia,
allargandosi nella classe colta, si concretava nello scopo e ne' mezzi, per
opera principalmente de' giureconsulti. Scopo era combattere i privilegi
ecclesiastici e feudali in nome dell'eguaglianza, combattere l'arbitrio in nome
della legge, e riformare la legge in nome della giustizia e dell'equit. La
leva era il principato civile, elemento laico, legale e riformatore, sul quale
si appoggiavano le speranze de' novatori. Le idee erano sviluppate con grande
erudizione, con molta sottigliezza d'interpretazioni e di argomentazioni, come
di gente avvezzata alle dispute forensi. In Germania il movimento era appena
spuntato, rimasto nelle alte regioni della speculazione. Il sensismo di Locke
avea generato lo scetticismo di Hume, e n'era nata una nuova speculazione
sull'intelletto umano, una filosofia o una critica dell'intelletto, del quale
Locke avea scritta la storia. Kant e poi Fichte concentravano lo spirito in
quegli ardui problemi, e attendevano a gittare profonde le radici prima di
alzare l'albero; pensavano alla base, sulla quale dovea sorgere la civilt
nazionale. Di questi filosofi in Italia era appena penetrato Locke, e in una
traduzione mutilata dalla censura. Il movimento, come si andava sviluppando
nell'Inghilterra e in Germania, aveva appena qualche eco in Italia, anzi anche
col penava a farsi via, dominato dagl'influssi francesi. La Francia era la
grande volgarizzatrice delle idee dal secolo anteriore elaborate: era non la
dimostrazione, ma l'epilogo; non la ricerca, ma la formola; non la
speculazione, ma l'applicazione; la scienza gi assodata ne' suoi princpi e
divenuta catechismo, in una forma letteraria e popolare, che rendeva la
propaganda irresistibile. La negazione giungeva all'ultima sua efficacia
nell'ironia bonaria di Voltaire, con tanto buon senso sotto tanta malizia.
L'affermazione giungeva alla precisione di un catechismo in Rousseau, che
combatteva quella societ convenzionale in nome della societ naturale, dalla
quale scaturivano i dritti dell'uomo, il suffragio universale e la sovranit
del popolo. Gi la sua non era quasi pi una speculazione filosofica: era una
bibbia, filosofia divenuta sentimento, e calata nell'immaginazione. Montesquieu
sollevava i pi ardui problemi di politica e di legislazione, in una forma
incisiva, la quale, pi che scienza, era sapienza condensata e formolata.
Intorno a questi centri si aggruppavano gli enciclopedisti, e una moltitudine
di scrittori diversi d'ingegno e di coltura, ma tenuti tutti a quel tempo
grandi uomini. Ben presto non ci fu pi uomo colto in Italia che non li
leggesse avidamente.
Abbondarono i filosofi, i filantropi e gli spiriti forti, i nuovi
nomi de' liberali o degli uomini nuovi, o novatori. I filosofi erano filantropi
o amici dell'uomo, o umanitari, e insieme spiriti forti o liberi pensatori, che
in nome della ragione o della scienza condannavano tutto ci che nelle idee o
ne' fatti se ne allontanava. La loro azione pubblica era avvalorata dalle
associazioni secrete de' franchi muratori, mossi dagli stessi fini e dagli
stessi sentimenti. Emancipare il pensiero e l'azione da ogni ostacolo
esteriore, religioso o sociale, uguagliare giuridicamente le classi, provvedere
all'istruzione e al benessere delle classi inferiori, queste erano le basi del
nuovo edificio che si voleva costruire. Credevasi che tutto questo si potesse
ottenere con articoli di leggi, a quel modo che avevano fatto Solone, Licurgo,
Numa. E blandivano i sovrani, e li predicavano istrumenti provvidenziali per il
rinnovamento del mondo. Si form una pubblica opinione, il cui centro era
Parigi, la cui voce erano i filosofi. Seguire la pubblica opinione, fare alcune
riforme secondo i dettami de' filosofi era un mezzo di governo, un modo di
acquistarsi fama e popolarit a buon mercato, come era nel secolo decimosesto
il proteggere letterati e artisti. Il gran delitto del secolo, il violento
attentato alla nazionalit polacca rimase seppellito sotto quel nembo di fiori
che i filosofi sparsero sulla memoria di Elisabetta e Caterina seconda, di
Maria Teresa e Giuseppe secondo e di Federico secondo, i cortigiani e i
corteggiati di Voltaire, di D'Alembert, di Raynal, e degli enciclopedisti. N
voglio gi dire che fossero riformatori solo per calcolo: ch sarebbe
calunniare la natura umana. Riforme benefiche, e non pericolose alla loro
autorit, anzi buone a rafforzarla, le facevano volentieri, cospirando insieme
l'utile proprio e l'interesse pubblico: il calcolo si accompagnava col
desiderio del bene, col piacere delle lodi, e con l'intima persuasione,
imbevuti com'erano delle stesse idee. Il simile avveniva in Italia. I principi
gareggiarono nelle riforme, Carlo terzo e Ferdinando quarto, Maria Teresa e
Giuseppe secondo, Leopoldo, Carlo Emmanuele, e fino papa Ganganelli, che alla
pubblica opinione offerse in olocausto i gesuiti. I filosofi, domandando in
nome della libert e della uguaglianza l'abolizione di tutt'i privilegi
feudali, ecclesiastici, comunali, provinciali, e di ogni distinzione di classi,
o di ordini sociali, avevano seco i principi, che lottavano appunto da gran
tempo per conseguire questo scopo, fondando il loro potere assoluto sulla
soppressione di ogni libert o privilegio locale. Fin qui filosofia e monarchia
assoluta andavano di conserva. Lo stesso accordo era per le riforme economiche,
amministrative e giuridiche, come semplicizzare le imposte, unificare le leggi,
svincolare la propriet, promovere l'industria e il commercio e l'agricoltura,
assicurare contro l'arbitrio la vita e le sostanze de' cittadini. I principi ci
stavano, e qual pi, qual meno erano innanzi in quella via. Pensavano che,
fiaccato il clero e la nobilt, sciolte le maestranze, rimosse tutte le
resistenze locali, sarebbe rimasta nelle loro mani la signoria assoluta,
assicurata da' due nuovi ordigni che succedevano a quella compagine disfatta
del medio evo, la burocrazia e l'esercito. E non pensavano che i princpi da
cui movevano quelle riforme, e che costituivano la pubblica opinione, menavano
a conseguenze pi lontane, essendo impossibile che abolendo i privilegi
rimanesse salvo il privilegio pi mostruoso, ch'era la monarchia assoluta e di
dritto divino, e che, frenando l'arbitrio ne' preti, ne' baroni e ne'
magistrati, potessero essi governare a lungo co' biglietti regi e i motupropri.
Erano conseguenze inevitabili, che presto o tardi avrebbero condotta la
rivoluzione anche se la Francia non ne avesse dato l'esempio. Ma per allora
nessuno ci badava, e si procedeva allegramente nelle riforme, persuasi tutti
che bastassero ministri illuminati e principi paterni per potere
pacificamente e per gradi rinnovare la societ. Gli scrittori non impediti,
anzi incoraggiati e protetti, lasciavano le speculazioni astratte, e trattavano
i problemi pi delicati e di applicazione immediata con quella sicurezza che
veniva e dall'applauso pubblico e dalla benevolenza de' principi, direttori
della pubblica felicit. Beccaria dice:

I grandi monarchi, i benefattori dell'umanit, che ci reggono, amano le
verit esposte dall'oscuro filosofo,... e i disordini presenti... sono la
satira e il rimprovero delle passate et, non gi di questo secolo e de' suoi
legislatori.
E Filangieri con entusiasmo meridionale cos conchiude il libro secondo
della sua (Scienza della legislazione):

Il filosofo dee essere l'apostolo della verit e non l'inventore de'
sistemi. Il dire che tutto si  detto  il linguaggio di coloro che non sanno
cosa alcuna produrre, o che non hanno il coraggio di farlo. Finch i mali che
opprimono l'umanit non saranno guariti; finch gli errori e i pregiudizi che
li perpetuano troveranno de' partigiani; finch la verit conosciuta da pochi
uomini privilegiati sar nascosta alla maggior parte del genere umano; finch
apparir lontana da' troni; il dovere del filosofo  di predicarla, di
sostenerla, di promuoverla, d'illustrarla. Se i lumi ch'egli sparge non sono
utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro
paese. Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte le et, l'universo 
la sua patria, la terra  la sua scuola, i suoi contemporanei e i suoi posteri
sono i suoi discepoli.

La filosofia  gi oltrepassata. Non la si dimostra pi,  un antecedente
generalmente ammesso. Lo scopo non  fare una filosofia, inventare un sistema.
Lo scopo  un apostolato, propagare e illustrare la filosofia, cio la verit
conosciuta da pochi uomini privilegiati. E' la verit annunziata con tuono di
oracolo, col calore della fede, come facevano gli apostoli. E' una nuova
religione. Ritorna Dio tra gli uomini. Si rif la coscienza. Rinasce l'uomo
interiore. E rinasce la letteratura. La nuova scienza gi non  pi scienza: 
letteratura.





