"STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA"
di Francesco De Sanctis.

CAPITOLO: 7.
LA COMMEDIA.

Chi mi ha seguito vede che la (Divina Commedia) non  un concetto nuovo, n
originale, n straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a
un mondo maravigliato. Anzi il suo pregio  di essere il concetto di tutti, il
pensiero che giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni,
leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti e canzoni. L'(Allegoria
dell'anima) e la (Commedia dell'anima )sono gli schemi, le categorie, i
lineamenti generali di questo concetto.
Nel (Convito) la sostanza  l'etica, che Dante cerca di rendere
accessibile agl'illetterati, esponendola in prosa volgare. Qui il problema 
rovesciato. La sostanza sono le tradizioni e le forme popolari rannodate
intorno al mistero dell'anima, il concetto di tutt'i misteri e di tutte le
leggende, ed  in questo quadro che Dante gitta tutta la coltura di quel tempo.
Con questa felice ispirazione, pigliando a base della coltura le tradizioni e
le forme popolari, riunisce le due letterature, che si contendevano il campo,
intorno al comune concetto che le ispirava, il mistero dell'anima. La
rappresentazione e la leggenda esce dalla sua rozza volgarit e si alza a' pi
alti concepimenti della scienza; la scienza esce dal santuario e si fa popolo,
si fa mistero e leggenda. Indi l'immensa popolarit di questo libro, che
gl'illetterati accettavano nel senso letterale e i dotti comentavano come un
libro di scienza, come la (Somma) di san Tommaso. Il popolo vedeva in quei
versi quel medesimo che sentiva nelle prediche, nelle divozioni e
rappresentazioni, n  maraviglia che qualcuno guardando Dante con quella
faccia pensosa e come alienata, dicesse: - Costui par veramente uscito ora
dall'inferno. - Gli eruditi si affannavano a cercare il senso de' versi strani,
e il Boccaccio iniziava quella serie di comenti che spesso in luogo di
squarciare il velo lo fanno pi denso.
In effetti la (Divina Commedia ) una visione dell'altro mondo allegorica.
Cristianamente, la visione e la contemplazione dell'altra vita  il dovere del
credente, la perfezione. Il santo vive in ispirito nell'altro mondo; le sue
estasi, le sue visioni si riferiscono alla seconda vita, a cui sospira. Dante
accetta questa base ascetica, popolarissima: contemplare e vedere l'altro mondo
 la via della salvazione. Per campare dalla selva del vizio e dell'ignoranza,
egli si getta alla vita contemplativa, vede in ispirito l'altro mondo e narra
quello che vede. Questo  il motivo ordinario di tutte le visioni,  la storia
di tutt'i santi,  il tema di tutt'i predicatori,  la lettera della
(Commedia), visione dell'altro mondo, come via a salute. Ma la visione 
allegoria. L'altro mondo  allegoria e immagine di questo mondo,  in fondo la
storia o il mistero dell'anima ne' suoi tre stati, detti nell'(Allegoria
dell'anima) Umano, Spoglia, Rinnova, che rispondono a' tre mondi, Inferno,
(Purgatorio) e (Paradiso). E' l'anima intenebrata dal senso, nello stato
puramente umano, che spogliandosi e mondandosi della carne si rinnova, ritorna
pura e divina. Questa allegoria era popolare e comune non meno che la lettera.
Ciascuno vedeva un po' l'altro mondo con l'occhio di questo mondo, con le sue
passioni e interessi. I predicatori, soprattutto nella descrizione delle pene
infernali, cercavano immagini delle passioni terrene. Il mistero dell'anima era
la base di tutte le invenzioni, la leggenda delle leggende. L'uomo, caduto
nell'errore e nella miseria, che finisce o vendendo l'anima al demonio o
purgandosi e salvandosi, era il fondamento di tutte le storie popolari, come
s' visto nell'(Introduzione alle virt) e nella (Commedia dell'anima).
La (Commedia dell'anima ) l'anima uscita dalle mani di Dio pura, che in terra
combatte le sue battaglie con la carne e col demonio, e vince assistita dalla
grazia di Dio. Vizi e virt combattono, come gli dei di Omero, intorno
all'anima; le virt vincono e l'anima  salva. Nell'(Introduzione alle virt) 
un giovane caduto in miseria, a cui apparisce confortatrice la Filosofia, sua
maestra e signora, e gli mostra la battaglia de' Vizi e delle Virt; e il
giovane, spregiando i beni terrestri, si leva al cielo. La filosofia  anche la
divina consolatrice di Boezio, cos popolare, e di Dante, a cui dopo la morte
di Beatrice apparve questa nobilissima figlia dell'Imperatore dell'universo,
facendolo suo amico e servo. Il vizio e l'ignoranza, la conversione per opera
di Dio o della filosofia, la redenzione e beatificazione, visione di Dio e
della scienza, era il luogo comune delle due letterature, de' semplici e degli
uomini colti. E Dante fonde insieme le due forme, e tira nella sua allegoria
filosofia e teologia, ragione e grazia, Dio e scienza, e fa un mondo armonico,
assegnando a ciascuno il suo luogo. L'anima nell'inferno e nel purgatorio, non
essendo uscita ancora dal terreno ha a guida il lume naturale, la ragione o la
filosofia; ma la ragione  insufficiente senza la grazia di Dio: fatta libera e
monda e leggiera, ha nel paradiso maestra la grazia o la teologia, luce
intellettuale, che le mostra la scienza senza velo, o Dio nella sua essenza.
Perch l'altro mondo  allegorico, figura dell'anima nella sua storia, il
poeta  sciolto da' vincoli liturgici e religiosi e spazia nel mondo libero
dell'immaginazione. Prendendo a base le tradizioni e le forme cristiane,
adopera alla sua costruzione tutt'i materiali della scienza, sacra e profana, e
le tradizioni e favole del mondo pagano, mescolando insieme Enea e san Paolo,
Caronte e Lucifero, figure classiche e cristiane. Cos ha realizzato quel mondo
universale della coltura, tanto desiderato dalle classi colte e fino allora
tentato invano, cristiano nel suo spirito e nella sua lettera, ma dove gi
penetra da tutte le parti il mondo antico. Mescolanza che in molti
contemporanei pare strana e grottesca, legittimata qui dall'allegoria, che
concede al poeta libert di forme ch'egli creda pi acconce a significare i
suoi concetti. Il mondo pagano e la scienza profana sono qui materiali di
costruzione, usati a edificare un tempio cristiano, a quel modo che colonne
egizie e greche si veggono talora nelle costruzioni moderne divenire simbolo e
figure de' nuovi tempi e delle nuove idee. Cos a questa costruzione gigantesca
prendon parte tutte le et e tutte le forme, fuse insieme e battezzate,
penetrate da un solo concetto, il concetto cristiano.
L'ordito  semplicissimo:  la storia o mistero dell'anima nella sua
espressione elementare, come si trova nella rappresentazione della (Commedia
dell'anima); e l'hai gi tutta e chiara innanzi, fin dal primo canto. Dante nel
giorno del Giubileo, quando Bonifazio facea mostra di tutta la sua possanza e
il mondo cristiano si raccoglieva intorno a lui, si trova smarrito in una selva
oscura, e sta per soggiacere all'assalto delle passioni, figurate nella lonza,
il leone e la lupa, quando a camparlo dal luogo selvaggio esce Virgilio, e lo
mena seco a contemplare l'inferno e il purgatorio, ove, confessati i suoi
falli, guidato da Beatrice, sale in paradiso e di luce in luce giunge alla
faccia di Dio. Allegoricamente, Dante  l'anima, Virgilio  la ragione,
Beatrice  la grazia, e l'altro mondo  questo mondo stesso nel suo aspetto
etico e morale,  l'etica realizzata, questo mondo quale dee essere secondo i
dettati della filosofia e della morale, il mondo della giustizia e della pace,
il regno di Dio.
Dante  l'anima non solo come individuo, ma come essere collettivo, come
societ umana, o umanit. Come l'individuo, cos la societ  corrotta e
discorde, e non pu aver pace se non instaurando il regno della giustizia o
della legge, riducendosi dall'arbitrio de' molti sotto unico moderatore. E qui
entra la tradizione virgiliana: la monarchia prestabilita da Dio, fondata da
Augusto, discendente di Enea, e Roma per diritto divino capo del mondo. Questo
concetto politico non  intruso e soprapposto, ma , come si vede, lo stesso
concetto etico, applicato all'individuo e alla societ. E' tale la medesimezza,
che la stessa allegoria si pu interpretare in un senso puramente etico, per
rispetto all'individuo, e in un senso politico, per rispetto alla societ. E
non  perci maraviglia che la stessa materia si presti con tanta docilit alle
pi diverse interpretazioni.
Se l'allegoria ha reso possibile a Dante una illimitata libert di forme,
gli rende d'altra parte impossibile la loro formazione artistica. Dovendo la
figura rappresentare il figurato, non pu essere persona libera e indipendente,
come richiede l'arte, ma semplice personificazione o segno d'idea, sicch non
contenga se non i tratti soli che hanno relazione all'idea, a quel modo che il
vero paragone non esprime di se stesso se non quello solo che sia immagine
della cosa paragonata. L'allegoria dunque allarga il mondo dantesco, e insieme
lo uccide, gli toglie la vita propria e personale, ne fa il segno o la cifra di
un concetto a s estrinseco. Hai due realt distinte, l'una fuori dell'altra,
l'una figura e adombramento dell'altra, perci amendue incompiute e astratte.
La figura, dovendo significare non se stessa, ma un altro, non ha niente
d'organico e diviene un accozzamento meccanico mostruoso, il cui significato 
fuori di s, com' il grifone del (Purgatorio), l'aquila del (Paradiso), e il
Lucifero, e Dante con le sette P incise sulla fronte.
La poesia non s'era ancora potuta sciogliere dall'allegoria. Il cristianesimo
in nome del Dio spirituale facea guerra non solo agl'idoli, ma anche alla
poesia, tenuta lenocinio e artifizio: voleva la nuda verit. E verit era
filosofia o storia: la verit poetica non era compresa. La poesia era stimata
un tessuto di menzogne, e poeta e mentitore, come dice il Boccaccio, era la
stessa cosa; i versi erano chiamati, come dice san Girolamo, cibo del
diavolo. La poesia perci non fu accettata se non come simbolo e veste del
vero: l'allegoria fu una specie di salvacondotto, pel quale pot riapparire fra
gli uomini. Erano detti poeti solenni, a distinzione de' popolari, i dotti
che esprimevano in poesia la dottrina sotto figura, o in forma diretta. Dante
definisce la poesia banditrice del vero, sotto il velame della favola
ascoso, di modo che il lettore sotto alla dura corteccia, sotto favoloso e
ornato parlare, trovi salutari e dolcissimi ammaestramenti. La poesia  in s
una bella menzogna, che non ha alcun valore, se non come figura del vero.
Con questa falsa poetica, di cui abbiamo visto l'influenza ne' nostri
lirici, Dante lavora sopra idee astratte: trova una serie di concetti, e poi ti
forma una serie corrispondente di oggetti. Le menti erano assuefatte a questo
processo, a correre al generale. Il campo ordinario della filosofia scolastica
era l'Ente con tutte le altre generalit, e la pratica del sillogismo avea
avvezzi tutti, anche i poeti, a cercare in ogni cosa la maggiore, la
proposizione generale. Ora quel mondo di concetti  la maggiore dell'altro
mondo.
Quali sieno questi concetti, io dir quasi con le stesse parole di Dante.
La patria dell'anima  il cielo, e come dice Dante, discende in noi da
altissimo abitacolo. Essa partecipa della natura divina.
L'anima, uscendo dalle mani di Dio,  semplicetta, sa nulla; ma ha due
facolt innate, la ragione e l'appetito, la virt che consiglia, e l'esser
mobile ad ogni cosa che piace, l'esser presta ad amare.
L'appetito (affetto, amore) la tira verso il bene. Ma nella sua ignoranza
non sa discernere il bene, segue la sua falsa immagine e s'inganna. L'ignoranza
genera l'errore, e l'errore genera il male.
Il male o il peccato  posto nella materia, nel piacere sensuale.
Il bene  posto nello spirito: il sommo Bene  Dio, puro spirito. L'uomo
dunque, per esser felice, dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo
Bene, a Dio. A questo fine gli  stata data la ragione come consigliera: indi
nasce il suo libero arbitrio e la moralit delle sue azioni.
La ragione per mezzo della filosofia ci d la conoscenza del bene e del
male. Lo studio della filosofia  perci un dovere,  via al bene, alla
moralit. La moralit  la bellezza della filosofia:  l'etica, regina delle
scienze, il primo cielo cristallino.
A filosofare  necessario amore. L'Amore (appetito) pu esser sementa di
bene e di male, secondo l'oggetto a cui si volge. Il falso amore  appetito
non cavalcato dalla ragione. Il vero amore  studio della filosofia, unimento
spirituale dell'anima con la cosa amata.
Filosofia  amistanza a sapienza, amicizia dell'anima con la sapienza.
Nelle nature inferiori l'amore  sensibile dilettazione. Solo l'uomo, come
natura razionale, ha amore alla verit e alla virt (alla filosofia). Ci 
vera felicit, che per contemplazione della verit si acquista.
In questi concetti si trova il succo della morale antica. Gi i filosofi
pagani aveano mostrato la filosofia come unico porto fra le tempeste della
vita: esser filosofo significava e significa anche oggi resistere alle passioni
ed a' piaceri, vincer se stesso, serbare l'eguaglianza dell'animo nelle umane
vicissitudini.
Ma ecco ora sopraggiungere il cristianesimo.
L'umanit per il peccato d'origine cadde in servit dei sensi (del male o
del peccato), e la ragione e l'amore non furono pi sufficienti a salvarla. La
ragione andava a tentoni e menava all'errore; i filosofi andavan e non sapevan
dove; l'amore rimaso senza rettore divenne appetito sensuale. Era necessaria
una redenzione soprannaturale. Dio si fece uomo e redense l'umanit, offrendosi
vittima espiatoria per lei.
Mediante questo sacrificio, la ragione  stata avvalorata dalla fede,
l'amore avvalorato dalla grazia, la filosofia  stata compiuta dalla teologia,
la rivelazione.
Redenta l'umanit, ciascun uomo ha acquistato la virt di salvarsi con
l'aiuto di Dio. Guidato dalla ragione e dalla fede, fortificato dall'amore e
dalla grazia, pu affrancarsi da' sensi e levarsi di mano in mano sino a Dio,
al sommo Bene.
Questo cammino dalla materia o dal peccato sino allo spirito o al bene
comprende tutto il circolo della morale o etica. La conoscenza della morale
(naturale e rivelata, filosofia e teologia)  perci necessaria a salute.
La morale  il (Nosce te ipsum), la conoscenza di se stesso. L'uomo si
trova in questa vita in uno de' tre stati di cui tratta la morale, stato di
peccato, stato di pentimento, stato di grazia.
L'altro mondo  figura della morale. L'inferno  figura del male o del
vizio; il paradiso  figura del bene o della virt; il purgatorio  il
passaggio dall'uno all'altro stato mediante il pentimento e la penitenza.
L'altro mondo  perci figura de' diversi stati ne' quali l'uomo si trova in
questa vita.
La rappresentazione dell'altro mondo  dunque un'etica applicata, una
storia morale dell'uomo, com'egli la trova nella sua coscienza. Ciascuno ha
dentro di s il suo inferno e il suo paradiso.
Il viaggio nell'altro mondo  figura dell'anima nel suo cammino a
redenzione. Ed  Dante stesso che fa questo viaggio.
Si trova in una selva oscura (stato d'ignoranza e di errore, la selva
erronea del (Convito)), vede il dilettoso colle, principio e cagione di tutta
gioia (la beatitudine), illuminato dal sole che mena dritto altrui per ogni
calle (la scienza), ma tre fiere (la carne, gli appetiti sensuali) gli tengono
il passo. L'uomo da s non pu salire il calle, non pu giungere a salute:
viene dunque il (deus ex machina), l'aiuto soprannaturale. Si richiede non solo
ragione, ma fede, non solo amore, ma grazia. Virgilio (ragione e amore) lo
guida, insino a che, confesso e pentito e purgato d'ogni macula terrena,
succede Beatrice (ragione sublimata a fede, amore sublimato a grazia). Con
questo aiuto esce dallo stato d'ignoranza e di errore (la selva), e prende il
cammino della scienza (l'altro mondo, il mondo etico e morale). Gli si affaccia
prima l'inferno (l'anima nello stato del male) e conosce il male nella sua
natura, nelle sue specie, ne' suoi effetti (vedi canto XI). Entra allora in
purgatorio (pentimento ed espiazione), dove ancor vive la memoria e l'istinto
del male, e conosciuto il suo stato, pentito e mondo, diventa libero (dalla
carne o dal peccato). Si trova allora ricondotto allo stato d'innocenza, nel
quale era l'uomo avanti il peccato d'origine, e vede il paradiso terrestre e
vede Beatrice (fede e grazia) Con la sua guida sale in paradiso (l'anima nello
stato di beatitudine), di grado in grado si leva sino alla conoscenza e amore
(contemplazione beatifica) di Dio, del sommo Bene, e in questa mistica
congiunzione dell'umano e del divino si riposa ( beato).
La redenzione della societ ha luogo nello stesso modo che degl'individui.
La societ serva della materia  anarchia, discordia sviata dall'ignoranza e
dall'errore. E come l'uomo non pu ire a pace, se non vinca la carne ed
ubbidisca alla ragione, cos la societ non pu ridursi a concordia, se non
presti ubbidienza ad un supremo moderatore (l'imperatore) che faccia regnare la
legge (la ragione), guida e freno dell'appetito.
Con questo fondo generale si lega tutto lo scibile di quel tempo,
metafisica, morale, politica, storia, fisica, astronomia, ecc
Il centro intorno a cui gira questa vasta enciclopedia  il problema
dell'umana destinazione che si trova in fondo a tutte le religioni e a tutte le
filosofie, il mistero dell'anima, pensiero della letteratura volgare sotto
tutte le sue forme. Il problema  posto ed  sciolto cristianamente. L'umanit
ha perduto ed ha racquistato il paradiso; questa storia epica di Milton 
l'antecedente del problema. L'umanit ha racquistato il paradiso, cio ciascun
uomo ha acquistato la forza di salvarsi. Ma in che modo? Qual  la via di
salvazione? La (Commedia)  la risposta a questa domanda, la soluzione del
problema.
Il cristianesimo ne' primi tempi di fervore rispondea: - L'uomo si salva,
imitando Cristo che ha salvato l'umanit, si salva con l'amore. Bisogna volger
le spalle alla vita terrena e seguire Dio, lui amare, lui contemplare. - Di qui
la preminenza della vita contemplativa, che Dante chiama eccellentissima e
simile alla vita divina. Il che dovea menar dritto alla visione estatica, alla
comunione tra l'anima e Dio, al misticismo, tanta parte della letteratura
volgare. Gli uomini stanchi del mondo cercavano pace e obblio nei monasteri, e
nutrivano l'anima del pensiero della morte, della meditazione dell'altra vita;
i santi Padri esortano spesso i fedeli a volger la mente all'altro mondo; anche
oggi le prediche, i libri ascetici, i libri di preghiera non sono che un
continuo (Memento mori);  famoso il Pensa, anima mia, frase formidabile, a
cui il lettore vede gi in aria venir dietro il giudizio universale e le fiamme
dell'inferno. Se le cose di quaggi sono caduche e nulla promission rendono
intera, se il significato serio della vita  nell'altro mondo, se l  il
vero,  la realt: l'(Iliade), il poema della vita  la (Commedia), la storia
dell'altro mondo.
In quei primi tempi la scienza non  necessaria a salute, anzi i cristiani
menavano vanto della loro ignoranza: (Beati pauperes spiritu). Avendo per
avversari gli uomini pi dotti del paganesimo, rispondevano (ex abundantia
cordis), con la sicurezza e l'eloquenza della fede, la loro lingua di fuoco. Ma
questo amore di cuori semplici, che spesso umiliava l'orgoglio di una scienza
vta e arida, non bast pi appresso. Aristotele dominava nelle scuole; la
scienza si era introdotta nella teologia e ne avea fatto un cumulo di
sottigliezze: lo stesso misticismo avea preso forme scientifiche, divenuto
ascetismo, scienza della santificazione, in Agostino, Bernardo e Bonaventura.
L'Amore dunque prende un contenuto, diviene scienza, e la loro unit  la
filosofia, uso amoroso di sapienza.
La scienza per non contraddice, non annulla, anzi fortifica e dimostra lo
stesso concetto della vita. Anche per Dante la santificazione  posta nella
contemplazione; l'oggetto della contemplazione  Dio; la beatitudine  la
visione di Dio; al sommo della scala de' beati mette i contemplanti, non gli
operanti; ma per giungere all'unione con Dio non basta volere, bisogna sapere,
ci vuole la sapienza che  amore e scienza, unit del pensiero e della vita.
Perci Virgilio non pu esser ragione, che non sia anche amore, e Beatrice non
pu esser fede, che non sia anche grazia; Dante stesso conosce e vuole a un
tempo; ogni suo atto del conoscere mena a un suo atto del volere. L'intelletto
 in cima della scala: l'amore dee essere inteso, se ne dee avere intelletto.
Tale  la soluzione dantesca. A quattro secoli di distanza il problema si
ripresenta, ma i termini sono mutati. Il punto di partenza non  pi
l'ignoranza, la selva oscura, ma la saziet e vacuit della scienza,
l'insufficienza della contemplazione, il bisogno della vita attiva. La sapiente
Beatrice si trasforma nell'ignorante e ingenua Margherita; e Fausto non
contempla ma opera; anzi il suo male  stato appunto la contemplazione, lo
studio della scienza, e il rimedio che cerca  ribattezzarsi nelle fresche onde
della vita. Ma al tempo di san Tommaso la ragione entrava appena nella sua
giovinezza; sorgea da lungo ozio, curiosa, credula, acuta, tanto pi
confidente, quanto meno esperta della misura di s e delle cose; le si
domandava tutto e prometteva tutto. Dovea ella darci la pietra filosofale del
mondo morale, la felicit. Lo scopo della scienza non era speculativo
solamente, ma pratico. Nell'ordine speculativo era gi conseguito il suo scopo,
divenuta per Dante un libro chiuso, di cui tutte le pagine sono scritte. Ma la
scienza dee operare anche sulla volont, menare a virt e felicit. E se questo
miracolo non era ancora avvenuto, se la realt era tanto disforme alla scienza,
doveasene recare la cagione, secondo Dante e i contemporanei, all'ignoranza.
Bisognava dunque volgarizzare la scienza, darle uno scopo morale, drizzarla
all'opera. Indi l'importanza che ebbe l'etica e la rettorica, la scienza de'
costumi e l'arte della persuasione.

I tentativi fatti, compreso il (Convito), furono infelici. Trattandosi di
verit da esporre e non da cercare, manca lo spirito e l'ardore scientifico,
manca in tutti, anche in Dante. La stessa esposizione non  libera,
predeterminata da forme scolastiche. Da queste condizioni non potea uscire una
letteratura filosofica, quella forma, propria degli uomini meditativi, che ti
rivela non solo l'idea, ma come in te nasce, come la si presenta, con esso i
sentimenti che l'accompagnano, pregna di altre idee, le quali per la potenza
comprensiva della parola intravvedi, ancora senza contorni, mobili, nasciture.
Qui sta la vita superiore della forma filosofica, generata immediatamente dal
travaglio del pensiero, che mette in moto tutte le altre facolt, compresa
l'immaginazione. In quei tentativi il contenuto scientifico ci sta, non nel
punto che tu lo trovi e vi metti sopra la mano, ma gi trovato, divenuto nello
spirito un antecedente non esaminato, tolto pesolo e grezzo dalla scuola. La
terra si manifesta meglio al coltivatore che al proprietario. Dante sa di avere
i tali fondi, ma non ci va, non entra in comunione con quelli, non vive della
vita de' campi, non li lavora, li conosce sulla carta. Rimane una propriet
astratta, senza effettiva possessione, senza assimilazione, un mio che non 
me, non  fatto parte dell'anima mia. Non ci  investigazione e non ci 
passione, dico la passione che  generata da un amoroso lavoro intellettuale.
Il filosofo fora la superficie e si seppellisce nel mondo sotterraneo, dove,
come dice Mefistofele, stanno le profonde radici della scienza. Ma qui la
scienza  salita sulla superficie, e se ne coglie i frutti senza fatica. Tutto
 dato, la scienza con esso le sue prove e il suo linguaggio; s che, ferme e
intangibili le parti superiori della scienza, non riman libera che l'ultima e
pi bassa operazione dell'intelletto, distinguere e sottilizzare.
Essendo la scienza base di tutto l'edificio, ne seguit quella falsa
poetica di cui  detto. La letteratura solenne e dotta divenne un istrumento
della scienza, un modo di volgarizzarla. E tenne due vie, l'esposizione diretta
o l'allegorica. N altro fu l'intendimento di Dante nella rappresentazione
dell'altro mondo. Come que' filosofi che sotto nome di utopia costruiscono un
mondo dove sia realizzato il loro sistema, Dante costruisce il mondo allegorico
della scienza, dove pur trova modo di esporla in forma diretta nelle sue parti
sostanziali.
Egli ha aria di dire: - Volete salvarvi l'anima? Venite appresso a me
nell'altro mondo; ivi impareremo dalla bocca de' morti la filosofia morale, la
scienza della salvazione. - E i morti parlano ed espongono la scienza,
soprattutto in paradiso, i cui stalli sembrano convertiti in vere cattedre o
pulpiti. N la scienza  solo nelle parole de' morti, ma anche nella
costruzione e rappresentazione dell'altro mondo, dove essa  sposta sotto
figura, in forma allegorica. Il sistema insegue il poeta in mezzo a' suoi
fantasmi, e dice: - Bada che tu non passeggi per curiosit, per osservare e
dipingere: il tuo scopo  l'insegnamento della scienza per la salute
dell'anima; non ti dimenticare della scienza. - E la poetica gli soggiunge: -
Pensa che tutte le tue invenzioni, belle che sieno e maravigliose, sono n pi
n meno che sciocche bugie, quando non rendano odore di scienza: la poesia  un
velo sotto il quale si dee nascondere la dottrina. - Ond' che il poeta
costringe la stessa realt a produrre un contenuto scientifico: dietro la
realt ci  la scienza, come dietro l'ombra ci  il corpo; qui la scienza  il
corpo, e la realt  l'ombra, ombrifero prefazio del vero, anzi  meno che
ombra, perch nell'ombra ci  pure l'immagine del corpo. E' l'alfabeto della
scienza, come la parola  del pensiero, un alfabeto composto non di lettere, ma
di oggetti, ciascuno segno della tale e tale idea.
Questi erano i concetti, e queste le forme, a cui lo spirito era giunto.
Perci quel concetto fondamentale dell'et, il mistero dell'anima o dell'umana
destinazione, non era ancora realizzato come arte; perch l'arte  realt
vivente, che abbia il suo valore e il suo senso in se stessa, e qui la scienza,
in luogo di calare nel reale ed obbliarvisi, lo tira e lo scioglie in s.
Il mistero dell'anima era dunque o rozza e greggia realt nella
letteratura popolare, o trattato e allegoria nella letteratura dotta e solenne.
Dante s'impadron di questo concetto e tent realizzarlo come arte. Ma ci
si mise con le stesse intenzioni e con le stesse forme. Prese quella rozza
realt degli ascetici, e volle farne l'ombrifero prefazio del vero, l'allegoria
della scienza. Da questa intenzione non potea uscir l'arte.
Neppure l'esposizione della scienza in forma diretta  arte. Il poeta che
vuole esporre la scienza, e vuol pur fare una poesia, si propone un problema
assurdo, voler dare corpo a ci che per sua natura  fuori del corpo. La poesia
si riduce dunque a un puro abbigliamento esteriore, non penetra l'idea, non se
l'incorpora; l'idea rimane invitta nella sua astrazione. Dante spiega in questo
assunto tutte le forze della sua immaginazione; nessuno pi di lui ha saputo
con tanta potenza assalire la scienza nel proprio campo e farle forza; ma
questo connubio della poesia e della scienza, ch'egli chiama nel (Convito) un
eterno matrimonio, non  uno di due,  un eterno due. La poesia pu farle
preziosi doni, pu vestirla sontuosamente, ingemmarla, girarle attorno
carezzevole, pu abbigliarla, non possederla. E la possiede allora solamente,
quando non la vede pi fuori di s, perch  divenuta la sua vita e anima, la
realt.
L'allegoria  una prima forma provvisoria dell'arte. E' gi la realt, che
per non ha valore in se stessa, ma come figura, il cui senso e il cui
interesse  fuori di s, nel figurato, oggetto o concetto che sia. E poich nel
figurato ci  qualche cosa che non  nella figura, e nella figura ci  qualche
cosa che non  nel figurato, la realt divenuta allegorica vi  necessariamente
guasta e mutilata. O il poeta le attribuisce qualit non sue, ma del figurato
come il veltro che si ciba di sapienza e di virtude, o esprime di lei solo
alcune parti, e non perch sue, ma perch si riferiscono al figurato, come il
grifone del (Purgatorio). In tutti e due i casi la realt non ha vita propria,
o per dir meglio non ha vita alcuna: l'interesse  tutto nel figurato, nel
pensiero. Ora, o il pensiero  oscuro, e cessa ogni interesse; o  dubbio, di
maniera che ti si affaccino pi sensi, e tu rimani sospeso e raffreddato; o 
chiaro, e lo hai innanzi nella sua generalit, senza carattere poetico. La
selva  figura della vita terrena. E la vita terrena, appunto perch figurato,
ti si porge spoglia di ogni particolare, per cui e in cui  vita, generale e
immobile come un concetto. Questo povero figurato  condannato, come Pier delle
Vigne, a guardarsi il suo corpo penzolare innanzi senza che mai sen rivesta; e
non propriamente suo, perch quel corpo singolare, che chiamasi figura, serve a
due padroni,  s ed un altro,  insieme lettera e figura, un corpo a due
anime, rappresentato in guisa, che prima paia se stesso, la selva, e
considerato attentamente mostri in s le orme di un altro. Talora la figura fa
dimenticare il figurato; talora il figurato strozza la figura. Per lo pi nel
senso letterale penetrano particolari estranei che lo turbano e lo guastano, e
per volerci procurare un doppio cibo ci si fa stare digiuni.
Adunque in queste forme non ci  ancora arte. La realt ci sta o come
immagine del pensiero astratto ed estrinseco, o come figura di un figurato
parimente astratto ed estrinseco. Non ci  compenetrazione dei due termini. Il
pensiero non  calato nell'immagine; il figurato non  calato nella figura. Hai
forme iniziali dell'arte non hai ancora l'arte.
Dante si  messo all'opera con queste forme e con queste intenzioni. Se
l'allegoria gli ha dato abilit a ingrandire il suo quadro e a fondere nel
mondo cristiano tutta la coltura antica, mitologia, scienza e storia, ha
d'altra parte viziato nell'origine questo vasto mondo, togliendogli la libert
e spontaneit della vita, divenuto un pensiero e una figura, una costruzione (a
priori), intellettuale nella sostanza, allegorica nella forma.
E se la (Commedia) fosse assolutamente in questi termini, sarebbe quello
che fu il (Tesoretto) prima e il (Quadriregio) poi, grottesca figura d'idee
astratte.
Ma dirimpetto a quel mondo della ragione astratta viveva un mondo concreto
e reale, la cui base era la storia del vecchio e nuovo Testamento nella sua
esposizione letterale e allegorica, e che nelle allegorie, nei misteri, nei
cantici, nelle laude, nelle visioni, nelle leggende avea avuta gi tutta una
letteratura. Era la letteratura degli uomini semplici, poveri di spirito. A
costoro la via a salute era la contemplazione non di esseri allegorici,
figurativi della scienza ma reali; Dio, la Vergine, Cristo, gli angioli, i
santi, l'inferno, il purgatorio, il paradiso; ci che essi chiamavano l'altra
vita, non figura di questa, anzi la sola che essi chiamavano realt e verit.
Il contemplante o il veggente era il santo, il profeta, l'apostolo, banditore
della parola di Dio; Dante, l'amico della filosofia, contemplando il regno
divino, se ne fa non solo il filosofo, ma il profeta e l'apostolo, rivelandolo
e predicandolo agli uomini; diviene il missionario dell'altro mondo, ed  san
Pietro che gli apre la bocca e lo investe della sacra missione:

Apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo.

Ora questo mondo cristiano, di cui si faceva il profeta, era per lui una cosa
cos seria, come per tutt'i credenti, seria nel suo spirito e nella sua
lettera. Ne parla col linguaggio della scienza, lo intravvede attraverso la
scienza, ma la scienza non lo dissolveva, anzi lo illustrava e lo confermava.
Supporre che esso fosse una figura, una forma trovata per adombrarvi i suoi
concetti scientifici,  un anacronismo,  un correre sino a Goethe. La scienza
penetra in questo mondo come ragionamento o come allegoria, e spiega la sua
costruzione e il suo pensiero, a quel modo che il filosofo spiega la natura. E
come la natura, cos l'altro mondo  per Dante pi che figura,  vivace e seria
realt, che ha in se stessa il suo valore e il suo significato.
N quel mondo cristiano rimane nella sua generalit religiosa, com' nei
cantici, nelle prediche e ne' misteri e leggende. Dalla vita contemplativa cala
nella vita attiva e si concreta nella vita reale. Essendo la perfezione
religiosa nel dispregio de' beni terreni, i credenti, da Francesco d'Assisi a
Caterina, non poteano vedere con animo quieto i costumi licenziosi de' chierici
e de' frati, la corruzione della citt santa, dove Cristo si mercava ogni
giorno, il papa divenuto sovrano temporale e dominato da fini e interessi
terreni, in tresca adultera co' re. Su questo punto i santi sono cos severi,
come Dante; pi avean fede, e maggiore era l'indignazione. Venendo pi al
particolare, abbiam visto Bonifazio legarsi con Filippo il Bello contro
l'imperatore, ci che Dante chiama un adulterio, inviare Carlo di Valois a
Firenze, cacciarne i Bianchi, instaurarvi i guelfi. Il guelfismo era allora la
Chiesa, fatta meretrice del re di Francia, che la trasse poco poi in Avignone,
divenuta pietra di scandalo e aizzatrice di tutte le discordie civili. Come
potere e interesse temporale, era essa non solo radice e causa della corruzione
del secolo, ma impedimento alla costituzione stabile delle nazioni, e massime
d'Italia, in quella unit civile o imperiale, che rendea immagine dell'unit
del regno di Dio. A questo mondo guasto contrapponevano la purezza de' tempi
evangelici e primitivi e il vivere riposato e modesto delle citt, prima che vi
entrasse la corruzione e la licenza de' costumi, di cui la Chiesa dava il mal
esempio.
Come si vede, il mondo politico entrava per questa via nel mondo
cristiano, e ne facea parte sostanziale. La politica non era ancora una scienza
con fini e mezzi suoi: era un'appendice dell'etica e della rettorica. E come
vita reale il suo modello era il mondo cristiano, di cui si ricordava
un'immagine pura in tempi pi antichi, una specie di et dell, oro della vita
cristiana.
Questo mondo cristiano-politico non era gi per Dante una contemplazione
astratta e filosofica. Mescolato nella vita attiva, egli era giudice e parte.
Offeso da Bonifazio, sbandito da Firenze, errante per il mondo tra speranze e
timori, fra gli affetti pi contrari, odio e amore, vendetta e tenerezza,
indignazione e ammirazione, con l'occhio sempre volto alla patria che non dovea
pi vedere, in quella catastrofe italiana c'era la sua catastrofe, le sue
opinioni contraddette, la sua vita infranta nel fiore dell'et e offesi i suoi
sentimenti di uomo e di cittadino. Le sue meditazioni, le sue fantasie mandano
sangue. Non  Omero, contemplante sereno e impersonale;  lui in tutta la sua
personalit, vero microcosmo, centro vivente di tutto quel mondo, di cui era
insieme l'apostolo e la vittima.
Se dunque, come filosofo e letterato, involto nelle forme e ne' concetti
dell'et, volea costruire un mondo etico o scientifico in forma allegorica,
come entra in quel mondo, non vi trova pi la figura. Simile a quel pittore che
s'inginocchia innanzi al suo (san Girolamo), trasformatasi nell'immaginazione
la figura nella persona del santo, egli cerca la figura e trova una realt
piena di vita, trova se stesso.
Oltre a ci, Dante era poeta. Invano afferma che (poeta) vuol dire
(profeta), banditore del vero. Sublime ignorante, non sapea dov'era la sua
grandezza. Era poeta e si ribella all'allegoria. La favola, ci ch'egli chiama
bella menzogna, lo scalda, lo soverchia, e vi si lascia ir dietro come
innamorato, n sa creare a met, arrestarsi a mezza via. Nel caldo
dell'ispirazione non gli  possibile starsi col secondo senso innanzi e formar
figure mozze, che vi rispondano appuntino, particolare con particolare,
accessorio con accessorio, come riesce a' mediocri. La realt straripa,
oltrepassa l'allegoria, diviene se stessa; il figurato scompare, in tanta
pienezza di vita, fra tanti particolari. Indi la disperazione de' comentatori:
egli fece il suo mondo, e lo abbandon alle dispute degli uomini.
Per metter d'accordo la sua poetica con la sua poesia, Dante sostiene nel
(Convito) che il senso letterale dee essere indipendente dall'allegorico, di
modo che sia intelligibile per se stesso. Con questa scappatoia si  salvato
dalle strette dell'allegoria, ed ha conquistato la sua libert d'ispirazione,
la libert e indipendenza delle sue creature. Sia pure l'altro mondo figura
della scienza; ma  prima e innanzi tutto l'altro mondo, e Virgilio  Virgilio,
e Beatrice  Beatrice, e Dante  Dante, e se di alcuna cosa ci dogliamo, 
quando il secondo senso vi si ficca dentro e sconcia l'immagine e guasta
l'illusione.
Sicch nella (Commedia), come in tutt'i lavori d'arte, si ha a distinguere
il mondo intenzionale e il mondo effettivo, ci che il poeta ha voluto e ci
che ha fatto. L'uomo non fa quello che vuole, ma quello che pu. Il poeta si
mette all'opera con la poetica, le forme, le idee e le preoccupazioni del
tempo; e meno  artista, pi il suo mondo intenzionale  reso con esattezza.
Vedete Brunetto e Frezzi. Ivi tutto  chiaro, logico e concorde: la realt 
una mera figura. Ma se il poeta  artista, scoppia la contraddizione vien fuori
non il mondo della sua intenzione, ma il mondo dell'arte.

Come l'argomento siasi affacciato a Dante non  chiaro. Le memorie secrete
del genio non sono scritte ancora e mal si pu indovinare da quello che 
espresso quello che  preceduto nello spirito d'un autore. E' difficile far la
geologia di un lavoro d'arte, trovare nel definitivo le tracce del provvisorio.
E' probabile che la (Commedia) sia stata vagamente concepita fin dalla
giovinezza, ad imitazione di quelle commedie dell'anima, di quelle visioni
dell'altra vita, cos in voga; e che dapprima il poeta pensasse solo alla
glorificazione di Beatrice e alla rappresentazione pura e semplice dell'altro
mondo; e forse de' frammenti e anche de' canti furono scritti prima che un
disegno ben chiaro e concorde gli entrasse in mente. Questo  il tempo oscuro
alla critica e altamente drammatico, il tempo de' tentennamenti, del silenzioso
contendere con se stesso, degli abbozzi, del va e vieni, storia intima del
poeta. Il quale, quando gli si mostra l'argomento, vede per prima cosa
dissolversi quella parte di realt che vi risponde, fluttuante come in una
massa di vapori guardata da alto, dove gli alberi, i campanili, i palazzi,
tutte le figure si decompongono e si offrono a frammenti. Chi non ha la forza
di uccidere la realt, non ha la forza di crearla. Ma sono frammenti gi
penetrati di virt attrattiva, amorosi, che si cercano, si congregano, con
desiderio, con oscuro presentimento della nuova vita a cui sono destinati. La
creazione comincia veramente, quando quel mondo tumultuario e frammentario
trovi un centro intorno a cui stringersi. Allora esce dall'illimitato che lo
rende fluttuante, e prende una forma stabile; allora nasce e vive, cio si
sviluppa gradatamente secondo la sua essenza. Ora il mondo dantesco trov la
sua base nella idea morale.
La idea morale non  concetto arbitrario ed estrinseco all'argomento, 
insito nell'altro mondo,  il suo concetto; perch senza di quella l'altro
mondo non ha ragion d'essere. La base dunque  vera,  nell'argomento; e se
difetto c', il difetto  nella natura dell'argomento. Ma Dante meditandovi
sopra, e non come poeta ma come filosofo, valic l'argomento. Non  contento
che la ci sia, ma la mostra e la spiega. E non si contenta neppure di questo.
Quella idea diviene la filosofia, tutto un sistema di concetti ben coordinato,
e non  pi la base, il senso interiore dell'altro mondo a quel modo che lo
spirito  nella natura, ma  essa il contenuto, essa l'argomento, essa lo
scopo. Cos quella vivace realt si va ad evaporare in una generalit
filosofica, e il lavoro diviene un insegnamento morale-politico sotto il velo
dell'altro mondo. Il poeta spontaneo e popolare si volta nel poeta dotto e
solenne. Descrivere l'altro mondo cos alla semplice e nel suo senso immediato
gli pare un frivolo passatempo, la maniera de' narratori volgari. La lettera ci
, ma  per i profani, per gli uomini semplici, che non vedono di l
dell'apparenza. Ma egli scrive per gl'iniziati, per gl'intelletti sani, e loro
raccomanda di non fermarsi alla corteccia, di guardare di l! E tutti si son
messi a guardare di l.
Cos sono nati due mondi danteschi, uno letterale e apparente, l'altro
occulto, la figura e il figurato. E poich l'interesse  in questo senso
occulto, in questo di l, i dotti si son messi a cercarlo. L'hanno cercato, e
non l'hanno trovato, e dopo tante dispute e vane congetture, esce infine il
buon senso, esce Voltaire e dice: Gl'italiani lo chiamano (divino) ma  una
divinit occulta; pochi intendono i suoi oracoli; la sua fama si manterr
sempre, perch nessuno lo legge. E Voltaire vuol dire: - Abbiamo sudato
parecchi secoli per capirti; e poich non ti vuoi far capire, statti con Dio -.
E vuol dire ancora: - Ne val poi la pena? E' una falsa divinit quella che
rimane nascosta -. Pure n il (veto) del Voltaire valse ad arrestare le
ricerche, n il suo disprezzo ad intiepidire l'ammirazione. Con nuovo ardore
italiani e stranieri si misero a interpretare questo Giano a due facce o
piuttosto a due mondi, l'uno visibile e l'altro invisibile; ciascuno si prov
ad alzare un lembo del velo di cui si  ravvolto il dio. Ma n acutezza
d'ingegno, n copia di dottrina, n profonda conoscenza di quei tempi, n
studio paziente delle altre sue opere hanno potuto trarci fuori delle ipotesi e
delle congetture. Gli antichi interpreti dissentivano ne' particolari; il
dissenso de' moderni  pi profondo: hai interi sistemi che si confutano a
vicenda. Oggi ancora non si pubblica un Dante in Germania, che non ci si
appicchino nuove spiegazioni; non puoi leggere una critica della (Commedia),
che non ti trovi ingolfato in un pelago di quistioni. Dante  divenuto un nome
che spaventa, irto di sillogismi e soprasensi, e spesso sei ridotto a
domandarti: - Qual  il vero Dante? - Poich ciascun comentatore ha il suo,
ciascuno gli appicca le opinioni e passioni sue, e lo fa cantare a suo modo, e
chi ne fa un apostolo di libert, di umanit, di nazionalit, chi un precursore
di Lutero, chi un santo Padre. Cercano Dante dove non , cercano i suoi pregi
dove sono i suoi difetti, e qual maraviglia che il Lamartine alla sua volta
cercandolo col e non vel trovando, si sia affrettato a conchiudere: Dunque
Dante non esiste? Io ne conchiudo: - Poich non  l, cerchiamolo altrove. -
La grandezza del dio non  nel santuario, ma l dove si mostra con tanta pompa
al di fuori. A forza di cercar maraviglie in un mondo ipotetico, non vediamo
quelle che ci si affacciano innanzi. Parlando a coro della dignit della
(Commedia) e de' veri e del senso arcano, si  data una importanza fattizia a
questo mondo intellettuale-allegorico, se non fosse per altro, per la fatica
che ci si  spesa. Se Dante tornasse in vita, sentendo a dire che Beatrice 
l'eresia o la sua anima, che le arpie sono i monaci domenicani, che Lucifero 
il papa, che il suo vocabolario  un gergo settario, e vedendo quanti sensi
occulti gli sono affibbiati, potrebbe a pi d'uno tirargli le orecchie e dire:
- Cotesto arri non ci misi io -. Ma gli si potrebbe rispondere: - Vostra
colpa: perch non siete stato pi chiaro? Ci avete promessa un'allegoria:
perch non ci avete data un'allegoria? La vostra figura non risponde appuntino
al figurato: perch l'avete fatta s bella? Perch le avete data tanta realt?
In tanta ricchezza di particolari dove o come trovare l'allegoria? E qual
maraviglia che la stessa figura significhi una per me e una per voi? Qual
maraviglia che nella stessa figura si trovi di che provare la verit di tre o
quattro interpretazioni? E ci fosse solo un senso! Ma ci fate sapere che, oltre
all'allegorico, ci  il senso morale e l'anagogico: dove trovare il bandolo? I
vostri ascetici gridano che il corpo  un velo dello spirito: ma il peccatore
fa di cappello allo spirito e adora la carne. E anche voi gridate che i versi
sono un velo della dottrina; e, come il peccatore, piantate l il figurato, e
correte appresso alla figura, e la fate cos impolpata, cos corpulenta, che 
un velo denso e fitto, di l dal quale non si vede nulla, e perci si vede
tutto, quello che intendete voi e quello che intendiamo noi. Se dunque la
vostra allegoria  come l'ombra di Banco, messa tra voi e noi, che ci toglie la
vostra vista, se il vostro poema  divenuto un immenso geroglifico, un mondo
ignoto, alla cui scoperta si son messi infruttuosamente molti Colombi; di chi 
la colpa? Non  forse della vostra poca logica, che altro intendete e altro
fate? - Rimproveri che sono un elogio.
Cos . Dante  stato illogico; ha fatto altra cosa che non intendeva.
Ciascuno  quello che , anche a suo dispetto, anche volendo essere un altro.
Dante  poeta, e avviluppato in combinazioni astratte, trova mille aperture per
farvi penetrare l'aria e la luce. Tratto ad una falsa concezione dal vezzo de'
tempi, valica l'argomento e si trova in un mondo di puri concetti, e fa di
questi la sua intenzione e si tira appresso tutta la realt e ne vuol fare la
figura de' suoi concetti. Ma, come attinge il reale, ivi sente se stesso, ivi
genera, ivi l'ingegno trova la sua materia; quelle figure prendono corpo,
acquistano una vita propria; e le diresti creature libere e indipendenti, se
quella benedetta intenzione non vi fosse rimasa attaccata come una palla di
piombo, impacciando a volta a volta i loro movimenti. Cos quel mondo
intenzionale, tanto caro al poeta, si  ito come nebbia dissipando innanzi alla
luce del mondo reale, solo rimasto vivo. Tutto l'altro  l'astratto di quel
mondo,  il lavoro oltrepassato: non  la (Commedia),  il suo di l, la sua
nebbia, che pur penetra qua e l e lascia delle grandi ombre, che
(gl'interpreti) dilatano e trasformano in una sola e vasta ombra. A quel modo
che i geologi scoprono i vestigi di forme imperfette, che attestano la lenta e
progressiva formazione della materia, qui si discernono i frammenti di un mondo
prosaico, intellettuale, allegorico, scissi, isolati, sterili, pi o meno
tollerabili, secondo la maggiore o minore abilit dell'esposizione, inviluppati
in una forma pi alta, alla quale il genio sospinge il poeta attraverso gli
errori della sua poetica. I quali frammenti sono i fossili della (Commedia),
morti gi da gran tempo, vivi solo agli eruditi, i geologi della letteratura; e
se la loro morte non ha potuto seco involgere il rimanente, gli  che il vero
lavoro  in questo rimanente, dotato di una vita cos fresca e tenace, che
distende un po' di sua luce anche sulle parti morte. Quel contenuto astratto
vive in grazia del mondo in cui si trova entrato: spiccatenelo, isolatelo, e
non se ne parlerebbe pi.
Che cosa  dunque la (Commedia)? E' il medio evo realizzato come arte,
malgrado l'autore e malgrado i contemporanei. E guardate che gran cosa 
questa! Il medio evo non era un mondo artistico, anzi era il contrario
dell'arte. La religione era misticismo la filosofia scolasticismo. L'una
scomunicava l'arte, abbruciava le immagini, avvezzava gli spiriti a staccarsi
dal reale. L'altra viveva di astrazioni e di formole e di citazioni, drizzando
l'intelletto a sottilizzare intorno a' nomi e alle vacue generalit che si
chiamavano essenze. Gli spiriti erano tirati verso il generale, pi disposti
a idealizzare che a realizzare: ci che  proprio il contrario dell'arte. Ne'
poeti semplici trovi il reale rozzo, senza formazione, come ne' misteri, nelle
visioni, nelle leggende. Ne' poeti solenni trovi una forma o crudamente
didascalica, o figurativa e allegorica. L'arte non era nata ancora. C'era la
figura; non c'era la realt nella sua libert e personalit.
Dante raccoglie da' misteri la (Commedia dell'anima), e fa di questa
storia il centro di una sua visione dell'altro mondo. Tutta questa
rappresentazione non  che senso letterale; la visione  allegorica, i
personaggi sono figure e non persone; ma ci che  attivo nel suo spirito, lo
porta verso la figura e non verso il figurato. La sua natura poetica, tirata
per forza nelle astrattezze teologiche e scolastiche, ricalcitra e popola il
suo cervello di fantasmi e lo costringe a concretare, a materializzare, a
formare anche ci che  pi spirituale e impalpabile, anche Dio. Quel mondo
letterale lo ammalia, lo perseguita, lo assedia e non posa che non abbia
ricevuta la sua forma definitiva; e non  pi lettera, ma  spirito, non  pi
figura, ma  realt,  un mondo in s compiuto e intelligibile, perfettamente
realizzato. Visione e allegoria, trattato e leggenda, cronache, storie, laude,
inni, misticismo e scolasticismo, tutte le forme, in questo gran mistero
dell'anima o dell'umanit, poema universale, dove si riflettono tutt'i popoli e
tutti i secoli che si chiamano il medio evo.
Ma questo mondo artistico, uscito da una contraddizione tra l'intenzione
del poeta e la sua opera, non  compiutamente armonico, non  schietta poesia.
La falsa coscienza poetica disturba l'opera di quella geniale spontaneit, e vi
gitta dentro un tentennare, un non so che di mal sicuro e di non compiuto, una
mescolanza e crudezza di colori. Il pensiero, ora nella sua crudit scolastica,
ora abbellito d'immagini che pur non bastano a vincere la sua astrattezza, vi
ha troppo gran parte. Le sue figure allegoriche ricordano talora pi i mostri
orientali che la schietta bellezza greca, personificazioni astratte, anzi che
persone conscie e libere. Preoccupato del secondo senso che ha in mente, spesso
gli escono particolari estranei alla figura, che turbano e distraggono il
lettore e gli rompono l'illusione. La presenza perenne di un altro senso, che
aleggia al di sopra della rappresentazione ed introducevisi a quando a quando,
ne turba la chiarezza e l'armonia. Anche lo stile, inviluppato alcuna volta in
rapporti lontani e sottili, perde la sua lucidit e riesce intralciato e
torbido. Non  un tempio greco:  un tempio gotico, pieno di grandi ombre, dove
contrari elementi pugnano, non bene armonizzati. Or rozzo, or delicato. Ora
poeta solenne, or popolare. Ora perde di vista il vero e si abbandona a
sottigliezze, ora lo intuisce rapidamente e lo esprime con semplicit. Ora
rozzo cronista, ora pittore finito. Ora si perde nelle astrattezze, ora di
mezzo a quelle fa germogliare la vita. Qui cade in puerilit, l spicca il volo
a sopraumane altezze. Mentre tien dietro a un sillogismo, brilla la luce
dell'immagine. E mentre teologizza, scoppia la fiamma del sentimento. Talora ti
trovi innanzi ad una fredda allegoria, quando tutto ad un tratto vi senti
dentro tremare la carne. Talora la sua credulit ti fa sorridere, talora la sua
audacia ti fa stupire. Fu un piccolo mondo, dove si rifletteva tutta
l'esistenza, com'era allora. I contrari elementi, che fermentavano in una
societ ancora nello stato di formazione, contendevano in lui. E senza che ne
avesse coscienza. Se guardi alle sue aspirazioni, tutto  armonia. Filosofo,
pensa il regno della scienza e della virt. Cristiano, contempla il regno di
Dio. Patriota, sospira al regno della giustizia e della pace. Poeta, vagheggia
una forma tutta luce e proporzione e armonia, lo bello stile: il suo autore 
Virgilio. Maggiore era la barbarie e la rozzezza, e pi si vagheggiava un mondo
armonico e concorde. Ma il poeta  inviluppato egli medesimo in quella rozza
realt e in quelle forme discordi; e ne sente la puntura, e gli manca la
serenit dell'artista. E gli esce dalla fantasia un mondo dell'arte in gran
parte realizzato, ma dove pur trovi gli angoli e le scabrosit di una materia
non perfettamente doma.
Entriamo in questo mondo, e guardiamolo in se stesso e interroghiamolo.
Perch un argomento non  (tabula rasa), dove si pu scrivere a genio, ma 
marmo gi incavato e lineato, che ha in s il suo concetto e le leggi del suo
sviluppo. La pi grande qualit del genio  d'intendere il suo argomento, e
diventare esso, risecando da s tutto ci che non  quello. Bisogna
innamorarsene, vivere ivi dentro, essere la sua anima o la sua coscienza E
parimente il critico, in luogo di porsi innanzi regole astratte; e giudicare
con lo stesso criterio la (Commedia) e (l'Iliade) e la (Gerusalemme) e il
(Furioso), dee studiare il mondo formato dal poeta, interrogarlo, indagare la
sua natura che contiene in s virtualmente la sua poetica, cio le leggi
organiche della sua formazione, il suo concetto, la sua forma, la sua genesi,
il suo stile. Che cosa  l'altro mondo?
E' il problema dell'umana destinazione sciolto,  il mistero dell'anima
spiegato,  la fine della storia umana, il mondo perfetto l'eterno presente,
l'immutabile necessit. Nella natura non ci  pi accidente, nell'uomo non ci 
pi libert. La natura  predeterminata e fissata secondo una logica
preconcetta, secondo l'idea morale. Reale e ideale diventano identici,
apparenza e sostanza  tutt'uno. L'uomo non ha pi libero arbitrio:  l,
fissato e immobilizzato, come natura. Ogni azione  cessata; ogni vincolo che
lega gli uomini in terra,  sciolto: patria, famiglia, ricchezze, dignit,
costumi. Non c' pi successione, n sviluppo, non principio e non fine: manca
il racconto e manca il dramma. L'individuo scompare nel genere. Il carattere,
la personalit, non ha modo di manifestarsi. Eterno dolore, eterna gioia, senza
eco, senza variet, senza contrasto n gradazione. Non ci  epopea, perch
manca l'azione; non ci  dramma, perch manca la libert; la lirica 
l'immutabile e monotona espressione di una sola aria; rimane l'esistenza nella
sua immobile estrinsechezza, descrizione della natura e dell'uomo.
Che cosa  dunque l'altro mondo per rispetto all'arte? E' visione,
contemplazione, descrizione, una storia naturale.
Ma in questa visione penetra la leggenda o il mistero, perch ivi dentro 
rappresentata la commedia o redenzione dell'anima nel suo pellegrinaggio
dall'umano al divino, di Fiorenza in popol giusto e sano. Ci hai dunque
l'apparenza di un dramma, che si svolge nell'altro mondo, i cui attori sono
Dante, Virgilio, Catone, Stazio, il demonio, Matilde, Beatrice, san Pietro, san
Bernardo, la Vergine, Dio, dramma allegorico, come allegorica  la (Commedia
dell'anima). Dico apparenza di un dramma, perch la santificazione nasce non
dall'operare, ma dal contemplare, e Dante contempla, non opera, e gli altri
mostrano, insegnano. Il dramma dunque svanisce nella contemplazione.
Questo mondo cos concepito era il mondo de' misteri e delle leggende,
divenuto mondo teologico-scolastico in mano a' dotti. Dante lo ha realizzato,
gli ha dato l'esistenza dell'arte, ha creato quella natura e quell'uomo. E se
il suo mondo non  perfettamente artistico, il difetto non  in lui, ma in quel
mondo, dove l'uomo  natura e la natura  scienza, e da cui  sbandito
l'accidente e la libert, i due grandi fattori della vita reale e dell'arte.
Se Dante fosse frate o filosofo, lontano dalla vita reale, vi si sarebbe
chiuso entro e non sarebbe uscito da quelle forme e da quell'allegoria. Ma
Dante, entrando nel regno de' morti, vi porta seco tutte le passioni de' vivi,
si trae appresso tutta la terra. Dimentica di essere un simbolo o una figura
allegorica, ed  Dante, la pi potente individualit di quel tempo, nella quale
 compendiata tutta l'esistenza, com'era allora, con le sue astrattezze, con le
sue estasi, con le sue passioni impetuose, con la sua civilt e la sua
barbarie. Alla vista e alle parole di un uomo vivo, le anime rinascono per un
istante, risentono l'antica vita, ritornano uomini; nell'eterno ricomparisce il
tempo; in seno dell'avvenire vive e si muove l'Italia, anzi l'Europa di quel
secolo. Cos la poesia abbraccia tutta la vita, cielo e terra, tempo ed
eternit, umano e divino; ed il poema soprannaturale diviene umano e terreno,
con la propria impronta dell'uomo e del tempo. Riapparisce la natura terrestre,
come opposizione, o paragone, o rimembranza. Riapparisce l'accidente e il
tempo, la storia e la societ nella sua vita esterna ed interiore; spunta la
tradizione virgiliana, con Roma capitale del mondo e la monarchia prestabilita,
ed entro a questa magnifica cornice hai come quadro la storia del tempo,
Bonifazio ottavo, Roberto, Filippo il Bello, Carlo di Valois, i Cerchi e i
Donati, la nuova e l'antica Firenze, la storia d'Italia e la sua storia, le sue
ire, i suoi odii, le sue vendette, i suoi amori, le sue predilezioni.
Cos la vita s'integra, l'altro mondo esce dalla sua astrazione dottrinale
e mistica, cielo e terra si mescolano, sintesi vivente di questa immensa
comprensione Dante, spettatore, attore e giudice. La vita guardata dall'altro
mondo acquista nuove attitudini, sensazioni e impressioni. L'altro mondo
guardato dalla terra veste le sue passioni e i suoi interessi. E n' uscita una
concezione originalissima, una natura nuova e un uomo nuovo. Sono due mondi
onnipresenti, in reciprocanza d'azione, che si succedono, si avvicendano,
s'incrociano, si compenetrano, si spiegano e s'illuminano a vicenda, in
perpetuo ritorno l'uno nell'altro. La loro unit non  in un protagonista, n
in un'azione, n in un fine astratto ed estraneo alla materia, ma  nella
stessa materia; unit interiore e impersonale, vivente indivisibile unit
organica, i cui momenti si succedono nello spirito del poeta, non come
meccanico aggregato di parti separabili, ma penetranti gli uni negli altri e
immedesimantisi, com' la vita. Questa energica e armoniosa unit  nella
natura stessa de' due mondi, materialmente distinti ma una cosa nell'unit
della coscienza. Cielo e terra sono termini correlativi, l'uno non  senza
l'altro; il puro reale ed il puro ideale sono due astrazioni; ogni reale porta
seco il suo ideale; ogni uomo porta seco il suo inferno e il suo paradiso; ogni
uomo chiude nel suo petto tutti gli dei d'Olimpo: lo scettico pu abolire
l'inferno, non pu abolir la coscienza. Appunto perch i due mondi sono la vita
stessa nelle sue due facce, in seno a questa unit si sviluppa il pi vivace
dualismo, anzi antagonismo: l'altro mondo rende i corpi ombre, ombre gli
affetti e le grandezze e le pompe, ma in quelle ombre freme ancora la carne,
trema il desiderio, suonano d'imprecazioni terrene fino le tranquille vlte del
cielo. Gli uomini, con esso le loro passioni e vizi e virt rimangono eterni,
come statue, in quell'attitudine, in quella espressione di odio, di sdegno, di
amore, che sono stati colti dall'artista; ma mentre l'altro mondo eterna la
terra, trasportandola nel suo seno e ponendole dirimpetto l'immagine
dell'infinito, ne scopre il vano e il nulla: gli uomini sono gli stessi in un
diverso teatro, che  la loro ironia. Questa unit e dualit uscente dall'imo
stesso della situazione balena al di fuori nelle pi varie forme, ora in
un'apostrofe, ora in un discorso, ora in un gesto, ora in un'azione, ora nella
natura, ora nell'uomo. In questa unit penetra la pi grande variet, n 
facile trovare un lavoro artistico, in cui il limite sia cos preciso e cos
largo. Niente  nell'argomento che costringa il poeta a preferire il tal
personaggio, il tal tempo, la tale azione: tutta la storia, tutti gli aspetti
sotto a' quali si  mostrata l'umanit, sono a sua scelta; e pu abbandonarsi a
suo talento alle sue ire e alle sue opinioni, e pu intramettere nello scopo
generale fini particolari, senza che ne scapiti l'unit. Il che d al suo
universo compiuta realit poetica, veggendosi nella permanente unit tutto ci
che sorge e dalla libert dell'umana persona e dall'accidente, e moversi con
vario gioco tutt'i contrasti, e il necessario congiunto col libero arbitrio, e
il fato col caso.
Adunque, che poesia  codesta? Ci  materia epica, e non  epopea; ci 
una situazione lirica, e non  lirica; ci  un ordito drammatico, e non 
dramma. E' una di quelle costruzioni gigantesche e primitive, vere
enciclopedie, bibbie nazionali, non questo o quel genere, ma il tutto, che
contiene nel suo grembo ancora involute tutta la materia e tutte le forme
poetiche, il germe di ogni sviluppo ulteriore. Perci nessun genere di poesia
vi  distinto ed esplicato: l'uno entra nell'altro, l'uno si compie nell'altro.
Come i due mondi sono in modo immedesimati, che non puoi dire: - Qui  l'uno, e
qui  l'altro -; cos i diversi generi sono fusi di maniera, che nessuno pu
segnare i confini che li dividono, n dire: - Questo  assolutamente epico, e
questo  drammatico. -
E' il contenuto universale, di cui tutte le poesie non sono che frammenti,
il poema sacro, l'eterna geometria e l'eterna logica della creazione
incarnata ne' tre mondi cristiani: la citt di Dio, dove si riflette la citt
dell'uomo in tutta la sua realt del tal luogo e del tal tempo; la sfera
immobile del mondo teologico, entro di cui si movono tempestosamente tutte le
passioni umane.
L'idea che anima la vasta mole e genera la sua vita e il suo sviluppo, 
il concetto di salvazione, la via che conduce l'anima dal male al bene,
dall'errore al vero, dall'anarchia alla legge, dal molteplice all'uno. E' il
concetto cristiano e moderno dell'unit di Dio sostituita alla pluralit
pagana. Questo concetto, se fosse solo un di fuori, spiegato nella sua
astrattezza dottrinale come pensiero, o rappresentato in forma allegorica come
figurato, non basterebbe a generare un'opera d'arte. Ma qui  non solo il di
fuori, ma il di dentro, non solo il significato e la scienza di quel mondo
opera di filosofo e di critico, ma principio attivo, com' nell'uomo e nella
natura, che costruisce e forma quel mondo, e gli d una storia e uno sviluppo.
Questo principio attivo, se nella sua astrattezza si pu chiamare il vero o il
bene, o la virt o la legge, come realt viva e operosa  lo spirito, che ha
per suo contrario la materia o la carne, dove sta come in una prigione o in un
vasello, da cui si sforza di uscire. La vita  perci un antagonismo, una
battaglia tra lo spirito e la carne, tra Dio e il demonio. E la sua storia  la
progressiva vittoria dello spirito, la costui consapevolezza e libert sotto le
forme in cui vive, il suo successivo assottigliarsi e scorporarsi e
idealizzarsi sino a Dio, assoluto spirito, la Verit, la Bont, l'Unit,
l'ultimo Ideale. Il concetto dantesco, lo spirito che alita per entro al suo
mondo,  dunque la progressiva dissoluzione delle forme, un costante salire di
carne a spirito, l'emancipazione della materia e del senso mediante
l'espiazione e il dolore, la collisione tra il satanico e il divino, l'inferno
e il paradiso, posta e sciolta. Omero trasporta gli di in terra e li
materializza; Dante trasporta gli uomini nell'altro mondo e li spiritualizza.
La materia vi  parvenza; lo spirito solo ; gli uomini sono ombre; i fatti
umani si riproducono come fantasmi innanzi alla memoria; la terra stessa  una
rimembranza che ti fluttua avanti come una visione; il reale, il presente 
l'infinito spirito; tutto l'altro  vanit che par persona. Questo
assottigliamento  progressivo: il velo si fa sempre pi trasparente.
L'(Inferno)  la sede della materia, il dominio della carne e del peccato; il
terreno vi  non solo in rimembranza, ma in presenza; la pena non modifica i
caratteri e le passioni; il peccato, il terrestre si continua nell'altro mondo
e s'immobilizza in quelle anime incapaci di pentimento: peccato eterno, pena
eterna. Nel (Purgatorio) cessano le tenebre e ricomparisce il sole, la luce
dell'intelletto, lo spirito; il terreno  rimembranza penosa che il penitente
si studia di cacciar via, e lo spirito sciogliendosi dal corporeo si avvia al
compiuto possesso di s, alla salvazione. Nel (Paradiso) l'umana persona
scomparisce, e tutte le forme si sciolgono ed alzano nella luce; pi si va su,
e pi questa gloriosa trasfigurazione s'idealizza, insino a che al cospetto di
Dio, dell'assoluto spirito, la forma vanisce e non rimane che il sentimento:

... ... tutta cessa
mia visione e ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Cos la neve al sol si disigilla;
cos al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di Sibilla.

Questo concetto comprende tutto lo scibile e tutta la storia; non solo
costruisce e sviluppa il mondo dantesco, ma lo incontrate sempre vivo nel
cammino intellettuale e storico della vita, sotto tutte le forme, in tutte le
quistioni che si affacciano al poeta, in religione, in filosofia, in politica,
in morale, e cos si concreta e compie in tutti gl'indirizzi della vita. In
religione  il cammino dalla lettera allo spirito, dal simbolo all'idea, dal
vecchio al nuovo Testamento; nella scienza dall'ignoranza e dall'errore alla
ragione e dalla ragione alla rivelazione; in morale dal male al bene, dall'odio
all'amore, mediante l'espiazione; in politica dall'anarchia all'unit.
Sottoposto alle condizioni di spazio e di tempo, diventa storia: il tale uomo,
il tale popolo, il tale secolo. In religione vi sta innanzi la Chiesa romana,
il papato, che il poeta vuole emancipare dalle cure e passioni terrene e
ricondurre al suo fine spirituale; in filosofia avete la scienza volgare e la
scienza della verit in paradiso; in morale vi stanno innanzi le passioni, le
discordie, le colpe e i vizi della barbara et, dalle quali vi sentite a poco a
poco allontanare nel vostro cammino verso il sommo bene; in politica  l'Italia
anarchica e sanguinosa che il poeta aspira a comporre a pace e concordia
nell'unit dell'impero. Cos un solo concetto penetra il tutto, come forma,
come pensiero e come storia. Mai pi vasta e concorde comprensione non era
uscita da mente di uomo. Alcuni ci vedono dentro l'altro mondo, e il resto 
una intrusione e quasi una profanazione; Edgardo Quinet rimane (choqu)
veggendo come le passioni del poeta lo inseguono fino in paradiso; altri ci
veggono un mondo politico, di cui quello sia la rappresentazione sotto figura.
Chiamano questo poema o religioso, o politico, o didascalico, o morale,
lo riducono a querele di cattolici e protestanti, a dispute di guelfi e
ghibellini. Guardano non dall'alto del monte, dalla pianura, e prendono per il
tutto quello che incontrano nella diritta linea del loro cammino. Ciascuno si
fabbrica un piccolo mondo e dice: - Questo  il mondo di Dante. - E il mondo di
Dante contiene tutti quei mondi in s. E' il mondo universale del medio evo
realizzato dall'arte.

Questa immensa materia si forma e si sviluppa secondo il concetto in tre
mondi, de' quali l'inferno e il paradiso sono le due forze in antagonismo,
carne e spirito, odio e amore, e il purgatorio  il termine medio o di
passaggio: tre mondi, de' quali la letteratura non offriva che povere e rozze
indicazioni, e che escono dalla fantasia dantesca vivi e compiuti.
L'inferno  il regno del male, la morte dell'anima e il dominio della
carne, il caos: esteticamente  il brutto.
Dicesi che il brutto non sia materia d'arte, e che l'arte sia
rappresentazione del bello. Ma  arte tutto ci che vive, e niente  nella
natura che non possa esser nell'arte. Non  arte quello solo che ha forma
difettiva o in s contraddittoria, cio l'informe o il deforme o il difforme: e
perci non  arte il confuso, l'incoerente, il dissonante, il manierato, il
concettoso, l'allegorico, l'astratto, il generale, il particolare: tutto questo
non  vivo,  abbozzo o aborto di artisti impotenti. L'altro, bello o brutto
che si chiami in natura, esteticamente  sempre bello.
In natura il brutto  la materia abbandonata a' suoi istinti, senza freno
di ragione: e ne nasce una vita che ripugna alla coscienza morale e al senso
estetico. Alla sua vista il poeta vede negata la sua coscienza, negato se
stesso, e perci lo concepisce come brutto e gli dice: - Tu sei brutto. - Pi
il suo senso morale ed estetico  sviluppato, e pi la sua impressione 
gagliarda, pi lo vede vivo e vero innanzi alla immaginazione. Perci non pensa
a palliarlo, e tanto meno ad abbellirlo, anzi lo pone in evidenza e lo ritrae
co' suoi propri colori.
Il brutto  elemento necessario cos nella natura, come nell'arte; perch
la vita  generata appunto da questa contraddizione tra il vero e il falso, il
bene e il male, il bello e il brutto. Togliete la contraddizione, e la vita si
cristallizza. Verit cos palpabile che le immaginazioni primitive posero della
vita due princpi attivi, il bene e il male, l'amore e l'odio, Dio e il
demonio; antagonismo che si sente in tutte le grandi concezioni poetiche.
Perci il brutto, cos nella natura, come nell'arte, ci sta con lo stesso
dritto che il bello, e spesso con maggiori effetti, per la contraddizione che
scoppia nell'anima del poeta. Il bello non  che se stesso; il brutto  se
stesso e il suo contrario, ha nel suo grembo la contraddizione, perci ha vita
pi ricca, pi feconda di situazioni drammatiche. Non  dunque maraviglia che
il brutto riesca spesso nell'arte pi interessante e pi poetico. Mefistofele 
pi interessante di Fausto, e l'inferno  pi poetico del paradiso.
Dante concepisce l'inferno come la depravazione dell'anima, abbandonata
alle sue forze naturali, passioni, voglie, istinti, desidri, non governati
dalla ragione o dall'intelletto; contraddizione ch'egli esprime con l'energia
di uomo offeso nel suo senso morale:

... ... le genti dolorose,
che hanno perduto il ben dell'intelletto...
Che libito fe' licito in sua legge...
Che la ragion sommettono al talento...

L'anima  dannata in eterno per la sua eterna impenitenza; peccatrice in vita,
peccatrice ancor nell'inferno, salvo che qui il peccato  non in fatto, ma in
desiderio. Onde nell'inferno la vita terrena  riprodotta tal quale, essendo il
peccato ancor vivo e la terra ancora presente al dannato. Il che d all'inferno
una vita piena e corpulenta, la quale spiritualizzandosi negli altri due mondi
diviene povera e monotona. Gli  come un andare dall'individuo alla specie e
dalla specie al genere. Pi ci avanziamo, e pi l'individuo si scarna e si
generalizza. Questa  certo perfezione cristiana e morale, ma non  perfezione
artistica. L'arte come la natura  generatrice, e le sue creature sono
individui, non specie o generi, non tipi o esemplari; sono (res), non (species
rerum), Perci l'inferno ha una vita pi ricca e piena, ed  de' tre mondi il
pi popolare. Aggiungi che la vita terrena o infernale  colta dal poeta nel
vivo stesso della realt in mezzo a cui si trova, essendo essa la
rappresentazione epica della barbarie, nella quale il rigoglio della passione e
la sovrabbondanza della vita trabocca al di fuori. Dante stesso  un barbaro,
un eroico barbaro, sdegnoso, vendicativo, appassionatissimo, libera ed energica
natura. Al contrario la vita negli altri due mondi non ha riscontro nella
realt, ed  di pura fantasia, cavata dall'astratto del dovere e del concetto,
e ispirata dagli ardori estatici della vita ascetica e contemplativa.
Essendo l'inferno il regno del male o della materia in se stessa e ribelle
allo spirito, la legge che regola la sua storia o il suo sviluppo  un
successivo oscurarsi dello spirito, insino alla sua estinzione, alla materia
assoluta.
Il suo punto di partenza  l'indifferente, l'anima priva di personalit e
di volont, il negligente. Il carattere qui  il non averne alcuno. In questo
ventre del genere umano non  peccato, n virt, perch non  forza operante:
qui non  ancora inferno, ma il preinferno, il preludio di esso. Ma se,
moralmente considerati, i negligenti tengono il pi basso grado nella scala de'
dannati e paiono a Dante sciaurati pi che peccatori, il concetto morale
rimane estrinseco alla poesia e non serve che a classificare i dannati. Altri
sono i criteri del poeta. La morale pone i negligenti sul limitare
dell'inferno, la poesia li pone pi gi dell'ultimo scellerato, che Dante stima
pi di questi mezzi uomini. E la poesia  d'accordo con la tempra energica del
gran poeta e de' suoi contemporanei. A quegli uomini vestiti di ferro anima e
corpo questi esseri passivi e insignificanti doveano ispirare il pi alto
dispregio. E il dispregio fa trovare a Dante frasi roventi. Sono uomini che
vissero senza infamia e senza lode, anzi non fur mai vivi. La loro pena  di
essere stimolati continuamente, essi che non sentirono stimolo alcuno nel
mondo. La pena  minima, eppure tale  la loro fiacchezza morale, sono cos
vinti nel duolo, che lacrimano e gettano le alte strida, che fanno tumultuare
l'aria

come la rena quando il turbo spira.

A' loro piedi  la loro immagine, il verme. Turba infinita, senza nome: appena
accenna ad un solo, e senza nominarlo,

colui che fece per viltate il gran rifiuto

Il loro supplizio  la coscienza della loro vilt, il sentirsi dispregiati,
cacciati dal cielo e dall'inferno. Ritratto immortale e popolarissimo, di cui
alcuni tratti sono rimasti proverbiali. Esseri poetici, appunto perch
assolutamente prosaici, la negazione della poesia e della vita: onde nasce il
sublime negativo degli ultimi tre versi:

Fama di loro il mondo esser non lassa:
Misericordia e Giustizia gli sdegna.
Non ragioniam di lor; ma guarda e passa.

Se i negligenti non sono nell'inferno, perch manc loro la forza del bene e
del male, gl'innocenti e i virtuosi non battezzati non sono in paradiso, perch
manc loro la fede, sono nel Limbo. E anche qui il concetto teologico ci sta
per memoria, per semplice classificazione. La poesia nasce da altre impressioni
e da altri criteri. Il valore poetico dell'uomo non  nella sua moralit e
nella sua fede, ma nella sua energia vitale; non  una idea, ma una forza, il
personaggio poetico. Perci il negligente, considerato esteticamente,  un
sublime negativo, la negazione della forza, il non esser vivo. E perci qui nel
Limbo la mancanza di fede  un semplice accessorio, e l'interesse  tutto nel
valore intrinseco dell'uomo, come essere vivo, come forza. Dio ha lo stesso
criterio poetico e d ad alcuni un luogo distinto non per la loro maggiore
bont, ma per la fama che loro acquist in terra la grandezza dell'ingegno e
delle opere:

... ... L'onrata nominanza
che di lor suona su nel vostro mondo,
grazia acquista nel ciel che s gli avanza.

Concetto poco ascetico e poco ortodosso; ma Dio si fa poeta con Dante e gli
fabbrica un Eliso pagano, un pantheon di uomini illustri. E chi vuol trovare le
impressioni di Dante, quando alzava questo magnifico tempio della storia e
della coltura antica, e le impressioni che ne dovettero ricevere i
contemporanei, ricordi le sue impressioni quando giovinetto su' banchi della
scuola gli si affacciavano le maraviglie di questo mondo greco-latino.
Aristotile, Omero, Virgilio, Cesare, Bruto, ciascuno di questi nomi, quante
memorie, quante fantasie suscitava! Nudo  qui un elenco di nomi tra alcuni
tratti caratteristici che segnano i protagonisti, il signore dell'altissimo
canto e il maestro di color che sanno. E colui, che a quella vista si sente
esaltare in se stesso e s'incorona poeta con le sue mani e si proclama il
primo poeta de' tempi nuovi, sesto tra cotanto senno,  non il Dante
dell'altro mondo, ma Dante Alighieri. Ecco ci che rende il Limbo cos
interessante, come il mondo de' negligenti, due concezioni originalissime,
uscite da un profondo sentimento della vita reale e rimaste freschissime ne'
secoli. Molti tratti sono ancora oggi in bocca del popolo.
Come l'inferno  concepito e ordinato, lo spiega nel canto undecimo il
poeta stesso, architetto e filosofo delle sue costruzioni. Quel regno del male
 partito in tre mondi, rispondenti alle tre grandi categorie del delitto: la
incontinenza e violenza, la malizia, e la fredda premeditazione. Ciascuna di
queste categorie si divide in generi e specie, in cerchi e gironi. Il concetto
etico di questa scala de' delitti  che dove  pi ingiuria  pi colpa, e
l'ingiuria non  tanto nel fatto, quanto nell'intenzione. Perci la malizia e
la frode  pi colpevole della incontinenza e violenza, e la fredda
premeditazione de' traditori  pi colpevole della malizia. Indi la storica
evoluzione dell'inferno, dove da' meno colpevoli, gl'incontinenti, si passa
alla citt di Dite, sede de' violenti, e poi si scende in Malebolge, e di l
nel pozzo de' traditori. Questo  l'inferno scientifico o etico. Ma non 
ancora l'inferno poetico.
La poesia dee voltare questo mondo intellettuale in natura vivente.
L'ordine scientifico presenta una serie di concetti astratti, il poetico una
serie di figure, di fatti e d'individui: il primo una serie di delitti, il
secondo una serie non solo d'individui colpevoli, ma di tali e tali individui.
Dividere in categorie significa considerare in un gruppo d'individui non quello
che ciascuno ha di proprio, ma quello che ha di comune col gruppo a cui
appartiene. Cos una classificazione  possibile, una esatta riduzione a generi
e specie. Ma la poesia ritorna l'individuo nella sua libera personalit, e lo
considera non come essere morale, ma come forza viva e operante. E pi in lui 
vita, pi  poesia. Perci, se l'inferno, come mondo etico,  il successivo
incattivirsi dello spirito, s che alla violenza, comune all'uomo e
all'animale, succede la malizia, male proprio dell'uomo, e alla malizia la
fredda premeditazione, questo concetto poeticamente rimane ozioso e non serve
che alla sola classificazione. Come natura vivente o come forma, l'inferno  la
morte progressiva della natura, la vita e il moto che manca a poco a poco sino
alla compiuta immobilit, alla materia come materia, dove insieme con la vita
muore la poesia. Indi la storia dell'inferno.
Dapprima la situazione  tragica: il motivo  la passione, dove la vita si
manifesta in tutta la sua violenza; perch la passione raccoglie tutte le forze
interiori, distratte e sparpagliate nell'uso quotidiano della vita, intorno a
un punto solo, di modo che lo spirito acquista la coscienza della sua libert
infinita. Preso per se stesso lo spirito ed isolato dal fatto, la sua forza 
infinita e non pu esser vinta neppure da Dio, non potendo Dio fare ch'esso non
creda, non senta e non voglia quello che crede, sente e vuole. Non vi 
donnicciuola, cos vile, che non si senta forza infinita, quando  stretta
dalla passione. - Io ti amo e ti amer sempre, e se dopo morte si ama, ed io ti
amer, e piuttosto con te in inferno che senza te in paradiso. - Queste sono le
eloquenti bestemmie che traboccano da un cuore appassionato, e che rendono
eroiche la timida Giulietta e la gentile Francesca.
Ma quando la passione vuole realizzarsi, s'intoppa in un altro infinito,
nell'ordine generale delle cose, di cui si sente parte e innanzi a cui  un
fragile individuo. E n'esce la tragica collisione tra la passione e il fato,
l'uomo e Dio, il peccato. Nella vita n la passione, n il fato sono nella loro
purezza: la passione ha le sue fiacchezze e oscillazioni; il fato talora  il
caso, o l'espressione collettiva di tutti gli ostacoli naturali e umani in cui
intoppa il protagonista. Ma nell'inferno l'anima  isolata dal fatto ed  pura
passione e puro carattere, perci inviolabile e onnipotente, e il fato  Dio,
come eterna giustizia e legge morale: onde la prima parte dell'inferno, ove
incontinenti e violenti, esseri tragici e appassionati, mantengono la loro
passione di rincontro a Dio,  la tragedia delle tragedie, l'eterna collisione
nelle sue epiche proporzioni.
Tutto questo mondo tragico  penetrato dello stesso concetto. La natura
infernale non  ancora laida e brutta; anzi balzan fuori tutt'i caratteri che
la rendono un sublime negativo, l'eternit, la disperazione, le tenebre.
L'eterno  sublime, perch ti mostra un di l sempre allo stesso punto, per
quanto tu ti ci avvicini; la disperazione  sublime, perch ti mostra un fine
non possibile a raggiungere, per quanto tu operi; la tenebra  sublime, come
annullamento della forma e morte della fantasia, per quella stessa ragione che
 sublime la morte, il male, il nulla. Leggete la scritta sulla porta
dell'inferno. Ne' primi tre versi  l'eterno immobile che ripete se stesso,
dolore, dolore e dolore, quel luogo, quel luogo e quel luogo, per me, per me e
per me, insino a che in ultimo l'eterno risuona nella coscienza del colpevole
come disperazione:

Lasciate ogni speranza voi che entrate.

La luce, il dolce lome, rende sublimi le tenebre, morte del sole e delle
stelle e dell'occhio, come  l'aer senza stelle, e il loco d'ogni luce
muto, e quel ficcar lo viso al fondo e non discernere alcuna cosa. Certo,
l'eternit, le tenebre e la disperazione sono caratteri comuni a tutto
l'inferno; ma solo qui sono poesia, quando l'inferno si affaccia per la prima
volta alla immaginazione nella gagliardia e freschezza delle prime impressioni.
Appresso, diventano spettacolo ordinario, come  il sole, visto ogni giorno.
E Dante, che parte da princpi preconcetti nelle sue costruzioni
scientifiche, quando  tutto nel realizzare e formare i suoi mondi, opera con
piena spontaneit, abbandonato alle sue impressioni. Il canto terzo  il primo
apparire dell'inferno, e come ci si sente la prima impressione, come si vede il
poeta esaltato, turbato dalla sua visione, assediato di forme, di fantasmi,
impazienti di venire alla luce! In quel diverse voci, orribili favelle ecc.,
non ci  solo il grido de' negligenti: ci  l tutto l'inferno, che manda il
suo primo grido. Quel canto del sublime  una sola nota musicale variamente
graduata,  l'eterno, il tenebroso, il terribile, l'infinito dell'inferno, che
invade e ispira il poeta e vien fuori co' vivi colori della prima impressione,
 il vero canto del regno de' morti, della morta gente,  l'albero della
vita, che il poeta sfronda a foglia a foglia ad ogni passo che fa, e ne toglie
la speranza:

Lasciate ogni speranza voi che entrate.

E ne toglie le stelle:

risonavan per l'aer senza stelle.

E ne toglie il tempo:

facevano un tumulto il qual s'aggira
sempre in quell'aria senza tempo tinta.

E ne toglie il cielo:

non isperate mai veder lo cielo.

E ne toglie Dio:

ch'hanno perduto il ben dello intelletto.

Questa natura sublime dapprima  indeterminata, senza contorni, cerchio, loco,
null'altro: la diresti natura vuota, se non la riempissero l'eternit e le
tenebre e la morte e la disperazione. Nel regno de' violenti prende una forma.
Si esce dal sublime: si entra nel bello negativo. Incontri tutto ci che 
figura, ordine, regolarit, proporzione in terra; anzi con vocabolo umano 
chiamata citt, la citt di Dite. Vedi selve, laghi, sepolcri; e l'effetto
poetico nasce dal trovare la stessa figura, ma spogliata di tutti gli
accessorii che la rendono bella in terra.

Non frondi verdi, ma di color fosco:
non rami schietti, ma nodosi e involti
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.

La natura spogliata della sua vita, del suo cielo, della sua luce, delle sue
speranze,  un sublime che ti gitta nell'animo il terrore; la natura spogliata
della sua bellezza  un bello negativo pieno di strazio e di malinconia. E' la
natura snaturata, depravata, a immagine del peccato: con la virt se n' ita la
bellezza, sua faccia.
Questa natura snaturata vien fuori con maggior vita nelle pene. Perch il
concetto nella natura sta immobile come nell'architettura e nella scultura;
dove nelle pene acquista ogni variet di attitudini e di movenze. Le pene sono
la coscienza fatta materia, e qui esprimono la violenza della passione. In
quella natura eterna e tenebrosa odi un mugghio, come fa mar per tempesta, e
il rovescio della grandine, e il cozzo delle moltitudini: moti disordinati,
violenti, come i moti dell'animo. Vedi tombe ardenti, laghi di sangue, alberi
che piangono e parlano, la natura sforzata e snaturata dal peccatore. Gli
strani accozzamenti producono l'effetto del maraviglioso e del fantastico, ma
il fantastico  presto vinto e ti piglia il raccapriccio e l'orrore. Il poeta
prende in troppa seriet il suo mondo per darsi uno spasso di artista e
sorprenderti con colpi di scena: tocca e passa; e non vuol fare effetto sulla
tua immaginazione, vuol colpire la tua coscienza. Dove il fantastico  pi
sviluppato,  nella selva de' suicidi; ma anche l vien subito la spiegazione,
e la maraviglia d luogo a una profonda tristezza.
Ma il concetto non ha ancora la sua subiettivit, non  ancora anima. Un
primo grado di questa forma  nel demonio. Cielo e inferno sono stati sempre
popolati di legioni angeliche e sataniche, che riempiono l'intervallo tra
l'uomo e Dio, tra l'uomo e Satana. E' la storia del bene e del male che si
sviluppa nella nostra anima, un progressivo indiarsi o indemoniarsi. Diversi di
nomi e di forme secondo le religioni e le civilt, i demni hanno per base i
diversi gradi del male, e per forma il gigantesco e il mostruoso, il puro
terrestre, il bestiale giunto all'umano, e spesso preponderante, come nella
sfinge, nella chimera, in Cerbero. Il demonio di Dante non ha pi la sua
storia, come in terra, spirito tentatore accanto all'uomo e ribelle e rivale di
Dio. Qui  immobilizzato come l'uomo; la sua storia  finita; cosa gli resta?
Soffrire e far soffrire, vittima e carnefice a un tempo, simbolo esso stesso e
immagine del peccato che flagella nell'uomo. Il Satana di Milton e Mefistofele,
che combattono contro Dio e contro l'uomo, erano compiute persone poetiche.
Altra  qui la situazione, e altro  il demonio. Esso  il vinto di Dio, e meno
che uomo, perch non  dell'uomo che una sua parte sola, il peccato. E'
piuttosto tipo, specie, simbolo, che persona. E' il pi basso gradino nella
scala degli esseri spirituali, lo spirito tra l'umano e il bestiale, in cui
l'intelletto  ancora istinto e la volont  ancora appetito. Figure vive e
mobili della colpa, ma figure, semplice esteriorit: non carattere, non
passione, non intelligenza, non volont. Fra gl'incontinenti e i violenti il
demonio  tragico e serio:  azione mimica e tutta esterna, passione tradotta
in moti e gesti, senza la parola, salvo brevi imprecazioni. La natura ti d
figura e colore: qui la figura si muove e il colore si anima,  la figura in
azione. Il poeta ha scossa la polvere dalle antiche forme pagane, e le ha
rifatte e rinnovate. Come a costruire il suo inferno toglie alla terra le sue
forme, e strappandole dal circolo loro assegnato, le compone diversamente e ti
crea una nuova natura; cos ad esprimere lo spirito toglie dalla mitologia
tutte le forme demoniache, Minos Caronte, Cerbero, Pluto, Gerione, le arpie, le
furie, e le trasporta nel suo inferno: le trova vuote e libere, spogliate di
concetto, di vita e di religione, e le ricrea, le battezza, impressovi sopra il
suo pensiero e la sua religione. Il demonio meno lontano dall'uomo  Caronte,
in cui vien fuori l'apparenza di un carattere: impaziente rissoso, manesco, che
grida e batte. Il poeta si  ben guardato di sviluppare il comico che  in
questo carattere: la figura di Caronte rimane severa e grave, e non fa
dissonanza con la solennit della natura infernale, dove si trova collocata.
Minos  il giudizio rappresentato in modo affatto esteriore e plastico, e
rapido come saetta:

dicono e odono e poi son gi vlte.

Le altre figure sono schizzi, appena disegnati; ingegnoso  il ritratto di
Gerione, che ha ispirato una delle pi belle ottave dell'Ariosto.
Noi concepiamo oramai la costruzione de' singoli canti. Il poeta comincia
col porci innanzi la natura del luogo e la qualit della pena; il demonio ora
precede, ora vien subito dopo; poi vedi peccatori presi insieme e misti, non
ancora l'individuo, ma l'uomo collettivo, gruppi di mezzo a' quali spesso si
stacca l'individuo e tira la tua attenzione.
I gruppi sono l'espressione generale del sentimento che riempie i
peccatori nella societ infernale; sono la parentela del delitto, dove trovi
nello stesso lago di sangue i tiranni Ezzelino e Attila e gli assassini di
strada Rinier da Corneto e Rinier Pazzo.
Come nella natura e nel demonio, cos ne' gruppi l'aspetto  dapprima
severo e tragico. Essi esprimono il sublime dello spirito la disperazione.
L'uomo ha bisogno di avere innanzi a s qualche cosa a cui tenda; al pensiero
succede pensiero; il cuore vive quando da sentimento germoglia sentimento;
l'uomo vive quando  in un'onda assidua di pensieri e di sentimenti; la
disperazione  l'annullamento della vita morale, la stagnazione del pensiero e
del sentimento, la morte, il nulla, il caos, le tenebre dello spirito, un
sublime negativo. Come il sublime delle tenebre  nella luce che muore, il
sublime della disperazione  nella morte della speranza:

nulla speranza gli conforta mai
non che di posa, ma di minor pena.

L'espressione estetica della disperazione  la bestemmia, violenta reazione
dell'anima, innanzi a cui tutto muore, e che nel suo annichilamento involge
l'universo:

Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l'umana specie e il luogo e il tempo e 'I seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

La passione trasforma la faccia dell'uomo, abitualmente tranquilla, il peccato
gli siede sulla fronte e fiammeggia negli occhi: momento fuggevole che Dante
coglie e rende eterno ne' suoi gruppi. Gli avari stanno col pugno chiuso,
gl'irosi si lacerano le membra: violenza di moti appassionati, niente che sia
basso o vile: puoi abborrirli, non puoi disprezzarli.
Immaginate una piramide. Nella larghissima base vedete la natura
infernale. Pi su  il demonio, figura bestiale in faccia umana, bestia talora
in tutto, mai in tutto uomo. Alzate ancora l'occhio, e vedete gruppi nella
violenza della passione. E' la stessa idea che si sviluppa e si spiritualizza,
insino a che da questo triplice fondo si eleva sulla cima la statua,
l'individuo libero, l'idea nella sua individuale realt, e pi che l'idea, se
stesso nella sua libert. E' di mezzo a quella folla confusa, a quei gruppi,
che escono i grandi uomini dell'inferno o piuttosto della terra;  da questa
triplice base dell'eternit che esce fuori il tempo e la storia e l'Italia e
pi che altri Dante come uomo e come cittadino.

L'inferno degl'incontinenti e de' violenti  il regno delle grandi figure
poetiche. Qui trovi come in una galleria di personaggi eroici Francesca,
Farinata, Cavalcanti, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Capaneo, Dante, il
Fato, Dio e la Fortuna. Sono in presenza forze colossali, la energia della
passione e la serenit del fato. Qui  Francesca eternamente unita al suo
Paolo, l  la Fortuna che non ode le imprecazioni degli uomini e beata si
gode. Ora ti percote il suono della divina giustizia che in eterno rimbomba;
ora ti stupisce Capaneo che tra le fiamme oppone s a tutte le folgori di
Giove. Su questo fondo tragico s'innalza la libera persona umana e vi si spiega
in tutta la ricchezza delle sue facolt. Qui usciamo dalle astrattezze mistiche
e scolastiche, e prendiamo possesso della realt. La donna non  pi Beatrice,
il tipo realizzato de' trovatori, fluttuante ancora tra l'idea e la realt; qui
acquista carattere, storia, passioni, una ricca e vivace personalit, 
Francesca da Rimini, la prima donna del mondo moderno. L'uomo non  pi il
santo con le sue estasi e le sue visioni; qui ha la sua patria, il suo uffizio,
il suo partito, la sua famiglia, le sue passioni e il suo carattere; 
Farinata,  Cavalcanti,  Brunetto,  Pier delle Vigne,  Dante Alighieri, alla
cui fiera natura Virgilio applaude:

... ... Alma sdegnosa,
benedetta colei che in te s'incinse!

L'inferno d loro una realt pi energica, creando nuove immagini e nuovi
colori. Pier delle Vigne giura per le nuove radici (del suo) legno. Farinata
dice:

ci mi tormenta pi che questo letto.

All'annunzio della morte del figlio, Cavalcanti

supin ricadde e pi non parve fuora.

Brunetto raccomanda il suo (Tesoro), nel quale si sente vivere ancora. Capaneo
pu dire: Qual l' fui vivo, tal son morto. E Francesca ricorda il tempo
felice nella miseria. L'inferno  il loro piedistallo, sul quale si ergono col
petto e con la fronte, affermando la loro umanit. Nascono situazioni e forme
novissime, che danno rilievo alle figure e a' sentimenti.
Questo mondo tragico, dove l'impeto della passione e la violenza del
carattere mette in gioco tutte le forze della vita, ha la sua perfetta
espressione in questi grandi individui, rimasti cos vivi e giovani e popolari,
come Achille ed Ettore. E' il mondo della grande poesia, della epopea e della
tragedia. E ora quale contrasto! Lasciamo appena le falde dilatate di foco e la
rena che s'infiamma come esca sotto fucile, e ci troviamo in una pozzanghera
che fa zuffa con gli occhi e col naso. Lasciamo i tragici demni
dell'antichit, i centauri e le arpie, e incontriamo diavoli con le corna e
armati di frusta, e vilissimi uomini che alle prime percosse scappano
senz'aspettar le seconde n le terze. In luogo di Capaneo con la fronte levata,
il primo che vediamo ha gli occhi bassi, vergognoso di mostrarsi; e Dante, cos
riverente e pietoso finora e anche sdegnoso, diviene maligno e sarcastico, e
compone per la prima volta il labbro ad un sorriso sardonico. Chiama salse
pungenti quel letamaio,

che dagli uman privati parea mosso

. Un altro lo sgrida:

... ... Perch se' tu s ingordo
di riguardar pi me che gli altri brutti?

E Dante, che lo vede col capo lordo tanto che non parea s'era laico o cherco,
gli ricorda crudelmente di averlo veduto in terra co' capelli asciutti. E
quegli esprime il suo dolore, battendosi la zucca. Tutto  mutato: natura,
demonio e uomo, immagini e stile. Cadiamo in pieno plebeo. Chi sono questi
uomini? Sono adulatori e meretrici dannati alla stessa pena: gli uni vendono
l'anima, le altre vendono il corpo. Sentite che noi passiamo in un altro mondo,
nel mondo de' fraudolenti.
Esteticamente, il mondo de' fraudolenti  la prosa della vita; precipitata
dal suo piedistallo ideale, e divenuta volgarit. E' la passione che si muta in
vizio, il carattere che diviene abitudine, la forza che diviene malizia. La
passione  poetica, perch ha virt di concitare tutte le forze dell'anima, s
ch'elle prorompano di fuori liberamente: il vizio  la passione fatta
abitudine, ripetizione degli stessi atti, un fare perch si  fatto; 
l'artista divenuto artefice, l'arte divenuta mestiere. L'uomo appassionato
spiritualizza la sua azione, ci mette dentro se stesso, ma nel vizioso l'anima
 sonnolenta, la sua azione  stupida materia, atto meccanico a cui lo spirito
rimane estraneo. La passione produce il carattere, la forte volont, che  la
stessa passione in continuazione; il vizio ha compagna la fiacchezza e bassezza
dell'anima, non essendo altro la bassezza che l'abdicazione e l'apostasia della
propria anima. I grandi caratteri sicuri di s hanno a loro istrumento la
forza, impetuosi fino all'imprudenza, semplici fino alla credulit; gli animi
fiacchi hanno a loro istrumento la malizia, coscienza della loro impotenza, e,
pipistrelli notturni, assaltano alle spalle e non osano guardare in viso.
In questo mondo il di fuori  mutato, perch mutato  il di dentro, ove
non trovi pi caratteri e passioni, ma vizio, bassezza e malizia, lo spirito
oscurato e materializzato, la dissoluzione della vita. A quei cerchi
indeterminati, a quella citt rosseggiante di Dite, nomi e figure terrene,
succede un non so che, una cosa senza nome, che il poeta chiama bizzarramente
Malebolge, una natura sformata e in dissoluzione, ripe scoscese, scogli
mobili che fanno da ponticelli, e gi valloni paludosi, dove le acque finora
impetuose e correnti stagnano e si putrefanno, valloni angusti, bolge, valigie,
borse, che stringendosi pi e pi vanno a finire in un pozzo: natura piccola,
in rovina e in putrefazione. Al demonio mitologico iroso e appassionato succede
il diavolo cornuto, essere grottesco, o piuttosto i diavoli che vanno in
frotte, e si mescolano in ignobili parlari con la gente pi abbietta, e
canzonano e sono canzonati, maliziosi, bugiardi, plebei, osceni. Al vivo
movimento delle bufere e delle grandini e delle fiamme succede la materia in
decomposizione, quanti strazi di carne umana ti offrono i campi di battaglia e
quante malattie ti offre lo spedale. Tali la natura, il demonio, le pene. Vedi
ora l'uomo. La faccia umana  rimasta finora inviolata: innanzi
all'immaginazione la passione invermiglia la faccia di Francesca, e la
grandezza dell'anima pare nella faccia dell'uomo che si leva dritto dalla
cintola in su. Qui la faccia umana sparisce: hai caricature e sconciature di
corpi. Uomini cacciati in una buca, capo in gi, piedi in su; vlti travolti in
su le spalle, s che il pianto scende gi per le reni; visi, occhi e corpi
imbacuccati e incappucciati; musi umani fuor della pegola a modo di ranocchi;
corpi, altri smozzicati, accismati, altri marciti e imputriditi, scabbiosi,
tisici, idropici. Di questa figura umana deturpata e contraffatta l'immagine
pi viva  Bertram dal Bormio, il cui busto si fa lanterna del suo capo che
porta pesol per le chiome. In questo mondo prosaico e plebeo, che comincia con
Taide e finisce con mastro Adamo, la materia ovvero la parte bestiale prevale
tanto, che spesso siamo in sul domandarci: - Costoro sono uomini o bestie? -
Non sono ancora bestie, e l'uomo gi muore in loro:

che non  nero ancora e il bianco muore.

Sono figure miste in una faccia tra bestiale e umana; e la pi profonda
concezione di Malebolge  questa trasformazione dell'uomo in bestia e della
bestia in uomo: hanno l'appetito e l'istinto della bestia, hanno la coscienza
dell'uomo. Si sanno uomini e sono bestie; e qui  la pena, nella coscienza
umana che loro  rimasta.
La forma estetica di questo mondo  la commedia, rappresentazione de'
difetti e de' vizi. Fra tanta fiacchezza della personalit il grande uomo,
l'individuo,  gittato nell'ombra, e vien su il descrittivo, l'esteriorit.
Nell'inferno tragico le descrizioni sono sobrie e rapide, l'interesse
principale  negli attori che prendono la parola: qui  un gregge muto, visto
da lontano. Virgilio dice a Dante: - Vedi l Mirra, vedi Giasone, vedi Manto. -
Appena  se qualche epiteto ti segna in fronte alcuno de' pi grandi
personaggi, come si fa di Giasone:

e per dolor non par lacrima spanda.

Prima dite: Il canto di Francesca, di Farinata, di ser Brunetto Latini ; ora
dite: Il canto de' ladri, de' falsari, de' truffatori: vi sono gruppi, non
individui; vi  il descrittivo, manca il drammatico. Manca la grandezza negli
attori, e manca la piet negli spettatori. La figura umana cos torta, che il
pianto degli occhi bagnava le natiche, cava a Dante lacrime; l'(homo sum) si
sente colpito in lui; ma Virgilio lo sgrida:

Ancor sei tu degli altri sciocchi?
Qui vive la piet, quand' ben morta.

Abbonda il descrittivo; l'immaginazione di Dante  cos robusta, che avendo a
fare con oggetti cos fuori della natura, non che sentirsi impacciata, pare che
scherzi: con tanta facilit e spontaneit esprime le pi varie e strane
attitudini: la fiamma parla come lingua d'uomo, le zanche piangono e fremono.
Il pi grande sforzo dell'immaginazione umana  la trasformazione di uomini in
bestie, nel canto ventesimoquinto, quantunque la soverchia minutezza generi
saziet.
Fra tanti gruppi sorge qua e l alcuno individuo in cui si sviluppa con
pi chiara coscienza il concetto di Malebolge. Un lato serio di questo concetto
 lo spirito che varca il limite assegnatogli. Se la ragione potesse veder
tutto,

mestier non era partorir Maria.

L'esperienza avea le sue colonne d'Ercole; la ragione avea pure le sue colonne.
Questo concetto qui  serio, non  sublime, n tragico; perch l'uomo, che con
la temerit oraziana sforza la natura,  qui non dirimpetto a Dio come Prometeo
e Capaneo, ma colpito e soggiogato, senza che in lui paia vestigio di
ribellione, di orgoglio e di violenza:

... ... Dove rui,
Anfiarao? perch lasci la guerra?
E non rest di rovinare a valle,
fino a Mins che ciascheduno afferra.

L'uomo di Orazio  sublime, perch lo vedi nell'opera, senti in lui la volutt
del frutto proibito, malgrado Dio e la natura. Anfiarao  un puro nome; sublime
di terrore  quel suo precipitare a valle, mostrandocelo successivamente
inabissarsi, ma il grottesco vien subito dopo:

Mira che ha fatto petto delle spalle:
perch volle veder troppo davante,
di rietro guarda e fa ritroso calle.

Ulisse, che ha varcato i segni di Ercole,  travolto nelle acque per giudizio
di Dio, come a lui piacque. Pure un po' dell'audacia di Ulisse  ancora in
Dante, che gli mette in bocca nobili parole, e ti fa sentire quell'ardente
curiosit del sapere che invadeva i contemporanei. Ti par di assistere al
viaggio di Colombo. Il peccato diviene virt. Se la logica ghibellina pone in
inferno l'autore dell'agguato contro Troia, radice dell'impero sacro romano, la
poesia alza una statua a questo precursore di Colombo, che indica col braccio
nuovi mari e nuovi mondi, e dice a' compagni:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.

Ulisse  il grand'uomo solitario di Malebolge. E' una piramide piantata in
mezzo al fango. Il comico penetra da tutt'i lati, traendosi appresso il lordo,
l'osceno, il disgustoso: lo spirito, divenuto malizia,  qui decaduto,
degradato; e con lui si oscura la nobile faccia umana. Ulisse stesso per la sua
malizia ha la sua figura coperta e fasciata dalle fiamme. Siamo in un mondo
comico.
La regina delle forme comiche  la caricatura, il difetto colto come
immagine e idealizzato. Al che si richiede che il personaggio operi
ingenuamente e brutalmente, come non avesse coscienza del suo difetto, a quel
modo che si vede in Sancio Panza e in don Abbondio, eccellenti caratteri
comici. I dannati di Malebolge sono cos fatti: essi sono cinici e perci
ridicoli, come i diavoli nel canto ventesimosecondo, rissosi, abietti,
vanitosi, bassamente feroci ne' loro atti. Cos sono i ladri, i truffatori, i
barattieri, plebe in cui il vizio  cos connaturato, che non se ne accorge
pi. Tale  Nicol terzo vano del suo papale ammanto, che crede Dante venuto
nell'inferno apposta per veder lui. Tali sono pure Sinone e maestro Adamo. Essi
si mostrano nella loro naturalezza, e possono essere rappresentati nella forma
diretta e immediata, isolando il difetto dagli accessorii e idealizzandolo,
divenuto un contromodello, l'immagine opposta a quel tipo, a quel modello di
perfezione che ciascuno ha in mente: qui  la caricatura. Le concezioni di
Dante sono di un comico plebeo della pi bassa lega: sia esempio la rissa tra
Sinone e maestro Adamo. Si rimane nel buffonesco, l'infimo grado del comico.
Quest'uomo, cos possente creatore d'immagini nell'inferno tragico, qui si
sente arido, freddo, in un mondo non suo. Le situazioni sono comiche, ma il
comico  rozzamente formato, e non  artistico, non ha la sua immagine che  la
caricatura, n la sua impressione che  il riso. Due persone in rissa cadono in
un lago d'acqua bollente che li divide. Situazione comica, se mai ce ne fu. Il
poeta dice:

Lo caldo sghermidor subito fue.

Espressione vivace, ma che non sveglia nessuna immagine e ti lascia freddo. Non
ha saputo cogliere quel movimento, quella smorfia che fanno quando si sentono
scottare e si sciolgono. La pancia di mastro Adamo, che sotto il pugno di
Sinone son come fosse un tamburo,  una felice caricatura; ma  una freddura
il dire:

e mastro Adamo gli percosse 'I volto
col pugno suo che non parve men duro.

Manca spesso a Dante la caricatura, e i suoi versi pi comici non fanno ridere.
Perch a fare la caricatura bisogna fermare l'immaginazione nell'oggetto
comico, spassarcisi, obbliarsi in quello, alzarlo a contromodello. Dante non ha
questo sublime obblio comico, non ha indulgenza, n amabilit. Teme di
sporcarsi tra quella gente, e se ode, se ne fa rimproverare da Virgilio, e se
ci sta, se ne scusa:

Ahi fera compagnia! Ma in chiesa
coi santi e in taverna coi ghiottoni.

Il suo riso  amaro; di sotto alla facezia spunta il disdegno; e spesso nella
mano la sferza gli si muta in pugnale.
Il riso muore, quando il personaggio comico ha coscienza del suo vizio, e
non che sentirne vergogna vi si pone al di sopra e ne fa il suo piedistallo.
Allora non sei tu che gli fai la caricatura; ma  lui stesso il suo proprio
artista, che si orna del suo difetto come di un manto reale, e se ne incorona e
se ne fa un'aureola, atteggiandosi e situandosi nel modo pi acconcio a dire: -
Miratemi -; pi acconcio a dare spicco al suo vizio. La bestia non cela il suo
vizio e non arrossisce; il rossore  proprio della faccia umana. L'uomo
consapevole del suo difetto, che vi si pone al di sopra, rinuncia alla faccia
umana e dicesi sfacciato o sfrontato. Qui la caricatura uccide se stessa,
il comico giunto alla sua ultima punta si scioglie; e n'esce un sentimento di
supremo disgusto e ribrezzo, che  il sublime del comico: la propria abbiezione
predicata e portata in trionfo aggiunge al disgusto un sentimento che tocca
quasi l'orrore. Qui Dante  nel suo campo. Il suo eroe  Vanni Fucci. Mastro
Adamo  come animale, senza coscienza della sua bassezza, Vanni Fucci ha avuto
la coscienza e l'ha soffocata; sono i due estremi nella scala del vizio; l'uno
non  mai salito fino all'uomo; l'altro  passato per l'uomo ed  ricaduto
nella bestia. Si sente bestia, e si pone come tipo bestiale, e sceglie le
circostanze pi acconce a darvi risalto:

Vita bestial mi piacque e non umana,
siccome a mul ch'io fui. Son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana.

Ecco l'uomo che fa le fiche a Dio, il Capaneo di Malebolge, l'umano divenuto
bestiale e idealizzato come tale.
Ma l'umano non muore mai in tutto. L'uomo diviene bestia, ma la bestia
torna uomo. E con senso profondo Dante anche sulla faccia sfrontata di Vanni
Fucci scoperto ladro gitta il rossore della vergogna:

e di trista vergogna si dipinse.

L'uomo che ha coscienza del suo vizio e se ne vergogna, in luogo di mostrarlo
al naturale (ci che produce la caricatura) cerca occultarlo sotto contraria
apparenza: il poltrone fa il bravo. Nasce il contrasto tra l'essere e il
parere: la situazione divien comica, e la sua forma  l'ironia. Lo spettatore
indulgente e che vuole spassarsi a sue spese finge di crederlo e di secondarlo;
accetta come seria l'apparenza che si d, anzi la carica ancora di pi; fa il
bravo, ed egli lo chiama un Orlando, ma accompagnando le parole di un cotale
ammiccar d'occhi che esprima scambievole intelligenza, di un tuono di voce in
falsetto, di un riso equivoco, che vuol dire: - Io ti conosco. - Perci
l'essenziale dell'ironia non  nell'immagine, ma nel sottinteso:  il riflesso
che succede allo spontaneo; immagine sottilizzata nel sentimento. Forma
delicata, perch lo spettatore, alla vista del difetto che altri cerca di
mascherare, non sente collera, non gli strappa la maschera dal viso, anzi se la
mette egli stesso e serba una compostezza e una pulitezza, equivoca ne'
movimenti e ne' gesti. Forma di tempi civili, assai rara nelle et barbare e
nelle poesie primitive. Dante, accigliato, brusco, tutto di un pezzo, com' ne'
suoi ritratti, ha troppa bile e collera, e non  buono n alla caricatura, n
all'ironia. Ma dalla sua fantasia d'artista  uscita una di quelle creazioni,
che sono le grandi scoperte nella storia dell'arte, un mondo nuovo: il nero
cherubino, che strappa a san Francesco l'anima di Guido da Montefeltro,  il
padre di Mefistofele. Egli crea il diavolo, gli d il suo concetto e la sua
funzione. Il diavolo  l'ironia incarnata: non ci  uomo tanto briccone che il
diavolo non sia pi briccone di lui, e capite che non  disposto a guastarsi la
bile per le bricconerie degli uomini. L'uomo pu ingannare un altro uomo, ma
non pu ficcarla al diavolo, perch il diavolo nel suo senso poetico  lui
stesso, la sua coscienza che risponde con un'alta risata a' suoi sofismi, e gli
fa il controsillogismo, e gli dice beffandolo:

... ... Forse
tu non sapevi ch'io loico fossi!

Il brutto come il bello muore nel sublime. E il brutto  sublime quando offende
il nostro senso morale ed estetico e ci gitta in violenta reazione. Scoppia la
collera, l'indignazione, l'orrore: il comico  immediatamente soffocato. Quando
veggo un difetto rivelarsi all'improvviso, uso la caricatura. Quando veggo un
difetto che cerca mascherarsi, prendo la maschera anch'io e uso l'ironia. Ma
quando quel difetto mi offende, mi sfida, mi provoca, si mette dirimpetto a me
come contraddizione al mio intimo senso, la mia coscienza cos audacemente
negata e contraddetta reagisce: io strappo al vizio la maschera e lo mostro
qual , nella sua laida nudit. La caricatura e l'ironia si risolvono in una
forma superiore, il sarcasmo, la porta per la quale volgiamo le spalle al
comico e rientriamo nella grande poesia.
Nel sarcasmo caricatura e ironia riappariscono, ma per morire: nasce la
caricatura, ed  guastata; spunta la maschera, ed  strappata. E la morte viene
da questo, che nella forma sarcastica del brutto ci  l'idea che l'uccide, il
suo contrario. Nel canto de' simoniaci il sarcasmo fa la sua splendida
apparizione. Il comico muore sotto l'ira di Dante. L'antitesi tra quello che 
di fuori e quello che  nella sua anima scoppia in ravvicinamenti innaturali,
come calcando i buoni e sollevando i pravi, Dio d'oro e d'argento; e spesso
in parole a doppio contenuto, che  l'immagine del sarcasmo. Tale  la parola
rimasa proverbiale, con che  qualificata la servilit della Chiesa. Parimente
chiama adulterio la simonia e idolatria l'avarizia, parole, nelle quali
entrano come elementi la santit del matrimonio e il vero Dio: in una sola
immagine c' il brutto e ci  l'idea che lo condanna.
Ma il sarcasmo dee purificare e consumare se stesso. Finch rimane nel
particolare e nel personale, il linguaggio  acre, bilioso: hai Giovenale e
Menzini. Il poeta, non che rimanere imprigionato in quello spettacolo, dee
spiccarsene, porcisi al di sopra, allargare l'orizzonte, essere eloquente, voce
di verit, espressione impersonale della coscienza. Certo, in quel canto de'
simoniaci vive immortale la vendetta dell'uomo ingannato che anticipa a
Bonifazio l'inferno, e del ghibellino e del cristiano che vede nel papato
temporale una pietra d'inciampo e di scandalo. Ma i sentimenti e le passioni
personali, se hanno ispirato il poeta e resa terribilmente ingegnosa la sua
fantasia, non penetrano nella rappresentazione. Bisogna sapere la storia per
indovinare i terribili incentivi dell'alta creazione. Ci che qui senti  la
convinzione, la buona fede del poeta, la sincerit e l'impersonalit della sua
collera: onde sgorga dal suo labbro eloquente tanta magnificenza d'immagini e
di concetti. Prima Dante  in collera con Nicol, pinto in pochi tratti vano,
piccolo, col cervello e co' sensi nel piede. E comincia col tu, e l'assale
corpo a corpo, con ironia amara che si trasforma nel pugnale del sarcasmo:

e guarda ben la mal tolta moneta,
ch'esser ti fece contra Carlo ardito.

Ma nel pendo dell'ingiuria si contiene d'un tratto, passaggio meritamente
ammirato: la piccola persona di Nicol scomparisce; sottentra il voi, i papi,
il papato; le idee guadagnano di ampiezza senza perdere di energia, e da ultimo
la collera svanisce in una certa tristezza pura di ogni stizza;  un deplorare,
non  pi un inveire:

Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!

Tale  Malebolge: miniera inesausta di caratteri comici, concezione delle pi
originali, dove il comico  posto ed  sciolto. Poco felice nel maneggio delle
forme comiche, il poeta  insuperabile quando se ne sviluppa, mutato il riso in
collera, come nella sua invettiva, nella pena di Bertram dal Bormio, nella
rappresentazione di Vanni Fucci. Rimane un fondo comico che aspetta ancora il
suo artista. Pure in quella materia appena formata vive immortale il suo nero
cherubino.
Nel pozzo de' traditori la vita scende di un grado pi gi: l'uomo bestia
diviene l'uomo ghiaccio, l'essere petrificato, il fossile. In questo regresso
dell'inferno, in questo cammino a ritroso dell'umanit siamo giunti a quei
formidabili inizi del genere umano, regno della materia stupida, vuota di
spirito, il puro terrestre, rappresentato ne' giganti, figli della terra, nella
loro lotta contro Giove, natura celeste e spirituale, inferiore di forza
fisica, ma armato del fulmine:

... ... con minaccia
Giove dal cielo ancora, quando tuona

Con questo mito concorda la storia biblica degli angeli ribelli. Qui
all'ingresso trovi i giganti; alla fine Lucifero: mitologia e Bibbia si
mescolano, espressioni della stessa idea. La lotta  finita: i giganti sono
incatenati; Lucifero  immenso e stupido carname, il gradino infimo nella scala
de' demni. Il gigantesco  la poesia della materia; ma qui, vuoto e inerte, 
prosa. Tra' giganti e Lucifero stanno i dannati fitti nel ghiaccio. Le acque
putride di Malebolge, ventate dalle enormi ali di Lucifero, si agghiacciano,
s'indurano, diventano mare di vetro, di dentro a cui traspariscono come
festuche i traditori contro i congiunti nella Caina, contro la patria
nell'Antenora, contro gli amici nella Tolomea, e contro i benefattori nella
Giudecca. La pena  una, ma graduata secondo il delitto. Il movimento si
estingue a poco a poco, la vita si va petrificando, finch cessa in tutto la
lacrima, la parola e il moto. L'immagine pi schietta di questo mondo
cristallizzato  il teschio dell'arcivescovo Ruggieri, inanimato e immobile
sotto i denti di Ugolino.
L'Ugolino  una delle pi straordinarie e interessanti fantasie. E per lui
che la vita e la poesia entra in questo mare morto, dove la natura e il demonio
e l'uomo  materia stupida e senza interesse. Come concetto morale, il
tradimento  la colpa pi grave; ma qui manca l'organo della colpa: il grido
della coscienza sembra agghiacciato insieme col colpevole. Questo grido pu
uscire dal petto concitato di Dante spettatore, come  gi avvenuto in
Malebolge, dove l'invettiva di Dante risolve il comico. Qui ci  di meglio. Tra
questi esseri petrificati Dante gitta il suo Ugolino, ghiacciato con gli altri,
come traditore egli pure, ma col capo sul capo di Ruggieri, perch insieme egli
 il suo tradito e il suo carnefice. E' la vittima che qui alza il grido contro
il traditore, e gli sta eternamente co' denti sul capo, saziando in quello il
suo odio, istrumento inconscio della vendetta di Dio. Cos  nato l'Ugolino, il
personaggio pi ricco, pi moderno, pi popolare di Dante dove l'analisi  pi
profonda e pi sviluppata, nelle sue straordinarie proporzioni cos umano e
vero.
Prendete ora una carta topografica dell'inferno, e guardate questa
piramide capovolta, a forma d'imbuto. Vedete l'immensa base alla cima, senza
figura altra che di cerchi, fra le tenebre eterne; e poi quei cerchi prendon
figura di citt rosseggiante di fiamme, e la citt di bolgia putrida e
puzzolenta, e la bolgia di pozzo entro il quale  petrificata la natura; in
cima l'infinito, alla fine il tristo buco

sopra 'I qual pontan tutte le altre rocce;

e voi avete cos l'immagine visibile di questo inferno estetico. Gli  come
nelle rivoluzioni. Nel primo entusiasmo tutto  grande; poi vien fuori il
sanguinario, il feroce, l'orribile, finch da' pi bassi fondi della societ
sale su il laido, l'abietto e il plebeo. Questa decomposizione e depravazione
successiva della vita  l'(Inferno).
L'(Inferno)  l'uomo compiutamente realizzato come individuo, nella
pienezza e libert delle sue forze. E pu misurare la grandezza dell'opera, chi
vede gli abbozzi di Dino Compagni, o lo scarno (Ezzelino), o le rozze
formazioni de' misteri e delle leggende. L'individuo era ancora astratto e
impigliato nelle formole, nelle allegorie e nell'ascetismo. In quelle vuote
generalit ci  la donna e l'uomo, come genere, come simbolo, come l'anima;
manca l'individuo. E manca tanto, che spesso non ha un nome, ed  la mia
donna, o un giovine, un santo uomo. Non un nome solo era rimasto vivo nel
mondo dell'arte, fra tante liriche e leggende. Dante volea scrivere il mistero
dell'anima; si cacci tra allegorie e formole, ed ecco uscirgli dalla fantasia
l'individuo, volente e possente, nel rigoglio e nella giovent della forza,
spezzato il nocciolo dove lo avea chiuso il medio evo. I pittori disegnavano
santi e cupole, i filosofi fantasticavano sull'ente; i lirici platonizzavano,
gli ascetici contemplavano e pregavano: Dante pensava l'inferno; e l, tra'
furori della carne e l'infuriar delle passioni, trovava la stoffa di Adamo,
l'uomo com' impastato, con la sua grandezza e con la sua miseria, e non
descritto, ma rappresentato e in azione, e non solo ne' suoi atti, ma ne' suoi
motivi pi intimi. Cos apparvero sull'orizzonte poetico Francesca, Farinata,
Cavalcanti, la Fortuna, Pier delle Vigne, Brunetto, Capaneo, Ulisse, Vanni
Fucci, il nero cherubino, Nicol terzo e Ugolino. Tutte le corde del cuore
umano vibrano. Vedi attorno a questa schiera d'immortali, turba infinita di
popolo nella maggior variet di attitudini, di forme, di sentimenti, di
caratteri, che ti passano avanti, alcuni appena sbozzati, altri numero e nome,
altri segnati in fronte di qualche frase indimenticabile, che li eterna, come
Taide, Mosca, Giasone, Omero, Aristotile, papa Celestino, Bonifazio, Clemente,
Bruto, Bocca degli Abati, Bertram dal Bormio. Nel regno de' morti si sente per
la prima volta la vita nel mondo moderno. Come  bella la luce, il dolce
lome, a Cavalcanti! Quanta malinconia  in quella selva de' suicidi, spogliata
del verde! Come  commovente Brunetto, che raccomanda a Dante il suo (Tesoro),
e Pier delle Vigne che gli raccomanda la sua memoria! Come ride quel giardino
del peccato innanzi a Francesca! Col vivo sentimento della dolce vita, della
bella natura,  accompagnato il sentimento della famiglia. Quel padre che cade
supino, udendo la morte del figlio, e Ugolino che dannato a morire di fame
guarda nel viso a' figliuoli, e Anselmuccio che gli domanda: - Che hai? - E
Gaddo che gli dice: - Perch non mi aiuti? - Sono scene solitarie della poesia
italiana. Ciascuno  in una situazione appassionata. I sentimenti spinti alla
punta idealizzano e ingrandiscono gli oggetti. Tutto  colossale, e tutto 
naturale E in mezzo torreggia Dante, il pi infernale, il pi vivente di tutti,
pietoso, sdegnoso, gentile, crudele, sarcastico, vendicativo, feroce, col suo
elevato sentimento morale col suo culto della grandezza e della scienza anche
nella colpa, coi suo dispregio del vile e dell'ignobile, alto sopra tanta
plebe, cos ingegnoso nelle sue vendette, cos eloquente nelle sue invettive.
Queste grandi figure, l sul loro piedistallo rigide ed epiche come
statue, attendono l'artista che le prenda per mano e le gitti nel tumulto della
vita e le faccia esseri drammatici. E l'artista non fu un italiano: fu
Shakespeare.

Chi vuole ora concepire il (Purgatorio), si metta in quella et della vita
che le passioni si scoloriscono, e l'esperienza e il disinganno tolgono le
illusioni, e scemata la parte attiva e personale, l'uomo si sente
generalizzare, si sente pi come genere che come individuo. Spettatore pi che
attore, la vita si manifesta in lui non come azione, ma come contemplazione
artistica, filosofica, religiosa. In quella calma delle passioni e de' sensi
era posto l'ideale antico del savio, l'ideale nuovo del santo, fuso insieme in
quel Catone, che Dante chiama nel (Convito) anima nobilissima e la pi perfetta
immagine di Dio in terra. Catone  il savio antico, pinto come i filosofi, con
quella sua lunga barba, in quella calma e gravit della sua decorosa
vecchiezza:

degno di tanta riverenza in vista,
che pi non dee a padre alcun figliuolo.

Ma  qualcosa di pi;  il savio battezzato e santificato, con la fronte
radiante, illuminata dalla grazia, s che pare un sole. Virgilio non comprende
questo savio cristianizzato, e parla al Catone di sua conoscenza, ricordando la
sua virt, la sua morte per la libert, la sua Marzia. E il nuovo Catone
risponde: - Marzia, che piacque tanto agli occhi miei, non mi move pi; ma se
Donna del cielo ti guida, non ci  mestier lusinga:

basta ben che per lei mi richegge.

Che cosa  il (Purgatorio)? E' il mondo dove questo doppio ideale  realizzato:
il mondo di Catone o della libert, dove lo spirito si sviluppa dalla carne e
cerca la sua libert:

Libert va cercando ch' s cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Altro concetto, altra natura, altro uomo, altra forma, altro stile. Non  pi
l'(Iliade),  l'(Odissea),  un nuovo poema. Paragonare (Inferno) e
(Purgatorio) e maravigliarsi che qui non sieno le bellezze ammirate col, gli 
come maravigliarsi che il purgatorio sia purgatorio e non inferno. O, se pur
vogliamo maravigliarci di qualche cosa, maravigliamoci che il poeta abbia
potuto cos compiutamente dimenticare l'antico se stesso, le sue abitudini di
concepire, di disporre, di colorire, e seppellito in questo nuovo mondo
ricrearsi l'ingegno e la fantasia a quella immagine, e con tanta spontaneit
che pare non se ne accorga: obblio dell'anima nella cosa, il secreto della
vita, dell'amore e del genio.
L'inferno e il regno della carne, che scende con costante regresso sino a
Lucifero. Il purgatorio e il regno dello spirito, che sale di grado in grado
sino al paradiso. E' l che si sviluppa il mistero, la (Commedia dell'anima),
la quale dall'estremo del male si riscote e si sente e mediante l'espiazione e
il dolore si purifica e si salva. Onde con senso profondo il purgatorio esce
dall'ultima bolgia infernale, e Lucifero, principe delle tenebre, e quello
stesso per le spalle del quale Dante salendo esce a riveder le stelle.
Ci  un avanti-purgatorio, dove la carne fa la sua ultima apparizione. Il
suo potere non  pi al di dentro: l'anima  gi libera; della carne non resta
che la mala abitudine. Gradazione finissima e altamente comica, dalla quale 
uscito l'immortale ritratto di Belacqua, caricatura felicissima nella figura,
ne' movimenti, nelle parole, e tanto pi comica quanto pi Belacqua si sforza
di rimaner serio, usando un'ironia che si volge contro di lui.
Questo avanti-purgatorio  quasi una transizione tra l'inferno e il
purgatorio: il peccato vi  e non v'; e ancora nell'abitudine non  pi
nell'anima; il demonio ci sta sotto la forma del serpente d'Eva, involto tra
l'erbe e i fiori, cacciato via da due angioli dalle vesti e dalle ali di color
verde, simbolo della speranza. Comparisce per scomparire, quasi per far
testimonianza che se ne va dalla scena per sempre. Innanzi alla porta del
purgatorio scompare il diavolo e muore la carne, e con la carne gran parte di
poesia se ne va.
L'anima non appartiene pi alla carne, ma l'ha avuta una volta sua padrona
e se ne ricorda. La carne non  pi una realt, come nell'inferno, ma una
ricordanza. Ne' sette gironi, rispondenti a' sette peccati mortali, le anime
ricordano le colpe per condannarle; ricordano le virt per compiacersene.
Quel ricordare le colpe non  se non l'inferno che ricomparisce in
purgatorio per esservi giudicato e condannato; quel ricordare le virt non  se
non il paradiso che preluce in purgatorio per esservi desiderato e vagheggiato:
l'inferno ci sta in rimembranza; il paradiso ci sta in desiderio. Carne e
spirito non sono una realt: la tirannia della carne  una rimembranza; la
libert dello spirito  un desiderio.
Poich la realt non  pi in presenza, ma in immaginazione, essa vi sta
non come azione rappresentata e drammatica, ma come immagine dello spirito, a
quel modo che noi riproduciamo dentro di noi la figura delle cose non presenti,
e pingiamo al di fuori quello spettro della mente. Questa realt dipinta vien
fuori nelle pareti e ne' bassirilievi del purgatorio. Nell'inferno e nel
paradiso non sono pitture, perch ivi la realt  natura vivente, 
l'originale, di cui nel purgatorio hai il ritratto. Inferno e paradiso sono in
purgatorio, ma in pittura, come il passato e l'avvenire delle anime, non
presenti agli occhi, ma all'immaginativa. Quelle pitture sono il loro
(memento), lo spettacolo di quello che furono, di quello che saranno, che le
stimola, mette in attivit la loro mente, si che ricordano altri esempli e si
affinano, si purgano.
Siamo dunque fuori della vita. Le passioni tornano innanzi alle anime, ma
non sono pi le loro passioni, sono fuori di esse, contemplate in s o in altri
con l'occhio dell'uomo pentito. Anche le virt sono estrinseche alle anime,
contemplate al di fuori come esempli e ammaestramenti. Le anime sono
spettatrici, contemplanti, non attrici. Passioni buone o cattive non sono in
presenza e in azione, ma sono una visione dello spirito, figurata in intagli e
pitture.
Questa concezione cos semplice e vera nella sua profondit  la pittura e
la scoltura, l'arte dello spazio, idealizzata nella parola e fatta poesia.
Perch il poeta non dipinge, ma descrive il dipinto. La parola non pu
riprodurre lo spazio che successivamente, e perci  inefficace a darti la
figura, come fa il pennello e lo scarpello. N Dante si sforza di dipingere,
entrando in una gara assurda col pittore. Ma compie e idealizza il dipinto,
mostrando non la figura, ma la sua espressione e impressione: dinanzi
all'immaginazione la figura diviene mobile, acquista sentimento e parola.
Le aguglie di Traiano in vista si movono al vento; la vedovella  atteggiata di
lagrime e di dolore; nell'attitudine di Maria si legge: (Ecce ancilla Dei);
l'angiolo intagliato in atto soave non sembrava immagine che tace:

Giurato si saria ch'ei dicesse Ave.

Davide ballando sembra pi e meno che re; e gli sta di contro Micol, che
ammirava,

siccome donna dispettosa e trista.

Erano i tempi di Giotto, e parevano maravigliosi quei primi tentativi
dell'arte. Quest'alto ideale pittorico di Dante fa presentire i miracoli del
pennello italiano. Il poeta avea innanzi all'immaginazione figure animate,
parlanti, dipinte da
Colui, che mai non vide cosa nuova,
ben pi vivaci che non gliele potevano offrire i suoi contemporanei.
Pi in la il dipinto sparisce: senza aiuto di senso, per sua sola virt, lo
spirito intuisce il bene e il male, ricorda i buoni e i cattivi esempli, vede
da se stesso e in se stesso. La realt non solo non ha la sua esistenza, come
cosa sensata, il sensibile; ma neppure come figurativa, in pittura; diviene una
visione diretta dello spirito, che opera gi libero e astratto dal senso. Nasce
un'altra forma dell'arte, la visione estatica. L'anima vede farsi dentro di s
una luce improvvisa, nella quale pullulano immagini sopra immagini come bolle
d'acqua che gonfiano e sgonfiano, e l'universo visibile si dilegua innanzi a
questa luce interiore, di modo che il suono di mille tube non basterebbe a
rompere la contemplazione. Dante trova forme nuove ed energiche ad esprimere
questo fenomeno. Le immagini piovono nell'alta fantasia; la mente 

... ... s ristretta
dentro di se', che di fuor non venia
cosa che fosse allor da lei ricetta.

L'immaginativa ne ruba di fuori, s

che uom non s'accorge
perch d'intorno suonin mille tube.

L'anima vlta in estasi ficca gli occhi nell'immagine con ardente affetto:

come dicesse a Dio: - D'altro non calme -.

Tra queste visioni bellissima  quella del martirio di santo Stefano: un quadro
a contrasto, dove tra la folla inferocita che grida: - Martira, martira -,  la
figura del santo, la persona gi aggravata dalla morte e china verso terra, ma
gli occhi al cielo preganti pace e perdono:  il soprastare dell'anima
nell'abbandono del corpo.
Siamo dunque in piena vita contemplativa. Il processo della santificazione
si sviluppa. Nell'inferno i tumulti e le tempeste della vita reale appassionata
dal furore de' sensi: qui entriamo in quel mondo di romiti e di santi, in quel
mondo de' misteri e delle estasi, cos popolare, nel mondo di Girolamo, di
Francesco d'Assisi e di Bonaventura, dove la pittura attingea le sue
ispirazioni.
Nella visione estatica lo spirito ha gi un primo grado di santificazione,
ha conquistato la sua libert dal senso, ha gi il suo paradiso; ma  un
paradiso interiore, immagine e desiderio, e non sar realt, paradiso reale, se
non quando quella luce e quelle immagini, vedute dallo spirito entro di s,
sieno fuori di s, sieno cose e non immagini. Il purgatorio  il regno delle
immagini, uno spettro dell'inferno, un simulacro del paradiso.
Nella visione estatica lo spirito  attivo e conscio; nel sogno  passivo
e inconscio:  una forma di visione superiore, non solo senza opera del senso,
ma senza opera dello spirito;  visione divina, prodotta da Dio. Perci il
sogno

anzi che 'I fatto sia, sa le novelle;

e l'anima

alle sue vision quasi  divina.

Nel sogno si rivela il significato delle visioni e delle apparenze del
purgatorio. Che cosa significano quelle pitture e quelle estasi? che cosa  il
purgatorio? E' il regno dell'intelletto e del vero, dove il senso  spogliato
delle sue belle e piacevoli apparenze, e mostrato qual', brutto e puzzolento.
L'apparenza  una sirena:

Io son - cantava - io son dolce Sirena,
che i marinari in mezzo al mar dismago,
tanto son di piacere a sentir piena.

Ma una donna santa, la Verit, fende i drappi; e la mostra qual femmina balba e
scialba, e mostra il ventre:

quel mi svegli col puzzo che ne usciva.

Vinto il senso e l'apparenza, si presenta a Dante in sogno l'immagine della
vita, non quale pare, ma qual , la vera vita a cui sospira e che cerca nel suo
pellegrinaggio. E vede la vita nella prima delle due sue forme, la vita attiva,
lo affaticarsi nelle buone opere per giungere alla beatitudine della vita
contemplativa. La sirena  rozzamente abbozzata: manca a Dante il senso della
volutt; senti nel verso stesso non so che intralciato e stanco. Lia  una
delle sue pi fresche creazioni, personaggio tipico cos perfetto nel suo
genere, come la Fortuna. La sua felicit non  ancora beatitudine, come  della
suora che vive guardando Dio, il suo miraglio; ma appunto perci  pi
interessante e poetica, pi umana, pi vicina a noi questa bella fanciulla, che
va tutta lieta pel prato, e coglie fiori e se ne fa ghirlanda e si mira allo
specchio. Tale  la prima immagine che il giovine incontra sovente ne' suoi
sogni!
L'ultima forma sotto la quale si presenta la realt  la visione
simbolica, dove la forma non significa pi se stessa, ma un'altra cosa. Il
purgatorio finisce tra' simboli:  il paradiso che si offre all'anima sotto
figura. Cristo  un grifone, e il carro su cui sta  la Chiesa, e Dante ha una
serie di strane visioni, che rappresentano simbolicamente la storia della
Chiesa.
Cos la realt corpulenta e tempestosa dell'inferno si va diradando e
sottilizzando per trasformarsi nella vera realt, lo spirito o il paradiso.
Questo processo di carne a spirito  il purgatorio, dove la forma diviene
pittura, estasi, sogno, simbolo. Il simbolo gi non  pi forma, ma puro
spirito, lavoro intellettuale. Sotto la figura ci  la nuova e vera realt,
pronta a svilupparsene e comparire essa direttamente.
L'uomo del purgatorio ha i sentimenti conformi a questo stato dell'anima.
Il suo carattere  la calma interiore, assai simile alla tranquilla gioia
dell'uomo virtuoso, che nella miseria terrena sulle ali della fede e della
speranza alza lo spirito al paradiso. Le ombre sono contente nel fuoco, gli
affetti hanno dolci e temperati, il desiderio puro d'inquietudine e
d'impazienza. Ne nasce un mondo idillico, che ricorda l'et dell'oro, dove
tutto  pace e affetto, e dove si manifestano con effusione le pure gioie
dell'arte, i dolci sentimenti dell'amicizia. In questo mondo di pitture e
scolture Dante si  coronato di artisti: Casella, Sordello, Guido Guinicelli,
Buonagiunta da Lucca, Arnaldo Daniello, Oderisi, Stazio, e ne ha cavato episodi
commoventi, che fanno vibrare le fibre pi delicate del cuore umano. Ricorder
il suo incontro con Casella, e il ritratto di Sordello, e i cari ragionamenti
dell'arte con Guinicelli e Buonagiunta, e l'incontro di Stazio e Virgilio. E'
un lato della vita nuovo, pur cos vero in tempi che la vita intima della
famiglia, dell'arte e dell'amicizia era un rifugio e quasi un asilo fra le
tempeste della vita pubblica. Come tocca il core l'amicizia di Dante e di
Forese, fratello di Corso Donati, il principale nemico di Dante, e quel
domandar ch'egli fa di Piccarda! I movimenti improvvisi dell'affetto e della
maraviglia sono colti con tanta felicit, che rimangono anche oggi vivi nel
popolo, come  l'o lungo e roco delle anime che veggon l'ombra di Dante, o il
paragone delle pecorelle, e la calma di Sordello,

a guisa di leon quando si posa,

mutata subito in un s vivace impeto di affetti, e Stazio che corre incontro a
Virgilio per abbracciarlo, obliando di essere un'ombra, e il cerchio dell'anime
intorno a Dante,

quasi obliando d'ire a farsi belle,

e Casella che se ne spicca e si gitta tra le braccia di Dante:

Oh ombre vane, fuor che nell'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Questa intimit, questo tenere nel cuore un cantuccio chiuso al mondo,
riservato alla famiglia, agli amici, all'arte, alla natura, quasi tempio
domestico, impenetrabile a' profani,  il mondo rappresentato nel (Purgatorio).
Le ricordanze de' casi anche pi tristi sono pure di amarezza, raddolcite dalle
speranze dell'ultimo giorno. Manfredi non ha una ingiuria per i suoi nemici,
chiede perdono, ed ha gi perdonato.

Io mi rendei
piangendo a quei che volentier perdona.

Buonconte di Montefeltro racconta le circostanze pi strazianti della sua morte
con una calma e una serenit, che diresti indifferenza, se non te ne rivelasse
il secreto il sentimento espresso in questi versi:

Qui vi perdei la vista
nel nome di Maria finio, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Ciascuno ha conservato in quel cantuccio del cuore il suo tempio domestico.
Ciascuno vuol essere ricordato a' suoi diletti. Come  caro quel Forese con
quel Nella mia,

la vedovella mia che tanto amai!

E Buonconte ricorda la sua Giovanna e gli altri che si sono dimenticati di lui,
e Manfredi vuol essere ricordato a Costanza, e Iacopo a' suoi fanesi, che
pregassero per lui: la sola Pia non ha alcun nome nel suo santuario domestico,
e non ha che Dante che possa ricordarsi di lei:

ricordati di me, che son la Pia.

Questo mondo cos affettuoso  penetrato di malinconia: sentimento nuovo, che
avr tanta parte nella poesia moderna, e generato qui, nel (Purgatorio). Questo
sentimento ti prende a udir la Pia, cos delicata nella solitudine del suo
cuore; eppure non era sola, e ricorda la gemma, pegno d'amore. La tenerezza e
delicatezza de' sentimenti dispone l'animo alla malinconia: perch malinconia
non  se non dolce dolore, dolore raddolcito da immagini care e tenere.
Richiede perci anime raccolte che vivano in fantasia, sieno pensose, non
distratte dal mondo, chiuse nella loro intimit La malinconia  il frutto pi
delicato di questo mondo intimo. Come ti va al core quell'ora che incomincia i
tristi lai la rondinella, presso alla mattina, e quella squilla di lontano,

che pare il giorno pianger che si more,

e quell'ora della sera che i naviganti partono e s'inteneriscono pensando

lo d c'han detto a' dolci amici: addio!

Qui Dante gitta via l'astronomia, che rende spesso cos aride le sue albe e le
sue primavere, e rende tutte le dolcezze di una natura malinconica. Tra le
scene pi intime, pi penetrate di malinconia,  il suo incontro con Casella.
Cominciano espansioni di affetto. Nel primo impeto corrono ad abbracciarsi.
Casella dice:

Cos com'io t'amai
nel mortal corpo, cos t'amo sciolta.

Dante risponde: - Casella mio! - e lo prega a voler cantare, come faceva in
vita, che col canto gli acquietava l'anima, e ora l'anima sua  cos affannata.
E Casella canta una poesia di Dante, e Dante e Virgilio e le anime fanno
cerchio, rapite, dimentiche del purgatorio, sgridate da Catone. Ma se Catone
non perdona, perdonano le muse. Quest'oblio del purgatorio, questa musica che
ci riconduce alle care memorie della vita, la terra che scende nell'altro mondo
e si impossessa delle anime, s che obliano di essere ombre e vogliono
abbracciare gli amici e pendono dalla bocca di Casella, questo  poesia. Ci si
sente qua dentro la malinconia dell'esilio, l'uomo che giovine ancora
desiderava con la sua Bice e i suoi amici e le loro donne ritrarsi in un'isola
e farne il santuario dei suoi affetti e obliarvi il mondo.
E c' la malinconia propria del purgatorio, quel vedere di l con mutati
occhi le grandezze e gli affetti terreni, quel disabbellirsi della vita, quel
cadere di tutte le illusioni:

Non  il mondan rumore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci ed or vien quindi,
e muta nome perch muta lato.

Una delle figure pi interessanti  Adriano. All'ultimo della grandezza dice:

Vidi che l non si quetava il core,
ne pi salir poteasi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore.

Questo papa disilluso ha lunga e mala parentela, e sono tutti morti per lui,
eccetto la buona Alagia:

E questa sola m' di la rimasa.

Quest'ultimo verso  pregno di malinconia.
Questa calma filosofica, che fa guardare dall'alto del purgatorio la vita e ne
scopre il vano e il nulla, restringe il circolo della personalit e della
realt terrena. Gli individui appariscono e spariscono, appena disegnati; hanno
la bellezza, ma anche la monotonia e l'immobilit della calma. Sono uomini che
discutono e conversano in una sala, pi che uomini agitati e appassionati. I
grandi individui storici, le grandi creature della fantasia scompariscono.
Pi che negli individui la vita si manifesta nei gruppi: la vita qui 
meno individuo che genere. La comune anima ha la sua espressione nel canto.
Nell'inferno non ci son cori; perch non vi  l'unit dell'amore. L'odio 
solitario; l'amore  simpatia e armonia; la musica e il canto conseguono i loro
effetti nella misurata variet delle voci e degl'istrumenti. Qui le anime sono
esseri musicali, che escono dalla loro coscienza individuale, assorte in uno
stesso spirito di carit:

Una parola era in tutto e un modo,
s che parea tra esse ogni concordia.

Le anime compariscono a gruppi e cantano salmi e inni, espressione varia di
dolore, di speranza, di preghiera, di letizia, di lodi al Signore. Quando
giungono al purgatorio, le odi cantare: (In exitu Israel de Aegypto).
Giungono nella valle, ed ecco intonare il Salve Regina. La sera odi l'inno:
(Te lucis ante terminum Rerum creator poscimus). Entrando nel purgatorio,
risuona il (Te Deum). Sono i salmi e gl'inni della Chiesa, cantati secondo le
varie occasioni, e di cui il poeta dice le prime parole. Ti par d'essere in
chiesa e udir cantare i fedeli. Quei canti latini erano allora nella bocca di
tutti, erano cantati da tutti in chiesa; il primo verso bastava a ricordarli.
Il poeta ha creduto bastar questo ad accendere ne' petti l'entusiasmo
religioso. E forse bastava allora, quando quei versi suscitavano tante
rimembranze e immagini della vita religiosa. La poesia qui non  nella
rappresentazione, ma in quei lettori e in quei tempi. Un nome, una parola basta
in certi tempi a produrre tutto l'effetto: con quei tempi se ne va la loro
poesia, e restano cosa morta. Molte parti del poema dantesco, aride liste di
nomi e di fatti, soprattutto le allusioni politiche, allora cos vive, oggi son
morte. E tutta questa lirica del purgatorio  cosa morta. Perch Dante non crea
dal suo seno quei sentimenti, ma li trova belli e scritti ne' canti latini, e
si contenta di dirne le prime parole. Pure, la situazione delle anime purganti
 altamente lirica; la loro personalit non  individuale, ma collettiva, e
l'espressione di quella comune anima svegliatasi in loro  l'onda canora de'
sentimenti. Qui manc la vena e la forza al gran poeta, e si rimise a Davide di
quello ch'era suo compito. Pi che visioni e simboli e dipinti, la vita del
purgatorio era questa effusione lirica di dolore, di speranza, di amore, di
quell'incendio interiore che rende le anime affettuose, concordi in uno stesso
spirito di carit. Ha saputo cos ben dipingerle queste anime ardenti, che
s'incontrano, si baciano e vanno innanzi, tirate su verso il cielo!

Li veggio d'ogni parte farsi presta
ciascun'ombra, e baciarsi una con una,
senza restar, contente a breve feste.
Cos per entro loro schiera bruna
s'ammusa l'una con l'altra formica,
forse a spiar lor via e lor fortuna.

E che poteva e sapeva con pari felicit esprimere i loro sentimenti, non solo
il vago e l'indeterminato, ma anche il proprio e il successivo, ed essere il
Davide del suo purgatorio, lo mostra il suo paternostro, rimaso canto
solitario.
Le fuggitive apparizioni degli angeli sono quasi immagine anticipata del
paradiso nel luogo della speranza. In essi non e alcuna subbiettivit: sono
forme eteree vestite di luce, fluttuanti come le mistiche visioni dell'estasi,
e nondimeno ciascuna con propria apparenza e attitudine.

Tal che parea beato per iscritto...

Verdi come fogliette pur mo' nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate...

Ben discernea in lor la testa bionda,
ma nelle facce l'occhio si smarria,
come virt ch'a troppo si confonda...

A noi vena la creatura bella,
bianco vestita, e nella faccia quale
par tremolando mattutina stella.

Molto per la pittura, poco per la poesia. Manca la parola, manca la
personalit. Ci  il corpo dell'angiolo; non ci  l'angiolo. Nelle dolci note,
tra quelle forme d'angioli, l'anima s'infutura, gusta le primizie del piacere
eterno. Di che prende qualit la natura del purgatorio, una montagna, scala al
paradiso, in principio faticosa a salire:

E quanto uom pi va su, e men fa male.
Per quando ella ti parr soave
tanto che il su andar ti sia leggiero,
com'a seconda in giuso l'andar con nave,
allor sarai al fin d'esto sentiero.

Il luogo  rallegrato da luce non propria, ma riflessa dal sole e dalle stelle,
che sono il paradiso dantesco. La prima impressione della luce, uscendo
dall'inferno, cava a Dante questa bella immagine:

Dolce color d'oriental zaffiro
che s'accoglieva nel sereno aspetto
dell'aer puro infino al primo giro,
agli occhi miei ricomincio diletto.

La natura  l'accordo musicale e la voce di quel di dentro: qui natura, angeli
e anime sono un solo canto, un solo universo lirico. Scena stupenda  nel canto
settimo, maravigliosa consonanza tra le ombre sedute, quete, che cantano
(Salve Regina), e la vista allegra del seno erboso e fiorito dove stanno:

Non avea pur natura ivi dipinto,
ma di soavit di mille odori
vi faceva un incognito indistinto.
(Salve Regina) in sul verde e in su' fiori
quindi seder, cantando, anime vidi.

Le anime piangono e cantano, e il luogo alpestre  lieto di apriche valli e di
campi odorati: il quale contrasto ha termine, quando l'anima si leva con libera
volont a miglior soglia, tolte le schiume della coscienza, con pura letizia.
Cos come nell'inferno si scende sino al pozzo ghiacciato della morte, nel
purgatorio si sale sino al paradiso terrestre, immagine terrena del paradiso,
dove l'anima  monda del peccato o della carne, e rifatta bella e innocente.
Tutto  qui che alletti lo sguardo e lusinghi l'immaginazione: riso di cielo,
canti di uccelli, vaghezza di fiori, e tremolar di fronde e mormorare di acque,
descritto con dolcezza e melodia, ma insieme con tale austera misura, che non
d luogo a mollezza ed ebbrezza di sensi, n il diletto turba la calma.
Il purgatorio  il centro di questo mistero o commedia dell'anima;  qua
che il nodo si scioglie. Dante, pi che spettatore  attore. Uscito
dall'inferno, appena all'ingresso del purgatorio l'angiolo incide sulla sua
fronte sette P, che sono i sette peccati mortali, che si purgano ne' sette
gironi. Da un girone all'altro una P scomparisce dalla fronte, finch van via
tutte, e puro e rinnovellato giunge al paradiso terrestre. Passa da uno stato
nell'altro in sonno, cio a dire per virt della grazia, senza sua coscienza.
E' Lucia, nemica di ciascun crudele, che lo piglia dormente e sognante, e lo
conduce in purgatorio. Cos la storia intima dell'anima, i suoi errori, le
passioni, i traviamenti, i pentimenti, sono storia esterna e simbolica: il
dramma  strozzato nella sua culla. La crisi del dramma, il punto in cui il
nodo si scioglie, e il pentimento, l'anima che si riconosce, e caccia via da s
il peccato, e si pente e si vergogna e ne fa confessione. A questo punto il
dramma si fa umano, e ci che avrebbe potuto far Dante, si vede da quello che
ha fatto qui; ma una storia intima, personale, drammatica dell'anima, com' il
(Faust), non era possibile in tempi ancora epici, simbolici, mistici e
scolastici.
Qui tutt'i personaggi del dramma si trovano a fronte. Di qua Dante,
Virgilio, Stazio; di l Beatrice con gli angeli; in mezzo e il rio che li
divide, bipartito in due fiumi, Lete, l'obblio, ed Euno, la forza. Nell'uno
l'anima si spoglia della scoria del passato; nell'altra attinge virt di salire
alle stelle.

L'alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Lete si passasse, e tal vivanda
fosse gustata senza alcuno scotto
di pentimento che lagrime spanda.

Di l  Matilde, che tuffa le anime, pagato lo scotto del pentimento, e le
passa all'altra riva, rifatte nell'antico stato d'innocenza. E lo specchio
dell'anima rinnovellata  Matilde, che danza e sceglie fiori, in sembianza
ancora umana, celeste creatura, con l'ingenua giocondit di fanciulla, con la
leggerezza di una silfide, col pudico sguardo di vergine, il viso radiante di
luce. Tale era Lia, affacciatasi al poeta in sogno, il presentimento di
Matilde, il nunzio del paradiso terrestre.
La scena dove questo mistero dell'anima si scioglie ha le sacre e
venerabili apparenze di un mistero liturgico, una di quelle sacre
rappresentazioni che si facevano durante le processioni. Vedi una Chiesa
animata e ambulante in processione: sette candelabri, che a distanza parevano
sette alberi d'oro, e dietro gente vestita di bianco che canta (Osanna), e le
fiammelle lasciano dietro di s lunghe liste lucenti, e sotto questo cielo di
luce sfila la processione. Ecco a due a due i profeti e i patriarchi
dell'antico Testamento, sono ventiquattro seniori coronati di giglio:

Tutti cantavan: - Benedetta tue
nelle figlie di Adamo, e benedette
sieno in eterno le bellezze tue. -

Segue la Chiesa in figura di carro trionfale, a due ruote (i due testamenti),
tra quattro animali (i quattro vangeli), tirato da un grifone, simbolo di
Cristo; a destra Fede, Speranza e Carit; a sinistra Prudenza, Giustizia,
Fortezza e Temperanza, vestite di porpora; dietro due vecchi, san Luca e san
Paolo, e dietro a loro, quattro in umile paruta, forse gli scrittori
dell'(Epistole), e solo e dormente san Giovanni dall'(Apocalisse):

E diretro da tutti un veglio solo
venir dormendo con la faccia arguta.

Si ode un tuono. La processione si ferma. Comincia la rappresentazione.
Virgilio guarda attonito, non meno che Dante. Il senso di quella processione
allegorica gli sfugge. La missione del savio pagano  finita. Hai innanzi la
dottrina nuova, la Chiesa di Cristo co' suoi profeti e patriarchi, co' suoi
evangelisti e apostoli, co' suoi libri santi.
Fermata la processione, uno canta e gli altri ripetono: (Veni sponsa, de
Libano), e sul carro si leva moltitudine di angioli che cantano e gittano
fiori.

Tutti dicean: - (Benedictus qui venis )
e fior gittando di sopra e dintorno
m(anibus o date lilia plenis). -

Tra questa nuvola di fiori appare donna sovra candido velo, cinta d'oliva,
sotto verde manto, vestita di colore di fiamma; appare come la Madonna nelle
processioni, sotto i fiori che le gittano dalle finestre i fedeli. Dante non la
vede, ma la sente:  Beatrice.
Quest'apoteosi di Beatrice, questo primo apparire della sua donna ancora
velata fra tanta gloria, scioglie l'immaginazione dalla rigidit de' simboli e
de' riti, e le d le libere ali dell'arte. Il dramma si fa umano; spuntano le
immagini e i sentimenti:

Io vidi gi nel cominciar del giorno
le parte oriental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno adorno
e la faccia del sol nascere ombrata
s ch per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fiata.
Cos dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva gi dentro e di fuori,
sovra candido vel, cinta di oliva
donna m'apparve sotto il verde manto
vestita di color di fiamma viva.

L'apparire di Beatrice  lo sparire di Virgilio. Qui l'astrattezza del simbolo
 superata. Ti senti innanzi ad un'anima d'uomo. Quella donna  la sua
Beatrice, l'amore della sua prima giovinezza; e Virgilio e il dolcissimo padre
che sparisce, quando pi ne aveva bisogno, quando era proprio come un fantolino
in paura che si volge alla mamma; e si volge, e non lo vede pi, e lo chiama
tre volte per nome nella mente sbigottita. Il mistero liturgico si trasforma in
un dramma moderno:

E lo spirito mio che gi cotanto
tempo era stato ch'alla sua presenza
non era di stupor tremando affranto,
senza dagli occhi aver pi conoscenza,
per occulta virt che da lei mosse,
d'antico amor sent la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l'alta virt che gi m'avea trafitto
prima ch'io fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra, col respitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura o quando egli  afflitto,
per dicer a Virgilio: - Men che dramma
di sangue m' rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell'antica fiamma -.
Ma Virgilio ne avea lasciati scemi
di s; Virgilio dolcissimo padre,
Virgilio, a cui per mia salute dimi.

Dal pianto di Dante esce un felicissimo passaggio per introdurre in iscena
Beatrice:

Dante, perch Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora,
che pianger ti convien per altra spada.

Gli occhi di Dante sono l verso la donna, che lo chiama per nome:

Guardami ben: ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
Non sapei tu che qui l'uomo  felice?

E gli occhi cadono nella fontana, e non sostenendo la propria vista, cadono
sull'erba:

Gli occhi mi cadder gi nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, io trassi all'erba:
tanta vergogna mi grav la fronte.

Qui  la prima volta e sola che un'azione  rappresentata nel suo cammino
e nel suo svolgimento, come in un mistero, e Dante vi rivela un ingegno
drammatico superiore. I pi intimi e rapidi movimenti dell'animo scappan fuori;
i due attori, Dante e Beatrice, vi sono perfettamente disegnati; gli angioli
fanno coro e intervengono. La scena  rapida, calda, piena di movimenti e di
gradazioni fini e profonde. La vergogna di Dante senza lacrime e sospiri giunge
a poco a poco sino al pianto dirotto. Dapprima sta li pi attonito che
compunto, ma quando gli angioli nel loro canto hanno aria di compatirgli, come
se dicessero: Donna, perch s lo stempre? scoppia il pianto. Quello che non
pot il rimprovero, ottiene il compatimento. Gradazione vera e profonda e
rappresentata con rara evidenza d'immagine. Instando Beatrice: - Dl' dl', se
questo  vero -, tra confusione e vergogna, esitando e incalzato gli esce un
tale s dalla bocca, che si poteva vedere, ma non udire:

al quale intender fur mestier le viste.

I sentimenti dell'animo scoppiano con tanta ingenuit e naturalezza, che
rasentano il grottesco; quando Beatrice dice: Alza la barba, il nostro
dottore con linguaggio della scuola riflette:

e quando per la barba il viso chiese,
ben conobbi 'I velen dell'argomento.

Il berretto dottorale spunta tutto ad un tratto sul capo di Dante fra le
lacrime e i sospiri, e d a questa magnifica storia del cuore un colorito
locale.
Queste gradazioni corrispondono alle parole di Beatrice. Qui non ci 
dialogo:  lei che parla: le risposte di Dante sono le sue emozioni. Pure non
ci  monotonia, ne declamazione: tutto esce da una situazione vera e finamente
analizzata. Regalmente proterva, la sua severit  raddolcita poi dal canto
degli angioli. Beatrice non parla pi a Dante: parla agli angioli, e narra loro
la storia di Dante. La situazione diviene meno appassionata, ma pi elevata:
mai la poesia non s'era alzata a un linguaggio s nobile; lo spiritualismo
cristiano trovava la sua musa:

Quando di carne a spirto era salita
e bellezza e virt cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita:
e torse i passi suoi per via non vera,
immagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera.

Poi si volta a Dante, e il discorso diviene personale, stringente, implacabile
nella sua logica. E una sola idea sotto varie forme, ostinata, insistente, che
vuole da Dante una risposta. - Sei uomo, hai la barba: come potesti preferire a
me le cose fallaci della terra,

o pargoletta,
o altra vanit per s breve uso?

- E quando Dante pot formare la voce, viene la risposta:

... ... Le presenti cose
col falso lor piacer volser miei passi,
tosto che 'I vostro viso si nascose.

Come si vede,  l'antica lotta tra il senso e la ragione che qui ha il suo
termine;  la vita tragica dell'anima fra gli errori e le battaglie del senso,
che qui si scioglie in commedia, cio in lieto fine, con la vittoria dello
spirito. L'idea  pi che trasparente,  manifestata direttamente nel suo
linguaggio teologico. Ma l'idea e calata nella realt della vita e produce una
vera scena drammatica, con tale fusione di terreno e di celeste, di passione e
di ragione, di concreto e di astratto, che vi trovi la stoffa da cui dovea
sorgere pi tardi il dramma spagnuolo.
Dante, pentito, tuffato nel fiume Lete, e menato a Beatrice dalle virt,
sue ancelle:

Noi sem qui ninfe; e nel ciel semo stelle.
Pria che Beatrice discendesse al mondo,
fummo ordinate a lei per sue ancelle.
Menrenti agli occhi suoi...

E Beatrice gli svela la sua faccia. Non  poesia che possa rendere quello che
Dante vede, quello che sente:

O isplendor di viva luce eterna,
chi pallido si fece sotto l'ombra
s di Parnasso, e bevve in sua cisterna,
che non paresse aver la mente ingombra,
tentando a render te, qual tu paresti,
l, dove armonizzando il ciel ti adombra,
quando nell'aere aperto ti solvesti?

Compiuta la rappresentazione, ricomincia la processione sino all'albero della
vita, dove, antitesi a questa Chiesa gloriosa di Cristo, apparisce in visione
allegorica la Chiesa terrena, trafitta dall'impero, travagliata dall'eresia,
corrotta dal dono di Costantino, smembrata da Maometto, e in ultimo meretrice
fra le braccia del re di Francia. Concetto stupendo, questo apparire della vita
terrena nell'ultimo del purgatorio, germogliata dall'albero infausto del
peccato di Adamo. Il terreno apparisce quando ci si dilegua per sempre dinanzi,
non solo in realt, ma in ricordanza. Siamo gi alla soglia del paradiso.
Cos finisce questa processione dantesca, una delle concezioni pi
grandiose del poema, anzi in s sola tutto un poema, dove ci vediamo sfilare
davanti tutt'i grandi personaggi della Chiesa celeste, immagine anticipata del
regno di Dio, un'apoteosi del cristianesimo, entro di cui si rappresenta il pi
alto mistero liturgico, la (Commedia dell'anima).
Questa processione dove far molta impressione in quei tempi delle
processioni, de' misteri e delle allegorie, quando gli angeli, le virt e i
vizi, e Cristo e Dio stesso entravano in iscena. Ma  appunto questo carattere
liturgico e simbolico, che qui scema in gran parte la bellezza della poesia.
Questo difetto nuoce soprattutto nella rappresentazione della Chiesa terrena,
dove l'aquila, la volpe, e il drago e il gigante e la meretrice rimpiccoliscono
un concetto cos magnifico, una storia cos interessante.
Lo stesso contrasto si affaccia a Dante, quando il mantovano Sordello,
sentendo Virgilio esser di Mantova, esce dalla sua calma di leone:

O mantovano, io son Sordello.
della tua terra. - E l'un l'altro abbracciava.

E Dante pensa alla sua Firenze, dove

... ... l'un l'altro si rode
di quei che un muro e una fossa serra.

Qui non  impigliato nelle allegorie. Scoppia il contrasto impetuoso,
eloquente, e n'esce una poesia tutta cose, dove si riflettono i pi diversi
movimenti dell'animo, il dolore, lo sdegno, la piet, l'ironia, una calma
tristezza.

Il (Purgatorio)  il dolce rifugio della vecchiezza. Quando la vita si
disabbella a' nostri sguardi, quando le volgiamo le spalle e ci chiudiamo nella
santit degli affetti domestici tra la famiglia e gli amici, nelle opere
dell'arte e del pensiero, il (Purgatorio) ci s'illumina di viva luce e diviene
il nostro libro, e ci scopriamo molte delicate bellezze, una gran parte di noi.
Fu il libro di Lamennais, di Balbo, di Schiosser.
Viene il (Paradiso). Altro concetto, altra vita, altre forme.
Il paradiso e il regno dello spirito, venuto a libert, emancipato dalla
carne o dal senso, perci il soprasensibile, o come dice Dante, il trasumanare,
il di la dall'umano. E' quel regno della filosofia che Dante volea realizzare
in terra, il regno della pace, dove intelletto, amore e atto sono una cosa.
Amore conduce lo spirito al supremo intelletto, e il supremo intelletto 
insieme supremo atto. La triade  insieme unit. Quando l'uomo  alzato
dall'amore fino a Dio, hai la congiunzione dell'umano e del divino, il sommo
bene, il paradiso.
Questo ascetismo o misticismo non  dottrina astratta,  una forma della vita
umana. Ci  nel nostro spirito un di l, ci che dicesi il sentimento
dell'infinito, la cui esistenza si rivela pi chiaramente alle nature elevate.
L'arte antica avea materializzato questo di l, umanando il cielo, e la
filosofia partendo dalle pi diverse direzioni era giunta a questa conclusione
pratica, che l'ideale della saggezza, e perci della felicit,  posto nella
eguaglianza dell'animo, ci che dicevasi apatia, affrancamento dalle passioni
e dalla carne: pagana tranquillit, che vedi nelle figure quiete e serene e
semplici dell'arte greca.
Questa calma filosofica trovi nelle figure eroiche del limbo:

Sembianza avevan ne' trista ne' lieta...
Parlavan rado, con passi soavi

Virgilio n' il tipo pi puro, le cui impressioni vanno di rado al di l di un
sospiro, o di un movimento tosto represso. Questa calma  la fisonomia del
purgatorio, il carattere pi spiccato di quelle anime, dove l'aspirazione al
cielo  senza inquietudine, sicure di salirvi quandochessia. Ma gi in quelle
anime penetra un elemento nuovo, l'estasi, il rapimento, la contemplazione; ci
sta Catone, ma irradiato di luce.
Col cristianesimo s'era restaurato nello spirito questo inquieto di l, e
divenne in breve molta parte della vita, anzi la principale occupazione della
vita. E si svilupp un'arte e una letteratura conforme. Chi vede gli ammirabili
mosaici del paradiso sotto le cupole di San Marco e di San Giovanni Laterano, o
le facce estatiche de' santi consumate dal fervore divino ha innanzi stampato
il tipo di questo uomo nuovo. Quel di l, il celeste, il divino, appare su
quelle facce, come appare nella (Citt di Dio) di santo Agostino e nella (Dieta
salutis) di san Bonaventura. A questa immagine avea composta la sua
(Gerusalemme celeste) frate Giacomino da Verona nel secolo decimoterzo.
Questo di l, intravveduto nelle estasi, ne' sogni, nelle visioni nelle
allegorie del purgatorio, eccolo qui nella sua sostanza,  il paradiso. Il
quale intravveduto nella vita ha una forma, e pu essere arte; ma non si
concepisce come, veduto ora nella sua purezza, come regno dello spirito, possa
avere una rappresentazione. Il paradiso pu essere un canto lirico, che
contenga. non la descrizione di cosa che  al di sopra della forma, ma la vaga
aspirazione dell'anima a non so che divino, ed anche allora l'obietto del
desiderio, pur rimanendo un incognito indistinto, riceve la sua bellezza da
immagini terrene, come nell'(Aspirazione) e nel (Pellegrino) di Schiller, e in
questi bei versi del (Purgatorio), imitati dal Tasso:

Chiamavi il cielo e intorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze eterne.

Per rendere artistico il paradiso, Dante ha immaginato un paradiso umano,
accessibile al senso e all'immaginazione. In paradiso non c' canto, e non luce
e non riso; ma essendo Dante spettatore terreno del paradiso, lo vede sotto
forme terrene:

Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultade, e mani e piedi
attribuisce a Dio ed altro intende.

Cos Dante ha potuto conciliare la teologia e l'arte. Il paradiso teologico 
spirito, fuori del senso e dell'immaginazione, e dell'intelletto; Dante gli d
parvenza umana e lo rende sensibile ed intelligibile. Le anime ridono, cantano,
ragionano come uomini. Questo rende il paradiso accessibile all'arte.
Siamo all'ultima dissoluzione della forma. Corpulenta e materiale
nell'(Inferno), pittorica e fantastica nel (Purgatorio), qui  lirica e
musicale, immediata parvenza dello spirito, assoluta luce senza contenuto,
fascia e cerchio dello spirito, non esso spirito. Il purgatorio, come la terra,
riceve la luce dal sole e dalle stelle, e queste l'hanno immediatamente da Dio,
sicch le anime purganti, come gli uomini, veggono il sole, e nel sole
intravvedono Dio, offertosi gi alla fantasia popolare come emanazione di luce;
ma i beati intuiscono Dio direttamente per la luce che move da lui senza mezzo:

lume che a lui veder ne condiziona.

Adunque il paradiso e la pi spirituale manifestazione di Dio; e perci di
tutte le forme non rimane altro che luce, di tutti gli affetti non altro che
amore, di tutt'i sentimenti non altro che beatitudine, di tutti gli atti non
altro che contemplazione. Amore, beatitudine, contemplazione prendono anche
forma di luce; gli spiriti si scaldano ai raggi d'amore; la beatitudine o
letizia sfavilla negli occhi e fiammeggia nel riso; e la verit  siccome in
uno specchio dipinta nel cospetto eterno:

Luce intellettual piena d'amore,
amor di vero ben pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore.

Gli affetti e i pensieri delle anime si manifestano con la luce; l'ira di san
Pietro fa trascolorare tutto il paradiso.
Il paradiso ha ancora la sua storia e il suo progresso, come l'inferno e
il purgatorio. E' una progressiva manifestazione dello spirito o di Dio in una
forma sempre pi sottile sino al suo compiuto sparire, manifestazione
ascendente di Dio che risponde a' diversi ordini o gradi di virt. Sali di
stella in stella, come di virt in virt, sino al cielo empireo, soggiorno di
Dio.
Ad esprimere queste gradazioni, unica forma  la luce. Perci non hai qui,
come nell'inferno o nel purgatorio, differenze qualitative, ma unicamente
quantitative, un pi e un meno. Prima la luce non  cos viva che celi la
faccia umana; pi si sale e pi la luce occulta le forme come in un santuario.
Come  la luce, cos  il riso di Beatrice, un crescendo superiore ad ogni
determinazione; la fantasia, formando, non pu seguire l'intelletto, che
distingue. Bene il poeta vi adopera l'estremo del suo ingegno, conscio della
grandezza e difficolt dell'impresa:

L'acqua ch'io prendo giammai non si corse.
Minerva spira e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.

Dapprima caldo di questo mondo, sua fattura, allettato dalla novit o dal
maraviglioso de' fenomeni che gli si affacciano, le immagini gli escono vivaci,
peregrine; poi quasi stanco diviene arido e d in sottigliezze; ma lo vedi
rilevarsi e poggiare pi e pi a inarrivabile altezza, sereno, estatico:
diresti che la difficolt lo alletti, la novit lo rinfranchi, l'infinito lo
esalti.
Il paradiso propriamente detto  il cielo empireo, immobile e che tutto
move, centro dell'universo. Ivi sono gli spiriti, ma secondo i gradi de' loro
meriti e della loro beatitudine appariscono ne' nove cieli che girano intorno
alla terra, la luna, Mercurio, Venere, il sole, Marte, Giove, Saturno, le
stelle fisse e il primo mobile. Ne' primi sette cieli, che sono i sette
pianeti, ti sta avanti tutta la vita terrena. La luna  una specie di
avanti-paradiso. I negligenti aprono l'inferno e il purgatorio, e aprono anche
il paradiso. E i negligenti del paradiso sono i manchevoli non per volont
propria, ma per violenza altrui. Il loro merito non  pieno, perch manc loro
quella forza di volont che tenne Lorenzo sulla grata e fe' Muzio severo alla
sua mano. Perci in loro rimane ancora un vestigio della terra: la faccia
umana. In Mercurio, Venere, il sole, Marte, Giove hai le glorie della vita
attiva, i legislatori, gli amanti, i dottori, i martiri, i giusti. In Saturno
hai la corona e la perfezione della vita, i contemplanti. Percorsi i diversi
gradi di virt, comincia il tripudio, o come dice il poeta, il trionfo della
beatitudine. Ed hai nelle stelle fisse il trionfo di Cristo, nel primo mobile
il trionfo degli angioli, e nell'empireo la visione di Dio, la congiunzione
dell'umano e del divino, dove s'acqueta il desiderio. Questa storia del
paradiso secondo i diversi gradi di beatitudine ha la sua forma ne' diversi
gradi di luce.
La luce, veste e fascia delle anime,  la sola superstite di tutte le
forme terrene, e non  vera forma, ma semplice parvenza e illusione dell'occhio
mortale. Essa  la stessa beatitudine, la letizia delle anime, che prende
quell'aspetto agli occhi di Dante:

La mia letizia mi ti tien celato
che mi raggia d'intorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.

Queste parvenze dell'interna letizia si atteggiano, si determinano, si
configurano ne' pi diversi modi, e non sono altro che i sentimenti o i
pensieri delle anime che paion fuori in quelle forme. E n'esce la natura del
paradiso, luce diversamente atteggiata e configurata, che ha aspetto or di
aquila, or di croci, or di cerchio, or di costellazione, ora di scala, con
viste nuove e maravigliose. Queste combinazioni di luce non sono altro che
gruppi d'anime, che esprimono i loro pensieri co' loro moti e atteggiamenti. A
rendere intelligibili le parvenze di questo mondo di luce, il poeta si tira
appresso la natura terrestre e ne coglie i fenomeni pi fuggevoli, pi
delicati, e ne fa lo specchio della natura celeste. Cos rientra la terra in
paradiso, non come sostanziale, ma come immagine, parvenza delle parvenze
celesti. E' la terra che rende amabile questo paradiso di Dante;  il
sentimento della natura che diffonde la vita tra queste combinazioni ingegnose
e simboliche. La terra ha pure la sua parte di paradiso, ed  in quei fenomeni
che inebbriano, innalzano l'animo e lo dispongono alla tenerezza e all'amore:
trovi qui tutto che in terra  di pi etereo, di pi sfumato, di pi soave. E
come l'impressione estetica nasce appunto da questo profondo sentimento della
natura terrestre, avviene che il lettore ricorda il paragone, senza quasi pi
sapere a che cosa si riferisca. Questi paragoni di Dante sono le vere gemme del
(Paradiso):

Come a raggio di sol che puro mi
per fratta nube, gi prato di fiori
vider coverti d'ombra gli occhi miei;
vid'io cos pi turbe di splendori
fulgorati di su da' raggi ardenti,
senza veder principio di fulgori.

S come 'I Sol che si cela egli stessi
per troppa luce, quando il caldo ha rose
le temperanze de' vapori spessi,
per pi letizia s mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa,
e cos chiusa chiusa mi rispose...

Come l'augello, intra l'amate fronde,
posato al nido de' suoi dolci nati,
la notte che le cose ci nasconde,
che per veder gli aspetti desiati
e per trovar lo cibo onde gli pasca,
in che i gravi labori gli sono grati,
previene 'I tempo in su l'aperta frasca,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur se l'alba nasca...

... come orologio che ne chiami
nell'ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perch l'ami;
che l'una parte e l'altra tira ed urge,
tin tin sonando con si dolce nota,
che il ben disposto spirto d'amor turge...

... e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.

Qual lodoletta che in aere si spazia,
prima cantando e poi tace contenta
dell'ultima dolcezza che la sazia...

Pareva a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
Per entro s l'eterna margherita
ne ricevette, com'acqua recepe
raggio di luce, rimanendo unita.

Siccome schiera d'api che s'infiora
una fiata, ed una si ritorna
l dove suo lavoro s'insapora...

E vidi lume in forma di riviera,
fulvido di fulgore, intra duo rive,
dipinte di mirabil primavera.
Di tal fiumana uscian faville vive,
e d'ogni parte si mettean ne' fiori
quasi rubin che oro circoscrive.
Poi come inebriate dagli odori
riprofondavan s nel miro gurge;
e s'una entrava, un'altra usciane fuori.

Queste tre ultime terzine sono mirabili di spontaneit e di evidenza. Il poeta
ha circonfuso le celesti sustanze di tutto ci che in terra  pi ridente e
smagliante. Siamo nell'empireo. La virt visiva  stanca, ma si raccende alle
parole di Beatrice, s che gli appare la riviera di luce, e fortificata la
vista in quella riviera, in quei fiori inebbrianti, in quell'oro, in quei
rubini, in quelle vive faville, Dante discerne ambo le corti del cielo nel
santo delirio del loro tripudio. Ma in verit gli scanni de' beati sono meno
poetici di queste due rive dipinte di mirabil primavera.
Ma la forma, come parvenza dello spirito,  un press'a poco, un quasi, un
come, fioca e corta al concetto. Questa impotenza della forma produce un
sublime negativo, che Dante esprime con l'energia intellettuale di chi ha vivo
il sentimento dell'infinito:

... appressando s al suo desire
nostro intelletto si profonda tanto
che la memoria retro non pu ire.
... ogni minor natura
 corto recettacolo a quel bene,
che non ha fine e s con s misura.

... nella giustizia sempiterna
la vista che riceve il vostro mondo,
com'occhio per lo mare, entro s'interna;
ch, bench dalla proda veggia il fondo,
in pelago nol vede; e nondimeno
egli , ma 'I cela lui l'esser profondo.

La letizia che move le anime e trascende ogni dolzore, non  se non
beatitudine. E rende beate le anime l'entusiasmo dell'amore e la chiarezza
intellettiva, o come dice Dante, luce intellettual piena d'amore. Esse hanno
allegro il cuore e allegra la mente. Nel cuore  perenne desiderio e perenne
appagamento. Nella mente la verit sta come dipinta.
La luce  forma inadeguata della beatitudine. Ti d la parvenza, ma non il
sentimento e non il pensiero. Spuntano perci due altre forme, il canto e la
visione intellettuale.
Quello che nel purgatorio  amicizia, nel paradiso  amore, ardore di
desiderio placato sempre non saziato mai, infinito come lo spirito. Stato
lirico e musicale, che ha la sua espressione nella melodia e nel canto. La
medesimezza del sentimento spinto sino all'entusiasmo genera la comunione delle
anime; la persona non  l'individuo, ma il gruppo, come  delle moltitudini nei
grandi giorni della vita pubblica. I gruppi qui non sono cori, che accompagnino
e compiano l'azione individuale, ma sono la stessa individualit diffusa in
tutte le anime, o se vogliamo chiamarli cori, sono il coro di personaggi
invisibili e muti, di Cristo, di Maria e d'Iddio. Ecco il coro di Maria:

Per entro 'I cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia pi dolce suona
quaggi e pi a s l'anima tira,
parrebbe nube che squarciata tuona,
comparata al suonar di quella lira,
onde si coronava il bel zaffiro,
del quale il ciel pi chiaro s'inzaffira.
- Io sono amore angelico che giro
l'alta letizia che spira dal ventre
che fu albergo del nostro desiro;
e girerommi, Donna del ciel, mentre
che seguirai tuo Figlio e farai dia
pi la spera superna, perch l entre -.
Cos la circulata melodia
si sigillava, e tutti gli altri lumi
facn sonar lo nome di Maria...

E come fantolin che inver' la mamma
tende le braccia, poi che 'I latte prese,
per l'animo che infin di fuor s'infiamma;
ciascun di quei candori in su si stese
con la sua cima s che l'alto affetto
ch'egli aveano a Maria, mi fu palese.
Indi rimaser l nel mio cospetto,
(Regina coeli) cantando s dolce
che mai da me non si part il diletto.

Quella facella  l'angiolo Gabriele, e il coro  angelico. Angioli e beati sono
penetrati dello stesso spirito, hanno vita comune, se non che negli angioli la
virt  innocenza e la letizia  irriflessa: plenitudine volante tra' beati e
Dio, che il poeta ha rappresentato in alcuni bei tratti;  un andare e venire
nel modo abbandonato e allegro della prima et, tripudianti e folleggianti con
una espansione che il poeta chiama arte e gioco:

Qual  quell'angel che con tanto gioco
guarda negli occhi la nostra Regina,
innamorato s che par di fuoco?

L'amicizia o comunione delle anime  detta dal poeta sodalizio. I loro moti
sono danze, le loro voci sono canti; ma, in quell'accordo di voci, in quel
turbine di movimenti la personalit scompare:  una musica in cui i diversi
suoni si confondono e si perdono in una sola melode. Non ci  differenza di
aspetto, ma per dir cos una faccia sola. Questa comunanza di vita  il fondo
lirico del (Paradiso), ma  la sua parte fiacca, perch il poeta, contento a
citare le prime parole di canti ecclesiastici, non ha avuta tanta libert e
attivit di spirito da creare la lirica del paradiso, rappresentando nel canto
i sentimenti e gli affetti del celeste sodalizio. E dove potea giungere, lo
mostra la preghiera di san Bernardo, che  un vero inno alla Vergine, e l'inno
a san Francesco d'Assisi e l'inno a san Domenico, nella loro semplicit anche
un po' rozza tutto cose e pi schietti che i magniloquenti inni moderni.
I canti delle anime sono vuoti di contenuto, voci e non parole, musica e
non poesia:  tutto una sola onda di luce, di melodia e di voce, che ti porta
seco:

- Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo -
cominci - gloria - tutto il paradiso,
tal che m'inebbriava il dolce canto.
Ci ch'io vedeva, mi sembrava un riso
dell'universo, peroch mia ebbrezza
entrava per l'udire e per lo viso.
Oh gioia! Oh ineffabile allegrezza!
Oh vita intera d'amore e di pace!
Oh senza brama sicura ricchezza!

E' l'armonia universale, l'inno della creazione. La luce, vincendo la corporale
impenetrabilit e frammischiando i suoi raggi, esprime anche al di fuori questa
compenetrazione delle anime, l'individualit sparita nel mare dell'essere. Il
poeta, signore anzi tiranno della lingua, forma ardite parole a significare
questa medesimezza amorosa degli esseri nell'essere: inciela, imparadisa,
india, intuassi, immei, inlei, s'infutura, s'illuia, delle quali
voci alcune dopo lungo obblio rivivono. La redenzione dell'anima  la sua
progressiva emancipazione dall'egoismo della coscienza; la sua individualit
non le basta; si sente incompiuta, parziale, disarmonica, e sospira alla
idealit nella vita universale. Questo  il carattere della vita in paradiso.
Non solo sparisce la faccia umana, ma in gran parte anche la personalit.
Vivono gli uni negli altri e tutti in Dio.
Questo vanire delle forme e della stessa personalit riduce il paradiso a
una corda sola, a lungo andare monotona, se non vi penetrasse la terra e con la
terra altre forme ed altre passioni. La terra penetra come contrapposto a
questa vita d'amore e di pace. E' vita d'odio e di vana scienza, e provoca le
collere e i sarcasmi de' celesti.
Il contrapposto  colto in alcuni momenti altamente poetici. Accolto nel
sole gloriosamente allato a Beatrice, si affaccia al poeta tutta la vanit
delle cure terrestri:

O insensata cura de' mortali
quanto son difettivi sillogismi
quei che ti fanno in basso batter l'ali!
Chi dietro a iura, e chi ad aforismi
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
e chi in rubare, e chi in civil negozio;
chi nel diletto della carne involto
s'affaticava e chi si dava all'ozio.

Un altro momento di alta poesia  quando il poeta dall'alto delle stelle fisse
guarda alla terra:

... e vidi questo globo
tal ch'io sorrisi del suo vil sembiante.

La terra che ci fa tanto feroci, veduta dal cielo, gli pare un'aiuola. Il
concetto, abbellito e allargato dal Tasso, ha qui una severit di esecuzione
quasi ieratica. Il poeta si sente gi cittadino del cielo, e guarda cos di
passata e con appena un sorriso a tanta vilt di sembiante volgendone
immediatamente l'occhio e mirando in Beatrice:

L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendomi io con gli eterni gemelli,
tutta m'apparve da' colli alle foci:
poscia rivolsi gli occhi agli occhi belli.

Pure  quest'aiuola che desta nel seno de' beati variet di sentimenti e di
passioni, facendo vibrar nuove corde. Accanto all'inno spunta la satira in
tutte le sue gradazioni, il frizzo, la caricatura, l'ironia, il sarcasmo. Qual
frizzo, che l'allusione di Carlo Martello, cos pungente nella sua generalit:

e fanno re di tal, che  da sermone!

Beatrice, dottissima in teologia, si mostra non meno dotta nel maneggio della
caricatura e dell'ironia, frustando i predicatori plebei di quel tempo:
Or si va con motti e con iscede
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia 'I cappuccio e pi non si richiede.
Giustiniano conchiude il suo nobilissimo racconto dei casi e della gloria
dell'antica Roma con fiere minacce ai guelfi, nemici dell'aquila imperiale.
Papa e monaci sono i pi assaliti. San Tommaso, dette le lodi di san Francesco,
riprende i francescani, e san Benedetto i benedettini, e san Pietro il papa.
Tutt'i re di quel tempo mandano sangue sotto il flagello di Dante. Non si pu
attendere da' santi alcuna indulgenza alle umane fralezze. La satira  acerba;
la sua musa  l'indignazione, e la sua forma ordinaria  l'invettiva. Le forme
comiche sono uccise in sul nascere e si sciolgono nel sarcasmo. Il sarcasmo non
 qui n un pensiero, n un tratto di spirito, ma pittura viva del vizio, con
parole anche grossolane, come cloaca, che mettano in vista il laido e il
disgustoso. Il vizio  colto non in una forma generale e declamatoria, ma l,
in quegli uomini, in quel tempo, sotto quelli aspetti, con pienezza di
particolari ed esattezza di colorito. Capilavori di questo genere sono la
pittura de' benedettini e l'invettiva di san Pietro.
Questo contrapposto tra il cielo e la terra non  altro se non l'antitesi
che  in terra tra i buoni e i cattivi, e per scendere al particolare, tra
l'et dell'oro del cristianesimo e i tempi degeneri del poeta;  il presente
condannato dal passato,  il passato messo in risalto dal suo contrasto con la
corruzione presente. Ci erano i benedettini, ma ci era stato san Benedetto; ci
era Bonifazio e Clemente, ma ci era stato san Pietro e Lino e Cleto e Sisto e
Pio e Calisto e Urbano. Gli uomini di quell'aurea et pi illustri per santit
e per scienza sono qui raccolti, come in un pantheon;  il mondo eroico
cristiano, succeduto a quel mondo eroico pagano stato descritto nel Limbo, e di
cui Giustiniano fa il panegirico in paradiso.
Questa et dell'oro collocata nel passato e messa a confronto con la
tristizia di quei tempi ha ispirato a Dante una delle scene pi interessanti,
ed  la pittura dell'antica e della nuova Firenze, fatta dal Cacciaguida, uno
de' suoi antenati. Ivi inno e satira sono fusi insieme: vedi l'ideale dell'et
dell'oro e della domestica felicit con tanta semplicit di costumi, con tanta
modestia di vita, e di rincontro vedi il villano di Aguglione e le sfacciate
donne fiorentine. La conclusione di questa scena di famiglia prende proporzioni
epiche: Dante si fa egli medesimo il suo piedistallo. Nella predizione che
Cacciaguida gli fa del suo esilio  tanta malinconia e tanto affetto, che ben
si pare la profonda tristezza del vecchio e stanco poeta. L'esilio non 
rappresentato ne' patimenti materiali: Dio riserba dolori pi acuti ai
magnanimi, lasciare ogni cosa diletta pi caramente e domandare il pane
all'insolente piet degli estranei: questo strazio di tanti miseri vive qui
immortale ne' versi divenuti proverbiali del pi misero e del pi grande. Ma 
un dolore virile: tosto rileva la fronte, e dall'alto del suo ingegno e della
sua missione poetica vede a' suoi piedi tutt'i potenti della terra.
La letizia delle anime non  solo amore, ma visione intellettuale. La
luce, il riso non sono altro che manifestazione del loro perfetto vedere:
perci la luce e detta intellettuale. Beatrice spiega cos il suo riso a
Dante:

S'io ti fiameggio nel caldo d'amore
di l dal modo che in terra si vede,
s che degli occhi tuoi vinco il valore,
non ti maravigliar; ch ci procede
da perfetto veder, che, come apprende,
cos nel bene appreso move il piede.

La beatitudine e la contemplazione, e la contemplazione  appunto questa
perfetta visione intellettuale. Perci le anime non investigano, non discutono
e non dimostrano, ma veggono e descrivono la verit, non come idea, ma come
natura vivente. In terra ci  l'apparenza del vero, e perci diversit di
sistemi filosofici, come spiega Beatrice:

Voi non andate gi per un sentiero
filosofando: tanto vi trasporta
l'amor dell'apparenza e 'I suo pensiero.

In paradiso la verit  tutta dipinta nel cospetto eterno; in Dio  legato con
amore in un volume ci che per l'universo si squaderna; vedere Dio  vedere la
verit. E non  visione solo di cose, ma di pensieri e di desidri. I beati
vedono il pensiero di Dante senza ch'egli lo esprima.
La scienza com'era concepita a' tempi di Dante, sposata alla teologia,
avea una forma concreta e individuale, materia contemplabile e altamente
poetica. Un Dio personale, che, immobile motore, produce amando l'idea
esemplare dell'universo, pura intelligenza e pura luce, che penetra e risplende
in una parte pi e meno in un'altra sino alle ultime contingenze; gli astri,
dove si affacciano i beati, influenti sulle umane sorti e governati da
intelligenze da cui spira il moto e le virt de' loro giri; il cielo empireo,
centro di tutt'i cerchi cosmici e soggiorno della pura luce; l'universo,
splendore della divinit, dove appare squadernato ci che in Dio  un volume;
l'ordine e l'accordo di tutto il creato dalle infime incarnazioni fino alle
nove gerarchie degli angioli; la caduta dell'uomo per il primo peccato e il suo
riscatto per l'incarnazione e la passione del Verbo; la verit rivelata, oscura
all'intelletto, visibile al cuore, avvalorata dalla fede, confortata dalla
speranza, infiammata dalla carit: in questa scienza della creazione il
pensiero  talmente concretato e incorporato, che il poeta pu contemplarlo
come cosa vivente, come natura. Perci la forma scientifica  qui meno un
ragionamento che una descrizione, come di cosa che si vede e non si dimostra.
Il perfetto vedere de' beati  privilegio di Dante; nessuno gli sta del pari
nella forza e chiarezza della visione. Spirito dommatico, credente e poetico,
predica dal paradiso la verit assoluta, e non la pensa, la scolpisce. Diresti
che pensi con l'immaginazione, aguzzata dalla grandezza e verit dello
spettacolo. Nascono ardite metafore e maravigliose comparazioni. L'accordo
della prescienza col libero arbitrio  una delle concezioni pi difficili e
astruse; ma qui non  una concezione,  una visione, uno spettacolo: cos
potente  questa immaginazione dantesca:

La contingenza che fuor del quaderno
della vostra materia non si stende,
tutta  dipinta nel cospetto eterno.

Necessit per quindi non prende,
se non come dal viso in che si specchia
nave che per corrente gi discende.

Da indi, s come viene ad orecchia
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti si apparecchia.

Il poeta procede per deduzione, guardando le cose dall'alto del paradiso, da
cui dechina via via fino alle ultime conseguenze: forma contemplativa e
dommatica, anzi che discorsiva e dimostrativa, e propria della poesia,
presentando all'immaginazione vasti orizzonti in una sola comprensione:

Guardando nel suo Figlio con l'Amore
che l'uno e l'altro eternalmente spira
lo primo e ineffabile valore
quanto per mente e per occhio si gira
con tant'ordine fe' ch'esser non puote
senza gustar di lui chi ci rimira.

Questa forma poetica della scienza, questa visione intellettuale, abbozzata nel
(Tesoretto),  condotta qui a molta perfezione. E' un certo modo di situare
l'oggetto e metterlo in vista, s che l'occhio dell'immaginazione lo comprenda
tutto. Se ci  cosa che ripugna a questa forma,  lo scolasticismo con la
barbarie delle sue formole e le sue astrazioni; ma l'immaginazione vi fa
penetrare l'aria e la luce: miracolo prodotto dalle due grandi potenze della
mente dantesca, la virt sintetica e la virt formativa. Veggasi la stupenda
descrizione che fa Beatrice del moto degli astri, di poco inferiore alla storia
del processo creativo, il capolavoro di questo genere. Qui la scienza della
creazione  abbracciata in un solo girar d'occhio, con s stretta e rapida
concatenazione che tutto il creato ti sta innanzi come una sola idea semplice.
Ci sono concetti difficilissimi ad esprimersi, come l'unit della luce nella
sua diversit, e l'imperfezione della natura, che non ti d mai realizzato
l'ideale. I concetti qui non sono astrazioni, ma forze vive, gli attori della
creazione, la luce, il cielo, la natura, e non hai un ragionamento, hai una
storia animata, con una chiarezza e vigore di rappresentazione che fa di Dio e
della natura vere persone poetiche:

Ci che non muore e ci che pu morire
non  se non splendor di quell'idea,
che partorisce amando il nostro Sire.
Ch quella viva luce che si mea
dal suo Lucente, che non si disuna
da lui, n dall'amor che in lor s'intrea;
per sua bontate il suo raggiare aduna
quasi specchiato in nuove sussistenze,
eternalmente rimanendosi una.

Queste tre terzine sono una maraviglia di chiarezza e di energia in dir cosa
difficilissima. N minor potenza d'intuizione trovi nella fine, quando,
paragonando l'ideale alla cera del suggello, aggiunge:

ma la natura la d sempre scema,
similemente operando all'artista,
che ha l'abito dell'arte e man che trema.

Ed anche la mano di Dante trema, che fra tante bellezze ci  non poca scoria.
Non di rado vedi non il poeta, ma il dottore che esce dall'universit di
Parigi, pieno il capo di tesi e di sillogismi. Molte quistioni sono troppo
speciali, altre sono infarcite di barbarie scolastica: definizioni,
distinzioni, citazioni, argomentazioni. E questo  non per difetto di virt
poetica, ma per falso giudizio. A lui pare che questo lusso di scienza sia la
cima della poesia, e se ne vanta, e si beffa di quelli che lo hanno sin qui
seguito in piccola barca. - Tornate indietro - egli dice - che il mio libro e
per soli quei pochi che possono gustare il pan degli angioli; - e sono i
filosofi e i dottori suoi pari. Perci il (Paradiso) e poco letto e poco
gustato. Stanca soprattutto la sua monotonia, che par quasi una serie di
dimande e di risposte fra maestro e discente.
La visione intellettuale  la beatitudine. L'esposizione della scienza
riesce in cantici e inni, le ultime parole del veggente si confondono con gli
osanna del cielo:

Finito questo, l'alta corte santa
risuona per le spere un (Dio lodiamo),
nella melode che lass si canta.

Siccome io tacqui, un dolcissimo canto
risono per lo cielo, e la mia donna
dicea con gli altri: (Santo, santo, santo) !

Cos  sciolto questo mistero dell'anima. Adombrato ne' simboli e allegorie del
(Purgatorio), qui il mistero  svelato,  la (Divina Commedia )dell'anima, il
suo indiarsi nell'eterna letizia. La forza che tira Dante a Dio, si che sale
come rivo,

se di alto monte scende giuso ad imo,

 l'amore,  Beatrice, che all'alto volo gli veste le piume Beatrice  in s il
compendio del paradiso, lo specchio dove quello si riflette ne' suoi mutamenti.
Puoi dipingerla quando prega Virgilio o quando regalmente proterva rimprovera
l'amante; ma qui  spiritualizzata tanto, che  indarno opera di pennello. La
stessa parola non  possente di descrivere quel riso e quella bellezza
trasmutabile, se non ne' suoi effetti su Dante e su' celesti. Ecco uno de' pi
bei luoghi:

Quivi la donna mia vid'io s lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
che pi lucente se ne fe' il pianeta;
e se la stella si cambi e rise,
qual mi fec'io, che pur di mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
Come in peschiera che  tranquilla e pura
traggono i pesci a ci che vien di fuori,
per modo che lo stimin lor pastura;
s vid'io ben pi di mille splendori
trarsi ver' noi, ed in ciascun s'udia:
Ecco chi crescer li nostri amori. -

Spiritualizzato il corpo, spiritualizzata l'anima. L'amore  purificato: nulla
resta pi di sensuale. Dante che nel purgatorio sent il tremore dell'antica
fiamma, qui ode Beatrice con un sentimento assai vicino alla riverenza. Quando
ella si allontana, ei non manda un lamento: ogni parte terrestre  in lui arsa
e consumata. Le sue parole sono affettuose; ma  affetto di riverente
gratitudine, siccome, nel piccolo cenno che gli fa Beatrice, l'amore dell'uomo
come ombra si dilegua nell'amore di Dio, ella lo ama in Dio:

Cos orai, e quella si lontana,
come parea, sorrise e riguardommi:
poi si torn alla eterna fontana.

Come Dante non pot entrare nel paradiso terrestre a vedere il simbolo del
trionfo di Cristo senza lo scotto del pentimento, cos non pu ne' gemelli
o stelle fisse contemplare il trionfo di Cristo che non dichiari la sua fede.
Allora san Pietro lo incorona poeta, e poeta vuol dire banditore della verit.
San Pietro gli dice:

e non asconder quel ch'io non ascondo.

Cos la (Commedia) ha la sua consacrazione e la sua missione. E' la verit
bandita dal cielo, della quale Dante si fa l'apostolo e il profeta:  il
(poema sacro). Con quella stessa coscienza della sua grandezza che si fe'
(sesto fra cotanto senno), qui si pone accanto a san Pietro e se ne fa
l'interprete, congiungendo in s le due corone, il savio e il santo, l'antica e
la nuova civilt, il filosofo e il teologo. Dichiarata la sua fede, consacrato
e incoronato, Dante si sente oramai vicino a Dio. Avea gi contemplata la
divinit nella sua umanit, il Dio-uomo. Il trionfo di Cristo, la festa
dell'Incarnazione, sembra reminiscenza di funzioni ecclesiastiche, co' suoi
principali attori, Cristo, la Vergine, Gabriello. Cristo e la Vergine sono come
nel santuario, invisibili; la festa  tutta fuori di loro e intorno a loro.
Succede il trionfo degli angioli, e poi nell'empireo il trionfo di Dio.
L'empireo  la citt di Dio, il convento de' beati, il proprio e vero
paradiso. Beatrice raggia s, che il poeta si concede vinto pi che tragedo o
comico superato dal suo tema, e desiste dal seguir

pi dietro a sua bellezza poetando,
come all'ultimo suo ciascun artista.

Ivi  la luce intellettuale, che fa visibile

lo Creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.

La luce ha figura circolare, come il giallo di una rosa, le cui bianche foglie
si distendono per l'infinito spazio, e sono gli scanni de' beati. San Bernardo
spiega e descrive il maraviglioso giardino. Il punto che pi splende  l dove
sono

gli occhi da Dio diletti e venerati,

dove  la Vergine e gli angioli. Quel punto  la pacifica orifiamma del
paradiso, la bandiera della pace. Il giardino, la rosa, l'orifiamma sono
immagini graziose, ma inadeguate. Queste metafore non valgono la stupenda
terzina, dove san Bernardo  rappresentato in forma umana e intelligibile:

Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.

Il paradiso, appunto perch paradiso, non puoi determinarlo troppo e
descriverlo, senza impiccolirlo. La sua forma adeguata  il sentimento,
l'eterno tripudio: ci che  ben colto in quella plenitudine volante di angeli,
che diffondono un po' di vita tra quella calma. Il vero significato lirico del
paradiso  nell'inno di Dante a Beatrice e nell'inno di san Bernardo alla
Vergine, ne' quali  il paradiso guardato dalla terra con sentimenti e
impressioni di uomo. I beati stessi diventano interessanti, quando tra quella
luce vedi spuntare

visi a carit suadi,
ed atti ornati di tutte onestadi

o quando chiudon le mani implorando la Vergine.
Anche Dio ha voluto descrivere Dante, e vede in lui l'universo, e poi la
Trinit, e poi l'Incarnazione, congiunzione dell'umano e del divino, in cui si
acqueta il desiderio, il disiro e il (velle),

s come ruota ch'egualmente e mossa.

Dante vede, ma  visione, di cui hai le parole e non la forma; ci 
l'intelletto, non ci  pi l'immaginazione, divenuta un semplice lume, un
barlume. La forma sparisce; la visione cessa quasi tutta; sopravvive il
sentimento:

... quasi tutta cessa
mia visione, ed ancor mi distilla
nel cor lo dolce che nacque da essa.
Cos la neve al sol si disigilla;
cos al vento nelle foglie lievi
si perdea la sentenzia di sibilla.

L'immaginazione morendo manda in questi bei versi l'ultimo raggio. All'alta
fantasia manca la possa; e insieme con la fantasia muore la poesia.
Cos finisce la storia dell'anima. Di forma in forma, di apparenza in
apparenza, ritrova e riconosce se stessa in Dio, pura intelligenza, puro amore
e puro atto. Ed  in questa concordia che l'anima acqueta il suo desiderio,
trova la pace. Nell'(Inferno) signoreggia la materia anarchica: le sue forme
ricevono d'ogni sorte differenze, spiccate, distinte, corpulente e personali.
Nel (Purgatorio) la materia non  pi la sostanza, ma un momento: lo spirito
acquista coscienza di sua forza, e contrastando e soffrendo conquista la sua
libert: la realt vi  in immaginazione, rimembranza del passato da cui si
sprigiona, aspirazione all'avvenire a cui si avvicina; onde le sue forme sono
fantasmi e rappresentazioni dell'immaginativa anzi che obbietti reali: pitture,
sogni, visioni estatiche, simboli e canti. Nel (Paradiso) lo spirito gi libero
di grado in grado s'india; le differenze qualitative si risolvono, e tutte le
forme svaporano nella semplicit della luce, nella incolorata melodia musicale,
nel puro pensiero. Quel regno della pace che tutti cercavano, quel regno di
Dio, quel regno della filosofia, quel di l, tormento e amore di tanti
spiriti,  qui realizzato. Il concetto della nuova civilt, di cui avevi qua e
l oscuri e sparsi vestigi,  qui compreso in una immensa unit, che rinchiude
nel suo seno tutto lo scibile, tutta la coltura e tutta la storia. E chi
costruisce cos vasta mole, ci mette la seriet dell'artista, del poeta del
filosofo e del cristiano. Consapevole della sua elevatezza morale e della sua
potenza intellettuale, gli stanno innanzi, acuti stimoli all'opera, la patria,
la posterit, l'adempimento di quella sacra missione che Dio affida
all'ingegno, acuti stimoli, ne' quali sono purificati altri motivi meno nobili,
l'amor della parte, la vendetta, le passioni dell'esule: ci  l dentro nella
sua sincerit tutto l'uomo, ci  quel d'Adamo e ci  quel di Dio. A poco a poco
quel mondo della fantasia diviene parte del suo essere, il suo compagno fino
agli ultimi giorni, e vi gitta, come nel libro della memoria, l'eco de' suoi
dolori, delle sue speranze e delle sue maledizioni. Nato a immagine del mondo
che gli era intorno, simbolico, mistico e scolastico, quel mondo si trasforma e
si colora e s'impolpa della sua sostanza, e diviene il suo figlio, il suo
ritratto. La sua mente sdegna la superficie, guarda nell'intimo midollo, e la
sua fantasia ripugna all'astratto, a tutto d forma. Onde nasce quella
intuizione chiara e profonda che  il carattere del suo genio. E non solo
l'oggetto gli si presenta con la sua forma, ma con le sue impressioni e i suoi
sentimenti. E n'esce una forma, che  insieme immagine e sentimento, immagine
calda e viva, sotto alla quale vedi il colore del sangue, il movere della
passione. E con l'immagine tutto  detto, e non vi s'indugia e non la sviluppa,
e corre lievemente di cosa in cosa, e sdegna gli accessorii. A conseguire
l'effetto spesso gli basta una sola parola comprensiva, che ti offre un gruppo
d'immagini e di sentimenti, e spesso, mentre la parola dipinge, non fosse
altro, con la sua giacitura, l'armonia del verso ne esprime il sentimento.
Tutto  succo, tutto  cose, cose intere nella loro vivente unit, non
decomposte dalla riflessione e dall'analisi. Per dirla con Dante, il suo mondo
 un volume non squadernato. E' un mondo pensoso, ritirato in s, poco
comunicativo, come fronte annuvolata da pensiero in travaglio. In quelle
profondit scavano i secoli, e vi trovano sempre nuove ispirazioni e nuovi
pensieri. L vive involto ancora e nodoso e pregno di misteri quel mondo, che
sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi letteratura
moderna.





