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I VICERE'.

di Federico de Roberto.

Parte terza.


1.

"Signore onorandissimo,
"L'origini nommench l'istoria della patria nobilt sapere, tornar'in mente non
dev'a ciascuni, specie in ta' tempi che la vengon stimando da sezzo, in quella
vece che tuttos dagli esteri ammirando si viene. Da ricapo narrarla, dopocch
il Mugnos, il Villabianca ed altri famosi a s recarono immortalit
sbrancandone quel denso velo, chiarirsi potrebbe un fuor'opera; se quei
valentuomini, per legge di natura, arrestati non fossers' ai tempi che vissero.
Ma, senzach il proseguiment'insin'a nostri ultimi giorni, un altr'oggetto ne
rischiara la convenienza; vogliam dir la rarezza di quell'oper'insigni, cui non
a tutt' dat'acquistare. Quind' perci, all'oggettocch tra le mani
dell'universale una nuov'opera messa in giornata ne gisse, abbiam divisato
dettarla. E attalch non ci s'imputi in superbia a tant'impres'azzardarci, non
vogliamo far senza di porre qui bocca sulla scienza che dell'araldiche
discipline noi succhiammo una col latte, s come quelle ch'a discendente di non
ultima, tra le sicole blasonate famiglie, famiglia, pi convenissero.
Lusingarci da indi possiamo che, la merc d'uno studio indefesso, nommench la
paziente compulsione d'archivi importanti e zeppati di documenti solo noi dato
esaminare, saracci dato fornire l'assunto come disse il Poeta, senza infamia
sicuro, forse con lode.
"Comecch cultore d'istoric'istudii ed amante delle patrie glorie, Vostra
Signoria Onorandissima, echeggiando al nostro proposito, negar non vorrane il
suo ambito concorso; laonde viviamo fidenti della sua firma nella scheda dove
le soscrizioni si ammozzolano. Bassa idea di guadagno non spronaci, laddiomerc
not'essendo non averne poi uopo; nonperoddimanco onde coprire in parte le pure
semplici spese, abbisognamo il suo appoggio. Delch dormiam'in guanciali.

SCHEDA DI SOSCRIZIONE ALL'OPERA

del cavaliere don Eugenio Uzeda dei principi di Francalanza e Mirabella, duchi
d'Oragua, conti della Lumera, etc., etc.; gi Gentiluomo di Camera (con
esercizio) di Sua Maest il Re Ferdinando II; medagliato dell'ordine ottomano
del Nisciam-Ifitkar da Sua Altezza il Bey di Tunisi, membro di varie Accademie,
etc., etc., intitolata:

L'ARALDO SICOLO

consistente nell'istoria documentata dell'origini, sort'e vicende delle Nobili
Famiglie Siciliane da' tempi pi oscuri infino al giorno d'oggi: ben tre
volumi, di cui il primo testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi.
Usciranno una dispensa ogni mese. Prezzo d'ogni dispensa: lire due.
Associazione all'opera completa, lire cinquanta. - N.B. Chi procura sei
soscrizioni avr diritto a pubblicare il proprio albero genealogico. Chi ne
procura dodici avr tuttos lo stemma colorato."
Questa circolare, diffusa a centinaia e centinaia di copie, prov ai
concittadini del cavaliere don Eugenio che egli era ancora tra i vivi. Nessuna
notizia di lui arrivava pi da anni; sulle prime aveva scritto ai parenti
chiedendo quattrini in prestito per grandi e sicure speculazioni; ma poich gli
rispondevano picche, aveva finalmente smesso. Che cosa avesse fatto tanto
tempo, dove fosse stato, non seppe nessuno. Nessuno di quelli che andavano a
Palermo lo vide mai, nessuno ud parlare di lui, e insomma l'ignoranza dei
fatti suoi fu cos grande, che molti avevano supposto fosse passato zitto zitto
al mondo di l. La posta non aveva finito di distribuire il manifesto dell'.I
Araldo sicolo./I , che arriv l'autore in persona.
Mancava da tanti anni, ed era naturalmente invecchiato, toccando ormai la
sessantina; ma stranamente imbruttito, anche, e quasi irriconoscibile. Sul viso
dimagrito ed emaciato il naso sembrava essersi allungato, come una tromba, una
proboscide, un'appendice flessibile atta a frugare in mezzo al letame; la
caduta dei denti, affossando la bocca, aveva contribuito anch'essa a
quell'apparente crescenza che dava a tutto il viso un aspetto basso, ignobile e
quasi animalesco. Indosso, la sordidezza della camicia e dell'abito a coda,
troppo lungo e troppo largo, con un panciotto che era stato bianco e l'untume
del cappello che pareva sudasse dal troppo caldo, lo facevano prendere per un
servitore di trattoria o per un bigliardiere di bisca; la gotta che gli
tormentava i piedi lo costringeva ad un'andatura storta e strisciante. Prese
alloggio in un albergo d'infimo ordine; ma alle prime persone alle quali si
diede a conoscere - giacch nessuno lo riconosceva - egli disse che non aveva
trovato camere disponibili al Grand Hotel e che, partito improvvisamente da
Palermo, non aveva potuto portare con s i bauli... i buli, come pronunziava.
La sua prima visita fu pel capo della famiglia; ma, giunto dinanzi al portone
del palazzo, vide con stupore che era chiuso, col solo sportello aperto. Datosi
a conoscere come zio del padrone al nuovo portinaio che lo squadrava da capo a
piedi, sent rispondersi che non c'era nessuno: n il principe, n la
principessa, n Consalvo: partiti tutti: il signorino in viaggio da quasi un
anno, i padroni per togliere dal collegio la signorina e farle vedere un po' di
mondo. Non bene persuaso, come uno avvezzo ad esser mandato via, il cavaliere
alzava gli occhi alle finestre, pareva voler guardare a traverso i muri, quando
s'ud salutare:
"Eccellenza?... Vostra Eccellenza qui?"
Era Pasqualino Riso, il cocchiere. Anche lui era andato gi, non sfoggiava gli
abiti eleganti, gli anelli e le catene d'oro d'un tempo.
"Tutti partiti, Eccellenza... La casa  vuota!"
"Quando torneranno?"
"Non sappiamo, Eccellenza; forse per le vendemmie, i padroni..." "E il
principino?"
"Ah, il principino non per ora..."
Don Eugenio, i cui occhietti luccicavano di curiosit sul viso affamato,
s'accomod sulla seggiola senza spalliera che il portinaio teneva dinanzi
all'uscio del suo stanzino, domandando:
"Perch? Che c' di nuovo?"
E a poco a poco, Pasqualino rivel la verit. Il signorino non poteva pi stare
in casa, almeno per un certo tempo, a cagione dell'urto continuo col padre. Dai
tanti dispiaceri, il signor principe era caduto ammalato. Quanto a don
Consalvo, non si poteva dire che s'affliggesse tanto da farne una malattia, ma
neanche lui doveva ingrassare a furia di dissapori e di diverbi; il meglio
perci era che se ne stesse un pezzo lontano... Cos il principe avrebbe
trovato tempo di placarsi, di persuadersi che, in fin dei conti, il figliuolo
non aveva ammazzato nessuno! L'accusavano di non interessarsi alle faccende
dell'amministrazione, di trattar male la madrigna? "Ma Vostra Eccellenza sa
com' fatto il signor principe: piuttosto che dare ad altri i registri dei
conti o le chiavi della cassa, si lascerebbe tagliare tutt'e due le mani!...
Alla principessa il signorino non vuol bene come una madre, questo  vero:
madre per ce n' una sola: dico bene, cavaliere? La madrigna basta che la
rispetti; e rispettarla, la rispetta..." La ragione vera del dissenso era
pertanto un'altra: che il signor principe non voleva metter fuori quattrini, e
il principino invece spendeva da signore... Perci il signorino aveva firmato
qualche cambialetta; e ogni volta che i creditori ne presentavano una al signor
principe, pareva, Dio ne scampi e liberi tutti quanti, che gli pigliasse un
accidente secco. E voleva perfino farlo arrestare, come se una cosa simile
potesse dirsi per puro semplice scherzo, in casa Francalanza!
Fatto un gesto d'indignazione, Pasqualino prese un'altra seggiola nel
bugigattolo, e sedette accanto al cavaliere, il quale, scrollando gravemente il
capo, trasse di tasca mezzo sigaro spento e chiese un cerino al cocchiere.
"Allora, Vostra Eccellenza permette?..." E accesa la sua pipa riprese il filo
del discorso. Per chi dunque aveva ammassato tante ricchezze, il signor
principe? Per se stesso, no; giacch non ne godeva; per la figlia, neppure;
perch, una volta maritata, la signorina Teresa avrebbe preso la sua dote e
buona notte; dunque, pel figlio. Allora, perch tenerlo a corto di quattrini?
Un giovanotto come il principino di Mirabella aveva bisogno di tante cose;
doveva, per necessit, far tante spese!... Il padrone non lo capiva, lui che,
giovane, era vissuto da monaco. "Ma siamo tutti fatti ad un modo?" E poi, i
tempi erano mutati: i signori dovevano spendere, se volevano essere
considerati; se no, il primo ciabattino arricchito si reputava da pi di
loro!... E nel rammarico di non poter pi guadagnare come un tempo sulle spese
intime del padroncino, Pasqualino qualificava arditamente di porcherie le
lesinerie del principe: diceva che per una lira colui avrebbe rinnegato il
figliuolo; lasciava intendere, per trarre dalla sua il cavaliere, che il capo
della casa, se fosse stato un altro, avrebbe dovuto aiutare i parenti che non
erano ricchi quanto lui... Don Eugenio, fumando e sputando, con le gambe magre
da don Chisciotte accavalciate, chinava il capo, dava ragione al cocchiere, si
dava ragione da s: "Io l'avevo detto... cos non poteva durare... mio nipote
ha un certo modo!..."
Al fresco del vestibolo la conversazione si prolungava: padrone e servo
discorrevano intimamente, da pari a pari, mescolando il fumo della pipa e del
sigaro; anzi, quantunque Pasqualino non fosse elegante come un tempo, pure
sembrava il padrone, e don Eugenio il creato. Il guardaportone, tra
scandalizzato ed invidioso della confidenza che il cavaliere accordava al
cocchiere, spasseggiava dignitosamente dinanzi all'entrata, con le mani sul
dorso del soprabitone gallonato.
"Chi  quel pezzo di straccione?" gli domandavano i commessi
dell'amministrazione, uscendo dopo il lavoro.
"Uno zio del signor principe, dice!"

E, tutto sommato, fu la miglior accoglienza che ebbe il povero don Eugenio. Il
domani egli cominci il giro dei parenti che erano in citt: and prima di
tutti dal fratello don Blasco.
Il monaco pareva sul punto di scoppiare: il pancione gli s'era imbottito di
lardo e la testa ingrossata; il mento si confondeva con la massa gelatinosa del
collo. Non poteva muoversi, per l'enormezza della persona, per la fiacchezza
delle gambe; e accanto a lui donna Lucia, la moglie di Garino, sembrava svelta
e leggiera.
"Perch sei tornato?" disse al fratello, appena lo vide entrare ed a modo di
saluto. Aveva infatti ricevuto la circolare dell'.I Araldo sicolo./I , e
comprendendo da quella che l'autore doveva aver l'acqua alla gola metteva le
mani avanti, per evitare richieste di sussidi.
"Sono venuto per poco," rispose don Eugenio; "prima di tutto per rivedervi, e
poi per fare associati all'opera di cui ti ho mandato il manifesto..."
E cominci a enumerare gl'insigni sottoscrittori: Sua Altezza il Bey di Tunisi,
i vizir della reggenza, i pi gran signori palermitani; il principe d'Al, il
marchese di Lojacomo, il duca tale e il conte tal altro.
"E?..." fece il monaco, quasi per dire: "Perch vieni a contarmi queste
storie?" senza neppur domandare al fratello: "Sei stato a Tunisi? Che sei stato
a farci?"
"Ho pure le firme di venti municipi, di trenta societ, di otto biblioteche.
L'affare  magnifico. A conti fatti, dedotte le spese di stampa, carta, posta,
etc. con le sole soscrizioni sinora raccolte il guadagno  assicurato. Ma debbo
ancora girare mezza Sicilia per fare associati. Se arriveremo a trecento,
resteranno diecimila lire nette."
"E?..."
"Io ti vorrei proporre di stampare insieme il libro."
Il monaco lo guard fisso nel bianco degli occhi.
"Sei pazzo?"
"Perch? O non credi forse che ci sia da guadagnare? Ti faccio i conti in
quattro e quattr'otto, ti faccio vedere le firme raccolte..."
"Non voglio veder niente! Credo benissimo e ti ringrazio tanto. Tieni per te le
diecimila lire."
Il cavaliere ebbe un bell'insistere, col tono persuasivo e insinuante d'un
sensale o d'un mezzano, e un bello sgolarsi per dimostrare a luce meridiana
l'eccellenza della sua proposta; don Blasco continuava a rifiutare, dapprima
seccamente, poi alzando la voce, poi gridando perch quel seccatore gli si
togliesse dai piedi.
"Allora... se non vuoi correre i rischi dell'affare... fammi un favore... I
soscrittori non pagano anticipatamente; m'occorre una somma per cominciare la
stampa. Prestami un migliaio di lire..."
"Non le ho."
"Ti ceder le firme pi sicure, le sceglierai tu stesso..."
"Non le ho."
Il cavaliere non si scoraggiava neppure adesso. Ridusse la domanda da mille a
ottocento e poi a cinquecento lire; poich il monaco continuava a rispondere,
cantilenando dall'impazienza: "Non le ho, non-ho-de-na-ri... come debbo
dirtelo?..." don Eugenio concluse, pacatamente:
"Allora aspetter finch sarai comodo... Non ho fretta: prima debbo compire la
soscrizione... poi ti porter a veder le schede, le domande, i manifesti..."
Sperando di riuscir meglio con la sorella, il cavaliere and a rinnovare il
tentativo con donna Ferdinanda. Asciutta e verde come un aglio, la zitellona
pareva sfidare il tempo, gli anni le passavano addosso senza mutarla: ne aveva
oramai sessantadue e non ne mostrava pi di cinquanta. Solo le mani le si
coprivano di rughe e si spolpavano e s'irruvidivano a contar denari, come a
lavorare il ferro od a zappar la terra. Anche lei aveva ricevuto la circolare
dell'.I Araldo sicolo./I : ma, vedendo il fratello, cominci a chiedergli
notizie della sua salute, di Palermo, delle persone che conosceva in quella
citt; ascoltando con interesse i discorsi interminabili del cavaliere che,
incoraggiato da quelle buone disposizioni, nominava un mondo di persone colle
quali era come "fratello", ne narrava i casi con tanto interesse come se
fossero occorsi a lui in persona: "la separazione del duca Proti, tanto amico
mio... quella pazza della baronessa non mi volle dar retta... io al principe
l'avevo detto: caro Emanuele, pensaci bene..." Le chiacchiere tiravano in
lungo, perch donna Ferdinanda gli dava la corda, ed il cavaliere non ne aveva
neppur bisogno, felice di mentovare le sue grandi relazioni palermitane.
"E non sai la pi bella notizia? La figlia della Palmi  sposa!"
"S? E con chi?"
"Col mio amico Memmo Duffredi, Duffredi di Casura, il nipote di Ciccio
Lojacomo: la prima nobilt di Palermo e parecchi milioncini di propriet..."
"Ma davvero?"
"Una gran fortuna per la ragazza! Quell'intrigante del barone ha combinato ogni
cosa ed ha preso Memmo in trappola... Naturalmente, come parente, non potevo
dir questo, altrimenti sarei andato da Ciccio per avvertirlo: "Tuo figlio pu
trovare un partito migliore..." E poi, quella ragazza ha un certo fare...
Basta; io non ho parlato, tanto pi che giusto quando si combinava la cosa, ero
a Tunisi..."
"Ah, sei stato a Tunisi? E per fare che cosa?"
"Che cosa?... Niente!... Per diporto..." egli tossicchiava un poco, tuttavia,
imbarazzato, quasi confuso. E poich donna Ferdinanda continuava a fargli
domande, per sapere se Tunisi era una bella citt, quanto tempo c'era stato e
via discorrendo, il cavaliere, quasi risolvendosi, disse finalmente:
"Ci fui anche per raccogliere soscrizioni alla mia opera, sai..."
"Opera?" fece la zitellona, con atto di meraviglia. "Qual opera?"
"Come, non hai ricevuto il manifesto?"
"Io non ho ricevuto niente..."
"L'.I Araldo sicolo./I ?... la storia della nobilt?..."
"Tu?... Tu stampi un'opera?... Ah! ah! ah!..."
E scoppi in una di quelle sue rare risate che pungevano nel vivo. Don Eugenio,
che aveva sostenuto imperterrito tutti i rifiuti del monaco, si sconcert
all'ilarit della sorella.
"Perch?" domand, tentando di rialzare la propria dignit di cui donna
Ferdinanda faceva ludibrio con quelle rise indecenti. "Non sono forse buono a
scriverla, come tanti altri?..."
"Ah! ah! ah!.."
E la risata non finiva. Quando il vecchio spieg che libro aveva scritto, essa
divenne pi fine, pi ironica, pi tagliente. Una storia della nobilt dopo il
Mugns e, il Villabianca? Per ficcarci dentro gli arricchiti che si facevano
dare del cavaliere e del marchese? La nobilt autentica era tutta scritta nei
libri antichi!... E il cavaliere tentava almeno di dimostrare la bont della
speculazione: ma la zitellona non gli dava quartiere: guadagnare con la carta
sporca? Per chi mai la carta sporca ha avuto valore, fuorch pei pizzicagnoli?
E chi avrebbe comprato un libro di lui? Si sarebbero messi a ridere, come
rideva lei! Le firme? Le avevano date per levarselo di torno! Bisognava vedere
quanti avrebbero poi pagato!...
"Almeno, mi presti qualche centinaio di lire?"
"No, perch non me le restituiresti."
E ogni altra insistenza fu inutile.
Andato a ripetere il tentativo dalla nipote Chiara, don Eugenio non pot
neppure vederla: la cameriera gli disse che il marchese era fuori e la marchesa
chiusa in camera col dolor di capo.
"Dille che c' suo zio."
"Vostra Eccellenza scusi; ma quando ha il dolor di capo, nessuno pu parlare
alla signora marchesa."
E facendo il cavaliere un atto d'impazienza, la donna mormor, guardandosi
attorno:
"Eccellenza, c' guai!"
"Che guai?"
"La marchesa... ma signor cavaliere, per carit, non mi faccia perdere il
pane!... Pazza pel marito,  vero, Eccellenza? Tutt'una cosa; quello che voleva
il signor marchese era legge per lei... N il padrone ne abusava: d'amore e
d'accordo in tutto e per tutto... Adesso? Adesso non c' pi pace, per quel
figlio di... chi so io! Un diavolo dell'Inferno, Eccellenza; e la padrona, che
non ci vede dagli occhi, dal tanto bene che gli vuole, lo lascia fare, lo
difende contro il padrone... Litigano tutti i giorni, perch il signor marchese
vorrebbe correggerlo, insegnargli l'educazione, obbligarlo a studiare; e invece
la nipote di Vostra Eccellenza se la prende col padrone perch le maltratta il
ragazzo... Ieri vennero alle grosse; non si parlano da ventiquattr'ore... Il
signor marchese  uscito di casa all'alba... chi sa se torna!"
E, per quanto insistesse, don Eugenio non pot persuadere la cameriera ad
affrontare il malumore della padrona portandole l'ambasciata.
Allora egli and a battere alla porta dei Giulente. Arriv da loro
sull'annottare, dopo una giornata di corse. Benedetto non c'era e Lucrezia non
si riconosceva pi, tanto s'era trasformata ed imbruttita. Il corpo era
diventato un sacco di carne, dove non si distinguevano piu n seno, n vita, n
fianchi; il viso, dalla continua acrimonia che la animava, dall'inguaribile
scontento della propria condizione, era divenuto duro, arcigno,
inaspettatamente rassomigliante a quello del principe. E il primo discorso che
tenne allo zio, rivedendolo dopo tanti anni, fu giusto contro Benedetto.
"Non c'; non sta mai in casa. Adesso che non  pi sindaco, s' fatto nominare
presidente del Consiglio provinciale. Per amor della patria, Vostra Eccellenza
mi capisce!... Pi invecchia, e pi bestia diventa.  un pazzo! Ma la disgrazia
 che fa impazzire anche me. Dopo vent'anni," ella calcolava il tempo a modo
suo, "un altro che non fosse tanto bestia avrebbe capito l'inutilit di fare il
servitore a questo e a quello. Invece, pare l'uovo al fuoco: pi sta e pi
indurisce! Vuol essere deputato; per che cosa, domando io? Dopo che sar
deputato. che cosa avr buscato? A fare il sindaco ha guadagnato questo: che
nessuno lo pu vedere, neppur quelli ai quali ebbe la stupidaggine di rendere
servizio! Bene gli sta!..."
Verso la propria famiglia ella aveva ancora quel misto d'astio, di invidia e di
premura, secondo che il vanto di farne parte, il dolore d'averla lasciata o il
sospetto d'esserne ripudiata predominavano nel suo cervello. Anche ora,
parlando del viaggio del principe, ella ripeteva con insistenza che il fratello
e la cognata le scrivevano ogni due giorni, e riferiva il contenuto delle loro
lettere, annunziava il loro ritorno per l'autunno; poi cominciava a criticare
ed a malignare:
"Hanno fatto bene a prender essi stessi Teresina dal collegio, e a farla
viaggiare... Mia cognata  un'altra madre per questa figliastra!... Dal tanto
amore, l'ha tenuta due anni pi del bisogno in collegio, per farne una
letterata. Graziella s'intende molto di letteratura!..."
Per, subito dopo soggiunse:
"Vostra Eccellenza non ha visto l'ultimo ritratto di Teresina?.. No?...
Aspetti... vedr che bellezza; me l'hanno mandato due mesi addietro... Di
Consalvo per," riprese dopo che ebbe mostrato il ritratto allo zio, "n nuova
n vecchia... come se non fosse loro figlio anche lui... Senza le lettere che
scrive alla zia, non sapremmo se  vivo o se  morto... Adesso dice che  a
Parigi.  stato a Berlino, a Londra, a Vienna..."
Il cavaliere non l'udiva, rimuginando il discorso da tenerle. Appena la nipote
fece una pausa, egli espose la speculazione ideata, che riuniva l'immancabile
riuscita finanziaria alla nobilt dello scopo. Ma Lucrezia:
"Storia della nobilt?" replic. "Dov' pi la nobilt? Che storia vuole
scrivere Vostra Eccellenza? Adesso sono in favore i lustrascarpe, non i nobili!
Per esser considerati, bisogna venire dal niente! Scriva piuttosto la storia
dei villani e dei mastri notari; in quella s che c' da guadagnare!..."

Imperturbabile, don Eugenio ricominci il giorno seguente. Dai Radal-Uzeda
trov il duca Michele e il barone Giovannino; la duchessa era fuori di casa.
Michele, a venticinque anni, perdeva i capelli e pareva vecchio del doppio;
Giovannino era invece pi grazioso di prima, fine, elegante. Udita la richiesta
del parente, entrambi risposero che solo la madre gli avrebbe potuto dare
risposta. Il giorno dopo il cavaliere torn a parlare con la duchessa, e questa
cadde dalle nuvole:
"Io stampar libri? E come mai vi viene in testa una cosa simile? So molto di
queste cose, io!"
E don Eugenio ci rimise le pedate.
Ma egli non si perdette d'animo. Dai lontani parenti pass agli amici, ai
semplici conoscenti, alle persone che incontrava per istrada e che fermava col
pretesto di rivederle e salutarle. Cominciava a riferire, come se le avesse
avute direttamente, le notizie del principe e di Consalvo apprese da Lucrezia,
s'addolorava per la lite fra padre e figliuolo, annunciava il ritorno della
principessina, che diceva d'aver visto a Firenze: "una bellezza da
sbalordire!...", e poi parlava del suo soggiorno di Palermo, descriveva
l'appartamento di dieci stanze che aveva abitato sul Cassaro, drappeggiandosi
maestosamente nell'abito lercio e sdrucito che diceva la miseria, la fame, le
ignobili promiscuit; riferiva ancora il viaggio di Tunisi, l'onorificenza
beilicale ma senza spiegare a qual titolo l'avesse ottenuta, che cosa avesse
precisamente fatto alla corte di Sua Altezza; e quando aveva bene intontito la
gente con tutti quei discorsi, domandava a bruciapelo:
"Avete ricevuto il mio manifesto?"
E riesponeva il concetto dell'opera, enumerava le adesioni ricevute: ogni
volta, queste crescevano di numero: le firme dei privati salivano da duecento a
trecento, a quattro, a cinquecento; quelle dei municipi sommavano a cinquanta,
a settanta, a novanta; le biblioteche si moltiplicavano da un momento
all'altro. Mille sottoscrittori erano gi sicuri, un altro migliaio non
potevano mancare. E offriva la compartecipazione, si restringeva all'anticipo,
da ultimo dichiarava di contentarsi di dodici firme, di sei, anche di una. Per
levarselo di torno la gente prometteva ambiguamente; ma egli prendeva nota dei
nomi in un suo portafogli unto e squarciato, unicamente imbottito di circolari
e di schede, delle quali faceva nuove distribuzioni, ficcandole in tasca a chi
rifiutava col gesto, raccomandando di diffonderle, di riempirle al pi
presto... Dopo una giornata di lavoro, nel momento che stava per rientrare
nell'albergo, incontr Benedetto che ne usciva.
"Eccellenza!... Come sta?... Ero venuto a trovarla; mi dispiacque tanto, ieri,
di non essere in casa..."
Un poco imbarazzato, don Eugenio lo invit a salir su in camera. Una camera col
pavimento affossato, due strisce di tela bianca a guisa di tendine dinanzi alla
finestra, una catinella sopra una seggiola e una brocca per terra.
"Ho dovuto venir qui perch al Grand Htel era tutto pieno. Come si sta male in
questa citt! A Palermo avevo un appartamento di dodici stanze... bisognava
vedere che scale!..."
E, nonostante il rifiuto oppostogli da Lucrezia, egli cav di tasca le
circolari ed entr subito in materia.
"Tua moglie non t'ha detto?... Sono venuto per stampare la mia opera... Per
ventimila lire non la cederei a nessuno... Ma non ho quattrini da cominciare la
stampa. Vogliamo farla insieme? Spartiremo i guadagni, da buoni parenti ed
amici."
Giulente esit un poco, poi domand:
"Che ha detto Lucrezia?"
"Tua moglie? Ha detto di s, solo che tu ti persuada della convenienza della
cosa. Guarda un po'..." E non capendo nei panni dalla gioia d'aver trovato
finalmente uno che non rifiutava, gli sciorin dinanzi alcune schede con
qualche firma.
"Va bene, va bene, giacch Lucrezia approva..."
"Se anche mutasse parere, in fin dei conti, potremmo fare a meno del suo
consenso!..."
Benedetto esit un poco, poi disse:
"Nossignore,  necessario... perch adesso i denari li tiene lei..."
"Come! I denari? Tu non puoi disporre di qualche migliaio di lire?"
"Eccellenza no... Gli affari pubblici mi portavano via molto tempo... Ho ceduto
a lei l'amministrazione..."

2.

Il ritorno del principe, con lo zio duca, la moglie e la figlia, al principio
dell'inverno, diede nuovo alimento alla pubblica curiosit. Aspettavano tutti
di vedere in viso questa famosa principessina della cui bellezza si parlava
tanto, ma quantunque l'esagerazione delle lodi anticipate avesse disposto la
gente alla diffidenza, pure la realt lasci molto indietro ogni immaginazione.
La bellezza bianca e bionda, fine, delicata, quasi vaporosa della fanciulla non
aveva riscontri nella famiglia dei Vicer. La vecchia razza spagnuola
mescolatasi nel corso dei secoli con gli elementi isolani, mezzo greci, mezzo
saracini, era venuta a poco a poco perdendo di purezza e di nobilt corporea:
chi avrebbe potuto distinguere, per esempio, don Blasco da un fratacchione
uscito da lavoratori della gleba, o donna Ferdinanda da una vecchia tessitrice?
Ma come, nella generazione precedente, s'era vista l'eccezione del conte
Raimondo, cos adesso anche Teresa pareva fosse venuta fuori da una vecchia
cellula intatta del puro sangue castigliano. Alta, magra di spalle, con una
vita che le sue due mani quasi arrivavano ad accerchiare e che rendeva pi
vistosa la curva dei fianchi, Teresa possedeva una istintiva eleganza, una
nobile grazia di portamento, ancora non del tutto liberata dall'impaccio della
collegiale, fino a qualche mese addietro costretta nella goffa uniforme. Nei
primi giorni, quando cominci ad uscire in carrozza, accanto alla madrigna, la
gente si fermava sui marciapiedi, l'aspettava al varco, dinanzi al portone del
palazzo, per figgerle gli occhi addosso, a bocca aperta: ella pareva non
accorgersi di quella curiosit indiscreta, non guardare anzi nessuno.
In casa, naturalmente, erano venute a trovarla prima di tutte le zie, e
Lucrezia s'era quasi attaccata alle gonne della nipote, l'accompagnava per ogni
dove, le dava consigli, non parendole vero di poter esercitare su qualcuno la
sua smania d'autorit. La principessa la lasciava fare; ma a Chiara non
restitu neppure la visita, per via del bastardello. Una ragazza come Teresa,
appena uscita dal collegio, poteva andare in una casa dove c'erano di quei
pasticci? Ella diceva a tutti, cameriere, parenti e conoscenze, con grandi
gesti e torcimenti di sguardo: "Posso permettere che mia figlia sappia di
queste cose, eh? Tanto peggio se Chiara se ne adonta." E Chiara se ne adont in
malo modo. Aveva rotto con tutti i parenti, ormai, per amore del figlio della
cameriera, il quale, guastato da tanti vizi, la comandava a bacchetta, le dava
del tu, all'occorrenza le alzava le mani addosso. Ma ella lo lasciava fare, e
se il marchese diceva mezza parola, grida, minacce, un inferno. Uditi gli
scrupoli della cognata-cugina, si nett la bocca contro di lei, tanto pi che,
per ordine di Giacomo, donna Graziella condusse Teresa a baciar la mano allo
zio don Blasco. Dal monaco s, che teneva la Sigaraia e le tre figlie in casa,
e da lei no? "Sicuro, perch dal monaco aspettano l'eredit..."
Don Blasco, adesso, era un signore: oltre la casa e i due poderi, aveva messo
di bei quattrini da canto; il principe gli faceva la corte per questo. Il
Cassinese se la lasciava fare da lui come da Lucrezia e da Chiara; non andava
pi in casa di nessuno, non potendo pi salire scale; ma dettava legge ai
nipoti, se ne serviva in tutti i modi, e se qualcuno di costoro lo faceva
andare in collera, egli cavava fuori, come donna Ferdinanda, un suo foglio di
carta e lo stracciava in mille pezzi: "Neanche un soldo da me!..." La visita
della nipote Teresa gli fece piacere; le figliuole non si lasciarono vedere, e
la principessa spieg alla ragazza che donna Lucia era "governante" dello zio.
Del resto, queste precauzioni erano inutili per Teresa. Ella non aveva
curiosit sconvenienti, e quando comprendeva che le pi grandi avevano da dirsi
qualcosa, s'allontanava, andava ad ordinare la sua cameretta o a badare alle
sue cosucce. Non era soltanto bella da far strabiliare, ma piena d'ingegno,
istruita da dar punti a tanti uomini. Disegnava e dipingeva, parlava il
francese e l'inglese come la sua propria lingua, sapeva far versi e comporre
musica; e modesta, con questo, semplice, buona, affettuosa da non si dire.
Rientrando nella casa dove, bambina, aveva lasciato la sua mamma, e adesso non
la trovava pi, avevano dovuto sorreggerla e i suoi occhi eran parsi due vive
fonti, dal tanto pianto; ma il culto per la santa memoria non le impediva di
rispettare e di amare il padre e la madrigna. E timorata di Dio, sempre con
qualche libro di preghiere tra le mani, quando non lavorava ai suoi ricami, ai
suoi disegni, alla sua musica: certi libri dorati, ricoperti di velluto o di
pelle odorosa: mesi di Maria, coroncine della Beata Vergine, vite di Santi,
pieni ad ogni pagina d'imagini divine, tutti premi riportati quand'era
all'Annunziata.
Ma questi sentimenti pii, questo timor di Dio non le impedivano di amare, come
conveniva ad una fanciulla della sua et, gli svaghi mondani, le eleganze della
moda. Quando aveva da vestirsi per far visite o per riceverne, o per andare al
passeggio o al teatro, ella s'indugiava come le altre, dinanzi allo specchio; e
aveva un certo modo tutto suo di portare gli abitini pi semplici che la faceva
parer vestita come per andare a un ballo. Quando passavano dalla modista o
dalla sarta, se dovevano sceglier stoffe o guarnizioni o minuti oggetti
d'ornamento ella dava prova di gran gusto, scegliendo le cose pi belle e pi
eleganti, persuadendo con buone maniere la zia Lucrezia, la quale, dacch
teneva le chiavi della cassa, si faceva un abito ogni quindici giorni
preferendo ogni volta quel che c'era di pi disgraziato, ed imbronciandosi se
non lodavano la sua scelta. Invece la principessa lasciava che la figliastra
facesse a modo suo e scegliesse quel che le piaceva; anzi, si rimetteva a lei
per le cose sue proprie. "Che gusto, quello della mia figliuola!... Che
figliuola modello!..." La lodava specialmente per la dolcezza del carattere e
la bont del cuore; la baciava e l'abbracciava dinanzi a tutti, anche in
conversazione; vegliava su lei come una vera mamma.
Era gelosa e scrupolosissima; non permetteva che oltre i libri di religione la
figliastra leggesse cose capaci di guastarle la testa; n che, dinanzi alla
giovane, tenessero certi discorsi, per paura che le stesse parole le
contaminassero il pensiero. Stava perci sulle spine quando la cognata Lucrezia
narrava certe storie di concubinaggi, di separazioni coniugali, di nascite
illegittime. Cominciava allora a tossire per dar sulla voce a quella
stravagante malaccorta; e se la tosse non bastava, mutava discorso bruscamente,
con un certo modo tutto suo, fatto apposta per richiamare l'attenzione sulle
cose dalle quali voleva invece stornarla. Ma Lucrezia non si accorgeva di
nulla; e non commetteva anzi la sconvenienza di dire spesso alla nipotina, a
proposito ed a sproposito, ma pi spesso quando si lagnava di Benedetto: "Bada
a chi piglierai per marito"? Oppure: "Apri gli occhi, quando sarai maritata"?
La principessa diventava di mille colori, alzava gli occhi al soffitto, facendo
sforzi straordinari per contenersi, per non dire il fatto suo a quella matta a
cui il Signore aveva fatto bene di non dar figlie, se intendeva cos
l'educazione delle ragazze. "Cognata!... Lucrezia!..." ma nulla serviva, tanto
che una volta la principessa mise carte in tavola:
"Scusa, cugina; ma questi discorsi mi sembrano fuor di luogo. Teresa si
mariter quando sar tempo, e ci penser suo padre, non dubitare: a me non
piace la moda d'oggi, di parlar di queste cose alle signorine..."
Teresa, con gli occhi bassi e le mani in grembo, pareva non ascoltare; Lucrezia
ammutol e and via dopo un poco, senza salutar nessuno. Ma un altro parlava
spesso di cose scabrose e la principessa doveva tenerlo in riga: il cavaliere
don Eugenio. Appena saputo l'arrivo del fratello e del nipote, era corso da
loro per ricominciare il discorso dell'.I Araldo sicolo./I . Il duca, senza le
grida di don Blasco e le commedie di donna Ferdinanda, gli aveva risposto
chiaro: "Coi libri, caro mio, nessuno ha mai fatto quattrini; tu ne farai meno
degli altri perch non hai saputo far nulla mai. Se vuoi stampar l'opera,
nessuno te lo impedisce; ma io non ho denari da buttar via in queste imprese."
Don Eugenio accettava a capo chino il predicozzo, come riconoscendo di
meritarlo, ossequiente ed umile dinanzi a quell'imbroglione che sputava
sentenze, e come s'era arricchito? a spese delle casse pubbliche, manipolando
gli appalti, facendo ogni sorta d'imbrogli!... "Almeno," don Eugenio insisteva,
"farai comprare il libro alle biblioteche dello Stato? A te non costa nulla,
sei tanto influente!... Baster che tu dica una parola..." Il deputato
ascoltava la lode a occhi socchiusi, beatamente. Infatti i bei giorni erano
tornati per lui; dopo l'atteggiamento preso nella questione romana aveva
rimesso il tallo; l'elezione del novembre Settanta era stata un altro trionfo.
S, gli sarebbe bastato dire una parola per aiutare il fratello; tuttavia, alle
insistenze di costui, rispondeva che avrebbe visto, che ci avrebbe pensato,
preso da uno scrupolo: "Che cosa si potr dire? Che mi giovo del mio credito
per procurar favori alla mia famiglia?..."
Don Eugenio allora s'era rivolto al principe. Questi aveva negato sulle prime,
come meglio aveva potuto, ma in fin dei conti gli riusciva difficile insistere
in un rifiuto crudo crudo, poich egli non aveva tanta confidenza con lo zio da
mandarlo a spasso, e nemmeno poteva addurre ragionevolmente la mancanza di
quattrini; perci s'era lasciato strappar la promessa d'una anticipazione d'un
par di migliaia di lire, aspettando a sborsarle che la sottoscrizione fosse a
buon punto. Frattanto don Eugenio, allettato dalla promessa, veniva al palazzo
quasi ogni sera, con grande mortificazione della principessa che non poteva
soffrire la vista della famelica faccia e dei miserabili indumenti del
cavaliere e stava poi sui carboni ardenti, come un'anima del Purgatorio, quando
egli cominciava a raccontare tutti i fatti della societ palermitana: "Sas
marita le sue figlie... La moglie di Coc ne ha fatta un'altra delle sue... Il
figlio di Nen  scappato con una ballerina..." Coc era il principe di Al,
Sas il duca di Realcastro, Nen il barone Mortara; e nessuno nominava qualche
persona di Palermo senza che egli assicurasse d'essere con questa persona "come
fratello..." Tutte le volte che descriveva il suo appartamento il numero delle
stanze cresceva: adesso era arrivato a quindici e, non potendolo pi
ragionevolmente aumentare, aggiungeva: "oltre la stalla e la rimessa..." Il
principe lo lasciava dire, ma gli faceva pagare l'attenzione prestatagli e la
promessa dei quattrini, giovandosi di lui come di un servo, mandandolo di qua e
di l a portar lettere od ambasciate, che gli affidava dandogli tuttavia, per
un certo rispetto umano, dell'Eccellenza. Neppure lo metteva a giorno dei
propri affari, n gli faceva confidenze di sorta; curioso, il cavaliere voleva
sapere a chi pensavano di dare in moglie Teresa, che cosa faceva Consalvo,
quando sarebbe tornato, ma non riusciva ad appurar nulla, specialmente circa il
principino, il quale non scriveva se non a donna Ferdinanda. Le notizie del
giovane, al palazzo, venivano per mezzo di Baldassarre, il quale ogni due
giorni scriveva al signor principe per riferirgli minutamente la vita del
padroncino. Quelle lettere facevano fare schiette risate a Teresina, scritte
com'erano in una lingua fantastica, di particolare composizione del maestro di
casa. "So Eccellenza sta bene e s'addiverte... Oggi abbiamo stato al Bu di
Bologna, che ci era grande passeggio di carrozze e cavalli e signori e signore
accavallo..." Il maestro di casa annunziava ogni giorno il programma del
successivo: "Domani andiamo all'Ussaburgo... domani partiamo per Fontana Bu,
vedere il palazzo reale..." ma donna Ferdinanda aspettava la narrazione d'una
visita ben altrimenti importante: quella a Sua Maest Francesco II. Prima che
Consalvo partisse, ella gli aveva fatto un obbligo, quando sarebbe passato da
Parigi, di "baciare la mano al Re", e appena saputo il nipote nella metropoli
francese, gli aveva rammentato di mantener subito la promessa. Padre Gerbini,
che a Parigi era cappellano della Maddalena e andava in casa di tutta la
nobilt legittimista, ed era ammesso, insieme con gli intimi, presso l'ex Re,
aveva chiesto l'udienza pel giovanotto siciliano, facendo opportunamente valere
la fede serbata dalla pi gran parte degli Uzeda alla causa borbonica. In una
lunga lettera, della quale donna Ferdinanda diede lettura in mezzo al circolo
dei parenti, Consalvo riferiva l'accoglienza affettuosa dell'antico sovrano, la
premura con la quale s'era informato di tutta la famiglia e il dono che gli
aveva fatto, prima di congedarlo, dopo un lungo colloquio: il proprio ritratto
con dedica autografa. "Sua Maest la Regina" era sofferente, e perci non aveva
potuto riceverlo anche lei; ma il "Re", gli aveva detto che voleva rivederlo
prima della sua partenza!... Venne anche la lettera di Baldassarre che riferiva
la visita "a So Maist Francisco secundo, inseme con So Paternit don Placito
Gerbini. So Maist abbia parlato a So Eccellenza della Siggilia e dei signori
sigiliani che abbia conosciuto in Napoli e in Pariggi. So Eccellenza ci ha
baciato le mani, e So Maist gli arregalato il suo ritratto, dicendoci che ci
deve tornare un'altra volta, per appresentarlo a So Maist la Regina". Infatti
prima che padrone e servo partissero da Parigi, tutt'e due annunziarono la
seconda udienza, ma questa volta la lettera del maestro di casa al padrone
conteneva un particolare del quale non era parola in quella di Consalvo alla
zia. "So Maist abbia fatto una grande festa a So Eccellenza, e quando ci abbia
stretto la mano ci ha addomandato chi sa quando ci arrivedremo; e So Eccellenza
mi ha contato So Paternit che ci abbia risposto: "Maist, ci arrivedremo in
Napoli, nel palazzo reale di Vostra Maist!...""

Da Parigi il giovanotto torn finalmente in Italia, e fermatosi un poco a
Torino e a Milano pass a Roma, che era l'ultima tappa del suo viaggio. L si
ferm un pezzo; ma, dopo aver scritto un paio di lettere alla zia, non si fece
pi vivo. Donna Ferdinanda gli aveva anche raccomandato di "baciare il piede al
Papa" e Baldassarre infatti, da principio, annunziava che "Monsignori don
Lotovico" doveva condurre in Vaticano il nipote, ma poi non disse se la visita
era stata fatta; anzi un giorno inaspettatamente, annunzi per telegrafo
l'imminente ritorno. Aspettato alla stazione da donna Ferdinanda e da Teresa -
perch il principe era rimasto ed aveva ordinato alla moglie di rimanere al
palazzo -, Consalvo fece una specie d'ingresso trionfale, tra le persone di
servizio e gl'impiegati dell'amministrazione schierati su due file, che
ammiravano la bellissima ciera del signorino e gli davano il bentornato e si
facevano in quattro per aiutare Baldassarre a scaricare la gran quantit di
bauli, valige, portamantelli e cappelliere di cui era piena la carrozza e un
carrozzino da nolo. Il principe, con aria tra dignitosa ed affabile, si fece
trovare nella Sala Rossa e gli dette la mano a baciare; altrettanto fece la
principessa, ma con maggiori dimostrazioni d'affettuosa premura: "Ti sei
divertito?... Avesti buon tempo di mare?... C' tutta la tua roba?... Le tue
camere sono gi pronte!..."
La stanchezza del viaggio, lo stordimento dell'arrivo spiegavano naturalmente
la poca loquacit di Consalvo in quelle prime ore; infatti la sera, dopo aver
mandato in camera del padre, della sorella e della madrigna una quantit di
regali, egli cical moltissimo, rifer una quantit d'impressioni, narr certi
aneddoti comici su Baldassarre che, all'estero, sconoscendo le lingue, s'era
spesso smarrito, aveva attaccato lite con gente alla quale diceva male parole
siciliane; e una volta, anzi, a Vienna, aveva corso rischio di dormire al posto
di guardia. Il giorno dopo continu il discorso del viaggio, specialmente di
Parigi; ma a poco a poco, e secondo che quell'argomento si esauriva, il
giovanotto non prendeva pi parte alla conversazione. Se la principessa narrava
qualche cosa, o se il principe discorreva degli affari di casa, si contentava
di stare a sentire e rispondeva qualche .I Eccellenza./I .I s./I o qualche
.I Eccellenza no./I di tanto in tanto. A tavola, col muso sul piatto, non
guardava nessuno e spesso non pronunziava due parole una dopo l'altra. Il
principe cominciava a soffiare e ammutoliva anche lui, facendo per certi
versacci che non annunziavano niente di buono; la principessa alzava gli occhi
al soffitto dalla costernazione, e Teresa, angustiata da quella freddezza,
perdeva sin l'appetito. Levandosi di tavola, quando il figlio andava via:
"Cominciamo da capo!" sfogavasi il principe. "State a vedere che cominciamo da
capo! Che gli hanno fatto, a cotesta bestia? S' divertito pi d'un anno a
viaggiare, non gli  mancato niente, e mi ringrazia cos, tenendomi il broncio,
avvelenandomi tutti i giorni il desinare!..."
N era da dire che quella bestia stesse muto per poca voglia di parlare;
giacch, in presenza di estranei, non la finiva pi di narrare le sue avventure
di viaggio, le grandi cose che aveva viste, le novit di cui in Sicilia non
v'era neppur sentore. Con Benedetto Giulente, specialmente, e con la gente pi
o meno mescolata nelle cose pubbliche, teneva certi discorsi stupefacenti in
bocca sua, sull'ordinamento delle guardie di citt, sulla manutenzione dei
giardini, intorno ai sistemi d'inaffiamento delle vie o d'illuminazione dei
teatri. Perch diamine s'occupava di quelle cose? Per far sapere che era stato
fuori via?... Ma nossignore; non solo teneva discorsi diversi dagli usati,
mutava anche sistema di vita. Riveduti appena gli antichi compagni di bagordo,
non li aveva pi cercati, anzi li evitava; la passione dei cavalli pareva gli
fosse interamente passata; non scendeva pi nelle stalle, non teneva
conversazione coi cocchieri. Non pi donne, non pi giuoco; passava il suo
tempo chiuso nella propria stanza, dove non si sapeva che diamine ordisse.
Quando andava fuori, faceva frequenti visite allo zio duca, col quale parlava
di cose serie, o si vedeva in compagnia di gente che prima soleva evitare come
la peste: parrucconi, politicanti del Gabinetto di lettura, sorci di farmacie,
persone occupanti pubbliche cariche, tutto il codazzo del deputato. La posta
gli portava ogni giorno una quantit di giornali italiani e francesi, e il
libraio, ogni settimana, gli mandava grossi pacchi di libri che egli stesso
andava a scegliere e ad ordinare.
"Qual altra pazzia adesso gli salta in capo?" diceva il principe, con tono
sempre pi acre, alla moglie; ma questa:
"Di che ti lagni?" rispondeva, conciliante. "Non si riconosce pi; pare davvero
un altro: benedetto questo viaggio, se lo ha fatto cambiare di nero in bianco!"
Certi giorni, Consalvo non veniva a tavola; al cameriere che andava a chiamarlo
rispondeva, dietro l'uscio, che aveva da fare; e allora il principe buttava via
il tovagliolo, stringeva i denti, quasi scoppiava dinanzi ai lavapiatti che
assistevano al pranzo. Teresa, a un segno della principessa, andava a cercare
il fratello e insisteva tanto, con voce dolce, con persuasioni amorevoli,
finch egli apriva.
"Perch non vieni? Sai che al babbo dispiace..."
"Perch ho da fare, sto scrivendo, non posso perdere il filo..."
"Lascia di scrivere, contentalo, fratellino!... Hai tanto tempo per studiare!
Altrimenti, potrebbe parere che tu lo faccia apposta, che tu l'abbia con lui...
o con la mamma..."
"Io non l'ho con nessuno. Vedi che sto scrivendo?..." infatti la scrivania era
piena di carte e di libri aperti.
E quando finalmente veniva a tavola, il principe gonfiava, gonfiava, gonfiava,
vedendo il figliuolo taciturno e ponzante come un nuovo Archimede.
"Manger solo, se debbo vedere quella faccia da funerale! Tutto il giorno
quella faccia ingrugnita!  una iettatura! il cibo non mi fa buon sangue!
Piglier una malattia..."
Allora Teresa, come la sola capace d'esercitare un'influenza sull'animo del
fratello, tornava da lui, gli prendeva le mani, lo scongiurava d'esser buono,
gli parlava dei suoi doveri di figlio; e Consalvo la lasciava dire, muto ed
immobile. Ma una volta che ella, fra gli altri argomenti, addusse quello della
gratitudine che dovevano al padre e alla madrigna, egli rispose, con ironia
fredda e tagliente:
"Molta, in verit... Mio padre m'ha voluto sempre bene, fin da quando mi tenne
dieci anni chiuso al Noviziato, come ha tenuto in collegio sei anni te! Gli
dobbiamo essere molto grati entrambi, perch non lasci passare sei mesi dalla
morte di nostra madre, che mise un'altra al posto di lei... Anche lei, dal
Paradiso, deve essergli grata pel rispetto, per l'amore, per le cure di cui la
circond..."
"Taci! Taci!..." esclam Teresa.
"Ho da tacere?... Lo sai dunque quel che fecero soffrire a quella poveretta?...
Ma tu eri a Firenze, tu non puoi saper niente..."
"Taci, Consalvo!"
"Allora, che vuoi? Dimmi tu che debbo fare per contentarlo! Quando stavo tutto
il giorno fuori casa, a divertirmi a modo mio, spendendo quattrini: nossignore,
bisognava cambiar vita! Adesso che sto sempre dentro, a studiare, continua a
rompermi la testa?"

Consalvo studiava economia politica, diritto costituzionale, scienza
dell'amministrazione. La gente che non sapeva di che cosa s'occupava, ma che
vedeva il radicale mutamento operatosi in lui, lo attribuiva al lungo viaggio,
al senno che tutti i giovani, o presto o tardi, hanno pure da mettere. E il
viaggio, infatti, era stato l'origine della conversione del principino, la sua
grande lezione.
La lotta col padre lo aveva disgustato della sua casa ed anche del suo paese,
dove la mancanza di quattrini e la pesante autorit paterna non gli
consentivano di fare tutto ci che voleva; pertanto egli aveva accettato con
gioia d'andar via, di girare un poco il mondo; ma la prima impressione da lui
provata, appena fuori di Sicilia, fu quella che proverebbe un vero Re in
cammino per l'esilio. Il giorno prima, quantunque non potesse sbizzarrirsi a
modo suo, era nondimeno un pezzo grosso, il pezzo pi grosso del suo paese,
dove tutta la gente, in alto e in basso, gli faceva di cappello e s'occupava di
lui e delle cose sue; a un tratto egli si svegliava uno qualunque in mezzo alla
folla che non gli badava. E se neppur egli avesse visto nessuno, meno male: ma
le lettere di presentazione di cui era fornito lo avevano messo in rapporto, a
Napoli, a Roma, a Firenze, a Torino, con altra gente, coi signori di lass; e
allora aveva compreso che c'eran pezzi grossi pi grossi di lui. Il nome di
principino di Mirabella aveva perduto la sua virt, era diventato quello di un
signore come ce n'erano a migliaia. Il lusso vero, e non quello mediocre di suo
padre, il gusto fastoso, lo sfarzo elegante di cui non s'aveva idea in
quell'angolo di Sicilia, fuori delle grandi vie del mondo, dov'egli era
vissuto, lo costringevano a riconoscere la propria inferiorit. Al club di
Catania erano quasi in famiglia ed egli troneggiava; a Napoli e a Firenze
otteneva per favore un biglietto per pochi giorni; se fosse rimasto a lungo
avrebbe dovuto esporsi ad una votazione, farsi raccomandare, correre, chi sa,
il rischio d'essere respinto! Nella sua testa avveniva una rivoluzione.
Soffrendo realmente nell'orgoglio, nella vanit di "Vicer" quando andava a
fare qualche visita in certi palazzi grandi quattro volte l'avito, nei quali
invece di botteghe da affittare c'erano gallerie vaste quanto musei, con dentro
tesori d'arte, egli smise di frequentare le sue conoscenze, rinunzi a farne di
nuove. Per affermare in qualche modo la propria ricchezza, buttava via i
quattrini a carrozze di rimessa, o nei caff, nei teatri, nei negozi dove
comprava una quantit di cose inutili, col solo scopo di lasciare il suo
indirizzo: principe di Mirabella, albergo tale... Il pi caro della citt. E
meno male ancora a Napoli, dove le tradizioni d'uno spagnolismo in tutto eguale
al siciliano gli facevano dare dell'.I Eccellenza./I dagli sconosciuti che gli
si professavano .I servi./I ; ma a Firenze, a Milano, gli toccava il semplice
.I signore./I ; e invano Baldassarre, che gli stava sempre a fianco, prodigava
il .I Sua Eccellenza./I e il .I Voscenza./I paesano: la gente sorrideva o
restava a bocca aperta alle espressioni stravaganti del maestro di casa.
Cos, per evitare queste mortificazioni, il principino pass all'estero pi
presto del tempo stabilito. In paesi stranieri, la maggior ricchezza e autorit
della gente della sua casta non lo feriva tanto, ma un altro impaccio lo
aspettava: col suo povero e mal digerito francese, si sent come fuori del
mondo a Vienna, a Berlino, a Londra: a Parigi fece sorridere, come in Italia
Baldassarre. Ma frattanto la Sicilia, il suo paese nativo, la sua casa dove la
considerazione ed il primato d'un tempo lo aspettavano, erano divenuti per lui
sempre pi piccoli e meschini. Come rassegnarsi a tornare laggi, dopo aver
visto la gran vita nelle grandi citt? E come tenere un posto mediocre in una
capitale? Bisognava dunque essere il primo tra i primi!... E una volta
entratagli in testa quest'idea, Consalvo si mise a considerare il modo di
attuarla. Suo padre avrebbe consentito a lasciarlo andar via per sempre? La
cosa era dubbia, ma immancabilmente, articolo quattrini, ne avrebbe assegnati
il meno possibile; e con vincoli umilianti, come durante quel viaggio, tutte le
spese del quale dovevano esser fatte personalmente dal maestro di casa! Vivendo
il padre, egli non avrebbe dunque potuto conseguire il suo scopo; e il principe
poteva vivere cent'anni, come tanti di quegli Uzeda che avevano il cuoio duro,
se il vecchio sangue non si scomponeva prima del tempo... E Consalvo che,
ragionando freddamente, mettendo a calcolo tutto, faceva i suoi conti sulla
morte del padre come sopra un avvenimento necessario alla propria felicit,
considerava anche un altro lato della quistione: l'insufficienza di tutta la
sostanza paterna, il giorno in cui egli ne sarebbe stato unico padrone, a
dargli le soddisfazioni che andava cercando. Grande laggi, e anche da per
tutto, per uno che non avesse voglie smodate, il patrimonio del principe di
Francalanza era per Consalvo poco pi che la mediocrit, a Roma. La morte del
padre era dunque inutile; egli doveva cercare un altro mezzo. E l alla
capitale, quando vi pass di ritorno, egli lo trov.
Lo zio duca, fra le altre lettere, gliene aveva date parecchie per i colleghi
del Parlamento. All'andata, egli aveva visto un momento l'onorevole Mazzarini,
giovane avvocato della provincia di Messina, il quale faceva la politica
continuando ad esercitare la professione. Di ritorno, Consalvo pensava a tutti
fuorch a costui, pel quale sentiva un profondo disprezzo di razza, quando una
sera si vide accostato per via dall'onorevole. "Di nuovo a Roma, principino? Di
ritorno, naturalmente? Ma perch non m'avete avvertito del vostro arrivo? Sarei
venuto a trovarvi, m'avreste fatto tanto piacere! E vi siete divertito
certamente, non c' bisogno di domandarlo!" Colui parlava a vapore, gestendo,
dandogli confidenzialmente del .I voi./I , mettendogli le mani addosso. E
Consalvo, che alle dimostrazioni d'intimit restava freddissimo, si tirava
indietro, schifando ogni contatto. L'onorevole per, quantunque accusasse un
gran da fare, e avesse infatti lasciato un crocchio di gente che lo attorniava,
lo trattenne un pezzo; prima di lasciarlo gli disse: "Ci vedremo domani; verr
a trovarvi all'albergo..."
Consalvo fu tanto stupito che non ebbe tempo di levarselo dai piedi. Ed il
domani Mazzarini, venuto a prenderlo, lo invit a desinare con lui,
trascinandolo al Morteo. V'erano molti altri deputati, una quantit di clienti
li circondava; Mazzarini stesso, prima di potersi sedere a tavola, dovette
sbarazzarsi di quattro o cinque persone che lo aspettavano, e per tutta la
durata del pranzo parl della moltitudine delle sue faccende, delle
combinazioni politiche, degli affari pubblici; un fattorino del telegrafo gli
port due dispacci, dei quali egli firm la ricevuta masticando a due palmenti,
macchiando d'inchiostro il tovagliolo che teneva appeso al collo. Le persone
che traversavano il caff lo salutavano, egli rispondeva loro, interrompendosi
con un "cavaliere!..." o un "caro commendatore!..." Alle frutta, aveva una
piccola corte d'intorno alla quale parlava, con grande animazione, di Roma, di
quel che bisognava fare per renderla degna dei suoi destini, per affermarne
l'italianit, per tenere a segno il Vaticano. Finito il pranzo, un po'
alticcio, prese a braccio Consalvo il quale frem a quel contatto; ma il
deputato, con un sorriso che voleva essere discreto ed era beato, esclam: "
dura la via della politica, specialmente quando bisogna lavorare per vivere;
ma, in fin dei conti, procura anch'essa qualche soddisfazione!... E voi,
principino, non pensate di mettervi nella vita pubblica?"
Parole dette cos, sbadatamente, per continuare a parlare; ma Consalvo ne fu
abbagliato. Stanco, infastidito, disgustato dalle chiacchiere dell'onorevole,
dalla confidenza con la quale lo trattava, da quell'ignobile pranzo che aveva
dovuto ingozzare per forza, egli si vide in un momento schiuder dinanzi,
diritta ed agevole, la via che andava cercando, quella che d'un umile
faccendiere come Mazzarini faceva un uomo importante, riverito e corteggiato;
quella che permetteva di raggiungere la notoriet e la supremazia non in una
sola regione o sopra una sola casta ma in tutta la nazione e su tutti.
Deputato, ministro - .I Eccellenza./I ! - presidente del Consiglio, .I
Vicer./I per davvero; che cosa occorreva per ottenere quei posti? Nulla, o
ben poco. Mazzarini aveva parlato delle aspre lotte sostenute nel proprio
collegio; ma il duca di Oragua non possedeva un feudo elettorale che,
naturalmente, sarebbe passato al nipote? Per farsi conoscere, l'avvocato aveva
dovuto crearsi pazientemente, accortamente, una clientela: il principino di
Mirabella l'aveva gi bell'e pronta. Alla cultura, alla competenza, egli non
pensava: se aveva potuto fare il deputato un ignorante come suo zio, egli si
credeva capace di reggere i destini della nazione. La forza della memoria, la
facilit della parola, la sicurezza dinanzi alla folla che erano mancate al
duca e lo avevano tormentato per tutta la vita accrescendo la sua miseria
intellettuale, Consalvo le possedeva: a San Nicola, dinanzi ai monaci che
s'empivano il buzzo di cibo o al cospetto della folla che veniva ad ascoltar le
prediche di Natale; pi tardi nelle vie della citt, nelle taverne, attorniato
da gente d'ogni risma, egli aveva fatto sfoggio d'eloquenza: gli sguardi fissi
su lui, il silenzio dell'uditorio aspettante non lo avevano mai sgomentato. Che
altro occorreva?
Aveva promesso alla zia di baciare, oltrech le mani a Francesco II, anche i
piedi al Santo Padre: egli soppresse questa seconda visita, poich gli
conveniva mutare non solo le abitudini ma anche le idee. Fin quel momento era
stato borbonico nell'anima e clericale per conseguenza, quantunque non
credente, anzi scettico sulle cose della religione al punto di non andare a
sentire la messa: altro capo d'accusa mossogli da quel bigotto di suo padre.
Adesso, per mettersi e riuscire nella nuova via, egli doveva essere liberale e
mangiapreti come Mazzarini. And tuttavia a visitare lo zio Lodovico.
Monsignore l'accolse con l'untuosit consueta, con le fredde espressioni d'un
sentimento preso ad imprestito per la circostanza. L'antico Priore di San
Nicola pareva conservato sott'aceto; asciutto, senza un pelo bianco, con la
faccia liscia, nessuno lo avrebbe giudicato sulla cinquantina. Ed i suoi occhi
sfavillarono quando, richiesto dal nipote se sarebbe tornato in Sicilia,
rispose piano, modestamente:
"No, pel momento. E i miei nuovi doveri mi tratterranno ancora pi a Roma..."
"Che doveri, zio?"
Egli abbass le ciglia, dicendo:
"Il Beatissimo Padre vuole, senza merito mio, destinarmi alla sacra porpora..."
Furbo, quello l: arrivato a furia di furberia!... Consalvo se lo propose a
modello. Frattanto, invece di fuggire Mazzarini, lo and cercando, si fece
guidare da lui alla Camera ed al Senato per esaminar subito il campo della sua
azione futura. Allora comprese che, se ad occupare un posto di deputato gli
mancava soltanto l'et, gli occorreva qualche altra cosa per salire pi in
alto. Pertanto, tornato a casa, nessuno lo riconosceva. Persuaso che gli
conveniva studiare, cominci comprare libri su libri, d'ogni genere e d'ogni
grossezza: li divorava da cima a fondo o li spilluzzicava prendendo note, pieno
di buoni propositi, sul principio, disposto a fare sul serio. Tutte quelle
materie eran tali che non occorreva l'opera del maestro: bastavan la
preparazione superficiale che egli possedeva e la naturale intelligenza. Il
latino dei monaci, quello studio detestato, adesso gli giovava a qualche cosa.
Pi tardi, col fervore d'un neofita, con la presunzione degli Uzeda che non
conoscevano ostacoli, comper grammatiche e libri di lettura spagnoli, inglesi
e tedeschi per apprendere da s quelle lingue.
La fama della sua conversione si diffuse subito. Stupiti, sospettosi o
rallegrati, i parenti, gli antichi amici, gli stessi servi dissero che stava
tutto il giorno a tavolino. Associatosi al Gabinetto di lettura, lui, fondatore
del club aristocratico, vi andava a discutere di politica e d'amministrazione,
a criticare o lodare uomini e cose, a nominare autori e citar opere. Una sera
che Giulente e il duca, in casa di quest'ultimo, discutevano a proposito dei
dazi di consumo se convenisse meglio al Comune appaltarli o riscuoterli per
conto proprio, Consalvo disse la sua, con grande sfoggio di erudizione. Uscendo
di l, Benedetto esclam con tono scherzoso di protezione:
"Ti faremo consigliere comunale, appena avrai l'et!..."
"Perch? No!..." esclam egli. "E poi come si fa?"
"Perch? Per avere un posto nella rappresentanza del tuo paese. Quanto al modo,
 semplicissimo."
Innanzi tutto lo present al Circolo Nazionale. Alcuni soci fecero qualche
difficolt. Era degli Uzeda liberali o dei retrivi? Pi d'uno assicur che era
borbonico come la zia Ferdinanda; che anzi, a Parigi, era andato a far visita a
Francesco II. Ma Giulente si port garante dei liberi sensi del nipote: all'ex
Re aveva fatto, era vero, una visita, ma costretto dai parenti; una visita di
pura forma, del resto, che non lo impegnava a niente. Fino a quel momento era
stato un ragazzo irresponsabile delle idee che aveva potuto esprimere; adesso,
se chiedeva di far parte del circolo, significava che ne approvava il
programma. N conveniva rifiutarlo, perch altrimenti egli avrebbe potuto
gettarsi in braccio ai reazionari... Gli scrupolosi si contentarono di quelle
assicurazioni, mormorando tuttavia che, secondo una certa versione, il
principino aveva augurato al Re spodestato di rivederlo nella reggia di
Napoli... Quando Consalvo seppe che correva questa voce, protest con tutte le
sue forze che era una menzogna sfacciata, della quale non capiva l'origine. Ma,
preso a quattr'occhi il maestro di casa, che solo poteva averla messa in giro,
gli grid sul muso:
"Tu, bestione, hai scritto che io ho detto a Francesco II che voglio rivederlo
a Napoli e il diavolo che ti porti?"
Imbarazzato e confuso, Baldassarre rispose:
"Eccellenza, s..."
"E chi t'ha detto una simile bestialit?"
"Me lo disse Padre Gerbini, che l'ud dire a Vostra Eccellenza..."
Alzato il braccio in atto di minaccia, Consalvo ingiunse:
"Un'altra volta che ripeterai simili corbellerie, ti piglier a scapaccioni,
hai capito?"
E fu ammesso al circolo a pieni voti. Allora bisogn sentire donna Ferdinanda!
Gi ella, subodorato qualcosa dell'apostasia, aveva afferrato pel braccio il
nipote, gridandogli: "Bada che non ti guarder pi in faccia! Bada che non
avrai un soldo da me!" E Consalvo le aveva risposto facendo l'indiano,
protestando la propria innocenza: "Che hanno dato a intendere a Vostra
Eccellenza?" Ma Lucrezia le and un bel giorno a portar la notizia
dell'ammissione del nipote al circolo. Schiumava anche lei dall'indignazione;
ma, in fondo, andava a denunziare Consalvo alla zia per farglielo cader dal
cuore, gliene parlava male per entrar ella nelle sue buone grazie, per
vendicarsi della principessa.
"Ah, mala razza!... Ah, Gesuiti!... Ed a me diceva che non era vero!..."
La vecchia non poteva tollerare singolarmente che quel mariuolo avesse tentato
d'infinocchiarla spudoratamente.
"Ma vorranno star freschi tutti quanti!... Voglio vederli crepare, tutti
quanti!..."
E andata a prendere, come dieci anni addietro, pel matrimonio di Lucrezia, la
solita carta che teneva nell'armadio, la lacer in mille pezzi dinanzi alla
nipote.
"Neanche un soldo! Cos!"
Anche Chiara, poich suo marito s'era venuto a poco a poco accostando alle idee
liberali, fiott contro il nipote e contro il marito. Don Blasco, invece,
liberale di data oramai quasi antica, approv la conversione del nipote; il
quale, lasciando che ciascuno di quei pazzi dicesse la sua, fece il suo esordio
al circolo, una sera che l'assemblea discuteva intorno ai trattati di
commercio. Nella sala, angusta, la gente era stipata e le seggiole si
toccavano. Per evitare contatti, Consalvo aveva tirato la sua fuori della fila,
distruggendone l'ordine; e, mordendosi i baffetti, stava a sentire con aria di
grave attenzione. Ma quando il presidente annunzi: "Se nessuno domanda la
parola, metto ai voti le conclusioni della commissione", il principino s'alz.
"Domando la parola."
Immediatamente si fece un profondo silenzio, e tutti gli sguardi si diressero
su Consalvo. Rivolte le spalle al muro, guardando da un lato l'assemblea,
dall'altro la presidenza, egli cominci:
"Signori, io vi debbo innanzi tutto chieder venia dell'ardimento di cui potrete
accusarmi vedendomi, ultimo arrivato fra voi, osare di prender la parola
intorno a una grave materia, oggetto di cos accurato esame da parte di soci ai
quali, volendo ma non potendo dare i nome di colleghi, debbo e voglio dare
quello di maestri."
Il laborioso periodo fu detto con tanta sicurezza, usc cos filato, era cos
abile ed opportuno, sollecitava tanto l'amor proprio dei precedenti oratori,
riusciva cos inaspettato sulla bocca d'un giovanotto conosciuto fino a quel
momento solo per le sue prodigalit ed i suoi vizi che molti mormorarono:
"Bravo!... Bene!..."
Egli continu. Disse che se il suo ardimento poteva giudicarsi grande, egli
sapeva che non meno grande era l'indulgenza del suo uditorio. Qualific come
"modello del genere" la relazione della commissione, la disse "degna veramente
d'un Parlamento". Ne cit due o tre paragrafi quasi letteralmente; quel
prodigio di memoria sollev un lungo mormorio ammirativo. Ma forse l'indulgente
assemblea aspettavasi che egli esprimesse la propria opinione? E questa egli
esprimeva "con peritanza di discepolo ma saldezza di apostolo". Egli era per la
libert; per la libert "che  la pi grande conquista dei nostri tempi"; della
quale "non si pu mai abusare", perch essa  "correttivo di se stessa". I
vantaggi del libero regime erano infiniti, perch "come dice il celebre Adamo
Smith nella sua grande opera..." e infatti "opina anche il grande Proudhon..."
ma quantunque "il famoso Bastiat non ammetta", pure "la scuola inglese  del
parere..." Lo stupore e il piacere erano propriamente grandi, tutt'intorno;
Benedetto godeva come d'un personale trionfo, pareva dicesse: "Avete visto? E
quand'io vi garentivo?..." Salve d'applausi interrompevano tratto tratto quel
discorso che tutti credevano improvvisato con tanta disinvoltura era detto; ma
un vero trionfo successe all'argomentazione finale: la necessaria
corrispondenza tra la libert economica e la politica: "le pi grandi garanzie
di benessere e di felicit, le ragioni d'essere di questa giovane Italia,
ricomposta ad unit di nazione libera e forte per virt di popolo e Re!..."

3.

Una notte, mentre al palazzo tutti dormivano, tranne Consalvo curvo sui volumi
di Spencer, fu picchiato con grande fracasso al portone: Garino, il marito
della Sigaraia, chiamava il principe a rotta di collo perch a don Blasco era
venuto un accidente.
Il monaco, floscio come un otre sgonfiato, rantolava. La vigilia aveva fatto
una solenne scorpacciata e cioncato largamente: spogliato e messo a letto da
donna Lucia, s'era addormentato di botto; ma, nel mezzo della notte, un sordo
tonfo aveva fatto accorrere tutti quanti, e allora s'era visto il Cassinese
disteso, quant'era lungo, in terra, senza pi sentimento. La Sigaraia, le
figliuole, la serva non la finivano di raccontar la disgrazia; ma Garino, che,
lasciata l'ambasciata al principe e chiamato un dottore, era tornato di corsa a
casa, aveva la ciera rannuvolata e non diceva verbo. Mentre il medico
dichiarava di non poter fare nulla, perch il colpo era fulminante, e le donne
ricominciavano a contristarsi, e ad invocare la Bella Madre Maria e tutti i
santi del Paradiso, Garino prese per un braccio il principe appena arrivato e
lo trascin in una stanza remota.
"Eccellenza, siamo rovinati! Ho frugato da per tutto, e non c' niente!
Rovinata Vostra Eccellenza e rovinati noi! Dopo tanti anni che l'abbiamo
servito! E quelle creature anch'esse! Sua Paternit non doveva farci un simile
tradimento!"
"Avete cercato bene?"
"La casa sottosopra, Eccellenza; che appena successe la disgrazia presi le
chiavi e frugai da per tutto... nell'interesse di Vostra Eccellenza.. Ma potevo
credere a una cosa simile? Dopo che Sua Paternit aveva promesso dodici tar al
giorno alle ragazze?  un tradimento! Sono rovinato! E Vostra Eccellenza
pure... Io credevo che il testamento fosse scritto da anni, dall'altra volta
che gli prese il capogiro...
"L'avr forse dato al notaro?"
"Ma che notaro! Sua Paternit non voleva sentirne, e anzi quando il notaro
Marco gli parl in proposito... per amicizia a noi... gli rispose brusco che il
testamento l'avrebbe fatto da s e chiuso nella sua cassa!... Ma non c' niente
in tutta la casa... Se avessi saputo una cosa simile!..." E tacque, guardando
il principe.
"Che avreste fatto?"
"Avrei scritto io il testamento, secondo le sue intenzioni... per darglielo a
firmare... La firma ce l'avrebbe messa in mezzo minuto... Potevo anche..."
Ma in quel punto chiamarono di l. Il dottore, tanto per contentare "la
famiglia", aveva ordinato che si cavasse sangue al fulminato e gli s'attaccasse
qualche mignatta alle tempie; Garino scapp per eseguire gli ordini del
dottore, e il principe si mise a girare per la casa.
Faceva giorno quando venne il salassatore. L'operazione non giov quasi a
nulla; solo gli occhi del moribondo s'aprirono un momento; ma n un muscolo si
scosse, n una parola usc dalla bocca serrata. Col giorno venne la
principessa. Gli altri parenti non sapevano ancora nulla, e cominciarono ad
arrivare pi tardi, uno dopo l'altro; entravano un momento nella camera
dell'agonizzante e poi passavano nella stanza attigua, girellonando, cercando
il momento di prendere a parte il principe, per dirgli in un orecchio:
"C' testamento?"
"Non so... non credo..." rispondeva il principe. "Chi pensa a queste cose per
ora?"
Invece non pensavano ad altro, divorati dalla curiosit, dalla cupidigia dei
quattrini del monaco. Dopo la vecchia principessa, don Blasco era il primo
Uzeda danaroso che se ne andava; Ferdinando non era contato: aveva poca roba e
quella poca era stata carpita dal principe. Il Cassinese, invece, tra i due
poderi, la casa e i risparmi lasciava quasi trecentomila lire, e tutti
speravano di rasparne qualcosa. Se non c'era testamento i due fratelli Gaspare
ed Eugenio e la sorella Ferdinanda avrebbero ereditato; e la zitellona, dopo
una vita d'inimicizia, aspettava d'arraffar la sua parte. Tutti gli altri, al
contrario, aspettavano un testamento che li nominasse. Il principe dichiarava
piano all'orecchio dello zio duca che non sperava nulla per s, ma qualcosa per
Consalvo, e di mezz'ora in mezz'ora spediva al palazzo qualcuno dei camerieri
della parentela, accorsi coi padroni, perch chiamassero suo figlio. Ma il
principino dapprima aveva risposto che era a letto, poi che dovevano dargli il
tempo di vestirsi, poi che stava per venire, e finalmente gli ultimi messi non
lo trovarono pi. Se n'era andato al Circolo Nazionale per assistere
all'adunanza d'una commissione incaricata di studiare il piano regolatore della
citt. Arriv finalmente quando attaccavano le mignatte all'agonizzante. Il
principe non gli rivolse neppure la parola e prese invece in disparte Garino
che in quel momento tornava per la quarta o la quinta volta. Poi il marito
della Sigaraia entr nella camera del moribondo, che sua moglie e le ragazze
non lasciavano un momento. Invece di giovare, le sanguisughe affrettarono la
catastrofe; Garino affacciossi sull'uscio, annunziando:
"Il Signore l'ha chiamato con s!"
Tutti entrarono nella camera del morto. Era immobile, stecchito, con gli occhi
chiusi, con le tempie butterate dai morsi delle mignatte. L'odore nauseante del
sangue appestava la camera, come una beccheria; e c'era per terra e sui mobili
una confusione straordinaria: panni disseminati qua e l, catinelle piene
d'acqua, caraffe di aceto. La Sigaraia, dischiusa immediatamente la finestra
perch l'anima del Cassinese potesse volarsene difilata in Paradiso, disponeva,
singhiozzando, due candele sul comodino. Le ragazze piangevano come due fontane
e Lucrezia pareva avesse perduto il suo secondo padre; ma i pianti e le preci a
poco a poco cessarono; e allora, asciugatisi gli occhi, Lucrezia disse, molto
tranquillamente:
"Adesso che lo zio  in Paradiso potremmo vedere se c' testamento."
Nel silenzio di tutti, il principe, come capo della casa, fece un gesto di
consenso. Ma donna Lucia, che finiva d'accendere le candele, si volt e disse:
"C' testamento, Eccellenza. La sant'anima, per sua bont, me lo diede a
serbare. Vado a prenderlo subito."
Si potevano udir volare le mosche mentre la donna consegnava al principe una
busta aperta, e questi, per deferenza, la passava allo zio duca. Il duca diede
un'occhiata al foglio dove c'erano poche righe di scritto, e senza leggere,
annunziando il contenuto dei brevi periodi a mano a mano che li scorreva,
disse:
"Erede universale Giacomo... esecutore testamentario... un legato di
duecent'onze l'anno a don Matteo Garino..."
"Nient'altro?... E nient'altro?..." domandarono tutt'intorno.
"Non c' altro."
Donna Ferdinanda s'alz e si mise a leggere il foglio prendendolo dalle mani
del principe a cui il duca l'aveva passato; ma Lucrezia, venendo a metterlesi a
fianco, le disse:
"Vostra Eccellenza mi lasci vedere." Il principe pareva del tutto
disinteressato. Le due donne che stavano chine sul documento scambiarono
sottovoce qualche parola; poi Lucrezia annunzi, forte: "Questo testamento 
falso."
Tutti si voltarono. Il principe, con estremo stupore, esclam:
"Come falso?"
"Falso?" salt su Garino, che se ne stava nel vano d'un uscio.
"Ho detto che  falso," ripet Lucrezia, dando uno spintone a suo marito che
voleva leggere anche lui il foglio. "Questa non  scrittura dello zio; la
scrittura dello zio la conosco."
"Lasciami vedere!..." e Giacomo consider attentamente i caratteri, mentre
tutti gli altri gli s'affollavano intorno, esaminandoli anch'essi.
"T'inganni," disse il principe freddamente; " scrittura dello zio."
Degli altri nessuno espresse un'opinione. Con tono di fine ironia, Lucrezia
replic:
"Allora, vorrei sapere quando l'ha scritto. Stanotte? C' ancora la sabbia
attaccata!"
La Sigaraia intervenne:
"Eccellenza, Sua Paternit scrisse il testamento ieri l'altro, perch,
poveretto, il cuore gli parlava e gli diceva che la sua fine era prossima..."
"E perch non ne avete detto nulla?" domand allora donna Ferdinanda.
"Eccellenza..."
"Io ne fui avvertito," afferm il principe.
"Ma a noi dicesti che non credevi ci fosse testamento..."
"Avresti potuto farcelo sapere," ribatt donna Ferdinanda.
"Ma che!" riprese Lucrezia, dando un altro spintone a Benedetto, il quale le
faceva qualche osservazione prudente all'orecchio. " un testamento falso, si
vede dalla freschezza della scrittura e anche dalla firma. Lo zio firmava
"Blasco Placido Uzeda", col secondo nome preso in religione..."
Garino allora credette di dover dire la sua:
"Eccellenza, allora Vostra Eccellenza crede..."
"Voi state zitto!" esclam Lucrezia, sprezzantemente, superba di fare atto
d'autorit dinanzi a tutta la parentela.
"Vostra Eccellenza  la padrona..." continuava nondimeno il Sigaraio, con aria
dignitosa, "ma non pu offendere un galantuomo. Allora l'ho fatto io, il
testamento falso?"
E a un tratto la Sigaraia scoppi in pianto:
"Quest'affronto!... Maria Santissima!..."
Il duca, il marchese, Benedetto intervennero tutti insieme:
"Chi ha detto questo?... State zitta, in un momento simile... Silenzio, vi
dico: che  questo modo?"
"Tu accetti il testamento?" insisteva Lucrezia, rivolta al fratello.
"Sicuro che l'accetto!"
"Allora ce la vedremo in tribunale! Intanto chiamate l'autorit per mettere i
suggelli..."
E la Sigaraia che si strappava i capelli, di l, inginocchiata dinanzi al
morto:
"Parlate voi!... Ditelo voi se  vero!... Una simile ingiuria!... Dopo
tant'anni che v'abbiamo servito!... Parlate voi dal Paradiso, con la bocca
della verit!..."
E la lite scoppi, pi feroce di tutte le precedenti. Donna Ferdinanda non
scherzava, all'idea che le avevano tolto la sua parte della successione; ma
Lucrezia era implacabile per la rivincita da prendere su Graziella che l'aveva
trattata male e anche un po' perch sperava sull'eredit dello zio come un
mezzo di mettere in piano l'amministrazione della propria casa: dacch la
teneva lei, non c'erano quattrini che bastassero. Il marchese, bonaccione,
voleva evitare lo scandalo; ma Chiara, per fare il contrario di ci che egli
voleva, si schier contro Giacomo con la zia. A poco a poco tutto l'amor suo
pel marito s'era rivolto al bastardo; e poich Federico era sempre vergognoso
della paternit clandestina e non voleva riconoscerla, l'odio antico per il
marito che le avevano imposto s'era venuto ridestando in lei. La sua testa di
Uzeda sterile aveva concepito e maturato un disegno: lasciare Federico,
adottare il bastardello e portarselo via; avendo bisogno di quattrini, sperava
nella sua parte dell'eredit di don Blasco. Ella, Lucrezia e donna Ferdinanda
si nettavano quindi la bocca contro quel falsario di Giacomo, contro quel ladro
che voleva la roba del monaco come aveva carpito le Ghiande alla felice memoria
di Ferdinando: contro quello sbirro di Garino, anche, che aveva proposto ed
eseguito il colpo, ch al tempo in cui esercitava l'onorato mestiere di spia
s'era provato ad imitare le scritture dei galantuomini, per rovinarli dinanzi
alla polizia. Ma il pi bello che era? Che un ladro aveva rubato l'altro;
giacch Garino, il quale doveva farsi lasciare dodici tar al giorno, soltanto,
aveva calcato la mano, mentre c'era, portando il legato a duecento onze l'anno!
N il principe poteva fiatare, perch altrimenti si sarebbe dato la zappa sui
piedi!...
Garino e la Sigaraia giuravano e spergiuravano che era tutta un'infamia
inventata dalla parentela, la quale non aveva mai potuto andare d'accordo. A
chi volevano dunque che la buon'anima lasciasse? Alla sorella ed ai fratelli,
che aveva amato come il cane i gatti? L'erede naturale era il principe, il capo
della casa! Quanto ad essi, niente di pi naturale che la sant'anima si fosse
disobbligata dei loro buoni servigi; anzi, per dire la verit, chi si sarebbe
aspettata quella miseria di duecento onze, dopo quanto avevano fatto per
lui?...
O fatto o non fatto, donna Ferdinanda sped la prima carta bollata in cui
impugnava il testamento e domandava una perizia al tribunale. Il principe si
strinse nelle spalle, ricevendola. Per lui, niente era pi "doloroso" delle
liti in famiglia; e a tutte le persone che incontrava esprimeva il suo profondo
rammarico per la condotta della zia e delle sorelle. Ma che poteva farci?
Poteva rinunziare all'eredit? Eran esse le ostinate, le prepotenti e le
pazze!... In casa, per, egli era divenuto pi irascibile di prima. Contegnoso
in presenza di estranei, sfogava dinanzi alla moglie, ai figli ed ai servi la
contrariet e l'acredine. Teresa, veramente, non gli dava nessun appiglio,
sempre docile e obbediente; la principessa anche lei chinava il capo al soffio
della bufera; ma egli se la prendeva tutti i momenti col figliuolo, attribuendo
all'apostasia politica di costui l'inasprimento di donna Ferdinanda.
"S' messo in urto con sua zia che gli voleva tanto bene, cotesto imbecille,
cotesto buffone! Perder l'eredit, per andare a dir buffonate al circolo e al
quadrato! E mi fa piovere una lite sulle spalle! Io domando e dico se mi poteva
capitare maggior disgrazia d'avere un figlio cos bestia e birbante!..."
Ma, oltre quella, egli aveva tante altre ragioni di cruccio. Pi che mai
infervorato nelle sue nuove idee, deciso colla cocciutaggine di famiglia a
percorrere la strada prefissa, Consalvo spendeva adesso a libri un occhio del
capo. Ne faceva venire ogni giorno, intorno ad ogni soggetto, dietro una
semplice indicazione del libraio, senz'altro criterio fuorch quello della
quantit, con la stessa smania di sfoggiare e di far le cose in grande che,
prima, quando l'eleganza degli abiti era il suo unico pensiero, gli faceva
comperare i bastoni a dozzine e le cravatte a casse. Era umanamente
impossibile, non che studiare, ma neppur leggere tutta quella carta stampata
che pioveva al palazzo, le opere in associazione, le voluminose enciclopedie, i
dizionari universali; e ad ogni nuovo arrivo il principe montava peggio in
bestia.
"Vedi?..." rispondeva Consalvo a Teresa, quando la sorella andava a parlargli
il linguaggio della pace e dell'amore. "Vedi? S' proprio messo in capo di
contrariarmi in tutto e per tutto. Che faccio di male? C' cosa che pi
raccomandano, oggi: lo studio? il sapere? No: neppur questo!..."
E quando il principe se la pigliava direttamente con lui, e gli rimproverava il
dissidio con la zia e lo sciupio dei quattrini:
"Io penso con la mia testa," rispondeva freddamente il figlio. "Ciascuno 
libero di pensarla come crede. Mia zia non pu impormi le sue idee... e se
spendo qualche cosa a libri, domando altro?..."
Ogni domenica c'era un'altra lite per la messa. Consalvo si seccava di andare a
sentirla, sorrideva d'un ambiguo sorriso allo zelo religioso del padre:
costretto a confessarsi, recitava al vecchio Domenicano una filastrocca di
bislacchi peccati. Punzecchiava anche la sorella pel fervore che ella metteva
nelle devozioni; voltava le spalle alle tonache nere che bazzicavano per la
casa. Il principe aveva fatto costruire, nel camposanto del Milo, un monumento
di marmo e bronzo sulla sepoltura della prima moglie: negli anniversari della
morte andava lass con la principessa e Teresa, faceva dire molte messe pel
riposo dell'anima della defunta, portava grandi corone di fiori sulla tomba.
Consalvo non andava mai insieme con la famiglia: o un giorno prima, o un giorno
dopo. Ad ogni pretesto addotto dal figlio, il principe lo guardava fisso; poi
si lasciava condurre via dalla moglie, la quale lavorava a mettere pace, ad
evitar liti. E adesso l'urto era pi tra figlio e padre che tra figliastro e
madrigna; Consalvo si piegava piuttosto ad una buona parola della principessa
che alle ingiunzioni del principe.
Un giorno annunzi che aveva preso un professore di tedesco e d'inglese. Il
padre, dopo averlo guardato bene in viso, gli domand:
"Mi spiegherai una volta che diamine vuoi fare?"
Consalvo, dopo averlo guardato anche lui:
"Quel che mi pare," rispose.
A un tratto il principe divent rosso come un gambero e, levatosi da sedere,
quasi una molla lo avesse spinto, si precipit contro il figliuolo, gridando:
"Cos rispondi, facchino?"
Se la principessa e Teresa non si fossero slanciate a trattenerlo, e se
Consalvo non fosse andato subito via, sarebbe finita male. Da quel momento la
rottura fu totale. Per ordine del principe, il giovanotto non venne pi a
prender i pasti con la famiglia: cosa che, se dispiacque alla principessa e pi
alla sorella, fece a lui grandissimo piacere. Egli vide il padre un momento
ogni giorno, per dargli il buon giorno o la buona sera; n costui lagnossi pi
del mutismo e della solitudine in cui si chiudeva il figliuolo, anzi evit egli
stesso d'incontrarlo. Prima del famoso viaggio, quando i vizi e i debiti del
giovanotto procuravano al principe stravasi di bile, moti nervosi e vere
malattie, un dubbio era sorto nella testa di quest'ultimo: suo figlio era forse
iettatore? E il dubbio adesso facevasi strada, quantunque egli non osasse
manifestarlo. Ma perch, dunque, tutte le volte che egli affrontava una
discussione col figliuolo, gli veniva il mal di capo o gli si guastava lo
stomaco? Perch, durante la lunga assenza di Consalvo, egli era stato
benissimo? In un altro ordine d'idee, quella conversione politica che aveva
acceso il furore di donna Ferdinanda e coonestata l'impugnazione del
testamento, non era un'altra prova di malefico influsso? Rivangando nella
propria memoria, il principe trovava altre ragioni di credere a quel funesto
potere: una vendita andatagli male quando il figliuolo aveva detto: "Sar
difficile ottenere buoni prezzi"; una scossa di terremoto prodottasi dopo che
il giovanotto aveva osservato: "L'Etna fuma!..." Pertanto egli era adesso
contento di non averlo pi vicino; se lo incontrava per le scale, o traversando
le stanze, rispondeva con un cenno del capo al suo saluto e tirava via; se
c'era una necessit qualunque di stargli da presso, in salotto, quando venivano
visite, gli parlava il meno possibile, scappava appena poteva.
L'unico mezzo di rimetter la pace in famiglia era che il giovane prendesse
moglie e andasse a far casa da s. Tanto e tanto, aveva ventitr anni, e tra
gli Uzeda gli eredi del principato s'ammogliavano presto. I lavapiatti, i
pettegoli, i curiosi, tutti coloro che s'occupavano dei fatti dei Francalanza
come se fossero i propri, aspettavano con impazienza il matrimonio di lui e di
Teresa, discutevano i partiti possibili. Per Consalvo c'era l'imbarazzo della
scelta: il barone Currera, il barone Requense, il marchese Corvitini, i
Crcuma, tanti altri avevano figliuole straricche in et d'andare a marito; per
Teresa la cosa era pi difficile. Giovani a un tempo ricchi e nobili tanto da
poterla sposare, non c'erano altri che i due figli della duchessa Radal. La
duchessa, sacrificati i suoi pi begli anni per amor del primogenito, gelosa di
lui, non gli aveva ancora dato moglie, non trovando buono nessun partito e se
lo teneva cucito alle gonne, quasi potessero rubarglielo; invece lasciava
libero Giovannino, perch al giovane non venisse voglia d'ammogliarsi.
L'eredit dello zio lo aveva fatto ricco quanto il fratello maggiore, ma tra
loro due c'erano differenze che andavano considerate. Michele non era di fisico
molto vantaggioso, a ventisei anni aveva pochi capelli ed una corporatura
troppo pingue; ma era il primogenito, possedeva tutti i titoli della casa; il
secondo, che godeva solo di quello non trasmissibile di barone, era fra i
giovani pi graziosi ed eleganti. Quantunque andassero poco dagli Uzeda dacch
c'era una ragazza da marito - anzi a causa di ci - , le voci d'un possibile
matrimonio trovavano credito; ma il principe, se gli domandavano che cosa ci
fosse di vero, dichiarava che prima doveva ammogliarsi Consalvo, e la
principessa si guastava addirittura. "Queste ciarle mi dispiacciono, non per
niente, ma perch potrebbero venire all'orecchio di Teresina, e io sono molto
gelosa: il mio sistema  che le ragazze non debbano saper certe cose n udire
certi discorsi!..."
Teresa pareva non udire n questi n altri discorsi, e sognare tuttod ad occhi
aperti. Divorava i pochi libri di versi e i romanzi che la principessa le
consentiva di leggere, dipingeva quadretti dove si vedevano castelli merlati
sorgenti in mezzo a laghi di cobalto, trovatori con la chitarra ad armacollo, o
pi spesso castellane inginocchiate ed oranti, Madonne col divino Figliuolo tra
le braccia. Le composizioni austere e pi le sacre erano le preferite dalla
principessa; e la figliuola lasciava perci da canto i soggetti futili. Questa
costante remissione ai voleri altrui, questo senso di doverosa obbedienza erano
sempre vivi in lei; pi Consalvo dava motivi di cruccio in famiglia, pi ella
credeva suo obbligo di evitare ai parenti ogni pi piccolo dispiacere. Le
finzioni poetiche dei libri le accendevano la fantasia e le facevano battere il
cuore, ma se la principessa giudicava troppo lungo il tempo da lei dedicato
alle letture frivole, le smetteva addirittura. Spesso udiva lodare un romanzo,
un dramma, un volume di versi, e si struggeva di leggerli, immaginando quanto
dovevano esser belli, che piacere le avrebbero procurato; non ci pensava pi se
la madrigna le diceva: "No, Teresina, non sono per te." Certe volte quei libri
erano posseduti da Consalvo, il quale, bench s'occupasse solo di studi
positivi, pure comprava anche la roba amena per far vedere che era a giorno di
tutto; e allora sarebbe bastato a Teresa farsi prestare il volume dal fratello
per leggerlo di nascosto; ma quest'idea non le passava neppure pel capo, per la
stessa ragione che, in collegio, aveva rifiutato di leggere i libri che qualche
sua compagna era riuscita a procurarsi, e non aveva dato ascolto ai discorsi
proibiti delle amiche sventate. Il confessore, la direttrice le avevano detto
che non bisognava neppur parlare di certe cose, ed ella se ne asteneva,
rigorosamente. Come quando era bambina, l'idea delle lodi e del premio da
ottenere, l'ambizione di vedersi additata come esempio alle altre, vincevano le
tentazioni della curiosit, non le facevano sentire le privazioni che
s'infliggeva.
Adesso la conducevano spesso al teatro: d'estate alla commedia, d'inverno al
melodramma; ed ella non sapeva veramente dire quale dei due spettacoli le
piacesse di pi. Ella stessa componeva di tanto in tanto un valzer, una
mazurca, oppure notturni, sinfonie, fantasie senza parole che portavano per
titolo: .I Vorrei!./I , .I Incanti./I , .I Storia mesta./I , .I Ognor./I ..., e
conoscenze, parenti, amici, tutti andavano in visibilio udendole; lo stesso
maestro, un vecchietto scelto apposta dalla principessa per non mettere "l'esca
accanto al fuoco", prodigava grandi lodi: don Cono, il vecchio lavapiatti, le
dava del "Bellini in gonne" ed anzi una volta esclam: "Opino che al concerto
bellico convenga appararle onde eseguirle in pubblico!" Il concerto bellico era
la musica militare, che godeva la fama d'essere una delle migliori d'Italia.
Teresa si scherm; la principessa, tra il piacere di far conoscere a tutti il
talento di "mia figlia" e la repulsione per la pubblicit, non sapeva
risolversi; il principe, poich non ne andavan quattrini di mezzo, era del
tutto indifferente; ma don Cono, incaponito nella sua idea, venne un giorno a
dire che aveva gi parlato al capobanda.
Il maestro venne al palazzo, in compagnia del lavapiatti; era un giovane cos
bello che pareva San Michele Arcangelo: bruno di capelli, biondo di baffi,
roseo di carnagione. La principessa, appena lo vide, cominci a torcere il muso
e a far segni a don Cono per dirgli che non s'aspettava da lui quella parte:
condurle in casa un tipo simile?... Intanto il maestro eseguiva al pianoforte
le composizioni della signorina, con un colorito, un'espressione, un'anima da
renderle irriconoscibili alla stessa autrice; e ad ogni pezzo le esprimeva una
crescente ammirazione, e quando non ce ne furono pi, disse che non sceglieva
perch erano uno pi bello dell'altro: non potendoli prender tutti, lasciava
che la stessa "principessa" scegliesse. Teresa gli diede .I Storia mesta./I ;
ma quando, finito di cavar la partitura, una settimana dopo, il maestro si
present al portone del palazzo, per far vedere il suo lavoro, il portiere
disse che i padroni non ricevevano.
"Condurmi in casa quel tipo? Non m'aspettavo un simile tiro da voi! Si vede
bene che non avete figliuole!" aveva detto donna Graziella al vecchio
lavapiatti, non riuscendo a darsi pace; ma ella esagerava, come in ogni cosa:
la principessina di Francalanza poteva forse gettare gli occhi sopra un
capobanda?
.I Storia mesta./I fu eseguita una domenica, alla Marina, dalla musica del
reggimento: il concerto era veramente uno dei migliori, e la composizione di
Teresa parve un vero pezzo d'opera, con certi cantabili affidati ad un corno
inglese dolce come una voce umana, e certi effetti d'organo da far credere alla
gente d'essere a San Nicola, dinanzi allo strumento di Donato del Piano.
Teresa, in carrozza chiusa, sotto i platani, stava a udire, col cuore che le
batteva come se volesse schiantarsi, con un nodo di pianto alla gola e pallida
in viso come una rosa bianca, e poi a un tratto di porpora quando, al finire
del pezzo, s'ud uno scroscio d'applausi... La musica sua, quella degli altri,
i drammi, la poesia l'inebbriavano, la rapivano, la sollevavano in alto, in
cielo, nell'etere azzurro, dove ella non sentiva pi il suo corpo, dove
aspirava e beveva, anche tra le lacrime, la pura felicit. Ma niente delle
commozioni ora dolci, ora ardenti, or tristi, or soavi, or disparate,
ineffabili sempre, che gonfiavano il suo cuore di gioia o lo serravano
dall'angoscia, era noto al mondo. Ella non si tradiva: mentre l'anima sua era
pi turbata, al pensiero dell'amore, nell'attesa dell'amore, dinanzi agli
uomini, ai giovani belli come il cugino Giovannino Radal; mentre la fantasia
le rappresentava con maggior evidenza il proprio avvenire, piaceri e dolori,
fortune e sciagure, ella rimaneva tranquilla e composta e serena. Non le
costava farsi forza, disperdere quelle fantasie per attendere alle minute o
ingrate bisogne reali.
La conoscenza del maestro del reggimento, le sue lodi, l'esecuzione della
musica avevano scatenato una tempesta in lei; ma quando il giovane, per divieto
della principessa, non torn pi al palazzo, ella non pens pi a lui. Don
Cono, incaponito nella sua idea, incoraggiato dal lieto successo, parl un
giorno all'assessore dei pubblici spettacoli, perch desse ordine al direttore
della musica cittadina di concertare anche lui le composizioni della
principessina. Questo assessore degli spettacoli era Giuliano Biancavilla,
figliuolo di don Antonio e della Bivona, un giovanotto sulla trentina, bruno di
carnagione e nero di capelli come un arabo, ma fine, elegante e con gli occhi
dolcissimi. Appena ud la proposta di don Cono, diede immediatamente gli ordini
opportuni, e la principessa acconsent che la figliuola avesse tutte le
conferenze occorrenti col maestro, che era sulla sessantina. Ma quando il
diavolo ha da ficcarci la coda! Donna Graziella, con tutte le sue precauzioni,
non pot impedire che il giovane assessore mettesse, da lontano, gli occhi
addosso a Teresa! Al teatro la guardava fisso, senza lasciarla un istante; al
passeggio, la sua carrozza seguiva sempre quella degli Uzeda; perfino in chiesa
si faceva trovare sul loro passaggio. Appena accortasi di quella commedia, la
principessa rifer ogni cosa al principe, il quale lasci cadere tre sole
parole:
" pazzo, poveretto."
E la lingua della moglie cominci a lavorare. Un Biancavilla pretendere alla
principessina di Francalanza? Forse perch una Uzeda aveva sposato un Giulente?
Poveretto, credeva d'avere a fare con un'altra Lucrezia, quell'assessore!...
Nobili, sissignori: i Biancavilla erano nobili, ricchi anche; ma la loro
ricchezza e la loro nobilt non li faceva eguali ai Vicer. "Guardate frattanto
che ardimento e che petulanza! Far ciarlare la gente intorno alla mia
figliuola!..." E con tutti i suoi discorsi, non s'accorgeva di diffondere pi
rapidamente la nuova.
In breve non si parl d'altro in citt. "Gliela daranno?... Non gliela
daranno?..." Ma tutti riconoscevano che Biancavilla aveva posto gli occhi
troppo in alto. Baldassarre, specialmente, non sapeva darsi pace. Egli voleva
naturalmente che la principessina sposasse uno fatto per lei, un barone, a dir
poco, ricco da mantenerla come una Regina; e, pure aspettando che il principe
facesse la sua scelta, in cuor suo aveva destinato alla padroncina il cugino
don Giovannino. Questo frattanto era per lui certo: che la signorina non si
sarebbe neppure accorta dell'esistenza di Biancavilla.
Invece, alla lunga, gli sguardi del giovane avevano attirato quelli di lei
quasi per virt magnetica, e le facevano adesso affrettare e mancare tutt'in
una volta il respiro. Anch'ella lo guardava, di tanto in tanto, senza vederlo
bene, dal turbamento; ma tornava a casa felice e ridente quando lo aveva scorto
anche da lontano, e si metteva a improvvisare al pianoforte, tremando da capo a
piedi, come se egli potesse udire tutti i segreti pensieri d'amore confidati
allo strumento, le divine speranze d'eterna felicit... In collegio, ella aveva
composto talvolta qualche verso, per le feste delle maestre, per gli onomastici
delle amiche: voleva adesso scriverne per lui, metterli in musica unicamente
per lui...

Se fossi il pallido
raggio di luna
che a notte bruna
ti posa in fronte;
se fossi il zeffiro,
la lieve brezza
che t'accarezza...

Non riusc ad andare pi innanzi, ma si pose a comporre una romanza su quel
tema, intitolato .I Se!./I ... piangendo di dolcezza quando non la vedevano,
mentre le note appassionate s'involavano dal pianoforte.
In inverno, il barone Crcuma diede alcuni balli. Donna Graziella non aveva
ancora condotto Teresa in societ; prima di tutto perch non intendeva che i
giovanotti avvicinassero sua "figlia", e poi anche perch non aveva giudicato
nessuna casa degna d'esser frequentata dalla principessina. Quella dei Crcuma,
veramente, poteva passare; e poi il principe volle che tutta la famiglia vi
andasse. Ma il cuore le parlava, a donna Graziella: giusto la prima sera, chi
ci trov? Giuliano Biancavilla!... Se quel petulante avesse conosciuto un poco
il mondo, sarebbe rimasto quieto al suo posto; invece pens di farsi presentare
e di ballare con la sua Teresa!... Costei tremava, nelle sue braccia; egli non
le disse altro che qualche parola: " stanca?... Grazie!..." ma pareva a lei
d'essere in cielo, mentre la principessa stava sulle spine e faceva segni al
marito per dargli segno del pericolo. Ma il principe era in istretto colloquio
col padrone di casa; e a un tratto quel petulante si ripresent per chiedere
alla signorina una mazurca. Allora donna Graziella intervenne:
"Scusate, cavaliere; mia figlia  stanca."
Con una gran stretta al cuore Teresa s'accorse dell'opposizione della madre.
Infiammato per averla tenuta un momento fra le braccia, Biancavilla cominci a
seguirla per le vie, come l'ombra: la principessa gonfiava, smaniava, soffiava:
una volta, sulla porta della chiesa dei Minoriti, passandogli innanzi, esclam
piano, ma in modo che i vicini potessero udirla: "Che seccatore!..."
Teresa pianse a lungo, nascondendo le proprie lacrime, prevedendo che tutte le
sue speranze si sarebbero infrante, se i suoi non volevano. Anche i Biancavilla
sapevano che gli Uzeda non avrebbero mai consentito a quel matrimonio; ma il
giovane, che era proprio cotto, insisteva giorno e notte presso la madre e il
padre perch facessero la richiesta; tanto che un giorno Biancavilla padre
prese il suo coraggio a due mani e and a parlare col duca. Questi, con grande
consumo di "molto onorati" e di "figuratevi con quanto piacere, per me!" gli
rispose che ne avrebbe parlato al principe; Giacomo ripet allo zio le stesse
tre parole dette alla moglie, con una piccola variante: "Sono pazzi,
poveretti!" Quindi il duca rispose a don Antonio, con molte belle parole, che
non se ne poteva far niente, "perch il principe voleva prima accasare
Consalvo".
Non era un pretesto. Il principe aveva iniziato pratiche coi Crcuma ed era
andato in casa loro per combinare il matrimonio della baronessina col figlio.
Il partito era stato accettato a occhi chiusi, e l'assiduit di Consalvo ai
balli del barone fu appresa come l'inizio della sua corte alla signorina. Ma
egli non sapeva niente di quanto aveva ordito suo padre, e andava ora in
societ per parlare di politica e di filosofia. Tutto l'oro del mondo non lo
avrebbe piegato a fare un giro di valzer: teneva cattedra nel cerchio degli
uomini, e se avvicinava le signore o le signorine, le metteva a parte del
bilancio comunale, del regolamento scolastico e del gettito dei dazi consumo,
con molte citazioni statistiche e proverbi latini. Ripetuta di bocca in bocca,
la notizia del suo matrimonio arriv anche a lui; e allora egli scoppi in una
risata cordiale, dicendo, pi laconico del padre:
"Sono pazzi!"
Prender moglie, sposare una bambola carica d'oro come quella baronessina,
legarsi ancora pi strettamente a quel paese dal quale voleva andar via,
crearsi gli avvincenti doveri della famiglia, quando aveva bisogno d'essere
libero come l'aria, di dedicare tutte le proprie energie al conseguimento dello
scopo prefissosi? Matti, davvero! E la cosa gli parve s buffa, che neppur
volle smettere le visite al barone.
Giusto in quel torno, perduta ogni speranza, Giuliano Biancavilla part. Chi
diceva che sarebbe andato a Roma, chi a Parigi, chi aggiungeva che non sarebbe
mai pi tornato a casa, senza riguardo al dolore dei suoi. Il duca, per
incarico del principe che aveva paura di parlare direttamente col figliuolo,
annunzi a Consalvo che era tempo di prender moglie e che tutta la famiglia era
d'accordo per dargli la baronessina.
"Benissimo, Eccellenza," rispose il giovane. "C' per una difficolt."
"Cio?"
"Che io non la voglio!"
"E perch non la vuoi?"
"Perch no! Si tratta di me o di Vostra Eccellenza? Si tratta di me! Dunque
tocca a me manifestare la mia volont. Io non la voglio."
Quando il duca rifer al principe questa risposta, Giacomo era gi fuori della
grazia di Dio, per aver saputo che il perito, incaricato dal tribunale di
esaminare il testamento del fu don Blasco, s'era pronunziato contro
l'autenticit della scrittura. Udendo il decisivo rifiuto del figlio, egli
scoppi, gridando con voce rauca:
"Ah, iettatore! Lo fa apposta! Per farmi crepare! Ma voglio far crepare lui,
prima! Ditegli dunque che si scelga chi diavolo vuole: sposi, sposi la prima
sgualdrina che gli piace, una di quelle ciarpe con le quali andava bagordando
quando ancora non s'era fitto in capo di divenire letterato! Sposi chi gli
piace e vada al diavolo, perch io non voglio pi trovarmelo fra i piedi,
cotesto iettatore!"
"Eccellenza," rispose il principino allo zio che gli riferiva la seconda
ambasciata, "io non voglio sposare n la Crcuma, n nessun'altra. Sono ancora
giovane e ci sar sempre tempo di mettermi la catena al collo. La cosa certa 
che per ora non bisogna parlarmi di matrimonio. Non sono una donna come la zia
Chiara, che la nonna fece sposare per forza..."
E la nuova tempesta si veniva addensando sordamente; i lampi guizzavano negli
sguardi irosi del principe, i tuoni rumoreggiavano nella sua voce cupa.
"Santo Dio d'amore!..." diceva la principessa a Teresa. "Che dispiacere, questa
guerra; che scandalo! E chi sa come e quando finir... Ma tu!... Tu no, non hai
dato a nessuno il minimo motivo di dolore!... Benedetta!... Sempre santa
cos!.."
Teresa si lasciava abbracciare e baciare dalla madrigna, assaporando la lode,
dolendosi della guerra tra il padre e il fratello, votandosi alla Madonna
affinch la facesse cessare. Che cosa poteva offrire alla Vergine, per ottenere
tanta grazia? L'amor suo per Giuliano?... No, era troppo, era la cosa che pi
le stava a cuore... Ella non vedeva pi il giovane, non aveva notizia della
richiesta e del rifiuto; sapeva nondimeno che i suoi non vedevano bene quel
partito; ma la speranza era in lei viva ancora: un giorno o l'altro il padre e
la madrigna avrebbero potuto ricredersi, consentire alla sua felicit...
Un giorno, invece, scoppi la tempesta fra il padre e il fratello. Questi aveva
ordinato, di suo capo, senza dirne niente a nessuno, quattro grandi scaffali
per disporvi i suoi libri; quando il principe vide arrivare quei mobili, fece
chiamare Consalvo e gli domand concitato:
"Chi t'ha permesso d'ordinar nulla, in casa mia?"
Il giovane rispose con la studiata freddezza che faceva imbestialire suo padre:
"Avevo bisogno di questi mobili."
"Qui comando io, t'ho detto molte volte," ribatt l'altro, facendo sforzi
violenti per contenersi. "Non s'ha da piantare un chiodo senza mio permesso! Se
vuoi far da padrone, vattene via! Nessuno ti trattiene!... Prendi moglie e
rompiti il collo."
"Ho gi detto," rispose Consalvo pi freddo che mai, "ho gi detto allo zio che
non voglio ammogliarmi..."
"Ah, non vuoi?... Non vuoi?... Ed io ti butter via a pedate, bestione,
facchino, animale!..."
"Tanto meglio," soggiunse il principino freddo come la neve. "Mi farete
piacere..."
A un tratto il principe impallid come se stesse per svenire, poi divent
paonazzo come per un colpo apoplettico, e finalmente proruppe, abbaiando come
un cane:
"Fuori di qui!... Fuori di casa mia!... Ora, all'istante, cacciatelo fuori!..."
Accorsero, pallidi ed impauriti, la principessa, Teresa e Baldassarre: con la
bava alla bocca, il principe fu trascinato via dalla moglie e dal servo.
Teresa, giunte le mani tremanti dinanzi al fratello, esclam con voce
d'angosciosa rampogna:
"Consalvo!... Consalvo!... Come puoi fare cos?"
"Tu lo difendi?" rispose il giovane, sempre calmo, ma con voce un po' stridula.
"Difendilo, difendili, gli assassini di nostra madre."
"Ah!"
Ella nascose la faccia tra le mani. Quando si guard intorno, era sola. Un
andirivieni di servi, per la casa: chiamavano un dottore, applicavano vesciche
di ghiaccio alla fronte del principe. Ella and a cadere dinanzi all'immagine
di Maria Santissima. Un rimorso, dopo la scena disgustosa, dopo le terribili
parole del fratello, le serrava il cuore, per non aver voluto offrire in
olocausto l'amor suo, le sue speranze di gioia, pur di evitare la lite violenta
e la tremenda accusa. Ella chiedeva perdono alla Vergine di tanto egoismo, le
chiedeva conforto ed aiuto, tremante di paura, malferma come se il suolo
oscillasse sotto le sue ginocchia. Ed era ancora in ginocchio, quando fu
sorpresa dalla principessa che la chiamava al capezzale del padre.
"Figlia mia! Figlia mia!... Che cuore di figlia!... S, prega la Madonna Santa
che torni la pace: Ella sola oramai pu fare questo miracolo... Tuo padre non
vuole pi vederlo, non lo vuole pi in casa; ed egli non cede!... Tu no! Tu
no!..."
E tra i baci e le lacrime, le parl di qualcuno, di .I lui./I , dandole la
notizia che era partito:
"Era il meglio che potesse fare. Tu forse lo guardavi con simpatia: non te ne
incolpo: siamo tutte state ragazze e so come vanno queste cose. Ma non avresti
potuto esser felice con lui, e tuo padre, il cui unico scopo  la tua felicit,
non voleva... Non ti avrei parlato di tutto ci senza i dolori che soffriamo, e
se non sapessi che tu sei tanto buona, tanto giudiziosa da comprendere che tuo
padre non pu voler altro che il tuo bene.  vero, figlia mia?..."
La prima volta, dopo quella scena, che il principe ud nominare il figliuolo,
grid:
"Non parlate pi di cotesto iettatore! Non lo nominate pi! O mando via
tutti..."
La rottura fu definitiva. Il duca, messo a giorno dell'accaduto, venne a
prendersi Consalvo e lo condusse per alcune settimane in campagna. Di ritorno,
fu deciso che il principino sarebbe andato ad abitare la casa che il padre
possedeva alla Marina. Il giovane non chiedeva di meglio. Arred il quartiere a
modo suo, e pass a starci contento come una pasqua. Faceva adesso da padrone,
non andava pi alla messa, riceveva chi voleva, invitava a casa sua i pezzi
grossi del circolo, ai quali mostrava due stanzoni tutti pieni di carta
stampata. I vantaggi erano infiniti. Al palazzo, non aveva ancora potuto
significar bene i suoi sentimenti liberali, mettendo fuori lumi e bandiere per
le feste patriottiche; qui il 14 marzo e il giorno dello Statuto inalberava un
bandierone grande quanto una tenda, e disponeva ai balconi una fila di
lampioncini che splendevano malinconicamente nelle tenebre del quartiere
deserto. Poi, restava nel suo studio quanto voleva, e prendeva i suoi pasti
nelle ore pi stravaganti. Studiava l'.I Enciclopedia./I .I popolare./I , ne
mandava a memoria gli articoli riguardanti le quistioni del giorno, e poi
sbalordiva l'assemblea con la propria erudizione, dicendo: "Su questa materia
hanno scritto Tizio, Caio, Sempronio, Martino, etc., etc." Come un tempo aveva
gettato sulla folla il suo tiro a quattro, cos la schiacciava con tutto il
peso della sua dottrina, e la gente che si tirava da canto, un tempo, per non
restar sotto i suoi cavalli, esclamando tuttavia: "Che bell'equipaggio!" adesso
lo stava a udire, intronata della sua loquela, dicendo: "Quante cose sa!" La
nativa spagnolesca albagia della razza ignorante e prepotente, e la necessit
d'adattarsi ai tempi democratici si contemperavano cos in lui, a sua insaputa.
Pur di arrivare all'intento, niente lo arrestava, le imprese pi ardue non lo
sgomentavano; leggeva i libri pi grevi come se fossero romanzi; come un
romanzo avrebbe letto un trattato di calcolo sublime. Cavava da quello studio
il mediocre profitto che era solo possibile: acquistava una infarinatura di
tutto, immagazzinava cognizioni disparate, idee contraddittorie, una scienza
farraginosa e indigesta. Ma, in mezzo alla massa ignorante della nobilt
paesana, si guadagnava la riputazione di "istruito", e quando la gente minuta
udiva nominare il principino di Mirabella, tutti dicevano: "Quello che ora fa
il letterato?"
Una bella mattina, tra le stampe che la posta gli portava a cataste, ricevette
da Palermo il primo fascicolo dell'.I Araldo sicolo./I , .I opera
istorico-nobiliare del cavaliere don Eugenio Uzeda di Francalanza e
Mirabella./I . Come lui, tutti i parenti, i sottoscrittori, i circoli ne ebbero
un esemplare. L'opera storico-nobiliare cominciava con .I Brevi cenni
amplificati./I sulle dinastie che avevano regnato nell'isola: Real Casa
Normanna, Real Casa Sveva, Real Casa d'Angi e cos via discorrendo fino alla
Real Casa Sabauda: ch il cavaliere aveva riconosciuto la nuova monarchia per
vender copie del libro alle biblioteche dello Stato. I brevi appunti
amplificati fecero ridere Consalvo, la Real Casa Sabauda fece imbestialire
donna Ferdinanda, bench del resto la vecchia adesso fosse in un immutabile
stato di furore per via della lite ancora indecisa. Ma la sua collera contro la
famiglia del principe s'accrebbe naturalmente, poich la stampa di quelle
"porcherie" era stata possibile per l'anticipazione fatta dal principe a don
Eugenio!...
Dopo aver promesso duemila lire, il principe per non ne aveva date pi di
cinquecento, per le quali lo zio aveva dovuto rilasciargli una cambiale con la
data in bianco; ma, dopo la morte di don Blasco, i rapporti finanziari tra zio
e nipote avevano preso una piega pericolosa. Don Eugenio, dapprima con le
buone, poi con le minacce, scriveva al nipote chiedendo altri quattrini,
perch, in caso contrario, egli avrebbe fatto lega con Ferdinanda per impugnare
il testamento del fratello; il principe, da canto suo, con la cambiale in mano,
pretendeva tenere in riga lo zio. Avviata la stampa dell'opera, il cavaliere
piovve un giorno da Palermo: era pi sordido di prima, aveva l'aria pi
affamata che mai. Dopo una lunga serie di trattative, il principe sbors altre
duemila lire, mediante le quali don Eugenio rinunzi con apposito atto a tutto
quel che avrebbe potuto eventualmente toccargli nella spartizione dell'eredit
del monaco, e riconobbe il nipote proprietario di mille esemplari dell'opera.
Il principe aveva capito che l'impresa di quella pubblicazione non era poi
l'affare sballato che tutti credevano. I fascicoli successivi, dove s'iniziava
la storia delle singole famiglie, andavano a ruba. Don Eugenio, in verit, si
restringeva a trascrivere il Mugns e il Villabianca, infiorandoli di locuzioni
di sua particolare fattura; ma, da una parte, quei libri erano introvabili, o
costavano caro e si prestavano poco alla lettura, coi loro vecchi tipi, con la
loro carta secca, gialla e polverosa, mentre l'edizione di don Eugenio era
veramente bella, e i fascicoli degli stemmi colorati fiammeggiavano dal tanto
minio e dal tanto oro; da un altro canto, poi, il compilatore usava l'innocente
artifizio di sopprimere le indicazioni troppo precise, talch tre, quattro,
cinque famiglie che portavano per caso lo stesso nome senza nessuna relazione
di parentado potevano credere che la storia della sola autenticamente nobile
fosse anche la propria. A Palermo, a Messina, in tutta la Sicilia, egli trovava
cos una quantit di "gentilesche genti" e quindi di associati. Certuni
volevano dire che prendesse altri quattrini per aggiungere qua e l: "Una
branca di cotanto blasonata famiglia fiorisce tuttos nella vetusta citt di
Caropepe..." Donna Ferdinanda, pertanto, diventava paonazza dall'indignazione;
e anche Consalvo nutriva un profondo disprezzo per quel parente che non solo
prostituiva in tal modo se stesso, ma discreditava tutta la casata. Il
principino per, al contrario della zia, teneva per s i propri sentimenti, e
manifestava solo quelli che gli giovavano. Sentiva di dover fare in politica
come aveva visto fare a suo padre, in casa, quando si teneva bene con tutti e
assecondava le pazzie di tutti quanti, salvo a dare un calcio a chi non poteva
pi nuocergli. Adesso adoperava anch'egli quel metodo, piaggiando tutti i
partiti. Quello dello zio duca aveva sempre il mestolo in mano. Veramente nei
quattro anni passati dallo scioglimento della questione romana, il favor
popolare aveva a poco a poco ricominciato ad abbandonare il deputato, poich
questi, dimentico del pericolo corso, persuaso d'aver consolidato stabilmente
la propria posizione, non temendo pi sommosse e rivolgimenti, aveva ripreso a
mostrarsi partigiano, a badare agli affari propri e degli amici piuttosto che a
quelli del paese, a trattare il collegio come un feudo; ma, se la gente
spicciola incominciava a mormorare, i pezzi grossi, invece, i capi della
camarilla si lasciavano ammazzare per l'onorevole, non giuravano per altro che
per lui, per i suoi sani princpi di moderazione: nel novembre di quell'anno
Settantaquattro, egli fu rieletto, senza dimostrazioni, ma senza opposizioni:
alla unanimit. Cos Consalvo dinanzi allo zio ed ai suoi amici celebrava la
saldezza della loro fede, l'eccellenza del principio conservatore "da cui
dipende la salute dell'Italia"; ma, trovandosi dinanzi a qualcuno degli
avversari, affermava la necessit del progresso, la convenienza che anche la
sinistra facesse la prova del governo, perch "come dice il celebre Tal dei
Tali, i partiti debbono alternarsi al potere".
E se gli stavano di fronte due che la pensavano in modo contrario, taceva o
dava ragione ad entrambi e torto a nessuno. Tranne che nel grande principio
aristocratico, nel profondo sentimento di sprezzo verso la ciurmaglia, nella
ferma opinione d'esser fatto veramente d'un'altra pasta, nell'ardente bisogno
di comandare al gregge umano come avevano comandato i suoi maggiori, egli era
disposto a concedere tutto. Non aveva neppure scrupolo di sostenere a parole il
contrario di quel che pensava, se era necessario nascondere il proprio pensiero
ed esprimerne un altro. Le parole "repubblica" e "rivoluzione" gli facevano
passare brividi di paura per la schiena; ma, per secondare la corrente
democratica, per farsi perdonare la sua nascita, s'ingraziava il partito
estremo. Al Circolo Nazionale buona parte dei soci, pure accettando le
istituzioni, onoravano, sopra tutti gli uomini del Risorgimento, Mazzini e
Garibaldi; altre societ, specialmente le popolari, festeggiavano il 19 marzo,
giorno di San Giuseppe, in loro onore; egli ripet l'esposizione del bandierone
e dei lumi anche in quell'occasione, cerc apposta i pi noti repubblicani per
dir loro: "Io non capisco l'esclusivismo di certuni: senza Mazzini il fuoco
sacro si sarebbe spento; e senza Garibaldi, chi sa, Francesco II sarebbe ancora
a Napoli."
N credeva alla sincerit della fede altrui. Monarchia o repubblica, religione
o ateismo, tutto era per lui quistione di tornaconto materiale o morale,
immediato o avvenire. Al Noviziato aveva avuto l'esempio della sfrenata licenza
dei monaci che avevano fatto voto dinanzi al loro Dio di rinunziare a tutto; in
casa, nel mondo, aveva visto che ciascuno tirava a fare il proprio comodo sopra
ogni cosa. Non c'era dunque nient'altro fuorch l'interesse individuale; per
soddisfare il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto. Del
resto, il sentimento ereditario della propria superiorit non gli permetteva di
riconoscere il male di questo scettico egoismo: gli Uzeda potevano fare ci che
loro piaceva. Il conte Raimondo aveva distrutto due famiglie; il duca d'Oragua
s'era arricchito a spese del pubblico, il principe Giacomo spogliando i propri
parenti; le donne avevano fatto stravaganze che confinavano con la pazzia: se
egli dunque s'accorgeva talvolta d'essere in fallo, secondo la morale dei pi,
pensava che in fin dei conti faceva meno male di tutti costoro.

4.

Il principe Giacomo tard molto a riaversi interamente dal colpo che l'ultima
spiegazione col figlio gli aveva procurato. Con la minaccia d'una congestione
cerebrale, si condann da se stesso, pel terrore di morire di subito, a una
dieta magra che gli impover il sangue. Debole, irritabile, divenne pi di
prima il terrore della casa e, attribuendo pi che mai il proprio male al
pestifero influsso del figliuolo, non soffriva pi d'udirlo nominare. Nei primi
tempi, se Baldassarre o qualcuno dei lavapiatti o della servit alludeva al
principino, egli esclamava, afferrando l'ignobile amuleto, tenendolo stretto
come in procinto di naufragare: "Salute a noi!... Salute a noi!..." e
ingiungeva alle persone di tacere, di smettere immediatamente, rosso in viso
come se davvero fosse per morir soffocato. La gente si faceva il segno della
croce udendo parlare di quella paura inumana, di quell'avversione contro
natura: Teresa ne soffriva pi di tutti. Poich suo fratello non poteva pi
venire al palazzo, ella stessa andava a trovarlo, in compagnia della
principessa, per la quale Consalvo era tornato d'un'indifferenza quasi serena
ed urbana, poco lontana dall'affabilit. La madrigna, di nascosto dal principe,
mandava al giovanotto buona parte della roba che i fattori portavano dalla
campagna e, quantunque ella stessa disponesse di pochi quattrini, pure metteva
a disposizione del figliastro la propria borsa. Consalvo, ringraziandola, non
accettava nulla: suo padre gli aveva fatto un assegno, e Baldassarre gli
portava ogni primo del mese i quattrini. Erano pochi, ma egli s'ingegnava di
farli bastare, soffocava i suoi bisogni costosi, mortificava i suoi desideri di
lusso, e non ne soffriva, o ne soffriva come d'una cura dolorosa, necessaria al
riacquisto della salute. Quanto al principe, era come se egli non avesse pi
quel figliuolo: costretto a parlare di lui, non lo chiamava pi "mio figlio",
n "Consalvo", n "principino", ma "Salut'a noi!..." Diceva, per esempio, a
Baldassarre: "Porta la mesata a Salut'a noi..." oppure domandava alla
principessa, in qualche raro momento di buon umore: "Che dice quella bestia di
Salut'a noi?..."
E Teresa non pensava pi a Giuliano, dimenticava il proprio dolore, atterrita
da quell'odio scellerato. Ella non leggeva pi, non sedeva pi al pianoforte,
col triste pensiero sempre nella mente. L'esilio del fratello era grave al suo
cuore; ma perch aveva egli suscitato l'ira del padre? Come aveva osato
incolparlo?... Se pure egli avesse avuto ragione? Se era vero?... Allora si
nascondeva il viso tra le mani, come nel pauroso momento della rivelazione, per
non pensare, per non rammentare. Non rammentava ella la madrigna far da padrona
in casa della sua povera mamma? Non rammentava il dolore provato all'annunzio
che suo padre sposava quell'altra qualche mese dopo la morte della sua santa
mamma?... Ma no! Ma no! Per discacciare i suoi ricordi, per vincere l'orribile
pensiero, si segnava, pregava, e usciva fortificata dall'orazione. Era colpa
dimorare in quei pensieri, continuar quell'indagine: ella unicamente doveva al
padre rispetto, obbedienza ed amore. E credendo suo debito compensarlo della
ribellione di Consalvo, lo ubbidiva ciecamente, lo serviva con umilt. Il
principe non le sapeva grado di quella sua inesauribile bont. Se talvolta,
essendo triste, provando il bisogno di sollevare un istante lo spirito
oppresso, ella si metteva al pianoforte, i suoni lo irritavano, le ingiungeva
che smettesse. Sempre pi interessato, litigava sulle spese per le sue vesti;
Teresa si contentava di tutto. Ma per solo capriccio di criticare, di
esercitare comunque la propria autorit, ed anche per una specie d'invidia che,
goffo com'era sempre stato, gli destava l'abilit con la quale ella faceva
figurare come un abito di lusso la pi modesta vesticciuola, la punzecchiava
assiduamente a proposito della sarta o del figurino di mode.
Un giorno per, contro il solito, s'occup dell'abbigliamento della figliuola
non per rimproverarne l'eleganza, ma per giudicarlo troppo modesto.
"Non hai un abito pi grazioso da mettere oggi?"
Era una domenica d'estate, e come di consueto la principessa e Teresa andavano
fuori in carrozza per prendere il gelato e fermarsi poi dinanzi al cancello del
giardino pubblico, a veder la folla pedestre che v'entrava borghesemente
durante il concerto. Ma, usciti appena dal portone, donna Graziella, che
s'abbottonava ancora i guanti, disse a Teresa:
"Andiamo a fare una visita alla zia Radal. Oggi  il suo onomastico."
Da un pezzo non la conducevano pi l; ma la principessa e la duchessa si
salutarono come se si fossero lasciate il giorno innanzi. C'erano i due
figliuoli, il duca e il barone, e altri parenti; furono serviti i rinfreschi,
la societ si sciolse molto tardi.
La duchessa restitu la visita coi figliuoli, e le relazioni furono riprese con
pi intrinsichezza di prima. Il duca Michele, mezzo calvo, grasso, asmatico,
trascurato nel vestire, stava male e mal volentieri in societ; Giovannino
invece vi figurava moltissimo. Salutando la cugina, mettendosi vicino a lei,
parlandole, egli faceva mostra di molta grazia, d'una viva premura; il
primogenito, pi grossolano, pi ignorante, apriva di rado la bocca, non
parlava se non di quaglie e di conigli, del Biviere e del Pantano, di cani e di
doppiette. Teresa, cortese ed amabile con tutt'e due, sentiva risorgere e a
poco a poco farsi pi forte l'ammirazione per la bellezza del cugino. Ella
aveva dimenticato Biancavilla, ma c'era un vuoto nel suo cuore: il pensiero di
Giovannino lo colmava. Dopo una lunga mortificazione, l'anima sua schiudevasi
ancora una volta all'amore; il canto le fioriva sulle labbra, il pianoforte
ridiventava il suo confidente, i libri di poesia i suoi ispiratori.
Tra le due famiglie l'intimit si venne stringendo sempre pi; c'era un
continuo scambio di regali, la voce del matrimonio di Teresa con uno dei cugini
tornava ad acquistar nuovo credito; ma n il principe n la principessa si
spiegavano con nessuno. Baldassarre per trionfava: il partito che egli aveva
destinato alla padroncina era quello che i padroni preferivano! E con un
piacere immenso, con una gioia indicibile, vedeva che tra la signorina e il
barone la simpatia cresceva ogni giorno. Il duca Michele regalava gran quantit
di cacciagione agli Uzeda, ma Giovannino, che si occupava con amore di
fioricoltura, mandava enormi mazzi, i quali finivano tutti nella cameretta di
Teresa, o piante rare e delicate che ella educava amorosamente. Amante della
buona tavola, il primogenito era sempre un po' intorpidito dal cibo e dalle
libazioni; se si facevano quattro salti, egli restava sopra una poltrona a
sonnecchiare; Giovannino ballava con Teresa. Una delle cose che pi facevano
piacere alla principessina era l'udir parlare del fratello in quella casa dove
non si poteva pi nominarlo: farne le lodi, vantarne l'intelligenza, la seriet
della conversazione, era il miglior mezzo per guadagnarsi il cuore della
sorella. E Giovannino, rammentando i tempi nel Noviziato e le monellate
commesse a San Nicola, profetava a Consalvo il pi lieto avvenire, andava
apposta a fargli visita per riferire a Teresa d'averlo trovato intento allo
studio.
"Sapete, cugina," le disse una sera, "Consalvo..."
"Sst...!" esclam piano Teresa, giungendo le mani. "Il babbo..." Infatti il
principe passava in quel momento vicino ad essi, dirigendosi verso la duchessa.
"Vogliono Consalvo," rispose Giovannino all'orecchio della cugina, "consigliere
comunale. Vedrete che risulter dei primi..."

Benedetto Giulente, come aveva promesso, fu il padrino del candidato. Egli non
sospettava di preparare il terreno ad un rivale. Gli pareva che un posto nella
rappresentanza civica bastasse all'attivit e all'ambizione del nipote; tutt'al
pi Consalvo avrebbe potuto prender parte, pi tardi, all'amministrazione
municipale, essere eletto assessore e, chi sa, un giorno, nominato anche
sindaco. Che aspirasse al Parlamento, n sospettava, n credeva possibile.
Prima di tutto, lo zio duca gli aveva garantito tante volte che, ritirandosi
dalla politica militante, avrebbe ceduto a lui, Benedetto, il proprio posto; e
questo ritiro, attesa l'et dell'onorevole, poteva tardare ancora di poco;
forse il seggio sarebbe rimasto libero alla prossima legislatura, quando
Consalvo non avrebbe neppure compiuti gli anni di legge. Del resto gli
mancavano tante altre cose, l'esperienza della vita pubblica, principalmente, e
segnatamente il patriottismo. Agli occhi di Benedetto, che si struggeva da
tanti anni dal desiderio d'essere mandato alla Camera, aver preso parte alle
battaglie dell'indipendenza e dell'unit, aver pagato un tributo di sangue, era
il massimo titolo per aspirare alle pubbliche cariche. Ora Consalvo non solo
era bambino quand'egli si batteva sul Volturno, ma fino a due anni addietro non
aveva nascosto a nessuno l'affezione e il rimpianto per l'antico regime.
Giulente credeva che la conversione del nipote fosse in gran parte merito
proprio, e ne andava naturalmente altero, e si credeva destinato a guidare
ancora per lungo tempo l'erede degli Uzeda nella vita pubblica; L'atteggiamento
ossequiente del giovanotto lo confermava in questa fiducia.
Ad aprirgli gli occhi non valse l'esito delle elezioni amministrative. Egli
stesso era tra i candidati, avendo finito il suo quinquennio, e Consalvo si
presentava la prima volta; Consalvo fu eletto il secondo, subito dopo lo zio
duca, sempre primo; Giulente ebbe il decimo posto... Alla prima riunione del
Consiglio riconvocato, il principino venne severamente vestito d'una redingote
tagliata all'inglese, con cravatta scura e cappello alto: mentre gi tutti
erano ai loro posti, egli s'aggirava per l'angusta sala delle riunioni,
salutando i conoscenti, chiacchierando col sindaco, interrogando il segretario
e volgendosi di tanto in tanto alla mezza dozzina di curiosi che stavano vicino
all'uscio. Sedutosi finalmente in un angolo, per evitar vicinanze, cominci a
sfogliare, con mani inguantate, il volume del bilancio e a prendere appunti,
facendo correre l'usciere per spedir biglietti a destra e a manca, come aveva
visto che usava a Montecitorio. Appena si present l'occasione di parlare,
l'acchiapp a volo. Trattavasi dell'inaffiamento stradale che facevano con un
metodo troppo primitivo: egli chiese di parlare e spieg quello che aveva visto
all'estero. Raccomand il sistema di Londra e sugger al sindaco l'idea di
scrivere al Lord Mayor "che  il primo magistrato civico della capitale
inglese". Mentre c'era, aggiunse che il Municipio avrebbe dovuto pensare anche
ad ordinare un corpo di pompieri. "Nei miei viaggi, non vidi mai citt, per
piccola che fosse, la quale non avesse simile istituzione, la cui necessit non
ho bisogno di far notare agli onorevoli del Consiglio." Nondimeno, per
dimostrare la convenienza di quel servizio, enumer quante case s'incendiavano
a Costantinopoli, in media, ogni anno. " vero che non siamo in Turchia..." e
fece una breve pausa per dar tempo ai colleghi di ridere della facezia, "ma
pensate un poco, onorevoli del Consiglio, ai grandi magazzini di zolfo che si
trovano ad ogni pi sospinto dentro le mura della nostra citt." Allora spieg
che lo zolfo " una sostanza eminentemente combustibile, come quella che entra
nella composizione della stessa polvere pirica; e se le sue lente combinazioni
con l'ossigeno, preparate nelle officine, sono di tanta applicazione
nell'industria e nel commercio col nome di acido solforico, una combinazione
troppo rapida manderebbe in fiamme la nostra citt..."
Il discorso ebbe un bel successo: pochi osservarono che quel giovanotto di
primo pelo aveva l'aria di far la lezione; quasi tutti ammirarono la facilit
della sua parola e giudicarono che il principino di Mirabella era davvero un
giovane "istruito". Egli continu a parlare ogni giorno; per la discussione del
bilancio pronunzi una trentina di concioni una pi sbalorditiva dell'altra,
sulla quistione della dote al Comunale tir in ballo Sofocle ed Euripide, gli
odei della Grecia e i circhi romani; parlando dell'ospedale fece un piccolo
corso di clinica distinguendo tutte le malattie per le quali bisognava poter
disporre di altrettante sale; a proposito della pescheria cit Darwin e l'.I
Origine della specie./I , "giacch il pesceluna che s'imbandisce nelle nostre
mense e le sardine che alimentano il popolo discendono dagli stessi protozoi".
Sul capitolo del camposanto arrischi questa idea: "Io veramente non sarei
alieno dal concetto storicamente pi estetico e scientificamente pi razionale
della cremazione..." ma le unanimi, vivaci proteste di una dozzina di
consiglieri clericali lo fecero accorto che sbagliava strada.
L dentro, e nel paese, i clericali erano una forza con la quale bisognava
patteggiare. Gi essi avevano notato che il principino, imbandierando e
illuminando la sua casa per tutte le feste costituzionali e democratiche,
pareva non accorgersi delle solennit religiose, della festa di Sant'Agata
specialmente. La celebravano, come sempre, due volte all'anno: in febbraio e in
agosto; ma la nuova Giunta libera-pensatrice, giudicato che una sola gazzarra
bastasse, aveva soppresso dal bilancio l'assegno per la festa estiva. Questo fu
il segnale di una specie di guerra civile. Dal pulpito, nei confessionali,
nelle sacrestie i preti incitavano i fedeli alla riscossa; i liberali si
ostinavano nel loro proposito, gl'indifferenti erano costretti a prendere un
partito, e le cose minacciavano di guastarsi. Il consiglio fu chiamato a
decidere. Una folla straordinaria assist alle tempestose sedute: sagrestani,
scaccini, appaltatori e mercantucci interessati alla festa pel guadagno che ne
speravano; giornalisti improvvisati badavano a stendere precise relazioni del
dibattimento per divulgarle. I campioni liberali facevano grandi sfoggi di
eloquenza, ma erano fischiati di santa ragione; i clericali, quasi tutti poveri
oratori, erano invece portati alle stelle. Il duca d'Oragua non parlava, come
non aveva mai parlato, ma si sapeva che avrebbe votato a favore; Giulente, in
cuor suo, era contrario, ma per far la corte allo zio avrebbe votato come lui.
Con chi si sarebbe messo il principino? C'era una grande curiosit di saperlo;
pertanto, il giorno che egli parl, una folla tripla del consueto si stipava
nella piccola sala e tendeva le orecchie dalle contigue. Egli cominci a
parlare in mezzo a un silenzio profondo. L'esordio accrebbe la curiosit,
consistendo al solito nella ripetizione laudativa di tutto ci che avevano
detto "gli egregi preopinanti". Poi: "Ma, signori del Consiglio, consentitemi
di lasciare per un momento la quistione che sta sul tappeto e di rivolgere a me
stesso una domanda, che parrebbe non avere, ma invece ha diretto rapporto con
quella (i cronisti notarono: .I segni d'attenzione./I ). La domanda  questa: i
rappresentanti del paese vengono a sedere nell'aula consiliare per sostenere le
idee che passano loro pel capo, e siano pure provvide e giuste, o non piuttosto
per eseguire il mandato che ripetono dal popolo sovrano?... Certamente per
tutelare gl'interessi, per soddisfare i bisogni del popolo che rappresentano.
Ora, di fronte alla quistione che ci occupa, il paese ha una volont? Se s,
qual  dessa?... Signori del Consiglio, sarebbe vano nasconderlo: il paese, o
per lo meno la pi gran parte di esso, vuole la festa!" Il silenzio religioso
mantenuto fino a quel punto fu rotto da un urlo d'approvazioni: .I uragano
d'applausi./I , notarono i cronisti clericali, mentre i consiglieri
liberi-pensatori scrollavano il capo, facevano atto di protesta, chiedevano di
parlare. Calmo in mezzo alla tempesta, data un'occhiata alle cartelle che
teneva dinanzi, egli riprese, dominando il tumulto con la voce squillante:
"Consideriamo per un momento accertato che la volont del paese  per la festa:
noi, suoi delegati, qual altro obbligo avremo se non quello di tradurla in
atto? E mi scusino i miei colleghi che siedono a quei posti (additando i
liberali pi avanzati). Io comprenderei che a questo concetto si ribellassero
tutti gli altri, non mai essi, i quali fanno consistere nell'imperativo
categorico uno dei punti pi salienti del loro programma!..." Nel silenzio che
torn a regnare tutt'intorno, egli cominci allora una lezione sul libero
arbitrio, citando il "celebre Aristotele", l'"illustre scuola scozzese", e
nominando un grande uomo tedesco, inglese o francese ogni mezzo minuto. Il peso
di quel discorso schiacciava l'uditorio; ma egli s'era gi guadagnato il cuore
della folla, e la sua erudizione non poteva se non farlo ammirare di pi.
Tuttavia, per non dispiacere ai rappresentanti delle idee radicali, quando fin
la sua lezione, riappicc: "N la persona rivestita d'una procura abdica ai
propri princpi per il fatto che esegue la volont del mandante. Ho sentito
lanciare in quest'aula l'accusa di clericalismo contro tutti coloro che
voteranno la festa; ma, signori del Consiglio, chi pu essere cos ardito da
leggere nelle coscienze? Vogliamo forse tornare ai tempi infausti del
Torquemada? Voi sapete che qui seggono uomini d'un patriottismo superiore ad
ogni discussione" - la piaggeria andava allo zio duca - "i quali, votando la
festa, non intendono per nulla cancellare tutto un passato che la storia ha
scritto a lettere d'oro nei suoi annali imperituri!... Anch'io voter la festa
(.I Formidabile scoppio d'applausi./I ), ma il mio voto non pregiudica i miei
princpi (.I Nuovi applausi./I ). Dei miei princpi sono responsabile dinanzi
alla mia coscienza, e con la mia coscienza io non transigo! (.I Benissimo!./I )
N io consiglierei mai agli egregi oppositori di transigere con la loro; ma, o
signori del Consiglio, in quest'aula vi possono essere clericali, cattolici,
atei, protestanti... ebrei, turchi, se volete (.I Ilarit./I ), e siete proprio
sicuri che io non segua la dottrina di Maometto? (.I Nuova ilarit./I ) Ho
letto il Corano, che  il Vangelo degli islamiti, e se davvero esiste il
paradiso delle Ur, forse pi d'uno fra voi si convertirebbe alla fede
ottomana! (.I Scoppio di risa generali./I ) Ma anche un turco, siatene sicuri,
se venisse in quest'aula mandato dal nostro popolo che vuole la festa, la
voterebbe!... Se io ordino al procuratore che amministra i miei feudi di
eseguire un certo lavoro, sarebbe per lo meno curioso che il mio procuratore si
rifiutasse, perch ostano i suoi princpi! (.I Ilarit./I , .I applausi./I ) Se
costui si rifiuta, sapete che cosa succede? Io lo mando via! E se noi
rifiuteremo la festa, che far il paese? Elegger altri consiglieri che
ristabiliranno l'assegno!"
Oramai ad ogni periodo gli applausi scrosciavano come gragnuola, e quando egli
cominci a dimostrare per quali interessi "legittimi, rispettabili, onesti"
tutte le classi della popolazione volevano la festa, l'ovazione si mut in
trionfo: i festaiuoli per poco non lo portarono a braccia per le vie; gli
stessi oppositori dovettero riconoscere la sua abilit. Per la festa i suoi
balconi furono illuminati a giorno; e poich la processione della Santa passava
sotto casa sua, egli fece dar fuoco a un considerevole numero di bombe e
mortaretti.
Il Consiglio, il giorno prima, lo aveva eletto assessore.

Giusto per l'occasione ci fu grande ricevimento, in casa del principe.
La duchessa coi figliuoli arriv tra i primi, e Giovannino, presa a parte
Teresa, le diede la notizia della nomina del fratello. Ella non pot gustarla,
perch il principe era di umor nero da far spavento. Nella mattina, il
tribunale aveva pubblicato la sentenza relativa al testamento di don Blasco; la
quale, sulla fede del risultato della perizia, dichiarava false le ultime
volont del Cassinese, buon'anima sua. Quel disastro, coincidente con
l'assunzione di Consalvo all'assessorato, era parso al principe una nuova prova
del potere iettatorio di "Salut'a noi", e tutto il giorno egli aveva smaniato
come un pazzo. Ora, perch non si dicesse che era troppo dolente della cosa,
sforzavasi di mostrarsi indifferente, di discorrere del pi e del meno. Gira e
rigira, ogni discorso per finiva con una sfuriata contro i preti corrotti e i
giudici birbanti. "Li hanno pagati apposta, per far dire bianco al nero. Se
avessi voluto pagarli anch'io, a quest'ora la sentenza direbbe tutto il
rovescio..."
Teresa aiutava la madre a servire gl'invitati; il duca Radal non si faceva
pregare, sempre pronto a bere ed a mangiare; ma Giovannino aspettava che Teresa
avesse finito per servirla egli stesso. Ella assaggi appena il gelato che il
giovane le offr. Il malumore del padre non le dava cuore di divertirsi, di
goder della festa, della compagnia di Giovannino. Questi non la lasciava cogli
occhi, pareva cercar l'occasione di restarle vicino un momento.
"Che avete, cugina?... Non siete contenta?..." le disse, mentre la folla
degl'invitati affacciavasi per veder passare la processione.
"No, non ho nulla... Perch?"
"Avete una cert'aria... Non per colpa mia, spero?"
"Che dite mai!... Venite a veder la Santa."
Ella troncava cos ogni volta i colloqui che minacciavano di prendere una piega
pericolosa. Era dover suo fare cos; non gi che le parole tenere, gli sguardi
innamorati del cugino le dispiacessero. L'altro fratello, meno riguardoso,
senza dirle nulla di gentile, era capace di metterle le mani addosso, di
brancicarla, di abbracciarla, voltando poi la cosa in ischerzo, facendo ridere
tutti, togliendo a lei il modo di dolersene; ma i tentativi timidi e secreti di
Giovannino la turbavano, come qualcosa di proibito, un vero peccato.
Al balcone, dove c'era ressa di signore, ella pot appena sporgere il capo per
veder la processione: Giovannino le si pose accanto, fingendo anch'egli di
guardare.
Saliva dalla via un rumore come d'alveare, tanta era la folla, e il campanone
del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane
della badia, della Collegiata e dei Minoriti: "Viva Sant'Agata!..." Tutte le
signore s'inginocchiarono; Teresa, prostrata, col capo basso, gli occhi fissi
alla Santa, si fece il segno della croce. Cominciava lo sparo dei fuochi
d'artificio pagati dal principe; in mezzo al fumo che pareva quello d'una
battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e frequenti come le scariche di un
reggimento; le grida di .I viva./I si perdevano in mezzo al fragore degli
scoppi e solo vedevansi sul mar delle teste sventolare i fazzoletti come sciami
di colombe impazzate. Teresa piangeva a calde lacrime, dalla commozione,
pregando la Martire gloriosa di ricondurre la pace in famiglia, di comporre
tutti i dissensi, di far felici il padre, il fratello, la madrigna, le zie,
tutti, tutti... E a un tratto sent prendersi, premersi, stringersi forte la
destra: era Giovannino, inginocchiato al suo fianco. Ella non ebbe cuore di
svincolarsi da quella stretta: le pareva che la Santa benedicesse quell'unione,
che le promettesse tutto il suo aiuto. E il crepito delle bombe e dei
mortaretti, il clamore delle campane e delle grida umane divenivan pi
assordanti; e in mezzo a quel frastuono le parve d'udire parole soavi, la voce
sua che mormorava: "Teresa... Teresa, mi vuoi bene?"
I fuochi cessarono a un tratto, e l'urlo degli evviva sal al cielo. Allora,
dolcemente, lentamente, dopo aver risposto alla stretta di Giovannino, ella
liber la propria mano... E nel silenzio rifattosi a poco a poco, s'ud una
voce che gridava:
"Ma siete insorditi?"
Era il cavaliere don Eugenio, arrivato allora allora. Egli pareva pi morto di
fame di quando era partito. L'abito, tutto macchiato e rattoppato, gli piangeva
addosso; le scarpe non dovevano veder cerotto chi sa da quanto, la cravatta
pareva un pezzo di corda. Il viso del principe, alla vista dello zio, se era
gi scuro, si fece buio pesto. Dopo la sentenza contraria, ci mancava
quest'altro affamato! Ed appunto don Eugenio aveva fatto il viaggio da Palermo
per chiedere nuovi quattrini:
"Ho un'idea: siccome l'.I Araldo./I ..."
"Volete ancora soldi?..." gli grid sul muso il principe, mettendo da banda
l'.I Eccellenza./I . "State fresco! Non vi bastano tutti quelli che vi siete
presi? Invece di restituire, chiedete dell'altro?"
"Io non ho da restituire nulla; puoi pretendere solo le copie!"
"Sicuro che le voglio!"
"Dopo che ho rinunziato alla causa?"
"Grazie tanto della rinunzia! Dice che il testamento  falso: avete capito?
Andate a riscuotere la vostra parte, andate!..."
I danari arraffati con l'.I Araldo sicolo./I non avevan fatto pro al
cavaliere. Prima di tutto, la gente da lui mandata attorno ad incassare il
prezzo dei fascicoli si tratteneva, di riffe o di raffe, una buona met:
certuni poi se l'eran battuta col valsente. Provato a far da s, i guadagni se
n'eran andati a spese di viaggio. Il cartaio, l'incisore e il tipografo avevano
riscosso da parte loro solo qualche acconto; quindi s'erano accordati per
sequestrar le copie dell'opera e non liberarle se non dopo pagamento, talch
don Eugenio, se ne volle vendere, dov pagarle quanto costavano e contentarsi
di guadagnarci qualche lira. I premi versati dai "branchi" delle "blasonate
famiglie" gli eran serviti a fare qualche giorno di buona vita, e adesso egli
precipitava di nuovo nella miseria. Per sollevarsi, tentava un altro colpo: il
.I Nuovo Araldo./I , .I ossivero Supplimento./I .I all'opera
storico-nobiliare./I . Con meno pudore e pi fame di prima, egli voleva
metterci non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi nobili, quelli che
non si trovavano nel Mugns e nel Villabianca, la gente che si faceva dare del
cavaliere senza avere titoli autentici, che sfoggiava stemmi pi o meno
fantastici. Ma per far questo gli bisognavano altri quattrini... Visto di non
poter sperare nulla dal principe, and da Consalvo, che nella sua qualit di
assessore poteva dargli aiuto; ma il principino adesso aveva fatto un altro
passo avanti nelle idee politiche. Il 16 marzo di quell'anno 1876, dopo sedici
anni, il partito di destra era finalmente capitombolato con grande stupore del
moderatume paesano e gioia infinita dei progressisti. In quel frangente i
nemici del duca profetarono che il grande patriotta, seguendo la solita
tattica, si sarebbe voltato contro gli antichi amici, a favore dei nuovi
trionfatori; ma la profezia non s'avver. Il duca, che non andava pi da tanto
tempo alla capitale, e non sapeva perci le ragioni e l'importanza della
rivoluzione parlamentare, non credette alla riuscita e alla durata di essa, e
si mostr pi che mai saldo nelle proprie idee. Questa fu la sua salvezza;
perch i progressisti trionfanti non avevano ancora voce in capitolo, mentre
quasi tutta la classe dirigente del paese era contro la strombazzata novit.
Sciolta la Camera, un certo avvocato Molara ard presentarsi contro il duca,
facendo un programma quasi rivoluzionario in cui si parlava del "pi che
trilustre sgoverno", di diritti "conculcati", di rivendicazioni "imminenti",
non che di .I redde rationem./I . I fautori del duca si strinsero intorno a lui
sentendosi con lui minacciati. Per rispondere alla "sfida" del Molara, l'Oragua
mise fuori, dopo cinque legislature, una "Lettera ai miei elettori". Benedetto
Giulente, che aspettava ancora di poter fare un programma per proprio conto, la
scrisse. Essa enumerava i titoli della destra alla gratitudine dell'Italia, la
cui unificazione era tutta opera di quel partito: se errori erano stati
commessi, questi avevano la loro origine nelle circostanze e non nelle
intenzioni. Don Gaspare fu cos rieletto con duecento e pi voti; Molara pot
raggruzzarne appena un centinaio. Uno dei ministri della Riparazione, passando
da Catania, fu accolto a fischiate.
Ma intanto che il duca s'ubriacava del nuovo trionfo, Consalvo fiutava il
vento, si rendeva conto del mutamento operatosi in tutta Italia, dell'imminenza
delle riforme liberali. Pertanto, senza prender parte all'agitazione
elettorale, dichiar che la destra era morta e sepolta. Tenendo la gente a
distanza, per non contagiarsi, cominci a dichiarare d'esser "democratico". E
lo zio don Eugenio veniva appunto in quel frangente a proporgli l'affare del .I
Nuovo Araldo./I !... Egli lasci che quello straccione facesse anticamera un
bel pezzo; poi, udita la sua domanda, alz le spalle.
"Ma che araldo e trombettiere! Queste cose hanno fatto il loro tempo! Il comune
non pu spendere i denari dei contribuenti per incoraggiare pubblicazioni
ispirate alla divisione delle classi sociali. Ce n' una sola: quella dei
liberi cittadini!"
E la risposta, udita dagli impiegati, ripetuta in tutti gli uffici, gli valse
il plauso dei buoni democratici. Il cavaliere and subito a riferirla al
principe, per farsi un merito mettendogli in peggior vista il figliuolo. Ma n
la denunzia n le insistenti preghiere gli valsero un soldo: Giacomo anzi
pretendeva i quattrini anticipati, e l'accusava di sciocchezza, per
soprammercato, a causa del sequestro che s'era lasciato porre dallo stampatore.
Il cavaliere tent un nuovo passo presso la sorella Ferdinanda. Presentatosi in
casa sua, gli chiusero l'uscio sul muso. Nondimeno egli fece parlare alla
zitellona per ottenere un piccolo prestito che a lei non sarebbe costato nulla
ed a lui avrebbe assicurato un pane: la vecchia rispose che neppure a vederlo
crepar di fame gli avrebbe dato un soldo per stampare quelle "schifezze".
Chiusa quest'altra via, don Eugenio and dalla nipote Chiara. Trov il marchese
solo: sua moglie, la quale da un certo tempo non gli dava pi requie, aveva un
bel giorno fatto attaccare di nascosto e se n'era andata al Belvedere col
bastardello per non tornarci pi. Il cavaliere tentava di esporre i suoi guai
al nipote; ma questi non finiva pi di narrare i propri, tutto ci che quella
matta gli aveva fatto soffrire; talch il povero Gentiluomo di Camera se ne
and via ancora una volta a mani vuote.
Allora, non sapendo pi a qual santo votarsi, si rivolse a Giovannino Radal.
Col fiuto d'un bracco affamato, s'era accorto dell'amoretto fra i due cugini,
specialmente dai discorsi di Baldassarre. Il maestro di casa era pi che mai
contento e soddisfatto della piega che prendevano le cose. L'intimit cresciuta
tra le due famiglie era indizio che il principe approvava il matrimonio -
giacch Sua Eccellenza non faceva nulla senza un secondo fine - e il bene che i
due giovani si volevano assicurava la loro unione. Se ancora non se ne parlava,
la ragione andava cercata nei dispiaceri che il principe aveva patiti per via
del testamento: siccome il padrone trattava gli affari ad uno per volta,
bisognava naturalmente aspettare che la lite finisse del tutto perch egli si
decidesse a maritar la figliuola. Sciogliendo il riserbo che manteneva
scrupolosamente su tutte le faccende dei padroni, Baldassarre dava quindi agli
intimi l'assicurazione che, composta la lite, il matrimonio si sarebbe
certamente combinato.
Il cavaliere pertanto cominci a strizzar l'occhio a Giovannino, a parlar bene
di lui dinanzi a Teresa, la quale si faceva di mille colori. "Quasi non si
sapesse che sar tuo marito!..." sussurrava alla nipote; e al giovane: "Quasi
non si sapesse che sar tua moglie!..." Egli li incoraggiava, dava all'uno
notizie dell'altra, riferiva saluti e ambasciate, finch chiese a Giovannino un
piccolo prestito di mille lire. Il giovane le diede subito, e allora don
Eugenio prese il volo.

5.

"Un sindaco a ventisei anni?... Dove s' visto?... Bisogner dargli nello
stesso tempo un aio!... Avremo l'amministrazione delle balie!..." Ma le satire
non attecchivano, tanto entusiasmo animava i partigiani di Consalvo Uzeda. In
un anno che il principino era stato assessore, non s'eran forse visti in citt
continui miglioramenti, quanti non avevan saputo compierne in diciotto anni i
suoi predecessori? I sergenti di citt che prima andavano attorno bracaloni,
unti e lerci, trascinando le sciabole arrugginite come vecchi spiedi, adesso,
per opera sua, sfoggiavano divise nuove fiammanti, tutte mostreggiature,
alamari e nappine da farli parere altrettanti ammiragli. E il corpo dei
pompieri, con gli elmi lucenti e i pennacchi rossi come quelli dei soldati
romani del Santo Sepolcro, non era tutta opera sua?... "Largo ai giovani! Largo
ai giovani istruiti come il principino di Mirabella!"
Egli adesso non studiava pi, giudicando sufficiente la sua preparazione,
accorgendosi del resto che nella scienza principale, quella di gettar polvere
agli occhi, era gi maestro. Sapeva che la grande popolarit della sua casata
dipendeva dal fasto esteriore, dalle livree fiammanti, dalle carrozze
rilucenti, dal guardaportone maestoso; e quantunque dicessero che i tempi erano
mutati, tutte queste cose, i segni visibili della ricchezza e della potenza,
non avevano potuto, non potevano perdere mai, per mutar di tempi, il loro
valore. I provvedimenti di quella che egli gi chiamava, essendo soltanto
assessore, "la mia amministrazione" s'erano dunque aggirati su tutto ci che
dava all'occhio, che poteva essere subito apprezzato dalla folla. Quindi egli
aveva messo il pi grande impegno nel reggimentare, nel vestire di divisa i
corpi municipali dei quali era capo e che passava poi in rivista, come un
generale: i custodi, gli spazzini e gli accalappiacani. Uscito dalla casa
paterna, una delle sue piccole sofferenze, sopportata del resto pazientemente,
come tutte le altre, era stata quella di non aver pi un drappello di
camerieri, di sguatteri, di cocchieri e di famigli che s'inchinassero al suo
passaggio; adesso teneva sotto i suoi ordini un piccolo esercito.
Il suo tormento era tuttavia il contatto con la gente e le cose. Riceveva
tenendo ficcate le mani in tasca per non aver da stringere le altrui, o le
stringeva coi guanti che poi gettava via; firmava i fogli tenendo la penna con
due dita intanto che un impiegato li tratteneva perch non gli scorressero
sotto, e quando lasciava il Palazzo di citt faceva chiudere il suo seggiolone
in un ripostiglio perch nessuno avesse da sederci sopra. Un giorno che non fu
trovata la chiave, rest sei ore in piedi. E il suo terrore erano certi
impiegati poco puliti, coi capelli lunghi, le unghie nere. Sbuffava, esclamava:
"Non vi buttate addosso alla gente", mentre gli parlavano di cose di servizio,
o gli riferivano lo stato degli affari in corso; e, invece di rispondere alle
loro domande, usciva inaspettatamente in un: "Ma tagliatevi quella zazzera!"
oppure: "Pulitevi un po' le unghie!..."
"Come se tutti potessero passar la giornata allo specchio, al par di lui!"
mormoravano i rimproverati, dandogli dell'aristocratico, del superbo e
dell'infinto, poich, a sentirlo, tutti gli uomini erano fratelli, fatti per
sedersi sopra una stessa panca... Ma le mormorazioni si perdevano nel coro
delle lodi degli altri impiegati che egli aveva creati e ai quali aveva fatto
aumentare lo stipendio, o concedere gratificazioni, o accordar licenze, o
condonar colpe: tutti quelli che gli stavan dinanzi con maggior umilt e gli
davano del .I Vostra Eccellenza./I , come servi. Cos, il partito che lo voleva
innalzare al supremo magistrato, se era forte in citt, al Municipio era
fortissimo. Tuttavia, egli si schermiva, adducendo l'et immatura, la mancanza
di pratica; e a Giulente, il quale faceva il suo giuoco con sempre maggiore
ingenuit, aveva confidato che temeva di fare un capitombolo e di chiudersi
l'avvenire. "Non cadrai," assicurava Benedetto, con aria di protezione; "ci
siamo noialtri che ti sosterremo, tutto il partito dello zio duca." Ma egli non
s'arrendeva, si faceva pregare dal prefetto, ringraziava "dal profondo del
cuore" le commissioni che andavano ad invitarlo, ma dichiarava che il peso era
troppo forte per le sue spalle. Continuava a nicchiare, sapendo che c'era una
corrente contraria, gl'immancabili brontoloni, i malcontenti invidiosi, tutti
quelli che volevano romperla coi soliti signori, con gli eterni Uzeda. E come
gl'impiegati municipali gli ripetevano ogni giorno:
"Il sindaco ha da esser Vostra Eccellenza: il paese lo vuole..."
"Che ne so io?" rispose una volta. "il paese non m'ha detto niente!"
Allora fu messa insieme una dimostrazione, con musica e bandiere, per andarlo
ad acclamare capo della citt. Egli si lasci strappare una mezza promessa, "se
il prefetto proporr la mia nomina..." La dimostrazione and a gridare: "Viva
il sindaco Mirabella!" sotto i balconi della prefettura. E quando il decreto di
nomina fu pronto, egli pose un altro patto: che a comporre la Giunta entrassero
tutte le frazioni del Consiglio, dai clericali borboneggianti ai repubblicani.
Lo lasciarono libero di dettar egli stesso la lista degli assessori: in capo ci
mise Benedetto Giulente. Questi ebbe un bel protestare; Consalvo gli disse:
"Se non accettate, tutto va a monte. Io sar il sindaco di nome, di fatto
faremo ogni cosa insieme. Capisco che vi chiedo un sacrifizio, ma voi ne avete
fatti ben altri!"
Figurarsi Lucrezia! Ella non si pot veramente dar pace.
"Da sindaco, assessore! Fa il progresso del gambero! Qualche giorno di questi
lo nomineranno bidello! Il mestiere pel quale  nato! E s' fatto infinocchiare
da quel gesuitello! per servirgli da comodino! per fargli da servitore! che non
 buono ad altro!"
Ella se n'andava a sfogare dalla zia Ferdinanda e tutt'e due erano
nervosissime, intrattabili, perch giusto s'aspettava di momento in momento la
sentenza della Corte d'appello sull'affare del testamento. Il giorno che essa
fu pubblicata e diede ragione al principe, annullando la prima perizia e
ordinandone una nuova, zia e nipote, verdi dalla bile, fecero cose dell'altro
mondo; il povero Giulente, avvilito dalle tante grida, dai tanti rimproveri,
scapp di casa come disperato. Il principe invece, che negli ultimi tempi era
tornato a star male, guar come per incanto, e manifest il proprio contento
parlando quasi urbanamente con le persone, chiedendo perfino notizie di
"Salut'a noi". Qualche settimana dopo, nonostante il caldo della stagione, la
principessa and attorno con la figliuola, facendo grandi acquisti di
biancheria; poi chiam operaie che si misero a cucire e a ricamare servizi
d'ogni sorta. "Lavoriamo per la principessina!" dicevano esse con tono
d'affermazione che voleva tuttavia provocare una conferma; ma la principessa
non diceva niente; abbracciava invece pi spesso del solito la figliuola, la
guardava con una cert'aria come per dire: "Aspetta e vedrai!..." Teresa non le
domandava nulla, ma comprendeva che il giorno della sua felicit era vicino.
Baldassarre gongolava, annunziava il matrimonio senza tante reticenze: la cosa
era certa oramai: il principe non andava tutti i giorni in casa della duchessa,
per regolare gl'interessi? Poteva esser quistione di settimane, e tutto il
parentado avrebbe ricevuto comunicazione del lieto avvenimento.
Infatti, un giorno, a proposito di certe coperte da letto tra le quali non
riusciva a scegliere, Teresa disse alla madrigna:
"Faccia Vostra Eccellenza. Per me sono tutte belle..."
"Debbo forse usarle io? Non capisci che si tratta di te?" rispose la
principessa.
Una viva fiamma sal alla fronte di Teresa. Ella trattenne il respiro ed
abbass le ciglia.
"Vieni qui!..." E, attiratala sul cuore, donna Graziella cominci: "Si tratta
di te, del tuo matrimonio...  venuto il momento di farti felice... Credevi che
tuo padre non pensasse a te? Tanti affari, tante cure!... Ma adesso faremo
tutto presto, vedrai!..." Stampatole un bacio in fronte mentre le reggeva il
capo con tutt'e due le mani, esclam: "Sei contenta di divenir duchessa?"
Un momento, Teresa cred d'aver capito male. Batt le palpebre guardando negli
occhi la madrigna, e ripet come un'eco:
"Duchessa?..."
"Duchessa Radal, sicuro, ed anche baronessa di Filici, perch il tuo
secondogenito porter questo titolo! Duchessa, e con molti ducati! Una delle
pi ricche! Tuo padre, perch Consalvo s' portato male con lui, ti tratter
bene... Ha gi stabilito tutto con la zia... E il mio non sar poi tuo? E che?
Fingi di non sapere?... Perch mi guardi cos?... Che hai?..."
"Mamma... mamma..."
Sempre pi pallida come la madrigna veniva dicendo quelle parole, e pi
smarrita e pi tremante, quasi vedesse una cosa di spavento, ella adesso
portava una mano alla tempia ed afferrava con l'altra la mano della
principessa.
"Mamma, no... io non credevo..."
"Che cosa?... Figlia mia! Confidati a me!... Non credevi?... Ma io invece ero
sicura... Veniva qui quasi ogni giorno!... Ebbene, lo sai adesso!... No?...
Dici di no?... E perch? Con qual motivo?... Tuo padre non bada a sacrifizi per
assicurarti questo partito!... Trentamila onze, capisci?... Ti d trentamila
onze, capisci?... Ti d trentamila onze!... E Michele ne possiede quattro volte
tante... E tu dici di no?...
"Oh, perch?..."
"Perch credevo... non credevo... che fosse lui..."
"Chi dunque?... Un altro?..." E la principessa parve cercare; a un tratto,
quasi rammentandosi: "Suo fratello, forse?" soggiunse.
Lasciatasi cadere sopra una seggiola, Teresa nascose il volto tra le mani e
scoppi in pianto. Fin dal primo momento ella aveva sentito, col cuore stretto,
che tutti i suoi rifiuti sarebbero stati invano; che se avevano deliberato di
darla al primogenito, ella doveva a qualunque costo accettarlo; e le melate
parole della madrigna che le diceva, giungendo le mani: "Se avessi saputo!...
Perch non hai parlato?... Adesso che tuo padre ha combinato ogni cosa!..." la
confermavano in quella sconsolata fiducia, facevano raddoppiare il suo
pianto... Parlare? A chi, ed a che scopo? Se in quella casa non c'era
confidenza, se tutti stavano in guerra, unicamente curanti del proprio
tornaconto? Se l'avevano prima abituata a cedere in tutto e poi cullata nella
fiducia che l'avrebbero fatta contenta? Poteva ella supporre che avrebbero
scelto da loro, senza consultarla, e che un giorno sarebbero venuti a dirle:
"Sai, bisogna che tu sposi chi non ti piace?..." E perch, poi? Perch volevano
darle quell'altro e non chi aveva il suo cuore?
"Pel tuo meglio!" esclamava la madrigna, "abbiamo deciso cos pel tuo meglio! 
il primogenito, sarai duchessa, i tuoi figli avranno due titoli da dividersi,
mentre con l'altro non ne rester loro nessuno... Ed  anche pi ricco; non
molto,  vero; ma c' tuttavia una differenza!... E la figlia del principe di
Francalanza non deve sposare un oscuro cadetto come una qualunque!..."
Che le importava di ci! Se ella aveva dato il suo cuore a Giovannino? Se non
aveva mai pensato che l'altro fratello, cos grossolano, cos brutto, potesse
essere suo marito?
"Ma tu non sai," riprendeva la principessa, "che neppure la zia duchessa
consentir al matrimonio di Giovannino, ancora quando noialtri acconsentissimo,
come io vorrei acconsentire, per farti contenta? Non sai che la zia vuol dar
moglie al solo primogenito? Questa  la legge delle nostre famiglie; ch anzi,
se i tempi non fossero mutati, Giovannino non avrebbe neppur pensato a
inquietare una ragazza come te, sapendo di non poterla sposare!"
"No, no!..." proruppe allora Teresa fra le lacrime; "non l'accusate; sono stata
anch'io... gli vo' bene anch'io..."
"Andiamo!..." fece la madrigna con un sorriso pieno d'indulgenza. "Fantasie di
ragazzi, cose che passano!... No?..." riprese con un altro tono, vedendo che il
muto pianto di Teresa ricominciava. "Ti ostini a dare un dispiacere a tuo
padre? Come se gliene mancassero?... E allora diglielo, che non lo vuoi!"
"Io, mamma?..."
"Vuoi dunque che tocchi a me dargli questa .I grata./I notizia?... E sia!
Anche a me dispiace il tuo rifiuto, sai... Ma, ma, ma... Non sono tua madre!...
 giusto che a te, come a tuo fratello, non importi il mio piacere o il mio
dispiacere..."
"Mamma!... Perch dice cos... Non sa che l'ho sempre rispettata ed amata come
la mamma mia?..."
"E sia!... E sia!..."
Ah, perch non aveva accanto la sua mamma vera, in quella triste ora che il
bisogno d'un affetto sincero, d'una protezione gelosa era pi necessario! La
mamma sua non l'avrebbe lasciata sola, piangente, come la lasciava la madrigna,
con queste sole parole per tutto conforto:
"E sia; dir tutto a tuo padre! In fin dei conti, ci avr da pensar lui!..."
La principessa non riparl pi a Teresa del matrimonio, come se mai gliene
avesse tenuto parola. Neppure il principe le disse nulla; ma dal contegno
mutato del padre, ella comprese che sapeva ogni cosa e che gliene voleva. Da un
giorno all'altro non le diresse pi la parole, non la chiam pi per nome,
parve non accorgersi della sua presenza; e, dissipatasi dal suo volto l'aria di
contento per le buone notizie della lite, egli si rannuvol peggio che mai,
riprese a montare in bestia per niente. La notizia cominci a trapelare fra i
parenti: i pi giudicavano sciocca Teresa, che preferiva il barone al duca;
alcuni la sostenevano, Consalvo tra questi. A lui non importava un fico secco
della sorella, ma per dar prova di dottrina e di democrazia: "Vedete la forza
del pregiudizio?" esclamava. "Vogliono dare mia sorella a un cugino", e gi una
lezione sui matrimoni tra consanguinei; "ma tra i due le dnno quello che non
vuole, non quello che le piace; e perch? Per una differenza di parole! Duca o
barone!... Pazienza ci fossero dietro a questi titoli la ducea o la baronia!"
L'avversione della zia Ferdinanda e di Lucrezia ebbe nuovo alimento; quella
sciocca preferiva il secondogenito al primo! Si opponeva alla volont del
padre! E il padre che non aveva saputo educarla a un'obbedienza pi cieca!...
Lo zio duca, coi piedi in due staffe, come sempre, pencolava un po' di qua, un
po' di l ma in cuor suo era favorevole al partito voluto dal principe, come
pi degno della casata. E, del resto, se anche la duchessa non voleva dar
moglie al cadetto?
La duchessa, infatti, s'era poste le mani in capo. Dopo aver sacrificato tutta
la sua vita per amore di quel primogenito, per assicurare una grande ricchezza
a lui ed alla sua discendenza, dopo aver tanto aspettato a dargli moglie perch
nessuna, a suo giudizio, lo meritava; ora che gli aveva trovato la cugina
Teresa, che era alla vigilia di coronar l'opera di trenta lunghi anni,
l'amoretto di Giovannino distruggeva a un tratto tutti i suoi piani. Ella non
aveva sospettato una cosa simile, tanto le pareva che Giovannino dovesse sentir
l'obbligo di restar scapolo affinch solo il primogenito continuasse la casa.
"Quando Michele prender moglie... Quando Michele avr figli..." Lo stesso
Giovannino non aveva parlato d'altro che del matrimonio di Michele, del duca. I
due fratelli si volevano bene, erano andati sempre d'accordo; se dunque
Giovannino pareva voler mettere bastoni tra le ruote, la colpa era di lei che
non lo aveva avvertito del matrimonio disegnato. La colpa era anche di Michele.
Indifferente a tutto, incapace di riscaldarsi per niente, solo amante della
bella caccia e della buona tavola, quando la madre aveva lasciato passar gli
anni senza dargli moglie, egli non aveva chiesto di prenderla; adesso che gli
proponeva la cugina Teresa, si disponeva a sposarla, senza volont, senza
desiderio, come avrebbe fatto un'altra cosa qualunque. Trattava la cugina con
la confidenza giustificata dalla parentela, scherzava con lei come scherzava
con tutti, un po' grossolanamente; era incapace di dirle una parola tenera: chi
poteva dunque sospettare che quello fosse un futuro promesso della ragazza? Non
lo sospettava neppure Baldassarre, il quale rimase, udendo che il fidanzato non
era pi il suo favorito, ma l'altro fratello. Come? Il principe voleva dare
quell'altro alla padroncina? Se la signorina non lo voleva! Se lui stesso,
Baldassarre, aveva annunziato a tutti che il promesso era il barone Giovannino?
"Andiamo! il principe non sa che la padroncina vuol bene al piccolo. Quando
vedr che dice davvero, si persuader..." Invece, poich Teresa aveva sempre
gli occhi rossi di pianto, per l'avversione che le dimostrava il padre, per la
freddezza che ostentava la stessa madrigna, per la nuova guerra scoppiata in
famiglia mentre ella voleva far opera di pace, un giorno la principessa le
disse:
"Si pu finalmente sapere che hai?"
"Nulla, mamma; non ho nulla."
"Allora, perch questo broncio continuo? Ti ostini sempre nella tua idea?...
Oh, adesso  tempo di parlar chiaro. Tuo padre ha dichiarato che sposerai
Michele, o nessuno. Non ho voluto dirtelo prima, credendo che egli si sarebbe
piegato, ma tu lo conosci meglio di me... E, del resto, proprio in questo
momento vuoi dargli un gran dispiacere? Non sai che  ammalato, molto pi
gravemente che non sembri?... E non solo tuo padre, ma anche la duchessa? Due
famiglie! Avete disturbato due famiglie!... Adesso che sai come stanno le cose,
continua pure, se ti piace... Certo, oggid la volont dei parenti non ha pei
figli forza di legge. Se lo vuoi a qualunque costo, puoi anche scappartene di
casa, come fanno le ragazze senza rispetto e senza pudore..." Svolgendo questi
argomenti, la voce di donna Graziella si addolciva, quasi ella non potesse
credere alle ipotesi che enunziava: "...e potrete anche maritarvi, ma ad altre
condizioni beninteso, e senza la benedizione dei vostri parenti... e se tu
credi che in tal modo potete esser felici, fa' pure!..."
Teresa non piangeva pi, adesso; aveva versato tante lacrime in segreto,
bagnando il suo guanciale, tutte le notti! Guardava dinanzi a s, fisso, senza
veder nulla, con un tremito nervoso della mascella, con una piega senza fine
amara del labbro... E la principessa, smessa la severit, incominciava a
persuaderla con le buone, amorosamente, dicendole che i migliori giudici di
quel che le conveniva erano i suoi parenti; che ella poteva ingannarsi, come
s'era ingannata, per esempio, sua zia Lucrezia. Aveva voluto a qualunque costo
sposare Giulente, e adesso come ne parlava? Certo i casi erano diversi, perch
tra Michele e Giovannino non passava tanta differenza da rendere l'uno degno di
lei e l'altro no; ma c'era una grave ragione che li consigliava a darle il
maggiore, una ragione che bisognava pur dire.
"Se Michele non  cos giovane come Giovannino, ha una salute di ferro; mentre
suo fratello  gracile, cagionevole... Senza contare un'altra cosa, pi grave
ancora: la soverchia irrequietezza dello spirito... Non sai che suo padre era
gi pazzo quand'egli nacque? Dio disperda la profezia, ma se un giorno anche a
lui voltasse il cervello?... Avresti fatto un bell'affare!... Vedi che tuo
padre adduce dunque ragioni e non capricci. Contrariarlo importa dargli un
dispiacere che gli pu riuscire fatale, tanto pi che la sua malattia non si sa
che cosa sia... Ho pianto tanto, giorni addietro, quando il dottore mi confid
che bisogna pensare alla sua salute!... Non te ne volevo dir nulla; ma 
necessario che tu sappia quale sarebbe la tua responsabilit nell'opporti ai
suoi desideri, che non mirano ad altro fuorch al tuo bene..."
E ricominci il giorno dopo, e poi l'altro appresso, e cos sempre, con le
buone, coi ragionamenti, ai quali Teresa non opponeva i ragionamenti contrari
che le si affollavano nella mente. Che esempio era quello della zia Lucrezia,
se costei aveva mutato sentimento, senza ragione, per stravaganza, come
dicevano tutti?... E se temevano per la salute morale di Giovannino, perch le
consigliavano di portargli un colpo cos forte, come quello di rifiutar di
sposarlo, dopo ch'egli le aveva detto di voler bene a lei sola?... No, ella non
diceva n questa, n quante altre cose pensava; perch, dovendo manifestare
tutto l'animo suo, avrebbe dovuto dire che suo padre voleva sacrificarla ad uno
sciocco pregiudizio, che la madrigna fingeva quell'affetto per indurla a fare
ci che voleva il marito; avrebbe dovuto dire che in nessun'altra famiglia la
malattia del padre  stata ragione di ordire l'infelicit delle figliuole; e
avrebbe dovuto dire ancora che la ribellione di Consalvo si dimostrava ora
giustificata, avrebbe dovuto ribellarsi ella stessa... Ma questo era peccato!
Il confessore glielo avvertiva, raccomandandole la prudenza, l'obbedienza,
l'abnegazione, tutte le virt cristiane, di cui in famiglia ella aveva luminosi
esempi: Suor Crocifissa, che da bambina stava a San Placido, che aveva
rinunziato con vocazione esemplare al tristo mondo per darsi allo Sposo
Celeste, e adesso, giusto premio delle sue virt cristiane, era Badessa del
monastero; Monsignor Lodovico che anche lui aveva disprezzato il posto
spettantegli al secolo per abbracciare lo stato monastico. E la Beata Ximena,
nei secoli andati. Proprio quell'anno ricorreva il terzo centenario della sua
esaltazione fra gli Eletti: voleva la discendente mostrarsi degenere, proprio
mentre Ella la guardava dal Paradiso con pi amore e fervore?... E le stesse
cose le ripeteva la zia Badessa, a San Placido, dove ora la principessa la
conduceva ogni domenica per ordine del marito.
La Badessa, col viso color della cera tra i veli bianchi, era rimbambita del
tutto, non sapeva far altro che ripetere alla nipotina, dietro le grate del
parlatorio, quel che le avevano indettato: "Bisogna fare la volont di tuo
padre e tua madre... Cos comanda Nostro Signore, cos comanda la Vergine
Immacolata, cos comanda il patriarca San Giuseppe..." La sua voce aveva il
tono che si prende nel recitare le litanie; e l, tra le mura del monastero,
Teresa rammentava la fanciullezza lontana, l'antica paura provata quando la
posavano sulla ruota per farla entrare nell'impenetrabile bada; ma rammentava
ancora le lodi delle monache, quand'ella aiutava a ornar di fiori gli altari,
ad accendere i ceri dinanzi al Crocifisso: "Monachella santa! Monachella
santa!..." E l'istinto del sacrifizio, i moti d'umilt, la sete di ricompense
che l'avevano occupata bambina si ridestavano in lei. Il confessore le metteva
un altro scrupolo nell'anima: quello di spingere al peccato un'altr'anima;
giacch - ella non lo sapeva, ma era cos - il minore dei Radal minacciava di
ribellarsi apertamente alla madre...
Era falso: Giovannino non pensava niente affatto a ribellarsi, perdeva soltanto
la sua gaiezza, all'annunzio del disegnato fidanzamento del fratello. E
Baldassarre, sempre pi incaponito a combinare il matrimonio del secondogenito,
non capiva pi niente di quanto avveniva. Don Giovannino aveva s o no fatto la
corte alla cugina? La signorina aveva s o no mostrato di gradirla? Il duca
Michele era s o no del tutto indifferente alla cugina come ad ogni altra, e
voleva s o no un gran bene al fratello? Allora tutto quel diavolo donde
veniva? Dal principe, cocciuto come tutti gli Uzeda... - ma Baldassarre, a un
certo punto, si turava la bocca per non ripetere i giudizi della gente su
quella casata - e dalla duchessa, che non per nulla era un poco Uzeda anche
lei!...
Il centenario della Beata Ximena fu celebrato con pompa straordinaria. Per il
triduo la chiesa dei Cappuccini, tutta rosse drapperie e frange dorate e
tappeti fioriti, fu illuminata a giorno; le campane sonavano a festa, le messe
che si seguivano a tutti gli altari chiamavano una folla sterminata di fedeli
d'ogni stato. I discendenti della Santa vi convennero anch'essi, ma in ore
diverse, per evitarsi, dal tanto amore. La principessa e Teresa, il primo
giorno, restarono un momento per impetrar dalla gloriosa parente la guarigione
del principe Giacomo, da due settimane inchiodato a letto da misteriose
sofferenze. Ma la solennit pi grande era serbata per il terzo giorno, quando,
dopo il Pontificale, il popolo sarebbe stato ammesso a contemplare la salma.
Gi, per cura del Padre Guardiano, coadiuvato dal Padre Camillo e da Monsignor
Vicario, era venuto in luce un opuscolo intitolato: .I Nel terzo centenario
della canonizzazione della Beata Uzeda./I , e stampato con molto sfoggio di
margini e di colori. Tutti i parenti ne avevano ricevuto un esemplare, e
Teresa, che s'era confessata e aspettava di comunicarsi il giorno della gran
festa, meditava il suo. La leggenda della Santa, che ella aveva udito ripetere,
a brani, in diverso modo, era in quel libriccino narrata per filo e per segno.
"Ximena, della illustre prosapia degli Uzeda," cos cominciava il primo
capitolo, "fu figlia al Vicer Consalvo ed alla nobile Caterina dei baroni di
Marzanese. Fin dai suoi teneri anni diede esempio di edificazione alla
famiglia, facendo sua delizia delle sacre immagini e degli uffici divini.
Quantunque per naturale elezione Essa volesse dedicar la sua vita allo Sposo
Celeste, pure le ragioni della politica persuasero il padre suo a farla sposa
del conte di Motta Reale, potente signore spagnuolo, ma uomo d'efferato animo e
senza timor di Dio." Seguiva la narrazione dei rifiuti opposti da Ximena, dei
lunghi pianti, del contrasto tra l'amor filiale ed il celeste; ma un giorno,
essendo la fanciulla in et di quindici anni, avverossi singolare prodigio: un
angelo apparve a Ximena, il quale le disse: "il Signore t'ha eletta per
redimere un'anima: obbedisci." Allora la fanciulla aveva accettato il partito.
Il secondo capitolo descriveva il castello del conte, posto sopra un luogo
eminente, "a cavaliere di pi strade battute dai mercatanti", e narrava le
scelleratezze del suo signore. "Aggrediva i viandanti, li lasciava nudi, legati
ad un albero in mezzo alla strada; oppure li menava prigioni o li spegneva tra
spasimi crudeli. La sua vita era un'orgia; egli faceva oltraggio alle donne,
gozzovigliava da mane a sera, bestemmiava Dio e i Santi, e si prendeva beffe
dei Ministri del Cielo." E i tormenti inflitti alla sposa erano materia del
terzo capitolo. "Schernita tuttod per le sue pratiche devote, costretta a
udire gl'impuri parlari di quel malvagio e dei suoi accoliti, a vedere le loro
scelleraggini, ad assistere alle loro turpitudini, Ximena facevasi usbergo
sempre pi saldo della sua fede, pregando ai traviati il perdono
dell'Onnipotente: ma la nequizia di quel tristo suo sposo, irritata da tanta
esemplare santit, offesa dalla protezione che la consorte prestava ai
poveretti caduti nelle unghie di lui, mise Ximena a tal prova, che la stessa
penna arrossisce in narrandola. Una sera, ebro per la gran quantit di vino
tracannato, lasci che i suoi amici penetrassero nella camera nuziale, dove
Ximena riposava dopo una giornata tutta spesa nel pregare e nel fare il bene.
Desta d'un tratto la meschina e atterrita dagli sguardi disonesti di quegli
ubriachi, salta gi dal talamo, cadendo ai piedi d'una Sacra Imagine della SS.
Vergine dell'Aiuto che teneva sempre con gran devozione al capezzale; ed ecco
nuovo prodigio operarsi: s'arrestano gl'imbestialiti, quasi magico cerchio
impedisca loro appressarsi alla donna: e, tornati a un tratto alla ragione,
allontanansi facendo il segno della croce dinanzi alla Immagine."
Partito un bel giorno il conte pei suoi possedimenti di Spagna, e restata sola
in Sicilia la sposa, tutto s'era a un tratto mutato nel castello di Motta
Reale. "Dove prima echeggiavano osceni canti, e ferri incrociati, e colpi di
fuoco, e grida selvagge e lugubri lamenti, solo le laudi dell'Altissimo
salirono al cielo. Quel luogo, gi terrore dei viandanti, divenne ritrovo di
derelitti e di infermi, attirati dalla gran fama di carit della contessa.
Alloggiava dessa i pellegrini, adottava gli orfanelli, soccorreva i bisognosi,
curava gli ammalati, e le sue mani stesse medicavano le piaghe e le ferite e
prodigiosamente le risanavano. In quei luoghi dove tanti miseri erano caduti
vittime del conte, altari e croci s'alzarono, ad espiazione degli antichi
delitti, a conversione dei miscredenti. Tutte le sostanze di Ximena furono
spartite alle chiese; Essa viveva vita frugale, dicendo: "Il poco mi soverchia,
il molto mi spaventa." Non contentavasi che i poveri venissero a lei ma s
andava ai poveri, sfidando le intemperie e i pericoli, protetta visibilmente
dal Cielo..."
Nessuna notizia, frattanto, del conte. Che cosa faceva? Dov'era? "Una notte di
tempesta, mentre guizzavano i lampi e scoppiavano i tuoni, la contessa,
levatasi e destata la sua fantesca, le disse: "Va' ad aprire, qualcuno batte."
La donna rispose: "Non battono,  il tuono." E una seconda volta la contessa
levossi e disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna
rispose: "Non battono,  il vento." E una terza volta la contessa levossi e
disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna rispose: "Non
battono,  la pioggia." Ma, comandata che svegliasse i servi, la fantesca
levossi anche lei, e dischiusa la porta del castello, un miserabile chiese
della signora. Era costui un vecchio, lacero, scalzo, sul cui viso stavano
impresse le stimmate del vizio; un terribile male che  la giusta punizione dei
dissoluti aveva corroso le sue fattezze, e i suoi occhi s'erano chiusi alla
luce del d. Moriva di fame, non reggevasi in piedi, e un fanciulletto
avrebbelo avuto alla propria merc. Chi era quel vecchio?"
Era il conte di Motta Reale. "Dissipate nei bagordi e nei giuochi tutte le sue
ricchezze, perduta la salute, abbandonato dagli antichi compagni di
gozzoviglie, respinto da tutti per l'orrore del male che lo struggeva, egli
trascinavasi di luogo in luogo, blasfemando ed imprecando; finch, tornato in
Sicilia, ud della gran carit d'una donna che accoglieva e medicava qualunque
infermo, anche i lebbrosi. E nel salire al castello, nel penetrarvi, i suoi
morti occhi non avevano potuto riconoscere l'antico suo covo, n le sue
orecchie piagate avevano potuto riconoscere la voce della consorte. Ma ben Essa
avealo riconosciuto. E ristoratolo di cibo e di bevande, medicate le sue
piaghe, lavati i suoi piedi, Ximena lo mise a riposare nel proprio letto... E
il miserabile, che insino a qualche ora indietro avea blasfemato e disperato,
sent per la prima volta una dolcezza soave allargargli le vene, e un fuoco di
gratitudine sciogliergli il cuore impetrato... Ma l'ora sua era suonata, e il
Signore avea stabilito di donargli non l'effimera salute del corpo, ma s
quella dell'anima... Il vecchiardo, tra le cure della Beata, al lieve mormoro
delle preci che Essa mormorava, entrava in agonia. Ma la sua agonia non aveva
nulla di terribile; anzi pareva a lui d'esser risanato del tutto, e udire
musiche ineffabili, e respirare profumi soavissimi, laddove poco innanzi
marciva nel lezzo e avea rotta tutta la persona... E un sorriso di contento gli
schiudeva la bocca, mentre le sue labbra mormoravano: "Chi sei tu dunque che
non mi respingesti e mi ridoni la vita?..." E la Beata rispose: "Guardami in
viso."
Allora avvenne pi grande prodigio. Gli occhi del cieco si schiusero: egli
riconobbe sua moglie, la donna che aveva maltrattata ed offesa, e che sola lo
proteggeva nella miseria e nell'infermit; e nel punto che l'anima sua,
perdonata e redenta, saliva al cielo, dalle sue labbra uscirono queste parole:
"Santa, Signore! Santa!""
Teresa aveva gli occhi bagnati di pianto, dalla commozione; ma il libretto non
era finito. L'ultimo capitolo narrava i nuovi e pi grandi e pi chiari esempi
di carit e santit che la Beata aveva dati dopo la morte del marito; da ultimo
narrava la morte di lei e i suoi miracoli. "Non era per anco spirata, che
stormi d'augelletti scesero sul tetto della sua casa, posaronsi sul davanzale
del suo verone, entrarono nella sua cameretta, quasi messaggeri celesti venuti
ad incontrarne l'Anima bella. Soave profumo di rose e gelsomini e giacinti
sprigionossi, come incenso, dal suo corpo; e un gran numero d'infermi che
trassero a contemplarla l'ultima volta sul letto ferale guarirono
miracolosamente soltanto per aver baciato il lembo della sua veste. Per
prodigio divino, la spoglia terrena di questa Eletta salvossi dalla corruzione:
dopo tanti secoli, il frale della Beata conserva ancora la freschezza ed il
colore che aveva in vita, s che pare che Essa sia assopita in un sogno divino.
In occasione di pestilenze e d'altre pubbliche e private calamit, la Beata
Uzeda ha operato innumerevoli miracoli, come fu provato dinanzi ai Sacri
Tribunali di Roma. A tal uopo pubblichiamo qui per la prima volta il processo
della Sua canonizzazione, che abbiamo potuto procurarci grazie all'alta
intercessione dell'Eminentissimo Cardinale Lodovico Uzeda, preclaro discendente
della Beata."
E quella lettura, la solennit del centenario, i discorsi del confessore e
della madrigna e della zia monaca, la malattia del padre, la stessa esaltazione
dello zio Lodovico alla suprema dignit ecclesiastica avvenuta in quei giorni,
tutto concorse a piegare, come cera, il cuore di Teresa... La costringevano
forse a sposare un mostro, come avevano costretto, nei tempi, la Santa? Michele
non era un mostro, era un buon giovane; e i parenti non la costringevano, le
tenevano il linguaggio della persuasione, le consigliavano la virt
dell'obbedienza, parlavano pel suo bene, per la pace delle due famiglie, per la
salute di suo padre, ammalato - dicevano - dai tanti dispiaceri. La incitavano
a non seguire il tristo esempio di Consalvo; le promettevano ogni ricompensa
terrena e celeste... E poi, quella solennit del centenario, la cerimonia del
terzo giorno, l'adorazione della salma! Ella s'era accostata all'altare per la
comunione, aveva ricevuto l'Ostia, mentre le spire dell'incenso e il profumo
dei grandi mazzi di fiori imbalsamavano l'aria, e le campane squillavano a
festa, e l'organo cantava, grave e potente. Quante fronti umiliate, quante
preghiere mormorate dinanzi alla Santa, a cui ella era stata paragonata! Ma un
infinito terrore la stringeva, da lungo tempo, da tanti anni, all'idea di dover
vedere la morta, il secolare cadavere, quasi che per un nuovo mostruoso
prodigio il corpo esanime potesse sollevarsi dalla bara, infrangere i vetri,
afferrarsi ai viventi spandendo attorno l'odore nauseabondo dei balsami
corrotti... E in mezzo alla folla che aprivasi rispettosamente sul loro
passaggio, mentr'ella avanzavasi verso la cappella tutta lucente, il suo
terrore cresceva, l'agghiacciava, le sue gambe piegavansi, brividi di freddo le
scendevano dalla nuca gi per la schiena... Ah, quella cassa!
Con gli occhi serrati, ella cadde in ginocchio, smarrita, tremante, folle dalla
paura. Una voce al suo fianco mormor:
"Pregala per tuo padre... promettile che sarai buona come lei..."
Dalla paura, per andar subito via, per non veder quell'orrore, ella rispose con
gli occhi serrati:
"S..."

E pass dell'altro tempo. Il principe miglior e ricadde, la duchessa venne al
palazzo col solo primogenito; la trama dei consigli, delle persuasioni, degli
incitamenti si strinse intorno a Teresa. La madrigna le disse che Giovannino,
per non esser d'ostacolo alla felicit del fratello, aveva dato l'esempio
dell'obbedienza, se n'era andato ad Augusta, dove domiciliavasi per badare alle
propriet. Teresa consideravasi impegnata dinanzi alla Beata: acconsent. Mise
un patto solo: disse alla madrigna:
"Far quel che vorrete, purch il babbo mi prometta una cosa. Che faccia pace
con mio fratello e consenta almeno a rivederlo, se non vuole che torni a vivere
qui. Che finisca la lite con le zie e venga a un accordo. Non sar difficile
concluderlo, purch ciascuno ceda in qualche cosa. Se volete, parler io stessa
con le zie." La sua voce era grave, il suo sguardo velato.
"Sei una santa!" esclam donna Graziella. "Tua madre certo t'ispira! Vedremo
cos la pace tornare fra tutti!... Parler subito a tuo padre, ed otterremo ci
che tu vuoi."
Il domani, infatti, le annunzi:
"Tuo padre acconsente. Consalvo verr qui il giorno in cui ci verr il tuo
promesso. Andremo ad invitare noi stessi le zie; e per la lite speriamo che si
venga all'accordo."
Tre mesi dopo, la duchessa venne a presentare il duca in casa della fidanzata.
Gi Consalvo era arrivato al palazzo, e Teresa, presolo per mano, lo aveva
guidato nella camera del padre.
"Babbo," gli aveva detto, "c' qui suo figlio che viene a baciarle la mano."
Il principe, tenendo la sinistra in tasca, gli porse la destra a baciare, e
alla domanda del figliuolo: "Come sta Vostra Eccellenza?" "Benissimo," rispose,
calcando un poco la voce, e senza domandargli: "E tu?" Non avevano ancora
barattato quattro parole, che la carrozza di donna Ferdinanda entr con gran
fracasso nel cortile. La principessa baci la mano alla vecchia, e abbracci la
cognata Lucrezia, la quale portava un abito elegantissimo: seta color
d'albicocca con guarnizioni pistacchio... Ella avea fatto sapere a tutti che la
lite col fratello s'avviava ad un amichevole compimento e che le bisognava
adesso dare molte commissioni alla sarta per lo sposalizio di "mia nipote la
principessina con mio nipote il duca". Era piena di debiti, con la sarta, con
la modista, il gioielliere: imbrogliava sempre pi l'amministrazione del
marito, ma la sua parte nell'eredit di don Blasco avrebbe appianato ogni cosa.
Tutti gli altri parenti sopraggiunsero: il duca d'Oragua, Giulente, il marchese
senza la moglie, la quale non voleva pi venire dal Belvedere, dove il
bastardello, cresciuto negli anni e rovinato dall'educazione di lei, la
picchiava di santa ragione. Il principe, salutando i parenti, guardava con la
coda dell'occhio Consalvo e non cavava di tasca la mano sinistra. Arriv
finalmente il promesso con la madre. Il duca, vestito quasi elegantemente, non
faceva poi un troppo brutto vedere, e pareva veramente felice. Sua madre gli
aveva spiegato che Teresa era innamorata di lui, e che i bronci di Giovannino
derivavano dall'idea che questi s'era fitto in capo di sposar la cugina, senza
che n la ragazza, n la famiglia, n lei stessa che era sua madre e doveva
contare bene per qualche cosa, acconsentissero. Quindi se n'era andato ad
Augusta; l si sarebbe persuaso del proprio torto. Pertanto la duchessa era
trionfante: l'opera a cui aveva atteso durante tutta la vita si compiva
lietamente: il primogenito accasavasi, continuava la razza; il cadetto, dopo ed
a causa di quell'amore contrastato, non le avrebbe dato certamente altre
inquietudini. Quanto alla principessa, sfolgorava dalla soddisfazione: il
matrimonio di Teresina era tutta fatica sua particolare.  vero che la ragazza
aveva dato prova di grande arrendevolezza, e perci ella la baciucchiava ogni
quarto d'ora, in presenza della gente; ma i buoni consigli, le ragioni
persuasive chi li aveva dati? Lei, per la felicit della sua cara figliuola,
per la soddisfazione del marito, per la pace della famiglia!... Anche il
principe mostrava una bella ciera, nonostante l'inquietudine ispiratagli dal
figliuolo e le tracce della recente malattia. La transazione per l'eredit di
don Blasco era stata discreta: la casa a donna Ferdinanda, la rendita al duca,
il quale aveva fatto due grossi regali a Lucrezia ed a Chiara; centovent'onze
l'anno a Garino; il Cavaliere col nuovo podere - il pi grosso e bel boccone -
a lui.
Cos la pace era generale, e solamente donna Ferdinanda guardava in cagnesco
Consalvo per l'apostasia della quale s'era macchiato. Ma Teresa, dopo aver
rappattumato il fratello col padre, riprese Consalvo per mano e lo condusse
dinanzi alla zia.
"Zia," disse, "Consalvo le vuol baciare la mano."
Egli si chin subito a prender la zampa rugosa per nascondere il riso che gli
solleticava la gola. Quella vecchia che aveva acchiappato senza tanti scrupoli
un pezzetto della roba della Chiesa dopo avere sbraitato contro i fedifraghi
l'aveva con lui perch egli, a parole soltanto, aveva mutato politica!... E
mentre faceva uno sforzo straordinario sopra se stesso per avvicinarsi alle
labbra la mano di lei, ella la ritraeva, credendo di fargli cosa sgradita,
borbottando un freddo: "Va bene, va bene!..." Egli volse le spalle alla vecchia
matta. Ma come chiamar Teresa? Consalvo rideva tra s, vedendo lo zelo col
quale costei andava accoppiando i parenti recalcitranti. Per metter pace tra
gente che il domani avrebbe ricominciato ad azzuffarsi, per dar prova
d'obbedienza a quei birbanti del padre e della matrigna, perch si dicesse che
era una figliuola modello, aveva rinunziato all'amore di Giovannino, sposava
quel citrullo del duca!
"Sei contenta?" non pot fare a meno di domandarle, a quattr'occhi.
"S," ella rispose; e la tristezza del sacrifizio che le velava la fronte si
dirad per dar luogo alla serenit del dovere compto...
Ora, mentre questo avveniva nella Sala Gialla, Baldassarre, nell'anticamera,
parlava solo, fuori di s:
"Guardate un po'... E io che non credevo!... Adesso anche lei!... Ma allora
come sono, tutti pazzi?... Questa no! Non dovevano farmela!..."
No, fino all'ultimo momento egli non aveva creduto a quel che gli diceva tutta
la citt: "Il duca! Sposa il duca!" No, rispondeva egli a tutti con un sorriso
di compassione, come uno che la sa pi lunga degli altri... Adesso, vedendo
tutta quella gente riunita, il duca seduto accanto alla padroncina, la
padroncina che riceveva i complimenti di tutti, la testa cominciava a girargli.
Il sangue degli Uzeda si risvegliava in lui. Dopo cinquant'anni di devozione
sconfinata, di obbedienza cieca, di volont annichilita, egli aveva espresso
un'opinione, annunziato un avvenimento. Tutto lo aveva persuaso a crederlo
immancabile; e quando il principe si era opposto, egli aveva fatto assegnamento
sulla volont dei giovani. Invece, il barone se n'era andato ad Augusta, la
principessina sorrideva al duca. Allora voleva dire che per il capriccio di
coloro, per la loro stramberia, la parola di lui, Baldassarre, non valeva
niente? Egli valeva meno, in quella casa, del manico della granata?... E
parlava solo, non udiva gli squilli del campanello, dimenticava gli ordini,
sbagliava il servizio; ma quando la gente cominci ad andarsene, un'impazienza
febbrile l'anim ad un tratto. Spingeva via le persone con gli occhi, non stava
fermo un minuto, e finalmente, quando credette che non ci fosse pi nessuno,
entr nella Sala Rossa.
"Eccellenza..."
C'era ancora il principino. Vedendo entrare il maestro di casa, Consalvo s'alz
e baci la mano al padre. Ebbe appena voltato le spalle, accompagnato da Teresa
e dalla principessa, che il principe, cavata finalmente la sinistra dalla tasca
dove l'aveva sempre tenuta, squadr le corna contro il iettatore. Ma la voce di
Baldassarre lo richiam:
"Eccellenza..."
"E tu, che vuoi?"
"Eccellenza," disse il maestro di casa, "io me ne vado."
"Dove?" domand il principe, credendo d'avergli dato qualche commissione della
quale s'era dimenticato.
"Me ne vado via. Chiedo licenza a Vostra Eccellenza."
Il padrone lo guard un poco, credendo d'aver frainteso.
"Licenza? Perch?"
"Per niente, Eccellenza. Sono stato quarant'anni in casa di Vostra Eccellenza,
ora me ne voglio andare. Vostra Eccellenza pu tenermi per forza? In casa sua,
Vostra Eccellenza comanda come le pare e piace; chi le pu dir nulla?...
Anch'io in casa mia sono padrone. Vostra Eccellenza pu procurarsi un altro
maestro di casa migliore di me; non ne mancano: il primo del mese io me ne
vado."
"Sei impazzito?"
"Non ne mancano... In casa sua Vostra Eccellenza  padrone... fa come crede...
Io me ne vado... Il primo del mese..."

6.

Uno dei primissimi provvedimenti del giovane sindaco, appena insediato al
Municipio, era stato quello relativo alla costruzione di un'"aula" per le
riunioni consiliari. All'antica saletta fu sostituito un gran salone provvisto
di due file di banchi che, per gradi, si elevavano dal suolo ad anfiteatro, con
tre ordini di posti per ciascuna fila. In fondo al salone una specie di alto e
vasto pulpito comprendeva: a destra, in basso, i posti della Giunta, in alto
quello degli scrutinatori e la poltrona destinata al prefetto; a sinistra,
l'ufficio di segreteria; nel mezzo di tutta la baracca, sopra un'alta predella,
il seggiolone sindacale dorato e scolpito, con un cuscino che l'usciere
toglieva e chiudeva a chiave quando il principino scioglieva l'adunanza e se ne
andava. Nel centro del salone, un gran banco per le commissioni; pi oltre,
tavole per "la stampa"; dirimpetto al pulpito sindacale la tribuna pubblica.
"Un Parlamento in miniatura!" dicevano quelli che erano stati a Roma; e le
adunanze del Consiglio, sotto la presidenza di Consalvo, prendevano ora un vero
carattere parlamentare. L'ordine del giorno, che prima attaccavano manoscritto
dietro un uscio, si distribuiva, stampato, a tutti i consiglieri; un apposito
regolamento, elaborato dal sindaco, prescriveva le norme da seguire nelle
discussioni pubbliche. Gli oratori non potevano parlare pi di tre volte sopra
uno stesso soggetto; al segretario era rigorosamente vietato d'interloquire,
neppure per rispondere alle domande dei consiglieri, e se qualcuno di costoro
aveva da lagnarsi della sporcizia stradale o dei cani senza guinzaglio, il
principino gli gridava dal suo seggiolone: "Presenti domanda d'analoga
interpellanza."
Prima cura della nuova amministrazione furono i lavori pubblici. Il sindaco, in
un discorso dove ramment la via Appia, "che da Roma conduceva all'Adriatico",
dimostr la necessit di sistemare le strade; e la citt fu messa sottosopra,
somme considerevoli furono spese per indennizzare i proprietari danneggiati; ma
la vistosit dei risultati frutt considerevoli elogi al giovane
amministratore.
Con le strade, l'amministrazione di Mirabella, come tutti la chiamavano,
provvide alla costruzione d'un grande mercato, d'un grande teatro, d'un grande
macello, d'una grande caserma, d'un gran cimitero.
Nuovi edifizi sorgevano da per tutto, il lavoro non cessava, la citt
trasformavasi, le lodi del principino salivano al cielo. Qualcuno, timidamente,
faceva osservare che tutte quelle cose stavano benissimo; ma, e i quattrini? Ce
n'erano abbastanza?... Consalvo rispondeva che il bilancio d'una citt in via
di continuo progresso "presentava tale elasticit" da permettere non che
quelle, ma spese anche maggiori. La popolarit essendo tutta sua, egli faceva
degli assessori ci che voleva; se manifestavasi qualche velleit di
contraddizione, la sedava suscitando gli uni contro gli altri coloro che
s'accordavano nell'opposizione; oppure, quando la faccenda era pi seria,
minacciando di andarsene. Allora tutti si chetavano. E di quel che riusciva
bene egli aveva tutto il merito; di quel che non otteneva l'approvazione del
popolo rigettava la colpa sulle spalle della Giunta. Le tornate consiliari
erano diventate uno spettacolo a cui, grazie alla "tribuna" pubblica, la gente
accorreva come alla commedia o al giuoco dei bussolotti; i soci del club, gli
ex compagni di bagordi del principino salivano di tanto in tanto lass, con
l'intenzione di canzonarlo; ma la seriet, il sussiego, l'autorit di Consalvo
s'imponevano talmente, che essi arrischiavano appena tra loro qualche
epigramma... Chi rammentava pi la prima fase della sua vita? La sua riuscita
lo insuperbiva, la sua forza quasi lo stupiva; ma oramai non era sicuro di
poter arrivare dove avrebbe voluto? "Sar deputato, lo manderemo a Roma quando
avr gli anni; in lui c' la stoffa d'un ministro!" cominciavano a dire in
citt; ma se udiva queste cose, egli scrollava le spalle, con un sorriso mezzo
di compiacimento, mezzo di modestia, quasi a significare: "Grazie della buona
opinione che avete di me; ma ci vuol altro!"
Cos egli si teneva bene con tutti, raccoglieva lodi da ogni parte. Quelli che
s'accorgevano del suo giuoco e lo denunziavano, o non erano creduti, o erano
sospettati d'invidia o di malignit, o finalmente, se trovavano credito,
sentivano rispondersi: "Fanno tutti cos, in questi tempi d'armeggio! Il
principino ha questo di vantaggio, che  ricco e non ha da ingrassarsi alle
spalle nostre!" Ma gli oppositori pi vivaci non mancavano. Come trasformavasi
materialmente, la citt prendeva anche moralmente un nuovo indirizzo. La
popolarit del vecchio duca andava scemando di giorno in giorno; il Circolo
Nazionale, che aveva spadroneggiato, perdeva sempre pi credito. Le nuove
societ popolari non ne avevano ancora, ma le riforme promesse dalla sinistra
l'avrebbero loro conferito: frattanto, alla discussione dei negozi pubblici
partecipavano classi e persone dapprima incapaci di comprenderne nulla. Anche
la stampa era pi ardita, se non pi libera, e trattava con pochi riguardi, gli
antichi spadroneggiatori. Il principino, fiutando il vento, sfoggiava coi
democratici le sue linee di democrazia. A udirlo, la libert, l'eguaglianza
scritte nelle leggi erano ancora un mito: il popolo era stato cullato
nell'opinione che le antiche barriere fossero state infrante; ma i privilegi
esistevano sempre ed erano soltanto d'altra natura. Avevano largito il diritto
del voto, e questo era parso una rivoluzione; ma quanti godevano di cotesto
diritto? Bisognava dunque farne un'altra, "legale e morale", per estenderlo a
tutti. La parola "rivoluzione" gli scottava le labbra e gli faceva tremare il
cuore; e il desiderio intimo, sincero, ardente dell'animo suo era che vi fosse
un numero di carabinieri doppio di quello dei cittadini; ma poich il vento
soffiava da un'altra parte, egli cercava la compagnia dei radicali pi noti per
dir loro: "La repubblica  il regime ideale, il sogno sublime che un giorno
sar realt, poich essa suppone uomini perfetti, virt adamantine, e il
costante progresso dell'umanit ci fa antivedere il giorno del suo compimento."
E dichiarava: "Io sono monarchico per la necessit di questo periodo
transitorio. Milioni e milioni d'uomini liberi possono volontariamente
riconoscersi e vantarsi sudditi di un uomo come loro? Io non ho nessun
padrone!" E in questo era sincero, perch avrebbe voluto esser egli stesso
padrone degli altri.
Il duca e i suoi malvacei amici, ostinandosi a giurar sulla destra, aspettando
il ritorno di Sella e Minghetti come quello di Nostro Signore, avevano creato
un'Associazione Costituzionale, di cui tuttavia l'onorevole deputato non aveva
voluto esser capo. Anch'egli adesso, in cuor suo, riconosceva che la strada non
aveva uscita; ma oramai egli stava per toccare la settantina, era stanco, non
gli restava pi nulla da fare. In meno di venti anni aveva messo insieme una
sostanza di parecchi milioni, le cure della quale prendevano tutto il resto
della sua attivit. Deciso veramente a ritirarsi dalla vita pubblica, aveva
un'ultima ambizione: quella d'essere nominato senatore; se, quindi, per finir
bene dinanzi all'opinione pubblica, non gli conveniva abbandonar bruscamente il
partito al quale, dopo il Settantasei, s'era legato ancora pi stretto, non gli
conveniva neppure muover guerra troppo aperta a quella sinistra da cui
aspettava la seggiola a Palazzo Madama. Quindi aveva dato a Benedetto Giulente
la presidenza della Costituzionale, contentandosi del posto di semplice
gregario. Frattanto, contro questa societ era sorta una Progressista, alla
quale s'era fatto ascrivere Consalvo. "Zio e nipote l'un contro l'altro armati?
Il ragazzo che si ribella al vecchio?" dicevano in piazza; ma le eterne male
lingue insinuavano che la cosa era fatta d'amore e d'accordo, che il duca era
ben contento d'avere il nipote nel campo contrario, come il principino si
giovava del credito dello zio tra i conservatori. Del resto, quantunque
consocio dei progressisti, egli dichiarava a questi ultimi che la sinistra non
aveva ancora "un finanziere della forza del Sella", n "oratori eleganti come
Minghetti". Ma a quelli che non nascondevano i disinganni prodotti dal regime
costituzionale non aveva nessuna difficolt a dichiarare: "L'errore  stato di
credere che potesse dare buoni frutti. Il gregge ha sempre avuto bisogno d'un
pastore con relativi bastoni e cani di guardia..." Dava ragione perfino a quei
pochi che rimpiangevano l'autonomia della Sicilia: "Diciamolo francamente tra
noi: forse oggi staremmo meno peggio!" Non avrebbe fatto nessuna difficolt a
concedere alla zia Ferdinanda che il governo borbonico era il solo amabile; ma
poich la vecchia non poteva giovargli, lasciava ch'ella cantasse. Anzi, si
giovava di quell'opposizione, non che della rottura col padre. Siccome sapeva
che molti, udendo celebrare la sua fede democratica, ridevano d'incredulit,
esclamando: "Lui, il principino di Mirabella, il futuro principe di
Francalanza, il discendente dei Vicer? Andiamo!..." egli affermava: "Per
questa fede, per questi princpi io sono venuto in urto con mio padre, ho
rinunziato all'eredit di mia zia, sosterrei ogni maggiore avversit!..." Nella
Giunta, tra i conservatori aristocratici e i radicali progressisti di tanto in
tanto s'accendeva una lite; allora egli esclamava: "Qui non bisogna parlar di
politica!..." ma una volta che la contesa divenne pi vivace, lo tirarono in
ballo. Rizzoni, radicalissimo, esclam:
"Ma domandatelo al principino, se l'avvenire non  nostro, se anch'egli non 
democratico!..."
"Mio nipote?" rispose Benedetto Giulente. "L'aristocrazia incarnata?..."
Costretto a rispondere, egli sorrise, si lisci i baffi, e disse:
"L'ideale della democrazia  aristocratico."
"Come? Sentiamo!... Questa  nuova!... Che diavolo..." esclamarono tutti.
Egli lasci che dicessero: poi ripet:
"L'ideale della democrazia  aristocratico... Che cosa vuole infatti la
democrazia? Che tutti gli uomini sieno eguali! Ma eguali in che cosa? Forse
nella povert e nella soggezione? Eguali nelle dovizie, nella forza, nella
potenza..." E poich, dopo un momento di stupore, le esclamazioni
ricominciavano, egli tronc di botto la discussione: "Adesso passiamo all'altro
articolo: voto al governo per la costituzione d'un bacino di carenaggio..."

Egli andava adesso qualche volta da suo padre. Non sentiva pi avversione
contro di lui: lo zelo, la febbre con la quale s'occupava della cosa pubblica,
la tensione di tutte le sue energie al conseguimento del nuovo scopo non
lasciavano posto a nessun altro sentimento n d'odio n d'amore. Quanto al
principe, le visite del figliuolo gli mettevano i brividi addosso, ed appena lo
udiva annunziare dal nuovo maestro di casa - poich Baldassarre, cocciuto come
un vero Uzeda, era proprio andato via - ficcava la sinistra in tasca e non la
traeva se non per spianarla, aperta col segno delle corna, dietro al figliuolo,
quando costui si decideva a sgomberare. I loro discorsi s'aggiravano sopra cose
indifferenti, come fra estranei; il principe fingeva di non sapere che Consalvo
fosse il primo magistrato civico; ma insomma adesso stavano insieme da
cristiani.
Teresa, ora duchessa Radal, vedeva in tal modo compensato il proprio
sacrifizio. Eccettuati i primissimi tempi, quando la memoria di Giovannino non
era interamente morta nel suo cuore, e pi grande le era parsa la superiorit
di lui sull'altro fratello, ella non aveva del resto sofferto quanto aveva
temuto. Il duca Michele non solo la trattava bene e le lasciava ogni libert;
ma le dimostrava, a modo suo, un po' alla grossa, un affetto vivo e sincero. La
duchessa madre, anche lei, dalla soddisfazione di vedere riusciti i propri
disegni, le faceva gran festa e la metteva perfino a parte del governo della
casa. Il barone se n'era andato ad Augusta, badava agli affari di campagna e
scriveva due o tre volte il mese al fratello od alla madre, chiudendo le sue
lettere con un "saluto la cognata". La tranquillit che regnava nella sua nuova
casa, la pace che ristabilivasi nell'antica, l'affezione del marito, i trionfi
di Consalvo, le lodi che raccoglieva ella stessa - poich, tra le giovani
signore, aveva occupato subito il primo posto - facevano fiorire sulle sue
labbra sorrisi a grado a grado pi schietti. Veramente, ella non sentiva pi
l'anima disposta a comporre musiche o poesie, ma sedeva ancora spesso al
pianoforte per esercitarsi, e nel farsi bella spendeva forse maggiori cure di
prima.
Adesso era libera di leggere i libri che pi le piacevano; e quando non aveva
nulla da fare, divorava romanzi, drammi e poesie. L'eccitazione di quelle
letture non le impediva per di attendere alle pratiche religiose con zelo e
fervore: in casa Radal venivano lo stesso Monsignor Vescovo, lo stesso
Vicario, gli stessi prelati che frequentavano la casa del principe: essi
additavano a tutti la duchessa nuora come modello di domestiche e cristiane
virt.
Presto la gravidanza le fece dimenticare del tutto i sogni del passato, e
l'affezion meglio alla realt del presente. Soffr pochissimo durante la
gestazione; il tempo vol rapido in mezzo a tante cure ed a tanti pensieri. Il
parto fu felicissimo: tutti aspettavano un maschio e un maschio nacque, un
bambino grosso e florido che pareva d'un anno. "Poteva essere altrimenti?"
dicevano tutti. "Per una figlia e una sposa buona come lei, protetta da una
Santa in cielo?..." I preparativi del battesimo furono grandiosi: il duca volle
il fratello come padrino. La duchessa madre approv; Teresa, riposando sul
letto nuziale, dove restava pi per una beata indolenza che per necessit,
disse che naturalmente la scelta non poteva essere migliore. Giovannino tard a
rispondere, ma, sollecitato dal duca anche a nome della madre e della moglie,
arriv la vigilia della cerimonia.
Pareva un altr'uomo: s'era fatto pi forte, il sole lo aveva abbronzato, la
barba cresciuta gli dava un'aria pi maschia, simpatica quanto l'antica, ma in
modo diverso. Strinse la mano alla cognata, chiedendole premurosamente notizie
della sua salute, e volle veder subito il nipotino che giudic un amore e baci
e ribaci fino alla saziet. Ancora pi calma e serena di lui, ella lo accolse
come un amico che non si vede da molto tempo. Dopo la cerimonia del battesimo,
alla quale furono invitati tutti i parenti stretti e larghi, tutte le
conoscenze, mezza citt, Giovannino annunzi che ripartiva. Fecero a gara per
trattenerlo, ma egli dichiar che c'era molto da fare in campagna, e and via
promettendo ad ogni modo di tornar presto a rivedere il figlioccio.

Molti degli invitati al battesimo, nuovi tra gli Uzeda, avevano chiesto chi
fosse un vecchio magro e sfiancato, il quale portava un abito nuovo fiammante e
certe scarpe che non ne potevano pi, un cappello unto, e una mazza col pomo
d'argento.
Era il cavaliere don Eugenio. La stampa del .I Nuovo Araldo, ossivero
Supplimento./I , gli aveva procurato un altro momento di benessere. Aveva
scialato, possedeva qualche soldo: ma lo scandalo era enorme: egli aveva
attribuito titoli di nobilt e stemmi e corone a quanti lo avevano pagato:
speziali, calzolai, barbieri sfoggiavano dentro le botteghe quadri dalle
cornici dorate dove, sotto corone, elmi e variopinti svolazzi, si vedevano
scudi con leoni, aquile, serpenti, gatti, lepri, conigli, ogni sorta di bestie
passanti e volanti; e poi castelli, torri, colonne, montagne; e poi astri di
tutte le grandezze, lune d'argento, piene e falcate; soli d'oro, stelle,
comete; e tutti i colori dell'iride, tutti i metalli, tutti i mantelli. N
scrupoli, n difficolt lo avevano arrestato: a chi si chiamava Panettiere
aveva dato per arme un forno fiammante in campo d'oro, a chi portava il nome di
Rapicavoli un bel mazzo di verdura in campo d'argento. Cos l'impresa aveva
fruttato di gran bei quattrini; ma, come l'altra volta, buona parte s'era
perduta per via. Egli aveva per riscattato l'edizione del primo .I Araldo./I
che il tipografo teneva sotto sequestro, e con mille copie dell'opera se n'era
tornato al suo paese per venderle e mangiarci su.
Faceva il conto senza il principe. Sistemato l'affare della lite, questi s'era
pentito dell'accordo, e si lagnava d'essere stato defraudato, d'esser rimasto
con un pugno di mosche, mentre l'eredit di don Blasco doveva toccare tutta a
lui. Il malumore, l'inappetenza, la debolezza di cui aveva sofferto tornavano a
tormentarlo: sordamente irritato, incapace di confessarsi ammalato pel
superstizioso timore di accrescere con la confessione la malattia, se la
prendeva con la figlia che gli aveva imposto la transazione, dichiarava
d'essere stato spogliato come in un bosco. Appena visto tornare lo zio, e udito
che aveva qualche soldo, and a chiedergli la restituzione del prestito. E
siccome don Eugenio tir in ballo la rinunzia ai propri diritti, egli grid:
"Che diritti e che storti? Sono stato spogliato! Si sono preso tutto! Io v'ho
dato i quattrini; restituiteli, adesso che li avete."
Vista la mala parata, don Eugenio gli confid:
"Non li ho! Ti giuro che non li ho! Ho quattro soldi per tirare innanzi; se ti
do duemila e cinquecento lire, come mangio?"
"Datemi allora le copie," rispose pronto Giacomo.
"Ma sono il mio solo provento! Se tu me le togli, dove vado a sbattere? Che
t'importa di un po' di carta sporca?... Tu che sei tanto ricco? Per me  il
pane!... Le vender a poco a poco, avr tanto da campucchiare..."
Inflessibile, il principe volle presso di s tutta l'edizione dell'.I Araldo
sicolo./I e del .I Supplimento./I , come garanzia del proprio credito.
Quantunque mezza Sicilia fosse inondata di quella pubblicazione, pure riusciva
spesso a don Eugenio di collocarne qualche copia; e allora andava a prenderla
dal principe promettendo di portare i quattrini per poi dividerli con lui; ma i
quattrini non venivano mai, talch un bel giorno, stanco d'esser beffato, il
nipote gli dichiar:
"Mi pare che lo scherzo sia durato a lungo; d'ora in poi, se vorrete altri
esemplari, li pagherete anticipatamente."
Allora, finiti i soldi che aveva portato da Palermo, gl'imbarazzi
ricominciarono per l'ex Gentiluomo di Camera. Come un fattorino di libraio,
egli saliva e scendeva scale coi piedi gonfi dalla gotta, trascinandosi
penosamente, per offrire il suo .I Araldo./I , per mostrarne un fascicolo di
saggio, e quando arrivava a scovare un compratore correva a supplicare il
principe perch gli desse la copia, giurando e spergiurando che sarebbe tornato
subito coi quattrini; ma il principe, duro: "Portateli prima!" Non sapendo dove
dar il capo, il vecchio fermava i parenti e le semplici conoscenze per farsi
prestare le trenta lire; raggranellatele, le portava al nipote, il quale solo
dopo averle intascate rilasciava l'esemplare. Ma, riscosso il prezzo dal
compratore, don Eugenio dimenticava di soddisfare i debiti contratti, talch
l'operazione si rinnovava ogni volta con maggior difficolt. Del resto il
cavaliere trovava da un certo tempo la piazza molto pi dura di prima: da gente
a cui egli non aveva mai proposto l'.I Araldo./I sentivasi rispondere:
"Un'altra volta? L'ho gi!" Dicevano cos per mandarlo via?... Un giorno, per
sincerarsene, volle domandare a uno di costoro come l'avesse: "Oh, bella! L'ho
comprato!  venuta una persona di casa vostra: non siete zio del principe?..."
Il vecchio si batt la fronte: quel birbone di Giacomo!.. Non contento di
avergli preso novemila lire di roba in cambio delle duemila e cinquecento
anticipate, non contento d'avergli reso impossibile la vendita pretendendo
l'anticipazione del prezzo, adesso vendeva le copie per proprio conto! "Ah,
ladro! Ah, ladro!..." Ma, composta la fisionomia all'abituale bonariet, corse
al palazzo.
"Se anche tu hai venduto l'opera, facciamo i conti!" disse al principe.
"Che conti?" rispose costui, quasi cascando dalle nuvole.
"Hai venduto il libro! A quest'ora il mio debito sar estinto."
"Ci vuol altro!... I conti li faremo quando avr tempo..."
Don Eugenio torn, assiduamente; ma il nipote un po' gli diceva che aveva da
fare, un po' che gli doleva il capo, un po' che stava per andar fuori. Lo zio
non perdeva la pazienza; tornava ogni giorno, a rammentargli la promessa; anzi
una brutta mattina gli disse, gettandosi sopra una seggiola:
"Senti, i conti li faremo quando sarai comodo; ma oggi non ho niente in tasca e
sono stanco. Prestami qualche cosa."
"Come? Volete il resto?" esclam il principe impallidendo. "Credete forse che
siamo pari? Si sono vendute mezza dozzina di copie in tutto! Avete il viso di
chiedere altri denari?"
"Non ho come fare," gli confid il cavaliere, con un viso da affamato,
guardandolo bene negli occhi.
"E venite da me? Che pretendete? Che vi dia da mangiar io? Perch avete
sciupato ogni cosa? Perch non avete pensato mai all'avvenire?"
"Io ho da mangiare, capisci?" ripet il cavaliere, con lo stesso tono di voce;
e i suoi occhi parevano volersi mangiare il nipote.
"Andate da vostro fratello, da vostra sorella... che hanno l'obbligo
d'aiutarvi... Perch venite da me?"
Ma, spaventato dall'espressione del vecchio, gli volt le spalle. Quando lo ud
andar via, chiam il portinaio per ordinargli di non lasciarlo mai pi salire.
E il provvedimento riscosse l'unanime approvazione della servit: veramente
quel cavaliere non faceva onore alla famiglia, non tanto per quel che si diceva
sul conto di lui, quanto per la condizione in cui era caduto. Il nuovo maestro
di casa confess: "Io mi vergognavo ogni volta che lo dovevo annunziare al
padrone..."
Tutti i tentativi del vecchio per salire al palazzo furono vani: egli ebbe un
bel dichiarare: "Mio nipote mi aspetta, m'ha detto che sarebbe in casa,"
oppure: "L'ho visto rientrare," oppure: "Eccolo l, dietro quella finestra..."
il portinaio, i cocchieri, i famigli gli dicevano sul muso: "Vostra Eccellenza
pu andarsene, che perde il suo tempo," e gli davano dell'Eccellenza come in
tempo di carnevale ai facchini di piazza vestiti da barone. Egli tent di
salire per forza, ma allora lo afferrarono e lo spinsero fuori: "Eccellenza,
con le brusche?... Questi non son modi da Eccellenza pari vostra!..." Un
giorno, si mise a sedere in portineria, dichiarando che non si sarebbe mosso
fino al passaggio del nipote. Sulle prime, il guardaportone ci scherz su; poi
tent persuaderlo con le buone, prendendolo dal lato dell'amor proprio: "Qui
non  il posto di Vostra Eccellenza!... Un cavaliere come Vostra Eccellenza
sedere con un portinaio! Non si vergogna?..." Ma il vecchio non si moveva, non
rispondeva, cupo, affamato come un lupo; e il portinaio cominci a perdere la
pazienza, smise a un tratto l'Eccellenza: "Se ne vuole andare, s o no?..." e
come don Eugenio restava inchiodato sulla seggiola, quell'altro mont
finalmente in bestia, smise anche il lei e, afferratolo per le spalle, lo fece
sorgere e lo spinse fuori ad urtoni, gridando:
"Fuori, vi dico, corpo del diavolo!"

Donna Ferdinanda lo cacci via come un cane rognoso: il duca gli dette un
piccolo soccorso, facendogli intendere di non dover fare assegnamento sopra
altre elemosine. Procurargli un posto era il meglio che si potesse fare e ci
che egli desiderava; quindi Benedetto Giulente, il quale lo aveva anch'egli
sovvenuto, ne parl a Consalvo.
"Che posto volete dargli?" rispose il principino. " una bestia, non sa far
nulla. Volete che lo zio del sindaco serva da usciere o da accalappiacani?"
Era chiaro che al Municipio non c'era da far niente per il legittimo orgoglio
del principino. Giulente and dal duca, suggerendogli di metterlo in qualche
ufficio alla provincia o alla prefettura. E il duca, per evitare altre domande
di sussidi, fece in modo da ottenergli un posto di copista all'Archivio
provinciale, il meglio che si pot trovare. Ma quando ne diedero comunicazione
all'interessato, il cavaliere divent rosso come un rosolaccio.
"A me un posto di scrivano? Per chi m'avete preso?"
"Ma veda..." gli fece considerare rispettosamente Benedetto, "Vostra Eccellenza
non ha titoli accademici...  avanzata in et... le amministrazioni pubbliche
sono esigenti..."
"E mi proponi di fare il copista?" grid il cavaliere. "A me, Eugenio Uzeda di
Francalanza, Gentiluomo di Camera di Ferdinando II, autore dell'.I Araldo
sicolo./I ?... Perch non lo fai tu, pezzo d'asino che sei?"
Il vecchio ricominci a chiedere aiuto. Ma il duca, per punirlo del rifiuto del
posto, gli chiuse la porta in faccia, e Lucrezia, dopo averlo giudicato degno
dei pi alti uffici per far onta al marito, non lo volle neppur lei per la casa
quando lo vide questuare... Un giorno, il cavaliere, sempre pi miserabile e
stracciato, and dalla nipote Teresa. Il portinaio, non riconoscendolo, non
voleva lasciarlo passare; arrivato finalmente dinanzi alla duchessa nuora, che
giunse le mani vedendolo in quello stato, cominci a querelarsi:
"Vedi come m'ha ridotto tuo padre? Quel birbante che mi ha rubato il libro?
Quel ladro che mi ha..."
"Zio, per carit!..." esclam Teresa: e vuot la sua borsa nelle mani del
vecchio che tremava dalla cupidigia alla vista dei quattrini. Egli si
ripresent altre volte al palazzo ducale, ma la duchessa madre, per evitare i
commenti tra la servit, dichiar a Teresa che, se voleva soccorrerlo, facesse
pure; ma che in casa non lo lasciasse pi venire.
Ed anche quella porta gli fu chiusa.
Egli aspettava che gli procurassero un posto di professore o di cassiere, tanto
da vivere signorilmente senza far nulla; e siccome non lo contentavano, fermava
per istrada le persone di sua conoscenza, narrava a modo suo i propri casi:
"M'hanno spogliato, m'hanno ridotto alla miseria! Mio fratello il Benedettino
m'aveva lasciato cinquecent'onze, e stracciarono il testamento, ne fecero uno
falso! Il principe mio nipote m'ha rubato la mia grand'opera dell'.I Araldo
sicolo./I !... Mi chiudono la porta in faccia! A me, Eugenio di Francalanza!
Gentiluomo di Camera! Presidente dell'Accademia dei Quattro Poeti!... Sanno
forse chi sono io? Se veniste a casa mia, vi farei vedere quante medaglie e
diplomi: uno scaffale intero!..."
La sua megalomania, con la miseria, gli stenti, le umiliazioni, cresceva di
giorno in giorno; egli annunziava:
"Il governo m'ha invitato a Roma per una cattedra dantesca. Ma io non ci vado!
Fossi pazzo! Me ne andr piuttosto in Alemagna, dove conoscono tutte le mie
celebri opere, e la scienza  rispettata!... Il prefetto mi ha detto che il Re
mi vuole come professore di suo figlio. Io fare il maestro di scuola? Per chi
m'hanno preso? Se lui si chiama Savoia, io mi chiamo Uzeda. Ehi, don Umberto,
siete forse al buio?..." Poi, all'orecchio: "Potreste favorirmi cinque lire? Ho
dimenticato il portafogli a casa..."
Gliene davano due, una o anche mezza; egli metteva in tasca ogni cosa. I
parenti, avvertiti di quello scandalo, si stringevano nelle spalle, o dicevano:
"Bisogna finirla", senza far poi nulla. Giulente e Teresa, di nascosto, lo
soccorrevano come meglio potevano: ma egli aveva gi preso l'abitudine di
questuare, il mestiere era dolce e comodo, il passaggio del denaro dalla tasca
altrui alla propria gli pareva naturalissimo; e poi un sordo istinto di
rappresaglia contro i parenti lo spingeva a continuare per far loro onta.
E un giorno si diffuse per tutta la citt una notizia:
"Non sapete nulla? il cavaliere don Eugenio chiede l'elemosina!"
Egli accattava, alla lettera. Anche se aveva in tasca qualche lira,
s'avvicinava agli sconosciuti, tendeva la mano, diceva:
"Per gentilezza, mi favorite due soldi? Un soldo, per comprare un sigaro?"
Acchiappava la moneta come una preda, la cacciava in tasca; s'avvicinava a un
altro:
"Un soldo, per favore?"
Teresa, accompagnata dal marito, and a trovarlo nello stambugio dove s'era
ridotto, gli si gett ai piedi:
"Zio, noi le daremo tutto quel che vorr, purch non faccia pi questa cosa!...
Una persona come lei, abbassarsi cos?"
"S, s..."
Egli prese i denari che gli porgevano; il domani ricominci. Adesso era un'idea
fissa; la malattia che tornava a tormentarlo finiva di scombuiare la sua debole
testa d'Uzeda. Lacero come un vero accattone, con la barba bianco-sporca
spelazzata sul viso smunto, i piedi in grosse scarpe di panno, andava attorno,
appoggiandosi a un bastone, chiedendo:
"Un soldo, per favore!... per questa volta sola!..."
E per procacciarselo dava spettacolo della sua pazzia. Certuni gli domandavano
chi era, se non era il cavaliere Uzeda? e allora lui:
"Eugenio Consalvo Filippo Blasco Ferrante Francesco Maria Uzeda di Francalanza,
Mirabella, Oragua, Lumera, etc., etc., Gentiluomo di Camera (con esercizio) di
Sua Maest, quello era Re!" e si cavava il cappello, "Ferdinando II; medagliato
da Sua Altezza il Bey di Tunisi del Nisciam-Ifitkar, presidente dell'Accademia
dei Quattro Poeti, membro corrispondente di pi societ
scientifico-letterarie-vulcanologiche di Napoli, Londra, Parigi, Caropepe,
Pietroburgo, Paoloburgo, Nuova York e Forlimpopoli, autore della celebre opera
storico-araldico-blasonico-gentilesco-cronologica intitolata l'.I Araldo
sicolo./I con supplimento... Un soldo, per comprarmi un sigaro..."

7.

Il secondo figliuolo di Teresa, un altro maschio, nacque un anno dopo il primo,
tanto che tutti dicevano agli sposi: "Si vede che non perdete tempo!" Se al
primo parto la duchessa non aveva sofferto, di quest'altro quasi non s'accorse:
degno premio della purezza dei suoi costumi. La cerimonia del battesimo, questa
volta, fu modesta, un po' perch era nato un cadetto, il baroncino, un po' per
un'altra ragione incresciosa. Grattandosi un giorno sotto la nuca, in mezzo
alle spalle, per un forte prurito, il principe aveva calcato le unghie sino a
farsi un po' di sangue. L per l non ci aveva badato, ma dopo qualche tempo
gli si form, nel punto maltrattato, una specie di bottone che crebbe fino a
impacciarlo nei movimenti e ad impedirgli di star supino nel letto. Tutti
attribuirono il fatto all'eccessivo grattamento; nondimeno, siccome l'incomodo
non andava via, fu necessit chiamare un chirurgo. Il dottore conferm che era
una cosa da nulla, ma disse che senza una piccola incisione non sarebbe
guarita. Il principe all'annunzio dell'operazione impallid, rifiutando di
sottoporvisi; ma giusto, dopo il parto di Teresa, quel tumoretto era cresciuto
ancora, dandogli tanto fastidio che egli aveva consentito a lasciarselo
tagliare. L'operazioncella dur pi che non si credesse e il principe dov
restare molti giorni in casa; pertanto il battesimo del baroncino di Filici fu
celebrato senza pompa. Il sindaco Consalvo fece da compare; da Augusta venne
per assistere alla cerimonia Giovannino. Durante l'anno, egli aveva fatto,
secondo la promessa, due o tre visite al figlioccio: visite brevi d'uno o due
giorni. Dicevano che egli avesse ad Augusta, e propriamente nelle terre di
Costantina, la figliuola d'un fattore, una bella contadina bianca, rossa e
prosperosa, per via della quale rifiutava di stare a lungo a Catania. La
duchessa madre ne era contentissima, come della pi sicura garanzia contro il
matrimonio. Il duca godeva nel sentire che suo fratello si divertiva; e quanto
a Teresa, nonostante che l'onest le impedisse d'approvar quel legame, pure
dimostrava al cognato un affetto fraterno, e gli faceva molta festa; se da
Augusta egli mandava qualche commissione alla madre, spesso l'eseguiva ella
stessa. Chiedeva ordinariamente biancheria, oggetti d'uso domestico, ma di
tanto in tanto anche tagli d'abiti da donna, busti, fazzoletti di seta...
Servivano per la figlia del fattore?
Tutte le volte che veniva alla casa materna, egli aveva il viso pi cotto, con
la barba pi ispida, la pelle delle mani pi dura. Su quella faccia da arabo
del deserto il bianco degli occhi era per dolcissimo. Teresa ringraziava il
Signore della saggezza che gli aveva ispirata, della salute che gli accordava;
per, in cuor suo, ella domandava come mai quel giovane tanto elegante, cos
avido di piaceri, delle cose belle e ricche, aveva potuto rassegnarsi a far la
dura vita di campagna, a vivere con una contadina, in mezzo a contadini... Non
era per lei stessa la causa di quella trasformazione? E subito, quasi a
scagionarsi ai propri occhi, ella pensava: "Sono trasformata anch'io!..."
Dov'erano pi, infatti, le sue ispirazioni poetiche, le sue alate fantasie?
Aveva preso marito da due anni, e gi cominciava la terza gravidanza.
Quand'ella sognava di Giuliano Biancavilla, di Giovannino, pensava forse di
divenire una macchina da far figliuoli?... Ora dava guerra a quei pensieri che
lo spirito della tentazione doveva certo suggerirle... Biancavilla, tornato dal
suo viaggio, dimenticava anche lui, prendeva moglie: un giorno ella lo incontr
a faccia a faccia; trasal un momento, ma un'ora dopo l'incontro se ne
dimentic. Giovannino era suo cognato; pi nulla restava cos dei sogni
antichi. Se ne doleva forse? No! Pensava: "Che cosa mi manca per esser felice?
Sono giovane, bella e ricca, tutti mi vogliono bene, tutti mi lodano, ho due
angioletti di figli: di che mi lagno?" E nella misura delle proprie forze aveva
fatto il bene: la sua mamma di lass non doveva benedirla? La Beata non poteva
esser contenta di quella lontana discendente?
Lo spirito della tentazione si serviva di arti molto sottili per turbarla in
quella serenit. Forse erano i libri, le poesie, i romanzi, quelli che, certe
volte, quando si sentiva pi tranquilla e sicura e sorrideva di maggior
beatitudine, facevano sorgere a un tratto una specie di nebbia che offuscava il
suo bel cielo, e le davano un senso di oscuro sgomento, e il rancore d'un bene
perduto prima ancora che ella avesse potuto raggiungerlo. Era peccato leggere
quei libri, seguire quelle visioni? Il confessore, i preti che la circondavano
dicevano s, che erano pericolosi; ma non riconoscevano forse nello stesso
tempo che il pericolo, per lei, era molto pi lontano, giacch ella aveva
un'anima retta e una mente sana e una coscienza purissima?... E poi, e poi, e
poi, ella aveva rinunziato a tante cose; se avesse rinunziato anche a vivere
con la fantasia, che le sarebbe rimasto?
Anche Giovannino leggeva molto: tutte le volte che veniva da Augusta le
domandava: "Cognata, avete libri da prestarmi?" e ne portava via a casse, in
mezzo alla roba di cui veniva a rifornirsi. In qual modo ammazzare il tempo
quando non c'era da vegliare ai lavori della terra: la vendemmia, le
seminagioni, i raccolti?... Un'altra cosa di cui si provvedeva, venendo in
citt, era il solfato di chinino. A Costantina, nei poderi della Balata e della
Favarotta regnava la malaria; egli, veramente, nella stagione del pericolo se
ne andava a Melilli, sui colli Iblei, dove l'aria era balsamica; ma, ad ogni
buon fine, per s come pei lavoratori, era bene che il sovrano rimedio non
mancasse mai.
Una bella sera d'estate, Teresa e la duchessa madre, lasciato a casa, in
custodia della cameriera, il duchino, e presa in carrozza la balia col
figliuolo pi piccolo, facevano la consueta passeggiata. Il baroncino lattante,
cullato dal moto dolce del legno, dormiva in mezzo a una nube di garza sulle
ginocchia della nutrice. Teresa portava per la prima volta un abito molto ricco
arrivatole da qualche giorno da Torino; ella vedeva che tutte le signore le cui
carrozze incrociavansi con la sua si voltavano, esaminandola, ammirandola. La
carrozza sal fino alla Madonna delle Grazie; le padrone e la balia scesero,
entrarono nell'angusta cappella e s'inginocchiarono dinanzi all'altare. Teresa
aveva chinato gli sguardi per evitare la vista del muro pieno di ex voto
orribili, del carnaio che la disgustava ora come l'inorridiva bambina; ma,
fissando l'immagine della Vergine, le diceva tutta la sua gratitudine per le
grazie di cui la colmava. Sentivasi tanto calma, da un certo tempo; quasi
felice! Da un pezzo nulla pi la turbava; nessun soccorso aveva da chiedere
alla Madonna. S, la salute sempre malferma di suo padre, l'umor tetro che lo
rodeva dopo l'operazione chirurgica. Chiuso, cupo, cruccioso, con pi bisogno
di prima di prendersela con qualcuno, egli era tornato a rimuginar l'idea di
dar moglie a Consalvo. Quantunque non parlasse e paresse non occuparsi di quel
iettatore, rodevasi al pensiero della fine della propria razza, se quel
iettatore non prendeva moglie. E gli aveva cercato un nuovo partito, a Palermo,
un partito che tutti assicuravano straordinario; ma Consalvo aveva detto ancora
di no, e il principe aveva rotto un'altra volta pi violentemente con lui...
Teresa preg pi a lungo, pertanto; poi si segn e sorse in piedi. La suocera
era gi alzata; la balia, l'umile contadina che reggeva in braccio il frutto
delle sue viscere, finiva di pregare; il bambino, destato dallo scalpiccio dei
passi, dal borbottare dei ciechi questuanti, guardava la fiamma dell'altare tra
ridente ed attonito. Ella distribu tutto quel che aveva in tasca ai poveri e
risal in carrozza. La duchessa madre ordin al cocchiere di andare a fermarsi
al Caff di Sicilia.
L, il cameriere non aveva ancora portato i gelati, che una voce alterata
esclam dietro la carrozza:
"Teresa... Mamma..."
Era il duca, irriconoscibile, con la camicia disfatta dal sudore, pallido come
un morto. Rivolto al cocchiere, mentre esse domandavano sgomente:
"Che c'?... Michele!... Che hai?..."
"Torna a casa!" ordinava egli. "Torna subito..."
E apr lo sportello, sal, si gett a sedere accanto alla balia.
"Mio padre?... Il bambino?" esclamava gi Teresa, afferrandogli una mano; ma
egli:
"No, no..."
E mentre i cavalli, sferzati, partivano traendo scintille dal lastricato,
spieg finalmente:
"Giovannino... Un telegramma del fattore... La perniciosa!... Sono corso dal
dottore, poi alla stazione... Vi ho cercato da per tutto... Partir stanotte,
con un treno straordinario..."

Nel primo momento, Teresa prov quasi un senso di sollievo. Smarrita alla vista
del marito, atterrita dalle sue oscure parole, aveva creduto alle pi terribili
catastrofi: la morte del padre, un'improvvisa minaccia per l'altro suo figlio.
Assicurata che nessuno dei suoi era in pericolo, ella non attribu molta
gravit alla malattia del cognato. Poich Michele perdeva la testa, e la
suocera, improvvisamente intenerita per quel figliuolo che aveva tanto
trascurato, smaniava adesso e parlava di partire, di correre a chiamare altri
dottori, ella sentiva che toccava a lei ragionare. Letto il telegramma del
fattore, la sua fiducia s'afferm. Il telegramma diceva: "Fratello Vostra
Eccellenza trovasi a letto con febbre alta, somministrato subito chinino
temendo trattisi perniciosa; venga qualcuno famiglia insieme dottore." Il duca
non aveva posto attenzione alla forma dubitativa dell'annunzio; ella diede
coraggio a tutti, s'offerse di accompagnarli; ma la duchessa che esclamava ogni
due minuti: "Figlio mio!... Figlio mio!..." volle che restasse. Allora ella
prepar le valige pel marito e per la suocera, non dimenticando nulla,
raccomandando loro di non lasciarla senza notizie, assicurandoli che anche
della perniciosa il chinino gi somministrato e le cure del dottore di Catania
avrebbero sicuramente trionfato.
All'una della notte Michele e la duchessa partirono. Restata sola in casa, la
sua fiducia cominci a mancare. Se non si fosse trattato d'una cosa grave, il
dispaccio, la richiesta d'un altro dottore, la chiamata dei parenti non
sarebbero stati necessari. E perch non aveva firmato egli stesso il
telegramma?... Stringendosi al petto i bambini ella pregava in cuor suo:
"Signore, Madonna delle Grazie, fate che non succeda una disgrazia!..."
E perch col giorno, quando Michele e la duchessa dovevano esser giunti al
capezzale di lui, non veniva nessuna notizia?... Ella diceva tra s, per darsi
coraggio: "Nessuna nuova, buona nuova!..." e tentava raffigurarsi i volti ilari
del marito e della suocera nel vedere il fratello e il figlio sorrider loro,
rassicurarli... Perch dunque non rassicuravano lei stessa? Non sapevano che
anche lei era inquieta?... Come si rimproverava, adesso, il crudele egoismo che
l'aveva quasi fatta gioire udendo che in pericolo versava il cognato! Non le
era quasi fratello? Non l'amava ella di fraterno amore?... Come si perdeva
adesso, come si cancellava la memoria di quell'altro amore che aveva nutrito
per lui! Adesso restava solo l'amico, il parente, colui che aveva tenuto al
fonte della redenzione la creaturina sua!...
E le notizie mancavano ancora. Veniva gente a chiederne, parenti, amici: ed
ella non poteva darne. Il marchese Federico, scotendo il capo, rifer d'aver
sentito dire che l'imprudente giovanotto era stato a dormire parecchie notti
nelle terre della Balata, nel fitto della malaria: "Ho paura che sia di quella
buona: sarebbe peggio d'una schioppettata." La principessa Graziella
protestava: "Ma che! Le male nuove le porta il vento!... Se gli hanno dato il
chinino a tempo, non c' pericolo!"
Fino a mezzogiorno non venne nulla. Ella stessa voleva fare un dispaccio per
sollecitar la risposta; ma, comunicata l'idea alla madrigna, costei rispose che
non le pareva il caso, che era meglio aspettare.
Nel pomeriggio rest di nuovo sola. I tristi pensieri tornarono ad assalirla.
Per combatterli, per discacciarli, si mise in orazione. Pregando, pens alla
Beata, alle lampade votive ardenti nella sua cappella. Con la veste che
indossava, buttatosi soltanto uno scialle sulle spalle, accompagnata dalla
cameriera, si fece portare in carrozza chiusa ai Cappuccini. Sotto l'altare
stava sempre la secolare cassa mortuaria, l'oggetto dei suoi terrori. Ella ne
sostenne la vista, giunse le mani, invoc dalla santa parente la salute del
poveretto, e ordin al sagrestano d'accendere una lampada perpetua. Tornata a
casa, non trov nulla, ma uno squillo di campanello la fece trasalire: forse
era il dispaccio. Era invece un usciere municipale mandato da Consalvo, il
quale voleva sapere le novit... Ella schiuse una finestra, avendo bisogno
d'aria. Tornando in camera sua, cadde sopra una seggiola, col viso nascosto tra
le mani. Lo vide morto. Michele non le dava la notizia funesta per riguardo del
suo stato. E a un tratto, il passato le torn tutto alla memoria: ella lo
rivide come lo aveva conosciuto, come lo aveva amato: ud la sua voce dolce
quando le aveva domandato: "Teresa, Teresa, mi vuoi bene?..." e con gli occhi
aridi, con voce strozzata, ella riconobbe: "S, l'ho ucciso io!... Per me ha
mutato vita...  andato a seppellirsi laggi... ha trovato la morte!..."
Sorse in piedi. Se qualcuno l'avesse udita?... Le creature dormivano; ella era
sola. E i dolorosi, i malvagi pensieri tornarono ad assalirla. Non era stata
soltanto lei, erano stati anche, e pi, tutti quegli altri! La sua madrigna,
suo padre, la madre di lui, tutta quella gente dura, spietata, inesorabile,
tutti quelli che avevano impedito d'esser felice a lui ed a lei stessa. Perch
ella non era stata felice, no, mai! E le davan lode per l'amore che portava al
marito! Se non l'aveva amato neppure un momento! Se le ispirava quasi disgusto!
Se disprezzava la sua ignoranza, la sua volgarit! E l'avevano sacrificata pei
loro puntigli, pei loro capricci, per la superstizione dei titoli, per
l'idolatria delle vane parole! Pazzi e maligni: aveva ragione Consalvo. Egli
aveva ben fatto, che s'era ribellato. La sciocchezza era stata tutta sua,
nell'obbedir ciecamente. Colpa sua! Anche sua! Per obbedire, per rispettare,
per contentare: chi? "Gli assassini di nostra madre!..."
Con gli occhi spalancati, ella trattenne il respiro. Il bambino l'aveva
udita?... La guardava, coi chiari occhi sereni, lucenti come celesti spiracoli
nella penombra della sera... Non corse a lui. Nella penombra, anche l'argento
del Crocifisso, il vetro del quadro della Madonna lucevano. Perch dunque Essi
permettevano queste cose? Non le sapevano? Non le vedevano? Non potevano
impedirle?
La porta si schiuse: la cameriera entr esclamando:
"Eccellenza, il telegramma!"
Ella lesse: "Dottori assicurano superato ultimo accesso. Riprende conoscenza.
Siamo pi tranquilli."
Allora ruppe in pianto.

Il duca torn dopo una settimana. Suo fratello era entrato in convalescenza, ma
quel giorno dell'arrivo lo avevano trovato boccheggiante: in un accesso di
delirio aveva tentato di buttarsi gi dal balcone; quattro uomini a stento
erano riusciti a trattenerlo. Un vero miracolo l'aveva salvato. Appena in grado
di viaggiare, lo avrebbero riportato a casa per assicurare la guarigione col
cambiamento d'aria.
Infatti, pochi giorni dopo, la duchessa madre, restata al suo capezzale,
scrisse chiamando il duca per aiutarla a trasportare il sofferente. Quando
Teresa lo vide arrivare, curvo, dimagrito, con la barba ispida sul viso giallo,
quasi non lo riconobbe. La pace era tornata adesso nell'anima di lei. Aveva un
istante disperato del soccorso divino, e giusto mentr'ella dubitava, mentre
quasi accusava il Signore d'averla dimenticata, un miracolo aveva salvato il
poveretto. Ella vi riconosceva l'intercessione della Beata: innalzava quindi al
cielo le pi fervide azioni di grazie. La lampada ardeva ora notte e giorno
nella cappella, la voce del prodigioso soccorso accresceva la fama della Santa.
Nessuna traccia della tempesta rest pi in lei. Dinanzi al cognato, debole,
scarno e tremante, ella non provava null'altro che una grande piet, non faceva
altri voti che per la sua guarigione. Mentre gli prodigava tutte le sue cure,
come una suora, pensava: "Com' imbruttito! Non si riconosce pi!..." Egli
lasciavasi curare come un bambino, senza forza, senza volont, senza memoria.
Il terribile colpo l'aveva stordito, la fibra si rinsanguava a poco a poco, ma
le facolt della mente erano pi tarde a ripristinarsi. Le fortissime dosi di
chinino gli avevano quasi tolto l'udito; spesso, egli credeva d'essere ancora
ad Augusta, chiamava la gente che aveva intorno laggi. La parola era rara
sulle sue labbra; lo sguardo stanco, fisso, a momenti pareva cieco.
Dopo un mese, i dottori consigliarono di portarlo in montagna. Sua madre lo
accompagn alla Tardara. Durante la loro assenza, che dur tre mesi, Teresa
partor un altro maschietto. In novembre, il freddo non permettendo pi di
stare in mezzo ai boschi, la duchessa e il convalescente tornarono: Giovannino
era adesso guarito del tutto, i colori della salute gli fiorivano in viso; la
mente per era debole ancora. La sua lieve sordit lo rendeva inquieto,
irritabile, nervoso. Ora smaniava per andar fuori, per veder gente; ora si
chiudeva in camera, evitando tutti. Spesso, ad una lieve contraddizione, a
un'osservazione senza importanza della madre o del fratello, si spazientiva,
rispondeva sgarbatamente; alle volte gridava con le mani in testa: "Volete
dunque farmi impazzire?..." Solo Teresa pareva esercitare un'influenza
pacificatrice sul suo spirito ammalato. Come per virt d'un senso pi fine,
perfetto, egli intendeva sempre tutto ci che diceva Teresa, quasi leggesse le
sue parole negli sguardi, nello stesso movimento delle labbra. Ed a poco a
poco, per quel benefico influsso, egli miglior, guar, riprese le abitudini
d'un tempo, ricominci a vestirsi con cura, a prendere interesse alle cose che
vedeva e udiva. Un giorno si fece radere la barba: fu una specie di
trasformazione come quelle che si vedono al teatro: ringiovan in un momento,
il bel ragazzo di un tempo riapparve.
"Cos va bene!" gli disse Consalvo, che veniva spesso a trovarlo, quando le sue
occupazioni sindacali lo lasciavano libero
Egli era adesso all'apogeo della popolarit: non si sentiva parlare d'altro che
della sua intelligenza, della sua accortezza, del gran bene che faceva al
paese: il governo l'aveva nominato commendatore della Corona d'Italia. Spesso,
tuttavia, s'impegnavano discussioni tra lui e Giovannino, poich quest'ultimo
osservava che col sistema di buttar via allegramente i quattrini in opere pi o
meno utili le finanze del comune, gi floridissime, correvano rischio di dare
un crollo.
"Chi ne ha ne spende!" rispondeva Consalvo. ".I Aprs moi le dluge./I ..."
"Dovranno far debiti, se continuerai di questo passo..."
"Qualcuno li pagher. Mio caro, ho da farmi popolare; mi servo dei mezzi che
trovo. Credi tu che questo gregge m'apprezzi per quel che valgo? S'ha da
buttargli la polvere agli occhi!"
Teresa e Giovannino, nei loro discorsi, parlavano sempre di lui, s'accordavano
interamente nel giudicarlo. Quel suo disprezzo di tutto e di tutti li
addolorava: certo, era un segno di forza; ma alla lunga non avrebbe potuto
nuocergli? Teresa, specialmente, credeva che la forza vera fosse pi modesta,
pi riguardosa, pi timida; il cognato consentiva nei suoi giudizi; per
scagionava Consalvo, attribuiva quel che c'era di men bello in lui al sistema
politico. Doleva sopra ogni cosa a lei che il fratello non avesse una fede
salda e desse ragione a tutti e si ridesse di tutto. Egli non praticava pi, e
ci la crucciava infinitamente; ma avrebbe piuttosto preferito una franca
negazione ai sotterfugi ch'egli poneva in opera. Per Sant'Agata, alla testa
della Giunta, con l'abito nero e le decorazioni, egli assisteva alla messa
pontificale dinanzi a migliaia di persone stipate nella cattedrale; poi
dichiarava: "La mascherata  finita!"
"Perch ci vai, allora?" gli domandava la sorella. " meglio restare a casa, se
credi che sia una mascherata."
" meglio..." confermava Giovannino.
"Se resto a casa, perdo l'appoggio dei sagrestani e dei baciapile!"
"Ma i liberi pensatori che ti vedono in chiesa," soggiungeva il cugino, mentre
Teresa approvava col capo, "che dicono?"
"Dicono, come me: "Costa, il favore popolare!...""
No, no, ella non voleva che suo fratello fosse cos. E sosteneva con lui
discussioni vivaci durante le quali le dava della pinzochera, della clericale,
per finire con una raccomandazione: "Non m'inimicare i tuoi Monsignori!"
Ma i prelati che venivano a trovare la giovane duchessa le facevano anch'essi
molti elogi del fratello. Scrollavano un poco il capo, veramente, a motivo
dello scetticismo di lui, ma riconoscevano le sue buone qualit; e "quando il
fondo  buono, non bisogna disperare". La frequentazione di quegli
ecclesiastici, l'ascolto che prestava loro non facevano rinunziare Teresa alle
sue idee, in fatto di politica religiosa. Devota credente, ma non bigotta, ella
non poteva condannare, per esempio, la soppressione delle fraterie, udendo
narrare - adesso che era maritata - gli scandali dei Benedettini. E perch mai
il Papa ostinavasi a pretendere il dominio temporale, se Ges aveva detto: "Il
mio regno non  di questo mondo"?... Ma simili opinioni, che avrebbero fatto
scomunicare ogni altra, erano in lei tollerate dai suoi confidenti spirituali,
i quali del resto le stavano attorno, tiravano partito della sua piet,
dell'influenza che esercitava sul fratello sindaco. Se volevano far entrare
certi ragazzi all'Ospizio di beneficenza o certi vecchi a quello di mendicit o
certi ammalati agli ospedali; se bisognava sostenere le Suore di carit che gli
atei volevano mandar via, oppure ottenere a prezzo di favore il terreno per gli
asili cattolici; se sorgevano contestazioni tra il Municipio e la curia, Teresa
serviva da intermediaria, otteneva spesso da Consalvo quanto gli chiedeva. Ma
gli scherzi, i motteggi, le scettiche dichiarazioni del fratello, che diceva di
concedere quelle cose per ottenerne il ricambio a suo tempo, le facevano male.
Una volta che ella gli rimprover la mancanza di carattere, le rispose
sorridendo: "Mia cara, non sai la storia di quello che vedeva una festuca negli
occhi altrui e non la trave nei propri? Pensa un po' a ci che hai fatto tu
stessa!"
Erano soli. Ella chin il capo.
"Volevi sposar Giovannino, ed hai preso Michele che non volevi:  vero, s o
no? Ed era un atto gravissimo, il pi grave di tutta la vita, quello che decide
dell'esistenza... Hai fatto cos per mancanza di carattere, potrei dirti per
seguire il tuo esempio. Io dir invece che l'hai fatto perch t' convenuto! Il
carattere, tienlo bene a mente,  ci che torna conto..."
Ella continu a tacere. Era la prima volta che il fratello le parlava di quelle
cose intime. Ma, quasi per correggere ci che vi poteva esser d'urtante nelle
sue parole, Consalvo riprese:
"Del resto, non te ne faccio colpa. Pu darsi che sia stato meglio per te. Il
povero Giovannino, dopo la malattia, non ha pi la testa a posto..."
"Perch?..." domand ella. "Come puoi dirlo? A me non pare..."
"Non parr a te, pare a tutti quelli che gli parlano. Non vedi com' sempre
nelle nuvole? Guardalo quando cammina solo per le strade: urta i passanti, non
vede le carrozze, tal e quale come suo padre..."
"Dici davvero?"
"L'altro giorno, se non erano le guardie di citt, restava sotto un carro.
Certe volte non ragiona, mi fa ripetere due o tre volte le cose prima che
capisca... Parlane a tuo marito, fatelo curare, state attenti prima che succeda
una disgrazia."
Ella rimase profondamente turbata. Le pareva che il cognato fosse ristabilito
del tutto; nulla le faceva pi sospettare che lo squilibrio della sua mente
durasse. Ora, aspettando ch'egli rincasasse, provava quasi un senso di paura,
come se veramente un pazzo stesse per venirle dinanzi. Ma vedendolo rientrare
sereno, sorridente, con un cartoccio di dolci pei bambini, con una quantit di
notiziole per lei, ella fu certa che Consalvo s'ingannava, o almeno che
esagerava sicuramente.
"Sai," gli disse la prima volta che rest sola con lui, "i tuoi timori sono
ingiustificati; Giovannino non ha nulla..."
Consalvo scosse il capo; ma come Teresa insisteva dimostrandogli che in casa il
giovane non dava alcun sospetto, che con lei ragionava benissimo, egli si
lasci scappare, con aria di galanteria:
"Credo che stia bene... con te."
A quelle parole, repentinamente, prima ancora che ne avesse considerata la
significazione, una vampa le sal al viso. Voleva rispondergli, dirgli che lo
scherzo era sconveniente e indegno, che quelle parole contenevano un sospetto
ingiurioso ed infame, chiedergli di spiegarle meglio, costringerlo a
disdirle... ma tutte quelle idee passavano ratte come lampi per la sua mente,
ed ella restava muta, soffocata, avvampante, non udendo pi nulla dei discorsi
del fratello... Quando si trov sola prov a ragionare. Che aveva voluto dire
Consalvo? Era possibile che sospettasse di lei? E se anche avesse accolto un
sospetto di quel genere, sarebbe venuto ad esprimerlo dinanzi a lei?... No, era
uno scherzo, un'allusione sconsiderata ma innocente a quel che c'era stato un
tempo... Ma perch non aveva ella risposto subito, dichiarando che quelle
parole erano fuori di luogo? Perch era rimasta cos turbata, perch la sua
inquietudine durava ancora, adesso che ella si prendeva la testa fra le mani e
si rivolgeva tutte quelle domande?... Aveva taciuto perch era stata colta in
fallo?... Suo cognato, dunque, era inquieto lontano da lei e non ragionava, per
causa di lei? E allora per qual virt, quando le stava dinanzi, era sorridente
e sereno?... Ed ella, che cosa aveva fatto perch ci fosse possibile? Lo aveva
curato, gli aveva dimostrato il bene fraterno che gli voleva, s'era valsa
dell'ascendente che esercitava su lui per guarirlo... E poi? Nient'altro!...
Nient'altro!... Il Signore le era testimonio!... Nulla, come suo fratello!...
Perch dunque le parole del fratello suo?... Forse perch c'era stato qualcosa
fra loro, un tempo, tanto tempo prima? Perch Giovannino non le era fratello di
sangue?... E un dubbio atroce le pass per la mente: "Se quello che ha detto
Consalvo  ripetuto dagli altri?..."
Lo stupore dominava quella tempesta di dubbi, di paure, di proteste. Come mai,
se ella era innocente non solo di atti ma anche di pensieri, Consalvo aveva
potuto pensare al male o solamente rammentare il passato ch'ella credeva morto
e sepolto? Come mai?... Perch?... E vedendo rincasar Giovannino, udendolo
discorrere seduto accanto a lei alla tavola comune, ella comprese: perch
vivevano adesso sotto lo stesso tetto, perch erano tutto il giorno insieme,
perch uscivano insieme in carrozza, perch ella lo ritrovava in casa del
padre, delle zie, da per tutto dove andava... No, non s'era accorta ancora che
la loro intimit fosse giunta a tal segno, o piuttosto non aveva compreso che
quell'intimit potesse far nascere un sospetto orribile; ma ecco che la sua
mente cominciava a rischiararsi: s, non le era fratello, era un estraneo, un
uomo che ella aveva amato altra volta... Bisognava dunque che egli andasse via,
che se ne stesse lontano, come nei primi anni del matrimonio, come prima della
malattia... S, andarsene via... E ad un tratto ella comprese una cosa pi
terribile di tutte: che ci era impossibile, perch ella lo amava. All'idea di
non vederlo pi, al pensiero di rompere quella cara e dolce comunione di anime,
ella sent lacerarsi il cuore. E poich non pi lampi interrotti, ma una luce
cruda illuminava adesso il suo pensiero, ella riconobbe che non lo amava
soltanto per la compagnia spirituale, ma tutto, anima e corpo, come prima, come
sempre...
Suo marito s'era fatto pi grasso e pi goffo, aveva perduto gli ultimi
capelli: il suo cranio lucido le faceva ribrezzo. All'idea di passar la mano
sulla chioma folta e odorosa di Giovannino ella tremava... perch s'accordavano
nei giudizi, nei gusti, nelle opinioni? Perch si amavano!... Perch ella sola,
nel tempo che egli soffriva, era stata buona a sedare lo spirito inquieto?
Perch si amavano!... S'amavano, voleva dire che erano infami! Tanto pi degni
d'eterna dannazione, quanto pi sacri erano i vincoli che avrebbero dovuto
rispettare!... Lei, la santa!... la santa!...
Ed alla sua mente atterrita parve che il peccato fosse commesso, senza pi
scampo. Tutte le volte che Giovannino le stava vicino, ella tremava come
dinanzi al testimonio ed al complice della propria colpa. Lo evitava, non lo
guardava pi in viso, smaniava quand'egli teneva in braccio i nipotini,
baciandoli lungamente, avidamente, quasi baciasse lei stessa, una parte della
sua carne... "Che avete, Teresa?" le domandava egli; e l'imbarazzo, la
freddezza di lei divenivano pi grandi, poich non le diceva pi .I cognata./I
, ma la chiamava per nome, ed ella stessa lo chiamava per nome, tanto la loro
intimit s'era stretta. Michele, la suocera cominciavano a notare anch'essi il
mutato umore di lei e non sapevano a che attribuirlo, o lo mettevano in conto
di un malessere indefinibile di cui ella lagnavasi. Se avessero saputo!... Se
avessero scoperto!...
Quando giunse al parossismo, il suo terrore si risolse, come una febbre. Che
potevano scoprire? Quali atti, quali parole, quali sguardi d'intelligenza? Era
mai accaduto nulla fra di loro, un giorno, un'ora, un minuto, che li avesse
costretti ad arrossire? Dov'era la colpa, fuorch nel pensiero? Ed era ella
proprio sicura che egli nutrisse come lei il pensiero peccaminoso? Che prova
diretta ne aveva? Quel suo spavento, al contrario, la repulsione che ora gli
dimostrava, non potevano essere gli unici indizi denunziatori? E a poco a poco,
sforzandosi a ragionare, quetossi. Egli sarebbe andato via, il tempo avrebbe
ancor una volta spento il fuoco divampante a tratti nel suo cuore, come
gl'incendi vulcanici...

Un improvviso peggioramento del padre la aiut a dimenticare. Il tumore,
scomparso da un pezzo nel punto dov'era passato il ferro del chirurgo,
riappariva nuovamente pi a destra, verso l'ascella. L'infermo, appena
accortosi della nuova formazione maligna, ebbe un cos formidabile accesso di
furore impotente, che lo spavento gel le anime dei suoi. Ella accorse, pass
intere giornate al capezzale del disperato, sopport pazientemente tutti gli
scoppi del suo livore, allevi le pene della madrigna. I dottori, al momento
opportuno, s'apprestavano a tagliare, a bruciare; anche questa volta l'infermo
url che non voleva. "Vogliono ammazzarmi! Non sono dottori, sono macellai!..
Li pagate per ammazzarmi, per liberarvi di me!..." E nel delirio, buttava via a
un tratto la maschera dello zelante cattolico timorato di Dio, orribili, sconce
bestemmie gli uscivano dalle labbra. La principessa si turava le orecchie,
Teresa alzava gli occhi al cielo; i Monsignori per affermavano: "Non  lui
quello che parla,  il male... Egli non sa ci che dice..." Ma, scorgendo le
vesti nere, l'infermo gridava: "E voialtri corvacci, che volete?... Fiutate la
carne umana, corvacci?... Via di qua!... Via di qua!..." La crisi fin con un
pianto dirotto. Egli promise Messe alle anime del Purgatorio, ceri e lampade a
tutte le Madonne e a tutti i Crocifissi, chiese perdono ai suoi, scongiurando
che non lo abbandonassero. Teresa, inginocchiata al suo capezzale, lo indusse a
lasciarsi operare un'altra volta.
"Fate... fate come volete... Ma non mi lasciate!... Per carit, per l'anima di
tua madre! non mi lasciare..."
Ella assist al macello. Dapprima, la vista del padre che per l'azione del
cloroformio, sotto la maschera di feltro, s'agit, rise, disse parole
incomprensibili, poi si quet, impallid, parve morto, le gel il sangue nelle
vene; ma ella fece forza a se stessa per non essere di impaccio ai dottori; e
con straordinaria tensione della volont vinse i propri nervi. Ma alla vista
dei ferri, alle zaffate dell'acido fenico che si mescolavano alle esalazioni
dell'anestetico, un senso di freddo le sal al cuore, un moto di nausea le
pass per la gola, e a un tratto le parve che tutte le cose girassero.
"Vada via! Vada via!..." le diceva il chirurgo quando torn in sensi; ma ella
scosse il capo: aveva promesso, rest.
Non vedeva la piaga, ma il gesto circolare che l'operatore faceva col braccio,
il sangue che sprizz sui grembiali del chirurgo e degli assistenti, che
macchi il letto e il pavimento, che fece pi disgustoso l'odore dell'aria.
Quanto sangue! Quanto sangue! Se ne colmavano le catinelle; vuotate, si
ricolmavano... Ella stava dall'altro lato del letto, tenendo una mano del
padre, fredda come quella d'un cadavere. Non poteva n pregare n pensare,
vinta dall'orrore: una sola idea occupava il suo spirito: "Quando finiranno?...
Non finiranno pi?..."
Non finivano mai. Come un artefice alle prese con la materia inerte da ridurre
alla forma prestabilita, il chirurgo tagliava ancora, recideva, raschiava;
lasciava uno strumento e ne pigliava un altro, poi riprendeva il primo, calmo,
freddo, attentissimo. Ed un incidente prolung l'attesa, ritard l'operazione.
Una goccia del putrido sangue cadde sulla mano scalfita dell'assistente; perch
quell'uomo non fosse avvelenato accesero il termocauterio, il platino rovente
fu passato sulla sua mano; s'ud il frizzo della carne bruciata, l'aria divenne
mefitica.
Dopo un'ora, tutto fin. Lavate le macchie, fasciata la piaga, riposti gli
strumenti nelle custodie, il principe fu destato. Il primo sguardo del padre,
cieco ancora, ancora morto, accrebbe il terrore di Teresa. Nondimeno, ella
attese il ritorno della vita; disse al padre, sorridendogli, stringendogli la
mano:
" fatto... tutto  andato benissimo... Non  vero, dottore?..."
Ma ad un tratto ogni forza l'abbandon. Suo marito, entrato con la principessa
e gli altri parenti, la port via, in una sala lontana. Il dottore venne a
dire, con tono d'autorit:
"Volete s o no andarvene a casa, adesso?... Andate a riposarvi: qui non c'
pi nulla da fare..."
Non ebbe la forza di rientrare neppure un istante nella camera dell'infermo;
volle per che Michele restasse, per recargliene pi tardi le nuove. Scese le
scale barcollando, appoggiata al braccio del dottore, e si lasci cadere sul
sedile della carrozza. E mentre i cavalli correvano, e l'aria smossa le
vivificava il petto, anche lo spirito liberavasi finalmente dalla lunga
oppressione. Ella pensava: "Quanti dolori! quante miserie!" Che valevano al
padre le ricchezze, l'impero ai quali aveva tanto tenuto? Non avrebbe dato
tutto per la salute?... Ed era condannato! Quell'operazione era quasi inutile:
l'ascesso sarebbe riapparso altrove... E contro quella povera vita rsa dal
male, un giorno, un momento, in cuor suo - non a parole, Signore, col solo
pensiero; ma con un pensiero egualmente colpevole - contro quella povera vita
ella s'era ribellata... Perch?... Come era stato possibile?... Se egli aveva
torti, adesso li pagava, con un supplizio atroce. E se aveva torti, toccava a
lei giudicarlo? Egli non aveva posto opera a farla felice: poteva giudicarlo
per ci?... E dov'era la felicit? Sarebbe ella stata felice altrimenti? Chi sa
quali altri dolori! Quante miserie!... E sempre il gesto del chirurgo che
incideva la viva carne le stava dinanzi agli occhi... Pensava suo padre a
queste cose? Riconosceva d'essersi ingannato?... Ella non doveva giudicarlo; ma
perch dunque le tornavano a mente tutte le accuse che aveva udito ripeter
contro di lui: che era stato duro, falso, violento; che aveva spogliato le
sorelle e i fratelli, e falsificato il testamento del monaco, e lasciato morire
accattando lo zio, e amareggiato la vita e affrettato la morte della moglie,
della madre di lei?.. Erano vere queste cose? Era egli cos tristo?... Se
l'invidia, la malignit lo avevano calunniato, quanto pi tristo era il mondo?
Che tristo e orribile mondo, quello dove l'odio tra padre e figlio poteva
allignare!... Egli non voleva veder Consalvo; il sacrifizio di lei era stato
dunque inutile! Sarebbe morto senza vederlo, bestemmiando e piangendo... Che
mondo di tristezza, che mondo di miseria!... Allora, rapidamente, quasi i
cavalli che la trascinavano la trasportassero indietro nel tempo, ella pens
alla bada, dove, fanciulla, s'era sentita opprimere, come ad un sicuro
rifugio, a un porto riparato dalle tempeste. Beata, s, la zia monaca che
passava i suoi giorni, tutti eguali, tra le preghiere e le semplici cure della
santa casa, fuor della vista del male, al sicuro dalle tentazioni, dagli errori
e dalle colpe. Ella pensava: "Perch ho avuto paura del monastero?... Cos vi
fossi entrata per sempre!..." L'imaginazione dolente riconosceva adesso che la
verit era l, in quel silenzio, in quella solitudine, in quella rinunzia. "Vi
entrerei ora?" chiedeva a se stessa; e rispondeva: "Ora, all'istante!" Che era
la vita se non l'aspettazione della morte? Perch avrebbe provato repugnanza
per la solitudine, la rinunzia, il silenzio della vita claustrale, se ella
sentivasi sola, spaventosamente sola, se aveva rinunziato a tante cose che le
erano state a cuore, se le voci del mondo erano tristi e dolorose? "Se io non
fossi nata?..."
Un brivido di freddo l'assal quando la carrozza arrestossi nel cortile di casa
sua. E i suoi figli? Aveva dimenticato i suoi figli? Quando li ebbe stretti al
petto, la lunga agitazione del suo spirito si risolse in pianto. Ed in quel
punto ella ud una voce, una voce viva, dolce e pietosa:
"Teresa, che avete?... Com' andata?... Sta male?..." Non pot rispondere; il
pianto la strozzava.
"Teresa!... Per l'amor di Dio, non v'angustiate cos! Voi che siete tanto
forte!... L'operazione non  riuscita? S?... E allora?... Andiamo, Teresa,
siate ragionevole!... Guarir, vedrete... Poveretta!... Ha ragione... Ma ora
basta! Basta, Teresa... Sentitemi... ditemi... Michele non  venuto con
voi?..."
Ella rispondeva a cenni col capo. Voleva dirgli di tacere perch quella voce
dolce, quelle parole buone accrescevano la tempesta del pianto, perch quella
soave piet le rivelava la propria miseria. No, ella non era forte; era debole,
timida, fragile; non poteva dare aiuto agli altri; aveva ella stessa bisogno
d'appoggio e di soccorso.
E la caritatevole voce diceva ancora:
"Poveretta! Poveretta!... Fatevi animo... Sono qui i vostri figli; guardateli,
guardate come sono belli... Fatelo per amore di questi angioletti, non
v'ammalate anche voi... E la mamma che non c'!... Volete vostro fratello?
Volete che lo mandi a chiamare?... Dite che cosa volete; son qua io..."
Ed il suo braccio la cinse, la sua tempia sfior la tempia di lei. Ella
piangeva ancora, ma di tenerezza, non di dolore: dopo l'orrore che aveva visto,
dopo le tristezze che aveva pensate, l'anima sua aveva bisogno di conforti, e
le confortanti parole le scendevano soavi all'anima come un balsamo. Avendo
pensato d'esser sola al mondo, di non aver nessuno che l'intendesse,
abbandonavasi ora, con la trepida volutt della debolezza, a quella forza, a
quella simpatia. Egli le asciugava gli occhi, le divideva sulla fronte i
capelli scomposti. La sua mano tremava.
"Cos..." mormorava, "basta cos..."
Le pass nuovamente il braccio attorno alla vita, le prese una mano. I
singhiozzi che le sollevavano il seno ambasciato facevano pi stretto
l'abbraccio. La baci in fronte.
Ella si liber dalla stretta e levossi. La duchessa sopravveniva.

Da quel momento, entrambi lessero il pensiero della colpa nei loro sguardi.
Evitavano di guardarsi, ma il pensiero persisteva, come se qualcuno, le stesse
mute cose lo esprimessero. Se la mano, se l'abito dell'una sfiorava quello
dell'altro, le fronti arrossivano, le menti si turbavano. Ella non pensava pi
a suo padre che se ne moriva, non ai suoi figli. Alla tentazione, soltanto,
sempre. And a gettarsi dinanzi alla Beata: la lampada votiva ardeva
perennemente, come la fiamma che struggeva il suo cuore. Non valsero le
preghiere: nessuno le udiva. Nulla valeva. Ella pensava: "Sar oggi... sar
domani..."
Suo marito le disse una volta:
"Giovannino m'inquieta... torna ad esser turbato come dopo la malattia, hai
visto?"
Ella non aveva visto nulla: stupivasi come non si fossero accorti ancora dello
smarrimento suo proprio.
"Non parla, non ride, pare che ricominci a tormentarlo qualche fissazione...
Che possiamo fare?"
Che potevano fare?
Un giorno, a tavola, Giovannino annunzi:
"Parto per Augusta."
Era la salvezza, ella pensava che era la salvezza, mentre la duchessa e Michele
esclamavano:
"Un'altra volta? Per prendere una recidiva? In questa stagione?... Di qui non
ti lasceremo partire!"
Ella pensava che era la salvezza; e come Michele le domand:
" vero che non pu partire?"
" un'imprudenza..." rispose.
Egli alz lo sguardo su lei. Non si guardavano negli occhi da tanto tempo.
Allora ella ebbe paura: quegli occhi spalancati, fiammanti, terribili, gli
occhi del folle, ripetevano a lei: "Volete dunque farmi impazzire?"
E rimase. Ma divenne un selvaggio. Ella s'accorse subito della pazzia, perch
era rivolta contro di lei. La evitava, non le rivolgeva la parola. Quando gli
presentavano i bambini li respingeva, quasi toccasse lei stessa nel toccar la
carne della sua carne. Una terribile misantropia lo assal, non and pi fuori:
un giorno, costretto ad uscire, non rincas. Torn il domani: non si seppe
dov'era stato.
Quel giorno ella fu chiamata, all'alba, dalla principessa. Il principe Giacomo
era agli estremi; il sangue avvelenato incancreniva a poco a poco tutto il suo
corpo. La mattina prima, con grande stupore di tutti, egli aveva mandato a
chiamare Consalvo. Voleva fare un ultimo tentativo per indurlo a prender
moglie; la paura della iettatura cedeva dinanzi alla suprema necessit di
assicurare la discendenza. Nella mente superstiziosa, indebolita ancor pi dal
male, il matrimonio del figlio era d'altronde l'unico mezzo di togliergli quel
funesto potere. Ammogliato, stabilito in una casa propria, padrone d'un assegno
e della dote della moglie, non avrebbe avuto ragione di augurare corta vita al
padre.
Consalvo venne subito, s'inform premurosamente della sua salute, sedette al
suo capezzale. Il principe spieg
"T'ho fatto chiamare per dirti una cosa..  tempo che tu prenda moglie."
"Pensi Vostra Eccellenza a guarire!" esclam Consalvo. "Poi si parler di
questi negozi."
"No," insist il principe. "Devi prender moglie ora..." Non aggiunse: "Perch
io sto per morire..."
Consalvo fren un moto di fastidio
"Ma che teme Vostra Eccellenza?... Che la nostra razza si spenga?... Non
dubiti... prender moglie, glielo prometto... Mi lasci per un po' di tempo...
Vuole che io ne prenda l'impegno in iscritto?" aggiunse sorridendo. "Sono
pronto!...  contenta?..."
L'infermo tacque un poco; poi riprese con voce breve:
"Voglio che tu non perda tempo... Ha da esser ora."
"Oggi, subito, all'istante?..." continu Consalvo con lo stesso tono di
scherzo.
"Ora... o te ne pentirai!"
Egli nascose pi difficilmente un moto di ribellione.
"Ma, santo Dio, che fretta ha mai Vostra Eccellenza... Neanche s'io fossi una
ragazza che invecchiando corresse il rischio di non trovar pi partiti! Ho
appena ventinove anni; posso aspettare ancora, fare una buona scelta. Ai tempi
di Vostra Eccellenza davano moglie ai ragazzi di diciott'anni; ora le idee sono
altre. Non dico che col sistema antico riuscissero cattivi mariti e padri...
ma, come si pensa oggi, come penso io, bisogna aver acquistato una larga
esperienza, essere nella pienezza della vita prima di dar la vita ad altri.
Forse sbaglier; ma a prender moglie ora, le assicuro che farei infelice la mia
compagna e sarei infelice io stesso. Mi pentirei se ascoltassi Vostra
Eccellenza. Vorrei farla contenta, se l'obbedienza al suo desiderio non
portasse conseguenze troppo gravi a me e ad altri..."
Finch il figlio parl, sfoggiando la sua eloquenza, il principe non disse una
parola. Quando Consalvo and via, egli s'afferr al campanello e son
disperatamente; e la principessa, le persone accorse lo trovarono in uno stato
da fare spavento. Pallido come fosse gi morto, con le mascelle contratte, con
le coltri strettamente afferrate tra le mani adunche:
"Il notaio! Il notaio! Il notaio!" mugolava.
Ad ogni parola dei familiari che gli domandavano che avesse, che tentavano
calmarlo, mugolava, come un cane arrabbiato:
"Il notaio!... Il notaio!... Il notaio!..."
Teresa lo trov in quello stato. Non si chet se non prima venne il notaro. E
allora disered il figlio. Solamente nell'impeto dell'ira, per vendicarsi,
aveva potuto indursi a dettare le sue ultime volont. E, arrestando con rauche
grida le osservazioni del vecchio notaro che non credeva alle proprie orecchie
e cercava richiamarlo alla ragione e impedire quella mostruosit, dett:
"Nomino erede universale di tutto il mio patrimonio, di tutto il mio
patrimonio, mia figlia Teresa Uzeda duchessa di Radal... con l'obbligo che
faccia precedere il cognome dei suoi figli dal mio casato, chiamandoli Uzeda
Radal di Francalanza... e cos per tutta la discendenza, sino alla fine..."
"Eccellenza..."
"Scrivete!... Lascio a mia moglie Graziella principessa di Francalanza il mio
palazzo avito... con l'obbligo espresso, espresso, scrivete: espresso, che vi
dimori essa sola, vita natural durante..."
"Signor principe!..."
"Scrivete!..." E continu a dettare i legati alle persone di servizio, ai
parenti per il corrotto, alle chiese per le messe, ai preti per le elemosine; e
non una sola parola, non un accenno a quel figlio. Ordin che i funerali
fossero celebrati col decoro competente al suo nome, che il suo corpo fosse
imbalsamato; ma a mano a mano che esprimeva queste intenzioni, la sua voce
s'arrochiva, gli spiriti vitali lo abbandonavano: quando fin, parve al notaio
che l'ultimo momento fosse giunto davvero. Ma allora l'infermo si rianim,
prese il foglio, lo rilesse parola per parola e lo firm. Quando le ultime
formalit furono compite, quando il testamento fu chiuso, quella violenta
eccitazione venne meno a un tratto. Egli aveva parlato della propria morte!
Aveva dettato le ultime volont! Aveva provveduto ai funerali! Egli era
iettatore di se stesso! Non gli restava pi che morire! Nessuno gli cav pi
una parola: immobile, tetro, serr gli occhi, aspettando.
Il notaio era gi corso dal duca:
"Il principino diseredato! Messo fuori di casa! Erede universale la figlia! Il
palazzo alla madrigna!... E quando mai s' vista una cosa simile?... La casa
Francalanza  proprio finita?... Pensateci voi!... Riparate lo scandalo!...
Persuadete quel pazzo!..."
Il duca, in quei giorni, aveva da fare: la tredicesima legislatura era stata
chiusa, i comizi convocati per il 26 maggio. Deciso a ritirarsi se lo avessero
nominato senatore, egli ripresentavasi ancora una volta perch la nomina non
voleva venire. E tra la devozione dei vecchi amici, tra l'indifferenza
sfiduciata di quanti speravano nella promessa riforma elettorale per
sbarazzarsi di lui, la sua candidatura non andava peggio delle altre volte:
Giulente, credutosi sul punto di ottenere il posto, tornava a battersi per lo
zio. Nonostante le sue occupazioni, udite le notizie portategli dal notaio, il
duca accorse al palazzo; ma il principe aveva dato ordine di non lasciar
entrare anima viva. And allora in cerca di Consalvo. Questi era al Municipio,
dove presiedeva, nella sala della Giunta, una riunione d'ingegneri per una
nuova opera che aveva divisata: la costruzione di grandi acquedotti destinati a
dotar d'acqua la citt. Udendo che suo zio lo chiamava, chiese permesso agli
astanti e and a riceverlo nel suo gabinetto.
"Non sai che succede?" esclam piano il duca, ma con aria grave ed inquieta; e
gli rifer ogni cosa.
"Ebbene?" rispose Consalvo, arricciandosi i baffi.
"Come, ebbene?... Ma va' a gettarti ai suoi piedi!... Chiedigli perdono!...
Arrenditi una buona volta..."
"Io?... Perch?..." E con un sorriso ambiguo, soggiunse: "Pu togliermi quel
che mi d la legge? No?... Faccia del resto ci che gli pare!"
Lo zio rest a guardarlo, interdetto, non comprendendo. Era dunque vero?
Quell'Uzeda non somigliava a tutti gli altri? Quando gli altri litigavano,
s'azzuffavano, passavano sopra a tutti gli scrupoli e a tutte le leggi pur di
far quattrini, quello l restava indifferente, sorrideva udendo che era
diseredato?
"Ma tu non pensi a ci che perdi!... Il palazzo lasciato a sua moglie per
cacciartene via?... Non capisci questa cosa?... Non te ne duole?..."
Consalvo lasci che lo zio dicesse; poi rispose:
"Vostra Eccellenza ha finito?... Sappia che la legittima, cio un quarto del
patrimonio, mi basta, anzi mi soverchia. Quanto al palazzo..." egli tacque un
poco, perch questo veramente gli coceva: il principe aveva saputo portare il
colpo, "quanto al palazzo, case non ne mancano, e coi quattrini se ne fanno di
pi belle della nostra... Adesso Vostra Eccellenza permetta: la commissione
m'aspetta."
E la notizia si diffuse per la citt. Ad una voce, in alto e in basso, il
principe fu biasimato. Antipatia e odio contro il figliuolo, sia pure; ma fino
a questo punto?... L'anima a Dio e la roba a chi spetta!... Non si rammentava
egli dunque che anche la vecchia principessa sua madre lo aveva odiato, ma che,
nondimeno, lo aveva trattato come il prediletto?.. La cosa era solo possibile
in quella gabbia di matti. Pazzo il padre e pazzo il figlio! Ma i fautori del
principino esclamarono: "Vedete il suo disinteresse?... Per esser uomo di
carattere, per non transigere, perde un patrimonio, e non gliene importa
niente!"
Ma se tutti, universalmente, biasimavano il principe, tra la servit, tra i
familiari, tra i lavapiatti regnava una vera costernazione. La casa Francalanza
finita! Le ricchezze alla femmina! Il palazzo alla moglie! Era venuta dunque la
fine del mondo?... E una sola persona durava fatica a nascondere la propria
gioia: la duchessa Radal madre. La sostanza che si riuniva nelle mani del suo
primogenito era dunque immensa! Il duchino non avrebbe potuto contare le
proprie rendite. Se Giovannino non si fosse ammogliato - e lei c'era per
questo! - la ricchezza del futuro duca avrebbe dato le vertigini!... Ella quasi
le provava, non comprendeva come Michele restasse indifferente a
quell'annunzio, come le dicesse:
"Mamma, non penso a questo... Penso a Giovannino... Non lo vedete? Cupo,
taciturno, certi giorni mi fa spavento..."
Ella non vedeva nulla, era persuasa che Michele esagerasse; la soddisfazione le
si leggeva negli occhi, si manifestava ad ogni atto, ad ogni parola. E Teresa
la guardava, non comprendendo. Sola fra tutti, ella non sapeva del testamento
del padre. Non udiva i borbottii dei parenti, non comprendeva le allusioni
della gente. Aveva un fuoco ardente nel petto, un chiuso fuoco che la consumava
a poco a poco... Perch non lo aveva lasciato andar via? Perch non aveva
stornato la tentazione? E gli occhi di lui dicevano sempre: "Volete dunque
farmi impazzire?..."
Ella non poteva n udire n comprendere nulla, sotto il peso della tragica
fatalit che sentiva aggravarsi tutt'intorno. A momenti pregava che l'agonia
del padre durasse, perch solo quell'agonia, quello spavento di morte la
distoglieva dal pensiero cocente. Che sarebbe avvenuto dopo la morte del
padre?... Poi, vedendo l'atroce supplizio del principe, s'incolpava di quella
preghiera inumana...
Il principe moriva a pezzo a pezzo, tra bestemmie e preghiere, scoppi di furore
e di pianto. Ora aveva paura di restar solo, ora la vista della gente sana lo
rendeva furibondo. Nominata erede la figlia, respingeva anche lei, poich,
dovendo ereditare, anche lei doveva affrettar coi voti la sua morte. Nessuno
gli parlava n del testamento, n di null'altro: bisognava, per accontentarlo,
che egli stesso avviasse un discorso. Pi spesso, la sua porta era chiusa:
nessuno poteva penetrare fino a lui.
E una notte un servo corse in casa Radal: il principe era agli estremi. La
notizia fu comunicata al barone Giovanni, perch avvertisse il fratello che
dormiva con la moglie.
"E come si fa?... Come si fa?..." balbettava egli, in preda a una confusione
straordinaria.
And finalmente a chiamare la madre. La duchessa corse nella camera maritale;
all'improvvisa apparizione Teresa, che non dormiva pi da tanto tempo, sent un
gran freddo serpeggiarle pel corpo. "Mio padre?..." e, cacciato un grido, cadde
riversa sul letto. La duchessa scosse il duca Michele per destarlo dal sonno
greve, e corse a cercare un cordiale. La cameriera e la balia accorsero
anch'esse.
Nella stanza attigua il barone pareva istupidito. Suo fratello lo chiamava, le
persone di servizio gli dicevano, passando e ripassando in fretta: "La povera
duchessina!... Venga anche Vostra Eccellenza..." ma egli guardava la soglia
della camera nuziale con occhio fisso, dilatato, come se ci vedesse qualche
cosa di orribile.
"Giovannino!" grid a un tratto il duca.
Egli entr. Era distesa sul letto, con le braccia nude, il seno nudo, i capelli
d'oro diffusi sul guanciale, le labbra dischiuse, gli occhi rovesciati.
"Aiutami a sollevarla..."
Era rigida come una morta. Egli la sollev per le ascelle. Come se le mani gli
scottassero, si mise a scuoterle. Tremava. Tremavano tutti, perch la notte era
glaciale.
"Riprende i sensi," annunzi la duchessa.
Allora egli s'allontan, and a mettersi dietro la finestra dell'altra stanza.
Mezz'ora dopo uscirono tutti e tre: la suocera e il marito reggevano Teresa;
Michele disse al fratello:
"Tu va' a letto... Fa freddo... Torner appena potr."
In casa del principe c'era tutta la parentela. Consalvo stava nella Sala Gialla
con gli zii; al capezzale del morente c'eran solo la principessa e lo zio duca.
Teresa and a mettersi accanto alla madrigna.
" meglio che finisca," dicevano nella Sala Gialla, "soffre troppo..."
Consalvo non diceva nulla. Pensava impaurito a quel male terribile che un
giorno avrebbe potuto rodere, distruggere il suo proprio corpo in quel momento
pieno di vita. Era il sangue impoverito della vecchia razza che faceva, dopo
Ferdinando, un'altra vittima precoce, poich suo padre aveva appena
cinquantacinque anni. Sarebbe anch'egli morto prima del tempo, prima di
conseguire il trionfo, ucciso da quei mali terribili che ammazzavano gli Uzeda
giovani ancora? Suo padre avrebbe dato tutte le proprie ricchezze per vivere un
anno, un mese, un giorno di pi. Che avrebbe dato egli stesso, perch nelle
proprie vene scorresse il sangue vivido e sano di un popolano?... "Niente!..."
Il sangue povero e corrotto della vecchia razza lo faceva quel che era:
Consalvo Uzeda, principino di Mirabella oggi, domani principe di Francalanza. A
quello storico nome, a quei titoli sonori egli sentiva di dovere il posto
guadagnato nel mondo, la facilit con cui le vie maestre gli s'aprivano
innanzi. "Tutto si paga!..." pensava; ma piuttosto che dare qualcosa per vivere
la vita lunga e forte d'un oscuro plebeo, egli avrebbe dato tutto per un solo
giorno di gloria suprema, a costo d'ogni male... "Anche a costo della ragione?"
Solo quest'altro oscuro pericolo che pesava su tutta la gente della sua razza
lo atterriva; ma poi, considerando la lucidit del suo spirito, la giustezza
dei suoi criteri, l'acutezza della sua vista, rassicuravasi; quei poveri di
spirito, quei monomaniaci che s'eran chiamati Ferdinando ed Eugenio Uzeda
avevano potuto perdere la ragione: non egli era minacciato... Ed in quel
momento, sotto l'influenza di quei pensieri, di quel senso di paura, si
giudicava quasi severamente per la lunga lotta sostenuta contro il padre.
L'ostinazione, l'irremovibile durezza di cui aveva fatto mostra non era un
sintomo inquietante, la prova che anch'egli poteva un giorno smarrirsi, come
quegli altri? Anche resistendo alle imposizioni del padre, anche giudicandolo
come meritava, non avrebbe egli potuto conservare una certa misura, rispettare
le forme, salvar le apparenze? Perch quello scandalo? Non poteva fargli anzi
torto?... E adesso sentivasi quasi disposto a chieder perdono al morente, a
mutar politica...
Recitavano le preghiere degli agonizzanti, nella camera dell'infermo; il
principe rantolava. Dinanzi allo spettacolo della morte, il senso di paura
agghiacciava nuovamente il cuore di Consalvo. Egli aveva piet del padre, di
tutti i suoi. Stravaganti, duri, prepotenti, maniaci: erano forse responsabili
delle loro brutte qualit? "Tutto si paga!..." e anch'essi pagavano il gran
nome, la vita fastosa, le pi invidiate fortune!... Ma quel viso affilato del
padre, quello sguardo cieco, quel rantolo affannoso!... Il giovane piegava i
ginocchi, intuiva cose che aveva negate. Egli che s'era fatto beffe della
religiosit della sorella, accusandola di bigotteria, comprendeva ora che la
preghiera e la fede erano per lei un rifugio. Inginocchiata, con le mani
giunte, immobile come una figura sepolcrale, ella non vedeva, non udiva.
Consalvo quasi invidiava l'immancabile conforto cui ella poteva ricorrere nella
tristezza...
Il sacerdote che vegliava l'agonizzante alz ad un tratto le braccia al cielo.
S'ud lo scoppio di pianto della principessa, i gemiti delle donne di servizio,
i sospiri della marchesa e di Lucrezia.
Solo Teresa non piangeva; neppure la duchessa Radal e donna Ferdinanda, in
verit. Tutti sfilarono dinanzi al cadavere, baciandone le mani. Le donne si
lasciarono condur via, tranne la figlia e la moglie. Nella Sala Rossa, la
duchessa ripeteva che era meglio fosse morto, quel poveretto; non era vivere,
il suo. Il duca col maestro di casa e Benedetto Giulente davano disposizioni
per la circostanza, mentre i servi sbarravano tutte le finestre, tutti i
portoni. Michele, fattosi vicino a Consalvo, gli stringeva la mano, mormorando:
"Coraggio!..." Egli stava per rispondere qualcosa, quando ud una voce:
"Eccellenza..."
Era il portinaio che gli faceva cenno di dovergli parlare.
"Permetti..." disse al cugino, e avvicinossi al servo, credendo gli chiedesse
qualche ordine.
"Eccellenza... venga qui..." mormorava l'altro, trascinandolo nella stanza
attigua con aria di mistero, che Consalvo, nonostante la tristezza del momento,
giudicava un poco buffa. "Eccellenza!" esclam a un tratto, quando furono soli,
con voce di terrore che diede un senso di raccapriccio al giovane. "Che
disgrazia, Eccellenza!... Suo cugino il barone... Il cognato della duchessa..."
"Giovannino?" esclam egli, non comprendendolo.
"S' ammazzato,  morto!... Or ora;  venuto or ora il cameriere della
duchessa... L'ho lasciato abbasso... Morto, con una pistolettata... Per
avvertir prima Vostra Eccellenza... Bisogna mandare qualcuno..."
Un sospiro di terrore e d'ambascia sfugg dal petto a Consalvo. Il "figlio del
pazzo", la pazzia, la morte violenta!... Ad un tratto si scosse, strinse il
braccio al servo:
"Non una parola a nessuno, capisci?... Andr io stesso... Aspetta il mio
ritorno... Non dire che sono andato fuori..."
Sentiva di dover fare qualcosa. E quel sentimento, la nettezza della
percezione, la rapidit della risoluzione gli procuravano un vero senso di
sollievo, di fiducia, come se uscendo da un sogno penoso s'accorgesse in quel
punto d'esser desto e al sicuro... Alla pazzia, al suicidio del cugino non era
estranea Teresa: egli non sapeva in qual misura, ma era certo che non la sola
eredit, non la sola malattia avevano sconvolto il cervello del giovane.
Bisognava dunque nascondere il suicidio per Teresa, per la famiglia, per la
gente... E appena giunto in casa dei Radal, appena entrato nella camera dove
il cadavere giaceva per terra, ai piedi di un divano, sotto un trofeo d'armi,
esclam dinanzi alla servit costernata:
"Ah, quest'armi maledette!... Credeva che la rivoltella fosse scarica... Povero
Giovannino!... Che disgrazia!..."
Nessuno os rispondere. Prima che sopraggiungesse la giustizia, egli tolse
l'arma che il morto stringeva nel pugno, ne cav le cinque cartucce rimaste, e
la ripose in mano al cadavere. E al pretore, che saputa la morte del principe
Giacomo, gli diceva con aria dolente:
"Signor principe!... Che disgrazie!... Due in una volta!... Non pare
credibile!..."
"Non pare davvero..." conferm egli, con chiara voce, interamente rassicurato.
Quel "signor principe" che il magistrato gli dava prima d'ogni altro gli
rammentava che una nuova ra s'apriva per lui. La fermezza di cui aveva dato
prova, la prontezza con cui aveva visto quel che doveva fare lo rassicuravano:
egli non aveva paura di cadere nelle pazzie degli Uzeda; dei suoi aveva
soltanto la ricchezza e la potenza. E l'inganno in cui trascinava la giustizia
non era l'ultimo motivo del suo compiacimento; egli diceva al pretore:
"Il mio povero cugino era solo in casa... aveva la passione delle armi...
Credette che questa rivoltella fosse scarica... Invece, guardi, c'era una sola
cartuccia dimenticata..."

8.

Le due duchesse stettero un mese fra la vita e la morte. Il dolore della madre
fu terribile, poich ella vide nella spaventosa disgrazia la mano di Dio.
Quella morte era stata permessa affinch ella scorgesse il proprio errore e
misurasse la colpa commessa disamando, trascurando quel poveretto. Ella aveva
quasi calcolato sulla morte di lui, perch l'altro ne godesse! Non s'era neppur
ravveduta alla prima minaccia, quando lo sventurato era stato sull'orlo della
fossa! Cos, dinanzi al cadavere sanguinoso, una mano l'aveva atterrata:
ricuperati i sensi, le sue lacrime non cessarono pi; nel vedere il muto,
inconsolabile dolore dell'altro figlio, le crisi di pianto quasi la
soffocavano. Quanto alla duchessa Teresa, tutti furon meravigliati della forza
straordinaria che dimostr nei primi momenti. Le due disgrazie che mettevano in
lutto le due famiglie colpivano lei pi di tutti, perch ella faceva parte di
entrambe: pure, nelle primissime ore, mentre gli altri perdevano la testa, ella
die' prova d'una resistenza incredibile. Che alla notizia della morte del
barone rimanesse insensibile, parve quasi naturale, perch ella aveva gi
chiuso gli occhi al padre ed era quindi sotto il peso d'un dolore pi grande.
Solamente Consalvo non riusciva a comprendere come la nuova sciagura, che
impressionava gli altri per la tragica coincidenza con la prima e pi per la
sua imprevedibile rapidit, non scotesse la sorella, non le procurasse un moto
di stupore, quasi ella l'avesse prevista. Strappata dal letto di morte del
principe, ella sola pot strappare il marito e la suocera dal cadavere del
giovane, ella sola li indusse a lasciar la casa e a ricoverarsi coi bambini dai
Francalanza. Vegli tutta la notte, senza piangere, tergendo il pianto degli
altri, passando dalla madrigna alla suocera, dai figli al marito. Solamente col
nuovo giorno, quando venne da San Martino de' Bianchi il suono del mortorio,
ella port la mano al cuore e cadde.
La piet fu immensa. "Solo il Signore pot darle tanta forza," dissero i
prelati; "un'altra sarebbe rimasta fulminata sul colpo!" E le donne, i servi,
gli umili: "Pensare," esclamavano, "che in due ore ha visto i cadaveri del
padre e del cognato!... Veramente, c'era da impazzire!" Donna Ferdinanda,
Lucrezia e la marchesa, calmissime, s'alternavano al capezzale delle tre
inferme, perch anche la principessa dov mettersi a letto. Consalvo stava
spesso accanto alla sorella, teneva compagnia a Michele; la sera, per, faceva
portar su il registro aperto al pubblico in portineria. Egli enumerava le
centinaia di firme disposte in colonna e le centinaia di biglietti da visita
ammucchiati in due grandi vassoi, leggeva gli articoli necrologici terminanti
tutti con: "Le nostre pi sentite condoglianze al figlio inconsolabile", i voti
di simpatico dolore deliberati dal Consiglio comunale, dalla Camera di
commercio, dai sodalizi politici. Quelle carte erano il documento e la misura
della sua popolarit e del suo credito, poich grandi e piccoli, noti ed
ignoti, tutta la citt passava sotto il portone del palazzo. Dopo il funerale,
celebrato con pompa straordinaria, egli cominci a ricevere. Dalle due alle sei
di giorno, dalle otto alle undici di notte, le sale erano stipate: assessori,
consiglieri, impiegati, il prefetto, il generale, il questore, parenti, amici,
conoscenze, ammiratori d'ogni genere, fautori di tutte le risme, rappresentanti
di tutti i partiti e di tutte le clientele sfilavano continuamente. Tutti
insistevano, con aria adatta alla circostanza, sulla doppia incredibile
sciagura; egli si diffondeva un pezzo sulla malattia del padre e
sull'"accidente" del cugino; ma poi, per toglier dall'imbarazzo le persone,
avviava il discorso sopra un altro soggetto, chiedeva notizie degli affari agli
assessori ed al prefetto, commentava con gli altri i risultati delle elezioni
generali, la nuova riuscita dello zio duca. Quindici giorni dopo le due morti,
torn al Municipio: non sapeva ormai vivere fuori di l, temeva che le cose
andassero a soqquadro senza di lui, in mano di Giulente, il quale, come
assessore anziano, aveva preso la firma.
Ingolfato di nuovo nel mare degli affari pubblici, quando tornava al palazzo,
quando desinava, quando andava a letto, non pensava ad altro. Del resto nessuno
lo disturbava, le inferme si rimettevano lentamente assistite dalla principessa
vedova, da Lucrezia felicissima di poter fare nuovamente da padrona di casa,
dalle altre parenti, senza contare i soliti Monsignori. La duchessa suocera
cominci prima a levarsi; aveva poco pi di cinquant'anni, e pareva una vecchia
decrepita. Teresa dava maggiormente da pensare ai dottori; il suo male
ostinato, ribelle, come alimentato da un veleno misterioso, si prolungava
esaurendo le sue forze. A poco a poco, and meglio anche lei, ma il giorno che
tent di levarsi cadde senza sentimento. Poi torn a riaversi. Consalvo, una
mattina, prima d'uscire, passato a chiedere alla sorella se aveva bisogno di
nulla, la trov con la madrigna, la duchessa e Michele. Appena egli entr, si
volsero tutti dalla sua parte, taciturni, con aria grave. Teresa, con la testa
sollevata da un monte di guanciali, sul cui candore il suo viso emaciato pareva
di cera, disse con voce lenta e fioca, come stanca:
"Ascolta, Consalvo; siedi un momento... Abbiamo da parlarti."
Egli sedette, aspettando.
"Ascolta: abbiamo parlato d'una cosa che ti riguarda... Nostro padre... tu sai
che nostro padre, in un momento di collera... volle... volle preferirmi a te...
Io non credo che questa potesse essere la sua volont vera... Se il Signore non
ce lo avesse tolto, egli l'avrebbe certo modificata... Io ho detto a Michele ed
alla mamma che, in coscienza, non posso accettare... quel che ho avuto in tali
condizioni..." Tacque un poco, poi aggiunse: "Dite voi... non posso."
Un momento di silenzio. La duchessa aveva gli occhi pieni di lacrime, scrollava
il capo amaramente. Consalvo disse:
"Perch parlare di queste cose, adesso?"
Le parole della sorella, quella rinunzia all'eredit, lo lasciavano del tutto
indifferente. Da un pezzo erasi abituato all'idea di non aver altro dal padre
che la legittima. Piuttosto lo stupiva un poco il magnanimo disinteresse di
Teresa, che il cognato e la zia approvavano.
"Una volta o l'altra," diceva Michele, "bisognava pure parlarne. Io e mia madre
approviamo pienamente Teresa; non vogliamo profittare di quel testamento per
portarti via il tuo... Siamo ricchi abbastanza... siamo troppo ricchi... e
daremmo..."
Gir il capo per nascondere gli occhi rossi di lacrime. La duchessa
singhiozzava.
"Ma perch ora?" ripet Consalvo. "Ci sarebbe stato tempo... Zia, si calmi!...
Va bene, va bene; vi ringrazio... Voi sapete che io non ho certi pregiudizi...
voglio dire che, per me, tutti i figli, maschi o femmine, primogeniti o..."
Scorgendo l'atteggiamento umile, quasi supplice della vecchia, non fin la
frase; disse: "Insomma, se Teresa rinunzia al testamento, divideremo ogni cosa
egualmente: va bene cos?"
"S, come vuoi..."
Teresa, rimasta immobile, con gli occhi chiusi, parve destarsi. "Un'altra
cosa," riprese. "La felice memoria volle pure, nello stesso momento di
cruccio... volle lasciare alla mamma questa casa... Non  giusto neppure che
tu... L'erede del nome... Il solo del nostro nome, ne esca..."
Egli prov una commozione indefinibile: era il piacere di trionfare della
volont del padre, l'orgoglio di poter restare nella casa degli avi, la paura
di dovere qualcosa in cambio alla madrigna. Infatti, Teresa continuava:
"La mamma rinunzia alla casa... prender invece un'altra propriet... o un
compenso in denaro..."
"Per me!..." esclam la principessa Graziella. " lo stesso! Io desidero che
tutto si faccia d'accordo, che la famiglia sia sempre unita..."
"Per," continuava Teresa, "non bisogna che neppur lei esca dalla casa di suo
marito... Tu le cederai un quartiere, fino ai suoi mille anni... La propriet
sar tua..."
Tacque una seconda volta. Pareva che sul punto di morire, con l'anima gi
staccata dal mondo, dettasse le ultime disposizioni per assicurare la pace, il
benessere, la felicit di chi restava.
Donna Graziella, sotto l'influenza della generosit e del disinteresse di cui
tutti davan prova, per non essere da meno degli altri, perch non si dicesse
che ella sola metteva ostacoli all'accordo generale, aveva consentito al
cambio; ma nulla al mondo l'avrebbe indotta a sfrattar dal palazzo.
" giusto... Va bene" disse Consalvo. "Grazie!... C'intenderemo."
Da quel giorno Teresa and migliorando pi rapidamente. Un coro di lodi, per
quel che aveva fatto, per la nobile rinunzia di cui aveva preso l'iniziativa e
che aveva indotto tutti gli altri ad accettare, si lev da ogni parte. Il
Vescovo in persona venne a trovarla, appena ella fu in grado di riceverlo; e
mentr'ella gli baciava la mano, piangendo, le disse: "Figlia mia, ho saputo.
Sii benedetta ora e sempre pel bene che fai." Ella scosse il capo mormorando:
"Che  questo!..." Poi anche a nome della suocera e del marito lo preg di
distribuire diecimila lire di elemosine. Gi gli altri prelati avevano ricevuto
commissione di far dire messe pel riposo delle anime del principe e del barone.
I Radal avevano gi stabilito di lasciare il palazzo Francalanza per andarsene
alla Tardara, appena Teresa sarebbe stata in grado di sopportare il viaggio.
Dal giorno funesto, solo Michele aveva rimesso piede nella casa macchiata dal
sangue del fratello. Ma, pei preparativi della partenza, era necessario che una
delle donne vi si recasse. E poich la prova era pi dura alla madre, Teresa
and lei accompagnata dal marito. Sal le scale appoggiata al suo braccio; ma,
entrando nell'anticamera, fu costretta a sedere, a fiutar la fialetta dei sali.
Riavutasi, comp quel che aveva da fare con la fermezza antica. Le stanze del
morto erano tutte chiuse.
Il domani partirono per la montagna, dove restarono tutta l'estate e l'autunno.

Frattanto Consalvo stabilivasi definitivamente al palazzo paterno. Lasciato
alla principessa il quartiere di mezzogiorno, egli s'era riservato quello di
gala, ma pei soli ricevimenti, fissando la propria abitazione al secondo piano.
Con la madrigna non aveva quasi nulla in comune; facevano tavola separata
perch desinavano a ore diverse, ciascuno aveva le proprie persone di servizio
e la propria carrozza. Si vedevano di tanto in tanto per le necessit
dell'amministrazione. Consalvo non sapeva nulla dello stato della casa, mentre
la principessa ne era a giorno; quindi, se l'amministratore chiedeva ordini o
schiarimenti, egli lasciava dire alla madrigna. Non solamente si sentiva
attirato dagli affari pubblici pi che dai suoi propri, ma giudicava che non
valesse la pena di occuparsi di questi ultimi finch le propriet restavano
indivise.
La divisione fu cominciata al ritorno dei Radal. Le due duchesse erano
interamente rimesse in salute: la suocera pareva ancora pi vecchia e la nuora
era incinta. Tutti gli articoli del contratto furon stabiliti di comune
accordo, con lo stesso disinteresse di cui avevan dato prova in principio.
Teresa volle che tutti i feudi storici restassero al fratello, contentandosi
delle propriet di fresco acquistate, delle rendite, dei capitali, dei crediti
diversi. In cambio, Consalvo volle che di questa differenza tutta morale fosse
tenuto conto nella valutazione delle terre. La principessa, rinunziando al
palazzo, prese le tenute di Gibilfemi e il podere dell'Oleastro, che valevano
il doppio.
Consalvo, durante le trattative, era andato quasi tutti i giorni dalla sorella.
Continu nell'abitudine presa anche dopo. In fin dei conti egli doveva esserle
grato della rinunzia che aveva raddoppiato, da un quarto alla met, la sua
parte. Ma, nonostante questa specie di dovere, nonostante la tristezza del
lutto, egli riusciva difficilmente ad astenersi dal punzecchiar la sorella per
la fervente, la crescente sua devozione. Adesso il Vicario, il confessore, le
suore di carit parevano domiciliati in casa di lei. Le nuove chiese della
Madonna della Salette e della Merc, i miracoli di Lourdes e di Valle di
Pompei, l'opera dei missionari erano argomento di tutti i loro discorsi. I
disciolti frati Cappuccini, tornati a riunirsi in barba alla legge, avevano
comprato una casa con le oblazioni dei fedeli: Consalvo seppe che sua sorella
aveva contribuito a quell'acquisto. Non aveva ella, prima, giudicato provvida
la legge che disperdeva quelle comunit? Come poteva mai andare ogni venerd a
pregare nella cappella della Beata Ximena, dove ardeva la lampada accesa per la
salute di Giovannino, della cui pazzia e del cui suicidio ella era stata in
parte cagione? Sapeva ella che il giovane s'era ucciso, e non era gi morto
d'accidente?... La sua fede ostinata, resistente ai disinganni, era sincera o
non piuttosto una forma della mania ereditaria tra i suoi? Consalvo inclinava a
quest'ultima ipotesi, anche perch egli non aveva fede alcuna; ma non un atto,
non una parola rivelavano quel che c'era nel cuore della sorella. Quando egli
arrischi le sue prime allusioni ironiche, ella gli disse:
"Senti, Consalvo: ognuno ha da rispondere a Dio delle proprie azioni. Io posso
soffrire del tuo scetticismo, ma non vengo a rimproverartelo. Cos vorrei che
tu rispettassi le mie credenze e, se ti piace di chiamarle cos, le mie
superstizioni. Ti chiedo troppo?"
Egli chin il capo, prima di tutto perch il ragionamento era giusto, e poi
anche perch le aderenze di Teresa nel mondo clericale gli potevano giovare.

Infatti, il giorno tanto aspettato s'avvicinava rapidamente: la riforma
elettorale era all'ordine del giorno; dopo averla votata, la Camera si sarebbe
sciolta. Ed egli s'accorgeva adesso che la propria elezione non era cos sicura
come gli era sembrata il primo giorno, a Roma, durante la sua conversazione con
l'onorevole Mazzarini e poi nei princpi della sindacatura. Per l'allargamento
del voto e per lo scrutinio di lista, non pi le poche centinaia di elettori
dello zio potevano mandarlo alla Camera: ce ne volevano migliaia. E se egli era
sicuro della citt, non sapeva che assegnamento fare sulle sezioni rurali.
Gi il vecchio duca, fiutato il vento, annunziava ai suoi intimi che avrebbe
accettato un seggio al Senato: sicuro d'essere spazzato via come una foglia
secca, egli si ritirava finalmente in buon ordine, fingeva di rinunziare
spontaneamente per non patir l'onta d'una disfatta. E mentre Consalvo pensava
ai casi suoi, inquieto per quel mutamento, per quella "rivoluzione morale" da
lui invocata ma avvenuta un po' troppo presto, Giulente non vedeva nulla, non
s'accorgeva di nulla. Fiutava le pedate al duca come fosse l'oracolo di
vent'anni addietro, aspettava di raccoglierne l'eredit, giurava ancora sulla
destra e su Cavour, era sicuro che i nuovi elettori avrebbero dato il gambetto
al governo della Riparazione, restaurando il principio moderato. E pensando
mattina e sera a queste cose, lasciava ancora le redini della casa alla moglie,
la quale, finendo d'imbrogliare ogni cosa, aspettava anche lei adesso, senza
dirne nulla, anzi continuando a deriderlo, l'elezione, per non dargli i conti,
perch egli potesse far quattrini come lo zio Gaspare...
Consalvo non s'occupava di lui: lo disprezzava talmente che, certe volte, quasi
gli faceva pena. Riconosciuta la necessit di presto mettersi all'opera, egli
affrett una risoluzione che aveva gi presa da un pezzo: rinunziare
all'ufficio di sindaco. Non solo aveva bisogno d'essere libero, ma gli
conveniva evitare un grave pericolo: che, prolungando il suo soggiorno al
Municipio, il vantaggio ottenuto andasse perduto e si mutasse in danno
irreparabile. Infatti, la baracca cominciava a scricchiolare. Le spese pazze da
lui fatte avevano esaurito la cassa, l'ultimo bilancio s'era chiuso con un
deficit considerevole, che egli aveva potuto dissimulare a furia d'artifici; ma
la situazione non era pi sostenibile; bisognava o imporre tasse o contrarre un
debito, ed egli non voleva affrontare l'impopolarit di simili provvedimenti.
Afferr quindi il primo pretesto per battersela. L'amministrazione comunale
discuteva ancora una volta sul modo di riscuotere i dazi, poich il sistema
dell'appalto non aveva fatto buona prova. Egli dichiar, nelle private
conversazioni, che il ritorno alla riscossione diretta era per lui uno sbaglio
e che perci bisognava correggere i difetti del sistema vigente, non
abbandonarlo: in Giunta non fiat, lasci che la maggioranza si pronunziasse.
La maggioranza deliber di mutar sistema. La sera stessa, andato a casa, egli
scrisse due lettere; una al prefetto, con la quale rassegnava le sue
dimissioni; l'altra, collettiva, a tutti gli assessori, annunziando loro che
"per ragioni di delicatezza" aveva gi mandato la rinunzia alla prefettura.
Fu come un fulmine a ciel sereno. "Delicatezza?..." esclam Giulente, a cui
tutti gli altri chiedevano spiegazioni. "Che delicatezza? Io non capisco!..." E
la Giunta in corpo and a trovarlo, mentre la notizia si diffondeva rapidamente
per gli uffici.
"Ci spiegherai," gli disse Benedetto in nome dei colleghi, "che significa
questa lettera?"
"Significa," rispose il principe, guardando per aria, "che io non ho voluto
esercitare nessuna costrizione, e siccome il vostro modo di vedere  contrario
al mio, per lasciarvi liberi, me ne vado."
"Ma a proposito di che?... Forse dei dazi?..."
"Dei dazi come di altre cose..."
Comprendendo che quella gente veniva per indurlo a ritirare le dimissioni, egli
tagliava la via alle insistenze. Disse che da un pezzo, in tante quistioni, in
cento piccoli affari quotidiani, s'era accorto che non c'era pi fra loro il
buon accordo d'un tempo. Ora egli non poteva rinunziare alle proprie idee, n
imporle agli altri: il meglio era quindi andarsene.
"Potevate per dirlo prima! Non piantarci in asso!  questo il modo?..."
Confusamente, essi comprendevano il tiro che aveva loro giocato, il ballo in
cui li lasciava; Giulente soltanto insisteva:
"Ebbene, c' mezzo di riparare: torneremo sulle deliberazioni prese; il
Consiglio non le ha ancora esaminate; faremo come vorrai..."
" inutile che insistiate," dichiar Consalvo. "La mia risoluzione 
irrevocabile. Persuadetevi pure che non sono fatto di ferro. Ho lavorato
parecchi anni pel mio paese; ora ho bisogno di riposarmi. Del resto, sarebbe
tempo che pensassi un poco agli affari di casa mia, adesso che li ho sulle
spalle... Grazie della vostra premura," gli assessori invece schiumavano; "ma
credete, non posso. Nessun uomo  necessario; voi avete tanta esperienza quanto
me; lascio l'amministrazione in buone mani..."
Benedetto and dal prefetto, perch s'interponesse: fiato sprecato. La Giunta
si riun in casa di Giulente, per deliberare. Alcuni, volendo evitare
gl'imbarazzi, sostenevano che alle dimissioni del sindaco dovessero seguire
quelle di tutti gli assessori; ma non sarebbe parsa una diserzione? Non
avrebbero dimostrato la loro incapacit e dato credito alla voce che li diceva
altrettanti burattini mossi dai fili che il sindaco tirava a suo talento?
" un tradimento!" vociferavano i pi accaniti. "Un nero tradimento! Ci siamo
lasciati giocare da cotesto birbante!"
"Calma, di grazia!... Perch tradimento?... Che interesse avrebbe?..."
"Come, che interesse?..." e allora gli cantarono sul muso: "Ma non capite?...
Non capite che vuol essere deputato, e che ci pianta vedendo pericolar la
baracca, ora che ha sfruttato la situazione?... Ora che ha altro da fare, con
le elezioni imminenti?"
Egli impallidiva, guardava intorno con aria smarrita secondo che la mente gli
si schiariva. S, negli ultimi tempi aveva ben capito che il nipote nutriva
anche lui l'ambizione di esser deputato; ma era sicuro che non si sarebbe
presentato subito, che gli avrebbe ceduto il passo almeno la prima volta, e ad
ogni modo poteva forse sospettare un tiro di quel genere, l'imbroglio in cui lo
metteva, l'eredit di tasse, di debiti, di odii che gli lasciava tra le
braccia? Ora egli non protestava pi contro le recriminazioni, le rampogne
vivaci che i suoi colleghi lanciavano contro l'ex sindaco. "Inganno!...
Tradimento!... Birbonata!... Azione degna di colpi di coltello!..." tutte
queste parole echeggiavano invece nel suo pensiero; egli riconosceva che erano
giuste, comprendeva finalmente che quel birbante da lui iniziato alla vita
pubblica gli portava via il posto tanto aspettato e gli sparava calci per tutta
gratitudine. E il duca? Il duca che gli aveva tante volte promesso di lasciare
a lui, ritirandosi, l'eredit politica?... Il duca, dal quale egli corse, gli
disse:
" vero, t'avevo promesso il mio appoggio, ma in altri tempi, quando non potevo
prevedere la situazione attuale... Ora che si presenta Consalvo, capisci tu
stesso in che imbarazzo mi trovo."
Dunque  vero? Anch'egli  traditore, peggio del nipote? Pensava Benedetto; ma,
ad alta voce: "Vostra Eccellenza per non ignora che Consalvo  di sinistra,
che appartiene alla Progressista, mentre Vostra Eccellenza..."
"Pensi ancora alla destra e alla sinistra?" esclam ridendo il duca, che aveva
in tasca la formale promessa d'un seggio al Senato. "Non vedi che i partiti
vecchi sono finiti? che c' una rivoluzione? Chi pu dire che cosa uscir dalle
urne a cui hanno chiamato la plebe? Un vero salto nel buio!... Se mi
presentassi io stesso," per giustificarsi, riconosceva finalmente la verit,
"resterei nella tromba!... E vuoi che gli elettori ascoltino la mia voce?
L'appoggio che posso dare  puramente ideale... forse sar una pietra al collo
che affonder il candidato."
Allora Giulente corse da Consalvo. Era in uno stato d'esasperazione violenta;
dinanzi al vecchio non aveva osato infrangere l'antico rispetto, ma sentiva il
bisogno di sfogare, di dire ci che occorreva a quel birbante.
"Tu hai fatto... hai fatto ci che hai fatto per i tuoi fini, per lasciar
nell'imbroglio me?... Per rovinarmi?... Per prendere il mio posto?..."
Consalvo lo guard con un ambiguo sorriso, fingendo di non capire.
"Che avete?... Calmatevi!... Non capisco..."
" vero che presenti la tua candidatura?"
"Forse, se avr probabilit di riuscire..."
"E non sapevi... non sai che il posto  mio? Che da tanti anni lo aspetto? Che
tuo zio me l'aveva promesso?..."
"Posto?" fece Consalvo, con la stess'aria d'ingenuo stupore. "Qual posto? Con
lo scrutinio di lista non ci sar pi un posto solo, ce ne saranno tre."
"E ridi, anche? Mi canzoni, anche? Dopo avermi preso il posto, a tradimento?"
Il sorriso scomparve dal viso di Consalvo.
"Vi faccio osservare che siete riscaldato e che non riflettete a quel che
dite."
"Ah, non rifletto?"
"Qui non si tratta di posti di platea, dove siede chi ha pagato il biglietto.
Io non v'ho preso nulla, per la semplicissima ragione che nulla avevate. Se
credete di poter riuscire, nessuno v'impedisce di presentarvi. Se da parte mia
avr questa persuasione, mi presenter anch'io. La nostra parentela non  cos
stretta da renderci incompatibili. Non c' nessun impegno tra noi; ognuno 
libero di far quel che crede..."
"E tu sei anche libero di piantarci in asso, ora che vedi il baratro
spalancato?..."
"Non c' baratro. C' qualche difficolt da superare; vuol dire che avrete
l'agio di far valere la vostra abilit..."
Il sangue mont alla testa di Benedetto.
"Siete tutti d'una razza!" grid improvvisamente; "tutte birbe matricolate..."
Consalvo lo guard un momento nel bianco degli occhi. A un tratto gli spar una
risata sul muso, gli volt le spalle e scomparve.
Giulente, nell'uscire, non rispose al saluto dei servi, non ud ci che gli
veniva dicendo il maestro di casa. Credettero che fosse impazzito, vedendolo
scappar via, acceso in viso, col braccio levato e il pugno chiuso. Parlava
solo: "Falsi, bugiardi, traditori!... La rivoluzione! il salto nel buio!...
Essi per saltano in piedi!... S' aggiustato gli affari di casa sua!... Adesso
il nipote!... Il salto nel buio!... Borbonici fin nelle ossa!... Dovevano
impiccarlo, al Sessanta!... Ed io, buffone, che li ho serviti tutt'e due!...
Gli auguri a Francesco II!... Adesso  di sinistra!... Buffone!... Sono stato
sempre buffone!" Cocente, insoffribile, destavasi a un tratto in lui la
coscienza della situazione subalterna in cui era stato tenuto, del mal garbo
con cui lo avevano trattato. "La nostra parentela non  cos stretta!..." Quel
bardassa gliel'aveva spiattellato in faccia! Parenti? Erano stati mai parenti
per lui? Tutti, tutti lo avevano guardato dall'alto, come un intruso, come
indegno di loro! Lo avevano dapprima sdegnato per i suoi studi, quegli
ignoranti, per l'"ignobile" laurea da lui ottenuta: ed erano stati i soli a
favor dei quali aveva dovuto esercitare la professione, per sostenere le loro
magagne: la vecchia, il principe, Raimondo... "Chi sono dunque?... Una mala
razza di predoni spagnuoli, arricchiti con le ladrerie!... A me?... Io me li
metto sotto i piedi!..." Invece egli li aveva serviti, corteggiati, piaggiati;
che altro aveva fatto se non magnificare la loro presunzione, incoraggiare le
loro pazzie, approvare le loro birbonate? "Buffone! buffone! Sono sempre stato
buffone!..."
Arriv a casa senza sapere da che parte c'era venuto. Strapp il campanello,
entr come uno spiritato. Lucrezia, sdraiata sopra una poltrona, colle mani
sulla pancia, lo guard un poco curiosamente, poi disse:
"Che hai?"
Egli le si piant dinanzi, con gli occhi fuori dell'orbite.
"Che ho?... Che ho?... Ho che sono una massa d'infami traditori!..."
"Chi?"
"Chi? Tuo zio, tuo nipote, i tuoi parenti, quella mala razza, che maledetta sia
l'ora e il giorno..."
Ella lo guardava sempre come un oggetto strano e ridicolo. Pi stupita che
sdegnata, interruppe:
"Che diavolo dici?"
"Che dico? Quel che ho da dire. Vorresti difenderli? O tieni loro il sacco?"
"Sei proprio un imbecille," esclam ella, levandosi.
Allora Benedetto perse il lume degli occhi. Afferratala per un braccio grid:
" vero? Hai ragione di dirlo, tu! Sono un imbecille."
E le lasci correre un ceffone, tremendo, che la colse nel pieno della guancia
e ton come una schioppettata. A un tratto la lasci e and a chiudersi in
camera.
I servi, che avevano visto entrare il padrone a quel modo inusitato, erano
rimasti in ascolto: nessuno di loro fiatava. La cameriera, finita la scena,
sogguardava tratto tratto dall'uscio rimasto aperto, per vedere che faceva la
signora. Costei era immobile, dietro la finestra, con la guancia gonfia ed
infocata. Dopo un'ora, restava sempre nella stessa posizione. Subitamente si
mise a passeggiare guardando per aria come per acchiappar mosche, guardando per
terra come cercando un oggetto smarrito, arrestandosi di botto in mezzo alla
camera quasi colta subitamente da un'idea, riprendendo poi la corsa quasi
inseguendo qualcuno. Ai servi che le chiedevano ordini rispondeva brevemente,
ma non in collera. La guancia le si sgonfiava e sbiancava a poco a poco; tratto
tratto ella vi portava la mano.
"Eccellenza," vennero a domandarle, " ora d'apparecchiare?"
"Aspettate," rispose; e and a picchiare alla camera del marito.
Benedetto era buttato sul letto, coi panni sbottonati, la testa ancora in
fiamme. Vedendo entrare la moglie, non disse nulla. Lucrezia gli si fece
vicino.
"Come ti senti?" gli domand.
"Bene," rispose Giulente, senza guardarla.
"Vuoi desinare?"
"Come ti piace."
"O credi che sia presto?"
"Come credi."
"Allora posso ordinare?"
Egli fece col capo un gesto d'indifferenza. Lucrezia dette ordine che
allestissero. Poi torn nella camera del marito.
"Perch resti a letto? Hai nulla?"
"No, nulla."
Benedetto s'alz per andare a buttarsi sopra una poltrona. Era pentito
dell'atto brutale, ma non esprimeva il suo pentimento. Ruminava continuamente
il suo rancore, considerava i partiti che gli si presentavano, non sapeva a
quale appigliarsi.
"Che avete deciso al Municipio?" domand ancora Lucrezia.
"Non so niente!..." proruppe egli. "Non voglio sentir parlare pi di nulla!...
Vadano tutti al diavolo!... Se qualcuno dei tuoi mi viene innanzi, lo mando
ruzzoloni per le scale."
"Hai ragione," rispose sua moglie.
Dietro l'uscio, il giorno innanzi, aveva compreso, dai discorsi degli
assessori, il tiro giocato da Consalvo a suo marito; aveva capito che Benedetto
non poteva essere deputato. Nel primo momento era rinata in lei l'avversione
pel nipote, per quegli Uzeda che pareva avessero giurato di schiacciarla e
pretendevano accaparrare tutto per loro. Ma non sapeva ancora con chi
prendersela. Era proprio colpa di Consalvo, o non piuttosto di quella bestia di
Benedetto? Ci che avevano detto gli assessori era vero? il duca non avrebbe
riparato?... N l'aspetto sconvolto di Giulente quand'era rincasato, n le
violente parole contro Consalvo e il duca l'avevano persuasa; forse egli
avrebbe parlato un giorno intero senza riuscire a nulla. Il ceffone la
convert. Quasi che il suo torbido cervello avesse bisogno d'una scossa
materiale per funzionare regolarmente, ella disse subito tra s: "Ha ragione!"
Durante le due ore passate in camera, a guardar la via senza vedere, a
passeggiare come una bertuccia in gabbia, aveva ripetuto mentalmente: "Ha
ragione!...  Consalvo!...  lo zio!... Mi vogliono schiacciare!... Chi sa che
cosa credono!... D'esser padroni proprio di tutto?..." E ora, mentre Benedetto
si sfogava, ella ripeteva: "Hai ragione! Hai ragione!..." Durante il desinare
tacquero entrambi. Giulente assaggiava appena le vivande e lasciava la posata
nel piatto. "Ti senti male?...Desideri qualcosa?... Vuoi andare a letto?..."
Ella gli prodigava ogni sorta d'attenzioni, lasciava di mangiare quando il
marito non mangiava pi. A un punto, Benedetto si alz. Si sentiva realmente
male, tutto sossopra, e and a letto. Ella l'aiut a spogliarsi, gli sprimacci
i guanciali, gli prepar il caff.
"Vuoi restar solo? Vuoi riposare?"
"S."
Ella se n'and. Aveva appena chiuso l'uscio che lo riapr.
"Non t'angustiare," torn a dire al marito. "Deputati non se n'ha da fare uno
solo. Ti presenterai anche tu. Vedremo chi  pi forte, o lui o noi!"

9.

La situazione del collegio era questa: smantellata la rocca
affaristico-conservatrice che per vent'anni aveva sostenuto il duca d'Oragua,
sbaragliata l'Associazione Costituzionale, in dissoluzione la stessa
Progressista, floride e battagliere le societ operaie che trovavano
finalmente, nel voto, l'arma con la quale poter scendere in lizza. Mentre, tra
la classe borghese, gli antichi moderati, gli ammiratori di Lanza e di Sella
erano costretti a nascondersi, le nuove falangi di elettori parlavano di pi
grandi libert, di pi radicali riforme, di repubblica e di socialismo. Ma
queste parole, spaventando i progressisti timorati, potevano spingerli tra le
file dei conservatori, dar nuova vita al boccheggiante moderatismo. Il posto
pi vantaggioso era dunque tra i progressisti e i radicali. Consalvo di
Francalanza lo prese immediatamente. La sua iscrizione al partito di sinistra,
la sua rottura con lo zio dopo la "rivoluzione parlamentare" del 1876,
legittimavano il programma ultra-liberale che egli veniva annunziando.
Appena andato via dal Municipio, aveva cominciato il lavoro fuori citt, nelle
sezioni rurali. Popolani e contadini si svegliavano laggi alla politica;
c'erano societ operaie, circoli agricoli, casini democratici ordinati e
disciplinati, coi quali bisognava venire a patti. I nobili, i borghesi, i
facoltosi furono conquistati subito. Accompagnato da amici e ammiratori
spontaneamente offertisi, egli cominci il giro del collegio. Il sindaco, il
signore pi ricco, o la persona pi influente dava un pranzo o un ricevimento
in suo onore, invitando gli altri maggiorenti. Non si parlava delle elezioni,
ma il principe, affabile con tutti, s'informava dei bisogni del paese,
ascoltava i reclami di tutti, prendeva note sopra un taccuino, e lasciava la
gente ammaliata dai suoi modi cortesi, sbalordita dalla sua eloquenza e
soddisfatta come se egli avesse scritto il decreto per la costruzione della
ferrovia, per la riparazione delle strade, per il traslocamento del pretore.
Ma, dopo il banchetto o la refezione, dopo la visita ai capoccia, Consalvo
andava alla sede delle societ popolari. L, in quelle piccole stanze con
mobili sospetti, affollate da povera gente dalle mani callose, cominciava il
suo tormento. Egli stringeva quelle mani, senza guanti; si mescolava a quegli
umili, sedeva tra loro, accettava i rinfreschi che gli offrivano, e non un moto
dei suoi muscoli rivelava lo spasimo che quelle vicinanze e quei contatti gli
facevano soffrire. Istruito in precedenza, teneva lunghi discorsi sui bisogni
del paese, sulla crisi dei vini o degli agrumi, sulla gravezza delle imposte, e
prometteva leggi intese a proteggere l'agricoltura, assicurava lenimenti di
tasse, premi, agevolezze di ogni genere. La sua teoria era quella del
progresso, "del progresso che mai non s'arresta..." ma, se vedeva pender dalle
pareti i ritratti di Garibaldi e di Mazzini, insisteva sull'urgenza di "pi
ampie libert richieste dallo spirito dei tempi"; se vedeva quelli della
famiglia reale, riconosceva la necessit di andare "coi calzari di piombo".
Quasi sempre egli trovava qualcuno che gli faceva da guida, ma talvolta non
c'era nessuno che potesse presentarlo nei circoli pi intransigenti: allora
egli si presentava da s, chiedeva del "signor presidente", annunziava che
trovandosi di passaggio aveva desiderio di visitare "questo sodalizio tanto
benemerito del paese".
Quasi da per tutto si guadagnava simpatie e accaparrava voti. Il solo fatto che
don Consalvo Uzeda principe di Francalanza faceva loro una visita, disponeva
quegli umili in favor suo. Le strette di mano, i discorsi famigliari, le grandi
frasi e le promesse convertivano i pi restii. Molti per recalcitravano; egli
otteneva tuttavia l'effetto di metter la scissura dove prima era l'accordo. Una
dozzina di societ lo elessero, seduta stante, presidente onorario; egli
ringrazi per "l'insigne onore di cui sarei indegno se non avessi da far valere
l'immenso affetto per gli operai, i cui miglioramenti, il cui benessere, la cui
felicit sono stati e saranno sempre lo scopo della mia vita". Dopo i discorsi
ufficiali egli soggiungeva: "Quando avrete bisogno di me, quando verrete in
citt, rammentatevi che la mia casa  la vostra..."
E ancora non si parlava dell'elezione. Esaurito quel primo punto del suo
programma, egli pass al secondo, cio all'accordo con gli altri candidati. Per
tre seggi, c'era una dozzina d'aspiranti; ma tolte le pretensioni ridicole,
come quella di Giulente, restavano, oltre alla sua, quattro candidature serie:
l'avvocato Vazza, che aveva un'estesissima clientela e si presentava con
programma "liberale" senza indicazione di partito parlamentare; il professor
Lisi, gi presidente della Progressista, e perci con idee di sinistra;
Giardona e Marcen, radicali. Consalvo si mise in relazione col primo di questi
due, che era il pi temperato, per un'azione comune. Dal radicalismo annacquato
di costui al liberalismo avanzato suo proprio c'era tanta distanza da non
potersi intendere? Nondimeno, i fautori di Giardona vollero dichiarazioni
esplicite: egli s'impegn a dare il suo voto a tutte le riforme chieste dal
partito e sopra tutte alle riforme sociali. And a dire in mezzo a loro: "Io
sono socialista. Dopo che ho studiato Proudhon, mi sono convinto che la
propriet  un furto. Se i miei antenati non avessero rubato, io dovrei
guadagnarmi la vita col sudore della fronte." Tuttavia quelle dichiarazioni non
soddisfacevano interamente. I radicali pi avanzati che sostenevano Marcen gli
si voltarono contro. Venne poi fuori un giornaletto, .I La lima./I , che lo
prese di mira, chiamandolo il "nobile principe, il sire di Francalanza",
alludendo ai suoi parenti borbonici, affermando che un aristocratico suo pari,
discendente dai Vicer, non poteva esser sincero quando sfoggiava tanta fede
democratica. Allora anch'egli fece pubblicare un foglio, .I Il nuovo
elettore./I . Tutti i numeri, dal principio alla fine, erano pieni di lui,
delle sue gesta al Municipio, dei suoi titoli alla gratitudine del paese. I
giornali quotidiani anch'essi avevano articoli esaltanti "il giovane patrizio
democratico a fatti, non a parole".
Stretto il patto con Giardona, restava da scegliere tra il Lisi e il Vazza per
formare la triade. Egli voleva mettersi con quest'ultimo, perch era il pi
forte; ma Giardona minacci di mandare tutto a monte, perch il Vazza,
proclamandosi ambiguamente "liberale", era il pi moderato di tutti e ben visto
perfino dalla Curia. Invece, l'alleanza con Lisi, che s'avvicinava pi alle
loro idee, era la sola naturale. Egli riconobbe questa convenienza. Fu
stabilito l'accordo, ma ciascuno si mise all'opera per proprio conto.
La legge della riforma era ancora dinanzi al Senato che gi ogni sera riunivasi
gente in casa del principe: nobili parenti, impiegati comunali, maestri
elementari, avvocati, sensali, appaltatori: un veglione. Il quartiere di gala
era aperto al pubblico; egli non relegava gli elettori nelle stanzette buie
dell'amministrazione, come aveva fatto suo zio; spalancava le nobili Sale
Gialla e Rossa, il Salone degli specchi, la Galleria dei ritratti. Tutti erano
animati dal pi vivo entusiasmo; la gente minuta che veniva la prima volta al
palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili dei
Vicer, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato che prometteva
mari e monti, il bene generale e quello particolare d'ogni singolo votante. Un
perito agrimensore compose un opuscolo intitolato: .I Consalvo Uzeda principe
di Francalanza, brevi cenni biografici./I , e glielo present. Egli lo fece
stampare a migliaia di copie e diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di
quella pubblicazione, la goffaggine degli elogi di cui era piena non gli davano
ombra, sicuro com'era che per un elettore che ne avrebbe riso, cento avrebbero
creduto a tutto come ad articoli di fede. Un infinito disprezzo di quel gregge
lo animava, e un rancore violento contro chi tentava sbarrargli la via. Perch,
infatti, come l'agitazione cresceva, gli attacchi della .I Lima./I divenivano
pi acri, e una quantit di fogli, foglietti e bollettini elettorali, sorti per
sostenere questa o quella candidatura, o per speculare sulla curiosit che
induceva la gente a buttar via i soldini in carta sporca, lo aggredivano
mattina e sera, gliene dicevano di cotte e di crude. Dinanzi alle persone ne
rideva, dentro s'arrovellava: potendo, avrebbe messo il bavaglio a quei
libellisti, li avrebbe banditi, imprigionati. Ma l'accusa che pi lo feriva,
che lo faceva veramente sanguinare, era quella che cominciavano a lanciare:
"Elettori, il candidato che noi vi presentiamo non ha feudi n blasoni, non oro
da corrompere le coscienze; ma voi, cittadini, dimostrerete che la vostra
coscienza  un tesoro troppo grande perch un pugno di monete possa comprarla."
Era una menzogna, giacch egli non spendeva altri quattrini se non quelli della
stampa, della posta, delle carrozze; ma poteva trovar credito pi delle altre,
ed egli voleva esser eletto per l'attitudine alla vita pubblica di cui aveva
dato prova, per la cultura che s'era affannato ad acquistare. Poi, rammentando
l'impegno preso con se stesso di restar calmo, di lasciar dire, scrollava le
spalle, dominava gli impeti di sdegno, i moti di cruccio; diceva: "Mi eleggano
pel blasone e pei feudi, che m'importa? Purch mi eleggano!" E agli intimi che
s'arrabbiavano per lui vedendolo aggredito a quel modo:
"Hanno ragione!" rispondeva, sorridendo. "il mio pi grande titolo all'elezione
 quello di principe!"
Ci che egli esprimeva con la facezia era la verit. "Principe di Francalanza":
queste parole erano il passaporto, il talismano che operava il miracolo di
aprirgli tutte le vie. Egli sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli
potevano nuocere presso gli elettori della sua casta, poich costoro non lo
credevano sincero ed erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro;
dall'altro canto sentiva che le accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano
molto presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al rispetto ed
all'ammirazione dei signori, quasi orgoglioso del loro fasto e della loro
potenza. Per lui, il buon popolo che si lasciava taglieggiare dai Vicer era
stato pervertito da false dottrine, da sciocche lusinghe: egli era sicuro che
prendendo a quattr'occhi uno di quelli che pi vociavano "libert ed
eguaglianza" e dicendogli: "Se foste al mio posto, gridereste cos?" il fiero
repubblicano sarebbe rimasto in un bell'impiccio. La quistione, dicevano
alcuni, era che questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non
dovevano pi esistere: ma allora Consalvo sorrideva di piet. Quasich, ammessa
pure la possibilit d'abolire con un tratto di penna tutte le disuguaglianze
sociali, esse non si sarebbero di nuovo formate il domani, essendo gli uomini
naturalmente diversi, e il furbo dovendo sempre, in ogni tempo, sotto qualunque
regime, mettere in mezzo il semplice, e l'audace prevenire il timido, e il
forte soggiogare il debole! Nondimeno piegavasi, concedeva tutto, a parole,
allo spirito dei nuovi tempi. I giornaletti arrabbiati lo mordevano tenacemente
con l'accusa di muffosit "spagnolesca", di orgoglio "organico"; egli diceva
agli elettori che gli davano del "signor principe" a tutto spiano: "Io non mi
chiamo signor principe, mi chiamo Consalvo Uzeda..." Metteva adesso una specie
di zelo nello spogliarsi di tutto ci che poteva offendere il sentimento
dell'uguaglianza umana, non parlava pi dei "miei viaggi" e dei "miei feudi",
pareva volersi scusare del suo titolo e delle sue ricchezze, quasi vergognoso
del grande stemma infisso sull'arco del portone, della rastrelliera del
vestibolo, dei ritratti degli avi, d'altrettante macchie, d'altrettanti
attestati d'indegnit. Ma egli faceva cos a tempo e luogo, dinanzi ai radicali
sinceri, ai repubblicani puri; la pi gran parte del tempo sapeva d'avere
intorno persone che chiamandolo "principe", mostrandosi in sua compagnia,
credevano di partecipare in qualche modo al suo lustro.
Lavorava come un cane a far visite, a scriver lettere, a dirigere i suoi
galoppini, a presiedere le adunanze del comitato. La notte stentava a prender
sonno, con la mano scottata dal contatto di tante mani sudice, sudate, ruvide,
incallite, infette; con la mente infiammata dall'ansiet della riuscita.
Sarebbe riuscito? A momenti ne aveva l'intima e salda certezza; il governo era
per lui; Mazzarini, arrivato al potere, ministro dei lavori pubblici, gli aveva
trascritto da Roma tutte le lettere con le quali lo raccomandava al prefetto.
Ma non si contentava di riuscire, voleva stravincere, essere il primo degli
eletti, assicurarsi stabilmente il collegio con una votazione unanime,
plebiscitaria. L'accordo col Giardona gli giovava certamente, ma quello col
Lisi era stato forse un errore. La situazione di Vazza era invece fortissima,
molti assicuravano che sarebbe riuscito il primo: raccoglieva adesioni dovunque
e i clericali specialmente, senza sostenerne in pubblico la causa, lavoravano
per lui, sott'acqua, ma con efficacia grandissima. Era stato un vero sbaglio
rinunziare a quest'alleanza e preferir Lisi; per tentar di riparare, per
giovarsi del lavoro delle sacrestie, egli pens di rivolgersi alla sorella.
Non la vedeva da un pezzo, ma sapeva che la sua vita severa, austera quasi, la
rinunzia totale, dopo i lutti, alle occupazioni ed ai piaceri mondani,
l'edificante piet l'avevano messa ancora pi in grazia dei Monsignori. And
dunque da lei. Sul punto d'entrare nel suo salotto ud una voce squillante che
diceva:
"L'ho cantato a tutti, non mi stancher di ripeterlo! Cada Sansone con tutti i
filistei!"
Era la zia Lucrezia. Egli si ferm ad ascoltare.
"Vostra Eccellenza mi perdoni," rispondeva dolcemente Teresa, "ma parlare cos
contro suo nipote..."
"Mio nipote?... Che nipote?..." vociferava l'altra. "A lui dunque fu permesso
trattare cos mio marito? Pan per focaccia, dice il proverbio! Benedetto non
risulter, ma neppur lui: la vedremo! Piuttosto mi meraviglio di quella bestia
di Monsignore..."
"Zia!"
"Di quel bestione di Monsignore, che non vuole appoggiare mio marito. Invece di
fare il giuoco di Vazza, dovrebbe sostener Benedetto, che  stato sempre
moderato e perci pi vicino ai clericali! E mi meraviglio pi di te, che non
vuoi spendere una parola per tuo zio!... Ma gli parler io! Ho lingua, e posso
parlar da me! Se tutti abbandonano Benedetto, ci sono qua io! Io non
l'abbandoner! Ho lui solo al mondo!... Capisci che gli hanno procurato una
malattia di fegato? Tirano a ucciderlo, cotesti assassini! Ma rider bene chi
rider l'ultimo!"
Contenendo le risa, Consalvo entr. Appena lo vide, Lucrezia levossi.
"Ti saluto, ho da fare," disse alla nipote; e senza guardarlo, quasi non
l'avesse scorto, ma calcando la voce e passandogli dinanzi gonfia e impettita,
ripet: "Rider bene chi rider l'ultimo!"
Consalvo si mise a ridere.
"Quella pazza l'ha con me!... Che diavolo pretendeva? Che le hanno fatto?"
"Poveretta, non ne dir male," rispose Teresa con pietosa indulgenza.
" gi una fortuna che tu non le dia ragione! Voleva che pei begli occhi di suo
marito io rinunziassi all'avvenire? E adesso, tutt'a un tratto, arde d'affetto
per cotesto marito prima vilipeso?..." Teresa non rispose; fece solo un gesto
di grande compatimento. "E che voleva da te? Ti parlava dell'elezione?"
"S."
"Voleva il tuo voto, ah! ah!"
"No, credeva che io potessi giovarle."
"E che le hai risposto?"
"Che non posso nulla."
"E per me?" soggiunse rapidamente Consalvo.
"Per nessuno, fratello mio!... Io non mi occupo di queste cose."
"Ma i tuoi Monsignori?" esclam egli sorridendo.
"N io n essi parliamo di queste cose."
"Di che parlate allora, spiegami un po'?"
Al tono leggermente canzonatorio di Consalvo, la duchessa chiuse gli occhi un
momento, quasi ad attinger forza per affrontare le contraddizioni, quasi a
pregare pel miscredente.
"Parliamo, in questi giorni, d'un gran miracolo che il Signore ha permesso. Non
hai sentito discorrere della Serva di Dio?"
Egli sapeva qualcosa, cos in aria, d'un preteso prodigio avveratosi in persona
d'una contadina di Belpasso; ma Teresa, senza aspettare la sua risposta:
" un'umile contadinella," prosegu, "che vive in una casupola, col padre e la
madre, nelle campagne di Belpasso.  stata sempre religiosissima, ma da qualche
tempo si manifestano in lei i segni della Grazia. Tutti i venerd, dopo esser
rimasta tre ore in ginocchio, le appariscono sul corpo le stimmate di Nostro
Signore; ella esala un odore d'incenso soavissimo e dalle sue labbra..."
"Questi li chiami segni della Grazia? Sono fenomeni isterici!"
Teresa tacque un poco, con la stessa espressione dell'indulgenza che s'accorda
ai poveri ignoranti. "Se fossero fenomeni isterici, i dottori l'avrebbero
curata. Invece, nessuno di quanti l'hanno vista ha saputo spiegare queste
manifestazioni; tutti i loro pretesi rimedi sono rimasti inefficaci."
"Vuol dire che hanno chiamato dottori asini..."
"No, i pi riputati!... Sulla fronte le appare una macchia rossa in forma di
croce, sul costato la figura del giglio..." A voce pi bassa aggiunse:
"Monsignore andr a visitarla."
"Vedr anche il costato?"
Ella si trasse indietro, i suoi sguardi espressero uno sdegnato biasimo.
"Consalvo! Sai che mi duole udirti parlare cos..."
"Andiamo! Non si pu scherzare?... Ma tu credi sul serio?..."
"Credo," rispose brevemente.
Egli la consider un poco. Voleva dire: "A chi la di a intendere?... Sei
ammattita come tutti i nostri?..." Ma non era venuto per questo.
"Delle elezioni, dunque, non parlate?"
"No. Sono quistioni che io non capisco; e poi, la Chiesa non partecipa a queste
lotte."
"N eletti n elettori, eh? Eppure i tuoi Padri spirituali si dnno un gran da
fare per un certo avvocato..."
"Il Santo Padre ha ordinato che i cattolici non vadano alle urne .I come
partito./I ..."
"Ah!... Dunque sai che c' distinzione fra partito ordinato e cittadini
spiccioli?"
"Non  difficile intenderlo."
"Va bene, va bene!... E come singoli cittadini, i cattolici che fanno?"
"Appoggiano, talvolta, chi pi s'accosta a loro."
"Cio?"
"Chi crede."
Le due parole significavano: "Tu non sei fra questi; ecco perch io non posso
fare nulla per te." Ma Consalvo, che faceva l'ingenuo, replic:
"Chi crede a che cosa?"
"Prima di tutto agli eterni princpi di verit."
"E poi?"
"Al trionfo della Chiesa!"
"Anche tu?..." cominci Consalvo, sul punto di protestare, di dire il fatto suo
a quell'altra sciocca. Ma si contenne ancora una volta. Che gl'importava di
quelle sciocchezze? L'importante era sapere se bisognava assolutamente
rinunziare all'intromissione di lei. "Ah, va benissimo!..." riprese, con tono
diverso. "Il trionfo della Chiesa!... Ma su chi deve trionfare, sentiamo?"
"Sopra i suoi nemici e i suoi persecutori."
"Chi sono? Dove sono? In Italia? In Francia? Sentiamo un po': che bisogna fare?
Restituire Roma al Papa, eh? Dargli tutta l'Italia, tutto il mondo? Sentiamo,
spieghiamoci una buona volta, per saperci regolare, per vedere fino a qual
punto potremo intenderci..."
Ella disse, seriamente:
" inutile che tu la prenda su questo tono. Presto o tardi il diritto legittimo
trionfer."
"Come? Quando? Dove?"
Ella alz il capo e socchiuse gli occhi, quasi ispirandosi.
"Nascer," disse, "un gran monarca, dalla diretta progenitura di San Luigi di
Francia, e si chiamer Carlo. Egli far dell'Europa sette regni, e rimetter il
Santo Padre sulla cattedra di Pietro..."
Questa volta Consalvo non riusc a frenare le risa.
"Ah! Ah! Ah!... S'ha da chiamare proprio Carlo? E perch non Filippo, Ignazio,
Epaminonda?... Ma dove diavolo peschi simili fandonie?"
"Che t'importa, se sono fandonie?... Mi duole che tu ne rida... Ti ho detto
mille volte che ciascuno ha le proprie convinzioni..."
"S! S!... Ma donde t' venuta questa qui? Dove hai saputo che accadranno
tutte queste belle cose?"
Ella stese il braccio verso una scansietta piena di libri e vi prese un
volumetto legato con pelle nera e dorato sui tagli. Consalvo lesse sul
frontespizio: .I L'Europa liberata./I .I ovvero Trionfo della Chiesa di G.C.
su tutte le usurpazioni e tutte le eresie. Eco dei Profeti e dei SS. Padri./I
... A un tratto volse il capo, udendo il cameriere che annunziava dalla soglia,
scostando la tenda:
"Padre Gentile, Eccellenza."
Entr un prete alto, asciutto, con forti occhiali sul naso adunco come un
rostro.
"Il principe di Francalanza, mio fratello," present Teresa. "Padre Antonio
Gentile..."
Il prete inchinossi profondamente. Consalvo lo squadrava da capo a piedi. Un
altro, adesso! Quella casa diventava una sacrestia!
"Il Padre," aggiunse Teresa, rivolta al fratello, "ha la bont di dirigere
l'educazione dei miei bambini..."
"Io sono ben lieto," rispose l'ecclesiastico, "di poter servire la signora
duchessa..."
"Non  siciliano?" gli domand Consalvo, per dire qualcosa, perch non paresse
che andava via subito, ma impaziente di svignarsela poich s'accorgeva d'aver
gi perduto troppo tempo.
"Signor no, sono romano" rispose il Padre.
" da un pezzo fra noi?"
"Da qualche mese appena."
"Tanto piacere..." fece il principe, alzandosi.
Il prete s'alz e s'inchin una seconda volta. Teresa gli chiese permesso e
accompagn il fratello.
"Dunque?" insist Consalvo. "Che bisogna fare per ottenere l'appoggio della
signora duchessa?"
"Ma io non valgo a nulla!..." protest Teresa, con un discreto sorriso.
"Bisogna giurare fedelt a Carlo, al Gran Monarca?... Non c' altro scampo?...
Ma se ancora ha da venire?... Basta, arrivederci!... E quest'altro, dove l'hai
pescato? Chi ?..."
"Uno dei Padri pi colti della Compagnia di Ges!..."

"Tempo perduto! Tempo perduto!..." Non c'era da cavar nulla da quegli Uzeda! I
migliori, quelli che parevano i pi saggi, a un tratto si rivelavano pazzi,
come gli altri. Questa qui, adesso, si chiamava in casa i Gesuiti, credeva alle
balorde profezie, ai pretesi miracoli, diventava cieco strumento in mano dei
preti! Dov'era la fanciulla d'una volta, graziosa, gentile, poetica, pietosa ma
non bigotta, credente ma non accecata? Anche al fisico, aveva perduta
l'eleganza del portamento, ingrassava, era irriconoscibile. La pazzia
soggiogava anche lei, prendeva la forma religiosa, diventava misticismo
isterico! Tutti a un modo, tutti!... Egli solo si stimava savio, forte,
prudente, immune dal vizio ereditario, padrone e giudice di se stesso e degli
altri... E, apparso sulla .I Gazzetta ufficiale./I il decreto che chiudeva la
sessione, egli si butt a capo fitto nella lotta.
Giorno e notte la sua casa trasformata in una piazza, in un pubblico mercato,
dove i delegati discesi dalle sezioni rurali e gli elettori cittadini andavano
e venivano, discutendo, contrattando, gridando, col cappello in testa, con le
mazze in mano. Pi gente veniva, pi egli ne invitava: i galoppini, per suo
ordine, rimorchiavano lass, adescati dal marsala e dai sigari, dalla curiosit
di entrare nel palazzo dei Vicer, gonfi dell'importanza a cui erano assunti
d'un tratto, individui di tutte le classi, bottegai, scrivani, uscieri,
trattori, barbieri, gente pi umile ancora, servi, guatteri, tutte le infime
persone che per aver messo una firma dinanzi al notaro tenevano nelle loro mani
una frazione della sovranit. Egli stringeva tutte quelle mani, accoglieva
tutta quella gente con un "grazie dell'adesione!", dava del lei sopra e sotto;
essi andavano via incantati, accesi d'entusiasmo, protestando: "E lo dicevano
superbo! Un signore tanto alla mano!..."
Una sera, facendo il giro delle sale, Consalvo vide una faccia nuova, che
rassomigliava tuttavia... a chi?... A Baldassarre, il suo antico maestro di
casa! Ma i favoriti erano scomparsi, e invece sulle labbra gi sbarbate dell'ex
servitore cresceva un grosso paio di mustacchi tinti come stivali.
"Grazie dell'adesione," gli disse Consalvo, stringendogli la mano.
"Niente!... Dovere!..." balbett Baldassarre.
Uscito dalla casa del principe, il maggiordomo s'era buttato alla politica,
aveva abbracciato la fede democratica, presiedeva ora una societ operaia di
mutuo soccorso. Giacch il principino - Baldassarre adoperava ancora il
diminutivo per designare l'antico padroncino - si presentava con programma
democratico, egli aveva indotto i consoci ad appoggiarlo; cos rientrava nel
palazzo lasciato da servo con l'importanza di uno che portava un bel gruzzolo
di voti. Seduto sopra una di quelle poltrone di raso che prima aveva avanzato
ai signori, egli si guardava intorno ed ascoltava con la gravit dell'antico
maestro di casa, era pi serio e decorativo di tanti altri; un sindaco di
provincia che gli stava a fianco gli disse:
"Da noi la riuscita  assicurata. E qui, professore, come vanno le cose?"
"Eccellente!" fece Baldassarre, scrollando il capo.
I membri del comitato, quella sera, riferivano i nomi degli elettori amici che
avevano fatto iscrivere nelle liste. L'antico servo s'avvicin a Consalvo.
"Signor principe," non gli dava pi, per democrazia, dell'Eccellenza, "la
nostra societ ha fatto iscrivere una cinquantina di elettori. Sono tutti
nostri!"
"La ringrazio; non so come ringraziarla."
"Si figuri, per carit: dovere! Vinceremo certamente! La vittoria  nostra!"
"Accetto di cuore l'augurio cortese."
E Baldassarre, dimenticato il torto che gli aveva fatto il principe defunto, si
fece in quattro per assicurare il trionfo del principino, divenne in breve uno
dei suoi luogotenenti. Egli faceva i suoi rapporti a Consalvo, ne riceveva le
istruzioni, gli dava a sua volta consigli; e il padrone e il servo erano
scomparsi, sedevano a fianco alla stessa tavola, il principe passava la carta e
la penna all'antico creato, si davano del lei come due diplomatici stipulanti
un trattato.
La lotta diveniva frattanto pi aspra. Consalvo aveva fatto fare certe aperture
ai capi clericali, ma costoro avevano risposto che la sua alleanza con Lisi e
Giardona rendeva impossibile qualunque accordo. Giulente boccheggiava. Per
salvare il Municipio aveva dovuto imporre nuove tasse, aggravare le antiche,
congedare impiegati, lasciare in asso tutte le opere non finite, ridurre tutte
le spese; e la sollevazione era unanime contro di lui per l'odiosit delle
imposte, la gretteria eretta a sistema. La sua lunga aspirazione all'eredit
politica dello zio, la stessa malattia di fegato erano un po' ridicole: sua
moglie finiva di rovinarlo, vantando il suo patriottismo dopo averlo deriso:
"Al Volturno stava per lasciare una gamba!..." domandando a tutte le persone,
ai commessi di negozio, ai venditori ambulanti: "Non siete elettore?... Allora
andate a farvi iscrivere..." Ed ella gli aveva finalmente consegnato i conti
dell'amministrazione, dove c'era un baratro peggio che al comune.
Gli altri candidati, per, non si davano vinti, i pi pericolanti si ostinavano
peggio, ricorrevano a tutti i mezzi, contrattavano i voti, lanciavano accuse
violente ai rivali fortunati, specialmente al principe. "Noi non abbiamo nipoti
educati dai Gesuiti, n zii Cardinali di Santa Chiesa, n parenti reazionari;
non ci appoggiamo su tutti i partiti, dalla nobilt alla canaglia!..." Consalvo
lasciava dire, correva in provincia, tornava in citt, allargava la cerchia dei
propri aderenti. I messi di Baldassarre, dal canto loro, predicavano nelle
osterie la democrazia del principe, pagavano da bere a quanti gli promettevano
il voto. Una sera, per, la discussione si fece brutta fra quelli che stavano
dalla sua e gli oppositori che davano al principe del Rabagas, del Gesuita e
del traditore. Dalle parole vennero ai fatti, volarono sedie e bottiglie,
luccicarono i coltelli, gravi minacce furono pronunziate. Allora Consalvo si
rivolse agli antichi compagni di bagordo, alla gente con la quale aveva fatto
vita, un tempo, nelle taverne e nelle case di tolleranza: ceffi spaventosi,
pallidi bertoni con la faccia tagliata da cicatrici fecero la guardia al suo
palazzo, alla sua persona; si disseminarono nei luoghi equivoci, minacciando,
intimorendo... "Il candidato di Francesco II ha sguinzagliato la mafia per
tutto il collegio allo scopo di spaventare gli onesti cittadini," denunziarono
i fogli avversari; ma nella violenza della battaglia le pi feroci accuse
avevano perduto ogni efficacia, erano naturalmente attribuite all'odio di
parte, al rancore di chi sentiva mancarsi il terreno sotto i piedi. Il nome di
Francalanza era su tutte le bocche, nessuno dubitava oramai dell'elezione del
principe. Egli preparava il discorso elettorale.

Grandi cartelloni multicolori incollati per tutta la citt annunziarono
l'avvenimento: "MEETING ELETTORALE. Cittadini: Domenica, 8 ottobre 1882, alle
ore 12 meridiane, nella Palestra Ginnastica (ex convento dei PP. Benedettini)
il Principe di Francalanza esporr il suo programma politico agli elettori del
1 Collegio." Seguivano le firme del comitato: un presidente, vecchio
magistrato a riposo, ben visto da tutti i partiti e perci messo a quel posto
da Consalvo; poi sei vicepresidenti, pi di cinquecento membri, otto segretari,
ventiquattro vicesegretari.
Era una novit, questa dei discorsi-programmi. Le elezioni non si potevano pi
fare alla chetichella, in famiglia, come al tempo del duca d'Oragua: ciascun
candidato doveva presentarsi agli elettori, render loro conto delle proprie
idee, discutere le quistioni del giorno. "Almeno  certo che andranno al
Parlamento solo quelli che sanno parlare!..." Ma udire il principe di
Francalanza discorrere in piazza come un cavadenti... lo spettacolo era
veramente straordinario. Gli altri candidati tenevano i loro discorsi nei
teatri, ma per quello di Consalvo c'era tanta aspettazione, piovevano tante
richieste di posti, arrivavano tante rappresentanze dalla provincia, che nessun
teatro parve sufficiente. La palestra ginnastica, che era il secondo chiostro
del convento di San Nicola, grande quanto una piazza, aveva, con i suoi archi,
le colonne e le terrazze, una cert'aria di anfiteatro; era l'ambiente pi
vasto, pi nobile, pi adatto alla grandezza dell'avvenimento. E poi Consalvo,
da cui veniva la scelta, aveva una sua idea.
Egli and a dirigere personalmente l'addobbo. Ma intanto che i tappezzieri
lavoravano a disporre trofei di bandiere e festoni d'ellera e tende e ritratti,
il principe si guardava intorno con un senso di stupore, sorpreso a un tratto
dalle memorie della fanciullezza. L'enorme e nobile monastero, la signorile
dimora dei Padri gaudenti, l'aristocratico collegio della giovent era
irriconoscibile. Scomparsi i corridoi che s'allungavano a perdita d'occhio,
chiusi da muri e da cancelli, convertiti in sale e gabinetti scolastici; il
refettorio trasformato in salone di disegno dell'Istituto Tecnico, ingombro di
cavalletti, ornato di stampe e di gessi; il Coro di notte pieno d'attrezzi
nautici; al posto dei grandi quadri, sugli usci delle camere, cartelli con
l'iscrizione: PRIMA CLASSE, DIREZIONE, PRESIDENZA. Gi, nel cortile, i
magazzini trasformati in caserme. Le generazioni di soldati e di studenti
succedutesi dal Sessantasei avevano devastato i chiostri, rotto i sedili,
infranto le balaustrate; i muri erano pieni di figure e di motti osceni, e i
calamai lanciati come fionde pel corruccio delle bocciature o per la gioia
delle promozioni avevano stampato da per tutto larghe chiazze d'inchiostro.
Dinanzi a quella devastazione, Consalvo pensava adesso con un senso di
rammarico alla morte del mondo monastico, che egli aveva vista con vivo
tripudio. Ma allora - rammentava! - aveva quindici anni, era impaziente di
prendere il posto che lo aspettava in societ. Se gli avessero detto, allora,
che egli sarebbe tornato un giorno a San Nicola per discorrervi
dell'eguaglianza sociale e del pensiero laico!... No, egli non poteva
assuefarsi a quest'ideale democratico contro il quale protestavano la sua
educazione e il suo stesso sangue. L, a San Nicola, forse pi che a casa
propria, egli era stato imbevuto di superbia signorile, era stato avvezzo a
considerarsi d'una pasta diversa dalla comune... Dove era la sua camera? Egli
la cercava, al Noviziato, e non la trovava. Forse dove stava scritto GABINETTO
DI FISICA. Un custode, facendogli da guida, narrava le magnificenze del
convento, le feste sontuose, l'abbondanza dei conviti, la nobilt dei Padri, e
rammaricavasi mostrando le rovine presenti. "Qui stavano i novizi, tutti figli
dei primi baroni: bei tempi! Adesso ci vengono i figli dei ciabattini!" Il
prestigio della nobilt e della ricchezza era dunque veramente imperituro, se
quel povero diavolo parlava cos d'una riforma che giovava ai suoi pari...
Consalvo voleva rispondere: "Avete ragione..." ma il rumore di martellate che
veniva dalla palestra gli rammentava la necessit di nascondere i propri
sentimenti, di rappresentare la parte che s'era assunta. L, fra quelle mura,
egli s'era messo col partito dei .I sorci./I , ai quali fra' Cola voleva
tagliar la coda; qualcuno non gli avrebbe fatto una colpa di quel remotissimo
passato?... Bah! Chi si rammentava delle monellate d'un ragazzo! Giovannino era
morto, non poteva tornar dall'altro mondo a contraddirlo! E quand'anche?...
Frattanto i preparativi si venivano compiendo; la domenica del comizio tutto fu
pronto. L'aspetto della palestra era grandioso. Duemila seggiole erano disposte
in bell'ordine nell'arena, e restava tuttavia spazio libero per gli spettatori
in piedi. Il lato meridionale del portico, riservato alla presidenza ed alle
associazioni, conteneva una gran tavola circondata di poltrone e fiancheggiata
da tavolini per la stampa e gli stenografi. Gli altri tre lati erano per
gl'invitati: autorit, signore, rappresentanze varie. Tutta la terrazza, come
l'arena, restava agli spettatori minuti: per difendere le teste dal sole erano
state distese grandi tende di mussolina tricolore. Trofei di bandiere
abbracciavano le colonne, ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a
destra e a sinistra della balaustrata da cui avrebbe parlato il candidato,
Umberto e Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e Cairoli;
e cos tutto in giro Amedeo, Bixio, Cavour, Crispi, Lamarmora, Rattazzi,
Bertani, Cialdini, la famiglia sabauda e la garibaldina, la monarchia e la
repubblica, la destra e la sinistra.
Fin dalle dieci, la folla cominci a far ressa, ma le porte erano custodite da
buon nerbo di membri del comitato, riconoscibili a una gran coccarda tricolore
appuntata al petto. Gi, nel cortile esterno, si riunivano le societ attorno
alle bandiere e ai labari, per ricevere il candidato e accompagnarlo alla
palestra. Tre bande arrivarono una dopo l'altra, coi sodalizi pi numerosi,
tirandosi dietro una folla di curiosi; e il bruso saliva al cielo; torrenti di
gente s'ingolfavano dallo spalancato portone della scala reale. Gli strumenti
dei sonatori specchiavano al gaio sole autunnale; pennacchi e bandiere
ondeggiavano al vento; i cartelloni multicolori vestivano a festa i muri del
monastero.
Baldassarre, in .I redingote./I e cappello alto, con una coccarda grande come
una ruota di mulino, andava e veniva, sudato, sbuffante, come ventotto anni
addietro, quando ordinava l'aristocratico cerimoniale dei funerali della
vecchia principessa. Ma allora egli era servo stipendiato, e adesso libero
cittadino che interveniva a un .I metingo./I democratico, e che prestava il
suo appoggio al principe non per quattrini ma per un'idea. Alla folla che
voleva entrare ad ogni costo diceva alzando le mani: "Signori miei, un po' di
pazienza; c' tempo... ci vuole un'ora..." Era possibile lasciar entrare la
ciurmaglia prima degli invitati?... Ma alle undici e mezzo la resistenza fu
impossibile: dato ordine ai suoi dipendenti di difendere almeno i posti
riservati, lasci aprire la terrazza e l'arena. In un attimo l'onda umana vi si
rovesci. Era ancora la folla anonima, il popolo minuto; ma a poco per volta
cominciavano a venire le persone di riguardo, signori e signore eleganti,
dinanzi alle cui carrozze s'apriva l'altra folla rimasta nel cortile esterno.
Baldassarre, nella palestra, additando alle dame i loro posti, si voltava
tratto tratto verso i compagni: "Dite che le bande vengano qui, che prendano
posto!... Non ci sar la musica all'arrivo del candidato!..." Quelle bestie non
ne azzeccavano una! Impossibile aver le bande, neanche dopo essersi sgolato
un'ora; tanto che dov correre egli stesso a chiamarle: "Che fate qui? Non  il
vostro posto! Venite dentro!..." Egli non era pi maggiordomo, ma le cose
malfatte non poteva tollerarle. Uno del comitato non disse che bisognava sonare
al primo arrivo del principe? Egli si guast: "Il ricevimento si fa nella
palestra, non nel cortile! Volete darmi lezioni?..." E mise le bande al posto
opportuno, ordinando: ".I Marcia reale./I ed .I Inno di Garibaldi./I ..."
Ora la palestra offriva uno spettacolo veramente straordinario: l'arena era un
mare di teste, serrate le file delle sedie, stretti come acciughe gli
spettatori in piedi; nella terrazza una folla variopinta, sulla quale fiorivano
gli ombrellini delle molte signore che non avevano trovato posto gi. Ma
l'aspetto pi sontuoso era quello dei portici: tutta la migliore societ vi si
era riunita, le dame nelle prime file, gli uomini dietro, ed un ronzio come
d'alveare si levava tutt'intorno: chiacchiere eleganti, profezie sull'esito
delle elezioni, battibecchi politici, ma specialmente esclamazioni
d'impazienza, tentativi d'applausi di chiamata, come al teatro, che facevano
voltare il capo a tutti e cavare gli orologi. Scoccava gi mezzogiorno, il
campanone di San Nicola dava i primi tocchi, quando venne da lontano un sordo
clamore. " qui,  qui... Arriva... ci siamo!..." S'udivano adesso
distintamente le grida: "Viva Francalanza... Viva il nostro deputato!..." e
scoppi d'applausi il cui fragore cresceva, rimbombava nei corridoi, faceva
tremare i vetri, destava tutti gli echi sopiti del monastero. Dalla palestra la
folla s'era levata in piedi, i colli erano tesi, gli sguardi fissi sull'arco
d'ingresso. Squillarono a un tratto, intonate dalle tre musiche, le prime note
della .I Marcia reale./I mentre apparivano le prime bandiere, e un urlo
formidabile, un vero uragano d'applausi, di evviva, di grida confuse scoppi
nel vasto recinto, riecheggi tempestosamente tra l'altra folla che circondava
il candidato.
Consalvo avanzavasi, pallidissimo, ringraziando appena con un cenno del capo,
assordato, abbacinato, sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi
torrenti si riversavano nelle terrazze, nei portici, nell'arena, vincendo la
resistenza dei primi occupanti; ma tuttavia migliaia di mani applaudivano,
sventolavano fazzoletti e cappelli; le signore, in piedi sulle seggiole,
salutavano coi ventagli e gli ombrellini, formavano gruppi pittoreschi sul
fondo scuro della gran folla mascolina; e la ovazione si prolungava, le grida
salivano ad acuti stridenti alle riprese della marcia, i battimani scrosciavano
come una violenta grandinata sulle tegole. Qua e l piccoli gruppi di avversari
o d'indifferenti restavano silenziosi, ma dall'alto sembrava che tutta quella
moltitudine avesse una sola bocca per urlare, due sole braccia per applaudire.
"Uno... due... due e mezzo... tre minuti..." alcuni contavano, con gli orologi
in mano, e si vedeva gente con le lacrime agli occhi, dalla commozione; molti
perdevano la voce: stanchi di sventolare i fazzoletti, se li legavano ai colli
rossi e sudati. "Basta... basta..." diceva Consalvo, a bassa voce, con un senso
di vera paura dinanzi a quel mare urlante e Baldassarre, da lontano, non
potendo attraversare il muro vivente che lo serrava tutt'intorno, faceva segni
disperati alla musica; e finalmente i sonatori compresero, la musica fin, gli
applausi e le grida si spensero; ma, ad un tratto, mentre il presidente del
comitato si faceva alla balaustrata presentando il candidato, squillarono le
note dell'inno garibaldino, un nuovo fremito corse per la folla, il delirio
ricominci... Ora Consalvo, vinta la paura del primo istante, ringraziava pi
francamente a destra e a manca, e sorrideva, sicuro di s, gonfio il cuore di
fiducia superba. La musica cess nuovamente, la folla si chet, le bandiere
appoggiate alle colonne del portico formarono una nuova decorazione: l'ufficio
di presidenza, i giornalisti, gli stenografi presero posto alle loro tavole e i
segretari tirarono fuori dalle cartelle i loro fogli. Uno di essi sorse in
piedi, e in mezzo a un silenzio solenne cominci con voce stridula la litania
delle adesioni. Ma la gente stancavasi, le parole si perdevano in un sordo
mormoro. In un gruppo di studenti motteggiatori discutevasi animatamente se il
candidato avrebbe cominciato con l'aristocratico .I Signori./I o il
repubblicano .I Cittadini./I . Uno afferm: "Scommettiamo che dir .I Signori
cittadini./I ?" Ma gli entusiasti lanciavano sguardi severi agli scettici,
intimavano il silenzio. Finalmente la litania fin. Consalvo, con una mano sul
velluto della balaustrata, voltato di fianco, aspettava. Ad un cenno del
presidente, si volse alla folla:
"Concittadini!... Se la benevolenza dei miei amici vi ha indotto a credere che
io possegga le doti dell'oratore, e vi ha qui adunati con la promessa che
udrete un vero e proprio discorso, io sono dolente di dovervi disingannare..."
La voce nitida, ferma, sicura, giungeva da per tutto, debole ma chiara anche
negli angoli pi remoti. "Io vi dichiaro, concittadini, che non posso, che non
so parlare; tale  il tumulto di impressioni, di sentimenti, d'affetti che
sconvolge in questo momento l'animo mio. (Gli stenografi notarono: .I
Benissimo!./I ) Io sento che fino ai miei giorni pi tardi non si potr pi
cancellare il ricordo di questo momento indescrivibile, di questa immensa
corrente di simpatia che mi circonda, che m'incoraggia, che mi riscalda, che
infiamma il mio cuore, che ritorna a voi altrettanto viva e gagliarda e sincera
quale viene dai vostri cuori a me. (.I Applausi prolungati./I .) Ma questa
restituzione  troppo poca cosa e non vale a sdebitarmi: tutta la mia vita
dedicata al vostro servigio sar bastevole appena. (.I Applausi./I .)
Concittadini!... Voi chiedete un programma a chi sollecita l'onore dei vostri
suffragi; il mio programma, in mancanza d'altri meriti, avr quello della
brevit; esso compendiasi in tre sole parole: libert, progresso, democrazia...
(.I Battimani fragorosi ed entusiastici./I .) Un superstizioso contento occupa
l'animo mio, nell'udir voi, liberi cittadini, coronare d'applausi non me, ma
queste sacre parole, qui, tra questi vecchi muri che furono un tempo cittadella
dell'ignavia, del privilegio, dell'oscurantismo teologico... (.I Scoppio
unanime di approvazioni clamorose./I ), qui, tra queste mura, gi covo
dell'ignoranza, oggi vivido faro da cui radia la luce del vittorioso pensiero!
(.I Nuovo scoppio di frenetici battimani, la voce dell'oratore  soffocata per
alcuni minuti./I .) Concittadini, la mia fede in questi grandi ideali umani non
 nuova, non data da questi giorni, in cui tutti la sfoggiano, come i galanti
vantano le grazie della donna desiderata... (.I Ilarit./I ), protestando di
non volerne i favori... (.I Nuova ilarit./I ) ma di star paghi a sospirarla da
lungi... (.I Risa generali./I .) La mia fede data dall'alba della mia vita,
quando i pregiudizi di casta che io conobbi, ma che non mi duole di aver
conosciuti, perch ora sono meglio in grado di combatterli... (.I Benissimo!./I
) mi vollero chiuso qui, tra questi muri. Permettetemi ch'io vi narri un
aneddoto di quei giorni lontani. Erano i tempi in cui Garibaldi il Liberatore
correva trionfalmente da un capo all'altro del feudo borbonico per farne una
libera provincia della libera patria italiana... (.I Bravo, bene!./I ) Io ero
allora fanciullo, e alla mia mente inesperta ed ignara il nome di Garibaldi
sonava come quello di un guerriero formidabile che altre leggi non conoscesse
fuorch le dure, le violente leggi di guerra. Un giorno corse una voce:
Garibaldi era alle porte della nostra citt; i Padri Benedettini si disponevano
ad ospitarlo... non potendo subissarlo coi suoi diavoli rossi... (.I Si ride./I
.) Ed io quasi temetti di guardare in viso quel fulmine di guerra, come se col
solo sguardo dovesse incenerirmi. Ed un giorno i miei compagni m'additarono
l'Eroe dei due mondi. Allora io vidi quel biondo arcangelo della libert
intento... sapete voi a qual opera? A coltivare le rose del nostro giardino! Da
quel giorno la rivelazione di quel cuore vasto e generoso, dove la forza
leonina s'accoppiava alla gentilezza soave... (.I Scroscio di applausi./I ), di
quell'uomo che, conquistato un Regno, doveva, come Cincinnato, ridursi a
coltivare il sacro scoglio, dove oggi aleggia il magnanimo spirito di Lui, che
fu a ragione chiamato "il Cavaliere dell'umanit"..."
Gli stenografi smisero di scrivere, tale uragano d'applausi e di grida si
scaten. Urlavano: "Viva Francalanza!... Viva Garibaldi!... Viva il nostro
deputato!..." e le parole del principe si perdevano nel clamore universale,
vedevasi solamente la bocca che s'apriva e chiudeva come masticando, il braccio
che gestiva rotondamente per finire l'aneddoto: la confusione tra Menotti
Garibaldi e il padre, la sostituzione di se stesso al morto cugino...
"Silenzio!... Parla ancora!... Viva Garibaldi!... Viva il principino!..."
Tratto di tasca il fazzoletto, egli lo sventol gridando: "Viva Garibaldi! Viva
l'Eroe dei due mondi!..." Poi, aspettando il silenzio, si terse la fronte
imperlata di sudore.
"Concittadini," riprese quando fu ristabilita la calma, "io sono giovane
d'anni, e la vita potr apprendermi molte cose e dimostrarmi la fallacia di
molte altre, e darmi quell'esperienza, quel senno maturo che ancora forse non
ho; ma quali che sieno le vicende e le prove che l'avvenire mi serba, una cosa
posso affermare fin da questo momento, sicuro che per volger d'anni o per mutar
di fortuna non potr venir meno: la mia fede nella democrazia!... (.I Salva
d'applausi entusiastici./I .) Questa fede mi  cara com' cara al capitano la
bandiera conquistata nella battaglia... (.I Scoppio di battimani./I .)
All'alpigiano che passa tutti i suoi giorni tra le cime dei monti, il grandioso
spettacolo nulla dice, o ben poco; all'alpinista che  partito dalla pianura,
che ha conquistato a grado a grado l'ardua vetta sublime, il cuore s'allarga di
gioia, si gonfia di giusta superbia nel contemplare il meritato orizzonte. (.I
Ovazione generale e prolungata./I .) Cittadini! Io non voglio turbare la
solennit di questa adunanza portando dinanzi a voi le piccole gare in cui si
affannano le anime piccole; ma voi sapete che un'accusa mi fu lanciata; voi
sapete che mi dissero... aristocratico..." Gli stenografi non seppero se notare
impressione o silenzio o movimenti diversi; ma gi l'oratore incalzava:
"Quest'accusa  fondata sui miei natali. Io non sono responsabile della mia
nascita... (.I No! no!./I ) n voi della vostra, n alcuno della propria, visto
e considerato che quando veniamo al mondo non ci chiedono il nostro parere...
(.I Ilarit fragorosa./I .) Io sono responsabile della mia vita; e la mia vita
 stata tutta spesa in un'opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi
sociali e politici, redenzione morale e intellettuale; e nulla  valso ad
arrestar quest'opera; n le facili seduzioni, n le derisioni ironiche, n i
sospetti ingiuriosi; n, pi gravi al mio cuore, le opposizioni incontrate
nello stesso focolare domestico... (.I Bene! Bravo! Applausi./I .) Voi vedete
che io non posso pi rinunziare a questa fede; essa mi  tanto pi cara e
preziosa, quanto pi mi costa... (.I Scoppio di battimani fragorosi e
prolungati. Grida di: Viva Francalanza... Viva la democrazia!... Viva la
libert... L'oratore  costretto a tacere per qualche minuto./I .)"
Il piacere, l'ammirazione erano in ogni animo: negli amici che vedevano
assicurato il trionfo, negli avversari che riconoscevano la sua abilit, nella
stessa gente minuta che non comprendeva, ma esclamava: "Ma che avvocato! Non ci
sono avvocati capaci di parlare cos", e le signore, animatissime, godevano
come allo spettacolo, scambiando osservazioni sull'arte e sulla persona del
principe quasi fosse un primo attore recitante la sua parte.
"Ma voi, concittadini," riprese egli, "giudicherete forse che se questa fede
compendia tutto un programma,  mestieri che un legislatore si tracci una
precisa linea di condotta in tutte le particolari quistioni riflettenti
l'orientamento politico, l'ordinamento delle amministrazioni pubbliche, il
regime economico e via dicendo. Permettetemi dunque di dirvi le mie idee in
proposito. Disciolte le antiche parti parlamentari, non ancora si delineano le
nuove. Io auguro pertanto la formazione, e seguir le sorti di quel partito che
ci dar la libert con l'ordine all'interno e la pace col rispetto all'estero
(.I Benissimo, applausi./I ), di quel partito che realizzer tutte le riforme
legittime conservando tutte le tradizioni (.I Bravo! bene!./I ), di quel
partito che restringer le spese folli e larghegger nelle produttive (.I
Vivissimi applausi./I ), di quel partito che non presumer colmare le casse
dello Stato vuotando le tasche dei singoli cittadini (.I Ilarit./I .I
generale, applausi./I ), di quel partito che protegger la Chiesa in quanto
potere spirituale, e la infrener in quanto elemento di civili discordie (.I
Approvazioni./I ), di quel partito, insomma, che assicurer nel modo pi equo,
per la via pi diritta, nel tempo pi breve, la prosperit, la grandezza, la
forza della gran patria comune (.I Applausi generali./I .)"
Veramente gli applausi non furono generali a questo passo, e anzi qualche colpo
di tosse partito da un angolo fece voltare molte teste.
"Voi mi direte," proseguiva per l'oratore, "che questo programma  troppo
vasto ed eclettico; perch, secondo un proverbio,  impossibile avere ad un
tempo la botte piena e la moglie ubriaca (.I Ilarit./I ). La botte piena,
senza poterne spillare l'inebbriante liquore, rappresenterebbe una ricchezza
inutile, e tanto varrebbe che contenesse acqua o un altro fluido qualunque; ma
quanto ad avere anche la moglie ubriaca, sarebbe in verit troppa grazia: me ne
appello a tutti i mariti. (.I Scoppio d'ilarit./I .I clamorosa, battimani
vivi e replicati./I .) Bisogna attingere dalla botte quel tanto di vino che
basti a saziar la sete, a letificare lo spirito. Dicono i francesi: .I Si
jeunesse savait!./I .I Si vieillesse pouvait!./I Questo che  impossibile
nella vita di un sol uomo, non solo  possibile, ma necessario nella vita
collettiva dei popoli. Il legislatore deve possedere le audacie della giovent
accoppiate al senno della vecchiaia; la legge deve tener conto di tutti gli
interessi, di tutte le credenze, di tutte le aspirazioni per fonderle e
armonizzarle: essa  necessariamente regolata sull'esperienza del passato, ma
non deve n pu tarpar l'ali all'avvenire! (.I Ovazione./I .) Pertanto,
invidiabili e invidiate sono le nostre istituzioni, che mediante un prudente
equilibrio tra i due rami del Parlamento e il potere esecutivo permettono che
ci s'avvicini alla suprema conciliazione. Ma, come tutte le cose umane, queste
istituzioni non sono perfette, bens perfettibili e a tal opera di continuo
miglioramento io dedicher tutte le mie forze, scevro come sono e di paure e di
feticismi. Lo Statuto pu e deve essere migliorato. Questa necessit  intesa
da tutti: dal popolo che reclama intera la sua sovranit, al Re che riconosce
la sua dal popolo. (.I Approvazioni./I .) Per nostra fortuna, popolo e Re sono
oggi in Italia tutt'uno (.I Applausi./I ) e la monarchia democratica di Casa
Savoia spiega e legittima i sentimenti democraticamente monarchici degli
italiani (.I Benissimo!./I ) Fin quando sederanno sul trono principi leali e Re
galantuomini, il dissidio sar impossibile, la nostra fortuna sicura! (.I
Scroscio di applausi prolungati, grida di: Viva il Re!... Viva l'Italia!... La
voce dell'oratore  coperta dai battimani./I .) Ma poich l'aspetto della
sovranit popolare e il benessere delle classi laboriose debbono essere scopo
precipuo dei legislatori, sar impossibile raggiungerlo se non verranno a
sedere alla Camera i pi legittimi, i pi diretti rappresentanti del popolo.
Lasciatemi quindi augurare che molti candidati operai riescano eletti. Molti
combattono le candidature operaie, forti d'un motto inglese che suona: .I the
right man in the right place./I . Ma essi dimenticano che questa citazione 
una spada a due tagli, e che allorquando il Parlamento dovesse occuparsi di
quistioni operaie, .I the right men in the right places./I sarebbero appunto i
cittadini operai (.I Bene! bravo!./I ) Una volta un parrucchiere s'impanc a
critico, e il celebre Voltaire, seccato da tanta presunzione, gli disse:
"Mastro Andrea, fate piuttosto parrucche." (.I Ilarit./I .) Ma se si fosse
trattato di dover fare parrucche, e Voltaire avesse voluto dire la sua, mastro
Andrea avrebbe potuto rispondere al celebre poeta: "Signor Voltaire, fate
tragedie piuttosto." (.I Ilarit fragorosa,./I .I applausi prolungati./I .)
Concittadini, la quistione sociale, bisogna riconoscerlo francamente, preme in
questo momento pi che tutte le altre.  essa nuova? No, certo. Facciamone un
poco la storia..."
"Ci siamo! Adesso stiamo freschi!..." mormorarono qua e l gli avversari, gli
studenti; ma voci crucciate ingiunsero: "Silenzio!" mentre l'oratore, prese le
mosse da Adamo ed Eva e da Caino ed Abele, galoppava per la Babilonia,
l'Egitto, la Grecia e Roma, saltava a pi pari il Medioevo, piombava
nell'Ottantanove, si arrestava al principe di Bismarck ed al socialismo della
cattedra. L'attenzione del pubblico cominciava a diminuire; tuttavia molti si
sforzavano di seguirlo in quella corsa pazza. "Lo Stato dovr dunque essere
l'incarnazione della divina Provvidenza? (.I Ilarit./I .)" No, dove lo Stato
non pu arrivare, deve supplire l'iniziativa individuale: quindi .I
Trade-unions./I , probiviri, cooperative, libert di sciopero. Era cos sciolta
la quistione sociale? "No, ci vuol altro!"
Qualche signora sbadigliava dietro il ventaglio, la gente che desinava all'una
se la svignava. Ma, finalmente, dichiarato che i problemi sociali "sono nodi
gordiani che nessuna spada deve tagliare, ma che l'amoroso studio e l'industre
pazienza possono sciogliere", l'oratore passava alla politica estera.
"L'assetto dell'Europa, sarebbe vano celarlo, risente ancora delle
preoccupazioni della Santa Alleanza." L'unit germanica doveva soddisfare
gl'italiani, ma forse il panslavismo era un fenomeno non scevro di pericoli.
"Io credo che s'apponesse il principe di Metternich quando diceva... Non sfugg
tuttavia all'acuto sguardo del conte di Cavour...  certo che il concetto del
celebre Pitt..." Sfilavano tutti gli uomini di Stato passati e presenti,
entravano in ballo Machiavelli, Gladstone, Campanella, Macaulay, Bacone da
Verulamio; l'oratore chiedeva a se stesso: "Qual  la missione storica
dell'Inghilterra?... Per la Spagna, se udisse la voce del sangue?..." Tutto
questo, pel tradimento di Tunisi! "No, non  stata la Francia di Magenta e
Solferino;  stata la Francia di Brenno e di Carlo VIII!..." L'uditorio si
scosse un poco; gli stenografi annotarono: .I grandi applausi./I . Ma gli
antagonismi di razza si sarebbero un giorno composti; allora, sarebbero sorti
gli Stati Uniti d'Europa. "Per, come ottimamente disse Camillo Benso," la pace
andava cercata nelle fide alleanze e nei forti battaglioni (.I Benissimo./I ).
"Ferve la lotta tra i sostenitori delle grandi navi e delle piccole: io credo
che le une e le altre siano necessarie all'odierna guerra marittima. Caio
Duilio distrusse la flotta cartaginese mutando la battaglia navale in
terrestre." (.I Bravo! applausi./I .) Cos, un "giorno non lontano, rivendicati
i nostri naturali confini (.I Applausi vivissimi./I ), riunita in un sol fascio
la gente che parla la lingua di Dante (.I Scoppio di applausi./I ), stabilite
le nostre colonie in Africa e forse anche in Oceania (.I Benissimo!./I ), noi
ricostituiremo l'Impero romano!" (.I Ovazione../I )
Subito dopo pass alla quistione delle finanze.
"Quivi sospiri, pianti ed alti guai..." (.I Ilarit./I .) Ma i guai non erano
senza riparo. "Non facciamo per carit di patria confronti con gli Stati Uniti
d'America..." Prima di tutto occorreva riformare il sistema tributario. "Paul
Leroy Beaulieu dice... Secondo l'opinione dell'illustre Smith..." Citazioni e
cifre si accavallavano. Pochi lo seguivano ormai in quelle elucubrazioni, altra
gente andava via, le signore sbadigliavano francamente. "Passiamo adesso ai
trattati di commercio... Consideriamo l'ufficio dei comizi agrari..." Ad ogni
annunzio di nuovo argomento, piccoli gruppi di spettatori seccati se ne
andavano: "Bellissimo discorso, ma dura troppo..." Gli uscenti costringevano la
folla a tirarsi da canto, i fedeli ingiungevano: "Silenzio!" e Baldassarre non
si dava pace, vedendo l'ineducazione del pubblico. "Amministrazione della
giustizia... Giustizia nell'amministrazione. Discentrare accentrando,
accentrare discentrando..." Quanto alla marina mercantile, il sistema dei premi
non era scevro d'inconvenienti. Poi, "riforma postale e telegrafica,
legislazione dei telefoni; non bisogna neppure dimenticare l'idra della
burocrazia..."
Adesso si vedevano larghi vuoti nell'arena e nei portici, specialmente nelle
terrazze dove il sole arrostiva i crani. "Ma questo non  un programma
elettorale,  un discorso da ministro!..." sogghignavano alcuni; l'uditorio era
schiacciato dal peso di quell'erudizione, di quelle nomenclature monotone; la
luce troppo chiara, il silenzio del monastero ipnotizzava la gente; il
presidente del comizio abbassava lentamente la testa, vinto dal sonno; ma, ad
uno scoppio di voce del candidato, la rialzava rapidamente, guardando attonito
attorno; i musicanti sbadigliavano, morendo di fame. Baldassarre dava di tanto
in tanto il segnale di applausi, incorava i fedeli anch'essi accasciati e
vinti; si disperava vedendo passare inosservate le bellissime cose dette
dall'oratore. Questi parlava da un'ora e mezza, era tutto in sudore, la sua
voce s'arrochiva, il braccio destro infranto dal continuo gestire si rifiutava
oramai al suo ufficio. Egli continuava tuttavia, deciso ad andare sino in
fondo, nonostante la stanchezza propria e del pubblico, perch si dicesse che
aveva parlato due ore difilato. A un tratto alcune seggiole rovesciate dalla
gente che scappava fecero un gran fracasso. Tutti si voltarono, temendo un
incidente spiacevole, una rissa; l'oratore fu costretto a tacere un momento.
Riprendendo a parlare, la voce gli usc rauca e fioca dalla strozza; non ne
poteva pi, ma era alla perorazione.
"Queste ed altre riforme io vagheggio; non credo tuttavia di dover abusare
della vostra pazienza." Sospiri di sollievo uscirono dai petti oppressi.
"Concittadini! Se voi mi manderete alla Camera, io dedicher tutto me stesso
all'attuazione di questo programma. (.I Bene! Bravo!./I ) Io non presumo di
essere infallibile, perch non sono n profeta n figlio di profeta (.I Si
ride./I ): accoglier pertanto con lieto animo, anzi sollecito fin da ora i
miei concittadini a suggerirmi quelle idee, quelle proposte, quelle iniziative
che credono giuste e feconde (.I Benissimo./I ). Il nostro motto sia: .I Fiat
lux!./I (.I Applausi./I ). Luce di scienza, di civilt, di progresso costante
(.I Scoppio di applausi./I ). Il pensiero della patria stia in cima ai nostri
cuori (.I Approvazioni./I ). La patria nostra  quest'Italia che il pensiero di
Dante divin, e che i nostri padri ci diedero a costo di sangue (.I Vivissimi
applausi./I ). La nostra patria  anche quest'isola benedetta dal sole,
dov'ebbe culla il dolce stil novo e donde partirono le pi gloriose iniziative
(.I Nuovi applausi./I ). La nostra patria  finalmente questa cara e bella
citt dove noi tutti formiamo come una sola famiglia (.I Acclamazioni./I ).
Dicesi che i deputati rappresentino la nazione e non i singoli collegi. Ma in
che consistono gl'interessi nazionali se non nella somma degli interessi
locali? (.I Benissimo, applausi./I .) Io, quindi, se volger la mente allo
studio dei grandi problemi della politica generale, credo di potervi promettere
che avr a cuore come i miei propri gli affari pi specialmente riguardanti la
Sicilia, questo collegio, la mia citt natale e tutti i singoli miei
concittadini (.I Grande acclamazione./I ). Grato a tutti voi dell'indulgenza
con la quale m'avete ascoltato, io finisco invitandovi a sciogliere un triplice
evviva. Viva l'Italia (.I Scroscio d'applausi./I .I grida di: Viva l'Italia./I
.) Viva il Re! (.I Generali e fragorosi battimani./I .) Viva la libert! (.I
Tutto il pubblico in piedi applaude e acclama. Si sventolano i fazzoletti, si
grida: Viva Francalanza! Viva il nostro deputato! Il presidente abbraccia
l'oratore. Commozione generale, entusiasmo indescrivibile./I .)"
Consalvo non ne poteva pi, sfiancato, rotto, esausto da una fatica da
istrione: parlava da due ore, da due ore faceva ridere il pubblico come un
brillante, lo commoveva come un attor tragico, si sgolava come un ciarlatano
per vendere la sua pomata. E mentre la marcia, intonata per ordine di
Baldassarre, spronava l'entusiasmo del pubblico, nel gruppo degli studenti
canzonatori domandavano:
"Adesso che ha parlato, mi sapete ripetere che ha detto?"

Negli ultimi giorni, l'ansiet di Consalvo divenne febbre scottante.
La riuscita non poteva mancare, ma egli voleva essere il primo. Il suo comitato
oramai era tutta la citt, tutto il collegio, elettori e non elettori. I
cartelloni con la scritta: VOTATE PEL PRINCIPE DI FRANCALANZA. ELEGGETE
CONSALVO UZEDA DI FRANCALANZA.  CANDIDATO AL PRIMO COLLEGIO IL PRINCIPE
CONSALVO DI FRANCALANZA crescevano di dimensioni, erano lenzuoli di carta con
lettere d'una spanna: sembrava che gli stessi muri gridassero il suo nome... Il
primo! Il primo! Egli voleva essere il primo!...
La sera della vigilia c'era al palazzo un vero pandemonio: tutti domandavano:
"Il principe?... Dov' il principe?..." ma la gente di casa rispondeva che egli
era presso lo zio duca, il quale stava poco bene. Nondimeno il lavoro
progrediva alacremente, come se egli ci fosse. Erano venuti i rappresentanti di
Giardona e Lisi, per concretare la lista degli uffici elettorali; frattanto si
preparavano a partire coloro cui toccava andar a vigilare nelle sezioni rurali.
A mezzanotte arriv il principe. L'adunanza si protrasse fino alle due, quando
partirono le prime carrozze per le sezioni lontane.
E il domani, costituiti gli uffici, cominciata la votazione, insieme con la
notizia della vittoria del principe - perch gli elettori dichiaratisi per lui
erano migliaia, venivano apposta dalle villeggiature, si facevano trascinare
alle urne sopra le seggiole se non potevano andare coi loro piedi - una voce si
sparse, dapprima sorda, poi sempre pi alta fra i seguaci di Lisi: "Tradimento,
tradimento!..." Il principe, affermavano, si era messo d'accordo, nelle ultime
ore della sera innanzi, con Vazza; alcuni precisavano: "L'abbiamo visto noi
entrare in casa dell'avvocato, verso le undici..." e sostenevano che l si
fosse complottato il tradimento, l'accordo coi clericali, l'abbandono di Lisi,
fors'anche quello di Giardona. "Come, quando? Che diavolo infinocchiate? Il
principe  stato in casa del duca, non si  mosso di l!..." rispondevano i
suoi fautori nel tripudio della vittoria gi assicurata.
Al palazzo, verso il tramonto, arrivarono i primi telegrammi delle sezioni di
provincia; ma quei risultati non erano tutti egualmente favorevoli: i candidati
locali avevano forti maggioranze; il posto del principe, nelle prime somme,
oscillava fra il secondo ed il terzo. Consalvo, pallidissimo, aveva la febbre.
Ma, come venivano i risultati delle sezioni urbane, la sua posizione si
consolidava; del terzo posto non si parlava pi; egli stava con Vazza tra il
primo e il secondo. Quando arrivarono gli ultimi telegrammi e gli ultimi messi
con le cifre definitive, non vi fu pi dubbio: egli era il primo con 6043 voti;
veniva dopo Vazza con 5989; poi Giardona con 4914; il radicale Marcen restava
fuori con 3309; Lisi precipitava con meno di 3000 voti; gli altri erano tutti a
distanza di migliaia di voti, con 2000, con 1000 appena. Giulente non ne aveva
pi di 700!
Era notte alta, ma il palazzo Francalanza, illuminato a giorno, risplendeva da
tutte le finestre. Una folla sterminata traeva a congratularsi "col primo
eletto del popolo"; per le scale era un bruso incessante; nelle sale non si
respirava. Consalvo, raggiante, circolava a stento in mezzo alla folla
compatta, afferrava tutte le mani, si stringeva addosso a tutte le persone,
guarito interamente, come per incanto, dalla mana dell'isolamento e dei
contagi, nella pazza gioia del magnifico trionfo. E quando una grande
fiaccolata, un'immensa dimostrazione con musiche e bandiere, venne ad
acclamarlo freneticamente, egli si fece al balcone, arring la folla, si diede
nuovamente in pascolo alla sua curiosit, come un tribuno.
Per tre giorni la citt fu in un continuo fermento: ogni sera la dimostrazione
si rinnovava, l'entusiasmo invece di raffreddarsi cresceva. Fra il basso popolo
una canzonetta, sull'aria del Mastro Raffaele, furoreggiava:

Evviva il principino
Che paga a tutti il vino;
Evviva Francalanza
Che a tutti empie la panza.

Gruppi di ubriachi gridavano: "Viva Vittorio Emanuele! Viva la rivoluzione!
Viva Sua Santit!..." cose ancora pi pazze. Per tre giorni il palazzo rest
ancora invaso dalla gente che veniva a congratularsi: una processione
incessante dalle dieci del mattino a mezzanotte, con appena due ore di sosta
per la colazione ed il pranzo. Modestamente, egli tentava parlare dei risultati
generali, dell'"ottimo esperimento" che aveva fatto la nuova legge, del senno
di cui avevano dato prova gl'italiani; ma non lo lasciavano dire, gli parlavano
soltanto di lui, della sua clamorosa, meritata vittoria.
Il quarto giorno usc nelle vie. Si spezz il braccio, dalle tante scappellate,
dalle tante strette di mano. La gioia gli si leggeva in viso, traspariva da
tutti i suoi atti e da tutte le sue parole, nonostante lo studio per
contenerla. Stanco di veder gente, per assaporare altrimenti il proprio trionfo
pens di far visita ai parenti. Cominci dal duca, che veramente stava male,
con gli ottanta anni di maneggi e d'intrighi sulle spalle.
" contenta Vostra Eccellenza dei risultati?" gli domand Consalvo.
Ma il vecchio, quantunque avesse raccomandato a tutti il nipote perch il
potere restasse in famiglia, pure non sapeva difendersi da un senso d'invidia
gelosa pel nuovo astro che sorgeva, mentre egli non solo era tramontato
politicamente, ma sentiva di aver poco da vivere.
"Ho sentito... va bene..." borbott seccamente.
"Ha visto pure che nel resto d'Italia tutto  andato benissimo? Pareva dovesse
cascare il mondo, e i radicali sono appena qualche dozzina. Anche la destra ha
guadagnato..."
Egli piaggiava un poco lo zio, del quale aspettava adesso l'eredit. A Roma
avrebbe avuto bisogno di denari, di molti denari; quanto pi ricco sarebbe
stato, tanto pi presto avrebbe conquistato il suo posto nella capitale. E la
specie di freddezza che gli dimostrava il duca non lo inquietava: a chi avrebbe
dovuto lasciare la sua sostanza, se non all'erede del nome degli Uzeda? Ai
figli di Teresa, forse?
Lasciata la casa dello zio, egli and dalla sorella. Se doveva esser grato a
costei per la generosit con la quale s'era visto trattato al tempo della morte
del padre, non le aveva tuttavia perdonato il rifiuto di aiutarlo durante la
lotta: voleva ora farle vedere che anche da solo aveva saputo trionfare. Ma
Teresa non c'era. Il portinaio gli disse che la duchessa nuora era uscita con
la carrozza di campagna, insieme con Monsignor Vicario. Egli sal tuttavia, e
trov la vecchia duchessa con Padre Gentile.
"Teresa  andata a Belpasso a visitare la Serva di Dio... sai bene, quella
contadinella dei miracoli... Monsignor Vescovo non ha permesso a nessuno questo
genere di visite; ha fatto un'eccezione solo per tua sorella..."
"La santit della duchessa," disse compuntamente il Padre Gesuita, "spiega e
legittima questa eccezione."
Consalvo cred di dover chinare un poco il capo, in atto di ringraziamento,
come per una cortesia detta a lui stesso.
"E quando torner?"
"Stasera, certo."
"Monsignore," continuava a spiegare il Padre, "ha provvidamente impedito che
questo spettacolo alimentasse la malsana curiosit della folla; ma i sentimenti
cristiani che animano la giovane signora e la distinguono fra tutte..."
La conversazione, sempre sullo stesso soggetto, continuava fra il Gesuita e la
duchessa. Consalvo, visto sul tavolino da lavoro accanto al quale era seduto un
foglietto stampato, lo scorreva con la coda dell'occhio: "FORMULE DU SERMENT.
En prsence de la Trs Sainte Trinit, de la Sainte Vierge Marie et de tous les
Saints qui sont ns ou qui ont vcu sur le sol de... au nom des pays de... ici
reprsents, et devant notre vnr pasteur pre et chef spirituel, moi,
dlgu  cet effet, je dclare forme la province chrtienne du... sous le
patronage spcial de Saint... Au nom de cette nouvelle province je reconnais
librement et solennellement le Christ Jsus, fils de Dieu vivant, vrai Dieu et
vrai homme, dans l'hostie sainte expose sur cet autel, comme notre Seigneur et
matre et comme le Chef suprme du... Au pied du Christ Jsus nous jetons nos
biens, nos familles, nos personnes, notre vie, notre honneur, en un mot tout ce
qui tient le plus au cur de l'homme... " Contenendo a fatica il sorriso,
Consalvo sorse in piedi.
"Non sai che Ferdinanda sta male?" gli disse la duchessa.
"Che ha?"
"Un'infreddatura. Ma alla sua et tutto pu esser grave... Perch non vai a
trovarla?"
Egli ascolt il consiglio. Anche da quella parte poteva venirgli qualcosa, un
mezzo milioncino. Se fosse stato pi accorto, avrebbe preso con le buone la
vecchia, senza rinunziare, beninteso, a nessuna delle proprie ambizioni.
L'ostinazione, la durezza di cui aveva dato prova anche con lei erano sciocche,
degne d'un Uzeda stravagante, non dell'onorevole di Francalanza, dell'uomo
nuovo che egli voleva essere. E arrivando in casa della vecchia, in quella casa
dov'era venuto tante volte bambino, a veder gli stemmi, a udire le storie dei
Vicer, ad abbeverarsi d'albagia aristocratica, un muto sorriso gli spunt
sulle labbra. Se gli elettori avessero saputo?
"Come sta la zia?" chiese alla cameriera, una faccia nuova.
"Cos cos..." rispose la donna, guardando curiosamente quel signore
sconosciuto.
"Ditele che il principe suo nipote vorrebbe vederla."
La vecchia era capace di non riceverlo; egli aspettava la risposta con una
certa ansiet. Donna Ferdinanda, udendo che c'era di l Consalvo, rispose alla
cameriera, con voce arrochita dal raffreddore: "Lascialo entrare." Ella aveva
saputo gli ultimi vituperi commessi dal nipote, la parlata in pubblico come un
cavadenti, i princpi di casta sconfessati, l'inno alla libert e alla
democrazia, il palazzo Francalanza invaso dalla folla dei mascalzoni,
Baldassarre ammesso alla tavola del principe che prima aveva servito: Lucrezia
le aveva narrato ogni cosa, per vendicarsi, per rovinare Consalvo, per
portargli via l'eredit. E donna Ferdinanda aveva sentito rimescolarsi il
vecchio sangue degli Uzeda, dallo sdegno, dall'ira; ma adesso era ammalata,
l'egoismo della vecchiaia e dell'infermit temperava i suoi bollori. E Consalvo
veniva a trovarla; dunque s'umiliava, le dava questa soddisfazione negatale per
tanto tempo. Poi, nonostante le apostasie e i vituperi, egli era tuttavia il
principe di Francalanza... Il capo della casa, il suo protetto d'una volta...
"Lascialo entrare..."
Egli le and incontro premurosamente, si chin sul lettuccio di ferro, quello
di tant'anni addietro, e domand:
"Zia, come sta?"
Ella fece solo un gesto ambiguo col capo.
"Ha febbre? Mi lasci sentire il polso... No, soltanto un po' di calore. Che
cosa ha preso? Ha chiamato un dottore?"
"I dottori sono altrettanti asini," gli rispose brevemente, voltandosi con la
faccia contro il muro.
"Vostra Eccellenza ha ragione... sanno ben poco... ma qualcosa pi di noi sanno
pure... Perch non curarsi in principio?"
La vecchia rispose con uno scoppio di tosse cavernosa che fin con uno
scaracchio giallastro.
"Ha la tosse e non prende nulla! Le porter io certe pastiglie che sono davvero
miracolose. Mi promette di prenderle?"
Donna Ferdinanda fece il solito cenno col capo.
"Io non sapevo nulla, altrimenti sarei venuto prima. M'hanno detto che Vostra
Eccellenza stava poco bene a momenti, in casa Radal... Sa che mia sorella 
andata oggi a vedere la Serva di Dio, quella di cui si narrano tante cose? 
andata col Vicario, lei solamente ha avuto il permesso. Pare che sia un favore
insigne... Vostra Eccellenza crede a tutto ci che si narra?"
Non ebbe risposta. Pur continu a parlare, comprendendo che alla vecchia doveva
far piacere udir chiacchiere e notizie, vedersi qualcuno vicino.
"Io, col rispetto dovuto, non ne credo niente.  forse peccato? Lo stesso San
Tommaso volle vedere e toccare, prima di credere... ed era santo!... Ma
francamente, certe storie!... Teresa adesso  infatuata... Basta, ciascuno ha
da vedersela con la propria coscienza... E la zia Lucrezia che l'ha con me? Che
cosa voleva che io facessi?... Mi va sparlando per ogni dove, quasi fossi
l'ultimo degli uomini..."
La vecchia non fiatava, gli voltava le spalle.
"Tutto pel grande amore del marito improvvisamente divampatole in petto!...
Prima dichiarava ridicoli gli atteggiamenti di Giulente," non lo chiamava zio
sapendo di farle piacere, "adesso sono tutti infami coloro che non l'hanno
sostenuto!"
Un nuovo scoppio di tosse fece soffiare la vecchia come un mantice. Quando
calmossi, ella disse con voce affannata, ma con accento di amaro disprezzo:
"Tempi obbrobriosi!... Razza degenere!"
La botta era diretta anche a lui. Consalvo tacque un poco, a capo chino, ma con
un sorriso di beffa sulle labbra, poich la vecchia non poteva vederlo. Poi,
fiocamente, con tono d'umilt, riprese:
"Forse Vostra Eccellenza l'ha anche con me... Se ho fatto qualcosa che le 
dispiaciuta, gliene chiedo perdono... Ma la mia coscienza non mi rimprovera
nulla... Vostra Eccellenza non pu dolersi che uno del suo nome sia di nuovo
tra i primi del paese... Forse le duole il mezzo col quale questo risultato s'
raggiunto... Creda che duole a me prima che a lei... Ma noi non scegliamo il
tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com', e com' dobbiamo
accettarlo. Del resto, se  vero che oggi non si sta molto bene, forse che
prima si stava d'incanto?"
Non una sillaba di risposta.
"Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l'et nostra, n io le dir che tutto
vada per il meglio; ma  certo che il passato par molte volte bello solo perch
 passato... L'importante  non lasciarsi sopraffare... Io mi rammento che nel
Sessantuno, quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi
disse: "Vedi? Quando c'erano i Vicer, gli Uzeda erano Vicer; ora che abbiamo
i deputati, lo zio siede in Parlamento." Vostra Eccellenza sa che io non andai
molto d'accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che m'
parsa e mi pare molto giusta... Un tempo la potenza della nostra famiglia
veniva dai Re; ora viene dal popolo... La differenza  pi di nome che di
fatto... Certo, dipendere dalla canaglia non  piacevole; ma neppure molti di
quei sovrani erano stinchi di santo. E un uomo solo che tiene nelle proprie
mani le redini del mondo e si considera investito d'un potere divino e d'ogni
suo capriccio fa legge  pi difficile da guadagnare e da serbar propizio che
non il gregge umano, numeroso ma per natura servile... E poi, e poi il
mutamento  pi apparente che reale. Anche i Vicer d'un tempo dovevano
propiziarsi la folla; se no, erano ambasciatori che andavano a reclamare a
Madrid, che ne ottenevano dalla Corte il richiamo... o anche la testa!... Le
avranno forse detto che un'elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel
che dice il Mugns del Vicer Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila
scudi al Re Ferdinando per restare al proprio posto... e ci rimise i quattrini!
In verit, aveva ragione Salomone quando diceva che non c' niente di nuovo
sotto il sole! Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al
sistema elettorale, perch i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa
narra Svetonio, celebre scrittore dell'antichit? Narra che Augusto, nei giorni
dei comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle trib di cui faceva parte,
perch non prendessero nulla dai candidati!..."
Egli diceva queste cose anche per se stesso, per affermarsi nella giustezza
delle proprie vedute; ma, poich la vecchia non si muoveva, pens che forse
s'era assopita e che egli parlava al muro. S'alz, quindi, per vedere: donna
Ferdinanda aveva gli occhi spalancati. Egli continu, passeggiando per la
camera:
"La storia  una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno
sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di
prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un
abisso; ma la differenza  tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi
universale non  n un popolano, n un borghese, n un democratico: sono io,
perch mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobilt non  e
non pu essere spento. Ora che tutti parlano di democrazia, sa qual  il libro
pi cercato alla biblioteca dell'Universit, dove io mi reco qualche volta per
i miei studi? L'.I Araldo sicolo./I dello zio don Eugenio, felice memoria. Dal
tanto maneggiarlo, ne hanno sciupato tre volte la legatura! E consideri un
poco: prima, ad esser nobile, uno godeva grandi prerogative, privilegi,
immunit, esenzioni di molta importanza. Adesso, se tutto ci  finito, se la
nobilt  una cosa puramente ideale e nondimeno tutti la cercano, non vuol
forse dire che il suo valore e il suo prestigio sono cresciuti?... In politica,
Vostra Eccellenza ha serbato fede ai Borboni, e questo suo sentimento  certo
rispettabilissimo, considerandoli come i sovrani legittimi... Ma la legittimit
loro da che dipende? Dal fatto che sono stati sul trono per pi di cento
anni... Di qui a ottant'anni Vostra Eccellenza riconoscerebbe dunque come
legittimi anche i Savoia... Certo, la monarchia assoluta tutelava meglio
gl'interessi della nostra casta; ma una forza superiore, una corrente
irresistibile l'ha travolta... Dobbiamo farci mettere il piede sul collo anche
noi? il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di
servircene!..."
Travolto dalla foga oratoria, nel tripudio del recente trionfo, col bisogno di
giustificarsi agli occhi propri, di rimettersi nelle buone grazie della
vecchia, egli improvvisava un altro discorso, il vero, la confutazione di
quello tenuto dinanzi alla canaglia, e la vecchia stava ad ascoltarlo, senza
pi tossire, soggiogata all'eloquenza del nipote, divertita e quasi cullata da
quella recitazione enfatica e teatrale.
"Si rammenta Vostra Eccellenza le letture del Mugns?..." continuava Consalvo.
"Orbene, imaginiamo che quello storico sia ancora in vita e voglia mettere a
giorno il suo .I Teatro genologico./I al capitolo: .I Della famiglia Uzeda./I
. Che cosa direbbe? Direbbe press'a poco: "Don Gafpare Vzeda"," egli pronunzi
.I f./I la .I s./I e .I v./I la .I u./I , ""fu promosso ai maggiori carichi,
in quel travolgimento del nostro Regno che pass dal Re don Francesco II di
Borbone al Re don Vittorio Emanuele II di Savoia. Fu egli deputato al Nazional
Parlamento di Torino, Fiorenza e Roma, et ultimamente dal Re don Umberto have
stato sublimato con singolar dispaccio al carico di senatore. Don Consalvo de
Uzeda, VIII prencipe di Francalanza, tenne poter di sindaco della sua citt
nativa, indi deputato al Parlamento di Roma et in prosieguo..."" Tacque un
poco, chiudendo gli occhi: si vedeva gi al banco dei ministri, a Montecitorio;
poi riprese: "Questo direbbe il Mugns redivivo; questo diranno con altre
parole i futuri storici della nostra casa. Gli antichi Uzeda erano commendatori
di San Giacomo, ora hanno la commenda della Corona d'Italia.  una cosa
diversa, ma non per colpa loro! E Vostra Eccellenza li giudica degeneri! Scusi,
perch?"
La vecchia non rispose.
"Fisicamente, s; il nostro sangue  impoverito; eppure ci non impedisce a
molti dei nostri di arrivare sani e vegeti all'invidiabile et di Vostra
Eccellenza!... Al morale, essi sono spesso cocciuti, stravaganti, bislacchi,
talvolta..." voleva aggiungere "pazzi" ma pass oltre. "Non stanno in pace tra
loro, si dilaniano continuamente. Ma Vostra Eccellenza pensi al passato! Si
rammenti quel Blasco Uzeda, "cognominato nella lingua siciliana Sciarra, che
nel tosco idioma Rissa diremmo"; si rammenti di quell'altro Artale Uzeda,
cognominato Sconza, cio Guasta!... Io e mio padre non siamo andati d'accordo,
ed egli mi disered; ma il Vicer Ximenes imprigion suo figlio, lo fece
condannare a morte... Vostra Eccellenza vede che sotto qualche aspetto  bene
che i tempi siano mutati!... E rammenti la fellonia dei figli di Artale ;
rammenti tutte le liti tra parenti, pei beni confiscati, per le doti delle
femmine... Con questo, non intendo giustificare ci che accade ora. Noi siamo
troppo volubili e troppo cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima
capace di morire piuttosto che di sposare il marchese, poi un'anima in due
corpi con lui, poi in guerra ad oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che,
viceversa, fece pazzie per sposare Giulente, poi lo disprezz come un servo, e
adesso  tutta una cosa con lui, fino al punto di far la guerra a me e di
spingerlo al ridicolo del fiasco elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la
stessa Teresa. Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, spos chi non
amava, affrett la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad
inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena, dove arde la
lampada accesa per la salute del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu
se non una divina cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita,
non vissi se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia
 piena di simili conversioni repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel
male... Io farei veramente divertire Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la
cronaca contemporanea con lo stile degli antichi autori: Vostra Eccellenza
riconoscerebbe subito che il suo giudizio non  esatto. No, la nostra razza non
 degenerata:  sempre la stessa."
FINE.
