   Federico De Roberto.
    I VICERE'.
    Volume secondo.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.


















    INDICE.

    Parte seconda.
    5: pagina 3.
    6: pagina 38.
    7: pagina 69.
    8: pagina 102.
    9: pagina 127.

    Parte terza.
    1: pagina 146.
    2: pagina 166.
    3: pagina 195.
    4: pagina 232.
    5: pagina 255.
    6: pagina 287.
    7: pagina 309.
    8: pagina 354.
    9: pagina 377.



    Parte seconda.

    5.

    "Il duca d'Oragua!... Il deputato, il patriotta!...  Dov'?  Dov'?...
    Eccolo  l!...  E'  ingrassato!_ Manca da quasi tre anni!...  Viene da
    Torino?...  Signor duca!...  Eccellenza!..." E qui saluti ed inchini a
    destra  e  a  sinistra,  certuni che si tiravan da canto una decina di
    passi prima d'incontrarlo,  e si  scoprivano  come  al  passaggio  del
    Santissimo  Sacramento: tutti che si voltavano a seguirlo un pezzo con
    gli occhi quand'era gi  passato.  Pochi  godevano  il  privilegio  di
    poterlo  accostare,  di  stringergli  la  mano,  di  chiedergli le sue
    notizie; pochissimi, gli eletti, potevano onorarsi d'accompagnarlo, di
    scortarlo,  di mescolarsi al codazzo degli intimi ammiratori ed  amici
    che lo seguivano su e gi,  alla prefettura, al municipio, ai circoli.
    Ed egli teneva il centro della strada,  quasi  ne  fosse  il  padrone,
    ascoltato  devotamente  da  quanti gli stavano a fianco,  aspettato da
    tutta una corte intenta a tessere e a ritessere le  sue  lodi  quando,
    per  un piccolo bisogno imperioso,  egli s'accostava a un cantone.  Al
    palazzo,  lo stesso andirivieni d'un tempo:  elettori,  sollecitatori,
    delegazioni  di societ politiche che tornavano a ringraziarlo a voce,
    dopo averlo ringraziato per iscritto,  del bene  che  aveva  fatto  al
    paese ed ai concittadini: grazie a lui,  la prima ferrovia a cui s'era
    messo mano in Sicilia era quella da Catania  a  Messina,  e  il  porto
    aveva  numerosi  approdi di piroscafi,  e la citt era stata dotata di
    numerose scuole, d'una ispezione forestale, d'un deposito di stalloni;
    e un istituto di credito, la Banca Meridionale,  stava per sorgere;  e
    il  governo prometteva d'intraprendere una quantit d'opere pubbliche,
    di aiutare il municipio e la provincia;  e i buoni liberali,  i  figli
    della  rivoluzione,  ottenevano  a poco a poco quel che chiedevano: un
    posto, un sussidio, una croce.
    La sua popolarit toccava l'apice. Alcuni,  vero,  gli rimproveravano
    l'assenza  durante  i  fatti  del  '62,  addebitandola  alla paura,  e
    tiravano in ballo le storie del Quarantotto,  lo accusavano  d'essersi
    finalmente  rammentato  del  collegio  adesso che,  sciolta la Camera,
    voleva gli riconfermassero il mandato; ma questi mormoratori erano gli
    eterni  malcontenti,   i  pochi  repubblicani,   qualche   garibaldino
    sfegatato, tutta gente che non poteva perdonargli la sua iscrizione al
    partito conservatore.
    Nelle conversazioni politiche egli difendeva infatti a spada tratta la
    politica  moderata,  "ora che abbiamo fatto la rivoluzione e raggiunto
    lo scopo";  e celebrava l'azione prudente del  governo,  deplorava  le
    intemperanze   di  Garibaldi,   biasimava  il  malcontento  contro  la
    Convenzione  di  settembre,  affermava  che  la  lega  dei  buoni  era
    necessaria  per  salvar la nazione dai nemici esterni ed interni.  Pi
    che nei primi tempi della deputazione,  faceva colpo mentovando i suoi
    grandi  amici  politici:  "Quando  andai  da Minghetti...  Rattazzi mi
    disse... In casa del ministro..." Per non citava pi il barone Palmi;
    se gli parlavano delle gesta del nipote Raimondo, faceva con le spalle
    e col capo un  breve  moto  che  poteva  dir  tutto,  secondo  l'umore
    dell'interrogato: approvazione,  compatimento,  biasimo.  Ma oramai la
    situazione di Raimondo e di donna Isabella era legittima,  e  tutti  i
    parenti,  dopo  l'esempio  del  principe,  li trattavano come marito e
    moglie. In meno di sei mesi,  la Corte vescovile,  riconosciuto che il
    matrimonio  era  stato  contratto  per  forza  e  con la paura,  aveva
    liberato la Fersa.
    Per quello di Raimondo con la Palmi c'era stato un poco pi  da  fare.
    Da  principio,  aspettavano  che  il  barone  si decidesse anche lui a
    chiedere l'annullamento del  matrimonio  della  figlia,  asserendo  di
    averla forzata a contrarlo;  ma il barone, "testa di villan cocciuto",
    spiegava Pasqualino,  aveva e avrebbe detto di no,  fino al momento di
    tirar  le  cuoia,  quantunque  sua  figlia - felice memoria - si fosse
    finalmente posto il cuore in pace,  specialmente  apprendendo  che  il
    primo  matrimonio  non  esisteva pi e che il conte aveva un figlio da
    legittimare.  La signora donna Matilde - giustizia  innanzi  tutto!  -
    nonostante  le  sue stravaganze era ragionevole in fondo,  e sapendosi
    del resto malata,  comprendendo che un po' prima un po' dopo il  conte
    sarebbe  rimasto  libero,  s'era  persuasa  di  pregare  il  padre che
    consentisse allo scioglimento del matrimonio  civile.  Del  religioso,
    no,  perch aveva certi suoi scrupoli un po' curiosi sulla santit del
    sacramento;   ma  basta!   suo  marito  si  sarebbe  contentato  dello
    scioglimento  civile.  I  conti eran per fatti senza la mulaggine del
    barone villano, il quale giurava di voler prima morta la figliuola che
    consentire alla liberazione del genero!... Ah, no? E allora il contino
    aveva chiesto lui d'essere sciolto,  adducendo che la madre  lo  aveva
    costretto  a  prendersi  quella  moglie!  Sapevano tutti che donna era
    stata la principessa,  con quanta prepotenza s'era imposta  ai  figli.
    Non  aveva  violentato la volont di Chiara,  per darle il marchese di
    Villardita?  Cos aveva violentato quella di Raimondo  per  dargli  la
    Palmi! Decine, centinaia di testimoni affermavano che il contino mai e
    poi  mai aveva voluto prender moglie: prima di tutti la parentela,  il
    principe, le sorelle, i cognati,  gli zii,  le cugine;  poi gli amici,
    poi  la servit,  poi tutta la citt.  Ma per ottenere lo scioglimento
    del matrimonio bisognava dimostrare che all'atto di pronunziare il  s
    che lo legava per sempre don Raimondo avesse provato un timor grave: e
    allora  il  cavaliere don Eugenio era venuto innanzi al magistrato per
    testimoniare che la principessa sua cognata aveva  fatto  accompagnare
    il figliuolo alla parrocchia da due campieri armati,  i quali, se egli
    avesse risposto no, dovevano legarlo, buttarlo in fondo a una carrozza
    che stava ad aspettare vicino alla chiesa e portarlo in  campagna  per
    usargli  le maggiori sevizie.  Dai feudi di Mirabella erano venuti due
    campai a confermare la testimonianza, e il cocchiere l'avea suffragata
    per suo conto,  e il sagrestano pure.  Cos il tribunale  aveva  fatto
    giustizia.
    E  certa  gente  -  Pasqualino  non se ne dava pace!  - pretendeva che
    quelle testimonianze fossero false, che i campai fossero stati pagati,
    che don Raimondo avesse dato una bevuta di trecent'onze allo  zio  don
    Eugenio!  Quasi  che  don Eugenio Uzeda di Francalanza,  Gentiluomo di
    Camera di Sua Maest Ferdinando ii (senza esercizio perch  Ferdinando
    non  era  pi di questo mondo e i suoi discendenti avevano ricevuto il
    benservito) fosse capace di un'azione di questa  fatta!  Quasi  che  i
    giudici  fossero  gente  da  accettare  deposizioni  non  vere!  Altri
    volevano dare a intendere  che,  come  uomo,  il  contino  non  poteva
    spaventarsi  delle  minacce,  e  che  non  s'era mai dato il caso d'un
    annullamento di matrimonio per costrizione della volont dello  sposo.
    Non s'era ancor dato,  e adesso si dava: oh bella, che ci trovavano da
    ridire?  Non ci aveva trovato da ridire neppure il barone  Palmi,  che
    non  aveva  preso parte alla causa!  Le male lingue rincaravano che il
    barone aveva lasciato correre per amore della figlia,  la quale era in
    fin  di  vita;  ma  Pasqualino,  com'  vero  Dio,  certe  cose neppur
    intendeva come potessero capire  in  mente  umana!  Che  c'entrava  la
    malattia  della  signora donna Matilde col silenzio del barone?  Forse
    che a saper dissolto il matrimonio, la signora Matilde sarebbe guarita
    dalla contentezza?  Era morta,  invece - salut'a noi!  - qualche  mese
    dopo  le giuste nozze del conte e di donna Isabella!  Dunque il barone
    era rimasto zitto perch sapeva che il genero diceva la verit!
    Subito dopo la pace col principe,  Raimondo e donna  Isabella  s'erano
    riconciliati  con  una gran parte degli antichi oppositori;  la cugina
    Graziella,  specialmente,  s'era messa a difenderli con maggior calore
    dello  stesso Pasqualino,  dimostrando che la passione  "cieca",  che
    gli uomini "sono fatti di carne" e le donne pure,  e che la  colpa  di
    tutto  quel  che si succedeva andava attribuita tutta alla leggerezza,
    "per non dir altro", della Palmi. Tuttavia,  buona parte della nobilt
    restava a fare il viso dell'arme a Raimondo ed all'amica; ma la cugina
    assicurava  che  a  poco  a  poco  tutti  si  sarebbero addomesticati,
    specialmente quando i tribunali avessero fatto giustizia, accordando i
    divorzi;  e non contenta di  dare  assicurazioni,  faceva  propaganda,
    persuadeva i tentennanti, teneva fronte ai borbottoni.
    Frattanto,   ringraziato  Ferdinando  dell'ospitalit  che  gli  aveva
    accordata,  Raimondo s'era preso in affitto un quartiere  nel  palazzo
    Roccasciano  e  v'era  andato  a  stare  insieme con la futura moglie.
    Giacomo, il Priore,  il duca avevano veramente consigliato loro di non
    farne  nulla,  di restar piuttosto alla Pietra dell'Ovo fino al giorno
    della loro legittima unione e poi andar via,  a Napoli,  a  Milano,  a
    Torino,  in  mezzo  a  gente  nuova.  Ma  donna  Isabella,  a  cui  le
    schifiltose  avevano  fatto  troppi  affronti,   voleva  prendere   la
    rivincita  ed assaporare il trionfo.  Raimondo,  impegnato a spuntarla
    contro tutti e tutto,  faceva  ancora,  suo  malgrado,  ci  che  ella
    voleva.  Fermo proposito di lui era d'andar via al pi presto, non gi
    per le ragioni di  prudenza  suggerite  dai  parenti,  ma  perch  non
    ammetteva  di  poter  vivere due giorni di seguito,  senza una estrema
    necessit,  nel paese nativo;  poche  parole  dell'amica  bastarono  a
    dissuaderlo.  I  suoi  parenti  non  consigliavano  forse quel partito
    perch,  nonostante la pace,  avevano mediocre piacere di trattarla  e
    preferivano saperla lontana? Non c'erano tuttavia tante persone che la
    salutavano freddamente, che evitavano di parlarle?... Ed egli cominci
    a  far spese pazze per metter su una casa,  volle che il matrimonio si
    celebrasse con la  massima  pompa,  quasi  sfidando  chi  prima  aveva
    sostenuto  impossibile  la  riuscita  della sua impresa.  Fu una festa
    sontuosa alla quale molti di quelli che si erano ostinati nel  biasimo
    sollecitarono  il  grande  onore  di  poter  assistere,  e  cos donna
    Isabella assapor la volutt di vederseli ai  piedi.  Peccato  che  la
    cugina  Graziella,  la  quale aveva tanto contribuito a quest'effetto,
    non potesse goderne anche lei, poich suo marito,  pochi giorni prima,
    aveva preso un raffreddore che pareva all'inizio una cosa da nulla, ma
    che  giusto la notte degli sponsali degener in polmonite e tre giorni
    dopo lo ammazz.
    Tutti gli Uzeda furono da  lei  in  quella  dolorosa  circostanza;  il
    principe,  specialmente,  nonostante  l'abituale freddezza,  mostr di
    prendere molta parte al dolore della  cugina.  Ella  pareva  veramente
    inconsolabile,  raccontava  a tutti piangendo la gran bont del povero
    marito suo,  il grande amore che  gli  aveva  portato,  l'irreparabile
    sciagura  che  quella  morte  era per lei.  Soltanto la vista dei suoi
    "cari cugini", i conforti della "famiglia", lenivano il suo cordoglio:
    i "cugini",  gli "zii" erano ormai i soli che le restavano.  Ella mise
    per  ogni dove i segni del corrotto,  per poco non si tinse di nero la
    faccia,  e durante un buon numero di  mesi  rifiut  ostinatamente  di
    prender  aria,  neanche in carrozza chiusa,  di sera.  Ma la sua prima
    visita fu al palazzo  del  principe  dove,  a  poco  a  poco,  riprese
    l'abitudine  di  venire  spesso a confortarsi.  Si prendeva in braccio
    Teresina ed esclamava, con voce rotta: "Figlia mia! Figlia mia!...  Se
    il  Signore  mi avesse concesso una figlia come te,  non sarei rimasta
    sola al mondo!...  Il Signore ti conservi sempre  all'affetto  di  tua
    madre...  Figlia! Figlia mia!..." tanto che la principessa Margherita,
    molto impressionabile,  si metteva a piangere anche  lei.  Col  tempo,
    nondimeno,  quel grande dolore si calm, divenne pi composto, tale da
    consentirle di  occuparsi  delle  cose  mondane.  Suo  marito  l'aveva
    lasciata  erede  universale  d'una discreta sostanza,  talch ella non
    aveva da inquietarsi  per  l'avvenire;  piuttosto,  non  sapendo  come
    disbrigare gli affari dell'eredit, rivolgevasi al cugino principe, il
    quale  glieli  metteva  in piano.  Pertanto ella veniva adesso tutti i
    giorni al palazzo,  certi giorni pi d'una volta;  ma,  quantunque non
    avesse affari,  andava pure spesso da Lucrezia, dalla "zia" Ferdinanda
    e dalla "cugina" Isabella.  In casa di costei tuttavia,  a  causa  del
    lutto,   non  compariva  il  luned,  giorno  nel  quale  la  contessa
    "riceveva".
    Quest'uso di ricevere in un giorno determinato  era  una  gran  novit
    della  quale si discorreva molto.  Donna Isabella,  che non s'appagava
    del trionfo d'una sola  sera  e  voleva  piegare  le  ultime  ostinate
    oppositrici,  l'aveva introdotto, riuscendo cos a dare al suo salotto
    un tono speciale, un'importanza straordinaria,  tale che le pi restie
    brigavano finalmente l'onore di esservi ammesse.  Talch,  dopo appena
    tre anni che era venuta in una volgare camera d'albergo,  moglie della
    mano manca, osteggiata da tutti, ella troneggiava in quell'inverno del
    '65, autentica contessa di Lumera, fra una corte di ammiratori.
    "Grazie!  Grazie!..."  diceva  a  Raimondo,  gettandogli le braccia al
    collo e stringendolo a s.  "Tu l'hai voluto  e  ottenuto!...  Grazie!
    Grazie!..."
    Egli restava di marmo sotto quelle carezze.  Vinta la partita, cessata
    la febbre che lo aveva animato contro le difficolt,  i contrasti e le
    opposizioni d'ogni genere,  faceva il conto di quanto gli costava quel
    risultato.  Confusamente,  sordamente,  poich non poteva convenire di
    esser stato tanto cieco,  sentiva d'aver lavorato a ribadirsi al collo
    una nuova e pi pesante ed infrangibile catena,  quando invece la  sua
    personale  aspirazione,  il  suo unico ardente desiderio sarebbe stato
    quello  di  liberarsi  del  tutto.  Scontento,  irrequieto,   nervoso,
    frenavasi dinanzi alla gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle
    circostanze  pi  futili  un  motivo  di  sfogarsi,   di  gridare,  di
    maltrattare qualcuno;  Pasqualino riceveva sulle spalle il fitto della
    gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta minacciare anche lei, ma
    la  stornava  a  furia  di  sommessione,  secondando sempre e comunque
    l'umore del marito.
    Adesso, l'incosciente rancore di cui Raimondo era animato contro di s
    rovesciavasi sui parenti; egli sapeva che in modo diverso, per diverse
    ragioni,  incoraggiandolo o contraddicendolo,  avevano contribuito  al
    suo  danno  e,  non  potendo  accusare  se stesso,  se la prendeva con
    quelli.  Sua moglie,  per evitare che  egli  pensasse  ad  altro,  gli
    parlava  male  di  tutti  gli  Uzeda.  E  la materia era inesauribile.
    Chiara,  per esempio,  che aveva fatto la  scrupolosa  quand'essi  non
    erano  uniti  legittimamente,  adesso dava da parlare a tutta la citt
    per le cose vergognose che tollerava in casa sua. Con l'utero fradicio
    dopo l'estirpazione della ciste,  non poteva pi  essere  toccata  dal
    marito,  e  di che si lagnava quella pazza?  Forse della condizione in
    cui era ridotta? Del male che la minacciava sordamente? Nossignore: il
    suo gran dolore era di non poter servire a  Federico!  E  comprendendo
    che questi,  il quale non aveva niente di fradicio, anzi era sanissimo
    come una lasca,  non poteva far  quaresima  tutto  l'anno,  che  aveva
    pensato?  Di scegliergli lei stessa certe fiorenti cameriere,  una pi
    bella dell'altra,  e  gliele  metteva  nel  letto,  e  le  trattava  a
    zuccherini,  quasi le serviva lei stessa invece di farsene servire!...
    "Son cose  vergognose!...  E'  pazza!..."  esclamava  donna  Isabella,
    rammentando  a  Raimondo  la  storia del matrimonio di Chiara con quel
    marchese aborrito,  la violenza che la principessa madre aveva  dovuto
    farle.  "E gli altri?  E le altre?" Infatti,  dove metter Lucrezia? La
    pazzia di costei era andata tutt'al rovescio:  dopo  aver  fatto  cose
    dell'altro  mondo  per sposare Giulente,  adesso,  a poco a poco,  era
    arrivata quasi a disprezzarlo, gli dava dell'asino a tutto pasto,  non
    poteva  soffrire la sua politica che prima l'aveva accesa,  gli diceva
    sul muso: "Ha pur da tornare Francesco Secondo che  vi  legher  tutti
    quanti!..." E le speculazioni di don Eugenio?  Costui,  facendo pagare
    un occhio del capo al principe di Roccasciano cocci  ed  imbratti,  li
    riprendeva per due baiocchi dalla moglie che, invasata dal demonio del
    giuoco, li sottraeva dagli scaffali... E la metamorfosi di Ferdinando?
    Pareva che la passione per le Ghiande non potesse finirgli mai: un bel
    giorno le aveva piantate, aveva lasciato in asso tutti gli esperimenti
    agricoli  e meccanici e se n'era venuto a stare in citt.  Non mancava
    ai luned della cognata,  andava tutte le sere al teatro,  frequentava
    le  donne  e,  per  non  metter pi piede nel podere che gli era stato
    tanto a cuore, lasciava che il suo fattore gli rubasse gli occhi.  "E'
    pazzo?...  Son pazzi?..." Donna Isabella non parlava d'altro,  sapendo
    d'appagare il rancore di Raimondo. Egli l'aveva, s, con tutti,  ma il
    suo astio pi grande era serbato al principe.
    Giacomo non aveva prodotto solo un danno morale al fratello, gli aveva
    anche  fatto  pagar  salato  il  suo appoggio.  Nei momenti in cui era
    impegnato a spuntarla contro tutti, a trionfare degli immensi ostacoli
    di cui era irta l'impresa dello scioglimento dei  matrimoni,  Raimondo
    non  aveva  neppur calcolato quel che gli costava la pace col fratello
    maggiore; era tanto,  allora,  il suo impegno,  che egli avrebbe forse
    consentito a cedere tutto quanto possedeva. Adesso che faceva il conto
    e  tirava  le somme,  vedeva che Giacomo gli aveva preso un buon terzo
    del  suo.   Come  a  Lucrezia,   aveva  presentato  a  lui   la   nota
    dell'ospitalit accordatagli,  una nota molto lunga perch comprendeva
    le spese fatte per la Palmi e le bambine;  poi aveva tirato  fuori  le
    solite  cambiali apparse dopo la morte della madre,  addebitandogliene
    la met;  e nei conti della procura aveva dimostrato  d'esser  rimasto
    creditore  di  parecchie migliaia d'onze,  per gl'interessi accumulati
    degli anticipi: cos s'era preso i due fondi di Burgio  e  Burgitello.
    Ma  la  magagna  pi grossa era stata operata nella divisione,  perch
    egli aveva messo, secondo gli conveniva, i prezzi alle terre, e tenuto
    per s le migliori e le pi vicine.  In cambio di altre propriet  gli
    aveva ceduto rendite fradice,  di difficile ed incerta riscossione,  e
    non contento di tutto  ci  gli  aveva  anche  imposto  di  rinunziare
    all'uso  del  quartiere  nel  palazzo  avito,  a  quella  clausola del
    testamento materno che gli  stava  come  un  bruscolo  negli  occhi...
    Passata pertanto la foga della lotta, Raimondo era animato da un sordo
    astio contro di lui; ma donna Isabella, parlandogli male del fratello,
    non rammentava gi queste cose, comprendendo che l'argomento era a due
    tagli  e  si  poteva  ritorcere  contro  di  lei.  Invece criticava il
    carattere prepotente del cognato, la sua severit verso la moglie,  il
    suo  disamore  per  tutti,  la sua doppiezza con gli zii.  Curiosa per
    indole, vigile per interesse, ella veniva scoprendo,  adesso,  in casa
    di  lui,  qualche  cosa  di  nuovo  che  le  dava buono in mano.  "Hai
    visto?... Hai visto?..." diceva al marito tutte le volte che tornavano
    a casa dopo essere stati al palazzo. "E faceva il moralista anche lui!
    Bisognava sentirlo, quando predicava!...
    E quella stupida di Margherita che non s'accorge di nulla!..."


    La principessa, infatti,  non pareva notasse che da un pezzo la vedova
    cugina veniva a consolarsi "in famiglia" tutte le sante mattine che il
    Signore  mandava  e  tutte  le  sante sere.  Il principe s'occupava di
    metterle in ordine l'eredit,  e perci,  avendo bisogno di  parlarle,
    l'andava  spesso  a trovare per suo conto;  certe volte la riconduceva
    con s al palazzo.  La sera ella restava fino  all'ultimo  nella  Sala
    Gialla,  dove la solita societ si riuniva.  Nessuno degli Uzeda,  pel
    momento,   vi  mancava:  il  matrimonio  di  Raimondo  pareva   avesse
    ricondotto la pace in tutti gli animi. Il duca pontificava, aggiustava
    l'Europa in quattro e quattr'otto,  le finanze italiane in men che non
    si dica,  e Giulente  stava  a  udirlo  come  il  Messia,  lasciandosi
    rimorchiare  sempre pi,  disertando il suo partito per corteggiare lo
    zio,  aspettando di prenderne il posto.  Il duca,  infatti,  gli aveva
    detto: "Quando sar stanco, lascer a te il collegio"; e questa era la
    secreta  brama  di  Benedetto:  esser deputato,  mettersi nella grande
    politica.  Per dargli  pazienza,  il  duca  lo  aveva  fatto  eleggere
    consigliere  comunale,  e  discorreva  con  lui  anche  delle cose del
    Municipio, delle riforme da introdurvi. Quantunque il Parlamento fosse
    in piena sessione, egli non parlava d'andar via, occupato a sbrigare i
    suoi affari.  Il  patriottismo  gli  era  costato:  per  sussidiare  i
    perseguitati,  per comperar fucili e cartucce,  per offrire rinfreschi
    alla Guardia nazionale,  aveva fatto qualche debituccio,  ipotecata la
    sua  magra  propriet:  ora  la  rimetteva  in ordine.  Dove trovava i
    quattrini?  Dicevano che spartisse negli  appalti  fatti  accordare  a
    Giulente  zio;  ma  quei  guadagni,  quantunque  grossi,  non potevano
    bastare  alle  grandi  operazioni  che  disegnava.  Fondata  la  Banca
    Meridionale  di  Credito  e di Depositi,  aveva sottoscritto per cento
    azioni di mille lire l'una;   vero che non aveva versato  se  non  un
    quarto;  ma  nello stesso tempo egli parlava d'una grande compagnia di
    navigazione a vapore, d'una societ per la lavorazione degli zolfi, di
    un'altra pel taglio dei boschi etnei.  Don Blasco e donna  Ferdinanda,
    ciascuno  per conto proprio,  s'ingegnavano con ogni mezzo di appurare
    come facesse;  fu il marchese Federico quello che li mise sulla  buona
    strada.
    Con  le  economie del suo largo reddito,  il marchese faceva ogni anno
    qualche acquisto;  ultimamente aveva comperato una villa al Belvedere,
    per  stare a casa propria durante la villeggiatura,  e gli era rimasta
    tuttavia una sommetta della quale non  sapeva  che  fare.  Era  troppo
    esigua per comprare una propriet;  darla a mutuo non voleva; che cosa
    bisognava farne?  "Acquistane rendita pubblica!" gli aveva consigliato
    il  duca,  spiegandogli i vantaggi dell'impiego,  offrendogli di farla
    venire da Torino.  "Vostra Eccellenza  ne  ha  dunque  comprata?"  gli
    domand  il  marchese.  "Ne  ho comprata,  ne ho venduta...  secondo i
    corsi...   capisci  bene..."  poi,   quasi  pentito  d'avergli   fatto
    comprendere  che ci aveva speculato su durante i cinque anni passati a
    Torino,  col  comodo  delle  notizie  appurate  nelle  anticamere  dei
    ministeri,  aveva mutato discorso. Il marchese titub un pezzo, un po'
    per fedelt al principio borbonico,  molto pi per paura di perdere  i
    suoi  quattrini,  frutto  e  capitale,  con  l'idea che l'Italia fosse
    sempre sul punto non che di fallire, ma di andare a rotoli; finalmente
    un giorno,  incontrato il duca che veniva a riscuotere le  cedole  del
    semestre scaduto, vistolo venir via con un bel rotolo di biglietti, si
    decise.  E la sera che annunzi al palazzo l'acquisto,  bisogn sentir
    don Blasco!
    "Ah pezzo  di  pagliaccio!  Anche  tu?  Con  l'Italia  anche  tu?  Sei
    impazzito anche tu?"
    "Perch?" tent rispondere il marchese.  "Al Sessantasei,  il capitale
    frutta  il  sette  e  mezzo  per  cento...   Le  cedole  sono   pagate
    puntualmente alla scadenza..."
    Il monaco stava a sentirlo, spalancando tanto d'occhi, come aspettando
    di  vedere  fin  dove sarebbero arrivate le enormit che quel bestione
    eruttava: alla fine scoppi:
    "Te  ne  netterai  il  fondamento,  delle  tue  cedole!...   Andrai  a
    riscuoterle  al  lungo comodo,  pezzo d'asino!..." E rivolto a Chiara,
    con le  mani  in  capo:  "Fallo  interdire!...  Ti  vuol  rovinare!...
    L'impiego  al  sette  per  cento!...  Se  non  ne  vogliono neppure in
    elemosina?..." Girando poi uno sguardo tutt'intorno, con amara ironia:
    "Impiego sicuro, signori miei!...  Quando la rendita napoletana era al
    cento  e  dieci!...  Un  altro  poco e scender al cinque la cartaccia
    sporca!...  Allora con cinque lire di  capitale,  avremo  cinque  lire
    l'anno!  Arricchiremo  tutti  quanti!  Viva la cuccagna!  Viva il gran
    Vittorio!"
    Il duca,  che stava in un angolo con Benedetto spiegandogli le proprie
    idee  sull'avviamento della Banca Meridionale,  che sotto la direzione
    di don  Lorenzo  Giulente  doveva  "venire  all'aiuto  dell'incremento
    industriale  e  commerciale"  e  "cooperare  l'opera  protettrice  del
    governo",  sorrise  impercettibilmente,  scrollando  le  spalle,  alla
    sfuriata  del  fratello;  Chiara,  preso  in disparte suo marito,  gli
    disse: "Non dar  retta  a  quel  pazzo!...  Tu  hai  fatto  benissimo:
    comprane  dell'altra."  E  dopo un poco lo condusse via,  prima che la
    societ si sciogliesse, come faceva da un pezzo,  senza che si sapesse
    la ragione della sua gran fretta di tornare a casa.
    La  ragione  era questa: che Rosa Schirano,  la nuova cameriera da lei
    presa a Federico, un bel pezzo di ragazza della Piana,  bianca e rossa
    al  pari d'una mela,  era incinta per opera del marchese;  e invece di
    cacciarla via, ella non capiva in s dal contento.  Questa era anzi la
    secreta  speranza che l'aveva indotta a metter tante fresche ragazze a
    fianco del marito;  poich voleva un figlio di lui e non era  buona  a
    farlo,  s'accontentava di quello di un'altra,  le pareva naturalissimo
    circondare di cure quest'altra che  Federico  aveva  fecondata,  e  ne
    invidiava  la  sorte.  Ella  stessa  le aveva strappato la confessione
    dell'errore, e la ragazza, impaurita e tremante,  era rimasta,  poich
    la padrona,  invece di buttarla gi dalle scale,  le aveva detto: "Non
    t'inquietare;  penser io a tuo figlio!..." Da quel giorno Chiara  non
    aveva  avuto  pensieri  se  non  per  la cameriera.  Un certo senso di
    rispetto umano le aveva impedito di continuare a tenerla nelle proprie
    camere col ventre sempre pi gonfio; ma gi nel cortile,  nelle stanze
    che la moglie del cocchiere era stata costretta a cederle, la visitava
    tre o quattro volte il giorno, le mandava i migliori bocconi della sua
    tavola, la teneva nella bambagia.
    Quando  la cosa si riseppe,  tutti i parenti,  specialmente i fiutoni,
    don Blasco e  donna  Ferdinanda,  cominciarono  a  fare  un  diavolo,
    gridandole  che  dovesse  cacciare a pedate quella ciarpa;  ma Chiara,
    fingendo che Rosa avesse la  tresca  fuori  di  casa,  la  scusava,  e
    dichiarava di non poterla veder soffrire.  "Le tentazioni,  per queste
    povere ragazze, sono tante!... Speriamo che la sposer, chi  stato...
    Io so che cosa vuol dire gravidanza...  Non ho il coraggio di buttarla
    in  mezzo  a  una  strada..."  Ma  il pi bello era che il marchese si
    seccava e si vergognava anche un poco di quella paternit clandestina.
    Col marito,  Chiara non aveva tenuto nessun discorso in proposito;  ma
    quando la cugina Graziella si mise anche lei della partita,  venendo a
    dirle di mandar via quella sgualdrina, ella si fece rossa, non sapendo
    l per l che rispondere;  ma appena l'altra  se  ne  and,  proruppe,
    rivolta a Federico:
    "Sentila, adesso!... Io faccio quel che mi pare e piace, e tu solo hai
    il  diritto  di comandare,  qui dentro!...  Fa la scrupolosa,  adesso,
    questa non so che cosa!  Dopo che ruba Giacomo a sua moglie!  Ci vuole
    la sciocchezza di mia cognata, per non accorgersi di nulla!..."
    Veramente,  pi d'uno ne cominciava ora a mormorare,  e tra la servit
    delle  due  case  correvano  gi  certe  occhiate  d'intelligenza,  si
    scambiavano  certi  commenti  che  facevano  inghiottire a Baldassarre
    botti di veleno.  Il signor principe non poteva dunque fare un atto di
    carit, sorvegliando l'amministrazione intricata della cugina, che gi
    le lingue di vipera ci trovavano a ridire?  Forse perch s'era parlato
    di matrimonio tanti anni  addietro?  Ma  il  padrone  aveva  fatto  la
    volont della principessa, sant'anima, e adesso pensava ai suoi figli,
    rispettava la moglie,  aveva tutt'altro pel capo che le galanterie! Se
    avesse voluto andar dietro alla cugina,  ne avrebbe avuto tanto tempo,
    senza  aspettar  la  morte  del  marito,   perch  proprio  quel  buon
    diavolaccio del cavalier Carvano non era tipo  da  metter  paura!  Non
    vedevano  del resto la principessa?  Era la pi interessata di tutti a
    sapere  la  verit;   e  se  quelle  ciarle  maligne  avessero   avuto
    fondamento, se ne sarebbe rimasta cos tranquilla?...
    La principessa era pi tranquilla che mai,  sempre piena di obbedienza
    verso il marito,  sempre aspettando gli ordini che egli  le  impartiva
    spesso  con  una  sola  guardata.  La  cugina  a  poco per volta quasi
    domiciliavasi a palazzo,  dava ordini alle persone di servizio come le
    pagasse  lei,  esprimeva  su  tutti  gli  affari della casa la propria
    opinione,  della quale il principe teneva pi conto che non di  quella
    della moglie;  ma donna Margherita, invece di dolersene, respirava pi
    liberamente perch Giacomo la lasciava quieta,  non pretendeva ch'ella
    gli  desse  ragione in tutto e per tutto,  e non la rimproverava se le
    cose non riuscivano poi com'ei voleva. Pertanto,  se qualche giorno la
    vedova  non  veniva,  ella la mandava a chiamare prima che il principe
    notasse l'assenza,  e la  tratteneva  tutto  il  giorno  in  casa,  le
    affidava Teresina,  la trattava come una sorella. Quell'intrinsichezza
    le procurava un altro  vantaggio  grande,  impagabile,  risparmiandole
    l'orrore di toccar le chiavi,  i mobili, gli oggetti. Quando bisognava
    metter fuori biancherie,  o frugare negli armadi,  o  riporre  qualche
    cosa nelle casse,  la cugina faceva tutto lei,  andava e veniva con le
    chiavi alla cintola per la casa, la metteva sossopra,  al punto che in
    sua  assenza  non  si trovava pi nulla e bisognava mandare qualcuno a
    chiamarla.
    "Almeno,   levassero  via  la   bambina!"   diceva   donna   Isabella,
    scandalizzata,   a   Raimondo.   "La   fanno   assistere  a  un  bello
    spettacolo!..."
    E don Blasco e donna Ferdinanda gi cominciavano a  fare  anch'essi  i
    loro  commenti;  ma  quando  Rosa  Schirano partor al marchese un bel
    figlio maschio, bianco e rosso,  grosso e grasso,  la nuova guerra tra
    gli Uzeda divenne generale.
    Chiara, fuori dei panni dal piacere, riprese vicino a s la cameriera,
    le  cerc una balia,  diede al piccolino tutto il corredo preparato un
    tempo pei suoi propri figli.  Lo teneva mattina e sera in braccio,  lo
    dava  a  baciare  al  marito  dicendogli:  "Guarda com' bello!...  Ti
    somiglia,   eh?..."  ma  quand'era  sola,   faceva  calare   dall'alto
    dell'armadio la boccia polverosa col mostricciattolo partorito da lei,
    abbracciava  con un solo sguardo l'orribile aborto giallo come il sego
    e il bambino paffuto che tirava pugni,  e due  lacrime  le  spuntavano
    sulle  ciglia.  "Sia  fatta  la volont di Dio!..." Riposta la boccia,
    tutte le sue cure e tutti i suoi pensieri si rivolgevano al figlio  di
    Rosa,  al quale aveva persino messo il nome di Federico...  Ma Giacomo
    diede della pazza alla sorella; Chiara, sentendosi pungere,  si mise a
    cantare  contro  il fratello che teneva la ganza in casa e le affidava
    la figlia; Lucrezia, che aveva gi fatto pace con Giacomo al tempo del
    matrimonio di Raimondo,  volt nuovamente casacca  e  accus  Giacomo,
    unicamente  perch  Benedetto  consentiva  con  lui  nel  biasimare le
    stramberie della marchesa; donna Isabella, per distrarre Raimondo, che
    aveva un umore sempre pi nero,  rincar la dose contro  il  principe,
    contro  Chiara,   contro  Lucrezia;  don  Blasco  e  donna  Ferdinanda
    soffiavano nel fuoco ciascuno per suo conto, ora formando leghe contro
    Chiara, ora contro Giacomo,  ora contro la contessa;  e tutti e tutte,
    giovani e vecchi,  fratelli e sorelle,  zii e nipoti, ricominciavano a
    buttarsi  addosso,  volta  per  volta,  l'accusa  di  stravaganza,  di
    ossessione  e  di pazzia.  In mezzo ad essi,  il Priore portava la sua
    serena indifferenza per tutte le cose di questo mondo, dopo aver fatto
    la corte a Monsignore e brigato col  coadiutore,  col  Vicario  e  coi
    canonici;  Ferdinando,  elegantissimo,  non parlava pi d'altro che di
    abiti e di sarti forestieri; il duca,  udendo tutti senza rispondere a
    nessuno,  scambiava  telegrammi coi sensali che giocavano in Borsa per
    conto suo,  e badava a ordinare le sue banche e societ;  il cavaliere
    don  Eugenio,  lasciata  in  asso  l'Accademia  dei quattro poeti,  si
    occupava unicamente d'un certo  negozio  di  zolfi  che  pareva  molto
    lucrativo - con le trecent'onze della falsa testimonianza, dicevano le
    male  lingue  -  e la principessa era felice di tener per aria le mani
    bianche  e  lucide,  preservandole  da  ogni  contatto,   adoperandole
    soltanto per abbracciare i suoi figli.
    Teresa,  adesso vicina ai dodici anni, formava il suo orgoglio, per la
    bellezza della persona e la bont dell'animo.  Mai  un  dispiacere  da
    quella bambina;  lo stesso principe,  che a giorni pareva cercasse col
    lanternino i pretesti per andare in collera,  non la coglieva  mai  in
    fallo.  Bastava che le dicessero una volta: "Teresina,  ci dispiace a
    tuo padre",  oppure: "Tuo padre vuole cos",  perch ella chinasse  il
    capo  senza fiatare.  Per l'obbedienza esemplare,  per la dolcezza del
    cuore,  ella raccoglieva dovunque lodi e premi.  Cresciuta negli anni,
    non  la mettevano pi nella ruota per farla passare tra le monache,  a
    San Placido, ma la conducevano spesso al parlatorio della bada.  Ella
    che aveva frenato, piccolina, la paura di restar chiusa nello spessore
    del muro,  e il terrore del crocifisso nero,  preferiva anche ora,  in
    cuor suo,  le belle passeggiate all'aria aperta;  ma poich ai parenti
    faceva  piacere che andasse dalla zia monaca,  ella stessa sollecitava
    quelle visite dietro le grate.  Ella  passava  per  prove  ancora  pi
    forti.  La vigilia dei Defunti,  tutti gli anni,  la famiglia recavasi
    nelle  catacombe  dei  Cappuccini,   a  visitare  gli   avanzi   della
    principessa  Teresa,  per  ordine del principe,  il quale da canto suo
    restava in casa temendo che la vista dei morti gli portasse iettatura.
    La bambina tremava da capo a piedi.  Che spavento,  tutti  quei  morti
    pendenti dalle pareti,  chiusi nelle casse,  vestiti come in vita, con
    le scarpe ai piedi e i guanti alle mani; certuni con la bocca contorta
    come  se  urlassero  dallo  spasimo,  altri  che  ridevano  d'un  riso
    sgangherato;  la  nonna,  tutta  nera  in  viso,  nella bara di vetro,
    vestita da monaca,  con la testa sopra una tegola e le mani aggrappate
    disperatamente a un crocifisso d'avorio!... Tremava tutta, la bambina,
    dallo spavento,  dall'orrore,  e la notte sognava tutti quei morti che
    le danzavano intorno;  ma nascondeva il  proprio  spavento  poich  il
    confessore le aveva detto che i poveri morti non possono far male, che
      dovere visitarli,  che bisogna continuamente pensare ad essi perch
    un giorno anche noi moriremo e  andremo  dinanzi  al  Giudice  eterno.
    Quasi  in  tutte le chiese,  del resto,  ella aveva un senso di fredda
    paura;  alla Madonna delle Grazie  c'era  una  parete  piena  di  doni
    votivi:  gambe,  teste,  braccia,  mammelle  di cera sulle quali erano
    dipinte orribili piaghe paonazze; ai Cappuccini,  nella cappella della
    Beata Ximena, vedevasi la bara dove custodivano il suo corpo. Dicevano
    che si conservasse cos fresca,  dopo secoli, come se fosse spirata da
    un'ora;  ad ogni centenario  della  beatificazione  scoperchiavano  il
    feretro;  ella  pensava  con  terrore  che fra dodici anni,  nel 1876,
    sarebbe capitato il terzo centenario.  Ma poich faceva sempre forza a
    se  stessa  e  niente traspariva delle sue paure,  e la vedevano stare
    lunghe ore in quelle chiese, inginocchiata,  pregante,  tutti lodavano
    la  sua piet;  alcuni dicevano perfino: "Cresce come la Beata;  santa
    come lei!" E  queste  lodi,  s,  l'inorgoglivano;  per  guadagnarsele
    sopportava  tutto  in  pace.   Anch'ella,  come  tutte  le  altre  sue
    amichette,  desiderava le belle vesti nuove,  dai  colori  gai,  dalle
    ricche  guarnizioni,  o  le prime buccole,  un anellino;  ma suo padre
    diceva che queste cose guastano le ragazze;  e invece di piangere e di
    gridare,  come facevan tante,  ella chinava il capo,  confortata dalla
    sua mamma che le prometteva all'orecchio: "Vedrai, amorino mio, quando
    sarai grande!..."
    Consalvo  non  aveva  lo  stesso  carattere  della  sorella;   tutt'al
    contrario; ma la principessa, scusandolo, lo esortava ad essere buono.
    Le esortazioni della mamma non davano molto frutto.  Sperato invano di
    tornare a casa pei torbidi del Sessantadue,  egli aveva visto  passare
    gli anni uno dopo l'altro senza che il padre mantenesse la promessa di
    toglierlo dal Noviziato.  Tutte le volte che era venuto al palazzo, il
    ragazzo  l'aveva  rammentata  al  principe;   ma   questi   rispondeva
    invariabilmente: "Pi tardi... in primavera... in autunno... non tocca
    a  te  pensarci!..."  Cos rodeva il freno,  aspettando la primavera e
    l'autunno che lo ritrovavano ancora  in  quella  prigione,  smaniante,
    irrequieto,  buttato  a  un  tratto  col  partito dei liberali,  nella
    speranza della soppressione  dei  conventi.  Giovannino  Radal,  che,
    durando  la madre nel proposito di fargli pronunziare i voti,  nutriva
    anche lui  quest'unica  speranza  per  tornare  al  secolo,  lo  aveva
    convertito;  ma l'annunzio della soppressione somigliava alle promesse
    del principe: ripetute sempre,  non si trovavano  mai  confermate  dai
    fatti.  Perci,  continuamente  irritato  dall'ostinazione  del padre,
    pieno di invidia per quei compagni che ad uno ad uno se  ne  tornavano
    in famiglia a godersi la bella libert, egli diventava il tormento dei
    maestri,  dei  fratelli,  dei  camerieri,  di  tutto  il  convento,  e
    rifiutava anche di andare a  casa,  o,  se  vi  andava,  non  salutava
    nessuno,  non parlava,  stava tutto il tempo della visita con tanto di
    muso.
    Ora che al palazzo non si rimoveva una seggiola senza  il  beneplacito
    della cugina, costei prestava mano forte al principe, giudicava che il
    ragazzo,  pel  momento,  stava  bene  dov'era;  gli  diceva,  con tono
    d'affetto materno,  mentr'egli fremeva d'odio contro quest'altra: "Non
    dubitare;  verrai via a suo tempo; per ora bisogna studiare... Vedi la
    mia figlioccia'! Anche lei va messa in collegio..."
    La signorina Teresina in collegio?...  Nella corte,  tra la parentela,
    la  notizia,   appena  risaputa,  fu  commentata  in  mille  modi:  "E
    perch?...  Non sta bene in casa?...  Il duca ha voluto cos...  E che
    c'entrava il duca?...  No,   stato il principe... No, la cugina... La
    principessa piange da mattina  a  sera..."  Ciascuno  diceva  la  sua,
    qualcuno  soffiava  che  forse  la decisione era stata presa perch un
    giorno la signorina, entrata inavvertitamente nella Sala Rossa,  aveva
    trovato  il  principe  e  la madrina in troppo intimo colloquio...  Ma
    Baldassarre,   col  suo  tono  d'autorit  che   troncava   tutte   le
    chiacchiere,  dava  la  versione  schietta  e genuina: tutte le grandi
    famiglie di Palermo e di Napoli, al giorno d'oggi, stillano di mettere
    le signorine in collegio, nei collegi a chic,  dove imparano la lingua
    italiana  e anche la francesa: il barone Crcuma ci aveva messo la sua
    ragazza,  dunque la figlia del principe di Francalanza  doveva  andare
    anche lei in uno di quei collegi.  Il signor duca conosceva che quello
    dell'Annunziata, a Firenze, era il pi a chic di tutti, perch infatti
    costava pi caro;  e anche il signor don Raimondo e la contessa  donna
    Isabella,  che a Firenze c'erano stati di casa, dicevano altrettanto e
    approvavano    che    la    principessina    ricevesse    l'educazione
    conveniente!...
    Egli  non  diceva  che donna Ferdinanda,  alla notizia della decisione
    presa a sua insaputa,  s'era scagliata  con  pi  violenza  contro  il
    principe  e  aveva  perdonato  a Chiara l'allevamento del bastardo per
    andare a sfogarsi con lei contro queste  stupide  novit  dei  collegi
    fiorentini,  quando  ai  suoi  tempi  le  ragazze nobili imparavano in
    famiglia a filar seta e non s'impinzavano di  sciocchezze  italiane  e
    forestiere;  non  diceva  che don Blasco girava per le case dei nipoti
    predicando la crociata contro le  porcherie  che  si  commettevano  al
    palazzo...  Pel Baldassarre,  il principe era Dio,  e tutto ci che il
    padrone faceva era ben fatto.  Rispettava anche gli  altri  parenti  e
    perci   le  voci  di  quelle  guerre  in  famiglia  lo  contristavano
    positivamente;  voleva che tutti andassero d'accordo per il buon nome,
    per  il  prestigio della casata.  E negava i piccoli dissidi,  scemava
    importanza ai grandi,  imponeva silenzio al basso personale sempre con
    l'orecchie  tese  per  acchiappare  a  volo  qualche notizia piccante,
    attribuiva all'invidia delle altre case meno nobili e ricche  le  voci
    maligne che circolavano tra i servi.  Esse non dovevano a nessun costo
    arrivare al padrone;  se costui domandava perch il tale o  tal  altro
    guattero  era stato congedato,  egli trovava un buon pretesto,  oppure
    diceva   che   era   stato   il   signor   Marco.   Stimava   pertanto
    l'amministratore,  che  era come lui geloso del buon nome della casa e
    pieno di rispetto verso il principe  e  di  giusta  severit  verso  i
    dipendenti.
    Del resto,  alla lunga,  gl'invidiosi si stancavano di sparlare. Prima
    di tutto,  alcuni dei parenti andarono via e perci i motivi  di  lite
    scemarono.  Il contino Raimondo un bel giorno, senza aver detto niente
    a nessuno,  fece i bauli e se ne part  con  la  moglie  per  Palermo,
    lasciando  a  Pasqualino l'incarico di vendere la mobilia comperata un
    anno prima. Poi part il duca diretto a Firenze e conducendo via anche
    la  principessina  Teresa,   per  metterla  al   collegio,   com'erasi
    stabilito.  La  bambina,  nel  congedarsi,  piangeva  dirottamente dal
    dolore di lasciar la sua casa,  di entrare nel  collegio  di  Firenze,
    tanto  lontano,  dove neppure la domenica,  neppur dietro a una grata,
    come a San Placido, avrebbe potuto vedere la sua cara mamma. La comare
    per le diceva:
    "Non piangere cos;  non vedi che fai male a tua madre?..."  e  allora
    ella  inghiottiva  le  sue  lacrime,  si ricomponeva.  Il giorno della
    partenza, la principessa ebbe una convulsione di pianto,  abbracciando
    furiosamente la figlia;  e la stessa cugina aveva gli occhi rossi,  ma
    faceva coraggio a tutti: "Teresina torner fra  qualche  anno;  e  poi
    ogni autunno l'andremo a trovare,   vero,  Giacomo?... Verr anch'io;
    sei contenta cos?... Vedrai poi,  quando tornerai istruita ed educata
    come  si  conviene,  quanto tutte t'invidieranno!...  Vedrai anche tu,
    Margherita,  quanto sarai  orgogliosa  della  mia  figlioccia!..."  La
    bambina  allora chin il capo,  s'asciug gli occhi,  e disse alla sua
    mamma, seria e composta com'era sempre stata: "Non t'angustiare, mamma
    mia bella; ci scriveremo ogni giorno, ci rivedremo presto...  Vedi che
    sono ragionevole?.." Un amore di figliuola,  quella l; vera razza dei
    Vicer!
    Poi part anche il cavaliere don Eugenio per Palermo.  La  ragione  di
    questa partenza qui non si seppe molto bene.  Il cavaliere aveva detto
    che certe grandi case palermitane lo avevano chiamato  per  associarlo
    in grandi e nuove speculazioni dove c'era da arricchire in poco tempo;
    ma le male lingue, che non tacciono mai, volevano dare a intendere che
    egli  era scappato perch,  mangiatisi i quattrini degli zolfi presi a
    credenza,  contro cambiali che non poteva pi pagare,  correva rischio
    di  prendersi  qualche  soma  di sante legnate...  Comunque andasse la
    cosa,  fatto sta che,  partite tutte queste persone,  la pace torn  a
    regnare in famiglia.  La cugina, affezionatissima, veniva giorno, sera
    e notte a tenere compagnia e a dare una mano alla principessa,  che le
    era gratissima di tante attenzioni;  venivano anche gli altri parenti,
    non pi inviperiti come un tempo; gridavano,   vero,  ogni tanto: don
    Blasco,   per  esempio,  a  motivo  della  soppressione  dei  conventi
    annunziata nel programma della nuova legislatura,  o la signora  donna
    Lucrezia  contro  il  marito e i liberali;  ma niente di positivo.  Il
    principe,  da canto suo,  badava agli affari dell'amministrazione,  ma
    senza pi affaticarsi troppo, senza pi tenere le interminabili sedute
    d'un tempo col signor Marco.


    Ora un giorno, che fu giusto il 31 dicembre 1865, Baldassarre corse ad
    una  chiamata  del  padrone  il  quale  era  nel  proprio scrittoio in
    compagnia del notaio.
    "Accompagna  il  notaio  dal  signor  Marco   e   consegnagli   questo
    biglietto," gli disse il padrone.
    "Eccellenza,"   rispose   Baldassarre,   "   andato   fuori  mezz'ora
    addietro..."
    "Va bene;  metterai dunque il  biglietto  sul  suo  tavolino.  E  voi,
    notaio,  mi farete il piacere d'aspettare un poco... Tu va' a prendere
    un cartellino col si loca,  di  quelli  delle  botteghe;  ce  ne  deve
    essere,  nel magazzino... E attaccalo al balcone della sala del signor
    Marco."   Baldassarre,    nonostante   la   sua   abituale   passivit
    nell'obbedienza,  rest un momento a guardar per aria. "Il si loca nel
    balcone della sala: hai capito?" ripet il padrone che non amava  dire
    due volte le cose.
    "Subito, Eccellenza."
    Corso  a  prendere il cartellino,  il maestro di casa sal a quattro a
    quattro le  scale  dell'amministrazione,  entr  nel  quartierino  del
    signor Marco e,  lasciato il biglietto sulla tavola, aperse la vetrata
    e si  mise  ad  attaccar  l'appigionasi.  Non  capiva  bene  che  cosa
    significasse  quell'ordine  n  quel  che  stesse  per  succedere;  ma
    sentivasi inquieto.  Giusto mentre  finiva  di  legare  la  tavoletta,
    apparve,  gi  nella  via,  il  signor  Marco.  Si  ferm un istante a
    guardare in alto, poi cominci a gesticolare, domandando al maestro di
    casa che diamine facesse,  e Baldassarre gli rispondeva  additando  le
    finestre  del  padrone,  per  fargli  intendere che obbediva ad un suo
    ordine.  A un tratto il signor Marco si mise quasi a correre,  e  dopo
    pochi minuti gli arriv dinanzi pallido e col fiato ai denti.
    "Che fai? Perch il si loca? Chi diavolo t'ha detto?"
    "Il principe,  il signor principe..  c' anzi una lettera... l, sulla
    tavola..."
    Leggendo il biglietto,  le mani e le labbra tremavano al signor Marco,
    come  se  gli  stesse  per  prendere  un  accidente;   e  Baldassarre,
    impaurito,  si tirava un poco indietro,  pronto a  chiamare  soccorso;
    quando, strappato malamente il foglio, l'altro grid, con voce rotta:
    "A me?...  Il congedo?... Come a un guattero? L'ultimo del mese? Ladro
    schifoso! Principe porco!"
    "Don Marco!..." balbett Baldassarre, atterrito.
    "A me il congedo?... E il notaio per la consegna?... Credeva forse che
    gli volessi portar via i suoi  denari?...  Quelli  che  ha  rubati  ai
    fratelli  e  alle  sorelle?...  O  le  sue  carte?  Le prove delle sue
    ruberie? Delle sue falsit? Ladro, ladro, ladrone!  E pi porco io che
    gli  tenni  mano!...  Mi  manda  via  perch  non  ha pi da spogliare
    nessuno?..."
    Con le mani in capo,  Baldassarre scongiurava: "Don  Marco!...  Signor
    Marco!...  per carit!...  possono udirvi!..." ma l'altro, fuori della
    grazia di Dio,  tremando dall'ira,  buttava fuori quel  che  aveva  in
    corpo contro il padrone e tutta la sua razza:
    "Dieci  anni!  Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti!  quegli
    altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!... E non mangiava,  non beveva,
    non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista,
    fingendo l'affezione,  il rispetto alle volont di sua madre; pezzo di
    Gesuita pi di quell'altro Sant'Ignazio del Priore, pezzo di porco pi
    di quell'altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non sappia
    quant' porco, con la ganza in casa,  adesso che non ha pi nessuno da
    rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di
    sua figlia, fino all'altr'ieri?..."
    "Don Marco!" grid Baldassarre,  minaccioso finalmente anche lui,  per
    tentar d'arrestare quella fiumana di male parole che i gesti disperati
    di preghiera e di paura non erano valsi a frenare.  E il signor  Marco
    lo  guard  stralunato,  quasi  accorgendosi  in  quel punto della sua
    presenza.
    "Mi meraviglio!" continuava il maestro di casa,  fermo  e  contegnoso.
    "La volete finire, una buona volta?..."
    Allora l'altro gli tir sul muso un'amara sghignazzata.
    "Zitto, tu! Prendi le parti di tuo fratello, bastardo?"
    Giusto in quel momento comparve il notaio che saliva dal quartiere del
    principe:
    "Signor Marco..." ma l'altro non lasci dire:
    "Venite per la consegna,  eh?" riprese a tonare.  "Che cosa volete che
    vi consegni? le carte false del vostro padrone?  gli atti carpiti?  le
    transazioni strozzate?... Ecco qui, prendete!..." E cominci a buttare
    all'aria  tutto  ci  che si trovava sulla scrivania,  sugli scaffali.
    "Temete che io li porti via?  Non ne ho bisogno.  Lo sanno  tutti  che
    razza d'imbroglione,  di ladro e di falsario  il vostro principe! Voi
    lo sapete,  che ha rubato la sorella monaca e  la  badia  col  cavillo
    dell'approvazione  regia,  e  quell'altra  pazza per consentire al suo
    matrimonio, e il Babbeo perch  babbeo e il contino per dargli mano a
    quelle altre vergogne!...  Voi le sapete meglio di me tutte  le  trame
    che ha ordite,  le cambiali vecchie pagate dalla madre, fatte ripagare
    due volte, prima ai legatari, poi al coerede; e i debiti supposti,  la
    procura carpita..."
    "Di grazia, signor Marco... un po' di misura..."
    "Misura?  Sono misuratissimo,  sono!  O credete che mi dolga del posto
    perduto?... Ne trover un altro, non dubitate!...  E da per tutto sar
    trattato  meglio  che  tra  questi arlecchini finti principi...  Forse
    temevano che io li rubassi, eh?  Che io m'arricchissi a spese loro?...
    Lo  disse  una volta,  quel maiale del monaco: vi pare che non l'abbia
    risaputo?... Io che ci ho rimesso di sacca mia? perch se trovavano un
    centesimo mancante gridavano un mese  durante!...  Casa  munifica,  in
    verit,  da  poterci  fare  il nido!..." E spalancando gli armadi e le
    cassette riprendeva: "Qui!...  Prendete,  vi  consegno  ogni  cosa!...
    Venite  a  guardare  sotto il letto,  se c' il cantero!...  Frugatemi
    addosso,  se gli porto via qualche cosa...  A voi,  chiappate: sono le
    chiavi  delle casse e degli armadi;  ditegli che se le..." E le lasci
    correre per terra. A un tratto, vide, nell'armadio spalancato,  appesa
    a  un  uncino  di  rame  dorato,  quella della bara della principessa,
    l'unico regalo fattogli dalla defunta oltre  le  vecchie  tabacchiere,
    dopo quasi trent'anni di servizi. Afferrarla e scaraventarla contro il
    muro, fu tutt'uno.
    "E questa con l'altre..." grid,  con una mala parola da far arrossire
    la morta, laggi, nelle catacombe dei Cappuccini.














    6.

    Per la via polverosa,  sotto il cielo di fuoco,  un'interminabile fila
    di  carri  colmi  di  masserizie: stridevano le ruote,  tintinnavano i
    sonagli, e i carrettieri seduti sulle stanghe o appollaiati in cima al
    carico voltavano tratto tratto il capo, se uno scalpitar pi frequente
    e un pi vivace scampanello di sonagliere annunziavano  il  passaggio
    di  qualche carrozza.  Allora la fila dei carri serravasi sulla destra
    della via,  e il legno  passava,  tra  una  nugola  di  polvere  e  lo
    schioccar  delle  fruste,  mentre  le  facce  spaventate  dei fuggenti
    apparivano agli sportelli.
    "Il castigo di Dio!... Tutta colpa dei nostri peccati!...  Eran pi di
    dieci  anni  che  vivevamo  tranquilli!  Assassini del governo!..." La
    povera gente seguiva a  piedi  i  carrettelli  carichi  di  due  magri
    sacconi e di quattro seggiole sciancate; e nelle brevi soste fatte per
    riprender  fiato,  per  asciugar  il  sudore  grondante  dalle  fronti
    terrose,  scambiava commenti sulle notizie  del  colera,  sull'origine
    della pestilenza,  sulla fuga universale che spopolava la citt. I pi
    credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorit;  e
    si  scagliavano  contro  gl'"italiani",  untori  quanto i borboni.  Al
    Sessanta,  i patriotti avevano dato a intendere  che  non  ci  sarebbe
    stato  pi  colera,  perch  Vittorio  non  era nemico dei popoli come
    Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perch s'era
    fatta la rivoluzione?  Per veder  circolare  pezzi  di  carta  sporca,
    invece  delle  belle monete d'oro e d'argento che almeno ricreavano la
    vista e l'udito,  sotto l'altro governo?  O  per  pagar  la  ricchezza
    mobile  e la tassa di successione,  inaudite invenzioni diaboliche dei
    nuovi ladri del Parlamento?  Senza  contare  la  leva,  la  pi  bella
    giovent  strappata  alle  famiglie,  perita  nella guerra,  quando la
    Sicilia era stata sempre esente,  per antico privilegio,  dal  tributo
    militare?  Eran  questi  tutti i vantaggi dell'Italia una?...  E i pi
    scontenti, i pi furiosi,  esclamavano: "Bene han fatto i palermitani,
    a  prendere  i  fucili!..."  Ma la rivolta di Palermo era stata vinta,
    anzi la pestilenza,  secondo i pochi  che  non  credevano  al  veleno,
    veniva  di  l,  importata  dai  soldati  accorsi  a  sedare l'insorta
    citt...  E sui monticelli di breccia disposti lungo la via,  al  filo
    d'ombra  proiettata  dai  muri,  dalla  cui  cresta sporgevano le pale
    spinose dei fichi d'India, i fuggenti sedevano un poco,  discutendo di
    queste cose,  mentre continuava la sfilata delle carrozze, dei carri e
    dei pedoni non ancora  stanchi.  Alcuni  tra  questi,  i  pi  poveri,
    avevano caricato tutta la loro roba sopra un asinello, e uomini, donne
    e bambini seguivano a piedi,  con fagotti di cenci in capo, o sotto il
    braccio,  o infilati ad un bastone,  la bestia  lenta  e  paziente.  I
    conoscenti si fermavano,  notizie e commenti erano scambiati anche tra
    sconosciuti, con la solidariet del pericolo nella comune miseria.  Le
    donne  ripetevano  ci che avevano udito dire dai preti: il colera era
    la pena dei tempi peccaminosi: gli scomunicati non  avevano  fatto  la
    guerra al Papa?  La Chiesa non era perseguitata?  E adesso, per colmar
    lo staio, c'era la legge che spogliava i conventi!  La fine del mondo!
    L'anno calamitoso!  Chi avrebbe creduto una cosa simile!  Tanti poveri
    monaci buttati in mezzo a una via? I luoghi santi sconsacrati? Non c'
    pi dove arrivare!... Queste erano sciocchezze, giudicavano invece gli
    uomini. I monaci avevano assai scialato senza far nulla!  Mangiavano a
    ufo!  E i muri dei conventi,  se avessero potuto parlare, ne avrebbero
    dette di belle. Era tempo che finisse la cuccagna!  L'unica cosa fatta
    bene  dal  governo!...  Per,  tanti  santi  Padri,  che  ce  n'erano,
    costretti a vivere con una lira al giorno! I Benedettini, per esempio,
    avevano di che scialare con una lira il giorno,  dopo  aver  fatto  la
    vita di tanti Re! "E i quattrini che si sono divisi?"
    La  notizia  circolava da un pezzo,  e certuni ne davano i particolari
    come se fossero stati presenti: le economie fatte negli  ultimi  anni,
    nella previsione della legge, erano state distribuite a tanto per uno:
    ogni  monaco  aveva  preso  nientemeno  che quattromila onze di monete
    d'oro e d'argento.  Poi s'eran spartita l'argenteria da tavola,  tutta
    la  roba  di  valore,  e  avvicinandosi il momento del congedo avevano
    venduto una gran quantit delle provviste accatastate  nei  magazzini:
    grandi botti di vino,  grandi giare d'olio,  gran sacchi di frumento e
    di legumi;  altrettanti quattrini intascati - e nondimeno i  magazzini
    parevano ancora colmi!  "Han fatto bene! Dovevano forse lasciare anche
    la  cassa  ai  ladri  del  governo?..."  E  le  piccole  carovane   si
    rimettevano  in marcia con le teste riscaldate all'idea dei milioni di
    milioni d'onze che avrebbe intascato Vittorio Emanuele vendendo i beni
    di San Nicola e  di  tutte  le  altre  comunit...  Molti  mendicanti,
    profittando del gran passaggio di gente, tendevano la mano dal mucchio
    di   sassi   dove   stavano  sdraiati;   i  cenciosi  bambini  che  li
    accompagnavano correvano dietro alle carrozze se da qualcuna  di  esse
    cadeva   un   soldino  nella  polvere  dello  stradale.   E  i  pedoni
    riconoscevano i signori fuggenti, se ne ripetevano il nome, spaventati
    all'idea del vuoto della citt: "il  principe  di  Roccasciano!...  La
    duchessa Radal!...  I Crcuma!...  I Grazzeri!...  Non rester dunque
    nessuno?..."


    Verso sera,  quando l'ardore della giornata si temper,  tre  carrozze
    padronali  scappanti  una dietro all'altra sollevarono una gran nuvola
    di polvere dalla citt al Belvedere.  Nella prima c'era il principe di
    Francalanza,  donna  Ferdinanda  e la cugina Graziella,  invitata alla
    villa perch non poteva andar sola alla  Zafferana,  e  il  principino
    Consalvo a cassetta,  che brandiva trionfalmente la frusta, quantunque
    portasse ancora la tonaca benedettina perch suo padre s'era deciso  a
    riprenderlo in casa proprio all'ultimo momento, quando i monaci s'eran
    dispersi e don Blasco e il Priore avevano anch'essi chiesto ospitalit
    al palazzo. Nella seconda carrozza stava la principessa, senza nessuno
    a  fianco  n  dirimpetto e solo la cameriera nell'angolo opposto.  Il
    contatto d'una spalla l'avrebbe fatta cadere  in  convulsione,  perci
    s'era  dichiarata  contentissima  che  il  principe  accompagnasse  la
    cugina.  L'altra carrozza era invece stipata: c'erano  il  marchese  e
    Chiara,  Rosa  col  bambino  e  finalmente  don  Blasco.  Questi aveva
    rifiutato per la campagna l'ospitalit del principe e accettata quella
    del marchese, allo scopo d'evitare la sorella Ferdinanda; l'avversione
    non  cedeva  neppure  dinanzi  al  pericolo  del  colera,  gli  faceva
    preferire la compagnia del bastardello. Il Priore, invece, era rimasto
    in  citt,  al  Vescovato,  dove Monsignore lo aveva accolto a braccia
    aperte: tutte le preghiere e gli inviti dei parenti non erano valsi  a
    farlo fuggire;  il suo posto,  diceva, era al capezzale degli infermi,
    accanto a Monsignore.  Le maggiori insistenze  gli  erano  venute  dal
    principe, il quale sosteneva, come sempre, che in tutte le circostanze
    gravi e solenni la famiglia doveva tenersi unita; perci gl'incresceva
    di  lasciare  in  mezzo  al  pericolo  qualcuno dei suoi.  Che cosa si
    sarebbe detto? Che egli pensava solamente a se stesso?... Ma, come non
    era riuscito a rimuovere  il  Priore,  cos  aveva  fatto  fiasco  con
    Ferdinando,  il  quale,  preso  gusto alla vita cittadina,  non voleva
    sentir parlare neppure di rifugiarsi alle Ghiande.  Lucrezia  era  gi
    partita  nella  mattina  pel  Belvedere  col  marito,  il suocero e la
    suocera.  Quanto allo zio duca,  era a  Firenze,  vicino  alla  nipote
    Teresina,  e  poich  il  colera  non  infieriva  e  non metteva tanto
    spavento quanto in Sicilia,  cos egli era e  voleva  che  sua  moglie
    fosse tranquilla.  Al cavaliere don Eugenio,  che se ne stava ancora a
    Palermo, nessuno pensava.
    Ricominci al Belvedere la vita allegra della villeggiatura, tanto pi
    che l'allarme destato dalle prime notizie della pestilenza si dimostr
    presto ingiustificato: in citt c'era appena qualche caso sospetto  di
    tanto in tanto.  Il principino,  lasciata finalmente la tonaca per gli
    abiti di tutti gli altri cristiani, cominci a prendersi quegli spassi
    che aveva sognati. Prima di tutto, con uno schioppo vero, se ne andava
    a caccia sui monti dell'Elce o dell'Urna, a sterminare conigli, lepri,
    pernici ed anche passeri,  se non trovava altro;  poi faceva attaccare
    ogni  giorno  per  imparare  a guidare,  e il suo calessino divenne in
    breve il terrore di chi girava per le vie di campagna: sempre  addosso
    ai  carri  ed  alle  carrozze,  lanciato  a  tutta  corsa per lasciare
    indietro ogni altro veicolo a  costo  di  ribaltare,  di  fracassarsi,
    d'ammazzare qualcuno. Quando non guidava, se ne stava nella scuderia a
    veder  governare  le  bestie,  a  imparare  il linguaggio speciale dei
    cocchieri,  dei cozzoni e dei maniscalchi,  a  criticare  gli  animali
    degli  altri  signori  rifugiati  al  Belvedere  o  nei dintorni,  gli
    acquisti  recenti  di  Tizio,   gli  equipaggi  di  Filano,   e  donna
    Ferdinanda,  udendolo  parlare con sempre maggior competenza intorno a
    tali nobili argomenti,  s'inorgogliva ammirando: "Queste son  le  cose
    che devi imparare!..." Anche la principessa,  sebbene piangesse ancora
    per la lontananza di Teresina,  si mostrava orgogliosa  dei  progressi
    del figliuolo,  ma pi la cugina, che prodigava al giovanotto continue
    carezze,  bench Consalvo non solamente non le rispondesse con  eguale
    effusione,  ma  si studiasse anche di evitarla.  Non l'aveva perdonata
    d'essersi opposta al suo pi pronto  ritorno  nella  casa  paterna;  e
    adesso,  vedendola  domiciliata  l  come  una persona della famiglia,
    prendere il posto della sua mamma,  la sua antipatia  cresceva.  Donna
    Graziella,  in  verit,  pi  che  da  ospite si diportava da padrona:
    bisognava vederla la sera, quando veniva gente,  come faceva gli onori
    di casa,  specialmente se la principessa sentivasi indisposta E questo
    accadeva  spesso;   senza  soffrire  precisamente  di   nulla,   donna
    Margherita,  dopo  la  partenza della figliuoletta,  accusava un sordo
    malessere,  dolori di capo,  una certa  difficolt  di  digestione.  E
    felice di poter evitare la folla,  le vicinanze infette, le strette di
    mano contagiose,  se ne andava a letto,  mentre nel  salone  la  gente
    conversava  animatamente,   giocava,  scioglieva  sciarade.  Lucrezia,
    lasciando la villa Giulente,  partecipava con la cugina alla direzione
    delle faccende domestiche. Lei che in casa propria non metteva un dito
    all'acqua fresca,  veniva a darsi un gran da fare per la vanagloria di
    riprendere il proprio posto nella casa del fratello  principe.  Chiara
    tirava  su  a zuccherini il bastardello,  lo vezzeggiava molto pi del
    marchese,  il quale provava  sempre  un  certo  disagio  e  una  certa
    vergogna  a  riconoscere  pubblicamente  quella paternit,  mentre sua
    moglie quasi se ne gloriava. Se la principessa, o donna Ferdinanda,  o
    qualche  altro  parente  non  faceva  buon  viso  al  piccolino,  ella
    mostravasi offesa ed era capace di non metter piede per una  settimana
    alla  villa,  se  le  passava  pel  capo  che qualcuno incominciasse a
    criticare quella specie di adozione.  Viceversa,  era adesso  tutt'una
    cosa  con  lo  zio  Blasco,  il  quale,  stando con lei,  la approvava
    implicitamente.
    Il monaco, alla notizia della legge che sopprimeva i conventi, durante
    gli ultimi tempi della vita claustrale e nei primi passati a casa  del
    nipote,  aveva fatto cose,  cose dell'altro mondo: era parso veramente
    uno scatenato diavolone dell'Inferno.
    Le male parole di nuovo conio, le imprecazioni,  le bestemmie eruttate
    contro il governo,  a San Nicola,  al palazzo,  dalla Sigaraia,  nelle
    farmacie borboniche e anche sulla pubblica via, non si poterono neppur
    noverare;  i vituperi evacuati contro il fratello deputato,  che aveva
    dato il suo voto alla legge,  si lasciarono mille miglia lontano tutto
    quello che di pi violento gli era mai uscito di bocca.  Ma  quasi  la
    mostruosit compitasi fosse troppo grande,  troppo stordente,  egli si
    ridusse tosto ad un silenzio grave ed  incagnato,  dal  quale  non  lo
    toglievano se non le voci, ripetute in sua presenza, della spartizione
    delle economie, delle quattromila onze toccate a ciascun Padre. Allora
    ricominciava  a  tonare:  "Spartite  sette  paia  di  corna!   Toccate
    quattromila teste di cavolo!_ C'era un cavolo da spartire!_ E se  pure
    ci fosse stato qualcosa,  nessuno avrebbe toccato niente! Per rendersi
    complici dei ladroni,  ah?  del rifiuto delle  galere?  del  sublimato
    della  briganteria?_"  Egli  parlava cos dinanzi agli estranei,  alla
    gente di poco affare, alle persone di servizio;  in famiglia,  tra gli
    intimi,  confessava  la spartizione,  ma riduceva la sua quota a poche
    centinaia di onze, a due posate,  a un paio di lenzuola,  tanto da non
    restar sulla paglia. Da San Nicola era venuto via con due casse, delle
    quali non lasciava mai le chiavi;  e il principe,  in citt,  le aveva
    covate con gli occhi, quasi pesandole e fiutandole, con nuovo rispetto
    per quello zio che adesso possedeva qualcosa;  ma tutto il suo  studio
    per  trovare il destro di guardar dentro alle casse era stato inutile,
    giacch il monaco si sprangava in  camera,  ogni  qualvolta  aveva  da
    frugarvi.
    Adesso,  al  Belvedere,  anche  Chiara e Federico parlavano spesso tra
    loro di questi famosi quattrini che doveva possedere  don  Blasco.  Il
    marchese,  temendo  che  li sciupasse con la Sigaraia,  avrebbe voluto
    proporgli di metterli al sicuro,  di comperarne altrettanta rendita se
    il  monaco  fosse stato un altro,  se ogni semestre,  avvicinandosi la
    scadenza delle cedole, don Blasco non l'avesse vessato,  punzecchiato,
    tormentato, profetandogli il subisso di quel titolo. Il corso forzoso,
    la  guerra,  il  colera,  tutte  le  pubbliche  calamit  erano  stati
    altrettanti argomenti di giubilo pel monaco,  il quale si fregava ogni
    volta le mani, gridando al nipote: "Addio, la carta sporca! E' fritto,
    il  tuo governo!  Tu non mi hai voluto ascoltare,  ben ti sta!_" Ma il
    marchese incassava sempre la sua rendita  il  giorno  stabilito,  fino
    all'ultimo  centesimo.  Cessato  del tutto il pericolo del colera,  un
    giorno egli scese in citt per qualche  affare  e  per  riscuotere  il
    semestre;  tornato  al  Belvedere e passeggiando,  dopo pranzo,  sulla
    terrazza, mentre Chiara giocava col bastardello,  egli rifer allo zio
    l'impiego della sua giornata.
    "Ho  anche  preso  i  quattrini  delle  cedole...   adesso  le  pagano
    anticipatamente,  per l'affare dell'aggio_  A  mandarle  a  Parigi  si
    prenderebbero altrettanti pezzi di napoleoni.  Io ho ordinato un'altra
    partita di cartelle... le divideremo con parecchi amici... perch oggi
    non c' come impiegare il denaro_"
    Voleva insistere a dimostrar la bont dell'affare,  ma tacque,  perch
    don Blasco, fermatosi di botto, gli piant gli occhi addosso, come sul
    punto di scoppiare.
    "Potresti cedermene diecimila lire?"
    Il marchese, sulle prime, cred d'aver udito male.
    "Cederne?... Come?... A Vostra Eccellenza?..."
    "Dico  se  puoi  vendermi  diecimila  lire di cartelle,  capisci o non
    capisci?"
    "Ma  credo...  certo...  Diecimila  lire  di  capitale,  s'intende?...
    Eccellenza  s;  posso  scrivere subito un'altra lettera,  per maggior
    sicurezza, se Vostra Eccellenza le vuole..."
    "Quando scriverai?"
    "Domani stesso."
    "E verranno subito?"
    "In un giro di posta."
    Il monaco gli volt le spalle  e  s'allontan  un  poco;  poi  tornato
    indietro, ripiantatoglisi dinanzi, riprese:
    "Senti, giacch ci sei, fanne venire per ventimila lire."
    "Eccellenza s; quanto vuole Vostra Eccellenza..."
    E  appena solo,  il marchese corse dalla moglie,  le disse col respiro
    rotto dallo sbalordimento:
    "Non sai?... Non sai?... Lo zio vuol comprare della rendita! Ventimila
    lire di cartelle!... M'ha dato la commissione!... Non mi par vero!  Mi
    par di sognare!..."
    Chiara rispose, tranquillamente, con una scrollatina di spalle:
    "Di che ti stupisci? Non sai che i miei parenti sono tutti pazzi?..."
    Sottovoce,  l'uno  all'orecchio  dell'altro,  gli Uzeda riprendevano a
    darsi del matto.  Non era matta Chiara che trattava la cameriera  come
    una  sorella e il bastardo di lei come un figlio suo proprio?  Non era
    matta Lucrezia che maltrattava quel povero  diavolo  di  Benedetto  in
    tutti i modi? Che cos'era donna Ferdinanda, la quale, senza che gliene
    venisse  nulla,  si impacciava di tutti gli affari della parentela?  E
    che dire del principe, il quale,  dopo aver dimenticato per tanti anni
    la cugina,  adesso si metteva con lei,  sotto gli occhi del figlio?...
    Qui consisteva forse il motivo che rendeva  la  Graziella  sempre  pi
    antipatica  a  Consalvo:  egli  la contraddiceva in tutto e per tutto,
    dinanzi alle persone;  evitava poi di restar solo  in  sua  compagnia,
    affettava  di trattarla come una intrusa quando le persone di servizio
    gli parlavano di lei.  Questo era per  l'unico  sentimento  che  egli
    manifestava;  del  resto,  stava in casa il meno possibile,  montava a
    cavallo quando non usciva in carrozza,  inforcava tutti gli asini  dei
    contadini,  teneva  conversazione  con tutti i carrettieri;  il cuoco,
    dalla finestra della cucina,  da cui si scorgeva il podere  fino  alla
    chiusa  degli  olivi,  lo  vedeva  rincorrere  le donne che venivano a
    cercare i fasci dei sarmenti vecchi.  Con la moglie di massaro Rosario
    Farsatore,  il  fattore lo colse quasi sul fatto,  un pomeriggio,  nel
    pagliaio: egli non si mostr per nulla  turbato,  e  la  cosa,  venuta
    all'orecchio  di  donna  Ferdinanda,   lo  rialz  nella  stima  della
    zitellona.  Il principe finse di non  saper  nulla:  pareva  si  fosse
    proposto  di  lasciarlo sbizzarrire,  quasi a compensarlo degli ultimi
    anni che lo aveva tenuto a San Nicola.
    "E fra' Carmelo?" domandavano di tanto in tanto donna  Ferdinanda,  la
    principessa,  Lucrezia. "Che n' di fra' Carmelo?..." ma il principino
    non sapeva n curavasi di sapere che fosse  avvenuto  del  suo  antico
    protettore.  A San Nicola,  quando aveva roso il freno,  aspettando la
    legge di  soppressione  come  l'unica  via  di  salvezza,  egli  s'era
    divertito a tormentare il fratello predicendogli lo sbando dei monaci,
    la chiusura del convento;  ma l'altro,  scrollando il capo,  sorrideva
    d'incredulit, non comprendeva come gli stessi Padri potessero credere
    a una  cosa  simile.  Mandarli  via?  Vendere  le  propriet?  Parole,
    chiacchiere,  queste  d'ora come quelle d'un tempo!  Chi avrebbe avuto
    tanto ardire?  E la  scomunica  del  Papa?  la  guerra  delle  potenze
    cattoliche?  la  rivoluzione  di tutta la cristianit?...  E nulla era
    riuscito a scuotere la sua sicurezza, n le notizie dei giornali, n i
    preparativi dello sgombero, n la partenza dei novizi. Dopo,  Consalvo
    non aveva pi avuto notizie di lui.
    Una mattina, al Belvedere, mentre la famiglia si levava di tavola dopo
    colazione, Baldassarre venne ad annunziare:
    "Eccellenza, c' fra' Carmelo."
    "Fra' Carmelo!"
    Nessuno riconobbe il fratello dal faccione bianco e roseo, dalla ciera
    gioviale,  dal  pancione arrotondato sotto la tonaca,  nel personaggio
    che s'avanz verso il principe, con le braccia levate:
    "Me n'hanno cacciato!... Me n'hanno cacciato!..."
    In qualche mese era dimagrato della met,  e sul viso giallo e floscio
    gli   occhi  un  tempo  ridenti  avevano  una  strana  espressione  di
    inquietudine quasi paurosa.
    "Eccellenza,   me  n'hanno   cacciato!...   Eccellenza,   me   n'hanno
    cacciato!..."  e guardava tutti i signori,  tutte le signore,  quasi a
    provocare la dimostrazione del loro sdegno contro quella  mostruosit.
    "Dunque  era  vero?...  Ma che non s'ha da far nulla?...  Voialtri che
    siete ascoltati?...  Lascerete che quei scellerati rubino San  Nicola,
    San Benedetto, tutti i santi del Paradiso?..."
    "Che possiamo farci!..." esclam Consalvo fregandosi le mani;  e donna
    Ferdinanda aggiunse:
    "Avete voluto il governo liberale? Godetene i frutti!"
    "Io?...  Io,  Eccellenza?...  Sapevo molto,  io,  di  liberali  e  non
    liberali!...  Io  badavo  agli affari miei!...  Sessant'anni che c'ero
    dentro!...  Nessuno aveva osato toccarlo,  in tante rivoluzioni che ho
    viste: il Trentasette, il Quarantotto, il Sessanta..."
    "Bel terno!..." fece il principino;  e come Baldassarre venne a dirgli
    che il calesse era attaccato,  si alz,  esclamando sotto il naso  del
    fratello:
    "Adesso c' la legge, caro mio!..."
    "Ma  giusta legge questa?...  I beni della Chiesa?... Allora io me ne
    vengo in casa delle Vostre Eccellenze e mi piglio ogni cosa?... Si pu
    fare una legge cos?..." E raccont confusamente ci che era  avvenuto
    all'atto  dello  spogliamento:  "Quel  delegato,  per  la  consegna...
    L'Abate non  volle  esser  presente,  ed  ha  ben  fatto:  una  simile
    vergogna!... E s' coricato nel letto di Sua Paternit, lo straccione:
    cose  da  non  credersi...  Venne  il  Priore,  e gli ha dato tutte le
    chiavi, Eccellenza: della chiesa, della sacrestia, dei magazzini,  del
    museo,  della biblioteca... E tutto venduto, sulla pubblica piazza: le
    tavole,  le seggiole,  i servizi,  la lana,  il vino,  i letti,  quasi
    fossero di nessuno!... E i candelieri del coro, quel ladro, credendoli
    d'oro,  di notte non li port via?... Lo legarono, gli altri ladri pi
    di lui!...  E non c'  pi  niente!...  I  soli  muri!...  Me  n'hanno
    cacciato!... Me n'hanno cacciato!..."
    La principessa cercava di confortarlo,  con belle parole;  il principe
    gli offr da bere; ma egli rifiut, riprese a narrare le stesse storie
    imbrogliandosi pi di prima;  poi se ne and alla villa del  marchese,
    da don Blasco, ricominciando:
    "Ce n'hanno cacciato!...  E Vostra Paternit non fa nulla?.. Il Priore
    suo nipote?... Monsignor Vescovo?... Perch non scrivono a Roma?... Ha
    da finir cos?..."
    Don Blasco, al quale il giorno prima era arrivata la rendita, ton:
    "Come vuoi che finisca?...  Quando io gridavo a quei ruffiani: "Badate
    ai fatti vostri?  Non scherzate col fuoco! Ci rimetterete il pane!..."
    mi davano del pazzo,   vero?  E si confortavano con gli aglietti,  le
    bestie,  dicendo  che  il governo non li avrebbe toccati,  che avrebbe
    passato loro una lauta pensione,  se mai!...  E i  tuoi  compagni  che
    facevano  anch'essi  i  sanculotti,   quel  porco  di  fra'  Cola  che
    distribuiva bollettini ai novizi? Quell'altro collotorto di mio nipote
    che faceva  salamelecchi  a  Bixio  e  a  Garibaldi?  Quell'asino  con
    diciotto  piedi  dell'Abate  che  si  grattava  la tigna,  e pareva un
    pulcino nella stoppa?...  Adesso che volete?  Se siete stati i  vostri
    propri nemici?... Il governo  ladro, e doveva fare il suo mestiere di
    ladro: che meraviglia?  La colpa  di quelle testacce di cavolo che lo
    aiutarono,  che gli proposero: "Venite a rubarmi!..." e  gli  aprirono
    anzi le porte!...  Non mi dissero,  una volta, che volevano godersi un
    po'  di  libert?  Se  la  godano  tutta,  adesso!...  Nessuno  gliela
    contrasta!..."
    "E ce n'hanno cacciato!... Ce n'hanno cacciato!..."


    Quando gli Uzeda tornarono in citt, al principio dell'anno nuovo, una
    lettera  del  duca  a  Benedetto  annunzi che la Camera sarebbe stata
    sciolta fra poco.  Egli non si dava questa volta  neppur  la  pena  di
    venire,  incaricava  i suoi amici di lavorare per lui.  Gli affari non
    gli consentivano di lasciar Firenze,  e  questi  affari,  in  fin  dei
    conti,  erano pi quelli degli elettori che i suoi propri.  I suffragi
    dovevano  quindi  andare  a  lui,  come  al  naturale,   al  legittimo
    rappresentante del paese; era assurdo supporre che qualcuno pensasse a
    contrastarglieli.  Quanto  a  render  conto  del  modo col quale aveva
    esercitato l'ufficio ed a spiegare le proprie convinzioni politiche ed
    a studiare i bisogni o ad ascoltare i voti del collegio,  uno  scambio
    di  lettere con Giulente zio e nipote,  con qualcuno dei pezzi grossi,
    bast.  I  soliti  malcontenti  tornavano  a  fargli  stupide  accuse,
    tentavano   un'altra   volta   di  rivangare  le  vecchie  storie;   i
    repubblicani,  i sinistri,  gli rimproveravano il suo servilismo verso
    il governo, tentavano contrapporgli qualcuno dei loro; ma incontravano
    da per tutto forte resistenza,  erano costretti a battere in ritirata.
    Un giornaletto satirico settimanale,  il Ficcanaso,  faceva ridere  la
    gente, dicendo che l'onorevole d'Oragua aveva fatto alla Camera quanto
    Carlo  in Francia senza neppure aprir bocca;  ma il Pensiero italiano,
    successo all'Italia risorta,  dichiarava che il Paese non  sapeva  che
    farsi  dei  chiacchieroni,  e  preferiva  i  cittadini  intemerati che
    votavano senza ascoltare  altra  voce  se  non  quella  della  propria
    coscienza.  Esso  non  nominava mai il duca senza chiamarlo l'eminente
    patriotta,  l'insigne patrizio,  l'illustre deputato;  e  all'annunzio
    dello scioglimento della Camera ne cominci il panegirico. Fra i tanti
    meriti    del   "cospicuo   Cittadino"   quello   d'aver   contribuito
    precipuamente all'istituzione della Banca Meridionale di  Credito  non
    era certo il pi piccolo; e don Lorenzo Giulente, nel suo gabinetto di
    direttore,  raccomandava  alla  gente  che  veniva a prender quattrini
    l'elezione  del  duca.   "C'  bisogno   di   rammentarcelo?..."   Ma,
    considerando  la  velleit  d'opposizione,   gli  amici  del  deputato
    volevano ottenere una vittoria strepitosa;  infatti gli misero insieme
    quasi trecento voti.  Il duca,  riconoscente, fece cadere sul collegio
    una nuova strabocchevole pioggia di croci di San Maurizio  e  Lazzaro;
    Benedetto  ne  ebbe  una  tra  i  primi,  e la cosa non gli fece certo
    dispiacere, quantunque egli si stimasse cavaliere per nascita;  ma dal
    giorno  di  quell'annunzio  sua  moglie  non  gli  dette  pi  requie:
    "Cavaliere!... Senti, cavaliere!... Che fai, cavaliere?...  Cavaliere,
    vogliamo  andar  fuori?..."  gli  diceva  a quattr'occhi e in presenza
    d'estranei,  a proposito e a sproposito.  E se c'erano altre  persone,
    aggiungeva invariabilmente: "Perch adesso,  non sapete?  mio marito 
    cavaliere, sissignori: senza cavallo..."
    La vera,  la prima origine della durezza con la quale ella lo trattava
    da  un pezzo era la persuasione finalmente radicatasi nel suo cervello
    che egli non fosse abbastanza nobile per lei.  A poco a  poco,  giorno
    per  giorno,  aveva  riconosciuto  che  i suoi parenti dicevano giusto
    quando denigravano i Giulente;  e,  dimenticate le accuse  rivolte  al
    principe,  aveva fatto la pace,  cedendo per la prima, affinch non si
    dicesse che gli Uzeda sdegnavano di trattarla.  E quanto pi Benedetto
    le  stava  dinanzi  sommesso,  tanto  pi  ella riconosceva di avergli
    accordato una grazia speciale,  sposandolo.  Le opinioni  liberali  di
    lui,  un  tempo  ammirate,  adesso  l'esasperavano  come  una prova di
    volgarit.  I puri erano tutti borbonici;  lo zio duca e qualche altro
    facevano  i  liberali  perch  ci  speculavano su.  Se il patriottismo
    avesse fruttato qualche cosa a suo marito,  un grande  onore  o  molti
    quattrini,  meno male; ma quei principi da straccione professati senza
    costrutto dimostravano insieme la bassa origine e  la  sciocchezza  di
    Benedetto.  Adesso,  per vantarsi di quel ciondolo,  di quel titolo di
    cavaliere  toccato   agli   ultimi   scalzacani,   bisognava   sapersi
    discendenti  da  mastri  notari!  Benedetto  ci  rideva un poco,  ma a
    malincuore, e una volta, anzi, da solo a sola, le disse:
    "Potresti smetterlo, questo scherzo."
    "Scherzo? Che scherzo? T'hanno fatto cavaliere, s o no? E' verit o 
    menzogna?"
    E per farsi un vanto del suo rigorismo,  non contenta d'aver messo  in
    ridicolo  quella nomina,  andava a dire dinanzi a donna Ferdinanda o a
    don Blasco:
    "Del resto,  egli non ha bisogno della  croce!  E'  gi  cavaliere  di
    natura..."
    Ma  il  pi  bello era che donna Ferdinanda,  adesso,  non le dava pi
    retta,  anzi parteggiava a viso aperto  per  Benedetto,  il  quale  la
    serviva  in  quella  stagione,  per  via  della famosa legge sul corso
    forzoso. Con gli anni, quanto pi il suo peculio era cresciuto,  tanto
    pi  cupida  ella  era  divenuta:  adesso dava i danari al trenta,  al
    quaranta per cento,  gridando poi al ladro se qualche  povero  diavolo
    ritardava di qualche giorno il pagamento.  Ora,  della "carta sporca",
    come chiamava i biglietti  di  banca,  ella  non  voleva  sapere,  non
    riconosceva altra moneta dai colonnati e dai dodici tar in fuori;  se
    i suoi debitori,  alle scadenze,  venivano a pagarle  gl'interessi  in
    tanti  stracci,  ella  rifiutava di rinnovare il prestito,  pretendeva
    sotto il colpo la restituzione del capitale,  si faceva suggerire  dal
    nipote  avvocato  il  modo d'eludere la legge e d'obbligare la gente a
    pagare in argento sonante...  Quanto a  don  Blasco,  anch'egli  aveva
    altre  cose  pel  capo,  e i Giulente cominciavano a entrare nelle sue
    grazie.  Tornato  dalla  villeggiatura,  s'era  preso  in  affitto  un
    quartierino  verso  la Trinit,  per esser libero e restar vicino alla
    Sigaraia,  come quand'era a San Nicola;  ma  gli  bisognava  frattanto
    ammobiliar  la casetta.  E vomitando maledizioni contro i "piemontesi"
    che lo avevano buttato in mezzo ad una via, con l'elemosina d'una lira
    e mezza il giorno, chiedeva qualcosa a ciascuno dei parenti: un divano
    al principe, un paio di poltrone al marchese, un armadio a Benedetto.
    Comprata un po' di biancheria, la distribu alle parenti perch gliela
    facessero cucire;  cucita che fu,  chiese qualche piccolo  ricamo  per
    giunta;  e tutti si facevano un dovere di contentarlo,  rivaleggiavano
    anzi nel rendergli quei servizi, se lo ingraziavano,  adesso che aveva
    anch'egli il suo gruzzolo. Quanto avesse non si sapeva con precisione;
    ma  alla  scadenza del primo semestre della sua rendita,  visto che le
    cedole eran pagate puntualmente -  in  carta,    vero,  ma  la  carta
    correva come moneta - egli disse al marchese di fargli comperare altre
    diecimila lire di cartelle.  E gridando contro il governo ladro teneva
    sotto il guanciale i suoi titoli.
    Al principio dell'estate, bench la Camera fosse ancora aperta, arriv
    il duca.  Ricominciarono le solite dimostrazioni degli amici  e  degli
    ammiratori;  egli  saliva  in cattedra con maggior sicumera di prima e
    commentava l'opera  del  Parlamento.  La  soppressione  delle  societ
    religiose  era  il  gran fatto dei tempi moderni;  egli ne enumerava e
    dimostrava gli immensi vantaggi. Prima d'ogni cosa,  i latifondi tolti
    alla  manomorta  avrebbero raddoppiato e migliorato i loro prodotti "a
    vantaggio dell'agricoltura,  industria e commercio,  sorgente precipua
    di  ricchezza sociale";  in secondo luogo tutti,  anche coloro che non
    avevano capitali, potevano diventar proprietari aggiudicandosi piccoli
    lotti da riscattare con lo stesso frutto della  terra;  finalmente  il
    governo,  con  l'utile  della  vendita,  avrebbe  scemato  le tasse "a
    sollievo della finanza pubblica e privata".  Era come un'altra  "legge
    agraria":  egli  citava  i romani,  Servio Tullio;  e la gente che non
    capiva batteva egualmente le mani, in attesa della cuccagna.
    Egli frattanto si preparava a comperar qualche lotto -  dicevano  anzi
    che  fosse  venuto  proprio per questo - e consigliava al principe,  a
    Benedetto, al marchese di fare altrettanto.  Quando don Blasco ne ebbe
    sentore, fece cose da pazzo:
    "I beni della Chiesa, razza di miscredenti e di dannati? Volete dunque
    tenere il sacco ai ladri,  ah?  Non avete paura per l'altra vita?  Che
    faccia una cosa simile quel farabutto",  ormai non chiamava altrimenti
    il  fratello  deputato,  "non    meraviglia,  dopo  che  ha votato la
    ladreria.  Nel pi c' il meno,  e neppure Domineddio pu cavarlo  dal
    fuoco eterno!  Ma voialtri!  Guai a tutti!  Fuoco dall'aria sui vostri
    capi! Arse l'anime!..."
    Donna Ferdinanda,  da  canto  suo,  era  contrarissima,  per  scrupolo
    religioso;  e minacciava anche lei le pene infernali ai compratori dei
    beni della  Chiesa;  la  principessa,  che  stava  peggio  in  salute,
    appoggiava la zia; e un giorno venne il Priore al palazzo, a posta per
    distogliere  i  parenti dall'acquisto col linguaggio della persuasione
    evangelica.
    "Non vi lasciate indurre in tentazione.  Vi diranno che l'occasione  
    propizia per fare qualche guadagno materiale;  ma la salute dell'anima
     il sommo dei beni.  Il Signore vi compenser in altro modo,  vi dar
    da un altro canto quello che ora rinunzierete..."
    Il  principe stava a sentire le due campane senza esprimere la propria
    opinione; il marchese per giudicava eccessivi gli scrupoli; e Chiara,
    per  seguire  il  marito,   non  dava  ascolto  alle  ammonizioni  del
    confessore.  Lucrezia, da canto suo, spingeva Benedetto a comprare, ad
    arricchirsi,  poich adesso lo credeva non  solo  ignobile,  ma  anche
    miserabile;  uno  che  non  possedeva  neppure  uno straccio di feudo,
    mentre in casa Francalanza ce n'erano sedici!...
    Frattanto  il  Parlamento  discuteva  un'altra  legge   "a   vantaggio
    dell'incremento  pubblico e privato",  come spiegava il duca,  sebbene
    non andasse alla capitale: quella, cio,  relativa allo svincolo delle
    cappellanie  e  dei  benefici  laicali;  e  il principe,  zitto zitto,
    cominciava a tener conferenze col notaro  e  col  procuratore  legale,
    preparava  i  suoi  titoli  per ottenere i beni di tutte le fondazioni
    degli antenati, specialmente della cappellania del Sacro Lume;  quando
    un  bel giorno don Blasco,  che da un certo tempo non metteva piede al
    palazzo, vi piovve inaspettato.
    "Badiamo,  ohi!  Se si svincola la cappellania,  la roba va divisa fra
    tutti i consanguinei!"
    "Vostra Eccellenza s'inganna," rispose il principe.  "I beni rientrano
    nel fedecommesso."
    "Che fedecommesso d'Egitto?  Dov' il fedecommesso?  Sono quarant'anni
    che  finito, e i titoli li ho letti anch'io!"
    "Ma il diritto di patronato  stato in mano mia."
    "Patronato?  Quasi  che  si trattasse di un ente autonomo!" Don Blasco
    parlava adesso come un trattato di giurisprudenza.  "E'  una  semplice
    eredit cum onere missarum: hai da spiegarmi il latino? O torniamo coi
    cavilli  che  facesti  alla  bada  per non pagare il legato?...  Alle
    corte, qui bisogna intendersi: se no comincio con un dichiaratorio,  e
    poi ce la vedremo in tribunale!"
    Il principe, vistosi scoperto, in un momento che la bile gli tornava a
    gola, esclam:
    "O  Vostra  Eccellenza  non  aveva  vietato  di  toccare  i beni della
    Chiesa?"
    "Evviva la bestia!" proruppe il monaco.  "Qui  la  Chiesa  che  ha  da
    vedere?  Le  messe  si  faranno  celebrare come prima,  anzi meglio di
    prima! Tu volevi forse intascare le rendite senz'altro?"
    Ma non ci fu tempo di approfondire la quistione e di concretar  nulla,
    che  una  sera  d'agosto,  mentre  al  palazzo  una  folla  d'invitati
    assisteva alla processione del carro di  Sant'Agata,  arriv  il  duca
    giallo come un morto, annunziando:
    "Il colera! il colera!... Un'altra volta!..."
    Quello buono,  adesso; la dose giusta finalmente trovata dagli untori;
    perch,  Dio ne scampi,  non erano passate ventiquattr'ore che gi  il
    morbo si dilatava.  E che spavento per le vie di campagna,  nuovamente
    percorse,  giorno e notte,  da torme di  fuggiaschi;  e  che  terrore,
    infinitamente  pi  contagioso  della peste,  vinceva i pi coraggiosi
    all'annunzio del rapido progredire del male,  e li cacciava su,  verso
    la  montagna,  nei  paesi  del  Bosco,  dove,  con la consueta fiducia
    nell'immunit, l'affitto d'una casupola costava un occhio del capo!
    Gli Uzeda erano arrivati  al  Belvedere  poche  ore  dopo  la  notizia
    portata  dal  duca,  e  questi aveva preso posto nella prima carrozza,
    tanta tremarella aveva in corpo.  La cugina Graziella era  ancora  una
    volta coi cugini: la sua presenza adesso diveniva tanto pi necessaria
    quanto  che la povera principessa andava peggio,  e,  o fosse la paura
    del colera o il disagio della fuga improvvisa,  appena  arrivata  alla
    villa  si  mise  a letto.  Un po' per questo,  un po' per la tristezza
    generale prodotta  dal  sapere  le  stragi  che  faceva  in  citt  la
    pestilenza,  non pi ricevimenti,  non pi giuochi, non pi veglie. Il
    giorno passeggiavano nel podere;  Consalvo,  Benedetto e qualche altro
    s'arrischiavano  per  le vie,  ma all'ave il principe voleva che tutti
    fossero in casa e faceva sprangare tutte le porte e tutti i  cancelli;
    don  Blasco,  alla  villa del marchese,  si teneva prudentemente nella
    propria camera, e non andava neppure a litigare con Giacomo, anche per
    evitare la compagnia di quel "farabutto" del duca.  Ma improvvisamente
    un brutto giorno la costernazione crebbe fuor di misura: la pestilenza
    era scoppiata al Belvedere;  la serva di certa gente venuta tre giorni
    prima dalla citt agonizzava; s'udiva la campanella del Viatico per le
    vie deserte come quelle d'un paese morto.
    "Bisogna  scappare!...  Scappiamo!  Subito!...  Alla  Viagrande,  alla
    Zafferana..."
    Lucrezia coi Giulente part subito per Mascalucia.  Il duca, pi morto
    che vivo, avrebbe voluto andarsene sul pizzo d'Etna, per mettersi bene
    al sicuro; ma prevalse pel momento il partito del marchese, che diceva
    d'andare alla Viagrande,  dov'erano quasi sicuri di trovare  una  casa
    capace  di  tutta  la parentela.  Bisognava per che qualcuno passasse
    innanzi per cercarla;  e il duca s'offerse d'accompagnare il principe,
    non  parendogli vero di battersela immediatamente.  Giacomo disse alla
    moglie:
    "Vuoi venire anche tu?"
    La principessa,  da alcuni giorni,  aveva  lo  stomaco  rovinato,  non
    digeriva  pi,  si  trascinava penosamente dal letto alla poltrona;  e
    appunto perci tutti convennero che bisognava metterla in salvo  prima
    degli  altri.  Marito  e  moglie  partirono dunque subito con lo zio e
    Baldassarre;  gli altri restarono a  preparare  i  carri  della  roba,
    giacch questa volta,  non andando in casa propria,  bisognava portare
    letti, biancheria, tutte le cose d'uso giornaliero.  Nella notte torn
    il  maestro  di  casa  per avvertire che l'alloggio era trovato,  e il
    domani all'alba tutti scapparono dal  Belvedere  dove  il  colera  gi
    divampava.   La  casa,  alla  Viagrande,  s'era  trovata  grazie  alle
    relazioni e ai quattrini del principe di Francalanza:  nondimeno,  era
    una  catapecchia  consistente  in  tre cameracce e due stanzini a pian
    terreno, povera abitazione d'un bottaio,  dove i "Vicer" furono molto
    contenti  di  potersi ficcare.  Grazie al nome di Uzeda,  l'entrata in
    paese fu loro consentita,  quantunque venissero da un  luogo  infetto;
    ma,  una volta dentro, il principe, il duca, don Blasco cominciarono a
    gridare che non bisognava lasciar passare  nessun  altro,  se  non  si
    voleva  la  rovina  della  Viagrande.  Infatti l'epidemia decimava non
    solamente la popolazione rimasta in citt,  dove si contavano  fino  a
    trecento  morti  il  giorno e non c'era pi consorzio civile,  nessuna
    autorit, n deputati, n consiglieri, n niente,  ma diffondevasi per
    la  prima  volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte
    le altre invasioni coleriche: era al  Belvedere,  a  San  Gregorio,  a
    Gravina,  alla  Punta,  guadagnava  le case sparse,  non risparmiava i
    casolari perduti in mezzo alle  campagne;  e  non  soltanto  i  poveri
    diavoli  morivano,  ma  le persone facoltose,  i signori che s'avevano
    ogni sorta di riguardi;  talch  la  gente  atterrita  fuggiva  da  un
    paesuccio all'altro,  come poteva,  sui carri,  a cavallo, a piedi; ma
    chi portava addosso il germe del male cadeva lungo  gli  stradali,  si
    torceva  nella  polvere  e  moriva come un cane: i cadaveri insepolti,
    cotti dal torrido sole estivo,  esalavano pestiferi miasmi,  mettevano
    il  colmo  all'orrore;  e  i fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai
    luoghi ancora immuni erano  accolti  a  schioppettate  dai  terrazzani
    atterriti; o, se riuscivano a trovare un rifugio, comunicavano ai sani
    la  pestilenza.  La  siccit  aggiungevasi  a  render disperate quelle
    tristi condizioni; tutte le cisterne erano asciutte, non si poteva far
    pulizia, c'era appena di che dissetarsi. Il principe,  alla Viagrande,
    pagava una lira ogni brocca d'acqua; e la principessa pareva diventata
    un  pozzo,  tanta  ne  sciupava,  tra per lavarsi ogni ora,  in quelle
    stanze dai pavimenti e dai muri unti e dagli usci luridi,  la cui sola
    vista le metteva i brividi,  tra per la sete che la divorava. I dolori
    intestinali non la lasciavano pi;  a momenti pareva che avesse gi  i
    crampi  del  colera;   tanto  che  il  duca,   atterrito,  pensava  di
    scapparsene pi lontano;  ma la paura di lui era fuor di  luogo:  quei
    dolori,  quelle disposizioni al vomito,  la principessa li soffriva da
    pi di un anno,  non con l'intensit di adesso,    vero,  ma  con  lo
    stesso  carattere.  Il principe,  assicurando lo zio,  gli manifestava
    altri timori:
    "Margherita non ha voluto mai chiamare un dottore... ma io ho una gran
    paura... m'hanno detto che forse ha un cancro allo stomaco..."
    Ma il duca non gli dava retta;  per  adesso,  aveva  da  pensare  alla
    propria  pelle,  perch  il  colera  poteva  scoppiare  da  un momento
    all'altro alla Viagrande, anzi qualche allarme c'era gi stato.
    "Andiamo via!..." insisteva; "andiamo pi lontano, al Milo, a Cassone,
    sulla montagna..." e quando finalmente il primo caso fu  accertato  in
    paese, mentre tutti ripetevano: "Andiamo via... scappiamo pi lontano"
    egli aveva la cacaiola, dalla paura.
    Questa  volta  le  difficolt  per  trovare  una casa erano ancora pi
    grandi.  Il duca and a cercarla dalle parti del Milo.  Il principe si
    prepar a partire per Cassone.
    "Vuoi venire anche tu?" ripet alla moglie.
    Ella aveva passato una notte orribile,  senza sonno,  tormentata dalla
    nausea e dal vomito;  s'era levata a stento,  pallida e disfatta cos,
    che Chiara disse:
    "No, lasciala... verr quando avrai trovato la casa..."
    Le  stesse  cameriere  dissero che non era prudente esporla al disagio
    della ricerca,  che meglio le conveniva partire quando si sapeva  dove
    condurla;  ma la cugina Graziella fu di contrario parere, udendo che i
    casi si moltiplicavano rapidamente nel villaggio.
    "Io direi invece di allontanarla subito...  nelle sue  condizioni  pu
    opporre  meno resistenza al contagio...  una casa qualunque Giacomo ha
    pure da trovarla..."
    Donna Ferdinanda era  anche  lei  di  questa  opinione;  ma  Consalvo,
    stretto alla mamma, le diceva, piano:
    "No, non andare per ora...  meglio qui... andremo poi tutti..."
    Ella  carezzava il giovanetto con la mano scarna e fredda,  e guardava
    timidamente il marito, aspettando che egli stesso decidesse.
    "Vuoi o non vuoi venire?" le domand egli,  con voce breve,  col  tono
    che  prendeva  quando  le  decisioni  cominciavano  a  seccarlo;  e la
    domanda, che aveva il suo senso letterale per tutti,  ne acquistava un
    altro per la principessa che comprendeva le intenzioni e i gesti,  che
    intuiva i sottintesi.
    "No, t'accompagno..."
    Sul punto di vederla andar via, il principino insist:
    "Mamma, resta...  o prendimi con te," e il giovanetto,  ordinariamente
    allegro  e  spensierato,  dimostrava  adesso una specie d'inquietudine
    quasi paurosa.
    "Non  c'  posto  per  tutti!"  rispose  il  principe,  brusco;  e  la
    principessa abbracci forte il figliuolo dicendogli:
    "Resta... resta... domani saremo insieme..."
    Si  mise  in carrozza accanto a suo marito tenendo un pezzo di canfora
    alle nari; Baldassarre mont in serpa e la carrozza part.
    Fino a sera, non s'ebbe pi notizia di loro.  A un'ora di notte arriv
    un  espresso  mandato  dal  duca  dal Milo,  il quale avvertiva d'aver
    trovato uno stambugio dove c'era posto appena  per  lui;  li  lasciava
    quindi liberi di raggiungere Giacomo.
    Alla  Viagrande  frattanto  smaniavano,   perch  il  panico  cresceva
    contagiosamente.  Gi accusavano Giacomo d'essersi  scordato  di  loro
    come  quell'egoista  del  duca;  gi  don Blasco parlava di mettersi a
    cavallo a un asino e di andarsene non importava dove, quando, all'alba
    del domani, arriv Baldassarre, pallido, stravolto e tremante.
    "Eccellenza!... Eccellenza!... La padrona,  la signora principessa!...
    Attaccata di colera!... Spirata in tre ore!..."







    7.

    Al matrimonio del principe con la cugina Graziella, celebrato tre mesi
    dopo  la cessazione dell'epidemia,  solo i parenti e pochissimi intimi
    furono invitati: il vedovo era ancora in gramaglie e il chiasso  d'una
    festa sarebbe stato inopportuno. Del resto il principe stesso spiegava
    che  quel  matrimonio era di semplice convenienza: tanto lui quanto la
    sposa avevano molti autunni sulle spalle,  associavano quindi  i  loro
    destini senza nessuna delle fantasticherie giovanili,  e solo per fare
    assegnamento sull'aiuto reciproco che si sarebbero prestato: la cugina
    aveva bisogno d'un uomo che tutelasse gli interessi  di  lei,  che  le
    ridesse  una  posizione  in societ,  ed il principe trovava una nuova
    madre ai propri figliuoli.  Quell'unione,  prevista da alcuni,  fin da
    quando  la  cattiva salute della principessa aveva fatto temere per la
    sua vita,  aspettata poi da un giorno  all'altro  dopo  la  catastrofe
    affrettata   dal   colera,   riscoteva   perci  l'approvazione  quasi
    universale: il confessore,  il Vicario,  tutti i preti che bazzicavano
    per la casa l'avevano giudicata conveniente e provvida.  I preparativi
    della cerimonia nuziale furono molto modesti perch non i  soli  sposi
    erano  in  lutto:  non  c'era  quasi  famiglia,  dopo quella terribile
    epidemia,  che non piangesse qualche persona cara.  Benedetto Giulente
    aveva  perduto  in  un  giorno il padre e la madre,  a Mascalucia;  la
    principessa di Roccasciano era rimasta vedova,  alla  duchessa  Radal
    era morto uno zio,  il cavaliere Giovanni Artuso;  ma questa disgrazia
    non era stata causa di grande dolore, poich il cavaliere, ricchissimo
    e senza figli,  aveva lasciato in casa Radal tutta la  sua  sostanza:
    l'usufrutto alla duchessa,  la propriet a Giovannino che aveva tenuto
    a battesimo.
    Doleva  piuttosto  alla  madre  che  l'eredit  non  fosse  andata  al
    primogenito,  per  amor  del  quale  ella aveva sacrificato la propria
    vita.  La soppressione dei conventi aveva gi sconvolto tutti  i  suoi
    disegni, non potendo Giovannino professarsi pi, e tornando al secolo;
    adesso  l'eredit  veniva a pareggiare la condizione dei due fratelli,
    cio a diminuire quella del primogenito. Ella voleva bene ad entrambi,
    ma al duca,  oltrech  bene,  portava  anche  una  specie  d'istintivo
    rispetto,  come capo della casa,  come erede e continuatore del nome e
    della potest paterna.  Perch la chiusura  dei  conventi  e  l'errore
    dello  zio non disturbassero i piani di lei,  bisognava che Giovannino
    non prendesse moglie: ella  lavorava  a  questo  scopo,  lasciando  il
    giovane  libero  di  sbizzarrirsi a suo modo,  secondando tutti i suoi
    gusti per la caccia, pei cavalli, per tutti i diporti,  in modo che il
    giovane non fosse tentato di mutar vita.
    Che donna Graziella avrebbe fatto da madre ai figli del principe,  era
    frattanto  fuori  di  dubbio.   Baldassarre  aveva  riferito  ai  suoi
    dipendenti,  e questi ripetevano dovunque, i particolari delle lettere
    scambiate tra la sposa e la principessina.  La ragazza aveva saputo  a
    Firenze  la morte della mamma,  e che pianto!  che convulsioni!  basti
    dire che la direttrice del collegio s'era messe le mani in  capo,  non
    sapendo come fare. Povera signorina, aveva pure ragione! Sola, lontana
    da  casa  sua  "senza poterla abbracciare un'ultima volta!  Mamma mia!
    Mamma  mia!..."  Bisognava  leggerle,  queste  lettere;   perch  alla
    Santissima  Annunziata le signorine ricevevano un'istruzione comi fo e
    la principessina otteneva sempre i primi premi,  tanto era svegliata e
    studiosa.  Ma  finalmente,  quando  la  madrina le mand una ciocca di
    capelli della buon'anima,  e il suo  libro  di  preghiere,  e  il  suo
    rosario, promettendole che il principe l'avrebbe ripresa pi presto in
    casa e raccomandandole frattanto di non affliggerlo di pi, poveretto,
    con  quelle  lettere,  la  padroncina si venne calmando a poco a poco:
    "Hai ragione,  mia buona madrina;  dimenticavo il  dolore  del  povero
    babbo  per  pensare  al mio solo;  e ci non  giusto..." E le lettere
    scritte al principe direttamente?  "Non ti affliggere pi,  babbo mio;
    pensa  come  me  che  la santa mamma  in Paradiso,  e di l ci guarda
    tutti, e veglia su noi,  e vuole che ci consoliamo perch ella  tra i
    beati  e  noi  tutti,   con  la  grazia  del  Signore,  un  giorno  la
    raggiungeremo..." Cosa veramente da strabiliare  che  una  ragazza  di
    quattordici  anni  scrivesse a questo modo!...  E il principe le aveva
    dato allora la gran notizia: inconsolabile per la  perdita  di  quella
    santa,  egli  l'avrebbe  pianta  fino  all'ultimo giorno della propria
    vita;  ma i figliuoli avevano bisogno di  qualcuna  che  tenesse  loro
    luogo  di madre,  e per quest'unico scopo egli accettava i consigli di
    tutti i parenti che lo persuadevano a riammogliarsi: sposava quindi la
    cugina che gli aveva dato tante prove  d'affezione  nella  circostanza
    della "grande disgrazia",  ed era la pi adatta,  nella sua qualit di
    parente, a compiere la delicata missione di seconda madre.  La cugina,
    da suo canto, scrisse in coda sotto la dettatura del Padre confessore:
    "Mia cara figlia,  da quel che t'ha detto tuo padre,  tu comprendi che
    da ora innanzi ho pi diritto di chiamarti con questo nome che il  mio
    cuore  t'ha  sempre  dato.  La  mia  pi  grande ambizione  quella di
    renderti meno sensibile la mancanza della nostra santa, non di fartela
    dimenticare, che sar sempre impossibile non solo a te ma a noi tutti.
    Stringendo ancora pi i vincoli che gi ci uniscono, io ti sar sempre
    a fianco per vegliare su te e  tuo  fratello,  come  quella  benedetta
    raccomand  al  letto  di morte.  Sono impaziente di stringerti al mio
    cuore: se i tuoi studi non ti permetteranno di tornare per ora a casa,
    verremo noi a trovarti al pi presto..." Passarono per molti  giorni,
    senza  che a questa lettera venisse risposta.  Che cosa succedeva?  La
    posta ne aveva fatta qualcuna delle sue?  O la  signorina  stava  poco
    bene? Oppure accoglieva male l'annunzio del matrimonio?... Baldassarre
    fece  di  tutto  per  dissipare  quest'ultimo  dubbio.  Veramente egli
    lavorava del suo meglio per nascondere alla gente  anche  il  malumore
    del  principino,  ma non ci riusciva,  perch Consalvo,  fin dal primo
    annunzio delle nozze,  aveva preso posizione contro la futura madrigna
    e  il  padre.  Naturalmente,  aspettando lo sposalizio,  la cugina non
    veniva pi al palazzo, adesso che non c'era pi nessuna signora che la
    ricevesse;  ma il principe andava da lei e voleva che il figliuolo  le
    facesse  visita;  tutto fiato perduto: il principino non ci sentiva da
    quell'orecchio,  e quando incontrava la promessa del padre in casa dei
    parenti, la salutava appena, rispondeva con una freddezza mortificante
    alle effusioni di lei che gli dava del "figlio mio" a tutto andare,  o
    addirittura la sfuggiva,  lasciando intendere l'avversione che  quella
    donna gl'ispirava.  Il principe,  con grande e comune stupore,  pareva
    che non se ne accorgesse,  e  quasi  avesse  mutato  carattere,  quasi
    volesse ingraziarsi anche lui il figliuolo,  largheggiava a quattrini,
    gli lasciava fare quel che voleva,  gli comperava carrozzini e cavalli
    inglesi;  ma  Consalvo era freddo anche col padre,  lo evitava,  stava
    settimane intere lontano,  in campagna,  a caccia,  tanto che a poco a
    poco  si  vedeva il principe gonfiare,  gonfiare.  Il maestro di casa,
    tanto amante della pace,  se n'accorava,  e lavorava  a  rabbonire  il
    padroncino. Consalvo lo lasciava dire; a un certo punto gli rispondeva
    freddo  freddo:  "Non  mi  seccare.  Bada  al  tuo  servizio.  Non  mi
    seccare..." Giovanotti!  Giovanotti!  Bisogna aver pazienza con  essi,
    lasciarli  fare  a  modo  loro,  prima  che  mettano  giudizio!  Ma la
    principessina? Era possibile che anche lei si voltasse contro il padre
    e  la  madrigna?  Una  figliuola  savia,   obbediente,   educate  alla
    Santissima Annunziata?...
    Dopo essersi fatta aspettare pi d'una settimana, arriv finalmente la
    risposta della signorina.  "Caro babbo, cara mamma," diceva, "non v'ho
    scritto pi presto perch sono stata poco bene; una cosa da nulla, non
    v'inquietate;  ora,  grazie a Dio,  posso dirvi con  quanta  gioia  ho
    appreso  ci  che  fate  per  noi":  e  cos  via per due pagine piene
    d'espressioni  affettuose,   fino  alla  chiusa  che  diceva:  "Vostra
    affezionatissima  e  gratissima  figlia,  Teresa."  Scrisse  anche  al
    fratello, nello stesso senso; ma il principino, rispondendole,  neppur
    nomin  la madrigna,  neppur fece un'allusione al prossimo matrimonio,
    come se mai ne avesse udito parlare. Due giorni prima della cerimonia,
    anzi, and via con Giovannino Radal ed altri amici, a caccia, dicendo
    che sarebbe rimasto fuori  ventiquattr'ore;  invece  il  giorno  degli
    sponsali,  quando  il  padre e la matrigna con gl'invitati andarono al
    Municipio,  egli non era ancora arrivato.  Non arriv neppur la  sera,
    quando  gli  sposi tornarono dalla chiesa: uno scandalo straordinario,
    la servit che mormorava,  i lavapiatti  sulle  spine,  la  sposa  che
    sorrideva  per  forza,  Lucrezia  che  ripeteva ogni quarto d'ora: "Ma
    Consalvo? Perch non lo mandate a chiamare?..." nonostante le avessero
    spiegato parecchie volte che  il  giovanotto  era  in  campagna,  alla
    Piana.  Il principe, un poco pallido, diceva che doveva esser capitata
    qualche disgrazia alla  comitiva;  infatti  nessuno  dei  compagni  di
    Consalvo  era ancora tornato,  e la duchessa Radal e il duca Michele,
    suo figlio,  mandavano ogni mezz'ora a  casa,  inquieti  per  il  loro
    Giovannino.  La barca capovolta, al Biviere? La carrozza ribaltata? Un
    fucile,  Dio  liberi,   scoppiato?...   Donna  Ferdinanda  era  invece
    tranquillissima, sapeva bene che il suo protetto aveva dovuto combinar
    la  cosa  per  non assistere alla cerimonia nuziale;  e in cuor suo lo
    approvava.  Bella sciocchezza,  da parte di Giacomo,  quella di dar  a
    intendere  che  si  ammogliava  per  non  lasciar senza madre i propri
    figli! I suoi figli non erano pi bambini, da doverli allattare!...  E
    poi,  e poi, che grande autorit aveva esercitato su loro la madre! il
    principe non le aveva mai permesso d'attaccar loro un bottone! Adesso,
    invece,  che si sarebbe visto?  La pettegola cugina far da padrona  in
    casa Francalanza!
    La  zitellona diceva queste cose,  piano,  all'orecchio di Chiara e di
    Lucrezia,  le quali le ripetevano al marchese,  a don Blasco;  e tutti
    riconoscevano  che  Giacomo  sposava  Graziella unicamente perch,  da
    giovane,  s'era messo in capo di sposarla.  La madre non aveva voluto,
    ed egli s'era piegato, allora, alla ferrea volont di lei; pareva anzi
    aver  dimenticato la propria,  trattando la cugina freddamente,  quasi
    non l'avesse pensata mai,  badando solo agli affari;  ma appena finito
    di accomodarli,  egli s'era messo con l'antica innamorata, e ora, dopo
    tanti anni,  non pi giovane,  con due figli  grandi  e  grossi  sulle
    spalle,  il suo primo pensiero, appena libero, era quello di sposarla,
    vedova, invecchiata, imbruttita, pur di prendere la rivincita,  pur di
    disfare  l'opera  della madre.  Non l'aveva disfatta in un altro modo,
    eludendo  le  volont  che  ella  aveva  manifestate  nel  testamento,
    spogliando  i  legatari e il coerede?  E che restava oramai dell'opera
    della defunta?  Raimondo non aveva anch'egli  disfatto  il  matrimonio
    voluto  da  lei?  Lucrezia  che  doveva  restare  in  casa  non  s'era
    sposata?...   "Strambi!...    Cocciuti!...    Pazzi!..."   Cos   essi
    scambiavansi le stesse accuse; ma stavolta tutti erano stati d'accordo
    nel biasimare il principe, nel coalizzarsi contro di lui; ad eccezione
    del  solo  Priore.  Gli interessi mondani,  le lotte della famiglia lo
    lasciavano adesso molto pi indifferente di prima,  sul punto  com'era
    di  partire per Roma.  Dopo la soppressione dei conventi tutti avevano
    riconosciuto, alla Curia, che il dotto e santo Cassinese doveva andare
    avanti in altro modo.  Gli era  stato  offerto  un  vescovato,  a  sua
    scelta;  ma  egli,  che  mirava  pi  alto,  aveva chiesto di andare a
    Propaganda.  E giusto in quei giorni,  con la  nomina  di  Vescovo  in
    partibus,   era   stato   chiamato  alla  grande  Congregazione.   Che
    gl'importava del matrimonio del fratello, del testamento della madre e
    di tutte le trame meschine che  ordivano  i  suoi?  A  Roma  egli  era
    preceduto da una fama cos chiara,  da raccomandazioni tanto efficaci,
    che  in  poco  tempo  era  sicuro  di  raggiungere,   con  la  propria
    accortezza,  i  pi  alti  gradi  della  gerarchia...  Come a lui,  lo
    scioglimento delle corporazioni religiose  aveva  dato  a  don  Blasco
    altri desideri,  altre ambizioni. Convertiti in bella rendita sul Gran
    Libro i quattrini portati via dal convento, il monaco aveva finalmente
    visto avverarsi il sogno della sua giovinezza: aver  del  suo,  essere
    capitalista.  Allora  aveva  quasi dimenticato l'odio contro il rivale
    nipote,  non s'era pi curato n di lui n degli altri.  Ma l'appetito
    vien mangiando,  dice il proverbio,  e don Blasco non si contentava di
    quelle poche migliaia d'onze, voleva arricchire per davvero,  studiava
    il  modo  di  batter  moneta.  Pertanto voleva assaggiare i beni delle
    Cappellanie e dei Benefizi;  e  vedendo  che  Giacomo  gli  dava  erba
    trastulla  e  nonostante  le  promesse  iniziava  la  causa  per conto
    proprio,  era stato l'anima della lega ordita contro di lui,  mettendo
    in  opera  il  sistema  da lui adoperato contro i fratelli.  Chi la fa
    l'aspetta,  dice un altro proverbio,  e il principe,  che s'era  fatto
    pagare  da Raimondo e da Lucrezia per dar loro il suo appoggio,  aveva
    dovuto chiuder la bocca allo zio perch  questi,  che  non  aveva  mai
    avuto  peli sulla lingua,  s'era messo a cantare che la faccenda della
    morte della principessa non era tanto liscia,  e che aver costretto la
    "povera  Margherita"  a  scappare  a Cassone mentre stava cos male ed
    aveva anzi i primi sintomi del colera era stato un  voler  sbarazzarsi
    di  lei,  dopo  averle  dettato  un  testamento  nel quale s'era fatto
    lasciare ogni cosa, e niente ai figli;  e che la freddezza di Consalvo
    non era poi senza ragioni,  e che... e che... Allora il principe aveva
    riconosciuto i diritti della parentela alla spartizione  dei  beni,  e
    tutti  s'erano  placati.   Placati  in  apparenza,  perch  i  rancori
    ribollivano sordamente.  Giacomo non se la poteva prendere col monaco,
    per non disgustarselo,  adesso che aveva quattrini,  n, per la stessa
    ragione, con la zia Ferdinanda;  tanto meno col duca alla cui autorit
    di deputato ricorreva per essere assistito contro il fisco rapace.  Ma
    sfogava contro tutti gli altri, incagnato,  una furia.  L'agente delle
    tasse,  specialmente,  un certo Stravuso, era il suo incubo: oltre che
    di ingordo,  costui  aveva  la  fama  di  terribile  iettatore,  e  il
    principe,  pigliandosela con lui,  non lo poteva neppur nominare dalla
    paura; non lo chiamava altrimenti che "Salut'a noi!" tenendo nel pugno
    un amuleto,  un ignobile pezzo di ferro a foggia di  mano  che  fa  il
    segno delle corna.
    "Che io parli con Salut'a noi?..." diceva allo zio,  quella sera degli
    sponsali.  "Fossi  pazzo!...  Fatelo  andar  via!  Fatelo  traslocare,
    cotesto ladro imboscato per spogliar la gente!...  Non gli basta farmi
    pagare  il  venti  per  cento  sugli  svincoli,  la  doppia  tassa  di
    successione fra estranei!  Ma se fossimo estranei non erediteremmo!  I
    beni vengono a noi appunto perch i fondatori furono nostri antenati!"
    Il duca,  che portava al cielo le nuove leggi,  gli consigliava di non
    lagnarsi:  anche  dedotto  il  venti per cento,  il resto era tanto di
    guadagnato. L'importante in tutto questo, per il legislatore,  era che
    tante  propriet  e  tante  rendite  fossero  sottratte  ai  monaci  e
    destinate ad impinguare la fortuna dei privati  cittadini,  quindi  ad
    aumentare la pubblica prosperit. Perci, aspettando di prender la sua
    parte   nella   divisione  dei  beni  svincolati,   egli  era  rimasto
    aggiudicatario del Carrubo e di Fontana Rossa,  due feudi della  bada
    di  San  Giuliano,  dei quali a giorni sarebbe entrato in possesso,  e
    incitava il  nipote  a  fare  altrettanto,  a  scegliere  qualche  bel
    tenimento di terre da pagare a tanto l'anno con gli stessi frutti e da
    migliorare in modo da moltiplicarne il valore; ma il principe:
    "Eccellenza,  non  posso.  Il  confessore  non vuole.  Me l'ha messo a
    scrupolo di coscienza;  e giusto in questa circostanza solenne del mio
    matrimonio   intendo  rispettarlo.   Ci  non  vuol  dire  che  Vostra
    Eccellenza abbia fatto male; ma i nostri casi sono diversi..."
    Il duca lo guard un poco nel bianco degli occhi,  come per sincerarsi
    se  diceva  sul serio o se scherzava;  poi usc nella stessa obiezione
    che il principe aveva rivolta a don Blasco:
    "O allora perch rivendichi i beni delle Cappellanie?  Non sono  della
    Chiesa anche quelli?"
    "Eccellenza  no,"  rispose  il  principe.  "La  Chiesa ne era semplice
    amministratrice,  secondo l'intenzione dei fondatori.  Le sole rendite
    debbono  essere convertite a scopi sacri,  e di ci siamo responsabili
    tutti..."
    Mentre  essi  tenevano  questi  discorsi,   l'assenza  del  principino
    continuava  a  far ciarlare gli altri parenti,  di nascosto alla nuova
    principessa,  la quale si mostrava sovrappensieri,  temendo,  come  il
    marito,  non  fosse capitato un accidente al giovanotto,  e parlava di
    spedir messi alla Piana per appurare che cos'era successo.  Nonostante
    l'inquietudine,  ella  badava  al  servizio,  dava  ordini sottovoce a
    Baldassarre,   insisteva  perch  gl'invitati  riprendessero  dolci  e
    gelati,  esercitando  cos  per la prima volta l'ufficio di padrona di
    casa.  Don Blasco non si facea pregar molto: adesso che a  San  Nicola
    c'era tanto di catenaccio, egli poteva far tardi quanto gli piaceva; e
    mentre  masticava  a  due palmenti,  utilizzava il suo tempo chiedendo
    informazioni alla gente sulle firme solvibili, giacch anch'egli s'era
    messo a dar quattrini in piazza.  Di tanto in tanto s'avvicinava anche
    al  crocchio d'uomini in mezzo al quale il duca,  finito di discorrere
    col  nipote,  parlava  delle  pubbliche  faccende.  La  quistione  che
    impensieriva pel momento il deputato era quella del Municipio. Le cose
    vi andavano male, gli amici del grand'uomo lo pregavano con insistenza
    di  prenderne  le  redini,  di  dare  questa nuova prova di affetto al
    paese;  ma egli dichiarava che non la volont ma la forza  gli  faceva
    difetto.  Era gi deputato, consigliere comunale e provinciale, membro
    della  Camera  di  commercio,  del  Comizio  agrario,  presidente  del
    consiglio  d'amministrazione  della  Banca di Credito,  consigliere di
    sconto alla Banca Nazionale e al Banco di Sicilia e, come se non fosse
    abbastanza, lo mettevano in tutte le giunte di vigilanza,  in tutte le
    commissioni  di inchiesta.  Ad ogni nuova nomina,  egli protestava che
    era troppo,  che non aveva tempo di grattarsi il capo,  che  bisognava
    dar  luogo  ad  altri,  ma dopo una lunga e cortese discussione doveva
    finalmente arrendersi alle insistenze degli amici.  Gli  avversari,  i
    repubblicani,  i  malcontenti gridavano contro questo accentramento di
    tanti uffici in una stessa persona; e giusto il duca s'era fatto forte
    di tale ragione per rifiutare la sindacatura. Benedetto,  dopo il gran
    dolore  delle  disgrazie  sofferte,  ricominciava  allora ad occuparsi
    degli affari  pubblici,  e  insisteva  presso  lo  zio,  gli  ripeteva
    l'invito  a  nome  del  Consiglio  comunale,  adducendo la mancanza di
    persone capaci.
    "Non mi darai a intendere," rispose il deputato,  "che io  solo  possa
    fare il sindaco! Perch non lo fai tu?"
    "Perch io non ho i titoli di Vostra Eccellenza!"
    "Dimmi che accetti, e fra quindici giorni avrai la nomina."
    Benedetto continuava a schermirsi, sorridendo, fingendo di non credere
    alla seriet dell'offerta; in cuor suo, egli non desiderava di meglio;
    ma  una  grande  difficolt lo arrestava: l'opposizione di sua moglie.
    Costei dimostravasi sempre pi  irascibile  quando  udiva  parlare  di
    cariche   pubbliche,   di  uffici  elettivi,   di  politica  liberale;
    minacciava di far mandare ruzzoloni gi per le scale  le  persone  che
    venivano  a  cercar di lui nella sua qualit di consigliere comunale o
    di presidente del Circolo Nazionale;  di lacerare,  prima che egli  le
    leggesse,  le  carte  indirizzate  a  suo marito.  Se gli moveva tanta
    guerra  per  cos  poco,  che  avrebbe  fatto  sapendolo  sindaco?   E
    Benedetto,  soggiogato  dal  timore,  si schermiva contro le rinnovate
    offerte dello zio, il quale,  come argomento irresistibile,  riserbato
    per  il  colpo  di grazia,  gli diceva: "Il giorno che io mi ritirer,
    troverai preparato il terreno..."
    Mentre il deputato insisteva,  e Lucrezia sparlava di suo  marito  con
    Chiara,  e  donna  Ferdinanda sparlava del principe col marchese,  e i
    lavapiatti facevano la corte alla  nuova  principessa,  e  don  Blasco
    ciaramellava da un gruppo all'altro,  s'ud il fracasso d'una carrozza
    che arrivava di carriera e tutti esclamarono:
    "Consalvo!... Il principino!..."
    Baldassarre erasi precipitato  ad  incontrarlo.  Il  giovanotto  aveva
    l'abito  in  assetto  e  gli  stivaloni puliti come sul punto di andar
    fuori;  ma al maestro di casa che gli domandava ansiosamente che  cosa
    fosse successo:
    "Sono vivo per miracolo," rispose.
    Entrato nel salone,  mentre tutti gli si affollavano intorno, cominci
    a narrare la storia d'un accidente complicatissimo, il suo smarrimento
    nel Biviere, la fame sofferta per dodici ore, il naufragio della barca
    che lo portava. "Ges!... Ges!...
    Santo  Dio  d'amore!..."  esclamavano  tutt'intorno;  la  principessa,
    specialmente, ripeteva ogni momento:
    "Ah,  questa  caccia!...  Figlio  mio!...  Che  paura!...",  lo stesso
    principe mostrava di credere quella storia,  e  tutti,  per  prudenza,
    fingevano   di   rallegrarsi  dello  scampato  pericolo;   solo  donna
    Ferdinanda increspava le labbra sottili ad un ironico sorriso, sapendo
    bene che  il  suo  protetto  non  aveva  corso  pericolo  di  sorta...
    Benedetto,  frattanto,  riferiva sottovoce alla moglie l'offerta della
    sindacatura fattagli dallo zio e il proprio rifiuto. Lucrezia si volt
    a guardarlo in faccia e gli disse sul muso:
    "Sempre bestia sarai?"


    Le era parso che quel titolo di sindaco avrebbe nobilitato in  qualche
    modo il marito,  conferendogli l'autorit, il lustro, l'importanza che
    non aveva;  invece,  dopo che il duca ottenne per Giulente la  nomina,
    s'accorse   che  gli  restava  pi  Giulente  di  prima,   una  specie
    d'impiegato,  un miserabile passacarte,  un servitore del pubblico.  E
    quando le diedero della sindachessa,  arross come un papavero,  quasi
    l'insultassero,   quasi  le  intonazioni  pi  complimentose   fossero
    studiate  e  nascondessero  un  ironico  dileggio.  Ella non diede pi
    quartiere a Benedetto;  dopo  averlo  spinto  ad  accettar  l'ufficio,
    gliene  rinfacci  l'inutilit,   le  noie,  i  pericoli;  se  per  la
    moltitudine degli affari egli tornava a casa pi tardi  del  consueto,
    stanco,  affamato,  l'accoglieva con tanto di muso, gli faceva trovare
    la tavola mezza sparecchiata e il desinare freddo;  se veniva gente  a
    chieder  del sindaco,  ella gridava alla cameriera: "Non c'!  Non c'
    nessuno!  Mandate via cotesti seccatori!..." in modo che  i  seccatori
    udissero  e  che  passasse  loro  la  voglia  di mai pi tornarci;  se
    Giulente,  ci nonostante,  riceveva quella gente,  per prudenza,  per
    necessit,  ella  si  metteva lo scialle in testa e se ne andava dalle
    parenti, o dalle amiche, e cominciava a sfogarsi:
    "Non ci posso pi reggere! Mi par d'impazzire! Che vita d'inferno!  Se
    avessi saputo!..."
    Secondo  che  le dimostravano il suo torto e l'affezione e il rispetto
    di cui Benedetto la  circondava,  la  sua  avversione  cresceva:  ella
    immaginavasi d'esser maltrattata,  attribuiva al marito ogni specie di
    torti.  Poich i Giulente non avevano avuto concessione di  feudi,  lo
    giudicava miserabile;  ma, non potendo ragionevolmente dare a intender
    questo, l'accusava d'avarizia. Egli la lasciava libera di spendere ci
    che voleva ma, fittosi in capo che fosse avaro, la fissazione prendeva
    nel cervello di lei pi consistenza di un fatto;  e con  l'aria  d'una
    vittima  rassegnata  al  suo  destino,  quasi piangendo,  rifiutava di
    comperar  nulla  per  s,  rinunziava  agli  abiti,  ai  cappelli,  ai
    gioielli, andava attorno come una cameriera. Suo marito non riusciva a
    strapparle la spiegazione di quella sciatteria;  ma al palazzo ella si
    nettava la bocca contro di lui, e se il principe o donna Ferdinanda le
    rammentavano che smania aveva avuto di sposarlo,  se la  prendeva  con
    loro:
    "Perch  non mi apriste gli occhi?  Che ne sapevo!  Toccava a voialtri
    avvertirmi!"
    "Oh! Oh! Hai dunque dimenticato tutto quello che facesti?"
    "Che ne sapevo!  Colpa vostra  che  non  v'ostinaste  a  impedirmi  di
    commettere una pazzia!"
    E questa nuova idea le s'inchiodava talmente in testa,  che sfogandosi
    coi primi venuti,  lagnandosi della propria infelicit con gente a cui
    aveva parlato appena una volta, ella l'adduceva a propria discolpa:
    "La  mia  famiglia m'ha fatto un tradimento.  Questo marito non faceva
    per me: me l'hanno dato per forza... sono stata sacrificata!..."
    Poi denigrava in altro modo  Giulente,  metteva  in  ridicolo  il  suo
    patriottismo, lo attribuiva all'ambizione o lo negava del tutto.
    "Cotesto sciocco ha fatto il liberale per essere qualche cosa.  Ma non
     divenuto niente,  ed  ha  fatto  meno  che  niente.  Il  ferito  del
    Volturno? Guardategli la coscia: l'ha pi sana delle mie!"
    Diceva  spesso  cose pi enormi,  senza pudore,  un poco perch non ne
    comprendeva la sconvenienza,  un poco perch credeva le  fosse  lecito
    tutto.  Non  si  levava mai prima di mezzogiorno,  e per due buone ore
    restava discinta,  con una gonna sulla camicia,  il collo e le braccia
    nudi,  i piedi nudi, nelle pantofole; si mostrava cos al cameriere ed
    al cuoco, era capace di ricevere anche qualche visita; e se Benedetto,
    presente, esclamava, giungendo le mani: "Ma Lucrezia?  Per carit!..."
    ella  lo guardava stupita,  spalancando tanto d'occhi: "Che c'?  Sono
    visite di confidenza!  Ho da mettermi gli abiti da ballo?  Quelli  che
    m'hai  fatto  venire  da  Parigi?..." E se egli le diceva di ordinarli
    pure,  di spendere tutto quel che  voleva,  ella  si  stringeva  nelle
    spalle: "Io? A che pro? Per qual Santo? Non vado pi da nessuna parte,
    non conosco pi nessuno della mia societ! Risparmia, risparmia i tuoi
    quattrini!..."
    Messo con le spalle al muro, egli perdeva talvolta la pazienza; allora
    ella minacciava d'andarsene via.
    "Ah,  la  prendi  su  questo tono?  Bada che ti pianto!...  Non mi far
    saltare il ticchio d'andar via,  perch altrimenti non  mi  tratterrai
    neppur con gli argani!... Sai come siamo noi Uzeda, quando ci mettiamo
    una  cosa in testa!  Raimondo ha posto il mondo sottosopra per piantar
    sua moglie e prenderne  un'altra!  Giacomo  aveva  giurato  di  sposar
    Graziella, ed ha fatto morire quella disgraziata prima del tempo..."
    "Taci!... Che dici!..."
    Egli sopportava pertanto le stramberie, i capricci, le contraddizioni,
    i  rimproveri,  le ironie di lei.  Ma la sorda guerra della moglie non
    gli noceva meno della protezione dello zio duca.  Questi,  che  oramai
    non andava pi alla capitale,  consacrava tutto il suo tempo ai propri
    affari, badava alle cose di campagna, migliorava le propriet comprate
    dalla manomorta,  speculava sugli appalti,  si giovava del suo credito
    presso  le  amministrazioni  pubbliche  per  rifarsi  di  quel che gli
    costava la rivoluzione.  E con  l'aria  di  consigliare  Giulente,  lo
    persuadeva  a fare ci che voleva.  Ufficialmente,  il sindaco era suo
    nipote; in fatto, era egli stesso.  Non si rimuoveva una seggiola,  al
    Municipio,  senza  la  sua approvazione;  ma specialmente nella nomina
    degli  impiegati,   nella  concessione  di  lavori   pubblici,   nella
    distribuzione  di  incarichi  gratuiti  ma indirettamente o moralmente
    profittevoli,  egli faceva prevalere la propria volont,  proteggeva i
    suoi  fedeli,  fossero  anche  inetti,  metteva avanti la gente da cui
    poteva sperare qualcosa in cambio,  non dava quartiere  a  quelli  del
    partito  avverso,  qualunque  titolo possedessero,  da qualunque parte
    glieli raccomandassero.  Aveva  l'abilit  di  fingersi  assolutamente
    disinteressato,  di  spingere  il  nipote  a  fare ci che egli stesso
    voleva come se invece non gl'importasse nulla di nulla, e il Municipio
    diventava  cos,   a  costo  di  patenti  ingiustizie,   di  manifeste
    violazioni  della  legge,   un'agenzia  elettorale,  una  fabbrica  di
    clienti.
    Per  rispetto  e  per  soggezione,  soprattutto  per  la  speranza  di
    raccogliere   l'eredit  politica  dello  zio,   Benedetto  non  osava
    contrariarlo;  se,  per qualche fatto  pi  grave  degli  altri,  egli
    esitava un momento, il duca vinceva quegli scrupoli, o adducendogli le
    necessit della lotta politica, o impegnandosi a riparare pi tardi, o
    facendogli  semplicemente  comprendere che,  in fin dei conti,  a quel
    posto l'aveva messo lui,  perci conveniva che facesse ci che  a  lui
    piaceva.  Per  compenso,  gli garantiva l'appoggio del governo e della
    prefettura, lo sosteneva in consiglio, tesseva i suoi elogi perfino in
    famiglia,  tenendo fronte a Lucrezia,  che lo  vilipendeva  dinanzi  a
    tutti.  Costei,  per  far la corte allo zio,  rispondeva che un po' di
    bene suo marito lo faceva solo  quando  seguiva  i  consigli  di  lui;
    viceversa,  da  sola  a  solo con Benedetto,  gli rinfacciava la cieca
    obbedienza prestata al duca.
    "Bestia! Sciocco!  Stupido!  Non capisci che ti spreme come un limone?
    Che  vuol  prendere la castagna dal fuoco senza scottarsi?...  Almeno,
    sapessi farti dare la tua parte!"
    E gli consigliava di mettersi  nei  loschi  affari  del  deputato,  di
    vendere  la  propria  autorit,  di  farsi  pagare gli atti che era in
    dovere di compiere; e ci senza scrupoli, come una cosa naturalissima,
    come avevano fatto i Vicer al tempo della loro potenza. Cos,  un po'
    per  la  moglie,  un  po' per lo zio,  Giulente commetteva ingiustizie
    d'ogni sorta rifiutandone il prezzo,  metteva a rischio la  sua  bella
    riputazione di liberale disinteressato,  di "ferito del Volturno".  Ma
    l'ambizione lo  accecava,  egli  voleva  rappresentare  una  parte  in
    politica,  e  il  Parlamento  era  la  mta per la quale sopportava il
    Municipio.  Poich presto o tardi il duca si  sarebbe  ritirato,  egli
    voleva  sostituirlo;  tutta  la  parentela uccellava i quattrini messi
    assieme dal deputato,  egli aspirava all'eredit politica;  il  seggio
    alla  Camera  sarebbe  stato  la  conferma,  il riconoscimento del suo
    patriottismo, della sua capacit. Pertanto, il disprezzo di sua moglie
    cresceva: ella  non  capiva  che  si  potesse  esercitare  un  ufficio
    pubblico   pel   piacere  di  esercitarlo,   senza  specularci  sopra,
    perdendoci il tempo, trascurando per esso ogni altra occupazione,  non
    badando  agli  affari propri,  non andando mai in campagna,  lasciando
    fare ai castaldi e agli affittaiuoli.  Quasi che  potesse  permettersi
    questo lusso! Quasi fosse il principino di Mirabella!...
    Consalvo, s, poteva fare e faceva quel che gli piaceva. Non solo egli
    non badava agli affari di casa - ch suo padre ci pensava per lui - ma
    non stava in casa se non per dormire - quando ci dormiva.  Lasciata la
    camera che aveva occupata al ritorno dal convento, s'era accomodato un
    quartierino al primo piano, dalla parte del secondo cortile, sfondando
    muri, murando finestre,  aprendo una nuova scala,  disordinando ancora
    un  altro  poco  la  pianta del palazzo.  Il principe l'aveva lasciato
    fare.  Non contento di starsene cos interamente segregato  dal  resto
    della  famiglia,  con  persone di servizio esclusivamente addette alla
    sua persona, adesso desinava solo, dichiarando che le ore di suo padre
    non gli convenivano.  E il principe si piegava  anche  a  questo,  con
    grande stupore di quanti conoscevano la sua prepotenza, il suo bisogno
    d'assoluto  comando.  Il  giovanotto  faceva  la  bella vita: cavalli,
    carrozze, caccia, scherma, giuoco ed il resto. Finito, dopo l'incendio
    del Sessantadue, il Casino dei Nobili, egli aveva fondato, insieme con
    qualche dozzina di compagni,  un club  che  era  la  risurrezione  pi
    elegante e pi ricca dell'antica istituzione: quantunque solo i nobili
    autentici  vi  fossero  ammessi,  Consalvo  vi aveva ficcato due o tre
    giovanotti che non  appartenevano  alla  casta,  ma  gli  facevano  da
    mezzani.  Accordava  la sua protezione e la sua amicizia solo a quelli
    che lo servivano, che lo ammiravano,  che gli facevano la corte.  Come
    al  Noviziato,  anche  adesso  derideva i meno nobili e meno ricchi di
    lui: un motivo di cruccio contro suo padre era appunto  l'avarizia  di
    costui che si lasciava prender la mano dai nuovi arricchiti.  Il lusso
    esteriore degli Uzeda,  che prima del Sessanta  pareva  straordinario,
    adesso  cominciava  ad  esser  agguagliato se non superato dalla gente
    rifatta,  e mentre al  palazzo  i  mobili  di  cinquant'anni  addietro
    cadevano  a  pezzi  e  le livree del secolo passato servivano al pasto
    delle tignole, c'era gente che spendeva un occhio del capo a metter su
    case ed equipaggi col gusto moderno.  Ma agli occhi  del  principe  la
    vecchiaia  dei  mobili  e  delle  livree  era  come un altro titolo di
    nobilt; e se tutti tenevano adesso il guardaportone, mentre vent'anni
    addietro c'era in citt solo quello  di  casa  Uzeda,  chi  aveva  nel
    vestibolo la rastrelliera?...  Del resto,  Consalvo lavorava per conto
    suo a distruggere  gli  effetti  della  spilorceria  paterna.  Quando,
    dall'alto  di  un  break  o d'uno stage,  attillato negli abiti venuti
    apposta da Firenze,  guidava come il pi esperto cocchiere un  tiro  a
    quattro,  fermandosi  per far salire gli amici che incontrava lungo la
    via,  avanzando poi tutti gli altri equipaggi,  frustando come i  suoi
    antenati  i cocchieri che osavano contrastargli il passo,  la gente si
    fermava ad ammirare,  a ripetere il suo nome e il suo  titolo  con  un
    senso  d'alterezza,  quasi un poco del suo lustro si riversasse su chi
    poteva salutarlo,  su chi lo conosceva almeno di  nome,  sulla  stessa
    citt  che  gli  aveva dato i natali.  Se egli comperava o vendeva una
    pariglia di cavalli,  se mandava via o  riprendeva  un  servitore,  se
    vinceva  o  se  perdeva  al  giuoco,  le notizie di questi avvenimenti
    facevano le  spese  delle  conversazioni;  la  sua  antipatia  per  la
    madrigna  gli  era ascritta generalmente a lode,  spiegata com'era col
    rispetto da lui  portato  alla  memoria  della  madre;  tutti  avevano
    interesse e premure di dargli moglie, e di tanto in tanto la voce d'un
    possibile matrimonio circolava per ogni dove, finch, ripetuta dinanzi
    a  lui,  lo  faceva  scoppiare  in  una  risata.  Per  ora egli voleva
    divertirsi; ci sarebbe poi stato tempo ad incatenarsi. E le sue visite
    assidue a questa od a quella signora, i vistosi regali che faceva alle
    cantanti ed alle attrici spiegavano la  sua  risposta:  tornavano  per
    Pasqualino  Riso  i  bei tempi del contino Raimondo: il padroncino gli
    faceva guadagnare il pane.
    Le  sue  gesta  avevano  anche  un  altro  campo,  meno  elegante,  ma
    altrettanto  famoso.  Insieme  con  gli  amici pi scapestrati,  aveva
    combinato una compagnia che era, la notte,  il terrore di mezza citt.
    Armati  di  stocchi,  di  rivoltelle  o  anche  di  semplici coltelli,
    portavano a spasso le ciarpe d'infima classe, cantando a squarciagola,
    spegnendo i fanali del gas,  attaccando briga  coi  passanti,  facendo
    aprire  per  forza,  a  furia di schiamazzi e di sassate ai vetri,  le
    taverne e le case pubbliche,  giocando  al  tocco  o  a  briscola  coi
    bertoni,  ordinando  cene  che  finivano  con  la  rottura di tutte le
    stoviglie: i padroni li lasciavano  sbizzarrire  perch,  se  facevano
    danni,  sapevano anche risarcirli.  Certe volte,  per, per capriccio,
    pel gusto  di  commettere  un  sopruso,  per  esercitare  l'ereditaria
    prepotenza dei Vicer, il principino non voleva pagare lo scotto, o lo
    pagava a legnate;  e,  mentre profondeva i quattrini con le donne, era
    capace di portar via a certe povere diavole, per spasso, i pochi soldi
    che  avevano  in  tasca  -  salvo  a  compensarle  un'altra  volta   -
    lasciandole  intanto  piangenti o vomitanti un sacco di sozzure che lo
    facevano ridere a crepapelle.
    Spesso scendeva con la sua comarca al  porto,  andava  a  far  baccano
    nelle  taverne  dove  i marinai inglesi s'ubriacavano come bruti: egli
    saliva  sopra  una  tavola,   prendeva  la  parola  senza  soggezione,
    predicava  la Regola di San Benedetto,  ripeteva le sentenze politiche
    dello zio duca e di Giulente; senza sapere una parola d'inglese teneva
    lunghi discorsi,  serio serio,  ai marinai foggiando per proprio uso e
    consumo  una  lingua che nessuno intendeva;  la cosa spesso finiva con
    una partita di box e relative ammaccature  di  costole  e  rotture  di
    stoviglie...  Se lo avesse visto fra' Carmelo! il fratello appariva di
    tanto in  tanto  al  palazzo,  sempre  pi  magro  e  stralunato,  per
    ricantare   il   consueto:   "Me   n'hanno  cacciato!...   Me  n'hanno
    cacciato!..." Non gli strappavano di bocca nient'altro.  Quando  nelle
    sue escursioni notturne Consalvo andava dalle parti di San Nicola,  lo
    incontrava immancabilmente,  errante per le  vie  del  quartiere  come
    un'anima in pena o fermo a considerare la massa scura del convento; il
    principino,  alterando la voce,  gli dava la baia, lo chiamava: "Padre
    Priore!...  Padre Abate!...  Dove sono i porci di Cristo?..."  tra  le
    risa della comitiva.
    Egli ne era l'anima,  il capo riconosciuto e obbedito. Giovanni Radal
    veniva spesso con lui; ma quantunque ora fosse libero, ricco e barone,
    non aveva l'umore  costante:  talvolta  faceva  pazzie  straordinarie,
    talaltra frenava i compagni;  pi spesso,  prendendo parte ai bagordi,
    aveva la ciera funebre,  un riso falso.  Di tanto in tanto scompariva,
    se  ne  andava  ad Augusta,  nelle terre lasciategli dallo zio,  donde
    nessuno riusciva a scovarlo, se egli stesso,  mutata fantasia,  non si
    decideva a tornare. Allora Consalvo lo trascinava ai bagordi.
    Una  notte,  per quistione di donne,  la banda venne alle mani con una
    comitiva di popolani,  di barbieri,  di sensali;  piovvero le legnate,
    luccicarono i coltelli,  ma per buona sorte,  sopravvenute le guardie,
    tutti scomparvero. I bastonati,  i mariti canzonati,  le vittime della
    loro  prepotenza  non  osavano  ricorrere:  se  qualcuno minacciava di
    querelarsi,  la gente  lo  dissuadeva,  considerando  chi  erano  quei
    signori: il barone Radal,  il principino di Mirabella,  il marchesino
    Cugn! E la polizia, se ricorrevano ad essa, faceva accomodar la cosa:
    qualche biglietto di banca,  e tutti lesti.  Ma il prestigio  di  quei
    nomi  era  tale che pochi osavano lagnarsi;  la pi parte si stimavano
    onorati di competere con quei signori,  li  ammiravano,  parlavano  di
    loro  col massimo rispetto.  In carnevale,  la mascherata favorita dei
    monelli, dei facchini,  era quella del barone: sui calzoni a sbrendoli
    e  sulle  camicie rattoppate,  un vecchio abito a coda di rondine,  un
    enorme colletto di carta, una tuba di cartone alta quanto una canna di
    camino: andavano cos a crocchi chiamandosi scambievolmente,  ad  alta
    voce,  fra  le  risa  dei  passanti,  col nome dei baroni per davvero:
    "Addio,  Francalanza!...  Radal,  come stai?...  Andiamo  al  teatro,
    marchese!..."
    Senza quei nobili l'operaio come avrebbe fatto?  il loro lusso, i loro
    piaceri,  le loro stesse pazzie erano altrettante occasioni perch  la
    gente minuta lavorasse e buscasse qualcosa! E il principino spendeva e
    spandeva,  regalmente,  come  se avesse le mani bucate.  Suo padre gli
    pagava i cavalli e le carrozze,  i fucili  e  i  cani,  e  pei  minuti
    piaceri  gli  passava  cento  lire il mese;  ma Consalvo,  alle volte,
    perdeva in una  notte  la  pensione  dell'anno  intero;  e  il  domani
    ricorreva  a  tutti gli usurai della citt,  i quali,  contro la firma
    d'una cambialina, gli davano quel che voleva. Quanto ai parenti,  essi
    o  lo incoraggiavano a scialare,  o non si occupavano di lui,  o erano
    disarmati dalla sua politica,  giacch egli sapeva prenderli pel  loro
    verso,  secondando  le fisime di ciascuno.  Solo Benedetto comprendeva
    che quella vita doveva  costargli  molto  e  sospettava  qualcosa  dei
    debiti; ma il giovanotto lo tirava dalla sua, sollecitandolo nella sua
    vanit di patriotta, di ferito del Volturno, di futuro deputato; e del
    resto  se  Benedetto  manifestava  le proprie paure alla moglie perch
    questa mettesse sull'avviso il principe:
    "Di che ti mescoli?" saltava su Lucrezia.  "Lascialo fare!  Credi  che
    mio  nipote  sia un pezzente,  da non potersi permettere questo lusso?
    Pu pagarli i suoi debiti, se mai!"
    Donna Ferdinanda da canto suo andava in estasi per la riuscita del suo
    protetto e,  dalla soddisfazione,  gli  regalava  di  tanto  in  tanto
    qualche  biglietto  da  cinque  lire  che il giovanotto,  dopo essersi
    profuso in ringraziamenti, lasciava come mancia al cameriere del Caff
    di Sicilia. Il duca, ingolfato negli affari, aveva qualche sentore dei
    pasticci del pronipote,  ma bastava a costui dargli del salvatore  del
    paese, del grande statista o profetargli un posto al Ministero, perch
    il  deputato  si  chetasse.  Pi  tardi,  per ingraziarsi meglio donna
    Ferdinanda,  Consalvo le dava ragione se  l'udiva  gridare  contro  il
    fedifrago;  e  in questo era sincero,  perch,  senza mescolarsi nella
    politica,  egli  parteggiava  pel  governo  assoluto,  protettore  dei
    signori,  sciabolatore  della  canaglia.  Questi  sentimenti  per non
    gl'impedivano di prender con le buone lo zio Giulente,  al  quale  non
    dava  tuttavia  dell'Eccellenza,  ma  del  semplice  voi;  e pi tardi
    conveniva con la zia Lucrezia se costei lagnavasi di quella bestia del
    marito. Cos, nonostante la freddezza col padre,  seguiva l'esempio di
    lui,  pigliando  ciascuno  pel suo verso,  secondando le fissazioni di
    tutti gli Uzeda.  La zia Chiara gi  parlava  d'adottare  il  bastardo
    della cameriera: egli approvava questa risoluzione. Lo zio Ferdinando,
    credutosi  affetto da tutte le malattie quando vendeva salute,  adesso
    che deperiva visibilmente  credeva  invece  d'esser  sanissimo  e  non
    poteva  soffrire che la gente gli consigliasse di chiamare un dottore:
    Consalvo si rallegrava con lui per  l'ottima  ciera...  Quanto  a  don
    Blasco,  da un pezzo non si faceva pi vedere al palazzo. Dacch stava
    per casa sua,  amministrando i  propri  capitali,  la  sua  smania  di
    criticar  tutto  e tutti in famiglia era finita: quando capitava tra i
    parenti,  discorreva un poco del pi e del meno e andava  via  presto.
    Per non star solo, in casa, s'era messo dentro la Sigaraia, suo marito
    e  le sue figlie;  talch ora,  servito di tutto punto,  non aveva pi
    bisogno di nulla.  E,  da un certo tempo,  era  diventato  addirittura
    irreperibile.  "Che cosa fa lo zio?...  Che cosa fa don Blasco?..." ma
    nessuno ne sapeva niente. Il principe, il marchese,  Lucrezia,  un po'
    anche Benedetto,  cercavano d'ingraziarselo, per via dei quattrini che
    doveva aver da parte;  ma egli  li  sfuggiva  tutti,  e  se  li  udiva
    alludere, sorridendo, alla sua ricchezza, ripigliava a vociare come un
    tempo: "Che ricchezze e povert?... Che..." e gi male parole di nuovo
    conio.
    Un  bel  giorno  per  Benedetto,  leggendo sul foglio d'annunzi della
    prefettura l'elenco degli ultimi aggiudicatari dei beni ecclesiastici,
    trov il nome di Matteo Garino.
    "Non si chiama cos il marito della Sigaraia?" domand alla moglie.
    "Credo... Perch?"
    "Ha comprato il Cavaliere, una delle migliori terre dei Benedettini."
    Senza esitare un istante, Lucrezia esclam:
    "Garino? Questo  lo zio don Blasco che l'ha comprato!..."
    Infatti di l a poco la verit si seppe;  Garino era il prestanome  di
    don Blasco; questi aveva messo fuori i quattrini ed era gi entrato in
    possesso del latifondo...  Un monaco,  un monaco benedettino,  uno che
    aveva fatto voto  di  povert,  comprare  una  terra  del  suo  stesso
    convento,  calpestare  in tal modo la legge divina?...  Lo scandalo fu
    straordinario: donna Ferdinanda disse vituperi del fratello;  il  duca
    sorrise scetticamente,  rammentando le furibonde minacce di dannazione
    eterna eruttate dal Cassinese;  lo  stesso  principe,  quantunque  non
    volesse  inimicarsi uno zio che comprava di tali poderi,  scrollava il
    capo; e tutti i cattolici zelanti, i partigiani della Curia,  i monaci
    a spasso,  i borbonici un tempo amicissimi di don Blasco gli si misero
    contro; ma a chi gli riferiva le voci malevole egli gridava:
    "Sissignore,  il Cavaliere  stato comprato per mio conto: e poi?  Chi
    ci   trova  da  ridire?   Mia  sorella  che  ha  fatto  l'usuraia  per
    cinquant'anni? Mio nipote che ha rubato tutti i suoi?  Sono questi gli
    scrupolosi e i timorati?... Io non ho scrupoli di sorta! Se non avessi
    comprato  io  il Cavaliere,  l'avrebbe preso un altro: al convento non
    restava di sicuro,  per la buona  ragione  che  il  convento  non  c'
    pi!...  Anzi, in mano mia,  come se fosse di San Nicola; a segno che
    ho fatto restaurare la cappella,  e vi dico la messa tutti  i  giorni,
    quando  salgo  lass: che se andava ad altri,  a quest'ora l'avrebbero
    ridotta a uso di porcile!..."
    La messa,  veramente,  egli la diceva di tanto in tanto,  perch aveva
    molto da fare: dissodava la chiusa,  strappava vecchie piante, scavava
    un  pozzo,   ingrandiva  la  fattoria  trasformandola  in  casina   di
    villeggiatura,  spostava  il  muro  di cinta arrotondando a modo suo i
    confini;  doveva quindi stare con tanto d'occhi aperti sugli zappatori
    e sui muratori perch non lo rubassero.  In campagna, per esser pronto
    ad esporsi all'acqua ed  al  vento,  indossava  una  giacca  corta  da
    cacciatore  e  portava  gli  stivaloni fino a mezza gamba;  tornato in
    citt, smise la tonaca e lo scapolare, ma si compose un abito nero, da
    ministro protestante,  col panciotto abbottonato fino  in  cima  e  il
    colletto clericale.  Pertanto disapprovava quei due o tre antichi suoi
    compagni che s'erano spogliati del tutto,  dandosi senza riguardo alla
    vita del secolo,  come il sanculotto Padre Rocca;  o quelli che, senza
    smetter l'abito,  davano da ciarlare alla gente con la loro  condotta,
    come  Padre  Agatino  Renda  che  stava  tutto il giorno in casa della
    vedova Roccasciano,  giocando mattina e sera.  Padre Gerbini se  n'era
    andato a Parigi,  dov'era stato creato rettore della Maddalena; altri,
    rimasti in citt, facevano la vita dei preti;  ma don Blasco proponeva
    a tutti se stesso come modello.  Fra' Carmelo, che, come dal principe,
    veniva spesso anche da lui,  pareva non si fosse accorto del mutamento
    di  Sua  Paternit,  e  ripeteva  con  gesti  disperati  il suo eterno
    ritornello: "Me n'hanno  cacciato!...  Me  n'hanno  cacciato!..."  Don
    Blasco gli dava qualche soldo e gli offriva da bere, confortandolo con
    belle parole; ma il maniaco, dopo bevuto, ragionava meno, cominciava a
    prendersela con gli indiavolati che avevano spogliato il convento:
    "Assassini  e  ladri!  Ladri  e  assassini!  il  pi gran convento del
    Regno!...  E quegli altri ladri che si son  prese  le  sue  propriet!
    All'Inferno! All'Inferno, scomunicati..."
    Una volta, delirante pi del solito, si mise in ginocchio, declamando,
    con gran gesti di croce:
    "In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Vi scongiuro per
    parte  di  Dio!...  Restituite il maltolto a San Nicola!...  Ladri!...
    Schifosi!...  Siete cristiani o turchi?...  Pensate  all'anima!  Fuoco
    d'inferno!..."
    Don Blasco, perdendo finalmente la pazienza, lo prese per una spalla e
    lo spinse fuori:
    "Va bene,  va bene, abbiamo inteso.., ma per adesso vattene, che ho da
    fare..."
    E sbattutogli l'uscio sul muso mentre sopravveniva donna Lucia:
    "Comincia a rompermi la divozione,  questo vecchio pazzo!...  Se torna
    un'altra volta, buttatelo gi dalle scale, avete capito?..."















    8.

    Una  notte,   mentre  Lucrezia,  a  letto,  russava  profondamente,  e
    Benedetto studiava a tavolino il bilancio comunale,  una scampanellata
    improvvisa  fece  sussultare  il  marito e dest la moglie.  Andato ad
    aprire, Benedetto si vide dinanzi il principino bianco in viso come un
    foglio di carta.
    "Datemi  da  lavare,"  disse  allo  zio,  traendo  dalla  tasca  della
    giacchetta la destra rossa di sangue.
    "Consalvo!... Che  stato?... Che hai?..."
    "Nulla,  non gridare...  Per aprire una finestra... ho rotto un vetro,
    mi sono tagliato... Datemi da lavare!... E' una cosa da nulla..."
    La ferita era invece profonda; cominciava dal dorso della mano, girava
    sotto la giuntura  del  pollice  e  finiva  sul  polso.  Medicata  con
    taffet,  doveva essersi riaperta,  perch del fazzoletto che fasciava
    la mano non restava neppure un angolo bianco,  e il sangue gocciolava,
    macchiando l'abito e la camicia.
    "Non  potevo  andare  a casa,  conciato in questo modo..." spiegava il
    giovinotto,  mentre teneva immersa la mano in una  catinella,  l'acqua
    della  quale  s'arrossava;  ma ad un tratto,  perduta la sicurezza che
    l'aveva fin l sostenuto, cominci a tremare,  con la fronte madida di
    sudor  freddo,  girando  intorno  lo sguardo stravolto,  dove Giulente
    leggeva adesso lo sbigottimento di un'improvvisa aggressione, la paura
    della morte intravista nel baleno d'una lama.
    "Di' la verit: com' stato?..."
    "Ancora?...  La  vetrata  rotta,  v'ho  detto...   Chiamate  piuttosto
    Giovannino che m'accompagn dal farmacista e aspetta gi..."
    L'amico, pi pallido di Consalvo, conferm la narrazione. La verit si
    seppe  il  domani.  Da un pezzo Consalvo andava dietro alla figlia del
    barbiere del Belvedere, Gesualdo Marotta: una ragazza che si tirava su
    per pettinatrice e,  quantunque girasse sempre per le  vie,  non  dava
    retta  a  nessuno,  con  una  gran  paura  dei fratelli poco disposti,
    articolo onore,  a scherzare.  Ma il principino,  quando concepiva  un
    capriccio,   non  si  chetava  se  non  dopo  averlo  soddisfatto;  e,
    nonostante le preghiere,  gli avvertimenti e le minacce  dei  Marotta,
    aveva  messo  in  moto  tutte  le  mezzane  della citt per vincere la
    resistenza della giovane e della famiglia,  promettendo  di  toglierla
    dalle strade, da quel mestiere penoso e pericoloso; di metterle su una
    bella bottega di modista, assicurandole anche la clientela di tutte le
    sue parenti ed amiche.  Tutto era stato inutile.  Allora,  vedendo che
    con le buone non otteneva nulla,  egli fece un bel  giorno  rapire  la
    ragazza e la tenne tre giorni con s al Belvedere.  I fratelli, per un
    certo tempo, stettero zitti, quasi fossero al buio; solo quella brutta
    notte, mentre il principino usciva dal Caff di Sicilia,  in compagnia
    di  Giovannino  Radal,  s'era sentito urtare e squarciare da una lama
    tagliente  la  mano  distesa  istintivamente   per   difendersi.   "Ci
    rivedremo!..."  aveva  detto  l'aggressore,  scappando  alle  grida di
    Radal.
    Il principe non disse nulla quando  vide  il  figliuolo  con  la  mano
    fasciata:  mostr di credere alla storia della vetrata rotta e si mise
    a vegliarlo insieme con la principessa,  la quale stette al  capezzale
    di  Consalvo  premurosa  ed  inquieta come una vera madre.  Il giovane
    dissimulava male  il  suo  fastidio  per  quelle  cure  antipatiche  e
    accoglieva come altrettanti liberatori gli amici che venivano a fargli
    visita  mattina  e  sera.  Il  pericolo  corso,  il sangue perduto gli
    procuravano l'ammirazione di quei  suoi  compagni  di  bagordo;  per,
    guarito,  egli  non  mise il naso fuori dell'uscio.  I Marotta avevano
    fatto sapere che erano  pronti  a  ricominciare  appena  lo  avrebbero
    rivisto,  di  notte  o  di  giorno,  e  che la seconda volta non se la
    sarebbe cavata con una semplice  graffiatura,  e  che,  aspettando  di
    farsi  giustizia  da  loro,  denunziavano  intanto la cosa ai giudici.
    Tutti gli Uzeda,  inquieti per la vita dell'erede del nome,  ricorsero
    al  duca:  egli  solo,  con  l'autorit che gli veniva dalla posizione
    politica, poteva ottenere dal prefetto,  dal questore,  dai magistrati
    che quei malviventi lasciassero quieto il giovanotto.  Il duca,  udito
    il fatto e quel  che  volevano  da  lui,  invece  di  dar  ragione  al
    pronipote,  fece inaspettatamente una gran sfuriata,  tanto pi strana
    quanto che non era nel suo carattere.
    "Bene gli sta!  Queste sono  le  conseguenze  della  sua  vitaccia!  E
    voialtri  che  non  lo chiudete a chiave!  Che vi rallegrate delle sue
    prodezze! Adesso che volete da me?"
    Nessuno lo aveva mai visto cos rabbuffato; un altro poco e pareva suo
    fratello don Blasco.  La quistione era che i suoi avversari  tentavano
    con   accanimento   un  nuovo  assalto  alla  sua  reputazione  e  che
    l'imbroglio di Consalvo dava loro buono in mano.
    Il  deputato  non  andava  da  due  anni  alla  capitale,  dimenticava
    interamente  gli  affari  pubblici  per  badare  ai  propri.  Che gran
    patriotta, eh? Di quanto disinteresse,  di quanto amor patrio non dava
    prova?  Quando  aveva  avuto  da imbrogliare a Torino e a Firenze,  se
    n'era stato sempre lontano, col pretesto degli affari pubblici,  anche
    se  la Camera era chiusa a catenaccio e il ministero disperso di qua e
    di l; pei fatti del Sessantadue nessuno lo aveva strappato da Torino;
    in patria era venuto solo per essere rieletto;  l'ultima volta  neppur
    s'era  data  questa  pena,  considerando  il  collegio  come  un feudo
    elettorale la cui propriet nessuno poteva contrastargli;  adesso  che
    gli  conveniva  accomodare  le sue faccende,  avevano un bel discutere
    delle pi gravi quistioni,  in Parlamento:  egli  non  si  moveva.  Ma
    quando pure ci fosse andato?  Che cosa avrebbe fatto,  l dentro?  Che
    cosa aveva fatto in otto anni di deputazione? Come un burattino, aveva
    alzato ed abbassato il capo, per dire s o no, secondo gl'imbeccavano!
    E avesse una volta,  una sola volta,  aperto la bocca!  Si scusava col
    dire  che  il  pubblico lo sgomentava;  ma la verit era che non aveva
    neppur l'ombra di un'idea in fondo alla zucca, che non sapeva scrivere
    un rigo senza fare sette spropositi;  e credeva di poter nascondere la
    sua supina ignoranza con l'aria di presunzione e di sufficienza!  E ad
    una bestia di quella cubatura affidavano tutti gli affari della  citt
    e della provincia,  lasciavano dettar sentenze intorno a ogni sorta di
    quistioni:  d'istruzione  pubblica,  di  ingegneria,  di  musica,   di
    marina!...  Non  contento  di  esercitare  personalmente tanto potere,
    ficcava i suoi aderenti da per tutto perch facessero il  suo  giuoco:
    cos Giulente zio aveva avuto la direzione della banca,  cos Giulente
    nipote era stato fatto sindaco!...
    Tutte quelle accuse dei suoi nemici giravano per il  paese,  trovavano
    credito,  erano  una  minaccia.  Giulente  prendeva le sue difese,  ma
    adesso non lo  ascoltavano  pi  come  un  tempo;  il  discredito  del
    deputato si estendeva un poco su lui.  Gli davano dell'ipocrita perch
    pretendeva  conservare  le  antiche  amicizie  mentre  era   diventato
    settario, l'esecutore delle partigianerie, delle ingiustizie del duca.
    Ipocrita  soltanto?  I  pi  accaniti  assicuravano che teneva anzi il
    sacco  all'onorevole,  perch  qualcosa  doveva  entrargliene,  perch
    spartivano gli illeciti profitti,  il frutto dei loschi affari!...  E,
    pi di ogni altro argomento, questo dei guadagni del deputato aveva la
    virt d'infiammare  i  suoi  nemici.  Delle  cariche  pubbliche  s'era
    servito   per  accomodar  le  sue  cose;   i  denari  impiegati  nella
    rivoluzione gli fruttavano il mille per cento!  Cos spiegavasi il suo
    patriottismo,  la commedia della sua conversione alla libert,  mentre
    casa Uzeda era stata sempre covo di borbonici e di reazionari,  mentre
    egli stesso,  al Quarantotto,  aveva goduto col cannocchiale,  come al
    teatro, lo spettacolo della citt agonizzante!  Spiegavasi un poco con
    la paura,  col bisogno di dar prova di liberalismo e di democrazia per
    non essere fucilato - e i gonzi s'eran lasciati prendere dalla  famosa
    abolizione  del  pane  di  lusso,  durata  quindici  giorni!  -  ma la
    cupidigia era stata pi grande della paura;  e certuni bene  informati
    assicuravano  che una volta,  nei primi tempi del nuovo governo,  egli
    aveva  pronunziato  una   frase   molto   significativa.   rivelatrice
    dell'ereditaria  cupidigia  viceregale,  della  rapacit degli antichi
    Uzeda: "Ora che l'Italia  fatta,  dobbiamo fare gli affari nostri..."
    Se non aveva pronunziato le parole,  aveva certo messo in atto l'idea;
    perci vantava l'eccellenza del nuovo regime,  i benefici effetti  del
    nuovo ordine di cose! Le leggi eran provvide quando gli giovavano; per
    esempio,  la  famosa  soppressione delle comunit religiose!  A dargli
    retta,  i beni tolti alla Chiesa dovevano permettere di alleggerir  le
    tasse, e far divenire tutti proprietari. Invece, le gravezze pubbliche
    crescevano  sempre  pi,  e  chi  aveva  ottenuto  quei beni?  il duca
    d'Oragua,  la gente pi ricca,  i capitalisti,  tutti coloro che erano
    dalla parte del mestolo!...
    L'opposizione  al  deputato  si  confondeva  cos,   a  poco  a  poco,
    nell'universale malcontento,  nel disinganno succeduto  alle  speranze
    suscitate dalla mutazione politica.  Prima,  se le cose andavano male,
    se il commercio languiva, se i quattrini scarseggiavano,  la colpa era
    tutta di Ferdinando ii : bisognava mandar via i Borboni,  far l'Italia
    una,  perch di botto tutti nuotassero nell'oro.  Adesso,  dopo  dieci
    anni di libert,  la gente non sapeva pi come tirare innanzi. Avevano
    promesso il regno della giustizia e della moralit;  e le  parzialit,
    le  birbonerie,  le  ladrerie  continuavano  come prima: i potenti e i
    prepotenti d'un tempo erano tuttavia al loro  posto!  Chi  batteva  la
    solfa,  sotto  l'antico governo?  Gli Uzeda,  i ricchi e i nobili loro
    pari,  con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano
    adesso!
    Per combattere queste idee che facevansi strada e che nocevano anche a
    lui,  Giulente le attribuiva all'invidia degli inetti,  alla mala fede
    dei nemici,  segnatamente  alla  propaganda  dei  suoi  antichi  amici
    rivoluzionari. Il gran torto del duca era quello di sostenere la causa
    dell'ordine,   della  moderazione,   della  prudenza!  Se,  invece  di
    appoggiare il  governo,  si  fosse  gettato  tra  gli  esaltati  della
    sinistra,  gli avrebbero battuto le mani!  Ma predicava ai turchi; per
    essere ascoltato, per riscuotere approvazioni ed incoraggiamenti,  non
    gli restava altro che rivolgersi ai partigiani del duca.  Questi erano
    sempre numerosi,  ma soprattutto pi autorevoli,  pi influenti  della
    folla anonima degli accusatori, tra la quale gli elettori si contavano
    sulla  punta delle dita.  Fedeli,  anche;  e sordi a quelle accuse,  e
    tanto pi ligi al  deputato  quanto  che  la  sua  caduta  li  avrebbe
    rovinati...  Ora,  in  queste  condizioni  dell'opinione pubblica,  il
    pasticcio del nipote dava molta  noia  a  don  Gaspare.  Non  gi  che
    gl'importasse  del  pericolo a cui il giovanotto era esposto: egli non
    provava le tenerezze di donna Ferdinanda  o  l'interesse  degli  altri
    parenti  per  l'erede  del  principato;  n  che  temesse veramente di
    rimaner nella tromba a un prossimo scioglimento della Camera,  di  non
    poter  continuare  a  spadroneggiare  in  paese;  ma  non voleva esser
    discusso,  presumeva serbare intatto il prestigio dei primi  tempi;  e
    giusto  per  questo  la  sventataggine  di  Consalvo  lo metteva in un
    bell'impiccio: poich,  dando mano  ad  un  sopruso,  perseguitando  i
    parenti  della  ragazza  rapita,  avrebbe  sollevato pi forti clamori
    contro se stesso;  mentre la rinunzia a difendere  il  nipote  sarebbe
    stata  attribuita  appunto  alla paura di attirarsi nuove opposizioni.
    Dopo avere esitato un poco  fra  i  due  partiti,  facendo  sentire  a
    Consalvo  il  peso  del  proprio sdegno,  ma difendendolo dinanzi agli
    estranei,  egli si apprese al pi audace.  Il pi facinoroso  fratello
    della  pettinatrice  fu chiamato un giorno da un ispettore di polizia,
    il quale gli consigli pel suo  meglio  di  desistere  dalle  bravate,
    altrimenti  lo  avrebbero  denunziato per l'ammonizione;  nello stesso
    tempo i testimoni del ratto voltarono casacca, dichiararono invece che
    la giovane era andata liberamente alla villa Uzeda; e si trovarono poi
    due contadini che dissero di avercela veduta altre volte,  e  parecchi
    altri  i  quali affermarono che in paese si diceva non esser quella la
    prima scappata della ragazza.  I  parenti  gridavano  vendetta,  ma  i
    vicini  li persuadevano a desistere,  ad accomodarsi con le buone;  il
    principino,  quantunque le migliori testimonianze lo  sollevassero  da
    ogni responsabilit, pure, per evitar altre noie era pronto a sborsare
    tremila lire per la bottega di modista.
    Ora  un  bel  giorno,  mentre  s'aspettava  da un momento all'altro la
    notizia che l'imbroglio, un po' con le minacce, un po' con le promesse
    era accomodato e che il giovanotto non correva pi alcun pericolo,  il
    principe,  che  non aveva ancora mosso un solo rimprovero al figliuolo
    entr nella camera di quest'ultimo rosso  in  viso  come  un  pomodoro
    spiegazzando  un  foglio  di  carta:  "A  te!...  Che significa questa
    lettera?"
    Si riferiva a un debito di seimila lire che Consalvo  aveva  garentito
    con una cambiale rinnovata parecchie volte di quattro in quattro mesi;
    il  creditore,  volendo esser soddisfatto e profittando della clausura
    del giovanotto,  scriveva  al  padre  avvertendolo  della  scadenza  e
    invitandolo al pagamento.
    Consalvo,  nel primo momento,  rimase; ma poich suo padre, animato da
    quel silenzio,  chiedeva spiegazioni gridando pi forte,  egli rispose
    freddo e calmo:
    "Non c' bisogno d'alzar la voce. Che cosa le hanno scritto?"
    "Sai leggere,  s o no?" esclam il padre, mettendogli il foglio sotto
    il naso.
    Ma  il  principino  si  trasse  vivamente  indietro,   come  se  fosse
    minacciato  da  un contatto impuro.  Durante i lunghi giorni che aveva
    passati sopra una  poltrona,  tenendo  il  braccio  appeso  al  collo,
    nell'inerzia  forzata,  con  l'impossibilit  di  servirsi  della mano
    destra, rabbrividendo alla vista del sangue che ancora trapelava dalla
    ferita e macchiava la fasciatura, a poco a poco s'era svegliato in lui
    ed era cresciuto e  s'era  fatto  irresistibile  lo  stesso  senso  di
    ribrezzo che era stato il tormento di sua madre,  la stessa repulsione
    per tutti i toccamenti,  lo stesso schifo per le cose  che  gli  altri
    avevano maneggiate, la stessa paura dei sudiciumi contagiosi. Come suo
    padre pi gli s'avvicinava porgendo la lettera,  pi egli si scostava,
    con le mani dietro la schiena, per evitare di prenderla.
    "Va bene... va bene..." diceva, schermendosi,  e guardando di sbieco i
    caratteri; "ho visto...  don Antonio Sciacca."
    "Ah,  don  Antonio?"  grid  il principe.  "Dunque  vero?  Non ti di
    neppur la pena di fingere?... Ed hai il coraggio..."
    Consalvo  piant  a  un  tratto  gli  occhi  negli  occhi  del  padre,
    guardandolo fisso,  con un'espressione dura, come di sfida, e lasciato
    improvvisamente il lei:
    "Che cosa volete?..." gli disse.  "Avevo bisogno di  danari...  Me  ne
    date tanti!... Li ho presi: voi che ne avete li pagherete..."
    Il  principe  pareva  sul  punto  di  cader  fulminato.  Rivolgendo al
    figliuolo uno sguardo non meno fisso n meno duro:
    "Pagher un cavolo...  pagher!..." articolava.  "I miei quattrini?...
    Ti lascer condannare e legare, bestione! Capisci, bestione?"
    Pi freddo di prima, Consalvo rispose:
    "Va benissimo. Dunque non mi seccate..."
    "Ah, ti secco?... Ti secco?..."
    E  di  repente,  come  uno  che  riesce  a  vomitare dopo vani conati,
    cominci a sfogarsi.  Gonfiava da due anni,  per due lunghi anni aveva
    consentito  tutte  le  libert al figliuolo;  durante tutto quel tempo
    aveva compresso,  soffocato,  vinto l'imperioso bisogno che era in lui
    di  comandare,  di veder tutti piegare dinanzi alla propria volont di
    capo della casa,  di padrone,  di arbitro assoluto del  destino  della
    famiglia;  egli  che aveva martoriato tutti i suoi,  fatto di loro ci
    che gli era piaciuto,  s'era piegato a lasciar la briglia sul collo al
    figliuolo,  a  colui  sul  quale  pi  legittimamente  avrebbe  potuto
    esercitare la propria potest.  Per due anni,  fingendo la tolleranza,
    l'indulgenza,   l'affezione,  s'era  arrovellato  sordamente,  covando
    l'antipatia e l'avversione contro Consalvo,  ricambiando l'odio che si
    sentiva  portato;  adesso finalmente scoppiava.  Finch s'era trattato
    della mala vita del giovane,  della sua freddezza verso  la  madrigna,
    egli  era  riuscito  a  frenarsi;  ora  invece  Consalvo lo feriva nel
    sentimento pi forte di tutti gli altri,  attentava non pi  alla  sua
    autorit morale ma alla sua borsa.  Il principe aveva lottato tutta la
    vita,  fin dall'et della ragione,  per accumulare nelle proprie  mani
    quanto  pi denaro gli era stato possibile,  per toglierlo alla madre,
    ai fratelli,  alle sorelle,  alla moglie;  meglio che tutti gli  altri
    Uzeda,  egli  era il rappresentante degli ingordi spagnuoli unicamente
    intenti ad  arricchirsi,  incapaci  di  comprendere  una  potenza,  un
    valore, una virt pi grande di quella dei quattrini; e adesso che era
    riuscito  nel proprio intento,  che vedeva arrivato il tempo di godere
    serenamente il frutto delle lunghe e pazienti fatiche, ecco suo figlio
    cominciare a disporre di quella sostanza  come  di  cosa  propria!  Se
    Consalvo gli avesse chiesto le seimila lire,  egli le avrebbe date; ma
    l'idea del debito contratto,  della cambiale firmata,  degli interessi
    rilasciati anticipatamente agli usurai produceva una rivoluzione nella
    testa  del  padre,  gli  faceva vedere irreparabilmente pericolante la
    propria ricchezza,  giacch quella cambiale  non  doveva  esser  sola,
    giacch la naturale inclinazione del figlio allo sperpero gli riusciva
    evidente,  giacch quello sciagurato osava parlare alteramente,  quasi
    non avesse fatto se non esercitare un  diritto!  E  non  voleva  esser
    seccato per giunta! E rispondeva con quel tono a suo padre!
    "Ah,  ti  far  veder  io  se ti secco!  Come t'accomoder!...  Qui il
    padrone sono io: ccciati bene questa idea nel cervellaccio pazzo! Qui
    s'ha da far sempre, unicamente, in tutto e per tutto,  la mia volont!
    Perch  sono  stato  troppo buono finora?...  Ti far veder io,  pezzo
    d'imbecille!...  E la gente,  i miei parenti,  tutto il paese  che  mi
    rinfaccia  ad  una  voce  la vitaccia di quest'animale!  la vita delle
    taverne e dei lupanari!...  Credi forse che non sappia le tue  sporche
    prodezze?...  Come  non  arrossisci  dalla  vergogna?  Come  non vai a
    nasconderti lontano dalle persone a modo?  La  dignit  del  tuo  nome
    calpestata  in compagnia dei pi schifosi bagordieri!  E non parlo dei
    denari scialacquati,  buttati via come fossero sassi!  Chi spende  per
    capricci,  per divertimenti pazzi quanto questa bestia?... E non basta
    lasciarlo fare,  non dirgli nulla,  metter  mano  tutti  i  giorni  al
    portafogli!...  E ardisce lagnarsi che non ha abbastanza!  E invece di
    scusarsi,  di chiedere perdono,  vuol rifatto il resto!  Oh,  con  chi
    credi di trattare,  imbecille?...  Io non pagher un soldo! Ed  tempo
    d'intendersi,  sai!  Giacch ci siamo,  una volta  per  tutte!...  Qui
    bisogna  mutar  registro!...  Fin a quando starai in casa mia,  hai da
    fare quel che piace a me,  comportarti come tra  la  gente  civile!...
    Questa non  una locanda,  da venirci solo per mangiare e dormire!  Io
    non ti posso imporre l'affezione,  e non m'importa che me ne voglia ma
    esigo il rispetto che m' dovuto; il rispetto che devi a tua madre..."
    Consalvo  non  aveva  detto una sola parola,  non aveva fatto un gesto
    durante la sfuriata del principe.  Questi  aveva  un  bell'arrestarsi,
    dopo  un'interrogazione o una esclamazione,  quasi per dargli il tempo
    di rispondere qualcosa, di giustificarsi: in piedi presso la finestra,
    il giovanotto guardava nel cortile  di  servizio  le  carrozze  tirate
    fuori  dalle  rimesse  e i famigli intenti a ripulirle: se fosse stato
    solo nel suo salottino non sarebbe rimasto pi  impassibile.  Ma  alle
    ultime parole del principe, si volt lentamente.
    "Mia madre?"
    Aveva sul volto un'espressione indefinibile, di curiosit, di stupore,
    di dubbio, dominata da un sorriso tenuissimo, di soli occhi.
    "Mia madre?... Mia madre  morta. Lei lo sa meglio di tutti."
    Il  principe  tacque,  guardandolo.  A  un  tratto s'ud un fruscio di
    gonne, e la principessa Graziella, avvertita dalla cameriera che aveva
    udito le voci, entr:
    "Che c'? Che cosa avete?..."
    Consalvo si mise le mani in tasca e senza dir nulla pass nella camera
    attigua. Il principe si lasci condurre via dalla moglie.
    Per molte settimane padre e figlio non  scambiarono  pi  una  parola.
    L'affare  del  debito,  risaputo  dai parenti,  divise in due campi la
    famiglia.  Il duca,  che non perdonava ancora al pronipote l'imbarazzo
    in cui l'aveva messo,  sosteneva il principe, l'incitava a non cedere,
    a  lasciar  protestare  la  cambiale;  Giulente  anche  lui  giudicava
    necessario  dare un po' di paura al giovanotto,  perch niente avrebbe
    poi potuto arrestarlo nella via dei debiti,  se il principe decidevasi
    a  pagare il primo;  ma Lucrezia,  pel gusto di contraddire al marito,
    per dare una lezione di munificenza  a  quel  pezzente  che  giudicava
    tutti  alla  sua  stregua,  esclamava che Consalvo aveva il diritto di
    svagarsi;  che seimila lire per il principe di Francalanza erano  come
    dieci  lire  per Giulente,  e che in casa Uzeda per nessuna ragione al
    mondo poteva darsi lo scandalo d'un protesto. Donna Ferdinanda,  manco
    a  dirlo,  se  la prendeva con l'avarizia del principe,  che non dando
    abbastanza al figliuolo lo  costringeva  a  ricorrere  al  credito,  e
    Chiara  dava  un  poco ragione agli uni e un poco agli altri,  secondo
    l'umore di Federico.  Quanto  a  don  Blasco,  che  da  un  pezzo  era
    diventato  invisibile,  un  bel  giorno venuto al palazzo,  cominci a
    prendersela non solo contro Consalvo pei  debiti  e  per  la  condotta
    scandalosa,  ma  anche  contro il principe e la principessa,  alla cui
    debolezza attribuiva lo sfrenamento di Consalvo.
    "La colpa  tutta vostra! Questo non  il modo d'educarlo!  Pagargli i
    debiti?  Alzargli la mangiatoia,  bisogna!..." E,  senza nominarla, si
    scagli contro donna Ferdinanda,  dandole della bestia a tutto spiano,
    perch  coi  vezzi  che gli aveva fatti ella era l'origine prima della
    mala creanza del principino.
    Donna Ferdinanda riseppe il discorso tenuto dal  monaco  nello  stesso
    tempo  che  il suo sensale le dava una notizia strepitosa: don Blasco,
    non contento d'aver comprato la tenuta di San Nicola,  aveva preso dal
    Demanio,  giusto  in  quei  giorni,  una  delle  case  appartenenti al
    convento: il palazzotto  di  mezzogiorno,  l'antica  abitazione  della
    Sigaraia;  armeggiando cos bene, da farselo aggiudicare per un boccon
    di pane. Allora, apriti cielo.
    "Anche la casa?" grid la zitellona.  "Io l'ho sempre detto che    un
    porco,  un vero maiale! E fa la voce grossa con gli altri, dopo quello
    che ha sulla coscienza!...  Che  gli  estranei  comprino  i  beni  del
    convento,  si  capisce: non hanno nessun obbligo;  ma lui?  che se non
    l'avessero fatto monaco sarebbe morto di fame?  che s'  ingrassato  a
    spese della comunit?..."
    "O  non era quello," rincaravano nella farmacia di Timpa,  "che voleva
    mangiarsi i liberi pensatori e bandire una nuova crociata addosso agli
    usurpatori scomunicati e ridare la roba loro al Papa  ed  a  Francesco
    Secondo?"
    Ma  a  don  Blasco  importava adesso un fico secco se il Re chiamavasi
    Francesco o Vittorio; ch, entrato nella casa di San Nicola,  ci stava
    da  papa:  le  botteghe le aveva affittate a buoni patti,  ed il primo
    piano anche,  a un professore che dava lezioni  nella  scuola  tecnica
    istituita nel convento.  Scrupoli egli non ne provava; perch anzi, se
    tutti i monaci  avessero  imitato  il  suo  esempio,  accaparrando  le
    propriet  del monastero invece di sciupare i quattrini che ne avevano
    portato via,  i beni di San Nicola non sarebbero  andati  in  mano  di
    estranei. "Questo era il vero modo di riparare all'abolizione e non le
    vociate  inutili  e  ridicole.  Ricomprti  i  beni da tutti i monaci,
    l'avremmo fatta in barba al governo!"
    Egli se la pigliava ancora con questo governo,  specialmente  per  via
    delle tasse che gli faceva pagare;  per,  siccome i fedeli alla causa
    della reazione predicevano la fine della baldoria e  il  ritorno  allo
    stato  antico  e  la restituzione del maltolto alla Chiesa,  il monaco
    protestava:
    "Come,  il maltolto?  Io ho pagato il Cavaliere  e  la  casa  con  bei
    quattrini  sonanti;  ho  affrancato il censo,  avete capito?...  Me li
    hanno regalati, o li ho rubati, perch possano riprenderli?"
    "Non dovevate comprarli,  sapendone  la  provenienza!  E  arriver  il
    giorno della resa dei conti, del Dies irae: non dubitate!..."
    "Chi?  Che?  Chi ha da venire?..." gridava allora il monaco. "Verr un
    cavolo!"
    "La mano di Dio arriva da per tutto!...  Le vie della Provvidenza sono
    infinite!..."
    Le  liti  ricominciavano  ogni dopo pranzo: quei borbonici e clericali
    ricevevano certi fogliacci dove la fine  della  rivoluzione  era  data
    come  certa  ed imminente: gli articoli letti ad alta voce,  ascoltati
    come il Vangelo, applauditi ad ogni periodo, facevano andare in bestia
    il Cassinese.  Un giorno che la brigata,  dopo una di quelle  letture,
    gli diede addosso con maggior vivacit del solito,  don Blasco s'alz,
    fece un gesto molto espressivo, grid un: "Andate a farvi!..." e se ne
    usc per non metter pi piede dallo speziale. Il pomeriggio,  passando
    dinanzi alla bottega,  affrettava il passo, guardando dritto dinanzi a
    s,  e se c'era gente seduta al limitare,  traversava la  strada,  per
    passare  dal  marciapiede  opposto.  Egli  non metteva neppur piede al
    palazzo, dove quell'usuraia della sorella gracidava anche lei contro i
    compratori dei beni ecclesiastici come se fossero altrettanti ladri, e
    dove quell'altro pezzo di Gesuita  di  Giacomo  gli  faceva  la  corte
    adesso che lo sapeva ricco, ma non dava torto alla zia.
    "Vorrebbe  che  lasciassi  a  lui  il Cavaliere!" gridava in casa alla
    Sigaraia,  a Garino e alle figliuole.  "A prenderlo da me,  di seconda
    mano, non avrebbe scrupoli! Ma gli vorr lasciare trentasette mazzi di
    cavoli, a cotesto Gesuita e ladro!"
    La  Sigaraia,  Garino  e le ragazze approvavano,  rincaravano la dose,
    parlavan male al monaco di tutta la parentela, affinch egli lasciasse
    loro ogni cosa. E lo servivano come un Dio, si precipitavano ad un suo
    cenno, camminavano in punta di piedi quand'egli riposava, gli tenevano
    compagnia fino a tarda notte se non aveva sonno,  lo accompagnavano al
    Cavaliere,  gli lodavano le sue colture, le sue fabbriche, la riuscita
    di tutte le sue speculazioni.
    Una di queste, per,  era venuta corta al Cassinese.  Il Cavaliere era
    attaccato,  da levante, a un altro fondo del Demanio ancora invenduto,
    e la linea del  confine,  consistente  in  un'antica  siepe  di  fichi
    d'India,  in  molti  punti aveva soluzioni di continuit.  Don Blasco,
    facendo costruire un bel muro sodo e alto,  irto di rovi e di cocci di
    bottiglie,  s'era  appropriato  qua e l molti ritagli di terra;  a un
    certo angolo, dove non restavano pi tracce della siepe, aveva annesso
    al Cavaliere un bel tratto dell'altro fondo.  Ora la cosa,  venuta  in
    chiaro  all'intendenza  di  finanza,  gli  aveva fatto piovere in casa
    certa carta bollata, per cui il monaco s'era messo a sbraitare come ai
    bei tempi contro i ladri italiani,  e quasi quasi voleva riconciliarsi
    coi reazionari della farmacia.
    "A  me l'accusa d'usurpazione?  Se la propriet di San Nicola arrivava
    fino alle vigne?  Vogliono insegnare a me qual era  la  propriet  del
    convento, cotesti ladri che hanno spogliato un regno?"
    Garino  aggiungeva  il  resto;  ma  poich  le chiacchiere non facevan
    andare indietro i reclami del Demanio,  e una perizia  avrebbe  potuto
    legittimarli,  l'ex  confidente  di polizia,  vedendo che il monaco ci
    s'arrabbiava, gli disse un giorno:
    "Vostra Eccellenza perch non  ne  dice  una  parola  a  suo  fratello
    deputato?"
    Don Blasco non rispose. Era gi stato dal duca.
    Da  anni ed anni non rivolgeva pi la parola al fratello,  da un tempo
    pi lungo ancora lo vituperava in pubblico e in privato;  don  Gaspare
    dunque  rimase,  vedendoselo  apparire dinanzi.  Il monaco entr nello
    scrittoio del fratello col cappello in testa,  come  a  casa  propria;
    disse:  "Ti  saluto",  col  tono  di  chi vede una persona lasciata il
    giorno innanzi e si mise a sedere.  Il duca,  passato il primo momento
    di  stupore,  sorrise  finemente,  dicendogli con lo stesso tono: "Che
    abbiamo?" e il monaco entr subito in argomento.
    "Sai che ho comprato il Cavaliere da San  Nicola?  Non  c'era  pi  la
    linea  del  confine  e  feci  alzare  un  muro.  Per questo il Demanio
    m'accusa d'usurpazione!.."
    Il duca continuava a sorridere  in  pelle  in  pelle,  godendosela,  e
    poich  il  monaco  taceva,  credendo  di non aver bisogno d'aggiunger
    altro,  egli che voleva avere la soddisfazione di sentirsi  richiedere
    d'aiuto da quell'arrabbiato che gli aveva mossa tanta guerra, fece:
    "E...?"
    "Non si potrebbe parlare a qualcuno?"
    Non era precisamente quel che s'aspettava;  ma il duca,  in fondo, era
    un buon diavolo, non aveva il fiele del principe e del Priore, e se ne
    content.
    "Va bene. Torna domani con le carte."
    Cos,  con immenso stupore di tutta la parentela,  furon visti  i  due
    fratelli  andare insieme su e gi per le scale dell'intendenza,  della
    prefettura, del genio civile e del catasto. In pochi giorni la cosa fu
    avviata bene; ma il duca sugger al
    Cassinese una soluzione pi radicale:
    "Perch non compri addirittura l'altro fondo?"
    "E i danari?"
    "I danari si trovano!"
    Egli li prendeva dalle banche delle quali era amministratore: con essi
    speculava sui fondi pubblici,  riscattava  le  propriet  prese  dalla
    manomorta,  ne comperava di nuove;  adesso, per stare anche lui da s,
    faceva fabbricare una grande e bella casa in via del Plebiscito... Per
    suo mezzo, don Blasco fu ammesso allo sconto alla Banca dei Depositi e
    Crediti,  e una cambiale di venticinquemila lire del monaco pass.  Il
    Cavaliere,  ingrandito di quasi il doppio,  divenne cos una propriet
    ragguardevolissima,  "un vero feudo" diceva Garino,  il  quale  adesso
    esaltava  il  duca,  i  suoi  talenti,  la  potenza a cui aveva saputo
    arrivare: ma i ciarlatani della farmacia borbonica sbraitavano pi  di
    prima  e profetavano imminente il giorno in cui don Blasco e gli altri
    sacrileghi avrebbero dovuto  restituire  il  maltolto.  Il  monaco  li
    lasciava cuocere nel loro brodo e non passava pi nel tratto di strada
    dov'era la farmacia,  ch solo a vederli da lontano gli facevano venir
    da recere.  Per,  alla lunga,  la mancanza  della  conversazione  gli
    pesava,  e  una  domenica,  incontrato  per le scale il professore suo
    inquilino, lo invit a venirlo a trovare.
    Il professore diceva d'essere  stato  garibaldino,  narrava  il  fatto
    d'Aspromonte,  non  parlava  d'altro  che di cospirazioni e minacciava
    anche lui il finimondo,  ma solo nel caso che l'Italia non  andasse  a
    Roma.
    "Voi  dunque  dite  che  questo governo durer?" domandava don Blasco,
    trepidante.
    "Se far il suo dovere!  Altrimenti lo  manderemo  all'aria  come  gli
    altri!  Gli sbirri non ci spaventano! Abbiamo visto il fuoco. Sappiamo
    come si fanno le rivoluzioni!"
    "C' per gente che crede si possa tornare indietro..."
    "Tornare indietro? Ma bisogna andare avanti, invece! integrare l'unit
    nazionale!  smantellare l'ultima cittadella della teocrazia,  l'ultimo
    baluardo dell'oscurantismo!...  L'umanit non torna indietro!  Abbiamo
    sepolto il Medio Evo!  Lo Stato dev'essere laico e la  Chiesa  tornare
    alle  sue  origini,  perch come disse quel grand'uomo di Ges Cristo:
    "il mio regno non  di questo mondo!""
    La conversazione dell'inquilino,  quantunque di tratto in  tratto  gli
    facesse  passare qualche brivido per la schiena,  piaceva moltissimo a
    don  Blasco,   e  un  giorno  anzi,   mentre  passava  dalla  farmacia
    Cardarella,  antico  ritrovo  di liberali,  il professore,  che era l
    dentro a discutere calorosamente, lo chiam. Parlavano delle soppresse
    corporazioni religiose,  e il professore non  voleva  credere  che  le
    rendite di San Nicola toccassero certi anni il milione di lire.
    "Sissignore,"  conferm  don  Blasco.  "Era  il pi ricco di Sicilia e
    forse di tutto l'ex regno."
    Allora il professore si scagli contro i monaci, i preti,  i parassiti
    d'una societ che per buona sorte s'era finalmente "seduta sopra altre
    basi".
    Da  quel  giorno  don Blasco prese l'abitudine di frequentare la nuova
    farmacia.  Vi bazzicavano i liberali pi arrabbiati i quali  gridavano
    contro  il governo,  come quegli altri retrogradi,  ma per una ragione
    diversa: perch era un governo di conigli, di lacch della Francia, di
    lustrastivali di Napoleone iii: perch perseguitava i patriotti veri e
    faceva il Gesuita nella questione romana. Gli rinfacciavano Aspromonte
    e Mentana;  ma Roma doveva essere italiana  a  dispetto  di  tutti,  o
    sarebbero  scesi  in piazza a ricominciar le schioppettate.  "O Roma o
    morte!" vociferava il professore,  il quale aveva  sempre  notizie  di
    guerre e di moti rivoluzionari pronti a scoppiare,  e don Blasco,  tra
    le grida degli altri, sentenziava:
    "Il Santo Padre dovrebbe pensarci a tempo, con le buone, e rammentarsi
    del Quarantotto;  ch se allora non  dava  ascolto  ai  retrivi,  oggi
    sarebbe il presidente rispettato della Confederazione italiana!"
    "Con  le  buone?"  gridava  il  professore.  "Sante cannonate vogliono
    essere!  il sangue di Monti e Tognetti  ancora fumante!  Ci vuole  il
    cannone per abbattere l'antro del fanatismo!"
    Un giorno, entr dal padron di casa con un'aria gloriosa e trionfante:
    "Questa volta ci siamo! La guerra  pronta!"
    Don  Blasco,  turbato  dalla  notizia,  poich temeva che d'una guerra
    fosse minacciata l'Italia,  si rassicur quando l'inquilino gli rifer
    che   l'elezione   d'un  principe  tedesco  al  trono  di  Spagna  era
    considerata dalla Francia come un casus belli.  "Il nostro  dovere..."
    Ma,  mentre spiegava il dovere dell'Italia, venne un servitore di casa
    Uzeda. Il principe mandava a chiedere notizie dello zio e nello stesso
    tempo l'avvertiva che Ferdinando stava molto  male,  e  che  era  bene
    fargli una visita.  Don Blasco, a cui premeva sopra ogni cosa udire il
    verbo del suo nuovo amico, rispose:
    "Va bene, va bene; domani ci andr..."




















    9.

    Ferdinando deperiva da un anno. Nel viso emaciato, negli occhi gialli,
    nelle labbra bianche, gli si leggeva da un pezzo un malessere secreto,
    un'intima sofferenza;  ma,  come s'era creduto affetto da tutti i mali
    quando stava benissimo,  cos adesso che qualcosa si disfaceva nel suo
    organismo, se gli domandavano che avesse, rispondeva, seccato:
    "Nulla! Che ho da avere? Volete che m'ammali apposta?"
    E rispose una mala  parola  al  principe  il  giorno  che  questi  gli
    consigli  d'andarsene  un  poco  alle Ghiande a respirare l'aria sana
    della campagna. Non voleva pi sentire neppur nominare la sua terra. I
    libri  che  gli  erano  costati  tanti  quattrini  s'impolveravano   e
    tarmavano   negli   scaffali,   gli  strumenti  s'arrugginivano  e  si
    rompevano; solo il podere prosperava, adesso che egli non sperimentava
    pi novit.  Incaponitosi a negare le  sue  sofferenze,  i  dolori  di
    stomaco, i disturbi viscerali, li attribuiva a cause fantastiche: alla
    poca  cottura del pane,  allo spirare dello scirocco,  al fresco della
    sera;  ma egli  cadeva  in  una  tristezza  lugubre,  in  una  funebre
    ipocondria.  Per  lunghe e lunghe giornate non diceva una parola,  non
    vedeva anima viva: chiuso nella sua camera,  buttato sul letto,  se ne
    stava  immobile  a  seguire  il  volo  delle  mosche;  quando la crisi
    passava,  faceva grandi scorpacciate di roba indigeribile.  Una  notte
    d'estate,  il  cameriere  spaventato  da  un  vomito nerastro e da una
    diarrea sanguinolenta, mand il figliuolo al palazzo, per avvertire la
    famiglia.
    All'arrivo del principe e alla  proposta  di  mandare  a  chiamare  un
    medico,  l'infermo  grid  che  non voleva nessuno,  che s'era rimesso
    interamente.  Ma adesso tutti comprendevano che  il  caso  era  grave.
    Lucrezia,  la compagna della sua fanciullezza,  ebbe un bell'insistere
    per dimostrargli la convenienza di una visita medica; egli minacci di
    chiudersi in camera e di non ricevere pi nessuno.  Ma  il  suo  polso
    scottava   dalla  febbre.   Per  vincere  quell'ostinazione  dovettero
    ricorrere a un artifizio,  come con  un  fanciullo  o  con  un  pazzo:
    finsero  che  un  ingegnere  dovesse  rilevar  la  pianta della casa e
    introdussero cos un dottore in camera  sua.  Il  dottore  scroll  il
    capo:  la  condizione  dell'ammalato  era  molto  pi  grave  che  non
    credessero.  A trentanove anni egli se ne moriva: il sangue vecchio  e
    impoverito  dei  Vicer  si  corrompeva,  non  nutriva pi le flaccide
    fibre.  Per tentar di combattere la discrasi,  una cura  e  una  dieta
    severissima  erano  necessarie;  ma  il maniaco non ascoltava nessuno,
    tanto meno i parenti.  Se essi  insistevano,  egli  gridava:  "Non  la
    volete  finire?"  Fittosi  in  capo  che  stava  benissimo,  se coloro
    pretendevano  per  forza  che   fosse   ammalato   voleva   dire   che
    desideravano,  che aspettavano la sua morte.  Perch?  Per raccogliere
    l'eredit! Egli confidava la cosa al cameriere; gli diceva, quando gli
    Uzeda andavano via:
    "Credi che costoro vengano qui per amor  mio?  Vengono  per  la  roba!
    Un'altra volta dirai loro che non ci sono."
    Ma  la  sua  roba era gi bell'e andata.  Dapprima per le speculazioni
    stravaganti che avevano rovinato la terra,  poi per le spese matte  di
    libri  e d'ordegni,  pi tardi per le ruberie del fattore;  quand'egli
    non aveva voluto veder le Ghiande neppure da lontano,  s'era  messo  a
    fare qualche debituccio. Senza stupirsene, senza indagarne la ragione,
    si  vedeva  attorno  gente  che  gli offriva denaro,  dentro una certa
    misura,  beninteso.  Ed  egli  firmava  cambialine,  e  le  cambialine
    andavano  a  finire  in  mano del principe,  il quale,  adocchiando le
    Ghiande e comprendendo che quel matto non avrebbe fatto testamento, se
    le accaparrava a quel modo.  Il maniaco,  incapace di calcolare a qual
    tasso  prendeva quei quattrini,  credendosi ancora padrone della roba,
    era persuaso che i parenti gli  stessero  attorno  aspettando  la  sua
    morte:  appena  li vedeva apparire,  pertanto,  voltava loro le spalle
    tranne che al nipote Consalvo.
    Il debito di costui era stato finalmente pagato,  e tutti attribuivano
    a  donna  Ferdinanda la largizione.  Ma la zitellona non aveva dato un
    soldo.  Sarebbe crepata d'accidente se avesse dovuto metter fuori  non
    seimila lire, ma seicento, ma sessanta!...
    I quattrini erano stati realmente sborsati dal principe, al quale, con
    una generosit che edific tutti, la principessa Graziella persuase di
    perdonare il figliastro. Era mai possibile che la firma del principino
    di  Mirabella  fosse  protestata?  Lei  vivente,  questo  non  sarebbe
    accaduto; piuttosto, se Giacomo si fosse ostinato a dir di no, avrebbe
    pagato lei del suo!  Per  Consalvo,  come  anche  per  Teresina,  ella
    sentiva l'affezione d'una vera madre, quantunque non lo avesse portato
    in  grembo  e  il figliastro la ripagasse cos male.  "Ma che ci posso
    fare?  Non si comanda al  cuore!  Basta,  un  giorno  o  l'altro  egli
    s'accorger  che  non  merito  simile  trattamento..." Cos ella aveva
    indotto il principe  a  pagar  la  cambiale,  ma  aveva  pure  trovato
    l'espediente  di  far credere alla generosit della zitellona,  perch
    Consalvo non facesse assegnamento in avvenire sulla debolezza paterna.
    Tra padre e figlio l'avversione era cresciuta frattanto di  giorno  in
    giorno;  Consalvo,  per sfuggire la compagnia del principe e per darsi
    contemporaneamente  l'aria  di  un  sacrificato,   disertava  la  casa
    paterna;  ma  invece  di  andarsene  con gli amici al caff,  al club,
    andava dallo zio,  al quale portava i giornali e  leggeva  le  notizie
    politiche.
    L'infermo s'appassionava moltissimo alla guerra minacciata, era quello
    anzi  l'unico tema che avesse la virt di sciogliergli la lingua.  Don
    Blasco,  venuto finalmente a visitare il nipote,  discuteva anche  lui
    con  passione  intorno  a  quel soggetto,  ripetendo gli argomenti del
    professore; ma il duca assicurava che si trattava d'un falso allarme e
    che guerra non ci sarebbe stata,  con un'aria cos  convinta  come  se
    Napoleone gliel'avesse confidato in gran secreto.
    Scoppi  finalmente  la  notizia della dichiarazione,  e il grand'uomo
    esclam allora che Bismarck  e  Guglielmo  dovevano  aver  perduto  la
    testa.  O  scherzavano?  Attaccar Napoleone?  L'esercito francese,  il
    primo  del  mondo,  avrebbe  sbaragliato,  tritato,   polverizzato  il
    prussiano,  e preso Berlino fra due settimane al pi tardi!... Invece,
    arrivarono i telegrammi annunzianti le vittorie tedesche; e allora gli
    avversari del deputato ripresero a sbertarlo con maggior lena.  Quella
    bestia  con la prosopopea d'un Cavour redivivo non era neppur buono di
    capire le cose pi evidenti; smentito dai fatti,  ostinavasi nella sua
    sciocchezza,  annunziava i nuovi piani dei francesi, la loro imminente
    rivincita, l'intervento delle potenze!... Ferdinando,  dal fondo della
    poltrona che adesso non lasciava pi perch le gambe non lo reggevano,
    stava  a  udire quei discorsi con tanta ansiet quasi ne dipendesse la
    sua salute. Tremante dalla febbre, con la fronte in fiamme,  una nuova
    fissazione  sconvolgeva il suo cervello esangue: quella delle vittorie
    napoleoniche che egli voleva a qualunque costo. Comprata una carta del
    Reno,  passava le sue giornate a piantar spilloni  in  tutti  i  posti
    francesi  e  spille piccole nei prussiani: col bollettino della guerra
    alla mano, studiava le operazioni dei due eserciti,  mutava di posto i
    segni secondo i mutamenti reali, e a misura che le spille s'avanzavano
    e  gli spilloni retrocedevano,  la sua malattia s'inaspriva.  Con voce
    rauca,  cavernosa,  spiegava quel che i francesi avrebbero dovuto fare
    per  riottenere  le  posizioni perdute: improvvisava piani strategici,
    disegnava ogni giorno parecchi teatri della guerra,  disponeva a  modo
    suo  delle  divisioni e dei reggimenti,  esclamando: "Questo di qua va
    l,  quello di l va qua..." finch,  stanco,  abbattuto,  con le mani
    penzoloni  e  la  testa rovesciata,  chiudeva gli occhi e schiudeva la
    bocca quasi fosse sul punto di spirare.


    Frattanto il duca,  sentendo crescere l'opposizione e venirgli meno il
    terreno  sotto i piedi,  comprendendo la necessit di far qualche cosa
    per rialzare il proprio prestigio,  preparava un  colpo  di  mano.  Le
    inquietudini  della  guerra  accrescevano  il malcontento comune,  gli
    avversari del governo se ne giovavano per  gridare  e  minacciare  pi
    forte.  L'opposizione,  che  nei  diversi partiti e nei diversi ordini
    sociali procedeva da  diversi  motivi  e  tendeva  ad  opposti  scopi,
    s'accordava  pel  momento  nel  chiedere a una voce Roma.  Come pi la
    fortuna della Francia  precipitava,  le  accuse  di  fiacchezza  e  di
    vigliaccheria  al  governo  fioccavano  da  ogni parte;  le minacce di
    prendergli la mano parevano dovessero tradursi in atto da  un  momento
    all'altro.
    Ora,  mentre quasi tutti i soddisfatti tenevano a bada i malcontenti e
    consigliavano la prudenza e navigavano tra  due  acque,  una  sera  il
    duca, che se n'era stato nelle sue terre, si rec al Circolo Nazionale
    dove battagliavasi giorno e notte, ed espresse senza esitazioni il suo
    pensiero:  era  venuto  il momento d'agire!  Se il governo si lasciava
    scappare quest'occasione,  non avrebbe pi avuto  nessuna  scusa  agli
    occhi  della  nazione!  Egli aveva sempre combattuto le impazienze del
    partito avanzato,  perch,  se erano generose,  potevano far  male  al
    paese. Oggi per i tempi erano maturi, qualunque indugio sarebbe stato
    una colpa inescusabile. Se a Firenze non facevano il loro dovere, egli
    minacciava "di scendere in piazza con le carabine, come nel Sessanta".
    "Ah,   buffone!...   Ah,  vecchia  volpe!..."  esclamavano  nel  campo
    avversario;  ma,  a dispetto dei  suoi  denigratori,  quelle  opinioni
    francamente professate e ripetute ogni giorno a chi voleva e a chi non
    voleva  udirle sostenevano il pericolante credito del duca.  Benedetto
    Giulente era rimasto, udendole; poich,  prevedendo che lo zio avrebbe
    seguito fino all'ultimo la politica dei temporeggiatori,  si era messo
    con quelli.  Rimase ancora peggio quando il  duca  venne  a  trovarlo,
    dicendogli  che  bisognava ricominciare a pubblicare l'Italia risorta,
    per spingere il governo sulla via di Roma: i tempi erano  maturi  e  a
    non secondare la corrente si rischiava d'esserne travolti.
    Benedetto,  quantunque spendesse tutto il suo tempo al Municipio, mise
    insieme una redazione d'impiegati comunali e di maestri elementari,  e
    pubblic il foglio.  Lucrezia fece cose dell'altro mondo contro quella
    bestia che voleva Roma,  ora,  "quasi potesse mettersela  in  tasca  o
    portarla  a  vendere  alla  fiera!"  Ma  gli  infiammati  articoli  di
    Benedetto,  il quale diceva che il  duca  era  col  popolo,  pronto  a
    partire  per  Firenze  se  i  governanti non volevan udire la voce del
    paese, procuravano all'onorevole nuova aura di popolarit.
    Il giorno che arriv la notizia della lettera di Vittorio Emanuele  al
    Papa,  arriv  pure da Roma,  inaspettato ospite,  don Lodovico.  Egli
    aveva dato appena una volta l'anno notizie di s alla famiglia,  tutto
    intento ai doveri del suo ufficio, alla preparazione della sua fortuna
    che  oramai era avviata.  In poco pi di tre anni era gi segretario a
    Propaganda ed Arcivescovo di Nicea;  Pio ix aveva molta stima di  lui.
    Al  principe,  che  nel primo momento lo guard come uno piovuto dalla
    luna, egli disse, con tono di dolce rimprovero:
    "Ferdinando  in fin di vita,  e mi scrivete appena che sta poco bene?
    Se non fosse stato per Monsignor Vescovo, non avrei saputo la verit!"
    E  and  a  mettersi  al  capezzale  del fratello infermo.  Questi non
    lasciava pi il letto; quando chiudeva gli occhi,  il suo viso verde e
    affilato pareva d'un morto;  ma rifiutava i rimedi con pi ostinazione
    di prima.  Come pi il suo corpo  si  disfaceva,  gli  ultimi  barlumi
    dell'offuscata  ragione  si spegnevano: adesso mandava a comprare ogni
    giorno dozzine e dozzine di scatoline di spilloni e risme di  carta  e
    pacchi  di  matite.  Quella roba avrebbe dovuto servirgli per tracciar
    piani  di  campagna,   per  infigger  segnali   di   piazzeforti,   di
    accampamenti  e  di  quartieri generali;  ma egli dimenticava lo scopo
    degli acquisti e ne ordinava sempre nuovi e gridava e smaniava se  non
    l'obbedivano.   Con  evangelica  pazienza,  con  zelo  indefesso,  con
    ammirabile abnegazione, don Lodovico vegliava l'infermo,  secondava le
    sue manie; e frattanto - Baldassarre ne era disperato - le male lingue
    andavano  spargendo  che egli era tornato in Sicilia non per amore del
    Babbeo,  al quale non aveva mai pensato,  ma per evitare di trovarsi a
    Roma  in  quei  momenti  critici,  per  poi  prender  consiglio  dagli
    avvenimenti!...


    Gli avvenimenti  incalzavano.  I  soldati  italiani  avevano  ricevuto
    l'ordine  d'avanzarsi  nello Stato romano.  L'attesa delle notizie era
    febbrile;  il duca,  domiciliato alla prefettura,  apriva i telegrammi
    del  prefetto  e  andava  poi a diffonderli,  quasi li avesse ricevuti
    direttamente da Lanza.
    "E' arrivata la fine del mondo!" gridava la  zitellona  da  Ferdinando
    presso  al quale la famiglia adesso si riuniva,  in una stanza lontana
    da quella del moribondo, che non voleva attorno nessuno. E il principe
    scrollava il capo, e la principessa Graziella si faceva il segno della
    croce,  intanto che Monsignor don Lodovico mormorava,  con gli occhi a
    terra:
    "Bisogna perdonar loro, perch non sanno quel si fanno..."
    Lucrezia  pareva  una  vipera contro il marito,  e nessuno parlava del
    duca,  la  cui  condotta  era  una  vergogna;   ma  donna  Ferdinanda,
    incrollabile  nella  sua fede,  si scagliava peggio che mai contro don
    Blasco, il quale andava anche lui predicando per le farmacie:
    "Io l'ho sempre detto,  Pio Nono," non gli dava pi del  Santo  Padre,
    "doveva  pensarci  a  tempo  e  a  luogo,  quando  era l'arbitro della
    situazione.  Adesso che vuole?  Chi  causa  del  suo  mal  pianga  se
    stesso!..."
    E,  fattosi  socio del Gabinetto di lettura,  ci andava tutti i giorni
    col professore per saper le notizie e assicurarsi contro il timore  di
    dover  restituire  la  roba  di San Nicola;  pertanto vociava contro i
    tiepidi,  sosteneva a spada tratta il fratello,  leggeva ad alta  voce
    gli articoli di fuoco di Giulente, approvandoli, ammirandoli:
    "Eh? Come scrive mio nipote! Questo si chiama scrivere!"
    Ma  la recente apostasia di don Blasco,  l'antico tradimento del duca,
    non toglievano al resto degli Uzeda  la  stima  dei  puri;  presso  la
    Curia,  specialmente,  la  loro condotta,  la fedelt prestata ai sani
    principi,   la  costante  devozione  alla  buona  causa   li   facevan
    considerare come figli prediletti.  Un giorno, nonostante la tristizia
    dei tempi,  Monsignor Vescovo si rec da Ferdinando per restituire  la
    visita  fattagli  da  don  Lodovico,  per avere notizie dell'infermo e
    consolare l'afflitta famiglia.
    Tutti andarono  intorno  al  prelato  e  gli  baciarono  la  mano;  la
    principessa dalla commozione aveva le lagrime agli occhi.
    "Che notizie del nostro caro ammalato?"
    "Non va bene,  Monsignore," rispose Lodovico, sospirando di tristezza.
    "Abbiamo persino dovuto dispacciare a nostro fratello Raimondo..."
    "Ma non ci ha da esser proprio rimedio?"
    "Abbiamo provato tutto: l'acqua di Lourdes, le medaglie di Loreto..."
    "Bene,  bene...  ma avete chiamato un dottore?  Che farmaci gli  avete
    dato?"
    "Oramai!..." parve voler dire Lodovico,  aprendo le braccia.  "La vita
    del nostro povero fratello non  pi nelle mani degli uomini..."
    Egli non disse che  Ferdinando  era  impazzito  del  tutto.  La  sorda
    diffidenza destatasi in lui contro i fratelli, il secreto sospetto che
    non  gli  aveva consentito di attribuire all'affezione le loro premure
    fastidiose,  erano cresciuti di  giorno  in  giorno  e  avevan  invaso
    talmente il suo cervello,  che non capiva pi nessun'altra idea.  Egli
    che per trentanove anni aveva dato  prova  di  tanto  disinteresse  da
    meritar dalla madre il nome di Babbeo, da lasciarsi rubar da tutti, si
    rivelava  a  un  tratto  dei  Vicer  con quel sospetto buffo e pazzo,
    adesso che non aveva pi nulla da  lasciare.  Come  la  sua  fibra  si
    infiacchiva  e  il  suo cervello si scombuiava,  il sospetto cresceva,
    finch divent furiosa certezza all'arrivo del fratello Raimondo.
    Il conte arriv insieme con la moglie ed il figliuolo.  Invecchiata di
    trent'anni,  la povera donna Isabella;  irriconoscibile come un giorno
    era stata irriconoscibile la Palmi.  In quei  cinque  anni  che  erano
    stati  fuori,  a Palermo,  a Milano,  a Parigi,  come il capriccio del
    marito aveva voluto,  certe voci di tanto in tanto arrivate in Sicilia
    dicevano  che  ella  pagasse  amaramente  il  male  fatto  alla  prima
    contessa; che Raimondo,  stufo finalmente di quella donna,  l'acquisto
    della quale gli costava assai caro,  non potendo pensare ad infrangere
    la seconda catena scioccamente postasi al collo, avesse ricominciato a
    correre la cavallina molto peggio di prima,  a portar le ganze fresche
    nel  mutato  letto  coniugale,  a  maltrattare  in  ogni modo la nuova
    moglie,  cui non giovava mostrar prudenza,  pazienza,  sommessione  ed
    umilt per schivar l'astio,  il rancore,  quasi l'odio del marito.  Ma
    quantunque le voci non  fossero  incredibili,  dato  il  carattere  di
    Raimondo,  non  avevano trovato tuttavia molto credito,  potendo esser
    messe in giro dagli invidiosi di donna Isabella, dai nemici del conte,
    dalle eterne male lingue.  All'arrivo di  Raimondo  non  fu  possibile
    persistere  nel  dubbio.  Egli  scese  all'albergo,  come  sette  anni
    innanzi,  quando aveva definitivamente abbandonata la prima  famiglia;
    ma  questa  volta  accompagnato  da  quattro  o cinque tra governanti,
    bonnes e cameriere: giovani tutte, una pi bella dell'altra, svizzere,
    lombarde,  inglesi,  un vero harem internazionale.  Aveva  una  camera
    separata da quella della moglie,  e quando i parenti andarono a fargli
    visita,  udirono che dava a costei del voi,  lessero in viso  a  donna
    Isabella  le  sofferenze  espiatorie.  Ella era mutata oltre che nelle
    fattezze anche nei  modi:  parlava  adagio,  evitava  di  guardare  il
    marito,  pareva timorosa di spiacergli perfino con la sola presenza. E
    Raimondo non nascondeva i propri sentimenti verso di lei: quel voi era
    gi molto eloquente, ma egli affettava di non rivolgerle la parola, di
    non udire quel che ella diceva:  quando  and  a  vedere  il  fratello
    infermo le disse, in presenza dei parenti:
    "Non occorre che veniate anche voi."
    Ora il Babbeo,  che non ragionava pi, alla vista del fratello ebbe un
    assalto di  mana  furiosa.  Con  gli  occhi  stravolti,  coi  capelli
    arruffati sul viso scarno e pauroso, si mise a gridare:
    "Assassini! Assassini!... I prussiani!... Vogliono avvelenarmi!..."
    Grid cos tutta la notte,  delirante;  ma,  cessata la crisi,  l'idea
    rimase fissa, incrollabile. E per paura del veleno,  colla mana della
    persecuzione,  non  schiuse  pi  bocca:  tutte  le  volte  che gli si
    appressavano per dargli del cibo stringeva i  denti,  urlava,  trovava
    nelle  braccia,  spaventosamente  magre,  la  forza  di  respingere  i
    tentativi di fargli ingoiare un sorso di brodo o di latte.
    "Aiuto!... Bismarck! Assassino!..."
    Lucrezia gli si metteva accanto, lo prendeva per mano, gli domandava:
    "Ma di chi hai  paura?  Non  ci  riconosci?...  Credi  che  ti  voglia
    avvelenare io? O Giacomo? O Raimondo?..."
    Il  pazzo  sorrideva  d'incredulit,  ma  quando ritentavano di fargli
    prendere un boccone,  per prolungargli  di  qualche  giorno  la  vita,
    perch  non  morisse  di  fame,  ricominciava a urlare: "Assassino!...
    Aiuto!... Assassino!..."
    Una sera,  mentre don Blasco stava  per  uscir  di  casa  insieme  col
    professore,  il  cocchiere  del principe venne a dirgli,  col fiato ai
    denti:
    "Eccellenza, l'aspettano dal Cavaliere... Sono tutti l...  Portano il
    viatico al signorino Ferdinando..."
    Il  monaco aveva una gran fretta di andare al Gabinetto per sapere che
    c'era di nuovo.  Le ultime notizie dicevano  che  le  truppe  italiane
    erano  dinanzi  a  Roma;  e  se  la curiosit universale era vivamente
    eccitata, don Blasco smaniava addirittura.
    Nondimeno, a quell'annunzio di morte, stava per rispondere che sarebbe
    subito andato,  quando arriv a precipizio un altro messo da parte del
    duca.
    "Sua Eccellenza l'aspetta subito a casa... E' affare urgentissimo..."
    "Vengo."
    Il  professore,  declamando  contro il tribunale del Sant'Uffizio,  lo
    accompagn  fino  alla  nuova  casa  del  duca,   dove  questi   s'era
    domiciliato dal primo del mese.  Giunto dinanzi al portone,  il monaco
    chiese permesso al compagno, il quale rest ad aspettarlo passeggiando
    su e gi. Dopo due o tre minuti riapparve don Blasco, pallido in viso,
    correndo e agitando un pezzo di carta:
    "E' nostra!... E' nostra!..."
    "Chi?... Che cosa?..."
    "Venite!..." esclamava il Cassinese allungando il passo  e  ansimando.
    "Al Gabinetto! Roma  nostra! La breccia  aperta!..."
    "Come?... Aspettate!... Fatemi vedere..."
    "Avanti!...  Avanti!...  Mio  fratello ha ricevuto il dispaccio...  Le
    truppe sono entrate... Andiamo al Gabinetto!..."
    Piovve l,  tra la gente seduta sul marciapiede al  fresco,  come  una
    bomba:
    "E' nostra! E' nostra! E' nostra!... Roma  nostra!..."
    Tutti s'alzarono, circondandolo, parlando insieme, levando le braccia.
    Egli  spiegava  il  pezzo  di  carta  dove il duca aveva riadattato il
    telegramma  ricevuto  dal  prefetto  per   togliergli   il   carattere
    ufficiale, mutando l'indirizzo per far credere che fosse venuto a lui;
    e la gente accorreva dal fondo delle sale, i passanti si fermavano, la
    folla  ingrossava  da un momento all'altro.  Tutti volevano leggere la
    notizia, ma don Blasco non dava a nessuno il dispaccio che nella ressa
    correva pericolo d'essere stracciato in mille pezzi.
    "Leggete!... Leggete!... Vogliamo sentirlo!..."
    Salito allora sopra una seggiola,  il monaco lesse  col  suo  vocione:
    "Firenze,  ore 5 pomeridiane: Onorevole d'Oragua,  Catania.  Oggi alle
    ore dieci antimeridiane,  dopo cinque ore di cannoneggiamento,  truppe
    nazionali  aprirono  breccia  cinta  di  Porta Pia...  Bandiera bianca
    alzata su Castel Sant'Angelo segn  fine  ostilit...  Nostre  perdite
    venti morti, circa cento feriti..."
    E  un  urlo  si lev tutt'intorno.  Ma don Blasco,  dominando le urla,
    grid:
    "All'Ospizio... per la musica... Fermi!... Le bandiere..."
    In un attimo  tutte  le  bandiere  del  Gabinetto  furono  recate  dai
    camerieri storditi dalle grida.  Don Blasco ne agguant una, s'apr un
    varco tra la folla e voci nuovamente:
    "All'Ospizio!... All'Ospizio!..."
    Per via, le grida di "Viva l'Italia!" "Viva Roma!" echeggiavano d'ogni
    intorno,  la dimostrazione s'ingrossava;  quelli che ignoravano ancora
    di che si trattasse gridavano per sapere che cos'era successo, e tutti
    rispondevano:
    "La  truppa ha preso Roma!...  E' venuto il dispaccio al deputato,  al
    duca d'Oragua!..."
    Quando la banda dell'Ospizio,  riunita in fretta e in furia,  cominci
    sonare,  il clamore divenne assordante.  E mentre i sonatori e il capo
    musica domandavano:
    "Da che parte?... Dove si va?..."
    "Dal deputato..." risposero dieci, cento voci; "dal duca..."
    Tutte le finestre illuminate, in casa dell'onorevole; una bandiera che
    pareva una vela di bastimento sventolante  al  balcone  di  mezzo,  il
    deputato che in persona rispondeva salutando col fazzoletto alle grida
    di:
    "Viva Roma capitale!... Viva Oragua!... Viva il deputato..."
    A un tratto,  mentre alcuni gridavano per ottener silenzio, aspettando
    un discorso d'occasione, il duca scomparve. Per evitare il pericolo di
    dover parlare,  poich Giulente non lo poteva aiutare essendo  con  la
    moglie al letto dell'agonizzante
    Ferdinando, egli scendeva incontro ai dimostranti, veniva a mescolarsi
    tra la folla.
    "Evviva!... Evviva!... Alla prefettura!..."
    E la marcia ricominci.  Don Blasco,  con la bandiera a spall'arme, la
    tuba un poco di traverso,  il  colletto  monacale  madido  di  sudore,
    andava  in  mezzo  alla  dimostrazione a braccio del professore che lo
    aveva ripescato e non lo lasciava pi.
    "Fuori i lumi!..." gridavano i suoi seguaci a ogni passo, e applausi e
    fischi s'alternavano secondo che le finestre illuminavansi o restavano
    serrate e buie com'erano.  Dinanzi  a  una  bottega  di  merciaio,  la
    fiumana dei manifestanti s'arrest un momento: "Le torce!...  Le torce
    a vento!..." E tutte quelle che  si  trovarono  furono  distribuite  e
    accese immediatamente.  La luce fosca,  fumosa si rifletteva contro le
    case, illuminandole, strappando vivi bagliori ai vetri delle finestre;
    sul mare delle teste  fazzoletti  e  cappelli  s'agitavano;  la  banda
    eccitava  l'entusiasmo sonando a tutto andare la marcia reale e l'inno
    di Garibaldi; e le grida echeggiavano pi forte, pi alte,  pi spesse
    intorno all'onorevole:
    "Viva Roma!... Viva l'Italia!... Viva Oragua!..."
    A  un tratto la dimostrazione s'arrest nuovamente come se qualcuno le
    contrastasse il passo, e un vario voco si lev:
    "Ancora!... Avanti!... Abbasso!... Morte!... Chi ?... Che c'?..."
    Da un  vicolo  era  sbucato  un  frate:  alla  vista  della  tonaca  i
    dimostranti  che andavano innanzi s'erano fermati e gridavano sul muso
    al malcapitato:
    "Abbasso i preti!... Abbasso le tonache! Viva Roma nostra!..."
    Il frate, livido in volto, con gli occhi spalancati, guard un momento
    la folla minacciosa e urlante; di repente,  alz le braccia,  gridando
    anche lui, scompostamente:
    "Eh!... Eh!..."
    "E'  il matto...  lasciatelo andare!..." esclamarono alcuni;  ma pochi
    udirono l'avvertimento, e la folla si mise in moto gridando:
    "Morte ai preti!... Abbasso il temporale!... Abbasso!... Morte!..."
    Don Blasco, allungato il collo, riconobbe fra' Carmelo, un altro degli
    Uzeda ammattito, il bastardo che a dispetto della fede di battesimo si
    rivelava anch'egli della famiglia.  E il professore,  alla vista della
    tonaca, se era un energumeno, inferoc come un torello al rosso:
    "Morte ai corvi!... Gi i tricorni: viva il pensiero laico!... Abbasso
    l'ultramontanismo!..."
    Il  pazzo,  alla  luce  fantastica  delle torce,  continuava a gestire
    scompostamente,  a gridare: "Eh!...  Eh!..."  senza  riconoscere  l'ex
    paternit  di  don  Blasco,  il  quale,  per  non  esser  da  meno del
    professore che gl'intronava le orecchie, vociava anche lui:
    "Abbasso!... Morte!... Abbasso!"




    Parte terza.

    1.

    "Signore onorandissimo,
    "L'origini nommench l'istoria della patria nobilt sapere,  tornar'in
    mente  non dev'a ciascuni,  specie in ta' tempi che la vengon stimando
    da sezzo,  in quella vece che tuttos dagli esteri ammirando si viene.
    Da ricapo narrarla, dopocch il Mugnos, il Villabianca ed altri famosi
    a  s  recarono  immortalit  sbrancandone quel denso velo,  chiarirsi
    potrebbe un fuor'opera;  se quei valentuomini,  per legge  di  natura,
    arrestati  non  fossers'  ai  tempi  che  vissero.   Ma,  senzach  il
    proseguiment'insin'a  nostri  ultimi  giorni,   un   altr'oggetto   ne
    rischiara    la    convenienza;    vogliam    dir    la   rarezza   di
    quell'oper'insigni,  cui non a tutt' dat'acquistare.  Quind' perci,
    all'oggettocch  tra  le  mani dell'universale una nuov'opera messa in
    giornata ne  gisse,  abbiam  divisato  dettarla.  E  attalch  non  ci
    s'imputi in superbia a tant'impres'azzardarci,  non vogliamo far senza
    di porre qui bocca sulla scienza  che  dell'araldiche  discipline  noi
    succhiammo  una  col  latte,  s  come  quelle ch'a discendente di non
    ultima, tra le sicole blasonate famiglie, famiglia,  pi convenissero.
    Lusingarci  da  indi  possiamo  che,  la merc d'uno studio indefesso,
    nommench la paziente compulsione d'archivi importanti  e  zeppati  di
    documenti solo noi dato esaminare, saracci dato fornire l'assunto come
    disse il Poeta, senza infamia sicuro, forse con lode.
    "Comecch  cultore  d'istoric'istudii  ed  amante delle patrie glorie,
    Vostra Signoria Onorandissima, echeggiando al nostro proposito,  negar
    non  vorrane il suo ambito concorso;  laonde viviamo fidenti della sua
    firma nella scheda dove le soscrizioni si ammozzolano.  Bassa idea  di
    guadagno  non  spronaci,  laddiomerc not'essendo non averne poi uopo;
    nonperoddimanco  onde  coprire  in  parte  le  pure  semplici   spese,
    abbisognamo il suo appoggio. Delch dormiam'in guanciali.

    scheda di soscrizione all'opera

    del  cavaliere  don  Eugenio  Uzeda  dei  principi  di  Francalanza  e
    Mirabella,  duchi  d'Oragua,  conti  della  Lumera,  etc.,  etc.;  gi
    Gentiluomo  di  Camera  (con esercizio) di Sua Maest il Re Ferdinando
    II; medagliato dell'ordine ottomano del Nisciam-Ifitkar da Sua Altezza
    il Bey di Tunisi, membro di varie Accademie, etc., etc., intitolata:

    l'araldo sicolo

    consistente  nell'istoria  documentata  dell'origini,  sort'e  vicende
    delle  Nobili Famiglie Siciliane da' tempi pi oscuri infino al giorno
    d'oggi: ben tre volumi,  di cui il  primo  testo,  il  secondo  alberi
    genealogici, il terzo stemmi. Usciranno una dispensa ogni mese. Prezzo
    d'ogni  dispensa:  lire  due.  Associazione  all'opera completa,  lire
    cinquanta.  -  N.B.   Chi  procura  sei  soscrizioni  avr  diritto  a
    pubblicare  il proprio albero genealogico.  Chi ne procura dodici avr
    tuttos lo stemma colorato."
    Questa circolare,  diffusa a centinaia e centinaia di copie,  prov ai
    concittadini del cavaliere don Eugenio che egli era ancora tra i vivi.
    Nessuna notizia di lui arrivava pi da anni; sulle prime aveva scritto
    ai  parenti  chiedendo  quattrini  in  prestito  per  grandi  e sicure
    speculazioni;  ma poich gli  rispondevano  picche,  aveva  finalmente
    smesso. Che cosa avesse fatto tanto tempo, dove fosse stato, non seppe
    nessuno. Nessuno di quelli che andavano a Palermo lo vide mai, nessuno
    ud  parlare  di  lui,  e  insomma  l'ignoranza dei fatti suoi fu cos
    grande,  che molti avevano supposto fosse passato zitto zitto al mondo
    di  l.  La  posta  non  aveva  finito  di  distribuire  il  manifesto
    dell'Araldo sicolo, che arriv l'autore in persona.
    Mancava da tanti anni, ed era naturalmente invecchiato, toccando ormai
    la   sessantina;   ma   stranamente   imbruttito,   anche,   e   quasi
    irriconoscibile.  Sul  viso  dimagrito  ed  emaciato  il naso sembrava
    essersi allungato,  come  una  tromba,  una  proboscide,  un'appendice
    flessibile  atta  a  frugare in mezzo al letame;  la caduta dei denti,
    affossando la bocca,  aveva contribuito  anch'essa  a  quell'apparente
    crescenza che dava a tutto il viso un aspetto basso,  ignobile e quasi
    animalesco. Indosso,  la sordidezza della camicia e dell'abito a coda,
    troppo  lungo e troppo largo,  con un panciotto che era stato bianco e
    l'untume del cappello che pareva sudasse dal troppo caldo, lo facevano
    prendere per un servitore di trattoria o per un bigliardiere di bisca;
    la gotta che gli tormentava i  piedi  lo  costringeva  ad  un'andatura
    storta e strisciante. Prese alloggio in un albergo d'infimo ordine; ma
    alle  prime  persone alle quali si diede a conoscere - giacch nessuno
    lo riconosceva - egli disse che non aveva trovato  camere  disponibili
    al  Grand Hotel e che,  partito improvvisamente da Palermo,  non aveva
    potuto portare con s i bauli... i buli, come pronunziava.
    La sua prima visita fu pel capo della famiglia; ma,  giunto dinanzi al
    portone  del  palazzo,  vide  con  stupore  che  era chiuso,  col solo
    sportello aperto.  Datosi a conoscere come zio del  padrone  al  nuovo
    portinaio che lo squadrava da capo a piedi,  sent rispondersi che non
    c'era nessuno: n il principe, n la principessa, n Consalvo: partiti
    tutti: il signorino in  viaggio  da  quasi  un  anno,  i  padroni  per
    togliere dal collegio la signorina e farle vedere un po' di mondo. Non
    bene  persuaso,  come  uno avvezzo ad esser mandato via,  il cavaliere
    alzava gli occhi alle finestre,  pareva voler guardare  a  traverso  i
    muri, quando s'ud salutare:
    "Eccellenza?... Vostra Eccellenza qui?"
    Era  Pasqualino  Riso,  il  cocchiere.  Anche lui era andato gi,  non
    sfoggiava gli abiti eleganti, gli anelli e le catene d'oro d'un tempo.
    "Tutti partiti, Eccellenza... La casa  vuota!"
    "Quando torneranno?"
    "Non sappiamo, Eccellenza; forse per le vendemmie, i padroni..." "E il
    principino?"
    "Ah, il principino non per ora..."
    Don Eugenio,  i  cui  occhietti  luccicavano  di  curiosit  sul  viso
    affamato,  s'accomod  sulla seggiola senza spalliera che il portinaio
    teneva dinanzi all'uscio del suo stanzino, domandando:
    "Perch? Che c' di nuovo?"
    E a poco a poco, Pasqualino rivel la verit.  Il signorino non poteva
    pi  stare  in  casa,  almeno per un certo tempo,  a cagione dell'urto
    continuo col padre.  Dai tanti  dispiaceri,  il  signor  principe  era
    caduto  ammalato.  Quanto  a  don  Consalvo,  non  si  poteva dire che
    s'affliggesse tanto da farne  una  malattia,  ma  neanche  lui  doveva
    ingrassare a furia di dissapori e di diverbi; il meglio perci era che
    se  ne  stesse  un  pezzo lontano...  Cos il principe avrebbe trovato
    tempo di placarsi, di persuadersi che, in fin dei conti,  il figliuolo
    non  aveva  ammazzato  nessuno!  L'accusavano di non interessarsi alle
    faccende dell'amministrazione, di trattar male la madrigna? "Ma Vostra
    Eccellenza sa com' fatto il signor principe: piuttosto  che  dare  ad
    altri  i  registri  dei  conti o le chiavi della cassa,  si lascerebbe
    tagliare tutt'e due le mani!... Alla principessa il signorino non vuol
    bene come una madre,  questo  vero: madre per ce n' una sola:  dico
    bene,  cavaliere? La madrigna basta che la rispetti; e rispettarla, la
    rispetta..." La ragione vera del dissenso era pertanto  un'altra:  che
    il signor principe non voleva metter fuori quattrini,  e il principino
    invece spendeva  da  signore...  Perci  il  signorino  aveva  firmato
    qualche cambialetta;  e ogni volta che i creditori ne presentavano una
    al signor principe, pareva,  Dio ne scampi e liberi tutti quanti,  che
    gli  pigliasse  un accidente secco.  E voleva perfino farlo arrestare,
    come se una cosa simile potesse dirsi per puro  semplice  scherzo,  in
    casa Francalanza!
    Fatto un gesto d'indignazione,  Pasqualino prese un'altra seggiola nel
    bugigattolo,  e sedette accanto al  cavaliere,  il  quale,  scrollando
    gravemente  il  capo,  trasse di tasca mezzo sigaro spento e chiese un
    cerino al cocchiere. "Allora, Vostra Eccellenza permette?..." E accesa
    la sua pipa riprese  il  filo  del  discorso.  Per  chi  dunque  aveva
    ammassato  tante  ricchezze,  il signor principe?  Per se stesso,  no;
    giacch non ne godeva;  per la  figlia,  neppure;  perch,  una  volta
    maritata, la signorina Teresa avrebbe preso la sua dote e buona notte;
    dunque,  pel figlio.  Allora,  perch tenerlo a corto di quattrini? Un
    giovanotto come il principino di  Mirabella  aveva  bisogno  di  tante
    cose;  doveva,  per necessit,  far tante spese!...  Il padrone non lo
    capiva, lui che, giovane, era vissuto da monaco. "Ma siamo tutti fatti
    ad un modo?" E poi, i tempi erano mutati: i signori dovevano spendere,
    se volevano essere considerati; se no,  il primo ciabattino arricchito
    si  reputava  da  pi  di  loro!...  E  nel rammarico di non poter pi
    guadagnare come un tempo sulle spese intime del padroncino, Pasqualino
    qualificava arditamente di porcherie le lesinerie del principe: diceva
    che per una  lira  colui  avrebbe  rinnegato  il  figliuolo;  lasciava
    intendere,  per trarre dalla sua il cavaliere, che il capo della casa,
    se fosse stato un altro,  avrebbe dovuto aiutare  i  parenti  che  non
    erano  ricchi quanto lui...  Don Eugenio,  fumando e sputando,  con le
    gambe magre da don Chisciotte  accavalciate,  chinava  il  capo,  dava
    ragione al cocchiere, si dava ragione da s: "Io l'avevo detto... cos
    non poteva durare... mio nipote ha un certo modo!..."
    Al  fresco  del  vestibolo  la  conversazione si prolungava: padrone e
    servo discorrevano intimamente,  da pari a pari,  mescolando  il  fumo
    della  pipa  e  del  sigaro;  anzi,  quantunque  Pasqualino  non fosse
    elegante come un tempo,  pure sembrava il padrone,  e don  Eugenio  il
    creato.   Il  guardaportone,  tra  scandalizzato  ed  invidioso  della
    confidenza che  il  cavaliere  accordava  al  cocchiere,  spasseggiava
    dignitosamente  dinanzi  all'entrata,   con  le  mani  sul  dorso  del
    soprabitone gallonato.
    "Chi    quel  pezzo  di  straccione?"  gli  domandavano  i   commessi
    dell'amministrazione, uscendo dopo il lavoro.
    "Uno zio del signor principe, dice!"


    E,  tutto  sommato,  fu  la miglior accoglienza che ebbe il povero don
    Eugenio.  Il domani egli cominci il giro dei  parenti  che  erano  in
    citt: and prima di tutti dal fratello don Blasco.
    Il  monaco  pareva  sul  punto  di  scoppiare:  il  pancione gli s'era
    imbottito di lardo e la testa ingrossata;  il mento si confondeva  con
    la  massa gelatinosa del collo.  Non poteva muoversi,  per l'enormezza
    della persona,  per la fiacchezza delle gambe;  e accanto a lui  donna
    Lucia, la moglie di Garino, sembrava svelta e leggiera.
    "Perch  sei tornato?" disse al fratello,  appena lo vide entrare ed a
    modo di  saluto.  Aveva  infatti  ricevuto  la  circolare  dell'Araldo
    sicolo, e comprendendo da quella che l'autore doveva aver l'acqua alla
    gola metteva le mani avanti, per evitare richieste di sussidi.
    "Sono  venuto  per  poco,"  rispose  don Eugenio;  "prima di tutto per
    rivedervi,  e poi per fare associati all'opera di cui ti ho mandato il
    manifesto..."
    E  cominci  a enumerare gl'insigni sottoscrittori: Sua Altezza il Bey
    di Tunisi, i vizir della reggenza, i pi gran signori palermitani;  il
    principe d'Al,  il marchese di Lojacomo,  il duca tale e il conte tal
    altro.
    "E?..." fece il monaco,  quasi per  dire:  "Perch  vieni  a  contarmi
    queste  storie?"  senza  neppur  domandare  al  fratello: "Sei stato a
    Tunisi? Che sei stato a farci?"
    "Ho pure le firme di  venti  municipi,  di  trenta  societ,  di  otto
    biblioteche.  L'affare  magnifico. A conti fatti, dedotte le spese di
    stampa, carta, posta, etc.  con le sole soscrizioni sinora raccolte il
    guadagno   assicurato.  Ma debbo ancora girare mezza Sicilia per fare
    associati. Se arriveremo a trecento, resteranno diecimila lire nette."
    "E?..."
    "Io ti vorrei proporre di stampare insieme il libro."
    Il monaco lo guard fisso nel bianco degli occhi.
    "Sei pazzo?"
    "Perch? O non credi forse che ci sia da guadagnare? Ti faccio i conti
    in quattro e quattr'otto, ti faccio vedere le firme raccolte..."
    "Non voglio veder niente! Credo benissimo e ti ringrazio tanto.  Tieni
    per te le diecimila lire."
    Il cavaliere ebbe un bell'insistere,  col tono persuasivo e insinuante
    d'un sensale o d'un mezzano, e un bello sgolarsi per dimostrare a luce
    meridiana l'eccellenza della sua proposta;  don  Blasco  continuava  a
    rifiutare,  dapprima  seccamente,  poi  alzando la voce,  poi gridando
    perch quel seccatore gli si togliesse dai piedi.
    "Allora...  se non vuoi  correre  i  rischi  dell'affare...  fammi  un
    favore_ I soscrittori non pagano anticipatamente;  m'occorre una somma
    per cominciare la stampa. Prestami un migliaio di lire..."
    "Non le ho."
    "Ti ceder le firme pi sicure, le sceglierai tu stesso..."
    "Non le ho."
    Il cavaliere non si scoraggiava neppure adesso.  Ridusse la domanda da
    mille  a  ottocento  e  poi  a  cinquecento  lire;  poich  il  monaco
    continuava a rispondere,  cantilenando dall'impazienza:  "Non  le  ho,
    non-ho-de-na-ri...  come  debbo  dirtelo?..."  don  Eugenio  concluse,
    pacatamente:
    "Allora aspetter finch sarai comodo...  Non ho fretta:  prima  debbo
    compire  la  soscrizione...  poi  ti  porter  a  veder le schede,  le
    domande, i manifesti..."
    Sperando di riuscir  meglio  con  la  sorella,  il  cavaliere  and  a
    rinnovare il tentativo con donna Ferdinanda.  Asciutta e verde come un
    aglio,  la zitellona pareva sfidare il tempo,  gli anni  le  passavano
    addosso  senza  mutarla: ne aveva oramai sessantadue e non ne mostrava
    pi di cinquanta.  Solo  le  mani  le  si  coprivano  di  rughe  e  si
    spolpavano e s'irruvidivano a contar denari,  come a lavorare il ferro
    od  a  zappar  la  terra.   Anche  lei  aveva  ricevuto  la  circolare
    dell'Araldo  sicolo:  ma,  vedendo il fratello,  cominci a chiedergli
    notizie della sua salute,  di Palermo,  delle persone che conosceva in
    quella  citt;  ascoltando  con interesse i discorsi interminabili del
    cavaliere che, incoraggiato da quelle buone disposizioni,  nominava un
    mondo  di  persone colle quali era come "fratello",  ne narrava i casi
    con tanto interesse come se fossero occorsi  a  lui  in  persona:  "la
    separazione  del  duca  Proti,  tanto amico mio...  quella pazza della
    baronessa non mi volle dar retta... io al principe l'avevo detto: caro
    Emanuele,  pensaci bene..." Le chiacchiere tiravano in  lungo,  perch
    donna  Ferdinanda  gli  dava  la  corda,  ed il cavaliere non ne aveva
    neppur  bisogno,   felice  di  mentovare  le  sue   grandi   relazioni
    palermitane.
    "E non sai la pi bella notizia? La figlia della Palmi  sposa!"
    "S? E con chi?"
    "Col  mio  amico  Memmo  Duffredi,  Duffredi di Casura,  il nipote di
    Ciccio Lojacomo: la prima nobilt di Palermo e parecchi milioncini  di
    propriet..."
    "Ma davvero?"
    "Una  gran  fortuna  per  la  ragazza!  Quell'intrigante del barone ha
    combinato ogni cosa ed ha preso  Memmo  in  trappola...  Naturalmente,
    come parente, non potevo dir questo, altrimenti sarei andato da Ciccio
    per avvertirlo: "Tuo figlio pu trovare un partito migliore..." E poi,
    quella ragazza ha un certo fare... Basta; io non ho parlato, tanto pi
    che giusto quando si combinava la cosa, ero a Tunisi..."
    "Ah, sei stato a Tunisi? E per fare che cosa?"
    "Che  cosa?...  Niente!...  Per diporto..." egli tossicchiava un poco,
    tuttavia,  imbarazzato,  quasi  confuso.  E  poich  donna  Ferdinanda
    continuava a fargli domande, per sapere se Tunisi era una bella citt,
    quanto  tempo  c'era  stato  e  via discorrendo,  il cavaliere,  quasi
    risolvendosi, disse finalmente:
    "Ci fui anche per raccogliere soscrizioni alla mia opera, sai..."
    "Opera?" fece la zitellona, con atto di meraviglia. "Qual opera?"
    "Come, non hai ricevuto il manifesto?"
    "Io non ho ricevuto niente..."
    "L'"Araldo sicolo"?... la storia della nobilt?..."
    "Tu?... Tu stampi un'opera?... Ah! ah! ah!..."
    E scoppi in una di quelle sue rare risate che pungevano nel vivo. Don
    Eugenio,  che aveva sostenuto imperterrito tutti i rifiuti del monaco,
    si sconcert all'ilarit della sorella.
    "Perch?"  domand,  tentando  di  rialzare  la propria dignit di cui
    donna Ferdinanda faceva ludibrio con quelle rise indecenti.  "Non sono
    forse buono a scriverla, come tanti altri?..."
    "Ah! ah! ah!.."
    E  la  risata  non  finiva.  Quando  il vecchio spieg che libro aveva
    scritto, essa divenne pi fine, pi ironica, pi tagliente. Una storia
    della nobilt dopo il Mugns e,  il Villabianca?  Per ficcarci  dentro
    gli  arricchiti che si facevano dare del cavaliere e del marchese?  La
    nobilt autentica  era  tutta  scritta  nei  libri  antichi!...  E  il
    cavaliere tentava almeno di dimostrare la bont della speculazione: ma
    la  zitellona  non gli dava quartiere: guadagnare con la carta sporca?
    Per chi mai la carta sporca ha avuto valore, fuorch pei pizzicagnoli?
    E chi avrebbe comprato un libro di lui?  Si sarebbero messi a  ridere,
    come  rideva  lei!  Le firme?  Le avevano date per levarselo di torno!
    Bisognava vedere quanti avrebbero poi pagato!...
    "Almeno, mi presti qualche centinaio di lire?"
    "No, perch non me le restituiresti."
    E ogni altra insistenza fu inutile.
    Andato a ripetere il tentativo dalla nipote Chiara,  don  Eugenio  non
    pot neppure vederla: la cameriera gli disse che il marchese era fuori
    e la marchesa chiusa in camera col dolor di capo.
    "Dille che c' suo zio."
    "Vostra Eccellenza scusi;  ma quando ha il dolor di capo,  nessuno pu
    parlare alla signora marchesa."
    E facendo  il  cavaliere  un  atto  d'impazienza,  la  donna  mormor,
    guardandosi attorno:
    "Eccellenza, c' guai!"
    "Che guai?"
    "La marchesa... ma signor cavaliere, per carit, non mi faccia perdere
    il  pane!...  Pazza  pel marito,   vero,  Eccellenza?  Tutt'una cosa;
    quello che voleva il signor  marchese  era  legge  per  lei...  N  il
    padrone  ne  abusava:  d'amore  e  d'accordo  in  tutto e per tutto...
    Adesso? Adesso non c' pi pace, per quel figlio di...  chi so io!  Un
    diavolo dell'Inferno,  Eccellenza; e la padrona, che non ci vede dagli
    occhi, dal tanto bene che gli vuole, lo lascia fare, lo difende contro
    il padrone...  Litigano tutti i  giorni,  perch  il  signor  marchese
    vorrebbe correggerlo, insegnargli l'educazione, obbligarlo a studiare;
    e  invece  la  nipote  di  Vostra  Eccellenza se la prende col padrone
    perch le maltratta il ragazzo...  Ieri vennero alle  grosse;  non  si
    parlano  da  ventiquattr'ore...  Il  signor  marchese  uscito di casa
    all'alba... chi sa se torna!"
    E, per quanto insistesse, don Eugenio non pot persuadere la cameriera
    ad affrontare il malumore della padrona portandole l'ambasciata.
    Allora egli and a battere alla porta dei  Giulente.  Arriv  da  loro
    sull'annottare,  dopo  una  giornata  di corse.  Benedetto non c'era e
    Lucrezia  non  si  riconosceva  pi,   tanto  s'era   trasformata   ed
    imbruttita.  Il  corpo  era  diventato un sacco di carne,  dove non si
    distinguevano piu n  seno,  n  vita,  n  fianchi;  il  viso,  dalla
    continua  acrimonia  che la animava,  dall'inguaribile scontento della
    propria  condizione,  era  divenuto  duro,  arcigno,  inaspettatamente
    rassomigliante  a  quello del principe.  E il primo discorso che tenne
    allo zio, rivedendolo dopo tanti anni, fu giusto contro Benedetto.
    "Non c'; non sta mai in casa. Adesso che non  pi sindaco, s' fatto
    nominare presidente del Consiglio provinciale.  Per amor della patria,
    Vostra Eccellenza mi capisce!...  Pi invecchia, e pi bestia diventa.
    E' un pazzo!  Ma la disgrazia    che  fa  impazzire  anche  me.  Dopo
    vent'anni,"  ella  calcolava  il  tempo a modo suo,  "un altro che non
    fosse tanto bestia avrebbe capito l'inutilit di fare il  servitore  a
    questo  e  a  quello.  Invece,  pare  l'uovo  al  fuoco: pi sta e pi
    indurisce! Vuol essere deputato;  per che cosa,  domando io?  Dopo che
    sar deputato.  che cosa avr buscato? A fare il sindaco ha guadagnato
    questo: che nessuno lo pu vedere,  neppur quelli  ai  quali  ebbe  la
    stupidaggine di rendere servizio! Bene gli sta!..."
    Verso  la  propria  famiglia ella aveva ancora quel misto d'astio,  di
    invidia e di premura,  secondo che il vanto di farne parte,  il dolore
    d'averla  lasciata o il sospetto d'esserne ripudiata predominavano nel
    suo cervello.  Anche ora,  parlando del  viaggio  del  principe,  ella
    ripeteva  con  insistenza  che  il fratello e la cognata le scrivevano
    ogni  due  giorni,   e  riferiva  il  contenuto  delle  loro  lettere,
    annunziava  il loro ritorno per l'autunno;  poi cominciava a criticare
    ed a malignare:
    "Hanno fatto bene a prender essi stessi Teresina  dal  collegio,  e  a
    farla   viaggiare...   Mia   cognata     un'altra  madre  per  questa
    figliastra!...  Dal tanto amore,  l'ha tenuta due anni pi del bisogno
    in  collegio,  per  farne una letterata.  Graziella s'intende molto di
    letteratura!..."
    Per, subito dopo soggiunse:
    "Vostra Eccellenza non  ha  visto  l'ultimo  ritratto  di  Teresina?..
    No?...  Aspetti...  vedr  che  bellezza;  me l'hanno mandato due mesi
    addietro...  Di Consalvo per," riprese  dopo  che  ebbe  mostrato  il
    ritratto  allo  zio,  "n  nuova n vecchia...  come se non fosse loro
    figlio anche lui... Senza le lettere che scrive alla zia, non sapremmo
    se  vivo o se  morto...  Adesso dice che   a  Parigi.  E'  stato  a
    Berlino, a Londra, a Vienna..."
    Il cavaliere non l'udiva,  rimuginando il discorso da tenerle.  Appena
    la nipote fece una pausa,  egli espose  la  speculazione  ideata,  che
    riuniva  l'immancabile  riuscita finanziaria alla nobilt dello scopo.
    Ma Lucrezia:
    "Storia della nobilt?" replic.  "Dov' pi la  nobilt?  Che  storia
    vuole   scrivere   Vostra   Eccellenza?   Adesso   sono  in  favore  i
    lustrascarpe, non i nobili! Per esser considerati,  bisogna venire dal
    niente! Scriva piuttosto la storia dei villani e dei mastri notari; in
    quella s che c' da guadagnare!..."


    Imperturbabile, don Eugenio ricominci il giorno seguente. Dai Radal-
    Uzeda  trov  il duca Michele e il barone Giovannino;  la duchessa era
    fuori di casa. Michele, a venticinque anni, perdeva i capelli e pareva
    vecchio del doppio; Giovannino era invece pi grazioso di prima, fine,
    elegante. Udita la richiesta del parente,  entrambi risposero che solo
    la madre gli avrebbe potuto dare risposta. Il giorno dopo il cavaliere
    torn a parlare con la duchessa, e questa cadde dalle nuvole:
    "Io  stampar libri?  E come mai vi viene in testa una cosa simile?  So
    molto di queste cose, io!"
    E don Eugenio ci rimise le pedate.
    Ma egli non si perdette d'animo. Dai lontani parenti pass agli amici,
    ai semplici conoscenti,  alle persone che incontrava per istrada e che
    fermava col pretesto di rivederle e salutarle.  Cominciava a riferire,
    come se le avesse avute direttamente,  le notizie del  principe  e  di
    Consalvo  apprese  da  Lucrezia,  s'addolorava per la lite fra padre e
    figliuolo,  annunciava il  ritorno  della  principessina,  che  diceva
    d'aver  visto  a  Firenze:  "una  bellezza  da sbalordire!...",  e poi
    parlava del suo soggiorno di  Palermo,  descriveva  l'appartamento  di
    dieci   stanze   che   aveva  abitato  sul  Cassaro,   drappeggiandosi
    maestosamente nell'abito lercio e sdrucito che diceva la  miseria,  la
    fame,  le ignobili promiscuit;  riferiva ancora il viaggio di Tunisi,
    l'onorificenza beilicale ma senza  spiegare  a  qual  titolo  l'avesse
    ottenuta,  che  cosa  avesse  precisamente  fatto  alla  corte  di Sua
    Altezza;  e quando aveva  bene  intontito  la  gente  con  tutti  quei
    discorsi, domandava a bruciapelo:
    "Avete ricevuto il mio manifesto?"
    E  riesponeva il concetto dell'opera,  enumerava le adesioni ricevute:
    ogni volta, queste crescevano di numero: le firme dei privati salivano
    da duecento a trecento, a quattro, a cinquecento;  quelle dei municipi
    sommavano  a  cinquanta,  a  settanta,  a  novanta;  le biblioteche si
    moltiplicavano da un momento all'altro. Mille sottoscrittori erano gi
    sicuri,  un  altro  migliaio  non  potevano  mancare.   E  offriva  la
    compartecipazione,  si restringeva all'anticipo,  da ultimo dichiarava
    di contentarsi di dodici firme, di sei, anche di una. Per levarselo di
    torno la gente prometteva ambiguamente; ma egli prendeva nota dei nomi
    in un suo  portafogli  unto  e  squarciato,  unicamente  imbottito  di
    circolari  e  di  schede,  delle  quali  faceva  nuove  distribuzioni,
    ficcandole in tasca  a  chi  rifiutava  col  gesto,  raccomandando  di
    diffonderle,  di  riempirle  al  pi  presto...  Dopo  una giornata di
    lavoro,  nel momento che stava per  rientrare  nell'albergo,  incontr
    Benedetto che ne usciva.
    "Eccellenza!...  Come  sta?...  Ero  venuto a trovarla;  mi dispiacque
    tanto, ieri, di non essere in casa..."
    Un poco imbarazzato,  don Eugenio lo invit a salir su in camera.  Una
    camera col pavimento affossato,  due strisce di tela bianca a guisa di
    tendine dinanzi alla finestra,  una catinella sopra una seggiola e una
    brocca per terra.
    "Ho  dovuto  venir qui perch al Grand Htel era tutto pieno.  Come si
    sta male in questa citt!  A Palermo avevo un appartamento  di  dodici
    stanze... bisognava vedere che scale!..."
    E, nonostante il rifiuto oppostogli da Lucrezia, egli cav di tasca le
    circolari ed entr subito in materia.
    "Tua  moglie  non  t'ha  detto?...  Sono  venuto  per  stampare la mia
    opera...  Per ventimila lire non la cederei a  nessuno...  Ma  non  ho
    quattrini da cominciare la stampa.  Vogliamo farla insieme? Spartiremo
    i guadagni, da buoni parenti ed amici."
    Giulente esit un poco, poi domand:
    "Che ha detto Lucrezia?"
    "Tua moglie? Ha detto di s, solo che tu ti persuada della convenienza
    della cosa.  Guarda un po'..." E non capendo  nei  panni  dalla  gioia
    d'aver trovato finalmente uno che non rifiutava,  gli sciorin dinanzi
    alcune schede con qualche firma.
    "Va bene, va bene, giacch Lucrezia approva..."
    "Se anche mutasse parere,  in fin dei conti,  potremmo fare a meno del
    suo consenso!..."
    Benedetto esit un poco, poi disse:
    "Nossignore,  necessario... perch adesso i denari li tiene lei..."
    "Come! I denari? Tu non puoi disporre di qualche migliaio di lire?"
    "Eccellenza no...  Gli affari pubblici mi portavano via molto tempo...
    Ho ceduto a lei l'amministrazione..."














    2.

    Il ritorno del principe,  con lo zio duca,  la moglie e la figlia,  al
    principio dell'inverno,  diede nuovo alimento alla pubblica curiosit.
    Aspettavano tutti di vedere in viso questa famosa principessina  della
    cui bellezza si parlava tanto, ma quantunque l'esagerazione delle lodi
    anticipate  avesse  disposto la gente alla diffidenza,  pure la realt
    lasci molto indietro ogni immaginazione. La bellezza bianca e bionda,
    fine,  delicata,  quasi vaporosa della fanciulla non  aveva  riscontri
    nella famiglia dei Vicer.  La vecchia razza spagnuola mescolatasi nel
    corso  dei  secoli  con  gli  elementi  isolani,  mezzo  greci,  mezzo
    saracini,  era  venuta  a poco a poco perdendo di purezza e di nobilt
    corporea: chi avrebbe potuto distinguere,  per esempio,  don Blasco da
    un  fratacchione uscito da lavoratori della gleba,  o donna Ferdinanda
    da una vecchia tessitrice?  Ma  come,  nella  generazione  precedente,
    s'era  vista l'eccezione del conte Raimondo,  cos adesso anche Teresa
    pareva fosse venuta fuori da una  vecchia  cellula  intatta  del  puro
    sangue castigliano. Alta, magra di spalle, con una vita che le sue due
    mani  quasi  arrivavano  ad  accerchiare  e che rendeva pi vistosa la
    curva dei fianchi, Teresa possedeva una istintiva eleganza, una nobile
    grazia di portamento,  ancora non  del  tutto  liberata  dall'impaccio
    della  collegiale,  fino a qualche mese addietro costretta nella goffa
    uniforme.  Nei primi giorni,  quando cominci ad uscire  in  carrozza,
    accanto   alla   madrigna,   la  gente  si  fermava  sui  marciapiedi,
    l'aspettava al varco, dinanzi al portone del palazzo, per figgerle gli
    occhi addosso,  a bocca aperta: ella pareva non accorgersi  di  quella
    curiosit indiscreta, non guardare anzi nessuno.
    In casa,  naturalmente, erano venute a trovarla prima di tutte le zie,
    e  Lucrezia  s'era  quasi   attaccata   alle   gonne   della   nipote,
    l'accompagnava per ogni dove,  le dava consigli, non parendole vero di
    poter esercitare su qualcuno la sua smania d'autorit.  La principessa
    la lasciava fare;  ma a Chiara non restitu neppure la visita, per via
    del bastardello. Una ragazza come Teresa,  appena uscita dal collegio,
    poteva andare in una casa dove c'erano di quei pasticci? Ella diceva a
    tutti,  cameriere, parenti e conoscenze, con grandi gesti e torcimenti
    di sguardo: "Posso permettere che mia figlia sappia  di  queste  cose,
    eh?  Tanto  peggio  se  Chiara se ne adonta." E Chiara se ne adont in
    malo modo.  Aveva rotto con tutti i  parenti,  ormai,  per  amore  del
    figlio della cameriera, il quale, guastato da tanti vizi, la comandava
    a bacchetta, le dava del tu, all'occorrenza le alzava le mani addosso.
    Ma ella lo lasciava fare, e se il marchese diceva mezza parola, grida,
    minacce, un inferno. Uditi gli scrupoli della cognata-cugina, si nett
    la bocca contro di lei,  tanto pi che,  per ordine di Giacomo,  donna
    Graziella condusse Teresa a baciar la mano allo zio  don  Blasco.  Dal
    monaco  s,  che teneva la Sigaraia e le tre figlie in casa,  e da lei
    no? "Sicuro, perch dal monaco aspettano l'eredit..."
    Don Blasco,  adesso,  era un signore: oltre la casa e  i  due  poderi,
    aveva messo di bei quattrini da canto; il principe gli faceva la corte
    per questo. Il Cassinese se la lasciava fare da lui come da Lucrezia e
    da Chiara;  non andava pi in casa di nessuno,  non potendo pi salire
    scale; ma dettava legge ai nipoti, se ne serviva in tutti i modi, e se
    qualcuno di costoro lo faceva andare in collera,  egli  cavava  fuori,
    come donna Ferdinanda, un suo foglio di carta e lo stracciava in mille
    pezzi:  "Neanche un soldo da me!..." La visita della nipote Teresa gli
    fece piacere; le figliuole non si lasciarono vedere,  e la principessa
    spieg alla ragazza che donna Lucia era "governante" dello zio.
    Del resto, queste precauzioni erano inutili per Teresa. Ella non aveva
    curiosit sconvenienti, e quando comprendeva che le pi grandi avevano
    da dirsi qualcosa,  s'allontanava, andava ad ordinare la sua cameretta
    o  a  badare  alle  sue  cosucce.   Non  era  soltanto  bella  da  far
    strabiliare, ma piena d'ingegno, istruita da dar punti a tanti uomini.
    Disegnava  e  dipingeva,  parlava  il francese e l'inglese come la sua
    propria lingua,  sapeva far versi e comporre musica;  e  modesta,  con
    questo,  semplice,  buona, affettuosa da non si dire. Rientrando nella
    casa dove,  bambina,  aveva lasciato la sua mamma,  e  adesso  non  la
    trovava pi,  avevano dovuto sorreggerla e i suoi occhi eran parsi due
    vive fonti, dal tanto pianto;  ma il culto per la santa memoria non le
    impediva  di rispettare e di amare il padre e la madrigna.  E timorata
    di Dio, sempre con qualche libro di preghiere tra le mani,  quando non
    lavorava ai suoi ricami, ai suoi disegni, alla sua musica: certi libri
    dorati,  ricoperti  di  velluto  o  di  pelle  odorosa: mesi di Maria,
    coroncine della Beata Vergine,  vite di Santi,  pieni ad  ogni  pagina
    d'imagini divine, tutti premi riportati quand'era all'Annunziata.
    Ma  questi  sentimenti  pii,  questo timor di Dio non le impedivano di
    amare,  come conveniva ad una fanciulla  della  sua  et,  gli  svaghi
    mondani,  le  eleganze  della  moda.  Quando aveva da vestirsi per far
    visite o per riceverne,  o per andare al passeggio o al  teatro,  ella
    s'indugiava  come  le altre,  dinanzi allo specchio;  e aveva un certo
    modo tutto suo di portare gli abitini pi semplici che la faceva parer
    vestita come per andare a un ballo.  Quando passavano dalla modista  o
    dalla  sarta,  se  dovevano  sceglier  stoffe  o  guarnizioni o minuti
    oggetti d'ornamento ella dava prova di gran gusto,  scegliendo le cose
    pi  belle  e  pi  eleganti,  persuadendo  con  buone  maniere la zia
    Lucrezia, la quale, dacch teneva le chiavi della cassa,  si faceva un
    abito ogni quindici giorni preferendo ogni volta quel che c'era di pi
    disgraziato,  ed imbronciandosi se non lodavano la sua scelta.  Invece
    la principessa lasciava  che  la  figliastra  facesse  a  modo  suo  e
    scegliesse quel che le piaceva;  anzi,  si rimetteva a lei per le cose
    sue proprie. "Che gusto, quello della mia figliuola!...  Che figliuola
    modello!..." La lodava specialmente per la dolcezza del carattere e la
    bont del cuore;  la baciava e l'abbracciava dinanzi a tutti, anche in
    conversazione; vegliava su lei come una vera mamma.
    Era gelosa e scrupolosissima;  non permetteva che  oltre  i  libri  di
    religione la figliastra leggesse cose capaci di guastarle la testa; n
    che,  dinanzi alla giovane, tenessero certi discorsi, per paura che le
    stesse parole le contaminassero il pensiero.  Stava perci sulle spine
    quando  la  cognata Lucrezia narrava certe storie di concubinaggi,  di
    separazioni coniugali,  di nascite illegittime.  Cominciava  allora  a
    tossire  per  dar sulla voce a quella stravagante malaccorta;  e se la
    tosse non bastava,  mutava discorso bruscamente,  con  un  certo  modo
    tutto suo,  fatto apposta per richiamare l'attenzione sulle cose dalle
    quali voleva invece stornarla.  Ma Lucrezia non si accorgeva di nulla;
    e non commetteva anzi la sconvenienza di dire spesso alla nipotina,  a
    proposito ed  a  sproposito,  ma  pi  spesso  quando  si  lagnava  di
    Benedetto: "Bada a chi piglierai per marito"? Oppure: "Apri gli occhi,
    quando  sarai  maritata"?  La  principessa  diventava di mille colori,
    alzava  gli  occhi  al  soffitto,   facendo  sforzi  straordinari  per
    contenersi,  per non dire il fatto suo a quella matta a cui il Signore
    aveva fatto bene di non dar figlie,  se  intendeva  cos  l'educazione
    delle ragazze.  "Cognata!... Lucrezia!..." ma nulla serviva, tanto che
    una volta la principessa mise carte  in  tavola:  "Scusa,  cugina;  ma
    questi  discorsi mi sembrano fuor di luogo.  Teresa si mariter quando
    sar tempo,  e ci penser suo padre,  non dubitare: a me non piace  la
    moda d'oggi, di parlar di queste cose alle signorine..."
    Teresa, con gli occhi bassi e le mani in grembo, pareva non ascoltare;
    Lucrezia ammutol e and via dopo un poco,  senza salutar nessuno.  Ma
    un altro parlava spesso di  cose  scabrose  e  la  principessa  doveva
    tenerlo in riga: il cavaliere don Eugenio.
    Appena  saputo  l'arrivo del fratello e del nipote,  era corso da loro
    per ricominciare il discorso dell'Araldo sicolo.  Il  duca,  senza  le
    grida  di  don  Blasco  e  le commedie di donna Ferdinanda,  gli aveva
    risposto chiaro: "Coi libri, caro mio, nessuno ha mai fatto quattrini;
    tu ne farai meno degli altri perch non hai saputo far nulla  mai.  Se
    vuoi stampar l'opera,  nessuno te lo impedisce; ma io non ho denari da
    buttar via in queste imprese." Don Eugenio accettava a capo  chino  il
    predicozzo,  come  riconoscendo  di  meritarlo,  ossequiente  ed umile
    dinanzi  a  quell'imbroglione  che  sputava  sentenze,  e  come  s'era
    arricchito?  a  spese delle casse pubbliche,  manipolando gli appalti,
    facendo ogni sorta d'imbrogli!...  "Almeno,"  don  Eugenio  insisteva,
    "farai comprare il libro alle biblioteche dello Stato?  A te non costa
    nulla,  sei tanto influente!...  Baster che tu dica una parola..." Il
    deputato  ascoltava la lode a occhi socchiusi,  beatamente.  Infatti i
    bei giorni erano tornati per lui;  dopo  l'atteggiamento  preso  nella
    questione  romana  aveva  rimesso  il  tallo;  l'elezione del novembre
    Settanta era stata un altro trionfo. S,  gli sarebbe bastato dire una
    parola per aiutare il fratello;  tuttavia,  alle insistenze di costui,
    rispondeva che avrebbe visto,  che ci avrebbe pensato,  preso  da  uno
    scrupolo:  "Che  cosa si potr dire?  Che mi giovo del mio credito per
    procurar favori alla mia famiglia?..."
    Don Eugenio allora s'era rivolto  al  principe.  Questi  aveva  negato
    sulle  prime,  come  meglio  aveva  potuto,  ma  in  fin dei conti gli
    riusciva difficile insistere in un rifiuto crudo  crudo,  poich  egli
    non aveva tanta confidenza con lo zio da mandarlo a spasso,  e nemmeno
    poteva addurre ragionevolmente la mancanza di quattrini;  perci s'era
    lasciato strappar la promessa d'una anticipazione d'un par di migliaia
    di  lire,  aspettando  a  sborsarle che la sottoscrizione fosse a buon
    punto.  Frattanto don Eugenio,  allettato dalla  promessa,  veniva  al
    palazzo  quasi ogni sera,  con grande mortificazione della principessa
    che  non  poteva  soffrire  la  vista  della  famelica  faccia  e  dei
    miserabili  indumenti  del  cavaliere e stava poi sui carboni ardenti,
    come un'anima del Purgatorio,  quando  egli  cominciava  a  raccontare
    tutti i fatti della societ palermitana: "Sas marita le sue figlie...
    La moglie di Coc ne ha fatta un'altra delle sue...  Il figlio di Nen
     scappato con una ballerina..." Coc era il principe di Al,  Sas il
    duca di Realcastro, Nen il barone Mortara; e nessuno nominava qualche
    persona  di  Palermo  senza  che  egli assicurasse d'essere con questa
    persona "come fratello..."  Tutte  le  volte  che  descriveva  il  suo
    appartamento  il  numero  delle stanze cresceva: adesso era arrivato a
    quindici e,  non potendolo pi ragionevolmente aumentare,  aggiungeva:
    "oltre la stalla e la rimessa..." Il principe lo lasciava dire, ma gli
    faceva  pagare  l'attenzione  prestatagli e la promessa dei quattrini,
    giovandosi di lui come di un servo, mandandolo di qua e di l a portar
    lettere od ambasciate,  che gli affidava  dandogli  tuttavia,  per  un
    certo rispetto umano, dell'Eccellenza. Neppure lo metteva a giorno dei
    propri  affari,  n  gli  faceva  confidenze  di  sorta;  curioso,  il
    cavaliere voleva sapere a chi pensavano di dare in moglie Teresa,  che
    cosa  faceva  Consalvo,  quando  sarebbe  tornato,  ma non riusciva ad
    appurar nulla, specialmente circa il principino, il quale non scriveva
    se non a  donna  Ferdinanda.  Le  notizie  del  giovane,  al  palazzo,
    venivano  per mezzo di Baldassarre,  il quale ogni due giorni scriveva
    al signor principe per riferirgli minutamente la vita del  padroncino.
    Quelle  lettere  facevano  fare  schiette  risate a Teresina,  scritte
    com'erano in una lingua fantastica,  di particolare  composizione  del
    maestro di casa. "So Eccellenza sta bene e s'addiverte... Oggi abbiamo
    stato  al  Bu  di Bologna,  che ci era grande passeggio di carrozze e
    cavalli  e  signori  e  signore  accavallo..."  Il  maestro  di   casa
    annunziava  ogni  giorno  il programma del successivo: "Domani andiamo
    all'Ussaburgo...  domani partiamo per Fontana Bu,  vedere  il  palazzo
    reale..." ma donna Ferdinanda aspettava la narrazione d'una visita ben
    altrimenti  importante:  quella  a Sua Maest Francesco ii.  Prima che
    Consalvo partisse,  ella gli aveva fatto un  obbligo,  quando  sarebbe
    passato  da  Parigi,  di  "baciare la mano al Re",  e appena saputo il
    nipote nella metropoli francese,  gli  aveva  rammentato  di  mantener
    subito la promessa.  Padre Gerbini,  che a Parigi era cappellano della
    Maddalena e andava in casa di tutta la nobilt  legittimista,  ed  era
    ammesso,  insieme  con  gli  intimi,  presso  l'ex  Re,  aveva chiesto
    l'udienza pel giovanotto siciliano,  facendo opportunamente valere  la
    fede serbata dalla pi gran parte degli Uzeda alla causa borbonica. In
    una lunga lettera, della quale donna Ferdinanda diede lettura in mezzo
    al  circolo  dei  parenti,  Consalvo riferiva l'accoglienza affettuosa
    dell'antico sovrano,  la premura con la quale s'era informato di tutta
    la famiglia e il dono che gli aveva fatto,  prima di congedarlo,  dopo
    un lungo colloquio: il proprio ritratto  con  dedica  autografa.  "Sua
    Maest la Regina" era sofferente,  e perci non aveva potuto riceverlo
    anche lei;  ma il "Re",  gli aveva detto che  voleva  rivederlo  prima
    della  sua  partenza!...  Venne  anche  la  lettera di Baldassarre che
    riferiva la visita "a So  Maist  Francisco  secundo,  inseme  con  So
    Paternit don Placito Gerbini. So Maist abbia parlato a So Eccellenza
    della  Siggilia e dei signori sigiliani che abbia conosciuto in Napoli
    e in Pariggi.  So Eccellenza ci ha baciato le mani,  e So  Maist  gli
    arregalato  il  suo  ritratto,  dicendoci che ci deve tornare un'altra
    volta,  per appresentarlo a So Maist la Regina".  Infatti  prima  che
    padrone  e  servo  partissero  da  Parigi,  tutt'e due annunziarono la
    seconda udienza,  ma questa volta la lettera del maestro  di  casa  al
    padrone conteneva un particolare del quale non era parola in quella di
    Consalvo  alla  zia.  "So  Maist  abbia  fatto  una grande festa a So
    Eccellenza, e quando ci abbia stretto la mano ci ha addomandato chi sa
    quando ci arrivedremo;  e So Eccellenza mi ha contato So Paternit che
    ci  abbia  risposto:  'Maist,  ci arrivedremo in Napoli,  nel palazzo
    reale di Vostra Maist!...'"


    Da Parigi il giovanotto torn finalmente in  Italia,  e  fermatosi  un
    poco a Torino e a Milano pass a Roma,  che era l'ultima tappa del suo
    viaggio.  L si ferm un pezzo;  ma,  dopo aver  scritto  un  paio  di
    lettere  alla  zia,  non si fece pi vivo.  Donna Ferdinanda gli aveva
    anche raccomandato  di  "baciare  il  piede  al  Papa"  e  Baldassarre
    infatti, da principio, annunziava che "Monsignori don Lotovico" doveva
    condurre  in  Vaticano  il  nipote,  ma poi non disse se la visita era
    stata fatta;  anzi un giorno inaspettatamente,  annunzi per telegrafo
    l'imminente ritorno.  Aspettato alla stazione da donna Ferdinanda e da
    Teresa - perch il principe era rimasto ed aveva ordinato alla  moglie
    di  rimanere  al  palazzo  -,  Consalvo  fece  una  specie  d'ingresso
    trionfale,    tra   le   persone   di    servizio    e    gl'impiegati
    dell'amministrazione   schierati  su  due  file,   che  ammiravano  la
    bellissima ciera del  signorino  e  gli  davano  il  bentornato  e  si
    facevano  in  quattro  per  aiutare  Baldassarre  a  scaricare la gran
    quantit di bauli,  valige,  portamantelli e cappelliere  di  cui  era
    piena la carrozza e un carrozzino da nolo.  Il principe,  con aria tra
    dignitosa ed affabile, si fece trovare nella Sala Rossa e gli dette la
    mano a baciare;  altrettanto fece  la  principessa,  ma  con  maggiori
    dimostrazioni d'affettuosa premura: "Ti sei divertito?...  Avesti buon
    tempo di mare?...  C' tutta la tua roba?...  Le tue camere  sono  gi
    pronte!..."
    La  stanchezza  del  viaggio,  lo  stordimento  dell'arrivo spiegavano
    naturalmente la poca  loquacit  di  Consalvo  in  quelle  prime  ore;
    infatti la sera,  dopo aver mandato in camera del padre, della sorella
    e della madrigna una  quantit  di  regali,  egli  cical  moltissimo,
    rifer  una  quantit  d'impressioni,  narr  certi aneddoti comici su
    Baldassarre che,  all'estero,  sconoscendo  le  lingue,  s'era  spesso
    smarrito, aveva attaccato lite con gente alla quale diceva male parole
    siciliane; e una volta, anzi, a Vienna, aveva corso rischio di dormire
    al posto di guardia.  Il giorno dopo continu il discorso del viaggio,
    specialmente  di  Parigi;   ma  a  poco  a   poco,   e   secondo   che
    quell'argomento si esauriva, il giovanotto non prendeva pi parte alla
    conversazione.  Se  la  principessa  narrava  qualche  cosa,  o  se il
    principe discorreva degli affari di casa,  si contentava  di  stare  a
    sentire  e rispondeva qualche Eccellenza s o qualche Eccellenza no di
    tanto in tanto. A tavola, col muso sul piatto,  non guardava nessuno e
    spesso  non  pronunziava  due  parole  una  dopo l'altra.  Il principe
    cominciava a soffiare e  ammutoliva  anche  lui,  facendo  per  certi
    versacci  che non annunziavano niente di buono;  la principessa alzava
    gli occhi al soffitto dalla costernazione,  e  Teresa,  angustiata  da
    quella freddezza,  perdeva sin l'appetito. Levandosi di tavola, quando
    il figlio andava via:
    "Cominciamo da capo!" sfogavasi  il  principe.  "State  a  vedere  che
    cominciamo  da  capo!  Che  gli  hanno  fatto,  a cotesta bestia?  S'
    divertito pi d'un anno a viaggiare,  non gli  mancato niente,  e  mi
    ringrazia cos,  tenendomi il broncio, avvelenandomi tutti i giorni il
    desinare!..."
    N era da dire che quella  bestia  stesse  muto  per  poca  voglia  di
    parlare;  giacch,  in  presenza  di  estranei,  non  la finiva pi di
    narrare le sue avventure di viaggio,  le grandi cose che aveva  viste,
    le  novit  di cui in Sicilia non v'era neppur sentore.  Con Benedetto
    Giulente, specialmente, e con la gente pi o meno mescolata nelle cose
    pubbliche,   teneva  certi  discorsi  stupefacenti   in   bocca   sua,
    sull'ordinamento  delle  guardie  di  citt,  sulla  manutenzione  dei
    giardini,    intorno   ai   sistemi   d'inaffiamento   delle   vie   o
    d'illuminazione dei teatri.  Perch diamine s'occupava di quelle cose?
    Per far sapere che era stato fuori via?...  Ma  nossignore;  non  solo
    teneva  discorsi  diversi  dagli usati,  mutava anche sistema di vita.
    Riveduti appena gli antichi compagni di  bagordo,  non  li  aveva  pi
    cercati,  anzi  li  evitava;  la passione dei cavalli pareva gli fosse
    interamente  passata;  non  scendeva  pi  nelle  stalle,  non  teneva
    conversazione coi cocchieri. Non pi donne, non pi giuoco; passava il
    suo tempo chiuso nella propria stanza,  dove non si sapeva che diamine
    ordisse.  Quando andava fuori,  faceva frequenti visite allo zio duca,
    col quale parlava di cose serie, o si vedeva in compagnia di gente che
    prima  soleva  evitare  come  la  peste:  parrucconi,  politicanti del
    Gabinetto di lettura,  sorci di farmacie,  persone occupanti pubbliche
    cariche,  tutto  il  codazzo  del deputato.  La posta gli portava ogni
    giorno una quantit di giornali italiani e  francesi,  e  il  libraio,
    ogni  settimana,  gli  mandava  grossi pacchi di libri che egli stesso
    andava a scegliere e ad ordinare.
    "Qual altra pazzia adesso gli salta in capo?" diceva il principe,  con
    tono sempre pi acre, alla moglie; ma questa:
    "Di  che  ti lagni?" rispondeva,  conciliante.  "Non si riconosce pi;
    pare davvero un altro:  benedetto  questo  viaggio,  se  lo  ha  fatto
    cambiare di nero in bianco!"
    Certi giorni,  Consalvo non veniva a tavola; al cameriere che andava a
    chiamarlo rispondeva, dietro l'uscio,  che aveva da fare;  e allora il
    principe buttava via il tovagliolo, stringeva i denti, quasi scoppiava
    dinanzi  ai lavapiatti che assistevano al pranzo.  Teresa,  a un segno
    della principessa, andava a cercare il fratello e insisteva tanto, con
    voce dolce, con persuasioni amorevoli, finch egli apriva.
    "Perch non vieni? Sai che al babbo dispiace..."
    "Perch ho da fare, sto scrivendo, non posso perdere il filo..."
    "Lascia di scrivere,  contentalo,  fratellino!...  Hai tanto tempo per
    studiare! Altrimenti, potrebbe parere che tu lo faccia apposta, che tu
    l'abbia con lui... o con la mamma..."
    "Io  non  l'ho  con  nessuno.  Vedi  che sto scrivendo?..." infatti la
    scrivania era piena di carte e di libri aperti.
    E quando finalmente veniva a tavola,  il principe gonfiava,  gonfiava,
    gonfiava,  vedendo  il  figliuolo  taciturno  e ponzante come un nuovo
    Archimede.
    "Manger solo,  se debbo vedere quella faccia da  funerale!  Tutto  il
    giorno quella faccia ingrugnita!  E' una iettatura!  il cibo non mi fa
    buon sangue! Piglier una malattia..."
    Allora  Teresa,   come  la  sola  capace   d'esercitare   un'influenza
    sull'animo  del  fratello,  tornava da lui,  gli prendeva le mani,  lo
    scongiurava d'esser buono,  gli parlava dei suoi doveri di  figlio;  e
    Consalvo  la lasciava dire,  muto ed immobile.  Ma una volta che ella,
    fra gli altri argomenti, addusse quello della gratitudine che dovevano
    al padre e alla madrigna, egli rispose, con ironia fredda e tagliente:
    "Molta, in verit... Mio padre m'ha voluto sempre bene,  fin da quando
    mi  tenne  dieci anni chiuso al Noviziato,  come ha tenuto in collegio
    sei anni te!  Gli dobbiamo essere molto  grati  entrambi,  perch  non
    lasci passare sei mesi dalla morte di nostra madre, che mise un'altra
    al posto di lei...  Anche lei,  dal Paradiso,  deve essergli grata pel
    rispetto, per l'amore, per le cure di cui la circond..."
    "Taci! Taci!..." esclam Teresa.
    "Ho da tacere?...  Lo sai dunque quel che  fecero  soffrire  a  quella
    poveretta?... Ma tu eri a Firenze, tu non puoi saper niente..."
    "Taci, Consalvo!"
    "Allora,  che  vuoi?  Dimmi tu che debbo fare per contentarlo!  Quando
    stavo tutto il giorno fuori casa,  a divertirmi a modo mio,  spendendo
    quattrini: nossignore,  bisognava cambiar vita!  Adesso che sto sempre
    dentro, a studiare, continua a rompermi la testa?"


    Consalvo studiava economia politica,  diritto costituzionale,  scienza
    dell'amministrazione.  La gente che non sapeva di che cosa s'occupava,
    ma che vedeva il radicale mutamento operatosi in lui, lo attribuiva al
    lungo viaggio, al senno che tutti i giovani,  o presto o tardi,  hanno
    pure  da  mettere.  E il viaggio,  infatti,  era stato l'origine della
    conversione del principino, la sua grande lezione.
    La lotta col padre lo aveva disgustato della sua casa ed anche del suo
    paese, dove la mancanza di quattrini e la pesante autorit paterna non
    gli consentivano di fare tutto ci che  voleva;  pertanto  egli  aveva
    accettato  con  gioia d'andar via,  di girare un poco il mondo;  ma la
    prima impressione da lui provata,  appena fuori di Sicilia,  fu quella
    che  proverebbe  un vero Re in cammino per l'esilio.  Il giorno prima,
    quantunque non potesse sbizzarrirsi a modo suo, era nondimeno un pezzo
    grosso,  il pezzo pi grosso del suo paese,  dove tutta la  gente,  in
    alto  e  in basso,  gli faceva di cappello e s'occupava di lui e delle
    cose sue;  a un tratto egli si svegliava uno qualunque in  mezzo  alla
    folla che non gli badava.  E se neppur egli avesse visto nessuno, meno
    male: ma le lettere di presentazione di cui  era  fornito  lo  avevano
    messo in rapporto,  a Napoli,  a Roma,  a Firenze, a Torino, con altra
    gente, coi signori di lass;  e allora aveva compreso che c'eran pezzi
    grossi  pi  grossi  di lui.  Il nome di principino di Mirabella aveva
    perduto la sua virt,  era diventato quello  di  un  signore  come  ce
    n'erano a migliaia. Il lusso vero, e non quello mediocre di suo padre,
    il  gusto  fastoso,  lo  sfarzo  elegante  di  cui non s'aveva idea in
    quell'angolo di Sicilia,  fuori delle grandi vie del  mondo,  dov'egli
    era vissuto, lo costringevano a riconoscere la propria inferiorit. Al
    club di Catania erano quasi in famiglia ed egli troneggiava;  a Napoli
    e a Firenze otteneva per favore un  biglietto  per  pochi  giorni;  se
    fosse  rimasto a lungo avrebbe dovuto esporsi ad una votazione,  farsi
    raccomandare, correre, chi sa, il rischio d'essere respinto! Nella sua
    testa avveniva una  rivoluzione.  Soffrendo  realmente  nell'orgoglio,
    nella  vanit di "Vicer" quando andava a fare qualche visita in certi
    palazzi grandi quattro volte l'avito,  nei quali invece di botteghe da
    affittare  c'erano  gallerie  vaste  quanto  musei,  con dentro tesori
    d'arte, egli smise di frequentare le sue conoscenze,  rinunzi a farne
    di nuove.  Per affermare in qualche modo la propria ricchezza, buttava
    via i quattrini a carrozze di rimessa,  o nei caff,  nei teatri,  nei
    negozi  dove comprava una quantit di cose inutili,  col solo scopo di
    lasciare il suo indirizzo: principe di Mirabella,  albergo tale...  Il
    pi caro della citt.  E meno male ancora a Napoli, dove le tradizioni
    d'uno spagnolismo in tutto  eguale  al  siciliano  gli  facevano  dare
    dell'Eccellenza dagli sconosciuti che gli si professavano servi;  ma a
    Firenze,  a  Milano,  gli  toccava  il  semplice  signore;   e  invano
    Baldassarre,   che  gli  stava  sempre  a  fianco,  prodigava  il  Sua
    Eccellenza e il Voscenza paesano: la gente sorrideva o restava a bocca
    aperta alle espressioni stravaganti del maestro di casa.
    Cos,   per  evitare  queste  mortificazioni,   il  principino   pass
    all'estero  pi  presto  del tempo stabilito.  In paesi stranieri,  la
    maggior ricchezza e autorit della gente della sua casta non lo feriva
    tanto,  ma un altro impaccio  lo  aspettava:  col  suo  povero  e  mal
    digerito francese,  si sent come fuori del mondo a Vienna, a Berlino,
    a Londra: a Parigi fece sorridere,  come  in  Italia  Baldassarre.  Ma
    frattanto  la  Sicilia,  il  suo  paese  nativo,  la  sua casa dove la
    considerazione ed il primato d'un tempo lo aspettavano, erano divenuti
    per lui sempre pi piccoli e  meschini.  Come  rassegnarsi  a  tornare
    laggi, dopo aver visto la gran vita nelle grandi citt? E come tenere
    un  posto  mediocre in una capitale?  Bisognava dunque essere il primo
    tra i primi!...  E una volta entratagli in testa quest'idea,  Consalvo
    si  mise  a  considerare  il  modo  di  attuarla.  Suo  padre  avrebbe
    consentito a lasciarlo andar via per sempre?  La cosa era  dubbia,  ma
    immancabilmente,  articolo  quattrini,  ne  avrebbe  assegnati il meno
    possibile; e con vincoli umilianti,  come durante quel viaggio,  tutte
    le  spese  del quale dovevano esser fatte personalmente dal maestro di
    casa!  Vivendo il padre,  egli non avrebbe dunque potuto conseguire il
    suo scopo; e il principe poteva vivere cent'anni, come tanti di quegli
    Uzeda  che  avevano  il  cuoio  duro,  se  il  vecchio  sangue  non si
    scomponeva prima del tempo... E Consalvo che,  ragionando freddamente,
    mettendo  a  calcolo tutto,  faceva i suoi conti sulla morte del padre
    come  sopra  un  avvenimento   necessario   alla   propria   felicit,
    considerava  anche  un  altro lato della quistione: l'insufficienza di
    tutta la sostanza paterna,  il giorno in cui  egli  ne  sarebbe  stato
    unico padrone, a dargli le soddisfazioni che andava cercando.
    Grande  laggi,  e  anche da per tutto,  per uno che non avesse voglie
    smodate,  il patrimonio del principe di Francalanza era  per  Consalvo
    poco  pi  che  la mediocrit,  a Roma.  La morte del padre era dunque
    inutile;  egli doveva cercare un altro  mezzo.  E  l  alla  capitale,
    quando vi pass di ritorno, egli lo trov.
    Lo zio duca,  fra le altre lettere,  gliene aveva date parecchie per i
    colleghi del Parlamento.  All'andata,  egli  aveva  visto  un  momento
    l'onorevole Mazzarini, giovane avvocato della provincia di Messina, il
    quale faceva la politica continuando ad esercitare la professione.  Di
    ritorno, Consalvo pensava a tutti fuorch a costui,  pel quale sentiva
    un profondo disprezzo di razza,  quando una sera si vide accostato per
    via  dall'onorevole.  "Di  nuovo  a  Roma,  principino?   Di  ritorno,
    naturalmente? Ma perch non m'avete avvertito del vostro arrivo? Sarei
    venuto a trovarvi, m'avreste fatto tanto piacere! E vi siete divertito
    certamente,  non  c'  bisogno di domandarlo!" Colui parlava a vapore,
    gestendo,  dandogli confidenzialmente del  voi,  mettendogli  le  mani
    addosso.   E  Consalvo,  che  alle  dimostrazioni  d'intimit  restava
    freddissimo, si tirava indietro, schifando ogni contatto.  L'onorevole
    per,  quantunque accusasse un gran da fare, e avesse infatti lasciato
    un crocchio di gente che lo attorniava,  lo trattenne un pezzo;  prima
    di  lasciarlo  gli  disse:  "Ci  vedremo  domani;   verr  a  trovarvi
    all'albergo_"
    Consalvo fu tanto stupito che non ebbe tempo di levarselo  dai  piedi.
    Ed il domani Mazzarini,  venuto a prenderlo,  lo invit a desinare con
    lui,  trascinandolo al  Morteo.  V'erano  molti  altri  deputati,  una
    quantit di clienti li circondava;  Mazzarini stesso, prima di potersi
    sedere a tavola,  dovette sbarazzarsi di quattro o cinque persone  che
    lo  aspettavano,  e  per  tutta  la  durata  del  pranzo  parl  della
    moltitudine delle sue faccende,  delle combinazioni  politiche,  degli
    affari  pubblici;  un  fattorino del telegrafo gli port due dispacci,
    dei quali egli firm la ricevuta masticando a due palmenti, macchiando
    d'inchiostro il tovagliolo che teneva appeso al collo.  Le persone che
    traversavano   il   caff   lo   salutavano,   egli  rispondeva  loro,
    interrompendosi con un "cavaliere!..." o  un  "caro  commendatore!..."
    Alle frutta, aveva una piccola corte d'intorno alla quale parlava, con
    grande  animazione,  di Roma,  di quel che bisognava fare per renderla
    degna dei suoi destini,  per affermarne  l'italianit,  per  tenere  a
    segno il Vaticano.  Finito il pranzo, un po' alticcio, prese a braccio
    Consalvo il quale frem a  quel  contatto;  ma  il  deputato,  con  un
    sorriso che voleva essere discreto ed era beato,  esclam: "E' dura la
    via della politica,  specialmente quando bisogna lavorare per  vivere;
    ma,  in fin dei conti,  procura anch'essa qualche soddisfazione!...  E
    voi, principino, non pensate di mettervi nella vita pubblica?"
    Parole dette cos, sbadatamente, per continuare a parlare; ma Consalvo
    ne fu abbagliato.  Stanco,  infastidito,  disgustato dalle chiacchiere
    dell'onorevole,   dalla  confidenza  con  la  quale  lo  trattava,  da
    quell'ignobile pranzo che aveva dovuto ingozzare per  forza,  egli  si
    vide  in un momento schiuder dinanzi,  diritta ed agevole,  la via che
    andava cercando,  quella che d'un  umile  faccendiere  come  Mazzarini
    faceva  un  uomo  importante,   riverito  e  corteggiato;  quella  che
    permetteva di raggiungere la notoriet e la supremazia non in una sola
    regione o sopra una sola casta ma in tutta  la  nazione  e  su  tutti.
    Deputato,  ministro - Eccellenza!  - presidente del Consiglio,  Vicer
    per davvero; che cosa occorreva per ottenere quei posti? Nulla,  o ben
    poco.  Mazzarini aveva parlato delle aspre lotte sostenute nel proprio
    collegio;  ma il duca di Oragua non possedeva un feudo elettorale che,
    naturalmente,   sarebbe  passato  al  nipote?   Per  farsi  conoscere,
    l'avvocato  aveva  dovuto  crearsi  pazientemente,  accortamente,  una
    clientela: il principino di Mirabella l'aveva gi bell'e pronta.  Alla
    cultura,  alla competenza,  egli non pensava: se aveva potuto fare  il
    deputato un ignorante come suo zio,  egli si credeva capace di reggere
    i destini della nazione.  La forza della memoria,  la  facilit  della
    parola, la sicurezza dinanzi alla folla che erano mancate al duca e lo
    avevano  tormentato  per  tutta  la  vita  accrescendo  la sua miseria
    intellettuale, Consalvo le possedeva: a San Nicola,  dinanzi ai monaci
    che  s'empivano  il buzzo di cibo o al cospetto della folla che veniva
    ad ascoltar le prediche di Natale;  pi tardi nelle vie  della  citt,
    nelle  taverne,  attorniato  da  gente d'ogni risma,  egli aveva fatto
    sfoggio  d'eloquenza:  gli  sguardi  fissi   su   lui,   il   silenzio
    dell'uditorio  aspettante  non  lo  avevano mai sgomentato.  Che altro
    occorreva?  Aveva promesso alla zia di baciare,  oltrech  le  mani  a
    Francesco  ii,  anche  i  piedi  al Santo Padre: egli soppresse questa
    seconda visita,  poich gli conveniva mutare non solo le abitudini  ma
    anche  le  idee.  Fin  quel  momento  era stato borbonico nell'anima e
    clericale per conseguenza,  quantunque  non  credente,  anzi  scettico
    sulle  cose della religione al punto di non andare a sentire la messa:
    altro capo d'accusa mossogli da quel bigotto di suo padre. Adesso, per
    mettersi e riuscire nella nuova via,  egli doveva  essere  liberale  e
    mangiapreti come Mazzarini.  And tuttavia a visitare lo zio Lodovico.
    Monsignore  l'accolse  con  l'untuosit  consueta,   con   le   fredde
    espressioni  d'un  sentimento  preso ad imprestito per la circostanza.
    L'antico Priore di San Nicola pareva conservato sott'aceto;  asciutto,
    senza  un  pelo  bianco,  con  la  faccia  liscia,  nessuno lo avrebbe
    giudicato sulla cinquantina.  Ed i  suoi  occhi  sfavillarono  quando,
    richiesto  dal  nipote  se sarebbe tornato in Sicilia,  rispose piano,
    modestamente:
    "No,  pel momento.  E i miei nuovi doveri mi tratterranno ancora pi a
    Roma..."
    "Che doveri, zio?"
    Egli abbass le ciglia, dicendo:
    "Il  Beatissimo Padre vuole,  senza merito mio,  destinarmi alla sacra
    porpora..."
    Furbo,  quello l: arrivato a furia di  furberia!...  Consalvo  se  lo
    propose  a modello.  Frattanto,  invece di fuggire Mazzarini,  lo and
    cercando, si fece guidare da lui alla Camera ed al Senato per esaminar
    subito il campo della sua azione futura.
    Allora comprese che,  se ad occupare un posto di deputato gli  mancava
    soltanto  l'et,  gli  occorreva  qualche altra cosa per salire pi in
    alto. Pertanto, tornato a casa,  nessuno lo riconosceva.  Persuaso che
    gli  conveniva  studiare,  cominci  comprare  libri su libri,  d'ogni
    genere  e  d'ogni  grossezza:  li  divorava  da  cima  a  fondo  o  li
    spilluzzicava prendendo note, pieno di buoni propositi, sul principio,
    disposto  a  fare  sul  serio.  Tutte quelle materie eran tali che non
    occorreva l'opera del maestro: bastavan la  preparazione  superficiale
    che  egli possedeva e la naturale intelligenza.  Il latino dei monaci,
    quello studio detestato, adesso gli giovava a qualche cosa. Pi tardi,
    col fervore d'un neofita,  con la  presunzione  degli  Uzeda  che  non
    conoscevano ostacoli, comper grammatiche e libri di lettura spagnoli,
    inglesi e tedeschi per apprendere da s quelle lingue.
    La fama della sua conversione si diffuse subito. Stupiti, sospettosi o
    rallegrati, i parenti, gli antichi amici, gli stessi servi dissero che
    stava tutto il giorno a tavolino. Associatosi al Gabinetto di lettura,
    lui,  fondatore  del  club  aristocratico,  vi  andava  a discutere di
    politica e d'amministrazione,  a criticare o lodare uomini e  cose,  a
    nominare  autori  e citar opere.  Una sera che Giulente e il duca,  in
    casa di quest'ultimo,  discutevano a proposito dei dazi di consumo  se
    convenisse  meglio  al  Comune  appaltarli  o  riscuoterli  per  conto
    proprio,  Consalvo disse la sua,  con grande  sfoggio  di  erudizione.
    Uscendo di l, Benedetto esclam con tono scherzoso di protezione:
    "Ti faremo consigliere comunale, appena avrai l'et!..."
    "Perch? No!..." esclam egli. "E poi come si fa?"
    "Perch? Per avere un posto nella rappresentanza del tuo paese. Quanto
    al modo,  semplicissimo."
    Innanzi  tutto  lo  present al Circolo Nazionale.  Alcuni soci fecero
    qualche difficolt. Era degli Uzeda liberali o dei retrivi?  Pi d'uno
    assicur che era borbonico come la zia Ferdinanda; che anzi, a Parigi,
    era andato a far visita a Francesco Secondo.
    Ma  Giulente  si  port garante dei liberi sensi del nipote: all'ex Re
    aveva fatto,  era vero,  una visita,  ma costretto  dai  parenti;  una
    visita di pura forma, del resto, che non lo impegnava a niente. Fino a
    quel  momento era stato un ragazzo irresponsabile delle idee che aveva
    potuto esprimere;  adesso,  se chiedeva  di  far  parte  del  circolo,
    significava  che  ne approvava il programma.  N conveniva rifiutarlo,
    perch  altrimenti  egli  avrebbe  potuto  gettarsi  in   braccio   ai
    reazionari...  Gli scrupolosi si contentarono di quelle assicurazioni,
    mormorando tuttavia che,  secondo una certa  versione,  il  principino
    aveva augurato al Re spodestato di rivederlo nella reggia di Napoli...
    Quando  Consalvo seppe che correva questa voce,  protest con tutte le
    sue forze che era una  menzogna  sfacciata,  della  quale  non  capiva
    l'origine.  Ma,  preso  a  quattr'occhi  il maestro di casa,  che solo
    poteva averla messa in giro, gli grid sul muso:
    "Tu,  bestione,  hai scritto che io ho detto a Francesco ii che voglio
    rivederlo a Napoli e il diavolo che ti porti?"
    Imbarazzato e confuso, Baldassarre rispose:
    "Eccellenza, s..."
    "E chi t'ha detto una simile bestialit?"
    "Me lo disse Padre Gerbini, che l'ud dire a Vostra Eccellenza..."
    Alzato il braccio in atto di minaccia, Consalvo ingiunse:
    "Un'altra  volta  che  ripeterai  simili  corbellerie,  ti  piglier a
    scapaccioni, hai capito?"
    E fu ammesso al circolo a pieni voti.  Allora  bisogn  sentire  donna
    Ferdinanda!   Gi  ella,  subodorato  qualcosa  dell'apostasia,  aveva
    afferrato pel  braccio  il  nipote,  gridandogli:  "Bada  che  non  ti
    guarder pi in faccia! Bada che non avrai un soldo da me!" E Consalvo
    le aveva risposto facendo l'indiano, protestando la propria innocenza:
    "Che  hanno dato a intendere a Vostra Eccellenza?" Ma Lucrezia le and
    un bel giorno a  portar  la  notizia  dell'ammissione  del  nipote  al
    circolo. Schiumava anche lei dall'indignazione; ma, in fondo, andava a
    denunziare  Consalvo  alla  zia per farglielo cader dal cuore,  gliene
    parlava male per entrar ella nelle sue buone  grazie,  per  vendicarsi
    della principessa.
    "Ah,  mala  razza!...  Ah,  Gesuiti!...  Ed  a  me  diceva che non era
    vero!..."
    La vecchia non poteva tollerare singolarmente che quel mariuolo avesse
    tentato d'infinocchiarla spudoratamente.
    "Ma vorranno star freschi tutti  quanti!...  Voglio  vederli  crepare,
    tutti quanti!..."
    E  andata  a  prendere,  come  dieci anni addietro,  pel matrimonio di
    Lucrezia, la solita carta che teneva nell'armadio,  la lacer in mille
    pezzi dinanzi alla nipote.
    "Neanche un soldo! Cos!"
    Anche Chiara,  poich suo marito s'era venuto a poco a poco accostando
    alle idee liberali,  fiott contro il nipote e contro il  marito.  Don
    Blasco,  invece,  liberale  di  data  oramai quasi antica,  approv la
    conversione del nipote; il quale, lasciando che ciascuno di quei pazzi
    dicesse la  sua,  fece  il  suo  esordio  al  circolo,  una  sera  che
    l'assemblea  discuteva  intorno ai trattati di commercio.  Nella sala,
    angusta, la gente era stipata e le seggiole si toccavano.  Per evitare
    contatti,   Consalvo   aveva   tirato   la   sua   fuori  della  fila,
    distruggendone l'ordine; e, mordendosi i baffetti, stava a sentire con
    aria di grave  attenzione.  Ma  quando  il  presidente  annunzi:  "Se
    nessuno  domanda  la  parola,  metto  ai  voti  le  conclusioni  della
    commissione", il principino s'alz.
    "Domando la parola."
    Immediatamente si fece un profondo silenzio,  e tutti gli  sguardi  si
    diressero su Consalvo. Rivolte le spalle al muro, guardando da un lato
    l'assemblea, dall'altro la presidenza, egli cominci:
    "Signori,  io  vi  debbo innanzi tutto chieder venia dell'ardimento di
    cui potrete accusarmi vedendomi,  ultimo arrivato fra  voi,  osare  di
    prender  la  parola  intorno  a  una  grave  materia,  oggetto di cos
    accurato esame da parte di soci ai quali,  volendo ma non potendo dare
    i nome di colleghi, debbo e voglio dare quello di maestri."
    Il  laborioso periodo fu detto con tanta sicurezza,  usc cos filato,
    era cos abile ed opportuno,  sollecitava  tanto  l'amor  proprio  dei
    precedenti  oratori,   riusciva  cos  inaspettato  sulla  bocca  d'un
    giovanotto conosciuto fino a quel momento solo per le sue  prodigalit
    ed i suoi vizi che molti mormorarono: "Bravo!... Bene!..."
    Egli continu. Disse che se il suo ardimento poteva giudicarsi grande,
    egli  sapeva  che  non  meno grande era l'indulgenza del suo uditorio.
    Qualific come "modello del genere" la relazione della commissione, la
    disse "degna veramente d'un Parlamento".  Ne cit due o tre  paragrafi
    quasi  letteralmente;  quel  prodigio  di  memoria  sollev  un  lungo
    mormorio ammirativo.  Ma forse l'indulgente assemblea aspettavasi  che
    egli  esprimesse  la  propria  opinione?  E questa egli esprimeva "con
    peritanza di discepolo ma saldezza  di  apostolo".  Egli  era  per  la
    libert;  per  la  libert  "che   la pi grande conquista dei nostri
    tempi";  della  quale  "non  si  pu  mai  abusare",   perch  essa  
    "correttivo  di  se  stessa".  I  vantaggi  del  libero  regime  erano
    infiniti,  perch "come dice il celebre Adamo Smith nella  sua  grande
    opera..."  e infatti "opina anche il grande Proudhon..." ma quantunque
    "il famoso Bastiat  non  ammetta",  pure  "la  scuola  inglese    del
    parere..."   Lo  stupore  e  il  piacere  erano  propriamente  grandi,
    tutt'intorno;  Benedetto godeva come d'un  personale  trionfo,  pareva
    dicesse:  "Avete visto?  E quand'io vi garentivo?..." Salve d'applausi
    interrompevano  tratto  tratto  quel  discorso  che  tutti   credevano
    improvvisato  con  tanta  disinvoltura  era detto;  ma un vero trionfo
    successe all'argomentazione finale: la necessaria  corrispondenza  tra
    la  libert  economica  e  la  politica:  "le  pi  grandi garanzie di
    benessere e di felicit, le ragioni d'essere di questa giovane
    Italia,  ricomposta ad unit di nazione libera e forte  per  virt  di
    popolo e Re!..."















    3.

    Una  notte,  mentre al palazzo tutti dormivano,  tranne Consalvo curvo
    sui volumi di Spencer,  fu picchiato con grande fracasso  al  portone:
    Garino,  il  marito  della  Sigaraia,  chiamava il principe a rotta di
    collo perch a don Blasco era venuto un accidente.
    Il monaco, floscio come un otre sgonfiato, rantolava. La vigilia aveva
    fatto una solenne scorpacciata  e  cioncato  largamente:  spogliato  e
    messo  a letto da donna Lucia,  s'era addormentato di botto;  ma,  nel
    mezzo della notte,  un sordo tonfo aveva fatto accorrere tutti quanti,
    e allora s'era visto il Cassinese disteso,  quant'era lungo, in terra,
    senza pi sentimento.  La Sigaraia,  le figliuole,  la  serva  non  la
    finivano  di  raccontar  la  disgrazia;   ma  Garino,   che,  lasciata
    l'ambasciata al principe e chiamato un dottore, era tornato di corsa a
    casa, aveva la ciera rannuvolata e non diceva verbo.  Mentre il medico
    dichiarava di non poter fare nulla,  perch il colpo era fulminante, e
    le donne ricominciavano a contristarsi,  e ad invocare la Bella  Madre
    Maria  e  tutti  i santi del Paradiso,  Garino prese per un braccio il
    principe appena arrivato e lo trascin in una stanza remota.
    "Eccellenza,  siamo rovinati!  Ho frugato da  per  tutto,  e  non  c'
    niente! Rovinata Vostra Eccellenza e rovinati noi! Dopo tanti anni che
    l'abbiamo  servito!  E  quelle  creature anch'esse!  Sua Paternit non
    doveva farci un simile tradimento!"
    "Avete cercato bene?"
    "La casa sottosopra,  Eccellenza;  che appena  successe  la  disgrazia
    presi  le  chiavi  e  frugai da per tutto...  nell'interesse di Vostra
    Eccellenza..  Ma potevo credere  a  una  cosa  simile?  Dopo  che  Sua
    Paternit  aveva  promesso  dodici tar al giorno alle ragazze?  E' un
    tradimento! Sono rovinato! E Vostra Eccellenza pure...  Io credevo che
    il testamento fosse scritto da anni, dall'altra volta che gli prese il
    capogiro...
    "L'avr forse dato al notaro?"
    "Ma  che notaro!  Sua Paternit non voleva sentirne,  e anzi quando il
    notaro Marco gli parl in  proposito...  per  amicizia  a  noi...  gli
    rispose  brusco che il testamento l'avrebbe fatto da s e chiuso nella
    sua cassa!...  Ma non c' niente in tutta la casa...  Se avessi saputo
    una cosa simile!..." E tacque, guardando il principe.
    "Che avreste fatto?"
    "Avrei  scritto  io  il testamento,  secondo le sue intenzioni...  per
    darglielo a firmare...  La firma ce l'avrebbe messa in mezzo minuto...
    Potevo anche..."
    Ma  in quel punto chiamarono di l.  Il dottore,  tanto per contentare
    "la famiglia", aveva ordinato che si cavasse sangue al fulminato e gli
    s'attaccasse qualche mignatta alle tempie;  Garino scapp per eseguire
    gli ordini del dottore, e il principe si mise a girare per la casa.
    Faceva  giorno  quando  venne  il salassatore.  L'operazione non giov
    quasi a nulla; solo gli occhi del moribondo s'aprirono un momento;  ma
    n un muscolo si scosse,  n una parola usc dalla bocca serrata.  Col
    giorno venne la principessa.  Gli altri parenti  non  sapevano  ancora
    nulla,  e  cominciarono  ad  arrivare  pi  tardi,  uno  dopo l'altro;
    entravano un momento nella camera  dell'agonizzante  e  poi  passavano
    nella stanza attigua,  girellonando, cercando il momento di prendere a
    parte il principe, per dirgli in un orecchio:
    "C' testamento?"
    "Non so...  non credo..." rispondeva il principe.  "Chi pensa a queste
    cose per ora?"
    Invece  non  pensavano  ad  altro,  divorati  dalla  curiosit,  dalla
    cupidigia dei quattrini del monaco.  Dopo la vecchia principessa,  don
    Blasco  era  il primo Uzeda danaroso che se ne andava;  Ferdinando non
    era contato: aveva poca roba e  quella  poca  era  stata  carpita  dal
    principe. Il Cassinese, invece, tra i due poderi, la casa e i risparmi
    lasciava  quasi  trecentomila  lire,  e  tutti  speravano  di rasparne
    qualcosa.  Se non c'era testamento i due fratelli Gaspare ed Eugenio e
    la  sorella Ferdinanda avrebbero ereditato;  e la zitellona,  dopo una
    vita d'inimicizia, aspettava d'arraffar la sua parte. Tutti gli altri,
    al contrario, aspettavano un testamento che li nominasse.  Il principe
    dichiarava piano all'orecchio dello zio duca che non sperava nulla per
    s,  ma  qualcosa  per Consalvo,  e di mezz'ora in mezz'ora spediva al
    palazzo qualcuno dei camerieri della parentela,  accorsi coi  padroni,
    perch  chiamassero  suo  figlio.  Ma  il  principino  dapprima  aveva
    risposto che era  a  letto,  poi  che  dovevano  dargli  il  tempo  di
    vestirsi,  poi che stava per venire, e finalmente gli ultimi messi non
    lo trovarono pi.  Se n'era andato al Circolo Nazionale per  assistere
    all'adunanza   d'una  commissione  incaricata  di  studiare  il  piano
    regolatore  della  citt.  Arriv  finalmente  quando  attaccavano  le
    mignatte  all'agonizzante.  Il  principe  non  gli  rivolse neppure la
    parola e prese invece in disparte Garino che in quel  momento  tornava
    per  la  quarta o la quinta volta.  Poi il marito della Sigaraia entr
    nella camera del moribondo, che sua moglie e le ragazze non lasciavano
    un  momento.  Invece  di  giovare,   le  sanguisughe  affrettarono  la
    catastrofe; Garino affacciossi sull'uscio, annunziando:
    "Il Signore l'ha chiamato con s!"
    Tutti entrarono nella camera del morto.  Era immobile,  stecchito, con
    gli occhi chiusi,  con le tempie butterate dai morsi  delle  mignatte.
    L'odore nauseante del sangue appestava la camera,  come una beccheria;
    e c'era per terra e sui mobili  una  confusione  straordinaria:  panni
    disseminati qua e l,  catinelle piene d'acqua,  caraffe di aceto.  La
    Sigaraia,  dischiusa immediatamente la  finestra  perch  l'anima  del
    Cassinese   potesse   volarsene   difilata  in  Paradiso,   disponeva,
    singhiozzando,  due candele sul comodino.  Le ragazze piangevano  come
    due fontane e Lucrezia pareva avesse perduto il suo secondo padre;  ma
    i pianti e le preci a poco a poco cessarono; e allora, asciugatisi gli
    occhi, Lucrezia disse, molto tranquillamente:
    "Adesso che lo zio  in Paradiso potremmo vedere se c' testamento."
    Nel silenzio di tutti,  il principe,  come capo della  casa,  fece  un
    gesto di consenso.  Ma donna Lucia, che finiva d'accendere le candele,
    si volt e disse:
    "C' testamento, Eccellenza. La sant'anima, per sua bont, me lo diede
    a serbare. Vado a prenderlo subito."
    Si potevano udir volare  le  mosche  mentre  la  donna  consegnava  al
    principe una busta aperta,  e questi,  per deferenza,  la passava allo
    zio duca. Il duca diede un'occhiata al foglio dove c'erano poche righe
    di scritto,  e senza  leggere,  annunziando  il  contenuto  dei  brevi
    periodi a mano a mano che li scorreva, disse:
    "Erede universale Giacomo...  esecutore testamentario...  un legato di
    duecent'onze l'anno a don Matteo Garino..."
    "Nient'altro?... E nient'altro?..." domandarono tutt'intorno.
    "Non c' altro."
    Donna Ferdinanda s'alz e si mise  a  leggere  il  foglio  prendendolo
    dalle  mani  del principe a cui il duca l'aveva passato;  ma Lucrezia,
    venendo a metterlesi a fianco, le disse:
    "Vostra Eccellenza mi lasci vedere."  Il  principe  pareva  del  tutto
    disinteressato.   Le   due  donne  che  stavano  chine  sul  documento
    scambiarono sottovoce qualche parola;  poi Lucrezia  annunzi,  forte:
    "Questo testamento  falso."
    Tutti si voltarono. Il principe, con estremo stupore, esclam:
    "Come falso?"
    "Falso?" salt su Garino, che se ne stava nel vano d'un uscio.
    "Ho  detto  che    falso," ripet Lucrezia,  dando uno spintone a suo
    marito che voleva leggere anche lui il foglio. "Questa non  scrittura
    dello zio; la scrittura dello zio la conosco."
    "Lasciami vedere!..." e Giacomo consider  attentamente  i  caratteri,
    mentre  tutti  gli  altri  gli  s'affollavano  intorno,   esaminandoli
    anch'essi.
    "T'inganni," disse il principe freddamente; " scrittura dello zio."
    Degli altri nessuno espresse un'opinione.  Con tono  di  fine  ironia,
    Lucrezia replic:
    "Allora,  vorrei sapere quando l'ha scritto.  Stanotte?  C' ancora la
    sabbia attaccata!"
    La Sigaraia intervenne:
    "Eccellenza, Sua Paternit scrisse il testamento ieri l'altro, perch,
    poveretto,  il cuore gli parlava e gli diceva  che  la  sua  fine  era
    prossima..."
    "E perch non ne avete detto nulla?" domand allora donna Ferdinanda.
    "Eccellenza..."
    "Io ne fui avvertito," afferm il principe.
    "Ma a noi dicesti che non credevi ci fosse testamento..."
    "Avresti potuto farcelo sapere," ribatt donna Ferdinanda.
    "Ma  che!" riprese Lucrezia,  dando un altro spintone a Benedetto,  il
    quale le faceva qualche osservazione  prudente  all'orecchio.  "E'  un
    testamento  falso,  si  vede  dalla freschezza della scrittura e anche
    dalla firma.  Lo zio firmava "Blasco Placido Uzeda",  col secondo nome
    preso in religione..."
    Garino allora credette di dover dire la sua:
    "Eccellenza, allora Vostra Eccellenza crede..."
    "Voi state zitto!" esclam Lucrezia,  sprezzantemente, superba di fare
    atto d'autorit dinanzi a tutta la parentela.
    "Vostra Eccellenza  la padrona..." continuava nondimeno il  Sigaraio,
    con aria dignitosa,  "ma non pu offendere un galantuomo.  Allora l'ho
    fatto io, il testamento falso?"
    E a un tratto la Sigaraia scoppi in pianto:
    "Quest'affronto!... Maria Santissima!..."
    Il duca, il marchese, Benedetto intervennero tutti insieme:
    "Chi  ha  detto  questo?...  State  zitta,  in  un  momento  simile...
    Silenzio, vi dico: che  questo modo?"
    "Tu accetti il testamento?" insisteva Lucrezia, rivolta al fratello.
    "Sicuro che l'accetto!"
    "Allora  ce  la vedremo in tribunale!  Intanto chiamate l'autorit per
    mettere i suggelli..."
    E la Sigaraia che si strappava i capelli, di l, inginocchiata dinanzi
    al morto:
    "Parlate voi!... Ditelo voi se  vero!... Una simile ingiuria!... Dopo
    tant'anni che v'abbiamo servito!...  Parlate voi dal Paradiso,  con la
    bocca della verit!..."
    E la lite scoppi, pi feroce di tutte le precedenti. Donna Ferdinanda
    non  scherzava,  all'idea  che  le  avevano  tolto  la sua parte della
    successione;  ma Lucrezia era implacabile per la rivincita da prendere
    su  Graziella  che l'aveva trattata male e anche un po' perch sperava
    sull'eredit  dello  zio  come  un   mezzo   di   mettere   in   piano
    l'amministrazione  della  propria  casa:  dacch  la  teneva lei,  non
    c'erano quattrini che  bastassero.  Il  marchese,  bonaccione,  voleva
    evitare lo scandalo;  ma Chiara, per fare il contrario di ci che egli
    voleva,  si schier contro Giacomo con la zia.  A poco  a  poco  tutto
    l'amor suo pel marito s'era rivolto al bastardo; e poich Federico era
    sempre   vergognoso   della   paternit   clandestina   e  non  voleva
    riconoscerla, l'odio antico per il marito che le avevano imposto s'era
    venuto ridestando  in  lei.  La  sua  testa  di  Uzeda  sterile  aveva
    concepito  e  maturato  un  disegno:  lasciare  Federico,  adottare il
    bastardello e portarselo via;  avendo bisogno  di  quattrini,  sperava
    nella  sua  parte dell'eredit di don Blasco.  Ella,  Lucrezia e donna
    Ferdinanda si nettavano  quindi  la  bocca  contro  quel  falsario  di
    Giacomo,  contro  quel  ladro che voleva la roba del monaco come aveva
    carpito le Ghiande alla felice memoria di  Ferdinando:  contro  quello
    sbirro di Garino,  anche, che aveva proposto ed eseguito il colpo, ch
    al tempo in cui esercitava l'onorato mestiere di spia s'era provato ad
    imitare le scritture dei  galantuomini,  per  rovinarli  dinanzi  alla
    polizia.  Ma il pi bello che era?  Che un ladro aveva rubato l'altro;
    giacch Garino,  il quale doveva farsi lasciare dodici tar al giorno,
    soltanto,  aveva calcato la mano,  mentre c'era,  portando il legato a
    duecento onze l'anno! N il principe poteva fiatare, perch altrimenti
    si sarebbe dato la zappa sui piedi!...
    Garino  e  la  Sigaraia  giuravano  e  spergiuravano  che  era   tutta
    un'infamia  inventata  dalla parentela,  la quale non aveva mai potuto
    andare d'accordo.  A chi volevano dunque che la buon'anima  lasciasse?
    Alla  sorella  ed  ai fratelli,  che aveva amato come il cane i gatti?
    L'erede naturale era il principe, il capo della casa!  Quanto ad essi,
    niente  di  pi  naturale  che la sant'anima si fosse disobbligata dei
    loro buoni servigi; anzi, per dire la verit, chi si sarebbe aspettata
    quella miseria di duecento onze, dopo quanto avevano fatto per lui?...
    O fatto o non fatto,  donna Ferdinanda sped la prima carta bollata in
    cui  impugnava il testamento e domandava una perizia al tribunale.  Il
    principe si strinse nelle spalle, ricevendola. Per lui, niente era pi
    "doloroso" delle liti in famiglia; e a tutte le persone che incontrava
    esprimeva il suo profondo rammarico per la condotta della zia e  delle
    sorelle. Ma che poteva farci? Poteva rinunziare all'eredit? Eran esse
    le  ostinate,  le prepotenti e le pazze!...  In casa,  per,  egli era
    divenuto pi irascibile di prima.  Contegnoso in presenza di estranei,
    sfogava  dinanzi  alla  moglie,  ai figli ed ai servi la contrariet e
    l'acredine. Teresa,  veramente,  non gli dava nessun appiglio,  sempre
    docile  e  obbediente;  la  principessa  anche  lei chinava il capo al
    soffio della bufera;  ma egli se  la  prendeva  tutti  i  momenti  col
    figliuolo, attribuendo all'apostasia politica di costui l'inasprimento
    di donna Ferdinanda.
    "S'  messo  in  urto  con sua zia che gli voleva tanto bene,  cotesto
    imbecille,  cotesto buffone!  Perder  l'eredit,  per  andare  a  dir
    buffonate  al  circolo  e al quadrato!  E mi fa piovere una lite sulle
    spalle!  Io domando e dico se mi  poteva  capitare  maggior  disgrazia
    d'avere un figlio cos bestia e birbante!..."
    Ma,  oltre quella,  egli aveva tante altre ragioni di cruccio. Pi che
    mai infervorato nelle sue nuove idee,  deciso colla  cocciutaggine  di
    famiglia  a percorrere la strada prefissa,  Consalvo spendeva adesso a
    libri un occhio del capo.  Ne faceva venire ogni  giorno,  intorno  ad
    ogni soggetto, dietro una semplice indicazione del libraio, senz'altro
    criterio  fuorch  quello  della  quantit,  con  la  stessa smania di
    sfoggiare e di far le cose in grande  che,  prima,  quando  l'eleganza
    degli abiti era il suo unico pensiero,  gli faceva comperare i bastoni
    a dozzine e le cravatte a casse.  Era umanamente impossibile,  non che
    studiare, ma neppur leggere tutta quella carta stampata che pioveva al
    palazzo,  le  opere  in  associazione,  le voluminose enciclopedie,  i
    dizionari universali;  e ad ogni  nuovo  arrivo  il  principe  montava
    peggio in bestia.
    "Vedi?..."  rispondeva  Consalvo a Teresa,  quando la sorella andava a
    parlargli il linguaggio della pace e dell'amore.  "Vedi?  S'  proprio
    messo  in  capo  di  contrariarmi in tutto e per tutto.  Che faccio di
    male? C' cosa che pi raccomandano, oggi: lo studio?  il sapere?  No:
    neppur questo!..."
    E  quando  il  principe  se  la  pigliava direttamente con lui,  e gli
    rimproverava il dissidio con la zia e lo sciupio dei quattrini:
    "Io penso  con  la  mia  testa,"  rispondeva  freddamente  il  figlio.
    "Ciascuno  libero di pensarla come crede.  Mia zia non pu impormi le
    sue idee... e se spendo qualche cosa a libri, domando altro?..."
    Ogni domenica c'era un'altra lite per la messa. Consalvo si seccava di
    andare a sentirla,  sorrideva d'un ambiguo sorriso allo zelo religioso
    del padre: costretto a confessarsi, recitava al vecchio Domenicano una
    filastrocca di bislacchi peccati.
    Punzecchiava  anche  la  sorella  pel  fervore  che ella metteva nelle
    devozioni;  voltava le spalle alle tonache nere che bazzicavano per la
    casa.  Il principe aveva fatto costruire,  nel camposanto del Milo, un
    monumento di marmo e bronzo sulla sepoltura della prima moglie:  negli
    anniversari  della  morte  andava  lass  con la principessa e Teresa,
    faceva dire molte messe pel riposo dell'anima della  defunta,  portava
    grandi  corone  di fiori sulla tomba.  Consalvo non andava mai insieme
    con la famiglia: o un giorno prima, o un giorno dopo. Ad ogni pretesto
    addotto dal figlio,  il principe lo guardava fisso;  poi  si  lasciava
    condurre via dalla moglie, la quale lavorava a mettere pace, ad evitar
    liti.  E adesso l'urto era pi tra figlio e padre che tra figliastro e
    madrigna;  Consalvo si piegava piuttosto ad  una  buona  parola  della
    principessa che alle ingiunzioni del principe.
    Un  giorno  annunzi  che  aveva  preso  un  professore  di  tedesco e
    d'inglese. Il padre, dopo averlo guardato bene in viso, gli domand:
    "Mi spiegherai una volta che diamine vuoi fare?"
    Consalvo, dopo averlo guardato anche lui:
    "Quel che mi pare," rispose.
    A un tratto il principe divent rosso come un gambero e,  levatosi  da
    sedere,  quasi  una  molla  lo  avesse spinto,  si precipit contro il
    figliuolo, gridando:
    "Cos rispondi, facchino?"
    Se la principessa e Teresa non si fossero slanciate a  trattenerlo,  e
    se Consalvo non fosse andato subito via,  sarebbe finita male. Da quel
    momento la rottura fu totale.  Per ordine del principe,  il giovanotto
    non  venne  pi  a  prender  i  pasti  con  la famiglia: cosa che,  se
    dispiacque alla principessa e pi alla sorella, fece a lui grandissimo
    piacere. Egli vide il padre un momento ogni giorno, per dargli il buon
    giorno o la buona sera;  n costui lagnossi pi del  mutismo  e  della
    solitudine  in  cui  si chiudeva il figliuolo,  anzi evit egli stesso
    d'incontrarlo. Prima del famoso viaggio,  quando i vizi e i debiti del
    giovanotto  procuravano  al principe stravasi di bile,  moti nervosi e
    vere malattie,  un dubbio era sorto nella testa di  quest'ultimo:  suo
    figlio  era  forse  iettatore?  E  il  dubbio  adesso facevasi strada,
    quantunque egli non osasse manifestarlo. Ma perch,  dunque,  tutte le
    volte che egli affrontava una discussione col figliuolo, gli veniva il
    mal  di  capo o gli si guastava lo stomaco?  Perch,  durante la lunga
    assenza di Consalvo,  egli era stato benissimo?  In  un  altro  ordine
    d'idee,  quella  conversione  politica  che  aveva acceso il furore di
    donna Ferdinanda e coonestata l'impugnazione del testamento,  non  era
    un'altra prova di malefico influsso? Rivangando nella propria memoria,
    il  principe  trovava  altre ragioni di credere a quel funesto potere:
    una vendita andatagli male quando  il  figliuolo  aveva  detto:  "Sar
    difficile  ottenere buoni prezzi";  una scossa di terremoto prodottasi
    dopo che il giovanotto aveva  osservato:  "L'Etna  fuma!..."  Pertanto
    egli  era  adesso contento di non averlo pi vicino;  se lo incontrava
    per le scale,  o traversando le stanze,  rispondeva con un  cenno  del
    capo  al suo saluto e tirava via;  se c'era una necessit qualunque di
    stargli da presso, in salotto, quando venivano visite,  gli parlava il
    meno possibile, scappava appena poteva.
    L'unico  mezzo  di  rimetter  la  pace  in famiglia era che il giovane
    prendesse moglie e andasse a far casa da  s.  Tanto  e  tanto,  aveva
    ventitr anni, e tra gli Uzeda gli eredi del principato s'ammogliavano
    presto.  I  lavapiatti,  i  pettegoli,  i  curiosi,  tutti  coloro che
    s'occupavano dei fatti dei  Francalanza  come  se  fossero  i  propri,
    aspettavano   con  impazienza  il  matrimonio  di  lui  e  di  Teresa,
    discutevano i partiti possibili.  Per Consalvo c'era l'imbarazzo della
    scelta: il barone Currera,  il barone Requense, il marchese Corvitini,
    i Crcuma,  tanti altri avevano figliuole straricche in et d'andare a
    marito;  per  Teresa  la  cosa  era pi difficile.  Giovani a un tempo
    ricchi e nobili tanto da poterla sposare,  non c'erano altri che i due
    figli della duchessa Radal. La duchessa, sacrificati i suoi pi begli
    anni  per  amor del primogenito,  gelosa di lui,  non gli aveva ancora
    dato moglie,  non trovando buono nessun partito e se lo teneva  cucito
    alle  gonne,  quasi  potessero  rubarglielo;  invece  lasciava  libero
    Giovannino,  perch  al  giovane  non  venisse  voglia  d'ammogliarsi.
    L'eredit  dello zio lo aveva fatto ricco quanto il fratello maggiore,
    ma tra loro due c'erano differenze che andavano  considerate.  Michele
    non  era  di  fisico  molto  vantaggioso,  a ventisei anni aveva pochi
    capelli ed una corporatura  troppo  pingue;  ma  era  il  primogenito,
    possedeva  tutti i titoli della casa;  il secondo,  che godeva solo di
    quello non trasmissibile di barone,  era fra i giovani pi graziosi ed
    eleganti.  Quantunque  andassero  poco  dagli  Uzeda  dacch c'era una
    ragazza da marito - anzi a causa di ci - ,  le  voci  d'un  possibile
    matrimonio trovavano credito;  ma il principe,  se gli domandavano che
    cosa ci  fosse  di  vero,  dichiarava  che  prima  doveva  ammogliarsi
    Consalvo,  e la principessa si guastava addirittura. "Queste ciarle mi
    dispiacciono, non per niente, ma perch potrebbero venire all'orecchio
    di Teresina,  e io sono molto gelosa: il mio sistema  che le  ragazze
    non debbano saper certe cose n udire certi discorsi!..."
    Teresa pareva non udire n questi n altri discorsi, e sognare tuttod
    ad  occhi  aperti.  Divorava i pochi libri di versi e i romanzi che la
    principessa le consentiva di  leggere,  dipingeva  quadretti  dove  si
    vedevano  castelli  merlati  sorgenti  in  mezzo  a  laghi di cobalto,
    trovatori con la  chitarra  ad  armacollo,  o  pi  spesso  castellane
    inginocchiate ed oranti,  Madonne col divino Figliuolo tra le braccia.
    Le composizioni austere e  pi  le  sacre  erano  le  preferite  dalla
    principessa;  e  la  figliuola  lasciava  perci  da  canto i soggetti
    futili.  Questa costante remissione ai voleri altrui,  questo senso di
    doverosa obbedienza erano sempre vivi in lei; pi Consalvo dava motivi
    di  cruccio  in  famiglia,  pi ella credeva suo obbligo di evitare ai
    parenti ogni pi piccolo dispiacere. Le finzioni poetiche dei libri le
    accendevano la fantasia e le facevano  battere  il  cuore,  ma  se  la
    principessa  giudicava  troppo  lungo  il  tempo  da lei dedicato alle
    letture frivole,  le smetteva  addirittura.  Spesso  udiva  lodare  un
    romanzo,  un dramma,  un volume di versi,  e si struggeva di leggerli,
    immaginando quanto dovevano esser  belli,  che  piacere  le  avrebbero
    procurato; non ci pensava pi se la madrigna le diceva: "No, Teresina,
    non  sono per te." Certe volte quei libri erano posseduti da Consalvo,
    il quale,  bench s'occupasse solo di studi  positivi,  pure  comprava
    anche la roba amena per far vedere che era a giorno di tutto; e allora
    sarebbe  bastato  a  Teresa  farsi prestare il volume dal fratello per
    leggerlo di nascosto;  ma quest'idea non le passava neppure pel  capo,
    per la stessa ragione che,  in collegio,  aveva rifiutato di leggere i
    libri che qualche sua compagna era riuscita a procurarsi,  e non aveva
    dato   ascolto   ai  discorsi  proibiti  delle  amiche  sventate.   Il
    confessore,  la direttrice le avevano detto che non  bisognava  neppur
    parlare  di certe cose,  ed ella se ne asteneva,  rigorosamente.  Come
    quando era bambina,  l'idea delle  lodi  e  del  premio  da  ottenere,
    l'ambizione di vedersi additata come esempio alle altre,  vincevano le
    tentazioni della curiosit,  non le facevano sentire le privazioni che
    s'infliggeva.
    Adesso  la  conducevano  spesso  al  teatro:  d'estate  alla commedia,
    d'inverno al melodramma;  ed ella non sapeva veramente dire quale  dei
    due  spettacoli le piacesse di pi.  Ella stessa componeva di tanto in
    tanto un valzer,  una mazurca,  oppure  notturni,  sinfonie,  fantasie
    senza parole che portavano per titolo: Vorrei!, Incanti, Storia mesta,
    Ognor...,  e conoscenze,  parenti,  amici, tutti andavano in visibilio
    udendole;  lo stesso  maestro,  un  vecchietto  scelto  apposta  dalla
    principessa  per  non  mettere  "l'esca  accanto al fuoco",  prodigava
    grandi lodi: don Cono, il vecchio lavapiatti,  le dava del "Bellini in
    gonne"  ed  anzi  una  volta  esclam:  "Opino che al concerto bellico
    convenga appararle onde eseguirle in pubblico!"  Il  concerto  bellico
    era la musica militare, che godeva la fama d'essere una delle migliori
    d'Italia.  Teresa  si scherm;  la principessa,  tra il piacere di far
    conoscere a tutti il talento di "mia figlia" e la  repulsione  per  la
    pubblicit,  non sapeva risolversi; il principe, poich non ne andavan
    quattrini  di  mezzo,  era  del  tutto  indifferente;   ma  don  Cono,
    incaponito  nella  sua  idea,  venne  un  giorno  a dire che aveva gi
    parlato al capobanda.
    Il maestro venne al palazzo,  in  compagnia  del  lavapiatti;  era  un
    giovane cos bello che pareva San Michele Arcangelo: bruno di capelli,
    biondo di baffi,  roseo di carnagione. La principessa, appena lo vide,
    cominci a torcere il muso e a far segni a don Cono per dirgli che non
    s'aspettava da lui quella parte: condurle in casa un  tipo  simile?...
    Intanto  il  maestro  eseguiva  al  pianoforte  le  composizioni della
    signorina,  con un  colorito,  un'espressione,  un'anima  da  renderle
    irriconoscibili alla stessa autrice;  e ad ogni pezzo le esprimeva una
    crescente ammirazione,  e quando non ce ne furono pi,  disse che  non
    sceglieva perch erano uno pi bello dell'altro: non potendoli prender
    tutti, lasciava che la stessa "principessa" scegliesse.
    Teresa  gli  diede  Storia  mesta;  ma  quando,  finito  di  cavar  la
    partitura,  una settimana dopo,  il maestro si present al portone del
    palazzo, per far vedere il suo lavoro, il portiere disse che i padroni
    non ricevevano.
    "Condurmi in casa quel tipo? Non m'aspettavo un simile tiro da voi! Si
    vede  bene  che  non  avete figliuole!" aveva detto donna Graziella al
    vecchio lavapiatti,  non riuscendo a darsi pace;  ma  ella  esagerava,
    come  in  ogni  cosa:  la  principessina  di  Francalanza poteva forse
    gettare gli occhi sopra un capobanda?
    Storia mesta fu eseguita una domenica,  alla Marina,  dalla musica del
    reggimento:  il  concerto  era  veramente  uno  dei  migliori,   e  la
    composizione  di  Teresa  parve  un  vero  pezzo  d'opera,  con  certi
    cantabili  affidati  ad un corno inglese dolce come una voce umana,  e
    certi effetti d'organo da  far  credere  alla  gente  d'essere  a  San
    Nicola,  dinanzi  allo  strumento  di  Donato  del Piano.  Teresa,  in
    carrozza chiusa,  sotto i platani,  stava a udire,  col cuore  che  le
    batteva come se volesse schiantarsi, con un nodo di pianto alla gola e
    pallida  in  viso  come una rosa bianca,  e poi a un tratto di porpora
    quando,  al finire del pezzo,  s'ud  uno  scroscio  d'applausi...  La
    musica sua, quella degli altri, i drammi, la poesia l'inebbriavano, la
    rapivano,  la sollevavano in alto,  in cielo, nell'etere azzurro, dove
    ella non sentiva pi il suo corpo,  dove aspirava e beveva,  anche tra
    le  lacrime,  la pura felicit.  Ma niente delle commozioni ora dolci,
    ora ardenti, or tristi, or soavi, or disparate, ineffabili sempre, che
    gonfiavano il suo cuore di gioia o  lo  serravano  dall'angoscia,  era
    noto  al  mondo.  Ella  non  si  tradiva:  mentre  l'anima sua era pi
    turbata, al pensiero dell'amore, nell'attesa dell'amore,  dinanzi agli
    uomini,  ai giovani belli come il cugino Giovannino Radal;  mentre la
    fantasia le rappresentava con maggior evidenza  il  proprio  avvenire,
    piaceri  e  dolori,  fortune  e  sciagure,  ella rimaneva tranquilla e
    composta e serena.  Non le  costava  farsi  forza,  disperdere  quelle
    fantasie per attendere alle minute o ingrate bisogne reali.
    La  conoscenza del maestro del reggimento,  le sue lodi,  l'esecuzione
    della musica avevano scatenato una  tempesta  in  lei;  ma  quando  il
    giovane, per divieto della principessa, non torn pi al palazzo, ella
    non pens pi a lui. Don Cono, incaponito nella sua idea, incoraggiato
    dal  lieto  successo,  parl  un  giorno  all'assessore  dei  pubblici
    spettacoli, perch desse ordine al direttore della musica cittadina di
    concertare anche  lui  le  composizioni  della  principessina.  Questo
    assessore degli spettacoli era Giuliano Biancavilla,  figliuolo di don
    Antonio e  della  Bivona,  un  giovanotto  sulla  trentina,  bruno  di
    carnagione  e nero di capelli come un arabo,  ma fine,  elegante e con
    gli occhi dolcissimi.  Appena ud  la  proposta  di  don  Cono,  diede
    immediatamente  gli ordini opportuni,  e la principessa acconsent che
    la figliuola avesse tutte le conferenze occorrenti  col  maestro,  che
    era  sulla  sessantina.  Ma  quando il diavolo ha da ficcarci la coda!
    Donna Graziella,  con tutte le sue precauzioni,  non pot impedire che
    il giovane assessore mettesse, da lontano, gli occhi addosso a Teresa!
    Al teatro la guardava fisso, senza lasciarla un istante; al passeggio,
    la  sua carrozza seguiva sempre quella degli Uzeda;  perfino in chiesa
    si faceva trovare sul  loro  passaggio.  Appena  accortasi  di  quella
    commedia, la principessa rifer ogni cosa al principe, il quale lasci
    cadere tre sole parole:
    "E' pazzo, poveretto."
    E  la  lingua  della  moglie  cominci  a  lavorare.   Un  Biancavilla
    pretendere alla principessina di Francalanza?  Forse perch una  Uzeda
    aveva  sposato  un  Giulente?  Poveretto,  credeva  d'avere a fare con
    un'altra   Lucrezia,   quell'assessore!...   Nobili,   sissignori:   i
    Biancavilla erano nobili, ricchi anche; ma la loro ricchezza e la loro
    nobilt  non  li  faceva  eguali  ai  Vicer.  "Guardate frattanto che
    ardimento e che petulanza!  Far ciarlare la  gente  intorno  alla  mia
    figliuola!..."  E  con  tutti  i  suoi  discorsi,  non  s'accorgeva di
    diffondere pi rapidamente la nuova.
    In breve non si parl d'altro in citt. "Gliela daranno?... Non gliela
    daranno?..." Ma tutti riconoscevano che Biancavilla  aveva  posto  gli
    occhi  troppo  in alto.  Baldassarre,  specialmente,  non sapeva darsi
    pace. Egli voleva naturalmente che la principessina sposasse uno fatto
    per lei, un barone,  a dir poco,  ricco da mantenerla come una Regina;
    e,  pure aspettando che il principe facesse la sua scelta, in cuor suo
    aveva destinato alla  padroncina  il  cugino  don  Giovannino.  Questo
    frattanto  era  per lui certo: che la signorina non si sarebbe neppure
    accorta dell'esistenza di Biancavilla.
    Invece, alla lunga, gli sguardi del giovane avevano attirato quelli di
    lei quasi per virt magnetica,  e  le  facevano  adesso  affrettare  e
    mancare tutt'in una volta il respiro.  Anch'ella lo guardava, di tanto
    in tanto, senza vederlo bene, dal turbamento; ma tornava a casa felice
    e ridente quando lo aveva scorto anche da  lontano,  e  si  metteva  a
    improvvisare  al  pianoforte,  tremando da capo a piedi,  come se egli
    potesse  udire  tutti  i  segreti  pensieri  d'amore  confidati   allo
    strumento,  le divine speranze d'eterna felicit...  In collegio, ella
    aveva composto talvolta qualche verso, per le feste delle maestre, per
    gli onomastici delle amiche: voleva adesso scriverne per lui, metterli
    in musica unicamente per lui...

    Se fossi il pallido raggio di luna  che  a  notte  bruna  ti  posa  in
    fronte; se fossi il zeffiro, la lieve brezza che t'accarezza...

    Non riusc ad andare pi innanzi, ma si pose a comporre una romanza su
    quel  tema,  intitolato  Se!_  piangendo  di  dolcezza  quando  non la
    vedevano, mentre le note appassionate s'involavano dal pianoforte.
    In inverno, il barone Crcuma diede alcuni balli.  Donna Graziella non
    aveva  ancora  condotto  Teresa in societ;  prima di tutto perch non
    intendeva che i giovanotti avvicinassero sua  "figlia",  e  poi  anche
    perch  non  aveva  giudicato  nessuna  casa degna d'esser frequentata
    dalla principessina. Quella dei Crcuma, veramente, poteva passare;  e
    poi il principe volle che tutta la famiglia vi andasse. Ma il cuore le
    parlava,  a  donna  Graziella:  giusto  la  prima sera,  chi ci trov?
    Giuliano Biancavilla!...  Se quel petulante avesse conosciuto un  poco
    il mondo,  sarebbe rimasto quieto al suo posto;  invece pens di farsi
    presentare e di ballare con la sua Teresa!...  Costei  tremava,  nelle
    sue  braccia;  egli  non  le  disse  altro  che  qualche  parola:  "E'
    stanca?...  Grazie!..." ma pareva a lei d'essere in cielo,  mentre  la
    principessa  stava  sulle  spine  e  faceva segni al marito per dargli
    segno del pericolo.  Ma il principe  era  in  istretto  colloquio  col
    padrone  di  casa;  e  a  un  tratto  quel petulante si ripresent per
    chiedere  alla  signorina  una   mazurca.   Allora   donna   Graziella
    intervenne:
    "Scusate, cavaliere; mia figlia  stanca."
    Con  una gran stretta al cuore Teresa s'accorse dell'opposizione della
    madre.  Infiammato per  averla  tenuta  un  momento  fra  le  braccia,
    Biancavilla  cominci  a  seguirla  per  le  vie,   come  l'ombra:  la
    principessa gonfiava, smaniava, soffiava: una volta, sulla porta della
    chiesa dei Minoriti,  passandogli innanzi,  esclam piano,  ma in modo
    che i vicini potessero udirla: "Che seccatore!..."
    Teresa pianse a lungo,  nascondendo le proprie lacrime, prevedendo che
    tutte le sue speranze si sarebbero infrante,  se i suoi non  volevano.
    Anche   i  Biancavilla  sapevano  che  gli  Uzeda  non  avrebbero  mai
    consentito a quel matrimonio;  ma il giovane,  che era proprio  cotto,
    insisteva  giorno  e notte presso la madre e il padre perch facessero
    la richiesta;  tanto che un giorno  Biancavilla  padre  prese  il  suo
    coraggio  a  due  mani e and a parlare col duca.  Questi,  con grande
    consumo di "molto onorati" e di "figuratevi con  quanto  piacere,  per
    me!"  gli  rispose che ne avrebbe parlato al principe;  Giacomo ripet
    allo zio le stesse tre parole  dette  alla  moglie,  con  una  piccola
    variante:  "Sono  pazzi,  poveretti!"  Quindi  il  duca  rispose a don
    Antonio,  con molte belle parole,  che non se ne  poteva  far  niente,
    "perch il principe voleva prima accasare Consalvo".
    Non  era un pretesto.  Il principe aveva iniziato pratiche coi Crcuma
    ed  era  andato  in  casa  loro  per  combinare  il  matrimonio  della
    baronessina col figlio. Il partito era stato accettato a occhi chiusi,
    e l'assiduit di Consalvo ai balli del barone fu appresa come l'inizio
    della  sua  corte alla signorina.  Ma egli non sapeva niente di quanto
    aveva ordito suo padre,  e  andava  ora  in  societ  per  parlare  di
    politica e di filosofia.  Tutto l'oro del mondo non lo avrebbe piegato
    a fare un giro di valzer: teneva cattedra nel cerchio degli uomini,  e
    se  avvicinava  le  signore  o  le  signorine,  le metteva a parte del
    bilancio comunale,  del regolamento scolastico e del gettito dei  dazi
    consumo,  con molte citazioni statistiche e proverbi latini.  Ripetuta
    di bocca in bocca, la notizia del suo matrimonio arriv anche a lui; e
    allora egli scoppi in una risata cordiale, dicendo,  pi laconico del
    padre:
    "Sono pazzi!"
    Prender   moglie,   sposare  una  bambola  carica  d'oro  come  quella
    baronessina,  legarsi ancora pi strettamente a quel paese  dal  quale
    voleva andar via, crearsi gli avvincenti doveri della famiglia, quando
    aveva  bisogno  d'essere  libero  come  l'aria,  di  dedicare tutte le
    proprie  energie  al  conseguimento  dello  scopo  prefissosi?  Matti,
    davvero!  E  la cosa gli parve s buffa,  che neppur volle smettere le
    visite al barone.
    Giusto in quel torno,  perduta  ogni  speranza,  Giuliano  Biancavilla
    part.  Chi  diceva  che  sarebbe  andato  a Roma,  chi a Parigi,  chi
    aggiungeva che non sarebbe mai pi tornato a casa,  senza riguardo  al
    dolore dei suoi. Il duca, per incarico del principe che aveva paura di
    parlare direttamente col figliuolo,  annunzi a Consalvo che era tempo
    di prender moglie e che tutta la famiglia era d'accordo per dargli  la
    baronessina.
    "Benissimo,   Eccellenza,"   rispose   il   giovane.   "C'  per  una
    difficolt."
    "Cio?"
    "Che io non la voglio!"
    "E perch non la vuoi?"
    "Perch no!  Si tratta di me o di Vostra Eccellenza?  Si tratta di me!
    Dunque tocca a me manifestare la mia volont. Io non la voglio."
    Quando  il  duca  rifer al principe questa risposta,  Giacomo era gi
    fuori della grazia di Dio,  per aver saputo che il perito,  incaricato
    dal  tribunale  di  esaminare  il testamento del fu don Blasco,  s'era
    pronunziato contro l'autenticit della scrittura.  Udendo il  decisivo
    rifiuto del figlio, egli scoppi, gridando con voce rauca:
    "Ah,  iettatore!  Lo  fa  apposta!  Per  farmi crepare!  Ma voglio far
    crepare lui,  prima!  Ditegli dunque che si scelga chi diavolo  vuole:
    sposi,  sposi la prima sgualdrina che gli piace,  una di quelle ciarpe
    con le quali andava bagordando quando ancora non s'era fitto  in  capo
    di divenire letterato!  Sposi chi gli piace e vada al diavolo,  perch
    io non voglio pi trovarmelo fra i piedi, cotesto iettatore!"
    "Eccellenza," rispose il principino  allo  zio  che  gli  riferiva  la
    seconda  ambasciata,   "io  non  voglio  sposare  n  la  Crcuma,  n
    nessun'altra.  Sono ancora giovane e ci sar sempre tempo di  mettermi
    la  catena al collo.  La cosa certa  che per ora non bisogna parlarmi
    di matrimonio.  Non sono una donna come la zia Chiara,  che  la  nonna
    fece sposare per forza..."
    E  la  nuova  tempesta  si  veniva  addensando  sordamente;   i  lampi
    guizzavano negli sguardi irosi del principe,  i  tuoni  rumoreggiavano
    nella sua voce cupa.
    "Santo   Dio  d'amore!..."  diceva  la  principessa  a  Teresa.   "Che
    dispiacere,  questa guerra;  che scandalo!  E chi  sa  come  e  quando
    finir...  Ma tu!... Tu no, non hai dato a nessuno il minimo motivo di
    dolore!... Benedetta!... Sempre santa cos!.."
    Teresa si lasciava abbracciare e baciare dalla  madrigna,  assaporando
    la lode,  dolendosi della guerra tra il padre e il fratello, votandosi
    alla Madonna affinch la facesse cessare. Che cosa poteva offrire alla
    Vergine, per ottenere tanta grazia?
    L'amor suo per Giuliano?...  No,  era troppo,  era la cosa che pi  le
    stava  a  cuore...  Ella non vedeva pi il giovane,  non aveva notizia
    della richiesta e  del  rifiuto;  sapeva  nondimeno  che  i  suoi  non
    vedevano bene quel partito;  ma la speranza era in lei viva ancora: un
    giorno o l'altro il padre e la madrigna avrebbero  potuto  ricredersi,
    consentire alla sua felicit...
    Un  giorno,  invece,  scoppi  la tempesta fra il padre e il fratello.
    Questi aveva ordinato,  di suo capo,  senza dirne  niente  a  nessuno,
    quattro grandi scaffali per disporvi i suoi libri;  quando il principe
    vide arrivare quei mobili, fece chiamare
    Consalvo e gli domand concitato:
    "Chi t'ha permesso d'ordinar nulla, in casa mia?"
    Il giovane rispose con la studiata freddezza che  faceva  imbestialire
    suo padre:
    "Avevo bisogno di questi mobili."
    "Qui  comando  io,  t'ho detto molte volte," ribatt l'altro,  facendo
    sforzi violenti per contenersi.  "Non s'ha da piantare un chiodo senza
    mio  permesso!  Se  vuoi  far  da  padrone,  vattene  via!  Nessuno ti
    trattiene!... Prendi moglie e rompiti il collo."
    "Ho gi detto," rispose Consalvo pi freddo che  mai,  "ho  gi  detto
    allo zio che non voglio ammogliarmi..."
    "Ah,  non  vuoi?...  Non  vuoi?...  Ed  io  ti  butter  via a pedate,
    bestione, facchino, animale!..."
    "Tanto meglio," soggiunse il  principino  freddo  come  la  neve.  "Mi
    farete piacere..."
    A  un  tratto  il  principe impallid come se stesse per svenire,  poi
    divent paonazzo come per un colpo apoplettico, e finalmente proruppe,
    abbaiando come un cane:
    "Fuori di qui!... Fuori di casa mia!... Ora,  all'istante,  cacciatelo
    fuori!..."
    Accorsero, pallidi ed impauriti, la principessa, Teresa e Baldassarre:
    con  la bava alla bocca,  il principe fu trascinato via dalla moglie e
    dal servo.
    Teresa, giunte le mani tremanti dinanzi al fratello,  esclam con voce
    d'angosciosa rampogna:
    "Consalvo!... Consalvo!... Come puoi fare cos?"
    "Tu lo difendi?" rispose il giovane,  sempre calmo, ma con voce un po'
    stridula. "Difendilo, difendili, gli assassini di nostra madre."
    "Ah!"
    Ella nascose la faccia tra le mani.  Quando  si  guard  intorno,  era
    sola.  Un  andirivieni  di servi,  per la casa: chiamavano un dottore,
    applicavano vesciche di ghiaccio alla fronte del principe. Ella and a
    cadere dinanzi all'immagine di Maria Santissima.  Un rimorso,  dopo la
    scena disgustosa, dopo le terribili parole del fratello, le serrava il
    cuore,  per  non  aver voluto offrire in olocausto l'amor suo,  le sue
    speranze di gioia,  pur di evitare la  lite  violenta  e  la  tremenda
    accusa.  Ella  chiedeva  perdono  alla  Vergine  di tanto egoismo,  le
    chiedeva conforto ed aiuto,  tremante di paura,  malferma come  se  il
    suolo  oscillasse sotto le sue ginocchia.  Ed era ancora in ginocchio,
    quando fu sorpresa dalla principessa che la chiamava al capezzale  del
    padre.
    "Figlia  mia!  Figlia  mia!...  Che cuore di figlia!...  S,  prega la
    Madonna Santa che torni la pace: Ella  sola  oramai  pu  fare  questo
    miracolo... Tuo padre non vuole pi vederlo, non lo vuole pi in casa;
    ed egli non cede!... Tu no! Tu no!..."
    E tra i baci e le lacrime,  le parl di qualcuno,  di lui,  dandole la
    notizia che era partito:
    "Era il meglio che potesse fare.  Tu forse lo guardavi  con  simpatia:
    non  te  ne  incolpo: siamo tutte state ragazze e so come vanno queste
    cose. Ma non avresti potuto esser felice con lui, e tuo padre,  il cui
    unico scopo  la tua felicit,  non voleva...  Non ti avrei parlato di
    tutto ci senza i dolori che soffriamo,  e se non sapessi che  tu  sei
    tanto  buona,  tanto  giudiziosa  da comprendere che tuo padre non pu
    voler altro che il tuo bene. E' vero, figlia mia?..."
    La prima volta,  dopo quella scena,  che il principe ud  nominare  il
    figliuolo, grid:
    "Non  parlate pi di cotesto iettatore!  Non lo nominate pi!  O mando
    via tutti..."
    La rottura fu definitiva. Il duca, messo a giorno dell'accaduto, venne
    a prendersi Consalvo e lo condusse per alcune settimane  in  campagna.
    Di  ritorno,  fu deciso che il principino sarebbe andato ad abitare la
    casa che il padre possedeva alla Marina.
    Il giovane non chiedeva di meglio.  Arred il quartiere a modo suo,  e
    pass a starci contento come una pasqua. Faceva adesso da padrone, non
    andava  pi  alla  messa,  riceveva chi voleva,  invitava a casa sua i
    pezzi grossi del circolo,  ai quali mostrava due stanzoni tutti  pieni
    di carta stampata.  I vantaggi erano infiniti.  Al palazzo,  non aveva
    ancora potuto significar bene i  suoi  sentimenti  liberali,  mettendo
    fuori lumi e bandiere per le feste patriottiche;  qui il 14 marzo e il
    giorno dello Statuto inalberava un bandierone grande quanto una tenda,
    e disponeva  ai  balconi  una  fila  di  lampioncini  che  splendevano
    malinconicamente nelle tenebre del quartiere deserto. Poi, restava nel
    suo  studio  quanto  voleva,  e  prendeva  i  suoi pasti nelle ore pi
    stravaganti.  Studiava l'Enciclopedia popolare,  ne mandava a  memoria
    gli  articoli  riguardanti  le quistioni del giorno,  e poi sbalordiva
    l'assemblea con la propria erudizione,  dicendo:  "Su  questa  materia
    hanno scritto Tizio,  Caio,  Sempronio,  Martino,  etc., etc." Come un
    tempo aveva gettato sulla  folla  il  suo  tiro  a  quattro,  cos  la
    schiacciava  con  tutto il peso della sua dottrina,  e la gente che si
    tirava da canto,  un tempo,  per non  restar  sotto  i  suoi  cavalli,
    esclamando  tuttavia:  "Che bell'equipaggio!" adesso lo stava a udire,
    intronata della sua loquela,  dicendo: "Quante  cose  sa!"  La  nativa
    spagnolesca albagia della razza ignorante e prepotente, e la necessit
    d'adattarsi ai tempi democratici si contemperavano cos in lui,  a sua
    insaputa. Pur di arrivare all'intento, niente lo arrestava, le imprese
    pi ardue non lo sgomentavano;  leggeva i  libri  pi  grevi  come  se
    fossero romanzi;  come un romanzo avrebbe letto un trattato di calcolo
    sublime.  Cavava da quello studio il mediocre profitto  che  era  solo
    possibile:   acquistava  una  infarinatura  di  tutto,   immagazzinava
    cognizioni disparate, idee contraddittorie,  una scienza farraginosa e
    indigesta. Ma, in mezzo alla massa ignorante della nobilt paesana, si
    guadagnava  la  riputazione  di  "istruito",  e quando la gente minuta
    udiva nominare il principino di Mirabella, tutti dicevano: "Quello che
    ora fa il letterato?"
    Una bella mattina,  tra le stampe che la posta gli portava a  cataste,
    ricevette  da  Palermo  il  primo fascicolo dell'Araldo sicolo,  opera
    istorico-nobiliare del cavaliere don Eugenio Uzeda  di  Francalanza  e
    Mirabella.  Come lui,  tutti i parenti, i sottoscrittori, i circoli ne
    ebbero un esemplare.  L'opera storico-nobiliare cominciava  con  Brevi
    cenni  amplificati sulle dinastie che avevano regnato nell'isola: Real
    Casa  Normanna,  Real  Casa  Sveva,  Real  Casa  d'Angi  e  cos  via
    discorrendo  fino  alla  Real  Casa  Sabauda:  ch  il cavaliere aveva
    riconosciuto la nuova  monarchia  per  vender  copie  del  libro  alle
    biblioteche  dello  Stato.  I  brevi appunti amplificati fecero ridere
    Consalvo,  la Real Casa Sabauda fece  imbestialire  donna  Ferdinanda,
    bench  del  resto  la  vecchia adesso fosse in un immutabile stato di
    furore per via della lite ancora indecisa. Ma la sua collera contro la
    famiglia del principe s'accrebbe naturalmente,  poich  la  stampa  di
    quelle  "porcherie"  era stata possibile per l'anticipazione fatta dal
    principe a  don  Eugenio!...  Dopo  aver  promesso  duemila  lire,  il
    principe  per  non ne aveva date pi di cinquecento,  per le quali lo
    zio aveva dovuto rilasciargli una cambiale con la data in bianco;  ma,
    dopo  la  morte di don Blasco,  i rapporti finanziari tra zio e nipote
    avevano preso una piega  pericolosa.  Don  Eugenio,  dapprima  con  le
    buone,  poi  con  le  minacce,  scriveva  al  nipote  chiedendo  altri
    quattrini,  perch,  in caso contrario,  egli avrebbe fatto  lega  con
    Ferdinanda per impugnare il testamento del fratello;  il principe,  da
    canto suo, con la cambiale in mano,  pretendeva tenere in riga lo zio.
    Avviata  la  stampa  dell'opera,  il  cavaliere  piovve  un  giorno da
    Palermo: era pi sordido di prima,  aveva l'aria pi affamata che mai.
    Dopo  una lunga serie di trattative,  il principe sbors altre duemila
    lire, mediante le quali don Eugenio rinunzi con apposito atto a tutto
    quel che avrebbe  potuto  eventualmente  toccargli  nella  spartizione
    dell'eredit  del monaco,  e riconobbe il nipote proprietario di mille
    esemplari dell'opera.
    Il principe aveva capito che l'impresa di quella pubblicazione non era
    poi l'affare sballato che tutti  credevano.  I  fascicoli  successivi,
    dove s'iniziava la storia delle singole famiglie, andavano a ruba. Don
    Eugenio,  in  verit,  si  restringeva  a  trascrivere  il Mugns e il
    Villabianca, infiorandoli di locuzioni di sua particolare fattura; ma,
    da una parte,  quei libri erano introvabili,  o costavano  caro  e  si
    prestavano poco alla lettura,  coi loro vecchi tipi, con la loro carta
    secca,  gialla e polverosa,  mentre  l'edizione  di  don  Eugenio  era
    veramente  bella,  e  i fascicoli degli stemmi colorati fiammeggiavano
    dal tanto  minio  e  dal  tanto  oro;  da  un  altro  canto,  poi,  il
    compilatore  usava  l'innocente artifizio di sopprimere le indicazioni
    troppo precise, talch tre, quattro, cinque famiglie che portavano per
    caso lo stesso nome senza  nessuna  relazione  di  parentado  potevano
    credere  che la storia della sola autenticamente nobile fosse anche la
    propria. A Palermo, a Messina, in tutta la Sicilia,  egli trovava cos
    una  quantit  di  "gentilesche genti" e quindi di associati.  Certuni
    volevano dire che prendesse altri quattrini per aggiungere qua  e  l:
    "Una  branca  di  cotanto  blasonata  famiglia  fiorisce tuttos nella
    vetusta citt di Caropepe..." Donna  Ferdinanda,  pertanto,  diventava
    paonazza  dall'indignazione;  e  anche  Consalvo  nutriva  un profondo
    disprezzo per quel parente che non solo prostituiva  in  tal  modo  se
    stesso,  ma  discreditava  tutta  la  casata.  Il principino per,  al
    contrario della zia, teneva per s i propri sentimenti,  e manifestava
    solo quelli che gli giovavano.  Sentiva di dover fare in politica come
    aveva visto fare a suo padre, in casa, quando si teneva bene con tutti
    e assecondava le pazzie di tutti quanti,  salvo a dare un calcio a chi
    non  poteva  pi  nuocergli.  Adesso  adoperava anch'egli quel metodo,
    piaggiando tutti i partiti.  Quello dello zio  duca  aveva  sempre  il
    mestolo in mano. Veramente nei quattro anni passati dallo scioglimento
    della  questione  romana,  il  favor  popolare  aveva  a  poco  a poco
    ricominciato ad abbandonare il deputato, poich questi,  dimentico del
    pericolo  corso,  persuaso  d'aver  consolidato stabilmente la propria
    posizione,  non temendo pi sommosse e rivolgimenti,  aveva ripreso  a
    mostrarsi  partigiano,  a  badare  agli  affari  propri  e degli amici
    piuttosto che a quelli del paese,  a  trattare  il  collegio  come  un
    feudo;  ma,  se  la gente spicciola incominciava a mormorare,  i pezzi
    grossi,  invece,  i capi della camarilla si lasciavano  ammazzare  per
    l'onorevole,  non  giuravano  per  altro che per lui,  per i suoi sani
    princpi di moderazione: nel novembre di  quell'anno  Settantaquattro,
    egli  fu  rieletto,  senza  dimostrazioni,  ma senza opposizioni: alla
    unanimit.
    Cos Consalvo dinanzi allo zio ed ai suoi amici celebrava la  saldezza
    della  loro  fede,  l'eccellenza  del  principio  conservatore "da cui
    dipende la salute dell'Italia";  ma,  trovandosi  dinanzi  a  qualcuno
    degli avversari,  affermava la necessit del progresso, la convenienza
    che anche la sinistra facesse la prova del governo,  perch "come dice
    il celebre Tal dei Tali, i partiti debbono alternarsi al potere".
    E  se  gli  stavano  di fronte due che la pensavano in modo contrario,
    taceva o dava ragione ad entrambi e torto a nessuno.  Tranne  che  nel
    grande  principio  aristocratico,  nel  profondo sentimento di sprezzo
    verso la ciurmaglia,  nella ferma  opinione  d'esser  fatto  veramente
    d'un'altra  pasta,  nell'ardente  bisogno di comandare al gregge umano
    come avevano comandato i suoi maggiori,  egli era disposto a concedere
    tutto.  Non  aveva neppure scrupolo di sostenere a parole il contrario
    di quel che pensava,  se era necessario nascondere il proprio pensiero
    ed  esprimerne  un  altro.  Le parole "repubblica" e "rivoluzione" gli
    facevano passare brividi di paura per la schiena; ma, per secondare la
    corrente democratica, per farsi perdonare la sua nascita, s'ingraziava
    il partito estremo.  Al Circolo Nazionale buona parte dei  soci,  pure
    accettando  le  istituzioni,  onoravano,  sopra  tutti  gli uomini del
    Risorgimento,  Mazzini e Garibaldi;  altre  societ,  specialmente  le
    popolari,  festeggiavano il 19 marzo,  giorno di San Giuseppe, in loro
    onore;  egli ripet l'esposizione del bandierone e dei lumi  anche  in
    quell'occasione,  cerc  apposta i pi noti repubblicani per dir loro:
    "Io non capisco l'esclusivismo di  certuni:  senza  Mazzini  il  fuoco
    sacro si sarebbe spento;  e senza Garibaldi, chi sa, Francesco Secondo
    sarebbe ancora a Napoli."
    N credeva alla sincerit della fede altrui.  Monarchia o  repubblica,
    religione  o  ateismo,  tutto  era  per  lui  quistione  di tornaconto
    materiale o morale,  immediato o avvenire.  Al Noviziato  aveva  avuto
    l'esempio  della  sfrenata  licenza  dei monaci che avevano fatto voto
    dinanzi al loro Dio di rinunziare a tutto; in casa,  nel mondo,  aveva
    visto  che  ciascuno  tirava a fare il proprio comodo sopra ogni cosa.
    Non c'era dunque  nient'altro  fuorch  l'interesse  individuale;  per
    soddisfare  il suo amor proprio egli era disposto a giovarsi di tutto.
    Del resto,  il sentimento ereditario della propria superiorit non gli
    permetteva  di  riconoscere  il  male  di questo scettico egoismo: gli
    Uzeda potevano fare ci che loro  piaceva.  Il  conte  Raimondo  aveva
    distrutto due famiglie;  il duca d'Oragua s'era arricchito a spese del
    pubblico,  il principe Giacomo spogliando i propri parenti;  le  donne
    avevano  fatto  stravaganze  che  confinavano  con  la pazzia: se egli
    dunque s'accorgeva talvolta d'essere in fallo,  secondo la morale  dei
    pi, pensava che in fin dei conti faceva meno male di tutti costoro.



















    4.

    Il  principe  Giacomo tard molto a riaversi interamente dal colpo che
    l'ultima spiegazione col figlio gli aveva procurato.  Con la  minaccia
    d'una congestione cerebrale,  si condann da se stesso, pel terrore di
    morire di subito,  a una dieta  magra  che  gli  impover  il  sangue.
    Debole,  irritabile,  divenne  pi  di  prima il terrore della casa e,
    attribuendo pi che mai il proprio  male  al  pestifero  influsso  del
    figliuolo,  non  soffriva pi d'udirlo nominare.  Nei primi tempi,  se
    Baldassarre o qualcuno dei lavapiatti  o  della  servit  alludeva  al
    principino,  egli esclamava,  afferrando l'ignobile amuleto, tenendolo
    stretto come in procinto di naufragare: "Salute  a  noi!...  Salute  a
    noi!..."   e   ingiungeva   alle   persone  di  tacere,   di  smettere
    immediatamente,  rosso  in  viso  come  se  davvero  fosse  per  morir
    soffocato.  La  gente si faceva il segno della croce udendo parlare di
    quella paura inumana,  di quell'avversione contro  natura:  Teresa  ne
    soffriva  pi  di tutti.  Poich suo fratello non poteva pi venire al
    palazzo,   ella  stessa  andava  a  trovarlo,   in   compagnia   della
    principessa, per la quale Consalvo era tornato d'un'indifferenza quasi
    serena  ed  urbana,  poco  lontana  dall'affabilit.  La madrigna,  di
    nascosto dal principe,  mandava al giovanotto buona parte  della  roba
    che  i  fattori  portavano  dalla  campagna e,  quantunque ella stessa
    disponesse  di  pochi  quattrini,  pure  metteva  a  disposizione  del
    figliastro la propria borsa.  Consalvo,  ringraziandola, non accettava
    nulla: suo padre gli aveva fatto un assegno, e Baldassarre gli portava
    ogni primo del mese i quattrini.  Erano pochi,  ma egli s'ingegnava di
    farli  bastare,  soffocava i suoi bisogni costosi,  mortificava i suoi
    desideri di lusso,  e non ne soffriva,  o ne soffriva come d'una  cura
    dolorosa,  necessaria al riacquisto della salute.  Quanto al principe,
    era come se egli non avesse pi quel figliuolo: costretto a parlare di
    lui, non lo chiamava pi "mio figlio", n "Consalvo", n "principino",
    ma "Salut'a noi!..." Diceva,  per esempio,  a Baldassarre:  "Porta  la
    mesata a Salut'a noi..." oppure domandava alla principessa, in qualche
    raro  momento  di  buon  umore:  "Che  dice  quella  bestia di Salut'a
    noi?..." E Teresa non pensava pi a Giuliano,  dimenticava il  proprio
    dolore,  atterrita da quell'odio scellerato. Ella non leggeva pi, non
    sedeva pi al pianoforte,  col triste  pensiero  sempre  nella  mente.
    L'esilio  del  fratello  era grave al suo cuore;  ma perch aveva egli
    suscitato l'ira del padre?  Come aveva osato  incolparlo?...  Se  pure
    egli  avesse  avuto ragione?  Se era vero?...  Allora si nascondeva il
    viso tra le mani, come nel pauroso momento della rivelazione,  per non
    pensare,  per  non rammentare.  Non rammentava ella la madrigna far da
    padrona in casa della sua  povera  mamma?  Non  rammentava  il  dolore
    provato  all'annunzio  che  suo padre sposava quell'altra qualche mese
    dopo la morte della sua santa mamma?... Ma no! Ma no!  Per discacciare
    i suoi ricordi,  per vincere l'orribile pensiero, si segnava, pregava,
    e  usciva  fortificata  dall'orazione.  Era  colpa  dimorare  in  quei
    pensieri,  continuar  quell'indagine:  ella unicamente doveva al padre
    rispetto, obbedienza ed amore. E credendo suo debito compensarlo della
    ribellione di Consalvo, lo ubbidiva ciecamente, lo serviva con umilt.
    Il principe non le sapeva grado di quella sua inesauribile  bont.  Se
    talvolta,  essendo triste, provando il bisogno di sollevare un istante
    lo spirito oppresso,  ella  si  metteva  al  pianoforte,  i  suoni  lo
    irritavano,  le  ingiungeva  che  smettesse.  Sempre  pi interessato,
    litigava sulle spese per le sue vesti;  Teresa si contentava di tutto.
    Ma per solo capriccio di criticare,  di esercitare comunque la propria
    autorit, ed anche per una specie d'invidia che,  goffo com'era sempre
    stato, gli destava l'abilit con la quale ella faceva figurare come un
    abito   di   lusso  la  pi  modesta  vesticciuola,   la  punzecchiava
    assiduamente a proposito della sarta o del figurino di mode.
    Un giorno per,  contro il solito,  s'occup dell'abbigliamento  della
    figliuola  non per rimproverarne l'eleganza,  ma per giudicarlo troppo
    modesto.
    "Non hai un abito pi grazioso da mettere oggi?"
    Era una domenica d'estate,  e come di consueto la principessa e Teresa
    andavano  fuori  in  carrozza  per  prendere  il gelato e fermarsi poi
    dinanzi al cancello del giardino pubblico,  a veder la folla  pedestre
    che v'entrava borghesemente durante il concerto. Ma, usciti appena dal
    portone,  donna Graziella,  che s'abbottonava ancora i guanti, disse a
    Teresa:
    "Andiamo a fare una visita alla zia Radal. Oggi  il suo onomastico."
    Da un pezzo non la conducevano pi l; ma la principessa e la duchessa
    si salutarono come se si fossero lasciate il giorno innanzi. C'erano i
    due figliuoli, il duca e il barone, e altri parenti;  furono serviti i
    rinfreschi, la societ si sciolse molto tardi.
    La  duchessa  restitu la visita coi figliuoli,  e le relazioni furono
    riprese con pi intrinsichezza di prima. Il duca Michele, mezzo calvo,
    grasso, asmatico, trascurato nel vestire,  stava male e mal volentieri
    in  societ;  Giovannino  invece vi figurava moltissimo.  Salutando la
    cugina,  mettendosi vicino a lei,  parlandole,  egli faceva mostra  di
    molta grazia,  d'una viva premura; il primogenito, pi grossolano, pi
    ignorante, apriva di rado la bocca, non parlava se non di quaglie e di
    conigli,  del Biviere e del Pantano,  di cani e di doppiette.  Teresa,
    cortese  ed amabile con tutt'e due,  sentiva risorgere e a poco a poco
    farsi pi forte l'ammirazione per la bellezza del cugino.  Ella  aveva
    dimenticato Biancavilla,  ma c'era un vuoto nel suo cuore: il pensiero
    di Giovannino lo colmava.  Dopo una lunga mortificazione,  l'anima sua
    schiudevasi  ancora  una  volta  all'amore;  il canto le fioriva sulle
    labbra, il pianoforte ridiventava il suo confidente, i libri di poesia
    i suoi ispiratori.
    Tra le due famiglie l'intimit si venne stringendo sempre  pi;  c'era
    un  continuo  scambio di regali,  la voce del matrimonio di Teresa con
    uno dei cugini tornava ad acquistar nuovo credito;  ma n il  principe
    n  la  principessa  si  spiegavano  con  nessuno.   Baldassarre  per
    trionfava: il partito che egli aveva  destinato  alla  padroncina  era
    quello  che i padroni preferivano!  E con un piacere immenso,  con una
    gioia indicibile,  vedeva che tra la signorina e il barone la simpatia
    cresceva  ogni  giorno.  Il  duca  Michele  regalava  gran quantit di
    cacciagione agli Uzeda,  ma Giovannino,  che si occupava con amore  di
    fioricoltura,  mandava  enormi  mazzi,  i  quali  finivano tutti nella
    cameretta di Teresa,  o  piante  rare  e  delicate  che  ella  educava
    amorosamente.  Amante della buona tavola, il primogenito era sempre un
    po' intorpidito dal cibo e dalle libazioni;  se  si  facevano  quattro
    salti,  egli  restava  sopra  una poltrona a sonnecchiare;  Giovannino
    ballava con Teresa.  Una delle cose  che  pi  facevano  piacere  alla
    principessina  era l'udir parlare del fratello in quella casa dove non
    si poteva pi nominarlo: farne le lodi,  vantarne  l'intelligenza,  la
    seriet  della conversazione,  era il miglior mezzo per guadagnarsi il
    cuore della sorella.
    E Giovannino,  rammentando  i  tempi  nel  Noviziato  e  le  monellate
    commesse  a  San  Nicola,  profetava a Consalvo il pi lieto avvenire,
    andava apposta a fargli visita per riferire a Teresa d'averlo  trovato
    intento allo studio.
    "Sapete, cugina," le disse una sera, "Consalvo..."
    "Sst...!"  esclam  piano  Teresa,  giungendo  le mani.  "Il babbo..."
    Infatti  il  principe  passava  in  quel  momento  vicino   ad   essi,
    dirigendosi verso la duchessa.
    "Vogliono  Consalvo,"  rispose  Giovannino  all'orecchio della cugina,
    "consigliere comunale. Vedrete che risulter dei primi..."


    Benedetto Giulente, come aveva promesso,  fu il padrino del candidato.
    Egli  non sospettava di preparare il terreno ad un rivale.  Gli pareva
    che un posto  nella  rappresentanza  civica  bastasse  all'attivit  e
    all'ambizione del nipote;  tutt'al pi Consalvo avrebbe potuto prender
    parte,  pi  tardi,  all'amministrazione  municipale,   essere  eletto
    assessore e,  chi sa, un giorno, nominato anche sindaco. Che aspirasse
    al Parlamento, n sospettava, n credeva possibile. Prima di tutto, lo
    zio duca gli  aveva  garantito  tante  volte  che,  ritirandosi  dalla
    politica militante, avrebbe ceduto a lui, Benedetto, il proprio posto;
    e questo ritiro, attesa l'et dell'onorevole, poteva tardare ancora di
    poco;   forse   il   seggio   sarebbe  rimasto  libero  alla  prossima
    legislatura,  quando Consalvo non avrebbe neppure compiuti gli anni di
    legge.  Del  resto gli mancavano tante altre cose,  l'esperienza della
    vita pubblica,  principalmente,  e segnatamente il patriottismo.  Agli
    occhi  di  Benedetto,  che  si  struggeva  da tanti anni dal desiderio
    d'essere  mandato  alla  Camera,   aver  preso  parte  alle  battaglie
    dell'indipendenza e dell'unit,  aver pagato un tributo di sangue, era
    il massimo titolo per aspirare alle pubbliche  cariche.  Ora  Consalvo
    non solo era bambino quand'egli si batteva sul Volturno, ma fino a due
    anni  addietro non aveva nascosto a nessuno l'affezione e il rimpianto
    per l'antico regime.  Giulente credeva che la conversione  del  nipote
    fosse in gran parte merito proprio, e ne andava naturalmente altero, e
    si  credeva  destinato  a guidare ancora per lungo tempo l'erede degli
    Uzeda nella vita pubblica;  L'atteggiamento ossequiente del giovanotto
    lo confermava in questa fiducia.
    Ad aprirgli gli occhi non valse l'esito delle elezioni amministrative.
    Egli stesso era tra i candidati,  avendo finito il suo quinquennio,  e
    Consalvo si presentava la prima volta;  Consalvo fu eletto il secondo,
    subito  dopo  lo  zio  duca,  sempre  primo;  Giulente  ebbe il decimo
    posto... Alla prima riunione del Consiglio riconvocato,  il principino
    venne  severamente  vestito d'una redingote tagliata all'inglese,  con
    cravatta scura e cappello alto: mentre gi tutti erano ai loro  posti,
    egli  s'aggirava  per  l'angusta  sala  delle  riunioni,  salutando  i
    conoscenti,  chiacchierando col sindaco,  interrogando il segretario e
    volgendosi di tanto in tanto alla mezza dozzina di curiosi che stavano
    vicino  all'uscio.  Sedutosi  finalmente  in  un  angolo,  per  evitar
    vicinanze,  cominci a sfogliare,  con mani inguantate,  il volume del
    bilancio  e  a prendere appunti,  facendo correre l'usciere per spedir
    biglietti  a  destra  e  a  manca,   come  aveva  visto  che  usava  a
    Montecitorio. Appena si present l'occasione di parlare, l'acchiapp a
    volo. Trattavasi dell'inaffiamento stradale che facevano con un metodo
    troppo  primitivo:  egli  chiese  di parlare e spieg quello che aveva
    visto all'estero. Raccomand il sistema di Londra e sugger al sindaco
    l'idea di scrivere al Lord Mayor "che   il  primo  magistrato  civico
    della  capitale  inglese".  Mentre  c'era,  aggiunse  che il Municipio
    avrebbe dovuto pensare anche ad ordinare un corpo  di  pompieri.  "Nei
    miei viaggi,  non vidi mai citt,  per piccola che fosse, la quale non
    avesse simile istituzione,  la cui necessit non  ho  bisogno  di  far
    notare  agli  onorevoli  del Consiglio." Nondimeno,  per dimostrare la
    convenienza di quel servizio,  enumer quante  case  s'incendiavano  a
    Costantinopoli, in media, ogni anno.
    "E'  vero  che non siamo in Turchia..." e fece una breve pausa per dar
    tempo ai colleghi di  ridere  della  facezia,  "ma  pensate  un  poco,
    onorevoli  del Consiglio,  ai grandi magazzini di zolfo che si trovano
    ad ogni pi sospinto dentro le mura della nostra citt." Allora spieg
    che lo zolfo " una sostanza eminentemente combustibile,  come  quella
    che entra nella composizione della stessa polvere pirica;  e se le sue
    lente combinazioni con l'ossigeno,  preparate nelle officine,  sono di
    tanta  applicazione  nell'industria  e nel commercio col nome di acido
    solforico,  una combinazione troppo rapida  manderebbe  in  fiamme  la
    nostra citt..."
    Il   discorso  ebbe  un  bel  successo:  pochi  osservarono  che  quel
    giovanotto di primo pelo aveva l'aria di far la lezione;  quasi  tutti
    ammirarono   la  facilit  della  sua  parola  e  giudicarono  che  il
    principino di  Mirabella  era  davvero  un  giovane  "istruito".  Egli
    continu  a  parlare  ogni  giorno;  per  la  discussione del bilancio
    pronunzi una trentina di concioni una  pi  sbalorditiva  dell'altra,
    sulla  quistione  della  dote  al  Comunale  tir  in ballo Sofocle ed
    Euripide,   gli  odei  della  Grecia  e  i  circhi  romani;   parlando
    dell'ospedale  fece  un piccolo corso di clinica distinguendo tutte le
    malattie per le quali bisognava poter disporre di altrettante sale;  a
    proposito  della  pescheria  cit  Darwin  e  l'Origine  della specie,
    "giacch il pesceluna che s'imbandisce nelle nostre mense e le sardine
    che alimentano  il  popolo  discendono  dagli  stessi  protozoi".  Sul
    capitolo del camposanto arrischi questa idea: "Io veramente non sarei
    alieno  dal  concetto storicamente pi estetico e scientificamente pi
    razionale della cremazione..." ma le unanimi,  vivaci proteste di  una
    dozzina  di  consiglieri  clericali  lo  fecero  accorto che sbagliava
    strada.
    L dentro,  e nel paese,  i clericali erano una  forza  con  la  quale
    bisognava  patteggiare.  Gi  essi  avevano  notato che il principino,
    imbandierando  e  illuminando  la  sua  casa  per   tutte   le   feste
    costituzionali  e democratiche,  pareva non accorgersi delle solennit
    religiose,  della festa di Sant'Agata  specialmente.  La  celebravano,
    come sempre,  due volte all'anno: in febbraio e in agosto; ma la nuova
    Giunta libera-pensatrice,  giudicato che una sola  gazzarra  bastasse,
    aveva soppresso dal bilancio l'assegno per la festa estiva.  Questo fu
    il  segnale  di  una  specie  di  guerra  civile.  Dal  pulpito,   nei
    confessionali,  nelle  sacrestie  i  preti  incitavano  i  fedeli alla
    riscossa; i liberali si ostinavano nel loro proposito, gl'indifferenti
    erano costretti a prendere un  partito,  e  le  cose  minacciavano  di
    guastarsi.   Il   consiglio   fu   chiamato  a  decidere.   Una  folla
    straordinaria assist alle tempestose  sedute:  sagrestani,  scaccini,
    appaltatori  e  mercantucci interessati alla festa pel guadagno che ne
    speravano;   giornalisti  improvvisati  badavano  a  stendere  precise
    relazioni  del  dibattimento  per  divulgarle.   I  campioni  liberali
    facevano grandi sfoggi di  eloquenza,  ma  erano  fischiati  di  santa
    ragione; i clericali, quasi tutti poveri oratori, erano invece portati
    alle stelle. Il duca d'Oragua non parlava, come non aveva mai parlato,
    ma si sapeva che avrebbe votato a favore;  Giulente,  in cuor suo, era
    contrario,  ma per far la corte allo zio avrebbe votato come lui.  Con
    chi  si  sarebbe  messo  il principino?  C'era una grande curiosit di
    saperlo;  pertanto,  il giorno che egli parl,  una folla  tripla  del
    consueto  si  stipava  nella  piccola sala e tendeva le orecchie dalle
    contigue.  Egli cominci a parlare in mezzo a  un  silenzio  profondo.
    L'esordio   accrebbe   la  curiosit,   consistendo  al  solito  nella
    ripetizione laudativa di tutto  ci  che  avevano  detto  "gli  egregi
    preopinanti".   Poi:  "Ma,  signori  del  Consiglio,  consentitemi  di
    lasciare per un  momento  la  quistione  che  sta  sul  tappeto  e  di
    rivolgere a me stesso una domanda,  che parrebbe non avere,  ma invece
    ha  diretto  rapporto  con  quella   (i   cronisti   notarono:   segni
    d'attenzione). La domanda  questa: i rappresentanti del paese vengono
    a  sedere  nell'aula consiliare per sostenere le idee che passano loro
    pel capo, e siano pure provvide e giuste, o non piuttosto per eseguire
    il mandato che ripetono dal popolo sovrano?... Certamente per tutelare
    gl'interessi, per soddisfare i bisogni del popolo che rappresentano.
    Ora, di fronte alla quistione che ci occupa,  il paese ha una volont?
    Se  s,   qual    dessa?...   Signori  del  Consiglio,  sarebbe  vano
    nasconderlo: il paese, o per lo meno la pi gran parte di esso,  vuole
    la  festa!" Il silenzio religioso mantenuto fino a quel punto fu rotto
    da un urlo d'approvazioni: uragano  d'applausi,  notarono  i  cronisti
    clericali,  mentre i consiglieri liberi-pensatori scrollavano il capo,
    facevano atto di protesta, chiedevano di parlare.  Calmo in mezzo alla
    tempesta,  data  un'occhiata  alle  cartelle che teneva dinanzi,  egli
    riprese,  dominando il tumulto con la voce  squillante:  "Consideriamo
    per un momento accertato che la volont del paese  per la festa: noi,
    suoi delegati,  qual altro obbligo avremo se non quello di tradurla in
    atto? E mi scusino i miei colleghi che siedono a quei posti (additando
    i liberali pi avanzati).  Io comprenderei che a  questo  concetto  si
    ribellassero tutti gli altri,  non mai essi,  i quali fanno consistere
    nell'imperativo  categorico  uno  dei  punti  pi  salienti  del  loro
    programma!..."  Nel  silenzio  che torn a regnare tutt'intorno,  egli
    cominci allora una lezione sul libero arbitrio,  citando il  "celebre
    Aristotele",  l'"illustre scuola scozzese", e nominando un grande uomo
    tedesco,  inglese o francese  ogni  mezzo  minuto.  Il  peso  di  quel
    discorso schiacciava l'uditorio; ma egli s'era gi guadagnato il cuore
    della  folla,  e la sua erudizione non poteva se non farlo ammirare di
    pi.  Tuttavia,  per  non  dispiacere  ai  rappresentanti  delle  idee
    radicali,  quando  fin  la  sua  lezione,  riappicc:  "N la persona
    rivestita d'una procura abdica ai propri princpi  per  il  fatto  che
    esegue  la  volont  del  mandante.  Ho sentito lanciare in quest'aula
    l'accusa di clericalismo contro tutti coloro che voteranno  la  festa;
    ma, signori del Consiglio, chi pu essere cos ardito da leggere nelle
    coscienze?  Vogliamo  forse  tornare ai tempi infausti del Torquemada?
    Voi sapete che qui seggono uomini d'un patriottismo superiore ad  ogni
    discussione"  - la piaggeria andava allo zio duca - "i quali,  votando
    la festa,  non intendono per nulla cancellare tutto un passato che  la
    storia  ha  scritto  a  lettere  d'oro  nei suoi annali imperituri!...
    Anch'io voter la festa (Formidabile scoppio d'applausi),  ma  il  mio
    voto  non  pregiudica  i  miei  princpi  (Nuovi  applausi).  Dei miei
    princpi sono responsabile dinanzi alla mia coscienza,  e con  la  mia
    coscienza  io  non transigo!  (Benissimo!) N io consiglierei mai agli
    egregi oppositori di  transigere  con  la  loro;  ma,  o  signori  del
    Consiglio, in quest'aula vi possono essere clericali, cattolici, atei,
    protestanti...  ebrei,  turchi,  se volete (Ilarit),  e siete proprio
    sicuri che io non segua la dottrina di Maometto?  (Nuova  ilarit)  Ho
    letto il Corano,  che  il Vangelo degli islamiti, e se davvero esiste
    il paradiso delle Ur,  forse pi d'uno fra voi si convertirebbe  alla
    fede ottomana!  (Scoppio di risa generali) Ma anche un turco,  siatene
    sicuri,  se venisse in quest'aula mandato dal nostro popolo che  vuole
    la festa,  la voterebbe!... Se io ordino al procuratore che amministra
    i miei feudi di eseguire un certo lavoro,  sarebbe per lo meno curioso
    che  il mio procuratore si rifiutasse,  perch ostano i suoi princpi!
    (Ilarit, applausi) Se costui si rifiuta, sapete che cosa succede?  Io
    lo  mando  via!  E  se  noi  rifiuteremo la festa,  che far il paese?
    Elegger altri consiglieri che ristabiliranno l'assegno!"
    Oramai ad ogni periodo gli applausi  scrosciavano  come  gragnuola,  e
    quando  egli  cominci  a  dimostrare  per quali interessi "legittimi,
    rispettabili,  onesti" tutte le classi della popolazione  volevano  la
    festa,  l'ovazione  si  mut  in trionfo: i festaiuoli per poco non lo
    portarono a braccia  per  le  vie;  gli  stessi  oppositori  dovettero
    riconoscere  la  sua  abilit.  Per  la  festa  i  suoi balconi furono
    illuminati a giorno; e poich la processione della Santa passava sotto
    casa sua,  egli fece dar fuoco a un considerevole numero  di  bombe  e
    mortaretti.
    Il Consiglio, il giorno prima, lo aveva eletto assessore.


    Giusto per l'occasione ci fu grande ricevimento, in casa del principe.
    La  duchessa coi figliuoli arriv tra i primi,  e Giovannino,  presa a
    parte Teresa, le diede la notizia della nomina del fratello.  Ella non
    pot  gustarla,  perch  il principe era di umor nero da far spavento.
    Nella mattina,  il tribunale aveva pubblicato la sentenza relativa  al
    testamento  di  don Blasco;  la quale,  sulla fede del risultato della
    perizia, dichiarava false le ultime volont del Cassinese,  buon'anima
    sua.   Quel   disastro,   coincidente  con  l'assunzione  di  Consalvo
    all'assessorato,  era parso al principe una  nuova  prova  del  potere
    iettatorio  di  "Salut'a  noi",  e tutto il giorno egli aveva smaniato
    come un pazzo. Ora, perch non si dicesse che era troppo dolente della
    cosa,  sforzavasi di mostrarsi indifferente,  di discorrere del pi  e
    del  meno.  Gira e rigira,  ogni discorso per finiva con una sfuriata
    contro i preti  corrotti  e  i  giudici  birbanti.  "Li  hanno  pagati
    apposta,  per  far  dire  bianco  al  nero.  Se  avessi voluto pagarli
    anch'io, a quest'ora la sentenza direbbe tutto il rovescio..."
    Teresa aiutava la madre a servire gl'invitati;  il duca Radal non  si
    faceva  pregare,  sempre  pronto  a bere ed a mangiare;  ma Giovannino
    aspettava che Teresa avesse finito  per  servirla  egli  stesso.  Ella
    assaggi  appena  il  gelato che il giovane le offr.  Il malumore del
    padre non le dava cuore di divertirsi,  di goder  della  festa,  della
    compagnia  di Giovannino.  Questi non la lasciava cogli occhi,  pareva
    cercar l'occasione di restarle vicino un momento.
    "Che avete,  cugina?...  Non siete contenta?..." le disse,  mentre  la
    folla degl'invitati affacciavasi per veder passare la processione.
    "No, non ho nulla... Perch?"
    "Avete una cert'aria... Non per colpa mia, spero?"
    "Che dite mai!... Venite a veder la Santa."
    Ella  troncava cos ogni volta i colloqui che minacciavano di prendere
    una piega pericolosa.  Era dover suo fare cos;  non gi che le parole
    tenere,  gli  sguardi innamorati del cugino le dispiacessero.  L'altro
    fratello, meno riguardoso, senza dirle nulla di gentile, era capace di
    metterle le mani addosso,  di brancicarla,  di abbracciarla,  voltando
    poi la cosa in ischerzo, facendo ridere tutti, togliendo a lei il modo
    di  dolersene;  ma  i  tentativi  timidi  e  secreti  di Giovannino la
    turbavano, come qualcosa di proibito, un vero peccato.
    Al balcone, dove c'era ressa di signore,  ella pot appena sporgere il
    capo per veder la processione: Giovannino le si pose accanto, fingendo
    anch'egli di guardare.
    Saliva  dalla via un rumore come d'alveare,  tanta era la folla,  e il
    campanone del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter  la
    solfa alle campane della badia, della Collegiata e dei Minoriti: "Viva
    Sant'Agata!..." Tutte le signore s'inginocchiarono; Teresa, prostrata,
    col  capo  basso,  gli occhi fissi alla Santa,  si fece il segno della
    croce. Cominciava lo sparo dei fuochi d'artificio pagati dal principe;
    in mezzo al fumo che pareva quello  d'una  battaglia  lampeggiavano  i
    colpi  rapidi e frequenti come le scariche di un reggimento;  le grida
    di viva si perdevano in mezzo al fragore degli scoppi e solo vedevansi
    sul mar delle teste sventolare i fazzoletti  come  sciami  di  colombe
    impazzate. Teresa piangeva a calde lacrime, dalla commozione, pregando
    la  Martire  gloriosa  di ricondurre la pace in famiglia,  di comporre
    tutti i dissensi, di far felici il padre, il fratello, la madrigna, le
    zie,  tutti,  tutti...  E  a  un  tratto  sent  prendersi,  premersi,
    stringersi  forte  la  destra:  era  Giovannino,  inginocchiato al suo
    fianco.  Ella non ebbe cuore di  svincolarsi  da  quella  stretta:  le
    pareva che la Santa benedicesse quell'unione, che le promettesse tutto
    il suo aiuto.  E il crepito delle bombe e dei mortaretti,  il clamore
    delle campane e delle grida umane divenivan pi assordanti; e in mezzo
    a quel frastuono le parve  d'udire  parole  soavi,  la  voce  sua  che
    mormorava: "Teresa... Teresa, mi vuoi bene?"
    I  fuochi cessarono a un tratto,  e l'urlo degli evviva sal al cielo.
    Allora,  dolcemente,  lentamente,  dopo aver risposto alla stretta  di
    Giovannino,  ella liber la propria mano... E nel silenzio rifattosi a
    poco a poco, s'ud una voce che gridava:
    "Ma siete insorditi?"
    Era il cavaliere don Eugenio, arrivato allora allora.  Egli pareva pi
    morto  di  fame  di  quando  era partito.  L'abito,  tutto macchiato e
    rattoppato, gli piangeva addosso; le scarpe non dovevano veder cerotto
    chi sa da quanto,  la cravatta pareva un pezzo di corda.  Il viso  del
    principe,  alla vista dello zio, se era gi scuro, si fece buio pesto.
    Dopo la  sentenza  contraria,  ci  mancava  quest'altro  affamato!  Ed
    appunto  don  Eugenio  aveva  fatto il viaggio da Palermo per chiedere
    nuovi quattrini:
    "Ho un'idea: siccome l'Araldo..."
    "Volete ancora soldi?..." gli grid sul muso il principe,  mettendo da
    banda l'Eccellenza.  "State fresco! Non vi bastano tutti quelli che vi
    siete presi? Invece di restituire, chiedete dell'altro?"
    "Io non ho da restituire nulla; puoi pretendere solo le copie!"
    "Sicuro che le voglio!"
    "Dopo che ho rinunziato alla causa?"
    "Grazie tanto della rinunzia!  Dice che il testamento   falso:  avete
    capito? Andate a riscuotere la vostra parte, andate!..."
    I  danari  arraffati  con  l'Araldo  sicolo  non  avevan  fatto pro al
    cavaliere.  Prima di  tutto,  la  gente  da  lui  mandata  attorno  ad
    incassare il prezzo dei fascicoli si tratteneva,  di riffe o di raffe,
    una buona met: certuni poi se l'eran battuta col valsente.  Provato a
    far da s, i guadagni se n'eran andati a spese di viaggio. Il cartaio,
    l'incisore  e il tipografo avevano riscosso da parte loro solo qualche
    acconto; quindi s'erano accordati per sequestrar le copie dell'opera e
    non liberarle se non dopo pagamento,  talch don Eugenio,  se ne volle
    vendere,  dov  pagarle  quanto costavano e contentarsi di guadagnarci
    qualche lira. I premi versati dai "branchi" delle "blasonate famiglie"
    gli eran serviti a fare qualche giorno di buona vita,  e  adesso  egli
    precipitava di nuovo nella miseria.  Per sollevarsi,  tentava un altro
    colpo:  il  Nuovo  Araldo,  ossivero  Supplimento  all'opera  storico-
    nobiliare.  Con meno pudore e pi fame di prima,  egli voleva metterci
    non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi nobili,  quelli che
    non si trovavano nel Mugns e nel Villabianca,  la gente che si faceva
    dare del cavaliere senza avere titoli autentici,  che sfoggiava stemmi
    pi  o  meno  fantastici.  Ma  per  far  questo  gli bisognavano altri
    quattrini...  Visto di non poter sperare nulla dal principe,  and  da
    Consalvo,  che nella sua qualit di assessore poteva dargli aiuto;  ma
    il principino adesso aveva fatto un  altro  passo  avanti  nelle  idee
    politiche.  Il  16  marzo  di  quell'anno 1876,  dopo sedici anni,  il
    partito di destra era finalmente capitombolato con grande stupore  del
    moderatume  paesano  e  gioia  infinita  dei  progressisti.   In  quel
    frangente i nemici del  duca  profetarono  che  il  grande  patriotta,
    seguendo  la  solita  tattica,  si  sarebbe voltato contro gli antichi
    amici, a favore dei nuovi trionfatori; ma la profezia non s'avver. Il
    duca,  che non andava pi da tanto tempo alla capitale,  e non  sapeva
    perci  le ragioni e l'importanza della rivoluzione parlamentare,  non
    credette alla riuscita e alla durata di essa,  e si mostr pi che mai
    saldo  nelle  proprie  idee.  Questa  fu  la  sua  salvezza;  perch i
    progressisti trionfanti non avevano ancora voce  in  capitolo,  mentre
    quasi  tutta  la classe dirigente del paese era contro la strombazzata
    novit.  Sciolta la Camera,  un certo avvocato Molara ard presentarsi
    contro  il  duca,  facendo un programma quasi rivoluzionario in cui si
    parlava del "pi che trilustre sgoverno", di diritti "conculcati",  di
    rivendicazioni "imminenti",  non che di redde rationem.  I fautori del
    duca si strinsero intorno a lui sentendosi  con  lui  minacciati.  Per
    rispondere alla "sfida" del Molara,  l'Oragua mise fuori,  dopo cinque
    legislature, una "Lettera ai miei elettori".
    Benedetto Giulente,  che aspettava ancora di poter fare  un  programma
    per  proprio conto,  la scrisse.  Essa enumerava i titoli della destra
    alla gratitudine dell'Italia,  la cui unificazione era tutta opera  di
    quel  partito: se errori erano stati commessi,  questi avevano la loro
    origine nelle circostanze e non nelle intenzioni.  Don Gaspare fu cos
    rieletto  con duecento e pi voti;  Molara pot raggruzzarne appena un
    centinaio. Uno dei ministri della Riparazione, passando da Catania, fu
    accolto a fischiate.
    Ma intanto che il duca s'ubriacava del nuovo trionfo, Consalvo fiutava
    il vento,  si rendeva conto del mutamento operatosi in  tutta  Italia,
    dell'imminenza delle riforme liberali.  Pertanto,  senza prender parte
    all'agitazione elettorale, dichiar che la destra era morta e sepolta.
    Tenendo  la  gente  a  distanza,  per  non  contagiarsi,   cominci  a
    dichiarare d'esser "democratico".  E lo zio don Eugenio veniva appunto
    in quel frangente a  proporgli  l'affare  del  Nuovo  Araldo!...  Egli
    lasci  che  quello  straccione facesse anticamera un bel pezzo;  poi,
    udita la sua domanda, alz le spalle.
    "Ma che araldo e trombettiere!  Queste cose hanno fatto il loro tempo!
    Il  comune non pu spendere i denari dei contribuenti per incoraggiare
    pubblicazioni ispirate alla divisione delle classi sociali. Ce n' una
    sola: quella dei liberi cittadini!"
    E la risposta,  udita dagli impiegati,  ripetuta in tutti gli  uffici,
    gli valse il plauso dei buoni democratici.  Il cavaliere and subito a
    riferirla al principe,  per farsi un  merito  mettendogli  in  peggior
    vista  il figliuolo.  Ma n la denunzia n le insistenti preghiere gli
    valsero un soldo: Giacomo anzi pretendeva i  quattrini  anticipati,  e
    l'accusava  di sciocchezza,  per soprammercato,  a causa del sequestro
    che s'era lasciato porre dallo stampatore.
    Il cavaliere tent  un  nuovo  passo  presso  la  sorella  Ferdinanda.
    Presentatosi  in  casa sua,  gli chiusero l'uscio sul muso.  Nondimeno
    egli fece parlare alla zitellona per ottenere un piccolo prestito  che
    a  lei  non sarebbe costato nulla ed a lui avrebbe assicurato un pane:
    la vecchia rispose che neppure a vederlo crepar di  fame  gli  avrebbe
    dato un soldo per stampare quelle "schifezze".
    Chiusa quest'altra via, don Eugenio and dalla nipote Chiara. Trov il
    marchese solo: sua moglie, la quale da un certo tempo non gli dava pi
    requie,  aveva  un  bel  giorno fatto attaccare di nascosto e se n'era
    andata al Belvedere col bastardello per non tornarci pi. Il cavaliere
    tentava di esporre i suoi guai al nipote;  ma questi non finiva pi di
    narrare i propri, tutto ci che quella matta gli aveva fatto soffrire;
    talch  il povero Gentiluomo di Camera se ne and via ancora una volta
    a mani vuote.
    Allora, non sapendo pi a qual santo votarsi,  si rivolse a Giovannino
    Radal.  Col  fiuto d'un bracco affamato,  s'era accorto dell'amoretto
    fra i due cugini, specialmente dai discorsi di Baldassarre. Il maestro
    di casa era pi  che  mai  contento  e  soddisfatto  della  piega  che
    prendevano  le  cose.  L'intimit  cresciuta  tra  le due famiglie era
    indizio  che  il  principe  approvava  il  matrimonio  -  giacch  Sua
    Eccellenza  non  faceva  nulla senza un secondo fine - e il bene che i
    due giovani si volevano assicurava la loro unione. Se ancora non se ne
    parlava,  la ragione andava cercata nei  dispiaceri  che  il  principe
    aveva  patiti  per via del testamento: siccome il padrone trattava gli
    affari ad uno per volta,  bisognava naturalmente aspettare che la lite
    finisse  del  tutto  perch  egli si decidesse a maritar la figliuola.
    Sciogliendo il riserbo  che  manteneva  scrupolosamente  su  tutte  le
    faccende   dei   padroni,   Baldassarre   dava   quindi   agli  intimi
    l'assicurazione che,  composta  la  lite,  il  matrimonio  si  sarebbe
    certamente combinato.
    Il  cavaliere  pertanto  cominci a strizzar l'occhio a Giovannino,  a
    parlar bene di lui dinanzi a Teresa,  la  quale  si  faceva  di  mille
    colori. "Quasi non si sapesse che sar tuo marito!..." sussurrava alla
    nipote;  e  al giovane: "Quasi non si sapesse che sar tua moglie!..."
    Egli li incoraggiava, dava all'uno notizie dell'altra, riferiva saluti
    e ambasciate,  finch chiese a Giovannino un piccolo prestito di mille
    lire. Il giovane le diede subito, e allora don Eugenio prese il volo.




















    5.

    "Un  sindaco a ventisei anni?...  Dove s' visto?...  Bisogner dargli
    nello  stesso  tempo  un  aio!...   Avremo   l'amministrazione   delle
    balie!..."  Ma le satire non attecchivano,  tanto entusiasmo animava i
    partigiani di Consalvo Uzeda.  In un anno che il principino era  stato
    assessore,  non  s'eran  forse  visti in citt continui miglioramenti,
    quanti  non  avevan  saputo  compierne  in  diciotto   anni   i   suoi
    predecessori?   I   sergenti  di  citt  che  prima  andavano  attorno
    bracaloni,  unti e lerci,  trascinando le  sciabole  arrugginite  come
    vecchi  spiedi,  adesso,  per  opera  sua,  sfoggiavano  divise  nuove
    fiammanti,  tutte mostreggiature,  alamari e nappine da  farli  parere
    altrettanti ammiragli. E il corpo dei pompieri, con gli elmi lucenti e
    i  pennacchi  rossi come quelli dei soldati romani del Santo Sepolcro,
    non era tutta opera  sua?...  "Largo  ai  giovani!  Largo  ai  giovani
    istruiti come il principino di Mirabella!"
    Egli   adesso   non  studiava  pi,   giudicando  sufficiente  la  sua
    preparazione,  accorgendosi del resto che  nella  scienza  principale,
    quella  di gettar polvere agli occhi,  era gi maestro.  Sapeva che la
    grande popolarit della sua  casata  dipendeva  dal  fasto  esteriore,
    dalle  livree fiammanti,  dalle carrozze rilucenti,  dal guardaportone
    maestoso;  e quantunque dicessero che  i  tempi  erano  mutati,  tutte
    queste  cose,  i  segni visibili della ricchezza e della potenza,  non
    avevano potuto, non potevano perdere mai, per mutar di tempi,  il loro
    valore.  I  provvedimenti  di  quella  che egli gi chiamava,  essendo
    soltanto assessore,  "la mia amministrazione" s'erano dunque  aggirati
    su tutto ci che dava all'occhio,  che poteva essere subito apprezzato
    dalla folla.  Quindi egli  aveva  messo  il  pi  grande  impegno  nel
    reggimentare,  nel  vestire di divisa i corpi municipali dei quali era
    capo e che passava poi in rivista,  come un generale: i  custodi,  gli
    spazzini  e gli accalappiacani.  Uscito dalla casa paterna,  una delle
    sue piccole sofferenze, sopportata del resto pazientemente, come tutte
    le altre,  era stata quella di non aver pi un drappello di camerieri,
    di  sguatteri,  di  cocchieri  e  di famigli che s'inchinassero al suo
    passaggio; adesso teneva sotto i suoi ordini un piccolo esercito.
    Il suo tormento era tuttavia il contatto  con  la  gente  e  le  cose.
    Riceveva tenendo ficcate le mani in tasca per non aver da stringere le
    altrui, o le stringeva coi guanti che poi gettava via; firmava i fogli
    tenendo  la  penna con due dita intanto che un impiegato li tratteneva
    perch non gli scorressero sotto,  e quando  lasciava  il  Palazzo  di
    citt  faceva  chiudere  il  suo  seggiolone  in un ripostiglio perch
    nessuno avesse da sederci sopra.  Un giorno  che  non  fu  trovata  la
    chiave, rest sei ore in piedi. E il suo terrore erano certi impiegati
    poco puliti,  coi capelli lunghi, le unghie nere. Sbuffava, esclamava:
    "Non vi buttate addosso alla gente",  mentre gli parlavano di cose  di
    servizio,  o gli riferivano lo stato degli affari in corso;  e, invece
    di rispondere alle loro domande,  usciva inaspettatamente in  un:  "Ma
    tagliatevi quella zazzera!" oppure: "Pulitevi un po' le unghie!..."
    "Come  se tutti potessero passar la giornata allo specchio,  al par di
    lui!" mormoravano i  rimproverati,  dandogli  dell'aristocratico,  del
    superbo  e dell'infinto,  poich,  a sentirlo,  tutti gli uomini erano
    fratelli,   fatti  per  sedersi  sopra  una  stessa  panca...   Ma  le
    mormorazioni  si  perdevano  nel coro delle lodi degli altri impiegati
    che egli aveva creati e ai quali aveva fatto aumentare lo stipendio, o
    concedere gratificazioni, o accordar licenze,  o condonar colpe: tutti
    quelli  che  gli  stavan  dinanzi  con maggior umilt e gli davano del
    Vostra  Eccellenza,  come  servi.  Cos,  il  partito  che  lo  voleva
    innalzare al supremo magistrato,  se era forte in citt,  al Municipio
    era fortissimo. Tuttavia, egli si schermiva, adducendo l'et immatura,
    la mancanza di pratica;  e a Giulente,  il quale faceva il suo  giuoco
    con  sempre maggiore ingenuit,  aveva confidato che temeva di fare un
    capitombolo  e  di  chiudersi  l'avvenire.  "Non  cadrai,"  assicurava
    Benedetto,   con  aria  di  protezione;  "ci  siamo  noialtri  che  ti
    sosterremo, tutto il partito dello zio duca." Ma egli non s'arrendeva,
    si faceva pregare dal prefetto,  ringraziava "dal profondo del  cuore"
    le  commissioni  che andavano ad invitarlo,  ma dichiarava che il peso
    era troppo forte per le sue spalle.  Continuava a  nicchiare,  sapendo
    che  c'era  una  corrente  contraria,   gl'immancabili  brontoloni,  i
    malcontenti invidiosi,  tutti quelli che volevano romperla coi  soliti
    signori,  con  gli  eterni  Uzeda.  E come gl'impiegati municipali gli
    ripetevano ogni giorno:
    "Il sindaco ha da esser Vostra Eccellenza: il paese lo vuole..."
    "Che ne so io?" rispose una volta. "il paese non m'ha detto niente!"
    Allora fu messa insieme una dimostrazione, con musica e bandiere,  per
    andarlo  ad  acclamare capo della citt.  Egli si lasci strappare una
    mezza  promessa,  "se  il  prefetto  proporr  la  mia  nomina..."  La
    dimostrazione  and  a  gridare:  "Viva il sindaco Mirabella!" sotto i
    balconi della prefettura.  E quando il decreto di  nomina  fu  pronto,
    egli pose un altro patto: che a comporre la Giunta entrassero tutte le
    frazioni del Consiglio,  dai clericali borboneggianti ai repubblicani.
    Lo lasciarono libero di dettar egli stesso la lista  degli  assessori:
    in  capo  ci  mise Benedetto Giulente.  Questi ebbe un bel protestare;
    Consalvo gli disse:
    "Se non accettate,  tutto va a monte.  Io sar il sindaco di nome,  di
    fatto  faremo ogni cosa insieme.  Capisco che vi chiedo un sacrifizio,
    ma voi ne avete fatti ben altri!"
    Figurarsi Lucrezia! Ella non si pot veramente dar pace.
    "Da sindaco, assessore! Fa il progresso del gambero! Qualche giorno di
    questi lo nomineranno bidello!  Il mestiere pel quale   nato!  E  s'
    fatto infinocchiare da quel gesuitello! per servirgli da comodino! per
    fargli da servitore! che non  buono ad altro!"
    Ella  se  n'andava  a  sfogare dalla zia Ferdinanda e tutt'e due erano
    nervosissime,  intrattabili,  perch giusto s'aspettava di momento  in
    momento  la sentenza della Corte d'appello sull'affare del testamento.
    Il giorno  che  essa  fu  pubblicata  e  diede  ragione  al  principe,
    annullando  la  prima  perizia e ordinandone una nuova,  zia e nipote,
    verdi dalla bile,  fecero cose dell'altro mondo;  il povero  Giulente,
    avvilito dalle tante grida,  dai tanti rimproveri, scapp di casa come
    disperato.  Il principe invece,  che negli ultimi tempi era tornato  a
    star  male,  guar  come per incanto,  e manifest il proprio contento
    parlando quasi urbanamente con le persone,  chiedendo perfino  notizie
    di  "Salut'a noi".  Qualche settimana dopo,  nonostante il caldo della
    stagione, la principessa and attorno con la figliuola, facendo grandi
    acquisti di biancheria;  poi chiam operaie che si misero a cucire e a
    ricamare  servizi  d'ogni  sorta.  "Lavoriamo  per  la principessina!"
    dicevano esse con tono d'affermazione che  voleva  tuttavia  provocare
    una conferma;  ma la principessa non diceva niente; abbracciava invece
    pi spesso del solito la figliuola, la guardava con una cert'aria come
    per dire: "Aspetta e vedrai!..." Teresa non  le  domandava  nulla,  ma
    comprendeva  che il giorno della sua felicit era vicino.  Baldassarre
    gongolava, annunziava il matrimonio senza tante reticenze: la cosa era
    certa oramai: il principe non andava tutti  i  giorni  in  casa  della
    duchessa,   per  regolare  gl'interessi?  Poteva  esser  quistione  di
    settimane,  e tutto il parentado avrebbe  ricevuto  comunicazione  del
    lieto avvenimento.
    Infatti, un giorno, a proposito di certe coperte da letto tra le quali
    non riusciva a scegliere, Teresa disse alla madrigna:
    "Faccia Vostra Eccellenza. Per me sono tutte belle_"
    "Debbo  forse usarle io?  Non capisci che si tratta di te?" rispose la
    principessa.
    Una viva fiamma sal alla fronte di Teresa.  Ella trattenne il respiro
    ed abbass le ciglia.
    "Vieni qui!..." E, attiratala sul cuore, donna Graziella cominci: "Si
    tratta  di  te,  del  tuo matrimonio...  E' venuto il momento di farti
    felice... Credevi che tuo padre non pensasse a te? Tanti affari, tante
    cure!...  Ma adesso faremo tutto  presto,  vedrai!..."  Stampatole  un
    bacio  in  fronte  mentre  le  reggeva il capo con tutt'e due le mani,
    esclam: "Sei contenta di divenir duchessa?"
    Un momento,  Teresa  cred  d'aver  capito  male.  Batt  le  palpebre
    guardando negli occhi la madrigna, e ripet come un'eco:
    "Duchessa?..."
    "Duchessa Radal,  sicuro, ed anche baronessa di Filici, perch il tuo
    secondogenito porter questo titolo! Duchessa, e con molti ducati! Una
    delle pi ricche! Tuo padre, perch Consalvo s' portato male con lui,
    ti tratter bene... Ha gi stabilito tutto con la zia...  E il mio non
    sar poi tuo? E che? Fingi di non sapere?... Perch mi guardi cos?...
    Che hai?..."
    "Mamma... mamma..."
    Sempre  pi  pallida come la madrigna veniva dicendo quelle parole,  e
    pi smarrita e pi tremante, quasi vedesse una cosa di spavento,  ella
    adesso  portava  una mano alla tempia ed afferrava con l'altra la mano
    della principessa.
    "Mamma, no... io non credevo..."
    "Che cosa?...  Figlia mia!  Confidati a me!...  Non credevi?...  Ma io
    invece ero sicura...  Veniva qui quasi ogni giorno!...  Ebbene, lo sai
    adesso!... No?...  Dici di no?...  E perch?  Con qual motivo?...  Tuo
    padre   non  bada  a  sacrifizi  per  assicurarti  questo  partito!...
    Trentamila onze, capisci?... Ti d trentamila onze, capisci?...  Ti d
    trentamila onze!...  E Michele ne possiede quattro volte tante... E tu
    dici di no?...
    "Oh, perch?..."
    "Perch credevo... non credevo... che fosse lui..."
    "Chi dunque?...  Un altro?..." E la principessa parve  cercare;  a  un
    tratto, quasi rammentandosi: "Suo fratello, forse?" soggiunse.
    Lasciatasi  cadere sopra una seggiola,  Teresa nascose il volto tra le
    mani e scoppi in pianto.  Fin dal primo momento ella  aveva  sentito,
    col  cuore  stretto,  che tutti i suoi rifiuti sarebbero stati invano;
    che se avevano deliberato di  darla  al  primogenito,  ella  doveva  a
    qualunque  costo accettarlo;  e le melate parole della madrigna che le
    diceva,  giungendo le mani:  "Se  avessi  saputo!...  Perch  non  hai
    parlato?...  Adesso  che  tuo  padre  ha  combinato  ogni cosa!..." la
    confermavano in quella sconsolata fiducia, facevano raddoppiare il suo
    pianto... Parlare? A chi, ed a che scopo?  Se in quella casa non c'era
    confidenza, se tutti stavano in guerra, unicamente curanti del proprio
    tornaconto?  Se  l'avevano  prima  abituata  a  cedere  in tutto e poi
    cullata nella fiducia che  l'avrebbero  fatta  contenta?  Poteva  ella
    supporre  che  avrebbero scelto da loro,  senza consultarla,  e che un
    giorno sarebbero venuti a dirle:
    "Sai, bisogna che tu sposi chi non ti piace?..." E perch, poi? Perch
    volevano darle quell'altro e non chi aveva il suo cuore?
    "Pel tuo meglio!" esclamava la madrigna,  "abbiamo deciso cos pel tuo
    meglio!  E' il primogenito,  sarai duchessa,  i tuoi figli avranno due
    titoli da dividersi, mentre con l'altro non ne rester loro nessuno...
    Ed  anche  pi  ricco;  non  molto,    vero;  ma  c'  tuttavia  una
    differenza!...  E  la  figlia  del  principe  di  Francalanza non deve
    sposare un oscuro cadetto come una qualunque!..."
    Che le importava di ci! Se ella aveva dato il suo cuore a Giovannino?
    Se non aveva mai pensato che l'altro fratello,  cos grossolano,  cos
    brutto, potesse essere suo marito?
    "Ma  tu  non  sai,"  riprendeva  la  principessa,  "che neppure la zia
    duchessa  consentir  al  matrimonio  di  Giovannino,   ancora  quando
    noialtri  acconsentissimo,  come  io  vorrei  acconsentire,  per farti
    contenta?  Non sai che la zia vuol dar  moglie  al  solo  primogenito?
    Questa    la  legge delle nostre famiglie;  ch anzi,  se i tempi non
    fossero mutati, Giovannino non avrebbe neppur pensato a inquietare una
    ragazza come te, sapendo di non poterla sposare!"
    "No,  no!..." proruppe allora Teresa fra le lacrime;  "non l'accusate;
    sono stata anch'io... gli vo' bene anch'io..."
    "Andiamo!..."  fece  la  madrigna  con  un sorriso pieno d'indulgenza.
    "Fantasie di ragazzi,  cose che passano!...  No?..."  riprese  con  un
    altro  tono,  vedendo  che il muto pianto di Teresa ricominciava.  "Ti
    ostini a dare un dispiacere a tuo padre?
    Come se gliene mancassero?... E allora diglielo, che non lo vuoi!"
    "Io, mamma?..."
    "Vuoi dunque che tocchi a me dargli questa grata  notizia?...  E  sia!
    Anche a me dispiace il tuo rifiuto,  sai... Ma, ma, ma... Non sono tua
    madre!... E' giusto che a te, come a tuo fratello,  non importi il mio
    piacere o il mio dispiacere..."
    "Mamma!...  Perch  dice cos...  Non sa che l'ho sempre rispettata ed
    amata come la mamma mia?..."
    "E sia!... E sia!..."
    Ah,  perch non aveva accanto la sua mamma vera,  in quella triste ora
    che  il bisogno d'un affetto sincero,  d'una protezione gelosa era pi
    necessario! La mamma sua non l'avrebbe lasciata sola, piangente,  come
    la lasciava la madrigna, con queste sole parole per tutto conforto:
    "E sia;  dir tutto a tuo padre!  In fin dei conti,  ci avr da pensar
    lui!..."
    La principessa non riparl pi a Teresa del matrimonio,  come  se  mai
    gliene  avesse tenuto parola.  Neppure il principe le disse nulla;  ma
    dal contegno mutato del padre,  ella comprese che sapeva ogni  cosa  e
    che  gliene  voleva.  Da  un  giorno  all'altro  non le diresse pi la
    parole,  non la chiam pi per nome,  parve non accorgersi  della  sua
    presenza; e, dissipatasi dal suo volto l'aria di contento per le buone
    notizie  della  lite,  egli  si  rannuvol  peggio che mai,  riprese a
    montare in bestia per niente.
    La notizia cominci a trapelare  fra  i  parenti:  i  pi  giudicavano
    sciocca   Teresa,   che  preferiva  il  barone  al  duca;   alcuni  la
    sostenevano,  Consalvo tra questi.  A lui non importava un fico  secco
    della  sorella,  ma per dar prova di dottrina e di democrazia: "Vedete
    la forza del pregiudizio?" esclamava.  "Vogliono dare mia sorella a un
    cugino",  e gi una lezione sui matrimoni tra consanguinei;  "ma tra i
    due le dnno quello che non vuole, non quello che le piace;  e perch?
    Per  una differenza di parole!  Duca o barone!...  Pazienza ci fossero
    dietro a questi titoli la ducea o la baronia!"
    L'avversione della zia Ferdinanda e di Lucrezia ebbe  nuovo  alimento;
    quella  sciocca preferiva il secondogenito al primo!  Si opponeva alla
    volont del padre!  E  il  padre  che  non  aveva  saputo  educarla  a
    un'obbedienza pi cieca!... Lo zio duca, coi piedi in due staffe, come
    sempre,  pencolava  un  po'  di  qua,  un po' di l ma in cuor suo era
    favorevole al partito  voluto  dal  principe,  come  pi  degno  della
    casata.  E,  del resto,  se anche la duchessa non voleva dar moglie al
    cadetto?
    La  duchessa,  infatti,  s'era  poste  le  mani  in  capo.  Dopo  aver
    sacrificato  tutta  la  sua  vita  per amore di quel primogenito,  per
    assicurare una grande ricchezza a lui ed alla  sua  discendenza,  dopo
    aver  tanto aspettato a dargli moglie perch nessuna,  a suo giudizio,
    lo meritava; ora che gli aveva trovato la cugina Teresa,  che era alla
    vigilia  di  coronar  l'opera  di  trenta  lunghi anni,  l'amoretto di
    Giovannino distruggeva a un tratto tutti i suoi piani.  Ella non aveva
    sospettato  una  cosa  simile,  tanto le pareva che Giovannino dovesse
    sentir l'obbligo  di  restar  scapolo  affinch  solo  il  primogenito
    continuasse la casa. "Quando Michele prender moglie... Quando Michele
    avr  figli..." Lo stesso Giovannino non aveva parlato d'altro che del
    matrimonio di Michele,  del duca.  I due fratelli  si  volevano  bene,
    erano  andati  sempre  d'accordo;  se  dunque  Giovannino pareva voler
    mettere bastoni tra le ruote,  la colpa era di lei che  non  lo  aveva
    avvertito  del  matrimonio  disegnato.  La colpa era anche di Michele.
    Indifferente a tutto, incapace di riscaldarsi per niente,  solo amante
    della  bella  caccia  e  della  buona  tavola,  quando  la madre aveva
    lasciato passar gli anni senza dargli moglie,  egli non aveva  chiesto
    di prenderla;  adesso che gli proponeva la cugina Teresa, si disponeva
    a  sposarla,  senza  volont,  senza  desiderio,  come  avrebbe  fatto
    un'altra  cosa  qualunque.   Trattava  la  cugina  con  la  confidenza
    giustificata dalla parentela,  scherzava con lei  come  scherzava  con
    tutti,  un  po'  grossolanamente;  era  incapace  di  dirle una parola
    tenera: chi poteva  dunque  sospettare  che  quello  fosse  un  futuro
    promesso  della  ragazza?  Non  lo sospettava neppure Baldassarre,  il
    quale rimase, udendo che il fidanzato non era pi il suo favorito,  ma
    l'altro  fratello.  Come?  Il  principe  voleva  dare quell'altro alla
    padroncina? Se la signorina non lo voleva! Se lui stesso, Baldassarre,
    aveva annunziato a tutti che il promesso  era  il  barone  Giovannino?
    "Andiamo!  il  principe non sa che la padroncina vuol bene al piccolo.
    Quando vedr che dice davvero, si persuader..." Invece, poich Teresa
    aveva sempre gli occhi  rossi  di  pianto,  per  l'avversione  che  le
    dimostrava  il  padre,  per  la  freddezza  che  ostentava  la  stessa
    madrigna, per la nuova guerra scoppiata in famiglia mentre ella voleva
    far opera di pace, un giorno la principessa le disse:
    "Si pu finalmente sapere che hai?"
    "Nulla, mamma; non ho nulla."
    "Allora,  perch questo broncio continuo?  Ti ostini sempre nella  tua
    idea?...  Oh, adesso  tempo di parlar chiaro. Tuo padre ha dichiarato
    che sposerai Michele, o nessuno. Non ho voluto dirtelo prima, credendo
    che egli si sarebbe piegato, ma tu lo conosci meglio di me...  E,  del
    resto,  proprio in questo momento vuoi dargli un gran dispiacere?  Non
    sai che  ammalato, molto pi gravemente che non sembri?... E non solo
    tuo padre,  ma anche la duchessa?  Due famiglie!  Avete disturbato due
    famiglie!...  Adesso che sai come stanno le cose, continua pure, se ti
    piace...  Certo,  oggid la volont dei parenti non ha pei figli forza
    di  legge.  Se  lo  vuoi a qualunque costo,  puoi anche scappartene di
    casa,  come  fanno  le  ragazze  senza  rispetto  e  senza  pudore..."
    Svolgendo  questi argomenti,  la voce di donna Graziella si addolciva,
    quasi ella non potesse  credere  alle  ipotesi  che  enunziava:  "...e
    potrete anche maritarvi,  ma ad altre condizioni beninteso, e senza la
    benedizione dei vostri parenti... e se tu credi che in tal modo potete
    esser felici, fa' pure!..."
    Teresa non piangeva  pi,  adesso;  aveva  versato  tante  lacrime  in
    segreto, bagnando il suo guanciale, tutte le notti! Guardava dinanzi a
    s,  fisso,  senza veder nulla, con un tremito nervoso della mascella,
    con una piega senza fine amara del labbro...
    E la principessa,  smessa la severit,  incominciava a persuaderla con
    le buone,  amorosamente,  dicendole che i migliori giudici di quel che
    le conveniva erano i suoi parenti;  che ella poteva  ingannarsi,  come
    s'era  ingannata,  per  esempio,  sua  zia  Lucrezia.  Aveva  voluto a
    qualunque costo sposare Giulente,  e adesso come ne parlava?  Certo  i
    casi erano diversi,  perch tra Michele e Giovannino non passava tanta
    differenza da rendere l'uno degno di lei e l'altro no;  ma  c'era  una
    grave ragione che li consigliava a darle il maggiore,  una ragione che
    bisognava pur dire.
    "Se Michele non  cos giovane  come  Giovannino,  ha  una  salute  di
    ferro;  mentre  suo fratello  gracile,  cagionevole...  Senza contare
    un'altra cosa,  pi grave ancora:  la  soverchia  irrequietezza  dello
    spirito...  Non sai che suo padre era gi pazzo quand'egli nacque? Dio
    disperda la profezia,  ma  se  un  giorno  anche  a  lui  voltasse  il
    cervello?...  Avresti  fatto  un  bell'affare!...  Vedi  che tuo padre
    adduce dunque ragioni e non capricci.  Contrariarlo importa dargli  un
    dispiacere che gli pu riuscire fatale,  tanto pi che la sua malattia
    non si sa che cosa sia... Ho pianto tanto, giorni addietro,  quando il
    dottore  mi confid che bisogna pensare alla sua salute!...  Non te ne
    volevo dir nulla;  ma  necessario che tu sappia quale sarebbe la  tua
    responsabilit nell'opporti ai suoi desideri,  che non mirano ad altro
    fuorch al tuo bene..."
    E ricominci il giorno dopo,  e poi l'altro appresso,  e cos  sempre,
    con  le  buone,  coi  ragionamenti,  ai  quali  Teresa  non opponeva i
    ragionamenti contrari che le si affollavano nella mente.  Che  esempio
    era  quello  della  zia  Lucrezia,  se costei aveva mutato sentimento,
    senza ragione, per stravaganza, come dicevano tutti?...  E se temevano
    per  la  salute  morale  di  Giovannino,  perch  le  consigliavano di
    portargli un colpo cos forte,  come quello di rifiutar  di  sposarlo,
    dopo ch'egli le aveva detto di voler bene a lei sola?...  No, ella non
    diceva n questa,  n  quante  altre  cose  pensava;  perch,  dovendo
    manifestare  tutto  l'animo  suo,  avrebbe  dovuto  dire che suo padre
    voleva sacrificarla  ad  uno  sciocco  pregiudizio,  che  la  madrigna
    fingeva  quell'affetto  per  indurla  a fare ci che voleva il marito;
    avrebbe dovuto dire che in nessun'altra famiglia la malattia del padre
     stata ragione di ordire  l'infelicit  delle  figliuole;  e  avrebbe
    dovuto  dire  ancora  che  la ribellione di Consalvo si dimostrava ora
    giustificata,  avrebbe dovuto ribellarsi ella stessa...  Ma questo era
    peccato!  Il confessore glielo avvertiva, raccomandandole la prudenza,
    l'obbedienza,  l'abnegazione,  tutte le virt  cristiane,  di  cui  in
    famiglia  ella aveva luminosi esempi: Suor Crocifissa,  che da bambina
    stava a San Placido,  che aveva rinunziato con vocazione esemplare  al
    tristo  mondo  per darsi allo Sposo Celeste,  e adesso,  giusto premio
    delle sue  virt  cristiane,  era  Badessa  del  monastero;  Monsignor
    Lodovico  che  anche  lui  aveva  disprezzato il posto spettantegli al
    secolo per abbracciare lo stato monastico.  E  la  Beata  Ximena,  nei
    secoli andati.  Proprio quell'anno ricorreva il terzo centenario della
    sua esaltazione  fra  gli  Eletti:  voleva  la  discendente  mostrarsi
    degenere, proprio mentre Ella la guardava dal Paradiso con pi amore e
    fervore?...  E  le  stesse  cose  le  ripeteva  la zia Badessa,  a San
    Placido, dove ora la principessa la conduceva ogni domenica per ordine
    del marito.
    La Badessa,  col viso  color  della  cera  tra  i  veli  bianchi,  era
    rimbambita del tutto, non sapeva far altro che ripetere alla nipotina,
    dietro  le  grate  del  parlatorio,  quel  che  le  avevano indettato:
    "Bisogna fare la volont di tuo padre  e  tua  madre...  Cos  comanda
    Nostro  Signore,  cos comanda la Vergine Immacolata,  cos comanda il
    patriarca San Giuseppe..." La sua voce aveva il tono che si prende nel
    recitare  le  litanie;  e  l,  tra  le  mura  del  monastero,  Teresa
    rammentava  la fanciullezza lontana,  l'antica paura provata quando la
    posavano sulla ruota per farla entrare  nell'impenetrabile  bada;  ma
    rammentava ancora le lodi delle monache, quand'ella aiutava a ornar di
    fiori  gli  altari,   ad  accendere  i  ceri  dinanzi  al  Crocifisso:
    "Monachella santa! Monachella santa!..." E l'istinto del sacrifizio, i
    moti d'umilt, la sete di ricompense che l'avevano occupata bambina si
    ridestavano in  lei.  Il  confessore  le  metteva  un  altro  scrupolo
    nell'anima:  quello  di  spingere al peccato un'altr'anima;  giacch -
    ella non lo sapeva,  ma era cos - il minore dei Radal minacciava  di
    ribellarsi apertamente alla madre...
    Era falso: Giovannino non pensava niente affatto a ribellarsi, perdeva
    soltanto  la sua gaiezza,  all'annunzio del disegnato fidanzamento del
    fratello.  E  Baldassarre,   sempre  pi  incaponito  a  combinare  il
    matrimonio  del  secondogenito,   non  capiva  pi  niente  di  quanto
    avveniva. Don Giovannino aveva s o no fatto la corte alla cugina?  La
    signorina aveva s o no mostrato di gradirla? Il duca Michele era s o
    no del tutto indifferente alla cugina come ad ogni altra,  e voleva s
    o no un gran bene  al  fratello?  Allora  tutto  quel  diavolo  donde
    veniva?   Dal  principe,   cocciuto  come  tutti  gli  Uzeda...  -  ma
    Baldassarre,  a un certo punto,  si turava la bocca per non ripetere i
    giudizi  della gente su quella casata - e dalla duchessa,  che non per
    nulla era un poco Uzeda anche lei!...
    Il centenario della Beata Ximena fu celebrato con pompa straordinaria.
    Per il triduo la chiesa dei Cappuccini, tutta rosse drapperie e frange
    dorate e tappeti fioriti, fu illuminata a giorno;  le campane sonavano
    a  festa,  le messe che si seguivano a tutti gli altari chiamavano una
    folla sterminata di fedeli d'ogni stato.  I discendenti della Santa vi
    convennero  anch'essi,  ma  in  ore diverse,  per evitarsi,  dal tanto
    amore. La principessa e Teresa, il primo giorno,  restarono un momento
    per  impetrar  dalla  gloriosa  parente  la  guarigione  del  principe
    Giacomo, da due settimane inchiodato a letto da misteriose sofferenze.
    Ma la solennit pi grande era serbata per il  terzo  giorno,  quando,
    dopo il Pontificale,  il popolo sarebbe stato ammesso a contemplare la
    salma.
    Gi,  per cura del Padre Guardiano,  coadiuvato dal Padre Camillo e da
    Monsignor  Vicario,  era  venuto  in  luce un opuscolo intitolato: Nel
    terzo centenario della canonizzazione della Beata  Uzeda,  e  stampato
    con molto sfoggio di margini e di colori.
    Tutti i parenti ne avevano ricevuto un esemplare,  e Teresa, che s'era
    confessata e aspettava di comunicarsi  il  giorno  della  gran  festa,
    meditava  il  suo.  La  leggenda  della  Santa,  che  ella aveva udito
    ripetere, a brani, in diverso modo, era in quel libriccino narrata per
    filo e per segno.
    "Ximena,  della illustre prosapia degli  Uzeda,"  cos  cominciava  il
    primo capitolo,  "fu figlia al Vicer Consalvo ed alla nobile Caterina
    dei baroni di Marzanese.  Fin dai suoi teneri anni  diede  esempio  di
    edificazione alla famiglia, facendo sua delizia delle sacre immagini e
    degli  uffici  divini.  Quantunque  per naturale elezione Essa volesse
    dedicar la sua vita allo Sposo Celeste, pure le ragioni della politica
    persuasero il padre suo a  farla  sposa  del  conte  di  Motta  Reale,
    potente  signore spagnuolo,  ma uomo d'efferato animo e senza timor di
    Dio." Seguiva la narrazione dei rifiuti opposti da Ximena,  dei lunghi
    pianti,  del contrasto tra l'amor filiale ed il celeste; ma un giorno,
    essendo la fanciulla in et  di  quindici  anni,  avverossi  singolare
    prodigio:  un angelo apparve a Ximena,  il quale le disse: "il Signore
    t'ha eletta per redimere un'anima:  obbedisci."  Allora  la  fanciulla
    aveva accettato il partito.
    Il  secondo capitolo descriveva il castello del conte,  posto sopra un
    luogo eminente, "a cavaliere di pi strade battute dai mercatanti",  e
    narrava le scelleratezze del suo signore.  "Aggrediva i viandanti,  li
    lasciava nudi,  legati ad un albero in mezzo alla  strada;  oppure  li
    menava  prigioni  o  li spegneva tra spasimi crudeli.  La sua vita era
    un'orgia;  egli faceva oltraggio alle donne,  gozzovigliava da mane  a
    sera,  bestemmiava Dio e i Santi, e si prendeva beffe dei Ministri del
    Cielo." E i tormenti inflitti  alla  sposa  erano  materia  del  terzo
    capitolo.  "Schernita tuttod per le sue pratiche devote,  costretta a
    udire gl'impuri parlari di quel malvagio e dei suoi accoliti, a vedere
    le loro scelleraggini,  ad assistere  alle  loro  turpitudini,  Ximena
    facevasi usbergo sempre pi saldo della sua fede, pregando ai traviati
    il  perdono dell'Onnipotente: ma la nequizia di quel tristo suo sposo,
    irritata da tanta esemplare santit,  offesa dalla protezione  che  la
    consorte prestava ai poveretti caduti nelle unghie di lui, mise Ximena
    a tal prova,  che la stessa penna arrossisce in narrandola.  Una sera,
    ebro per la gran quantit di vino tracannato,  lasci che i suoi amici
    penetrassero  nella  camera  nuziale,  dove  Ximena  riposava dopo una
    giornata tutta spesa nel pregare e nel fare il bene. Desta d'un tratto
    la meschina e atterrita dagli sguardi disonesti  di  quegli  ubriachi,
    salta  gi dal talamo,  cadendo ai piedi d'una Sacra Imagine della SS.
    Vergine dell'Aiuto che teneva sempre con gran devozione al  capezzale;
    ed  ecco  nuovo prodigio operarsi: s'arrestano gl'imbestialiti,  quasi
    magico cerchio impedisca loro appressarsi alla donna: e,  tornati a un
    tratto alla ragione, allontanansi facendo il segno della croce dinanzi
    alla Immagine."
    Partito  un  bel  giorno  il conte pei suoi possedimenti di Spagna,  e
    restata sola in Sicilia la sposa,  tutto s'era a un tratto mutato  nel
    castello  di  Motta  Reale.  "Dove prima echeggiavano osceni canti,  e
    ferri incrociati,  e colpi  di  fuoco,  e  grida  selvagge  e  lugubri
    lamenti,  solo le laudi dell'Altissimo salirono al cielo.  Quel luogo,
    gi terrore dei viandanti,  divenne ritrovo di derelitti e di infermi,
    attirati dalla gran fama di carit della contessa.  Alloggiava dessa i
    pellegrini, adottava gli orfanelli, soccorreva i bisognosi, curava gli
    ammalati,  e le sue mani stesse medicavano le piaghe  e  le  ferite  e
    prodigiosamente le risanavano.  In quei luoghi dove tanti miseri erano
    caduti vittime del conte,  altari e croci  s'alzarono,  ad  espiazione
    degli  antichi  delitti,  a  conversione  dei  miscredenti.  Tutte  le
    sostanze di Ximena furono  spartite  alle  chiese;  Essa  viveva  vita
    frugale,  dicendo:  "Il poco mi soverchia,  il molto mi spaventa." Non
    contentavasi che i poveri venissero a lei  ma  s  andava  ai  poveri,
    sfidando  le  intemperie  e  i  pericoli,  protetta  visibilmente  dal
    Cielo..."
    Nessuna notizia, frattanto, del conte. Che cosa faceva? Dov'era?  "Una
    notte di tempesta, mentre guizzavano i lampi e scoppiavano i tuoni, la
    contessa,  levatasi  e  destata  la  sua  fantesca,  le disse: "Va' ad
    aprire, qualcuno batte." La donna rispose:
    "Non battono,   il tuono." E una seconda volta la contessa levossi  e
    disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna rispose:
    "Non  battono,    il  vento." E una terza volta la contessa levossi e
    disse alla donna: "Va' ad aprire, qualcuno batte," e la donna rispose:
    "Non battono,  la pioggia." Ma, comandata che svegliasse i servi,  la
    fantesca  levossi  anche  lei,  e dischiusa la porta del castello,  un
    miserabile chiese  della  signora.  Era  costui  un  vecchio,  lacero,
    scalzo,  sul  cui  viso  stavano  impresse  le stimmate del vizio;  un
    terribile male che  la giusta punizione dei dissoluti  aveva  corroso
    le  sue  fattezze,  e  i  suoi  occhi s'erano chiusi alla luce del d.
    Moriva di fame,  non reggevasi in piedi,  e un fanciulletto  avrebbelo
    avuto alla propria merc. Chi era quel vecchio?"
    Era  il  conte  di  Motta Reale.  "Dissipate nei bagordi e nei giuochi
    tutte le sue ricchezze,  perduta la salute,  abbandonato dagli antichi
    compagni  di gozzoviglie,  respinto da tutti per l'orrore del male che
    lo struggeva,  egli trascinavasi di luogo  in  luogo,  blasfemando  ed
    imprecando;  finch,  tornato in Sicilia,  ud della gran carit d'una
    donna che accoglieva e medicava qualunque infermo, anche i lebbrosi. E
    nel salire al castello, nel penetrarvi, i suoi morti occhi non avevano
    potuto riconoscere l'antico suo  covo,  n  le  sue  orecchie  piagate
    avevano potuto riconoscere la voce della consorte.  Ma ben Essa avealo
    riconosciuto.  E ristoratolo di cibo e di  bevande,  medicate  le  sue
    piaghe,  lavati  i  suoi piedi,  Ximena lo mise a riposare nel proprio
    letto...  E il miserabile,  che insino a  qualche  ora  indietro  avea
    blasfemato  e  disperato,  sent per la prima volta una dolcezza soave
    allargargli le vene,  e un fuoco di gratitudine sciogliergli il  cuore
    impetrato...  Ma l'ora sua era suonata, e il Signore avea stabilito di
    donargli non l'effimera salute del corpo,  ma s quella  dell'anima...
    Il vecchiardo,  tra le cure della Beata, al lieve mormoro delle preci
    che Essa mormorava,  entrava in agonia.  Ma la sua  agonia  non  aveva
    nulla  di terribile;  anzi pareva a lui d'esser risanato del tutto,  e
    udire musiche ineffabili, e respirare profumi soavissimi, laddove poco
    innanzi marciva nel lezzo e  avea  rotta  tutta  la  persona...  E  un
    sorriso  di  contento  gli  schiudeva  la bocca,  mentre le sue labbra
    mormoravano: 'Chi sei tu dunque che non mi respingesti e mi ridoni  la
    vita?...' E la Beata rispose: 'Guardami in viso.'
    Allora avvenne pi grande prodigio.  Gli occhi del cieco si schiusero:
    egli riconobbe sua moglie, la donna che aveva maltrattata ed offesa, e
    che sola lo proteggeva nella miseria e nell'infermit; e nel punto che
    l'anima sua,  perdonata e redenta,  saliva al cielo,  dalle sue labbra
    uscirono queste parole: 'Santa, Signore! Santa!'"
    Teresa  aveva  gli  occhi bagnati di pianto,  dalla commozione;  ma il
    libretto non era finito.  L'ultimo capitolo  narrava  i  nuovi  e  pi
    grandi e pi chiari esempi di carit e santit che la Beata aveva dati
    dopo  la morte del marito;  da ultimo narrava la morte di lei e i suoi
    miracoli.  "Non era per anco spirata,  che stormi d'augelletti scesero
    sul  tetto  della  sua  casa,  posaronsi sul davanzale del suo verone,
    entrarono nella sua cameretta,  quasi  messaggeri  celesti  venuti  ad
    incontrarne  l'Anima  bella.  Soave  profumo  di  rose  e  gelsomini e
    giacinti sprigionossi, come incenso,  dal suo corpo;  e un gran numero
    d'infermi  che trassero a contemplarla l'ultima volta sul letto ferale
    guarirono miracolosamente soltanto per aver baciato il lembo della sua
    veste.  Per prodigio divino,  la  spoglia  terrena  di  questa  Eletta
    salvossi  dalla  corruzione:  dopo tanti secoli,  il frale della Beata
    conserva ancora la freschezza ed il colore che aveva in vita,  s  che
    pare  che  Essa  sia  assopita  in  un  sogno divino.  In occasione di
    pestilenze e d'altre pubbliche e private calamit,  la Beata Uzeda  ha
    operato  innumerevoli  miracoli,  come  fu  provato  dinanzi  ai Sacri
    Tribunali di Roma.  A tal uopo pubblichiamo qui per la prima volta  il
    processo  della  Sua  canonizzazione,  che  abbiamo  potuto procurarci
    grazie all'alta intercessione  dell'Eminentissimo  Cardinale  Lodovico
    Uzeda, preclaro discendente della Beata."
    E  quella  lettura,  la  solennit  del  centenario,  i  discorsi  del
    confessore e della madrigna e della zia monaca, la malattia del padre,
    la  stessa  esaltazione  dello  zio  Lodovico  alla  suprema   dignit
    ecclesiastica avvenuta in quei giorni,  tutto concorse a piegare, come
    cera,  il cuore di Teresa...  La  costringevano  forse  a  sposare  un
    mostro,  come avevano costretto,  nei tempi, la Santa? Michele non era
    un mostro, era un buon giovane;  e i parenti non la costringevano,  le
    tenevano  il  linguaggio della persuasione,  le consigliavano la virt
    dell'obbedienza,  parlavano pel  suo  bene,  per  la  pace  delle  due
    famiglie,  per la salute di suo padre, ammalato - dicevano - dai tanti
    dispiaceri. La incitavano a non seguire il tristo esempio di Consalvo;
    le promettevano ogni ricompensa terrena e  celeste...  E  poi,  quella
    solennit del centenario,  la cerimonia del terzo giorno, l'adorazione
    della salma!  Ella s'era accostata all'altare per la comunione,  aveva
    ricevuto l'Ostia, mentre le spire dell'incenso e il profumo dei grandi
    mazzi di fiori imbalsamavano l'aria, e le campane squillavano a festa,
    e l'organo cantava,  grave e potente.  Quante fronti umiliate,  quante
    preghiere  mormorate  dinanzi  alla  Santa,   a  cui  ella  era  stata
    paragonata!  Ma un infinito terrore la stringeva,  da lungo tempo,  da
    tanti anni,  all'idea di dover vedere la morta,  il secolare cadavere,
    quasi  che  per  un  nuovo mostruoso prodigio il corpo esanime potesse
    sollevarsi dalla bara,  infrangere  i  vetri,  afferrarsi  ai  viventi
    spandendo  attorno  l'odore  nauseabondo dei balsami corrotti...  E in
    mezzo alla folla che  aprivasi  rispettosamente  sul  loro  passaggio,
    mentr'ella avanzavasi verso la cappella tutta lucente,  il suo terrore
    cresceva, l'agghiacciava,  le sue gambe piegavansi,  brividi di freddo
    le scendevano dalla nuca gi per la schiena... Ah, quella cassa!
    Con gli occhi serrati,  ella cadde in ginocchio,  smarrita,  tremante,
    folle dalla paura. Una voce al suo fianco mormor:
    "Pregala per tuo padre... promettile che sarai buona come lei..."
    Dalla paura,  per andar subito via,  per non veder quell'orrore,  ella
    rispose con gli occhi serrati:
    "S..."


    E pass dell'altro tempo.  Il principe miglior e ricadde, la duchessa
    venne al palazzo col solo primogenito;  la trama dei  consigli,  delle
    persuasioni,  degli  incitamenti  si  strinse  intorno  a  Teresa.  La
    madrigna le disse  che  Giovannino,  per  non  esser  d'ostacolo  alla
    felicit del fratello,  aveva dato l'esempio dell'obbedienza, se n'era
    andato ad Augusta,  dove  domiciliavasi  per  badare  alle  propriet.
    Teresa consideravasi impegnata dinanzi alla Beata: acconsent. Mise un
    patto solo: disse alla madrigna:
    "Far  quel  che  vorrete,  purch il babbo mi prometta una cosa.  Che
    faccia pace con mio fratello e consenta almeno  a  rivederlo,  se  non
    vuole che torni a vivere qui. Che finisca la lite con le zie e venga a
    un  accordo.  Non sar difficile concluderlo,  purch ciascuno ceda in
    qualche cosa.  Se volete,  parler io stessa con le zie." La sua  voce
    era grave, il suo sguardo velato.
    "Sei  una santa!" esclam donna Graziella.  "Tua madre certo t'ispira!
    Vedremo cos la pace tornare fra tutti!... Parler subito a tuo padre,
    ed otterremo ci che tu vuoi."
    Il domani, infatti, le annunzi:
    "Tuo padre acconsente. Consalvo verr qui il giorno in cui ci verr il
    tuo promesso.  Andremo ad invitare noi stessi le zie;  e per  la  lite
    speriamo che si venga all'accordo."
    Tre  mesi  dopo,  la duchessa venne a presentare il duca in casa della
    fidanzata. Gi Consalvo era arrivato al palazzo, e Teresa, presolo per
    mano, lo aveva guidato nella camera del padre.
    "Babbo," gli aveva detto,  "c' qui suo figlio che viene a baciarle la
    mano."
    Il  principe,  tenendo  la  sinistra  in tasca,  gli porse la destra a
    baciare,  e alla domanda del figliuolo: "Come sta Vostra  Eccellenza?"
    "Benissimo," rispose,  calcando un poco la voce,  e senza domandargli:
    "E tu?" Non avevano ancora barattato quattro parole,  che la  carrozza
    di   donna  Ferdinanda  entr  con  gran  fracasso  nel  cortile.   La
    principessa baci  la  mano  alla  vecchia,  e  abbracci  la  cognata
    Lucrezia,   la  quale  portava  un  abito  elegantissimo:  seta  color
    d'albicocca con guarnizioni pistacchio...  Ella avea  fatto  sapere  a
    tutti che la lite col fratello s'avviava ad un amichevole compimento e
    che  le  bisognava  adesso  dare  molte  commissioni alla sarta per lo
    sposalizio di "mia nipote la principessina con mio  nipote  il  duca".
    Era  piena di debiti,  con la sarta,  con la modista,  il gioielliere:
    imbrogliava sempre pi l'amministrazione del marito,  ma la sua  parte
    nell'eredit di don Blasco avrebbe appianato ogni cosa.
    Tutti gli altri parenti sopraggiunsero: il duca d'Oragua, Giulente, il
    marchese  senza  la  moglie,  la  quale  non  voleva  pi  venire  dal
    Belvedere,  dove il  bastardello,  cresciuto  negli  anni  e  rovinato
    dall'educazione  di lei,  la picchiava di santa ragione.  Il principe,
    salutando i parenti,  guardava con la coda dell'occhio Consalvo e  non
    cavava di tasca la mano sinistra. Arriv finalmente il promesso con la
    madre.  Il duca, vestito quasi elegantemente, non faceva poi un troppo
    brutto vedere, e pareva veramente felice. Sua madre gli aveva spiegato
    che Teresa era innamorata  di  lui,  e  che  i  bronci  di  Giovannino
    derivavano  dall'idea  che  questi  s'era  fitto  in capo di sposar la
    cugina, senza che n la ragazza, n la famiglia, n lei stessa che era
    sua madre e doveva contare bene  per  qualche  cosa,  acconsentissero.
    Quindi se n'era andato ad Augusta;  l si sarebbe persuaso del proprio
    torto. Pertanto la duchessa era trionfante: l'opera a cui aveva atteso
    durante  tutta  la  vita  si  compiva   lietamente:   il   primogenito
    accasavasi,  continuava  la  razza;  il  cadetto,  dopo  ed a causa di
    quell'amore  contrastato,   non  le  avrebbe  dato  certamente   altre
    inquietudini. Quanto alla principessa, sfolgorava dalla soddisfazione:
    il  matrimonio  di Teresina era tutta fatica sua particolare.  E' vero
    che la ragazza aveva dato prova di  grande  arrendevolezza,  e  perci
    ella la baciucchiava ogni quarto d'ora,  in presenza della gente; ma i
    buoni consigli, le ragioni persuasive chi li aveva dati?  Lei,  per la
    felicit  della  sua cara figliuola,  per la soddisfazione del marito,
    per la pace della famiglia!...  Anche il principe mostrava  una  bella
    ciera, nonostante l'inquietudine ispiratagli dal figliuolo e le tracce
    della recente malattia. La transazione per l'eredit di don Blasco era
    stata  discreta:  la casa a donna Ferdinanda,  la rendita al duca,  il
    quale  aveva  fatto  due  grossi  regali  a  Lucrezia  ed  a   Chiara;
    centovent'onze l'anno a Garino; il Cavaliere col nuovo podere - il pi
    grosso e bel boccone - a lui.
    Cos  la  pace era generale,  e solamente donna Ferdinanda guardava in
    cagnesco Consalvo per l'apostasia  della  quale  s'era  macchiato.  Ma
    Teresa, dopo aver rappattumato il fratello col padre, riprese Consalvo
    per mano e lo condusse dinanzi alla zia.
    "Zia," disse, "Consalvo le vuol baciare la mano."
    Egli  si chin subito a prender la zampa rugosa per nascondere il riso
    che gli solleticava la gola.  Quella  vecchia  che  aveva  acchiappato
    senza  tanti  scrupoli  un pezzetto della roba della Chiesa dopo avere
    sbraitato contro i fedifraghi l'aveva con lui perch  egli,  a  parole
    soltanto,  aveva  mutato  politica!...  E  mentre  faceva  uno  sforzo
    straordinario sopra se stesso per avvicinarsi alle labbra la  mano  di
    lei,  ella la ritraeva,  credendo di fargli cosa sgradita, borbottando
    un freddo: "Va bene,  va bene!..." Egli volse le spalle  alla  vecchia
    matta. Ma come chiamar Teresa? Consalvo rideva tra s, vedendo lo zelo
    col  quale  costei  andava  accoppiando  i parenti recalcitranti.  Per
    metter  pace  tra  gente  che  il  domani  avrebbe   ricominciato   ad
    azzuffarsi,  per  dar  prova  d'obbedienza a quei birbanti del padre e
    della matrigna, perch si dicesse che era una figliuola modello, aveva
    rinunziato all'amore di Giovannino, sposava quel citrullo del duca!
    "Sei contenta?" non pot fare a meno di domandarle, a quattr'occhi.
    "S," ella rispose;  e la tristezza del sacrifizio che  le  velava  la
    fronte si dirad per dar luogo alla serenit del dovere compto...
    Ora,   mentre   questo   avveniva  nella  Sala  Gialla,   Baldassarre,
    nell'anticamera, parlava solo, fuori di s:
    "Guardate un po'... E io che non credevo!...  Adesso anche lei!...  Ma
    allora come sono, tutti pazzi?... Questa no! Non dovevano farmela!..."
    No,  fino  all'ultimo  momento  egli  non aveva creduto a quel che gli
    diceva tutta la citt: "Il duca! Sposa il duca!" No, rispondeva egli a
    tutti con un sorriso di compassione,  come uno che  la  sa  pi  lunga
    degli  altri...  Adesso,  vedendo tutta quella gente riunita,  il duca
    seduto  accanto  alla  padroncina,   la  padroncina  che  riceveva   i
    complimenti di tutti,  la testa cominciava a girargli. Il sangue degli
    Uzeda  si  risvegliava  in  lui.   Dopo  cinquant'anni  di   devozione
    sconfinata,  di obbedienza cieca,  di volont annichilita,  egli aveva
    espresso  un'opinione,  annunziato  un  avvenimento.  Tutto  lo  aveva
    persuaso a crederlo immancabile;  e quando il principe si era opposto,
    egli aveva fatto assegnamento sulla volont dei  giovani.  Invece,  il
    barone se n'era andato ad Augusta, la principessina sorrideva al duca.
    Allora  voleva  dire  che  per  il  capriccio  di coloro,  per la loro
    stramberia,  la parola di lui,  Baldassarre,  non valeva niente?  Egli
    valeva meno,  in quella casa,  del manico della granata?...  E parlava
    solo,  non udiva gli squilli del campanello,  dimenticava gli  ordini,
    sbagliava  il  servizio;  ma  quando  la  gente cominci ad andarsene,
    un'impazienza febbrile l'anim ad un tratto.  Spingeva via le  persone
    con  gli  occhi,  non  stava  fermo  un minuto,  e finalmente,  quando
    credette che non ci fosse pi nessuno, entr nella Sala Rossa.
    "Eccellenza..."
    C'era ancora il  principino.  Vedendo  entrare  il  maestro  di  casa,
    Consalvo  s'alz  e  baci  la  mano al padre.  Ebbe appena voltato le
    spalle,  accompagnato da Teresa e dalla principessa,  che il principe,
    cavata  finalmente la sinistra dalla tasca dove l'aveva sempre tenuta,
    squadr le corna contro il iettatore.  Ma la voce  di  Baldassarre  lo
    richiam:
    "Eccellenza..."
    "E tu, che vuoi?"
    "Eccellenza," disse il maestro di casa, "io me ne vado."
    "Dove?"   domand   il  principe,   credendo  d'avergli  dato  qualche
    commissione della quale s'era dimenticato.
    "Me ne vado via. Chiedo licenza a Vostra Eccellenza."
    Il padrone lo guard un poco, credendo d'aver frainteso.
    "Licenza? Perch?"
    "Per niente,  Eccellenza.  Sono stato quarant'anni in casa  di  Vostra
    Eccellenza, ora me ne voglio andare. Vostra Eccellenza pu tenermi per
    forza?  In  casa sua,  Vostra Eccellenza comanda come le pare e piace;
    chi le pu dir nulla?...  Anch'io in casa  mia  sono  padrone.  Vostra
    Eccellenza pu procurarsi un altro maestro di casa migliore di me; non
    ne mancano: il primo del mese io me ne vado."
    "Sei impazzito?"
    "Non ne mancano...  In casa sua Vostra Eccellenza  padrone... fa come
    crede... Io me ne vado... Il primo del mese..."















    6.

    Uno dei primissimi provvedimenti del giovane sindaco, appena insediato
    al Municipio,  era stato quello relativo alla costruzione di un'"aula"
    per  le riunioni consiliari.  All'antica saletta fu sostituito un gran
    salone provvisto di due file di banchi che,  per gradi,  si  elevavano
    dal suolo ad anfiteatro, con tre ordini di posti per ciascuna fila. In
    fondo  al  salone  una  specie  di alto e vasto pulpito comprendeva: a
    destra,  in  basso,  i  posti  della  Giunta,  in  alto  quello  degli
    scrutinatori  e  la  poltrona  destinata  al  prefetto;   a  sinistra,
    l'ufficio di segreteria; nel mezzo di tutta la baracca,  sopra un'alta
    predella,  il  seggiolone sindacale dorato e scolpito,  con un cuscino
    che l'usciere toglieva  e  chiudeva  a  chiave  quando  il  principino
    scioglieva l'adunanza e se ne andava.  Nel centro del salone,  un gran
    banco  per  le  commissioni;  pi  oltre,   tavole  per  "la  stampa";
    dirimpetto al pulpito sindacale la tribuna pubblica. "Un Parlamento in
    miniatura!" dicevano quelli che erano stati a Roma;  e le adunanze del
    Consiglio,  sotto la presidenza di Consalvo,  prendevano ora  un  vero
    carattere  parlamentare.  L'ordine  del giorno,  che prima attaccavano
    manoscritto dietro un uscio,  si  distribuiva,  stampato,  a  tutti  i
    consiglieri;   un   apposito   regolamento,   elaborato  dal  sindaco,
    prescriveva le norme  da  seguire  nelle  discussioni  pubbliche.  Gli
    oratori  non  potevano  parlare  pi  di  tre  volte  sopra uno stesso
    soggetto;  al segretario  era  rigorosamente  vietato  d'interloquire,
    neppure per rispondere alle domande dei consiglieri,  e se qualcuno di
    costoro aveva da lagnarsi della sporcizia stradale o  dei  cani  senza
    guinzaglio,  il  principino  gli gridava dal suo seggiolone: "Presenti
    domanda d'analoga interpellanza."
    Prima cura della nuova amministrazione furono i  lavori  pubblici.  Il
    sindaco,  in  un  discorso  dove  ramment la via Appia,  "che da Roma
    conduceva  all'Adriatico",  dimostr  la  necessit  di  sistemare  le
    strade;  e  la  citt fu messa sottosopra,  somme considerevoli furono
    spese per indennizzare i proprietari danneggiati;  ma la vistosit dei
    risultati frutt considerevoli elogi al giovane amministratore.
    Con  le  strade,   l'amministrazione  di  Mirabella,   come  tutti  la
    chiamavano, provvide alla costruzione d'un grande mercato, d'un grande
    teatro, d'un grande macello, d'una grande caserma, d'un gran cimitero.
    Nuovi edifizi sorgevano da per tutto, il lavoro non cessava,  la citt
    trasformavasi,  le  lodi  del principino salivano al cielo.  Qualcuno,
    timidamente, faceva osservare che tutte quelle cose stavano benissimo;
    ma, e i quattrini?  Ce n'erano abbastanza?...  Consalvo rispondeva che
    il  bilancio d'una citt in via di continuo progresso "presentava tale
    elasticit" da permettere non che quelle, ma spese anche maggiori.  La
    popolarit  essendo  tutta  sua,  egli  faceva degli assessori ci che
    voleva; se manifestavasi qualche velleit di contraddizione, la sedava
    suscitando  gli  uni  contro  gli  altri  coloro   che   s'accordavano
    nell'opposizione;   oppure,   quando   la   faccenda  era  pi  seria,
    minacciando di andarsene.  Allora tutti si chetavano.  E di  quel  che
    riusciva  bene  egli  aveva tutto il merito;  di quel che non otteneva
    l'approvazione del  popolo  rigettava  la  colpa  sulle  spalle  della
    Giunta.  Le  tornate  consiliari erano diventate uno spettacolo a cui,
    grazie alla "tribuna" pubblica,  la gente accorreva come alla commedia
    o  al  giuoco  dei  bussolotti;  i  soci del club,  gli ex compagni di
    bagordi  del  principino  salivano  di  tanto  in  tanto  lass,   con
    l'intenzione di canzonarlo;  ma la seriet, il sussiego, l'autorit di
    Consalvo s'imponevano talmente, che essi arrischiavano appena tra loro
    qualche epigramma...  Chi rammentava pi la prima fase della sua vita?
    La  sua  riuscita  lo insuperbiva,  la sua forza quasi lo stupiva;  ma
    oramai non era sicuro di poter arrivare  dove  avrebbe  voluto?  "Sar
    deputato,  lo  manderemo  a  Roma quando avr gli anni;  in lui c' la
    stoffa d'un ministro!" cominciavano a  dire  in  citt;  ma  se  udiva
    queste  cose,  egli  scrollava  le  spalle,  con  un  sorriso mezzo di
    compiacimento,  mezzo di modestia,  quasi a significare: "Grazie della
    buona opinione che avete di me; ma ci vuol altro!"
    Cos  egli  si teneva bene con tutti,  raccoglieva lodi da ogni parte.
    Quelli che s'accorgevano del suo giuoco e lo denunziavano, o non erano
    creduti, o erano sospettati d'invidia o di malignit, o finalmente, se
    trovavano credito, sentivano rispondersi: "Fanno tutti cos, in questi
    tempi d'armeggio! Il principino ha questo di vantaggio,  che  ricco e
    non  ha  da  ingrassarsi  alle  spalle  nostre!" Ma gli oppositori pi
    vivaci non  mancavano.  Come  trasformavasi  materialmente,  la  citt
    prendeva  anche  moralmente  un  nuovo  indirizzo.  La  popolarit del
    vecchio  duca  andava  scemando  di  giorno  in  giorno;   il  Circolo
    Nazionale,  che aveva spadroneggiato,  perdeva sempre pi credito.  Le
    nuove societ popolari non ne avevano ancora,  ma le riforme  promesse
    dalla sinistra l'avrebbero loro conferito: frattanto, alla discussione
    dei  negozi  pubblici partecipavano classi e persone dapprima incapaci
    di comprenderne nulla.  Anche la stampa era pi  ardita,  se  non  pi
    libera,  e trattava con pochi riguardi,  gli antichi spadroneggiatori.
    Il principino,  fiutando il vento,  sfoggiava coi democratici  le  sue
    linee di democrazia. A udirlo, la libert, l'eguaglianza scritte nelle
    leggi  erano ancora un mito: il popolo era stato cullato nell'opinione
    che le  antiche  barriere  fossero  state  infrante;  ma  i  privilegi
    esistevano sempre ed erano soltanto d'altra natura. Avevano largito il
    diritto  del  voto,  e  questo  era  parso una rivoluzione;  ma quanti
    godevano di cotesto diritto? Bisognava dunque farne un'altra,  "legale
    e  morale",  per  estenderlo  a  tutti.  La  parola  "rivoluzione" gli
    scottava le labbra e gli faceva  tremare  il  cuore;  e  il  desiderio
    intimo,  sincero, ardente dell'animo suo era che vi fosse un numero di
    carabinieri doppio  di  quello  dei  cittadini;  ma  poich  il  vento
    soffiava da un'altra parte, egli cercava la compagnia dei radicali pi
    noti per dir loro: "La repubblica  il regime ideale, il sogno sublime
    che un giorno sar realt,  poich essa suppone uomini perfetti, virt
    adamantine,  e il costante progresso dell'umanit ci fa antivedere  il
    giorno  del  suo compimento." E dichiarava: "Io sono monarchico per la
    necessit di questo periodo transitorio.  Milioni e  milioni  d'uomini
    liberi  possono  volontariamente riconoscersi e vantarsi sudditi di un
    uomo come loro?  Io non ho nessun padrone!" E in questo  era  sincero,
    perch avrebbe voluto esser egli stesso padrone degli altri.
    Il  duca  e i suoi malvacei amici,  ostinandosi a giurar sulla destra,
    aspettando il ritorno di Sella  e  Minghetti  come  quello  di  Nostro
    Signore,   avevano  creato  un'Associazione  Costituzionale,   di  cui
    tuttavia l'onorevole deputato non aveva voluto esser  capo.  Anch'egli
    adesso,  in cuor suo,  riconosceva che la strada non aveva uscita;  ma
    oramai egli stava per toccare  la  settantina,  era  stanco,  non  gli
    restava  pi nulla da fare.  In meno di venti anni aveva messo insieme
    una sostanza di parecchi milioni, le cure della quale prendevano tutto
    il resto della sua attivit.  Deciso veramente a ritirarsi dalla  vita
    pubblica,   aveva   un'ultima   ambizione:  quella  d'essere  nominato
    senatore;  se,  quindi,  per finir bene dinanzi all'opinione pubblica,
    non gli conveniva abbandonar bruscamente il partito al quale,  dopo il
    Settantasei,  s'era legato  ancora  pi  stretto,  non  gli  conveniva
    neppure muover guerra troppo aperta a quella sinistra da cui aspettava
    la  seggiola a Palazzo Madama.  Quindi aveva dato a Benedetto Giulente
    la  presidenza  della  Costituzionale,   contentandosi  del  posto  di
    semplice  gregario.  Frattanto,  contro  questa  societ era sorta una
    Progressista, alla quale s'era fatto ascrivere Consalvo. "Zio e nipote
    l'un contro l'altro armati?  Il ragazzo che si  ribella  al  vecchio?"
    dicevano  in piazza;  ma le eterne male lingue insinuavano che la cosa
    era fatta d'amore e d'accordo, che il duca era ben contento d'avere il
    nipote nel campo contrario,  come il principino si giovava del credito
    dello  zio  tra  i  conservatori.  Del resto,  quantunque consocio dei
    progressisti,  egli dichiarava a questi ultimi  che  la  sinistra  non
    aveva  ancora  "un  finanziere  della  forza  del Sella",  n "oratori
    eleganti  come  Minghetti".   Ma  a  quelli  che  non  nascondevano  i
    disinganni  prodotti  dal  regime  costituzionale  non  aveva  nessuna
    difficolt a dichiarare: "L'errore  stato di credere che potesse dare
    buoni frutti.  Il gregge ha sempre  avuto  bisogno  d'un  pastore  con
    relativi  bastoni  e  cani  di guardia..." Dava ragione perfino a quei
    pochi  che  rimpiangevano  l'autonomia   della   Sicilia:   "Diciamolo
    francamente  tra  noi:  forse  oggi staremmo meno peggio!" Non avrebbe
    fatto nessuna difficolt  a  concedere  alla  zia  Ferdinanda  che  il
    governo borbonico era il solo amabile; ma poich la vecchia non poteva
    giovargli,   lasciava   ch'ella   cantasse.   Anzi,   si   giovava  di
    quell'opposizione, non che della rottura col padre. Siccome sapeva che
    molti,   udendo  celebrare   la   sua   fede   democratica,   ridevano
    d'incredulit, esclamando: "Lui, il principino di Mirabella, il futuro
    principe di Francalanza,  il discendente dei Vicer? Andiamo!..." egli
    affermava: "Per questa fede,  per questi princpi io  sono  venuto  in
    urto  con mio padre,  ho rinunziato all'eredit di mia zia,  sosterrei
    ogni  maggiore  avversit!..."  Nella  Giunta,   tra  i   conservatori
    aristocratici  e i radicali progressisti di tanto in tanto s'accendeva
    una  lite;   allora  egli  esclamava:  "Qui  non  bisogna  parlar   di
    politica!..."  ma  una  volta  che  la contesa divenne pi vivace,  lo
    tirarono in ballo. Rizzoni, radicalissimo, esclam:
    "Ma  domandatelo  al  principino,  se  l'avvenire  non    nostro,  se
    anch'egli non  democratico!..."
    "Mio    nipote?"    rispose   Benedetto   Giulente.    "L'aristocrazia
    incarnata?..."
    Costretto a rispondere, egli sorrise, si lisci i baffi, e disse:
    "L'ideale della democrazia  aristocratico."
    "Come?  Sentiamo!...  Questa  nuova!...  Che diavolo..."  esclamarono
    tutti.
    Egli lasci che dicessero: poi ripet:
    "L'ideale  della democrazia  aristocratico...  Che cosa vuole infatti
    la democrazia?  Che tutti gli uomini sieno eguali!  Ma eguali  in  che
    cosa?  Forse  nella povert e nella soggezione?  Eguali nelle dovizie,
    nella forza,  nella potenza..." E poich,  dopo un momento di stupore,
    le  esclamazioni ricominciavano,  egli tronc di botto la discussione:
    "Adesso  passiamo  all'altro  articolo:  voto  al   governo   per   la
    costituzione d'un bacino di carenaggio..."


    Egli  andava  adesso  qualche  volta  da  suo  padre.  Non sentiva pi
    avversione contro di lui: lo zelo,  la febbre con la quale  s'occupava
    della  cosa  pubblica,   la  tensione  di  tutte  le  sue  energie  al
    conseguimento del nuovo scopo non  lasciavano  posto  a  nessun  altro
    sentimento  n  d'odio n d'amore.  Quanto al principe,  le visite del
    figliuolo  gli  mettevano  i  brividi  addosso,  ed  appena  lo  udiva
    annunziare  dal  nuovo maestro di casa - poich Baldassarre,  cocciuto
    come un vero Uzeda,  era proprio andato via - ficcava la  sinistra  in
    tasca  e  non  la traeva se non per spianarla,  aperta col segno delle
    corna, dietro al figliuolo, quando costui si decideva a sgomberare.  I
    loro discorsi s'aggiravano sopra cose indifferenti, come fra estranei;
    il  principe  fingeva  di  non  sapere  che  Consalvo  fosse  il primo
    magistrato civico; ma insomma adesso stavano insieme da cristiani.
    Teresa, ora duchessa Radal,  vedeva in tal modo compensato il proprio
    sacrifizio.  Eccettuati  i  primissimi  tempi,  quando  la  memoria di
    Giovannino non era interamente morta nel suo cuore,  e pi  grande  le
    era  parsa  la superiorit di lui sull'altro fratello,  ella non aveva
    del resto sofferto quanto aveva temuto.  Il duca Michele non  solo  la
    trattava  bene  e le lasciava ogni libert;  ma le dimostrava,  a modo
    suo, un po' alla grossa, un affetto vivo e sincero. La duchessa madre,
    anche lei, dalla soddisfazione di vedere riusciti i propri disegni, le
    faceva gran festa e la metteva perfino a parte del governo della casa.
    Il barone se n'era andato ad Augusta, badava agli affari di campagna e
    scriveva due o tre volte il mese al fratello od alla madre,  chiudendo
    le sue lettere con un "saluto la cognata". La tranquillit che regnava
    nella   sua  nuova  casa,   la  pace  che  ristabilivasi  nell'antica,
    l'affezione del marito, i trionfi di Consalvo, le lodi che raccoglieva
    ella stessa - poich, tra le giovani signore, aveva occupato subito il
    primo posto - facevano fiorire sulle sue  labbra  sorrisi  a  grado  a
    grado pi schietti. Veramente, ella non sentiva pi l'anima disposta a
    comporre  musiche o poesie,  ma sedeva ancora spesso al pianoforte per
    esercitarsi, e nel farsi bella spendeva forse maggiori cure di prima.
    Adesso era libera di leggere i libri che pi le  piacevano;  e  quando
    non  aveva  nulla  da  fare,   divorava  romanzi,   drammi  e  poesie.
    L'eccitazione di quelle letture non le impediva per di attendere alle
    pratiche religiose con zelo e fervore:  in  casa  Radal  venivano  lo
    stesso  Monsignor Vescovo,  lo stesso Vicario,  gli stessi prelati che
    frequentavano la  casa  del  principe:  essi  additavano  a  tutti  la
    duchessa nuora come modello di domestiche e cristiane virt.
    Presto  la  gravidanza  le  fece  dimenticare  del  tutto  i sogni del
    passato,  e  l'affezion  meglio  alla  realt  del  presente.  Soffr
    pochissimo  durante  la  gestazione;  il  tempo vol rapido in mezzo a
    tante cure ed  a  tanti  pensieri.  Il  parto  fu  felicissimo:  tutti
    aspettavano  un  maschio  e  un  maschio  nacque,  un bambino grosso e
    florido che pareva d'un anno.  "Poteva  essere  altrimenti?"  dicevano
    tutti.  "Per  una  figlia e una sposa buona come lei,  protetta da una
    Santa in cielo?..." I preparativi del battesimo furono  grandiosi:  il
    duca  volle  il  fratello  come  padrino.  La  duchessa madre approv;
    Teresa,  riposando sul letto nuziale,  dove restava pi per una  beata
    indolenza  che  per  necessit,  disse  che naturalmente la scelta non
    poteva essere migliore. Giovannino tard a rispondere, ma, sollecitato
    dal duca anche a nome della madre e della moglie,  arriv  la  vigilia
    della cerimonia.
    Pareva  un  altr'uomo:  s'era  fatto  pi  forte,  il  sole  lo  aveva
    abbronzato, la barba cresciuta gli dava un'aria pi maschia, simpatica
    quanto l'antica,  ma in modo diverso.  Strinse la mano  alla  cognata,
    chiedendole  premurosamente  notizie  della sua salute,  e volle veder
    subito il nipotino che giudic un amore e baci e  ribaci  fino  alla
    saziet.  Ancora  pi  calma e serena di lui,  ella lo accolse come un
    amico che non si vede da molto tempo. Dopo la cerimonia del battesimo,
    alla quale furono invitati tutti i parenti stretti e larghi,  tutte le
    conoscenze,  mezza citt,  Giovannino annunzi che ripartiva. Fecero a
    gara per trattenerlo,  ma egli dichiar che c'era  molto  da  fare  in
    campagna,  e  and  via  promettendo  ad  ogni modo di tornar presto a
    rivedere il figlioccio.


    Molti degli invitati  al  battesimo,  nuovi  tra  gli  Uzeda,  avevano
    chiesto  chi  fosse un vecchio magro e sfiancato,  il quale portava un
    abito nuovo fiammante e certe scarpe  che  non  ne  potevano  pi,  un
    cappello unto, e una mazza col pomo d'argento.
    Era  il  cavaliere don Eugenio.  La stampa del Nuovo Araldo,  ossivero
    Supplimento, gli aveva procurato un altro momento di benessere.  Aveva
    scialato,  possedeva  qualche  soldo:  ma lo scandalo era enorme: egli
    aveva attribuito titoli di nobilt e  stemmi  e  corone  a  quanti  lo
    avevano  pagato:  speziali,  calzolai,  barbieri sfoggiavano dentro le
    botteghe quadri dalle  cornici  dorate  dove,  sotto  corone,  elmi  e
    variopinti svolazzi,  si vedevano scudi con leoni,  aquile,  serpenti,
    gatti, lepri, conigli, ogni sorta di bestie passanti e volanti;  e poi
    castelli, torri, colonne, montagne; e poi astri di tutte le grandezze,
    lune d'argento, piene e falcate; soli d'oro, stelle, comete; e tutti i
    colori dell'iride,  tutti i metalli, tutti i mantelli. N scrupoli, n
    difficolt lo avevano arrestato: a chi si  chiamava  Panettiere  aveva
    dato per arme un forno fiammante in campo d'oro, a chi portava il nome
    di  Rapicavoli  un  bel  mazzo  di  verdura  in campo d'argento.  Cos
    l'impresa aveva fruttato di  gran  bei  quattrini;  ma,  come  l'altra
    volta,  buona parte s'era perduta per via.  Egli aveva per riscattato
    l'edizione del primo Araldo che il tipografo teneva sotto sequestro, e
    con mille copie dell'opera se n'era tornato al suo paese per  venderle
    e mangiarci su.
    Faceva  il  conto  senza  il principe.  Sistemato l'affare della lite,
    questi  s'era  pentito  dell'accordo,  e  si  lagnava  d'essere  stato
    defraudato,  d'esser rimasto con un pugno di mosche,  mentre l'eredit
    di don Blasco doveva toccare tutta a lui. Il malumore,  l'inappetenza,
    la debolezza di cui aveva sofferto tornavano a tormentarlo: sordamente
    irritato, incapace di confessarsi ammalato pel superstizioso timore di
    accrescere  con  la  confessione  la  malattia,  se la prendeva con la
    figlia che gli aveva imposto la transazione, dichiarava d'essere stato
    spogliato come in un bosco.  Appena visto tornare lo zio,  e udito che
    aveva qualche soldo, and a chiedergli la restituzione del prestito. E
    siccome don Eugenio tir in ballo la rinunzia ai propri diritti,  egli
    grid:
    "Che diritti e che storti? Sono stato spogliato!  Si sono preso tutto!
    Io v'ho dato i quattrini; restituiteli, adesso che li avete."
    Vista la mala parata, don Eugenio gli confid:
    "Non  li  ho!  Ti  giuro  che  non li ho!  Ho quattro soldi per tirare
    innanzi; se ti do duemila e cinquecento lire, come mangio?"
    "Datemi allora le copie," rispose pronto Giacomo.
    "Ma sono il mio solo  provento!  Se  tu  me  le  togli,  dove  vado  a
    sbattere? Che t'importa di un po' di carta sporca?... Tu che sei tanto
    ricco?  Per me  il pane!...  Le vender a poco a poco,  avr tanto da
    campucchiare..."
    Inflessibile,   il  principe  volle  presso  di  s  tutta  l'edizione
    dell'Araldo  sicolo  e  del  Supplimento,  come  garanzia  del proprio
    credito.
    Quantunque mezza Sicilia fosse inondata di quella pubblicazione,  pure
    riusciva  spesso  a don Eugenio di collocarne qualche copia;  e allora
    andava a prenderla dal principe promettendo di portare i quattrini per
    poi dividerli con lui; ma i quattrini non venivano mai,  talch un bel
    giorno, stanco d'esser beffato, il nipote gli dichiar:
    "Mi pare che lo scherzo sia durato a lungo;  d'ora in poi,  se vorrete
    altri esemplari, li pagherete anticipatamente."
    Allora,  finiti i soldi che aveva  portato  da  Palermo,  gl'imbarazzi
    ricominciarono  per  l'ex  Gentiluomo di Camera.  Come un fattorino di
    libraio,  egli saliva e scendeva scale coi piedi  gonfi  dalla  gotta,
    trascinandosi penosamente, per offrire il suo Araldo, per mostrarne un
    fascicolo di saggio, e quando arrivava a scovare un compratore correva
    a  supplicare  il  principe  perch  gli  desse  la copia,  giurando e
    spergiurando che sarebbe tornato subito coi quattrini; ma il principe,
    duro: "Portateli prima!" Non sapendo dove  dar  il  capo,  il  vecchio
    fermava  i  parenti  e  le  semplici  conoscenze per farsi prestare le
    trenta lire; raggranellatele, le portava al nipote, il quale solo dopo
    averle intascate rilasciava l'esemplare.  Ma,  riscosso il prezzo  dal
    compratore,  don Eugenio dimenticava di soddisfare i debiti contratti,
    talch l'operazione si rinnovava ogni volta  con  maggior  difficolt.
    Del  resto  il cavaliere trovava da un certo tempo la piazza molto pi
    dura di prima: da gente a cui egli non  aveva  mai  proposto  l'Araldo
    sentivasi  rispondere:  "Un'altra volta?  L'ho gi!" Dicevano cos per
    mandarlo via?... Un giorno, per sincerarsene, volle domandare a uno di
    costoro come l'avesse:  "Oh,  bella!  L'ho  comprato!  E'  venuta  una
    persona di casa vostra: non siete zio del principe?..."
    Il vecchio si batt la fronte: quel birbone di Giacomo!.. Non contento
    di  avergli  preso  novemila  lire  di  roba in cambio delle duemila e
    cinquecento anticipate,  non contento d'avergli  reso  impossibile  la
    vendita  pretendendo  l'anticipazione  del  prezzo,  adesso vendeva le
    copie per proprio conto! "Ah, ladro!  Ah,  ladro!..." Ma,  composta la
    fisionomia all'abituale bonariet, corse al palazzo.
    "Se  anche  tu  hai  venduto  l'opera,  facciamo  i  conti!"  disse al
    principe.
    "Che conti?" rispose costui, quasi cascando dalle nuvole.
    "Hai venduto il libro! A quest'ora il mio debito sar estinto."
    "Ci vuol altro!... I conti li faremo quando avr tempo..."
    Don Eugenio torn,  assiduamente;  ma il nipote un po' gli diceva  che
    aveva  da  fare,  un po' che gli doleva il capo,  un po' che stava per
    andar fuori.  Lo zio non perdeva la pazienza;  tornava ogni giorno,  a
    rammentargli   la  promessa;   anzi  una  brutta  mattina  gli  disse,
    gettandosi sopra una seggiola:
    "Senti,  i conti li faremo quando sarai comodo;  ma oggi non ho niente
    in tasca e sono stanco. Prestami qualche cosa."
    "Come?  Volete  il resto?" esclam il principe impallidendo.  "Credete
    forse che siamo pari? Si sono vendute mezza dozzina di copie in tutto!
    Avete il viso di chiedere altri denari?"
    "Non ho come fare," gli confid il cavaliere, con un viso da affamato,
    guardandolo bene negli occhi.
    "E venite da me?  Che pretendete?  Che vi dia da  mangiar  io?  Perch
    avete sciupato ogni cosa? Perch non avete pensato mai all'avvenire?"
    "Io ho da mangiare,  capisci?" ripet il cavaliere, con lo stesso tono
    di voce; e i suoi occhi parevano volersi mangiare il nipote.
    "Andate da vostro fratello,  da vostra sorella...  che hanno l'obbligo
    d'aiutarvi... Perch venite da me?"
    Ma,  spaventato  dall'espressione  del  vecchio,  gli volt le spalle.
    Quando lo ud andar via,  chiam il portinaio per  ordinargli  di  non
    lasciarlo mai pi salire.
    E  il  provvedimento  riscosse  l'unanime  approvazione della servit:
    veramente quel cavaliere non faceva onore alla famiglia, non tanto per
    quel che si diceva sul conto di lui,  quanto per la condizione in  cui
    era caduto.  Il nuovo maestro di casa confess: "Io mi vergognavo ogni
    volta che lo dovevo annunziare al padrone..."
    Tutti i tentativi del vecchio per salire al palazzo furono vani:  egli
    ebbe un bel dichiarare: "Mio nipote mi aspetta, m'ha detto che sarebbe
    in  casa," oppure: "L'ho visto rientrare," oppure: "Eccolo l,  dietro
    quella finestra..." il portinaio, i cocchieri,  i famigli gli dicevano
    sul muso: "Vostra Eccellenza pu andarsene, che perde il suo tempo," e
    gli  davano  dell'Eccellenza come in tempo di carnevale ai facchini di
    piazza vestiti da barone. Egli tent di salire per forza, ma allora lo
    afferrarono e lo  spinsero  fuori:  "Eccellenza,  con  le  brusche?...
    Questi non son modi da Eccellenza pari vostra!..." Un giorno,  si mise
    a sedere in portineria,  dichiarando che non si sarebbe mosso fino  al
    passaggio del nipote. Sulle prime, il guardaportone ci scherz su; poi
    tent  persuaderlo  con  le  buone,  prendendolo  dal  lato  dell'amor
    proprio: "Qui non  il posto di  Vostra  Eccellenza!...  Un  cavaliere
    come  Vostra Eccellenza sedere con un portinaio!  Non si vergogna?..."
    Ma il vecchio non si moveva,  non rispondeva,  cupo,  affamato come un
    lupo; e il portinaio cominci a perdere la pazienza, smise a un tratto
    l'Eccellenza:  "Se  ne  vuole andare,  s o no?..." e come don Eugenio
    restava inchiodato sulla seggiola,  quell'altro  mont  finalmente  in
    bestia,  smise  anche  il  lei e,  afferratolo per le spalle,  lo fece
    sorgere e lo spinse fuori ad urtoni, gridando:
    "Fuori, vi dico, corpo del diavolo!"


    Donna Ferdinanda lo cacci via come un cane rognoso: il duca gli dette
    un  piccolo  soccorso,   facendogli  intendere  di  non   dover   fare
    assegnamento sopra altre elemosine. Procurargli un posto era il meglio
    che  si  potesse  fare  e  ci  che egli desiderava;  quindi Benedetto
    Giulente, il quale lo aveva anch'egli sovvenuto, ne parl a Consalvo.
    "Che posto volete dargli?" rispose il principino. "E' una bestia,  non
    sa  far  nulla.  Volete  che  lo zio del sindaco serva da usciere o da
    accalappiacani?"
    Era chiaro che al Municipio non c'era da far niente per  il  legittimo
    orgoglio  del  principino.  Giulente  and dal duca,  suggerendogli di
    metterlo in qualche ufficio alla provincia o  alla  prefettura.  E  il
    duca, per evitare altre domande di sussidi, fece in modo da ottenergli
    un  posto  di copista all'Archivio provinciale,  il meglio che si pot
    trovare.  Ma  quando  ne  diedero  comunicazione  all'interessato,  il
    cavaliere divent rosso come un rosolaccio.
    "A me un posto di scrivano? Per chi m'avete preso?"
    "Ma  veda..." gli fece considerare rispettosamente Benedetto,  "Vostra
    Eccellenza non  ha  titoli  accademici...    avanzata  in  et...  le
    amministrazioni pubbliche sono esigenti..."
    "E mi proponi di fare il copista?" grid il cavaliere.  "A me, Eugenio
    Uzeda di Francalanza,  Gentiluomo di Camera di Ferdinando  ii,  autore
    dell'Araldo sicolo?... Perch non lo fai tu, pezzo d'asino che sei?"
    Il  vecchio ricominci a chiedere aiuto.  Ma il duca,  per punirlo del
    rifiuto del posto,  gli chiuse la porta in faccia,  e  Lucrezia,  dopo
    averlo giudicato degno dei pi alti uffici per far onta al marito, non
    lo volle neppur lei per la casa quando lo vide questuare... Un giorno,
    il  cavaliere,  sempre pi miserabile e stracciato,  and dalla nipote
    Teresa.  Il  portinaio,  non  riconoscendolo,   non  voleva  lasciarlo
    passare;  arrivato finalmente dinanzi alla duchessa nuora,  che giunse
    le mani vedendolo in quello stato, cominci a querelarsi:
    "Vedi come m'ha ridotto tuo padre?  Quel birbante che mi ha rubato  il
    libro? Quel ladro che mi ha..."
    "Zio,  per carit!..." esclam Teresa: e vuot la sua borsa nelle mani
    del vecchio che tremava dalla cupidigia alla vista dei quattrini. Egli
    si ripresent altre volte al palazzo ducale, ma la duchessa madre, per
    evitare i commenti tra la servit,  dichiar a Teresa che,  se  voleva
    soccorrerlo, facesse pure; ma che in casa non lo lasciasse pi venire.
    Ed anche quella porta gli fu chiusa.
    Egli  aspettava  che  gli  procurassero  un  posto  di professore o di
    cassiere, tanto da vivere signorilmente senza far nulla; e siccome non
    lo contentavano,  fermava per istrada le persone  di  sua  conoscenza,
    narrava a modo suo i propri casi:
    "M'hanno  spogliato,  m'hanno  ridotto  alla miseria!  Mio fratello il
    Benedettino  m'aveva  lasciato  cinquecent'onze,   e  stracciarono  il
    testamento, ne fecero uno falso! Il principe mio nipote m'ha rubato la
    mia grand'opera dell'Araldo sicolo!... Mi chiudono la porta in faccia!
    A  me,  Eugenio  di  Francalanza!  Gentiluomo  di  Camera!  Presidente
    dell'Accademia dei Quattro Poeti!...  Sanno  forse  chi  sono  io?  Se
    veniste  a  casa  mia,  vi farei vedere quante medaglie e diplomi: uno
    scaffale intero!..."
    La sua megalomania,  con  la  miseria,  gli  stenti,  le  umiliazioni,
    cresceva di giorno in giorno; egli annunziava:
    "Il governo m'ha invitato a Roma per una cattedra dantesca.  Ma io non
    ci vado!  Fossi  pazzo!  Me  ne  andr  piuttosto  in  Alemagna,  dove
    conoscono tutte le mie celebri opere, e la scienza  rispettata!... Il
    prefetto mi ha detto che il Re mi vuole come professore di suo figlio.
    Io fare il maestro di scuola?  Per chi m'hanno preso? Se lui si chiama
    Savoia, io mi chiamo Uzeda. Ehi, don Umberto, siete forse al buio?..."
    Poi, all'orecchio: "Potreste favorirmi cinque lire?  Ho dimenticato il
    portafogli a casa..."
    Gliene davano due, una o anche mezza; egli metteva in tasca ogni cosa.
    I parenti,  avvertiti di quello scandalo, si stringevano nelle spalle,
    o dicevano: "Bisogna finirla", senza far poi nulla. Giulente e Teresa,
    di nascosto,  lo soccorrevano come meglio potevano: ma egli aveva  gi
    preso  l'abitudine  di questuare,  il mestiere era dolce e comodo,  il
    passaggio del denaro  dalla  tasca  altrui  alla  propria  gli  pareva
    naturalissimo; e poi un sordo istinto di rappresaglia contro i parenti
    lo spingeva a continuare per far loro onta.
    E un giorno si diffuse per tutta la citt una notizia:
    "Non sapete nulla? il cavaliere don Eugenio chiede l'elemosina!"
    Egli  accattava,  alla lettera.  Anche se aveva in tasca qualche lira,
    s'avvicinava agli sconosciuti, tendeva la mano, diceva:
    "Per gentilezza,  mi favorite due soldi?  Un soldo,  per  comprare  un
    sigaro?"
    Acchiappava   la  moneta  come  una  preda,   la  cacciava  in  tasca;
    s'avvicinava a un altro:
    "Un soldo, per favore?"
    Teresa, accompagnata dal marito,  and a trovarlo nello stambugio dove
    s'era ridotto, gli si gett ai piedi:
    "Zio, noi le daremo tutto quel che vorr, purch non faccia pi questa
    cosa!... Una persona come lei, abbassarsi cos?"
    "S, s..."
    Egli  prese i denari che gli porgevano;  il domani ricominci.  Adesso
    era un'idea fissa;  la malattia che tornava a  tormentarlo  finiva  di
    scombuiare la sua debole testa d'Uzeda. Lacero come un vero accattone,
    con  la  barba  bianco-sporca  spelazzata sul viso smunto,  i piedi in
    grosse scarpe di panno,  andava attorno,  appoggiandosi a un  bastone,
    chiedendo:
    "Un soldo, per favore!... per questa volta sola!..."
    E  per  procacciarselo  dava spettacolo della sua pazzia.  Certuni gli
    domandavano chi era, se non era il cavaliere Uzeda? e allora lui:
    "Eugenio Consalvo Filippo Blasco Ferrante  Francesco  Maria  Uzeda  di
    Francalanza,  Mirabella,  Oragua,  Lumera,  etc.,  etc., Gentiluomo di
    Camera (con esercizio) di Sua Maest,  quello era Re!" e si cavava  il
    cappello, "Ferdinando ii; medagliato da Sua
    Altezza   il   Bey   di   Tunisi   del   Nisciam-Ifitkar,   presidente
    dell'Accademia dei Quattro Poeti, membro corrispondente di pi societ
    scientifico-letterarie-vulcanologiche  di  Napoli,   Londra,   Parigi,
    Caropepe,  Pietroburgo,  Paoloburgo, Nuova York e Forlimpopoli, autore
    della celebre opera  storico-araldico-blasonico-gentilesco-cronologica
    intitolata l'Araldo sicolo con supplimento...  Un soldo, per comprarmi
    un sigaro..."


















    7.

    Il secondo figliuolo di Teresa, un altro maschio,  nacque un anno dopo
    il  primo,  tanto  che  tutti  dicevano  agli  sposi: "Si vede che non
    perdete tempo!" Se al primo parto la duchessa non aveva  sofferto,  di
    quest'altro  quasi  non s'accorse: degno premio della purezza dei suoi
    costumi. La cerimonia del battesimo, questa volta, fu modesta,  un po'
    perch era nato un cadetto,  il baroncino, un po' per un'altra ragione
    incresciosa.  Grattandosi un giorno  sotto  la  nuca,  in  mezzo  alle
    spalle, per un forte prurito, il principe aveva calcato le unghie sino
    a  farsi  un  po'  di sangue.  L per l non ci aveva badato,  ma dopo
    qualche tempo gli si form,  nel  punto  maltrattato,  una  specie  di
    bottone che crebbe fino a impacciarlo nei movimenti e ad impedirgli di
    star  supino  nel  letto.  Tutti  attribuirono  il fatto all'eccessivo
    grattamento;  nondimeno,   siccome  l'incomodo  non  andava  via,   fu
    necessit  chiamare un chirurgo.  Il dottore conferm che era una cosa
    da nulla,  ma disse  che  senza  una  piccola  incisione  non  sarebbe
    guarita.   Il   principe   all'annunzio   dell'operazione   impallid,
    rifiutando di sottoporvisi; ma giusto,  dopo il parto di Teresa,  quel
    tumoretto era cresciuto ancora, dandogli tanto fastidio che egli aveva
    consentito  a lasciarselo tagliare.  L'operazioncella dur pi che non
    si credesse e il principe dov restare molti giorni in casa;  pertanto
    il  battesimo  del  baroncino  di Filici fu celebrato senza pompa.  Il
    sindaco Consalvo fece da compare;  da Augusta venne per assistere alla
    cerimonia  Giovannino.  Durante l'anno,  egli aveva fatto,  secondo la
    promessa,  due o tre visite al figlioccio: visite brevi  d'uno  o  due
    giorni.  Dicevano  che  egli  avesse ad Augusta,  e propriamente nelle
    terre di Costantina,  la figliuola d'un fattore,  una bella  contadina
    bianca,  rossa e prosperosa,  per via della quale rifiutava di stare a
    lungo a Catania.  La duchessa madre ne era contentissima,  come  della
    pi  sicura garanzia contro il matrimonio.  Il duca godeva nel sentire
    che suo fratello si divertiva;  e  quanto  a  Teresa,  nonostante  che
    l'onest  le  impedisse  d'approvar  quel  legame,  pure dimostrava al
    cognato un affetto fraterno,  e gli faceva molta festa;  se da Augusta
    egli  mandava  qualche commissione alla madre,  spesso l'eseguiva ella
    stessa.  Chiedeva ordinariamente biancheria,  oggetti d'uso domestico,
    ma di tanto in tanto anche tagli d'abiti da donna,  busti,  fazzoletti
    di seta...  Servivano per la figlia del fattore?  Tutte le  volte  che
    veniva alla casa materna,  egli aveva il viso pi cotto,  con la barba
    pi ispida,  la pelle delle mani pi dura.  Su quella faccia da  arabo
    del  deserto  il  bianco  degli  occhi  era  per  dolcissimo.  Teresa
    ringraziava il Signore della saggezza che gli  aveva  ispirata,  della
    salute che gli accordava;  per,  in cuor suo, ella domandava come mai
    quel giovane tanto elegante, cos avido di piaceri, delle cose belle e
    ricche,  aveva potuto rassegnarsi a far la dura vita  di  campagna,  a
    vivere  con  una contadina,  in mezzo a contadini...  Non era per lei
    stessa  la  causa  di  quella  trasformazione?   E  subito,   quasi  a
    scagionarsi   ai   propri  occhi,   ella  pensava:  "Sono  trasformata
    anch'io!..." Dov'erano pi, infatti,  le sue ispirazioni poetiche,  le
    sue alate fantasie?  Aveva preso marito da due anni,  e gi cominciava
    la terza gravidanza.  Quand'ella sognava di Giuliano  Biancavilla,  di
    Giovannino,   pensava   forse   di   divenire   una  macchina  da  far
    figliuoli?...  Ora dava guerra a quei pensieri che  lo  spirito  della
    tentazione  doveva  certo suggerirle...  Biancavilla,  tornato dal suo
    viaggio,  dimenticava anche lui,  prendeva moglie: un giorno  ella  lo
    incontr  a  faccia  a  faccia;  trasal  un  momento,  ma un'ora dopo
    l'incontro se ne dimentic.  Giovannino era  suo  cognato;  pi  nulla
    restava cos dei sogni antichi.  Se ne doleva forse? No! Pensava: "Che
    cosa mi manca per esser felice? Sono giovane, bella e ricca,  tutti mi
    vogliono bene,  tutti mi lodano, ho due angioletti di figli: di che mi
    lagno?" E nella misura delle proprie forze aveva fatto il bene: la sua
    mamma di lass  non  doveva  benedirla?  La  Beata  non  poteva  esser
    contenta di quella lontana discendente?
    Lo  spirito  della  tentazione  si  serviva  di arti molto sottili per
    turbarla in quella  serenit.  Forse  erano  i  libri,  le  poesie,  i
    romanzi,  quelli che,  certe volte, quando si sentiva pi tranquilla e
    sicura e sorrideva di  maggior  beatitudine,  facevano  sorgere  a  un
    tratto  una  specie  di  nebbia  che offuscava il suo bel cielo,  e le
    davano un senso di oscuro sgomento,  e il rancore  d'un  bene  perduto
    prima ancora che ella avesse potuto raggiungerlo.  Era peccato leggere
    quei libri,  seguire quelle visioni?  Il confessore,  i preti  che  la
    circondavano dicevano s,  che erano pericolosi;  ma non riconoscevano
    forse nello stesso tempo che il  pericolo,  per  lei,  era  molto  pi
    lontano,  giacch  ella  aveva  un'anima  retta e una mente sana e una
    coscienza purissima?... E poi, e poi,  e poi,  ella aveva rinunziato a
    tante cose;  se avesse rinunziato anche a vivere con la fantasia,  che
    le sarebbe rimasto?
    Anche Giovannino leggeva molto: tutte le volte che veniva  da  Augusta
    le domandava: "Cognata,  avete libri da prestarmi?" e ne portava via a
    casse,  in mezzo alla roba di cui veniva a rifornirsi.  In  qual  modo
    ammazzare il tempo quando non c'era da vegliare ai lavori della terra:
    la vendemmia,  le seminagioni,  i raccolti?... Un'altra cosa di cui si
    provvedeva, venendo in citt, era il solfato di chinino. A Costantina,
    nei poderi della Balata e della Favarotta regnava  la  malaria;  egli,
    veramente,  nella  stagione  del pericolo se ne andava a Melilli,  sui
    colli Iblei, dove l'aria era balsamica; ma, ad ogni buon fine,  per s
    come pei lavoratori, era bene che il sovrano rimedio non mancasse mai.
    Una bella sera d'estate,  Teresa e la duchessa madre, lasciato a casa,
    in custodia della cameriera, il duchino,  e presa in carrozza la balia
    col  figliuolo  pi  piccolo,  facevano  la  consueta passeggiata.  Il
    baroncino lattante, cullato dal moto dolce del legno, dormiva in mezzo
    a una nube di garza sulle ginocchia della nutrice.  Teresa portava per
    la  prima  volta  un abito molto ricco arrivatole da qualche giorno da
    Torino; ella vedeva che tutte le signore le cui carrozze incrociavansi
    con la sua si voltavano, esaminandola,  ammirandola.  La carrozza sal
    fino  alla  Madonna  delle  Grazie;  le  padrone  e  la balia scesero,
    entrarono   nell'angusta   cappella   e   s'inginocchiarono    dinanzi
    all'altare.  Teresa aveva chinato gli sguardi per evitare la vista del
    muro pieno di ex voto orribili, del carnaio che la disgustava ora come
    l'inorridiva bambina; ma, fissando l'immagine della Vergine, le diceva
    tutta la sua gratitudine per le grazie di cui  la  colmava.  Sentivasi
    tanto calma, da un certo tempo; quasi felice! Da un pezzo nulla pi la
    turbava; nessun soccorso aveva da chiedere alla Madonna. S, la salute
    sempre  malferma  di  suo  padre,  l'umor  tetro  che  lo  rodeva dopo
    l'operazione chirurgica. Chiuso, cupo,  cruccioso,  con pi bisogno di
    prima di prendersela con qualcuno, egli era tornato a rimuginar l'idea
    di  dar  moglie  a  Consalvo.  Quantunque  non  parlasse e paresse non
    occuparsi di quel iettatore,  rodevasi al pensiero  della  fine  della
    propria  razza,  se  quel  iettatore non prendeva moglie.  E gli aveva
    cercato un nuovo partito, a Palermo, un partito che tutti assicuravano
    straordinario;  ma Consalvo aveva detto ancora di no,  e  il  principe
    aveva rotto un'altra volta pi violentemente con lui...
    Teresa preg pi a lungo,  pertanto; poi si segn e sorse in piedi. La
    suocera era gi alzata;  la balia,  l'umile contadina che  reggeva  in
    braccio  il frutto delle sue viscere,  finiva di pregare;  il bambino,
    destato  dallo  scalpiccio  dei  passi,   dal  borbottare  dei  ciechi
    questuanti,  guardava  la  fiamma dell'altare tra ridente ed attonito.
    Ella distribu tutto quel che aveva in tasca ai  poveri  e  risal  in
    carrozza.  La  duchessa madre ordin al cocchiere di andare a fermarsi
    al Caff di Sicilia.
    L,  il cameriere non aveva ancora portato  i  gelati,  che  una  voce
    alterata esclam dietro la carrozza:
    "Teresa... Mamma..."
    Era  il  duca,  irriconoscibile,  con  la camicia disfatta dal sudore,
    pallido come un morto.  Rivolto al cocchiere,  mentre esse domandavano
    sgomente:
    "Che c'?... Michele!... Che hai?..."
    "Torna a casa!" ordinava egli. "Torna subito..."
    E apr lo sportello, sal, si gett a sedere accanto alla balia.
    "Mio  padre?...  Il bambino?" esclamava gi Teresa,  afferrandogli una
    mano; ma egli:
    "No, no..."
    E  mentre  i  cavalli,  sferzati,   partivano  traendo  scintille  dal
    lastricato, spieg finalmente:
    "Giovannino...  Un  telegramma del fattore...  La perniciosa!...  Sono
    corso dal dottore, poi alla stazione...  Vi ho cercato da per tutto...
    Partir stanotte, con un treno straordinario..."


    Nel primo momento,  Teresa prov quasi un senso di sollievo.  Smarrita
    alla vista del  marito,  atterrita  dalle  sue  oscure  parole,  aveva
    creduto   alle   pi   terribili   catastrofi:  la  morte  del  padre,
    un'improvvisa minaccia per l'altro suo figlio.  Assicurata che nessuno
    dei  suoi  era  in  pericolo,  ella  non  attribu  molta gravit alla
    malattia del cognato.  Poich Michele perdeva la testa,  e la suocera,
    improvvisamente   intenerita   per  quel  figliuolo  che  aveva  tanto
    trascurato,  smaniava adesso  e  parlava  di  partire,  di  correre  a
    chiamare  altri  dottori,  ella  sentiva  che toccava a lei ragionare.
    Letto  il  telegramma  del  fattore,  la  sua  fiducia  s'afferm.  Il
    telegramma  diceva:  "Fratello  Vostra  Eccellenza trovasi a letto con
    febbre alta, somministrato subito chinino temendo trattisi perniciosa;
    venga qualcuno famiglia insieme dottore."  Il  duca  non  aveva  posto
    attenzione alla forma dubitativa dell'annunzio;  ella diede coraggio a
    tutti,  s'offerse di accompagnarli;  ma la duchessa che esclamava ogni
    due minuti: "Figlio mio!... Figlio mio!..." volle che restasse. Allora
    ella  prepar le valige pel marito e per la suocera,  non dimenticando
    nulla,   raccomandando  loro   di   non   lasciarla   senza   notizie,
    assicurandoli  che anche della perniciosa il chinino gi somministrato
    e le cure del dottore di Catania avrebbero sicuramente trionfato.
    All'una della notte Michele e la duchessa partirono.  Restata sola  in
    casa,  la  sua  fiducia  cominci a mancare.  Se non si fosse trattato
    d'una cosa grave,  il dispaccio,  la richiesta d'un altro dottore,  la
    chiamata dei parenti non sarebbero stati necessari. E perch non aveva
    firmato egli stesso il telegramma?...  Stringendosi al petto i bambini
    ella pregava in cuor suo: "Signore, Madonna delle Grazie, fate che non
    succeda una disgrazia!..."
    E perch col giorno,  quando Michele  e  la  duchessa  dovevano  esser
    giunti al capezzale di lui, non veniva nessuna notizia?... Ella diceva
    tra s, per darsi coraggio: "Nessuna nuova, buona nuova!..." e tentava
    raffigurarsi  i  volti  ilari del marito e della suocera nel vedere il
    fratello e il figlio sorrider loro, rassicurarli...  Perch dunque non
    rassicuravano lei stessa?  Non sapevano che anche lei era inquieta?...
    Come si rimproverava,  adesso,  il crudele egoismo che  l'aveva  quasi
    fatta  gioire  udendo  che in pericolo versava il cognato!  Non le era
    quasi fratello? Non l'amava ella di fraterno amore?... Come si perdeva
    adesso,  come si cancellava la memoria di quell'altro amore che  aveva
    nutrito per lui!  Adesso restava solo l'amico,  il parente,  colui che
    aveva tenuto al fonte della redenzione la creaturina sua!...
    E le notizie mancavano ancora.  Veniva  gente  a  chiederne,  parenti,
    amici:  ed  ella non poteva darne.  Il marchese Federico,  scotendo il
    capo, rifer d'aver sentito dire che l'imprudente giovanotto era stato
    a dormire parecchie notti nelle terre della Balata,  nel  fitto  della
    malaria:  "Ho  paura  che  sia  di  quella buona: sarebbe peggio d'una
    schioppettata." La principessa Graziella protestava: "Ma che!  Le male
    nuove le porta il vento!...  Se gli hanno dato il chinino a tempo, non
    c' pericolo!"
    Fino a mezzogiorno  non  venne  nulla.  Ella  stessa  voleva  fare  un
    dispaccio  per  sollecitar  la  risposta;  ma,  comunicata l'idea alla
    madrigna,  costei rispose che non le pareva il caso,  che  era  meglio
    aspettare.
    Nel  pomeriggio  rest  di nuovo sola.  I tristi pensieri tornarono ad
    assalirla.  Per combatterli,  per discacciarli,  si mise in  orazione.
    Pregando,  pens  alla  Beata,  alle  lampade votive ardenti nella sua
    cappella.  Con la veste che indossava,  buttatosi soltanto uno scialle
    sulle  spalle,  accompagnata  dalla  cameriera,  si  fece  portare  in
    carrozza chiusa ai Cappuccini. Sotto l'altare stava sempre la secolare
    cassa mortuaria,  l'oggetto dei suoi  terrori.  Ella  ne  sostenne  la
    vista,  giunse  le  mani,  invoc  dalla  santa  parente la salute del
    poveretto,  e ordin al sagrestano d'accendere una  lampada  perpetua.
    Tornata a casa,  non trov nulla, ma uno squillo di campanello la fece
    trasalire: forse era il dispaccio.  Era invece un  usciere  municipale
    mandato da Consalvo,  il quale voleva sapere le novit... Ella schiuse
    una finestra,  avendo bisogno d'aria.  Tornando in camera  sua,  cadde
    sopra  una  seggiola,  col  viso nascosto tra le mani.  Lo vide morto.
    Michele non le dava la notizia funesta per riguardo del suo stato. E a
    un tratto, il passato le torn tutto alla memoria: ella lo rivide come
    lo aveva conosciuto, come lo aveva amato: ud la sua voce dolce quando
    le aveva domandato: "Teresa, Teresa, mi vuoi bene?..." e con gli occhi
    aridi, con voce strozzata, ella riconobbe: "S, l'ho ucciso io!... Per
    me ha mutato vita...   andato a seppellirsi laggi...  ha trovato  la
    morte!..."
    Sorse in piedi.  Se qualcuno l'avesse udita?... Le creature dormivano;
    ella  era  sola.  E  i  dolorosi,  i  malvagi  pensieri  tornarono  ad
    assalirla. Non era stata soltanto lei, erano stati anche, e pi, tutti
    quegli  altri!  La  sua madrigna,  suo padre,  la madre di lui,  tutta
    quella gente dura,  spietata,  inesorabile,  tutti quelli che  avevano
    impedito  d'esser  felice  a lui ed a lei stessa.  Perch ella non era
    stata felice,  no,  mai!  E le davan lode per l'amore che  portava  al
    marito!  Se non l'aveva amato neppure un momento! Se le ispirava quasi
    disgusto!  Se disprezzava  la  sua  ignoranza,  la  sua  volgarit!  E
    l'avevano  sacrificata  pei loro puntigli,  pei loro capricci,  per la
    superstizione dei titoli,  per l'idolatria delle vane parole!  Pazzi e
    maligni:  aveva  ragione  Consalvo.  Egli  aveva ben fatto,  che s'era
    ribellato.   La  sciocchezza  era  stata   tutta   sua,   nell'obbedir
    ciecamente.  Colpa sua!  Anche sua!  Per obbedire, per rispettare, per
    contentare: chi? "Gli assassini di nostra madre!..."
    Con gli occhi  spalancati,  ella  trattenne  il  respiro.  Il  bambino
    l'aveva udita?...  La guardava,  coi chiari occhi sereni, lucenti come
    celesti spiracoli nella penombra della sera... Non corse a lui.  Nella
    penombra,  anche  l'argento del Crocifisso,  il vetro del quadro della
    Madonna lucevano. Perch dunque Essi permettevano queste cose?  Non le
    sapevano? Non le vedevano? Non potevano impedirle?
    La porta si schiuse: la cameriera entr esclamando:
    "Eccellenza, il telegramma!"
    Ella  lesse:  "Dottori  assicurano  superato ultimo accesso.  Riprende
    conoscenza. Siamo pi tranquilli."
    Allora ruppe in pianto.


    Il duca  torn  dopo  una  settimana.  Suo  fratello  era  entrato  in
    convalescenza,   ma   quel   giorno  dell'arrivo  lo  avevano  trovato
    boccheggiante: in un accesso di delirio aveva tentato di buttarsi  gi
    dal balcone;  quattro uomini a stento erano riusciti a trattenerlo. Un
    vero miracolo l'aveva  salvato.  Appena  in  grado  di  viaggiare,  lo
    avrebbero   riportato   a   casa  per  assicurare  la  guarigione  col
    cambiamento d'aria.
    Infatti,  pochi  giorni  dopo,  la  duchessa  madre,  restata  al  suo
    capezzale,  scrisse  chiamando  il  duca per aiutarla a trasportare il
    sofferente. Quando Teresa lo vide arrivare, curvo,  dimagrito,  con la
    barba  ispida  sul  viso giallo,  quasi non lo riconobbe.  La pace era
    tornata adesso nell'anima di  lei.  Aveva  un  istante  disperato  del
    soccorso divino,  e giusto mentr'ella dubitava,  mentre quasi accusava
    il  Signore  d'averla  dimenticata,   un  miracolo  aveva  salvato  il
    poveretto.  Ella vi riconosceva l'intercessione della Beata: innalzava
    quindi al cielo le pi fervide azioni di grazie. La lampada ardeva ora
    notte e  giorno  nella  cappella,  la  voce  del  prodigioso  soccorso
    accresceva la fama della Santa.
    Nessuna  traccia della tempesta rest pi in lei.  Dinanzi al cognato,
    debole, scarno e tremante,  ella non provava null'altro che una grande
    piet,  non  faceva  altri voti che per la sua guarigione.  Mentre gli
    prodigava  tutte  le  sue  cure,  come  una  suora,   pensava:  "Com'
    imbruttito!  Non  si riconosce pi!..." Egli lasciavasi curare come un
    bambino, senza forza, senza volont, senza memoria. Il terribile colpo
    l'aveva stordito, la fibra si rinsanguava a poco a poco, ma le facolt
    della mente erano pi tarde a ripristinarsi.  Le  fortissime  dosi  di
    chinino gli avevano quasi tolto l'udito; spesso, egli credeva d'essere
    ancora  ad  Augusta,  chiamava  la gente che aveva intorno laggi.  La
    parola era rara sulle sue labbra; lo sguardo stanco, fisso,  a momenti
    pareva cieco.
    Dopo  un  mese,  i dottori consigliarono di portarlo in montagna.  Sua
    madre lo accompagn alla Tardara.  Durante la loro assenza,  che dur
    tre mesi,  Teresa partor un altro maschietto.  In novembre, il freddo
    non permettendo pi di stare in mezzo ai  boschi,  la  duchessa  e  il
    convalescente  tornarono:  Giovannino era adesso guarito del tutto,  i
    colori della salute gli fiorivano in viso;  la mente per  era  debole
    ancora. La sua lieve sordit lo rendeva inquieto, irritabile, nervoso.
    Ora  smaniava  per  andar fuori,  per veder gente;  ora si chiudeva in
    camera,  evitando  tutti.  Spesso,  ad  una  lieve  contraddizione,  a
    un'osservazione  senza  importanza  della  madre  o  del fratello,  si
    spazientiva, rispondeva sgarbatamente;  alle volte gridava con le mani
    in  testa:  "Volete  dunque  farmi  impazzire?..."  Solo Teresa pareva
    esercitare un'influenza pacificatrice sul suo spirito  ammalato.  Come
    per virt d'un senso pi fine,  perfetto,  egli intendeva sempre tutto
    ci che diceva Teresa,  quasi leggesse le sue  parole  negli  sguardi,
    nello  stesso  movimento  delle  labbra.  Ed  a poco a poco,  per quel
    benefico influsso,  egli miglior,  guar,  riprese le abitudini  d'un
    tempo,  ricominci a vestirsi con cura, a prendere interesse alle cose
    che vedeva e udiva.  Un giorno si fece radere la barba: fu una  specie
    di  trasformazione  come quelle che si vedono al teatro: ringiovan in
    un momento, il bel ragazzo di un tempo riapparve.
    "Cos va bene!" gli disse Consalvo,  che  veniva  spesso  a  trovarlo,
    quando le sue occupazioni sindacali lo lasciavano libero.
    Egli  era  adesso  all'apogeo della popolarit: non si sentiva parlare
    d'altro che della sua intelligenza,  della sua  accortezza,  del  gran
    bene  che  faceva  al  paese: il governo l'aveva nominato commendatore
    della Corona d'Italia. Spesso, tuttavia, s'impegnavano discussioni tra
    lui e Giovannino,  poich quest'ultimo osservava che  col  sistema  di
    buttar  via  allegramente  i  quattrini  in  opere pi o meno utili le
    finanze del comune,  gi floridissime,  correvano rischio di  dare  un
    crollo.
    "Chi ne ha ne spende!" rispondeva Consalvo. "Aprs moi le dluge..."
    "Dovranno far debiti, se continuerai di questo passo..."
    "Qualcuno  li pagher.  Mio caro,  ho da farmi popolare;  mi servo dei
    mezzi che trovo.  Credi tu che questo gregge m'apprezzi per  quel  che
    valgo? S'ha da buttargli la polvere agli occhi!"
    Teresa  e  Giovannino,  nei  loro  discorsi,  parlavano sempre di lui,
    s'accordavano interamente nel giudicarlo.  Quel suo disprezzo di tutto
    e di tutti li addolorava: certo,  era un segno di forza; ma alla lunga
    non avrebbe potuto nuocergli?  Teresa,  specialmente,  credeva che  la
    forza vera fosse pi modesta,  pi riguardosa,  pi timida; il cognato
    consentiva nei suoi giudizi; per scagionava Consalvo, attribuiva quel
    che c'era di men bello in lui al sistema politico.  Doleva sopra  ogni
    cosa a lei che il fratello non avesse una fede salda e desse ragione a
    tutti  e  si  ridesse  di  tutto.  Egli  non  praticava pi,  e ci la
    crucciava infinitamente;  ma avrebbe piuttosto  preferito  una  franca
    negazione ai sotterfugi ch'egli poneva in opera.  Per Sant'Agata, alla
    testa della Giunta, con l'abito nero e le decorazioni,  egli assisteva
    alla  messa  pontificale  dinanzi  a migliaia di persone stipate nella
    cattedrale; poi dichiarava: "La mascherata  finita!"
    "Perch ci vai, allora?" gli domandava la sorella.  "E' meglio restare
    a casa, se credi che sia una mascherata."
    "E' meglio..." confermava Giovannino.
    "Se resto a casa, perdo l'appoggio dei sagrestani e dei baciapile!"
    "Ma  i  liberi  pensatori  che  ti  vedono  in chiesa," soggiungeva il
    cugino, mentre Teresa approvava col capo, "che dicono?"
    "Dicono, come me: 'Costa, il favore popolare!...'"
    No, no,  ella non voleva che suo fratello fosse cos.  E sosteneva con
    lui  discussioni  vivaci  durante  le  quali le dava della pinzochera,
    della clericale,  per finire con una raccomandazione: "Non m'inimicare
    i tuoi Monsignori!"
    Ma  i  prelati  che venivano a trovare la giovane duchessa le facevano
    anch'essi molti elogi del  fratello.  Scrollavano  un  poco  il  capo,
    veramente,  a motivo dello scetticismo di lui, ma riconoscevano le sue
    buone qualit; e "quando il fondo  buono, non bisogna disperare".  La
    frequentazione  di  quegli ecclesiastici,  l'ascolto che prestava loro
    non facevano rinunziare Teresa alle sue idee,  in  fatto  di  politica
    religiosa.   Devota  credente,   ma  non  bigotta,   ella  non  poteva
    condannare,  per  esempio,  la  soppressione  delle  fraterie,  udendo
    narrare  -  adesso che era maritata - gli scandali dei Benedettini.  E
    perch mai il Papa ostinavasi a pretendere il  dominio  temporale,  se
    Ges  aveva detto: "Il mio regno non  di questo mondo"?...  Ma simili
    opinioni,  che avrebbero fatto scomunicare ogni altra,  erano  in  lei
    tollerate dai suoi confidenti spirituali, i quali del resto le stavano
    attorno,   tiravano  partito  della  sua  piet,   dell'influenza  che
    esercitava sul fratello sindaco. Se volevano far entrare certi ragazzi
    all'Ospizio di beneficenza o certi vecchi  a  quello  di  mendicit  o
    certi  ammalati  agli  ospedali;  se  bisognava  sostenere le Suore di
    carit che gli atei volevano mandar via,  oppure ottenere a prezzo  di
    favore il terreno per gli asili cattolici;  se sorgevano contestazioni
    tra il Municipio e la curia, Teresa serviva da intermediaria, otteneva
    spesso da Consalvo quanto gli chiedeva. Ma gli scherzi, i motteggi, le
    scettiche dichiarazioni del fratello,  che diceva di concedere  quelle
    cose  per  ottenerne  il ricambio a suo tempo,  le facevano male.  Una
    volta che ella gli rimprover la mancanza  di  carattere,  le  rispose
    sorridendo:  "Mia  cara,  non  sai  la storia di quello che vedeva una
    festuca negli occhi altrui e non la trave nei propri?  Pensa un po'  a
    ci che hai fatto tu stessa!"
    Erano soli. Ella chin il capo.
    "Volevi  sposar  Giovannino,  ed  hai  preso Michele che non volevi: 
    vero,  s o no?  Ed era un atto gravissimo,  il pi grave di tutta  la
    vita,  quello che decide dell'esistenza... Hai fatto cos per mancanza
    di carattere, potrei dirti per seguire il tuo esempio.  Io dir invece
    che  l'hai  fatto  perch t' convenuto!  Il carattere,  tienlo bene a
    mente,  ci che torna conto..."
    Ella continu a tacere.  Era la prima volta che il fratello le parlava
    di  quelle  cose  intime.  Ma,  quasi per correggere ci che vi poteva
    esser d'urtante nelle sue parole, Consalvo riprese:
    "Del resto, non te ne faccio colpa. Pu darsi che sia stato meglio per
    te.  Il povero Giovannino,  dopo la malattia,  non ha pi la  testa  a
    posto..."
    "Perch?..." domand ella. "Come puoi dirlo? A me non pare..."
    "Non parr a te,  pare a tutti quelli che gli parlano.  Non vedi com'
    sempre nelle nuvole?  Guardalo quando cammina solo per le strade: urta
    i passanti, non vede le carrozze, tal e quale come suo padre..."
    "Dici davvero?"
    "L'altro  giorno,  se non erano le guardie di citt,  restava sotto un
    carro. Certe volte non ragiona, mi fa ripetere due o tre volte le cose
    prima che capisca...  Parlane  a  tuo  marito,  fatelo  curare,  state
    attenti prima che succeda una disgrazia."
    Ella  rimase  profondamente  turbata.  Le  pareva che il cognato fosse
    ristabilito  del  tutto;   nulla  le  faceva  pi  sospettare  che  lo
    squilibrio   della   sua  mente  durasse.   Ora,   aspettando  ch'egli
    rincasasse,  provava quasi un senso di paura,  come  se  veramente  un
    pazzo  stesse  per  venirle  dinanzi.  Ma  vedendolo rientrare sereno,
    sorridente, con un cartoccio di dolci pei bambini, con una quantit di
    notiziole per lei,  ella fu certa che Consalvo s'ingannava,  o  almeno
    che esagerava sicuramente.
    "Sai," gli disse la prima volta che rest sola con lui, "i tuoi timori
    sono ingiustificati; Giovannino non ha nulla..."
    Consalvo  scosse il capo;  ma come Teresa insisteva dimostrandogli che
    in casa il giovane non dava alcun  sospetto,  che  con  lei  ragionava
    benissimo, egli si lasci scappare, con aria di galanteria:
    "Credo che stia bene... con te."
    A   quelle  parole,   repentinamente,   prima  ancora  che  ne  avesse
    considerata la significazione,  una vampa  le  sal  al  viso.  Voleva
    rispondergli,  dirgli  che lo scherzo era sconveniente e indegno,  che
    quelle parole contenevano un sospetto ingiurioso ed infame, chiedergli
    di spiegarle meglio,  costringerlo a disdirle...  ma tutte quelle idee
    passavano  ratte  come  lampi per la sua mente,  ed ella restava muta,
    soffocata,   avvampante,   non  udendo  pi  nulla  dei  discorsi  del
    fratello...  Quando si trov sola prov a ragionare.  Che aveva voluto
    dire Consalvo? Era possibile che sospettasse di lei? E se anche avesse
    accolto un sospetto di  quel  genere,  sarebbe  venuto  ad  esprimerlo
    dinanzi a lei?...  No,  era uno scherzo,  un'allusione sconsiderata ma
    innocente a quel che c'era stato un tempo...  Ma perch non aveva ella
    risposto  subito,  dichiarando che quelle parole erano fuori di luogo?
    Perch era rimasta cos turbata,  perch la  sua  inquietudine  durava
    ancora,  adesso  che  ella  si  prendeva  la  testa  fra  le mani e si
    rivolgeva tutte quelle domande?...  Aveva  taciuto  perch  era  stata
    colta in fallo?...  Suo cognato, dunque, era inquieto lontano da lei e
    non ragionava,  per causa di lei?  E allora per qual virt,  quando le
    stava  dinanzi,  era sorridente e sereno?...  Ed ella,  che cosa aveva
    fatto  perch  ci  fosse  possibile?  Lo  aveva  curato,   gli  aveva
    dimostrato   il   bene   fraterno   che   gli   voleva,   s'era  valsa
    dell'ascendente  che  esercitava  su  lui  per  guarirlo...   E   poi?
    Nient'altro!...  Nient'altro!...  Il  Signore  le  era  testimonio!...
    Nulla,  come suo fratello!...  Perch dunque le  parole  del  fratello
    suo?...  Forse perch c'era stato qualcosa fra loro,  un tempo,  tanto
    tempo prima? Perch Giovannino non le era fratello di sangue?...  E un
    dubbio  atroce le pass per la mente: "Se quello che ha detto Consalvo
     ripetuto dagli altri?..."
    Lo stupore dominava quella tempesta di dubbi,  di paure,  di proteste.
    Come mai, se ella era innocente non solo di atti ma anche di pensieri,
    Consalvo  aveva  potuto  pensare  al  male  o  solamente rammentare il
    passato ch'ella credeva morto e sepolto?  Come  mai?...  Perch?...  E
    vedendo rincasar Giovannino,  udendolo discorrere seduto accanto a lei
    alla tavola comune,  ella comprese: perch vivevano  adesso  sotto  lo
    stesso  tetto,  perch erano tutto il giorno insieme,  perch uscivano
    insieme in carrozza, perch ella lo ritrovava in casa del padre, delle
    zie, da per tutto dove andava...  No,  non s'era accorta ancora che la
    loro intimit fosse giunta a tal segno, o piuttosto non aveva compreso
    che  quell'intimit potesse far nascere un sospetto orribile;  ma ecco
    che la sua mente cominciava a rischiararsi: s,  non le era  fratello,
    era un estraneo, un uomo che ella aveva amato altra volta... Bisognava
    dunque che egli andasse via,  che se ne stesse lontano, come nei primi
    anni del matrimonio, come prima della malattia... S, andarsene via...
    E ad un tratto ella comprese una cosa pi terribile di tutte: che  ci
    era impossibile, perch ella lo amava. All'idea di non vederlo pi, al
    pensiero di rompere quella cara e dolce comunione di anime, ella sent
    lacerarsi  il  cuore.  E poich non pi lampi interrotti,  ma una luce
    cruda illuminava adesso il suo pensiero,  ella riconobbe  che  non  lo
    amava soltanto per la compagnia spirituale,  ma tutto,  anima e corpo,
    come prima, come sempre...
    Suo marito s'era fatto pi grasso  e  pi  goffo,  aveva  perduto  gli
    ultimi  capelli: il suo cranio lucido le faceva ribrezzo.  All'idea di
    passar la mano  sulla  chioma  folta  e  odorosa  di  Giovannino  ella
    tremava...   perch  s'accordavano  nei  giudizi,   nei  gusti,  nelle
    opinioni? Perch si amavano!...  Perch ella sola,  nel tempo che egli
    soffriva,  era  stata  buona  a sedare lo spirito inquieto?  Perch si
    amavano!... S'amavano,  voleva dire che erano infami!  Tanto pi degni
    d'eterna  dannazione,  quanto  pi sacri erano i vincoli che avrebbero
    dovuto rispettare!... Lei, la santa!... la santa!...
    Ed alla sua mente atterrita parve che il peccato fosse commesso, senza
    pi scampo.  Tutte le volte  che  Giovannino  le  stava  vicino,  ella
    tremava come dinanzi al testimonio ed al complice della propria colpa.
    Lo evitava, non lo guardava pi in viso, smaniava quand'egli teneva in
    braccio i nipotini,  baciandoli lungamente, avidamente, quasi baciasse
    lei stessa,  una parte della sua  carne...  "Che  avete,  Teresa?"  le
    domandava  egli;  e  l'imbarazzo,  la  freddezza di lei divenivano pi
    grandi, poich non le diceva pi cognata, ma la chiamava per nome,  ed
    ella  stessa  lo  chiamava  per  nome,  tanto  la  loro intimit s'era
    stretta. Michele, la suocera cominciavano a notare anch'essi il mutato
    umore di lei e non sapevano a che attribuirlo, o lo mettevano in conto
    di un malessere  indefinibile  di  cui  ella  lagnavasi.  Se  avessero
    saputo!... Se avessero scoperto!...
    Quando  giunse  al  parossismo,  il  suo terrore si risolse,  come una
    febbre. Che potevano scoprire? Quali atti, quali parole, quali sguardi
    d'intelligenza? Era mai accaduto nulla fra di loro, un giorno, un'ora,
    un minuto,  che li avesse costretti ad arrossire?  Dov'era  la  colpa,
    fuorch  nel  pensiero?  Ed  era ella proprio sicura che egli nutrisse
    come lei il pensiero peccaminoso? Che prova diretta ne aveva? Quel suo
    spavento,  al contrario,  la repulsione che ora  gli  dimostrava,  non
    potevano  essere  gli  unici  indizi  denunziatori?  E  a poco a poco,
    sforzandosi a ragionare, quetossi.  Egli sarebbe andato via,  il tempo
    avrebbe  ancor  una  volta spento il fuoco divampante a tratti nel suo
    cuore, come gl'incendi vulcanici...


    Un improvviso peggioramento del  padre  la  aiut  a  dimenticare.  Il
    tumore,  scomparso  da un pezzo nel punto dov'era passato il ferro del
    chirurgo,  riappariva  nuovamente  pi  a  destra,   verso  l'ascella.
    L'infermo,  appena  accortosi della nuova formazione maligna,  ebbe un
    cos formidabile accesso di furore impotente,  che lo spavento gel le
    anime dei suoi.  Ella accorse,  pass intere giornate al capezzale del
    disperato,  sopport pazientemente tutti gli scoppi  del  suo  livore,
    allevi  le  pene  della  madrigna.  I dottori,  al momento opportuno,
    s'apprestavano a tagliare,  a bruciare;  anche questa volta  l'infermo
    url  che  non voleva.  "Vogliono ammazzarmi!  Non sono dottori,  sono
    macellai!..  Li pagate per ammazzarmi,  per liberarvi di me!..." E nel
    delirio,  buttava  via a un tratto la maschera dello zelante cattolico
    timorato di Dio, orribili, sconce bestemmie gli uscivano dalle labbra.
    La principessa si turava le  orecchie,  Teresa  alzava  gli  occhi  al
    cielo;  i Monsignori per affermavano: "Non  lui quello che parla,  
    il male_ Egli non sa ci che dice..." Ma,  scorgendo  le  vesti  nere,
    l'infermo  gridava:  "E voialtri corvacci,  che volete?...  Fiutate la
    carne umana, corvacci?... Via di qua!... Via di qua!..." La crisi fin
    con un pianto dirotto.  Egli promise Messe alle anime del  Purgatorio,
    ceri  e  lampade  a  tutte  le Madonne e a tutti i Crocifissi,  chiese
    perdono ai suoi,  scongiurando  che  non  lo  abbandonassero.  Teresa,
    inginocchiata  al  suo  capezzale,  lo  indusse  a  lasciarsi  operare
    un'altra volta.
    "Fate... fate come volete...  Ma non mi lasciate!...  Per carit,  per
    l'anima di tua madre! non mi lasciare..."
    Ella assist al macello. Dapprima, la vista del padre che per l'azione
    del cloroformio,  sotto la maschera di feltro,  s'agit,  rise,  disse
    parole incomprensibili, poi si quet, impallid, parve morto,  le gel
    il sangue nelle vene; ma ella fece forza a se stessa per non essere di
    impaccio ai dottori;  e con straordinaria tensione della volont vinse
    i propri nervi.  Ma alla vista  dei  ferri,  alle  zaffate  dell'acido
    fenico che si mescolavano alle esalazioni dell'anestetico, un senso di
    freddo le sal al cuore,  un moto di nausea le pass per la gola,  e a
    un tratto le parve che tutte le cose girassero.
    "Vada via!  Vada via!..." le diceva il chirurgo quando torn in sensi;
    ma ella scosse il capo: aveva promesso, rest.
    Non vedeva la piaga,  ma il gesto circolare che l'operatore faceva col
    braccio,  il sangue che sprizz sui grembiali  del  chirurgo  e  degli
    assistenti,  che  macchi  il  letto  e  il  pavimento,  che  fece pi
    disgustoso l'odore dell'aria.  Quanto sangue!  Quanto  sangue!  Se  ne
    colmavano  le  catinelle;   vuotate,   si  ricolmavano...  Ella  stava
    dall'altro lato del letto,  tenendo una mano del  padre,  fredda  come
    quella  d'un  cadavere.  Non  poteva  n  pregare  n  pensare,  vinta
    dall'orrore:  una  sola  idea  occupava  il   suo   spirito:   "Quando
    finiranno?... Non finiranno pi?..."
    Non finivano mai. Come un artefice alle prese con la materia inerte da
    ridurre   alla  forma  prestabilita,   il  chirurgo  tagliava  ancora,
    recideva,  raschiava;  lasciava uno strumento e ne pigliava un  altro,
    poi riprendeva il primo,  calmo, freddo, attentissimo. Ed un incidente
    prolung l'attesa, ritard l'operazione. Una goccia del putrido sangue
    cadde sulla mano scalfita dell'assistente; perch quell'uomo non fosse
    avvelenato accesero il termocauterio,  il platino rovente  fu  passato
    sulla sua mano;  s'ud il frizzo della carne bruciata,  l'aria divenne
    mefitica.
    Dopo un'ora, tutto fin. Lavate le macchie, fasciata la piaga, riposti
    gli strumenti nelle custodie, il principe fu destato. Il primo sguardo
    del padre, cieco ancora, ancora morto,  accrebbe il terrore di Teresa.
    Nondimeno,  ella  attese  il  ritorno  della  vita;  disse  al  padre,
    sorridendogli, stringendogli la mano:
    "E' fatto... tutto  andato benissimo... Non  vero, dottore?..."
    Ma ad un tratto ogni forza l'abbandon.  Suo marito,  entrato  con  la
    principessa e gli altri parenti, la port via, in una sala lontana. Il
    dottore venne a dire, con tono d'autorit:
    "Volete s o no andarvene a casa,  adesso?...  Andate a riposarvi: qui
    non c' pi nulla da fare..."
    Non ebbe la  forza  di  rientrare  neppure  un  istante  nella  camera
    dell'infermo;  volle  per  che Michele restasse,  per recargliene pi
    tardi le nuove. Scese le scale barcollando,  appoggiata al braccio del
    dottore,  e  si  lasci  cadere sul sedile della carrozza.  E mentre i
    cavalli correvano,  e l'aria smossa le vivificava il petto,  anche  lo
    spirito  liberavasi finalmente dalla lunga oppressione.  Ella pensava:
    "Quanti dolori!  quante miserie!" Che valevano al padre le  ricchezze,
    l'impero  ai  quali aveva tanto tenuto?  Non avrebbe dato tutto per la
    salute?...  Ed era condannato!  Quell'operazione  era  quasi  inutile:
    l'ascesso  sarebbe  riapparso  altrove...  E contro quella povera vita
    rsa dal male,  un giorno,  un momento,  in cuor suo - non  a  parole,
    Signore,  col solo pensiero; ma con un pensiero egualmente colpevole -
    contro quella povera vita ella s'era ribellata... Perch?...  Come era
    stato  possibile?...  Se  egli aveva torti,  adesso li pagava,  con un
    supplizio atroce. E se aveva torti, toccava a lei giudicarlo? Egli non
    aveva posto opera a farla felice:  poteva  giudicarlo  per  ci?...  E
    dov'era  la  felicit?  Sarebbe  ella stata felice altrimenti?  Chi sa
    quali altri dolori! Quante miserie!...  E sempre il gesto del chirurgo
    che incideva la viva carne le stava dinanzi agli occhi...  Pensava suo
    padre a queste cose?  Riconosceva  d'essersi  ingannato?...  Ella  non
    doveva  giudicarlo;  ma  perch  dunque  le tornavano a mente tutte le
    accuse che aveva udito ripeter contro di  lui:  che  era  stato  duro,
    falso,  violento;  che  aveva  spogliato  le  sorelle e i fratelli,  e
    falsificato il testamento del monaco,  e lasciato morire accattando lo
    zio,  e amareggiato la vita e affrettato la morte della moglie,  della
    madre di lei?..  Erano vere queste cose?  Era egli cos tristo?...  Se
    l'invidia,  la malignit lo avevano calunniato,  quanto pi tristo era
    il mondo? Che tristo e orribile mondo,  quello dove l'odio tra padre e
    figlio  poteva  allignare!...  Egli  non  voleva  veder  Consalvo;  il
    sacrifizio di lei  era  stato  dunque  inutile!  Sarebbe  morto  senza
    vederlo, bestemmiando e piangendo... Che mondo di tristezza, che mondo
    di   miseria!...   Allora,   rapidamente,   quasi  i  cavalli  che  la
    trascinavano la trasportassero indietro nel  tempo,  ella  pens  alla
    bada,  dove,  fanciulla,  s'era sentita opprimere,  come ad un sicuro
    rifugio, a un porto riparato dalle tempeste. Beata, s,  la zia monaca
    che  passava  i  suoi  giorni,  tutti  eguali,  tra  le preghiere e le
    semplici cure della santa casa,  fuor della vista del male,  al sicuro
    dalle tentazioni, dagli errori e dalle colpe. Ella pensava: "Perch ho
    avuto  paura  del monastero?...  Cos vi fossi entrata per sempre!..."
    L'imaginazione dolente riconosceva adesso che la  verit  era  l,  in
    quel silenzio,  in quella solitudine, in quella rinunzia. "Vi entrerei
    ora?" chiedeva a se stessa; e rispondeva: "Ora,  all'istante!" Che era
    la  vita  se  non  l'aspettazione della morte?  Perch avrebbe provato
    repugnanza per la solitudine,  la rinunzia,  il  silenzio  della  vita
    claustrale,  se  ella sentivasi sola,  spaventosamente sola,  se aveva
    rinunziato a tante cose che le erano state a cuore,  se  le  voci  del
    mondo erano tristi e dolorose? "Se io non fossi nata?..."
    Un  brivido  di  freddo  l'assal  quando  la  carrozza arrestossi nel
    cortile di casa sua.  E i suoi figli?  Aveva dimenticato i suoi figli?
    Quando  li ebbe stretti al petto,  la lunga agitazione del suo spirito
    si risolse in pianto.  Ed in quel punto ella ud una  voce,  una  voce
    viva, dolce e pietosa:
    "Teresa,  che  avete?...  Com'  andata?...  Sta  male?..."  Non  pot
    rispondere; il pianto la strozzava.
    "Teresa!...  Per l'amor di Dio,  non v'angustiate cos!  Voi che siete
    tanto  forte!...  L'operazione  non   riuscita?  S?...  E allora?...
    Andiamo,   Teresa,   siate   ragionevole!...    Guarir,    vedrete...
    Poveretta!...   Ha   ragione...   Ma  ora  basta!   Basta,   Teresa...
    Sentitemi... ditemi... Michele non  venuto con voi?..."
    Ella rispondeva a cenni col  capo.  Voleva  dirgli  di  tacere  perch
    quella  voce  dolce,  quelle parole buone accrescevano la tempesta del
    pianto, perch quella soave piet le rivelava la propria miseria.  No,
    ella non era forte; era debole, timida, fragile; non poteva dare aiuto
    agli altri; aveva ella stessa bisogno d'appoggio e di soccorso.
    E la caritatevole voce diceva ancora:
    "Poveretta!  Poveretta!...  Fatevi  animo...  Sono qui i vostri figli;
    guardateli,  guardate come sono belli...  Fatelo per amore  di  questi
    angioletti,  non  v'ammalate  anche voi...  E la mamma che non c'!...
    Volete vostro fratello?  Volete che lo mandi a chiamare?...  Dite  che
    cosa volete; son qua io..."
    Ed  il  suo  braccio la cinse,  la sua tempia sfior la tempia di lei.
    Ella piangeva ancora,  ma di tenerezza,  non di dolore: dopo  l'orrore
    che  aveva  visto,  dopo  le tristezze che aveva pensate,  l'anima sua
    aveva bisogno di conforti, e le confortanti parole le scendevano soavi
    all'anima come un balsamo.  Avendo pensato d'esser sola al  mondo,  di
    non aver nessuno che l'intendesse,  abbandonavasi ora,  con la trepida
    volutt della debolezza,  a quella forza,  a quella simpatia.  Egli le
    asciugava gli occhi,  le divideva sulla fronte i capelli scomposti. La
    sua mano tremava.
    "Cos..." mormorava, "basta cos..."
    Le pass nuovamente il braccio attorno alla vita, le prese una mano. I
    singhiozzi che le sollevavano il seno ambasciato facevano pi  stretto
    l'abbraccio. La baci in fronte.
    Ella si liber dalla stretta e levossi. La duchessa sopravveniva.


    Da  quel  momento,  entrambi  lessero il pensiero della colpa nei loro
    sguardi.  Evitavano di guardarsi,  ma il pensiero persisteva,  come se
    qualcuno,  le stesse mute cose lo esprimessero. Se la mano, se l'abito
    dell'una sfiorava quello dell'altro,  le fronti arrossivano,  le menti
    si turbavano.  Ella non pensava pi a suo padre che se ne moriva,  non
    ai suoi figli.  Alla tentazione,  soltanto,  sempre.  And a  gettarsi
    dinanzi  alla  Beata:  la lampada votiva ardeva perennemente,  come la
    fiamma che struggeva il suo cuore.  Non valsero le preghiere:  nessuno
    le udiva. Nulla valeva. Ella pensava: "Sar oggi... sar domani..."
    Suo marito le disse una volta:
    "Giovannino  m'inquieta...   torna  ad  esser  turbato  come  dopo  la
    malattia, hai visto?"
    Ella non aveva visto nulla: stupivasi  come  non  si  fossero  accorti
    ancora dello smarrimento suo proprio.
    "Non  parla,  non  ride,  pare  che  ricominci  a  tormentarlo qualche
    fissazione... Che possiamo fare?"
    Che potevano fare?
    Un giorno, a tavola, Giovannino annunzi:
    "Parto per Augusta."
    Era la salvezza, ella pensava che era la salvezza,  mentre la duchessa
    e Michele esclamavano:
    "Un'altra volta?  Per prendere una recidiva? In questa stagione?... Di
    qui non ti lasceremo partire!"
    Ella pensava che era la salvezza; e come Michele le domand:
    "E' vero che non pu partire?"
    "E' un'imprudenza..." rispose.
    Egli alz lo sguardo su lei.  Non si guardavano negli occhi  da  tanto
    tempo.  Allora  ella  ebbe paura: quegli occhi spalancati,  fiammanti,
    terribili, gli occhi del folle, ripetevano a lei: "Volete dunque farmi
    impazzire?"
    E rimase. Ma divenne un selvaggio. Ella s'accorse subito della pazzia,
    perch era rivolta contro di lei.  La evitava,  non  le  rivolgeva  la
    parola.  Quando  gli  presentavano  i  bambini  li  respingeva,  quasi
    toccasse lei stessa nel toccar la carne della sua carne. Una terribile
    misantropia lo assal,  non and pi fuori: un  giorno,  costretto  ad
    uscire, non rincas. Torn il domani: non si seppe dov'era stato.
    Quel giorno ella fu chiamata, all'alba, dalla principessa. Il principe
    Giacomo  era agli estremi;  il sangue avvelenato incancreniva a poco a
    poco tutto il suo corpo.  La mattina  prima,  con  grande  stupore  di
    tutti, egli aveva mandato a chiamare
    Consalvo.  Voleva  fare  un  ultimo  tentativo  per  indurlo a prender
    moglie; la paura della iettatura cedeva dinanzi alla suprema necessit
    di assicurare la discendenza.  Nella mente  superstiziosa,  indebolita
    ancor  pi  dal male,  il matrimonio del figlio era d'altronde l'unico
    mezzo di togliergli quel funesto potere. Ammogliato,  stabilito in una
    casa  propria,  padrone  d'un  assegno e della dote della moglie,  non
    avrebbe avuto ragione di augurare corta vita al padre.
    Consalvo venne subito,  s'inform  premurosamente  della  sua  salute,
    sedette al suo capezzale. Il principe spieg
    "T'ho  fatto  chiamare  per  dirti  una cosa..  E' tempo che tu prenda
    moglie."
    "Pensi Vostra Eccellenza a guarire!" esclam Consalvo. "Poi si parler
    di questi negozi."
    "No," insist il principe.  "Devi prender moglie ora..." Non aggiunse:
    "Perch io sto per morire..."
    Consalvo fren un moto di fastidio
    "Ma  che teme Vostra Eccellenza?...  Che la nostra razza si spenga?...
    Non dubiti... prender moglie, glielo prometto... Mi lasci per un po'
    di tempo...  Vuole che io ne prenda l'impegno in  iscritto?"  aggiunse
    sorridendo. "Sono pronto!... E' contenta?..."
    L'infermo tacque un poco; poi riprese con voce breve:
    "Voglio che tu non perda tempo... Ha da esser ora."
    "Oggi,  subito,  all'istante?..." continu Consalvo con lo stesso tono
    di scherzo.
    "Ora... o te ne pentirai!"
    Egli nascose pi difficilmente un moto di ribellione.
    "Ma,  santo Dio,  che fretta ha mai Vostra Eccellenza...  Neanche s'io
    fossi  una  ragazza che invecchiando corresse il rischio di non trovar
    pi partiti!  Ho appena ventinove anni;  posso aspettare ancora,  fare
    una  buona  scelta.  Ai  tempi  di  Vostra Eccellenza davano moglie ai
    ragazzi di diciott'anni;  ora le idee sono altre.  Non  dico  che  col
    sistema antico riuscissero cattivi mariti e padri... ma, come si pensa
    oggi,  come  penso  io,  bisogna aver acquistato una larga esperienza,
    essere nella pienezza della vita prima di dar la vita ad altri.  Forse
    sbaglier;  ma a prender moglie ora, le assicuro che farei infelice la
    mia compagna e sarei infelice io stesso.  Mi  pentirei  se  ascoltassi
    Vostra  Eccellenza.  Vorrei  farla  contenta,  se  l'obbedienza al suo
    desiderio non portasse conseguenze troppo gravi a me e ad altri..."
    Finch il figlio parl,  sfoggiando la sua eloquenza,  il principe non
    disse  una  parola.  Quando  Consalvo  and  via,  egli  s'afferr  al
    campanello e son disperatamente; e la principessa, le persone accorse
    lo trovarono in uno stato da fare spavento.
    Pallido come fosse gi morto, con le mascelle contratte, con le coltri
    strettamente afferrate tra le mani adunche:
    "Il notaio! Il notaio! Il notaio!" mugolava.
    Ad ogni parola dei familiari  che  gli  domandavano  che  avesse,  che
    tentavano calmarlo, mugolava, come un cane arrabbiato:
    "Il notaio!... Il notaio!... Il notaio!..."
    Teresa  lo  trov in quello stato.  Non si chet se non prima venne il
    notaro.  E allora disered il figlio.  Solamente nell'impeto dell'ira,
    per vendicarsi,  aveva potuto indursi a dettare le sue ultime volont.
    E,  arrestando con rauche grida le osservazioni del vecchio notaro che
    non credeva alle proprie orecchie e cercava richiamarlo alla ragione e
    impedire quella mostruosit, dett:
    "Nomino  erede universale di tutto il mio patrimonio,  di tutto il mio
    patrimonio,  mia  figlia  Teresa  Uzeda  duchessa  di  Radal...   con
    l'obbligo  che  faccia  precedere  il  cognome  dei suoi figli dal mio
    casato, chiamandoli Uzeda Radal di Francalanza... e cos per tutta la
    discendenza, sino alla fine..."
    "Eccellenza..."
    "Scrivete!... Lascio a mia moglie Graziella principessa di Francalanza
    il mio palazzo avito...  con l'obbligo espresso,  espresso,  scrivete:
    espresso, che vi dimori essa sola, vita natural durante..."
    "Signor principe!..."
    "Scrivete!..." E continu a dettare i legati alle persone di servizio,
    ai parenti per il corrotto,  alle chiese per le messe, ai preti per le
    elemosine; e non una sola parola, non un accenno a quel figlio. Ordin
    che i funerali fossero celebrati col decoro competente  al  suo  nome,
    che  il  suo  corpo fosse imbalsamato;  ma a mano a mano che esprimeva
    queste intenzioni,  la sua voce s'arrochiva,  gli  spiriti  vitali  lo
    abbandonavano: quando fin, parve al notaio che l'ultimo momento fosse
    giunto davvero.  Ma allora l'infermo si rianim,  prese il foglio,  lo
    rilesse parola per parola e  lo  firm.  Quando  le  ultime  formalit
    furono  compite,  quando  il  testamento  fu  chiuso,  quella violenta
    eccitazione venne meno a un tratto.  Egli aveva parlato della  propria
    morte!  Aveva dettato le ultime volont! Aveva provveduto ai funerali!
    Egli era iettatore di se stesso!  Non  gli  restava  pi  che  morire!
    Nessuno  gli  cav pi una parola: immobile,  tetro,  serr gli occhi,
    aspettando.
    Il notaio era gi corso dal duca:
    "Il principino diseredato!  Messo fuori di casa!  Erede universale  la
    figlia!  Il palazzo alla madrigna!...  E quando mai s' vista una cosa
    simile?... La casa Francalanza  proprio finita?...  Pensateci voi!...
    Riparate lo scandalo!... Persuadete quel pazzo!..."
    Il duca, in quei giorni, aveva da fare: la tredicesima legislatura era
    stata chiusa,  i comizi convocati per il 26 maggio. Deciso a ritirarsi
    se lo avessero nominato senatore, egli ripresentavasi ancora una volta
    perch la nomina non voleva venire.  E tra  la  devozione  dei  vecchi
    amici,   tra  l'indifferenza  sfiduciata  di  quanti  speravano  nella
    promessa riforma elettorale per sbarazzarsi di lui, la sua candidatura
    non andava peggio delle altre volte: Giulente,  credutosi sul punto di
    ottenere  il posto,  tornava a battersi per lo zio.  Nonostante le sue
    occupazioni,  udite le notizie portategli dal notaio,  il duca accorse
    al  palazzo;  ma  il principe aveva dato ordine di non lasciar entrare
    anima viva. And allora in cerca di Consalvo. Questi era al Municipio,
    dove presiedeva, nella sala della Giunta, una riunione d'ingegneri per
    una  nuova  opera  che  aveva  divisata:  la  costruzione  di   grandi
    acquedotti  destinati a dotar d'acqua la citt.  Udendo che suo zio lo
    chiamava,  chiese permesso agli astanti e and  a  riceverlo  nel  suo
    gabinetto.
    "Non  sai  che  succede?" esclam piano il duca,  ma con aria grave ed
    inquieta; e gli rifer ogni cosa.
    "Ebbene?" rispose Consalvo, arricciandosi i baffi.
    "Come,  ebbene?...  Ma va' a  gettarti  ai  suoi  piedi!...  Chiedigli
    perdono!... Arrenditi una buona volta..."
    "Io?...   Perch?..."  E  con  un  sorriso  ambiguo,  soggiunse:  "Pu
    togliermi quel che mi d la legge? No?... Faccia del resto ci che gli
    pare!"
    Lo zio rest a guardarlo,  interdetto,  non comprendendo.  Era  dunque
    vero?  Quell'Uzeda non somigliava a tutti gli altri?  Quando gli altri
    litigavano,  s'azzuffavano,  passavano sopra a tutti gli scrupoli e  a
    tutte  le leggi pur di far quattrini,  quello l restava indifferente,
    sorrideva udendo che era diseredato?
    "Ma tu non pensi a ci che perdi!...  Il palazzo lasciato a sua moglie
    per  cacciartene  via?...  Non  capisci  questa  cosa?...  Non  te  ne
    duole?..."
    Consalvo lasci che lo zio dicesse; poi rispose:
    "Vostra Eccellenza ha finito?...  Sappia che  la  legittima,  cio  un
    quarto  del  patrimonio,  mi  basta,  anzi  mi  soverchia.  Quanto  al
    palazzo..." egli tacque un poco,  perch questo veramente gli  coceva:
    il  principe aveva saputo portare il colpo,  "quanto al palazzo,  case
    non ne mancano,  e coi quattrini  se  ne  fanno  di  pi  belle  della
    nostra...   Adesso   Vostra   Eccellenza   permetta:   la  commissione
    m'aspetta."
    E la notizia si diffuse per la citt. Ad una voce, in alto e in basso,
    il principe fu biasimato.  Antipatia e odio contro il  figliuolo,  sia
    pure;  ma  fino  a  questo  punto?...  L'anima  a  Dio e la roba a chi
    spetta!...  Non  si  rammentava  egli  dunque  che  anche  la  vecchia
    principessa  sua madre lo aveva odiato,  ma che,  nondimeno,  lo aveva
    trattato come il prediletto?..  La cosa era solo possibile  in  quella
    gabbia  di matti.  Pazzo il padre e pazzo il figlio!  Ma i fautori del
    principino esclamarono: "Vedete il suo disinteresse?... Per esser uomo
    di carattere,  per non transigere,  perde un patrimonio,  e non gliene
    importa niente!"
    Ma se tutti,  universalmente, biasimavano il principe, tra la servit,
    tra i familiari,  tra i lavapiatti regnava una vera costernazione.  La
    casa  Francalanza finita!  Le ricchezze alla femmina!  Il palazzo alla
    moglie!  Era venuta dunque la fine del mondo?...  E una  sola  persona
    durava fatica a nascondere la propria gioia: la duchessa Radal madre.
    La  sostanza  che si riuniva nelle mani del suo primogenito era dunque
    immensa! Il duchino non avrebbe potuto contare le proprie rendite.  Se
    Giovannino  non  si  fosse  ammogliato - e lei c'era per questo!  - la
    ricchezza del futuro duca avrebbe dato le vertigini!...  Ella quasi le
    provava,   non   comprendeva  come  Michele  restasse  indifferente  a
    quell'annunzio, come le dicesse:
    "Mamma,  non penso a questo...  Penso a Giovannino...  Non lo  vedete?
    Cupo, taciturno, certi giorni mi fa spavento..."
    Ella  non  vedeva  nulla,  era  persuasa  che  Michele esagerasse;  la
    soddisfazione le si leggeva negli occhi,  si manifestava ad ogni atto,
    ad  ogni  parola.  E  Teresa la guardava,  non comprendendo.  Sola fra
    tutti, ella non sapeva del testamento del padre.
    Non udiva i borbottii dei parenti,  non comprendeva le allusioni della
    gente.  Aveva  un  fuoco  ardente  nel  petto,  un chiuso fuoco che la
    consumava a poco a poco...  Perch non lo aveva  lasciato  andar  via?
    Perch  non aveva stornato la tentazione?  E gli occhi di lui dicevano
    sempre: "Volete dunque farmi impazzire?..."
    Ella non poteva n udire n comprendere nulla,  sotto  il  peso  della
    tragica  fatalit  che  sentiva  aggravarsi  tutt'intorno.  A  momenti
    pregava che l'agonia del  padre  durasse,  perch  solo  quell'agonia,
    quello  spavento  di  morte  la distoglieva dal pensiero cocente.  Che
    sarebbe avvenuto dopo la morte del  padre?...  Poi,  vedendo  l'atroce
    supplizio del principe, s'incolpava di quella preghiera inumana...
    Il principe moriva a pezzo a pezzo,  tra bestemmie e preghiere, scoppi
    di furore e di pianto.  Ora aveva paura di restar solo,  ora la  vista
    della  gente  sana  lo  rendeva  furibondo.  Nominata erede la figlia,
    respingeva anche lei,  poich,  dovendo ereditare,  anche  lei  doveva
    affrettar  coi  voti  la  sua  morte.   Nessuno  gli  parlava  n  del
    testamento, n di null'altro: bisognava,  per accontentarlo,  che egli
    stesso  avviasse  un  discorso.  Pi spesso,  la sua porta era chiusa:
    nessuno poteva penetrare fino a lui.
    E una notte un servo corse  in  casa  Radal:  il  principe  era  agli
    estremi.   La  notizia  fu  comunicata  al  barone  Giovanni,   perch
    avvertisse il fratello che dormiva con la moglie.
    "E come si fa?...  Come si fa?..." balbettava egli,  in  preda  a  una
    confusione straordinaria.
    And  finalmente  a chiamare la madre.  La duchessa corse nella camera
    maritale;  all'improvvisa apparizione Teresa,  che non dormiva pi  da
    tanto  tempo,  sent  un  gran  freddo  serpeggiarle  pel corpo.  "Mio
    padre?..." e, cacciato un grido, cadde riversa sul letto.  La duchessa
    scosse il duca Michele per destarlo dal sonno greve, e corse a cercare
    un cordiale. La cameriera e la balia accorsero anch'esse.
    Nella  stanza  attigua  il  barone pareva istupidito.  Suo fratello lo
    chiamava,  le persone di servizio gli dicevano,  passando e ripassando
    in fretta: "La povera duchessina!... Venga anche Vostra Eccellenza..."
    ma  egli  guardava  la  soglia  della camera nuziale con occhio fisso,
    dilatato, come se ci vedesse qualche cosa di orribile.
    "Giovannino!" grid a un tratto il duca.
    Egli entr. Era distesa sul letto, con le braccia nude,  il seno nudo,
    i capelli d'oro diffusi sul guanciale,  le labbra dischiuse, gli occhi
    rovesciati.
    "Aiutami a sollevarla..."
    Era rigida come una morta. Egli la sollev per le ascelle.  Come se le
    mani gli scottassero,  si mise a scuoterle.  Tremava. Tremavano tutti,
    perch la notte era glaciale.
    "Riprende i sensi," annunzi la duchessa.
    Allora egli s'allontan, and a mettersi dietro la finestra dell'altra
    stanza.  Mezz'ora dopo uscirono tutti e tre: la suocera  e  il  marito
    reggevano Teresa; Michele disse al fratello:
    "Tu va' a letto... Fa freddo... Torner appena potr."
    In  casa  del principe c'era tutta la parentela.  Consalvo stava nella
    Sala Gialla con gli zii;  al capezzale  del  morente  c'eran  solo  la
    principessa  e  lo  zio  duca.  Teresa  and  a  mettersi accanto alla
    madrigna.
    "E'  meglio  che  finisca,"  dicevano  nella  Sala   Gialla,   "soffre
    troppo..."
    Consalvo non diceva nulla. Pensava impaurito a quel male terribile che
    un  giorno avrebbe potuto rodere,  distruggere il suo proprio corpo in
    quel momento pieno di vita.  Era il sangue  impoverito  della  vecchia
    razza che faceva,  dopo Ferdinando,  un'altra vittima precoce,  poich
    suo padre aveva appena cinquantacinque anni.  Sarebbe anch'egli  morto
    prima del tempo,  prima di conseguire il trionfo,  ucciso da quei mali
    terribili che ammazzavano gli Uzeda giovani ancora?  Suo padre avrebbe
    dato tutte le proprie ricchezze per vivere un anno, un mese, un giorno
    di  pi.  Che  avrebbe  dato  egli  stesso,  perch nelle proprie vene
    scorresse il sangue vivido e sano di un popolano?...  "Niente!..."  Il
    sangue  povero  e corrotto della vecchia razza lo faceva quel che era:
    Consalvo Uzeda,  principino di  Mirabella  oggi,  domani  principe  di
    Francalanza.  A quello storico nome, a quei titoli sonori egli sentiva
    di dovere il posto guadagnato nel mondo,  la facilit con cui  le  vie
    maestre  gli  s'aprivano  innanzi.  "Tutto  si  paga!..." pensava;  ma
    piuttosto che dare qualcosa per vivere la  vita  lunga  e  forte  d'un
    oscuro  plebeo,  egli  avrebbe dato tutto per un solo giorno di gloria
    suprema,  a costo d'ogni male...  "Anche a costo della ragione?"  Solo
    quest'altro  oscuro  pericolo  che  pesava su tutta la gente della sua
    razza lo atterriva; ma poi,  considerando la lucidit del suo spirito,
    la   giustezza   dei   suoi  criteri,   l'acutezza  della  sua  vista,
    rassicuravasi;  quei poveri di spirito,  quei monomaniaci  che  s'eran
    chiamati  Ferdinando  ed  Eugenio  Uzeda  avevano  potuto  perdere  la
    ragione:  non  egli  era  minacciato...  Ed  in  quel  momento,  sotto
    l'influenza  di  quei pensieri,  di quel senso di paura,  si giudicava
    quasi severamente per  la  lunga  lotta  sostenuta  contro  il  padre.
    L'ostinazione,  l'irremovibile  durezza  di cui aveva fatto mostra non
    era un sintomo inquietante,  la prova che anch'egli poteva  un  giorno
    smarrirsi,  come  quegli altri?  Anche resistendo alle imposizioni del
    padre,  anche giudicandolo come  meritava,  non  avrebbe  egli  potuto
    conservare una certa misura, rispettare le forme, salvar le apparenze?
    Perch  quello  scandalo?  Non  poteva fargli anzi torto?...  E adesso
    sentivasi quasi  disposto  a  chieder  perdono  al  morente,  a  mutar
    politica...
    Recitavano le preghiere degli agonizzanti,  nella camera dell'infermo;
    il principe rantolava.  Dinanzi allo spettacolo della morte,  il senso
    di  paura  agghiacciava  nuovamente  il cuore di Consalvo.  Egli aveva
    piet del padre, di tutti i suoi.
    Stravaganti, duri, prepotenti, maniaci: erano forse responsabili delle
    loro brutte qualit?  "Tutto si paga!..." e anch'essi pagavano il gran
    nome,  la  vita  fastosa,  le  pi invidiate fortune!...  Ma quel viso
    affilato del padre,  quello sguardo cieco,  quel rantolo affannoso!...
    Il giovane piegava i ginocchi, intuiva cose che aveva negate. Egli che
    s'era  fatto  beffe  della  religiosit della sorella,  accusandola di
    bigotteria,  comprendeva ora che la preghiera e la fede erano per  lei
    un rifugio.
    Inginocchiata,   con   le  mani  giunte,   immobile  come  una  figura
    sepolcrale,  ella non vedeva,  non  udiva.  Consalvo  quasi  invidiava
    l'immancabile conforto cui ella poteva ricorrere nella tristezza...
    Il  sacerdote  che vegliava l'agonizzante alz ad un tratto le braccia
    al cielo. S'ud lo scoppio di pianto della principessa, i gemiti delle
    donne di servizio, i sospiri della marchesa e di Lucrezia.
    Solo  Teresa  non  piangeva;   neppure  la  duchessa  Radal  e  donna
    Ferdinanda, in verit. Tutti sfilarono dinanzi al cadavere, baciandone
    le  mani.  Le  donne  si lasciarono condur via,  tranne la figlia e la
    moglie.  Nella Sala Rossa,  la duchessa ripeteva che era meglio  fosse
    morto,  quel poveretto; non era vivere, il suo. Il duca col maestro di
    casa e Benedetto Giulente  davano  disposizioni  per  la  circostanza,
    mentre i servi sbarravano tutte le finestre, tutti i portoni. Michele,
    fattosi  vicino  a  Consalvo,   gli  stringeva  la  mano,  mormorando:
    "Coraggio!..." Egli stava per  rispondere  qualcosa,  quando  ud  una
    voce:
    "Eccellenza..."
    Era il portinaio che gli faceva cenno di dovergli parlare.
    "Permetti..."  disse al cugino,  e avvicinossi al servo,  credendo gli
    chiedesse qualche ordine.
    "Eccellenza...  venga qui..." mormorava l'altro,  trascinandolo  nella
    stanza  attigua  con  aria  di  mistero,  che Consalvo,  nonostante la
    tristezza del momento, giudicava un poco buffa.  "Eccellenza!" esclam
    a  un  tratto,  quando  furono soli,  con voce di terrore che diede un
    senso di raccapriccio al giovane. "Che disgrazia,  Eccellenza!...  Suo
    cugino il barone... Il cognato della duchessa..."
    "Giovannino?" esclam egli, non comprendendolo.
    "S' ammazzato,  morto!... Or ora;  venuto or ora il cameriere della
    duchessa...  L'ho lasciato abbasso...  Morto,  con una pistolettata...
    Per avvertir prima Vostra Eccellenza... Bisogna mandare qualcuno..."
    Un sospiro di terrore e d'ambascia sfugg dal  petto  a  Consalvo.  Il
    "figlio del pazzo",  la pazzia,  la morte violenta!... Ad un tratto si
    scosse, strinse il braccio al servo:
    "Non una parola a nessuno, capisci?...  Andr io stesso...  Aspetta il
    mio ritorno... Non dire che sono andato fuori..."
    Sentiva di dover fare qualcosa.  E quel sentimento,  la nettezza della
    percezione,  la rapidit della risoluzione  gli  procuravano  un  vero
    senso  di  sollievo,  di  fiducia,  come se uscendo da un sogno penoso
    s'accorgesse in quel punto d'esser desto e al sicuro...  Alla  pazzia,
    al  suicidio  del  cugino  non era estranea Teresa: egli non sapeva in
    qual misura,  ma era certo che  non  la  sola  eredit,  non  la  sola
    malattia  avevano sconvolto il cervello del giovane.  Bisognava dunque
    nascondere il suicidio per Teresa, per la famiglia, per la gente...  E
    appena giunto in casa dei Radal,  appena entrato nella camera dove il
    cadavere giaceva per terra,  ai piedi di un divano,  sotto  un  trofeo
    d'armi, esclam dinanzi alla servit costernata:
    "Ah,   quest'armi  maledette!...   Credeva  che  la  rivoltella  fosse
    scarica... Povero Giovannino!... Che disgrazia!..."
    Nessuno os rispondere.  Prima che sopraggiungesse la giustizia,  egli
    tolse  l'arma  che  il  morto  stringeva nel pugno,  ne cav le cinque
    cartucce rimaste, e la ripose in mano al cadavere.  E al pretore,  che
    saputa la morte del principe Giacomo, gli diceva con aria dolente:
    "Signor principe!...  Che disgrazie!...  Due in una volta!... Non pare
    credibile!..."
    "Non pare davvero..." conferm  egli,  con  chiara  voce,  interamente
    rassicurato.
    Quel  "signor  principe" che il magistrato gli dava prima d'ogni altro
    gli rammentava che una nuova ra s'apriva per lui.  La fermezza di cui
    aveva  dato  prova,  la  prontezza con cui aveva visto quel che doveva
    fare lo rassicuravano: egli non aveva paura  di  cadere  nelle  pazzie
    degli  Uzeda;  dei  suoi  aveva soltanto la ricchezza e la potenza.  E
    l'inganno in cui trascinava la giustizia non era l'ultimo  motivo  del
    suo compiacimento; egli diceva al pretore:
    "Il  mio  povero  cugino  era solo in casa...  aveva la passione delle
    armi...  Credette  che  questa  rivoltella  fosse  scarica...  Invece,
    guardi, c'era una sola cartuccia dimenticata..."




    8.

    Le  due  duchesse  stettero un mese fra la vita e la morte.  Il dolore
    della madre fu terribile,  poich ella vide nella spaventosa disgrazia
    la  mano  di  Dio.  Quella  morte  era  stata  permessa  affinch ella
    scorgesse il proprio errore e misurasse la colpa  commessa  disamando,
    trascurando quel poveretto.  Ella aveva quasi calcolato sulla morte di
    lui, perch l'altro ne godesse!  Non s'era neppur ravveduta alla prima
    minaccia,  quando lo sventurato era stato sull'orlo della fossa! Cos,
    dinanzi al cadavere sanguinoso, una mano l'aveva atterrata: ricuperati
    i sensi,  le sue lacrime  non  cessarono  pi;  nel  vedere  il  muto,
    inconsolabile  dolore  dell'altro figlio,  le crisi di pianto quasi la
    soffocavano.  Quanto alla duchessa Teresa,  tutti  furon  meravigliati
    della  forza  straordinaria  che  dimostr  nei primi momenti.  Le due
    disgrazie che mettevano in lutto le due famiglie colpivano lei pi  di
    tutti,  perch  ella faceva parte di entrambe: pure,  nelle primissime
    ore,  mentre gli altri perdevano  la  testa,  ella  die'  prova  d'una
    resistenza  incredibile.  Che  alla  notizia  della  morte  del barone
    rimanesse insensibile,  parve quasi naturale,  perch ella  aveva  gi
    chiuso  gli occhi al padre ed era quindi sotto il peso d'un dolore pi
    grande.  Solamente Consalvo non riusciva a comprendere come  la  nuova
    sciagura,  che  impressionava gli altri per la tragica coincidenza con
    la prima e pi per la sua  imprevedibile  rapidit,  non  scotesse  la
    sorella,  non  le  procurasse un moto di stupore,  quasi ella l'avesse
    prevista.
    Strappata dal letto di morte del principe, ella sola pot strappare il
    marito e la suocera dal cadavere del giovane,  ella sola li indusse  a
    lasciar  la  casa e a ricoverarsi coi bambini dai Francalanza.  Vegli
    tutta la notte,  senza  piangere,  tergendo  il  pianto  degli  altri,
    passando dalla madrigna alla suocera,  dai figli al marito.  Solamente
    col nuovo giorno, quando venne da San Martino de' Bianchi il suono del
    mortorio, ella port la mano al cuore e cadde.
    La piet fu immensa. "Solo il Signore pot darle tanta forza," dissero
    i prelati; "un'altra sarebbe rimasta fulminata sul colpo!" E le donne,
    i servi, gli umili: "Pensare," esclamavano, "che in due ore ha visto i
    cadaveri del padre e del cognato!...  Veramente,  c'era da impazzire!"
    Donna Ferdinanda, Lucrezia e la marchesa, calmissime, s'alternavano al
    capezzale delle tre inferme, perch anche la principessa dov mettersi
    a letto.  Consalvo stava spesso accanto alla sorella, teneva compagnia
    a Michele;  la sera,  per,  faceva portar su il  registro  aperto  al
    pubblico in portineria.  Egli enumerava le centinaia di firme disposte
    in colonna e le centinaia di biglietti da visita  ammucchiati  in  due
    grandi vassoi,  leggeva gli articoli necrologici terminanti tutti con:
    "Le nostre pi sentite condoglianze al figlio inconsolabile",  i  voti
    di simpatico dolore deliberati dal Consiglio comunale, dalla Camera di
    commercio, dai sodalizi politici. Quelle carte erano il documento e la
    misura  della  sua  popolarit  e  del  suo  credito,  poich grandi e
    piccoli,  noti ed ignoti,  tutta la citt passava sotto il portone del
    palazzo.  Dopo  il funerale,  celebrato con pompa straordinaria,  egli
    cominci a ricevere.  Dalle due alle sei di giorno,  dalle  otto  alle
    undici  di  notte,  le  sale  erano  stipate: assessori,  consiglieri,
    impiegati,  il prefetto,  il generale,  il questore,  parenti,  amici,
    conoscenze,  ammiratori  d'ogni  genere,  fautori  di  tutte le risme,
    rappresentanti di tutti i partiti e di tutte  le  clientele  sfilavano
    continuamente.  Tutti  insistevano,  con aria adatta alla circostanza,
    sulla doppia incredibile sciagura;  egli si diffondeva un pezzo  sulla
    malattia del padre e sull'"accidente" del cugino;  ma poi, per toglier
    dall'imbarazzo  le  persone,   avviava  il  discorso  sopra  un  altro
    soggetto, chiedeva notizie degli affari agli assessori ed al prefetto,
    commentava con gli altri i risultati delle elezioni generali, la nuova
    riuscita dello zio duca.  Quindici giorni dopo le due morti,  torn al
    Municipio: non sapeva ormai vivere fuori di l,  temeva  che  le  cose
    andassero  a  soqquadro senza di lui,  in mano di Giulente,  il quale,
    come assessore anziano, aveva preso la firma.
    Ingolfato di nuovo nel mare degli affari pubblici,  quando tornava  al
    palazzo, quando desinava, quando andava a letto, non pensava ad altro.
    Del resto nessuno lo disturbava,  le inferme si rimettevano lentamente
    assistite dalla principessa vedova,  da Lucrezia felicissima di  poter
    fare nuovamente da padrona di casa, dalle altre parenti, senza contare
    i  soliti  Monsignori.  La  duchessa suocera cominci prima a levarsi;
    aveva poco pi di  cinquant'anni,  e  pareva  una  vecchia  decrepita.
    Teresa dava maggiormente da pensare ai dottori;  il suo male ostinato,
    ribelle,  come alimentato  da  un  veleno  misterioso,  si  prolungava
    esaurendo le sue forze.  A poco a poco,  and meglio anche lei,  ma il
    giorno che tent di  levarsi  cadde  senza  sentimento.  Poi  torn  a
    riaversi.  Consalvo,  una mattina,  prima d'uscire, passato a chiedere
    alla sorella se aveva bisogno di nulla,  la trov con la madrigna,  la
    duchessa  e  Michele.  Appena  egli entr,  si volsero tutti dalla sua
    parte, taciturni, con aria grave.
    Teresa,  con la testa sollevata da un  monte  di  guanciali,  sul  cui
    candore  il  suo viso emaciato pareva di cera,  disse con voce lenta e
    fioca, come stanca:
    "Ascolta, Consalvo; siedi un momento... Abbiamo da parlarti."
    Egli sedette, aspettando.
    "Ascolta:  abbiamo  parlato  d'una  cosa  che  ti  riguarda...  Nostro
    padre... tu sai che nostro padre, in un momento di collera... volle...
    volle preferirmi a te... Io non credo che questa potesse essere la sua
    volont vera...  Se il Signore non ce lo avesse tolto,  egli l'avrebbe
    certo modificata...  Io ho detto a  Michele  ed  alla  mamma  che,  in
    coscienza,   non  posso  accettare...   quel  che  ho  avuto  in  tali
    condizioni..." Tacque un poco, poi aggiunse: "Dite voi... non posso."
    Un momento di silenzio.  La duchessa aveva gli occhi pieni di lacrime,
    scrollava il capo amaramente. Consalvo disse:
    "Perch parlare di queste cose, adesso?"
    Le  parole della sorella,  quella rinunzia all'eredit,  lo lasciavano
    del tutto indifferente.  Da un pezzo erasi abituato  all'idea  di  non
    aver altro dal padre che la legittima. Piuttosto lo stupiva un poco il
    magnanimo disinteresse di Teresa, che il cognato e la zia approvavano.
    "Una volta o l'altra," diceva Michele,  "bisognava pure parlarne. Io e
    mia madre approviamo pienamente Teresa;  non  vogliamo  profittare  di
    quel testamento per portarti via il tuo...  Siamo ricchi abbastanza...
    siamo troppo ricchi... e daremmo..."
    Gir il capo per nascondere gli occhi rossi di  lacrime.  La  duchessa
    singhiozzava.
    "Ma perch ora?" ripet Consalvo.  "Ci sarebbe stato tempo...  Zia, si
    calmi!... Va bene, va bene;  vi ringrazio...  Voi sapete che io non ho
    certi pregiudizi...  voglio dire che,  per me, tutti i figli, maschi o
    femmine,  primogeniti o..."  Scorgendo  l'atteggiamento  umile,  quasi
    supplice della vecchia,  non fin la frase; disse: "Insomma, se Teresa
    rinunzia al testamento,  divideremo  ogni  cosa  egualmente:  va  bene
    cos?"
    "S, come vuoi..."
    Teresa,  rimasta  immobile,  con  gli  occhi  chiusi,  parve destarsi.
    "Un'altra cosa," riprese. "La felice memoria volle pure,  nello stesso
    momento di cruccio...  volle lasciare alla mamma questa casa...  Non 
    giusto neppure che tu... L'erede del nome...  Il solo del nostro nome,
    ne esca..."
    Egli  prov  una  commozione indefinibile: era il piacere di trionfare
    della volont del padre,  l'orgoglio di poter restare nella casa degli
    avi,  la  paura  di dovere qualcosa in cambio alla madrigna.  Infatti,
    Teresa continuava:
    "La mamma rinunzia alla casa...  prender invece un'altra propriet...
    o un compenso in denaro..."
    "Per  me!..."  esclam  la  principessa Graziella.  "E' lo stesso!  Io
    desidero che tutto si faccia d'accordo,  che la  famiglia  sia  sempre
    unita..."
    "Per," continuava Teresa, "non bisogna che neppur lei esca dalla casa
    di  suo  marito...  Tu  le  cederai  un quartiere,  fino ai suoi mille
    anni... La propriet sar tua..."
    Tacque una seconda volta. Pareva che sul punto di morire,  con l'anima
    gi staccata dal mondo, dettasse le ultime disposizioni per assicurare
    la pace, il benessere, la felicit di chi restava.
    Donna Graziella, sotto l'influenza della generosit e del disinteresse
    di cui tutti davan prova,  per non essere da meno degli altri,  perch
    non si dicesse che ella sola metteva  ostacoli  all'accordo  generale,
    aveva  consentito  al  cambio;  ma  nulla al mondo l'avrebbe indotta a
    sfrattar dal palazzo.
    "E' giusto... Va bene" disse Consalvo. "Grazie!... C'intenderemo."
    Da quel giorno Teresa and migliorando pi  rapidamente.  Un  coro  di
    lodi,  per  quel che aveva fatto,  per la nobile rinunzia di cui aveva
    preso l'iniziativa e che aveva indotto tutti gli altri  ad  accettare,
    si lev da ogni parte.  Il Vescovo in persona venne a trovarla, appena
    ella fu in grado di riceverlo;  e  mentr'ella  gli  baciava  la  mano,
    piangendo,  le  disse:  "Figlia  mia,  ho saputo.  Sii benedetta ora e
    sempre pel bene che fai." Ella  scosse  il  capo  mormorando:  "Che  
    questo!..."  Poi  anche  a nome della suocera e del marito lo preg di
    distribuire diecimila lire di elemosine. Gi gli altri prelati avevano
    ricevuto commissione di far dire messe  pel  riposo  delle  anime  del
    principe e del barone.
    I  Radal avevano gi stabilito di lasciare il palazzo Francalanza per
    andarsene alla Tardara,  appena Teresa  sarebbe  stata  in  grado  di
    sopportare il viaggio.  Dal giorno funesto, solo Michele aveva rimesso
    piede  nella  casa  macchiata  dal  sangue  del  fratello.   Ma,   pei
    preparativi  della partenza,  era necessario che una delle donne vi si
    recasse.  E poich la prova era pi dura alla madre,  Teresa and  lei
    accompagnata dal marito.  Sal le scale appoggiata al suo braccio; ma,
    entrando nell'anticamera, fu costretta a sedere,  a fiutar la fialetta
    dei  sali.  Riavutasi,  comp  quel  che aveva da fare con la fermezza
    antica. Le stanze del morto erano tutte chiuse.
    Il domani partirono per la montagna,  dove restarono tutta l'estate  e
    l'autunno.


    Frattanto  Consalvo  stabilivasi  definitivamente  al palazzo paterno.
    Lasciato alla principessa il  quartiere  di  mezzogiorno,  egli  s'era
    riservato quello di gala, ma pei soli ricevimenti, fissando la propria
    abitazione al secondo piano.  Con la madrigna non aveva quasi nulla in
    comune;  facevano tavola separata perch  desinavano  a  ore  diverse,
    ciascuno  aveva  le proprie persone di servizio e la propria carrozza.
    Si vedevano di tanto in tanto per le  necessit  dell'amministrazione.
    Consalvo   non  sapeva  nulla  dello  stato  della  casa,   mentre  la
    principessa ne era a  giorno;  quindi,  se  l'amministratore  chiedeva
    ordini o schiarimenti, egli lasciava dire alla madrigna. Non solamente
    si sentiva attirato dagli affari pubblici pi che dai suoi propri,  ma
    giudicava che non valesse la pena di occuparsi di questi ultimi finch
    le propriet restavano indivise.
    La divisione fu cominciata al ritorno  dei  Radal.  Le  due  duchesse
    erano  interamente  rimesse  in  salute:  la suocera pareva ancora pi
    vecchia e la nuora era incinta. Tutti gli articoli del contratto furon
    stabiliti di comune accordo,  con lo stesso disinteresse di cui avevan
    dato  prova  in  principio.  Teresa  volle  che  tutti i feudi storici
    restassero  al  fratello,  contentandosi  delle  propriet  di  fresco
    acquistate,  delle  rendite,  dei  capitali,  dei crediti diversi.  In
    cambio,  Consalvo volle che di questa differenza  tutta  morale  fosse
    tenuto   conto   nella   valutazione  delle  terre.   La  principessa,
    rinunziando al palazzo,  prese le tenute  di  Gibilfemi  e  il  podere
    dell'Oleastro, che valevano il doppio.
    Consalvo, durante le trattative, era andato quasi tutti i giorni dalla
    sorella.  Continu  nell'abitudine presa anche dopo.  In fin dei conti
    egli doveva esserle grato della rinunzia che aveva raddoppiato,  da un
    quarto  alla  met,  la  sua  parte.  Ma,  nonostante questa specie di
    dovere, nonostante la tristezza del lutto, egli riusciva difficilmente
    ad astenersi dal punzecchiar la sorella per la fervente,  la crescente
    sua devozione.  Adesso il Vicario,  il confessore,  le suore di carit
    parevano domiciliati in casa di lei.  Le nuove  chiese  della  Madonna
    della  Salette  e  della  Merc,  i  miracoli di Lourdes e di Valle di
    Pompei,  l'opera dei  missionari  erano  argomento  di  tutti  i  loro
    discorsi.  I  disciolti frati Cappuccini,  tornati a riunirsi in barba
    alla legge,  avevano comprato una casa con le  oblazioni  dei  fedeli:
    Consalvo seppe che sua sorella aveva contribuito a quell'acquisto. Non
    aveva ella,  prima,  giudicato provvida la legge che disperdeva quelle
    comunit? Come poteva mai andare ogni venerd a pregare nella cappella
    della Beata Ximena,  dove ardeva la lampada accesa per  la  salute  di
    Giovannino,  della  cui  pazzia  e  del cui suicidio ella era stata in
    parte cagione? Sapeva ella che il giovane s'era ucciso,  e non era gi
    morto d'accidente?...  La sua fede ostinata, resistente ai disinganni,
    era sincera o non piuttosto una forma della  mania  ereditaria  tra  i
    suoi? Consalvo inclinava a quest'ultima ipotesi, anche perch egli non
    aveva fede alcuna;  ma non un atto, non una parola rivelavano quel che
    c'era nel cuore della sorella.  Quando egli  arrischi  le  sue  prime
    allusioni ironiche, ella gli disse:
    "Senti,  Consalvo: ognuno ha da rispondere a Dio delle proprie azioni.
    Io posso soffrire del tuo scetticismo, ma non vengo a rimproverartelo.
    Cos vorrei che tu rispettassi le mie  credenze  e,  se  ti  piace  di
    chiamarle cos, le mie superstizioni. Ti chiedo troppo?"
    Egli chin il capo,  prima di tutto perch il ragionamento era giusto,
    e poi anche perch le aderenze  di  Teresa  nel  mondo  clericale  gli
    potevano giovare.


    Infatti,  il  giorno  tanto  aspettato  s'avvicinava  rapidamente:  la
    riforma elettorale era all'ordine del giorno;  dopo averla votata,  la
    Camera  si sarebbe sciolta.  Ed egli s'accorgeva adesso che la propria
    elezione non era cos sicura come gli era sembrata il primo giorno,  a
    Roma, durante la sua conversazione con l'onorevole Mazzarini e poi nei
    princpi  della  sindacatura.  Per  l'allargamento  del  voto e per lo
    scrutinio di lista,  non pi le poche centinaia di elettori dello  zio
    potevano mandarlo alla Camera: ce ne volevano migliaia.  E se egli era
    sicuro della citt,  non sapeva che assegnamento  fare  sulle  sezioni
    rurali.
    Gi il vecchio duca,  fiutato il vento,  annunziava ai suoi intimi che
    avrebbe accettato un seggio al Senato: sicuro  d'essere  spazzato  via
    come  una  foglia  secca,  egli si ritirava finalmente in buon ordine,
    fingeva di  rinunziare  spontaneamente  per  non  patir  l'onta  d'una
    disfatta.  E  mentre Consalvo pensava ai casi suoi,  inquieto per quel
    mutamento, per quella "rivoluzione morale" da lui invocata ma avvenuta
    un po' troppo presto,  Giulente non vedeva nulla,  non s'accorgeva  di
    nulla.  Fiutava  le  pedate  al duca come fosse l'oracolo di vent'anni
    addietro,  aspettava di raccoglierne l'eredit,  giurava ancora  sulla
    destra e su Cavour,  era sicuro che i nuovi elettori avrebbero dato il
    gambetto  al  governo  della  Riparazione,  restaurando  il  principio
    moderato.  E pensando mattina e sera a queste cose, lasciava ancora le
    redini della casa alla moglie,  la quale,  finendo d'imbrogliare  ogni
    cosa,  aspettava anche lei adesso, senza dirne nulla, anzi continuando
    a deriderlo, l'elezione,  per non dargli i conti,  perch egli potesse
    far quattrini come lo zio Gaspare...
    Consalvo  non  s'occupava  di lui: lo disprezzava talmente che,  certe
    volte,  quasi gli faceva pena.  Riconosciuta la  necessit  di  presto
    mettersi all'opera,  egli affrett una risoluzione che aveva gi presa
    da un pezzo: rinunziare all'ufficio di sindaco. Non solo aveva bisogno
    d'essere libero,  ma gli conveniva evitare  un  grave  pericolo:  che,
    prolungando  il  suo  soggiorno  al  Municipio,  il vantaggio ottenuto
    andasse perduto e  si  mutasse  in  danno  irreparabile.  Infatti,  la
    baracca  cominciava  a  scricchiolare.  Le  spese  pazze  da lui fatte
    avevano esaurito la cassa,  l'ultimo  bilancio  s'era  chiuso  con  un
    deficit  considerevole,  che  egli  aveva  potuto  dissimulare a furia
    d'artifici;  ma la situazione non era  pi  sostenibile;  bisognava  o
    imporre  tasse  o  contrarre un debito,  ed egli non voleva affrontare
    l'impopolarit  di  simili  provvedimenti.  Afferr  quindi  il  primo
    pretesto  per battersela.  L'amministrazione comunale discuteva ancora
    una  volta  sul  modo  di  riscuotere  i  dazi,   poich  il   sistema
    dell'appalto non aveva fatto buona prova. Egli dichiar, nelle private
    conversazioni, che il ritorno alla riscossione diretta era per lui uno
    sbaglio  e  che  perci  bisognava  correggere  i  difetti del sistema
    vigente,  non  abbandonarlo:  in  Giunta  non  fiat,  lasci  che  la
    maggioranza si pronunziasse. La maggioranza deliber di mutar sistema.
    La  sera  stessa,  andato  a  casa,  egli scrisse due lettere;  una al
    prefetto,  con  la  quale  rassegnava  le  sue  dimissioni;   l'altra,
    collettiva,  a tutti gli assessori,  annunziando loro che "per ragioni
    di delicatezza" aveva gi mandato la rinunzia alla prefettura.
    Fu come un fulmine a ciel sereno.  "Delicatezza?..." esclam Giulente,
    a cui tutti gli altri chiedevano spiegazioni. "Che delicatezza? Io non
    capisco!..."  E la Giunta in corpo and a trovarlo,  mentre la notizia
    si diffondeva rapidamente per gli uffici.
    "Ci spiegherai," gli  disse  Benedetto  in  nome  dei  colleghi,  "che
    significa questa lettera?"
    "Significa," rispose il principe,  guardando per aria,  "che io non ho
    voluto esercitare nessuna costrizione,  e siccome il  vostro  modo  di
    vedere  contrario al mio, per lasciarvi liberi, me ne vado."
    "Ma a proposito di che?... Forse dei dazi?..."
    "Dei dazi come di altre cose..."
    Comprendendo  che  quella  gente  veniva  per  indurlo  a  ritirare le
    dimissioni,  egli tagliava la via alle insistenze.  Disse  che  da  un
    pezzo,  in tante quistioni,  in cento piccoli affari quotidiani, s'era
    accorto che non c'era pi fra loro il buon  accordo  d'un  tempo.  Ora
    egli  non poteva rinunziare alle proprie idee,  n imporle agli altri:
    il meglio era quindi andarsene.
    "Potevate per dirlo prima!  Non  piantarci  in  asso!  E'  questo  il
    modo?..."
    Confusamente,  essi  comprendevano il tiro che aveva loro giocato,  il
    ballo in cui li lasciava; Giulente soltanto insisteva:
    "Ebbene,  c' mezzo di riparare: torneremo sulle deliberazioni  prese;
    il Consiglio non le ha ancora esaminate; faremo come vorrai..."
    "E' inutile che insistiate," dichiar Consalvo.  "La mia risoluzione 
    irrevocabile.  Persuadetevi pure che  non  sono  fatto  di  ferro.  Ho
    lavorato parecchi anni pel mio paese; ora ho bisogno di riposarmi. Del
    resto,  sarebbe  tempo  che  pensassi un poco agli affari di casa mia,
    adesso che li ho sulle spalle...  Grazie della  vostra  premura,"  gli
    assessori invece schiumavano;  "ma credete,  non posso.  Nessun uomo 
    necessario;   voi   avete   tanta   esperienza   quanto   me;   lascio
    l'amministrazione in buone mani..."
    Benedetto and dal prefetto, perch s'interponesse: fiato sprecato. La
    Giunta si riun in casa di Giulente,  per deliberare.  Alcuni, volendo
    evitare gl'imbarazzi,  sostenevano che  alle  dimissioni  del  sindaco
    dovessero seguire quelle di tutti gli assessori;  ma non sarebbe parsa
    una diserzione?  Non avrebbero dimostrato la loro  incapacit  e  dato
    credito  alla  voce che li diceva altrettanti burattini mossi dai fili
    che il sindaco tirava a suo talento?
    "E' un tradimento!" vociferavano i pi accaniti.  "Un nero tradimento!
    Ci siamo lasciati giocare da cotesto birbante!"
    "Calma, di grazia!... Perch tradimento?... Che interesse avrebbe?..."
    "Come,  che  interesse?..."  e  allora gli cantarono sul muso: "Ma non
    capite?...  Non capite che vuol  essere  deputato,  e  che  ci  pianta
    vedendo  pericolar la baracca,  ora che ha sfruttato la situazione?...
    Ora che ha altro da fare, con le elezioni imminenti?"
    Egli impallidiva,  guardava intorno con aria smarrita secondo  che  la
    mente gli si schiariva. S, negli ultimi tempi aveva ben capito che il
    nipote nutriva anche lui l'ambizione di esser deputato;  ma era sicuro
    che non si sarebbe presentato subito,  che gli avrebbe ceduto il passo
    almeno la prima volta,  e ad ogni modo poteva forse sospettare un tiro
    di quel genere, l'imbroglio in cui lo metteva, l'eredit di tasse,  di
    debiti,  di  odii  che  gli  lasciava  tra  le  braccia?  Ora egli non
    protestava pi contro le recriminazioni, le rampogne vivaci che i suoi
    colleghi lanciavano contro l'ex sindaco.  "Inganno!...  Tradimento!...
    Birbonata!...  Azione  degna  di  colpi  di coltello!..." tutte queste
    parole echeggiavano invece nel  suo  pensiero;  egli  riconosceva  che
    erano giuste, comprendeva finalmente che quel birbante da lui iniziato
    alla  vita  pubblica  gli  portava  via il posto tanto aspettato e gli
    sparava calci per tutta gratitudine. E il duca?  Il duca che gli aveva
    tante  volte  promesso  di  lasciare  a  lui,  ritirandosi,  l'eredit
    politica?... Il duca, dal quale egli corse, gli disse:
    "E' vero, t'avevo promesso il mio appoggio, ma in altri tempi,  quando
    non  potevo  prevedere  la  situazione attuale...  Ora che si presenta
    Consalvo, capisci tu stesso in che imbarazzo mi trovo."
    Dunque  vero?  Anch'egli   traditore,  peggio  del  nipote?  Pensava
    Benedetto;  ma,  ad  alta voce: "Vostra Eccellenza per non ignora che
    Consalvo  di  sinistra,  che  appartiene  alla  Progressista,  mentre
    Vostra Eccellenza..."
    "Pensi  ancora  alla destra e alla sinistra?" esclam ridendo il duca,
    che aveva in tasca la formale promessa d'un  seggio  al  Senato.  "Non
    vedi  che i partiti vecchi sono finiti?  che c' una rivoluzione?  Chi
    pu dire che cosa uscir dalle urne a cui hanno chiamato la plebe?  Un
    vero   salto   nel   buio!...   Se  mi  presentassi  io  stesso,"  per
    giustificarsi,  riconosceva  finalmente  la  verit,  "resterei  nella
    tromba!...  E vuoi che gli elettori ascoltino la mia voce?  L'appoggio
    che posso dare  puramente ideale...  forse sar una pietra  al  collo
    che affonder il candidato."
    Allora  Giulente  corse da Consalvo.  Era in uno stato d'esasperazione
    violenta;  dinanzi al vecchio  non  aveva  osato  infrangere  l'antico
    rispetto,  ma sentiva il bisogno di sfogare, di dire ci che occorreva
    a quel birbante.
    "Tu hai fatto...  hai fatto ci che hai fatto per  i  tuoi  fini,  per
    lasciar  nell'imbroglio me?...  Per rovinarmi?...  Per prendere il mio
    posto?..."
    Consalvo lo guard con un ambiguo sorriso, fingendo di non capire.
    "Che avete?... Calmatevi!... Non capisco..."
    "E' vero che presenti la tua candidatura?"
    "Forse, se avr probabilit di riuscire..."
    "E non sapevi...  non sai che il posto  mio?  Che da  tanti  anni  lo
    aspetto? Che tuo zio me l'aveva promesso?..."
    "Posto?"  fece  Consalvo,  con la stess'aria d'ingenuo stupore.  "Qual
    posto? Con lo scrutinio di lista non ci sar pi un posto solo,  ce ne
    saranno tre."
    "E  ridi,  anche?  Mi canzoni,  anche?  Dopo avermi preso il posto,  a
    tradimento?"
    Il sorriso scomparve dal viso di Consalvo.
    "Vi faccio osservare che siete riscaldato e che non riflettete a  quel
    che dite."
    "Ah, non rifletto?"
    "Qui  non  si  tratta di posti di platea,  dove siede chi ha pagato il
    biglietto.  Io non v'ho preso nulla,  per la semplicissima ragione che
    nulla  avevate.  Se credete di poter riuscire,  nessuno v'impedisce di
    presentarvi.  Se da parte mia avr questa persuasione,  mi  presenter
    anch'io.   La   nostra  parentela  non    cos  stretta  da  renderci
    incompatibili. Non c' nessun impegno tra noi;  ognuno  libero di far
    quel che crede..."
    "E  tu sei anche libero di piantarci in asso,  ora che vedi il baratro
    spalancato?..."
    "Non c' baratro.  C' qualche difficolt da superare;  vuol dire  che
    avrete l'agio di far valere la vostra abilit..."
    Il sangue mont alla testa di Benedetto.
    "Siete  tutti  d'una  razza!"  grid  improvvisamente;   "tutte  birbe
    matricolate..."
    Consalvo lo guard un momento nel bianco degli occhi.  A un tratto gli
    spar una risata sul muso, gli volt le spalle e scomparve.
    Giulente,  nell'uscire,  non rispose al saluto dei servi,  non ud ci
    che gli veniva dicendo  il  maestro  di  casa.  Credettero  che  fosse
    impazzito, vedendolo scappar via, acceso in viso, col braccio levato e
    il  pugno chiuso.  Parlava solo: "Falsi,  bugiardi,  traditori!...  La
    rivoluzione! il salto nel buio!... Essi per saltano in piedi!...  S'
    aggiustato  gli affari di casa sua!...  Adesso il nipote!...  Il salto
    nel buio!...  Borbonici fin nelle  ossa!...  Dovevano  impiccarlo,  al
    Sessanta!...  Ed  io,  buffone,  che li ho serviti tutt'e due!...  Gli
    auguri a Francesco ii!...  Adesso  di sinistra!...  Buffone!...  Sono
    stato sempre buffone!" Cocente, insoffribile, destavasi a un tratto in
    lui  la coscienza della situazione subalterna in cui era stato tenuto,
    del mal garbo con cui lo avevano trattato.  "La nostra parentela non 
    cos  stretta!..."  Quel  bardassa gliel'aveva spiattellato in faccia!
    Parenti?  Erano stati mai parenti per lui?  Tutti,  tutti  lo  avevano
    guardato dall'alto,  come un intruso, come indegno di loro! Lo avevano
    dapprima sdegnato per i suoi studi, quegli ignoranti, per l'"ignobile"
    laurea da lui ottenuta: ed erano stati i soli a favor dei quali  aveva
    dovuto  esercitare  la professione,  per sostenere le loro magagne: la
    vecchia, il principe, Raimondo... "Chi sono dunque?...  Una mala razza
    di predoni spagnuoli, arricchiti con le ladrerie!... A me?... Io me li
    metto  sotto  i piedi!..." Invece egli li aveva serviti,  corteggiati,
    piaggiati;   che  altro  aveva  fatto  se  non  magnificare  la   loro
    presunzione, incoraggiare le loro pazzie, approvare le loro birbonate?
    "Buffone! buffone! Sono sempre stato buffone!..."
    Arriv  a  casa  senza  sapere  da che parte c'era venuto.  Strapp il
    campanello,  entr come uno spiritato.  Lucrezia,  sdraiata sopra  una
    poltrona, colle mani sulla pancia, lo guard un poco curiosamente, poi
    disse:
    "Che hai?"
    Egli le si piant dinanzi, con gli occhi fuori dell'orbite.
    "Che ho?... Che ho?... Ho che sono una massa d'infami traditori!..."
    "Chi?"
    "Chi?  Tuo zio,  tuo nipote,  i tuoi parenti,  quella mala razza,  che
    maledetta sia l'ora e il giorno..."
    Ella lo guardava sempre come un oggetto strano e ridicolo. Pi stupita
    che sdegnata, interruppe:
    "Che diavolo dici?"
    "Che dico? Quel che ho da dire.  Vorresti difenderli?  O tieni loro il
    sacco?"
    "Sei proprio un imbecille," esclam ella, levandosi.
    Allora Benedetto perse il lume degli occhi. Afferratala per un braccio
    grid:
    "E' vero? Hai ragione di dirlo, tu! Sono un imbecille."
    E le lasci correre un ceffone, tremendo, che la colse nel pieno della
    guancia e ton come una schioppettata.  A un tratto la lasci e and a
    chiudersi in camera.
    I servi,  che avevano visto entrare il padrone a quel modo  inusitato,
    erano  rimasti  in  ascolto:  nessuno  di loro fiatava.  La cameriera,
    finita la scena,  sogguardava tratto tratto dall'uscio rimasto aperto,
    per  vedere  che  faceva  la signora.  Costei era immobile,  dietro la
    finestra,  con la guancia gonfia ed  infocata.  Dopo  un'ora,  restava
    sempre  nella  stessa  posizione.  Subitamente  si  mise a passeggiare
    guardando per aria come per acchiappar  mosche,  guardando  per  terra
    come cercando un oggetto smarrito, arrestandosi di botto in mezzo alla
    camera  quasi  colta subitamente da un'idea,  riprendendo poi la corsa
    quasi  inseguendo  qualcuno.   Ai  servi  che  le  chiedevano   ordini
    rispondeva brevemente, ma non in collera. La guancia le si sgonfiava e
    sbiancava a poco a poco; tratto tratto ella vi portava la mano.
    "Eccellenza," vennero a domandarle, " ora d'apparecchiare?"
    "Aspettate," rispose; e and a picchiare alla camera del marito.
    Benedetto era buttato sul letto, coi panni sbottonati, la testa ancora
    in fiamme. Vedendo entrare la moglie, non disse nulla. Lucrezia gli si
    fece vicino.
    "Come ti senti?" gli domand.
    "Bene," rispose Giulente, senza guardarla.
    "Vuoi desinare?"
    "Come ti piace."
    "O credi che sia presto?"
    "Come credi."
    "Allora posso ordinare?"
    Egli fece col capo un gesto d'indifferenza.  Lucrezia dette ordine che
    allestissero. Poi torn nella camera del marito.
    "Perch resti a letto? Hai nulla?"
    "No, nulla."
    Benedetto s'alz per andare a buttarsi sopra una poltrona. Era pentito
    dell'atto brutale,  ma  non  esprimeva  il  suo  pentimento.  Ruminava
    continuamente  il  suo  rancore,  considerava  i  partiti  che  gli si
    presentavano, non sapeva a quale appigliarsi.
    "Che avete deciso al Municipio?" domand ancora Lucrezia.
    "Non so niente!..." proruppe egli.  "Non voglio sentir parlare pi  di
    nulla!...  Vadano  tutti al diavolo!...  Se qualcuno dei tuoi mi viene
    innanzi, lo mando ruzzoloni per le scale."
    "Hai ragione," rispose sua moglie.
    Dietro l'uscio, il giorno innanzi, aveva compreso,  dai discorsi degli
    assessori,  il tiro giocato da Consalvo a suo marito; aveva capito che
    Benedetto non poteva essere deputato.  Nel primo momento era rinata in
    lei  l'avversione  pel  nipote,  per  quegli Uzeda che pareva avessero
    giurato di schiacciarla e pretendevano accaparrare tutto per loro.  Ma
    non sapeva ancora con chi prendersela.  Era proprio colpa di Consalvo,
    o non piuttosto di quella bestia di Benedetto?  Ci che avevano  detto
    gli assessori era vero?  il duca non avrebbe riparato?... N l'aspetto
    sconvolto di Giulente  quand'era  rincasato,  n  le  violente  parole
    contro  Consalvo  e  il  duca  l'avevano persuasa;  forse egli avrebbe
    parlato un giorno  intero  senza  riuscire  a  nulla.  Il  ceffone  la
    convert.  Quasi  che  il  suo  torbido  cervello avesse bisogno d'una
    scossa materiale per funzionare regolarmente,  ella disse  subito  tra
    s:  "Ha ragione!" Durante le due ore passate in camera,  a guardar la
    via senza vedere,  a passeggiare come una bertuccia in  gabbia,  aveva
    ripetuto mentalmente: "Ha ragione!... E' Consalvo!... E' lo zio!... Mi
    vogliono schiacciare!...  Chi sa che cosa credono!...  D'esser padroni
    proprio di  tutto?..."  E  ora,  mentre  Benedetto  si  sfogava,  ella
    ripeteva: "Hai ragione!  Hai ragione!..." Durante il desinare tacquero
    entrambi.  Giulente assaggiava appena le vivande e lasciava la  posata
    nel  piatto.  "Ti  senti  male?...Desideri qualcosa?...  Vuoi andare a
    letto?..." Ella gli prodigava ogni  sorta  d'attenzioni,  lasciava  di
    mangiare quando il marito non mangiava pi.  A un punto,  Benedetto si
    alz. Si sentiva realmente male, tutto sossopra, e and a letto.  Ella
    l'aiut  a  spogliarsi,  gli  sprimacci  i guanciali,  gli prepar il
    caff.
    "Vuoi restar solo? Vuoi riposare?"
    "S."
    Ella se n'and. Aveva appena chiuso l'uscio che lo riapr.
    "Non t'angustiare," torn a dire al marito.  "Deputati non se n'ha  da
    fare uno solo. Ti presenterai anche tu. Vedremo chi  pi forte, o lui
    o noi!"






    9.

    La   situazione   del   collegio  era  questa:  smantellata  la  rocca
    affaristico-conservatrice che per vent'anni aveva  sostenuto  il  duca
    d'Oragua,  sbaragliata l'Associazione Costituzionale,  in dissoluzione
    la stessa Progressista,  floride e battagliere le societ operaie  che
    trovavano finalmente,  nel voto, l'arma con la quale poter scendere in
    lizza.  Mentre,  tra la classe borghese,  gli  antichi  moderati,  gli
    ammiratori di Lanza e di Sella erano costretti a nascondersi, le nuove
    falangi  di elettori parlavano di pi grandi libert,  di pi radicali
    riforme, di repubblica e di socialismo. Ma queste parole,  spaventando
    i   progressisti   timorati,   potevano  spingerli  tra  le  file  dei
    conservatori,  dar nuova vita al boccheggiante moderatismo.  Il  posto
    pi  vantaggioso era dunque tra i progressisti e i radicali.  Consalvo
    di Francalanza lo prese immediatamente.  La sua iscrizione al  partito
    di  sinistra,   la  sua  rottura  con  lo  zio  dopo  la  "rivoluzione
    parlamentare" del 1876,  legittimavano il programma ultra-liberale che
    egli veniva annunziando.
    Appena  andato  via  dal Municipio,  aveva cominciato il lavoro fuori
    citt,  nelle sezioni rurali.  Popolani  e  contadini  si  svegliavano
    laggi  alla  politica;  c'erano  societ  operaie,  circoli agricoli,
    casini democratici ordinati e disciplinati, coi quali bisognava venire
    a patti. I nobili, i borghesi,  i facoltosi furono conquistati subito.
    Accompagnato  da  amici  e  ammiratori spontaneamente offertisi,  egli
    cominci il giro del collegio. Il sindaco, il signore pi ricco,  o la
    persona  pi  influente  dava un pranzo o un ricevimento in suo onore,
    invitando gli altri maggiorenti. Non si parlava delle elezioni,  ma il
    principe,  affabile  con  tutti,  s'informava  dei  bisogni del paese,
    ascoltava i reclami di tutti,  prendeva  note  sopra  un  taccuino,  e
    lasciava  la  gente ammaliata dai suoi modi cortesi,  sbalordita dalla
    sua eloquenza e soddisfatta come se egli avesse scritto il decreto per
    la costruzione della ferrovia, per la riparazione delle strade, per il
    traslocamento del pretore.
    Ma,  dopo il banchetto o la refezione,  dopo la  visita  ai  capoccia,
    Consalvo  andava  alla  sede  delle  societ popolari.  L,  in quelle
    piccole stanze con mobili sospetti,  affollate da povera  gente  dalle
    mani callose,  cominciava il suo tormento. Egli stringeva quelle mani,
    senza guanti; si mescolava a quegli umili, sedeva tra loro,  accettava
    i  rinfreschi  che  gli  offrivano,  e  non  un  moto dei suoi muscoli
    rivelava lo spasimo che quelle vicinanze e quei contatti gli  facevano
    soffrire.  Istruito in precedenza,  teneva lunghi discorsi sui bisogni
    del paese,  sulla crisi dei vini o degli agrumi,  sulla gravezza delle
    imposte,   e  prometteva  leggi  intese  a  proteggere  l'agricoltura,
    assicurava lenimenti di tasse,  premi,  agevolezze di ogni genere.  La
    sua  teoria  era  quella  del  progresso,  "del  progresso che mai non
    s'arresta..."  ma,  se  vedeva  pender  dalle  pareti  i  ritratti  di
    Garibaldi  e di Mazzini,  insisteva sull'urgenza di "pi ampie libert
    richieste dallo spirito dei tempi";  se vedeva quelli  della  famiglia
    reale,  riconosceva  la  necessit  di andare "coi calzari di piombo".
    Quasi sempre egli  trovava  qualcuno  che  gli  faceva  da  guida,  ma
    talvolta  non  c'era  nessuno  che potesse presentarlo nei circoli pi
    intransigenti: allora egli si presentava da s,  chiedeva del  "signor
    presidente", annunziava che trovandosi di passaggio aveva desiderio di
    visitare "questo sodalizio tanto benemerito del paese".
    Quasi da per tutto si guadagnava simpatie e accaparrava voti.  Il solo
    fatto che don Consalvo Uzeda principe di Francalanza faceva  loro  una
    visita,  disponeva  quegli umili in favor suo.  Le strette di mano,  i
    discorsi famigliari,  le grandi frasi e le promesse convertivano i pi
    restii. Molti per recalcitravano; egli otteneva tuttavia l'effetto di
    metter la scissura dove prima era l'accordo. Una dozzina di societ lo
    elessero,  seduta  stante,  presidente  onorario;  egli  ringrazi per
    "l'insigne onore di cui sarei indegno se  non  avessi  da  far  valere
    l'immenso  affetto  per  gli  operai,  i  cui  miglioramenti,  il  cui
    benessere,  la cui felicit sono stati e saranno sempre lo scopo della
    mia vita".  Dopo i discorsi ufficiali egli soggiungeva: "Quando avrete
    bisogno di me, quando verrete in citt, rammentatevi che la mia casa 
    la vostra..."
    E ancora non si parlava dell'elezione.  Esaurito quel primo punto  del
    suo programma,  egli pass al secondo,  cio all'accordo con gli altri
    candidati. Per tre seggi,  c'era una dozzina d'aspiranti;  ma tolte le
    pretensioni ridicole,  come quella di Giulente,  restavano, oltre alla
    sua,   quattro  candidature  serie:  l'avvocato   Vazza,   che   aveva
    un'estesissima  clientela  e  si  presentava  con programma "liberale"
    senza indicazione di partito  parlamentare;  il  professor  Lisi,  gi
    presidente della Progressista, e perci con idee di sinistra; Giardona
    e Marcen, radicali. Consalvo si mise in relazione col primo di questi
    due,  che era il pi temperato,  per un'azione comune. Dal radicalismo
    annacquato di costui al liberalismo avanzato suo proprio  c'era  tanta
    distanza  da non potersi intendere?  Nondimeno,  i fautori di Giardona
    vollero dichiarazioni esplicite: egli s'impegn a dare il suo  voto  a
    tutte  le  riforme  chieste  dal  partito  e  sopra tutte alle riforme
    sociali. And a dire in mezzo a loro: "Io sono socialista. Dopo che ho
    studiato Proudhon, mi sono convinto che la propriet  un furto.  Se i
    miei  antenati non avessero rubato,  io dovrei guadagnarmi la vita col
    sudore della fronte." Tuttavia quelle dichiarazioni non soddisfacevano
    interamente.  I radicali pi avanzati che sostenevano Marcen  gli  si
    voltarono  contro.  Venne  poi fuori un giornaletto,  La lima,  che lo
    prese  di  mira,   chiamandolo  il  "nobile  principe,   il  sire   di
    Francalanza",  alludendo ai suoi parenti borbonici,  affermando che un
    aristocratico suo pari,  discendente  dai  Vicer,  non  poteva  esser
    sincero quando sfoggiava tanta fede democratica. Allora anch'egli fece
    pubblicare un foglio, Il nuovo elettore. Tutti i numeri, dal principio
    alla fine,  erano pieni di lui, delle sue gesta al Municipio, dei suoi
    titoli alla gratitudine del paese.  I  giornali  quotidiani  anch'essi
    avevano  articoli  esaltanti "il giovane patrizio democratico a fatti,
    non a parole".
    Stretto il patto con Giardona,  restava da scegliere tra il Lisi e  il
    Vazza  per  formare la triade.  Egli voleva mettersi con quest'ultimo,
    perch era il pi forte;  ma Giardona  minacci  di  mandare  tutto  a
    monte,  perch il Vazza, proclamandosi ambiguamente "liberale", era il
    pi moderato di  tutti  e  ben  visto  perfino  dalla  Curia.  Invece,
    l'alleanza con Lisi,  che s'avvicinava pi alle loro idee, era la sola
    naturale.  Egli riconobbe questa convenienza.  Fu stabilito l'accordo,
    ma ciascuno si mise all'opera per proprio conto.
    La  legge della riforma era ancora dinanzi al Senato che gi ogni sera
    riunivasi gente  in  casa  del  principe:  nobili  parenti,  impiegati
    comunali,  maestri  elementari,  avvocati,  sensali,  appaltatori:  un
    veglione.  Il quartiere di gala  era  aperto  al  pubblico;  egli  non
    relegava gli elettori nelle stanzette buie dell'amministrazione,  come
    aveva fatto suo zio;  spalancava le nobili Sale  Gialla  e  Rossa,  il
    Salone  degli specchi,  la Galleria dei ritratti.  Tutti erano animati
    dal pi vivo entusiasmo;  la gente minuta che veniva la prima volta al
    palazzo,  che sedeva sulle poltrone di raso sotto gli sguardi immobili
    dei Vicer,  si sarebbe fatta tagliare a pezzi per quel candidato  che
    prometteva mari e monti,  il bene generale e quello particolare d'ogni
    singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo intitolato:
    Consalvo Uzeda principe di  Francalanza,  brevi  cenni  biografici,  e
    glielo  present.  Egli  lo  fece  stampare  a  migliaia  di  copie  e
    diffondere per tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione,
    la goffaggine degli elogi di cui  era  piena  non  gli  davano  ombra,
    sicuro  com'era  che  per  un  elettore  che  ne  avrebbe riso,  cento
    avrebbero creduto a tutto  come  ad  articoli  di  fede.  Un  infinito
    disprezzo di quel gregge lo animava,  e un rancore violento contro chi
    tentava  sbarrargli  la  via.  Perch,   infatti,   come  l'agitazione
    cresceva,  gli attacchi della Lima divenivano pi acri, e una quantit
    di fogli,  foglietti e  bollettini  elettorali,  sorti  per  sostenere
    questa  o  quella  candidatura,  o  per  speculare sulla curiosit che
    induceva la  gente  a  buttar  via  i  soldini  in  carta  sporca,  lo
    aggredivano  mattina  e  sera,  gliene  dicevano  di cotte e di crude.
    Dinanzi alle persone ne rideva, dentro s'arrovellava: potendo, avrebbe
    messo il bavaglio a quei libellisti, li avrebbe banditi, imprigionati.
    Ma l'accusa che pi lo feriva, che lo faceva veramente sanguinare, era
    quella che cominciavano a lanciare: "Elettori, il candidato che noi vi
    presentiamo non  ha  feudi  n  blasoni,  non  oro  da  corrompere  le
    coscienze;  ma voi,  cittadini, dimostrerete che la vostra coscienza 
    un tesoro troppo grande perch un pugno di  monete  possa  comprarla."
    Era  una  menzogna,  giacch  egli non spendeva altri quattrini se non
    quelli della stampa,  della posta,  delle carrozze;  ma poteva  trovar
    credito pi delle altre,  ed egli voleva esser eletto per l'attitudine
    alla vita pubblica di cui aveva dato prova,  per la cultura che  s'era
    affannato  ad  acquistare.  Poi,  rammentando  l'impegno  preso con se
    stesso di restar calmo, di lasciar dire, scrollava le spalle, dominava
    gli impeti di sdegno,  i moti di cruccio;  diceva:  "Mi  eleggano  pel
    blasone e pei feudi, che m'importa? Purch mi eleggano!" E agli intimi
    che s'arrabbiavano per lui vedendolo aggredito a quel modo:
    "Hanno  ragione!"  rispondeva,  sorridendo.  "il mio pi grande titolo
    all'elezione  quello di principe!"
    Ci che egli esprimeva con la facezia  era  la  verit.  "Principe  di
    Francalanza":  queste  parole  erano  il passaporto,  il talismano che
    operava il miracolo di aprirgli tutte  le  vie.  Egli  sapeva  che  le
    dichiarazioni  di  democrazia  non  gli  potevano  nuocere  presso gli
    elettori della sua casta,  poich costoro non lo credevano sincero  ed
    erano sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto
    sentiva  che  le  accuse  di  aristocrazia non lo pregiudicavano molto
    presso la gran maggioranza di un popolo educato da secoli al  rispetto
    ed  all'ammirazione  dei  signori,  quasi  orgoglioso del loro fasto e
    della  loro  potenza.  Per  lui,   il  buon  popolo  che  si  lasciava
    taglieggiare  dai  Vicer  era stato pervertito da false dottrine,  da
    sciocche lusinghe: egli era sicuro che prendendo a quattr'occhi uno di
    quelli che pi vociavano "libert ed eguaglianza"  e  dicendogli:  "Se
    foste  al  mio posto,  gridereste cos?" il fiero repubblicano sarebbe
    rimasto in un bell'impiccio.  La quistione,  dicevano alcuni,  era che
    questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non dovevano pi
    esistere:  ma  allora Consalvo sorrideva di piet.  Quasich,  ammessa
    pure la  possibilit  d'abolire  con  un  tratto  di  penna  tutte  le
    disuguaglianze  sociali,  esse  non  si  sarebbero di nuovo formate il
    domani,  essendo gli uomini naturalmente diversi,  e il furbo  dovendo
    sempre,  in  ogni tempo,  sotto qualunque regime,  mettere in mezzo il
    semplice,  e l'audace prevenire il timido,  e il forte  soggiogare  il
    debole!  Nondimeno piegavasi,  concedeva tutto, a parole, allo spirito
    dei nuovi tempi. I giornaletti arrabbiati lo mordevano tenacemente con
    l'accusa di muffosit  "spagnolesca",  di  orgoglio  "organico";  egli
    diceva  agli  elettori  che  gli  davano del "signor principe" a tutto
    spiano:  "Io  non  mi  chiamo  signor  principe,  mi  chiamo  Consalvo
    Uzeda..."  Metteva adesso una specie di zelo nello spogliarsi di tutto
    ci che poteva offendere il  sentimento  dell'uguaglianza  umana,  non
    parlava  pi  dei  "miei  viaggi"  e dei "miei feudi",  pareva volersi
    scusare del suo titolo e delle sue  ricchezze,  quasi  vergognoso  del
    grande  stemma  infisso sull'arco del portone,  della rastrelliera del
    vestibolo,   dei   ritratti   degli   avi,    d'altrettante   macchie,
    d'altrettanti  attestati  d'indegnit.  Ma  egli faceva cos a tempo e
    luogo, dinanzi ai radicali sinceri, ai repubblicani puri;  la pi gran
    parte  del  tempo  sapeva  d'avere  intorno  persone  che  chiamandolo
    "principe", mostrandosi in sua compagnia,  credevano di partecipare in
    qualche modo al suo lustro.
    Lavorava  come un cane a far visite,  a scriver lettere,  a dirigere i
    suoi galoppini,  a presiedere  le  adunanze  del  comitato.  La  notte
    stentava  a prender sonno,  con la mano scottata dal contatto di tante
    mani  sudice,  sudate,  ruvide,  incallite,  infette;   con  la  mente
    infiammata dall'ansiet della riuscita. Sarebbe riuscito? A momenti ne
    aveva  l'intima e salda certezza;  il governo era per lui;  Mazzarini,
    arrivato al potere, ministro dei lavori pubblici, gli aveva trascritto
    da Roma tutte le lettere con le quali lo raccomandava al prefetto.  Ma
    non  si  contentava di riuscire,  voleva stravincere,  essere il primo
    degli eletti,  assicurarsi stabilmente il collegio con  una  votazione
    unanime, plebiscitaria. L'accordo col Giardona gli giovava certamente,
    ma  quello col Lisi era stato forse un errore.  La situazione di Vazza
    era invece fortissima,  molti assicuravano  che  sarebbe  riuscito  il
    primo: raccoglieva adesioni dovunque e i clericali specialmente, senza
    sostenerne in pubblico la causa,  lavoravano per lui,  sott'acqua,  ma
    con efficacia grandissima.  Era stato un  vero  sbaglio  rinunziare  a
    quest'alleanza e preferir Lisi;  per tentar di riparare,  per giovarsi
    del lavoro delle sacrestie,  egli pens di rivolgersi  alla  sorella.
    Non la vedeva da un pezzo,  ma sapeva che la sua vita severa,  austera
    quasi,  la rinunzia totale,  dopo i  lutti,  alle  occupazioni  ed  ai
    piaceri  mondani,  l'edificante  piet  l'avevano  messa ancora pi in
    grazia dei Monsignori. And dunque da lei. Sul punto d'entrare nel suo
    salotto ud una voce squillante che diceva:
    "L'ho cantato a tutti, non mi stancher di ripeterlo! Cada Sansone con
    tutti i filistei!"
    Era la zia Lucrezia. Egli si ferm ad ascoltare.
    "Vostra Eccellenza mi  perdoni,"  rispondeva  dolcemente  Teresa,  "ma
    parlare cos contro suo nipote..."
    "Mio nipote?...  Che nipote?..." vociferava l'altra.  "A lui dunque fu
    permesso  trattare  cos  mio  marito?  Pan  per  focaccia,   dice  il
    proverbio!  Benedetto  non  risulter,  ma  neppur  lui:  la  vedremo!
    Piuttosto mi meraviglio di quella bestia di
    Monsignore..."
    "Zia!"
    "Di quel bestione di Monsignore,  che non vuole appoggiare mio marito.
    Invece di fare il giuoco di Vazza,  dovrebbe sostener Benedetto, che 
    stato  sempre  moderato  e  perci  pi  vicino  ai  clericali!  E  mi
    meraviglio pi di te, che non vuoi spendere una parola per tuo zio!...
    Ma  gli  parler  io!  Ho  lingua,  e  posso  parlar  da me!  Se tutti
    abbandonano Benedetto,  ci sono qua io!  Io non l'abbandoner!  Ho lui
    solo  al  mondo!...  Capisci  che  gli hanno procurato una malattia di
    fegato?  Tirano a ucciderlo,  cotesti assassini!  Ma rider  bene  chi
    rider l'ultimo!"
    Contenendo le risa, Consalvo entr. Appena lo vide, Lucrezia levossi.
    "Ti saluto,  ho da fare," disse alla nipote;  e senza guardarlo, quasi
    non l'avesse scorto,  ma calcando la voce e passandogli dinanzi gonfia
    e impettita, ripet: "Rider bene chi rider l'ultimo!"
    Consalvo si mise a ridere.
    "Quella  pazza  l'ha con me!...  Che diavolo pretendeva?  Che le hanno
    fatto?"
    "Poveretta, non ne dir male," rispose Teresa con pietosa indulgenza.
    "E' gi una fortuna che tu non le dia ragione!  Voleva che  pei  begli
    occhi di suo marito io rinunziassi all'avvenire?  E adesso,  tutt'a un
    tratto,  arde d'affetto per cotesto marito prima vilipeso?..."  Teresa
    non rispose;  fece solo un gesto di grande compatimento. "E che voleva
    da te? Ti parlava dell'elezione?"
    "S."
    "Voleva il tuo voto, ah! ah!"
    "No, credeva che io potessi giovarle."
    "E che le hai risposto?"
    "Che non posso nulla."
    "E per me?" soggiunse rapidamente Consalvo.
    "Per nessuno, fratello mio!... Io non mi occupo di queste cose."
    "Ma i tuoi Monsignori?" esclam egli sorridendo.
    "N io n essi parliamo di queste cose."
    "Di che parlate allora, spiegami un po'?"
    Al tono leggermente canzonatorio di Consalvo,  la duchessa chiuse  gli
    occhi   un  momento,   quasi  ad  attinger  forza  per  affrontare  le
    contraddizioni, quasi a pregare pel miscredente.
    "Parliamo,  in questi giorni,  d'un gran miracolo che  il  Signore  ha
    permesso. Non hai sentito discorrere della Serva di Dio?"
    Egli sapeva qualcosa,  cos in aria,  d'un preteso prodigio avveratosi
    in persona d'una contadina di Belpasso; ma Teresa,  senza aspettare la
    sua risposta:
    "E' un'umile contadinella," prosegu,  "che vive in una casupola,  col
    padre e  la  madre,  nelle  campagne  di  Belpasso.  E'  stata  sempre
    religiosissima,  ma  da  qualche  tempo  si manifestano in lei i segni
    della  Grazia.  Tutti  i  venerd,  dopo  esser  rimasta  tre  ore  in
    ginocchio,  le  appariscono  sul  corpo le stimmate di Nostro Signore;
    ella esala un odore d'incenso soavissimo e dalle sue labbra..."
    "Questi li chiami segni della Grazia? Sono fenomeni isterici!"
    Teresa tacque un poco,  con la stessa espressione dell'indulgenza  che
    s'accorda  ai  poveri  ignoranti.  "Se  fossero  fenomeni isterici,  i
    dottori l'avrebbero curata. Invece, nessuno di quanti l'hanno vista ha
    saputo spiegare queste manifestazioni;  tutti i  loro  pretesi  rimedi
    sono rimasti inefficaci."
    "Vuol dire che hanno chiamato dottori asini..."
    "No,  i  pi riputati!...  Sulla fronte le appare una macchia rossa in
    forma di croce,  sul costato la figura del giglio..." A voce pi bassa
    aggiunse: "Monsignore andr a visitarla."
    "Vedr anche il costato?"
    Ella  si  trasse  indietro,  i  suoi  sguardi  espressero uno sdegnato
    biasimo.
    "Consalvo! Sai che mi duole udirti parlare cos..."
    "Andiamo! Non si pu scherzare?... Ma tu credi sul serio?..."
    "Credo," rispose brevemente.
    Egli la consider un poco.  Voleva dire: "A chi la di a intendere?...
    Sei ammattita come tutti i nostri?..." Ma non era venuto per questo.
    "Delle elezioni, dunque, non parlate?"
    "No. Sono quistioni che io non capisco; e poi, la Chiesa non partecipa
    a queste lotte."
    "N eletti n elettori, eh? Eppure i tuoi Padri spirituali si dnno un
    gran da fare per un certo avvocato..."
    "Il  Santo Padre ha ordinato che i cattolici non vadano alle urne come
    partito..."
    "Ah!...  Dunque  sai  che  c'  distinzione  fra  partito  ordinato  e
    cittadini spiccioli?"
    "Non  difficile intenderlo."
    "Va  bene,  va  bene!...  E  come  singoli cittadini,  i cattolici che
    fanno?"
    "Appoggiano, talvolta, chi pi s'accosta a loro."
    "Cio?"
    "Chi crede."
    Le due parole significavano: "Tu non sei fra questi;  ecco  perch  io
    non  posso  fare  nulla  per  te." Ma Consalvo,  che faceva l'ingenuo,
    replic:
    "Chi crede a che cosa?"
    "Prima di tutto agli eterni princpi di verit."
    "E poi?"
    "Al trionfo della Chiesa!"
    "Anche tu?..." cominci Consalvo, sul punto di protestare,  di dire il
    fatto suo a quell'altra sciocca.  Ma si contenne ancora una volta. Che
    gl'importava  di  quelle  sciocchezze?   L'importante  era  sapere  se
    bisognava assolutamente rinunziare all'intromissione di lei.  "Ah,  va
    benissimo!..." riprese, con tono diverso. "Il trionfo della Chiesa!...
    Ma su chi deve trionfare, sentiamo?"
    "Sopra i suoi nemici e i suoi persecutori."
    "Chi sono?  Dove sono?  In Italia?  In Francia?  Sentiamo un po':  che
    bisogna  fare?  Restituire  Roma al Papa,  eh?  Dargli tutta l'Italia,
    tutto il mondo?  Sentiamo,  spieghiamoci una buona volta,  per saperci
    regolare, per vedere fino a qual punto potremo intenderci..."
    Ella disse, seriamente:
    "E' inutile che tu la prenda su questo tono. Presto o tardi il diritto
    legittimo trionfer."
    "Come? Quando? Dove?"
    Ella alz il capo e socchiuse gli occhi, quasi ispirandosi.
    "Nascer," disse,  "un gran monarca,  dalla diretta progenitura di San
    Luigi di Francia,  e si chiamer Carlo.  Egli far  dell'Europa  sette
    regni, e rimetter il Santo Padre sulla cattedra di Pietro..."
    Questa volta Consalvo non riusc a frenare le risa.
    "Ah!  Ah! Ah!... S'ha da chiamare proprio Carlo? E perch non Filippo,
    Ignazio, Epaminonda?... Ma dove diavolo peschi simili fandonie?"
    "Che t'importa, se sono fandonie?... Mi duole che tu ne rida...  Ti ho
    detto mille volte che ciascuno ha le proprie convinzioni..."
    "S!  S!...  Ma  donde  t'  venuta  questa qui?  Dove hai saputo che
    accadranno tutte queste belle cose?"
    Ella stese il braccio verso una scansietta piena di libri e  vi  prese
    un volumetto legato con pelle nera e dorato sui tagli.  Consalvo lesse
    sul frontespizio: L'Europa liberata ovvero  Trionfo  della  Chiesa  di
    G.C.  su tutte le usurpazioni e tutte le eresie. Eco dei Profeti e dei
    SS.  Padri...  A un tratto volse il  capo,  udendo  il  cameriere  che
    annunziava dalla soglia, scostando la tenda:
    "Padre Gentile, Eccellenza."
    Entr un prete alto, asciutto, con forti occhiali sul naso adunco come
    un rostro.
    "Il  principe di Francalanza,  mio fratello," present Teresa.  "Padre
    Antonio Gentile..."
    Il prete inchinossi profondamente.  Consalvo lo squadrava  da  capo  a
    piedi. Un altro, adesso! Quella casa diventava una sacrestia!
    "Il  Padre,"  aggiunse  Teresa,  rivolta al fratello,  "ha la bont di
    dirigere l'educazione dei miei bambini..."
    "Io sono ben lieto," rispose l'ecclesiastico,  "di  poter  servire  la
    signora duchessa..."
    "Non  siciliano?" gli domand Consalvo, per dire qualcosa, perch non
    paresse  che  andava  via subito,  ma impaziente di svignarsela poich
    s'accorgeva d'aver gi perduto troppo tempo.
    "Signor no, sono romano" rispose il Padre.
    "E' da un pezzo fra noi?"
    "Da qualche mese appena."
    "Tanto piacere..." fece il principe, alzandosi.
    Il prete s'alz e s'inchin  una  seconda  volta.  Teresa  gli  chiese
    permesso e accompagn il fratello.
    "Dunque?" insist Consalvo.  "Che bisogna fare per ottenere l'appoggio
    della signora duchessa?"
    "Ma io non  valgo  a  nulla!..."  protest  Teresa,  con  un  discreto
    sorriso.
    "Bisogna  giurare fedelt a Carlo,  al Gran Monarca?...  Non c' altro
    scampo?...  Ma se ancora ha da  venire?...  Basta,  arrivederci!...  E
    quest'altro, dove l'hai pescato? Chi ?..."
    "Uno dei Padri pi colti della Compagnia di Ges!..."


    "Tempo perduto!  Tempo perduto!..." Non c'era da cavar nulla da quegli
    Uzeda!  I migliori,  quelli che parevano i pi saggi,  a un tratto  si
    rivelavano pazzi,  come gli altri.  Questa qui, adesso, si chiamava in
    casa i Gesuiti,  credeva alle balorde profezie,  ai pretesi  miracoli,
    diventava  cieco  strumento  in  mano dei preti!  Dov'era la fanciulla
    d'una volta,  graziosa,  gentile,  poetica,  pietosa ma  non  bigotta,
    credente  ma non accecata?  Anche al fisico,  aveva perduta l'eleganza
    del portamento, ingrassava, era irriconoscibile.  La pazzia soggiogava
    anche lei, prendeva la forma religiosa, diventava misticismo isterico!
    Tutti  a  un  modo,  tutti!...  Egli  solo  si  stimava savio,  forte,
    prudente, immune dal vizio ereditario,  padrone e giudice di se stesso
    e  degli altri...  E,  apparso sulla Gazzetta ufficiale il decreto che
    chiudeva la sessione, egli si butt a capo fitto nella lotta.
    Giorno e notte la sua casa trasformata in una piazza,  in un  pubblico
    mercato,  dove  i delegati discesi dalle sezioni rurali e gli elettori
    cittadini andavano e venivano, discutendo, contrattando, gridando, col
    cappello in testa, con le mazze in mano.
    Pi gente veniva,  pi egli ne invitava: i galoppini,  per suo ordine,
    rimorchiavano  lass,   adescati  dal  marsala  e  dai  sigari,  dalla
    curiosit di entrare nel palazzo dei Vicer,  gonfi dell'importanza  a
    cui erano assunti d'un tratto, individui di tutte le classi, bottegai,
    scrivani,  uscieri, trattori, barbieri, gente pi umile ancora, servi,
    guatteri, tutte le infime persone che per aver messo una firma dinanzi
    al notaro tenevano nelle loro mani una frazione della sovranit.  Egli
    stringeva  tutte  quelle  mani,  accoglieva  tutta quella gente con un
    "grazie dell'adesione!", dava del lei sopra e sotto; essi andavano via
    incantati,  accesi d'entusiasmo,  protestando: "E lo dicevano superbo!
    Un signore tanto alla mano!..."
    Una sera,  facendo il giro delle sale, Consalvo vide una faccia nuova,
    che rassomigliava tuttavia... a chi?...  A Baldassarre,  il suo antico
    maestro di casa!  Ma i favoriti erano scomparsi, e invece sulle labbra
    gi sbarbate dell'ex servitore cresceva un grosso  paio  di  mustacchi
    tinti come stivali.
    "Grazie dell'adesione," gli disse Consalvo, stringendogli la mano.
    "Niente!... Dovere!..." balbett Baldassarre.
    Uscito  dalla  casa  del  principe,  il maggiordomo s'era buttato alla
    politica,  aveva abbracciato la fede democratica,  presiedeva ora  una
    societ operaia di mutuo soccorso. Giacch il principino - Baldassarre
    adoperava  ancora il diminutivo per designare l'antico padroncino - si
    presentava con programma democratico,  egli aveva indotto i consoci ad
    appoggiarlo;   cos  rientrava  nel  palazzo  lasciato  da  servo  con
    l'importanza di uno che portava un bel gruzzolo di voti.  Seduto sopra
    una  di  quelle  poltrone di raso che prima aveva avanzato ai signori,
    egli si guardava intorno  ed  ascoltava  con  la  gravit  dell'antico
    maestro di casa, era pi serio e decorativo di tanti altri; un sindaco
    di provincia che gli stava a fianco gli disse:
    "Da  noi la riuscita  assicurata.  E qui,  professore,  come vanno le
    cose?"
    "Eccellente!" fece Baldassarre, scrollando il capo.
    I membri del comitato,  quella sera,  riferivano i nomi degli elettori
    amici  che  avevano  fatto  iscrivere  nelle  liste.   L'antico  servo
    s'avvicin a Consalvo.
    "Signor principe," non gli dava pi, per democrazia,  dell'Eccellenza,
    "la  nostra  societ  ha  fatto iscrivere una cinquantina di elettori.
    Sono tutti nostri!"
    "La ringrazio; non so come ringraziarla."
    "Si figuri,  per carit: dovere!  Vinceremo certamente!  La vittoria 
    nostra!"
    "Accetto di cuore l'augurio cortese."
    E  Baldassarre,  dimenticato  il torto che gli aveva fatto il principe
    defunto,  si fece in quattro per assicurare il trionfo del principino,
    divenne  in  breve  uno  dei  suoi  luogotenenti.  Egli  faceva i suoi
    rapporti a Consalvo,  ne riceveva le istruzioni,  gli dava a sua volta
    consigli;  e il padrone e il servo erano scomparsi,  sedevano a fianco
    alla stessa tavola, il principe passava la carta e la penna all'antico
    creato, si davano del lei come due diplomatici stipulanti un trattato.
    La lotta diveniva frattanto pi aspra. Consalvo aveva fatto fare certe
    aperture ai capi clericali,  ma costoro avevano risposto  che  la  sua
    alleanza  con  Lisi  e Giardona rendeva impossibile qualunque accordo.
    Giulente boccheggiava.  Per salvare il Municipio aveva dovuto  imporre
    nuove tasse,  aggravare le antiche,  congedare impiegati,  lasciare in
    asso tutte  le  opere  non  finite,  ridurre  tutte  le  spese;  e  la
    sollevazione  era  unanime contro di lui per l'odiosit delle imposte,
    la gretteria eretta a sistema.  La sua lunga  aspirazione  all'eredit
    politica  dello  zio,  la  stessa  malattia  di  fegato  erano  un po'
    ridicole: sua moglie finiva di rovinarlo, vantando il suo patriottismo
    dopo averlo deriso: "Al Volturno stava  per  lasciare  una  gamba!..."
    domandando  a tutte le persone,  ai commessi di negozio,  ai venditori
    ambulanti: "Non siete elettore?... Allora andate a farvi iscrivere..."
    Ed ella gli aveva finalmente consegnato i conti  dell'amministrazione,
    dove c'era un baratro peggio che al comune.
    Gli altri candidati,  per,  non si davano vinti, i pi pericolanti si
    ostinavano peggio, ricorrevano a tutti i mezzi,  contrattavano i voti,
    lanciavano  accuse  violente  ai  rivali  fortunati,  specialmente  al
    principe.  "Noi  non  abbiamo  nipoti  educati  dai  Gesuiti,  n  zii
    Cardinali di Santa Chiesa, n parenti reazionari; non ci appoggiamo su
    tutti  i  partiti,  dalla nobilt alla canaglia!..." Consalvo lasciava
    dire, correva in provincia, tornava in citt, allargava la cerchia dei
    propri aderenti. I messi di Baldassarre,  dal canto loro,  predicavano
    nelle  osterie  la democrazia del principe,  pagavano da bere a quanti
    gli promettevano il voto.  Una sera,  per,  la  discussione  si  fece
    brutta fra quelli che stavano dalla sua e gli oppositori che davano al
    principe  del  Rabagas,  del  Gesuita  e  del traditore.  Dalle parole
    vennero ai fatti, volarono sedie e bottiglie,  luccicarono i coltelli,
    gravi  minacce  furono  pronunziate.  Allora  Consalvo si rivolse agli
    antichi compagni di bagordo, alla gente con la quale aveva fatto vita,
    un tempo,  nelle taverne e nelle case di tolleranza: ceffi spaventosi,
    pallidi  bertoni con la faccia tagliata da cicatrici fecero la guardia
    al  suo  palazzo,  alla  sua  persona;  si  disseminarono  nei  luoghi
    equivoci,  minacciando,  intimorendo...  "Il  candidato  di  Francesco
    Secondo ha sguinzagliato la mafia per tutto il collegio allo scopo  di
    spaventare  gli onesti cittadini," denunziarono i fogli avversari;  ma
    nella violenza della battaglia le pi feroci  accuse  avevano  perduto
    ogni  efficacia,  erano naturalmente attribuite all'odio di parte,  al
    rancore di chi sentiva mancarsi il terreno sotto i piedi.  Il nome  di
    Francalanza   era   su  tutte  le  bocche,   nessuno  dubitava  oramai
    dell'elezione del principe. Egli preparava il discorso elettorale.


    Grandi  cartelloni  multicolori   incollati   per   tutta   la   citt
    annunziarono l'avvenimento: "meeting elettorale.  Cittadini: Domenica,
    8 ottobre 1882,  alle ore 12 meridiane,  nella Palestra Ginnastica (ex
    convento  dei  PP.  Benedettini) il Principe di Francalanza esporr il
    suo programma politico agli elettori del 1  Collegio."  Seguivano  le
    firme  del comitato: un presidente,  vecchio magistrato a riposo,  ben
    visto da tutti i partiti e perci messo a quel posto da Consalvo;  poi
    sei  vicepresidenti,   pi  di  cinquecento  membri,  otto  segretari,
    ventiquattro vicesegretari.
    Era una novit,  questa dei discorsi-programmi.  Le  elezioni  non  si
    potevano  pi  fare alla chetichella,  in famiglia,  come al tempo del
    duca d'Oragua: ciascun candidato  doveva  presentarsi  agli  elettori,
    render  loro  conto  delle  proprie  idee,  discutere le quistioni del
    giorno.  "Almeno  certo che andranno al Parlamento  solo  quelli  che
    sanno  parlare!..."  Ma udire il principe di Francalanza discorrere in
    piazza come un cavadenti... lo spettacolo era veramente straordinario.
    Gli altri candidati tenevano i loro discorsi nei teatri, ma per quello
    di Consalvo c'era tanta aspettazione,  piovevano  tante  richieste  di
    posti,  arrivavano  tante  rappresentanze dalla provincia,  che nessun
    teatro parve sufficiente.  La palestra ginnastica,  che era il secondo
    chiostro del convento di San Nicola,  grande quanto una piazza, aveva,
    con i  suoi  archi,  le  colonne  e  le  terrazze,  una  cert'aria  di
    anfiteatro;  era  l'ambiente  pi vasto,  pi nobile,  pi adatto alla
    grandezza dell'avvenimento.  E poi Consalvo,  da cui veniva la scelta,
    aveva una sua idea.
    Egli  and  a  dirigere  personalmente  l'addobbo.  Ma  intanto  che i
    tappezzieri  lavoravano  a  disporre  trofei  di  bandiere  e  festoni
    d'ellera  e  tende e ritratti,  il principe si guardava intorno con un
    senso  di  stupore,   sorpreso  a  un  tratto  dalle   memorie   della
    fanciullezza.  L'enorme  e  nobile monastero,  la signorile dimora dei
    Padri  gaudenti,   l'aristocratico   collegio   della   giovent   era
    irriconoscibile.  Scomparsi  i  corridoi  che  s'allungavano a perdita
    d'occhio, chiusi da muri e da cancelli, convertiti in sale e gabinetti
    scolastici;   il  refettorio  trasformato   in   salone   di   disegno
    dell'Istituto Tecnico,  ingombro di cavalletti,  ornato di stampe e di
    gessi; il Coro di notte pieno d'attrezzi nautici;  al posto dei grandi
    quadri,  sugli  usci  delle  camere,  cartelli con l'iscrizione: prima
    classe,  direzione,  presidenza.   Gi,   nel  cortile,   i  magazzini
    trasformati  in  caserme.  Le  generazioni  di  soldati  e di studenti
    succedutesi dal Sessantasei avevano  devastato  i  chiostri,  rotto  i
    sedili,  infranto  le  balaustrate;  i muri erano pieni di figure e di
    motti osceni,  e i calamai lanciati come fionde  pel  corruccio  delle
    bocciature  o  per  la  gioia delle promozioni avevano stampato da per
    tutto larghe chiazze d'inchiostro.
    Dinanzi a quella devastazione, Consalvo pensava adesso con un senso di
    rammarico alla morte del mondo monastico,  che egli  aveva  vista  con
    vivo  tripudio.  Ma  allora - rammentava!  - aveva quindici anni,  era
    impaziente di prendere il posto che lo aspettava in  societ.  Se  gli
    avessero  detto,  allora,  che  egli  sarebbe  tornato un giorno a San
    Nicola  per  discorrervi  dell'eguaglianza  sociale  e  del   pensiero
    laico!...  No,  egli  non poteva assuefarsi a quest'ideale democratico
    contro il quale protestavano la sua educazione e il suo stesso sangue.
    L,  a San Nicola,  forse pi che  a  casa  propria,  egli  era  stato
    imbevuto di superbia signorile, era stato avvezzo a considerarsi d'una
    pasta diversa dalla comune... Dove era la sua camera? Egli la cercava,
    al Noviziato,  e non la trovava. Forse dove stava scritto gabinetto di
    fisica. Un custode,  facendogli da guida,  narrava le magnificenze del
    convento,  le feste sontuose, l'abbondanza dei conviti, la nobilt dei
    Padri,  e rammaricavasi mostrando le rovine presenti.  "Qui stavano  i
    novizi,  tutti figli dei primi baroni: bei tempi!  Adesso ci vengono i
    figli dei ciabattini!" Il prestigio della nobilt  e  della  ricchezza
    era  dunque veramente imperituro,  se quel povero diavolo parlava cos
    d'una riforma che giovava ai suoi pari...  Consalvo voleva rispondere:
    "Avete  ragione..."  ma  il  rumore  di  martellate  che  veniva dalla
    palestra  gli  rammentava  la  necessit  di   nascondere   i   propri
    sentimenti,  di  rappresentare  la  parte che s'era assunta.  L,  fra
    quelle mura,  egli s'era messo col partito dei sorci,  ai  quali  fra'
    Cola voleva tagliar la coda;  qualcuno non gli avrebbe fatto una colpa
    di quel remotissimo passato?... Bah! Chi si rammentava delle monellate
    d'un ragazzo! Giovannino era morto, non poteva tornar dall'altro mondo
    a contraddirlo! E quand'anche?...
    Frattanto i preparativi si venivano compiendo; la domenica del comizio
    tutto fu pronto.  L'aspetto  della  palestra  era  grandioso.  Duemila
    seggiole erano disposte in bell'ordine nell'arena,  e restava tuttavia
    spazio libero per gli spettatori in piedi.
    Il lato meridionale del portico,  riservato alla  presidenza  ed  alle
    associazioni,  conteneva  una  gran  tavola  circondata  di poltrone e
    fiancheggiata da tavolini per la stampa e gli  stenografi.  Gli  altri
    tre  lati  erano  per gl'invitati: autorit,  signore,  rappresentanze
    varie.  Tutta la  terrazza,  come  l'arena,  restava  agli  spettatori
    minuti:  per  difendere  le  teste dal sole erano state distese grandi
    tende di mussolina tricolore.  Trofei  di  bandiere  abbracciavano  le
    colonne, ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a destra e
    a  sinistra  della  balaustrata  da  cui avrebbe parlato il candidato,
    Umberto e Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e
    Cairoli;  e  cos  tutto  in  giro  Amedeo,  Bixio,  Cavour,   Crispi,
    Lamarmora,  Rattazzi,  Bertani,  Cialdini,  la  famiglia  sabauda e la
    garibaldina, la monarchia e la repubblica, la destra e la sinistra.
    Fin dalle dieci,  la folla cominci a far ressa,  ma  le  porte  erano
    custodite  da  buon nerbo di membri del comitato,  riconoscibili a una
    gran coccarda tricolore appuntata al petto. Gi,  nel cortile esterno,
    si  riunivano  le  societ  attorno  alle  bandiere  e ai labari,  per
    ricevere  il  candidato  e  accompagnarlo  alla  palestra.  Tre  bande
    arrivarono  una  dopo  l'altra,  coi sodalizi pi numerosi,  tirandosi
    dietro una folla di curiosi; e il bruso saliva al cielo;  torrenti di
    gente  s'ingolfavano  dallo spalancato portone della scala reale.  Gli
    strumenti dei sonatori specchiavano al gaio sole autunnale;  pennacchi
    e bandiere ondeggiavano al vento; i cartelloni multicolori vestivano a
    festa i muri del monastero.
    Baldassarre,  in  redingote  e cappello alto,  con una coccarda grande
    come una ruota di mulino,  andava e veniva,  sudato,  sbuffante,  come
    ventotto  anni  addietro,  quando ordinava l'aristocratico cerimoniale
    dei funerali della vecchia  principessa.  Ma  allora  egli  era  servo
    stipendiato,  e  adesso  libero cittadino che interveniva a un metingo
    democratico,  e che prestava il  suo  appoggio  al  principe  non  per
    quattrini ma per un'idea.  Alla folla che voleva entrare ad ogni costo
    diceva alzando le  mani:  "Signori  miei,  un  po'  di  pazienza;  c'
    tempo...   ci  vuole  un'ora..."  Era  possibile  lasciar  entrare  la
    ciurmaglia  prima  degli  invitati?...  Ma  alle  undici  e  mezzo  la
    resistenza fu impossibile: dato ordine ai suoi dipendenti di difendere
    almeno i posti riservati,  lasci aprire la terrazza e l'arena.  In un
    attimo l'onda umana vi si rovesci.  Era ancora la folla  anonima,  il
    popolo minuto; ma a poco per volta cominciavano a venire le persone di
    riguardo,  signori  e  signore  eleganti,  dinanzi  alle  cui carrozze
    s'apriva l'altra folla rimasta nel cortile esterno. Baldassarre, nella
    palestra,  additando alle dame i loro posti,  si voltava tratto tratto
    verso  i  compagni:  "Dite  che  le  bande  vengano qui,  che prendano
    posto!...  Non ci sar la musica all'arrivo del candidato!..."  Quelle
    bestie non ne azzeccavano una! Impossibile aver le bande, neanche dopo
    essersi  sgolato  un'ora;   tanto  che  dov  correre  egli  stesso  a
    chiamarle: "Che fate qui?  Non  il vostro posto!  Venite  dentro!..."
    Egli  non  era  pi  maggiordomo,  ma  le  cose  malfatte  non  poteva
    tollerarle.  Uno del comitato non disse che bisognava sonare al  primo
    arrivo  del  principe?  Egli  si  guast:  "Il ricevimento si fa nella
    palestra,  non nel cortile!  Volete darmi lezioni?..." E mise le bande
    al posto opportuno, ordinando: "Marcia reale ed Inno di Garibaldi..."
    Ora  la  palestra  offriva  uno  spettacolo  veramente  straordinario:
    l'arena era un mare di teste,  serrate le file  delle  sedie,  stretti
    come  acciughe  gli  spettatori  in  piedi;  nella  terrazza una folla
    variopinta,  sulla quale fiorivano gli ombrellini delle molte  signore
    che  non  avevano  trovato  posto  gi.  Ma l'aspetto pi sontuoso era
    quello dei portici: tutta la migliore societ vi si  era  riunita,  le
    dame nelle prime file,  gli uomini dietro, ed un ronzio come d'alveare
    si levava  tutt'intorno:  chiacchiere  eleganti,  profezie  sull'esito
    delle  elezioni,  battibecchi  politici,  ma specialmente esclamazioni
    d'impazienza,  tentativi d'applausi di chiamata,  come al teatro,  che
    facevano  voltare  il capo a tutti e cavare gli orologi.  Scoccava gi
    mezzogiorno,  il campanone di San Nicola dava i primi  tocchi,  quando
    venne  da lontano un sordo clamore.  "E' qui,   qui...  Arriva...  ci
    siamo!..."   S'udivano   adesso   distintamente   le   grida:    "Viva
    Francalanza... Viva il nostro deputato!..." e scoppi d'applausi il cui
    fragore  cresceva,  rimbombava  nei corridoi,  faceva tremare i vetri,
    destava tutti gli echi sopiti del monastero.  Dalla palestra la  folla
    s'era levata in piedi, i colli erano tesi, gli sguardi fissi sull'arco
    d'ingresso.  Squillarono a un tratto,  intonate dalle tre musiche,  le
    prime note della Marcia reale mentre apparivano le prime  bandiere,  e
    un urlo formidabile,  un vero uragano d'applausi,  di evviva, di grida
    confuse scoppi nel  vasto  recinto,  riecheggi  tempestosamente  tra
    l'altra folla che circondava il candidato.
    Consalvo  avanzavasi,  pallidissimo,  ringraziando appena con un cenno
    del capo, assordato, abbacinato,  sgomentato dallo spettacolo.  Dietro
    di  lui,  nuovi  torrenti si riversavano nelle terrazze,  nei portici,
    nell'arena,  vincendo la resistenza dei primi occupanti;  ma  tuttavia
    migliaia di mani applaudivano,  sventolavano fazzoletti e cappelli; le
    signore,  in piedi sulle  seggiole,  salutavano  coi  ventagli  e  gli
    ombrellini,  formavano  gruppi  pittoreschi sul fondo scuro della gran
    folla mascolina;  e la ovazione si prolungava,  le grida  salivano  ad
    acuti  stridenti  alle riprese della marcia,  i battimani scrosciavano
    come una violenta grandinata sulle tegole.  Qua e l piccoli gruppi di
    avversari o d'indifferenti restavano silenziosi, ma dall'alto sembrava
    che  tutta  quella  moltitudine avesse una sola bocca per urlare,  due
    sole braccia  per  applaudire.  "Uno...  due...  due  e  mezzo...  tre
    minuti..."  alcuni  contavano,  con  gli orologi in mano,  e si vedeva
    gente con le lacrime agli occhi, dalla commozione;  molti perdevano la
    voce:  stanchi  di  sventolare  i fazzoletti,  se li legavano ai colli
    rossi e sudati. "Basta... basta..." diceva Consalvo, a bassa voce, con
    un senso di vera paura dinanzi a quel mare urlante e  Baldassarre,  da
    lontano,  non  potendo  attraversare  il  muro  vivente che lo serrava
    tutt'intorno,  faceva segni disperati  alla  musica;  e  finalmente  i
    sonatori  compresero,  la  musica  fin,  gli  applausi  e le grida si
    spensero;  ma,  ad un tratto,  mentre il presidente  del  comitato  si
    faceva alla balaustrata presentando il candidato,  squillarono le note
    dell'inno garibaldino, un nuovo fremito corse per la folla, il delirio
    ricominci...  Ora  Consalvo,   vinta  la  paura  del  primo  istante,
    ringraziava pi francamente a destra e a manca, e sorrideva, sicuro di
    s, gonfio il cuore di fiducia superba. La musica cess nuovamente, la
    folla  si  chet,  le  bandiere  appoggiate  alle  colonne del portico
    formarono  una  nuova  decorazione:   l'ufficio   di   presidenza,   i
    giornalisti,  gli  stenografi  presero  posto  alle  loro  tavole  e i
    segretari tirarono fuori dalle cartelle i  loro  fogli.  Uno  di  essi
    sorse  in  piedi,  e  in mezzo a un silenzio solenne cominci con voce
    stridula la litania delle adesioni. Ma la gente stancavasi,  le parole
    si  perdevano  in  un  sordo  mormoro.   In  un  gruppo  di  studenti
    motteggiatori  discutevasi  animatamente  se  il   candidato   avrebbe
    cominciato  con  l'aristocratico  Signori o il repubblicano Cittadini.
    Uno afferm: "Scommettiamo che dir Signori cittadini?"
    Ma gli entusiasti lanciavano sguardi severi agli scettici,  intimavano
    il silenzio.  Finalmente la litania fin.  Consalvo,  con una mano sul
    velluto della balaustrata, voltato di fianco,  aspettava.  Ad un cenno
    del presidente, si volse alla folla:
    "Concittadini!...  Se  la  benevolenza  dei miei amici vi ha indotto a
    credere che io possegga le doti dell'oratore,  e vi ha qui adunati con
    la promessa che udrete un vero e proprio discorso,  io sono dolente di
    dovervi disingannare..." La voce nitida,  ferma,  sicura,  giungeva da
    per  tutto,  debole  ma  chiara anche negli angoli pi remoti.  "Io vi
    dichiaro, concittadini, che non posso,  che non so parlare;  tale  il
    tumulto  di  impressioni,  di  sentimenti,  d'affetti che sconvolge in
    questo momento l'animo mio.  (Gli stenografi notarono: Benissimo!)  Io
    sento che fino ai miei giorni pi tardi non si potr pi cancellare il
    ricordo  di questo momento indescrivibile,  di questa immensa corrente
    di simpatia che mi circonda,  che m'incoraggia,  che mi riscalda,  che
    infiamma il mio cuore,  che ritorna a voi altrettanto viva e gagliarda
    e sincera quale viene dai vostri cuori a me. (Applausi prolungati.) Ma
    questa restituzione  troppo poca cosa e non vale a sdebitarmi:  tutta
    la  mia  vita  dedicata  al  vostro  servigio  sar  bastevole appena.
    (Applausi.) Concittadini!... Voi chiedete un programma a chi sollecita
    l'onore dei vostri suffragi;  il mio programma,  in  mancanza  d'altri
    meriti,  avr  quello  della  brevit;  esso  compendiasi  in tre sole
    parole: libert,  progresso,  democrazia...  (Battimani  fragorosi  ed
    entusiastici.) Un superstizioso contento occupa l'animo mio, nell'udir
    voi,  liberi  cittadini,  coronare d'applausi non me,  ma queste sacre
    parole,  qui,  tra questi vecchi muri che furono un  tempo  cittadella
    dell'ignavia,  del privilegio, dell'oscurantismo teologico... (Scoppio
    unanime di approvazioni clamorose),  qui,  tra queste mura,  gi  covo
    dell'ignoranza,  oggi  vivido faro da cui radia la luce del vittorioso
    pensiero! (Nuovo scoppio di frenetici battimani,  la voce dell'oratore
      soffocata  per alcuni minuti.) Concittadini,  la mia fede in questi
    grandi ideali umani non  nuova,  non data da questi  giorni,  in  cui
    tutti  la  sfoggiano,  come  i  galanti  vantano le grazie della donna
    desiderata... (Ilarit), protestando di non volerne i favori... (Nuova
    ilarit) ma di star paghi a sospirarla da lungi... (Risa generali.) La
    mia fede data dall'alba della mia vita,  quando i pregiudizi di  casta
    che  io  conobbi,  ma che non mi duole di aver conosciuti,  perch ora
    sono meglio in grado di combatterli...  (Benissimo!) mi vollero chiuso
    qui,  tra questi muri. Permettetemi ch'io vi narri un aneddoto di quei
    giorni lontani.  Erano i tempi in cui Garibaldi il Liberatore  correva
    trionfalmente  da  un capo all'altro del feudo borbonico per farne una
    libera provincia della libera patria italiana... (Bravo, bene!) Io ero
    allora fanciullo,  e alla mia mente inesperta ed  ignara  il  nome  di
    Garibaldi  sonava  come  quello  di un guerriero formidabile che altre
    leggi non conoscesse fuorch le dure, le violente leggi di guerra.  Un
    giorno corse una voce: Garibaldi era alle porte della nostra citt;  i
    Padri  Benedettini  si  disponevano  ad   ospitarlo...   non   potendo
    subissarlo coi suoi diavoli rossi... (Si ride.) Ed io quasi temetti di
    guardare  in  viso  quel  fulmine di guerra,  come se col solo sguardo
    dovesse incenerirmi.  Ed un giorno i miei compagni m'additarono l'Eroe
    dei  due  mondi.  Allora  io  vidi quel biondo arcangelo della libert
    intento...  sapete voi a qual opera?  A coltivare le rose  del  nostro
    giardino!  Da  quel  giorno  la  rivelazione  di  quel  cuore  vasto e
    generoso,  dove la forza leonina s'accoppiava alla gentilezza soave...
    (Scroscio  di  applausi),  di  quell'uomo  che,  conquistato un Regno,
    doveva,  come Cincinnato,  ridursi a coltivare il sacro scoglio,  dove
    oggi  aleggia  il magnanimo spirito di Lui,  che fu a ragione chiamato
    "il Cavaliere dell'umanit"..."
    Gli stenografi smisero di scrivere, tale uragano d'applausi e di grida
    si scaten. Urlavano: "Viva Francalanza!... Viva Garibaldi!... Viva il
    nostro deputato!..." e le parole del principe si perdevano nel clamore
    universale,  vedevasi solamente la bocca che s'apriva e chiudeva  come
    masticando, il braccio che gestiva rotondamente per finire l'aneddoto:
    la confusione tra Menotti Garibaldi e il padre,  la sostituzione di se
    stesso  al  morto  cugino...  "Silenzio!...   Parla  ancora!...   Viva
    Garibaldi!...  Viva  il principino!..." Tratto di tasca il fazzoletto,
    egli lo sventol  gridando:  "Viva  Garibaldi!  Viva  l'Eroe  dei  due
    mondi!..." Poi,  aspettando il silenzio,  si terse la fronte imperlata
    di sudore.
    "Concittadini," riprese quando  fu  ristabilita  la  calma,  "io  sono
    giovane  d'anni,  e la vita potr apprendermi molte cose e dimostrarmi
    la fallacia di molte  altre,  e  darmi  quell'esperienza,  quel  senno
    maturo  che  ancora  forse non ho;  ma quali che sieno le vicende e le
    prove che l'avvenire mi serba,  una cosa posso affermare fin da questo
    momento, sicuro che per volger d'anni o per mutar di fortuna non potr
    venir  meno:  la  mia  fede  nella  democrazia!...  (Salva  d'applausi
    entusiastici.) Questa fede  mi    cara  com'  cara  al  capitano  la
    bandiera  conquistata  nella  battaglia...   (Scoppio  di  battimani.)
    All'alpigiano che passa tutti i suoi giorni tra le cime dei monti,  il
    grandioso  spettacolo  nulla  dice,  o  ben poco;  all'alpinista che 
    partito dalla pianura,  che ha conquistato a  grado  a  grado  l'ardua
    vetta  sublime,  il  cuore  s'allarga  di  gioia,  si gonfia di giusta
    superbia nel contemplare il meritato orizzonte.  (Ovazione generale  e
    prolungata.)  Cittadini!  Io non voglio turbare la solennit di questa
    adunanza portando dinanzi a voi le piccole gare in cui si affannano le
    anime piccole; ma voi sapete che un'accusa mi fu lanciata;  voi sapete
    che  mi  dissero...  aristocratico..."  Gli  stenografi non seppero se
    notare impressione o silenzio o movimenti diversi;  ma  gi  l'oratore
    incalzava:  "Quest'accusa    fondata  sui  miei  natali.  Io non sono
    responsabile della mia nascita...  (No!  no!) n voi della vostra,  n
    alcuno della propria,  visto e considerato che quando veniamo al mondo
    non ci chiedono il  nostro  parere...  (Ilarit  fragorosa.)  Io  sono
    responsabile  della  mia  vita;  e  la mia vita  stata tutta spesa in
    un'opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi sociali e  politici,
    redenzione  morale  e  intellettuale;  e  nulla    valso  ad arrestar
    quest'opera;  n le facili seduzioni,  n le derisioni ironiche,  n i
    sospetti  ingiuriosi;  n,  pi  gravi  al  mio cuore,  le opposizioni
    incontrate nello stesso focolare domestico... (Bene! Bravo! Applausi.)
    Voi vedete che io non posso pi rinunziare a questa fede;  essa  mi  
    tanto  pi  cara  e  preziosa,  quanto  pi  mi  costa...  (Scoppio di
    battimani fragorosi e prolungati.  Grida di: Viva Francalanza...  Viva
    la  democrazia!...  Viva la libert...  L'oratore  costretto a tacere
    per qualche minuto.)"
    Il piacere,  l'ammirazione  erano  in  ogni  animo:  negli  amici  che
    vedevano  assicurato il trionfo,  negli avversari che riconoscevano la
    sua abilit,  nella  stessa  gente  minuta  che  non  comprendeva,  ma
    esclamava:  "Ma  che avvocato!  Non ci sono avvocati capaci di parlare
    cos",  e le signore,  animatissime,  godevano come  allo  spettacolo,
    scambiando  osservazioni  sull'arte e sulla persona del principe quasi
    fosse un primo attore recitante la sua parte.
    "Ma voi,  concittadini," riprese  egli,  "giudicherete  forse  che  se
    questa   fede  compendia  tutto  un  programma,     mestieri  che  un
    legislatore si tracci una  precisa  linea  di  condotta  in  tutte  le
    particolari    quistioni    riflettenti    l'orientamento    politico,
    l'ordinamento delle amministrazioni pubbliche,  il regime economico  e
    via  dicendo.  Permettetemi  dunque di dirvi le mie idee in proposito.
    Disciolte le antiche parti parlamentari,  non ancora si  delineano  le
    nuove.  Io  auguro pertanto la formazione,  e seguir le sorti di quel
    partito che ci dar la libert con l'ordine all'interno e la pace  col
    rispetto  all'estero  (Benissimo,   applausi),  di  quel  partito  che
    realizzer tutte le riforme legittime conservando tutte le  tradizioni
    (Bravo!  bene!),  di  quel  partito  che  restringer le spese folli e
    larghegger nelle produttive (Vivissimi applausi), di quel partito che
    non presumer colmare le casse dello  Stato  vuotando  le  tasche  dei
    singoli  cittadini (Ilarit generale,  applausi),  di quel partito che
    protegger la Chiesa in quanto potere spirituale,  e la  infrener  in
    quanto  elemento di civili discordie (Approvazioni),  di quel partito,
    insomma, che assicurer nel modo pi equo, per la via pi diritta, nel
    tempo pi breve,  la prosperit,  la grandezza,  la forza  della  gran
    patria comune (Applausi generali.)"
    Veramente  gli  applausi  non  furono generali a questo passo,  e anzi
    qualche colpo di tosse partito da un angolo fece voltare molte teste.
    "Voi mi direte," proseguiva per l'oratore,  "che questo  programma  
    troppo vasto ed eclettico; perch, secondo un proverbio,  impossibile
    avere  ad  un  tempo la botte piena e la moglie ubriaca (Ilarit).  La
    botte   piena,   senza   poterne   spillare   l'inebbriante   liquore,
    rappresenterebbe   una   ricchezza  inutile,   e  tanto  varrebbe  che
    contenesse acqua o un altro fluido qualunque; ma quanto ad avere anche
    la moglie ubriaca,  sarebbe in verit troppa grazia: me ne  appello  a
    tutti  i  mariti.  (Scoppio  d'ilarit  clamorosa,  battimani  vivi  e
    replicati.) Bisogna attingere dalla botte quel tanto di vino che basti
    a saziar la sete,  a letificare lo  spirito.  Dicono  i  francesi:  Si
    jeunesse savait! Si vieillesse pouvait! Questo che  impossibile nella
    vita  di un sol uomo,  non solo  possibile,  ma necessario nella vita
    collettiva dei popoli.  Il legislatore deve possedere le audacie della
    giovent  accoppiate  al  senno  della vecchiaia;  la legge deve tener
    conto di tutti gli interessi,  di  tutte  le  credenze,  di  tutte  le
    aspirazioni  per  fonderle  e  armonizzarle:  essa    necessariamente
    regolata sull'esperienza del passato,  ma non deve n pu tarpar l'ali
    all'avvenire!  (Ovazione.)  Pertanto,  invidiabili e invidiate sono le
    nostre istituzioni, che mediante un prudente equilibrio tra i due rami
    del Parlamento e il potere esecutivo permettono che ci s'avvicini alla
    suprema  conciliazione.   Ma,   come  tutte  le  cose  umane,   queste
    istituzioni  non  sono  perfette,  bens perfettibili e a tal opera di
    continuo miglioramento io dedicher tutte le mie  forze,  scevro  come
    sono  e  di  paure  e  di  feticismi.  Lo  Statuto  pu  e deve essere
    migliorato. Questa necessit  intesa da tutti: dal popolo che reclama
    intera la sua sovranit,  al Re  che  riconosce  la  sua  dal  popolo.
    (Approvazioni.)  Per  nostra fortuna,  popolo e Re sono oggi in Italia
    tutt'uno (Applausi) e la monarchia democratica di Casa Savoia spiega e
    legittima i  sentimenti  democraticamente  monarchici  degli  italiani
    (Benissimo!)  Fin  quando  sederanno  sul  trono  principi  leali e Re
    galantuomini, il dissidio sar impossibile,  la nostra fortuna sicura!
    (Scroscio  di  applausi  prolungati,  grida  di:  Viva il Re!...  Viva
    l'Italia!...  La voce dell'oratore  coperta dai battimani.) Ma poich
    l'aspetto  della  sovranit  popolare  e  il  benessere  delle  classi
    laboriose  debbono  essere  scopo  precipuo  dei   legislatori,   sar
    impossibile  raggiungerlo  se  non verranno a sedere alla Camera i pi
    legittimi, i pi diretti rappresentanti del popolo.
    Lasciatemi quindi augurare che molti candidati operai riescano eletti.
    Molti combattono le candidature operaie,  forti d'un motto inglese che
    suona:  the  right  man  in  the right place.  Ma essi dimenticano che
    questa citazione  una  spada  a  due  tagli,  e  che  allorquando  il
    Parlamento  dovesse  occuparsi di quistioni operaie,  the right men in
    the right places sarebbero appunto i cittadini operai  (Bene!  bravo!)
    Una volta un parrucchiere s'impanc a critico,  e il celebre Voltaire,
    seccato  da  tanta  presunzione,  gli  disse:  "Mastro  Andrea,   fate
    piuttosto parrucche." (Ilarit.) Ma se si fosse trattato di dover fare
    parrucche, e Voltaire avesse voluto dire la sua, mastro Andrea avrebbe
    potuto  rispondere  al celebre poeta: "Signor Voltaire,  fate tragedie
    piuttosto." (Ilarit fragorosa, applausi prolungati.) Concittadini, la
    quistione sociale,  bisogna riconoscerlo francamente,  preme in questo
    momento pi che tutte le altre.  E' essa nuova?  No, certo. Facciamone
    un poco la storia..."
    "Ci siamo!  Adesso  stiamo  freschi!..."  mormorarono  qua  e  l  gli
    avversari,  gli  studenti;  ma  voci crucciate ingiunsero: "Silenzio!"
    mentre l'oratore,  prese le mosse da Adamo ed Eva e da Caino ed Abele,
    galoppava per la Babilonia,  l'Egitto, la Grecia e Roma, saltava a pi
    pari il Medioevo, piombava nell'Ottantanove,  si arrestava al principe
    di Bismarck ed al socialismo della cattedra. L'attenzione del pubblico
    cominciava  a  diminuire;  tuttavia molti si sforzavano di seguirlo in
    quella corsa pazza. "Lo Stato dovr dunque essere l'incarnazione della
    divina Provvidenza?  (Ilarit.)" No,  dove lo Stato non pu  arrivare,
    deve   supplire   l'iniziativa   individuale:   quindi   Trade-unions,
    probiviri,  cooperative,  libert di sciopero.  Era  cos  sciolta  la
    quistione sociale? "No, ci vuol altro!"
    Qualche signora sbadigliava dietro il ventaglio, la gente che desinava
    all'una  se  la svignava.  Ma,  finalmente,  dichiarato che i problemi
    sociali "sono nodi gordiani che nessuna spada deve  tagliare,  ma  che
    l'amoroso studio e l'industre pazienza possono sciogliere",  l'oratore
    passava alla politica estera.  "L'assetto  dell'Europa,  sarebbe  vano
    celarlo,  risente  ancora  delle preoccupazioni della Santa Alleanza."
    L'unit  germanica  doveva  soddisfare  gl'italiani,   ma   forse   il
    panslavismo  era  un  fenomeno  non scevro di pericoli.  "Io credo che
    s'apponesse il principe di  Metternich  quando  diceva...  Non  sfugg
    tuttavia  all'acuto  sguardo  del  conte di Cavour...  E' certo che il
    concetto del celebre Pitt..." Sfilavano  tutti  gli  uomini  di  Stato
    passati  e  presenti,   entravano  in  ballo  Machiavelli,  Gladstone,
    Campanella,  Macaulay,  Bacone da Verulamio;  l'oratore chiedeva a  se
    stesso:  "Qual    la  missione  storica dell'Inghilterra?...  Per la
    Spagna, se udisse la voce del sangue?..." Tutto questo, pel tradimento
    di Tunisi! "No, non  stata la Francia di Magenta e Solferino;  stata
    la Francia di Brenno e di Carlo  viii!..."  L'uditorio  si  scosse  un
    poco;  gli stenografi annotarono: grandi applausi.  Ma gli antagonismi
    di razza si sarebbero un giorno composti; allora,  sarebbero sorti gli
    Stati Uniti d'Europa. "Per, come ottimamente disse Camillo Benso," la
    pace  andava  cercata  nelle  fide  alleanze  e  nei forti battaglioni
    (Benissimo).  "Ferve la lotta tra i sostenitori delle  grandi  navi  e
    delle  piccole:  io  credo  che  le  une  e  le altre siano necessarie
    all'odierna  guerra  marittima.   Caio  Duilio  distrusse  la   flotta
    cartaginese   mutando  la  battaglia  navale  in  terrestre."  (Bravo!
    applausi.) Cos, un "giorno non lontano, rivendicati i nostri naturali
    confini (Applausi vivissimi),  riunita in un sol fascio la  gente  che
    parla  la  lingua di Dante (Scoppio di applausi),  stabilite le nostre
    colonie  in  Africa  e  forse  anche  in  Oceania  (Benissimo!),   noi
    ricostituiremo l'Impero romano!" (Ovazione.)
    Subito dopo pass alla quistione delle finanze.
    "Quivi sospiri, pianti ed alti guai..." (Ilarit.) Ma i guai non erano
    senza  riparo.  "Non  facciamo  per carit di patria confronti con gli
    Stati Uniti  d'America..."  Prima  di  tutto  occorreva  riformare  il
    sistema  tributario.  "Paul Leroy Beaulieu dice...  Secondo l'opinione
    dell'illustre Smith..." Citazioni e cifre si accavallavano.  Pochi  lo
    seguivano  ormai in quelle elucubrazioni,  altra gente andava via,  le
    signore sbadigliavano francamente.  "Passiamo adesso  ai  trattati  di
    commercio...
    Consideriamo l'ufficio dei comizi agrari..." Ad ogni annunzio di nuovo
    argomento,  piccoli  gruppi  di  spettatori  seccati  se  ne andavano:
    "Bellissimo discorso,  ma dura troppo..." Gli uscenti costringevano la
    folla  a  tirarsi  da  canto,  i  fedeli  ingiungevano:  "Silenzio!" e
    Baldassarre non si dava pace,  vedendo  l'ineducazione  del  pubblico.
    "Amministrazione  della  giustizia...  Giustizia nell'amministrazione.
    Discentrare  accentrando,   accentrare  discentrando..."  Quanto  alla
    marina   mercantile,   il   sistema   dei   premi   non   era   scevro
    d'inconvenienti. Poi, "riforma postale e telegrafica, legislazione dei
    telefoni; non bisogna neppure dimenticare l'idra della burocrazia..."
    Adesso si vedevano larghi vuoti nell'arena e nei portici, specialmente
    nelle terrazze dove il sole arrostiva i crani.  "Ma questo  non    un
    programma  elettorale,    un  discorso da ministro!..." sogghignavano
    alcuni;  l'uditorio era schiacciato dal peso di  quell'erudizione,  di
    quelle nomenclature monotone;  la luce troppo chiara,  il silenzio del
    monastero ipnotizzava la gente;  il presidente del  comizio  abbassava
    lentamente la testa,  vinto dal sonno;  ma, ad uno scoppio di voce del
    candidato,  la rialzava rapidamente,  guardando  attonito  attorno;  i
    musicanti sbadigliavano, morendo di fame. Baldassarre dava di tanto in
    tanto il segnale di applausi, incorava i fedeli anch'essi accasciati e
    vinti;  si  disperava  vedendo  passare inosservate le bellissime cose
    dette dall'oratore.  Questi parlava da un'ora e mezza,  era  tutto  in
    sudore,  la  sua  voce  s'arrochiva,  il  braccio  destro infranto dal
    continuo gestire si rifiutava oramai al suo ufficio.  Egli  continuava
    tuttavia,  deciso  ad  andare sino in fondo,  nonostante la stanchezza
    propria e del pubblico,  perch si dicesse che aveva parlato  due  ore
    difilato.  A  un  tratto  alcune  seggiole  rovesciate dalla gente che
    scappava fecero un gran  fracasso.  Tutti  si  voltarono,  temendo  un
    incidente  spiacevole,  una rissa;  l'oratore fu costretto a tacere un
    momento.  Riprendendo a parlare,  la voce gli usc rauca e fioca dalla
    strozza; non ne poteva pi, ma era alla perorazione.
    "Queste  ed  altre  riforme io vagheggio;  non credo tuttavia di dover
    abusare della vostra pazienza." Sospiri di sollievo uscirono dai petti
    oppressi. "Concittadini! Se voi mi manderete alla Camera, io dedicher
    tutto me stesso all'attuazione di questo programma. (Bene!  Bravo!) Io
    non  presumo  di  essere  infallibile,  perch  non sono n profeta n
    figlio di profeta (Si ride): accoglier pertanto con lieto animo, anzi
    sollecito fin da ora i miei concittadini  a  suggerirmi  quelle  idee,
    quelle  proposte,  quelle  iniziative  che  credono  giuste  e feconde
    (Benissimo).  Il nostro motto  sia:  Fiat  lux!  (Applausi).  Luce  di
    scienza,  di civilt,  di progresso costante (Scoppio di applausi). Il
    pensiero della patria stia in cima ai nostri cuori (Approvazioni).  La
    patria nostra  quest'Italia che il pensiero di Dante divin,  e che i
    nostri padri ci diedero a costo di  sangue  (Vivissimi  applausi).  La
    nostra  patria  anche quest'isola benedetta dal sole,  dov'ebbe culla
    il dolce stil novo e donde partirono le pi gloriose iniziative (Nuovi
    applausi).  La nostra patria  finalmente questa cara  e  bella  citt
    dove noi tutti formiamo come una sola famiglia (Acclamazioni).  Dicesi
    che i deputati rappresentino la nazione e non i singoli collegi. Ma in
    che  consistono  gl'interessi  nazionali  se  non  nella  somma  degli
    interessi locali?  (Benissimo,  applausi.) Io,  quindi,  se volger la
    mente allo studio dei grandi problemi della politica  generale,  credo
    di  potervi  promettere che avr a cuore come i miei propri gli affari
    pi specialmente riguardanti la Sicilia, questo collegio, la mia citt
    natale e tutti i  singoli  miei  concittadini  (Grande  acclamazione).
    Grato  a tutti voi dell'indulgenza con la quale m'avete ascoltato,  io
    finisco invitandovi a sciogliere un  triplice  evviva.  Viva  l'Italia
    (Scroscio d'applausi grida di: Viva l'Italia.) Viva il Re! (Generali e
    fragorosi  battimani.)  Viva  la libert!  (Tutto il pubblico in piedi
    applaude e  acclama.  Si  sventolano  i  fazzoletti,  si  grida:  Viva
    Francalanza!   Viva  il  nostro  deputato!   Il  presidente  abbraccia
    l'oratore. Commozione generale, entusiasmo indescrivibile.)"
    Consalvo non ne poteva pi, sfiancato, rotto, esausto da una fatica da
    istrione: parlava da due ore,  da due ore faceva  ridere  il  pubblico
    come un brillante, lo commoveva come un attor tragico, si sgolava come
    un ciarlatano per vendere la sua pomata.
    E  mentre  la  marcia,  intonata  per ordine di Baldassarre,  spronava
    l'entusiasmo del  pubblico,  nel  gruppo  degli  studenti  canzonatori
    domandavano:
    "Adesso che ha parlato, mi sapete ripetere che ha detto?"


    Negli ultimi giorni, l'ansiet di Consalvo divenne febbre scottante.
    La riuscita non poteva mancare, ma egli voleva essere il primo. Il suo
    comitato oramai era tutta la citt,  tutto il collegio, elettori e non
    elettori.  I  cartelloni  con  la  scritta:  votate  pel  principe  di
    francalanza.  eleggete  consalvo uzeda di francalanza.   candidato al
    primo collegio il  principe  consalvo  di  francalanza  crescevano  di
    dimensioni, erano lenzuoli di carta con lettere d'una spanna: sembrava
    che gli stessi muri gridassero il suo nome... Il primo! Il primo! Egli
    voleva essere il primo!...
    La  sera  della  vigilia  c'era  al  palazzo un vero pandemonio: tutti
    domandavano: "Il principe?...  Dov' il principe?..." ma la  gente  di
    casa  rispondeva che egli era presso lo zio duca,  il quale stava poco
    bene.  Nondimeno il lavoro progrediva alacremente,  come  se  egli  ci
    fosse.   Erano  venuti  i  rappresentanti  di  Giardona  e  Lisi,  per
    concretare la lista degli uffici elettorali;  frattanto si preparavano
    a partire coloro cui toccava andar a vigilare nelle sezioni rurali.  A
    mezzanotte arriv il principe.  L'adunanza si protrasse fino alle due,
    quando partirono le prime carrozze per le sezioni lontane.
    E il domani,  costituiti gli uffici,  cominciata la votazione, insieme
    con la notizia della vittoria  del  principe  -  perch  gli  elettori
    dichiaratisi   per   lui   erano  migliaia,   venivano  apposta  dalle
    villeggiature,  si facevano trascinare alle urne sopra le seggiole  se
    non  potevano  andare  coi  loro piedi - una voce si sparse,  dapprima
    sorda,  poi sempre pi  alta  fra  i  seguaci  di  Lisi:  "Tradimento,
    tradimento!..."  Il  principe,  affermavano,  si  era messo d'accordo,
    nelle ultime ore della sera innanzi,  con Vazza;  alcuni  precisavano:
    "L'abbiamo   visto  noi  entrare  in  casa  dell'avvocato,   verso  le
    undici..." e sostenevano che l si fosse  complottato  il  tradimento,
    l'accordo  coi  clericali,  l'abbandono di Lisi,  fors'anche quello di
    Giardona.  "Come,  quando?  Che diavolo infinocchiate?  Il principe  
    stato in casa del duca,  non si  mosso di l!..." rispondevano i suoi
    fautori nel tripudio della vittoria gi assicurata.
    Al palazzo,  verso il tramonto,  arrivarono i primi  telegrammi  delle
    sezioni  di  provincia;  ma  quei risultati non erano tutti egualmente
    favorevoli: i candidati locali avevano forti maggioranze; il posto del
    principe,  nelle prime somme,  oscillava fra il secondo ed  il  terzo.
    Consalvo, pallidissimo, aveva la febbre. Ma, come venivano i risultati
    delle sezioni urbane, la sua posizione si consolidava; del terzo posto
    non  si  parlava pi;  egli stava con Vazza tra il primo e il secondo.
    Quando arrivarono gli ultimi telegrammi e  gli  ultimi  messi  con  le
    cifre  definitive,  non  vi  fu pi dubbio: egli era il primo con 6043
    voti; veniva dopo Vazza con 5989;  poi Giardona con 4914;  il radicale
    Marcen  restava  fuori  con  3309;  Lisi precipitava con meno di 3000
    voti; gli altri erano tutti a distanza di migliaia di voti,  con 2000,
    con 1000 appena. Giulente non ne aveva pi di 700!
    Era  notte  alta,  ma  il  palazzo  Francalanza,  illuminato a giorno,
    risplendeva da tutte  le  finestre.  Una  folla  sterminata  traeva  a
    congratularsi  "col  primo  eletto  del  popolo";  per le scale era un
    bruso incessante; nelle sale non si respirava.
    Consalvo, raggiante,  circolava a stento in mezzo alla folla compatta,
    afferrava  tutte  le  mani,  si  stringeva addosso a tutte le persone,
    guarito interamente,  come per incanto,  dalla mana dell'isolamento e
    dei  contagi,  nella  pazza gioia del magnifico trionfo.  E quando una
    grande fiaccolata,  un'immensa dimostrazione con musiche  e  bandiere,
    venne ad acclamarlo freneticamente,  egli si fece al balcone,  arring
    la folla,  si diede nuovamente in pascolo alla sua curiosit,  come un
    tribuno.
    Per  tre  giorni  la  citt  fu  in un continuo fermento: ogni sera la
    dimostrazione  si  rinnovava,   l'entusiasmo  invece  di  raffreddarsi
    cresceva.  Fra  il  basso popolo una canzonetta,  sull'aria del Mastro
    Raffaele, furoreggiava:

    Evviva il principino
    Che paga a tutti il vino;
    Evviva Francalanza
    Che a tutti empie la panza.

    Gruppi  di  ubriachi  gridavano:  "Viva  Vittorio  Emanuele!  Viva  la
    rivoluzione!  Viva  Sua  Santit!..."  cose ancora pi pazze.  Per tre
    giorni il palazzo  rest  ancora  invaso  dalla  gente  che  veniva  a
    congratularsi:  una  processione  incessante dalle dieci del mattino a
    mezzanotte, con appena due ore di sosta per la colazione ed il pranzo.
    Modestamente,   egli   tentava   parlare   dei   risultati   generali,
    dell'"ottimo esperimento" che aveva fatto la nuova legge, del senno di
    cui  avevano  dato prova gl'italiani;  ma non lo lasciavano dire,  gli
    parlavano soltanto di lui, della sua clamorosa, meritata vittoria.
    Il quarto giorno usc nelle vie.  Si spezz il  braccio,  dalle  tante
    scappellate,  dalle tante strette di mano.  La gioia gli si leggeva in
    viso,  traspariva da tutti i suoi atti  e  da  tutte  le  sue  parole,
    nonostante  lo  studio  per  contenerla.  Stanco  di veder gente,  per
    assaporare altrimenti il  proprio  trionfo  pens  di  far  visita  ai
    parenti.  Cominci dal duca, che veramente stava male, con gli ottanta
    anni di maneggi e d'intrighi sulle spalle.
    "E' contenta Vostra Eccellenza dei risultati?" gli domand Consalvo.
    Ma il vecchio, quantunque avesse raccomandato a tutti il nipote perch
    il potere restasse in famiglia, pure non sapeva difendersi da un senso
    d'invidia gelosa pel nuovo astro che sorgeva, mentre egli non solo era
    tramontato politicamente, ma sentiva di aver poco da vivere.
    "Ho sentito... va bene..." borbott seccamente.
    "Ha visto pure che nel resto d'Italia tutto  andato benissimo? Pareva
    dovesse cascare il mondo,  e i radicali sono appena  qualche  dozzina.
    Anche la destra ha guadagnato..."
    Egli piaggiava un poco lo zio, del quale aspettava adesso l'eredit. A
    Roma  avrebbe  avuto  bisogno di denari,  di molti denari;  quanto pi
    ricco sarebbe stato, tanto pi presto avrebbe conquistato il suo posto
    nella capitale.  E la specie di freddezza che gli dimostrava  il  duca
    non  lo inquietava: a chi avrebbe dovuto lasciare la sua sostanza,  se
    non all'erede del nome degli Uzeda? Ai figli di Teresa, forse?
    Lasciata la casa dello zio,  egli and dalla sorella.  Se doveva esser
    grato  a costei per la generosit con la quale s'era visto trattato al
    tempo della morte del  padre,  non  le  aveva  tuttavia  perdonato  il
    rifiuto  di  aiutarlo  durante  la  lotta: voleva ora farle vedere che
    anche da  solo  aveva  saputo  trionfare.  Ma  Teresa  non  c'era.  Il
    portinaio  gli  disse che la duchessa nuora era uscita con la carrozza
    di campagna,  insieme con Monsignor Vicario.  Egli  sal  tuttavia,  e
    trov la vecchia duchessa con
    Padre Gentile.
    "Teresa    andata a Belpasso a visitare la Serva di Dio...  sai bene,
    quella contadinella dei miracoli...  Monsignor Vescovo non ha permesso
    a nessuno questo genere di visite;  ha fatto un'eccezione solo per tua
    sorella..."
    "La santit della duchessa," disse  compuntamente  il  Padre  Gesuita,
    "spiega e legittima questa eccezione."
    Consalvo  cred  di  dover  chinare  un  poco  il  capo,  in  atto  di
    ringraziamento, come per una cortesia detta a lui stesso.
    "E quando torner?"
    "Stasera, certo."
    "Monsignore,"  continuava  a  spiegare  il  Padre,  "ha  provvidamente
    impedito  che questo spettacolo alimentasse la malsana curiosit della
    folla;  ma i sentimenti cristiani che animano la giovane signora e  la
    distinguono fra tutte..."
    La  conversazione,  sempre  sullo  stesso soggetto,  continuava fra il
    Gesuita e la duchessa. Consalvo,  visto sul tavolino da lavoro accanto
    al  quale  era  seduto un foglietto stampato,  lo scorreva con la coda
    dell'occhio: "formule du  serment.  En  prsence  de  la  Trs  Sainte
    Trinit,  de la Sainte Vierge Marie et de tous les Saints qui sont ns
    ou qui  ont  vcu  sur  le  sol  de...  au  nom  des  pays  de...  ici
    reprsents,  et  devant  notre vnr pasteur pre et chef spirituel,
    moi,  dlgu  cet effet,  je dclare forme la  province  chrtienne
    du...  sous le patronage spcial de Saint...  Au nom de cette nouvelle
    province je reconnais librement et  solennellement  le  Christ  Jsus,
    fils  de  Dieu vivant,  vrai Dieu et vrai homme,  dans l'hostie sainte
    expose sur cet autel, comme notre Seigneur et matre et comme le Chef
    suprme du...  Au pied du Christ Jsus  nous  jetons  nos  biens,  nos
    familles,  nos personnes,  notre vie, notre honneur, en un mot tout ce
    qui tient le plus au coeur de l'homme... "
    Contenendo a fatica il sorriso, Consalvo sorse in piedi.
    "Non sai che Ferdinanda sta male?" gli disse la duchessa.
    "Che ha?"
    "Un'infreddatura. Ma alla sua et tutto pu esser grave...  Perch non
    vai a trovarla?"
    Egli  ascolt  il  consiglio.  Anche  da  quella parte poteva venirgli
    qualcosa,  un mezzo milioncino.  Se fosse stato pi  accorto,  avrebbe
    preso con le buone la vecchia,  senza rinunziare, beninteso, a nessuna
    delle proprie ambizioni.  L'ostinazione,  la durezza di cui aveva dato
    prova anche con lei erano sciocche,  degne d'un Uzeda stravagante, non
    dell'onorevole di Francalanza, dell'uomo nuovo che egli voleva essere.
    E arrivando in casa della vecchia, in quella casa dov'era venuto tante
    volte bambino,  a veder gli stemmi,  a udire le storie dei Vicer,  ad
    abbeverarsi d'albagia aristocratica,  un muto sorriso gli spunt sulle
    labbra. Se gli elettori avessero saputo?
    "Come sta la zia?" chiese alla cameriera, una faccia nuova.
    "Cos cos..." rispose la donna,  guardando curiosamente quel  signore
    sconosciuto.
    "Ditele che il principe suo nipote vorrebbe vederla."
    La vecchia era capace di non riceverlo; egli aspettava la risposta con
    una certa ansiet.  Donna Ferdinanda, udendo che c'era di l Consalvo,
    rispose alla cameriera,  con voce arrochita dal raffreddore: "Lascialo
    entrare."  Ella  aveva saputo gli ultimi vituperi commessi dal nipote,
    la parlata  in  pubblico  come  un  cavadenti,  i  princpi  di  casta
    sconfessati,  l'inno  alla  libert  e  alla  democrazia,  il  palazzo
    Francalanza invaso dalla folla  dei  mascalzoni,  Baldassarre  ammesso
    alla  tavola  del  principe che prima aveva servito: Lucrezia le aveva
    narrato  ogni  cosa,  per  vendicarsi,  per  rovinare  Consalvo,   per
    portargli via l'eredit. E donna Ferdinanda aveva sentito rimescolarsi
    il vecchio sangue degli Uzeda,  dallo sdegno,  dall'ira; ma adesso era
    ammalata,  l'egoismo della vecchiaia e dell'infermit temperava i suoi
    bollori.  E  Consalvo  veniva a trovarla;  dunque s'umiliava,  le dava
    questa soddisfazione negatale per  tanto  tempo.  Poi,  nonostante  le
    apostasie   e   i   vituperi,   egli   era  tuttavia  il  principe  di
    Francalanza...  Il capo della casa,  il suo  protetto  d'una  volta...
    "Lascialo entrare..."
    Egli le and incontro premurosamente, si chin sul lettuccio di ferro,
    quello di tant'anni addietro, e domand:
    "Zia, come sta?"
    Ella fece solo un gesto ambiguo col capo.
    "Ha  febbre?  Mi  lasci  sentire  il polso...  No,  soltanto un po' di
    calore. Che cosa ha preso? Ha chiamato un dottore?"
    "I dottori sono altrettanti asini," gli rispose brevemente, voltandosi
    con la faccia contro il muro.
    "Vostra Eccellenza ha ragione... sanno ben poco...  ma qualcosa pi di
    noi sanno pure... Perch non curarsi in principio?"
    La vecchia rispose con uno scoppio di tosse cavernosa che fin con uno
    scaracchio giallastro.
    "Ha  la  tosse  e non prende nulla!  Le porter io certe pastiglie che
    sono davvero miracolose. Mi promette di prenderle?"
    Donna Ferdinanda fece il solito cenno col capo.
    "Io non sapevo nulla, altrimenti sarei venuto prima. M'hanno detto che
    Vostra Eccellenza stava poco bene a momenti, in casa Radal...  Sa che
    mia  sorella  andata oggi a vedere la Serva di Dio,  quella di cui si
    narrano tante cose?  E' andata col Vicario,  lei solamente ha avuto il
    permesso.  Pare che sia un favore insigne... Vostra Eccellenza crede a
    tutto ci che si narra?"
    Non ebbe risposta.  Pur continu  a  parlare,  comprendendo  che  alla
    vecchia  doveva  far  piacere  udir  chiacchiere  e  notizie,  vedersi
    qualcuno vicino.
    "Io, col rispetto dovuto,  non ne credo niente.  E' forse peccato?  Lo
    stesso San Tommaso volle vedere e toccare,  prima di credere... ed era
    santo!...   Ma  francamente,   certe  storie!...   Teresa   adesso   
    infatuata...   Basta,   ciascuno   ha  da  vedersela  con  la  propria
    coscienza... E la zia Lucrezia che l'ha con me? Che cosa voleva che io
    facessi?... Mi va sparlando per ogni dove,  quasi fossi l'ultimo degli
    uomini..."
    La vecchia non fiatava, gli voltava le spalle.
    "Tutto  pel  grande  amore  del  marito improvvisamente divampatole in
    petto!...  Prima dichiarava ridicoli gli atteggiamenti  di  Giulente,"
    non  lo  chiamava  zio  sapendo  di farle piacere,  "adesso sono tutti
    infami coloro che non l'hanno sostenuto!"
    Un nuovo scoppio di tosse fece soffiare la vecchia  come  un  mantice.
    Quando  calmossi,  ella  disse  con voce affannata,  ma con accento di
    amaro disprezzo:
    "Tempi obbrobriosi!... Razza degenere!"
    La botta era diretta anche a lui.  Consalvo tacque  un  poco,  a  capo
    chino,  ma con un sorriso di beffa sulle labbra, poich la vecchia non
    poteva vederlo. Poi, fiocamente, con tono d'umilt, riprese:
    "Forse Vostra Eccellenza l'ha anche con me... Se ho fatto qualcosa che
    le  dispiaciuta, gliene chiedo perdono...  Ma la mia coscienza non mi
    rimprovera nulla...  Vostra Eccellenza non pu dolersi che uno del suo
    nome sia di nuovo tra i primi del paese... Forse le duole il mezzo col
    quale questo risultato s' raggiunto... Creda che duole a me prima che
    a lei... Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo;  lo
    troviamo com',  e com' dobbiamo accettarlo. Del resto, se  vero che
    oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d'incanto?"
    Non una sillaba di risposta.
    "Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l'et nostra, n io le dir che
    tutto vada per il meglio;  ma  certo che il passato par  molte  volte
    bello   solo   perch    passato...   L'importante    non  lasciarsi
    sopraffare... Io mi rammento che nel Sessantuno, quando lo zio duca fu
    eletto la prima volta deputato,  mio padre  mi  disse:  "Vedi?  Quando
    c'erano i Vicer,  gli Uzeda erano Vicer; ora che abbiamo i deputati,
    lo zio siede in Parlamento." Vostra Eccellenza sa  che  io  non  andai
    molto  d'accordo con la felice memoria;  ma egli disse allora una cosa
    che m' parsa e mi pare molto giusta...  Un  tempo  la  potenza  della
    nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo... La differenza 
    pi  di  nome  che di fatto...  Certo,  dipendere dalla canaglia non 
    piacevole; ma neppure molti di quei sovrani erano stinchi di santo.  E
    un  uomo  solo  che  tiene nelle proprie mani le redini del mondo e si
    considera investito d'un potere divino e d'ogni suo capriccio fa legge
     pi difficile da guadagnare e da serbar propizio che non  il  gregge
    umano,  numeroso ma per natura servile...  E poi, e poi il mutamento 
    pi  apparente  che  reale.   Anche  i  Vicer  d'un  tempo   dovevano
    propiziarsi  la  folla;  se  no,  erano  ambasciatori  che  andavano a
    reclamare a Madrid,  che ne ottenevano dalla Corte  il  richiamo...  o
    anche la testa!... Le avranno forse detto che un'elezione adesso costa
    quattrini;  ma  si  rammenti  quel che dice il Mugns del Vicer Lopez
    Ximenes,  che dovette offrire trentamila scudi al  Re  Ferdinando  per
    restare al proprio posto...  e ci rimise i quattrini! In verit, aveva
    ragione Salomone quando diceva che non c' niente di  nuovo  sotto  il
    sole!  Tutti  si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al
    sistema elettorale, perch i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza
    che cosa narra Svetonio,  celebre scrittore dell'antichit?  Narra che
    Augusto,  nei  giorni  dei comizi,  distribuiva mille sesterzi a testa
    alle trib di cui faceva  parte,  perch  non  prendessero  nulla  dai
    candidati!..."
    Egli  diceva  queste  cose  anche per se stesso,  per affermarsi nella
    giustezza delle proprie vedute; ma,  poich la vecchia non si muoveva,
    pens  che  forse  s'era assopita e che egli parlava al muro.  S'alz,
    quindi, per vedere: donna Ferdinanda aveva gli occhi spalancati.  Egli
    continu, passeggiando per la camera:
    "La storia  una monotona ripetizione;  gli uomini sono stati,  sono e
    saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo,  tra
    la  Sicilia  di  prima  del Sessanta,  ancora quasi feudale,  e questa
    d'oggi pare ci sia un abisso;  ma la differenza  tutta esteriore.  Il
    primo  eletto col suffragio quasi universale non  n un popolano,  n
    un borghese, n un democratico: sono io,  perch mi chiamo principe di
    Francalanza. Il prestigio della nobilt non  e non pu essere spento.
    Ora  che  tutti parlano di democrazia,  sa qual  il libro pi cercato
    alla biblioteca dell'Universit,  dove io mi reco qualche volta per  i
    miei studi? L'Araldo sicolo dello zio don Eugenio, felice memoria. Dal
    tanto  maneggiarlo,  ne  hanno  sciupato  tre  volte  la  legatura!  E
    consideri  un  poco:  prima,  ad  esser  nobile,   uno  godeva  grandi
    prerogative,  privilegi,  immunit,  esenzioni  di  molta  importanza.
    Adesso,  se tutto ci  finito,  se la nobilt   una  cosa  puramente
    ideale  e  nondimeno tutti la cercano,  non vuol forse dire che il suo
    valore e il suo  prestigio  sono  cresciuti?...  In  politica,  Vostra
    Eccellenza ha serbato fede ai Borboni, e questo suo sentimento  certo
    rispettabilissimo,  considerandoli  come i sovrani legittimi...  Ma la
    legittimit loro da che dipende?  Dal fatto che sono stati  sul  trono
    per  pi  di  cento  anni...  Di  qui  a ottant'anni Vostra Eccellenza
    riconoscerebbe dunque come  legittimi  anche  i  Savoia...  Certo,  la
    monarchia assoluta tutelava meglio gl'interessi della nostra casta; ma
    una  forza  superiore,  una  corrente  irresistibile  l'ha travolta...
    Dobbiamo farci mettere il piede sul collo anche noi? il nostro dovere,
    invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!..."
    Travolto dalla foga oratoria,  nel tripudio del recente  trionfo,  col
    bisogno di giustificarsi agli occhi propri,  di rimettersi nelle buone
    grazie della vecchia, egli improvvisava un altro discorso, il vero, la
    confutazione di quello tenuto dinanzi  alla  canaglia,  e  la  vecchia
    stava ad ascoltarlo,  senza pi tossire,  soggiogata all'eloquenza del
    nipote,  divertita e quasi cullata da quella  recitazione  enfatica  e
    teatrale.
    "Si  rammenta  Vostra Eccellenza le letture del Mugns?..." continuava
    Consalvo. "Orbene,  imaginiamo che quello storico sia ancora in vita e
    voglia  mettere  a giorno il suo Teatro genologico al capitolo: 'Della
    famiglia Uzeda'. Che cosa direbbe?  Direbbe press'a poco: 'Don Gafpare
    Vzeda',"  egli  pronunzi  "f"  la "s" e "v" la "u",  "'fu promosso ai
    maggiori carichi, in quel travolgimento del nostro Regno che pass dal
    Re don Francesco Secondo  di  Borbone  al  Re  don  Vittorio  Emanuele
    Secondo di Savoia.  Fu egli deputato al Nazional Parlamento di Torino,
    Fiorenza e  Roma,  et  ultimamente  dal  Re  don  Umberto  have  stato
    sublimato  con singolar dispaccio al carico di senatore.  Don Consalvo
    de Uzeda,  viii prencipe di Francalanza,  tenne poter di sindaco della
    sua  citt  nativa,   indi  deputato  al  Parlamento  di  Roma  et  in
    prosieguo...'" Tacque un poco,  chiudendo gli occhi: si vedeva gi  al
    banco  dei ministri,  a Montecitorio;  poi riprese: "Questo direbbe il
    Mugns redivivo;  questo diranno con altre  parole  i  futuri  storici
    della  nostra  casa.  Gli  antichi  Uzeda  erano  commendatori  di San
    Giacomo,  ora hanno la commenda della Corona  d'Italia.  E'  una  cosa
    diversa,  ma  non  per  colpa  loro!  E  Vostra  Eccellenza li giudica
    degeneri! Scusi, perch?"
    La vecchia non rispose.
    "Fisicamente,  s;  il nostro sangue    impoverito;  eppure  ci  non
    impedisce a molti dei nostri di arrivare sani e vegeti all'invidiabile
    et  di  Vostra Eccellenza!...  Al morale,  essi sono spesso cocciuti,
    stravaganti,  bislacchi,  talvolta..." voleva  aggiungere  "pazzi"  ma
    pass oltre. "Non stanno in pace tra loro, si dilaniano continuamente.
    Ma Vostra Eccellenza pensi al passato!  Si rammenti quel Blasco Uzeda,
    "cognominato nella lingua siciliana  Sciarra,  che  nel  tosco  idioma
    Rissa diremmo";  si rammenti di quell'altro Artale Uzeda,  cognominato
    Sconza, cio Guasta!... Io e mio padre non siamo andati d'accordo,  ed
    egli mi disered;  ma il Vicer Ximenes imprigion suo figlio, lo fece
    condannare a morte... Vostra Eccellenza vede che sotto qualche aspetto
     bene che i tempi siano mutati!...  E rammenti la fellonia dei  figli
    di Artale ;  rammenti tutte le liti tra parenti,  pei beni confiscati,
    per le doti delle femmine... Con questo,  non intendo giustificare ci
    che  accade  ora.  Noi  siamo  troppo volubili e troppo cocciuti ad un
    tempo.  Guardiamo la zia Chiara,  prima capace di morire piuttosto che
    di  sposare  il  marchese,  poi un'anima in due corpi con lui,  poi in
    guerra ad oltranza.  Guardiamo la zia Lucrezia  che,  viceversa,  fece
    pazzie per sposare Giulente,  poi lo disprezz come un servo, e adesso
     tutta una cosa con lui,  fino al punto di far la guerra a  me  e  di
    spingerlo  al ridicolo del fiasco elettorale!  Guardiamo,  in un altro
    senso, la stessa Teresa.  Per obbedienza filiale,  per farsi dar della
    santa,  spos  chi  non  amava,  affrett la pazzia ed il suicidio del
    povero Giovannino;  e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella
    cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute
    del  povero  cugino!  E  la Beata Ximena che cosa fu se non una divina
    cocciuta? Io stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi
    se non per prepararmi alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia 
    piena di simili conversioni repentine,  di simili ostinazioni nel bene
    e  nel  male...   Io  farei  veramente  divertire  Vostra  Eccellenza,
    scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile degli  antichi
    autori:  Vostra  Eccellenza  riconoscerebbe subito che il suo giudizio
    non  esatto.  No,  la nostra razza non    degenerata:    sempre  la
    stessa."
