    Federico De Roberto.
    I VICERE'.
    Volume primo.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.


















    INDICE.

    Parte prima.
    1: pagina 3.
    2: pagina 52.
    3: pagina 86.
    4: pagina 158.
    5: pagina 198.
    6: pagina 244.
    7: pagina 278.
    8: pagina 321.
    9: pagina 362.

    Parte seconda.
    1: pagina 396.
    2: pagina 424.
    3: pagina 452.
    4: pagina 480.




    Parte prima.

    1.

    Giuseppe, dinanzi al portone,  trastullava il suo bambino,  cullandolo
    sulle  braccia,  mostrandogli  lo  scudo  marmoreo  infisso  al  sommo
    dell'arco, la rastrelliera inchiodata sul muro del vestibolo dove,  ai
    tempi  antichi,  i lanzi del principe appendevano le alabarde,  quando
    s'ud e crebbe rapidamente il rumore d'una carrozza arrivante a  tutta
    carriera;  e  prima  ancora  che egli avesse il tempo di voltarsi,  un
    legnetto sul quale pareva fosse nevicato,  dalla tanta polvere,  e  il
    cui  cavallo  era  tutto  spumante  di  sudore,  entr nella corte con
    assordante fracasso. Dall'arco del secondo cortile affacciaronsi servi
    e famigli: Baldassarre,  il maestro di casa,  schiuse la vetrata della
    loggia  del  secondo  piano  intanto che Salvatore Cerra precipitavasi
    dalla carrozzella con una lettera in mano.
    "Don Salvatore?... Che c'?... Che novit!..."
    Ma quegli fece col braccio un  gesto  disperato  e  sal  le  scale  a
    quattro a quattro.
    Giuseppe,  col  bambino  ancora in collo,  era rimasto intontito,  non
    comprendendo; ma sua moglie,  la moglie di Baldassarre,  la lavandaia,
    una  quantit  d'altri  servi  gi  circondavano  la  carrozzella,  si
    segnavano udendo il cocchiere narrare, interrottamente:
    "La principessa...  Morta d'un colpo...  Stamattina,  mentre lavavo la
    carrozza..."
    "Ges!... Ges!..."
    "Ordine  d'attaccare...  il  signor  Marco che correva su e gi...  il
    Vicario e i vicini... appena il tempo di far la via..."
    "Ges!  Ges!...  Ma come?...  Se stava meglio?  E il signor Marco?...
    Senza mandare avviso?"
    "Che  so io?...  Io non ho visto niente;  m'hanno chiamato...  Iersera
    dice che stava bene..."
    "E senza nessuno dei suoi figli!...  In mano di  estranei!...  Malata,
    era malata; per, cos a un tratto?"
    Ma  una  vociata,  dall'alto dello scalone,  interruppe subitamente il
    cicaleccio:
    "Pasquale!... Pasquale!..."
    "Ehi, Baldassarre?"
    "Un cavallo fresco, in un salto!..."
    "Subito, corro..."
    Intanto che cocchieri e  famigli  lavoravano  a  staccare  il  cavallo
    sudato  e  ansimante e ad attaccarne un altro,  tutta la servit s'era
    raccolta nel  cortile,  commentava  la  notizia,  la  comunicava  agli
    scritturali  dell'amministrazione che s'affacciavano dalle finestrelle
    del primo piano, o scendevano anch'essi gi addirittura.
    "Che disgrazia!... Par di sognare!... Chi se l'aspettava, cos?..."
    E specialmente le donne lamentavano:
    "Senza nessuno dei  suoi  figli!...  Non  aver  tempo  di  chiamare  i
    figli!..."
    "Il portone?...  Perch non chiudete il portone?" ingiunse Salemi, con
    la penna ancora all'orecchio.
    Ma  il  portinaio,  che  aveva  finalmente  affidato  alla  moglie  il
    piccolino e cominciava a capire qualcosa, guardava in giro i compagni:
    "Ho da chiudere?... E don Baldassarre?"
    "Sst!... Sst!..."
    "Che c'?"
    I discorsi morirono ancora una volta, e tutti s'impalarono cavandosi i
    berretti  ed  abbassando le pipe,  perch il principe in persona,  tra
    Baldassarre e Salvatore,  scendeva le scale.  Non aveva neppure mutato
    di abito!  Partiva con gli stessi panni di casa per arrivar pi presto
    al capezzale della madre morta!  Ed era bianco in viso come un  foglio
    di  carta,  volgeva sguardi impazienti ai cocchieri non ancora pronti,
    intanto che dava sottovoce ordini a Baldassarre,  il quale chinava  il
    capo  nudo  e  lucente  ad  ogni  parola  del padrone: "Eccellenza s!
    Eccellenza s!" E il cocchiere affibbiava ancora  le  cinghie  che  il
    padrone  salt  nella  carrozza,  con Salvatore in serpe: Baldassarre,
    afferrato allo sportello,  stava sempre ad udire gli  ordini,  seguiva
    correndo  il  legnetto  fin oltre il portone per acchiappare le ultime
    raccomandazioni: "Eccellenza s! Eccellenza s!"
    "Baldassarre!... Don Baldassarre!..." Tutti assediavano ora il maestro
    di casa;  poich,  lasciata la carrozza che scappava  di  corsa,  egli
    rientrava  nel  cortile:  "Baldassarre,  che  stato?...  E ora che si
    fa?... Don Baldassarre, chiudere?..."
    Ma egli aveva l'aria grave  delle  circostanze  solenni,  s'affrettava
    verso le scale, liberandosi dagli importuni con un gesto del braccio e
    un "Vengo!..." spazientito.
    Il  portone  restava spalancato;  tuttavia alcuni passanti,  scorto lo
    straordinario  movimento  nel  cortile,  s'informavano  col  portinaio
    dell'accaduto;  l'ebanista,  il fornaio,  il bettoliere e l'orologiaio
    che tenevano in affitto le botteghe di levante,  venivano anch'essi  a
    dare  una  capatina,  a  sentir  la  notizia  della gran disgrazia,  a
    commentare la repentina partenza del principe:
    "E poi dicevano che il padrone non voleva bene alla  madre!...  Pareva
    Cristo sceso dalla croce, povero figlio!..."
    Le  donne  pensavano alla signorina Lucrezia,  alla principessa nuora:
    sapevano nulla, o avevano loro nascosto la notizia?...  E Baldassarre,
    Baldassarre  dove  diamine aveva il capo,  se non ordinava di chiudere
    ogni cosa?... Don Gaspare,  il cocchiere maggiore,  verde in viso come
    un aglio, si stringeva nelle spalle:
    "Tutto a rovescio, qui dentro."
    Ma  Pasqualino  Riso,  il  secondo cocchiere,  gli spiattell chiaro e
    tondo.
    "Non avrete il disturbo di restarci un pezzo!"
    E l'altro, di rimando:
    "Tu no, che hai fatto il ruffiano al tuo padrone!"
    E Pasqualino, botta e risposta:
    "E voi che lo faceste al contino!..."
    Tanto che Salemi, il quale risaliva all'amministrazione, ammon:
    "Che  questa vergogna?"
    Ma don Gaspare, a cui la certezza di perdere il posto toglieva il lume
    degli occhi, continuava:
    "Quale vergogna?... Quella d'una casa dove madre e figli si soffrivano
    come il fumo negli occhi?..."
    Molte voci finalmente ingiunsero:
    "Silenzio, adesso!"
    Per quelli che s'eran messi troppo  apertamente  con  la  principessa
    avevano il cuore piccino piccino, sicuri di ricevere il benservito dal
    figlio.  Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere
    il portone per la morte della padrona era una  cosa,  in  verit,  che
    andava  con  i  suoi  piedi;  ma  perch  mai don Baldassarre non dava
    l'ordine?  Senza l'ordine di don Baldassarre non si poteva far  nulla.
    Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poich
    il  tempo  passava senza che l'ordine venisse,  qualcuno cominciava ad
    accogliere un timore e una speranza,  nella corte: se la  padrona  non
    fosse  morta?  "Chi ha detto che  morta?...  Il cocchiere!...  Ma non
    l'ha  veduta!...   Pu   aver   capito   male!..."   Altri   argomenti
    convalidavano  la supposizione: il principe non sarebbe partito cos a
    rotta di collo, se fosse morta, perch non avrebbe avuto nulla da fare
    lass... E il dubbio cominciava a divenire per alcuni certezza: doveva
    esserci un malinteso,  la principessa era soltanto in  agonia,  quando
    finalmente Baldassarre affacciossi dall'alto della loggia gridando:
    "Giuseppe, il portone! Non hai chiuso il portone? Chiudete le finestre
    della  stalla  e  delle  scuderie...  Dite  che  chiudano le botteghe.
    Chiudete tutto!"
    "Non c'era fretta!" mormor don Gaspare.
    E come, spinto da Giuseppe, il portone gir finalmente sui cardini,  i
    passanti   cominciarono   ad   accrocchiarsi:  "Chi    morta?...   La
    principessa?...  Al Belvedere?..." Giuseppe si stringeva nelle spalle,
    avendo perso del tutto la testa;  ma domande e risposte s'incrociavano
    confusamente tra la folla: "Era in campagna?...  Ammalata da quasi  un
    anno...  Sola?...  Senza  nessuno  dei  figli!..."  I meglio informati
    spiegavano: "Non voleva nessuno  vicino,  fuorch  l'amministratore...
    Non  li  poteva  soffrire..."  Un  vecchio disse,  scrollando il capo:
    "Razza di matti, questi Francalanza!"
    I famigli,  frattanto,  sbarravano le finestre delle scuderie e  delle
    rimesse;   il  fornaio,   il  bettoliere,  l'ebanista  e  l'orologiaio
    accostavano anch'essi i  loro  usci.  Un  altro  crocchio  di  curiosi
    radunati  dinanzi  al  portone  di  servizio,  rimasto  ancora aperto,
    guardavano dentro alla corte dove  c'era  un  confuso  andirivieni  di
    domestici;   mentre  dall'alto  della  loggia,  come  un  capitano  di
    bastimento, Baldassarre impartiva ordini sopra ordini:
    "Pasqualino,  dalla signora marchesa  e  ai  Benedettini_  ma  da'  la
    notizia al signor marchese e a Padre don Blasco, hai capito?... non al
    Priore!... A te, Filippo: passa da donna Ferdinanda... Donna Vincenza?
    Dov'  donna  Vincenza?...  Prendete lo scialle e andate alla badia...
    parlate alla Madre Badessa perch prepari la monaca alla notizia... Un
    momento!   Salite  prima  dalla  principessa  che  ha  da  parlarvi...
    Salemi?...   Giuseppe,  ordine  di  lasciar  passare  i  soli  stretti
    parenti... E' venuto Salemi?...  Lasciate ogni cosa;  il principe e il
    signor Marco v'aspettano lass,  che c' bisogno d'aiuto.  Natale,  tu
    andrai da donna Graziella e dalla duchessa. Agostino,  questi dispacci
    al telegrafo... e passa dal sarto..."
    Secondo che ricevevano le commissioni,  i servi uscivano, aprendosi la
    via  in  mezzo  alla  folla;   passavano  con  l'aria  affrettata   di
    altrettanti  aiutanti  di campo tra i curiosi che annunziavano: "Vanno
    ad avvertire i parenti... i figli, i cognati, i nipoti, i cugini della
    morta..." Tutta la nobilt sarebbe stata in lutto, tutti i portoni dei
    palazzi signorili,  a quell'ora,  si chiudevano  o  si  socchiudevano,
    secondo il grado della parentela. E l'ebanista la spiegava:
    "Sette  figliuoli,   possiamo  contarli:  il  principe  Giacomo  e  la
    signorina Lucrezia che  in casa con lui: due; il Priore di San Nicola
    e la monaca di  San  Placido:  quattro;  donna  Chiara,  maritata  col
    marchese di Villardita: e cinque; il cavaliere Ferdinando che sta alla
    Pietra  dell'Ovo:  sei;  e  finalmente  il  contino Raimondo che ha la
    figlia del barone Palmi...  Poi vengono i cognati,  i quattro cognati:
    il  duca  d'Oragua,  fratello  del  principe morto;  Padre don Blasco,
    anch'egli  monaco  benedettino;  il  cavaliere  don  Eugenio  e  donna
    Ferdinanda la zitellona..."
    Ogni  volta  che lo sportello si schiudeva per dar passaggio a qualche
    servo,  i curiosi cercavano di guardare dentro il  cortile;  Giuseppe,
    spazientito, esclamava:
    "Via di qua! Che diavolo volete? Aspettate i numeri del lotto?"
    Ma  la  folla non si moveva,  guardava per aria le finestre ora chiuse
    quasi aspettando l'apparizione della stampiglia coi numeri.
    E la notizia correva di bocca  in  bocca  come  quella  d'un  pubblico
    avvenimento: "E' morta donna Teresa Uzeda..." i popolani pronunziavano
    Auzeda, "la principessa di Francalanza... E' morta stamani all'alba...
    C'era il principe suo figlio...  No,   partito da un'ora." L'ebanista
    frattanto, in mezzo a un cerchio di gente attenta come alla storia dei
    Reali di Francia,  continuava a enumerare il resto della parentela: il
    duca don Mario Radal, il pazzo, che aveva due figli maschi, Michele e
    Giovannino,   da  donna  Caterina  Bonello,   e  apparteneva  al  ramo
    collaterale dei Radal-Uzeda; la signora donna Graziella, figlia d'una
    defunta sorella della principessa  e  moglie  del  cavaliere  Carvano,
    cugina  carnale  perci  di  tutti i figliuoli della morta;  il barone
    Grazzeri, zio della principessa nuora, con tutta la parentela; e poi i
    parenti pi lontani,  gli affini,  quasi tutta la nobilt  paesana:  i
    Costante,  i Raimonti,  i Crcuma, i Cugn... A un tratto s'interruppe
    per dire:
    "To'! Guardate i lavapiatti che arrivano prima di tutti!"


    Don Mariano Grispo e don Giacinto  Costantino  arrivavano,  come  ogni
    giorno  all'ora della colazione,  per far la corte al principe,  e non
    sapevano niente: scorgendo la folla ed il portone chiuso, si fermarono
    di botto:
    "Santa fede!... Buon Dio d'amore!..."
    E a un tratto affrettarono il passo, entrarono interrogando costernati
    il portinaio che dava le prime notizie: "Non  mi  sembra  vero!...  Un
    fulmine a ciel sereno!..." Poi salirono per lo scalone con Baldassarre
    che  risaliva anch'egli in quel punto dalla corte e faceva loro strada
    mormorando:
    "Povera principessa!...  Non pot superarla!...  Il signor principe  
    subito partito."
    Traversando  la  fila delle anticamere dagli usci dorati ma quasi nude
    di mobili, don Giacinto esclamava a bassa voce, come in chiesa:
    "E' una gran disgrazia!...  Per questa famiglia   una  disgrazia  pi
    grande che non sarebbe per ogni altra..."
    E piano anch'egli, don Mariano confermava, scrollando il capo:
    "La testa che guidava tutti, che aggiust la pericolante baracca!..."
    Introdotti  nella  Sala Gialla,  si fermarono dopo qualche passo,  non
    distinguendo nulla pel buio;  ma la voce della principessa  Margherita
    li guid:
    "Don Mariano!... Don Giacinto!..."
    "Principessa!...   Signora  mia!...  Com'  stato?...  E  Lucrezia?...
    Consalvo?... La bambina?..."
    Il principino, seduto sopra uno sgabello,  con le gambe penzoloni,  le
    dondolava ritmicamente,  guardando per aria a bocca aperta;  discosta,
    in un angolo di divano,  Lucrezia  stava  ingrottata,  con  gli  occhi
    asciutti.
    "Ma com' avvenuto, cos a un tratto?" insisteva don Mariano.
    E la principessa, aprendo le braccia:
    "Non so...  non capisco... E' arrivato Salvatore dal Belvedere, con un
    biglietto del  signor  Marco...  L,  su  quella  tavola,  guardate...
    Giacomino    partito  subito."  A bassa voce,  rivolta a don Mariano,
    intanto che l'altro leggeva  il  biglietto:  "Lucrezia  voleva  andare
    anche lei," aggiunse,  "suo fratello ha detto di no...  Che ci avrebbe
    fatto?"
    "Confusione di pi!... Il principe ha avuto ragione..."
    "Niente!" annunziava frattanto don  Giacinto,  finito  di  leggere  il
    biglietto. "Non spiega niente!... E hanno avvertito gli altri... hanno
    dispacciato?..."
    "Io non so... Baldassarre..."
    "Morire cos,  sola sola,  senza un figlio, un parente!" esclamava don
    Mariano, non potendo darsi pace; ma don Giacinto:
    "La colpa non  di questi qui,  poveretti!...  Essi hanno la coscienza
    tranquilla."
    "Se  ci  avesse voluti..." cominci la principessa,  timidamente,  pi
    piano di prima; ma poi, quasi impaurita, non fin la frase.
    Don Mariano tir un sospiro doloroso e and  a  mettersi  vicino  alla
    signorina.
    "Povera  Lucrezia!  Che  disgrazia!...  Avete  ragione!...  Ma  fatevi
    animo!... Coraggio!..."
    Ella che se ne stava a guardare per terra, battendo un piede,  lev la
    testa con aria di stupore, quasi non comprendendo. Ma, come udivasi un
    frastuono  di  carrozze  che entravano nel cortile,  don Mariano e don
    Giacinto tornarono ad esclamare, a due:
    "Che sciagura irreparabile!"
    Arrivavano la marchesa Chiara col marito e la cugina Graziella:
    "Lucrezia, la mamma!... Sorella!... Cugina!..."
    Subito dopo entr la zia Ferdinanda, a cui le donne baciarono le mani,
    mormorando:
    "Eccellenza!... Ha sentito?..."
    La zitellona, asciutta asciutta, scrollava il capo; Chiara abbracciava
    Lucrezia piangendo;  il marchese salutava mestamente i lavapiatti;  ma
    la  pi commossa era donna Graziella: "Non mi par vero!...  Non volevo
    crederci!...  Che si muore cos?...  E il povero Giacomo?  Dice che  
    corso  subito  lass?...  Povero  cugino!...  Se  almeno avesse potuto
    arrivare a chiuderle gli occhi!...  Che  dolore,  non  aver  tempo  di
    rivederla!..."
    Udendo  Chiara  singhiozzare  in seno alla sorella Lucrezia,  esclam:
    "Hai ragione, sfogati, poveretta! Mamma ce n' una sola!..."
    Ella pareva tanto addolorata della disgrazia dei cugini da dimenticare
    perfino  che  la  morta  era  sorella  della  sua  propria  madre.  Si
    profferiva alla principessa; le diceva, traendola in disparte:
    "Hai bisogno di nulla?... Vuoi che ti dia una mano?... Come sta la mia
    figlioccia?... Che ha lasciato detto il cugino?..."
    "Non so... Ha ordinato a Baldassarre il da fare..."
    Baldassarre,   infatti,  andava  su  e  gi,  mandando  ancora  messi,
    ricevendo quelli che tornavano dall'aver eseguito le ambasciate. Tutti
    i parenti,  ormai,  erano avvertiti: soltanto il famiglio  mandato  ai
    Benedettini venne a dire che Padre don Lodovico stava per arrivare, ma
    che Padre don Blasco non era nel convento.
    "Va' dalla Sigaraia...  a quest'ora sar da lei...  Corri, digli che 
    morta sua cognata..."
    Don Lodovico arriv con la carrozza di San Nicola; e nella Sala Gialla
    tutti s'alzarono  all'apparire  del  Priore.  Chiara  e  Lucrezia  gli
    andarono  incontro,  gli  presero  ciascuna  una mano,  e la marchesa,
    cadendo in ginocchio, proruppe:
    "Lodovico!... Lodovico!... La nostra povera mamma!"
    Tacevano tutti, guardando quel gruppo: la cugina, con gli occhi rossi,
    mormorava:
    "E' una cosa che strazia l'anima!"
    Il Priore, chinatosi sulla sorella, la rialz senza guardarla in viso,
    e nel silenzio generale,  rotto da brevi singhiozzi  repressi,  disse,
    alzando gli occhi asciutti al cielo:
    "Il Signore l'ha chiamata a s...  Chiniamo la fronte ai decreti della
    Provvidenza divina..." e poich Chiara voleva baciargli la mano,  egli
    si scherm: "No, no, sorella mia..." e la strinse al petto, baciandola
    in fronte.
    "Perch  si nasce!..." esclam dolorosamente don Giacinto all'orecchio
    di don Mariano;  ma questi,  scrollando il capo,  si fece innanzi  con
    piglio risoluto:
    "Basta adesso,  signori miei!... I morti son morti, e il pianto non li
    risuscita...   Pensate   alla   vostra   salute,    adesso,    che   
    l'importante..."
    "Coraggio,  poveretti!..." conferm la cugina Graziella, prendendo per
    mano le  cugine,  costringendole  amorosamente  a  sedere;  mentre  il
    marchese  baciava  sua  moglie in fronte,  le asciugava gli occhi,  le
    parlava all'orecchio,  e donna Ferdinanda,  poco  portata  alle  scene
    patetiche, si metteva il principino sulle ginocchia.
    Il  biglietto  del  signor  Marco  passava di mano in mano;  il Priore
    manifestava anch'egli l'intenzione di partire per il Belvedere,  ma  i
    lavapiatti protestarono.
    "Per  far  che cosa?...  Angustiarsi per niente?...  Se si potesse dar
    aiuto..."
    "Partirei io!" soggiunse la cugina.
    "Aspettiamo, piuttosto," propose il marchese. "Giacomo mander certo a
    dire qualcosa..."
    L'arrivo di  un'altra  carrozza  fece  infatti  supporre  che  venisse
    qualcuno  dal  Belvedere.  Era invece la duchessa Radal.  Poich ella
    aveva il marito impazzato e non faceva visite a nessuno, il suo pronto
    accorrere intener pi  che  mai  la  cugina,  che  la  chiamava  zia,
    quantunque  non  ci  fosse parentela tra loro;  ma il ritorno di donna
    Vincenza da San Placido segn il colmo della commozione.  La cameriera
    non  trovava parole per esprimere il dolore della monaca,  giungeva le
    mani dalla piet:
    "Figlia mia! Povera figlia!... Come una pazza, fa come una pazza!... E
    chiama: 'Sorelle mie! Sorelle mie!...'"
    Lucrezia piangeva anch'ella, adesso; Chiara disse tra i singhiozzi:
    "Io vado alla bada..."
    "Vostra Eccellenza far  un'opera  santa...  Anche  la  Madre  Badessa
    piangeva: "Povera principessa!... Degna serva di Dio!""
    La cugina s'offerse d'accompagnarla;  ma poi, visto che la principessa
    non sapeva dove dar del capo:
    "Resto piuttosto ad aiutar  Margherita,"  disse  a  Chiara;  e  questa
    s'alz, mentre le raccomandavano: "Baciala per me... e per me... Dille
    che  domani  andr  a trovarla..." E don Giacinto chiamava: "Marchese,
    marchese!... accompagnate vostra moglie..."
    In mezzo alla confusione,  mentre la marchesa andava via  col  marito,
    spunt  finalmente  don  Blasco,  col  faccione sudato che luceva e il
    tricorno in capo. Entr senza salutar nessuno, esclamando:
    "L'avevo detto, eh?... Doveva finire cos!..."
    Non gli risposero.  Il Priore,  anzi,  chin gli occhi a  terra  quasi
    cercando qualcosa; donna Ferdinanda, per suo conto, pareva non essersi
    neppure  accorta  dell'arrivo  del  fratello.  Il  monaco  si  mise  a
    passeggiare da un capo all'altro della sala,  asciugandosi  il  sudore
    del collo e continuando a parlar solo:
    "Che testa!...  Che testa!...  Fino all'ultimo!... Andare a crepare in
    mano di quell'imbroglione!... Io l'avevo profetato,  ah?...  Dov'?...
    Non  venuto?... E' lui il padrone, qui dentro!"
    Poich nessuno fiatava, la cugina cred d'osservare:
    "Zio, in questo momento..."
    "Che vuol dire, in questo momento?..." rispose il monaco, piccato. "E'
    morta, Dio l'abbia in gloria!... Ma che s'ha da dire? Che ha fatto una
    gran cosa?...  E Giacomo?...  E' andato?...  E' andato solo?... Perch
    non va nessun altro?... Ha proibito agli altri di andare?..."
    "No,  Eccellenza..." rispose timidamente la principessa.  "E'  partito
    appena saputa la notizia."
    "Io volevo accompagnarlo..." disse Lucrezia;  ma allora il Benedettino
    salt su:
    "Tu?  Per far che cosa?  Sempre voialtre femmine tra i piedi?  Vi pare
    che sappiate sole aggiustare il mondo?...  Dov' Ferdinando?...  Non 
    venuto ancora?"
    Sopravvenivano in quel momento il cavaliere don  Eugenio  e  don  Cono
    Canal,  altro dei lavapiatti. Don Cono entr in punta di piedi, quasi
    per paura di schiacciar qualcosa, e fermatosi dinanzi alla principessa
    esclam, gestendo col braccio:
    "Immensa iattura!... Catastrofe immensurabile!...  La parola spira sul
    labbro..." mentre il cavaliere leggeva il biglietto del signor Marco.
    Frattanto don Blasco, girando come un trottolone, soffermavasi dinanzi
    agli  usci,  guardava  in  fondo  alla  sfilata  delle stanze,  pareva
    fiutasse l'aria,  borbottava: "Che fretta!...  Che  affezione!..."  ed
    altre parole incomprensibili.
    Nel crocchio dei parenti,  ciascuno adesso diceva la sua: il Priore, a
    bassa voce,  accanto alla duchessa ed  alla  zia  Ferdinanda,  parlava
    della  "dolorosa  ostinazione"  della madre;  ma tratto tratto,  quasi
    pavido di far male discutendo anche rispettosamente la  volont  della
    morta,  s'interrompeva, chinava il capo; la cugina era inquieta per la
    mancanza di notizie dal Belvedere:
    "Giacomo avrebbe potuto mandar qualcuno!..."
    Per questo don Eugenio offrivasi  di  salir  lass,  se  gli  facevano
    attaccare  una  carrozza;   ma  allora  la  principessa,  imbarazzata,
    confusa, non sapendo che fare, osserv all'orecchio della cugina:
    "Non so... forse pu dispiacere a Giacomo..."
    E donna Graziella intervenne:
    "Aspettiamo un altro poco; forse il cugino torner egli stesso."
    Il Priore e la duchessa tornarono a domandare:
    "Ferdinando? Non viene pi?"
    I lavapiatti corsero a interrogar  Baldassarre;  il  maestro  di  casa
    rispose:
    "Non ho mandato nessuno dal cavaliere,  perch il signor principe m'ha
    detto che passava lui a chiamarlo."
    "Sar andato anch'egli al Belvedere... Se no a quest'ora sarebbe qui."
    Per arrivare dalla Pietra dell'Ovo ci voleva a ogni  modo  del  tempo;
    torn  infatti  prima  dalla bada la marchesa,  alla quale la sorella
    monaca aveva consegnato un abitino della Madonna perch lo  mettessero
    indosso alla morta.
    "Toccante tratto di piet filiale!" sussurr don Cono a don Eugenio.
    Nessun  altro  parlava,  in  quei momenti di commozione;  solamente la
    cugina,  asciugandosi gli  occhi  rossi,  propose  all'orecchio  della
    principessa:
    "Io  vorrei  profittare  di questo momento per indurre lo zio Blasco a
    far  pace  con  la  zia  Ferdinanda  e  con  Lodovico.  Che  ne  dici,
    Margherita?"
    "Come credi... se credi... fa' tu..."
    E la cugina and in cerca del monaco.  Non si trovava,  era scomparso.
    Baldassarre,  incaricato di rintracciarlo,  lo scoperse in fondo  alla
    casa,  dinanzi all'uscio serrato che metteva nelle stanze della morta.
    Udendo rumor di passi, il monaco si volt di botto:
    "Chi  l?"
    "Aspettano Vostra Paternit nella Sala Gialla."
    Il Benedettino torn indietro, soffiando, e come la cugina, andandogli
    incontro con aria di mistero:
    "Eccellenza," gli disse, "venga ad abbracciare sua sorella... Lodovico
    le bacer la mano..." egli le volt le spalle,  esclamando  forte,  in
    modo che lo udirono sino nella corte:
    "Non facciamo pulcinellate."
    Donna Graziella si strinse nelle spalle, con un gesto di rassegnazione
    dolente.
    E  il  monaco,  scorto il marchese che era tornato con la moglie dalla
    bada, l'and ad afferrare per un braccio e lo trascin nella Galleria
    dei ritratti:
    "Che  stai  a  far  qui?...   Perch  non  parti?...   Quell'altro   
    scappato..."
    "Per far che cosa, Eccellenza?"
    "E sarai sempre minchione?...  Quell'altro  scappato!  A quest'ora fa
    scomparire ogni cosa!..."
    "Eccellenza!..." protest il nipote, scandalizzato.
    Don  Blasco  lo  guard  nel  bianco  degli   occhi,   quasi   volesse
    mangiarselo.  Ma,  come passava in fretta e in furia Baldassarre, gir
    sui tacchi, tonando:
    "Ah, no? E andate un poco a farvi friggere, tutti quanti!..."
    Finito di dar ordini alla servit,  Baldassarre aveva adesso un  altro
    gran da fare,  poich cominciavano a venire ambasciate dei parenti pi
    lontani,  degli amici,  dei conoscenti che mandavano ad  esprimere  le
    loro  condoglianze  e a prender notizie dei superstiti.  Il maestro di
    casa  riceveva  nell'anticamera  dell'amministrazione  le  persone  di
    riguardo,  lasciando al portinaio i servitori;  ma parecchi fra questi
    portavano i regali  funebri:  vassoi  pieni  di  dolci,  di  forme  di
    marmellata o di cioccolata,  di frutta candite,  di pan di Spagna,  di
    bottiglie di moscato o di rosolio,  e allora Baldassarre si faceva  in
    quattro  per  riporre quella roba,  e annunziare i doni ai padroni,  e
    ringraziare i donatori,  e dare udienza ai sopravvenienti.  La  cugina
    Graziella,  con  le  chiavi  delle  credenze  alla cintola,  faceva da
    padrona di casa,  per risparmiare la  principessa;  il  cavaliere  don
    Eugenio  dava  anch'egli  una  mano,  e  quantunque  i  lavapiatti che
    lavoravano come domestici protestassero: "Lasciate fare a  noi",  egli
    vuotava  i  vassoi  da  restituire,  trasportava la roba nella sala da
    pranzo e tratto tratto si ficcava in tasca una manata di dolci.
    Per la duchessa Radal che era andata  via,  non  potendo  lasciare  a
    lungo il marito solo, dieci altre visite erano sopravvenute: il barone
    Vita,  il principe di Roccasciano,  i Giliforte, i Grazzeri, don Carlo
    Carvano,  marito della cugina.  Secondo che la  giornata  s'inoltrava,
    lettere  e  biglietti  di  condoglianza  piovevano  da tutte le parti:
    l'Intendente mandava a esprimere il suo  dolore  per  il  lutto  d'una
    famiglia  devota  al  Re  ed  alla  buona  causa;   Monsignor  Vescovo
    associavasi al dolore dei suoi cari  figli;  dall'Orfanotrofio  Uzeda,
    dall'Ospizio  dei  Vecchi,  dagli  altri istituti di beneficenza che i
    Francalanza avevano  fondato  o  sussidiato,  venivano  i  rettori,  i
    cappellani, una quantit di tonache nere, oppure i poveri ospitati; ma
    questi  non  eran  lasciati salire ed esprimevano il loro rammarico al
    portinaio o al sotto-cocchiere.  Il comandante della  guarnigione,  il
    presidente  della  Gran  Corte,  tutte le autorit,  tutta la citt si
    condoleva con la famiglia.  Gruppi di mendicanti aspettavano,  con  la
    speranza   che   avrebbero   distribuito   elemosine;   molte  persone
    domandavano con insistenza del signor Marco: udendo che ancora non era
    sceso dal Belvedere, alcuni andavano via per tornare pi tardi;  altri
    si  mettevano  a  passeggiare  su e gi dinanzi alla casa,  aspettando
    d'acchiapparlo al varco, pazientemente.
    I due cortili parevano  una  fiera,  dalle  tante  carrozze  allineate
    all'ombra:  i  cavalli,  con  le  teste  dentro  le coffe,  ruminavano
    raspando tratto tratto il selciato con l'unghia. Ad uno ad uno, poich
    imbruniva, arrivavano i servitori dei parenti, aspettando i padroni; e
    la  conversazione  della  servit,  animatissima,  aggiravasi  intorno
    all'avvenimento ed alle sue conseguenze. Le donne, vedendo quella gran
    confusione, quell'andirivieni di gente, quel succedersi d'ambasciate e
    di  lettere,  compiangevano  vivamente  la  principessa nuora: "Povera
    signora!  A  quest'ora  dev'essere  sulle  spine!..."  Infatti,   ella
    soffriva  d'una  specie di malattia nervosa per la quale non tollerava
    di star pigiata tra la gente,  di toccar  cose  maneggiate  da  altri:
    fortunatamente  la  cugina  era  l  ad  aiutarla.  E  alcuni facevano
    riflessioni filosofiche: "Se invece d'oggi la madre del principe fosse
    morta sei anni addietro,  la  cugina,  adesso,  invece  di  aiutar  la
    padrona,  sarebbe  lei  la padrona qui dentro." Non era stato permesso
    dalla  principessa  vecchia,  quel  matrimonio,  e  il  padrone  aveva
    obbedito  alla  madre,   sposando  donna  Margherita  Grazzeri;  per,
    bisognava  dire  la  verit,  la  cugina  s'era  diportata  benissimo:
    maritata col cavaliere Carvano,  era rimasta affezionatissima alla zia
    che non l'aveva voluta per nuora,  e  aveva  trattato  come  una  vera
    sorella  la moglie dell'antico suo innamorato.  "E il principe?  Forse
    che pare si rammenti d'averle voluto bene in un  certo  modo?..."  Per
    tanto,  molti  lodavano  l'opera  della morta: ella aveva ben fatto ad
    opporsi a quel matrimonio,  poich i  due  antichi  innamorati  s'eran
    messo il cuore in pace.  "Gran donna,  la principessa!  Basti dire che
    rifece la casa gi fallita!" E tutti domandavano: "A chi  lascer?..."
    Ma come saperne nulla se non si era confidata mai con nessuno, neppure
    coi figli?... "Se ci fosse stato il contino Raimondo, per!..."
    Allora  i  partigiani  del  principe,  senza  tanti riguardi: "La roba
    dovrebbe andare al padrone, se quella pazza non ne avr fatta un'altra
    delle sue!..." Infatti  non  aveva  potuto  soffrire  il  primogenito,
    prediligendo il contino Raimondo;  e il contino, quantunque chiamato e
    richiamato dalla madre che sentiva vicina la propria fine,  non  s'era
    mosso da Firenze!...
    All'arrivo di fra' Carmelo,  spedito dall'Abate di San Nicola per aver
    notizie di don Lodovico e di don Blasco,  il discorso  prese  un'altra
    piega. Fra' Carmelo sapeva la via del palazzo dalle tante volte che ci
    aveva  accompagnato  don  Lodovico  novizio;  e  tutta  la  servit lo
    conosceva e gli voleva bene, tant'era buono, con quel suo faccione che
    pareva scoppiare, grasso fin sulla nuca.
    "Povera principessa!... Che gran disgrazia!"
    Egli lodava la morta e rammentava  i  tempi  del  noviziato  di  Padre
    Lodovico, quando, conducendo a casa il ragazzo in permesso, le portava
    regalucci di frutta che la buona signora degnavasi di accettare.
    "Alla  mano  con  tutti!...  Affezionata  con  tutti!...  Povero Padre
    Lodovico! Deve aver pianto!"
    Le donne esclamarono:
    "Figuriamoci! Un santo come lui!..."
    E fra' Carmelo:
    "Un vero santo!  Non c' monaci che gli possano stare a paragone.  Non
    per nulla l'han fatto Priore a trent'anni!"
    "Suo  zio  don  Blasco  non gli somiglia?..." disse improvvisamente il
    cocchiere maggiore, con una strizzatina d'occhi.
    "E' un'altra cosa.  Tutti  gli  uomini  possono  esser  formati  a  un
    modo?... Ma bravo anche lui!... Signore anche lui!..."
    E  giusto  il  discorso era a quel punto,  quando un lontano rumore di
    carrozza con le sonagliere fece tacer tutti. Giuseppe, guardando dallo
    sportello,  spalanc il portone: il carrozzino della mattina  entr  a
    rotta  di  collo e ne scesero il principe e il signor Marco che teneva
    una valigia in mano,  mentre tutti si scoprivano e  dalla  loggia  del
    piano nobile affacciavasi don Blasco.
    Il  ritorno del capo della famiglia,  nella Sala Gialla,  produsse una
    nuova commozione:  sospiri,  singhiozzi,  mute  strette  di  mano.  Il
    principe  era  sempre pallido e parlava a stento,  con gesti larghi di
    sconforto:
    "Troppo  tardi!...  Pi  nulla  da  fare!...   Fino  a  iersera  stava
    benissimo,  mangi  anzi  con  appetito  due uova e bevve una tazza di
    latte... All'alba di stamani, improvvisamente,  chiam e..." e tacque,
    quasi non potendo proseguire.
    Il signor Marco, deposta la valigia, confermava:
    "Impossibile prevedere questa catastrofe... Nel primo momento, speravo
    fosse soltanto una sincope... ma purtroppo la triste verit..." Chiara
    e  la  cugina piangevano;  il Priore deplorava specialmente che nessun
    sacerdote l'avesse assistita negli ultimi istanti;  ma il signor Marco
    assicur che ella erasi confessata due giorni innanzi,  che il Vicario
    Ragusa era arrivato in tempo a darle l'assoluzione; mentre il principe
    da canto suo riferiva:
    "Abbiamo improvvisato una cappella  ardente...  tutti  i  fiori  della
    villa... ne hanno mandati da ogni parte..."
    "E Ferdinando?" domand Chiara
    "Non   venuto?...  Ah!" Egli si batt a un tratto la fronte.  "Dovevo
    passar io ad avvertirlo!...  Me ne sono  scordato!...  Baldassarre!...
    Baldassarre!..."
    Ma,  sul  pi  bello,  don  Blasco,  il quale aveva tenuto d'occhio la
    valigia quasi ci fosse dentro roba di contrabbando,  lo  tir  per  la
    manica, domandando: "E il testamento?"
    Il principe, con un altro tono di voce, non pi dolente, ma premuroso,
    pieno di scrupoli:
    "Il signor Marco qui presente" rispose, "m'ha comunicato che le ultime
    volont  di nostra madre sono depositate presso il notaio Rubino.  Noi
    aspetteremo,  se credete,  l'arrivo di Raimondo e  dello  zio  duca...
    Frattanto, abbiamo suggellato tutto quel che s' trovato, per renderne
    stretto  conto,  a  suo  tempo,  a  chi di ragione...  Il signor Marco
    possiede per un documento che riguarda i  funerali...  Credo  che  di
    questo si debba dar subito lettura..."
    E  il  signor  Marco,  tratto di tasca un foglio,  lesse in mezzo a un
    profondo silenzio:
    "In questo giorno,  19 maggio 1855,  trovandomi sana di mente e non di
    corpo,  io  sottoscritta,  Teresa  Uzeda  principessa  di Francalanza,
    raccomando l'anima a Dio e dispongo quanto  appresso.  Il  giorno  che
    piacer  al  Signore  chiamarmi  con  s,  ordino che il mio corpo sia
    affidato  ai  Reverendi  Padri  Cappuccini  affinch   sia   da   essi
    imbalsamato  e nella necropoli del loro cenobio custodito.  Voglio che
    il funerale sia celebrato,  con quel decoro che compete alla famiglia,
    nella  chiesa  dei detti Padri in segno della mia devozione alla Beata
    Ximena,  nostra gloriosa parente,  la cui salma nella loro  chiesa  si
    venera.  Durante il funerale e dopo che il mio corpo sar imbalsamato,
    voglio,  ordino e comando che esso  sia  vestito  della  tonaca  delle
    Religiose  di  San Placido,  e che alla cintura mi sia messa la corona
    del Santissimo Rosario donatami dalla mia diletta  figlia  Suor  Maria
    Crocifissa  il  giorno  della sua monacazione,  e che sul petto mi sia
    posto il crocifisso d'avorio,  memoria del mio amato consorte principe
    Consalvo di Francalanza.  In segno di particolare penitenza ed umilt,
    espressamente impongo  che  il  mio  capo  sia  appoggiato  sopra  una
    semplice e nuda tegola: cos voglio e non altrimenti. Per la necropoli
    dei Cappuccini ordino che si costruisca una cassa a cristalli,  dentro
    alla quale sar posto il mio corpo nel modo di cui  sopra;  essa  avr
    una  serratura  con  tre  chiavi  delle quali una rimarr a mio figlio
    Raimondo conte di Lumera, la seconda, in segno di speciale benevolenza
    pei servigi prestatimi,  al signor Marco Roscitano,  mio procuratore e
    amministratore  generale,  e  la terza al reverendo Padre Guardiano di
    esso cenobio dei  Cappuccini.  Nel  caso  per  che  il  detto  signor
    Roscitano  dovesse  lasciare l'amministrazione della mia casa,  ordino
    che  la  chiave  passi  all'altro  mio  figlio  Lodovico,  Priore  nel
    monastero  di  San  Nicola  dell'Arena.  Questa  la mia volont e non
    altra.
    Teresa Uzeda"


    Il signor Marco,  che s'era  rispettosamente  inchinato  al  passaggio
    relativo  alla  sua  persona,  abbass  il  foglio;  il principe disse
    guardando in giro gli astanti:
    "Le volont di nostra madre sono leggi per noi.  Sar fatto secondo ha
    prescritto."
    "In tutto e per tutto..." conferm il Priore, chinando il capo.
    Don  Blasco,  che  soffiava  come un mantice,  non aspett neppure che
    l'adunanza si sciogliesse.  Afferrato il marchese per un  bottone  del
    soprabito, esclam:
    "Sempre  pulcinellate?...   Fin  all'ultimo?...   Per  far  ridere  la
    gente?..."
    E il signor Marco era appena  salito  al  primo  piano,  nelle  stanze
    dell'amministrazione   contigue  al  suo  quartierino,   per  dare  ai
    dipendenti gli ordini opportuni,  che le persone venute a cercarlo  si
    presentarono a lui. Il ceraiolo di San Francesco veniva a offrire cera
    di prima qualit,  lavorata all'uso di Venezia, a sei tar; il maestro
    Mascione  portava  una  lettera  dell'avvocato  Spedalotti,  il  quale
    pregava  il  signor  Marco  di  far  eseguire  la messa di requiem del
    giovane compositore;  Brusa,  il pittore,  sollecitava l'appalto della
    decorazione pel funerale solenne della principessa...
    "Come sapete che ci sar un funerale solenne?"
    "Per una signora come la principessa!"
    "Ripassate domani..."
    E Baldassarre chiamava:
    "Signor Marco! Signor Marco!... Il principe!..."
    Ma nuovi postulanti sopravvenivano. Nessuno l'aveva ancor detto, ma si
    sapeva  che  la principessa di Francalanza non poteva andare all'altro
    mondo senza una gran cerimonia, senza un gran scialacquo di quattrini,
    e ognuno sperava di guadagnarne.
    Raciti, il primo violino del Comunale, voleva offrire la messa funebre
    di suo figlio;  saputo che Mascione  aveva  ottenuto  una  lettera  di
    Spedalotti,  era  corso  a sollecitare la raccomandazione pi valevole
    del barone Vita;  Santo Ferro,  che aveva la manutenzione del giardino
    pubblico,  sperava  gli  commettessero  la  camera  ardente,  e poich
    Baldassarre, dal cortile, tornava a chiamare:
    "Signor Marco!  Signor Marco!...  Il principe!..." il signor Marco  si
    sbarazz bruscamente dei postulanti:
    "Ma andate al diavolo!... Ho altro da fare, adesso!"


    Un formicaio,  la chiesa dei Cappuccini nella mattina del sabato,  che
    neppure il Gioved Santo tanta gente traeva a visitarvi  il  Sepolcro.
    Tutta  la  notte  era  venuto  dalla  chiesa un frastuono di martelli,
    d'asce e di seghe,  e le finestre erano state abbrunate fin dal giorno
    precedente.  A  buon'ora,  dinanzi  alla  folla curiosa che gremiva la
    terrazza e le scalinate,  avevano inchiodato sulla porta  maggiore  il
    drappellone di velluto nero con frange d'argento,  sul quale leggevasi
    a caratteri d'oro:

    PER L'ANIMA
    DI
    DONNA TERESA UZEDA E RISA'
    PRINCIPESSA DI FRANCALANZA
    ESEQUIE

    Verso sedici ore, don Carlo Canal,  col naso in aria,  sotto la porta
    spiegava  al  principe  di Roccasciano,  tra le gomitate di quelli che
    entravano continuamente:
    "Veda:  all'esterno  non  giudicai   conveniente...   dilungarmi   del
    soverchio..  Massima semplicit: per l'anima...  esequie...  Penso che
    nella sua concisione... per avventura..."
    Ma gli urti, le pestate di piedi,  le esclamazioni dei curiosi non gli
    consentivano  di  filare  il discorso;  la gente sbucava a torrenti da
    tutte le parti, sospingevasi in chiesa, calpestava i mendicanti venuti
    a mettersi accosto alle porte ed ai cancelli per far baiocchi.
    "Sol esso il nome... onde i concetti, per avventura..."
    Alla fine, don Cono si decise anch'egli ad entrare;  ma,  separato dal
    compagno,  fu  travolto,  come  un  chicco di caff nel macinino,  dal
    turbine umano che per il troppo angusto  passaggio  s'ingolfava  nella
    chiesa.
    Essa era buia, pei veli delle finestre, pei manti neri che rivestivano
    le  pareti  e  pendevano  dalle  arcate delle cappelle e si stendevano
    lungo il cornicione.  Sopra una piattaforma alta sei o  sette  gradini
    dal  pavimento  e  girata  da  una  triplice fila di ceri,  sorgeva il
    catafalco: una  piramide  tronca  le  cui  quattro  facce,  tappezzate
    d'ellera  e  di  mortella,  portavano  nel  mezzo,  disegnati  a fiori
    freschi,  quattro grandi scudi della casa  di  Francalanza.  Al  sommo
    della  piramide,  due angeli d'argento inginocchiati da una sola gamba
    aspettavano di reggere  il  feretro.  Ad  ogni  angolo  inferiore  del
    catafalco,  su tripodi d'argento,  erano confitte quattro torce grosse
    quanto le stanghe,  con uno scudo di cartone legato a  mezz'asta;  sei
    valletti con le livree del secolo Diciottesimo,  rosse, nere e dorate,
    impalati come statue, con le facce rase di fresco,  reggevano ciascuno
    una  delle  antiche  bandiere  d'alleanza;   dopo  i  valletti  dodici
    prefiche,  vestite di neri manti,  coi capelli  scarmigliati,  stavano
    tutt'intorno  al  catafalco coi fazzoletti in mano,  per asciugarsi le
    lacrime.  Ma bisognava lavorar di  gomiti,  camminare  sui  piedi  dei
    vicini,  lasciarsi ammaccare le costole e pestare i calli e sudare una
    camicia prima d'arrivare a quell'apparato,  intorno al quale una folla
    d'operai,  di  servi,  di donnicciuole stava estatica ad ammirare,  in
    attesa del corteo,  il finto  marmo  della  piattaforma,  le  urne  di
    cartone  scaglionate  sui  gradini,  le  lacrime  di  carta  argentata
    gocciolanti dai veli neri: -
    "Una  galanteria!...   Una  cosa  mai  vista!...   Per   questo   sono
    signoroni!...  Lasciate fare a loro!... E dodici piangenti!... Neanche
    pel funerale del papa!...  Ma il cadavere  gi posto al colatoio  per
    l'imbalsamazione."  E Vito Rosa,  il barbiere del principe,  spiegava:
    "Appena sceso dal Belvedere fu portato a palazzo e gli  fecero  girare
    gli  appartamenti per l'ultima volta,  come usano...  Il cataletto era
    portato a spalla,  senza stanghe...  e tutta la parentela  dietro,  la
    servit  con  le  torce  accese,  come  una processione!..." Le comari
    esclamavano: "E una tegola sotto il capo!...  Che gli mancavano  forse
    cuscini di velluto?...  Anzi,  questo  per maggior penitenza,  con la
    tonaca di San Placido: non capite?"
    Ma la gente incalzava alle spalle e  i  discorsi  s'interrompevano,  i
    primi arrivati dovevano cedere il posto, se ne andavano sotto il palco
    dell'orchestra,  eretto  a ridosso dell'organo,  con quattro ordini di
    panche e i manichi dei contrabbassi che spuntavano dal  pi  alto,  ma
    ancora vuoto;  o giravano dalla parte opposta, verso la cappella della
    Beata Uzeda, tutta splendente di lampade votive;  e si fermavano,  una
    volta  fuor  della ressa,  a guardare l'altare scavato dove si vedeva,
    attraverso  un  vetro,  la  cassa  antica  rivestita  di  cuoio,   che
    racchiudeva il corpo della santa donna; poi tentavano tornare verso il
    centro  della  chiesa  per  leggere le iscrizioni attaccate agli altri
    altari; ma la folla era adesso compatta come un muro. Don Cono Canal,
    data un'occhiata all'apparato, aveva tentato tre o quattro volte,  per
    conto  suo,  d'avvicinarsi  a  qualcuno  degli  epitaffi,  ma  non era
    riuscito a spingersi tanto innanzi da leggerli; e col capo rovesciato,
    il cappello ammaccato dai continui urtoni, i piedi pestati, la camicia
    in sudore,  tangheggiava come una barca in mezzo  alla  tempesta.  Con
    belle  maniere,  dicendo:  "Di grazia!...  La prego!...  Mi scusi!..."
    arriv finalmente a tiro della prima tabella, dove leggevasi:

    SOTTO MULIEBRI SPOGLIE
    CUORE GAGLIARDO PIETOSO
    ANIMO ELETTO MUNIFICO
    SPIRITO SVEGLIATO FECONDO
    ONNINAMENTE DEGNA
    DELLA MAGNANIMA STIRPE
    CHE LA FE' SUA

    "Onninamente?...." disse il barone Carcaretta che si trovava a  fianco
    di don Cono. "Che cosa significa?"
    "Importa  interamente,  o vogliam dire del tutto...  Onninamente degna
    della stirpe... Come le piace questo concetto?..."
    "Eh,  va bene;  ma non capisco perch si divertano a pescar le  parole
    difficili!"
    "Veda..."  spieg  allora  don Cono,  insinuante: "lo stile epigrafico
    tiene al sommo grado del nobile  e  del  sostenuto...  Io  non  potevo
    adoprare..."
    "Ah, l'avete scritta voi?"
    "Sissignore...  ma  non  solo,  veramente:  di unita col cavaliere don
    Eugenio...  Io ho curato sovra tutto la forma...  Bramerei  vedere  le
    altre: temo non abbian preso un qualche abbaglio, in copiando..."
    Ma  la  chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi
    ogni quarto d'ora;  e tutt'intorno la gente che non riusciva ad andare
    n avanti n indietro n a veder altro fuorch la cima della piramide,
    ingannava l'impazienza dell'attesa chiacchierando, dicendo vita, morte
    e miracoli della principessa: "Adesso i suoi figli potranno respirare!
    Li  ha  tenuti  in  un  pugno  di  ferro..." "I suoi figli: quali?..."
    "Costrinse don Lodovico,  il secondogenito,  a farsi monaco mentre gli
    toccava il titolo di duca;  la primogenita fu chiusa alla bada!... Se
    campava ancora ci avrebbe messo anche l'altra!... Marit Chiara perch
    questa non voleva maritarsi!... Tutto per amor d'un solo,  del contino
    Raimondo..." "Ma il padre?..." "Il padre,  ai suoi tempi,  non contava
    pi del due di briscola;  la principessa teneva in un pugno lui  e  il
    suocero!..."
    Per tutti riconoscevano che,  se non fosse stata lei, a quell'ora non
    avrebbero avuto pi niente. Ignorante, s; ma accorta, calcolatrice!
    "E' vero che non sapeva leggere n scrivere?"
    "Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni  e  in  quello  dei
    conti!"
    Frattanto  don  Cono  avvicinavasi,  a passo di formica,  alla seconda
    iscrizione:

    ORBATA
    DEL TUO FIDO CONSORTE
    NEL MORTALE VIAGGIO
    VECE FACESTI
    AL TUOI FIGLI
    DEL PADRE LORO.

    Prima ancora di scorgere  i  caratteri,  don  Cono  che  la  sapeva  a
    memoria,  recit  l'epigrafe al barone,  fermandosi un poco a ciascuna
    parola,  pi a lungo ad ogni capoverso,  gestendo con la mano come  se
    spruzzasse acqua benedetta, per sottolineare i passaggi salienti:
    "Ignoro se approvate questo concetto: orbata... vece facesti..."
    Ma nuove ondate della folla lo divisero la seconda volta dal compagno.
    Veniva ora dalla terrazza e dalle scalinate un vasto sussurro,  perch
    i rintocchi del  mortorio  annunziavano  finalmente  la  partenza  del
    corteo dal palazzo.
    Intorno  alla  casa  Francalanza c'era sempre una fiera,  per le tante
    carrozze aspettanti,  pel  tanto  popolo  fremente  d'impazienza.  Dal
    portone  socchiuso  vedevasi  un'altra folla ragunata nei due cortili,
    uno sciame di servi con le livree nere che  andavano  e  venivano,  il
    maestro  di  casa  senza  cappello  che  s'affannava a dar ordini,  la
    carrozza di gala a  quattro  cavalli  che  sarebbe  servita  da  carro
    funebre.  Quando  finalmente  le  due  pesanti  imposte  girarono  sui
    cardini,  tutte le teste si voltarono,  tutte  le  persone  s'alzarono
    sulle punte dei piedi. Veniva innanzi la fila dei frati Cappuccini con
    la  croce,  poi  la  carrozza funebre,  dentro alla quale si vedeva il
    feretro di velluto rosso,  fiancheggiata da tutta la  servit  con  le
    torce in mano; poi l'Ospizio Uzeda dei vecchi indigenti, tutti a testa
    nuda;  poi le ragazze dell'Orfanotrofio coi veli azzurri pendenti fino
    a terra;  poi tutte le carrozze di famiglia: altri due tiri a quattro,
    cinque  tiri  a  due,  e  poi  ancora  un  altro  gruppo di gente: una
    quarantina d'uomini,  la pi parte barbuti,  con le giubbe di  velluto
    nero, anch'essi coi ceri in mano.
    "Chi sono?... Di dove spuntano?..."
    Erano  i  zolfai  delle  miniere  dell'Oleastro  chiamati  apposta  da
    Caltanissetta  per  l'accompagnamento  della   padrona:   quest'ultimo
    accessorio  finiva  di sbalordire tutti quanti: ancora non s'era vista
    una cosa simile!...  Ma gli equipaggi che s'avanzavano da  ogni  parte
    per  mettersi  in  fila  sbaragliavano  la  calca:  tiri a quattro che
    venivano a  prendere  i  primi  posti,  tiri  a  due  che  rinculavano
    scalpitando tra un fitto schioccar di fruste;  e i curiosi,  a rischio
    di  lasciarsi  pestare  sotto  i  piedi  delle  bestie,   li  venivano
    riconoscendo dagli stemmi degli sportelli e anche dai cocchieri:
    "Il duca Radal... il principe di Roccasciano... il barone Grazzeri...
    i Crcuma... i Costante... non manca nessuno!..."
    Di repente tutti si volsero a un lontano voco:
    "Che ?... Che cos' stato?... La carrozza di Trigona!... Il cocchiere
    non  vuole  andare  in  coda,  gli  altri  non  cedono il posto...  Ha
    ragione!... Questi sono soprusi!..."
    Il cocchiere del marchese Trigona,  appunto,  quantunque  guidasse  un
    trespolo  tirato  da due ronzinanti,  non voleva mettersi in coda dove
    c'erano le carrozze dei non nobili pi belle della sua. E Baldassarre,
    tutto in sudore per la fatica sostenuta nell'ordinare il  corteo,  nel
    far rispettare le precedenze, s'avanzava per dar ragione al cocchiere,
    aprendosi  a  stento  il  varco  tra  la folla,  allungando ceffoni ai
    monelli che gli si mettevano  fra  i  piedi,  ingiungendo:  "Largo!...
    largo!..." mentre una buona met dell'accompagnamento s'era avviata.
    Il  mortorio  sonato  da tutte le chiese della citt chiamava gente da
    ogni parte sul suo  passaggio;  ma  specialmente  il  campanone  della
    cattedrale  sospingeva  a  frotte  i curiosi.  Sonava a morto solo pei
    nobili e i dottori,  e il  suo  nton  nton  grave  e  solenne  costava
    quattr'onze di moneta; talch la gente, udendo la gran voce di bronzo,
    diceva: "Se n' andato qualche pezzo grosso!"
    E ancora buon numero di carrozze,  dopo quella di Trigona, aspettavano
    d'incamminarsi, che gi la testa del corteo fermavasi ai Cappuccini.
    Impossibile portare in chiesa la bara dalle scale. Non gi che pesasse
    molto, ch anzi era vuota; ma la ressa, sulle scale, cresceva, nessuno
    poteva andare n avanti n indietro,  solo il cannone  avrebbe  potuto
    far luogo.  Bisogn girare la situazione, aprire un varco fra la turma
    che gremiva la salita del Santo Carcere e di San Domenico e portare il
    feretro dal convento e dalla sacrestia: trascorse quasi  un'ora  prima
    che fosse posto sul catafalco.
    I  sonatori  avevano  gi  preso  posto  sul  palco e sfoderato i loro
    strumenti,  i frati accendevano con le canne lunghe i ceri  dell'altar
    maggiore. E i curiosi stipati nella chiesa, continuando a parlar della
    morta, si rivolgevano insistentemente una domanda e si proponevano una
    quistione:  "Chi  sar  l'erede?.." Nobili e plebei,  ricchi e poveri,
    tutti volevano sapere che direbbe il  testamento,  come  se  la  morta
    avesse   potuto   lasciar   qualcosa  a  tutti  i  suoi  concittadini.
    Aspettavano, al palazzo, l'arrivo del contino da Firenze e del duca da
    Palermo  per  leggere  le  ultime  volont  della  principessa;  e  le
    opinioni,   nel   pubblico,   erano   diametralmente  opposte:  alcuni
    sostenevano che tutto sarebbe andato al  contino;  ma,  quantunque  la
    defunta   odiasse  il  primogenito,   era  proprio  possibile  che  lo
    diseredasse?  "Nossignore: tutto andr al primogenito:  vero che  non
    lo   poteva   soffrire,   ma    il  capo  della  casa,   l'erede  del
    principato!..."
    Un nuovo pigia pigia tronc di botto ogni discorso,  infitt la  folla
    in  fondo  alla  chiesa: entravano le orfanelle del Sacro Cuore con le
    vesti verdi e gli scialletti bianchi;  Baldassarre,  tutto vestito  di
    nero, le dirigeva verso l'altar maggiore, ingiungendo:
    "Largo, largo, signori miei!..."
    Un  bambino,  mezzo  soffocato tra la calca,  si mise a strillare;  un
    mendicante, riuscito ad entrare, inciamp contro un gradino d'altare e
    cadde per terra.

    BENEFICENTE
    COI DERELITTI
    L'OBOLO DELLA CARIT
    TI FIA RESO
    CENTUPLICATO
    CON L'ESPIATORIE PRECI

    Don Cono declamava,  a bassa  voce,  l'altra  iscrizione  al  canonico
    Sortini che aveva pescato tra la folla:
    "Conciliar  l'invenzione  del  concetto  con  la  venust della forma:
    difficolt   precipua    dello    stile    epigrafico...    L'obolo...
    centuplicato... non so se mi appongo..."
    Adesso  l'altar  maggiore  era  tutto una fiamma,  dai tanti ceri;  il
    movimento dei frati e dei sagrestani cresceva;  sul palco della musica
    accordavano  gli  strumenti,   un  clarino  sospirava,   gli  archetti
    stridevano,  un contrabbasso borbottava;  e Baldassarre,  aiutato  dai
    camerieri  di  tutta la parentela,  vestiti di nero anch'essi,  faceva
    disporre due file di sedie pei vecchi e le orfanelle: le sedie, tenute
    alte sulla folla,  parevano navigare sul mar  delle  teste,  e  poich
    sempre nuova gente entrava a furia,  la ressa era terribile.  I fiati,
    l'odor di moccolaia,  il caldo della giornata facevano  della  piccola
    chiesa una bolgia;  alcune donne erano gi svenute, in due o tre punti
    si litigava fra chi voleva spingersi avanti e chi non  voleva  tirarsi
    indietro; ma nessuno si decideva ad andarsene; e negli angoli, lungo i
    muri,  avanti  agli  altari,  i curiosi,  gli scioperati rifacevano la
    storia della morta e della famiglia, ne commentavano le stravaganze:
    "La cassa con tre chiavi!... Sar tanto pi difficile tornare a questo
    mondo!... E la tonaca e il rosario!... Tanta penitenza con un funerale
    da regina!"
    A voce pi bassa le male lingue aggiungevano:
    "Dopo l'allegra vita!..."
    Accanto alla  pila  dell'acqua  santa,  in  mezzo  a  un  crocchio  di
    nobilastri  invidiosi  e  a corto di quattrini,  don Casimiro Scaglisi
    annunziava:
    "E il principe?  Non sapete che ha fatto il  principe?  Quand'ebbe  la
    notizia  della  morte  della  madre,  scapp  al  Belvedere  senza far
    chiudere il portone,  per avere il tempo d'arrivar solo alla villa,  e
    senza avvertir Ferdinando alla Pietra dell'Ovo..."
    Alcuni protestarono: don Casimiro conferm:
    "Se  ve lo dico io!...  Per aver tempo di maneggiarsi,  di far sparire
    carte e denari!"
    Tutt'intorno scrollavano il capo: don Casimiro parlava cos per astio,
    giacch fin a  tre  giorni  addietro  era  stato  lavapiatti  di  casa
    Francalanza,  ma  fin da quando la principessa era andata in campagna,
    il principe non l'aveva pi ricevuto, credendolo iettatore.
    "Del resto,  scusate," gli facevano osservare,  "che bisogno aveva mai
    il principe d'allontanare Ferdinando?"
    "Sissignori,  fa la vita del Robinson Crusoe alla Pietra dell'Ovo, non
    s'occupa d'affari e in famiglia lo chiamano il Babbeo,  col soprannome
    messogli da sua madre.  Ma che vuol dire? Babbeo o no, il principe non
    voleva nessuno dei suoi tra i piedi!... Vi dico che lo so di sicuro!"
    Un altro osserv:
    "Non parlate male di Ferdinando;  con le  sue  mane  non  fa  male  a
    nessuno;  il migliore di tutta la casata."
    "Tanto che non parrebbe dello stesso seme..." rispose don Casimiro.
    "Sst, sst! Siamo in chiesa," gl'ingiunsero.
    "Passa don Cono."
    Don  Cono  adesso  traversava la chiesa per leggere l'iscrizione posta
    sulla pila dell'acqua benedetta; come fu giunto vicino al crocchio, lo
    fermarono:
    "Don Cono!...  Don Cono!...  Voi che avete la vista lunga;  come  dice
    lass?"
    E don Cono compit:

    IN QUESTO TEMPIO
    OVE IL FRALE SI ACCOGLIE
    DELLA BEATA UZEDA
    CORROBORATE
    FIENO LE PRECI
    DALL'INTERCESSORA PARENTE

    "Bellissimo! Bravo!... Bene l'intercessora..." esclamarono in coro; ma
    un  "sst"  prolungato  pass  di repente di bocca in bocca: il maestro
    Mascione, appollaiato in cima al palco dell'orchestra, aveva picchiato
    tre colpi sul leggo;  e le conversazioni morirono,  tutte le teste si
    volsero verso i sonatori.
    In  mezzo  all'attenzione  generale  don Casimiro urt a un tratto col
    gomito i vicini, esclamando piano:
    "Guardate! Guardate!"
    Entrava in quel punto,  protetto contro la  folla  dal  servitore,  il
    vecchio  don  Alessandro  Tagliavia: nonostante l'et,  reggeva ancora
    diritta l'alta persona e dominava la folla con la bella testa bianca e
    rosea,  dagli occhi chiari com'acqua marina e dai baffi  bionditi  dal
    tabacco.  Non potendo avanzare,  guardava da lontano il catafalco,  il
    palco della musica, le tabelle degli epitaffi; e intanto, nel silenzio
    fattosi come per incanto,  l'orchestra intonava il preludio: un  lungo
    gemito,  suoni rotti in cadenza come da brevi singulti si diffondevano
    per la chiesa,  e le piangenti  riprendevano  a  lacrimare,  mentre  i
    monaci,  dinanzi all'altare, cominciavano le genuflessioni. Molti capi
    si chinarono, al sordo voco sottentr un raccoglimento profondo.
    "Guardate!..." ripet don Casimiro, nel gruppo accanto alla pila.  "E'
    venuto a dirle l'ultimo addio!"
    Tutti  avevano  gli  occhi  fissi  sul vecchio: il lavapiatti a spasso
    continu, interrompendosi quando l'orchestra taceva:
    "Ed io che  me  lo  rammento  piangere  come  un  bambino...  come  un
    disperato...  quando  la  morta  lo lasci per Felice Crcuma...  dopo
    quello  che  c'era  stato  fra  loro!...Adesso  lei    a  marcire  al
    colatoio...  Lui  camper  vent'anni ancora: una salute di ferro..." A
    voce pi bassa,  mentre le trombe tratto tratto squillavano e le  voci
    cantavano  Requiem  aeternam  dona eis,  aggiunse: "Ed ha la sua brava
    ragazza,  in una villetta al Borgo...  Tutte  le  sere  le  passa  con
    lei!..."
    Il vecchio tentava ancora di avvicinarsi ad una iscrizione; ma poich,
    principiata la messa,  nessuno pi si moveva,  torn indietro.  Giunto
    sulla porta della chiesa,  colpendogli l'aria  fresca  la  fronte,  si
    calc il cappello sulla testa che non era ancor fuori.
    "Sic transit gloria mundi!..."
    Per, passato il primo effetto della musica, le conversazioni andavano
    qua  e  l  riappiccandosi;  e Raciti,  il primo violino del Comunale,
    borbottava in mezzo agli  sconosciuti:  "Bell'apparato,  non  c'  che
    dire; bella funzione!... La quistione  di sapere chi pagher!"
    Era  furente,  dopo  che  il  signor Marco aveva preferito la messa di
    Mascione a quella di suo  figlio;  ma  si  consolava  sparlando  della
    casata:  non  c'era  l'eguale  per la stitichezza nel pagare;  e Titta
    Caruso,  il bollettinaio del teatro,  ne  sapeva  qualcosa,  costretto
    com'era  ogni  anno  a  far  cento volte le scale del palazzo prima di
    vedersi pagato l'appalto del palchetto: oggi non  c'era  il  principe,
    domani  non  c'era  la  principessa,  un'altra volta mancava il signor
    Marco, poi erano tutti in campagna...
    "Mio figlio Salvatore non voleva offrir  loro  la  sua  messa?  Meglio
    sonarla  gratis  per  le  anime del Purgatorio;  almeno se ne guadagna
    altrettanta salute all'anima!"
    E volt le spalle, furioso,  per andarsene,  mentre intonavano il Tuba
    mirum rubato al Palestrina!... Come lui, erano venuti in chiesa quanti
    eran corsi nei primi momenti al palazzo per offrire i loro servigi; ma
    i rimasti a mani vuote tiravano adesso in ballo le storie d'avarizia e
    d'intima  spilorceria  di  quella  famiglia  il  cui  lusso  era  solo
    apparente: la principessa,  una volta,  non aveva fatto citare dinanzi
    al giudice il suo calzolaio perch le restituisse il prezzo di un paio
    di  scarpe non riuscite di suo gradimento?  E in cucina,  il cuoco non
    aveva l'ordine di scolar l'olio rimasto nella padella dopo la frittura
    per riconsegnarlo alla padrona?
    "Pi sono ricchi, cotesti porci, pi sono spilorci!..."
    Un "zitti!" imperioso tronc le chiacchiere: l'orchestra  intonava  il
    Che  dir  io  misero?  e  la  gente che stava attenta alla musica non
    voleva esser disturbata.  Ma  dopo  un  momento  le  conversazioni  si
    riannodarono.  In certi crocchi di liberali, vantavano il patriottismo
    del duca Gaspare, sottovoce, per, e guardandosi intorno per paura che
    qualche spia non udisse.
    "Un colpo al cerchio e un altro alla botte!"  esclamava  don  Casimiro
    accanto  alla pila.  "In questa casa chi fa il rivoluzionario e chi il
    borbonico;  cos sono certi di trovarsi bene,  qualunque cosa avvenga!
    La  ragazza Lucrezia non fa la liberale per amore di quello sciocco di
    Benedetto Giulente?..."
    Il barone Carcaretta, unitosi ai maldicenti, protest:
    "Non daranno mai un'Uzeda a un Giulente!"
    E don Casimiro:
    "Per questo io dico che il Giulente  uno sciocco..."
    "Silenzio, eccoli l."
    Il giovanotto infatti entrava in quel momento insieme con suo zio  don
    Lorenzo, il celebre liberale lavapiatti del duca.
    "E cos?" domand don Casimiro, "quando la farete questa rivoluzione?"
    "Non  lo diremmo a voi,  in ogni caso",  rispose Benedetto sorridendo.
    Allora l'altro si rivolse allo zio:
    "E il vostro amico,  il duca?  Gli muore la  cognata,  i  suoi  nipoti
    l'aspettano, e non parte subito? Che sta macchinando?"
    "A voi che importa?"
    "A me? Un fico secco! Io non faccio il lavapiatti a nessuno!"
    "I lavapiatti" rispose don Lorenzo, "dovete sapere che io li ho tenuti
    sempre in cucina..."
    "Silenzio!... Siamo in chiesa."
    La  preghiera  ieratica  diceva  giustamente:  "Serbami  un  posto nel
    gregge." Ma don Casimiro non voleva riconoscere che il  dispiacere  di
    non goder pi dell'intimit degli Uzeda lo animava contro di loro.
    "Bestioni!"  esclam,  quando  i  due  Giulente si allontanarono.  "Mi
    diranno poi come finir loro, con quei birbanti!"
    Il principe di Roccasciano, che aveva girato per la chiesa sballottato
    dalla folla,  fu sospinto in mezzo al gruppo;  tutta la  sua  persona,
    cos  piccola  e  magra  che  pareva fatta in economia,  esprimeva uno
    straordinario stupore:
    "Signori miei,  che funerale!  che spesa!...  Ci saranno per  lo  meno
    cent'onze di cera!  E l'apparato!  La messa cantata! Io vi so dire che
    per la felice memoria di mio padre spesi sessantotto  onze  e  tredici
    tar,  e che feci?  Niente!... Qui vi dico che si sono spese cent'onze
    di sole torce..."
    "Sst... il Lux aeterna."
    Ad ogni passaggio della messa operavasi un rimescolamento nella folla:
    alcuni tentavano uscire,  la pi  parte  mutavan  di  posto,  giravano
    intorno al catafalco,  andavano a leggere le iscrizioni. Restava a don
    Cono da verificar l'ultima;  don Casimiro gli si  pose  alle  costole,
    seguito da parecchi della comitiva.

    AHI DURA MORTE
    IL PIANTO
    D'UNA ILLUSTRE PROSAPIA
    D'UN POPOLO INTERO
    A DISARMARE IL TUO BRACCIO
    NON VALSE

    "Benissimo!"  fece  don  Casimiro.  "La  prosapia  illustre: discende
    difilato  dall'anche  d'Anchise.  Il  popolo  piange:  non  vedete  le
    lacrime?"  e  mostrava  quelle  d'argento  che  frangiavano  l'addobbo
    funebre. "Piangono anche le ragazze dell'Orfanotrofio...  pensando che
    andranno a finir cameriere dell'illustre principe..."
    "Parmi sconvenga..." obiett don Cono.
    "E  v'accerto  io che sono tutti disperati per bene che si vogliono in
    casa.   Poh!   Non  possono  stare  un  giorno  senza  abbracciarsi  e
    baciarsi..."
    "Parmi sconvenga..."
    "Prudenza, signori miei... siamo in chiesa!"
    Giusto,  la ripresa del Dies irae assordava tutti; i frati erano scesi
    verso il catafalco,  benedicendo;  la musica intonava  il  Libera  me,
    riprendeva  le  frasi  del  principio,   implorava  il  Requiem.   "E'
    finito?...  Se Dio vuole!"  E  un  rimescolamento  generale:  chi  era
    rimasto lontano dal catafalco e dalle iscrizioni vi si dirigeva; molti
    che non reggevansi pi in piedi dalla stanchezza,  s'avvicinavano alle
    porte;  ma l la confusione e  la  ressa  ricominciavano  pi  grandi;
    perch  tutta la gente rimasta fuori,  credendo che,  finita la messa,
    fosse agevole entrare,  s'affollava tumultuosamente,  cozzando  contro
    quelli  che  volevano  uscire,  travolgendo  gli storpi,  i ciechi e i
    mutilati che arrischiavano nuovamente di tender la mano  ai  passanti.
    "Adagio!...  I  piedi!...  Che maniera!" e dominando quel voco veniva
    dalla piazza un incessante  scalpitar  di  cavalli:  le  carrozze  del
    corteo funebre che sfilavano una dopo l'altra andandosene.
    Il  principe  di  Roccasciano,  affacciato  dalla terrazza,  le veniva
    numerando:
    "Sette tiri a  quattro,  sessantatr  carrozze  padronali,  dodici  di
    rimessa" disse, quando pass l'ultima. E fece il conto: "A dodici tar
    l'una, tolte quelle di famiglia, sono trentaquattr'onze!..."
    Allora  l'onda  degli  spettatori  cominci  a  disperdersi.  I poveri
    rimasti accoccolati lungo i muri poterono  finalmente  trascinarsi  ai
    loro posti; ma oramai non passava pi nessuno.






    2.

    Verso  sera,  mentre la servit raccolta nel cortile commentava ancora
    la magnificenza del funerale,  arriv dalla via di  Messina  il  conte
    Raimondo  con  la contessa Matilde.  Baldassarre,  udendo il tintinno
    delle sonagliere,  si precipit gi  per  lo  scalone  e  arriv  allo
    sportello  della  corriera giusto nel momento che questa arrestavasi e
    che il padrone saltava gi.
    "Chi c'?" domand il contino,  troncando con voce breve le  cerimonie
    di Baldassarre e mostrando le carrozze allineate nella corte.
    "Visite  pel  signor  principe,  Eccellenza..." e subito il maestro di
    casa prese l'aspetto  grave  e  triste  conveniente  alla  circostanza
    luttuosa.
    Il  conte  s'avvi  per  lo  scalone senza curarsi della moglie n del
    bagaglio.  Baldassarre,  a capo chino,  offerse il gomito alla signora
    contessa,  ma  ella  smont  senza  appoggiarsi.  "Pi bella che mai!"
    giudicavan  le  donne  che   le   si   appressavano   rispettosamente,
    "quantunque  un  po' dimagrata,  in verit..." La moglie del portinaio
    osserv anche: "Pare pi afflitta lei del contino...  E con che  dolce
    voce  pregava  che  portassero  su  le  valige e i sacchi da notte,  e
    rispondeva al: "Benvenuta,
    Eccellenza!" dei servi,  informandosi della loro salute,  domandando a
    Giuseppe  se  il  suo  bambino  stava  bene  e  a donna Mena se la sua
    figliuola s'era maritata!..."
    Su,  nelle anticamere,  il principe e  Lucrezia  vennero  incontro  al
    fratello ed alla cognata. Raimondo si lasci baciare dalla sorella, e,
    stretta  la  mano  che  Giacomo gli tendeva,  entr nella Sala Gialla,
    zeppa di gente al pari  della  Rossa,  poich,  tolto  il  divieto  di
    lasciar  salire  i soli prossimi parenti,  ora i cugini in quarto e in
    quinto  grado,  gli  affini,  gli  amici  venivano  in  processione  a
    condolersi  della gran disgrazia.  Tutti,  all'apparire della contessa
    Matilde,  si  levarono,   ad  eccezione  di  don  Blasco  e  di  donna
    Ferdinanda.  Quest'ultima, quando la nipote le baci la mano, borbott
    un: "Ti saluto" freddo freddo;  quanto a don Blasco,  non  le  rispose
    neppure. Egli vociava, gesticolando:
    "Vogliono il resto?  Ah,  vogliono il resto? Se vogliono il resto, non
    hanno da far altro che chiederlo!..."
    L'incontro del Priore con Raimondo fu osservato da  tutti:  il  Priore
    che  stava  seduto  accanto a Monsignor Vescovo col Vicario e parecchi
    canonici,  appena scorto il fratello s'alz e gli aperse  le  braccia:
    Raimondo si lasci abbracciare un'altra volta, ma quelle dimostrazioni
    d'affetto lo seccavano visibilmente.  Poi il principe lo condusse via,
    e tutti ripresero i loro posti e i discorsi interrotti.
    In un  gruppo  di  pezzi  grossi  dove  c'erano,  fra  gli  altri,  il
    presidente della Gran Corte, il generale e alcuni senatori municipali,
    don   Blasco   continuava  a  fiottare  contro  i  rivoluzionari  e  i
    quarantottisti che minacciavano d'alzar la coda.  Non era bastata loro
    la famosa lezione spiegata da Satriano?  Volevano il resto?  Sarebbero
    stati immediatamente serviti!
    "Ma la colpa pi grande credete forse che sia dei sanculotti o di quel
    ladro di Cavour?  E' di  quei  ruffiani  che  per  la  loro  posizione
    dovrebbero  sostenere  il  governo  e  invece  si mettono coi morti di
    fame!"
    Egli l'aveva principalmente col fratello duca che s'era fitto in  capo
    di  fare  il  liberalone,   lui,  il  secondogenito  del  principe  di
    Francalanza!  Il marchese di Villardita approvava,  chinando la testa,
    giudicando per che i rivoluzionari,  con o senza l'aiuto dei signori,
    sarebbero rimasti cheti almeno per un altro  mezzo  secolo:  la  citt
    portava   ancora  i  segni  della  terribile  repressione  dell'aprile
    Quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e  del
    saccheggio,  e  mezza  popolazione  piangeva  i  morti,  i  condannati
    all'ergastolo, gli esiliati.
    Il Priore,  tornato a sedere accanto a Monsignore,  nel  gruppo  delle
    tonache nere,  deplorava anch'egli, a bassa voce, l'iniquit dei tempi
    per via della legge piemontese contro le corporazioni religiose; e don
    Blasco, nel crocchio opposto:
    "Adesso fanno la guerra senza denari!  Rubando la Chiesa di Cristo!  E
    quel celebre d'Azeglio? Avete letto il suo sproloquio?..."
    Dalla  parte  delle donne la principessa se ne stava in un angolo,  un
    po' alla larga, per evitar contatti.  Donna Ferdinanda,  seduta vicino
    al  principe di Roccasciano,  parlava con lui d'affari,  del raccolto,
    del  prezzo  delle  derrate,  mentre  la  principessa  di  Roccasciano
    raccontava  alla  baronessa Crcuma un suo sogno,  la madre che le era
    apparsa con tre numeri in mano: 6,  39 e 70,  sui quali  avea  giocato
    dodici  tar  di  nascosto del marito.  Le ragazze Mortara e Costante,
    amiche di Lucrezia,  parlavano d'abiti a quest'ultima,  per divagarla,
    quantunque  ella  non  desse  loro ascolto e rispondesse a sproposito,
    com'era sua abitudine;  ma la cugina Graziella teneva da sola  animata
    la conversazione,  rivolgendosi a tutti ed a ciascuno, passando da una
    sala all'altra chiacchierando d'abiti,  di sarte,  della  Crimea,  del
    Piemonte,  della guerra,  del colera.  Stanca del viaggio, la contessa
    Matilde parlava poco,  aspettando di ritirarsi nelle sue  camere;  don
    Cono, venuto a mettersele vicino, le recitava tutte le epigrafi da lui
    composte  pel  funerale:  "M'  sovvenuto  d'una  variante;  bramo  il
    giudizio della contessa..."  E  il  cavaliere  don  Eugenio  giudicava
    povert  il  lusso  dei  moderni  funerali  a paragone di quello di un
    tempo: "Nel 1692 fu perfino emanato un bando,  in via  di  prammatica,
    per impedire l'eccedente sfarzo delle cerimonie mortuarie!"
    Tutti  s'alzarono  al  sopravvenire  di  donna  Isabella Fersa con suo
    marito  don  Mario  e  con  Padre  Gerbini:  il  Benedettino   reggeva
    galantemente  sul  braccio  un velo della dama.  Questa baci tutte le
    Uzeda, fuorch la principessa, la quale,  schivandosi,  present: "Mia
    cognata Matilde..."
    Donna  Isabella  strinse  forte  la  mano alla contessa e le si mise a
    sedere a fianco, sospirando:
    "Che grande disgrazia!  Ma bisogna fare la volont  di  Dio!...  Siete
    stati  a  Firenze?...  Anche  noi ci fummo l'anno scorso;  ma voialtri
    allora eravate a Milazzo...  Una  sola  bambina  finora?...  Il  conte
    aspetta un maschietto,  naturalmente. Felice voi che avete una figlia:
    v'invidio, contessa, sapete..."
    Padre Gerbini faceva intanto il  giro  delle  signore,  discorrendo  a
    lungo  con  le  pi  giovani  e  belle,  dicendo  loro  cose galanti e
    proibite. Egli prendeva le morbide e bianche mani femminili, le teneva
    un poco fra le sue egualmente bianche e inanellate,  poi  le  baciava.
    Vedendo  rientrare  il  principe  col  fratello,  lasci  le  dame per
    condurre Raimondo dinanzi alla Fersa.
    "Il conte di Lumera...  donn'Isabella Fersa,  la pi  bella  dama  del
    regno..."
    "Non gli creda,  dice a tutte cos..." esclam ella sorridendo.  "Sono
    dolente  di  conoscerla,"  riprese,   con  altro  tono   di   voce   e
    stringendogli  la  mano,  "in questa triste circostanza..." Sospir un
    poco,  poi ricominci: "Giusto,  la contessa mi diceva che arrivate da
    Firenze..."
    "Direttamente. Ci siamo fermati appena a Messina."
    "Per  lasciar  la  bambina a vostro suocero.  Avete fatto bene!  Com'
    questa Milazzo?"
    "Non me ne parli."
    Per fortuna,  egli ci stava il meno  che  poteva,  sempre  attirato  a
    Firenze,  dove aveva tante amicizie. Come egli citava i grandi nomi di
    Toscana,   donna  Isabella  chinava  ripetutamente  il  capo  in  atto
    affermativo: "I Morsini, sicuro... i Realmonte..."
    La  contessa  volgeva  supplici  sguardi al marito,  quasi per dirgli:
    "Portami via..." ma Raimondo non  cessava  di  parlare  del  suo  tema
    favorito.  Fersa  gli s'avvicin un momento per stringergli la mano ed
    esprimergli il proprio rammarico.
    "Tuo zio il duca arriva domani?"
    "Cos m'ha detto Giacomo."
    "E del testamento?"
    "Non si sa nulla."
    Tra i discorsi di politica, di moda, di viaggi, quella domanda curiosa
    era sussurrata qua e l,  e otteneva sempre  la  stessa  risposta.  Il
    presidente della Gran Corte,  testimonio della consegna del testamento
    segreto fatta dalla principessa al notaio l'anno innanzi,  non  sapeva
    nulla  intorno al contenuto della carta di cui aveva firmato la busta,
    e i figli della morta erano al buio peggio degli estranei.  Forse,  se
    Raimondo   fosse   venuto   a   tempo,   quando  sua  madre  lo  aveva
    insistentemente chiamato,  egli avrebbe saputo qualcosa;  ma il conte,
    divertendosi a Firenze, aveva fatto orecchio da mercante, quasi non si
    trattasse  dei  suoi  stessi  interessi.  Possibile,  allora,  che  la
    principessa non si fosse confidata proprio a nessuno?  a qualcuno  dei
    cognati? a un uomo d'affari, almeno? Di botto don Blasco, lasciando in
    pace Cavour e la Russia:
    "E  allora,  che  sugo  ci sarebbe stato?" esclam.  "Cos fanno tutti
    coloro  che  ragionano,  eh?...  Ma  in  questa  casa  la  logica  era
    un'altra!...  Nessuno doveva saper niente! tutto si doveva fare a loro
    capriccio;  sempre chiusi,  sempre misteriosi,  come se  fabbricassero
    moneta falsa!"
    Il presidente scrollava il capo con bonomia,  per acquietare il monaco
    focoso; ma questi proseguiva:
    "Volete sapere che dir  il  testamento?  Domandatelo  al  confessore!
    Sissignori:  al confessore!...  Voi al confessore di che parlate?  Dei
    peccati, eh? delle cose di coscienza?...  Degli affari,  naturalmente,
    incaricate gli avvocati, i notai, i parenti, s o no?... Qui invece il
    confessore   scriveva   il   testamento:  forse  il  notaio  impartiva
    l'assoluzione!"
    Alcuni sorridevano a quelle sparate,  e le supposizioni avevano libero
    corso.  Il presidente era sicuro, checch si dicesse in contrario, che
    l'erede sarebbe stato il principe, con un forte legato al conte;  e il
    generale  confermava:  "Sicuramente,  l'erede  del nome!" ma il barone
    Grazzeri scrollava il capo: "Se non andarono mai d'accordo?" Don Mario
    Fersa,  infatti,  piano  al  cavaliere  Carvano,  manifestava  la  sua
    opinione,  secondo  la quale l'erede sarebbe stato Raimondo.  Forse il
    contegno di lui durante la malattia della madre,  il costante  rifiuto
    di  venire  a  vederla,  potevano  avergli  un  poco  nociuto;  ma  la
    predilezione dimostrata dalla principessa a quel figliuolo  era  stata
    troppo  grande perch in un momento ne andassero dispersi gli effetti.
    "Non dimentichiamo," rammentava il cavaliere Pezzino,  "che la  felice
    memoria non volle mai chiedere l'istituzione del maiorasco appunto per
    esser  libera  di  fare  a  modo suo." Dunque si sarebbe proprio visto
    questa enormit? Il capo della casa diseredato? erede Raimondo che non
    aveva figli maschi?  diseredato il principe che aveva gi nel  piccolo
    Consalvo il successore?... I lavapiatti, come familiari della defunta,
    erano  richiesti della loro opinione,  ma essi che ne sapevano meno di
    tutti rispondevano evasivamente,  per non far torto a nessuno.  "E gli
    altri figli?  Ferdinando? Le donne?..." La curiosit, bench contenuta
    ed espressa sotto voce,  era vivissima.  Il confessore,  questo famoso
    Padre Camillo, non aveva parlato? "Non c',  a Roma da parecchi mesi;
    e anche ci fosse, non parlerebbe:  volpe fina..." E tutti gli sguardi
    si   volgevano   naturalmente   a   Giacomo  ed  a  Raimondo.   Questi
    chiacchierava ancora con donna Isabella,  e pareva che  il  testamento
    materno  fosse  l'ultimo  dei  suoi pensieri,  anzi che egli ignorasse
    perfino la morte della madre;  il principe invece aveva un aspetto pi
    grave  del  consueto,  quale  conveniva alla tristezza di quei giorni;
    egli riceveva con espressioni di gratitudine le reiterate condoglianze
    delle persone che si congedavano. Alcune di queste per non riuscivano
    a trovarlo,  andavano via senza poterlo salutare;  e  i  familiari  si
    guardavano con la coda dell'occhio, comprendendo. Egli aveva una folle
    paura  della iettatura,  attribuiva a una gran quantit d'individui il
    funesto potere;  stava  sulle  spine  in  loro  presenza,  evitava  di
    salutarli,  con  le mani in tasca.  Ma il presidente della Gran Corte,
    appena alzatosi, se lo vide vicino:
    "Se lo zio arriver domani,  presidente,  fisseremo per  posdomani  la
    lettura?"
    "Quando credete, principe mio! Sono agli ordini vostri!..."
    "Veramente..."  aggiunse,  abbassando  la  voce,  "io  non avrei tanta
    fretta... anzi mi parrebbe una sconvenienza verso la memoria di nostra
    madre... Ma sapete come succede quando si  in molti... quando bisogna
    dar conto a tanti..." E poich suo fratello il  Priore  se  ne  andava
    anche  lui,   insieme  col  Vescovo,   li  avvert  entrambi,  essendo
    Monsignore un altro dei testimoni.
    "Fate, fate voialtri..." disse il Priore, disinteressato. "Che bisogno
    avete di me?"
    Ma Giacomo protest:
    "No,  no;  che  vuol  dire!  Bisogna  fare  le  cose  in  regola,  per
    soddisfazione di tutti..."
    Siccome annottava,  molti andavano via.  Padre Gerbini,  quantunque il
    Priore avesse dato l'esempio,  rest ancora un poco a cicalare con  le
    signore;   poi  se  n'and  anche  lui.  Rest,  sbraitando  contro  i
    rivoluzionari e la cognata morta,  don Blasco,  che  rientrava  sempre
    l'ultimo al convento.
    Adesso  i servi accendevano le lampade;  e con le finestre chiuse,  il
    calore diveniva intollerabile  nella  sala.  La  contessa  si  sentiva
    mancare  e  non  vedeva pi il marito che aveva seguito donna Isabella
    nella Sala Rossa a  discorrere  di  Parigi.  Ancora  una  volta  aveva
    accanto  lo zio Eugenio e don Cono,  i quali continuavano a sviscerare
    le antiche cronache cittadine e citavano con linguaggio  fiorito  roba
    latina.
    "I  funeri  di  Carlo  Quinto  furono  celebrati a presenza del Vicer
    Uzeda..."
    "La real  cappella  tolse  luogo  nel  nostro  Duomo,  ove  fu  eretta
    un'altissima  piramide  ornata  di  busti  e  personaggi,  fra i quali
    l'Italia, la Spagna, la Germania e l'India..."
    "Per lo appunto; anzi la epigrafe suonava cos:

    India maesta sedet Caroli post funera Quinti..."

    "E il disvenamento del corsier favorito?"
    "Pei funerali di nostro nonno, alla pi corta! Quando mor il principe
    nostro nonno, si sven il suo cavallo di coscia..."
    "Uso barbarico anzich no. Il nobile corsiere rigava di sangue la via,
    finch cadeva spirando l'ultimo fia..."
    A un tratto don Cono esclam:
    "Contessa, gran Dio!"
    Tutti accorsero.  Era pallida e fredda,  con gli occhi rovesciati e le
    labbra  dischiuse.  Suo marito,  accorso anche lui con donna Isabella,
    disse:
    "Non  nulla...  la fatica del viaggio..."  E  piano,  quasi  tra  s,
    mentre la portavano via: "Le solite smorfie!..."


    Giorni di continue novit, quelli! Il domani, come s'aspettava, arriv
    il duca.  Mancava da cinque anni, e nel primo momento la servit e gli
    stessi parenti quasi non lo riconobbero: quand'era partito per Palermo
    aveva un bel collare di barba  alla  borbonica,  adesso  invece  s'era
    lasciato  crescere  il  pizzo  che  dava  un  altro carattere alla sua
    fisonomia. Tutti i nipoti gli baciarono la mano;  egli s'inform della
    disgrazia e si scus per non esser venuto pi presto;  si scus anche,
    pel disturbo che gli dava,  col principe,  il quale  gli  aveva  fatto
    preparare  al terzo piano le stanze da lui occupate nella casa paterna
    prima di lasciarla. Ma il nipote protest:
    "Vostra Eccellenza non mi disturba, mi aiuta... E in questo momento ho
    pi bisogno dei suoi consigli..."
    "Sai nulla?"
    "Nulla!"
    "Tua madre non avr fatto, spero, una delle sue pazzie..."
    "Quel che ha fatto mia madre sar ben fatto!"
    Fu cos stabilita la lettura pel domani,  a mezzogiorno,  e il  signor
    Marco  ebbe  ordine  d'avvertire  il notaio,  il giudice e i testimoni
    perch si tenessero pronti.  Intanto la notizia dell'arrivo  del  duca
    s'era  subito  diffusa  per  la  citt,  e  le prime visite gli furono
    annunziate che egli non s'era neppur riposato del viaggio.  Venivano a
    cercarlo  una quantit di persone che non si sapeva chi fossero: donna
    Ferdinanda,  a udire i  nomi  annunziati  da  Baldassarre:  Raspinato,
    Zappaglione,  sgranava  tanto  d'occhi;  don  Blasco,  da  canto  suo,
    soffiava come un mantice; ma il peggio fu verso sera,  quando cominci
    una vera processione "di tutti i sanculotti morti di fame", gridava il
    monaco al marchese, "che hanno scroccato o vogliono scroccar quattrini
    a  quell'animale  di  mio  fratello!" Mentre il duca dava udienza agli
    amici,   l'Intendente  Ramondino  venne  a  far  la  sua   visita   di
    condoglianza al principe, il quale lo ricev nella Sala Rossa, insieme
    col marchese di Villardita e don Blasco.
    Questi,  dimenticando  che a San Nicola stavano per serrare i portoni,
    fece una terribile sfuriata contro l'agitazione dei quarantottisti; ma
    il rappresentante del governo,  stringendosi nelle spalle,  pareva non
    desse importanza ai sintomi di cui si buccinava: in verit,  a Palermo
    avevano arrestato qualche facinoroso; ma, al fresco, le teste calde si
    sarebbero subito calmate.
    "Perch non fate venire altra truppa?  Perch non date un  esempio?...
    Il bastone ci vuole: sante nerbate!"
    Il  monaco  pareva inferocito;  ma il capo della provincia stringevasi
    nelle spalle: bastavano i soldati della guarnigione;  non c'era  paura
    di  niente!  Del  resto,  pi  che sulle baionette,  il governo faceva
    assegnamento sull'influenza morale  dei  benpensanti...  L'elogio  era
    diretto al principe,  che se lo prese;  ma don Blasco girava gli occhi
    stralunati come se,  avendo un boccone  di  traverso,  facesse  sforzi
    violenti per inghiottirlo del tutto o vomitarlo.
    "E  il  testamento della felice memoria?" disse l'Intendente,  curioso
    anche lui come tutta la citt.
    "Sar aperto domani..."
    Entr a un tratto il duca che strinse la mano all'Intendente e gli  si
    mise  a  sedere  a fianco.  Allora don Blasco s'alz rumorosamente per
    andar via. E nell'anticamera, al marchese che lo accompagnava:
    "Capisci?" grid. "Tutto il giorno coi sanculotti e adesso si strofina
    all'autorit! Son cose che mi rivoltano lo stomaco!...  In questa casa
    non metter pi piede!"
    Anche  donna  Ferdinanda,  nella  stanza  di lavoro della principessa,
    dov'era raccolto tutto il resto della famiglia  e  alcuni  lavapiatti,
    fiottava   contro  il  fedifrago;   ma  quando  Baldassarre  annunzi,
    sull'uscio, credendo che il duca fosse l:
    "Don Lorenzo Giulente e suo nipote cercano del signor duca_"
    "Non se ne pu pi!" proruppe la zitellona arrossendo fin  nel  bianco
    degli occhi. "E' uno scandalo! Dovrebbe pensarci la polizia!"
    Don Mariano, con aria costernata, esclam:
    "Adesso  anche  il ragazzo!...  E' una cosa veramente dispiacevole!...
    Passi lo zio, che  morto di fame; ma il nipote?..."
    "Il nipote?" incalz la zitellona.  "Voi  non  sapete  che  la  volpe,
    quando non pot arrivare all'uva, disse che era acerba?"
    Lucrezia,  impallidita,  teneva gli occhi bassi, strappando la frangia
    della poltrona;  il  principino  Consalvo,  seduto  vicino  alla  zia,
    domand:
    "Perch l'uva?"
    "Perch?...  Perch pretendevano il consenso reale all'istituzione del
    maiorasco!  E non avendolo ottenuto si sono buttati coi sanculotti!...
    Il  consenso reale!...  Come se non ci fosse un certo articolo 948 nel
    Codice civile che canta chiaro!" E sempre rivolta al ragazzo, il quale
    la guardava con gli occhi sgranati,  recit,  gestendo con un  dito  e
    cantilenando:  "Potr  domandarsene  l'istituzione  (del maiorasco) da
    quegl'individui i di cui nomi trovansi inscritti sia nel  Libro  d'oro
    sia  negli  altri  registri  di  nobilt,  da  tutti  coloro  che sono
    nell'attuale legittimo possesso di titoli per concessione in qualunque
    tempo avvenuta,  e finalmente da quelle  persone  che  appartengono  a
    famiglie di conosciuta no-bil-t nel Regno delle Due
    Sicilie..."
    "Io  credo  che i Giulente sono nobili," disse Lucrezia,  prima che la
    zia finisse e senza alzare gli occhi.
    "Io credo invece che sono ignobili," ribatt secco  donna  Ferdinanda.
    "Se   possedevano   documenti   da  far  valere,   avrebbero  ottenuto
    l'approvazione reale."
    "Nobili di Siracusa..." cominci don Mariano.
    "O Siracusa o Caropepe,  se avevano i titoli non gli avrebbero  negata
    l'iscrizione nel Libro rosso!"
    "Il  Libro  rosso  chiuso dal 1813," annunzi don Eugenio col tono di
    chi d una notizia grave.
    Lucrezia era rimasta a capo chino, guardando per terra.  Quando la zia
    pot credere d'averla ridotta al silenzio, la ragazza riprese:
    "I Giulente sono nobili di toga."
    Un risolino fine fine della zitellona le rispose:
    "Gli asini credono che la nobilt di toga sia paragonabile a quella di
    spada!...   Che   differenza  passava  tra  i  sei  giudici  del  Real
    Patrimonio, don Mariano? I tre di cappacorta erano nobili... nobili! e
    i tre di cappalunga,  giurisperiti...  giurisperiti!...  Adesso sapete
    com'?...  Tutti i mastri notai si credono altrettanti principi!... Un
    tempo c'erano i baroni da dieci scudi,  oggi ci sono quelli  da  dieci
    baiocchi..."
    Allora  la  ragazza  s'alz e and via.  Donna Ferdinanda continuava a
    sorridere finemente, guardando la contessa Matilde.
    Frattanto il signor Marco faceva disporre ogni cosa nella Galleria dei
    ritratti per la lettura del testamento.  Il principe era stato un poco
    esitante  sulla  scelta  del luogo dove compiere la cerimonia: la Sala
    Rossa,  discretamente addobbata,  capiva poca  gente:  il  Salone  dei
    lampadari,  vastissimo,  non  aveva  altri  mobili  fuorch le lampade
    antiche pendenti dalla volta e gli specchi incastrati nelle pareti; la
    Galleria,  invece,  conciliava la grandezza con la sontuosit,  perch
    era  vasta  come  due  saloni  messi  in fila,  e arredata di divani e
    sgabelli e mensole e tripodi dorati,  e finalmente pi degna,  per  le
    generazioni  d'avi  pendenti  in effige dai muri,  della solennit che
    radunava i nipoti.  Nel mezzo di quella specie  di  grande  corridoio,
    l'amministratore  generale fece disporre una gran tavola coperta da un
    antico tappeto  e  provveduta  d'un  monumentale  calamaio  d'argento.
    Intorno  alla  tavola  dodici  seggioloni  a  bracciuoli aspettavano i
    testimoni e gl'interessati: quello del principe, pi alto,  volgeva la
    spalliera  al  grande  ritratto  centrale  del Vicer Lopez Ximenes de
    Uzeda,  a cavallo e in atto di frenare la bestia  con  la  sinistra  e
    d'appuntar l'indice destro al suolo come dicendo: "Qui comando io!..."
    Torno  torno,  in  alto  e  in  basso,  quanto  la  parete  era lunga,
    quant'erano larghi i vani tra finestra  e  finestra  nella  parete  di
    contro,   una  moltitudine  d'antenati:  uomini  e  donne,   monaci  e
    guerrieri, vescovi e dottori,  dame e badesse,  ambasciatori e vicer,
    di faccia,  di profilo e di tre quarti; vestiti d'acciaio, di velluto,
    d'ermellino;  col capo coronato  d'alloro,  o  chiuso  negli  elmi,  o
    coperto  dai cappucci;  con scettri e libri e bacoli e spade e fiori e
    mazze e ventagli in mano.
    Il giorno stabilito,  prima del notaio,  del giudice e dei testimoni e
    d'ogni altro parente,  spunt don Blasco, rodendosi le unghie. Entrato
    che fu,  si mise a girare per la casa ficcando gli occhi  dappertutto,
    con  le  orecchie  erte  come  un gatto,  con le narici aperte quasi a
    fiutare la preda. Subito dopo apparve donna Ferdinanda;  e la servit,
    gi  nella  corte,  osservava che i cognati della morta,  pei quali il
    testamento  non  aveva  nessun  interesse,  erano  pi  impazienti  di
    conoscerlo  che  gli stessi figliuoli.  Ma ormai la curiosit di tutti
    era   divenuta   insofferente   e   quasi   nervosa:   i   lavapiatti,
    sopraggiungendo  per  aiutare il principe al ricevimento,  scambiavano
    esclamazioni: "Oramai ci siamo!  Fra qualche mezz'ora!..."  Il  Priore
    venne con Monsignor Vescovo, riprotestando che la propria presenza era
    inutile;  il  principe ripet che voleva tutti.  Il giudice col notaio
    Rubino arriv nello stesso tempo che il marchese con la moglie  e  don
    Eugenio.   Poi   il  presidente  della  Gran  Corte  col  principe  di
    Roccasciano, altri testimoni; poi la cugina Graziella col marito,  poi
    ancora la duchessa Radal,  poi i parenti pi lontani,  i Grazzeri,  i
    Costante,  poi l'ultimo testimonio,  il marchese Motta: ma  Ferdinando
    non  si  vedeva  ancora.  E  don  Blasco,  pigliando  pel  bottone del
    soprabito il marchese, gli diceva:
    "Scommettiamo che  hanno  dimenticato  un'altra  volta  d'avvertirlo?"
    L'attesa fu penosa.  Nessuno parlava pi del testamento,  ma tutti gli
    sguardi erano rivolti alla cartella del notaio.  I  pi  indifferenti,
    tuttavia,  parevano il conte Raimondo che chiacchierava con le signore
    e il principe che parlava col presidente  d'una  causa  relativa  alla
    dote  della  moglie.  Mentre il fratello minore,  per,  saltava da un
    discorso all'altro con grande disinvoltura,  il principe faceva lunghe
    pause,  durante  le quali i suoi occhi si fissavano,  corrugati,  e un
    pensiero molesto gli velava la fronte.
    Quando  finalmente  Ferdinando  spunt,  stralunato,  assonnato,  come
    caduto  dalle  nuvole,  fu uno scandalo: mentre perfino la servit era
    gi vestita di nero,  egli portava ancora l'abito di colore,  e a  don
    Blasco  il  quale  gli  diceva:  "Che  diavolo hai fatto?" rispondeva,
    balbettando: "Scusate... scusate... non ci pensavo pi..."
    All'invito del principe,  passarono tutti nella Galleria: il principe,
    il duca,  il conte,  il marchese,  il cavaliere,  il signor Marco,  il
    giudice col notaio e i quattro testimoni presero  posto  alla  tavola;
    gli  altri  sederono sui divani tutt'intorno: la principessa appartata
    in un angolo; donna Ferdinanda con Chiara e la cugina Graziella da una
    parte;  Lucrezia con la duchessa e la contessa Matilde da un'altra: il
    Priore,  seduto sopra uno sgabello,  incroci le mani in grembo e alz
    gli sguardi al soffitto  con  moto  di  rassegnata  indifferenza;  don
    Blasco,  appoggiato  in  piedi  allo  stipite della finestra centrale,
    dominava l'adunanza come uno spettatore diffidente dinanzi a una prova
    di prestigio.
    "Vostra Eccellenza  permette?"  domand  il  notaio,  e  ad  un  gesto
    d'assenso  del  principe  cav dalla cartella un plico sul quale tutti
    gli  occhi  si  fermarono.   Accertata  l'incolumit   dei   suggelli,
    riscontrate le firme,  egli apr la busta e ne tolse un quadernetto di
    due o tre fogli.  Dopo un breve  scambio  di  cerimonie  col  giudice,
    questi,  in  mezzo  a  un  religioso silenzio,  cominci finalmente la
    lettura:
    "Io,  Teresa Uzeda nata Ris,  principessa di Francalanza e Mirabella,
    vedova  di  Consalvo  vii,  principe di Francalanza e Mirabella,  duca
    d'Oragua, conte della Venerata e di Lumera,  barone della Motta Reale,
    Gibilfemi ed Alcamuro,  signore delle terre di Bugliarello,  Malfermo,
    Martorana e Caltasipala,  cameriere di S.  M.  il Re (che  Dio  sempre
    feliciti).
    In questo giorno 19 di marzo dell'anno di grazia 1854, sentendomi sana
    di mente ma non di corpo, raccomando l'anima mia a Nostro Signore Ges
    Cristo,  alla  Beata  Vergine  Maria  ed  a tutti i gloriosi Santi del
    Paradiso e dispongo quanto segue:
    I miei amati figli non ignorano che nel giorno in cui entrai  in  casa
    Francalanza ed assunsi l'amministrazione del patrimonio,  tali e tante
    passivit oberavano la sostanza del  mio  consorte,  che  essa  poteva
    considerarsi,  anzi  era  effettivamente  distrutta ed alla vigilia di
    venire smembrata tra i  molteplici  suoi  creditori.  Spinta  pertanto
    dall'affetto  materno che mi spronava a sacrificarmi pel bene dei miei
    figli amatissimi,  io mi accinsi fin  da  quel  giorno  all'opera  del
    riscatto,  la  quale  durata quanto tutta la mia vita.  Assistita dai
    consigli prudenti di ottimi amici  e  parenti,  coadiuvata  dall'opera
    intelligente   del  signor  Marco  Roscitano,   mio  amministratore  e
    procuratore generale,  con l'aiuto della Divina Provvidenza alla quale
    ne rendo tutte le grazie del mio cuore,  io oggi mi trovo di avere non
    solamente salvata ma anche accresciuta la sostanza della casa..."
    Il signor  Marco,  al  passaggio  che  lo  riguardava,  aveva  chinato
    rispettosamente  il  capo.  Don Blasco,  sempre in piedi,  mut posto:
    lasciata la finestra si mise dietro al giudice,  in modo non solamente
    da udir meglio ma da verificare con l'occhio la fedelt della lettura.
    Il  principe  teneva  le braccia incrociate sul petto e il capo un po'
    chino; Raimondo batteva un piede, guardando per aria, seccato.
    "Di tutta questa sostanza io sono l'unica e sola donna e  padrona,  s
    per la parte che rappresenta la mia dote in essa investita,  s perch
    il rimanente  frutto dei miei capitali parafernali e dell'opera  mia,
    come  ne  fa  ampia  e piena fede il testamento del benamato mio sposo
    Consalvo vii, il quale dice cos..."
    Il giudice sost un momento per osservare:
    "Credo che possiamo saltare questo passo..."
    "Infatti... E' inutile," risposero parecchie voci.
    Il principe invece, sciolte le braccia, protest, guardando in giro:
    "No,  no,  io desidero che le cose  si  facciano  in  piena  regola...
    Leggete tutto, di grazia."
    "...il  quale dice cos: "Sul punto di rendere a Dio l'anima mia,  non
    avendo nulla da lasciare ai miei figli,  perch,  come essi un  giorno
    sapranno,  il  nostro  patrimonio  avito  fu  distrutto  in  seguito a
    disgrazie di famiglia,  lascio  ad  essi  un  prezioso  consiglio:  di
    obbedir  sempre  alla  loro  madre e mia diletta sposa,  Teresa Uzeda,
    principessa di Francalanza, la quale, come si  finora sempre ispirata
    al bene della nostra casa,  cos continuer per l'avvenire a non avere
    altra  mira  fuorch quella di assicurare,  col lustro della famiglia,
    l'avvenire dei nostri figli benamati.  Faccia il Signore che ella  sia
    ad   essi   conservata  per  mille  anni  ancora,   e  il  giorno  che
    all'Onnipotente  piacer  ridarmela  compagna  nella  vita   migliore,
    seguano  i  miei  figli  fedelmente le sue volont come quelle che non
    potranno esser dirette se non al loro bene ed alla loro fortuna."
    "I miei cari figli,  adunque," continuava la testatrice "non  potranno
    dare  miglior  prova  della loro affezione e rispetto verso la memoria
    del  padre  loro  e  mia,   se  non  scrupolosamente  rispettando   le
    disposizioni che io sono per dettare e i desideri che esprimer.
    Io  nomino pertanto..." tutti gli occhi si fermarono sul lettore,  don
    Blasco chinossi ancora un poco per meglio vedere  lo  scritto,  "eredi
    universali..."   e   le   labbra  del  principe  ebbero  a  un  tratto
    un'impercettibile contrazione "di tutti i miei  beni,  esclusi  quelli
    che  intendo siano distribuiti nel modo qui appresso indicato,  i miei
    due figli Giacomo Quattordicesimo principe di Francalanza  e  Raimondo
    conte di Lumera..."
    Il  giudice  fece  una  breve pausa,  durante la quale il Vescovo e il
    presidente scrollarono  il  capo,  guardandosi,  in  atto  di  stupore
    approvativo.  Il  principe,  incrociate  di  nuovo  le braccia,  aveva
    ripreso l'atteggiamento da  sfinge;  soltanto  era  un  poco  pallido;
    Raimondo  pareva non accorgersi dei sorrisi di congratulazione che gli
    rivolgevano;  donna  Ferdinanda,  con  le  labbra  cucite,  passava  a
    rassegna i progenitori pendenti dalle pareti.
    "Intendo  per,"  riprese  il lettore,  "che nella divisione tra i due
    fratelli suddetti restino assegnati al principe Giacomo i feudi  della
    famiglia Uzeda da me riscattati, e spettino a Raimondo conte di Lumera
    le propriet di casa Ris e quelle che in progresso di tempo furono da
    me acquistate. Il palazzo avito toccher al primogenito; ma mio figlio
    Raimondo   avr  l'uso,   vita  natural  durante,   del  quartiere  di
    mezzogiorno e annesso servizio di stalla e scuderia."
    Con ripetuti cenni del capo,  il presidente e Monsignore  continuavano
    ad esprimere la loro approvazione; si ud anche il marchese mormorare:
    "Giustissimo."  La  cugina,   ammutolita  pel  quarto  d'ora,   girava
    rapidamente gli sguardi dall'uno all'altro, come non sapendo che pesci
    pigliare. La lettura continuava:
    "Usando successivamente del mio diritto  di  fare  la  divisione  agli
    altri  miei  figli legittimari,  e volendo dare a ciascuno di essi una
    prova della mia particolare affezione, assegno a ciascuno di essi,  in
    compenso  dei diritti di legittima,  altrettanti legati superiori alla
    quota che loro spetterebbe per legge, nel modo qui appresso descritto.
    Eccettuo innanzi tutto quelli entrati in religione, pei quali richiamo
    confermo e completo le disposizioni da me prese al  tempo  della  loro
    professione, e cio:
    Primo:  in favore del mio diletto figlio Lodovico,  in religione Padre
    Benedetto della Congregazione Cassinese,  decano nel convento  di  San
    Nicola dell'Arena in Catania, la dotazione di onze 36 (dico trentasei)
    annue, assegnategli con atto del 12 novembre 1844.
    Secondo:  in favore di mia figlia primogenita Angiolina,  in religione
    Suor Maria Crocifissa,  monaca nella bada di San Placido in  Catania,
    come  segno di particolare soddisfazione e gradimento per l'obbedienza
    osservata nel contentare il mio desiderio di  vederla  abbracciare  lo
    stato  monastico,  completo  la  mia  disposizione  del  7 marzo 1852,
    ordinando che si prelevi dalla massa dei beni la somma  di  onze  2000
    (due  mila),  valore  del  fondo denominato la Timpa,  posto nel Bosco
    etneo,  contrada Belvedere,  ordinando che coi frutti di esso immobile
    siano  celebrate  tre messe quotidiane dentro la chiesa della predetta
    bada di San  Placido,  e  precisamente  nell'altare  del  Crocifisso,
    dovendo  tale  celebrazione aver principio in seguito alla morte della
    predetta mia figlia Suor Maria Crocifissa,  e intendendo  che  durante
    vita  della  stessa i frutti si debbano da lei percepire,  a titolo di
    livello,  vitaliziamente.  Cessando di vivere essa mia figlia,  ordino
    che l'amministrazione resti affidata alla Madre Badessa,  pro tempore,
    della prefata bada,  alla quale superiora intendo che resti conferita
    la facolt di eleggere i sacerdoti celebranti, e non ad altri.
    Venendo   poi   agli  altri  miei  figli  per  eseguire  la  divisione
    legittimaria, lascio al mio benamato Ferdinando..." e Ferdinando,  che
    era stato a seguire il volo delle mosche, si volt finalmente verso il
    lettore,  "la  piena ed assoluta propriet del latifondo denominato le
    Ghiande,  situato in contrada Pietra dell'Ovo,  territorio di Catania,
    perch  conosco  l'affezione particolare che egli porta a questa terra
    da me concessagli in affitto con atto del 2 marzo 1847. E perch detto
    mio figlio abbia una prova speciale del mio affetto  materno,  intendo
    che gli siano condonati, come infatti gli condono, tutti gli arretrati
    della  rendita  da  lui dovutami su detto latifondo in virt dell'atto
    sopracitato,  a qualunque somma essi arretrati siano per ascendere  al
    momento dell'aperta successione."
    Testimoni  e  lavapiatti,  con  gesti  e  sguardi  e  sommesse parole,
    esprimevano una sempre crescente ammirazione.
    "Restano cos le mie due care figlie Chiara, marchesa di Villardita, e
    Lucrezia;  a ciascuna delle quali,  affinch esse lascino la propriet
    immobiliare  ai  loro  fratelli  e miei eredi,  voglio che sia pagata,
    sempre a titolo di legittima,  la  somma  di  10000  (dico  diecimila)
    onze..."   quasi   tutti  adesso  si  voltarono  verso  le  donne  con
    espressione di compiacimento,  "tre anni dopo l'aperta  successione  e
    con  gli  interessi,  dal giorno dell'apertura,  del cinque per cento;
    restando naturalmente inteso che mia figlia Chiara debba conferire  la
    sua  dotazione  di  duecento  onze  annuali  di  cui  ai suoi capitoli
    matrimoniali.  Inoltre come prova di gradimento per le  nozze  da  lei
    contratte con mio genero il marchese Federico Riolo di Villardita,  le
    lascio tutte le gioie da me portate in casa Uzeda, che si troveranno a
    parte inventariate e descritte;  intendo  che  quelle  avite  di  casa
    Francalanza,  da  me  riscattate  dalle  mani dei creditori,  restino,
    durante vita della mia diletta figlia  Lucrezia,  a  quest'ultima;  ma
    poich essa ben conosce che lo stato maritale non  confacente n alla
    salute  n  al  carattere di lei,  voglio che ella ne goda a titolo di
    semplice depositaria,  e che alla sua morte vengano divise  in  eguali
    porzioni  tra  il  principe  Giacomo  e  il  conte Raimondo miei eredi
    universali come sopra.
    Provvisto in tal modo all'avvenire dei miei  figli  amatissimi,  passo
    all'assegnazione  delle seguenti elemosine e legati pii da pagarsi dai
    miei eredi summentovati, e cio:
    A Monsignor Reverendissimo il Vescovo  Patti,  onze  cinquecento,  una
    volta tanto,  perch le distribuisca ai poveri della citt o perch ne
    faccia  celebrare  altrettante  messe  a  sacerdoti  bisognosi   della
    diocesi, secondo stimer conveniente nella sua alta prudenza..."
    Monsignore   si   mise  a  scrollare  il  capo,   a  dimostrazione  di
    gratitudine, di ammirazione, di rimpianto, di modestia ad un tempo; ma
    soprattutto d'ammirazione secondo che il giudice  leggeva  le  pietose
    disposizioni dei paragrafi seguenti: "Alla cappella della Beata Ximena
    Uzeda, nella chiesa dei Cappuccini in Catania, onze cinquanta annuali,
    per  una  lampada  perpetua ed una messa ebdomadaria da celebrarsi pel
    riposo dell'anima mia.  Alla chiesa dei Padri Domenicani  in  Catania,
    onze   venti  annue  per  elemosina  e  celebrazione  di  altra  messa
    ebdomadaria come sopra.  Alla chiesa di Santa Maria  delle  Grazie  in
    Patern  onze venti come sopra.  Ed alla chiesa del monastero di Santa
    Maria del Santo Lume al Belvedere, onze venti come sopra.
    Spetter inoltre ai miei eredi osservare  l'istituzione  dei  seguenti
    legati,  in  favore  dei  creati  che  mi  hanno fedelmente servita ed
    assistita durante il corso delle mie infermit, e cio:
    Eccettuo innanzi tutto il mio amministratore  e  procuratore  generale
    signor  Marco  Roscitano,  i cui eccellenti servigi non potendo essere
    paragonati a quelli d'un servo, non sono da compensare con moneta." Il
    signor  Marco  era  diventato  rosso  come  un  pomodoro:  o  per   le
    lusinghiere parole, o perch non gli toccava altro che parole. "Lascio
    a  lui pertanto gli oggetti d'oro,  le tabacchiere,  spille ed orologi
    pervenutimi dall'eredit di mio zio materno il cavaliere Ris,  il cui
    elenco  si trover fra le mie carte;  e faccio obbligo di coscienza ai
    miei eredi di continuare ad avvalersi dell'opera sua, non potendo essi
    trovare persona che meglio di lui conosca lo stato  del  patrimonio  e
    delle  liti  pendenti,  e  che possa spendere maggior interesse per il
    loro meglio." Il principe pareva sempre  non  udire,  con  le  braccia
    conserte  e lo sguardo cieco.  "Tra i creati,  lascio al mio cameriere
    Salvatore Cerra due tar al giorno,  vitaliziamente;  altrettanti alla
    mia cameriera Anna Lauro.  La somma di onze cento si paghi,  una volta
    tanto,  al mio maestro di casa Baldassarre Crimi,  e di onze cinquanta
    al  cocchiere  maggiore  Gaspare  Gambino,  e  di onze trenta al cuoco
    Salvatore Briguccia.
    Come piccoli ricordi ai miei amici destino inoltre:
    L'orologio grande con miniature e brillanti del fu  mio  consorte,  al
    principe Giuseppe di Roccasciano; la carabina del fu mio suocero a don
    Giacinto  Costantino;  il  bastone col pomo d'oro cesellato a don Cono
    Canal;  i tre anelli di smeraldo a ciascuno  dei  tre  testimoni  del
    presente  testamento  solenne,  escluso  il  principe  di  Roccasciano
    suddetto.
    Indistintamente poi a tutti i miei congiunti: cognati, nipoti, cugini,
    ecc., si paghino onze dieci ciascuno per le spese del corrotto.
    Fatto al Belvedere,  scritto da persona di mia confidenza sotto la mia
    dettatura, da me letto, approvato e firmato.

    Teresa Uzeda di Francalanza"


    Gi  qualche  minuto  prima  che il giudice abbassasse il foglio,  don
    Blasco, lasciando la spalliera,  aveva dato segno che la lettura stava
    per finire;  e agli ultimi passi i gesti approvativi ed ammirativi, le
    scrollate di capo di ringraziamento erano stati generali; ma appena la
    voce del lettore si spense,  il silenzio  fu,  per  un  istante,  cos
    profondo  che  si  sarebbe  sentito  volare una mosca.  A un tratto il
    principe, spinta indietro la sua seggiola:
    "Grazie a voi, signori ed amici; grazie di cuore..." cominci,  ma non
    fin;   ch   i  testimoni,   alzatisi  anch'essi,   lo  circondarono,
    stringendogli le mani,  stringendo le mani a  Raimondo,  rallegrandosi
    con tutti:
    "Non  c'era veramente bisogno della lettura!...  Si sapeva bene che la
    felice  memoria  non  avrebbe...  Un  modello  di  testamento!...  Che
    saggezza! Che testa!..."
    Monsignore, specialmente, approvava:
    "Non ha dimenticato nessuno! Tutti possono essere contenti..."
    E Ferdinando, Chiara, Lucrezia, tutti e tutte ricevevano la loro parte
    di  congratulazioni  mentre  il  notaio  e  il  giudice  compivano  le
    formalit del verbale.  Ma don Blasco,  che appena finita  la  lettura
    aveva ripreso a rodersi le unghie con pi fame di prima,  gironzolando
    intorno intorno come un  calabrone,  acchiapp  Ferdinando  mentre  il
    presidente gli stringeva la mano e lo trasse nel vano di una finestra:
    "Spogliati!  Spogliati!  Siete  stati spogliati!  Spogliati come in un
    bosco!... Rifiutate il testamento, domandate quel che vi tocca!"
    "Perch?" disse il giovane, attonito.
    "Perch?" proruppe don Blasco  guardandolo  nel  bianco  degli  occhi,
    quasi  volesse mangiarselo vivo,  quasi non potesse entrargli in mente
    l'idea di una sciocchezza come  quella  del  nipote,  d'una  ingenuit
    tanto  balorda.  "Per  questo!" e gi una mala parola da far arrossire
    gli antenati dipinti;  poi,  voltate le spalle a quel pezzo di babbeo,
    corse dietro al marchese:
    "Rovinati,  spogliati, messi nel sacco!" gli spiattellava, ficcandogli
    quasi le dita negli  occhi.  "Divisione  legittimaria?  E  come  fa  i
    conti?...  Se accettate cotesto testamento, siete gli ultimi..." e gi
    un'altra mala  parola.  "I  conti  ve  li  faccio  io,  in  quattro  e
    quattr'otto!  E  per  te la collazione dell'assegno che non avesti!  E
    neppure una parola sul legato di Caltagirone!  Dichiara  che  rifiuti,
    seduta stante!"
    Il marchese, sbalordito da quella furia, balbett:
    "Eccellenza, veramente..."
    "Che  veramente  e  falsamente  mi  vai...?  O credi che a me ne entri
    qualche cosa?... Io dico pel vostro interesse, bestia che sei!"
    "Parler a mia moglie..." rispose il marchese;  ma allora  il  monaco,
    guardatolo  un  momento  fisso,  lo  mand  a  carte  quarantotto come
    quell'altro babbaccio, e si diresse verso la marchesa.
    Questa era con tutte le altre signore che  facevano  cerchio  a  donna
    Ferdinanda:  la  zitellona  non  esprimeva  il  proprio  parere,   non
    rispondeva al cicaleccio degli astanti: "Il giusto!...  Tutti trattati
    bene!...  Un  modello  di  testamento..."  E  la cugina Graziella alla
    principessa:  "Le  male  lingue  volevano  dire  che  la  zia   avesse
    diseredato  tuo marito!  Come se il bene che voleva a Raimondo potesse
    impedirle di riconoscere in Giacomo il capo della  casa,  l'erede  del
    titolo!"  La  duchessa  Radal,   invece,   con  aria  tra  stupita  e
    costernata, confessava a don Mariano: "Non l'avrei mai creduto!  Eredi
    tutti  e due?  E allora la primogenitura dove se ne va?  Le case hanno
    proprio da finire?..." Ma la principessa, imbarazzatissima,  non osava
    rispondere, non lasciava con gli occhi il principe. Questi, nel gruppo
    degli  uomini  che  non  cessavano  di  ripetere:  "Che saggezza!  Che
    previdenza!" dichiarava con voce grave: "Ci che ha fatto nostra madre
     ben fatto..." mentre il Priore ripeteva a  Monsignore:  "La  volont
    della  felice  memoria  sar certo legge per tutti..." e solo Raimondo
    pareva stufo dei rallegramenti,  insofferente delle  strette  di  mano
    congratulatorie.  Ma  gi  Baldassarre,  spalancato  l'uscio di fondo,
    entrava seguito da due camerieri che reggevano due  grandi  vassoi  di
    gramolate  e di paste e di biscotti.  Il principe cominci a servire i
    testimoni; il maestro di casa si diresse dalla parte delle signore.
    "Rubati del vostro!  Spogliati!  Ridotti in camicia!" diceva frattanto
    don  Blasco  alla  nipote Chiara che era riuscito ad agguantare.  "Per
    favorire quello scapestrato che neppur si diede la pena di  venirla  a
    vedere  prima  che  crepasse!  E  quell'altra  villana  ch'  venuta a
    ficcarsi qui dentro!" Il  monaco  fulminava  di  sguardi  rabbiosi  la
    contessa Matilde. "Vi lascerete rubare cos? Qui bisogna agire subito,
    spiattellare chiaro e tondo che rifiutate il testamento,  che chiedete
    quel che vi viene..."
    "Io non so, zio..."
    "Come non sai?"
    "Parler a Federico..." Allora il monaco usc fuori dei gangheri:
    "E andate un poco a farvi pi che benedire, tu, Federico, tutti quanti
    siete,  compreso io,  pi bestia di tutti che me ne  prendo!...  Qui!"
    ordin  a  Baldassarre  che andava a servire la contessa,  e presa una
    gramolata,  la bevve d'un sorso,  per temperar la bile che gli  saliva
    alla gola.
    Suo fratello don Eugenio, zitto zitto, si ficcava a pugni nelle tasche
    paste e biscotti,  ne masticava a due palmenti, ci beveva su bicchieri
    di Marsala,  non acqua inzuccherata,  come uno che non  certo di  far
    colazione.  Ci nonostante badava ad approvare con grandi scrollate di
    capo Monsignor Vescovo,  il quale,  vedendo che il Priore don Lodovico
    rifiutava  di  rinfrescarsi  a  motivo che era vigilia,  dichiarava al
    presidente: "Un angelo!  Tutto quel che  interesse mondano  non  l'ha
    mai toccato! Vivo esempio di virt evangelica..." e il presidente, con
    la  bocca  piena:  "Famiglia  esemplare!"  confermava;  "dello  stampo
    antico!...  Dove mettete quell'eccellente principe?"  E  il  principe,
    finalmente, ridottosi in un vano di finestra con lo zio duca:
    "Ha udito Vostra Eccellenza?" gli diceva con riso amaro.
    "Quel   che   pareva   impossibile    vero!...   La  mia  famiglia  
    rovinata!..."
    "Non credevo neppur io!" esclamava il duca. "Che gli avrebbe fatto una
    posizione privilegiata tra i legittimari, s; ma coerede?"
    "E perfino il quartiere qui in casa!... per farmi un'onta! La casa dei
    nostri maggiori ha da servire ai Palmi!..."
    "Dev'esser contenta la Palmi!" diceva ora  la  cugina  Graziella  alla
    duchessa.  "Suo  marito  coerede!...  Il  povero  Giacomo  costretto a
    dividere col fratello!... A me dispiace per quest'intrusa, che metter
    ancora un altro poco di superbia..."
    Pesavano sulla contessa Matilde gli sguardi  irosi  o  severi  di  don
    Blasco,  della  cugina,  del principe.  Tutte le volte che Baldassarre
    s'era diretto a lei  per  servirla,  qualcuno  aveva  fatto  cenno  al
    maestro di casa di servire un'altra o un altro.  E adesso rimaneva lei
    soltanto; ma donna Ferdinanda, fatto venire il principino Consalvo, se
    lo mise a sedere sulle ginocchia e chiam:
    "Qui, Baldassarre...













    3.

    Da quel giorno,  don Blasco non ebbe pi pace.  A lui come a lui,  che
    l'eredit  andasse  spartita  in  un  modo  piuttosto che in un altro,
    importava meno d'un fico secco;  ma fin da quando egli era entrato  al
    convento, non avendo pi affari propri, la sua costante preoccupazione
    era stata di ficcare il naso in quelli degli altri.
    Ragazzo, egli aveva visto i bei tempi di casa Uzeda, quando suo padre,
    il principe Giacomo Tredicesimo,  spendeva e spandeva regalmente,  con
    venti cavalli in istalla, uno sciame di servitori e un'intera corte di
    lavapiatti che prendevano posto alla tavola imbandita giorno e  notte.
    Allora,  il  futuro  Cassinese  non aveva udito altri discorsi fuorch
    quelli delle straordinarie ricchezze di suo padre,  dei  grandi  feudi
    che  possedeva,  delle  rendite  che  riscoteva  da  mezza Sicilia;  e
    glien'era naturalmente venuta una smania di  godimenti,  un'ingordigia
    di piaceri che ancora non sapeva precisare egli stesso;  quando un bel
    giorno fu  messo  al  noviziato  di  San  Nicola  e  poi  costretto  a
    pronunziare  i  voti.   Tutte  quelle  ricchezze  erano  del  fratello
    primogenito: a lui non toccava altro che  la  dotazione  di  trentasei
    onze  l'anno indispensabile per entrare nella ricca e nobile bada!...
    Si scialava,  veramente,  a San  Nicola,  forse  meglio  che  in  casa
    Francalanza.  Il  convento,  immenso,  sontuoso,  era  agguagliato  ai
    palazzi reali,  a segno  che  c'eran  le  catene  distese  dinanzi  al
    portone;  e le rendite di cui godeva,  circa settantamila onze l'anno,
    bastavano appena ad una cinquantina tra monaci, fratelli e novizi.  Ma
    il  lauto  trattamento e l'allegra vita e la quasi assoluta libert di
    fare quel che gli piaceva,  non dissiparono dal cuore  del  monaco  il
    cruccio  per  la  violenza  patita;  tanto  pi che gli altri fratelli
    cadetti,  il secondogenito Gaspare duca d'Oragua e lo stesso  Eugenio,
    restavano  al  secolo,  con  pochi  quattrini,  in  verit,  ma con la
    possibilit di procacciarsene;  liberi  del  tutto,  a  ogni  modo,  e
    padroni di vestirsi secondo la moda,  non costretti a portar la tonaca
    che pesava a don Blasco pi che a un servo la livrea.  L'acrimonia del
    Benedettino,  il  suo dolore per le perdute ricchezze,  la sua invidia
    contro i fratelli, il suo rancore contro il padre, si sfogarono quindi
    con l'esercizio quotidiano d'una censura acerba e inesorabile su tutta
    la parentela. Egli ebbe tanto pi campo di sfogarsi quanto che, venuti
    i nodi al pettine,  distrutta in poco tempo la fortuna del  padre,  il
    principino Consalvo vii fu ammogliato a quella Teresa Ris che entr a
    far  da  padrona  in  casa  Uzeda.  Secondo le tradizioni di famiglia,
    premendo d'assicurare la continuazione del ramo primogenito e pi,  in
    quelle speciali circostanze,  di ristorare le sconquassate finanze con
    una grossa dote,  Consalvo fu accasato a diciannove anni,  quando  don
    Blasco non aveva ancora pronunziato i voti;  ma fin da quel momento il
    novizio concep contro  la  cognata  una  particolare  avversione  che
    cominci a manifestarsi pi tardi,  ad ogni momento, per tutto ci che
    ella fece e che non fece.
    Il barone di Ris di Niscemi, padre della sposa,  era venuto a Catania
    dall'interno  dell'isola per dar marito alle due uniche sue figliuole,
    alle quali,  da principio,  voleva spartire egualmente le  sue  grandi
    ricchezze;  ma quando la maggiore,  Teresa, fu proposta al principe di
    Mirabella,  futuro principe  di  Francalanza,  gli  Uzeda  gli  fecero
    intendere  che,  quantunque falliti,  essi non avrebbero dato Consalvo
    vii alla figlia d'un semplice barone contadino,  se costei non  avesse
    colmato  coi  quattrini  la distanza che la separava da un discendente
    dei Vicer.  Tanto il barone che la ragazza riconobbero che questo era
    giusto; per, dando il padre quattrocentomila onze, cio quasi tutto a
    Teresa  e  spogliando  la  minore  Filomena  che trov poi per caso da
    maritarsi col cavaliere Vita e rest sempre in freddo con la  sorella,
    pretese, d'accordo con la figliuola, che il matrimonio fosse contratto
    col  regime  della comunione dei beni e che a lei toccasse dirigere la
    baracca.  Aveva quasi trent'anni,  la promessa;  dieci pi di Consalvo
    vii,  essendo  nata  nel  1795,  e non avendo potuto trovare per molto
    tempo un partito conveniente;  il  suo  carattere,  gi  forte,  s'era
    inasprito nella lunga attesa del matrimonio, e dalla grande ricchezza,
    dalla  potenza  quasi feudale esercitata dal padre nel paesetto nativo
    le veniva un bisogno di comando,  d'autorit,  di supremazia che  ella
    volle  esercitare  nella  sua  nuova  casa.  Il  principe Giacomo xiii
    dovette piegarsi a quelle dure condizioni per evitare il fallimento  e
    la  liquidazione;  e  cos  tanto suo figlio quanto egli stesso furono
    costretti a lasciar le redini in  mano  alla  moglie  e  nuora.  Donna
    Teresa  salv  infatti la casa,  ma vi esercit un potere tirannico al
    quale si piegarono tutti,  dal primo all'ultimo,  fuorch don  Blasco.
    Senza  paura  n  di  Dio  n del diavolo,  il monaco la fece costante
    bersaglio della sua pi violenta opposizione.  Se ella restrinse certe
    spese,  la  accus di disonorar la famiglia con la sua tirchieria;  se
    continu a spendere in altre cose come prima,  le rinfacci di volerla
    portare all'ultima rovina; ascoltando gli altrui consigli, ella fu una
    bestia incapace di pensare col proprio cervello;  se fece da s, rest
    pi bestia di prima,  accoppiando la presunzione  alla  bestialit.  I
    quattrini  che  aveva portato in dote che erano?  Una miseria!  Quando
    quella miseria puntell e fortific la pericolante baracca, divenne il
    prezzo col quale ella compr il titolo di principessa.  La sua nobilt
    era  della  quinta bussola,  non solo incapace di stare a paragone con
    quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d'uno dei loro lavapiatti,
    di quei  nobilucci  morti  di  fame  che  vivevano  facendo  quasi  da
    servitori ai gran signori. Ella non pot ordinare un abito alla sarta,
    n  comprare  un  cappellino o un paio di guanti,  senza che il monaco
    criticasse l'occasione della  spesa,  la  qualit  dell'oggetto  e  la
    scelta  del  negozio.  Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri
    parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso
    era ridotto a vivere dell'elemosina della nuora,  non il fratello  che
    aveva  lasciato  portare  i  calzoni alla moglie,  mentre egli portava
    invece... "Santa prudenza!  santa prudenza!  aiutami tu!..." esclamava
    allora,  tappandosi  violentemente la bocca,  dicendone pi con quelle
    reticenze che non con un lungo discorso,  confermando in tal  modo  le
    ciarle  sparse  sul  conto  della cognata,  spiattellando poi in tutte
    sillabe il nome che conveniva a costei quando,  morti i  due  principi
    padre e figlio nello stesso anno,  la principessa rest sola,  e molto
    pi libera di prima, che era stata liberissima.
    Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire
    di fare in tutto e per tutto quel che  le  pareva  e  piaceva.  E  don
    Blasco si dannava l'anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie.
    Il primogenito,  in tutte le case di questo mondo,  il prediletto, va
    bene? L, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da
    secoli e secoli,  il titolo di conte di Lumera  era  appartenuto,  con
    tutti gli altri,  al capo della casa: adesso,  per puro capriccio, per
    una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come
    un "porco"!  E il secondogenito,  a cui neppure il Re  avrebbe  potuto
    togliere il suo titolo vitalizio di duca d'Oragua, era invece chiuso a
    San Nicola!...
    La  storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco,
    con questa differenza, tuttavia: che mentre don Blasco era cadetto del
    cadetto, Lodovico aveva dinanzi a s soltanto il principe, e come duca
    d'Oragua avrebbe potuto sperare, se non dalla madre, almeno da qualche
    zio i quattrini occorrenti a portar con decoro quel titolo. Poich era
    inteso che un altro Uzeda, in questa generazione, doveva entrare a San
    Nicola,  la  ragione  e  la  tradizione  designavano  il  terzogenito,
    Raimondo; ma donna Teresa, per far passare la propria volont su tutte
    le leggi umane e divine,  invert l'ordine naturale,  e avendo preso a
    proteggere Raimondo sopra gli altri  fratelli,  lo  lasci  al  secolo
    facendolo  conte,  e  cominci  invece  a  lavorare  perch il duchino
    Lodovico sentisse la vocazione. Nessuno, quindi, pot dare al ragazzo,
    in presenza di lei,  il titolo che gli spettava;  fin  dalla  puerizia
    egli fu vestito della nera tonaca benedettina;  come balocchi non ebbe
    altro che altarini,  piccole pissidi e aspersori e ogni altra sorta di
    oggetti sacri.  Quando la mamma gli domandava: "Tu che vuoi divenire?"
    il bambino fu avvezzo a rispondere: "Monaco di San Nicola."  A  questa
    risposta  gli toccavano carezze e promesse di carlini,  di svaghi,  di
    passeggiate in carrozza;  se  talvolta  egli  osava  rispondere:  "Non
    so..."  donna  Teresa gli pizzicottava il braccio tanto forte da farlo
    piangere finch gli strappava la risposta obbligata.  Il confessore di
    lei, frattanto, il Domenicano Padre Camillo, lavorava a quel risultato
    educando il ragazzo alla cieca obbedienza clericale, mortificandone in
    ogni  modo  i  sensi  e  la fantasia,  dandogli la paura dell'Inferno,
    facendogli intravedere le letizie del Paradiso.  Per  meglio  riuscire
    nell'intento,  la principessa non mise presto il ragazzo al noviziato:
    lo tenne in casa fino ai quindici anni.  Erano i  tempi  delle  rigide
    economie,  dei  creditori affollati nelle stanze dell'amministrazione,
    dei debiti estinti a poco a poco; talch,  dove don Blasco aveva udito
    parlare  continuamente  dei  tesori  che in parte erano colati sotto i
    suoi propri occhi,  Lodovico non intese se non querimonie,  minacce di
    gente che rivoleva il suo,  l'eterno ritornello della madre esagerante
    a bello studio quelle strettezze: "Siamo rovinati!  Non c' come fare!
    Non  ci  rester  pi  nulla!"  E  mentre  al  palazzo  Francalanza la
    principessa  lavorava  di  lesina  e   prodigava   le   pi   efficaci
    dimostrazioni  della  miseria  in  cui  erano  ridotti,   raccogliendo
    fiammiferi spenti per riaccenderli dall'altro capo,  rivendendo le sue
    vesti  smesse  prima  di  farsene  una  nuova;  ella  poi descriveva a
    Lodovico il monastero dei Benedettini come un luogo di eterna delizia,
    dove la vita passava,  senza cure dell'oggi e senza paure del  domani,
    tra   lauti   conviti,   sontuose  cerimonie,   gaie  conversazioni  e
    scampagnate gioconde. E quando finalmente Lodovico entr novizio a San
    Nicola pot riconoscere che la madre aveva detto la verit,  perch il
    corno dell'abbondanza pareva rovesciarsi continuamente sul monastero e
    la vita vi scorreva facile e lieta. Il giovane che usciva dalla ferrea
    tutela della principessa e del confessore, apprezzava pi specialmente
    la  libert,  la quasi licenza che vedeva regnar nel convento;  talch
    egli si persuase della convenienza,  stillatagli fin  da  bambino,  di
    entrare in quell'Ordine.  Tuttavia, prima di pronunziare i voti, esit
    un momento,  comprendendo sul  punto  di  compierlo  la  gravezza  del
    sacrificio che gl'imponevano,  fatto accorto da don Blasco dei raggiri
    materni;  ma,  oltre che egli non prestava molta fede al  monaco,  del
    quale   conosceva  l'implacabile  critica,   quella  stessa  terribile
    severit della madre alla quale egli era  impaziente  di  sfuggire  lo
    fece rinunziare, spaventato, ad ogni tentativo di aperta ribellione.
    Padre  don  Lodovico  s'accorse  del  giuoco  di cui era stato vittima
    troppo tardi,  quando vide che le miserie lamentate dalla madre  erano
    mentite,  e  che  il  posto  a  cui  lo avevano costretto a rinunziare
    toccava al  fratello  Raimondo.  Ma  non  era  pi  tempo  di  tornare
    indietro:  lo scapolare e la cocolla gli sarebbero pesati sulle spalle
    fino alla  morte.  La  ribellione,  lo  sdegno  e  l'odio  scatenatisi
    nell'animo  suo furono tanto pi violenti di quelli provati dallo zio,
    quanto meno egli era capace, per il lungo abito della finzione e della
    mortificazione,  di sfogarsi a parole come don Blasco.  Nulla  trapel
    dei  sentimenti  che gli ribollivano in cuore: egli rest dinanzi alla
    madre riverente e sommesso come prima, prodig dimostrazioni d'affetto
    veramente fraterno a quel Raimondo  che  godeva  del  posto  usurpato;
    conferm, con una vita esemplare, la vocazione per lo stato monastico.
    Mentre  don  Blasco,   grossolano,   ignorante,   avido  di  godimenti
    materiali, gozzovigliava coi peggiori monaci, giocava al lotto come un
    disperato per arricchire e portava tanto di coltello  sotto  i  panni;
    don Lodovico,  pi fine,  pi istruito e soprattutto pi accorto,  pi
    padrone di s, fu additato come raro esempio di virt ascetiche,  come
    arca di dottrina teologica.  Mentre lo zio, per vendicarsi del perduto
    potere  mondano,  pretendeva  spadroneggiare  nel  convento,  vociando
    contro l'Abate e il Priore e i Decani e i Cellerari,  bestemmiando San
    Nicola e San Benedetto e tutti i  loro  celesti  compagni,  il  nipote
    parve  mettere  ogni  cura  nel  farsi  da  parte,  non  nutrire altra
    ambizione fuorch quella di studiare...  In cuor suo egli smaniava  di
    prender  la rivincita.  Poich si trovava per sempre chiuso l dentro,
    voleva arrivare,  presto,  prima d'ogni altro,  ai gradi  supremi.  Ai
    Benedettini,  infatti,  c'era un regno da conquistare: l'Abate era una
    potenza, aveva non so quanti titoli feudali, un patrimonio favoloso da
    amministrare: le antiche Costituzioni di Sicilia gli davano il diritto
    di sedere tra i Pari del Regno!  Don Lodovico volle pervenire  a  quel
    posto  nel  pi  breve  tempo  possibile;  compresa qual era la via da
    tenere,   non  se  ne  discost  d'una   linea:   nessuno   pot   mai
    rimproverargli   il  pi  piccolo  trascorso,   nessuno  lo  pot  mai
    trascinare nei tanti partiti in cui si dividevano i monaci: appartato,
    quasi sempre chiuso in biblioteca, si guadagnava simpatie con l'umilt
    del contegno,  con l'obbedienza prestata ai  maggiori  ed  anche  agli
    eguali,  con  la  stretta  osservanza  della  Regola,  con  la fama di
    dottrina in brev'ora  acquistata.  Cos  era  stato  eletto  Decano  a
    ventisette  anni;  ma,  portato in palma di mano dall'Abate e da quasi
    tutti i monaci,  egli si attir l'odio pi acre e violento dello  zio.
    Assetato di potere, don Blasco voleva anch'egli esser Priore ed Abate;
    ma la vita scandalosa,  il carattere violento,  l'ignoranza supina gli
    rendevano,   se  non   impossibile,   per   lo   meno   difficilissimo
    l'appagamento di quell'ambizione,  tanto che non prima di quarant'anni
    era stato Decano;  veder dunque a quel posto  il  nipote  "col  guscio
    ancora in... capo" lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta
    tremenda scoppi alla morte del Priore Raimo,  nei primi di quell'anno
    1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti
    del  convento,   dovesse  occupare  la  carica  vacante,   era   fuori
    contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignit, n credeva che
    quel "gesuita" del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando
    seppe  che quel "porco" gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di
    fronte allo zio,  manc poco non gli pigliasse un accidente.  Ci  che
    gli  usc di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla
    cupola di San Nicola e da incenerire il  convento  con  tutti  i  suoi
    abitanti; il meno che gli disse fu "ruffiano del Capitolo, vuotapitali
    dell'Abate  e  figlio  di  non so chi..." Don Lodovico lo lasci dire,
    edificando l'intero  monastero  con  l'umilt  opposta  alla  violenta
    aggressione dello zio.  Era troppo sicuro del fatto suo: l'elezione di
    don Blasco,  il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e
    manteneva  tre  o  quattro ganze,  fra cui la famosa Sigaraia,  ed era
    tanto ignorante e prepotente,  giudicavasi da tutti  impossibile:  sul
    nipote  aveva  il  solo vantaggio dell'et,  ma questo non era tale da
    compensare tutti i suoi enormi difetti.  A maggioranza  strabocchevole
    fu  eletto don Lodovico;  da quel giorno don Blasco divent una bestia
    contro quel  "porco  gesuita"  e  quella  "...",  quella  "..."  della
    principessa,  alla  quale  fece  naturalmente  una  nuova,  pi grave,
    imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel "gesuita porco".
    N gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta,
    eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone
    grazie.  Bastava gi che fossero figli di  colei  ch'egli  considerava
    come  sua  personale  nemica;  ma  poi,  ai  suoi occhi,  avevan torti
    particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito.
    La gran colpa di quest'ultimo consisteva nell'esser stato scelto dalla
    principessa come genero e  d'aver  voluto  bene  a  Chiara  nonostante
    l'avversione  dimostratagli  dalla  ragazza;  anzi appunto per ci don
    Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui
    che voleva "ficcarsi per forza" in casa Uzeda,  contro la  principessa
    che  voleva "violentare" la figlia e contro la nipote "sciocca e pazza
    tanto" da rifiutare  un  partito  "come  quello!..."  Resistendo  alla
    madre,    Chiara   veramente   avrebbe   dovuto   riscuoter   lodi   e
    incoraggiamenti dallo zio monaco;  ma don Blasco era fatto  cos,  che
    quando  qualcuno  gli  dava  ragione  egli  mutava opinione per dargli
    torto.  Il fidanzamento era stato perci tutt'una guerra violenta  fra
    cognato  e  cognata,  tra  zio  e  nipote ed anche tra madre e figlia,
    giacch la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue.
    Per lei,  come per tutti i capi delle  grandi  famiglie,  i  figliuoli
    desiderabili  ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine
    non sapevano far altro che mangiare a ufo e  portar  via  parte  della
    roba  di  casa,  se andavano a marito.  Questa idea salica,  molto ben
    radicata nel suo cervello,  ammetteva veramente  qualche  eccezione  -
    ella  stessa,  per  esempio  -  ma  verso  la prole era la sola che la
    guidasse.  Fra  gli  stessi  maschi,  tuttavia,   ella  non  ne  aveva
    considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito
    e idolatrato Raimondo;  ma l'odiato era l'erede del titolo,  il futuro
    capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico,
    un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d'accordo  il  rispetto
    alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volont
    deliberando,  senza  dirne nulla,  di dividere le sue ricchezze ai due
    fratelli,  cio defraudando il primogenito,  che avrebbe  dovuto  aver
    tutto,  e  favorendo l'altro che non avrebbe dovuto aver nulla.  Degli
    altri due,  Lodovico  era  stato  quasi  soppresso  per  dar  posto  a
    Raimondo,  mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto
    libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un pi
    profondo e uniforme sentimento  di  repulsione  e  quasi  di  sprezzo,
    lavorando  a  impedire  che  "rubassero"  i  fratelli.  Angiolina,  la
    maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita,
    per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno
    di matrimonio,  donna Teresa era  vicina  a  partorire:  aspettava  un
    maschio,  il  primogenito,  il  principino  di  Mirabella,  il  futuro
    principe di Francalanza: ella non solo l'aspettava,  ma non  ammetteva
    che  non  venisse.  Nacque invece una femmina: la madre non le perdon
    pi.  Fin da quando la tolse dalle fasce la vest  da  monachella:  la
    bambina  non  parlava  ancora che fu portata ogni giorno alla bada di
    San Placido: a sei anni fu chiusa l dentro "per educazione", a sedici
    la mite e  semplice  creatura,  ignara  del  mondo,  soggiogata  dalla
    volont  materna  e dagli stessi impenetrabili muri del monastero,  si
    sent realmente chiamata a Dio: in tal modo  mor  Angiolina  Uzeda  e
    rest Suor Maria Crocifissa.
    Chiara,  venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il
    rigore materno; n la principessa l'aveva lasciata al secolo per paura
    del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di  due
    figliole; bens per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza
    e un'autorit pi severa e pi forte di quella che la Badessa esercita
    in  una  bada.  "Ma  da  una pazza come mia cognata," soleva dire don
    Blasco,  "e da una bestia come mio fratello,  che  cosa  doveva  venir
    fuori?  Una  bestiona  arcipazza,  naturalmente!"  E  che s'era visto,
    infatti?  S'era visto che fin a quando la madre l'aveva tenuta  in  un
    pugno  di  ferro,  questa  figliuola  aveva  sempre  chinato  il capo,
    rispettosa e obbediente;  il giorno poi che  la  principessa,  trovato
    quello  stupido  del  marchese  di  Villardita  il  quale s'offriva di
    sposare la giovane per niente, s'era persuasa di maritarla, ella aveva
    detto di no,  di no,  di no: cose veramente  dell'altro  mondo!...  Il
    marchese,  vista  la ragazza di tanto in tanto,  sotto lo scialle,  in
    chiesa, se n'era innamorato, e la principessa,  risolutissima a dargli
    la figliuola,  lo aveva ammesso in casa;  ma, scoraggiato dalla fredda
    accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed
    amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli
    si sarebbe ritirato in  buon  ordine,  se  donna  Teresa,  che  quando
    pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro,  non gli
    avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Cos, quand'egli rivedeva la
    ragazza,  seduta in un angolo,  a capo chino,  col fazzoletto in mano,
    aveva voglia di mettersi a piangere anche lui,  "quel vitello", diceva
    don Blasco,  "tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione  lungo
    di mia nipote!"
    Chiara,  infatti,  non  era  una  bellezza,  e la madre,  dapprima per
    dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito,
    le ripeteva tutti i santi giorni: "Che non ti  guardi  allo  specchio?
    Non vedi quanto sei brutta?  Chi vuoi che ti pigli?...", ma Chiara, di
    rimando: "Nessuno,  tanto meglio!  Se  Vostra  Eccellenza  non  voleva
    maritarmi? Mi lasci stare in casa!..." Di prima impressione come tutti
    gli  Uzeda,  Chiara  non  aveva voluto sentirne di quel promesso,  per
    l'unica e sola ragione che era un poco pingue;  ma,  una  volta  preso
    quel partito,  la cocciutaggine,  ereditaria negli Uzeda molto pi che
    l'impressionabilit, era stata la pi potente ragione della resistenza
    opposta alla madre:  fino  all'ultimo  momento,  pertinace,  ostinata,
    inflessibile,  aveva  detto che mai,  mai,  mai avrebbe sposato quella
    mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le
    avevano spiegato che, se non era magro,  il marchese possedeva un cuor
    d'oro,  e  che la sposava senza dote pel bene che le voleva,  e che in
    casa di lui sarebbe stata da regina perch era solo e straricco, e che
    se lasciavasi sfuggire quel partito,  la  madre  poteva  tornare  alla
    prima  idea  di non maritarla,  di lasciarla invecchiar zitellona: coi
    piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La
    principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l'aveva strapazzata
    come una serva, poi l'aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza
    vesti,  con poco cibo;  poi l'aveva cominciata a picchiare con le mani
    nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non
    si  piegava.  E al marchese il quale,  preso dagli scrupoli,  veniva a
    restituirle la sua parola:  "Nossignore,"  diceva:  "ha  da  sposarti,
    perch cos voglio.  Se lei  degli Uzeda,  io sono dei Ris! E vedrai
    che canger!..." Ella  sapeva  com'eran  fatti,  tutti  quegli  Uzeda;
    quando  s'incaponivano  in  un'idea,  neanche a spaccargli la testa li
    potevan rimuovere; erano dei Vicer, la loro volont doveva far legge!
    Ma da un giorno all'altro,  quando  uno  meno  se  l'aspettava,  senza
    perch,  cangiavano di botto;  dove prima dicevano bianco, affermavano
    poi  nero;  mentre  prima  volevano  ammazzare  una  persona,   questa
    diventava  poi  il  loro  migliore  amico...  Fino all'ultimo momento,
    Chiara non aveva  mutato:  dinanzi  all'altare,  con  due  campieri  a
    fianco,  due  facce  brigantesche  scovate  apposta  dalla  madre  per
    incuterle spavento,  era svenuta,  e solo il prete  di  buona  volont
    aveva udito il "s"; ma il domani delle nozze, quando la famiglia and
    a  far  visita  agli  sposi,  o  non  li  trovarono abbracciati che si
    tenevano per mano?...  "Cose da far trasecolare!" gridava don  Blasco.
    La gente di servizio,  i famigliari,  gli amici,  scherzarono un pezzo
    tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la
    moglie: fatto sta che Chiara da  quel  giorno  fu  tutt'una  cosa  col
    marito,  fino  al  punto  che  egli non pot tardare un quarto d'ora a
    rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servit, fino ad
    essere gelosa  dei  suoi  pensieri.  E  non  ebbe  pi,  in  tutte  le
    circostanze  piccole  e grandi,  altra opinione che quella del marito;
    prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava
    cogli occhi quasi temendo di non dire ci che egli stesso pensava;  il
    suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui,
    dopo  tre  anni di matrimonio,  dopo avere annunziato quattro o cinque
    volte,  per troppa  fretta,  la  propria  gravidanza;  ma  anche  cos
    dimostrava il bene che voleva al suo Federico.
    La principessa glielo aveva dato per molte ragioni.  Prima di tutto le
    era nata, dopo i quattro maschi,  una terza figlia,  quindi ella aveva
    ragionato o "sragionato",  a giudizio di don Blasco,  cos: delle tre,
    la prima monaca,  la seconda  a  marito,  l'ultima  in  casa.  Ora  il
    marchese,  innamorato della ragazza,  prometteva non solo di prenderla
    senza dote,  ma di prestarsi anche ad una piccola commedia.  Se  fermo
    proposito  della  madre  era  che  la  sostanza  della  casa non fosse
    intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza
    non poteva consentire che la gente vantasse la generosit  del  genero
    nel  prendersi Chiara senza un baiocco,  quasi togliendola all'ospizio
    delle trovatelle.  Pertanto,  nei  capitoli  matrimoniali  ella  aveva
    costituito  alla  figlia una rendita di dugent'onze annue: cos diceva
    l'atto registrato dal notaio Rubino e cos sapevano tutti;  ma poi  il
    marchese le aveva rilasciato un'poca,  accusando ricevuta dell'intero
    capitale di quattromila onze,  delle quali non aveva visto neppure tre
    denari!
    Ora  don  Blasco,  il  quale  s'era  gi  messo contro al marchese pel
    matrimonio con Chiara,  e contro Chiara per la  repentina  conversione
    dall'odio  all'amore verso il marito,  aveva fatto un torto estremo ad
    entrambi della finzione a cui s'eran prestati per  obbedire  a  quella
    pazza  da  legare  della  cognata.  Un  altro torto pi grosso,  forse
    imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti
    all'eredit paterna.  Infatti,  secondo il Benedettino,  la casa Uzeda
    non era interamente distrutta quando c'era entrata donna Teresa;  e ad
    ogni modo,  siccome le rendite delle propriet  erano  state  riscosse
    anche   nei   tempi   peggiori,   bisognava   che  la  principessa  le
    conteggiasse,  potendo dare a bere solo  ai  gonzi  che  esse  fossero
    servite  alle  spese  del  mantenimento  quotidiano.  Avevano aiutato,
    invece,  a pagare i debiti e  a  salvar  le  propriet;  erano  quindi
    confuse  nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all'attivo del
    principe Consalvo vii.  Costui,  da  quell'imbecille  che  era  sempre
    stato,  aveva  potuto  coronare  la  sua corta e stupida vita con quel
    pulcinellesco testamento,  impostogli e dettatogli dalla  moglie,  col
    quale  dichiarando  distrutto  il  suo  patrimonio  per  disgrazie  di
    famiglia, "la grazia delle disgrazie!", lasciava ai figli, "cose, cose
    da far recere i cani!...", l'affetto della madre;  i figli,  per,  se
    non  erano  pi imbecilli del padre,  dovevano chiedere i conti,  fino
    all'ultimo tornese.  Il monaco  era  per  questo  andato  assiduamente
    dietro ai nipoti, fuorch a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola
    da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre,
    incitandoli a farsi valere;  ma nessuno, vivendo la principessa, aveva
    osato fiatare;  ed egli li  aveva  a  malincorpo  scusati,  attesa  la
    soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le
    era  soltanto  genero,  che  non doveva quindi temerla,  che era stato
    giuntato una prima volta nell'affare dei capitoli,  fu per don  Blasco
    l'ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte;  e perch poi?
    di grazia,  perch?  Perch dichiarava d'aver sposato Chiara pel  bene
    che  le  voleva,  non  per  i  quattrini che potevano venirgli!...  La
    collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso  di  bile;  ma,
    col tempo, egli s'era acchetato, aspettando la morte della cognata per
    riscendere  in  campo.  Crepata  costei,  finalmente,  e  aperto  quel
    bestiale  testamento,  il  furioso  Cassinese  dimenticava  adesso  le
    bestialit di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto,  per
    deciderli a muoversi.  La morta,  invece di  dichiarare  "onestamente"
    quant'era la parte del marito e dividerla "equamente" a tutti i figli,
    disponeva  invece  dell'intero  patrimonio  come di cosa propria!  Non
    contenta di ci,  defraudava i legittimari fingendo di  assegnar  loro
    una quota superiore alla legale, dando loro in realt "quattro grani"!
    Chiara,  specialmente,  era  spogliata "come in un bosco",  giacch il
    testamento non diceva parola del legato del canonico Ris.  Questo era
    un  altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa.  Tra gli
    altri argomenti per vincere la  resistenza  di  Chiara  e  indurla  al
    matrimonio col marchese,  ella aveva ricorso a quello dei quattrini e,
    per non sciogliere i cordoni della propria borsa,  tirato in ballo  un
    suo  zio,  il  canonico  Ris  di Caltagirone,  il quale prometteva un
    legato di cinquemila onze a  favore  della  pronipote  se  la  ragazza
    avesse  sposato  il marchese di Villardita.  Nell'atto era intervenuta
    donna Teresa per garantire l'assegno,  a condizione che  la  somma  si
    trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di
    lasciare  ogni  cosa  a lei.  Invece,  due anni avanti il canonico era
    morto,  dividendo la roba tra una sua perpetua  e  la  principessa,  e
    costei s'era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: n il
    marchese,  per rispetto,  per disinteresse, aveva pensato di chiederne
    l'esecuzione.  Don Blasco,  adesso,  poich neppure nel testamento  la
    cognata  s'era  rammentata  di  quel  suo  obbligo,  poich ella aveva
    combinato  "con  arte  infernale"  anche  l'altra  gherminella   delle
    quattromila  onze  che  Chiara non aveva ricevute e che doveva intanto
    conferire come se le avesse prese,  andava tutti i giorni dal marchese
    per istigarlo contro la morta e gli eredi, incitandolo a reclamare: 1.
    la divisione legale; 2. l'assegno matrimoniale con tutti gli interessi
    arretrati; 3. la parte che veniva a Chiara dal padre; 4. il legato del
    canonico; dimostrandogli in quattro e quattr'otto che non le diecimila
    onze assegnate nel testamento,  ma tre volte tante gliene venivano per
    lo meno. Il marchese, pure ascoltandolo, chinando il capo a tutto quel
    che diceva  il  monaco,  perch  con  quel  Benedettino  benedetto  la
    discussione era impossibile, esprimeva alla moglie il desiderio di non
    dar l'esempio di una lite in famiglia,  d'aspettare quel che avrebbero
    fatto gli altri;  e Chiara consentiva in queste come in tutte le altre
    opinioni  del marito;  in cuor suo dava per ragione allo zio,  voleva
    che le attribuissero ci che le toccava, perch, gareggiando d'affetto
    con Federico,  le doleva che egli dovesse sostener  da  solo  il  peso
    della casa;  ma il marchese,  da canto suo, protestava: "Io t'ho presa
    per te e non per i tuoi denari!  Anche se tu  non  avessi  nulla,  non
    m'importerebbe...  Del resto, non vuol dire che rinunzieremo ai nostri
    diritti. Lasciamo prima fare a Lucrezia e a Ferdinando;  io non voglio
    essere il primo a intentare una causa alla tua famiglia..."
    Quel  disinteresse,  quel rispetto da lui dimostrato verso casa Uzeda,
    accrescevano la devozione  e  l'ammirazione  di  Chiara,  la  facevano
    uniformare ai suoi desideri con tanto maggior zelo, quanto che, giusto
    in quei giorni, votatasi per consiglio della Badessa di San Placido al
    miracoloso  San  Francesco  di Paola,  ella aveva di nuovo la speranza
    d'essere incinta.  Cos,  per difendere  il  marito  da  quella  mosca
    cavallina  di  don  Blasco,  teneva  fronte  lei stessa allo zio,  gli
    diceva:
    "S, va bene; Vostra Eccellenza ha ragione, parla per amor nostro;  ma
    il rispetto alla volont di nostra madre..."
    "Tua madre era una bestia," gridava il monaco,  "pi di te!...  Qual 
    stata la volont di tua madre?  Quella di rovinarvi tutti per amore di
    Raimondo e per odio di Giacomo!  Pazza tu e lei! Manata di pazzi tutti
    quanti!..." E montando pi in bestia per le moine che marito e  moglie
    si facevano tutto il giorno, specialmente all'ora del desinare, quando
    si   servivano   reciprocamente   come   in  piena  luna  di  miele  e
    s'imbeccavano al pari di due colombi,  il monaco scoppiava: "Io non so
    veramente chi  pi bestia, fra voi due!.."
    Tanto che una volta Chiara, presolo a parte, protest:
    "Vostra Eccellenza mi dica quel che le piace,  ma non tocchi Federico.
    Non tollero che se ne parli male"
    "Che tolleri e  talleri  mi  vai  contando?"  proruppe  il  monaco  di
    rimando.  "O  credi  che  la  gente abbia dimenticato che prima non lo
    volevi neanche per cacio bacato e minacciavi  piuttosto  di  lasciarti
    morire che sposar quel cocomero?..."
    Cos la nipote volt le spalle allo zio; questi mand a farsi friggere
    la  nipote  e non mise pi piede in casa di lei,  dandosi ad altissima
    voce del triplice minchione per lo  stupido  interesse  portato  verso
    quel paio di animali. Ma erano giuramenti da marinaio; egli non poteva
    rassegnarsi a star zitto, gli coceva troppo che la volont della morta
    si compisse: e allora, aspettando un'occasione per tornare alla carica
    contro quelle bestie, cominci a prendersela con Ferdinando.


    A qualunque ora andasse a cercarlo,  lass,  alla Pietra dell'Ovo,  lo
    trovava,  sempre solo,  con la pialla o con la sega o con la zappa  in
    mano,  intento a lavorar da stipettaio o da giardiniere, in maniche di
    camicia,  come un operaio o un contadino.  Da bambino era stato  cos,
    Ferdinando: taciturno,  timido, mezzo selvaggio per la mala grazia con
    cui lo aveva trattato sua madre,  costretto a svagarsi da  solo,  come
    meglio  poteva,  poich  non  gli  toccava  il  regalo  del pi povero
    balocco.  Era cresciuto quasi da s,  ingegnandosi a procacciarsi quel
    che gli bisognava,  a cavarsi d'impiccio.  Quando gli altri andavano a
    spasso, egli restava in casa, a sfasciar scatole di legno o di cartone
    per farne teatrini o altarini o casucce che regalava poi a chi  glieli
    chiedeva, a Lucrezia specialmente, per la quale, come per una compagna
    di destino, sentiva molta affezione; e se talvolta lo cercavano perch
    c'eran visite,  perch qualche parente voleva vederlo,  egli scappava,
    si rintanava in certi pertugi dove nessuno riusciva a trovarlo,  o  si
    rifugiava nella bottega dell'orologiaio,  suo grande amico,  dal quale
    facevasi insegnar l'arte.  Un giorno,  per San  Ferdinando,  don  Cono
    Canal gli regal il Robinson Crusoe; egli lo divor da cima a fondo e
    rest  sbalordito  dalla  lettura  come  da  una rivelazione.  Da quel
    momento la sua selvatichezza  s'accrebbe;  il  suo  unico  e  costante
    desiderio  fu  quello di naufragare in un'isola deserta e di provveder
    da s al proprio sostentamento.  Cominci allora a fare esperimenti di
    coltura  nel  giardino  e  nella terrazza del palazzo,  e gli venne il
    gusto della campagna, che la principessa assecond. Gli aveva messo il
    soprannome di Babbeo per quelle sue sciocche  mane;  ma  comprendendo
    che  favorivano  i  propri piani gli abbandon,  alla Pietra dell'Ovo,
    prima la brulla chiusa delle ginestre e dei  fichi  d'India,  poi  col
    tempo, maturando il suo piano della generale spogliazione a favore del
    primogenito  e  di  Raimondo,  tutto  il  podere,  stipulando  per un
    contratto in piena regola,  col  quale  il  figliuolo  obbligavasi  di
    pagarle  cinquecent'onze  l'anno sui frutti del fondo,  restando a lui
    tutto il di pi.  Il contratto per donna Teresa fu un affare:  innanzi
    tutto  ella  risparmi  le  trentasei onze annue del fattore,  giacch
    Ferdinando and subito subito a stabilirsi  l  per  coltivare  da  s
    l'isola  che  aveva  acquistata;  e poi assicurossi una rendita che il
    podere non dava.  Il Babbeo faceva assegnamento  sulle  bonifiche  per
    pagare  le  cinquecent'onze  alla  madre e restar padrone dell'avanzo;
    infatti,  appena entrato in possesso,  cominci a dissodare,  a scavar
    pozzi,  a  strappar mandorli per piantar limoni,  a sbarbicar la vigna
    per ripiantarci i mandorli,  a sbizzarrirsi in una parola  come  aveva
    sognato. Il suo piacere, veramente, sarebbe stato pi grande se avesse
    potuto  far  tutto  da  solo;  ma  costretto  a  chiamar  zappatori  e
    giardinieri,  egli stesso lavorava con loro,  a  strappar  erbacce,  a
    portar  via  corbelli  di sassi,  a rimondar alberi,  facendo anche da
    falegname,  da muratore e da decoratore,  perch una delle  sue  prime
    occupazioni era stata quella d'ingrandire ed abbellire la vecchia casa
    del  fattore.  Egli era felice facendo la vita dell'eroe che gli aveva
    acceso la fantasia,  come se veramente fosse in  un'isola  deserta,  a
    mille  miglia  dal  mondo.  Dormiva  sopra  una  specie di cuccetta da
    marinaio,  costruiva da s tavole e seggiole,  e  la  casa  pareva  un
    arsenale dalla tanta roba che v'era sparsa;  seghe,  pialle,  trapani,
    pulegge, zappe, picconi;  e poi un assortimento di assi e di travi,  e
    sacchi di farina per fare il pane,  provviste di polvere,  una scansa
    di libri,  tutta la roba che un naufrago pu salvare dalla nave  prima
    che questa si sfasci.
    Fin dal primo anno,  per, egli non aveva potuto pagare interamente la
    rendita promessa alla madre;  rest a dargliene una buona met che  la
    principessa  not  regolarmente  a suo debito.  Poi,  a furia di mutar
    colture, di porre in atto le novit di cui udiva parlare o che leggeva
    nei trattati d'agricoltura o che speculava da s, il frutto del podere
    gli si venne sempre pi assottigliando tra mano.  Colpa dei mercenari,
    diceva,   che   non   eseguivano   bene   i   suoi  ordini,   o  dello
    scombussolamento delle stagioni;  ma la madre lo canzonava,  a  posta,
    per incaponirlo in quella sua mana,  e vi riesciva a meraviglia. E il
    frutto delle Ghiande scemava sempre pi,  non  arrivava  neppure  alle
    cent'onze,  nonostante  che ad esclusione degli strumenti e di qualche
    libro egli non spendesse  nulla  per  s  e  mangiasse  frugalmente  i
    prodotti  dell'orto  e  della  caccia e le rare volte che compariva al
    palazzo scandalizzasse perfino i servi,  tanto era stracciato e unto e
    goffo nei panni vecchi di anni ed anni.
    Ma la principessa,  deridendolo,  lo lasciava fare, e segnava una dopo
    l'altra nel libro dell'avere tutte le somme che ogni anno egli le dava
    in meno.  Esse formavano gi un discreto capitale che  il  Babbeo  non
    sapeva dove prendere;  il suo continuo timore era perci che la madre,
    stanca di non vedersi pagata,  gli togliesse  di  mano  il  podere;  e
    infatti  la principessa pi d'una volta lo aveva minacciato di questo.
    Il colpo maestro di costei,  nel testamento,  fu dunque l'assegnazione
    delle  Ghiande a Ferdinando.  Per lui quella propriet valeva pi d'un
    feudo;  a scambiarla per tutta l'eredit dei fratelli maggiori  temeva
    di  rimetterci.  Come  se  non bastasse,  c'era anche il condono degli
    arretrati che sommavano ormai a mille e cinquecento onze;  talch,  al
    colmo della soddisfazione,  egli si credette trattato benissimo, oltre
    ogni speranza,  e a don Blasco,  il quale gli si metteva alle  costole
    per indurlo a ribellarsi:
    "Come?"  diceva,  candidamente,  lasciando di piallare o di rimondare.
    "Non  abbastanza quello che ho avuto?"
    "Ma ti tocca il triplo, per lo meno!  Sei stato truffato con tutti gli
    altri!  Ti tocca,  in rate eguali con tutti gli altri, la parte di tuo
    padre,  che  il momento di rivendicare!  E non sai che Giacomo non ti
    mand neppure a chiamare, il giorno della morte di tua madre?"
    "Non   possibile!" rispondeva Ferdinando,  scandalizzato.  "E perch,
    poi?"
    "Per far sparire carte e valori!  Scapp lass,  si mise a rovistolare
    tutta  la  villa:  le cose si risanno!  E poi ha fatto la commedia dei
    suggelli. Te ne accorgerai all'atto dell'inventario, anima vergine!"
    Il  monaco  smaniava  dall'impazienza  per  quest'inventario;   ma  il
    principe invece pareva non avere fretta di conoscere quel che c'era in
    casa,  non  parlava  d'affari  a nessuno dei fratelli e delle sorelle,
    neppure al coerede Raimondo,  il quale da parte sua pensava  a  tutto,
    fuorch a chiedergliene conto. Nonostante il lutto, stava sempre fuori
    casa,  al Casino dei Nobili, a ragionar di Firenze coi vecchi amici, a
    far la sua partita o a giudicare gli equipaggi che sfilavano  nell'ora
    del  passeggio.  E  don  Blasco intronava le orecchie di Ferdinando di
    invettive contro il fratello.  Era  "uno  scandalo,  una  mancanza  di
    rispetto  alla morta calda ancora",  la condotta di quello scapestrato
    che badava unicamente a spassarsi,  che non era venuto a "chiuder  gli
    occhi alla madre",  neppure per amor dei quattrini che ella gli voleva
    dare brevi  manu,  "rubandoli  agli  altri!..."  Ora  il  giorno  che,
    cominciato  finalmente  l'inventario,  risult  che  in  cassa c'erano
    soltanto cinque onze e due tar di contanti, e un titolo di rendita di
    cento ducati, il monaco corse alle Ghiande come impazzito.
    "Hai visto? Hai visto? Hai visto?... Che ti dicevo?  Cinque onze!  Tua
    madre non ne teneva mai meno di mille!  E la rendita, la rendita! Fino
    a cinquemila ducati li sapevo io!...  Capisci adesso!  Hai visto  come
    v'ha  rubati il suo caro fratello?  Quel ladro del signor Marco gli ha
    tenuto il sacco!  Rubati!  Rubati!  Se non gridate,  se  non  vi  fate
    sentire, siete degni che vi sputino in viso."
    Non la finiva pi,  dimostrando al nipote,  intontito dalle grida,  la
    nuova magagna.  Perch mai,  dunque,  Giacomo lasciava al suo posto il
    signor  Marco,  mentre  aveva  gi cacciato via tutti i servi protetti
    dalla madre,  il cocchiere maggiore,  il cuoco,  tutti coloro ai quali
    ella aveva lasciato qualcosa?  Quel "porco" del signor Marco, l'"anima
    dannata" della defunta,  avrebbe  dovuto  esser  preso  "a  calci  nel
    preterito"  appena  la sua protettrice aveva chiuso gli occhi;  invece
    perch mai,  dopo due mesi,  era ancora in servizio?  Appunto  perch,
    appena  morta  la  padrona  antica,  s'era buttato "vigliaccamente" ai
    piedi del padrone nuovo,  gli aveva consegnato ogni  cosa,  gli  aveva
    lasciato  "rubare"  i  valori che andavano "a tutti" o per lo meno "al
    coerede!..."
    E quella bestia di Ferdinando che faceva  l'ingenuo,  che  non  voleva
    credere a tante porcherie e si dichiarava grato alla madre pel condono
    delle  mille  e cinquecent'onze!  Quasi che quello strozzato contratto
    tra madre e figlio non fosse stato immorale,  quasi che la principessa
    non  avesse  a bella posta stabilito un canone superiore al frutto del
    podere per meglio impaniar  quell'allocco!...  Tuttavia,  a  furia  di
    predicargli  che  gli toccava di pi,  che avrebbe potuto essere ricco
    pi del doppio,  pi del triplo,  il monaco sarebbe forse  riuscito  a
    scuotere  il  nipote se,  come parlando male del marito a Chiara,  non
    avesse commesso anche con Ferdinando una grave imprudenza.  Rifiutando
    il testamento, chiedendo la divisione legale, Ferdinando temeva che le
    Ghiande andassero in mano ad altri,  o che,  per lo meno, egli dovesse
    spartirle coi fratelli; don Blasco,  che gli dimostrava la possibilit
    di tenerle tutte per s, un giorno gli cant:
    "E  finalmente  se perderai questo fondo,  ne acquisterai in cambio un
    altro che varr centomila volte pi!..."
    "Eccellenza no," rispose Ferdinando;  "come questo non ce n' altri in
    casa nostra..."
    "Le Ghiande?" scoppi allora il monaco.  "Una terra che si chiamava le
    Ghiande?  Buona veramente a buttarci una mandra di maiali?  E  che  ci
    vengono,  fuorch  le  ghiande?  Ora  specialmente  che  hai finito di
    rovinarla con le tue speculazioni pazzesche?"
    Ferdinando,  a sentirsi cos buttar gi la terra  e  l'opera  propria,
    ammutol  e  arross  come  un  pomodoro;  poi,  ricuperata  la  voce,
    dichiar:
    "Eccellenza,  sa come dice il proverbio?  Ne sa pi un pazzo  in  casa
    propria che un savio nell'altrui!"
    Allora  il  monaco,  eruttata una buona quantit di male parole contro
    quel malcreato, non rifece pi la via del suo "porcile" e si ridusse a
    porre l'assedio intorno a  Lucrezia.  L'aveva  serbata  per  l'ultima,
    poich,  se nutriva un'antipatia istintiva contro tutti i nipoti,  era
    specialmente furioso contro questa qui.
    Come Chiara e Ferdinando,  Lucrezia non ricordava  una  carezza  della
    madre;  ma  dove Chiara aveva avuto da principio agli occhi del monaco
    il  merito  relativo  della  resistenza   opposta   alla   principessa
    nell'affare del matrimonio, e Ferdinando quello d'essere andato via di
    casa,  la  nipote  pi  piccola  non  aveva  altro che torti,  uno pi
    capitale dell'altro.  Sotto la sferza di donna  Teresa,  trattata  con
    particolare  durezza  per  esser  nata quando costei non aspettava pi
    altri figli,  considerata come un'intrusa venuta a rubare parte  della
    roba  gi  destinata  ai due maschi,  Lucrezia era cresciuta come "una
    marmotta",  diceva il Benedettino: tarda,  taciturna,  selvatica  come
    Ferdinando,  e sempre cos distratta che le sue risposte erano oggetto
    di risa per tutti fuorch per lo zio Blasco che se la mangiava viva.
    Asservendo e maltrattando la figlia,  la principessa  non  dimenticava
    tuttavia  lo  scopo  principale  da  raggiungere:  cio  di  lasciarla
    zitellona   in   casa.    Perci   ella    dimostrava    assiduamente,
    quotidianamente  a  Lucrezia  che il matrimonio non era fatto per lei;
    prima di tutto per la cattiva salute  -  e  invece  la  ragazza  stava
    benissimo;  poi  perch cos voleva il bene della casa - e le additava
    l'esempio di  donna  Ferdinanda;  poi  perch,  senza  quattrini,  non
    avrebbe  potuto mai trovare un partito conveniente - e l'eccezione del
    marchese Federico confermava la regola;  e  finalmente  perch,  quasi
    tutto questo non bastasse,  era anche brutta - e qui diceva la verit.
    Quando la vedeva allo  specchio,  o  le  rare  volte  che  la  ragazza
    assisteva alle visite che venivano per la madre, costei esclamava: "Ma
    come  sei brutta,  figlia mia!...  Che disgrazia avere una figlia cos
    brutta,  vero?" L'argomento pi persuasivo era nondimeno quello della
    povert:  la  roba  apparteneva  "ai  maschi";  quando  i  fattori  le
    portavano  sacchi di quattrini,  ella diceva a Lucrezia: "Vedi questi?
    Sono tutti dei maschi..." e se la ragazza alzava gli occhi alle  mappe
    dei  feudi  appese  nelle anticamere,  la madre ripeteva: "Che guardi?
    Sono le propriet dei maschi!" Quando il discorso, presente la figlia,
    cadeva sui matrimoni,  donna Teresa ammoniva: "Di che parlate  dinanzi
    alle  ragazze?"  e  a quattr'occhi le diceva che pensare al matrimonio
    era peccato mortale, da confessarsene: e il confessore, Padre Camillo,
    confermava in queste idee Lucrezia;  poi la principessa  ricominciava,
    fino alla saziet: "Tu del resto non hai niente,  devi restare in casa
    per forza: chi ti vorr sposare senza denari?" Quanto  a  Chiara,  era
    stata  un'altra  cosa:  si era trovato uno che la prendeva con la sola
    camicia,  perch la sapeva savia,  timorata di  Dio,  obbediente  alla
    madre. E addolcendo la pillola, la principessa si lasciava scappare di
    tanto in tanto: "Se anche tu sarai come tua sorella, poi ti compenser
    altrimenti."
    Cos  era  cresciuta  Lucrezia:  costantemente mortificata e umiliata,
    segregata dal mondo pi che nella bada,  invisa ai fratelli  maggiori
    ed  agli  stessi  zii,  tiranneggiata  un poco anche da Chiara che per
    avere cinque anni pi di lei faceva la grande;  unicamente voluta bene
    e protetta da Ferdinando, col carattere del quale s'accordava molto il
    suo.  Il  Babbeo  aveva gi da badare a se stesso,  non godendo troppe
    grazie in famiglia;  ma dimostrava come poteva a Lucrezia il bene  che
    le voleva.  Maggiore appena d'un anno,  egli gioc con lei, le diede i
    balocchi da lui stesso costruiti; pi tardi,  quando egli ebbe qualche
    nozione  di  lettere,  quando apprese da s a disegnare,  a far minuti
    lavorucci,  comunic la sua scienza alla sorella per la quale  non  si
    faceva  la spesa d'un maestro.  Del resto la compagnia e la protezione
    di Ferdinando non fu la sola di cui god  Lucrezia:  ella  ebbe  anche
    quella di donna Vanna,  una delle cameriere;  e la principessa, sempre
    all'erta, non vide il pericolo che correva da questa parte.
    La servit,  in casa Francalanza,  era pagata poco e avvezza a tremare
    dinanzi  alla padrona;  nondimeno raramente qualcuno andava via se non
    era congedato, perch tutti trovavano il mezzo di rifarsi moralmente e
    materialmente del cattivo trattamento.
    Il mezzo consisteva nel  parteggiare  segretamente  per  qualcuno  dei
    figli  o  dei cognati contro la padrona,  nel fomentare le ribellioni,
    nel far la spia: per questo v'erano altrettanti partiti,  nel cortile,
    quante  teste  presumevano,  su  nel palazzo,  di fare a modo proprio.
    Donna Vanna era dunque del partito delle  "signorine":  come  dapprima
    aveva  incoraggiato  la  disperata  resistenza di Chiara al matrimonio
    impostole,  cos pi tardi venne narrando a Lucrezia la  storia  della
    sorella  per  dimostrarle le durezze e le strambit della madre;  e le
    mise in testa che anche lei doveva maritarsi,  e le diede la coscienza
    dei  suoi  diritti  e  delle sue qualit.  Non era vero che ella fosse
    povera: la principessa poteva  disporre  solamente  della  met  della
    propria  sostanza:  l'altra  met andava egualmente divisa fra tutti i
    figli: "S'ha da fare cos per forza,  perch   scritto  nella  legge:
    perci  questa  parte si chiama legittima..." E Lucrezia l'ascoltava a
    bocca aperta, cercando di comprendere. Ella comprendeva pi facilmente
    le adulazioni della cameriera che  trovava  recondite  bellezze  nella
    persona della padroncina, quando la vestiva o la pettinava: "Com' ben
    formata  Vostra Eccellenza!...  Sembra una palma!...  E queste trecce!
    Corde di bastimento!" Poi concludeva: "Ha da trovarsi uno  che  se  la
    godr!..."
    Cos accadde che,  quando i Giulente vennero a star di casa dirimpetto
    al palazzo dei Francalanza,  donna Vanna disse alla signorina: "Vostra
    Eccellenza  ha visto il signorino Benedetto?  Guardi che bel ragazzo!"
    Ella si mise a osservarlo  dalla  finestra,  e  fu  del  parere  della
    cameriera.  "Vostra  Eccellenza  non  s'  accorta  come  la  guarda?"
    Lucrezia si fece rossa pi d'un papavero,  e da  quel  giorno  i  suoi
    occhi  andarono  spesso  al  balcone del giovanotto.  Per,  finch la
    principessa ebbe buona salute,  la cosa non usc da questi  termini  e
    nessuno la sospett.  Un brutto giorno donna Teresa, gi malandata, si
    svegli con un doloretto al fianco, del quale sulle prime non si cur,
    ma che un anno dopo doveva condurla al sepolcro.  Quando  la  malattia
    della  padrona  aggravossi,  e specialmente quando,  per mutar d'aria,
    ella se ne and al Belvedere,  sola,  giacch Raimondo,  il beniamino,
    stava  a  Firenze e gli altri figliuoli erano qual pi qual meno tutti
    aborriti, allora, pi libera,  donna Vanna favor meglio l'amore della
    signorina;  parl al giovanotto, port da una parte all'altra dapprima
    saluti,  poi ambasciate e finalmente  biglietti.  In  famiglia  se  ne
    accorsero, e tutti si scatenarono contro Lucrezia.
    I  Giulente,  venuti  circa  un secolo addietro a Catania da Siracusa,
    appartenevano  a  una  casta  equivoca,  non  pi  "mezzo  ceto"  cio
    borghesia, ma non ancora nobilt vera e propria. Nobili si credevano e
    si vantavano;  ma questa loro persuasione non riuscivano a trasfondere
    negli altri.  Da parecchie generazioni s'erano venuti imparentando con
    famiglie  della  vera  "mastra  antica",  ma  avevano dovuto scegliere
    quelle ridotte a corto di quattrini, perch una ragazza nobile e ricca
    ad un tempo non avrebbe mai sposato un Giulente.  Per giocare  a  pari
    coi baroni autentici avevano adottato tutti gli usi baronali: uno solo
    tra loro,  il primogenito,  poteva prender moglie;  gli altri dovevano
    restar scapoli.  L'abolizione del fedecommesso  li  aveva  rallegrati,
    poich in casa loro non c'era: istituito il maiorasco, avevano tentato
    di ottenerlo,  senza riuscirvi.  Nondimeno tutto era andato egualmente
    al primogenito: don Paolo,  il padre di  Benedetto,  era  ricchissimo,
    mentre  don  Lorenzo  non  possedeva  un  baiocco: per questo,  forse,
    trescava coi rivoluzionari. Benedetto, un po' per l'esempio dello zio,
    un po' pel soffio dei  nuovi  tempi,  faceva  anch'egli  il  liberale;
    teneva moltissimo alla sua nascita, ma combattendo la bigotteria della
    nobilt - quando la volpe non arriva all'uva! gridava la zitellona - e
    per  questi  suoi  sentimenti,  quantunque tutta la sostanza del padre
    dovesse  un  giorno  spettargli,   studiava  per  prendere  la  laurea
    d'avvocato.   Quindi   l'ira  di  don  Blasco  contro  la  nipote  che
    s'arrischiava di fare all'amore senza chieder permesso a  lui;  e  con
    chi? Con un Giulente, un liberale, un avvocato!
    Ora,  dopo  la  lettura del testamento,  dopo le difficolt opposte da
    Chiara, dal marchese e da Ferdinando alle sue sobillazioni,  il monaco
    si  rivolse  a  Lucrezia.  Aveva maggiore speranza di riuscire con lei
    poich,  per l'amore di Giulente,  ella aveva interesse  a  ribellarsi
    alla  famiglia;   vero che gli toccava pel momento secondare o per lo
    meno fingere d'ignorare l'amoretto della nipote; ma pur di complottare
    e di metter zeppe e di  farsi  valere,  don  Blasco  passava  sopra  a
    maggiori difficolt.
    Egli  cominci  dunque  a dimostrare a Lucrezia il torto ricevuto,  le
    ragioni da addurre,  il furto di Giacomo appena morta la madre;  e  le
    rifece  i  conti  e  la  stimol  a mettersi d'accordo con Ferdinando,
    sull'animo del quale ella sola poteva, per contrastar poi,  uniti,  al
    fratello maggiore.
    Lucrezia,  che all'opposizione dei parenti s'era impennata,  come ogni
    Uzeda dinanzi alla contraddizione,  ed aveva giurato a donna Vanna che
    avrebbe  sposato  Giulente a qualunque costo;  udendo adesso il monaco
    parlarle dei suoi diritti,  dimostrarle che  ella  era  pi  ricca  di
    quanto  credeva,  istigarla a far valere la propria volont,  gli dava
    ascolto, diffidente, tuttavia, sospettosa di qualche raggiro. La notte
    prendeva consigli dalla cameriera;  e poich donna Vanna la confortava
    a seguire il monaco, ella riconosceva, s, che sua madre l'aveva messa
    in mezzo,  come tutti gli altri,  a profitto di due soli, e chinava il
    capo  agli  argomenti  che  don  Blasco  le  ripeteva;  ma  sul  punto
    d'impegnarsi a dire il fatto suo a Giacomo,  la paura l'arretrava. Era
    cresciuta con l'idea che egli fosse d'una pasta diversa,  d'una natura
    pi  fine;  mentre  tutti i fratelli e le sorelle si davano del tu fra
    loro, al primogenito toccava del voi; e il principe che l'aveva sempre
    tenuta a distanza,  guardandola  d'alto  in  basso,  adesso,  dopo  la
    lettura  del  testamento,  mostravasi ancora pi chiuso con tutti,  ma
    specialmente con lei.  Preparata a sostener  la  lotta  per  amore  di
    Giulente,  ella  voleva riserbare le sue forze pel momento buono,  non
    sciuparle per uno scopo che le pareva secondario.  Benedetto le  aveva
    fatto  sapere che,  appena laureato,  voleva dire fra un paio di anni,
    avrebbe chiesto la sua mano;  e che il duca d'Oragua,  tanto amico  di
    suo  zio Lorenzo,  li avrebbe sicuramente sostenuti;  ma che frattanto
    bisognava  aver  pazienza  e  prudenza,  studiare  di  non  accrescere
    l'animosit  degli  Uzeda.   Consultato  intorno  alla  quistione  del
    testamento,  egli confermava il consiglio di non far nulla  contro  il
    principe;  parte per le ragioni antiche,  parte per non parere ingordo
    della maggiore dote di lei.  "Vede Vostra Eccellenza?"  commentava  la
    cameriera,  udendo  queste  lettere  che  la padroncina le comunicava.
    "Vede Vostra Eccellenza quant' buono?  Vuol bene a Vostra Eccellenza,
    non  ai quattrini!  Un altro che avesse uccellato alla dote,  che cosa
    avrebbe risposto?  'Facciamo la lite!'" Egli  era  veramente  un  buon
    giovane, studioso, un po' esaltato, infiammato dalle dottrine liberali
    dello  zio,  bruciante d'amore per l'Italia: scrivendo alla ragazza le
    diceva che le sue passioni erano tre: lei,  la madre e la  patria  che
    bisognava redimere.
    Cos  anche  Lucrezia,  dopo aver dato ascolto alle istigazioni di don
    Blasco,  non faceva nulla di quel che voleva lo zio: anzi,  una  volta
    che costui fu pi insistente, ella rispose:
    "Perch non parla Vostra Eccellenza con Giacomo?"
    Il  monaco,  a  quest'uscita,  divent  paonazzo  e parve sul punto di
    soffocare.
    "Ho da parlar io, ah, bestia? ah, bestiona?  Vi piacerebbe,  bestioni,
    prender la castagna con la zampa del gatto?  Ah, volevate che parlassi
    io!... E che cavolo vi pare che me n'importi, in fin dei conti,  se vi
    spoglia,  se vi mangia tutti quanti,  brancata di pazzi,  di gesuiti e
    d'imbecilli, oh?..."


    Parlare  a  Giacomo,   prendere  le  parti  di  quei   nipoti   contro
    quell'altro,  era veramente impossibile a don Blasco.  Egli si sarebbe
    cos impegnato definitivamente,  avrebbe preso realmente  un  partito,
    non  avrebbe  potuto  pi dar torto a chi prima aveva dato ragione,  e
    viceversa;  e questo era per lui  un  bisogno.  Cos  per  esempio  il
    principe, solo fra tutta la "mala razza" (come il Benedettino chiamava
    i suoi nei momenti d'esasperazione,  cio quasi sempre), gli era stato
    dinanzi obbediente e sommesso,  gli aveva  dato  ragione  nella  lotta
    contro  la  principessa;  ora don Blasco,  in cambio,  gli rivoltava i
    fratelli e le sorelle.  Ma il monaco non credeva di  far  male,  cos;
    scettico e diffidente,  sapeva che Giacomo s'era messo con lui non gi
    per affezione o per rispetto, ma per semplice tornaconto.
    Il principe Giacomo,  infatti,  aveva obbedito a sue proprie  ragioni.
    Quasi non potesse perdonargli di non esser venuto a tempo,  quand'ella
    l'aspettava e lo voleva,  la principessa  non  aveva  fatto  festa  al
    primogenito  dei  maschi,  il  quale  aveva  anche  messo in pericolo,
    nascendo, la vita di lei. Invece di volergli tanto pi bene quanto pi
    lo aveva desiderato e quanto pi le costava, donna Teresa gliene aveva
    voluto tanto  meno.  Alla  nascita  di  Lodovico  era  rimasta  ancora
    indifferente   e   crucciata;   le   sue   viscere   materne   s'erano
    improvvisamente commosse per Raimondo.  Cos,  mentre tutti gli  altri
    parenti  che  non eran "pazzi" come lei,  o che eran pazzi altrimenti,
    avevano dato a Giacomo l'idea che egli fosse  da  pi  di  tutti  come
    primogenito, come erede del titolo, la principessa aveva riposto tutto
    il  suo affetto,  un affetto cieco,  esclusivo,  irragionevole,  sopra
    Raimondo. E la protezione della madre era molto pi efficace di quella
    del padre e degli zii; perch, mentre costoro davano a Giacomo,  avido
    di quattrini,  ingordo d'autorit,  soltanto vane parole, Raimondo era
    colmato di regali, otteneva ragione su tutti,  faceva legge dei propri
    capricci.  Cos cominciarono le risse tra i due fratelli,  e Raimondo,
    pi piccolo,  ne tocc;  ma quando la principessa si vide  dinanzi  in
    lacrime il suo protetto, Giacomo assaggi le terribili mani di lei che
    lasciavano i lividi dove cadevano.  Il ragazzo s'ostin un pezzo, fino
    a mutar la freddezza della madre in odio  deciso;  poi,  accortosi  di
    sbagliar  via,  mut  tattica,  divenne  infinto,  fece  da spia a don
    Blasco,  gust il piacere della vendetta nel vedere Raimondo picchiato
    dal monaco in odio alla cognata. Ma furono soddisfazioni mediocri e di
    corta  durata:  con  gli  anni  la  principessa chiuse a San Nicola il
    secondogenito,  diede a Raimondo  il  titolo  di  conte;  avara,  anzi
    spilorcia,  largheggi soltanto col beniamino; Giacomo non ebbe mai un
    baiocco,  e i suoi abiti cadevano a brandelli quando l'altro pareva un
    figurino.  Se Raimondo esprimeva un'opinione,  subito era secondato, o
    per lo meno non deriso;  Giacomo non pot disporre di nulla.  Uno  dei
    suoi  pi lunghi desideri era stato quello di far atto di padrone,  in
    casa,  riadattando a modo suo il palazzo: la madre non gli permise  di
    muovere   una   seggiola.   Ella   stessa   aveva   lavorato  a  mutar
    l'architettura dell'edificio,  il quale pareva composto di  quattro  o
    cinque  diversi  pezzi di fabbrica messi insieme,  poich ognuno degli
    antenati s'era sbizzarrito a chiuder qui finestre per  forare  pi  l
    balconi, a innalzare piani da una parte per smantellarli dall'altra, a
    mutare,  a  pezzo  a  pezzo,  la  tinta dell'intonaco e il disegno del
    cornicione. Dentro, il disordine era maggiore: porte murate, scale che
    non portavano a nessuna parte, stanze divise in due da tramezzi,  muri
    buttati a terra per fare di due stanze una: i "pazzi", come don Blasco
    chiamava  anche  i  suoi  maggiori,  avevano  uno dopo l'altro fatto e
    disfatto a modo loro.  Il pi grande rimescolamento era  stato  quello
    operato  da  suo  padre,  il principe Giacomo xiii,  quando costui non
    sapeva come buttar via i quattrini; e quella "testa di zucca" di donna
    Teresa,  invece  di  pensare  all'economia,   non  s'era  divertita  a
    sciuparne  degli  altri  in altre bislacche novit?...  Giacomo voleva
    anch'egli ritoccare la pianta della casa,  ma la madre non gli  lasci
    neanche  attaccare  un  chiodo;  e  il  Benedettino  andava  in bestia
    specialmente per questo; che il figliuolo sempre contrariato era tutto
    sua madre: autoritario, cupido, duro,  almanacchista come lei;  mentre
    quella  papera  preferiva  Raimondo  che  non  conosceva il valore del
    denaro,  sperperava tutto quel che aveva,  non  s'intendeva  d'affari,
    amava e cercava unicamente gli svaghi e i piaceri!...  I due fratelli,
    quantunque avessero la stess'aria di famiglia,  non si rassomigliavano
    neppure fisicamente: Raimondo era bellissimo,  Giacomo pi che brutto.
    Nella Galleria dei ritratti si potevano riscontrare i due tipi.  Tra i
    progenitori  pi  lontani c'era quella mescolanza di forza e di grazia
    che formava la bellezza del contino;  a poco a poco,  col passare  dei
    secoli, i lineamenti cominciavano ad alterarsi, i volti s'allungavano,
    i  nasi  sporgevano,  il  colorito  diveniva  pi  oscuro;  un'estrema
    pinguedine come quella di  don  Blasco,  o  un'estrema  magrezza  come
    quella  di  don  Eugenio,   deturpava  i  personaggi.   Fra  le  donne
    l'alterazione era pi manifesta: Chiara e Lucrezia, quantunque fresche
    e giovani entrambe, erano disavvenenti,  quasi non parevano donne;  la
    zia Ferdinanda, sotto panni mascolini, sarebbe parsa qualcosa di mezzo
    tra l'usuraio e il sagrestano; ed altrettante figure maschilmente dure
    spiccavano fra i ritratti femminili di pi fresca data;  mentre, negli
    antichi,  le  strane  acconciature  e  gli  stravaganti  costumi,  gli
    strozzanti collari alla fiamminga che mettevano le teste come sopra un
    bacino,  le  vesti  abbondanti che chiudevano il corpo come scaglie di
    testuggine,  non riuscivano a nascondere la sveltezza  elegante  delle
    forme  n  ad alterare la purezza fine dei lineamenti.  Tratto tratto,
    fra le generazioni pi vicine,  in mezzo alle figure imbastardite,  se
    ne vedeva tuttavia qualcuna che rammentava le primitive; cos, per una
    specie  di  reviviscenza  delle  vecchie  cellule  del  nobile sangue,
    Raimondo rassomigliava al pi puro tipo  antico.  Ridevano  gli  occhi
    alla  principessa,  quando lo vedeva,  grazioso ed elegante,  guidare,
    montare a cavallo,  tirare di  scherma;  al  primogenito  invece  dava
    altrettanti  soprannomi  quanti  difetti  trovava  nella  sua persona:
    l'Orso che balla, per la goffaggine; Pulcinella, per il lungo naso; il
    Nano, per la corta statura.
    Cos l'astio di Giacomo contro la madre e  il  fratello  si  manteneva
    sempre  vivo;  esso  crebbe  a  dismisura quando donna Teresa colm lo
    staio, dando moglie a Raimondo.  La tradizione di famiglia,  mantenuta
    fino al 1812 dall'istituzione del fedecommesso,  stabiliva che nessuno
    fuorch il primogenito prendesse moglie; e infatti,  nella generazione
    precedente,  n  il  duca  n  don  Eugenio  s'erano  accasati;  ma la
    principessa, come sempre,  s'infischi delle regole e pens di trovare
    un  partito  a  Raimondo  prima  ancora  che a Giacomo.  Morendo lei e
    lasciando ad entrambi la sua sostanza,  la condizione dei due fratelli
    sarebbe  stata  eguale;  ma  in  vita,  non volendo ella spogliarsi di
    nulla, Giacomo,  che doveva necessariamente ammogliarsi per tramandare
    il principato,  si sarebbe arricchito con la dote della moglie, mentre
    Raimondo, restando scapolo,  non avrebbe avuto nulla.  Persuasa quindi
    della necessit di dar moglie anche al beniamino, ella esit nondimeno
    molto  tempo  prima  di  attuare la sua risoluzione,  e non gi perch
    sentisse scrupolo d'infrangere la tradizione,  di  creare  nell'albero
    genealogico  degli  Uzeda un ramo storto che avrebbe fatto concorrenza
    al diritto; ma per la stessa passione ispiratale dal giovane: all'idea
    che un'altra donna gli sarebbe vissuta notte e giorno  a  fianco,  una
    sorda  gelosia la struggeva.  Per questo,  il giorno che finalmente si
    decise,  non soffr di dargli nessuna  delle  ragazze  della  citt  e
    neppure  della provincia;  ma cominci invece a cercargli un partito a
    Messina, a Palermo, pi lontano ancora, nel continente, con certi suoi
    criteri particolari,  uno dei quali era che la sposa fosse  orfana  di
    madre. Cerc parecchi anni e nessuna la content. Alla fine, per mezzo
    d'un  monaco  benedettino  compagno  di  don Blasco,  Padre Dilenna di
    Milazzo, ferm la sua scelta sulla figlia del barone Palmi, cugina del
    Cassinese.  Tuttavia,   parendo  troppo  a  lei  stessa  che  Raimondo
    prendesse  moglie  prima  di Giacomo,  il quale a venticinque anni era
    ancora scapolo,  caso unico nella storia della famiglia,  provvide  ad
    ammogliare i due fratelli nello stesso tempo, e destin al primogenito
    la figlia del marchese Grazzeri.
    Le  liti  scoppiate  in  quell'occasione  furono straordinarie.  Se il
    rancore di Giacomo per il matrimonio del fratello divenne pi cocente,
    vedendo egli prepararsi accanto  alla  propria  un'altra  progenie  di
    Uzeda che gli avrebbe sottratto parte delle sue sostanze,  non fu meno
    grande il rancore pel matrimonio suo proprio. Violento,  avido e arido
    com'era,  egli aveva amoreggiato colla cugina Graziella,  figlia della
    sorella della madre, e s'era messo in testa di sposarla, quantunque la
    dote di lei fosse infinitamente pi scarsa di quella  della  Grazzeri;
    ma  la  principessa,  un  poco appunto per questa considerazione della
    maggiore ricchezza, un poco perch non era mai andata d'accordo con la
    sorella,  anzi l'aveva sempre tenuta lontana da s,  e soprattutto pel
    gusto di contrariare l'inclinazione del figliuolo,  lo sforz invece a
    sposar la Grazzeri.
    Giacomo non era pi ragazzo,  da obbedire  alla  madre  per  paura  di
    castighi  o  di  busse;  ella  aveva per un'arma pi potente in mano,
    essendo padrona dei quattrini e  potendo  minacciare  di  diseredarlo.
    "Neppure  un  grano!..."  gli  diceva,  freddamente,  facendo  scattar
    l'unghia del pollice contro i denti;  "non avrai neppure un grano!..."
    e  la  poca  simpatia  dimostrata  a  quel figliuolo e la passione per
    Raimondo e il matrimonio imminente  di  quest'ultimo  confermavano  la
    minaccia,   facevano  sospettare  che  ella  l'avrebbe  compiuta.   Il
    principe,  che fino a quel  punto  non  era  riuscito  interamente  ad
    adottar  la  politica  della  finzione,  dopo  quest'ultimo e violento
    contrasto le s'inchin, rassegnato e devoto,  le prest una obbedienza
    scrupolosa e cieca anche nelle cose inutili e ridicole,  non parl pi
    se non d'amor fraterno, d'unione, di rispetto ai maggiori. Dentro,  si
    rodeva;  ed  aspettando  di  cogliere  il  frutto  di quella condotta,
    esercitava il proprio tirannico impero e faceva pesare il suo  cruccio
    unicamente  sulla  moglie.  Dal  primo giorno del matrimonio questa fu
    trattata peggio d'una serva;  non  che  volont,  non  pot  esprimere
    neppure  opinioni;  il principe l'addestr ad obbedirgli a un semplice
    muover di sguardi;  quando ella ebbe bisogno di comperare una  matassa
    di cotone o un palmo di nastro,  le convenne chiedere a lui i baiocchi
    occorrenti - e in dote  gli  aveva  portato  centomila  onze.  La  sua
    missione fu quella di dare un erede al marito,  di perpetuare la razza
    dei Vicer;  compitala,  ella fu considerata come una  bocca  inutile,
    peggio  d'un lavapiatti;  perch i lavapiatti facevano almeno la corte
    alla famiglia,  all'occorrenza davano una mano  al  maestro  di  casa;
    mentre  donna  Margherita  non sapeva far nulla e non pensava ad altro
    fuorch ad evitar contatti e vicinanze,  con la mana della nettezza e
    l'incubo dei contagi.  Era del resto una creatura mite, senza volont,
    cera molle che il principe plasm a suo talento.  In odio  al  figlio,
    non per amore che le portasse, la principessa suocera pigli pi d'una
    volta  le  sue  difese;  allora  ella  sofferse  maggiormente,  perch
    Giacomo,  arrendendosi  in  apparenza,  le  faceva  poi  scontare  pi
    duramente quella protezione.
    Se il matrimonio del principe and tanto male, quello di Raimondo and
    molto  peggio.  Giacomo  non  voleva  la  Grazzeri,  amando la cugina;
    Raimondo invece non voleva nessuna,  era deciso a non ammogliarsi.  Le
    moine  e  le  preferenze  usategli  dalla madre avevano destato in lui
    appetiti insaziabili di piaceri e di libert;  ma la protezione  della
    principessa  pesava  quasi  quanto  la sua avversione,  tanto ella era
    dispotica in tutto.  Il suo protetto doveva fare quel che voleva  lei,
    pagarle  con  una  obbedienza  pi rassegnata i privilegi che ella gli
    accordava;   n  questi  privilegi,   straordinari  a  paragone  della
    soggezione in cui erano tenuti gli altri figli,  bastavano a Raimondo:
    svegliavano invece le sue voglie senza arrivare a soddisfarle.  A  lui
    solo,  per esempio, toccavano quattrini da buttar via a suo capriccio;
    ma la principessa donava per  lambicco;  e  il  giovane  che  spendeva
    continuamente  per  gli  abiti,  per  le donne,  e avea fra l'altre la
    passione del giuoco,  sciupava in una notte quel che la madre gli dava
    in un anno. Solo a lui, anche, era stato consentito di arrivare sino a
    Firenze,  ma  quella rapida corsa.  mettendo in corpo al giovanotto la
    mana dei viaggi,  dei lunghi soggiorni nei  paesi  pi  belli  e  pi
    ricchi,  non  pot  esser seguta da altre Quindi,  bench trattati in
    modo  tanto  diverso,  entrambi  i  fratelli  aspettavano  con  eguale
    impazienza  la  morte  della  madre: Giacomo per esercitare la propria
    autorit  di  capo  della  casa,  per  vendicarsi  dei  maltrattamenti
    sofferti,  per  afferrare  la  roba;  Raimondo  per  saldare  i debiti
    nascostamente  contratti,   per   buttar   via   i   quattrini   nella
    soddisfazione  delle  proprie  voglie,  per  appagare  il  pi  grande
    desiderio che lo struggeva: andar via dalla Sicilia,  veder  Milano  e
    Torino, vivere a Firenze o a Parigi.
    Al  primo  annunzio  del matrimonio egli si ribell dunque apertamente
    alla madre,  poich solo  fra  tutti  poteva  dirle  in  faccia:  "Non
    voglio!"  Il  matrimonio  era  la  catena al collo,  la schiavit,  la
    rinunzia alla vita che egli sognava: a nessun patto poteva accettarlo.
    Ma la principessa,  che verso gli altri figli  adoperava  i  pi  acri
    sarcasmi, le imposizioni pi dure e le minacce estreme, tenne a lui il
    linguaggio  della  persuasione.  Voleva  egli  divertirsi,  aver molti
    quattrini da spendere, far quello che gli piaceva? La dote gli avrebbe
    subito permesso ogni cosa!  Quella gelosa che  si  adattava  a  dargli
    moglie  per  necessit,  e  non voleva la nuora del paese e gli andava
    invece a cercare un partito lontano,  non  poteva  ammettere  che  suo
    figlio  amasse  quest'altra  donna,  che  le  fosse fedele,  che le si
    credesse legato sul serio.  "Stupido  che  sei!"  gli  diceva  dunque.
    "Sposala per adesso; poi, se ti secca, la pianterai!" E solamente quel
    linguaggio  e  quegli  argomenti  indussero  il  giovane  a dir di s,
    persuadendolo che a quel modo egli sarebbe stato  subito  ricco  e  si
    sarebbe  nello  stesso tempo sottratto all'opprimente protezione della
    madre.
    Don Blasco,  al matrimonio di Giacomo,  aveva  fatto  cose  dell'altro
    mondo  e  vomitato gli ultimi vituperi sul nipote che s'era ficcato in
    testa di sposare la cugina Graziella,  la figlia  d'un'altra  Ris!  e
    sulla  cognata  che  gli  dava  invece "per forza" una Grazzeri!  Ma a
    coronare  l'opera  mancava  proprio  il  matrimonio  di   Raimondo!...
    Ammogliare un altro figliuolo? Creare una seconda famiglia? Venir meno
    alle tradizioni della casa? C'era esempio d'una pazzia pi furiosa?...
    Don  Blasco  non  badava  alla  contraddizione  fra  quel rispetto che
    pretendeva portassero  alle  tradizioni,  ed  il  proprio  insaziabile
    rancore  per  esser stato sacrificato alle tradizioni medesime: pur di
    fare l'opposizione,  pur di sfogarsi in  qualche  modo,  egli  saltava
    ostacoli  molto  pi grandi.  E quel che pi specialmente l'offendeva,
    nel matrimonio di Raimondo,  era la  scelta  della  sposa.  Fra  tanti
    partiti  che  le  erano  offerti,  quale  aveva preferito sua cognata?
    Quello proposto da Padre Dilenna, nemico personale di don Blasco!
    Lass,  ai Benedettini,  fra le molte fazioni in cui si  dividevano  i
    monaci,  le  pi  accanite  eran  le  politiche:  ora  don  Blasco era
    borbonico sfegatato e  Padre  Dilenna,  al  Quarantotto,  aveva  fatto
    galloria con gli altri liberali per la cacciata di Ferdinando Secondo.
    L'anno  dopo,  don Blasco aveva ottenuto la rivincita;  ma Dilenna gli
    fece pi tardi mangiar l'aglio quando, in previsione della vacanza del
    priorato,  sostenne Lodovico  Uzeda,  mentre  don  Blasco  in  persona
    aspirava  a  quell'ufficio!  Sceglier  dunque  per  Raimondo la moglie
    proposta dal Dilenna, anzi la sua propria cugina, era veramente un po'
    troppo.  Tutte le cose che don Blasco fece e  disse,  al  palazzo,  le
    seggiole che rovesci,  i pugni che lasci cadere sui mobili,  le male
    parole e le bestemmie che gli usciron  di  bocca,  non  si  potrebbero
    ridire;  tanto  che  la  principessa,  mentre  prima lo aveva lasciato
    gridare,   opponendogli  una  resistenza   passiva,   gli   spiattell
    finalmente sul muso che, in casa propria, ella aveva sempre fatto quel
    che  le  era  piaciuto;  e  che  lo  stesso  suo  marito non s'era mai
    arrischiato di dirle una parola pi forte d'un'altra:  "Sapete  dunque
    che  c'?  Fatemi  il  famosissimo  piacere  di  non venirci pi!" Don
    Blasco,  botta e risposta: "Mi dite voi di non venirci?  E non  sapete
    che  io vi ho fatto un altissimo onore tutte le volte che sono entrato
    in questa bottega?  E non sapete che di voi e di tutti i vostri me  ne
    importa meno di quattordici paia di...?  Ma andate un poco a farvi pi
    che...  tutti quanti siete,  e maledetti siano i piedi  d'asino  e  di
    porco  che  mi  ci  portarono!"  Egli  and poi a dir cose,  contro la
    cognata, fra i monaci amici,  da far cascare il monastero,  e non mise
    piede per pi di un anno al palazzo struggendosi per di non poter pi
    gridare, cadendone quasi ammalato; talch, alla nascita del principino
    Consalvo viii,  quando Giacomo,  tutto spirante pace ed amore, propose
    alla madre ed ottenne che s'invitasse lo zio alla festa del battesimo,
    il Cassinese riapparve in casa della cognata,  per ricominciare,  dopo
    un breve periodo di calma apparente, a gridar peggio di prima.


    La principessa aveva dunque sostenuto, per accasar Raimondo, una lotta
    ora sorda,  ora violenta non solo sul primogenito e con don Blasco, ma
    con lo stesso figlio di cui voleva assicurare  l'avvenire,  e  perfino
    con  se  stessa.  Ella ebbe in quell'occasione un altro nemico,  e non
    meno terribile: donna Ferdinanda.
    La  zitellona  contava  allora  trentotto  anni,   ma  ne   dimostrava
    cinquanta;  n in et pi fresca aveva mai posseduto le grazie del suo
    sesso.  Destinata a  restar  nubile  per  non  portar  via  nulla  del
    patrimonio  riserbato  al fratello principe,  ella sarebbe stata forse
    rinchiusa, per precauzione, in un monastero, se la sua bruttezza e pi
    la naturale  sincera  avversione  allo  stato  maritale  non  avessero
    assicurato  i  suoi  parenti  meglio  della clausura contro i pericoli
    della tentazione.  Non era parsa mai donna,  n di corpo  n  d'anima.
    Quando,  bambina, le sue compagne parlavano di vesti e di svaghi, ella
    enumerava i feudi di casa Francalanza; non comprendeva il valore delle
    stoffe, dei nastri, degli oggetti di moda, ma sapeva, come un sensale,
    il prezzo dei frumenti, dei vini e dei legumi; aveva sulla punta delle
    dita tutto il  complicato  sistema  di  misurazione  dei  solidi,  dei
    liquidi  e delle monete;  sapeva quanti tar,  quanti carlini e quanti
    grani entrano in un'onza;  in quanti tmoli si  divide  una  salma  di
    frumento o di terreno, quanti rotoli e quanti coppi formano un cafisso
    d'olio... A quel modo che, fisicamente, gli Uzeda si dividevano in due
    grandi  categorie  di  belli e di brutti,  cos al morale essi erano o
    sfrenatamente amanti  dei  piaceri  e  dissipatori  come  il  principe
    Giacomo  Tredicesimo  e  il  contino Raimondo;  o interessati,  avari,
    spilorci,  capaci di vender l'anima per un baiocco,  come il  principe
    Giacomo  Quattordicesimo  e  donna Ferdinanda.  Costei aveva avuto dal
    padre una miseria,  il cos detto piatto,  cio tanto da assicurare il
    vitto quotidiano,  la magra provvisione,  durante il fedecommesso, dei
    cadetti e delle donne.  Con quella  miseria,  donna  Ferdinanda  aveva
    giurato d'arrivare alla ricchezza. Tutti i suoi pensieri d'ogni giorno
    e d'ogni notte furono diretti a tradurre in atto il suo sogno.  Appena
    in possesso di quelle miserabili sessant'onze annuali, ella cominci a
    negoziarle,  a darle in prestito contro pegno od ipoteca,  secondo  la
    solvibilit   del  debitore,   scontando  effetti  cambiari,   facendo
    anticipazioni sopra valori o  sopra  merci:  ogni  sorta  d'operazioni
    bancarie da ghetto,  poich l'esiguit della sua rendita l'obbligava a
    contrattare  con  poveri  diavoli,  minuti  industriali,   mercantini,
    capimastri,  rigattieri,  vinai e perfino coi servi di casa.  Ella non
    toccava un baiocco del capitale,  arrischiava solo i frutti,  cio  li
    raddoppiava,   li   triplicava,   tanto   genio   degli  affari  aveva
    naturalmente,  tanto  era  accorta,  e  dura,  inesorabile  quando  si
    trattava  di riavere i suoi quattrini e gli interessi,  che pretendeva
    fin all'ultimo grano,  sorda a preghiere ed a pianti  di  donne  e  di
    fanciulli;  e  pi  esperta,  pi cavillosa d'un patrocinatore,  se le
    toccava ricorrere alla giustizia. Tanto era avara, anche;  giacch non
    spendeva  per  s  pi  dei  due  tar  al  giorno  che  passava  alla
    principessa  in  cambio  del  vitto  e  del  servizio  che  questa  le
    assicurava: quanto all'alloggio,  le avevano lasciato la cameruccia al
    terzo piano,  sotto i tetti,  che aveva occupata  da  bambina,  e  per
    vestirsi ricomprava le robe smesse dalla cognata. Cos, a poco a poco,
    aveva  esteso  la cerchia dei suoi affari e formato un gruzzoletto che
    circolava tra persone  di  maggior  levatura,  negozianti  in  grosso,
    speculatori ragguardevoli,  proprietari in imbarazzo.  Allora, secondo
    che  la  sua  sostanza  venne  crescendo,  nacque  una  sorda  gelosia
    nell'animo  della  principessa  e di don Blasco contro la cognata e la
    sorella.   Con  metodi   diversi,   donna   Ferdinanda   lavorava   al
    conseguimento  d'uno  scopo  simile  a quello di donna Teresa.  Costei
    voleva salvare ed accrescere la  fortuna  degli  Uzeda,  quella  aveva
    l'ambizione  di  crearne  una  di  sana  pianta.  Ora,  partendo donna
    Ferdinanda dal nulla,  la sua gloria sarebbe stata  maggiore,  avrebbe
    offuscato  quella  di  donna  Teresa:  di qui la sorda antipatia della
    principessa,  i  sarcasmi  coi  quali  punzecchiava  l'avarizia  della
    cognata;  giacch la propria era naturalmente legittima ed ammirabile.
    Quanto a don Blasco,  il dolore da lui provato nel dover rinunziare al
    mondo  s'inacerbiva tutte le volte che qualcuno dei parenti acquistava
    fama,  potenza e quattrini: vedendo dunque la sorella far  quello  che
    egli  stesso  avrebbe  fatto,  se fosse rimasto al secolo,  e riuscire
    oltre ogni previsione, rapidamente,  il sangue gli ribolliva,  l'umore
    gli  s'inaspriva,  l'invidia  lo  avvelenava.  Donna  Ferdinanda parve
    insensibile ai sarcasmi ed alle asprezze della cognata e del fratello.
    Le conveniva, pel momento, tacere,  giacch era e voleva continuare ad
    esser  ospite  della principessa,  finch i propri quattrini sarebbero
    stati tanti da permetterle di avere una casa propria.  Parenti e amici
    la  consigliavano  ogni  giorno  di  togliere  quel  suo peculio dalla
    circolazione  troppo  pericolosa,   di  acquistarne  piuttosto  solidi
    immobili;  ella  scrollava  il  capo,  affermava che i suoi denari non
    correvano rischio di sorta,  perch solo "chi presta senza pegno perde
    i denari,  l'amico e l'ingegno"; in realt ella aspettava d'aver tanto
    da poter fare una compra  ragguardevole.  Nel  '42,  dieci  anni  dopo
    d'essere  entrata  in  possesso  del suo magro piatto,  stup tutta la
    parentela acquistando all'asta pubblica per cinquemila onze  il  fondo
    del Carrubo,  bel pezzo di terra che ne valeva dieci;  fortunata, cio
    accorta anche  in  questo:  nell'aver  saputo  cogliere  la  magnifica
    occasione.  Era  noto  a  tutti che possedeva un capitaletto,  nessuno
    immaginava  che  in  dieci  anni  avesse  messo  insieme  una  piccola
    sostanza.   Cognata   e   fratello   furono  pi  mordenti  di  prima,
    specialmente vedendo che ella non spendeva per s un carlino  di  pi:
    ella  lasci dire,  continuando a speculare con le quattrocent'onze di
    rendita che adesso possedeva.  Le faceva fruttare quanto  pi  poteva,
    non ne perdeva un grano, e quando le cambiali scadevano, il notaio, il
    sensale  o  il patrocinatore venivano a portarle il suo avere in tanti
    bei pezzi di colonnati lucenti  e  sonanti.  Patrocinatore,  notaio  e
    sensale  erano  i suoi amici.  Fra la gente che frequentava il palazzo
    Francalanza ella sceglieva,  per tirarseli a fianco,  i pi destri,  i
    pi prudenti, quelli che avevano come lei l'intelligenza e la passione
    degli affari,  dai quali poteva sperare informazioni e suggerimenti. E
    il principe di Roccasciano,  gran signore da quanto gli Uzeda,  ma con
    pochi  quattrini che s'era proposto di moltiplicare e che moltiplicava
    infatti,  pazientemente,  prudentemente,  senza la  spilorceria  e  le
    durezze di lei, era il suo consigliere preferito. Nel '49, quando meno
    l'aspettava, le si present l'occasione di comprar la casa. Ella aveva
    dato  certe  mille  onze  al  cavaliere  Calasaro,  il  cui figliuolo,
    complicato nella rivoluzione,  era stato costretto a prendere  le  vie
    dell'esilio.  Il  padre,  spogliatosi ed esaurito tutto il suo credito
    per non fargli mancare nulla,  non  pot,  alla  scadenza,  soddisfare
    donna Ferdinanda. Costei, fiutando il vento, volle esser pagata subito
    subito,  e minacci la espropriazione e lanci la prima citazione.  Il
    debitore venne a gettarlesi ai piedi, con le mani in testa, perch gli
    evitasse l'ultima rovina, e le offr, tra le sue propriet, quella che
    pi le piaceva.  Donna Ferdinanda le butt per terra,  piene com'erano
    d'iscrizioni, capaci di attirarle addosso un diluvio di carta bollata,
    e poich l'altro insisteva,  e le offriva la casa netta d'ipoteche, la
    zitellona torse il grifo,  dicendo:  "Se  ne  pu  parlare."  Ma  ella
    pretendeva di averla per le sue mille e cent'onze, capitale, interesse
    e spese,  senza metter fuori un carlino di pi, mentre il proprietario
    la stimava duemila onze, per lo meno,  e pretendeva il resto.  La cosa
    and  a monte;  donna Ferdinanda spinse avanti la procedura.  L'altro,
    con l'acqua alla gola,  spremuto dal figliuolo che da Torino  chiedeva
    sempre quattrini, vessato dal governo per motivo del giovane esiliato,
    chin  finalmente il capo.  "Almeno faccia lei le spese dell'atto," le
    mand a dire;  ma donna Ferdinanda: "Mille e cent'onze: ho una  parola
    sola!"  Cos ella ebbe la casa.  Era piccola,  naturalmente,  per quel
    prezzo: due botteghe fiancheggianti  il  portone,  e  un  piano  solo,
    sopra,  con un balcone grande e due piccoli,  nella facciata; ma aveva
    un valore inestimabile agli occhi di donna Ferdinanda;  era  posta  ai
    Crociferi,  che  era il vecchio quartiere della nobilt cittadina,  ed
    essa stessa era una casa nobile,  appartenendo da tempo  ai  Calasaro,
    signori della "mastra antica".
    Oltre  quella  dei  quattrini,  la zitellona aveva infatti la passione
    della vanit nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi della magnifica
    origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammalata.  Quando
    ella  parlava  di  "don Ramon de Uzeda y de Zuellos,  que fue seor de
    Esterel",  e venne di Spagna col Re Pietro d'Aragona a  "fondarsi"  in
    Sicilia;   quando  enumerava  tutti  i  suoi  antenati  e  discendenti
    "promossi ai sommi carichi del Regno": don Jaime i "che  serv  al  Re
    don Ferdinando,  figlio dell'imperator don Alfonso,  contra ai mori di
    Cordova nel campo di Calatrava";  Gagliardetto,  "caballero  de  mucha
    qualitad";  Attardo,  "cavaliero  spiritoso,  ed armigero";  il grande
    Consalvo "Vicario della Reina Bianca";  il grandissimo  Lopez  Ximenes
    "Vicer  dell'invitto Carlo Quinto";  allora i suoi occhietti lucevano
    pi dei carlini  di  nuovo  conio,  le  sue  guance  magre  e  scialbe
    s'accendevano.   Indifferente  a  tutto  fuorch  ai  suoi  quattrini,
    incapace di commoversi per qualunque avvenimento  o  lieto  o  triste,
    ella  s'appassionava unicamente alle memorie dei fasti degli antenati.
    V'era in casa, ai tempi di suo nonno, una bella libreria;  ma,  quando
    il  principe Giacomo Tredicesimo cominci a navigare in cattive acque,
    fu venduta prima di tutto;  ella salv una copia  del  famoso  Mugns,
    Teatro  genologico  di  Sicilia,  dove  il capitolo "della famiglia de
    Vzeda" era il pi lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E
    quelle pagine secche e ingiallite,  esalanti il  tanfo  delle  vecchie
    carte,  stampate  con  caratteri  sgraziati ed oscuri,  con ortografia
    fantastica;  quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnola  secentesca
    era   la   sua   lettura   prediletta,   l'unico   pascolo  della  sua
    immaginazione; il suo romanzo, il vangelo che le serviva a riconoscere
    gli eletti tra la turba,  i veri nobili tra la plebe degli ignobili  e
    la  "gramigna"  dei  nobili falsi.  "Chiaramente per tutti gli Hifpani
    genologifti fi fcorge,  coi suoi felici fucceffi e  con  le  occasioni
    debbite, qvale vna delle pi antiche e fublimi famiglie delli regni di
    Valenza  e  d'Aragona  la famiglia Vzeda,  e per tvtto  uolgato effer
    ella fiffatamente cognominata dal nome,  di vna  fva  terra  detta  la
    baronia  di  Vzeda,  qvale alcanz da qvei Re,  in ricompenfo dei fvoi
    feruigi et indi coi Trionfi della  militia  nel  Svpremo  Cielo  delle
    glorie  militari  peruenne."  Questo stile era d'una suprema eleganza,
    d'una  straordinaria  magnificenza  per  donna  Ferdinanda,  la  quale
    leggeva  letteralmente uolgato,  peruenne e faceva gi troppo,  poich
    essendo una "porcheria" per le donne della sua casta, al principio del
    secolo,  sapere di lettere,  ella aveva appreso a legger  da  s,  pei
    bisogni delle sue speculazioni.
    Ora,  con  questo  infatuamento della zitellona per la propria eccelsa
    origine e per l'istituzione della nobilt in generale,  la principessa
    pens  di  dar per moglie a Raimondo,  chi?  Una Palmi di Milazzo,  la
    figliuola d'un barone "da dieci scudi" del quale il Mugns non  faceva
    e non poteva fare la pi lontana menzione! Gloriavasi, questo "barone"
    Palmi, di certi privilegi di centocinquant'anni addietro; ma che erano
    centocinquant'anni paragonati ai secoli di nobilt degli Uzeda?  Senza
    contare che di questi privilegi non parlava  neppure  il  marchese  di
    Villabianca,   autore   fiorito  nientemeno  che  un  secolo  dopo  il
    Mugns!...  La principessa,  a cui la nobilt stava a  cuore,  se  non
    quanto  a donna Ferdinanda,  certo moltissimo,  aveva giudicato invece
    sufficienti e fors'anche soverchi quei centocinquant'anni  dei  Palmi,
    giusto perch, volendo che la moglie del suo Raimondo fosse sottomessa
    dinanzi  al beniamino come una schiava dinanzi al padrone,  e che egli
    potesse trattarla d'alto in basso e farne quel che gli piaceva,  aveva
    perfino  pensato  un  momento di sceglier per lui l'umile figliuola di
    qualche ricco fattore...  Il dissidio fu quindi  violento.  Gi  donna
    Ferdinanda,  acquistato  lo  stabile dei Calasaro,  era andata via dal
    palazzo Francalanza e aveva messo casa, continuando a squartar lo zero
    ma pagandosi il  lusso  della  carrozza.  I  legni  erano  due  vecchi
    trespoli  comprati  per  pochi ducati ma decorati dello stemma di casa
    Uzeda; i cavalli,  due magre bestie a cui ella dava in pasto un po' di
    paglia  del  Carrubo,  un  pugno  di  crusca e la verdura marcita.  Il
    cocchiere, oltre al servizio della stalla e della scuderia,  faceva da
    cuoco e da staffiere.  I sarcasmi della principessa eran divenuti, per
    tutto questo,  naturalmente pi aspri;  e adesso la  zitellona  teneva
    fronte  alla cognata.  Ricca com'era di quattrini e come si credeva di
    senno,  donna Ferdinanda pretendeva che le facessero  la  corte  e  la
    tenessero  da  conto;  mentre prima,  stando insieme coi parenti,  era
    rimasta indifferente ai loro  affari,  voleva  ora,  lontana,  ficcare
    anche  lei  il  naso  in  tutte le quistioni di famiglia.  Invece,  la
    principessa non tollerava n protezione n  imposizioni;  quindi  liti
    ogni giorno.  Da un'altra parte don Blasco,  esasperato per la fortuna
    della sorella,  perdette il lume degli occhi vedendo costei fargli  la
    concorrenza   nella   sua   parte  di  critico  minuto  e  di  giudice
    infallibile;  la zitellona,  viceversa,  gli disse il fatto suo per la
    vita  scandalosa che conduceva;  e un giorno,  a proposito d'una certa
    balia da prendere per il principino,  siccome a  donna  Ferdinanda  il
    latte  di  costei pareva sospetto,  mentre don Blasco lo dichiarava di
    prima  qualit  -  le  male  lingue  dicevano  che  aveva  ragione  di
    conoscerlo  -  fratello  e  sorella vennero quasi alle mani: chetti a
    fatica dal nipote Giacomo, non si parlarono mai pi. Il pi strano era
    che,  non parlandosi mai,  evitandosi come la  peste,  essi  soli,  in
    quella casa,  vedevano le cose a un modo e in tutto esprimevano eguali
    opinioni.  Come don Blasco aveva gettato  fuoco  e  fiamme  contro  il
    matrimonio di Raimondo, cos donna Ferdinanda era divenuta una vipera.
    Non solamente quella bestia della cognata proteggeva il terzogenito in
    odio  all'erede del titolo,  non solamente si metteva sotto i piedi la
    "legge" che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava
    in moglie, chi, Signore Iddio? Una Palmi di Milazzo!...  Palmi?  Donna
    Ferdinanda non la chiam mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo,
    e  le  diede come arma parlante ora la mezza canna,  che conta appunto
    quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina;  ora
    due  palme di piedi,  che tra quella gente dovevano esser villosi,  da
    quei contadini che erano.  Le due cognate,  a furia di sarcasmi  e  di
    liti,  per  poco  non  si strapparono i capelli;  come don Blasco,  la
    zitellona non  mise  pi  piede  in  casa  Francalanza;  ma,  come  il
    fratello, non soffrendo di starne a lungo lontana, ci torn alla prima
    occasione.


    E solamente gli altri due cognati,  il duca Gaspare e il cavaliere don
    Eugenio, non avevano dato tanti fastidi a donna Teresa.
    Il Cavaliere don Eugenio,  al  tempo  di  quelle  lotte,  non  era  in
    Sicilia.  Destinato  sulle  prime  ad entrare anche lui ai Benedettini
    come il fratello  don  Blasco,  s'era  salvato  adducendo  la  propria
    inclinazione  al mestiere delle armi.  Fu la prima menzogna che disse,
    per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad  un  mestiere
    quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c'era coscrizione e tra i
    popolani correva il motto: "meglio porco che soldato", cos neppure la
    nobilt  si  dava alla milizia.  Ma don Eugenio voleva anch'egli esser
    libero e guadagnarsi un posto nel mondo.  Rimasto al Noviziato di  San
    Nicola  per  educazione fin quasi a diciott'anni,  se ne and a Napoli
    all'uscir dal monastero,  e fu ascritto alla  nobile  compagnia  delle
    Reali  Guardie del Corpo,  certo di salir subito ai primi gradi.  Dopo
    dieci anni era appena sotto-brigadiere. Infatuato come tutti gli Uzeda
    della sua nobilt,  aveva guardato d'alto in basso i compagni ed anche
    un  poco  i superiori,  vantando,  oltre i sublimi natali,  sterminate
    ricchezze;  invece,  al momento di  mostrarle  coi  fatti,  i  giovani
    signori napolitani mettevano fuori i quattrini, mentre il vanaglorioso
    cadetto  siciliano  si ritraeva o,  peggio,  faceva debiti che poi non
    pagava.
    Trattato da millantatore, fu posto quasi al bando dai compagni;  e del
    resto  egli  stesso,  riconoscendo  di  non  aver  raggiunto lo scopo,
    quantunque  ai  parenti  scrivesse  che  il  magro  successo  era   da
    attribuire  all'invidia  ed all'ingiustizia,  risolse un bel giorno di
    dar le dimissioni.  Rest tuttavia a Napoli,  donde annunziava che  le
    case  pi ricche e nobili gli erano aperte come la sua propria,  e che
    il duca Tale ed il principe Talaltro gli volevano dare  in  moglie  le
    figliuole;  nessuno  di  quei matrimoni,  continuamente spacciati come
    certissimi, si combinava mai. Frattanto, abbruciato di quattrini, egli
    aveva chiesto un impiego a  Corte;  e  nonostante  i  precedenti  poco
    promettenti,  pure,  per  ragioni  politiche,  premendo  ai Borboni di
    tenersi  amiche  le  grandi  famiglie  siciliane,   egli  fu  nominato
    Gentiluomo  di Camera,  con esercizio.  Nel 1852,  inaspettato ospite,
    torn a casa.  Diceva d'esser passato dal servizio attivo all'onorario
    perch  il  clima  di  Napoli non gli conferiva;  una certa voce sorda
    parl invece di cose poco pulite combinate con un  fornitore  di  Casa
    reale...  Da  Napoli,  l'ex  Guardia  del Corpo e Gentiluomo di Camera
    torn con una nuova vocazione: l'archeologia,  la numismatica e l'arti
    belle.  Port con s una quantit di rottami provenienti,  diceva,  da
    Pompei, da Ercolano, da Pesto, e rappresentanti un valore grandissimo;
    tante tele da farne la velatura d'un vascello,  "tutte dei pi  famosi
    autori:  Raffaello,  Tiziano,  Tintoretto";  ricolm di quella roba il
    quartierino che aveva preso in affitto -  perch  la  principessa  non
    volle  saperne  di  riammetterlo  in casa - e cominci a far commercio
    d'antichit.  Giacomo  era  ammogliato  da  due  anni,  ed  aveva  gi
    l'aspettato primogenito;  Raimondo stava a Firenze con la moglie, dove
    era loro nata una bambina.
    Neppure il duca Gaspare s'era trovato in casa, al tempo dei matrimoni;
    ma,  bench da  lontano,  fu  l'unico  che  approvasse  l'opera  della
    cognata, attirandosi naturalmente per quell'approvazione, e pi per il
    motivo  che  gliela  dettava,  i  fulmini di donna Ferdinanda e di don
    Blasco.  Questa ragione era d'indole tutta politica.  Il barone Palmi,
    padre di Matilde, liberale d'antica data, aveva preso alla rivoluzione
    del  Quarantotto  una  parte  cos attiva che,  dopo la restaurazione,
    colpito da una condanna capitale,  s'era rifugiato a  Malta,  e  senza
    specialissime  protezioni  e solenni impegni di non cominciar da capo,
    quell'esilio, invece di pochi mesi, sarebbe durato quanto la sua vita.
    Nondimeno,  graziato ed ammonito,  egli ricominci a dirigere nel  suo
    paese  e  in  quasi  tutta  la  Sicilia  il movimento contro il regime
    borbonico.  Ora queste sue opinioni politiche e  questa  sua  autorit
    nell'ancor  vivo  partito  liberale  furono le ragioni per cui il duca
    vide bene il matrimonio della figliuola di lui con Raimondo.
    Fino al  Quarantotto,  il  duca,  come  tutti  gli  Uzeda,  era  stato
    borbonico  per  la  pelle.  Ma  quantunque,  come secondogenito e duca
    d'Oragua,  avesse avuto qualcosa di pi del magro piatto ed alcuni zii
    materni  avessero  contribuito ad impinguare il suo appannaggio,  pure
    egli aveva un'invidia del primogenito e una smania d'arricchire  e  di
    farsi  valere nel mondo pi grande di quella dei fratelli,  giacch la
    sua dotazione svegliava ma non appagava i suoi  appetiti.  Mentre  era
    durato  il  fedecommesso,  i  cadetti  avevano sopportato con discreta
    rassegnazione il loro stato  miserabile,  non  potendo  dar  di  cozzo
    contro la legge; ora che i primogeniti erano preferiti per un'idea che
    al soffio dei nuovi tempi pareva pregiudizio, l'invidia li rodeva. Per
    questo  sentimento  che  aveva  fatto  di don Blasco un energumeno,  e
    alimentato la cupidigia di don Eugenio,  il duca  aveva  dato  ascolto
    alle lusinghe dei rivoluzionari, ai quali premeva di trarre dalla loro
    un  personaggio  importante  come il duca d'Oragua,  secondogenito del
    principe di Francalanza.  Egli non cess per altro dal far la consueta
    corte  all'Intendente,  a fine di prepararsi un paracadute nel caso di
    possibili rovesci;  associossi  al  Gabinetto  di  lettura,  covo  dei
    liberali,  senza lasciare il Casino dei Nobili,  quartier generale dei
    puri,  e insomma si destreggi in modo da navigar tra  due  acque.  Al
    primo scoppio della rivoluzione, la paura fu pi forte: dichiarando ai
    suoi nuovi amici che il moto era impreparato,  inopportuno,  destinato
    immancabilmente a fallire,  mentre la gente s'armava e si batteva egli
    se  la batt in campagna,  e fece sapere ai capi del partito regio che
    aspettava la fine  di  quella  "carnevalata".  Per  la  "carnevalata"
    promise  di  durare;  i  soldati napolitani sgombrarono la Sicilia,  e
    quantunque s'annunziasse ogni giorno il loro ritorno,  non  se  n'ebbe
    pi n nuova n vecchia,  e il governo provvisorio si venne ordinando.
    Il duca,  visto che non ne andava la  pelle,  torn  in  citt,  porse
    orecchio  alle  lusinghe del partito trionfante che,  per averlo dalla
    sua,  gli prometteva tutto quel che desiderava.  Egli stette ancora  a
    vedere,  tir in lungo,  consigli prudenza, alleg il bene del paese,
    le insidie, i possibili pericoli,  dando cos un colpo al cerchio e un
    altro  alla  botte.  Corto di vista e presuntuoso per giunta,  proprio
    mentre le cose volgevano fatalmente  al  peggio,  giudic  di  potersi
    ormai gettare in braccio ai liberali.  Stava gi per abbruciare i suoi
    vascelli e gi assaporava i primi frutti del favor popolare, quando un
    bel giorno il principe di Satriano sbarc  a  Messina  con  dodicimila
    uomini  per  rimettere  le  cose  al posto di prima.  Il duca si stim
    perduto,  e la nuova,  pi grande tremarella gli fece  commettere  uno
    sproposito  di  cui  pi  tardi  ebbe  a  pentirsi:  mentre  la  citt
    s'apparecchiava alla resistenza, egli firm con altri borbonici fedeli
    e  liberali  traditori  una  carta  in  cui   s'invocava   la   pronta
    restaurazione  del potere legittimo.  Ai primi d'aprile,  le compagnie
    della  milizia  siciliana  che   presidiavano   Taormina   sgombrarono
    all'apparire dei regi e ritornarono a Catania;  il 7 Satriano entr in
    citt dopo un sanguinoso combattimento. Tutti gli Uzeda erano scappati
    alla Piana,  il duca s'era barricato alla Pietra dell'Ovo  perch  era
    opinione generale che i napolitani si sarebbero presentati dalla parte
    opposta,  cio  dalla  via di Messina.  Invece,  essi spuntarono dalla
    strada del Bosco etneo,  prendendo,  dopo brevi zuffe,  i posti  della
    Ravanusa  e  della  Barriera.  Ora,  giunto  all'altezza  della Pietra
    dell'Ovo,  il generale borbonico entr  col  suo  stato  maggiore  nel
    podere degli Uzeda,  dove il duca lo accolse come un padrone,  come un
    salvatore, come un Dio, mentre i cannoni spazzavano la via Etnea, e le
    truppe regie,  assalite alla Porta d'Aci dal disperato battaglione dei
    corsi,  decimate a colpi di coltello,  nell'ora triste del crepuscolo,
    da quel manipolo che si sentiva perduto,  inferocivano e distruggevano
    fin  all'ultimo  quei  mille  uomini  e  sfogavano  l'ira sulla inerme
    citt... Amico di Satriano, protetto dalla firma posta a quell'atto di
    sottomissione che tra i liberali and infamato col nome di Libro nero,
    protetto ancora pi dal suo proprio nome,  perch era impossibile  che
    un Uzeda avesse potuto dire sul serio mettendosi coi rivoluzionari, il
    duca non solo non soffr molestie di sorta nella reazione,  ma fu anzi
    accarezzato.  Invece,  un sordo fermento si dest contro  di  lui  nel
    partito  dei  vinti.  Gli  apponevano  quella firma odiosa,  ma pi le
    accoglienze fatte a Satriano  alla  Pietra  dell'Ovo.  L'affare  della
    firma  era  conosciuto  da  pochi,  dai  capi;  la storia della Pietra
    dell'Ovo si diffuse tra i gregari e corse in mezzo al popolo; ciascuno
    v'aggiunse un po' di frangia, arrivarono a narrare che mentre la citt
    agonizzava,  il  duca  guardava  lo  spettacolo  col  cannocchiale  di
    Satriano;  che  all'entrata  del  conquistatore  della citt gli aveva
    cavalcato al fianco. Don Lorenzo Giulente,  rimastogli amico,  ebbe un
    bel difenderlo,  smentire le esagerazioni,  asserire che il duca, solo
    ed inerme,  non poteva mandare indietro  il  generale  seguito  da  un
    intero  esercito:  gli  animi amareggiati dal disinganno chiedevano un
    capro espiatorio;  e come Mieroslawski,  il polacco  comandante  della
    polizia, era stato accusato di tradimento, cos il rancore popolare si
    rovesci  sul duca,  quantunque mille pi di lui lo meritassero perch
    di lui pi colpevoli. In fin dei conti, egli non aveva preso n gradi,
    n stipendi,  n  appalti  dalla  rivoluzione:  era  stato  a  vedere,
    aspettandone la riuscita; mentre tanti altri, dopo aver fatto gazzarra
    e il mangia-mangia, si buttavano ai piedi dell'Intendente e salutavano
    col  cappello fino a terra nominando Sua Maest Ferdinando ii "che Dio
    sempre feliciti!" Questo voleva  dire  il  duca,  in  propria  difesa;
    questo  diceva  Giulente;  ma cantavano ai sordi,  e il duca si vedeva
    segnato a dito,  bollato  col  nome  di  traditore,  insultato  e  fin
    minacciato  da  lettere  anonime.  Un  giorno  l'amico don Lorenzo gli
    consigli di partire: solo la lontananza e  il  tempo  potevano  avere
    virt  di  far  sbollire  quell'odio.  Il duca non se lo fece dire due
    volte, e and a Palermo.  L,  il partito d'azione,  vinto egualmente,
    era tuttavia meno depresso: le speranze non erano morte o cominciavano
    a risorgere.  Passata la paura che le ultime vicende gli avevano messa
    in corpo, rinatagli in cuore l'ambizione inappagata e mortificata,  il
    duca prest di nuovo orecchio alle sollecitazioni dei liberali,  anche
    per dimostrare ai suoi cari concittadini  che  non  meritava  il  loro
    disprezzo.  E quantunque non s'allontanasse dalla consueta prudenza, e
    andasse  ai  conciliaboli  rivoluzionari  come  ai   ricevimenti   del
    Luogotenente generale del Re, e tornasse insomma, con pi prudenza, al
    giuoco  di  prima,  arriv tuttavia a Catania la voce che egli era nei
    comitati d'azione e in corrispondenza con gli  emigrati,  e  che  dava
    quattrini   per   la   buona   causa  e  che  soccorreva  i  patriotti
    perseguitati.
    Oltre la voce,  arrivarono anche  i  quattrini  che  egli  mandava  ai
    comitati locali,  comprendendo finalmente che quella era la buona via;
    che uno come lui,  senza fede e senza coraggio,  non poteva far valere
    altri  titoli  se non i denari sonanti.  E frattanto gli animi placati
    vedevano  meglio,  riconoscevano  i  maggiori  colpevoli,  rivolgevano
    contro  costoro  l'odio  col quale avevano prima perseguitato il duca.
    Infine venne il matrimonio di Raimondo con la  Palmi  ad  assicurargli
    nuove  grazie.  Egli  aveva conosciuto il barone a Palermo,  per mezzo
    degli agitatori che questi veniva a trovare da Milazzo,  in barba alle
    autorit  e  col  pretesto  degli  affari.  Quando  il  duca seppe del
    matrimonio divisato dalla principessa, s'affrett quindi non solamente
    ad approvarlo,  ma anche ad offrirsi come  mediatore,  facendo  valere
    l'amicizia  che  lo legava al barone.  Egli sentiva che quell'alleanza
    del proprio nipote con la figlia dell'antico liberale  non  poteva  se
    non  favorirlo,  aiutarlo  a  riacquistar  credito presso la parte che
    aveva tradita.  Quanto alla  principessa,  borbonica  come  tutti  gli
    Uzeda,  il  liberalismo  dei  Palmi  piuttosto  che un ostacolo fu una
    ragione di pi che le fece combinare quel matrimonio.  Prima di  tutto
    ella  era  borbonica  d'istinto,  ma non s'occupava di politica avendo
    altro da fare;  poi,  come le era piaciuto che la  sposa  non  potesse
    vantare  una eccelsa nobilt,  cos vedeva bene che la famiglia di lei
    fosse perseguitata  dal  governo,  affinch  Raimondo  potesse  meglio
    imporsi, in tutti i modi, alla famiglia ed alla moglie.
    Per le nozze del nipote, il duca torn in patria. Erano passati appena
    due  anni dai fatti che gli avevano valso l'odio dei suoi concittadini
    e gi egli pot vedere gli effetti della lontananza e della sua  nuova
    politica e dell'amicizia col barone
    Palmi  e dell'adesione al matrimonio di Raimondo.  Mentre don Blasco e
    donna Ferdinanda,  in  guerra  a  morte  con  la  principessa,  se  la
    prendevano anche con lui per l'appoggio prestato alla cognata e per la
    politica  che  gli  dettava quel contegno,  e al colmo della rabbia lo
    vituperavano e per poco non lo  denunziavano  alle  autorit  pel  suo
    liberalismo,  e  poi  ne  ridevano  e quasi gli gettavano in faccia il
    tradimento del 1849, la firma del Libro nero,  l'amicizia di Satriano;
    mentre  suo  fratello e sua sorella facevano ci,  molti di coloro che
    gli avevano tolto il saluto lo avvicinarono e gli strinsero  la  mano;
    altre paci furono facilmente suggellate per mezzo di Giulente; nessuno
    parve pi rammentare le storie passate. Nondimeno, il duca ripart, se
    ne  torn  a  Palermo,  un poco perch aveva preso gusto a starci,  ma
    anche per confermare quelle buone disposizioni.
    Tornato in patria,  adesso,  per la  morte  della  cognata,  egli  era
    accolto  quasi in trionfo,  la gente traeva a lui in processione.  Non
    solo nessuno parlava pi dei fatti del 1849,  vecchi di sei anni;  non
    solo  egli era considerato come una delle speranze del partito;  ma il
    lungo soggiorno alla capitale,  la frequentazione dei maggiori  uomini
    palermitani  gli  conferivano improvvisamente fama di grande dottrina.
    Egli citava le opinioni di Tizio e di Filano, celebri patriotti "amici
    miei" - come don Eugenio aveva per amici i pi gran signori napolitani
    -;  infarciva i suoi discorsi di citazioni erudite  di  seconda  e  di
    terza  mano;  riesponeva a modo suo,  quasi pensate da lui,  le teorie
    economiche e politiche  di  cui  aveva  avuto  qualche  sentore  nelle
    conversazioni di Palermo: e la gente gli stava dinanzi a bocca aperta.
    Il patriotta,  vero, riceveva visite dall'Intendente e le restituiva,
    e  non  aveva  scrupolo  di  mostrarsi  in  compagnia dei pi ferventi
    borbonici;  ma ci non gli era posto pi a debito:  bisognava  fingere
    con  l'autorit  per  non  destarne  i  sospetti,  per comprenderne il
    giuoco. Egli dava quattrini,  non lasciava andare a mani vuote chi gli
    chiedeva  soccorsi.  Don  Blasco  e  donna  Ferdinanda lo vituperavano
    pertanto,  ciascuno da canto suo,  con pi grande violenza  di  prima;
    egli  li  lasciava  cantare,  seguitava  a  giocare  sulla carta della
    libert come il monaco sopra i numeri del lotto  e  la  zitellona  sul
    credito della gente.
    Come  in  politica  si  teneva  bene  con  tutti,  cos  in  casa  non
    parteggiava pi per uno che per  l'altro.  Vedeva  l'armeggio  di  don
    Blasco  per  sollevare  i  nipoti  defraudati,  sapeva  le ragioni che
    militavano  per  essi;  ma  vedeva  ancora  la  ciera  accigliata  del
    principe,  udiva  le sue amare lagnanze pel "tradimento" che gli aveva
    fatto la madre: perci stava al bivio, dava ragione un po' a tutti: al
    principe che gli offriva ospitalit e lo  trattava  con  deferenza,  a
    Lucrezia che amando e sposando il nipote del cospiratore Giulente,  lo
    avrebbe aiutato ad entrar meglio nelle grazie dei liberali.













    4.

    "Oggi non si mangia?"
    Il principino moriva di fame.  Da un  pezzo  l'ora  del  desinare  non
    arrivava  mai:  un  po'  mancava il duca,  un po' Raimondo,  un po' lo
    stesso principe;  quel giorno eran fuori tutti e tre,  pi Lucrezia  e
    Matilde. E il ragazzo era la disperazione di tutta la casa: correva su
    e gi dalla cucina alla scuderia, dalle stalle al giardino, inquietava
    la  servit  vecchia e nuova intenta al lavoro.  Come don Blasco aveva
    annunziato al Babbeo,  tutti i servi protetti dalla principessa  erano
    stati mandati via da Giacomo; invece i diseredati, quelli che per aver
    favorito il figliuolo avevano meritato l'avversione della madre, erano
    stati da costui riconfermati nel loro posto.  Due sole eccezioni aveva
    fatto il principe: una a favore di Baldassarre e  l'altra  del  signor
    Marco.  Baldassarre,  figliuolo  d'una  antica cameriera,  allevato al
    palazzo e assunto giovanissimo all'ufficio di maestro di casa,  sapeva
    fin da bambino il debole della famiglia,  le rivalit, le avversioni e
    le mane;  aveva perci  badato  esclusivamente  al  proprio  servizio
    lodando tutti i padroni checch facessero o dicessero, tenendo in riga
    i  suoi  dipendenti  che  osavano  mormorare  dell'uno  o  dell'altro.
    Pertanto madre e figlio l'avevano ben  visto  entrambi,  e  il  legato
    della principessa non gli procurava il congedo del principe. Quanto al
    signor Marco, lancia spezzata della morta, molti si meravigliavano che
    il  figlio,  da  due  mesi  capo  della  casa,  non se ne fosse ancora
    sbarazzato.  Veramente,  fin  da  quando  la  principessa  era  caduta
    inferma, l'amministratore aveva mutato tattica, prendendo con le buone
    il padrone nella previsione di doverlo presto servire; morta la madre,
    se non gli aveva proprio lasciato rubare il numerario, come diceva don
    Blasco,  gli  si  umiliava  certamente  in tutti modi.  Del resto,  un
    procuratore come lui,  che conosceva la casa  da  quindici  anni,  che
    sapeva  le  condizioni  delle propriet e lo stato delle liti,  non si
    poteva surrogare da un momento all'altro.
    "Non si mangia pi?...  Che  fate?...  Voglio  vedere!...  Perch  non
    allestite?... A me!"
    In cucina,  tolto di mano a Luciano,  il credenziere,  un coltello che
    questi  stava   nettando,   il   principino   continu   egli   stesso
    l'operazione.
    "Vostra Eccellenza, che fa mai!..." Il nuovo cuoco, mons Martino, non
    sapeva come prenderlo. "Se ne vada di sopra, ci lasci lavorare."
    "Lvati di torno! Voglio far io!"
    Bisognava  lasciarlo fare.  Se lo contrariavano,  diventava una furia:
    digrignava i denti,  gridava come un ossesso,  rovesciava  quanto  gli
    capitava  fra  le  mani.  In verit il principe educava severamente il
    figliuolo, non gliene passava nessuna liscia;  ma,  da un'altra parte,
    non scherzava neppure con le persone di servizio se queste,  messe con
    le spalle  al  muro  e  perduta  la  pazienza,  rispondevano  male  al
    padroncino. E giusto adesso, dopo la morte della principessa, il posto
    di cuoco,  in casa Francalanza,  era divenuto pi importante di prima.
    Giacomo dava punti alla madre  quanto  a  diffidenza  e  a  vigilanza:
    teneva  tutte  le provviste sotto chiave,  voleva conto delle cose pi
    miserabili,  degli avanzi,  delle croste di pane;  ma insomma la spesa
    giornaliera,  non contando l'aumento per gli ospiti, era considerevole
    e il trattamento pi lauto: mangiavano adesso quattro  piatti;  mentre
    ai  tempi  della  madre se ne facevano tre per lei e per don Raimondo:
    gli altri dovevano contentarsi, nei giorni ordinari,  d'una minestra e
    d'un po' di carne o di pesce. Anche quando Giacomo era diventato ricco
    della dote della moglie,  la principessa, facendosi dare dal figlio la
    sua parte di spesa,  aveva continuato a ordinare  a  modo  suo,  e  il
    principe,  fedele al proposito di mostrarlesi obbediente,  era rimasto
    zitto.  Cos pure egli  non  aveva  potuto  eseguire  nel  palazzo  le
    modificazioni  da  lungo  tempo disegnate;  morta donna Teresa,  prese
    finalmente le redini della  casa,  metteva  ora  ogni  cosa  sossopra.
    S'udivano  fino in cucina i colpi di piccone dei muratori,  il cigolo
    delle carrucole con le quali issavano i materiali dalla corte al piano
    di sopra; e i guatteri,  occupati ad affettar patate e a sbatter uova,
    scambiavano fra loro osservazioni su quei lavori:
    "Levano la scala dell'amministrazione per guadagnare spazio..."
    "Io non avrei chiuso un pezzo della terrazza."
    "Il  padrone per deve dar conto a suo fratello,  essendo eredi tutt'e
    due."
    "Ma il palazzo  del principe! Il contino ha un solo quartiere..."
    Il principino adesso non perdeva una parola del discorso.
    "Il contino scapper subito fuori via... Non  fatto per star qui..."
    Il lavoro delle salse li faceva tacere tratto tratto. Luciano, con una
    strizzatina d'occhio, disse dopo un pezzo al compagno:
    "Ricomincia, eh?"
    "Lascialo fare! Quello  un vero signore!"
    E Luciano chin il capo,  in segno  d'approvazione  ammirativa.  Erano
    tutti  pel  conte,  in  cucina,  come  nelle  anticamere,  come  nelle
    scuderie;  perch il padrone giovane non  rassomigliava  al  maggiore,
    tanto era dolce di comando e largo di mano.
    "Signore davvero, di modi e di pensieri. Non come l'amico..."
    "L'amico  volpe vecchia... com'era l'amica..."
    "Che dite?" domand il principino.
    "Niente,  Eccellenza!"  rispose  il  cuoco;  e  vlto  ai  dipendenti:
    "Lavorate!" ingiunse, "senza tante ciarle..."
    "Ah, non vuoi dirmelo?"
    "Ma che cosa, Eccellenza, se parlano cos, a vanvera?"
    "Ah, non vuoi dirmelo?"
    A un tratto,  udendo la carrozza che  entrava  nel  cortile,  Consalvo
    scapp a vedere.
    Tornavano  finalmente  le  zie Lucrezia e Matilde andate alla bada di
    San Placido.  Il ragazzo,  dimenticati la cucina e il cuoco,  corse  a
    raggiungerle  di  sopra,  nella camera della madre,  per vedere se gli
    portavano nulla.
    La contessa Matilde gli diede infatti un cartoccio di dolci; ma la zia
    Lucrezia neppure gli bad,  con tanta animazione  teneva  un  discorso
    alla principessa:
    "Piangeva,  capisci!...  Abbiamo voluto parlare con la Badessa, che ci
    ha confermato ogni cosa;  vero, Matilde?... Che modo  questo!...  Le
    messe per nostra madre..."
    "Sst..."
    La principessa fece un segno alla cognata di tacere,  per riguardo del
    ragazzo.
    "Mamma, oggi non si mangia pi?..." domand costui.
    "Se tuo padre non  ancora venuto!... Va', va' a vedere se arriva."
    Il principino comprese che lo mandavano via.  A sei anni,  era curioso
    pi di don Blasco. I maneggi dello zio monaco, il continuo complottare
    che  si  faceva  in  quella  casa,  avevano destato di buon'ora la sua
    attenzione: dopo la morte della nonna,  s'accorgeva,  dal contegno dei
    parenti,  dai discorsi dei servi, che l'avevano con suo padre, chi per
    una ragione e chi per un'altra,  ma  che  nessuno  ardiva  prendersela
    direttamente  con  lui.  Egli comprendeva tante altre cose: che la zia
    Ferdinanda non poteva soffrire la zia Matilde;  che tra questa  e  suo
    marito  c'erano  dissapori:  comprendeva  e  taceva,  fingendo  di non
    accorgersi di nulla,  per non  incorrere  nella  collera  di  nessuno.
    Infatti,  lo zio don Blasco dava solenni scappellotti, la zia Lucrezia
    giocava anche lei a pizzicargli il braccio,  specialmente quando  egli
    andava  a  rovistarle  la  camera;  ma specialmente suo padre,  sempre
    burbero,  gliene dava,  alle volte,  di quelle che radevano  il  pelo.
    Pertanto egli non se la diceva molto con lui, mentre invece non poteva
    stare  lontano  dalla mamma.  Donna Ferdinanda,  veramente,  gli usava
    molte preferenze; ma nessuno come la principessa scusava i difetti del
    monello.  Rabbrividendo,  cadendo in convulsione  se  qualcuno  le  si
    metteva  troppo  dappresso,  ella  vinceva  la  mana  dell'isolamento
    soltanto per  amore  dei  figli,  si  stringeva  al  petto  e  baciava
    furiosamente il suo Consalvo anche quanto non era troppo netto,  e con
    tanto maggior impeto quando pi si difendeva da ogni altro contatto.
    Da un pezzo, nata la sorellina Teresa,  le carezze non erano tutte per
    lui;  nondimeno, solo la principessa riusciva ad ottenere qualche cosa
    da Consalvo con le buone, per amore.
    "Va', va' a vedere se il babbo  tornato..."
    Il principe Giacomo rientrava in quel momento.  Aveva  una  ciera  pi
    aggrottata del solito,  e neppure salut, entrando; Lucrezia ammutol,
    alla sua vista.  Egli domand se il duca era rincasato,  e udendo  che
    no, diede ordine che servissero in tavola appena giunto lo zio. Poi se
    ne and a chiudersi nel suo scrittoio col signor Marco. Consalvo rest
    un poco senza saper che fare,  esitando tra il ritorno in cucina e una
    visita ai manovali.  Invece,  visto che la zia Lucrezia  riprendeva  a
    parlare con la mamma,  sal nella camera di lei. Gli aveva proibito di
    entrarci perch adesso studiava il disegno d'acquarello e  non  voleva
    toccate  le  sue  cose,  specialmente  pel pericolo che scoprissero le
    lettere di Benedetto Giulente; invece, i pezzi di colore,  i piattelli
    da  stemperare,  i  pennelli,  la gomma,  facevano gola al ragazzo.  E
    nessuna raccomandazione o minaccia serviva a Lucrezia;  se  reclamava,
    le   toccavano  soprammercato  i  rimproveri  del  fratello  diventato
    intrattabile dopo la lettura del testamento; talch il monello, quando
    carpiva l'occasione,  faceva man bassa in  camera  della  zia.  Salito
    dunque  lass,  a quell'ora che era sicuro di non essere sorpreso,  il
    principino cominci a rovistare sul tavolino,  in  mezzo  ai  disegni,
    nella cartiera,  nel comodino. Dov'erano nascoste le cose del disegno?
    Forse nelle cassette pi alte di quell'armadio, dov'egli non arrivava.
    Intanto,  dal cortile,  s'ud la campana che annunziava  l'arrivo  del
    duca.  Egli continu a guardarsi intorno, a cercare febbrilmente sotto
    il letto,  sotto l'armadio,  nella specchiera.  Questa era una piccola
    tavola  ricoperta  di tela ricamata: sollevatone un lembo,  apparve la
    cassetta.  L dentro,  in mezzo ai vecchi pettini,  a scatole vuote di
    pasta  di  mandorle,  c'era  un fascio di carte annodate con un nastro
    rosso. Consalvo disfece il nodo e sciorin le lettere. Improvvisamente
    Lucrezia apparve sull'uscio.
    "Ah!..." grid,  e slanciarsi sul nipote ed allungargli un ceffone  fu
    tutt'uno.
    Il  ragazzo  cacci  uno  strillo  cos  acuto,  come  se  lo stessero
    scannando.
    "T'ho detto mille volte di non toccare le cose mie!  Non    possibile
    serbare pi nulla! Sono ridotta come se fossi in piazza..."
    Accorse  Vanna,  la  cameriera,  agli urli disperati,  ma aveva appena
    cominciato: "Signorina... lo lasci andare..." che apparve il principe.
    "E per questo alzi le mani sul bambino?"
    "Se non posso essere ubbidita!...  Se non sono padrona di serbare  uno
    spillo!..."
    Egli sollev Consalvo da terra, lo prese per mano e disse, lentamente,
    guardandola bene in viso:
    "Un'altra  volta,  se  t'arrischi  di toccare mio figlio,  ti piglio a
    schiaffi; hai capito?"
    Ella rimase un momento come stordita. Visto uscire il fratello,  corse
    a  un  tratto  alla  porta,  la chiuse sbattendola violentemente e non
    rispose pi a nessuno dei servi che venivano a chiamarla pel desinare.
    Dov salire il duca a scongiurarla di aprirgli;  alle raccomandazioni,
    alle ammonizioni dello zio, finalmente proruppe:
    "E che pazienza!  Sono due mesi che mi tratta cos!... Perch l'ha con
    me? Pel testamento di nostra madre?  Fa' cos per giocar di prima?  Ha
    dunque  ragione  lo zio don Blasco?...  Ha sentito,  ha sentito Vostra
    Eccellenza, che ha fatto adesso?"
    "Che ha fatto?"
    "Non vuol riconoscere il legato alla bada di San Placido!...  Abbiamo
    trovato  Angiolina  che  piangeva  e  la  Badessa  che gettava fuoco e
    fiamme!... Vuol far lui tutte le carte,  e ci tratta poi cos,  d'alto
    in basso, per avvilirci tutti quanti..."
    "Piano!...  Basta,  per  ora..." il duca tornava a raccomandarsi,  per
    amor della pace. "Basta!... Vieni a desinare,  per ora...  Ti prometto
    che poi gli parler io..."


    Raimondo  non  era  ancora  rientrato  quando  tutta la famiglia,  con
    l'assistenza di don Mariano, prese posto a tavola.  Lucrezia aveva gli
    occhi ancora rossi, teneva il capo chino, non diceva una parola; ma il
    principe,  fattosi improvvisamente sereno in vista, rivolgeva cortesie
    allo zio duca.  Tutti i giorni cos: dopo lunghe  ore  di  mutria,  di
    silenzi,  di  voltate  di  spalle al sopravvenire dei fratelli e delle
    sorelle e pi della cognata Matilde,  egli smetteva a tavola la  ciera
    accigliata,  per  corteggiar  lo  zio.  Non  era la prima volta che il
    desinare cominciava senza Raimondo,  e al malumore di Lucrezia  faceva
    riscontro, quel giorno, un pensiero molesto sulla fronte di Matilde.
    Non le facevano festa,  in quella casa. Il principe, donna Ferdinanda,
    don Blasco, un po' anche la cugina Graziella,  dovevano trovare in lei
    colpe  imperdonabili,   se  la  punzecchiavano  assiduamente,   se  la
    trattavano senza riguardi; ma ella perdonava le mancanze di riguardo e
    gli sgarbi fatti a lei;  non  soffriva  quelli  che  toccavano  a  suo
    marito.  Forse  era  questa la sua grande colpa: l'amore che portava a
    Raimondo!...  Lo amava fin da quando lo aveva visto,  da prima ancora;
    fin da quando,  fidanzata per lettera a quel conte di Lumera del quale
    suo padre,  superbo d'imparentarsi coi Vicer,  le faceva  lodi  senza
    fine,  ella  aveva  lavorato  con  la fantasia a rappresentarlo bello,
    nobile, generoso,  cavalleresco come un eroe del Tasso o dell'Ariosto.
    E  la  realt  aveva  superato le sue stesse immaginazioni;  tanto era
    fine, lo sposo suo, e leggiadro, ed elegante, e splendido; ed ella che
    non aveva  conosciuto  da  vicino  altri  uomini,  che  s'era  nutrita
    unicamente  di sogni,  di poesia,  di fantasia alta e pura,  gli aveva
    dato tutta l'anima, per sempre;  lo aveva amato ancora nei suoi cari e
    idolatrato nella figlia ntale da lui. Ella non aveva altra idea della
    vita  che  quella  espressa dalla vita sua propria,  semplice e piana,
    tutta trascorsa in mezzo alla sorellina  Carlotta,  alla  mamma  loro,
    soave  ed  amara  ricordanza,  ed al padre,  uomo di passioni estreme,
    amico o nemico fino alla morte degli altri uomini,  ma cieco  e  folle
    d'amore per le sue figlie... Mentre ella adesso si voltava ogni tratto
    a  guardar l'uscio della sala con l'ansiosa aspettativa dell'arrivo di
    Raimondo, la scena che aveva dinanzi le rammentava,  con un effetto di
    vivo  contrasto,  un'altra indelebilmente fitta nella sua memoria.  La
    sua memoria le rappresentava il desco familiare,  nella grande  stanza
    da pranzo della casa paterna,  a Milazzo: la mamma,  la sorella,  ella
    stessa intenta ai racconti del padre,  sorridenti  con  lui,  con  lui
    tristi o dolenti;  il padre tutto loro, coi pensieri e con le opere; e
    un costante e quasi superstizioso rispetto per le antiche abitudini, e
    una pace patriarcale, un amore reciproco, una confidenza assoluta.  Se
    ella  si  guardava  ora intorno,  che vedeva?  La principessa timida e
    paurosa dinanzi al marito,  il  ragazzo  tremante  a  un'occhiata  del
    padre,  ma  superbo dell'umiliazione inflitta alla zia;  Lucrezia e il
    fratello ancora freddi e sospettosi l'uno verso l'altra;  il  principe
    ostentante  il  buon  umore  col  duca  dopo una giornata d'accigliato
    silenzio...  Ella neppure sospettava le passioni che dividevano quella
    famiglia,  il  giorno che vi era entrata come in un'altra famiglia sua
    propria: tanto pi grande era stato il suo stupore, il suo dolore, nel
    vedere di che sordo astio la ripagavano. Giudicavano, certo, che fosse
    indegna di Raimondo perch a  lui  inferiore:  e  nessuno  quanto  lei
    stessa lo poneva tanto alto;  ma non le aveva giovato sentirsi e farsi
    umile dinanzi a lui e ad essi: l'astio non s'era placato.  Allora ella
    aveva  cominciato  a  comprendere  le particolari passioni che,  oltre
    all'orgoglio, animavano ciascuno di quegli Uzeda duri e violenti... La
    madre di Raimondo,  per  idolatria  del  figlio  era  gelosa  di  lei:
    riuscita  ad ammogliarlo,  ad assicurargli la dote,  aveva umiliato la
    nuora,  facendole sentire fin dal primo giorno la sua  mano  di  ferro
    perch,  pi d'ogni altro,  ella stessa sommessa dinanzi al beniamino;
    ma la sommessione idolatra, il cieco affetto della sposa,  togliendole
    ogni pretesto d'incrudelire su lei, mettendo nuova esca al fuoco della
    sorda gelosia materna, l'aveva resa implacabile. Il fratello maggiore,
    non  perdonando  a Raimondo i suoi privilegi,  non potendo rassegnarsi
    alla  concorrenza  che  la  famiglia  di  lui  faceva  alla   propria,
    rovesciava  il suo rancore sulla cognata.  Tutti gli altri erano stati
    senza piet per l'intrusa,  o in odio  alla  principessa  che  l'aveva
    voluta  in  quella  casa o in odio a Raimondo che la madre proteggeva.
    Cos ella s'era vista bersaglio di quei parenti ai  quali  era  venuta
    con  animo  confidente e cuore affezionato;  e lo scoprire che il loro
    astio era tanto acre contro di lei quanto contro Raimondo,  invece  di
    attenuare  aveva  inacerbito  la sua pena;  poich perduta d'amore pel
    marito,  ella soffriva e gioiva in lui e per lui...  In quello  stesso
    momento  che  il principe pareva non veder la cognata o,  se volgevasi
    dalla sua parte, smessa a un tratto la ciera gioconda,  le mostrava un
    viso  contegnosamente chiuso,  peggio che se fosse una estranea,  ella
    non  soffriva  tanto  di  quell'ostentata  freddezza,   quanto   della
    trascuranza  da  tutti  dimostrata  verso  suo  marito.   Il  desinare
    progrediva come se egli non dovesse venire pi,  nessuno  chiedeva  di
    lui.  Lucrezia  teneva ancora il capo chino sul desco,  la principessa
    badava a suo figlio,  il principe parlava dello stato delle  campagne,
    dei prezzi delle derrate,  dei pericoli del colera;  il duca discuteva
    della guerra d'Oriente; e solamente un estraneo,  don Mariano,  diceva
    tratto tratto:
    "E Raimondo?... Non si vede pi!... Che gli  successo?"
    Allora,  come  per  virt dell'eco,  quella domanda si ripercoteva nel
    pensiero di lei: "Non si vede pi!...  Che gli  successo?..."  Perch
    mai  tardava  tanto?  Perch  la  lasciava  sola  tra  quegli estranei
    indifferenti od ostili?
    "I russi resistono ancora...  un osso duro da rodere...  Napoleone  ne
    seppe qualcosa..."
    Di nuovo assorta in pensieri pi gravi e molesti,  ella udiva brani di
    frasi,  parole di cui non afferrava  il  senso.  Da  quanto  tempo  la
    lasciava  sola,  Raimondo!  Da quanto,  da quanto!...  Ella rammentava
    assiduamente  la  prima  pena  che  le  aveva  inflitta,  tanto  tempo
    addietro.  Buono  con  lei nei primi tempi del matrimonio,  durante il
    viaggio di nozze ed il soggiorno di Catania,  appena giunto a  Milazzo
    dove erano andati per affari, per vedere il padre e la sorella di lei,
    egli  aveva  dichiarato  di non aver preso moglie per vivere in quella
    bicocca,  per incappare nella tutela del suocero dopo essere uscito da
    quella  della  madre.  Certo,  ella  non credeva che la vita nella sua
    cittadella natale potesse allettarlo molto; certo,  lo avrebbe seguito
    dovunque gli sarebbe piaciuto condurla; nondimeno quel brusco giudizio
    intorno  a cose e persone care al cuor suo le aveva procurato un senso
    d'angustia  indimenticabile.   Egli  voleva  lasciare  per  sempre  la
    Sicilia,  andarsene a vivere a Firenze;  n la contraria volont della
    madre gli era d'ostacolo; alla moglie,  che per non discostarsi troppo
    dai  suoi  gliela  rammentava  esortandolo  ad  obbedirla,  rispondeva
    bruscamente:  "Lasciami  fare  a  modo  mio."  Ed  ella,   s,   aveva
    riconosciuto le sue ragioni.
    La Sicilia, la Toscana, qualunque parte del mondo dove sarebbero stati
    insieme  felici,  non  doveva  esser  tutt'uno  per lei?  Il dispotico
    divieto della suocera poteva avere maggior peso per lei del  desiderio
    del marito?  E quel desiderio non era forse legittimo; il suo Raimondo
    non era chiamato a figurare in mezzo alla societ pi  eletta  di  una
    grande  citt?  Giovani  e ricchi,  non sarebbero stati dovunque segno
    dell'invidia di tutti?...  Ed ella non aveva perseverato nei tentativi
    di  resistenza anche per un'altra ragione,  pi grave.  Raimondo,  del
    quale  perdonava,   anzi  voleva  ignorare  i  modi  un  po'  bruschi,
    l'insofferenza  della  contraddizione,  tutti  i piccoli difetti di un
    figliuolo troppo vezzeggiato,  si mostrava qual era anche col suocero.
    Il  carattere  di costui essendo pure molto forte,  un dissenso poteva
    sorgere da un momento all'altro.  Sulle prime,  il barone aveva  fatto
    una  vera  festa  al  genero,  trattandolo  quasi come la principessa,
    sedotto anche lui dalla grazia fine  del  giovane,  inorgoglito  dalla
    fortuna  di  essersi  imparentato  coi Francalanza;  ma Raimondo aveva
    risposto  a  tante  prevenzioni  zelanti,   a  tante  cure  affettuose
    mostrandosi malcontento di tutto, in quella casa, ripeteva ogni quarto
    d'ora: "Come si fa a vivere qui?..." Il barone aveva da lui la procura
    per   amministrare  le  propriet  date  alla  figlia,   e  in  questa
    amministrazione intendeva seguire i criteri e i sistemi  antichi,  dei
    quali  sapeva  la  bont;  Raimondo  invece,  per  occupar  gli ozi di
    Milazzo,  quando non passava le intere giornate giocando al casino con
    gli scapati presto conosciuti,  si faceva render conto dal suocero dei
    suoi provvedimenti,  per biasimarli,  per suggerir quelli che,  a  suo
    giudizio,  bisognava  adottare.  In  questa  materia,  egli dimostrava
    un'assoluta ignoranza degli affari,  una stravaganza di concetti molto
    simile a quella del fratello Ferdinando: il barone ne rideva,  egli se
    l'aveva a male.  Le parti s'invertivano quando il barone gli  chiedeva
    conto  dell'impiego  dei  capitali dotali: allora egli biasimava certe
    operazioni bislacche del genero,  e questi dichiarava al  suocero  che
    non ci capiva nulla.  Spesso, in quei dibattiti, alle uscite vivaci di
    Raimondo il barone faceva un visibile sforzo per contenersi,  per  non
    dargli  sulla  voce;  allora  Matilde interveniva,  mutava soggetto al
    discorso, componendo il lieve screzio coi sorrisi prodigati egualmente
    alle due persone che pi amava al  mondo.  Il  suo  grande  dolore  fu
    perci  nell'accorgersi che,  se voleva vederle in pace,  le conveniva
    evitare che stessero a lungo  insieme.  Decisa  cos  a  secondare  il
    desiderio del marito, ella lo aveva seguito a Firenze, ma quest'ultima
    risoluzione di Raimondo era stata causa della pi viva opposizione del
    barone  che  voleva  vicina la figlia e,  giudicando troppo costosa la
    stabile dimora  in  una  grande  citt,  consigliava  piuttosto  brevi
    viaggi.  Raimondo gli aveva risposto seccamente che quel consiglio era
    stupido,  perch i viaggi  appunto  costano  un  occhio  del  capo;  e
    lasciando in asso il suocero aveva dichiarato alla moglie,  con brutte
    parole,  troppo dure,  ingiuste  anche,  di  non  voler  pi  soffrire
    l'ingerenza   di  lui  negli  affari  propri.   Allora,   per  vincere
    l'opposizione del padre, ella aveva dovuto ricorrere all'espediente di
    cui s'era avvalsa tante volte,  bambina:  dirgli  che  il  disegno  di
    vivere  un  pezzo in Toscana era caro a lei stessa e pregarlo di farla
    contenta!...
    "Quattrini e vite sprecate!... La guerra a tanta distanza..."
    Mentre il duca continuava a sviscerare la  questione  d'Oriente  ed  a
    proporre  combinazioni  diplomatiche,  tutti  si volsero verso l'uscio
    d'entrata.  La contessa  sussult,  sperando  che  fosse  suo  marito;
    s'avanzava invece cerimoniosamente don Cono Canal:
    "Sia  pro  a ciascuno!...  Ma non veggio il contino?..." Cos,  cos a
    Firenze, in una citt dove, non che un parente, non aveva da principio
    neppure una conoscenza,  ella era rimasta  lunghissime  ore,  tanti  e
    tanti  giorni  ad  aspettarlo  invano.  L  aveva  pianto le sue prime
    lacrime,  quando  s'era  vista  trascurata;   l  s'era  nascosta  per
    piangere, giacch egli o la derideva per quella "stupida" affezione, o
    dichiarava   di   non  voler  essere  "seccato"...   Avevano  un  modo
    radicalmente diverso d'intendere la vita: mentre ella metteva  innanzi
    tutto  l'affetto  di  suo  marito  e  le  gioie della famiglia,  e non
    desiderava se non prolungare al fianco di Raimondo,  sia pure in altri
    luoghi,  l'ineffabile  felicit  domestica  provata  da fanciulla;  il
    giovane viziato dalle preferenze della madre e finalmente uscito dalla
    sua ferrea tutela,  aspirava unicamente ai liberi piaceri  mondani.  E
    per  questo,  dicendo  a  se  stessa  che  egli  aveva  il  diritto di
    divertirsi,  che non faceva poi nulla  di  male,  che  i  gusti  delle
    persone  sono  naturalmente  diversi,  ella  aveva represso il proprio
    dolore, si era persuasa del proprio torto.  Quasi premio di questa sua
    rassegnazione,  aveva  finalmente  provato  le  ineffabili gioie della
    maternit,  e allora,  come per incanto i tempi felici della  luna  di
    miele   parve  tornassero,   tra  perch  Raimondo  divenne  veramente
    migliore, tra perch ella stessa,  assorta in soavi pensieri,  in cure
    minute,  pose meno mente alla vita di lui.  Al padre, che la raggiunse
    in quell'occasione,  ella pot mostrare un viso  raggiante  di  gioia;
    felice con lei,  il barone dimentic interamente le piccole liti avute
    col genero,  torn a  volergli  bene  come  ai  primi  tempi...  Tutti
    aspettavano  un  maschio,  tranne  lei  stessa  che,  se  avesse osato
    contrastare i desideri altrui e far differenze tra  i  figli,  avrebbe
    preferita una bambina.  Una bambina nacque infatti, e quando si tratt
    di  battezzarla,  quantunque  ella  e  il  padre  avessero  desiderato
    chiamarla   come  la  loro  cara  perduta,   riconobbero  tuttavia  la
    convenienza di darle il nome della principessa.  Rammentava forse  pi
    la  madre  felice  i  trattamenti  sgraziati  della  suocera  e  della
    parentela?  Quell'angioletto venuto a ristringere il nodo che la univa
    a Raimondo, a dissipare le nubi che minacciavano il suo bel cielo, non
    parlava  unicamente  di pace e d'amore?...  Ahim!  Pi presto che non
    credesse ella s'era accorta del proprio inganno.  Gi da quando  erano
    venuti  a  Firenze,  la suocera non le aveva pi scritto,  n risposto
    alle sue lettere,  n accennato a lei nelle  lettere  che  mandava  al
    figliuolo. Il silenzio continu durante la gravidanza, e dopo il parto
    comprese  anche  la  bambina.  Quando  Teresina fu svezzata,  Raimondo
    deliber di fare  una  corsa  in  Sicilia;  e  da  quel  viaggio  ella
    ripromettevasi la fine dell'incomprensibile rancore della principessa;
    invece,  ella ricominci a piangere allora...  Donna Teresa Uzeda, non
    potendo prendersela con Raimondo per  il  trasferimento  nella  remota
    Toscana, ne aveva rovesciato la colpa sulla nuora; la sua gelosia e il
    suo  odio  si  erano raddoppiati,  le facevano una colpa perfino della
    nascita della bambina!...  Come dimostrare a quella  spietata  il  suo
    torto?  Come  persuaderla che suo figlio,  contro il piacere di tutti,
    aveva voluto a forza fare quel che si era proposto?  Ingenuamente,  il
    barone  non  aveva  detto  che  Raimondo  era andato a Firenze per far
    piacere a Matilde?... Ella aveva cos apprestato,  senza saperlo,  una
    nuova  arma  alla suocera;  per ottenere l'accordo fra il marito ed il
    padre, aveva scatenato quella furia contro se stessa...
    "La zia di Vostra Eccellenza!"
    Annunziata dal maestro di casa,  mentre il desinare stava per  finire,
    entrava adesso donna Ferdinanda. Tranne il duca, tutti si levarono; la
    contessa  con  gli  altri;   ma  la  zitellona  salut  tutti  fuorch
    quest'ultima.  Pochi minuti dopo sopravvenne don Blasco che per  tutto
    saluto  disse:  "Ancora  a  tavola?" e non parve neppure accorgersi di
    Matilde...  Che era mai,  pensava ella,  la ostentata  trascuranza  di
    costoro,  a  paragone  della  guerra  mossale,  anni  addietro,  dalla
    principessa?  Non era  bastato  farsi  da  parte,  non  esprimere  mai
    volont, n desideri, n opinioni: l'odio aveva trovato sempre ragioni
    di  sfogarsi.  Esso  riversavasi ancora contro l'innocente bambina che
    aveva il doppio torto d'appartenere al  sesso  disprezzato  e  d'esser
    nata  da  quella  madre;  e  poich,  rassegnata  personalmente a quei
    trattamenti,  la madre sanguinava agli sgarbi fatti alla sua creatura,
    la  principessa s'era messa a perseguitare con speciale accanimento la
    nipotina. Raimondo pareva non accorgersi di nulla, l'abbandonava pi a
    lungo che a Firenze,  non  credendo  di  lasciarla  sola  poich  ella
    restava  "in  famiglia";  e il tormento di quella vita era divenuto in
    breve cos acuto,  che ella aveva sospirato il momento  di  tornarsene
    alla solitudine almeno tranquilla della sua casa di Firenze...
    "Dov'  quell'altro?..."  domand di botto don Blasco,  sbuffante alle
    elucubrazioni politiche del fratello duca.
    "Quell'altro" doveva essere Raimondo; tutti lo compresero, rispondendo
    che non s'era visto,  che forse era  rimasto  a  desinare  da  qualche
    amico.
    "Avrebbe potuto avvertire..." osserv il principe.
    E quantunque quell'osservazione fatta con tono severo,  senza riguardo
    per lei che era sua moglie,  ferisse Matilde,  un'altra  voce  ora  le
    diceva: "E' vero!  Ha ragione!..." Ella stessa,  tornata a Firenze, in
    quell'asilo che le era parso di pace e di felicit,  non  aveva  forse
    pensato cos,  quando aspettando lungamente,  di giorno e di notte, il
    ritorno di Raimondo che la lasciava ormai  quasi  sempre  sola,  s'era
    sentita  struggere  d'ambascia  e  di paura,  non sapendo che cosa gli
    fosse accaduto, temendo sempre, con l'inferma immaginazione,  pericoli
    e  disgrazie?  Suo  marito,  invece,  non  voleva renderle conto della
    propria vita, quasi fosse ancora scapolo, quasi ella non avesse nessun
    diritto su lui, quasi la loro bambina non esistesse! Quella figlia che
    doveva ancora pi stringerli insieme,  che per lo meno doveva  essere,
    nel dolore, il gran rifugio della madre, non solo pareva non dir nulla
    al cuore di Raimondo,  ma non bastava neppure a confortare lei stessa,
    poich ella non poteva pi scusare come nei primi  tempi  la  condotta
    sempre  pi  sfrenata del marito,  poich non ignorava pi che egli la
    trascurava per altre donne,  e poich questa scoperta le faceva  a  un
    tratto  sentire  il  coltello  della gelosia...  Ancora una volta,  le
    passate sofferenze le erano parse nulla,  paragonate a  queste  altre.
    Ella  lo  amava  pi  che mai d'amore,  per gli stessi difetti che gli
    aveva perdonati,  per tutto quel che  le  costava;  e  le  nuove,  pi
    brusche,  pi  aperte  dichiarazioni  con  le quali egli respingeva le
    preghiere di lei e derideva le sue lacrime e le faceva quasi una colpa
    dell'amor suo, la stringevano a lui sempre pi. No,  sua figlia non le
    bastava,  la creaturina non poteva consolarla, nessuno al mondo poteva
    consolarla,  ella doveva perfino  nascondere  le  proprie  torture  al
    padre, scrivergli che era contenta e felice, perch egli non venisse a
    chieder  conto  a  Raimondo  di  quella condotta,  perch tra quei due
    uomini non scoppiasse la guerra!...  E ancora una volta s'era messa  a
    sperare nel ritorno in Sicilia; la terribile casa degli Uzeda le parve
    ancora  una volta un'oasi,  non avendovi almeno conosciuto il sospetto
    roditore come un verme.  Quando da Catania  scrissero  a  Raimondo  di
    venir presto a casa,  quando la stessa madre moribonda lo chiam, ella
    fece di tutto per indurlo a partire ma vedendolo sordo alla voce della
    morente, sordo alle stesse ragioni dell'interesse,  restare a Firenze,
    l'angoscia di lei s'era esacerbata, tanto aveva dovuto credere potenti
    le ragioni,  i legami che lo trattenevano...  Giusto in quei giorni le
    sue viscere avevano avuto un nuovo fremito;  ella era  madre  un'altra
    volta - fredda, cattiva madre, se non tripudiava a quella scoperta; ma
    come  avrebbe  potuto  gioirne,  quando il padre della sua creatura le
    cagionava tanta tristezza; quando, all'annunzio della nuova paternit,
    egli restava  indifferente  e  quasi  fastidito  come  per  una  nuova
    molestia?...  Repentinamente,  giunto  il  dispaccio che annunziava la
    morte  della  principessa,   erano  partiti,   ed  ella  aveva  tratto
    liberamente  il respiro,  chiedendo perdono al Signore della gioia che
    provava per causa d'una morte;  ma l'implacata avversione dei  parenti
    l'affliggeva  ancora una volta come prova della insospettata malvagit
    umana;  e adesso che Raimondo,  senza rispetto per  la  memoria  della
    madre, faceva ciarlare tutta la citt con la sua vita sbrigliata, ella
    domandava tra s, con lungo sconforto: "Quando, dove avr pace?..."
    Il  desinare  era  gi  finito  e Lucrezia,  la principessa e Consalvo
    s'erano gi levati di tavola,  quando Raimondo  rientr.  Mostrava  di
    esser  molto  allegro  e d'aver buon appetito.  Alla domanda del duca,
    rispose che gli amici lo avevano trattenuto,  che  non  s'era  accorto
    dell'ora tarda.
    "Del resto, qui desinate spaventevolmente presto! Nei paesi civili non
    si va a tavola prima dell'ave!"
    Il  principe  non  rispose.  Alzandosi  da  tavola  mentre il fratello
    divorava la minestra serbata in caldo, disse al duca:
    "Zio, vuol venire un momento con me?" e lo condusse nel suo scrittoio.
    Stava di nuovo sull'intonato,  come se dovesse stipulare un  trattato.
    Chiuso a chiave l'uscio della stanza precedente,  offerta una poltrona
    allo zio, egli stesso in piedi, cominci:
    "Vostra Eccellenza mi scusi se la disturbo  dopo  tavola,  ma  dovendo
    parlare  di  affari  importanti  e  non  volendo  portarle  via il suo
    tempo..."
    "Ma che!..." fece il duca,  interrompendo il  preambolo.  "Tu  non  mi
    disturbi affatto... Parla, parla pure..." e accese un sigaro.
    "Vostra Eccellenza pu vedere ogni giorno," riprese il principe,  "che
    vita fa Raimondo,  e come,  invece di darmi una mano  a  sistemar  gli
    affari della successione, pensi a divertirsi lasciando tutto sulle mie
    spalle.  Parlargli  d'interessi    inutile: o non mi d retta,  o non
    capisce... o finge di non capire."
    Il duca approvava con un cenno del capo.  Tra s,  giudicava veramente
    un po' strane quelle lagnanze del nipote, che non avrebbe dovuto esser
    poi  tanto  scontento  se il fratello non s'impacciava nelle quistioni
    dell'eredit e lo lasciava libero di fare a sua posta.  E se  Raimondo
    mostrava poca premura di partecipare agli affari, il fratello maggiore
    non  ne  aveva  mostrata pochissima di renderne conto al coerede ed ai
    legatari?  Non era forse quella la  prima  volta  che  egli  teneva  a
    qualcuno della famiglia un discorso di quel genere?
    "Ora,"  continuava  frattanto  Giacomo,   "io  credo  prima  di  tutto
    conveniente, nell'interesse comune,  che la divisione si faccia al pi
    presto;  in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ci che ho saputo
    in questi giorni io stesso..."
    "Che cosa?"
    "Una bella cosa!" esclam, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve
    pausa,  quasi a preparar l'animo  dello  zio  alla  dolorosa  notizia:
    "L'eredit di nostra madre  piena di debiti..."
    Il duca si cav il sigaro di bocca dallo stupore.
    "Vostra  Eccellenza  non crede?  E chi avrebbe potuto credere una cosa
    simile?  Dopo che abbiamo sentito tanto  lodare,  da  tutti,  il  modo
    ammirabile  tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra
    casa?  Invece,  c' un baratro!...  Fin all'altr'ieri,  non sospettavo
    ancora  nulla.  E'  vero  che  nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi
    avviso di alcuni piccoli  effetti  sottoscritti  da  nostra  madre,  i
    possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la
    scadenza;  ma  credevo naturalmente che fossero infime somme,  di quei
    debitucci che tutti,  in certi momenti,  anche i pi facoltosi,  hanno
    bisogno  di  contrarre.  Potevo  sospettare che invece sono migliaia e
    migliaia d'onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se
    continua di  questo  passo,  il  meglio  dell'eredit  se  n'andr  in
    fumo?..."
    "Ma il signor Marco..."
    "Il  signor  Marco,"  riprese  il principe senza dar tempo allo zio di
    compiere l'obiezione,  "ne sapeva meno di me ed   pi  sbalordito  di
    Vostra  Eccellenza.  Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la
    felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo,  e si nascondesse
    non   solamente   da  coloro  che  dovevano  essere  i  suoi  naturali
    confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia...  Il
    signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte
    delle  somme  di cui adesso siamo debitori.  Io non so che pasticci ci
    sieno sotto.  S'immagini che  esistono  effetti  scaduti  da  tre,  da
    quattro anni,  e anche da cinque!... Le confesser che, sul principio,
    ho  temuto  d'esser  vittima,  come  tutti  gli  altri,  d'una  truffa
    spaventevole,  d'aver a fare con un'associazione di falsari. Ho dovuto
    ricredermi: le firme sono l, autentiche. Debbo dunque supporre che il
    sistema di ricorrere al credito,  di cui la felice memoria faceva  una
    colpa tanto grave a nostro nonno,  non le dispiacesse poi troppo...  E
    il peggio  di non poter sapere fin  dove  si  estende  il  marcio!  E
    questa    la  famosa  amministrazione  di  cui  abbiamo sentito tante
    lodi... Ma dice che dei morti non si deve parlare...  e basta!...  Ora
    io  ho  voluto informare Vostra Eccellenza,  prima di tutto perch era
    questo il mio dovere;  secondariamente  perch  Vostra  Eccellenza  ne
    tenga  parola  a  Raimondo.  Se  questi  debiti  hanno  da pagarsi,  e
    purtroppo  c'  poca  speranza  del  contrario,   a  ciascuno  bisogna
    imputarne  la sua parte.  Io vorrei anche pregare Vostra Eccellenza di
    avvisare  gli  altri,  perch  sappiano  che  i  loro  legati  saranno
    anch'essi gravati in proporzione..."
    Il duca ricominci a scrollare il capo,  ma con espressione diversa. I
    legatari lagnavansi d'aver avuto troppo  poco;  adesso  bisognava  dir
    loro che avevano anche meno!
    "Perch non parli loro tu stesso?" sugger al nipote.
    "Perch?"  rispose  il  principe,  col  leggiero  fastidio  di chi ode
    rivolgersi una domanda oziosa.  "E non sa Vostra Eccellenza come sono,
    qui in casa?  Chiusi,  sospettosi, diffidenti? Crede Vostra Eccellenza
    che io non mi sia accorto di certi maneggi,  che non abbia udito certe
    accuse sorde sorde?...  Pare che l'abbiano tutti con me,  specialmente
    quella testa pazza  di  Lucrezia!...  Anche  oggi  non  ha  fatto  una
    scena?..."
    "No,  no..." interruppe il duca; "al contrario, t'assicuro. Si lagnava
    anzi del contrario, che tu l'abbia con lei, che non le parli mai..."
    "Io? E perch dovrei averla con lei?... Non ho parlato molto in questi
    giorni,   vero: ma come vuole Vostra Eccellenza che avessi voglia  di
    parlare, con queste belle notizie? Perch dovrei averla con lei, o con
    altri?  Io ho pensato sempre ed ho detto che la cosa principale, nelle
    famiglie,  la pace,  l'unione,  l'accordo!...  E' colpa mia se questo
    non fu possibile finch visse nostra madre?  Vostra Eccellenza sa come
    fui  trattato...  meglio,   molto  meglio  non  parlarne!...   Adesso,
    quantunque  io sia stato spogliato,  mi hanno udito esprimere una sola
    lagnanza?  Ho detto primo di tutti: la volont di  nostra  madre  sar
    legge!  Invece,  che  cosa  s'  visto?  Mutrie a destra e a sinistra,
    Raimondo che non vuole occuparsi d'affari quasi per punirmi  d'avergli
    preso mezza eredit..."
    "No, per spassarsi..." corresse il duca.
    "Lo   zio  don  Blasco,"  prosegu  il  principe,   quasi  non  udendo
    l'osservazione, "che ho sempre trattato con rispetto e deferenza, come
    tutti gli altri, istigare contro di me i legatari..."
    "Quello  un pazzo!..."
    "O gli altri, dica Vostra Eccellenza,  sono forse savi?  Che vogliono,
    che pretendono?  Di che m'accusano?  Perch non vengono a dire le loro
    ragioni? Lucrezia ha parlato oggi con Vostra Eccellenza; sentiamo: che
    ha detto?..."
    Quantunque deciso a non mantenere la promessa fatta qualche ora  prima
    alla  nipote,  il  duca,  costretto  dalla  domanda,  rispose,  con un
    sorrisetto,  per temperare quel che vi poteva essere di  poco  gradito
    nelle sue parole:
    "Tu  ti  lagni d'esser stato spogliato;  e invece spogliati si credono
    essi..."
    Il principe rispose, con un sorriso pi amaro del primo:
    "Proprio, eh?... E come, perch?"
    "Perch avrebbero avuto meno di quel che gli spetta...  perch c'  la
    parte di vostro padre..."
    Giacomo  s'accigli  un  momento,  poi  proruppe,  con  mal  contenuta
    violenza:
    "Allora perch accettano il testamento?  Perch non chiedono i  conti?
    Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!"
    "Tanto meglio, allora..."
    "Che cosa credono che sia l'eredit di nostra madre? Facciamo i conti,
    sissignore;  facciamoli domani,  facciamoli oggi!  Anzi, perch non si
    rivolgono ai magistrati?..."
    "Che c'entra questo?"
    "M'intentino una  lite!  Facciamo  ciarlare  il  paese,  diamo  questo
    bell'esempio d'amor fraterno! Raimondo s'unisca a loro; mi accusino di
    aver carpito il testamento,  ah!  ah!  ah!... Sono capaci di pensarlo!
    Conosco i miei polli,  non dubiti!  Questo  il frutto dell'educazione
    impartita qui dentro,  degli esempi che hanno dato, della diffidenza e
    del gesuitismo eretti a sistema..."
    Era veramente  concitato,  parlava  violentemente,  aveva  perduto  la
    solenne  compostezza  dell'esordio.  Il  duca,  buttato  via il sigaro
    spento,  riprendeva a scrollare il capo,  quasi riconoscendo che  alla
    fine  fine  non  poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni.
    Per, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote:
    "Clmati,  andiamo!" esclam.  "Non esageriamo  n  da  una  parte  n
    dall'altra. La roba  l..."
    "Nessuno la tocca!"
    "Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli..."
    "Ora, all'istante!..."
    "E dunque l'accordo  immancabile.  Farete questi conti, vedrete se la
    divisione di vostra madre  giusta o no;  accomoderete  tutto  con  le
    buone."
    "Ora,   all'istante!"   ripeteva  il  principe  seguendo  lo  zio  che
    s'avviava.  "Perch non hanno parlato prima?  Non sono gi lo  Spirito
    Santo per potere indovinare ci che mulinano nelle teste bislacche!"
    "C' tempo!  c' tempo!..." ripeteva il duca,  conciliante,  senza far
    notare al  nipote  la  contraddizione  in  cui  cadeva,  avendo  prima
    asserito di saper dei complotti.  "Non la pigliare cos calda! Parler
    con Raimondo,  poi con gli altri;  la roba  l;  vedrete che  non  ci
    saranno  quistioni...   A  proposito,"  esclam,  giunto  all'uscio  e
    voltandosi indietro, "che cosa  l'affare della bada?"
    "Qual affare?..." rispose il principe, stupito.
    "Il legato  delle  messe...  Le  mille  onze  che  non  vuoi  dare  ad
    Angiolina..."
    "Le mille onze?  Io non voglio darle?..." esclam allora Giacomo.  "Ma
    non vede Vostra Eccellenza  come  sono  tutti  d'una  razza,  falsi  e
    bugiardi?  Io  non  le voglio dare?  mentre invece il legato di nostra
    madre  nullo,  perch importa  l'istituzione  d'un  beneficio,  e  le
    istituzioni  di  beneficio  non  reggono  quando  manca l'approvazione
    sovrana?..."
    Nella Sala Gialla don Blasco rodevasi le unghie, sapendo quella bestia
    del fratello in confabulazione col nipote e non potendo udire  i  loro
    discorsi.  Dalla contrariet,  stronfiava,  spasseggiava in lungo e in
    largo, non udiva neppure quel che dicevano intorno a lui.
    Era  arrivata  la  cugina  Graziella,   la  quale  cicalava   con   la
    principessa,  con  Lucrezia e con donna Ferdinanda;  meno con Matilde,
    per mostrar di partecipare ai sentimenti degli Uzeda verso  l'intrusa.
    Aveva  creduto  di  poter  entrare  anche lei in casa Francalanza,  la
    cugina;  di prendersi anzi il primo posto,  come moglie  del  principe
    Giacomo,  ma  l'opposizione  della zia Teresa aveva trionfato di lei e
    del giovane.  Invece che "principessa",  s'era chiamata  semplicemente
    "signora  Carvano",  ma  quantunque il cugino,  presa la moglie che la
    madre gli destinava, si fosse posto il cuore in pace e paresse perfino
    aver dimenticato che fra  loro  due  c'erano  state  un  tempo  parole
    tenere, ella aveva continuato a fare all'amore, se non con lui, con la
    sua  casa.  C'era  venuta assiduamente,  aveva stretto amicizia con la
    principessa Margherita e indotto il marito a fare anche lui  la  corte
    agli Uzeda,  e tenuto a battesimo Teresina e dimostrato in ogni modo e
    in tutte le occasioni che le antiche  fallite  speranze  non  potevano
    intepidire  in  lei  l'affezione  verso  tutti  i  cugini.  Durante la
    malattia  e  dopo  la  morte  di  donna  Teresa,  specialmente,  donna
    Graziella  era  quasi  diventata  una persona della famiglia;  tutti i
    giorni e tutte le sere a  prender  notizie,  a  prodigar  conforti,  a
    suggerir consigli,  a rendersi utile con le parole e con le opere.  La
    principessa non solo non  aveva  ragione  di  esserne  gelosa,  poich
    Giacomo  dimostrava tanta indifferenza verso la cugina che certe volte
    neppure le rivolgeva la parola e,  smesso il tu,  le dava  del  freddo
    voi;  ma  era  perfino  incapace  di provare gelosia o qualunque altro
    sentimento per lei come per ogni persona,  tanto la naturale indolenza
    e  il  bisogno d'isolamento e la soggezione in cui la teneva il marito
    la rendevano indifferente a tutto ed a tutti fuorch ai propri figli.
    Quel pomeriggio appunto, dopo tavola,  la balia era venuta a dirle che
    la  bambina  tossicchiava un poco;  cosa da nulla,  certo;  ma ella se
    n'era inquietata,  e la cugina,  trovata quella  dispiacevole  novit,
    faceva   sfoggio   della   sua   scienza   medica,   consigliando   la
    somministrazione di polveri e di decotti alla figlioccia,  assicurando
    per che il male non era grave, sgridando nondimeno la balia che aveva
    dovuto lasciare il balcone aperto.
    Raimondo,  che  d'ordinario  scappava via appena finito di prendere un
    boccone, pareva volesse restare in casa,  per suo piacere;  e Matilde,
    tutta  riconfortata,  dimenticata  a  un tratto la tristezza di un'ora
    innanzi, lo seguiva con lo sguardo ridente.
    Era  cos  fatta  che  una  parola,   un  nulla  la  turbavano  e   la
    rassicuravano: e chiedeva tanto poco per essere felice!  Se egli fosse
    stato sempre cos,  se avesse dedicato una parte del  suo  tempo  alla
    famiglia,  se  avesse prodigato alla sua bambina le carezze che quella
    sera  faceva  al  principino!...  Questi,  nel  gruppo  degli  uomini,
    ripeteva  le  declinazioni  al  cavaliere don Eugenio,  il quale s'era
    costituito suo maestro,  tra  gli  applausi  dei  lavapiatti  ad  ogni
    risposta azzeccata; ma cominciando a confondersi, ad imbrogliarsi:
    "E  non lo tormentare pi,  povero bambino!" esclam donna Ferdinanda.
    "Qui,  con la zia!  Ti rompono la testa con tutte queste  storie,  eh?
    Rispondi loro: "Debbo forse fare il mastro di penna?""
    Don Eugenio, udendo disprezzare le belle lettere, rispose:
    "Bisogna studiare,  invece!...  L'uomo tanto pi vale quanto pi sa! E
    poi bisogna che tu faccia onore al nome che porti; tra i tuoi antenati
    c' don Ferrante Uzeda, gloria siciliana!"
    "Don Ferrante?" esclam la zitellona. "Che fece don Ferrante?"
    "Come,  che fece?  Tradusse  Ovidio  dal  latino,  comment  Plutarco,
    illustr le antichit patrie: templi, monete, medaglie..."
    "Aaah!...  Aaah!..."  Donna Ferdinanda era scoppiata in una risata che
    non finiva pi,  che si risolveva in spruzzi di saliva tutto in  giro.
    Il cavaliere rimase a bocca aperta, don Cono non sapeva che viso fare.
    "Aaah!...   Aaah!..."  continuava  a  ridere  donna  Ferdinanda.  "Don
    Ferrante!  Aaah!...  Don Ferrante sai che fece?..." spieg finalmente,
    rivolta al nipotino. "Teneva quattro mastri di penna, pagati a ragione
    di due tar il giorno, i quali lavoravano per lui; quando essi avevano
    scritto  i  libri,  don  Ferrante  ci  faceva  stampare  su il proprio
    nome!... Aaah! Che sapesse leggere, ci ho i miei bravi dubbi!..."
    Allora s'impegn  una  gran  discussione.  Don  Cono  e  il  cavaliere
    sostenevano,   a   vicenda,   che  se  l'antenato  non  aveva  scritto
    materialmente le sue opere, ne aveva per dettato il contenuto;  tanto
      vero  che  le  accademie  di  Palermo,  Napoli  e  Roma  lo avevano
    annoverato tra i loro soci;  ma la zitellona interrompeva: "Fatemi  il
    piacere!..." intanto che la cugina, scrollando il capo, affermava che,
    veramente, gli studi non erano stati il forte dell'antica nobilt.
    "Il  forte?"  esclamava  la  zitellona.  "Ma  fino  ai  miei tempi era
    vergogna imparare a leggere e  scrivere!  Studiava  chi  doveva  farsi
    prete! Nostra madre non sapeva fare la propria firma..."
    "Era forse una bella cosa?" obiett don Eugenio.
    "Non  mi  parlare  anche tu del progresso!" salt su donna Ferdinanda.
    "Il progresso importa che un ragazzo debba rompersi la testa sui libri
    come un mastro notaio!  Ai miei  tempi,  i  giovanotti  imparavano  la
    scherma,  andavano  a  cavallo  e a caccia,  come avevano fatto i loro
    padri e i loro nonni!..."
    E mentre don Mariano approvava, con un cenno del capo, la zitellona si
    mise a tesser l'elogio di suo nonno,  il principe Consalvo vi,  il pi
    compito cavaliere dei suoi tempi. Aveva avuto una cos grande passione
    pei  cavalli,  che,  d'inverno,  ogni  anno,  si  faceva  costruire un
    passaggio coperto in mezzo alla pubblica via,  affinch i suoi  nobili
    animali restassero sempre all'asciutto.
    "E le altre persone potevano passarci?" domand il principino.
    "Potevano   passarci  quando  non  era  l'ora  della  passeggiata  del
    principe," rispose donna Ferdinanda. "Se usciva lui, tutti si tiravano
    da parte!...  Una volta che il capitano di giustizia con  la  carrozza
    propria  ard  passar  innanzi  alla sua,  sai che fece mio nonno?  Lo
    aspett al  ritorno,  ordin  al  cocchiere  di  buttargli  addosso  i
    cavalli,  gli fracass il legno e gli pest le costole!... Si facevano
    rispettare i signori, a quei tempi... non come ora,  che dnno ragione
    agli scalzacani!..."
    La  botta  era tirata al duca che rientrava in quel momento nella Sala
    Gialla insieme col principe. Don Blasco,  interrotta finalmente la sua
    corsa, piant gli occhi addosso al fratello e al nipote.
    "Che diavolo hai fatto?" disse al principe.
    "Nulla... avevo certe notizie da domandare allo zio..."
    Sopravvennero in quel momento Chiara e il marchese.  Lucrezia,  ancora
    imbronciata, salut freddamente la sorella;  ma costei non s'accorgeva
    di nulla, nervosa com'era, tutta piena d'una secreta idea.
    "Margherita,"  sussurr  alla  cognata,  in confidenza,  "questa volta
    credo sia per davvero!..." Erano quelli i sintomi?  Poteva ingannarsi?
    Tante   volte   aveva   sperato   d'apporsi   e   festeggiato   invano
    l'avvenimento,  che adesso non ardiva pi  annunziare  apertamente  la
    gravidanza  se  non  prima  la  vedeva  confermata.  Poi,  lasciata la
    principessa, prese a parte Matilde e ricominci a dirle: "La levatrice
    n' certa! Tu che cosa provi?... Come ti sei accorta?..."
    Matilde non l'udiva. Adesso che don Blasco non misurava pi la sala da
    un'estremit all'altra,  Raimondo aveva ricominciato l'armeggio  dello
    zio monaco, non stava fermo un momento, chiedeva continuamente che ora
    fosse. Voleva andar fuori? Aspettava qualcuno? Ella era inquieta della
    sua  inquietudine...  Frattanto  arrivavano  nuove visite: la duchessa
    Radal e il principe di Roccasciano,  donna Isabella Fersa col marito.
    L'entrata di quest'ultima mise sottosopra la societ: il principe, che
    ordinariamente non era molto galante con le signore,  le and incontro
    fino nell'anticamera; Raimondo anche lui l'ossequi tra i primi.  Ella
    portava,  come sempre, un abito nuovo fiammante che Lucrezia esaminava
    ora con la coda dell'occhio, e la principessa, Chiara, tutte le altre,
    giudicavano a una voce elegantissimo.
    "Manifattura di Firenze,  vero, donn'Isabella?" domand Raimondo.
    "Si vede che vostro marito se  ne  intende,  contessa!"  rispose  ella
    indirettamente, volgendosi a Matilde.
    Don Mariano parlava della parata della Regina,  di cui quel giorno era
    il natalizio;  Fersa del colera,  della  quarantena  di  dieci  giorni
    decretata allora allora contro le provenienze da Malta, della fiera di
    Noto rimandata,  del pericolo che correva un'altra volta la Sicilia; e
    il vocione di don Blasco rispondeva:
    "Questa  l'impresa di Crimea!  Il  regalo  dei  fratelli  piemontesi,
    capite?"
    Il  duca,  quasi  non  comprendesse che l'allusione era diretta a lui,
    ripigliava il discorso della guerra interrotto a  tavola,  diceva  che
    Cavour   l'aveva  sbagliata.   La  via  era  un'altra,   raccogliersi,
    restarsene  tranquilli,  curare  le  piaghe  del  '48.  Con  lo  stato
    indebitato  fin  agli occhi,  come poteva pensare a fare nuovi debiti?
    "E' un principio d'economia politica..." e qui,  col  tono  d'autorit
    portato  da  Palermo,  un  discorsone  che faceva inghiottire botti di
    veleno a don Blasco,  lardellato com'era di citazioni giornalistiche e
    parlamentari,  infettato da teorie liberalesche.  Il principe,  udendo
    Fersa esprimere ancora una grande paura del colera, scrollava il capo:
    "Se a Napoli hanno ordinato di spargerlo un'altra volta..."
    Come credeva alla iettatura,  era incrollabile  nell'opinione  che  il
    colera fosse un malefizio,  un espediente di governo inteso a sfollare
    le popolazioni, a incutere un salutare timore nei superstiti.  Dinanzi
    allo zio duca,  sapendolo dell'opinione contraria, pi "progressista",
    cio  che  la  peste  venisse  per   correnti   atmosferiche,   taceva
    prudentemente;  ma  con Fersa si sbottonava,  derideva le quarantene e
    tutti gli altri amminnicoli fatti per darla a bere ai gonzi.
    "Non date retta a queste  malinconie!"  diceva  frattanto  Raimondo  a
    donn'Isabella, a fianco della quale s'era seduto. "Andrete alla serata
    di gala?"
    "S, conte; abbiamo il palco."
    "Che rappresentano?" domand la principessa.
    "L''Elvira' di Holbein e 'Un'eredit in Corsica' di Dumanoir.  Peccato
    che voi non possiate sentire Domeniconi, principessa.  Che artista!  E
    che compagnia!"
    Anche don Eugenio rammaricavasi di non poter recarsi al Comunale,  per
    far sapere che, in qualit di Gentiluomo di Camera, era stato invitato
    nei palchi dell'Intendente.  Ma egli aveva da  concludere  un  affare,
    quella  sera: la vendita di certe terrecotte "importantissime",  sulle
    quali avrebbe fatto un bel guadagno:  aspettava  anzi  per  questo  il
    principe  di  Roccasciano,  anche  egli intenditore ed amatore di roba
    antica.
    "S'ha un bel dire,  quindicimila uomini," perorava il  duca  da  canto
    suo.  "E se la guerra dura un altro anno?  Altri due,  altri tre anni?
    Bisogner  mandar  nuove  truppe,  far  nuove  spese,   accrescere  il
    deficit..."
    "A Messina aspettano l'arciduca Massimiliano."
    "Verr anche da noi?"
    Raimondo,  a quella domanda di don Mariano, salt su come morso da una
    vespa:
    "E che volete che venga a fare?  Per vedere l'elefante di  piazza  del
    Duomo? Voialtri vi siete fitto in capo che questa sia una citt, e non
    volete  capire che invece  un miserabile paesuccio ignorato nel resto
    del mondo. Donn'Isabella, dite voi: quando mai l'avete udito nominare,
    fuori?..."
    "E' vero,  vero!..."
    Ella  agitava  con  moto  graziosamente  indolente  il  ventaglio   di
    madreperla  e  merletti,  dando  ragione  a  Raimondo  contro il paese
    nativo;  e la contessa Matilde non sapeva perch la  vista  di  quella
    donna,  le  sue  parole,  i  suoi  gesti,  le  ispirassero una secreta
    antipatia.  Forse perch l'udiva approvare il sentimento  di  Raimondo
    che  ella  perdonava al marito ma biasimava negli altri?  Forse perch
    scorgeva in tutta la persona di lei,  nella ricchezza immodesta  degli
    abiti,  nell'eleganza  degli  atteggiamenti,  qualcosa  di  studiato e
    d'infinto?  Forse perch tutti gli uomini  le  si  mettevano  intorno,
    perch  ella  li  guardava  in  un  certo modo,  troppo ardito,  quasi
    provocante? O perch, una volta al suo fianco,  Raimondo non si moveva
    pi,  pareva non volesse pi andar fuori, non aspettar pi nessuno?...
    Ingolfato nel suo tema  prediletto,  egli  parlava  adesso  a  vapore,
    enumerando   tutti   i   vantaggi   della  vita  nelle  grandi  citt,
    interrompendosi tratto tratto per domandare a donn'Isabella: "E'  vero
    o  no?"  oppure:  "Parlate  voi  che ci siete stata!..." ripigliando a
    descrivere la grande  societ,  gli  spettacoli  sontuosi,  i  piaceri
    ricchi e signorili.  E donna Isabella a chinare il capo, ad aggiungere
    argomenti:
    "Quando vedremo, per esempio, le corse fra noi?"
    Giusto in quel momento,  don  Giacinto  entr  nella  sala.  Era  cos
    turbato  in  viso e si capiva cos chiaramente che portava una cattiva
    notizia, che ognuno tacque.
    "Non sapete?"
    "Che cosa?... Parlate!..."
    "Il colera  scoppiato a Siracusa!..."
    Tutti lo circondarono:
    "Come! Chi ve l'ha detto?"
    "Mezz'ora  fa,   alla  farmacia  Dimenza...   Notizia  sicura,   viene
    dall'Intendenza!... Colera di quello buono: fulminante!..."
    Subito,  come se l'annunziatore lo portasse addosso,  la conversazione
    si sciolse in mezzo ai commenti spaventati, alle esclamazioni dolenti:
    Raimondo accompagn  gi  alla  carrozza  donna  Isabella  dandole  il
    braccio;  don Blasco vociava,  in mezzo alla scala,  sotto il naso del
    duca che andava a verificar la cosa:
    "Il regalo dei fratelli!... Ah, Radetzky,  dove sei?...  Ah,  un altro
    Quarantanove!..."


    5.

    Ogni  altro  interesse  ced  come  per incanto dinanzi all'universale
    inquietudine per la salute pubblica,  giacch della notizia portata da
    don Giacinto,  sulle prime smentita,  poi confermata, non fu possibile
    pi dubitare quando, di l a qualche giorno,  non si parl pi di casi
    sospetti  a  Siracusa,  ma  del  divampare del morbo a Noto.  Il duca,
    deliberato di tornarsene a Palermo prima che le cose incalzassero e la
    via fosse chiusa,  resist ostinatamente agli inviti del principe,  il
    quale  s'apparecchiava  a partire pel Belvedere all'annunzio del primo
    caso in citt. L'anno innanzi, come nel '37,  gli Uzeda erano scappati
    alla  loro villa sulle pendici della montagna,  e poich il colera non
    arrivava mai lass, erano certi di liberarsene.
    Il principe,  smessa a un tratto l'acredine,  riparlava d'accordo e di
    unione,  voleva  tutti  con  lui  al  sicuro,  tutti gli zii,  tutti i
    fratelli.  Quantunque non fosse tempo di trattar d'affari,  nondimeno,
    per  dimostrare  al  nipote d'aver preso a cuore i suoi interessi,  il
    duca, prima di partire, rifer a Raimondo il discorso delle cambiali e
    lo esort a mettersi  d'accordo  col  fratello.  Raimondo  lo  ascolt
    distrattamente, e gli rispose quasi infastidito:
    "Va bene, va bene; poi se ne parler..."
    Anch'egli  s'era mutato,  ma al contrario di Giacomo,  in peggio;  era
    diventato nervoso,  irascibile,  verboso e di buon umore  solo  quando
    donna  Isabella  veniva  al palazzo.  I Fersa non sapevano ancora dove
    fuggire il colera: il principe consigliava loro di prendere in affitto
    una casa al Belvedere, per esser vicini;  e a donna Isabella sorrideva
    molto  quel  partito,  bench  sua  suocera  preferisse  rifugiarsi  a
    Leonforte come l'altr'anno.
    "Voi dove andrete?" domandava a Raimondo;  e  il  giovane  che  le  si
    trovava sempre a fianco:
    "Dove andrete voi stessa!"
    Ella chinava gli occhi,  con una severa espressione di biasimo,  quasi
    offesa.
    "E vostra moglie? Vostra figlia?"
    "Parliamo d'altro!"
    Nonostante  l'allarme  cagionato  dalla  pestilenza,  l'intrinsichezza
    delle  due famiglie si strinse ancora pi in quei giorni.  Fersa,  che
    era stato sempre lieto e superbo di  venire  al  palazzo  Francalanza,
    adesso   godeva   nell'esservi   ricevuto  con  segni  di  particolare
    gradimento; non solo Raimondo, ma anche e forse pi Giacomo dimostrava
    molto piacere in compagnia di lui e  di  donna  Isabella:  quando  sua
    moglie  and  fuori  la  prima  volta,  dopo il lutto,  egli volle che
    facesse loro una  visita;  la  contessa,  per  desiderio  del  marito,
    accompagn la cognata.
    Da sola, Matilde forse non sarebbe andata in casa di quella donna. Non
    voleva  chiamare  gelosia  il sentimento che le ispirava: se Raimondo,
    galante con tutte,  stava  attorno  a  costei  che  tutti  gli  uomini
    accerchiavano,  non  era  gi meraviglia;  ella stessa non ne riceveva
    continue proteste di calda amicizia?... Pure, tutte le volte che donna
    Isabella l'abbracciava e la baciava,  ella doveva farsi forza per  non
    sottrarsi  a quella dimostrazione d'affetto.  Non sapeva bene rendersi
    conto della repulsione quasi istintiva che  provava  ogni  giorno  pi
    forte;  quando tentava di spiegarla a se stessa,  l'attribuiva pi che
    ad altro alla radicale diversit del loro carattere;  alla leggerezza,
    all'affettazione,  alla mancanza di schiettezza che le pareva scorgere
    in lei.  Non l'aveva anch'ella udita lagnarsi,  a  mezze  parole,  con
    allusioni velate, dei parenti del marito e dello stesso marito; mentre
    ella vedeva bene, quasi invidiandola, la devozione portatale da Fersa,
    e  udiva  ripetere  che la suocera la trattava meglio d'una figliuola?
    Andata a  farle  visita  in  compagnia  della  principessa,  non  pot
    accertarsene coi propri occhi?
    Donna  Mara  Fersa  era  una  donna  un  po'  all'antica,  senza ombra
    d'istruzione,  poco fine  d'educazione  anche;  ma  molto  accorta,  e
    semplice, alla mano come una buona massaia. Aveva sperato d'ammogliare
    il figliuolo a modo suo; ma questi, andato una volta a Palermo e vista
    l'Isabella Pinto,  orfana di padre e di madre,  l'aveva chiesta su due
    piedi, innamoratissimo,  allo zio materno dal quale era stata educata.
    Nobilissima,   la   Pinto;   ma   senza  dote;   aveva  per  ricevuto
    un'educazione oltremodo signorile  in  casa  dello  zio  facoltoso.  I
    Fersa,  invece, bench ammessi tra i signori, nascevano mediocremente;
    donna Ferdinanda, estimatrice ed amica di donna Isabella,  li chiamava
    Farsa  -  farsa  tutta  da  ridere -;  ma possedevano gran quantit di
    quattrini.
    Donna Mara,  sulle prime,  aveva tentato di opporsi a quel matrimonio;
    ma  poich  suo  figlio  era cotto dell'Isabella,  e questa pareva pi
    cotta di lui, aveva finalmente consentito.  Cos la nuora palermitana,
    elegante,  istruita  e  nobile,  venne  a  mettere  nella sua casa una
    rivoluzione,  che ella sopport con molta buona grazia,  per amore del
    figlio,  comprendendo  di  non  potersi opporre ai gusti ed anche alle
    fantasie   dei   giovani.   Donna   Isabella,   chiamandola   "mamma",
    dimostrandole  il  rispetto  che  le doveva,  pareva scontenta di lei,
    vergognosa della sua ignoranza e della sua semplicit.  Era  una  cosa
    tanto sottile, che Matilde quasi incolpavasi di cattiveria, notandola:
    una  specie  di  condiscendente  compatimento  verso le opinioni della
    suocera  come  per  quelle  di  un  bambino  o  d'un  inferiore;   una
    impercettibile esagerazione d'obbedienza,  una cert'aria di sacrifizio
    che pareva volesse ispirare l'altrui compianto,  ma che riusciva molto
    antipatica alla contessa.
    Per altro, questa era sicura di non dover sopportare troppo a lungo la
    compagnia  di lei.  La necessit di sistemare gl'interessi poteva solo
    trattenere Raimondo in Sicilia,  ma forse egli avrebbe  affrettata  la
    partenza  per  fuggire  il colera.  Gi alle prime voci di pestilenza,
    inquieta per la lontananza del padre e della bambina,  ella gli  aveva
    domandato  che  volesse fare;  ma suo marito non si era ancora deciso.
    L'anno innanzi, in Toscana, udendo le notizie delle stragi di Sicilia,
    del pazzo terrore che regnava nell'isola,  dello  scioglimento  d'ogni
    civile  consorzio,  aveva espresso la propria soddisfazione per essere
    lontano dalla "selvaggia" terra natale, dove, diceva, non lo avrebbero
    sicuramente capitato in tempo  d'epidemia;  pertanto  ella  era  quasi
    sicura che sarebbero presto passati nel continente, prendendo con loro
    la bambina per via.  Raimondo invece pareva esitante;  se la pigliava,
    s, con la cattiva stella che lo aveva fatto cogliere dalla pestilenza
    nella trappola isolana,  ma diceva di non potersi mettere  in  viaggio
    adesso che il male era scoppiato,  anche per riguardo della gravidanza
    di lei.  Frattanto il barone le scriveva da  Milazzo  di  raggiungerlo
    lass,  poich  il  colera  veniva dal Mezzogiorno,  e di far presto a
    lasciar Catania,  di non dar tempo alla gente  spaventata  di  sbarrar
    tutte  le  strade.  Cos,  secondo che le notizie incalzavano,  che le
    lettere del padre le facevano maggior  premura,  che  il  pericolo  di
    restar divisa dalla sua bambina diveniva pi grave, il cuore di lei si
    chiudeva,  dal terrore,  dall'ambascia,  quasi ella fosse sul punto di
    perdere per  sempre  i  suoi  cari;  allora  esortava  pi  caldamente
    Raimondo a prendere una decisione qualunque, ad andar subito via:
    "Andiamo  via!...  Andiamo  per adesso a casa mia!  Non voglio lasciar
    sola Teresina... Saremo anche pi lontani dal focolaio della peste..."
    "Ho da chiudermi in un paesuccio di mare,  in  tempo  di  colera?  Per
    crepare  come  un  cane?  Bisognerebbe  che  fossi  impazzito!  Scrivi
    piuttosto a tuo padre e a tua sorella di portar qui la bambina."
    Il barone  invece  tempest,  di  risposta,  che  per  niente  avrebbe
    commesso  quella  sciocchezza,  giacch  il  colera  era alle porte di
    Catania, e ingiunse alla figlia di non perder tempo e anche di lasciar
    solo Raimondo se costui rifiutavasi di  accompagnarla...  Allora  ella
    non seppe pi che fare n chi ascoltare,  smaniando all'idea di restar
    divisa dalla figlia e dal padre,  non tollerando neppure d'abbandonare
    Raimondo, poich non poteva vivere lontana n dall'uno n dagli altri,
    in  quella  triste stagione.  Il giorno che il duca,  fatte le valige,
    part per Palermo, ella si vide perduta...
    Fino all'ultimo momento il principe  aveva  insistito  presso  lo  zio
    affinch  venisse  con  lui  al Belvedere;  il duca aveva continuato a
    rifiutare,  adducendo gli affari che lo chiamavano alla  capitale,  la
    maggior sicurezza che c'era l.
    "Non  pensate  a  me,"  disse  ai  nipoti;  "io  non correr pericolo,
    mettetevi piuttosto in sicuro voialtri..."
    "Vostra Eccellenza stia tranquillo anche per me;  ho tutto pronto  per
    andar via al primo allarme," rispose Giacomo.  Rivolto al fratello, al
    quale aveva gi fatto un primo invito, ripet, in presenza di Matilde:
    "Se volete venire anche voi, mi farete piacere."
    Raimondo non rispose.  Voleva dunque  davvero  restar  diviso  da  sua
    figlia?  Poteva  cos  tranquillamente viverne lontano,  nei terribili
    giorni che si preparavano? Matilde piangeva, scongiurandolo di non far
    questa cosa; egli le rispose, seccato:
    "Non so ancora ci che far. A Milazzo non vado di sicuro."
    "Lasceremo dunque sola quella creatura? Se impediranno il transito, se
    non potremo pi vederla?"
    "Prima di tutto tua figlia non  abbandonata in mezzo a  una  via,  ma
    sta col nonno e la zia. Poi se quella testa dura di tuo padre m'avesse
    ascoltato,  a  quest'ora  l'avrebbe  portata qui,  e saremmo pronti ad
    andarcene tutti insieme al Belvedere, dove non c' neppure l'ombra del
    pericolo... Insomma a Milazzo non vengo; gi si parla di casi sospetti
    a Messina. Vattene sola, se vuoi."
    E tutti gli Uzeda,  quasi godendo dell'ambascia di lei,  quasi per non
    lasciarla scappare dalle loro unghie, approvavano, dicevano che oramai
    ciascuno doveva restar dov'era.  E suo padre la rimproverava acremente
    di ostinazione e d'egoismo, mentre ella credeva d'impazzire,  sognando
    tutte le notti sogni spaventosi di lente agonie,  di separazioni senza
    ritorno,  di spietate torture;  piangendo come morta la  sua  bambina,
    l'altra creatura che s'agitava nelle sue viscere;  vedendo suo padre e
    Raimondo avventarsi l'uno contro l'altro... E un giorno terribile come
    una notte d'incubo il principe venne a dire che il  primo  caso  s'era
    manifestato  in  citt,  che  le  strade si chiudevano,  che bisognava
    subito partire pel Belvedere, dove anche i Fersa sarebbero venuti_


    La villa Francalanza,  al Belvedere,  era tuttavia nello stato in  cui
    trovavasi tre mesi addietro, al momento della morte della principessa.
    L si riunirono,  con la rispettiva servit,  la famiglia del principe
    ed i suoi ospiti,  cio Chiara e il  marchese,  donna  Ferdinanda,  il
    cavaliere  don  Eugenio,  Raimondo e sua moglie.  Ferdinando non aveva
    voluto sentirne di  lasciar  le  Ghiande:  c'era  rimasto  pel  colera
    dell'altr'anno, voleva restarci anche per quest'altro, dichiarando che
    nessun  luogo  offriva  maggiori garanzie d'immunit.  Don Blasco e il
    Priore don Lodovico erano gi scappati,  con tutti  i  monaci  di  San
    Nicola, a Nicolosi.
    La  villa  degli  Uzeda  era  tanto  grande da capire un reggimento di
    soldati,  non che gl'invitati del principe;  ma  come  il  palazzo  in
    citt,  a furia di modificazioni e di successivi riadattamenti, pareva
    composta di parecchie fette di fabbriche  accozzate  a  casaccio:  non
    c'erano due finestre dello stesso disegno n due facciate dello stesso
    colore;  la  distribuzione  interna  pareva l'opera d'un pazzo,  tante
    volte era stata mutata. Altrettanto avevano fatto dell'annesso podere.
    Un tempo,  sotto il principe Giacomo xiii,  questo era quasi tutto  un
    giardino  veramente  signorile;  amante  dei fiori,  il principe aveva
    sostenuto per essi una delle tante spese folli che erano  state  causa
    della sua rovina: aveva fatto scavare un pozzo per trovare l'acqua,  a
    traverso le secolari lave del  Mongibello,  fino  alla  profondit  di
    cento  canne;  lavoro  tutto di braccia,  di colpi di piccone,  durato
    qualcosa come tre anni.  Trovata finalmente l'acqua,  che  un  bindolo
    tirava   su,   egli   giudic   che  la  coltura  della  vigna  poteva
    vantaggiosamente esser  sostituita  da  quella  degli  agrumi:  quindi
    sradic, in quel tratto del podere non ancora trasformato in giardino,
    tutte  quante  le  viti  per  piantare aranci e limoni.  Cos le spese
    sostenute da suo nonno per costruire il palmento e la cantina andarono
    perdute.  Ma,  venuta donna Teresa,  ogni  cosa  fu  messa  nuovamente
    sossopra.  I fiori essendo "robe che non si mangia",  rose e gelsomini
    furono divelti, i pilastri ridotti a mattoni,  la serra trasformata in
    istalla pei muli;  e il vino avendo maggior prezzo degli agrumi, i bei
    piedi d'aranci e  di  limoni,  tirati  su  con  tanta  fatica,  furono
    sacrificati alle viti.  Rest appena quattro palmi di giardino, tra il
    cancello e la casa,  e tanti piedi d'agrumi quanti bastavano a far  la
    limonata d'estate. Cos tutte le somme buttate nel pozzo furon buttate
    nel pozzo davvero.
    Ora,  appena  giunto,  il  principe  ricominciava  anche  qui  l'opera
    innovatrice iniziata al palazzo.  Per  verit,  egli  non  toccava  il
    podere,  giudicando,  come la madre, che le rose tisicuzze arrampicate
    sull'inferriata e sui muri della villa bastassero pel godimento  della
    vista  e  dell'olfatto,  e  che  i  cavoli,  le  lattughe e le cipolle
    stessero molto meglio nelle antiche aiuole  fiorite:  ma,  chiamati  i
    manovali,  ordin  che  buttassero  gi  muri  e  dividessero stanze e
    condannassero porte e forassero nuove finestre. Era d'eccellente umore
    e trattava benissimo i suoi ospiti;  faceva una corte devota alla  zia
    Ferdinanda,  usava  molte  cortesie  al  fratello ed alle sorelle,  al
    cognato  marchese  ed  alla  stessa  cognata  Matilde;   naturalmente,
    considerata la stagione,  nessuno parlava d'affari. Molto pi contenta
    di lui era Lucrezia,  poich i Giulente che in citt non avevano  casa
    propria,  possedevano  una  delle pi graziose ville del Belvedere,  e
    venuto lass con la famiglia alle prime  voci  del  colera,  Benedetto
    passava  e  spassava  ad  ogni  ora del giorno dinanzi al cancello dei
    Francalanza.  Contentone era anche il marchese,  e Chiara  non  capiva
    nella pelle, poich i sintomi della gravidanza si confermavano; marito
    e  moglie  s'angustiavano  soltanto per non poter preparare il corredo
    del nascituro. La stessa donna Ferdinanda si mostrava pi accostabile,
    addomesticata dall'ospitalit che il principe le  accordava,  contenta
    di  poter  risparmiare la spesa dell'affitto d'un villino,  non quella
    del vitto,  perch ciascuno degli ospiti ci stava a suo costo.  Ma  il
    pi  contento di tutti era il principino;  mattina e sera nella vigna,
    nel giardinetto,  a zappare,  a trasportar terra,  a costruire case di
    creta;  poi, quand'era stanco di queste occupazioni, su a cavallo d'un
    asino o d'una mula a scorrazzare di qua e di l, e se il cameriere,  o
    il  fattore  o  le  altre  sue guide non lo lasciavano andare dove gli
    talentava,  dava all'uomo  le  frustate  che  sarebbero  toccate  alla
    bestia.
    Solamente la vista del padre l'infrenava,  perch il principe lo aveva
    educato a tremare  a  un'occhiata;  ma  tutti  gli  altri  parenti  lo
    lasciavano  fare.  La  principessa  lo contentava ad un cenno;  la zia
    Ferdinanda contribuiva anche a viziarlo, come erede del principato; ma
    don Eugenio lo contristava,  adesso,  peggio che in citt con  le  sue
    lezioni.  Il ragazzo, quando stava attento, comprendeva tutto, per il
    difficile era appunto che stesse tranquillo. "Studia adesso, se no tuo
    padre ti metter in collegio!" ammoniva lo zio;  e infatti il principe
    aveva  pi  d'una volta espresso l'intenzione di mandar via di casa il
    figliuolo,  di metterlo o al collegio Cutelli fondato per  educare  la
    nobilt "all'uso di Spagna", oppure al Noviziato dei Benedettini, dove
    i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un'educazione
    non  meno  nobile.  Consalvo non voleva andare n all'uno n all'altro
    posto, e la minaccia era tale che egli si decideva a fare asteggiature
    e a recitare le declinazioni; in premio,  don Eugenio lo conduceva con
    s per le campagne di Mompileri, dove, pochi giorni dopo il suo arrivo
    al Belvedere, aveva cominciato a fare certe gite misteriose.
    Circa due secoli prima,  nel 1669,  le lave dell'Etna avevano coperto,
    da quelle parti,  un villaggetto chiamato Massa Annunziata del  quale,
    pi tardi,  s'eran per caso trovate alcune vestigia.  Ora don Eugenio,
    che dal  commercio  dei  cocci  non  ricavava  molti  guadagni,  aveva
    concepito,  pensando sempre a un gran colpo capace di arricchirlo,  il
    disegno d'iniziare una serie di scavi come quelli visti ad Ercolano  e
    a  Pompei,  per  discoprire il sepolto paesuccio ed arricchirsi con le
    monete e gli oggetti che avrebbe sicuramente rinvenuti. Il secreto era
    necessario, affinch altri non gli portasse via l'idea; perci, solo o
    accompagnato dal ragazzo,  che  andava  per  conto  suo  a  caccia  di
    lucertole e di farfalle,  il cavaliere gironzava nei campi di ginestre
    e di fichi  d'India  sotto  Mompileri,  con  antichi  libri  in  mano,
    orientandosi per mezzo dei campanili di Nicolosi e di Torre del Grifo,
    studiando la posizione, pigliando misure, a rischio di farsi accoppare
    come  untore  dai mulattieri e dai pecorai che lo scorgevano in quelle
    attitudini sospette.  Ma non bastava mantenere il  secreto  sull'idea;
    bisognava  anche  spender  molti  quattrini  per tradurla in atto.  Un
    giorno perci don  Eugenio  chiam  il  principe  in  disparte  e  gli
    comunic con gran mistero il suo disegno, chiedendogli di anticipargli
    le spese degli scavi.
    "Vostra Eccellenza scherza,  o dice davvero?  Scavar la montagna,  per
    trovar che cosa?  Scodelle dell'altr'ieri e  qualche  pezzo  di  rame?
    Bisognerebbe esser matti!..."
    Indirettamente,  il  principe  dava  del matto a lui stesso con quella
    risposta che non si sarebbe mai sognato di rivolgere al duca o a donna
    Ferdinanda.  Ma don Eugenio,  in famiglia,  godeva poca considerazione
    per  le  stramberie  commesse  a  Napoli  e soprattutto per l'assoluta
    mancanza di quattrini...  Il cavaliere non riparl pi della sua idea.
    Mutata via, deliber di scrivere al governo perch facesse gli scavi a
    spese  dell'erario  e  con  la  speranza  che  affidassero  a  lui  la
    direzione. Il principino respir liberamente, perch le lezioni furono
    interrotte: appena finito di desinare,  don  Eugenio  si  chiudeva  in
    camera sua,  a lavorare alla memoria, e non si vedeva pi per tutta la
    sera, mentre gli altri chiacchieravano o giocavano.  A poco a poco una
    societ numerosa s'era venuta raccogliendo in casa del principe: tutti
    i signori rifugiati al Belvedere, tutti i personaggi ragguardevoli del
    luogo  venivano  alla  villa  Francalanza,  dove,  con  un trattamento
    d'acqua e anice,  il principe si faceva fare  la  corte.  C'era  mezza
    Catania,  al Belvedere,  e gli Uzeda, che in citt erano molto severi,
    facevano adesso larghe concessioni,  atteso il luogo  e  la  stagione,
    ricevendo gente di minuscola od anche di nessuna nobilt, tutti coloro
    che  donna  Ferdinanda  derideva o disprezzava,  dei quali storpiava i
    nomi o ai quali assegnava bislacche armi parlanti: gli  Scilocca,  che
    chiamava "Si loca";  i Maurigno che si facevano dare del "cavaliere" e
    che la zitellona chiamava  "cavalieri  a  piedi";  i  Mongiolino  che,
    discendendo  da  fornaciai  arricchiti,  dovevano  portare nello scudo
    tegoli e mattoni.  Solo  i  Giulente,  di  quella  casta  dubbia,  non
    venivano  alla villa,  per via del figliuolo;  ma il principe,  quando
    incontrava Benedetto,  o suo padre,  o suo zio,  al  casino  pubblico,
    rivolgeva  loro  la parola molto affabilmente;  e il giovane,  che non
    aveva interrotto la corrispondenza con  Lucrezia,  le  riferiva  tutto
    contento  quelle amabili dimostrazioni.  Ma la gioia invece di scemare
    accresceva l'abituale distrazione della ragazza: ella chiedeva notizie
    ai vedovi della salute delle mogli defunte, scambiava le persone,  non
    rammentava  nulla;  una  sera  fece ridere tutta la societ domandando
    allo speziale del Belvedere che aveva  una  sorella  in  convento:  "E
    vostra sorella monaca con chi  maritata?..."
    Il  tema  obbligato  di tutti i discorsi erano naturalmente le notizie
    della citt dove il  colera  si  diffondeva,  lentamente  per,  senza
    divampare con la forza spaventosa dell'anno innanzi. Poi ciascuno dava
    notizie  dei parenti e degli amici rifugiati qua e l pel Bosco etneo:
    la cugina Graziella,  che era  alla  Zafferana,  mandava  biglietti  o
    ambasciate  coi  carrettieri  quasi  tutti  i giorni,  per sapere come
    stavano i cugini,  e dir loro come stava ella stessa e  il  marito,  e
    salutarli caramente,  e mandar regali di frutta e di vino; la duchessa
    Radal Uzeda,  dalla Tardaria,  non  scriveva,  perch  il  duca,  nel
    trambusto dell'improvvisa scappata,  era diventato furioso. La pazzia,
    nel ramo dei Radal, era una malattia di famiglia;  il duca aveva dato
    nelle  prime  smanie  tre  anni innanzi,  alla nascita del suo secondo
    figlio Giovannino.  E la duchessa,  fin da quel tempo,  vistosi cadere
    sulle  spalle il peso della casa,  aveva rinunziato al mondo per tener
    luogo di padre ai figliuoli.  Li  voleva  bene  entrambi,  ma  le  sue
    preferenze  erano  pel  duchino Michele: non contenta dell'istituzione
    del maiorasco, lavorava a migliorare le propriet,  faceva una vita di
    economie e di sacrifizi per lasciarlo ancora pi ricco.  Ella non dava
    ombra a nessuno degli  Uzeda;  la  stessa  donna  Ferdinanda,  che  si
    credeva la sola testa forte,  l'approvava. Al Belvedere, nonostante il
    colera, la zitellona s'occupava d'affari,  appartandosi con gli uomini
    che se ne intendevano,  parlando di mutui,  d'ipoteche,  di crediti da
    poter accordare,  di fallimenti da temere;  e mentre  il  principe  di
    Roccasciano  esponeva  alla  speculatrice  i piani laboriosi coi quali
    costruiva pazientemente e lentamente l'edifizio della propria fortuna,
    la principessa sua moglie, di nascosto da lui, si giocava con Raimondo
    e con altri appassionati delle carte tutto quel che aveva in tasca. Il
    principe Giacomo vedeva qualche volta giocare senza  metter  fuori  un
    baiocco, ma il pi del tempo discorreva con quelli del paese.
    Venivano  a fargli la corte il medico,  lo speziale,  i possidenti pi
    grossi, la gente la cui ciera gli andava a verso,  perch quanti tra i
    familiari  della madre gli parevano iettatori erano stati da lui messi
    fuori.  Non mancavano il vicario,  il canonico,  tutte le sottane nere
    del  villaggio.  Come  in citt,  la casa Uzeda era qui frequentata da
    tutto il clero regolare e secolare, per la sua fama di devozione,  pel
    bene sempre fatto alla Chiesa.  Il rifiuto del principe di riconoscere
    il legato alla bada di San Placido non lo pregiudicava presso i Padri
    spirituali: in vita era umano che egli cercasse di tener per s la pi
    parte della roba;  cos pure aveva fatto sua madre;  morendo,  avrebbe
    poi  largheggiato  con la Chiesa per assicurarsi la salute dell'anima.
    Come capo della casa,  egli aveva del resto la facolt di  nominare  i
    sacerdoti  celebranti  in  tutte le cappellanie e benefizi fondati dai
    suoi antenati;  l al Belvedere,  specialmente,  ce  n'era  uno  molto
    pingue, quello del Sacro Lume. Un Silvio Uzeda, dolce di sale, vissuto
    un  secolo  e  mezzo addietro,  era stato sempre attorniato da preti e
    frati: i monaci del convento di Santa Maria del Sacro  Lume  l'avevano
    persuaso  che  la  Madonna  voleva  sposarsi con lui.  Ed egli non era
    entrato nei panni,  dal contento.  La tradizione narrava  che  avevano
    compito  la  cerimonia con tutte le formalit: lo sposo,  dopo essersi
    confessato e comunicato, era stato condotto, in abito di gala, dinanzi
    alla statua di Maria Santissima, e il sacerdote gli aveva regolarmente
    domandato  se  era  contento  di  sposarla.  "S!..."  aveva  risposto
    l'Uzeda;  poi la stessa domanda era stata fatta alla Regina del cielo;
    e per bocca del guardiano del convento,  anche Ella aveva risposto s.
    Poi  s'erano  scambiati  gli  anelli: la statua portava ancora al dito
    quello dello sposo, il quale aveva naturalmente lasciato alla consorte
    tutti i suoi beni.  Una lunga lite ne era seguita,  non avendo  voluto
    gli  eredi  naturali riconoscere il testamento del matto;  finalmente,
    per via di transazione,  s'era istituita nel convento,  con  met  dei
    beni,   una  cappellania  laicale,   sulla  quale  gli  Uzeda  avevano
    esercitato il giuspatronato.  Cos tutti i monaci venivano la  sera  a
    fare  la  corte  al  principe,  discutevano  con  lui  gli  affari del
    monastero.  Tra tutta quella gente  egli  papeggiava,  sputava  tondo,
    ascoltato come un Dio;  dimenticava il resto della societ, le signore
    e le signorine che giocavano  a  tombola,  o  a  spiegar  sciarade,  o
    combinavano  escursioni  per  la  montagna,  e passavano il tempo cos
    allegramente che,  senza le notizie del colera e i paesani armati  per
    tener  lontani i tardi fuggiaschi,  nessuno avrebbe pensato che quelli
    fossero tempi di pestilenza.
    Solo la contessa Matilde,  fra le comuni distrazioni,  non riusciva  a
    nascondere  il  proprio dolore.  Ella era venuta via dalla citt quasi
    fuori di sentimento,  tanto forte era stata la prova a  cui  l'avevano
    messa.  Con  l'animo  pieno  di  spavento  e di rimorso,  sul punto di
    partire  per  la  campagna,   aveva  riconosciuto  che  la  pena  meno
    sopportabile non le veniva pi dalla lontananza della sua bambina,  ma
    dal tradimento di Raimondo.  Come poteva pi metterlo  in  dubbio?  La
    verit  non  le si era improvvisamente svelata,  all'annunzio che egli
    andava  al  Belvedere,  dove  andava  la  Fersa?  Perch  mai,   tanto
    insofferente  di  vivere  in  Sicilia,  s'era  rifiutato a partire pel
    continente, se non perch voleva restare vicino a colei? E aveva finto
    di non sapersi decidere,  per aspettare che si decidesse  quell'altra;
    ed  aveva  mendicato  pretesti,  e  accusato  il suocero,  e cos bene
    temporeggiato che allo scoppio della pestilenza  aveva  fatto  a  modo
    suo!...  N in quelle finzioni, in quelle menzogne, ella vedeva pi la
    conferma dei brutti lati del  suo  carattere;  esse  non  l'accoravano
    perch  egli  ne  era  stato  capace:  solo  il  pensiero che le aveva
    adoperate per amor di quell'altra era il suo cruccio.  Che non  amasse
    la  figlia,   che  fosse  ingiusto  verso  il  suocero  e  prepotente,
    capriccioso, sgraziato, non le faceva nulla: ella non voleva che fosse
    d'altri!  A Firenze,  la  gelosia  di  lei  non  aveva  avuto  oggetto
    determinato,  o  aveva  continuamente  mutato  d'oggetto,  poich egli
    faceva la corte a quante donne vedeva;  ella stessa poi s'era fino  ad
    un certo punto assicurata,  giacch,  galante a parole con le signore,
    la mutabilit e l'impazienza dei suoi desideri gli facevano  preferire
    quell'altre, le donne che si pagano... Che vergognoso dolore era stato
    il  suo nel vedersi ridotta al punto di doversene rallegrare!  Eppure,
    ella invidiava ora le  sofferenze  passate,  giudicando  intollerabile
    l'idea  di  saperlo  cos  pieno d'un'altra da abbandonar la figlia in
    quei terribili giorni per starle vicino!  Poi il suo cruccio cresceva,
    misurando  la  rapidit  con  la  quale  egli progrediva nella via del
    tradimento.  A Firenze aveva messo un certo pudore nelle sue  tresche;
    s'era quasi studiato, a momenti, di farsele perdonare, tornando ad ora
    ad  ora buono con lei;  adesso sfrenavasi fino a costringerla d'essere
    spettatrice  dell'infamia.   Questo,   soprattutto,   la  feriva:  che
    potessero  essere  cos tristi da darsi un simile convegno,  sotto gli
    occhi di lei,  mentre  i  cuori  umani  tremavano  al  pensiero  della
    morte!...  Che  giorno,  quello  della  fuga al Belvedere,  per le vie
    arroventate dal sole, in mezzo a nugoli di polvere calda e soffocante!
    Ella era nella stessa carrozza con Chiara,  Lucrezia e il marchese,  e
    la  vista delle cure che questi prodigava alla moglie faceva pi acuto
    il suo dolore.  Raimondo non s'era  voluto  metter  con  lei,  l'aveva
    lasciata  sola  in quella corsa pei villaggi dove gente armata fermava
    ogni persona ed ogni veicolo,  contrastando il passo;  ma  comprendeva
    ella nulla di tutto questo? Vedeva nulla sul suo cammino? Ella vedeva,
    con  gli  occhi della mente,  Raimondo sorridente e felice a fianco di
    quella donna,  come l'aveva visto in realt tante volte senza  che  la
    sua  nativa  fiducia la insospettisse!  Ora per tutte le cose che non
    aveva saputo spiegare acquistavano un senso evidente: le lunghe uscite
    di Raimondo,  le sue attese impazienti,  il piacere che gli si leggeva
    negli  occhi  appena  entrava  colei,  lo stesso misterioso istinto di
    repulsione che quella donna le aveva ispirato fin dal primo momento...
    Come doveva esser falsa e malvagia,  se le dava il tenero nome d'amica
    e  l'abbracciava  e  la baciava mentre le portava via il marito?  Egli
    stesso non era falso altrettanto? Quante menzogne!  Aveva anch'addotto
    la  gravidanza  di  lei per non lasciar la Sicilia,  e non s'accorgeva
    d'attentare in quel modo alla vita della creatura che ella portava  in
    grembo!...  Che  giorno  terribile!  Nella  carrozza scottante come un
    forno,  al cui sportello s'affacciavano visi sospettosi  di  contadini
    brutali, piena del nauseante odore della canfora che Chiara e Lucrezia
    tenevavano  alle  narici  contro  la mefite,  ella sentiva mancarsi il
    respiro. Non sapeva dov'era, dove andava; voleva gridare al cocchiere,
    alle compagne di viaggio: "Tornate indietro!...  Non voglio  venire!";
    affrontar suo marito,  buttargli in faccia il tradimento, scongiurarlo
    di non condurla vicino a quella donna, di non farla morire, di salvare
    la creatura che s'agitava nelle sue viscere,  di ridar la pace al  suo
    cuore,  l'aria  al suo petto.  Aveva perduto i sensi,  infatti,  prima
    d'arrivare al Belvedere,  non  rammentava  pi  come  e  quando  fosse
    entrata alla villa...
    L  era cominciata per lei una vita di trepidazione continua.  Ad ogni
    istante aveva creduto di vedersi comparire dinanzi la Fersa: tutte  le
    volte  che  Raimondo  era  andato fuori,  aveva pensato: "Adesso  con
    lei..." e il non vederla,  il non udirne parlare,  accresceva  il  suo
    spavento,  lo rendeva pi oscuro,  le procurava non sapeva ella stessa
    quali orribili sospetti di cospirazioni ordite da tutti a  suo  danno.
    Aveva  trovato,   s,  la  forza  incredibile  di  nascondere  i  suoi
    sentimenti per non insospettire il marito, per non dare buon giuoco ai
    nemici; ma il silenzio imposto a se stessa,  rendendo pi acuto il suo
    tormento,  le  aveva  tolto  il  mezzo di saper nulla.  Perch nessuno
    nominava quella donna?  Perch non veniva alla villa,  con  tutti  gli
    altri  visitatori  del principe?  Dov'era andata a star di casa?...  E
    intenta a  vagliare  le  mille  supposizioni  paurose  che  l'inquieta
    fantasia le suggeriva,  ella dimenticava il colera,  quasi non pensava
    alla figlia lontana,  quasi non s'accorgeva del silenzio di suo padre.
    Questi  doveva volergliene,  credere che avesse abbandonato la bambina
    per smania di divertirsi al Belvedere!  Non  le  era  accaduto  sempre
    cos,  che  tutto  quanto  aveva fatto contro voglia per obbedire agli
    altri,  le era poi stato addebitato,  da tutti,  come capriccio e come
    colpa?  Non  era  ella  una  di  quelle  creature  disgraziate che non
    riuscivano a nulla di bene,  destinate a spiacere ad ognuno?  Per non
    piangeva: non pianse neppure quando,  invece del padre,  le scrisse la
    sorella Carlotta,  per dirle che Teresina stava bene e che erano tutti
    al sicuro. Non pianse, ma si sent vinta da una cupa tristezza che non
    riusc a nascondere. Raimondo stesso se ne accorse; le domand:
    "Che scrive tua sorella?"
    "Nulla... che stanno tutti bene, che non corrono pericolo..."
    "Hai visto?... Quando io ti dicevo?..." e le volt le spalle.
    Erano  passate  due settimane dal loro arrivo e ancora non aveva udito
    parlare della Fersa.  La sera di quel giorno,  appena cominci a venir
    gente, ella and a chiudersi nella sua camera. Stava male, non solo di
    spirito,  ma  anche fisicamente;  la lunga agitazione travagliava alla
    fine anche il suo corpo.  Era da un pezzo buttata sul letto,  con  gli
    occhi e la mente fissi nelle tristi visioni del passato, nelle paurose
    previsioni dell'avvenire, quando fu picchiato all'uscio.
    "Cognata?..." era la voce del principe.  "Che fate?  Perch non venite
    gi? C' molta gente, stasera... si giuoca..."
    Ella levossi,  s'acconci con mano  tremante  i  capelli  scomposti  e
    discese.  Certo,  quell'altra  era finalmente venuta!  Certissimamente
    Raimondo le stava al fianco!  La  chiamavano  per  farla  assistere  a
    quello  spettacolo  e  per  goderne!...  Guard rapidamente nel salone
    zeppo: non c'era. Per, aveva appena preso posto accanto alle cognate,
    che la ud nominare: qualcuno diceva:
    "...la villetta affittata a donna Isabella..."
    "Un guscio di noce!" rispose un altro. "I Mongiolino ci stanno come le
    acciughe in un barile."
    Ella non comprendeva.
    "Ma i Fersa dove se ne sono andati?"
    Era proprio Raimondo che faceva  questa  domanda?  Non  sapeva  dunque
    dov'era colei?
    "Nella campagna di Leonforte; donna Mara ha preferito_."
    Ella comprese a un tratto; la gola le si strinse convulsamente. Andata
    via  senza dir nulla,  travers la casa con gli occhi gonfi e il cuore
    tumultuante;  giunta nella sua camera,  cadde  ai  piedi  dell'imagine
    della  Vergine,  scoppiando  in  pianto dirotto;  pianto di gioia,  di
    gratitudine di rimorso  anche:  poich  ella  aveva  sospettato  degli
    innocenti...
    Le parve di tornare da morte a vita;  coi sospetti, cessarono i dolori
    dell'anima e quelli del corpo;  partecip alla  vita  della  famiglia,
    assapor  finalmente  la  dolcezza  del  riposo.  Anche le notizie del
    colera non le davano timore pei cari lontani; dopo le stragi dell'anno
    innanzi la  pestilenza  pareva  non  trovasse  pi  dove  apprendersi,
    serpeggiava qua e l senza forza.
    Alla  villa  Francalanza  continuava  la  vita allegra;  tutte le sere
    conversazione e giuoco. Raimondo era adesso il pi assiduo alla tavola
    verde; quand'egli prendeva le carte, le poste aumentavano,  il rischio
    cresceva.  Molti  s'alzavano,  intendendo  svagarsi e non lasciarvi la
    borsa; la principessa di Roccasciano, invece,  non chiedeva di meglio,
    molte volte restava sola col conte a far la bazzica da dodici tar. Si
    nascondeva dal marito,  il quale, come tutti i parsimoniosi, biasimava
    ogni specie di giuoco: amici  compiacenti  stavano  alle  vedette  per
    farle un segno appena egli s'avvicinava; allora ella e il suo complice
    facevano sparire i gettoni,  interrompevano la partita e si lasciavano
    sorprendere intenti a una scopa innocente.
    Raimondo ci si spassava,  incitava la principessa al giuoco forte,  la
    tirava  in  una  stanza  fuori  mano  dove  restavano  pi  a  lungo a
    contendersi i quattrini,  mettendo poi in mezzo,  con l'aiuto di tutta
    la societ,  il principe sospettoso.  Matilde, sorridendo anche lei di
    quelle scene da commedia,  giudicava tuttavia che suo  marito  facesse
    male a fomentare cos il vizio della principessa; ma non le bastava il
    cuore di rimproverarlo,  tanto la rinata fiducia la faceva indulgente.
    Purch egli non la tradisse,  che  le  importava  del  resto?  Tra  le
    signore  che  venivano  alla  villa,  Raimondo  pareva non apprezzarne
    alcuna;  stava poco in loro compagnia,  si dava tutto  al  giuoco:  il
    giorno al casino,  la sera in casa. Non che biasimarlo, pertanto, ella
    avrebbe quasi voluto spingerlo in quella via  che  lo  distoglieva  da
    un'altra  infinitamente  pi  dolorosa.  Il cuor suo lo avrebbe voluto
    senza nessun vizio, solo amante di lei, della famiglia, della casa; ma
    lo  prendeva  com'era,  anzi  come  lo  avevano  fatto,  giacch  ella
    addebitava  quel  che  trovava  in  lui  di  men  bello alla soverchia
    indulgenza, al cieco amore della madre.
    Lontano dalle carte, Raimondo s'annoiava.  Se non poteva combinare una
    buona  partita,  smaniava contro la noia di quel villaggio,  contro la
    conversazione dei  villani,  contro  gli  stupidi  divertimenti  della
    tombola  e delle gite sugli asini.  Ella poteva dirgli: "Con chi te ne
    lagni? Non volesti venirci tu stesso?" Per taceva,  affinch egli non
    prendesse  quelle  parole  come  un rimprovero.  Invece,  vedendolo di
    cattivo umore, gli domandava dolcemente che avesse.
    "Ho che mi secco, non lo sai?" le rispondeva.
    "Che vuoi farci!...  Quando il colera  cesser  torneremo  a  Firenze_
    Perch non vai al casino?"
    Egli  non  se  lo faceva ripetere.  A poco a poco,  il giuoco diveniva
    indiavolato;  nel giro di poche ore facevano differenze  di  centinaia
    d'onze.  Nessuno,  in casa,  diceva nulla a Raimondo; il principe, gi
    pi alla mano con tutti,  pareva studiarsi di non pesare per nulla sul
    fratello.  Un  giorno questi,  poich da Milazzo,  per via del colera,
    tardavano a mandargli denari,  gli  chiese,  in  conto  delle  rendite
    ereditate, qualche centinaio d'onze: il principe mise la propria cassa
    a   sua  disposizione;   egli  torn  ad  attingervi  a  pi  riprese.
    Naturalmente, se il colera non finiva,  non si poteva far nulla per la
    sistemazione  dell'eredit;  nondimeno,  il principe ne parlava adesso
    direttamente al coerede, gli comunicava i propri disegni. Avevano dato
    a intendere ai legatari che erano stati trattati male dalla madre,  ma
    la dimostrazione del contrario sarebbe stata facile e pronta.  Gi, n
    Ferdinando n Chiara davano ascolto ai sobillatori; la stessa Lucrezia
    si sarebbe subito convinta del proprio torto. Quindi,  per amore della
    pace,  per  mettere  in  chiaro ogni cosa,  quantunque avessero ancora
    tanto tempo a pagar le sorelle, non era meglio togliersi al pi presto
    quel peso di su le spalle?  Avrebbero fatto un poco  di  economia  per
    raccogliere le sedicimila onze occorrenti,  giacch se Lucrezia doveva
    averne diecimila,  a  Chiara  ne  toccavano  soltanto  sei,  dovendosi
    sottrarre  le  quattro  da  lei  "avute" nel maritarsi.  Prima,  per,
    bisognava pagare i creditori, metter tutto in pulito.  Frattanto,  per
    guadagnar tempo, potevano intendersi loro due, circa la divisione. E a
    nessuno  di quei ragionamenti del fratello,  Raimondo trovava nulla da
    obiettare. "Va bene, va bene," era la sua risposta.
    In mezzo a questa pace, piomb un bel giorno don Blasco da Nicolosi, a
    cavallo a un gigantesco asino della Pantelleria. Scappato con tutto il
    convento, il monaco non aveva messo fuori neppure il naso, nelle prime
    settimane,  per paura di prendere il colera con l'aria che  respirava;
    ma   visto   che   per  la  campagna  prosperavano  uomini  e  bestie,
    rassicuratosi sul pericolo  del  contagio,  udito  finalmente  che  al
    Belvedere facevano baldoria, non stette pi alle mosse. Arriv l, fra
    colazione e desinare,  annunziandosi con grandi vociate perch nessuno
    gli apriva il  cancello;  visto  poi  il  principino  che  gli  veniva
    incontro con una bacchetta in mano la quale spaventava la cavalcatura,
    grid al ragazzo,  come se volesse mangiarselo: "Vuoi star fermo,  che
    il diavolo ti porti?" e entr finalmente nella villa esclamando:  "Non
    c' nessuno,  qui dentro?...  Che stillate?..." Al principe che voleva
    baciargli la mano,  spiattell: "Lascia  stare  queste  smorfie..."  e
    senza salutar nessuno,  lo prese pel bottone dell'abito,  lo trasse in
    disparte e gli domand a bruciapelo:
    "E' vero che tuo fratello si giuoca la camicia che ha  indosso?  Com'
    che puoi permettere una cosa simile?"
    "Vostra   Eccellenza  non  conosce  Raimondo?"  rispose  il  principe,
    stringendosi  nelle  spalle.  "Chi  pu  dirgli  nulla?  Provi  Vostra
    Eccellenza a dissuaderlo..."
    "Io?  Ah,  io?  A  me importa un mazzo di cavoli di lui e degli altri!
    Questo  il frutto dell'educazione che gli hanno data!  E  quell'altra
    buona  a  nulla  di sua moglie?  Tutto il giorno a grattarsi la pancia
    piena? E tua sorella? E quei pazzi? E tuo figlio?..."
    Non risparmi nessuno: i discorsi di Chiara e del marchese relativi al
    corredo del nascituro gli fecero montare la mosca al naso,  le notizie
    dei  Giulente lo imbestialirono;  ma quel che gli fece perdere il lume
    degli occhi fu la lettura del Giornale di Catania portato dal principe
    di Roccasciano nel pomeriggio,  quando cominciarono a venire le  prime
    visite.  Subito  dopo  il  bollettino  del  colera  si leggeva in quel
    foglio: "La generosit dei nostri cospicui patrizi non poteva mancare,
    in tempi tanto calamitosi,  di  venire  in  soccorso  della  sventura.
    L'Illustrissimo  don  Gaspare Uzeda duca d'Oragua,  bench lontano dai
    suoi concittadini,  pure ha fatto tenere al nostro Senato la somma  di
    ducati  cento  da distribuirsi in soccorso dei pi bisognosi..." Cento
    ducati buttati via,  per soccorrere i bisognosi?  Dite  piuttosto  per
    fregola di popolarit!  Cento ducati buttati a mare,  quasi che quella
    bestia avesse molto da scialare?  A furia di largizioni un bel  giorno
    avrebbe  battuto  il...  capo  sul  lastrone,  come  meritava  la  sua
    sciocchezza: bestia,  bestione,  tre volte bestionaccio!...  Il monaco
    era  talmente  fuori  della grazia di Dio,  che quando Roccasciano gli
    chiese notizie di suo nipote don Lodovico, si volt come una furia:
    "Di che nipote m'andate nipotando?...  Non li conosco!...  Li  rinnego
    tutti  quanti!..." E preso anche quest'altro pel bottone della giacca,
    gli grid all'orecchio: "Vedete un po' quel che fanno?... Non sono tre
    mesi che han perduta la madre,  e intanto se  la  spassano,  senza  un
    riguardo al mondo!..."
    Qualche  giorno  dopo ci fu la visita del Priore.  Arriv in carrozza,
    riposato e sereno: salut ed  abbracci  tutti,  volle  entrare  nella
    camera   dov'era  spirata  la  principessa,   parl  della  pestilenza
    attribuendola al corruccio del Signore  per  le  nequizie  dei  tempi.
    Tutti lagnavansi dell'ostinata siccit,  perch in tre mesi di torrida
    estate non era caduta una goccia d'acqua: egli rifer d'aver  disposto
    un  triduo,  a  Nicolosi,  e una processione per impetrare la pioggia;
    altrettanto consigli che facessero al Belvedere.
    "Non bisogna stancarsi di pregare l'Altissimo.  Solo la preghiera e la
    penitenza   potranno   indurre   la  Divina  Clemenza  a  perdonare  i
    peccatori."
    Poi annunzi che la cugina Radal gli  aveva  scritto  per  avvertirlo
    che,  appena  cessato  il  colera,  voleva  mettere  il  secondogenito
    Giovannino al Noviziato: provvedimento lodevole poich,  col marito in
    quello  stato,  la povera duchessa non poteva badare all'educazione di
    entrambi i figliuoli.  Il principe disse che anch'egli  forse  avrebbe
    fatto  altrettanto  per  Consalvo.  La principessa chin gli sguardi a
    terra,  non osando replicare,  ma non potendo soffrire di esser divisa
    dal suo bambino.
    Cos  zio  e  nipote  tornarono  a  venire,  soli,  in giorni diversi,
    incapaci di stare insieme, come cani e gatti. Per tutti riconoscevano
    che la colpa era di don  Blasco:  don  Lodovico,  con  la  sua  natura
    veramente  angelica,  non  avrebbe  chiesto di meglio che far la pace;
    quell'altro invece non gli perdonava ancora l'assunzione al  priorato.
    Comunque,   la  scissura  era  dispiacevole:  gli  amici  di  casa,  i
    frequentatori del convento ne parlavano con  dolore.  Non  ne  parlava
    affatto  fra'  Carmelo,  il  quale  venne  anch'egli a far visita alla
    principessa ed a portarle le prime nocciuole e le prime castagne.  Non
    voleva  parlare  della  nimist tra zio e nipote per amore della buona
    fama del convento,  per rispetto ai Padri che,  a suo giudizio,  erano
    tutti  buoni  e  bravi  egualmente;  ma  in  modo  particolare  per la
    venerazione  che  portava  ai  due   Uzeda.   Quei   suoi   sentimenti
    comprendevano  tutta  la parentela.  Quando la principessa,  in cambio
    della frutta che egli recava,  gli faceva apprestare uno spuntino,  il
    frate, sparecchiando rapidamente, esaltava la nobile casata, casata di
    signoroni  come ce n'eran pochi.  E la principessa gli voleva bene pel
    bene che egli dimostrava al piccolo Consalvo,  per le carezze che  gli
    faceva,  per  gli  speciali  regalucci che gli portava,  singolarmente
    perch,  narrandogli il Noviziato degli zii don Lodovico e don Blasco,
    gli diceva:
    "Ce  n' stati tanti degli Uzeda,  a San Nicola!  Ma Vostra Eccellenza
    non l'avremo! Vostra Eccellenza  figliuolo unico, e non lo metteranno
    certamente al monastero!..."
    Tutti i parenti,  invece,  tranne  Chiara,  che  se  avesse  avuto  un
    figliuolo  se  lo  sarebbe cucito alla gonna,  erano dell'opinione del
    principe,  che per l'educazione e l'istruzione del ragazzo  convenisse
    mandarlo  fuori di casa.  Don Blasco specialmente,  alle monellate del
    pronipote, all'indulgenza della principessa, vociava: "Ma come cresce,
    cotesto squassaforche!...  Che  educazione    questa  qui!..."  Donna
    Ferdinanda,  quantunque  giudicasse  soverchia  ogni istruzione,  pure
    riconosceva anche lei che mettere il ragazzo  in  un  nobile  istituto
    sarebbe  stato  secondo  le  tradizioni  della casa: tanto il collegio
    Cutelli quanto il Noviziato benedettino avevano visto molti di  quegli
    antenati di cui ella leggeva e spiegava al nipotino la storia.  Quando
    Consalvo era stanco di molestare le persone e le bestie,  se ne veniva
    infatti dalla zitellona e le diceva:
    "Zia, vediamo gli stemmi?"
    Gli  stemmi  erano  l'opera  del Mugns,  illustrata con le armi delle
    famiglie di cui il testo ragionava;  e donna Ferdinanda passava intere
    giornate leggendola e commentandola al nipotino.
    Gli   aveva  gi  fatto  un  piccolo  corso  di  grammatica  araldica,
    spiegandogli che cosa volesse dire scudo partito e diviso,  inquartato
    e  soprattutto;  mettendo  il  dito  adunco sul rame che rappresentava
    quello di casa Uzeda gliene faceva ogni volta la descrizione perch la
    mandasse a memoria:
    "Inquartato,  al primo e al quarto  partito,  d'oro  all'aquila  nera,
    linguata e armata di rosso, e fusato d'azzurro e d'argento; al secondo
    e  al  terzo  diviso,  d'azzurro  alla  cometa  d'argento e di nero al
    capriolo d'oro;  sopra il tutto d'oro con quattro  pali  rossi  che  
    d'Aragona; lo scudo contornato da sei bandiere d'alleanza."
    Poi  gliene spiegava la formazione: la cometa voleva dire chiarezza di
    fama e di gloria;  il capriolo rappresentava gli sproni del cavaliere.
    Lo stemma piccolo in mezzo al grande era quello dei Re aragonesi;  gli
    Uzeda lo avevano ottenuto a poco a poco,  non tutto in una  volta:  il
    primo palo al tempo di don Blasco Secondo.
    "Seruendo  egli," la zitellona leggeva nel suo testo,  "all'inuitto Re
    don Giaime nella gverra ch'hebbe col conte Vguetto di  Narbona  e  coi
    Mori  nell'acquifto  di  Maiorca,  non  n'hebbe  remvneratione uervna,
    perilche ritiratofi dal Real feruiggio fenne  and  coi  fvoi  al  fuo
    Stato,  et  iui  uedendo  che il Re mandaua vna groffa fomma di denari
    alla Reina,  con dvcento caualieri fvoi uaffalli in un celato paffo fi
    pvofe,  et  agvatando  i real carriaggi gli tolse i denari e quanto di
    fopra portauano,  mandando a dire al Re ch'era lvi obbligato di  pagar
    prima i feruiggi perfonali, e doppo fodiffar gli appetiti della Reina:
    ma  fdegnatofi  di  qvefte  attioni il Re moffe contra di Blafco graue
    gverra,  che per l'interpofitione di  molti  baroni  piaceuolmente  fi
    disftacc,  et  ottenne  la baronia di Almeira nonch poteft di poter
    imporre  alle  fve  Arme  vn  palo  roffo  d'Aragona."  La   zitellona
    gongolava,  leggendo quella storia, e dopo averla letta la ripeteva al
    nipotino con linguaggio meno fiorito perch egli ne intendesse  meglio
    il senso: "Bel Re, quello, eh? che si faceva servire dai suoi baroni e
    poi non voleva dar loro niente!  Ma la pensata di don Blasco Uzeda non
    fu pi bella? "Ah,  non date niente a me che ho combattuto per voi,  e
    pensate invece a mandar regali alla Regina?  Aspettate che vi accomodo
    io!..."" La sua voce tremava di  commozione  nel  ripetere  la  storia
    della  rapina,  e  i  suoi  occhi  furaci  come  quelli  dell'antenato
    s'infiammavano della secolare cupidigia della vecchia razza spagnuola,
    dei Vicer che avevano spogliato la Sicilia.
    "E gli altri pali?" domandava il principino,  che pendeva dalle labbra
    della  zia  meglio  che  se gli raccontasse le fiabe di Betta Pelosa e
    della Mamma Draga.
    La zitellona sfogliava rapidamente il libro e piombava  sul  passaggio
    cercato.
    "A  cagion  di  ci  auuenne ch'il predetto Gonzalo de Vzeda,  effendo
    eccellente cacciatore, fv inuitato dal Re Carlo di andare a caccia nei
    bofchi fvoi, il qvale inuito fv dal Gonzalo accettato, e mentre ognvno
    fi procacciaua e'l Re medefmo di fegvire i Daini, Cinghiali,  e Lepri,
    and folo il Re appreffo vn groffo cinghiale,  il quale aftvtamente fi
    trattenne nel corfo, ma perch il cauallo del Re fvriofamente di fopra
    gli correua,  nel paffar impedito da quello,  cafc con tvtto il Re in
    vn fafcio per terra, il qvale reft con vna gamba di fotto di cauallo,
    uedendo  ci  il  cinghiale,  f'auuent fopra il Re per vcciderlo,  il
    qvale per non hauerfi potvto difbrigare fi difendeua folamente con  vn
    pvgnale,  e ne reftaua fenz'altro morto fi non che auuedvtofi da lvnge
    Gonzalo del pericolo del fuo Re,  corfe per soccorrerlo,  et al  primo
    incontro vccife il cinghiale,  e scendendo poi da cauallo, l'aivt poi
    a forgere e'l f montar fopra il  fuo  cauallo,  e  tvtta  via  il  Re
    ringratiandolo  e  lodandolo  il chiam: 'Bon figlio!' perilche fvrono
    poi fempre i fignori di Vzeda chiamati dai Regi Siciliani  col  titolo
    di confangvinei,  e portarono fovra l'arme l'Arme Regia di Aragona con
    tutti i fuoi poteri,  come in effetto al  prefente  fpiegano,  dicendo
    anche  il  cronista  madrileno:  'Los  feruicios  de los Vzedas fveron
    tantos,  y tan buenos que por merced de los Reyes de Aragona hazian la
    mefmas armas que ellos...'"
    Chi poteva pi arrestare donna Ferdinanda,  una volta cominciato? Ella
    non aveva un uditore pi attento del ragazzo,  gli voleva bene appunto
    per  questo,  giacch  gli  altri  parenti  le  prestavano un orecchio
    distratto, badavano alle loro "sciocchezze",  o lavoravano ad offuscar
    lo  splendore della casa,  come quel volpone del duca amoreggiante coi
    repubblicani,  come quella pazza da legare di Lucrezia che non  voleva
    smetterla d'aspettare al balcone il passaggio del Giulente!...
    Solo  fra  tutti  don  Eugenio,  quando  non lavorava alla memoria per
    disseppellire la nuova Pompei,  assisteva  alla  lettura  del  Mugns,
    citava  altri  storici  della  famiglia.  Allora  fratello  e  sorella
    passavano a rassegna il lungo ordine di  avi,  recitavano  la  cronaca
    delle  loro  gesta,  il  secolare  sforzo  per afferrare e mantener la
    fortuna; i tradimenti, le ribellioni, le prepotenze,  le liti continue
    che  gli  scrittori  narravano velatamente,  e che essi magnificavano.
    Artale di Uzeda,  "giornalmente dal suo castello con i  suoi  armigeri
    uscendo,  signoreggiava tutto il paese"; Giacomo, vissuto al tempo del
    Re Lodovico,  "domin Nicosia e ne fu alla perfine rimosso per i molti
    dazi che impose";  don Ferrante,  "cognominato Sconza,  che nel siculo
    idioma suona il medesimo che Guasta", perd tutti i suoi feudi, "merc
    l'inobbedienza che us col suo Re;  ne ottenne quindi il  perdono,  ma
    non  per  questo  dimor  nella  fedelt,  poich  per  sue cagioni si
    discost di bel nuovo della Regia obbedienza,  e preso e condannato  a
    morte  ebbe  per  Grazia  Sovrana  salva  la  testa",  don  Filippo fu
    celebrato "pel valore che mostr in favor del suo  Re  don  Ferdinando
    contro al Re di Portogallo, di maniera, ch'essendo bandito della Corte
    per  cagion  d'omicidio,  fu  liberato  e venne in Grazia del suo Re";
    Giacomo  Quinto  "perch  aveva  venduto  suoi  feudi  a   Errico   di
    Chiaramonte, pretese poi ricuperargli dal poter di quello, e gli tent
    lite";  Don Livio "si delett di vendicarsi acerbamente degli oltraggi
    che gli furono fatti"; ecc. ecc.  Questi erano,  per donna Ferdinanda,
    atti di valore e prove d'accortezza. N gli Uzeda avevano litigato coi
    sovrani e coi rivali soltanto, ma anche tra loro stessi: don Giuseppe,
    nel 1684,  "si cas con donna Aldonza Alcarosso, colla quale procre a
    don Giovanni e a don Errico,  che per la morte dei loro padri  innanzi
    l'avo  pretesero  succedergli negli Stati di quello e litigarono lungo
    numero d'anni innanzi la  Regia  Corte";  don  Paolo  ebbe  "lunghe  e
    criminose  contese con suo padregno";  Consalvo,  conte della Venerata
    "per la morte del padre fu spogliato dal suo zio, e per aver repudiato
    l'infertile moglie combatt alcuni anni con suo cognato";  Giacomo  vi
    "cognominato Sciarra,  che Rissa nel tosco idioma diremmo,  non puoche
    differenze ebbe col padre". Consalvo Terzo,  "cognominato Testa di San
    Giovanni Battista, dolor la fellonia dei figli che seguirono Federico
    conte di Luna,  bastardo del Re Martino"; ma il pi terribile di tutti
    fu il primo
    Vicer,  il grande Lopez  Ximenes,  "che  perdette  l'animo  dei  suoi
    soggetti,  per  i  vizi  d'un  figliuol naturale molto prepotente e di
    sciolti  costumi:   onde   il   padre,   avendolo   trovato   reo   et
    incorreggibile,  con somma severit lo condann a morte, sentenzia che
    si sarebbe eseguita,  se il Re  don  Ferdinando,  che  ritrovavasi  in
    Sicilia,  non  avesse ordinato che non si effettuisse..." Don Eugenio,
    di tanto in tanto, per edificazione del ragazzo, giudicava conveniente
    fare qualche dissertazione  morale;  donna  Ferdinanda  invece  lodava
    tutto, ammirava tutto. Col tempo, con l'esercizio del potere, la razza
    battagliera erasi infiacchita: il secondo Vicer,  sfidato a duello da
    un barone ribelle,  "non puose prudentemente orecchio  all'invito  che
    questo sconsigliato giovane avevagli fatto";  la condotta dell'imbelle
    antenato,  per la zitellona,  era altrettanto lodevole  quanto  quella
    degli  altri  che  avevano  attaccato lite con tutti per niente.  Ed a
    proposito di duelli, dove lasciare il famoso decreto di Lopez Ximenes?
    "Aveva mandato bandi sopra bandi," narrava la zitellona  al  nipotino,
    "per  proibire  le  sfide;  ma a chi diceva,  al muro?  Non gli davano
    retta! Ah, no? Allora fece una pensata;  aspett il primo duello,  che
    fu  tra  Arrigo  Ventimiglia conte di Geraci e Pietro Cardona conte di
    Golisano, e confisc tutti i loro beni: glieli tolse, hai capito?"
    "E chi se li prese?"
    "Tornavano al Re," spieg don Eugenio; "ma poi la faccenda s'accomod:
    Ventimiglia se ne and fuori Regno,  e Cardona regal al Vicer il suo
    castello della Roccella, per ottener perdono..."
    A  furia  di simili pensate,  il Vicer venne per in uggia a tutto il
    mondo,  tanto che il Parlamento mand deputazioni in Spagna perch  il
    sovrano  lo rimovesse dal posto: opera dei baroni invidiosi e birbanti
    a giudizio della zitellona -, ma lui pi fino di loro, che fece? Offr
    al Re un dono di trentamila scudi,  e cos rest  al  suo  posto;  per
    poco, per. Era naturale che non lo potessero soffrire, giacch nessun
    altro  aveva tanta potenza,  tanta ricchezza e tanta nobilt.  C'erano
    stati prima molti altri governatori  della  Sicilia  che  tenevano  il
    luogo  del  Re,  ma  si chiamavano Presidenti del Regno,  o Vicer non
    proprietari,  e dovevano  consultare  Sua  Maest  prima  di  eleggere
    qualcuno  alle  cariche di Mastro Giustiziere,  d'Ammiraglio,  di Gran
    Siniscalco,  ecc.;  e non  potevano  dare  feudi  o  burgensatici  che
    oltrepassassero  la rendita di onze duecento castigliane,  n somme di
    denaro superiori a duemila fiorini di  Firenze;  era  loro  egualmente
    proibito di nominare i castellani di Palermo,  Catania,  Mozia, Malta,
    ecc., ecc., mentre l'Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re,
    potendo,  come diceva il  rescritto:  "emanar  leggi  durature  a  suo
    piacere,  condonare la pena di morte, conferire dignit, far tutto ci
    che avrebbe fatto lo stesso Re,  esercitare tutti gli  atti  riserbati
    alla  suprema  regala  ed  alla  regia  dignit,   ancorch  avessero
    ricercato un mandato speciale o specialissimo..."  Chi  poteva  dunque
    star loro a fronte?  Che avevano da invidiare alle famiglie pi nobili
    di Napoli e di Spagna?  Si gloriavano perfino d'una santa in cielo: la
    Beata  Ximena.  Era vissuta tre secoli e mezzo addietro;  maritata dal
    padre,  per forza,  al conte Guagliardetto,  terribile nemico di Dio e
    degli  uomini,  aveva ottenuto la conversione del colpevole e compiuto
    grandi miracoli in vita e dopo morte: il  suo  corpo,  portentosamente
    salvato  dalla  corruzione,  conservavasi in una cappella della chiesa
    dei Cappuccini!...  E come,  sfogliando il volume per vedere gli altri
    stemmi, quelli dei Radal, dei Torriani, il ragazzo domandava alla zia
    perch  non  c'era  quello  della zia Palmi,  la zitellona rispondeva,
    secco secco: "Lo stampatore dimentic di mettercelo;  ma   cos:  suo
    padre che, con una zappa in mano, pianta un piede di palma..."


    Verso  la  fine  di  settembre il colera crebbe d'intensit;  il 25 il
    bollettino segn trenta morti,  ma si diceva che  fossero  pi  e  che
    gl'infetti   superassero  il  centinaio  e  che  qualche  caso  sparso
    inquietasse le campagne.  Ci  fu  una  nuova  scappata  di  gente;  la
    vigilanza al Belvedere era continua perch non entrassero i fuggiti da
    luoghi sospetti: contadini e cittadini, armati di schioppi, carabine e
    pistole,  facevano  la  guardia  in tutte le vie che mettevano capo al
    paesello,   esercitando   una   specie   di   polizia   arbitraria   e
    inappellabile;  e poich,  ad ogni passaggio di fuggiaschi, avvenivano
    scene tra comiche e tragiche, Raimondo per vincer la noia - essendo il
    giuoco interrotto per quel nuovo spavento -  gironzava  spesso  per  i
    posti  di  guardia.  Un  giorno,  saputosi  che  a Mscali c'era gente
    ammalata di colera,  i carri e le carrozze provenienti di l non furon
    lasciati  passare.  Mentre  quelli del Belvedere intimavano il dietro-
    front con gli schioppi spianati,  e gli emigranti facevano  valere  le
    loro ragioni,  mostrando certificati, pregando, minacciando, gridando,
    Raimondo  che  se  la  godeva  s'ud  a  un  tratto   chiamare:   "Don
    Raimondo!... Contino! Contino!..." e guardatosi intorno vide due donne
    che  dallo  sportello  d'una  polverosa  carrozza  gli  facevano cenni
    disperati.
    "Donna Clorinda!... Voi qui?..."
    Donna Clorinda era la vedova del notaio Limarra, famosa per l'allegria
    dimostrata  in  giovent  ed   ora,   nella   maturit   prossima   al
    disfacimento,  per  la  bellezza  della  figliuola Agatina,  la quale,
    seguendo le orme della madre,  aveva civettato,  ragazza,  con tutti i
    giovanotti che le si erano stropicciati alle gonne; maritata pi tardi
    col patrocinatore Galano,  gli procurava clienti d'ogni genere.  Donna
    Clorinda, con un debole pei giovanotti nobili, era stata, pi di dieci
    anni addietro, la prima conquista di Raimondo; lasciata la madre, egli
    aveva poi ruzzato con  la  figliuola,  ma  senza  molto  profitto,  in
    verit,  perch  costei uccellava al marito;  ammogliato egli stesso e
    andato via di Sicilia, le aveva perdute di vista. Adesso le due donne,
    ed anche il marito che se ne stava rannicchiato pi morto che vivo  in
    fondo alla carrozza, si mettevano sotto la sua protezione per ottenere
    un  rifugio  al Belvedere.  Grazie a lui le lasciarono entrare;  ma le
    difficolt ricominciarono subito dopo,  giacch,  avendo i  fuggiaschi
    invaso ogni buco,  non c'erano in paese altro che le stalle dove poter
    mettere nuova gente.  Nondimeno,  per donna Clorinda e l'Agatina,  che
    incontravano  un nuovo amico ad ogni pi sospinto,  tutto il Belvedere
    si mise in moto, finch trovarono loro due camerette terrene,  un poco
    fuori mano, ma con un piccolo giardinetto. Appena stabilite, ridussero
    una  di  quelle  scatole  a  salottino da ricevere,  e cominci subito
    l'andirivieni di tutta la colonia cittadina messa  in  rivoluzione  da
    quell'arrivo. Donna Clorinda, che non s'arrendeva ancora, dava udienza
    a tutti; ma il posto accanto alla figliuola fu serbato a Raimondo. Per
    la libert che regnava in quella casa, pel buon umore delle due donne,
    anche  i rimasti a bocca asciutta ci venivano a passare la sera meglio
    che al casino, giocando, ciarlando,  cantando.  E Raimondo,  smessa la
    noia,  smessa la mutria, non rincasava pi, si faceva ancora una volta
    aspettare lunghe e lunghe ore dalla  moglie  triste  ed  inquieta  pel
    rinnovato  pericolo della pestilenza,  pei sospetti che quel repentino
    cambiamento rievocava, accorata pi tardi dalle allusioni con le quali
    donna Ferdinanda,  il principe,  le  stesse  persone  di  servizio  le
    rivelavano  gli  antichi  amori  del marito.  Poteva ella credere alla
    nuova tresca con la figlia  dell'antica  amante?  Non  era  questo  un
    peccato  mortale,  una  mostruosit che la mente di lei rifiutavasi di
    concepire? Non doveva ella credere, piuttosto, che l'astio dei parenti
    contro Raimondo e lei stessa ordisse l'accusa maligna?...
    Bruscamente ritolta alla pace,  ella tornava a struggersi,  a  lottare
    contro  se  stessa,  contro  i sospetti che la riassalivano non appena
    scacciati, a passar le lunghe notti autunnali tremando nell'attesa del
    ritorno di lui,  a piangere per gli sgarbi coi quali  egli  rispondeva
    alle sue inquietudini.
    "Perch resti fuori cos tardi? Ho paura per la tua salute..."
    "Non sono pi libero di restar fuori quanto mi piace?"
    "Sei  libero,  s_ Ma non andare in quella casa,  tra quella gente che
    tuo fratello si vergogna di ricevere..."
    "Dove vado? Tra quale gente? Io vado al casino; vuoi anche spiarmi?"
    No, ella gli credeva, voleva e doveva credergli. Ma perch pesavano su
    lei gli sguardi tra ironici e compassionevoli di tutta la  famiglia  e
    della  servit?  Perch  il discorso moriva in bocca alle persone alle
    quali ella s'avvicinava?...  Una notte,  dopo quattro mesi di siccit,
    scoppi  un  terribile temporale;  il cielo scuro fu solcato da saette
    lucenti come spade,  le strade si mutarono improvvisamente in  fiumane
    limacciose,  la grandine strosci sulle vetrate e sui tetti.  Ella che
    aveva sperato di veder tornare Raimondo ai primi accenni dell'uragano,
    aspettava ancora tremante di paura.  Non una voce,  non un  rumore  di
    passi.  Il temporale cess dopo un'ora, Raimondo non tornava ancora...
    Non gli altri maligni,  ma egli  stesso  era  bugiardo  e  incestuoso:
    poteva pi dubitarne?  Quella spudorata non l'aveva anche lei guardata
    arditamente in viso,  in atto di sfida,  quasi  dicendole:  "Sono  pi
    bella  di  te,  perci  egli  mi  preferisce?..."  Ed era vero: la sua
    gelosia era tanto pi umiliata,  quanto pi ella  riconosceva  di  non
    piacere a suo marito,  ora specialmente che la gravidanza inoltrata la
    disformava.  Ma aveva egli veramente giurato di  attentare  alla  vita
    dell'essere  che  ella portava in grembo,  infliggendole torture sopra
    torture, lasciandola cos, nella notte oscura e tempestosa, con quello
    spasimo del peccato orribile, del nuovo tradimento,  con l'anima piena
    di  dolore e di vergogna e di spavento?...  Egli rincas a mezzanotte,
    fradicio intinto,  con gli abiti talmente fangosi  come  se  si  fosse
    rotolato nella mota.
    "Maria Santissima!..." esclam ella,  giungendo le mani.  "Come ti sei
    conciato cos?"
    "Pioveva; sei sorda? Non hai sentito l'acqua?"
    "Ma la pioggia  finita da un pezzo..."
    "Mi son inzuppato prima!..." grid quasi egli.  "Ho da  sentire  anche
    te, adesso?"
    Improvvisamente,  ella  ebbe  conferma dei propri sospetti: rispondeva
    cos quand'era colto in fallo, replicava con le violenze alla ragione;
    troncava la discussione coi gridi...  Appoggiata la fronte a un  vetro
    sul quale la nuova pioggia fine fine tirava umide righe,  ella si mise
    a piangere silenziosamente.  Il bene che gli voleva,  l'obbedienza che
    gli prestava,  la devozione sommessa di cui gli dava prova ogni giorno
    non bastavano,  dunque:  tutto  era  inutile,  egli  la  sfuggiva,  la
    tradiva, per chi?... E l'aveva costretta ad abbandonare la sua bambina
    e  l'aveva  esposta  ai  rimproveri  di  suo  padre,  per questo,  per
    questo!... Un dolore sopra l'altro, sempre,  sempre,  anche adesso che
    ella  avrebbe  dovuto  esser  sacra per lui,  perch i dolori potevano
    uccidere la creatura che stava per nascere!...
    La voce di Raimondo,  rauca,  che chiamava il  cameriere,  la  strapp
    all'alba  di  l.  S'era  messo a letto,  il ribrezzo della febbre gli
    faceva battere i denti.  Allora ella  asciug  le  lacrime,  corse  ad
    assisterlo. Per tre giorni non lasci un momento il suo capezzale, gli
    fece  da  infermiera e da cameriera,  dimenticando la propria ambascia
    pel terrore che quel  male  degenerasse  nella  pestilenza  influente,
    restando  sola  presso  di  lui  quando,  insospettiti,  nessuno della
    famiglia volle pi entrarci.
    Tremavano all'idea del contagio,  avevano tutti  paura  di  prenderlo.
    Raimondo pi di tutti,  nonostante le risate confortative del dottore,
    nonostante le assicurazioni di lei.
    Guarito dell'infreddatura,  egli non ebbe  pi  nulla;  per  non  era
    ancora del tutto ristabilito che pretese andar fuori.
    "Fllo per noi!" scongiur Matilde, a mani giunte; "per nostra figlia!
    Non t'esporre a un altro malanno!..."
    Non  gli  aveva  detto  nulla  dei  suoi  sospetti,  per non irritarlo
    mentr'era infermo, ma ora gli buttava le braccia al collo, gli diceva,
    guardandolo negli occhi, passandogli una mano sui capelli:
    "Dove vuoi andare? Perch mi lasci? Resta con me!"
    "Voglio far due passi;  mi  sento  bene..."  rispose,  solleticato  da
    quelle carezze, da quella sommessione di cane fedele.
    "Li faremo insieme nella vigna.  Non c' bisogno di andar fuori,  se 
    vero che mi vuoi bene... me sola!... e che non pensi ad altri..."
    "A chi dovrei pensare?..." esclam Raimondo,  con un sorriso fatuo  di
    compiacimento.
    "A nessuna?... A nessuna?... A colei?"
    "Ma a chi?"
    "Alla Galano?..." quel nome le bruciava le labbra.
    "Io?" rispose con tono di protesta.  "Ma neanche per sogno!...  Vorrei
    un po' sapere chi ti mette in capo queste cose!"
    "Nessuno! Le temo io, perch ti voglio bene, perch sono gelosa..."
    Egli rideva di tutto cuore, rassicurandola.
    "Ma no!  Che ti salta in capo!...  E poi,  l'Agatina!...  Una che  di
    tutti, di chi la vuole!..."
    "E' vero? E' vero?... Allora, perch ci vai?"
    "Ci  vado  perch  mi  diverto,  perch    come  andare al caff,  al
    circolo..."
    "Allora, la sera che prendesti l'infreddatura..."
    "M'inzuppai perch l'acqua mi colse alla Ravanusa; puoi domandarne, se
    non mi credi!"
    S,  ella gli avrebbe creduto,  se la dolcezza con cui la trattava non
    fosse  stata  nuova,  innegabile  prova  che  aveva  qualcosa da farsi
    perdonare... Ebbene,  che le importava,  se era per questo?  Qualunque
    fosse  il sentimento che gli dettava quelle parole,  esse erano buone,
    la toglievano,  almeno per poco,  al suo cordoglio.  E con l'anima che
    riaprivasi alla speranza, ella lo udiva proporle:
    "Del  resto,  ora  che  il  colera sta per finire,  andremo via tutti.
    Quando avr sistemato gli affari della divisione con  Giacomo,  ce  ne
    torneremo a Firenze.  Ma per ora, se vuoi, faremo una corsa a Milazzo.
    Partorirai a casa tua; ti piace?"









    6.

    "Abbas!... Abbas!..." disse il fratello portinaio, inchinandosi.
    "Che significa?" domand,  allo zio  Priore,  Consalvo  che  il  padre
    conduceva per mano.
    "Vuol dire che l'Abate  in convento," spieg Sua Paternit.
    Su per lo scalone reale, tutto di marmo, il ragazzo guardava le pareti
    decorate di grandi quadri a mezzo rilievo di stucco bianco sopra fondo
    azzurrognolo:  San  Nicola  da  Bari,  il martirio di San Placido,  il
    battesimo del Redentore, con sciami d'angeli in giro, corone,  festoni
    e  rami  di  palme  sulla  vlta.  Lo scalone sbucava nel corridoio di
    levante,  dinanzi alla grande finestra che metteva nella terrazza  del
    primo chiostro.
    "E' l," disse il Priore, inchinandosi verso un'ombra nera che passava
    dietro i vetri.
    L'Abate,  dall'esterno, attacc il viso al finestrone e riconosciuti i
    visitatori esclam, gestendo:
    "Apri, apri, Ludov..."
    Il Priore fece girare la spagnoletta e presa la mano del superiore  la
    baci   rispettosamente;   il   principe  e  il  principino  seguirono
    l'esempio.
    "Benedetti,  figliuoli,  benedetti!...   Questo    dunque  il  nostro
    monachino?  Oh,  che bel monachino ne vogliamo fare!... Consalvo, eh?"
    domand rivolto al  principe;  poi,  al  ragazzo:  "Consalvo,  tu  sei
    contento di stare con noi, che?..."
    "Rispondi!... Rispondi a Sua Paternit..."
    Il ragazzo disse, guardandolo in viso:
    "S."
    "Bravo!... Che bel ragazzo!... Che occhi!... Tu starai qui con lo zio,
    crescerai  buono  e  santo come lui,  che?..." e mise affabilmente una
    mano sulla spalla del Priore, il quale mormor, arrossendo:
    "Padre Abate!..."
    Questi s'avvi,  appoggiandosi al bastone.  Il Priore gli  stava  alla
    destra,  il principe alla sinistra: Consalvo era andato ad affacciarsi
    all'inferriata, guardava gi nel chiostro contornato da un portico che
    reggeva la terrazza superiore, pieno di statue, di vasche dove l'acqua
    cantava,  di sedili distribuiti fra  le  aiuole  simmetriche,  con  un
    padiglione in centro,  di stile gotico,  a quattro archi, la cui vlta
    di lastre lucide faceva specchietto  al  sole.  Il  ragazzo  curiosava
    ancora quando suo padre lo chiam: la comitiva dirigevasi al quartiere
    dell'Abate,   posto  accanto  a  quello  del  Re,   nel  corridoio  di
    mezzogiorno,   dove  ogni  uscio  era  sormontato  da  grandi   quadri
    rappresentanti  le  vite  dei  santi.  Giunto  dinanzi alla sua porta,
    l'Abate diede qualche ordine al cameriere,  poi tutti si diressero  al
    Noviziato,  pel  corridoio dell'Orologio lungo pi di cento canne,  il
    cui finestrone di fondo pareva piccolo,  dall'opposta estremit,  come
    un occhio di bue.  Passarono dapprima accanto al secondo chiostro,  il
    quale aveva il portico al primo piano e la terrazza al piano superiore
    come l'altro;  anch'esso coltivato: tutt'un boschetto di aranci  e  di
    cedri  dal  fogliame  scuro  che i frutti d'oro punteggiavano.  Poi si
    lasciarono dietro il Coro di notte dove sbucava  un'altra  scala,  poi
    l'orologio;  n il corridoio finiva ancora. L'Abate, tra il principe e
    il Priore,  chiacchierava con una volubilit straordinaria,  seminando
    il discorso di "che?..." aspirati ai quali non lasciava dare risposta.
    I  fratelli  che  incontravano  lungo il loro cammino si fermavano tre
    passi innanzi alla comitiva,  chinavano il capo giungendo le mani  sul
    petto  al  passaggio dei superiori.  E sulla porta del Noviziato stava
    fra' Carmelo,  che scorto il ragazzo gli  apr  le  braccia  con  aria
    festosa, esclamando:
    "C' venuto!... C' venuto!..."
    Padre  Raffaele  Crcuma,   il  maestro  dei  novizi,  venne  incontro
    all'Abate,  e gli fece strada fino alla sala delle  lezioni  dov'erano
    riuniti  tutti  i fanciulli,  Giovannino Radal fra gli altri,  da sei
    mesi a San Nicola.
    "Questo    il  nostro  nuovo  monachino,"  spiegava  Sua   Paternit.
    "Abbraccia il cuginetto!... La tua camera  pronta, or ora ci andremo.
    Adesso  tu  lascerai  il  tuo  nome;  ti  chiamerai  Serafino.  Il tuo
    cuginetto si chiama Angelico,  che?...  Questo qui   Placido,  questo
    Luigi..."
    Erano  frattanto arrivati due camerieri con vassoi pieni di dolci,  ai
    quali i novizi facevano festa.
    "Vedrai che  bello,  qui,"  diceva  il  maestro  al  nuovo  arrivato,
    accarezzandolo. "Ti divertirai, con tanti compagni..."
    Consalvo  chinava  il capo,  lasciava che dicessero.  La curiosit del
    primo momento gli era passata,  sentiva  adesso  una  gran  voglia  di
    piangere;  nondimeno  guardava tutti in viso,  quasi in atto di sfida,
    per non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto ficcarlo l
    dentro.  E fra' Carmelo era stupito della sua  franchezza:  tutti  gli
    altri ragazzi,  il primo giorno, avevano gli occhi rossi, dicevano che
    non volevano starci,  piangevano immancabilmente  quando  il  barbiere
    recideva  le  loro  chiome,  quando  lasciavano gli abiti secolari per
    vestire la nera tonacella. Invece il principino,  andato via suo padre
    dopo  l'ultimo predicozzo,  li lasciava fare,  vedeva cadere i capelli
    sotto le cesoie senza dir nulla,  indossava il saio come  se  l'avesse
    portato fin dalla nascita.
    "Bravo!...  Sempre  cos  contento  ha da starci!...  Vedr poi quanti
    giuochi, quanti spassi..."
    Il ragazzo rispose, duramente:
    "Io sono il principe di Francalanza; non sempre ci star."
    "Sempre?...  Chi  l'ha  detto?...   Ci  star  qualche  anno,   finch
    imparer...  Sempre ci stanno i suoi zii...  Adesso, adesso andremo da
    Padre don Blasco..."
    E presolo per mano, gli fece rifare la via tenuta al venire, fino alla
    camera del Decano, che era nel corridoio di mezzogiorno, col quadro di
    San Giovanni Boccadoro sull'uscio.
    "Deo gratias?..."
    "Chi ?" rispose il vocione del monaco.
    L'uscio s'aperse un poco, ed egli comparve,  in pantaloni e maniche di
    camicia, con la pipa in bocca, in mezzo alla camera sottosopra come un
    campo lavorato.
    "Qui  c' il nipotino di Vostra Paternit,  che viene a baciar la mano
    alla Paternit Vostra."
    "Ah,  sei qui?" esclam il monaco,  nettandosi le labbra col  rovescio
    d'una  mano.  "Va bene,  tanto piacere!" aggiunse senza fargli neppure
    una carezza;  poi,  rivolgendosi al fratello:  "Conducetelo  a  spasso
    nella Flora."
    Dopo   tante  grida  contro  l'ignoranza  e  la  mala  educazione  del
    pronipote,  il monaco era montato in bestia quando il  principe  aveva
    deciso  di  metterlo  a  San  Nicola.  Ce lo mettevano per educazione?
    Voleva dire che non erano buoni di  educarlo  in  casa!  Allora  aveva
    ragione  lui  quando diceva che davano al ragazzo di begli esempi?  Ma
    Giacomo voleva mettere il figlio a San Nicola  anche  per  gli  studi:
    come se gli Uzeda avessero mai saputo fare di pi della loro firma!  E
    poi ci voleva molto a dargli qualche maestro, se avevano la fregola di
    farne un letterato? I maestri, per, poco o molto,  bisognava pagarli,
    e  questo era il solo e vero motivo della deliberazione: risparmiare i
    baiocchi; perch ai Benedettini non solamente non si pagava nulla,  ma
    le stesse famiglie degli scolari ci guadagnavano qualcosa!...
    Le  camere  del  Noviziato  aprivano  tutte  in  un giardino destinato
    unicamente al diporto dei ragazzi;  non  c'erano  soltanto  fiori,  ma
    alberi fruttiferi,  aranci, limoni, mandarini, albicocchi, nespoli del
    Giappone,  e la mattina un pigolo assordante di passeri  svegliava  i
    novizi  prima  ancora  che  fra'  Carmelo  venisse  a chiamarli per le
    divozioni che andavano  a  dire  nella  cappella.  Finito  di  pregare
    tornavano  tutti  nelle  loro  camere,  facevano una colazione frugale
    perch il pranzo era a  mezzogiorno,  e  ripassavano  le  lezioni  per
    trovarsi pronti all'arrivo dei lettori che insegnavan loro l'italiano,
    il  latino  e l'aritmetica,  pi la calligrafia e il canto corale,  le
    domeniche. A terza, dopo le lezioni, c'era la messa, che scendevano ad
    ascoltare in chiesa;  la pi grande di Sicilia,  tutta marmo e stucco,
    bianca  e luminosa,  con la cupola che sfondava il cielo e l'organo di
    Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e  diecimila  onze  di
    denari.  Subito dopo la messa,  i novizi andavano al refettorio, certe
    volte in quello grande insieme coi Padri,  certe altre  da  soli,  nel
    piccolo,  secondo  prescriveva la Regola;  ma lo spasso cominciava pi
    tardi,  dopo il desinare,  quando si sparpagliavano per  il  giardino,
    dove si mettevano a giocare a rimpiattino, alle bocce, ai castelletti,
    oppure  zappavano  o  coltivavano  ciascuno  i  propri alberi,  oppure
    mandavano per aria  aquilotti  e  palloni.  Oltre  il  muro  di  cinta
    distendevasi un terreno incolto,  tutto lava e sterpi, fino alla Flora
    - il giardino grande destinato al diporto dei monaci,  dove i  ragazzi
    andavano  di  tanto  in  tanto,  a rincorrersi pei grandi viali - e il
    principino che aveva subito preso le abitudini del convento ed era  il
    pi  diavolo di tutti,  spesso arrampicavasi su quel muro,  tentava di
    scavalcarlo e andarsene nella sciara;  ma allora il  Padre  maestro  e
    fra' Carmelo ammonivano: "Di l non si passa!...  Non t'arrischiare da
    quella parte che ci bazzicano gli spiriti: se t'afferrano  ti  portano
    via con loro..."
    "Li  hai  visti  tu,  cotesti  spiriti?"  domand una volta Consalvo a
    Giovannino Radal.
    "Io, no; ci vanno la notte, dicono."
    E  la  notte  non  potevano  guardarci  perch,  dopo  la  passeggiata
    vespertina che facevano gi in citt,  e dopo la cena, rientravano per
    lo studio e per le preghiere della sera.
    Fra' Carmelo teneva loro  compagnia,  badava  che  non  mancassero  di
    nulla, e quando non c'era da fare, li svagava parlando dei novizi d'un
    tempo,  che  adesso erano monaci o alle case loro,  narrando le storie
    antiche,  il famoso furto della cera nella notte del Santo Chiodo;  la
    rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier
    generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e della Regina nel
    1834;  ma  diffondendosi  pi  che  altro  intorno  alle  vicende  del
    monastero.
    Nel primo principio non si sapeva bene chi lo avesse  fondato,  ma  il
    1136 certi santi Padri Benedettini s'eran ritirati, per meditare e far
    penitenza,  nei boschi dell'Etna,  e l,  coll'aiuto del conte Errico,
    avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei tanti
    crateri spenti del Mongibello,  tutto coperto di  boschi  e  sei  mesi
    dell'anno  ammantato  dalla neve;  una vera solitudine adatta al santo
    scopo.  In inverno la tramontana turbinava intorno al povero e rustico
    fabbricato,  tagliava la faccia,  scottava le mani,  gelava ogni cosa:
    tanto  che  molti  dei  monaci  s'eran  buscate  gravi  malattie,  non
    resistendo all'intemperie.  Pertanto avevano ottenuto di poter mandare
    gl'infermi pi gi,  in un ospizio fabbricato nel bosco di San Nicola;
    e  l,  come ci si stava meno a disagio,  cominciarono ad andare anche
    parte dei monaci sani.  A San Leo,  intanto,  oltre il freddo c'era un
    altro spavento,  quando la montagna s'apriva, vomitando fuoco e cenere
    ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica,  la lava  distruggeva
    gli alberi e disseccava le cisterne,  la cenere infocata bruciava ogni
    verdura.  "Potevano  sopportare  tanti  guai,   i  poveri  Padri?"  La
    meditazione  stava  bene,  ma  se  il  suolo  mettevasi  a  ballar  la
    tarantella,  chi poteva pi riconcentrarsi  e  pregare?  La  penitenza
    stava  ancora  meglio;  ma  bisognava  pure  evitare  che,  a furia di
    mortificazioni,  i penitenti non se ne  andassero  difilato  all'altro
    mondo prima d'aver purgato i loro falli.  Per conseguenza, impetrarono
    ed ottennero di stabilirsi definitivamente a San  Nicola,  intorno  al
    quale venne crescendo un paesetto che,  dal Santo,  si chiam Nicolosi
    per l'appunto.  L,  il convento fu costruito con qualche comodo,  pi
    grande dell'antico,  e i monaci vi restarono molti anni; per Nicolosi
    non scherzava neppur esso: la neve,  se non per sei  mesi,  vi  cadeva
    copiosa  in inverno,  e il freddo era ancora troppo pizzicante;  tanto
    che gli ammalati bisogn  mandarli  in  un  altro  ospizio  fabbricato
    apposta  pi  gi,  alle  porte  di  Catania;  senza  dire che i ladri
    infestavano quelle campagne.  Veramente i monaci,  che  avevano  fatto
    voto di povert,  non avrebbero dovuto temerli;  perch "cento ladri",
    come dice il proverbio,  "non  possono  spogliare  un  nudo";  ma  Re,
    Regine, Vicer e baroni avevano cominciato a donar roba al convento; e
    a  furia  di  raccoglier  legati i Padri si trovavano possessori di un
    gran patrimonio.  Ora,  chi doveva godersi quelle ricchezze?  i  topi?
    Perci nel 1550,  i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente
    in citt,  mettendo la  prima  pietra  d'un  magnifico  edifizio  alla
    presenza del Vicer Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto
    fosse  crucciato  perch  i  suoi  figli  avevano  lasciato i boschi e
    s'erano accasati da signori in citt: menzogna patente, poich, finito
    che fu il convento,  il glorioso fondatore dell'Ordine lo preserv dal
    fuoco  del  vulcano: la lava dei Monti Rossi,  discesa fino a Catania,
    preciso in direzione del convento,  giunta dinanzi ad esso gir  dalla
    parte  di  ponente e and a gettarsi in mare senza fargli alcun danno.
    E' vero che nel 1693 il terremoto rovin l'edificio dalle  fondamenta;
    per  il castigo,  se mai,  non fu inflitto ai soli Padri,  ma a mezza
    Sicilia che se ne casc come un castello di carte. E allora finalmente
    cominciarono la costruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto
    grandioso che non si pot eseguir tutto: per portarne a compimento una
    met,  i lavori durarono fino al 1735.  La  ricchezza  dei  Padri  era
    pervenuta al sommo: settantamila onze l'anno, e certi feudi erano cos
    vasti, che nessuno ne aveva fatto il giro!
    Quando parlava di queste cose,  fra' Carmelo non ismetteva pi, perch
    egli aveva passato pi di cinquant'anni fra quelle mura, e voleva bene
    a' Padri,  ai novizi,  alle immagini della chiesa ed agli alberi della
    Flora,  come  se  tutti fossero parte della sua famiglia.  Conosceva i
    feudi,  le tenute e i poderi meglio di tutti i Cellerari di  campagna,
    ciascuno  dei  quali  era preposto al governo d'una sola propriet;  e
    quando bisognava rammentar qualcosa,  la data d'un  avvenimento  molto
    lontano, la misura d'un antico raccolto, tutti ricorrevano a lui.
    Il  principino  era  adesso  la  sua  pi grande affezione: egli se lo
    teneva vicino pi che  poteva,  gli  regalava  dolci  e  balocchi,  lo
    vantava  all'Abate,  al  maestro dei novizi,  agli zii ed a tutti.  Il
    ragazzo, veramente, era troppo vivace, faceva il prepotente, attaccava
    lite coi  compagni;  fra'  Carmelo,  paziente  ed  indulgente,  sapeva
    scusarlo  presso  il  maestro,  se  commetteva  qualche  monellata,  e
    raccomandava prudenza agli altri fratelli se di queste monellate  essi
    scontavan la pena.
    "Bisogna lasciarli fare,  i ragazzi; e poi sono signori, e a noi tocca
    obbedirli."
    I fratelli,  infatti,  erano addetti alle grosse bisogne,  servivano i
    Padri al refettorio, mangiavano alla seconda tavola; e quando i monaci
    dicevano  l'uffizio  in  Coro,  essi  recitavano in un cantone il solo
    rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava esser nobili, e
    fra'  Carmelo,  fanatico  di  quelle  cose  quanto  donna  Ferdinanda,
    celebrava  la nobilt riunita a San Nicola.  Vi si trovavano infatti i
    rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di
    tutta la Sicilia,  perch in tutta la  Sicilia  c'era  solo  un  altro
    convento  di  Cassinesi,  a  Palermo,  e  cos inferiore in grandezza,
    ricchezza  ed  importanza,  che  mandavano  l  da  Catania  i  monaci
    stravaganti, per punizione. L'Abate era un gran signore napolitano, il
    secondogenito del duca di Cosenzano; da Monte Cassino era venuto anche
    il  Padre  Borgia,  romano,  di quella famiglia che aveva dato un Papa
    alla  cristianit;  e  poi  c'erano  gli  isolani,   i  Gerbini,   che
    discendevano  da  Re  Manfredi  per via di donne;  i Salvo,  venuti in
    Sicilia con gli Svevi;  i Toledo,  i Requense,  i  Melina,  i  Currera
    spagnoli come gli Uzeda, i Crcuma e i Sagonti, di nobilt longobarda;
    i Grazzeri, discesi di Germania; i Corvitini, fiamminghi; i Carvano, i
    Costante,   francesi;  gli  Emanuele,  appartenenti  ad  un  ramo  de'
    Paleologhi, imperatori d'Oriente.
    "Basta essere ai Benedettini, o monaco o novizio,  per significare che
    uno    signore,"  spiegava  fra' Carmelo al principino.  "Qui entrano
    soltanto quelli delle prime case, come Vostra Paternit."
    Ai ragazzi toccava il "Vostro Paternit" e il "don" come ai monaci,  e
    tutte  le  volte che un Padre o un novizio passava dinanzi ai fratelli
    questi dovevano inchinarsi, piegandosi in due,  incrociando le braccia
    sul petto; e se erano seduti, alzarsi in piedi per salutare. C'era uno
    di questi fratelli,  fra' Liberato, vecchissimo, quasi centenario, non
    pi buono a nulla,  il quale usciva dalla sua camera  per  tremare  al
    sole  sopra una sedia a bracciuoli;  un giorno il principino gli pass
    dinanzi e il vecchio non s'alz.  Allora il ragazzo rifer la cosa  al
    maestro, il quale fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi.
    "E' istolidito, poveretto," disse fra' Carmelo, scusandolo. "Quando ci
    facciamo vecchi, torniamo peggio di quand'eravamo bambini!"
    Consalvo  riceveva  cos  le  stesse lezioni che gli aveva fatte donna
    Ferdinanda,   le  digeriva  meglio  che  non  l'altre  del  latino   e
    dell'aritmetica.  Esse  gli  davano  un'idea straordinaria di quel che
    valeva,  ma gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagni,
    specialmente dai maggiori d'et,  pel disprezzo col quale li trattava.
    Michele Rocca  si  gloriava  d'avere  anche  lui  un  Vicer  tra  gli
    antenati; ma Consalvo correggeva: "Vicer? Presidente del Regno!..." E
    l'altro:  "No,  Vicer..."  E  Consalvo:  "No,  Presidente..."  finch
    Michelino, infuriato, gli si slanciava addosso. Allora,  piuttosto che
    venire  alle  mani,  egli gridava al soccorso e a fra' Carmelo toccava
    comporre la lite.  Ma ricominciava con  gli  altri,  attaccava  brighe
    sopra brighe.
    Quasi  tutte  quelle  famiglie  baronali  avevano  un nomignolo spesso
    ingiurioso o avvilitivo,  col quale erano conosciute in citt pi  che
    col  vero  nome.   I  Fiammona  si  chiamavano  i  Caratelli,   perch
    corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piange le fave, allusione
    alla miseria in cui erano ridotti;  i Currera Tignosi perch tutti con
    le teste calve come palle da bigliardo;  i Salvo Mangia Saliva,  altri
    peggio ancora.  Il  principino,  a  corto  di  argomenti,  gridava  ai
    compagni: "Oh,  dei Pancia-di-crusca!...  Oh, dei Cute-di-porco!..." e
    quelli, non potendogli rendere pane per focaccia, giacch il nomignolo
    degli Uzeda, i Vicer, diceva la loro antica potenza,  se lo mettevano
    sotto,  quando  riuscivano ad agguantarlo,  e lo pestavano bene.  Fra'
    Carmelo accorreva, con le mani in testa,  per liberare il suo protetto
    e predicar la pace, l'amore reciproco, l'attenzione allo studio.
    Durante le lezioni,  quando si dava la pena di stare attento, Consalvo
    capiva tutto e raccoglieva lodi e premi;  ma  del  resto  non  c'erano
    castighi,  ch i maestri lettori, tutti preti di bassa estrazione, non
    osavano neppure dar dell'asino agli scolari.  Il Priore,  in segno  di
    soddisfazione pei buoni rapporti del maestro, veniva a trovare qualche
    volta  il nipote al Noviziato,  portandogli regali di dolci e di libri
    sacri;  don Blasco,  al refettorio,  gli dava qualche scappellotto,  a
    modo  di  carezze;  ma  la prima volta che fra' Carmelo lo condusse al
    palazzo, in permesso, per mezza giornata,  tutta la famiglia,  riunita
    per la circostanza, gli fece gran festa.
    "Che bel monachino!... Che bel monachino!..."
    La principessa,  dolente di non averlo pi con s,  ma rassegnata come
    sempre ai voleri del marito,  se lo mangiava dai  baci,  l'abbracciava
    stretto  stretto con tanta maggior forza quanto maggiore repulsione le
    ispiravano gli altri;  donna Ferdinanda anche lei,  venuta apposta  al
    palazzo,  gli prodig molte carezze; Lucrezia, placatasi ormai che non
    correva pi pericolo di vederselo in  camera,  gli  diede  confetti  e
    biscotti;  il  principe,  senza  smettere l'abituale severit,  lod i
    figli obbedienti.
    Don Eugenio fece una  predica  intorno  ai  benefizi  dell'istruzione;
    perfino  lo  zio Ferdinando scese dalle Ghiande per assistere a quella
    visita.  Mancavano per la zia Chiara e il marchese: sicuri d'avere il
    tanto aspettato e desiderato figliuolo, un triste giorno la gravidanza
    era  andata  in  fumo;  essi  portavano da quel momento il lutto della
    speranza perduta. C'era invece una bambina di sei anni che guardava il
    monachino con grandi occhi curiosi e una balia che teneva  in  braccio
    un lattante.
    "Le tue cugine, figlie dello zio Raimondo," spieg la principessa.
    "E la zia Matilde?"
    "Sta poco bene..."
    Ma  donna  Ferdinanda  tronc  quegli  stupidi  discorsi,  e  prese  a
    interrogare il nipotino intorno ai compagni,  alla vita del monastero,
    all'impiego della giornata,  intanto che fra' Carmelo tesseva l'elogio
    del ragazzo alla madre.
    "Ti faresti  monaco?"  gli  domand  il  principe,  per  chiasso.  "Ci
    staresti sempre, al convento?"
    "S,"  rispose  egli,  per non dargliela vinta.  "E' bello stare a San
    Nicola!..."
    I monaci infatti facevano  l'arte  di  Michelasso:  mangiare,  bere  e
    andare a spasso.  Levatisi,  la mattina, scendevano a dire ciascuno la
    sua messa,  gi nella chiesa,  spesso a porte chiuse,  per  non  esser
    disturbati  dai  fedeli;  poi  se  ne  andavano in camera,  a prendere
    qualcosa,  in attesa  del  pranzo,  a  cui  lavoravano,  nelle  cucine
    spaziose  come  una  caserma,  non  meno  di  otto  cuochi,  oltre gli
    sguatteri. Ogni giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi
    di carbone di quercia, per tenere i fornelli sempre accesi, e solo per
    la frittura il Cellerario di  cucina  consegnava  loro,  ogni  giorno,
    quattro  vesciche  di strutto,  di due rotoli ciascuna,  e due cafissi
    d'olio: roba che  in  casa  del  principe  bastava  per  sei  mesi.  I
    calderoni  e  le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire
    tutta una coscia di vitella e arrostire  un  pesce  spada  sano  sano;
    sulla  grattugia,  due  sguatteri,  agguantata ciascuno mezza ruota di
    formaggio,  stavano un'ora a spiallarvela;  il ceppo era un tronco  di
    quercia  che  due  uomini  non  arrivavano  ad  abbracciare,  ed  ogni
    settimana un falegname,  che riceveva quattro tar e mezzo  barile  di
    vino per questo servizio,  doveva segarne due dita, perch si riduceva
    inservibile, dal tanto trituzzare. In citt, la cucina dei Benedettini
    era passata in proverbio;  il timballo di maccheroni con la crosta  di
    pasta frolla,  le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le
    olive imbottite,  i crespelli melati erano  piatti  che  nessun  altro
    cuoco sapeva lavorare;  e pei gelati,  per lo spumone,  per la cassata
    gelata,  i Padri avevano chiamato  apposta  da  Napoli  don  Tino,  il
    giovane del caff di Benvenuto.  Di tutta quella roba se ne faceva poi
    tanta,  che ne mandavano in regalo  alle  famiglie  dei  Padri  e  dei
    novizi,   e  i  camerieri,  rivendendo  gli  avanzi,  ci  ripigliavano
    giornalmente quando quattro e quando sei tar ciascuno.
    Essi rifacevano le camere ai monaci,  portavano le loro ambasciate  in
    citt,  li  accompagnavano  al  Coro  reggendo  loro le cocolle,  e li
    servivano in camera se le LL. PP. si sentivano male, o si seccavano di
    scendere  al  refettorio.  L  il  servizio  toccava  ai  fratelli:  a
    mezzogiorno,  quando  tutti  erano  raccolti nell'immenso salone dalla
    vlta dipinta a fresco,  rischiarato da ventiquattro  finestre  grandi
    come portoni,  il Lettore settimanario saliva sul pulpito e alla prima
    forchettata  di  maccheroni,   dopo  il  Benedicite,   si  metteva   a
    biascicare.  Il  giro  della lettura cominciava dai pi piccoli novizi
    fino ai monaci pi vecchi, per ordine d'et;  ma una volta arrivato ai
    Padri  di  fresca  nomina,  ricominciava  per evitare quel fastidio ai
    grandi,  i quali se ne stavano comodamente seduti dinanzi alle  tavole
    disposte lungo i muri, sopra una specie di largo marciapiedi; l'Abate,
    nel  centro  del  gran  ferro di cavallo,  aveva una tavola per s.  I
    fratelli portavano intanto attorno i piatti,  a otto per volta,  sopra
    un'asse  chiamata "portiera" che reggevano a spalla.  Distinguevansi i
    pranzi e i pranzetti,  questi composti di cinque  portate,  quelli  di
    sette,  nelle  solennit;  e  mentre  dalle  mense levavasi un confuso
    rumore fatto dell'acciottolio delle stoviglie e  del  gorgoglio  delle
    bevande  mesciute  e  del  tintinnio  delle  argenterie,   il  Lettore
    biascicava,  dall'alto del pulpito,  la Regola di San Benedetto:  "...
    trentaquattresimo  comandamento: non esser superbo;  trentacinquesimo:
    non   dedito   al   vino;   trentaseiesimo:   non   gran   mangiatore;
    trentasettesimo: non dormiglione; trentottesimo: non pigro..."
    La Regola,  veramente, andava letta in latino; ma al principino e agli
    altri novizi,  aspettando  che  la  potessero  comprendere  in  quella
    lingua,  la  spiegavano nella traduzione italiana,  una volta il mese.
    San Benedetto,  al capitolo della Misura dei cibi,  aveva ordinato che
    per  la  refezione d'ogni giorno dovessero bastare due vivande cotte e
    una libbra di pane;  "se hanno poi da cenare,  il Cellerario serbi  la
    terza parte di detta libbra per darla loro a cena";  ma questa era una
    delle tante "antichit" -  come  le  chiamava  fra'  Carmelo  -  della
    Regola. Potevano forse le Loro Paternit mangiare pane duro? E la sera
    il  pane era della seconda infornata,  caldo fumante come quello della
    mattina.  La Regola diceva pure: "Ognuno poi  s'astenga  dal  mangiare
    carne d'animali quadrupedi, eccetto gli deboli et infermi"; ma tutti i
    giorni  compravano  mezza vitella,  oltre il pollame,  le salsicce,  i
    salami e il resto;  e in quelli di  magro  il  capo  cuoco  incettava,
    appena  sbarcato,  e  prima  ancora  che arrivasse alla pescheria,  il
    miglior pesce. Molte altre "antichit" c'erano veramente nella Regola:
    San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli  plebei,  voleva
    che  tutti  facessero  qualche  lavoro  manuale,  comminava penitenze,
    scomuniche  ed  anche  battiture  ai  monaci  ed  ai  novizi  che  non
    adempissero  il  dover  loro,  diceva  insomma  un'altra  quantit  di
    coglionerie,  come le chiamava pi precisamente don  Blasco.  Articolo
    vino,  il  fondatore  dell'Ordine  prescriveva  che un'emina al giorno
    dovesse  bastare;   "ma  quelli  ai  quali  Iddio  d  la  grazia   di
    astenersene,  sappiano  d'averne  a  ricevere  propria  e  particolare
    mercede".  Le cantine di San Nicola erano per ben provvedute e meglio
    reputate, e se i monaci trincavano largamente, avevano ragione, perch
    il vino delle vigne del Cavaliere,  di Bordonaro,  della tenuta di San
    Basile,   era  capace  di  risuscitare   i   morti.   Padre   Currera,
    segnatamente,  una  delle  pi valenti forchette,  si levava di tavola
    ogni giorno mezzo cotto,  e quando tornava  in  camera,  dimenando  il
    pancione gravido,  con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d'oro
    posati sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e
    notte sotto il letto,  al posto del pitale.  Gli altri monaci,  subito
    dopo  tavola,  se  ne  uscivano  dal  convento,  si sparpagliavano pel
    quartiere popolato di famiglie,  ciascuna delle  quali  aveva  il  suo
    Padre protettore. Padre Gerbini, la cui camera era piena di ventagli e
    d'ombrellini  che  le signore gli davano ad accomodare,  cominciava il
    giro delle sue visite;  Padre Galvagno se ne  andava  dalla  baronessa
    Lisi,  Padre  Broggi dalla Caldara,  altri da altre signore ed amiche.
    Tornavano all'ave,  per entrare in chiesa,  ma quelli che venivano  un
    poco pi tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in
    camera;  e non gi per dormire,  ch la sera, fino a tre ore di notte,
    quando si serravano i portoni, c'erano visite di parenti e d'amici, si
    teneva conversazione, molti Padri facevano la loro partita.  Un tempo,
    anzi,  per colpa di Padre Agatino Renda,  giocatore indiavolato, c'era
    stato un giuoco d'inferno: in  una  sola  sera  Raimondo  Uzeda  aveva
    perduto cinquecent'onze,  e pi d'un padre di famiglia s'era rovinato;
    tanto che i superiori dell'Ordine, dopo aver chiuso un occhio su molte
    marachelle,  avevano dovuto finalmente prendere qualche provvedimento.
    Era appunto allora venuto da Monte Cassino, in qualit di Abate, Padre
    Francesco  Cosenzano,  e  per  un  po' di tempo,  con l'autorit della
    fresca nomina,  aiutato dai buoni monaci,  che non ne mancavano,  quel
    bravo  vecchietto  era  riuscito  a  infrenare  i peggiori;  ma,  poi,
    coll'andare del tempo,  zitti zitti,  a  poco  a  poco,  questi  erano
    tornati  alle  abitudini di prima: giuoco,  gozzoviglie,  il quartiere
    popolato di ganze,  i bastardi ficcati  nel  convento  in  qualit  di
    fratelli - dei Padri - nuovo genere di parentela! E i timidi tentativi
    di  resistenza  dell'Abate gli avevano scatenato contro un'opposizione
    violenta. Don Blasco fu dei pi terribili.  Egli aveva tre ganze,  nel
    quartiere  di San Nicola: donna Concetta,  donna Rosa e donna Lucia la
    Sigaraia,  con una mezza dozzina  di  figliuoli:  e  l'Abate  lasciava
    correre,  sebbene  fosse  uno  scandalo  che tutte quelle mogli e quei
    figliuoli della mano manca, anzi di nessuna mano,  venissero a udir la
    santa messa recitata dallo stesso monaco.  Poi, tutte le mattine, egli
    scendeva in cucina,  ordinando che mandassero i migliori bocconi  alle
    sue  amiche,  e  i giorni di magro si metteva sul portone per aspettar
    l'arrivo dei cuochi col pesce, in mezzo al quale faceva la sua scelta,
    ordinando: "Taglia un rotolo  di  questa  cernia  e  portalo  a  donna
    Lucia!"  E  l'Abate  lasciava correre.  Ma un giorno finalmente i nodi
    vennero al pettine,  per causa di costei.  Il convento  possedeva  una
    buona  met  del quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre palazzotti
    della piazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantit di  case
    terrene tutt'intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava una magra
    rendita,  perch  parte  erano  affittate  a prezzi di favore a vecchi
    fornitori o sagrestani ritirati, parte erano addirittura concesse come
    elemosina a povera gente,  a famiglie nobili cadute in bassa  fortuna.
    Ora don Blasco,  con una particolare affezione per donna Lucia Garino,
    la Sigaraia, le aveva fatto concedere un bel quartierino di abitazione
    nel palazzotto di mezzogiorno e una bottega sottoposta dove suo marito
    teneva il negozio dei tabacchi. L'Abate,  visto che questa donna Lucia
    non  era  n  indigente  n  nobile  decaduta  e che non vantava altro
    titolo,  per godersi la casa,  fuorch l'amicizia  scandalosa  di  don
    Blasco,  mentre poi tanti e tanti poveri diavoli non sapevano dove dar
    del capo,  pens di ordinarle che o pagasse regolarmente l'affitto del
    quartiere e della bottega,  oppure che sgomberasse.  Don Blasco, a cui
    gi il fare da moralista del nuovo Abate aveva dato  ai  nervi,  tanto
    che  non  aspettava  se non l'occasione per aprire il fuoco,  a questa
    intimazione riferitagli dall'amica piangente divent una bestia, salvo
    il santo  battesimo,  e  fece  cose  dell'altro  mondo,  gridando  pei
    corridoi  del  convento,  sotto  il  muso  dei Decani e dietro l'uscio
    dell'Abate,  che se qualcuno avesse osato dar lo sfratto o  pretendere
    un  baiocco  dalla  Sigaraia,   l'avrebbe  avuto  a  far  con  lui.  E
    disciplinata l'opposizione  ancora  incerta  e  tentennante,  raccolto
    intorno  a  s  la  schiuma  del  convento,  i monaci che non potevano
    digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine del  giuoco  e
    di tutti gli scandali, se prima era stato lo spavento del Capitolo, da
    quel  giorno  divenne  un diavolo scatenato.  Per amor della pace,  il
    povero Abate dov rimangiarsi il suo provvedimento,  ma l'Uzeda senior
    non si plac per questo,  ch dove pot trovare argomento da suscitare
    mormorazioni e  liti,  non  diede  tregua  al  suo  "nemico".  Giusto,
    l'Abate,  ammirato dei severi costumi e della scienza di don Lodovico,
    s'era messo  a  proteggerlo,  fino  a  sostenerne  poi  l'elezione  al
    priorato;  perci  don  Blasco,  il quale voleva aver egli quel posto,
    accomun il nipote e il superiore nell'odio feroce e inestinguibile.
    C'erano  stati  sempre  numerosi  partiti,   a  San  Nicola;   perch,
    trattandosi d'amministrare un patrimonio grandissimo,  e di maneggiare
    grossi sacchi di denaro,  e di distribuire larghe elemosine,  e di dar
    lavoro  a  tanta  gente,  e  d'accordar case gratuite e posti non meno
    gratuiti al Noviziato,  e d'esercitare insomma una notevole  influenza
    in  citt  e  nei feudi,  ciascuno ingegnavasi di tirar l'acqua al suo
    mulino; ma, al tempo dell'ammissione del principino, i contrasti erano
    quotidiani e violenti.
    L'Abate aveva, prima di tutto, i suoi partigiani; ma non tutti i buoni
    monaci erano per lui,  non garbando a qualcuno che il  supremo  potere
    fosse  in  mano  d'un  forestiere.  Don Blasco col suo codazzo cercava
    d'attirar costoro,  gridando che bisognava mandare  a  casa  sua  quel
    "napolitano   mangiamaccheroni";   ma,   bench   d'accordo   su  ci,
    l'opposizione si divideva poi novamente,  quando aveva da scegliere il
    successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano non aver
    partito;  e  don  Lodovico,  modello  del genere,  tenendosi da parte,
    navigando sott'acqua, era riuscito ad agguantare il priorato. Parecchi
    sostenevano anzi che,  in fin dei conti,  egli era il solo  meritevole
    d'aspirare alla dignit abaziale;  ma allora suo zio,  per evitare che
    quel "gianfottere" si  ponesse  in  capo  la  mitra,  quasi  sosteneva
    l'Abate  Cosenzano.  N  lo  stesso  don  Lodovico  ammetteva  che gli
    parlassero della promozione: se qualcuno gliela prediceva, protestava:
    "L'Abate per ora  Sua Paternit ed a me tocca obbedirlo prima  d'ogni
    altro."
    L'Abate in persona,  stanco di quella galera, gli confidava di volersi
    ritirare per cedergli il posto:  quando  pure  non  avesse  pensato  a
    mettersi da canto,  presto o tardi la morte non ci avrebbe pensato per
    lui? E il Priore:
    "Vostra  Paternit  non  parli  di  queste  cose!...   Sono  cose  che
    contristano il cuore d'un figlio devoto, Padre Reverendissimo."
    Il  vecchio  lo prendeva allora a suo confidente,  si lagnava del poco
    rispetto dei monaci,  dello scandalo che molti continuavano a dare con
    la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in atto dolente:
    "Il glorioso nostro fondatore,  Padre dei monaci, ci insegna qual  il
    rimedio  contro  gli  errori  dei  traviati:  l'orazione  dei   buoni,
    acciocch  il  Signore,   che  tutto  pu,  dia  salute  agli  infermi
    fratelli..."
    Pertanto egli non riprendeva nessuno,  non dava corso ai richiami  che
    spesso  venivano  a  fargli,  lasciava  che ognuno cocesse nel proprio
    brodo.  Fra quella trentina di cristiani non c'era mai un  momento  di
    pace e di accordo.  Se la quistione delle persone divideva il convento
    in un certo modo,  i partiti erano poi scompigliati dalla politica che
    raggruppava  i  Padri  in  ordine  tutto diverso.  V'erano i liberali,
    quelli che al Quarantotto avevano parteggiato pel governo  provvisorio
    e  ospitato  la  rivoluzione in persona dei suoi soldati;  e v'erano i
    borbonici,  che i liberali chiamavano  sorci.  Don  Blasco  capitanava
    questi  ultimi,  in  mezzo ai quali stavano molti amici del Priore;  i
    liberali,  che nelle quistioni d'ordine interno erano quasi tutti  con
    l'Abate effettivo,  borbonicissimo, obbedivano politicamente all'Abate
    onorario Ramira, quello del Quarantotto.  Quindi,  se spesso s'udivano
    le  voci  dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e mandavano a
    quel  paese  i  camerieri,  gli  strepiti  salivano  al  cielo  appena
    cominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubblici,  all'ombra dei
    portici o dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivano alle
    mani, a proposito della fine della guerra di Crimea,  del Congresso di
    Parigi,  della  parte  che  vi  sosteneva il Piemonte.  Don Blasco era
    violento contro quel "piemontese mangiapolenta" di Cavour e lo colmava
    d'improperi,  rammentando la storia della rana e del  bue,  profetando
    che  sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi come una vescica.  Era pi
    terribile ancora contro il sistema costituzionale di  cui  i  liberali
    avevano l'uzzolo: esclamava che il miglior atto compiuto da Ferdinando
    ii  era stato il 15 maggio,  quando aveva fatto prendere a baionettate
    "i buffoni e i ruffiani" di palazzo Gravina.  E se i liberali dicevano
    che avrebbero dato il ben servito al Re un'altra volta, gridava:
    "Lo manderete via voi altri, se mai; ch ve ne basta l'animo, con quei
    pancioni!"
    E quando sentiva esaltare la bont del giovane Re di Sardegna,  alzava
    le braccia sul capo, scotendo le mani come alacce di pipistrello,  con
    un  gesto d'orrore disperato: "Passa Savoia!...  Passa Savoia!..." Nel
    1713 quando Vittorio Amedeo,  assunto al trono di Sicilia,  era venuto
    nell'isola, in pompa, traversandola da un capo all'altro, il passaggio
    del  nuovo  sovrano  era  stato  seguito da una mala annata come da un
    pezzo non si rammentava l'eguale;  e nelle popolazioni  spaventate  ed
    ammiserite  era rimasto in proverbio quel detto: "Passa Savoia!  Passa
    Savoia!..." come il sintomo d'una sciagura, d'un castigo di Dio.
    "E volevano un altro dei loro,  al  Quarantotto,  come  se  non  fosse
    bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di quel Piemonte morto di
    fame che spoglia i conventi!..."
    Anche   tra   i   novizi   v'erano   partiti   politici:  i  liberali,
    rivoluzionari, piemontesi; e i borbonici, napolitani, sorci; ma se fra
    i monaci i due campi disponevano di forze quasi eguali, qui i liberali
    erano in maggioranza.
    "Sono tutti i morti di  fame,"  spiegava  don  Blasco  al  principino;
    "quelli  che a casa loro non hanno di che mangiare,  e qui disprezzano
    il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca bell'e condite!"
    Questo non era vero del tutto,  perch capitanava  i  novizi  liberali
    Giovannino Radal Uzeda,  il quale apparteneva ad una famiglia che per
    nobilt e ricchezza veniva subito dopo gli  Uzeda  del  ramo  diritto:
    quantunque  secondogenito,  se  fosse  rimasto  al  secolo gli sarebbe
    toccato il titolo  vitalizio  di  barone.  Ma  il  principino  seguiva
    egualmente  le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico
    e compagno di giuoco del cugino,  era suo avversario  in  politica;  e
    quando i rivoluzionari parlavano fra di loro, quando complottavano per
    sollevare  il  convento e scendere in piazza con una bandiera di carta
    tricolore, egli stava alle vedette e interrogava i pi ingenui,  e poi
    andava  a  ripetere  le  notizie  allo  zio,   perch  li  denunziasse
    all'Abate;   tanto  che  don  Blasco   ebbe   presto   in   tutt'altra
    considerazione il pronipote.
    "Questo gianfottere non  poi tanto minchione quanto pare...  S, s,"
    approvava, lodando lo spionaggio di Consalvo; "ascolta quel che dicono
    e poi vieni a riferirmelo."
    Anche tra i fratelli la politica metteva  dissidi  e  nimist;  i  pi
    furbi,  veramente, non s'impicciavano n di Cavour n di Del Carretto,
    e badavano a ingrassare le  loro  famiglie  con  le  racimolature  del
    monastero,   ma   parecchi  parteggiavano  o  pel  governo  o  per  la
    rivoluzione. Uno specialmente, fra' Cola, capo rivoluzionario, parlava
    sempre di ricominciar la giocata del Quarantotto;  i  novizi  liberali
    gli  facevano  raccontare  la  storia di quel tempo;  e quando egli li
    serviva, a tavola,  quando versava in giro l'acqua od il vino dal gran
    boccale  di  cristallo che reggeva con la destra,  faceva di nascosto,
    con l'indice e il medio della sinistra,  il segno  d'una  forbice  che
    taglia.  Il  principino  domand  un  giorno  a  Giovannino Radal che
    volesse dire; il cugino rispose:
    "Vuol dire che ai sorci bisogna tagliargli le code."
    Consalvo rifer la cosa allo  zio,  e  fra'  Cola,  in  punizione,  fu
    mandato  alla  casa di Licodia,  in mezzo alla malaria.  Fra' Carmelo,
    pertanto,  non s'occupava mai di politica e quando gli domandavano  se
    era liberale o borbonico, faceva il segno della santa croce:
    "Vi scongiuro per parte di Dio!  So molto di queste cose!  Queste sono
    opere del Nemico!"
    Per lui non c'era altro mondo fuori di San Nicola,  n  altra  potest
    fuor  di  quella  dell'Abate,  del  Priore  e  dei  Decani.  Bisognava
    sentirlo, quando enumerava tutti i diciotto titoli dell'Abate,  quando
    nominava i Re,  le Regine,  i Principi reali,  i Vicer,  i baroni che
    avevano dotato  il  convento.  Ogni  domenica,  in  Capitolo,  l'Abate
    leggeva la litania di quei reali o principeschi donatori, in suffragio
    delle cui anime andavano dette altrettante messe quotidiane; ma spesso
    ne  recitavano una sola all'intenzione di tutti quanti: il ristoro dei
    morti era lo stesso, e i vivi non stavano a perdere tanto tempo.
    In generale,  i Padri avevano fretta di sbrigarsi,  e intendevano fare
    il comodo loro.  Per non scendere gi in chiesa,  a mattutino,  quando
    faceva freschetto,  essi avevano ordinato,  molti  anni  addietro,  la
    costruzione  di  un  altro Coro,  chiamato Coro di notte,  in mezzo al
    convento; ed anzi era costato parecchie migliaia d'onze, tutto di noce
    scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar l, a due
    passi;  restavano a covar le  lenzuola  fin  a  giorno  chiaro,  e  il
    mattutino  lo  facevano recitare per loro conto ai Cappuccini,  dietro
    pagamento. Viceversa poi, nelle grandi solennit religiose,  a Natale,
    a Pasqua,  per la festa del Santo Chiodo,  tutti prendevano parte alle
    cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la citt.


    Le prime a cui assistette il principino furono quelle della  Settimana
    Santa.  Durante un mese la chiesa fu sossopra,  per la costruzione del
    Sepolcro,  in fondo alla navata  di  sinistra:  chiusa  da  un  grande
    impalcato,  con  le  finestre sbarrate,  tutta adorna di candelabri di
    cristallo splendenti come blocchi di diamanti,  e di  vasi  col  grano
    lasciato  crescere al buio perch non prendesse colore,  e popolata di
    statue rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoli,  era veramente
    irriconoscibile.  Il  gioved,  a  terza,  tutto il monastero scese in
    chiesa,  pel Pontificale,  con l'Abate alla  testa,  a  cui  i  novizi
    portavano  il  bacolo,  la mitra e l'anello e i caudatari reggevano lo
    strascico. L'apparato era quello della Regina Bianca,  tutto di drappo
    rosso  ricamato  d'oro,  e  sull'organo  maestoso di Donato del Piano,
    tenori,  bassi e baritoni scritturati a posta cantavano il Passio  che
    la folla pigiata stava a sentire come al teatro.  Dirimpetto al soglio
    dell'Abate, nei posti migliori, c'erano tutti gli Uzeda: il principe e
    il conte con le mogli, donna Ferdinanda, Lucrezia,  Chiara col marito;
    i quali,  scorto Consalvo, gli facevano segno col capo, sua madre e la
    zitellona specialmente,  ammirando la sua cotta candida e insaldata  a
    mille piegoline,  lavoro speciale delle Suore di San Giuliano. S'udiva
    per tutta la chiesa,  quando la voce potente  dell'organo  taceva,  un
    ronzo  come  d'alveare,  un  urtarsi  di seggiole,  lo stropicco dei
    passi; luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti dinanzi
    alle tre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processione,
    pi tardi.  Intanto dodici poveri,  rappresentanti i dodici  Apostoli,
    erano entrati nel Coro;  l'Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi -
    seconda lavatura; essendo la prima gi fatta in sagrestia affinch Sua
    Paternit per lavar quei piedi non s'insudiciasse le mani.
    Un mormoro venne in quel momento dal fondo  della  chiesa;  Consalvo,
    dall'altare maggiore, si volt e vide che lo zio Raimondo, lasciato il
    suo posto, si faceva largo tra la folla dirigendosi verso una signora.
    Era donna Isabella Fersa.  Come tutte le altre dame,  per la tristezza
    della Passione, vestiva di nero; ma il suo abito era cos ricco, tanto
    guarnito di gale e di merletti, da parere un abito da ballo.  Arrivata
    tardi,  non trovava un buon posto;  Raimondo, raggiuntala, le diede il
    braccio e la condusse,  in mezzo a una doppia  ala  di  curiosi,  alla
    propria seggiola, accanto a quella di sua moglie. La contessa Matilde,
    che  usciva  quel  giorno  la prima volta dopo l'infermit,  era tutta
    bianca in viso,  e l'abito di lana nera  contribuiva  a  farla  parere
    ancora pi pallida.  Poi,  giusto in quel punto Ges moriva: la chiesa
    oscuravasi repentinamente,  i fratelli rovesciavano i candelieri sugli
    altari, toglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano con quelle
    violacee,  avvolgevano  d'un  velo  la  croce;  e  i monaci anch'essi,
    lasciati i paramenti di festa, indossavano quelli del corrotto.  Nella
    penombra,  i  ceri  risplendevano  con  fiamma  pi  viva,  e il Santo
    Sepolcro era una raggiera, dalle tante torce, dalle tante lampade, dai
    tanti riflessi dei cristalli e degli ori.  Donna Isabella guardava con
    l'occhialetto  lo  spettacolo,  mentre  il  conte,  chino  su lei,  le
    nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi.
    "Quello  l  non    il  vostro  nipotino?...  Che  bel  chierichetto,
    contessa!..."
    Matilde fece col capo un gesto ambiguo. L'organo intonava il Miserere,
    e  il canto doloroso era pieno di sospiri profondi,  di lunghi lamenti
    che facevano echeggiare ogni angolo della chiesa  scura,  di  schianti
    terribili  per  cui  l'aria tremava,  di gemiti lunghi come quelli del
    vento invernale. Pareva che il mondo dovesse finire,  che non vi fosse
    speranza pi per nessuno;  Ges era morto,  era morto il Salvatore del
    mondo;  e i monaci,  a due a  due,  con  l'Abate  a  capo,  scendevano
    dall'abside, giravano per l'immensa chiesa tra due file di soldati che
    contenevano  la  folla  e presentavano le armi capovolte;  poi l'Abate
    deponeva l'Ostia al Sepolcro.  Inginocchiata col capo sulla seggiola e
    il viso nascosto dal fazzoletto,  la contessa singhiozzava pianamente;
    donna Isabella esclamava:
    "Che effetto produce questa funzione!..."
    Aveva anch'ella gli occhi un po' arrossati,  ma  quando  il  conte  le
    ridiede  il  braccio  per  condurla  in  sagrestia  s'appoggi  a  lui
    languidamente.
    "Per legge,  non potrei venire..." protestava.  "Sono ammesse le  sole
    famiglie..."
    "Ma che!... Siete con noi! Diremo che siamo cugini..."
    Nella  sagrestia  ai  parenti  dei  monaci e dei novizi era offerto un
    lauto rinfresco: giravano i vassoi con le tazze di cioccolata fumante,
    con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna. Consalvo, in mezzo alla
    mamma e a donna Isabella,  riceveva carezze  e  complimenti  pel  modo
    esemplare  col  quale aveva preso parte alle funzioni;  Padre Gerbini,
    senza avere ancora lasciato i paramenti mortuari, salutava le signore,
    le invitava per la cerimonia del domani.
    E il venerd gli Uzeda arrivarono coi Fersa;  il conte dava il braccio
    a  donna  Isabella,  che portava un altro abito nero,  pi galante del
    primo.  I sagrestani avevano serbato loro gli stessi posti,  facendovi
    la guardia in mezzo alla folla burrascosa.
    Ma  i  soldati  la  frenavano  e quando l'organo accompagnava il canto
    lugubre delle  Tre  Ore  d'agonia,  il  silenzio  era  profondo;  solo
    Raimondo, seduto accanto a donna Isabella, le diceva all'orecchio cose
    che la facevano sorridere. Intanto l'Abate eseguiva la cerimonia della
    Deposizione  della Croce: preso il Crocifisso velato,  lo deponeva per
    terra, sopra uno dei gradini dell'altare,  dove un cuscino di velluto,
    tutto trapunto d'oro,  era preparato apposta.  I monaci se ne andavano
    via,  il Sepolcro restava  un  momento  vuoto;  a  un  tratto,  mentre
    l'organo  riprendeva pi triste le sue lamentazioni,  tutti riuscivano
    dalla sagrestia,  in processione,  a due a  due,  col  Superiore  alla
    testa;  erano  senza scarpe,  coi piedi nelle calze di seta nera,  per
    l'Adorazione della Croce. Inginocchiandosi a ogni passo, in mezzo alla
    siepe dei soldati,  scendevano fino alla  porta  maggiore,  risalivano
    fino  all'altare,  l  ad uno ad uno si buttavano per terra dinanzi al
    cuscino del Cristo  morto  e  lo  baciavano.  La  folla  saliva  sulle
    seggiole, per godersi meglio tutta la vista, donna Isabella e Raimondo
    si  passavano  il cannocchiale,  intanto che la contessa,  genuflessa,
    pregava piangendo.  Alla fine  della  cerimonia,  altro  rinfresco  in
    sagrestia;  il principino,  vezzeggiato da tutti, fece servire prima i
    suoi parenti: don Eugenio  beveva  cioccolata  come  fosse  acqua,  si
    ficcava  in  tasca i dolci che non poteva mangiare;  ma la zia Matilde
    non prese nulla.
    Il Sabato Santo,  per la funzione della Resurrezione,  Consalvo non la
    vide; lo zio Raimondo dava sempre il braccio alla signora Fersa.
















    7.

    Ogni  sera,  al  capezzale  della  bambina,  tenendola per la manuccia
    fredda e bianca come di  cera,  senza  fare  alcun  moto  col  braccio
    irrigidito per non destare la piccola dormiente,  la contessa vegliava
    fino  a  tardi.  A  notte  alta  serravano  i  portoni  e  nella  casa
    addormentata non s'udiva pi alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo
    veniva  il  lieve  russare  della  balia  accanto  al  letticciuolo di
    Teresina.  Raimondo non rientrava.  Sul comodino stavano schierate  le
    bottiglie  dei  medicamenti,  i  vasetti di pomata,  tutta la farmacia
    prescritta  dal  dottore  per  la  povera   malatuccia.   Era   erpete
    quell'infermit,  dicevano;  cattivo umore che si sfogava con eruzioni
    cutanee, con ingorghi di glandole: tutti sintomi rassicuranti,  poich
    volevan dire che l'organismo espelleva il principio morboso.
    Ella  s'era  votata  alla  Madonna delle Grazie,  le aveva promesso di
    vestire il suo abito fino alla guarigione di  Lauretta;  in  cuor  suo
    aveva chiesto un'altra grazia alla Madonna: di illuminare Raimondo, di
    ridestare il suo affetto di marito e di padre.
    Fin  da quando erano andati a Milazzo,  secondo la promessa fattale al
    Belvedere dopo il  colera,  egli  aveva  ricominciato  a  smaniare,  a
    mostrarsi infastidito e crucciato, a dichiarare che non poteva restare
    a  lungo  lontano da casa sua per gli affari della divisione.  Ed ella
    s'era appena sgravata,  stava ancora tra vita e morte  dopo  un  parto
    difficilissimo,  quando, addotta una chiamata del fratello, egli se ne
    part.  Rimase lontano  pochi  giorni,  ma  era  la  prima  volta  che
    l'abbandonava  giusto  nel  momento che la compagnia e l'assistenza di
    lui le erano pi necessarie. La nuova tristezza non giov certamente a
    darle forza per vincer  presto  il  male;  ma  un  dolore  pi  grande
    l'aspettava  e  i  suoi  presagi  dovevano tutti avverarsi,  poich la
    creatura che  ella  aveva  portata  in  grembo  mentre  il  suo  cuore
    agonizzava  era  venuta  al mondo cos debole e stremata e cagionevole
    che pareva da un momento all'altro dovesse mancare.  Lunghi  e  lunghi
    mesi erano cos passati,  quasi un anno intero, senza che ella potesse
    lasciar  la  casa  paterna  e  il  capezzale  della  bambina:  durante
    quell'anno Raimondo era andato e venuto, partito e ritornato parecchie
    volte, ed ella aveva a poco a poco fatta l'abitudine a quelle assenze,
    non potendo seguirlo n opporsi alle ragioni d'affari che le adduceva.
    Quando  i  medici  ordinarono  il  mutamento  di  aria  alla  creatura
    convalescente,  egli volle condurre tutti a Catania.  Anche il  barone
    lasciava Milazzo, andava a Palermo con l'altra figlia Carlotta; perci
    Teresina, non potendo restar sola, venne col babbo. Non era parso vero
    a  Matilde  di vedere Raimondo premuroso per le figlie,  ed ella aveva
    quasi benedetto le sue  sofferenze,  se  per  esse  godeva  di  quella
    tregua;  ma appena arrivata in casa degli Uzeda,  aveva visto ricadere
    la sua figliuolina e Raimondo trascurarla,  lasciarla sola in mezzo  a
    quei  "parenti"  che la guardavano come prima di traverso e,  cosa pi
    dura al suo cuore di madre,  la ferivano nelle sue bambine.  Della pi
    piccola  deridevano  le  sofferenze  e  predicevano  la  morte;  ma le
    maggiori ostilit erano contro Teresina. La bambina, vivace,  curiosa,
    inquieta,  commetteva spesso qualche monelleria, guastava qualche cosa
    nei suoi giuochi, gridava allegramente correndo per le stanze;  allora
    la rimproveravano,  la mandavano via;  il principe diceva d'aver messo
    Consalvo ai Benedettini giusto per star tranquillo in casa,  e  invece
    gli disordinavano tutto,  gli toccava udire strilli peggio di prima...
    Egli era pi indulgente per la propria  figlia,  l'altra  Teresina,  e
    tutta  la  famiglia  e gli stessi servi trattavano diversamente le due
    cuginette,  dando  il  primo  posto  alla  principessina.   La  stessa
    principessa Margherita,  sola buona e dolce,  non poteva nascondere la
    preferenza per  la  figliuola;  e  Matilde,  bench  riconoscesse  che
    avevano ragione, soffriva di questa disparit di trattamento.
    Teresina  sua,  a  sei anni,  era vana come una donnina: si guardava a
    lungo allo specchio,  assisteva all'acconciarsi della mamma  sgranando
    tanto d'occhi, andava matta pei nastri, per gli spilloni, per le pezze
    vecchie; e la zitellona se la prendeva con la civetteria di sua madre,
    scoteva  la  testa  predicendo male dell'avvenire,  faceva piangere la
    contessa  a  quella  specie  di  mala  operata  contro   l'innocente.
    Incrudelivano su lei per un'altra ragione,  adesso;  perch il viaggio
    del barone a  Palermo  aveva  lo  scopo  di  combinare  il  matrimonio
    dell'altra figlia Carlotta.  Pretendevano che questa non si maritasse,
    che ella  s'opponesse  ai  disegni  del  padre,  alla  felicit  della
    sorella,  affinch tutta la sostanza paterna restasse un giorno a lei!
    E poich simili calcoli non capivano nella sua mente, la guardavano in
    cagnesco,  la martoriavano nelle sue bambine,  quasi ella avesse  loro
    portato via qualcosa...
    Raimondo, in verit, non mostravasi per nulla crucciato dei disegni di
    matrimonio;  ma  ricominciava a trascurarla,  scappava via subito dopo
    colazione,  tornava al finire del desinare per  andar  fuori  un'altra
    volta fino a notte tarda.  A veder maltrattare le sue figlie,  Matilde
    sentiva le lacrime salirle agli  occhi;  si  chiudeva  in  camera  con
    Teresina,  la  scongiurava  di star buona,  si studiava di trattenerla
    quanto pi a lungo era possibile perch non tornasse di l;  n quando
    Raimondo  rincasava  ella accusava i parenti di lui,  per evitargli un
    dispiacere,  perch non dicessero che veniva  a  seminar  zizzania  in
    famiglia:   lo  pregava  soltanto  di  non  lasciarla  sempre  sola...
    L'ostilit degli Uzeda verso  di  lei,  i  rimproveri  e  gli  scherni
    rivolti  alle  sue  creaturine,  tutto  le sarebbe parso nulla,  se la
    gelosia non fosse tornata a roderla.  Egli aveva ripreso a corteggiare
    la  Fersa,  andava  a  trovarla in casa,  tutte le domeniche in chiesa
    s'incontravano alla stessa messa: ed  ella  non  poteva  pi  pregare,
    vedendosi   dinanzi   costei,   comprendendo   che  egli  non  l'aveva
    dimenticata,  che era di  nuovo  sedotto  dalla  sua  eleganza,  dalla
    languidezza  dei suoi atteggiamenti,  dai gesti studiatamente graziosi
    coi quali portavasi il fazzoletto profumato alle labbra,  o agitava il
    ventaglio di piume,  guardandosi attorno,  o chinava il capo sul libro
    delle preghiere senza voltarne mai una  pagina!...  In  chiesa!  Nella
    casa di Dio!... Ella non poteva comprendere quella commedia, le pareva
    un continuo, enorme sacrilegio. E a San Nicola, per le cerimonie della
    Passione, era venuta con abiti di gala, come ad un allegro spettacolo,
    facendo  voltar  la  gente  con  la  sconvenienza del suo contegno!...
    Perch dunque Raimondo doveva metterle vicino costei, far notare anche
    lui alla gente un'assiduit che gi dava argomento a  mormorazioni?...
    Il  giorno di Pasqua,  piangendo di dolore e di tenerezza,  ella s'era
    confessata con suo  marito,  al  capezzale  di  quell'innocente:  "Per
    questo giorno solenne,  per amore di questa innocente, giurami che non
    mi farai pi soffrire..." Ed egli le aveva domandato: "Che ti  faccio?
    Di che mi accusi?..." "Mi lasci,  trascuri le tue figlie,  non pensi a
    noi, non ci vuoi pi bene..."
    Scrollando  il  capo,   Raimondo  aveva  esclamato:  "Le  tue   solite
    fissazioni,  le tue solite fantasie!... Ti trascuro? Come ti trascuro?
    Quando,  perch,  per chi ti dovrei trascurare?..."  Per  chi?...  Per
    chi?...  E  con  pi  calore  egli  aveva  ripreso: "Sicuro,  per chi?
    Ricominci,  colla tua sciocca gelosia?  Ti  sei  messa  qualche  altra
    fisima in testa?...  Per donn'Isabella,  eh?..." L'aveva nominata lui!
    "Ho capito! Perch le ho ceduto la mia sedia, perch l'ho invitata con
    noi!... Ma queste, cara mia,  sono regole di buona creanza.  Bisognava
    venire in questa bicocca miserabile per sentirsi rimproverare una cosa
    simile!..."
    E  in quell'estate del '57 fu visto pi assiduo coi Fersa;  al teatro,
    dove andava tutte le sere,  nella barcaccia,  saliva spesso  nel  loro
    palco quand'era la loro volta d'abbonamento; li incontrava anche dalla
    zia  Ferdinanda,  dalla  quale  donna Isabella andava spessissimo;  al
    Casino dei Nobili giocava  quasi  sempre  col  marito,  dal  quale  si
    lasciava  vincere  ogni  giorno.  Quantunque  potesse  servirsi  della
    carrozza del fratello,  aveva  comperato  una  magnifica  pariglia  di
    purosangue  e  un phaeton nuovo fiammante col quale andava dietro alla
    carrozza dei  Fersa:  alla  Marina,  quando  c'era  musica,  scendeva,
    lasciando  le  redini  al cocchiere,  per mettersi al loro sportello e
    chiacchierare con donna Isabella, con la suocera e col marito. Vestiva
    con maggiore ricercatezza del solito,  non stava mai in casa  se  non,
    come  per  una coincidenza tutta fortuita,  quando essi venivano a far
    visita alla principessa.  Il tema del suo discorso  era  continuamente
    Firenze,  la vita delle grandi citt,  l'eleganza e la ricchezza degli
    altri paesi; egli si metteva vicino a donna Isabella, esclamando: "Voi
    sola mi capite!" quando se la prendeva con la sorte che l'aveva  fatto
    nascere in quella bicocca e ve l'inchiodava, mentre non avrebbe voluto
    metterci  i piedi,  mai pi: "Ma che proprio ho da lasciar qui l'ossa?
    Non credo!  Non  possibile!..."  E  udendolo  parlare  a  quel  modo,
    Matilde chiedeva a se stessa perch, dunque, egli non andava via e non
    manteneva  l'altra  parte  della  promessa  fattale  un  anno  e mezzo
    addietro, quella di tornare alla loro casa fiorentina. Per gli affari,
    forse?  Ma quantunque Raimondo non le tenesse discorso di queste cose,
    ella sapeva che della divisione non si parlava ancora e non si sarebbe
    parlato per un pezzo.
    Prima  il  colera,  poi  lo strascico d'inquietudini che la pestilenza
    aveva lasciato, poi la partenza del fratello,  erano state ragioni per
    le  quali  il principe non aveva parlato della divisione.  Adesso quel
    nuovo lusso costava a Raimondo;  egli chiedeva continuamente a Giacomo
    somministrazioni  in  denaro,  e  questi  non  gli  faceva ripetere le
    richieste,  dimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere alla
    sistemazione  definitiva  dell'eredit;  ma  a Raimondo tornava comodo
    prendere i quattrini senza stare a far  conti,  a  citare  i  pagatori
    morosi,   o   ad  impacciarsi  in  tutte  le  noie  grosse  e  piccole
    dell'amministrazione.  Quando il fratello gli esponeva  un  dubbio,  o
    chiedeva  il  suo  parere  intorno  alla  proroga  d'un affitto,  alla
    conclusione  d'una  vendita,  egli  rispondeva:  "Fa'  tu,   fa'  come
    credi..."  L'importante,   per  lui,  era  aver  denari;  alle  volte,
    richiedendone  con  troppa  frequenza,   il   principe   gli   diceva:
    "Veramente,  i  fattori  non hanno ancora pagato;  abbiamo avuto molte
    spese: per,  se vuoi,  posso anticiparti quel che ti  bisogna..."  ed
    egli  prendeva  i  quattrini  a  titolo d'anticipo o di prestito.  Non
    s'occupava insomma di nulla fuorch di spendere, con una cieca fiducia
    nel fratello,  la quale faceva andare in bestia  don  Blasco.  Gi  il
    monaco,  saputo l'affare delle cambiali,  aveva gettato fuoco e fiamme
    contro il principe,  dichiarandolo capace di aver falsificato la firma
    della  madre,  perch  "quella  bestia di mia cognata era una testa di
    cavolo, s, ma non al punto di piantar debiti da una parte e di serbar
    quattrini dall'altra".  E aveva  ricominciato  ad  aizzare  gli  altri
    nipoti   contro  "quell'imbroglione",   spingendoli  ad  impugnare  la
    validit di quegli effetti che chiamava "cavalli di  ritorno"  perch,
    se  non  erano  falsi  del  tutto,  dovevano  essere  vecchie cambiali
    ritirate dalla principessa,  trovate da Giacomo tra le carte e rimesse
    a  nuovo  per la circostanza!  Ma poich quell'altre bestie di Chiara,
    del marchese, di Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante
    - come non si trattasse dei loro propri interessi! -,  il monaco quasi
    quasi  era  stato  sul  punto  di  dimenticare l'antica avversione per
    Raimondo e di andare a svelargli le magagne del coerede e fratello,  a
    gridargli:  "Apri  gli  occhi,  se  no  ti  metter  nel  sacco  e  ti
    manger!..." Vedendo ora che erano tutt'una cosa,  si rodeva il fegato
    notte  e  giorno,  e  un  ultimo  fatto l'aveva inviperito e indotto a
    strepitare contro quei "pazzi e birbanti" al convento, nelle farmacie,
    anche per le pubbliche strade con  la  prima  persona  capitata.  Alla
    zolfara   dell'Oleastro   gli   Uzeda,   scavando  scavando,   avevano
    oltrepassato,  sotterra,  il confine della propriet  superficiale:  i
    proprietari  limitrofi  iniziavano  quindi una lite.  Raimondo,  a cui
    l'apposizione d'una  semplice  firma  in  coda  alle  ricevute  ed  ai
    contratti gi pesava,  mostr in quell'occasione al signor Marco,  che
    veniva per fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per
    tutte quelle continue "seccature"; allora il signor Marco gli propose:
    "Vostra Eccellenza perch non fa una procura al signor principe?  Cos
    risparmier  tante  noie e le cose anderanno anche pi spedite,  fin a
    quando,  pagate le sorelle di Vostra  Eccellenza,  si  proceder  alla
    divisione..."  Raimondo  non  se lo fece dire due volte e firm subito
    l'atto col quale il principe ebbe mandato d'amministrare l'eredit  in
    nome anche del coerede.
    Ora Matilde,  conosciuto l'accordo, aveva domandato a se stessa perch
    mai Raimondo restava ancora in Sicilia?  Se non s'occupava  pi  degli
    affari,  qual altro interesse ve lo tratteneva? Ed ella ricominciava a
    struggersi di gelosia,  vedendolo ancora una volta  accanto  a  quella
    donna,  non  potendo  soffrire di vederla trattare da amica mentre una
    voce interiore l'avvertiva di  non  fidarsene.  Ammalata  di  cuore  e
    d'imaginazione,  con la sensibilit eccitata dai dolori continui, ella
    adesso credeva ai funesti presentimenti, temeva e sospettava di tutto.
    Nella felice ingenuit di altri tempi, avrebbe mai accolto il sospetto
    che il principe lasciasse libero Raimondo di fare  quel  che  pi  gli
    piaceva e quasi secondasse i suoi vizi, e lo incitasse a giocare e gli
    procurasse le occasioni di veder quella donna, per distorglierlo dagli
    affari  ed  averne  solo  il maneggio?  Un sospetto cos tristo non le
    sarebbe neppure passato pel capo quando ella  credeva  tutti  buoni  e
    sinceri; adesso, spaventata degli altri e di se stessa, non riusciva a
    combatterlo...  Come  respingerlo,  se il principe pareva mettere ogni
    impegno perch quella donna Isabella venisse al  palazzo  Francalanza,
    mentre la suocera di lei,  donna Mara Fersa, cominciava a mostrare una
    specie di diffidenza per quelle relazioni divenute troppo intime?...
    Donna Mara Fersa aveva tollerato molte cose alla nuora palermitana; la
    rivoluzione mssale in casa, il mal nascosto compatimento col quale la
    trattava,  i gusti costosi e le opinioni ardite;  ma chiusi tutt'e due
    gli  occhi  quando  ne  soffriva  lei stessa,  non intendeva chiuderne
    neppure uno se era in  giuoco  suo  figlio.  L'amicizia  degli  Uzeda,
    sissignore,  stava  benissimo  e le faceva anche tanto piacere: ma che
    Raimondo stesse sempre alle costole dell'Isabella,  in casa propria  o
    in quella di lei,  in chiesa, in teatro ed al passeggio, forse usava a
    Firenze ed era una cosa  elegante,  di  quelle  che  lei,  educata  al
    vecchio modo,  non comprendeva;  ma non le piaceva nient'affatto e non
    intendeva che continuasse. Senza addurne la ragione per non mettere il
    carro avanti ai buoi,  aveva fatto capire al figlio ed alla nuora che,
    trattando  da  buoni  amici  gli  Uzeda,  non c'era poi bisogno che si
    spartissero il sonno.  Ella predicava ai turchi: Mario Fersa  era  pi
    che  mai  infatuato  del  principe e del conte,  donna Isabella sempre
    insieme con la principessa,  con  Lucrezia  e  con  donna  Ferdinanda.
    Allora,  vedendo  inutili  le proprie esortazioni,  poco sofferente di
    sapersi disobbedita e inascoltata in una  cosa  che  la  nuora  doveva
    intendere  alla  prima,   donna  Mara  s'era  mostrata,   incapace  di
    nascondere quel che aveva in corpo,  inusitatamente  acre  ed  ironica
    verso  di  lei,  e nello stesso tempo aveva dichiarato al figliuolo il
    motivo delle proprie inquietudini. Tuttavia,  per non precisar troppo,
    s'era mantenuta sulle generali,  dicendo che quella vita in comune era
    pericolosa,  che  in  casa  Uzeda,   oltre  ai  tanti  uomini  che  vi
    bazzicavano,  si  trovavano  due  giovani  come il principe e il conte
    accanto ai quali non istava bene che l'Isabella  si  lasciasse  vedere
    continuamente...  Suo figlio,  per,  non l'aveva lasciata finire: "Il
    principe?  Raimondo?  I miei migliori amici?..."  E  dall'indignazione
    passando  al  riso:  "Sospettar  di  loro?   Di  due  buoni  padri  di
    famiglia?..." N le ragionate  insistenze  della  madre  ebbero  altra
    risposta.  Frattanto donna Isabella, al piglio severo, ai modi bruschi
    solitamente adottati dalla suocera,  se prima aveva mostrato di  stare
    in  quella  casa con una specie di prudente ma dolorosa rassegnazione,
    prendeva adesso  decisamente  l'attitudine  d'una  vera  vittima.  Con
    Raimondo,  quando costui le diceva la noia, l'infelicit della vita di
    provincia, ella scrollava il capo,  approvava,  ma soggiungendo che si
    poteva  star  bene  anche in una campagna o in un deserto,  a patto di
    sentirsi circondati di  premure  e  d'affetto...  di  vedersi  intorno
    persone care... capaci di comprendervi e d'apprezzarvi... E donna Mara
    gonfiava, gonfiava, vedendo che niente riusciva, cercando un mezzo pi
    energico  per metter fine a quella "commedia".  Fersa,  per conto suo,
    continuava a non accorgersi di nulla,  perch avrebbe negato  la  luce
    del  giorno  prima di sospettar della moglie e di Raimondo,  col quale
    faceva vita insieme e  stava  tutto  il  giorno  e  tutte  le  sere  a
    chiacchierare  o  a  giocare al casino o nella barcaccia del Comunale.
    Egli era pi che mai orgoglioso dell'amicizia che  gli  dimostrava  il
    principe, dei lunghi discorsi che questi gli teneva, mentre Raimondo e
    donna  Isabella discorrevano in un angolo;  e cascava poi dalle nuvole
    quando la madre gli veniva a dire,  bruscamente: "Andiamo via,  che  
    tardi!..."
    Ora un bel giorno Raimondo,  andato a far visita in casa Fersa, e dopo
    aver visto donna Isabella dietro le vetrate,  s'ud  rispondere  dalla
    cameriera che non c'era nessuno.  L per l,  egli rimase; a un tratto
    fu per dare uno spintone alla  porta  ed  entrare  a  viva  forza;  ma
    riuscito a stento a contenersi, scese le scale ed usc nella via rosso
    in viso come per un colpo di sole. Subito aveva capito donde veniva la
    botta, essendosi gi accorto della freddezza di donna Mara; e all'idea
    della contrariet e dell'ostacolo, il sangue gli ribolliva nelle vene,
    gli saliva alla testa,  gli faceva veder fosco...  Fin a quel momento,
    egli aveva cercato la compagnia di donna Isabella  perch  gli  pareva
    una  delle  poche  signore  con le quali poter discorrere,  perch gli
    rammentava la societ di fuori via,  perch gli  piaceva  di  persona,
    anche,  ma non molto,  non tanto da voltar l'animo alla sua conquista.
    Non l'idea di cagionare la rovina di lei, non l'amicizia del marito lo
    avevano distolto da  questo  proponimento;  Fersa  anzi,  con  la  sua
    adorazione  per la moglie e la cieca fiducia che dimostrava a lei ed a
    lui, gli pareva destinato alla solita disgrazia; e donna Isabella, con
    quel suo contegno da vittima,  con l'istinto della civetteria  che  la
    dominava,   con   i   suoi  eterni  discorsi  sulle  anime  fatte  per
    comprendersi,  doveva provare troppa  voglia  d'esser  compresa.  Egli
    aveva  sempre riso dell'amore,  della passione,  ed appunto perci sua
    moglie lo seccava,  perci non  aveva  perseguito  mai  altro  che  il
    piacere comodo,  pronto e sicuro;  perci la previsione delle noie che
    l'avventura con la Fersa avrebbe potuto cagionargli l'aveva indotto  a
    non  spingere troppo avanti le cose.  Al Belvedere,  pel colera,  dove
    donna Isabella doveva venire e non era poi venuta,  egli  s'era  quasi
    rallegrato  del  mancato  ritrovo,  divertendosi con l'Agatina Galano,
    quasi interamente dimenticando la lontana.  Rivedutala,  la tentazione
    era  risorta,  e  allora i piagnistei di sua moglie l'avevano resa pi
    forte;  poi l'opposizione di donna Mara  aveva  messo  nuova  esca  al
    fuoco.  Era cos fatto,  che gli ostacoli lo eccitavano,  lo rendevano
    smanioso e resto come un puledro che senta il morso.  Tuttavia  s'era
    contenuto  ancora,   pensando  all'avvenire,  ai  fastidi  sicuri,  ai
    pericoli possibili;  ora,  di repente,  la consegna che gli vietava il
    passo  in  casa di lei gli metteva addosso una gran voglia di sfondare
    quell'uscio e di portar via quella donna.  L'istinto  sanguinario  dei
    vecchi Uzeda predoni l'arrovellava; se avesse potuto, avrebbe fatto un
    eccesso  come  quell'avo  che  s'era  buttato  coi  cavalli addosso al
    capitan di giustizia. Adesso,  non tanto i tempi quanto le circostanze
    erano  diverse;  egli  non  poteva  fare  uno scandalo,  gli conveniva
    piuttosto  dissimulare,  ricorrere  alla  politica  ed  all'astuzia...
    Appena arrivato a casa, scrisse all'amica per dirle che aveva compreso
    "gl'ingiusti  sospetti"  dei  suoi  parenti,   per  lagnarsi  che  "in
    quell'odioso paese" non fosse  possibile  stringere  e  mantenere  "le
    relazioni   d'amicizia".   La  lettera  fu  recapitata  per  mezzo  di
    Pasqualino  Riso,  cocchiere  del  principe,  il  quale  la  diede  al
    cocchiere  di  donna  Isabella,  che  gli era compare.  Donna Isabella
    rispose  immediatamente,   per  la  stessa  via,   querelandosi  della
    "schiavit"   in   cui  era  tenuta,   della  sospettosa  "cattiveria"
    esercitata  su  lei,  ringraziandolo  frattanto  dei  suoi  "delicati"
    sentimenti, dell'"amicizia" di cui le dava prova e che ella ricambiava
    "di tutto cuore";  scongiurandolo per di "rinunziare a rivederla" per
    non urtare la suscettibilit di "certe persone".  Era  lo  stesso  che
    dirgli:  "Fate di tutto per trionfare della loro opposizione..." I due
    cocchieri compari tornarono a  vedersi  tutti  i  giorni,  a  riferire
    ambasciate verbali: Pasqualino,  di piantone all'angolo di casa Fersa,
    correva al Casino dei Nobili ad avvertire il padrone,  che aveva messo
    l il suo quartier generale, delle uscite di donna Isabella: cos egli
    la  seguiva  egualmente da per tutto.  Del resto,  l'avvicinava ancora
    alla carrozza e le faceva visita al teatro le rare volte che non c'era
    la suocera;  perch,  sordo agli ammonimenti  materni,  dolente  degli
    ingiusti sospetti,  il marito era con lui come prima,  anzi gli faceva
    maggiori dimostrazioni di amicizia,  quasi a scusarsi  della  condotta
    della madre,  e veniva assiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva
    si fossero data la voce per proteggere e secondare  quei  due.  Mentre
    essi parlavano fra loro,  in un angolo, il principe o donna Ferdinanda
    stavano a chiacchierare con Fersa,  lo conducevano in un'altra stanza;
    la  zitellona andava attorno con donna Isabella e quando incontrava il
    nipote si fermava per dargli l'agio di stare con l'amica;  meglio,  la
    invitava  pi spesso a casa e Raimondo non tardava a sopravvenire.  Si
    vedevano anche dagli altri parenti  dei  Francalanza,  dalla  duchessa
    Radal,  dai  Grazzeri,  pi  spesso  dalla  cugina  Graziella che era
    divenuta grande amica di donna Isabella. Tutti poi cospiravano per non
    lasciare accorgere di nulla la contessa; per, avvertita da una specie
    di senso divinatore, Matilde comprendeva che suo marito le sfuggiva; e
    dal dolore si struggeva in  pianto.  Ora  che  la  sua  bambina  stava
    meglio,  che  ella avrebbe potuto respirare tranquilla,  quel pensiero
    non le dava pi  pace.  Ella  sapeva  che,  a  contrariarlo,  Raimondo
    s'incaponiva  peggio  nei  suoi  capricci;  che,  se v'era un mezzo di
    ridurlo,  questo consisteva nel lasciarlo fare di suo  capo,  ma  come
    rassegnarsi  a  saperlo  pieno di un'altra,  a sentirsi un'altra volta
    guardata con occhio tra curioso e compassionevole da  Lucrezia,  dalla
    marchesa,  dagli  estranei,  dai  servi?  E gli si stringeva al fianco
    timida e supplice,  gli diceva la sua gelosia,  lo scongiurava di  non
    farla soffrire se era vero che non pensava a quella donna.
    "Maledetto paese!" esclamava con voce concitata suo marito. "Chi  che
    inventa  simili  infamie?  Sei stata tu stessa?  Hai messo in piazza i
    tuoi sciocchi sospetti, di' la verit?"
    "Io?... Io?..."
    "Vuoi rovinarla, vuoi farmi ammazzare da suo marito?"
    E allora un altro terrore l'aveva  agghiacciata:  se  anche  Fersa  si
    fosse  accorto di qualche cosa?  Se avesse voluto vendicarsi?...  A un
    tratto, ella vedeva suo marito freddato in mezzo a una strada, con una
    palla in fronte, con un colpo di pugnale al fianco: tutte le volte che
    egli tardava a rincasare, giungeva le mani, si premeva il cuore, quasi
    udendo le grida delle persone  di  servizio  atterrite  all'improvviso
    arrivo del corpo esanime;  e accarezzando le sue bambine piangeva come
    se gi fossero orfanelle.  Le coceva sopra ogni cosa  di  non  potersi
    sfogare con nessuno, di non aver qualcuno che la confortasse almeno di
    una buona parola.  Al padre non poteva dir nulla, e gli Uzeda tenevano
    il sacco a quell'altra;  chi non spingeva  fino  a  tanto  il  rancore
    contro l'intrusa, restava neutrale, non s'accorgeva neppure di lei.


    Don  Eugenio  aveva  gi finito e spedito a Napoli la memoria su Massa
    Annunziata.  Portava per titolo: "Intorno la convenienza -  di  essere
    intrapreso   il  discavo  -  della  Sicola  Pompei  -  ossivero  Massa
    Annunziata -, vetusta terra mongibellese - sepolta nell'anno di grazia
    1669 - dalle ignivome lave di quell'incendio vulcanico - con tutte  le
    sue  ricchezze  che conteneva - memoria sommessa al Real Governo delle
    Due Sicilie - da don  Eugenio  Uzeda  di  Francalanza  e  Mirabella  -
    Gentiluomo  di  Camera  di Sua Maest (con esercizio)." La sera,  egli
    leggeva alla  societ  la  sua  prosa,  sulla  brutta  copia.  C'erano
    espressioni  di  questo  genere:  "Quandocchesia  nel  1669 tra le pi
    terribili  eruzioni  la  nostra  vi  cadendo   annoverata...   Dopoch
    appiacevolirono alquanto i tremuoti... A quale opera tuttos in Pompei
    intentando si viene...  Non mi s'impunti in superbia alle conghietture
    azzardarmi..."  Erano  il  frutto  di  riforme  grammaticali  da   lui
    studiate.  Perch  apostrofare  soltanto gli articoli,  i pronomi e le
    particelle?  Egli scriveva: "Il flagell' accuorav'  i  naturali...  La
    lav'  avanzavas'  incontr'  a quel borgo..." Per dar pi scioltezza al
    discorso diceva: "ne continuando" invece di "continuandone"  ed  anche
    "gli  proporre"  invece  di  "proporgli..." Don Cono soltanto gli dava
    retta, discutendo se solenne dovesse scriversi con una o con due elle;
    tutti gli altri voltavano le spalle a quella  bestia  che,  dopo  aver
    perduto per la sua bestialit due impieghi, aspettava d'esser nominato
    direttore degli scavi!  Don Blasco e donna Ferdinanda,  fra gli altri,
    ma ciascuno per suo  conto,  glielo  spiattellavano  sul  muso,  senza
    riguardi: cantavano ai sordi per,  ch il cavaliere era sicuro questa
    volta d'aver afferrato la fortuna pel ciuffo.  Il marchese  e  Chiara,
    venendo tutti i giorni al palazzo, era preciso come se non ci fossero;
    perch, mentre la gente parlava d'una cosa e d'un'altra, essi ad altro
    non pensavano che alla prole.  Ogni mese,  in un certo periodo, Chiara
    pareva proprio nelle  nuvole:  non  rispondeva  alle  domande  che  le
    facevano,  o  rispondeva  a  vanvera;  poi traeva in disparte tutte le
    signore, una dopo l'altra,  e sottoponeva loro all'orecchio certi suoi
    quesiti.  Pertanto, quando don Blasco andava a casa di lei, aizzandola
    nuovamente contro il principe e Raimondo,  non gli dava retta,  con la
    testa   scombussolata   dalla   continua   ed   intensa  aspettazione.
    Ferdinando, da canto suo,  lasciava pi che mai cantare lo zio monaco.
    Felice d'essere assoluto padrone delle Ghiande, vi s'era sbizzarrito a
    modo suo;  a poco a poco per il podere era caduto in rovina,  ed egli
    se n'era accorto.  Tutte le cose lette nei libri  d'agricoltura  aveva
    voluto  provare:  appurato,  per  esempio,  che  in ogni albero i rami
    possono fare da radici e le radici da rami,  aveva preso a sperimentar
    la  verit,  schiantando  gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli
    capovolti: ad uno ad uno tutti gli alberi erano morti.  Nondimeno egli
    non  si  sarebbe deciso a smettere quelle sue speculazioni,  se non ne
    avesse pensate altre di diverso genere. Fra i molti libri che comprava
    glien'erano capitati alle mani alcuni di meccanica; allora, rammentati
    gli antichi  amori  con  l'orologiaio,  aveva  preso  un  fattore  per
    lasciargli  in  balia  il podere,  e s'era messo a fabbricare ruote ed
    ingranaggi.  Perch mai l'acqua nelle pompe aspiranti non  andava  mai
    pi su di cinque canne?  Per la pressione atmosferica. Non c'era mezzo
    di controbilanciarla?  Ed aveva costruito un suo trabiccolo dove,  per
    lavorar  di  manubrio,  l'acqua,  non  che a cinque canne,  non saliva
    neppure ad un pollice.  La colpa fu tutta degli operai che non avevano
    capito  i  suoi  ordini: egli si mise intorno ad un problema molto pi
    vasto: il moto perpetuo...  Di quel che avveniva in casa,  in quel che
    operavano  gli  altri  non  s'impacciava,  diradava  sempre pi le sue
    visite al palazzo;  se non fosse stato per Lucrezia,  non  ci  sarebbe
    andato  mai.  Sua  sorella,  per,  se  era  occupata  a far segnali a
    Benedetto  Giulente,  non  scendeva  gi  in  sala.   L'amoreggiamento
    continuava  pi  forte  di  prima,  in  ogni sua lettera il giovane le
    diceva che il tempo della domanda si veniva sempre approssimando,  che
    fra un anno il loro voto si sarebbe compiuto.
    Lucrezia,  quantunque non ci fosse pi quel diavolo di Consalvo, pure,
    perch non le frugassero in mezzo alle sue cose,  chiudeva a chiave la
    sua  camera  quando scendeva al piano di sotto,  n il principe diceva
    nulla pel disordine che ne derivava.
    Cos,  nessuno dei legatari s'occupava della  divisione;  e  quanto  a
    Raimondo,  egli era pi che mai intento alla bella vita e ad inseguire
    donna Isabella in terra, in cielo e in ogni luogo. Pasqualino Riso non
    faceva quasi pi servizio,  occupato com'era a spiar  le  mosse  della
    signora,  a  portar  lettere  ed ambasciate.  Gli altri servi ne erano
    perfino gelosi: il sottococchiere,  specialmente,  a cui toccava tutta
    la fatica, e Matteo il cameriere. Essi parlavano a denti stretti della
    fortuna   capitata   al  compagno,   non  capivano  come  il  principe
    continuasse  a  pagarlo  precisamente  come   prima,   lasciandolo   a
    disposizione  del fratello;  e dal dispiacere quasi voltavano casacca,
    perch,   mentre  prima  erano  contrari  alla  contessa,   adesso  la
    compiangevano,  dicevano  che  non  meritava  quel  tradimento  e quel
    trattamento...
    L'acredine degli Uzeda contro la Palmi diveniva veramente troppo viva,
    esercitavasi specialmente sulle figlie,  perch i mali tratti usati ad
    esse  addoloravano  la contessa pi che quelli diretti personalmente a
    lei. V'erano giorni terribili,  quando donna Ferdinanda alzava la mano
    su Teresina,  che ella passava a piangere come una bambina,  a bere le
    sue lacrime perch non cadessero sulle lettere che scriveva  al  padre
    per  nascondergli  il  proprio dolore,  per dargli a intendere che era
    felice...
    Ai primi di  settembre,  avvicinandosi  la  villeggiatura,  il  barone
    giunse da Milazzo per vedere le nipotine e condurre tutti con s nelle
    sue  campagne,  dov'era  venuto  anche  il  promesso  di  Carlotta: il
    matrimonio si sarebbe celebrato fra un  anno.  Il  principe  lo  volle
    ospite al palazzo,  anche gli altri che erano tanto duri per la figlia
    lo accolsero con un certo garbo,  quasi per non lasciargli  sospettare
    la  mala  grazia  usata  con lei...  N egli le lesse in viso i lunghi
    patimenti: superbo di quella parentela,  della nobilt di quella casa,
    s'affermava  nell'idea  d'aver  assicurato  la  felicit  di  Matilde.
    Questa,  all'arrivo  del  padre,  all'annunzio  che  egli  veniva  per
    condurli  via  tutti,  ricominci  a tremare per un'altra ragione: per
    l'antica paura che tra il padre e  il  marito  scoppiasse  la  guerra.
    Raimondo  non  si sarebbe rifiutato di seguire il suocero?...  Invece,
    improvvisamente,  un raggio di sole brill nella sua lunga  tristezza:
    all'invito  del  barone  Raimondo  rispose ordinando i preparativi del
    viaggio. Era niente, quel consenso;  non poteva rassicurarla,  giacch
    in  citt  nessuno  sarebbe  rimasto,  in quella stagione,  e la Fersa
    andava come gli altri anni a Leonforte; pure,  nell'angustia a cui era
    ridotta,  l'idea di andar via dalla casa degli Uzeda, di tornar da suo
    padre,  per consenso e in compagnia  di  Raimondo,  le  faceva  trarre
    liberamente il respiro.
    Il  principe  invit tutti al Belvedere.  L per le cose non andavano
    molto lisce,  e i primi a provocare  i  dissidi  furono  Chiara  e  il
    marchese  Federico.  Cominciando  a perdere la speranza di quel figlio
    tanto aspettato,  quasi vergognosi di aver annunziato ogni momento una
    gravidanza  che  non  si  confermava mai,  marito e moglie erano ormai
    pieni d'una  malinconia  che  a  poco  a  poco  diventava  una  specie
    d'irritabilit,   d'izza  latente  e  senza  oggetto  determinato.  La
    marchesa,  per suo conto  particolare,  non  poteva  rassegnarsi  alla
    mancata  maternit,  se  n'accusava  come  d'una  colpa,  e  per farsi
    perdonare dal marito,  se prima aspettava ogni sua parola come  quella
    d'un oracolo, adesso preveniva i suoi giudizi, intuiva le sue volont.
    Egli  non aveva il tempo di voltarsi,  per esempio,  al soffio molesto
    spirante da una finestra aperta,  che Chiara gi gridava alle  persone
    di servizio di chiudere ogni cosa, minacciando di cacciar via tutti al
    rinnovarsi  della  trascuraggine;  in  conversazione,  quando qualcuno
    raccontava un fatto o manifestava un'idea, ella leggeva negli occhi al
    marito se  la  cosa  non  gli  andava  a  verso,  e  allora  ribatteva
    vivacemente prima che egli avesse ancora aperto bocca.  Federico,  per
    non esser da meno, si mostrava dello stesso umore di lei, e cos tutte
    le liti che evitavano tra loro le attaccavano invece  con  gli  altri.
    Ora  l'inizio  della guerra col principe,  del quale erano ospiti,  fu
    l'affare del legato alla bada di San Placido.
    Ostinandosi   Giacomo   a   considerarlo   nullo   per   la   mancanza
    dell'approvazione regia,  la Madre Badessa aveva chiamato gli avvocati
    del monastero,  i quali ad una voce dichiararono che  le  ragioni  del
    principe non valevano un fico secco;  che la principessa,  buon'anima,
    non  aveva  niente  affatto  istituito  un  benefizio,   ma   lasciata
    un'eredit  cum  onere  missarum;  quindi che mancava assolutamente la
    necessit dell'approvazione  regia,  quindi  che  il  principe  doveva
    metter  fuori le duemila onze;  questi invece si incaponiva nell'altra
    interpretazione,  e la povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina.
    In un momento di malumore,  viste inutili le trattative amichevoli, la
    Badessa aveva confidato al marchese ed a Chiara un'altra birbonata del
    principe:  donna  Teresa,   felice  memoria,   prima  di  partire  pel
    Belvedere,  donde non doveva pi tornare, le aveva affidato, perch la
    custodisse nel tesoro della bada e la consegnasse al signor Marco, il
    quale doveva poi darla a Raimondo,  una cassetta piena di monete d'oro
    e   d'oggetti  preziosi:  appena  spirata  la  madre,   Giacomo  s'era
    presentato per ritirare il  deposito;  e  poich  ella  aveva  opposto
    qualche difficolt,  era tornato col signor Marco,  al quale non aveva
    potuto rifiutarlo...
    Marito e moglie restarono un poco scandalizzati,  ma non si  sarebbero
    smossi,  se la Badessa,  per tirarli dalla sua,  non avesse loro detto
    che il glorioso San Francesco di Paola non aveva pi reso  fecondo  il
    loro  matrimonio  e  che la prima gravidanza era andata in fumo perch
    essi lasciavano consumare il sacrilegio  in  danno  della  bada.  Con
    questa  pulce  nell'orecchio,  si  rivoltarono  tutt'e  due  contro il
    principe,  ma specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate
    del fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e
    a  poco  a  poco  dalla  fondazione delle messe e dal carpito deposito
    venivano alle altre quistioni dell'eredit: alla divisione arbitraria,
    al numerario sottratto, ai conti rifiutati,  alla pretesa che la finta
    epoca  dell'assegno  facesse fede dell'avvenuto pagamento,  a tutte le
    ragioni di don Blasco,  il quale  scendeva  apposta  da  Nicolosi  per
    soffiar  nel bossolo.  Fra sette mesi si sarebbero compiuti i tre anni
    dalla morte della madre dopo i quali le donne dovevano  riscuotere  la
    loro  parte,  che  il  principe,  quantunque avesse promesso di pagare
    anticipatamente, teneva ancora per s; bisognava dunque mettere presto
    in chiaro tutte quelle cose, stabilire ci che veramente toccava loro.
    Ma reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe
    messi  in  mezzo,   n  la  moglie  n  il  marito  osavano   lagnarsi
    direttamente  col  fratello  e cognato,  tanto era forte l'istinto del
    rispetto verso il capo della casa.  Chiara per volendo dimostrare  il
    proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia, perch poi questa cercasse
    di  trarre  dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera con
    la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le ragioni dello
    zio monaco, aggiungendo che lei,  Lucrezia,  era la pi sacrificata di
    tutti,  poich,  continuando  la  politica  della  madre,  Giacomo non
    l'avrebbe maritata,  o l'avrebbe maritata il pi tardi possibile,  per
    restar padrone d'amministrar la dote. Lucrezia, non comprendendo nulla
    degli affari, la lasciava dire, rispondeva: "La vedremo!... Ho da dire
    anch'io  la  mia!..."  Non  confidava  alla  sorella  di  voler bene a
    Benedetto Giulente,  n avrebbe dato retta alle  istigazioni  di  lei,
    come  non  ne  aveva  dato a quelle dello zio monaco,  se il principe,
    accortosi di quei secreti conciliaboli,  di quei tentativi di congiura
    fatti  nella  sua propria casa,  mentre godevano della sua ospitalit,
    non avesse trattato pi freddamente le sorelle e  tolto  il  saluto  a
    Giulente.  Lucrezia,  risaputolo  e consultatasi con la cameriera,  la
    quale disse che era tempo di farsi sentire se il principe  si  portava
    male anche col "signorino", apr l'orecchio alle ragioni di Chiara. La
    sorda  ostilit  tra  fratello  e  sorelle  s'inaspr  al  ritorno dal
    Belvedere,  quando Lucrezia cominci a lagnarsi  con  Ferdinando,  per
    farlo  entrare  nella  lega.  Allora entr in scena Padre Camillo,  il
    confessore.
    Tornato da Roma dopo la morte della  principessa,  il  Domenicano  era
    rimasto,  con stupore di tutti,  confessore del principe come ai tempi
    della madre.  Giacomo non  solamente  s'accostava  al  sacramento,  ma
    chiamava  in casa il padre spirituale,  prendeva consiglio da lui come
    aveva fatto  donna  Teresa,  e  don  Blasco  fiottava  contro  "questo
    collotorto Gesuita" che, dopo aver fatto da spia alla madre, faceva da
    spia  al  figliuolo,  ragione  per  cui "quel ladro" di Giacomo non lo
    aveva preso "a calci nel preterito".  Ma Padre Camillo,  tutto Ges  e
    Madonna,  neppure udiva le diatribe del Cassinese; e presa un giorno a
    parte  Lucrezia,   le  cominci  un  lungo  discorso  per  dirle   che
    dichiararsi malcontenta del testamento materno era un peccato eguale a
    quello  di  disobbedire  alla  madre morta.  La principessa,  da madre
    saggia e giusta,  aveva ripartita la sua sostanza "con  la  bilancia",
    perch al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere "egualmente
    cari".  Certo  il  principe  e  il  conte  avevano  ottenuto una parte
    privilegiata;  ma erano appunto il principe,  cio il capo della casa,
    l'erede del titolo,  e il conte, cio quell'altro dei figli maschi che
    aveva una  famiglia  da  mantenere  con  lustro.  Per  gli  altri,  la
    sant'anima  aveva fatto le parti eguali "fino all'ultimo baiocco".  Le
    davano a intendere che avrebbe potuto aver terre,  invece  di  moneta?
    Egli   cit   l'antichit,   i  testamenti  dei  defunti  principi  di
    Francalanza, l'istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando
    ad esempio quel che era avvenuto nella generazione  precedente.  Donna
    Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili?  Adesso,  s, ne possedeva,
    ma perch,  dotata di quello  spirito  di  accorta  prudenza  che  era
    tradizionale nella famiglia, aveva moltiplicato il capitale lasciatole
    dal padre,  investendolo successivamente in case e poderi.  C'era anzi
    di pi: chi aveva preso moglie,  fra tutti quei  figli?  Nessuno!  Don
    Blasco,  con vocazione "esemplare",  aveva rinunziato agli adescamenti
    del mondo per professarsi. La primogenita si era chiusa a San Placido,
    n il duca e don Eugenio avevano preso  moglie,  n  donna  Ferdinanda
    marito.  Perch? Perch essi si consideravano come semplici depositari
    della loro parte di sostanza!  Nella presente generazione,  la  regola
    aveva  avuto  due eccezioni: il conte che aveva sposato donna Matilde,
    Chiara che era diventata marchesa di Villardita.  Ma qui rifulgeva  lo
    zelante amor materno della principessa. Non tutte le persone son fatte
    ad  un  modo,  ci  che  ad  uno  pare soverchio od inutile  ad altri
    conveniente;  chi si contenta  di  uno  stato  e  chi  ne  soffre.  La
    buon'anima   aveva  compreso  che  per  la  felicit  di  Raimondo  il
    matrimonio era necessario, quindi gli aveva dato moglie,  senza badare
    a sacrifizi. Per Chiara, una propizia occasione erasi presentata, ed a
    fine d'assicurare la felicit di quella figlia la principessa le aveva
    perfino  forzato  la  mano:  adesso  il tempo dimostrava da qual parte
    fosse stata la ragionevolezza!  Quanto  a  lei,  Lucrezia,  Dio  aveva
    permesso  che  sua madre morisse prima del tempo in cui avrebbe dovuto
    pensare all'avvenire  di  lei;  ma,  se  questa  era  stata  una  gran
    disgrazia,  non  voleva  poi  dire  che l'avvenire di lei non stesse a
    cuore al fratello maggiore.
    Era strano parlare a una ragazza di certe cose,  ma  la  necessit  lo
    stringeva.   Certo   il  desiderio  della  santa  memoria,   desiderio
    ragionatissimo, fondato sopra argomenti positivi e non sopra capricci,
    era che ella restasse in casa, ma se,  tutt'al contrario,  ella avesse
    creduto  pel  proprio  meglio  di  fare altrimenti,  le davano forse a
    intendere che,  volendo ella maritarsi,  il  principe  le  si  sarebbe
    opposto? Quando si fosse presentata l'occasione di accasarla bene, col
    decoro  conveniente  al  suo nome,  il principe non l'avrebbe lasciata
    sfuggire. Ma bisognava aver fiducia in lui,  esser sicura che egli non
    poteva  desiderare  altro  che  il bene della sorella,  considerandosi
    investito d'una specie di tutela morale.  E non  dare  l'esempio  d'un
    dissidio  funesto,  che  sarebbe stato di scandalo in questo mondo,  e
    d'infinita amarezza alla sant'anima nel mondo di l.
    Mentre il confessore teneva questo discorso a Lucrezia, il principe ne
    teneva un altro un poco diverso a donna Ferdinanda. La zitellona, pure
    vituperando  i  Giulente,  s'era  col  tempo  rassicurata  sulle  loro
    pretese;  quella bestia del duca non essendo pi l a secondarle, ella
    credeva che l'amoreggiamento fosse finito del tutto.  Invece un giorno
    che  si  parlava  della  responsabilit dei capi di famiglia quando in
    casa vi sono ragazze da marito,  Giacomo  disse  alla  zia  che  anche
    Lucrezia  avrebbe  dovuto un giorno o l'altro accasarsi,  che da parte
    sua l'avrebbe lasciata libera di  prendersi  chi  meglio  le  piaceva,
    tanto pi che una scelta ella doveva averla gi fatta...  La zitellona
    si rivolt come un aspide:
    "Ha scelto? Ha scelto? E chi  che ha scelto?"
    "Chi? Il solito Giulente..."
    Ella divent rossa in viso quasi fosse sul punto di soffocare.
    "Ah s... Ancora?... E tu l'hai lasciata fare?"
    "Vostra Eccellenza sa bene come  siamo  tutti  di  casa,"  rispose  il
    principe,   sorridendo.  "Quando  ci  mettiamo  qualcosa  in  capo,  
    difficile ridurci a mutar sentimento..."
    "Ah,  difficile? Le far veder io se  difficile o  facile!..."
    Da quel momento la zitellona divent una  vipera  con  la  nipote:  le
    sgridate,  per una ragione o per un pretesto qualunque,  s'udivano fin
    gi nelle scuderie;  le allusioni ironiche  ai  romanzetti  fioccavano
    acri  e  pungenti,  gl'insulti contro i Giulente si seguivano e non si
    rassomigliavano.  Diceva cose enormi dei vicini,  li  accusava  d'ogni
    porcheria  e  perfino  di  crimini.  Non si contentava pi di dire che
    erano ignobili,  affermava che il nonno  del  vecchio  Giulente  aveva
    accumulato  i  primi  quattrini  facendo il bottinaio a Siracusa,  suo
    figlio aveva rubato il Municipio,  suo nipote  il  governo,  tutte  le
    donne erano state altrettante baldracche... Lucrezia la lasciava dire.
    Non  capivano  che pi s'accanivano contro Giulente pi ella pensava a
    lui, che ogni discorso diretto a distoglierla dal suo proposito glielo
    ribadiva in capo pi saldo.  "Sposer Benedetto,  o  nessuno,"  diceva
    alla cameriera, dopo quelle sfuriate. "Hanno voglia di gridare; quando
    sar  l'ora,  lo  sposer."  Il principe intanto,  dopo averle sciolto
    contro quel cane,  la trattava meno duramente.  Un giorno che la donna
    portava  una  lettera  di  Giulente alla padroncina,  egli le tolse la
    carta di mano,  ne lesse l'indirizzo,  e gliela restitu.  Donna Vanna
    corse  dalla signorina per dirle,  ansante: "Vostra Eccellenza stia di
    buon  animo!  Vuol  dire  che  ci  ha  piacere,   che  finalmente  s'
    persuaso..."  Egli  aveva  anche raggiunto lo scopo di rompere la lega
    tramata contro di lui,  perch il marchese  Federico,  fanatico  della
    nobilt  quanto  gli  Uzeda,  udendo che la cognatina incaponivasi nel
    voler sposare Giulente,  aveva dimostrato il  proprio  dispiacere  per
    quel  partito;  allora sua moglie s'era schierata con la zia contro la
    sorella,  dandole della stravagante,  accusandola di pazzia.  Lucrezia
    invece,  sfogandosi  con Vanna,  rammentava le smanie,  i pianti,  gli
    svenimenti di Chiara quando l'avevano costretta a sposare il marchese:
    "E adesso si  mette  con  quelli  che  vogliono  costringere  me!  Non
    m'importa  della  sua  opposizione!  Una  pazza  di quella fatta!  Una
    bandiera al vento! Ora  tutt'una cosa col marito che prima non poteva
    sentir nominare; domani cambier un'altra volta: vedrai!..."


    In mezzo  a  quella  guerra,  torn  Raimondo  da  Milazzo,  senza  la
    famiglia.  Non  s'occup  neppure  un  quarto  d'ora  della casa e dei
    parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualino,  il domani fu visto
    seguire  in chiesa la Fersa;  le mormorazioni dei servi,  dei curiosi,
    degli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono.  Aveva detto  a
    sua moglie che sarebbe rimasto lontano una settimana,  per affari,  ma
    dopo due mesi non le annunziava ancora il ritorno. Alle lettere di lei
    rispondeva chiedendo tempo,  o non rispondeva affatto;  in  carnevale,
    Matilde lo raggiunse,  accompagnata dal padre.  Egli l'accolse con tre
    parole, pronunziate freddissimamente:
    "Perch sei venuta?"
    Aveva combinato una serie di divertimenti con gli amici che gli davano
    mano;  il gioved grasso,  in un carro rappresentante un vascello dove
    tutti  erano  mascherati da marinai,  pass e ripass sotto la casa di
    donna Isabella,  scagliando fiori e confetti per un quarto d'ora  ogni
    volta  contro i suoi balconi;  il sabato,  a una festa a contribuzione
    nelle sale del Palazzo Comunale ball tutta la sera con lei; il luned
    ricominci,  al veglione del Comunale.  E Matilde,  lasciata sola  dal
    padre che era andato a raggiungere le bambine,  ripeteva tra s quella
    domanda,  le sole parole che egli aveva trovato  per  rispondere  alla
    premura di lei: "Perch sono venuta?" Per assistere a questo!...  Egli
    dunque continuava a fingere, a mentire, ad ingannarla;  anzi,  neppure
    se n'era data la pena!  Appena arrivato a Milazzo, aveva smaniato come
    un pazzo contro la vita di  quella  spelonca,  l'aveva  torturata  con
    lagnanze,  con  rimproveri,  con  un  malcontento  quotidiano,  con un
    malumore di tutti i momenti,  finch non era riuscito a  scappare.  Ma
    ingiustizie,  sgarbi, violenze, gli avrebbe perdonato ogni cosa, tanto
    gli voleva ancora bene;  gli perdonava perfino l'indifferenza  con  la
    quale  trattava le sue figlie,  le innocenti creature che erano sangue
    suo! Ma vederselo sfuggire, ma saperlo tutto d'un'altra,  ma ritrovare
    sulla persona di lui il profumo degli abiti,  delle mani,  dei capelli
    di quell'altra; questo no, ella non poteva soffrirlo!
    "Ah,  ricominci?  Sei dunque venuta per rompermi di nuovo  la  testa?"
    rispondeva  egli  ai  suoi  tentativi  di rimostranze,  ai suoi timidi
    rimproveri. "Perch non te ne sei rimasta con tuo padre, dunque?"
    "Perch io debbo stare con te, perch il mio posto  al tuo fianco,  e
    perch nemmeno tu devi lasciarmi!"
    "E  chi  ti lascia?  Se volessi lasciarti,  ti pare che sarebbe troppo
    difficile? A quest'ora avrei gi fatto fagotto, e me ne sarei andato a
    Firenze, a Parigi, o a casa del..."
    "Andiamo via insieme!  Perch non torniamo a Firenze?  Abbiamo  l  la
    nostra casa..."
    "Perch in questo momento ho qui da fare!"
    "Se hai dato la procura a tuo fratello..."
    "Ho dato la procura per gli affari ordinari dell'amministrazione;  ora
    bisogna  venire  alla  divisione  e  pagare  le  mie  sorelle,  perch
    compiscono tre anni dall'aperta successione: hai capito?  O vuoi fatto
    il conto?  Mia madre  morta nel maggio del '55 e siamo nel marzo  del
    '58... Sono tre anni, s o no? Vuoi saper altro?"
    "Perch mi parli cos? Che t'ho detto di male?"
    "Nulla!  Nulla! Nulla! Soltanto, ti pare che sia un bel gusto sentirsi
    rotto il capo ad ogni poco con questi sospetti continui?"
    "No, no; non lo far pi... non ti dir pi niente..."
    Sarebbe  stato  capace  di  porre  in  atto  la   sua   minaccia,   di
    abbandonarla, di abbandonar le sue figlie!... Gli nascondeva quindi il
    proprio dolore,  vedendo che egli continuava peggio di prima,  come se
    ogni rimostranza fosse stata invece un incitamento.
    Adesso dicevasi che anche Fersa aveva  finalmente  dato  ascolto  alla
    madre, aprendo gli occhi, facendo capire al conte che quelle assiduit
    non gli piacevano; e infatti non conduceva pi sua moglie dagli Uzeda,
    n  si  vedeva  pi  Raimondo  avvicinare  donna Isabella in pubblico;
    viceversa egli seguiva la carrozza dei Fersa con  la  propria  da  per
    tutto,  quasi  inseguendoli;  e in chiesa,  al teatro,  le si piantava
    dirimpetto, senza pi lasciarla con gli occhi.
    Un giorno la  cugina  Graziella,  venuta  al  palazzo  a  chieder  del
    principe, si chiuse con lui per dirgli:
    "Cugino,  debbo tenervi un discorso molto grave..." Da molti anni,  da
    quando Giacomo aveva preso moglie,  si davano  del  voi.  "Donna  Mara
    Fersa  mi  ha  fatto  parlare  da  un'amica...  per  questa  storia di
    Raimondo!"
    "Quale storia?" domand il principe, quasi non comprendendo.
    "Non  sapete  quel  che  si  dice?...  Raimondo  s'  messo  in  testa
    d'inquietare  donna  Isabella...  e se ne accorge ognuno,  per dire il
    fatto della verit..."
    "Io non mi sono accorto di niente."
    "Non importa, cugino; ve lo dico io!... Ed  una cosa che non sta bene
    e che mi dispiace... Un tempo,  s'incontravano spesso in casa mia,  ed
    io  li  ricevevo  a  braccia aperte.  Potevo sospettar niente di male?
    Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile!  Raimondo  padre
    di famiglia, donna Isabella ha marito anche lei: che vogliono fare?...
    In  casa  Fersa c' guerra scatenata tra suocera e nuora: bisognerebbe
    persuadere il cugino a farla finita, una buona volta."
    "E perch lo dite a me?" rispose Giacomo, stringendosi nelle spalle.
    "Perch?  Perch io non ho molta confidenza  con  Raimondo...  e  poi,
    sarebbe meglio che gli parlaste voi,  che siete il capo della casa,  e
    potete..."
    "Sbagliate. Io non posso nulla: qui ciascuno fa a modo suo.  Altro che
    capo! Persuadetevi che per poco non sono la coda!..."
    La  cugina  tornava  a  invocare l'autorit del cugino,  il principe a
    lagnarsi della  mancanza  d'accordo  che  c'era  in  quella  famiglia,
    mentr'egli invece avrebbe voluto che tutti fossero uniti,  affezionati
    l'uno   con   l'altro,   disposti   ad   aiutarsi,    a   consigliarsi
    vicendevolmente.
    "Volete che io parli a mio fratello? E' capace di rispondermi: "Di che
    cosa  ti mescoli?" E non sarebbe la prima risposta di questo genere...
    Cara cugina,  voi sapete che teste quadre sono le nostre!...  No,  no,
    credete a me: sarebbe inutile, se non peggio."
    La  cugina,  a  cui non pareva vero di poter mettere le mani in pasta,
    ricominci quel discorso con la principessa.
    "Dici davvero?..." esclam donna  Margherita,  la  quale  non  si  era
    avvista mai di niente.
    "Povera Matilde!... Non meritava questo trattamento!"
    "E'  quel che dico io!  Con una moglie tanto graziosa,  non si capisce
    perch Raimondo cerchi distrazioni fuori casa...  Ma  la  testa  degli
    uomini: chi sa leggere in questo libro?... Mi dispiace quanto l'anima!
    Due  famiglie  disturbate,  mentre  avrebbero potuto vivere in pace ed
    armonia!...  Basta,  il cugino dovrebbe adesso persuadersi di  lasciar
    quieta  donna  Isabella.  Per me,  non avrei difficolt di dirglielo a
    viso aperto: non ho gi paura che mi mangi!  Ma sai bene:   vero  che
    siamo cugini; ma che si potrebbe dire, che io cerco di mettere il naso
    negli affari altrui?  che cerco di seminar zizzania?  mentre sa Dio se
    mi dispiace, quanto l'anima!..."
    La principessa scrollava il capo,  sinceramente addolorata,  tanto pi
    che  non poteva far nulla.  Suo marito non le aveva ingiunto di badare
    ai casi propri,  sotto pena di averla a far con lui?...  E  la  cugina
    Graziella cominci ad armeggiare intorno a Matilde, deliberata di dire
    ogni cosa a lei stessa.  Non era la moglie? Chi pi di lei poteva aver
    diritto di parlare a Raimondo e interesse  a  distoglierlo  da  quella
    tresca?...  Riuscita  una  sera  a  capitarla  sola  nella Sala Rossa,
    cominci a chiederle  notizie  del  barone,  e  del  matrimonio  della
    sorella, e della salute delle bambine.
    "Verranno qui, o andrete voi a raggiungerle?"
    "Non  so,"  rispose  Matilde,   imbarazzata.   "Non  so  che  decider
    Raimondo."
    "Capisco!" rispose la cugina, sospirando.  "Gli uomini vogliono far di
    loro  capo...  oggi una cosa,  domani un'altra...  Voi,  naturalmente,
    vorreste andare al paese vostro, insieme con vostro padre. S'ha un bel
    dire,  la famiglia del marito,  s,  s,  s,  ma la  propria  non  si
    dimentica  mai!  Anche  il cugino dovrebbe persuadersi ad andar via di
    qui... sarebbe molto meglio... anche per lui..."
    Matilde chinava il capo,  evitando di guardarla,  stringendo una  mano
    con l'altra. La cugina continu:
    "Anche per lui... si leverebbe dalle tentazioni... penserebbe soltanto
    alla  sua  famiglia!...  Avete  ragione  d'essere  inquieta,  capisco,
    poveretta...  Non meritavate un simile trattamento...  Ma voi dovreste
    dirglielo!..  Siete  sua moglie,  insomma,  la madre dei suoi figli...
    Potete parlar alto... obbligarlo a finirla, una buona volta!..."
    Con tutto il sangue alla fronte,  la contessa aveva chiuso gli  occhi;
    poi  s'era  sentita agghiacciare;  a un tratto port le mani al viso e
    ruppe in singhiozzi.
    "Oh Signore!... Cugina!...  Che avete?...  Santo Dio!...  Cugina,  non
    fate cos!_"
    "Io!...  Io!..." balbettava Matilde, con le labbra amaramente contorte
    dall'ambascia.  "Io che piango da  due  anni...  Io  che  non  ho  pi
    figlie... Io che l'ho pregato come si prega Ges!..."
    "Bont  divina!...  Avete ragione!...  Ma zitta,  non piangete cos...
    Cugina mia,  fatevi animo...  Solo alla morte non c' rimedio!...  Del
    resto  io  non  credo  che ci sia stato nulla di male!...  Chiacchiere
    della mala gente!... Raimondo  un po' scapato; ma, questo?  Non posso
    credere!  La colpa, com' vero Dio,  di quell'altra... Le piace farsi
    corteggiare un poco, ma dal conte di Lumera, figuriamoci! Pura vanit,
    statene certa e sicura! Ma non piangete!... Queste cose, santo Dio, mi
    fanno male... Una famiglia cos bella,  dove avrebbe potuto esserci la
    pace  degli  angeli,  con  due  veri angioletti che sembrano scesi dal
    Paradiso!...  Ma vostro marito deve  saperlo;  vedrete  che  capir...
    Perch non chiamate vostro padre? Tocca a lui aiutarvi..."
    Il  barone,  invece,  le  scriveva  rimproverandole  l'abbandono delle
    figlie, accusandola di voler pi bene al marito che a quelle creature,
    chiamandola a casa per assistere al  matrimonio  della  sorella.  Ella
    tent ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su lei, la tortura a
    cui  la  poneva  con  quelle  accuse;  ma  nell'autunno  egli  venne a
    trovarla, improvvisamente, solo.
    "Che cosa succede?  Sei ammalata?  Che cos'ha tuo marito?  Perch  non
    m'hai scritto? Perch non sei venuta?"
    Ella protest che non accadeva nulla, che s'era sentita poco bene, che
    appunto  per  questo non aveva potuto andar da lui.  L'imminenza d'una
    spiegazione tra  suo  padre  e  Raimondo  l'atterriva;  conoscendo  il
    carattere  prepotente,  i modi sprezzanti di suo marito,  e gli scatti
    d'ira di cui suo padre era capace,  ella viveva con  l'animo  sospeso,
    dimenticava  i  suoi dolori per evitare uno scoppio,  tanto pi che il
    barone pareva non aver creduto alle sue  proteste,  mostrava  un  viso
    accigliato  in  quella  casa  che  prima  era stato superbo d'abitare.
    Adesso stava molto fuori,  tornava  con  ciera  pi  rannuvolata,  non
    rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera si chiuse in camera con lei e
    le disse:
    "Mi vuoi dire finalmente quando la smetterai?  Non negare,   inutile;
    so tutto..."
    Ella tremava in tutta la persona, balbettando:
    "Che sai? Io non capisco... non so nulla..."
    "So che tuo marito fa una bella vita,  ti dimostra un  grande  amore,"
    esclam il barone con voce gravida di sorde minacce.  "Ho ricevuto una
    lettera  anonima;  sono  venuto  per  questo...  La  buona  gente  non
    manca!...  Ma  poich  tu  non  parli...  poich  non ti confidi a tuo
    padre!...  Adesso bisogna mettere le carte in tavola,  hai capito?"  e
    picchi forte con una mano contro l'altra.
    "S, s, non t'inquietare..."
    Non  sapeva  adesso  donde  le venisse quella calma sovrumana,  quella
    forza di negare la cagione del suo lungo cordoglio:
    "Non t'inquietare, babbo mio caro... non vedi come sono tranquilla?...
    Te lo giuro,  non so nulla...  Saranno calunnie...  c' tanta  cattiva
    gente!... Un anonimo!... Prendi sul serio quel che scrive un anonimo?"
    Il  barone passeggiava per la camera facendo scoppiare l'indice contro
    il pollice, volgendo intorno accigliando gli sguardi.
    "Tanto meglio!...  Tanto meglio!...  Ma qui bisogna finirla con questo
    andirivieni continuo! Bisogna decidersi a stare in un posto qualunque,
    ma  stabilmente,  a  casa  propria,  coi  figli,  come tutti gli altri
    cristiani..."
    "E' quello che diciamo anche noi...  Credi  forse  che  non  ne  siamo
    persuasi?...  Raimondo  vuol tornare a Firenze;  ci saremmo gi se non
    fossero gli affari della divisione, il pagamento delle mie cognate..."
    E sorridendo soggiunse: "Ti pesano forse, le bambine?"
    "Non far la stupida. Con me, sai, non ci riesci."
    Ella sentiva in ogni  parola  del  padre,  in  quell'impeto  a  stento
    frenato,  che  egli  aveva  acquistato  la  certezza del tradimento di
    Raimondo,  di qualche cosa di pi grave  ancora;  e  il  cuore  le  si
    chiudeva,   le   si   chiudeva,   come  in  una  morsa,   e  le  forze
    l'abbandonavano,  e un brivido ricominciava a correrle  per  tutta  la
    persona.  Trasal a un tratto udendo Raimondo che picchiava all'uscio,
    chiamandoli.
    "Che fate?" domand loro entrando, guardandoli curiosamente.
    "Nulla..."
    "Nulla," ripet il barone.  "Si parlava  della  decisione  che  dovete
    prendere...  Vuoi  continuare  a  star  senza casa,  a pagar quella di
    Firenze per tenerla chiusa?"
    "Io?" rispose Raimondo, con tono stupito,  come cascando dalle nuvole.
    "Io,  se potessi," proruppe, "a quest'ora sarei scappato anche a piedi
    da questo fetido paese.  Ah,  vi pare forse che ci stia per mio gusto,
    in  mezzo  a  questi  sciocchi,   presuntuosi,   ignoranti,  pezzenti,
    invidiosi, maleducati?..."
    Nessuno lo teneva,  mai s'era scagliato con tanta  violenza  contro  i
    propri concittadini; gestendo vivacemente, quasi gli contraddicessero,
    sfilava  la  litania  delle  recriminazioni,  comprendeva  nel proprio
    disgusto  tutta  la  Sicilia,  tutto  il  Napolitano,  l'intera  razza
    meridionale.
    "Allora, quando hai deciso di partire?" interruppe secco il barone.
    "Quando?..." ripet Raimondo,  guardandolo un momento. "Non sapete che
    sono incatenato dagli affari?"
    "Gli affari, volendo, si sbrigano in otto giorni."
    Raimondo tacque un  poco;  poi  esclam,  stringendosi  nelle  spalle:
    "Sbrigateli voi, se potete."
    Il barone fece per replicare,  ma la parola vivace gli rimase in gola.
    Raimondo,  magro,  grazioso,   elegante,   dominava  con  gli  sguardi
    sprezzanti,  con  l'espressione  sottilmente ironica del viso bianco e
    delicato,  la persona forte  e  vigorosa  del  suocero,  dalle  spalle
    quadrate,  dai polsi nodosi, dalla faccia abbronzata. Si guardarono un
    istante,  mentre Matilde,  impallidita,  batteva  i  denti,  come  per
    febbre;  poi il barone guard sua figlia, vide lo sguardo smarrito che
    gli volgeva, e allora chinato il capo, mormor:
    "Va bene... va bene... Procura soltanto di far presto... Fra giorni si
    marita mia figlia; vi aspetto..."
    Ripart il domani. Sul punto di andar via,  disse a Matilde di tenersi
    pronta,   risoluto  com'era  a  condurla  con  s,   anche  sola,  per
    costringere il genero a raggiungerla. Ella chin il capo, consentendo,
    gettandogli le braccia al collo dalla gratitudine,  poich comprendeva
    che  s'era  padroneggiato  per amore di lei per risparmiarle il dolore
    d'una triste scena.  Ma il barone era appena partito che  Raimondo  le
    disse:
    "Sai  che  curioso,  tuo padre?  Crede forse che tutti debbano fare a
    modo suo?  O che io abbia sposato lui?...  Agli  affari  di  casa  mia
    voglio pensare da me,  capisci;  e andare dove mi pare e piace, quando
    mi pare e piace!..."
    Ella gli diede ragione,  soggiogata come sempre dalla volont di  lui,
    allegando  appena  come  scusa  dell'assente  il  bene  che  voleva ad
    entrambi.
    Andarono a Milazzo pel matrimonio di Carlotta; poi,  partiti gli sposi
    e  il  barone  per  Palermo,  tornarono a Catania,  anzi al Belvedere,
    dov'erano tutti gli Uzeda.  L ella ebbe qualche  mese  di  tregua:  i
    Fersa  non c'erano,  gli Uzeda parevano di nuovo rabboniti.  Suo padre
    scriveva un po' da Palermo, un po' da Milazzo, un po' da Messina; and
    poi anche a Napoli;  finalmente torn nell'aprile,  insieme  col  duca
    d'Oragua.  Questi diceva d'esser venuto per affari,  d'aver affrettata
    la partenza per viaggiare insieme col barone,  ma parlava molto  degli
    avvenimenti  pubblici,  della  guerra di Lombardia,  della malattia di
    Ferdinando ii.  Il barone pareva un  altro,  in  compagnia  del  duca;
    l'intimit  che  s'era stretta fra loro due durante il viaggio l'aveva
    placato.  Nondimeno ripet alla figlia l'offerta di condurla  via  con
    s;  ma  poich  Raimondo  le aveva dichiarato che non poteva muoversi
    ancora, ella rispose:
    "No, babbo... verremo tutti... presto, fra giorni."




    8.

    In piedi,  con le braccia levate,  rosso come un pomodoro,  don Blasco
    pareva volesse mangiarsi vivi i suoi contraddittori:
    "E  questo  si  chiama vincere,  ah?  Con l'aiuto dei pi grossi,  ah?
    Perch hanno chiamato aiuto,  allora?  Perch non si sono  battuti  da
    soli,  se gli bastava l'animo?  E questa la chiamate vittoria?  In due
    contro uno?"
    "Nossignore!" protest  Padre  Rocca.  "Erano  ventimila  di  meno..."
    "Centosessantamila   austriaci   contro   centoquarantamila  alleati,"
    soggiunse Padre Dilenna.
    "E i piemontesi si sono battuti da soli!..." afferm Padre Grazzeri.
    "Come?   Dove?   Quando?"  url  don  Blasco.   "Che   cosa   m'andate
    battendo?..."
    "Leggete i giornali,  se non sapete!" fecero gli altri, a coro. Allora
    egli impallid come per un'ingiuria mortale.
    "Leggere i giornali?... Leggere i vostri giornali?" Balbettava, pareva
    cercasse  le  parole.   "Ma  dei  vostri  giornali  io  mi  netto   il
    fondamento!...   Ah,   no?  non  volete  capire?...  Me  ne  netto  il
    fondamento, cos..." e fece il gesto.
    Il fratello portinaio mise il capo dietro il muro della  scala;  dalla
    terrazza affacciossi Padre Pedantoni per guardare gi nel portico dove
    s'accendeva la lite.
    "Questo  non  si  chiama  rispondere!...  A  voi,  dunque,  chi  d le
    notizie?...  Avete un  servizio  d'informazioni  particolare,  se  non
    leggete i giornali?"
    "Cos!..." continuava a gestire don Blasco, fuori della grazia di Dio.
    "A  me  parlate  della  vostra carta sporca?  A me che vi farei legare
    tutti quanti, voi e chi l'introduce qui dentro?"
    "Andate a denunziarci!... Ne sarete capace!..."
    "Farei il mio dovere!"
    "Fareste la spia!"
    "A me?..."
    Padre Massei,  che se la godeva seduto sopra un sedile,  esclam a  un
    tratto,  vedendo  il gesto con cui don Blasco sfibbiava la sua cintola
    di cuoio:
    "Sst!... Sst!...  Viene l'Abate..." ma don Blasco ton.  "Me n'infondo
    dell'Abate,  del Priore e del Capitolo! Avanti, chi si sente da pi! A
    me spia, manetta di carognuoli?..."
    Vedendo che diceva sul serio,  Padre Dilenna  gli  si  fece  incontro,
    rabbuiato in viso.  Allora Pedantoni fu costretto a mettersi in mezzo,
    per dividerli:
    "Andiamo, smettetela. E' questo il modo?..."
    Da un pezzo le discussioni finivano cos, con le grida,  gli insulti e
    le minacce. Don Blasco era diventato un energumeno dopo che i liberali
    rizzavano  la  cresta  per  via degli avvenimenti di Lombardia,  della
    cacciata del Granduca da Firenze,  dell'agitazione che propagavasi per
    tutta   l'Italia.   "Questa  volta    per  davvero!   Son  sonate  le
    ventiquattro!..."  dicevano,   ed  egli  prima  si  scagliava   contro
    Napoleone iii, contro quel "figlio di non so chi" al quale non bastava
    la  propria  tigna  e veniva a grattare quella degli altri: poi tonava
    che Francesco ii li  avrebbe  costretti  ad  arar  dritto:  "Perch  
    ragazzo?  Perch  non  c' pi suo padre?...  Vi far legare dal primo
    all'ultimo!  La vedremo!..." Ma il suo  pi  grande  furore  scoppiava
    quando  i  liberali,  dopo aver profetato imminenti novit in Sicilia,
    dopo aver parlato di  moti  rivoluzionari  gi  belli  e  pronti,  gli
    adducevano in prova il ritorno di suo fratello, del duca di Oragua, da
    Palermo.  "Quello l in galera,  legato mani e piedi; quell'imbecille,
    pazzo,  brigante e  traditore!..."  Poi,  ridendo  di  se  stesso,  lo
    vituperava altrimenti: "Lui,  pericoloso?  Quel pezzo di coniglio? Lui
    congiurare? E' tornato per la squacquerella che ha addosso!... Palermo
     buona per bagordarvi,  ma in tempo di trambusti  meglio il  proprio
    paese, tapparsi in casa propria, ficcarsi dentro un forno!... Se tutti
    i sanculotti sono come lui, Francesco regner altri cent'anni."
    Egli ripeteva quei discorsi fuori del convento, dinanzi agli estranei;
    dalla Sigaraia specialmente,  dove andava tutti i giorni,  uscendo dal
    refettorio.  Donna Lucia,  all'ora canonica,  serrava la bottega e  si
    metteva  alla  finestra  per vederlo uscire dal portone del convento e
    infilare quello del palazzotto;  allora gli andava  incontro,  fino  a
    mezza scala, con le figlie e il marito. Le ragazze, che adesso avevano
    da dieci a dodici anni,  erano tal e quale don Blasco: grasse e grosse
    come mezze botti;  e gli baciavano la mano e  gli  davano  del  Vostra
    Eccellenza  al  pari  di Garino,  che si sbracciava per servirlo,  per
    avanzargli la poltrona pi comoda ed offrirgli i biscotti e il rosolio
    regalati dal monaco a spese  di  San  Nicola.  Quella  era  la  visita
    pubblica  che  don  Blasco  faceva all'amica,  perch poi ce n'era una
    seconda, quando Garino portava a spasso le ragazze,  e i due restavano
    soli.  Certe volte ce n'era una terza, nella tabaccheria. Oltre che il
    tabaccaio,  Garino faceva il caffettiere e teneva due tavolini con sei
    chicchere per ciascuno,  ad uso degli avventori,  i quali erano la pi
    parte spie e sbirri e sorci di polizia,  giacch egli  esercitava  una
    terza  professione,  quella  dell'orecchiante.  Cos,  in mezzo a quel
    pubblico di fedeli, don Blasco si nettava la bocca contro i sanculotti
    in generale e il fratello in  particolare,  e  apprendeva  notizie  di
    prima  mano  intorno  ai  movimenti dei traditori.  Veramente,  Garino
    protestava un gran rispetto pel duca d'Oragua,  zio  del  principe  di
    Francalanza,  appartenente ad una delle prime famiglie del Regno;  e a
    sentire i vituperi di don  Blasco  scrollava  un  poco  il  capo;  ma,
    voltando pagina, Sua Paternit aveva poi tutti i torti? Il duca faceva
    male  a  frequentar  troppo  don  Lorenzo  Giulente,  il  quale era un
    liberale arrabbiato - naturalmente, non essendo signore! - e per mezzo
    del console inglese - la polizia sapeva ogni  cosa!  -  faceva  venire
    giornali,  proclami e altra roba proibita;  a don Lorenzo, anzi, avean
    fatto una visita domiciliare;  ma dal duca non andavano,  pel rispetto
    dovuto  alla  famiglia  Uzeda...  Questo appunto don Blasco non poteva
    soffrire: che egli godesse dell'immunit,  che si parlasse di lui come
    d'un  capo  rivoluzionario senza che corresse rischi di sorta;  voleva
    che lo trattassero come gli altri,  che lo legassero pi stretto degli
    altri.  "Sono tutti cani arrabbiati!  ci vuole il bastone! Ci vuole la
    museruola!" Garino scrollava il capo: l'Intendente Fitalia non avrebbe
    potuto  permettere  che  si  molestasse  il  duca  d'Oragua,   finch,
    beninteso,  egli  non  si  arrischiava  troppo;  ma questo era certo e
    sicuro: che un gran signore come lui aveva tutto da perdere  e  niente
    da  guadagnare  mettendosi  coi  "malpensanti" e gli arruffapopolo: il
    signor Intendente gliel'aveva detto  a  faccia  a  faccia!...  Allora,
    udendo  che  suo  fratello andava dal rappresentante del governo,  don
    Blasco sfogava a un altro modo:
    "Volpone! Camaleonte!  Giubba rivolta!...  Come possono fidarsene?  E'
    del partito di chi vince! Li giuoca tutti! Tradirebbe suo padre che lo
    cre!..."
    E andando via dalla Sigaraia ripeteva quei discorsi in pubblico, nella
    farmacia di Timpa,  che era il quartier generale dei fedeli, mentre in
    quella di Cardarella si davan convegno i rivoluzionari.  Se  qualcuno,
    scandalizzato dalla violenza del monaco,  gli faceva osservare che non
    stava bene parlare in tal modo, agli estranei, del proprio fratello:
    "Fratello?" protestava egli. "Io non ho fratelli! Non ho parenti!  Non
    ho nessuno: com'ho da cantarvelo?..."
    Si  dava  al  diavolo,  perch  niente andava a modo suo,  al palazzo.
    L'anno innanzi,  al momento della scadenza del termine stabilito dalla
    principessa  pel  pagamento  alle figlie,  Chiara e Lucrezia non erano
    andate d'accordo;  il marchese,  biasimando l'amore della ragazza  per
    Giulente,  s'era riavvicinato al principe, il quale gli aveva fatto la
    corte, trattandolo con le molle d'oro, per propiziarselo.  Ferdinando,
    intento  a  mettere  insieme un museo di storia naturale alle Ghiande,
    non si era neppure informato di quel che avveniva; cos, non solamente
    i legatari non avevano chiesto i conti,  ma il principe,  adducendo la
    mancanza di quattrini,  aveva ottenuto dal marchese di poter ritardare
    il pagamento fino all'altr'anno.  La scadenza era arrivata,  e Giacomo
    non  pagava  ancora,  scusandosi  con  le inquietudini pubbliche,  col
    ristagno degli affari,  con la scarsit del raccolto e l'impossibilit
    di  venderlo.  E  don  Blasco  non  si  dava pace udendo che i nipoti,
    dimenticate le loro ragioni, accettavano perfino i continui ritardi, i
    pretesti furbeschi del principe.  Quelle bestie di Federico e  di  sua
    moglie, specialmente, non davano pi retta a nessuno, al settimo cielo
    per  la  speranza  d'un  figliuolo  -  come  se dalla pancia di Chiara
    dovesse venir fuori il Messia!  - e quel babbeo di Ferdinando riduceva
    il  giardino  un  pestilente  carnaio,  preso a un tratto dalla smania
    d'imbalsamare animali - senza accorgersi che il pi animale  di  tutti
    era lui stesso!  Quell'altra sciagurata di Lucrezia, poi, viveva nelle
    nuvole,  pi stravagante di prima,  e  impallidiva  quando  nominavasi
    Giulente,  lo  sbarbatello  petulante  che  anche  lui  discorreva  di
    costituzione e di libert! Finalmente c'era la quistione impegnata tra
    Raimondo, che non voleva muoversi,  e sua moglie che voleva andar via:
    in  odio  all'intrusa  don  Blasco  si  schierava  a favore del nipote
    aborrito.
    "Partire? Per andare dove? A Firenze c' il terremoto! Questi non sono
    tempi da lasciare il proprio paese!"
    Raimondo adduceva la  stessa  ragione,  e  gli  altri  la  ripetevano:
    Matilde  sentiva ordirsi intorno un'altra congiura sempre pi stretta;
    doveva adesso contentarsi di andare e venire da Milazzo ogni mese  per
    veder  le bambine,  non potendo pi reggere ai mali tratti che usavano
    loro quei parenti. Suo padre non l'aveva pi con Raimondo,  girava per
    la Sicilia col pretesto degli affari, ma per lavorare invece contro il
    governo:  e don Blasco e donna Ferdinanda si divertivano a predire che
    un giorno o l'altro  l'avrebbero  buttato  in  galera,  poich  quella
    predizione faceva piangere l'intrusa.  Il duca,  invece, parlava molto
    bene del barone,  s'intratteneva a lungo con  lui  quando  passava  da
    Catania:  adesso  esaltava  il  genio  di Cavour,  i trionfi della sua
    politica; se gli rimproveravano le antiche critiche alla spedizione di
    Crimea, negava d'averne mai fatte; e giudicava che la via per la quale
    s'era posto Francesco ii fosse sbagliata: l'alleanza  bisognava  farla
    col  Piemonte,  non  con l'Austria,  e concedere la costituzione,  non
    inquietare  i  patriotti,   perch  Napoleone  aveva  parlato  chiaro:
    l'Italia doveva esser libera dall'Alpi all'Adriatico...
    A don Blasco veniva di vomitare,  udendo queste cose, e s'arrovellava,
    non potendo prendersela direttamente  col  fratello  maggiore;  ma  il
    giorno  che arriv la notizia della pace di Villafranca,  per poco non
    gli prese un accidente, dall'esultanza.
    Lungo i corridoi di San Nicola,  dinanzi ai monaci dell'altro  partito
    che tenevano, mogi mogi, la coda fra le gambe, vociava, trionfante:
    "Ah,  il gran Cavour?  Ah,  il gran Piemonte? Dove sono adesso? Perch
    non continuano la guerra da  soli?  Dov'  andato  l'Adriatico?  Dov'
    andato  il  Mar  Tirreno?   E  quella  bestia  che  sputava  sentenza,
    empiendosi la bocca di nabboleone! Napoleone aveva confidato proprio a
    lui quel che  voleva  fare!  Credevano  d'esserselo  posto  in  tasca,
    Napoleone!..."
    "O non l'avevate con lui perch non si grattava la sua tigna?"
    "Come?  Quando?  So molto io!...  La baldoria  finita!...  Ma che Re,
    Francesco ii? Ma che Re? Degno figlio di suo padre!..."
    Se avessero fatto lui Re,  non avrebbe messo pi  boria,  non  avrebbe
    guardato la gente da tant'alto. E si sgolava anche al palazzo, vedendo
    che il fratello scrollava il capo,  udendogli sentenziare che l'ultima
    parola non era detta.
    "Che ultima e che prima! Il gran cavurre ha fatto fagotto!  I principi
    legittimi tornano tutti quanti!  L'avete schiacciata male,  non volete
    capirlo?"
    Ogni giorno s'informava se il duca aveva ordinato i preparativi  della
    partenza:  quel  fratello gli pesava come un sasso sullo stomaco,  non
    vedeva l'ora che se ne tornasse a Palermo,  quasi in citt non potesse
    regnar  pace se colui non se n'andava.  Al convento,  insultava quelli
    che osavano ancora contraddirgli, le discussioni minacciavano di finir
    male;  lo stesso Abate aveva dovuto pregare i Padri Dilenna e Rocca di
    lasciarlo dire per evitare un guaio. Il Priore, invece, non s'occupava
    di tutte queste cose: nessuno sapeva in qual modo egli la pensasse. Se
    gli  parlavano  di  politica,   stava  a  udire,  scrollava  il  capo,
    rispondeva: "Non sono affari che mi riguardano...  Date a Cesare  quel
    che    di  Cesare..."  Al  Noviziato la lotta fra i due partiti s'era
    attizzata; il principino, a cui don Blasco dava l'imbeccata,  prendeva
    anche lui l'aria di un trionfatore, dileggiava Giovannino Radal, capo
    dei  rivoluzionari,  dandogli del "barone senza baronia" e del "figlio
    del pazzo".  Il duca Radal,  infatti,  era morto  in  un  accesso  di
    delirio  furioso;  la  duchessa  vedova  aveva  quindi  stabilito  che
    Giovannino, come secondogenito,  pronunziasse i voti.  E questo era un
    altro  argomento  col  quale Consalvo schiacciava il cugino: "Io andr
    via,  e tu resterai sempre  qui!..."  Giovannino,  che  nonostante  le
    diverse  idee  politiche  gli  voleva bene,  sopportava un poco i suoi
    dileggi;  ma,  a volte,  infuriava in malo modo: il sangue gli montava
    alla testa, gli occhi gli s'accendevano; scagliatosi sul cugino, se lo
    metteva  sotto,  malmenandolo,  finch fra' Carmelo accorreva,  con le
    mani in testa:
    "Per l'amor di Dio!...  Che modo  questo?...  Non potete star  cheti?
    Pensate a divertirvi!"
    Composte  le  liti,  i ragazzi si divertivano,  infatti.  I due cugini
    morivano dalla voglia di fumare;  Giovannino aveva  ottenuto  da  fra'
    Cola,  in gran segreto, poca semente di tabacco, e l'aveva piantata in
    un angolo del giardino; cresceva rigogliosa, e presto ne avrebbe fatto
    sigari.  Frattanto giocavano da mattina a sera,  con pochi momenti  di
    studio svogliato, con qualche ora di funzioni religiose.
    Per  la  festa  di  Sant'Agata,  in agosto,  andarono a spasso tutti i
    giorni, assistettero alla processione del carro,  all'oratorio cantato
    in piazza degli Studi,  e con pi piacere alle corse dei barberi,  che
    Raimondo chiamava barbarie.  Le facevano lungo la via del  Corso,  tra
    due  siepi  vive di curiosi,  sui quali spesso i cavalli si gettavano,
    sparando  calci   ed   ammaccando   costole.   I   cavalli   vincitori
    ripercorrevano  poi  la  via  al  passo  guidati  dai palafrenieri che
    lanciavano tratto tratto un grido ai balconi:

    Affacciatevi, principi e baroni,
    Che sta passando il re degli animali!

    E la folla: "Ol..." Consalvo stava attento al cerimoniale spagnolesco
    di quelle feste: il Senato della citt,  nella berlina di gala  grande
    quanto  una casa,  preceduta da mazzieri e gonfalonieri e catapani che
    sonavano i tamburi,  andava a prendere l'Intendente,  il quale  doveva
    farsi  trovare sul portone: al senatore pi giovane toccava mettere il
    piede sulla predella, in atto di scendere; ma allora il rappresentante
    del governo doveva avanzarsi con le braccia distese, per impedirgli di
    toccar terra. Erano le prerogative della citt.  Il Senato aveva avuto
    lunghe  contese con le altre autorit circa il posto da occupare nella
    cattedrale,  durante le grandi funzioni: per evitare  liti  ulteriori,
    s'era  tracciata  per  terra  una  riga  di  marmo  che nessuno poteva
    varcare.
    Finita la  festa  di  Sant'Agata,  a  San  Nicola  novizi  e  fratelli
    prepararono  quella  del Santo Chiodo,  per cui ogni anno c'era grande
    aspettativa.


    Il Re Martino,  che la portava sempre al collo,  aveva regalato quella
    reliquia  ai monaci,  nel 1393: era uno dei chiodi con un pezzetto del
    legno  della  croce  sulla  quale  avevano  suppliziato  Ges.  Il  14
    settembre la spera d'oro tutta gemmata dove serbavasi la sacra spoglia
    fu  esposta all'adorazione dei fedeli,  mentre l'Abate,  circondato da
    tutti  i  Padri  con   la   cocolla,   celebrava,   accompagnato   dal
    grand'organo,  il pontificale.  Ma la vera festa fu quella della sera,
    quando la vasta piazza di San Nicola parve trasformata in  un  salone,
    dalle  tante faci accese per ogni dove,  dalle tante seggiole disposte
    per le  signore  che  arrivavano  in  carrozza  dalla  Trinit  e  dai
    Crociferi,  e venivano ad assistere alla processione. Questa usciva, a
    suon di banda e di campane,  tra due  file  di  soldati,  dalla  porta
    maestra  della  chiesa che pareva tutta una fiamma: l'Abate reggeva la
    spera,  seguito da un lungo corteo che rientrava dopo compto il  giro
    della  piazza:  allora  cominciavano i giuochi di fuoco,  i razzi,  le
    ruote, le fontane luminose, la gran macchina finale che mutava quattro
    volte di disegno e di colori e finiva col  crepitare  assordante  d'un
    fuoco  di  fila  mentre  centinaia  di  serpenti luminosi si snodavano
    nell'aria scura... Il principino,  accanto ai suoi parenti,  non aveva
    tempo di dar retta a tutti,  facendo gli onori di casa,  giacch nella
    piazza e in tutto il quartiere la gente era  ospite  dei  Benedettini.
    Tutta  la citt s'era riversata lass: le signore con gli abiti estivi
    che portavano l'ultima volta,  segnando quella solennit la fine della
    stagione.  Donna Mara Fersa, con la nuora e i parenti di costei venuti
    da Palermo, stavano dalla parte opposta degli Uzeda;  don Mario era in
    campagna. Adesso appena si salutavano, per l'occhio del mondo; a donna
    Isabella  era stato proibito di andare pi in casa di donna Ferdinanda
    o di altri parenti del conte; la gente, a poco a poco, aveva finito di
    chiacchierare su quel soggetto.  Lo  stesso  Raimondo  pareva  essersi
    rassegnato; non lo vedevano pi correre dietro alla signora, n costei
    litigava pi con la suocera,  n s'atteggiava a vittima come un tempo.
    Quella sera aveva un abito veramente sfarzoso,  e tante gioie addosso,
    che  tutti  gli occhi si volgevano su lei.  Quando la folla cominci a
    diradarsi, Padre Gerbini, sempre galante,  l'accompagn alla carrozza;
    e come,  giusto per combinazione,  il cocchiere dei Fersa e quello del
    principe Francalanza avevano messo accanto i loro legni, Raimondo e il
    principe,  nell'andar via,  fecero una scappellata alle signore,  alla
    quale risposero solo donna Isabella e lo zio palermitano.
    Ora,   il   domani   di  quella  festa,   una  notizia  straordinaria,
    sbalorditiva, incredibile, corse di bocca in bocca per la citt: donna
    Mara Fersa aveva cacciato di casa la nuora!...  Era vero?...  Non  era
    possibile!...  Se la sera innanzi erano state insieme a San Nicola?...
    E come?  Perch?  Quando tutto pareva finito?...  Ma i bene  informati
    dicevano  che  non  era  finito  niente,  e che la bomba era scoppiata
    giusto quella notte per l'assenza di don Mario. Donna Mara, dopo avere
    accompagnato i parenti della nuora all'albergo  ed  essere  tornata  a
    casa  ed  aver  preso sonno,  aveva udito rumore nella camera di donna
    Isabella: entrata da lei, l'aveva trovata mezzo nuda,  con la finestra
    aperta e il cappello d'un uomo rotolato per terra.  Se avesse fatto un
    momento pi presto,  li avrebbe colti sul fatto;  ma dal  balcone  che
    dava  sui tetti della scuderia,  egli era scappato in un lampo.  Senza
    bisogno di nominarlo,  tutti comprendevano che egli  era  il  conte...
    Bisognava  vedere,  aggiungevasi,  donna  Isabella,  pallida  come una
    morta, quando la suocera, con voce strozzata,  le aveva gridato: "Esci
    di  casa mia!..." L per l,  senza darle neanche tempo d'infilarsi un
    paio di scarpe,  in pantofole come si trovava!  Ella se n'era  andata,
    con  la cameriera che le teneva il sacco,  all'albergo dove si trovava
    quel suo zio provvidenzialmente piovuto da Palermo.  "E se non  c'era?
    Dove l'avrebbe mandata? E don Mario, il marito?..."
    Don Mario arriv all'alba, a rotta di collo, mandato a chiamare con un
    espresso: il piangere che faceva!  come un bambino!...  Ne avea voluto
    del bene alla moglie!  E  allo  stesso  conte!  Questo  era  stato  lo
    sbaglio!  Sua madre, no: l'amicizia degli Uzeda non le aveva dato alla
    testa;  fin dal principio s'era accorta della piega che prendevano  le
    cose.  Se  non  fosse  stata lei,  il pasticcio sarebbe successo molto
    prima,  Raimondo non avrebbe dovuto prender  tante  precauzioni.  Egli
    rischiava  infatti  la  vita,  ogni  volta.  Quando  Fersa  andava  in
    campagna, il conte entrava in casa di donna Isabella, avendo comperato
    tutte le persone di servizio: ma dal  portone  della  stalla,  che  il
    cocchiere   gli  apriva,   doveva  salir  sul  tetto  delle  scuderie,
    scavalcarne la balconata e di l entrare in camera  dell'amica...  Era
    stato un vero miracolo,  se per tanto tempo non l'avevano sorpreso!...
    L'ultima notte, scappato senza cappello, gli sbirri di ronda l'avevano
    incontrato e stavano per arrestarlo;  ma,  conosciuto che era il conte
    Uzeda, l'avevano lasciato andare...
    Gl'increduli,  i  curiosi,  fecero  capo  alla  polizia,  ma l furono
    mandati a spasso.  E  quel  giorno  stesso  tutti  videro  il  contino
    Raimondo  al  Casino dei Nobili dove gioc e chiacchier del pi e del
    meno,  come di consueto.  Possibile che sfidasse fino a  questo  punto
    l'opinione pubblica?  O non era piuttosto da dubitare della storia che
    si narrava?..  Gi correvano le versioni favorevoli a donna  Isabella.
    Era levata,  a mezzanotte? Non aveva sonno! La finestra aperta? Per il
    gran caldo. Il cappello per terra?  Un vecchio cappello del cocchiere,
    il quale s'era divertito,  nel pomeriggio,  a buttarlo per aria!... Se
    tutte queste cose non s'erano messe in chiaro sul  momento,  bisognava
    incolpare  quella  furia di donna Mara.  Non poteva soffrire la nuora,
    tutti sapevano come l'aveva maltrattata!  Chi parlava del  conte?  Che
    c'entrava il conte? Chi l'aveva visto? Era a casa sua, si era raccolto
    subito  dopo  la  processione  del  Santo  Chiodo:  il  principe,   la
    principessa,  tutta la famiglia,  tutti i servi  potevano  attestarlo!
    Forse perch aveva fatto qualche visita,  tempo addietro,  alla Fersa?
    Ma s'era allontanato  subito,  visto  che  prendevano  in  mala  parte
    un'amicizia innocente! Aveva dunque ragione di non voler stare in quel
    paese, di ribellarsi contro la malignit dei propri concittadini!... E
    a  poco  a poco quelle voci acquistavano credito: dicevasi perfino che
    Fersa l'avesse con la madre,  per non aver dato tempo all'accusata  di
    provarsi innocente...  Tutta la citt discuteva, commentava, giudicava
    ogni notizia relativa al fatto, appassionandosi pi che per una caduta
    di Regno.  Chi parteggiava pel conte,  protestando  che  un  padre  di
    famiglia come lui non si sarebbe messo a disturbare un'altra famiglia;
    chi  lo  giudicava  capace  di  questo  e  d'altro,  per soddisfare un
    capriccio.  Scapolo,  non aveva fatto una  vitaccia?  Ammogliato,  non
    aveva  fatto  tanto soffrire la povera moglie?  In quella circostanza,
    per buona sorte, ella era in casa di suo padre, a Milazzo.
    Giusto,  tre giorni dopo,  i difensori di Raimondo  trionfarono:  egli
    partiva  per  Milazzo,  raggiungeva  la  moglie  e  le  figlie.  Donna
    Isabella, da canto suo, era partita per Palermo con lo zio. Chi ardiva
    ancora affermare che ci fosse stato niente di male  fra  loro?  Quella
    sconsigliata   di   donna  Mara  Fersa  aveva  fatta  la  frittata!...
    Gl'increduli andarono al palazzo Francalanza e all'albergo, per vedere
    se quelle partenze  eran  vere.  Erano  verissime:  donna  Isabella  e
    Raimondo  erano partiti,  l'uno per Milazzo e l'altra per Palermo;  il
    principe si apparecchiava ad andarsene  al  Belvedere;  Fersa  con  la
    madre era gi a Leonforte.


    Durante la villeggiatura quei fatti furono il tema di ogni discorso.
    A Nicolosi, tra i Padri Benedettini, se ne fece un gran parlare: Padre
    Gerbini,  fra gli altri,  sostenne a spada tratta l'innocenza di donna
    Isabella,  forte del fatto  che  Raimondo,  da  Milazzo,  era  partito
    definitivamente  per  Firenze,  dove  tornava  a  domiciliarsi  con la
    famiglia.  Don Blasco per non apr bocca  su  questo  soggetto.  Egli
    pareva  avesse dimenticato tutti gli affari della parentela,  occupato
    come era ad eruttar bestemmie all'annunzio delle novit pubbliche, dei
    voti delle Romagne e dell'Emilia per l'annessione al  Piemonte,  della
    dittatura  di Farini,  specialmente del trattato di Zurigo che gli di
    materia da sbraitare durante tutto l'autunno e  tutto  l'inverno.  Coi
    Padri  del partito liberale impegnava novamente discussioni tempestose
    che minacciavano di non finir bene,  a proposito del ritorno di Cavour
    al ministero,  dei plebisciti dell'Italia centrale, di tutti i sintomi
    d'un mutamento radicale. Ma alla cessione di Nizza e della Savoia alla
    Francia gongol come se  le  avessero  date  a  lui;  dopo  l'abortito
    tentativo  di  sommossa  del  4  aprile  a  Palermo,  cant  vittoria,
    gridando:
    "Ah,  non vogliono capirla,  ah!  Fermi con le mani!  Giuoco di  mano,
    giuoco villano!  Parlate,  gridate, sbraitate finch vi pare, ma senza
    rompere nulla! Chi rompe paga, e neppure i cocci sono suoi!"
    "Siete voi che non volete capirla!  Non vedete che adesso  non    pi
    come al Quarantotto?"
    "Eh? Ah? Oh? Non pi? Di grazia, che c' di nuovo?"
    "C'  di  nuovo  che  il Piemonte  forte...  che la Francia sottomano
    l'aiuta... che l'Inghilterra... che Garibaldi_"
    "Chi?...   Quando?...   La  Francia?   Bel  servizio!   Bell'aiuto!...
    Garibaldi? Chi  Garibaldi? Non lo conosco!..."
    Impar  a  conoscerlo  il 13 maggio,  quando scoppi come una bomba la
    notizia dello sbarco di Marsala.  Ma,  contro al suo solito,  egli non
    grid,  non  disse male parole: alz le spalle affermando che al primo
    colpo di fucile dei napolitani i "filibustieri" si sarebbero dispersi:
    i Murat, i Bandiera, i Pisacane informavano.
    "La sonata  un'altra!" gli  disse  sul  muso  Padre  Rocca,  dopo  lo
    scontro di Calatafimi.
    Allora egli scoppi:
    "Ma  razza  di  mangia  a  ufo che siete,  dovete dirmi un poco perch
    fregate le mani?  Avete  vinto  un  terno  al  lotto?  O  credete  che
    Garibaldi  venga  a  crearvi Papi tutti quanti?  Non capite,  teste di
    corno, che avete tutto da perdere e niente da buscare?"
    Non sapeva darsi  pace;  l'avanzarsi  vittorioso  dei  garibaldini  lo
    esasperava;  la  formazione  di  squadre  di ribelli,  il fermento che
    regnava in citt e nelle campagne lo mettevano fuori di s.  Ma il suo
    furore rovesciavasi particolarmente sul duca, che prendeva decisamente
    posto  coi rivoluzionari,  fiutando gi il cadavere.  Il monaco diceva
    contro il fratello parole tali da far arrossire un lanciere,  dava del
    traditore  a  tutte  le  autorit  perch,   invece  di  reprimere  il
    movimento, aspettavano di vedere, grattandosi la pancia,  se Garibaldi
    sarebbe entrato o no a Palermo.
    "A Palermo?  Lanza lo schiaccer!  C' ventimila uomini a Palermo!  Ma
    bisogna dare esempi! Rizzar la forca in piazza del Fortino!"
    Invece, le squadre dei rivoltosi si riunivano tutt'intorno alla citt,
    i liberali parlavano a voce alta, gli sbirri fingevano di non udire, i
    "benpensanti" erano costretti  a  nascondersi!  E  quella  bestia  del
    generale Clary, con tremila uomini sotto i suoi ordini, non usciva dal
    castello Ursino,  non faceva piazza pulita, lasciava che il panico dei
    "benpensanti" crescesse.  La notte  del  27,  in  mezzo  al  malcelato
    tripudio   dei  rivoluzionari,   arriv  la  notizia  dell'entrata  di
    Garibaldi a Palermo;  le squadre minacciavano di scendere in citt per
    attaccare  le  truppe di Clary.  Il duca invece raccomandava la calma,
    assicurava che i napolitani  sarebbero  andati  via  senza  tirare  un
    colpo.  Quantunque  egli assumesse un'aria importante e protettrice in
    famiglia, quasi potesse far la pioggia e il bel tempo, Giacomo ad ogni
    buon fine prese le disposizioni per mettersi al sicuro  al  Belvedere.
    Lucrezia,  vedendo quei preparativi di partenza,  smaniava all'idea di
    lasciare Giulente,  il quale le scriveva: "L'ora del cimento  sta  per
    sonare;  io  correr  al  posto  dove  il  dovere mi chiama,  col nome
    d'Italia ed il tuo sulle labbra!"  Ma  all'annunzio  che,  rotto  ogni
    indugio,  le squadre stavano per scendere in citt, il principe and a
    San Nicola per raccomandare il bambino all'Abate,  al Priore e  a  don
    Blasco  e,  fatte  attaccar  le carrozze,  part con tutti i suoi,  da
    Ferdinando in fuori,  il quale n per pestilenze  n  per  rivoluzioni
    lasciava  le  sue  Ghiande.  Allora  il duca,  per non restar solo nel
    palazzo deserto,  se ne venne al convento,  dove il nipote Priore  gli
    dette  una  camera  della foresteria.  Don Blasco,  vistolo l dentro,
    parve uno spiritato; sulle prime non pot articolar parola; poi, corso
    fra i Padri della sua camarilla, vocifer:
    "L'eroe!  L'eroe!  L'eroe!  Quel  grande  eroe!...   Quel  fulmine  di
    guerra!...  S' ficcato qui per la paura! Finta che a casa non c' pi
    nessuno! Gli treman le chiappe, invece!..."
    Il convento infatti  cominciava  a  popolarsi  di  paurosi,  di  preti
    fuggiaschi, di spie borboniche, di gente invisa ai liberali; lo stesso
    castello non era giudicato altrettanto sicuro.  Pei novizi, quantunque
    alcuni di essi fossero stati portati via dai parenti inquieti, era una
    festa: tante facce  nuove,  un  incessante  andirivieni,  la  continua
    aspettativa  di  non  si  sapeva  che  cosa.  I ragazzi liberali avean
    formato anch'essi la loro squadra,  a similitudine di quelle accampate
    fuori la citt: Giovannino Radal la capitanava, maturando il piano di
    sollevare il convento,  di scendere in piazza e di unirsi ai rivoltosi
    grandi.  Mancavano per di bandiere,  e col pretesto  di  apparare  un
    altarino  mandarono  il cameriere a comprar carta variamente colorata.
    Il cameriere,  con la bianca e la rossa,  ne port dell'azzurra invece
    della  verde;  quello  sbaglio fu causa che si perdesse un giorno.  Il
    principino,  al quale naturalmente,  nella sua qualit  di  sorcio,  i
    rivoluzionari  non avevano detto niente,  subodorata nondimeno qualche
    cosa per aria,  aveva deliberato di  scoprir  paese.  Una  circostanza
    straordinaria  lo  aiut.  Il  tabacco piantato insieme col cugino era
    maturo;  le foglie,  strappate,  poste  da  qualche  giorno  al  sole,
    cominciavano gi ad accartocciarsi;  gli bast arrotolarle con le mani
    per ottenerne tre o quattro sigari che Giovannino  giudic  pronti  ad
    esser  fumati.  Allora,  nascosti  insieme  in un angolo del giardino,
    perch, tolta la politica, erano amici,  dettero fuoco ai fiammiferi e
    cominciarono  a tirare le prime boccate.  Usciva un fumo acre,  amaro,
    pestifero, che bruciava gli occhi e la gola; Giovannino, pallidissimo,
    respirava a stento, ma continuava a tirare poich Consalvo dichiarava:
    "Sono eccellenti!... Tutti tabacco vero!... Non ti piace?"
    "S. Un bicchier d'acqua... Mi gira il capo..."
    Improvvisamente si fece bianco come la carta,  gli si rovesciarono gli
    occhi e cominci a vaneggiare:
    "Il maestro... acqua... le bandiere..."
    Consalvo, sul quale il veleno agiva pi lentamente, domand:
    "Quali bandiere?... Dove sono?..."
    "Sotto  il  letto...  la  rivoluzione...  Malannaggia!...  Mi viene di
    vomitare..."
    Il principino butt il suo sigaro e rientr.  Sentiva un principio  di
    nausea,  aveva  il  pi  malfermo,  la vista un po' annebbiata;  ma si
    trascin fino dal maestro:
    "Han fatto le bandiere... per la rivoluzione... sotto il letto..."
    "Chi?"
    "Quelli... Giovannino... il complotto..."
    La nausea saliva,  saliva,  gli stringeva la  gola;  le  mani  gli  si
    diacciavano, ogni cosa gli girava intorno vorticosamente.
    "Ma di che complotto parli?... Che hai?"
    "Giovan... la ri..."
    Stese le mani e cadde per terra come morto.  Quando riacquist i sensi
    si trov a letto, con fra' Carmelo che lo vegliava. La luce era fioca,
    non si capiva se fosse l'alba oppure il tramonto;  n una voce  n  un
    rumor  di  passi  nel  convento;  solo il cinguetto dei passeri sugli
    aranci in fiore.
    "Come si sente?" domand il fratello, premurosamente.
    "Bene... Che  successo? Che ora ?"
    "Spunta adesso il sole!...  Ci ha fatto una  bella  paura!...  Non  si
    rammenta?..."
    Allora,  confusamente,  egli  ripens  ai  sigari,  alla nausea,  alla
    denunzia. Era dunque passata tutta una notte?... E Giovannino?
    "Anche lui!... Adesso sta meglio...  Il maestro ha frugato in tutte le
    camere, sotto i letti... ha trovato tante bandiere... Sua Paternit se
    l' presa con me... So molto, io, di queste diavolerie!..."
    I  congiurati,  vistisi  scoperti,  erano disperati,  non comprendendo
    donde venisse il colpo. Ma Giovannino, ristabilito anche lui, s'alzava
    in quel momento e passava tra i compagni costernati:
    "Com' stato?... Sei stato tu?..."
    "Io?...  Ah,  quel giuda di mio cugino!..." E il sangue gli  mont  al
    viso  con un impeto selvaggio di collera,  da vero "figlio del pazzo".
    "Aspetta! Aspetta!"
    Appostati  in  attesa  che  Consalvo  uscisse,   lo  circondarono  nel
    giardino; Giovannino gli si fece incontro, domandandogli:
    "Sei stato tu, pezzo di sbirro, che hai detto al maestro?..."
    Consalvo cap. Pallido e tremante, cominci a protestare...
    "Maria Santissima!... Il maestro... Non sono stato..."
    Ma il cerchio gli si strinse intorno:
    "Negalo,  anche?...  Hai  coraggio solo per mentire,  sbirro schifoso?
    pezzo di boia?"
    "Vi giuro..."
    "Ah, spia fetente!..." e il primo pugno gli piovve sulle spalle. Tutti
    gli furono addosso, ed egli cominci a gridare; ma nessuno poteva udir
    le sue grida,  perch,  a un tratto,  a quell'ora insolita,  tutte  le
    campane  di  San  Nicola si misero a stormeggiare formando un concerto
    cos  strano,   che  i  ragazzi  smisero  di  picchiare  il  delatore,
    guardandosi turbati. A un tratto Giovannino esclam:
    "La rivoluzione!..." e rientr di corsa.
    Le  squadre  erano  finalmente  scese  in citt,  per dar l'attacco ai
    napolitani.  Tutti i monaci erano tappati dentro;  l'Abate aveva fatto
    serrare  i  portoni  dopo  che  tutta una popolazione spaventata s'era
    venuta a rifugiare nel convento.  Solo il campanile era rimasto aperto
    ai rivoltosi, i quali continuavano a sonare a stormo mentre s'udiva il
    rombo delle prime cannonate del castello Ursino.
    Don Blasco,  nonostante il coltello che portava sotto la tonaca, verde
    dalla bile e  dalla  paura,  era  venuto  a  rifugiarsi,  insieme  coi
    borbonici pi sospettati, al Noviziato, come in un cantone pi sicuro,
    dove,  per via dei bambini,  nessuno sarebbe entrato; nondimeno diceva
    ira di Dio di quel vigliacco di suo fratello che  era  rimasto  dentro
    col   pretesto   dei  portoni  chiusi,   ma  complottando  ancora  con
    quell'altro "porco" di don Lorenzo Giulente.
    "Perch non scende in piazza?  Perch non va a battersi?  Gli apro  io
    stesso, se vuole!... Carogna! Traditore!..."
    Il   duca,   in  confabulazione  con  l'Abate  e  col  nipote  Priore,
    disapprovava invece l'attacco,  riferiva il savio e prudente ultimatum
    del generale Clary:
    "Clary  mi  disse  ieri: "Aspettiamo quel che fa Garibaldi: se resta a
    Palermo,  m'imbarco coi miei soldati e  me  ne  vado;  se  no,  avrete
    pazienza voialtri: rester io." Mi pare che dicesse bene!  Che bisogno
    c'era d'attaccarlo?...  Le sorti della Sicilia non si decidono qui!...
    Ma non vogliono ascoltarmi! Che posso farci? Io me ne lavo le mani..."
    "Non  vogliono  ascoltarlo?"  tempestava  don Blasco.  "Dopo che li ha
    scatenati?... E adesso fa il Gesuita? Per restar bene col Clary, se la
    ciurmaglia ha la peggio?..."
    Il cannone tonava di rado;  gente  arrivata  dalla  Botte  dell'Acqua,
    cercando  rifugio,  diceva  che  la mischia pi forte era impegnata ai
    Quattro Cantoni, ma che del resto i ribelli tiravano sulle truppe alla
    spicciolata, nascosti dietro gli angoli delle case,  o dalle terrazze.
    Le spie borboniche,  pallide,  esterrefatte, andavano ficcandosi nelle
    celle dei fratelli; Garino, venuto dei primi a chiudersi a San Nicola,
    s'attaccava alla tonaca di don Blasco e pareva pi di l che  di  qua.
    Anche  il  principino  stava  al fianco dello zio,  non osando neppure
    lagnarsi delle busse ricevute,  mentre Giovannino Radal e  gli  altri
    ragazzi liberali, attorniato fra' Carmelo, gli dicevano:
    "Adesso  arriva Garibaldi!...  Andremo tutti via!...  Non ci torneremo
    pi!..."
    Prima di sera cess lo scampano e il  cannoneggiamento;  don  Blasco,
    andato  a interrogare i passanti dai muri della Flora,  torn agitando
    le braccia e smascellandosi dalle risa:
    "La gran rivoluzione    finita!...  Sono  usciti  i  lancieri,  hanno
    nettato le strade!... Evviva!... Evviva!..."
    La   notizia  venne  confermata  da  tutte  le  parti,   ma  il  duca,
    prudentemente,  rest dentro pel momento.  La gioia di don  Blasco  fu
    per di corta durata: il domani,  avuti gli ordini da Napoli, Clary si
    prepar alla partenza e, consegnata la citt a una Giunta provvisoria,
    s'imbarc il giorno appresso con tutti i suoi soldati.


    Don Lorenzo Giulente col nipote,  saliti a San Nicola,  invitarono  il
    duca   al   Municipio,   dove   i  migliori  cittadini  attendevano  a
    disciplinare la rivoluzione.  Gi,  partita  la  truppa,  nella  prima
    ebbrezza della liberazione,  nel primo impeto della vendetta, torme di
    popolani avevano dato la caccia ad uno dei pi tristi e  odiati  sorci
    di polizia, e uccisolo ne avevano portato in giro la testa. Tremava il
    cuore al duca, all'idea di lasciare il sicuro asilo del monastero e di
    scendere  nella  citt in fermento;  ma i due Giulente lo assicurarono
    che adesso tutto era cheto  e  che  gli  amici  lo  aspettavano.  Cos
    traversarono insieme le vie deserte peggio che in tempo di peste,  con
    tutte le botteghe e le finestre sbarrate e un  silenzio  pauroso.  Don
    Gaspare Uzeda, a dispetto delle assicurazioni dei Giulente, nonostante
    la  prova  della  popolarit  acquistata  tra  i liberali,  temeva che
    qualcuno non gli rimproverasse il suo rimpiattamento a San Nicola, nel
    giorno dell'azione;  che  i  rivoluzionari  del  Quarantotto  non  gli
    rammentassero le storie antiche;  le gambe,  pertanto, gli vagellavano
    nell'entrare al Municipio, nel traversar la corte piena di gente,  nel
    salir  su dove deliberavano;  ma a poco a poco il sorriso gli spuntava
    sulle labbra  pallide  e  chiuse,  il  sangue  tornava  a  circolargli
    liberamente  nelle  vene,  poich  da  tutte  le  parti  lo salutavano
    rispettosamente o cordialmente: i popolani  s'inchinavano,  gli  amici
    stringevangli la mano,  esclamando: "Finalmente!...  Ci siamo!...  Non
    abbiamo pi padroni!...  Adesso finalmente i padroni siamo noi!..." La
    cosa  pi  urgente  era  l'ordinamento d'una qualunque forza pubblica,
    d'una milizia civica che prestasse servizio sino alla formazione della
    Guardia nazionale.
    Occorrevano quattrini per l'armamento della milizia e  della  Guardia:
    aperta  una  sottoscrizione  per  raccogliere  i primi fondi,  il duca
    offerse trecent'onze.  Nessuno aveva dato  tanto,  la  cifra  produsse
    grande  effetto;  quando la riunione si sciolse,  parecchie dozzine di
    persone riaccompagnarono don Gaspare a San Nicola.
    Il domani mattina egli aggiunse altre cent'onze per  l'acquisto  delle
    munizioni.  Il  favore universale gli crebbe intorno.  Mancava lavoro,
    poich la citt era tuttavia un deserto: egli non lasci andare a mani
    vuote nessuno di quelli che  gli  si  rivolsero  per  sussidio.  Preso
    coraggio, and tutti i giorni al Gabinetto di lettura, dove i liberali
    commentavano  con tripudio le notizie dei progressi della rivoluzione;
    si mise a capo delle dimostrazioni che andavano a prendere  la  musica
    dell'Ospizio  di Beneficenza e al suono dell'inno garibaldino giravano
    per  la  citt.  A  poco  a  poco,   sempre  pi  rassicurato,   quasi
    domiciliossi  al  Municipio,  dove chiedevano i suoi consigli.  Mentre
    tutti parlavano di libert e d'eguaglianza, nessuno pensava a prendere
    un provvedimento che  dimostrasse  al  popolo  come  i  tempi  fossero
    cangiati  e  i  privilegi  distrutti  e tutti i cittadini veramente ed
    assolutamente uguali.  Egli propose e fece decretare l'abolizione  del
    pane sopraffino. Allora divent un grand'uomo.
    Don Blasco,  rimpiattato al convento, schiumava: non tanto, forse, per
    la rovina del suo partito e pel trionfo dell'eresia, quanto per sapere
    suo fratello considerato  a  un  tratto  come  uno  degli  eroi  della
    libert: il Governatore non faceva nulla senza del duca, lo metteva in
    tutte  le  commissioni,  un  codazzo  d'ammiratori  lo accompagnava al
    palazzo Francalanza,  che egli aveva fatto riaprire e riabitava perch
    la  chiusura  non s'imputasse al borbonismo della famiglia: e la gente
    minuta,  gli operai,  tutti quelli che non sapevano che  cosa  sarebbe
    successo,  convertivansi  al  nuovo partito udendo che un gran signore
    come il duca d'Oragua,  uno  dei  Francalanza,  ne  faceva  parte:  le
    dimostrazioni  patriottiche,  di  giorno  e  di  notte,  con musiche e
    fiaccole e bandiere si succedevano sotto il palazzo come sotto le case
    dei vecchi liberali,  di quelli che erano stati in galera o  tornavano
    dall'esilio.  Adesso  tutti  parlavano  in  piazza,  dai balconi,  per
    eccitare il popolo,  o per discutere il da fare  nei  circoli  che  si
    venivano  costituendo;  ma  il  duca,  incapace  di dire due parole di
    seguito in pubblico, atterrito dall'idea di dover parlare dinanzi alla
    folla,  scendeva gi a incontrarla al portone,  se la cavava  gridando
    con   essa:   "Viva  Garibaldi!   Viva  Vittorio  Emanuele!   Viva  la
    libert!..." conducendo al caff i volontari garibaldini, pagando loro
    gelati,  sigari e liquori.  Formata la Guardia  nazionale,  lo  fecero
    maggiore:  tutti i giorni egli mandava ai corpi di guardia bottiglioni
    di vino, focacce,  pacchi di sigari,  regali di ogni genere.  E la sua
    fama  cresceva,  cresceva;  nelle  dimostrazioni  il  grido  di  "Viva
    Oracqua" - come pronunziavano i pi - era altrettanto frequente quanto
    "Viva Garibaldi" o "Vittorio Emanuele!..." Queste  enormit  ridussero
    don  Blasco a un cupo silenzio,  pi terribile delle grida;  il monaco
    non era per alla fine  delle  prove.  I  forusciti,  i  briganti  che
    s'arrolavano  per  seguire l'anticristo dove furono alloggiati?  A San
    Nicola!...
    All'annunzio che la colonna di  Nino  Bixio  e  di  Menotti  Garibaldi
    sarebbe  giunta  a  Catania,  il  Governatore aveva mandato un ufficio
    all'Abate comunicandogli di aver disposto che i soldati della  libert
    fossero   ospitati  nel  convento  dei  Padri  Benedettini.   L'Abate,
    borbonico fino alle ciglia,  voleva fare  qualche  difficolt;  ma  il
    Priore don Lodovico lo persuase che non era il caso di opporsi.  Il 27
    luglio la Guardia  nazionale  and  incontro,  fuori  le  porte,  alla
    colonna  che  entr in citt fra un uragano d'applausi;  e i volontari
    s'acquartierarono a San Nicola,  nei corridoi del  primo  piano  e  in
    quello dell'Orologio: la paglia sparsa per terra,  le rastrelliere,  i
    fucili,  le giberne,  le baionette,  le canne  di  pipa  ridussero  il
    convento  un  assedio.  Per  andare  al refettorio,  don Blasco doveva
    traversare due volte  il  giorno  quell'inferno;  egli  passava  muto,
    pallido,  fremente,  mentre  i  soldati gridavano evviva al Priore don
    Lodovico che faceva distribuire vino e focacce!  Tutto il giorno,  gi
    nei  cortili  esterni,   essi  eseguivano  esercizi;   Bixio  stava  a
    invigilare con un frustino in  mano,  accarezzando  tratto  tratto  le
    spalle  dei  pi  restii.  "In nome della libert!  In odio all'antica
    tirannide!.." facevano osservare i Padri sorci a don Blasco; ma questi
    neanche rispondeva,  pareva non interessarsi pi a  nulla,  come  alla
    vigilia del finimondo.
    Bixio e Menotti erano alloggiati alla foresteria;  l'Abate li evitava,
    ma il Priore,  per prudenza - diceva  -  usava  agli  ospiti  tutti  i
    riguardi,  s'informava  premurosamente  se  avevano  bisogno di nulla,
    metteva la  Flora  a  disposizione  del  figlio  dell'anticristo,  che
    passava i suoi momenti d'ozio coltivando rose. Un giorno, tra i novizi
    che  erano  scemati di numero perch molte famiglie avevano ritirato i
    loro ragazzi in quel trambusto,  vi  fu  grande  aspettativa:  Menotti
    veniva da loro.
    Giovannino Radal,  Pedantoni,  tutti i liberali lo guardarono con gli
    occhi spalancati,  come uno piovuto dalla luna,  senza saper dire  una
    parola, mentre egli li accarezzava. Ma, nel giardino, Giovannino corse
    a   cogliere   la   pi  bella  rosa  e  gliel'offerse,   chiamandolo:
    "Generale!..." Consalvo se ne stette in disparte,  aggrottato come  lo
    zio don Blasco, con la coda tra le gambe.
    "Adesso  non fai pi il sorcio?" gli dissero i compagni quando Menotti
    and via. "Hai paura che ti taglino la coda?"
    Egli non rispose.  Suo padre,  rassicurato sull'andamento  della  cosa
    pubblica, scese un giorno a trovarlo.
    "Non  ci  voglio  pi stare," gli disse il ragazzo;  "tanti se ne sono
    andati..."
    "Voglio?..." rispose il principe, con voce dura. "Chi t'ha insegnato a
    dire voglio?... Per ora hai da star qui!"
    E il duca non solo approv quella decisione,  ma indusse il  nipote  a
    tornarsene definitivamente con la famiglia in citt, giacch non c'era
    pericolo di sorta,  e quell'ostinata lontananza,  quelle dimostrazioni
    di paura potevano esser prese in mala  parte  dal  popolo.  Arrivarono
    tutti dopo qualche giorno, il marchese e la marchesa soli e gongolanti
    nella loro carrozza che andava al passo, per riguardo della gravidanza
    di  Chiara  finalmente confermata ed arrivata al sesto mese;  Lucrezia
    che metteva il capo ogni minuto  allo  sportello  quando  i  posti  di
    guardia facevano sostare la vettura, parendole di riconoscere Giulente
    in ogni soldato.
    Ma Benedetto non era pi in Sicilia. Nei primi giorni aveva aiutato lo
    zio Lorenzo e il duca a ordinare la rivoluzione, arringando il popolo,
    parlando nei circoli con una eloquenza che tutti ammiravano, scrivendo
    articoli  nell'Italia  risorta,   fondata  dallo  zio  per  propugnare
    l'annessione al Piemonte;  poi,  nonostante l'opposizione del padre  e
    della madre, s'era ingaggiato garibaldino, nel reggimento delle Guide,
    ed era partito pel continente.  Arrivando in citt, Lucrezia trov una
    lettera del giovane,  il quale le annunziava che andava a  raggiungere
    Garibaldi  per  compiere  il  proprio  dovere  verso  la  patria  e le
    raccomandava di non piangerlo se gli fosse toccata la grande sorte  di
    morire per l'Italia.  Ella cominci a leggere tutti i giornali e tutti
    i bollettini per sapere che cosa avveniva di lui,  ma ne cap meno  di
    prima,  incapace  di  farsi  un'idea  intorno alle mosse dell'esercito
    meridionale. Don Blasco, all'arrivo dei parenti,  erutt finalmente la
    bile accumulata in tre mesi. Ogni giorno, venendo al palazzo, vomitava
    improperi  contro  il  fratello,  colmava  di  male  parole  lo stesso
    principe perch permetteva  che  dal  balcone  di  centro  sventolasse
    l'aborrito  tricolore,  che mettessero fuori i lumi per festeggiare le
    vittorie dei "briganti".  Il principe si faceva tutto umile,  gli dava
    ragione, esclamava: "Che posso farci? E' mio zio! Posso mandarlo via?"
    Ma  si guardava bene di fare rimostranze al duca,  troppo lieto che la
    popolarit del gran patriotta garantisse anche lui,  la sua persona  e
    la sua casa.  Per dava un colpo al cerchio e uno alla botte;  parlava
    contro il duca a don Blasco, contro don Blasco al duca,  sicuro di non
    essere  scoperto,  poich  quei  due  s'evitavano  come la peste.  Gli
    toccava poi tenere  a  bada  anche  donna  Ferdinanda,  la  quale  era
    diventata  una  versiera,  dopo la caduta del governo legittimo,  e ne
    invocava il ritorno e andava fino a promettere  una  lampada  a  Santa
    Barbara  perch  questa  saettasse  tutti  i  suoi  fulmini  contro  i
    traditori.  Chiedeva  che  il  principino  fosse  tolto  dal  convento
    infestato  dai  rivoluzionari;  ingiungeva al nipotino,  quando costui
    veniva a casa in permesso:  "Non  t'arrischiar  di  parlare  con  quei
    nemici di Dio o non ti guarder pi in faccia!"
    Consalvo  le  rispondeva: "Eccellenza s!" come al duca quando costui,
    tutt'al contrario,  gli diceva "Che bei  soldati,  i  garibaldini?..."
    Dolevano  ancora  le  spalle  al  ragazzo,  dalle busse toccate per lo
    spionaggio; e adesso egli faceva come vedeva fare allo zio Priore, che
    godeva la fiducia dell'Abate borbonico di tre  cotte,  e  intanto  era
    portato  in  palma  di  mano  dai  rivoluzionari...  Che  importava al
    principino di borbonici e di savoiardi?  Egli  voleva  andar  via  dal
    Noviziato;  perci  serbava un segreto rancore contro il padre che non
    l'aveva contentato. Del resto, con tutta la rivoluzione e la libert e
    Vittorio Emanuele e l'abolizione del pane sopraffino, a San Nicola non
    si scherzava,  articolo privilegi.  Giusto in quei giorni  i  Giulente
    avevano  raccomandato  all'Abate un giovanetto,  loro lontano parente,
    rimasto orfano a Siracusa e venuto a Catania  per  farsi  Benedettino.
    Era  tutto il contrario del cugino Benedetto,  questo Luigi;  non solo
    avversava la rivoluzione;  ma aveva,  col timor  di  Dio,  una  grande
    vocazione  per  lo  stato monastico.  E l'Abate,  ritenendo provata la
    nobilt della famiglia,  l'aveva preso a proteggere e fatto entrare al
    Noviziato.  L, i nobili compagni, senza distinzione di partito, se ne
    prendevano giuoco,  lo beffavano,  gliene facevano di tutti i  colori,
    giudicandolo  indegno  di  stare  fra loro;  e tra i monaci gli stessi
    liberali  torcevano  il   muso:   Vittorio   Emanuele   andava   bene;
    l'annessione  e  la costituzione meglio ancora;  ma rinunziare ai loro
    privilegi, fare d'ogni erba un fascio, questo era un po' troppo!...


    La  quistione  dell'annessione,   del   miglior   modo   di   votarla,
    appassionava  in  quel  momento  la pubblica opinione: alcuni volevano
    affidarne il mandato ad un'assemblea da eleggere, altri predicavano il
    suffragio diretto. Ogni giorno, col Governatore della citt, e con don
    Lorenzo Giulente e i capi liberali,  il duca sosteneva il  plebiscito:
    "Il popolo dev'essere lasciato libero di pronunziarsi. Si tratta delle
    sue  sorti!  Vedete  come  han  fatto  nel  resto d'Italia!..." Questo
    consiglio,  mentre accresceva a mille doppi  la  sua  popolarit,  gli
    scatenava  addosso  pi  violento  l'odio  di  don  Blasco  e di donna
    Ferdinanda, la critica dello stesso don Eugenio. Il cavaliere, adesso,
    perduta la speranza degli scavi di Massa Annunziata,  aveva  concepito
    un  nuovo  disegno:  farsi  nominare  professore  all'Universit.  Non
    v'erano  stati  parecchi  signori  pubblici  lettori?   L'impiego  era
    decoroso  e nobile;  la cattedra di storia,  specialmente,  gli faceva
    gola. Le sue conoscenze archeologiche, l'opuscolo sulla Pompei Sicola,
    erano buoni titoli: per averne ancora di migliori,  egli scriveva  una
    Istoria cronologica dei Vicer Uzeda,  luogotenenti dei Regi Aragonesi
    nella Trinacria.  Come Gentiluomo di Camera,  non  si  lasciava  molto
    vedere;  ma  certo  che la rivoluzione sarebbe stata schiacciata da un
    momento all'altro, anche lui se la prendeva col duca.
    "Chi parla di popolo!  Se tornassero i  Vicer  dall'altro  mondo!  Se
    sentissero  di  queste  eresie,  se vedessero un loro pronipote unirsi
    alla ciurmaglia!..."
    Don Cono, don Giacinto, don Mariano, tutti i lavapiatti scrollavano il
    capo,  addolorati anch'essi  da  quel  tralignamento;  per  tentavano
    placare il giusto sdegno dei puri,  giudicando il liberalismo del duca
    un liberalismo di parata,  una necessit  politica  del  momento;  era
    impossibile che,  in cuor suo,  il figlio del principe di Francalanza,
    uno di quegli  Uzeda  che  dovevano  tutto  alle  legittime  dinastie,
    potesse godere dell'anarchia e dell'usurpazione!
    "Tanto peggio!" urlava don Blasco. "Capirei un fedifrago risoluto, che
    avesse il coraggio del tradimento!  Ma se tornano i napolitani,  colui
    andr a baciar loro il preterito!... Vedrete, quando torneranno!..."
    Ma non tornavano.  Arrivavano invece,  una dopo  l'altra,  le  notizie
    della  partenza di Francesco ii da Napoli,  dell'ingresso trionfale di
    Garibaldi,  dell'avanzarsi dei piemontesi incontro  ai  volontari.  Al
    Belvedere,  dove  il  principe  torn  alla fine di settembre,  per la
    villeggiatura,   Lucrezia  lesse  i  bollettini  della  battaglia  del
    Volturno  che  portavano  Benedetto  Giulente  tra i feriti.  Ella non
    pianse,  ma si chiuse in camera rifiutando il cibo,  sorda ai conforti
    di  Vanna  la  quale le prometteva che avrebbe cercato di aver notizie
    dalla famiglia di lui.  Il  Governatore  per  s'era  gi  rivolto  ai
    comandanti,  al  direttore  dell'ospedale  militare  di  Napoli;  e la
    risposta, prima che sui bollettini,  fu resa di pubblica ragione in un
    manifesto  affissato  al Municipio.  Il volontario Giulente era ferito
    d'arma bianca  alla  coscia  destra  e  si  trovava  nell'ospedale  di
    Caserta; il suo stato era soddisfacente e la guarigione assicurata.
    Egli arriv quindici giorni dopo, la vigilia del plebiscito, con altri
    volontari  siciliani  reduci dal Volturno: lo zio Lorenzo,  il duca di
    Oragua,  il Governatore e la Guardia nazionale andarono loro incontro.
    Il giovane s'appoggiava a un bastone e sventolava il fazzoletto con la
    sinistra,  rispondeva  agli evviva della folla.  Suo padre e sua madre
    piangevano,  dalla commozione: il duca,  facendo loro dolce  violenza,
    prese  il  ferito  nella propria carrozza che s'avvi al Municipio fra
    un'onda di popolo  acclamante.  Dal  balcone  del  palazzo  di  citt,
    gremito di guardie nazionali,  di reduci,  di patriotti,  di cittadini
    ragguardevoli,  Benedetto gir  uno  sguardo  sulla  piazza  dove  non
    sarebbe cascato un grano di miglio,  poi lev la sinistra. La sua fama
    d'oratore era gi stabilita; tacquero a quel gesto.
    "Cittadini!" cominci con voce chiara e ferma. "Noi non possiamo e non
    dobbiamo ringraziarvi di questa trionfale accoglienza,  sapendo come i
    vostri  applausi  non  siano diretti alle nostre persone,  ma all'idea
    generosa e sublime che  guid  il  Dittatore  da  Quarto  a  Marsala."
    Scoppi  un  uragano d'applausi in mezzo al quale la voce dell'oratore
    si perd.  "...sogno di Dante e Machiavelli,  sospiro  di  Petrarca  e
    Leopardi,  palpito  di  venti  secoli...  ad  essa,  alla  gran patria
    comune... alla nazione risorta...  all'Italia una...  gli evviva,  gli
    applausi,  il  trionfo..." Ad ogni periodo,  un gran clamore veniva su
    dalla piazza; la gente pigiata nel balcone sventolava i fazzoletti, il
    duca esclamava all'orecchio  dei  vicini:  "Come  parla  bene!...  Che
    giovane d'ingegno!..."
    "Noi  abbiamo fatto il dover nostro," continuava l'oratore,  "come voi
    il vostro. Non poche gocce di sangue, ma la vita stessa avremmo voluto
    immolare alla gran causa...  degni d'invidia,  non di rimpianto,  sono
    quelli  che  poteron  dire morendo: 'Alma terra natia,  la vita che mi
    desti ecco ti rendo...' Onore ai forti che  caddero!...  A  voi  tocc
    ufficio  non  meno  superbo:  dare  all'Europa ammirata l'esempio d'un
    popolo che,  spezzate le sue catene,  lasciato in bala di se  stesso,
    gi  mostrasi  degno  di  quelle  libere  istituzioni  che  furono suo
    secolare  retaggio...   che  un  potere  aborrito  e   spergiuro   os
    cancellare...  ma che splenderanno di pi vivido raggio!... Cittadini!
    Applaudite voi stessi...  applaudite i vostri reggitori...  applaudite
    questi  guerrieri fratelli che,  dolenti di non poter pugnare con noi,
    tutelarono i vostri focolari... applaudite questo insigne patrizio che
    alle glorie dell'avito blasone accoppia quelle  del  patriottismo  pi
    puro..."  Egli  additava  alla folla il duca maestoso e marziale nella
    divisa di maggiore. Ma questi, all'idea di dover rispondere,  si sent
    a un tratto serrar la gola,  vide a un tratto la piazza trasformata in
    un mare terribile,  vorticoso e ululante,  le  cui  ondate  saettavano
    sguardi;  e  lo spasimo della paura fu tale ch'egli dovette afferrarsi
    alla balaustrata. Per Giulente riprendeva, nella stretta finale,  tra
    applausi assordanti: "Cittadini!  Prodigioso  il cammino da noi fatto
    in cinque mesi; ma un ultimo passo ci resta...
    L'entusiasmo dal quale vi veggo animati mi d guanto che sar fatto...
    Il sole di domani saluti la Sicilia unita per  sempre  alla  monarchia
    costituzionale di Vittorio Emanuele!"


    Gi i s colossali erano tracciati sui muri, sugli usci, per terra; al
    portone  del  palazzo  il duca ne aveva fatto scrivere uno gigantesco,
    col gesso; e il domani, in citt, nelle campagne, frotte di persone li
    portavano al cappello,  stampati su cartellini  di  ogni  grandezza  e
    d'ogni colore.  Donna Ferdinanda,  al Belvedere, scorgendo i contadini
    che,  per non saper  leggere,  avevano  messo  le  schede  sottosopra,
    esclamava:
    "Is!  Is!"  e pronunziando chis,  chis,  che  la voce con la quale si
    mandan via i gatti,  commentava: "Ma non dicono s,  dicono is,  chis,
    chis! Fuori, chis!..."
    Lucrezia  gonfiava,  eccitata  dalle  notizie del trionfo di Giulente,
    impaziente  di  tornare  in  citt  per  rivederlo,   irritata   dagli
    sconvenienti motteggi della zia.
    Il  principe aveva fatto tracciare anche lui un gran s sul muro della
    villa,  per precauzione,  e la folla dei contadini scioperati,  gi in
    istrada,   batteva   le   mani,   gridava:   "Viva   il   principe  di
    Francalanza!..." mentre, dentro, don Eugenio dimostrava, con la storia
    alla mano, che la Sicilia era una nazione e l'Italia un'altra; e donna
    Ferdinanda sgolavasi:
    "Ah, se torna Francesco!"
    "Zia, non torner..." esclam alla fine Lucrezia.
    Allora la zitellona parve volesse mangiarsela viva.
    "Anche tu, scioccona e bestiaccia? Sentite chi parla adesso!  E non lo
    sai il nome che porti,  pazza bestiona? Credi anche tu agli eroismi di
    questi rifiuti di galera? o dei bardassa sguaiati e ciarloni?"
    La botta era tirata a Giulente;  Lucrezia s'alz e and via  sbattendo
    gli  usci.  Ma  il  furore  di donna Ferdinanda pass il segno quando,
    fattasi alla finestra ad uno scoppio pi  nutrito  di  applausi,  vide
    passare i novizi Benedettini,  che venivano da Nicolosi a cavallo agli
    asini,  tutti con gran s ai tricorni.  Cominci a gridare cos  forte
    contro quel vituperio, che il principe accorse:
    "Zia, per carit, vuol farci ammazzare?"
    "E'  stato  quel  Gesuita di Lodovico!..." fiottava la zitellona,  coi
    denti stretti, quasi per mordere. "Anche i ragazzi! Anche Consalvo!" E
    come il principino sal un momento a salutare i suoi, ella gli strapp
    quel cartellino e lo fece in mille pezzi: "Cos!..."







    9.

    "Bello!...   Bello!...   E  questi  bavagli,   sono  graziosi!...   Le
    calzettine, le scarpette: avete pensato a tutto!"
    La  cugina  Graziella  esaminava,  capo  per capo,  sotto gli occhi di
    Chiara e del marchese,  il corredo del  nascituro:  sei  grandi  ceste
    piene  di  tanta  roba  da bastare a un intero ospizio di lattanti;  e
    trovava parole d'ammirazione per tutte le fasce,  per tutte le cuffie,
    per  tutti  i  corpettini: ma ogni tanto si fermava,  tirando forte il
    respiro,  passandosi la lingua sulle  labbra,  gravida  anche  lei  di
    qualche  cosa  che  voleva  dire,  ma  che n il marchese n Chiara si
    decidevano a domandarle.
    "E le vesticciuole, non l'avete viste ancora? Guardate, guardate!"
    "Oh,  che bella cosa!...  Dove hai trovato questi  merletti?...  Belle
    tutte,  belle!...  Ma  pi la bianca coi nastri celesti!  Un amore!...
    Lucrezia ci ha lavorato?"
    "No, nessuno: ho voluto far tutto con le mie mani."
    "Ce n' spesi quattrini, eh?... Il Signore possa benedirveli!... Avete
    aspettato un bel pezzo,  ora la vostra felicit    assicurata!...  Vi
    volete tanto bene!...  Per me, mi gode l'animo quando vedo le famiglie
    tanto affiatate!...  Cos vorrei che anche Lucrezia fosse  contenta...
    Voialtri non sapete?"
    "Che cosa?"
    Ella abbass un poco la voce per dire, con aria di mistero:
    "Giulente l'ha chiesta allo zio duca!"
    Ma Chiara continu a piegare la biancheria sulle ginocchia,  quasi non
    avesse udito o non avesse compreso che si parlava di  sua  sorella:  e
    solo il marchese domand, distrattamente, riponendo con bell'ordine la
    roba nelle ceste:
    "Chi ve l'ha detto?"
    Allora la cugina sfil la corona:
    "Me  l'ha  detto  mio marito,  iersera: certo e sicuro com' certo che
    siamo qui! La domanda  stata fatta da don Lorenzo, amichevolmente. Il
    duca vuol esser deputato,  e il giovanotto sostiene  la  sua  elezione
    scrivendo  nell'Italia  risorta,  e  discorrendo  ogni sera al Circolo
    Nazionale in favore di lui,  perch ha gi preso la laurea d'avvocato.
    Quelli  della  Nazione  Italiana gli oppongono l'avvocato Bernardelli,
    perch  stato in galera;  non par vero,  a che siamo  ridotti!...  Ma
    Giulente  si  batte come un leone...  pel futuro zio...  mi capite?...
    Lucrezia non entra nei panni,  dalla contentezza;  per  gli  zii  don
    Blasco,  donna  Ferdinanda  e  don Eugenio le daranno da fare...  e il
    cugino Giacomo anche...  Un Giulente sposare un'Uzeda?  Ci  voleva  la
    rivoluzione,  il mondo sottosopra,  perch si vedesse una cosa simile!
    Lo zio duca, mi dispiace, ha perduta la testa,  dacch s' messo nella
    politica; hanno ragione i suoi fratelli!... Voi che cosa ne dite?"
    Chiara continuava a maneggiare la bella roba,  bianca, fine e odorosa,
    del nascituro;  e il marchese,  temendo che quei  movimenti,  a  lungo
    andare, potessero affaticarla, le disse:
    "Basta,  adesso...  lascia fare a me...  Che cosa ne dico, cugina? Non
    dico niente: sono cose che non mi riguardano. Mio cognato  padrone di
    dare sua sorella a chi gli pare...  Io non  mi  mescolo  negli  affari
    altrui."
    "Se  Lucrezia  lo  vuole," rincar Chiara,  "se lo prenda!  In fin dei
    conti, dobbiamo sposarlo noi?" domand ridendo a Federico.
    "Sicuro!...  Io,  cara cugina,  sapete  se  ho  sempre  rispettato  la
    famiglia di mia moglie.  Se essi dicono di s,  e Lucrezia  contenta!
    Per conto mio,  ringrazio il Signore che finalmente mi sta  concedendo
    una gran consolazione; del resto, facciano quel che vogliono..."
    E  la cugina rest con tanto di naso,  avendo fatto assegnamento sopra
    uno scoppio d'indignazione;  ma,  torta la bocca quasi per inghiottire
    un boccone amaro, esclam:
    "Certamente!  Sono  cose  che riguardano la sua coscienza!...  E anche
    Lucrezia! Contenta lei!... E' quel che dico anch'io!..."
    Da quei due non c'era da cavar nient'altro,  fuori del mondo com'erano
    per via della nascita del figliuolo ormai prossima: la cugina, che per
    trascorrer  di  tempo non dimenticava di mostrare il suo interesse per
    gli Uzeda,  corse difilato in casa  del  principe.  Sul  portone,  una
    comitiva  di  dieci  o  dodici  individui,  fra  i quali c'erano i due
    Giulente, zio e nipote, cercavano del duca. Ella si ferm,  sorridendo
    a  don  Lorenzo  e  a  Benedetto,  facendo  loro segno con la mano per
    chiamarli.
    "Che ordite, in tanti rivoluzionari? Volete dar fuoco al palazzo?"
    "Veniamo ad offrire  la  candidatura  al  signor  duca,"  rispose  don
    Lorenzo, "in nome delle societ patriottiche."
    "Bravo! Mi rallegro della scelta!..."
    E   la   commissione  stava  per  salire  dal  grande  scalone  quando
    Baldassarre,  spuntato dal secondo cortile,  e fatta  strada  a  donna
    Graziella, avvert: "Nossignori!... Favoriscano da questa parte..."
    Il  principe,  infatti,  approvando il liberalismo dello zio e godendo
    dei vantaggi della sua popolarit,  non aveva  potuto  permettere  che
    tutti  gli  scalzacani  dai quali era circondato entrassero nel nobile
    quartiere della Sala Rossa e Gialla: aveva quindi destinato due stanze
    dell'amministrazione,  a  destra  dell'entrata,   perch  il  duca  vi
    ricevesse  anche  i lustrastivali,  se cos gli era a grado.  Mentre i
    delegati giravano dunque dalla parte  delle  stalle,  donna  Graziella
    saliva  pomposamente  il  sontuoso scalone ed era introdotta presso la
    principessa. Il principe,  in compagnia della moglie,  gridava qualche
    cosa, quando, all'apparir della cugina, tacque subitamente.
    "Non  sapete  che  ci  sono  visite?"  disse  costei,   entrando.  "La
    commissione delle societ... per offrire la candidatura al duca... Una
    bella commedia, giacch tutto fu combinato prima... E solo i Giulente,
    di persone conosciute; tutto il resto, certe facce!..."
    "Mio zio  padrone  di  ricevere  chi  vuole,"  rispose  il  principe.
    "Adesso i tempi sono mutati,  e non si posson fare tante difficolt...
    E' quel che dicevo anche a mia moglie..." E voltati  i  tacchi,  stava
    per andarsene,  quando la voce di donna Ferdinanda,  che sopravveniva,
    lo fece fermare.  La zitellona,  pi gialla del solito,  sudava fiele,
    con una ciera arcigna e dura da mettere spavento.
    "Dunque  vero?" domand a denti stretti,  senza neppure accorgersi di
    donna Graziella.
    "Me l'ha detto lui stesso," rispose il principe.  "Dinanzi alla cugina
    possiamo  parlare...   Gli  pare  una  cosa  bellissima,   un  partito
    vantaggioso, un terno al lotto..."
    "E tu non gli hai detto nulla, tu?"
    "Io?  Gli ho detto che dovrebbe tornare nostra madre dall'altro mondo,
    per  sentire  una  cosa  simile!  Per vedere ci che succede in questa
    casa!  in qual modo si rispettano le sue  volont!...  Questo  gli  ho
    detto; ma  lo stesso che dirlo al muro...
    Vostra Eccellenza sa come siamo fatti,  in famiglia... Ma la colpa non
     dello zio...  Se Lucrezia non avesse dato  retta  a  quel  bardassa,
    crede  Vostra  Eccellenza  che  le cose sarebbero arrivate a tanto?  I
    Giulente sono stati sempre presuntuosi,  hanno avuto sempre la  smania
    di  giocare  a  pari  con  tutti;  ma  un'idea simile non sarebbe loro
    passata pel capo, senza la stramberia di mia sorella..."
    La principessa non fiatava, donna Graziella non parlava neppur lei, ma
    guardando ora il principe ora donna Ferdinanda scrollava il capo, come
    per dire che era cos,  proprio cos.  La zitellona si mordicchiava le
    labbra  sottili,  torcendo  il  grifo,  fiutando  l'aria con le narici
    dischiuse.
    "Se mia sorella non fosse stravagante," continuava il  principe,  "non
    penserebbe  a maritarsi,  con quella salute;  non darebbe retta a quel
    rompicollo che  le  dice  di  volerle  bene  per  vanit,  facendo  il
    repubblicano;  e rispetterebbe invece i consigli di nostra madre,  non
    darebbe motivo di dispiacere a noi,  non si preparerebbe tanti guai...
    Perch,  speriamo  pure  che si ravveda e lo zio muti opinione;  ma se
    questo matrimonio dovesse farsi,  la prima sacrificata sarebbe lei!...
    Crede  di  trovare  in casa di quella gente quel che ha nella propria?
    Crede che potranno andare d'accordo,  con tanta diversit d'educazione
    e di..."
    A un tratto comparve Lucrezia. Il principe tacque come per incanto; la
    principessa  si fece ancora pi piccola sulla sua poltrona,  la cugina
    spalanc meglio gli occhi e l'orecchie.
    "Buon giorno,  zia..."  cominci  la  ragazza;  ma  donna  Ferdinanda,
    levatasi da sedere e presala per mano, le disse brevemente: "Vieni con
    me."
    Pass di l e chiuse l'uscio. La cugina, che le aveva accompagnate con
    gli  occhi,  quando  si  volt  vide  che il principe era scomparso da
    un'altra parte.  Allora,  rimasta sola con la principessa,  cominci a
    dimenarsi sulla sua seggiola.  Sarebbe andata ad origliare,  se avesse
    potuto, se avesse osato farne proposta; invece le toccava contenersi e
    chiacchierare,   mentre  udivasi  tratto  tratto  la  voce  di   donna
    Ferdinanda  alzarsi  tanto  che  le parole arrivavano intere: "Voglio?
    Voglio?... Prima creperai!... L'avvocato?... Crepa, piuttosto!..."
    "Santo Dio, mi dispiace!... E' una cosa, cugina..."
    "La vedremo,  ti dico!..." gridava donna Ferdinanda;  subito  dopo  la
    voce si spense; la cugina riprese:
    "Lucrezia dovrebbe pensare... dare ascolto a chi parla pel suo..."
    "Non vuoi sentirla,  bestiaccia?..." Queste parole furono gridate cos
    forte,  che la cugina e la principessa tesero tutt'e due le  orecchie.
    Pass qualche minuto di silenzio profondo;  di botto,  s'ud il rumore
    d'una seggiola rovesciata e subito dopo quello secco e  brusco  di  un
    violento ceffone.  La principessa levossi in piedi, giungendo le mani;
    la cugina corse all'uscio ad origliare. Pi nulla: n voci, n pianto.
    Donna Ferdinanda ricomparve sola e  venne  a  sedersi  tranquillamente
    vicino  alla nipote,  stirandosi la palma della mano arrossata.  Parl
    del pi e del meno, volle sapere che cosa avevano a desinare e domand
    notizie di Teresina,  che giusto quel giorno era a San Placido,  dalla
    zia Crocifissa. Poi si alz per andarsene; la cugina l'accompagn.
    Intanto gi nell'amministrazione i delegati delle societ,  ammessi in
    presenza del duca,  erano stati da costui invitati a sedersi in  giro;
    Giulente nipote, prendendo a parlare in qualit d'oratore, diceva:
    "Signor  duca,  in nome dei sodalizi patriottici il Circolo Nazionale,
    L'Unione Civica, la Lega Operaia, il Riscatto Italiano,  i Figli della
    Nazione, dei quali le presento le rappresentanze... veniamo a compiere
    il   mandato   affidatoci,   di  pregarla  affinch  ella  accetti  la
    candidatura al Parlamento italiano.  Il paese ben conosce di chiederle
    un  sacrifizio,  e un sacrifizio non lieve;  ma il patriottismo di cui
    ella ha dato tante e s splendide prove ci d  guanto  che  anche  una
    volta vorr rispondere all'appello del paese..."
    I  tre o quattro popolani tenevano il cappello con tutt'e due le mani,
    stretto come se qualcuno  volesse  portarlo  loro  via;  Giulente  zio
    guardava  per  terra.  Il  duca,  finito  il  discorsetto del giovane,
    rispose, cercando le parole una dopo l'altra, con voce strozzata:
    "Cittadini,  son confuso...  e vi ringrazio,  veramente...  Sono stato
    felice... orgoglioso anzi direi... di aver potuto contribuire, come ho
    potuto,  al riscatto nazionale... e alla grand'opera dell'unificazione
    della  nazione...  Ma,  veramente,  ci  che  voi  mi  domandate...  
    superiore  alle mie povere forze...  E' un mandato...  Permettete!..."
    soggiunse con altro tono di voce,  vedendo far gesti di diniego,  "che
    non saprei come disimpegnarlo... al quale  d'uopo attitudini speciali
    che io non possiedo... E non vi mancheranno patriotti che assai meglio
    di  me...  potranno  rispondere  agli interessi...  della tutela degli
    interessi... del nostro paese!"
    "Perdoni!"  riprese  il  giovanotto.   "Noi  apprezziamo  il  delicato
    sentimento  che le fa dire cos: la sua modestia non le poteva dettare
    diversa  risposta.  Ma  della  capacit  di  lei  dev'essere  giudice,
    perdoni!, lo stesso paese. Se ella avesse altre ragioni per rifiutare,
    ragioni  private  o  di  affari,   noi  c'inchineremmo,   non  potendo
    permettere che il suo sacrificio vada  troppo  oltre.  Ma  se  l'unica
    obiezione consiste nella sua incapacit,  ci permetta di dirle che non
    tocca a lei riconoscere se  capace o pur no!"
    Tacendo Giulente, il sarto Bellia, dei Figli della Nazione, disse:
    "Duca,  l'operaio vuole a  Vostra  Eccellenza...  Ci  sono  tanti  che
    brigano il voto, ma non ci abbiamo fiducia. Vogliamo un buon patriotta
    e un signore come Vostra Eccellenza..."
    Allora, rivolto ai compagni, Giulente zio disse, con tono di bonariet
    scherzosa, accarezzandosi la barba:
    "Non abbiate paura: il duca vuol farsi pregare..."
    "Farmi pregare?" esclam il candidato, ridendo. "Mi prendete forse per
    un dilettante di pianoforte?"
    Tutti  sorrisero e il ghiaccio si ruppe.  Smessi la dignit grave e il
    linguaggio fiorito dell'ambasceria, ognuno disse la sua,  in dialetto,
    alla  buona,  per  indurre  il  duca ad accettare.  Sul nome di lui si
    sarebbero messi d'accordo;  in caso di rifiuto,  i voti  si  sarebbero
    sperperati  sopra tre o quattro persone;  e poich era quella la prima
    elezione alla quale chiamavasi il paese,  bisognava che essa riuscisse
    l'affermazione  unanime  della volont del collegio.  Questo risultato
    non poteva ottenersi se non  per  mezzo  dell'accettazione  del  duca;
    dinanzi  a  lui tutti gli altri si sarebbero ritirati;  il suo rifiuto
    avrebbe   fatto   pullulare   altre   ambizioncelle    di    patriotti
    dell'ultim'ora. A quell'insistenza, il duca esclamava:
    "Signori miei...  mi confondete!...  Siete troppo buoni...  Non so che
    rispondere!..."
    "Risponda s... accetti! Ci vuol tanto?... Se lo vogliamo!"
    "Ma io non sono adatto... Sento tutta la responsabilit del mandato...
    Non  si  scherza!   Altro    dare  qualche  consiglio  in  Municipio,
    confortato  da  tutti  voi;  altro    sedere tra i rappresentanti del
    Parlamento!"
    "Signori miei," fece a  un  tratto  Giulente  zio,  mettendo  fine  al
    cortese  contrasto.  "Sapete  che  vi  dico?  La  nostra commissione 
    compita: il duca sa qual  il desiderio di tutti;  per ora egli non ci
    dice  n s n no;  lasciamo che ci dorma sopra: domani,  dopo domani,
    quando avr ben ponderato,  quando si  sar  consigliato  con  i  suoi
    amici, ci dar una risposta, e speriamo che sar la desiderata..."
    "Ecco!  Grazie,  cos..." rispose il duca. "Benissimo; vi prometto che
    ci penser,  che far il  possibile...  Ma  intanto  grazie  a  tutti!
    Ringraziate  per  me  le  societ;  verr  poi io stesso a fare il mio
    dovere!..."
    Egli li  trattenne  ancora,  discorrendo  delle  notizie  del  giorno,
    interessandosi   alla   cosa   pubblica,   toccando   di   sfuggita  i
    provvedimenti che bisognava reclamare dal governo di Torino  pel  bene
    del paese, per il migliore assestamento del nuovo regime.
    Prese  da  un  cassetto  della scrivania una scatola di sigari: sigari
    d'Avana,   color  d'oro,   dolci  e  profumati,   e  ne   fece   larga
    distribuzione,  stringendo  la  mano  a  tutti,  ma  pi  forte ai due
    Giulente. Il domani,  l'Italia risorta portava un articolo di fondo di
    Benedetto sulle imminenti elezioni, nel quale era detto: "Due soltanto
    i   criteri   ai  quali  possono  ispirarsi  i  votanti:  l'intemerato
    patriottismo che sia arra dell'italianit dell'eletto e la  cospicuit
    sociale   che  gli  permetta  di  svolgere  la  propria  missione  con
    l'indipendenza che d guanto  di  disinteresse  e  di  sincerit.  Ora
    allorquando  il  paese ha la fortuna di possedere un Uomo che risponde
    al nome  di  duca  gaspare  uzeda  d'oragua,  noi  crediamo  che  ogni
    discussione  si  riduca  un  fuor  d'opera,  e  che  tutti  i voti dei
    cittadini, giustamente gelosi del bene pubblico,  debbano concentrarsi
    sul nome dell'illustre patrizio!"
    La  gran  maggioranza del collegio era per lui e nel coro degli adepti
    le voci discordi rimanevano  soffocate.  I  pi  infervorati  erano  i
    popolani, gli operai, la Guardia nazionale, la gente spicciola che non
    godeva del voto,  ma trascinava con s i votanti.  Se qualcuno tentava
    addurre argomenti contro quella candidatura,  era  subito  ridotto  al
    silenzio.  Gli Uzeda erano tutti borbonici fin sopra i capelli?  Tanto
    maggior merito da parte del  duca  nell'aver  abbracciato  a  dispetto
    della parentela la fede liberale!  Al Quarantotto egli non aveva preso
    un partito? Ma non aveva tradito, come tant'altri!... Per quelle voci
    parevano  ridotte  al  silenzio,   e  risorgevano  a  un  tratto   pi
    insistenti.  Fin dall'estate,  fin da quando i napolitani erano andati
    via,  di tanto in  tanto  si  trovavano  attaccati  alle  cantonate  o
    circolavano  pei  caff  e  le  farmacie  certi  fogli anonimi dove si
    leggevano brutte notizie, giudizi inquietanti, oscure minacce;  questa
    roba  era  divenuta  pi  rara,  ma  adesso ricominciava a circolare e
    conteneva,   oltre  che   funesti   pronostici   sull'avvenire   della
    rivoluzione,  allusioni  maligne  contro  le persone pi in veduta,  e
    specialmente contro il duca. Erano poche parole, in forma dubitativa o
    interrogativa, ma trovavasi sempre qualcuno che le spiegava.  Che cosa
    aveva fatto il Patriotta nella giornata del 31 maggio?  S'era nascosto
    a San Nicola,  diceva il commento.  E il cannocchiale del Quarantotto?
    Quello  col quale s'era goduto l'attacco e l'incendio,  attorniato dai
    soldati di Ferdinando ii!  E le visite  all'Intendente?  Per  trovarsi
    dalla  parte  del  manico,  se  alla  rivoluzione  toccavano  colpi di
    granata...
    Il duca,  a cui i Giulente avevano tenuti  nascosti  quegli  attacchi,
    ordinando perfino alle guardie nazionali di non presentare al maggiore
    quei  manifesti quando li spiccicavano dai muri,  cominci a chiederne
    notizie, insistette per leggerli.
    Impallid un poco vedendo il  suo  nome,  percorrendo  rapidamente  le
    frasi in cui si parlava di lui; ma non disse nulla.
    "E  non poter sapere da qual mano vengono!" esclamava Benedetto.  "Non
    poter dare una buona lezione a questi vigliacchi!"
    "Che  possiamo  farci!"  rispose  allora  l'offeso.  "Sono  i  piccoli
    inconvenienti  delle  rivoluzioni  e  della  libert.  Ma  la  libert
    corregge se stessa... Non ve ne date pensiero..."
    Per, appena quei due se ne furono andati, egli si mise il cappello in
    capo e sal  difilato  a  San  Nicola,  dove  chiese  del  Priore  don
    Lodovico.
    "Guarda  che tuo zio," gli disse tranquillamente,  "giuoca a un brutto
    giuoco.  I cartelli anonimi vengono da lui e dalla  sua  comarca.  Che
    egli se la prenda con me,  non m'importa; mi giova, anzi, procurandomi
    maggiori simpatie;  ma se continua a prendersela con tutti,  a sparger
    sospetti  e notizie bugiarde,  potr toccargli qualche dispiacere.  Te
    l'avverto, perch tu che gli stai vicino glielo faccia sapere. A lungo
    andare tutto si scopre... Badi!"
    Il priore non ne fiat con don Blasco,  ma rifer ogni cosa  all'Abate
    perch  questi  ne tenesse parola con qualcuno degli amici del monaco.
    Padre  Galvagno  fu  incaricato  della  commissione;   all'udire  quel
    discorso, don Blasco mut di colore.
    "Dite  a me?" esclam.  "Siete impazziti,  voi e chi vi manda.  Dovete
    sapere che se io ho da dire ci che sento,  lo dico sul muso a chi  si
    sia, occorrendo anche a Francesco ii, che Dio sempre feliciti!" e fece
    un inchino profondo.  "Figuratevi un po' se ho paura di questa manetta
    di briganti e carognuoli e..." e qui ricominci a sfilare una  litania
    pi terribile delle solite.
    Ma  i  cartelli anonimi divennero da quel giorno pi rari,  e a poco a
    poco cessarono. Il monaco,  a cui la bile quasi schizzava dagli occhi,
    sfogavasi  in  casa  del principe - quando il duca non c'era - dicendo
    cose   enormi   contro   il   fratello,   insultandolo,   infamandolo,
    rovesciandogli  addosso  epiteti di novissimo conio,  a petto ai quali
    quelli scambiati tra facchini e donne di mal affare erano  complimenti
    e  zuccherini.  E  la  sua  rabbia aveva un bersaglio pi vicino e pi
    diretto nella nipote Lucrezia.  Questa vipera osava ancora  pensare  a
    quella  carogna!  L'avevano  allevata perch li mordesse tutti quanti,
    insozzando il nome degli Uzeda,  facendone ludibrio,  sposando  quella
    carogna!
    "Ah,  razza  putrida e schifosa!  Ah,  porco Vicer che la creasti!...
    Meglio sarebbe stato..." (mettere  al  mondo  soltanto  bastardi,  era
    l'idea  espressa  dalle  turpi  parole) "piuttosto che generare questo
    nipotame sozzo e puzzolente!..."


    Furono  quelli  i  giorni  pi  tremendi  per  Lucrezia.  Erano  tutti
    scatenati  contro  di  lei:  o  non  le  rivolgevano  la parola,  o la
    colmavano  d'improperi;   donna  Ferdinanda  l'afferrava  pel  braccio
    dandole  pizzicotti  che portavano via la pelle;  don Blasco un giorno
    per miracolo non se la messe sotto.  Pallida  e  muta,  ella  lasciava
    passare la tempesta,  chinava gli occhi, non piangeva, non si lagnava,
    non si confidava a nessuno,  non chiedeva  aiuto  allo  zio  duca  che
    sapeva  amico  di  Benedetto e fautore del matrimonio,  non diceva una
    parola dei suoi tormenti a Ferdinando che veniva al palazzo unicamente
    per lei, lasciando in asso le sue bestie imbalsamate e da imbalsamare.
    Soltanto quando si chiudeva in camera con Vanna,  per avere le lettere
    del giovane,  le diceva,  con un sorriso freddo, a fior di labbro: "E'
    inutile! Lo sposer!..."
    Egli, frattanto,  continuava a propugnare l'elezione del duca,  con la
    parola  in  mezzo  ai  circoli,  con gli scritti nell'Italia risorta e
    nelle stampe volanti intitolate: Chi  il duca d'Oragua,  Un  patrizio
    patriotta,  e  via  discorrendo.  "Fin  dal  1848 l'insigne gentiluomo
    schierossi contro il governo del  Re  Bomba,  tanto  maggiore  il  suo
    merito  in quanto egli non aveva da rimproverargli torti fatti a lui o
    ai suoi, ma al popolo intero...  Nel lungo periodo di preparazione noi
    lo  vediamo a Palermo,  intrinseco dei pi chiari patriotti portare il
    contributo  della  sua  attivit  e  delle  sue  sostanze  alla  causa
    nazionale.  Ai  primordi  del  movimento liberatore,  corre in patria,
    poich egli vuol parte  dei  dolori  e  delle  gioie  dei  suoi  amati
    concittadini.  Qui  largo del suo prezioso ausilio ai liberali,  e fa
    sentire ai rappresentanti dell'esecrato borbone la voce che  ormai  lo
    condanna. Egli versa il suo contributo per la formazione delle squadre
    volontarie,    sussidia    quanti   liberali   perseguitati   soffrono
    nell'indigenza. Ritirati gli sgherri di Francesco, accorre tra i primi
    a regolare il governo della  citt,  si  ascrive  tra  le  file  della
    nazionale  milizia,  palladio  di  libert;  acquista per essa divise,
    munizioni e non pochi brandi.  Apre la sua casa avita  a  Bixio  ed  a
    Menotti,  rende  ai  liberatori  gli onori della citt.  Sollecitato a
    rappresentare il primo collegio al  Parlamento,  modestamente  declina
    l'offerta,  volendo esser primo ai sacrifici, ultimo agli onori. Ma il
    paese lo vuole. La sorella Palermo ce lo invidia.  E chi porta il nome
    di  duca d'oragua non pu sottrarsi alla volont del paese.  Egli sar
    il nostro deputato!"
    Il duca,  da canto  suo,  riparlava  al  principe  del  matrimonio  di
    Lucrezia, tesseva l'elogio del giovane, asseriva che era un partito da
    non lasciar sfuggire, perch i Giulente avevano quel solo figliuolo al
    quale sarebbero andate tutte le loro sostanze.
    "Conviene  anche  per un'altra ragione," spiegava al nipote,  "che non
    baderanno alla dote..."
    "Che ci badino o no,  che cosa  m'importa?"  rispondeva  il  principe.
    "Lucrezia  ha  quello  che  ha;  Vostra Eccellenza crede che io glielo
    voglia negare?"
    "Chi ha detto questo? Dico che si contentano di quello che ha..."
    "Sono affari che non mi riguardano. Sarebbe curioso che io impedissi a
    mia sorella di fare quel che le aggrada,  alla sua et!  La volont di
    nostra madre forse poteva essere che restasse in casa; ma nostra madre
     all'altro mondo; e quando pure vivesse..."
    Egli  insisteva  spesso  su questo tono,  ripeteva che sua sorella era
    libera di prendersi Giulente,  ma le parole gli  cascavano  di  bocca,
    troncava  a  mezzo il discorso,  come se avesse dell'altro da dire,  e
    tacesse poi per prudenza,  per convenienza,  per non parere  ostinato.
    Tanto che il duca un giorno gli domand:
    "Ma parla chiaro! Sei contrario a questo matrimonio?"
    "Io?... Quando  approvato da Vostra Eccellenza!..."
    "Giulente non ti piace?"
    "Ha  da  piacere a me?...  E' un buon giovane;  basta saperlo amico di
    Vostra Eccellenza...  Discretamente  agiato,  anche...  Io  non  ho  i
    pregiudizi  della  zia  Ferdinanda e di don Blasco;  i tempi oggi sono
    mutati...  Vostra Eccellenza si persuada pure che se Lucrezia crede di
    poter  essere felice con lui,  io non mi opporr...  Per  giusto che
    neppur lei mi cerchi lite!"
    "Perch dovrebbe cercartela?..."
    "Perch?... Perch?...  Vostra Eccellenza non sa nulla,  era a Palermo
    in  quel  tempo!..."  E allora gli confid i dispiaceri che la sorella
    gli aveva dati, complottando con Chiara, col marchese, con Ferdinando,
    accampando diritti,  interpretando a modo suo  la  legge,  accusandolo
    perfino  di  volerla spogliare con tutti gli altri.  "Adesso,  se va a
    marito,  bisogner  finirla  con  tutta  questa  storia...   E  Vostra
    Eccellenza vedr che cominceranno da capo!"
    "Nossignore!" rispose il duca,  fermamente. "Il matrimonio si far, ma
    prendo impegno che tu non sarai molestato."
    Gi Padre Camillo aveva tenuto un simile discorso alla ragazza.  Aveva
    cominciato  a  dirle  che  quell'unione  era  avversata  da tutti,  in
    famiglia, non perch presumevano che restasse zitella - quantunque!...
    bench!... - ma per la ragione che non era un partito conveniente.  La
    considerazione della nascita aveva certo la sua importanza;  non tanto
    per se stessa quanto per quella della educazione,  dei principi morali
    e  religiosi  che implicava.  Giulente era forse un buon giovane - non
    voleva  infamarlo,   senza  conoscerlo  -   ma   professava   dottrine
    pericolose,  parteggiava  pei  nemici dell'ordine sociale,  del potere
    legittimo,  della Santa Chiesa;  e non si  contentava  di  far  ci  a
    parole,  ma  veniva  agli  atti.  E una Uzeda,  una nipote della Beata
    Ximena,  una figlia  del  principe  di  Francalanza,  avrebbe  sposato
    costui?  Come  era  possibile che s'intendessero?  L'amore,  l'accordo
    poteva regnare fra loro?  E poi,  lasciamo star questo,  ma  Giulente,
    bench  facoltoso,  l'avrebbe  mantenuta  con  quel lusso al quale era
    stata avvezza?  Aveva  idee  ed  abitudini  signorili?...  Dunque,  la
    famiglia  non si opponeva per puro capriccio,  ma per ragioni valide e
    gravi. Per,  dice,  ella stessa doveva esser miglior giudice di tutto
    questo:  poteva  forse  sentirsi  animata  da  tanto  amore  da andare
    incontro anche ai disagi materiali dell'esistenza, da sperare di poter
    convertire il  giovane.  Opera  meritoria,  zelo  encomiabile;  ma  la
    quistione  principale,   unica,   era  che  senza  l'approvazione,  il
    beneplacito,  la benedizione di quelli che rappresentavano  le  felici
    memorie  di  suo  padre  e  di  sua  madre  non  poteva  sperar pace e
    prosperit.
    Lucrezia non aveva risposto una sillaba.
    "Che  cosa  vogliono,"  disse,  quando  il  confessore  tacque,   "per
    lasciarmelo sposare? Dicano ci che vogliono; far come vorranno."
    "Ne ero sicuro!" esclam il Domenicano con accento di gioioso trionfo.
    "Ero  certo  che  una  buona  ragazza  come  te  non  avrebbe risposto
    altrimenti. E il principe,  che ti vuol bene,  ti sosterr!  Mettetevi
    d'accordo,  siate sempre uniti: questo  il vostro interesse reciproco
    e la consolazione di chi vi guarda di lass."
    Cos, quando il duca, che non aveva ancora parlato con la nipote della
    domanda di Giulente,  gliela partecip e le disse nel tempo stesso che
    Giacomo desiderava,  prima che gli si desse una risposta, sistemare le
    quistioni d'interesse, Lucrezia si dichiar pronta.  Il principe,  che
    aveva  tenuto  molte  conferenze  col  signor Marco ed era stato molti
    giorni chiuso nello scrittoio,  venne fuori a chiedere,  anche a  nome
    del  fratello  coerede,  che  fosse presa come base la divisione fatta
    dalla madre,  dimostrandone con gran lusso di documenti e di cifre  la
    giustezza;  dimostrando  altres  che  la  parte del padre non era mai
    esistita fuorch nella fantasia dello zio don Blasco.  Esistevano per
    le cambiali che egli aveva pagato; sua sorella doveva dunque sostenere
    la sua parte in proporzione del legato: a conti fatti, non le toccavan
    pi  di  ottomila onze.  Lucrezia accett questa somma.  Il testamento
    materno prescriveva poi che il principe dovesse pagarle gli  interessi
    al  cinque  per cento;  ma nei cinque anni trascorsi dalla morte della
    madre non aveva egli mantenuto la sorella,  di  tutto  punto,  dandole
    casa,  vitto,  servizio, abiti, uso della carrozza, ecc., ecc.? Doveva
    egli sostenere del proprio queste spese? Se sua sorella fosse stata in
    bisogno,  certo egli l'avrebbe raccolta in casa per l'affetto  che  le
    portava,  ricordandosi  che era dello stesso sangue.  Ma ella aveva la
    sua roba: non era dunque giusto n ella stessa  poteva  accettare  che
    per cinque anni il fratello l'avesse mantenuta.  Rifatto il conto, gli
    interessi delle ottomila onze rappresentavano  appunto  le  spese  del
    mantenimento;  dunque  non le toccava altro che il capitale.  Lucrezia
    disse ancora di s. Tutto parve cos stabilito,  ma all'ultimo momento
    il principe mise allo zio duca una nuova condizione:
    "Io  voglio  regolare  anche  la  situazione  degli altri legittimari.
    Avevano tutti  ragione,  o  hanno  torto  tutti:  non  pare  a  Vostra
    Eccellenza  logico  e giusto?  Giacch dobbiamo metter mano alla carta
    bollata, bisogna uscirne in una sola volta. Ne parli Vostra Eccellenza
    agli altri e li metta d'accordo."
    Chiara e il marchese non avevano le stesse ragioni per chinare il capo
    ai patti del principe, ma il momento era propizio per tentar d'indurre
    anche questi altri ad una transazione,  giacch non  vivevano  se  non
    dell'attesa del figlio, e la gioia di cui l'imminenza dell'avvenimento
    li  colmava  era  tale  che  li disponeva a passar sopra ad ogni altro
    interesse.  Perci quando il duca rifer loro che Lucrezia si maritava
    ed aveva concluso la transazione, approvarono, giudicando soltanto che
    l'affare  degli  interessi  trattenuti  come  compenso  delle spese di
    mantenimento faceva poco onore al principe.  Contenta lei,  del resto,
    contenti tutti.
    "Adesso  dovete aggiustarvi anche voialtri!..." aggiunse il duca,  col
    tono d'affettuosa imposizione consentitogli non tanto dalla qualit di
    zio,  quanto dall'avere accettato di tenere al  fonte  battesimale  il
    nascituro.
    Il marchese, scambiata un'occhiata con la moglie, rispose:
    "Se Vostra Eccellenza vuole cos..."
    "Il conto di Chiara  naturalmente lo stesso di quello di Lucrezia; ma
    per  lei  non  c' la quistione degli interessi,  e Giacomo li pagher
    fino all'ultimo."
    "Io ho preso la mia cara Chiara pel bene che  le  voglio,  e  non  pei
    quattrini..." e, chinatosi sulla moglie, Federico la baci in fronte.
    "Ma  il  legato dello zio canonico?  L'assegno matrimoniale?" ramment
    ella, per non lasciar sopraffare il generoso marito.
    "Giacomo non intende riconoscerli,  e non so se ha ragione o  torto...
    Ma ormai bisogna uscirne!  A voi, per ora, qualche migliaio d'onze non
    fa niente; io le compenser, a suo tempo, al mio figlioccio!..."
    Cos fu concluso,  con giubilo immenso  del  marito  e  della  moglie.
    Restava Ferdinando, dal quale il principe voleva le duemila onze della
    quota  di  debiti.  Sull'animo  del Babbeo Lucrezia sola poteva;  ella
    per, invece di parlare col fratello,  si mise a letto,  rifiutando di
    vedere gente,  accusando sofferenze misteriose.  Il Babbeo,  saputa la
    malattia della sorella, venne a trovarla, tutti i giorni;  ma Lucrezia
    pareva  l'avesse specialmente con lui.  La cameriera le aveva detto ed
    ella stessa s'era accorta che Giacomo la strozzava;  ma,  per vincerla
    contro  i  parenti,  sarebbe  passata  sopra a ben altro.  Adesso ella
    sentiva il male che preparava al  fratello  minore,  il  solo  che  le
    volesse bene,  inducendolo a spogliarsi d'un poco della magra eredit,
    la pi magra di tutte  le  porzioni;  ma  nella  sua  testa  le  parti
    s'invertivano: il torto era di Ferdinando che non s'interessava a lei,
    che  non  le  domandava  che  cosa  avesse,  che non rimoveva l'ultimo
    ostacolo alla conclusione del matrimonio.
    Ferdinando invece non sapeva nulla di nulla,  e rest a  bocca  aperta
    quando il duca, per cavare una buona volta i piedi da quel pecoreccio,
    gli rifer ogni cosa.
    "E' venuto un buon partito a tua sorella...  Benedetto Giulente,  sai,
    quel giovane tanto intelligente, che si  fatto tanto onore..."
    "Ah, s? Va bene, ci ho piacere..."
    "Ma naturalmente Giacomo vuol prima sistemare gl'interessi, concludere
    la divisione rimasta per aria.  Lucrezia s' accordata,  Chiara  anche
    lei; per tuo fratello vuol definire la pendenza con te, una volta che
     la stessa quistione... Questa  la malattia di Lucrezia..."
    "E perch non me n'ha parlato prima?"
    Egli accorse al capezzale dell'inferma, per dirle:
    "Stupida!  T'affliggi per questo? Lo zio mi ha narrato ogni cosa... Se
    t'accordi tu,  non ho ragione di accordarmi anch'io?  Bisognava  dirlo
    subito! Sei contenta cos?..."


    Il   giorno  dell'elezione  era  vicino;   i  due  Giulente,   ma  pi
    specialmente Benedetto,  avevano scovato gli elettori,  compiuto tutte
    le formalit dell'iscrizione; mattina e sera veniva gente a trovare il
    duca  per  dichiarargli  che  avrebbero votato per lui: i Giulente non
    mancavano mai. La vigilia della votazione, mentre appunto il candidato
    dava udienza ai suoi fautori, il cameriere del marchese venne di corsa
    a chiamare il principe e la principessa,  perch Chiara era sul  punto
    di partorire.
    Quando  Giacomo  e  Margherita  arrivarono  in casa di lei,  trovarono
    Federico  che  smaniava  come  un  pazzo,  dall'ansiet,  non  potendo
    assistere la sofferente, chiamando per a ogni tratto la cameriera, la
    cugina  Graziella o una delle tre levatrici che si davano il cambio al
    letto della partoriente.  Il principe rest con lui e  la  principessa
    entr  nella  camera  di  Chiara.  Nonostante  il travaglio del parto,
    costei  aveva  un'aria  beata,   sorrideva  tra   due   contorcimenti,
    raccomandava che rassicurassero suo marito.
    "Ditegli  che  non  soffro...  Va'  tu  stessa,  Margherita...  Ah!...
    Poveretto...  sulle spine..."
    Il suo desiderio di tanti anni,  il suo voto pi ardente,  era  dunque
    sul  punto  d'esser conseguito!  I dolori s'attutivano,  a quest'idea;
    ella non soffriva quasi pi pensando all'ambascia del marito... Quando
    la principessa torn in camera, la levatrice esclamava:
    "Ci siamo!... Ci siamo!..."
    "Presenta la testa?" domand la cugina,  che reggeva per le ascelle la
    marchesa in preda all'ultima crisi.
    "Non so... Coraggio, signora marchesa... Che ?..."
    A  un tratto le levatrici impallidirono,  vedendo disperse le speranze
    di ricchi regali: dall'alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di  carne
    informe,  una  cosa  innominabile,  un  pesce  col  becco,  un uccello
    spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo,  tre specie di
    zampe, ed era ancor vivo.
    "Ges! Ges! Ges!"
    Chiara,  per  fortuna,  aveva  perduto  i  sensi  appena liberata,  la
    principessa che s'era aggirata  per  la  camera  senza  toccar  nulla,
    incapace di dare aiuto alla partoriente,  voltava adesso il capo,  dal
    disgusto prodottole da quella vista;  e le levatrici,  la  cugina,  la
    cameriera si guardavano costernate, esclamando:
    "E chi vuol dare la notizia al marito!"
    Giusto il marchese, non udendo pi nulla, chiamava:
    "Cugina!... Donn'Agata!... Come va?... Cugina!... Non viene nessuno?"
    Fu  donna  Graziella quella che dovette andargli incontro a prepararlo
    al brutto colpo:
    "Cugino, di buon animo!... Chiara  liberata..."
    "E' maschio?... E' femmina?... Cugina!... Perch non parlate?"
    "Fatevi animo!... Il Signore non ha voluto... Chiara sta bene;  questo
     l'importante..."
    Il  principe,  entrato  a  vedere  l'aborto  il cui unico occhio erasi
    spento,  tent d'impedire al cognato smaniante l'entrata nella  camera
    della  moglie;  ma  non vi riusc.  Dinanzi al mostro che le levatrici
    costernate avevano deposto sopra un  mucchio  di  panni,  il  marchese
    rest  di  sasso,  portando  le mani ai capelli.  Frattanto sua moglie
    tornava in sensi,  guardava in  giro  gli  astanti.  "Federico!...  E'
    maschio?..." furon le prime parole che spiccic.
    "Stia  zitta!"  ingiunsero  a  una  voce le donne,  mettendosi dinanzi
    all'aborto per impedire che lo  scorgesse.  "Non  le  dite  nulla  per
    ora..."
    "Federico!" chiamava ancora la puerpera.
    "Chiara!... Come stai?" esclam il marchese, accorrendo. "Hai sofferto
    molto? Soffri ancora?"
    "No, nulla... Nostro figlio?"
    "Chiara,   confortati!  E'  una  femminetta..."  annunzi  la  cugina,
    accorrendo. "Che importa!... E' tanto bellina!"
    "Peccato!..." sospir ella.  "Sei dolente per questo?" domand poi  al
    marito, vedendone la ciera buia.
    "Ma no, no!... Tutti i figliuoli sono cari lo stesso..."
    "E dov'?... Portatela qui..." fece ella, con un nuovo sospiro.
    In quello stesso punto la cameriera,  dietro ordine della principessa,
    portava via il feto  avvolto  in  un  panno,  cercando  di  non  farsi
    scorgere.
    "E' l!..." esclam Chiara. "Voglio vederla..."
    Allora   una  grande  confusione  ammutol  tutti  quanti.   Federico,
    accarezzandole le mani, baciandola in fronte, le disse
    "Coraggio,  figlia mia!...  Ftti  coraggio...  Vedi  che  anch'io  mi
    rassegno! Il Signore non volle..."
    "E' morta?" domand ella, impallidendo.
    "No...   nata morta... Coraggio, poveretta!... Purch tu stia bene...
    il resto  nulla: sia fatta la volont di Dio."
    "Voglio vederla."
    Tutti la circondarono,  insistendo per dissuaderla da quel  proposito:
    giacch  era morta!  Perch angustiarsi a quella vista!  Bisognava che
    ella s'avesse riguardo; l'importante adesso era la salute di lei!
    "Voglio vederla," ripet seccamente.
    Bisogn contentarla. Non pianse, non prov raccapriccio nell'esaminare
    quell'abominio; disse al marito:
    "Era tuo figlio!..."
    E ordin che non lo portassero via, pel momento.  Arrivarono frattanto
    gli altri parenti,  don Eugenio, donna Ferdinanda, la duchessa Radal,
    i cugini del marchese;  tutti si condolevano,  ma  auguravano  miglior
    fortuna  per la prossima volta.  Arriv anche il duca,  verso sera,  a
    fare  i  suoi  convenevoli;  ma  rest  poco,  poich  i  Giulente  lo
    aspettavano  gi,  per  riferirgli  le  ultime  notizie  intorno  alle
    disposizioni del collegio: Benedetto pareva Garibaldi quando  disse  a
    Bixio: "Nino, domani a Palermo!..."
    Il domani infatti egli corse su e gi per le sezioni,  per le case dei
    votanti, sollecitando la formazione dei seggi,  interpretando la legge
    che riusciva nuova a tutti,  incitando la gente a deporre nell'urna il
    nome d'Oragua. Frattanto in casa di Chiara, quasi in segno di protesta
    contro quell'ultima pazzia del duca,  s'erano riuniti tutti gli  Uzeda
    borbonici,  ad  eccezione di don Blasco il quale,  dopo la transazione
    dei nipoti, la conclusione del matrimonio di Lucrezia e la candidatura
    del  fratello,   pareva  veramente  impazzito.   La   marchesa   stava
    discretamente   in   salute   e   sopportava   anche  con  sufficiente
    rassegnazione la sua disgrazia;  il marchese non lasciava il capezzale
    della  puerpera  e si chinava a parlarle all'orecchio: nessuno dei due
    ascoltava i motti feroci di donna Ferdinanda  contro  il  fratello,  i
    ragionamenti  storico-critici  che  il cavaliere teneva al principino,
    venuto anche lui a far visita alla zia  col  Priore  e  fra'  Carmelo.
    Chiara  aveva  mandato a chiamare Ferdinando,  e lo aspettava con viva
    impazienza: quando egli apparve se lo fece venire accanto e gli  parl
    piano,  lungamente.  Poi  chiam  la  cameriera e,  cavato di sotto al
    guanciale un mazzo di chiavi,  glielo diede,  ordinandole in mezzo  al
    frastuono della conversazione:
    "Sai la boccia dello strutto,  nel riposto?... la grande?... Prendila,
    vuotala e nettala bene... Ma bene mi raccomando!  Se c' acqua calda 
    meglio."
    Pronta che fu la boccia, Ferdinando and a vederla.
    "Va bene," disse; "adesso occorre lo spirito."
    La  marchesa  ordin  che andassero a comprarlo;  e allora in mezzo al
    cerchio dei parenti stupefatti,  fu recato il  feto,  giallo  come  di
    cera,  che Ferdinando lav, asciug e introdusse poi nella boccia dove
    vers lo spirito e adatt il tappo.
    "C' un po' di sego?... di creta?..."
    "Ho il mio cerotto, se ti serve..." disse il marchese.
    E del cerotto che appestava la camera Ferdinando spalm l'incastratura
    del tappo,  perch non  entrasse  aria  nel  recipiente.  La  marchesa
    seguiva attentamente l'operazione; Consalvo, con gli occhi spalancati,
    guardava  quel pezzo di grasso diguazzante nello spirito;  a un tratto
    disse a don Lodovico:
    "Zio, non pare la capra del museo?"
    Al museo dei Benedettini c'era infatti un altro aborto animalesco,  un
    otricciuolo con le zampe, una vescica sconciamente membrificata; ma il
    parto di Chiara era pi orribile.  Don Lodovico non rispose; fatta una
    breve visita alla sorella, and via.
    Anche gli altri a poco a poco se ne andarono,  lasciando  Chiara  sola
    col marito a guardar soddisfatta quel pezzo anatomico, il prodotto pi
    fresco  della  razza dei Vicer.  Premeva al principe di tornare dallo
    zio duca e,  per  fargli  cosa  grata,  prese  con  s  il  figliuolo,
    quantunque  fosse l'ora che il ragazzo doveva tornare al convento.  La
    famiglia era appena arrivata al  palazzo,  che  s'udirono  di  lontano
    suoni  confusi:  battimani,  grida,  squilli di tromba e colpi di gran
    cassa.  Una dimostrazione di cittadini d'ogni classe  con  bandiere  e
    musica, capitanata dai Giulente, veniva ad acclamare il primo deputato
    del  collegio,  l'insigne  patriotta.  Il portinaio,  vedendo arrivare
    quella  turba  vociferante,   fece  per  chiudere   il   portone;   ma
    Baldassarre,   mandato  gi  dal  duca,   gli  ingiunse  di  lasciarlo
    spalancato. La folla gridava: "Viva il duca di Oragua!  Viva il nostro
    deputato!"  mentre  la  banda  sonava  l'inno  di  Garibaldi  e alcuni
    monelli,  animati dalla musica,  facevano  capriole.  I  Giulente,  il
    sindaco, altri otto o dieci cittadini pi ragguardevoli parlamentavano
    con  Baldassarre,  volendo salire a complimentare l'eletto del popolo;
    poich il duca si trovava su nella Sala Gialla,  il maestro di casa ve
    li  accompagn:  Benedetto  Giulente,  appena  entrato,  vide Lucrezia
    accanto alla principessa,  ancora col cappellino  in  capo.  Il  duca,
    fattosi  incontro  ai cittadini,  strinse la mano a tutti,  prodigando
    ringraziamenti,  mentre dalla via veniva il frastuono  delle  grida  e
    degli  applausi,  e  il  principe,  visto  nel  crocchio  un iettatore
    impallidiva mormorando: "Salute a noi!  Salute a  noi!"  Fu  il  nuovo
    eletto, pertanto, quello che present Giulente alle nipoti. Il giovane
    s'inchin, esclamando raggiante:
    "Signora  principessa,  signorina,  sono felice e superbo di presentar
    loro la prima volta i miei omaggi in questo fausto  giorno  che    di
    festa per la loro casa come per tutto il paese..."
    "Viva Oragua!... Fuori il duca!... Viva il deputato!" urlavano gi.
    E Benedetto,  quasi fosse gi in casa sua, spalanc il balcone. Allora
    il duca impallid peggio del nipote: egli doveva adesso  parlare  alla
    folla,  aprire  finalmente  il  becco,  dire qualcosa.  Stringendosi a
    Benedetto, balbettava:
    "Che cosa?... Che debbo dire?... Aiutami tu, mi confondo..."
    "Dica che ringrazia il popolo della lusinghiera  dimostrazione...  che
    sente  la  responsabilit del mandato,  ma che consacrer tutte le sue
    forze ad adempierlo...  animato dalla fiducia,  sorretto..." Ma poich
    le grida raddoppiavano, egli lo spinse verso il balcone.
    Appena  il  deputato  apparve,  un  clamore pi alto levossi dalla via
    formicolante di teste; salutavano coi cappelli, coi fazzoletti, con le
    bandiere,  vociando:  "Evviva!   Evviva!..."  Giallo  come  un  morto,
    afferrato  alla  ringhiera  con  tutte  e  due  le mani,  con la vista
    ottenebrata, immobile in tutta la persona, l'Onorevole cominci:
    "Cittadini..."
    Ma la voce si  perdeva  nel  tumulto  vasto  e  incessante,  nel  coro
    assordante  degli  applausi;  l'atteggiamento  del deputato non faceva
    capire che egli volesse discorrere.  Benedetto alz un  braccio;  come
    per incanto ottenne silenzio.
    "Cittadini!"  cominci il giovanotto;  "in nome di voi tutti,  in nome
    del popolo sovrano,  ho comunicato all'illustre patriotta..."  "Evviva
    Oracqua!...  Evviva il duca!..." "la splendida, l'unanime affermazione
    dell'intero collegio...  Alle tante prove d'abnegazione da lui date al
    paese..." "Evviva! Evviva!..." "il duca d'Oragua aggiunge quest'altra:
    di   obbedire   ancora   una   volta  alla  volont  del  paese  e  di
    rappresentarci in quell'angusto  consesso  dove  per  la  prima  volta
    concorreranno i figli..."
    Ma  non  pot  finire  quel  periodo.  Le  acclamazioni,  i  battimani
    soffocavano le sue parole;  gridavano: "Viva  l'unit  italiana!  Viva
    Vittorio   Emanuele!   Viva   Oracqua!   Viva   Garibaldi!..."   Altri
    aggiungevano: "Viva Giulente! Viva il ferito del Volturno!..."
    "Lo slancio da cui vi vedo animati," egli proseguiva,  " la pi bella
    conferma  del  responso  dell'urna...  di  quell'urna donde ancora una
    volta esce la  libera...  la  sovrana  volont  d'un  popolo  divenuto
    padrone di s...  Cittadini! Il 18 febbraio 1861, tra i rappresentanti
    della nazione risorta noi avremo la somma ventura di veder  sedere  il
    duca d'Oragua. Viva il nostro deputato!... Viva l'Italia!..."
    Uno  scroscio  finale  d'applausi  rintron  e  la  folla  cominci  a
    rimescolarsi. Una seconda volta,  con voce strozzata,  senza un gesto,
    senza  un  moto,  il  duca aveva cominciato: "Cittadini..." ma gi non
    udivano,   non  comprendevano  ch'egli  fosse  per  parlare.   Allora,
    voltatosi verso le persone che gremivano il balcone, egli disse:
    "Volevo   aggiungere  due  parole...   ma  se  ne  vanno...   Possiamo
    rientrare..."
    Sorrideva, traendo liberamente il respiro, come liberato da un incubo,
    stringendo la mano a tutti,  ma pi forte a Benedetto,  quasi  volesse
    spezzargliela.
    "Grazie!... Grazie!... Non dimenticher mai questo giorno..."
    Guid  il  giovane nella stanza attigua perch prendesse congedo dalle
    signore,  accompagn  tutti  fino  alla  scale.  Quando  rientr,   il
    principe, liberato anche lui dall'incubo della iettatura, ricominci a
    complimentarlo, additandolo come esempio al figliuolo:
    "Vedi? Vedi quanto rispettano lo zio? Come tutto il paese  per lui?"
    Il ragazzo, stordito un poco dal baccano, domand:
    "Che cosa vuol dire deputato?"
    "Deputati,"  spieg  il  padre,  "sono  quelli  che fanno le leggi nel
    Parlamento."
    "Non le fa il Re?"
    "Il Re e i deputati assieme.  Il Re pu badare a tutto?  E vedi lo zio
    come fa onore alla famiglia?  Quando c'erano i Vicer,  i nostri erano
    Vicer; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio  deputato!..."







    Parte seconda.


    1.

    Quando in citt si seppe che il conte Raimondo era piovuto da  Firenze
    in casa Uzeda,  ospite inatteso,  solo,  senza bagagli,  con una sacca
    nella quale aveva ficcato appena  la  poca  biancheria  occorrente  in
    viaggio,  fu  un  sussurro  generale,  uno  scambio  di  commenti,  di
    supposizioni,  di domande curiose ed  insistenti  come  per  un  grave
    avvenimento pubblico.  La prima notizia corsa di bocca in bocca diceva
    che  il  contino  aveva  abbandonato   la   moglie   per   separarsene
    definitivamente.  I  bene informati sapevano che donna Isabella Fersa,
    da Palermo,  se n'era andata a Firenze,  dopo la  rivoluzione.  Questo
    solo  fatto  non bastava a spiegar tante cose?  Era dubbio soltanto se
    l'amica avesse raggiunto  il  contino  di  sua  propria  iniziativa  o
    d'accordo con lui.  Dicevano alcuni che ella era andata nel continente
    per divertirsi,  senza  pensare  pi  all'Uzeda;  ma  perch  sceglier
    proprio la citt dov'egli stava? Lei come lei aveva oramai ben poco da
    perdere.  Poteva  forse sperare d'essere ripresa dal marito,  dopo due
    anni di separazione? Vivendo la suocera, non era possibile;  don Mario
    poteva  commettere  la  debolezza  di perdonare,  tanto pi che voleva
    ancora bene alla moglie e la piangeva giorno e  notte  peggio  che  se
    fosse morta; ma la madre vegliava per lui. Donna Isabella, dunque, non
    arrischiava  pi nulla,  anzi,  non potendo resistere alle tentazioni,
    cos  giovane  com'era,   piuttosto  che  procurarsi  nuovi  amici  le
    conveniva  tornare col primo: l'unico errore le sarebbe stato cos pi
    facilmente rimesso...  Ma per Raimondo la cosa era diversa.  C'erano i
    figli  di  mezzo,   due  innocenti  creature!...   E  la  buona  gente
    compiangeva la contessa, cos mite, cos dolce,  cos devota al marito
    e condannata intanto - che cosa  il mondo! - ad una vita d'angustie.
    La   servit,   al   palazzo  Francalanza,   non  discorreva  d'altro,
    dimenticava perfino il  fidanzamento  di  Benedetto  Giulente  con  la
    signorina Lucrezia.  Quest'avvenimento,  bench previsto e discusso da
    tanto tempo,  aveva gi provocato un risveglio dei partiti  in  cui  i
    famigliari del principe eran divisi;  e mentre Giuseppe, il portinaio,
    si  scappellava  inchinandosi  all'arrivo  del   fidanzato   come   se
    rincasasse il padrone in carne ed ossa, Pasqualino Riso non si toccava
    neppure il berretto,  da sotto l'arco del secondo cortile dove stava a
    prendere il sole,  e a mala pena degnavasi d'abbassar  la  pipa  e  di
    voltarsi  di  fianco  se  gli  veniva  di tirare uno scaracchio.  Solo
    Baldassarre serbava la sua bella imparzialit,  badando esclusivamente
    al  servizio  e  trattando  il promesso della signorina come lo vedeva
    trattato dal principe: con grande compitezza ma senza  confidenza.  "I
    padroni sono padroni," diceva il maestro di casa;  e se udiva il basso
    servitorame discutere con troppo calore della scelta della padroncina,
    rimandava i famigli alla stalla e gli sguatteri in cucina.  "E'  forse
    tua  sorella,  animale?"  Che  cosa  avevano  essi  da vedere se donna
    Ferdinanda e don Blasco,  sempre d'accordo quantunque non si potessero
    tollerare,  non venivano pi al palazzo,  disapprovando il matrimonio?
    Faceva veramente un certo effetto anche a lui,  Baldassarre,  che  una
    degli  Uzeda  dovesse  sposare  un  avvocato:  ma  il giovanotto aveva
    studiato per suo piacere,  non gi per esercitare  la  professione.  E
    quantunque  non  fosse della costola d'Adamo,  pure aveva l'educazione
    dei signori,  dava dell'Eccellenza al padre e  alla  madre;  quand'era
    entrato in casa della promessa aveva regalato alla servit quel che si
    deve.  Forse  i  suoi  parenti non erano molto fini;  ma gli sposi non
    dovevano fare tutta una casa  con  loro.  Per  tutte  queste  ragioni,
    Baldassarre  non  poteva permettere che i suoi dipendenti cicalassero;
    ma le chiacchiere non finivano mai, e soltanto l'arrivo del contino le
    avvi sopra un altro soggetto.  Che il padroncino Raimondo  non  fosse
    venuto per affari, come certuni volevano dare a intendere, era certo e
    sicuro  agli  occhi  della servit: se fosse venuto per affari avrebbe
    portato almeno una valigia, non gi quella sacca con due camicie e due
    paia di calze e di mutande; n avrebbe avuto quella brutta ciera,  lui
    che  era sempre di buon umore,  lontano dalla moglie!  Gli affari,  se
    mai, li aveva col principe suo fratello, e invece se ne andava tutti i
    giorni  dalla  zia  donna  Ferdinanda,   quella  che  era  servita  di
    coperchio,  nei  primi  tempi  dell'amicizia  con  la  Fersa.  E donna
    Ferdinanda diceva chiaro a tutti la sua  opinione:  allo  stato  delle
    cose,  attesa l'incompatibilit dei caratteri tra marito e moglie, non
    c'era da far altro che separarsi,  da buoni amici: mettere le  ragazze
    in collegio,  maritarle al pi presto, e del rimanente ciascuno per la
    sua vita.
    Il principe, invece,  non parlava al fratello n della moglie n delle
    bambine,  neppure per chiedergli se eran vive o morte.  Raimondo,  per
    conto suo,  pareva avesse lasciato la  lingua  a  casa  o,  se  diceva
    qualcosa,   parlava   del   pi  e  del  meno,   con  aria  distratta,
    impacciandosi  meno  che  mai  di  quel  che  avveniva  in   famiglia.
    Dell'accordo  dei  legatari,  del  matrimonio  di  Lucrezia  non aveva
    fiatato,  come fossero cose che non lo riguardassero punto,  o intorno
    alle  quali egli avesse gi manifestato la propria opinione.  E appena
    appena s'accorse di Giulente, del futuro cognato.
    Lucrezia trionfava: Benedetto veniva tutte le sere a farle  la  corte;
    fra  sei  mesi sarebbe stato suo marito.  Della transazione strozzata,
    del sacrifizio fatto per proprio conto e quasi imposto agli altri, non
    si rammentava neppure.  Il  giovane,  articolo  interesse,  quasi  non
    l'aveva lasciata dire,  poich voleva lei e non la dote, poich a quel
    patto  s'era  ottenuto  il  consenso  del  principe.  Tuttavia  questo
    consenso era cos freddo che pareva strappato per forza; senza contare
    che don Blasco e donna Ferdinanda non venivano pi al palazzo,  che lo
    stesso don Eugenio faceva il viso dell'arme al futuro nipote. Ma pi i
    parenti si mostravano contrari al matrimonio,  maggiori  dimostrazioni
    d'affetto  ella  faceva  a  Benedetto: "Non dar loro retta: sono tutti
    pazzi!  Senza ragione ti odiano,  senza ragione un bel giorno  faranno
    pace!..."  E  gli  narrava le loro pazzie,  gli suggeriva il modo come
    disarmarli,  come prenderli dal loro  debole.  Il  giovane  non  aveva
    bisogno  dei  suoi  consigli,  giacch  poneva  ogni  studio nel farsi
    accettare dai futuri parenti,  sapendo che,  se avrebbe potuto fare un
    matrimonio migliore quanto a interesse, non ne avrebbe potuto fare uno
    migliore  quanto  a  nobilt.  E  i Giulente avevano la mana d'essere
    nobili o per lo meno nobilitati dalla lunga serie di magistrati  avuti
    in casa: il loro pi grande cruccio era per la mancata istituzione del
    maggiorasco.  Pertanto  custodivano gelosamente i diplomi e i ritratti
    di tutti i dottori, giudici e presidenti dai quali discendevano,  e si
    vantavano per le nobili alleanze contratte,  specialmente nelle ultime
    generazioni.  Cos agli occhi della gente che non  andava  troppo  pel
    sottile  erano  considerati  come  nobili;  come a nobili senza titolo
    davano loro del cavaliere; ma i puri li tenevano a una certa distanza.
    In queste condizioni il matrimonio di Benedetto  con  la  sorella  del
    principe di Francalanza era una fortuna,  e come tale la consideravano
    don Paolo e donna Eleonora sua moglie. Dall'orgoglio d'essere riusciti
    a  combinarlo,   non   s'accorgevano   neanche   della   freddezza   e
    dell'ostilit   degli  Uzeda,   o  l'attribuivano  al  liberalismo  di
    Benedetto: il giovane, vano com'essi, ma meno accecato,  la notava,  e
    lavorava  a  vincerla.  S'era  subito  accaparrata  la  simpatia della
    principessa,  evitando di darle la mano e lodandole la bellezza  e  la
    grazia  di  Teresina.  Non  molto  difficile  fu  la  conquista di don
    Eugenio,  che da principio affettava di  non  accorgersi  di  lui.  Il
    giovine, indettato da Lucrezia, gli si mise a parlare di cose storiche
    e artistiche,  dei Vicer Uzeda, ascoltando a bocca aperta le sentenze
    del cavaliere;  poi lo preg di fargli vedere le sue collezioni d'arte
    e  si  profuse in elogi alla vista di tutti i cocci e di tutte le tele
    imbrattate,  pasteggiando a  superlativi  dinanzi  ai  Tiziano  ed  ai
    Tintoretto,  che  dichiar  superiori  a  tutti  i quadri degli stessi
    autori  conservati  nel  museo  di  Napoli.  Venuto  Raimondo,   per,
    Benedetto  si trovava spesso tra due fuochi,  perch don Eugenio e don
    Cono magnificavano le glorie cittadine, i patrii monumenti, e Raimondo
    interrompeva il suo mutismo solo  per  denigrarli.  Giulente  dava  un
    colpo  al cerchio ed un altro alla botte,  non sapendo come prenderli,
    giacch non andavano  mai  d'accordo.  Pur  d'ammirare  i  forestieri,
    Raimondo  quasi  disprezzava  la  nobilt della sua casa;  don Eugenio
    invece  lavorava  assiduamente  alla  sua  Istoria  cronologica.   Non
    parendogli  che  questo titolo sonasse abbastanza,  lo aveva mutato in
    quello di  Discettazione  Istorico-cronologica;  ma  poich  don  Cono
    sosteneva che discettazione non equivaleva a dissertazione,  tra i due
    s'erano impegnate discussioni  molto  pi  lunghe  e  vivaci  che  non
    intorno  al  modo  di  scrivere  solenne,  se  con una o con due elle.
    Richiesto del suo parere,  Benedetto pens un poco non al vocabolario,
    ma alla freddezza che gli dimostravano,  alla guerra dichiaratagli dal
    monaco e dalla zitellona.
    "Credo che siano sinonimi..." rispose.
    "Avete capito,  testa dura?" disse allora don Eugenio trionfante a don
    Cono. "V'arrendete finalmente?..."
    Il  principe,  dal  canto  suo,  giovavasi del futuro cognato in altro
    modo.  Il codice sardo  aveva  sostituito,  nel  maggio  1861,  quello
    napolitano,  e  giudici,  avvocati e litiganti ammattivano sulla nuova
    legge.  Benedetto,  un po' per amore allo  studio,  un  po'  per  zelo
    patriottico,   lo   aveva  sviscerato  col  suo  maestro;   e  allora,
    discorrendo di questo e di quello,  il principe induceva il giovanotto
    a istituire confronti fra i due testi,  a indicarne le differenze e le
    concordanze; certe volte,  con l'aria di parlare in tesi generale,  di
    casi  immaginari  o  senza interesse,  gli prendeva vere consultazioni
    legali.  Un giorno gli domand che cosa pensava circa il legato  della
    badia.  Giulente, quantunque credesse il contrario, gli rispose che il
    caso era  dubbio,  che  la  nullit  di  quella  istituzione  potevasi
    benissimo  sostenere...  Per  ingraziarsi  tutti  quegli Uzeda egli ne
    secondava e incoraggiava le pretese;  ma,  dall'orgoglio di frequentar
    la  loro  casa,  dalla  superbia  di imparentarsi con essi,  accettava
    quella parte,  sposava sinceramente le cause dei  futuri  parenti:  la
    Discettazione  del  cavaliere gli pareva un'opera veramente utile;  le
    ragioni del principe veramente plausibili.  Vanit aristocratiche  del
    padre  e  infatuamento  liberale  dello  zio si davano la mano in lui;
    talch,  gloriandosi di  discendere  dal  Mastro  Razionale  Giolenti,
    sosteneva, a proposito dell'elezione del duca d'Oragua, che il governo
    del  paese  doveva  esser  preso  da  "noi":  cio da "un'aristocrazia
    capace,  come la inglese,  d'intendere e di soddisfare i bisogni della
    nazione..."  Ma,  a  quelle uscite,  egli perdeva il cammino fatto: il
    principe e il cavaliere non sorridevano tanto di sprezzo per le teorie
    liberali quanto per udire quel "noi"  in  bocca  sua,  nel  vedere  un
    Giulente  prender  sul  serio  la  propria nobilt.  Quando il giovine
    parlava dei suoi passati,  degli onori  che  avevano  ottenuti,  delle
    tradizioni signorili della propria casa,  dello stemma di famiglia, il
    principe si lisciava la barba,  don  Eugenio  guardava  per  aria,  la
    principessa chinava gli occhi,  i lavapiatti ammiccavano fra loro,  la
    stessa Lucrezia,  a quel subito gelo diffuso  per  l'aria,  si  veniva
    rannuvolando,  mentre  approvava  con  un  gesto  del  capo,  ma senza
    fiatare.
    Una sera egli  ramment  il  canonico  Giulente,  fiorito  nel  secolo
    scorso, celebre per certe opere di diritto ecclesiastico, specialmente
    pel  grande  trattato  Del  matrimonio.   Raimondo,  presente,  pareva
    interessarsi a quel discorso.
    "Nuova   la  trattazione,"  diceva  Benedetto,  "del  capitolo  sugli
    impedimenti,  impedienti e dirimenti. Ho avuto per le mani molte opere
    sul soggetto;  ma lo sviluppo,  la ricchezza di testi e di commenti di
    questa sono davvero ammirabili."
    "S,  s..."  conferm  per  quella  volta  il cavaliere;  "l'ho letta
    anch'io."
    "Come hai detto?" domand Raimondo. "Impedimenti?..."
    "Impedimenti e dirimenti."
    "Impedimento impediente per," fece osservare don Eugenio, "mi pare la
    stessa cosa."
    "Eccellenza s," egli dava gi  dell'Eccellenza  al  futuro  zio;  "ma
    dicesi  impediente  per  distinguerlo  da dirimente;  in altre parole:
    ostacoli che impediscono la celebrazione e ostacoli..."
    "Permetti!" interruppe  il  Gentiluomo  di  Camera.  "Impedimento  che
    impedisce  una bella stramberia! L'impedimento pu forse favorire?"
    Benedetto  ripigli,  con  molta  pazienza,  la  dimostrazione;  ma il
    cavaliere ribatteva,  cocciuto,  che la "dizione"  era  sbagliata,  n
    tacque se non quando Raimondo esclam, seccato:
    "Ma zio,  lo vada dire ai canonisti! Se questa  l'espressione legale!
    E i dirimenti," domand a Giulente, "quali sono?"
    "Gli impedimenti dirimenti sono quelli  che  annullano  il  matrimonio
    quando  gi contratto."
    "Cio?"
    "Eh!...   Se  ne  contano  pi  d'una  dozzina...   anzi  quattordici,
    precisamente. Prima erano dodici, poi il Concilio di Trento li aument
    di due... Studiai queste cose tempo addietro; oggi,  se mai," aggiunse
    voltandosi  verso  Lucrezia,   "piuttosto  che  gl'impedimenti  dovrei
    studiare le ragioni del sacramento magno..."
    "Il Sacramento?..." fece  Lucrezia  che  era  gi  nelle  nuvole.  "E'
    esposto alla cattedrale."
    Tutti  sorrisero,  e per quella sera il discorso rest l.  Ma qualche
    giorno dopo Raimondo ridomand  curiosamente  al  futuro  cognato:  "E
    cos, non hai rammentato quali sono gli impedimenti dirimenti?"
    "S... ma non tutti," rispose Benedetto che in presenza della promessa
    non voleva spiegar certe cose. E li disse in latino: "Error, conditio,
    votum, cognatio, crimen..."
    "Basta! Basta! E' inutile, non capisco..." E gli volt le spalle.
    Per, prima d'andar via, Benedetto lo chiam da parte:
    "Non  potevo  spiegarmi  dinanzi  alle  donne.  Gli  impedimenti  sono
    questi." E li enumer e li spieg tutti, in italiano.


    Qualche giorno dopo quel discorso  vi  fu  un  gran  ciarlare  tra  la
    servit,  gi nella corte: correva in paese la voce che il duca stesse
    per tornare da Torino,  unicamente allo scopo d'accomodare l'imbroglio
    del contino. Baldassarre, al quale domandavano se la notizia era vera,
    si stringeva nelle spalle: "So molto, io! Avanzate nulla dal duca, che
    l'aspettate?..."  Ma la notizia era vera: la ripetevano Giulente,  suo
    zio don Lorenzo,  tutti  gli  amici  politici  del  deputato,  e  anzi
    parlavasi  d'andargli  incontro,  se  veniva  per  via di terra,  e di
    preparargli una dimostrazione.  Egli giunse per via di mare e non  era
    solo:  il  barone  Palmi,  nominato  senatore dopo la rivoluzione,  lo
    accompagnava.  Questi,  invece che al palazzo,  come le  altre  volte,
    scese all'albergo.  La cosa parve molto grave.  Voleva dunque dire che
    tutto era rotto fra il contino e sua moglie?  Che si trattava  gi  di
    separazione? Ma allora, il duca? Perch tornava anche lui?...
    In  citt  l'arrivo  del  deputato  mise  una  rivoluzione,  e  subito
    cominciarono a piovere visite per lui:  prima  di  tutti  don  Lorenzo
    Giulente  col  nipote,  poi  alcune  autorit,  le  rappresentanze  di
    parecchie societ politiche;  poi una  quantit  di  cittadini  d'ogni
    classe,  pezzi grossi,  antichi amici e nuovi patriotti che venivano a
    salutare l'Onorevole,  a ringraziarlo delle grandi cose fatte a Torino
    e,  mentre c'erano,  a chieder notizia degli affaretti particolari che
    gli avevano raccomandati.  Come al tempo dell'elezione  egli  riceveva
    gi,    nelle   stanze   dell'amministrazione,   e   ringraziava   dei
    ringraziamenti,  s'ammantava  di  modestia;  ma,  alle  domande  degli
    ammiratori,  descriveva le sedute del Parlamento, la visita a Vittorio
    Emanuele e al "povero" Cavour,  la vita  politica  della  capitale;  e
    tutti stavano intenti a udirlo. Non aveva aperto bocca, in Parlamento,
    neppure  per  dir  s  o no;  ma in sala l'uditorio non lo spaventava,
    composto com'era di gente pi o meno familiare che gli  stava  dinanzi
    in atto deferente;  ed egli assaporava il suo trionfo,  loquace quanto
    una pica vecchia, senza neppur avvertire la fatica del viaggio. Cavour
    gli aveva promesso mare e monti: che  peccato  che  il  gran  ministro
    fosse  morto!  Ma  il  governo  era  egualmente  ben disposto verso la
    Sicilia: presto avrebbe messo mano a ferrovie, a porti, a grandi opere
    pubbliche. Per vegliare al mantenimento delle promesse, in quei giorni
    egli non avrebbe dovuto lasciare la capitale;  ma era dovuto venire in
    fretta e in furia per certi gravi affari di famiglia...  per sistemare
    certe faccende... Non si sbottonava, ma tutti comprendevano lo stesso.
    Le visite si seguirono fino a sera;  quelli che volevano parlargli  da
    solo a solo non si movevano,  parevano decisi di restare a dormire con
    lui.  Quando ne ebbe abbastanza,  egli fece un segno a don Lorenzo,  e
    questi condusse via tutti.
    Ma  l'Onorevole non and a letto.  Raimondo,  avvertito da Baldassarre
    che lo zio voleva parlargli, lo aspettava impaziente, smanioso,  nella
    sua camera.
    "Che cosa vuoi fare?" cominci il duca, senza tanti preamboli.
    "A proposito di che?" rispose il nipote, quasi non comprendesse.
    "A proposito di tua moglie e della tua famiglia!...  Tuo suocero  qui
    non sai?"
    "Io non so nulla."
    "Dopo che sei scappato via come un fuggiasco!  Dopo  che  non  ti  sei
    fatto  vivo  per  due  mesi!  Adesso  mi  par  tempo che questa storia
    finisca..." Egli parlava con tono grave d'autorit,  passeggiando  per
    la camera con le mani incrociate sul dorso;
    Raimondo,  sedutosi,  guardava  per terra,  come un ragazzo intimidito
    dalla minaccia d'una lavata di capo.
    "Che hai da dire contro tua moglie?" domand a un tratto don Gasparre,
    fermandoglisi dinanzi.
    "Io? Nulla..."
    "Lo sapevo bene!  Volevo sentirne la conferma dalla stessa tua  bocca.
    Perch,  dico, solo se avessi avuto da lagnarti di Matilde si potrebbe
    spiegare la tua condotta! Allora, come mai l'hai lasciata?"
    "Io non l'ho lasciata."
    "Come?  Sei qui da due mesi,  non le hai scritto un rigo,  non ti  sei
    curato di nessuno dei tuoi, quasi non esistessero; e dici..."
    "Sono  venuto  qui  perch  avevo da fare.  Non posso star cucito alla
    gonna di mia moglie, insomma." E lo guard in faccia.
    "Va bene;  qui non si parla di star cucito!" rispose il duca.  "Ma uno
    che parte per affari,  per isvago,  per una ragione qualunque,  non va
    via come te ne sei andato tu, non lascia la casa per l'albergo."
    "Non  vero!"
    "Me l'ha detto tuo suocero... l'ho sentito ripetere da tutti..."
    "E' falso!" ripet il nipote con  voce  forte  e  un  poco  stridente.
    Allora il duca batt in ritirata.
    "Sar falso, tanto meglio... Del resto non  questo l'importante... Il
    fatto   fatto...  adesso si tratta di pensare all'avvenire.  Se non 
    vero che hai lasciato tua moglie,  non dovresti  avere  difficolt  di
    riunirti con lei!"
    "Non ne ho," rispose Raimondo, rialzandosi.
    Lo  zio  rest un momento a guardarlo,  quasi non fosse sicuro di aver
    udito bene, poi ripet:
    "Sei pronto a riprenderla?"
    "Sono pronto a tutto, purch smettano questa commedia."
    "Meglio ancora!...  Vuol dire che esageravano,  che m'hanno  informato
    male... Tanto meglio!... Domani tuo suocero pu venire?"
    "Venga domani,  venga quando gli pare!  Vorrei piuttosto sapere perch
    ha fatto la buffonata di scendere all'albergo?  Poteva  restarsene  al
    suo  paese,  invece di fare questa sciocca commedia,  invece di dar da
    ciarlare alle persone con una condotta da  pulcinella."  Egli  parlava
    adesso  duramente,  a denti stretti;  con gli occhi rossi;  e il duca,
    cambiato tono anche lui, esclamava, secondando il nipote:
    "Questo    vero...  tu  hai  ragione...   L'ho  messo  in  croce  per
    dissuaderlo!... Ma quel santo cristiano  fatto a un certo modo... Del
    resto non importa: diremo che non voleva dare impaccio a Giacomo... si
    trover una ragione... E tu, comprendi che bisogna pigliare gli uomini
    come  sono,  che  bisogna  avere  un  po'  di  politica  nel  mondo...
    Divertiti,"  aggiunse  con  un  sorrisetto  allusivo;  "ma  senza  dar
    nell'occhio,  salvando  le  apparenze.  E'  gi  increscioso  che  sia
    successo un primo guaio..."
    "Vostra   Eccellenza   ha   da   dirmi   altro?"   domand   Raimondo,
    interrompendolo bruscamente. "Se non ha da dirmi altro, buona notte."
    Il  domani,  verso mezzogiorno,  quando s'aspettava il barone,  che la
    carrozza di casa era andata a prendere, piovve donna Ferdinanda. Erano
    oltre sei mesi che non saliva pi le scale del palazzo, dal giorno che
    c'era entrato Giulente.  Fin all'ultimo  momento  ella  aveva  sperato
    d'impedire  che  la  mostruosit  si compisse;  ma poich Lucrezia non
    sentiva pi gli schiaffi n i  pizzicotti,  quasi  fosse  divenuta  di
    stucco,  e Giacomo si difendeva gettando la colpa sullo zio duca,  sul
    Babbeo e sulla stessa sorella,  la zitellona era finalmente andata via
    facendo  sbattere  tutti  gli usci,  gridando: "Rider bene chi rider
    l'ultimo!" e appena giunta a casa, chiamati la cameriera, il cocchiere
    e il mozzo di stalla,  aveva tratto dall'armadio un foglio di carta  e
    lo  aveva  fatto  in  mille  pezzi: "Neppure un soldo,  cos!..." Ella
    pretendeva che  i  nipoti  le  portassero  obbedienza  e  le  stessero
    sottomessi  per via dei quattrini che,  non avendo figliuoli,  avrebbe
    loro lasciati;  la  distruzione  del  testamento,  in  presenza  della
    servit,  era  la  pena  della loro ribellione...  Il principe,  sulle
    prime,  era stato zitto,  per lasciar passare la tempesta,  poi  aveva
    mandato  dalla  zia  fra'  Carmelo  col  figliuolo perch la vista del
    nipotino prediletto placasse quella furia,  poi era andato egli stesso
    a  trovarla,  a  prendersi  addosso,  umile  e  muto,  la  pioggia  di
    rimproveri rovesciata dalla zitellona. E a poco a poco, pel bisogno di
    sentirsi far la corte,  per non poter  rinunziare  a  ingerirsi  nelle
    faccende  dei  nipoti,  ella s'era venuta placando,  ma senza andar da
    loro: la casa dei  suoi  maggiori  era  profanata,  contaminata  dalla
    presenza  di  quel pezzente,  di quel bandito,  di quell'assassino che
    chiamavasi Benedetto Giulente, avvocato, avvocato!
    Neppur l'arrivo di Raimondo l'aveva rimossa  dal  suo  proposito;  del
    resto  il  nipote  era  venuto  da  lei assiduamente a prendere i suoi
    consigli. In odio alla Palma,  per distruggere quel matrimonio stretto
    contro  il  suo  piacere,  ella  aveva  spinto il giovane alla rottura
    definitiva.  Come Giulente,  la Palma macchiava la casa  degli  Uzeda:
    ella  non  voleva che ci rimettesse piede.  E difendeva donna Isabella
    contro le accuse di cui l'udiva fare  oggetto:  anche  lei  era  stata
    sacrificata con quell'ignobile Farsa, farsa tutta da ridere: niente di
    pi  naturale  che  quel  matrimonio tanto male assortito fosse finito
    peggio: se avessero dato la Pinto  a  Raimondo,  allora  s!...  A  un
    tratto,   una   sopra  l'altra  le  avevano  portato  le  due  notizie
    dell'arrivo del duca e del barone e dell'imminente riconciliazione tra
    suocero e genero.  Raimondo non s'era fatto vivo;  l'avvenimento stava
    per compiersi ad insaputa di lei! Allora, il tempo di far attaccare, e
    subito  al  palazzo...  Quando ella entr nella Sala Gialla c'erano il
    principe  e  la  principessa,  don  Eugenio,  il  duca,  Lucrezia  col
    promesso,  Chiara  col  marchese,  e  Raimondo che passeggiava come un
    leone in gabbia.  Benedetto Giulente,  appena la vide entrare,  s'alz
    rispettosamente:  ella  gli pass dinanzi come se fosse uno dei mobili
    sparsi per la sala;  non rispose al saluto di nessuno tranne a  quello
    di Raimondo che trasse in disparte verso una finestra.
    "Vecchia  pazza!" disse Lucrezia al fidanzato,  avvampando subitamente
    in viso.
    Egli scroll il capo con  un  sorriso  d'indulgenza;  ma  il  duca  si
    avvicin  alla  coppia,  quasi  a  compensarla  della  sgarberia della
    sorella.
    "Il barone dovrebbe esser qui,"  disse  guardando  l'orologio.  "Sarei
    andato  io  stesso  a  prenderlo  se  non avessi temuto di dare troppa
    importanza a una cosa che non dovrebbe averne nessuna..."
    "Vostra Eccellenza ha fatto benissimo," rispose Benedetto.  "Le ciarle
    sarebbero state pi lunghe...  Non per questo," aggiunse, " minore il
    merito di Vostra  Eccellenza  per  aver  ricondotto  la  pace  in  una
    famiglia che..."
    "Piccoli  malintesi!  I  giovani hanno le teste calde!" esclam con un
    sorriso tra di modestia e di compatimento l'Onorevole.
    Raimondo aveva finito intanto di parlare con la zia e  ricominciava  a
    passeggiare  su  e  gi:  era verde in viso e si morsicchiava i baffi,
    torcendo le labbra, con le mani in tasca.
    Donna Ferdinanda adesso sedeva accanto alla marchesa,  la quale era al
    settimo  cielo per essere incinta di sette mesi.  Dopo due disgraziate
    gravidanze passate ad ascoltare  ogni  prescrizione  di  medici,  ogni
    consiglio di levatrici e ogni opinione di femminucce, aveva finalmente
    mutato  sistema di punto in bianco,  facendo a modo suo in tutto e per
    tutto, andando fuori in carrozza e a piedi, salendo e scendendo scale,
    trangugiando tutte le miscele che immaginava dovessero giovarle.  Ella
    dichiarava  alla  cognata  di  non esser mai stata cos bene come ora:
    "Quegli asini! Quegli impostori!... E le levatrici?...  L'altro giorno
    non ebbe l'ardire di venir da me,  donn'Anna? La presi per le spalle e
    le dissi: "Cara donn'Anna,  tre mesi dopo che avr partorito se volete
    venire  a  trovarmi mi farete tanto piacere;  ma per adesso andatevene
    che non ho bisogno  di  voi!...""  Tutt'intorno  gli  altri  parlavano
    piano,  come nella camera d'un ammalato,  ma al rumore di una carrozza
    che  entrava  nel  cortile  ogni  discorso  cess.   Il   duca   pass
    nell'anticamera  per  andare  incontro  all'amico;  si  vide comparire
    invece dinanzi la cugina Graziella.
    "Come sta Vostra Eccellenza?  Ho saputo del suo arrivo  ed  ho  detto:
    andiamo  subito  a  baciar le mani allo zio.  Mio marito voleva venire
    anche lui;  ma l'hanno chiamato di fretta al tribunale per  una  causa
    seccantissima. Verr pi tardi a fare il suo dovere..."
    Raimondo,  vedendola  spuntare,  soffi  pi  forte,  e  and  a  dire
    concitato allo zio:
    "Quest'altra pettegola, adesso?  Ha da esserci tutta la citt?...  Non
    vede Vostra Eccellenza che scena ridicola?..."
    "Pazienza!... Pazienza!..." cominci il duca; ma gi un'altra carrozza
    entrava  nel cortile.  Egli ripass di l e poco dopo comparve insieme
    col senatore.  Questi era pallidissimo,  si vedeva sotto le guance  il
    movimento delle mascelle nervosamente contratte.
    "Raimondo,"  esclam il deputato disinvolto,  e conciliante;  "c' qui
    tuo suocero..."
    Il conte s'era fermato.  Senza cavar le mani di tasca fece col capo un
    breve gesto di saluto e disse:
    "Come sta?"
    Palmi rispose:
    "Bene;  stai bene?" E salut in giro gli astanti. Nessuno fiatava, gli
    sguardi si volgevano tutti sul barone.  Anche le mani gli tremavano un
    poco, e non guardava in viso il genero.
    "Accomodatevi,  don Gaetano!" riprese il duca, prendendolo pel braccio
    e  facendogli  amichevole  violenza.   Palmi  allora  sedette  tra  la
    principessa e la marchesa;  donna Ferdinanda s'impett,  affondando il
    mento nel collo come un gallinaccio.
    "Matilde sta bene?" domand la principessa.
    "Bene, grazie."
    "Le bambine?"
    "Benissimo."
    Raimondo,  ritto in mezzo alla sala,  si guardava la  destra,  facendo
    scattare  l'unghia  del  pollice  contro  tutte  le  altre.   Il  duca
    tossicchi un poco,  come per  un  principio  di  raucedine;  poi  gli
    domand:
    "Tu quando raggiungeresti tua moglie?"
    Egli rispose secco e breve:
    "Anche domani."
    "Matilde  per  la vogliamo un poco qui," soggiunse lo zio,  guardando
    gli altri parenti, quasi a chiedere il loro assenso;  ma nessuno disse
    nulla.  "Allora," continu, "potreste fare cos: tu andrai a prenderla
    e poi ve ne verrete tutti insieme.
    Che ne dite, barone?"
    "Come credete," rispose Palmi.
    A un tratto s'ud per la terza volta  una  carrozza  che  entrava  nel
    cortile  e  tutti  gli  occhi si volsero verso l'uscio d'entrata.  Chi
    poteva essere? Ferdinando? La duchessa?...
    Spunt don Blasco.
    Il monaco,  come la sorella,  non metteva piede al palazzo dal  giorno
    del  fidanzamento  di  Lucrezia;   come  donna  Ferdinanda,  ne  aveva
    scagliato la colpa sul principe, ed era rimasto talmente sordo ad ogni
    giustificazione,    che   quest'ultimo   s'era   finalmente    seccato
    d'insistere,  non avendo da sperarne eredit come dall'altra.  Allora,
    vistosi solo senza  poter  occuparsi  degli  affari  della  parentela,
    costretto  a  udirne le notizie di seconda o di terza mano,  per mezzo
    del marchese Federico o degli estranei, il monaco s'era sentito perso.
    Le brighe del convento l'occupavano fino a un certo punto;  le grida e
    le  bestemmie  contro  i  liberali,  quantunque  raddoppiate  dopo  la
    sistemazione del nuovo ordine di cose, non gli bastavano,  non avevano
    gusto  se  egli  non  le  proferiva  tra  i  suoi,  nello stesso luogo
    dov'erasi compito il trionfo di quel rinnegato del fratello, dove quel
    cialtrone di Giulente doveva vomitare le sue eresie. Cos, sbuffante e
    smaniante,  pi di una volta  era  stato  sul  punto  d'andarsene  dal
    principe; ma, giunto a mezza via, s'era pentito, non aveva voluto dare
    al   nipote  la  soddisfazione  di  cedere  pel  primo.   All'annunzio
    dell'arrivo del duca e del barone,  della pace che si doveva celebrare
    tra suocero e genero, non era stato pi alle mosse.
    Il  principe  gli  and  incontro  a  baciargli  la  mano.  Lucrezia e
    Giulente, seduti accanto, erano i pi vicini all'uscio d'entrata; e il
    giovanotto s'alz, come aveva fatto per la zitellona, al passaggio del
    monaco;  ma questi tir dritto verso il centro della sala.  Al secondo
    affronto,  Lucrezia  si  fece  pi  rossa,  e  costrinse il promesso a
    sedere.
    "La pagheranno, sai!" disse, "la pagheranno!...  Se mi vedranno pi in
    questa casa!... Se t'arrischierai di guardarli pi in viso!..."
    Il duca parve non accorgersi dell'arrivo del fratello.  Per animare la
    conversazione languente,  e vincere la freddezza da  cui  tutti  erano
    impacciati,  e rendersi utile, la cugina aveva cominciato a chiedergli
    notizie del suo viaggio attraverso l'Italia;  e il deputato parlava  a
    vapore:
    "La baraonda di Napoli,  eh? Che paesone! Pareva che tolta la Corte, i
    ministeri,  tutto il movimento  della  capitale,  dovesse  spopolarsi,
    ridursi come una citt di provincia;  invece cresce ogni giorno,  pi
    animata di  prima.  Anche  Torino    piena  di  vita,  per  in  modo
    diverso..."
    "In  modo  diverso..."  ripet il barone,  con tono di condiscendenza.
    come per non restare in silenzio.
    "E' vero che somiglia a Catania?" domand il marchese.
    Raimondo sciolse lo scilinguagnolo per dire, con sottile ironia:
    "Tal e quale, sai! Due gocce d'acqua..."
    "Le strade dice che son tagliate allo stesso modo..."
    "Ma s!  Ma s!...  Anzi diciamola tutta: Torino    pi  brutta,  pi
    piccola, pi povera, pi sporca..."
    Allora Chiara salt su in difesa del marito:
    "Questa  smania  di  dir  sempre  male  del proprio paese non l'ho mai
    capita."
    "Scusa," protest il duca. "Qui nessuno ne dice male."
    "Lo stesso paragone  impossibile," disse Benedetto, conciliante.
    Donna Ferdinanda alz lentamente gli sguardi per volgerli dalla  parte
    donde veniva la voce; ma, giunta a mezza strada, li diresse alla parte
    opposta,  alla  finestra  dove  don Blasco udiva dal nipote le notizie
    dell'accaduto.
    "Dice che raggiunger sua moglie e che poi se ne  torneranno  qui.  E'
    stato lo zio duca quello che ha combinato ogni cosa.  Per me, facciano
    quel che vogliono. Ma vedr che ricominceranno.  Vorrei sbagliare,  ma
    siamo ancora al principio..."
    "Quella  bestia perch ci s' messo?  Non ha abbastanza tigna in capo?
    Ha da ficcare dovunque il naso? Ma il perch lo so io, il perch... lo
    so io, il perch!..."
    E  stava  per  continuare,   per  vuotare  il  sacco,   quando   entr
    Baldassarre, grave e dignitoso come la solennit richiedeva.
    "Eccellenza," disse al duca,  "ci sono le rappresentanze delle societ
    che chiedono d'ossequiare Vostra Eccellenza."
    Il deputato non ebbe tempo di rispondere che il barone s'alz:
    "Duca, fate pure, vi lascio libero."
    "Ma no, restate!... Un momento, e torno subito..."
    "Ho qualche cosa da sbrigare anch'io; grazie!"
    "Verrete almeno a pranzo con noi?"
    "Grazie; parto oggi stesso; ho fissato uno straordinario."
    Fu inutile insistere;  il  barone  opponeva  un  rifiuto  cortese,  ma
    freddo.  Salut  tutt'in  giro  e  and  via accompagnato dal duca che
    scendeva gi a ricevere i suoi elettori,  mentre Raimondo s'avviava da
    parte sua alle proprie stanze.  E i tre non erano scomparsi, che nella
    Sala Gialla cominci un mormorio generale.
    "Che maniera di stare in casa della gente!" esclam donna  Ferdinanda.
    "Non ha detto dieci parole in mezz'ora!" rincar la cugina.  "Che cosa
    aveva?  che  gli  hanno  fatto?"  E  il  marchese:  "Quando  si    di
    quell'umore  non  si  va  in casa delle persone!..." "E come faceva il
    sostenuto!" aggiunse sua moglie.
    Benedetto Giulente, dal suo posto, osserv:
    "Quella partenza pare un pretesto... per rifiutare..."
    Allora, senza rivolgersi al giovanotto,  ma quasi rispondendo all'idea
    da lui annunziata, don Blasco ton:
    "La bestia, l'imbecille e il buffone in questo caso  chi invita!"
    Benedetto,  quantunque  il  monaco non lo guardasse,  fece col capo un
    gesto tra d'assenso  a  ci  che  quegli  diceva,  tra  di  scusa  per
    l'insistenza del duca.
    "Pareva   concedesse   una  grazia  speciale,   onorandoci  della  sua
    presenza!" continuava frattanto donna  Ferdinanda.  "Come  se  non  si
    fosse  trattato  d'interessi  suoi!  Come  se  la  colpa  di ci che 
    successo non fosse sua!  E quella bestia che lo prega per giunta e che
    gli d ragione! Per renderlo pi presuntuoso ed arrogante!..."
    Benedetto,  che  le stava seduto quasi di faccia,  badava a chinare il
    capo con un gesto continuo ed eguale,  come un  automa,  e  poich  la
    cugina cicalava piano con Chiara, e don Blasco, tirato pel bottone del
    soprabito  il  marchese,  sfogava  con lui,  e il principe se ne stava
    quatto quatto,  e  la  principessa  pi  quatta  di  lui,  quel  gesto
    d'assenso  e  d'approvazione  attir  alla  lunga  gli  sguardi  della
    zitellona.
    "Mentre la ragione sta dalla parte di Raimondo," continuava ella, "che
    giustamente non vuole lo spionaggio in casa,  che non pu tollerare la
    continua  ingerenza  del  suocero  in  tutti  i piccoli affari di casa
    propria..."
    Vedendosi guardato due o tre volte,  Benedetto,  mentre continuava  ad
    approvare col capo, conferm:
    "Il barone ha veramente un carattere troppo difficile..."
    Donna  Ferdinanda  non  gli  rispose,  anche perch in quel momento il
    marchese s'alzava,  e Chiara con lui;  ma,  andando  via  insieme  coi
    nipoti,  fece  un  breve  cenno del capo per rispondere al nuovo e pi
    profondo e pi rispettoso saluto del giovanotto.


    Intanto il duca,  gi nell'amministrazione,  riceveva i  delegati  dei
    sodalizi  e  una  gran  quantit  di  elettori  influenti  e  una vera
    processione d'ammiratori di ogni condizione che venivano a fargli atto
    di omaggio. La stessa scena della sera prima, ma pi grandiosa; a poco
    a poco tutta la citt sfilava dinanzi al deputato; per due persone che
    andavano via, quattro ne sopravvenivano;  e non essendoci pi posto da
    sedere,  tutti restavano in piedi,  coi cappelli in mano, aspettando i
    saluti che  il  duca  veniva  distribuendo  in  giro.  Alcuni  oratori
    improvvisati, persone che egli non conosceva neppure, parlavano a nome
    dei compagni, affermavano in risposta alle sue espressioni di modestia
    che  il  paese  non  avrebbe  mai dimenticato ci che doveva al signor
    duca.  Tutti  gli  altri,  a  bocca  aperta,  badavano  a  raccogliere
    religiosamente   le  parole  dell'Onorevole;   il  quale,   cessati  i
    complimenti,  ragionava della cosa pubblica,  prometteva  la  Venezia,
    aveva  Roma in tasca,  assicurava insieme col politico il risorgimento
    morale, agricolo, industriale e commerciale del paese.  "Questo era il
    programma  di  Cavour.  Che testa!  Ragionava della Sicilia come se ci
    fosse nato;  sapeva il prezzo dei nostri frumenti e dei  nostri  zolfi
    meglio  di  un sensale di piazza..." Il governo gli aveva promesso una
    quantit di provvedimenti per l'isola,  giacch  bisognava  pensare  a
    tutto: dall'educazione della giovent al lavoro per gli operai. A poco
    alla  volta,  con  la  concordia  e la pace,  la prosperit pubblica e
    privata sarebbe stata raggiunta. Egli la faceva quasi toccar con mano,
    e le persone venute per sapere che ne  era  delle  loro  domande  d'un
    posticino,  o d'un sussidio, o d'una pensione, andavano via portandolo
    alle stelle come se avesse colmato loro le tasche,  spargendo  per  la
    citt  la  nuova  della  riconciliazione  avvenuta  tra il conte e sua
    moglie: opera e merito del duca, il quale aveva fatto il sacrificio di
    lasciar la capitale in un momento come quello per  indurre  il  nipote
    alla ragione.  Non s'udivano se non esclamazioni di lode all'indirizzo
    del deputato;  dal cortile del palazzo al Gabinetto di lettura,  tutti
    ad una voce giudicavano che in questa occasione egli aveva fatto opera
    buona  e  doverosa;  solamente  don Blasco,  nella farmacia borbonica,
    gridava come un ossesso:
    "Ah,  gli  credete?...   Perch  credete  che  l'ha  fatto?   Per  dar
    soddisfazione alla canaglia!  Perch si dica che difende la morale!...
    E per un'altra ragione ancora_per  ingraziarsi  quell'altro  cialtrone
    amico dei mangiapolenta!... Il sonatore dei miei sonagli!... Il barone
    con sette paia di effe..."











    2.

    Quando la contessa Matilde torn,  dopo due anni di lontananza,  tra i
    parenti del marito, essi medesimi, alla prima, non la riconobbero.  Se
    era  stata sempre pallida e magra,  adesso era scialba e scarnita;  il
    petto le si affondava  come  se  qualche  male  lento  e  spietato  la
    rodesse, le spalle le s'incurvavano come per il peso degli anni, e gli
    occhi incavati,  accerchiati di livido, lucenti di febbre, dicevano lo
    strazio di un pensiero cocente,  d'una  cura  affannosa,  d'una  paura
    mortale.
    "Povera  Matilde!  Sei  stata  male?"  le  domand  la principessa,  a
    dispetto delle ingiunzioni del marito,  il quale le proibiva di  avere
    opinioni.
    "Un  poco..." rispose la cognata,  scrollando il capo,  con un sorriso
    dolce e triste. "Adesso  passato..."
    Infatti,  ella si sentiva rinascere.  Suo padre non  aveva  voluto  n
    accompagnarla  in quella casa,  n permetterle di condurvi le bambine;
    eppure, dimenticando quanto vi aveva sofferto,  ella vi entrava con un
    senso  di  sollievo e quasi di fiducia.  La tempesta recente era stata
    cos forte e dura,  che ella pensava anzi con un senso di rammarico al
    tempo  degli  antichi  dolori;  li aveva giudicati intollerabili e non
    sapeva di quanto sarebbero cresciuti, a poco a poco, ma costantemente,
    fino a contenderle la stessa  speranza  d'un  qualunque  ritorno  alla
    pace.  Come le si era chiuso il cuore ai primi disinganni,  nel vedere
    che l'amor suo non bastava a Raimondo,  che egli pensava  diversamente
    da  lei,  che  faceva  consistere la felicit in cose senza valore per
    lei!  Eppure egli non l'aveva  tradita,  allora!  Ma  erano  venuti  i
    tradimenti,  ed  ella  li  aveva  perdonati poich tutti gli uomini ne
    commettono,   le  dicevano;   poich  ella   soltanto   ne   soffriva,
    silenziosamente, in fondo all'anima. Che cosa avrebbe potuto fare, del
    resto?  Che  aveva  potuto  fare  dinanzi al pericolo pi grave,  alla
    minaccia terribile?  Lasciarlo?  Egli stesso  l'aveva  abbandonata!...
    Quando  ella  ripensava a quei due anni trascorsi in Toscana,  a tutto
    ci che aveva sofferto  vedendo  prepararsi  e  non  potendo  impedire
    l'ultima   rovina,   ella   provava   veramente  come  un  bisogno  di
    inginocchiarsi e di ringraziare il Signore, tanto miracoloso le pareva
    il ravvedimento di Raimondo. Poteva adesso sperare che durasse?
    Quante volte egli non era parso rinsavito,  ed aveva poi fatto peggio?
    Due anni addietro,  prima che scoppiasse lo scandalo in casa di Fersa,
    ella non aveva creduto che tutto fosse finito per  lei?  Alla  notizia
    che  quella  donna  era  stata  scacciata  dalla  suocera,  ella aveva
    compreso la commedia della rottura rappresentata da lei e da Raimondo,
    e preveduto con lucidit straordinaria quel che  poi  era  accaduto...
    Nondimeno, la partenza pel continente l'aveva illusa ancora una volta;
    la  lontananza,  il  tempo,  gli  svaghi  mondani dei quali era sempre
    avido,  non avrebbero distrutto nel cuore di Raimondo  il  ricordo  di
    quell'altra?  Ma  colei  doveva  aver giurato di rubarglielo,  ad ogni
    costo,  se lo aveva raggiunto a Firenze,  se erasi mostrata a  lui  da
    lontano,  da  vicino,  per  le  vie,  in societ,  tentandolo ovunque,
    dinanzi a lei stessa!  Ella non accusava pi Raimondo,  non sospettava
    che  fosse d'intesa con quell'altra,  che avesse finto di fuggirla per
    ritrovarla pi sicuramente.  I suoi sospetti,  le  sue  accuse  gelose
    cadevano  su  quella donna soltanto,  a Raimondo ella non rivolgeva se
    non preghiere indulgenti,  l'umile scongiuro di evitarle nuovi dolori.
    Egli  s'infuriava,  negava come altre volte,  la incolpava di volergli
    creare imbarazzi e pericoli,  la riduceva al silenzio  con  le  tristi
    parole che ancora le risonavano all'orecchio: "Quella donna  l'ultimo
    dei  miei  pensieri;  ma  se  non la finite di vessarmi,  far qualche
    pazzia,  vedrete!" Ella non sapeva ancora  fino  a  qual  punto  fosse
    sincero...
    Il capriccio di Raimondo per donna Isabella,  in verit,  s'era sedato
    appena soddisfatto; il chiasso della separazione, la paura di trovarsi
    qualche grossa responsabilit materiale sulle spalle,  avevano gettato
    molt'acqua sul fuoco dei suoi desideri.
    A Firenze,  dove s'eran dato convegno, aveva deliberato di spezzare in
    un modo qualunque la catena da cui si sentiva avvincere,  poich  egli
    aspirava alla vita allegra e varia, libera, principalmente. Ma, per la
    notizia  del  dramma  domestico di cui era stato l'eroe,  egli si vide
    posto pi in alto nella stima degli scapati amici di Toscana,  del cui
    giudizio  faceva  pi conto che d'ogni altra cosa;  la conquista d'una
    signora  autentica  come  la  Fersa  gli  procurava   i   sorrisi   di
    compiacimento  un po' invidiosi dei rompicolli che prendeva a modello.
    E donna Isabella gli divenne pertanto meno indifferente; ma la gelosia
    della moglie fin di stringere quel vincolo nel punto che  egli  stava
    per  giudicarlo increscioso.  Tutte le volte che Matilde gli rivolgeva
    una supplichevole rimostranza,  egli credeva suo dovere,  come per una
    specie  di  compenso,   di  fare  maggiori  dimostrazioni  di  affetto
    all'amica; pi sommessamente sua moglie lo pregava di non trascurarla,
    pi smaniosamente egli andava via di casa.  Ella sapeva com'era fatto,
    com'era intollerante di ogni ostacolo,  d'ogni contrasto, delle stesse
    osservazioni;  ma poteva forse tacere,  fingere  d'ignorare  quel  che
    avveniva?   Poteva  soffrire,   senza  neanche  piangere,  ch'egli  la
    lasciasse sola, lunghi giorni,  lunghissime notti,  che trascurasse le
    sue figlie per andarsene con quell'altra,  per mostrarsi pubblicamente
    in compagnia di lei,  per condurre i propri amici nella  casa  di  lei
    come  in  un'altra casa sua propria?...  E il giorno che s'era sfogata
    non contro di lui,  ma contro quell'altra,  Raimondo le aveva ingiunto
    di  tacere,  con la voce grossa,  con gli sguardi cattivi,  alzando la
    mano... Quella triste scena era avvenuta la vigilia del giorno che suo
    padre,  diretto a Torino,  doveva passare da Firenze.  Il  terrore  di
    spingere  l'uno  contro  l'altro  quei  due uomini l'aveva costretta a
    tacere;  e poich suo padre,  ricominciando a sospettare di  Raimondo,
    aveva mutato a un tratto, con la violenza abituale, l'antica affezione
    verso  il  genero in freddezza diffidente e vigile,  ella aveva dovuto
    bere le proprie lacrime, cancellarne le tracce, mostrarsi allegra, per
    impedire che quei due si scagliassero l'uno contro l'altro.  Cos ella
    s'era consunta, soffrendo in silenzio, inghiottendo amaro sopra amaro,
    invocando  dal  Signore  tanta forza da poter continuare a fingere,  a
    illudersi, a credere che nessun serio pericolo la minacciasse.
    Ma era gi troppo tardi. Tutto ci che,  nella sua gelosia,  la moglie
    gli veniva dicendo contro l'amante, spingeva Raimondo sempre pi nelle
    braccia  di quest'ultima;  poich Matilde gliene parlava male,  voleva
    dire che era invece la prima delle donne.
    Quest'idea si conficcava tanto pi saldamente nella sua testa,  quanto
    che donna Isabella,  da suo canto,  non gli diceva mezza parola contro
    la contessa;  e si lagnava appena,  discretamente,  dell'odio  che  si
    vedeva portato.  "Quando m'incontra,  mi volta le spalle...  Sparla di
    me...  Che cosa le ho fatto?" Oppure gli proponeva  di  rompere  e  di
    lasciarsi,  si  offeriva  in  sacrifizi per assicurargli la pace della
    famiglia: "Non t'inquietare di me!...  Me ne andr,  vivr sola,  come
    vorr  Dio...  Andr  a  buttarmi  ai  piedi  di mio marito;  forse mi
    perdoner..." Allora, di rimando,  egli s'ostinava a far cose che ella
    stessa non avrebbe volute; se prima non aveva nascosto quell'amicizia,
    ora l'ostentava; se prima stava poco in casa, adesso restava settimane
    intere senza metterci piede,  senza veder le sue figlie;  ed al teatro
    prendeva posto nel palco dell'amica,  dal principio  alla  fine  dello
    spettacolo;  ed  al  passeggio,  se  era con amici,  non rispondeva al
    saluto di  sua  moglie,  quando  s'incontravano:  mentre  la  contessa
    lacrimava  in  fondo  alla sua carrozza,  egli andava a piantarsi allo
    sportello di quella di Isabella.
    A  Livorno,  in  principio  dell'estate,  lo  scandalo  era  cresciuto
    talmente,  che alcuni buoni amici di Raimondo,  il conte Rossi fra gli
    altri,  suo  padrone  di  casa,  l'avevano  consigliato  d'esser  meno
    imprudente.  Matilde,  il  cui cuore sanguinava da tanto tempo,  fu in
    quei giorni straziata da un altro dolore:  Lauretta,  che  era  sempre
    cagionevole,  appena lasciato Firenze cadde inferma.  Una notte che la
    sua bambina vaneggiava, in preda alla febbre, ella rest in piedi fino
    all'alba,  vegliandola,  impaurita dal  rapido  aggravarsi  del  male,
    aspettando  ansiosamente  il  ritorno  di  Raimondo.  A  giorno,  egli
    rincas.  Doveva esser ebbro.  Solo perch,  rotta dal dolore e  dalla
    fatica, turbata fieramente dalla malattia della bambina, atterrita dal
    pericolo che la povera creatura correva, ella os dirgli: "Ma che vita
      la  tua!..."  egli  le piant in viso gli occhi foschi,  strinse il
    pugno ed usc in una sconcia bestemmia...  Che disse  poi?  Che  fece?
    Ella non sapeva. Rammentava soltanto che, riavutasi dallo stordimento,
    Stefana,  la  sua cameriera,  le aveva detto che il padrone era andato
    via,  con  lo  stesso  abito  di  societ  col  quale  era  rientrato,
    portandosi  soltanto una sacca,  dove aveva buttato pochi effetti alla
    lesta;  rammentava d'essersi sentita struggere,  non potendo corrergli
    dietro,  non  potendo  lasciare  la sua poveretta agonizzante;  d'aver
    mandato Stefana a Firenze,  credendo che egli se ne fosse tornato  l;
    d'aver  saputo  il giorno seguente che,  cercato rifugio in un albergo
    della stessa Livorno, egli s'era imbarcato per la Sicilia...
    Il barone arriv da Torino come un fulmine,  prima che ella gli avesse
    dato  notizia  dell'accaduto.  Allora  un altro tormento s'aggiunse ai
    tanti che la straziavano.  Il rancore di suo padre  contro  il  genero
    scoppi a un tratto,  terribile.  "E' andato via?  Meglio cos!" aveva
    detto nel primo momento; ma poich ella si scioglieva in lacrime,  non
    sapendo come fare, vedendo distrutta la propria esistenza, un violento
    moto  di  collera gli cacci tutto il sangue alla testa: "E lo piangi,
    anche?...  Lo  vorresti  difendere?...  Saresti  capace  di  corrergli
    dietro?..." Impaurita, giungendo le mani per disarmarlo, ella addusse,
    tra  i  singhiozzi: "E le mie figlie?...  Le mie orfanelle?..." Ma con
    impeto pi selvaggio, egli proruppe: "Ah,  il suo amor paterno?...  Il
    bene che ha voluto alle sue creature?... Il sangue avvelenato a quella
    innocente?..." e con un fiotto di parole crude,  minacciose, frementi,
    le disse la vita indegna di lui,  ci che ella non sapeva ancora,  ci
    che  egli stesso non aveva saputo per tanto tempo,  addormentato dalla
    vanit,  dal folle orgoglio d'essersi imparentato con uno dei  Vicer.
    "Vuoi  dunque  pregarlo  per  giunta?...  Vuoi ch'io vada a chiedergli
    scusa per te, per me, per quelle innocenti?...  Non ti basta,  sciocca
    che sei,  l'esperienza di dieci anni?... Vuoi ricominciare a tremargli
    dinanzi?...  Credi ch'io non sappia quel che hai sofferto?..." E  come
    ella  scrollava  le  spalle,  rabbrividendo,  egli  grid:  "Non te ne
    importa?... Saresti capace di volergli bene ancora?..."
    S, era vero. Ella non piangeva per l'avvenire delle sue bambine,  non
    si  sdegnava  al ricordo delle proprie torture;  se le aveva patite in
    silenzio,  se aveva accusato soltanto la  rivale,  se  non  aveva  mai
    trovato  una  parola  di  rimprovero  per  Raimondo,  l'unica  ragione
    consisteva nel bene che gli portava...  "Dopo quel che t'ha  fatto?...
    Non  hai dunque capito che non l'ha mai ricambiato,  il tuo bene?  Che
    non chiede di meglio se non sbarazzarsi di te?... Sciocca che sei, gli
    vuoi dunque il bene del cane che lecca la mano che lo ha  battuto?..."
    S,  s,  cos!  il  bene del cane per il padrone,  la devozione d'uno
    schiavo per l'essere di un'altra razza, pi forte, pi alta, pi rara.
    S, la sommessione del cane per il padrone; poich,  anche dopo l'onta
    estrema  che  le  aveva  inflitto,  nonostante la rivelazione brutale,
    nonostante il legittimo sdegno del padre,  ella pensava di  non  poter
    vivere lontana da Raimondo, di non poterlo lasciare a quell'altra...
    Passarono  cos  per lei lunghi,  eterni giorni d'intima ambascia;  il
    barone la trattava con  ostentata  freddezza,  pareva  non  accorgersi
    delle sue lacrime;  ella nondimeno aspettava,  affrettava coi voti pi
    ardenti qualcosa: non il ritorno di Raimondo,  che sarebbe  stato  una
    gioia  troppo grande,  ma una sua lettera,  almeno,  di pentimento,  o
    l'intromissione di qualcuno dei suoi...  La bambina s'era rimessa;  ai
    piedi   della   Madonna   ella  implorava  il  perdono  d'un  pensiero
    abominevole; se Lauretta fosse ricaduta, avrebbero potuto chiamarlo...
    S'ammal invece ella stessa. Vedendola piangere anche nella febbre, il
    barone proruppe,  col tono acre che prendeva cedendo: "Non vuoi dunque
    finirla?  Bisogna  anche dargli questa soddisfazione,  di pregarlo per
    giunta?  Bada per!..." soggiunse con voce minacciosa: "Dal giorno che
    tornerete insieme,  fa' conto che io non ci sia pi!... Scegli tra noi
    due: non t'imaginare che  io  possa  aver  pi  nulla  di  comune  con
    lui!..." Povero babbo! Burbero, rigido, violento con tutti, egli aveva
    sempre  ceduto  dinanzi  alle sue figlie,  studiandosi di fare la voce
    grossa,  mettendo patti che la violenza del carattere gli dettava,  ma
    che l'inesauribile bont del cuore non gli permetteva,  alla lunga, di
    mantenere.  Scrisse cos al duca,  and insieme con lui a  raggiungere
    Raimondo dopo averla accompagnata a Milazzo, e glielo ricondusse.
    Non v'era stata,  tra lei e suo marito, neppure una parola relativa al
    passato;  nell'atto che egli le tornava vicino,  avrebbe  ella  potuto
    rammentargli  i  suoi torti?  Da parte sua egli non le chiese perdono,
    non le disse una buona parola;  le venne incontro indifferente come se
    l'avesse lasciata il giorno innanzi. N ella sperava pi di questo. Il
    suo bel sogno d'amore e di felicit s'era a poco a poco,  di giorno in
    giorno,  dileguato: adesso,  rassegnata alle tristezze  della  realt,
    ella non chiedeva altro che quiete.  Purch Raimondo volesse bene alle
    sue creature,  purch non le abbandonasse  un'altra  volta,  ella  era
    disposta a sopportare ogni cosa...
    In  casa  del  principe,  adesso,  dov'eran  venuti  pel matrimonio di
    Lucrezia,  lasciando a  Milazzo  le  bambine,  i  parenti  di  lui  la
    trattavano  meglio.  La  sposa,  che  pareva  non capire nei panni per
    l'imminenza del matrimonio, le prodigava dimostrazioni d'affetto,  non
    si  lasciava  giudicare  da  nessuno fuorch da lei nella scelta degli
    abiti e degli ultimi  oggetti  del  corredo;  la  principessa,  sempre
    timida e mite,  le dimostrava pi di prima la propria simpatia; quanto
    a don Blasco e a donna Ferdinanda,  che avevano ripreso a venire tutti
    i giorni al palazzo, parevano anch'essi un poco placati, perch invece
    di  punzecchiarla  non  le badavano affatto.  Che le importava!  Erano
    cos; bisognava prenderli com'erano.  Purch Raimondo non la lasciasse
    un'altra  volta!   purch  quei  giorni  tremendi  dell'abbandono  non
    ritornassero!  Quasi quasi ella rassegnavasi alla lontananza delle sue
    bambine!...  La  compagnia  della  nipotina  Teresa gliela rendeva pi
    tollerabile. Come somigliava a Teresa sua, la figlia del principe!  La
    stessa  bellezza fine e bionda,  la stessa grazia,  la stessa dolcezza
    della  voce  e  dello  sguardo.  Anche  i  caratteri,  in  fondo,   si
    rassomigliavano,  quantunque  la  sua bambina dimostrasse una vivacit
    quasi  irrequieta,   mentre  la  cuginetta  era  pi   tranquilla   ed
    obbediente.  Ma  quanta parte non aveva in questo risultato l'autorit
    del padre?  Mentre Raimondo non si curava di sua figlia,  la vigilanza
    di  Giacomo  pesava  fin troppo sulla principessina;  egli l'educava a
    mortificare i suoi desideri,  a reprimere le sue  volont;  la  faceva
    restare   intere  giornate  tra  le  monache  di  San  Placido  perch
    s'avvezzasse  all'obbedienza  e  alla  disciplina  monastica.   Povera
    piccina! Tutte le volte che la mettevano nella ruota per farla passare
    dentro alla bada,  oltre il muro impenetrabile che segregava le suore
    dal mondo,  tendeva le braccia alla sua mamma ed alle zie con un senso
    di  paura  negli  occhi  spalancati;  ma  la principessa che aveva gli
    ordini del marito,  pel quale  la  bambina  era  una  specie  di  muta
    ambasciatrice  incaricata  di  sedare  il  malcontento della Badessa e
    della sorella Crocifissa,  persuadeva la figlia a star  buona,  a  non
    temere, e la piccina diceva di s, di s, mandando baci alla sua mamma
    mentre  la  ruota  girava,  la  chiudeva  nello spessore del muro,  la
    passava dall'altra parte, nello stanzone freddo e grigio con un grande
    Cristo nero e sanguinante che prendeva un'intera parete. La mamma,  le
    monache,  tutte  e  tutti lodavano la saggezza di cui dava prova;  per
    meritare quelle lodi,  per non dispiacere al suo  babbo,  ella  faceva
    quel  che volevano.  La contessa giudicava che,  in fondo,  nonostante
    l'apparente vivacit, anche Teresa sua era buona e dolce. Lauretta non
    era pi tranquilla e ubbidiente della stessa  cugina?  E  pensando  ai
    suoi  cari angioletti,  ella affrettava col desiderio il matrimonio di
    Lucrezia, poich dopo li avrebbe raggiunti.


    Tutto era pronto.  Nella casa degli sposi,  un quartiere  adiacente  a
    quello di don Paolo Giulente,  ma separato,  finivano di dare l'ultima
    mano   alla   sistemazione   dei   mobili;   le   cose   erano   fatte
    larghissimamente  e  con molto gusto.  Il notaio di famiglia aveva gi
    steso,  in base alla transazione e sotto la dettatura del principe,  i
    capitoli matrimoniali;  Benedetto, per ingraziarsi il cognato, l'aveva
    lasciato fare,  s'era contentato  di  cinquemila  onze,  pel  momento,
    invece  di ottomila,  poich il principe gli diceva di non aver pronta
    tutta la somma. A poco a poco,  dal primo incontro col monaco e con la
    zitellona, egli era riuscito a farsi badare ogni giorno di pi da quei
    due,  continuando  a chinare il capo come un burattino a tutto ci che
    dicevano.  Articolo politica,  don  Blasco  e  la  sorella  erano  pi
    arrabbiati  di  prima,  vuotavano  il  sacco  degli  oltraggi  e delle
    contumelie contro i liberali;  e allora il giovanotto fingeva  di  non
    udire,  si voltava dall'altra parte,  lasciando che sfogassero,  quasi
    quell'onda di male parole non si rovesciasse anche su lui; ma in tutte
    le altre circostanze,  nel corso di  ogni  discussione,  si  schierava
    dalla  loro  parte,  dava  loro ragione ad ogni costo,  in busca d'uno
    sguardo, d'un saluto, d'una parola. Giusto in quel torno,  un debitore
    di  donna Ferdinanda,  un certo Calafoti,  aveva dichiarato fallimento
    dando a intendere che la sua  propriet  era  parte  venduta  e  parte
    ipotecata.  La  zitellona  strillava  come  una  gallina spennata viva
    contro quel ladro,  contro il sensale che le aveva proposto  l'affare,
    contro  il  principe  di  Roccasciano  che  lo  aveva  approvato;   ma
    Benedetto, udito di che si trattava:
    "Questo Calafoti lo conosco," disse;  "se Vostra Eccellenza vuole,  io
    gli  potrei  parlare.  Gli  atti  che adduce sono tutti nulli;  con la
    minaccia di impugnarli lo faremo rigar diritto."
    Ella non si fece pregare per dargli il permesso  richiestole;  e  dopo
    una  settimana  di  corse  e  di  trattative  Benedetto  le ottenne la
    cessione d'un'ipoteca privilegiata. In ricambio,  donna Ferdinanda non
    venne  al  palazzo il giorno del matrimonio.  Non ci venne neppure don
    Blasco. Gli affari, va bene; i discorsi,  pure;  ma approvare,  con la
    loro presenza,  l'alleanza d'un'Uzeda con l'affocato Giulente,  questo
    poi no.  Tranne di loro due,  del resto,  non manc nessun altro della
    parentela, n al Municipio, la mattina, n alla cattedrale, la sera.
    La marchesa Chiara accompagn lo sposalizio per ogni dove.  Era uscita
    di conti,  ma seguitava ad andare su e gi e non aveva voluto chiamare
    nessuno. La sera degli sponsali, stanca del continuo andirivieni, ella
    s'era buttata a sedere,  ansando,  sopra una poltrona, accanto a donna
    Eleonora Giulente.  Forse era la  grande  stanchezza,  ma  si  sentiva
    veramente  poco  bene,  provava  sordi dolori e acute trafitture.  Coi
    gomiti appuntati ai bracciali per tener libero ed erto il ventre, ella
    stringeva un poco le labbra ad ognuna di quelle rapide fitte,  ma come
    il marito veniva tratto tratto a domandarle premurosamente che avesse:
    "Nulla!" rispondeva;  "sto benissimo," perch non chiamassero la gente
    dell'arte.
    Alzatasi, fece il giro delle sale. C'era una gran quantit d'invitati,
    tutta la parentela, tutta la nobilt, e poi i nuovi amici del duca, le
    autorit,  il sindaco,  il prefetto che egli  aveva  voluti  per  dare
    risalto  al  carattere  liberale  dell'alleanza.  E  mentre la nobilt
    borbonica se ne stava accrocchiata nel salone o  nelle  Sale  Rossa  e
    Gialla,  il  deputato teneva un circolo democratico nella Galleria dei
    ritratti,  ricevendo i complimenti per quel  bel  matrimonio  che  era
    opera  sua,  discutendo  degli  affari  pubblici.  Don Paolo Giulente,
    poich nelle sale nobili non trovava da appiccar  discorso,  se  n'era
    venuto  ad  ascoltarlo,  a  bocca aperta,  non capendo nella pelle dal
    piacere d'essere diventato parente del grand'uomo.  Suo  fratello  don
    Lorenzo  portava  a spasso,  per la circostanza,  la cravatta verde di
    commendatore che  l'amico  deputato  gli  aveva  fatto  concedere  dal
    governo  di Torino insieme con certi grossi appalti: delle poste,  dei
    trasporti militari.  Anche una buona quantit dei postulanti spiccioli
    cominciavano  a  vedersi  esauditi;  l'onorevole aveva fatto accordare
    impieghi, sussidi,  croci di San Maurizio ai patriotti del Quarantotto
    e  del  Sessanta,  e  riconoscere  il diritto alla pensione dei vecchi
    impiegati  della  rivoluzione  siciliana,  e  ammettere  nell'esercito
    regolare i volontari garibaldini,  e spingere la causa dei danneggiati
    dalle truppe borboniche i quali presentavano la nota del loro amor  di
    patria;  talch  tutti  quei  suoi  clienti  soddisfatti o prossimi ad
    essere soddisfatti lo ascoltavano come un  oracolo,  superbi  d'averlo
    amico e d'essere ammessi nella casa dei Vicer, di vedersi serviti dai
    camerieri con le livree fiammanti.
    Baldassarre,  in gran tenuta,  girava alla testa della processione dei
    camerieri che reggevano i vassoi  pieni  di  gelati,  di  spumoni,  di
    gramolate  e di dolci,  e serviva la Galleria dopo le sale,  ma con la
    stessa etichetta,  seguendo l'esempio del principe che faceva a  tutti
    lo stesso inchino; quantunque, per dire il fatto della verit, intorno
    a  Sua  Eccellenza  il duca ci fossero certi tipi che non si sapeva di
    dove sbucassero: se prendevano il piattello del  gelato,  buttavano  a
    terra   il   cucchiaino,   o  si  rovesciavano  addosso  la  gramolata
    tracannandola quasi fosse acqua fresca,  o prendevano i dolci a manate
    come se non ne avessero mangiato mai prima di quella sera.  E i Vicer
    che guardavano dall'alto delle pareti!  Basta: a lui toccava  eseguire
    gli  ordini dei padroni!  Giusto la cugina Graziella,  appartata in un
    crocchio con la duchessa  Radal  e  la  principessa  di  Roccasciano,
    diceva al principino che,  straordinariamente,  per la circostanza del
    matrimonio della zia,  aveva ottenuto il permesso di restar  fuori  la
    sera:
    "Questo qui lo accaseremo noi, a suo tempo! Avremo da sceglier noi chi
    dovr sposare!"
    Non  sapeva in qual modo significare alla Giulente che quel matrimonio
    si faceva  per  forza,  contro  il  piacere  della  maggioranza  della
    famiglia.  Ma donna Eleonora non s'accorgeva di niente: seduta accanto
    alla principessa e alla contessa Matilde,  sorrideva di beatitudine al
    passaggio  degli  sposi,  in volto ai quali,  specialmente a Lucrezia,
    leggevasi la gioia del trionfo.  Del resto,  se donna Ferdinanda e  la
    cugina  le  facevano il viso dell'arme,  la principessa le usava molte
    cortesie,  la contessa Matilde prendeva parte  alla  sua  felicit  di
    madre; la stessa Chiara veniva a gettarsi nuovamente accanto a lei.
    "Siete stanca, marchesa?"
    "Io?  No!  Sto  benissimo."  Le  trafitture  spesseggiavano,  quasi le
    toglievano il respiro: ella sarebbe stata felice di partorire  l,  su
    quel divano.
    Ferdinando,  infagottato  nell'abito  di  societ  che  metteva per la
    seconda volta in vita sua,  girava attorno come un'anima in pena,  non
    conoscendo nessuno, da tanti anni che faceva la vita del Robinson. Era
    venuto  per far da testimonio alla sorella diletta ed aveva fretta che
    la cerimonia finisse presto per tornare alle Ghiande.
    Quando Dio volle,  il  corteo,  sceso  gi  per  la  scala  d'onore  e
    distribuito  nelle  carrozze,  s'avvi  alla  cattedrale.  La funzione
    celebrossi nella  cappella  privata  del  Vescovo,  da  Monsignore  in
    persona:  tutti  gl'invitati  con le torce in mano,  gli sposi dinanzi
    all'altare  sfolgorante  e  olezzante,  donna  Eleonora  Giulente  che
    piangeva come una fontana. "Una cosa commovente," diceva piano il duca
    al  prefetto che gli stava a fianco.  A un tratto vi fu un rimescolo:
    Chiara,  non potendone pi,  s'era lasciata cadere sopra uno sgabello.
    Tutti  la  circondarono,  ma  ella  li  rassicurava  con  un  sorriso:
    sorrideva perfino Monsignore,  sapendola in  istato  interessante.  Il
    marchese  la  trascin  in  carrozza,  mentre  il resto della comitiva
    andava in casa dei Giulente,  dove le cose eran fatte  forse  con  pi
    sontuosit che dal principe; un rinfresco che non finiva mai, i gelati
    che squagliavano nei vassoi per mancanza di consumatori;  e finalmente
    gli sposi si misero in carrozza e se ne andarono al Belvedere.
    Il domani mattina andarono lass  a  trovarli,  uno  dopo  l'altro,  i
    Giulente  marito  e  moglie,  don Lorenzo e il duca,  la principessa e
    perfino Chiara,  fresca come una rosa;  i dolori erano  svaniti,  ella
    aveva  voluto a forza salire dalla sorella.  Gli sposi non aspettavano
    pi nessuno,  quando,  nel pomeriggio: drlin,  drlin,  un tintinnio di
    sonagliere,  e la carrozza di donna Ferdinanda,  tutta impolverata, si
    ferm dinanzi al cancello del villino. La zitellona, come se li avesse
    lasciati la sera precedente,  come se fossero maritati da dieci  anni,
    diede  la  mano  da  baciare  alla  nipote,  e appena sedutasi disse a
    Benedetto:
    "Bell'affare m'hai proposto!  Gli altri creditori  si  oppongono  alla
    cessione dell'ipoteca!"
    Benedetto, dallo sbalordimento, non seppe l per l che rispondere; ma
    Lucrezia si volt a lui dicendo:
    "Non c' modo di accordarli?"
    "I  creditori?...  Sicuro...  si  possono  accordare..."  E frenando a
    stento un sorriso, esclam: "Vostra Eccellenza non se ne inquieti.  Il
    credito  di  Vostra  Eccellenza  era  privilegiato.  Li faremo stare a
    dovere, non dubiti!"
    Il domani,  donna  Ferdinanda  torn  col  suo  patrocinatore,  perch
    Benedetto  gli  spiegasse  bene  il da fare;  e torn ancora il giorno
    appresso, e poi quell'altro, finch,  per farla contenta,  egli stesso
    riscese  con  la  moglie  in  citt  a dipanare in persona la matassa.
    Dovevano passare un mesetto al  Belvedere,  e  ci  stettero  cos  una
    settimana  appena.  Egli non se ne lagnava,  contento della pace fatta
    con la zia,  la quale,  se li aveva cercati ogni giorno  in  campagna,
    venne mattina e sera a trovarli in citt. Arrivava per tempo, quando i
    Giulente,  padre  e  madre,  non erano ancora passati dalla nuora,  la
    quale restava a letto fino a tardi. Benedetto, in piedi col sole, dava
    gli ordini alle persone di servizio per la colazione  e  il  desinare,
    curava che la moglie, levandosi, trovasse la casa ravviata, e tutto in
    ordine;  e  donna Ferdinanda,  dopo aver discorso del proprio credito,
    cominciava a fare le sue osservazioni sulle faccende  dei  nipoti:  se
    desinavano troppo tardi per seguire la moda italiana portata da quella
    bestia  del  duca;  se  il  venerd  comperavano il pesce troppo caro,
    quando avrebbero potuto contentarsi, come lei, del baccal;  se davano
    alla  cameriera  tutto  il trattamento invece della sola minestra come
    usava lei stessa in casa propria.  E a poco a poco ficcava il naso  in
    tutte le cose pi minute, pi intime: rivedeva i loro conti, esaminava
    la  nota  della  lavandaia,  criticava  la  compera degli strofinacci,
    dettava sentenze di economia domestica, biasimava il largo spendere di
    Benedetto dopo essersi opposta al matrimonio perch i  Giulente  erano
    "pezzenti".  Benedetto  non  si stancava di quella vigilanza curiosa e
    minuziosa, in grazia della benevolenza di cui gli pareva prova;  anzi,
    per  ingraziarsela  meglio,  invitava  la zia una volta la settimana a
    desinare e un'altra a colazione;  ma la zitellona,  che non si  faceva
    molto  pregare  e che sfruttava in ogni modo i nipoti,  esercitava con
    sempre maggiore autorit la sua critica,  voleva essere  ascoltata  in
    tutto e per tutto;  non potendo prendersela con Benedetto, il quale le
    stava dinanzi come un servitore,  punzecchiava  la  nipote  perch  si
    levava tardi,  perch fino a mezzogiorno restava discinta, coi capelli
    sulle spalle e i piedi nelle pantofole;  tanto che  finalmente  questa
    disse a suo marito:
    "Mi comincia a seccare, sai!"
    Allora, per farle piacere, non importandole il broncio della zia, egli
    dirad gli inviti; ma quando credeva di mettersi a tavola solo con sua
    moglie,  vedeva  spuntare  la zitellona,  che Lucrezia aveva chiamata.
    Mutava facilmente opinione, Lucrezia, da un momento all'altro; e tutti
    la secondavano, non solo suo marito, ma anche il suocero e la suocera:
    la covavano con gli occhi come una cosa preziosa, la contentavano a un
    cenno, la servivano all'occorrenza. Cos ella si alzava ogni giorno un
    poco pi tardi,  restava un paio d'ore senza far nulla,  senza neppure
    lavarsi;  vestita  finalmente,  se  ne  andava  talvolta dalla sorella
    Chiara,  che non era ancora partorita,  avendo sbagliato i conti  d'un
    mese;  ma pi spesso al palazzo,  dove aveva giurato di non metter pi
    piede,  ma restava invece tanto che spesso suo marito doveva passare a
    rilevarla  all'ora del desinare.  Ci tornava anche la sera per prender
    parte alla solita conversazione; talch, tutto sommato, e tolte le ore
    del sonno,  ella stava pi nella casa paterna che  nella  maritale.  I
    Giulente,  del resto,  giudicavano naturale che ella cercasse dei suoi
    parenti,  n Benedetto pensava a rammentarle  gli  antichi  propositi;
    quando,  un  bel giorno,  offertosi come al solito di accompagnarla al
    palazzo,  si ud rispondere: "M'hanno da tagliare tutt'e due le  mani,
    se vado pi in quella casa!"
    "Che  stato? Che t'hanno fatto?..."
    "Che m'hanno fatto? Leggi!"
    Il  principe  aveva  ritardato  di settimana in settimana il pagamento
    delle ultime tremila onze;  adesso finalmente mandava,  per mezzo  del
    signor Marco, in piego suggellato diretto a Benedetto, un nuovo conto.
    Lucrezia  l'aveva aperto;  c'era un passivo,  dove figuravano le spese
    della festa di nozze: un totale di centoventicinque onze.  Notati  gli
    spumoni, i dolci, i pacchi di candele, l'olio delle lampade Carcel; ad
    ogni  persona  di  servizio  un'onza  di regalo;  dieci onze di fiori,
    dodici tar di carrozze pagate a Baldassarre e persino  quindici  tar
    di piatti rotti.  Quando Giulente lesse quella nota,  si mise a ridere
    di cuore,  tanto gli parve buffa la grettezza spinta a tal  segno;  ma
    Lucrezia era furibonda contro il fratello.
    "Che  trovi da ridere?  E' una schifezza senza esempio!...  Per questo
    ordin le cose largamente!...  Ma  trent'onze  di  dolci,  chi  li  ha
    mangiati?  Cento  rotoli  di  roba?  E quelle quattro rose che mand a
    cogliere al Belvedere? E i piatti rotti?..."
    Quantunque suo marito cercasse di calmarla,  dimostrandole che in  fin
    dei  conti il principe non era obbligato a spendere del proprio,  ella
    non intendeva ragione,  spiattellava il resto,  ci  che  prima  aveva
    negato a se stessa:
    "Non era obbligato? E il frutto della mia dote che s' pappato per sei
    anni? misurandomi il pane? senza ch'io fossi padrona di comperarmi uno
    spillo?... E la transazione a cui m'obblig, prendendomi per il collo,
    per consentire al nostro matrimonio? E Ferdinando spogliato con me?...
    Se lo guardo pi in faccia, non sono pi io!..."
    Non  and pi infatti al palazzo;  ma il principe,  da canto suo,  non
    venne pi da lei;  alla moglie,  che voleva far  qualche  visita  alla
    cognata, ordin rigorosamente di astenersene. La cugina Graziella, che
    a stento era stata a trovare una volta gli sposi,  segu l'esempio del
    capo della casa;  talch Lucrezia cominci a dire il fatto suo anche a
    quest'altra pettegola:
    "Non vuol venire a casa mia? L'onore sarebbe stato tutto suo! Guardate
    un  po'  questa  boriosa  che mia madre non fece valere un fico secco,
    darsi adesso il tono di non so chi!  Credono di farmi  dispiacere  non
    venendo a casa mia?  Non sanno che non cerco di meglio? Che non voglio
    veder pi nessuno?"
    Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta
    dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta,  diceva anche tutte
    le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l'aveva anche con la sorella
    Chiara,  senza  che  questa  le avesse fatto nulla,  e la derideva per
    l'eterna gravidanza che non veniva a fine, quantunque giunta al decimo
    mese. Se la prendeva insomma con tutti, e alla contessa Matilde che la
    veniva a trovare come prima:
    "Dillo tu," diceva, "che razza di gente! Quante te n'han fatto vedere,
    ah?  Quel birbante di tuo marito?  Tutti quegli altri  che  gli  hanno
    tenuto il sacco, quando egli andava dietro a quella?..."
    Impallidendo,   poi  arrossendo  a  quei  discorsi,   Matilde  tentava
    nondimeno di metter buone parole; ma l'altra rincarava:
    "E li difendi, anche? Lasciali andare!...  Tutti di una pasta!...  Chi
    sa quante ne vedrai ancora,  povera disgraziata!...  Per me, ringrazio
    Dio d'essere uscita da quella  galera!...  Credono  che  io  mi  debba
    rinchinare?... M'importa assai di loro e delle loro visite!..."
    Ora un giorno, rincasando, Benedetto, che per secondare la moglie, non
    gi  per sentimento proprio,  aveva chinato il capo a quelle sfuriate,
    la trov seduta accanto a don Blasco,  al  quale  serviva  biscotti  e
    rosolio...  Il  monaco,  non  vedendo pi Lucrezia al palazzo,  saputo
    della rottura tra fratello e sorella,  era apparso come  una  malombra
    dinanzi  alla  nipote.  E Lucrezia,  che aveva gettato fuoco e fiamme,
    s'era  subito  alzata  per  baciargli  la  mano:  "Come   sta   Vostra
    Eccellenza?...  Mio  marito  andato fuori...  Se Vostra Eccellenza si
    ferma un poco,  non tarder a venire..." E mentre lo  aspettavano,  il
    monaco  s'era  fatto  raccontare tutto l'accaduto.  Agli sfoghi di lei
    contro Giacomo e la cugina, egli pareva ingrassare nel seggiolone;  ma
    non  esprimeva il proprio parere,  non si schierava n da una parte n
    dall'altra;  scrollava  il  capo  soltanto,  per  dar  la  corda  alla
    narratrice.  Arrivato Benedetto,  che non credeva ai propri occhi,  il
    monaco si lasci baciar la mano dal nuovo nipote, chiacchier di tutto
    un poco, mangi un altro biscotto, ci bevve su un altro bicchierino, e
    and via accompagnato  dagli  sposi  fino  al  pianerottolo.  Da  quel
    giorno,   Benedetto  non  se  lo  pot  pi  levar  di  torno.  Veniva
    continuamente,  a ore  diverse,  quando  meno  se  l'aspettavano;  una
    strappata di campanello lo annunziava, brusca, forte, padronale; e una
    volta entrato,  cominciava a girondolare come un trottolone,  parlando
    di centomila cose, guardando in tutti gli angoli,  frugando su tutti i
    mobili,  leggendo  tutte  le carte,  dicendo la sua sulle faccende dei
    nipoti peggio che donna Ferdinanda,  ma andando  via  appena  spuntava
    costei.  Benedetto non era pi padrone di casa propria,  giacch nulla
    sfuggiva alla doppia critica della zitellona e del monaco;  ma egli la
    soffriva  allegramente,  contento  di vedersi oramai trattato da tutti
    gli Uzeda,  solo dolente della freddezza sorta col principe per  causa
    non  propria.  Ma  ci  che  faceva  sua moglie era per lui sempre ben
    fatto, ed ella, che aveva preso al suo servizio Vanna, dalla quale era
    informata di tutto ci che avveniva al palazzo,  sfogava  con  lo  zio
    Blasco  contro  il  fratello,  lo  accusava di averla rubata,  di aver
    rubato Chiara, di voler rubare adesso Raimondo:
    "Lo spinge lui contro la moglie! Dicono che gli ha detto: "Che ci stai
    a fare qui?" Per metter legna sul fuoco! Deve avere il suo piano!  Non
      tipo  da  far  nulla per nulla!  E Raimondo parte con Matilde,  per
    Milazzo,  dice.  Ma  troppo stupida,  insomma,  mia  cognata!  Io  ho
    cercato  di  aprirle  gli occhi perch mi fa pena.  La cosa non finir
    bene!...  Non si sono consigliati con Benedetto sullo scioglimento del
    matrimonio?...   Io   gli   ho  detto  di  non  mescolarsi  in  questi
    pasticci!..."
    Ella non diceva che Benedetto, mandato a chiamare da donna Ferdinanda,
    in casa della quale Raimondo lo aspettava, lusingato da una confidenza
    delicatissima sopra un affare intimo, se aveva dapprima lottato con la
    propria coscienza, s'era a poco a poco lasciato vincere dall'onore che
    la zitellona gli faceva,  mettendolo a parte d'un secreto di famiglia,
    sollecitando  i consigli di un parente piuttosto che quelli d'un primo
    venuto.  E questa idea aveva vinto i suoi scrupoli.  Un  estraneo,  un
    azzeccagarbugli  capace  di  tutto  per  amore  di far quattrini,  non
    sarebbe stato pi da temere,  non avrebbe consigliato di porre  subito
    mano  alla causa?  Invece egli confidava di riuscire a metter pace fra
    marito e moglie; fino all'ultimo momento ce ne sarebbe stato il tempo.
    Poi,  gli ostacoli enormi da superare  finivano  di  rassicurarlo.  Lo
    scioglimento  d'un  matrimonio  era  impresa difficilissima;  ma donna
    Ferdinanda voleva scioglierne due: quello  della  Fersa  e  quello  di
    Raimondo,  e i motivi mancavano,  mancavano perfino i pretesti, da una
    parte e dall'altra.
    Che male commetteva egli dunque rienumerando i motivi  necessari,  dei
    quali  il cognato gli aveva gi chiesto una prima volta,  e discutendo
    con la zitellona la via che si sarebbe dovuto tenere  se  qualcuno  di
    quei motivi fosse realmente esistito?  Non era una pura accademia, una
    specie di lezione di diritto canonico,  come quella del suo  antenato,
    che il cavaliere don Eugenio, Gentiluomo di Camera, aveva elogiato?...
    Nondimeno,  una  segreta  soggezione  lo impacciava dinanzi a Matilde,
    sentendosi gi complice della trama ordita  contro  la  poveretta.  La
    contessa,  per,  mostravasi  pi serena e confidente che al tempo del
    suo arrivo in casa Uzeda;  a poco a poco ella s'era  lasciata  vincere
    dalla  speranza,  vedendo  che  Raimondo non parlava pi di tornare in
    Toscana,  che le prometteva di  condurla,  subito  dopo  il  parto  di
    Chiara,  a Milazzo per raggiungere le bambine e poi a Torino,  dove il
    padre  di  lei,  placatosi,   li  aspettava.   Come  suo  padre  aveva
    dimenticato  i  severi  propositi contro Raimondo,  anche Raimondo non
    poteva aver dimenticato l'amore di quell'altra?...  Non finiva  tutto,
    col tempo?...
    E Chiara non partoriva. Il secondo nono mese stava per finire e il suo
    ventre  non  si  sgonfiava.  I  dolori e le trafitture erano continui,
    oramai; ma, col coraggio dei maniaci,  non ne diceva niente a nessuno,
    ostinata  a  voler sgravarsi senza aiuto di medici o di levatrici.  Il
    guaio fu che,  compiuto il decimo mese,  ella non si liberava  ancora.
    Certamente,  aveva sbagliato il calcolo; ma, al marito, ai parenti che
    la esortavano a chiamare qualcuno:
    "Non voglio nessuno!" rispondeva cocciuta, per partorire da sola.
    "Questa  nuova!" gridava don Blasco,  il quale voleva ficcare il naso
    anche nel ventre della nipote.  "Una gravidanza di dieci mesi dove s'
    vista? Meno male se durasse dodici, quanto l'asina che sei!"
    Infatti, era cominciato l'undicesimo mese, secondo il primo calcolo. E
    una sera che ella non ne poteva pi,  che  si  sentiva  morire  e  non
    riusciva a nascondere le proprie doglie,  suo marito,  spazientito per
    la prima volta dopo otto anni di matrimonio, grid:
    "Se qui non viene un dottore, mi prendo il cappello e me ne vado."
    Venne il dottor Lizio e  si  chiuse  con  la  partoriente,  mentre  il
    marchese  aspettava  ansioso nel salotto,  coi parenti.  Udendo che il
    chirurgo  schiudeva  l'uscio  e   chiamava,   corse   a   domandargli,
    trepidante:
    "Dottore!... E' sgravata?"
    "Ma che sgravare e aggravare d'Egitto!" esclam Lizio.  "Vostra moglie
    ha una ciste all'ovaia grande come una casa.  Un altro  poco,  ed  era
    spacciata!..."














    3.

    A San Nicola,  dopo la sistemazione del governo italiano, si faceva la
    stessa vita di prima,  come al tempo dei napolitani;  anzi era  questo
    uno degli argomenti sfoderati dai liberali contro i sorci,  durante le
    discussioni politiche che s'impegnavano  continuamente  all'ombra  dei
    chiostri.
    "Avete visto?  A darvi ascolto doveva succedere il finimondo, dovevano
    mandare all'aria il convento, e invece  sempre ritto..."
    Pel momento i monaci seguitavano  a  far  l'arte  del  Michelasso.  Il
    principino,  crescendo, indiavolava. Prepotente coi fratelli, incuteva
    adesso un vero terrore ai camerieri,  dai quali pretendeva le cose pi
    proibite:  coltelli  arrotati  per  lavorar  canne delle quali faceva,
    cerchiandole di fil di ferro, schioppi e pistole; polvere da sparo per
    caricare queste armi che gli potevano scoppiare,  Dio liberi,  tra  le
    mani  e  accecarlo di tutt'e due gli occhi;  razzi e tric-trac e altri
    fuochi artifiziati per cavarne la polvere,  oppure zolfo,  salnitro  e
    carbone   per  farla  da  s.   Aveva  una  inclinazione  istintiva  e
    invincibile per la caccia: nel giardino,  durante la ricreazione,  non
    potendo far altro,  tirava sassate agli uccelli, a costo di spaccar la
    testa a qualche compagno,  o s'arrampicava sui muri per distruggere  i
    nidi dei passeri a rischio di fiaccarsi il collo egli stesso. E quando
    i  camerieri  non  lo  contentavano,  non gli procuravano le reti,  il
    vischio,  la polvere,  li strapazzava,  li denunziava al  maestro  per
    colpe  inventate  di  pianta,  li  metteva  a  pi dure prove buttando
    all'aria ogni cosa  nella  propria  camera  dopo  che  essi  l'avevano
    rifatta...   La   smania  di  fumare  non  gli  era  neppure  passata.
    Attribuendo alla cattiva preparazione del tabacco l'ubriacatura  presa
    al tempo della rivoluzione,  volle fumare sigari per davvero,  e prese
    un'ubriacatura pi terribile della prima. Scoperto anche questa volta,
    il maestro si decise a dargli un gran castigo,  vietandogli di  uscire
    per una settimana; ma poi la settimana fu ridotta a tre giorni, grazie
    all'avvicinarsi del Natale.
    Ogni anno,  per questa ricorrenza, ciascuno dei novizi doveva recitare
    una predica, e riceveva in premio un'onza di quattrini,  quasi tredici
    lire della nuova moneta,  pi una scatola di cioccolata e due galletti
    vivi.  La predica di Natale toccava quell'anno '61 a  Consalvo  Uzeda:
    l'aveva  scritta  il  Padre bibliotecario,  che era letterato,  perci
    invece che nelle poche paginette degli altri anni,  consisteva  in  un
    bel  quadernetto.  Egli  che  aveva  una memoria di ferro e una faccia
    tosta a tutta prova aspettava la cerimonia con una tranquillit e  una
    sicurezza  ignote  ai  compagni,  ai quali i regali costavano quindici
    giorni d'ansia e uno di vera  paura.  Il  giorno  della  funzione,  il
    Capitolo  dove  i  monaci  avevano  gi preso posto nei loro stalli fu
    invaso dalla consueta folla dei parenti  maschi:  le  donne,  per  via
    della  clausura,  restavano  accanto,  nella  sacrestia,  della  quale
    lasciavansi spalancate le porte.  Tutti esclamarono  piano:  "Che  bel
    ragazzo!  Com' franco e sicuro!" quando il principino,  vestito della
    candida cotta piegolinata, sal sul pulpito, guard tranquillamente la
    folla degli spettatori e spinse uno sguardo alla sacrestia rigirandosi
    tra le mani il rotoletto del  manoscritto  e  tossicchiando  un  poco,
    prima di cominciare. Sotto lo stallo dell'Abate, in mezzo al principe,
    al duca d'Oragua,  a Benedetto Giulente, don Eugenio diceva: "Guardate
    che  padronanza!   Se  non  pare  un  predicatore  consumato!"  Ma  la
    stupefazione crebbe a dismisura quando il ragazzo, aperto il fascicolo
    e  datavi  un'occhiata,  lo  abbass,  recitando a memoria: "Reverendi
    Padri e fratelli dilettissimi,  era una notte del  pi  rigido  verno,
    allorquando  in  una  stalla  di Nazaret..." e tirando poi via sino in
    fondo senza guardare neppure  una  volta  lo  scartafaccio,  gestendo,
    facendo pause,  cambiando il tono della voce come un oratore provetto,
    come un vecchio attore sul palcoscenico. Finito che ebbe,  risceso che
    fu,  per  miracolo  non  lo soffocarono dagli abbracci,  dai baci;  la
    principessa aveva le lacrime agli occhi,  donna Ferdinanda  anche  lei
    era  commossa;  ma,  quantunque muta,  l'ammirazione del deputato,  al
    quale la sola idea della folla serrava la gola e annebbiava la  vista,
    non   era   la   meno   profonda.   "Che  presenza  di  spirito!   Che
    franchezza!..." e tutte le signore lo attiravano, l'abbracciavano,  lo
    baciavano in viso: egli lasciava fare,  restituiva i baci sulle guance
    fresche e profumate, torceva il muso dinanzi alle flosce e grinzose; e
    oltre ai regali del convento intascava le lire che gli davano gli zii.
    Il pi contento,  con tutto  questo,  era  fra'  Carmelo:  gli  pareva
    d'essere  l'autore di quel trionfo,  d'aver diritto ad una parte degli
    applausi,  delle congratulazioni,  dei baci delle signore.  Non  aveva
    covato  con gli occhi quel ragazzo nei cinque anni del noviziato?  Non
    aveva vantato il suo ingegno,  predetto la sua riuscita?  I maestri si
    lagnavano  perch  non amava lo studio: doveva dunque fare il medico o
    l'avvocato  o  il  teologo?  Ai  Benedettini  ci  stava  per  ricevere
    l'educazione  conveniente alla sua nascita;  poi sarebbe andato a casa
    sua a fare il principe di Francalanza!
    E questo era il giorno che Consalvo aspettava; per l'impazienza di non
    vederlo arrivare,  per farsi mandar via,  egli sfrenavasi sempre  pi,
    metteva con le spalle al muro non pi i fratelli e i camerieri,  ma lo
    stesso maestro.  Durante la  rivoluzione  e  subito  dopo,  i  Tignosi
    avevano  tolto  dal convento Michelino,  i Crcuma Gasparino,  i Cugn
    Luigi;  n altri  novizi  erano  entrati,  fuorch  Camillo  Giulente,
    giacch   dicevasi  che  il  governo  avrebbe  soppresso  i  conventi.
    Restavano soltanto coloro che le famiglie destinavano  a  professarsi,
    Giovannino  Radal,  fra gli altri,  il "figlio del pazzo".  Morto suo
    padre, la duchessa, per amore del primogenito,  destinava il secondo a
    farsi monaco.  Ma Consalvo,  che non doveva professarsi,  voleva andar
    via, al pi presto,  subito;  e invece suo padre,  ogni volta che egli
    gli domandava: "Quando torner a casa?" rispondeva col solito suo fare
    secco  e  freddo che non ammetteva replica: "Ho da pensarci io!" E non
    ci pensava mai,  e il ragazzo sentiva crescere l'avversione  che  quel
    padre  rigido,  del  quale non rammentava una buona parola,  gli aveva
    ispirata. Quando andava a casa in permesso,  egli stava un momento con
    la  mamma,  poi  se ne scendeva gi nella corte,  passava in rivista i
    cavalli e le carrozze,  domandava il nome di tutti  gli  arnesi  delle
    scuderie;  e la tonaca gli pesava, perch non gli permetteva di salire
    a cassetta e d'imparare a  guidare.  Aveva  tempo  di  spassarsi,  gli
    diceva Orazio,  il nuovo cocchiere,  poich Pasqualino era partito per
    Firenze al servizio dello  zio  Raimondo;  ma  egli  voleva  spassarsi
    subito, sottrarsi alla tutela dei monaci, fare quel che gli piaceva. E
    all'idea  di  dover  tornare  nella  prigione del convento,  invidiava
    perfino le persone di servizio,  il figlio di donna Vanna,  Salvatore,
    che era entrato in casa Uzeda come mozzo di stalla, e passava tutto il
    santo  giorno  a  cassetta,  scarrozzando  per  la citt.  Consalvo lo
    invidiava e lo ammirava per le tante cose  che  sapeva,  per  le  male
    parole  che  diceva  liberamente;  e  fra'  Carmelo,  sonata  l'ora di
    ricondurlo al convento, doveva sgolarsi un bel pezzo prima di stanarlo
    dalla stalla o dalla scuderia.
    "Che hai fatto?" gli domandavano la mamma e la zia.
    "Nulla," rispondeva, un po' rosso in viso.
    Era stato ad ascoltare i discorsi di Salvatore,  che  gli  narrava  le
    gesta di tanti Padri Benedettini:
    "La notte se n'escono per andare a trovar le amiche,  e certe volte le
    conducono con loro,  nello stesso convento,  avvolte nei ferraioli: il
    portinaio finge di capire che son uomini!... Vostra Eccellenza che c'
    dentro non le ha mai viste?..."
    Non aveva visto nulla,  lui;  e tutte quelle cose apprese in una volta
    lo stupivano e lo turbavano.
    "Ma non  peccato?..."
    "Eh!..." faceva il famiglio. "Se avessero cominciato essi! Hanno fatto
    sempre cos,  i monaci!  I fratelli non sono  quasi  tutti  figli  dei
    vecchi Padri?"
    "Anche fra' Carmelo?"
    "Fra'  Carmelo?...  Fra'  Carmelo   un'altra cosa...  E' bastardo del
    bisnonno di Vostra Eccellenza, fratello spurio di don Blasco..."
    "Perci mio zio?"
    "E Baldassarre anche lui...  fratello bastardo del signor  principe...
    Si  sono  spassati  i signori Uzeda!...  Poi,  quando sar grande,  si
    divertir anche Vostra Eccellenza!..."
    Ah,  come aspettava di  crescere!  Con  quanta  impazienza,  con  qual
    rancore verso il padre vedeva scorrere i giorni,  le settimane, i mesi
    e gli anni,  in quella  prigione!  Con  qual  animo  udiva  adesso  le
    prediche  severe  dei  monaci,  dopo aver saputo la loro vita!  Spesso
    discorreva di queste cose secrete con Giovannino,  gli diceva quel che
    avrebbe fatto appena fuori del convento;  e Giovannino stava a sentire
    con aria stralunata,  quasi non capisse.  Era cos quel ragazzo,  alle
    volte  furioso  come  un  diavolo,  alle  volte inerte come uno scemo.
    Voleva anche lui andar via dal convento, e dava, a giorni,  in ismanie
    terribili;  ma  poi  si persuadeva dei ragionamenti della duchessa sua
    madre, che i quattrini di casa erano tutti del fratello Michele, che a
    San Nicola sarebbe stato da signore,  fra tanti altri  signori,  e  si
    chetava,  non  pensava  pi  a  scapparsene,  non  invidiava la futura
    libert di Consalvo.
    Finita l'agitazione politica,  era venuta meno una gran causa di risse
    al Noviziato e tra i Padri; ma questi avevano trovato un'altra ragione
    di  battagliare.  Le  voci  relative  alla  prossima  soppressione dei
    conventi erano state confermate da Roma;  non poteva passar molto  che
    il  governo  degli  usurpatori  avrebbe  messo  le mani sui beni della
    Chiesa.  Don Blasco s'era  nettata  la  bocca  contro  i  liberali,  i
    fedifraghi,  nemici  di  Dio e di loro stessi,  che non avevano voluto
    dargli retta.  Adesso per,  pi che gridare,  bisognava  prendere  un
    partito in previsione di quell'avvenimento.  A San Nicola s'era sempre
    speso allegramente tutta la rendita del convento,  nella certezza  che
    la  cuccagna  sarebbe  durata sino alla fine dei secoli;  ma col mondo
    sottosopra,   col  pericolo  che  il  governo  abolisse   dabbero   le
    corporazioni  religiose,  non  era  pi conveniente moderare le spese,
    perch il pi corto non rimanesse poi da piede? L'Abate,  come sempre,
    aveva preso consiglio prima di tutto dal Priore.
    Padre don Lodovico,  modestamente, non aveva voluto pronunziarsi: "Che
    posso dire a Vostra Paternit?  L'avvenire  nelle mani di Dio.  Dalla
    nequizia dei tempi c' tutto da aspettarsi.  I nemici della Chiesa son
    capaci di questo e d'altro.  Non mi  stupirei  se  ricominciassero  le
    persecuzioni  dell'infernale  Ottantanove."  Egli  era sincero nel suo
    livore contro  il  nuovo  ordine  di  cose,  che  da  principio  aveva
    appoggiato  per  politica,  per  tenersi  bene  con  la  nuova potest
    temporale.  Ma la soppressione dei conventi distruggeva tutti  i  suoi
    sogni di rivincita,  di predominio, d'onori. Che cosa gl'importava ora
    mai del bilancio di San Nicola,  mentre pericolava  tutto  il  proprio
    avvenire,  il frutto di quindici anni di politica,  mentre egli doveva
    pensare a una nuova via da battere,  a un altro scopo verso  il  quale
    dirigere la propria attivit? E quel poveromo dell'Abate insisteva per
    avere la sua opinione sulle miserie della spesa quotidiana!  "Dimmi tu
    come debbo regolarmi!  Che cosa faresti al mio posto?..." Un  momento,
    don Lodovico prov la tentazione di levarselo dai piedi;  ma,  chinato
    il capo,  con maggiore umilt di prima,  rispose: "Vostra Paternit  
    troppo buona!  Le economie mi sembrano sempre lodevoli.  Se il Signore
    non permetter che i suoi servi siano messi alla prova, avremo qualche
    cosa di pi da destinare  alle  opere  buone..."  Cos  l'Abate  s'era
    pronunziato  pel  risparmio,  d'accordo col Capitolo;  ma i monaci non
    furono tutti d'un sentimento.  Tra quelli che non credevano  possibile
    la  soppressione,  tra  gli  altri che temevano di dover rinunziare al
    lusso di cui avevano sempre goduto,  il partito delle economie trovava
    molti  oppositori.  In  mezzo  ai  due  campi don Blasco non voleva n
    tenere n scorticare,  scaraventandosi a un tempo contro gli uni e gli
    altri.  Combattere  il  sistema  delle economie con la speranza che il
    governo non commetterebbe la spogliazione, egli oramai non poteva pi,
    se questa spogliazione  aveva  prevista  e  rinfacciata  ai  traditori
    liberali;  e  del resto le economie destinate ad essere spartite tra i
    monaci in caso di scioglimento erano nel suo modo  di  vedere,  poich
    egli  avrebbe avuto la propria parte,  uscendo dal convento;  per non
    voleva rinunziare allo scialo cui era avvezzo,  e poi lo stesso  fatto
    che  questo partito era capitanato dall'Abate e dal nipote Priore e da
    tutti quelli del Capitolo faceva che  egli  si  scagliasse  contro  di
    loro,  chiamandoli  "lerci  straccioni",  gridando:  "Vadano  a fare i
    locandieri o i bottegai!  Si mettano a vender l'olio,  il  vino  e  il
    caciocavallo!  A questo son buoni!  Per questo mestiere sono nati!..."
    Udendo dall'altro canto i patriotti cullarsi  nella  certezza  che  il
    governo, in ogni caso, avrebbe pensato a loro, s'evacuava: "il governo
    vi  butter  fuori  a pedate e vi porger il sedere da baciare!  Giuda
    vend Cristo,  ma n'ebbe almeno trenta denari.  A voialtri toccheranno
    calci nel preterito per giunta!..."
    In  fondo,  all'idea  della  spartizione  dei quattrini,  di possedere
    finalmente qualcosa di suo,  era per le economie,  pure combattendole.
    Del  resto  a  San  Nicola la spesa era grande non tanto per il valore
    delle  cose  acquistate,  quanto  pel  modo  regale  di  sperperare  i
    quattrini, di compensare il pi piccolo lavoro, di far godere ai primi
    venuti il ben di Dio accatastato nei sotterranei del convento.  Con un
    certo ordine,  lasciando che i cuochi rubassero un po' meno di  prima,
    che  i  fratelli  destinati al governo dei feudi s'arricchissero in un
    tempo un poco pi lungo del consueto, c'era da riporre, ogni anno, una
    somma che avrebbe fatto l'agiatezza di parecchie famiglie.  Ma le case
    regalate ai protetti dei monaci,  per esempio, non bisognava toccarle:
    don Blasco avrebbe voluto veder proprio questo,  che avessero tolta la
    bottega e il quartierino alla Sigaraia! E n lui n gli altri volevano
    rinunziare ai loro diritti: spesato ed alloggiato, ciascun Padre aveva
    tre  rotoli  d'olio al mese,  una soma di carbone,  una salma di vino,
    tutta roba che andava a finire dalle amiche.  Ora i  risparmi  stavano
    bene; ma ciascuno pretendeva il suo.
    L'Abate,  o di buona o di mala voglia, doveva lasciarli fare. Egli del
    resto chiudeva  adesso  un  occhio,  perch  aveva  da  propiziarseli.
    Camillo Giulente,  compiti vent'anni ed espressa la ferma decisione di
    pronunziare i voti,  era passato al  Noviziato  formale.  C'era  stato
    bisogno  di  una  votazione,   per  questo,   e  l'opposizione  contro
    l'intruso,  scatenatasi pi violenta,  aveva gridato e minacciato alto
    per  impedire  la sanzione dello scandalo.  Ma l'Abate aveva insistito
    personalmente  presso  tutti  i  Padri,  raccomandando  quel  ragazzo,
    facendo rilevare le sue eccellenti qualit, il profitto ricavato negli
    studi,  la  sua triste situazione di orfano povero.  Ai capoccia aveva
    fatto parlare dal Vescovo e scrivere dai parenti,  dalle  persone  che
    potevano  esercitare  qualche influenza sull'animo loro: cos qualcuno
    s'era piegato,  altri aveva dato  una  promessa  in  aria,  e  insomma
    nonostante le grida e i complotti,  Giulente era stato ammesso, ma per
    pochi voti. La notizia aveva fatto chiasso: i nobili improvvisati,  di
    fresca data,  se ne erano rallegrati come di una fortuna loro propria,
    riconoscendo l'influsso dei nuovi tempi,  l'azione  spregiudicata  dei
    Padri liberali; ma, tra i puri, lo scandalo durava ancora.
    Adesso,  passato  l'anno  di  prova,  innanzi  che  il novizio potesse
    pronunziare i voti, bisognava che il Capitolo rinnovasse lo scrutinio.
    L'Abate,  quantunque sicuro del fatto suo,  pure trattava tutti con le
    molle d'oro,  s'affidava a don Lodovico, gli esponeva le nuove ragioni
    che dovevano indurre i monaci  a  dire  di  s.  Dopo  un  primo  voto
    favorevole  era  mai  possibile darne uno contrario,  se durante tutto
    questo tempo il giovanotto era stato il vivente esempio del  rispetto,
    dell'umilt,  dello zelo religioso?  Del resto,  se quel che si temeva
    dovesse realmente accadere, se il governo avesse soppresso i conventi,
    che fastidio poteva dare il nuovo monaco agli antichi? Era bene, anzi,
    nelle tristizie dei tempi,  far vedere ai persecutori della Chiesa che
    lo  stato  monastico  rispondeva  a un vero bisogno sociale,  se,  col
    pericolo  di  non  goderne  pi  i  vantaggi,   i  giovani  chiedevano
    egualmente di sopportarne i pesi...
    E  l'Abate,  assicurato  da  don  Lodovico  che tutto sarebbe andato a
    seconda, dormiva tra due guanciali. Arrivato il giorno della votazione
    e posta ai Padri la quistione se volevano fra loro il Giulente, trenta
    sopra trentadue votanti risposero no, e due soli consentirono.
    "Per una volta che si ragiona!" esclam don Blasco quasi sotto il naso
    di Sua Paternit.
    Il complotto era stato preparato sottomano da  un  pezzo.  Alla  prima
    votazione  una  met  dei votanti s'eran lasciati piegare sapendo bene
    che quel voto non pregiudicava nulla,  che  bisognava  poi  tornar  da
    capo;  ma  dovendo  ora  dir  sul  serio,  nessuno  aveva pi esitato:
    borbonici e liberali, fautori e avversari dell'Abate, il partito delle
    economie e quello dello scialo,  s'erano tutti accordati  nell'opporsi
    all'ammissione  tra  i  discendenti  dei conquistatori del regno e dei
    Vicer di un pronipote di mastri notari come Giulente.  Non  importava
    loro della prossima o lontana fine della cuccagna,  n dell'esempio da
    dare nell'interesse della religione;  c'era innanzi tutto il principio
    di  tener  alto,  "il  bestiame  da  non confondere",  come diceva don
    Blasco;  se il giovane era orfano e povero,  gli si  sarebbe  dato  da
    dormire e da mangiare, come a uno di quei tanti parassiti che vivevano
    sul   convento;   ma   permettere  che  rivestisse  la  nobile  tonaca
    benedettina?  Che gli si dicesse Vostra Paternit?  Che  sedesse  alla
    loro  mensa?...  E  per tutta la clientela del convento corse un lungo
    sussurro di approvazione: cos andava fatto,  sin dal  principio!  Era
    una  bella lezione data all'Abate!...  Il giovanotto,  dal dispiacere,
    dalla vergogna,  rest un mese senza farsi vedere.  Quando  riapparve,
    pallido e con gli occhi rossi, non si seppe che cosa farne. Se i Padri
    non  l'avevano voluto,  non era pi possibile rimandarlo tra i novizi,
    alla sua et e dopo quello scandalo,  specialmente,  che attirava  sul
    povero  diavolo  le  beffe  e  gli  insulti  del principino e dei suoi
    compagni.  Cos l'Abate dovette assegnargli una camera fuori mano,  in
    fondo  a  un  corridoio deserto;  e Giulente,  lasciato l'abito di San
    Benedetto per l'umile veste del prete,  se ne stava tutto il giorno  a
    studiare  sui  libri  che  il  suo protettore gli faceva mandare dalla
    biblioteca. Al refettorio,  n i Padri n i novizi volendolo con loro,
    egli  mangiava  alla  seconda  tavola,  in  compagnia  dei fratelli di
    servizio...  Don Lodovico esprimeva il proprio  dolore  all'Abate  per
    questa  persecuzione.  Egli si era guardato bene dal far la propaganda
    della quale Sua Paternit l'aveva pregato,  prima di tutto  perch  il
    suo  proposito  di  neutralit  glielo vietava,  poi perch neppur lui
    voleva Giulente al convento.
    Nondimeno era stato  il  solo  a  votare  il  s,  per  dimostrare  al
    superiore   la   propria   fedelt,   sicuro   frattanto  dell'unanime
    opposizione dei monaci. Dopo l'esito dello scrutinio, gettava la colpa
    sulla  doppiezza  dei  Padri,  che  dopo  tante  promesse,  all'ultimo
    momento,  per uno "stupido" pregiudizio,  s'eran disdetti... E cos la
    baracca andava avanti, col solito armeggio dei partiti,  con le solite
    discussioni  pi  o  meno  burrascose,  quando  un bel giorno tutta la
    frateria fu messa a rumore da un avvenimento  straordinario,  come  al
    tempo della rivoluzione.


    Garibaldi  era  gi  in  Sicilia a far gente,  non si sapeva perch o,
    meglio,  si sapeva  benissimo:  per  andar  contro  il  Papa.  Al  suo
    avanzarsi un mal represso fremito si levava tutt'intorno, per le citt
    e le campagne,  mentre le autorit si barcamenavano non sapendo a qual
    santo votarsi,  e un po' fingevano d'osteggiarlo,  un po' gli cedevano
    il  passo.  Quando egli si present dinanzi a Catania,  la guarnigione
    che doveva arrestarlo aveva gi sgomberato la  citt,  e  il  prefetto
    scese al porto per imbarcarsi sopra un legno di guerra.  E il Generale
    entr coi suoi  volontari  tra  due  siepi  vive  di  popolazione  che
    applaudiva   e   gridava   freneticamente,   in  mezzo  a  un  delirio
    d'entusiasmo dinanzi al quale le  stesse  dimostrazioni  del  Sessanta
    parevano tiepide e scolorite.  Da un balcone del circolo degli operai,
    dominando il corso gonfio di popolo come una fiumana, egli spiegava lo
    scopo della nuova impresa,  gettava con la voce dolce il  grido  della
    nuova guerra: "O Roma, o morte!..." Poi, dove and egli a porre il suo
    quartier generale? A San Nicola!
    Le grida,  il trambusto che ci furono lass tra i monaci si lasciarono
    anch'essi molto  indietro  le  dimostrazioni  del  Quarantotto  e  del
    Sessanta.   Don   Blasco   divenne  un  energumeno;   disse  cose  dei
    "piemontesi" che non fucilavano  Garibaldi  e  di  Garibaldi  che  non
    spazzava via i "piemontesi",  da far turare le orecchie a un saracino.
    E  la  sua  pi  viva  speranza,  la  fede  che  lo  sorreggeva,   era
    quest'ultima: che i due partiti si sterminassero reciprocamente, che i
    briganti  della  Basilicata dessero l'ultimo crollo alla baracca,  che
    succedesse cos un cataclisma,  il diluvio universale non pi  d'acqua
    ma  di  ferro  e  di fuoco perch il mondo risorgesse purificato dalle
    proprie ceneri. E i monaci liberaloni, "quei pezzi di scannapagnotte",
    osavano ancora batter le mani mentre la rivoluzione ordiva  la  finale
    rovina dell'ultimo rappresentante delle legittimit,  del pi augusto,
    del pi sacro: il Santo Padre!  Battevano le mani come gli  arruffoni,
    come gli affamati in busca di un'offa, come i galeotti evasi di cui si
    componevano le nuove bande!  E dimenavano i fianchi ingrassati a spese
    di San Nicola, e si fregavano le mani che la beata cuccagna permetteva
    loro di mantener bianche e lisce come quelle delle dame!
    "Manetta di mangia a ufo che siete,  avete forse  vinto  un  terno  al
    lotto?  Non  capite  che pi presto l'eresia trionfer,  pi presto vi
    butteranno in mezzo a una strada? Di che vi rallegrate,  traditori pi
    di  Giuda?  Non  volete  capire che avete tutto da perdere e niente da
    guadagnare?"
    "E con questo?"
    "Come con questo?"
    "Ci piglieremo anche noi un po' di libert..."
    Quando gli dettero quella risposta,  il monaco impallid poi tutto  il
    sangue gli mont alla testa e gli occhi parvero sul punto di schizzare
    dalle orbite.
    "Ah,  s;  ve  ne manca?" articolava.  "Vi manca la libert...?  Siete
    chiusi in fondo a un carcere,  poveri disgraziati?...  Che libert  vi
    manca,  d'ubriacarvi  come  tanti otri?  di crepare dalla saziet?  di
    mantenere le vostre ciarpe?...  Non lo sapete,  no,  come vi chiama la
    gente?..."  E  spiattell  loro in faccia l'epiteto popolare col quale
    erano designati da tutta la citt: "Porci di Cristo!..."
    In mezzo al baccano delle discussioni che  minacciavano  di  finire  a
    cinghiate, il povero Abate pareva un pulcino nella stoppa, non sapendo
    come  fare,  non  volendo  dar  mano ad affrettar lo scempio dei buoni
    princpi,  ma non  potendosi  opporre  alla  venuta  dei  garibaldini.
    Pertanto  s'afferrava  al  Priore,  si metteva nelle sue mani,  non lo
    lasciava pi.  Don Lodovico,  lagnandosi delle  tristizie  dei  tempi,
    invocando  dal  Signore  la cessazione di quelle dure prove,  prese le
    redini del convento e prepar il ricevimento di Garibaldi: ordin  che
    dessero  aria  al  quartiere  reale,  che  approntassero pagliericci e
    foraggi,  che vuotassero le cantine e  i  riposti.  Quando  arriv  il
    Generale,  gli  and incontro fino a pi dello scalone,  accompagn ai
    loro alloggi gli aiutanti e presied il pranzo  delle  camicie  rosse,
    scusando l'Abate che una piccola indisposizione costringeva a letto.
    Don Blasco,  giallo come un limone, non potendo pi gridare all'arrivo
    dei garibaldini,  s'era tappato una seconda volta al Noviziato.  Quasi
    tutti  i  ragazzi non c'erano pi,  ripresi dalle rispettive famiglie,
    che per paura dei torbidi si mettevano in salvo.  Solo il  principino,
    Giovannino  Radal  e due o tre altri erano rimasti,  mentre gli Uzeda
    erano scappati al Belvedere,  tranne Ferdinando,  chiuso  come  sempre
    alle  Ghiande,  e  Lucrezia con Benedetto,  il quale riprendeva il suo
    posto di combattimento in quei giorni agitati, tra le poche autorit e
    i rari notabili rimasti.  Egli si sarebbe anzi arrolato,  per  far  la
    nuova  campagna  con  gli antichi commilitoni,  senza il dovere di non
    abbandonar la moglie. Salito su al convento,  il domani dell'arrivo di
    Garibaldi,  and  ad ossequiare il Generale,  che lo riconobbe subito,
    gli  strinse  la  mano,   e  lo  intrattenne   un   pezzo   nonostante
    l'andirivieni  delle commissioni,  delle rappresentanze di ogni genere
    accorrenti   incontro   all'antico   Dittatore.    La   incertezza   e
    l'inquietudine,  le  speranze  e  i  timori intorno a quel che sarebbe
    seguito erano universali. Quali disegni aveva Garibaldi?  Quali ordini
    i  rappresentanti  dell'autorit?   il  conflitto,   se  mai,  sarebbe
    scoppiato a Catania?  Che cosa avrebbe fatto la Guardia  nazionale?...
    Non   si   sapeva  nulla;   certuni  dicevano  che  il  governo  fosse
    secretamente d'accordo con Garibaldi,  che facesse finta d'osteggiarlo
    per  l'occhio  dei  potentati.  Benedetto,  ripresa  la  pubblicazione
    dell'Italia risorta, sosteneva questa opinione, e il silenzio del duca
    d'Oragua,  al quale aveva scritto lettere  su  lettere  pregandolo  di
    tornare  in  Sicilia,  poich  la  presenza  di  lui  poteva  divenire
    necessaria, lo induceva a confermarvisi.  Aveva pertanto assicurato al
    Dittatore  l'unanime  consenso  di tutto il paese.  Congedandosi e sul
    punto di riscendere in citt, si ud chiamare:
    "Eccellenza!...  Eccellenza!..."  Era  fra'  Carmelo  che  gli  veniva
    dietro.  All'orecchio, e con aria di mistero, quando l'ebbe raggiunto:
    "Suo zio don Blasco," gli disse, "ha da parlarle..."
    Rintanato nell'ultima stanza dell'ultimo corridoio del Noviziato,  don
    Blasco  volle  sentire  due  volte  la voce del nipote prima d'aprire.
    Serrato l'uscio sul muso del fratello:
    "Sei dunque impazzito anche tu, pezzo di bestione?" disse a Benedetto.
    Questi aveva appena domandato un perch  timido  e  sommesso,  che  il
    monaco ricominci, con nuova violenza:
    "Come,  perch?  Hai  il viso di domandarlo?  Con la guerra civile che
    state per far scoppiare? La citt bombardata?  Le strade insanguinate?
    I galantuomini perseguitati?... E mi domandi perch?..."
    "Non  colpa..."
    "Non  colpa tua?  Di chi, dunque? Mia, forse? Sicuro! Li ho scatenati
    io  in  persona!  Conosco  il  solito  giuoco!  Gl'istigatori  sono  i
    galantuomini colpevoli di non transigere con la propria coscienza!  Mi
    meraviglio che non  son  venuti  ad  arrestarmi!...  Vengano,  vengano
    pure!..." e pareva un leone, con gli occhi sfavillanti.
    "Vostra Eccellenza si calmi..." balbettava Giulente.
    "Ho da calmarmi,  anche?  Mentre il mio paese  minacciato dell'ultima
    rovina?  Quando vedo una bestia della tua cubatura batter le mani  con
    gli altri, invece di evitare quest'inferno?..."
    "Ma in qual modo?"
    "In qual modo? Facendoli andar via! Si scannino in campagna, sul mare,
    dove  piace  loro,  non dentro una citt come la nostra,  dove i danni
    sarebbero incalcolabili,  dove ne  andrebber  di  mezzo  le  donne,  i
    vecchi,  i bambini, i galant... Vadano via a scannarsi dove gli piace;
    il mondo  grande!... Ecco in qual modo!..."
    Giulente rimaneva perplesso,  non osando contraddire allo zio,  ma non
    volendo neppure disdirsi dopo mezz'ora.
    "Ma come fare? Tutto il paese  pel Generale..."
    "Tutto il paese?  Prima di tutto, sei una bestia! Quale paese? I pazzi
    come te? E poi, quand'anche, ragione di pi! Se il paese  per lui, se
    c' entrato da trionfatore, che resta a farci?  Fosse una piazzaforte,
    capirei;  ma  una  citt  aperta  ai quattro venti?  Se ha da attaccar
    battaglia,  vada altrove!  Si porti chi vuole e ci che vuole,  e buon
    viaggio!..."
    Il  monaco,  a  poco a poco,  s'era venuto placando,  e aveva detto le
    ultime parole quasi col  tono  di  ogni  altro  cristiano;  ma  appena
    Benedetto osserv:
    "E chi lo persuader?"
    "Ah,  sangue  di  Maometto!"  riprese  col vocione di prima e un gesto
    furioso.  "Parlo con una bestia o con un essere ragionevole?  Chi l'ha
    da  persuadere?  Voialtri  che  gli  state  attorno!  C'  una Guardia
    nazionale? C' un'autorit qualunque?  Tu,  che cavolo sei?  Capitano,
    buon cittadino,  il diavolo che ti porta via?  Tocca a voialtri parlar
    chiaro e tondo, dopo che i tuoi conigli piemontesi se la sono battuta,
    lasciandoci nel ballo!  O  credi  forse  che  voglia  impicciarmi  con
    cotesti assassini, briganti, galeotti, ru..."
    Al  rumore  di  un passo risonante pel corridoio,  don Blasco ammutol
    come per incanto.  Si gargarizz quasi la gola gli prudesse,  fece due
    passi  per  la camera,  si ferm un momento a tender l'orecchio;  poi,
    cessato il rumore, dichiar:
    "Se vuoi capirla, tanto meglio; se no, mettiti bene in testa che a me,
    come a me,  importa un solennissimo cavolo di  te,  di  Garibaldi,  di
    Vittorio Emanuele, e di quanti siete..."
    Giulente torn a casa sua impensierito ed inquieto.  Appena entrato in
    camera di sua moglie,  vide Lucrezia seduta  in  un  angolo,  con  gli
    sguardi a terra e gli occhi rossi.
    "Che hai?... Che  stato?..."
    "Nulla. Non ho nulla."
    "Ma tu hai pianto, Lucrezia! Parla! Dimmi che cos'hai!..."
    Ella  negava,  senza  guardarlo in faccia,  con la bocca ostinatamente
    cucita,  e se non era Vanna che sopravveniva,  Benedetto  non  sarebbe
    riuscito a saper niente.
    "La padrona non vuol restare in citt," dichiar la cameriera.  "Tutti
    i suoi parenti se ne sono andati,  anche la povera gente si  mette  al
    sicuro, e lei sola ha da restare al pericolo?"
    "Che pericolo?...  Lucrezia,   per questo?  Ma se non c' pericolo di
    niente? Che temi? Non sono qua io?  A me non faranno nulla,  in nessun
    caso!  Se ci fosse un pericolo anche lontano, ti lascerei qui? Andremo
    via se le cose si guastano; ho bisogno di promettertelo?..."
    Dopo che ebbe parlato un quarto d'ora, ella articol:
    "Voglio andarmene dai miei parenti."
    "Ma santo Dio, perch? Stamattina eri cos tranquilla!  Che cosa  mai
    successo?"
    Era  successo  questo:  che  la  moglie  di  Orazio,  il cocchiere del
    principe,   aveva  fatto  una   visita   all'antica   padroncina   per
    annunziarle,  col fiato ai denti, che scappava anche lei al Belvedere.
    "Eccellenza,  qui non si pu  pi  stare.  Oggi  non  sa  che  cosa  
    successo? I soldati piemontesi rimasti all'infermeria se ne andavano a
    raggiungere  la  truppa.  Al  Fortino,  i garibaldini li vogliono fare
    prigionieri.  Allora,  Ges e Maria,  il tenente ordina  baionetta  in
    canna!  E io che passavo con le creature!... Dallo spavento sto ancora
    tremando!  Ho fatto un fagotto di quei quattro cenci,  e stasera me ne
    vado..."  Allora,  se  la  moglie  del cocchiere andava via,  lei,  la
    sorella del principe  era  da  meno  della  moglie  del  cocchiere?...
    Quest'idea non era sorta improvvisamente nella sua testa. Lottando per
    sposare Giulente,  ella aveva giurato di non aver pi che fare con gli
    Uzeda;  tutte le ragioni da loro addotte per denigrare Benedetto e  la
    famiglia  di  lui  l'avevano  invece  sempre  pi  confermata  nel suo
    proposito. Ma,  trionfando delle opposizioni,  ella aveva cominciato a
    rimuginare, nelle lunghe ore d'ozio e d'inerzia, gli antichi argomenti
    della  zia  Ferdinanda,  di  Giacomo,  del confessore;  la persuasione
    d'essere discesa,  sposando Benedetto,  aveva  cozzato  un  pezzo  con
    l'ostinazione antica;  in rotta col fratello,  il cruccio di non poter
    pi entrare nella casa dei Vicer,  di sentirsi quasi posta  al  bando
    dai parenti,  l'aveva occupata a poco a poco, mentre ella continuava a
    prendersela con loro.  Al principio delle inquietudini  pubbliche,  la
    fuga generale dei nobili e dei ricchi aveva colmato la misura,  ed ora
    ella dimenticava ci che aveva  detto  contro  Giacomo,  la  freddezza
    sorta tra loro due,  il fermo proposito di non piegarsi: voleva andare
    al Belvedere, se perfino la moglie del cocchiere c'era andata...
    Giulente stava ancora cercando di persuaderla, quando arriv la posta;
    in mezzo ai giornali c'era finalmente una lettera del  duca.  Il  duca
    diceva  di  non  aver  pi  ricevuto  sue lettere,  in quei momenti di
    agitazione,  che gliele facevano aspettare con impazienza.  Le notizie
    di Sicilia gli avevano messo la febbre addosso,  tanto che egli voleva
    subito far le valige;  ma disgraziatamente era  impedito  da  molte  e
    gravi  faccende,  "tutte  d'interesse  del collegio e del paese".  Del
    resto,  se voleva trovarsi fra i  propri  concittadini,  ci  era  per
    avvertirli di non lasciarsi trascinare da Garibaldi. "Lo dico dunque a
    te che puoi farlo capire alle teste riscaldate, dove pi insistente si
    cammina  a nome del principio utopista,  si corre sicuro al naufragio.
    Altronde il governo  deciso opporsi in tutti modi a simile  aberrato.
    Ed  io  credo  che  fa  benissimo  anzi  che  ha perduto troppo tempo.
    Garibaldi dev'essere arrestato a forza;  non si pu permettere che una
    nazione  di  ventisette milioni sia messa in orgasmo da un uomo che ha
    meriti distinti,  ma pare aver giurato di farli  dimenticare  con  una
    condotta  che..."  e  qui due facciate contro Garibaldi.  "Perch poi,
    voltiamo la pagina,  neppure  il  governo    libero,  e  non  bisogna
    lusingarsi  col  non  intervento;  c'  la  Francia che fa un caso del
    diavolo, Napoleone ha detto... l'Austria aspetta un pretesto...  tutta
    l'Europa  invigila..."  e  un  altro foglietto di gravi considerazioni
    sulla  politica  internazionale.   "Quindi  ti   raccomando   di   far
    comprendere queste verit agli amici, ed anche, anzi soprattutto, agli
    avversari.  Bisogna evitare un serio disastro al nostro paese, e tutti
    bisognano  persuadersi  del  pericolo  della  situazione.  Pregoti  di
    parlare  e  occorrendo scrivere in questo senso;  anzi sono sicuro che
    nella tua accortezza ti sarai gi messo all'attuazione."
    Per la terza volta in tre ore,  qualcuno dei suoi parenti lo  spingeva
    cos nella via da cui egli ripugnava.  Il duca scriveva, escandescenze
    a parte, come don Blasco parlava;  il monaco borbonico era,  in fondo,
    d'accordo col deputato liberale;  e sua moglie,  chiusa in camera, gli
    teneva il  broncio,  complottava  con  la  cameriera  per  indurlo  ad
    abbandonare il suo posto.
    La  sera,  ad  una tempestosa riunione del Circolo Nazionale,  dove il
    partito garibaldino e il governativo erano  venuti  quasi  alle  mani,
    egli s'alz per parlare.  Nell'imbarazzo da cui era vinto, l'argomento
    suggerito da don Blasco gli parve il  pi  opportuno.  Nessuno  poteva
    mettere  in  dubbio,  disse,  la  sua  devozione  al  Generale,  n la
    coscienza gli  permetteva  di  dare  ragione  a  quelli  che  volevano
    schierarsi contro il liberatore della Sicilia;  ma bisognava piuttosto
    dimostrargli,  col dovuto rispetto,  il pericolo a cui era esposta  la
    citt.  Delle  due l'una: o agiva d'accordo col governo,  e allora non
    aveva nessun interesse di restare a  Catania;  o  il  governo  gli  si
    opponeva,  e  allora  bisognava  chiedere  al suo cuore di evitare gli
    orrori della guerra civile ad una citt popolosa e fiorente.  E questo
    era  proprio il caso,  poich il governo aveva deciso di opporglisi...
    Quel discorso scandalizz i suoi  antichi  amici;  ma,  prendendoli  a
    parte  uno  dopo  l'altro  quando  l'assemblea  fu sciolta senza nulla
    deliberare,  egli li esort a piegarsi,  esponendo la  verit  nuda  e
    cruda,  le  notizie  dategli dal duca.  "Perch non viene egli stesso,
    allora?" domandavano.  "Che cosa sta a fare a Torino,  mentre  qui  si
    balla?"  Ed egli lo giustificava,  annunziando che si sarebbe messo in
    viaggio al pi presto possibile,  ma che intanto bisognava mandare una
    commissione al Generale per indurlo a sgomberare...
    La  sua propaganda ottenne l'effetto desiderato.  Sul partito ostile a
    Garibaldi s'erano accumulati molti sospetti,  poich  i  borbonici,  i
    paurosi senza nessuna fede erano con esso; ora che un liberale provato
    consigliava  non  la  resistenza,  ma  la  rispettosa  esposizione del
    pericolo,  questo consiglio  si  faceva  strada.  Benedetto  non  ebbe
    tuttavia  il coraggio di andare in persona dal Generale ad esporgli la
    sua nuova opinione;  lasci  che  andassero  gli  altri.  Costretto  a
    condurre  sua  moglie  al  Belvedere,  se  ne  torn  solo  in  citt,
    aspettando gli avvenimenti,  scrivendo  e  telegrafando  al  duca  per
    invitarlo  a  venire.  Passarono alcuni giorni senza che la situazione
    mutasse.  Garibaldi,  dall'alto della cupola di San  Nicola,  scrutava
    spesso la linea dell'orizzonte,  col cannocchiale spianato;  o,  curvo
    sulle carte,  studiava  i  suoi  piani,  o  riceveva  la  gente  e  le
    commissioni che venivano a trovarlo.  Finalmente s'imbarc con tutti i
    volontari, non si sapeva dove diretto,  se in Grecia o in Albania;  ma
    dopo la partenza, un lievito di scontento rest nella citt, una sorda
    agitazione  che le persone influenti e la stessa Guardia nazionale non
    riuscivano a sedare. Il movimento era adesso contro i signori,  contro
    i  ricchi;  Giulente  aveva  arringato  i  tumultuanti,  ma nessuno lo
    ascoltava pi;  e il duca gli scriveva ancora che non  poteva  venire,
    che  stava  poco  bene,  che  i  grandi calori gli avevano rovinato lo
    stomaco...
    Un pomeriggio che don Blasco aveva arrischiato,  per la  prima  volta,
    una visita alla Sigaraia, dove, ridiventato un energumeno, augurava il
    reciproco  sterminio dei garibaldini e dei piemontesi,  arriv Garino,
    giallo come un morto:
    "La  rivoluzione!...   La  rivoluzione!...   Bruciano  il  Casino  dei
    Nobili..."
    Infatti la dimostrazione era diventata sommossa, le fiamme consumavano
    il  circolo  dell'aristocrazia.  Il  monaco,  manco  a dirlo,  torn a
    sbarrarsi al convento,  e non lo lasci pi se non  quando  la  truppa
    regolare  rioccup  la  citt.  Ma  l'eccitazione degli animi prodotta
    dall'avvenimento d'Aspromonte,  le  paure,  i  pericoli  non  parevano
    cessati, e il principe non si moveva dal Belvedere, e Giulente tornava
    a pregare il duca di farsi vivo, di venire a metter la pace nel paese.
    Il duca non venne;  rispose ancora che i medici gli avevano vietato di
    tornare in Sicilia.  "Sono disperato,  non posso trovarmi fra voi come
    dovrei  e vorrei,  non solamente per tutto ci che mi dici di Catania,
    ma anche per ci che  avvenuto a Firenze..."
    Benedetto non sapeva a che cosa alludesse; l per l non pens neppure
    che Raimondo era in Toscana.  Seppe qualche  giorno  dopo  di  che  si
    trattava, quando arrivarono, insieme, il conte e donna Isabella Fersa,
    e scesero all'albergo, sempre insieme, come fossero marito e moglie.




















    4.

    L'impressione  prodotta  da  quell'avvenimento  fu  tale che tutt'a un
    tratto Garibaldi e Rattazzi,  Roma ed Aspromonte passarono in  seconda
    linea.  Il conte Uzeda con donna Isabella!  All'albergo insieme, quasi
    fossero due innamorati  fuggiti  di  casa  per  forzar  la  mano  alle
    famiglie! E la contessa? E il barone? Com'era successo il pasticcio? E
    come sarebbe andato a finire?
    Pasqualino  Riso,  reduce  da  Firenze,  col padrone,  fu assediato di
    domande.  Pareva un signore,  Pasqualino:  abito  tagliato  all'ultima
    moda,  biancheria finissima,  anelli alle dita, scarpe verniciate, ch
    se non era  la  faccia  sbarbata,  ognuno  lo  avrebbe  preso  per  un
    cavaliere.  E nelle portinerie, nelle stalle, nei caff dei cocchieri,
    nelle  anticamere  della  parentela,   diede  tutte   le   spiegazioni
    desiderate.  Che il contino non potesse durarla a lungo con la moglie,
    egli l'aveva previsto da un pezzo, e tutti avevano potuto accorgersene
    l'anno innanzi,  quando il signor don Raimondo era scappato lontano da
    quella  donna  che  gli amareggiava l'esistenza.  Lo sapevan tutti che
    egli voleva bene a donna Isabella; dunque la contessa,  se fosse stata
    un'altra,  che cosa avrebbe dovuto fare?  Usar prudenza, per amore dei
    figli! Invece,  nossignori: pianti,  strepiti,  accuse,  minacce,  suo
    padre  sempre  tra  i  piedi:  bisognava  esser  fatti  di  stucco per
    resistervi!  Ma quantunque la pazienza fosse scappata una prima  volta
    al povero contino, pure egli aveva ceduto - tant'era vero che il torto
    non stava dalla sua parte!  - dimenticando il passato, rassegnandosi a
    tornar con lei perch i figli ne andavan di mezzo. Gli uomini,  si sa,
    non  possono  star sempre cuciti alle gonne delle mogli,  e il contino
    non aveva fatto pi di ci che fanno tutti i mariti. Le donne accorte,
    quelle che hanno due dita di cervello, capiscono queste cose, chiudono
    un occhio e fanno la volont di Dio.  Invece,  quella santa  cristiana
    della  contessina,  dopo  d'aver promesso d'essere ragionevole,  aveva
    cominciato da capo;  ma come?  Peggio di prima!  Suo marito non poteva
    pigliare  un po' d'aria che lei non gli facesse una scenata: se andava
    al Glubbo a trovar gli amici, a far quattro passi,  subito i sospetti,
    i  pianti  ed  i  rimproveri.  E  gli strepiti per la passeggiata alle
    Cassine? il contino,  che usciva a cavallo,  ci trovava donna Isabella
    in carrozza e, naturale, si fermava a salutarla; giusto in quel punto:
    ciaff-ciaff,  chi  spuntava?  La  carrozza  della padrona!...  O buona
    donna,  se questo le dispiaceva,  perch non se ne andava al  giardino
    dei Popoli,  che non  meno bello?...  E poi, con le bambine? Con quel
    diavoletto della maggiore che capiva tante cose come una donna  fatta?
    Le  bambine avrebbe dovuto lasciarle alla Missa inglese che il contino
    aveva preso appunto per questo!... La sera, poi, a casa, un inferno! E
    il povero contino: santa pazienza, aiutami tu!...  La padrona,  quando
    smetteva  di  andargli  dietro,  cominciava un'altra musica: chiusa in
    camera quindici giorni di fila,  senza metter fuori la punta del naso,
    non ascoltando n ragioni n preghiere,  senza riguardi per la bambina
    piccola che aveva bisogno di pigliar aria e non voleva andar fuori  se
    la sua mamma restava in casa! E il conte: santa pazienza!... Ma questo
    sarebbe  stato niente: finch era sua moglie quella che lo metteva con
    le spalle al muro,  il padrone sopportava tutto in santa pace.  Un bel
    giorno, che pensa di fare la contessa? Pensa di chiamare suo padre, di
    metterselo  in casa e di scatenare una guerra tra suocero e genero!...
    Bisognava che fosse ammattita!  Lei,  fino a un  certo  punto,  poteva
    mescolarsi  nelle  faccende  del  contino;  ma suo padre?  Chi era suo
    padre?  Un estraneo,  villano rivestito  per  giunta,  e  rompiscatole
    anche!  Diciamo  le  cose  come  sono:  prima  di  tutto  gli  mancava
    l'educazione: uno che aveva imparato alle  figlie  a  dargli  del  tu!
    Istigato poi dalla contessa, era diventato una bestia, salvo sempre il
    santo  battesimo,  e il conte doveva sorbirsi le sue impertinenze,  in
    casa propria!  Un giorno,  solo per aver detto che  certi  affari  gli
    impedivano d'accompagnare la moglie al teatro,  il barone villano ard
    perfino minacciarlo col bastone! Santo Dio d'amore, era un po' troppo!
    il contino non gli disse niente,  altro che una parola: "Facchino!..."
    quella  che  ci  voleva,  e  preso il cappello se n'and,  per sempre,
    stavolta.  Chi poteva pi consigliargli di  tornare  a  perdonare?  Le
    figlie,  pazienza,  sarebbero  andate  in collegio,  o,  se la padrona
    voleva tenerle con s,  il padrone gliele  avrebbe  anche  lasciate...
    quantunque...  quantunque...  Perch il pi curioso, signori miei, era
    questo: che la contessa,  mentre faceva la gelosa,  si divertiva anche
    lei in societ!  Non che fosse successo niente;  in coscienza,  questo
    non si poteva dire,  n il padrone  sarebbe  restato  con  le  mani  a
    cintola, se mai! ma bisognava vedere che smania di andare ai balli, al
    teatro;  che  sfarzo  di  abiti  quando  riceveva tanti uomini,  tanti
    scapoli, un certo conte Rossi, fra gli altri, il padrone di casa...
    E la storia di Pasqualino passava di bocca in bocca,  era ripetuta dai
    cocchieri  ai  famigli,  dai  guatteri  ai  cuochi,  dai portinai agli
    affittacamere, ciascuno dei quali ci ricamava su qualcosa del proprio,
    finch, arrivando al gran pubblico,  preparava l'opinione,  guadagnava
    simpatie alla causa del conte.  Molti per scrollavano il capo, non si
    lasciavano prendere; e a poco a poco,  senza che si sapesse donde,  da
    certe  informazioni  venute  da Firenze e da Milazzo,  da certe parole
    sfuggite allo stesso Pasqualino quando si trovava a  quattr'occhi  con
    gl'intimi, dopo aver bevuto, la verit cominciava a venire a galla.
    Raimondo aveva giurato di romperla con sua moglie nel punto stesso che
    lo  zio  duca  lo  costringeva a riprenderla.  Come tutte le volte che
    cercavano  dissuaderlo  da  un  proposito,   egli  s'era  maggiormente
    incaponito.  Lontano  da  Matilde  e  da donna Isabella,  aveva goduto
    l'illusione di quella libert che gli stava a cuore sopra  ogni  cosa;
    costretto  a rinunziarvi,  s'era promesso di riguadagnarla a qualunque
    costo,  e la sua facile sottomissione ai consigli del duca  non  aveva
    avuto  altro scopo che dimostrare,  con la propria arrendevolezza,  il
    torto della moglie,  unico punto in cui la versione di Pasqualino  non
    mentisse  del  tutto.  L'ideale del suo padrone era di liberarsi della
    moglie e dell'amica ad un tempo;  ma il conto era fatto senza  l'oste,
    cio  senza  donna  Isabella.   Fin  dai  primordi  dell'amicizia  con
    Raimondo, fin da quando, in casa del marito, ella resisteva alla corte
    del giovane,  dimostrandogli simpatia ma  opponendogli  i  doveri  del
    proprio stato, gli aveva detto e ripetuto, con un rammarico che doveva
    dargli la prova dei suoi sentimenti per lui: "Se ci fossimo conosciuti
    prima, liberi entrambi! Come saremmo stati felici!..." E quelle parole
    alle quali egli non credeva lo gelavano,  e pi lo avrebbero gelato se
    le avesse credute espressione di un sentimento sincero: come  il  gran
    torto  di sua moglie era il bene che gli voleva,  la pretesa di averlo
    tutto per s, di far tutt'uno con lui,  torto egualmente grave sarebbe
    stata  una simile pretesa da parte dell'amica.  Tuttavia,  impegnato a
    vincere le sue resistenze,  anch'egli le aveva ripetuto: "Come saremmo
    stati  felici!" e giurato che l'unico suo sogno era di vivere con lei,
    per lei.  Dopo,  aveva tentato di dare addietro;  ma  donna  Isabella,
    perdutasi per lui, senza famiglia, senza protezione, non intendeva che
    le sfuggisse. Per ricondurre a s quel tiepido amante, del quale aveva
    imparato a conoscere a proprie spese la conformazione,  le era bastato
    addebitare la freddezza  di  lui  all'opposizione  dei  parenti,  alla
    volont  della  moglie.  Ognuna  di  queste  allusioni era un colpo di
    sprone nei fianchi del giovane; impegnato a dimostrarle che era libero
    di fare ci che voleva,  egli  faceva  ci  che  non  voleva...  E  il
    martirio della contessa Matilde era ricominciato, pi atroce di prima,
    accresciuto  dal nuovo disinganno,  dall'impossibilit di ricorrere al
    padre,  non gi perch ella  credesse  all'abbandono  di  cui  l'aveva
    minacciata,  ma per una specie d'impegno contratto dinanzi a se stessa
    di non confessare l'errore,  per l'antica paura d'un urto  tra  quelle
    due  nature  violente...  Suo  padre,  quand'ella  si sent pi sola e
    perduta, la raggiunse.  Il suo cieco amore per la figlia e il non meno
    cieco   odio   pel  genero  avevano  reso  vano  il  suo  proponimento
    d'indifferenza;  da  lontano  egli  li  seguiva  di  passo  in  passo,
    aspettando l'ora d'intervenire: e quando la misura fu colma apparve. E
    Pasqualino  l'aveva proprio udito,  il colloquio fra suocero e genero,
    la  spiegazione  definitiva  avvenuta,  dopo  pochi  giorni  di  calma
    apparente,  gi  nelle  scuderie  del palazzo Rossi,  per impedire che
    Matilde,   che  le  bambine  udissero.   Alle  ingiunzioni  sordamente
    minacciose del barone che gli diceva: "Non vuoi finirla? Non vuoi?"
    Raimondo  aveva  risposto col tono consueto di sprezzante superiorit:
    "Di che intendete parlare?  Occupatevi di ci che vi riguarda!..." S,
    di  ci  che  lo riguardava,  rispondeva il barone,  della pace di sua
    figlia che gli stava a cuore sopra ogni cosa,  che voleva garantita  a
    qualunque costo, a costo di portarsela via e di romperla per sempre...
    "E  chi  vi trattiene?  Andatevene pure!" Era appiattato nella stalla,
    Pasqualino, l accosto, e se udiva i padroni non poteva vederli;  ma a
    quella  risposta  del  contino,  al  breve  silenzio  da cui era stata
    seguita,  aveva sentito un certo senso di freddo in  pelle  in  pelle.
    "S,  ce ne andremo...  ma prima..." E allora Pasqualino accorse.  Col
    sangue agli occhi, il pugno levato,  il barone aveva gi agguantato il
    genero;  ma,  senza  il  cocchiere  gettatosi in mezzo,  era bastato a
    Raimondo dire una sola parola: "Facchino!..." perch tutt'a un  tratto
    il suocero lo lasciasse. Sicuro, l'aveva detta il conte quella parola,
    Pasqualino  non  lavorava  di fantasia,  riferendola: e bisognava aver
    veduto l'effetto prodotto sul barone!  Quel pezzo d'uomo  che  con  un
    soffio  avrebbe  buttato  a terra il genero esile e sfiaccato,  che lo
    avrebbe spezzato come una canna tra le mani grosse e  villose,  pareva
    diventato un ragazzo dinanzi al maestro: il contino Uzeda, il grazioso
    e  frollo  discendente  dei  Vicer  fulminava il barone contadino con
    quella parola,  con quell'insulto che diceva la distanza da cui  erano
    separati  il  signore  vizioso  ma  bene  educato e il manesco villano
    ringentilito.  Facchino,  s,  approvava Pasqualino: tra persone d'una
    certa  nascita  le  quistioni non vanno definite a pugni: e con quella
    parola  appunto  il  conte  rammentava  al  suocero  l'onore  fattogli
    sposando  sua figlia;  e se il barone restava immobile come una statua
    era perch subitamente riconosceva d'esser nel torto. La parentela con
    gli Uzeda non gli era parsa una fortuna?  L'orgoglio d'essere  entrato
    nella  famiglia  dei  Vicer  non  l'aveva  accecato  al  punto di non
    scorgere per tanti anni il sacrifizio della figlia? Un confuso e quasi
    istintivo sentimento della propria inferiorit dinanzi al  genero  non
    lo aveva impacciato ogni volta che,  aperti gli occhi,  s'era proposto
    di rinfacciargli la sua condotta,  i suoi vizi,  la  sua  durezza,  il
    sangue avvelenato all'innocente bambina?  Facchino,  s, egli meritava
    l'insulto se, lasciandosi trasportare dall'ira,  aveva voluto definire
    la lite come tra cocchieri; e aveva riconosciuto di meritarlo, ad alta
    voce,  dinanzi al genero, prima di voltargli le spalle. Perch infatti
    la scena non era finita in quel punto,  aveva anzi avuto  una  codetta
    che  Pasqualino  narrava solo a quattr'occhi.  "Io facchino...  s..."
    aveva balbettato il barone;  "ma tu?..." E  ad  un  tratto  gli  aveva
    buttato  in  faccia  una  parola  che  il  cocchiere ripeteva,  piano,
    all'orecchio delle persone... Raimondo lasci allora immediatamente la
    sua casa, corse dall'amica, la costrinse a far le valige e la condusse
    seco in Sicilia.


    Dovette costringerla, perch infatti donna Isabella non era ben sicura
    dell'opportunit di quel viaggio.  Ella  vedeva  che  Raimondo  voleva
    condurla al suo paese per rompere clamorosamente e definitivamente coi
    Palmi;  ma  comprendeva  pure che soltanto l'eccitazione dei contrasti
    sofferti e l'impeto dell'odio provocato dalla  tempestosa  spiegazione
    determinavano  l'amico  suo  a  quel  passo,  e non l'amore di lei;  e
    sentiva anche che l'ostentazione della loro amicizia,  laggi,  in una
    piccola  citt,  le  avrebbe  fatto  torto,  che  la morale pi o meno
    sincera della provincia si  sarebbe  ribellata.  Pure,  essendo  ormai
    tardi,  non  riuscendo  con  le  sue  osservazioni  se  non a eccitare
    maggiormente Raimondo,  non restandole altro per trarlo a s che  fare
    assegnamento su queste eccitazioni, ella era venuta. Gli Uzeda, a ogni
    modo, sarebbero stati per lei.
    Appena  arrivata,  infatti,  donna  Ferdinanda,  che nonostante la mal
    sedata inquietudine pubblica era in citt per  una  sua  causa  contro
    certi  debitori  morosi,   venne  a  trovarli  all'albergo,  s'inform
    dell'accaduto,  approv la determinazione di  Raimondo  con  una  sola
    parola,  ma  molto espressiva: "Finalmente!..." C'erano in citt anche
    Benedetto e Lucrezia che s'era poi fatto  coraggio:  Raimondo  and  a
    trovarli  il  domani  del suo arrivo.  Lucrezia gli restitu la visita
    nella stessa serata,  non curando  l'opposizione  del  marito.  Questi
    giudicava  molto  severamente  la  condotta  del cognato e,  se avesse
    osato, avrebbe impedito alla moglie di far quella visita;  ma Lucrezia
    dichiar che non vedeva nulla di male nel recarsi a trovare il proprio
    fratello: era forse obbligata a sapere che "accompagnava" una signora?
    E  andarono all'albergo,  dove Raimondo li ricevette solo;  ma dopo un
    poco che discorrevano del  viaggio  e  del  tempo,  egli  s'accost  a
    picchiare  all'uscio della camera accanto,  e comparve donna Isabella,
    la  quale  strinse  la  mano  a  Giulente   e   baci   Lucrezia.   N
    presentazioni,  n spiegazioni,  n nulla. Benedetto, sulle prime, era
    imbarazzatissimo, non sapeva come trattare,  con qual nome chiamare la
    Fersa;  ma ella stessa diede il tono alla conversazione,  parlando del
    pi e del meno con molta disinvoltura,  come tra  vecchi  amici,  anzi
    come tra veri parenti.  Pel momento erano all'albergo; ma non potevano
    naturalmente  restarci.  Raimondo  aveva  intenzione  di  prendere  in
    affitto  un  quartiere  in  citt;   ella  giudicava  preferibile  una
    villetta, anche per evitare le indiscrezioni della gente.
    Giulente stava per dire che facevano bene, quando Lucrezia esclam:
    "Che c'entra la  gente?  Se  vi  nascondete,  dir  che  avete  paura!
    Parliamo  chiaro: vi saranno molti che faranno gli schifiltosi." Donna
    Isabella chin gli occhi.  "Se cominciate voialtri a dar loro ragione,
     finita!"
    Raimondo  non  disse  nulla,  aspettando  di  veder Giacomo che era al
    Belvedere ed al quale  nella  mattina  aveva  spedito  Pasqualino  per
    avvertirlo del suo arrivo. Ma il cocchiere torn con un'aria confusa e
    mortificata e non sapeva spiccicar parola "E' venuto?" gli aveva detto
    il  principe;  "e  che  vuole?..."  come  ad  uno  che si presenti per
    chiedere  quattrini.   "Niente,   Eccellenza...   manda  ad  avvertire
    l'Eccellenza Vostra...  desidera sapere quando torner in citt Vostra
    Eccellenza..." Con lo stesso tono di voce il principe aveva  risposto:
    "Comincio adesso la villeggiatura;  torner a novembre..." e gli aveva
    voltato le spalle. Raimondo, alla narrazione della scena,  si morse le
    labbra; donna Isabella esclam:
    "Che abbiamo fatto!... Tuo fratello ci disapprova!" Ed incolpando solo
    se stessa: "Ti ho messo in urto con la tua famiglia!..."
    "La vedremo," rispose brevemente Raimondo.
    Le  previsioni  di  lei  si  avveravano.  I  pi,  senza accogliere n
    rifiutare le  scuse  e  le  accuse  relative  al  secondo  e  decisivo
    abbandono  della  famiglia,  biasimavano Raimondo per il viaggio fatto
    insieme con l'amica,  il soggiorno nell'albergo,  l'unione apertamente
    confessata, quasi sfidando l'opinione pubblica. Egli poteva aver torto
    o  ragione  di  lagnarsi della moglie;  la passione per donna Isabella
    poteva scusarsi; per i moralisti, i padri di famiglia, le signore pi
    o meno timorate volevan salve le apparenze; e quantunque ci fosse poca
    gente in citt,  pure quegli umori si manifestavano  in  certi  freddi
    saluti rivolti a Raimondo,  in certi ambigui discorsi di servitori. In
    campagna,  nelle ville dove la notizia dello scandalo giungeva,  tutti
    discutevano  della  condotta  da  tenere verso la coppia al ritorno in
    citt. Molti dichiaravano che avrebbero troncato ogni rapporto; altri,
    pi  intimi,  perci  pi  imbarazzati,  facevano  dipendere  la  loro
    risoluzione dal modo col quale si sarebbe comportata la famiglia.  Ora
    l'improvvisa severit espressa dal principe a  Pasqualino  significava
    chiaro  che  egli  ritirava loro a un tratto il suo appoggio.  Dinanzi
    all'ostacolo Raimondo s'impennava,  prendeva l'impegno di vincere;  ma
    come  donna Ferdinanda gli sugger di andare personalmente da Giacomo,
    egli entr in una sorda agitazione: era disposto a far tutto fuorch a
    pregare quel birbante che,  dopo avergli dato mano,  gli si  schierava
    contro  chi  sa  per  qual  fine,  fuorch ad umiliarsi dinanzi a quel
    fratello dal quale per tanti anni, ai tempi della madre, s'era sentito
    odiato.  Poi il pensiero delle dimostrazioni ostili che si preparavano
    a lui ed all'amica sua lo arrovellava, gli metteva un'altra smania nel
    sangue.  E un giorno prese una carrozza e sal al Belvedere.  Giacomo,
    vedendolo arrivare,  gli disse,  non nel  dialetto  familiare,  ma  in
    lingua:
    "Buon giorno, come stai?" e senza stendergli la mano.
    "Bene, e tu?" rispose Raimondo.
    "Benissimo," e il principe si lisci la barba.
    La  principessa  che  si  teneva  accanto Teresina intenta a ricamare,
    rispose a monosillabi  alle  domande  del  cognato,  sentendo  pesarsi
    addosso lo sguardo del marito.
    "Resterete ancora un pezzo?" domand Raimondo, rosso come un papavero.
    "S, fino a novembre. Te lo mandai a dire, credo."
    E lasci di nuovo cadere il discorso.  La bambina volgeva lo sguardo a
    quello  zio  di  cui  non  rammentava  bene  le  fattezze,   che   non
    l'accarezzava, che suo padre trattava come un estraneo.
    "Volevo dirti una cosa," riprese Raimondo esitante,  quasi pauroso,  e
    tanto pi crucciato contro  se  stesso  quanto  pi  cresceva  il  suo
    impaccio.  "Volevo  domandarti se c' qualche villetta da affittare...
    una casetta che faccia  per  me...  non  importa  se  piccola,  purch
    pulita..."
    Il principe parve cercare nella memoria.
    "No," rispose. "Tutto  preso, fin da quando pass Garibaldi."
    Raimondo, che si torceva i baffi nervosamente, insist:
    "Cercher, ad ogni modo."
    E allora il fratello, con voce fredda, senza guardarlo:
    "Cerca, se vuoi. E' inutile, non ne troverai."
    Raimondo and via pallido,  muto e fremente. S'era umiliato per nulla!
    Colui gli dichiarava guerra! Non lo voleva vicino!...
    Il principe,  infatti,  aveva spiattellato a tutta la parentela  ed  a
    tutte  le  conoscenze  che  non  trovava  parole  per  disapprovare la
    condotta di Raimondo. "E' uno scandalo inaudito! Come non si vergogna?
    Ha il viso di tornarsene nel suo paese?  Ma quando si vuol fare una di
    queste pazzie,  bisogna nascondersi dove pi lontano  possibile, dove
    non si  conosciuti, dove si pu dare a intendere ci che si vuole!" E
    alla zia,  donna Ferdinanda,  che sal un giorno a posta al  Belvedere
    per intromettersi, per indurlo a far come lei:
    "La  nostra  situazione    diversa,"  rispose.  "Vostra  Eccellenza 
    padrona di pensare ci che crede,  di fare ci che le piace: pu anche
    prenderseli in casa,  non avendo da render conto a nessuno.  Io ho mia
    moglie e mia figlia alle quali non posso metter  sotto  gli  occhi  un
    simile scandalo."
    Diceva  queste  cose  dinanzi  alla  principessa e alla bambina,  e le
    insistenze  della  zitellona  lo  trovavano  incrollabile  nella   sua
    indignazione. Anche Chiara disapprovava il fratello poich Federico lo
    giudicava  immorale;  non  si  parla della cugina Graziella,  la quale
    faceva da portavoce al principe. Tutte le parole di costui,  per mezzo
    della  zitellona  stomacata,  dei lavapiatti dolenti,  del servidorame
    pettegolo,  arrivavano all'orecchio di  Raimondo,  il  quale  fremeva,
    entrava  in  collere  mute;  ma  allora  donna Isabella con un sorriso
    triste:
    "Vedi che non puoi durarla!" gli diceva. "Il meglio  che tu mi lasci!
    Non voglio costarti la pace della famiglia!"
    Cos egli che sentiva aggravarsi le conseguenze del suo  passo  falso,
    che in cuor suo malediceva l'ora e il punto in cui aveva posto mente a
    quella  donna  della quale era gi stufo,  per la quale aveva sofferto
    l'affronto di rinchinarsi al fratello,  si stringeva pi  a  lei,  per
    puntiglio  le  si dava mani e piedi legati.  Non la volevano ricevere?
    Egli le prometteva che avrebbe visto tutti ai  suoi  piedi.  Parlavano
    male di lei? Le assicurava che sarebbe stata sua moglie.
    Per aver altri parenti dalla sua, and a cercare dello zio Eugenio. Il
    povero  cavaliere  era  molto  gi,  il commercio dei vecchi cocci non
    rendeva pi niente; e Vittorio Emanuele poteva forse dare una cattedra
    al Gentiluomo di Camera di Ferdinando Secondo?
    Cos egli aveva lasciato il quartierino dove  stava  da  tanto  tempo,
    s'era ridotto in due camerette pi piccole,  pi fuori mano. Sempre in
    busca di quattrini,  aveva fondato  adesso  l'Accademica  dei  quattro
    poeti,  di cui era presidente, segretario, economo e tutto, e nominava
    a destra e a manca soci promotori, fondatori,  protettori,  effettivi,
    benemeriti,  corrispondenti,  onorari:  ciascuno di questi riceveva un
    diploma,  una medaglia di bronzo,  lo statuto e una noticina di  venti
    lire  di spese;  ma sovente la posta,  invece del vaglia,  gli portava
    indietro  l'involto  rifiutato.  I  parenti  lo  tenevano  un  poco  a
    distanza,  temendo  richieste di quattrini;  ma,  vedendosi cercato da
    Raimondo, egli fiut a un tratto il buon vento.  And subito a trovare
    donna Isabella, si dichiar per lei contro il principe, s'invit tutti
    i  giorni  a  colazione  e  a  desinare.  Aveva  certi  abiti  che gli
    piangevano addosso e certe scarpe  che,  viceversa,  gli  ridevano  ai
    piedi: pochi giorni dopo mise pelle nuova.
    Con  l'abito  fiammante,  le  camicie  di  bucato e le mani inguantate
    accompagn donna Isabella tutte le volte che ella and fuori,  le fece
    da  cavalier  servente,  peror  in pubblico e in privato la sua causa
    dandole della "nipote".
    Anche Lucrezia, a dispetto del marito,  si faceva vedere per le strade
    con  lei,  la sosteneva,  si scagliava con violenza contro il fratello
    maggiore, spiegandone l'opposizione con un motivo semplicissimo.  "Per
    la morale?  Per farsi pagare il suo appoggio!  Scommettiamo? Io non ho
    dovuto pagargli il suo consenso al mio matrimonio?"
    "Lucrezia!..." avvertiva Benedetto.
    "Che c'?  Non  forse vero?  Non ho dovuto accettare  la  transazione
    strozzata per sposarti? E' storia che tutti sanno! Adesso viene la tua
    volta," e si volgeva a Raimondo. "Vedrete se sbaglio! Aveva ragione lo
    zio don Blasco,  quando diceva...  Oh,  a proposito,  perch non vai a
    fargli una visita? E a Lodovico?  Quanti pi saranno dalla tua,  tanto
    meno varranno gli scrupoli di Giacomo.  Andiamo insieme,  v'accompagno
    io..."
    E Raimondo rifece la via del Bosco,  and con la sorella e col cognato
    a  Nicolosi,  dove i Benedettini villeggiavano,  a mendicar l'appoggio
    del fratello e dello zio monaco.  Don Blasco era a giorno di tutto  e,
    dimenticato  a  un  tratto  Garibaldi,  non faceva altro,  lass,  che
    gridare come indemoniato contro Raimondo che aveva  fatto  l'ultimo  e
    pi  grande  imbroglio;  poi contro Giacomo,  non meno imbroglione del
    fratello, verso il quale, dopo avergli tenuto il sacco,  faceva adesso
    il puritano: perch? Per strozzarlo!... All'arrivo dei nipoti, dopo il
    refettorio, egli dormiva come un ghiro, quando fra' Carmelo lo dest.
    "Che c'?" voci. "Perch mi rompi il capo?"
    "Vostra Paternit mi scusi; ci sono i parenti di Vostra Paternit."
    Egli  venne  fuori,  e appena vide Raimondo apr bene gli occhi ancora
    imbambolati.  Come Lucrezia e Benedetto,  Raimondo gli baci la  mano.
    Egli lasci fare, borbottando:
    "Che c'? A quest'ora? Con questo sole?"
    "Siamo  venuti a fare una visita a Vostra Eccellenza," spieg Lucrezia
    per tutti. "La giornata non  tanto calda. Vostra Eccellenza sta bene?
    Sono due anni dacch non venivo pi qui... E Lodovico?"
    Fra' Carmelo, costernato, venne a dire che Sua Paternit il Priore era
    in conferenza con l'Abate e che non poteva scendere gi  pel  momento.
    Raimondo  impallid:  anche  quest'altro  gli  dichiarava  guerra;  si
    mettevano tutti contro di lui!... Per questa ragione, quando Lucrezia,
    accordatasi con lo zio,  propose di fare un giro  pel  giardino,  egli
    disse brevemente:
    "No, ho fretta di tornare. Andiamo via."
    Il  domani mattina,  all'albergo,  egli non s'era ancora levato che il
    cameriere venne ad annunziargli:
    "C' lo zio di Vostra Eccellenza."
    E don Blasco apparve.  Per la  prima  volta  dacch  viveva,  Raimondo
    vedeva lo zio venirgli incontro,  l'udiva domandargli,  con voce quasi
    garbata:  "Come  stai...?"  Non  pareva  vero  al   monaco,   sentendo
    riprepararsi una gran lite,  di poter rificcare il naso nelle faccende
    altrui.
    C'era adesso da spingere l'uno contro l'altro i due fratelli,  da  dar
    mano a disfare un'altra opera della principessa defunta, il matrimonio
    di Raimondo: egli si sentiva invitato al suo giuoco.
    Donna  Isabella  si  mostr  in  veste  da camera,  gli baci la mano,
    dandogli dell'"Eccellenza", quasi fosse gi suo zio;  e il discorso si
    avvi  sul  da  fare.  Udendola  ripetere  che  voleva  nascondersi in
    campagna, il monaco salt su:
    "In campagna? Perch in campagna? Per la villeggiatura, va bene,  fino
    a novembre;  ma la casa in citt bisogna prepararla! Avete paura della
    gente? Allora perch siete venuti? Questa  logica, mi pare!"
    Il consiglio era di chieder subito i conti a Giacomo, di togliergli la
    procura e di iniziare la  divisione:  a  quelle  minacce  il  principe
    sarebbe subito venuto a pi miti consigli.  Ma proprio il domani della
    visita del monaco,  scese il signor Marco dal Belvedere  per  dire  al
    conte che il signor principe voleva restituirgli la procura e dargli i
    conti,  una  volta  che  era  tornato  in  patria.  Raimondo mand via
    l'amministratore con un  violento:  "Ho  capito;  va  bene!..."  e  un
    malumore terribile lo tenne a bocca chiusa per tutto un giorno.  Donna
    Isabella, costernata, gli ripeteva: "Non vedi?  Io ti porto disgrazia!
    Lasciami  andare!  Sar  di me quel che vorr Dio..." E allora egli di
    rimando: "No; ho da vincer io!..."
    Giusto Lucrezia,  che oramai era tutta una cosa con la  cognata  della
    mano manca, fece una pensata:
    "Giacch  non potete stare sempre all'albergo,  e ora  il tempo della
    villeggiatura,  perch non ve  ne  andate  alla  Pietra  dell'Ovo,  da
    Ferdinando? Ha tanto posto; vi dar due camere. Starete con un parente
    e la cosa far buon effetto."
    Tutti approvarono la proposta.  N Raimondo era ancora andato a trovar
    quel fratello,  n Ferdinando sapeva che Raimondo era  tornato:  dalla
    tanta indifferenza,  dalla tanta diversit di educazione, di gusti, di
    vita,   erano  diventati  peggio  che  estranei,   ciascuno   ignorava
    l'esistenza dell'altro.  Lucrezia, incaricatasi delle trattative, and
    alle Ghiande.  Non vedendo il Babbeo da molti mesi,  rimase.  Egli era
    dimagrato come dopo una lunga malattia,  aveva gli occhi infossati, la
    barba incolta, la voce fioca, una malinconia pi nera dell'abituale.
    "Venga pure...  il padrone..." rispose alla sorella,  senza esprimere
    nessuna   meraviglia  pel  ritorno  di  Raimondo,   per  la  richiesta
    dell'ospitalit.
    "Ma,  sai,  ti debbo dire  una  cosa..."  aggiunse  Lucrezia.  "Non  
    solo..."
    "E' con sua moglie?"
    "Con sua moglie, s... come se fosse sua moglie..."
    E  gli  spieg  che aveva lasciato la Palmi e che viveva con la Fersa.
    Ferdinando stette ad ascoltarla guardando  a  destra  ed  a  sinistra,
    quasi avesse smarrito qualcosa, poi ripet:
    "Va bene, va bene; digli che venga quando gli piace."


    Arrivati  che  furono alle Ghiande,  Raimondo e donna Isabella vollero
    visitare la casa,  il giardino e il  podere,  e  profusero  elogi  per
    l'ottima   coltivazione  della  vigna  e  pel  magnifico  aspetto  del
    frutteto, approvarono la trasformazione delle colture, ammirarono ogni
    cosa.  Ma le lodi non facevano pi sul povero  Babbeo  l'effetto  d'un
    tempo.  Una trasformazione erasi compita nel suo spirito,  le cose che
    prima lo allettavano adesso lo lasciavano  indifferente,  la  vita  di
    Robinson  aveva  perduto  per  lui  ogni attrattiva,  senza di che non
    avrebbe consentito a prendere altra gente  in  casa.  Il  fattore  era
    adesso  il vero padrone delle Ghiande,  vi faceva quel che voleva,  le
    coltivava a modo suo,  ne intascava le rendite mostrando al  cavaliere
    le  bucce.  Se talvolta,  preso da uno scrupolo,  gli chiedeva qualche
    ordine,  Ferdinando rispondeva: "Lasciatemi stare!  Non mi parlate  di
    nulla!  Per  me   finita...  Avr sei mesi di vita,  forse...  Potete
    prepararmi il cataletto..."
    La cosa era andata a questo modo: che  il  libraio,  dal  quale  aveva
    comperato  le opere d'agricoltura,  di meccanica e di storia naturale,
    trovandosi una quantit di opuscoli di medicina d'ignoti autori,  tesi
    di laurea di dottori asini,  vecchi ricettari farmaceutici,  fascicoli
    spaiati di enciclopedie anonime,  tutta cartaccia che  non  si  poteva
    vendere  altrimenti  che  a peso,  gliene propose un giorno l'acquisto
    dandogli a intendere che c'era dentro il fior  fiore  della  dottrina.
    Egli  la pag salata,  e si mise a leggere tutto.  Allora la sua mente
    cominci a turbarsi.  La descrizione  dei  morbi,  l'enumerazione  dei
    sintomi,  l'incertezza  delle  cure  lo  atterrirono: chiuso nella sua
    camera,  col libro in una mano,  egli si teneva l'altra sul cuore  per
    verificarne  il  numero  dei battiti,  o si palpava dappertutto con lo
    spavento di scoprire i tumori,  gli incordamenti,  le infiammazioni di
    cui parlavano i medici.  A poco a poco, per un colpo di tosse, per una
    digestione difficile,  per un dolor di capo,  per un leggiero prurito,
    per  un  formicolo  in  pelle  in  pelle  credette  d'avere  tutte le
    malattie;  e quell'idea,  ficcatasi  nel  suo  cervello  di  solitario
    misantropo,  aveva compto una devastazione.  La morte,  per lui,  era
    quistione di tempo; e giusto la paura di dover morire solo, il bisogno
    di vedersi dinanzi un viso amico lo aveva persuaso a prendere  con  s
    il fratello.
    Quando  costui vide che non mangiava quasi nulla,  che stava chiuso in
    camera,  che certi giorni neppur si levava,  cominci a chiedergli che
    aveva,  se  si  sentiva  male;  e sulle prime,  quasi arrestato da una
    specie di pudore,  egli si tenne sulle negative;  messo alle  strette,
    confess.  Aveva  un catarro intestinale cronico,  un'espansione della
    milza,  una bronchite lenta;  l'erpete gli serpeggiava nel sangue,  il
    sistema  glandolare  gli  s'era  ingorgato.  Come  Raimondo  rideva di
    quell'enumerazione,  egli soggiunse,  con voce triste e quasi  con  le
    lacrime  agli  occhi:  "C'  poco  da  ridere,  sai!  Credi  che siano
    fantasie? So io quel che soffro!..."
    "Allora perch non chiami un medico?"
    "Un medico? Che possono fare i medici? Al punto in cui sono ridotto?"
    E non ci  fu  verso  di  persuaderlo.  Allora  entr  in  scena  donna
    Isabella.  Invece  di  contrariare  il  maniaco,  prese  a secondarlo:
    riconobbe l'esistenza e la gravit  delle  sue  malattie,  l'inutilit
    delle prescrizioni mediche; per, se i dottori ci perdevano il latino,
    non  poteva  provare almeno qualcuno di quei rimedi empirici che certe
    volte fanno miracoli'
    "Quand'ero  ragazza  anch'io  ebbi  un  catarro  intestinale  lungo  e
    ostinato  pi  del  vostro.  Sapete  come and via?  Con l'insalata di
    lattughe!"
    E gliene fece preparare un piatto,  come  contorno  d'una  gran  fetta
    d'arrosto  sanguinolento.  Ferdinando  si  mise a mangiare come Cristo
    all'ultima cena: non aveva  fiducia  nel  risultato,  era  sicuro  che
    quella roba avrebbe affrettato la sua fine.
    "Adesso  bisogna  farci  sopra una bella passeggiata!" e offertogli il
    braccio,  come ad un povero convalescente,  lo condusse a  spasso  pel
    giardino.
    Non parve vero al malato, il domani, di svegliarsi vivo e con un certo
    appetito.  L'insalata e l'arrosto,  in poco tempo, fecero miracoli; ma
    restava da guarire il prurito al quale egli dava il nome di erpete.
    "Per questo il rimedio   ancora  pi  semplice:  fate  un  bel  bagno
    d'acqua dolce."
    Da mesi e mesi, egli non si lavava altro che la punta del naso e delle
    dita,  due  o  tre  volte  la  settimana,  per  paura  di prendere una
    polmonite;  cos l'erpete and via.  Il latte,  le uova,  il moto,  la
    nettezza  lo  ritornarono  in  vita,  e  dalla gratitudine verso donna
    Isabella gli spuntavano i lucciconi:
    "Che donna! Che testa! Che intelligenza!"
    Aveva ben poche amicizie,  ma  tutte  le  volte  che  si  trovava  con
    qualcuno cominciava a parlar di lei con tanta ammirazione,  come fosse
    la donna pi saggia e virtuosa,  un  angelo  sceso  dal  cielo.  Presa
    l'abitudine di muoversi,  se ne andava dalla sorella Lucrezia, cercava
    la gente apposta per parlare di lei.
    "Quanto bene vuole a Raimondo!  Che cura ha della casa!  Quel  che  ha
    fatto  per  me  non si pu ridire!  Se non era lei,  a quest'ora sarei
    morto e sepolto!"
    Un giorno arriv  da  Lucrezia  mentre  moglie  e  marito  discutevano
    vivamente: al suo apparire essi tacquero.
    "Di che parlavate?"
    "Si  parlava  della  situazione  di  Raimondo,"  rispose  sua sorella,
    decidendosi di metterlo a parte del secreto.  "Non pu durare a  lungo
    cos. Bisogna pensare a legittimarla, sciogliendo i matrimoni."
    Ella annunziava quel partito con la stessa semplicit con cui Raimondo
    e donna Ferdinanda lo avevano partecipato a lei.  Chiedere ed ottenere
    il doppio annullamento di matrimonio era,  per  gli  Uzeda,  una  cosa
    semplicissima:  chi poteva negare ai Vicer ci che essi volevano?  La
    loro volont non doveva esser legge per tutti?  Non  possedevano  essi
    tutti  i  mezzi  materiali  e  morali  per  vincere  gli ostacoli e le
    resistenze?  Avevano  clientele  dappertutto,  tra  i  borbonici  e  i
    liberali,  in  sacrestia  e  in tribunale: i nobili erano con loro per
    solidariet, gli ignobili per rispetto: ognuno doveva essere superbo e
    lieto di render loro  servizio.  Bisognava,  per  riuscire  in  questa
    impresa, esser bene indirizzati; perci volevano l'opera di Benedetto.
    Come  la  prima volta che gliene avevano parlato,  Benedetto titubava,
    arrestato dagli scrupoli,  con la coscienza del male che gli  facevano
    commettere,  delle difficolt enormi dell'impresa,  del dispiacere che
    avrebbe fatto allo zio duca,  tanto amico  di  Palmi;  ma  sua  moglie
    insisteva  a  dimostrargli  che gli scrupoli erano sciocchi,  che anzi
    l'opera sarebbe stata meritoria.
    "Se domani nasce  un  figlio?  Sar  condannato  a  restare  bastardo?
    Raimondo  non  riprende  pi  sua moglie,  certo com' certa la morte.
    Allora? Meglio mettersi in regola con la legge e la societ!  Non dico
    bene?"
    E Ferdinando, rivolto al cognato:
    "Ne dubiti forse?... Ma come ragioni?... Dov'hai la testa?"
    Benedetto  tentava  dimostrare che non ragionavano loro invece;  che i
    figli gi nati c'erano e che bisognava pensare a questi prima  che  ai
    nascituri,  ma Lucrezia e Ferdinando gli davano sulla voce, tutt'e due
    insieme:
    "C' la famiglia della madre che pensa alle figlie! Nostro fratello le
    rinnegher  per  questo?...   E  gl'interessi  saranno  regolati  come
    vogliono i Palmi...  Se i matrimoni sono sciolti di fatto,  perch non
    scioglierli di diritto?  Chi ci guadagna?  La gente che ci fa sopra  i
    suoi commenti!"
    E questo era il pungolo di Raimondo.  Quanto maggiori difficolt aveva
    incontrato nella via  per  la  quale  s'era  messo,  tanto  pi  s'era
    incaponito a persistervi: l'opposizione del fratello,  le mormorazioni
    degli estranei,  il biasimo quasi universale lo spingevano a vincer la
    partita  in  un  modo  imprevisto  da tutti e da lui stesso.  Egli non
    pensava pi che la sua passione era stata quella  della  libert,  che
    donna Isabella,  come moglie,  gli sarebbe pesata pi della moglie,  e
    che gli pesava gi come amante; impuntato,  accecato dall'opposizione,
    dalla disapprovazione,  dal biasimo, voleva trionfare degli avversari,
    sbaragliarli con un colpo  di  cui  si  sarebbe  parlato  un  pezzo...
    Dicevano  che l'impresa era disperata,  che il doppio scioglimento non
    si sarebbe mai ottenuto,  che donna Isabella era condannata a  restare
    in una falsa posizione,  bandita dalla societ,  dalla stessa casa del
    principe? Egli metteva i piedi al muro, deciso a spuntarla a qualunque
    costo, contro tutto e tutti. E Lucrezia, Ferdinando, donna Ferdinanda,
    don  Blasco  lo  aiutavano  ciascuno  per  conto  e  a  modo  proprio,
    congiuravano  per  vincere  le  ultime  resistenze  di Benedetto,  che
    all'idea di contentare sua moglie, di cattivarsi la fiducia,  la stima
    e  la  gratitudine  dei  parenti  sentiva  ammorzarsi  a poco a poco i
    rimorsi.


    Al  principio   dell'inverno,   quando   il   principe   torn   dalla
    villeggiatura,  non  si  parl  d'altro  che  della  rottura tra i due
    fratelli. Giacomo non solamente non salut Raimondo, incontrandolo per
    via,  ma non toller neppure che toccassero in sua presenza  il  tasto
    dei  pasticci di lui.  Per tanto tempo,  mentre il fratello minore era
    stato in Toscana,  o era andato e tornato di qua e  di  l,  col  capo
    all'amica,  l'eredit  era  rimasta  indivisa,  e  il principe l'aveva
    amministrata anche nell'interesse e per procura del  coerede;  adesso,
    per  troncare  ogni  rapporto  con lui,  gli mandava il signor Marco a
    notificargli che rinunziava la procura e voleva subito dargli i  conti
    e  venire  alla  divisione.  Quella  trombetta  della cugina Graziella
    annunziava a tutti queste cose, e dovunque si trovasse, tra parenti od
    amici o semplici conoscenze, approvava il cugino Giacomo, esprimeva il
    grande dispiacere che "a noi della famiglia"  cagionava  l'ostinazione
    di  Raimondo.  Come  mai  poteva  egli  del  resto  sperare di ottener
    l'intento?  Dicevano che donna Isabella chiedesse lo scioglimento  del
    matrimonio  perch non era stato consumato!  Ma a chi volevano darla a
    bere?  Perch  non  c'erano  figli?  Non  sapevano  tutti  che  Fersa,
    giovanotto,  avea  corso  la cavallina?...  O forse speravano di poter
    sostenere,  come dicevano certi altri,  che donna Isabella  era  stata
    forzata  a  sposar Fersa,  senza volerlo?  Questa doveva essere fatica
    particolare del Giulente!  "Guardate un po' che immoralit!  sostenere
    una causa condannata da tutti,  che fa tanto dispiacere alla famiglia!
    E' venuto a ficcarsi tra noi per metter guerre e liti, questo avvocato
    delle cause perse!..." Ma ella prevedeva  un  fiasco  colossale.  Gi,
    cominciamo  che  il  tribunale  civile  non  era buono ad annullare un
    matrimonio contratto sotto il codice napolitano  del  1819;  bisognava
    rivolgersi  alla  Corte  vescovile;  ma  qui  cascava l'asino,  perch
    Monsignor Vescovo,  e il Vicario Coco e il canonico Russo  e  tutti  i
    maggiorenti   della   Curia   erano  col  principe  contro  il  conte,
    giustamente,  sapendo i torti di Raimondo e della Fersa,  non  potendo
    metter mano a sanzionare uno scandalo di quella fatta!...
    D'altra parte i fautori del conte e di donna Isabella davano sicura la
    riuscita. L'impotenza di Fersa, la violenza patita da sua moglie erano
    affermate  da  una  quantit  di  persone;  ma specialmente Pasqualino
    sonava la campana per conto del suo padrone.  Sissignori: il cavaliere
    Giulente,  e  non avvocato,  studiava e dirigeva la causa del cognato,
    piuttosto che lasciarla in mano di qualche strascinafaccende di quelli
    da quattro il mazzo;  ma del resto egli non aveva molto  da  faticare,
    perch  il  motivo  della nullit del matrimonio di donna Isabella era
    chiaro e lampante.  Lasciamo stare che Fersa non era  precisamente  un
    vulcano,  come  uomo;  ma lo zio di lei l'avea costretta a prenderselo
    mettendole il coltello alla gola: altro che la storia della  signorina
    Chiara!  Almeno la principessa,  sant'anima,  avea cercato di prendere
    sua figlia con le buone,  ricorrendo alle minacce soltanto all'ultimo,
    dopo  due  anni  di  persuasioni  e  di preghiere;  ma lo zio di donna
    Isabella?  Bastonate mattina e sera,  fin dal  primo  momento  che  la
    ragazza aveva detto: "Meglio morta che sposar Fersa!" Come Pasqualino,
    tutta la servit,  la minuta clientela della famiglia era,  nonostante
    l'opposizione  del  principe,  favorevole  al  contino;  questi,   per
    accaparrarsi simpatie,  non faceva pi venire,  come un tempo,  le sue
    robe da Firenze o da Napoli,  ma dava ogni genere  di  commissioni  in
    citt,  e il sarto,  il calzolaio,  il cravattaio, onorati dai comandi
    del contino Uzeda,  lo portavano al cielo,  peroravano in  favor  suo,
    tenevano fronte agli scandalizzati. V'era gente che rammentava l'amore
    di   donna   Isabella  per  Fersa?   Rispondevano  adducendo  infinite
    testimonianze contrarie: da Palermo sarebbero venuti tutti i servi  di
    casa  Pinto,  pronti  a  giurar  sul Vangelo che l'orfanella era stata
    picchiata di santa ragione dallo  zio  tutore,  perch  costui,  senza
    badare  che  Fersa,  se  aveva  quattrini,  non  nasceva bene,  voleva
    darglielo per forza. Dicevano che queste testimonianze erano sospette,
    ottenute per via di quattrini?  Enumeravano gli amici  palermitani  di
    casa Pinto,  don Michele Broggi,  il cavaliere Cutica, il notaio Rosa,
    tutti superiori al sospetto di corruzione,  citati da  donna  Isabella
    perch  attestassero  le  sevizie  usatele,  i rifiuti costanti da lei
    opposti.  Che pi?  Lo stesso  zio  sarebbe  venuto  a  confermare  la
    violenza  esercitata!...  "E  poi?"  esclamava da suo canto la cugina.
    "Dopo che avranno sciolto questo matrimonio? Credono di poter riuscire
    a sciogliere quell'altro?  Non sanno  che  cosa  ha  detto  Palmi?"  E
    narrava  che  quell'attaccabrighe  di  Giulente  gli aveva scritto per
    ottenere che anche lui,  il barone,  consentisse allo scioglimento del
    matrimonio  di sua figlia,  testimoniando d'averla forzata a prendersi
    il conte Uzeda.  Per amore della verit,  spiegava che Giulente  s'era
    dapprima rifiutato, parendogli una cosa proprio enorme, proponendo, se
    mai,  di affidare questa missione al duca che era intimo del senatore.
    Ma s, il duca aveva altro pel capo! Se ne stava a Torino,  badando ai
    suoi  affari,  non  voleva  tornare  in  Sicilia  per paura che la sua
    lontananza durante i turbamenti dell'anno precedente gli avesse  fatto
    torto;  e quando gli scrivevano dell'affare di Raimondo rispondeva che
    per  nulla  al  mondo  voleva  mescolarvisi.  Giulente,  dunque,   per
    contentar la moglie,  il cognato e gli zii, aveva dovuto rassegnarsi a
    rivolgersi lui al barone. "Sapete quanto tempo ha impiegato a scrivere
    la lettera?" aggiungeva la cugina,  informata di tutti i  pi  piccoli
    particolari.  "Una settimana!  Ha stracciato una risma di carta! Sfido
    io!  Come dire a un cristiano: consentite che il matrimonio di  vostra
    figlia si sciolga, che le vostre nipoti restino senza padre!..." Ma la
    lettera, piena d'espressioni riguardose, di complimenti, di scuse, era
    partita:  e  Giulente  aspettava  ancora  la  risposta!...   L'avrebbe
    aspettata un pezzo!  Ch per mezzo di certe  persone  di  Messina,  la
    cugina sapeva quel che aveva detto il barone a un amico, stringendo il
    pugno: "Voglio piuttosto veder morire tutti quanti!..." Perch infatti
    la  "povera Matilde",  moribonda dai tanti dispiaceri,  indifferente a
    tutto oramai,  comprendendo che non c'era pi  alcun  riparo,  avrebbe
    anche  contentato  l'ultima  pretesa  del marito!  il barone,  invece,
    faceva certi giuramenti tremendi per dire che mai,  mai,  lui vivente,
    suo  genero  sarebbe riuscito a rompere il matrimonio: sapeva bene che
    era spezzato di fatto,  ma voleva che Raimondo restasse incatenato per
    tutta la vita, che la Fersa non potesse prendere, dinanzi al mondo, il
    posto della propria figliuola...
    Anche  Pasqualino  sapeva  tutto  questo;  ma  al  cocchiere  di donna
    Graziella,  che,  tenendo per la padrona,  gli prediceva il fiasco del
    conte:  "Un  po'  per volta!" rispondeva.  "Lasciate che si finisca la
    prima causa!...  Quando la padrona sar libera,  penseremo a  liberare
    anche  il  padrone!...  Adesso  non hanno a decidere i canonici,  ma i
    giudici civili.  Con la legge  di  Vittorio  Emanuele,  il  matrimonio
    dinanzi alla Chiesa vale un fondello, e solo ha peso quello dinanzi al
    sindaco:   abbasso  Francesco  ii!   Viva  la  libert!..."  Ma  donna
    Ferdinanda,   Lucrezia,   tutti  i  sostenitori  di  Raimondo  non  si
    contentavano   di   una  sentenza  civile;   volevano  legittimare  la
    situazione di Raimondo e di donna Isabella dinanzi  agli  uomini  e  a
    Dio.  Pertanto  Ferdinando,  il  quale era intimo del canonico Ravesa,
    pezzo grosso della Curia  e  proprietario  d'una  vigna  attigua  alle
    Ghiande,  gli  parlava  tutti  i  giorni a favore del fratello,  e don
    Blasco andava tutti i giorni dal Vicario  Coco,  intronandolo  con  le
    clamorose  dimostrazioni  della  convenienza,  della giustizia,  della
    necessit di quell'annullamento di matrimoni: della stramberia,  della
    prepotenza,  della  birbonaggine  del principe che lo contrastava.  Il
    pezzo pi grosso da guadagnare era per Monsignor  Vescovo;  il  quale
    adesso  non faceva nulla senza l'approvazione del Priore don Lodovico.
    Questi,   persuaso  che  l'abolizione  delle  comunit  religiose  era
    quistione di tempo,  disinteressatosi di San Nicola,  s'era rivolto al
    Vescovato dove la sua nascita,  la sua reputazione d'intelligenza,  di
    dottrina e di santit gli avevano spalancato le porte.  In poco tempo,
    com'era gi stato il  braccio  destro  dell'Abate,  era  diventato  il
    braccio  destro del capo della diocesi: la prudenza dei suoi consigli,
    l'eccellenza della sua posizione,  a cavaliere di tutti i partiti,  lo
    avevano  reso  indispensabile  in  molte circostanze delicate,  quando
    bisognava conciliarsi le nuove autorit  politiche  senza  tradire  le
    "legittime",  salvar capra e cavoli,  servir Cristo e Mammone. Ora, se
    egli avesse detto una parola a favore di Raimondo,  il  matrimonio  di
    donna Isabella sarebbe stato annullato; ma a donna Ferdinanda, che gli
    si metteva alle costole per guadagnarlo alla causa della sua protetta,
    il   Priore  rispondeva  ambiguamente,   adducendo  le  difficolt  da
    superare, l'imbarazzo in cui lo mettevano.
    "Sciogliere un matrimonio  una cosa  grave...  Vostra  Eccellenza  sa
    bene quanto la Chiesa sia giustamente contraria a pronunziare sentenze
    di  questo  genere,  come  vada  coi  calzari di piombo.  Essa non pu
    contentarsi di certe prove e di certe ragioni... Queste potevano forse
    bastare ai giudici secolari,  la cui responsabilit  non    impegnata
    dinanzi  alla  Maest Divina.  Mi duole moltissimo,  in coscienza,  di
    vedere Raimondo messo per una via falsa...  Dopo questa causa ne verr
    una  seconda,  lo  scandalo    immenso...  Io  ho  i  miei  doveri da
    compiere... La mia coscienza..."
    "Coscienza?... Coscienza?..." Donna Ferdinanda, che stava a sentirlo a
    bocca chiusa e a denti stretti, una volta cant: "Lasciala da parte la
    coscienza! Di' piuttosto che non gli hai ancora perdonato d'aver preso
    il  tuo  posto  e  gliela  vuoi  far  pagare,   ora  che  l'hai  nelle
    forbici!..."
    Il  Priore  impallid repentinamente,  guardando un istante in viso la
    zia che lo guardava fisso anche  lei,  come  se  gli  volesse  leggere
    nell'anima. Poi chin il capo e port le braccia in croce sul petto:
    "Vostra  Eccellenza m'affligge crudelmente...  Sa bene che le passioni
    del mondo sono straniere al mio cuore...  che io amo mio fratello come
    rispetto  Vostra  Eccellenza!...  Dica questo a Raimondo;  mi fornisca
    l'occasione di darne la prova..."
    Donna Ferdinanda and pertanto  da  Raimondo  per  dirgli  di  recarsi
    personalmente  dal  fratello  e  di raccomandarglisi.  Un momento,  il
    giovane si ribell.  Era stanco di pregare e di umiliarsi,  di far  la
    corte  a  Ferdinando  e a Giulente per guadagnarli alla sua causa,  di
    imbeccare Pasqualino e gli altri portavoce.  S'era  gi  umiliato  una
    volta  dinanzi  a  Giacomo  e non gli era valso nulla;  s'era umiliato
    anche dinanzi a Lodovico, quando era andato a Nicolosi,  e il fratello
    non s'era lasciato vedere.
    Adesso  bisognava  gettarsi  ai  piedi di cotesto Gesuita,  chiedergli
    perdono del posto sottrattogli, implorarne col perdono la protezione e
    l'appoggio. Era troppo, non ne poteva pi. Le mortificazioni dell'amor
    proprio gli cocevano pi di tutte,  gli facevano stringer le  pugna  e
    mordersi  le dita e quasi spuntar le lacrime agli occhi...  Ma giusto,
    finita la villeggiatura,  tornati tutti in citt,  la parentela  e  la
    nobilt si schieravan col principe contro di lui.  La cugina Graziella
    andava dicendo dovunque che neppure la  causa  civile  sarebbe  andata
    avanti,  che  i  giudici  avrebbero  essi  fatto un processo per falsa
    testimonianza  a  chi  avesse  tentato  di  provare  la  mancanza  del
    consenso; figuriamoci poi la causa ecclesiastica!
    E  una  domenica donna Isabella,  che era scesa in citt per far certe
    compere, torn alle Ghiande con gli occhi rossi.
    "Che hai?" le domand Raimondo,  quasi  bruscamente,  quasi  pronto  a
    sfogare contro di lei, causa prima di tutto quello che gli accadeva.
    "Nulla... Nulla..." e piangeva dirottamente.
    Egli dovette alzar la voce per sapere il motivo di quel pianto. La sua
    amica  aveva  incontrato per via i Grazzeri e la cugina Graziella;  la
    cugina s'era voltata dall'altra parte,  Lucia e Agatina  Grazzeri  non
    avevano risposto al suo saluto,  fingendo di non vederla...  Il giorno
    dopo egli sal a San Nicola, cercando del Priore.
    Lodovico lo ricevette a braccia  aperte,  lo  ascolt  con  attenzione
    benevola. Raimondo gli disse, un po' pallido: "Ti prego d'aiutarmi..."
    Invocava  il  suo appoggio per uscire dalla falsa situazione in cui si
    trovava.  Era urgente legittimarla per una potente e nuova ragione che
    nessuno  ancora  sapeva,  che confidava a lui prima che ad ogni altro:
    donna Isabella era incinta...  Con gli occhi quasi chiusi,  il capo un
    poco  piegato,  le  mani  raccolte  in  grembo,  il  Priore  pareva un
    confessore indulgente ed amico: non una contrazione del viso,  non una
    dilatazione  del  petto  svelava  l'intima  soddisfazione  di  vedersi
    finalmente dinanzi,  sommesso e quasi supplice,  il ladro che lo aveva
    spogliato, pel quale era stato bandito dalla famiglia e dal mondo.
    "Tu  puoi aiutarmi,  mettere una buona parola..." continuava Raimondo,
    "far considerare che in fondo  non  si  domanda  se  non  giustizia...
    perch  la  volont  di  Isabella  fu  violentata;   trenta  testimoni
    proveranno la verit..."
    "Lo so!  Lo so!..." rispose finalmente  il  Priore.  "Io  non  t'avrei
    neppure  ascoltato se non conoscessi che la religione sta dalla vostra
    parte!"
    "Allora, posso fare assegnamento su te?"
    "Certo, certo!... Ma c' un'altra quistione... Nel caso presente,  non
    si  tratta  tanto  di giustizia astratta,  quanto di prudenza mondana.
    Sicuramente, noi dobbiamo render conto solo a Dio delle nostre azioni,
    ma perch la nostra coscienza s'acquieti del tutto, non dobbiamo e non
    possiamo perder di mira l'effetto che i nostri giudizi sono capaci  di
    produrre!...  Ora,  come  vuoi  che  cotesto provvedimento sia stimato
    giusto, se nella nostra stessa famiglia, se il capo della nostra casa,
    non riconosce le tue ragioni e ti condanna con tanta severit?..."
    "E se Giacomo si piega?" insist Raimondo.
    "Sar un  gran  passo  innanzi!  Vedrai  che  l'opinione  pubblica  lo
    seguir,  che  tutti  quelli  finora  dichiaratisi  tuoi  avversari ti
    sosterranno concordi. Allora sar molto pi facile ottenere l'intento.
    Lo stesso Giacomo potr giovarti presso i giudicanti molto  meglio  di
    me.   Sai   bene   quali  relazioni  egli  ha  tra  quanti  circondano
    Monsignore... una sua parola varr molto pi della mia..."
    E questa era la dimostrazione a cui voleva arrivare  attraverso  tante
    parole.  L'affare di Raimondo,  tutto quel pateracchio di matrimoni da
    sciogliere e da ristringere non gli piaceva: il biasimo sordo del gran
    pubblico gli era noto e lo  metteva  in  guardia  contro  l'errore  di
    sostenere una cattiva causa,  il trionfo della quale,  del resto,  non
    gli avrebbe menomamente giovato...
    Raimondo,  tornando alle Ghiande,  mand a chiamare il  signor  Marco.
    Chiusi  in  camera  tutt'e due,  restarono pochi minuti a confabulare.
    L'amministratore torn il domani e poi il giorno dopo, restando sempre
    pi a lungo. Un pomeriggio Ferdinando era buttato sul letto a dormire,
    quando l'abbaiare dei  cani  lo  dest  di  repente;  il  fattore  gi
    picchiava all'uscio.
    "Eccellenza!   Eccellenza!...   C'  qui  suo  fratello...  Il  signor
    principe..."
    Egli balz in piedi, stropicciandosi gli occhi. Giacomo da lui? Adesso
    che c'era Raimondo? E se si fossero incontrati?_
    "Vengo subito.. trattienilo tu... ma non dir nulla.."
    "Come,  Eccellenza?...  Se i suoi fratelli stanno parlando insieme?...
    C' anche la principessa..."
    Sceso gi a precipizio per evitare qualche guaio, Ferdinando entr nel
    salotto   e   trov  i  fratelli  e  le  cognate  che  chiacchieravano
    allegramente.
    "Passavamo di qui," gli disse il principe, "e abbiamo pensato di farvi
    una visita..."


    Il domani,  nella Sala Gialla,  la cugina Graziella,  venuta prima  di
    colazione e trovata la principessa in compagnia di don Mariano,  se la
    prendeva con pi calore del solito  contro  Raimondo  e  l'amica  sua;
    narrava  i  loro nuovi armeggi,  le istanze fatte allo zio duca perch
    prestasse la sua autorit di deputato per ottenere lo scioglimento dei
    matrimoni,   perch  persuadesse  il   suo   buon   amico   Palmi   ad
    acconsentirvi. La principessa, sui carboni ardenti, si faceva di mille
    colori,   alzava,  abbassava  e  girava  gli  occhi,  pareva  invocare
    l'intervento di don Mariano, tossicchiando un poco voleva avvertire la
    cugina di non insistere; ma questa continuava con nuova lena:
    "Almeno,  avessero un po'  di  pazienza!  Si  libereranno  egualmente,
    perch  la  povera  Matilde  sta  per  morire...   Pare  che  vogliano
    affrettare la sua fine!... Tutte queste notizie figuratevi che effetto
    le fanno!...  Ma suo padre giura pi terribilmente di  prima  che  non
    acconsentir  mai a fare il comodo loro...  Sua figlia lo scongiura di
    desistere perch anche a lui,  quando arrivano di  queste  notizie,  
    come  se  gli  pigliasse un colpo apoplettico...  Veramente,   un po'
    troppo!...  Qui sotto c' lo  zampino  della  zia  Ferdinanda!...  Non
    credete giunto il punto di avvertirli che siano pi prudenti?..."
    La principessa non ebbe il tempo di rispondere, di nascondere il nuovo
    imbarazzo  in  cui  quella  domanda  la  gettava,  quando Baldassarre,
    entrato senza far rumore, annunzi con la consueta sua bella serenit:
    "Il signor conte e la signora contessa."
    La cugina rest di sale. Raimondo? La contessa?  Quale contessa?...  E
    donna  Isabella apparve,  and incontro alla principessa che le veniva
    incontro, l'abbracci e la baci sulle due guance.
    "Come stai,  Margherita?  Ero impaziente di restituirti  la  tua  cara
    visita di ieri..."
    Si davano del tu! La Fersa trovava modo di dire che Margherita era gi
    stata  da  lei!  E  il  principe  sopravveniva,  stringeva  la  mano a
    Raimondo, dicendo:
    "Cognata e cugina, resterete a colazione con noi?..."

