/:/ Lorenzo de' Medici.

Lorenzo nelle poche pagine che compongono i suoi Ricordi si sof-
fermo sugli avvenimenti dell'estate 1466, poich da quell'anno, so-
prattutto, si puo dire che la sua spensierata adolescenza si chiudes-
se;  fa conto dessere vecchio innanzi al tempo, che cos richiede
el bisogno , gli aveva scritto il padre. Lorenzo all'eta di sei an-
ni--sappiamo--era stato affidato all'intelligente ed insieme pe-
dante scuola di Gentile Becchi, che seppe essergli accanto per tutta
la vita poi, con sincero affetto. Sappiamo che a otto anni sapeva gi
leggere e scrivere e recitar versi e far da ripetitore, evidentemente
per trastullo fanciullesco, al quattrenne fratello Giuliano. Nel 1461,
quando Lorenzo contava dodici anni, Gentile Becchi si compiaceva
di scrivere ai genitori dei suoi pupilli, Piero il Gottoso e Lucrezia
Tornabuoni, che Lorenzo leggeva Ovidio e Giustino:  tra historie
et favole non dimandate chome se dilecta de' presenti studii . Verso
la medesima et gli doveva gi essere familiare la lettura di Dante, e
qualche storico sostiene che sempre intorno a quegli anni Lorenzo
sia stato scolaro di Cristoforo Landino nello Studio. Il che pare pos-
sibile ma anche improbabile. Allo stesso modo si parla di una lunga
consuetudine di Lorenzo alle lezioni sulla filosofia greca tenute da;
l'Argiropulo. Ma indubbiamente chi lasci su di lui tracce ben pi
profonde fu Marsilio Ficino, che era intimo della Casa Medici e di
appena sedici anni pi vecchio di Lorenzo; dal 1463, il Ficino te-
neva circolo filosofico nella villa di Careggi, recitava declamationes,
commentava testi filosofici, ascoltava, correggeva, dirigeva dibattiti
tra i suoi allievi. Il Landino stesso nelle Disputationes Camaldulenses,
scritte nel 1474, rievoca le discussioni che sorgevano, per esercizio di
eloquenza, intorno ai grandi problemi della vita dal circolo dei gio-
vani medicei. Lorenzo, dunque, ebbe una buona educazione umanisti-
ca, conobbe a fondo la lingua latina secondo i canoni nei quali veniva
insegnata nella met del Quattrocento, ebbe rapida e sicura dime-
stichezza con il volgare letterario e fu partecipe del rigoglio filoso-
fico dell'umanesimo fiorentino. Questo bast per dargli quella fonda-
zione culturale solida dalla quale poi egli seppe trarre frutto per i suoi
scritti, che furono tutti, all'infuori di qualche epistola latina al Fi-
cino e di qualche lettera ufficiale, vergati nella lingua volgare, sorve-
gliati da un ricordo e da un riferimento sempre attenti alla tradi-
zione e insieme arricchiti o per lo meno venati dal gusto della lingua
viva, della concretezza del linguaggio parlato.
   Educazione principesca, dunque, ma nel contempo educazione che
non si chiudeva nelle stanze del palazzo e che lasciava al giovinetto,
in quantoglio non gi di principe ma di cittadino, foss anche il primo
cittadino di Firenze, la possibilit di andare per le strade, le piazze
e le altre case in compagnia di coetanei, a comporre liete brigate, di-
lettantisi con il canto, il ballo, la recita di poesie altrui e proprie,
di schermaglie amorose, di  omaggi  letterari alle fanciulle. E forse
le compagnie furono diverse, non sempre gentili e oneste; onestissima
invece quella nella quale Lorenzo, secondo il costume del tempo, elesse
a sua ispiratrice Lucrezia Donati, promessa sposa e poi moglie, nel
1465 di Niccol Ardinghelli. Di questa professione d'amore, di tes-
suto tutto letterario, per quanto  lecito arguire, rimangono docu-
menti alcuni sonetti e alcune prose lasciateci-da Lorenzo nel suo Co-
mento; omaggi, appunto, che si rifacevano alla tradizione stilnovistica
e al rivivimento del sentimento amoroso petrarchesco.
   Nel 1465 Lorenzo fu inviato dal padre a Milano, per il matrimo-
nio di Ippolita Sforza con Alfonso d'Aragona, e in questo suo pri-
mo viaggio Lorenzo visit le corti di Giovanni Bentivoglio a Bolo-
gna, di Borso d'Este a Ferrara, quella severa del doge Cristoforo
Moro a Venezia. Braccio Martelli e Luigi Pulci gli danno, durante
la lontananza, notizie della brigata di giovani amici:  Caro mio Lo-
renzo--gli scrive il Pulci il ventisette aprile--tu ci lasciasti s
sconsolati nel tuo partire, che io non credo ancora potere sostenere la
penna a scriverti questa lettera. Ho bene inteso da Braccio diligente-
mente del tuo cammino, et stimo al presente sia in Vinegia; et acci
che noi facciamo buon principio al mio scrivere, dico che io son tutto
soletto smarrito afflicto sanza te. D'altra parte io son molto contento
delIa tua dipartita, per che io la reputo aventurata per molte ragioni.
Tu vedrai cose degne et varie di che suole volentieri pascersi il tuo
ingegno; lo quale lo extimo prestantissimo di tutti gli altri, excepto
in una sola cosa, et cetera ceterorum... Se tu ci fussi, io farei mazzi
di sonetti come di ciriege in questo calendimaggio, io direi cose che 'l
sole et la luna si fermerebbono come a Josu per udirle. Tuttavia n'
tra denti qualchuno per uscire fuori; poi dico: il mio Lorenzo non
ci , nel quale era veramente ogni mio refugio et ogni speranza. Questo
solo mi ripreme; ma sia felice et presto il tuo tornare, che io far pure
un tratto ridere il popolo tutto: poi me n'andr in sul carro d'Elia .
   Una lettera, questa del trentatreenne Pulci, dalla quale  forse pos-
sibile estrarre alcune considerazioni: innanzi tutto, la pi ovvia, cio
quella sulla qualit vera, sincera, lieta e commossa dell'amicizia che le-
gava il giovinetto al poeta bizzarro della clientela medicea; qualit di
amicizia che non fu soltanto privilegio loro, ma si estese poi al Poli-
ziano, anche se i casi della vita non sempre giovarono alla continuit
e sodalizio e anche se sctezi ed equivoci non mancarono nei com-
plessi capitoli dai quali pu essere costruito il libro di una lunga ami-
cizia. Soprattutto, in questa lettera, appare gi configurata quella che
sar la famiglia culturale ed artistica di Lorenzo, tanto diversa dalla
casa opima e mecenatesca con dosata liberalit di Cosimo, tanto di-
versa dalla breve, protettiva azione culturale di Piero, dominata dal
severo seppur dolce sguardo della moglie Lucrezia. La corte di Lorenzo
fu ben piu attiva e mentre ribad la supremazia dell'umanesimo fioren-
tino, u al contempo, pi d'ogni altra corte italiana, protagonista della
rinascita della letteratura in volgare. Inoltre, fra le righe della mis-
siva del Pulci s'avverte quella compenetrazione di elementi letterari
e politici, domestici e amicali, seri e scherzosi, confidenti ed encomia-
stici, gentili e popolareschi insieme, che serv a dare alla borghese
corte laurenziana una sua particolare sostanza e una sua particolare ve-
ste. Letteratura e vita sociale non sono affatto distinguibili nella ci-
vilt laurenziana, contro ogni apparenza: n in Lorenzo, n nei suoi
amici e protetti. L'ideale umanistico del dotto impegnato negli studi
e altres nella vita pubblica, ideale affermato e vissuto gi da un Co-
luccio Salutati e da un Leonardo Bruni, si viene ora sfaldando, ma 
un processo che, allan fine, tocca meno Firenze che non altre citt
italiane: la corte di Lorenzo non  corte feudale, non  corte di tra-
dizione principesca, piuttosto  un grande sodalizio nel quale, quasi
naturalmente, tra il signore e i suoi cortigiani si determina un rap-
porto di subordinazione che non esclude l'amicizia, ed anzi la sottin-
tende e favorisce. Il Pulci e il Poliziano e gli altri della schiera medi-
cea sono uomini che non hanno come loro esclusivo esercizio il culto
della poesia, sono uomini vivi che, nei modi consentiti dal signore,
partecipano alla sua fortuna politica, uomini che all'occorrenza, come
accadde al Poliziano fra il 1478 e il 1479, al tempo della congiura
dei Pazzi, sanno metter mano con senno e autorit nelle vicende pub-
bliche, che s'impegnano in consigli, ambascerie, legazioni, che sanno
resistere, sia pure senza indossare gli abiti degli eroi, alle imposizioni
e talvolta assumersi la responsabilit delle proprie impuntature, come
accadde ancora al Poliziano in occasione del suo screzio con Clarice
Orsini, la moglie di Lorenzo. E quando il Pulci, nel progressivo clima
platonico istituito dal Ficino e influente anche sui modi della poesia
in volgare, ebbe coscienza che la sua grande dimestichezza con Lo-
renzo, degli anni adolescenti e giovanissimi del signore, era ormai ap-
pannata, non tacque. Egli non si ritir in un silenzio che poteva appari-
re e sarebbe effettivamente stato pi servile del lamento, ed anZi non
cess dal protestare, amaramente ed affettuosamente, di essere stato
messo un p in disparte. I ficiniani lo guardavano con sufficienza;
fra i giovani letterati, Agnolo Poliziano accett pi che offrire la sua
amiciziaMatteo Franco gli sar aperto nemico. Il coetaneo Marsilio
Ficino lo poteva, in fondo, capire meglio degli altri, nonostante e
polemiche che tra loro intercorsero. Capire, cio, che il Pulci rappre-
sentava nella sua esibita povert, nella storia della sua famiglia no-
bile, mercantile, decaduta e fatta cliente dei Medici, un'estrema con-
seguenza della politica ormai secolare della Casa egemone, che aveva
spento tante famiglie con tutti gli strumenti che il potere politico
maneggiato mediatamente aveva consentito: le tasse esorbitanti, le am-
monizioni, le palesi e segrete esclusioni dalle responsabilit pubbliche,
i confini, gli esilii; e di contro e accanto la protezione ad altre fami-
glie, che, sorte dal popolo, tutto dovessero al fatto d'essere entro il
grande giro mediceo, nell'acquisto del denaro e nella partecipazione
ai comuni incarichi; e ancora,che i Medici ormai favorivano gli uomini,
non le famiglie, che ad ognuno poteva essere riserbato un suo cospi-
cuo spicchio di fortuna, d'onore e di ricchezza, ma a titolo personale,
senza presupporre l'avvio di nuove private dinastie, come accadde
con Bartolomeo Scala, con Angelo Poliziano, con il Pulci medesimo.
   Il Pulci era, in quel torno di tempo, l'ultimo rappresentante
di un linguaggio poetico raffinato e popolare insieme; un linguaggio
che era della borghesia, del quale ci s poteva compiacere per la vi-
vezza, la duttilit, la divertente capacit di sostenere i pi svariati
giuochi dell'intelligenza, dal ripiegamento sorridente sul mondo ca-
valleresco all'imitazione scherzosa, un tantino feroce, ma con garbo,
del mondo contadino contemporaneo (proprio perch linguaggio cit-
tadino, nato e nutrito da secoli entro le mura e sui ponti dell'Arno);
un linguaggio che era stato dei Medici, borghesi e mercanti, e che
era ancora, dopo tutto, il linguaggio della lor vita domestica; un lin-
guaggio con il quale si poteva inventare un canto carnascialesco, riela-
borare fantasiosamente un cantare, ed anche, adoperando una penna
un p pi appuntita, imitare senza disdoro, per lo meno nelle si-
tuazioni e nell'avventura del sentimento, i sempre ammirati stilnovisti
e il Petrarca. Quel linguaggio, quel gusto, quell'estro, quella con-
cretezza e quel piacere che il Pulci derivava dalla sua ascendenza bor-
ghese e per i quali riusc ad essere poeta nuovo; elementi e modi che
egli riusc a trasmettere al suo giovane amico Lorenzo prima che la
civilt comunale borghese che li aveva coltivati si disfacesse proprio
per opera dei principati, e tra questi, grandissimo, anche se diverso
dagli altri, il laurenziano. Un'influenza, quella pulciana sul primo
Lorenzo, che resistette sino a che il Ficino e il Poliziano non introdus-
sero una nuova idea della poesia, un nuovo controllo del lessico let-
terario. Lorenzo indubbiamente sent e segu questi diversi momenti
della civilt che egli ospitava e cresceva e alla quale partecipava. Avvi-
cinandosi a tutti questi esperimenti, tentando di cogliere anche egli
il frutto di tendenze diverse, Lorenzo, in fondo, puntava ad un suo to-
tale inserimento nella stagione artistica che gli si volgeva intorno.
   Un uomo di alta cultura, allevato ed educato entro una civilt uma-
nistica da dotti valorosi e tuttavia destinato non a coltivare le lettere
e la speculazione filosofica, ma a reggere le sorti di una famiglia che
s'era identificata con uno Stato; un uomo simile  facile, o addirittura
necessario che, quando si fosse piegato, negli ozi suoi prediletti, tra
una cura e l'altra della grande casa mercantile, dell'amministrazione
pubblica, dell'irta e ingannevole diplomazia contemporanea, sulla poe-
sia, non perseguisse una sua singolare e tutta individuale espres-
sione artistica, se non a rischio, veramente, in questo caso, di finire
nel dilettantismo, nel piccolo cerchio di un proprio esercizio ristretto.
Lorenzo--la cui vita fu tanto piena di avvenimenti e di casi diversi
dovuti tutti alle tremende responsabilit che fin da giovane, se non
addirittura da giovinetto, si trov ad assumere--nella sua vivace,
curiosa, meditativa e malinconica intelligenza soggiacque alla pi
alta autorit letteraria dei suoi protetti ed amici che per sua munifi-
cenza alle lettere e agli studi dedicavano le ore pi fruttuose della
giornata. Il dilettantismo, l'eclettismo, o l'incoerenza, comunque la si
voglia chiamare, della sua opera letteraria (ma son tesi che non re-
sistono di fronte ad un sondaggio attento del nostro Quattrocento,
anche se hanno avuto fortuna vecchia e recente) sarebbero, pi che
il prodotto di un suo temperamento attratto e condizionato da quelle
forme varie e diverse, il risultato di un suo modo geniale di assecon-
dare le tendenze composite di una cultura che era presente nella sua
citt, di una civilt letteraria da lui protetta e promossa, ma non de-
terminata. Il suo fu il solo modo con cui un principe mecenate, che
non esaurisse la sua tensione verso le arti belle nella protezione degli
artisti e dei dotti, potesse felicemente inserirsi in quel mondo, da pro-
tagonista, come Lorenzo veramente fu. Osservare, ascoltare e quindi
aiutare la propria iniziale vocazione ad esprimersi nelle forme che le
si offrivano, gareggiare con i  professionisti  di quelle forme, con
i creatori ufficiali di quella cultura, alla cui determinazione egli, per
l'inevitabile impedimento provocato da ben altre responsabilit as-
sillanti la sua giornata, i suoi mesi, i suoi anni, non port che un
contributo. D'altronde Lorenzo con La Nencia da Barberino (che pur
fra tante discussioni si continua ad attribuirgli), con le sue canzoni a
ballo, con i suoi canti carnascialeschi, e soprattutto con il suo Comento
sopra alcuni de' suoi sonetti e con molte sue rime, giunse ad un'ec-
cellenza che giustifica appieno la sua maniera di partecipazione totale
allo spirito complesso e vario della contemporanea civilt letteraria
fiorentina.
   Bisogner inoltre considerare che di fronte a Lorenzo troppi cri-
tici hanno adottato, per concludere ad un giudizio, un metodo gi ini-
zialmente deformante, e che, diremmo, sembra derivare subito da un
pregiudizio intorno al  dilettantismo  laurenziano. Si  letta, cio,
la sua opera troppo esclusivamente attenti alla variet, schiacciandola
cronologicamente.  vero, la vita di Lorenzo tu relativamente breve
a quarantatr anni era conclusa, ma essa fu sufficientemente lunga
perch si debbano avvertire e seguire quindi i trapassi e i mutamenti
di una vocazione tanto strenuamente attuata nella pagina, anche nelle
opere incompiute.  indubbio che la variet delle prove letterarie
laurenziane non conduce tanto ad un'idea di armonia quanto, piutto-
sto, ad una constatazione di complessit. Ma  anche vero che nelle
pagine di Lorenzo manca una traccia (se non, appunto, nel Comento,
ed anche l non sistematicamente offerta) della sua vita intellettuale,
manca la riflessione sulla propria poesia, l'indugio sul rapporto tra
la propria opera e la civilt che la sostiene: tutti elementi ritrovabili,
invece, in altri poeti coevi, consci quanto lui del valore eternante insito
nella creazione artistica. Elementi ritrovabili, ad esempio, nel Poli-
ziano; anche egli, del resto, nella variet delle opere, personaggio ben
complesso, quando si pensi che fu un erudito, un filologo eccellentissi-
mo, eppure, insieme (connubio ben raro) poeta di grande limpidezza,
e fu filosofo dotato tuttavia di sufficiente indipendenza dalle sognanti
teorie del maestro Ficino per essere anche vigile cortigiano e all'occor-
renza robusto politico. E non si pu dire che codesta mancanza sia,
nel ritratto di Lorenzo, una lacuna; si pu invece affermare che an-
che in Lorenzo s'avverte la coscienza che la poesia  un fatto impor-
tante e che essa non  soltanto un'evasione, un nobile rifugio, un
culto affatto privato e quasi segreto--come parrebbe a molti di dover
interpretare l'opera sua e persino quella di altri poeti contempora-
nei--ma  anche viva partecipazione alla conoscenza dei valori
umani,  impegno, terrestre e spirituale,  visione e analisi del vero
ed insieme  contemplazione della vanit delle cose mondane. Per
cui--al di l dei risultati raggiunti dal suo vario poetare--si pu
mtendere meglio la compresenza in lui di motivi ridanciani e sen-
suali e di motivi platonici e religiosi, del momento parodistico e del
momento edificatorio:  n avviene questo solamente nelle cose amo-
rose, ma ancora nelle naturali, e comunemente in tutti i casi che av-
vengono agli uomini; perch, quanto alle naturali, veggiamo tutte le
cose che vivono al mondo constare d'oppositi e vivere per contrariet
d umori, ed essere composte di cose che ciascuna per s offende molto
la natura di quella tale cosa... E per diremo la vita nostra constare
d'opposizione, contrariet e diversi mali, e la morte proceder dalla
pace... Quanto a' casi del mondo ed a quello che 'l pi delle volte av-
viene agli uomini,  assai manifesto o esser male puro sanza partecipa-
zione di bene, o male misto con molto male. E, bench e' non mi paia
questa proposizione abbi bisogno d'alcuna confirmazione, tutta volta,
distinguendo le operazioni umane in mentali e corporali, credo sia fa-
cile ad intendere che sempre la mente e intelletto nostro ha oppositi
ed inimici i sensi e le passioni corporali, le passioni e gli appetiti
corporali sempre hanno per ostaculo il rimordimento della coscienza,
che procede dallo intelletto. Ed, oltre a questo, spesso, anzi quasi sem-
pre, una passione  contraria all'altra, e l'uno appetito all'altro .
Queste parole, che si leggono nel Comento, possono essere insidiate
da una preoccupazione didattica di ragionamento ficiniano, e tuttavia
ci suggeriscono il perch nell'opera di Lorenzo si manifesti tanto
spesso la duplicit del sentire umano, l'alternanza di momenti medi-
tativi e alti a momenti passionali venati gi dal presentimento della
delusione, della vanit del piacere. E certamente, come fu carattere
del suo tempo, si pu avvertire gi anche una malinconica vena di
sfiducia verso le virt umane, il senso della provvisoriet delle nostre
azioni, il sottile rimpianto per una vita ove la contemplazione abbia il
primato e la cura del proprio animo sia la predominante, e non, in-
vece, l'attivit pratica, affannosa, tesa, irta di pericoli.
   Bravissimo nel padroneggiare.l'intrico in cui gli interessi poli-
tici, le ambizioni terrene, l'avidit dell'oro, le ragioni degli Stati l'av-
volgevano, Lorenzo tuttavia anche nel reggimento della cosa pub-
blica port un suo personale accento d'eccezione, lucidissimo ma
anche utopistico, quasi tendesse ad un superamento dell'insidiosa
continuit delle trame politiche--conteste di violenze, di astuzie, di
riserve mentali, di voltafaccia repentini, di cavillazioni sfibranti --
in un equilibrio difficile, perch presupponente la soddisfazione di tutti
e la subordinazione della ferrea ragion di Stato agli immobili vantaggi
della pace. Concretezza mercantile e principesca spregiudicatezza en-
trambe derivate dalla tradizione familiare s'unirono nel Lorenzo po-
litico ad un senso faticoso della decisione proveniente dalla sua raf-
finata cultura, ad un fastidio--che per mai lasci sormontare--
per l'assillante vigilanza sulle azioni altrui, e infine ad una volont per
una politica pi vasta, che non si perdesse nella cronaca del secolo ma
si sollevasse sino alla grande storia.
   Concretezza e spregiudicatezza reperibili anche nella sua opera
letteraria, che da manifestazioni popolaresche e licenziose sapeva pas-
sare a forme pi aristocratiche di dettato, a idealit sottili e pensose.
D'altronde non  forse un caso, o soltanto un espediente encomiasti-
co, che sia proprio Lorenzo colui al quale nelle Disputationes Camal-
dulenses il Landino fa pronunciare la difesa della vita attiva, o me-
glio della contemperanza della vita attiva con quella contemplativa
come giusto ideale da perseguirsi:  Quando consideriamo la vita
dell'uomo io credo che nessuno sia cos rozzo d'ingegno da non com-
prendere che non lo consideriamo come se l'animo suo fosse stac-
cato dal corpo, o il suo corpo fosse privo di anima. A quel modo invece
che quando parliamo della biga non intendiamo solo uno dei due ca-
valli che tirano il carro, ma li indichiamo entrambi uniti, analoga-
mente quando consideriamo l'uomo ce lo proponiamo tutto intero
fatto d'anima e di corpo.` Se mi concedi questo, io sono convinto che
deve preferirsi quel genere di vita che serve e rende perfetta, non
una parte sola, ma tutto l'uomo . Parole, come si vede, che nel Dia-
logo primo delle Disputationes sono affidate alle labbra di Lorenzo
quasi appunto soltanto lui potesse gi essere, giovinetto, l'interprete
migliore di quella contemperanza, di quella pienezza, di quella capa-
cit di essere l'uomo tutto versato nella vita pratica e insieme capace
di informare la propria praticit ad una visione filosofica e morale
che la nobiliti.

SERGIO ROMAGNOLI:
Da Momenti di vita civile e letteraria, Padova, Liviana, 1966, pp. 20-28.


