Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Emilio De Marchi.

Il signor dottorino.


La bella strada che costeggia il lato destro del lago di Como, poche braccia al di sopra delle acque, segue le sinuosit della scogliera, ora abbassandosi con dolce pendio fino al letto d'un torrente, che scavalca, ora elevandosi a raggiungere l'altezza d'un dosso ed ora nascondendosi fra le case di una borgata, che discendono fino al ghiaieto. Le ville e i casini con nomi allegri o mesti, secondo ricordano un voto compiuto od una sventura, sfilano quasi in catena non interrotta, dipinti, sospesi, nascosti, rannicchiati, a solato, su per le radici dei monti, che ripidi e coperti di poco verde s'inerpicano fino all'altezza delle nubi. Sull'ora del tramonto quando l'onda ha meno dell'azzurro del sole e acquista pi del ferrigno, quando suonano campane invisibili e del sole non restano che le ultime pennellate sanguigne sulle cime delle Alpi, quando sembrano pi rumorosi i torrenti, pi querule le ondate che si frangono alla riva, pi melanconiche le note d'un piano fuggenti da una finestra aperta ove si agita un'ombra - sull'ora del tramonto qualche amico de'libri siede alla sponda a far nulla. Osserva il cielo e l'acqua, il muschio e il lichene dello scoglio, una frotta di pesciolini, e finalmente se ha una fanciulla lontana sente pi ardente che mai il desiderio di vederla in quell'ora, tra quel bisbiglio di suoni e quel miscuglio di tinte vaporose, in quella penombra che facendosi man mano pi fissa versa tanta malinconia nell'anima.

Non affatto diversi erano i pensieri che passavano nella mente del dottorino, mentre passeggiava sulla bassa ora d'un giorno di settembre lungo il tratto di strada che da Moltrasio va a Torriggia.
Dottorino era chiamato dalla gente dei dintorni or sono molti anni un giovane medico d'uno di que'paesi, studioso e valente, ma ancor pi stimato per la nobilt del suo carattere e per l'affabilit del suo tratto.
Da due anni esercitava l'arte sua in que'luoghi fortunati, e la dolorosa via crucis della condotta era per lui piuttosto una perpetua campagna; infatti il clima  mitissimo, i malati pochi, e fra quei pochi de'ricchi stranieri venuti a mendicare al dolce far niente un po'di salute. Chi ha la fortuna d'una giovent sana cerca alla bella natura o la consolazione d'un affanno, o l'oblio d'una colpa, o la meditazione dei casi andati, o le idee d'un libro, o lusinghe d'amore; il buon Lario, co'tremolii riflessi, colle calme profonde e col variare dei cento azzurri ha una parola per tutti. Per il povero pescatore ha invece de'buoni agoni e de'lucci saporiti e tratto tratto qualche rabbiosa tempesta, che sprigionatasi dal Bisbino, piomba tra le gole a spezzare un remo e ad uccidere un padre di famiglia. Ogni bella ha le sue stizze.
Il dottorino tornava verso casa, ma fosse la sera che gli piacesse, colle pallide luci e col molle spirare della brezza, o fossero i pensieri che gli facessero ingombro, si appoggi a un muricciuolo che difendeva la strada in un punto solitario e fiss lo sguardo alla villa Pliniana, sulla riva opposta, che spiccava come una macchia bianca di calce nel nero bigio del ceppo e nel verdone dei boschi. Ma egli non pensava a Plinio e nemmeno al fenomeno della fontana intermittente e nemmeno alle fresche ombre e alle cascate che stillano pi che da mill'anni da que'classici tufi. Un altro giorno forse si sarebbe smarrito alla contemplazione delle ninfe e delle naiadi che insieme alle belle di Roma avevano popolato la deserta riva, care ai naviganti; ma quella sera tutta quanta la gentilezza dei pensieri si raccoglieva sull'immagine unica di Severina, che egli aveva veduto pochi istanti prima e della quale gli titillava ancora nelle orecchie il dolcissimo "buona sera!"
Chi era Severina? - La figlia del barone Adriano Siloe, venuto dalla Toscana due mesi prima ad abitare un villino svizzero, oggid distrutto per cedere il posto a un massiccio albergo, e che per la tranquillit del sito veniva chiamato il Ritiro.
Il dottore sapeva che Severina aveva capelli castagni chiari, occhi del colore de'capelli, volto delicatissimo soffuso d'una tinta leggermente accesa, una testa fatta al pennello sottile, senza eccessi di carne e di luce, quanto bastava insomma perch Severina fosse creatura di questo mondo.
Il dottorino le sapeva queste cose per essere solito ogni giorno passar sotto il Ritiro, a cavallo, tornando dalle sue cure e fors'anche per segrete ricerche che aveva fatto. Ma perch Severina salutasse lui tutte le sere e sorridesse al suo passaggio, perch ieri avesse scosso un fazzoletto, perch oggi avesse lasciato cadere un garofano rosso dal davanzale sulla via, erano problemi che invano cercava risolvere a memoria fissando l'occhio nell'ombra.
Egli esitava a pronunziare un giudizio che fosse troppo acerbo, perch que'sorrisi e quelle grazie gli erano, dopo tutto, carissime; gli pareva anzi che un po'di franca audacia non dicesse male a una bellezza cos solitaria; oppure s'ingegnava di supporre in lei un'anima fanciullescamente inesperta, che sconoscendo le vecchie regole del decoro sociale, si abbandonava senza rimorso alla libera manifestazione d'un sentimento vergine, tal quale veniva da natura; oppure essa era la vittima di una ferrea disciplina, condannata forse dal rigore paterno a vita serrata fra le quattro pareti, tra i libri, il pennello e il piano, ma senza un'ora di follia giovanile su per i prati, senza un'ora di conversazione con un uomo di mondo.
Il barone Adriano, giudicato a vista, era uomo freddo e forse troppo lontano per et e per indole dalla giovinezza per sentire queste necessit e per provvedervi. Il dottorino Marco l'aveva incontrato qualche volta per via, fosco in cera, curvo sotto il peso di gravi riflessioni, sdegnoso di tutto quanto lo circondava, segno d'animo superbo e meschino, sempre solo colla noiosa compagnia di s stesso. Non lo conosceva pi in l, e meno di lui conosceva sua figlia; ma, tornato a casa, stent a trovare il sonno e voltandosi nel letto andava sospirando come uomo clto da scalmana.
Per quanto in seguito domandasse alle persone del paese, non gli venne dato di cucire altre notizie, perch il barone non aveva amici, sua figlia non usciva mai, e il vecchio servitore incaricato delle provvigioni parlava un napoletano burbero, ma abbastanza chiaro per dar una lezione di prudenza ai curiosi.
Tutte le sere si rinnovavano le lusinghe: anzi una volta donna Severina, posata la punta delle dita alle labbra, lanci al lago un bacio, che fece arrossire e tremare il povero Marco; dopo il primo smarrimento, egli prese la corsa su per un viottolo alpestre, non curando i triboli e i ciottoli, cacciato da una folla di fantasmi schiamazzanti, finch cadde sfinito sul sagrato d'un tabernacolo montano; abbranc l'erba, la strapp dalle radici, e stendendo le braccia al bigio villino che appariva di sotto fra una corona di lauri e di magnolie grid al cospetto del cielo e della terra: Divina! Divina!
La vita gli diveniva ogni giorno pi nojosa: cogli infermi era spiccio e trasognato, cogli amici collerico, coi libri adirato: amava la solitudine, il languore, e il giacere lunghe ore sotto un noce in cima a un pascolo, cogli occhi fissi al vario movimento delle frasche, all'andare e venire dei pettirossi e dei merli, allo svolazzare voluttuoso d'una farfalla felice pi di lui, perch poteva senza pericolo discender basso basso fino a quel davanzale, dare una volta in quella cameretta destando accenti di amore e di tenerezza.
In quella dormiveglia febbrile andava sognando cento espedienti che lo potessero avvicinare a Severina: tutto gli pareva abbastanza onesto, foss'anche un assalto al suo balcone, un malanno che lo facesse cadere agonizzante sotto la finestra di lei, o un incendio, di cui egli solo avesse il dominio.
Lanciarsi tra le fiamme, salire di volo la scala correre fino a lei sbigottita, afferrarla, discendere con essa per una scala sottile e cinta dalle fiamme, deporla sopra una zolla fiorita, dirle: Tu mi devi la vita! e poi fuggire, e sparire per sempre dalla faccia della terra... ecco le dolcezze sognate nei deliri d'amore all'ombra d'un noce di duecent'anni.
Ma da s il buon dottorino non sarebbe venuto a capo di nulla; la condizione del barone Adriano non gli permetteva neppure di sognare tanto scioccamente.
Un giorno, il vecchio servo entr in farmacia tutt'affannato cercando del medico.
- Son qui - rispose Marco, e usc come una saetta e corse senza perder tempo e fiato, fin alle ultime case del paese. Non osava domandare notizie, per lusingarsi alla speranza di poterle toccare il polso; cammin per un lungo tratto di via senza rompere il fascino dell'ignoto e sol quando fu al cancello della villa si ferm ad aspettare il vecchio che ansava e gli chiese:
-  malata?
-  il gondoliere di Sua Eccellenza, un veneto goloso di ostriche, che vuol morire di indigestione; Zeno dovrebbe sapere che i pesci grossi uccidono mangiando e i pesciolini lasciandosi mangiare.
Gli antichi diedero segno di somma sapienza quando figurarono amore in un fanciullo, perch nessun altro sentimento  tanto irragionevole. Il dottorino desiderava che donna Severina fosse malata, e si rattrist della burla.
Quando attravers il giardino alla volta d'una casa rustica, appartata, ud la voce di Severina che cantava o meglio trillava sulle note alte, toccando tratto tratto i tasti bassi del pianoforte.
- Non sa la signora che vi  un malato in casa?
- Saperlo o non saperlo,  lo stesso - rispose con nebulosit sibillina il vecchio burbero arrestando i gesti in aria come usano spesso i napolitani.
Il gondoliere guar, e fatto il solito giuramento e le solite croci contro le ostriche torn al remo, all'acqua e al vino, specialmente sotto il Grotto del Nino o alla riva di Lemna dove lo si vendeva buono. Ma il dottorino era malato gravemente, e sparsa la voce d'una rabbiosa febbre intermittente scrisse al suo vicino collega, raccomandandogli per quindici giorni i suoi infermi e offrendogli il proprio cavallo; col permesso de'superiori aveva intenzione di andarsene lontano, e presa la via delle Alpi, penetrare nella Svizzera tedesca, spendere un migliaio di lire, salire i gioghi ghiacciati, litigare coi vetturali, colle guide, cogli osti e colle paffute montanare e ritornare finalmente pi povero, pi stracciato, pi bisognoso, ma guarito da quell'amore che minacciava la sua fortuna, e la dignit d'una famiglia illustre. Le intenzioni del signor Marco erano buone; preparata una piccola valigia aspettava il piroscafo della sera, quando il suo domestico gli consegn un biglietto di visita dicendo: - Egli aspetta.
Il dottore lesse: Barone Commend. Adriano Siloe.


Il barone chin la testa a un dignitoso saluto.
Egli forse non oltrepassava i cinquant'anni; vestiva elegantemente di nero; scarno era il viso ma di linee belle; alta la fronte con rari capelli, lentissimo il gesto, profonda la voce, ma che tratto tratto si faceva melodiosa quasi rispondesse a sentimenti improvvisamente pi lieti.
- Riesco importuno, signor dottore? - chiese fissando gli occhi al suolo secondo il costume e arrestandosi immobile in mezzo alla stanza.
- Ella mi onora - fu presto a rispondere il dottorino, che non sapeva spiegarsi questa visita inattesa, e aggiunse: - Se avessi saputo, sarei venuto io stesso.
- Grazie, ma la prudenza mi consigli di prevenirla. - Il tono di voce naturale e conveniente a un uomo di tanto riguardo, parve in sulle prime misterioso e provocante al povero dottorino, onde cominci a temer forte che il noce della montagna non avesse scosso dai rami qualche segreto.
Sedettero entrambi, e il barone, senza torcere gli occhi dal suolo come se vi leggesse quello che stava per dire, incominci:
- Sento che ella gode bella fama non solo di medico provetto, ma anche di uomo saggio e generoso, onde, sebbene io disperi degli aiuti della scienza, tuttavia un barlume di speranza brilla ancora in me per quella scienza che ha, dir cos, la baldanza della giovent. Inutilmente ho interrogato i pi sapienti medici d'Europa...
A questo preambolo recitato colla moderazione d'un uomo che pensa quel che dice e al modo migliore di dirlo, il dottorino spalanc tanto d'occhi ed entr in maggiore curiosit; per, fatto un cenno d'umilt innanzi a elogio s ragguardevole, si atteggi in modo da non perdere una sillaba sola di quelle preziose parole. Il piccolo sospetto natogli in principio, cio che il barone avesse letto nel suo cuore l'amore per donna Severina, si sciolse da s stesso, e Marco, osservando il colore olivigno e quasi terreo di quel viso e il corrugarsi frequente di quella fronte, pens di aver innanzi un illustre infermo.
Ma il barone l'imbarazz alquanto allorch gli disse: - L'ammalata  mia figlia, donna Severina. Essa  l'immagine viva di un'altra donna che nella mia giovinezza amai e venerai in appresso per pi di vent'anni di matrimonio. Morta mia moglie, mi rest Severina unico amore, unica ragione della mia vita; la mia natura essendo inclinata a melanconia, e la mia mente al dubbio d'ogni cosa, soltanto Severina pot colla soavit delle sue parole e coll'eloquenza de'suoi sguardi indurmi a poco a poco a persuasioni pi sante, o dir meglio pi umane. Ma Severina da un anno  molto malata.
Il barone corrug la fronte in un modo strano e trasse un lungo sospiro.
- Posso io... - mormor premurosamente il dottore, ma anche la sua voce tremava, e a stento gli riusc nascondere il turbamento che questa notizia aveva gettato nel suo cuore. Il barone con un segno della mano graziosamente lo interruppe ed... -  necessario - disse - che io narri prima la cagione di questa malattia, se lo permette...
- Si figuri.
- Severina fu gi fidanzata a un nobile toscano, il conte Giulio - taccio per piet il nome del casato. - Essa lo aveva conosciuto in una di quelle feste eleganti in cui le giovinette frequenti volte incominciano fra la musica, le danze e i fiori una storia che finisce in pianti e in vergogne. Giovane di acuto ingegno, bello di aspetto, di parola facile e ornata, discreto scrittore, don Giulio era ben accetto anche fra i crocchi nei quali oltre il vano cicaleccio ha pur qualche valore una parola seria e sincera. La fanciulla rispose ai primi sguardi alle prime parolette con quella commozione di tutti gli spiriti, con que'rapidi rossori e quell'immobilit pensosa degli occhi, onde per la prima volta si manifesta l'amore. Essendo per fanciulla savia e schiva dai sotterfugi, venne subito da me, e sedendo, come soleva spesso, sulle mie ginocchia, mi disse: "Pap, io amo.... La fissai e mi accorsi che amava molto. Umide erano le ciglia, accesa la fronte, trepide le labbra e in tutte le membra irrequieta, come se le scorresse l'elettrico entro i nervi.
"Intanto il conte Giulio passava due o tre volte al giorno a cavallo sotto il terrazzo della nostra villa presso Fiesole; io non so negare che in qualche tramonto non gli rispondesse una voce modulata al canto, o uno stormire insolito dei lauri sopra la cinta del giardino, o un saluto indiscreto; mi spiaceva soltanto che il contino non uscisse da quelle incertezze, per verit sconvenienti e pericolose. Ma non tard molto. Suo padre, il venerando conte Gian Andrea, il fratello del quale fu cardinale di Gregorio XVI, venne regolarmente e come richiedevano le leggi d'onore, da me. Illustre era il casato, secondo i voti del mio cuore, o, se le piace, secondo pregiudiz di vecchia data, che io non intendo per n difendere n accusare, ma che per antica tradizione domestica hanno per me santit di legge. Tra le due famiglie si strinsero nodi di amicizia: inutile il dimostrare come i parenti esultassero, come la citt ne parlasse, come Severina corresse a imaginare l'avvenire d'oro. A dieciott'anni ognuno di noi suol ricrearsi un mondo di suo genio, quasi correggendo l'opera di Dio; fatica vana per chi deve ben tosto distruggerlo colle proprie mani e inciampare e seppellirsi nelle sue rovine. Verso la fine del verno notai sulla fronte di don Giulio una nube ostinatamente fissa e in tutto lui un languore insolito, inesplicabile in un giovane della sua et, del suo ingegno, e che poteva col semplice specchiarsi in due pupille conoscere quanto la sua esistenza fosse preziosa e cara. Amava i lunghi ragionari della politica, pendeva precocemente al grave, al triste, e se pur talvolta sforzavasi richiamare gli antichi spiriti, non gli veniva affatto di nascondere interamente l'artificio delle arguzie e dei sorrisi fatui.
"Un giorno mi raccont d'una certa causa presentata ai tribunali per la rivendicazione di non so quali terre nelle Romagne, per la quale gli era giuocoforza ritardare il matrimonio di qualche stagione; anzi per la composizione di questa causa interessante don Giulio doveva allontanarsi spesso da Firenze, e privava in tal modo Severina delle sue visite preziose.
"Com'era mio dovere, lo spiai, e non fui il primo in Firenze a scoprire la vera causa di queste titubanze. Severina ne sapeva qualche cosa? prima di me aveva scoperta l'immensa noia che travagliava il suo povero amico e ne piangeva in segreto, e veniva a chiedermi spiegazioni con voce straziante, pregandomi d'indicarle in che cosa ella fosse mancata verso don Giulio. Io, naturalmente, sperando sempre in un vicino ravvedimento, andava lusingandola con parole vaghe, le dimostrava come l'esito di quella causa fosse veramente tale da compromettere la felicit di don Giulio. Dovevo forse dirle: Asciuga gli occhi, poverina: egli ama un'altra donna?".
- Un'altra donna! - interruppe il dottore coll'esclamazione d'uomo che stenta a credere; difatto, secondo il suo sentimento, come si poteva amare un'altra donna dopo aver conosciuto Severina?
Il barone conferm:
- Era costei, - disse, - una celebre cantante francese che in quella stagione aveva trionfato per bellezza e per arte al teatro della Pergola; don Giulio aveva fatto a fidanza della propria virt e sebbene non venisse a quest'altro amore per malanno, sebbene lottasse per onor delle armi co'propri scrupoli, qual vantaggio per Severina? La citt intanto ne sussurrava colla solita compiacenza.
"Non da padre sdegnato, ma da umile supplicante scrissi una lettera al vecchio conte, che mi rispose cortesi promesse, ma dalle quali traspariva un amaro cordoglio. Don Giulio, che non osava lasciar la mia casa, fidandosi nella nostra cecit, torn con varie pretese s indiscrete alle quali io non poteva cedere senza offendere Severina e l'integrit del mio nome. Evidentemente egli cercava un pretesto per rompere ogni promessa, e fra noi due si scambiarono parole asprissime. Severina n'ebbe sentore, si meravigli che don Giulio s'arrestasse innanzi a qualche articolo di contratto nuziale, ma non mi avvidi che ella conoscesse ancora la dura verit. Perch non le giungesse sgarbatamente qualche voce della cronaca cittadina la condussi meco a Livorno, ove abbiamo una vecchia parente. Ella mi segu docilmente, e quando ci trovammo soli, lontani dai luoghi testimoni della prima felicit, ella mi si abbandon piangendo al collo e mi disse: Padre, perdonagli; cedi alla sua inesperienza; io lo amo...
"Terribile momento fu quello, dottore; la parola crudele mi corse alla lingua, litig fra i denti, ma temendo che Severina non mi cadesse morta ai piedi o che smarrisse la chiara coscienza di quelle virt per cui sua madre era tanto benedetta, preferii comparire io stesso come il gran colpevole e promisi ravvedermi. Le narrai minutamente la storia del nostro diverbio; le dissi come, impaurito per l'esito fatale di quella sciagurata causa, io secondava di malgrado quel matrimonio, ma, dal momento che ella ne soffriva, avrei fatto ampie scuse all'amico; insomma mentii per la prima volta in vita mia, ma trassi pi sicuro il respiro quando vidi tornare un sorriso di speranza sulle labbra di Severina. Ma perch l'aveva io tornata alla speranza? perch le andava promettendo che don Giulio sarebbe arrivato di giorno in giorno? io temeva dire la verit, ma qual beneficio era mai il mio infingere? Lottava come uomo che sta per affogare: ad altre mie lettere non si rispose pi da Firenze: Severina era angustiata, seccante, insistente.
"Una mattina essa sedeva al balcone, gli occhi fissi al mare, donde io avevo molte volte promesso che don Giulio sarebbe arrivato. Aveva tra le mani una lettera d'una sua amica, maritata da un anno, la quale col diritto dell'esperienza si faceva ardita di darle consolazione e avvertimenti non chiesti. Un poscritto diceva: "Egli  partito per Parigi; sei benedetta da Dio, Severina". Severina guardava fisso il mare, come se volesse scoprire lontano lontano le coste di Francia; una povera cameriera, messa alle strette, aveva narrato tutto".
- Mio Dio! - esclam sottovoce il dottore.
Don Giulio aveva seguito il corso della sua stella e andava incolpando me d'intolleranza e d'avarizia.
- Il barone cos dicendo sorrise amaramente.
- Posi una mano sulla testa della fanciulla, che levati gli occhi, mi sorrise mestamente. Era bella, giovane, innamorata, semplice ne'suoi affetti come una bambina e non sapeva persuadersi di quanto le avevano narrato.
"Fissava il mare placidamente azzurro, il colore de'suoi pensieri, e non si ricordava che anche il mare ha le sue orribili tempeste nelle quali si frangono le pi belle opere degli uomini. Ella non saliva tanto alto nella considerazione del male, ma io, caro dottore, io che teneva una mano sul di lei capo, che nella vita ero passato attraverso dure esperienze, che mi vedeva offeso e tradito nella parte migliore di me, non seppi raffrenare un urlo di rabbia feroce, come di belva, a cui ella si scosse e rispose con un grido...
"Ah! dottore, odio gli uomini; odierei anche Iddio, se lo conoscessi!".
Il povero dottorino chinava la testa mortificato, come se di quella storia egli fosse un po'colpevole: osserv di sottecchi l'aspetto del barone e n'ebbe tanta compassione che per poco non ruppe in singhiozzi.
Dopo un istante, nel quale si ud persino il rumore del pendolo sul camino, il barone ripigli:
- Da quel giorno Severina  malata e la scienza mi rifiuta ogni consolazione. Quel giorno che ella avesse chiusi gli occhi io tornerei alla mia libert, e...
- Non lo dica, signore...
- Non sono avvezzo a promettere senza mantenere: quel giorno mi ucciderei.
- Ringrazio Dio che il signor barone non sia tutt'affatto deluso della scienza.
- Voglio morire, s'intende, senza l'ombra d'un rimorso. - Le risposte del barone erano brevi, decise e pronunciate a testa bassa.
- Se  vero che per volont degli uomini avvengono spesso dei miracoli, io voglio tentarne uno - disse il dottore colla sicurezza dello scienziato.
- Ella avr piena libert in casa mia.
Il dottorino, preso, non so come, da un vago presentimento che in quell'incontro vi fosse la mano di Dio, si fece animo e interrog il barone sopra alcuni particolari della malattia, dicendo:
- Forse donna Severina sent il contraccolpo di quella sventura nel sistema nervoso, o ne patirono i bronchi, o...
- Dottore - interruppe ruvidamente il barone - non ho ancora detto che Severina...
Il povero padre si copr il volto colle mani, e ritornato a poco a poco all'abituale sua freddezza, seguit con voce calma e quasi indifferente: - Non ho ancora detto che Severina  pazza?
Il dottorino balz in piedi e gli parve che precipitasse la notte.

Severina era pazza! il povero padre non sapendo resistere alla piet di quel racconto, pieg la testa sul petto e strinse i pugni quasi sfidasse il proprio destino, mentre poche lagrime gli solcarono, suo malgrado, le guancie. Il dottorino invece mosse qualche passo per la stanza, ricord rapidamente tutte le grazie di Severina e i suoi inesplicabili sorrisi, croll la testa sbalordita per quella notizia e stette alcun tempo incapace di trovare parole che non tradissero i suoi segreti innanzi al barone. Finalmente, usando una vecchia frase, esclam:
- Dio solamente pu consolare questi dolori.
- Dio! - replic con asprezza il barone - difatto non pu essere che un Dio quei che ce li manda.
- Sia pure! se vinceremo la prova, questo Dio sar qualche cosa meno di noi - osserv il nostro dottorino con parole pi gonfie e che nella loro misteriosa nebulosit velavano assai bene il vero stato dell'animo suo. Ma venendo all'argomento aggiunse: - Non senza trepidazione, confesso, oso tentare anch'io un esperimento che ha gi deluso i pi dotti; ma se mi regge l'animo gli  perch qualche volta gli uomini sono preziosi non per la loro speciale virt e sapienza, ma per la condizione speciale in cui si trovano rispetto agli altri. La formica non gareggier coll'elefante, ma nel caso di appiattarsi ognuno di noi vorrebbe essere formica.
- E quali sarebbero queste condizioni?
- Sono eventuali, n io le conosco.
Il dottorino avrebbe voluto aggiungere: l'amore  maestro, l'amore rende audaci e presuntuosi anche i pi timidi; ma tutti questi pensieri non si manifestarono che in un mesto sorriso, onde il barone che sent tremar la mano di lui nella sua, gliela strinse cordialmente e disse: - Ella mi riconcilia quasi con gli uomini. Quando verr a veder Severina?
- Quando ella vuole.
- Per non darle sospetto venga domattina a colazione da noi; io lo presenter come il figlio d'un mio vecchio amico.
- Benissimo.
E cos si lasciarono. Il dottorino, restato solo, cominci da capo a passeggiare su e gi, in lungo e in largo per la stanza, tirato dal filo delle sue idee, inconsapevole di tutto ci che avveniva fuori di lui, anzi in gran parte ignoto egli stesso a s, finch stanco e col capogiro sedette presso la finestra. Sul ponte si raccoglievano gi i crocchi di coloro che aspettavano il piroscafo, dei curiosi, e insieme molte belle fanciulle villeggianti, con abiti freschi e leggieri, molti stranieri dai cappellacci pesti, sul ghiaieto e sulla piazzetta molti monelli scalzi che si rincorrevano alzando il chiasso.
Lo scarlatto acceso degli scialletti di lana, che riparavano le belle spalle dalle punte della brezza, il bianco dei grembiuli e delle cuffie delle bambinaie, il bigio e il verde dei parasoli, tocchi appena da un raggio roseo, le sciarpe e i veli azzurri dei cappellini e dei cappellacci, le tende vergate delle gondole, le bandiere tricolori sulle prore risaltavano dal piano liscio dell'acque, che, splendidamente azzurre, man mano si allontanavano da questa riva mescevano allo zaffiro ombre sempre pi dense, finch finivano all'altra riva, sotto il riflesso dei macigni, in un grigiastro quasi nero.
Tutti questi colori si movevano sotto la luce fuggitiva del sole e allorch dalla punta di Torno squill la campana si fece pi caldo il bisbiglo, il correre, l'urtarsi dei carri e dei facchini, il baciare e il baciucchiarsi delle donne, sempre pi amorose quando si abbandonano: il piroscafo si avanzava a corsa, poi rallent l'ansia e a poco a poco, come cosa viva, venne docile e umile a baco della sponda.
Selmo, il domestico di Marco, entr in fretta e in furia, ma il padrone gli disse:
- Non parto pi. - Marco stette colle braccia e il volto appoggiati al davanzale, cogli occhi fissi, ma stupidamente fissi su que'colori e sul vivo agitarsi di tanti uomini e di tante cose. In ogni giovinetta gli pareva rivedere Severina; tutte le somigliavano nelle curve dei fianchi, nella dolcezza dei movimenti, nel candore del volto, nelle onde lusinghiere dei capelli; ma tutte queste avevano la coscienza della loro bellezza, dei loro dieciott'anni, e trepidavano sotto quel raggio e allo spirare di quella brezza come arboscelli che sentono la primavera. Invece Severina era pazza, peggio che morta! vive erano ancora le sue guancie, accesi gli occhi, magico il sorriso, ma da quegli sguardi e da quelle labbra scattava un pensiero scemo, vanesio, dolorosamente buffo. - O perch dissipi tanti colori e tanta bellezza, o natura? - esclam a mezza voce battendosi la fronte.
Il suo cuore si rimpiccioliva innanzi a questa verit, ma ei l'andava contemplando e ripetendo con quella volutt di strazio che spinge il romito a battersi il petto con un ruvido sasso.
Chiuse gli occhi e imagin l'istante nel quale ei si sarebbe accostato alla fanciulla, a lei dalla quale avrebbe voluto prima esser lontano le cento miglia; egli avrebbe scrutato fondo in quelle pupille, e toccata quella testa con tutti i diritti che gli dava la scienza. Perch aveva accettato questo esperimento pericoloso?
- Ma alfine - disse direttamente a s stesso - posso io amarla ancora? quelle grazie che mi fecero innamorare di lei erano funesti segni di follia, e non per me soltanto. Persistere in un sentimento che oggi ha radice soltanto in una materiale compiacenza mi sembra indegno d'uomo onesto. No, no, svegliamoci da questo sogno e contiamola fra le avventure di giovent.
Quando il dottore riapr gli occhi il piroscafo era gi scomparso e scendeva pi fitta la sera. Gli parve riconoscere la voce del burbero napoletano che parlava sotto la sua finestra con un signore, ma mentre stava per tendere l'orecchio, due colpi secchi all'uscio lo fecero trasalire.
Era il dottor Celestino, suo collega, che dietro suo invito veniva a sostituirlo per quindici giorni. Costui apr l'uscio con un grosso bastone e grid fermandosi sul limitare:
- Ohe! Selmo, portami da bere.
Era un giovinotto dell'et di Marco ma per robustezza di membra e per prosperit di salute ne valeva cento. Entr trafelato, sebbene l'ora non fosse cocente, rosso cotto in viso, colle scarpe impolverate, un cappello molle e schiacciato sulla nuca e una pipa lunga in bocca.
- Come mai? non sei tu partito? - domand a Marco.
- Mi pare di no.
- Cosa mi hai scritto?
- L'uomo propone e Dio dispone.
- Dio ti benedica, anima mia.
- Tu non giungi importuno perch quindici giorni di riposo mi faranno bene.
- Difatto, mi hai una cera da candela benedetta. Cosa mi fai, Marcuccio? sentiamo il polso: vediamo la lingua... Sporca, sporca - e Celestino tentennava il capo. - Vuoi un mio parere?
- Sentiamolo.
- Prendi moglie.
- Credeva che mi ordinassi del reobarbaro - disse Marco ridendo.
- Questi libri ti assottigliano la vita, asinaccio.
Selmo port del vino e dell'acqua che Celestino bevette d'un fiato come un pesce che sfuggito dal carniere si rintuffa nel fiume. Poi si spogli del ferraiuolo, del panciotto e del colletto e col tono d'un prete che canti l'epistola ricominci: - Questi libri ti assottigliano la vita. Cosa sperate dal vostro studiar giorno e notte? di scoprir l'arte di non morir pi? Bel servizio rendereste, in mia fede, all'egra umanit, togliendole quest'unico sfogo! ah! ah! ai tempi di Galeno si campava forse pi vecchi.
Celestino, come si vede, prendeva la vita pi alla buona e si sarebbe detto, guardandolo in viso, ch'egli avesse scoperto il segreto di crepar di salute. Egli aveva un cuor d'oro, ed essendo per natura inclinevole alla bont, n sapendo d'altro lato sopportare il fastidio della tenerezza, la disperdeva in risate sonore, in pugni sulle spalle degli amici e in prediche stravaganti che avevano per la virt di mettere sete al predicatore. Cos anche il peggior vino gli sembrava discreto.
Marco in confidenza narr all'amico la storia del suo innamoramento e della visita e dell'invito ricevuto e quando Celestino ebbe inteso il casetto strano non seppe trattenere le lagrime pel tanto ridere che ne fece, e giur di raccontare la panzana al dottor Pellani, e al sindaco di Vercurago e al curato di Moltrasio; ma il nostro Marco, colto il momento che egli vuotava il bicchiere, gli raccomand il pi scrupoloso silenzio.
- Come vuoi; - rispose Celestino - comunque sia puoi guadagnare de'bei soldi.
Marco tacque ma non pot nascondere un senso di dispiacere a queste parole egoistiche dell'amico, onde questi sdraiandosi sul divano, e soffiando larghi buffi di fumo esclam:
- Ho capito, sempre magnanimo il nostro dottorino.
In compagnia cos allegra, Marco ritrov il retto senso della vita, il quale spesse volte sfugge a chi col fantasticare va creandosi un mondo che non esiste nella lista dei pianeti.
Al mattino seguente il dottorino camminava verso il Ritiro.
Marco, uscito allo spuntar del sole, trov le griglie e gli usci del villino ancor chiusi e per ingannare il tempo, che gli pareva lento e nojoso, sal il sentiero che menava al tabernacolo alpestre, dove aveva molte volte pensato a Severina; e di l gir gli occhi ai monti, al lago e al campo sereno del cielo. Credeva di esser guarito, ma l'aspetto di quei luoghi ridest nuovamente il malanno de'suoi pensieri, che gli erano brulicati in testa durante la notte. La malinconia lo sorprese e a stento fren le lagrime al rivedere di sotto, fra il verde delle piante, il tranquillo villino dove forse a quell'ora essa dormiva e sognava. Molte volte questo abbandono dello spirito aveva funestato la vita del nostro amico, sia per una falsa coscienza della propria nullit, sia per un'inaspettata delusione, sia per un desiderio immenso di amore e di verit; dalla lotta fra il volere e l'essere scaturivano giorni di amara tristezza, di languida noja, per la quale la vita gli si rimpiccioliva alle misure di un sogno, la natura gli appariva a colori scialbi, le speranze si facevano sceme e fatue, e i grandi travagli della umanit gli stuzzicavano un sogghigno crudele. Scarsi erano questi giorni, ma egli li assaporava ora per ora in un ozioso dispetto, quasi succhiasse il sugo di una vita inutile, penoso e troppo a s stesso, invocando l'antica sorte delle fate, lo scomparire.
Una parola amica, un guardo benevolo avrebbero bastato a ritornarlo al migliore sentimento di quegli istanti in cui egli inorgoglivasi della propria virt, fissava il pensiero a tutte le glorie umane, lasciava che il fascino etereo delle idee e della natura lo rapisse ne'suoi giri vorticosi. Allora egli sentiva questa natura, che aveva studiato sui libri, palpitare viva dentro di s e fuggendo il cicaleggio degli uomini soleva contemplare i vergini pascoli delle alpi, ove un popolo d'erbe e di bruchi ama e soffre; di l sentiva la divinit propagarsi e gli pareva d'esser vicino a scoprire il grido selvaggio dell'uomo nudo, adoratore della madre terra. Ma Severina gli negava questa parola amica e i suoi sguardi vitrei lo spingevano al furore.
Discese a rapidi passi, giurando in cuor suo di essere uomo serio e obbediente al proprio dovere.
Quella mattina s'era messo l'abito nero e i guanti, aveva tocca col rasojo la barba che gli scendeva in due pizzi dal mento; i capelli rovesciati sulla testa lasciavano aperta la fronte alta e senza rughe; era insomma il solito dottorino ma pi bello e pi galante.
Il barone lo accolse in un salottino arredato splendidamente, gli strinse la mano e lo fe'sedere vicino. Severina s'era gi levata, secondo il solito, da una mezz'ora e attendeva alla sua toletta:
- Severina - disse il barone - non ha per nulla cambiate le abitudini della sua vita, ma colla mente ella sposta il tempo e lo arresta ora a un momento ora ad un altro del suo passato. Oggi, per esempio, mi parla di don Giulio come di persona incontrata poco prima alla festa della contessa Emma; domani mi racconta ch'egli  passato a cavallo sotto la villa e che l'ha salutata: un altro giorno siede sulle mie ginocchia e mi confessa il suo amore con tanta vivacit, con tanto rossore ch'io non reggo allo strazio. Quando io la condussi sul lago di Como sperai che il quadro diverso della natura divergesse l'ostinato corso delle sue idee; ma ella rivide nel lago il mare, e crede d'essere a Livorno al tempo in cui si ruppero i buoni accordi fra noi e don Giulio...
- Non chiede mai di don Giulio?
- No, perch va ingannandosi da s stessa. Pu avvenire che lo aspetti per qualche ora, ma subito dopo ne ragiona come di persona partita di recente. Soltanto verso sera o nei giorni pi nebulosi si raccoglie in brevi silenz, arcigna, fosca in viso come se cercasse penetrare le nebbie d'un mistero; ma ne esce spensierata, allegra, siede al pianoforte, disegna, scrive molte lettere a Giulio.
- Poverina! - disse sospirando il dottore.
- Io conservo queste lettere ed ella, dottore, potr, leggendole, scoprire la legge di questa ragione inferma; vedr come raramente divaghi dal retto senso delle parole e del pensiero e conversando con lei avr qualche cosa a imparare.
- Dunque, se don Giulio ritornasse...
- L'ho gi pensato - interruppe rannuvolandosi il barone; - ma don Giulio non lo sa, e quel giorno ch'io l'incontrassi sulla mia strada non gli chiederei certamente una grazia. Severina direbbe ch'io ho insultato la sua infelicit.
- Dubito che per altra via si possa giungere a miglior risultato.
- Ho parlato ieri sera di lei a Severina: fra poco essa scender a colazione.
- Mi manca il cuore... - disse con fil di voce il dottorino, che si pose a notare non so che sull'album delle sue memorie.
Dalla finestra del salotto vedevasi un largo tratto di lago, di cui la riva opposta stendendosi in giro, popolata di case e di alberi, formava come un lungo braccio di golfo; dagli stipiti delle finestre sporgevano ramicelli di edera di cui era tappezzata la parete esterna, e dal piede spuntavano le teste dei fiori. Mobili intarsiati e vasi d'erbe esotiche negli spigoli, specchi e ritratti rendevano geniale quel salottino silenzioso e profumato; le farfalle venivano e posavano sulle foglie, e si sperperavano quasi scosse dal vento. In questo casino fresco e romito, dove la natura si era lasciata educare dall'arte, ove non giungeva che il rumor dell'onda, o il frusco degli alberi o il ronzare di qualche ape lavoratrice, un uomo e una donna, giovani e innamorati, avrebbero potuto dimenticare il cielo e la terra e tentare di nuovo la virt degli angeli.
Cos almeno la pensava Marco, rimasto solo, mentre il barone era presso la figliola a ricevere e a dare il bacio del buon giorno. Un servo l'invit nella sala vicina ove era preparata la tavola della colazione: dal balcone scoperse la strada per la quale egli soleva passare a cavallo, col cuore in tempesta e cogli occhi fissi a quel gruppo di oleandri. Stacc una foglia, ma la abbandon all'aria. Cos era svanita la sua felicit.
Fra cinque minuti egli l'avrebbe riveduta, ne avrebbe udita la voce armoniosa, e stretta la mano. Si sforz di pensare alla sacra missione per cui era venuto, ai lobi del cervello, e agli autori alienisti, che aveva sfogliato, consultato quella notte; e fu s forte il suo proposito che, quando riud la voce del barone e uno strascico d'un vestito di seta, stette ritto in piedi senza tremiti, senza titubanze, nella placidezza solenne d'un sacerdote. Forse da un primo sguardo egli poteva scoprire un sistema, od ottenere il dono di un'ispirazione: perci l'occhio doveva essere limpido, sereno, attento: la mente signora di tutte le sue forze; il cuore non valeva nulla questa volta.
Il barone diceva a Severina: - Tu non lo conosci, ma il figlio d'un mio amico ha diritto alle tue grazie. Caro dottore, presento mia figlia...
Il dottorino s'inchin: avrebbe dato met del suo sangue per una parola che lo togliesse subito d'imbarazzo, ma sebbene l'avesse pensata e preparata, alla vista di Severina vestita tutta di bianco si smarr.
Severina gett un grido e lasci il braccio del padre. Severina sorrise, si freg la faccia come per togliersi una nebbia dagli occhi; e con vivace trasporto esclam:
-  lui?  lui?.. Ah! pap briccone, e cos inganni la tua bambina? quando sei arrivato, Giulio...? vedi, babbo, se io avevo ragione? O mio Dio, quanta gioia!... Giulio, amico mio, anima mia!...
Severina corse verso il dottore, gli cinse il collo con ambo le braccia e pos la fronte alle di lui labbra.
Il dottorino perdette per un istante la coscienza di s stesso, ma stette rigidamente ritto al suo posto, come una colonna.
Come ognun vede Severina era vittima di un nuovo inganno, e il barone se ne accorse subito nel riconoscere al portamento all'abito, e all'eleganza del dottore una non lontana rassomiglianza con don Giulio; ma per Severina questo inganno era gi cominciato quel giorno che il dottore passando a cavallo sotto il villino, aveva rinnovato, senza saperlo, le usanze del bel contino innamorato.
Marco interrog d'uno sguardo il barone, che a testa bassa e con voce sommessa esclam:
- Secondiamola, per piet.
- Non mi dici niente? - interrog la fanciulla. - Non mi dai neppure un bacio sulla fronte? sei proprio adirato con noi?
- Perch dovrei essere adirato? - balbett Marco e pos ad occhi chiusi un bacio su quella candida fronte.
- Avete fatto la pace, uomini seri? - esclam Severina. - Pap non sperava pi di vederti, ma io gli andava dicendo: Verr, verr... e toh! eccolo qui... Dimmi, e questa causa eterna di rivendicazione...?
-  vinta - disse il barone soccorrendo il povero dottore.
- Dunque non c' pi pericolo che per una questioncella di dote e controdote mi vogliate morta.. Come sono cattivi gli uomini d'affare...! ma tu cos'hai che non parli?
- Il signor barone... - mormor! con voce moribonda il dottore.
- Ah! ho capito, non siete ancora assolti e benedetti: ebbene qua le vostre mani e che tutto sia finito in nome di Dio e della mia povera mamma. - Il dottore e il barone si strinsero la mano, ma non osarono mirarsi in volto. Essi tremavano.
- Ora che i nostri feudi sono rivendicati, pensiamo a far colazione perch la vostra castellana sente il pizzico della fame. Signor cavaliere errante,  pregato...
Marco sedette ed era tempo perch sembrava accasciato, e supplic di nuovo il barone di toglierlo d'imbarazzo.
- Il nostro Giulio  alquanto turbato - disse il barone Adriano - perch ha lasciato a Firenze il suo povero padre gravemente infermo.-.
- Davvero? oh poverino!...
- Anzi - fu presto ad aggiungere Marco - la mia dimora a Livorno non sar che di poche ore.
Severina tentenn il capo, si accigli, raccolse la mente, ma tratta da un'altra idea pi lieta domand: - Hai ricevuto tutte le mie lettere?
- S.
- Perch non mi hai risposto?
- Don Giulio aspettava da me il permesso di risponderti - osserv il barone.
- Ebbene, se ora ti faccio una domanda hai il permesso di rispondermi?
- Credo di s - disse il dottore.
Severina si chin quasi sulla spalla del dottore e scotendo con aria civettuola il fascio de'suoi capelli domand sottovoce: - Mi vuoi proprio bene?
Il barone mormor con voce cupa: - Il nostro Dio si diverte.


- Mi vuoi proprio bene? - ridomand Severina.
- Perch lo dimandi? - chiese alla sua volta il dottore.
- Perch ho sognato brutte cose di te.
- Non credere a'sogni, che sono l'ombra de'nostri pensieri - osserv il barone.
- Cos'hai sognato di me? - domand il dottore che desiderava scendere pi a fondo in quella fantasia.
- T'ho veduto passeggiare colla moglie di Putifarre. - Severina cos dicendo ruppe in un riso smodato e scemo, che conturb il nostro dottorino, nuovo a questi sbalzi e che sentiva quasi scivolare fuor di mano il filo logico di quella ragione.
- Don Giulio - riprese il barone tentennando il capo - vide ieri i nostri amici di Firenze.
- E che si dice laggi del nostro matrimonio?
- Tutti applaudiscono - rispose Marco - ma la gioia di tutti  oggi funestata dalla malattia del mio povero babbo.
-  proprio vero che il conte Gian Andrea sia malato?
- Perch dovrei mentire sul capo di mio padre? - rispose seriamente il dottore, a cui premeva pi d'ogni altra cosa persuaderla di questo fatto e della necessit del suo ritorno, unico mezzo, per vero dire, di rompere quella rete magica nella quale erano fatalmente caduti.
- Mi meraviglio - continu in aria di rimprovero il dottore - che per te mio padre sia semplicemente il conte Gian Andrea e che il suo pericolo ti commuova s poco, come s'ei fosse uomo qualunque.
Severina spalanc tanto d'occhi, sospesa tra la meraviglia e l'ilarit, e pareva chiedere una spiegazione a suo padre, il quale, colta la palla al balzo, seguit nell'istesso tono:
- Don Giulio ha ragione: una grave sventura minaccia la sua casa; rapidamente venne a Livorno per salutarti, per piangere un po'con te e lo ricevi distratta, non prendi nessuna parte al suo dolore, non ti ricordi che fra poco egli ritorner presso il letto d'un moribondo.
Queste parole passando nella testa e nel cuore della fanciulla vi destarono un'insolita compassione, cosicch le pupille le si empierono di lagrime e brillando andavano chiedendo perdono ora dal padre, ora dal dottore; questi sentivasi struggere.
- Povero padre! - mormor anch'essa giungendo le mani in atto di preghiera e sprofondandosi in una difficile meditazione.
- Severina - disse il barone di l a poco - vuoi preparare un mazzo di fiori come tu sai cos bene? i fiori piacciono agli infermi e il povero conte, sapendo che vengono dalle tue mani ti mander una benedizione.
Severina si mosse; spicc dalla parete un cappellino di paglia bianca, e un piccolo canestro di vimini. Non osava parlare, ma dalle contrazioni del mento e del collo vedevasi chiaramente come ella lottasse contro i singhiozzi; scese i gradini che conducevano al giardino, col grembiule agli occhi.
- Crudeli! - mormor il dottore.
- Forse abbiamo buon filo in mano per uscir da questo labirinto - osserv il barone. - Severina oggi  inclinevole a lasciarsi persuadere, e una volta che ella, dottore, sia partito in pace, spero che non si ricorder di lei come di persona non vista mai.
Il dottore seguiva intanto cogli occhi il muoversi di quel bianco cappellino di paglia che spiccava sotto il sole e sopra il color vario delle aiuole: per quanto ei fosse venuto disposto ai miracoli vedeva benissimo come l'opera sua, insistendo, anzich districare ingarbugliasse vieppi la matassa.
- Ella, dottore, potr incominciare da lontano una cura intesa pi a mitigare che non a sanare le aberrazioni di questa mente.
Il dottore non udiva e gli sort questa frase: - Sarei ben felice di poter continuare questo pietoso inganno.
- Avventura da romanzo, caro mio.
- Certamente impossibile - aggiunse alla sua volta il dottore che gli pareva d'aver detto troppo, ma nel fondo del cuore gli spiacque che il barone trovasse avventura da romanzo un tentativo che non gli sarebbe spiaciuto provare. Forse, oltre le cento ragioni che ognun vede da s, il barone temeva questa comedia anche per quel sentimento aristocratico, che confondendosi spesso colla dignit e col dovere, erasi fatto in lui la legge suprema della vita. Forse anche il dottore la pensava cos perch rispose alquanto acre e imperioso: - Allora, signore, un uomo solo  qui necessario.
- No, dottore - rispose fieramente il barone - ho gi espressa la mia opinione a proposito di quello sciagurato... Basta! Poich il mio destino  superiore a qualunque volont e a qualunque scienza, io la ringrazio, dottore, della sua buona intenzione. Non le resta che di trovar modo di licenziarsi da Severina senza irritarla, e da uomo che obbedisce suo malgrado a una suprema necessit. Perdoni, povero signore - e il barone gli stendeva la mano - ella non  stato pi fortunato degli altri, anzi mi rincresce che per un'ora abbia rappresentato una brutta parte.
- In verit, sono umiliato! - disse il dottore chinando la testa; il barone riprese il suo passeggiar lento e grave.
Intanto Severina era venuta a sedersi sulla gradinata che dal salotto scendeva al giardino col canestro pieno di verbene, di fuchsie, di basilico e d'altre erbe e frasche odorose, di cui prese a formare un mazzo. Vedendo il dottore fisso in lei gli fe'cenno colla mano d'accostarsi, e volle che sedesse sul medesimo gradino, sotto un pergolato di non so quali arrampicanti americani, tra il profumo dei fiori e colla vista innanzi del lago e dei monti.
La fanciulla era docile, graziosa e dolcissima; toccava al buon dottorino cogliere il momento opportuno per trre congedo da lei, senza urto, e in capo andava preparando un discorso eloquente; Sua Eccellenza, accostandosi tratto tratto gli susurrava qualche consiglio, ma la parola, la prima parola non gli voleva uscire come se fosse impiombata in cuore.
Il sole facevasi varco fra i rami di quel pergolato che un vento sottile di meriggio scuoteva a intervalli e che disegnava una scacchiera di luci e di ombre tenuissime e balzanti sulla balaustra, sui gradini, sul vestito e sul cappello di Severina; in quell'ora calda il silenzio era profondo, non interrotto che da un frusco passeggiero di foglie, o dal ronzare di un moscone, o da qualche squillo lontano di cornetta, o da qualche scoppio di mina lontano lontano nelle vallate.
Marco cerc la manina bianca della fanciulla e fattosi coraggio in nome del proprio dovere e in considerazione del momento solenne incominci con voce calma e quasi armoniosa:
- Perdonami, Severina, se poco fa, dimenticando la tua et e la tua naturale allegria, usai teco parole troppo aspre; ma io sono partito dal letto d'un infermo e sto per ritornare al letto d'un moribondo; tu sai chi sia quel venerando vecchio! Questa sventura tocca s da vicino anche la tua sorte, ch'io vorrei vederti piangere con me. - Il dottore si faceva a carezzare un nodo di capelli che le scendeva sopra una spalla. - Il dovere e l'amore vogliono invece che io mi allontani subito da te; avrai tu il coraggio di restar sola? potrai dimostrarmi come una donna sappia soffrire pi dignitosamente di questi poveri uomini seri, pasciuti di vanagloria? Saprai dirmi addio senza tremare?..
Ma la voce del dottore incominciava a tremare; per quanto studiasse di resistere agli scherzi della fortuna e di consumare tutto intero il suo dovere, non poteva non sentire le voci del cuore smarrito e tocco. Il barone applaud fra s a quel lungo e artificioso discorso, che pronunciato veramente col calore della persuasione e della verit pareva s'insinuasse sufficientemente nel cervello di Severina; costei infatti che in quelle parole e in quell'accento aveva scoperto non so quale nuova tenerezza, fece puntello d'una mano alla testa e socchiuse voluttuosamente gli occhi.
- Sono cattiva, n' vero? - disse abbandonandosi fanciullescamente sulle spalle di Marco.
- No, tu non sei cattiva, tu sei un angelo.
Il barone passeggiava grave e solenne nel salotto.
Impeti affannosi prov il cuore del dottore sotto il fascino di quella tentazione esagerata per la virt d'un uomo: cosa avrebbe fatto don Giulio al suo posto? non aveva egli diritto di fare altrettanto? l'ardore che usc dalle sue labbra entr nelle vene di Severina che riarse negli occhi, in viso e nelle mani.
Il dottorino balz in piedi e disse freddamente: - Addio!
Severina stese una mano, senza levar gli occhi e raccapricci.
- Addio, signorina - ripet quasi in atto di scusa il dottore.
- Tu parti?
- S.
- Quando ritornerai?
- Quando potr.
L'infelice si freg la fronte bagnata di sudore e un lampo sinistro brill nel bianco della sua pupilla; il barone preso sotto braccio il dottore lo trascin quasi fino in alto del terrazzo. Il canestrino dei fiori cadde dalle ginocchia di Severina e rotol spargendo poche foglie fino al basso della gradinata.
Adriano susurr a Marco: - Ella mi riconcilia cogli uomini - alle quali parole il dottore sospir coll'affanno di chi ha l'anima aggravata e non erano ancora a mezzo del salotto quando un acutissimo grido li fe'trasalire. Marco si sciolse dal braccio del barone, che si tur con ambo le mani le orecchie.
A un secondo grido pi rantoloso il dottore precipit fuor della stanza lasciando il suo ospite in una rigida immobilit. Scese i gradini e vide la fanciulla, che distesa, rovesciata, faceva strazio de'capelli, come se volesse strapparli; l'occhio era squallido; bieche le labbra e spaventoso il lamento; le imprigion le mani nelle sue e grid tre volte: - Severina! - ella colla forza d'un epilettico si svincol dalle sue strette e afferrandolo per le spalle esclam: - Assassino! So dove vai! tu ami un'altra donna... Uccidimi prima...
Il dottore sia che intendesse o no queste parole, gir le braccia attraverso di lei e tentennando la port sopra i pochi gradini, fissandola in viso come se volesse ammaliarla, e appoggiandone, per meglio sorreggerla, la testa al suo petto.
Accorsero alle grida le donne di casa che tolta Severina in braccio la portarono pesa come corpo morto fino alla sua camera: all'ira era succeduto uno sfinimento di tutte le forze e un pallore letale e un sudore freddo che grondava dal viso e le inumidiva le mani. Quando fu collocata nel suo letto il dottore not che una crisi pericolosa minacciava l'inferma e diede i primi ordini per acquetarne il sistema nervoso e per impedire che ella si facesse ancora violenza colle proprie mani. Nel pericolo Marco sapeva sempre trovare la chiara coscienza di s, e infatti assist le donne e le rincor, scrisse una ricetta, mand un servo alla farmacia, parl, consigli, si mosse insomma con quella sollecita prudenza che prevede il pericolo senza sgomentarsene.
Ben presto si avvide che il barone non li aveva seguiti e preso da un pauroso sospetto discese precipitosamente dabbasso dove lo trov ancor immobile, come lo aveva lasciato, fitto al suolo l'occhio nerissimo, solcato da un'onda sanguigna e che brillava di luce tetra nell'orbita livida e profonda.
Le grida e i rantoli di Severina avevano avuto per il povero padre qualche cosa di non mai udito e dubit che quella esistenza, mantenuta finora da un duro inganno non si fosse spezzata come una bolla di vetro compatto che il martello non rompe, ma che un leggiero contatto spesse volte frantuma.
-  morta? - domand quando vide il dottore.
- No.
- V' speranza che muoia?
Il dottore osserv un guardo fuggitivo del barone verso la parete donde pendeva una bella pistola cesellata e si ricord la promessa che il signore aveva fatto a s stesso.
- Forse non morr - rispose quasi con freddezza il dottore; - per se in questo doloroso istante le venisse meno la protezione paterna sarei costretto a ricoverarla in un manicomio.
Il barone rabbrivid e Marco fu contento d'aver toccato una corda sensibile, anzi aggiunse con accento vibrato e solenne: - La pazzia  sempre da preferirsi alla disperazione: quella ignora s stessa, questa...
- Questa fa dimenticare i propri doveri - seguit il barone con voce profonda.
- Signore, ella m'intende pi che io non mi spieghi: quanto avviene intorno a noi  straordinario, ma non  quanto di pi terribile videro gli occhi miei nel breve corso della mia vita. Vidi delle povere donne di campagna piangere per fame, cinte dai loro figliuoli e non perdere mai la speranza. Esse erano forse superstiziose, ma sarebbe doloroso che la loro superstizione fosse dappi della nostra sapienza.
Il barone si trascin fin presso a una poltrona e sedette in modo di rivolgere le spalle al dottore, che nell'aspetto e nella voce gli aveva apparenza d'un giudice severo; pos la testa alla sponda e coprendosi il viso con ambo le mani esclam: - Si pu soffrire pi di cos? - uno scoppio di pianto disse quanto non  concesso a noi di imaginare.
Il dottore lasci che quelle lagrime scendessero liberamente e, sedutosi appresso, dopo cinque minuti di silenzio ripigli senza esitazioni e come se leggesse in una pagina scritta:
- Signor barone, voglio manifestare una speranza che mi viene dalla considerazione di questi avvenimenti e da quel po'd'esperienza che ho acquistato in questi pochi anni. La mente di donna Severina non  sconvolta in modo da non lasciar nessun barlume di ragione, ma solamente spostata e fissa a momenti imaginar o a rimembranze passate. Da un anno fu chiusa come in un anello, che oggi per la prima volta noi, senza volerlo, abbiamo spezzato. Difatti non  la prima volta che si ricorda del tradimento del conte?
- S,  la prima volta.
-  la prima volta che al suo furore segue tanta prostrazione di forze?
- S.
- Ebbene da questo pericolo pu scaturire la sua salvezza e veda come io la ragioni: Severina ha perduto ogni sentimento, la febbre la percuote, il delirio l'inganna e anzich oppormi a questa guerra che le fa il male, aggiunger le mie cure per maggiormente abbattere la natura e la fantasia vivacemente accesa. Ella fra qualche giorno uscir dal lungo letargo, stupita, fiacca, direi quasi distrutta, ma disposta a lasciarsi ricreare; la reazione non avr pi forza contro la mano medica e soltanto allora credo possibile dare alle sue facolt mentali quella piega dolce, vera, e pietosa che si desidera. Insomma per venire al caso pratico, supponiamo che donna Severina si riscuota, giri gli occhi intorno, domandi con un fil di voce dove si trovi, che avvenga intorno a lei; non vede, signore, come sar facile riconciliarla col suo passato? Le si dir che ella  molto malata, che da tre mesi lotta fra la vita e la morte; che trasportata a stento sul lago di Como, comincia appena a riaversi; che accanto al suo letto vegli per tre mesi suo padre, attento ad ogni suo delirio, e non solo il padre, ma il fidanzato e le amiche... Tutti questi vengono ad uno ad uno presso al suo letto, si rallegrano con lei che incominci a sorridere e a guarire; allora tutto il passato si presenter all'inferma colla leggerezza d'un sogno, o d'un delirio... Don Giulio siede veramente vicino al suo letto, e lo pu toccare con mano, ne ode la voce lacrimosa, ne sente i baci sulla fronte. Forse avremo un minuto di tentennamento fra la verit e l'apparenza, fra il passato e il presente, ma tocca alla nostra solerzia scacciare le nebbie de'suoi sogni e porle questo presente e questa realt. Mi par di udirla: "Dunque fu un sogno!" -. "S, infelice, fu un sogno di moribonda" le risponderei; "tutto quanto hai sofferto non fu che un rodimento febbrile che noi colle veglie, colle cure, colle preghiere abbiamo guarito; vieni e contempla com' bella la natura; vedi quanto ha sofferto tuo padre e il tuo sposo....
- Signor barone - esclam levandosi in piedi - m'inganno troppo? non pu avvenire quel che suppongo?
- Pu avvenire.
- Perci  nostro dovere di provare.
- Ma noi torniamo...
- Io ripeto per la terza volta una preghiera, che potrebbe essere ormai anche un comando.  necessaria la presenza del conte.
Il barone non rispose, ma dal suo volto traspariva la lotta ch'egli combatteva presso di s fra la piet e l'orgoglio. Il dottorino nell'entusiasmo della sua sacra missione aveva dimenticato del tutto le sue piccole follie, e in tutto il ragionamento tenuto al barone il cuore non aveva dato un sussulto, come se la causa del cuore fosse innanzi all'interesse della scienza. Forse Marco poteva ingannarsi, ma presentemente non vedeva altro rimedio che la presenza di Giulio, talch per vincere del tutto la ripugnanza del barone aggiunse: - Questo solo mi risulta, e sarei costretto a ritirarmi se mi fosse rifiutato quanto ho il diritto di avere.
- Non ci abbandoni, dottore - rispose svegliandosi di sbalzo il barone; - non ha inteso quelle strida? non ha visto quegli sguardi? Dottore, io non mi rifiuto, ma penso al modo di obbedirla.
Segu un momento di muta riflessione per entrambi, nel quale ciascuno si raccolse pi attentamente sui pi intimi affetti.
Il barone man mano che si persuadeva della bont di quel consiglio, e si disponeva a seguirlo, sentiva l'anima rallegrarsi come se uscisse da una rete sottilissima di rimorsi, di rammarichi, di odi e di grettezza; il dottore invece a cui sorrideva la certezza d'un miracolo, e che aveva tanto santamente adempiuto il proprio dovere, era meno disposto al compiacersi di s stesso, e starei per dire che nel fondo del suo cuore pullulasse una radice amara.
- Si scriva dunque al conte - disse il barone, che sebbene fosse disposto a farlo, andava cercando quella via di mezzo che non conduce gli uomini alla gloria. E continu come se parlasse a s stesso:
- Quanto mi dice, dottore, ha tutta l'apparenza dell'utilit e sarebbe colpa d'entrambi se non si tentassero anche i rimedi eroici; ma come scriver a don Giulio? debbo pregare o minacciare? non sarebbe pi opportuno che scrivesse per me qualche persona estranea all'offesa?
- Sia pure - disse il dottore che non vide di malanimo questo breve imbarazzo del barone.
- Se scrivere al conte fosse delle mie forze crede ella che io non l'avrei gi fatto?
-  una lettera difficile, ne convengo.
- Difficilissima per me, non per una terza persona che senza preoccupazioni la scrivesse come da uomo onesto a uomo onesto; supponga che il conte sia ancora un uomo onesto.
- Si cerchi un amico comune il quale s'incarichi di questo atto di carit.
- Io vivo solo da un anno, n conosco persona pi adatta di lei, dottore...
- Io? - disse il dottore con eccessiva sorpresa.
- Chi meglio di lei pu narrare al conte la miseria di Severina? come medico e amico mio si presenta a don Giulio, non in mio nome, s'intende, ma in nome della scienza e della umanit.
- Ma io, sconosciuto al conte... - balbett il dottore.
- Un uomo che ha persuaso me, sapr persuadere anche don Giulio, ma voglio che la lettera abbia un carattere segreto, come se io non ne sapessi nulla, ed ella mi tendesse una rete amorosa.
- Ebbene, quando ella vuole...
Il dottorino che pareva alquanto umiliato alz di subito la fronte e disse:
- Scusi, Eccellenza, ma chi sa dove il conte si trovi?
- Io lo so: da un anno lo seguo coll'occhio per tutta Europa e ci prova che da un anno teneva in petto il desiderio di riaccostarmi a lui. Fra poco le far avere l'indirizzo.
- Va bene! - mormor Marco col tono di chi dica: Pazienza!
- Ella  mio ospite e padrone della mia casa.
Il barone incrociate le braccia al petto si fece a considerare il volto di Marco, che sorrise mestamente: - Dottore - disse - ella  un uomo generoso e forse in questa rara virt sta il segreto de'suoi miracoli. Accetta la mia amicizia?
- Come onore e come ricompensa.
Si strinsero la mano commossi e mentre il barone, tocco dalle parole del suo giovane amico, sentivasi inclinato perfino a perdonare, il dottorino non pareva troppo festoso di questi trionfi, e non poteva impedire che un maligno demonio non gli soffiasse nell'orecchio una parola strana, non mai compresa, e di minaccia contro un uomo lontano, non mai conosciuto e punto invidiabile. Egli doveva invitare quest'uomo in nome dell'umanit e della scienza alle dolcezze de'baci di Severina... Diciamolo: il dottorino incominciava a odiare.
La storia della fanciullezza di Severina somiglia a quella di molte fanciulle gentili, cui la modestia cela agli occhi de'curiosi e pi a loro stesse. Le preghiere confidate alla mamma, i consigli materni, la lettura scelta, la compagnia onesta avevano fatto s che a quella tenera et in cui la vita non  che un miscuglio dell'anima col corpo, esistessero gi in lei uno spirito padrone e un corpicino obbediente come un novizio.
Quattro noci, un panino, una mela e qualche confetto e acqua di fonte saziavano Severina a dodici anni, ma gli occhi insaziabili giravano irrequieti per la campagna, per il cielo, tra la variet dei fiori, sui vari riflessi delle acque e si fissavano estatici sugli splendori delle notti d'estate. Il suono di una cantilena, d'una campana lontana l'arrestava su'due piedi, e se squillavano a morto piangeva senza saperlo; altre volte rideva pazzamente colle sue compagne, mentre colle dita magre e lunghe andava tagliando fiori di carta o ricamando merletti sottili come la nebbia. Ma le ginocchia soffrivano del troppo star sul freddo sasso innanzi all'altare, dove ella ritiravasi all'avemaria a pregare, fissa nella vergine Maria, a cui il bagliore rossigno d'una lampada dava risalto e movimento.
Come piacciono a quest'et le finestre ad angolo acuto, i castellacci neri, le vetriate dipinte, le ombre lunghe che scappano via dai capitelli su per le pareti d'una chiesa lombarda; si potrebbe dire che ciascuno di noi passa nelle diverse et per quei medesimi sentimenti che il popolo prov nel succedersi dei secoli, e che a dodici anni si viva misticamente come san Francesco e il beato Jacopone.
Anche Severina ebbe le sue estasi e le sue visioni di angeli custodi (chi di noi non ne vide alcuno?) dei quali anzi sent pi volte un batter d'ali, che movendo l'aria intorno al suo collo circondava tutto il corpo di una voluttuosa frescura: ogni musica aveva le cadenze dell'organo di chiesa, e nei sogni sfilavano le tredicimila vergini di santa Chiara intorno al suo letto, le quali cantando e con fiori in mano portavano a seppellire una bambina, vestita di bianco e benedetta da un raggio bianco di luna. Chi era la bambina? lei stessa, che si deliziava di quel giacere colle mani incrociate sul petto: e cos via via cento altri simili fantasmi o sognati o pensati o ricordati in questa et in cui si sa come si muore, non come si nasce.
Ma un giorno Severina si avvide che il suo abito era stretto, se ne meravigli e pens con pena al perch: nello stesso tempo le parve che crescesse il bisbiglio della gente sul suo passaggio, e sebbene non osasse levare le palpebre, pure sentiva molti sguardi fitti in lei, come per delicatezza di nervi una cieca sente il colore delle cose. Certe mattine, svegliandosi avanti l'alba, sedeva sul letto, le mani in mano, i capelli sciolti, gli occhi fissi alla punta de'piedi che sporgevano da un lembo di coltre, senza un pensiero determinato, senza una volont, col solo desiderio di piangere, ma pur sorridendo di queste sue sciocche melanconie. Stava cos lunga pezza stringendosi colle mani le spalle, e abbracciando s stessa strettamente per immenso bisogno di amare qualcuno. Cos infatti cominciano ad amarci le fanciulle, prima che ci conoscano, e quando ci presentiamo loro la prima volta, esse ci guardano come gente non affatto ignota e potrebbero dire a ciascuno di noi:  un pezzo che ti sento venire.
Quando Severina conobbe don Giulio, senza ombra di peccato le si present l'amore, perch l dove pur le sembrava che morisse la grazia della fanciulla, le dissero incominciare la santit della madre; cos la virt lega la donna d'una catena d'anelli diversi, che essa porta come il suo pi bel monile. Ma la pazzia aveva frantumato questo monile. In Severina erano bens rimasti tutti i sogni e tutte le speranze della fanciulla e della donna, ma orribilmente sconvolti; la natura cieca - e il dottorino se ne accorse subito - continuava contro di lei una gara vigliacca, poich il pensiero balzano non solo non difendevasi, ma ingigantiva e sconciava i fantasmi della colpa. Cos dell'antica severit non era rimasta che l'apparenza, e delle virt una fredda abitudine, mentre l'occhio acceso e sinistramente poetico, le labbra semiaperte a bevere ogni soffio di brezza, i gridi improvvisi tradivano una povera natura che si rifaceva selvatica.
- Insensato! - disse Marco a s stesso la notte, quando fu solo nella camera che gli ebbero assegnata. - Come si chiama questo mio amore? credo follia, ma follia indegna di ogni compassione.
Colui che costringe la vita in una precoce seriet vi muore racchiuso come una larva nel suo involucro. Severina pu intendere questi miei spasimi? quel barlume di intelligenza che splende in lei, quel po'd'anima che la fa piangere e sorridere non sono per me, ma io rubo ci che altri ha ispirato. Ecco il destino di coloro che a vent'anni sono gi virtuosi fossili, i quali per amore del giusto perdono sovente il senso del dolce e dell'utile e finiscono miserandi o grotteschi.
Cos lamentavasi fra s il povero dottorino, girando gli occhi intorno e rimirando i mobili di quercia e il ricco padiglione di pizzo che scendeva sopra il suo letto.
Dov'era egli? perch era venuto in quel palazzo incantato? perch non posava la testa sopra i grossi libri che ragionano dell'anatomia del cuore umano? v'era anche una piaga del cuore?
Sullo scrittoio trov un fascio di carte e un biglietto manoscritto; le une erano lettere scritte da Severina a varie persone nel corso di quell'anno fatale, e l'altro l'indirizzo del conte Giulio, Htel Suisse, Genve. Vi tenne gli occhi fissi, incantati, temendo che se vi ponesse la mano sopra non isparisse tutta la magia di quel palazzo e di quel sogno. Suonarono le undici e mezzo al paese vicino ed egli, immerso in una poltrona d'alto schienale, e al lume di una lucerna d'argento meditava ancora sulla sua sorte, e ricamava intorno a quell'indirizzo una storia capricciosa e galante, ma non pi lieta della sua.
La vecchia Marianna buss dolcemente all'uscio e rifer come Severina, cessato il delirio e lo spasimo, fosse caduta in un sonno pi tranquillo; Marco le raccomand di sorvegliarla tutta la notte e chiuse l'uscio con due giri di chiave come se avesse bisogno di segregarsi e di venire dimenticato.
La finestra dava non sul lago, ma sull'erto dosso dei monti a'piedi de'quali sorgeva il Ritiro, un pendo piuttosto ripido, coperto di folta e boscosa vegetazione, a quell'ora tocco lentamente dal raggio della luna, sotto il quale spiccava qua un sentiero che s'inerpicava, l il bianchiccio d'un ghiaieto, pi su la figura d'un campanile ritto come un gendarme di guardia; si udivano tratto tratto susurri misteriosi di acque e di frondi secondo la direzione del vento, rauco e sommesso giungeva in quella parte il batter dell'onda contro la riva e lento, quasi pauroso, il battere delle ore. Da una finestra a lui nascosta usciva un raggio che si rifletteva nel verde lucido del boschetto di magnolie, sul quale si disegnava l'ombra mobile d'una cuffia gigantesca; quel lume usciva dalla camera di Severina posta in un angolo della villa e il dottorino esclam: - E se ella morisse? - Ma non volle durare in queste melanconie, onde tornato allo scrittoio prese a sorte una di quelle lettere e lesse a caso: "Ti aspetto, ti aspetto! guardo il lembo ultimo del mare sperando che tu spunti di l come una rondine; se tu venissi sarei pi contenta del grillo che fa cri cri nell'angolo del focolare e della cavalletta verde che salta sull'erba. Senza di te l'anima mia  vuota, mentre vicina a te sento la voglia di cantare e di arrampicarmi sulle quercie come fanno i passeri, gli usignoli, i pettirossi e le allodole. Senza di te io sono zoppa; vieni, mio caro bastone. Se tu mi lasci sola voglio vivere sotterra vestita di ragnatele".
Il dottorino lasci cadere il foglio e torn alla finestra perch il disastro di tanti sentimenti e di tante idee lo adirava; suon in quel mentre la mezzanotte e ricorrendo col pensiero a casa sua si compiacque d'imaginare Celestino sdraiato nel suo letto, colle coltri alla rinfusa, immerso in uno di quei beatissimi sonni che Dio concede soltanto a'suoi frati. Gli parve vedere gli abiti buttati come Dio vuole sopra una sedia, i coturni distesi in mezzo alla camera, la pipa sul tavolino da notte fra gli zolfanelli, la borsa del tabacco, le poesie di Guadagnoli, il ritratto d'un'osteria e una bottiglia coperta da un bicchiere. - Lui felice! - mormor il dottorino. - Infelici coloro che non vogliono essere quel che sono!
Frattanto senza avvedersi andava stropicciando fra le dita l'indirizzo del conte, e quando si allontan dalla finestra sentissi il collo indurito, e un brivido nelle spalle; era stanco di pensare e cerc di impiegar meglio il tempo scrivendo la lettera al conte, come aveva promesso.
Infatti prese un foglio, bagn la penna, si freg la fronte e cominci a pensare al principio che  sempre la met d'ogni impresa; le lettere di Severina stavano sparpagliate dinanzi, e Marco quasi a suo dispetto invece di scrivere lesse a caso anche questa pagina:

"Cara contessa Emma,
"Finalmente ieri sera don Giulio si  presentato col suo venerando genitore a mio padre. Quante belle cose mi disse sottovoce, mentre i due babbi favellavano, e quante altre pi belle io gli tacqui! Mi serr il mignolo col suo mignolo, e sarei stata contenta se un anellino di ferro mi avesse in quel momento legata a lui per sempre. Era il primo uomo, dopo mio padre, che osasse toccarmi un dito, e sentii un fluido venire da lui a me, come quando in collegio tutte in catena si provava la scossa elettrica. Davvero, n'ebbi lo stesso fremito e quell'istessa convulsione che fa ridere, che strappa le lagrime e fa gridare: ahi! ahi! Cos' l'amore? La nostra madre superiora, te ne ricordi? soleva nelle commediole sostituire a questa brutta parola o amicizia, o stima, o gratitudine, o riverenza e cento altre parole consimili; mettine pur mille e sommate tutt'assieme e non avrai ancora il sinonimo d'amore. Questa  un'idea di Giulio, veh!- se sentissi, come ragiona!
"Ieri sera presi la mia Celeste sulle ginocchia e mi sono seduta alla riva del mare. La chiamai Celeste perch  il colore che piace ai poeti, al Padre Eterno, e a lui. Non l'hai mai vista la mia bambina?  bionda, magrina, vispa, e sapiente! quando pongo le labbra sulla pozzetta del suo collo mi sembra di succhiare tutte le debolezze di cui  ripieno il paradiso. O cara Emma, ho bisogno di parlare, di gridare, di propagarmi come una divinit antica, e invidio la pioggia d'autunno che si riversa, e bagna tutto, e scorre da per tutto e si sprofonda in tutte le screpolature della terra...".
"Se nella mia vita" pens il dottore, "mi fosse dato trovare una donna che sentisse razionalmente come Severina; se ella stessa guarita, volesse dire a me quanto scrive d'un ingrato, potrei io resistere all'oceano traboccante di questa felicit? mi sazierei di quest'onda? invecchierei ancora un giorno nella mia vita? Quest'amore ha istinti immortali e se l'anima dell'uomo spirasse in queste maestose imaginazioni, porterebbe seco la gioia per tutta l'eternit." Ma che penso io mai? non sono idee da matto anche queste? perch vado aizzandomi? questo silenzio mi sgomenta...".- No, no - grid a voce alta lacerando coi denti l'indirizzo del conte, alle quali parole rispose un gemito, e un fruscio di foglie nel giardino.
Il dottore gi coi nervi irritato e la fantasia tesa si sgoment come innanzi a un grave pericolo e tese ancora l'orecchio, ma non ud che un suono di piccoli passi scricchiolanti sulla sabbia. "Chi passeggia a quest'ora?" pens " chi sospira?". Prese la lucernetta e si accost alla finestra: ma un buffo improvviso di vento gliela spense: sparito era anche il lume dalla camera di Severina; buio e silenzioso il giardino. Scocc un'ora. Il dottorino corse fino al letto e vi si butt vestito come uomo che per paura si rintani. -  questo l'amore? - domand a s stesso e quando a Dio piacque si addorment.

Appena desto, coll'alacrit che ispira l'aria fresca del mattino e la luce del sole, sedette allo scrittoio e scrisse d'un getto questa lettera:

"Illustrissimo signor conte,

"Non si meravigli se uno sconosciuto si rivolge a Lei coll'autorit d'un superiore, ma io parlo in nome del dovere e della piet. Chiamato dall'illustrissimo signor barone commendatore Adriano Siloe per esercizio del mio ministero conobbi una donna infelice, pazza da un anno, della quale non oso pronunciare il nome innanzi a lei sperando che sia ancor vivo nel suo cuore.
Forse Dio vuol servirsi di me, ultimo uomo della scienza, per guarire questa ragione che una grave sventura ha crudelmente ferito; ma io non potrei far nulla senza la presenza di V. S., perci venga senza indugio a .... sul lago di Como e cerchi del dottore sottoscritto".

Questa lettera mostra evidentemente come Marco obbedisse di malanimo al suo dovere, perch non bisognava, io credo, usare uno stile troppo asciutto e rigido verso una persona che si doveva persuadere e commovere. Ma il dottorino quando contempl queste quattro righe buttate l nel peggior modo e colla peggior penna si rallegr come se avesse riportato un trionfo sopra s stesso o piuttosto per quel suo pregare ruvido che aveva l'aria d'una sfida.
Scrisse anche un biglietto a Celestino, dandogli sue notizie, ma prima di chiudere le lettere, quasi gli piacesse d'indugiare, visit l'inferma. Poca luce entrava nella camera di Severina, e il dottore pot avvicinarsi al suo letto quasi senza essere scorto dalla povera Marianna che sonnecchiava nella poltrona. La febbre tormentava ancora Severina, ma gi le sue forze parevano pi stremate, gli occhi pi languidi, e meno accese le guancie. L'inferma non sent la mano che le tocc i polsi e la fronte, e solo mormor colle labbra aride parole inintelligibili; il dottorino per interpretando il suo desiderio sollev di una mano la testa della fanciulla e porse una tazza d'acqua ghiacciata a quelle labbra sitibonde; poi ricompose le coltri fino al mento, raccomand il silenzio e l'oscurit e usci in punta di piedi. La malattia seguiva secondo i suoi desideri e se ne freg le mani d'allegrezza: - Diavolo! il mondo ne avrebbe parlato...
Un servo lo ferm nel corridoio e gli consegn un biglietto del barone che dopo aver vegliato gran parte della notte, si era buttato nel letto sul far della mattina. Il biglietto diceva brevemente: "Spero che ella avr spedita la lettera al conte colla posta della mattina; se non lo ha fatto, non perda pi tempo"
- A che ora parte la posta della mattina?
- Alle cinque.
- Sono le otto: vieni da me fra un quarto d'ora - e il dottorino ritorn nella sua camera molto indispettito con Sua Eccellenza che dopo un anno di perditempo diventava a un tratto scrupoloso dell'ora e del minuto.

Dopo lunghe ricerche ho finalmente scoperto che la celebre cantante, per la quale don Giulio erasi fatto cos leggiermente spergiuro, chiamavasi Adriana Saintrose, bellissima donna, una delle stelle fisse dell'Opra. Alla Pergola, e specialmente dal primo ordine di palchi, era furiosamente applaudita tutte le sere e pi ancora lo fu, quando si seppe che fra i suoi antichi amanti erasi iscritto anche un alto personaggio della corte francese. Molti di quei signori dalla testa lucida si mantenevano dapprima in un dignitoso riserbo, temendo di aver tra le mani una prima donna comune; ma dopo che il marchese Ercole port da Parigi la peregrina notizia, cessarono gli scrupoli, e l'entusiasmo lanci via il tappo. Il contino Leopoldo che allora faceva le prime armi nel bel mondo possedeva un guanto rapito ad Adriana, mentre ella saliva in carrozza; reliquia, che se a uno spirito chiuso e alieno da queste delizie sembra poco meno che inutile tornava invece preziosa fra persone sensibilissime alle grazie della bellezza e dell'arte.
Adriana, da parte sua, rispondeva con tanti baci, buttati a piene mani qua e l sull'amato pubblico, e questi baci pur troppo erano colpi di sasso per molti cuori di vetro; gli animi, riscaldati da sguardi, si erano a poco a poco accesi e si era giunti al punto che ognuno credeva follia la speranza di essere prediletto.
Si disse che il conte Giulio dal suo palco di proscenio avesse gi ottenuto qualche grazia, ma era un'argomentazione di coloro i quali conoscendo i gusti della Saintrose, sapevano che il conte aveva cinquanta mila lire di rendita all'anno
Per lo si disse e lo si credette, e ognuno sa che molte cose esistono in cielo e in terra, per l'unica ragione che si credono. Don Giulio, da vecchio lupo di mare, ne rise come d'una facezia e posando al serio, rispondeva che aveva ben altre faccende per la testa; ma quando suo cugino, il famoso marchese Ercole, lo invit a una serata di gala in casa di Adriana, tentenn, preso da un certo timido imbarazzo, che forse aveva radice in qualche sentimento pi intimo e segreto.
Il buon cugino, battendogli paternamente le guancie con due dita gli disse: - Poverino, tu ardi.
- Di che?
- Di Adriana; lo dice tutto il mondo.
- Fai male a ripetere questa sciocchezza, che potrebbe compromettermi in faccia al barone Siloe
- Certamente: Adriana da parte sua non  pi prudente di me
- Chi? la Saintrose?
- S: ella chiede sempre del bel contino.
- Baje!,
- Te lo giuro e, poich io sono il suo primo confidente, mi ha fatto molte volte il tuo elogio, e mi ha obbligato a trascinarti alla festa o vivo o morto.
- Se io non venissi?
- Faresti opera santa certamente - rispose il cugino sogghignando.
- Io so che voi ridereste crudelmente di me.
- Ohib! tutti noi si direbbe: Gran uomo quel conte!
- Io vi conosco troppo, e temo pi di tutti voi i sarcasmi di questa donna olimpica. Sono uomo di spirito e non dubitate che questa sera verr a vostro dispetto.
Non solamente la paura di sembrare uomo dappoco e novizio, ma anche una misteriosa spinta aveva persuaso don Giulio ad accettare un invito obbligantissimo e innocente.
Non era amore, ma forse una naturale compiacenza, perch Adriana aveva chiesto di lui; era quasi un senso di riconoscenza, o, sopra ogni cosa, quella curiosit dell'ignoto che attrae gli uomini come i vortici del mare inghiottono i pesci. Dopo tutto non credeva d'offendere la causa di Severina, troppo alta, troppo santa, per essere confusa con un capriccio di prima donna, con un fuoco d'artifizio, colla commedia di una sera, con un amore infine che simile al vin spumante, traboccava tutto dall'orlo, lasciando secco il bicchiere. Di quanti dolori  madre questa facile filosofia delle distinzioni!
Il marchese Ercole present don Giulio ad Adriana dicendo:
- Sposo novello e fra poco marito fortunato.
- Possibile? - esclam la bella donna spalancando in aria di stupore i suoi grandi occhi di bove.
- Sissignora: amante e marito fortunato - rispose senza esitazione il conte. - Da noi  un fenomeno ancor possibile, per chi, s'intende, ha meriti speciali.
Il conte sapeva a memoria queste vecchie parti, n si smarr innanzi al sorriso sardonico che sfior le labbra di Adriana, la quale, stesagli la mano, disse: - Lasciatevi complimentare.
- Credeva che diceste: lasciatevi copiare - rispose il conte con uno scoppio di risa, che tocc nel profondo del cuore la sdegnosa donna.
Fra cinque o sei che formavano un crocchio intorno alla regina della festa, s'incroci un fuoco di fila contro il povero conte, e contro la sua precoce seriet; don Giulio sent le punte di quella satira fine, e ricorse alla protezione della padrona di casa, che con aria grave e solenne tronc le ciarle, dicendo: - Il signor conte ha ragione: il miglior amante per una donna dev'essere il marito.
- D'un'altra... - continu la voce rumorosa del marchese Ercole, e don Giulio, pensando a Severina e a s stesso, prov un senso di rimorso non senza dispetto.
- Voi siete caduto fra i pirati, conte - gli disse Adriana prendendolo per una mano e indicandogli una sedia vicina. - Vi rincresce, poverino, d'essere rapito, eh?..
Don Giulio sedeva per la prima volta vicino a quella donna favolosa, che era solito vedere cinta del mitico fascino delle luci, delle gemme false e delle armonie; questa donna, che odiava gli sciocchi d'odio selvaggio, aveva cercato lui, e ora lo dominava colla pupilla mobile, eloquente e supplichevole; la voce di Adriana, era nel discorso melodiosa come nel canto, anzi aveva certi sbalzi improvvisi, certi strascichi sottovoce, certi sorrisi granulati che davano i brividi all'anima.
- Rispondete, amico - replic quando furono lasciati in disparte - Vi rincresce d'essere rapito?
- Come posso saperlo? - rispose con un leggier tremito di voce il conte. - Io non conosco quel che valgo; sono io merce preziosa o di contrabbando?
- Uomo di poca fede e di pochissima carit. - Adriana s'impensier, lesse a lungo i rabeschi del tappeto, e balz rapidamente a servire il the.
Don Giulio sentiva un fruscio nelle orecchie e una vertigine al capo, come uomo che giunto all'orlo d'una cascata gira e precipita.
La conversazione di quella sera tumultuosa non concesse ad Adriana la vittoria, ma le ispir un immenso desiderio di vincere, il conte, schermendosi a tutt'uomo, non aveva perduto un palmo di terreno, ma non poteva fuggire senza vergogna e senza pericolo.
Di fermo proposito la sera appresso stette a lungo nel palco del barone, seduto vicin vicino a Severina, quasi per ritemprarsi nella contemplazione di quella bellezza gentile e casta. Ma la Saintrose fu pi d'ogni altra sera prepotente, affascinante e strapp le lacrime ai vecchi abbonati. Don Giulio, che vedeva molti cannocchiali diretti verso di lui e Severina; che udiva costei tessere gli elogi di Adriana e che, pur troppo, non era senza esca al cuore, si domand imperiosamente: "Che faccio?". Per le gallerie, sulle scale venivano a congratularsi con lui, come se nel trionfo di Adriana egli avesse gran parte; qualche giovinetto, vedendolo passare, lo seguiva d'uno sguardo lungo e pieno d'invidia, onde il conte stizzito, malcontento di s e di tutti, pens di lasciare il teatro, che gli pareva una fornace ardente. Prese onestamente licenza da Severina e dal barone, ma nell'atrio gli fu consegnata una lettera, che alla scrittura riconobbe del suo buon cugino il marchese. Eccola in tutta la sua semplicit:


"Caro Conte,

"Scrivo sotto dettatura di una persona la quale ti prega di concederle per mezz'ora la tua carrozza dopo l'opera; prima della fine del ballo la carrozza sar a'tuoi ordini. Il y a anguille sous roche.
ERCOLE"

E pi sotto in piccolo carattere: "Adriana".
Don Giulio corrug la fronte e si carezz tre volte i baffi, come soleva nei gravi istanti della vita. Maledisse il cugino, che per suo piacere andava tendendogli queste trappole, ma subito dopo riconobbe che l'intervento di Ercole era forse un'astuzia di Adriana. La preghiera era onesta e discreta e il conte non poteva, senza vergogna, esporsi a un duro rifiuto, che il buon segretario avrebbe reso noto al mondo con qual scandalo, Dio lo sa!
Diede perci gli opportuni ordini al cocchiere, raccomandandogli di essere di ritorno avanti la fine dello spettacolo, quindi torn al suo palco di proscenio, mentre incominciavano le prime note del ballo; vi si rannicchi all'ombra per paura che il barone e Severina non lo ravvisassero. Sebbene giuocato dal caso e dagli amici, tuttavia questo nascondersi, questa paura d'essere veduto tornarono agre e noiose a don Giulio, che, umiliato, se la prendeva con Adriana, col cugino, coi cicaloni, con s stesso. Amava egli Adriana? poteva negare d'aver tremato innanzi a lei? non aveva stentatamente trovate parole per Severina, egli che vantavasi bel parlatore ed esperto nell'arte del commuovere?
Sfilarono schiere di ballerine, apparvero sulla scena mari e monti, ma il conte nel fondo del suo palco fissava gli occhi sotto la sedia, colla testa stretta fra le mani; vedeva una carrozza correre per le vie di Firenze, arrestarsi in via Tornabuoni; una donna scendeva, dava una grossa mancia al cocchiere, e insieme una lettera, un invito per domani, un colloquio insomma... Ed ecco i servi della casa a parte del segreto; tutti i servi della citt e tutti i padroni di questi servi parlavano di lui e della Saintrose, e cos lo scandalo andava allargandosi come una macchia d'olio sopra un pannolino. Non era questa appunto l'intenzione di Adriana? per ci gli aveva chiesta la carrozza quasi volesse allearsi tutta la citt per combattere lui solo, inerme, pauroso del ridicolo, vanaglorioso, e che a venticinque anni vantava il coraggio di prender moglie.
Aveva bisogno di respirare l'aria della notte e usc a mezzo il ballo: la testa gli ardeva e il cuore, fatto piccino, soffriva come d'un doloroso presentimento. Incontr non so quale deputato, suo amico, che gli present un alto personaggio russo; il conte balbett una delle solite frasi e stava per andarsene, quando una voce argentina, nel pi armonico francese, fece rivolgere perfino l'alto personaggio.
Tutti s'inchinarono e fra sei o sette curiosi accorsi si apri una via gloriosa, per la quale pass Adriana, vestita come lo sa fare un'artista da palco scenico, che ha fretta, cio il ricco abito di raso dell'ultimo atto, un peplo mezzo greco e mezzo parigino intorno alle spalle e una nube di garza bianca intorno alla testa. Don Giulio impallid ma essa venne senza esitazioni a lui, gli stese la mano e distintamente: - Vi ringrazio, conte, che mi offriate la vostra carrozza; accetto, perch il carrozzone del teatro  un attentato contro l'arte...
Il conte diede la mano ad Adriana; gli occhi dei curiosi, dei portieri, dei gendarmi, dei pompieri, dei servi schierati innanzi alla porta si conficcarono su questi felici mortali, e don Giulio ne sent veramente il bruciore come se cento lenti infuocate lo pigliassero di mira.
Il conte non poteva chiuder sola Adriana nella carrozza, n ella glielo permise: sedette vicino a lei e i cavalli scalpitarono, gettando scintille, sul difficile selciato. Trentasette cannocchiali (il marchese Ercole li cont) si fissavano in quell'istante verso Severina.



In una valle degli Appennini il conte Gian Andrea possedeva un antico castello, quasi sempre disabitato e che per il lungo disuso minacciava rovina. Ne restavano ancora intatte dieci o dodici sale, tappezzate dai ritratti di famiglia e ingombre, pi che adorne, di mobili massicci di noce, con vecchie stoffe dorate, e da una dozzina di panoplie e di alabarde.
In una di quelle sale, seduta in una vasta poltrona cardinalizia troviamo Adriana, stanca d'un lungo viaggio, percorso fra le due e le sei del mattino. Come vi sia giunta lo potrebbe dire meglio di me don Giulio, che siede a lei di fronte, immerso in gravi pensieri e coll'abito di velluto alla cacciatora coperto di polvere. Il carnevale  finito a mezzanotte e siamo alla prima mattina di quaresima: l'alba rischiara dai larghi finestroni le cornici d'oro, gli schienali delle sedie, d al pallore dei due amanti un'espressione abbastanza medioevale.
- Messere - esclama Adriana sorridendo - siete gi pentito?
- Ora che vi amo.? - risponde il cavaliere, prendendole ambo le mani.
I misteri vogliono poche parole, e quando abbiam detto che un nuovo amore ha cacciato il vecchio, non ci resta altro a spiegare per chi d'amore s'intende; gli altri credano al mistero, pi comodo e spiccio d'ogni dimostrazione.
- Mi piacciono queste vertigini - esclama accendendosi alquanto in viso Adriana. - Cos' la vita senza le commozioni? a mezzanotte era in teatro; quattro ore di fuga attraverso boscaglie ed eccoci al mattino in pieno medioevo. Non avete liuto, conte?
- Voi avrete bisogno di riposo.
- Voglio dormire in questa sedia patriarcale. Credete voi che nessuno conosca il nostro nascondiglio?
- No: ho fatto credere a una certa causa di rivendicazione di terre, per la quale  necessaria la mia presenza. Adriana, dite almeno che credete all'amor mio: non vi pare che abbia fatto qualche cosa per voi?
- S, s, vedo quanto vi costo.
- Non dico questo.
- Vi costo una dote di due milioni, se non mi sbaglio, e una fanciulla ingenua, che  quanto di pi raro esista, dopo i milioni.
- E, se ci fosse, non merito la vostra fiducia? - Adriana, voi m'insegnate veramente cos' l'amore.
Il cavaliere veduto da lontano sarebbe sembrato inginocchiato presso Adriana, rapito in quegli occhi, che avevano tutte le variazioni azzurrine dell'aria. Durante quell'estasi, l'intelligenza di don Giulio non aveva la virt di oltrepassare il breve circolo di quelle pareti, in cui stringeva tutto il suo universo, e ogni legge di onore, ogni suo dovere, ogni rimorso, dileguavano come cera alla fornace, o gli sembravano leggi necessarie per il bene di tutti, ma fatali a ciascuno. Severina, nel caldo immaginare di quegli istanti, gli appariva come una di quelle sbiadite figure a guazzo, mingherline e grette, mentre Adriana brillava di tutti i colori ardenti di Tiziano.
Don Giulio torn due o tre volte a Firenze, e credette opera generosa confessare al padre le sue intenzioni; il conte Gian Andrea, vedendolo tanto risoluto, aggrott le ciglia e gli volt le spalle, esclamando: - Fate voi, ma  un'indegnit. - In questo tempo Severina cominci a notare la freddezza del conte, e nacquero i primi disaccordi col barone, disaccordi che portarono, come sappiamo, a un fiero contrasto fra i due gentiluomini e che affrett la partenza del conte per Parigi.
A quest'uomo aveva scritto il dottore la lettera che conosciamo, ma la penna gli diventava di piombo, quando egli si accingeva a porvi il fatale indirizzo. Si imaginava gi presente il conte e distrutte le care illusioni, che da un mese lo facevano tanto felice. Perch non ritardava di qualche giorno il compimento di questo sacrificio? aveva diritto il barone di comandare a lui, arbitro della salute e della felicit di Severina?
Il servo entr.
- Cosa volete? - gli chiese il dottorino.
- Non aveva una lettera da consegnarmi?,
- Vi ha mandato qui Sua Eccellenza?
- Nossignore, ma ella stessa non mi ha pregato poco fa...
- S, s... Eccola.
Il dottorino sillab nello scriverle queste parole: Genve, Htel Suisse, mentre un agro sorriso gli sfiorava le labbra.
- Sua Eccellenza - disse il servo - mi disse di affrancarla
- Fate pure, galantuomo...
Il servo, presa la lettera, and diffilato alla posta.
Marco si copr il volto, strinse i pugni ed esclam: - Ah, io divento perverso... Non importa, il conte almeno non verr.
Il buon dottorino era colpevole d'un gran peccato, ma non  il caso di confessarsi ora per lui.


Secondo il consiglio del dottorino, il barone scrisse alla contessa Ippolita, una delle pi care amiche di Severina, e alla marchesa Ermanna, la vecchia zia, pregandole di venire in suo soccorso, ed esse accorsero sollecite al letto dell'inferma, che gi cominciava a uscire del lungo assopimento e a dar segno di conoscenza.
Era il sesto d che Marco dimorava al Ritiro e la malattia, precisamente come egli aveva pronosticato volgeva a buon fine: il conte Giulio, dietro le congetture del barone, doveva aver ricevuto gi da tre d la lettera del dottore e forse fra un'ora, forse fra due poteva arrivare chi sa con quale aspetto! chi sa con qual animo! Alle vaghe interrogazioni di Sua Eccellenza, il dottorino rispondeva con parole monche, sforzandosi di mettere innanzi non so quali dubbi sul carattere di don Giulio, uomo, secondo lui, di nessun valore e inabile a ogni buon'azione. Adriano, occupato nel pensiero di Severina, desideroso e nello stesso tempo pauroso d'incontrarsi in quell'uomo fatale, prestava orecchio distratto alle parole dell'amico, accorgendosi n poco n tanto del suo sguardo timido, del suo frequente smarrirsi e del colore insolitamente pallido. Sua Eccellenza, per quel resto d'orgoglio che ogni uomo porta con s anche nel sepolcro procurava nascondere l'ansiet che lo dominava, n i servi, n altri, meno la vecchia zia, sapevano del ritorno del conte; il barone soffriva una nuova pena, l'aspettare, ma il suo contegno era sempre grave, solenne e di una immobilit marmorea
Invece una gran tempesta rumoreggiava nel cuore di Marco, il quale era certissimo che don Giulio non sarebbe giunto mai, se non per miracolo. Nessuno meglio di Marco sapeva quel che era scritto sopra la lettera mandata a Ginevra, e il buon dottorino che non si era ancora pentito del crudele scherzo giuocato a due uomini illustri, stava, covando rimorsi, ad aspettare gli eventi. A questi rimorsi non era abbastanza compenso l'amore di Severina? egli solo finalmente dominava il campo e don Giulio non era forse tal uomo da meritarsi anche di peggio?
Severina, sebbene sfinita, aveva riconosciuto la zia e l'amica, ma destandosi e smarrendosi a vicenda, stentava a raccapezzarsi del luogo e del tempo: girava gli occhi incantati, e ad una ad una andava risuscitando le memorie pi note e pi lontane, senza mai chiedere di don Giulio, come s'ei fosse scomparso dalla memoria.
La sera si avanzava. Il barone passeggiando sul terrazzo, spingeva l'occhio nella lontananza del lago gi involto dall'ombra; pass l'ultimo piroscafo, n don Giulio comparve. Che avrebbe detto a Severina, se per caso domattina, nelle ore pi serene, chiedeva del suo fidanzato? Come ingannarla ancora senza mettere a estremo pericolo questa fragile intelligenza?
Intanto il dottore, venuto al letto della malata, vide che gli occhi estatici di lei si fissavano per la prima volta ne'suoi e che un leggiero rossore, come un raggio passeggiero di sole, colorava le sue guance e saliva, smarrendosi, fino alla fronte. Se non grid per la gioja, fu per non sembrare scemo o crudele, ma sent ch'ei rinasceva nel pensiero della fanciulla proprio secondo il suo desiderio, e gli parve di essere l a contendere quella bella creatura a un branco di avidi ladroni. La luce che usciva dalle sue pupille in quel momento aveva un non so che del falchetto e dell'aquila.
- Don Giulio? - domand sottovoce la vecchia marchesa, che seduta in una grande poltrona a'piedi del letto, diceva corone.
- Non  arrivato - rispose Marco.
- Noi forse lo cerchiamo invano sulla terra, e questa povera bambina... - I singhiozzi l'interruppero, ma poi seguit: - Pu darsi che anche tornando a ragione continui l'inganno di prima e che voi, dottore, suo fidanzato...
- Io? - esclam tremando il dottorino.
- Se ella vi amasse, e se ci fosse la sua vita?
- Ma, io povero uomo...
- Il conte aveva un milione e mezzo: io ve ne darei due, dottore, per amore di questa bambina...
- Sua Eccellenza non acconsentirebbe mai.
- Adriano ama sua figlia... e sopra la necessit non vi  che Dio.
Il dottorino a queste parole, pronunciate da una voce tremula e lagrimosa, sorrise fantasticamente e si appoggi, per non cader ginocchioni, alla sponda del letto. E qui torna opportuno, anche a giustificazione intera del nostro buon amico, osservare come da un mese egli vivesse in un mondo meraviglioso, nel quale i suoi pensieri erano messi alla tortura e i suoi affetti esposti alle pi nude tentazioni onde non dobbiamo far gli occhiacci se qualche volta lo troviamo in colpa e in falsi giudizi. Un d vede una solitaria bellezza fra le piante sorridere a lui e se ne accende come  ben naturale in un animo gentile; ma questa fanciulla  ricca ed  pazza ed egli cerca di fuggire; no, il destino lo spinge verso di lei, che l'abbraccia, che gli dichiara un immenso amore, che cade come morta a'suoi piedi: da una settimana veglia per lei a consultare gli oracoli della scienza ne spia ogni respiro, ogni batter di palpebre; la gelosia gli entra in cuore quel d che egli si sente degno di Severina; qual meraviglia se tutti questi casi hanno dato al suo carattere un accento esasperato, frenetico, fanatico e se le sue idee non si svolgono secondo il corso ordinario?
Egli stesso se ne accorse alcun poco, e quando venne questa stessa notte a chiudersi nella sua camera, andava chiedendosi se per avventura egli non avesse fumato dell'oppio, o passeggiato a capo nudo sotto il sole. Severina aveva arrossito onestamente innanzi a lui; sia che ella l'amasse come conte, sia che l'amasse come dottore, nessuno poteva negare che tornando miracolosamente alla vita e alla ragione la fanciulla non si attaccasse a lui, come a un caro salvatore. - Domattina sarebbe ritornato a quel letto e alla luce chiara del d Severina lo avrebbe riconosciuto: "Sei tu?" (il dottorino immaginava per suo conto anche il dialogo). "Sei tu, caro Giulio?- oppure, chi siete voi?" "Io son uno che vi amo, Severina!". "Ah! Dunque fu tutto un sogno quel che io soffrii...?". "Voi avete veduta la morte ma io ho tanto vegliato presso di voi...". "Ah! grazie, mio caro" "Chi oser porsi fra noi?".
Quest'ultima frase Marco la declam, destando perfino il rimbombo sotto la volta della camera, ed egli stesso n'ebbe vergogna e paura.
"Diavolo!" pens "che la sua pazzia mi entri addosso?".
Altri pensieri nol lasciavano requiare, perch la voce misteriosa della vecchia marchesa ronzava ostinatamente al suo orecchio: "Io vi darei due milioni...!!...". Questo era il mondo della favola! che dovesse svegliarsi un bel mattino ricco sfondato? Egli aveva sempre pensato da stoico sul valore dei beni di quaggi; ma il diavolo non aveva mai fatto tintinnare tanto da vicino il sacchetto dell'oro, come quel d, e il suon del metallo, ognun lo sa, fa voltare anche il sordo. Essere ricco e amato! - gli pareva la somma di una filosofia nuovissima, che abbracciava in poche parole tutto l'universo, anima e corpo, la vita e la morte e andava domandandosi se egli poteva senza scrupolo stendere la mano a quel mucchietto e stringere in pugno il proprio avvenire; ma le risposte venivano facili e in folla, dal punto che tutto era per la salute di Severina.
Come si vede, questo rimuginare gli doveva mettere le fiamme al viso e lo sbalordimento al cervello; gli parve che la sua camera divenisse troppo angusta per quelle idee magnifiche, onde uscito bel bello, venne a una scaletta che metteva al giardino, sforz dolcemente la molla d'un cancello di ferro, usc all'aria aperta, che gli era tempo. - Non era ancor suonata mezzanotte, ma tutti dormivano in casa; nessun cane vegliava a custodia, cosicch il dottore pot passin passino attraversare il largo del giardinetto alla volta del bosco di magnolie. - Viaggiavano nel cielo certe nubi distese in figure grottesche e come agglomerate intorno a un piccolo cerchio di luna squallida squallida; l'aria sentiva ancora del fresco e dell'umido di una pioggia cessata da poco, e che aveva s immollato il terreno che il piede vi sfondava mezzo; poco lontano risonavano i fiotti del lago, grosso in quella notte, che rompendosi contro il solido granito delle fondamenta mandava il suono di una pasta molle sbattuta da un furioso. Qua e l, negli spazi di terra luccicavano sotto quel pigro lume le pozze d'acqua, in ogni forma e misura, come i frantumi d'uno specchio.
Il dottore, che stringeva, come dicemmo, il suo destino nel pugno torn all'idea fissa della pazzia, n gli parve improbabile questo pericolo per un uomo che si trovava al cospetto d'un domani s meraviglioso e fantastico. Gli vennero in mente le favole di certi romanzi letti da lui in quella et che gli altri li fanno e trov non esser falsi del tutto quei personaggi, fabbricati a Parigi, pieni di peccati e di milioni, che passeggiano la notte a meditare astuzie e trappole, che compiono le pi fiere vendette, uccidono rivali, avvelenano vecchie avare, rubano testamenti... - Ma che diavolo! - mormorava e si batteva la testa col pugno. - Son io che penso cos?
Il dottorino sognava ad occhi aperti e del suo fantasticare avevano colpa, non solo gli avvenimenti, ma anche quel cielo a ragnatele, quelle goccie diacciate, che grondavano dalle lucide foglie delle magnolie, quel brivido che gli serpeggiava sotto pelle, quel non so che, fra la speranza ed il dubbio, che fa tentennare i pi saldi, quella fede in un amplesso vicino, in un bacio s ardente che avrebbe fatto di una pazza una savia donna e di un uomo ragionevole forse...
Ud poco lontano il suono d'un passo e un frusco di foglie. Ristette su due piedi, ma il cuore acceler i suoi battiti fino allo strazio - Tende l'orecchio, traguarda fra ramo e ramo e sente un vero scricchiolo di sabbia, onde pauroso, non per natura, ma per le circostanze in cui si trovava, si rannicchi nei rami sporgenti e aguzz verso il tempietto del fauno che sorgeva in fondo a quel viale. Di l spunt un'ombra, che forse era un uomo.
Forse anche l'ombra not un agguato sul suo cammino, perch ristette ferma, senza fiatare, spiando senza dubbio nelle fitte tenebre dove stormivano le foglie. Il dottore andava almanaccando tra s chi poteva essere l'ignoto vivo, che a quell'ora passeggiava in un giardino chiuso, non certamente il barone che era alla statura pi piccolo d'una spanna, non uno dei servi, n un ladruncolo perch al portamento, al nero cupo dell'abito e a certi rivolti candidi al collo e alle maniche, gli pareva un uomo molto ben vestito.
Si ricord, nel tempo di un amen, d'aver gi udito altra volta dalla finestra un suono di passi nel giardino e dei gemiti sommessi e subitanea, come il lampo, gli balen un'idea, una brutta idea per la verit: - Che fosse il conte?
L'ombra rassicurata, si avanz di buon passo direttamente e verso il dottore, che avrebbe voluto sprofondarsi sotterra.
- Chi siete? - domand con voce strozzata Marco.
- Lode a Dio! temeva d'incontrarmi nel barone Adriano.
- Ma voi?
- Ella  forse il signor dottore? - disse sottovoce lo sconosciuto.
- Lo sono, ma vorrei cortesia per cortesia - rispose alquanto stizzito.
- Sono il conte Giulio - e nomin quel cognome che noi non possiamo trascrivere pei dovuti riguardi.
- Come sta la poveretta? - chiese di nuovo il conte; ma il dottorino, che sentiva un'ambascia insolita e come goccie d'acqua diacciata stillargli sul cuore, non rispose che con un mugolo sordo di meraviglia e di rabbia. Finalmente trov modo di domandare alla sua volta.
- Avete forse ricevuto la mia lettera?
- Quale lettera? - disse il conte non badando al modo famigliare e duro del suo vicino.
- Vi ho scritto saranno tre d, ma non so...
- Da quindici giorni mi trovo sul lago e da una settimana penetro tutte le notti in questo giardino, come un ladro di campagna; ella sapr che io ho tanti rimorsi da scontare...
- Lo so.
- E che cosa mi si scriveva?
Il dottore pens un istante e franco rispose: - che ogni speranza per Severina era perduta; che non veniste pi da queste parti perch Sua Eccellenza ha giurato di uccidervi. - Il dottore nel pronunciare queste parole andava tendendo i nervi e stringendo i pugni come se volesse soffocare alcuno.
-  la grazia che cerco - disse lentamente e chinando la testa l'infelice.
Il dottore lo adocchi, e non pot impedire che questo accento disperato non vibrasse in modo strano dentro di lui.
- Vorrei parlarle con sicurezza - disse per il primo il dottore dopo un lungo silenzio. - Dove potr trovarla, signor conte?
- Alla riva di Molina, non lontano dall'Orrido, al di l del lago. Domandi a qualcuno ove abiti l'Inglese e glielo diranno.
- Ella traversa il lago tutte le notti?
- Verr una notte che mi fermer a met.
- Ah! - esclam Marco, con un grande respiro, sollevando gli occhi al punto pi alto del cielo, e quel grido pareva volesse significare: Io sono ben tristo!
- Non dir d'avermi incontrato, dottore?
- No!
- Resto qualche ora a contemplare il lume di una finestra; finch quel lume risplender... - ma alzando le spalle il conte s'interruppe dicendo: - Buona notte, dottore. - E gli stese la mano: poi spar per il lungo viale.

Marco era legato alla terra, n sapeva formolare un pensiero che avesse un colore e una proporzione; tentennava la testa, sorrideva a fior di labbro e all'improvviso cantare d'un gallo si scosse pauroso, gir gli occhi intorno, usc dal suo nascondiglio, corse in punta di piedi fino al cancello, sal al buio la scaletta, precipit nella sua camera e cadde colla testa sul guanciale.
La peggior tempesta rumoreggiava in quella povera testa: non aveva per avventura traveduto, sognato, delirato? No, il conte era vicino a due passi da Severina, a due passi da lui. Come poteva egli indifferentemente rinunciare alla felicit per cedere il posto a questo ladrone notturno? Il conte non temeva il barone, e il barone lo aspettava ansiosamente; questi due uomini non si odiavano pi.
Chi travolgeva le pi semplici leggi della natura e del cuore umano per tormentar lui, che aveva tanto fatto per Severina? Questo miracolo non avveniva per volont di Dio, perch il barone non credeva in Dio: uno spirito maligno faceva strazio del suo cuore, e moveva gli avvenimenti come in un giuoco di scacchi. - Oh mia povera Severina! - disse sospirando - ch'io abbia a fuggire da te nel momento che, riaprendo gli occhi, mi avresti beato del tuo sguardo dolcissimo? Prima che spunti il sole, ella potrebbe svegliarsi pi serena, pi docile, pi ragionevole: "Don Giulio non  con voi?" domanderebbe alla zia e all'amica. "Dov' don Giulio? Chiamatelo" Il momento  solenne! - Il dottore ritto in piedi nel mezzo della camera e nell'ombra accompagnava coi gesti questi pensieri tumultuosi. "Il momento  solenne! io entro... Sei tu?..E dopo? se quell'uomo si uccide? se l'inganno non durasse pi d'un giorno? che diverrei io in mezzo a questo mondo fantastico, falso di nome, fra abitudini non mie, fra gente che mi compatirebbe, o riderebbe di me.? Troppi gruppi in una volta, mio Dio!...
E pens finch un tremendo riflesso di luce non disegn i contorni del monte Bisbino, che sovrastava; il cielo s'era fatto lucido e netto e brillavano ancora molte stelle. Fiss gli occhi in quell'azzurro e in quelle luci, e l'arcana poesia de'suoi quindici anni risuon a lui d'intorno quasi portata dall'aria mattutina, bisbigliata dalle foglie scosse. Qualche pettirosso provava la voce, ma la sua vicina aveva ancora troppo sonno per rispondergli. Rumori incerti, susurri, fruscii parevano accennar ai primi moti d'una natura che si sveglia, e, la calma del mattino era succeduta ai tenebrosi schiamazzi, alla pioggia e al vento della notte.
- Addio! - mormor il dottorino, non sapendo bene egli stesso a chi fosse rivolto questo saluto.
- Addio, s; ma prima voglio vederti.
Si vede che la risoluzione era presa; una fuga.
Era ben tempo di fuggire, e troppo grave era stato il castigo di tanto indugio. Fuggire con una dolce imagine nel pensiero, e l'orgoglio in cuore di aver compiuto una nobile azione pareva bello a chi non aveva mai pensato che un uomo possa uccidersi.
L'aspettavano ancora le Alpi, i vetturali, gli osti e le montanine della Svizzera; al di l si vendeva birra eccellente a buon mercato e alla peggio la birra istupidisce. Dopo un mese sarebbe tornato allegro come Celestino, con una lunga pipa, coperto d'una buona crosta di esperienza, che salva l'anima dalle malattie croniche.
Egli sarebbe partito al primo raggio di sole, lasciando al barone un biglietto coll'indirizzo del signor Inglese e tanti saluti in casa. Era risoluto come un gendarme, ma prima voleva rivederla una volta, il tempo d'un minuto, d'un batter d'occhio.
Pens che a quell'ora tutti dormivano nella casa, perch la vecchia zia ritiravasi a mezzanotte, e Marianna sul far del mattino, nel tempo che ogni infermo suol essere pi tranquillo, godevasi un sonnellino.
Un corridoio e una scala di pochi gradini lo separavano da quella cameretta. che avea incominciato a venerare; l'andarvi in quell'ora e solo sarebbe sembrato altre volte alquanto indiscreto, ma egli, fuggendo per sempre, moriva per Severina e a chi muore si usa piet.
Usc; n tremava, n titubava. La sua ragione era tornata ai sodi principi, alla verit delle cose, ai propositi schietti e luminosi, e se concedeva un'ultima lusinga al cuore, era per meglio rabbonirlo. Giunse e stette innanzi all'uscio; era il medico e poteva entrare.
Entr.
Marianna sonnecchiava in una poltrona accanto al caminetto, sul quale ardeva una lucerna accesa appena appena da non essere spenta. Si accost al letto dell'inferma come aveva fatto cento volte in quei giorni, e non meno franco, e non meno onesto. Sedette sopra la sedia vicina e ascolt il dolce respiro della dormiente. - Dorme! - disse a s stesso per il bisogno di occuparsi in qualche argomento. Ma il misurato respiro della fanciulla a poco a poco prese il suono d'un ragionamento susurrato all'orecchio, e il dottorino si chinava per udir meglio; ma non sentiva che un alito sul viso. Il dottorino si strinse le tempia fra le due mani, e la pazzia dell'amore, della volutt, dell'odio svolazz e lo tocc; il pianto che da due ore ruggiva chiuso nel petto, minacci rompere il suo silenzio, e il dottorino lottava atleticamente con un altro s stesso pi selvaggio, pi irriverente. Entrambi erano forti, ma il selvaggio conosceva certi impeti maligni, che avrebbero ucciso un uomo, e perfino svegliata Severina.
- Ah mia bella.... - soffi il maligno, e svincolavasi dalle strette; ma l'angelo buono lo buttava ginocchioni a pi di quel letto, fremente, ma devoto, riverente, adoratore di quella divina bellezza assopita.
Mentre il dottorino, caduto a piedi del letto, smemorato di ogni cosa andava di fantasia in fantasia, una mano fredda, ma dura come ferro, lo tocc. Lev gli occhi. Era il barone.
- Usciamo - disse freddamente il barone e si avvi verso la porta, n si arrest che nella propria camera, seguito in silenzio dal dottorino, che senza imbarazzo, senza preoccupazioni, ma rispettoso e severo, stette innanzi a Sua Eccellenza, gli occhi fissi nel suo viso.
Il barone, chinando le palpebre come soleva fare nei grandi momenti, domand: - Ama ella mia figlia?
La domanda era inaspettata, sebbene il dottore avesse gi fiutato nell'aria la tempesta, onde balbett, ma non rispose.
- Ella non mi risponde.
- Sono colpevole? - domand alla sua volta il dottore per lasciare il fastidio della risposta al barone.
- Io non giudico, esamino. Quali sono le sue intenzioni, signore?
- Fuggire da questa casa.
- Grazie: almeno  onesto, se non...
- Se non ricco! - continu con amarezza il dottore.
- Ci che non posso concederle, o signore,  il diritto di offendermi.
-  giusto! - mormor il dottore, chinando umilmente la testa.
Il barone prese a passeggiare innanzi al dottore, che sentiva rimbombare nel cuore ciascuno di quei passi solenni, e pesandogli il silenzio ancor pi dei rimproveri, si fece forza a dire:
- Vostra Eccellenza non vorr essere troppo severo nel giudicarmi; io non cercai il pericolo, e innanzi al pericolo fuggo.
- Il conte  qui - esclam Adriano alzando la voce.
- Come sa?
- Ella l'ha incontrato questa notte nel mio giardino.
- Ero sorvegliato?
- L'amore toglie il sonno agli amanti...
- Ella ci ha spiati...
- Il conte  qui forse da molto tempo, perch venne al convegno notturno, come uomo che conosce bene la sua strada. Perch ella non me l'ha detto?
- Perch... - il dottorino arross sebbene avrebbe potuto rispondere d'ignorarlo; ma non affatto innocente, come sappiamo, ebbe paura che il barone gli leggesse in viso il tranello della lettera falsa, ma gli occhi di Sua Eccellenza notarono quelle vampe.
- Basta, signor dottore; le risparmio la pena di una menzogna.
- Ma!...
- Ella ha interesse che il conte non ritorni...
- Cio, interesse... - La vista del dottore cominciava a offuscarsi.
- Povera Severina, perdette un amante e ne ritrova due: da bravi, come l'aggiusteranno, messeri?  ai dadi o all'armi che si giuocher questo cencio di dote?
Era troppo; e il dottore, sotto lo spasimo di questo sarcasmo, che gli passava il cuore, evoc quell'antica fierezza di carattere che altrimenti si potrebbe dire coscienza della propria virt.
Non era pi la condizione casuale di un uomo, che lotti contro un sentimento ampio, indefinito, fatale, ma era lotta sincera di un uomo giusto contro un uomo ingiusto, e il conforto della propria innocenza gli ispir una risposta vivace: - Quel che mi dice Vostra Eccellenza non mi offende, perch non mi tocca; ella non pu compatire un minuto di vilt in un uomo onesto, n io mi meraviglio, sapendo come non a tutti gli uomini  dato d'essere generosi...
Gli occhi del barone si animarono e nell'arrestarsi a un tratto Sua Eccellenza non seppe celare un insolito impeto d'ira; ma trov una fronte alta e due occhi, che non temevano i suoi.
- Chi non sa perdonare, - continu il dottore - non intende e per verit lodo Dio che a non tutti abbia largito i tesori di un'anima capace d'intendere e di perdonar tutto. Amai donna Severina, non lo nego, e l'amava gi prima di metter piede in questa casa; ma, poich ella, signore, ha spiato i miei passi, avr scoperto come non mi giovassi delle occasioni, che un beffardo destino mi offriva, quanto trepidassi alla vicinanza di questa creatura, che si dava tutta a me, come ad un amico, come ad un fratello; tentennai un giorno, non lo nego, ma fu sotto il fascino di alcune domande che feci a me stesso: Non sono io degno di lei? Non l'ho io ricreata? - Oggi rispondo calmo, sereno che no, e fuggo. Se paresse al signor commendatore ch'io fossi troppo pigro ad andarmene, pu licenziarmi: una pena la merito e son pronto a scontarla.
Il barone andava squadrando questo giovanotto con occhio stupito, e gli impeti di un sacro orgoglio offeso salirono pi volte a suggerirgli una parola acerba, e che fosse l'ultima di un dialogo gi troppo lungo e umiliante; ma la parola non venne, e invece gli parve di cedere al peso di un'eloquenza seduttrice, che gli mescolava i giudizi nel capo, e confondeva le verit pi lucenti. Non rispose subito, perch si avvide che le parole vecchie non valevano, e a trovar le convenienti, che sciogliessero il nodo e che fossero nello stesso tempo aristocratiche e giuste, non aveva la calma necessaria..
Il dottore stanco d'aspettare quest'ultima parola, che egli stesso aveva invocato, urbanamente disse: - Se il signor barone mi crede indegno di questa parola, io ubbidir anche a un gesto...
Al fremito, che corse per tutto il corpo del barone, si sarebbe detto ch'ei fosse adirato di quella non mai finita umiliazione, o che avesse dispetto di quell'uomo, tanto pieno di giustizia.
- Cedo il posto, - seguit Marco - a persona pi degna e pi rispettabile...
- Non  vero! - grid infuriando Sua Eccellenza. - Questi elogi non richiesti sono per me una nuova offesa:  una gara di generosit, che mi adira.
- Il conte ha dei diritti, o, se meglio le piace, dei doveri.
- Chi intende queste contraddizioni?
- Mi sforzo d'intenderle. Amo, lo confesso, ma il mio posto non  qui.
- Sa il conte d'essere aspettato fra noi?
- Lo sapr avanti mezzod.
- Non precipitiamo gli avvenimenti.
- Donna Severina potrebbe dimandare di lui.
- Di lui! di lui! - ripete Adriano. - Il mio sangue si ribella ancora a questo nome.
- Ancora? Non intendo...
- Ah! non intendete alla vostra volta: voi siete un uomo ben stravagante. Perdonate la confidenza colla quale vi parlo.
Il dottorino strabiliava e sentendo la voce pi conciliante e il modo col quale il barone gli parlava, pi modesto e amichevole, fiss uno sguardo curioso in quel volto pallido.
- Il conte non merita questa felicit, n' vero?
- Non voglio giudicare...
- Severina forse... - Il barone esit e poi alzando a un tratto la voce esclam - Vi rincrescerebbe, dottore, s'io diventassi generoso?  invidiosa la vostra virt?
- Ci vuol dire?..
- Vuol dire che ogni minuto della vita c'insegna una verit: dottore,  finita la prova, e vi ritrovo, qual vi pensai, grande e degno d'una regina...
- Io?
- Voi, s, voi. Da molto tempo vado spiando i vostri passi, le vostre veglie, e quando penso che per opera vostra Severina m' ridonata, e che ella ha imparato ad amarvi, e che voi l'amate, come posso io preferire un uomo, che l'ha tradita, e che vers il pianto de'suoi rimorsi nel seno d'altre donne?
- Ma il conte l'ama...
- Ami!  questa la mia vendetta.
- Ci  impossibile. -
La nobile e dignitosa condotta del dottorino, una speciale simpatia per lui, la gratitudine naturale per il tanto bene da lui modestamente compiuto avevano risvegliato nell'animo del barone non so quali antiche memorie di tempi giovanili, allorch, levando la testa dai grossi libri della filosofia, egli discorreva fra gli uomini a cercare le orme d'una virt, che dicevasi passata sul mondo. In quei d, nella vivacit dei vent'anni, sorvolando ai fatti comuni della vita accidentale, e alle frequenti vilt, il barone soleva fermarsi piuttosto a contemplare in s stesso gli elementi di una filosofia umana capace di fatti grandiosi; perci al tornare di quelle memorie, credeva ritrovare nel dottorino quel s stesso, che la disperazione aveva da molto tempo ucciso. In questa bassa landa dei vivi, dove l'esercizio di una semplice bont  tenuto a vile, e dove si preferiscono le grandi massime che intontiscono alle povere opere che guariscono, dove gli uomini si fanno ogni giorno pi noiosi che utili, il barone compiacevasi di aver trovato una rupe solitaria, che aveva ancora del vecchio macigno. Se prima non se n'era accorto, la ragione si  che viveva lontano dalla gente e questi rari avanzi giacciono nascosti nella moltitudine e non li trova se non chi li desidera.
Il barone strinse la mano dell'amico e gli domand:
- Avete capito?
- Se non  un sogno,  questa un'offerta ch'io non posso accettare...
- Temete l'ira del conte?
- Il conte  un infelice.
- Lode al vostro Dio.
- Eccellenza, - rispose con voce commossa il dottorino - vi fu un istante che io sognai questa lusinga e questa fortuna, ma cattivo consigliero  il cuore innamorato e il pi delle volte trionfa a danno della sana ragione. Quale sarebbe il mio destino s'io non fuggissi? lo dica una parola: Sarei un uomo spostato. Innanzi agli altri cesserei d'essere quel che sono, per diventare che cosa?.. un amante, un marito, un ricco fortunato e caro al cielo. Signore, per tutto ci pu pur meglio di me bastare il conte, e lasci che io torni, ove sono desiderato, fra quella gente a cui ho promesso il mio aiuto, dove il conte  inutile. - Amiamo l'equilibrio delle cose che regge il mondo. Chi mi assicura oltre a ci che Severina non si ravveda dell'inganno? Abbiamo incominciato questa storia pietosa come una novella per le donne gentili, ma  tempo (e ne sento il bisogno) di tornare al giusto senso delle cose, di ristabilire l'ordine, anche a dispetto del cuore... Lasciamo i vecchi romanzi e facciamo della vita. - Il conte ama donna Severina, e da molte notti entra in giardino per sedersi sotto una finestra illuminata; anche qui, signore, c' dell'infermit, e un'offesa fatta a un uomo disperato potrebbe eccitare una vendetta, in qualunque modo spaventosa sia che il conte castighi me, e s stesso, o tutte quante le donne che gli parleranno d'amore.- Invece s'io torno al mio paesello, Celestino sar contento, il conte torner giustificato dai rimorsi, ella, Eccellenza, avr la consolazione di ricordare un uomo... non affatto indegno di vivere...
La voce gli manc e non pot arrestare una mezza lagrima che spunt sotto le palpebre; il barone, che stava riflettendo alle cose udite, sorreggeva il volto colla palma e tentennava la testa sforzandosi di rassegnarsi.
- Non  meglio cos? - riprese con voce pi chiara il dottorino come se ora parlasse per conto altrui. - Il cuore non  ostinato e si lascia a poco a poco persuadere, se la ragione sa parlar come va.
- Questo signore... torner? - mormor Adriano. - Non so imaginare il modo migliore di riceverlo.
- Gli scriva due linee d'invito, che io porter; cos avr la coscienza di aver compiuto tutto il mio dovere, e sconter qualche peccatuccio... - Il dottore sorrise.
- Mandiamo un servo.
- No.  necessaria una persona che narri la storia di questa malattia, e che dimostri la necessit d'un pronto ritorno, se no, il conte potrebbe pensare a un tranello.
- Per parte mia?
- So quel che mi dico, Eccellenza, quando parlo de'miei peccati: due amanti, che s'incontrarono sotto la medesima finestra, si scambiarono delle spiegazioni, ma pu darsi che qualcuno abbia accusato anche Vostra Eccellenza di un delitto premeditato. - Il dottorino sorrise allegramente, e sforz al ridere anche la patetica faccia di Sua Eccellenza.
A colazione la vecchia zia narr come Severina allo svegliarsi avesse dimandato di don Giulio e il dottore permise che le si parlasse del prossimo arrivo del conte. - Ma Severina non si accontent di vaghe promesse e il dottore le fece dire dalla contessa Gemma come prima di sera don Giulio sarebbe di ritorno. - La malata in questa dolce aspettazione si acquet.
- Tutto va bene, - disse il dottore fregandosi le mani - e far stampare questa guarigione sul bollettino medico. Chi sa che non mi faccia una gloria europea. Ho bisogno di un po'di gloria...
Il barone scrisse un breve invito per il conte e sul far del mezzod il dottore scendeva i gradini di una scala che metteva nel lago, ove era pronta una piccola gondola. Adriano lo accompagn fino all'ultimo gradino, muto, malinconico, come se partisse l'amico della sua infanzia, e a stento seppe balbettare: - Passer tre ore di febbre.


Il dottorino entr nell'elegante gondoletta e in tre colpi di remo si allontan solo solo da quella malaugurata costa. Quando fu nel mezzo del lago, tir i remi in barca e, lasciando che l'acqua leggermente commossa dal vento lo cullasse a suo capriccio, cerc di occuparsi in idee comuni per distrarsi, ora guardando il cielo coperto di nuvole, ora i monti e i loro contorcimenti, ora le coste interrotte dai rapidi ghiaieti.
Cos oziando e tratto tratto movendo i remi colla noncuranza d'un pesce che scuote le pinne, venne senza accorgersene quasi a contatto d'un'altra barca, guidata da un vecchio rematore, che a'giorni suoi non aveva mai tratto a riva un carico tanto irrequieto.
Erano dieci sartine, venute da Milano a far festa sul lago, pigiate sui loro sedili di legno, con abiti quali li sa fare chi veste s bene le altre, le une bionde, le altre brune, qualcuna n bionda n bruna, tutte con occhi ladri, delicati, e scosse in quella vecchia barcaccia dagli urti, che dava la vivacit, lo scherzo e la paura.
- Legna verde! - disse il vecchietto al dottore, accennando a quel complotto vivace, che faceva un cicalo da cento passere sopra una pianta; e il dottore fu sorpreso dalla variet degli scialletti rossi e azzurri, dalle piume confitte in gusci di noce, o cappellini, legati sopra una piramide di capelli, come, alla lor volta, le fanciulle destate dallo scherzo del barcaiuolo, si fecero a contemplare la bella gondoletta e il bel pedagogo che andava, dicevano, a pesca d'anguille, non risparmiando le puerili esclamazioni, n le risa semplici, che scoppiavano a loro dispetto dai fazzolettini bianchi e profumati. - Marco, sebbene avesse l'animo penosamente occupato, pure fu in procinto di seguire la bella comitiva fino alla villa Pliniana, dov'erano dirette: passare un'ora fra quelle passerelle, spiegar loro l'iscrizione latina che vi  coi soliti commenti che un giovane di spirito sa cavare da una pagina di bel latino, sarebbe stata senza dubbio la consolazione di tutti i suoi mali. Qualcuna aveva sul viso una espressione profondamente erudita e avrebbe saputo cavar nuovi commenti dalla lezione, supponiamo, carezzare la barba del bravo pedagogo pescatore d'anguille; ma il braccio, seguendo l'impulso d'un pensiero pi profondo gir a poco a poco il remo e spinse la gondoletta pi in l verso la riva di Molina, dove gi apparivano poche case e pi in su, a mezzo il monte, tre paesetti con ville eleganti e tra le pieghe del monte ombre e verdi cupi e su su le nude rotonde delle cime e sopra tutto il panorama una tinta di sole acquaiuolo. Che malinconia! Che voglia di piangere!
Ma il fantasticare era inutile dal momento che la barca, toccata riva, non poteva andare pi oltre (egli avrebbe cos vagolato per sempre), onde sbarc, chiese al primo uomo, che gli venne incontro, del signor Inglese, e, dietro le indicazioni, venne frettolosamente a un'osteria modesta, ma di bell'apparenza.
Intese come, secondo il solito di tutti i d, milord fosse andato al vicino Orrido di Molina, dove passava qualche ora a dipingere, e senza perder tempo il dottorino prese la strada dell'Orrido, che ben conosceva, annoiato di questi indugi che prolungavano il suo martirio. Sassosa era la strada ed essendosi messo un vento straordinario, ei camminava con pena, presso a poco come chi sogna di correre e che sente le gambe intralciate.
Il cielo facevasi sempre pi spesso di nuvole e andava offuscandosi specialmente per un cumulo gigantesco, che montava dietro il montagnone - la cuffia del Bisbino; la punta di Torriggia appannavasi sotto un velo di nebbia e le case al di l, fra cui il Ritiro sfumavano come vecchie pitture sopra un muro umidiccio; stormivano gli alberi, si turbavano i ciuffi d'erba che spuntano dai crepacci, e volavano folate di polvere, onde il dottore si ferm a considerare come cosa non mai veduta, la superficie del lago senza riflessi e qua e l qualche barca peschereccia, che guadagnava la riva, le onde, che venivano attorcigliate come cannoncini e che finivano a squagliarsi fra i ciottoli in spume bianchiccie e morbide come la panna.
Qualche uccellaccio del mal augurio strapiombava da una catena all'altra dei monti, sopra le ali lunghe e immobili, e nell'aria tutta sentivasi un tempo diavolone. Per conto suo il dottore non era malcontento che la natura prendesse il colore de'suoi pensieri e stette fermo a contemplarla, finch le prime goccie non lo scossero.
Il conte vestito di un abito di flanella bigia, succinto e stretto alla vita da una cintura di cuoio, con un berretto alla staffiera orlato di nastro scozzese, veniva, con una cassettina sotto il braccio, alla volta del dottorino che, tiratosi sotto il monte, pareva un masnadiere in attesa.
- Signor conte - disse.
- Chi mi chiama? -
- Sua Eccellenza il barone Adriano Siloe mi manda; eccole un suo biglietto.
- Che? Sua Eccellenza ha scoperto...
- Ha saputo che don Giulio  da quindici giorni sul luogo.
- Da chi lo ha saputo?
- Io glielo dissi. Non si ricorda, conte, di avermi incontrato questa notte?
- Ella  il dottore?  questo l'avviso d'un'ultima disgrazia? Dica schietto, vi sono da lungo tempo preparato. - Cos disse il conte, ma contro sua voglia impallid.
- Ho bisogno di parlarle a lungo, n qui mi pare luogo opportuno.


Come si vede il dottore pigliava tempo a rispondere e il conte, confusamente commosso, correndo col pensiero a indovinare, balbettando rotti monosillabi, precedette il compagno verso l'osteria e sentiva dentro di s che, se la fanciulla era morta, eterna sarebbe stata per lui la disperazione d'averla uccisa.
Cos nel primo momento, ma poi riebbe il sopravento quell'orgoglioso cinismo, che da qualche tempo si era fatto in lui un'abitudine, molto pi che agli uomini in genere spiace sempre mostrarsi ad altrui vinti dalla propria coscienza; talch la disperazione dell'animo, che stava per rompere in furore, si sciolse in un amaro sogghigno e in un tentennamento del capo e in un levar di spalle beffardo, come chi dicesse: - Tutto  finito.
Entrarono nell'osteria, dov'erano raccolti alcuni barcaiuoli e pescatori e, quasi milord temesse che quella buona gente leggesse nel suo volto il gran delitto, si fece a ciarlare con loro, guastando l'italiano da bravo inglese, e cerc del fuoco alla pipa di Anselmo, l'oste, e comand del vinetto bianco per s e per il dottore. Costui andava considerandolo con meraviglia, ma pi occupato di s, segu il conte su per una scaletta fino a un camerone, disposto a studio di pittura, con un cavalletto e sopra un quadro coperto, presso la finestra, una tavola piena di manoscritti, di giornali, di musica e uno sparpagliamento di disegni, di schizzi e di stampe su per le pareti e per il pavimento. La bella Luisina entr con un fiasco di una vernaccia favorita da milord, e bisogna dire che il conte si fosse dato a tristi abitudini a giudicare dall'esagerazione del fiasco. Infatti don Giulio non esit a tracannare d'un fiato il suo bicchiere e, come se ad un tratto uscisse in una sfida, grid: - Lo dica dunque,  morta.
- No.
-  moribonda? Sia spiccio.
- No. Donna Severina  guarita.
- La pazza?
- Non  pi pazza.
- Lo sono io? beva dottore e parler pi chiaro.
- Benissimo! - grid alla sua volta il dottorino, riempiendo il bicchiere.
- Beviamo, perch il racconto  allegro e bello.
Il conte non bevve pi durante il racconto del dottore, che si fece a narrare con tranquillit tutta la storia di Severina dal giorno che egli l'aveva conosciuta e l'invito ricevuto dal barone e l'incontro colla fanciulla e i nuovi inganni, in cui era caduta e i baci e gli abbracci che egli, senza suo merito, aveva toccati e la crisi del male risolta e la sicura guarigione. Tacque affatto del suo amore e fece bene; per per acquistar lena e per rischiarare le idee, il buon dottorino, che pareva il pi allegro uomo del mondo, emp non so quante volte, dopo la prima, il suo bicchiere, non per deliberato proposito di ubbriacarsi, ma sbadatamente.
Quando don Giulio intese com'egli fosse aspettato, il suo volto s'infiamm per un precipitoso afflusso del sangue, tentenn la testa per tirarla al giusto apprendimento di quella notizia e balbett:
-  vero?
- To'! - grid ridendo pazzamente il dottorino - ch'io sia venuto a contar fandonie? - e picchiava troppo forte il bicchiere sulla tavola.
- Severina? - esclam il conte balzando in piedi e fregandosi la fronte e gli occhi. - Ma non  un sogno questo? mi svegli dottore, se questo  un sogno.
Il dottorino ghignava allegramente.
Il conte pareva fuor di s e girava per la camera, ridendo, esclamando, scarmigliandosi i capelli, frugandosi nelle tasche, come uomo che cerchi qualche cosa e che non sappia ove riesca.
Il tempo frattanto si era fatto buio e le vetriate tremavano per i forti buffi, che venivano dal bacino di Argegno; una pioggia a sbalzi picchiava rabbiosamente sui vetri e lampi rapidissimi si disegnavano facendo aureola fiammeggiante al montagnone di contro e talora nicchiando come la pupilla d'un selvaggio incatenato.
Il dottorino stent a levarsi dalla sedia e non senza fatica venne fino alla finestra, da cui grondavano rigagnoli lunghi e giallognoli e serpeggianti, come vermiciattoli, fino a mezzo della stanza. Appoggi la fronte, che bruciava, al vetro gelido e forse per effetto di quella vernaccia, bevuta in mal punto, dopo un lungo digiuno e un viaggio malaugurato, vide sul piano plumbeo del lago sorgere boschetti e cespi e un villino e macchie di fiori, fra i quali movevasi un bianco cappello di paglia.
Per il conte, gi troppo egoista per natura, non si avvide n dei fumi, n dei barcollamenti, da cui era preso il dottore.
- Bisogna partir subito.
- Subito - rispose il dottore.
- Non permetto che ella mi segua con questo tempo,
- Si figuri - rispondeva l'altro, tanto per rispondere.
Ma nessuno di que'barcaiuoli volle prendere il remo e sfidare il tempo, neppure per qualunque offerta, segno che della vita quei filosofi avevano un concetto pi largo d'una moneta d'oro. Il conte cominci a bestemmiare fra i denti e domand al dottore, se sentivasi cuore d'accompagnarlo.
- Anzi  il dover mio - rispose il dottore, tanto per rispondere.
Ma questa volta milord aveva fatto i conti senza l'ostina, la bella Luisina, che, all'intendere quella disperata risoluzione, fu per cader morta o poco meno, dallo spavento; venne innanzi al bell'inglesino, e alz la voce e le braccia, e lo cinse al collo e lo bagn di lagrime, chiamandolo con tali nomi pietosi, che tradivano in lei quella cara amicizia, che va perdendosi nel mondo.
Spiacque a don Giulio questo contrattempo, sebbene non gli riuscissero tutt'affatto nuove queste cerimonie della bella ostina, onde con violenza aspra e ferina si sciolse da lei, che cadde davvero ginocchioni al suolo; il conte urt nel gomito il dottore e quasi lo sospinse fino alla gondoletta, maledicendo a mezza voce le ostine, che, quando amano, amano davvero.
-  giusto che mi ricordi di te, ma domani... Presto, dottore, a poppa. Il tempo  molto brutto, ma ella conoscer meglio di me questi venti...
Il dottore obbediva. Arrancarono i remi, e aiutati da pochi pescatori accorsi, presero il largo, ma l'onda li risospinse ancora a riva, finch accordatisi colla voce, si curvarono entrambi sui quattro remi gagliardamente, pi con rabbia che con arte, ciascuno, per ragioni sue particolari e alla sua maniera, orgoglioso di sfidare la morte. La gondoletta prese l'aire come vollero i padroni, e, quando fu a cento colpi di remo dalla sponda, cominci a galoppare, precisamente come un poledro balzano e il conte andava gridando con voce chiara ed eroica: - Attento! l'onda  qui: su! - e la gondola montava in groppa a un'onda, che veniva per schiacciarla; il vento si port i cappelli dei remiganti, la pioggia fitta li batteva ostinatamente nel viso e negli occhi.
Si era gi al tramonto, che in quel d aveva precipitata la corsa e al giungere della sera meschiavansi, non saprei dire, quali nuovi venti alla battaglia, cosicch l'onde squallide si gonfiavano e si sbattevano affannosamente le une contro le altre destando rombi e gemiti misteriosi. La gondola una volta di di cozzo nella curva di un'onda e da tutte per un terzo gir sopra un fianco, schiaffeggiata le parti da fiotti, che sormontarono e che cercarono tirarla gi coi loro uncini di spuma, ma i due rematori con un grido se l'intesero, e con un po'di tabusso e di scialacquo si drizzarono. Toccavano gi il mezzo del bacino sudati, grondanti d'acqua, coi capelli strabuffati, arsi in volto, coi denti stretti, e mandavano ad ogni colpo una specie di ruggito che alla sua maniera sfidava le furie delle acque e dei venti.
- Severina merita questo viaggio, n' vero, dottore?
Cos domand il conte in un istante di tregua e seguit: - Da bravo, punti a destra. Io vedo gi nelle tenebre il mio paradiso...
Il dottorino man mano che entrava nell'animo del conte, scopriva come l'orgoglio e l'egoismo ispirassero tutte le sue passioni come quel riaccendersi dell'amore avesse in se pi del furore che della compassione e infatti don Giulio sentivasi spinto verso Severina da una disperazione, che, radunata per tanto tempo fra le strane avventure, assopita qualche volta ma non spenta mai, aveva minacciato rompere in follia. Questa disperazione, quando riprese nome di amore, pi che amore si poteva chiamare bufera voluttuosa che eccitava gli spiriti fieri del patrizio e l'avidit cieca dell'uomo. Ecco perch il conte, senza accorgersene, riusciva crudele contro il dottore. Questi aveva gi l'esca al cuore; la vernaccia gli dava le vertigini, l'ondeggiamento della gondola gli metteva in corpo la nausea, la pioggia e il vento gelato, destando in lui i brividi della febbre, congiuravano contro la sua ragione e contro i propositi gravi che aveva promesso di mantenere: passavano degli intervalli fra queste tenebre, nei quali il dottore smarriva del tutto la coscienza di s e, come se la testa abitasse in qualche pianeta lontano, ragionava s, ma non colle idee di tutti i d, esagerandole, mescolandole, addormentandosi talora in una dolorosa estasi, che non era altro se non smemoramento. Perci alle parole del conte sent ribollire i vecchi spiriti domati fin qui, e, perduto il sentimento del giusto e dell'utile da ubriaco, infuri contro l'uomo che l'oltraggiava contro la sorte che l'aveva stretto fra le asse d'una gondola, e si sarebbe volentieri rovesciato nei flutti, non per volont di morire, ma per scatenarsi contro un nemico qualunque.
Fu in questo rapido delirio ch'egli di quattro o cinque colpi di remo a contrattempo, in risposta all'offesa del conte, il quale non immaginando quello scherzo e colto all'improvviso, fu imbarazzato nel remeggio, talch un'onda subdola, che incalzava, urt la navicella di traverso, la spinse e la port con una lama d'acqua, per buon tratto, all'indietro contro un'altra, che piomb sopra la prua dov'era il conte: questi, che sent cedere l'assito, tentenn, si protese col corpo pi che pot sopra il remo sinistro, e, rinversandosi energicamente sulle calcagna, trasse la gondola da un pericoloso avallamento, sebbene fosse gi stortata sul fianco e assediata da nodose spire. Un lampo rossigno, che balen, illumin il valoroso lottatore, bello nel suo abito bigio, e coi capelli ricciuti, che colle scosse cavalline del capo, toglieva dagli occhi; anche il dottorino lo vide e gli parve sublime.
- Conte - grid - pare che l'inferno sia ben vicino al vostro paradiso.
- Avanti, il vento  gagliardo, ma per Severina scenderei anche negli abissi.
- Povero Orfeo! ahi! mi si  spezzato un remo.
- Maledetto! - url il conte, che sent un sinistro scricchiolio e un nuovo urto alla gondola.
- Che  questo, che  questo? - ripet.
Una spaventosa idea venne in mente al conte, a cui il contegno del dottore cominciava a parer ben stravagante.
- Conte - seguit il dottorino con voce sguaiata - fermiamoci alla prima osteria? Luisina ci porter della vernaccia.
Queste celie, che scaturivano quasi dal buio, fra pericoli di morte, suonarono male all'orecchio del conte, che cominci a dubitare d'un inganno.
Il racconto udito poco prima gli parve a un tratto inverosimile, e corse col pensiero al barone; pens che Severina fosse veramente morta e che questa fosse una trappola e una vendetta. Vendetta di chi? non d'altri che di quest'uomo venuto a sfidarlo s bizzarramente fra la tempesta, correndo egli stesso pericolo di morte. Non aveva detto il dottore di baci e di abbracci ricevuti, senza meritarli? non aveva vegliato molte notti al letto di Severina? ch'ei l'amasse? non aveva costui contemplato a suo agio tanta bellezza? ah certi suoi sorrisi maliardi! senza dubbio il dottore era un rivale disperato.
Queste idee si accumularono nella testa del conte nel tempo che brilla un lampo, e la gelosia feroce e la vergogna dell'onta, e la paura della morte e dell'ignoto destino piombarono, come tanti nembi, nell'anima, e gli oscurarono la vista.
Il dottore taceva; era forse scomparso? il conte lavorava di braccia, la pupilla fissa innanzi a scrutare il pericolo, l'orecchio attento ai pi deboli fiati di vento, presentendo quasi coi nervi il venire di un'onda, fiutando nell'aria la via giusta, duro, ostinato, pronto a contendere quella spanna di assito alle furie e all'ira degli uomini.
Povero Marco! era ubbriaco e se ne accorse egli stesso allo scombuiamento, che nacque nel suo cervello, a certi vacillamenti delle gambe, alla spossatezza degli spiriti tutti, al tremolo della vista; le sue parole gli risonavano ancora nelle orecchie fastidiosamente, come avviene a chi si accorge d'aver detto uno sproposito e che avvilito e vergognoso non ha scuse pronte. Quel che avesse detto non sapeva raccapezzare, e di questo solo aveva un barlume, d'essere cio un miserabile senza lealt, senza coraggio, che aveva assalito un nemico incapace di difendersi. - Perch era dunque venuto in traccia del conte? perch aveva ingannato il barone? quale lotta orribile e grottesca si era preparata, dopo tante prove? - Aspettava seduto sulla punta della barca che il conte, abbandonati i remi, si slanciasse contro di lui a chiedergli parole pi chiare, a scongiurargli il suo amore per Severina e Dio sa la tragedia che la gelosia e l'ubbriachezza avrebbero potuto rappresentare su quella scena di flutti, nel disordine della bufera.
Si sarebbero afferrati pel corpo? avrebbero lavorato di ugne e di morsi, finch nel nome di Severina non fossero entrambi precipitati a finir la lotta nel fondo?
Il conte, che nell'affanno del remare non aveva fiato per una parola, a poco a poco, ripigliato l'andamento dell'onda, cominci a cercare del dottore, che rannicchiato a poppa, non dava segno di vita.
- Dottore! - chiam; e sospett ch'ei fosse, nello scompiglio della tempesta, caduto nel lago; ma un singhiozzo lo fece trasalire, al quale segu un altro e finalmente un pianto lamentoso, come di bimbo istizzito, con parole mozzicate, delle quali il conte non intese se non: - Scusi, sono ubbriaco.
Il dottorino infatti aveva sentita tanta compassione di s, che piangeva per non saper far di meglio, n desiderava altro che di poter svanire come un buffo di fumo. Il conte pi attonito che irritato si ricord della vernaccia tracannata ingordamente dal dottorino all'osteria, e, pensando che nella foga del remare gli fosse andata al capo, compat quello sciocco ubbriacone, che pieno di vino osava sfidare tant'acqua.
- Si sente male, dottore? si consoli che il vento cala e che siamo sotto costa. Non si muova, perch Bacco e Nettuno non se l'intendono troppo bene. Ne faremo un quadretto, dottorino, per i morti miracolosi di Torno. - Il conte rideva.
Queste celie giungevano al dottore come il suono d'un lontano fruscio di foglie, perch il suo cranio era girato e raggirato fra certi anelli, che si dilatavano e si stringevano a vicenda, rapidamente, s che talora gli sembrava di scender basso basso fino a toccare fondo e di balzarne su elasticamente come un sughero, fino al pelo dell'acqua. Il conte rideva, ma alla vista di lanterne a vento, che movevansi innanzi a un casino e al mormorio di voci non troppo lontane, il cuore torn a picchiar forte, come al tempo dei pi ingenui amori; guid la gondoletta a una nota scogliera, ove soleva sbarcare nelle altre sue visite notturne, e fu solo all'urto della punta contro i sassi che il dottor si svegli di soprasalto, gir gli occhi, ramment, comprese dov'era, si mosse quasi per istinto, e cadde, pi che non saltasse, dalla gondola all'asciutto. Il conte gli diede mano, perch non tuffasse, ma vedendo che il malanno era poco, e che il dottore, tornato in s dopo un sonnellino di cinque minuti, balbettava scuse stracche, lo affid alle cure della Provvidenza e prese la corsa verso il Ritiro. Il dottorino rest immobile alcun tempo cogli occhi fissi al suolo e sorrise mestamente di s stesso; lasciata la gondola ben assicurata colla catena a un macigno, mont fino all'orlo della strada e chiam il conte; ma il conte non c'era pi.
Cerc qua e l, come meglio poteva nell'oscurit cupa di quella strada, ma si trov solo, troppo solo. Stette pensando al cammino che doveva prendere, se verso il paese o verso il Ritiro, e sent proprio come due forze egualmente tenaci che lo tiravano dalle due parti.
Don Giulio venne di corsa fino al Ritiro, che distava cento passi dallo sbarco, e i servi, avvisati del suo arrivo, gli furono incontro e lo riconobbero.
- Mi attende? - disse con ansiet.
- Da due ore e colla pi grande inquietudine - rispose il vecchio napoletano.
- Dov'?
- Di qui; a destra per la scala.
Il conte precedeva il servo, che non correva abbastanza; agli ultimi gradini gli manc il respiro, e calm il battimento del cuore premendovi ambo le mani. - Come il dottore aveva consigliato, si era tenuto discorso a Severina del prossimo arrivo di don Giulio, che si fingeva chiamato da Milano: ma al giungere di quel tempaccio, nacque in tutti la paura che il dottore e il conte fossero stati sorpresi per via. Il barone passeggi per il tratto di due miglia nella camera di Severina, che, tendendo l'orecchio ad ogni soffio d'aria andava dicendo: -  qui?..
Il barone, che correva col pensiero a imaginare qualche nuova disgrazia, fatto pi livido, pi cupo stringeva le mani tanto da tagliarsi coll'unghie. Quando intese un suono di passi nel giardino e riconobbe la voce del conte, un grido che gli muggiva sordamente nel petto venne fino alla strozza, ma la superbia, lo sdegno di padre e di patrizio ve lo soffoc. Quale vergogna! sarebbe stato un grido di gioia. La vecchia zia entr, sbattendo furiosamente le porticine e, agitando le braccia sopra la testa, disse pi che non parlasse. Severina balz a sedere sul letto, spingendo innanzi il capo, spalancando i grandi occhi spiritati, colle chiome che si sparpagliavano, per immensa trepidazione. La contessa che l'aveva assistita in que'giorni, commossa, cadde muta, sospesa, accesa in volto a pi del letto; il barone si rintan nel vano d'una finestra, e due, forse tre minuti secondi passarono silenziosamente e parvero lunghi come quei dell'agonia, finch suon un passo nel corridoio. La fanciulla, ridendo scosse la testa, dilat le pupille, port le mani ai capelli, e, guizzando, sarebbe balzata dalle coltri, se prima non si fosse precipitato verso di lei un uomo.
Un grido acutissimo s'ud, che non pareva umano, e spar la pazzia. Chi non avrebbe pianto?
Adriano pos la testa allo spigolo della finestra e guat sdegnosamente l'ombra della notte; nessuno si accorse delle sue lagrime. Severina, dopo molte risa convulse e selvaggie, ruppe in lagrime e pos la testa sul guanciale, come persona stanca. Don Giulio pieg un ginocchio e, presa una mano di lei, vi pose le labbra e chiese, tremando ed esaltato, il conforto di una benedizione, che ottenne di poi.

Marco, che veniva gesticolando verso il Ritiro, assorto in penose investigazioni, delle quali non conosceva bene egli stesso la ragione, intese quel grido acutissimo, in cui pareva trasfusa tutta un'anima umana, l'amore, la gioia, e la pazzia. Si arrest di botto, e quasi si svegliasse da un sogno, si orizzont, ritrov s stesso, cap che la bella storia era finita, sorrise in atto di chi si rassegni, e mosse gli ultimi passi verso il cancello del Ritiro. Lo trov chiuso, perch i servi, occupati altrove, non si sognavano punto di lui; sforz colle mani le sbarre e le sent rigide, dure, resistenti e nel loro tintinnio alquanto canzonatorie; alz gli occhi alle finestre e vide un muoversi di lumi e un disegnarsi di ombre su per le ampie cortine; tutto era silenzio l dentro, ma era facile immaginare perch ciascuno tacesse. Immagin alla sua maniera quella scena di aspettazione, di pianto, di slanci indomabili, di frenesie voluttuose, sebbene meste, e non seppe trattenersi dal dare una scossa a quell'inferriata.
Piovigginava ancora, e, sebbene nessuno avesse voluto di proposito escluderlo, tuttavia parve al dottore che il conte o altri si fosse vendicato dell'audacia d'un povero dottorino, che aveva fermati gli occhi e il desiderio sopra una baronessa. - Era la prima volta ch'egli si accorgeva che la figlia d'un barone  una baronessa.
Piovigginava ed egli, come un pezzente, non sapeva staccarsi da quella illustre porta, e andava cercando nell'ombra l'immagine diletta, per la quale tanto soffriva; ah poveretto! aveva fatto a fidanza sulla virt razionale del suo ingegno e sulla fierezza stoica del suo carattere, spregiando in malo modo le esigenze del cuore. Il cuore aveva sofferto e taciuto fin l, ma ora punto dall'ira e dalla gelosia, sorse a spaventosa ribellione; l'amore per la bella baronessa dagli occhi molli, dalle membra delicate, che egli aveva contemplata bellissima nel sonno, pi bella nel sorridere, quasi ammaliatrice nell'abbracciare nella follia e nell'abbracciare un amico, - quest'amore compresso, trascurato, reietto torn con tutte le lusinghe delle memorie, con tutta la poesia delle imagini, con tutte l'armi di chi, desiderando vuol contrastare ad altrui un bene, e infuri sotto la pioggia, il vento, il freddo...
- Ah l'indegno! - disse con un rantolo alla gola, puntando la testa al cancello. - Ah l'indegno! - url lanciandosi a corsa per quella strada buia, e piena di fango, scendendo alla ventura per i sassi della riva, finch torn alla gondoletta, la sciolse, vi entr e colla punta del piede la spinse in l, fra le onde, non per voglia di morire, ma perch in tanto scompiglio della ragione e del sentimento gli pareva quella una via buona ed unica.
Vi si distese come un morto nel cataletto, pos la faccia, stretta fra le palme, sull'assito e poich, fra il rumore dell'onda e dei venti, il suo pianto non sarebbe giunto a orecchio umano, e le sue imprecazioni non a Dio, gemette e imprec ad alta voce contro s, il conte, gli uomini tutti meno Severina, che si figurava invece di sorprendere in quel vano tenebroso nella notte, fra l'accendersi dei lampi, e il rigoglio dei flutti.
Gli ultimi fumi della vernaccia davano alle imagini della fantasia e alle cose vere contorni nebulosi, in modo da confonderle tutte quante in un via-vai da labirinto in quadri placidi dissolventisi ad ogni tratto per trasformarsi. Poich Severina era perduta per sempre, accese l'immaginazione a determinare il valore del bene perduto, riproducendola in tutta la sua bellezza co'suoi capelli ondeggianti, che tentava toccare, con quei tremiti di labbra, che aveva tante volte sorpreso, a cui credeva accostarsi e ne prelibava quasi la dolcezza... finch un urto pi forte alla barca gli ricord dove fosse. La bufera stava per finire, e ne fu il segnale un fulmine che si scaric al di sopra di Nesso: Marco balz a sedere e vide corruscarsi tutto il lago in rapide scintille d'oro, e ripiombare poi pi tetre e spesse le tenebre.
Dove andava? la tempesta non era sdegnosa abbastanza per travolgerlo; l'ubbriachezza cessava, e sentivasi trascinato dal sonno. Parve ridicolo a s stesso e se ne adir. Non voleva essere eroe, non voleva morire. Giudicava il morire azione da vile, e forse aveva paura. Pens che il genio buffo, il quale sorveglia ogni uomo serio, gli mormorasse: "L sotto non troverai Severina e domani ti pescheranno come un luccio" Il dottorino era lombardo, e sentiva tornare a poco a poco quell'antichissimo buon senso, che vola da queste parti e che proibisce a molti buoni di diventare eroi inutili.
Cominci ad arrabbiarsi, e fin col ridere, - era l'ultima conclusione - e rider forte di questo povero dottorino, cullato dalle onde come Mos, e che molle d'acqua e di vino avrebbe voluto combattere una battaglia contro una rovina di sassi e afferrare le saette per mettersele in saccoccia. Gli parve udire la voce grossa di Celestino, che rideva, onde brancic per cercare i remi; ma quei del conte erano rimasti sulla riva e i suoi come trovarli? Gir dunque gli occhi oziosamente all'intorno, e li fiss alla riva non troppo lontana, dove campeggiava l'ombra del campanile del suo paese e vide errare dei lumi, e lo ferirono voci indistinte, che venivano di l. Ma a un tratto trasal per una voce non tanto discosta, che gridava: - Tonio! Tonio! - e pi lo spavent un tabusso come d'uomo che annaspi nell'acqua; guard e vide a tre passi un cencio nero che si voltava nell'acqua e pi in l il lume d'una barca mentre la medesima voce ripeteva: - Tonio! - Si curv sulla sponda della gondola e scrut fra le tenebre; gli ultimi abbarbagli del lampo non erano troppo accesi per rischiarare la scena, ma un rantolo d'uomo che si anneghi, gli manifest troppo chiaramente che Tonio non poteva rispondere. Non era tempo di vani pensieri: trasse le scarpe, e la giubba, e si rovesci sopra un fianco della gondola, che si capovolse.
Nuot verso il corpo, coperto tratto tratto dall'onda non ancora tranquilla; la spuma dei fiotti gli entrava negli occhi, ma guidato da un buon istinto, venne sotto al corpo, lo sollev con una mano, lo trasse per un lungo spazio alla cieca finch, scrollando il capo, pot orientarsi sulla giusta direzione. La barca gli era sfuggita e pens meglio fatto dirigersi alla riva. Lottava con un braccio contro le resistenze dell'acqua, che faceva gorgo intorno la sua testa non furiosamente, ma colla tremenda morbidezza di cuscini che si ammucchiano. Dietro di lui risuon un tuffo di remi, e la medesima voce di prima: - Di qua, di qua!
La testa di Tonio ballonzava pesa sulla sua spalla e tratto tratto il cadavere tirava in gi il vivo; dico cadavere sebbene Tonio viva ancora a contarla, ma allora perduti i sensi, pieno d'acqua come una botte, rigido e stecchito pareva che avesse giurato di trascinare il dottorino alla casa dei pesci.
And ancora un poco come a Dio piacque, finch sent sferzarsi il viso da una scuriada, che lo acciec e per poco non gli sfugg di mano la preda; l'afferr con avidit rituffandosi pi d'una spanna, e ritorn a galla ansante, sbuffante, e alquanto disgustato di quell'acqua che non era vernaccia. E gi la destra sentiva i pizzichi del granchio, e gli abiti molli e saturi pesavano come cappe di piombo e gli sovrastava minacciosa la noiosa legge che tira i pesi al centro, quando una nuova frustata attraverso il collo gli fe'gettare un grido di dolore; sent serrarsi fra le orbite di un serpente, cio di una corda, che gli lanciavano per la seconda volta dalla barca che, avendo a lottar colle tenebre, col vento e coll'onda non osava avanzarsi troppo per paura di schiacciare i naufraghi.
- L'ha abboccata: forza, ragazzi. - Cos predicava la medesima voce, e il dottorino, che aveva abbrancata la fune, si sent a un tratto tirato in rimorchio; l'acqua tagliata dalla barca veniva a gorgogliare all'orecchio di Marco, che per quel fregamento provava in tutti i nervi un voluttuoso solletico. Era tempo. Lo trassero a riva in tale stato che Tonio poteva sfidarlo alla corsa. Mentre lo portavano in un casolare vicino rinvenne alquanto, e parlava ancora d'una miriade di lumi, visti in quella dormiveglia, di voci che schiamazzavano, come se i lanzichenecchi fossero alla canonica, e di un amalgama di ciclo e di acqua che lo chiuse in una notte profonda.
Il fatto si pu contar presto. Tonio, uno dei pescatori di quel paese, s'era indugiato sul lago, pigliando a gabbo certi fischi, che gli avevano zufolato: - Va'via! - onde fu colto dalla tempesta proprio nel momento che non avrebbe voluto esservi. Le sue donne a casa chiamavano gi tutti i santi per nome, e i suoi amici, che l'avevano veduto un'ora prima presso Torno, avevano sfidato coraggiosamente il pericolo per venirgli incontro. Oggi a me, domani a te - dice la povera gente, e per fare una buon'azione non pensano mai a formare un comitato: perci in dieci minuti furono nelle peste in cerca di Tonio; ma questi, che da mezz'ora nuotava in cattive acque, colla barca crepa e il timone rotto, aveva creduto migliore buttarsi a nuoto, ed era, dopo un'altra mezz'ora di lotta bestiale, ai rantoli; quando gli furono addosso il dottorino, e in seguito gli amici.
Allorch riconobbero il sor dottorino nel miracoloso salvatore di Tonio, tutto il paese fu in rumore, come se si avesse detto l'imperatore; la voce si sparse per tutte le case e prima di mattina lo sapeva il sagrestano del duomo di Como, che la contava ai preti, e via via fino all'imperial regio commissario. Ai nostri giorni l'avrebbero fatto cavaliere, ma a quei tempi avari si contentarono di parlarne coll'istesso calore che d'un omicidio e dello scandalo d'una bella signora.
Tonio guar e dei due non saprei dire quale salvasse l'altro, perch, quando Marco aperse gli occhi, dopo una notte di febbre in casa sua, sent una dolce consolazione e un gran piacere di essere al mondo, onde sono per credere che l'uomo soltanto, il quale abbia l'idea della sua dignit,  veramente vivo e incomincia a morire il d che diventa inutile. Al suo fianco sedeva Celestino, che lo risvegli del tutto dicendogli: - Raccontami qualche cosa del regno delle sirene;  vero che finiscono in coda di pesce?..che peccato! - Celestino gli somministr un cordiale di risa s sgangherate da riscuotere una mummia. La febbre dur tre giorni, ma Celestino assicur che era tanta salute e non volle che si levasse da letto; dopo il quinto d, poich l'infermo aveva avuto giudizio, il dottore permise un bicchiere di contraveleno, cio di quel vino che strappava le lagrime di riconoscenza verso la Divina Provvidenza, che dopo aver creato l'uomo, lo vuole allegro. Sul far della sera si buss all'uscio.
- Chi ? - domand Celestino.
- Sono io - rispose una voce.
- Chi  l'io?
- Sono il morto.
Entr Tonio, un po'pallido, ma in gambe e lo seguiva la donna con un bimbo al collo, e ultima veniva la vecchia madre appoggiata alle spalle di una bambina, che di pulito aveva soltanto gli occhi. Tonio teneva per la coda un grosso luccio, uno di quelli che l'avevano aspettato a cena quella brutta notte.
- Che diavolo! - grid Celestino. - Non  la festa delle rogazioni.
- Scusi, sor dottorino... La Ghita ha voluto venire per ringraziarlo dell'incomodo, che si  preso per me l'altra sera.
- Dov'?  qui? - domand la vecchia madre, che era cieca
-  qui - le rispose la fanciulla.
- Ne ho benedetti molti e sono stati fortunati.
Marco stese la mano commosso a Tonio, che gli offr il pesce d'una libbra e tre quarti, assicurando che cotto nell'aceto doveva essere un cappone.
- Grazie, buon amico - rispose il dottorino.
Celestino volt le spalle e and a suonare il tamburo sui vetri: certe cose gli rimescolavano il sangue.
La vecchierella venne fino al letto e posata una mano tremante sulla testa del giovane:
- Benedetto te - esclam - benedetti i tuoi figli e la tua sposa, quando l'avrai, perch hai salvato un padre di famiglia.
- Sicuro - disse Tonio; - se non c'era lei, la era finita per questi, come si dicono? Di'anche tu qualche cosa, Ghita, ci vuol altro che piangere...
Anche il dottorino ebbe una benedizione e, come se tutta quella felicit gli venisse da Severina. socchiuse gli occhi per rivolgere a lei un ultimo pensiero, che fu il pi venerabile e il pi delizioso. L'amore diventava religione.
Questa scena di piet sarebbe durata a lungo, se Celestino non avesse levata la voce a sgridare Tonio, perch aveva lasciato il letto troppo presto, a sgridare la vecchia perch uscita di casa con tanti malanni in corpo e il bimbo perch aveva il naso sporco e la fanciulletta perch non si lavava la faccia. Se non si aiutava con questa sfuriata, Celestino (non state a ripeterlo) era un uomo da commettere uno sproposito, non dico piangere, ma commuoversi.
Venne il giorno che i due amici dovevano lasciarsi. Marco accompagn Celestino per un buon tratto di via, e, man mano che si andava innanzi, le parole si facevano pi scarse, finch stettero a guardarsi in faccia, tenendosi per mano, sorridendo, ma non allegramente. Celestino aveva lasciato spegnersi la pipa.
Marco gli aveva narrata la dolorosa istoria del suo amore, e Celestino per assicurarsi che era veramente guarito gli disse: - Il barone, Severina e l'altro sono partiti ieri sera.
- Buon viaggio - rispose il dottore, ma la voce gli si affievol.
- Troverai nel tuo scrittoio una lettera di Sua Eccellenza, che ho ricevuto ieri, ma che tenni nascosta per riguardo alla tua convalescenza. A proposito di lettere eccotene un'altra che mi ha scritto un uomo bizzarro pochi giorni or sono, e fa di leggerla mentre ritorni a casa, perch la strada  deserta e potrai riderne a crepapelle.
Celestino diede la lettera, accese la pipa, tocc vezzeggiando il ganascino all'amico e gli disse: - Stammi bene, mio bel filosofo, e guardati dai colpi di sole. - Poi se ne and fischiando.
Il dottorino ritorn verso casa e, aperta la lettera rise di cuore nel riconoscere la propria scrittura e nel rileggere queste righe:

"Illustrissimo signor Conte,

"Non si meravigli se uno sconosciuto si rivolge a Lei coll'autorit d'un superiore....


La lettera, respinta da Ginevra per difetto di indicazione, dopo lungo giro, era venuta nelle mani di Celestino, al quale era diretta.
La lettera del barone diceva semplicemente: "Il vostro Dio meriterebbe d'esistere", e chiudeva due biglietti da lire mille.
- M'hanno pagato! - borbott il dottorino e fu per stracciare quei preziosi cenci di carta, ma pens che venivano da Severina e che molte spose del suo paese non avevano un soldo di dote.
Passarono molti anni da quel giorno; la baronessa divenne contessa e dispero di ritrovarla fra i vivi; il conte ingrass ed era nel suo pieno diritto, il barone si chiuse in biblioteca, che fu la sua prima tomba, l'epicureo Celestino, morto di colera, fu sepolto, come desiderato, colla sua pipa.
La benedizione frutt al dottorino di campar lunghi anni sano e rubizzo, e, sebben vecchio, vive ancora contento di vivere. A chi gli domanda il segreto di questa beatitudine mostra una ricetta in latino, trovata fra le carte del suo povero amico, la quale pu chiudere a guisa di morale, queste pagine non immortali. Recipe vinum bonum et pippam longam, e io la consiglio alle anime sensibili.



