Capitolo diciassettesimo.

Efix era di nuovo laggi, al poderetto. Terminata la buona
stagione, raccolte le frutta, Zuannantoni, a cui il padrone aveva
dato l'incarico di pascolare un branco di pecore nelle giuncaie
intorno al paesetto, se n'era andato di buon grado.
Ed ecco dunque Efix di nuovo seduto al solito posto davanti alla
capanna, sotto il ciglione glauco di canne. Il cielo  rosso, in
alto sopra la collina bianca; passa il vento e le canne tremano e
bisbigliano.
Efix rammenti, Efix rammenti? Sei andato, sei tornato, sei di
nuovo in mezzo a noi come uno della nostra famiglia. Chi si piega
e chi si spezza, chi resiste oggi ma si piegher domani e
posdomani si spezzer. Efix rammenti, Efix rammenti?
Egli intrecciava una stuoia e pregava. Di tanto in tanto un acuto
dolore al fianco lo faceva balzare dritto, rigido come se qualcuno
gli infilasse un palo di ferro nelle reni; si ripiegava di nuovo
su se stesso, livido e tremante, proprio come una canna al vento;
ma dopo lo spasimo provava una gran debolezza, una grave dolcezza,
perch sperava di morire presto. La sua giornata era finita.
Finch pot resistere rimase laggi accanto alla terra che aveva
succhiato tutta la sua forza e tutte le sue lagrime.
L'autunno s'inoltrava coi giorni dolci di ottobre, coi primi
freddi di novembre; le montagne davanti e in fondo alla valle
parevano vulcani; nuvole di fumo solcate da pallide fiamme e poi
getti di lava azzurrognola e colonne di fuoco salivano laggi dal
mare.
Verso sera il cielo si schiariva, tutto l'argento delle miniere
del mondo s'ammucchiava a blocchi, a cataste sull'orizzonte;
operai invisibili lo lavoravano, costruivano case, edifizi, intere
citt, e subito dopo le distruggevano e rovine e rovine
biancheggiavano allora nel crepuscolo, coperte di erbe dorate, di
cespugli rosei; passavano torme di cavalli grigi e neri, un punto
giallo brillava dietro un castello smantellato e pareva il fuoco
di un eremita o di un bandito rifugiatosi lass: era la luna che
spuntava.
Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e
come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro
inondava l'orizzonte, la notte d'autunno limpida e fredda, con
grandi stelle nel cielo e fuochi lontani sulla terra, stendevasi
dai monti al mare. Nel silenzio il torrente palpitava come il
sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la
morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata
da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle
<I>panas</I> gi al fiume, dal lieve svolazzare delle anime
innocenti tramutate in foglie, in fiori...
Una notte stava assopito nella capanna quando si svegli di
soprassalto come se qualcuno lo scuotesse.
Gli parve che un essere misterioso gli piombasse sopra,
frugandogli le viscere con un coltello: e che tutto il sangue gli
sgorgasse dal corpo lacerato, inondando la stuoia, bagnandogli i
capelli, il viso, le mani.
Cominci a gridare come se lo uccidessero davvero, ma nella notte
solo il mormorio dell'acqua rispondeva.
Allora ebbe paura e pens di tornarsene in paese; ma per lunga ora
della notte non pot muoversi, debole, come dissanguato: un sudore
mortale gli bagnava tutta la persona.
All'alba si mosse. Addio, questa volta partiva davvero e mise
tutto in ordine dentro la capanna: gli arnesi agricoli in fondo,
la stuoia arrotolata accanto, la pentola capovolta sull'asse, il
fascio di giunchi nell'angolo, il focolare scopato: tutto in
ordine, come il buon servo che se ne va e tiene al giudizio
favorevole di chi deve sostituirlo.
Port via la bisaccia, colse un gelsomino dalla siepe e si volse
in giro a guardare: e tutta la valle gli parve bianca e dolce come
il gelsomino.
E tutto era silenzio: i fantasmi s'erano ritirati dietro il velo
dell'alba e anche l'acqua mormorava pi lieve come per lasciar
meglio risonare il passo di Efix gi per il sentiero; solo le
foglie delle canne si movevano sopra il ciglione, dritte rigide
come spade che s'arrotavano sul metallo del cielo.
Efix, addio, Efix addio.

Ritorn dalle sue padrone e si coric sulla stuoia.
Hai fatto bene a venir qui, disse donna Ester coprendolo con un
panno; e Noemi si curv anche lei, gli tast il polso, gli afferr
il braccio cercando di convincerlo a mettersi a letto.
Mi lasci qui, donna Noemi mia, egli gemeva sorridendo ma con gli
occhi vaghi come quelli del cieco, coperti gi dal velo della
morte. Questo  il mio posto.
Pi tardi un nuovo accesso del male lo contorse, lo anner; e
mentre le padrone mandavano a chiamare il dottore egli cominci a
delirare.
La cucina si empiva di fantasmi, e l'essere terribile che non
cessava di colpirlo gli grid all'orecchio:
Confessati! Confessati!.
Anche donna Ester si inginocchi davanti alla stuoia mormorando:
Efix, anima mia, vuoi che chiamiamo prete Paskale? Ti legger il
Vangelo e questo ti sollever....
Ma Efix la guardava fisso, con gli occhi vitrei nel viso nero
brillante di gocce di sudore; il terrore della fine lo soffocava,
aveva paura che l'anima gli sfuggisse d'improvviso dal corpo, come
era fuggito lui dalla casa dei suoi padroni, e scacciata dal mondo
dei giusti si mettesse a vagabondare inquieta e dannata coi
fantasmi della valle; eppure rispose di no, di no. Non voleva il
prete: pi che della morte e della sua dannazione aveva paura di
rivelare il suo segreto.
Ed ecco don Predu che arriva, siede accanto alla stuoia e comincia
a scherzare. E' allegro, don Predu; s' ingrassato di nuovo e la
catena d'oro non pende pi tanto sul suo panciotto nero.
Perch sei tornato qui, babbeo? Se venivi a casa mia ci stavi
male? Sei come il gatto che ritorna anche se portato via dentro il
sacco. Su, andiamo; ti metter nel letto di Stefana.
Anche Noemi, curva con una scodella fumante in mano, mentre gli
asciuga il sudore dal viso, cerca di imitare il suo grosso
fidanzato.
Su bevi; che vuoi morire scapolo?
Dunque, disse Efix sollevando il capo ma rifiutando il brodo,
ce ne andiamo...
Ma cosa dici? Vuoi andare di nuovo? Che girellone...
Oh, uomo, che fai? Andiamo su da Stefana che t'ha serbato una
melagrana... Su, ragazzo!
Ma Efix rimise la testa gi e chiuse gli occhi, non perch offeso
dagli scherzi dei suoi padroni ma perch si sentiva tanto lontano
da loro, da tutti. Lontano, sempre pi lontano, ma con un peso
addosso, con un traino che non gli permetteva di andare avanti, di
tornare indietro. Era peggio di quando si portava appresso i
ciechi.
Finalmente arriv il dottore: lo palp tutto, gli batt le nocche
delle dita sul ventre duro come un tamburo, lo volt, lo rivolt,
gli butt addosso il panno come su un pane che fermenta.
E' il fegato che fa un brutto scherzo. Bisogna andare a letto,
Efix.
Il malato sollev l'indice, accennando di no.
Tanto devo morire: mi lasci morire da servo.
Davanti a Dio non ci sono ne servi ne padroni, disse donna
Ester; e don Predu si curv e tent di sollevarlo fra le sue
braccia.
Zitto, babbeo. Zitto!
Ma Efix si mise a gemere, scuotendosi debolmente come un uccello
ferito che tenta ancora di volare.
Voi volete farmi morire prima dell'ora...
Allora il dottore fece un cenno con la mano e con la testa
sollevando gli occhi al cielo, e don Predu rimise gi il malato,
lo ricopr, non scherz pi.
Cos lo lasciarono. E le ore e i giorni passavano, ed Efix nel
delirio sognava di camminare, camminare coi ciechi, attraverso le
valli e le <I>tancas</I> dell'altipiano, e sognava le feste, i
soldi che cadevano davanti a lui, le donne pietose, i bei giovani
sui cavalli balzani che correvano sulla costa del Monte e da
lontano gli lanciavano monete e parole mordenti.
Ma alte pareti affumicate, con chiazze rosse di rame, con una
panca in fondo, circondavano sempre l'orizzonte: al di l non si
andava, mentre egli aveva bisogno di andare al di l, per
liberarsi del suo peso, per guarire del suo dolore.
Due volte Noemi lo trov alzato che tentava di uscire fuori del
cortile. Levarono la chiave dal portone.
Donna Ester si curvava su lui, gli accomodava il guanciale, la
coperta addosso, gli tastava il polso.
Efix, il Rettore verr a visitarti.
Egli sollevava l'indice, accennando di no, a occhi chiusi.
Nei primi giorni qualcuno domand di visitarlo; ma Noemi apriva
appena il portone e mandava via tutti. Egli, dentro, sentiva. E
che la gente si ricordasse di lui, cos lontano, cos al limite
del mondo, lo sorprendeva e lo turbava.
Chi era che mi cercava poco fa?, domand una mattina a donna
Ester.
Sar stato Zuannantoni.
Se torna, donna Ester mia, di grazia, lo lasci entrare... E' bene
cominciare a congedarsi...
Che dici, Efix! Perch questa idea fissa? Perch non vuoi che
venga il Rettore? Ti reciterebbe il Vangelo e non avresti pi
paura di morire...
Egli non rispose. No, non lo ingannavano: ma l'ora non era ancor
giunta, ed egli si aggrappava alla vita solo perch aveva paura di
deporre il suo peso in casa delle sue padrone.

Intorno a lui la vita prendeva un aspetto nuovo: un'onda di gioia
pareva invadere la casa quando arrivava don Predu, ed erano timide
risate di donna Ester, discussioni dei fidanzati, progetti,
chiacchiere, improvvisi silenzi per rispetto al malato.
Allora egli si sentiva d'ingombro e desiderava andarsene.
Una mattina donna Ester, che dormiva nella camera terrena per
vegliarlo, s'alz presto, rimise tutto bene in ordine parlando
sottovoce fra s, e curvandosi per fargli bere una tazzina di
latte, disse:
Su, Efix, allegro! Oggi Predu fisser il giorno delle nozze. Sei
contento?.
Egli accenn di s; poi si copr la testa col panno e l sotto gli
pareva d'essere gi morto, ma di gioire lo stesso per la buona
fortuna delle sue padrone.
Anche Noemi s'alz presto; discuteva con la sorella e diceva con
fierezza:
Perch il giorno deve fissarlo lui e non io? Io non sono una
paesana per seguire l'uso comune.
Che impazienza ti  presa? Le pubblicazioni sono fatte: oggi si
parler del resto.
Noemi era agitata ed Efix la sentiva andare e venire per la casa,
con passo lieve ma inquieto; finalmente ella sedette accanto
all'uscio a cucire silenziosa, e quando arriv don Predu scost la
sedia, tirando in l la tela per lasciarlo passare, ma sollev
appena il viso per guardarlo e rispose con un lieve cenno del capo
al saluto di lui. Ed ecco subito donna Ester scese gi le scale
annodandosi il fazzoletto, pronta a servire da interprete ai due
fidanzati fra i quali spesso nascevano malintesi, perch Noemi si
offendeva di tutto e capiva tutto alla rovescia nonostante la
buona volont di don Predu.
Dapprima, appena entrato, egli s'avvicin ad Efix e lo guard
dall'alto.
Come va? Bene, mi pare. Alziamoci, su!
Efix sollev gli occhi infossati indifferenti, e poich don Predu
si chinava a toccarlo, tese la mano come per respingere il corpo
poderoso che sfiorava il suo in dissoluzione.
Vada, vada...
E don Predu and a sedersi accanto alla fidanzata.
Come andiamo d'umore, oggi?
Lascia, Predu, non tirar la tela, mi fai pungere...
E' questo che voglio!
Predu, lasciami; sei come un ragazzetto!
Colpa tua che hai fatto la mala per farmi rimbambire...
Predu! Smettila!
Sai cosa dice quella filosofessa di Stefana? Dice che adesso tu
hai fatto la mala al rovescio: prima per farmi dimagrire, adesso
per farmi ingrassare...
Tu scherzi, Predu; ma le tue serve hanno la lingua lunga.
Ma  una cosa evidente, che ingrasso. Non c' che un mezzo per
rompere la mala...
Donna Ester s'appoggi alla sedia di Noemi e guard il cugino
senza parlare, aspettando. Egli infatti sollev il viso verso di
lei, si batt le mani sulle ginocchia e disse:
Ebbene, quando vogliamo romperla, questa catena?.
Spetta a te, Predu, decidere.
Noemi cuciva: sollev anche lei il viso, gli occhi le brillarono,
ma tosto li riabbass e non disse parola.
Ester, io direi prima dell'Avvento.
Bene: prima dell'Avvento.
Ti pare che sia tutto pronto, verso la met del mese?
Sar tutto pronto, Predu.
E va bene.
Silenzio: Noemi cuciva, donna Ester la guardava di sopra la
spalla. Finalmente don Predu domand quasi timido:
E tu cosa dici?.
Di che cosa parlate?
Noemi!, protest donna Ester; ma il fidanzato le cenn di tacere
e ricominci a tirar la tela dalle ginocchia della fidanzata.
Della mala, parliamo! Di disfarla prima che io ingrassi troppo.
Come disfarla, dici tu? Cos, ecco cos! Alla salute di chi ci
vede.
E fra il ridere un poco forzato di donna Ester e le proteste di
Noemi, che egli teneva ferma per le spalle, si ud lo scoccare
forte di un bacio.
Come sono contento! Adesso posso morire, pensava Efix sotto il
panno; ma aveva come l'impressione di non potersene andare, di non
poter uscire da quel cerchio di muri che lo serrava.
Don Predu rimase tutto il giorno l, invitato a pranzo dalle
cugine: parlava, rideva, si beffava nuovamente del prossimo; ogni
tanto per taceva, anche perch Noemi pareva curarsi poco di lui.
Un silenzio grave circondava allora Efix, ed egli capiva d'esser
d'ingombro, di dar peso e soggezione alle donne e allo stesso don
Predu.
Bisognava <I>andarsene</I>, lasciare liberi i fidanzati di amarsi
e scherzare senza quell'immagine della morte davanti a loro.
E d'un tratto, l sotto al buio, sotto il panno, gli parve di
capire perch non poteva andarsene. Era qualcosa che lo tratteneva
ancora nella casa dei padroni, come un conto non aggiustato, che
bisognava aggiustare.
E quando donna Ester si chin su lui, credendolo addormentato e
sollev lievemente il lembo del panno, lo vide con gli occhi
spalancati, col viso rosso, le labbra tremanti.
Ebbene, Efix, che hai?
Egli le accenn con le palpebre di accostarsi di pi, le mormor
sul viso con un filo di voce:
Donna Ester mia, di grazia, se vuole mi chiami prete Paskale.
Dopo la confessione non parl pi, non si lament pi.
Stava col capo coperto, ma donna Ester ogni volta che sollevava il
panno vedeva il povero viso sempre pi piccolo, violaceo,
raggrinzito come una prugna secca. Una sera egli apr gli occhi
fissandola con quel suo sguardo di spavento che le destava tanta
piet, e mormor senza pi voce:
E' lunga, donna Ester mia! Abbiano pazienza.
Che cosa  lunga, Efix?
La strada... Non s'arriva mai!
Gli sembrava infatti di camminare sempre. Saliva un monte,
attraversava una <I>tanca</I>; ma arrivato al confine di questa
ecco un altro monte, un'altra pianura; e in fondo il mare. Adesso
per camminava tranquillo, e solo gli dispiaceva di non arrivar
mai per sgombrare del suo corpo la casa delle sue padrone: ma un
giorno, o una notte - non capiva pi che tempo era - gli parve
d'esser giunto al muricciuolo del poderetto, su in alto sul
ciglione delle canne, e di sdraiarsi pesantemente sulle pietre. Le
canne frusciavano, piegandosi fino a lui per toccarlo, per
lambirlo con le foglie che avevano qualche cosa di vivo, come
dita, come lingue. E gli parlavano, e una gli pungeva l'orecchio
perch sentisse meglio: era un mormorio misterioso che ripeteva il
sussurro dei fantasmi della valle, la voce del fiume, il
salmodiare dei pellegrini, il palpito del Molino, il gemito della
fisarmonica di Zuannantoni. Egli ascoltava, aggrappato bocconi al
muricciuolo e da una parte vedeva la cucina delle sue padrone,
dall'altra una distesa nebbiosa come lass dal Monte Gonare.
Donna Ester saliva dalla valle col viso coperto da un'ala nera;
sollevava l'ala, mostrava il suo viso scuro, doloroso, gli occhi
velati di piet, ma si traeva indietro dal muricciuolo come per
paura di cadere; ed ecco altre figure salivano, tutte col viso
nascosto da un'ala nera, e tutte si avvicinavano ma si ritraevano
subito spaurite, spaventate dal pericolo di precipitare al di l.
Efix le riconosceva tutte, queste figure, le sentiva parlare,
capiva che erano vive e reali; eppure aveva l'impressione di
sognare: erano figure del sogno della vita.
Era il prete, era il Milese, era Zuannantoni, erano le serve di
don Predu, e don Predu stesso e Noemi: a volte qualcuno di loro si
faceva coraggio e cercava di aiutarlo, di trarlo gi dal
muricciuolo, senza riuscirvi.
Ed egli cominci a provare fastidio di loro; volse il viso di l e
fiss la valle nebbiosa. Ed ecco la nebbia cominci a diradarsi;
macchie di boschi dorati apparvero fra squarci di azzurro, e sul
ciglione sopra di lui un melagrano come quelli di cui raccontava
il cieco curv i suoi rami pesanti di frutti rossi spaccati che
lasciavano cadere i loro chicchi di perla.
Ma la gente al di l del muricciuolo non lo lasciava in pace a
contemplare tanto bene; egli non si volgeva pi, e solo un giorno
una mano che si posava sulla sua spalla e una voce che lo chiamava
piano piano all'orecchio lo fecero sobbalzare. Efix! Efix!
Il viso di Giacinto, gli occhi dolci umidi di piet stavano sopra
di lui: fra tante figure morte quella gli parve ancora la sola
viva, tanto viva che le sue mani calde avevano quasi la potenza di
tirarlo su, rimetterlo dritto nel mondo di qua.
Ma fu un momento: ecco che si velava anch'essa, perdeva forza,
ritornava fantasma; ed Efix prov dolore, come fosse Giacinto a
morire, non lui.
Efix, su, su! Che fai? Non mi dici niente? Sono venuto per te,
sai. Sono qui. Non volevano lasciarmi entrare ed ho saltato il
muro. Su, guardami!
Egli lo guardava, ma non ne vedeva pi gli occhi.
Zia Noemi  scappata come di volo, vedendomi! Proprio non mi
perdoner mai! Che cosa ti ha raccontato, dimmi? Che non vuol pi
vedermi, che ha giurato di non pronunziare pi il mio nome? Lo so:
ma non importa. Son contento che si sposi; sai cos'era accaduto,
l'ultima volta che venni? Io le dicevo: "Sposatevi, zia Noemi; zio
Pietro  ricco, vi ama, vi render felice". Essa mi guardava con
disprezzo, ed io capivo bene che non si sarebbe decisa mai. Allora
Efix, senti - parliamo piano, non stia ad ascoltare - ebbene,
ricordai il tuo consiglio. La guardai bene negli occhi e le dissi:
"Zia Noemi, io sposer Grixenda, perch solo Grixenda, povera come
me, giovane e sola come me, pu essere la mia compagna". Allora
Noemi si fece pallida come una morta; ebbi paura e me ne andai.
Piangevo; te lo disse? Su, Efix, tu non mi ascolti. Su! Ecco zia
Ester. Non  vero, zia Ester, che Efix finge d'esser malato per
non venire alle nozze mie ed a quelle di zia Noemi, per non farci
il regalo? Eppure, dicono, denari ne hai portati, dal tuo
viaggio...
Efix sentiva le parole e le capiva anche, ma erano senza suono,
come parole scritte.
Su, dimmi almeno cos'hai. Non mi racconti neppure dove sei stato.
Rammenti quando sei venuto al Molino e ti chiesi dove andavi? E tu
rispondesti: in un bel posto. Non rammenti? Apri gli occhi,
guardami. Dove andavi?...
Efix ricominci a provare fastidio: apr un momento gli occhi, li
richiuse, gravi gi del sonno della morte. E le parole di Giacinto
si confondevano, di l del muricciuolo col frusco delle canne,
col ronzo del vento che passa.
Eppure a un tratto parve sollevarsi e rivivere. Durante la sera un
accesso violento del male lo aveva pestato come sale nel mortaio:
era diventato sordo e muto dal dolore, ma aveva veduto don Predu
guardare Noemi con un gesto di contrariet. Perch le nozze erano
fissate per l'indomani, e s'egli moriva portava il malaugurio agli
sposi o li costringeva a rimandare a un altro giorno la cerimonia
nuziale. Allora in fondo alle tenebre che gi lo avvolgevano
brill come una lampada lontana: la volont di combattere la
morte.
Si scopr il viso e parl.
Donna Ester, sto meglio. Mi dia da bere.
Accorsero tutt'e due le padrone e Noemi stessa gli sollev la
testa e gli diede da bere.
Bravo, Efix! Cos va bene. Sai cosa succede, oggi?
Egli accenn di s, bevendo.
Sei contento, vero, Efix? Quanto ci hai pensato, a questo
giorno? Ti parr un sogno.
Egli accennava di s, di s: tutto era stato, tutto era un  sogno.
Poi lo lasciarono solo, perch Noemi doveva vestirsi; ed egli
sollev la testa e si guard attorno ma come di nascosto,
continuando a far cenni di approvazione. Tutto andava bene; la
festa nuziale si svolgeva in casa dello sposo, e qui nulla turbava
l'antica pace. Per un'attenzione di Noemi verso il malato neppure
la cucina era stata ripulita, come si usa per le nozze; la casa e
il cortile erano silenziosi, il gatto stava immobile sulla panca,
nero con gli occhi verdi come l'idolo della solitudine; nel
silenzio si udiva il legno corroso del balcone scricchiolare e
sollevando un poco di pi la testa Efix rivide un'ultima volta il
muro rovinato e l'erba e i fiori d'ossa dell'antico cimitero.
Ma d'improvviso una figura apparve sulla porta; alta, sottile,
vestita d'uno stretto abito granato a fiori neri, aveva una
ghirlanda di rose sul capo, e qua e l sul viso, sulla persona,
sui piedi, qualche cosa che scintillava: gli occhi, i gioielli, le
scarpette...
Egli spalanc gli occhi e riconobbe Noemi; ma dietro di lei,
accomodandole le rose del cappello e le pieghe del vestito, donna
Ester con le ali nere dello scialle rigettate sugli omeri gli
parve l'ombra della sposa.
Sto bene, vero?, domand Noemi ritta davanti a lui,
accomodandosi i risvolti delle maniche. Non ti pare stretto,
questo vestito? Si usa cos. E guarda com' bello, questo:  il
regalo di Predu.
Si chin nonostante il vestito stretto e gli fece vedere il
rosario di madreperla con una grande croce d'oro.
Vedi? Era la croce di un vescovo antico: era della nonna di
Predu, ch'era poi anche la nostra. Cos rimane in famiglia. E'
bella, vero? Guarda il Cristo, pare che sorrida, mentre gli calano
gi le lagrime e il sangue... E dietro, guarda...
Efix guardava silenzioso, immobile, con le mani nere e secche
aggrappate all'orlo del panno; e pareva affacciarsi, gi cadavere,
dal mondo di l per contemplare un'ultima volta la felicit della
sua padrona. Ma ella disse, chinandosi ancora di pi, con le
ginocchia piegate, in modo che gli sfiorava il viso col suo viso:
Vedi che regalo, Efix!.
Ed era pallida, nel suo vestito granato, con gli occhi cattivi
pieni di lagrime.
Ma Efix non ne prov dolore.
Siamo nati per soffrire come Lui; bisogna piangere e tacere...,
disse con un soffio.
E questo fu il suo augurio.
Da quel momento non parlo pi. Gli pareva di tenersi aggrappato
all'orlo del panno per non cadere di l; e di vedere dall'alto del
muricciuolo lo spettacolo del mondo.
Ed ecco don Predu e i parenti arrivano per portar via la sposa:
entrano, si dispongono intorno nella cucina come le figure di un
sogno, confusamente, ma con rilievi strani di particolari.
Don Predu  vestito di nero, un abito nuovo attillato che lo
costringe a respirar forte, ma Efix non ne distingue il viso,
mentre vede la bocca sarcastica del Milese, lunga, stretta, come
piena di riso represso, e il ventre gonfio d'una parente delle
dame, quella che deve accompagnare la sposa, e due ceri con due
nastri color rosa sostenuti da due manine pallide.
E tutti sono seri come venuti a prendere lui, morto, non la
padrona sposa, e camminano piano per non dargli noia.
Donna Ester, con lo scialle sciolto un po' svolazzante sulle
spalle, dispone il corteo: prima i bambini coi ceri alti in mano;
poi la sposa con la parente; poi lo sposo coi parenti; in coda i
pochi invitati; il Milese in ultimo pareva ridersi di tutti
silenziosamente.
Adesso mi lasciano solo, pensa Efix con un poco di amarezza.
Solo. E son io che ho fatto tutto!
Sulla porta Noemi si volse a fargli un cenno di addio con la croce
d'oro. Addio. Ed egli, come gi per Giacinto, ebbe l'impressione
che fosse lei a morire.
Uscivano tutti, se ne andavano: donna Ester si curv su lui, parve
coprirlo con le sue ali nere.
Torno presto, io, appena li avr accompagnati: bisogna che vada;
sta' quieto, fermo fermo.
S, egli stava fermo al suo posto; fermo e solo. S'udiva la
fisarmonica che Zuannantoni suonava in onore degli sposi, ed egli
ricominci a ricordare tante cose: il rumore del Molino, su a
Nuoro, le nuvole sopra Monte Gonare, il frusco delle canne sul
ciglione...
Efix, rammenti? Efix, rammenti?
Com'era diventata grande la cucina! Scura e tiepida, coi muri
lontani, con sfondi misteriosi come una <I>tanca</I> di notte.
L'usignuolo cantava, il cieco raccontava la storia del palazzo
d'oro del Re Salomone.
...Tutto era d'oro, come nel mondo della verit; tutto era puro,
lucente. Melagrane d'oro, vasi d'oro, stuoie d'oro... Ed egli
vedeva la casa di don Predu, coi melagrani carichi di frutta, i
palmizi, le stuoie coperte di grappoli d'uva e di zucche d'oro.
Noemi star bene... l... manger bene, ingrasser, dar i denari
a donna Ester per accomodare qui il balcone. Star bene... Sar
come la Regina Saba. Ma anche lei, la Regina Saba non era
contenta... Anche Noemi si stancher della sua croce d'oro e vorr
andare lontano, come Lia, come la Regina Saba, come tutti...
Ma questo non gli destava pi meraviglia; andare lontano,
bisognava andare lontano, nelle altre terre, dove ci sono cose pi
grandi delle nostre. Ed egli andava.
Chiuse gli occhi e si tir il panno sulla testa. Ed ecco si trov
di nuovo sul muricciuolo del poderetto: le canne mormoravano, Lia
e Giacinto stavano seduti silenziosi davanti alla capanna e
guardavano verso il mare.
Gli parve di addormentarsi. Ma d'improvviso sussult, ebbe come
l'impressione di precipitare dal muricciuolo.
Era caduto di l, nella valle della morte.
Donna Ester lo trov cos, quieto, immobile sotto il panno: fermo
fermo.
Lo scosse, lo chiam, e accorgendosi ch'era morto e che lo avevano
lasciato morire solo, si mise a piangere forte, con un gemito
rauco che la spavent. Cerc di calmarsi, ma non poteva; era come
un'anima che piangeva entro di lei contro sua volont: allora and
e chiuse il portone perch qualcuno non la sorprendesse a
disperarsi cos sul servo morto e la gente non s'accorgesse che
l'avevano lasciato morire solo, mentre per la famiglia era un gran
giorno di festa.
In attesa che le ore passassero rimosse il cadavere, secco e
leggero come quello d'un bambino, lo lav, lo rivest, parlandogli
sottovoce, fra una preghiera e l'altra per raccontargli come s'era
svolta la cerimonia nuziale, come Noemi piangeva entrando nella
sua ricca nuova dimora - piangeva tanto era felice, s'intende -
come la casa era piena di regali, come la gente buttava grano e
fiori fin dentro il cortile degli sposi, per augurar loro buona
fortuna, come tutti insomma erano contenti.
E tu hai fatto questo... di andartene cos, di nascosto... senza
dir nulla... come l'altra volta... Ah, Efix, questo non lo dovevi
fare... oggi, proprio oggi!...
Egli pareva ascoltasse, con gli occhi vitrei socchiusi, tranquillo
ma deciso a non rispondere da buon servo rispettoso.
Donna Ester, ricordandosi che gli piacevano i fiori, spicc un
geranio dal pozzo e glielo mise fra le dita sul crocefisso: in
ultimo ricopr il cadavere con un tappeto di seta verde che
avevano tirato fuori per le nozze. Ma il tappeto era corto, e i
piedi rimasero scoperti, rivolti come d'uso alla porta; e pareva
che il servo dormisse un'ultima volta nella nobile casa
riposandosi prima d'intraprendere il viaggio verso l'eternit.


Note:

(1) Donne morte di parto.
(2) Venticinque centesimi.
(3) Bisaccia.
(4) Colpo di mazza alla testa.
(5) Alla festa... Alla festa sono andato...
(6) Il turco non vuole arrendersi,
  - Anzi per combattere  animoso,
 -  L'arabo inferocito  coraggioso,
  - Si slancia pronto n vuole fuggire
(7) Basta, non posso pi raccontare,
  - Discorro, quel che posso a memoria;
  - Che abbiano (gl'Italiani) in ogni passo la vittoria,
  - Da poter tutta l'Africa conquistare;
  - Tranquilli e sani possano tornare,
  - Li assistano i Santi della Gloria,
  - E con buona memoria e virt
  - Tornino a casa loro con salute!


