Capitolo decimo

Donna Ruth se n'era andata, e ombre e silenzio circondavano di
nuovo la casa.
Efix, seduto sullo scalino, con un gelsomino in mano e la testa
appoggiata al muro, aspettava il ritorno di Giacinto con un vago
sentimento di paura.
Giacinto non tornava. Senza dubbio aveva saputo del disastro e a
sua volta esitava a ritornare. Dov'era? Ancora ad Oliena, o a
Nuoro o pi lontano?
Efix cercava di raccogliere le sue idee, i ricordi, le impressioni
di quei tre giorni di terrore. Ecco, gli sembrava d'essere ancora
seduto davanti alla sua capanna ad ascoltare l'usignolo che
cantava laggi tra gli ontani: sembrava la voce del fiume,
quell'onda d'armonia che si spandeva a rinfrescare la notte, ed
era cos canora e straziante che gli stessi spiriti notturni si
rifugiavano sull'orlo della collina protesi immobili ad
ascoltarlo. Efix si sentiva portato via come da un impeto di
vento: ricordi e speranze lo sollevavano. Aspettava Giacinto, e
Giacinto veniva con sue notizie fantastiche: aveva trovato un
posto, aveva tenuto la sua promessa d'essere la consolazione delle
vecchie zie. E don Predu aveva domandato Noemi in moglie...
Ma invece di Giacinto arriv Zuannantoni con qualche cosa di nero
sul petto come un avvoltoio morto. Da quel momento Efix aveva
l'impressione di esser caduto sotto un urto di febbre delirante.
Che incubo, lo stradone biancastro nella notte, e la voce della
fisarmonica che scendeva dalla collina e faceva tacere quella
dell'usignolo! Tutti i folletti e i mostri s'erano scossi e
danzavano nell'ombra, inseguendolo e circondandolo.
Ed ecco adesso egli aspettava di nuovo: ma Giacinto aveva anche
lui preso un aspetto mostruoso, come se gli spiriti notturni
l'avessero portato via nel loro regno misterioso ed egli
ritornasse di l orribilmente deformato.
Meglio non tornasse mai.
Dalla cucina usciva un po' di barlume che illuminava una parte del
cortile; s'udiva dentro qualche timido rumore; Noemi e donna Ester
si muovevano di l, ma pareva avessero paura anche loro, paura di
farsi sentire a vivere.
Ma qualcuno spinse il portone e tutti e tre, le donne e il servo,
balzarono come svegliandosi da quel sogno di morte.
Era ancora la vecchia Pottoi che veniva a domandare notizie di
Giacinto: si avanz come un'ombra, ma doveva aver lasciato fuori
qualcuno perch si volse a guardare, mentre le dame si ritiravano
sdegnose.
Da cinque giorni il ragazzo  assente e non si sa dov'! Dillo
tu; anima mia, Efix, dov'.
Come posso dirvelo se non lo so neppur io?
Dimmelo, dimmelo, ella insist, curvandosi su Efix e toccandosi
le collane quasi volesse levarsele e offrirgliele. L'avete
mandato via? L'ha mandato via donna Noemi?... Dimmelo, tu lo sai.
Grixenda mia muore...
Si curvava, si curvava, e sul suo profilo nero come su quello di
una montagna Efix vedeva brillare una stella.
Che cosa posso dirti, anima mia?
Ma nulla, vecchia!, egli disse a voce alta. Vi giuro che non lo
so! Ma appena sar qui vi avvertir...
Tu sei buono, Efix! Dio ti pagher. Vieni l fuori...
Confortala...
Gli afferr la mano e lo attir fuori. Grixenda stava appoggiata
al muro e piangeva come contro una prigione che racchiudesse tutto
il suo bene e dove lei non poteva entrare.
Ebbene, che hai? Torner, certo.
Lo senti, anima mia?, disse la vecchia, strappando la ragazza
dal muro. Torner! Non  andato via per sempre, no!
Torner, s, ragazza!
Grixenda gli prese la mano e gliela baci singhiozzando. Egli
sent le labbra di lei bagnate di lagrime lasciargli sulle dita
come l'impronta di un fiore umido di rugiada: e trasal e gli
sembr che l'incubo in cui da tre giorni era caduto si
sciogliesse.
Torner, ripet a voce alta. E tutto andr bene. Metter
giudizio, si pentir, sarete contenti e tutto andr bene...
Le due donne se ne andarono confortate; egli rientr e vide Noemi
sorgergli davanti come un'ombra nera ferma palpabile.
Efix, ho sentito. Efix, non metterti in mente di far morire anche
noi. Giacinto non deve rientrare in questa casa.
Efix teneva ancora il gelsomino in mano e il fiorellino trem nel
buio, come di un dolore proprio.
Farle morire... io! Perch?
Efix, ho sentito!, ella ripet con voce monotona: ma
d'improvviso la sua figura balz, l'ombra parve diventare alta,
enorme. Efix la sent sopra di s come una tigre.
Efix, hai capito? Egli non deve rientrar qui, e neppure in paese!
Tu, tu sei la cagione di tutto. Tu l'hai lasciato venire, tu
dicevi che ci avresti difeso da lui... Tu...
Egli si tolse la berretta come un penitente.
Donna Noemi, mi perdoni! Io credevo di far del bene... pensavo:
quando non ci sar pi io, esse almeno avranno chi le
difender...
Tu? Tu? Tu sei un servo e basta! Tu non ci perdoni d'esser nobili
e vuoi vederci andare a chiedere l'elemosina con la tua bisaccia.
Ma i corvi ti divoreranno prima gli occhi. Due di noi le hai
vedute andar via, di qui... ma le altre due no. E tu sarai sempre
il servo e noi le padrone...
Egli si fece il segno della croce come davanti a una indemoniata e
and a prendere la sua bisaccia per fuggire in capo al mondo; ma
donna Ester lo afferr per la mano, e Noemi, che lo aveva seguito,
cadde sulla panca come donna Ruth, con gli occhi chiusi e il viso
violetto.
Egli torn fuori, sullo scalino, e rimase tutta la notte immobile
col viso fra le mani.
Prima dell'alba s'avvi in cerca di Giacinto. E su e su, per lo
stradone dapprima grigio, poi bianco, poi roseo: l'aurora pareva
sorgere dalla valle come un fumo rosso inondando le cime
fantastiche dell'orizzonte. Monte Corrasi, Monte Udd, Bella
Vista, Sa Bardia, Santu Juanne Monte Nou sorgevano dalla conca
luminosa come i petali di un immenso fiore aperto al mattino; e il
cielo stesso pareva curvarsi pallido e commosso su tanta bellezza.
Ma col sorgere del sole l'incanto svan; i falchi passavano
stridendo con le ali scintillanti come coltelli, l'Orthobene stese
il suo profilo di citt nuragica di fronte ai baluardi bianchi di
Oliena; e fra gli uni e gli altri apparve all'orizzonte la
cattedrale di Nuoro.
Efix camminava col velo della febbre davanti agli occhi. Gli
pareva d'esser morto e di andare, di andare come un'anima in pena
che deve raggiungere ancora il suo destino eterno; di tanto in
tanto per un senso di ribellione lo costringeva a fermarsi, a
sedersi sul paracarro ed a guardare lontano. La strada in salita
tra la valle e la montagna, fra rocce olivi e fichi d'India tutti
d'uno stesso grigio, gli sembrava, s, quella del suo calvario ma
anche una strada che poteva condurre a un luogo di libert. Ecco,
pensava guardando il profilo dell'Orthobene, lass  una citta di
granito, con castelli forti silenziosi; perch non mi rifugio
lass solo, e non mi nutrisco di erbe, di carne rubata, libero
come i banditi?
Ma da un punto aperto della valle vide il Redentore sopra la
roccia con la grande croce che pareva unisse il cielo azzurro alla
terra grigia, e s'inginocchi a testa bassa, vergognoso delle sue
fantasticherie.

Giacinto era ad Oliena: sapeva del disastro e della morte di zia
Ruth e aveva paura a tornare laggi. Viveva con le poche lire
guadagnate dalla senseria del vino acquistato per conto del
Milese, ma non sapeva che avrebbe fatto poi: anche lui guardava
lontano, dal finestrino della sua stanzetta sopra un cortiletto in
pendo in fondo al quale come da un buco si vedeva la grande
vallata d'Isporosile con la cattedrale di Nuoro fra due ciglioni,
in alto, sul cielo venato di rosa.
Ma neppure a Nuoro si decideva ad andare: provava un senso di
attesa, di qualche cosa che ancora doveva succedere, e intanto
girovagava per il paese, si ubriacava di sole davanti alla  porta
della chiesa. Il villaggio bianco sotto i monti azzurri e chiari
come fatti di marmo e d'aria, ardeva come una cava di calce: ma
ogni tanto una marea di vento lo rinfrescava e i noci e i peschi
negli orti mormoravano tra il frusco dell'acqua e degli uccelli.
Giacinto guardava le donne che andavano a messa, composte, rigide,
coi visi quadrati, pallidi nella cornice dei capelli lucenti come
raso nero, i malleoli nudi di cerbiatta, le belle scarpette
fiorite: sedute sul pavimento della chiesa, coi corsetti rossi,
quasi del tutto coperte dai fazzoletti ricamati, davano l'idea di
un campo di fiori. E tutta la chiesa era piena di nastri e di
idoli; santi piccoli e neri con gli occhi di perla, santi grossi e
deformi, pi mostri che idoli.
Dopo le funzioni sacre la gente se ne andava a casa e Giacinto se
ne tornava al suo rifugio passando davanti a una chiesa in rovina
che gli ricordava la casa laggi delle sue zie. Pensava a zia
Noemi pi che a Grixenda e aveva voglia di piangere, di tornare
laggi, di sedersi accanto a lei che cuciva nel cortile e posarle
la testa sulle ginocchia, sotto la tela. Ma poi anche lui si
vergognava del suo sogno, e tornava al finestrino della stanzetta
solitaria a guardare la cattedrale di Nuoro: lass forse era la
sua salvezza.
Nidi di rondine che col tempo avevano preso il colore della pietra
correvano come una decorazione fra il tetto e i finestrini della
casetta: ogni nido racchiudeva un mucchio di uccellini; di tanto
in tanto una testina lucida e tonda come una nacchera ne usciva
fuori, sgusciava una rondine, poi un'altra, dieci, venti, ed era
tutto uno svolazzare di piccole croci nere, uno strido
melanconico intorno al finestrino di Giacinto.
Egli tentava di prenderne qualcuna, tanto gli passavan rasenti al
viso: e stava immobile in agguato e cos l'ora passava. Ma un
giorno vide salir su per il cortiletto la figura stanca di Efix e
si accorse ch'era appunto lui che aspettava.
Arrivato sotto il finestrino il servo guard in su senza parlare;
non poteva quasi aprir bocca, ma scosse la testa verso la strada,
accennando a Giacinto di seguirlo, e Giacinto lo segu.
Andarono dietro la chiesa, si appoggiarono al muro in rovina,
davanti al grande paesaggio pieno di luce.
Ebbene?, domand Efix con voce tremante.
Questa parola fece ridere Giacinto: non seppe perch, ma davanti
alla miseria del servo si sentiva tutto ad un tratto forte e
malvagio.
Lo domandi a me "ebbene?" Lo domando io a te. Che c' di nuovo
che ti spinge alle mie calcagne? Sei venuto a comprare il vino per
le nozze di zia Noemi?
Rispetta le tue zie! Tu non le rivedrai pi. Donna Ruth  morta.

Giacinto allora abbass il viso e si guard le mani.
Vedi? Vedi? Neanche una parola di dolore, dici! Neanche una
lagrima! Ed  morta per te, miserabile! E' morta di dolore per
causa tua.
La spalla di Giacinto cominci a tremare; trem anche il suo
labbro inferiore, ma egli se lo morsic rabbiosamente, e strinse e
riapr i pugni quasi volesse prendere e buttar via qualche cosa.
Che ho fatto?, domand con insolenza.
Allora Efix lo guard di sotto in su con dolore e disprezzo.
E lo domandi anche? E perch sei ancora qui se non sai quello che
hai fatto? Io non ti dico nulla, non ti domando nulla perch non
hai nulla. Neanche cuore hai! Solo son venuto a dirti che non devi
pi rimetter piede in casa loro!
Potevi risparmiarti questa fatica! Chi pensa a ritornare?
Cos rispondi? Di' almeno cosa intendi di fare. Le hai ridotte
all'elemosina, le tue disgraziate zie. Che intendi di fare?
Pagher tutto, io.
Tu? Con promesse! Ah, ma adesso basta, perdio! Adesso non inganni
pi nessuno, sai! E' tempo di finirla. E smetti la finzione perch
tanto non abbiamo pi nulla da darti. Hai inteso, miserabile?
Allora Giacinto lo guard a sua volta da sotto in su, maligno e
sorpreso, poi sollev di nuovo le braccia e parve alzarsi da terra
scuotendosi tutto contro Efix come un'aquila sopra la sua preda. I
suoi occhi e i suoi denti scintillarono al tramonto, e il suo viso
divent feroce.
Di', non ti vergogni?, domand sottovoce, afferrandogli le
braccia e ficcandogli gli occhi negli occhi.
Ed Efix ebbe l'impressione che quello sguardo gli bruciasse le
pupille: un rombo gli risuon entro le orecchie.
Non ti vergogni? Miserabile, tu! Io posso aver errato, ma son
giovane e posso imparare. Perch vieni a tormentarmi? Lo sapevo,
che saresti venuto, e ti aspettavo. Tu, tu almeno devi comprendere
e non condannarmi. Hai capito? Non rispondi adesso? Ah, tremi
adesso, assassino? Va', che mi vergogno di averti toccato.
Gli diede uno spintone e s'avvi per andarsene. Efix lo rincorse,
gli afferr la mano.
Aspetta!
Stettero un momento in silenzio, come ascoltando una voce lontana.
Giacinto! Devi dirmi una cosa sola. Giacinto! Ti parlo come fossi
un moribondo. Giac! Dimmelo per l'anima di tua madre! Come hai
saputo?
Che cosa t'importa?
Dimmelo, dimmelo, Giac! Per l'anima di tua madre.
Giacinto non dimentic mai gli occhi di Efix in quel momento;
occhi che pareva implorassero dalla profondit di un abisso,
mentre la mano che stringeva la sua lo tirava gi verso terra e il
corpo del servo si piegava e cadeva lentamente.
Ma tacque.
Efix gli lasci la mano; cadde piegato su se stesso brancicando la
terra e cominci a tossire e a vomitare sangue: il suo viso era
nero, decomposto. Giacinto credette che morisse. Lo tir su, lo
appoggi con le spalle al muro, si sollev e stette a guardarlo
dall'alto.
Dimmelo! Dimmelo!, rantolava Efix, sollevando le palme
insanguinate. E' stata tua madre? Dimmi almeno che non  stata
lei.
Giacinto fece cenno di no.
Allora Efix parve calmarsi.
E' vero, disse sottovoce. L'ho ucciso io, tuo nonno, s. Mille
volte avrei confessato per la strada, in chiesa, ma non l'ho fatto
per loro. Se mancavo io, chi le assisteva? Ma  stato per
disgrazia, Giac! Questo te lo giuro. Io sapevo che tua madre
voleva fuggire, e la compativo perch le volevo bene: questo 
stato il mio primo delitto. Ho sollevato gli occhi a lei, io
verme, io servo. Allora lei ha profittato del mio affetto, s'
servita di me, per fuggire... E <I>lui</I>, il padre, indovin
tutto. E una sera voleva uccidermi. Mi son difeso; con una pietra
gli ho percosso la testa. Egli si aggir un po' intorno a se
stesso come una trottola, con la mano sulla nuca, e cadde, lontano
dal punto ove mi aveva aggredito... Io credevo lo facesse
apposta... Attesi... attesi... che si sollevasse... Poi cominciai
a sudare... ma non potevo muovermi... Credevo sempre fosse una
finzione... E guardavo... guardavo... cos pass molto tempo.
Finalmente mi accostai... Giac? Giac? ripet due volte Efix,
con voce bassa e ansante, come se chiamasse ancora la sua vittima
lo chiamai... Non rispondeva. E non ho potuto toccarlo... E son
fuggito; e poi son tornato... Tre volte cos: mai ho potuto
toccarlo. Avevo paura...
Giacinto ascoltava alto, nero sul cielo rosso: la sua spalla
tremava ed Efix, dal basso, credeva di veder tremolare tutto
l'orizzonte.
Ma d'improvviso Giacinto se ne and senza dir niente, ed Efix vide
davanti a s lo spazio libero, la vallata rosea solcata d'ombre,
su, su, fino alle colline di Nuoro nere contro il tramonto.
Un silenzio infinito regnava. Solo qualche grido di rondine pareva
uscir dai muri in rovina, e un trotto di cavallo risuon lontano,
sempre pi lontano.
E' Giacinto, pens Efix, ha preso un cavallo e torna laggi e
rivela tutto alle zie e le maltratta.
Ascolt. Gli sembrava che il passo del cavallo risuonasse sul
muro, sopra di lui; e poi pi basso, sul suo corpo, sopra il suo
cuore.
Se n' andato senza dirmi niente! Ma io, quando mi raccont la
sua storia col capitano non ho fatto cos!
D'un colpo balz su, come se qualcosa lo pungesse. Si scosse la
polvere dal vestito e corse via, dietro la chiesa, gi allo
stradone, incalzato dal pensiero che Giacinto tornasse a casa e
maltrattasse le donne.
Ma quando arriv la casa era ricaduta nella sua pace di morte.
Donna Ester lavava il grano, prima di mandarlo alla mola,
immergendolo entro un vaglio nell'acqua d'un paiuolo: le pietruzze
rimanevano tutte in un angolo, ed ella dava un balzo al vaglio per
cacciarle via tutte assieme. Era molto polveroso e pietroso, il
grano; era l'ultimo del sacco che loro rimaneva.
Ma ci che impression Efix fu di vedere donna Noemi col
fazzoletto bianco di donna Ruth sul capo, in segno di lutto.
Era invecchiata, bianca in viso come il lenzuolo rattoppato che
ella rattoppava ancora.
Egli sedette sulla panca, davanti a loro. Sembravano tutte e tre
tranquilli come se nulla fosse accaduto.
Se ne va o no?, domand Noemi.
Se ne andr.
Ella lo guard fisso: lo vide cos grigio e scarno che ne ebbe
piet e non parl pi.
E per otto giorni vissero tutti e tre nella speranza angosciosa
che Giacinto tornasse e rimediasse al malfatto, che Giacinto se ne
andasse e non si facesse rivedere mai pi!


