Capitolo Quarto.

Un gran fuoco di lentischi, come lo aveva veduto Noemi fanciulla,
ardeva nel cortile di Nostra Signora del Rimedio, illuminando i
muri nerastri del Santuario e le capanne attorno.
Un ragazzo suonava la fisarmonica, ma la gente, ch'era appena
uscita dalla novena e preparava la cena o gi mangiava entro le
capanne, non si decideva a cominciare il ballo.
Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le
prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l'occidente
rosseggiava spegnendosi a poco a poco.
Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note
della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano
lontane.
Qua e l davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava
la figura nera di qualche donna intenta a cucinare.
Gli uomini, venuti alla vigilia per portare le masserizie, eran
gi ripartiti coi loro carri e i loro cavalli: rimanevano le
donne, i vecchi, i bambini e qualche adolescente, e tutti, sebbene
convinti d'esser l per far penitenza, cercavano di divertirsi nel
miglior modo possibile.
Le dame Pintor avevano a loro disposizione due capanne fra le pi
antiche (tutti gli anni ne venivan fabbricate di nuove) dette
appunto <I>sas muristenes de sas damas</I>, perch divenute quasi
di loro propriet in seguito a regali e donazioni fatte alla
chiesa dalle loro ave fin dal tempo in cui gli arcivescovi di Pisa
nelle loro visite pastorali alle diocesi sarde sbarcavano nel
porto pi vicino e celebravano messe nel Santuario.
Ecco ancora, fra una capanna e l'altra, all'angolo del cortile, il
sedile di pietra addossato al muro ove zia Pottoi aveva veduto
donna Maria Cristina corteggiata come una Barona da tutte le
vassalle che si recavano in pellegrinaggio alla chiesa.
Adesso donna Ester e donna Ruth sedevano umili e nere come due
monache col fazzoletto bianco in testa e le mani sotto il
grembiale, pensando a Noemi lontana, a Giacinto lontano.
La loro cena era stata frugale: una zuppa di latte che non
gonfiava lo stomaco e lasciava il pensiero lucido e puro come quel
gran cielo di primavera. Eppure, di tanto in tanto, donna Ester
aveva come un brivido di rimorso, un pensiero segreto quasi
colpevole. Giacintino... la lettera scritta di nascosto... Accanto
a loro, seduta per terra con le spalle al muro e le braccia
intorno alle ginocchia, Grixenda rideva guardando il ragazzo che
suonava la fisarmonica. Nella capanna attigua le parenti con cui
ella era venuta alla festa cenavano sedute per terra attorno ad
una <I>bertula</I> (3) stesa come tovaglia, e mentre una di esse
cullava un bambino che s'addormentava agitando le manine molli,
l'altra chiamava la fanciulla.
Grixenda, fiore, vieni, prendi almeno un pezzo di focaccia! Cosa
dir tua nonna? Che t'abbiamo lasciato morir di fame?
Grixenda, non senti che ti chiamano? Obbedisci, disse donna
Ester.
Ah, donna Ester mia! Non ho fame... che di ballare!
Zuannant! Vieni a mangiare! Non vedi che il tuo suono  come il
vento? Fa scappar la gente.
Aspetta che le otri siano piene e vedrai!, disse l'usuraia,
uscendo sulla porticina a destra delle dame Pintor e pulendosi i
denti con l'unghia.
Anche lei aveva finito di cenare e per non perder tempo si mise a
filare al chiarore del fuoco.
Allora fra lei, le dame, la ragazza e le donne dentro cominci la
solita conversazione: come al paese durante tutto l'anno parlavano
della festa, ora alla festa parlavano del paese.
Io non so come avete fatto a lasciar la casa sola, comare Kall;
come?, disse una ragazza alta che portava sotto il grembiale un
vaso di latte cagliato, dono del prete alle dame Pintor.
Natlia, cuoricino mio! Io non ho lasciato in casa i tesori che
ha lasciato in casa il tuo padrone il Rettore!
<I>Corfu 'e mazza a conca!</I> (4) E allora datemi la chiave.
Vado e frugo, in casa vostra, eppoi scappo nelle grandi citt!
Tu credi che nelle grandi citt si stia bene?, domand donna
Ruth con voce grave, e donna Ester che aveva vuotato il vaso del
latte e lo restituiva a Natlia con dentro mezza <I>pezza</I> di
mancia, si fece il segno della croce:
<I>Libera nos Domine</I>.
Entrambe pensavano alla stessa cosa, alla fuga di Lia, all'arrivo
di Giacinto, e con sorpresa sentirono Grixenda mormorare:
Ma se quelli che stanno nelle grandi citt vogliono venir qui!.
La gente cominciava ad uscir nel cortile; sulle porticine
apparivan le donne che si pulivan la bocca col grembiale e poi
rincorrevano i bambini per prenderli e metterli a dormire.
Una delle parenti di Grixenda and dal suonatore di fisarmonica e
gli porse una focaccia piegata in quattro.
E mangia, gioiello! Cosa dira tua nonna? Che non ti do da
mangiare?
Il ragazzo sporse il viso, strapp un boccone dalla focaccia e
continu a suonare.
Ma nessuno si decideva a cominciare il ballo tanto che Grixenda e
Natlia, irritate per l'indifferenza delle donne, dissero qualche
insolenza.
Si sa! Se non ci sono maschi non vi divertite!
Ci fosse almeno Efix il servo di donna Ruth. Anche quello vi
basterebbe!
E' vecchio come le pietre! Che me ne faccio di Efix? Meglio ballo
con un ramo di lentischio!
Ma d'un tratto il cane del prete, dopo aver abbaiato sul
belvedere, corse gi urlando fuori del cortile e le donne smisero
d'insolentirsi per andare a vedere. Due uomini salivano dallo
stradone, e mentre uno stava seduto su un piccolo cammello,
l'altro si piegava su una grande cavalletta le cui ali parevano
mandassero gi e su i lunghi piedi del cavaliere. Il chiarore del
fuoco, a misura che i due salivano, illuminava per le loro figure
misteriose; e la prima era quella di Efix su un cavallo gobbo di
bisacce e di guanciali, e l'altra quella di uno straniero la cui
bicicletta scintill rossa attraversando di volo il cortile.
Grixenda balz in piedi appoggiandosi al muro tanto era turbata;
anche la fisarmonica cess di suonare.
Donna Ester mia! Suo nipote.
Le dame s'alzarono tremando e donna Ester parl con una vocina che
pareva il belato d'un capretto.
Giacintino!... Giacintino!... Nipote mio... Ma non  una visione?
Sei tu?...
Egli era smontato davanti a loro e si guardava attorno confuso:
sent le sue mani prese dalle mani secche della zia, e sullo
sfondo nero del muro vide il viso pallido e gli occhi di perla di
Grixenda.
Poi tutte le donne gli furono attorno, guardandolo, toccandolo,
interrogandolo: il calore dei loro corpi parve eccitarlo; sorrise,
gli sembr d'esser giunto in mezzo ad una numerosa famiglia, e
cominci ad abbracciare tutti. Qualche donna balz indietro,
qualche altra si mise a ridere sollevando il viso a guardarlo.
E' costume del tuo paese? Donna Ester, donna Ruth, ci ha
scambiato con loro! Ci crede tutte sue zie!
Efix intanto, tirati gi i guanciali, li port dentro la capanna
vuota passando di traverso per la stretta porticina. Grixenda lo
aiut a stenderli sul sedile in muratura, lungo la parete, e fu
lei a spazzar la celletta e a preparare il lettuccio, mentre
nell'altra capanna si udiva Giacintino rispondere rispettoso e
quasi timido alle domande delle zie.
Sissignora, da Terranova in bicicletta: cos' poi? Un volo! Con
una strada cos piana e solitaria si pu girare il mondo in un
giorno. S, la zia Noemi  rimasta, vedendomi: non mi aspettava
certo, e forse credeva che avessi sbagliato porta!
Ogni sua parola e il suo accento straniero colpivano Grixenda al
cuore. Ella non aveva ben distinto il viso del giovane arrivato da
terre lontane, ma aveva notato la sua alta statura e i capelli
folti dorati come il fuoco. E provava gi un senso di gelosia
perch Natlia, la serva del prete, s'era cacciata dentro la
capanna delle dame e parlava con lui.
Com'era sfacciata, Natlia! Per piacere allo straniero si beffava
persino delle capanne, che dopo tutto erano sacre perch abitate
dai fedeli e appartenenti alla chiesa.
Neanche a Roma ci son palazzi come questi! Guardi che cortine! Le
han messe i ragni, gratis, per amor di Dio.
E i topi non li conta? Se si sente grattare i piedi, stanotte,
non creda che sia io, don Giac!
Grixenda si morse le labbra e picchi sulla parete per far tacere
Natlia.
Ci sono anche gli spiriti. Li sente?
Oh,  una donna che picchia!, disse semplicemente donna Ruth.
Spiriti, topi e donne per me son la stessa cosa, rispose
Giacinto.
E Grixenda, di l, appoggiata alla parete di mezzo, si mise a
ridere forte. Ascoltava la voce del giovane come aveva poco prima
ascoltato il suono della fisarmonica e rideva per il piacere,
eppure in fondo sentiva voglia di piangere.

Del resto tutti erano felici, ma d'una felicit grave, nella vera
capanna delle dame.
Mi pare di sognare, diceva donna Ester, servendo da cenare al
nipote, mentre donna Ruth lo guardava fisso con occhi lucidi, ed
Efix traeva dalla bisaccia un bariletto di vino, e pur cos curvo
si volgeva a sorridere ai suoi padroni.
Giacinto mangiava, seduto sul sedile in muratura che serviva a pi
usi, da tavola e da letto: e credeva anche lui di sognare.
Dopo l'accoglienza fredda di Noemi s'era sentito ci che veramente
era, straniero in mezzo a gente diversa da lui; ma adesso vedeva
le zie servirlo premurose, il servo sorridergli come ad un
bambino, le fanciulle guardarlo tenere ed avide, - sentiva la
cantilena della fisarmonica, intravedeva le ombre danzanti al
chiaro del fuoco, e s'immaginava che la sua vita dovesse
trascorrere sempre cos, fantastica e lieta.
Adattarsi bisogna, disse Efix versandogli da bere.
Guarda tu l'acqua: perch dicono che  saggia? Perch prende la
forma del vaso ove la si versa.
Anche il vino, mi pare!
Anche il vino, s! Solo che il vino qualche volta spumeggia e
scappa; l'acqua no.
Anche l'acqua, se  messa sul fuoco a bollire, disse Natlia.
Allora Grixenda corse l dentro, prese per il braccio la serva e
la trascin via con s.
Lasciami! Che hai?
Perch manchi di rispetto allo straniero!
Grix! Ti ha morsicato la tarantola ch diventi matta?
S, e perci voglio ballare.
Gi alcune donne s'eran decise a riunirsi attorno al suonatore,
porgendosi la mano per cominciare il ballo. I bottoni dei loro
corsetti scintillavano al fuoco, le loro ombre s'incrociavano sul
terreno grigiastro. Lentamente si disposero in fila, con le mani
intrecciate, e sollevarono i piedi accennando i primi passi della
danza; ma erano rigide e incerte e pareva si sostenessero a
vicenda.
Si vede che manca il puntello! Manca l'uomo. Chiamate almeno
Efix!, grid Natlia, e siccome Grixenda la pizzicava al braccio
aggiunse: Ah, ti punga la vespa! Anche a lui vuoi che si usi
rispetto?.
Ma al grido Efix era apparso e si avanzava battendo i piedi in
cadenza e agitando le braccia come un vero ballerino. Cantava
accompagnandosi:

      <I>A sa festa... a sa festa so andatu</I> ...(5)

Arrivato accanto a Grixenda le prese il braccio, si un alla fila
delle danzatrici e parve davvero animare con la sua presenza il
ballo: i piedi delle donne si mossero pi agili, riunendosi,
strisciando, sollevandosi, i corpi si fecero pi molli, i visi
brillarono di gioia.
Ecco il puntello. Forza, coraggio!
E su! E su!
Un filo magico parve allacciare le donne dando loro un'eccitazione
composta e ardente. La fila si cominci a piegare, formando
lentamente un circolo: di tanto in tanto una donna s'avanzava,
staccava due mani unite, le intrecciava alle sue, accresceva la
ghirlanda nera e rossa dietro cui si muoveva la frangia delle
ombre. E i piedi si sollevavano sempre pi svelti, battendo gli
uni sugli altri, percuotendo la terra come per svegliarla dalla
sua immobilit.
E su! E su!
Anche la fisarmonica suonava pi lieta ed agile. Grida di gioia
echeggiarono, quasi selvagge, come per domandare al motivo del
ballo una intonazione pi animata e pi voluttuosa.
Uh! Uhiahi!
Tutti eran corsi a vedere, e l in fondo nell'angolo del cortile
Grixenda distinse i capelli dorati di Giacinto fra i due
fazzoletti bianchi delle zie.
Compare Efix, fate ballare il vostro figlioccio!, disse Natlia.
Quello  un puntello, s!
Mettilo accanto alla chiesa e ti sembrer il campanile.
E sta' zitta, Natlia, lingua di fuoco.
Parlano pi i tuoi occhi che la mia lingua, Grix.
Il fuoco ti mangi le palpebre!
E state zitte, donne, e ballate.

      <I>A sa festa... a sa festa so andatu</I>...

Uh! Uhiahi!...
Il grido tremolava come un nitrito, e le gambe delle donne,
disegnate dalle gonne scure, e i piedi corti emergenti
dall'ondulare dell'orlo rosso si movevan sempre pi agili scaldati
dal piacere del ballo.
Don Giacinto! Venga!
E su! E su!
E venga! E venga! 
Tutte le donne guardavano laggi sorridendo. I denti brillavano
agli angoli delle loro bocche.
Egli balz, quasi sfuggendo alla prigionia delle due vecchie dame;
arrivato per in mezzo al cortile si ferm incerto: allora il
circolo delle donne si riapr, si allung di nuovo in fila, and
incontro allo straniero come nei giuochi infantili, lo accerchi,
lo prese, si richiuse.
Messo in mezzo fra Grixenda e Natlia, alto, diverso da tutti,
egli parve la perla nell'anello della danza; e sentiva la piccola
mano di Grixenda abbandonarsi tremando un poco entro la sua,
mentre le dita dure e calde di Natlia s'intrecciavano forte alle
sue come fossero amanti.

Anche il prete usc dalla sua capanna, guard qua e l, placido e
rosso come un bambino ancora calvo, poi and a sedersi accanto
alle dame Pintor.
Bel ragazzo, suo nipote, donna Ruth!
Trasse la tabacchiera d'argento, la scosse, l'apr e la porse nel
cavo della mano prima a donna Ester, poi a donna Ruth, infine alla
stessa Kallina.
Bel ragazzo, donna Ester, ma mi raccomando, attenzione.
Sollev la sottana per rimettersi in tasca la tabacchiera e
ripieg e arrotol il suo fazzoletto turchino, sbattendosene le
cocche sul petto.
Donna Ester, attenzione. Del resto anche noi abbiamo ballato
quando avevamo ali ai piedi. E adesso che fa, vossignoria?
Donna Ester piangeva di gioia, ma finse di starnutire.
Sembra pepe il suo tabacco, prete Pask!

Il pi felice di tutti era Efix. Sdraiato su un mucchio d'erba, in
una delle <I>muristenes</I> vuote, gli pareva ancora di ballare e
di ammirare Giacinto. E gli sorrideva come gli sorridevan le
donne. Ecco, la figura del ragazzo aveva gi preso nella sua
vita il miglior posto come nel circolo della danza.
E riandava col pensiero fino al momento in cui era corso alla casa
dei suoi padroni per vedere il figlio di Lia: che momento! Era
stata cos forte la sua gioia che neppure si rammentava che cosa
aveva detto, che cosa aveva fatto. Solo rivedeva la figura fredda
eppure inquieta di Noemi seguirlo e dirgli come in segreto:
Andate, su, andate alla festa... Andate: vi aspettano.
E li aveva mandati via, col viso rischiarato solo all'atto del
congedo, su nella cornice del portone che si chiudeva davanti a
lei.
Passando sotto il poderetto s'eran fermati un momento; ed Efix
aveva additato con tenerezza d'amante la sua collina, il ciglione
ove le canne tremavano rosee al tramonto, la capanna appiattata
tra il verde ad aspettarlo.
Io sto qui tutto l'anno. E vossignoria verr quando ci saran gli
ortaggi e le frutta da portare al paese... Ma il suo cavallo non
sopporta la bisaccia!, aggiunse socchiudendo gli occhi contro il
barbaglio della bicicletta.
Io me ne vado a Nuoro!, disse Giacintino, pur guardando il
podere di sotto in su come si guarda una persona.
Qualche volta verr! Prima che faccia troppo caldo, e poi in
autunno si sta bene all'ombra, lass! E di notte? La luna ci fa
compagnia come una sposa. E le angurie qua sotto l'orto sembrano
allora bocce di cristallo.
S, qualche volta verr, promise Giacinto, buttandosi gi dalla
macchina svelto come un uccello.
Ed era stato lui, quasi vinto dalle descrizioni del compagno, a
proporre di visitare il poderetto.
Ed avevano visitato il poderetto, lasciando gi il cavallo a
strappare qualche fronda della siepe del muricciolo.
Efix fece osservare bene al nuovo padroncino le arginature
costruite da lui con metodi preistorici: e il giovane guardava con
meraviglia i massi accumulati dal piccolo uomo, e poi guardava
questi come per misurare meglio la grandiosit della costruzione.
Tutto da solo? Che forza! Dovevi esser forte, in giovent!
S, ero forte! E il sentiero, non l'ho fatto io?
Il sentiero serpeggiava su, rinforzato anch'esso da muriccie, come
da terrapieni eran sostenuti i ciglioni e i rialzi del poderetto:
un'opera paziente e solida che ricordava quella degli antichi
padri costruttori dei <I>nuraghes</I>.
E su, e su, ad ogni scaglione si fermavano e si volgevano a
contemplare l'opera del piccolo uomo, e lo straniero aveva
curiosit infantili che divertivano il servo.
Il fiume si gonfia d'inverno?
Cos' questo?, domandava tirando a s qualche fronda di
alberello.
Non conosceva n le piante n le erbe; non sapeva che i fiumi
straripano in primavera! Ecco la striscia coltivata a ceci,
pallidi gi entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi
pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di
narcisi ed  di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come
asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi. Nugoli
di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di l,
posandosi, confondendosi coi fiori dei piselli: le cavallette si
staccavano e ricadevano come sbattute dal vento, le api ronzavano
lungo le muricce come dorate dal polline dei fiori su cui
posavano. Una fila di papaveri s'accendeva tra il verde monotono
del campo di fave.
E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli,
e tutto era caldo e pieno d'oblio in quell'angolo di mondo recinto
dai fichi d'India come da una muraglia vegetale, tanto che lo
straniero, arrivato davanti alla capanna, si butt, steso
sull'erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio.
Fra una canna e l'altra sopra la collina le nuvole di maggio
passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il
cielo d'un azzurro struggente e gli pareva d'esser coricato su un
bel letto dalle coltri di seta.
Vedeva Efix aprire la capanna, volgersi richiamandolo con un gesto
malizioso dell'indice, poi ritornare con qualche cosa nascosta
dietro la schiena e inginocchiarsi ammiccando. Sognava?
S'alz a sedere cingendosi le ginocchia con le braccia e si fece
un po' pregare prima di prendere la zucca arabescata piena di vino
giallo che il servo gli porgeva. Infine bevette: era un vino dolce
e profumato come l'ambra e a berlo cos, dalla bocca stretta della
zucca, dava quasi un senso di volutt.
Efix guardava, inginocchiato come in adorazione: bevette anche lui
e sent voglia di piangere.
Le api si posarono sulla zucca; Giacinto strapp di mezzo alle sue
gambe sollevate uno stelo d'avena, e guardando per terra domand:
Come vivono le mie zie?.
Era giunto il momento delle confidenze. Efix sporse la zucca di
qui e di l, a destra e a sinistra.
Guardi, vossignoria, fin dove arriva l'occhio la valle era della
sua famiglia. Gente forte, era! Adesso non resta che questo
poderetto, ma  come il cuore che batte anche nel petto dei
vecchi. Si vive di questo,
Ma che testa, mio nonno! E' stato lui a rovinare la famiglia...
Se non era lui, vossignoria non era nato!
Giacinto sollev rapido gli occhi, riabbassandoli tosto. Occhi
pieni di disperazione.
E perch nascere?
Oh bella, perch Dio vuole cos!
Giacinto non rispose: guardava sempre per terra e le sue palpebre
si sbattevano quasi stesse per piangere. Ma bevette di nuovo,
docile, chiudendo gli occhi, mentre Efix si lasciava sedere a
gambe in croce e si prendeva un piede fra le mani.
Non  contento d'esser venuto, don Giacint?
Non chiamarmi cos, disse allora il giovane. Io non sono
nobile, non sono nulla! Dimmi tu, come te lo dico io. Se sono
contento? No. Sono venuto qui perch non sapevo dove andare... L
c' tanta gente... L bisogna esser cattivi per far fortuna. Tu
non puoi sapere! Ci son tanti ricchi... Ma c' tanta gente...
Agitava le dita della mano tesa lontano, come per accennare al
brulichio della folla, ed Efix guardava il suo piede e mormorava
con tenerezza e con piet:
Anima mia bella!.
E avrebbe voluto curvarsi sul desolato ragazzo e dirgli: sono
qua io, non ti mancher nulla! - ma non seppe che offrirgli di
nuovo la zucca come la madre offre il seno al bambino che si
lamenta.
Lo sappiamo, s, che diavolo di mondo  quello! Ma qui  diverso:
si pu anche far fortuna. Le racconter come ha fatto il Milese...
Un giorno arriv come un uccello che non ha nido...
Ma Giacinto ascoltava desolato a testa bassa, torcendo un poco la
bocca con disgusto, e d'improvviso si butt col gomito appoggiato
sull'erba e il viso alla mano, masticando con rabbia l'avena.
Se sapessi, tu! Ma che puoi sapere, tu? C' a Roma un principe
che possiede terre quanto tutta la Sardegna, e un altro, uno che
s' fatto grande da s, che quando succede qualche disastro
nazionale offre denari pi del re.
Anche in Sardegna c' un frate che ha trecento scudi di rendita
al giorno, disse Efix umiliato, ma poi alz la voce: Dico
trecento scudi, intende, vossignoria?.
Vossignoria non parve sorpreso. Ma dopo un momento domand:
Dov'? Si pu conoscere?.
Sta a Calangianus, in Gallura.
Troppo lontano. E Giacinto, con gli occhi distratti, riprese a
narrare delle favolose ricchezze dei Signori del Continente, dei
loro vizi e delle loro dissipazioni.
E son gente contenta?, domand Efix, quasi irritato.
E noi siamo gente contenta?
Io s, vossignoria! Beva, beva e si faccia coraggio!
Giacinto bevette ed Efix scosse poi le ultime gocce sull'erba: le
api vi si posarono e tutt'intorno fu un ronzio di dolcezza.

Ma dopo l'arrivo al Rimedio il ragazzo pareva contento.
Aveva abbracciato le zie e le altre donne, aveva mangiato bene e
ballato come un pastore alla festa. Adesso dormiva e russava, ed
Efix l'aveva veduto poco prima sul lettuccio lungo il muro, con le
palpebre chiuse cos delicate, che pareva vi trasparisse l'azzurro
degli occhi, coi capelli rossicci sul bianco del guanciale e i
pugni chiusi come un bambino che sogna. Aveva dimenticato per
terra il lume acceso. Efix si curvo a spegnerlo pensando che i
Pintor erano tutti cos; incuranti dell'economia e del pericolo!
Ebbene, forse meglio cos nella vita! Anche lui si volse supino e
chiuse i pugni: attraverso i buchi del tetto oscillavan le stelle
e il loro tremolo e l'incessante tremolo dei grilli parevano la
stessa cosa.
Si sentiva l'odore degli ontani e del puleggio; tutto era caduto
in un silenzio tremulo come dentro un'acqua corrente. Ed Efix
ricordava le sere lontane, il ballo, i canti notturni, donna Lia
seduta sulla pietra all'angolo del cortile, piegata su se stessa
come una giovine prigioniera che rode i lacci e piano piano si
prepara alla fuga.


