Grazia Deledda.
CANNE AL VENTO.



Capitolo primo.

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a
rinforzare l'argine primitivo da lui stesso costruito un po' per
volta a furia d'anni e di fatica, gi in fondo al poderetto lungo
il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera
dall'alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di
canne a mezza costa sulla bianca <I>Collina dei Colombi</I>.
Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e l scintillante
d'acque nel crepuscolo, il poderetto che Efix considerava pi suo
che delle sue padrone: trent'anni di possesso e di lavoro lo han
fatto ben suo, e le siepi di fichi d'India che lo chiudono
dall'alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione
in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del
mondo.
Il servo non guardava al di l del poderetto anche perch i
terreni da una parte e dall'altra erano un tempo appartenuti alle
sue padrone: perch ricordare il passato? Rimpianto inutile.
Meglio pensare all'avvenire e sperare nell'aiuto di Dio.
E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir
di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra
due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad
occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione
primaverile, d'acque, di macchie, di fiori, dava l'idea di una
culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormoro del
fiume monotono come quello di un bambino che s'addormentava.
Ma le giornate eran gi troppo calde ed Efix pensava anche alle
piogge torrenziali che gonfiano il fiume senz'argini e lo fanno
balzare come un mostro e distruggere ogni cosa: sperare, s, ma
non fidarsi anche; star vigili come le canne sopra il ciglione che
ad ogni soffio di vento si battono l'una all'altra le foglie come
per avvertirsi del pericolo.
Per questo aveva lavorato tutto il giorno e adesso, in attesa
della notte, mentre per non perder tempo intesseva una stuoia di
giunchi, pregava perch Dio rendesse valido il suo lavoro. Che
cosa  un piccolo argine se Dio non lo rende, col suo volere,
formidabile come una montagna?
Sette giunchi attraverso un vimine, dunque, e sette preghiere al
Signore ed a Nostra Signora del Rimedio, benedetta ella sia, ecco
laggi nell'estremo azzurro del crepuscolo la chiesetta e il
recinto di capanne quieto come un villaggio preistorico
abbandonato da secoli. A quell'ora, mentre la luna sbocciava come
una grande rosa fra i cespugli della collina e le euforbie
odoravano lungo il fiume, anche le padrone di Efix pregavano:
donna Ester la pi vecchia, benedetta ella sia, si ricordava certo
di lui peccatore: bastava questo perch egli si sentisse contento,
compensato delle sue fatiche.
Un passo in lontananza gli fece sollevar gli occhi. Gli sembr di
riconoscerlo; era un passo rapido e lieve di fanciullo, passo
d'angelo che corre ad annunziare le cose liete e le tristi. Sia
fatto il volere di Dio:  lui che manda le buone e le cattive
notizie; ma il cuore cominci a tremargli, ed anche le dita nere
screpolate tremarono coi giunchi argentei lucenti alla luna come
fili d'acqua.
Il passo non s'udiva pi: Efix tuttavia rimase ancora l, immobile
ad aspettare.
La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano
l'uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del
cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d'uccello;
era il sospiro delle canne e la voce sempre pi chiara del fiume:
ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva
uscire dalla terra stessa; s, la giornata dell'uomo lavoratore
era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle
fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni
scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su,
all'orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del
fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi
scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l'abbaiar
fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio.
Efix sentiva il rumore che le <I>panas</I> (1) facevano nel lavar
i loro panni gi al fiume, battendoli con uno stinco di morto e
credeva di intraveder l'<I>ammattadore</I>, folletto con sette
berretti  entro i quali conserva un tesoro, balzar di qua e di l
sotto il bosco di mandorli, inseguito dai vampiri con la coda di
acciaio.
Era il suo passaggio che destava lo scintillio dei rami e delle
pietre sotto la luna: e agli spiriti maligni si univano quelli dei
bambini non battezzati, spiriti bianchi che volavano per aria
tramutandosi nelle nuvolette argentee dietro la luna: e i nani e
le <I>janas</I>, piccole fate che durante la giornata stanno nelle
loro case di roccia a tesser stoffe d'oro in telai d'oro,
ballavano all'ombra delle grandi macchie di filira, mentre i
giganti s'affacciavano fra le rocce dei monti battuti dalla luna,
tenendo per la briglia gli enormi cavalli verdi che essi soltanto
sanno montare, spiando se laggi fra le distese d'euforbia
malefica si nascondeva qualche drago o se il leggendario serpente
<I>canana</I>, vivente fin dai tempi di Cristo, strisciava sulle
sabbie intorno alla palude.
Specialmente nelle notti di luna tutto questo popolo misterioso
anima le colline e le valli: l'uomo non ha diritto a turbarlo con
la sua presenza, come gli spiriti han rispettato lui durante il
corso del sole;  dunque tempo di ritirarsi e chiuder gli occhi
sotto la protezione degli angeli custodi.
Efix si fece il segno della croce e si alz: ma aspettava ancora
che qualcuno arrivasse. Tuttavia spinse l'asse che serviva da
porticina e vi appoggi contro una gran croce di canne che doveva
impedire ai folletti e alle tentazioni di penetrare nella capanna.
Il chiarore della luna illuminava attraverso le fessure la stanza
stretta e bassa agli angoli, ma abbastanza larga per lui che era
piccolo e scarno come un adolescente. Dal tetto a cono, di canne e
giunchi, che copriva i muri a secco e aveva un foro nel mezzo per
l'uscita del fumo, pendevano grappoli di cipolle e mazzi d'erbe
secche, croci di palma e rami d'ulivo benedetto, un cero dipinto,
una falce contro i vampiri e un sacchetto di orzo contro le
<I>panas</I>: ad ogni soffio tutto tremava e i fili dei ragni
lucevano alla luna. Gi per terra la brocca riposava con le sue
anse sui fianchi e la pentola capovolta le dormiva accanto.
Efix prepar la stuoia, ma non si coric. Gli sembrava sempre di
sentire il rumore dei passi infantili: qualcuno veniva di certo e
infatti a un tratto i cani cominciarono ad abbaiare nei poderi
vicini, e tutto il paesaggio che pochi momenti prima pareva si
fosse addormentato fra il mormorio di preghiera delle voci
notturne, fu pieno di echi e di fremiti quasi si svegliasse di
soprassalto.
Efix riapr. Una figura nera saliva attraverso la china ove gi le
fave basse ondulavano ergentee alla luna, ed egli, a cui durante
la notte anche le figure umane parevan misteriose, si fece di
nuovo il segno della croce. Ma una voce conosciuta lo chiam: era
la voce fresca ma un po' ansante di un ragazzo che abitava accanto
alla casa delle dame Pintor.
Zio Efis, zio Efis!
Che  accaduto, Zuannant? Stanno bene le mie dame?
Stanno bene, s, mi pare. Solo mi mandano per dirvi di tornare
domani presto in paese, che hanno bisogno di parlarvi. Sar forse
per una lettera gialla che ho visto in mano a donna Noemi. Donna
Noemi la leggeva e donna Ruth col fazzoletto bianco in testa come
una monaca spazzava il cortile, ma stava ferma appoggiata alla
scopa e ascoltava.
Una lettera? Non sai di chi ?
Io no; non so leggere. Ma la mia nonna dice che forse  di sennor
Giacinto il nipote delle vostre padrone.
S, Efix lo sentiva; doveva esser cos; tuttavia si grattava
pensieroso la guancia, a testa china, e sperava e temeva
d'ingannarsi.
Il ragazzo s'era seduto stanco sulla pietra davanti alla capanna e
si slacciava gli scarponi domandando se non c'era nulla da
mangiare.
Ho corso come un cerbiatto: avevo paura dei folletti...
Efix sollev il viso olivastro duro come una maschera di bronzo, e
fiss il ragazzo coi piccoli occhi azzurrognoli infossati e
circondati di rughe: e quegli occhi vivi lucenti esprimevano
un'angoscia infantile.
Ti han detto s'io devo tornare domani o stanotte?
Domani, vi dico! Intanto che voi sarete in paese io star qui a
guardare il podere.
Il servo era abituato a obbedire alle sue padrone e non fece altre
richieste: tir una cipolla dal grappolo, un pezzo di pane dalla
bisaccia e mentre il ragazzo mangiava ridendo e piangendo per
l'odore dell'aspro companatico, ripresero a chiacchierare. I
personaggi pi importanti del paese attraversavano il loro
discorso: prima veniva il Rettore, poi la sorella del Rettore, il
sindaco, cugino delle padrone di Efix. Anche don Predu era ricco,
ma non come il Milese. Poi veniva Kallina l'usuraia, ricca anche
lei ma in modo misterioso.
I ladri han tentato di rompere il suo muro. Inutile:  fatato. E
lei rideva, stamattina, nel suo cortile, dicendo: anche se entrano
trovano solo cenere e chiodi, povera come Cristo. Ma la mia nonna
dice che zia Kallina ha un sacchettino pieno d'oro nascosto dentro
il muro.
Ma a Efix in fondo poco importavano queste storie. Coricato sulla
stuoia, con una mano sotto l'ascella e l'altra sotto la guancia
sentiva il cuore palpitare e il frusco delle canne sopra il
ciglione gli sembrava il sospiro d'uno spirito malefico.
La lettera gialla! Giallo, brutto colore. Chiss cosa doveva
ancora accadere alle sue padrone. Da venti anni a questa parte
quando qualche avvenimento rompeva la vita monotona di casa Pintor
era invariabilmente una disgrazia.
Anche il ragazzo s'era coricato, ma non aveva voglia di dormire.
Zio Efix, anche oggi la mia nonna raccontava che le vostre
padrone erano ricche come don Predu. E' vero o non  vero?
E' vero, disse il servo sospirando. Ma non  ora di ricordar
queste cose. Dormi.
Il ragazzo sbadigli.
Ma mia nonna racconta che dopo morta donna Maria Cristina, la
vostra beata padrona vecchia, pass come la scomunica, in casa
vostra. E' vero o non  vero?
Dormi, ti dico, non  ora...
E lasciatemi parlare! E perch  fuggita donna Lia, la vostra
padrona piccola? La mia nonna dice che voi lo sapete: che l'avete
aiutata a fuggire, donna Lia: l'avete accompagnata fino al ponte,
dove si  nascosta finch  passato un carro sul quale ella 
andata fino al mare. L si  imbarcata. E don Zame, suo padre, il
vostro padrone, la cercava, la cercava, finch  morto. E' morto
l, accanto al ponte. Chi l'ha ucciso? Mia nonna dice che voi lo
sapete...
Tua nonna  una strega! Lei e tu, tu e lei lasciate in pace i
morti!, grid Efix; ma la sua voce era roca, e il ragazzo rise
con insolenza.
Non arrabbiatevi, che vi fa male, zio Efix! Mia nonna dice che 
stato il folletto, a uccidere don Zame. E' vero o non  vero?
Efix non rispose: chiuse gli occhi, si mise la mano sull'orecchio,
ma la voce del ragazzo ronzava nel buio e gli sembrava la voce
stessa degli spiriti del passato.
Ed ecco a poco a poco tutti vengono attorno, penetrano per le
fessure come i raggi della luna:  donna Maria Cristina, bella e
calma come una santa,  don Zame, rosso e violento come il
diavolo: sono le quattro figlie che nel viso pallido hanno la
serenit della madre e in fondo agli occhi la fiamma del padre:
sono i servi, le serve, i parenti, gli amici, tutta la gente che
invade la casa ricca dei discendenti dei Baroni della contrada. Ma
passa il vento della disgrazia e la gente si disperde, come le
nuvolette in cielo attorno alla luna quando soffia la tramontana.
Donna Cristina  morta; il viso pallido delle figlie perde un poco
della sua serenit e la fiamma in fondo agli occhi cresce: cresce
a misura che don Zame, dopo la morte della moglie, prende sempre
pi l'aspetto prepotente dei Baroni suoi antenati, e come questi
tiene chiuse dentro casa come schiave le quattro ragazze in attesa
di mariti degni di loro. E come schiave esse dovevano lavorare,
fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro
roba: e soprattutto, non dovevano sollevar gli occhi davanti agli
uomini, n permettersi di pensare ad uno che non fosse destinato
per loro sposo. Ma gli anni passavano e lo sposo non veniva. E pi
le figlie invecchiavano pi don Zame pretendeva da loro una
costante severit di costumi. Guai se le vedeva affacciate alle
finestre verso il vicolo dietro la casa, o se uscivano senza suo
permesso. Le schiaffeggiava coprendole d'improperi, e minacciava
di morte i giovani che passavano due volte di seguito nel vicolo.
Egli intanto passava le giornate a girovagare per il paese, o
seduto sulla panca di pietra davanti alla bottega della sorella
del Rettore. Le persone scantonavano nel vederlo, tanto avevan
paura della sua lingua. Egli litigava con tutti, ed era talmente
invidioso del bene altrui, che quando passava in un bel podere
diceva "le liti ti divorino". Ma le liti finivano col divorare le
sue terre, e una disgrazia inaudita lo colp a un tratto come un
castigo di Dio per la sua superbia e i suoi pregiudizi. Donna Lia,
la terza delle sue figlie, spar una notte dalla casa paterna e
per lungo tempo non si seppe pi nulla di lei. Un'ombra di morte
grav sulla casa: mai nel paese era accaduto uno scandalo eguale;
mai una fanciulla nobile e beneducata come Lia era fuggita cos.
Don Zame parve impazzire; corse di qua e di l; per tutto il
circondario e lungo la Costa in cerca di Lia; ma nessuno seppe
dargliene notizie. Finalmente ella scrisse alle sorelle, dicendo
di trovarsi in un luogo sicuro e d'esser contenta d'aver rotto la
sua catena. Le sorelle per non perdonarono, non risposero. Don
Zame era divenuto pi tiranno con loro. Vendeva i rimasugli del
suo patrimonio, maltrattava il servo, annoiava mezzo mondo con le
sue querele, viaggiava sempre con la speranza di rintracciare sua
figlia e ricondurla a casa. L'ombra del disonore che gravava su
lui e su l'intera famiglia, per la fuga di Lia, gli pesava come
una cappa da condannato. Una mattina fu trovato morto nello
stradone, sul ponte dopo il paese. Doveva esser morto di sincope,
perch non presentava traccia alcuna di violenza: solo una piccola
macchia verde al collo, sotto la nuca. La gente disse che forse
don Zame aveva litigato con qualcuno e che era stato ammazzato a
colpi di bastone: ma col tempo questa voce tacque e predomin la
certezza che egli fosse morto di crepacuore per la fuga di sua
figlia.
Lia intanto, mentre le sorelle disonorate dalla fuga di lei non
trovavano marito, scrisse annunziando il suo matrimonio. Lo sposo
era un negoziante di bestiame ch'ella aveva incontrato per caso
durante il suo viaggio di fuga: vivevano a Civitavecchia, in
discreta agiatezza, dovevano presto avere un figlio.
Le sorelle non le perdonarono questo nuovo errore: il matrimonio
con un uomo plebeo incontrato in cos tristo modo: e non
risposero.
Qualche tempo dopo Lia scrisse ancora annunziando la nascita di
Giacinto. Esse mandarono un regalo al nipotino, ma non scrissero
alla madre.
E gli anni passarono. Giacinto crebbe, e ogni anno per Pasqua e
per Natale scriveva alle zie e le zie gli mandavano un regalo: una
volta scrisse che studiava, un'altra volta che voleva entrare in
Marina, un'altra ancora che aveva trovato un impiego; poi annunzi
la morte di suo padre, poi la morte di sua madre; infine espresse
il desiderio di visitarle e di stabilirsi con loro se al paese
trovava da lavorare. Il suo piccolo impiego nell'Ufficio della
Dogana non gli piaceva; era umile e penoso, gli sciupava la
giovinezza. E lui amava la vita laboriosa, s, ma semplice,
all'aperto. Tutti gli consigliavano di recarsi nell'isola di sua
madre, per tentar la fortuna con un onesto lavoro.
Le zie cominciarono a discutere; e pi discutevano meno si
trovavano d'accordo.
Lavorare?, diceva donna Ruth, la pi calma. Se il paesetto non
dava risorse neppure a quelli che c'eran nati?
Donna Ester, invece, favoriva i progetti del nipote, mentre donna
Noemi, la pi giovane, sorrideva fredda e beffarda.
Egli forse crede di venir qui a fare il signore. Venga, venga!
Andr a pescare al fiume...
Egli stesso dice che vuol lavorare, Noemi, sorella mia! Lavorer
dunque: far il negoziante come suo padre.
Doveva farlo prima, allora. I nostri parenti non hanno mai
comprato buoi.
Altri tempi, Noemi, sorella mia! Del resto i signori sono appunto
i mercanti, adesso. Vedi il Milese? Egli dice: il Barone di Galte
adesso sono io.
Noemi rideva, con uno sguardo cattivo negli occhi profondi, e il
suo riso scoraggiava donna Ester pi che tutti gli argomenti
dell'altra sorella.
Tutti i giorni era la stessa storia: il nome di Giacinto risuonava
per tutta la casa, e anche quando le tre sorelle tacevana egli era
in mezzo a loro, come del resto lo era sempre fin dal giorno della
sua nascita, e la sua figura ignota riempiva di vita la casa in
rovina.
Efix non ricordava di aver mai preso parte diretta alle
discussioni delle sue padrone: non osava, anzitutto perch esse
non lo interpellavano, poi per non aver scrupoli di coscienza: ma
desiderava che il ragazzo venisse.
Egli lo amava, lo aveva sempre amato come una persona di famiglia.
Dopo la morte di don Zame, egli era rimasto con le tre dame per
aiutarle a sbrigare i loro affari imbrogliati. I parenti non si
curavano di loro, anzi le disprezzavano e le sfuggivano; esse non
erano capaci che delle faccende domestiche e neppure conoscevano
il poderetto, ultimo avanzo del loro patrimonio.
Star ancora un anno al loro servizio, aveva detto Efix, mosso a
piet del loro abbandono. Ed era rimasto venti anni.
Le tre donne vivevano della rendita del podere coltivato da lui.
Nelle annate scarse donna Ester diceva al servo, giunto il momento
di pagarlo (trenta scudi all'anno e un paio di scarponi):
Abbi pazienza, per l'amor di Cristo: il tuo non ti mancher.
E lui aveva pazienza, e il suo credito aumentava di anno in anno,
tanto che donna Ester, un po' scherzando, un po' sul serio gli
prometteva di lasciarlo erede del podere e della casa, sebbene
egli fosse pi vecchio di loro.
Vecchio, oramai, e debole; ma era sempre un uomo, e bastava la sua
ombra per proteggere ancora le tre donne.
Adesso era lui che sognava per loro la buona fortuna: almeno che
Noemi trovasse marito! Se la lettera gialla, dopo tutto, portasse
una buona notizia? Se annunziava una eredit? Se fosse appunto una
domanda di matrimonio per Noemi? Le dame Pintor avevano ancora
ricchi parenti a Sassari e a Nuoro: perch uno di loro non poteva
sposar Noemi? Lo stesso don Predu poteva aver scritto la lettera
gialla...
Ed ecco nella fantasia stanca del servo le cose a un tratto
cambiano aspetto come dalla notte al giorno; tutto  luce,
dolcezza: le sue nobili padrone ringiovaniscono, si risollevano a
volo come aquile che han rimesso le penne; la loro casa risorge
dalle sue rovine e tutto intorno rifiorisce come la valle a
primavera.
E a lui, al povero servo, non rimane che ritirarsi per il resto
della vita nel poderetto, spiegar la sua stuoia e riposarsi con
Dio, mentre nel silenzio della notte le canne sussurrano la
preghiera della terra che s'addormenta.


Capitolo secondo.

All'alba part, lasciando il ragazzo a guardare il podere.
Lo stradone, fino al paese era in salita ed egli camminava piano
perch l'anno passato aveva avuto le febbri di malaria e
conservava una gran debolezza alle gambe: ogni tanto si fermava
volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie
di fichi d'India; e la capanna lass nera fra il glauco delle
canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido.
Ogni volta che se ne allontanava lo guardava cos, tenero e
melanconico, appunto come un uccello che emigra: sentiva di
lasciar lass la parte migliore di se stesso, la forza che d la
solitudine, il distacco dal mondo; e andando su per lo stradone
attraverso la brughiera, i giuncheti, i bassi ontani lungo il
fiume, gli sembrava di essere un pellegrino, con la piccola
bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano,
diretto verso un luogo di penitenza: il mondo.
Ma sia fatta la volont di Dio e andiamo avanti. Ecco a un tratto
la valle aprirsi e sulla cima a picco d'una collina simile a un
enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una
muraglia nera una finestra azzurra vuota come l'occhio stesso del
passato guarda il panorama melanconico roseo di sole nascente, la
pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie
giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti
bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i
monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro
delle montagne Nuoresi.
Efix cammina, piccolo e nero fra tanta grandiosit luminosa. Il
sole obliquo fa scintillare tutta la pianura; ogni giunco ha un
filo d'argento, da ogni cespuglio di euforbia sale un grido
d'uccello; ed ecco il cono verde e bianco del monte di Galte
solcato da ombre e da strisce di sole, e ai suoi piedi il paese
che pare composto dei soli ruderi dell'antica citt romana.
Lunghe muriccie in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati,
avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte pi
melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendo
selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua
e l dappertutto danno l'idea che un cataclisma abbia distrutto
l'antica citt e disperso gli abitanti; qualche casa nuova sorge
timida fra tanta desolazione, e pinte di melograni e di carrubi,
gruppi di fichi d'India e palmizi danno una nota di poesia alla
tristezza del luogo.
Ma a misura che Efix saliva questa tristezza aumentava, e a
incoronarla si stendevano sul ciglione, all'ombra del Monte, fra
siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la
Basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le rocce a
picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo.
Efix si ferm davanti a un portone attiguo a quello dell'antico
cimitero. Erano quasi eguali, i due portoni, preceduti da tre
gradini rotti invasi d'erba; ma mentre il portone dell'antico
cimitero era sormontato appena da un'asse corrosa, quello delle
tre dame aveva un arco in muratura e sull'architrave si notava
l'avanzo di uno stemma: una testa di guerriero con l'elmo e un
braccio armato di spada; il motto era: <I>quis resistit hujas?</I>
Efix attravers il vasto cortile quadrato, lastricato al centro,
come le strade, da una specie di solco in macigni per lo scolo
delle acque piovane, e si tolse la bisaccia dalle spalle guardando
se qualcuna delle sue padrone s'affacciava. La casa, a un sol
piano oltre il terreno, sorgeva in fondo al cortile, subito
dominata dal Monte che pareva incomberle sopra come un enorme
cappuccio bianco e verde.
Tre porticine s'aprivano sotto un balcone di legno a veranda che
fasciava tutto il piano superiore della casa, al quale si saliva
per una scala esterna in cattivo stato. Una corda nerastra,
annodata e fermata a dei piuoli piantati agli angoli degli
scalini, sostituiva la ringhiera scomparsa. Le porte, i sostegni e
la balaustrata del balcone erano in legno finemente scolpito:
tutto per cadeva, e il legno corroso, diventato nero, pareva al
minimo urto sciogliersi in polvere come sgretolato da un
invisibile trivello.
Qua e l per, nella balaustrata del balcone, oltre le colonnine
svelte ancora intatte, si osservavano avanzi di cornice su cui
correva una decorazione di foglie, di fiori e di frutta in
rilievo, ed Efix ricordava che fin da bambino quel balcone gli
aveva destato un rispetto religioso, come il pulpito e la
balaustrata che circondava l'altare della Basilica.
Una donna bassa e grossa, vestita di nero e con un fazzoletto
bianco intorno al viso duro nerastro, apparve sul balcone; si
curv, vide il servo, e i suoi occhi scuri a mandorla
scintillarono di gioia.
Donna Ruth, buon giorno, padrona mia!
Donna Ruth scese svelta, lasciando vedere le grosse gambe coperte
di calze turchine: gli sorrideva, mostrando i denti intatti sotto
il labbro scuro di peluria.
E donna Ester? E donna Noemi?
Ester  andata a messa, Noemi s'alza adesso. Bel tempo, Efix!
Come va laggi?
Bene, bene, grazie a Dio, tutto bene.
Anche la cucina era medioevale: vasta, bassa, col soffitto a travi
incrociate nere di fuliggine; un sedile di legno lavorato poggiava
lungo la parete al di qua e al di l del grande camino; attraverso
l'inferriata della finestra verdeggiava lo sfondo della montagna.
Sulle pareti nude rossicce si notavano ancora i segni delle
casseruole di rame scomparse; e i piuoli levigati e lucidi ai
quali un tempo venivano appese le selle, le bisacce, le armi,
parevano messi l per ricordo.
Ebbene, donna Ruth?..., interrog Efix, mentre la donna metteva
una piccola caffettiera di rame sul fuoco. Ma ella volse il gran
viso nero incorniciato di bianco e ammicc accennandogli di
pazientare.
Vammi a prendere un po' d'acqua, intanto che scende Noemi...
Efix prese il secchio di sotto al sedile; s'avvi, ma sulla porta
si volse timido, guardando il secchio che dondolava.
La lettera  di don Giacintino?
Lettera? E' un telegramma...
Ges grande! Non gli e accaduto nulla di male?
Nulla, nulla! Va'...
Era inutile insistere, prima che scendesse donna Noemi; donna
Ruth, sebbene fosse la pi vecchia delle tre sorelle e tenesse le
chiavi di casa (del resto non c'era pi nulla da custodire) non
prendeva mai nessuna iniziativa e nessuna responsabilit.
Egli and al pozzo che pareva un <I>nuraghe</I> scavato in un
angolo del cortile e protetto da un recinto di macigni sui quali,
entro vecchie brocche rotte, fiorivano piante di violacciocche e
cespugli di gelsomini: uno di questi si arrampicava sul muro e vi
si affacciava come per guardare cosa c'era di l, nel mondo.
Quanti ricordi destava nel cuore del servo quest'angolo di
cortile, triste di musco, allegro dell'oro brunito delle
violacciocche e del tenero verde dei gelsomini!
Gli sembrava di veder ancora donna Lia, pallida e sottile come un
giunco, affacciata al balcone, con gli occhi fissi in lontananza a
spiare anch'essa cosa c'era di l, nel mondo. Cos egli l'aveva
veduta il giorno della fuga, immobile lass, simile al pilota che
esplora con lo sguardo il mistero del mare...
Come pesano questi ricordi! Pesano come il secchio pieno d'acqua
che tira gi, gi nel pozzo.
Ma sollevando gli occhi Efix vide che non era Lia la donna alta
che si affacciava agile al balcone agganciandosi i polsi della
giacca nera a falde.
Donna Noemi, buon giorno, padrona mia! Non scende?
Ella si chin alquanto, coi folti capelli neri dorati splendenti
intorno al viso pallido come due bande di raso: rispose al saluto
con gli occhi anch'essi neri dorati sotto le lunghe ciglia, ma non
parl e non scese.
Spalanc porte e finestre - tanto non c'era pericolo che la
corrente sbattesse e rompesse i vetri (mancavano da tanti anni!) -
e port fuori stendendola bene al sole una coperta gialla.
Non scende, donna Noemi?, ripet Efix a testa in su sotto il
balcone.
Adesso, adesso.
Ma ella stendeva bene la coperta e pareva s'indugiasse a
contemplare il panorama a destra, il panorama a sinistra, tutti e
due d'una bellezza melanconica, con la pianura sabbiosa solcata
dal fiume, da file di pioppi, di ontani bassi, da distese di
giunchi e d'euforbie, con la Basilica nerastra di rovi, l'antico
cimitero coperto d'erba in mezzo al cui verde biancheggiavano come
margherite le ossa dei morti; e in fondo la collina con le rovine
del Castello.
Nuvole d'oro incoronavano la collina e i ruderi, e la dolcezza e
il silenzio del mattino davano a tutto il paesaggio una serenit
di cimitero. Il passato regnava ancora sul luogo; le ossa stesse
dei morti sembravano i suoi fiori, le nuvole il suo diadema.
Noemi non s'impressionava per questo; fin da bambina era abituata
a veder le ossa che in inverno pareva si scaldassero al sole e in
primavera scintillavano di rugiada. Nessuno pensava a toglierle di
l: perch avrebbe dovuto pensarci lei? Donna Ester, invece,
mentre risale a passo lento e calmo la strada su dalla chiesa
nuova del villaggio (quando  in casa ha sempre fretta, ma fuori
fa le cose con calma perch una donna nobile dev'essere ferma e
tranquilla) giunta davanti all'antico cimitero si fa il segno
della croce e prega per le anime dei morti...
Donna Ester non dimentica mai nulla e non trascura di osservar
nulla: cos, appena nel cortile, s'accorge che qualcuno ha attinto
acqua al pozzo e rimette a posto la secchia; toglie una pietruzza
da un vaso di violacciocche, ed entrata in cucina saluta Efix
domandandogli se gli han gi dato il caff.
Dato, dato, donna Ester, padrona mia!
Intanto donna Noemi era scesa col telegramma in mano, ma non si
decideva a leggerlo, quasi prendesse gusto ad esasperare l'ansia
curiosa del servo.
Ester, disse, sedendosi sulla panca accanto al camino, perch
non ti levi lo scialle?
C' messa nella Basilica, stamattina; esco ancora. Leggi.
Sedette anche lei sulla panca e donna Ruth la imit; cos sedute
le tre sorelle si rassomigliavano in modo straordinario; solo che
rappresentavano tre et differenti: donna Noemi ancora giovane,
donna Ester anziana e donna Ruth gi vecchia, ma d'una vecchiaia
forte, nobile, serena. Gli occhi di donna Ester, un po' pi chiari
di quelli delle sorelle, d'un color nocciola dorato, scintillavano
per infantili e maliziosi.
Il servo s'era messo davanti a loro, aspettando; ma donna Noemi
dopo aver spiegato il foglio giallo lo guardava fisso quasi non
riuscisse a decifrarne le parole, e infine lo scosse indispettita.
Ebbene, dice che fra pochi giorni arriver. E' questo!
Sollev, gli occhi e arross guardando severa il viso di Efix:
anche le altre due lo guardavano.
Capisci? Cos, senz'altro, quasi venga a casa sua!
Che ne dici?, domand donna Ester, mettendo un dito fuor
dell'incrociatura dello scialle.
Efix aveva un viso beato: le fitte rughe intorno ai suoi occhi
vivaci sembravano raggi, ed egli non cercava di nascondere la sua
gioia.
Sono un povero servo, ma dico che la provvidenza sa quello che
fa!
Signore, vi ringrazio! C' almeno qualcuno che capisce la
ragione, disse donna Ester.
Ma Noemi era ridiventata pallida: parole di protesta le salivano
alle labbra, e sebbene come sempre riuscisse a dominarsi davanti
al servo al quale pareva non desse molta importanza, non pot fare
a meno di ribattere:
Qui non c'entra la provvidenza, e non si tratta di questo. Si
tratta..., aggiunse dopo un momento di esitazione, si tratta di
rispondergli netto e chiaro che in casa nostra non c' posto per
lui!.
Allora Efix apr le mani e reclin un poco la testa come per dire:
e allora perch mi consultate? - ma donna Ester si mise a ridere e
alz sbattendo con impazienza le due ali nere del suo scialle.
E dove vuoi che vada, allora? In casa del Rettore come i
forestieri che non trovano alloggio?
Io piuttosto non gli risponderei niente, propose donna Ruth,
togliendo di mano a Noemi il telegramma che quella piegava e
ripiegava nervosamente. Se arriva, ben arrivato. Lo si potrebbe
accogliere appunto come un forestiere. Ben venuto l'ospite!,
aggiunse, come salutando qualcuno che entrasse dalla porta. Va
bene. E se si comporta male  sempre a tempo ad andarsene.
Ma donna Ester sorrideva, guardando la sorella che era la pi
timida e irresoluta delle tre; e curvandosi le batt una mano
sulle ginocchia:
A cacciarlo via, vuoi dire? Bella figura, sorella cara. E ne
avrai il coraggio, tu, Ruth?.
Efix pensava. D'improvviso alz la testa e appoggi una mano sul
petto.
Per questo ci penserei io!, promise con forza.
Allora i suoi occhi incontrarono quelli di Noemi, ed egli, che
aveva sempre avuto paura di quegli occhi liquidi e freddi come
un'acqua profonda, comprese come la padrona giovane prendeva sul
serio la sua promessa.
Ma non si pent di averla fatta. Ben altre responsabilit s'era
assunte nella sua vita.

Egli rest in paese tutta la giornata.
Era inquieto per il podere - sebbene in quel tempo ci fosse poco
da rubare - ma gli sembrava che un segreto dissidio turbasse le
sue padrone, e non voleva ripartire se prima non le vedeva tutte
d'accordo.
Donna Ester, dopo aver rimesso qualche oggetto in ordine, usc di
nuovo per andare nella Basilica; Efix promise di raggiungerla, ma
mentre donna Noemi risaliva al piano superiore, egli rientr in
cucina e sottovoce preg donna Ruth, che si era inginocchiata per
terra e gramolava un po' di pasta su una tavola bassa, di dargli
il telegramma. Ella sollev la testa e col pugno rivolto bianco di
farina si tir un po' indietro il fazzoletto.
L'hai sentita?, disse sottovoce accennando a Noemi. E' sempre
lei! L'orgoglio la regge...
Ha ragione!, afferm Efix pensieroso. Quando si  nobili si 
nobili, donna Ruth. Trova lei una moneta sotterra? Le sembra di
ferro perch  nera, ma se lei la pulisce vede che  oro... L'oro
 sempre oro...
Donna Ruth cap che con Efix era inutile scusare l'orgoglio fuori
posto di Noemi, e sempre pronta a seguire l'opinione altrui, se ne
rallegr.
Ti ricordi com'era superbo mio padre?, disse ricacciando fra la
pasta pallida le sue mani rosse venate di turchino. Anche lui
parlava cos. Lui, certo, non avrebbe permesso a Giacintino
neppure di sbarcare. Che ne dici, Efix?
Io? Io sono un povero servo, ma dico che don Giacintino sarebbe
sbarcato lo stesso.
Figlio di sua madre, vuoi dire?, sospir donna Ruth, e il servo
sospir anche lui. L'ombra del passato era sempre l, intorno a
loro.
Ma l'uomo fece un gesto appunto come per allontanare quest'ombra e
seguendo con gli occhi il movimento delle mani rosse che tiravano,
piegavano e battevano la pasta bianca, riprese con calma:
Il ragazzo  bravo e la provvidenza lo aiuter. Bisogna per
stare attenti che non prenda le febbri. Poi bisogner comprargli
un cavallo, perch in continente non si usa andare a piedi. Ci
penser io. L'importante  che le loro signorie vadano d'accordo.
Ma ella disse subito con fierezza:
E non siamo d'accordo? Ci hai forse sentito a questionare? Non
vai a messa, Efix?.
Egli cap che lo congedava e usc nel cortile, ma guard se si
poteva parlare anche con donna Noemi. Eccola appunto che ritira la
coperta dal balcone: inutile pregarla di scendere, bisogna salire
fino a lei.
Donna Noemi, mi permette una domanda? E' contenta?
Noemi lo guard sorpresa, con la coperta abbracciata.
Di che cosa?
Che venga don Giacintino. Vedr,  un bravo ragazzo.
Tu, dove lo hai conosciuto?
Si vede da come scrive. Potr far molto. Bisogner per
comprargli un cavallo...
Ed anche gli sproni allora!
...Tutto sta che le loro signorie vadano d'accordo. Questo 
l'importante. 
Ella tolse un filo dalla coperta e lo butt nel cortile: il suo
viso s'era oscurato.
Quando non siamo andate d'accordo? Finora sempre.
S... ma... pare che lei non sia contenta dell'arrivo di don
Giacintino.
Devo mettermi a cantare? Non  il Messia!, ella disse, passando
di traverso nella porticina dal cui vano si vedeva l'interno d'una
camera bianca con un letto antico, un cassettone antico, una
finestruola senza vetri aperta sullo sfondo verde del Monte.
Efix scese, stacc una piccola violacciocca rosea e tenendola fra
le dita intrecciate sulla schiena si diresse alla Basilica.
Il silenzio e la frescura del Monte incombente regnavano attorno:
solo il gorgheggio delle cingallegre in mezzo ai rovi animava il
luogo, accompagnando la preghiera monotona delle donne raccolte
nella chiesa. Efix entr in punta di piedi, con la violacciocca
fra le dita, e s'inginocchi dietro la colonna del pulpito.
La Basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e
polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi obliqui di
polviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne
inginocchiate per terra, e le figure giallognole che balzavano
dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decoravano le
pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola, tutte
pallide come l'avorio e anche le pi belle, le pi fini, col petto
scarno e lo stomaco gonfio dalle febbri di malaria. Anche la
preghiera aveva una risonanza lenta e monotona che pareva vibrasse
lontano, al di l del tempo: la messa era per un trigesimo e un
panno nero a frange d'oro copriva la balaustrata dell'altare; il
prete bianco e nero si volgeva lentamente con le mani sollevate,
con due raggi di luce che gli danzavano attorno e parevano emanati
dalla sua testa di profeta. Senza lo squillo del campanello
agitato dal piccolo sacrista che pareva scacciasse gli spiriti
d'intorno. Efix, nonostante la luce, il canto degli uccelli,
avrebbe creduto di assistere ad una messa di fantasmi. Eccoli, son
tutti l; c' don Zame inginocchiato sul banco di famiglia e pi
in l donna Lia pallida nel suo scialle nero come la figura su nel
quadro antico che tutte le donne guardano ogni tanto e che pare
affacciata davvero a un balcone nero cadente. E la figura della
Maddalena, che dicono dipinta dal vero: l'amore, la tristezza, il
rimorso e la speranza le ridono e le piangon negli occhi profondi
e nella bocca amara...
Efix la guarda e sente, come sempre davanti a questa figura che
s'affaccia dall'oscurit di un passato senza limiti, un capogiro
come se fosse egli stesso sospeso in un vuoto nero misterioso...
Gli sembra di ricordare una vita anteriore, remotissima. Gli
sembra che tutto intorno a lui si animi, ma d'una vita fantastica
di leggenda; i morti risuscitano, il Cristo che sta dietro la
tenda giallastra dell'altare, e che solo due volte all'anno viene
mostrato al popolo, scende dal suo nascondiglio e cammina: anche
Lui  magro, pallido, silenzioso: cammina e il popolo lo segue, e
in mezzo al popolo  lui, Efix, che va, va, col fiore in mano, col
cuore agitato da un sussulto di tenerezza... Le donne cantano, gli
uccelli cantano; donna Ester sgambetta accanto al servo, col dito
fuori dell'incrociatura dello scialle. La processione esce fuori
dal paese, e il paese  tutto fiorito di melograni e di vitalbe;
le case son nuove, il portone della famiglia Pintor  nuovo, di
noce, lucido, il balcone  intatto... Tutto  nuovo, tutto 
bello. Donna Maria Cristina  viva e s'affaccia al balcone ove
sono stese le coperte di seta. Donna Noemi  giovanissima, 
fidanzata a don Predu, e don Zame, che segue anche lui la
processione, finge d'esser come sempre corrucciato, ma  molto
contento...
Ma il canto delle donne cess e alcune s'alzarono per andarsene.
Efix, che aveva appoggiato la testa alla colonna del pulpito, si
scosse dal suo sogno e segu donna Ester che usciva per tornarsene
a casa.
Il sole alto sferzava adesso il paesetto pi che mai desolato
nella luce abbagliante del mattino gi caldo: le donne uscite di
chiesa sparvero qua e l, tacite come fantasmi, e tutto fu di
nuovo solitudine e silenzio intorno alla casa delle dame Pintor.
Donna Ester s'avvicin, al pozzo per coprire con un'assicella una
piantina di garofani, sal svelta le scale, chiuse porte e
finestre. Al suo passare il ballatoio scricchiolava e dal muro e
dal legno corroso pioveva una polverina grigia come cenere.
Efix aspett ch'ella scendesse. Seduto al sole sugli scalini, con
la berretta ripiegata per farsi un po' d'ombra sul viso, appuntava
col suo coltello a serramanico un piuolo che donna Ruth desiderava
piantare sotto il portico; ma lo scintillare della lama al sole
gli faceva male agli occhi e la violacciocca gi appassita
tremolava sul suo ginocchio. Egli sentiva le idee confuse e
pensava alla febbre che lo aveva tormentato l'anno scorso.
Gi di ritorno quella diavola?
Donna Ester ridiscese, con un vasetto di sughero in mano: egli si
tir in l per lasciarla passare e sollev il viso ombreggiato
dalla berretta.
Padrona mia, non esce pi?
E dove vuoi che vada, a quest'ora? Nessuno mi ha invitato a
pranzo!
Vorrei dirle una cosa. E' contenta?
Di che, anima mia?
Ella lo trattava maternamente, senza famigliarit per; lo aveva
sempre considerato un uomo semplice.
Che... che sieno tutte d'accordo per la venuta di don
Giacintino?
Son contenta, s. Doveva esser cos.
E' un bravo ragazzo. Far fortuna. Bisogna comprargli un cavallo.
Per...
Per?
Non bisognera dargli molta libert, in principio. I ragazzi son
ragazzi... Io ricordo quando ero ragazzo, se uno mi permetteva di
stringergli il dito mignolo io gli torcevo tutta la mano. Eppoi
gli uomini della razza Pintor, lei lo sa... donna Ester... sono
superbi...
Se mio nipote arriver, Efix, io gli dir come all'ospite:
siediti, sei come in casa tua. Ma egli capir che qui lui 
ospite...
Allora Efix si alz, scuotendosi dalle brache la segatura del
piuolo. Tutto andava bene, eppure un senso di inquietudine lo
agitava: aveva da dire ancora una cosa ma non osava.
Segu passo passo la donna, si tolse la berretta per piantar con
pi forza il piuolo, attese di nuovo pazientemente finch donna
Ester torn per attinger acqua.
Dia! Dia a me, disse togliendole di mano la secchia, e mentre
tirava su l'acqua guardava dentro il pozzo, per non guardare in
viso la padrona, poich si vergognava di chiederle i denari che
ella gli doveva.
Donna Ester, non vedo pi i fasci di canne. Le ha poi vendute?
S, le ho vendute in parte a un Nuorese, in parte le ho adoperate
per accomodare il tetto, e cos ho pagato anche il muratore. Sai
che l'ultimo giorno di quaresima il vento port via le tegole.
Egli non insist dunque. Ci son tanti modi di aggiustar le cose,
senza mortificar la gente a cui si vuol bene! And quindi da
Kallina l'usuraia, fermandosi a salutare la nonna del ragazzo
rimasto a guardia del poderetto. Alta e scarna, col viso egizio
inquadrato dal fazzoletto nero con le cocche ripiegate alla
sommit del capo, la vecchia filava seduta sullo scalino della sua
catapecchia di pietre nerastre. Una fila di coralli le circondava
il lungo collo giallo rugoso, due pendenti d'oro tremolavano alle
sue orecchie come gocce luminose che non si decidevano a
staccarsi. Pareva che invecchiando ella avesse dimenticato di
togliersi quei gioielli di giovinetta.
Ave Maria, zia Pottoi; come ve la passate? Il ragazzo  rimasto
lass, ma stasera sar di ritorno.
Ella lo fissava coi suoi occhi vitrei.
Ah, sei Efix? Dio ti aiuti. Ebbene, la lettera di chi era? Di don
Giacintino? Se egli arriva accoglietelo bene. Dopo tutto torna a
casa sua. E' l'anima di don Zame, perch le anime dei vecchi
rivivono nei giovani. Vedi Grixenda mia nipote! E' nata sedici
anni fa, per la festa del Cristo, mentre la madre moriva. Ebbene,
guardala: non  sua madre rinata? Eccola...
Ecco infatti Grixenda che torna su dal fiume con un cestino di
panni sul capo, alta, le sottane sollevate sulle gambe lucide e
dritte di cerbiatta. E di cerbiatta aveva anche gli occhi lunghi,
umidi nel viso pallido di medaglia antica: un nastro rosso le
attraversava il petto, da un lembo all'altro del corsettino aperto
sulla camicia, sostenendole il seno acerbo.
Zio Efix!, grid carezzevole e crudele, mettendogli il cestino
sul capo e frugandogli le saccocce.
Anima mia bella! Sempre penso a voi, e voi non avete nulla da
darmi... Neanche una mandorla!
Efix lasciava fare, rallegrato dalla grazia di lei. Ma la vecchia,
col viso immobile e gli occhi vitrei, disse con dolcezza:
Don Zame bonanima ritorna.
Allora Grixenda s'irrigid, e il suo bel viso e i suoi begli occhi
rassomigliavano vagamente a quelli della nonna.
Ritorna?
Lasciate queste storie!, disse Efix deponendo il cestino ai
piedi della fanciulla, ma ella ascoltava come incantata le parole
della nonna, e anche lui discendendo la strada credeva di rivedere
il passato in ogni angolo di muro. Ecco, laggi, seduto sulla
panchina di pietra addossata alla casa grigia del Milese un grosso
uomo vestito di velluto la cui tinta marrone fa spiccare meglio il
colore del viso rosso e della barba nera.
Non  don Zame? Come lui sporge il petto, coi pollici nei taschini
del corpetto, le altre dita rosse intrecciate alla catena d'oro
dell'orologio. Egli sta l tutto il giorno a guardare i passanti e
a beffarsi di loro: molti cambiano strada per paura di lui, e
altrettanto fa Efix per raggiungere non visto la casa
dell'usuraia.
Una siepe di fichi d'India recingeva come una muraglia pesante il
cortile di zia Kallina: anche lei filava, piccola, con le
scarpette ricamate, senza calze, col visetto bianco e gli occhi
dorati di uccello da preda lucidi all'ombra del fazzoletto
ripiegato sul capo.
Efix, fratello caro! Come stai? E le tue padroncine? E questa
visita? Siedi, siedi, indugiati.
Galline sonnolente che si beccavano sotto le ali, gattini allegri
che correvano appresso ad alcuni porcellini rosei, colombi bianchi
e azzurrognoli, un asino legato a un piuolo e le rondini per aria
davano al recinto l'aspetto dell'arca di No: la casetta sorgeva
sullo sfondo della vecchia casa riattata del Milese, alta,
quest'ultima, col tetto nuovo, ma qua e l scrostata e come
graffiata dal tempo indispettito contro chi voleva togliergli la
sua preda.
Il podere?, disse Efix appoggiandosi al muro accanto alla donna.
Va bene. Quest'anno avremo pi mandorle che foglie. Cos ti
pagher tutto, Kall! Non stare in pensiero...
Ella aggrott le sopracciglia nude, seguendo con gli occhi il filo
del suo fuso.
Non ci pensavo neanche, vedi! Tutti fossero come te, e i sette
scudi che tu mi devi fossero cento!
Saetta che ti sfiori!, pensava Efix. M'hai dato quattro scudi,
a Natale, e ora son gi sette!
Ebbene, Kall, aggiunse a bassa voce, curvando la testa come
parlasse ai porcellini che gli fiutavano con insistenza i piedi.
Kall, dammi un altro scudo! Cos fan otto, e a luglio, come 
vero il sole, ti restituir fino all'ultimo centesimo...
L'usuraia non rispose; ma lo guard a lungo da capo a piedi e tese
il pugno verso di lui facendo le fiche.
Efix sobbalz e le afferr il polso, mentre i porcellini
scappavano seguiti dai gattini e a tanto subbuglio le galline
starnazzavano.
Kall, saetta che ti sfiori, se non ci fossero gli uomini come
me, tu invece di praticar l'usura andresti a pescar
sanguisughe...
Meglio pescar sanguisughe che farsi succhiare il sangue come te,
malaugurato! S, Maccabeo, te lo do lo scudo; dieci e cento te ne
do, se li vuoi, come li do a gente pi ragguardevole di te, alle
tue padroncine, ai nobili e ai parenti dei Baroni, ma le fiche te
le far sempre finch sarai uno stupido, cio fino alla tua
morte... Te li dar...
E and a prendere cinque lire d'argento.
Efix se ne and, con la moneta nel pugno, seguito dai saluti
ironici della donna.
Di' alle tue padroncine che si conservino bene.
Ma egli era deciso a sopportare ogni pena pur di far bella figura
all'arrivo di don Giacintino. Voleva comprarsi una berretta nuova
per riceverlo, e scese quindi alla bottega del Milese,
rassegnandosi anche a salutare l'uomo seduto sulla panchina. Era
don Predu, il parente ricco delle sue padroncine.
Don Predu rispose con un cenno sprezzante del capo, da sotto in
su, ma non sdegn di tender l'orecchio per sentire cosa il servo
comprava.
Dammi una berretta, Antoni Franz, ma che sia lunga e che non sia
tarlata...
Non l'ho presa in casa delle tue padrone, rispose il Milese che
aveva la lingua lunga. E fuori don Predu raschi in segno di
approvazione, mentre il negoziante si arrampicava su una scaletta
a piuoli.
Tutto invecchia e tutto pu rinnovarsi, come l'anno, replic
Efix, seguendo con gli occhi la figura smilza del Milese ancora
vestito con la lunga sopravveste di pelli del suo paese.
La botteguccia era piccola ma piena zeppa come un uovo: sulle
scansie rosseggiavano le pezze dello scarlatto e accanto brillava
il verde delle bottiglie di menta; i sacchi di farina sporgevano
le loro pance bianche contro le gobbe nere delle botti d'aringhe,
e nella piccola vetrina le donne nude delle cartoline illustrate
sorridevano ai vasi di confetti stantii ed ai rotoli di nastri
scoloriti.
Mentre il Milese traeva da una scatola le lunghe berrette di panno
nero, ed Efix ne misurava con la mano aperta la circonferenza,
qualcuno apri la porticina che dava sul cortile; e nello sfondo
inghirlandato di viti apparve, seduta su una lunga scranna, una
donna imponente che filava placida come una regina antica.
Ecco mia suocera: domanda a lei se queste berrette non costano a
me nove <I>pezzas</I>, disse il Milese, mentre Efix se ne
misurava una tirandone gi sulla fronte il cerchio e ripiegandone
la punta alla sommit della testa. Hai scelto la migliore; non
sei semplice come dicono! Non vedi che  una berretta da sposo?
E' stretta.
Perch  nuova, figlio di Dio, prendila. Nove <I>pezzas</I> (2):
 come che sia buttata nella strada.
Efix se la tolse e la lisci, pensieroso; finalmente mise sul
banco la moneta dell'usuraia.
Don Predu sporgeva il viso dalla porta, e il fatto che Efix
comprava una berretta cos di lusso richiam anche l'attenzione
della suocera del Milese. Ella chiam il servo con un cenno del
capo, e gli domand con solennit come stavan le sue padrone. Dopo
tutto erano donne nobili e meritavano il rispetto delle persone
per bene: solo i giramondo arricchiti, come il Milese suo genero,
potevano mancar loro di rispetto.
Salutale tanto e di' a donna Ruth che presto andr a farle una
visita. Siamo sempre state buone amiche, con donna Ruth, sebbene
io non sia nobile.
Voi avete la nobilt nell'anima, rispose galantemente Efix, ma
ella rote lieve il fuso come per dire lasciamo andare!.
Anche mio fratello il Rettore ha molta stima per le tue padrone.
Egli mi domanda sempre: "quando si va ancora assieme con le dame
alla festa del Rimedio?".
S, ella prosegu con accento di nostalgia, da giovani si
andava tutti assieme alla festa: ci si divertiva con niente.
Adesso la gente pare abbia vergogna a ridere.
Efix piegava accuratamente la sua berretta.
Dio volendo quest'anno le mie padrone andranno alla festa... per
pregare, non per divertirsi...
Questo mi fa piacere. E dimmi una cosa, se  lecito:  vero che
viene il figlio di Lia? Lo dicevano stamattina l in bottega. 
Siccome il Milese s'era avvicinato alla porta e rideva per qualche
cosa che don Predu gli diceva sottovoce, Efix esclam con dignit:
E' vero! Io sto qui appunto in paese perch devo comprare un
cavallo per lui.
Un cavallo di canna?, domand allora don Predu, ridendo
goffamente. Ah, ecco perch ti ho visto uscire dalla tana di
Kallina.
A lei che importa? A lei non abbiamo domandato mai niente!
Sfido, babbeo! Non vi darei mai niente! Un buon consiglio per,
s! Lasciate quel ragazzo dov'!
Ma Efix era uscito dalla bottega a testa alta, con la berretta
sotto il braccio, e si allontanava senza rispondere.


Capitolo terzo.

Invano per nei giorni seguenti e per intere settimane le dame
Pintor aspettarono il nipote.
Donna Ester fece il pane apposta, un pane bianco e sottile come
ostia, quale si fa solo per le feste, e di nascosto dalle sorelle
compr anche un cestino di biscotti. Dopo tutto era un ospite, che
arrivava, e l'ospitalit  sacra. Donna Ruth a sua volta sognava
ogni notte l'arrivo del nipote, e ogni giorno verso le tre, ora
dell'arrivo della diligenza, spiava dal portone. Ma l'ora passava
e tutto restava immoto intorno.
Ai primi di maggio donna Noemi rimase sola in casa perch le
sorelle andarono alla festa di Nostra Signora del Rimedio, come
usavano tutti gli anni, da tempo immemorabile, per penitenza, -
dicevano - ma anche un poco per divertimento.
Noemi non amava n l'una n l'altro, eppure, mentre sedeva
all'ombra calda della casa, in quel lungo pomeriggio luminoso,
seguiva col pensiero nostalgico il viaggio delle sorelle. Rivedeva
la chiesetta grigia e rotonda simile a un gran nido capovolto in
mezzo all'erba del vasto cortile, la cinta di capanne in muratura
entro cui si pigiava tutto un popolo variopinto e pittoresco come
una trib di zingari, il rozzo belvedere a colonne, sopra la
capanna destinata al prete, e lo sfondo azzurro, gli alberi
mormoranti, il mare che luccicava laggi fra le dune argentee.
Pensando a queste dolci cose, Noemi sentiva voglia di piangere, ma
si morsicava le labbra, vergognosa davanti a se stessa della sua
debolezza.
Tutti gli anni la primavera le dava questo senso d'inquietudine: i
sogni della vita rifiorivano in lei, come le rose fra le pietre
dell'antico cimitero; ma ella capiva che era un periodo di crisi,
un po' di debolezza destinata a cessare coi primi calori estivi, e
lasciava che la sua fantasia viaggiasse, spinta dalla stessa calma
sonnolenta che stagnava attorno, sul cortile rosso di papaveri,
sul Monte ombreggiato dal passaggio di qualche nuvola, sull'intero
villaggio met dei cui abitanti era alla festa.
Eccola dunque col pensiero laggi.
Le par d'essere ancora fanciulla, arrampicata sul belvedere del
prete, in una sera di maggio. Una grande luna di rame sorge dal
mare, e tutto il mondo pare d'oro e di perla. La fisarmonica
riempie coi suoi gridi lamentosi il cortile illuminato da un fuoco
d'alaterni il cui chiarore rossastro fa spiccare sul grigio del
muro la figura svelta e bruna del suonatore, i visi violacei delle
donne e dei ragazzi che ballano il ballo sardo. Le ombre si
muovono fantastiche sull'erba calpestata e sui muri della chiesa;
brillano i bottoni d'oro, i galloni argentei dei costumi, i tasti
della fisarmonica: il resto si perde nella penombra perlacea della
notte lunare. Noemi ricordava di non aver mai preso parte diretta
alla festa, mentre le sorelle maggiori ridevano e si divertivano,
e Lia accovacciata come una lepre in un angolo erboso del cortile
forse fin da quel tempo meditava la fuga.
La festa durava nove giorni di cui gli ultimi tre diventavano un
ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti: Noemi stava
sempre sul belvedere, tra gli avanzi del banchetto; intorno a lei
scintillavano le bottiglie vuote, i piatti rotti, qualche mela
d'un verde ghiacciato, un vassoio e un cucchiaino dimenticati;
anche le stelle oscillavano sopra il cortile come scosse dal ritmo
della danza. No, ella non ballava, non rideva, ma le bastava veder
la gente a divertirsi perch sperava di poter anche lei prender
parte alla festa della vita.
Ma gli anni eran passati e la festa della vita s'era svolta
lontana dal paesetto, e per poterne prender parte sua sorella Lia
era fuggita da casa...
Lei, Noemi, era rimasta sul balcone cadente della vecchia dimora
come un tempo sul belvedere del prete.

Verso il tramonto qualcuno batt al portone ch'ella teneva sempre
chiuso.
Era la vecchia Pottoi che veniva per domandarle se occorrevano i
suoi servizi; bench Noemi non la invitasse a restare sedette per
terra, con le spalle al muro, sciogliendosi il fazzoletto sul
collo ingemmato, e cominci a parlare con nostalgia della festa.
Tutti son laggi; anche i miei nipotini, Nostra Signora li aiuti.
Ah, tutti son laggi e han fresco, perch vedono il mare...
E perch non siete andata anche voi?
E la casa, missignoria? Per quanto povera, una casa non deve
esser mai abbandonata del tutto: altrimenti ci si installa il
folletto. I vecchi rimangono, i giovani vanno!
Sospir, curvando il viso per guardarsi e aggiustarsi i coralli
sul petto, e raccont di quando anche lei andava alla festa con
suo marito, sua figlia, le buone vicine. Poi sollev gli occhi e
guard verso l'antico cimitero.
Di questi giorni mi par di rivedere tutti i morti risuscitati.
Tutti andavano a divertirsi, laggi. Mi sembra di rivedere la
madre di vossignoria, donna Maria Cristina, seduta sulla panca
all'angolo del grande cortile. Sembrava una regina, con la gonna
gialla e lo scialle nero ricamato. E le donne di tanti paesi le
stavano sedute intorno come serve... Essa mi diceva: Pottoi,
vieni, assaggia questo caff; cosa ti pare,  buono? - S, cos
umile era. Ah, per questo non amo neppure tornare laggi; mi pare
che ci ho lasciato qualche cosa e che non la ritroverei pi...
Noemi assent vivacemente, con la testa reclinata sul lavoro; la
voce della vecchia le sembrava l'eco del suo passato.
E don Zame, missignoria? Era l'anima della festa. Gridava,
spesso, sembrava la burrasca, ma in fondo era buono. L'arcobaleno
c' sempre, dietro la tempesta. Ah, s, proprio in questi giorni,
quando sto seduta gi a filare, mi sembra di sentire un passo di
cavallo... Eccolo,  lui che va alla festa, sul suo cavallo nero,
con le bisacce piene... Passa e mi saluta: Pottoi, vieni in
groppa? Su, mala fata!
Ella rifaceva commossa la voce del nobile morto; poi, a un tratto,
seguendo i suoi pensieri, domand:
E questo don Giacintino non arriva pi?.
Noemi s'irrigid, perch non permetteva a nessuno di immischiarsi
nei fatti di casa sua.
Se verr ch'egli sia il benvenuto, rispose fredda; ma andata via
la vecchia riprese il filo dei suoi pensieri. Riviveva talmente
nel passato che il presente non la interessava quasi pi.
A misura che l'ombra calda della casa copriva il cortile e l'odore
dell'euforbia arrivava dalla pianura, ricordava pi intensamente
la fuga di Lia. Ecco,  un tramonto come questo: il Monte bianco e
verde incombe sulla casa, il cielo  tutto d'oro. Lia sta su nelle
camere di sopra e vi si aggira silenziosa; s'affaccia al balcone,
pallida, vestita di nero, coi capelli scuri che par riflettano un
po' l'azzurro dorato del cielo; guarda laggi verso il castello,
poi d'improvviso solleva le palpebre pesanti e si scuote tutta
agitando le braccia. Pare una rondine che sta per spiccare il
volo. Scende, va al pozzo, innaffia i fiori, e mentre il profumo
dolce della violacciocca si mesce all'odore acre dell'euforbia, le
prime stelle salgono sopra il Monte.
Lia va a sedersi sull'alto della scala, con la mano sulla corda,
gli occhi fissi nella penombra.
Noemi la ricordava sempre cos, come l'aveva veduta l'ultima volta
passandole accanto per andare a letto. Dormivano assieme nello
stesso letto, ma quella sera ella l'aveva attesa invano. S'era
addormentata aspettandola e ancora l'aspettava...
Il resto le si confondeva nella memoria: ore e giorni d'ansia e di
terrore misterioso come quando si ha la febbre alta... Rivedeva
solo il viso livido e contratto di Efix che si curvava a guardare
per terra quasi cercasse un oggetto smarrito.
Padrone mie, zitte, zitte!, mormorava, ma egli stesso era poi
corso per il paese domandando a tutti se avevano veduto Lia; e si
curvava a guardare entro i pozzi, e spiava le lontananze.
Poi era tornato don Zame...
A questo ricordo un fragore di tempesta echeggiava nella memoria
di Noemi; ogni volta ella sentiva il bisogno di muoversi, come per
rompere un incubo.
S'alz dunque e sal nella sua camera, la stessa ove un tempo
dormiva con Lia: lo stesso letto di ferro arrugginito a foglie
d'oro stinte, a grappoli d'uva di cui solo qualche acino
conservava come nei grappoli veri acerbi un po' di rosso e di
violetto: le stesse pareti imbiancate con la calce, i quadretti
con cornici nere, con antiche stampe di cui nessuno in casa
conosceva il valore: lo stesso armadio tarlato, sopra la cui
cornice arance e limoni in fila luccicavano al tramonto come pomi
d'oro.
Noemi apr l'armadio per rimettere il lavoro, e il cardine
stridette nel silenzio come una corda di violino, mentre il sole
gi senza raggi gettava un chiarore roseo sulla biancheria
disposta sulle assi rivestite di carta turchina.
Tutto era in ordine l dentro: in alto alcune trapunte logore,
tappeti di seta, coperte di lana che il lungo uso aveva ingiallito
come lo zafferano: pi gi la biancheria odorosa di mele cotogne,
e canestrini di asfodelo e di giunchi sul cui sfondo giallino si
disegnavano in nero i vasi, i pesci, gl'idoletti dell'arte sarda
primitiva.
Noemi rimise il suo lavoro entro uno di questi canestrini, e ne
sollev un altro: sotto c'era un plico di carte, le carte di
famiglia, gli stromenti, i legati, gli atti di una lite, stretti
forte da un nastrino giallo contro il malocchio. Il nastrino
giallo che non aveva impedito alle terre di passare in altre mani
e alla lite di esser vinta dagli avversari, legava alle carte
morte una lettera che Noemi, ogni volta che sollevava il
panierino, guardava come si guarda dalla riva del mare il cadavere
di un naufrago respinto lentamente dall'onda.
Era la lettera di Lia dopo la fuga.
Quel giorno Noemi aveva come il male del ricordo: la lontananza
delle sorelle e un'istintiva paura della solitudine la
riconducevano al passato. Lo stesso chiarore aranciato del
crepuscolo, il Monte coperto di veli violetti, l'odore della sera,
tutto le ridestava l'anima di vent'anni prima. Silenziosa, nera
nel chiarore tra la finestruola e l'armadio, sembrava essa stessa
una figura del passato, salita su dall'antico cimitero per
visitare la casa abbandonata. Rimise in ordine le trapunte e i
cestini; chiuse, riapr: l'armadio strideva e pareva la sola cosa
viva della casa.
Finalmente si decise e strapp la lettera dal fascio di carte; era
ancora bianca, entro la busta bianca; sembrava scritta ieri e che
nessuno ancora l'avesse letta.
Noemi sedette sul letto, ma aveva appena svolto il foglio e messo
una mano sul pomo d'ottone che qualcuno picchi, gi: prima un
colpo, poi tre, poi incessantemente.
Ella sollev la testa, guardando verso il cortile con occhi
spaventati.
Il postino non pu essere:  gi passato...
I colpi echeggiavano nel cortile silenzioso: cos picchiava suo
padre quando tardavano ad aprirgli...
Abbandon la lettera e corse gi, ma arrivata al portone si ferm
ad ascoltare: il cuore le batteva come se i colpi arrivassero al
petto.
Signore! Signore! Non pu esser lui...
Finalmente domand un po' aspra:
Chi ?.
Amici, rispose una voce straniera.
Ma Noemi non riusciva ad aprire, tanto le tremavano le mani.

Un uomo giovane che pareva un operaio, alto e pallido, vestito di
verde, con le scarpe gialle polverose e i piccoli baffi in colore
delle scarpe, stava davanti al portone appoggiato a una
bicicletta. Appena vide Noemi si tolse il berretto che lasciava
l'impronta sui folti capelli dorati, e le sorrise mostrando i bei
denti fra le labbra carnose.
Ella lo riconobbe subito agli occhi, occhi grandi a mandorla, d'un
azzurro verdognolo; erano ben gli occhi dei Pintor, ma il suo
turbamento aument quando lo straniero balzato sugli scalini del
portone la strinse forte fra le sue braccia dure.
Zia Ester! Sono io... E le zie?
Sono Noemi..., ella disse un poco umiliata: ma tosto s'irrigid.
Non ti aspettavamo. Ester e Ruth sono alla festa...
C' una festa?, egli disse tirando su la bicicletta a cui era
legata una valigia polverosa. Ah, s, ricordo: la festa del
Rimedio. Ah, ecco...
Gli sembrava di riconoscere il luogo dov'era. Ecco il portico
tante volte ricordato da sua madre: egli vi spinse la bicicletta e
cominci a slegare la valigia battendovi su un fazzoletto per
togliere la polvere.
Noemi pensava:
Bisogna chiamare zia Pottoi, bisogna mandar da Efix... Come far,
sola? Ah, esse lo sapevano che doveva arrivare, e mi han lasciata
sola....
L'abbraccio di quell'uomo sconosciuto, arrivato non si sa da dove,
dalle vie del mondo, le destava una vaga paura; ma ella sapeva
bene i doveri dell'ospitalit e non poteva trascurarli.
Entra. Vuoi lavarti? Porteremo poi su la valigia: chiamer una
donna che ci fa i servizi... Adesso son sola in casa... e non ti
aspettavo...
Cercava di nascondere la loro miseria; ma pareva ch'egli
conoscesse anche questa, perch senza attender d'esser servito,
dopo aver portato la valigia nella camera che zia Ester aveva gi
preparato per lui - l'antica camera per gli ospiti, in fondo al
balcone - ridiscese disinvolto e and a lavarsi al pozzo come il
servo.
Noemi lo seguiva con l'asciugamano sul braccio.
S, da Terranova, son venuto. Che strada! Si vola! S, devo esser
passato davanti alla chiesa, ma non mi sono accorto della festa.
S, il paese sembra deserto:  molto decaduto, s...
Rispondeva s a tutte le domande di Noemi, ma pareva molto
distratto.
Perch non ho scritto? Dopo la lettera di zia Ester stavo
incerto. Poi sono stato anche malato e... non sapevo... A dirvi la
verit mi son deciso avantieri; c'era un amico che partiva.
Allora, ieri, visto che il mare era calmo, sono partito...
Asciugandosi, si dirigeva verso la cucina. Noemi lo seguiva.
Ester gli ha scritto! E lui  partito, cos, come alla festa!
Egli sedette sull'antica panca, di faccia al Monte che gettava la
sua ombra violetta nella cucina, accavalc le lunghe gambe,
incroci sul petto le lunghe braccia palpandosele con le mani
bianche. Noemi osserv che le calze di lui erano verdi, un colore
strano davvero per calze da uomo, e accese il fuoco ripetendo fra
se:
Ah, Ester gli ha scritto di nascosto? Che se lo curi lei,
adesso!.
E provava un vago timore a voltarsi, a guardare quella figura
d'uomo un po' tutta strana, verde e gialla, immobile sulla panca
dalla quale pareva non dovesse alzarsi pi.
Ma egli ricominci a parlare del viaggio, della strada solitaria,
e domand quanto s'impiegava per arrivare a Nuoro. Voleva recarsi
a Nuoro: c'era lass l'amministratore di un molino a vapore, amico
di suo padre, che gli aveva promesso un posto.
Noemi si sollev sorridente.
Quanto ci vuole? Non so dirtelo, quanto ci vuole in bicicletta.
Poche ore. Io sono stata a Nuoro molti anni fa, a cavallo. La
strada  bella, e la citt  bella, s; l'aria  buona, la gente 
buona. L non ci sono febbri, come qui, e tutti possono lavorare e
guadagnare. Tutti i forestieri son diventati ricchi, lass,
mentre, qui, pare d'essere in luogo di morti...
S, s,  vero!
Ella and a prender le uova per fare una frittata.
Vedi, qui non c' neanche carne, tutti i giorni; di vino non se
ne trova pi... E questo amministratore del molino, come si
chiama? Tu lo conosci?
No, egli non lo conosceva, ma era certo che andando a Nuoro
avrebbe ottenuto il posto.
Noemi sorrideva con rancore e con ironia, curva a punger la
frittata: si fa presto a dire che si trova un posto! C' tanta
gente in cerca di posti!
Ma tu hai lasciato quello che avevi?, domand in fretta senza
sollevar gli occhi.
Giacinto non rispose subito; pareva molto preoccupato per l'esito
della frittata che ella rivoltava cautamente.
Alcune gocce di olio caddero sulle brace, inondando la cucina di
fumo grasso; poi la padella riprese a friggere tranquilla e
Giacinto disse:
Era una cosa tanto meschina! E neppur sicura... Con tanta
responsabilit!....
Non disse altro, e Noemi non domand altro. La speranza ch'egli se
ne andasse presto a Nuoro la rendeva buona e paziente. Apparecchi
la tavola nell'attigua camera da pranzo abbandonata e umida come
una cantina, e cominci a servirlo scusandosi di non potergli
offrire altro.
In questo paese bisogna contentarsi...
Giacinto schiacciava le noci con le sue forti mani, tendendo
l'orecchio al tintinnio delle greggi che passavano dietro la casa.
Era quasi notte; il Monte era diventato scuro e l dentro in
quell'umida stanza dalle pareti macchiate di verde pareva d'essere
in una grotta, lontani dal mondo. Le descrizioni che Noemi faceva
della festa lo suggestionavano. Egli la guardava, un po' stanco e
assonnato, e quella figura nera sullo sfondo ancora lucido del
finestrino, coi capelli folti e le mani piccole appoggiate al
tavolo melanconico, doveva ricordargli i racconti nostalgici di
sua madre, perch cominci a domandar notizie di persone del paese
che erano morte o di cui Noemi non s'interessava affatto.
Zio Pietro? Com' questo zio Pietro? E' il pi ricco, vero?
Quanto pu possedere?
E' ricco, s, certo: ma  una testa! Superbo come un giudeo.
Egli d denari a usura?
Noemi arross, perch sebbene le relazioni col cugino fossero
tese, le sembrava un'ingiuria personale dare dell'usuraio a un
nobile Pintor.
Chi te lo ha detto, questo? Ah, non dirlo neanche per scherzo...
Il Rettore e la sorella, per, sono usurai davvero. Sono ricchi?
Quanto posseggono?
Neanche loro, che dici? Forse forse il Milese, ma un'usura
giusta: il trenta per cento, non di pi...
E' questa un'usura giusta? Ah, com' allora l'altra?
Allora Noemi si curv sul tavolo e mormor:
Anche il mille per cento... E anche di pi, qualche volta.
Ma invece di meravigliarsi, Giacinto si vers da bere e disse
pensieroso:
S, anche da noi l'usura e diventata enorme... Il nipote del
cardinale Rampolla si  rovinato cos!....
Dopo cena volle uscire. Domand dov'era la posta, e Noemi lo
condusse fino alla strada, indicandogli la piazzetta in fondo
verso la casa del Milese.
Appena egli si fu allontanato, ella si guard attorno e scese fino
alla casupola della vecchia Pottoi. La porticina era aperta, ma
dentro tutto era nero, e solo ai richiami timidi di Noemi la
vecchia s'avanz dalla profondit scura della stamberga con un
tizzone acceso in mano. Il barlume rossastro faceva scintillare i
suoi gioielli.
Zia Pottoi, sono io: bisogna che mandiate subito qualcuno a
chiamare Efix. E' arrivato Giacinto. E poi voi verrete a dormire
con me. Ho paura a star sola... con un forestiero...
Andr a chiamare qualcuno per mandarlo al podere. Ma io dalla
vossignoria non vengo, no: la casa non la lascio in bala del
folletto...
E perch durante la sua assenza il folletto non entrasse, lasci
il tizzone acceso sulla soglia della porta.


Capitolo Quarto.

Un gran fuoco di lentischi, come lo aveva veduto Noemi fanciulla,
ardeva nel cortile di Nostra Signora del Rimedio, illuminando i
muri nerastri del Santuario e le capanne attorno.
Un ragazzo suonava la fisarmonica, ma la gente, ch'era appena
uscita dalla novena e preparava la cena o gi mangiava entro le
capanne, non si decideva a cominciare il ballo.
Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le
prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l'occidente
rosseggiava spegnendosi a poco a poco.
Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note
della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano
lontane.
Qua e l davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava
la figura nera di qualche donna intenta a cucinare.
Gli uomini, venuti alla vigilia per portare le masserizie, eran
gi ripartiti coi loro carri e i loro cavalli: rimanevano le
donne, i vecchi, i bambini e qualche adolescente, e tutti, sebbene
convinti d'esser l per far penitenza, cercavano di divertirsi nel
miglior modo possibile.
Le dame Pintor avevano a loro disposizione due capanne fra le pi
antiche (tutti gli anni ne venivan fabbricate di nuove) dette
appunto <I>sas muristenes de sas damas</I>, perch divenute quasi
di loro propriet in seguito a regali e donazioni fatte alla
chiesa dalle loro ave fin dal tempo in cui gli arcivescovi di Pisa
nelle loro visite pastorali alle diocesi sarde sbarcavano nel
porto pi vicino e celebravano messe nel Santuario.
Ecco ancora, fra una capanna e l'altra, all'angolo del cortile, il
sedile di pietra addossato al muro ove zia Pottoi aveva veduto
donna Maria Cristina corteggiata come una Barona da tutte le
vassalle che si recavano in pellegrinaggio alla chiesa.
Adesso donna Ester e donna Ruth sedevano umili e nere come due
monache col fazzoletto bianco in testa e le mani sotto il
grembiale, pensando a Noemi lontana, a Giacinto lontano.
La loro cena era stata frugale: una zuppa di latte che non
gonfiava lo stomaco e lasciava il pensiero lucido e puro come quel
gran cielo di primavera. Eppure, di tanto in tanto, donna Ester
aveva come un brivido di rimorso, un pensiero segreto quasi
colpevole. Giacintino... la lettera scritta di nascosto... Accanto
a loro, seduta per terra con le spalle al muro e le braccia
intorno alle ginocchia, Grixenda rideva guardando il ragazzo che
suonava la fisarmonica. Nella capanna attigua le parenti con cui
ella era venuta alla festa cenavano sedute per terra attorno ad
una <I>bertula</I> (3) stesa come tovaglia, e mentre una di esse
cullava un bambino che s'addormentava agitando le manine molli,
l'altra chiamava la fanciulla.
Grixenda, fiore, vieni, prendi almeno un pezzo di focaccia! Cosa
dir tua nonna? Che t'abbiamo lasciato morir di fame?
Grixenda, non senti che ti chiamano? Obbedisci, disse donna
Ester.
Ah, donna Ester mia! Non ho fame... che di ballare!
Zuannant! Vieni a mangiare! Non vedi che il tuo suono  come il
vento? Fa scappar la gente.
Aspetta che le otri siano piene e vedrai!, disse l'usuraia,
uscendo sulla porticina a destra delle dame Pintor e pulendosi i
denti con l'unghia.
Anche lei aveva finito di cenare e per non perder tempo si mise a
filare al chiarore del fuoco.
Allora fra lei, le dame, la ragazza e le donne dentro cominci la
solita conversazione: come al paese durante tutto l'anno parlavano
della festa, ora alla festa parlavano del paese.
Io non so come avete fatto a lasciar la casa sola, comare Kall;
come?, disse una ragazza alta che portava sotto il grembiale un
vaso di latte cagliato, dono del prete alle dame Pintor.
Natlia, cuoricino mio! Io non ho lasciato in casa i tesori che
ha lasciato in casa il tuo padrone il Rettore!
<I>Corfu 'e mazza a conca!</I> (4) E allora datemi la chiave.
Vado e frugo, in casa vostra, eppoi scappo nelle grandi citt!
Tu credi che nelle grandi citt si stia bene?, domand donna
Ruth con voce grave, e donna Ester che aveva vuotato il vaso del
latte e lo restituiva a Natlia con dentro mezza <I>pezza</I> di
mancia, si fece il segno della croce:
<I>Libera nos Domine</I>.
Entrambe pensavano alla stessa cosa, alla fuga di Lia, all'arrivo
di Giacinto, e con sorpresa sentirono Grixenda mormorare:
Ma se quelli che stanno nelle grandi citt vogliono venir qui!.
La gente cominciava ad uscir nel cortile; sulle porticine
apparivan le donne che si pulivan la bocca col grembiale e poi
rincorrevano i bambini per prenderli e metterli a dormire.
Una delle parenti di Grixenda and dal suonatore di fisarmonica e
gli porse una focaccia piegata in quattro.
E mangia, gioiello! Cosa dira tua nonna? Che non ti do da
mangiare?
Il ragazzo sporse il viso, strapp un boccone dalla focaccia e
continu a suonare.
Ma nessuno si decideva a cominciare il ballo tanto che Grixenda e
Natlia, irritate per l'indifferenza delle donne, dissero qualche
insolenza.
Si sa! Se non ci sono maschi non vi divertite!
Ci fosse almeno Efix il servo di donna Ruth. Anche quello vi
basterebbe!
E' vecchio come le pietre! Che me ne faccio di Efix? Meglio ballo
con un ramo di lentischio!
Ma d'un tratto il cane del prete, dopo aver abbaiato sul
belvedere, corse gi urlando fuori del cortile e le donne smisero
d'insolentirsi per andare a vedere. Due uomini salivano dallo
stradone, e mentre uno stava seduto su un piccolo cammello,
l'altro si piegava su una grande cavalletta le cui ali parevano
mandassero gi e su i lunghi piedi del cavaliere. Il chiarore del
fuoco, a misura che i due salivano, illuminava per le loro figure
misteriose; e la prima era quella di Efix su un cavallo gobbo di
bisacce e di guanciali, e l'altra quella di uno straniero la cui
bicicletta scintill rossa attraversando di volo il cortile.
Grixenda balz in piedi appoggiandosi al muro tanto era turbata;
anche la fisarmonica cess di suonare.
Donna Ester mia! Suo nipote.
Le dame s'alzarono tremando e donna Ester parl con una vocina che
pareva il belato d'un capretto.
Giacintino!... Giacintino!... Nipote mio... Ma non  una visione?
Sei tu?...
Egli era smontato davanti a loro e si guardava attorno confuso:
sent le sue mani prese dalle mani secche della zia, e sullo
sfondo nero del muro vide il viso pallido e gli occhi di perla di
Grixenda.
Poi tutte le donne gli furono attorno, guardandolo, toccandolo,
interrogandolo: il calore dei loro corpi parve eccitarlo; sorrise,
gli sembr d'esser giunto in mezzo ad una numerosa famiglia, e
cominci ad abbracciare tutti. Qualche donna balz indietro,
qualche altra si mise a ridere sollevando il viso a guardarlo.
E' costume del tuo paese? Donna Ester, donna Ruth, ci ha
scambiato con loro! Ci crede tutte sue zie!
Efix intanto, tirati gi i guanciali, li port dentro la capanna
vuota passando di traverso per la stretta porticina. Grixenda lo
aiut a stenderli sul sedile in muratura, lungo la parete, e fu
lei a spazzar la celletta e a preparare il lettuccio, mentre
nell'altra capanna si udiva Giacintino rispondere rispettoso e
quasi timido alle domande delle zie.
Sissignora, da Terranova in bicicletta: cos' poi? Un volo! Con
una strada cos piana e solitaria si pu girare il mondo in un
giorno. S, la zia Noemi  rimasta, vedendomi: non mi aspettava
certo, e forse credeva che avessi sbagliato porta!
Ogni sua parola e il suo accento straniero colpivano Grixenda al
cuore. Ella non aveva ben distinto il viso del giovane arrivato da
terre lontane, ma aveva notato la sua alta statura e i capelli
folti dorati come il fuoco. E provava gi un senso di gelosia
perch Natlia, la serva del prete, s'era cacciata dentro la
capanna delle dame e parlava con lui.
Com'era sfacciata, Natlia! Per piacere allo straniero si beffava
persino delle capanne, che dopo tutto erano sacre perch abitate
dai fedeli e appartenenti alla chiesa.
Neanche a Roma ci son palazzi come questi! Guardi che cortine! Le
han messe i ragni, gratis, per amor di Dio.
E i topi non li conta? Se si sente grattare i piedi, stanotte,
non creda che sia io, don Giac!
Grixenda si morse le labbra e picchi sulla parete per far tacere
Natlia.
Ci sono anche gli spiriti. Li sente?
Oh,  una donna che picchia!, disse semplicemente donna Ruth.
Spiriti, topi e donne per me son la stessa cosa, rispose
Giacinto.
E Grixenda, di l, appoggiata alla parete di mezzo, si mise a
ridere forte. Ascoltava la voce del giovane come aveva poco prima
ascoltato il suono della fisarmonica e rideva per il piacere,
eppure in fondo sentiva voglia di piangere.

Del resto tutti erano felici, ma d'una felicit grave, nella vera
capanna delle dame.
Mi pare di sognare, diceva donna Ester, servendo da cenare al
nipote, mentre donna Ruth lo guardava fisso con occhi lucidi, ed
Efix traeva dalla bisaccia un bariletto di vino, e pur cos curvo
si volgeva a sorridere ai suoi padroni.
Giacinto mangiava, seduto sul sedile in muratura che serviva a pi
usi, da tavola e da letto: e credeva anche lui di sognare.
Dopo l'accoglienza fredda di Noemi s'era sentito ci che veramente
era, straniero in mezzo a gente diversa da lui; ma adesso vedeva
le zie servirlo premurose, il servo sorridergli come ad un
bambino, le fanciulle guardarlo tenere ed avide, - sentiva la
cantilena della fisarmonica, intravedeva le ombre danzanti al
chiaro del fuoco, e s'immaginava che la sua vita dovesse
trascorrere sempre cos, fantastica e lieta.
Adattarsi bisogna, disse Efix versandogli da bere.
Guarda tu l'acqua: perch dicono che  saggia? Perch prende la
forma del vaso ove la si versa.
Anche il vino, mi pare!
Anche il vino, s! Solo che il vino qualche volta spumeggia e
scappa; l'acqua no.
Anche l'acqua, se  messa sul fuoco a bollire, disse Natlia.
Allora Grixenda corse l dentro, prese per il braccio la serva e
la trascin via con s.
Lasciami! Che hai?
Perch manchi di rispetto allo straniero!
Grix! Ti ha morsicato la tarantola ch diventi matta?
S, e perci voglio ballare.
Gi alcune donne s'eran decise a riunirsi attorno al suonatore,
porgendosi la mano per cominciare il ballo. I bottoni dei loro
corsetti scintillavano al fuoco, le loro ombre s'incrociavano sul
terreno grigiastro. Lentamente si disposero in fila, con le mani
intrecciate, e sollevarono i piedi accennando i primi passi della
danza; ma erano rigide e incerte e pareva si sostenessero a
vicenda.
Si vede che manca il puntello! Manca l'uomo. Chiamate almeno
Efix!, grid Natlia, e siccome Grixenda la pizzicava al braccio
aggiunse: Ah, ti punga la vespa! Anche a lui vuoi che si usi
rispetto?.
Ma al grido Efix era apparso e si avanzava battendo i piedi in
cadenza e agitando le braccia come un vero ballerino. Cantava
accompagnandosi:

      <I>A sa festa... a sa festa so andatu</I> ...(5)

Arrivato accanto a Grixenda le prese il braccio, si un alla fila
delle danzatrici e parve davvero animare con la sua presenza il
ballo: i piedi delle donne si mossero pi agili, riunendosi,
strisciando, sollevandosi, i corpi si fecero pi molli, i visi
brillarono di gioia.
Ecco il puntello. Forza, coraggio!
E su! E su!
Un filo magico parve allacciare le donne dando loro un'eccitazione
composta e ardente. La fila si cominci a piegare, formando
lentamente un circolo: di tanto in tanto una donna s'avanzava,
staccava due mani unite, le intrecciava alle sue, accresceva la
ghirlanda nera e rossa dietro cui si muoveva la frangia delle
ombre. E i piedi si sollevavano sempre pi svelti, battendo gli
uni sugli altri, percuotendo la terra come per svegliarla dalla
sua immobilit.
E su! E su!
Anche la fisarmonica suonava pi lieta ed agile. Grida di gioia
echeggiarono, quasi selvagge, come per domandare al motivo del
ballo una intonazione pi animata e pi voluttuosa.
Uh! Uhiahi!
Tutti eran corsi a vedere, e l in fondo nell'angolo del cortile
Grixenda distinse i capelli dorati di Giacinto fra i due
fazzoletti bianchi delle zie.
Compare Efix, fate ballare il vostro figlioccio!, disse Natlia.
Quello  un puntello, s!
Mettilo accanto alla chiesa e ti sembrer il campanile.
E sta' zitta, Natlia, lingua di fuoco.
Parlano pi i tuoi occhi che la mia lingua, Grix.
Il fuoco ti mangi le palpebre!
E state zitte, donne, e ballate.

      <I>A sa festa... a sa festa so andatu</I>...

Uh! Uhiahi!...
Il grido tremolava come un nitrito, e le gambe delle donne,
disegnate dalle gonne scure, e i piedi corti emergenti
dall'ondulare dell'orlo rosso si movevan sempre pi agili scaldati
dal piacere del ballo.
Don Giacinto! Venga!
E su! E su!
E venga! E venga! 
Tutte le donne guardavano laggi sorridendo. I denti brillavano
agli angoli delle loro bocche.
Egli balz, quasi sfuggendo alla prigionia delle due vecchie dame;
arrivato per in mezzo al cortile si ferm incerto: allora il
circolo delle donne si riapr, si allung di nuovo in fila, and
incontro allo straniero come nei giuochi infantili, lo accerchi,
lo prese, si richiuse.
Messo in mezzo fra Grixenda e Natlia, alto, diverso da tutti,
egli parve la perla nell'anello della danza; e sentiva la piccola
mano di Grixenda abbandonarsi tremando un poco entro la sua,
mentre le dita dure e calde di Natlia s'intrecciavano forte alle
sue come fossero amanti.

Anche il prete usc dalla sua capanna, guard qua e l, placido e
rosso come un bambino ancora calvo, poi and a sedersi accanto
alle dame Pintor.
Bel ragazzo, suo nipote, donna Ruth!
Trasse la tabacchiera d'argento, la scosse, l'apr e la porse nel
cavo della mano prima a donna Ester, poi a donna Ruth, infine alla
stessa Kallina.
Bel ragazzo, donna Ester, ma mi raccomando, attenzione.
Sollev la sottana per rimettersi in tasca la tabacchiera e
ripieg e arrotol il suo fazzoletto turchino, sbattendosene le
cocche sul petto.
Donna Ester, attenzione. Del resto anche noi abbiamo ballato
quando avevamo ali ai piedi. E adesso che fa, vossignoria?
Donna Ester piangeva di gioia, ma finse di starnutire.
Sembra pepe il suo tabacco, prete Pask!

Il pi felice di tutti era Efix. Sdraiato su un mucchio d'erba, in
una delle <I>muristenes</I> vuote, gli pareva ancora di ballare e
di ammirare Giacinto. E gli sorrideva come gli sorridevan le
donne. Ecco, la figura del ragazzo aveva gi preso nella sua
vita il miglior posto come nel circolo della danza.
E riandava col pensiero fino al momento in cui era corso alla casa
dei suoi padroni per vedere il figlio di Lia: che momento! Era
stata cos forte la sua gioia che neppure si rammentava che cosa
aveva detto, che cosa aveva fatto. Solo rivedeva la figura fredda
eppure inquieta di Noemi seguirlo e dirgli come in segreto:
Andate, su, andate alla festa... Andate: vi aspettano.
E li aveva mandati via, col viso rischiarato solo all'atto del
congedo, su nella cornice del portone che si chiudeva davanti a
lei.
Passando sotto il poderetto s'eran fermati un momento; ed Efix
aveva additato con tenerezza d'amante la sua collina, il ciglione
ove le canne tremavano rosee al tramonto, la capanna appiattata
tra il verde ad aspettarlo.
Io sto qui tutto l'anno. E vossignoria verr quando ci saran gli
ortaggi e le frutta da portare al paese... Ma il suo cavallo non
sopporta la bisaccia!, aggiunse socchiudendo gli occhi contro il
barbaglio della bicicletta.
Io me ne vado a Nuoro!, disse Giacintino, pur guardando il
podere di sotto in su come si guarda una persona.
Qualche volta verr! Prima che faccia troppo caldo, e poi in
autunno si sta bene all'ombra, lass! E di notte? La luna ci fa
compagnia come una sposa. E le angurie qua sotto l'orto sembrano
allora bocce di cristallo.
S, qualche volta verr, promise Giacinto, buttandosi gi dalla
macchina svelto come un uccello.
Ed era stato lui, quasi vinto dalle descrizioni del compagno, a
proporre di visitare il poderetto.
Ed avevano visitato il poderetto, lasciando gi il cavallo a
strappare qualche fronda della siepe del muricciolo.
Efix fece osservare bene al nuovo padroncino le arginature
costruite da lui con metodi preistorici: e il giovane guardava con
meraviglia i massi accumulati dal piccolo uomo, e poi guardava
questi come per misurare meglio la grandiosit della costruzione.
Tutto da solo? Che forza! Dovevi esser forte, in giovent!
S, ero forte! E il sentiero, non l'ho fatto io?
Il sentiero serpeggiava su, rinforzato anch'esso da muriccie, come
da terrapieni eran sostenuti i ciglioni e i rialzi del poderetto:
un'opera paziente e solida che ricordava quella degli antichi
padri costruttori dei <I>nuraghes</I>.
E su, e su, ad ogni scaglione si fermavano e si volgevano a
contemplare l'opera del piccolo uomo, e lo straniero aveva
curiosit infantili che divertivano il servo.
Il fiume si gonfia d'inverno?
Cos' questo?, domandava tirando a s qualche fronda di
alberello.
Non conosceva n le piante n le erbe; non sapeva che i fiumi
straripano in primavera! Ecco la striscia coltivata a ceci,
pallidi gi entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi
pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di
narcisi ed  di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come
asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi. Nugoli
di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di l,
posandosi, confondendosi coi fiori dei piselli: le cavallette si
staccavano e ricadevano come sbattute dal vento, le api ronzavano
lungo le muricce come dorate dal polline dei fiori su cui
posavano. Una fila di papaveri s'accendeva tra il verde monotono
del campo di fave.
E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli,
e tutto era caldo e pieno d'oblio in quell'angolo di mondo recinto
dai fichi d'India come da una muraglia vegetale, tanto che lo
straniero, arrivato davanti alla capanna, si butt, steso
sull'erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio.
Fra una canna e l'altra sopra la collina le nuvole di maggio
passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il
cielo d'un azzurro struggente e gli pareva d'esser coricato su un
bel letto dalle coltri di seta.
Vedeva Efix aprire la capanna, volgersi richiamandolo con un gesto
malizioso dell'indice, poi ritornare con qualche cosa nascosta
dietro la schiena e inginocchiarsi ammiccando. Sognava?
S'alz a sedere cingendosi le ginocchia con le braccia e si fece
un po' pregare prima di prendere la zucca arabescata piena di vino
giallo che il servo gli porgeva. Infine bevette: era un vino dolce
e profumato come l'ambra e a berlo cos, dalla bocca stretta della
zucca, dava quasi un senso di volutt.
Efix guardava, inginocchiato come in adorazione: bevette anche lui
e sent voglia di piangere.
Le api si posarono sulla zucca; Giacinto strapp di mezzo alle sue
gambe sollevate uno stelo d'avena, e guardando per terra domand:
Come vivono le mie zie?.
Era giunto il momento delle confidenze. Efix sporse la zucca di
qui e di l, a destra e a sinistra.
Guardi, vossignoria, fin dove arriva l'occhio la valle era della
sua famiglia. Gente forte, era! Adesso non resta che questo
poderetto, ma  come il cuore che batte anche nel petto dei
vecchi. Si vive di questo,
Ma che testa, mio nonno! E' stato lui a rovinare la famiglia...
Se non era lui, vossignoria non era nato!
Giacinto sollev rapido gli occhi, riabbassandoli tosto. Occhi
pieni di disperazione.
E perch nascere?
Oh bella, perch Dio vuole cos!
Giacinto non rispose: guardava sempre per terra e le sue palpebre
si sbattevano quasi stesse per piangere. Ma bevette di nuovo,
docile, chiudendo gli occhi, mentre Efix si lasciava sedere a
gambe in croce e si prendeva un piede fra le mani.
Non  contento d'esser venuto, don Giacint?
Non chiamarmi cos, disse allora il giovane. Io non sono
nobile, non sono nulla! Dimmi tu, come te lo dico io. Se sono
contento? No. Sono venuto qui perch non sapevo dove andare... L
c' tanta gente... L bisogna esser cattivi per far fortuna. Tu
non puoi sapere! Ci son tanti ricchi... Ma c' tanta gente...
Agitava le dita della mano tesa lontano, come per accennare al
brulichio della folla, ed Efix guardava il suo piede e mormorava
con tenerezza e con piet:
Anima mia bella!.
E avrebbe voluto curvarsi sul desolato ragazzo e dirgli: sono
qua io, non ti mancher nulla! - ma non seppe che offrirgli di
nuovo la zucca come la madre offre il seno al bambino che si
lamenta.
Lo sappiamo, s, che diavolo di mondo  quello! Ma qui  diverso:
si pu anche far fortuna. Le racconter come ha fatto il Milese...
Un giorno arriv come un uccello che non ha nido...
Ma Giacinto ascoltava desolato a testa bassa, torcendo un poco la
bocca con disgusto, e d'improvviso si butt col gomito appoggiato
sull'erba e il viso alla mano, masticando con rabbia l'avena.
Se sapessi, tu! Ma che puoi sapere, tu? C' a Roma un principe
che possiede terre quanto tutta la Sardegna, e un altro, uno che
s' fatto grande da s, che quando succede qualche disastro
nazionale offre denari pi del re.
Anche in Sardegna c' un frate che ha trecento scudi di rendita
al giorno, disse Efix umiliato, ma poi alz la voce: Dico
trecento scudi, intende, vossignoria?.
Vossignoria non parve sorpreso. Ma dopo un momento domand:
Dov'? Si pu conoscere?.
Sta a Calangianus, in Gallura.
Troppo lontano. E Giacinto, con gli occhi distratti, riprese a
narrare delle favolose ricchezze dei Signori del Continente, dei
loro vizi e delle loro dissipazioni.
E son gente contenta?, domand Efix, quasi irritato.
E noi siamo gente contenta?
Io s, vossignoria! Beva, beva e si faccia coraggio!
Giacinto bevette ed Efix scosse poi le ultime gocce sull'erba: le
api vi si posarono e tutt'intorno fu un ronzio di dolcezza.

Ma dopo l'arrivo al Rimedio il ragazzo pareva contento.
Aveva abbracciato le zie e le altre donne, aveva mangiato bene e
ballato come un pastore alla festa. Adesso dormiva e russava, ed
Efix l'aveva veduto poco prima sul lettuccio lungo il muro, con le
palpebre chiuse cos delicate, che pareva vi trasparisse l'azzurro
degli occhi, coi capelli rossicci sul bianco del guanciale e i
pugni chiusi come un bambino che sogna. Aveva dimenticato per
terra il lume acceso. Efix si curvo a spegnerlo pensando che i
Pintor erano tutti cos; incuranti dell'economia e del pericolo!
Ebbene, forse meglio cos nella vita! Anche lui si volse supino e
chiuse i pugni: attraverso i buchi del tetto oscillavan le stelle
e il loro tremolo e l'incessante tremolo dei grilli parevano la
stessa cosa.
Si sentiva l'odore degli ontani e del puleggio; tutto era caduto
in un silenzio tremulo come dentro un'acqua corrente. Ed Efix
ricordava le sere lontane, il ballo, i canti notturni, donna Lia
seduta sulla pietra all'angolo del cortile, piegata su se stessa
come una giovine prigioniera che rode i lacci e piano piano si
prepara alla fuga.


Capitolo quinto.

L'indomani all'alba Efix riport il cavallo in paese e raccont
alla padrona giovine il divertimento della sera prima. Noemi
sembrava tranquilla: solo, quando egli ripart per il poderetto,
corse al portone raccomandandogli di tornare fra tre giorni per
portare provviste alle sorelle.
Dopo tre giorni Efix torn e per non pagare il nolo del cavallo si
caric sulle spalle la bisaccia e s'avvi a piedi.
Il tempo s'era rinfrescato: dai monti del Nuorese scendeva il
venticello dei boschi e correva correva sulle erbe lungo il fiume
e pareva volesse scendere con questo al mare.
Efix sost al poderetto, presso l'ontano al limite sabbioso del
campo delle angurie, e guardando i tralci carnosi che correvano
avviluppandosi qua e l come serpi sotto le foglie, gli pareva che
avessero, come del resto tutti i cespugli tremuli intorno, qualche
cosa di vivo, di animale. E parlava loro come lo intendessero,
raccomandando loro di non stroncarsi, di non seccarsi, di crescere
bene e dar molto frutto come era loro dovere; ma un rumore nella
strada richiam la sua attenzione.
Don Predu, fiero e pesante sul suo cavallo nero grasso, passava
dietro la siepe. Cosa insolita, vedendo Efix si ferm.
E che facciamo, con questa bisaccia? Sei stato a rubar fave?
Efix s'alz, rispettoso.
Son le provviste per le mie dame. E lei dove va?
Anche don Predu andava laggi. Dalla sua bisaccia a fiorami usciva
l'odore del <I>gatt</I> che portava in regalo al Rettore suo
amico, e il collo violetto di una damigiana di vino.
E tu vai a piedi, babbeo? Anche il cavallo ti fanno fare, adesso?
Dammi la bisaccia, te la porto. Non scappo, no! Se vuoi esser pi
sicuro monta su in groppa anche tu, babbeo!
Sbalordito, dopo essersi un po' fatto pregare e minacciare, Efix
caric la bisaccia sul cavallo che pareva si fosse addormentato,
poi mont in groppa alle spalle di don Predu cercando di farsi
leggero.
Adesso suder, s, il cavallo di vossignoria!
Cos il diavolo mi aiuti,  il cavallo pi forte del Circondario;
puoi caricargli su un monte, lo porta. Vedi, va come non avesse
neanche sella. E dimmi, tu, cosa  venuto a frugare qui quel
vagabondo di mio nipote?
Efix gli fece una smorfia alle spalle. Ah, ecco perch l'aveva
preso!
Perch, vagabondo? Era impiegato.
Che impiego aveva? Contava le ore?
Un buon impiego, invece! Nella Dogana. Ma, certo, per vivere in
quei posti ci vuole molto denaro. Ci son signori che hanno terre
quanto  grande la Sardegna e uno fa elemosine pi del re.
Don Predu si gonfi tutto dal ridere: una risata silenziosa,
feroce.
Ah, ecco, ci siamo! Ecco che hai gi la testa piena di vento!
Perch parla cos, don Predu?, disse Efix con dignit. Il
ragazzo  sincero, buono: non ha vizi, non fuma, non beve, non ama
le donne. Avr fortuna. Se vuole ha subito un posto a Nuoro. Eppoi
ha anche denari alla Banca.
Tu li hai contati, babbeo? Ah, Efix, in fede mia, a te danno da
mangiare fandonie, invece di pane. Dimmi, quanto ti devono adesso
le tue nobili padrone?
Nulla mi devono. Io devo tutto a loro.
Zitto, se no ti scaravento dentro il fiume. Senti, adesso
continuerete a far debiti, per mantenere il ragazzo: prenderete
denari da Kallina, il demonio l'affondi. Venderete il podere.
Ricordati che lo voglio io. Se non mi avverti a tempo, se farete
come altre volte che invece di vendere a me per il prezzo giusto
avete venduto a met agli altri, bada, ti avverto, Efis, ti
taglio le canne della gola. Sei avvertito.
L'uomo, dietro, ansava, oppresso da un peso ben pi grave della
bisaccia di cui don Predu aveva voluto liberarlo.
Dio, Signore! Perch parla cos, don Predu? Come un nemico delle
sue povere cugine?
Al diavolo le cugine e la loro testa piena di vento! Son loro che
mi han trattato sempre da nemico. E nemico sia. Ma tu ricordati,
Efix: il poderetto lo voglio io...
Il martirio dur tutta la strada, finch Efix, stanco pi che
avesse viaggiato a piedi, scivol dalla groppa del cavallo e tir
gi la bisaccia.
Entrando nel recinto rivide la solita scena: le sue dame sedevano
sulla panchina con le mani in grembo, Kallina filava, coi piedi
nudi entro le scarpette a nastri; nell'interno delle capanne le
donne sedute per terra bevevano il caff, cullavano i bimbi, e
sull'alto del belvedere, sullo sfondo del cielo dorato, la figura
nera di prete Paskale salutava col fazzoletto turchino.
Si divertono?, domand Efix, deponendo la bisaccia ai piedi
delle sue padrone. E lui?
Balliamo sempre, disse donna Ester, e donna Ruth si alz per
riporre la roba.
Di Giacinto parl commossa l'usuraia.
Che giovane affabile! Di poche parole, ma buono come il miele. Si
diverte come un bambino e viene qui a mangiare il mio pane d'orzo.
Eccolo che adesso ritorna con Grixenda dalla fontana.
Si vedevano infatti in lontananza, tra il verde delle macchie, lui
alto e verdognolo, lei piccola e nera, tutti e due con in mano le
secchie scintillanti che di tanto in tanto si toccavano e di cui
l'acqua, traboccando, si mischiava e sgocciolava. E i due pareva
provassero piacere a quel contatto perch guardavano le secchie a
testa bassa e ridevano.
Efix ebbe un presentimento. And su dal prete a portargli un
cestino di biscotti, regalo di una paesana, e vide di lass don
Predu, indugiatosi ad abbeverare il cavallo alla fontana,
raggiungere Giacinto e Grixenda e curvarsi a dir loro qualche
cosa. Tutti e tre ridevano, la fanciulla a testa bassa, Giacinto
toccando il collo del cavallo.
Efix, disse il prete, sbattendosi il fazzoletto sul petto per
togliervi il tabacco, ecco don Predu. Meno male, avremo un po' di
maldicenza. E il vostro Giacinto  un bravo ragazzo; viene a messa
e alla novena. Ben educato, affabile. Ma mi raccomando,
attenzione!
Le serve del prete corsero fuori per aiutare don Predu a scaricar
le bisacce, mentre le altre donne affacciavano i visi pallidi alle
porticine e il cane, dopo aver un po' abbaiato, si slanciava alto
davanti al cavallo quasi volesse baciarlo.
Piano, donne!, disse don Predu. C' dentro le bisacce qualche
cosa che si rompe a toccarla, come voi...
La tocchi la saetta, don Predu!, imprec Natlia, pur
guardandolo con occhi languidi per tentarne la conquista.
Ah, se le riusciva! Si sarebbe cos vendicata di Grixenda, che si
era preso tutto per s lo straniero.
Grixenda a sua volta sembrava eccitata per l'arrivo di don Predu.
Quello, vede, disse sottovoce a Giacinto, mentre attraversavano
il cortile, quello, suo zio,  un uomo che si diverte e spende,
nelle feste. Non sta melanconico come lei! Cento lire ha, cento
lire butta, cos!
Prese un po' d'acqua con le dita, e gliela butt sul viso, senza
ch'egli cessasse di sorridere con gli occhi dolci pieni di
desiderio, mostrandole fra le labbra rosee i denti bianchi quasi
volesse morderla.
Che cosa son cento lire? Io ne ho spese mille in una notte e non
mi sono divertito...
Grixenda depose la secchia sul sedile, e si gett sopra il bambino
che le sorrideva dal giaciglio agitando le gambine in aria e
tentando di afferrarsele con le manine sporche: gli baci le
cosce, affondando le labbra nella carne tenera ove i solchi
segnavano striscioline rosee e viola; lo sollev in alto, lo
riabbass fino a terra, lo sollev ancora, lo fece ridere, lo
port fuori stringendoselo forte al petto.
Fuori Giacinto s'era messo a sedere a gambe aperte, e vi dondolava
in mezzo le mani, ascoltando Kallina che lo invitava a mangiare
con lei le fave cotte col latte: parlavano piano, come di cosa
grave, ma donna Ruth si affacci alla porticina con in mano una
coscia d'agnello bianca di grasso col rognone violetto coperto dal
velo, e interruppe il colloquio.
Bisogna chiamar Efix perch faccia uno spiedo di legno:
Giacintino, va'!
Grixenda corse lei a chiamare il servo, gli si freg addosso come
una gattina, gli diede da baciare il bambino.
Come sono contenta, zio Efix! Stanotte balleremo ancora! Ma
guardate il vostro padroncino: pare faccia la corte a Kallina!
Efix la guardava con tenerezza; vide Giacinto sollevar gli occhi
pieni d'amore e di desiderio, e in cuor suo benedisse i due
giovani. S, divertitevi, amatevi: alla festa si va per questo e
la festa passa presto...

Seduto all'ombra del muro cominci a intagliare lo spiedo: le
donne ridevano intorno a lui, Giacinto come sempre taceva e pareva
intento alla voce della fisarmonica che riempiva di lamenti e di
grida il cortile. Ma arriv Natlia, dondolando i fianchi.
Il mio padrone e don Predu invitano don Giacintino a pranzo. 
Ed egli si alz, dopo aver sbattuto bene l'orlo dei calzoni. Donna
Ester lo segu con gli occhi e guard a lungo verso il belvedere,
come affascinata dal luccichio dei bicchieri e del vassoio
d'argento che Natlia agitava lass come uno specchio; l'idea che
il cugino ricco facesse caso del nipote povero bastava per
renderla felice.
Le donne lodavano Giacinto, e l'usuraia traendo il filo fra il
pollice e l'indice e girando il fuso sul ginocchio diceva con
dolcezza insolita:
Un ragazzo cos docile non l'avevo mai conosciuto. E bello, poi!
Rassomiglia al Barone antico....
A chi? Al Barone morto che vive ancora nel castello?
Ma donna Ruth si mise l'unghia dell'indice sulla bocca: non
bisognava parlar di morti, alla festa.
Altro che spirito:  vivo e ha le mani che si muovono, non 
vero, Grix? Chi? Don Giacintino!
Ma Grixenda, appoggiata al muro, col bimbo che le morsicava i
bottoni della camicia, guardava anche lei il vassoio luccicante su
nel belvedere, e i suoi occhi parevano affascinati come quelli
della vecchia nonna quando nelle notti di luna spiavano il
passaggio dei folletti gi verso il fiume.

Efix torn ancora tre giorni dopo. Questa volta non era solo:
quasi tutti quelli del paese scendevano alla festa, e le donne
portavano sul capo vassoi con torte e cestini pieni di galline
legate con nastri rossi.
Gli alberelli intorno erano carichi di frutti acerbi e la festa
pareva si stendesse per tutta la valle.
Arrivando, Efix trov il recinto intorno alle capanne gi ingombro
di carri con tende formate da sacchi e da lenzuola, e i
rivenditori di dolci e di vino dritti accanto ai loro piccoli
banchi all'ombra della chiesa.
Una fila di mendicanti vigilava il sentiero e le loro figure
accovacciate, terree e turchine, alcune con orribili occhi
bianchi, altre con piaghe rosse e tumori violacei, coi petti nudi
come scorticati, con le braccia e le dita brancicanti nerastre
come ramicelli bruciati, si disegnavano fra un cespuglio e l'altro
sulla linea azzurrognola e lattea dell'orizzonte. Ma al di l
l'occhio spaziava sul verde, e i gruppi dei cavalli e dei puledri
rendevano pi grandioso il paesaggio.
Il suono della fisarmonica arrivava fin laggi; il motivo
saltellante e voluttuoso richiamava alla danza, ma a volte si
mutava in lamento, come stanco di gioia, come rimpiangendo il
piacere che passa e gemendo per l'inutilit di tutte le cose:
allora  anche l'occhio melanconico delle giumente pareva pieno di
una dolcezza nostalgica.
Efix si ferm un momento in mezzo a un gruppo di paesani del
Nuorese: le donne sedevano in fila davanti alle capanne,
aspettando l'ora della messa cantata, e i loro corsetti di
scarlatto davano un tono rosso all'ombra del muro.
Ma la messa tardava. Su nel belvedere i preti ridevano e il
vassoio di Natlia passava e ripassava scintillando fra l'azzurro
e il nero.
Efix trov la capanna deserta: le padrone erano in chiesa ed egli
and a cercarle, ma si trov preso in mezzo fra don Predu, il
Milese e Giacinto, davanti a un rivenditore di vino, e vide tre
bicchieri gialli intorno al suo viso.
Bevi, babbeo!
Per me  presto.
Non  mai presto per un uomo sano. O sei malato?
Don Predu gli batt cos forte alle spalle che egli balz avanti e
il vino trabocc dai bicchieri e gli si vers addosso. Sia tutto
per l'amor di Dio! Egli si asciug le vesti con la mano e bevette;
e con sorpresa e soddisfazione vide Giacinto trarre il portafogli
e porgere al rivenditore un biglietto da cinquanta lire. Dio sia
lodato, vuol dire che il ragazzo aveva denari davvero.
Del resto fu tutta una giornata di gioia: gioia composta e quasi
melanconica nelle donne, verso le quali gli uomini, divertendosi
rumorosamente fra loro, dimostravano una certa noncuranza.
Tutto il giorno la fisarmonica suon accompagnata dai gridi dei
rivenditori, dall'urlo dei giocatori di morra, dai canti corali o
dai versi dei poeti estemporanei.
Raccolti entro una capanna, seduti per terra a gambe in croce
intorno a una damigiana verso cui si volgevano come a un idolo, i
poeti improvvisavano ottave pro e contro la guerra di Libia: eran
parecchi e si davano il turno, e intorno a loro si accalcavano
uomini e ragazzi: di tanto in tanto qualcuno si curvava per
prendere di terra un bicchiere di vino.
<I>Bibe, diauu!</I>
Salute!
Che possiamo conoscerla cento anni di seguito, questa festa, sani
e allegri.
<I>Bibe</I>, forca!
Il poeta Serafino Masala di Bultei, col profilo greco e vestito
come un eroe di Omero, cantava:

      <I>Su turcu non si cheret reduire,
      Anzis pro gherrare est animosu,
      S'arabu inferocidu est coraggiosu,
      Si parat prontu n cheret fuire</I>... (6)

I bicchieri passavano da una mano all'altra; qualche donna
s'affacciava timidamente alla porta.
E Gregorio Giordano di Dualchi, bel giovane rosso vestito come un
trovatore, si lisciava i lunghi capelli con tutte e due le mani,
se li tirava sul collo, e cantava quasi singhiozzando come una
prfica:

      <I>Basta, non poto pius relatare,
      Discurro su chi poto insa memoria,
      Chi ppana in dogni passu sa vittoria.
      De poder tottu l'Africa acquistare;
      Tranquillos e sanos a torrare,
      Los assistansos Santos de sa Gloria,
      E cun bona memoria e vertude
      Torren a dom'issoro chin salude!</I> (7)

Applausi e risate risuonavano; tutti ridevano ma erano commossi.
All'ombra della chiesa Efix invece sentiva altri gruppi di paesani
parlare dell'America e degli emigranti.
L'America? Chi non l'assaggia non sa cosa . La vedi da lontano e
ti sembra un agnello da tosare: ci vai vicino e ti morsica come un
cane.
S, fratelli cari, io ci andai con la bisaccia a met piena e
credevo di riportarla colma; la riportai vuota!
Un Baroniese smilzo alto e nero come un arabo, invit Efix a bere
e gli raccont episodi della guerra, di cui era reduce.
S, diceva, guardandosi le mani, ho strappato il ciuffo ad un
<I>Sirdusso</I>, uno che adorava il diavolo. Io avevo fatto voto
di prenderglielo, il ciuffo; di prenderlo intero, con la pelle e
con tutto. E cos lo presi, che possiate vedermi cieco, se
mentisco! Lo portai al mio capitano, tenendolo come un grappolo;
sgocciolava sangue nero come acini d'uva nera. Il capitano mi
disse: bravo, Conzinu!
Efix ascoltava, con in mano una rosellina di macchia. Si fece il
segno della croce con lo stelo del fiore, e disse:
Ti confesserai, Conz! Hai ucciso un uomo!.
Nella guerra non  peccato. E' forse di nascosto? No.
Allora cominciarono a discutere, ed Efix guardava la rosellina
come parlando a lei sola.
Ad uccidere tocca a Dio.
Ma dovette interrompere la discussione perch da lontano donna
Ester gli accennava di avvicinarsi. Era l'ora del pasto; Giacinto
era invitato dal prete e tutti, chi pi chi meno, mangiavano in
buona compagnia. Dalle capanne uscivan nuvole di fumo odoroso
d'arrosto.
L'angolo pi tranquillo era quello delle dame. Sedute nella loro
capanna mangiavano con Efix l'arrosto di agnello e parlavano di
Noemi lontana e di Giacinto, del prete e del Milese, sorridendo
senza malizia.
I primi giorni, disse donna Ruth. tagliando una piccola torta in
tre porzioni eguali, Giacinto parlava sempre d'andarsene a Nuoro,
ove diceva d'aver un posto nel molino. Adesso, da due giorni non
ne parla pi.
Ma  che da due giorni non si vede quasi pi; e sempre con Predu
e con altri compagni.
Lasciamolo divertire, disse Efix.
Fuor dalla porta si vedeva Kallina seduta, insolitamente oziosa
sulla sua pietra, e Grixenda col bambino in grembo, pallida e
triste fissava il belvedere del prete.
Ah, Giacinto si divertiva lassi, dimentico di lei: e a lei pareva
di star accovacciata sul limite di un deserto, davanti a un
miraggio.
Efix usc e le disse:
Perch non ti diverti?:
Ella accomod sulla cuffietta del bimbo il nastrino giallo contro
il malocchio, e gli occhi le si riempivano di lagrime.
Per me  finito tutto!
Dalle capanne le parenti la chiamavano:
Grixenda, vieni! Che dir tua nonna vedendoti cos magra? Che non
ti diamo da mangiare?.
Eh, bocconi soli ci vogliono, disse Kallina a Efix, dopo averlo
chiamato ammiccando. Vieni, Efix, bevi un bicchiere di vernaccia.
Sai chi me l'ha regalata? Il tuo padroncino. Buono come il pane, e
affabile: ma senti, bisogna dirgli che Grixenda non  adatta per
lui!
E lasciateli divertire! Siamo alla festa!
Qui si viene a far penitenza, non a peccare. S, le parenti danno
da mangiare a Grixenda, ma non badano ov'essa va giorno e notte
con don Giacinto.
E le mie padrone? Non s'accorgono?
Loro? Sono come i santi di legno nelle chiese. Guardano, ma non
vedono: il male non esiste per loro.
E' vero!, ammise Efix. Bevette, ma si sent triste e and a
coricarsi sotto un lentischio della brughiera.
Di l vedeva l'erba alta ondulare quasi seguendo il motivo
monotono della fisarmonica, e i cavalli immobili al sole come
dipinti sullo smalto azzurro dell'orizzonte.
Le voci si perdevano nel silenzio, le figure sfumavano nella luce:
ed eccone una di donna sorgere accanto a un cespuglio: un'altra di
uomo la raggiunge e le si accosta tanto che formano un'ombra sola.
Efix sent un brivido alla schiena, eppure stacc una
margheritina, ne mastic lo stelo e guard senza invidia Grixenda
e Giacinto abbracciati. Dio li benedica e li avvolga sempre cos,
di sole e di luce.
Nel pomeriggio la festa fu ancora pi animata. Gli uomini si
mostravano pi espansivi con le donne, trascinandole al ballo, e
il sole obliquo tingeva di rosa il cortile che ronzava come un
alveare.
Al cader del sole il popolo si raccolse nella chiesa e migliaia di
voci salirono in una sola, fondendosi come fuori si fondevano i
profumi dei cespugli; Efix, inginocchiato in un angolo, provava la
solita estasi dolorosa: e accanto a lui Grixenda, inginocchiata,
rigida come un angelo di legno, cantava gemendo d'amore.
La luce rossa dei crepuscolo, vinta verso l'altare dal chiaror dei
ceri, copriva la folla come di un velo di sangue, ma a poco a poco
il velo si fece nero, rischiarato appena dall'oro dei ceri. La
folla non si decideva ad uscire, sebbene il prete avesse finito le
sue orazioni, e continuava a cantare intonando le laudi sacre. Era
come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al
vespero: era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando
le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una
strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di
luce, ma lontano, irraggiungibile.
Efix con la testa fra le mani cantava e piangeva. Grixenda
guardava avanti a s con gli occhi umidi che riflettevano la
fiammella dei ceri, e cantava e piangeva anche lei. E la pena
dell'uno era uguale a quella dell'altra: e la pena di entrambi era
la stessa di tutto quel popolo che ricordava come il servo un
passato di tenebre e sognava come la fanciulla un avvenire di
luce: pena d'amore.
Poi tutto fu silenzio.
Zuannantoni, impaziente di riprendere la fisarmonica, fu il primo
a balzar fuori con la berretta in mano. Ma sulla porta si ferm,
guard in su e diede un grido. Tutti si precipitarono a guardare.
Era la luna nuova che rasentava il muro e pareva volesse scender
l dentro.

Dopo cena ricominciarono i canti e le grida attorno ai fuochi:
ballava persino don Predu, rendendo felici tutte le donne che
speravano d'esser scelte da lui.
Solo Giacinto non ballava; seduto accanto all'usuraia faceva
dondolar le mani fra le sue ginocchia, pallido e stanco: intanto
Efix sentiva le donne discutere su chi quel giorno aveva pi speso
denari e s'era pi divertito, e qualcuno diceva:
E' don Predu.
No,  don Giacinto. Pi di trecento lire, ha speso. Ma  ricco.
Dicono che ha una miniera d'argento; ma come s' divertito!
Pagava da bere a tutti, anche a chi non conosceva.
Perch lo fa?
Oh bella, perch chi ne ha ne spende.
Efix provava soddisfazione e inquietudine. Sedette accanto a
Giacinto e gli rifer le chiacchiere delle donne.
Una miniera d'argento? S, rende, ma non come una miniera di
petrolio. Una signora che conosco io sogn che in tal posto ce
n'era una, in un terreno d'un signore decaduto. Questi era cos
disperato che stava per uccidersi. Ma scav dove quella aveva
sognato e adesso  cos ricco che passa ventimila lire al mese a
una donna...
Perch non ha sposato quella del sogno? O aveva gi marito?,
domand Efix pensieroso.
Le donne ballavano: si vedeva Grixenda col viso acceso ridere come
la creatura pi folle della festa; ed Efix mormor toccando il
ginocchio di Giacinto:
Vossignoria... dicono... guarda quella ragazza... E' buona, ma 
povera. Eppoi anche orfana....
La sposer, disse Giacinto, ma guardava per terra e pareva
sognasse.


Capitolo sesto.

Nei tempi di carestia, cio nelle settimane che precedevano la
raccolta dell'orzo, e la gente, terminata la provvista del grano,
ricorre all'usura, la vecchia Pottoi andava a pescare sanguisughe.
Il suo posto favorito era una insenatura del fiume sotto la
<I>Collina dei Colombi</I> presso il poderetto delle dame Pintor.
Stava l ore ed ore immobile, seduta all'ombra di un ontano, con
le gambe nude nell'acqua trasparente verdognola venata d'oro; e
mentre con una mano teneva ferma sulla sabbia una bottiglia, con
l'altra si toccava la collana.
Di tanto in tanto si curvava un poco, vedeva i suoi piedi ondulare
grandi e giallastri entro l'acqua, ne traeva uno, staccava dalla
gamba bagnata un acino nero lucente che vi si era attaccato, e lo
introduceva nella bottiglia spingendovelo gi con un giunco.
L'acino s'allungava, si restringeva, prendeva la forma di un
anello nero: era la sanguisuga.
Un giorno, verso la met di giugno, ella sal fino alla capanna di
Efix. Faceva un gran caldo e la valle era tutta gialla sotto il
cielo d'un azzurro velato.
Il servo intrecciava una stuoia, all'ombra delle canne, con le
dita che tremavano per la febbre di malaria; vedendo la vecchia
che gli si sedeva ai piedi con la bottiglia in grembo, sollev
appena gli occhi velati e attese rassegnato, quasi sapesse gi
quello che ella voleva da lui.
Efix, sei un uomo di Dio e puoi parlarmi con la coscienza in
mano. Che intenzioni ha il tuo padroncino? Egli viene a casa mia,
si mette a sedere, dice al ragazzo: suona la fisarmonica (gliel'ha
regalata lui), poi dice a me: mander zia Ester, a chiedervi la
mano di Grixenda; ma donna Ester non si vede, e un giorno che io
sono andata l, donna Noemi mi ha preso viva, e morta m'ha
lasciata, tanti improperi mi ha detto. Tornata poi a casa,
Grixenda m'ha anche lei mancato di rispetto, perch non vuole che
vada dalle tue padrone. Io non so da qual parte rivolgermi, Efix;
non siamo noi che abbiamo chiamato il ragazzo dalla strada: 
venuto lui. Kallina mi dice: cacciatelo fuori. Ma lei lo caccia
fuori, quando ci va?
Efix sorrise.
L non va certo per far all'amore!...
Allora la vecchia sollev irritata il viso e il suo collo parve
allungarsi pi del solito, tutto corde.
E in casa mia viene forse a far all'amore? No; egli  un ragazzo
onesto. Neppure tocca la mano a Grixenda. Essi si amano come buoni
cristiani, in attesa di sposarsi. Dimmi in tua coscienza, Efix,
che intenzioni ha? Fammi questa carit, per l'anima del tuo
padrone.
Efix divent pensieroso.
S, una sera, alla festa, egli mi disse: la sposer... In mia
coscienza credo per che egli non possa.
Perch? Egli non  nobile.
Non pu, ripeto, donna!, disse Efix con pi forza.
Per denari ne ha, questo si vede. Spende senza contare. E il tuo
padrone morto diceva, mi ricordo, quando anche lui veniva a
sedersi a casa mia ed era giovane e viveva mia nonna: l'amore 
quello che lega l'uomo alla donna, e il denaro quello che lega la
donna all'uomo.
Lui? Diceva cos? A chi?
A me, sei sordo? S a me. Ma io avevo quindici anni ed ero senza
malizia. Mia nonna cacci via di casa don Zame e mi fece sposare
Priamu Piras. E Priamu mio era un valent'uomo: aveva un pungolo
con una lesina in cima e mi diceva, avvicinandomelo agli occhi:
vedi? ti porto via la pupilla viva se guardi don Zame quando ti
guarda. Cos pass il tempo. Ma i morti ritornano: eccoli, quando
don Giacintino sta seduto sullo sgabello e Grixenda sulla soglia
della porta, mi par di essere io e il beato morto...
Quando ella incominciava a divagare cos non la finiva mai, ed
Efix che lo sapeva la mand via infastidito.
Andate in pace! Cercate anche voi un uomo con un buon pungolo,
per nipote vostra!
E la vecchia contenta di sapere che il ragazzo una sera alla festa
aveva detto: la sposer and via senz'altro. Efix rimase solo in
faccia alla luna rossa che saliva tra i vapori cinerei della sera,
ma si sentiva inquieto: nel sopore in cui tutta la valle era
immersa, il mormorio dell'acqua gli pareva il ronzio della febbre,
e che i grilli stessi col loro canto si lamentassero senza tregua.
No, la vita che Giacinto conduceva non era quella di un giovane
onesto e timorato di Dio: giorno per giorno le grandi speranze
fondate su lui cadevano lasciando posto a vere inquietudini. Egli
spendeva e non guadagnava; ed anche il pozzo pi profondo, pensava
Efix, ad attingervi troppo si secca.
Qualche sera Giacinto scendeva al poderetto per portare in paese
le frutta e gli ortaggi che le zie poi vendevano a casa di
nascosto come roba rubata, poich non  da donne nobili far le
erbivendole, e tutto questo era quanto di pi utile egli faceva:
il resto del tempo lo passava oziando di qua e di l per il paese.
Ma eccolo che vien su per il sentiero trascinandosi a fianco come
un cane la bicicletta polverosa: arriva ansante quasi venga
dall'altro capo del mondo e dopo aver gettato da lontano un
involto al servo si butta per terra lungo disteso come morto.
E di un morto aveva il viso pallido, le labbra grigie; ma un
tremito gli agitava la spalla sinistra, tanto che Efix spaventato
trasse di tasca un tubetto di vetro, fece cadere sulla palma della
mano due pastiglie di chinino e gliele mise in bocca.
Mandale gi. Hai la febbre!
Giacinto ingoi le pastiglie e senza sollevarsi si strinse la
testa fra le mani.
Come sono stanco, Efix! S, ho la febbre: l'ho presa, s! Come si
fa a non prenderla, in questo maledetto paese? Che paese!,
aggiunse come parlando fra s, stanco. Si muore: si muore...
Alzati, disse Efix, curvo su lui. Non star l: l'aria della
sera fa male.
Lasciami crepare, Efix! Lasciami! Che caldo! Non ho mai
conosciuto un caldo simile: almeno da noi si facevano i bagni...
Che dirgli, per confortarlo? Perch non sei rimasto <I>l</I>?
Efix sentiva troppa piet di tanta miseria prostrata davanti a
lui, per parlare cos.
Che hai fatto oggi?, domand sottovoce.
E cosa vuoi che faccia? Non ce niente da fare! Scender qui a
portarti il pane, tornar l a portare l'erba! E <I>loro</I> che
vivono come tre mummie! Zia Noemi oggi per s'e inquietata un
poco, perch zia Ester mi diceva che non riesce a metter su i
denari per l'imposta. Si capisce! Spendono per me, e da me non
vogliono niente! Io dissi a zia Ester: non preoccupatevi, andr io
dall'esattore. - Una furia, zia Noemi! Aveva gli occhi come un
gatto arrabbiato. Non la credevo cos collerica. Ebbene, mi disse
persino: coi tuoi denari, se ne hai, compra un'altra fisarmonica a
Grixenda. Che male c', Efix, s'io vado da quella ragazza? Dove si
va, se no? Zio Pietro mi porta alla bettola, e a me non piace il
vino, lo sai; il Milese vuole che io giochi (cos s' fatto la
fortuna, lui!) ed a me non piace giocare. Vado l, dalla ragazza,
perch  buona, e la vecchia dice cose divertenti. Che male c',
dimmi. Dimmi?
Lo guardava di sotto in su, supplichevole, con gli occhi dolci
lucidi alla luna. Efix aveva preso l'involto del pane, ma non
poteva mangiare; sentiva la gola stretta da un'angoscia profonda.
Nessun male! Ma la ragazza, bench buona,  povera e non  degna
di te.
L'amore non conosce n povert n nobilt. Quanti signori non han
sposato ragazze povere? Che ne sai tu? Pi di un lord inglese, pi
di un milionario d'America han sposato serve, maestre, cantanti...
perch? Perch amavano. E quelli son ricchi: sono i re del
petrolio, del rame, delle conserve! Chi sono io, al loro
confronto? E le donne? Le principesse russe, le americane, chi
sposano? Non s'innamorano di poveri artisti e persino dei loro
cocchieri e dei loro servi? Ma tu che cosa puoi sapere?
Efix stringeva fra le mani un pezzo di pane e gli sembrava di
stringere il suo cuore tormentato dai ricordi.
Eppoi dicono di credere in Dio, loro! Perch non mi lasciano
sposare la donna che amo?
Taci, Giacinto! Non parlare cos di loro! Esse vogliono il tuo
bene.
Allora mi lascino formare la mia famiglia. Io, magari, porter
Grixenda in casa loro ed essa le aiuter. Ormai esse sono vecchie.
Io lavorer. Andr a Nuoro, comprer formaggio, bestiame, lana,
vino, persino legna, s: perch adesso, con la guerra, tutto ha
valore. Andr a Roma e offrir la merce al Ministero della Guerra.
Sai quanto c' da guadagnare?
Ma! E i capitali?
Non ci pensare, li ho. Basta mi lascino in pace, <I>loro</I>. Io
non sono venuto per sfruttarle n per vivere alle loro spalle. Ah,
ma zia Noemi  terribile!, egli gemette a un tratto,
nascondendosi il viso fra le mani. Ah, Efix, sono cos
amareggiato! Eppoi mi fa tanta vergogna vederle cos misere;
vederle vender di nascosto le patate, le pere e i pomi ai bambini
che entrano piano piano nel cortile, col soldo nel pugno, e
domandando la roba sottovoce quasi si tratti di cosa rubata! Mi
vergogno, s! Questo deve cessare. Esse torneranno quelle che
erano, se mi lasceranno fare. Se zia Noemi sapesse il bene che le
voglio non farebbe cos...
Giacinto! Dammi la mano: sei bravo!, disse Efix commosso.
Tacquero, poi Giacinto riprese a parlare con una voce tenue,
dolce, che vibrava nel silenzio lunare come una voce infantile.
Efix, tu sei buono. Ti voglio raccontare una cosa accaduta ad un
mio amico. Era impiegato con me alla Dogana. Un giorno un ricco
capitano di porto in ritiro, un buon signore grosso ma ingenuo
come un bambino, venne per fare un pagamento. Il mio amico disse:
Lasci i denari e torni pi tardi per la ricevuta che dev'essere
firmata dal superiore. Il capitano lasci i denari; il mio amico
li prese, and fuori, li gioc e li perdette. E quando il capitano
torn, il mio amico disse che non aveva ricevuto nulla! Quello
protest, and dai superiori; ma non aveva la ricevuta e tutti gli
risero in faccia. Eppure il mio amico fu cacciato via dal posto...
s, saranno quattro mesi... s, ricordo, in carnevale. Egli and a
ballare. Si stordiva, beveva: non aveva pi un soldo. Uscendo dal
ballo prese una polmonite e cadde su una panchina di un viale. Lo
portarono all'ospedale. Quando usc, debole e sfinito, non aveva
casa, non aveva pane. Dormiva sotto gli archi del porto, tossiva e
faceva brutti sogni: sognava sempre il capitano che lo inseguiva,
lo inseguiva... come nelle scene del cinematografo. Ed ecco una
sera, ecco proprio il capitano che va a cercarlo sotto gli archi
del porto. L'amico credeva di sognare ancora; ma l'altro gli
disse: sa,  da un pezzetto che la cerco. So che  fuori di posto
per via del versamento, ma a me preme che i suoi superiori e tutti
sappiano la verit. E' meglio anche per lei: dica in sua
coscienza: li ho versati o no, i denari? - L'amico rispose: s. -
Allora il capitano disse: - Cerchiamo di aggiustare le cose. Io
non voglio rovinarla: venga a casa mia, ecco il mio indirizzo:
venga domani e assieme andremo dai suoi superiori. - Va bene! Ma
l'indomani n poi l'amico and. Aveva paura. Aveva paura. Eppoi il
tempo era orribile ed egli non si muoveva di l. Tossiva e un
facchino gli portava di tanto in tanto un po' di latte caldo. Che
tempo era? Che tempo!, ripet Giacinto, e sollev il viso
guardandosi attorno quasi per accertarsi che la notte era bella.
Efix ascoltava, col gomito sul ginocchio e il viso sulla mano,
come i bambini intenti alle fiabe.
Ma un giomo mi decisi e andai...
Silenzio. Il viso dei due uomini si copr d'ombra ed entrambi
abbassarono gli occhi. La spalla di Giacinto tremava convulsa; ma
egli la sollev e la scosse come per liberarsi dal tremito, e
riprese con voce pi dura:
S, ero io, tu avevi capito. Andai dal capitano. Non era in casa,
ma la cameriera, una ragazza pallida che parlava sottovoce, mi
fece aspettare in anticamera. La stanza era quasi buia, ma ricordo
che quando un uscio s'apriva il pavimento rosso luccicava come
lavato col sangue. Aspettai ore ed ore. Finalmente il capitano
torn; era con la moglie, grossa come lui, bonaria come lui.
Sembravano due bambini enormi; ridevano rumorosamente. La signora
apr gli usci per vedermi bene: io tossivo e sbadigliavo. Si
accorsero che avevo fame e m'invitarono ad entrare nella sala da
pranzo. Io, ricordo, mi alzai, ma ricaddi seduto battendo la testa
alla spalliera della cassapanca. Non ricordo altro. Quando
rinvenni ero a letto, in casa loro. La cameriera mi portava una
tazza di brodo su un vassoio d'argento e mi parlava con grande
rispetto. Rimasi l pi di un mese, Efix, capisci: quaranta
giorni. Mi curarono, cercarono di rimettermi a posto; ma il posto
era difficile trovarlo perch tutti ormai sapevano la mia storia.
D'altronde anch'io volevo andarmene lontano, al di l del mare.
Ci che io ho sofferto durante quel tempo nessuno pu saperlo: il
capitano, sua moglie, la serva io li vedo sempre in sogno; li vedo
anche nella realt, anche adesso, l, davanti a me. Essi erano
buoni, ma io vorrei sprofondarmi per non vederli pi. E il peggio
 che non <I>potevo</I> andarmene da casa loro. Stavo l,
istupidito, seduto immobile ad ascoltare la signora che parlava
parlava parlava, o in compagnia della serva che taceva: sedevo a
tavola con loro, li sentivo scherzare, far progetti per me, come
fossi un loro figliuolo, e tutto mi dava pena, mi umiliava, eppure
non <I>potevo</I> andarmene. Finalmente un giorno la signora,
vedendomi completamente guarito, mi domand che intenzioni avevo.
Io dissi che volevo venire qui dalle mie zie, di cui avevo parlato
come di persone benestanti. Allora mi comprarono il biglietto per
il viaggio e mi regalarono anche la bicicletta. Io capii ch'era
tempo d'andarmene e partii: venni qui. Che liberazione, in
principio! Ma adesso, in casa delle zie, sono ancora come l... e
non so....
Un grido che aveva qualche cosa di beffardo attravers il silenzio
del ciglione, sopra i due uomini, e Giacinto balz sorpreso
credendo che qualcuno avesse ascoltato il suo racconto e lo
irridesse: ma vide una piccola forma grigia lunga, seguita da
un'altra pi scura e pi corta, balzare come volando da una
macchia all'altra intorno alla capanna e sparire senza neppur
lasciargli tempo di raccattare un sasso per colpirla.
Anche Efix s'era alzato.
Son le volpi, disse sottovoce. Lasciale correre: fanno
all'amore. Sembrano folletti, alle volte riprese mentre Giacinto
si buttava di nuovo per terra silenzioso. Hai veduto com'eran
lunghe? Mangiano l'uva acerba come diavoli...
Ma Giacinto non parlava pi. Ed Efix non sapeva cosa dire, se
pregarlo di riprendere il racconto, se confortarlo, se commentare
in bene o in male quanto aveva sentito. Ecco perch era stato
triste, tutto il giorno, ecco come vanno le cose della vita! Ma
che dire? In fondo era contento che il passaggio delle volpi
avesse fatto tacere Giacinto; tuttavia qualche cosa bisognava pur
dire.
Dunque... quel capitano? Si vede che era uomo savio: capiva che
la giovent... la giovent...  soggetta all'errore... Eppoi
quando si  orfani! Su, alzati; vuoi mangiare?
Entr nella capanna e torn sbucciando una cipolla: Giacinto stava
immobile, abbattuto, forse pentito della sua confessione, ed egli
non os pi parlare.
L'odore della cipolla si mischiava al profumo delle erbe intorno,
della vite e della salsapariglia; le volpi ripassarono. Efix cen
ma il pane gli parve amaro. E due o tre volte tent di dire
qualche cosa; ma non poteva, non poteva; gli sembrava un sogno.
Finalmente scosse Giacinto, tent di sollevarlo, gli disse con
dolcezza:
Su, vieni dentro! La febbre  in giro....
Ma il corpo del giovine sembrava di bronzo, steso grave aderente
alla terra dalla quale pareva non volesse pi staccarsi.
Efix rientr nella capanna, ma tard a chiudere gli occhi, e anche
nel sonno aveva l'idea tormentosa di dover commentare il racconto
di Giacinto, non sapeva per come, se in bene o in male.
Devo dirgli: ebbene, coraggio, ti emenderai! Dopo tutto eri un
ragazzo, un orfano...
Ma sogn Noemi che lo guardava coi suoi occhi cattivi, e gli
diceva sottovoce, a denti stretti:
Lo vedi? Lo vedi che razza di uomo ?.
Si svegli con un peso sul cuore; bench fosse notte ancora si
alz, ma Giacinto se n'era gi andato.

Per molti giorni non si lasci pi vedere, tanto che Efix cominci
a inquietarsi, anche perch gli ortaggi e i pomi si ammucchiavano
all'ombra della capanna e nessuno veniva a prenderli.
Ogni sera don Predu, che possedeva grandi poderi verso il mare,
passava di ritorno al paese, e se vedeva il servo tendeva l'indice
verso la terra delle sue cugine e poi si toccava il petto per
significare che aspettava l'espropriazione e il possesso del
poderetto; ma Efix, abituato a quella mimica, salutava, e a sua
volta accennava di no, di no, con la mano e con la testa.
Dopo la confessione di Giacinto s'inquietava per vedendo don
Predu; gli sembrava pi beffardo del solito.
Una sera aspett accanto alla siepe, e gli chiese:
Don Predu, mi dica, ha veduto il mio padroncino? L'altra sera
venne qui che aveva la febbre e adesso sto in pensiero per lui.
Don Predu rise, dall'alto del cavallo, col suo riso forzato a
bocca chiusa, a guance gonfie.
Ieri sera l'ho veduto a giocare dal Milese. E perdeva, anche!
Perdeva!, ripet Efix smarrito.
Come lo dici! Vuoi che vinca sempre?
A me disse che non giocava mai...
E tu lo credi? Non dice una verit neanche se gli dai una
fucilata. Ma non  cattivo: dice le bugie, cos perch gli sembran
verit, come i bambini.
Come un bambino davvero...
Un bambino che ha tutti i denti per! E come mastica! Vi manger
anche il poderetto. Efix, ricordati: son qua io! Se no,
bastonate...
Efix lo guardava dal basso, spaurito; e il grosso uomo a cavallo
gli sembrava, nel crepuscolo rosso, un uccello di malaugurio, uno
dei tanti mostri notturni di cui aveva paura.
Ges, salvaci. Nostra Signora del Rimedio, pensa a noi...
Don Predu s'era gi allontanato, quando Efix lo raggiunse nello
stradone porgendogli con tutte e due le mani un cestino colmo di
pomi e di ortaggi.
Don Predu, mandi questo con la sua serva alle mie padrone. Io non
posso abbandonare il poderetto... e don Giacinto non viene...
Da prima l'uomo lo guard sorpreso; poi un sorriso benevolo gli
incresp le labbra carnose. Sollev una gamba e disse:
Guarda l, c' posto.
Efix cacci il cestino entro la bisaccia, e mentre don Predu
andava via senza dir altro, se ne torn su alla capanna: aveva
paura che le padrone lo sgridassero; sapeva d'aver commesso un
atto grave, forse un errore; ma non si pentiva. Una mano
misteriosa lo aveva spinto, ed egli sapeva che tutte le azioni
compiute cos, per forza sovrannaturale, sono azioni buone.

Aspett Giacinto fino al tardi. La luna piena imbiancava la valle,
e la notte era cos chiara che si distingueva l'ombra d'ogni
stelo. Persino i fantasmi, quella notte, non osavano uscire, tanta
luce c'era: e il mormorio dell'acqua era solitario, non
accompagnato dallo sbatter dei panni delle <I>panas</I>. Anche i
fantasmi avevan pace, quella notte. Il servo solo non poteva
dormire. Pensava alla storia di Giacinto e del capitano di porto,
e provava un senso d'infinita dolcezza, d'infinita tristezza.
Tutti, nel mondo, pecchiamo, pi o meno, adesso, o prima o poi: e
per questo? Il capitano non aveva perdonato? Perch non dovevano
perdonare anche gli altri? Ah, se tutti si perdonassero a
viceversa! Il mondo avrebbe pace: tutto sarebbe chiaro e
tranquillo come in quella notte di luna.
S'alz e and a fare un giro nel poderetto. S, sul sentieruolo
bianco si disegnava anche l'ombra dei fiori: le foglie dei fichi
d'India avevano le spine, nell'ombra, e dove l'acqua era ferma,
gi al fiume, si vedevano le stelle.
Ma ecco un'ombra che si muove dietro la siepe, fra gli ontani: 
un animale deforme, nero, con le gambe d'argento: scricchiola
sulla sabbia, si ferma.
Efix corse gi; gli sembrava di volare.
Sei tu! Sei tu? M'hai spaventato.
Giacintino si tir a fianco la bicicletta e lo segu silenzioso;
ma ancora una volta, arrivati davanti alla capanna si butt a
terra gemendo:
Efix. Efix, non ne posso pi... Che hai fatto! Che hai fatto! .
Che ho fatto?
Non so bene neppur io. E' venuta la serva di zio Pietro, portando
un cestino, dicendo che lo avevi consegnato tu al suo padrone.
C'erano zia Ruth e zia Noemi in casa, poich zia Ester era alla
novena: presero il cestino e ringraziarono la serva, e le diedero
anche la mancia; ma poi zia Noemi fu colta da uno svenimento. E
zia Ruth la credeva morta, e grid. Corsero a chiamare zia Ester;
ella venne spaventata, e per la prima volta anche lei mi guard
torva e mi disse che son venuto per farle morire. Oh Dio, Dio, oh
Dio, Dio! Io bagnavo il viso di zia Noemi con l'aceto e piangevo,
te lo giuro sulla memoria di mia madre; piangevo senza sapere
perch. Finalmente zia Noemi rinvenne e mi allontan con la mano;
diceva: era meglio fossi morta, prima di questo giorno. Io
domandavo: perch? perch, zia Noemi mia, perch? E lei mi
allontanava con una mano, nascondendosi gli occhi con l'altra. Che
pena! Perch son venuto, Efix? Perch?
Il servo non sapeva rispondere. Adesso vedeva, s, tutto l'errore
commesso, consegnando il cestino a don Predu e pensava al modo di
rimediarvi, ma non vedeva come, non sapeva perch, e ancora una
volta sentiva tutto il peso delle disgrazie dei suoi padroni
gravare su lui.
Sta' quieto, disse infine. Torner io domani al paese e
rimedier tutto.
Allora Giacinto riprese
Tu devi dire alle zie che non son stato io a consigliarti di
incaricare zio Pietro della consegna del cestino. Esse credono
cos. Esse credono, e zia Noemi specialmente, che io cerchi
l'amicizia di zio Pietro per far dispetto a loro. Io sono amico di
tutti; perch non dovrei esserlo di zio Pietro? Ma le zie sanno
che egli vuole comprare il poderetto. Che colpa ne ho io? Sono io
che voglio venderlo, forse?
Nessuno vuol venderlo. Perch parlare di queste cose? Ma tu,
anima mia, tu... tu l'altra sera dicevi questo, dicevi
quest'altro: promettevi mari e monti, per far felici le tue zie; e
ieri sera, invece, sei andato a giocare...
Giocando tante volte si guadagna. Io voglio guadagnare, appunto
per <I>loro</I>: no, non voglio pi essere a carico loro. Voglio
morire... Vedi aggiunse sottovoce adesso, dopo la scena di oggi,
mi pare di essere ancora nella casa del capitano... Dio mi aiuti,
Efix!
Efix ascoltava con terrore: sentiva d'essere di nuovo davanti al
destino tragico della famiglia alla quale era attaccato come il
musco alla pietra, e non sapeva che dire, non sapeva che fare.
Oh, sospir profondamente Giacinto. Ma di qui me ne vado certo;
non aspetto che mi caccino via! Sono senza carit, le mie zie,
specialmente zia Noemi. Non m'importa, per: essa non ha perdonato
mia madre; come pu perdonare me? Ma io, ma io...
Abbass la testa e trasse di saccoccia una lettera.
Vedi, Efix? So tutto. Se zia Noemi non ha perdonato mia madre
dopo questa lettera, come pu aver l'animo buono? Tu lo sai cosa
c', in questa lettera, l'hai portata tu, a zia Noemi. Ed io
gliel'ho presa: stava sul lettuccio, il giorno del mio arrivo: io
ne lessi qualche riga, poi la presi dall'armadio, oggi... E' mia;
 di mia madre;  mia... Non  degna di stare l questa
lettera...
Giacinto! Dammela!, disse Efix stendendo le mani. Non  tua!
Dammela: la riporter io, alle mie padrone.
Ma Giacinto stringeva la lettera fra le palme delle mani e
scuoteva la testa. Efix cerc di prendergliela: supplicava, pareva
domandasse un'elemosina suprema.
Giacinto, dammela. La riporter io, la rimetter nell'armadio.
Parler io con loro, metter pace. Tu aspettami qui. Ma dammi la
lettera.
Giacinto lo guard. La sua spalla tremava, ma gli occhi erano
freddi, quasi crudeli. Allora Efix balz, gli grav le mani sulle
spalle, gli sibil all'orecchio una parola.
Ladro!
Giacinto ebbe l'impressione di essere assalito da un avvoltoio;
apr le mani e la lettera cadde per terra.


Capitolo settimo.

All'alba Efix s'avvi al villaggio.
Gli usignoli cantavano, e tutta la valle era color d'oro - un oro
azzurrognolo per il riflesso del cielo luminoso. Qualche figura di
pescatore si disegnava immobile come dipinta in doppio sul verde
della riva e sul verde dell'acqua stagnante fra i ciottoli
bianchi.
Bench fosse presto, quando arriv al villaggio, Efix vide
l'usuraia filare nel suo cortile, fra i porcellini grassi e i
colombi in amore, e la salut accennandole che sarebbe passato pi
tardi; ma ella rispose agitando il fuso: ella poteva aspettare,
non aveva fretta.
Pi su, ecco zia Pottoi, con una ciotola di latte per la colazione
dei ragazzi. Efix cerc di passare oltre, ma la
vecchia cominci a parlar alto ed egli dovette fermarsi per
ascoltarla.
Ebbene, che ti ho fatto? Perch i ragazzi si voglion bene,
dobbiamo odiarci noi, vecchi?
Ho fretta, comare Pottoi.
Lo so, c' chiasso, in casa delle tue padrone. Ma la colpa non 
mia. Io ci perdo, in questa occasione. Il tuo padroncino vuole che
Grixenda stia a casa, che non vada pi scalza, che non vada pi a
lavare. Io devo fare la serva; ma lo faccio con piacere poich si
tratta di render felici i ragazzi...
Signore, aiutaci!, sospir Efix. Lasciatemi, comare Pottoi.
Pregate Cristo, pregate Nostra Signora del Rimedio...
Il rimedio  in noi, sentenzi la vecchia. Cuore, bisogna
avere, null'altro...
Cuore, bisogna avere, ripeteva Efix fra se, entrando dalle sue
padrone.
Tutto era silenzio e sole nel cortile: fiorivano i gelsomini sopra
il pozzo e le ossa dei morti fra l'erba d'oro dell'antico
cimitero. Il Monte circondava col suo cappuccio verde e bianco la
casa; una colonnina istoriata era caduta dal balcone e giaceva in
mezzo ai sassolini come l'avanzo di un razzo. Tutto era silenzio.
Efix entr e vide che il cestino mandato da lui con don Predu era
quasi vuoto sopra il sedile, segno che gli ortaggi eran gi stati
venduti: rimanevano solo i pomini gialli di San Giovanni: gli
parve quindi di aver sognato. Sedette e domand:
Dove son le altre? Che  accaduto?.
Ester  a messa, Noemi  su, disse donna Ruth, curva a preparare
il caff.
E non disse altro, finch non arrivarono le sorelle, donna Ester
col dito fuori dell'incrociatura dello scialle, Noemi pallida
silenziosa con le palpebre violette abbassate.
Efix non osava guardarle; s'alz rispettoso davanti a loro che
prendevano posto sul sedile, e solo dopo che donna Ester ebbe
domandato:
Efix, sai che succede?, egli sollev gli occhi e vide che Noemi
lo fissava come il giudice fissa l'accusato.
Lo so. La colpa  mia. Ma l'ho fatto a scopo di bene.
Tu fai tutto, a scopo di bene! Sarebbe bella che lo facessi a
scopo di male, anche! Ma intanto...
Ebbene, non era poi un nemico! E' un parente, alla fine!
Gente tua, morte tua, Efix!
Ebbene, non accadr pi, vuol dire!
E' partito?, domand allora donna Ester, turbandosi.
Partito? Don Predu? Dove?
Chi parla di Predu? Io parlavo di quel disgraziato.
Efix guard il cestino.
Io volevo dire per don Predu... per quello che ho fatto ieri.
Noemi sorrise, ma un sorriso che le torse la bocca e l'occhio
verso l'orecchio sinistro.
Efix, disse con voce aspra, noi parliamo di Giacinto. Tu,
quando si trattava di farlo venire, dicesti: "Se si comporta male
penso io a mandarlo via". Hai s o no detto questo?
Lo dissi.
E allora tieni la promessa. Giacinto  la nostra rovina.
Efix abbass un momento la testa: arrossiva e aveva vergogna di
arrossire, ma subito si fece coraggio e domand:
Posso dire una parola? Se  mal detta  come non detta.
Parla pure.
Il ragazzo a me non sembra cattivo. E' stato finora mal guidato:
ha perduto i genitori nel peggior tempo per lui, ed  rimasto come
un bambino solo nella strada e s' perduto. Bisogna ricondurlo
nella buona via. Adesso, qui, in paese, non sa che fare; ha la
febbre, s'annoia, va perci a giocare e a fare all'amore. Ma ha
idee buone,  beneducato. Vi ha mancato mai di rispetto?...
Questo no..., proruppe donna Ester, e anche donna Ruth fece
cenno di no. Ma Noemi disse con voce amara, stringendo lentamente
i pugni e stendendoli verso Efix:
Dacch  venuto non ha fatto altro che mancarci di rispetto. Gi,
 venuto senza dir nulla... Appena arrivato ha fatto relazione con
tutta la gente che ci disprezza. Poi s' messo a far all'amore con
la ragazza della peggior razza di Galte. Una che va scalza al
fiume! Ed  stato ozioso, e vive nel vizio, tu stesso lo dici. Se
questo non  mancare di rispetto a noi, alla casa nostra, che
cos'? Dillo tu, in tua coscienza....
E' vero, ammise Efix. Ma  un ragazzo, ripeto. Bisognerebbe
aiutarlo, cercargli un'occupazione. Poi vorrei dire un'altra
cosa...
E parla pure!, disse Noemi, ma con tale disprezzo ch'egli si
sent gelare. Tuttavia os:
Io credo che gli gioverebbe aver famiglia propria. Se ama davvero
quella ragazza... perch non lasciargliela sposare?....
Noemi balz su, appoggiando le gambe tremanti al sedile.
Ti ha pagato, per parlare cos?
Allora egli ebbe il coraggio di guardarla negli occhi, e una
risposta sola: io non sono avvezzo a esser pagato gli riemp la
bocca di saliva amara; ma ringhiott parole e saliva perch vedeva
donna Ester tirar la giacca di Noemi, e donna Ruth pallida
guardarlo supplichevole, e capiva ch'esse tutte indovinavano la
sua risposta, e sapevano che non era un servo da esser pagato lui;
o meglio, s, un servo, ma un servo che nessun compenso al mondo
poteva retribuire.
Donna Noemi! Lei dice cose che non pensa, donna Noemi! Suo nipote
non ha denari, per potermi pagare, e quando anche ne avesse non
gli basterebbero!, disse tuttavia, vibrante di rancore, e Noemi
torn a sedersi, posando le mani sulle ginocchia quasi per
nascondere il tremito.
In quanto a denari ne ha! Non suoi, ma ne ha.
E chi glieli d?
Sei occhi lo fissarono meravigliati: Noemi torn a sogghignare; ma
donna Ester pos una mano sulla mano di lei e parl con dolcezza.
Egli prende i denari da Kallina. Noi credevamo che tu lo sapessi,
Efix! Prende i denari da Kallina, a usura, e Predu gli ha firmato
qualche cambiale perch spera di toglierci il poderetto.
Comprendi!
Egli comprendeva. A testa curva, a occhi chiusi, livido, apriva e
chiudeva i pugni spaventato e non gli riusciva di rispondere.
E loro credevano ch'io sapessi? E come?... e perch?..., si
domandava.
S, disse Noemi con crudelt. Noi credevamo che tu lo sapessi,
non solo, ma che gli facessi garanzia presso la tua amica
Kallina...
La mia amica?, egli grid allora aprendo gli occhi spauriti. E
vide rosso. Grid ancora qualche parola, ma senza sapere quel che
diceva, e corse via agitando la berretta come andasse a spegnere
un incendio.
Si trov nel cortiletto dell'usuraia.
Tutto era pace l dentro come nell'arca di No. Le colombe bianche
tubavano, con le zampe di corallo posate sull'architrave della
porticina sotto un tralcio di vite che gettava una ghirlanda d'oro
sulla sua ombra nera; e in questa cornice l'usuraia filava, coi
piccoli piedi nudi entro le scarpette ricamate, il fazzoletto
ripiegato sulla testa.
Lo spasimo di Efix turb la pace del luogo.
Dimmi subito come va l'affare di don Giacinto.
L'usuraia sollev le sopracciglia nude e lo guard placida.
Ti manda lui?
Mi manda il boia che ti impicchi! Parla, e subito, anche.
Con un gesto minaccioso le ferm il fuso ed ella ebbe paura ma non
lo dimostr.
Ti mandano le tue dame, allora? Ebbene, dirai loro che non si
prendano pensiero. C' tempo, a pagare, non ho fretta. In tutto ho
dato quattrocento scudi, al ragazzo. Egli cominci a chiedermi i
quattrini quando eravamo alla festa. Voleva far bella figura.
Diceva che aspettava denari dal Continente. Mi rilasci una
cambiale firmata da don Predu. Come potevo dire di no? Dopo,
ritorn, qui. Mi disse che i denari del Continente li aveva
giocati col Milese e li aveva perduti. Io gli dissi che portavo la
cambiale da don Predu: allora si spavent e me ne port un'altra
firmata da donna Ester. Allora gli diedi altri denari. Come potevo
dire di no? Tu non sapevi nulla?, ella concluse riprendendo a
filare.
Efix era annientato. Ricordava che donna Ester aveva di nascosto
scritto a Giacinto di venire; di nascosto poteva anche aver
firmato la cambiale. Come avrebbero pagato? Gli pareva di non
potersi pi muovere, d'aver le gambe gonfie, pesanti di tutto il
sangue che gli calava gi lasciandogli vuoto il cuore e la testa e
le mani inerti. Come avrebbero pagato?
E l'usuraia filava e le colombe tubavano, e le galline beccavano
le mosche sulla pancia rosea dei porcellini stesi al sole: tutto
il mondo era tranquillo. Lui solo spasimava.
Ah, dunque non lo sapevi? Io credevo che parte del denaro
l'avessero tenuto loro, le dame, per pagarti. Anzi volevo proporre
a don Giacinto di scontare i dieci scudi che tu mi devi, ma in
fede mia poi ho pensato che non andava bene: se per, rinnovando
la cambiale, vogliamo fare tutto un conto...
Efix fece uno sforzo per muoversi: si strapp di nuovo la berretta
dal capo e cominci a sbattergliela sul viso, pazzo di
disperazione.
Ah, maledetta tu sii... ah, che il boia t'impicchi... ah, che hai
fatto?
Nel cortiletto fu tutto un subbuglio; le colombe volarono sul
tetto, i gatti s'arrampicarono sui muri; solo la donna taceva per
non far accorrere gente, ma si curv per sfuggire ai colpi e si
difese col fuso, balzando, indietreggiando, e quando fu dentro la
cucina si volse verso l'angolo dietro la porta, afferr con tutte
e due le mani un palo di ferro e si drizz, ferma contro la
parete, terribile come una Nemesi con la clava.
E fu fei allora a far indietreggiare l'uomo, dicendogli sottovoce,
minacciosa:
Vattene, assassino! Vattene....
Egli indietreggiava.
Vattene! Che vuoi da me, tu? Vengo io, a cercarvi, forse? Venite
voi tutti, da me, quando la fame o i vizi vi spingono. E' venuto
don Zame, son venute le sue figlie,  venuto suo nipote. Sei
venuto anche tu, assassino! E quando avete bisogno siete buoni, e
poi diventate feroci come il lupo affamato. Vattene...
Efix era sulla porta: ella lo incalzava.
Anzi ti devo dire che non voglio pi pazientare, giacch mi
trattate cos. O alla scadenza, in settembre, mi pagate, o
protesto la cambiale. E se la firma  falsa, metto il ragazzo in
prigione. Va'!
Egli se ne and. Ma non torn a casa; andava andava per il
paesetto deserto sotto il sole: inciampava nelle pietre vulcaniche
sparse qua e l, e gli pareva che il terremoto ricordato dalla
tradizione fosse avvenuto quella mattina stessa.
Egli s'aggirava tra le rovine; e gli sembrava di aver l'obbligo di
scavare, di ritrarre i cadaveri dalle macerie, i tesori di
sottoterra, ma di non potere, cos solo com'era, cos debole, cos
incerto sul punto da incominciare.
Passando davanti alla Basilica vide ch'era aperta ed entr. Non
c'era messa, ma la guardiana puliva la chiesa, e s'udiva il
frusciar della scopa, nel silenzio della penombra, come se le
antiche castellane vi passassero coi loro vestiti di broccato
dallo strascico stridente.
Efix s'inginocchi al solito posto sotto il pulpito, appoggi la
testa alla colonna e preg. Il sangue tornava a circolargli nelle
vene, ma caldo e pesante come lava; la febbre lo pungeva tutto, i
raggi obliqui di polviscolo argenteo che cadevano dal tetto in
rovina gli parevano buchi bianchi sul pavimento nero, e le figure
pallide dei quadri guardavano tutte gi, si curvavano, stavano per
staccarsi e cadere.
La Maddalena si spinge in avanti, affacciata alla sua cornice nera
sul limite dell'ignoto. L'amore, la tristezza, il rimorso e la
speranza le ridono e le piangono negli occhi profondi e sulla
bocca amara.
Efix la guarda, la guarda, e gli sembra di ricordare una vita
anteriore, remotissima, e gli sembra che ella gli accenni di
accostarsi, di aiutarla a scendere, di seguirla...
Chiuse gli occhi. La testa gli tremava. Gli pareva di camminare
con lei sulla sabbia lungo il fiume, sotto la luna: andavano,
andavano, silenziosi cauti; arrivavano allo stradone accanto al
ponte. Laggi la sua visione si confondeva. C'era un carro su cui
Lia sedeva, nascosta in mezzo a sacchi di scorza. Il carro spariva
nella notte, ma sul ponte, sotto la luna, rimaneva don Zame morto,
steso sulla polvere, con una macchia gonfia violetta come un acino
d'uva sulla nuca. Efix s'inginocchiava presso il cadavere e lo
scuoteva.
Don Zame, padrone mio, su, su! Le sue figliuole l'aspettano.
Don Zame restava immobile.
E singhiozz cos forte che la guardiana s'accost a lui con la
scopa.
Efix, che hai? Stai male?
Egli spalanc gli occhi spauriti e gli parve di vedere ancora
Kallina col palo che gli gridava: Assassino!.
Ho la febbre... mi par di morire. Vorrei confessarmi...
E vieni proprio qui? Se non ti confessi col Cristo!, mormor la
guardiana sorridendo ironica; ma Efix appoggi di nuovo la fronte
alla colonna del pulpito e con gli occhi sollevati verso l'altare
cominci a balbettare confuse parole; grosse lagrime gli cadevano
lungo il viso, deviavano verso il mento tremulo, cadevano goccia a
goccia fino a terra.
Giacinto lo aspettava sdraiato davanti alla capanna.
Appena lo vide venir su, con in mano il cestino che sebbene vuoto
pareva lo tirasse gi verso la terra, cap che si <I>sapeva
tutto</I>. Meglio! Cos poteva liberarsi d'una parte del peso che
lo schiacciava, la pi vergognosa: il silenzio.
Raccontami, disse mentre Efix sedeva al solito posto senza
abbandonare il cestino. Racconta!, ripet pi forte, poich
l'altro taceva. Adesso? Efix sospir.
E adesso? Le mie padrone si sono un po' calmate perch ho
promesso di cacciarti via, intendi? Esse credono che le cambiali
son davvero firmate da don Predu ed io non ho avuto il coraggio di
dir loro la verit perch le firme sono false, vero? Ah, s, 
vero? Ah, Giacinto, anima mia, che hai fatto! E adesso? Andrai a
Nuoro? Lavorerai? Pagherai?
E' tanto...  una somma grossa, Efix... Come fare?
Ma Efix gli parlava sottovoce, curvo su lui delirante:
Va' figlio di Dio, va'! Io avrei voluto che tu non andassi, ma se
io stesso ti dico d'andartene  perch non c' altra salvezza.
Ricordati le cose belle che dicevi, l'altra sera. Dicevi: voglio
che le zie stian bene, voglio che la casa risorga... Queste cose
le pensavo anch'io, quando tu dovevi venire. E invece! Invece, se
tu non paghi, l'usuraia metter all'asta il poderetto o ti caccer
in carcere per le firme false; e <I>loro</I> dovranno domandare
l'elemosina... Questo hai fatto tu, questo! So che non l'hai fatto
per male. Tu che promettevi, l'altra sera, tante cose belle, tu,
figlio di Dio....
La spalla di Giacinto ricominci a tremare. Sollev il viso, sotto
il viso reclinato di Efix, e si guardarono disperati.
Non l'ho fatto per male. Volevo guadagnare. Ma come si fa, in
questo paese? Tu lo sai, tu che sei rimasto cos... cos...
miserabile...
Le zie non rimetteranno un soldo, riprese, dopo un momento di
silenzio ansioso. C', s, anche la firma di zia Ester; l'ho
dovuta far io perch... l'usuraia non mi dava credito. Ma io
pagher, vedrai: e se no, andr in carcere. Non importa. 
Tu, dunque, Efix, hai denari?
Se ne avessi non sarei qui spezzato! Avrei gi ritirato le
cambiali...
Che fare, Efix, allora? Che fare?
Ebbene, senti: tu andrai ancora dall'usuraia e ti farai dare
cento lire per recarti a Nuoro. L cercherai il posto.
L'importante  di cambiar strada, adesso; di sollevarti una buona
volta. Intendi?
Ma Giacinto, che fino all'ultimo momento aveva sperato nell'aiuto
del servo, non rispose, non parl pi. Ripiegato su se stesso come
una bestia malata, sentiva le cavallette volare crepitando tra le
foglie secche e seguiva con uno sguardo stupido lo sbattersi delle
loro ali iridate. Due gli caddero sulla mano, intrecciate, verdi e
dure come di metallo. Egli trasal. Pens a Grixenda, pens che
doveva partire e non rivederla pi, cos povero da rinunziare
anche a una creatura cos povera. E affond il viso tra l'erba,
singhiozzando senza piangere, con le spalle agitate da un tremito
convulso.


Capitolo ottavo.

Era un gioved sera e l'usuraia non filava per timore della
<I>Giobiana</I>, la <I>donna del gioved</I>, che si mostra
appunto alle filatrici notturne e pu loro cagionare del male.
Pregava, invece, seduta sullo scalino della porta sotto la
ghirlanda della vite argentea e nera, alla luna: e ogni volta che
guardava intorno le sembrava ancora di vedere, qua e l sulla
muraglia dei fichi d'India, gli occhi di Efix verdi scintillanti
d'ira. Eran le lucciole.
Eran le lucciole: ma anche lei credeva alle cose fantastiche, alla
vita soprannaturale degli esseri notturni e ricordava che da
ragazzetta, quando era povera e andava a chieder l'elemosina ed a
raccogliere sterpi sotto le rovine del castello, e la fame e la
febbre di malaria la perseguitavano come cani arrabbiati, una
volta mentre scendeva fra i ciottoli, acuti come coltelli, in
faccia al sole cremis fermo sopra i monti violetti di Dorgali, un
signore l'aveva raggiunta, silenzioso, toccandola per la spalla.
Era vestito di colore del sole e dei monti, e il viso si
rassomigliava a quello di un figlio di don Zame Pintor morto
giovane.
Ella lo aveva subito riconosciuto: era il Barone, uno dei tanti
antichi Baroni i cui spiriti vivevano ancora tra le rovine del
Castello, nei sotterranei scavati entro la collina e che finivano
nel mare.
Ragazza, le disse con voce straniera, corri dalla <I>Maestra di
parto</I>, e pregala di venir su stanotte al Castello, perch mia
moglie, la Barona, ha i dolori. Corri, salva un'anima. Tieni il
segreto. Prendi questo.
Ma Kallina tremava sostenendosi al suo fascio di legna che contro
il sole cremis le pareva una nuvola nera; non pot quindi stendere
la manina e le monete d'oro che il Barone porgeva caddero per
terra.
Egli sparve. Ella butt il fascio, raccolse i denari paurosa come
l'uccellino che becca le briciole e scapp via agile saltellante;
ma la <I>Maestra di parto</I>, sebbene vedesse le monete calde
umide entro i pugni ardenti di lei, le sputacchi sul viso per
toglierle lo spavento e le disse ridendo:
Vai che hai la febbre e il delirio; le monete le avrai trovate.
Se ne trovano ancora, sotto il Castello. Dammele, che te le far
<I>fruttare</I>.
Kallina gliele diede; solo ne tenne una col buco e se la mise al
collo infilata ad un correggiuolo rosso.
Andate, disse alla donna. Salvate un'anima. Voi fingete di non
crederci perch io tenga il segreto. Ma lo terr lo stesso.
E cadde a terra come morta.
La levatrice si ostin finch visse a dire ch'era stata
un'illusione della febbre; ma si sa, ella diceva, questo perch
Kallina tenesse il segreto.
Le monete intanto <I>fruttavano</I>: fruttavano tutti gli anni
sempre pi come i melograni che ella vedeva laggi verdi e rossi
intorno al cortile di don Predu Pintor.
Una sera poi aveva provato, vecchia com'era, la stessa impressione
di gioia e di terrore di quella volta. Un giovane signore le era
apparso, tale e quale il Barone. Era Giacinto. E ogni volta che lo
vedeva, si rinnovava in lei quel senso di vertigine, il ricordo
confuso d'una vita anteriore, antica e sotterranea come quella dei
Baroni nel Castello.
Eccolo che viene. Alto, nero, col viso bianco alla luna, entra,
siede accanto a lei sulla soglia.
Zia Kallina, disse una voce straniera, perch avete raccontato
i miei affari al servo?
E' lui che ha voluto. Mi ha aggredita e voleva uccidermi.
Uccidervi? Per cos poco? Oh, quell'uomo e le mie zie fanno tanto
strepito per delle miserie, mentre c' gente, <I>laggi</I>, che
fa debiti per milioni e nessuno lo sa!
Ma alla vecchia non importava nulla della gente di <I>laggi</I>.
Ho dovuto prendere il palo per difendermi! Intende, vossignoria?
Il servo  feroce: non si fidi!
Giacinto stette un momento immobile, guardandosi le mani su cui
cadeva l'ombra tremula d'un riccio di vite. Poi trasal.
Non mi fider. Anzi voglio partire. Non posso pi vivere, qui...
Anzi, guadagner: fra quaranta giorni vi restituir tutto, fino
all'ultimo centesimo. Adesso per mi dovete dare i soldi per il
viaggio. Vi rilascer un'altra cambiale.
Firmata da chi?
Da me!, egli disse risoluto. Da me! Fidatevi. Salvate un'anima.
Su, presto! E tenete il segreto.
Le tocco la spalla come il Barone, ed ella s'alz e and a
prendere i denari dalla cassa: due biglietti da cinquanta lire che
palp a lungo, guardandoli attraverso la luna e pensando che per
il viaggio di Giacinto bastava uno. Cos l'altro lo ripose. La
luna alta sul finestrino sopra la cassa mandava un nastro
d'argento fino al suo petto legnoso, e dalla scollatura della
camicia si vedeva la moneta d'oro infilata nel correggiuolo
diventato nero.
Giacinto non rimase contento. Cos'era quel foglietto sottile in
paragone dei tesori dei grandi signori del Continente? Ma come
l'usuraia diceva di non voler la cambiale, egli cap che ella gli
faceva una elemosina, e prov un'angoscia insostenibile: gli parve
d'essere ancora nell'anticamera del capitano di porto, immobile ad
aspettare.
Allora non pi tardi di domani ve li restituir, promise
alzandosi.
E and dal Milese per dirgli che l'indomani partiva.
Anche l, attraverso la porta si vedeva il cortile bianco e nero
di luna e dell'ombra del pergolato: la suocera seduta sulla sua
scranna da regina primitiva non filava per rispetto alla
<I>Giobiana</I>, chiacchierando con la figlia febbricitante e con
le serve pallide sedute per terra appoggiate al muro.
Mio genero  uscito un momento fa; dev'essere andato da don
Predu, disse a Giacinto. E le zie di vossignoria stan bene? Le
saluti tanto e le ringrazi per il regalo che han mandato a mio
fratello il Rettore.
Le susine nere!, disse una serva golosa. Natlia, <I>corfu 'e
mazza a conca</I>, se le ha mangiate tutte di nascosto.
Se me ne d ancora, don Giac, vengo gi al podere con lei disse
Natlia provocante.
Vieni pure, egli rispose, ma la sua voce era triste; e sebbene
la vecchia padrona ammonisse:
Ognuno deve andare coi pari suoi, Natlia!, quando fu nella
strada, egli sent che le donne ridevano parlando di lui e di
Grixenda.
S, bisognava partire, andare in cerca di fortuna.
Per non ripassare davanti alla casa della fidanzata, scese un
viottolo, poi un altro, fino ad uno spiazzo su cui guardavano le
rovine d'una chiesa pisana.
L'euforbia odorava intorno, la luna azzurrognola splendeva sul
rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero, e pareva
che in quell'angolo di mondo morto non dovesse pi spuntare il
giorno. Ma subito dietro lo spiazzo biancheggiava fra i melograni
e i palmizi, simile a un'abitazione moresca, con porte ad arco,
logge in muratura, finestre a mezza luna, la casa di don Predu.
Attraversando il grande cortile ove luccicavano alla luna larghi
graticolati di canna su cui di giorno s'essiccavano i legumi
adesso coperti da stuoie di giunco, Giacinto vide la grossa figura
di suo zio e quella smilza del Milese immobili sullo sfondo dorato
d'una porta preceduta da un portico. Bevevano, seduti nella queta
stanza terrena, con le gambe accavallate e il gomito sullo spigolo
del tavolo: e tutti e due, l'uomo grasso e l'uomo magro,
sembravano contenti della vita.
Bevi, bevi!, dissero assieme porgendo a Giacinto il loro vino;
ma egli respinse assieme i due bicchieri.
Stai male, che non bevi?
Sto male, s.
Per non disse che male, tanto quei due non l'avrebbero capito.
Tua zia Noemi t'ha bastonato?
Grixenda non ti ha baciato abbastanza? <I>Corfu 'e mazza a
conca</I>, disse il Milese ripetendo l'imprecazione della serva
golosa.
Ohuff!, sbuff Giacinto appoggiando i gomiti al tavolino per
stringersi la testa fra le mani; e come la sua spalla tremava, don
Predu gliela guard, sbiancandosi lievemente in viso; e quella
spalla convulsa parve dargli tale noia che si alz e vi pos la
mano dicendo:
Usciamo, andiamo a prendere il fresco.
Andarono a prendere il fresco; i loro passi risuonavano nel
silenzio come quelli della ronda notturna. Gira e rigira anche
Giacinto fu preso dall'allegria un po' amara de' suoi compagni.
Andiamo a teatro, zio Pietro? A quest'ora nelle citt del
Continente comincia la vita e il divertimento. Davanti ai teatri
passano tante carrozze, come un fiume nero. Si vedono persino
delle signore in giro ancora coi cagnolini...
Il Milese rise tanto che gli venne il singhiozzo. Don Predu era
pi riserbato, ma il suo sorriso, a guardarlo bene, tagliava come
un coltello.
E tornatene l, allora! E portati dietro Grixenda come un
cagnolino.
Ohuff! Come siete stupidi, in questo paese.
Non come nel tuo, per.
Egli tacque, ma dopo riprese:
Perch mi chiamate stupido? perch ho buon cuore? Perch vorrei
passar bene la giovent? E voi, che fate? E' vita, la vostra? Che
vita  la tua? Non vuoi bene neanche a tua moglie malata. E voi,
zio Pietro? Che vita  la vostra? Accumulare i denari, come le
fave sulla stuoia, per darle poi ai porci. Non volete bene a
nessuno, neanche a voi stesso.
I due amici s'urtavano sorridendo.
Sei malato davvero, stanotte: male di borsa.
La mia borsa  pi colma della vostra! Andiamo nella bettola e
vedrete, egli disse arrossendo nell'ombra.
Tu non hai voluto bere con noi! Neppure se ti vedo morire accetto
il tuo vino!
Tuttavia finirono nella bettola quasi deserta; solo due uomini
giocavano silenziosi e un terzo guardava ora le carte dell'uno ora
le carte dell'altro, ma a un cenno di don Predu si avvicin ai
nuovi venuti e tutti e quattro sedettero intorno a un altro
tavolo.
Il bettoliere, un piccolo paesano che pareva un ebreo della
Bibbia, col giustacuore slacciato sulle brache orientali, port il
vino in un boccale levantino e depose una lucerna di ferro nero in
mezzo alla tavola; e il Milese con la testa reclinata a destra
mescol pensieroso le carte guardando ora l'uno ora l'altro dei
suoi compagni.
Quanto la posta?
Cinquanta lire, rispose Giacinto.
Trasse il biglietto dell'usuraia. Perdette.
Sulla lucerna nera la fiammella azzurrognola immobile pareva la
luna sul rudero della torre.


Capitolo nono.

Una sera, in luglio, Noemi stava seduta al solito posto nel
cortile, cucendo. La giornata era stata caldissima e il cielo d'un
azzurro grigiastro pareva soffuso ancora della cenere d'un
incendio di cui all'occidente si smorzavano le ultime fiamme; i
fichi d'India gi fioriti mettevano una nota d'oro sul grigio
degli orti e laggi dietro la torre della chiesa in rovina i
melograni di don Predu parevano chiazzati di sangue.
Noemi sentiva entro di s tutto questo grigio e questo rosso. Il
suo male primaverile di tutti gli anni non cessava col
sopraggiungere dell'estate, anzi ogni giorno di pi un bisogno
violento di solitudine la spingeva a nascondersi per abbandonarsi
meglio al suo struggimento come un malato che non spera pi di
guarire.
Quel giorno era sola. Donna Ester e donna Ruth avevano accettato
l'invito del Rettore di far parte del comitato d'una festa;
Giacinto era ad Oliena ad acquistar vino per conto del Milese. S,
ridotto a questo: a fare il servo ad uno ch'era stato mercante
girovago. Noemi lo disprezzava, non gli rivolgeva la parola, ma
quando era sola lo rivedeva curvo su lei a bagnarle il viso con
l'aceto e con le sue lagrime, e la voce tremante di lui, le sue
parole:
Zia Noemi mia mia, perch perch questo?, e gli occhi di lui
tristi e ardenti come quel cielo d'estate non le uscivano di
mente.
Le sembrava di sentire sulle labbra il sapore delle lagrime di lui
- ed era il sapore di tutta la tristezza, di tutta la debolezza
umana: allora la solita immagine di lui annoiato, spostato,
avvilito, di lui contro cui non si poteva combattere perch dava
l'impressione d'un masso precipitato dal monte a rovinar la casa,
spariva per lasciar posto all'immagine di lui buono, pentito,
appassionato.
Questa immagine, s, Noemi la amava; e a volte la sentiva cos
viva e reale accanto a lei che arrossiva e piangeva come assalita
da un amante penetrato di nascosto nel cortile.
La sua anima allora vibrava tutta di passione; un turbine di
desiderio la investiva portando via tutti i suoi pensieri tristi
come il vento che passa e spoglia l'albero di tutte le sue foglie
morte.
Le sembrava d'esser svenuta, come quel giorno, e che le sue
lagrime fossero quelle di Giacinto; e le sorbiva come il succo
d'un frutto acre con le labbra avide tremanti di tutti i baci che
non avevano dato n ricevuto. La giovinezza, l'ardore, il dolore
di Giacinto si trasfondevano in lei: dimenticava i suoi anni, il
suo aspetto, la sua assenza; le sembrava d'essere distesa sotto
un'acqua limpida nel folto di un bosco e di vedere una figura
curvarsi a bere, a bere, sopra la sua bocca: era Giacinto, ma era
anche lei, Noemi viva, assetata d'amore: era uno spirito
misterioso che sorbiva tutta l'acqua della sorgente, tutta la vita
dalla bocca di lei, tanta sete insaziabile aveva; e si stendeva
poi nel cavo della fontana nel folto del bosco e formava un essere
solo con lei.
Un colpo al portone la richiam. And ad aprire, credendo fossero
le sorelle o Giacinto stesso, della cui presenza non aveva timore
perch bastava a far cessare l'incanto, ma vide zia Pottoi e
richiuse istintivamente il portone per respingerla. La vecchia
spingeva a sua volta.
Mi vuole schiacciare come un ragno, donna No! Non vengo a farle
del male.
Noemi si ritirava fredda e sdegnosa, guardando la tela che aveva
in mano.
Che cosa volete?
Voglio parlare con la vossignoria, ma con calma, come da
cristiano a cristiano, disse la vecchia, che s'accomodava i
coralli sul collo bruciato e tremava, scarna e triste come uno
scheletro.
Donna Noemi, mi guardi! Non abbassi gli occhi. Son venuta per
chiederle aiuto.
A me?
S, a lei, a vossignoria. Son tre mesi che le loro signorie non
mi lasciano pi metter piede qui. Hanno ragione. Ma stanotte ho
sognato donna Maria Cristina; l'ho veduta accanto al mio letto,
come venne quella volta che avevo preso l'estrema Unzione. Era
bella, donna Maria Cristina, aveva il fazzoletto bianco come il
fiore del giglio. Va' da Noemi, - mi disse - Noemi ha il mio
cuore, perch il cuore dei morti rimane ai vivi. Va', Pottoi, - mi
disse - vedrai che Noemi ti aiutera. Queste proprie parole mi
disse.
Ferma accanto al portone, Noemi tentava di cucire ancora, con la
testa curva sulla tela che rifletteva il color rosso del cielo
sopra il monte.
Ebbene, che volete?
Le dir. Lei sa tutto. I ragazzi si voglion bene. Io dicevo: se
si voglion bene perch impedirlo loro? E noi, da giovani non
abbiamo amato? Ma il tempo passa, vossignoria; e il ragazzo
diventa strano. Grixenda mia  ridotta a un filo. Egli non vuole
che essa esca di casa, che vada a lavorare, e se la trova sulla
soglia la fa rientrare, e se Grixenda si lamenta egli dice: "Per
te io faccio morir le zie di dolore, zia Noemi specialmente". Non
dice altro, perch  beneducato e buono, ma queste parole sono
come il veleno che corrode senza far gridare.
Diede un gran sospiro e prese un lembo del grembiale di Noemi
arrotolandone la cocca fra le dita nere.
Donna Noemi, vossignoria mia, lei ha il cuore di sua madre. A lei
posso dirlo. Quando mio padre mi avvert: se guardi ancora don
Zame ti crepo la pupilla col pungolo, io ho chiuso gli occhi e don
Zame da quel momento  stato morto per me. Ma Grixenda non  cos:
Grixenda non pu chiudere gli occhi.
Suo malgrado Noemi si sentiva turbata. La vecchia che arrotolava
come una bimba la cocca del suo grembiale le dava tanta pena.
La colpa  vostra, disse, grave. Sapevate vecchia come siete
come vanno a finire queste cose.
Sappiamo, sappiamo... e non sappiamo mai niente, vossignoria mia!
Il cuore non  mai vecchio.
E' vero, questo, ammise Noemi, ma con una voce che pareva le
uscisse suo malgrado di bocca; ma subito corrug le sopracciglia e
sollev gli occhi freddi beffardi fissando quelli della vecchia.
Ebbene, che volete da me?
Che lei parli a don Giacinto; s, che gli dica: lascia in pace
Grixenda o sposala.
Io devo dirgli questo? E perch proprio io?, domand Noemi, e
poich l'altra a sua volta la fissava senza rispondere, ebbe una
penosa impressione: le parve che la vecchia <I>sapesse</I>.
Abbass gli occhi e riprese, aspra e fredda: Io non gli dir
nulla! Mettetevelo bene in mente: lo sapevate, chi era, lui, e
siete stata una cattiva nonna a permettere che Grixenda badasse a
uno non adatto per lei.
Perch non adatto per lei? Un uomo libero  sempre adatto per una
donna libera: basta ci sia l'amore. E vossignoria mia, si, far
questa carit di parlargli. Non  il pane che le chiedo,  pi del
pane;  la salvezza di una donna. E il ragazzo le dar ascolto,
perch  buono e dice: non mi dispiace altro, solo che zia Noemi
soffra per me... Ebbene, glielo confido: egli parla sempre di
vossignoria, e le vuol bene. Grixenda  persino gelosa di
vossignoria.
Allora Noemi si mise a ridere, ma sent le ginocchia tremarle e
sent nel cuore la bellezza luminosa del tramonto: era un mare di
luce sparso d'isole d'oro, con un miraggio in fondo. Ella non
aveva mai provato un attimo di ebbrezza simile.
Un attimo e il mondo aveva mutato aspetto. La vecchia la guardava,
e nei suoi occhi vitrei la malizia brillava come la collana
giovanile sul suo collo di scheletro.
Cosa mi dice, dunque, donna Noemi? Me ne vado un po' tranquilla?
S, vero, mi aiuter?
Andate pure, disse Noemi con voce mutata; ma la vecchia non se
ne andava, profondendosi in ringraziamenti umili.
La nostra casa misera  sempre stata accanto alla loro, come la
serva accanto alla padrona. Non poteva durare, la nostra
inimicizia! Zuannantoni mio piange, ogni volta che torno
dall'orto; piange e dice: perch le dame mi hanno cacciato via? E
prende la fisarmonica e viene a suonare qui dietro il muro. Dice
che fa la serenata a donna Noemi. L'ha sentito vossignoria? E
adesso tutto andr bene.
Speriamo: tutto andr bene, disse Noemi: ma non sapeva neanche
lei che cosa dovesse andar bene. Sentiva un improvviso amore per
tutti. Dite a Zuannantoni che venga, stasera. Gli dar le pere
rosse.
La vecchia le afferr la mano, gliela baci, and via piangendo:
ella torn al suo posto. Il cielo scolorito ad oriente, sopra il
Monte ardeva ancora, come se tutto lo splendore del giorno si
fosse raccolto lass. Ella s'ostinava a cucire ma non vedeva n la
tela n l'ago: solo quel grande chiarore, quel miraggio senza
confini, profondo, infinito. Le sembrava di sentire la serenata
del fanciullo, e versi d'amore passavano nell'aria ardente del
crepuscolo. Di nuovo si rivedeva sul rozzo belvedere del prete,
laggi alla chiesa del Rimedio; nel cortile ardeva il fal e la
festa ferveva. Ma a un tratto anche lei scendeva per unirsi alla
catena delle donne danzanti; anche lei prendeva parte alla festa:
era la pi folle di tutte: era come Grixenda e come Natlia e
sentiva entro il suo cuore l'ardore, la dolcezza, la passione di
tutte quelle donne unite assieme. Giacinto le stringeva la mano e
la festa intorno, nel cortile, nel mondo, era per loro...

Ma a poco a poco si svegli. Le parve che il fuoco si spegnesse e
il sangue cessasse di batter violento nelle sue vene. Ebbe
vergogna dei suoi sogni. Ricord la promessa alla vecchia: tutto
andr bene. Allora cerc le parole da dire al nipote per
convincerlo a mettersi nella buona via ed a sposare Grixenda.
Ch'essi sian felici! Ella li amava tutti e due, adesso, la donna
perch col suo amore formava una parte stessa dell'uomo: che siano
felici nella loro povert e nel loro amore, nel loro viaggio verso
una terra promessa. Ella li amava perch si sentiva in mezzo a
loro, parte di loro, unita all'uomo per il suo amore, unita alla
donna per il suo dolore. Li benediceva come una vecchia madre, ma
si sentiva trasportata in mezzo a loro, attraverso la vita
misteriosa, come Ges fra i suoi genitori nella fuga in Egitto...
E come i bambini ed i vecchi si mise a piangere senza sapere il
perch, di dolore ch'era gioia, di gioia ch'era dolore.

Ma qualcuno picchi di nuovo, ed ella s'asciug gli occhi con la
tela e and ad aprire. Un uomo entr, chiudendo il portone.
Era l'usciere, un borghese magro col viso nero di barba non rasa
da otto giorni: aveva in mano una carta lunga piegata in due.
Sollev il cappello duro verdognolo sul cranio calvo, guard Noemi
esitando a parlare.
Donna Ester non c'?
No.
Avrei... avrei da consegnarle questo. Ma posso farlo a lei,
aggiunse rapido, scrivendo qualche riga col lapis in fondo alla
carta e compitando le parole che scriveva.
Con-se-gna-to - consegnato, in, in ma-no - mano della sorella
nobile donna, donna No-e-mi - Noemi Pintor.
Ella guardava rigida, tremando entro di s. Cento domande le
salivano alle labbra, ma non voleva mostrarsi curiosa e debole
davanti a quell'uomo che tutti in paese temevano e disprezzavano.
A sua volta l'usciere esit ancora prima di consegnarle la carta,
finalmente si decise e and via rapido.
Ella si mise a leggere, con la tela sul braccio, gli occhi ancora
umidi di lagrime d'amore.
In nome di Sua Maest il Re... La carta aveva qualcosa di
misterioso e di terribile: pareva mandata da una potenza malefica.
Piano piano, a misura che leggeva e che capiva, Noemi credeva di
sognare. Torn a sedersi, rilesse meglio. Caterina Carta, di
professione casalinga, domandava alla nobile Ester Pintor, entro
cinque giorni dalla notificazione dell'atto di protesto, la
restituzione di duemilaseicento lire comprese le spese della
cambiale firmata da detta nobile Ester Pintor.
Sulle prime anche Noemi credette come Efix a un atto inconsulto di
Ester. Un fugace rossore le color la fronte; come una fiamma che
brilla un attimo e si spegne nella lontananza della notte oscura
le sal dalla profondit della coscienza la certezza che anche lei
avrebbe, pochi momenti prima, fatto qualunque follia per Giacinto.
Poi silenzio, buio. Lei, s, pochi momenti prima; ma Ester? Ester
non <I>poteva</I> aver provato la sua follia, Ester non
<I>poteva</I> aver rovinato la famiglia per amore di
quell'avventuriero.
La verit le balen allora sfolgorante, la fece balzare, correre
di qua e di l inciampando, barcollando, come colpita da un male
fisico.
Le sorelle la trovarono cos.
Donna Ester prese la carta, con la mano fuor dello scialle; donna
Ruth, poich era gi buio, accese la lucerna.
Sedettero tutte e tre sulla panca e Noemi, ritornata calma e
crudele, rilesse a voce alta la carta. I visi delle sorelle,
protesi sul foglio, lucevano di sudore d'angoscia: ma Noemi
sollev gli occhi e disse:
Se tu, Ester, non hai firmato niente non dobbiamo pagar niente.
E' chiaro, perch desolarsi?.
Egli andr in carcere.
Peggio per lui!
E tu, Noemi, tu parli cos? Si pu mandare un cristiano in
prigione?
Che cosa vuoi fare dunque?
Pagare.
E poi andare a chieder l'elemosina?
Anche Ges ha chiesto l'elemosina.
Ma Ges castiga anche, castiga i peccatori, i fraudolenti, i
falsari...
Nell'altro mondo, Noemi!
Donna Ruth taceva, mentre le sorelle discutevano, ma sudava,
appoggiata alla spalliera del sedile, con le mani abbandonate come
morte lungo i fianchi. Per la prima volta in vita sua provava un
sentimento strano; il bisogno di muoversi, di fare <I>qualche
cosa</I> per aiutare la famiglia.
Ah, disse donna Ester, alzandosi e incrociandosi lo scialle sul
petto, del resto bisogna esser pazienti e prudenti. Andr da
Kallina e la pregher di pazientare.
Tu, sorella mia? Tu in casa dell'usuraia? Tu, donna Ester
Pintor?
Noemi la tirava per il lembo dello scialle; ma donna Ester,
nonostante predicasse pazienza e prudenza, ebbe uno scatto.
Donna Ester un corno! Il bisogno, tu lo sai, sorella mia, rende
pari tutti.
E and.
Allora Noemi fu riassalita da un impeto di umiliazione e di
sdegno: la figura di Efix le balz davanti come quella della
vittima rassegnata al sacrifizio, ed ella corse nel cortile e usc
sul portone aspettando che passasse qualcuno per pregarlo d'andare
a chiamare il servo.
Lui, lui  la causa di tutto! Lui aveva promesso di sorvegliare
Giacinto e di proteggerci contro di lui...
Nessuno passava; tutto era silenzio e anche dentro casa donna Ruth
pareva morta. Noemi non dimentic mai quel momento d'attesa,
nell'ultimo crepuscolo che le pareva il crepuscolo stesso della
sua vita. Ferma sulle pietre rotte della soglia si protendeva in
avanti e le sembrava di aspettare un essere misterioso, salvatore
e vendicatore assieme.
Un passo risuon, un po' lento, un po' pesante: una forma apparve
gi nella strada: saliva, diventava grande, campeggiava gigantesca
sullo sfondo incolore dell'orizzonte: era nera ma come un filo di
fuoco scintillava sul suo petto, dalla parte del cuore.
Fu davanti a Noemi e accorgendosi dell'agitazione di lei si ferm,
mentr'ella appoggiava forte la mano aperta al muro per non cadere
tanto il desiderio e l'orrore di rivolgersi al passante la
turbavano.
Ma egli domand:
Noemi, che c'?.
Ed ella sent il suo cuore fondersi, chiamare aiuto.
Predu, fammi un piacere. Cercami qualcuno che possa andare a
chiamare Efix al poderetto.
Andr io, Noemi.
Tu? Tu? Tu... no.
Perch no?, egli stridette. Hai paura che ti rubi le angurie?
Ella continuava a balbettare, incosciente: Tu no... tu no... tu
no....
Don Predu indovinava il dramma che si svolgeva l dentro.
Non sapeva perch, da qualche tempo, dalla sera che aveva portato
il cestino, dalla sera in cui Giacinto gli aveva detto: tu
accumuli le tue monete come le tue fave, per darle ai porci.
Sentiva un vuoto dentro, un male strano, quasi lo straniero gli
avesse comunicato il suo, e pensando alle cugine provava una piet
insolita. Vide che Noemi tremava e anche lui appoggi la mano al
muro accanto a quella di lei. I loro volti eran vicini; quello di
lui aveva un odore maschio, di sudore, di pelle bruciata dal sole,
di vino e di tabacco, quello di lei un profumo di chiuso, di spigo
e di lagrime.
Noemi, disse rozzo e timido, levandosi il cappello e poi
rimettendoselo, se avete bisogno di me ditemelo. Che  successo?
Noemi non rispose: non poteva parlare.
Che  successo?, egli ripet forte.
Siamo rovinate, Predu..., ella disse infine, e le sembrava di
parlare contro la sua volont. Siamo morte. Giacinto ha
falsificato la firma di Ester... E l'usuraia ha protestato la
cambiale...
Ah, boia!, grid don Predu, dando un pugno al muro.
Noemi ebbe paura di quel grido e il sentimento del decoro la
richiam a s. Le parve che i vicini si affacciassero ad ascoltare
la sua miseria.
Vieni dentro, Predu: ti racconter tutto.
Ed egli entr nella casa di cui da venti anni non varcava la
soglia.
La lucerna ardeva sul sedile antico, e pareva che la fiammella
facesse pietosa compagnia a donna Ruth ancora seduta immobile con
la testa appoggiata alla spalliera e le mani abbandonate una qua
una l con le nocche sul legno. Met dei suo viso era illuminato,
cereo, met era in ombra, nero. Gli occhi socchiusi guardavan
tuttavia in alto, loschi come nello sforzo di fissare un punto
solo lontano.
Appena la vide don Predu trasal, fermandosi di botto. E dal
movimento di lui Noemi comprese la verit. Guard lui spaventata,
poi guard la sorella e corse a soccorrerla.
Ruth, Ruth?, chiam sottovoce, curva su lei, stringendole gli
omeri.
La testa di donna Ruth si reclin prima di qua, poi di l, poi
tutto il suo corpo parve protendersi in avanti e curvarsi ad
ascoltar la voce della terra che la richiamava a s.
Il lamento della fisarmonica di Zuannantoni giunse in fondo al
caos del dolore di Noemi, come una luce lontana.
Il ragazzo cantava, accompagnandosi, e la sua voce acerba d'una
melanconia inesprimibile riempiva la notte di dolcezza e di
chiarore. Noemi ancora inginocchiata presso il sedile ov'era steso
il cadavere di donna Ruth, sollev il viso guardandosi attorno.
Era sola. Don Predu era corso a richiamare donna Ester. Ella
ricord le parole della vecchia Zuannantoni viene a farle la
serenata e un mugolo di dolore usc dalle sue labbra verdastre:
eran grida, gemiti, lamenti che si confondevano con le note dello
strumento e col canto del fanciullo come l'ansito di un ferito
abbandonato in un bosco col gorgheggiare dell'usignolo.
Ma d'improvviso tutto tacque: poi s'udirono passi, risuonarono
voci; il cortile fu pieno di gente: Noemi vide accanto a s il
ragazzo col viso pallido e i grandi occhi spalancati, che si
stringeva al petto la fisarmonica come per difendersi da qualche
assalto, e gli disse all'orecchio:
Corri; va' a chiamare Efix.


ANNE11
ANNE
Capitolo dodicesimo.

Con grande meraviglia di Efix donna Ester accondiscese alle
proposte del cugino. Cos il poderetto fu venduto e la cambiale
pagata. Ma avvenne una cosa che dest le chiacchiere di tutto il
paesetto. Efix, pur continuando a stare al servizio di donna Ester
e di donna Noemi, ottenne di coltivare a mezzadria il poderetto;
cos portava in casa delle sue padrone la porzione di frutti che
gli spettava. Infine, dicevano le donne maliziose, da servo era
salito al grado di parente, anzi di protettore delle dame Pintor.
Ci che pi sorprendeva era l'accondiscendenza di don Predu; ma da
qualche tempo sembrava un altro; s'era persino dimagrito e una
voce strana correva, che egli fosse toccato a libro, vale a dire
ammaliato per virt di una fattucchieria eseguita coi libri santi.
Chi aveva interesse a far questo?
Non si sapeva: queste cose non si sanno mai chiare e precise, e se
si sapessero non sarebbero pi grandi e misteriose: il fatto era
che don Predu dimagriva, non parlava pi tanto insolentemente del
prossimo e infine commetteva la sciocchezza di comperare un podere
senza valore, e col podere il servo e a questo lasciava tutta la
sua libert.
Stefana e Pacciana dicevano:
E' un'elemosina ch'egli vuol fare alle sue disgraziate cugine.
Ma fra loro due, in confidenza, poich don Predu continuava a
mandare regali e regali alle dame Pintor, ammettevano che egli,
s, sembrava stregato, e parlavano di Efix sottovoce: tutto 
possibile nel mondo, ed Efix amava le sue padrone fino al punto di
rendersi capace di far per loro qualche sortilegio. Il suo
andirivieni con don Predu destava soprattutto i sospetti delle
serve: Stefana guard se sotto la soglia ci fosse qualche oggetto
magico nascosto, e Pacciana trov un giorno una spilla nera nel
letto del padrone... Fatti straordinari dovevano succedere.
Durante l'inverno le dame Pintor stettero sempre in casa e non
parlarono mai di andare alla Festa del Rimedio, ma a misura che le
giornate si allungavano e l'erba cresceva nell'antico cimitero,
anche donna Ester pareva presa da un senso di stanchezza, da una
malattia di languore come quella che tutti gli anni a primavera
rendeva pallida Noemi: non andava quasi pi in chiesa, si
trascinava qua e l per la casa, si sedeva ogni tanto, con le mani
abbandonate sulle cosce, dicendo che le facevano male i piedi.
Nella casa la miseria non era pi grave degli anni scorsi, poich
Efix provvedeva alle cose pi necessarie, ma l'aria stessa pareva
impregnata di tristezza.
In quaresima le due sorelle andarono a confessarsi. Era un bel
mattino limpido, sonoro; s'udivano grida di bambini e tintinnii di
greggi gi fra i giuncheti della pianura, e la voce del fiume,
grossa, sempre pi grossa, che pareva minacciasse, ma per scherzo.
Sul cielo tutto turchino non una nuvoletta, e l'aria cos
trasparente che sulle rocce del Castello si vedevano scintillare
le pietre e una finestra vuota delle rovine affacciarsi piena
d'azzurro fra l'edera che l'inghirlandava.
Prete Paskale era dentro il suo confessionale, e non intendeva
uscirne, sebbene Natlia l'aspettasse in sagrestia col caff e i
biscotti in un cofanetto.
Vedendo arrivare le due nuove penitenti, la serva fece un atto
disperato, e pens che era bene andare a far riscaldare il caff
dalla sua amica Grixenda. Eccola dunque col cofanetto sul capo,
uscire dietro l'abside, e scendere il viottolo, fra le macchie di
rovo scintillanti di rugiada.
Attraverso la porta aperta della vecchia Pottoi si vedeva Grixenda
china sulla fiamma del focolare a far bollire il caff per la
nonna ch'era a letto malata.
Ti secchi ogni giorno di pi, disse Natlia entrando.
Grixenda infatti era magra e pallida; acerba ancora, ma come
inaridita; certe mosse del collo scarno e del viso giallastro
ricordavano quelle della nonna. Solo gli occhi brillavano grandi e
chiari, pieni di una luce melanconica e insieme perfida, come
l'acqua delle paludi gi fra i giuncheti della pianura.
Il caff mi si raffredda: adesso poi son venute le tue zie, e
diventer di ghiaccio, disse Natlia, traendo la caffettiera dal
cofanetto. Cos me ne bevo un po' anch'io.
Le mie zie! Che sian fustigate! E tu con loro! Se vuoteranno
tutto il sacco dei loro peccati, certo troverai il tuo padrone
morto di sincope dentro il confessionale...
Che lingua! Si vede che t'ha morsicato la vipera. Prendi un
biscotto, eccolo, te l'offro come un fiore per raddolcirti il
cuore...
Ma Grixenda aveva davvero il cuore attossicato e non accettava
scherzi.
Se sei venuta per pungermi ti sbagli, Natlia: spine tu non ne
hai, perch sei l'euforbia, non la rosa. Io non ho dolori, non ho
dispiaceri: son forte come il pino in riva al fiume. E verr un
giorno che tu mi manderai un'ambasciata per chiedermi di diventar
mia serva.
Chi devi sposare? Il barone del castello?
Sposer un vivo, non un morto, i morti ti si attacchino ai
fianchi!
Mi pare sii stata tu a stregare don Predu.
Se lo voglio, sposo anche don Predu, disse Grixenda sollevando
fieramente il viso tragico infantile,  ma ho altri pensieri in
mente, io!
Natlia la guardava e ne sentiva piet: le sembrava un po' fuori
di s, l'infelice, e non insist quindi nel tormentarla. Prese un
altro biscotto e and a offrirlo a zia Pottoi nel suo buco. Una
striscia di luce pioveva dal tetto della stanzetta terrena,
illuminando il letto ove la vecchia giaceva vestita e con la
collana e con gli orecchini, stecchita e immobile come un cadavere
abbigliato per la sepoltura.
Credendola addormentata Natlia le sfior la mano che scottava; ma
la vecchia l'attir a s dicendole sottovoce:
Senti, Natlia, mi farai un piacere: va' da Efix Maronzu e digli
che devo parlargli: ma che non lo sappia Grixenda: va', piccola
tortora, va'!.
E dove lo trovo io, Efix? Sar in paese?
Egli vien su dal poderetto: lo vedo venir su, disse la vecchia,
mettendosi un dito sulle labbra, perch Grixenda entrava col
caff.
Vedi, Natlia; s' voluta alzare stamattina, e ha la febbre alta.
Nonna, nonna, tornate sotto le coperte.
Torner, torner: tutti torniamo sotto la coperta, disse la
vecchia, e Natlia se ne and con un peso sul cuore.
Cosa strana, ripassando davanti alla casa delle dame vide proprio
Efix salire su dalla strada solitaria: andava curvo sotto la
bisaccia, cos curvo che pareva cercasse qualcosa per terra.
La vecchia deve morire e <I>vede</I> gi, pens Natlia.
Egli la guard coi suoi occhi indifferenti come quelli di un
animale, e non disse se sarebbe o no andato dalla vecchia: saputo
che le sue padrone stavano a confessarsi si tolse la bisaccia, la
depose sul gradino e sedette aspettando: le ortiche gli punsero le
mani.
La serva allora torn in chiesa, e guard se poteva dire alle dame
che il servo era giunto, - cos avrebbero lasciato libero il
prete; ma da una parte del confessionale stava donna Ester di cui
si vedeva il lembo dello scialle venir fuori come un'ala nera, e
dall'altra stava gi donna Noemi, col dorso che ondulava
lievemente, a tratti, sotto la stoffa nera opaca, e un piede lungo
e nervoso fuori dalla sottana sollevata.
Le altre penitenti pregavano, di qua e di l nella chiesa,
accovacciate sul pavimento verdastro: un silenzio profondo, una
luce azzurrina, un odore di erba inondavano la Basilica umida e
triste come una grotta; la Maddalena affacciata alla sua cornice
pareva intenta alle voci della primavera che venivano con l'aria
fragrante, e Noemi sentiva anche lei, fin l dentro, fin contro la
grata che esalava un odor di ruggine e di alito umano, un tremito
di vita, un desiderio di morte, un'angoscia di passione, uno
struggimento di umiliazione, tutti gli affanni, i rimpianti, il
rancore e l'ansito della peccatrice d'amore.

Rientrando videro Efix rialzarsi a fatica appoggiando la mano allo
scalino. Allora Noemi, calda ancora di piet e d'amore di Dio,
s'accorse per la prima volta che il servo si era mal ridotto,
vecchio, grigio, con le vesti divenutegli larghe, e tese la mano
come per aiutarlo a sollevarsi. Ma egli era gi su e non badava
all'atto di lei.
E quando furono dentro e donna Ester domand notizie del poderetto
come fosse ancora suo, egli rispose alzando le spalle con rozzezza
insolita e and a lavarsi al pozzo.
Aprile rallegrava anche il triste cortile, le rondini sporgevano
la testina nera dai nidi della loggia guardando le compagne che
volavano basse come inseguendo la loro ombra sull'erba fitta
dell'antico cimitero.
Efix, mi pare che non stai troppo bene. Tu dovresti prenderti
qualche cosa, o riposarti qualche giorno, disse Noemi.
Ah, s, donna Noemi? Se penso invece di camminare!
Ti dico che stai male: non scherzare. Che hai?
Egli la guardava con occhi vivi, lucidi, ed era tale la sua gioia
improvvisa che le rughe intorno agli occhi parevano raggi.
Invecchio, disse, battendosi le mani una sull'altra; e
d'improvviso la sua gioia se n'and, com'era venuta.
Egli era tornato in paese perch don Predu aveva mandato a
chiamarlo: altrimenti non si sarebbe pi mosso dal poderetto. Che
poteva la piet di donna Noemi contro il suo male? Non faceva che
aumentarglielo.
And dunque dal nuovo padrone e lo trov arrampicato su una scala
a piuoli a potar la vite sotto la rete dei rami del melograno
ricamata di foglioline d'oro.
Anche l le rondini s'incrociavano rapide, ma pi alte, sullo
sfondo latteo del cielo: entro casa si sentivano le donne pulire
le stanze e mettere tutto in ordine per la Pasqua, e una grande
pace regnava intorno.
Efix non dimentic pi quei momenti. Era partito dal poderetto con
la certezza che qualche cosa di straordinario doveva succedere; ma
guardando in su ai piedi della scala gli pareva che don Predu
fosse anche lui triste, quasi malato, ed esitasse a scendere, con
la falciuola scintillante in una mano e nell'altra il tralcio di
vite dalla cui estremit violacea stillavano come da un dito
tagliato gocce di sangue.
Aspetta che finisco: o hai fretta d'andartene?, disse don Predu,
ma subito si riprese, parve ricordarsi, e scese pesantemente,
lasciando che Efix tirasse in l la scala.
Ecco, cominci, quando furono nella stanza terrena piena di sole
e d'ombra di rondini, ecco, io ti devo dire una cosa..., ed
esitava guardandosi le unghie, ecco, io voglio sposare Noemi.
Efix cominci a tremare cos forte che la mano, sul tavolo, pareva
saltasse. Allora don Predu si mise a ridere del suo riso goffo e
cattivo d'altri tempi.
Non la vorrai sposare tu, credo! Ti serbo Stefana, lo sai!
Efix taceva: taceva e lo guardava, e i suoi occhi erano cos pieni
di passione, di terrore, di gioia, che don Predu si fece serio. Ma
tentava ancora di scherzare.
Perch ti turbi tanto? Speri che io ti paghi quello che ti
devono? No, sai: tu ti aggiusti con Ester; io non ho che vederci.
Eppoi c' una cosa...
Si raschi con l'unghia una macchia del corpetto, guardandoci su
attentamente.
Mi vorr, poi?
Ah! Che dice!, balbett Efix.
Non esser tanto sicuro! Oh, adesso parliamo sul serio. Ho pensato
bene prima di decidermi: lo faccio, credi pure, pi per dovere che
per capriccio. Che aspetto? Dove vado? Alla mia et una donna
molto giovane non mi conviene. Ma questo non importa: insomma ho
deciso. Ebbene, non te lo nego: Noemi  bella e mi piace, m'
sempre piaciuta, a dirti la verit. Mah! Che vuoi! La vita passa e
noi la lasciamo passare come l'acqua del fiume, e solo quando
manca ci accorgiamo che manca. Mah, lasciami stare aggiunse,
battendosi le mani sulle ginocchia e poi alzandosi e poi
rimettendosi a sedere. Quello che adesso importa  di sapere se
Noemi accetta. Io far la domanda come si conviene; le mander
prete Paskale, o il dottore o chi vuole; ma non voglio prendermi
un rifiuto, eh, cos Dio mi assista, questo no, perbacco! Tu
intendi, Efix?
Efix intendeva benissimo, e accennava di s, di s, col capo, con
gli occhi scintillanti.
Devo parlar io, con donna Noemi?
Don Predu gli batt una mano sulle ginocchia.
Bravo! E' questo. E prima , meglio , Efix! Queste cose non
bisogna lasciarle inacidire. Le dirai: "Chi si deve mandare per la
domanda ufficiale? Prete Paskale, o la sorella, o chi?". Se lei
dice di non mandare nessuno, tanto meglio, in fede di cristiano,
tanto meglio! Eppoi le cose le faremo presto e senza chiasso: non
siamo pi due ragazzetti. Che ne pensi? Io ho quarantotto anni a
settembre, e lei sar sui trentacinque, che ne dici? Tu sai la sua
et precisa? Oh, poi le dirai che non si dia pensiero di nulla: la
casa  pronta, le serve ci sono; pettegole, s, ma ci sono, e
pagate bene. La biancheria c', tutto c'. Le provviste non
mancano, eh, cos Dio la conservi! Basta, di queste cose poi
parleremo con Ester. Solo mi dispiace... Ebbene, te lo posso dire:
che Ruth sia morta cos... Forse anche lei sarebbe stata
contenta...
Efix s'alz. Sentiva qualche cosa pungerlo in tutta la persona, e
aveva bisogno di andare, di affrettare il destino.
Ebbene, aspetta un altro po', diavolo! Ti dar da bere: un po' di
acquavite? O anice? Stefana, ira di Dio, c' il tuo pretendente,
Stefana!
S'udivano le donne sbattere i mobili con furore. Finalmente la
serva anziana apparve, con un tovagliolo sul capo e un altro in
mano, seria e imponente, tuttavia, con gli occhi pieni di
rassegnazione ai voleri del padrone. Apr l'armadio, vers l'anice
e guard Efix con un vago senso di terrore, ma anche per scrutare
se egli prendeva sul serio gli scherzi del padrone: ma Efix era
cos umile e sbigottito ch'ella torn su e disse alla compagna
giovine:
S'egli ha fatto la stregonena l'ha fatta bene. La fortuna cade
come una saetta su quella gente: pulisci bene, che sar fatica
risparmiata per le nozze.
Tue con Efix?, disse Pacciana. Per don Predu bisogna prima
aspettare che donna Noemi lo accetti!
Ma Stefana fece le fiche, tanto queste parole le sembravano
assurde.

Quando fu nella strada dopo che don Predu lo ebbe accompagnato
fino al portone come un amico, Efix si guard attorno e sospir.
Tutto era mutato; il mondo si allargava come la valle dopo
l'uragano quando la nebbia sale su e scompare: il Castello sul
cielo azzurro, le rovine su cui l'erba tremava piena di perle, la
pianura laggi con le macchie rugginose dei giuncheti, tutto aveva
una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo,
da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticate e poi
finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono
pi.
Tutto  dolce, buono, caro: ecco i rovi della Basilica, circondati
dai fili dei ragni verdi e violetti di rugiada, ecco la muraglia
grigia, il portone corroso, l'antico cimitero coi fiori bianchi
delle ossa in mezzo all'avena e alle ortiche, ecco il viottolo e
la siepe con le farfalline lilla e le coccinelle rosse che
sembrano fiorellini e bacche: tutto  fresco, innocente e bello
come quando siamo bambini e siamo scappati di casa a correre per
il mondo meraviglioso.
La Basilica era aperta, in quei giorni di quaresima, ed Efix and
a inginocchiarsi al suo posto, sotto il pulpito.
La Maddalena guardava, lieta anche lei, come una dama spagnola
ospite dei Baroni affacciata a un balcone del Castello. Sentiva la
primavera anche lei, era felice bench fossero i giorni della
passione di Nostro Signore. Qualche ricco feudatario doveva averla
domandata in sposa, ed ella sorrideva ai passanti, dal suo
balcone, e sorrideva anche ad Efix inginocchiato sotto il pulpito.
Signore, Vi ringrazio, Signore, prendetevi adesso l'anima mia; io
sono felice d'aver sofferto, d'aver peccato, perch esperimento la
vostra Misericordia divina, il vostro perdono, l'aiuto vostro, la
vostra infinita grandezza. Prendetevi l'anima mia, come l'uccello
prende il chicco del grano. Signore, disperdetemi ai quattro
venti, io vi loder perch avete esaudito il mio cuore...
Eppure nell'alzarsi a fatica, con le ginocchia indolenzite, prov
un senso di pena, come se l'ombra di una nuvola passasse nella
chiesa velando il viso della Maddalena.
Anche il viso di donna Noemi, curva a cucire nel cortile, era
velato d'ombra.
Efix colse una viola del pensiero dall'orlo del pozzo e and a
offrirgliela. Ella sollev gli occhi meravigliati e non prese il
fiore.
Indovina chi glielo manda? Lo prenda.
Tu l'hai colto e tu tientelo.
No, davvero, lo prenda, donna Noemi.
Sedette davanti a lei, per terra, a gambe in croce come uno
schiavo, prendendosi i piedi colle mani: non sapeva come
cominciare, ma sapeva gi che la padrona indovinava. Infatti Noemi
aveva lasciato cadere la viola in una valletta bianca della tela;
le batteva il cuore; s, indovinava.
Donna Ester dov'?, disse Efix curvandosi sui suoi piedi. Come
sar contenta, quando sapr! Don Predu mi aveva fatto tornare in
paese per questo...
Ma che cosa dici, disgraziato?
No, non mi chiami disgraziato! Sono contento come se morissi in
grazia di Dio in questo momento e vedessi il cielo aperto. Sono
stato in chiesa, prima di tornar qui, a ringraziare il Signore. In
coscienza mia,  cos...
Ma perch, Efix?, ella disse con voce vaga, pungendo con l'ago
la viola. Io non ti capisco.
Egli sollev gli occhi: la vide pallida, con le labbra tremanti,
con le palpebre livide come quelle di una morta. E' la gioia,
certo, che la fa sbiancare cos; ed egli prova un tremito, un
desiderio d'inginocchiarsi davanti a lei e dirle: s, s,  una
grande gioia, donna Noemi, piangiamo assieme.
Lei accetta, donna Noemi, padrona mia? E' contenta, vero? Devo
dirgli che venga?
Ella fece violenza a se stessa; si morsic le labbra, riapr gli
occhi e il sangue torn a colorirle il viso, ma lievemente, appena
intorno alle palpebre e sulle labbra. Guard Efix ed egli rivide
gli occhi di lei come nei giorni terribili, pieni di rancore e di
superbia. L'ombra ridiscese su lui.
Non si offenda se gliene parlo io per il primo, donna Noemi! Sono
un povero servo, s, ma sono chiuso come una lettera. Se lei
accetta, don Predu mander il prete a far la domanda, o chi vuol
lei...
Noemi butt gi la viola ferita e si rimise a cucire. Pareva
tranquilla.
Se Predu ha voglia di ridere, rida pure; non m'importa nulla. 
Donna Noemi!
S, s! Non dico che non faccia sul serio, s. Allora non saresti
l. Ma adesso fa' il piacere, alzati e vattene.
Donna Noemi?
Ebbene, che hai adesso? Levati, non star l inginocchiato, con le
mani giunte! Sei stupido!
Ma donna Noemi, che ha? Rifiuta?
Rifiuto.
Rifiuta? Ma perch, donna Noemi mia?
Perch? Ma te lo sei dimenticato? Sono vecchia, Efix, e le
vecchie non scherzano volentieri. Non parlarmene pi.
Questo solo mi dice?
Questo solo ti dico.
Tacquero. Ella cuciva: egli aveva sollevato le ginocchia e si
stringeva in mezzo le mani giunte. Gli pareva di sognare, ma non
capiva. Finalmente alz gli occhi e si guard attorno. No, non
sognava, tutto era vero; il cortile era pieno di sole e d'ombra:
qualche filo di legno cadeva dal balcone come cadono le foglie dei
pini in autunno; e al di l del muro si vedeva il Monte bianco
come di zucchero, e tutto era soave e tenero come al mattino
quando egli era uscito dalla casa di don Predu. Gli pareva di
sentire ancora le donne a sbattere i mobili; ma erano colpi sulla
sua persona; s, qualche cosa lo percoteva, sulla schiena, sulle
spalle, sulle scapole e sui gomiti e sui ginocchi e sulle nocche
delle dita. E donna Noemi era l, pallida, che cuciva, cuciva, che
gli pungeva l'anima col suo ago: e le rondini passavano
incessantemente in giro, sopra le loro teste, come una ghirlanda
mobile di fiori neri, di piccole croci nere. Le loro ombre
correvano sul terreno come foglie spinte dal vento: ed egli
ricord la pena provata nell'alzarsi di sotto il pulpito e l'ombra
sul viso della Maddalena. Sospir profondamente. Capiva. Era il
castigo di Dio che gravava su lui.
Allora, piano piano, cominci a parlare, afferrando il lembo della
gonna di Noemi, e non capiva bene ci che diceva, ma doveva essere
un discorso poco convincente perch la donna continuava a cucire e
non rispondeva, di nuovo calma con un sorriso ambiguo alle labbra.
Solo dopo ch'egli parve aver detto tutto, tutte le miserie
passate, tutti gli splendori da venire, ella parl, ma piano,
sollevando appena gli occhi quasi parlasse con gli occhi soltanto.
Ma non prenderti tanto pensiero, Efix, non immischiarti oltre nei
fatti nostri. E poi lo sai: abbiamo vissuto finora; non siamo
state bene, finora? Che ci  mancato? E tireremo avanti, con
l'aiuto di Dio: il pane non mancher. In casa di Predu c' troppa
roba e non saprei neppure custodirla.
Efix meditava, disperato. Che fare, se non ricorrere a qualche
menzogna?
Riprese a palparle la veste.
Eppoi devo dirle cose gravi, donna Noemi mia. Non volevo, ma lei,
con la sua ostinazione, mi costringe. Don Predu  tanto preso che
se lei non lo vuole morr. S,  come stregato, non dorme pi. Lei
non sa cosa sia l'amore, donna Noemi mia; fa morire. E' poca
coscienza far morire un uomo...
Allora Noemi rise e i suoi denti intatti luccicarono sino in fondo
come quelli d'una fanciulla follemente allegra. Quel riso fece
tanto male a Efix, lo irrit, lo rese maligno e bugiardo.
Eppoi un'altra cosa pi grave ancora, donna Noemi! S, mi
costringe a dirgliela. Don Giacinto minaccia di tornarsene qui...
Intende?
Ella smise di cucire, si drizz sulla vita, si pieg indietro col
viso per respirare meglio: le sue mani abbrancarono la tela.
Ed Efix balz su spaventato, credendo ch'ella stesse per svenire.
Ma fu un attimo. Ella torn a guardarlo coi suoi occhi cattivi e
disse calma:
Anche se torna non c' pi nulla da perdere. E non abbiamo
bisogno di nessuno per difenderci.
Egli raccolse di terra la viola e and a sedersi sulla scala, come
la notte dopo la morte di donna Ruth. Non si domandava pi perch
Noemi rifiutava la vita: gli sembrava di capire. Era il castigo di
Dio su lui: il castigo che gravava su tutta la casa. Ed egli era
il verme dentro il frutto, era il tarlo che rodeva il destino
della famiglia. Appunto come il tarlo egli aveva fatto tutte le
sue cose di nascosto: aveva roso, roso, roso, adesso si
meravigliava se tutto s'era sgretolato intorno a lui? Bisognava
andarsene: questo solo capiva. Ma un filo di speranza lo sosteneva
ancora, come lo stelo ancor fresco sosteneva la viola livida
ch'egli teneva fra le dita. Dio non abbandonerebbe le disgraziate
donne. Andato via lui, donna Noemi, forse offesa dalla stessa
maniera dell'ambasciata, si piegherebbe. Dopo tutto, due donne
sole non possono vivere.
Bisognava andare. Come aveva fatto, a non capirlo ancora? Gli
sembr che una voce lo chiamasse: e una voce lo chiam davvero, al
di l del muro, dal silenzio della strada.
S'alz e s'avvi: poi torn indietro per riprendere la bisaccia
attaccata al piuolo sotto la loggia. Il piuolo, fisso l da
secoli, si stacc e balz fra i ciottoli del cortile come un
grosso dito nero. Egli trasal. S, bisognava andarsene: anche il
piuolo si staccava per non sostener pi la bisaccia.
E con sorpresa di Noemi, che aveva seguito con la coda dell'occhio
tutti i movimenti di lui, egli non riattacc il piuolo, e s'avvi.
Efix? Te ne vai?
Egli si ferm, a testa bassa.
Non aspetti Ester? Torni per Pasqua?
Egli accenn di no.
Efix, ti sei offeso? Ti ho detto qualche cosa di male?
Nulla di male, padrona mia. Solo che devo andare:  ora.
E allora va' in buon'ora.
Egli pens un momento: gli parve di dimenticare qualche cosa, come
quando si sta per intraprendere un viaggio e ci si domanda se si 
provvisti di tutto.
Donna Noemi, comanda nulla?
Nulla. Solo mi pare che tu stia male: sei malato? Sta' qui,
chiameremo il dottore: ti tremano le gambe.
Devo andare.
Efix ascolta: non averti a male di quanto t'ho detto. E' cos,
non posso, credi. Lo so che ti fa dispiacere, ma non posso. Non
dir nulla a Ester. E va', se vuoi andare. Ma se ti senti male
torna; ricordati che questa  casa tua.
Egli s'accomod sulle spalle la bisaccia e usc. Sugli scalini del
portone scosse i piedi uno dopo l'altro per non portar via neppure
la polvere della casa che abbandonava.


Capitolo tredicesimo.

Fuori lo aspettava Zuannantoni.
Vi ho chiamato tre volte: andiamo, c' nonna che sta male e vuol
parlarvi: perch non venite? Non vi si prende il pane dalla
bisaccia.
La vecchia stava ancora vestita sul letto, coi polsi nudi,
rossicci e ardenti come tizzi accesi, pareva assopita, ma quando
Efix si curv su di lei gli disse con voce afona:
Lo vedi? Essa  andata al fiume, per lavare, perch lavorare
bisogna. E tu avevi detto che la sposava!.
Zia Pottoi! Pazienza bisogna avere. Siamo nati per patire.
La vecchia sollev il braccio e lo attir a s tenacemente. Un
odore di putrefazione e di tomba esalava dal lettuccio; ma egli
non si scost sebbene sentisse la collana di zia Pottoi, calda
come fosse stata sul fuoco, sfiorargli il viso e l'alito di lei
passargli sui capelli come un ragno.
Ascoltami, Efix, siamo davanti a Dio. Io sto per partire: verr
lui stesso, a prendermi, don Zame, come avevamo convenuto al tempo
della nostra fanciullezza. Adesso  tempo d'andarcene assieme. E
per la strada gli dir che non si fermi dov' caduto, dove tu lo
hai ucciso, e che ti perdoni per l'amore che hai portato alle sue
figlie. Ti perdoner, Efix; hai portato il carico abbastanza, ma
tu, tu, Efix, a tua volta salva Grixenda mia: essa sta per
perdersi; aspetta solo la mia morte per fuggire, e io non posso
chiuder gli occhi tranquilla. Tu va' dal ragazzo, e digli che non
la perda, che si ricordi che ha promesso di sposarla. E che la
sposi, s, cos anche donna Noemi non penser pi a lui. Va'.
Lo respinse ed egli spalanc gli occhi, ma gli parve di averli
bruciati, coperti di cenere, come tornasse dall'inferno. La
vecchia non aveva riaperto i suoi: con le mani rigide, le dita
dure aperte, muoveva ancora le labbra violette orlate di nero, ma
non parlava pi.
Non parl pi.
Dal buco del tetto pioveva come da un imbuto capovolto un raggio
dorato che illuminava sul lettuccio il suo corpo nero e le sue
collane, lasciando scuro il resto della stanza desolata.
Efix guardava come dal fondo di un pozzo quel punto alto lontano;
ma d'improvviso gli parve che il raggio deviasse, piovesse su lui,
illuminandolo. Tutto era chiaro, cos. I suoi occhi oramai
distinguevano tutto, gli errori scuri intorno, il centro luminoso,
che era il castigo di Dio su lui.
E riprese la bisaccia, senza pi parlare, e se ne and.

Passando davanti alla casa di don Predu chiam Stefana e le disse
ch'era costretto a partire per affari suoi e che non sapeva quando
sarebbe tornato.
Di' almeno dove vai.
A Nuoro.

Per arrivare a Nuoro impieg due giorni. Andava su, piano piano, a
piccole tappe, buttandosi sull'orlo della strada quando era
stanco. Chiudeva gli occhi, ma non dormiva: riaprendoli vedeva lo
stradone giallognolo perdersi tra il verde e l'azzurro delle
lontananze, su verso i monti del Nuorese, gi verso il mare della
Baronia, e gli pareva di esser sempre vissuto cos, sull'orlo
d'una strada met percorsa, met da percorrere: laggi in fondo,
aveva lasciato il luogo del suo delitto, lass, verso i monti, era
il luogo della penitenza.
Il tempo era bello; le valli eran gi coperte d'erba e le
pervinche fiorivano sorridenti come occhi infantili.
Reti d'acqua scintillavano tra il verde delle chine, e il fiume
mormorava fra gli ontani. Qualche carro passava nello stradone, e
ad Efix veniva desiderio di chiedere d'essere portato; ma subito
se ne affliggeva.
No, doveva camminare per penitenza, <I>arrivare</I> senza aiuto di
nessuno.
Questo suo primo viaggio aveva per uno scopo; egli quindi si
preoccupava ancora delle cose del mondo, e di arrivare presto e di
sbrigarsi: dopo, gli pareva, sarebbe stato libero, solo col suo
carico da portare con pazienza fino alla morte.
La prima notte sost in una cantoniera della valle, ma non pot
dormire. La notte era limpida e dolce; sul cielo bianco sopra la
valle chiusa da colonne di rocce la luna pendeva come una lampada
d'oro dalla volta d'un tempio: ma un uomo malato gemeva nella
cantoniera triste come una stalla, e il dolore umano turbava la
solitudine.
Efix ripart prima dell'alba, pi stanco di prima. Ed ecco i monti
d'Oliena sorgere dalle tenebre bianchi e vaporosi come una massa
d'incenso di fronte al rozzo altare di granito dell'Orthobene:
tutto il paesaggio ha un aspetto sacro, e il Redentore ferma il
volo sulla roccia pi alta, con la croce che sbatte le sue braccia
nere sul pallore dorato del cielo.
Ed Efix s'inginocchia ma non prega, non pu pregare, ha
dimenticato le parole; ma i suoi occhi, le mani tremanti, tutto il
suo corpo agitato dalla febbre  una preghiera.
A misura che saliva verso Nuoro sentiva come un gran cuore sospeso
sopra la valle palpitare forte, sempre pi forte.
E' il Molino, e Giacinto  l, pens con gioia.
Era l'ultima tappa del suo viaggio mondano, l'ultima salita del
suo calvario, quel vicolo in salita, lurido, oleoso, con un
gattino morto in mezzo alle immondezze e il cielo rosso sopra i
muri alti coperti di gramigne.
Arrivato a met si volse: l'ombra saliva dalla valle, descrivendo
un cerchio bruno su per le chine rosee dell'Orthobene, e
raggiungeva anche lui su per il vicolo. In alto era l'ansito del
Molino, un palpito maschio in contrasto col richiamo femineo d'una
campana che suonava a vespro; e sullo sfondo della strada
passavano contadini coi buoi aggiogati, borghesi imponenti come
don Predu, donne con anfore sul capo: altre donne sedevano,
pallide, in riposo, sulle pietre dei muricciuoli che recingevano
un cortiletto esterno.
Efix si mise a parlare con loro, fermo stanco con la bisaccia che
gli scivolava dalle spalle.
Dove sta don Giacinto?
Chi? Quello del Molino? Qui, pi sopra: cosa gli porti in quella
bisaccia? Sei il suo servo?
S: e che fa, don Giacinto?
Eh, lavora e si diverte. E' allegro. E' un ragazzo d'oro. Tutte
le donne gli vanno appresso... se lo contrastano come un dolce di
miele...
Allora Efix ricord la festa del Rimedio, Natlia e Grixenda che
ballavano stringendosi in mezzo lo straniero; e un dolore cocente
lo punse, ma col dolore un intenso desiderio di fare qualche cosa
contro il destino.
Ma dove posso trovarlo? E' al Molino, adesso?
Ecco che viene!
Ecco infatti Giacinto arriva frettoloso, a testa nuda, coi capelli
e i vestiti bianchi di farina: gi qualcuno era corso ad
avvertirlo dell'arrivo del servo.
Che cosa sei venuto a cercare fin quass?, gli domand,
afferrandolo e scuotendolo per gli omeri.
Efix lo guardava senza rispondere lasciandosi trascinare su per la
straducola fino a un cortiletto chiuso fra due casette sopra la
valle: un uomo, un borghese piccolo quasi nano, con gli occhi
grandi melanconici e il viso bianco, attingeva acqua dal pozzo e
Giacinto lo present come il suo padrone di casa.
Devo parlarti, disse Efix.
E son qui, parla.
Sedettero nella cucina, ma il borghese preparava la cena ed Efix
non voleva parlare in sua presenza: da parte sua Giacinto
scherzava e rideva e non sollecitava il colloquio.
Attraverso il finestrino si vedeva sulle rocce dell'Orthobene il
Redentore piccolo come una rondine, e dall'orto saliva un odore di
violacciocche che ricordava il cortile laggi delle dame.
Efix si sentiva dolere il cuore ma non poteva parlare. Solo disse:
Giacint, sei diventato allegro, mi pare!.
Che fare? Impiccarmi?
Ma l'ometto curvo a cuocere i maccheroni sollev gli occhi tristi
e Giacinto rise e guard le travi del tetto.
Sai, Efix, i primi giorni che venni qui, a pensione da questo
buon servo di Dio, tentai davvero di appiccarmi. Rammentate,
Micheli? l'ometto accenn di s, ma scuotendo la testa con
rimprovero. Ed egli mi salv, mi mise a letto come un bambino; mi
legava, quando usciva; avevo la febbre alta: ma poi pass tutto, e
adesso sono allegro e contento. Vero, Micheli? Non sono allegro e
contento? Su, Efix, parla. Tu certo sei venuto a turbare la mia
allegria.
La vecchia Pottoi  morta, disse Efix finalmente, e Giacinto gli
accost la sua forchetta al viso quasi volesse pungerlo.
Va' uccello di malaugurio! Lo sapevo che portavi la notizia di
una morte! E altro?
E Grixenda si prepara a lasciarci. Te la vedrai capitare qui fra
qualche giorno: ecco, questo son venuto a dirti.
Giacinto rifece il viso infantile di un tempo, triste e
spaventato.
Ah, questo no, questo no! Io non voglio che venga!
Non vuoi? E come puoi impedirglielo? D'altronde  tua fidanzata:
hai promesso di sposarla.
Io non posso sposarla: vero, vero che non posso, Micheli? Non
posso e non voglio! Non sono in condizioni di sposarmi: sono un
pezzente, ho altri doveri, tu lo sai. Ebbene, posso parlare
davanti a quest'uomo, che sa tutto di me, come lo sai tu, e mi
compatisce. Io devo pagare il debito delle zie. E per questo che
volevo morire: perch avevo la disperazione nel cuore. Ma
quest'uomo mi disse: ti terr <I>gratis</I> in casa mia, ti dar
alloggio e anche da mangiare quando ne ho, ma tu devi lavorare e
pagare il tuo debito.
Efix guardava l'ometto tra il meravigliato e il diffidente e
pareva chiedergli con gli occhi perch tanta generosit?. E
l'uomo, che mangiava col viso curvo sul piatto, sollev gli occhi
e disse:
Perch siamo cristiani!.
Allora Efix torn come dentro di s nella casa della sua anima, e
ricord perch era venuto.
Giacinto, eppure bisogna che tu sposi Grixenda. Essa verr qui, a
giorni; non mandarla via, non perderla!
Ma, sant'uomo! Non hai orecchie per ascoltare? Io ti dico che non
posso tenerla, che non posso sposarla: devo pagare il debito delle
zie!
Tu lo pagherai sposandola.
Ha ereditato tanto?, disse allora Giacinto ridendo; ma Efix lo
guardava serio, e ripet due volte:
Sono venuto per parlarti di questo.
Il padrone di casa cap che la sua presenza era di troppo e se ne
and via silenzioso nonostante le proteste e i richiami di
Giacinto.
Lascialo, disse Efix. Quello che ho da dirti, nessuno deve
saperlo.
Eppure, rimasti soli, provarono entrambi un senso d'imbarazzo; la
luce pareva un ostacolo fra di loro. Uscirono nel cortiletto,
sedettero sullo scalino, e Giacinto tir la porticina dietro di
s, come per impedire al lume e al fuoco di ascoltare; ed Efix
cercava le parole per trar fuori dal suo cuore il penoso segreto.
Ah, gli sembrava talmente grande e pesante da non poterlo trarre
intero: a brani, forse, s, sanguinante. Si curv su se stesso:
scavava, silenzioso, tirava, tirava su, come un macigno da un
pozzo. Finalmente si sollev sospirando, stanco e impotente.
Giacinto, cos ti dico. Le cose del mondo son cos. Don Predu
vuole sposare donna Noemi e donna Noemi non vuole. Colpa tua!
Giacinto non rispose, ma gli afferr forte il braccio e parve
volesse stroncarglielo: poi glielo lasci.
Efix lo sentiva ansare lievemente, come colto da malessere, e a
sua volta, mentre si stringeva il braccio che gli ardeva per la
stretta, respir con angoscia.
S, colpa tua, colpa tua, ricominci quasi aggressivo. Non lo
sapevi? Alla buon'ora! La vecchia almeno questo non te lo ha
detto. Ma adesso bisogna pensarci sul serio. Bisogna toglierle
questo verme dal cervello, a tua zia, intendi? Intendi?
Che posso farci io?, disse finalmente Giacinto. E parve ricadere
di nuovo nella sua antica tristezza.
Curvo su se stesso nell'ombra guardava la terra ai suoi piedi e
vedeva un abisso nero.
Che puoi farci? Lo sai, te l'ho detto: comincia tu a fare il tuo
dovere; poi lei far il suo...
Che posso fare, che posso io? Tu credi che siamo noi a fare la
sorte? Ricordati quello che dicevamo laggi al poderetto: te lo
ricordi? E tu, sei stato tu, a fare la sorte?
Ed anche Efix si curv; e stettero cos, vicini, tanto che l'uno
sentiva il caldo del fianco dell'altro; stettero quasi tempia
contro tempia, come ascoltando una voce di sotterra.
Vero ! Non possiamo fare la sorte, ammise Efix.
Eppoi, tu credi ch'ella sarebbe felice, sposando zio Pietro? Non
basta il pane per renderci felici; adesso me ne accorgo anch'io...
Ci vuole altro!
Ma tu, dimmi... tu...
Io?
S, tu, sapevi?
Che vuoi che ti dica? Un uomo si accorge sempre di queste cose.
Ma io ti giuro sull'anima di mia madre; io l'ho sempre rispettata,
Noemi, come una cosa sacra... Eppure, s, te lo dico, perch so
che posso dirtelo, solo una volta, quando ella  svenuta ed io ho
pianto sopra i suoi occhi, s, posso dirtelo come potrei dirlo a
mia madre, con la stessa innocenza, s, ci siamo guardati...
attraverso le lacrime, e forse allora... forse allora... Non so,
ecco; non ti dico altro. Ma forse per questo sono andato via, pi
che per quanto avevo commesso di male.
Lascia ch'io ti domandi un'altra cosa. Quando tu sei venuto al
poderetto, l'ultima volta, tu sapevi gi?
Sapevo gi.
Ebbene, disse Efix sollevandosi, tu sei un uomo!
Che vuoi?, rispose Giacinto subito lusingato.
Conosco un po' la vita, null'altro. Si fa presto a conoscere la
vita, quando si nasce dove sono nato io. Ma tu pure conosci la
vita, a modo tuo, e per questo ci siamo capiti anche parlando un
diverso linguaggio. Ricordati quando scendevo al poderetto... Io
giocavo e misi la firma falsa perch volevo pagare il Capitano e
far bella figura davanti a lui, tornando. Egli avrebbe detto:
quell'infelice s' sollevato. E invece sono andato pi gi, pi
gi... Ma era come una pazzia che m'era presa: adesso ho aperto
gli occhi e vedo dov' la vera salvezza. Tu, dove l'hai trovata la
vera salvezza? Vivendo per gli altri: e cos voglio far io, Efix,
aggiunse, parlandogli accosto al viso; sei tu che mi hai salvato:
io voglio essere come te... Rispondi, ho ragione? Io ti ho buttato
per terra, laggi ad Oliena, ma anche i santi son stati
maltrattati, e per questo non cessano d'essere santi. Rispondi, ho
ragione?, ripet scuotendolo per le spalle. Ricordi le cose che
dicevamo al poderetto? Io le ricordo sempre, e dico appunto a me
stesso: Efix ed io siamo due disgraziati, ma siamo veramente
uomini tutti e due, pi dello zio Pietro, pi del Milese, certo!
Zio Pietro? Cos' zio Pietro? Ha lasciato le zie soffrire sole per
tanti anni, esposte a tutte le miserie e alle beffe di tutto il
paese: e adesso anche lui crede di far bene perch vuole sposare
Noemi! Lo fa perch la donna gli piace come donna, come a me piace
Grixenda, null'altro. E' amore, quello,  carit? E lei fa bene a
non volerlo. Fa bene! La approvo! Il vero amore  stato il tuo,
verso di loro; e se c' qualcuno ch'esse dovrebbero amare e
sposare, s, lo dico, saresti tu, non lo zio Pietro... Invece ti
han cacciato via come un cane vecchio, adesso che non sei buono
pi a niente; eppure tu le ami di pi per questo, perch il tuo
cuore  un vero cuore di uomo. Ebbene, cosa fai adesso? Oh,
uomo!... Vergognati! Non hai pianto abbastanza? Su, coraggio,
uomo! Cammina.
Lo scosse di nuovo afferrandolo da dietro, per gli omeri: ma Efix
piangeva piegato in due, con la testa fra le ginocchia, e mentre
il suo gemito riempiva il silenzio della notte, egli ricordava il
sangue che aveva vomitato davanti alla vecchia chiesa d'Oliena,
dopo l'altra scena con Giacinto; e anche adesso gli pareva che
tutto il sangue gli uscisse dagli occhi: tutto il sangue cattivo,
il sangue del peccato. Il suo corpo ne rimaneva esausto, e l'anima
vi si sbatteva dentro, in uno spazio vuoto e nero come la notte;
ma le parole d'amore di Giacinto balenavano lucenti sullo sfondo
tenebroso, e le sue stesse lagrime lo illuminavano, gli
splendevano intorno come stelle.

Rimase una settimana a Nuoro.
Tanto lui che Giacinto aspettavano di vedere da un momento
all'altro arrivare Grixenda; ma i giorni passavano ed ella non
veniva.
Giacinto non aveva preso ancora una decisione in proposito, ma
sembrava tranquillo, lavorava, tornava a casa solo durante l'ora
dei pasti, e scherzava col suo padrone di casa domandandogli
consiglio sul modo di accogliere la ragazza.
Perderla certo non voglio, povera orfana! Se la sposassimo con
voi? Una donna in casa ci vuole.
L'ometto lo guardava con rimprovero, ma non parlava, almeno in
presenza di Efix. E questo non voleva, a sua volta, forzare la
sorte, e pensava ch'era peccato cercare di opporsi ai voleri della
provvidenza. Bisognava abbandonarsi a lei, come il seme al vento.
Dio sa quello che si fa.
Intanto non si decideva ad andarsene, aspettando Grixenda; e
quando non c'era in casa Giacinto scendeva il vicolo, sedeva sul
ciglione della valle e spiava la strada bianca ai piedi del Monte.
Il palpito del Molino gli dava un senso di commozione, quasi di
sgomento: gli pareva il battito d'un cuore, d'un cuore nuovo che
ringiovaniva la vecchia terra selvaggia. L dentro a quel palpito
batteva il sangue di Giacinto, ed Efix sentiva voglia di piangere
pensando a lui. Eccolo, gli sembra sempre di vederlo, alto,
sereno, bianco di farina come una giovine pianta coperta di brina,
purificato dal lavoro e dal proposito del bene. Tutti lo amano, ed
egli  gentile con tutti. Le donne che portano il frumento al
Molino si aggrappano intorno a lui curvo a pesare la farina, e lo
guardano con occhi di madre, con occhi d'amore. Efix era stato una
sera a trovarlo, e fra il rombare della macchina e l'agitarsi
delle figure pallide su uno sfondo ardente, fra l'incrociarsi
delle ombre e lo stridere dei pesi, gli era parso di intravedere
uno scorcio del Purgatorio, e Giacinto che penava fra i dannati ma
aspettando il termine dell'espiazione.

La domenica dopo Pasqua and a una piccola festa campestre nella
chiesetta di Valverde.
Era un pomenggio freddo e sulla vallata dell'Isalle battuta dal
vento di tramontana, con Monte Albo gi in fondo fra le nuvole
come una nave incagliata in un mare burrascoso, pareva dominasse
ancora l'inverno.
Efix seguiva una fila di paesane avvolte nelle loro tuniche grevi,
e col vento che gli batteva sul petto sentiva qualche cosa di
nuovo, di forte, penetrargli nel cuore. La gente camminava triste
ma tranquilla, come in processione, avviata non a un luogo di
festa ma di preghiera: anche una fisarmonica lontana ripeteva il
motivo religioso delle laudi sacre, ed egli sentiva che la sua
penitenza era cominciata.
Arrivato alla chiesetta, sull'alto della china rocciosa, sedette
accanto alla porta e si mise a pregare: gli sembrava che la
piccola Madonna guardasse un po' spaurita dalla sua nicchia umida
la gente che andava a turbare la sua solitudine, e che il vento
soffiasse sempre pi forte e il sole cadesse rapido sopra la valle
per costringere gl'importuni ad andarsene. Infatti le donne si
avvolgevano meglio nelle loro tuniche e dopo aver recitato il
rosario s'avviavano al ritorno.
Non rimasero che una venditrice di torroni e di pupazzi di farina
nera ricoperti di zucchero; e due uomini seduti uno per parte
davanti alla porta della chiesetta sotto l'atrio in rovina.
Efix sedeva poco distante da loro e li guardava gravemente: li
riconosceva, li aveva veduti laggi alla Festa del Rimedio: erano
due mendicanti vestiti decentemente da borghesi, con pantaloni
turchini e giacca di fustagno: uno, giovane ancora, alto e curvo,
col viso giallo scarnificato ove pareva fosse rimasta la sola
pelle sulle ossa, con le palpebre livide abbassate, chiedeva,
chiedeva muovendo appena le labbra grigie sui grandi denti
sporgenti, come dormisse e parlasse in sogno, indifferente al
mondo esterno. L'altro, vecchio ma forte, col viso rosso cremisi
congestionato, tutta la persona agitata da un tremito che sembrava
finto, aveva messo il cappello fra le sue gambe aperte e di tanto
in tanto si curvava a guardarvi dentro le piccole monete.
Ma la sera cadeva rapida, grave di nuvole, e la gente se ne
andava. Anche la donna dei confetti chiuse le sue cassette ancora
piene e si mise a parlare sdegnosa coi mendicanti.
Non vale la pena di far tanta strada! Festa da niente, fratelli
miei!
Non si campa pi, disse il vecchio, e vers le monete in un
fazzoletto e rimise il cappello in testa. Ma quando fu per alzarsi
ricadde, come se i piedi gli scivolassero sul selciato
dell'ingresso, e batt la testa al muro e le mani al suolo.
Al tintinnire delle monete contro la pietra l'altro mendicante
sollev il viso terreo spalancando gli occhi vitrei come sentisse
un rumore minaccioso.
Il vecchio gemeva. La donna ed Efix s'erano precipitati su lui, ma
non riuscirono a fargli tener sollevata la testa.
Bisogna distenderlo, disse la donna, ora gli dar un po' di
liquore. Mettilo gi, aiutami.
Fu messo gi, ma le gocce d'un liquido verde ch'ella tent di
versargli in bocca sopra i denti serrati gli si sparsero sul
mento.
Pare morto. E tu, non ti muovi?, ella disse all'altro
mendicante. Era malato? Non rispondi?
L'uomo tent di parlare, ma solo un mugolo tremulo gli usc di
bocca: poi scoppi a piangere.
Va', muoviti, chiama i pastori che stanno lass nel bosco...
Dove lo mandi che  cieco?, disse Efix, inginocchiato con una
mano sul cuore del vecchio. Il cuore sussultava, come tentando
ogni tanto di sollevarsi e subito ricadendo.
E l'ombra si addensava rapida; ogni nuvola, passando sul vicino
orizzonte, lasciava un velo, il vento urlava dietro la chiesa,
tutte le macchie tremavano protendendosi in l verso la valle, e
pareva volessero fuggire, luminose d'un verde metallico, agitate
da una convulsione di tristezza e di terrore.
Anche la donna ebbe paura della solitudine e di quella morte
improvvisa. Si mise le cassette sul capo e disse:
Bisogna che vada. Avvertir il medico, a Nuoro.
Cos Efix rimase solo, fra il moribondo ed il cieco.
Il mio compagno soffriva di cuore, raccontava il mendicante.
Anche questi giorni scorsi  stato male: ma nessuno ci credeva.
La gente non crede mai...
Era tuo parente?
No; ci siamo incontrati dieci anni fa, alla Festa del Miracolo.
Io allora avevo un compagno, Juanne Maria, che mi maltrattava. Mi
maltrattava come un cane. Allora questo povero vecchio mi prese
con s: mi teneva come un figlio, non mi lasciava mai la mano se
non ero seduto al sicuro. Adesso  finito...
E adesso come farai?
Cosa vuoi che faccia? Star qui, aspettando la morte. Ho tutto
con me, sia salva l'anima mia.
Io posso ricondurti fino a Nuoro, disse Efix, e d'improvviso
cominci a piangere.
Curvo sul moribondo tentava di rianimarlo bagnandogli le labbra
col liquore lasciato dalla donna e la fronte con uno straccio
inzuppato nel vino. Ma il viso tragico si tingeva di viola e di
verde, sempre pi duro e immobile alla luce fosca del crepuscolo.
Anche il cuore cess di battere. Efix riviveva l'ora pi terribile
della sua vita: ricordava il ponte, laggi, fra l'ondulare dei
giuncheti alla luna, e lui curvo a sentire il cuore del suo
padrone morto...
Eppure si sentiva sollevato, come uno che dopo lungo errare in
luoghi impervi ritrova la via smarrita, il punto donde  partito.
Ma tu, non vai?, domand il cieco sempre immobile al suo posto.
Andr quando Dio comanda. Adesso accendo il fuoco perch bisogna
passare qui la notte.
And in cerca di legna: il vento infuriava sempre pi e le nuvole
salivano e scendevano dall'Orthobene, gi e su come torrenti di
lava, come colonne di fumo, spandendosi su tutta la valle: ma
sopra le alture di Nuoro una striscia di cielo rimaneva di un
azzurro triste di lapislazzuli e la luna nuova tramontava rosea
fra due rupi.
Ritornando verso la tettoia Efix vide il cieco che s'era mosso e
stava curvo sul compagno, chiamandolo a nome. Piangeva e cercava
l'involto delle monete. Trovato che l'ebbe se lo cacci in seno e
continu a piangere. Passarono la notte cos. Il cieco raccontava
le sue vicende, alternandole a racconti della Bibbia, e il suo
dolore si calmava rapido, come un male violento che passa presto.
Cosa credi, fratello mio? Io son nato ricco, mio padre era come
Giacobbe, ma senza tanti figli, e diceva: non importa che mio
figlio sia cieco, i suoi occhi son d'oro (alludeva alle sue
ricchezze) e ci vedr lo stesso. E mia madre, che aveva una voce
dolce come un frutto, mi ricordo, diceva: basta che il mio Istne
si conservi innocente, tutto il resto non importa. E cos ti dico,
fratello mio, mi hanno mangiato la roba, morto mio padre e mia
madre, mi hanno piluccato come un grappolo d'uva, tutti, parenti e
conoscenti. Dio li perdoni, mi hanno costretto ad andare ad
elemosinare, ma l'innocenza l'ho conservata, cos ti dico: io non
ho fatto mai male a nessuno. Ma il Signore mi ha sempre aiutato:
prima Juanne Maria, Dio l'abbia in gloria, poi questo, sono stati
i miei compagni, i miei fratelli, come gli angeli che
accompagnavano Tobia. Adesso...
Anche adesso la compagnia non ti mancher, disse Efix con voce
grave. Ma cosa intendi quando dici che sei innocente?
Che cammino verso l'eternit, disse il cieco sottovoce.
Vado verso una porta che mi sar aperta a due battenti, e non
penso ad altro. Se ho un pane me lo mangio, se non l'ho sto zitto.
Non ho mai toccato la roba altrui, non ho mai conosciuta la donna.
Juanne Maria me ne condusse una accanto, una volta. Io sentii che
odorava di male e mi buttai per terra come passasse il vento. Che
devo fare, anima mia? Se non mi salvo l'anima che cosa ho d'altro,
fratello caro?
Ma i denari, a questo morto, glieli hai presi, malanno!, disse
Efix.
Erano i miei. Che fanno i denari addosso a un morto? Cos ti
dico: no, io non ho rubato n sparso mai il sangue. Neppure i
fratelli di Giuseppe sparsero il sangue: Giuda disse loro:
vendiamolo meglio agli Ismaeliti piuttosto che ucciderlo. E cos
fecero. La sai tu, tutta la storia di Giuseppe Ebreo? Mi dispiace
che te ne vai, se no te la racconterei.
No, non me ne andr, disse Efix, io ti accompagner, d'ora in
avanti: ci porteremo per mano l'uno con l'altro.
Il cieco abbass un momento la testa, palpando l'involto delle
monete: non parve meravigliato della decisione dello sconosciuto.
Solo gli domand:
Sei un mendicante anche tu?.
S, disse Efix, non te ne sei accorto?
Allora va bene; prendi, tienilo tu.
E gli porse l'involto del denaro.


Capitolo quattordicesimo.

Di l andarono alla Festa dello Spirito Santo. Il cieco sapeva
bene il tempo d'ogni festa e l'itinerario da seguire ed era lui
che guidava il compagno.
Passando per Nuoro Efix lo condusse verso il Molino, lo lasci
appoggiato a un muro e and a salutare Giacinto.
Parto per luoghi lontani. Addio. Ricorda la tua promessa.
Giacinto pesava un sacco di orzo macinato; sollev gli occhi con
le palpebre bianche di farina e sorrise.
Che promessa?
Di pesar bene, disse Efix, e se ne and.
Pesato il sacco, Giacinto balz fuori e vide i due mendicanti
allontanarsi tenendosi per mano pallidi e tremuli tutti e due come
malati. Chiam, ma Efix gli fece solo un segno di addio senza
voltarsi.
Appena fuori del paese cominciarono le questioni, perch il cieco,
sebbene avesse la bisaccia colma di roba, voleva chiedere
l'elemosina ai passanti, mentre Efix osservava:
Perch chiedere, se ce ne abbiamo?.
E domani? Tu non pensi al domani? E che mendicante sei tu? Si
vede che sei nuovo.
Allora Efix s'accorse che non voleva chiedere perch si
vergognava, e arross della sua vergogna.
Il tempo s'era fatto cattivo. Verso sera cominci a piovere e i
due compagni s'avvicinarono a una capanna di pastori; ma dentro
non li vollero, e dovettero ripararsi sotto una tettoia di frasche
a fianco della mandria. I cani abbaiavano, un velo triste
circondava tutta la pianura umida, e la pioggia e il vento
smorzavano il fuocherello che Efix tentava di accendere.
Il cieco restava impassibile, fermo sotto la sua maschera
dolorosa. Seduto - non si coricava mai - con le braccia intorno
alle ginocchia, coi grandi denti gialli lucidi al riflesso del
fuoco, le palpebre violette abbassate, continuava a raccontare le
sue storie.
Tu devi sapere che tredici anni belli e lunghi occorsero per
fabbricare la casa del Re Salomone. Era in un bosco chiamato il
Libano, per le piante alte di cedro che l crescevano. Luogo
fresco. E tutta questa casa era fatta di colonne d'oro e
d'argento, con le travi di legno forte lavorato, e il pavimento di
marmo come nelle chiese; in mezzo alla casa c'era un cortile con
una fontana che dava acqua giorno e notte, e i muri erano tutti di
pietre fini, segate a pezzi uguali come mattoni. Le ricchezze che
c'eran dentro non si possono contare: i piatti erano d'oro, i vasi
d'oro, e tutta la casa era ornata di melagrane e di gigli d'oro;
anche i collari dei cani eran d'oro e le bardature dei cavalli
d'argento e le coperte di scarlatto. E venne la regina Saba, la
quale aveva sentito raccontare di queste cose fino all'altro capo
del mondo, ed era gelosa, perch ricca anche lei, e voleva vedere
chi era pi ricco. Le donne son curiose...
Uno dei pastori, attirato dai racconti del cieco, s'avvicin alla
tettoia correndo curvo per non bagnarsi. I compagni lo imitarono.
Eccitato dal successo il cieco si anim, si sollev, raccont la
storia di Tamar e delle frittelle.
I pastori ridevano, dandosi qualche gomitata sui fianchi:
portarono latte, pane, diedero monete al cieco.
Ma Efix era triste, e appena furono soli sgrid il compagno per la
sua malizia e il cattivo esempio.
Tu parli come parlava mia madre, disse il cieco, e si addorment
sotto la pioggia.
Alla Festa dello Spirito Santo c'era poca gente ma scelta. Erano
ricchi pastori con le mogli grasse e le belle figlie svelte:
arrivavano a cavallo, fieri e bruni gli uomini, coi lunghi
coltelli infilati alla cintura nelle guaine di cuoio inciso, i
giovani alti, coi denti e il bianco degli occhi scintillante,
agili come beduini: le fanciulle pieghevoli, soavi come le figure
bibliche evocate dal cieco.
Il tempo era sempre nebbioso, e intorno alla chiesetta, bruna fra
le pietre e le macchie della pianura era un silenzio infinito, un
odore aspro di boschi. Il correre delle nuvole sul cielo grigio,
dava al luogo un aspetto ancora pi fantastico.
Per tutta la mattina fu uno sbucare di uomini a cavallo, dal
sentiero nebbioso; smontavano taciturni, come per un convegno
segreto in quel punto lontano del mondo. Ad Efix, seduto col cieco
sull'ingresso della chiesa, pareva di sognare.
Anche qui non c'erano altri mendicanti, ed egli provava un vago
senso di paura quando gli uomini forti e superbi, dalla cui bocca
e dalle narici usciva un vapore di vita, gli passavano davanti: un
senso di paura e di vergogna, e anche d'invidia. Quelli erano
uomini; le loro mani sembravano artigli pronti ad afferrare la
fortuna al suo passaggio. Parevano tutti banditi, esseri superiori
alla legge: non si pentivano certo delle loro colpe, se ne
avevano, non si tormentavano se si erano fatta giustizia da s,
nella vita. Gli pareva che lo guardassero con disdegno,
buttandogli la moneta, che si vergognassero di lui come uomo e
stessero per rimuoverlo col piede al loro passaggio, come uno
straccio sporco.
Ma poi guardava lontano: al di l della nebbia gli sembrava
cominciasse un altro mondo, e si aprisse la porta di cui parlava
il cieco; la grande porta dell'eternit. E si pentiva della sua
vergogna.
Al suo fianco il compagno continuava a chiedere l'elemosina
declamando, o si rivolgeva a lui perch i passanti ascoltassero:
Che facciamo noi in questa vita, di peso ai pietosi che ci danno
l'elemosina?.
Che facciamo, fratello caro?
Ebbene, compagno mio, tutto succede per ordine del Signore: noi
siamo strumenti ed Egli si serve di noi per provare il cuore degli
uomini, come il contadino si serve della zappa per smuovere la
terra e vedere se  feconda. Cristiani, non guardate in noi due
creature povere; pi tristi delle foglie cadute, pi luride dei
lebbrosi; guardate in noi gli strumenti del Signore per smuovere
il vostro cuore!
Le monete di rame cadevano davanti a loro come fiori duri e
sonanti. C'erano due giovani nuoresi bellissimi che per farsi
notare dalle fanciulle cominciarono a buttar soldi al cieco,
mirando da lontano al petto, e ridendo ogni volta che colpivano
giusto. Poi s'avvicinarono e presero di mira Efix, divertendosi
come al bersaglio. Efix trasaliva ad ogni colpo e gli pareva lo
lapidassero, ma raccoglieva le monete con una certa avidit, e in
ultimo, finito il giuoco, di nuovo si pent e si vergogn.
Intanto le donne preparavano il pranzo. Avevano acceso il fuoco
sotto un albero solitario e il fumo si confondeva con la nebbia.
La macchia dei loro corsetti rossi spiccava fra il grigio pi viva
della fiamma. Non c'erano n canti, n suoni in questa piccola
festa che ad Efix pareva riunione di banditi e di pastori
radunatisi l per il desiderio di rivedere le loro donne e di
ascoltare la santa messa.
A mezzogiorno tutti si riunirono sotto l'albero, intorno al fuoco,
e il prete sedette in mezzo a loro. Il tempo si schiariva, un
raggio dorato di sole allo zenit filtrava attraverso le nuvole e
cadeva dritto sopra l'albero del banchetto: e sotto, i pastori
seduti per terra, le donne coi canestri in mano, il sacerdote con
una bisaccia gettata sulle spalle a modo di scialle per ripararsi
dall'umido, i fanciulli ridenti, i cani che scuotevano la coda e
guardavano fisso negli occhi i loro padroni aspettando l'osso da
rosicchiare, tutto ricordava la dolce serenit di una scena
biblica.
Le donne pietose portavano grandi piatti di carne e di pane ai due
mendicanti, e nel sentire il frusco dei loro passi sull'erba il
cieco alzava la voce e raccontava.
S, c'era un re che faceva adorare gli alberi e gli animali: e
persino il fuoco. Allora Dio, offeso, fece s che i servi di
questo re diventassero tanto cattivi da congiurare fra loro per
uccidere il padrone. E cos fecero. S, egli faceva adorare un Dio
tutto d'oro: per questo  rimasto nel mondo tanto amore del
denaro, e i parenti, persino, uccidono i parenti per il denaro.
Cos a me, i miei parenti, vedendomi privo di luce, mi spogliarono
come il vento spoglia l'albero in autunno.
La gente part presto e i due uomini rimasero un'altra volta soli
nella tristezza del luogo deserto.
La nebbia si diradava, apparivano profili di boschi neri
sull'azzurro pallido dell'orizzonte; poi tutto fu sereno, come se
mani invisibili tirassero di qua e di l i veli del mal tempo, e
un grande arcobaleno di sette vivi colori e un altro pi piccolo e
pi scialbo s'incurvarono sul paesaggio. La primavera nuorese
sorrise allora al povero Efix seduto sulla porta della chiesetta.
Grandi ranuncoli gialli, umidi come di rugiada, brillarono nei
prati argentei, e le prime stelle apparse al cadere della sera
sorrisero ai fiori: il cielo e la terra parevano due specchi che
si riflettessero.
Un usignuolo cant sull'albero solitario ancora soffuso di fumo.
Tutta la frescura della sera, tutta l'armonia delle lontananze
serene, e il sorriso delle stelle ai fiori e il sorriso dei fiori
alle stelle, e la letizia fiera dei bei giovani pastori e la
passione chiusa delle donne dai corsetti rossi, e tutta la
malinconia dei poveri che vivono aspettando l'avanzo della mensa
dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze di l, e il passato,
la patria perduta, l'amore, il delitto, il rimorso, la preghiera,
il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passer la
notte ma si sente guidato da Dio, e la solitudine verde del
poderetto laggi, la voce del fiume e degli ontani laggi, l'odore
delle euforbie, il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il
pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il
pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle note
dell'usignuolo sopra l'albero solitario che pareva pi alto dei
monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell'ultima foglia
ficcata dentro una stella.
Ed Efix ricominci a piangere. Non sapeva perch, ma piangeva. Gli
pareva di essere solo nel mondo, con l'usignuolo per compagno.
Sentiva ancora le monete dei giovani nuoresi percuotergli il petto
e trasaliva tutto come se lo lapidassero; ma era un brivido di
gioia, era la volutt del martirio.
Il compagno, con le spalle appoggiate alla porta chiusa e le mani
intorno alle ginocchia, dormiva e russava.

Di l andarono a Fonni per la Festa dei Santi Martiri. Camminavano
sempre a piccole tappe, fermandosi negli ovili dove il cieco
riusciva a farsi ascoltare dai pastori: e pareva riconoscerli
all'odore diceva lui, raccontando gli episodi pi commoventi del
Vecchio Testamento ai pi semplici, ai timorati di Dio, e quelli
che male interpretati avevano un sapore di scandalo, ai giovani ed
ai libertini.
Questa condotta del compagno addolorava Efix: a volte se ne
sentiva tanto nauseato che si proponeva di abbandonarlo, ma
ripensandoci gli sembrava che la sua penitenza fosse pi completa
cos, e diceva a se stesso:
E' come che conduca un malato, un lebbroso. Dio terr pi in
conto la mia opera di misericordia.
Per strada raggiunsero altri mendicanti che si recavano alla
festa: tutti salutarono il cieco come una vecchia conoscenza, ma
guardarono Efix con occhi diffidenti.
Tu sei forte e potente ancora, gli disse un giovane sciancato,
come va che chiedi l'elemosina?
Ho un male segreto che mi consuma e mi impedisce di lavorare,
rispose Efix, ma ebbe vergogna della sua bugia.
Dio comanda di lavorare finch si pu: potessi lavorare, io; oh,
come sono felici quelli che possono lavorare!
Efix pensava a Giacinto, divenuto allegro e buono dopo che aveva
trovato da lavorare, e si domandava con rammarico se non aveva
ancora una volta errato abbandonando le sue povere padrone.
Cos andava andava ma non trovava pace; e il suo pensiero era
sempre laggi, fra le canne e gli ontani del poderetto.
Specialmente alla sera, se un usignuolo cantava, la nostalgia lo
struggeva.
Che penser don Predu che mi aspetta con la risposta di Noemi? Ma
Dio provveder: e provveder bene, adesso che io col mio peccato
mortale e con la mia scomunica sono lontano da <I>loro</I>.
E andava, andava, in fila coi mendicanti, su, su, attraverso la
valle verde di Mamojada, su, su, verso Fonni, per i sentieri sopra
i quali, nella sera nuvolosa, i monti del Gennargentu incombevano
con forme fantastiche di muraglie, di castelli, di tombe
ciclopiche, di citt argentee, di boschi azzurri coperti di
nebbia; ma gli sembrava che il suo corpo fosse come un sacco
vuoto, sbattuto dal vento, lacero, sporco, buono solo da buttarsi
fra i cenci.
E i suoi compagni non erano di pi di lui. Camminavano,
camminavano, non sapevano dove, non sapevano perch; i luoghi di
spasso ove andavano erano per loro indifferenti, non pi lieti n
tristi delle solitudini ove facevano tappa per riposarsi o per
mangiare.
Eppure litigavano fra loro, urlavano parole oscene, parlavano male
di Dio, si invidiavano: avevano tutte le passioni degli uomini
fortunati. Efix, stanco morto, con la febbre fin dentro le ossa,
non tentava di convertirli, e neppure sentiva piet di loro; ma
gli pareva di camminare in sogno, portato via da una compagnia di
fantasmi, come tante volte laggi nelle notti del poderetto; era
gi morto ed errava ancora per il mondo, scacciato dai regni di
l.
A Fonni, dove i mendicanti si collocarono nel cortiletto intorno
alla Basilica piena di gente di lontani paesi, egli cominci a
provare un nuovo tormento. Aveva paura di esser riconosciuto, e
tentava di nascondersi dietro il suo compagno.
Accanto a loro stavano altri due mendicanti, un vecchio cieco e un
giovane che prima d'arrivare si era punto il petto sotto la
mammella destra sfregandovi su il latte di un'erba velenosa per
formarvi un gonfiore che esponeva alla folla come un tumore
maligno.
Efix provava rabbia per quest'inganno, e quando le monete cadevano
nel cappello del suo compagno, arrossiva sembrandogli di ingannare
anche lui i pietosi.
E le monete cadevano, cadevano. Egli non aveva mai immaginato che
ci fossero tanti pietosi, al mondo: le donne soprattutto erano
generose, e un'ombra dolce velava i loro occhi ogni volta che il
falso tumore del mendicante giovane appariva gonfio e scuro come
un fico tra le pieghe della camicia slacciata.
Quasi tutte si fermavano, col viso reclinato, interrogando. Alcune
erano alte, sottili, fasciate di orbace, coi grembiali ricamati di
geroglifici gialli e verdi e i cappucci di scarlatto, e pareva
venissero di lontano, dall'antico Egitto: altre avevano i fianchi
potenti, il viso largo con due pomi maturati per guance, la bocca
carnosa, ardente e umida come l'orlo d'un vaso di miele.
Efix rispondeva a occhi bassi alle loro domande, e raccoglieva con
tristezza l'elemosina.
Ma anche alcuni uomini si fermarono intorno al vecchio cieco e al
falso infermo, e uno si curv per guardar bene il tumore.
S, cos Dio mi assista, disse, era proprio cos. Ed  campato
solo un anno.
Un anno solo?, grid un altro. Ah, non mi basterebbe neanche
per condurre a termine tre delle mille cose che penso. Su,
prendi!
E gett all'infermo una moneta d'argento. Allora fu una gara a chi
pi offriva al condannato a morir presto: le monete piovevano
sulla sua bisaccia, tanto che il compagno di Efix divent livido e
la sua voce trem per l'invidia. A mezzogiorno rifiut da
mangiare; poi tacque e parve meditare qualche cosa di fosco.
Infatti, quando la folla si radun nuovamente nel cortile e le
donne passando si frugavano in tasca per dare l'elemosina al finto
malato, egli cominci a gridare:
Ma guardatelo bene! E' pi sano di voi. S' punto con un ago
avvelenato.
Allora qualcuno si curv a guardare meglio il falso tumore, e il
mendicante, pallido, immobile, non reag, non parl; ma il vecchio
cieco suo compagno s'alz a un tratto, alto, tentennante come un
fusto d'albero scosso dal vento; mosse qualche passo e s'abbatte:
su Istne battendogli i pugni sulla testa come due martelli.
Dapprima Istne chin la testa fin quasi a mettersela fra le
ginocchia; poi si sollev, afferr le gambe del suo assalitore e
lo scosse tutto e non riuscendo ad abbatterlo gli morsic un
ginocchio. Non parlavano e il loro silenzio rendeva la scena pi
tragica: dopo un momento per un grappolo di gente fu sopra di
loro e gli strilli delle donne s'unirono alle risate degli uomini.
Io per vorrei sapere come ha fatto a vederlo!
Ma se non  cieco! Malanno li colga tutti, fingono dal primo
all'ultimo.
E io gli ho dato tre volte nove reali! Come te lo hai fatto il
tumore?... Dimmelo, ti do altri nove reali; che cos me lo faccio
anch'io per non andare al servizio militare.
Guarda che vengono i soldati.
State zitti: roba da niente.
La gente si divise per lasciar passare i carabinieri: alti, col
pennacchio rosso e azzurro svolazzante come un uccello fantastico,
stettero sopra i due mendicanti raggomitolati per terra.
Il vecchio tremava di rabbia, ma non apriva bocca; l'altro aveva
ripreso la sua posizione e disse con voce triste che non sapeva
nulla, che non si era mosso, che aveva sentito un uomo piombargli
addosso come un muro che crolla.
Li fecero alzare, li portarono via. La folla and loro dietro come
in processione. Efix seguiva anche lui, ma le gambe gli tremavano,
un velo gli copriva gli occhi.
Adesso arrestano anche me, e vengono a sapere chi sono, e vengono
a sapere tutto e mi condannano.
Ma nessuno badava a lui, e dopo che i due ciechi furono dentro in
caserma la gente se ne and ed egli rimase solo, a distanza,
seduto su una pietra ad aspettare.
Aveva paura ma per nulla al mondo avrebbe abbandonato il cieco.
Rimase l un'ora, due, tre. Il luogo era silenzioso: la gente era
gi alla festa e il villaggio in quell'angolo pareva disabitato.
Il sole batteva sui tetti di schegge delle casette basse e umili
come capanne, il vento del pomeriggio portava un odore di erbe
aromatiche e qualche grido, qualche suono lontano.
Quella pace aumentava il turbamento di Efix. Per la prima volta
gli appariva chiaro, come la roccia l sui monti attraverso l'aria
diafana, l'errore della sua penitenza. No, non era questo ch'egli
aveva sognato.
E le sue povere padrone che pativano laggi, sole, abbandonate?
Per la prima volta pens di tornare, di finire i suoi giorni ai
loro piedi come un cane fedele. Tornare, condannarsi anche
l'anima, ma non farle soffrire: questa era la vera penitenza. Ma
non poteva abbandonare il compagno. Ed ecco che la porta della
caserma si apre e i due ciechi ne escono, tenendosi per mano come
fratelli.
Efix and loro incontro, prese per mano il suo compagno. Cos in
fila tornarono al cortile della Basilica, e vi fecero il giro
cercando il falso malato. La gente ballava e suonava, il tramonto
tingeva di rosa il campanile, i tetti, gli alberi intorno; dalla
chiesa usciva un salmodiare di laudi che accompagnava il motivo
della danza, e un profumo d'incenso che si mescolava all'odore
degli orti.
Ma per quanto lo cercassero, il finto malato non si trov nel
cortile, n in chiesa e neppure nelle strade attorno. Qualcuno
disse che era scappato per paura dei carabinieri. Cos Efix rimase
con tutti e due i ciechi.


Capitolo quindicesimo.

Se li tir addietro per molto tempo.
Di festa in festa camminavano, o soli o in fila con altri
mendicanti, come condannati diretti a un luogo di pena
irraggiungibile.
Le feste si rassomigliavano: le principali erano di primavera e di
autunno, e si svolgevano attorno alle chiesette campestri
solitarie, sui monti, sugli altipiani, sull'orlo delle valli.
Allora, nel luogo tutto l'anno deserto, nei campi incolti e
selvaggi, era come una improvvisa fioritura, un irrompere di vita
e di gioia. I colori vivi dei costumi paesani, il rosso di
scarlatto, il giallo delle bende, il cremis ardente dei grembiali,
brillavano come macchie di fiori tra il verde dei lentischi e
l'avorio delle stoppie.
E dappertutto si beveva, si cantava, si ballava, si rissava. Efix,
vestito anche lui come gli altri mendicanti, si portava addietro i
due ciechi e gli sembrava fossero il suo destino stesso: il suo
delitto e il suo castigo.
Non li amava, ma li sopportava con infinita pazienza.
Anch'essi non lo amavano ma erano gelosi l'uno dell'altro per le
attenzioni di lui, e litigavano continuamente.
In agosto e settembre fu un andare continuo, un correre affannoso.
Dapprima salirono sul monte Orthobene, per la Festa del Redentore.
Era d'agosto, la luna grande rossa sorgeva dal mare e illuminava i
boschi. Di lass, s, Efix vedeva il suo Monte lontano; e pass la
notte a pregare, sotto la croce nera che pareva unisse il cielo
azzurro alla terra grigia. All'alba s'ud un salmodiare lontano;
una processione sal dalla valle e in un attimo le rocce si
coprirono di bianco e di rosso, i cespugli fiorirono di volti di
fanciulli ridenti, e sotto gli elci i vecchi pastori
s'inginocchiarono come Druidi convertiti.
Sopra l'altare tagliato sulla viva pietra il calice scintill al
sole, e il Redentore parve indugiare prima di spiccare il volo
dalla roccia, piantando la croce fra la terra grigia e il cielo
azzurro. S'ud qualcuno piangere forte; era un mendicante fra due
ciechi, dietro un cespuglio. Era Efix.
In settembre salirono sul Monte Gonare. Il tempo era di nuovo
brutto, sconvolto da violenti temporali: rivoli d'acqua torbida
solcavano le chine, sotto i boschi contorti dal vento, e tutto il
monte sussultava per il rombo dei tuoni. Ma i fedeli accorrevano
egualmente; salivano da tutti i sentieri tortuosi, da tutte le
strade serpeggianti, affluendo alla chiesetta come il sangue che
dalle vene va su al cuore.
Da una nicchia di pietre ove s'era rifugiato coi compagni Efix
vedeva le figure passare fra la nebbia come sopra le nuvole, e la
storia del Diluvio Universale che il cieco giovane raccontava gli
sembrava la loro storia. Ecco, alcuni patriarchi s'erano salvati e
si rifugiavano sul Monte: venivano su con le loro donne e i loro
figli, ed erano tristi e lieti in pari tempo perch avevano tutto
perduto e tutto salvato.
Le donne specialmente guardavano dall'alto dei cavalli, dalla
cornice dei loro scialli, coi grandi occhi smarriti eppure a
tratti scintillanti di gioia: qualche cosa le spaventava, qualche
cosa le rallegrava, forse il loro stesso spavento. E gridi lontani
risuonavano fra la nebbia come nitriti di cavalli selvaggi in
corsa col vento.
Efix aveva sempre paura d'esser riconosciuto sebbene vestito da
borghese e con la barba grigia ispida come una mezza maschera
fatta di pelo d'asino: guardava le figure che passavano sul
sentiero davanti a lui, se qualcuna gli era nota, e infatti
d'improvviso si pieg chiudendo gli occhi come i bambini quando
vogliono nascondersi.
Un uomo un po' abbandonato sopra un cavallo nero saliva
lentamente, tutto ricoperto da un gabbano d'orbace foderato di
scarlatto. Il vento sollevava le falde di questa specie di
mantello spagnuolo e lasciava vedere la bisaccia ricamata e le
grosse gambe del cavaliere con gli sproni lucidi come d'argento.
Il cappuccio ombreggiava un viso bonario e sarcastico che si volse
ai mendicanti e sogghign lievemente mentre la mano gettava alcune
monete.
Efix riapr gli occhi e piano piano si sollev.
Sai chi  quello?, disse al cieco giovane. E' il mio padrone!
Cessata la pioggia i tre compagni ripresero a salire, silenziosi,
curvi, come cercando qualche cosa smarrita nel sentiero; le nuvole
correvano sopra le rocce e le macchie e gli alberi si contorcevano
al vento, folli dal desiderio di staccarsi dalla terra e seguirle:
il tuono rombava ancora, tutto era grande di agitazione e
d'angoscia, ed Efix si sentiva preso dal turbine come una foglia
secca.

Presero posto accanto ad una delle croci che segnano il sentiero.
Il vento passava impetuoso, ma sul tardi il sole apparve fra le
nubi squarciandole e respingendole fino all'orizzonte, e tutto
brill attorno ai monti e alle valli ove la nebbia si raccolse in
laghi argentei luminosi.
I mendicanti si scaldavano al sole ed Efix raccoglieva le
elemosine tremando a ogni rumore di passo per paura di rivedere
don Predu; eppure di tanto in tanto sollevava la testa come
ascoltando una voce lontana.
Gli pareva d'essere ancora seduto davanti alla sua capanna nel
poderetto, e sentiva il frusciare delle canne, ed era la voce del
suo cuore che gli diceva:
Efix, se stai l per vera penitenza, perch temi d'esser
riconosciuto? Alzati quando passa il tuo padrone e salutalo.
E d'improvviso un senso di gioia lo fece balzare, lo penetr tutto
come il sole che gli asciugava le vesti e scaldava le sue membra
intirizzite: ecco, egli pensava di nuovo alle sue padrone, le
amava ancora, e aspettava don Predu per domandar notizie di loro.
Ma don Predu non scendeva.
Veniva gi, dopo aver ascoltata la messa, una catena di fanciulle
paesane belle come rose, l'una appresso l'altra strette ridenti.
Hai veduto quell'uomo grosso che s'e comunicato?, disse una. E'
un nobile, un riccone, ammaliato.
S, lo so. Lo ha fatto ammaliare una ragazza povera che egli
doveva sposare e non ha sposato.
Va', e impiccati, Maria, che dici? Se lo ammaliava lo ammaliava
per farsi sposare...
E non mi spingere, per questo! Va' a romperti il collo, Franzisca
B!
Coi denti scintillanti nella bella bocca piena di male parole,
passavano davanti ad Efix: qualcuna s'indugiava a gettare una
monetina ai mendicanti e il vento sollevava i lembi del suo
fazzoletto ricamato.
Efix aspettava don Predu. Scendevano i patriarchi, le donne
taciturne, i giovani dalle ginocchia elastiche, i piccoli pastori
dagli occhi tristi di solitudine: don Predu non si vedeva.
Efix aspettava. Ma dopo mezzogiorno la gente era gi tutta
ritornata alle capanne gi nella radura, e don Predu non era
ancora passato.
Allora Efix fece salire i compagni fino alla chiesetta davanti
alla quale solo pochi giovani si aggrappavano alla roccia per
guardare le corse dei barberi a mezza costa. Il vento pareva
portarsi via lungo il sentiero laggi, i cavalli lunghi montati da
paesani incappucciati.
Efix fece sedere i ciechi contro il muro ed entr nella chiesetta
avanzandosi in punta di piedi fino ai gradini dell'altare ove don
Predu inginocchiato immobile pregava col viso sollevato, i capelli
azzurrognoli nella penombra dorata dai ceri, una falda rossa del
gabbano rivoltata, lo sprone al piede, simile in tutto ai Baroni
in pellegrinaggio quali il servo li aveva veduti dipinti in
qualche antico quadro della Basilica.
Pregava assorto, ma quando Efix gli ebbe toccato lievemente il
cappotto si volse dapprima sorpreso, poi violento, senza
riconoscere il mendicante.
Al diavolo! Neanche qui lasciate in pace?
Don Predu, padrone mio! Sono Efix, non mi riconosce?
Don Predu balz sollevando le falde del gabbano quasi volesse
abbracciare il suo servo: e si guardarono come due vecchi amici.
Ebbene? Ebbene?
Ebbene?
S, disse don Predu riprendendosi per il primo, Giacinto mi ha
raccontato le tue prodezze, babbeo. E dunque, ti sei messo a fare
un mestiere facile, poltronaccio! Bel mestiere, s! Ecco, prendi!
Gli porse una moneta, ma Efix lo guardava negli occhi coi suoi
occhi di cane fedele e sospirava senza offendersi.
Don Predu, padrone mio, mi dia notizie delle mie dame.
Le tue dame? Chi le vede? Stanno chiuse nella loro tana come
faine.
E Giacinto?
L'ho veduto a Nuoro, quel morto di fame. Perch non l'hai preso
con te a chiedere l'elemosina? E adesso, sai cosa fa? Sposa
quell'altra morta di fame, Grixenda, s, stupido!
E' bene: lo aveva promesso, disse Efix, e di nuovo si sent
pieno di gioia. Ecco fatta la grazia che lei chiedeva, padrone
mio, pensava, e sorrideva agli improperi che don Predu, pentito
del suo primo impeto di benevolenza, gli rivolgeva trattandolo da
mendicante quale era.
Dopo la Festa di San Cosma e Damiano di Mamojada, Efix e i ciechi
andarono a Bitti per la Madonna del Miracolo. Prima di arrivare
fecero tappa sopra Orune, ma sebbene stanco Efix non s'addorment
per paura che gli rubassero la bisaccia col gruzzolo raccolto
nelle ultime feste. Pregava, tranquillo, socchiudendo ogni tanto
gli occhi per guardare i suoi compagni addormentati sotto una
quercia.
Era notte ancora, ma un brivido di luce passava ad Oriente fra i
monti che si aprivano verso il mare: l'alba si svegliava laggi.
Ed ecco Efix, vinto dal sonno, crede di non poter pi sollevare le
palpebre e di sognare: vede il vecchio cieco mettersi a sedere,
protendersi in ascolto, appoggiare la mano al tronco della
quercia, alzarsi e dopo un momento di esitazione accostarsi a lui
e con la mano adunca tirar su la bisaccia come pescandola
nell'ombra.
Egli non si muove, non parla: e il vecchio se ne va, piano piano,
su fra le macchie e le pietre, senza voltarsi, grande e nero sullo
sfondo azzurro della montagna.
Solo quando non lo vide pi s'accorse di non aver sognato, e balz
in piedi, ma gli parve che una mano lo tirasse gi costringendolo
a sedersi di nuovo, a stare immobile. E a poco a poco alla
sorpresa segu un impeto di gioia, un desiderio di ridere: e rise,
e tutto intorno il cielo si color di azzurro e di rosa, e le
cinzie cantarono fra le macchie.
Ecco, egli pensava. E' Dio che mi ha liberato di uno de' miei
compagni. Oh che peso mi ha tolto!
Svegli l'altro dicendogli dell'accaduto.
Lo vedi? Efix, adesso sei convinto? Io lo sapevo, che fingeva.
Non lo dissi subito? E tu te lo sei portato addietro, tu mi hai
tormentato giorno e notte con lui. Adesso andremo a denunziarlo:
lo cercheremo, gli pesteremo le ossa.
Efix sorrideva. Durante la festa fu quasi felice. Una folla
com'egli non l'aveva ancora veduta riempiva la chiesa. il campo
attorno, il sentiero che conduceva al paese. Una processione
s'aggirava continuamente attorno al santuario, come un serpente
rosso e bianco, giallo e nero: gli stendardi sventolavano simili a
grandi farfalle, e canti corali, tintinnii di cavalli bardati per
la corsa, grida di gioia si univano alle cantilene gravi dei
pellegrini. Passavano donne coi capelli neri sciolti gi per le
spalle come veli di lutto; seguivano uomini a capo scoperto, con
un cero in mano, scalzi, polverosi come arrivassero dall'altra
estremit del mondo: tutti avevano gli occhi pieni di domande e di
speranza.
E i cavalli pazienti salivano su per la strada carichi di gioia o
di dolore: li cavalcavano giovani dal viso fiammante, gonfio di
sangue, fanciulle pallide che nascondevano la passione come le
brage sotto la cenere, e infermi, pazzi, indemoniati, tutti
avevano gli occhi pieni di vita e di morte.
Efix s'era messo un po' discosto dalla chiesa, in un posto ove non
molta gente passava. Il cieco non finiva di brontolare, fra una
lamentazione e l'altra, e aveva un viso cupo, minaccioso.
Verso sera - la raccolta era stata scarsa - diede sfogo alla sua
ira, accusando Efix di aver ammazzato l'altro compagno per
liberarsene e tenersi i denari.
Efix sorrideva.
Vieni, disse, prendendolo per mano, e dopo aver camminato un
poco: senti?.
Il cieco sentiva la voce dell'altro compagno, che l davanti a
loro domandava l'elemosina.
Adesso non farete come l'altra volta, disse Efix. Se vi
azzuffate e vi arrestano, io, in verit, me ne lavo le mani.
Allora il cieco vero si chin sul cieco finto, e gli chiese a
denti stretti, sottovoce:
Perch hai fatto questo, fariseo?.
Perch mi pare e piace.
Efix sorrideva. Il cieco <I>vedeva</I> questo sorriso e se ne
esasperava: tutta la sua ira contro il compagno ladro si rivers
sul compagno buono.
Io non voglio pi venire con te: piuttosto mi butto per terra e
mi lascio morire. Tu sei uno stupido, un buono a niente: tu vieni
con me per divertirti e tormentarmi. Va' e impiccati, va' al pi
profondo dell'inferno.
Tu parli cos perch sai che non ti abbandono, disse Efix. Tu
sebbene cieco conosci me, ed io non conosco te sebbene ci veda. Ma
se tu credi di poterti trovare un altro compagno fa' pure. Ti
aiuter.
Il cieco finto ascoltava, con la bisaccia rubata stretta a se.
Afferr la mano di Istne e gli disse:
E rimani con me, diavolo!.
Stettero cos, con le mani unite, come Efix li aveva veduti uscire
dalla caserma di Fonni, e pareva aspettassero ch'egli parlasse,
sfidandolo un poco: trasse quindi l'involtino delle monete
raccolte in quel giorno, e dopo averlo fatto dondolare davanti a
loro, guardandoli e sorridendo, lo lasci cadere in mano al cieco
vero e se ne and.
Libero! Ma aveva l'impressione fisica di tirarsi ancora addietro i
compagni, e si dava pensiero di loro.
Cammin tutta la notte e tutto il giorno seguente, gi lungo la
vallata dell'Isalle, finch arriv al mare. L si gett a terra,
fra due macchie di filirea, e gli parve d'esser tornato al suo
paese dopo aver compiuto il giro del mondo.
Ma nel sonno rivedeva il cieco, curvo su se stesso, con le labbra
livide semiaperte sui denti ferini, e gli sembrava che lo
deridesse e lo compiangesse.
Tu credi d'essere tornato e di riposarti. Vedrai, Efix; adesso
comincia davvero il tuo cammino.

A misura che s'avvicinava al poderetto, risalendo lo stradone,
sentiva un lamento di fisarmonica che gli pareva un'illusione
delle sue orecchie abituate ai suoni delle feste.
Tante cose lontane gli tornarono in mente: e tutte le foglie si
agitavano intorno per salutarlo. Ecco la siepe, ecco il fiume, la
collina, la capanna. Egli non era commosso, ma quel lamento dolce,
velato, che pareva salire dalla quiete dell'acqua verdastra, lo
attirava come un richiamo.
Entr, sollev gli occhi e subito si accorse che il poderetto era
mal coltivato. Pareva un luogo da cui fosse mancato il padrone:
gli alberi erano gi quasi tutti spogli dei loro frutti e qualche
ramo stroncato pendeva qua e l.
Zuannantoni, seduto sotto il pergolato davanti alla capanna,
suonava la fisarmonica; e tutto intorno il motivo monotono si
spandeva come un velo di sonno sul luogo desolato.
Vedendo l'uomo sconosciuto che s'avanzava curvandosi per guardare
dentro la capanna, il ragazzo smise di suonare, e i suoi occhi si
fecero minacciosi.
Che volete?
L'uomo si tolse il berretto.
Zio Efix!, grid il ragazzo, e riprese a suonare, parlando e
ridendo nel medesimo tempo. Ma non eravate morto? E chi diceva
che eravate in America e diventato ricco, e che mandavate tanti
denari alle vostre padrone. Adesso il guardiano qui, sono io: se
voglio scacciarvi come un ladro posso farlo. Ma non lo faccio.
Volete dell'uva? Prendetevela. Il mio padrone, don Predu, se ne
infischia, di questo pezzo di terra: ne ha tanti altri, di poderi.
Quello grande, di <I>Badde Saliche</I>, quello s, ne d prodotto.
Le frutta di qui, il mio padrone le manda in regalo alle sue
cugine, le vostre padrone: ma esse stanno sempre chiuse dentro
come il riccio nella sua scorza. Oh, zio Efix, vi devo dire una
cosa: l'altra notte - di notte sto chiuso nella capanna, perch ho
paura degli spiriti, e sempre sento nonna raspare alla porta -
l'altra notte che spavento! Ho sentito una cosa molle agitarsi
intorno ai miei piedi. Ho gridato, ho sudato: ma poi all'alba mi
accorsi che era una lepre ferita: s, presa al laccio era riuscita
a scappare e stava l con la zampetta rotta e mi guardava con due
occhi da cristiana. Gliel'ho fasciata, la zampetta; ma poi ha
avuto la febbre; scottava fra le mie mani come un gomitolo di
fuoco; e s' fatta nera nera ed  morta.
Efix si era seduto davanti alla capanna guardando lontano.
Che ne dici tu, domand gravemente. don Predu mi ripiglier al
suo servizio?
Il ragazzo si fece minaccioso.
E allora dovrebbe scacciarmi? E io come faccio, allora? Grixenda
si sposa e se ne va. E io cosa faccio, intanto? Vado a chiedere
l'elemosina? No, andateci voi, che siete vecchio.
Hai ragione, disse Efix, e chin la testa. Ma la sua remissione
gli rese benevolo il servetto.
Don Predu  cos ricco che pu prendervi lo stesso; vi pu
mandare negli altri poderi, perch a me piace star qui. Qui  un
bel posto: lo dice anche Grixenda.
Che fa Grixenda?
Cucisce il suo vestito da sposa.
Dimmi, Zuannantoni, don Giacinto  venuto in paese?
Mio cognato, disse il ragazzo con orgoglio,  venuto, s,
questo luglio scorso. Grixenda stava sempre male: un altro poco e
la trovava morta. S,  venuto...
Tacque, col viso reclinato sulla fisarmonica, gli occhi gravi di
ricordo.
Dimmi tutto; puoi dirmelo, Zuannant. Io sono come di famiglia. 
S, ecco, vi dir. Dunque Grixenda stava male; si consumava, come
un lucignolo. Di notte aveva la febbre: s'alzava come una matta e
diceva: voglio andare a Nuoro. Ma quando si trattava di aprir la
porta non poteva. Capite: c'era fuori la nonna che spingeva la
porta e le impediva di andare. Allora, una volta, sono andato io,
a Nuoro. Ho trovato mio cognato, in un luogo che pare l'inferno:
nel Molino. Gli dissi tutto. Allora egli domand tre giorni di
permesso e venne con me. Aveva preso un cavallo a nolo, perch
costa meno della carrozza; e mi prese in groppa: era bello, andare
cos, pareva di esser giganti. Cos ha chiesto Grixenda in moglie,
e cos per i Santi si sposano.
A chi l'ha chiesta: in moglie?
Non lo so; a lei stessa!
Dimmi, Zuannantoni, don Giacinto  dalle sue zie, dalle mie
padrone?
Il ragazzo esit nuovamente.
Si, disse poi, c' stato. Credo che abbiano litigato perch
venne fuori con gli occhi rossi, come avesse pianto; Grixenda lo
guardava e rideva, ma stringeva i denti. Egli disse: questa e
l'ultima volta che mi vedono.
Efix non fece altre domande. Pass la notte nella capanna e
siccome era venuto su un gran vento e le canne del ciglione
gemevano come anime in pena, destando paura al piccolo guardiano,
egli cominci a raccontare le storie della Bibbia, imitando
l'accento del cieco.
S, c'era un re che con la scusa che gli alberi sono spiriti li
faceva adorare e anche gli animali e persino il fuoco. Allora il
vero Dio, offeso, fece s che i servi di questo re diventassero
cos cattivi che congiurarono per uccidere il loro padrone. S,
egli faceva adorare un Dio tutto d'oro: per questo  rimasto nel
mondo tanto amore del denaro e i parenti, persino, uccidono i
parenti, per il denaro. Persino le anime innocenti adorano il
denaro.
Poi cominci a descrivere il tempio e i palazzi del Re Salomone.
Zuannantoni si addorment ch'egli raccontava ancora. Fuori le
canne dei ciglione frusciavano con tale violenza che pareva
combattessero una battaglia.
All'alba, uscendo dalla capanna Efix infatti ne vide centinaia
pendere spezzate, con le lunghe foglie sparse per terra come spade
rotte. E le superstiti, un poco sfrondate anch'esse, pareva si
curvassero a guardare le compagne morte, accarezzandole con le
loro foglie ferite.
Prendetevi dell'uva, zio Efix, gli disse il ragazzo, salutandolo
pensieroso: se don Predu vi rimanda qui son contento: cos
passeremo il tempo a contar le storie. E andate da Grixenda a
salutarla.
Ed ecco Efix che risale la strada verso il paese. L'alba  quasi
fredda e le colline bianche sembrano coperte di neve. I monticelli
sopra i paesetti sparsi per la pianura, dopo il Castello, fumano
come carbonaie coperte: e tutto  silenzio e morto nel mattino
roseo. Ma Efix ritrovava la sua anima, e gli sembrava di tornare
alla casa del suo dolore come il figliol prodigo, dopo aver
dissipato tutte le sue speranze.
And dritto dall'usuraia, e rise accorgendosi che sebbene non lo
riconoscesse subito ella lo accoglieva benevolmente credendolo uno
straniero, un servo mandato da qualche proprietario per chiedere
denaro.
Kallina, i corvi ti becchino, non mi riconosci? Anche tu sei
diminuita, per.
Ella aveva le scarpette in mano; le lasci cadere una dopo
l'altra, poi si curv a riprenderle.
Efix, vedi? Come io ti ho maledetto cos sei andato! Hai persino
mutato di vesti. Rammentati quando volevi massacrarmi.
Sono sempre a tempo, se non smetti! Dimmi, come stai?
Non troppo bene. Da qualche tempo ho sempre male di testa, e il
dolore e l'insonnia mi hanno ridotta cos, piccola, curva, come
succhiata dal vampiro.
E' giusto!, pensava Efix; ma non lo disse.
E' un male da cani, il male di testa, Efix mio. Ho persino
promesso di andare in pellegrinaggio a San Francesco, adesso, in
ottobre...
Senti, disse Efix, che s'era seduto davanti al focolare e non
accennava ad andarsene,  inutile che tu vai in pellegrinaggio:
se hai da far penitenza falla in casa tua.
Io non ho da far penitenza! Se vado, vado per devozione. La mia
anima  davanti a Dio, non davanti a un pari.
Egli abbass la testa.
Senti, riprese, io ho bisogno di vesti e di denari. Tu devi
aiutarmi, Kallina: se vuoi tu puoi farlo. Io sono come il soldato
ch' stato in guerra: torno, ma non posso tenere queste vesti.
Dimmi almeno, dove sei stato?
Cos, ho voluto un poco girare il mondo. Sono stato fino in
Oriente, dove c'era il tempio e la casa del Re Salomone... questa
casa era tutta d'oro, con le porte che avevano per pomi melagrane
d'oro... e i piatti e i vasi erano d'oro e persino le chiavi e i
pali per fermare le porte erano d'oro...
La donna lo guardava di sottocchi, mentre infilava i lacci nuovi
alle sue scarpette senza buttar via i vecchi, che a legare qualche
cosa ancora potevan servire. Perch egli parlava cos, con un
accento cadenzato da mendicante? Si burlava di lei, o aveva la
febbre?
Efix, anima mia, il girare il mondo ti ha consumato le scarpe e
il cervello!
Tuttavia gli prest i denari.
Egli per non se ne and.
Non posso uscire cos, presentarmi alle serve beffarde di don
Predu. Bisogna che tu mi procuri le vesti. Va': cosa pensi quando
non dormi? Va', va', sei cristiana anche tu.
Come, anch'io? Pi cristiana di te, anima mia: io non ho mai
lasciato la mia casa per correre il mondo da vecchia...
Se non smetti prendo il palo, Kall, bada!
Per tutto il giorno continuarono a insolentirsi, un po'
scherzando, un po' sul serio: ma nel pomeriggio ella usc e compr
un costume quasi nuovo da una donna il cui marito era andato in
America.

Verso sera Efix ritorn dalle sue padrone. S, verso sera, come
dopo una giornata di libert passata girovagando ozioso e
scontento. Tutto era tranquillo e triste lass; il Monte
s'affacciava sopra la casa nera, sul cielo verdolino del
crepuscolo, la luna nuova cadeva sopra il Monte, la stella della
sera tremolava sopra la luna.
Il portone era chiuso, l'erba cresceva lungo il muro e sugli
scalini come davanti a una casa abbandonata: ed Efix ebbe paura a
picchiare.
Vide la porticina di Grixenda che brillava come un rettangolo
d'oro sul muro nero, e ricord l'incarico di Zuannantoni.
Grixenda stava davanti alla fiammata ad asciugarsi le sottane
bagnate. Era scalza e le sue gambe dritte luccicavano come fossero
il bronzo. Vedendo l'uomo lasci cadere le sottane e rise,
gridando di gioia nel riconoscerlo.
Come, Grixenda! Tu vai ancora al fiume? Lo sposo te lo permette?
E lui non lavora? E' forse un signore, lui? Se fosse stato un
signore io sarei sottoterra... Ebbene, non venite avanti?
Sedetevi: vi pesa, quella bisaccia? E piena d'oro? Avete fatto
fortuna, voi, zitto, zitto, maligno che siete!
Egli sedette e mise la bisaccia per terra, e guardava Grixenda, e
Grixenda lo guardava maliziosa lasciandogli capire che sapeva la
verit.
Ma anche noi, zio Efix, anche noi, io e Giacinto, qualche cosa
faremo. Possiamo anche diventar ricchi, zio Efix; chi lo sa? Tutto
 possibile nel mondo: io credo che tutto sia possibile.
E non siete gi ricchi? Chi pi ricchi di voi?
Ella si chin su di lui, graziosa e infantile come un tempo.
E' questo che dicevo, sempre! Quando le vostre dame non volevano,
che io e Giacinto ci sposassimo, perch io son povera, io dicevo:
non son giovane? Non gli voglio bene? Forse che donna Noemi e don
Predu, con tutta la loro roba, sono pi ricchi di noi? Di anni,
s, se vogliono, non di altro!
Efix trasal.
Si sposano?
Si sposano, s! Egli si consumava come mi consumavo io questa
primavera scorsa. Dicevano ch'era ammaliato. Era ammaliato, s!
Mala d'amore. And persino ad Oliena a consultare la
fattucchiera. Ultimamente, la settimana scorsa,  andato alla
Madonna di Gonare, in pellegrinaggio, ed ha fatto un'offerta di
tre scudi, per ottenere il miracolo. Cos dicono i maligni!
Efix guardava pensieroso per terra, fra le sue ginocchia.
Devo tornare?, si domandava. Non crederanno sia il vento della
buona fortuna che mi riporta?
E d'improvviso, per un attimo, gli dispiacque che Noemi avesse
acconsentito prima ch'egli tornasse. Ma subito s'alz pentito
umiliato. Ah, com'era peccatore ancora!
Tu credi che don Predu sia l?, domand volgendosi prima di
uscire.
Io sono qui, non sono l, zio Efix!, disse Grixenda, correndogli
appresso ridente; e non posso neppure dire: vado a guardare
perch le vostre padrone chiudono a doppio giro il portone quando
mi vedono!
Egli and; ma ancora una volta il suo cuore palpitava convulso, e
gli parve che i colpi battuti al portone gli si ripercotessero
dentro le viscere.


Capitolo sedicesimo.

Fu Noemi ad aprire. Efix se la vide apparire davanti, sullo sfondo
glauco del cortile, alta alta, sottile, col viso bianco: Lia
fanciulla, Lia risorta.
Lo guard bene, prima di lasciarlo entrare, come si guarda uno
sconosciuto, poi disse solo: oh, oh, sei tu? ma bast
quest'espressione di sorpresa diffidente e un po' ironica, per
aumentare l'umiliazione e il turbamento di lui.
Ebbene, sono tornato, donna Noemi mia, disse entrando e
seguendola attraverso il cortile. Il vagabondo  tornato. E donna
Ester come sta? Mi permette di farle una visita?
Ecco, nella penombra glauca le cose stavano immobili al loro
posto; il balcone, su, nero sul fondo grigio del muro, il pozzo
coi fiori rossi, la corda sulla scala.
In cucina c'era luce, ma non la luce fiammante della casa di
Grixenda: un lumino funebre sopra la panca antica, in mezzo a una
grande ombra.
No, nulla era mutato: tutto era morto ancora. Ed Efix pens con
dolore:
Non dev'esser vero che donna Noemi ha acconsentito.
Istintivamente cerc di attaccare la bisaccia al piuolo, ma il
piuolo non c'era: nessuno lo aveva pi rimesso ed egli tenne con
s la bisaccia come un ospite che deve presto ripartire.
Donna Ester leggeva tranquilla seduta su uno sgabellino davanti
alla panca antica, ma d'improvviso il gatto posato sulla sua ombra
accanto al lume e che seguiva con gli occhi i movimenti delle mani
di lei, le salt in grembo come volesse nascondersi e di l balz
sotto la panca: ella sollev la testa, vide lo sconosciuto e
cominci a fissarlo con gli occhi scintillanti e il libro che le
tremava fra le mani.
Ebbene, s, sono io, padrona mia! Sono tornato. Il vagabondo 
tornato. Che ne dice, donna Ester? Come va la salute?
Efix! Efix! Efix!, ella balbettava.
Proprio Efix! Ha male agli occhi, donna Ester, che tiene gli
occhiali?
Tu, Efix! Siedi. S, ho avuto male agli occhi dal troppo
piangere.
Ma Noemi li guardava tutti e due coi suoi occhi cattivi e pareva
divertirsi alla scena.
S, Ester! Hai gli occhiali perch oramai sei vecchia.
Siedi, invit anche lei, battendo la mano sulla panca, ed Efix
sedette accanto alla vecchia padrona tutta tremante di sorpresa.
Sulle prime non seppero cosa dirsi: egli stringeva a s la
bisaccia e chinava la testa vergognoso; ella si lev gli occhiali,
li chiuse fra le pagine del libro, parve volesse appoggiarsi al
fianco del servo.
Finalmente volsero tutti e due il viso a guardarsi ed ella scosse
la testa con un cenno di rimprovero.
Bravo! Gira gira sei tornato! Ma perch mai una riga, un saluto?
Eppure gente d'America ne  venuta!
Efix apr la bocca per rispondere, ma vide Noemi che rideva come
se sapesse anche lei la verit, e tacque ancora pi umiliato.
E sei andato via cos, Efix! Come se ti avessimo offeso, senza
dire una parola, Efix! E pensa, pensa, io dicevo sempre a me
stessa: perch Efix ha fatto cos? Si pu finalmente sapere il
perch?
Cose del mondo! S'invecchia, si rimbambisce, egli rispose con un
gesto vago. Adesso son qui... Non parliamone pi.
E adesso, che cosa conti di fare? Tornerai da Predu? O, come dice
la gente,  vero che sei diventato ricco? Ma perch non metti gi
quella bisaccia? Almeno un boccone lo prenderai, qui.
Devo andare, donna Ester mia... Ero venuto solo per salutarla.
Tu starai qui fino a domani, disse Noemi, e con un gesto quasi
felino gli tolse la bisaccia e la mise pi in l sulla panca.
Si guardarono: ed egli comprese che avevano da parlarsi, loro due,
da riallacciare un discorso interrotto.
Efix, senti, tu almeno ci racconterai le tue vicende, poich non
hai mai scritto. Quante cose avrai da dire, adesso: oh, Efix,
Efix, chi avrebbe mai creduto che da vecchio te ne andavi in giro
per il mondo!
Meglio tardi che mai, donna Ester mia! Ma da contare c' poco.
Racconta quel poco...
Bene, s, le dir...
Noemi apparecchiava, silenziosa: ecco lo stesso canestro annerito
dal tempo, levigato dall'uso; ecco lo stesso pane e lo stesso
companatico. Efix mangiava e raccontava, con parole incerte,
velate di menzogna timida; ma quando ebbe gettato le briciole e il
fondo del bicchiere sul pavimento - poich la terra vuole sempre
la sua piccola parte del nutrimento dell'uomo - si drizz un po'
sulla schiena e i suoi occhi si circondarono di rughe raggianti.
Dunque, in viaggio eravamo tutti poveri diavoli: si andava, si
andava, senza sapere dove si andava a finire, ma sempre con la
speranza del guadagno. Si andava, in fila, come i condannati...
Ma non eravate in mare?
In mare, s, cosa dico? E in mare in burrasca, anche. Mi sono
tante volte bagnato. Fame non se ne pativa, no; eppoi, chi aveva
fame? Io no: sentivo qualche volta come una mano che mi abbrancava
lo stomaco e pareva volesse estirparmelo: allora mangiavo e mi
acquetavo. Arrivati l si cominci a lavorare. 
Che lavoro era?
Oh un lavoro facile, per questo; cos... si levava la terra da un
posto e si metteva nell'altro...
Ma  vero che si fa un canale perch ci passi il mare? Ma l'acqua
non segue, dentro il canale?
Si, veniva dentro il canale; ma ci son le macchine per tenerla
indietro. Son come delle pompe... io non le so descrivere,
insomma!
Noemi ascoltava, zitta, lisciando la schiena al gatto che le
ronfava in grembo con volutt. Ascoltava, ma col pensiero lontano.
Eravate proprio in campagna? Dicono che l  tutto caro. Rammenti
quello che raccontavano gli emigranti, laggi al Rimedio? Eppoi,
dicono,  un paese dove non ci si diverte.
Oh, per questo ci si diverte! Chi ha voglia di divertirsi,
s'intende! Chi suona, chi balla, chi prega, chi si ubriaca: e poi
tutti se ne vanno...
Se ne vanno? E dove?
Volevo dire... alle loro baracche, a riposarsi.
E che lingua parlano?
Lingua? Di tutte le parti. Io parlavo sardo, coi miei
compagni...
Ah, tu avevi dei compagni sardi?
Avevo dei compagni sardi. Uno vecchio e uno giovane. Mi pare di
averli ancora ai fianchi, salvo il rispetto alle loro signorie.
Gli occhi di Noemi scintillarono di malizia.
Spero che noi siamo pi pulite!, disse, stringendogli il
braccio.
S, un vecchio e un giovane. Litigavano sempre: erano cattivi,
invidiosi, gelosi, ma in fondo erano anche buoni. L'uomo  fatto
cos: buono e cattivo: eppoi si  sempre disgraziati. Anche i
ricchi, spesso son disgraziati. Ah, ecco!
Ecco, la stretta della mano di Noemi gli ricordava la stretta di
Giacinto, l nel cortiletto di Nuoro, e il segreto che impediva
alla donna di accettare la domanda di don Predu.
Don Predu, verbigrazia, disse quasi involontariamente; indi
aggiunse guardando la padrona giovane, non  forse ricco e
disgraziato?
Ma la padrona rideva di nuovo ed egli contro sua volont s'irrit.
Che c' da ridere? Ebbene, non  forse disgraziato, don Predu?
Finch lei, donna Noemi mia, non avr pieta di lui... Eppure egli
 buono.
Allora donna Ester si alz, appoggiando la mano alla spalliera
della panca e stette a guardarli severa.
Ma che buono, disse Noemi, senza pi ridere. E' vecchio,
adesso, e non pu pi beffarsi del prossimo: ecco tutto! Non
parliamo di lui.
Parliamone invece, disse donna Ester con forza. Efix, spiegami
le tue parole.
Che cosa devo spiegarle, donna Ester mia? Che don Predu vuole
sposare donna Noemi?
Ah, tu pure lo sai? Come lo sai?
Sono stato io il primo paraninfo.
Il primo e l'ultimo, grid Noemi buttando via il gatto come un
gomitolo. Basta; non voglio se ne parli pi.
Ma Efix si ribellava.
Ma perch io non gli ho mai portato la risposta, donna Noemi mia!
Come potevo portargliela? Non osavo, e sono fuggito per questo.
Donna Ester torn a sedersi accanto a lui, ed egli la sent
tremare tutta.
Ah, Efix, mormorava. Egli aveva l'idea fin d'allora e tu non
dicevi nulla? E tu sei fuggito? Ma perch? In verit mia, mi pare
tutto un sogno. Io non ho saputo mai nulla: solo la gente veniva a
dirmelo, solo gli estranei. E tu, sorella mia, e tu... e tu...
Che dovevo dirti, Ester? Ha forse mai fatto la sua domanda, lui?
Quando s' mai spiegato? Manda regali, viene qualche volta, si
mette a sedere, chiacchiera con te e a me quasi non rivolge la
parola. L'ho mai cacciato via, io?
Tu non lo cacci via ma fai peggio ancora. Tu ridi, quando egli
viene; tu ti burli di lui.
E' giusto! Quel che si semina si raccoglie.
Noemi, perch parli cos? Sembri diventata matta, da qualche
tempo in qua! Tu non ragioni pi. Perch dici che egli si burla di
te se ti ha mandato a dire che ti vuol bene?
Egli me lo mand a dire con un servo!
Donna Ester guard Efix, ma Efix taceva, a testa bassa, come usava
un tempo quando le sue padrone questionavano. Aspettava,
d'altronde, certo che Noemi nonostante il suo disprezzo doveva
tornare a lui per riprendere il discorso fra loro due soli.
Efix, la senti come parla? Eppure io ti dico che non sei stato tu
solo a dirglielo. Anche Giacinto...
Ma questo nome fece come un vuoto pauroso attorno; ed Efix vide
Noemi balzare convulsa; livida di collera e d'odio.
Ester!, disse con voce aspra. Tu avevi giurato di non
pronunziare pi il suo nome.
E usc, come soffocasse d'ira.

S, mormor donna Ester, curvandosi all'orecchio di Efix. Ella
lo odia al punto che m'ha fatto giurare di non nominarlo pi.
Quando venne ultimamente per dirci che sposa Grixenda e per
consigliare Noemi ad accettare Predu, ella lo cacci via terribile
come l'hai veduta adesso. Ed egli and via piangendo. Ma dimmi,
dimmi, Efix, prosegu accorata, non  una gran cattiva sorte la
nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi
che rifiuta invece la buona fortuna. Ma perch questo, Efix,
dimmi, tu che hai girato il mondo:  da per tutto cos? Perch la
sorte ci stronca cos, come canne?
S, egli disse allora, siamo proprio come le canne al vento,
donna Ester mia. Ecco perch! Siamo canne, e la sorte  il vento.
S, va bene: ma perch questa sorte?
E il vento, perch? Dio solo lo sa.
Sia fatta allora la sua volonta, ella disse chinando la testa
sul petto: e vedendola cos piegata, cos vecchia e triste, Efix
si sent quasi un forte. E per confortarla pens di ripeterle uno
dei tanti racconti del cieco.
Del resto  che non si  mai contenti. Lei sa la storia della
Regina di Saba? Era bella e aveva un regno lontano, con tanti
giardini di fichi e di melagrani e un palazzo tutto d'oro. Ebbene,
sent raccontare che il Re Salomone era pi ricco di lei e
perdette il sonno. L'invidia la rodeva; tanto che volle mettersi
in viaggio, sebbene dovesse attraversare met della terra, per
andare a vedere...
Donna Ester si curv un po' dall'altro lato e prese il libro in
mezzo al quale aveva chiuso gli occhiali.
Queste storie sono qui:  la Sacra Bibbia.
Efix guard umiliato il libro e non continu.
Rimasto solo si sdrai sulla stuoia, ma nonostante la grande
stanchezza non pot addormentarsi: aveva l'impressione che i
ciechi fossero coricati li accanto e che intorno e fuori nelle
tenebre si stendesse un paese ignoto. Le sue padrone per stavano
l sulla panca, e lo guardavano, donna Ester vecchia e quasi
supplichevole, donna Noemi ridente ma pi terribile di quando era
austera. E, cosa strana, non sentiva pi soggezione di donna
Ester, non aveva pi paura di donna Noemi; era davvero come il
servo affrancatosi diventato ricco davanti ai suoi padroni,
poveri.
Io posso aiutarle, posso aiutarle ancora, anche se esse non lo
vogliono... Domani...
Aspettava con ansia il domani: ecco perch non poteva dormire.
Domani parler con Noemi; riprenderanno il discorso interrotto
tanti mesi prima; ed egli forse potr portare la buona risposta a
don Predu.
Allora cominci a pregare, piano piano, poi sempre pi forte,
finch gli parve di mettersi a cantare come facevano i pellegrini
su alla Madonna del Miracolo.
Domani... Tutto andr bene, domani; tutto sar concluso, tutto
sar chiaro. Gli sembrava di capire finalmente perch Dio lo aveva
spinto ad abbandonare la casa delle sue padrone e ad andarsene
vagabondo: era per dar tempo a Giacinto di scender nella sua
coscienza e a Noemi di guarire dal suo male.
Se io davo subito la risposta a don Predu tutto era finito,
pensava con un senso di sollievo; e sognava addormentandosi. Ecco
un vago chiarore illumina la pianura intorno;  un anello bianco
sopra un gran cerchio nero. E' l'alba. I ciechi si alzano,
intrecciano le loro dita, si curvano davanti a lui e lo
costringono a sedere sulle loro mani ed a mettere le sue braccia
intorno al loro collo: cos lo sollevano, lo portano su, via,
lontano, cantando, come fanno i bambini nei loro giochi.
Egli rideva: non era stato mai cos felice. Ma in fondo, nella
cucina scura, donna Ester e donna Noemi non si movevano dalla
panca; ed ecco egli sentiva soggezione dell'una e paura
dell'altra. Allora chiuse gli occhi e finse d'esser cieco anche
lui. E andavano cos tutti e tre, di qua e di l, su un terreno
molle, cantando le laudi sacre dello Spirito Santo. Ma una mano
afferr per il di dietro il suo cappotto e ferm il gruppo. Egli
si butt gi, sussultando, apr gli occhi e vide donna Noemi
davanti a lui, col lume in mano.
Dormivi gi, Efix? Abbi pazienza; ma Ester mi disse che te ne
saresti andato domani mattina presto e son tornata gi.
Egli balz a sedere sulla stuoia, ai piedi di lei ritta, ferma,
grande col lume in mano. Un cerchio d'ombra con un anello di luce
intorno, come egli aveva sognato, li circondava.
E poi io volevo parlarti da solo, Efix. Ester non capisce certe
cose. E tu hai fatto male a chiacchierare con lei: anche tu non
capisci.
Egli taceva. Capiva, s, ma doveva tacere e fingere come uno
schiavo.
Tu non capisci e perci parli troppo, Efix! Se tu quel giorno
avessi riferito solo l'ambasciata, senza darmi dei consigli,
sarebbe stato meglio. Invece abbiamo detto molte cose inutili;
adesso voglio sapere solamente se  vero che tu, proprio, non hai
riferito nulla a Predu del nostro discorso.
Nulla, donna Noemi mia!
Un'altra cosa ti voglio domandare, Efix; ma mi devi rispondere il
vero. Tu..., esit un momento, poi alz la voce, tu hai parlato
di questo fatto con Giacinto? Dimmi il vero.
No, ment egli con voce ferma: le giuro, io non ne ho parlato.
Tu allora credi che sia stato Predu a dirglielo?
Io credo cos, donna Noemi mia.
Un'altra cosa. Dimmi, perch sei andato via?
Non lo so; pensavo appunto a questo, addormentandomi. Pensavo
fosse stato il Signore a farmi andar via. Avevo paura e vergogna
di presentarmi a don Predu con quella risposta. S, donna Noemi,
perch don Predu mi aveva preso al suo servizio solo per questo,
io lo capisco: egli voleva bene a lei e voleva che fossi io
l'intermediano. Allora, quando lei disse di no, di no, sono
scappato...
Noemi si mise a ridere: ma un riso lieve, ben diverso dal cattivo
riso di prima. Era compassione per Efix, compassione per don
Predu, ma anche soddisfazione e dolcezza: mai, mai Efix l'aveva
sentita ridere cos. Eppure egli ricordava quel riso, quel volto
curvo su lui, quell'ombra e quella luce tremula intorno: e il
cuore gli batteva, gli batteva, da spezzarsi.
Lia com'era nella notte della fuga gli stava davanti.
Un'altra cosa ancora e poi basta. Senti, tu credi Giacinto sposi
davvero Grixenda?
S,  una cosa certa.
Quando si sposano?
Prima di Natale.
Ella abbass il lume, come per vedere bene il viso di Lui: e cos
illumin bene il suo. Com'era pallida, e come il suo viso era
giovane e vecchio nello stesso tempo!
L'orgoglio, la passione, il desiderio di spezzare la sua vecchia
vita miserabile, e coi frantumi ricostruirsene un'altra, nuova e
forte, le ardevano negli occhi.
Sentimi, Efix, disse ritraendo il lume, ebbene, tu dirai a
Predu che lo voglio. Ma che dobbiamo sposarci subito, prima di
quei due.


Capitolo diciassettesimo.

Efix era di nuovo laggi, al poderetto. Terminata la buona
stagione, raccolte le frutta, Zuannantoni, a cui il padrone aveva
dato l'incarico di pascolare un branco di pecore nelle giuncaie
intorno al paesetto, se n'era andato di buon grado.
Ed ecco dunque Efix di nuovo seduto al solito posto davanti alla
capanna, sotto il ciglione glauco di canne. Il cielo  rosso, in
alto sopra la collina bianca; passa il vento e le canne tremano e
bisbigliano.
Efix rammenti, Efix rammenti? Sei andato, sei tornato, sei di
nuovo in mezzo a noi come uno della nostra famiglia. Chi si piega
e chi si spezza, chi resiste oggi ma si piegher domani e
posdomani si spezzer. Efix rammenti, Efix rammenti?
Egli intrecciava una stuoia e pregava. Di tanto in tanto un acuto
dolore al fianco lo faceva balzare dritto, rigido come se qualcuno
gli infilasse un palo di ferro nelle reni; si ripiegava di nuovo
su se stesso, livido e tremante, proprio come una canna al vento;
ma dopo lo spasimo provava una gran debolezza, una grave dolcezza,
perch sperava di morire presto. La sua giornata era finita.
Finch pot resistere rimase laggi accanto alla terra che aveva
succhiato tutta la sua forza e tutte le sue lagrime.
L'autunno s'inoltrava coi giorni dolci di ottobre, coi primi
freddi di novembre; le montagne davanti e in fondo alla valle
parevano vulcani; nuvole di fumo solcate da pallide fiamme e poi
getti di lava azzurrognola e colonne di fuoco salivano laggi dal
mare.
Verso sera il cielo si schiariva, tutto l'argento delle miniere
del mondo s'ammucchiava a blocchi, a cataste sull'orizzonte;
operai invisibili lo lavoravano, costruivano case, edifizi, intere
citt, e subito dopo le distruggevano e rovine e rovine
biancheggiavano allora nel crepuscolo, coperte di erbe dorate, di
cespugli rosei; passavano torme di cavalli grigi e neri, un punto
giallo brillava dietro un castello smantellato e pareva il fuoco
di un eremita o di un bandito rifugiatosi lass: era la luna che
spuntava.
Piano piano la sua luce illuminava tutto il paesaggio misterioso e
come al tocco di un dito magico tutto spariva; un lago azzurro
inondava l'orizzonte, la notte d'autunno limpida e fredda, con
grandi stelle nel cielo e fuochi lontani sulla terra, stendevasi
dai monti al mare. Nel silenzio il torrente palpitava come il
sangue della valle addormentata. Ed Efix sentiva avvicinarsi la
morte, piano piano, come salisse tacita dal sentiero accompagnata
da un corteggio di spiriti erranti, dal batter dei panni delle
<I>panas</I> gi al fiume, dal lieve svolazzare delle anime
innocenti tramutate in foglie, in fiori...
Una notte stava assopito nella capanna quando si svegli di
soprassalto come se qualcuno lo scuotesse.
Gli parve che un essere misterioso gli piombasse sopra,
frugandogli le viscere con un coltello: e che tutto il sangue gli
sgorgasse dal corpo lacerato, inondando la stuoia, bagnandogli i
capelli, il viso, le mani.
Cominci a gridare come se lo uccidessero davvero, ma nella notte
solo il mormorio dell'acqua rispondeva.
Allora ebbe paura e pens di tornarsene in paese; ma per lunga ora
della notte non pot muoversi, debole, come dissanguato: un sudore
mortale gli bagnava tutta la persona.
All'alba si mosse. Addio, questa volta partiva davvero e mise
tutto in ordine dentro la capanna: gli arnesi agricoli in fondo,
la stuoia arrotolata accanto, la pentola capovolta sull'asse, il
fascio di giunchi nell'angolo, il focolare scopato: tutto in
ordine, come il buon servo che se ne va e tiene al giudizio
favorevole di chi deve sostituirlo.
Port via la bisaccia, colse un gelsomino dalla siepe e si volse
in giro a guardare: e tutta la valle gli parve bianca e dolce come
il gelsomino.
E tutto era silenzio: i fantasmi s'erano ritirati dietro il velo
dell'alba e anche l'acqua mormorava pi lieve come per lasciar
meglio risonare il passo di Efix gi per il sentiero; solo le
foglie delle canne si movevano sopra il ciglione, dritte rigide
come spade che s'arrotavano sul metallo del cielo.
Efix, addio, Efix addio.

Ritorn dalle sue padrone e si coric sulla stuoia.
Hai fatto bene a venir qui, disse donna Ester coprendolo con un
panno; e Noemi si curv anche lei, gli tast il polso, gli afferr
il braccio cercando di convincerlo a mettersi a letto.
Mi lasci qui, donna Noemi mia, egli gemeva sorridendo ma con gli
occhi vaghi come quelli del cieco, coperti gi dal velo della
morte. Questo  il mio posto.
Pi tardi un nuovo accesso del male lo contorse, lo anner; e
mentre le padrone mandavano a chiamare il dottore egli cominci a
delirare.
La cucina si empiva di fantasmi, e l'essere terribile che non
cessava di colpirlo gli grid all'orecchio:
Confessati! Confessati!.
Anche donna Ester si inginocchi davanti alla stuoia mormorando:
Efix, anima mia, vuoi che chiamiamo prete Paskale? Ti legger il
Vangelo e questo ti sollever....
Ma Efix la guardava fisso, con gli occhi vitrei nel viso nero
brillante di gocce di sudore; il terrore della fine lo soffocava,
aveva paura che l'anima gli sfuggisse d'improvviso dal corpo, come
era fuggito lui dalla casa dei suoi padroni, e scacciata dal mondo
dei giusti si mettesse a vagabondare inquieta e dannata coi
fantasmi della valle; eppure rispose di no, di no. Non voleva il
prete: pi che della morte e della sua dannazione aveva paura di
rivelare il suo segreto.
Ed ecco don Predu che arriva, siede accanto alla stuoia e comincia
a scherzare. E' allegro, don Predu; s' ingrassato di nuovo e la
catena d'oro non pende pi tanto sul suo panciotto nero.
Perch sei tornato qui, babbeo? Se venivi a casa mia ci stavi
male? Sei come il gatto che ritorna anche se portato via dentro il
sacco. Su, andiamo; ti metter nel letto di Stefana.
Anche Noemi, curva con una scodella fumante in mano, mentre gli
asciuga il sudore dal viso, cerca di imitare il suo grosso
fidanzato.
Su bevi; che vuoi morire scapolo?
Dunque, disse Efix sollevando il capo ma rifiutando il brodo,
ce ne andiamo...
Ma cosa dici? Vuoi andare di nuovo? Che girellone...
Oh, uomo, che fai? Andiamo su da Stefana che t'ha serbato una
melagrana... Su, ragazzo!
Ma Efix rimise la testa gi e chiuse gli occhi, non perch offeso
dagli scherzi dei suoi padroni ma perch si sentiva tanto lontano
da loro, da tutti. Lontano, sempre pi lontano, ma con un peso
addosso, con un traino che non gli permetteva di andare avanti, di
tornare indietro. Era peggio di quando si portava appresso i
ciechi.
Finalmente arriv il dottore: lo palp tutto, gli batt le nocche
delle dita sul ventre duro come un tamburo, lo volt, lo rivolt,
gli butt addosso il panno come su un pane che fermenta.
E' il fegato che fa un brutto scherzo. Bisogna andare a letto,
Efix.
Il malato sollev l'indice, accennando di no.
Tanto devo morire: mi lasci morire da servo.
Davanti a Dio non ci sono ne servi ne padroni, disse donna
Ester; e don Predu si curv e tent di sollevarlo fra le sue
braccia.
Zitto, babbeo. Zitto!
Ma Efix si mise a gemere, scuotendosi debolmente come un uccello
ferito che tenta ancora di volare.
Voi volete farmi morire prima dell'ora...
Allora il dottore fece un cenno con la mano e con la testa
sollevando gli occhi al cielo, e don Predu rimise gi il malato,
lo ricopr, non scherz pi.
Cos lo lasciarono. E le ore e i giorni passavano, ed Efix nel
delirio sognava di camminare, camminare coi ciechi, attraverso le
valli e le <I>tancas</I> dell'altipiano, e sognava le feste, i
soldi che cadevano davanti a lui, le donne pietose, i bei giovani
sui cavalli balzani che correvano sulla costa del Monte e da
lontano gli lanciavano monete e parole mordenti.
Ma alte pareti affumicate, con chiazze rosse di rame, con una
panca in fondo, circondavano sempre l'orizzonte: al di l non si
andava, mentre egli aveva bisogno di andare al di l, per
liberarsi del suo peso, per guarire del suo dolore.
Due volte Noemi lo trov alzato che tentava di uscire fuori del
cortile. Levarono la chiave dal portone.
Donna Ester si curvava su lui, gli accomodava il guanciale, la
coperta addosso, gli tastava il polso.
Efix, il Rettore verr a visitarti.
Egli sollevava l'indice, accennando di no, a occhi chiusi.
Nei primi giorni qualcuno domand di visitarlo; ma Noemi apriva
appena il portone e mandava via tutti. Egli, dentro, sentiva. E
che la gente si ricordasse di lui, cos lontano, cos al limite
del mondo, lo sorprendeva e lo turbava.
Chi era che mi cercava poco fa?, domand una mattina a donna
Ester.
Sar stato Zuannantoni.
Se torna, donna Ester mia, di grazia, lo lasci entrare... E' bene
cominciare a congedarsi...
Che dici, Efix! Perch questa idea fissa? Perch non vuoi che
venga il Rettore? Ti reciterebbe il Vangelo e non avresti pi
paura di morire...
Egli non rispose. No, non lo ingannavano: ma l'ora non era ancor
giunta, ed egli si aggrappava alla vita solo perch aveva paura di
deporre il suo peso in casa delle sue padrone.

Intorno a lui la vita prendeva un aspetto nuovo: un'onda di gioia
pareva invadere la casa quando arrivava don Predu, ed erano timide
risate di donna Ester, discussioni dei fidanzati, progetti,
chiacchiere, improvvisi silenzi per rispetto al malato.
Allora egli si sentiva d'ingombro e desiderava andarsene.
Una mattina donna Ester, che dormiva nella camera terrena per
vegliarlo, s'alz presto, rimise tutto bene in ordine parlando
sottovoce fra s, e curvandosi per fargli bere una tazzina di
latte, disse:
Su, Efix, allegro! Oggi Predu fisser il giorno delle nozze. Sei
contento?.
Egli accenn di s; poi si copr la testa col panno e l sotto gli
pareva d'essere gi morto, ma di gioire lo stesso per la buona
fortuna delle sue padrone.
Anche Noemi s'alz presto; discuteva con la sorella e diceva con
fierezza:
Perch il giorno deve fissarlo lui e non io? Io non sono una
paesana per seguire l'uso comune.
Che impazienza ti  presa? Le pubblicazioni sono fatte: oggi si
parler del resto.
Noemi era agitata ed Efix la sentiva andare e venire per la casa,
con passo lieve ma inquieto; finalmente ella sedette accanto
all'uscio a cucire silenziosa, e quando arriv don Predu scost la
sedia, tirando in l la tela per lasciarlo passare, ma sollev
appena il viso per guardarlo e rispose con un lieve cenno del capo
al saluto di lui. Ed ecco subito donna Ester scese gi le scale
annodandosi il fazzoletto, pronta a servire da interprete ai due
fidanzati fra i quali spesso nascevano malintesi, perch Noemi si
offendeva di tutto e capiva tutto alla rovescia nonostante la
buona volont di don Predu.
Dapprima, appena entrato, egli s'avvicin ad Efix e lo guard
dall'alto.
Come va? Bene, mi pare. Alziamoci, su!
Efix sollev gli occhi infossati indifferenti, e poich don Predu
si chinava a toccarlo, tese la mano come per respingere il corpo
poderoso che sfiorava il suo in dissoluzione.
Vada, vada...
E don Predu and a sedersi accanto alla fidanzata.
Come andiamo d'umore, oggi?
Lascia, Predu, non tirar la tela, mi fai pungere...
E' questo che voglio!
Predu, lasciami; sei come un ragazzetto!
Colpa tua che hai fatto la mala per farmi rimbambire...
Predu! Smettila!
Sai cosa dice quella filosofessa di Stefana? Dice che adesso tu
hai fatto la mala al rovescio: prima per farmi dimagrire, adesso
per farmi ingrassare...
Tu scherzi, Predu; ma le tue serve hanno la lingua lunga.
Ma  una cosa evidente, che ingrasso. Non c' che un mezzo per
rompere la mala...
Donna Ester s'appoggi alla sedia di Noemi e guard il cugino
senza parlare, aspettando. Egli infatti sollev il viso verso di
lei, si batt le mani sulle ginocchia e disse:
Ebbene, quando vogliamo romperla, questa catena?.
Spetta a te, Predu, decidere.
Noemi cuciva: sollev anche lei il viso, gli occhi le brillarono,
ma tosto li riabbass e non disse parola.
Ester, io direi prima dell'Avvento.
Bene: prima dell'Avvento.
Ti pare che sia tutto pronto, verso la met del mese?
Sar tutto pronto, Predu.
E va bene.
Silenzio: Noemi cuciva, donna Ester la guardava di sopra la
spalla. Finalmente don Predu domand quasi timido:
E tu cosa dici?.
Di che cosa parlate?
Noemi!, protest donna Ester; ma il fidanzato le cenn di tacere
e ricominci a tirar la tela dalle ginocchia della fidanzata.
Della mala, parliamo! Di disfarla prima che io ingrassi troppo.
Come disfarla, dici tu? Cos, ecco cos! Alla salute di chi ci
vede.
E fra il ridere un poco forzato di donna Ester e le proteste di
Noemi, che egli teneva ferma per le spalle, si ud lo scoccare
forte di un bacio.
Come sono contento! Adesso posso morire, pensava Efix sotto il
panno; ma aveva come l'impressione di non potersene andare, di non
poter uscire da quel cerchio di muri che lo serrava.
Don Predu rimase tutto il giorno l, invitato a pranzo dalle
cugine: parlava, rideva, si beffava nuovamente del prossimo; ogni
tanto per taceva, anche perch Noemi pareva curarsi poco di lui.
Un silenzio grave circondava allora Efix, ed egli capiva d'esser
d'ingombro, di dar peso e soggezione alle donne e allo stesso don
Predu.
Bisognava <I>andarsene</I>, lasciare liberi i fidanzati di amarsi
e scherzare senza quell'immagine della morte davanti a loro.
E d'un tratto, l sotto al buio, sotto il panno, gli parve di
capire perch non poteva andarsene. Era qualcosa che lo tratteneva
ancora nella casa dei padroni, come un conto non aggiustato, che
bisognava aggiustare.
E quando donna Ester si chin su lui, credendolo addormentato e
sollev lievemente il lembo del panno, lo vide con gli occhi
spalancati, col viso rosso, le labbra tremanti.
Ebbene, Efix, che hai?
Egli le accenn con le palpebre di accostarsi di pi, le mormor
sul viso con un filo di voce:
Donna Ester mia, di grazia, se vuole mi chiami prete Paskale.
Dopo la confessione non parl pi, non si lament pi.
Stava col capo coperto, ma donna Ester ogni volta che sollevava il
panno vedeva il povero viso sempre pi piccolo, violaceo,
raggrinzito come una prugna secca. Una sera egli apr gli occhi
fissandola con quel suo sguardo di spavento che le destava tanta
piet, e mormor senza pi voce:
E' lunga, donna Ester mia! Abbiano pazienza.
Che cosa  lunga, Efix?
La strada... Non s'arriva mai!
Gli sembrava infatti di camminare sempre. Saliva un monte,
attraversava una <I>tanca</I>; ma arrivato al confine di questa
ecco un altro monte, un'altra pianura; e in fondo il mare. Adesso
per camminava tranquillo, e solo gli dispiaceva di non arrivar
mai per sgombrare del suo corpo la casa delle sue padrone: ma un
giorno, o una notte - non capiva pi che tempo era - gli parve
d'esser giunto al muricciuolo del poderetto, su in alto sul
ciglione delle canne, e di sdraiarsi pesantemente sulle pietre. Le
canne frusciavano, piegandosi fino a lui per toccarlo, per
lambirlo con le foglie che avevano qualche cosa di vivo, come
dita, come lingue. E gli parlavano, e una gli pungeva l'orecchio
perch sentisse meglio: era un mormorio misterioso che ripeteva il
sussurro dei fantasmi della valle, la voce del fiume, il
salmodiare dei pellegrini, il palpito del Molino, il gemito della
fisarmonica di Zuannantoni. Egli ascoltava, aggrappato bocconi al
muricciuolo e da una parte vedeva la cucina delle sue padrone,
dall'altra una distesa nebbiosa come lass dal Monte Gonare.
Donna Ester saliva dalla valle col viso coperto da un'ala nera;
sollevava l'ala, mostrava il suo viso scuro, doloroso, gli occhi
velati di piet, ma si traeva indietro dal muricciuolo come per
paura di cadere; ed ecco altre figure salivano, tutte col viso
nascosto da un'ala nera, e tutte si avvicinavano ma si ritraevano
subito spaurite, spaventate dal pericolo di precipitare al di l.
Efix le riconosceva tutte, queste figure, le sentiva parlare,
capiva che erano vive e reali; eppure aveva l'impressione di
sognare: erano figure del sogno della vita.
Era il prete, era il Milese, era Zuannantoni, erano le serve di
don Predu, e don Predu stesso e Noemi: a volte qualcuno di loro si
faceva coraggio e cercava di aiutarlo, di trarlo gi dal
muricciuolo, senza riuscirvi.
Ed egli cominci a provare fastidio di loro; volse il viso di l e
fiss la valle nebbiosa. Ed ecco la nebbia cominci a diradarsi;
macchie di boschi dorati apparvero fra squarci di azzurro, e sul
ciglione sopra di lui un melagrano come quelli di cui raccontava
il cieco curv i suoi rami pesanti di frutti rossi spaccati che
lasciavano cadere i loro chicchi di perla.
Ma la gente al di l del muricciuolo non lo lasciava in pace a
contemplare tanto bene; egli non si volgeva pi, e solo un giorno
una mano che si posava sulla sua spalla e una voce che lo chiamava
piano piano all'orecchio lo fecero sobbalzare. Efix! Efix!
Il viso di Giacinto, gli occhi dolci umidi di piet stavano sopra
di lui: fra tante figure morte quella gli parve ancora la sola
viva, tanto viva che le sue mani calde avevano quasi la potenza di
tirarlo su, rimetterlo dritto nel mondo di qua.
Ma fu un momento: ecco che si velava anch'essa, perdeva forza,
ritornava fantasma; ed Efix prov dolore, come fosse Giacinto a
morire, non lui.
Efix, su, su! Che fai? Non mi dici niente? Sono venuto per te,
sai. Sono qui. Non volevano lasciarmi entrare ed ho saltato il
muro. Su, guardami!
Egli lo guardava, ma non ne vedeva pi gli occhi.
Zia Noemi  scappata come di volo, vedendomi! Proprio non mi
perdoner mai! Che cosa ti ha raccontato, dimmi? Che non vuol pi
vedermi, che ha giurato di non pronunziare pi il mio nome? Lo so:
ma non importa. Son contento che si sposi; sai cos'era accaduto,
l'ultima volta che venni? Io le dicevo: "Sposatevi, zia Noemi; zio
Pietro  ricco, vi ama, vi render felice". Essa mi guardava con
disprezzo, ed io capivo bene che non si sarebbe decisa mai. Allora
Efix, senti - parliamo piano, non stia ad ascoltare - ebbene,
ricordai il tuo consiglio. La guardai bene negli occhi e le dissi:
"Zia Noemi, io sposer Grixenda, perch solo Grixenda, povera come
me, giovane e sola come me, pu essere la mia compagna". Allora
Noemi si fece pallida come una morta; ebbi paura e me ne andai.
Piangevo; te lo disse? Su, Efix, tu non mi ascolti. Su! Ecco zia
Ester. Non  vero, zia Ester, che Efix finge d'esser malato per
non venire alle nozze mie ed a quelle di zia Noemi, per non farci
il regalo? Eppure, dicono, denari ne hai portati, dal tuo
viaggio...
Efix sentiva le parole e le capiva anche, ma erano senza suono,
come parole scritte.
Su, dimmi almeno cos'hai. Non mi racconti neppure dove sei stato.
Rammenti quando sei venuto al Molino e ti chiesi dove andavi? E tu
rispondesti: in un bel posto. Non rammenti? Apri gli occhi,
guardami. Dove andavi?...
Efix ricominci a provare fastidio: apr un momento gli occhi, li
richiuse, gravi gi del sonno della morte. E le parole di Giacinto
si confondevano, di l del muricciuolo col frusco delle canne,
col ronzo del vento che passa.
Eppure a un tratto parve sollevarsi e rivivere. Durante la sera un
accesso violento del male lo aveva pestato come sale nel mortaio:
era diventato sordo e muto dal dolore, ma aveva veduto don Predu
guardare Noemi con un gesto di contrariet. Perch le nozze erano
fissate per l'indomani, e s'egli moriva portava il malaugurio agli
sposi o li costringeva a rimandare a un altro giorno la cerimonia
nuziale. Allora in fondo alle tenebre che gi lo avvolgevano
brill come una lampada lontana: la volont di combattere la
morte.
Si scopr il viso e parl.
Donna Ester, sto meglio. Mi dia da bere.
Accorsero tutt'e due le padrone e Noemi stessa gli sollev la
testa e gli diede da bere.
Bravo, Efix! Cos va bene. Sai cosa succede, oggi?
Egli accenn di s, bevendo.
Sei contento, vero, Efix? Quanto ci hai pensato, a questo
giorno? Ti parr un sogno.
Egli accennava di s, di s: tutto era stato, tutto era un  sogno.
Poi lo lasciarono solo, perch Noemi doveva vestirsi; ed egli
sollev la testa e si guard attorno ma come di nascosto,
continuando a far cenni di approvazione. Tutto andava bene; la
festa nuziale si svolgeva in casa dello sposo, e qui nulla turbava
l'antica pace. Per un'attenzione di Noemi verso il malato neppure
la cucina era stata ripulita, come si usa per le nozze; la casa e
il cortile erano silenziosi, il gatto stava immobile sulla panca,
nero con gli occhi verdi come l'idolo della solitudine; nel
silenzio si udiva il legno corroso del balcone scricchiolare e
sollevando un poco di pi la testa Efix rivide un'ultima volta il
muro rovinato e l'erba e i fiori d'ossa dell'antico cimitero.
Ma d'improvviso una figura apparve sulla porta; alta, sottile,
vestita d'uno stretto abito granato a fiori neri, aveva una
ghirlanda di rose sul capo, e qua e l sul viso, sulla persona,
sui piedi, qualche cosa che scintillava: gli occhi, i gioielli, le
scarpette...
Egli spalanc gli occhi e riconobbe Noemi; ma dietro di lei,
accomodandole le rose del cappello e le pieghe del vestito, donna
Ester con le ali nere dello scialle rigettate sugli omeri gli
parve l'ombra della sposa.
Sto bene, vero?, domand Noemi ritta davanti a lui,
accomodandosi i risvolti delle maniche. Non ti pare stretto,
questo vestito? Si usa cos. E guarda com' bello, questo:  il
regalo di Predu.
Si chin nonostante il vestito stretto e gli fece vedere il
rosario di madreperla con una grande croce d'oro.
Vedi? Era la croce di un vescovo antico: era della nonna di
Predu, ch'era poi anche la nostra. Cos rimane in famiglia. E'
bella, vero? Guarda il Cristo, pare che sorrida, mentre gli calano
gi le lagrime e il sangue... E dietro, guarda...
Efix guardava silenzioso, immobile, con le mani nere e secche
aggrappate all'orlo del panno; e pareva affacciarsi, gi cadavere,
dal mondo di l per contemplare un'ultima volta la felicit della
sua padrona. Ma ella disse, chinandosi ancora di pi, con le
ginocchia piegate, in modo che gli sfiorava il viso col suo viso:
Vedi che regalo, Efix!.
Ed era pallida, nel suo vestito granato, con gli occhi cattivi
pieni di lagrime.
Ma Efix non ne prov dolore.
Siamo nati per soffrire come Lui; bisogna piangere e tacere...,
disse con un soffio.
E questo fu il suo augurio.
Da quel momento non parlo pi. Gli pareva di tenersi aggrappato
all'orlo del panno per non cadere di l; e di vedere dall'alto del
muricciuolo lo spettacolo del mondo.
Ed ecco don Predu e i parenti arrivano per portar via la sposa:
entrano, si dispongono intorno nella cucina come le figure di un
sogno, confusamente, ma con rilievi strani di particolari.
Don Predu  vestito di nero, un abito nuovo attillato che lo
costringe a respirar forte, ma Efix non ne distingue il viso,
mentre vede la bocca sarcastica del Milese, lunga, stretta, come
piena di riso represso, e il ventre gonfio d'una parente delle
dame, quella che deve accompagnare la sposa, e due ceri con due
nastri color rosa sostenuti da due manine pallide.
E tutti sono seri come venuti a prendere lui, morto, non la
padrona sposa, e camminano piano per non dargli noia.
Donna Ester, con lo scialle sciolto un po' svolazzante sulle
spalle, dispone il corteo: prima i bambini coi ceri alti in mano;
poi la sposa con la parente; poi lo sposo coi parenti; in coda i
pochi invitati; il Milese in ultimo pareva ridersi di tutti
silenziosamente.
Adesso mi lasciano solo, pensa Efix con un poco di amarezza.
Solo. E son io che ho fatto tutto!
Sulla porta Noemi si volse a fargli un cenno di addio con la croce
d'oro. Addio. Ed egli, come gi per Giacinto, ebbe l'impressione
che fosse lei a morire.
Uscivano tutti, se ne andavano: donna Ester si curv su lui, parve
coprirlo con le sue ali nere.
Torno presto, io, appena li avr accompagnati: bisogna che vada;
sta' quieto, fermo fermo.
S, egli stava fermo al suo posto; fermo e solo. S'udiva la
fisarmonica che Zuannantoni suonava in onore degli sposi, ed egli
ricominci a ricordare tante cose: il rumore del Molino, su a
Nuoro, le nuvole sopra Monte Gonare, il frusco delle canne sul
ciglione...
Efix, rammenti? Efix, rammenti?
Com'era diventata grande la cucina! Scura e tiepida, coi muri
lontani, con sfondi misteriosi come una <I>tanca</I> di notte.
L'usignuolo cantava, il cieco raccontava la storia del palazzo
d'oro del Re Salomone.
...Tutto era d'oro, come nel mondo della verit; tutto era puro,
lucente. Melagrane d'oro, vasi d'oro, stuoie d'oro... Ed egli
vedeva la casa di don Predu, coi melagrani carichi di frutta, i
palmizi, le stuoie coperte di grappoli d'uva e di zucche d'oro.
Noemi star bene... l... manger bene, ingrasser, dar i denari
a donna Ester per accomodare qui il balcone. Star bene... Sar
come la Regina Saba. Ma anche lei, la Regina Saba non era
contenta... Anche Noemi si stancher della sua croce d'oro e vorr
andare lontano, come Lia, come la Regina Saba, come tutti...
Ma questo non gli destava pi meraviglia; andare lontano,
bisognava andare lontano, nelle altre terre, dove ci sono cose pi
grandi delle nostre. Ed egli andava.
Chiuse gli occhi e si tir il panno sulla testa. Ed ecco si trov
di nuovo sul muricciuolo del poderetto: le canne mormoravano, Lia
e Giacinto stavano seduti silenziosi davanti alla capanna e
guardavano verso il mare.
Gli parve di addormentarsi. Ma d'improvviso sussult, ebbe come
l'impressione di precipitare dal muricciuolo.
Era caduto di l, nella valle della morte.
Donna Ester lo trov cos, quieto, immobile sotto il panno: fermo
fermo.
Lo scosse, lo chiam, e accorgendosi ch'era morto e che lo avevano
lasciato morire solo, si mise a piangere forte, con un gemito
rauco che la spavent. Cerc di calmarsi, ma non poteva; era come
un'anima che piangeva entro di lei contro sua volont: allora and
e chiuse il portone perch qualcuno non la sorprendesse a
disperarsi cos sul servo morto e la gente non s'accorgesse che
l'avevano lasciato morire solo, mentre per la famiglia era un gran
giorno di festa.
In attesa che le ore passassero rimosse il cadavere, secco e
leggero come quello d'un bambino, lo lav, lo rivest, parlandogli
sottovoce, fra una preghiera e l'altra per raccontargli come s'era
svolta la cerimonia nuziale, come Noemi piangeva entrando nella
sua ricca nuova dimora - piangeva tanto era felice, s'intende -
come la casa era piena di regali, come la gente buttava grano e
fiori fin dentro il cortile degli sposi, per augurar loro buona
fortuna, come tutti insomma erano contenti.
E tu hai fatto questo... di andartene cos, di nascosto... senza
dir nulla... come l'altra volta... Ah, Efix, questo non lo dovevi
fare... oggi, proprio oggi!...
Egli pareva ascoltasse, con gli occhi vitrei socchiusi, tranquillo
ma deciso a non rispondere da buon servo rispettoso.
Donna Ester, ricordandosi che gli piacevano i fiori, spicc un
geranio dal pozzo e glielo mise fra le dita sul crocefisso: in
ultimo ricopr il cadavere con un tappeto di seta verde che
avevano tirato fuori per le nozze. Ma il tappeto era corto, e i
piedi rimasero scoperti, rivolti come d'uso alla porta; e pareva
che il servo dormisse un'ultima volta nella nobile casa
riposandosi prima d'intraprendere il viaggio verso l'eternit.


Note:

(1) Donne morte di parto.
(2) Venticinque centesimi.
(3) Bisaccia.
(4) Colpo di mazza alla testa.
(5) Alla festa... Alla festa sono andato...
(6) Il turco non vuole arrendersi,
  - Anzi per combattere  animoso,
 -  L'arabo inferocito  coraggioso,
  - Si slancia pronto n vuole fuggire
(7) Basta, non posso pi raccontare,
  - Discorro, quel che posso a memoria;
  - Che abbiano (gl'Italiani) in ogni passo la vittoria,
  - Da poter tutta l'Africa conquistare;
  - Tranquilli e sani possano tornare,
  - Li assistano i Santi della Gloria,
  - E con buona memoria e virt
  - Tornino a casa loro con salute!


