NEL DESERTO

di Grazia Deledda

[trascrizione elettronica ad uso esclusivo dei non vedenti curata da Daniela Toselli; revisione di Edda Valsecchi]


PARTE PRIMA

1.

Un palmizio le cui foglie sembravano lame di spade arrugginite dal vento marino, sorgeva tra l'ultima casetta del villaggio e la landa che finiva col mare.
Il villaggio pareva disabitato, e ad accrescere quest'impressione non mancavano qua e l alcune rovine coperte di musco giallastro e popolato di lucertole. Anche i muri della casetta del palmizio e quelli del cortile che la fiancheggiava, si sgretolavano e si slabbravano; e intorno alle finestruole dalle imposte scolorite si scorgevano le pietre rossiccie.
Ma intorno era una infinita dolcezza di paesaggio orientale; nuvole rosse come fiamme solcavano il cielo verdognolo del crepuscolo, e fra una macchia e l'altra di tamerice appariva dietro la linea verde della brughiera e la linea dorata delle dune lo sfondo violetto del mare.
Qualche uccello palustre solcava l'aria col petto iridato che pareva riflettesse i colori del paesaggio e del mare, e la brezza aveva l'odore delle alghe e dell'asfodelo.
Come usava tutti i giorni a quell'ora, Lia Asquer usc dalla casetta e and a sedersi sotto il palmizio, sul sedile formato da un'asse corrosa appoggiata a due ceppi. La sua figura alta e magra, dalla fine testa araba, era all'unisono col paesaggio; anche i suoi capelli nerissimi, divisi sulla fronte come due ale di corvo, avevano riflessi metallici; e col suo viso ovale e scuro ove brillava il bianco dei grandi occhi neri pieni di sogni e di diffidenza e il candore dei denti alquanto sporgenti, ella sembrava una figlia di beduini nata sotto una palma.
Per quasi mezz'ora stette immobile, con le braccia incrociate, le mani sotto le ascelle, gli occhi fissi sulla linea del mare solitario: il grembiulino d'indiana le pendeva da un lato, sul sedile, la modesta gonna nera lasciava vedere i piedi sottili e arcuati nonostante le rozze scarpette a lacci.
Un lamento di fisarmonica attravers all'improvviso il silenzio della brughiera, come un canto d'uccello, e Lia si scosse: lagrime di desiderio e di tristezza le brillarono negli occhi, e come la sera prima, come un anno prima, come da tanti anni, ella prov un senso di desolazione e le parve di essere in mezzo a un deserto, sola.
Ma a un tratto una donna in costume, alta, scarna, col viso jeratico circondato da una benda nera, usc dalla casetta e s'avvicin alla fanciulla.
- Una lettera per te, rosa mia! - disse con voce aspra, traendo di sotto il grembiule una busta turchina e guardandola con diffidenza.
- Ti pare che sia di quel matto di tuo zio Luisi?
Lia non tese subito la mano, ma spalanc gli occhi, fissando la lettera, e arross. Il cuore le batteva forte per l'emozione dell'insolito avvenimento.
La donna non staccava gli occhi dalla lettera e non si decideva a dargliela.
- Lia, consolazione mia, sei stata tu, a scrivergli?
- Io? Mai, zia! - rispose Lia con un gesto sdegnoso.
Allora la zia le diede la lettera e accorgendosi che il viso di Lia si illuminava e che il foglio le tremava fra le mani, domand, cupa e quasi funebre:
-  proprio di Luisi? Che vuole?  sempre pazzo? S' ricordato, finalmente, s' ricordato di noi?
Lia rilesse la paginetta scritta con caratteri tremolanti, e all'improvviso, come una bimba colpita da un senso di gioia, si mise a ridere nervosamente, e afferr il grembiale della donna.
- Ah, zia Gaina mia, che cosa curiosa! Oh, se sentiste! Egli mi invita ad andare a vivere con lui a Roma.
- Leggi, leggi!
Lia curv la testa e rilesse a bassa voce:

Cara nipote,

Da molto tempo non ho vostre notizie...
- Ma se  lui che non scrive da cinque anni! - disse zia Gaina, lasciandosi sedere sul sedile.
Solo, di tanto in tanto, qualche compaesano che capita qui mi parla dei miei parenti. So quindi che tu sei diventata alta e che sei intelligente e piena di buona volont. Senz'altri preamboli vengo quindi a dirti che io mi terrei molto fortunato se tu decidessi di venire a farmi un po' di compagnia. Vivo solo e da qualche mese sono andato in pensione: del tempo per accompagnarti a vedere la citt me ne resta certo! Sarei contento che tu venissi, perch probabilmente io non torner pi in Sardegna, e non vorrei andare a far visita al Creatore prima di aver conosciuto la mia unica nipote. Deciditi dunque. Ad ogni modo mi saprai dare presto una risposta; e con la speranza che questa sia favorevole, ti saluto di cuore pregandoti di ricordarmi agli altri parenti. Tuo zio

LUIGI ASQUER.

La zia Gaina, dopo aver ascoltato immobile, fissando sul viso di Lia i suoi grandi occhi circondati da borse livide, si batt le mani sulle ginocchia.
- A Roma ti vuole! Adesso ti vuole, adesso che sei grande? Finch sei stata piccola non si  ricordato mai di te; neppure quando mor tuo padre ti scrisse. Adesso che  vecchio avr bisogno del decotto, alla sera, e penser: ho una nipote povera che potr servirmi g-r-a-t-i-s.
- Zia, non parlate cos! - esclam Lia con fierezza. - Se qualcuno gli ha parlato di me non gli avr certamente detto che sono un tipo di serva, io!
- Io lo conosco, il tuo zio Luisi, rosa mia! Son gi venticinque anni che non lo vedo, ma certe persone non si dimenticano mai. Egli pensava solo a s: quando tornava a casa, nelle vacanze, pareva che ci fossero tutti i diavoli. Mandava tutto in aria, e le sue sorelle, le mie povere cugine, obbedivano come schiave. Egli disprezzava tutto, parlava male di tutto, diceva che questo paese faceva parte dell'Africa. Del paese dei mori, capisci, rosa mia! Con tutto questo, venticinque anni or sono egli s'innamor d'una donna di questo paese, s, proprio del paese dei mori, e la chiese in moglie sebbene la sapesse fidanzata con un suo parente. E sai chi era quella donna, lo sai, rosa mia?
Lia guardava lontano, gli occhi corruscati. Ella sapeva gi quella storia, e le dispiaceva di sentirla spesso profanata da commenti della zia Gaina: ma non osava discutere con la donna che non poteva capire certe cose.
- Quella donna era tua madre! Ma essa era una donna fina, e a Luisi Asquer, che possedeva denaro ed era impiegato governativo, prefer tuo padre, che era semplice proprietario. Ma tuo padre non era un egoista, Lia, consolazione mia; tuo padre era di animo buono, era generoso, tanto generoso che mor povero. E tua madre lo prefer a quel pazzerello che per dispetto non torn pi al paese e non scrisse pi, non si fece pi vivo. Soltanto adesso egli si ricorda di te. Ma tu, rosa mia, tu mi darai retta, e neppure gli risponderai. Lascia che egli muoia solo e abbandonato come una fiera nel deserto!
- Solo! - disse Lia, sprezzante. - Come pu esser solo in una citt come Roma? Non  il nostro villaggio!
- Anche tu ce l'hai col nostro villaggio! S, tu parli spesso come parlava lui. E allora va! Io non sono mai stata in quei posti, ma son certa che si sta peggio che qui: e se tu andrai son certa che ti pentirai subito... pensaci bene.
- Appunto: ci voglio pensar bene. Non sono una bambina; intanto, vi prego, non parlatene con nessuno.
- Io non sono abituata a chiacchierare con le vicine! - esclam la donna; poi tacque e fece il muso lungo, come tutte le volte che si riteneva offesa.
Lia si alz e si mise a passeggiare su e gi per il sentiero tracciato fra le macchie. Era ridiventata pallida, e la sua testa bendata dai capelli neri si disegnava fine e altera sullo sfondo roseo dell'orizzonte.
La zia la guardava con ostilit. Ella non aveva mai sperato nulla di bene da quella ragazza fredda e taciturna, che non domandava mai consiglio a nessuno. Eccola, adesso passeggia su e gi fra i cespugli, con le braccia incrociate sul petto, e deve aver gi preso la decisione di andarsene, di abbandonare il paese nato, la zia che l'ha allevata orfana e povera, di lasciar tutto, insomma, per correre presso un vecchio egoista, in una citt piena di perdizione.
- E non muter decisone, - pensava la zia Gaina, stringendosi le mani sotto il grembiale. - Ella  testarda, e come suo zio, fa sempre il contrario di quel che le si consiglia: non c' pericolo che dica quel che pensa!
Infatti Lia tacque, durante quell'indimenticabile sera, n la zia, che pareva solo affaccendata a preparare il lievito per il pane dell'indomani, la interrog oltre.
Mentre la donna versava il lievito nella corbula, e sopra la farina segnava col dito una croce, Lia rimise in ordine la cucina e la povera sala da pranzo che serviva anche da salotto di ricevimento, e chiuse porte ed usci con catenacci e spranghe, come se la casupola contenesse tesori: in ultimo prese un lume ad olio, sal la scaletta umida e scura, si ritir nella sua camera ma non and a letto. Non aveva certamente sonno: i pensieri si incalzavano nella sua mente come le nuvolette bianche sul cielo chiaro di quella notte primaverile. Cautamente chiuse l'uscio che comunicava con la camera della zia, smoccol il lume d'ottone che dondolava come un'arancia e si mise a scrivere. Intorno a lei stese un cerchio d'ombra; e di tanto in tanto la camera bianca e nuda, arredata solo del lettuccio di legno, di un armadio nero e di un tavolinetto, pareva riempirsi di un lamento misterioso, talvolta flebile, talvolta ironico, sempre triste: era il canto del cuculo che penetrava attraverso la finestruola socchiusa. 
Lia scriveva.

Caro zio,

Ho qui davanti la vostra letterina e non mi stanco di leggerla e di rileggerla. Non so dirvi l'impressione che provo, mi pare di sognare, e sono cos felice che ho paura di svegliarmi. Caro zio, vi prego di non sorridere di me e di non credermi tanto semplice o tanto ambiziosa come sembro; l'idea di venire a Roma e di conoscere un parente come voi mi riempie di gioia, non perch io aneli alla vita della grande citt, ma perch mi d la fervida speranza di cominciare una nuova vita e di rendermi finalmente utile a me stessa ed agli altri.
Voi non mi conoscete ancora; quando mi conoscerete non vi pentirete certo di essere stato buono e gentile con me. No, non sono ambiziosa, e neppure romantica; ma sebbene non abbia mai conosciuto altro mondo che questo, qui io mi sento come isolata e spostata, fra gente troppo povera, troppo affaticata nella lotta per la vita per potersi permettere il lusso di amare e di aiutare il prossimo. Qui noi viviamo come devono vivere i selvaggi nel deserto; ciascuno pensa a s, e tutti ci sentiamo poveri e soli, come smarriti in una immensit desolata. Per dire il vero, la terra dove viviamo  ingrata, e per farla produrre occorrono continui sforzi di volont e di fatica: questo spiega come qui l'uomo, in lotta con la natura, con gli elementi, con gli altri uomini, non abbia tempo di aiutare il prossimo. I pi intelligenti cercano di andarsene, come avete fatto voi, zio, e qui rimangono i deboli, i pi poveri; mio padre era nel numero, e non riusc mai a migliorare la sua condizione di piccolo proprietario: quando mor, tutto il suo patrimonio consisteva in questa casupola ed in una vigna mal coltivata. Adesso la vigna  distrutta dalla filossera e la casa cade in rovina. Quando mio padre mor, un anno dopo la morte della mamma, io avevo dodici anni: ero intelligente, leggevo, desideravo studiare, seguire almeno l'esempio di una mia compagna che frequentava la Scuola normale di Sassari, e che adesso  maestra e si guadagna da vivere; ma la zia Gaina, vedova anche lei da poco e che mi aveva preso con s, non mi permise d'assentarmi dal paese.
Voi forse ricorderete questa donna generosa, rigida, buona in fondo, ma fatta troppo all'antica. Se degli antichi ha la rettitudine, lo spirito di giustizia, l'istinto ospitale, tutte le buone qualit insomma, ne ha per anche tutti i difetti. Odia tutto ci che rappresenta la civilt e il progresso. Come una donna medievale  piena di superstizioni e di paure. Per lei tutto  peccato, tutto  perdizione; i libri sono oggetti spaventevoli; il mare segna una specie di barriera tra il nostro piccolo mondo ove, a suo parere, si rifugia ancora un po' di virt, e il mondo vero e grande dove, secondo lei, tutto  corruzione e inganno. Io invece amo la vita, sogno i luoghi ove gli uomini lavorano e si amano: ho letto i pochi libri che appartenevano al mio babbo, e l'eco del mondo arriva qui, portato da qualche giornale, eco grandiosa e vittoriosa come il rombo del mare agitato: per ci fra me e la zia da anni e anni dura una specie di conflitto; siamo come due mondi che si urtano ogni volta che s'incontrano, e mentre io cerco di evitare questi cataclismi, la zia Gaina prende gusto a ricercarli. Il suo silenzio, poi,  pi terribile dei suoi brontolii. Stasera, per esempio, dopo l'arrivo della vostra lettera, essa non ha pi aperto bocca; ma capisco gi la sua ostilit che nulla varr a vincere. Dal canto mio la mia decisione  presa: verr!
D'altronde la zia Gaina  l'unica persona che veramente mi ami e che io ami veramente. Compatisco i suoi difetti, frutto della sua ignoranza e non del suo carattere, e il pensiero di doverla lasciare, tanto pi contro il suo volere, mi riempie gi l'anima di tristezza e di rimorso.
Ma ella sar felice quando mi sapr felice: ella non vuole che il mio bene, ella che i ha veduto crescere orfana e sola e mi ha accompagnato nei giorni della tristezza. Io sarei una ingrata se disconoscessi i suoi benefiz; ma d'altra parte capisco che rifiutando il vostro invito mancherei al primo dovere che  quello verso me stessa. Io, qui, sono un essere incompleto, inutile a me stessa e agli altri. Non faccio niente perch nessuno vuol niente da me: qui, voi lo sapete, il lavoro intellettuale  considerato come un perditempo: il lavoro manuale quasi come una vergogna. Io volevo almeno far la sarta, poich non ho potuto fare la maestra, ma anche questo lavoro mi  stato proibito. Quando ho messo in ordine la casa e fatto il pane e rammendate le calze, il mio compito  finito; non mi resta che andare in chiesa, e ci vado perch sono credente e amo Dio, ma sento che non  giusto e neppure nobile domandare l'aiuto del cielo per tutte le nostre miserie quotidiane, mentre potremmo evitarne tante con un po' di buona volont e d'iniziativa personale. Io, del resto, vado poco in chiesa perch amo pregare all'aperto; forse voi ricorderete che dietro la nostra casetta c' un orticello aperto che confina con la brughiera della spiaggia, e quasi in mezzo all'orticello c' un palmizio: ebbene, quella  la mia chiesa, ed io sto ore ed ore sotto l'arco delle fronde pittoresche, davanti al quadro del mare e della landa, e prego come non so farlo davanti agli altari. Il cielo mi sembra la vlta di un tempio eterno, e il sole, la luna, gli astri, le sole luci degne di illuminare l'altare del Dio grande ed invisibile che noi tutti sentiamo entro di noi...
La zia Gaina dice che io faccio questo perch amo andare contro corrente e fare il contrario di quel che fanno gli altri. Forse  vero, e questo  il mio maggiore difetto, ma credo sia anche un difetto di famiglia. Vi assicuro per, caro zio, che se una cosa  irragionevole io non mi ostino a volerla, anche se ne ho vivo desiderio. Ho ventitr anni compiuti, e sebbene la mia vita sia stata sempre solitaria e incolore, capisco dove comincia il bene e dove comincia il male. Accettare il vostro invito, procurare di rendermi utile, pensare un po' anche al mio avvenire mi sembra un gran bene: accetto dunque, zio, con viva gratitudine, decisa a mostrarmi degna della vostra bont. Il vostro invito  giunto a tempo; io mi sentivo triste, oppressa, e mi pareva di appassire inutilmente come l'erba sul ciglione della strada. Qui alla donna povera non rimane che vendersi come una schiava ad un ricco contadino, o morire zitella, o sposarsi, se per inclinazione, con un uomo povero come lei, avere figli poveri, allevarli umilmente e farne uomini umili, per quanto onesti e buoni, inutili alla societ. Ah, no! se io avr figlio vorr insegnare loro a essere uomini forti e operosi. E se non trover marito, che la mia vita almeno non sia del tutto sterile e vuota. Ci sono anche i figli degli altri, da educare e da aiutare. Ecco perch desideravo diventar maestra: mi pareva che avrei potuto far del bene anche ai figli non miei...

La zia Gaina batt lievemente all'uscio di comunicazione. Lia trasal e cess di scrivere.
- Non lasciare il lume acceso, rosa mia: sai che la Tentazione accorre dove c' luce... Va a letto Lia, va, cuore mio.
La voce, sebbene aspra, non era pi corrucciata; Lia si scosse come svegliandosi da un sogno e immediatamente cap che aveva scritto molte cose inutili al suo zio sconosciuto, lasciandosi davvero vincere dalla tentazione di lodarsi, di esaltarsi e di parlar male del prossimo. Forse lo zio sconosciuto si sarebbe formato una cattiva opinione di lei. Pieg i foglietti gi pentita di averli scritti, spense il lume e and a letto. Ma non pot dormire. Il suo pensiero viaggiava, nella notte serena, e varcava quel gran mare solitario che mandava il suo soffio potente fin dentro la nuda cameretta di lei; ma dopo alcune ore d'eccitazione e di sogni luminosi, ella sent tutte le diffidenze e la depressione dell'insonnia; ricord le parole della zia, le ripet a s stessa, si umili. Adesso ti vuole, adesso che  vecchio ed ha bisogno di una parente povera che possa servirlo g-r-a-t-i-s!
Ma la sua decisione era presa: e l'indomani rifece la lettera e dopo averne avvertita la zia la sped.

*
Passarono alcuni giorni. Come una persona che nasconde una grande felicit in cuore, Lia si sentiva buona e si mostrava docile con la zia, senza per questo riuscire a placarla. Tutte le mattine la donna accendeva il forno, nella cucina dalla cui finestruola si vedeva il mare lontano, e faceva il pane che poi mandava a vendere nelle case dei benestanti del paese. Ella viveva quasi esclusivamente di questa piccola industria, e guadagnava abbastanza, tanto che ogni primo sabato del mese faceva anche il pane di Sant'Antonio cio una certa quantit di focacce che un prete benediceva e distribuiva ai fedeli all'uscita della chiesa. La gente credeva ch'ella fosse danarosa e forse in seguito a questa superstizione infondata, Lia, nonostante le sue lamentele, non mancava di pretendenti.
Mentre preparava il lievito o gramolava la pasta, la zia Gaina parlava male del suo cugino di Roma, dipingendolo come uno squilibrato, e cercava di convincere Lia a non lasciare il paese.
- D retta a me, consolazione mia; Dio, che pensa agli uccelli dell'aria, penser a te, anche se tu non vorrai sposare il maestro o il figlio di Maria Franschisca Barca...
- N l'uno n l'altro, zia: il primo  vecchio e povero, il secondo  un ubbriacone. Prima voglio morire!
- Del resto, vedrai che tuo zio non ti risponder pi: egli  leggero e si pente subito di quello che dice. A quest'ora si sar gi pentito.
Lia non rispondeva, ma a misura che i giorni passavano le pareva di aver sognato e ricadeva nella sua antica tristezza: seduta sotto il palmizio fissava il mare violetto e le montagne rosse e azzurre del Nuorese e diceva a s stessa che quella sarebbe stata la sola, l'eterna cornice al quadro della sua vita desolata.
La primavera sorrideva intorno a lei e circondava di fiori anche le paludi da cui i gridi dei trampolieri salivano rauchi e velati come se i nidi fossero costrutti sotto l'acqua immobile e densa.
Nelle ore del meriggio Lia guardava la landa e il mare dalla finestruola della sua camera come dalla feritoia di un castello medioevale e spiava il passaggio di qualche veliero o di qualche paranza sulla linea scintillante dell'orizzonte, o la nuvola di polvere argentea che indicava gi nello stradale lungo la costa l'arrivo della diligenza: e nelle ore sonnolenti del pomeriggio leggeva il Muto di Gallura e altri romanzi sardi e pensava che Adelasia di Torres, prigioniera nel castello di Burgos, doveva come lei spiare intorno, nel cerchio di roccie e di brughiere che stringeva il poggio del suo esilio, un segno di speranza, una promessa di liberazione.
Con l'anima smarrita nell'illusione di un mondo lontano ove tutto era forza e bellezza, ella non si accorgeva della selvaggia poesia che la circondava: le pareva che una palude densa la sovrastasse e che i suoi gridi si perdessero nel silenzio malefico, velati e lamentosi come lo strido degli uccelli acquatici.
Le api ronzavano tra i fiori delle macchie, l'asfodelo e le cipolle marine profumavano l'aria, il cielo era d'un azzurro intenso, quasi violaceo all'orizzonte; e su tutto il paesaggio regnava una calma profonda, infinita. Pareva davvero che una notte luminosa si stendesse su quella regione di paludi e di macchie; al cader della sera il silenzio continuava eguale, intenso, e solo il grido dei trampolieri seguiva il grido pi chiaro e pi triste dell'assiuolo. Ah, quel grido, s, rispondeva al muto lamento di Lia. Affacciata alla finestruola, mentre la luna rossa tremulava come un gran fiore sopra i cespugli lungo la spiaggia, dopo aver atteso invano la lettera dello zio, ella ascoltava il grido dell'assiuolo e le sembrava che anche l'uccello, solo al mondo, senza speranze, senza amore, invocasse un aiuto pur disperando oramai d'esser ascoltato. Da anni e anni Lia lo aveva sentito chiamare cos, dal medesimo punto, l dietro la grande palude che la luna, sul tardi, inargentava come uno specchio. Le pareva che l'assiuolo fosse sempre lo stesso, come lei era sempre la stessa: solo, dieci anni prima, quando ella sognava la Scuola Normale di Sassari, il grido dell'uccello era, o sembrava a lei, pi giovanile, pi insistente, talvolta anche disperato; adesso invece era flebile, stanco e rassegnato. Esso chiamava per sentire l'eco del suo grido e assicurarsi che viveva ancora: cos, pensava Lia, cos l'anima nostra: essa spera, pur sapendo che tutto  finito, per illudersi d'essere viva.

*

Ma verso la fine di aprile arriv da Roma una lettera raccomandata con dentro un vaglia di duecento lire per il viaggio.
Mentre Lia palpava il foglietto e tremava e balbettava, la zia Gaina fissava sulla lettera i suoi grandi occhi cerchiati e sporgeva le labbra con disprezzo.
- Va pure, va pure! - disse infine, con voce lugubre. - Non passer un mese che sarai di nuovo qui!
E per tutto il resto del giorno non parl pi.

2.

Lia arriv a Roma una mattina ai primi di maggio: aveva viaggiato con un gruppo di paesani sardi che si recavano alla capitale per deporre come testimoni in un processo di ricchi proprietari isolani imputati d'omicidio per vendetta, e tutti, durante la traversata, sapendo che ella si recava a Roma presso uno zio influente, le avevano usato gentilezze e domandato raccomandazioni. A Roma si pu tutto. A Roma c' il Re, c' la Regina, c' il papa: dunque tutto  facile, perch esiste la probabilit di avvicinarsi a questi personaggi. Lia aveva promesso tutto quel che le era stato chiesto. Le pareva di essere gi anche lei uno dei potenti della terra!
Era la prima volta che viaggiava, e come ai bimbi ancora ignari del mondo tutto le appariva belli e quasi fantastico: la sua testa bruna si sporgeva dal finestrino del vagone come la testolina d'un uccello in gabbia. Ma la sua gioia muta e profonda era, per cos dire, un'ebbrezza lucida e cosciente; ella distingueva particolari che sfuggivano agli altri viaggiatori, e come aveva s-e-n-t-i-t-o l'immensit del mare, capiva adesso la bellezza melanconica della campagna romana tutta verde e gialla di fiori nel mattino un po' vaporoso.
Appena il treno penetr rombando nella stazione, distinse subito, tra la folla che brulicava sui marciapiedi neri, un signore bassotto e grasso, vestito di grigio, che andava su e gi zoppicando e appoggiandosi a un bastone elegante.
- Zio Asquer! - grid, meravigliandosi subito della sua audacia; ma venne respinta dall'urto del treno che si fermava, e gli sportelli furono aperti con violenza, e pass qualche tempo prima che i paesani coi loro cestini e le loro bisacce finissero di scendere e di aggrupparsi sul marciapiede. Ella fu l'ultima a scendere, accompagnata anche lei da una voluminosa scatola di cartone legata con una cordicella.
Il vecchio signore zoppo era fermo davanti al mucchio di cestini e di bisacce, e agitava la mano coperta d'anelli.
- Lia! - chiam con accento sardo. - Bene arrivata.
- Siete voi, zio Asquer?
- Proprio io in persona!
Furono l'uno davanti all'altra, ma non si abbracciarono. Sebbene egli non avesse mai veduto sua nipote, gli pareva di riconoscerla, con quei suoi grandi occhi dolci e stupiti e i capelli neri lucenti; ma si meravigliava che ella a sua volta lo riconoscesse.
- Come hai fatto? Mi hai riconosciuto dal bastone? Avrai detto: mio zio Asquer  invalido: dunque  quello!
- Che dite! - ella mormor intimidita.
Egli rivolse la parola ai sardi, e saputo perch venivano cominci a inveire contro gli imputati del processo.
- Canaglia siete e canaglia resterete. C'era bisogno di venire fin qui a far sapere i fatti nostri?
- L'ha voluto il Re, - disse convinto un vecchietto, caricandosi la bisaccia sulle spalle.
- Il Re? Il Re pensa proprio a voi, sardi asini.
- Ma vost est francesu? - domand il vecchio con ironia.
Lia aveva ripreso la sua scatola e guardava lo zio mortificata: egli non si mostrava davvero gentile coi suoi compaesani, anzi li fissava con disprezzo, e il suo viso rosso e duro, a met reso immobile dalla paralisi facciale, e la sua bocca che nel parlare risaliva tutta da un alto tirandosi addietro i baffi bianchi inspidi, e anche gli occhi verdognoli, vivi e scintillanti, avevano un'espressione di sarcasmo implacabile.
Lia provava un invincibile senso di soggezione e di timore; le sembrava che gli potesse burlarsi anche di lei; e infatti, quando le guardie daziarie le domandarono che cosa contenesse la scatola, ed ella rispose aranciata egli disse:
- E che credevi ch'io avessi ancora i denti, per masticarla?
Bisogn aprire la scatola, che oltre il dolce durissimo, fatto di scorza d'arancio e di mandorle, conteneva alcuni oggetti di vestiario; Lia rivide la sua gonnellina per casa, la sua camicetta nera, le sue scarpette a lacci; e le parve di rivedere, con un sentimento di vergogna e di piet, tutto il suo umile passato, esposto l, in quel luogo grigio e rumoroso popolato di una folla sconosciuta e indifferente.
I sardi, curvi sulle loro bisacce e le loro valigie, mettevano in mostra i pi celebri prodotti dell'isola; il vecchietto beffardo non voleva pagare il dazio perch il grappolo di formaggelle dorate ch'egli portava dentro la sua bisaccia era destinato a un deputato influente: anche gli altri discutevano, e Lia dovette salutarli e andar via con lo zio.
Egli la fece salire su una carrozzella scoperta, e col bastone, mentre attraversavano le piazze, strade, viali, le indic qualche punto della citt. Ecco, quella strada dritta e luminosa, che si slanciava verso un orizzonte sereno, chiuso da montagne azzurre, era il principio del quartiere dei poveri e dei malviventi, di cui lo zio Asquer parlava come di un mondo iniquo e feroce; quell'altra al contrario, al cui confine l'arco di Porta Pia, dorato dal sole, cingeva con la sua cornice grandiosa un altro sfondo, un altro paesaggio azzurrognolo e vaporoso, conduceva, dal lato opposto, fra giardini e palazzi e fontane, alla Casa del Re. Tutto il paesaggio era popolato di fantasmi eroici e di leggende; tutto intorno era luce e rumore. Gli occhi di Lia vedevan cose fantastiche; i bambini che saltavan la corda, tra il verde e il giallo dei giardini allora intatti della stazione, le parvero grandi farfalle bianche e rosse svolazzanti fra gli alberi di un bosco; l'acqua delle fontane scintillava come il cristallo, strade interminabili si aprivano di qua e di l, da tutte le parti, con sfondi abbaglianti. E il cielo solcato di nuvole bianche le pareva pi alto del cielo della sua landa, e il profumo di erba e di foglie che inondava l'aria era ben diverso dall'aspro odore della brughiera! Ella provava un senso di ebbrezza: e le pareva che gli alberelli dei viali, coperti di un verde tenero, illuminati dal sole, splendessero di luce propria, e che tutta la citt fosse un giardino a cui le fioraie coi loro cestini di rose e di anemoni, e i fruttivendoli ambulanti coi loro carretti di ciliegie sanguigne e di nespole dorate, dessero un aspetto di festa. Ella ascoltava lo zio, che nominava le strade e le piazze, e si domandava se doveva ringraziarlo subito perch l'aveva fatta venire a Roma; il viso di lui era per cos duro e sarcastico che ella non osava parlare.
A un tratto, mentre egli muoveva il bastone, da destra in avanti, dicendo: Il Ministero delle finanze, il nostro buon Quintino amico della Sardegna, ella vide, sopra una doppia fila d'alberi, un grosso signore di bronzo: pensieroso, con una mano sul petto, pareva fosse salito sul suo piedistallo per dire qualche cosa alla folla che gli si aggirava attorno; ma la folla non aveva tempo n voglia di ascoltarlo, ed egli taceva, serio e benevolo, deciso a non abbandonare il suo posto sebbene nessuno si degnasse di guardarlo. Lia soltanto fu presa da una fulminea simpatia per lui: per alcuni momenti non guard altro, senza nascondere la sua curiosit commossa. S, ella aveva sognato uno zio cos, gigantesco, protettore, benevolo... Ma la carrozzella svolt, ed ella perdette di vista il monumento. La citt adesso appariva sotto un nuovo aspetto, mezzo campagna e mezzo paese, e quando la carrozza si ferm in via Sallustiana, davanti all'ingresso polveroso di una vecchia casa grigiastra, la via sterrata parve a Lia una strada rurale, chiusa da muri bassi e da siepi rossastre sopra le quali verdeggiavano canne, rami di peschi, sambuchi, fronde di salici piangenti: gli uccelli cantavano tra gli olmi fioriti, e pareva che al di l delle siepi cominciasse la campagna.
Una ragazza magra e nera, con due grandi occhi scuri e il viso olivastro, usc correndo dall'ingresso polveroso, salut Lia in dialetto sardo e l'aiut a tirar gi la scatola.
- Bene arrivata, s-i-g-n-o-r-i-c-c-a. Era cattivo il mare? Lo so io che cosa  quella: pare di entrare all'inferno, quando si entra nel bastimento.
- Adesso per siamo in terra; prendi la scatola e va avanti, - le impose il padrone, scendendo con precauzione dalla carrozza.
- Ah, la vostra serva  sarda? Come si chiama? - domand Lia, seguendolo a passo a passo su per la scala.
- Si chiama Costantina. S, pur troppo  sarda. Cos ha tutti i difetti delle serve di l e delle serve di qui...
Egli saliva lentamente, appoggiando il bastone ad ogni scalino; e Lia lo seguiva, incerta se aiutarlo o no. Ma le pareva che egli non desse importanza ai suoi malanni; appena furono nel vasto appartamento al primo piano, senza darle tempo di lavarsi e di cambiarsi, le fece servire il caff nella sala da pranzo arredata con un certo gusto con mobili in noce e quadri che riproducevano alcune marine gialle e rosee di Salvator Rosa, e la condusse a vedere le altre stanze, fermandosi con compiacenza nel salottino verde e oro, ove la luce penetrava discreta dalla finestra socchiusa, e i vasetti di Murano scintillavano tenuemente, sui tavolini di lacca verde, come fiori coperti di rugiada; e battendo lievemente il bastone sulla frangia delle tende, la guardava e scuoteva la testa, come per dirle: i nostri parenti, certo, laggi in quel paese di mori non vivono in mezzo a tanto lusso.
Ella si guardava attorno silenziosa: capiva il pensiero di lui, e la camera della zia Gaina, col letto di legno a baldacchino, le pareti tinte di calce, da cui pendevano come oggetti sacri i vagli, i canestri e gli altri arnesi per fare il pane, le tornava in mente: le sembrava che bastasse uscire dal salottino per trovarcisi ancora.
- Il salottino  stretto, - disse lo zio Asquer, sollevando la portiera per lasciar passare Lia. - Ma io non seguo la moda dei piccoli borghesi, che pur di avere un salotto grande, mangiano o dormono in una cameretta buia. Noi non diamo ricevimenti; eh, eh, non servono a niente.
Lia non rispose; ella non era mai stata ad un ricevimento. La camera da letto dello zio era infatti molto spaziosa, piena di luce, allegra come una camera nuziale; su tutti i mobili Lia osserv oggetti da toeletta, in osso ed in argento. La camera destinata a lei era invece cos stretta che la finestra occupava tutta una parete; ma una luce vivissima la inondava, facendo risaltare i fiori d'oro della tappezzeria celeste e i ghirigori in fondo alla cameretta, si scorgevano le cime degli alberi del terreno di fronte, una fila di case gialle lontane, e uno sfondo abbagliante di cielo.
Lia guardava quasi spaventata quel nido tutto bianco e azzurro: era l che doveva vivere? Le sembrava che non avrebbe potuto muoversi senza rompere qualche cosa.
Lo zio Asquer socchiuse la finestra e guard nel lavabo, e all'improvviso, avvicinatosi all'uscio, cominci a urlare come un ferito!:
- Costantina! Costantina! Dannazione di cristiani! Acqua, acqua!
La serva accorse, pallida, insolente.
- Credevo ci fosse il fuoco!
- Adesso lvati e ripsati, - egli disse a Lia, quando la serva port la brocca dell'acqua, - poi parleremo.
Ella rimase immobile davanti a quella finestra luminosa che s'apriva su un mondo sconosciuto, non meno deserto, per lei, non meno vasto e ignoto della landa e del mare che fino al giorno prima aveva circondato il suo orizzonte; e finalmente si svegli dalla sua ebbrezza.
Parleremo poi. Di che? Non riusciva a immaginarlo, non sapeva ancora che cosa lo zio voleva da lei; ma sentiva che egli le restava lontano ed estraneo, pi lontano e pi estraneo di quando ancora non si conoscevano.
- Non mi ha neppure domandato notizie della zia Gaina... non ha fatto altro che parlar con disprezzo dei nostri compaesani...
Procurando di non far rumore sleg la scatola; di lontano le arrivava la voce dura e imperiosa dello zio e quella insolente di Costantina, e provava un senso di meraviglia pensando alla poca soggezione che la ragazza dimostrava per tanto padrone.
Che era venuta a fare lei, presso lo zio, se c'era gi una serva cos svelta e ardita? La padrona? Ma una padrona non si tratta come lo zio aveva trattato lei dopo che era scesa dal treno. Egli s'era persino burlato del suo regalo! Bruscamente prese la cassettina dell'aranciata e la cacci sotto il lettuccio; trasse la gonnellina, la camicetta, le scarpette a lacci, il grembiule a legaccio scorrevole, e rivest quei poveri abiti che odoravano ancora dell'erba della landa e della cucina della casupola sarda; s'avvicin all'armadio per riporre l'abito buono e si vide intera nello specchio; intera, alta e magra, nera e triste, e cap che coi suoi poveri abiti aveva ripreso il suo fatale destino di ragazza povera.

*

Sotto quest'impressione scrisse alla zia Gaina, ingrossando la calligrafia per farsi leggere da lei, ma nascondendo egualmente le sue speranze e le sue delusioni. Di l si fece silenzio ed ella pian piano apr il suo uscio, si azzard nel corridoio e vide la serva in cucina, in mezzo ad un mucchio di carciofi e di bucce di piselli e ad una baraonda di stoviglie sporche. Ma all'improvviso Costantina si mise a cantare, in dialetto, con la sua voce rude e monotona, come se si trovasse in riva al torrente del suo villaggio, fra le macchie del puleggio fiorito, e Lia vinse l'impressione di disgusto che la piccola cucina sporca le destava. Entr timidamente e domand sottovoce:
- Lo zio  uscito?
-  uscito, s, grazie al Signore! - disse la serva, guardando con curiosit e diffidenza il meschino abbigliamento di s-i-g-n-o-r-i-c-c-a. - E lei non ha riposato, vero? S' forse inquietata perch il mio padrone gridava? Non si meravigli, sa; egli brontola sempre, ma quando  in collera davvero, tace e fa il muso lungo.
Lia sorrise, ricordando la zia Gaina.
- Povero zio Asquer, - disse, avvicinandosi alla finestra. -  vecchio e sta male.
- Lui? Vorrei essere io, forte come lui!
- Non dire cos! Quanti anni hai?
- Ne ho ventitr, ma mi sembra di averne cento. E v-o-s-t-?
- Io? ventitr anch'io.
Questa coincidenza parve divertire molto Costantina; ella si mise a ridere, mostrando tutti i suoi bianchi denti sporgenti, e cominci a rivolgere domande curiose a s-i-g-n-o-r-i-c-c-a. Lia guardava nel cortile circondato d'alte muraglie ove s'aprivano, come sulle facciate d'un castello, finestruole, feritoie, loggie e balconcini fioriti, e a poco a poco si rianimava e a sua volta interrogava la serva.
- Sei da molto al servizio di mio zio?
- Da sei mesi: egli mi prese perch come isolana potevo far compagnia a v-o-s-t-, che doveva arrivare dalla Sardegna. Se non avessi avuto questa speranza, dell'arrivo di v-o-s-t-, sarei scappata cento volte. Il mio padrone  un tormento: basta dirgli; questo  bianco; perch lui risponda: no,  nero!
- Sei da molto a Roma?
- Da un anno, signorina! Son venuta perch ho bisogno di guadagnare, e il bisogno fa correre la lepre anche attraverso il mare.
Ella raccont una lunga storia, di un suo fratello soldato, disertore, che era riuscito a tornarsene nell'isola e a nascondersi sulle montagne, come l'aquila scappata da una gabbia; ripreso, degradato e condannato, la famiglia s'era rovinata per lui, e la sorella, da ragazza benestante, ridotta al grado di serva... negli occhi di Costantina, mentr'ella parlava, splendeva lo stesso raggio di nostalgia che aveva spinto il fratello a disertare; e questa sua passione per la terra nata era il difetto che maggiormente urtava il suo padrone. Ma ella sopportava tutto pur di raggranellare il suo gruzzolo e tornarsene laggi, dopo quella sua specie di emigrazione, e riacquistare la casupola paterna venduta per le spese di giustizia.
- Le parole del mio padrone ormai mi sembrano il muggire d'un torrente lontano...
Infatti durante la colazione egli non fece altro che rivolgersi a lei e brontolare e maledire tutte le serve del mondo.
- Canaglia siete e canaglia resterete.
Ma Costantina taceva e guardava Lia con uno sguardo ironico e rassegnato come per chiamarla a testimonio della sua pazienza: e per un po' Lia sorrise pur pensando ai casi suoi e aspettando invano che lo zio si rivolgesse anche a lei, le parlasse dei suoi progetti, le domandasse notizie della sua vita. Nulla: pareva che si conoscessero da anni ed anni e che nulla d'ignoto e di nuovo fosse fra loro. Solo, appena finito di mangiare, egli si alz premuroso e la costrinse a ritirarsi e a riposarsi ancora.
- Va, va, cara; dopo usciremo.
Ella si chiuse nella sua gabbia dorata ma non si coric: era stanca ma il sangue le batteva forte nelle tempie e un'inquietudine nervosa la agitava. Le pareva che i rumori della citt rombassero entro di lei; e si sentiva di nuovo vivere nella vita della moltitudine e di nuovo s'abbandonava a un senso di gioia puerile.
Nel pomeriggio uscirono; lo zio Asquer zoppicava, ma era instancabile; si fermava brontolando davanti a tutte le vetrine, mentre Lia sempre assalita da un senso di ebbrezza guardava i ninnoli, i gioielli, i fiori, tentata di domandare se quelle grandi cose in colore del sole al tramonto,  e quei garofani che pareva avessero preso parte a una tragedia, tanto erano schizzati di sangue, e i giaggioli in colore del mare lontano e le orchidee simili a fantastiche conchiglie, fossero fiori veri o artificiali.
S, tutto era vero e tutto sembrava fantastico, in quel luogo di meraviglie: anche le cose piccole ed inutili destavano piacere a guardarle.
- Tutti imbrogli, tutta roba inutile, - brontolava lo zio Asquer; ma intanto guardava anche lui, e gli anelli d'oro e i brillanti della sua mano sinistra morta e adorna come un cadavere, e i bottoni della sua camicia, e i ciondoli e il pomo del bastone brillavano riflettendo lo splendore delle vetrine.
Del resto Lia osserv che molte persone si fermavano a guardare con attenzione religiosa tutti quei fragili oggetti esposti come reliquie: un altro vecchio signore fissava col monocolo una cravatta violacea delicata come un fiore: alcune donne s'aggruppavano davanti a un ombrello dal manico d'oro; e un raggio di adorazione, pi che di desiderio, brillava negli occhi di tutti.
- Un tempo - disse a un tratto lo zio Asquer - io spendevo i denari in queste sciocchezze. Visto l'oggetto e comprato; ma quando lo avevo in mano mi domandavo: perch l'ho preso? Che devo farne? Ma, vedi, - prosegu, mentre Lia lo guardava con ingenua meraviglia, - le piccole tentazioni sono pi forti delle grandi. Molta gente si rovina per il superfluo. Vedi tu tutte queste cosettine messe in fila, carine, graziose? Sai che cosa sono? Te lo devo dire? Tanti piccoli nemici. E le donne specialmente, ah, le donne, come si lasciano vincere da questi piccoli nemici! Ma anche gli uomini, non dico! Uomini e donne siamo tutti e sempre bambini; abbiamo bisogno di giocattoli, e a furia di usarne consideriamo tali anche le cose serie e persino le persone. L'amico, per esempio, l'amante ed il parente, che sono? Giocattoli, oggetti inutili, o tutto al pi salvadanai graziosi, buoni a spezzarsi al momento opportuno... perci ti dico e ti ripeto: facciamone a meno.
Ella non rispose. Che poteva dire? Non s'intendeva di certe cose; solo le dispiaceva l'accenno ai parenti salvadanai.
Arrivati in fondo a via Nazionale sedettero avanti a un caff, e lo zio tese di nuovo il bastone e indic una torre e raccont la leggenda di Nerone.
- Era un ometto che aveva buoni rognoni, direbbe un nostro compaesano. Oh, dimmi un poco, tua zia Gaina  sempre pazzerella?
Oh, egli finalmente si ricordava! Lia stanca ma beata succhiava con volutt il suo gelato, e guardava la torre, oscura sul cielo di raso azzurro, mentre dai giardini pensili della Villa Aldobrandini il vento faceva piovere petali di rose e di glicine, e le sembrava, parlando del paese e dei parenti, di raccontare un sogno.
- S, ella fa il pane per vivere...  tanto buona, ma ha le sue idee... S, io volevo studiare per diventar maestra come Pasqua Desortes, ma la fortuna non mi ha aiutato... La casa cade in rovina; c' molta miseria in tutto il paese... Ah, come son poveri, se sapeste...
- Lo vogliono loro! - egli disse, quasi minaccioso. - Indolenti, asini! Si meritano la loro sorte...
Convinta dell'inutilit di controbattere l'odio tenace dello zio contro i suoi compaesani, Lia non li difese: in fondo anche lei li considerava miseri, infelici, esiliati in un deserto ben lontano dal mondo civile: mondo per lei, in quel momento, rappresentato dalle vetrine, i caff, i marciapiedi innaffiati di via Nazionale: la Sardegna era al di l di ogni orizzonte, faceva parte dell'Africa...
Ma ad un tratto lo zio Asquer s'alz, e riprese a camminare, a guardar monumenti e vetrine; e quando ella si trov in mezzo alla folla in una via stretta ove le donne eran vestite a festa e spandevan profumi, e gli uomini camminavano indolenti come chi non ha pi nulla a fare, prov di nuovo un senso di solitudine e d'abbandono: le pareva di aver intorno una muraglia fatta di corpi umani insensibili, e sollevava gli occhi per vedere il cielo, come un prigioniero dalla sua cella. Ma dopo lungo andare si trov improvvisamente libera in un grande spazio chiaro rallegrato da un rumore d'acque, e chiuso in alto da una fila d'alberi e da un orizzonte vaporoso.
- Piazza del Popolo: il Pincio, - annunzi lo zio Asquer.
Salirono, lenti e stanchi, e sedettero su una pietra sporgente da una nicchia, davanti a un paesaggio orientale con palme e alberi violetti su uno sfondo di cielo argenteo.
Lia sentiva un lieve capogiro; ma la gioia di muoversi, di veder ad ogni istante cose nuove, vinceva ogni altra impressione. Rientrata a casa si butt stanca morta sul suo lettuccio, con gli occhi ancora abbagliati dallo splendore del crepuscolo e dei lumi, e le parve di essere tornata bambina, quando sognava di trovarsi galleggiante sul mare, col viso rivolto in su: era lo stesso terrore, lo stesso piacere; una ebbrezza di luce e di spazio, la sensazione di pericolo, della solitudine infinita, e la speranza di un aiuto sovrumano.

3.

Ella si alz presto la mattina dopo; sent che anche lo zio si era alzato e che Costantina lo aiutava a vestirsi e gli lava i piedi e gli tagliava le unghie.
- Lo faccio perch anche Ges Cristo lav i piedi agli Apostoli; se no, in verit, v-o-s-t- non se lo meriterebbe, - diceva la serva con ironia, mentre egli non cessava di lamentarsi. - Fosse stato almeno giovane, lei!
- Quando ero giovane avevo cameriere autentiche, belle, grasse ed eleganti, e non straccione come te!...
- Si vede che sono tutte scappate, tanto vost  insopportabile.
Egli divent cupo e tacque; segno ch'era in collera davvero: allora, per farsi perdonare, Costantina gli disse:
- Che piedi piccoli ha v-o-s-t-: io non ne ho visto mai, di cos piccoli; sembrano piedi di donna, cos bianchi, freschi, venati come il marmo bardilio...
Ed egli sorrideva con compiacenza, tenero alle lodi appunto come una donna.
Ma finita la toeletta si alz e non lasci pi in pace la ragazza. Sotto il comando energico e rabbioso, ella ripul i pavimenti, sbatt i tappeti, rimise in ordine la camera. Lia si present, offrendo umilmente il suo aiuto, ma lo zio la respinse.
- Perch pago, allora? Se tu l'aiuti, quella canaglia non fa pi niente!
Costantina sospirava: finse di asciugarsi il sudore con la palma della mano e la scosse e disse:
-  sangue,  sangue, come quello di Cristo! Pazienza!
Finalmente prese il cestino e and a far la spesa. Lo zio Asquer guard con gli occhiali se i pavimenti erano puliti bene anche sotto i mobili, se dietro gli sportelli e gli usci c'eran tele di ragno; and in camera, lentamente, rimettendo in ordine gli oggetti spostati dalla serva; e solo quando si assicur che nulla mancava e tutto era a suo posto parve calmarsi e usc. Tutte le mattine andava dal barbiere, e in attesa dell'ora della colazione vagava per le strade e per i giardini come un operaio disoccupato, fermandosi a guardare le costruzioni nuove, un cavallo caduto, le vetrine dei calzolai e delle mercerie: comprava i giornali del mattino e andava a far sosta nel giardino della stazione: seduto all'ombra, in un angolo solitario, sbuffava e leggeva, tirandosi ogni tanto i calzoni sulle ginocchia e mettendo in mostra le sue calze scozzesi e i nastri ben legati delle sue scarpette. L per l s'interessava a quello che leggeva, ma ripiegato il giornale non ci pesava pi. La politica, i problemi sociali, l'arte, la scienza, la cronaca? Come potevano interessarlo se appartenevano ad un mondo gi lontano da lui? Il s-u-o mondo egli lo portava con s, come un carico ove eran chiusi tutti i suoi pensieri, le sue sensazioni, il suo dolore continuo, assorbente: era la met semi-paralizzata della sua persona. Egli s-e-n-t-i-v-a pi questa parte morta che la sua parte viva, era un cadavere, il suo cadavere, ch'egli portava con s, e il cui peso lo schiacciava, lo rendeva triste, finto e irritabile. Come non esserlo, in simile compagnia? Come pensare al mondo dei viventi quando egli era gi a met in quello dei morti? Ed egli amava la vita, perch non aveva vissuto, e tutte le cose belle del mondo, l'amore, il piacere, i paesi lontani, tutto era pi ignoto a lui che a Lia medesima. Gli pareva che il contatto con le persone giovani e sane lo rendesse ancora pi misero e acerbo: esse eran vive, egli era gi morto. Ed egli taceva anche a s stesso questo continuo rimpianto, ma il suo dolore senza sfogo s'incancreniva sempre pi, entro il suo cuore, come un tumore maligno non curato. All'attesa della morte s'univa poi la paura d'una lunga agonia, di anni ed anni d'immobilit, e il terrore di essere assistito dalle cure di una serva. Ecco perch aveva chiamato Lia.

*

In quei luminosi e quasi melanconici pomeriggi egli la condusse a visitare Roma, senza dimenticare un monumento, un angolo storico, uno dei punti indicati dalla Guida, come se Lia dovesse ripartire e non riveder pi la Citt. Un giorno presero anche la serva e andarono in carrozza fino alla Via Appia antica, al di l della tomba di Cecilia Metella. Mentre lo zio Asquer indicava col pomo del suo bastone i punti pi celebri del paesaggio, e Costantina si morsicava le grosse labbra per non ridere, tanta era la sua gioia, Lia guardava affascinata i prati d'oro, interamente coperti di ranuncoli, e al di l le linee verdi della campagna seguite dai profili azzurri dei monti: tutto era armonia di luce; gli alberi scintillavano su sfondi di perla e le tombe e alcune rovine le ricordavano i nuraghes della sua terra lontana.
Quando smontarono, Costantina, ripresa dai suoi istinti di paesana, si slanci nel prato a cogliere erbe mangerecce; e zio e nipote sedettero come pellegrini stanchi sul ciglio d'un tumulo incoronato di cipressi.
Il vecchio taceva, col pomo del bastone sulla guancia, il viso triste ed immobile, gli occhi perduti nella lontananza. Le allodole si richiamavano fra le rovine, i cinque cipressi del tumulo si slanciavano come raggi neri sul cielo d'ametista, e una delle loro ombre copriva Lia e si stendeva ai suoi piedi fino al prato d'oro. A che pensa lo zio Asquer? ella si domandava, e lo sentiva lontano da lei, pi freddo, pi scuro di quell'ombra. Il senso si solitudine e di abbandono che ella credeva di aver lasciato sotto il palmizio della landa la raggiunse sotto il cipresso della Via Appia. Le sembr di essere in un cimitero; e trasal quando lo zio Asquer le parl.
- Muoviti, Lia; va anche tu nel prato!
- Si sta bene qui, zio!
Egli si volse lentamente verso di lei e col pomo del bastone cominci a battersi lievemente la mano morta scintillante d'anelli.
- Lia, mi sembra che ti annoj!
- Che dite, zio! - ella esclam arrossendo. Tacque, poi rise. - Perch, zio?
- Almeno ne hai l'aria! Stavi meglio l-a-g-g-i-?
Egli indic un punto lontano, verso l'ovest; Lia ricord la tristezza dei lunghi pomeriggi primaverili di l-a-g-g-i- e si scosse tutta, come un uccellino appena svegliato.
- No, no, no, no, zio! Si sta cos male, laggi! Non c' da far paragoni, zio!
Egli rise, piano, piano, con quel suo riso che pareva un lieve raschiamento di gola, e parve parlare al suo bastone.
- Certo, non  una gran citt quella!... E dunque, Lia, parla sincero; ti piace stare a Roma?
S!
- Dimmi la verit, non senti la nostalgia? Ti dispiacerebbe ritornare in Sardegna?
- Perch dovrei tornarci? Non siete contento di me, zio?
Ella attese con ansia la risposta che tardava.
- Ma un giorno o l'altro... addio, zio Asquer! Hai pensato a questo, Lia? Io feci male a non dirti subito che io non ero pi svelto e pieno di salute come un giovinetto; ma avevo paura che tu credessi il mio invito dettato da un moribondo. D'altra parte, adesso, visto che tu ti affezioni troppo alla vita di citt, ne provo rimorso... Lia, io non ho molti giorni da vivere, e non sono un egoista, come forse sembro...
- Perch pensare all'avvenire? - disse Lia, pallida e turbata. - Voi state bene, e forse camperete pi di me. Io, poi, sar contenta dappertutto, basta che siate contento voi.
- Brava! Son le ragazze delle novelline educative che parlano cos; ma quelle son ragazze che per lo pi non esistono. Ragioniamo, invece, giacch abbiamo cominciato; io non volli scriverti le mie intenzioni perch tu non mi conoscevi n io ti conoscevo, e quando due non si conoscono e fanno un progetto da eseguirsi assieme, sono entrambi o sciocchi o in mala fede. Io pensavo: lasciamola arrivare, lasciamo che ella giudichi da s lo stato in cui io mi trovo e l'ambiente in cui ella dovr vivere. Tu sei qui da tre settimane appena, Lia, ma credo che le cose ti sieno gi apparse nel loro vero aspetto. Se io ti avessi veduto scontenta, non avrei esitato a dirti: riparti, e restiamo amici. Ma ti vedo tale e quale come quando sei arrivata, tutt'altro che pazzamente allegra, ma certo pi allegra di quanto dovevi esserlo l-a-g-g-i-, nel deserto. Tu sei sempre eguale a te stessa, come un cielo sereno: talvolta qualche nuvola passa attraverso questa serenit un po' melanconica, ma svanisce subito senza lasciare ombra. Tu sei diversa dalle altre donne, Lia, permettimi che te lo dica: se tu fossi stata come le altre, io non ti avrei parlato come ti parlo. Non so se il tuo carattere far la tua felicit; certo far quella delle persone che dovranno vivere con te. Io non godr a lungo questa fortuna; ma finch vivr, se tu mi starai vicina, mi parr di poter sperare ancora... E adesso devo dirti una cosa, Lia: io non sono ricco. So che non te ne importa niente, ma importa a me. Avrei potuto mettere da parte qualche cosa, ma non l'ho fatto; ho passato la vita da egoista, pensando sempre a me; e quando uno pensa molto a s, di solito gli altri lo abbandonano, sicuri che egli basti a s stesso. Allora egli finisce col credersi assolutamente solo, come un eremita nel deserto, e nulla pi esiste per lui tranne che lui stesso. Io sono abbastanza ricco per me, Lia: io ho una buona pensione; ma morto io nulla rimarr. Che farai tu, allora?
- Non pensate a me, zio! No... no... non ci pensate!...
- Possiedi qualche cosa?
Ella si meravigli di questa domanda, e rispose sottovoce:
- Mi pare di avervi gi detto che ho una casupola e una vigna. Ma adesso la vigna  distrutta e la casetta  quasi in rovina.
- Che cosa fa tua zia Gaina? Ricordo che parlava molto, ma concludeva poco.
- Fa il pane per venderlo. Vive di questo.
- Tu non hai avuto proposte di matrimonio?
- S (ella ricord con ripugnanza i suoi pretendenti). Due... un giovane proprietario, abbastanza ricco ma ubbriacone, e il maestro di scuola... un uomo di cinquant'anni!
- Fosse stato giovane, si poteva ajutare: ma ad un uomo di cinquant'anni, che per di pi pensa ad ammogliarsi, non c' che da porgere una corda perch si impicchi!
Lia si mise a ridere; ma lo zio Asquer parlava serio, quasi tragico.
- Non ti venga in mente di sposare un uomo vecchio o uno che non abbia una posizione sicura: il matrimonio  l'atto pi tragico della vita, e sovente le donne, sposandosi, imitano la farfalla che la fiamma attira e brucia.
Lia, che sognava l'amore senza per sperare in un matrimonio ideale, approv con un cenno del capo, ma non os parlare dei suoi sogni. Che lo zio fosse povero o ricco non le importava: bastava ch'egli le volesse bene e si facesse voler bene da lei.
- La povert non  da temersi, zio; quello che  insopportabile  la solitudine... L-a-g-g-i- io ero sola... sola, capite... E se sposavo uno di quei due sarei stata ancora pi terribilmente sola... Mentre qui, zio, la vostra bont... il rendermi utile a voi... la vostra compagnia...
S'alz, confusa, incapace di esprimere bene il suo pensiero.
- Bella compagnia! - grid Costantina, che s'era arrampicata sul tumulo per cogliere una foglia d'acetosella.
E anche il vecchio si alz e minacci la serva col bastone; ma ella era in alto, nera accanto al cipresso nero, col grembiale colmo di erbe, e rideva inebbriata di verde e di sole, mentre i lembi del suo fazzoletto scuro svolazzavano come ali e pareva accennassero al padrone di calmarsi e lo irridessero anche.

*

Rotto il ghiaccio, lo zio Asquer dopo quel giorno cominci a parlare fin troppo di quanto fino allora aveva taciuto. Qualche volta era allegro e domandava a Lia notizia dei suoi pretendenti, burlandosi del maestro di scuola; pi sovente per tornava sul melanconico argomento della sua prossima fine, della sua scarsa eredit. La primavera calda e ventosa lo rendeva fiacco e nervoso; pareva che a un tratto egli si preoccupasse dell'avvenire di Lia pi che del suo. Costantina s'immischiava nella questione, e in segreto diceva a Lia che lo zio Asquer possedeva molti denari, ma davanti a lui ripeteva:
- V-o-s-t- morr quando io e s-i-g-n-o-r-i-c-c-a saremo vecchie come le pietre, se prima lei non ci far morir di bile. Quando resteremo sole metteremo su una pensione, come dicono che far la vedova qui accanto a noi, e forse troveremo anche marito...
- Ah, certo, - diceva Lia, - a nessun costo torner in Sardegna.
Eppure, talvolta, ella sentiva una specie di nostalgia fisica; quando stava per addormentarsi le pareva di star seduta ancora sotto il palmizio, o affacciata alla sua piccola finestra: rivedeva la sua camera, coi quadretti appesi alle pareti bianche, quella della zia, coi vagli e i canestri, e il pozzo del cortiletto con un piccolo specchio verdastro in fondo; sentiva il ronzo delle api, l'odore delle erbe aromatiche, e si addormentava nella pace selvaggia della landa. Anche in sogno viveva l'antica vita, ascoltava il borbotto della zia Gaina, provava un senso di desolazione, sognava Roma! Svegliandosi provava la dolcezza di veder il suo sogno gi fatto realt. I gridi dei rivenditori ambulanti risuonavano nell'aria un po' umida del mattino: cominciava quella dell'acetosaro, un grido melanconico, lungo e cadenzato, che pareva venisse dalla campagna ancora addormentata; seguiva quello della venditrice di ranocchie, poi quello del merciaio ambulante, infine quello del giornalaio che annunziava con una certa calma i giornali del mattino; egli non s'affrettava perch a quell'ora la gente premurosa dei fatti propr non s'occupa ancora dei fatti altrui.
A poco a poco le voce s'alzavano, fresche talune, altre rauche e assonnate, alcune fioche e timide, altre prepotenti e quasi minacciose; i rivenditori di frutta e di erbaggi vantavano la loro merce, alcuni gridavano con voce tenorile aggettivi sonori, ma con inflessione ironica, quasi beffandosi del cliente che prestava loro fede.
Verso la nove la strada era tutta un mercato; non mancavano i pescivendoli coi cestini colmi di pesci argentei, scintillanti, quasi ancora umidi d'acqua marina. Lia provava un gusto infantile a contemplare quel quadro colorito, animato da figure volgari ma caratteristiche. I capelli gi ravviati delle serve riflettevano la luce azzurra del mattino; grosse donne in spolverina e fornite di valigie, pronte a intraprendere il faticoso viaggio di una giornata di economie, si fermavano davanti ai carretti di frutta e pesavano con la mano ad una ad una le arance mature, e le erbivendole sorridevano egualmente al cuoco dal viso d'imperatore romano e alle vecchiette che compravano esitando due soldini di cicoria. Costantina andava da un cestino all'altro, pesava le arance e sbucciava un pisello, prendeva un grappolo roseo di ranocchie, scuotendolo e arrovesciandolo come un grosso fiore carnoso; tirava su un cefalo argenteo, ne apriva le pinne, l'odorava, lo rimetteva: litigava con tutti.
Al di l del muro un uomo in camicia gialla coltivava un pezzetto di terra, due cagnolini giocavano all'ombra dei salici, e dietro gli olmi fioriti il sole illuminava una fila gialla di palazzi e di conventi.
Una mattina Lia vide alla finestra attigua alla sua un bambino di cinque o sei anni, che sporgeva e ritirava la testa, volgendosi di qua e di l curioso e irrequieto; e stette ad osservarlo intenerita, notando le sue manine affilate e nervose, il visino che pareva scolpito nell'avorio, illuminato da due grandi occhi castani e incorniciato dai capelli biondicci, lisci, lunghi sulle orecchie e tagliati a frangia sulla fronte. Vedendosi osservato egli cominci a fare il grazioso, buttando in aria alcune briciole di pane e riprendendole con la bocca, e guardando Lia di nascosto come per accertarsi che il gioco le piaceva.
Lia gli sorrise: egli si ritrasse, poi ritorn, le fece vedere una palla rossa, poi un cavallino con tre sole gambe: ed entrambi cominciarono a sorridersi, a guardarsi, a farsi cenni di saluto, attraverso le persiane, finch una donna non mise anche lei fuor della finestra il viso terreo di mulatta circondato di capelli neri crespi, e dopo aver fatto un cenno di saluto a Lia, tir dentro il bimbo e socchiuse le imposte. Lia sent il bambino protestare con lunghi strilli nervosi e and a chiedere a Costantina notizie dei loro nuovi vicini.
- La vedova che stava qui accanto, nell'appartamento attiguo,  andata via ed  venuto a starci un signore argentino, che scrive nei giornali del suo paese. Anche lui  vedovo; ha un bambino, e una governante che non  n bianca n negra; ed  lei che comanda e fa tutto in casa: si chiama Rosario, come un uomo, ha un muso di cane arrabbiato.
Nel pomeriggio Lia incontr in via Boncompagni il suo piccolo vicino e la governante bassa e grossa, vestita come le bambinaie more: abito d'indiana scura, grembiale bianco e paglietta gialla. Il bambino spariva sotto un gran cappello di paglia col nastro verde: nel veder Lia sollev il visino e sorrise, mostrando tutti i suoi dentini che sembravano perle, ed ella si ferm, affascinata, come vinta dal desiderio di abbracciarlo: ma la donna salut e pass oltre tirandoselo dietro. L'indomani Lia lo attese alla finestra e gli domand come si chiamava.
- Salvador. E tu?
- Lia.
Questo nome gli parve e divertente: lo ripet parecchie volte, come fra s, ridendo, poi lo grid su tutti i toni, finch la mulatta non chiuse sgarbatamente la finestra.
Era una domenica, e nel pomeriggio Lia e lo zio andarono anch'essi a Villa Borghese. Le strade erano insolitamente animate da gruppi di serve vestite di bianco e d'azzurro, e da buoni padri di famiglia che conducevano i figli a prendere il gelato; buoni padri grassocci e vigorosi, simili, in mezzo alla corona dei loro rampolli, a quercie attorniate da promettenti quercioli.
Don Luigi Asquer brontolava, scettico e diffidente, preoccupandosi per l'avvenire di tanta ragazzaglia, chiamando incoscienti i buoni padri, incoscienti le serve, incoscienti le vecchie mamme che conducevano a spasso le figlie anzianotte e melanconiche: anche Lia si lasciava suggestionare dal malumore del vecchio e guardava con piet ironica l'umile folla domenicale, quando a un tratto il suo viso s'illumin di gioia. Nel marciapiedi opposto ella vedeva uno dei tanti buoni padri, che conduceva a passeggio il suo bambino: l'uomo era alto, piuttosto grasso e molle, vestito di nero e con un panama guarnito di crespo da lutto; il suo viso scuro e pensieroso, gli occhi grandi e neri, le labbra grosse sotto i piccoli baffi bruni, e soprattutto l'espressione melanconica del suo sguardo ricordavano a Lia alcuni tipi di uomini del suo paese. Il bimbo era Salvador.
Lungo via Boncompagni fu un continuo sorridersi e guardarsi, fra Lia e il suo piccolo vicino di casa; l'uomo vestito a lutto volse lo sguardo pensieroso e salut, e lo zio Asquer cominci a brontolare.
- Per me gli argentini han tutte le brutte qualit dei sardi; la stessa tabe spagnuola nel sangue; boria, beffe, diffidenza, quanta ne vuoi!
Invano Lia protest; il nuovo vicino di casa aveva anche il torto di essere un giornalista, razza maledetta (diceva lo zio Asquer) che si ficca di continuo nei fatti altrui e non rispetta neanche la santit della vita domestica. Entrarono nella Villa che egli borbottava ancora; tacque solo quando, sedutosi davanti a una fontana, si mise a leggere il giornale. Il luogo era melanconico: altri due vecchi, una giovane signora e due ragazze dall'aspetto malaticcio, sedevano attorno, sul sedile circolare di pietra corrosa; guardavano l'acqua verde della vasca e parevano intenti al pianto monotono dell'acqua che cadeva dal vaso di pietra della fontana. Ma spingendo lo sguardo, Lia vedeva lo sfondo grandioso del parco, il sole che cadeva roseo attraverso gli alberi dorati, i seminaristi che giocavano a football, rossi, sul verde del prato, come fiamme guizzanti.
Dal Pincio luminoso arrivavano soffi di musica: gridi di gioia, lamenti d'amore; attraverso il verde si vedevan piume rosee e nere svolazzanti sui capelli delle signore, e le carrozze e i pedoni giravano e rigiravano, sparivano in fondo ai viali, riapparivano, come se in lontananza vi fosse una festa, ma in un posto che la gente, per quanto cercasse, non riusciva a trovare.
All'improvviso un piccolo grido risuon alle spalle di Lia. Ella si volse e vide il visetto di Salvador dietro il tronco di un albero, e pi in l, seduto sull'erba e con un giornale in mano, l'uomo vestito a lutto. Lia accenn al bambino di accostarsi, ma egli rideva e si nascondeva dietro il tronco, e solo quando ella volse di nuovo il capo verso la fontana, salt sul sedile, alle spalle di lei, e le disse:
- Io ti avevo veduto e tu non mi vedevi!
Lia si volse e lo afferr per la vita, mentr'egli tentava di scappare.
- Fallo ancora, fallo ancora! - egli disse, prendendo gusto al gioco. - Io vengo di nascosto e tu mi prendi.
Ritorn dietro il tronco, salt di nuovo sul sedile; e continu il gioco finch una voce calma e lenta non lo richiam: allora Lia si volse e incontr gli occhi pensierosi e malinconici dello straniero. Ottenuto il permesso del padre, Salvador ritorn e and a esaminare il bastone dello zio Asquer. E lo zio Asquer non sollev gli occhi dal giornale, ma intu il pericolo e strinse il bastone fra le gambe. Salvador torn da Lia.
-  una testa di cane? Perch non la metti fra i tuoi giocattoli?
- Io sono grande e non ho giocattoli.
- Che cos'hai, allora? Nulla? E perch il tuo pap non ti compra una chitarra?
- Io non ho pap.
- Ah, io l'ho, s! eccolo,  quello, lo vedi? Volgiti, dunque!
Ella si volse, per compiacerlo, e di nuovo incontr lo sguardo profondo dello straniero.
Mentre parlava, Salvador le si aggirava attorno, toccandole il cappello, i bottoni, i guanti; ma ella rispondeva a bassa voce ed egli fin con l'annoiarsi e tornarsene nel prato. Nell'andarsene, lo straniero salut di nuovo e guard Lia.
E per tutta la sera ella ebbe davanti agli occhi quel viso scuro, quegli occhi profondi. Nei giorni seguenti rivide spesso, dalla finestra, il bimbo e la governante mulatta; e ben presto si accorse che il vedovo ogni volta che usciva e rientrava, sollevava gli occhi, la guardava, e si volgeva anche, prima di svoltare in fondo alla strada. Allora ella prov una impressione di sorpresa gradevole, come uno che si trovi perduto in un deserto e all'improvviso sull'arida sabbia scopra l'orma d'un piede umano.
Tutto ad un tratto la sua solitudine si anim di sogni. Il vedovo non era il primo che la guardava; altri uomini, per le vie di Roma, la fissavano negli occhi, ma con occhi bestiali, e molti le offrivano di accompagnarla, costringendola ad affrettare il passo: nello sguardo dello straniero c'era invece qualcosa di fraterno, e talvolta ella aveva l'impressione che anch'egli fosse vinto da un senso di abbandono e di solitudine, come lei e come tante altre creature sole in mezzo alla folla. Ma ben presto rincominci a diffidare. No, egli non era solo, aveva famiglia, amici, era un giornalista, cio un uomo, secondo lo zio Asquer, conosciuto, ricercato, temuto da tutti, indifferente a tutto.

*

Intanto s'avvicinava l'estate, e lo zio Asquer, che non amava la campagna e non si moveva mai da Roma, col sopraggiungere del caldo divent pi irritabile e strano. Per non prender parte alle discussioni fra lui e la serva, Lia si ritirava nella sua camera e si metteva a lavorare accanto alla finestra, ascoltando i trilli, i canti, le grida del piccolo Salvador. Qualche volta, col lavoro in mano si sporgeva sul davanzale e vedeva il visino del bimbo che le sorrideva attraverso il vuoto fra la persiana e il muro. Un giorno egli le disse che doveva partire per il mare.
- Tu non vieni?
Ella disse di no, sospirando: per confortarla egli le promise di lasciarle in consegna il suo cavallino rotto.
Nel pomeriggio si rivedevano spesso a Villa Borghese, ove lo zio Asquer aveva preso l'abitudine di passare qualche ora al fresco davanti alla fontana. La mulatta accompagnava Salvador: col viso camuso reclinato sul petto lavorava una sciarpa di seta e pareva meditasse qualche cosa di molto fosco, mentre il bimbo giocava sul prato e di tanto in tanto correva a lei per farsi pulire le manine e il naso. Lia e lo zio stavano dall'altra parte del sedile e solo qualche rara volta scambiavano un saluto o poche parole con la signora Rosario. Anche Lia ricamava, ma spesso si incantava guardando la fontana, la cui lingua d'acqua, guizzante in alto, nel centro del vaso, pareva dicesse tante cose strane, spesso allegre, pi spesso melanconiche.
Qualche volta Salvador s'avvicinava a lei, appollajandosi come un uccellino sulla spalliera del sedile, e ricominciava i soliti discorsi finch la mulatta non lo richiamava con un grido gutturale, raccomandandogli di non dare turbacion alla signorina, di non essere desobediente n malo: ed egli se ne tornava nel prato a cogliere erba per le sue pecorine di legno.
Lia non lo confessava a s stessa, ma si annoiava: nulla, a pensarci bene, era mutato nella sua vita; l'appartamento dello zio Asquer aveva sostituito la casupola della zia Gaina, e la quercia di Villa Borghese il palmizio della brughiera. Ella si sentiva sempre sola, e si domandava dov'era l'utilit, la pienezza della vita ch'ella aveva sognato. Accompagnava lo zio con un certo senso di protezione, ma questo non le poteva bastare. Essi non conoscevano nessuno e vivevano in mezzo alla grande citt come in un'isola disabitata: se qualcuno salutava lo zio, per la strada, ella domandava: chi ?, e il vecchio rispondeva con un nome. Nomi e null'altro; orme sulla sabbia, che il vento cancellava tosto.
Dal sedile della fontana ella spiava talvolta se una figura d'uomo, alta e un po' grave, s'avanzasse nel viale come un'ombra amica; ma dopo quella prima domenica il vedovo non aveva pi accompagnato il bimbo alla Villa.
Ai primi di luglio sparvero anche la governante e Salvador, e le persiane attigue a quelle di Lia furono chiuse. Roma si spopolava. Nel pomeriggio la via, battuta dal sole, ancora coperta di avanzi di erbaggi, pareva la strada di un villaggio; Lia vedeva i venditori di ciliegie che agitavano le bilancie d'ottone lucenti come lune, ricordava i cavalcanti di Gavoi, che portavano le ciliegie fino al suo paesetto, e un'ombra di nostalgia le velava lo sguardo. Ella rimpiangeva i sogni perduti; ma aveva ventitr anni e nuove fantasticherie seguivano alle antiche. Nella sua cameretta piena di sole le sembrava di soffocare come entro una scatola di cristallo; sognava il mare, le montagne, e per quanto girasse e rigirasse per il vasto appartamento, finiva col tornare davanti al cestino da lavoro, oppressa dai suoi pensieri che pur le sembravano piccoli, frivoli e inutili come i ricami che ella eseguiva.
Un giorno, su un tavolino di caff, vide un giornale illustrato con fotografie della spiaggia di Anzio, e mentre lo zio Asquer batteva il bastone per terra e contemplava il cielo d'un azzurro metallico, illudendosi che le tende gialle e bianche de negoz, sbattute dal vento di ponente, fossero vele gonfiate dal maestrale, ella guard le figurine delle donne vestite di bianco, coi lunghi veli svolazzanti, i profili dei bimbi e quelli degli uomini in maglia, alcuni obesi e ridicoli, altri piacevoli a guardarsi, eleganti come statue o, se drappeggiati negli accappatoi, solenni, sullo sfondo marino, come figure di antichi sacerdoti.
Un senso s'invidia la rattrist: le pareva che quei bagnanti dovessero tutti sentirsi felici con l'anima piena di luce, di tutti i riflessi e di tutte le voci del mare. Ella non sperava di poter un giorno partecipare a tanta gioia; ma non poteva impedire alla sua fantasia di cercare, tra la folla della spiaggia, due figure a lei note. Pensava a Salvador con tenerezza materna, e le sembrava di vederlo guizzare tra l'acqua e la sabbia come un pesciolino: e accanto alla figurina del bimbo vedeva quella del padre, alta e grave, taciturna, in mezzo alla folla seminuda e garrula dei bagnanti, come quella di un esiliato.
Allora il ricordo del suo vicino di casa non l'abbandon pi; e piano piano, senza ch'ella lo volesse, l'amore nacque nel suo cuore come nasce il filo d'erba sulla roccia. Una notte sogn di trovarsi ancora davanti al suo mare selvaggio, sotto il palmizio; a un tratto la figura del vedovo apparve in lontananza e si avanz lentamente su per il sentiero; le si sedette accanto, le prese una mano, avvicin il viso al viso di lei e la baci, senza dirle una parola; e rimasero cos davanti al mare infinito, finch la stessa emozione profonda ch'ella provava non la svegli.

*

Questo sogno fu come il lievito che ferment la sua passione fantastica. Il veleno dolce ed acre del desiderio le agit il sangue, e un giorno, in settembre, nel rivedere all'improvviso il suo vicino di casa e nell'incontrarne lo sguardo, prov la stessa sensazione violenta che l'aveva svegliata dal sogno. Le parve che egli l'abbracciasse con lo sguardo e che le loro anime s'unissero come in un bacio. Rimase a lungo immobile davanti al cielo rosso del tramonto, vinta da un sentimento di gioia mai provato; per la prima volta, dopo anni ed anni di solitudine, sentiva il legame che la univa ai suoi simili, e le sembrava che finalmente anche per lei il mondo si popolasse di spiriti amici.
Salvador la salut dalla finestra, sporgendo il piccolo viso abbronzato, e cominci a raccontarle mille bugie graziose, e qualcuna anche terribile, come quella, per esempio, che un giorno stava per affogarsi.
- Ma la mia mamma, su in cielo, ha pregato  il  Dio di salvarmi.
- Ricordi la tua mamma? - domand Lia a bassa voce.
- S, s, - egli rispose indifferente. - Ero piccolo, quando  morta; adesso  in cielo davanti al  Dio.
- Sai le preghiere?
Egli recit l'ave-maria in spagnuolo e immediatamente dopo domand:
- Adesso mi dai lo zucchero?
- Perch?
- Perch cos fa la signora Rosario.
- Vieni a casa mia e te lo dar.
Egli corse a domandare il permesso, ma subito ritorn alla finestra scuotendo la testa.
- Non posso. Ora deve venire pap.
Ed entrambi attesero il ritorno del vedovo, sorridendosi di tanto in tanto, come uniti dallo stesso pensiero.
Ben presto la portinaia oziosa, Costantina, le erbivendole, si accorsero che Lia e il vedovo si guardavano con tenerezza; e la prima per speranza di lucro, la seconda per bont naturale, le altre per curiosit cominciarono a spiare con simpatia l'idillio: solo la mulatta fece subito capire che non approvava le aspirazioni del suo padrone. Cominci a proibire a Salvador di andare da Lia e di affacciarsi alla finestra; a Villa Borghese cambi posto e un giorno dichiar francamente a Costantina che il suo padrone cercava una seconda moglie, s, ma con dote.
Costantina rifer i discorsi a Lia.
- Per farla arrabbiare le dissi, a quella cornacchia, che lei, s-i-g-n-o-r-i-c-c-a,  molto benestante, che ha tanche e bestiame e servi in Sardegna, e che se vuole pu sposare i pi ricchi proprietari sardi, non un forestiere che non si sa da dove venga, un vedovo con figlio, uno che oggi guadagna, ma che domani pu morir di fame.
Lia arross e protest, ma in breve le chiacchiere di Costantina giunsero fino allo zio Asquer e immediatamente la commedia volse in dramma. Il vecchio non domand a Lia se nelle supposizioni delle serve e delle erbivendole ci fosse ombra di vero; ma divent pi irritabile del solito, e a tavola, a passeggio, per giorni e mesi non fece altro che parlar male degli stranieri, e specialmente degli americani del sud, che dipingeva a sua nipote come altrettanti avventurieri, astuti, beffardi, calcolatori. Ella ascoltava, inquieta e disgustata; capiva le allusioni dello zio, e nel veder il suo segreto divulgato provava come un senso di pudore offeso.
- Io non domando nulla, - diceva a s stessa, - perch dunque questa volgare ostilit?
E sembrandole che lo zio fosse animato, come la serva mulatta, da un solo impulso d'egoismo, sentiva un istinto di ribellione e di difesa: non si affacci pi alla finestra, nelle ore in cui sapeva che il vedovo usciva o rientrava, ma le sue fantasticherie si fecero pi intense e pi luminose, come le nuvole all'appressarsi del sole.

4.

Non vedendola pi, Justo Villanueva, che non ostante le cattive qualit affibbiategli dallo zio Asquer era un uomo timido, stanco e nostalgico, credette che ella fosse malata o fosse ripartita: ogni volta che usciva o rientrava, sollevava gli occhi, e la finestra di Lia senza la caratteristica figurina di lei gli sembrava una cornice da cui fosse sparita una immagine prediletta.
Salvador parlava di Lia ma senza preoccuparsene troppo; la mulatta, pi astuta del cavaliere Asquer, si guardava bene dal riferire al padrone le chiacchiere della portinaia e di Costantina.
Un giorno, verso la fine di settembre, Justo s'era appena seduto a tavola, nella sala da pranzo la cui finestra era appunto attigua a quella di Lia, quando la mulatta, dopo averlo servito con aria truce, tese l'indice verso Salvador.
- Lo guardi bene, e gli domandi che cosa ha fatto stamattina.
Salvador, di solito sfacciato, chin la testa e chiuse gli occhi per sfuggire lo sguardo paterno.
- Che hai fatto?
Silenzio, seguto dalla domanda ripetuta pi energicamente. Allora Salvador scoppi a piangere e mormor fra i singhiozzi:
- Ho rubato.
Il padre, quasi sempre molle e affettuoso col bimbo, si turb: guard la donna come per rinfacciarle la colpa di Salvador, e fu a lei che domand:
- Che cosa? Dove, come, come?
La storia era breve: passando accanto ad una fruttivendola, Salvador aveva rubato una pera: ma i commenti furono lunghi, e il padre si sdegn maggiormente quando il bimbo, per difendersi, disse che aveva veduto un altro ragazzo prendere c-o-s- una pera.
- Anche bugiardo! S, chi  bugiardo  ladro!
Per castigarlo lo mand a mangiare in cucina: e tutti rimasero scontenti, la mulatta perch trovava il castigo troppo mite, Salvador perch lo trovava troppo duro, il padre perch una nuvola nera passava davanti alla sua fantasia inquieta.
Mio figlio ha rubato! Egli ricordava davvero, fra i suoi ascendenti spagnuoli, qualche tipo di avventuriero: sua moglie era stata una donna nervosa, morta giovanissima per anemia cerebrale: egli quindi vedeva talvolta il suo bimbo come circondato da una fitta caligine, e provava un'angoscia paurosa perch si sentiva impotente a strapparlo al suo destino fatale. Egli, che nei suoi articoli dava consigli ai potenti della terra e insegnava come si devono governare i popoli, si sentiva incapace di educare un bambino: spesso, come aveva fatto quel giorno, parlava a Salvador di doveri, lo minacciava, lo supplicava come un uomo gi fatto; ma si accorgeva che le sue parole gravi cadevano nell'anima lieta del bimbo come sassi nel mare.
Mentr'egli sentiva nella sua modesta colazione un sapore di veleno, Salvador, in cucina, gi rideva e rifaceva i versi della signora Rosario.
Justo suon, sollev il viso severo e incontr lo sguardo bieco della mulatta.
- Perch il bambino fa chiasso?
- Perch  cattivo.
- Fatelo tacere!
Ma dopo un momento le risate e i trilli gorgheggiarono ancora: per frenare la sua collera paterna, il vedovo pass nel salottino, si mise a fumare e pens a Lia. Ella gli piaceva: si sentiva attirato a lei quasi da una affinit di razza, e l'affetto che ella dimostrava a Salvador era gi un tenue filo che li univa attraverso uno spazio sconosciuto. Come avvicinarla? Come conoscerla? Questi quesiti gli fecero dimenticare il problema dell'educazione di Salvador. Lo calmarono e lo confortarono. Egli era gi grato alla sua vicina per il peso che gli toglieva.
Nel cortile melanconico si spandeva il canto di Costantina che lavava i panni alla fontana: la sua voce cadenzata e nostalgica vibrava come un grido di prigioniero, e il suo stornello in dialetto logudorese ricordava i mori, le barche dei pirati, e diceva d'una dona hermosa che si affacciava a una ventana fiorita di graveglios.
Justo, ascoltandola, pensava di nuovo ai suoi avi spagnuoli, ma con un senso di nostalgia, col desiderio di cambiar vita, di ricostruire l'edifizio rovinato della sua famiglia.
Anche sopra il cortile, sullo sfondo delle bianche e gialle nuvole di settembre, le rondini passavano e ripassavano, garrendo con gridi di richiamo, quasi per avvertirsi scambievolmente che era tempo di cambiar aria, di partire per lidi lontani.

*

S'inoltrava l'autunno, e Lia si sentiva vincere giorno per giorno da una melanconia insolita. Lo zio Asquer quando non parlava degli stranieri, la fissava con uno sguardo cattivo, e vedendola sempre pi magra e pallida muoveva le labbra per dire qualche cosa, ma poi si frenava e nello sforzo il suo viso si contraeva pi del solito, con macabra ironia.
Se la nipote usciva sola, al ritorno erano domande aspre, dispettose, allusioni a un suo possibile incontro col vedovo; pi di una volta ella trov le sue poche carte smosse e cap che lo zio aveva frugato in cerca di qualche lettera amorosa. Ella invece evitava Justo, e se incontrava il piccolo Salvador lo abbracciava arrossendo, vinta da un turbamento puerile, come se il bimbo fosse l'uomo a cui ella, senza volerlo, pensava continuamente.
Un giorno, in ottobre, and sola a Villa Borghese, e sedette accanto alla fontana, nel medesimo posto ove per la prima volta il suo sguardo s'era incontrato con quello di Justo. Nulla era mutato intorno: pareva fosse la stessa stagione, col cielo azzurro sparso di nuvolette bianche, gli stessi preti rossi sul verde dei prati, gli stessi tipi di sognatori attorno allo specchio verdastro della fontana: ma Lia si sentiva mutata e le pareva che l'autunno fosse dentro lei. Quante illusioni cadute! Chiudendo gli occhi le sembrava di vedere la figura della zia Gaina, sotto il palmizio, e ne ascoltava ancora le profezie.
A un tratto, per, una fiamma le color il viso e il suo cuore cominci a battere con violenza. Salvador correva verso di lei e in fondo al viale sparso di foglie dorate si avanzava la figura attesa tante volte invano. Il bambino salt sul sedile e le disse:
- Sono col mio pap: ti cercavano ed io sapevo ch'eri qui!
Lia lo strinse a s mormor qualche parola, ma senza sapere quello che si dicesse, colta da un senso di spavento. Le pareva di sognare: Justo le si era fermato davanti, l'aveva salutata, s'era seduto accanto a lei. Ella vedeva come attraverso un velo i grandi occhi di lui, d'un nero verdognolo, fissarla con curiosit e con bont, distingueva le labbra di lui, un po' pallide, i denti bianchi e forti ma alquanto irregolari, e pensava con terrore a quel che avrebbe detto lo zio Asquer se avesse saputo...
Ma a poco a poco si rinfranc: Justo le parlava di cose indifferenti, le diceva che la governante aveva la febbre reumatica e che quindi gli toccava di farne le veci.
La sua voce velata e cadenzata e il suo accento che rassomigliava alquanto a quello dei veneti sembravano a Lia ironici e benevoli nel medesimo tempo, e non le dispiacevano.
- Non le pare che ci sia troppo umido, qui, signorina?
Ella si guard attorno e rispose gravemente:
- S, forse c' troppo umido.
Justo parve allarmarsi, come per un imminente pericolo; guard Salvador e disse:
- Cerchiamo un altro posto.
Ma Lia non si mosse, fredda e rassegnata.
- Dovunque vada, in questa stagione c' umido da per tutto...
- Le viene spesso qui, signorina?
- S... cio no... Qualche volta!
- Questo  il suo posto favorito?
Ella pens ancora allo zio Asquer, ebbe paura, poi si fece coraggio.
- S, - disse sottovoce.
E Justo abbass gli occhi, timido e pensieroso, mise una gamba sull'altra e col bastoncino cominci a battere ostinatamente la suola della sua scarpa, come per provarne la resistenza.
Il picchietto del bastone risuonava nel luogo solitario. Finalmente egli domand, con un sospiro:
- Non si annoia, signorina?
- Oh, no! perch dovrei annoiarmi?
- Perch la monotonia annoia. Non c' cosa che guasti lo spirito come l'abitudine di far sempre le stesse cose, di pensar sempre alle stesse cose.
Ripresa da un senso di diffidenza, Lia guardava di sbieco l'uomo non pi giovanissimo, grande e indolente, sedutole accanto, e si domandava se era lo stesso a cui pensava: all'improvviso sent vergogna dei suoi sogni fantastici e riacquist tutto il suo spirito di contraddizione.
- E lei, - disse con dispetto, - non fa sempre le stesse cose? Sieno pure variate, non sono sempre le stesse?
- Oh no, signorina! S'io far un viaggio in Sardegna non sar la stessa cosa come un viaggio in Grecia.
- Viaggio l'uno, viaggio l'altro! - ella ribatt, anche offesa dal paragone che non le pareva lusinghiero per la sua isola.
- Lei  pessimista, signorina!
- Tutt'altro! Le ripeto che non mi annoio, sebbene giudichi la vita monotona, eguale dappertutto.
- Lei giudica cos la vita perch  monotona la s-u-a vita, signorina; noi giudichiamo tutto attraverso il nostro temperamento: spesso ci sbagliamo.
- E lei, scusi, come pu g-i-u-d-i-c-a-r-e la mia vita?
-  facile, signorina! Dal suo viso. Ella ha un viso da araba, che riflette, direi, la solitudine del deserto.
Lia arross e come assalita da un'angoscia improvvisa sent le lagrime velarle gli occhi; ma volse il viso dall'altra parte e richiam Salvador che giocava nel prato.
Justo s'accorse del turbamento di lei e tacque; ma dopo qualche momento le domand con voce mutata, titubante, come se il trovare le parole italiane gli fosse pi difficile del solito:
- Lei dunque non cambierebbe vita?
- E perch no, - ella disse, scherzando, mentre il cuore le batteva forte. - se mi offrissero di diventar milionaria accetterei subito.
- Crederebbe di diventar felice?
- Non si trattava di questo, ma semplicemente di cambiar vita.
Discussero alquanto sull'eterno tema della ricchezza e della felicit; e Lia ripeteva ingenuamente le teorie dello zio Asquer, contraddicendosi e facendo sorridere spesso il vedovo, che la guardava fisso, e la trovava graziosa, ingenua, semplice, ma non riusciva a spiegarsi quell'espressione di tristezza e di diffidenza che spesso velava gli occhi di lei. Ma ella fin col dire:
- L'uomo o la donna, poveri, sono soli, sempre cos soli! Si d loro l'elemosina, talvolta, ma nessuno concede loro amore.
Egli sorrise.
- Eppure anche i poveri si amano, si sposano, e formano anche numerose famiglie; le pi numerose, anzi!
- Non parlo di quest'amore! - ella disse, arrossendo; poi tacque e sfugg lo sguardo di lui che si era improvvisamente animato.
Dopo quel giorno si rividero spesso, ritrovandosi al medesimo posto, alla stessa ora, quasi si fossero dato convegno. Lia ben presto si accorse che egli voleva s-t-u-d-i-a-r-l-a, e a sua volta non perdeva una parola dei discorsi di lui. Egli le raccont ch'era d'origine spagnuola: suo padre, medico, stabilitosi a Buenos Aires con la speranza di formarsi una buona clientela era morto giovane, d'un'infezione malarica, lasciando il figlio orfano e solo. Il ragazzetto aveva fatto di tutto; l'operaio, il fattorino, il tipografo, il correttore di bozze, poscia lo stenografo e il cronista. La sua natura un po' indolente lo portava a sognare con nostalgia l'Europa: da dieci anni viveva a Roma, e la sua giornata passava, altrettanto monotona quanto quella di Lia, tra il caff Aragno e la sala dei corrispondenti. Alla notte scriveva articoli di politica europea per i giornali di Buenos Aires; soffriva d'insonnia, e pi che i destini delle nazioni e le loro alleanze e le loro guerre, lo preoccupava l'avvenire di Salvador.
Un giorno, poich egli si lamentava dell'inettitudine della mulatta a educare il bambino, Lia gli domand perch non lo metteva in collegio o non lo affidava ad un'istitutrice.
Il vedovo odiava i collegi; pensava per ad una istitutrice. 
- Mi decider a cercarla se non riuscir a farmi amare da una donna che vuol bene a Salvador e che potrebbe fargli da madre.
Ella lo guard, timida e dolce, ma anche diffidente, e domand esitando:
- Chi sarebbe?
- Lei lo sa, signorina!
Lia chin gli occhi, e prima di rispondere parve raccogliersi, interrogando un'ultima volta il suo cuore. Justo non cessava di guardarla, e il viso di lei, illuminato dal sole, gli parve rischiarato da una luce interna.
- Lia, - preg, timido come un fanciullo, - mi risponda...
- Allora, senta, se non le dispiace, parliamo sul serio, - ella disse finalmente. - Sa lei chi sono? Sono orfana e povera: sono ignorante.
- Se lo fosse non lo direbbe! Ma ella forse vuol dirmi che anch'io non sono un grand'uomo, n celebre, n ricco!
Lia si mise a ridere.
- Sarebbe bella che io pretendessi tanto. Lei mi onora fin troppo... volendomi bene, abbassandosi a me!
E il ricordo dello zio torn ad oscurarle il viso.
- Mio zio, - ricominci, imbarazzata, - non sar forse troppo contento che io lo abbandoni cos. Ma bisogna scusarlo...  vecchio,  originale e malato... Io non ho altri parenti che lui; sono sola e povera, le ripeto...
- Se non vuol farmi dispiacere non insista! L'essenziale  che ella mi voglia bene, e che voglia bene al mio bambino.
- Questo s! Questo s! - mormor Lia con fervore. - Ho voluto bene a Salvador fin dal primo giorno che l'ho conosciuto. Oh, stia sicuro per questo, sapr educarlo, guidarlo. Sar felice di aver finalmente uno scopo nella vita:  questo il mio sogno. Da ragazzetta sognavo di diventar maestra perch, nel mio paesetto, non vedevo altra possibilit di rendermi utile agli altri ed a me stessa. Passavo per un'originale ed ero antipatica a tutti. E forse lo sono ancora...
- A me no!
Lia tacque, sembrandole ch'egli l'ascoltasse, al solito, benevolo ma anche un tantino ironico. Vedendola pensierosa, egli per le disse:
- Io non capisco perch lei parla sempre di s con disprezzo: si direbbe ch'ella non conosca s stessa, le forze occulte, le bellezze, la luce che nasconde la sua anima. Mi d l'idea di uno che si ostina a tener chiuse le finestre della sua casa, e rimane al buio, mentre fuori una luce meravigliosa inonda l'aria. Apra, apra un po' le finestre, Lia, non dica che  povera e ignorante, mentre  ricca di fede e di intelligenza...
Ella ascoltava, pallida, commossa: se egli le avesse rivolto le pi ardenti frasi d'amore non si sarebbe turbata cos. E cominci a raccontargli il suo melanconico passato, e com'era giunta a Roma col sogno di cambiar vita.
- Ma mi trovai come davanti a un muro insormontabile. Mio zio  buono,  intelligente; ma non mi ama abbastanza per capirmi. La mia vita, qui,  simile a quella che conducevo al mio paese: i giorni passano ugualmente inutili...
- Ebbene, non passeranno pi cos... se ella vorr!...
- Oh, se lo vorr! - ella disse, alzandosi.
Era tempo di andarsene: il sole era tramontato, e solo un angolo della vasca brillava, come se dentro l'acqua ardesse un lume. Justo prese Lia per la vita, ed ella, nonostante il terrore che provava pensando a suo zio, lasci fare: e cos se ne andarono, attraverso i viali pi solitari, sotto l'occhio della luna che saliva grande e rosea sul cielo verdastro.
Lia non dimentic mai quella sera: sentiva un'ebbrezza profonda, non perch aveva trovato un uomo che la amava, ma perch quest'uomo le prometteva una vita nuova. Le pareva di esser gi un'altra donna; di essersi liberata da un laccio.
Ritornarono assieme a casa, passando sotto le mura illuminate dal crepuscolo glauco e rosso; le foglie cadevano dagli alberi, gialle, simile a fiori appassiti; in lontananza i cristalli delle finestre brillavano come lastre di smeraldo; tutto era dolce, luminoso e melanconico come l'amore di Lia.
- Allora a domani, - disse Justo, camminandole a fianco con la sua andatura un po' lenta e quasi stanca. - Porter a suo zio tutti i miei documenti, perch prevedo che per lui le sole mie parole non basteranno!
L'ingresso e la scala del palazzo erano deserti: i due fidanzati salirono assieme e quando furono davanti all'uscio di Lia Justo la strinse a s e la baci sulle labbra: e lei non protest per paura che lo zio la sentisse.

*

L'indomani Justo mand la mulatta a domandare se il cavalier Asquer poteva riceverlo; la donna and, cupa in viso, e rispose con aria tragica che il cavalier Asquer, sebbene si sentisse poco bene, avrebbe ricevuto il signor Villanueva alle tre pomeridiane.
Lia, in camera sua, aspettava inquieta, oppressa da un triste presentimento: lo zio non aveva aperto bocca; ma ov'egli passava, trascinando il suo piede e il suo bastone, si spandeva come un'aria di temporale: ella pens di scrivere a Justo pregandolo di rimandare ad un altro giorno la sua visita, ma non ne ebbe il coraggio, e neppure os muoversi quando egli suon. Costantina corse ad aprire e fece passare Justo in salotto: subito dopo il picchietto del bastone dello zio risuon nel corridoio. Lia sent un'angoscia profonda; con uno sforzo di volont riusc a calmarsi, e in punta di piedi and nella sala da pranzo, che comunicava col salottino. Costantina stava gi ad origliare; ma appena vide la padrona le corse incontro, l'afferr per le braccia e le mormor sul viso:
- Signorina!  venuto per chieder la sua mano!
- Va, va! - supplic Lia, appoggiandosi all'uscio, con la testa bassa e le braccia abbandonate lungo i fianchi quasi stesse per svenire. 
Lo zio Asquer parlava con un accento che Lia non gli conosceva ancora: con voce sorda, che egli invano cercava di rendere fredda e sarcastica.
- Tutto questo va bene: ma, caro signore, pensi che lei ha un bambino e che anche Lia  una bambina. Essa non conosce le difficolt della via, e tutto perci le sembra facile: oggi ama il bambino perch  carino, grazioso, perch non le d fastidio e perch... insomma, i bambini piacciono a tutti. Ma domani... domani, diventando matrigna, il fanciullo le apparir sotto un diverso aspetto... Non so se Lia potr assumersi la responsabilit di educarlo, di compatirlo... Lei mi capisce... E non so se Lia sappia...
- Capisco. Ma la signorina sa tutte queste cose, e a sua volta le capisce benissimo, e accetta coscientemente tutte le responsabilit che il suo nuovo stato necessariamente le porter.
Segu un inquietante silenzio.
- Ah, Lia sa? Dunque... sa?
- Eh, certo! Vuole che io venissi qui senza prima aver interrogato la signorina Lia?
- Ha fatto bene! mia nipote per, ne convenga, doveva anche avvertirmi. Ci avrebbe forse risparmiato uno sgradevole colloquio. Perch io, glielo dico francamente, sono contrario a questo progetto.
- Per quali ragioni?
- Anzitutto la differenza d'et. Lia ha poco pi di vent'anni, lei avr passato i quaranta...
- Non ancora, cavaliere! - disse Justo con voce sarcastica.
- Eppoi il bambino, le ripeto! Eppoi la differenza di condizione, di educazione, di abitudini, di princip, fra lei e mia nipote, eh, eh...
A questo punto lo zio Asquer fu assalito da una tosse nervosa e stridente che gli imped di proseguire; per rispondere Justo aspett che la tosse cessasse, e cos passarono di nuovo alcuni momenti di silenzio imbarazzante, penoso. Finalmente la tosse diminu, senza cessare del tutto, e il pretendente disse con voce mutata:
- Se si cercassero sempre queste cose, pochi matrimoni si combinerebbero. D'altronde non credo esista questa grande differenza. Io ho sempre fatto una vita modesta, tranquilla, e non credo che la signorina Lia possa, cambiando stato, cambiare abitudini. Sono anzi certo che fra me e lei esiste una grande affinit di gusti, di sentimenti, di aspirazioni. Non si meravigli se... alla mia et... parlo ancora di aspirazioni. Se son qui, - aggiunse con finezza, - vuol dire che ne ho ancora...
- Le condizioni... le condizioni... economiche... - ricominci lo zio con voce stridente; ma di nuovo la tosse gli imped di proseguire.
Lia fu assalita da un'agitazione nervosa: le parve che lo zio tossisse apposta per non spiegarsi bene e per non permettere all'altro di spiegarsi.
Infatti Justo taceva di nuovo.
- Ma perch lo zio non vuole? - ella si domandava. - Perch? Si direbbe che egli lo faccia per dispetto.
E come un'ombra cupa la avvolgeva.
A un tratto squill il campanello del salotto e Costantina, che era andata ad origliare all'uscio del corridoio, entr senz'altro, presa anche lei da un vago presentimento.
- Portami un po' d'acqua, - disse il vecchio.
Ella corse in sala da pranzo, prese il bicchiere, s'avvicin a Lia.
- Se lo vedesse com'!  livido in viso dalla rabbia.
Gli port l'acqua, ma la tosse non si calm. Justo taceva, e Lia, appoggiata all'uscio, rabbrividiva di angoscia, come se l dietro si svolgesse, non una semplice discussione per una domanda di matrimonio, ma una scena dolorosa.
Finalmente il vedovo, sempre pi timido, riprese quasi sottovoce:
- Se ella parla delle condizioni economiche del nostro futuro mnage, sono in grado di rassicurarlo completamente. So che la signorina Lia non possiede niente. Ma io sono in grado di mantenere decorosamente una famiglia.
- E poi? - domand il vecchio. - Appunto perch Lia non ha niente e in caso di sventura non sarebbe capace di guadagnarsi da vivere, appunto per questo essa ha bisogno, per crearsi una famiglia, d'una posizione sicura...
- Io non penso a morire, per quanto non sia giovanissimo come il marito ch'ella desidera per la signorina Lia...
- Non siamo noi che pensiamo alla morte, caro signore!  la morte che pensa a noi... Eh, eh, eh...
Fu riassalito dalla sua tosse strana, che per cess subito completamente. Ma un'esclamazione di Justo, un suo lieve grido di sorpresa e di dolore, fece sobbalzare Lia.
Qualche cosa di spaventoso doveva essere accaduto dietro l'uscio. Ella apr ed entr. Curvo su un fianco, col gomito affondato sul divano, la testa riversa, il bastone fedele abbandonato sull'altro fianco, lo zio Asquer giaceva svenuto. Il suo viso paonazzo e contorto pareva sogghignasse, ad occhi chiusi, a bocca aperta. Si vedeva l'oro dei suoi denti falsi, e alcune goccie di saliva gli inumidivano i baffi.
Curvo su lui Justo cercava di sollevarlo: non parlava, ma un tremito gli agitava le mani.
- Dio, Dio,  morto? - disse Lia a bassa voce, ancora paurosa che lo zio la sentisse.
- No, no. Non si spaventi. Lasci far a me: bisogna che la testa stia gi. Poi correr per chiamare il medico.
La respinse, sleg la cravatta e tolse il colletto al vecchio; poi cerc di adagiarlo a testa bassa sul divano. Il bastone scivol sul tappeto e Lia si chin, lo raccolse, lev i cuscini che ingombravano il divano: n lei n Justo pronunziarono pi una parola.
Quando il vecchio fu adagiato alla meglio, il vedovo usc rapidamente per andare a chiamare un medico; allora Costantina entr, si accorse della disgrazia e il suo grido acuto risuon per tutta la casa.

5.

Lo zio Asquer visse ancora qualche mese, ma quasi completamente paralizzato: non riusciva che a far qualche passo, sostenuto da Lia e da Costantina, e parlava a stento. Spesso, irritandosi contro la sua impotenza, arrossiva, batteva il bastone per terra e piangeva infantilmente di rabbia.
Ormai la maschera era caduta; egli non fingeva pi, non lottava pi, vinto dalla fatalit misteriosa tanto temuta e invano scongiurata.
Del matrimonio di Lia non si parlava pi; pareva che lo zio Asquer avesse completamente dimenticato la visita di Justo, il discorso interrotto in modo cos tragico; e i fidanzati, quasi presi dal rimorso di aver causato loro la disgrazia, e d'altronde sapendo l'infermo condannato a morir presto, per non irritarlo non lo molestavano pi.
Fu un inverno lungo e triste per Lia. Ella non usciva mai perch lo zio s'irritava quando ella era assente; e lo stato di lui le dava un senso di oppressione; tutto le appariva triste, pauroso, come se la morte si nascondesse negli angoli della casa; lo stesso suo amore per Justo e la speranza di cambiar presto vita, non la rallegravano pi. Protetti da Costantina, i due fidanzati si vedevano di notte, quando il malato era gi a letto: Justo entrava e usciva come un ladro, senza far rumore, e siccome lo zio Asquer spesso si svegliava agitato, quasi conscio della presenza di un estraneo in casa sua, e chiamava Costantina domandandole chi c'era, i due fidanzati parlavano sottovoce, seduti in un angolo nella penombra della sala da pranzo. Il loro discorsi non erano sempre allegri; essi non osavano parlare dell'avvenire, e quindi risalivano sempre al passato; ma a Lia pareva che solo i ricordi evocati da Justo fossero interessanti. Quando per egli raccontava qualche sua avventura amorosa, ella provava di nuovo un senso di solitudine, di abbandono: di nuovo, come quel giorno davanti alla fontana, l'uomo sedutole accanto le sembrava uno sconosciuto, un compagno di passaggio; ed ella si credeva una delle figure di cui egli rievocava l'immagine gi lontana e sbiadita.
Costantina origliava dietro l'uscio e i suoi grandi occhi neri brillavano nella penombra, maliziosi e sognatori. Quando il padrone la chiamava e la interrogava sospettoso, per vendicarsi della diffidenza di lui ella s'attardava nella camera lasciando liberi gli innamorati: Justo naturalmente ne profittava per stringer a s la fidanzata riluttante e baciarla sulle labbra. Ma neppure allora Lia si sentiva unita a Justo come aveva sognato; il pensiero dello zio che soffriva, e tutto ci che v'era di ignoto e di estraneo a lei nel passato del vedovo, la separavano da lui.
In marzo egli stette alcuni giorni a letto con una lieve bronchite, e Lia and a trovarlo nella sua camera. Allora lo sdegno geloso lungamente represso della signora Rosario scoppi implacabile: senza dirne il motivo ella dichiar che se ne sarebbe andata alla fine del mese; e siccome Justo si lament con Lia, Costantina al solito si immischi nella faccenda e dopo aver tentato invano di convincer la mulatta a rimanere, la caric d'insulti e minacci di romperle la testa. O per la paura delle minaccie o per vendicarsi delle offese, la governante se ne and all'improvviso, prima del giorno fissato.
Costantina s'incaric di accompagnare Salvador a scuola, e si aggir tutto il giorno nelle strade attorno a via Sallustiana con la speranza d'incontrar la mulatta: ma la donna era sparita e non si seppe pi nulla di lei. Bisognava pensare alle faccende pi urgenti. Lo zio Asquer brontolava accorgendosi che qualcosa di spiacevole succedeva intorno a lui. Fremente, con gli occhi torvi scintillanti, Costantina lo aiut ad alzarsi, lo lav, lo vest, e dopo averlo adagiato sulla poltrona gli fece un inchino, coi pugni sui fianchi.
- A quanto pare v-o-s-t- non pu fare a meno di me! Costantina m-a-l-a, Costantina stupida, 
e intanto non si pu andar avanti senza Costantina. E se io scappo, come si fa, v-o-s-t-, dica, per piacere?
- C' Lia, - egli rispose infantilmente.
Ella replic gli inchini, facendo cenni di saluto con la testa.
- C' Lia, vero? s, c' Lia! V-o-s-t- se l'ha fatta venir qui per riserva, s; ma crede lei che s-i-g-n-o-r-i-c-c-a sia un pezzo di sughero?  di carne e d'ossa, anche lei, ed  giovane, ed  bella, e ha il diritto di fare quello che fanno le altre. Quanto vuol scommettere v-o-s-t-, che scappa s-i-g-n-o-r-i-c-c-a? Qui non si pu pi vivere.
Il vecchio non sopportava queste scene; cominci a battere il bastone per terra, e il suo viso si contrasse tutto da un lato, dolorosamente.
- Se essa sca... poich... poich... scappa, - grid con angoscia e con rabbia, - la colpa sar tua!... e, e... io...
- La colpa sar mia? - ella disse ridendo con inconscia crudelt. Ma il vecchio prosegu, tragico e minaccioso:
- Io mi accorgo di tutto, sai! Vedo tutto: so tutto quello che fate. Vi siete incontrate bene, le due capre selvatiche. Vi siete messe in mente di farmi morire prima del tempo; ma una cosa ti dico, Costantina. Tu credi ai morti. Ti tormenter il mio fantasma.
Ella credeva ai morti. Cadde in ginocchio davanti al padrone e gli baci la mano.
- Mi perdoni, padrone mio! Sono fuori di me dalla rabbia. La mulatta, quel cane nero rabbioso,  fuggita senza neanche dire addio al bambino... E quelle son le serve fini, pagate come maestre: e quelle son le donne di fiducia! Ma Costantina non appartiene a questa gena. Io non lascer il mio padrone, no, a costo di crepare. Ma anche v-o-s-t- sia buono. Perch non vuole che s-i-g-n-o-r-i-c-c-a si sposi? Quando si tratta di simili faccende non bisogna aspettare perch non si sa mai quello che pu succedere... S-i-g-n-o-r-i-c-c-a  brava,  buona, ma v-o-s-t- non le vuol bene, lei non vuol bene a nessuno.
Il vecchio, gi calmatosi, brontol:
- Perch nessuno mi vuole bene...
- F-a-u-l-a! 1 Se non le volessimo bene non staremmo qui, ai suoi ordini. S-i-g-n-o-r-i-c-c-a si consuma in silenzio, piuttosto che darle dispiacere, ma v-o-s-t-  cieco e sordo.
Con meraviglia ella vide che il padrone non solo non s'inquietava oltre, ma chinava la testa, come colpito dai rimproveri e dalle osservazioni di lei. Finalmente mormor:
- Anche la madre di Lia ha voluto sposare un uomo che non amava: poi s' pentita, ma era tardi. Lia non pu amare quell'uomo...
- F-a-u-l-a! - ripet la serva. - S-i-g-n-o-r-i-c-c-a  innamorata.
- Va chiamarla!
Quando Lia entr, fermandosi davanti a lui come in attesa di ordini pi che di parole amorevoli, egli sollev il viso e i suoi occhi smorti ripresero per un momento la loro antica felicit. Ella era pi bella del solito: un attillato vestito di flanellina rossa e una catenella d'oro al collo bastavano per renderla elegante e dar risalto alla sua grazia orientale: lo zio parve guardarla con meraviglia e accorgersi solo allora del cambiamento di lei.
- Te l'ha regalata lui? - domand, accennando alla catenella.
E subito, mentre Lia toccava il piccolo dono e arrossiva, egli torn a curvare la testa e disse:
- Perch, Lia, mancate di confidenza? Mi considerate gi come morto?
- Zio, zio! - ella grid con impeto, ma tosto si domin, e aggiunse: - voi non volete... voi avete respinto la domanda...
- Che domanda?
- Non ricordate, zio? - ella disse, sorpresa. - Quel giorno che... vi sentiste male?... Volete che egli ripeta la domanda?
- Eh, c' bisogno? Non fate gi quello che vi pare e piace?
Ella s'irrigid: avrebbe voluto parlargli con dolcezza, ma non poteva.
- Zio, - disse, fredda e sincera, - vi domando perdono: s,  vero, ci siamo fidanzati. Egli  buono e mi vuol bene: che devo aspettare, che devo pretendere di pi?
- Pensa bene a quello che fai, Lia! - egli riprese, a testa bassa, come parlando al suo bastone. - Sei certa di amarlo? Potresti pentirti, dopo, pensaci bene.
- Io lo amo, zio! Lo amer sempre.
- E suo figlio?
- Sar mio figlio.
Egli sollev gli occhi e scosse la testa; solo dopo un lungo silenzio disse:
- Forse era meglio che tu non fossi venuta a Roma.
- No, no, zio! Laggi sarei morta!
- Si muore anche qui! tutto finisce.
Batt il bastone sul pavimento, abbass le palpebre e non parl pi: e a Lia parve che col suo stesso aspetto egli volesse dimostrarle la realt delle sue parole.
- Si muore s... ma... dopo aver vissuto... - ella mormor, e avrebbe dato un anno di vita per poterlo confortare, chiedergli perdono e con carezza fargli dimenticare ch'egli era gi morto, mentr'ella cominciava appena allora a vivere; ma non poteva, come se un cristallo infrangibile le impedisse di aver contatto con lui. Usc, rientr, per tutto il giorno fu inquieta e triste. Finalmente verso sera riordinando alcuni oggetti, lo zio Asquer all'improvviso le domand con dispetto:
- E dunque... si pu almeno sapere quando vi sposate?
- Niente  deciso, zio!
- Giacch dovete farlo, fatelo subito; non aspettate la mia morte.
Ella usc nel corridoio e si mise a piangere di rabbia e di dolore: egli la segu con gli occhi, senza sollevare la testa, mentre un tremito gli torceva la bocca; poi riprese a battere ostinatamente il bastone sul pavimento e quel picchietto eguale, quasi ritmico, parve calmarlo.

*

Justo e Lia si sposarono verso la fine di aprile. Accompagnati solo da due corrispondenti di giornali esteri si recarono a piedi alla chiesa di San Bernardo e di l presero una carrozza e andarono al Campidoglio.
Era una mattina dolce, velata; Lia, mentre la carrozza attraversava le vie e le piazze inondate di una luminosit argentea, si guardava attorno con curiosit, sentiva l'odore delle gaggie e delle rose, e ricordava il giorno del suo arrivo. Roma le era ancora sconosciuta, e cos il mondo e la vita. I due testimoni e lo sposo parlavano in inglese e spagnuolo; ed ella, che capiva solo qualche parola di quest'ultima lingua, si sentiva, anche in quel giorno, lontana da tutti, abbandonata a s stessa. Per confortarsi pensava a Salvador sembrandole di vederlo, saltellante e gorgheggiante nella casa del moribondo zio Asquer, come un uccellino in un cimitero. Il bambino infatti dava molto da fare a Costantina mentre questa preparava la colazione: appunto come gli uccelli egli provava una speciale ripugnanza a posare i piedi per terra; le sedie, i divani, i tavolini e i cardini degli usci erano i suoi punti d'appoggio preferiti. Per farlo star quieto Costantina lo incaric di sgranare i piselli, e per qualche momento regn una pace profonda, quasi inquietante.
- Salvador, cuoricino mio, che fai?
Egli taceva: ella and a vedere e trov un mucchio di buccie e nel grembiale turchino del bimbo solo due o tre granellini di piselli...
- Ah, - grid disperata, meglio aver a che fare con le bestie feroci che con bambini della tua et!
Meno male che il padrone, quella mattina, se ne stava quieto in camera, a testa bassa, con le mani appoggiate al bastone. Ogni tanto Costantina correva da lui, chiudendo l'uscio del corridoio perch i trilli di Salvador non arrivassero fin laggi.
Una forte scampanellata la fece trasalire, mentre appunto mandava indietro il bambino che voleva introdursi nella camera del malato. Gi gli sposi di ritorno? Apr e una macchia rossa, un forte profumo di rose la colpirono.
- Manda la signora Bianchi, - disse un giovine cameriere vestito come un damerino. Salvador gli sorrise e Costantina dovette spalancare la porta, tanto il cestino delle rose era grande.
- Son vere? - ella domand a Salvador che gi odorava e toccava le belle rose di velluto rosso pi grandi del suo viso. Alcune pendevano fuor del cestino e parevano curvate dal peso stesso dei loro grandi petali carnosi come labbra.
Costantina le port in camera del padrone, spingendo l'uscio col piede: all'urto il vecchio si scosse; sollev gli occhi smorti e all'improvviso, come riflettendo la porpora delle rose, il suo viso si color e persino il bianco dei suoi occhi si ven di sangue.
- Le manda una signora ricca, la signora Bianchi...
-  amica n-o-s-t-r-a, - disse Salvador con orgoglio, senza per avanzare dall'uscio.
- Le lascio qui?
Il vecchio non rispose, come clto da uno stupore: per paura che Salvador entrasse, Costantina si affrett a deporre il cestino sul tavolo accanto al padrone e corse via trascinandosi addietro il bambino.
- Da noi, in Sardegna, - cominci a raccontargli per distrarlo, - s, da noi si mandano mazzolini di fiori, agli sposi, ma sai come? Per tappo a belle bottiglie di vino forte. Se si mandassero fiori soli, cos, per quanto belli, la gente riderebbe: e che in uno sposalizio si mangiano fiori?
Lo zio Asquer intanto fissava le rose, e come destati dal loro profumo quasi irritante, ricordi e fantasmi sorgevano intorno a lui. Una figura di donna, alta e bruna come Lia e vestita come lei nei primi giorni dopo il suo arrivo, entrava lieve nella camera bianca e triste, si curvava a scegliere una rosa e gliela porgeva.
Vera immagine di un cuore di donna, dalle cento foglie piegate e ripiegate, dai cento angoli misteriosi, rossa di tutti gli ardori, bruna di tutte le ombre, coperta di rugiada e di polvere, pronta a macchiarsi, a sfogliarsi, a mutar il profumo in cattivo odore, e inaridirsi e imputridire, la rosa vellutata aveva sempre destato nello zio Asquer un fascino doloroso. La figura dell'unica donna da lui amata sorgeva dalla rosa, come la fata della leggenda, e il ricordo lo colmava ancora di tenerezza e di umiliazione. Egli era stato amato e rifiutato: la donna aveva tradito un altro uomo per lui e lui per quell'altro: e nello stesso modo s'era comportata verso di lui un'altra amante che egli aveva adorato con tutte le sue forze, senza mai riuscire ad ottenerne i favori: la vita.
Ed ora anche Lia lo abbandonava, anche lei senza aver mai capito di quale amore egli fosse capace, e per un uomo che ella non amava. S, come quell'altra; e per una raffinata ironia del caso ecco le rose fatali riapparivano, grandi, moltiplicate, tutte unite l davanti a lui con le loro pieghe, le loro ombre, le loro labbra fredde e crudeli.
I suoi occhi si riempirono di lagrime, e una di queste scivol lungo la sua guancia e cadde sull'anello della sua mano morta. Bast questo per richiamarlo dal suo sogno: asciug l'anello sul tappeto del tavolo e ricominci a battere il bastone sul pavimento, di qua e di l, fin dove poteva arrivare, come se schiacciasse qualche insetto che gli sfuggiva. Il suo viso esprimeva ironia e ribrezzo: ma dopo alcuni momenti anche questa crisi nervosa pass, e quando Costantina rientr egli era calmo, di nuovo con la testa bassa e le mani appoggiate al bastone.
- Come tardano! - disse la serva. - devo lasciarlo qui, questo cestino? Le d noia?
Egli accenn di lasciarlo: andata via lei trasse di saccoccia una chiavetta dorata e apr a stento il cassettino del tavolo, guardandovi dentro a lungo. Era pieno di carte, di lettere, di plichi: egli prese uno di questi, giallo, coperto di grandi sigilli rossi, lo volse, lo pes con la mano, lo rimise: sollev poi l'angolo di un'altra busta e ne trasse un involtino di carta velina. Eccola, la rosa morta era l, coi petali ridotti in cenere rossiccia, il gambo e il calice simili a frammenti di legno corroso: le spine soltanto erano ancora intatte!
Dopo la rosa fu la volta di un foglio azzurrognolo, ingiallito dal tempo, che conservava le traccie delle ostie color di rosa con cui era stato chiuso in forma di busta. Il vecchio lo svolse, piano piano, con la mano non inferma, e rilesse le poche righe scritte con minutissimi caratteri gotici:

Caro Luigi,

 inutile e doloroso insistere. La fatalit ci ha rivelato troppo tardi i nostri sentimenti...
Io mi considero gi come legata all'uomo che ha la mia promessa di fedelt, e morrei prima di tradirlo. Addio, addio; perdonami; tutto dev'essere finito in questa vita! Forse c'incontreremo in una vita migliore; questa  l'unica speranza che m'incoraggia a vivere.
Addio per sempre.
SIMONA

Aveva appena finito di leggere quando sent rientrare gli sposi: Salvador rideva, nascosto dietro un uscio, Costantina gittava alcuni chicchi di frumento sulla sposa, gridando:
- Buona fortuna, buona fortuna!
Egli si affrett a rimettere il foglio dentro la busta, ma per quanti sforzi facesse non riusc a chiudere il cassetto. Un frusco attravers come un lieve soffio di vento il corridoio, e Lia, vestita di bianco e con un cappello di violette, s'avanz rapida e si curv per baciarlo. Ma egli, arrabbiato col suo cassetto, non le bad, ed ella ebbe tempo di vedere il plico giallo coi sigilli rossi: pens che quello fosse il testamento di lui, e ancora una volta si sent come respinta da un soffio gelido e si sollev senz'aver potuto baciarlo.

*

Nel pomeriggio gli sposi e Salvador partirono per Anzio. Fu un viaggio di nozze molto sereno; solo di tanto in tanto Lia s'inquietava perch il bambino si sporgeva dal finestrino dello scompartimento, e Justo pensava allo zio Asquer che si era mostrato, anche in quel giorno, indifferente e quasi ostile e non aveva badato alle proteste di affetto e alle promesse del suo nuovo nipote.
Ad Anzio andarono ad abitare in una casetta sul molo. Il luogo era dolce e romantico: un balcone della casetta guardava sul porto verde e quieto come un prato chiuso dalla cornice della riviera violacea disseminata di ville bianche e rosee: dal lato opposto una terrazza si sporgeva sul mare melanconico le cui onde luminose si frangevano contro i blocchi bianchi del molo e pi che infuriarsi pareva si divertissero per l'ostacolo che metteva fine al loro monotono andare. Le case nere, con le loro piccole finestre irregolari, i balconi di ferro arrugginiti, la torre che sorgeva allora in principio del molo, davano a quell'angolo di spiaggia un aspetto romantico; Lia si sporse alla terrazza e le parve di essere in un vecchio castello in riva al mare, luogo propizio a un idillio melanconico.
Verso sera mise a letto Salvador, chiacchierando e scherzando come se in vita sua non avesse fatto altro che trattar bambini, e s'indugi presso il lettuccio vinta dall'arcano timore di trovarsi poi sola con suo marito.
Suo marito! Ella non poteva convincersi ancora di non esser pi sola davanti alla vita.
Salvador chiacchierava addormentandosi, e i suoi occhi si spegnevano come stelle al tramonto mentre il suo visino delicato, le sue manine brune, tutto il suo corpicino agile e liscio aveva alcunch di molle e di tenero, come un fiore che comincia ad appassirsi.
Justo andava dal lettuccio al balcone, e quando la sua figura si disegnava nera sullo sfondo glauco, nel vano della finestra. Lia sollevava gli occhi e lo guardava con inquietudine. A che pensava egli? Non ricordava un'altra sera lontana, un'altra donna amata? Quando Salvador chiuse gli occhi, ella s'avvicin in punta di piedi al balcone, quasi paurosa d'interrompere i sogni di suo marito: egli la prese per la vita, ma continu a fissare i lumi che si accendevano qua e l e si riflettevano nell'acqua verdognola del porto, tra la rete degli alberi dei velieri e l'ombra delle paranze. Figure nere sorgevano sull'orlo chiaro della banchina, come disegnate sullo specchio dell'acqua: una fisarmonica suonava in lontananza, con un motivo monotono e nostalgico che ricordava a Lia il suo paesetto, la sua brughiera; e le stelle apparivano ad una ad una sul cielo verde sempre pi chiare e numerose come se la terra si avvicinasse lentamente a loro nell'infinito.
E Lia ricordava il palmizio, le notti della landa, il cielo sardo, il silenzio del paesaggio pieno di grandiosa desolazione. Tutti i suoi sogni s'erano avverati. Ella era davanti a uno dei pi bei paesaggi del mondo; aveva uno sposo, una famiglia. Ma un crepuscolo strano, fatto di luminosit sul mare, le velava l'anima. Ella era certa che il pensiero di Justo, in quel momento, non le apparteneva intero. Egli pensava certamente al passato, a un'altra donna: e anche fra le braccia di lui ella sentiva un s-e-n-s-o di abbandono e anelava a qualcosa di ignoto come quando fanciulla, sognava nel crepuscolo della brughiera.

6.

Giorni quieti e deliziosi passarono.
I due sposi si amavano senza eccessiva passione, e Lia non si faceva illusioni su Justo, il quale d'altronde si mostrava qual era, un uomo cio non pi giovane, un po' esaurito cerebralmente e fisicamente, ma bonario, calmo, lavoratore: il vero capo di famiglia.
Una cornice di poesia rallegrava la loro modesta luna di miele, e Salvador distraeva Lia dalle sue prime impressioni di sposa, dandole con le sue carezze, le sue moine e le sue monellerie un senso di freschezza, di giocondit e talvolta anche di sorpresa.
Ella vedeva nel bimbo tutto un mondo nuovo: le astuzie, le bugie, e nel medesimo tempo la logica e le pretese morali di Salvador la interessavano quasi quanto i discorsi di Justo. E lo amava come una vera madre, cio anche fisicamente, e tutte le supreme bellezze di quel piccolo corpo nuovo, lo splendore degli occhi, dei dentini, della pelle purissima, il profumo dell'alito che sapeva di latte e di vainiglia, la grazia del sorriso e del pianto, tutto le dava un senso di gioia e pareva volesse ricompensarla di quanto mancava allo sposo gi un poco appassito. Salvador li accompagnava nelle loro passeggiate lungo la spiaggia o sui rialzi erbosi coperti di fiori: e rideva con le onde e il suo grido si confondeva con quello delle allodole: era come uno spirito di gioia che rendeva pi bello e pi vivo il paesaggio, e rianimava e riallacciava gli sposi quando la noia di quei giorni insolitamente oziosi cominciava a distrarli e a dividerli.
Un giorno, mentre scendevano alla spiaggia, il postino consegn a Justo una lettera col bollo di Roma, era di Costantina, che dava cattive notizie del padrone. Dopo la partenza di s-i-g-n-o-r-i-c-c-a egli  molto abbattuto; non parla pi e sta sempre a testa bassa. Sarebbe forse bene che s-i-g-n-o-r-i-c-c-a venisse a vederlo; poi potr tornarsene ad Anzio.
- Devo andare? - domand Lia inquieta.
- Torneremo tutti assieme.
Lia lesse e rilesse la lettera, divent pensierosa, ma non parl pi finch non arrivarono agli scogli sotto le grotte di Nerone. Era una sera luminosa; dalle colline arrivava il profumo della nepitella, e il mare d'oro e di viola era cos calmo che rifletteva nitidamente le paranze simile a grandi fenicotteri argentei con un'ala in aria e l'altra immersa nell'acqua.
- Egli ha paura di morir solo. - disse Lia, sottovoce, curvando la testa quasi per imitare l'atteggiamento dello zio. - Lo conosco. Avrei rimorso se egli morisse mentre noi siamo assenti. Dev'essere orribile finir la vita sole, abbandonati...
- Eppure  il destino di quasi tutti gli egoisti.
- Egli con me non  stato egoista, no, bisogna riconoscerlo! Non ha acconsentito a quanto volevo io? ed io non devo mostrarmi libera sempre che egli avesse bisogno di me... e di fargli un po' di compagnia in questi ultimi giorni... Dopo... dopo che egli non ci sar pi, io sar tutta per voi, Justo; per te, per Salvador... Te lo prometto.
Justo le accarezz le spalle con un gesto paterno.
- Se vuoi, cara, torniamo stasera stessa.
Ella si calm e gli strinse la mano.
- Grazie. Mi perdoni, vero? ma, tu lo devi capire, io sono riconoscente allo zio per molte ragioni. Egli pu aver dei torti verso di me, ma anch'io ne ho verso di lui... Devo considerare che s'egli non m'avesse chiamata a Roma io non t'avrei conosciuto, Justo! Eppoi io ho sempre in mente che noi lo abbiamo giudicato male. Forse non era egoista, come sembrava: ma la solitudine fa diventar quasi cattivi... io lo so. Ed egli  vissuto sempre solo, e nessuno gli ha voluto bene sul serio. Neppure io ho saputo affezionarmi a lui, neppure io, che avevo bisogno di protezione e di affetto...
- Dopo morte, tutte le persone ci sembrano buone! - egli disse per distrarla, col suo accento bonario non privo d'ironia. - Anch'io, quando sarai vedova, ti sembrer un eroe. Tu dirai: egli era un grand'uomo e non l'ho saputo conoscere! E a Salvador e ai nostri figli dirai: voi non immaginate neppure di qual grande uomo siete figli!
- Lo dir, s, se non morr prima di te!
- Ma figli, ne avremo? Quanti? Dieci?
- Io non lo so! - ella disse, quasi indispettita per l'accento di lui. - Per adesso mi basta Salvador.
Egli continuava a batterle la mano sulla spalla, e dopo un momento di silenzio riprese a scherzare:
- Salvador, Salvador! Si direbbe che tu hai sposato lui, non me, o che mi abbi sposato per lui!
- E perch no? tu stesso affermi che la donna  madre ancor prima di essere amante: i nostri primi giocattoli sono le bambole, mentre per voi sono i cannoni e i soldati...
- Le bambole vengon poi... - egli ribatt, senza mai prender troppo sul serio le parole di sua moglie. - Vedrai quante ne sceglier Salvador.
Il bambino giocava sulla spiaggia, piccolo e nero davanti al mare infinito: raccolse una perlina e la port a Lia.
- Grazie, - ella disse, baciandogli la palma della manina.
Salvador rise per il solletico, e Justo guard con piacere il bel gruppo della donna curva sul bimbo ridente.
- Lia, gli vorrai bene lo stesso quando avremo altri dieci figli?
- Dieci o dodici, egli sar sempre il primogenito!
E continuarono cos lungo la spiaggia dorata, un po' sorridendo, un po' ricordando lo zio che moriva, tessendo, fra le parole scherzose e pensieri gravi, la tela misteriosa dell'avvenire.
Al ritorno trovarono un telegramma di Costantina. Lo zio Asquer s'era aggravato, ed essi ripartirono la sera stessa.
Bench assistito amorevolmente da loro il vecchio mor scontento come era vissuto, e Lia rimase con la penosa impressione ch'egli se ne fosse andato senza perdonarle i suoi torti.
Prima di lavare e vestire il cadavere, Costantina, che non piangeva e non parlava, ma era livida in viso e di tanto in tanto emetteva un grido funereo come l'aveva appreso dalle prefiche del suo villaggio, consegn a Lia le chiavi che il padrone teneva sempre con s. Quando il morto fu portato via e la casa rientr in ordine, aprirono i cassetti, ma trovarono sole carte inutili e un foglietto nel quale il vecchio dichiarava la sua volont: mobili, biancheria, gioielli, tutto doveva esser diviso in parti eguali fra Lia e Costantina.
Il plico giallo coi sigilli rossi che Lia aveva intraveduto nel cassetto, il giorno delle sue nozze, era sparito: ella si sent umiliata per la disposizione testamentaria dello zio, che l'aveva messa al pari della serva, ma non si lament, anzi offr a Costantina di rimanere al suo servizio. La serva era cupa, inquieta, come se la visione della morte l'avesse profondamente colpita; ringrazi s-i-g-n-o-r-i-c-c-a, ma dichiar che non vedeva l'ora di tornarsene al suo paese e di ricomprare la casupola paterna, e mentre Lia conservava  con cura i vestiti, gli anelli, tutte le piccole cose che lo zio, in mancanza di altri affetti, aveva amato gelosamente, ella vendette la sua parte di mobili e di gioielli, pur, come aveva ben detto Justo, piangendo e rievocando la memoria del defunto come quella di un eroe.
- Egli era buono e generoso, s, s; era come quelle piante storte e bistorte e dal tronco ruvido, e che danno i pi buoni frutti...
- Vuoi dire di quelle piante dal cui legno si fanno i buoni mobili? - le disse Justo, canzonandola senza acredine.
Ella lo guard selvaggia.
- Lei scherza sempre, si sa, come fanno i giornali, che scherzano anche quando succede una disgrazia. Ma il mio padrone era buono. Lei non pu sapere tutto quello che lui ha fatto, no, non lo pu sapere...
- Forse non lo sai neppure tu!
Ella rimase ancora qualche giorno a Roma, decisa, per quante preghiere Lia le rivolgesse, a ritornarsene al paese. La somma ricavata dai mobili era meschina; Lia per pensava che lo zio avesse, prima di morire, consegnato alla serva qualche somma, o che Costantina, il cui contegno era oltremodo strano, se ne fosse impadronita senza permesso.
Partita la ragazza, parve a Lia che si chiudesse tutto un periodo, il pi importante, della sua vita: ma un po' per volta i ricordi si velarono, ed ella smise di guardare la porta e le finestre dell'appartamento ove era morto lo zio Asquer, e si lasci portare dalla corrente della nuova vita.

*

La nuova vita era dolce, tranquilla: tanto dolce, tanto tranquilla, che qualche volta sembrava quasi monotona, come un bel paesaggio veduto tutti i giorni e sotto una luce sempre mite ed eguale. Spesso Lia usciva dalla cerchia dorata ma ristretta delle sue abitudini, e seguiva Justo a teatro, alle prime grandi rappresentazioni, o in qualche salotto, o in qualche banchetto rumoroso di artisti e di letterati, ma non si eccitava, n si divertiva molto. Ella aveva vissuto troppo a lungo con s stessa per non dominare le sue fantasticherie, e aveva, come tutti i solitari, una visone della vita che andava al di l, al disopra delle apparenze. Justo le diceva che ella doveva scendere da una razza di eremiti; ella infatti vedeva il mondo come dalla cima d'una montagna; ma si spaventava alla sola idea di scendere, di mescolarsi alla folla, e il suo antico sogno di una vita attiva e proficua le appariva sempre pi inafferrabile. La sua vita non mutava. Riordinando l'ebbrezza dopo il suo primo colloquio con Justo a Villa Borghese, ne provava quasi vergogna. Che aveva fatto, dopo? Nulla; si lasciava cullare dalla vita; e se Justo e Salvador erano felice, lo dovevano pi alla indolenza che alla volont di lei.
Un giorno le arriv una lettera della zia Gaina: era la terza, dopo la sua partenza dall'isola; nella prima la donna si meravigliava della resistenza di sua nipote a vivere presso lo zio Asquer; nella seconda dichiarava di non esser contenta del fidanzamento di Lia, che ella avrebbe preferito veder sposa ad un impiegato governativo; adesso le chiedeva come passava la vita, se suo marito guadagnava abbastanza, se aveva bisogno di qualche cosa.
Se hai bisogno, dimmelo: per il poco che posso aiutarti sono sempre tua zia, quella che ti ha fatto da madre!
Quest'offerta umili e commosse Lia: le parve di esser ingrata verso la zia Gaina e per ricompensarla in qualche modo promise di andarla a visitare. In settembre, infatti, torn nell'isola. Aveva preso con s Salvador, e senza di lui si sarebbe forse annoiata nelle poche settimane che rimase presso la zia.
Lungo il viaggio ricordava la sua scatola legata con la cordicella, la cassettina dell'aranciata, i sogni che aveva portato dall'isola al continente... Dolci e semplici anch'essi come l'aranciata, erano stati egualmente derisi e cacciati a muffire in un cantuccio.
Sul villaggio polveroso e sulla brughiera, fino all'orizzonte, gravava il silenzio desolato che ella ben conosceva: le voci umane vi si smarrivano come gridi di uccelli, e Lia prov di nuovo l'impressione del deserto; ma le parve d'esser diventata pi alta; le cose eran piccole, davanti a lei, e lo stesso palmizio s'era incurvato, rimpicciolito come un vecchio.
I gridi di Salvador riempirono di vita il luogo triste e morto: appena arrivato and a molestare le galline, poi si ficc in mezzo ai cespugli, come una lepre liberatasi da un luogo chiuso, e Lia cap subito che la sua pi grande occupazione sarebbe stata quella di corrergli appresso.
La zia Gaina, nera e jeratica, col viso inquadrato dalla banda nera e le mani sotto il grembiale, ritta sulla soglia della casetta guardava quasi con ostilit il bambino e trovava ridicolo che Lia si preoccupasse tanto per un monello simile, suo figliastro per giunta.
- Egli ti dar del filo da torcere, - le disse, raggiungendola sotto il palmizio. - Ah, i figli altrui! Non bisogna mai occuparsene.
- Voi per ve ne siete occupata!
- Era altra cosa. Raccontami, adesso...
Lia le raccont ingenuamente tutte le sue avventure dopo l'arrivo a Roma, la storia del suo matrimonio, la morte dello zio: e con sorpresa osserv che al ricordo di questi la zia Gaina, che aveva un gran rispetto dei morti, non solo non brontolava pi, ma non trovava nulla a ridire neppure per il generoso lascito alla serva.
- Eh, tu lo avevi abbandonato, e in quello stato, poi!  gi molto se egli si  ricordato di te! Egli poi, mi hai detto, era scontento del tuo matrimonio. Ed io, sia lodato la sua memoria, non so dargli torto: non si sposa un uomo con figli, che non ha patrimonio sicuro!
Lia ricordava lo spirito di contraddizione della zia, e non volle discutere: solo domand:
- E con chi mi sposavo, allora?
- Partiti non te ne sarebbe mancati, rosa mia. Persino qui qualcuno pensava a te.
- Ah, s, il maestro?  ancora vivo?
- E perch dovrebbe esser morto? Non,  poi tanto vecchio; a quel che posso capire, anche tuo marito non ha vent'anni.
- Li ha passati, certo! - disse Lia, animandosi. - Ma  ancora giovane, forte, vigoroso.
Ella esagerava, per amor proprio, perch veramente Justo era sempre malaticcio e stanco. Del resto la zia non pareva convinta: con le mani sotto il grembiale, rigida e impassibile in apparenza, fissava Salvador che costruiva una casupola di sabbia, e continuava a brontolare:
- Tuo marito quanto guadagna?
- Cinquecento lire.
- All'anno?
- Al mese.
La donna allora parve colpita: cento scudi, al paesello, rappresentavano una grossa rendita annua. Ma poi ricord che il maestro diceva: a Roma, per vivere bene, occorrono cento lire al giorno, e nascose la sua meraviglia.
Lia aggiunse:
- Come vedete, non moriamo di fame.
- Di fame non muoiono neppure i mendicanti, consolazione mia. Certo, per, per comprare tutto, dal sale all'olio, ce ne vuole. Le provviste non abbonderanno, in casa tua. Dimmi un poco, ti avanzano molti denari alla fine del mese?
- Non molti,  vero.
- Se voi viveste qui, forse, potreste risparmiar bene; - riprese la zia; ma subito ella stessa cap che per un corrispondente di giornali americani quel soggiorno non era il pi indicato, e aggiunse, non senza rancore: - ma qui il paese  troppo meschino, tanto che tuo marito non ha neppure creduto bene di farci l'onore di venire con te...
- Egli ha tanto da fare, zia; verr un'altra volta.
- Io morr senza conoscerlo. Bene, non importa; l'essenziale  che viva lui, non che viva io. Ma, dimmi, quando sar vecchio potr scrivere lo stesso? Al nostro parroco trema la mano.
- Quando sar vecchio? - disse Lia, che cominciava ad irritarsi. - Dio ci penser. Eppoi, non c' il figlio?
- Quell'uccellino l? Quello vi pianta, appena mette le ali, se pure non far di peggio.
- Salvador? - chiam Lia.
- Aspetta: faccio la porta.
- Vieni subito.
- Aspetta, ho detto.
- Vedi, non ti ubbidisce neppure. Egli dir sempre aspetta e non verr mai.
- Raccontatemi adesso voi le notizie del paese, - disse Lia, tanto per cambiar discorso; e la zia Gaina raccont: il maestro, dopo il matrimonio di colei che egli amava, era diventato misantropo e beone; leggeva sempre i salmi, come i sacerdoti, ed anzi si diceva che egli volesse farsi prete: Simone Salis aveva vinto la lite e sua moglie s'era messa la dentiera; il parroco aveva fatto testamento a favore della Chiesa.
- Tanto valeva che egli avesse fatto il servo gratis; poich non intendeva lasciar i suoi guadagni ai nipoti.
Nei giorni seguenti Lia, non sapendo come passare il tempo, and a far qualche visita: Salvador l'accompagnava e in breve divent popolare, acquistandosi per cattiva fama perch ovunque entrava frugava ogni cantuccio e in casa di donna Rosalba Borrotzu domand un fico d'India e in un'altra casa mangi pane e formaggio assieme coi servi che facevano colazione: egli dunque era un bambino sfacciato; e a Roma non doveva mangiare abbastanza frutta, e probabilmente si nutriva di cibi grossolani.
Dovunque andava, Lia subiva lunghi ed abili interrogator sulle sue condizioni finanziarie, e tutti le lasciavano capire la loro compassionevole inquietudine per il suo avvenire: che avrebbe ella fatto se suo marito si ammalava o moriva? Un giornalista, per tutta quella buona gente, era quasi come un g-i-o-r-n-a-l-i-e-r-o, cio uno che lavora a giornata: persino i loro nomi si assomigliano, ed entrambi mangiano solo quando lavorano! Invano il nipote del parroco, che era corrispondente della Nuova Sardegna difendeva i suoi colleghi e diceva che certi giornalisti guadagnano quanto i ministri: donna Rosalia Borrotzu e le altre donne benestanti sorridevano pietosamente e dicevano:
- Uno pu guadagnare quanto vuole, se non ha le provviste in casa, venutegli dalle sue terre, non sta mai bene, non mangia mai a saziet!

*

Tutti i giorni Lia scriveva a Justo.
Sono qui, nella cameretta solitaria ove ho passati gli anni desolati della mia inutile fanciullezza. Salvador, dorme, in un lettuccio che la zia Gaina aveva gi preparato accanto al mio: il suo sonno  profondo; eppure egli di tanto in tanto si scuote e ride, d'un riso flebile, sereno, che par venga da un mondo remoto ove tutto  gioia. Era ben stanco, e durante la giornata ha fatto quasi impazzire la zia, che tuttavia  venuta poco fa a vederlo, ed ha appeso alla finestra una falce perch i vampiri s'indugino a contarne i denti e cos non entrino in casa nostra. Anche in questo momento essa mi avverte di smorzare presto il lume perch non entri la Tentazione. Mio caro Justo, nulla qui  mutato, dunque; mi par di vedere ancora una figurina nera disegnarsi sullo sfondo azzurrognolo della finestruola: la luna nuova le pende sul capo come un diadema, e le stelle scintillano attraverso i suoi capelli.  Lia che sogna guardando il mare lontano. Io sono un'altra e non rimpiango quella mia sorella immobile e triste; per mi sembra che qualche cosa di lei rimanga ancora attorno a me, come appunto rimane il ricordo di una persona morta. Io vorrei completamente dimenticarla, essere un'altra non solo con l'intenzione, ma anche con le opere. Ricordi il nostro primo colloquio a Villa Borghese? Che ho fatto, dopo? Nulla, nulla; ho amato, mi son lasciata amare.  poco, davvero. Io penso con terrore a ci che sarebbe avvenuto di me se non ti avessi incontrato: sarei dovuta tornar qui, in questa infinita solitudine! Ricordo la lettera che scrissi al povero zio Asquer, e che non ebbi il coraggio di mandargli mai. Quanti bei propositi! E il tempo  passato senza che io me ne ricordassi neppure. E adesso quei bei propositi, rimasti, in questa cameretta, par che si sveglino e saltellino intorno a me e ronzino intorno alla finestruola, come i folletti della notte. Purch anch'essi non si fermino a contare inutilmente i denti della falce!
Ho ricevuto la tua carissima e ti ringrazio delle tue tenere parole; anche il mio cuore  presso di te: provo rimorso pensando che tu lavori per noi tutti, mentre io passo qui oziosamente i giorni. Sento un bisogno prepotente di far qualche cosa anch'io, e questo bisogno mi rende talvolta inquieta e triste, come se dentro di me fermenti un male a cui sia necessario uno sfogo esterno. Capisco adesso come certi individui intelligenti, bisognosi di attivit, costretti all'ozio dalla mancanza di iniziativa, dall'ambiente, dalle circostanze della vita, compiano il male:  la loro energia rientrata, depressa, che scoppia come un ascesso maligno. Che fare, pertanto? Io penso e ripenso, e bisogner che mi decida: pensaci tu, carissimo; bisogna dar lavoro a tua moglie.
Qui la vita  sempre la stessa. Io continuo a ricever visite, e soprattutto a farne. Io e Salvador siamo diventati di moda, e tutte le famiglie fanno a gara per riceverci: i paesani e le paesane ripetono e commentano ogni parola di Salvador, ed egli ha gi imparato a cavalcare ed a guidare il carro tirato dai buoi! Ogni momento riceviamo regali: frutta, formaggio, vino, galline ornate di nastri e con anellini di scarlatto alle zampe. I paesani si riempiono le tasche di arance e di pere, come fanno per la Pasqua, e aspettano che passi Salvador per regalargliele.
I presenti di certe famiglie hanno per un significato che dovrebbe umiliarci: molti qui credono che la vita a Roma sia cos difficile da non permettere a persone come noi di saziarsi di frutta e d'altre cose prelibate; essi quindi ci mandano l'uva moscata, le trote, le pernici, i dolci di mandorle, affinch possiamo, intanto che siamo qui, godercene fino alla saziet!
Anche il mio ex-pretendente ricco mi ha mandato un cestino d'uva. L'altro giorno andai a visitare sua madre, che mi ricevette in una camera terrena adorna di arche antiche scolpite, umida e tetra come una cappella mortuaria; le galline entravano ed uscivano liberamente, e Salvador, avvertito da me, si contentava di guardarle e di sorridere, mentre negli occhi gli splendeva il desiderio di molestarle. Quella che avrebbe dovuto esser mia suocera mi fissava con curiosit, domandandomi i prezzi dei viveri a Roma; il mio antico pretendente stava nel cortile e non os presentarsi finch non mandai Salvador a chiamarlo. Allora entr, mi salut goffamente, ed io mi accorsi che tremava.  completamente abbruttito dal vino, ma conserva ancora qualche sentimento gentile: prese con s il bimbo e gli diede un garofano, e oggi gli mand un carrettino sardo, coi buoi scolpiti nella ferula, lavorato da lui. Chi vuol conservarsi disinvolto e apparire un uomo civile ed evoluto  l'altro ex-pretendente, il signor maestro, che venne a visitarmi alle cinque precise e se ne and dopo un quarto d'ora. Abbiamo parlato di politica e di religione!  l'unico che non mi abbia mandato un regalo di frutta o di uova, e che non mi abbia rivolto domande indiscrete sul conto tuo: anzi non mi ha chiesto nulla, come se tu non esistessi affatto.

La zia Gaina entra ancora in camera, guarda Salvador, e adesso depone su questo foglietto due zampe di zanzara.
- Viene la Tentazione, rosa mia; e anche le zanzare, vedi, pungono Sarbadoreddu.
Questa religione mi convince a smorzare il lume: buona notte, dunque, mio carissimo, e un bacio della tua Lia.

... Mio buono, mio amatissimo Justo! Ho passato una notte agitata. La Tentazione? I vampiri? Le zanzare? Mille ronzii misteriosi riempivano il chiaroscuro della notte, e vagavano nuvole e brillavano raggi attorno al mio letto. Adesso capisco il mio malessere dei giorni scorsi, la mia inquietudine, la mia nervosit. S, qualche cosa era dentro di me,  dentro di me, - una c-o-s-a grande, divina. Salvador avr un fratellino.

PARTE SECONDA

1.

Gli anni passarono. Una mattina verso la met di maggio un uomo ancora giovane, alto ed elegante, si ferm davanti all'ingresso sempre polveroso del palazzo ove abitava Lia, e lesse con attenzione i cartellini d'affitto inchiodati al muro; poi si tir un po' indietro per guardar bene la facciata della casa, si volse di qua e di l, osserv la strada, osserv i dintorni. Il posto gli piaceva: la casa doveva essere piena di luce e d'aria; graziosi villini, alcuni gi terminati, altri in costruzione, sorgevano di fronte, nei terreni che pur conservavano qualcosa d'agreste con le loro file d'alberi, i cespugli, i ciuffi di canne: ma i gridi delle erbivendole, ritiratesi pi in l verso la piazza Sallustio, il rumore dei carri colmi di materiale da costruzione e gli urli dei carrettieri che spingevano i cavalli attraverso i varchi fangosi praticati nei muri dei giardini, tutto quell'agitarsi di uomini e di bestie intorno alle pietre e alla terra smossa, gli dava una certa inquietudine. Torn a guardare le finestre della casa, si batt a lungo nervosamente il pomo del bastone sulla palma della mano, e infine si decise a entrare.
S, le finestre guardavano verso ponente: ed egli voleva questo; una camera solitaria, un rifugio ove al mattino il sole non lo irridesse con la sua luce di gioia, ma che al tramonto lo salutasse fraternamente, ricordandogli che tutto, nella giornata e nella vita, tutto, gioia e dolore, ha fine.
- Portiere, che camere ci sono?
L'uomo, grasso e rosso, in camicia turchina e grembiale di cuoio, stringeva fra le ginocchia una scarpa e tirava lo spago senza mai sollevare gli occhi.
- Al numero tre, camera e salotto.
-  una pensione?
- No.
- Che famiglia?
- Una vedova con due bambini.
- Allora niente.
L'uomo sollev gli occhi verdi: vide nel vano dell'uscio il bel giovane alto al cui viso bianco i capelli castanei divisi sulla fronte, gli occhi glauchi e socchiusi, la fossetta del mento e le labbra un po' carnose e d'un rosa pallido, davano un'aria dolce, quasi feminea, e accorgendosi d'aver a che fare una persona distinta da cui c'era molto a sperare, decise di sostenere validamente la causa della vedova.
- Sono bambini beneducati che d'altronde non stanno quasi mai a casa. La camera  bella, ariosa, il salotto  di lusso. Vada a vedere. La signora non ha mai affittato e non prender che un solo inquilino;  una signora molto per bene, onesta e seria. Poveraccia, fin troppo... Il marito era un giornalista, bravo, dicono; scriveva per i giornali d'America.  morto nel novembre scorso, di polmonite; in tre giorni, taffete, a terra: molto sano per non era...
Adesso il bel giovane si batteva lievemente il pomo del bastone sulla guancia: e pareva ascoltasse con interesse la breve storia dolorosa, ma i suoi occhi non esprimevano che una dolce indifferenza.
- Un giornalista? Come si chiamava?
- Villanueva.
- Uhm! B, andiamo a vedere.
Per un caso straordinario la scala era pulita e deserta: dalle finestre spalancate penetrava un profumo agreste d'erba e di terra smossa, e arrivava, simile a un lontano mormoro d'acque, un canto incessante di passeri.
Salvador, seguito dal fratellino, corse ad aprire. Entrambi indossavano lunghi grembiali neri che facevano risaltare il pallore diafano del visetto di Salvador e la tinta rosea delle guancie paffute dell'altro bimbo: ma il lutto dei due fratellini non intener l'estraneo anzi entr guardandoli con diffidenza. Il salotto ove Salvador, sempre seguito dal fratellino, lo introdusse, era modesto e melanconico; e quei due bimbi, poi, uno magrolino e sdentato come un vecchietto, l'altro troppo roseo e grasso e con una capigliatura cos abbondante e ricciuta che pareva una parrucca, lo fissavano con tale curiosit ch'egli si pent di essere salito. Ma la vedova entr, alta e pallida, vestita di nero, coi capelli cos lisci e scuri che sembravano anch'essi una benda da lutto: il dolore, ma un dolore nobile e fiero, traspariva da tutta la persona, soprattutto dal suo sguardo, dalla piega della bocca, dal movimento delle sue mani fini e nervose: l'estraneo fu colpito dalla figura di lei, dalla luce limpida e triste di quei grandi occhi rimasti infantili, e la salut come una dama.
- Favorisca, - ella disse precedendolo.
La camera vasta e signorile aveva alcunch di allegro e di verginale: carta azzurra, mobili bianchi laccati, una copia di una Madonnina del Dolci sulla parete sopra il letto. Il frusco incessante dei passeri penetrava come un soffio di gioia attraverso le tende di mussola dorata.
- Se il letto le sembrasse troppo grande, si pu cambiare, - disse Lia, passando quasi con lenta carezza la mano sulla coltre azzurra.
Egli volgeva attorno i suoi dolci occhi d'egoista: guard il quadretto, sollev le tende, vide lo spazio verde di piante e d'erba e le costruzioni su cui gli operai si arrampicavano come su piccole montagna. Il cielo azzurro, sopra i palazzi gialli di via Boncompagni, era sparso di nuvolette bianche che parevano colombi; e non ostante i gridi degli operai e delle erbivendole una pace serena regnava in quell'angolo di citt nuova, ancora vergine.
L'estraneo decise di restare.
- Il salotto, - disse Lia spingendo l'uscio, - lo farei qui. Adesso  la nostra sala da pranzo.
I bimbi, accanto alla finestra, guardavano silenziosi: Lia vide il volto dell'estraneo oscurarsi e disse con fermezza:
- I bambini non le daranno fastidio.
Allora egli trasse la sua carta da visita e gliela diede.
- Se non le dispiace, torner pi tardi per darle una risposta definitiva.
Ella prese la carta senza guardarla, e solo dopo che egli se ne fu andato lesse il nome stampato sul cartoncino:

cavalier Pietro Guidi
Capo Sezione nel Ministero del Tesoro

I due fratellini si alzarono sulla punta dei piedi, appoggiandosi a lei.
- Fa vedere! Fa leggere...
- Piano! Io non ho mai veduto bimbi cos curiosi. Ma che v'importa?
Ma cos' che non importava a loro? non si staccarono da lei finch non ebbero il cartoncino: e il nome e la persona dell'estraneo riempirono il loro mondo.
- Ma lui non ha casa? - domand Nino.
- Quanti anni avr? - domand Salvador.
- Forse dieci, - rispose l'altro pensieroso. Dieci anni erano per lui gi un'et avanzata.
- Eh, forse trentatr o trentaquattro, - corresse la mamma: e Salvador, pensieroso anche lui, cominci a contare con le dita.
- Allora, se muore come pap, ha altri otto anni da vivere.
Lia torn in cucina senza rispondere, con gli occhi pieni di lagrime. La serenit dei bimbi, che, pur sapendolo morto, parlavano del padre come se fosse vivo e dovesse da un momento all'altro riapparire fra loro, era il suo strazio maggiore.
D'altronde ella si faceva un dovere di non turbarli col suo dolore; ma non aveva ancora la forza di parlare di lui come d'un caro lontano che deve ritornare o che si deve raggiungere.
Si rimise a preparare la modesta colazione, e le sue lagrime caddero sulle vivande. Da tanti mesi lei e i bimbi mangiavano spesso il desiderio condito cos: ed erano lagrime di dolore, d'inquietudine, qualche volta anche di rimorso.
- Ecco, ecco - ella pensava - tutta l'orribile profezia s' avverata, ed io non credevo, io chiudevo gli occhi! Che faremo, dunque, io e loro?
E riviveva continuamente nel passato, in quei brevi anni che erano stati come un'oasi nel deserto. Adesso ella aveva ripreso il viaggio, non pi sola, ma peggio che sola, e i suoi occhi erano colpiti da un bagliore accecante, dall'immensit spaventosa di un deserto ancora pi grande e arido di quello che prima la circondava.
E ci che pi l'atterriva era il ricordo delle sue inquietudini, dei suoi presentimenti, delle avvertenze dello zio Asquer e degli altri. Ricordava la visita al paesetto, i brontolii della zia Gaina, i suoi propositi di lavoro. Gli anni erano passati inutilmente. Ella aveva allevato il bambino suo, ed educato il bambino altrui: poca cosa invero contro le insidie del destino che si divertiva a tormentarla. Ella lo odiava, questo destino maligno, ed era pronta a combatterlo; ma si sentiva ancora fiaccata dai terribili colpi avuti, e le pareva di procedere a stento, barcollando.
- Che avverr di noi, che avverr? Far dunque l'affittacamere, s; ma se io morr, che avverr di loro? -  impossibile; tu non morrai, le rispondeva una voce interna, pi disperata che convinta. - Anche per lui dicevo cos. Ed egli  morto! Egli  morto! - ripeteva l'altra voce.
Allora il ricordo che, nonostante le sue inquietudini e le previsioni sue e degli altri, l'orribile avvenimento s'era compiuto, le dava impeti di disperazione profonda. Non  vero che le cose prevedute non succedono: sono anzi inevitabili, come dopo il giorno la notte e dopo l'autunno l'inverno.
Ella ricordava le confidenze, le preghiere, le raccomandazioni di suo marito, negli ultimi suoi giorni.
- Io ti ho sposata per amore. Lia, mia gioia, - le diceva baciandole le mani e aggrappandosi a lei come un naufrago all'asse fragile che la corrente trasporta assieme con lui, - ma anche per dare una madre al mio piccolo orfano. Tu non lo lascerai, vero, tu non lo abbandonerai, Lia... Io ho sempre avuto paura di morir presto e di lasciarlo solo al mondo...
Ed egli era morto presto e Salvador non era rimasto solo. Ma perch Justo, cos amante della famiglia, non aveva preveduto anche il resto? S, aveva cercato di prevederlo: e negli ultimi anni, dopo la nascita del secondo bambino, per assicurare alla famigliuola un piccolo capitale egli aveva lavorato giorno e notte come uno schiavo, logorando la sua vita come un panno troppo usato. 
Ma cos' un piccolo capitale di diecimila lire in una grande citt? mucchietto di paglia che il vento disperde in un attimo.
- Noi non morremo di fame. - pensava Lia. - ma se io non riuscir a guadagnare qualche cosa morremo di inedia, il che  peggio ancora...
I bimbi avevano bisogno di nutrimento sano, di spazio, di moto; ella non aveva paura della povert, ma si sentiva soffocare all'idea di doversi ritirare con loro in una camera stretta e senz'aria; d'altronde e-r-a n-e-c-e-s-s-a-r-i-o. Tutte le cose pi tristi da lei prevedute succedevano: ella aveva gi intaccato il piccolo capitale, e adesso, ecco, doveva piegarsi ad accettare in casa un estraneo, un ignoto, a cederglielo il s-u-o letto, la s-u-a camera, a ritirarsi coi bimbi in uno spazio limitato.
Aveva dunque ragione di piangere, invece di rallegrarsi; e rimescolava i piselli nel piccolo tegame rivolgendosi la domanda che da tanti anni la perseguitava:
- Che posso fare?
Un grido di Salvador e il pianto di Nino la richiamarono dai suoi torbidi pensieri: vigile e pronta torn alla realt e corse e trov i due omini che litigavano per un pezzetto di carta rossa.
-  mio, ti dico,  mio!
-  mio, invece,  mio!
Salvador scuoteva il fratellino; ma l'istinto della propriet dava a Nino una forza di Ercole infante: il suo visetto rosso appariva, attraverso il velo dei capelli frementi, come un pomo in mezzo al fogliame d'autunno; coi dentini brillanti stringeva la lingua tesa nello sforzo, e i suoi pugni, non del tutto innocui, piovevano rapidi sul fratello maggiore.
Lia piomb in mezzo a loro e li divise.
- Vergogna! Per un pezzo di carta!
- Mamma, senti, il fatto  stato questo: la carta era mia, lui, che  dispettoso, tu lo sai, l'ha stracciata.
- No, no, no! - gridava Nino, che era il pi prepotente, e negava tutto, negava sempre, negava anche la luce del sole. Per lui non esisteva che la sua volont; quando si trattava di difenderla, tutte le armi, e specialmente quelle della bugia erano buone.
- Sentite, - disse Lia, minacciandoli ed esortandoli assieme. - Vi ho detto mille volte che non dovete litigare. Siete fratelli, non siete nemici. Se non vi volete bene fra di voi, fratellini, chi amerete dunque? Chi vi vorr bene? se poi sarete cattivi, peggio ancora. Tu poi che capisci gi, Salvador, tu dovresti compatire il tuo fratellino e dargli il buon esempio. Spero poi che quando verr a star qui quel signore non farai chiasso. Lo sai che siamo poveri e abbiamo bisogno di affittare le camere, adesso. Ma se tu farai cos, gl'inquilini scapperanno; e allora?
Egli ascoltava pensieroso, rosicchiando la cocca del grembiale, mentre Nino, contento che la mamma non lo sgridasse troppo, le baciava la mano.
- Quando sar grande lavorer, - promise Salvador. - Anzi adesso far il cmpito!
And a cercare la sua cartella e illustr una vignetta.
A pagina 46 del mio libro di lettura io vedo un bambino seduto davanti a una tavola, davanti a una finestra dalla quale si vede un bel paesaggio coi buoi che arano la terra e il contadino che ci va dietro; e un altro contadino lavora col badile, e in aria c' un uccellaccio che va in cerca di mosche da portarle ai suoi piccini. Il bambino seduto davanti alla tavola deve fare il suo cmpito ed io penso che lui dice fra s: tutti lavorano, e devo lavorare anch'io se voglio vivere tranquillo. E quindi si mette a lavorare con piacere e fa il suo dovere e rende contenta la mamma.
Finito di scrivere rimase alquanto pensieroso; pul con le dita una macchia d'inchiostro, rosicchi la punta della penna, infine, per render completamente contenta la mamma, fece anche un problema.
Una povera donna deve pagare settanta lire al mese per la sua casa: affitta una camera a un signore e prende trecento lire: quanto rimane alla povera donna?
Un sorriso di gioia illumin il suo visetto di madreperla: prese il quaderno e corse in cucina. La mamma lesse, corresse, e in ultimo sorrise anche lei.
- Se continua di questo passo, la povera donna diventa milionaria.
-  meglio, allora! - disse fervidamente il fanciullo. - Anche noi possiamo fare cos, e diventar ricchi anche noi.
E in attesa di questa fantastica fortuna and ad apparecchiare la tavola: mise la sedia davanti alla credenza, ci sal d'un balzo, a piedi giunti, prese i piatti i bicchieri, la bottiglia, la saliera, porgendo mano a mano ogni cosa a Nino e dandogli ordini severi.
Durante la colazione si parl continuamente di quel signore, e furono, da parte dei bimbi, promesse di non disturbarlo mai, progetti e castelli in aria, ma anche osservazioni e critiche non prive di finezza. Il naso, i baffi, i bottoni, le scarpe, il bastone dell'estraneo avevano gi preso un gran posto nel mondo dei due fratellini: come non occuparsene e non scovarne i difetti e i lati ridicoli? Come non imitate il suo modo di parlare e di camminare? La mamma, al solito, mise fine alla commedia, di cui naturalmente Salvador era spesso l'attore e Nino lo spettatore che rideva fino a farsi venire il singulto: il piccolo dovette andare a letto, mentre Salvador s'affaccendava in cucina e nella saletta da pranzo, sparecchiando, scopando, aiutando ad asciugare i piatti, svelto e chiacchierone come una donnina. Ma quasi sempre i discorsi fra lui e la mamma erano elevati e spesso anzi si aggiravano intorno a cose sublimi. Mentre la mamma, curva, con le sottane fra le gambe, lavava per terra, egli con lo strofinaccio in mano, fissava gli occhioni luminosi nel vano infocato della finestra, su quel lembo di cielo azzurro lontano e ardente come un cielo tropicale, e domandava:
- Quanti metri cubi pu essere grande il cielo?
- Il cielo  infinito, lo sai; non si pu misurare.
- Nessuno ha provato, per. Se uno provasse?
Egli si slanciava verso la finestra, agitando le braccia, sembrandogli gi di nuotare all'infinito; ma una savia osservazione di Lia lo richiamava alla realt.
- Bada di non cadere, intanto.
- Mamma, che cos' la vertigine? Tu sei mai stata in dirigibile?
- Io no. Ci andrai tu, spero!
- Io no, veh! Io non voglio cadere e lasciarti sola. Io non voglio aver vizi. Non voglio fumare, non voglio portare il bastone n gli anelli.
Tutto ci che era superfluo gi rappresentava per lui un vizio.
Nino, intanto, nel suo lettino, non poteva addormentarsi. Sentiva la mamma ed il fratellino a chiacchierare ed era geloso; di tanto in tanto sollevava la bella testa riccioluta e tendeva le orecchie, e ogni parola di Salvador o di Lia rappresentava per lui un mistero. Egli viveva una meravigliosa vita di sognatore; ogni riflesso, ogni ombra, ogni gioco di luce era per lui un fenomeno; fantasmi luminosi e mostri, contro i quali del resto bastava la sola protezione della mamma, animavano il suo mondo.
Quando Salvador e Lia entrarono in camera, abbandon la testa sul cuscino e chiuse forte gli occhi; ma come la mamma si curvava a guardarlo scoppi a ridere, e dopo che ella, per convincerlo ad addormentarsi, ebbe raccontato la storia di un bimbo del suo paese, che, per non voler mai riposarsi, era diventato gobbo, egli a sua volta disse con seriet:
- Anche al m-i-o p-a-e-s-e un bambino mio amico incontr un lupo, in riva a un fiume rosso, e cominci a gridare al lupo, al lupo. Allora... 
Salvador rideva: la mamma disse:
- Adesso, basta; dormiamo.
Per un momento tutto fu silenzio, nella camera buia; ma a un tratto Salvador disse, inquieto:
- E se quel signore suona? Se non lo sentiamo?
- Lo sentiremo. Non pensarci.
Ma egli non pot addormentarsi.
E in attesa di quel signore Lia e i bimbi dovettero passare il pomeriggio a casa. Essa lavorava accanto alla finestra del salottino, un po' seguendo il corso dei suoi ricordi, un po' abbandonandosi gi al presente e pensando al modo di disporre la casa se quel signore si decideva a prender la camera e il salotto; i bimbi intanto si rincorrevano nelle altre camere, giocando e litigando, un po' nervosi per la forzata clausura. Salvador ne capiva il perch e non si lamentava; ma Nino entrava ogni tanto dalla mamma e le baciava la mano, le ginocchia, o si alzava sulla punta dei piedini mormorando:
- Un p-a-c-i-o, un p-a-c-i-o, - e lei reclinava la testa ed egli la afferrava al collo e la baciava sulle guancie, come sempre quando desiderava qualche cosa.
- Che cosa vuoi, Nino?
- Andiamo fuori, mamma!
- Pi tardi, anima mia. Aspettiamo quel signore, poi usciamo.
Ma le ore del lungo pomeriggio luminoso passavano inutilmente, e una volta Nino, che era sempre l'ambasciatore delle cause che il fratello non osava perorare, and a dire in segreto alla mamma:
- Anche Salvador vuole uscire!...
Lia chiam il fanciullo. E lo abbracci, stringendogli forte le spalle magroline. Egli era gi alto come lei quando stava seduta e le rassomigliava in modo strano: il suo visetto dai grandi occhi dolci e ardenti esprimeva ansia, desider, fantasticherie superiori alla sua et.
-  vero che hai mandato tu Nino?
Salvador neg; ma siccome Lia lo fissava negli occhi dicendo che gli vedeva un punto giallo nelle pupille, segno di bugia, egli, sebbene non credesse al punto giallo, chiuse gli occhi e strinse le labbra per non ridere.
- S, ho detto la bugia.
- Usciremo pi tardi, anima mia. Tu capisci, abbi pazienza.
Ma i bimbi erano stanchi di giocare; entrarono nel salottino e sedettero sul divano, sospirando e sbadigliando. Dopo un momento di silenzio Salvador domand:
- Mamma, cosa mangiano le tartarughe? Tu, al tuo paese, avevi qualche tartaruga? Qualche biscia?
Allora ricominciarono i racconti del paese lontano, ai quali i bimbi s'interessavano in modo straordinario. Salvador ricordava ancora la brughiera, la casupola, i giorni di libert goduti laggi; e Lia, a misura che gli anni passavano, che la vita le mostrava sempre la stessa faccia di sfinge, ripensava anche lei alla brughiera, alla casupola, ai giorni del passato, con quella nostalgia infantile che colorisce le cose lontane e le rende belle, come la nebbia rosea del mattino rende belli i pi aridi paesaggi.
Talvolta la pareva di sentir ancora il grido dell'assiuolo e di veder lo specchio delle paludi. Nulla era cambiato nell'animo suo: le pareva d'essere ancora la fanciulla melanconica che all'ombra del palmizio sognava il mondo bello e grandioso. Dov'era questo mondo? Ella era partita una mattina di primavera, in cerca della vita: e la vita l'aveva irrisa, gettandole appena qualche briciola per saziare la sua fame, e l'aveva percossa e buttata a terra. Eppure ella conservava, in fondo al suo cuore, un senso d'attesa e di speranza. Gira e rigira si trovava allo stesso punto dond'era partita: sola in mezzo ad una solitudine desolata; ma l'orizzonte non era chiuso, e al di l qualcosa doveva pur esistere: qualcosa d'ignoto e di grande, ch'ella non conosceva e neppure indovinava, ma verso cui anelava con tutte le forze represse della sua anima, come il cieco alla luce.
Cammina, cammina, dunque voleva andar oltre, non tornar indietro, e sebbene la pace morta della landa la richiamasse, resisteva all'invito, e andava avanti.
- Sai cosa dobbiamo fare? - disse a un tratto Salvador. - Andiamo ancora a star l. Tanto adesso pap  morto. L c' da correre, eppoi ci fanno tanti regali.
- Ah no, - disse subito Lia. - L non ci sono scuole. E voi dovete studiare, carini miei, e abituarvi a lavorare, a vivere fra la gente.
- Ma l ci sono anche i contadini. A me piacerebbe molto fare il contadino.
- A me il cavallino! - disse subito l'altro, che ascoltava avidamente.
- Tu non sai quello che dici! - grid Salvador, spingendolo sul divano.
- Quando si  intelligenti come voi bisogna studiare e diventare grandi uomini.
- Il pap era un grande uomo?
Ella disse pietosamente di s.
Uno squillo di campanello li fece trasalire.
-  lui! - disse Salvador balzando nel corridoio. Ma la mamma lo richiam con un gesto, lo fece rientrare in salotto e impose:
- Silenzio, eh? e niente domande.
And ad aprire, e non sapeva perch le batteva il cuore.

2.

Nei giorni seguenti ebbe molto da fare per la nuova disposizione dell'appartamento. Ma la fatica non la spaventava; e il portinaio grasso e bonario, aiutandola a trasportare i mobili, le diceva parole d'incoraggiamento e di speranza che la commovevano.
- Coraggio, signora Lia! Sa di che cosa si deve aver paura soltanto? Della vecchiaia. Quella, veh, ammazza anche i morti; ma per il resto, i dispiaceri cadono, paffete, come le frutta quando son marce. Il signorino ha un'aria da buon ragazzo.
Egli strizzava gli occhi celesti ingenui mentre Lia s'asciugava il sudore con la punta delle dita e sperava. Salvador e Nino aiutavano, strofinando con cura le gambe delle sedie; sottovoce pronunziavano qualche parola proibita, - di quelle parole che pi son proibite, pi son misteriose e piacevoli a dirsi, - e ridevano, sotto il divano, come due grilli sotto un tronco; poi, ebbri e stanchi di gioia, litigavano, piangevano si rincorrevano carponi come cagnolino stizziti.
Finalmente tutto fu in ordine; la sala da pranzo trasformata in salotto, questo in sala da pranzo: per la mamma e i bimbi rimaneva la camera in fondo, la pi piccola, ove stavano appena due lettini e un armadio.
Lia si ripos; ma dopo l'eccitazione dei primi giorni sent una tristezza profonda: di nuovo prov l'umiliazione della sua impotenza, si vergogn di non aver cercato ancora lavoro, di aver accolto in casa un estraneo. Gli aveva ceduto la s-u-a camera, la camera ove era morto Justo, s'era ritirata in fondo all'appartamentino che aveva conosciuto la sua felicit, come uno che balza indietro sgomentato, sulla spiaggia dorata, all'avanzarsi del flutto. Un sentimento di rancore verso l'estraneo, che per lei rappresentava tutto il p-r-o-s-s-i-m-o indifferente e pericoloso, cominci a tormentarla. Il m-e-s-t-i-e-r-e di affittacamere le sembrava un grado di decadenza morale; ma questa stessa umiliazione le dava, a sua insaputa, una forza occulta: il desiderio di lottare, di sollevarsi, di tentare la sorte. Qualcosa doveva pur fare: ella non sapeva ancora che cosa, ma si sentiva pronta alla lotta.
La donna di servizio, che ella aveva dovuto prendere per le pi urgenti faccende della mattina, la esasperava coi suoi racconti e la sua filosofia volgare. Era una donna di ottimo cuore che amava i bambini per un istinto quasi animale, e compativa Lia perch conosceva la miseria di altre famiglie decadute. Piccola e grassa, con un gran petto rotondo e duro che pareva un bastione di offesa e di difesa, buono a farsi largo tra la folla, paffuta e grigiastra in viso, con gli occhi azzurri e i capelli cos radi che sembravano pennellate d'inchiostro sulla cute pallida del cranio, correva di qua e di l come una palla elastica e in un attimo rimetteva silenziosamente a posto ogni cosa: aveva un nome dolce che Lia pronunziava con piacere: Rosa, e parlava dei suoi padroni con piet materna.
- L'altra signorina dove vado a servire alla mattina, quando ho finito qui, quella s, pu dirsi disgraziata, non lei, signorina mia. Lei  in paradiso, in confronto: lei  bella,  sana,  intelligente: quell'altra  una povera anima. Pazienza!  un filo, un soffio, e deve lavorare per la nonna paralitica e tre sorelline piccole. N babbo n mamma, pazienza, ma far lei da babbo e da mamma a diciott'anni, signorina mia, pensi!
- Come lavora? - domand Lia.
- Scrive a macchina. La macchina gliel'ha comprata una signora benefica, che va a trovare la povera paralitica: si chiama la signora Bianchi.
Lia trasal. La signora Bianchi era la stessa che aveva mandato le rose rosse, a lei ed a Justo sposi; che li aveva sovente invitati alla sua tavola scintillante di cristalli e di sorrisi, e che ancora di tanto in tanto mandava a prendere Nino e Salvador per offrire la loro compagnia gaia e semplice al suo bimbo malaticcio.
- La signora Bianchi, io la conosco... Sono stata a pranzo da lei...
La serva le balz davanti, fissandola in viso con occhi scintillanti.
- Anche lei la conosce?  stata a pranzo? Allora...
Lia scosse la testa con fierezza.
- Ma io non ho bisogno di nessuno! Rosa!
- Non si sa mai, signorina mia; non si sa mai!
- Tacete! - disse Lia irritata. - Meglio morire che viver di elemosine.
Una mattina arriv l'inquilino. Salvador era gi a scuola, e Nino, relegato nella saletta da pranzo, si contentava di sporgere la testa dall'uscio, stringendo sotto il braccio la sua pecorina sporca e raccomandandole sottovoce di non belare.
- Altrimenti quel signore scappa via.
Il bambino provava per quel signore un sentimento arcano, misto di curiosit, di terrore, di odio e di stima. Eccolo che arriva! Come  alto! Come i suoi baffi son dorati e belli! Salvador ha un bel ridere: il bastone dal pomo lucente, l'anello con la goccia d'acqua che quel signore tiene al dito, lo scricchiolo delle sue scarpe, il colore violaceo della cravatta, tutto desta in Nino ammirazione e timore. Il bastone specialmente attira la sua curiosit e il suo desiderio, come un oggetto il cui possesso pu dare una grande felicit. Ma questa felicit bisogna sapersela guadagnare, con la pazienza ed anche con l'astuzia.
Un uomo grande e nero segue quel signore, portando sulle spalle un baule giallo: la voce velata della mamma dice: qui, qui, - e si sente un rumore di passi e di oggetti che stridono sul pavimento: poi l'uomo, il signore, la mamma spariscono, e per qualche minuto Nino non vede pi nulla.
- Non miagolare, - egli ripete al suo pecorino, - altrimenti quel signore scappa via, ed io ti metto in castigo.
Ma intanto egli preme il braccio e il pecorino cos stretto, bela per forza.
- Ed io l'ho detto che disubbidivi! In castigo, adesso...
Per metterlo in castigo, cio nell'angolo dietro la porta d'ingresso, usc nel corridoio; cos vide l'uscio della camera aperto, e la mamma vestita di nero come sempre, ma insolitamente rossa in viso, che apriva i cassetto del canterano e consegnava una chiave quel signore dicendogli:
- Qualunque cosa le occorra...
- Grazie, - disse quel signore, con la sua voce calda e sonora.
	Nino s'avvicin alla porta e quindi all'attaccapanni, dal quale pendeva il bastone color nocciola col pomo verdognolo che pareva un fico: impossibile non esaminarlo da vicino e non tentare di toccarlo; ma egli aveva appena teso al manina, quando la mamma e quel signore uscirono nel corridoio.
- E questa  la chiave del portone.
- Va bene, grazie; allora, se crede, lei pu metter la roba a posto.
- Non dubiti: subito.
Fortunatamente quel signore usc, senza veder Nino che aveva fatto a tempo a ritirarsi nell'angolo. Ma la mamma lo vide, s, e lo prese per il braccio, dicendogli le cose che pi lo umiliavano:
- Subito subito hai disubbidito: sei pi cattivo di Salvador. Come si fa?
Egli chin la testa e ripet fra s: - Come si fa? - e ritorn nella saletta da pranzo; ma dopo un momento, dimenticate le sue pene, curiosava di nuovo nel corridoio. La mamma rimetteva nel cassettone e nell'armadio i vestiti e le camicie di quel signore; e ad un tratto si curv ed estrasse dal baule un quadretto che guard e poi depose sul marmo del comodino. Allora il bimbo non pot pi tenersi: entr, in punta di piedi, s'avvicin, guard: dal quadretto gli sorrisero tre figure; un vecchio dalla lunga barba e dall'aspetto nobile e fiero; una donna di mezza et, rubiconda, coi piccoli occhi azzurri e i capelli tirati come quelli di Rosa, e una giovinetta che rassomigliava a quel signore, cos bianca e con la fossetta sul mento.
Incoraggiato dal silenzio della mamma, che continuava ad estrarre oggetti dal baule, Nino domand:
- Chi  questa bambina? Di chi ?
- Sar forse la sorella del signor Guidi.
- E questo vecchio?
- Sar suo padre.
- Suo padre? Ah, ah, tu mi fai ridere!
- Perch, insolente?
- Perch tutti i padri sono morti.

*

L'estraneo era metodico e taciturno: usciva tardi alla mattina e rientrava tardi alla notte, sempre alle stesse ore: e se per caso rientrava durante la giornata non faceva chiasso, ma pretendeva che anche intorno a lui regnasse il silenzio pi profondo. La sua camera era sempre in disordine, impregnata da un forte profumo di sapone fino.
Dopo il primo giorno egli non aveva pi rivolto la parola a Lia, contentandosi di dare qualche ordine alla serva: e le domande, i sorrisi, le offerte e le investigazioni di questa s'erano spuntate come contro una pietra.
- O non capisce l'italiano, sebbene lo parli o  sordo, - disse Rosa: e i bambini risero e fecero tesoro della scoperta. Se alla mattina Salvador faceva chiasso e la mamma lo sgridava, egli diceva con aria perfidamente ingenua:
- E tanto  sordo!
I due fratellini covavano una sorda antipatia contro l'estraneo: Salvador, pi cosciente, aspettava ancora un segno di benevolenza da lui, e vedendosi trascurato provava un'ostilit invincibile; l'istinto primitivo del debole contro il forte da cui viene spostato e cacciato in un angolo.
Anche Lia provava lo stesso sentimento: di notte aveva paura e si chiudeva in camera e trasaliva ad ogni minimo rumore. Chi era l, nella sua casa? Un ignoto, un uomo che ella non aveva mai veduto nella sua strada. Egli poteva farle del male e andarsene come un ladro notturno. Che fare, che fare? Ella si stringeva ai suoi bambini, ma aveva paura anche per essi.
Una mattina Rosa, che divideva l'ostilit della sua padrona per l'estraneo, port misteriose notizie su di lui.
-  da poco a Roma. Era impiegato in un altro posto, chiss dove; ha cambiato con uno qui del Ministero, uno che aveva perduto al gioco e s' come venduto il posto: s, pazienza; e anche questo nostro signorino non si sa chi : non parla mai con nessuno, ma il portiere del Ministero, che  mio amico, dice che dev'essere ammogliato. Ma la moglie dov'? pazienza: se si potesse domandarlo a lui; ma non capisce l'italiano.
Ammogliato? Diviso dalla moglie? Il suo aspetto non era certo quello d'un uomo felice. E d'un colpo il rancore e le paure di Lia caddero, ed ella si sent legata all'estraneo dal filo sottile che unisce un infelice all'altro, anche se essi non lo vogliono, come il filo del ragno unisce le spine del cespuglio attorno a cui si aggira.
Allora la sua vita riprese, in apparenza, il suo corso se non lieto, tranquillo: fra la sua piccola rendita e quello che le dava il Guidi, ella riusciva a pagare il fitto di casa e a mantenere la famigliuola.  vero, per, che lei e i bimbi si contentavano del puro necessario: vivevano di latte, di uova, di erbe. La domenica ella faceva un dolce molto economico, di ricotta e di zucchero, ed i bimbi rimanevano contenti per tutto il resto della settimana, o fino al giorno in cui la signora Bianchi mandava a prenderli e faceva servir loro una merenda da novella di fate. Ma verso gli ultimi di maggio la pietosa signora partiva e le feste finivano.
Col primo di giugno Salvador andava a scuola alle otto meno un quarto, per tornare alle dodici e mezza: rientrava stanco e nervoso; e vedendolo cos, Lia, anche lei sfinita, s'inquietava e si rattristava.
Ella doveva alzarsi presto, alla mattina, per accudire a tutto, preparava il caff, scaldava l'acqua per l'estraneo; lavava i bambini e li chiudeva nella saletta da pranzo, perch non facessero chiasso, sorvegliandoli come carcerati. Ma anche Salvador si ribellava; nella lotta quotidiana fra lei e i bambini ella vinceva sempre a forza di volont e talvolta di rigore eccessivo.
Un giorno dovette dare uno scapaccione a Salvador che incitava Nino ad andare a picchiare all'uscio del Guidi; e il fanciullo si mise a piangere sconsolatamente.
- Tu mi maltratti perch non mi vuoi bene. Nessuno mi vuol bene, nessuno, perch io non ho pap e non ho mamma...
Per un senso di giustizia e per cancellare dall'anima di Salvador la triste impressione, ella percosse anche Nino.
Allora accadde una scena comica e pietosa: Nino cerc protezione nel fratellino; piansero assieme, e anche il piccolo ripeteva:
- N-i-c-c-i-u-n-o mi vuol bene p-e-c-c-h- non ho pap n mamma!...
Lia divent nervosa. Sopravveniva il caldo, spesso soffiava lo scirocco e turbini di polvere velavano l'aria, rendendola irresponsabile. Tutti i giorni, dalle quattro alle sette, ella conduceva i bimbi a Villa Borghese, e mentre essi giocavano nei prati ove l'erba cominciava a inaridirsi, ella ripensava al passato, seduta davanti alla fontana, nello stesso posto ove Justo le aveva dichiarato il suo amore. E cadeva in una specie di sogno sembrandole di riveder la figura dello zio, melanconica e tetra, e la figura melanconica e dolce di suo marito.
Quel luogo era per lei quasi sacro, come un tempio ove fossero sepolti i suoi cari; i loro spiriti le si aggiravano intorno, le parlavano con la voce monotona della fontana, col mormorio degli alberi. Le pareva di aver sognato e di sognare ancora: ecco, bastava alzarsi, volger la testa, per vedere ancora la mite figura di Justo stesa sull'erba, intenta ai giochi del piccolo Salvador. Sembrava ieri, sembrava un secolo!...
Ma ella si voltava, vedeva i bimbi vestiti di bianco, con una fascia nera al braccio, e trasaliva come svegliandosi di soprassalto; e un nodo le stringeva la gola, costringendola a curvare nuovamente la testa oppressa dal peso dei ricordi.
L'illusione tornava. Ella si rivedeva l, due anni prima, un anno prima: l, allo stesso posto, quieta, tranquilla, come assopita nella sua felicit quotidiana diventata abitudine. Bastava alzarsi, chiamare i bimbi, tornare a casa per trovare la tavola apparecchiata, il pranzo pronto, Justo che aveva finito il suo lavoro e aspettava i suoi figli e sua moglie e i loro baci, come un compenso al suo sforzo e alla sua tenacia di lavoratore.
Povero Justo! Nell'ultimo anno era diventato un po' nervoso, pi taciturno ma meno calmo del solito: e s'era vieppi ingrassato, ma d'una pinguedine molle, pallida, quasi vuota. Qualche volta Lia, che aveva studiato lo spagnuolo, provava una strana impressione nel leggere gli articoli di suo marito: le pareva che anch'essi fossero sempre pi abbondanti di parole, ma scialbi, morti: riflettevano, per cos dire, la stanchezza e l'esaurimento del giornalista.
Lia non s'illudeva: Justo era in decadenza, come uomo e come scrittore, ed ella talvolta, accorgendosi di valere poco per lui, provava un senso di umiliazione. Un'altra donna forse avrebbe tenuta desta l'intelligenza di Justo, dedicandosi tutta a lui, eccitandone l'ambizione: neppure questo ella aveva saputo fare; non era riuscita a farsi amare da lui come un'ispiratrice, di quell'amore che  fonte di creazione artistica, e lo aveva legato a s, nella cerchia della modesta felicit domestica, in modo ch'egli non cercasse fuori di casa altre ispiratrici ed altre inspirazioni.
Adesso si rimproverava tutto questo; ma nei momenti di rassegnazione pensava che, spinto a fare di pi, Justo si sarebbe egualmente esaurito, e sarebbe morto poich la sua ora era giunta.
Allora si scuoteva e si guardava attorno come l'uccello che si sveglia sul nudo ramo, d'inverno. Rabbrividiva ma pensava a vivere, e la visione del presente le si svolgeva attorno desolata ma nitida.
Una notte Salvador si svegli piangendo, tormentato da un forte dolore ad un orecchio. Era una notte burrascosa e calda; soffiava un forte scirocco, di tanto in tanto la grandine batteva ai vetri e il rombo del tuono dava la lugubre idea che la citt crollasse.
I nomi delle malattie pi fatali le passarono in mente: un folle terrore la invase al pensiero di trovasi sola davanti a un pericolo oscuro. Ah, ella conosceva gi quel terrore, e il ricordo delle ore passate al capezzale di Justo morente aumentava la sua angoscia. Tutto il mistero di una solitudine infinita, di una notte in mezzo al deserto la circondava.
Prese Salvador fra le braccia, lo cull, gli parl come ad un bimbo di due anni; egli piangeva, ma capiva il dolore di lei e, pur lamentandosi, cercava di confortarla.
- Domani sar passato, mamma. Mamma cara, non pu durare, se no, come vado a scuola? Ho fatto da cattivo, ho fatto chiasso, mentre il signor Guidi dormiva, e cos ti ho recato dispiacere... e perci Dio mi castiga... Ma tu mi perdoni, mamma, e anche Dio mi perdoner...
Finalmente all'alba il dolore diminu ed egli si riaddorment.
Anche il tempo si rasserenava: Lia era stanca, affranta, ma non torn a letto.
L'alba la chiamava. Apr la finestra e sent il profumo dei giardini, il canto degli uccelli. Guard il cielo solcato da piccole nuvole di argento che si rincorrevano e parevano dirette verso un orizzonte ove tutto era pace e freschezza e sent la nostalgia dei luoghi solitari, delle spiaggie marine e desider prendere con s i suoi bambini, portarli fuori da quella stanzetta che sembrava una gabbia e seguire con loro le nuvolette che andavano verso le montagne e verso il mare. Ma ben presto s'accorse che tutto questo era poesia. La realt sogghignava alle sue spalle, e la richiam con lo squillo del campanello del signor Guidi.
Era la prima volta che egli suonava a quell'ora insolita. Lia corse contrariata ed inquieta, provando, come sempre, un senso di umiliazione e di pudore offeso nel vedere un estraneo nel suo letto, al posto di Justo.
Egli stava sollevato sul gomito ed era pallido in viso, coi baffi spioventi, gli occhi cerchiati di nero.
- Scusi, - disse con voce rauca. - Mi sono sentito poco bene stanotte. Vorrei una tazza di caff... se non le d noia...
- Subito! - ella rispose, placata all'idea che anche lui soffriva.
- Anche il suo bambino  stato poco bene? - egli domand quando Lia port il caff. - Era il piccolo?
- No, era Salvador che aveva male ad un orecchio.
- Lo porti dal medico, - aggiunse il signor Guidi con premura, mentre Lia lo guardava sorpresa, - perch non ha chiamato, signora Lia?
- Ma le pare? E lei come sta, adesso? Le occorre niente?
- Grazie, nulla. Senta. Ha il medico, per i suoi bambini? Se no, posso darle un biglietto per un mio amico, il dottor Fontana, che ha un ospedalino infantile in via Mecenate. Vada, signora Lia; il male del suo bambino potrebbe anche essere un'otite e non bisogna trascurarla.
Lia lo fissava, stupita: negli occhi di lui brillava una luce di piet, ed ella usc dalla camera con l'impressione che i loro rapporti fossero a un tratto divenuti amichevoli: e tanto si sentiva sola, nella vita, che bast quest'idea per confortarla.
Pi tardi, sebbene Salvador non sentisse pi alcun disturbo, cedendo alle premure del signor Guidi ella prese il biglietto e assieme coi bimbi and dal medico. Fu quasi una gita di piacere perch attraversarono a piedi tutta la via Merulana allagata di sole e di azzurro, fecero il giro del mercato di piazza Vittorio Emanuele, comprarono un mazzettino di ciliegie e sostarono nel giardino, davanti al laghetto verde solcato dai cigni neri che si lasciavano addietro un nastro d'oro.
Ma il luogo pareva assediato da una folla agitata e urlante; attraverso il verde si vedeva, sui marciapiedi ancora lucenti per la pioggia della notte passata, un luccicare di mercanzia di latta, di bicchieri di vetro, di specchi e di quadretti dalla cornice dorata. Tutto un popolo multicolore s'agitava attorno alle erbivendole le cui teste emergevano dal verde umido degli erbaggi, diaboliche e irrequiete come teste di Medusa: e accanto ai carretti colmi di ciliegie d'un rosso livido, i grandi mazzi di gigli gi languenti sembravano pi bianchi, d'un candore anemico di fiori malati.
Lia osserv che tutto era un po' guasto o di qualit scadente, in quel mercato popolare; le fragole erano pallide, le ciliegie troppo mature, come piene di sangue malato: l'odore del pesce guasto si mischiava al profumo acre dei fiori che marcivano. Lo scirocco aveva sciupato ogni cosa, non tanto per da allontanare la povera gente mediocre le cui condizioni - pensava Lia - rassomigliano in qualche modo a quelle della roba che compra.
Ella si vedeva nel gran numero, e un brivido di piet e di disgusto l'assaliva. Anche il giardino era invaso da una folla misteriosa di giovanotti pallidi dall'eleganza equivoca, vestiti di verde, con le scarpe gialle; alcuni si abbandonavano a una fosca contemplazione del lago e dei cigni; altri sorridevano e gridavano parole insolenti a una donna bruna e scarmigliata che attraversava il viale sollevando le gonne sulle scarpine bianche infangate.
Lia riprese per mano i bimbi pensando con terrore che se voleva spender poco doveva abitare nelle case ove si rifugiavano quei disgraziati.
In fondo a via Mecenate si fermarono davanti a una casetta silenziosa alla cui porta batteva una striscia di sole e al cui fianco, come in certe vignette romantiche, un albero protendeva i suoi rami un po' scuri. Apr un'infermiera grassa e candida come una colomba e sorrise ai bimbi che la fissavano con curiosit. Lia porse il biglietto, ma dovette egualmente aspettare a lungo, nel salottino dalle pareti smaltate e dai sedili di vimini. Si udiva nell'ambulatorio attiguo un sommesso chiacchierio di donne povere e il pianto d'un bimbo malato: e mentre Lia si confortava pensando che esistevano miserie pi grandi della sua, Salvador leggeva i diplomi d'onore dell'Ospedalino, attaccati come quadri alle pareti. A un tratto diede un grido di sorpresa:
- Mamma, qui c' scritto il nome della signora Bianchi, leggi!
Ella s'alz, ma prima di leggere i nomi dei benefattori dell'Ospedalino, sent il dottore entrare a passi lievi e ricord allora di aver altre volte veduto quel viso calmo quasi immobile, quella testa marmorea dai folti capelli bianchi scarmigliati, alquanto rigettata all'indietro: gli occhi sporgenti e velati, con le palpebre grevi, fissavano un punto lontano. Sembrava distratto; ma quando Lia gli ricord che s'erano gi conosciuti dalla pia signora, e gli spieg il perch della sua visita, curv la testa leonina ed i suoi occhi si fecero luminosi e attenti. Mise Salvador accanto alla finestra, gli esamin la gola, gli palp la nuca, gli diede un colpettino sulla testa.
- Andiamo a scuola?
- Son gi in terza! - esclam Salvador, ridendo dell'ingenua domanda.
La mamma lo guard corrugando le sopracciglia, e anche Nino, che aveva gi aperto la bocca per interloquire, rimase silenzioso.
- S, fa la terza. L'orario  lungo; cinque ore di seguito, e poi cmpito a casa, e troppa aritmetica. Il bambino si stanca, forse...
- E quindi l'anemia scolastica. Il bambino  debole. Lo conduca al mare, ma non quando fa troppo caldo.
Salvador guard la mamma, sicuro di sentirle ripetere che per quell'anno non si poteva andare al mare perch il pap era morto e nessuno pi, in casa, guadagnava soldi; ella invece domand se i bimbi dovevano fare il bagno tutti i giorni, o star soltanto sulla sabbia, e avuta la risposta porse la mano al dottore, ringraziandolo e promettendo di tornare.
Egli era ricaduto nella sua apparente distrazione, ma quando Lia s'avvi per andarsene si scosse e parve ricordarsi di qualche cosa.
- La signora Bianchi mi disse che lei voleva tornarsene al suo paese: s' invece stabilita qui?
- S! non era possibile andar via... per i bambini... che devono studiare...
- Bene, bene!... ma non li faccia studiar troppo!
Lia trasal. La signora Bianchi aveva parlato di lei? Perch? conosceva le sue condizioni? Per un momento ebbe l'idea di rivelare al dottore le sue inquietudini, domandargli aiuto e pregarlo di intercedere per lei presso la pia signora, onde questa le procurasse lavoro e guadagno; ma egli aveva gi aperto l'uscio, e come un mormorio triste di preghiera, di lamento e di minaccia, venne su dall'ambulatorio, dove le madri povere coi bimbi malati in braccio aspettavano; ed ella pens che le altre miserie incalzavano, e usc.
Nell'attraversare l'ambulatorio le parve che il suo dolore, confuso col dolore di tutta l'umanit povera, fosse meno distinto, meno vivo, come una macchia su un fondo scuro.
Appena furono nella strada, Salvador domand con malizia:
- Dunque i soldi li abbiamo? E tu dicevi...
- Non li abbiamo, ma li troveremo.
- E come si fa? I soldi non si trovano mica per terra; lo hai detto tu.
- La mamma trova sempre i soldi per i suoi bambini, purch questi sieno bravi. Anche per terra, se occorre.
Allora egli, rassicurato, si mise a ridere; e stringeva la mano alla mamma, gliela baciava, camminava con una gamba sola. Nino, invece, che pareva non avesse capito nulla della visita al dottore, camminava pensieroso e taciturno, a testa bassa.
- Ma che guardi, Nino?
- Guardo se per terra si trovano i soldi.

3.

Per nulla al modo Lia sarebbe tornata ad Anzio, in quella spiaggia che aveva conosciuto la sua felicit e la cui sabbia le pareva dovesse ancora conservare le orme del suo povero Justo. D'altronde la vita ad Anzio costava troppo, ella quindi cerc altrove, e la serva le indic una spiaggia poco frequentata e la casetta d'una donna che era stata sua compagna di servizio. Lia decise di partire agli ultimi di giugno, e la domenica prima della partenza entr Guidi che in quei giorni, forse a causa del caldo, era molto nervoso e non dimostrava pi alcun interesse per la sua padrona di casa.
- Bisogna che l'avverta, - disse, fermandosi timida e corrucciata accanto all'uscio, mentr'egli, che stava ancora a letto e leggeva, sollevava gli occhi guardandola con una certa sorpresa. - Io e i bimbi partiamo il ventinove. Andiamo un po' al mare. Al donna verr puntualmente tutt'i giorni per il servizio.
Egli non protest: solo disse:
- Avrei bisogno anch'io un po' di aria di mare. Pazienza: dove va, signora Lia? Ha trovato una bella casa?
- Andiamo in una casetta modestissima: due camerette ed una piccola cucina, si figuri! Ma il luogo  quieto, pittoresco e si spende poco.
- Verr a trovarla, una domenica, se non le dispiace.
- Oh, venga pure! - ella esclam con gioia. - Mi avverta, prima, se crede.
- Vediamo l'orario, - egli disse, cercandolo nella terza pagina del giornale che teneva in mano. - Ah, va bene: dal primo luglio c' il diretto che si ferma. E cos, quando partirebbe lei, signora Lia?
- Io giorno ventinove, alle dieci del mattino.
Dalle sette, il giorno della partenza, Salvador e Nino tenevano gi pronte in mano le due piccole valigie ove la mamma aveva raccolto le loro vestine, le maglie, un quaderno per Salvador e persino qualche giocattolo.
Alle nove ella entr per salutare il Guidi; egli stava per recarsi all'ufficio, e accompagn la famigliuola fino al cortile del Ministero delle finanze. In quell'ora del mattino, il vasto cortile sembrava una piazza di citt di provincia: solo qualche impiegato in ritardo l'attraversava, e il rettangolo di cielo chiaro che lo copriva era dolce e mite come un cielo di campagna; la fontana pareva spruzzasse per scherzo le sue scintille d'acqua sui piccolo palmizi e sugli oleandri dell'aiuola centrale, e nella cornice dell'arco d'ingresso, verso via Volturno, s'intravedeva uno sfondo lontano azzurro e vaporoso, come se laggi sorridesse gi il mare.
Lia si sentiva quasi felice: aveva sorriso, passando, al suo antico amore, il buon colosso di bronzo che vigilava sulla folla indifferente, e le pareva di andare verso una nuova vita.
L'uomo invece era tediato, con un'aria di disgusto sul viso pallido; domandava se la donna di servizio era fidata e guardava lo sfondo azzurro con uno sguardo freddo e triste.
- B, - disse, arrivati davanti alla scalinata dell'ingresso. - Buon viaggio, signora Lia. Beata lei che va a respirare un po' d'aria buona!
Lia ferm Salvador per l'omero.
- Saluta il signore.
I bimbi si fermarono e il pi espansivo fu Nino, che porse la sua manina e fece due o tre inchini.
- Arrivedella, arrivedella!
I suoi grandi occhi neri, dal bianco azzurrognolo, scintillavano come due stelle, mentre gli occhi dolci e limpidi di Salvador fissavano quasi ostili il Guidi. 
Ben presto il gruppo della mamma nera coi bimbi bianchi all'ombra dei larghi cappelli gialli orlati di nero, s'allontan per la via Volturno, verso lo sfondo luminoso. Salvador disse:
- Perch lo hai invitato? Anche l, allora bisogna che stiamo zitti.
- No, no, - disse Lia. - L c' molto spazio!

*

Spazio ce n'era; ma la casetta, che in maggio e giugno era stata abitata da cacciatori, conservava ancora un odore di selvaggina, sebbene l'aria entrasse a fiumi per i due ingressi, uno dei quali dava sul sentiero della brughiera, l'altro su un cortile attiguo alla spiaggia. Lia fu colpita dalla rassomiglianza del luogo col suo paesaggio nato; solo, la spiaggia era meno lontana, e pi in gi dalla casetta sorgeva una fila di ville circondate di giardini, rosse e bianche sullo sfondo turchino di un piccolo golfo, e pi gi ancora la torre di un castello medioevale appariva nera tra il verde di una pineta, il cui mormorio pareva ripetesse quello delle onde.
La padrona della casetta serviva in uno dei villini, ma consegnando le chiavi a Lia le offr di farle la spesa, alla mattina, poich l'unica rivendita di generi alimentari era lontana, al di l del castello.
Lia accett, e partita la donna si trov di nuovo sola coi bimbi in mezzo alla brughiera; ma durante la giornata non si accorse della sua solitudine, occupata a riordinar la casetta ed a rincorrere i bambini che ogni momento scappavano verso la spiaggia. La loro felicit riempiva di luce la sua anima inquieta, come la luminosit del mare e dell'orizzonte rallegrava la povera abitazione. Ma al cader della notte i bimbi stanchi e beati si addormentarono, ed ella and a sedersi come una povera serva stanca sul limitare della porta. Il mormorio del mare e il profumo della brughiera riempivano di poesia la notte: il cielo era chiaro, stellato; ed ella prov una strana meraviglia nel contemplarlo.
Le stelle! Dunque le stelle esistevano ancora? Ella le aveva dimenticate, ed ora, ritrovandole, provava una dolcezza triste, un senso di sorpresa, quasi ritrovasse degli amici di infanzia.
A un tratto fu ripresa dalle sue antiche inquietudini, dalla stessa melanconia che la affliggeva nella casetta del palmizio, dallo stesso desiderio di rompere le catene con cui la sorte l'avvolgeva. Ah, non era pi tempo di sogni! Per condurre i bimbi al mare aveva intaccato di nuovo il suo piccolo capitale; domani forse, in caso di malattia o di altra sventura, sarebbe rimasta senza niente! Le pareva di essere gi caduta molto in basso, poich ricordava le villeggiature ad Anzio, la casa sul molo, i bimbi addormentati in una bella camera ariosa, e lei sul balcone vestita di merletto.
Neppure allora era stata pienamente felice... eppure a poco a poco i ricordi tornarono a vincerla, cos dolci e belli che il presente le parve un incubo. Justo era ancora vivo; era assente, ma vivo. Ella lo aspettava. Fra poco sarebbe tornato; la sua figura bianca e lenta attraversava la spiaggia, saliva silenziosa fino alla casetta, si fermava davanti a lei... La sua mano dolce e morbida le accarezzava i capelli; ma nella notte incerta, al vago chiarore che veniva dalle stelle e dal mare, ella non riusciva a distinguer bene il caro viso...
Un passo risuon davvero dietro il muro del cortile, ed ella trasal; ebbe paura di qualche malvivente e ricord che era sola nella solitudine della brughiera. Anche gridando, laggi dai villini non avrebbero sentito: cos nella sua vita!
Balz dentro e chiuse la porta.

*

Un giorno il postino le diede una cartolina del Guidi e una lettera della zia Gaina. La zia Gaina, alla quale ella faceva credere di trovarsi in ottime condizioni finanziarie, si lamentava perch Lia non pensava di tornare, almeno durante l'estate, in paese, e concludeva con le solite frasi: se tu hai bisogno di qualche cosa dimmelo: sono povera, ma la buona volont non mi manca.
Il Guidi annunziava il suo arrivo per la domenica. Lia aveva sperato che egli si dimenticasse: ma poich veniva bisogna farsi onore.
Diede quindi un cestino a Salvador, destando cos l'invidia del piccolo, che voleva portare qualche cosa anche lui; e tutti assieme andarono in cerca d'uova e di polli, dirigendosi verso la collina giallastra che chiudeva la brughiera, a ponente, e sulla cui cima, in mezzo a una vigna, sorgeva un cascinale, bianco nel verde come un colombo in cima ad un albero.
Il tramonto circondava con un'aureola d'oro la collina. Lia e i bimbi percorsero il sentiero fino a una casetta tappezzata di glicine, passarono il ponte sopra la strada ferrata, salirono al cascinale e trovarono le uova e i polli, e una donnina gobba, bella in viso come una fata, e gattini, canini, capre e un vecchio con una lunga barba bianca, e un bimbo scalzo che conduceva una vacca e un vitellino nero al pascolo. Sembrava un mondo fantastico, e i bimbi non volevano tornare indietro. Ma bisogn decidersi; il sole era tramontato; un velo di nebbia rosea copriva la brughiera e al di l il mare sembrava una gran coppa di latte. I monti d'Abruzzo, rosei nell'azzurro lontano, parevano a Lia i monti della sua isola.
Nino piangeva perch voleva il cestino grave d'uova che parevan di marmo, e di una gallina gialla e nera sgozzata ma ancora calda: ma poi tacque, poi si fece portare lui dalla mamma e si addorment sulla spalla di lei. E Salvador rideva, canzonando il fratellino; ma a un tratto divent pensieroso, guard la gallina e disse:
- Poverina, quando siamo andati cantava e adesso  morta. La sua anima dov'?
- Quante volte ti dissi che le bestie non hanno anima?
- S; ma io credo che anche loro l'abbiano! Perch no?
La sua piccola mente era gi affaticata da grandi problemi che Lia s'affannava invano a risolvere. Rifecero la strada discutendo cos profondamente che entrambi non s'accorgevano neppure del peso che li gravava.
La domenica mattina, mentre i due fratellini giocavano nel cortile sabbioso, Lia cominci a preparare la colazione affacciandosi ogni tanto alla porta verso il sentiero per spiare l'arrivo del Guidi.
	Non sapeva neppur lei se era contenta o no di questa visita che portava un certo squilibrio alle sue abitudini ed anche al suo bilancio quotidiano. A un tratto le parve che i bimbi litigassero: corse alla porta verso il cortile e si sent battere il cuore. Un uomo vestito di bianco, - come il suo Justo, - col panama calato sulla fronte, - come il suo Justo, - stava in mezzo ai bimbi e distribuiva loro qualche cosa. S, anche Justo faceva cos, quando arrivava alla spiaggia di Anzio. Ella non pot pronunziar parola, tanto quella visone improvvisa le fece male. 
Ma quando l'uomo la salut da lontano, ella si scosse e sorrise: ah, non era colui che non poteva tornar pi; non erano i dolci occhi stanchi, il buon viso scuro, no; era un viso estraneo, bello di salute e di giovinezza, due occhi chiari, egoisti, una bocca fresca, gonfia di vita sotto l'ombra dei baffi dorati. Per la prima volta egli le parve bello, ma d'una bellezza che le destava antipatia e quasi un senso di rancore. Ah, egli era forte, era un uomo, era padrone della sua vita: ella era fragile, sola, legata a una misera sorte!
Egli 'avvicin, agile e sorridente, e pareva si compiacesse a mostrarle i suoi bei denti bianchi di fanciullo.
- Come va, signora Lia? Si diverte?
- Oh, moltissimo, - ella disse con un sorriso ironico. - S'accomodi, ecco il nostro villino!
Egli sedette sulla povera ottomana grigia che alla notte serviva da letto, e guard a destra, guard a sinistra, dando in esclamazioni di gioia e d'invidia. Nello sfondo della porta brillava, sopra la linea gialla del muro del cortile, la linea violetta del mare; nella cornice del finestrino si disegnava, come in un quadretto di maniera, il sentiero rossiccio fra le macchie verdi, e in lontananza la collina bionda con la vetta verde e il cascinale bianco, in cima, sul cielo lilla. Egli quindi non bad alla stanzetta, la cui povert era come inondata e quindi nascosta dalla luce meravigliosa che veniva di fuori: vedeva le macchiette bianche dei bimbi nel sole del cortile, il profilo arabo della giovine vedova sullo sfondo del quadretto del finestrino, e una espressione di piacere quasi infantile ammorbidiva i suoi lineamenti troppo fini.
- Signora Lia! - disse, abbandonandosi sui cuscini dell'ottomana. - Ma come ha fatto a scovare questo posto?  bellissimo;  meraviglioso!
Lia taceva, come s'egli la canzonasse. Gli vers il caff in una tazza turchiniccia slabbrata e gliene domand scusa.
- Qui tutto  preistorico: bisogna adattarsi...
- Ma se tutto  bello, signora Lia! O lei  incontentabile?
La guard, sollevando gli occhi dalla tazzina, attraverso il vapore profumato del caff, e Lia si accorse che lo sguardo di lui era mutato. Egli la guardava finalmente come una donna, non come una padrona di casa, e doveva trovarla bella, come tutte le cose intorno, perch l'avvolgeva nella stessa ammirazione.
Dopo il caff Lia gli offr una tazza di latte, e poich egli accettava gli diede dei biscotti e infine accost allo spigolo del tavolo il panierino del pane: come senza accorgersene egli bevette e mangi, e anche dal viso di Lia sparve l'ombra della diffidenza e del sarcasmo. Ella sembrava felice di scoprire nel suo elegante inquilino un semplice mortale.
- Fa caldo a Roma, signor Guidi?
- Non tanto, ma certo qui si sta meglio. Oh, certo meglio!
- Ma le piace tanto davvero?  un luogo melanconico e solitario, un rifugio da gente sconsolata. Anche i villini, che da lontano sembrano pittoreschi, da vicino sono quasi brutti, coi loro orticelli mal coltivati e i giardini selvatici. Si direbbe che chi li abita sia gente infelice, afflitta da disgrazie che non permettono, a chi ne  colpito, di curarsi oltre della vita.
- Oh, Dio, potrebbe anche essere il contrario!
E come Lia lo fissava, egli aggiunse: 
- Quella gente potrebbe invece esser cos felice da non curarsi delle cose che la circondano.
Ella fece un segno di diniego.
- Non credo, signor Guidi! Le persone felici amano circondarsi di cose belle. Sono gl'infelici che non si curano pi di nulla.
- Ah, cara signora, lei non conosce abbastanza la vita. Noi spesso giudichiamo infelici solo le persone che si curano di dimostrarcelo: questi invece non sono i veri infelici, perch sono ancora vivi, si cullano nel loro dolore, provandone magari volutt, e aspettano e sperano ancora. Essi non si curano pi del loro giardino, ma si curano molto di loro stesso: mentre il vero infelice, signora Lia, ha cura del suo giardino, e cammina e parla e ride anche, come un attore sul palcoscenico, e fa la p-a-r-t-e di vivo mentre  morto, ben morto e sepolto...
S'era alzato e, con le mani in tasca, un po' curvo e accigliato, guardava attentamente un quadretto appeso al disopra dell'ottomana.
- S, anche lui dev'essere infelice, - pensava Lia. Ma a un tratto egli stacc il quadretto e lo guard da vicino, sorridendo.
-  una stampa del Settecento e riproduce il castello, la pineta, il golfo solcato da velieri simili a barche di pirati.
I bambini intanto s'erano pi volte avvicinati alla porta, e Nino, consigliato da Salvador, disse:
- Mamma, non si va a fare il bagno?
Ella gli accenn di tacere; ma il Guidi, dopo aver riattaccato il quadretto meravigliandosi di trovare un oggetto artistico in un simile luogo, usc per lasciar libera la famigliola.
Dopo aver girovagato per la brughiera e lungo la spiaggia, si sdrai su una specie di duna d'alghe e di sabbia e s'abbandon alla contemplazione del mare. E a poco a poco, quasi vinto da una specie di fascino, sent i suoi soliti pensieri abbandonarlo e prov un senso di conforto come un malato che un benessere improvviso solleva.
Allora cominci a guardare con attenzione e con meraviglia le onde, quasi le vedesse per la prima volta. Alla linea verdastra del mare lievemente mosso s'univa la linea color lilla dell'orizzonte, e l'albero della paranze pareva toccasse il cielo: le onde laggi erano eguali, tutte d'un colore lividognolo, ma arrivate verso la spiaggia si dividevano e si slanciavano le une sulle altre, feline e feroci. Alcune si spingevano fin sui banchi di sabbia e di alghe, avanzandosi verso la terra con insistenza nemica; altre si spandevano con una certa grazia, come veli scintillanti, e altre ancora si ritiravano appena toccata la sabbia, e pareva avessero fretta di tornarsene indietro. Ma gi lungo la linea degli scogli tutte saltavano di continuo, senza tregua, con agilit feroce, e poich il vento taceva parevano agitate da una forza interna, come cosa viva. Gli scogli brillavano come il cristallo, e alcuni, alti e concavi, davan l'idea di enormi coppe colme di vino spumante.
Piero Guidi provava una gioia infantile nel seguire il gioco delle onde: il paesaggio gli sembrava coperto da un velo iridato, oro verde e viola, e il profumo delle alghe calde su cui giaceva gli ricordava cose tenere, lontane.
La citt, la monotonia dei suoi giorni, talvolta agitati, talvolta calmi, sempre eguali per, simili a quelle onde che lo divertivano appunto perch gli apparivano come il gioco della vita, tutto gli sembrava lontano, facile a dimenticarsi. Ecco, bastava restar l e non muoversi pi, per sentirsi tranquillo, formar parte di quel paesaggio grandioso e solitario cullato dal rombo del mare.
Immobile, quasi addormentato, egli ricordava le vicende della sua vita come non le aveva mai ricordate: con calma, senz'odio per i suoi nemici, senza paura del loro odio. Perch tormentarsi? Bastava chiudere gli occhi, lasciarsi coprire dall'oblio...
L'arrivo di Lia e dei bambini lo scosse dal suo dormiveglia: tuttavia rimase immobile, nella sua nicchia d'alghe, e senza esser veduto segu con gli occhi i movimenti della giovane vedova. Tanto lei che i bimbi erano scalzi e indossavano lunghi accappatoi bianchi: e bast che Lia lasciasse cadere il suo per apparire in un costume da bagno scollato e senza maniche: la tela nera aderiva come una seconda pelle al suo corpo agile, ed ella sembrava meno alta del solito ma pi giovane, bella d'una bellezza senza artifici, quasi primitiva.
Salvador si butt subito nell'acqua, scomparve, riappar, guizzante come un pesce, coi capelli sul visetto pallido e lucente: Nino invece aveva paura e Lia dovette prenderlo per mano e bagnargli le spalle e tirarselo addietro aggrappato a lei come un piccolo naufrago. Ella rideva e gli versava l'acqua sui capelli che si coprivano come d'una crosta d'argento: egli gridava di piacere e di terrore e a misura che l'acqua diventava pi alta s'aggrappava pi su fino al collo di Lia.
Piero Guidi osservava il grazioso gruppo, e la sua padrona di casa gli sembrava un'altra, una bella donna ch'egli non conosceva. I suoi capelli neri, inargentati dal riflesso dell'acqua, le fossette dei gomiti dorati, e soprattutto il collo lungo e gli omeri sfuggenti come nei ritratti delle principesse del tempo di Carlo Alberto, lo colpivano gradevolmente. Egli la guardava senza desiderio, ma con vivo piacere.
Quando ella usc dall'acqua, e dopo aver rimesso l'accappatoio prese Nino fra le braccia, alta e svelta fra l'oro della sabbia e il verde e il viola del mare e del cielo, egli pens a una madonna del Morelli e s'alz per osservarla meglio: e accorgendosi che Lia lo vedeva e arrossiva, si domand se ella piaceva a lui, se egli le piaceva; ma subito ricord che una domanda simile un uomo se la rivolge quando una donna comincia a piacergli, e un senso di diffidenza lo riprese.

*

Rientrando nella casetta trov Salvador che apparecchiava la tavola e si mise a chiacchierare con lui.
- Quanti anni hai? che classe fai? Sei passato senza esame?
Salvador, intento alle sue faccende, rispondeva con un certo sussiego.
- Ho fatto l'esame di proscioglimento, perch quello lo fanno tutti, anche i bravi. A me han concesso di farlo prima degli altri, per poter partire. Mi han domandato quanti chilometri ci sono da Roma a Parigi. S, diss'io, ve lo sapr dire quando sar direttore delle Ferrovie. Come hanno riso! Ma io non lo sapevo: come si fa a rispondere quando non si sa?
- Oh, ma che brigante che sei! E ginnastica te ne fanno fare?
- S; guardi che muscoli! - esclam il fanciullo, sollevando la manica del grembiule e piegando il braccino esile e bruno come una corda.
- Eh, non c' male! sembra uno stecchino!
Salvador rise, anzich offendersi, ma subito riprese a pulire i bicchieri col tovagliuolo, e continu:
- I miei muscoli son d'acciaio. Chiss che non diventi un gladiatore! Eh, se io, per esempio, voglio diventarlo, posso, vero, mamma? Si pu tutto quello che si vuole.
- Non sempre, bambino mio, - disse il Guidi; ma Lia, che lo invitava a mettersi a tavola, aggiunse rivolta al fanciullo:
- S, s, caro, si pu tutto ci che  possibile. Certo, se tu ti metti in mente di diventare un gigante, per esempio, ad onta di tutta la tua buona volont, non ci riuscirai mai: diventar forte ed agile, s, se lo vorrai, lo potrai. E cos tante altre cose.
- Io voglio diventare un albero! - disse Nino con aria tragica.
- Un ciliegio, vero? cos potrai mangiar le tue frutta senza incomodo.
E Nino fece atto di staccarsi di dosso le belle ciliegie e di mangiarle con avidit, e Salvador e la mamma risero, dimenticando la presenza dell'estraneo. Ma questi era serio, aveva voglia di discutere e domand a Lia:
- Crede lei davvero a quanto dice? Educare la volont, va bene; ma non  dare un'illusione ai fanciulli il far loro credere che basta volere per potere?
Lia non voleva discutere davanti a Salvador, sulla cui anima ogni parola lasciava un'impronta: rispose quindi che credeva fermamente a quanto diceva, escludendo sempre i casi della vita che sembrano combinati da una fatalit contro cui  inutile lottare.
- Tutta la vita  una serie di questi casi! - egli disse, animandosi. - E la nostra volont  come la verit:  relativa.  spesso istinto e ci sembra volont,  spesso ostinazione e ci sembra volont...
- Appunto, bisogna educarla, piegarla verso il bene.
- Dov' il bene e dov' il male, signora Lia? Lo sa lei? Il bene e il male sono anch'essi relativi...
Continuarono a discutere, ed egli negava tutto, ma senza troppa convinzione, e Lia ripeteva cose che aveva letto sui libri o aveva sentito dire, ma di cui neppur lei era convinta: Salvador fissava con ostilit l'estraneo che osava metter in dubbio gli insegnamenti della mamma, e Nino guardava con malizia il fratello invitandolo a ridere per i gesti nervosi e il modo di parlare del signor Guidi.
Nel pomeriggio la famigliuola torn alla spiaggia. L'ospite l'accompagnava, e mentre i bambini costruivano un acquedotto nella sabbia, egli si sdrai sulle alghe, accanto a Lia che tagliava un paio di scarpette di tela, e domand chi abitava i villini.
- Non so, non conosco nessuno. Soltanto so che in quella villa rossa, gi verso il castello, abita un ricco americano con due sue figlie. Fin qui non arriva nessuno, - ella aggiunse con malizia. - Se vuol vedere donne belle ed eleganti vada laggi allo stabilimento.
- Stamattina c'erano solo due balene vestite di bianco: saran state le ricche americane; mi basta per di averle vedute una sola volta...
Lia sorrise, ma accorgendosi che egli la guardava fisso non rispose e si fece seria.
- E lei passa tutta la giornata qui? come non si annoia, signora Lia? Perch non  andata ad Anzio?
Ella curv la testa sul suo lavoro, e i ricordi del tempo felice la rattristarono: le pareva di rivedere la spiaggia luminosa, il suo Justo fermo a contemplare i bimbi sepolti nella sabbia: e un prepotente bisogno di lamentarsi le fece pronunziare parole dolorose.
- Io non torner mai pi ad Anzio, - disse come parlando alla scarpetta che tremava fra le sue mani brune. - Sono stata troppo felice laggi. Del resto - aggiunse fiera, nonostante le parole umili che pronunziava, - ormai son troppo povera per andare in una spiaggia di lusso. Il povero deve contentarsi della solitudine, nella quale, d'altronde, egli  condannato a vivere.
- Adesso  lei che fa la parte di pessimista, signora Lia! Forse perch i suoi bambini non la sentono!
-  vero, - ella ammise sorridendo di nuovo. - Ma non creda che io nasconda a loro le mie opinioni sulla povert, purtroppo basate sull'esperienza. La povert!  forse davvero uno stato di perfezione, per chi  solo e vive secondo le leggi di Cristo. Ma quando non si  soli, signor Guidi! Io per me non mi lamento; ma che farebbero i miei poveri bambini se io venissi a mancare?
- La societ provvederebbe a loro!
- Lei sogghigna, ed ha ragione! - disse Lia, deponendo la scarpetta sulla sabbia, e rivolgendosi con fierezza: - la societ li travolgerebbe come quell'onda l, vede travolge i fili delle alghe. Ma fortunatamente c' qualcosa da cui si pu sperare pi che dalla societ.
- Che cosa, signora Lia? - egli disse con finta curiosit.
- C' un misterioso potere che ci guida anche se noi cerchiamo di resistergli. Dio? il destino? Chiss. Certo io che sono povera, che sono la pi umile delle donne, sento di dover la mia rassegnazione e, diciamolo pure, la mia fierezza, a questa speranza in un aiuto che non viene dagli uomini. Io spero sempre in una giustizia superiore. Essa non abbandoner me n abbandoner i miei bambini. Questo mistico senso di speranza non mi ha mai abbandonato, neppure nei momenti pi neri della mia vita:  una luce che come quella del sole traspare anche attraverso le nuvole pi cupe. Io spero sempre, signor Guidi, non so in che cosa, ma spero. Gli stessi avvenimenti della mia vita m'insegnano che noi siamo padroni della nostra sorte: c' una mano che ci guida, e anche se noi vogliamo andare a destra ci spinge a sinistra, e par si diverta ad ammucchiare davanti a noi gli ostacoli per aiutarci a varcarli, e tende davanti a noi un velo che ci d l'illusione dell'orizzonte, mentre l'orizzonte vero  al di l, al di l, e noi lo intravediamo solo nei momenti di elevazione, quando appunto questa misteriosa mano ci solleva, come la mano della mamma solleva il bambino curioso...
Parlando ella s'era animata: i suoi occhi splendevano e sembrava una fanciulla. Ma l'ospite sorrideva quasi con scherno.
- Lei parla cos perch  giovane e spera in s, nelle sue forze, non in un potere sovrumano, signora Lia!
- Io non spero nulla da me, - ella disse, ricadendo nella sua tristezza. - Non ho fatto mai nulla di buono n di utile, neanche quando me lo sono proposto fermamente. Ma la colpa non  mia. Non mi hanno insegnato a lavorare: sono sempre vissuta come un essere passivo, inerte.
- Me se mi pare che lei lavori anche troppo! dalla mattina alla sera!
- E che  questo? - ella disse con amarezza; e fu per aggiungere: - e che  questo, se son costretta a far la serva ad un estraneo?
S, di nuovo estraneo, anzi pi che  estraneo nemico, poich egli s'era alzato a sedere e le sfiorava il braccio e la guardava con gli occhi nuovamente pieni di una luce di scherno, sebbene la voce fosse carezzevole, vibrante di desiderio e di eccitamento al peccato.
-  giovane,  bella, signora Lia! Possibile che non se ne accorga? Lasci le idee melanconiche. Oh, Dio, noi volgiamo tutto in dramma, mentre la vita passa meno brutta del come ce la vogliamo ad ogni costo formare. Ma  la moda! Anche la vita noi camuffiamo alla moda; e la gonfiamo e la leghiamo con vesti sempre ridicole. Sentir lei parlare cos, come parla, di provvidenza divina, di aiuto sovrumano, vien voglia di ridere: la vita  bella, signora Lia, ma bisogna denudarla di tutte le sue vesti goffe, dei suoi gioielli falsi...
Lia riprese la scarpetta e si rimise a lavorare. Avrebbe voluto dirglielo che egli si contraddiceva, poich fino a quel momento aveva sostenuto che la vita  un dramma continuo, di cui noi siamo gli eterni personaggi; ma perch continuare? Egli non la capiva ed ella si sentiva sola, accanto a lui, e si pentiva di avergli aperto per un attimo, sia pure con vaghe parole, l'anima sua. A che rivelare le proprie inquietudini? L'uomo  sempre indifferente ai dolori del suo simile, e spesso consiglia la pazienza o la ribellione per non porgere aiuto...
Ma il Guidi voleva lasciare in lei una buona impressione, e continuando a chiacchierare le disse fra le altre cose che egli del resto ammirava le anime semplici e soprattutto la donna forte, sana e lavoratrice.
- Donne cos non ne esistono pi! - disse Lia con dispetto.
- Lei d prova del contrario!
- Oh, grazie! Si vede che la spiaggia  deserta.
- Fosse pure affollata di migliaia di donne, lei sarebbe fra quelle che pi ammirerei, - egli concluse, guardando l'orologio. - La prova ne  che mi dispiace di lasciarla; ma continueremo a discutere un'altra volta...
Lia non gli disse di rimanere: ed egli salut i bimbi e se ne and su per la spiaggia. Da lontano si volse e salut ancora, mentre Salvador domandava sottovoce:
- Non torner pi, vero?
- Speriamo di no, - disse Lia, e le pareva di essere offesa per i complimenti del Guidi, ma in fondo provava un vago turbamento, e ripeteva fra s ed esaminava ogni parola di lui, ricordandosi che in tutta la giornata egli non aveva mai parlato di s. Anche lei dopo tutto non gli aveva detto nulla che potesse interessarlo o confortarlo se era infelice.
- Anch'io gli sono estranea come egli a me.
S'alz, e come scosse la sabbia dalle sue vesti cos le parve di liberarsi del fugace ricordo di lui.
Ma al tramonto, mentre andava coi bimbi a passeggiare verso la brughiera, passando davanti alla casina delle glicine si sent chiamare dalla guardiana, una vecchietta abruzzese chiusa in un busto che le arrivava fino al collo.
- Signorina, non volete vedere la casina? Vostro fratello l'ha visitata, poco fa, e disse che l'anno venturo, forse, la prenderete in affitto...
- L'anno venturo... la casina... mio fratello?...
- Quel signorino che era da voi oggi...
I bambini cominciarono a ridere.
- Il signor Piero, sai mamma! Tuo fratello!
- Voi non volete vedere? - insisteva la vecchietta. - Egli passava di qui, per andare alla stazione; io lo invitai a visitare la casina, ed egli entr e disse: allora per l'anno venturo! C' una bella terrazza, sei camere, i bicchieri di cristallo, le posate, la ghiacciaia, il bagno... il letto matrimoniale...
- Andiamo a veder, mamma!
Salvador le tirava la manica, ma ella sorrise alla vecchia e le disse:
- Troppo lusso per noi!
- L'anno venturo... Egli pensa all'anno venturo... - mormor poi fra s, seguendo i bambini che correvano su per il sentiero della collina. E come un'ombra luminosa di crepuscolo, fatta di paura, di diffidenza, di orgoglio offeso, ma anche di una gioia torbida e di un confuso sentimento di speranza, l'avvolgeva.

*

Nei primi giorni, dopo il ritorno a Roma, fu ripresa da un senso di timore che di notte la spingeva a chiudersi in camera coi bambini prima che l'inquilino rientrasse e la sorprendesse sola nelle altre stanze.
Ma in breve si rassicur: egli non badava pi a lei n ai bambini, anzi un giorno si lament perch alla mattina Nino e Salvador strillavano come aquilotti. La libert della spiaggia li aveva resi indisciplinati, e tutti i giorni, a causa di un cucchiaino con la cifra dorata, erano liti, pugni, lotte continue. Lia nascose il cucchiaino e chiuse Salvador in camera per quattro ore; ma si sentiva umiliata per l'osservazione e le lamentele del signor Guidi.
Egli d'altronde pareva sofferente; era nervoso, soffriva d'insonnia, soffriva per il caldo, e spesso all'alba suonava per farsi portare il caff. Lia entrava, apriva gli scurini, metteva qualche oggetto a posto: e vedeva l'estraneo cos pallido e disfatto che ne sentiva piet e ricordava i discorsi di lui, quel giorno nella casetta dei cacciatori. Ah, s, anche lui doveva essere uno dei tanti che non si curano pi del loro giardino! Ma dopo qualche momento, assorbita dalle sue cure, ella non pensava pi a lui, o ci pensava ma senza piet. Che le importava, dopo tutto? Egli si circondava di mistero; non le aveva mai confidato nulla del suo essere, del dramma della sua vita: n lei si curava di saperlo. Pur cos vicini, procedevano ciascuno per conto proprio, viandanti smarriti nella landa del dolore umano.
In ottobre egli part: and nella Spagna, le mand cartoline illustrate, con donne che le rassomigliavano: ma al ritorno non le parl che fugacemente del suo viaggio: era sempre l'inquilino, l'estraneo che rivolge la parola all'estraneo che incontra nella via, quando ha bisogno di una indicazione o per dar sfogo a un impulso momentaneo.
Una mattina ai primi di novembre Lia entr per portargli il caff e come al solito s'avvicin alla finestra per aprire gli scurini. Attraverso i vetri appannati brillava, come attraverso un velo di perle, lo sfondo luminoso del cielo; era una pura giornata dell'autunno romano e anche i rumori che vibravano chiari nell'aria avevano qualcosa di allegro. Nel tepore del suo letto Piero Guidi ebbe per un momento l'impressione di dolcezza provata in riva al mare, e la figura di Lia, tutta nera nel mattino azzurro, col suo bel viso pallido chiuso dalle bende dei lucidi capelli bruni, gli apparve di nuovo circonfusa di poesia.
- Comincia a far freddo, - ella disse, avvicinandosi per versargli il caff.
Allora egli le prese la mano e gliela strinse mormorando:
Che gelida manina...
Pareva scherzasse: ma i suoi occhi cercavano quelli di Lia e lo sguardo era carico di dolcezza e di desiderio: ella corrug la fronte, lo guard minacciosa e usc. Ed egli non ritent la prova.

*

Cominciarono le giornate fredde, ed egli si lament perch nelle sue camere penetrava la tramontana: Lia ricord allora che dall'eredit dello zio Asquer le era rimasto un braciere di ottone; lo trasse, lo accese e lo mise nel salotto.
Quando era sola in casa sedeva accanto a quella specie di focolare antico, ed eseguiva l'orlo a giorno di immense lenzuola o di minuscoli fazzoletti di batista, lavoro che la serva le avea procurato da una cucitrice di biancheria.
Il guadagno era meschino ma a qualche cosa serviva; la monotonia del lavoro, quei punti sempre eguali, su quel fondo sempre bianco, accrescevano per la sua tristezza; le pareva talvolta di cadere in un cupo torpore, come se il lenzuolo che le copriva le ginocchia fosse un mucchio di neve sotto il quale doveva morire assiderata.
Solo qualche rumore alla porta la scuoteva: aveva paura che l'inquilino rientrasse all'improvviso, e s'alzava in fretta e ritornava di l, nel salottino freddo e grigio. Il cuore le batteva, e di nuovo si lasciava vincere da un senso d'ostilit contro l'intruso che entrava liberamente nella s-u-a casa e, volendolo, poteva farle del male.
S'egli poi entrava davvero ella si chiudeva nella sua camera: dopo ch'egli le aveva stretta la mano con desiderio, la sua paura non le sembrava pi infondata. Sentiva che l'uomo la desiderava e lo fuggiva per non diventar la sua preda. Ah, all'interesse che egli talvolta le dimostrava era preferibile l'indifferenza e anche il disprezzo: meglio la solitudine e la miseria che una vita di ansie e di oscuro turbamento. Era decisa a pregarlo di andarsene quando una sera rientr in compagnia di un giovane pittore suo compaesano, un fanciullo pallido e delicato che somigliava a Salvador e godeva quindi le simpatie di Lia.
Ella stava nel salottino e copriva il fuoco con la cenere prima di portar via il braciere. La luce del crepuscolo illuminava ancora il salotto; attraverso le tende fiammeggiava, sul cielo verdognolo, una nuvola rossa, e nella strada umida vibrava il lamento di un organetto. Il Guidi entr nella sua camera per cercare qualche cosa, e il pittore ristette colpito a contemplare Lia, ripiegata sulle ginocchia davanti al braciere, triste e nera, ma con la fine testa circondata da un'aureola di luce rossa.
- Stia ferma un minuto secondo! - disse il pittore. - Stia l, stia l! - E richiam il Guidi, lo prese per il braccio, lo costrinse a guardare Lia contro luce.
- Sembra la regina di Saba davanti a un braciere di profumi...
E poich Lia si alzava, col braciere fra le mani, ricominci a gridare:
- Stia l, stia l; un minuto secondo!
Ma Lia aveva da fare e se ne and: di l li sent a discutere e a parlare d'arte; poi uscirono assieme. Ma il Guidi risal subito dopo e la chiam:
- Sa che devo partire, signora Lia? Mi mandano in missione in Sicilia: star assente due mesi, forse tre, forse pi...
Ella lo guardava con diffidenza: le pareva di provare un senso di sollievo, quasi di gioia, per l'improvvisa notizia che combinava cos bene coi suoi desider; eppure sent ad un tratto come un vago rimpianto. Egli se ne andava: forse non sarebbe pi tornato: forse non si rivedrebbero pi. Perch questo le dispiaceva?
Ma egli fiss sul viso di lei i suoi occhi in quel momento duri e freddi, ed ella non pronunzi le parole gentili che le venivano alle labbra.
- Senta, signora Lia, io terr impegnate le sue camere: se per la missione si prolungasse molto la avvertir in tempo onde possa affittarle ad altri. Le dispiace?
Ella disse di no: no, non le dispiaceva. Perch non si disimpegnava, come aveva deliberato? Le pareva d'essersi ingannata sui sentimenti dell'uomo a suo riguardo: egli era l davanti a lei, freddo, pi estraneo che mai. Che egli parta, e se vuol tenere impegnate le camere le tenga pure: ella vede innanzi a s alcuni mesi di libert e pensa ai suoi bambini che possono godersi un po' di spazio e gridare a loro piacere.
- Dove va? - domanda umilmente, rabbonita all'idea della momentanea liberazione. - E quando partirebbe?
- Domani sera.
- Domani sera? Di gi?
- Di gi.
E mentr'egli comincia a raccogliere le sue carte e gli oggetti indispensabili, e parla di una piccola citt della Sicilia, di cui deve riordinare lo scombussolato Ufficio del registro, chiedendo a Lia notizie della vita in Sardegna, - quasi che le due isole ne formino una sola, - ella ascolta taciturna e pronta agli ordini come una serva e ripete fra s:
- Domani sera... Di gi!...
E prova un senso di attesa, come se egli debba da un momento all'altro parlarle di altre cose.

*

Solo pochi momenti prima della partenza egli fu di nuovo gentile e la ringrazi di tutte le cure avute per lui.
- Mi dispiace di lasciar la sua casa, signora Lia, sia pure per qualche tempo. Ho goduto giorni di pace, presso di lei, e la ringrazio della sua bont e della sua pazienza. Mi scusi se spesso l'ho seccata: sono nervoso, lo sa, e tante volte siamo sgarbati senza volerlo. B, adesso, se non altro, sar contenta perch i bambini godranno un po' di libert. Arrivederci.
Ella arross, poich egli indovinava il suo pensiero, ma protest e si lasciarono da buoni amici.
Ma appena egli fu partito, Rosa la serva, alquanto danneggiata nei suoi interessi, poich Lia non avendo per s e per i bimbi bisogno di servizio l'aveva licenziata, disse con sdegno esagerato:
- Oh, sa perch tiene impegnate le camere? Perch  geloso e non vuole che lei affitti ad altri uomini. Pazienza fosse scapolo: ma cos com', che gl'importa dei fatti altrui?
- Tu ti sbagli: egli non torner pi qui, - disse Lia per farla tacere, ma l'altra continu; e allora tacque lei, ma senza perdere una delle maliziose parole della donna.

4.

E le parole della serva e tutti i ricordi di quegli ultimi tempi fermentarono in lei, nei seguenti giorni di solitudine e di calma, come il seme nella terra durante l'inverno. Tutto sembra morto e triste, tutto  grigio e l'orizzonte sembra chiuso da un velo di lutto che nulla varr a dissipare: ma non per questo la terra cessa di palpitare, e cos il cuore umano sotto la nebbia del dolore.
Un giorno il portiere le diede due lettere: una era del pittore che le faceva una proposta per lei strana, pregandola di posare per un quadro la cui ispirazione gli era venuta appunto da lei china sul braciere ardente. Ella non avrebbe perduto invano il suo tempo; anzi l'artista la pregava di fissar lei il compenso. Lia non rispose.
L'altra lettera era del Guidi; egli le descriveva il paese, il paesaggio, si lamentava perch non si vedevan donne a passeggio e l'unico punto di ritrovo della piccola citt era un caff frequentato solo da uomini. Lia non rispose.
Egli scrisse di nuovo, triste e sconfortato: e la vedova non si meravigliava di queste lettere che le pareva venissero dalla sua isola. Nessuno meglio di lei poteva capire la malinconia quasi morbosa a cui si lasciava andare il giovane funzionario sbalzato a un tratto dalla capitale a un luogo d'esilio.
Ma perch egli si rivolgeva a lei per dar sfogo alla sua nostalgia? Non conosceva altri? Perch le scriveva frasi che a lei sembrava puerili, dicendole che il suo pensiero volava spesso a lei che sovente desiderava la sua compagnia e infine pregandola di scrivergli?
Un giorno le mand dei fiori secchi: un altro un pacco di mandarini. Meno male i mandarini che riempirono di gioia i bimbi: ma i fiori, e secchi anche? Lia cominci a considerare il Guidi sotto un nuovo aspetto: le sembr un uomo romantico.
Ma ella viveva ancora con la memoria del suo povero Justo, e aveva sempre l'impressione ch'egli fosse ancora vivo e dovesse tornare: e pi i giorni passavano pi ella idealizzava la figura di lui, rimproverandosi di non averlo amato come forse meritava. Pensare ad un altro uomo le sarebbe parso tradire la memoria del morto; d'altronde la povert e la solitudine la circondavano come di una nebbia, attraverso la quale le figure che tentavano di avvicinarsele prendevano forme paurose.
Eppure le lettere dell'assente le davano un senso di conforto; quasi di gioia. Si accorse che pensava a lui pi di quanto era necessario, e la curiosit di conoscerne il passato la punse. Un giorno incontr il pittore che le corse incontro come un bambino e l'afferr al braccio.
- Pensavo a lei, sa: proprio in questo momento pensavo a lei!
- M'avr visto da lontano!
- No, no; senta. Venga al mio studio, posi per me! Ho bisogno di lei. Venga, venga! Non le far perdere inutilmente il tempo! Sia buona, su! Venga adesso!
Le parlava carezzevole, stringendole famigliarmente il braccio e trascinandola con s.
- Venga, venga; venga adesso.
- Ma le pare? Vado a prendere i bimbi da scuola.
Egli l'accompagn un tratto, fino a via Paglie attaccato a lei, fermandosi e facendola fermare davanti al bel paesaggio chiuso a sinistra da un albero rossastro, con le mura in fondo, dorate dal sole, e la sagoma violetta di una chiesa sul cielo bianco e azzurro di gennaio, davanti alle scuole il largo marciapiede chiaro era coperto di punti gialli neri e di scintille: bucce d'arance, scorze di castagne, pennini e pezzettini di vetro: segni del passaggio d'un formidabile esercito di eroi della penna e del cestino. L'edificio bianco al sole ronzava come un alveare.
Lia domand timidamente:
- Sa nulla del Guidi?
Ma al pittore non importava nulla dell'amico lontano; voleva lei, e insisteva, e la fissava in viso coi grandi occhi avidi, come un amante folle di desiderio.
- Non le ha scritto? ella insist, pi ardita. - Pare non sia contento.
- Ma se  sempre stato, scontento? Ma se ha voluto andar lui, cosa sta adesso a seccare?
-  cos nervoso...
- Peggio per lui.  come i bambini, lei lo sa, che vogliono i giocattoli per romperli... Dunque, viene, signora Lia?
- Mi dica...  vero... che il Guidi  separato dalla moglie?...
- Come, non lo sa?
Ella si volse cos vivamente, coi grandi occhi spalancati, che il pittore sorrise.
- Ah, gi, lui non ne parla mai: ha anche questa fissazione: la vergogna del suo passato
- Vergogna, perch? - domand Lia; e la sua voce tradiva gi un'ansia, un dolore segreto. Cap il giovine artista e volle profittare della curiosit non del tutto innocente di lei? La lasci e le disse:
- Bene, venga da me e le racconter quanto so. Altrimenti nulla. Viene?
Lia non promise: ma i giorni passarono, le arriv un'altra lettera dell'assente, e la sua curiosit si fece acuta, quasi tormentosa come un'idea fissa.
Una mattina di febbraio, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, and allo studio del pittore.
Il tempo era mite, primaverile. Sopra i giardini di via Boncompagni, nuvole bianche e rosee ondulavano come bandiere di velo, e su dalla Villa delle Rose, gi in fondo, saliva sul cielo azzurro, come un'immensa coda di pavone fatta di altre nuvolette d'argento, d'oro e di rosa. Lia guard in lato e prov un senso di gioia: ah, il bel tempo tornava, Dio sia lodato; i bambini stavano bene, ella si sentiva agile e sana. E va e va, in mezzo ai gruppi di donne straniere, che pareva uscissero da un giardino, cariche di grandi mazzi di giacinti e di fiori di mandorlo. Anche lei si sentiva un po' straniera: e se il suo modesto t-a-i-l-l-e-u-r pareva, per l'eleganza naturale della sua persona, un vestito da inglese, il suo cappello ricordava quelli delle impavide tedesche: ma il suo viso pallido, i suoi capelli e i suoi occhi pieni di luce tradivano la sua origine, e che erano belli glielo disse sottovoce un vecchio signore in soprabito con collo di pelo, che nonostante l'ora mattutina doveva aver ben poco da fare perch le propose anche di accompagnarla.
Ella affrett il passo, rapida e svelta come una scolaretta a cui la mamma ha raccomandato di non fermarsi per strada. N le vetrine, davanti alle quali le pareva sempre di riveder lo zio Asquer, n i bei cappelli, i bei vestiti, i merletti, i fiori, attiravano pi i suoi sguardi: ella aveva talvolta l'impressione di vivere al di sopra del livello della citt, o almeno al di sopra di tutte le cose inutili e belle che par ne formino la base, poich riempiono quasi tutti i piani terreni delle case.
Arrivata in via Margutta cominci a cercar il numero dello studio del pittore. Il lastrico bagnato scintillava, come riflettendo l'azzurro del cielo e l'argento delle nuvole immobili al di sopra delle casette silenziose e dei cortili pittoreschi. Una pace di piccola citt regnava nella strada deserta; operai taciturni, vestiti con lunghi camiciotti giallastri, lavoravano nell'interno delle strette officine, tra frantumi di marmo, mucchi di gesso e di creta; un gatto passava lungo i muri umidi e dai cortili usciva un odore d'erba e di terra bagnata.
Lia entr in un vecchio portone in fondo alla strada, attravers un androne rischiarato da un lontano sfondo di verde e d'azzurro e prov un senso di diffidenza. Il luogo era strano; a destra dell'andito, entro una specie di grotta illuminata da una fiamma rossa, una figura nera e possente d'uomo nerboruto sollevava con ambe le mani un martello infocato e lo batteva su una incudine scintillante; una scaletta nera conduceva a un giardino pensile circondato di porte, di scalinate, di terrazze, e dai cui alberi cadeva qualche goccia argentea. Lia batt ad una vetrata internamente coperta da una tenda gialla e il pittore in persona apr.
Come sempre, ella pens al suo Salvador, tanto il piccolo artista, col suo camiciotto scuro, la sua personcina esile, i capelli chiari rialzati sulla fronte e il viso pallido illuminato dai grandi occhi castagni rassomigliava al fanciullo.
- Buon giorno, - ella disse con semplicit, ed egli rispose:
- Buon giorno.
E si sorrisero come vecchi amici.
Ella entr nello studio, vasto e pieno di luce, ma desolato e freddo; i pochi mobili sparsi qua e l, l'ottomana di ferro coperta da un drappo rosso, alcuni avanzi di vivande sul tavolo, le diedero l'impressione che l'artista fosse molto povero.
Egli l'accolse con entusiasmo, la preg di collocarsi in fondo allo studio, poi in qua, poi in mezzo, e le gir attorno, le pass e ripass davanti, allontanandosi, riavvicinandosi, guardandola come una figura gi dipinta.
A poco a poco, nel trovarla come egli la desiderava, s'anim, diede in esclamazioni di gioia. Le fece togliere il cappello, le scompigli le trecce, le avvolse attorno alla persona un drappo bianco, poi uno nero, le fece indossare un costume orientale, le mise il velo, glielo tolse, le annunzi infine che voleva fare un quadro di vaste proporzioni, con una figura di donna araba su uno sfondo di deserto. Lia sorrise con tristezza ed egli tese le mani verso il viso di lei quasi volesse fermare quel sorriso.
- Stia cos; un momento! Ah, cos non va! Ho bisogno della sua espressione nostalgica e triste.
Ella non sorrideva pi e aveva preso un'aria disgustata. Perch son qui? si domandava. Per il desiderio di parlare dell'assente e di conoscere qualcosa del suo passato, o per posare da modella? In tutt'e due i casi le pareva di far male, e si pentiva d'esser andata.
- Non sempre si  tristi e nostalgici, - disse, rimettendosi il cappello. - Perch esserlo oggi che  una cos bella giornata?
Egli non cessava di osservarla, coi suoi occhi chiari e lucenti come il rame: quello sguardo le faceva male, le penetrava dentro le carni, e quando l'artista chiese, come per far seguito alle parole di lei:
- E dell'amico Guidi ha notizie? - ella ebbe l'impressione che egli indovinasse anche la causa per cui era venuta e decise di non parlare dell'assente. Dopo tutto, che le importava? Se Piero Guidi le scriveva per amicizia, toccava a lui confidarle i suoi affanni: se era spinto verso di lei da un altro sentimento era meglio non occuparsi pi di lui.
- No, - ment, - da qualche tempo non ho pi avuto sue notizie.
Aspett che il pittore tenesse la sua promessa: ma egli cambi discorso, e poich ella aveva fretta d'andarsene, la preg di tornare l'indomani e di corsa le fece vedere alcuni studi ove gi aveva abbozzato la figura di lei, o meglio di una faccia spettrale e livida dagli enormi occhi violetti, e un nudo che a Lia parve il ritratto di un'annegata, tanto che la figura di donna stesa su uno sfondo giallo era violacea e macabra.
Ella se ne and con un'impressione pensosa, perseguitata dal ricordo di quelle figure deformi: ma fuori il sole splendeva fra le nuvolette bianche, e tutto era dolce, puro e tenero; nell'aria passava un odore di violette e di arance, e dalla scalinata di piazza di Spagna scendevano, come distaccandosi da uno sfondo vellutato, figure di donne brune e ridenti. Lia respir, ma decise di tornare dal pittore, sebbene non si fosse parlato del compenso n dell'amico lontano.

*

Eccola dunque diventata modella. Vestita da araba, con un costume forse non perfettamente fedele, ma che le ricorda quello di certe donne della Gallura, ella posa dritta e rigida, di profilo, davanti ad un immenso cartone giallo coperto da un velo rossastro, che dovrebbe rappresentare lo sfondo del deserto. Qualche volta i piedi le fanno male, le gambe le si piegano, una stanchezza sonnolenta le invade la persona e la mente.
Il giovane artista dipinge con un lungo pennello; si allontana e si avvicina alla sua tela, guarda a destra, guarda a sinistra e sembra contento della sua opera. Egli adopera i colori pi fini e in quantit enorme: la sua pittura  quasi un rilievo, e quando si tratta di raschiare egli adopera un coltello di cucina.
- Io non posso concepire un pittore povero, che faccia economia di colori, - disse un giorno a Lia, e aggiunse, con semplicit che meravigli la vedova, che sua nonna, una ricca signora romagnola, gli mandava mille lire al mese.
- Ma non bastano, non bastano, sebbene io viva come un anacoreta, lei lo vede, signora Lia.
Ella accenn di s: lo vedeva bene.
- Ah, ma a me non importa la vita esteriore, - egli riprese, come parlando alla figura che dipingeva. - l'arte mi basta. Vi sono giorni in cui mi dimentico di mangiare. Che sarebbe stato di me senza l'arte? Mi sembra che sarei diventato un beone o un libertino o magari un delinquente. Noi tutti abbiamo in noi una forza creatrice che ha bisogno di esplicarsi e, se rinchiusa, fermenta ed esplode come un gas o ci corrode come un acido velenoso. Ah, s, io sono contento d'essere un artista e di poter esplicare questa forza divina. Io sono contento, signora Lia: mi sembra talvolta d'esser un bambino. Non ho bisogno di nulla, neppure di amore. Io non ho mai amato.
- I bambini, appunto, non amano, ma ameranno! - disse Lia, che non lo apprezzava gran che come creatore ma lo invidiava come uomo. Egli era giovane, sano, libero, viveva di rendita e di illusioni!
- Amare? - egli riprese, fissando con lo stesso sguardo luminoso e freddo la figura viva e palpitante di Lia e la morta e fredda figura della sua tela. - L'amore come noi lo sogniamo non esiste. Esiste solo l'impulso cieco, che spinge l'uomo e la donna ad unirsi: null'altro.
E poco dopo, tentando Lia di contraddirlo, come seguendo il filo d'una sua idea egli domand:
- Piero Guidi le ha scritto?
Lia s'irrigid, offesa.
- S, ha scritto, - disse quasi irritata. - Si lamenta sempre, perch?
- E lo domanda a me?
- Ma anch'io ne so ben poco! Egli si lamenta del presente, ma non parla mai del passato.
- Ma anch'io ne so poco.
- Mi racconti questo poco: sar sempre qualche cosa.
- Ecco. Egli ha sposato una cugina, ricca, figlia d'un suo zio che dopo essere stato molti anni segretario di un industriale, a un tratto, dicono in grazia a sua moglie che era una bellissima donna, ne divent il successore. Pare, quindi, che la figlia sia invece figlia del principale. Fatto sta che ebbe una grossa dote. Era una bella ragazza, elegante, capricciosa, e tutti si meravigliarono quando spos Piero Guidi, che era allora un semplice segretario di Intendenza. Per stettero poco assieme: un anno o due, credo. La prima volta si separarono scandalosamente perch credo che Piero... (l'artista agit il pennello, accennando a bastonate.) Ma i parenti, specialmente la famiglia di lui, perch a dire il vero il padre della ragazza s'era opposto al matrimonio disuguale, s'interposero e riuscirono a rappacificare gli sposi. Stettero assieme altri due mesi, credo: poi si divisero d'accordo, ma non legalmente, e non s'incontrarono pi. Essa viaggia:  una donna elegante, intellettuale, che fa anche dei versi: io, critico, preferirei l'autrice! La famiglia di Piero  anche del mio parere, o quasi, perch non perdona al nostro amico la sua rottura con una moglie simile. Ma lui, in fondo,  un sentimentale: poesia, e bastonate se occorrono!
Lia taceva. Sentiva come un senso d'oppressione e non sapeva cosa dire, sebbene mille domande le salissero alle labbra. Soprattutto era curiosa di sapere ove la signora Guidi di solito abitava. A Roma? Non sapeva perch, ma quest'idea le dispiaceva.
- Perch lei disse una volta che il signor Guidi si vergogna del suo passato? - domand infine.
- Non ho detto che si vergogna, ma che pare si vergogni. Gran differenza fra l'essere e il parere, signora Lia! Ecco, lei , e questa mia figura pare. E finch lei  qui io m'illudo di veder qualcosa di vivo anche nella mia Lia;  come un riflesso: ma quando son solo mi pare di aver dipinto un cadavere... Lo guardo e mi sento triste: non mi era accaduto mai una simile cosa...
- Poco fa diceva d'esser contento: si vede che il ricordo del suo amico le ha fatto cambiare umore.
- Il mio amico?  un imbecille. S,  vero, lo spettacolo dell'altrui stupidaggine ci rende spesso melanconici, come, non so se ha osservato, quando parliamo con balbuzienti proviamo anche noi difficolt a pronunziar bene.
- Perch chiama imbecille il signor Guidi?
- Per molte ragioni: non ultima quella di far la corte a lei solo adesso che  lontano...
- Come sa che mi fa la corte? - disse Lia ridendo... E all'improvviso la sua avventura le parve una cosa frivola e comune, da riderci su.
- Oh, Dio, l'indovino da quel che mi dice lei. Un uomo si lamenta solo con le donne a cui vuol sembrare interessante. Stia attenta, signora Lia. Poesia e bastonate!
- Ma che gli importa? - si domand Lia, guardando di sbieco l'artista; e gli occhi di lui, dorati e freddi come quelli del falco, le diedero nuovamente un senso di malessere.
Senso di malessere e di antipatia che di giorno in giorno aument: ella se ne accorgeva e sembrandole che ci fosse perch il pittore ogni volta che ne aveva l'occasione parlava apertamente male del Guidi, s'irritava contro s stessa che non sapeva vincer la sua debolezza. Eppure provava anche un piacere doloroso quando l'artista raccontava a modo suo le avventure del suo amico, e quando ne difendeva la moglie, la signora bella e ricca, che viaggiava che passava la sua vita un po' qua un po' l, da Rimini a Taormina, da Roma a Venezia, come una rondine libera e padrona dello spazio. Lia si sentiva piccola e pi povera del solito quando l'immagine di questa donna le passava davanti, rapida e incerta appunto come quella di una rondine a volo: e poi si accorgeva della sua umiliazione e anche di questo si irritava.
Ma cercava ancora d'illudersi sui suoi sentimenti e scacciava le immagini moleste. Le pareva che solo un senso di piet la spingesse a pensare a quelle figure di estranei apparse a caso nella sua via. Ma era tempo di non occuparsene pi. Via, via; via la figura bella e languida dell'uomo che si era seduto accanto a lei sulle alghe e l'aveva guardata con un profondo invito negli occhi: via la rondine che passa e ripassa attorno a lei, e talvolta, nell'aria crepuscolare, prende l'aspetto triste del pipistrello. Perch pensare a gente che, dopo tutto, si crea l'infelicit quasi per un morboso bisogno di tormento? Essi son ricchi, son giovani e sani: che altro occorre nella vita per esser felici? L'amore non esiste, dice il pittore: e sorride guardando il viso di Lia gi un po' arso dalla fiamma di un'idea fissa.
- Adesso andiamo bene: ha ripreso l'espressione s-u-a. Sono contento...
Una mattina per Lia lo sorprese triste e cupo davanti alla tela, col coltello in mano come un delinquente pronto al delitto. Era una giornata piovosa; ed egli disse con voce rauca:
- Senta, mi dispiace di averla fatta venire con questo tempaccio; oggi non ho voglia di lavorare.
- Su, andiamo, si faccia animo, - disse Lia maternamente; ma anche lei era nervosa: aveva i piedi bagnati e le vesti umide.
- Ma non vede che  ridicolo? Fare un deserto, un'immensit, in una stamberga come questa? No, no, io rompo tutto e vado davvero in Egitto; ho bisogno di spazio, di verit; qui si soffoca, e l'orizzonte pare davvero di cartone...
Lia non os dire il contrario.
- La figura poi  legnosa,  mostruosa, - egli prosegu, con accento d'odio. - Lei dice di no? ma lei non pu capire, oppure mentisce per confortarmi. Tutto  brutto, nella vita; tutto  menzogna, e noi mentiamo persino a noi stessi...
Rimasero alcuni momenti davanti al quadro, desolati entrambi; Lia vinta da un senso di piet per l'infelice artista, egli lamentandosi di seguire una vita tormentosa, che non era la sua: poscia ella se ne torn a casa, e il sorriso ambiguo con cui il portiere le diede una lettera, fin di irritarla. Era di Piero Guidi. Ormai egli scriveva troppo spesso. Ella sal irritata le scale e lesse la lettera prima di spogliarsi, e nonostante i suoi buoni propositi si sent lusingata delle frasi ch'egli scriveva.
Ah, signora Lia, mi permetta di dirglielo, quando penso a lei non posso liberarmi da un senso d'invidia: ella  forte, ha la grande fortuna di bastare a s stessa, di resistere alla bufera della vita come lo stelo che si piega al vento ma che al primo raggio di sole si rialza e rivive: io, invece, che cosa sono, io? L'albero schiantato, signora Lia! Sono un vinto, io; un tronco da cui il vento finisce di staccare le foglie inaridite.
Ma dopo il primo impulso di piet per lui, di vanit soddisfatta per le sue lodi, ella butt sul tavolo il foglietto e and a cambiarsi le scarpe ed a preparare la colazione.
- Egli m'invidia! - disse a voce alta, con accento di sdegno. - Ah, miseria!
Poi si mise a cucire, accanto alla finestra, aspettando l'ora di andare a prendere i bambini. Ogni tanto sollevava gli occhi, con la speranza di veder il cielo rasserenarsi; ma il cielo sembrava coperto di fango lucente, come la strada, come i terreni ove le graziose case in costruzione davano l'idea di rovine. Tutto era tristezza, squallore: ed ella ricordava il quadro fresco e caratteristico che si svolgeva sotto i suoi occhi, nei chiari mattini di giugno, dopo il suo arrivo in casa dello zio Asquer, e rivedeva la testina di Salvador a quella stessa finestra che ora inquadrava il suo melanconico viso di vedova giovane e povera. Tutto era mutato, nella strada come nella sua vita. Chi le avrebbe detto allora, quando arrossiva nel veder da lontano la buona figura di Justo, che ella avrebbe dovuto servir da modella a un artista mediocre e volgare?
Tutte le inquietudini della sua vita la riassalirono, e lagrime tristi come le gocce di pioggia che battevano sui vetri le solcarono il viso e bagnarono la tela che il suo ago continuava a trapuntare. Eppure c'era qualcuno che la invidiava! A un tratto si alz, s'asciug gli occhi e guard l'ora. Era appena la mezza, e la tavola, nella saletta grigia e fredda, era gi apparecchiata e la modesta colazione gi pronta. Ella indoss di nuovo la giacchetta e prepar gli ombrelli, ma in attesa delle due meno un quarto, ora dell'uscita dei bambini, si mise a scrivere a Piero Guidi. Un impulso prepotente la spingeva, un bisogno quasi di gridare a qualcuno la sua desolazione, di protestare contro quell'uomo annoiato che si abbassava a invidiare una creatura come lei, - la pi misera delle creature.

*

Intanto il quadro era quasi finito, e ancora non si parlava di compenso. Ma Lia aveva ottenuto quello che veramente l'aveva spinta nello studio del pittore, - e d'altronde non dubitava della correttezza dell'artista, che diceva di spendere i suoi denari senza contarli.
Una mattina, mentr'ella stava per andarsene, entr un uomo alto e rosso, col largo viso circondato da una barbaccia fulva. Non era uno dei tanti pittori che frequentavano lo studio e che l'artista dipingeva a Lia come altrettanti mostri d'invidia e di perfidia: si ferm in un angolo e cominci a guardar Lia e poi la figura e poi di nuovo Lia, con gli occhi celesti ridenti, poi and davanti alla tela, fino a toccarla con la barba e parve fiutarla. Di nuovo s'allontan, con le mani intrecciate sulla schiena, e disse con voce ringhiosa:
- Molto bene!
Il giovine pittore era diventato pallido e s'aggirava attorno all'uomo come un cagnolino timido e lieto.
Lia and a spogliarsi dietro il paravento. Di solito ella sentiva gli artisti lodarsi fra loro, e tutti trovavano quasi perfetto il quadro con la sua figura, tanto ch'ella s'era convinta di non capir nulla in fatto d'arte: questa volta, per, dopo il molto bene l'uomo rosso trovava difetti di disegno, di colore, di prospettiva: piano piano pareva si divertisse a raschiare il quadro. Mancava l'aria, il colore locale, la verit! La figura, poi, doveva essere meno rigida: molle, indolente, accoccolata al suolo, come snervata dal soffio ardente del deserto.
Lia usc un po' umiliata per il pittore, e cerc di confortarlo con lo sguardo. E all'improvviso l'omone le fu addosso, la prese per la braccia, la palp, le disse:
- Vediamo; pi molle! Mettiti un po' gi!
- Mi lasci! - ella grid, col viso infiammato. - Ma le pare?
L'omone si mise a ridere come un bambino, e prendendo quasi gusto alla resistenza di lei cerc di farla piegare per forza, finch ella grid esasperata:
- Non sono una modella, io!
E corse via senza salutare, senza volgersi indietro, presa da un'ira folle e anche da un po' di paura. Ah, che aveva fatto! Ben le stava! Ella pagava cos la sua curiosit inutile. Ma perch? ed ecco che all'improvviso una luce paurosa si fece in lei. Curiosit inutile? Ah, no! era una curiosit colpevole: e tutto ci che  colpa si deve scontare come un debito, sia pure fatto contro volont.
Ma poi si calm. Il pittore le scrisse domandandole scusa di non averla subito presentata all'omone rosso, che era un celebre artista, e pregandola di ritornare. Aveva bisogno di lei: era cos sconfortato, cos avvilito. Anche lui!
Ella ritorn, e riprese il suo costume, il suo posto, la sua aria nostalgica: ma qualcosa era mutato intorno: lo studio sembrava pi triste, il pittore taceva e aveva gli occhi pieni di melanconia. La visita del celebre artista lo aveva impressionato profondamente: un giorno Lia trov la tela rivolta contro il muro e il pittore seduto sull'ottomana con un grande album di fotografie egiziane ed arabe sulle ginocchia.
- Parto, - le disse, - vado al Cairo e rifar il quadro. Venga con me. Ho scritto alla nonna perch mi mandi i denari.
Lia sedette accanto a lui e cominci a scherzare.
- Verrei volentieri se non avessi i bambini.
- Li porta con s. Io amo i bambini.
- Allora partiamo! Quando?
Egli sollev gli occhi e la guard: ed ella vide una luce nuova in quegli occhi che avevano come la trasparenza dell'acqua stagnante che il sole ha dorato e riempito di maleficio.
- Viene davvero?
Ella si chin a guardar l'album, per sfuggire a quello sguardo che l'affascinava, ma credette innocuo continuare a scherzare.
- Prima mi faccia vedere dove andremo: ci spingeremo fino al deserto, suppongo...
Egli cominci a sollevare i cartoni e a svolgerli come pagine pesanti. Erano figure e paesaggi noti: donne levantine dal puro tipo che quello di Lia ricordava in modo sorprendente, beduine dal viso velato, altre col petto nudo; erano le piramidi su cui i viaggiatori salgono come su montagne di macigni, e i bazar, le vie del Cairo, i paesaggi del Nilo, il confine del deserto, i cammelli, i beduini, le donne che lavano sulla fiumana con la gonna sul capo gonfiata dal vento. Qualche scena e qualche tipo ricordava a Lia la sua isola, e una dolcezza di nostalgia la vinceva.
L'artista le si era accostato fino a toccarla col braccio e le spiegava qualche particolare delle fotografie. La sua voce diventava rauca e velata e le sue mani tremavano: e pareva che le visioni lontane riprodotte da quei brani di carta lucente gli dessero un'allucinazione febbrile, il desiderio quasi delirante di quel mondo ove l'ardore  pari alla luce e la nebbia rossa della sabbia spinta del vento  come la nuvola di sangue sollevata, davanti agli occhi dell'uomo, dalla violenza dell'amore o dell'odio.
A un tratto Lia, prima che si rendesse conto di quel che succedeva, si sent stringere da un braccio nervoso e tenace come una corda; vide il lampo degli occhi dorati, sent una mano convulsa piegarle la testa e due labbra sottili e ardenti fissarsi sulle sue. Prov come l'impressione di una ferita di coltello e si mise a urlare. L'album cadde e le schiacci i piedi.
Ma ci che pi le dest terrore e ripugnanza, nella lotta che segu, furono le parole d'amore corrisposto ch'egli pronunziava come in delirio:
- Perch non vuoi? Tu mi ami; tu verrai; perch adesso vuoi fuggire?...
Lia era agile, era pi alta di lui; ma egli dimostrava la forza convulsa dei dementi, e si era aggrappato a lei come un tralcio di rovo. Ella riusc ad avvicinarsi alla porta, ma non a liberarsi di lui.
- Hai mentito, dunque? No, tu verrai: io sono libero; vuoi che ti sposi... vuoi, d, vuoi?...
- Sciocco, sciocco! - ella url, e lo sbatt contro la vetrata; un cristallo cadde con fracasso.
Egli trasal, parve svegliarsi di soprassalto da un sogno; la lasci e si butt sull'ottomana, piangendo come un bambino bastonato.
Ed ella se n'and via di corsa, ansando, come una povera lepre inseguita. L'androne, la scala, lo sfondo verde e azzurro, il giardino pensile, tutto le rimase impresso nella memoria come un quadro spaventoso. Eppure, scampato il pericolo, le veniva da ridere; si sentiva lusingata nella sua vanit di donna, e il pianto dell'uomo vinto le destava anche piet...
- Egli voleva sposarmi...
Modo gentile di dichiararsi! Ella tremava ancora quando arriv in via Boncompagni. Il cielo azzurro era sparso di nuvole argentee che il vento di marzo spingeva come vele. Ella ricord il giorno in cui era andata la prima volta allo studio, e di nuovo ricord la curiosit che l'aveva condotta laggi.
-  il castigo:  il castigo! - pens. Ma a un tratto la figura dell'assente le apparve come illuminata da una luce limpida, improvvisa. Egli che aveva vissuto giorni e notti accanto a lei, indifesa, non aveva mai tentato di farle del male. Eppure egli l'amava e la desiderava; ella ne era certa: ricordava il suo sguardo, in riva al mare, la sua stretta di mano una chiara mattina di novembre... E il pensiero che egli era un uomo onesto le dava una tenerezza trepida e soave, un senso di conforto che, come il vento di primavera, spingeva via lontano le nuvole dalla sua mente...

PARTE TERZA

1.

Una sera, in autunno, Piero Guidi ritorn. La sua missione era durata quasi un anno. Lia aveva preparato con cura la camera e messo un mazzo di crisantemi gialli sullo scrittoio del salotto: al cader della sera mise a letto i bambini, preoccupati per il ritorno di quel signore.
- Sar cresciuto? - domand Nino, saltellando sul letto. - Sar pi alto, adesso, come quell'uscio?...
Salvador rise, con superiorit, beffandosi del fratellino: ma la mamma non lo rimprover, preoccupata anche lei, anche lei certa di rivedere un Piero Guidi pi alto di quello che aveva conosciuto un anno prima.
Con la speranza che egli arrivasse col treno di Napoli delle otto e un quarto, intanto che i bambini s'addormentavano si affacci alla finestra per aspettarlo. Era una sera d'ottobre, dolce e chiara: la luna illuminava gli avanzi degli orti intorno ai nuovi villini, e i mucchi di pietre e di legnami, le canne e gli alberi, umidi di rugiada, scintillavano e davano ancora al luogo un'aria campestre. L'odore dell'autunno inondava l'aria quieta; due amanti, all'ombra del muro di fronte a Lia, parlavano sottovoce, abbracciati come in un luogo solitario.
Ella li guardava e sentiva crescere il suo turbamento: si sdegnava per la serena noncuranza della coppia amorosa, ma non poteva vincere un senso d'invidia.
Altre coppie passavano, strette e silenziose: la donna ancora vestita di chiaro, l'uomo quasi sempre pi alto di lei, paziente e protettore: erano coppie di buoni borghesi, che se ne andavano a spasso dopo il modesto pasto della sera; ma nel chiarore lunare, cos limpido che vinceva quello dei fanali, parevano tutti amanti, o giovani sposi ancora innamorati.
E Lia si sentiva sola, nonostante la vicinanza dei bimbi addormentati, lontani quindi, smarriti nel mondo dei sogni. Come non pensare all'uomo che doveva arrivare, che forse pensava a lei, solo anche lui in mezzo alla moltitudine, come egli le aveva scritto pi di una volta, e che doveva esser davvero solo se si rivolgeva lei, quasi domandandole soccorso, a lei povera, umile, smarrita nella vita come in mezzo a una solitudine sconfinata?
Passarono le otto e mezza, le nove, le nove e mezza ed egli non arriv: allora Lia si ritir dalla finestra, certa ch'egli sarebbe arrivato col direttissimo delle undici e quaranta, e per non perder tempo si mise a lavorare. Ultimamente aveva comprato una macchina da scrivere e riusciva a guadagnare due e tre lire al giorno.
Dalle finestre aperte sul cortile arrivava un acciottolo di piatti, un rumore d'acqua cadente sui lavandini: voci e cantilene di serve giovani vibravano nell'aria quieta e ricordavano a Lia i primi tempi del suo arrivo, i canti e i gridi di Costantina: ma a poco a poco i rumori intorno si spensero, e solo il lieve mormoro della fontana del cortile continu il suo lamento nella notte sempre pi fresca e odorosa.
Ma nel salottino grigio, tutto riempito dell'ombra di Lia, il battito della macchina da scrivere palpitava monotono e come stanco. Lia copiava la traduzione di un dramma, una storia d'amore, leggera e ardente, convenzionale e vera nello stesso tempo: un soffio di peccato e di poesia faceva muovere i personaggi come foglie d'autunno, e suggeriva loro le frasi pi ardenti e puerili che tutti gli amanti conoscono.
Lia aveva letto mille volte, sotto mille forme, quelle frasi sempre eguali e sempre scintillanti, come le lagrime e come le stelle; e di nuovo, sebbene se ne irritasse come davanti alla coppia all'ombra del muro, si sentiva assalita da un turbamento insolito. Le pareva d'essere ancora fanciulla: seduta davanti al tavolino preistorico della sua cameretta nuda, copiava, per un piacere puramente sensuale, qualche pagina del Muto di Gallura. L'assiuolo della landa ripeteva il suo richiamo desolato, e il chiarore della luna come rendeva pi bello e misterioso il paesaggio, rendeva pi intenso e in pari tempo pi indefinito il desiderio di Lia verso la vita e verso l'amore. Ella non sapeva cosa voleva - allora; - e anche adesso non sapeva cosa voleva: ma la sofferenza era la stessa.
La stanchezza e il sonno vinsero a poco a poco la sua inquietudine. L'ora passava, lo stesso picchietto monotono della macchina calm i suoi nervi; ma a un tratto, mentre le dita continuavano a muoversi automaticamente, la fantasia cominci a lavorare per conto proprio, come liberatasi dalla volont assopita di lei.
 una specie di sogno. Il desiderio indistinto prende forma: dapprima  una colonna di nebbia, con due punti scintillanti, poi un fantasma dagli occhi vivi, infine la figura di un uomo dallo sguardo che sembra quello di un egoista ed  invece lo sguardo di un'anima che soffre. Lia lo sa: il dolore d agli occhi un'espressione che spesso inganna.
Ecco, egli arriva, egli sale le scale, egli entra:  completamente mutato:  c-r-e-s-c-i-u-t-o, come dice Nino; il suo viso fine e quasi femineo ha preso un'espressione virile: la bocca  meno fresca, come un frutto troppo maturo: i denti sembrano appannati, i baffi pi folti e pi scuri. E la fossetta del mento  pi profonda, come attratta dal labbro inferiore che si sporge con un po' di disgusto. Un po' di disgusto sta cos bene al viso dell'uomo innamorato: disgusto per tutto ci che non sia la donna amata...
Quest'aria, che d'altronde Lia ricorda perch l'ha notata sovente sul viso dell'estraneo, adesso la commuove, l'attira pi che lo sguardo carezzevole di lui, - lo stesso sguardo pieno d'invito e di promesse che gli le ha rivolto un giorno, in riva al mare.
Egli entra, lieve, silenzioso, e le porge le mani. Lia esita: una mano sola, va bene; ma tutte e due...  pericoloso. Perch pericoloso? si domanda subito con fierezza. Non si possono dare le mani ad un amico? Ella considera tale l'uomo che dapprima le  parso un estraneo e poi un nemico. Se adesso non lo stimasse come un amico non lo riceverebbe pi in casa, non lo aspetterebbe a quell'ora tarda della notte. Ecco dunque le mani, signor Guidi: come va? Ha fatto buon viaggio?  stanco? Perch questo ritardo? Vuol prendere qualche cosa?
Ma mentre Lia pronunzia sottovoce e quasi tremando queste parole comuni, egli le stringe le mani, e piano piano le mani si scaldano, bruciano, come se il contatto della pelle sviluppi un calore ardente, sempre pi ardente; e Lia parla, parla, come una donnicciuola qualunque, ma ha paura quasi terrore del silenzio di lui, degli occhi che riprendono lo sguardo d'invito, delle mani che stringono e attirano come morse infuocate, e soprattutto del labbro che perde la sua piega di disgusto e si solleva gonfio e vellutato come un petalo di rosa...
A un tratto anche lei tace e cerca di divincolarsi: ma non pu,  debole: le ginocchia le si piegano, la testa si curva: il desiderio di abbandonarsi fra le braccia di lui, di appoggiargli il viso sul petto e di addormentarsi la vince...
Ma all'improvviso il rumore stridente d'un cristallo che cadde da una finestra chiusa con violenza, riemp di echi e di lamenti il silenzio del cortile. Lia trasal e balz in piedi.
Il ricordo della scena disgustosa nello studio del pittore le diede un brivido nervoso: la sua forza e la sua volont si ridestarono, ed ebbe vergogna delle sue fantasticherie. I sogni dunque la riprendevano, come una fanciulla o come una donna oziosa?
In punta di piedi rientr nella camera dei bambini, e si curv per aggiustare le coperte. Entrambi dormivano, belli, nel sonno, alla luce dorata della lampadina, di quella bellezza melanconica degli angeli che vigilano i sepolcri. La vita sembrava sospesa in loro, come nel fiore che alla notte si chiude e che non si riaprir se la luce e il calore non torneranno sulla terra. Nino, roseo e paffuto, gettato di traverso sul lettuccio, coi riccioli spioventi sull'orlo del materasso, le braccia aperte e i pugni chiusi, pareva si riposasse stanco dopo una lotta contro qualche fantastico nemico; Salvador invece, pallido e delicato, coi capelli corti e lisci ricadenti a frangia sulla fronte dalla pelle diafana, conservava nel sonno un atteggiamento composto, e sembrava gi un adolescente. Una delle sue manine scarne reggeva la guancia e il mento, su cui colava, dalla boccuccia aperta, un filo di bava lattea: l'altra mano posava sul lenzuolo che egli prima di addormentarsi aveva avuto cura di tirar bene da tutte le parti. Egli dormiva  con gli occhi socchiusi, ma quando Lia s'avvicin, le sue grandi palpebre, simili a conchiglie venate d'azzurro, si sollevarono lentamente, ed ella ebbe l'impressione che egli non dormisse. Si curv a guardarlo e vide i grandi occhi nuotare in un vapore di sogno e fissarla come da un mondo lontano. Lo baci sulla guancia e sent che odorava di vainiglia e di latte come un bambino di pochi mesi, e un impeto di tenerezza e un senso di protezione verso quella creatura fragile e bella che stava attaccata a lei come la campanula allo stelo dell'avena, vinsero il suo turbamento.
Il treno arriv con ritardo: solo dopo mezzanotte Lia sent una carrozza fermarsi al portone e la nota voce chiamarla:
- Signora Lia!
Ella gli butt la chiave avvolta in un fazzoletto, usc nella scala e gli fece lume dall'alto. Egli saliva rapido e svelto come un fanciullo: e Lia, suo malgrado, si turb di nuovo. Che cosa le avrebbe detto, appena vicino a lei? Ma nel salire gli ultimi scalini egli sollev il viso e la salut con un cenno del capo, senza sorridere, senza guardarla in modo diverso dal solito.
- Povera signora Lia, l'ho fatta aspettare? Come sta?
- Bene; e lei?
- Cos, un po' stanco.
Seguiva, cauto e grave, il vetturino con le valigie.
- Qui, qui, - disse Lia, precedendo col lume.
Andato via l'uomo, Piero Guidi si tolse il soprabito, l'attacc al solito posto, si volse di nuovo a Lia:
- Nulla di nuovo? I bambini?
- Stanno bene, grazie.
- Lei mi sembra un po' pallida, sciupata...
- Oh, nulla;  un po' di stanchezza. E lei? Le occorre nulla?
- Nulla, grazie. Vada a dormire, signora Lia. Chiacchiereremo domani. Buona notte.
Ed ella se ne and a dormire, ricordando che anche lo zio Asquer le aveva detto: va a riposarti, parleremo pi tardi: - ed erano rimasti sempre estranei.
All'alba era sveglia. S'alz e prepar il caff, e sent che i bambini, di solito pigri a svegliarsi, quella mattina invece ridevano e facevano chiasso. Corse da loro e vide Nino nel lettuccio di Salvador: fra il mucchio delle coperte e delle lenzuola aggrovigliate i due fratellini davano l'idea di due uccelli nel nido: si nascosero e un gorgheggio soffocato riemp la camera di allegria. Come protestare? Ella dovette farli alzare per separarli e li chiuse in cucina. Ma Nino saltava, graffiava l'uscio e domandava:
- Cosa mi ha portato, quel signore? Un treno, due treni?
La mamma disse:
- Come vuoi che t'abbia portato qualche cosa se sei il bambino pi cattivo del mondo?
- Il pi, il pi? Sei certa? Il pi?
- La mamma  sempre certa di quello che dice, stupido! - disse severo il fratello maggiore.
La mamma per lo redargu perch non voleva che fra loro si offendessero, e un'ombra offusc il chiaro visetto del fanciullo. Ah, ecco che ricominciavano le quistioni, le tirannie e le ingiustizie, tutto a causa di quel signore. Perch era tornato? Si stava cos bene senza di lui. Ed ecco che il campanello squill, e la mamma parve dimenticarsi di tutto per correre dall'estraneo.
Nulla era mutato nella camera, e nulla nell'aspetto, nello sguardo, nell'atteggiamento di lui: perch ella dunque si avanz ad occhi bassi, timida come una fanciulla?
- Dunque, signora Lia, - egli disse, prendendo la tazza che ella gli porgeva. - Che cosa mi racconta di nuovo?
- Nulla di nuovo! La vita passa...
Egli sollev gli occhi, la guard in viso, le guard le mani: ed ella ricord il sogno della sera prima e per un attimo risent la stessa impressione di dolcezza quasi violenta, che le piegava le ginocchia e le faceva batter le tempia. Ma si vinse subito, e sfid ostile lo sguardo carezzevole che continuava a fissarla.
- Mi dica che cosa ha fatto durante tutto questo tempo, signora Lia.
- Io? e non lo sa? Ho lavorato.
- Cosa fa?
- Di tutto. Adesso ho una macchina da scrivere.
- Ha lavoro abbastanza?
- S. Faccio copie di tutti i generi: dalla circolare al romanzo.
- Non s'affatica? Non le fa male?
- Oh, Dio, - ella disse con ironia verso s stessa, - son cos delicata? 
- Forte non  certo. Senta, - egli aggiunse a un tratto, ricordandosi, - lei m'aveva scritto che posava per il quadro del mio amico. Che  accaduto, poi?
- Nulla. Solo, egli voleva andare al Cairo, per finire il quadro... ed io non seppi pi nulla di lui.
Non accenn all'avventura, ma il disgustoso ricordo torn a pungerla, a misura che gli occhi di Piero Guidi diventavano quasi cupi di desiderio.
- Se egli osa dirmi una sola parola men che rispettosa lo mando via subito, - pensava, aspettando ch'egli le restituisse la tazzina.
Egli avea dormito bene, e il letto morbido, la camera bella e tiepida, l'aroma del caff e la presenza di Lia gli davano un senso di beatitudine. Aveva tante volte desiderato quel momento, laggi nell'austera solitudine della piccola citt meridionale! Ecco, adesso la sua giovine e fine padrona di casa  davanti a lui, fiera e chiusa in s stessa come nella sua veste da lutto. Basta stender le braccia per consolarla e consolarsi con lei! Ma qualche cosa glielo impedisce. Che cosa? I bambini dietro l'uscio, o un velo impalpabile che si stende fra lui e lei, e ch'egli sente di non poter squarciare cos, d'un tratto, violentemente?
Bisogna aspettare.
- Mi mandi i bambini, - disse, restituendole la tazzina. - Ho da dar loro qualche cosa.
La sua mano tremava visibilmente.
Dietro l'uscio, quando Lia usc, i grandi occhi dorati di Salvador la fissavano diffidenti e gelosi, ed ella prov un'impressione nuova: le parve che il fanciullo indovinasse i suoi sentimenti.
Bisogna mandar via l'estraneo... disse fra s, mentre l'uomo, nel suo letto tiepido, ripeteva: Bisogna aspettare.
I bambini entrarono, timidi verso l'estraneo, gi ostili fra di loro, Salvador pronto a correggere gli errori di Nino, questo sicuro di esser compatito e di ottenere i migliori regali.
Lia li attese nella saletta da pranzo: le pareva di veder sempre gli occhi limpidi di Salvador fissi nei suoi e pensava:
Si direbbe ch'egli ha paura... che diffidi di me e del mio affetto per lui... Nino, anche fosse grande, non avrebbe quest'istinto di diffidenza: forse perch un vincolo infrangibile ci unisce... Ma Salvador... Salvador capisce gi che cosa vuol dire non esser madre e figlio... ed ha paura... ha paura... Ah, no, caro; no, no!...
E non si accorgeva ch'era lei ad aver paura di s stessa... Un istinto atavico la dominava: ella era ancora, in qualche modo, la vedova orientale che deve seguire nei regni dell'ombra l'uomo che l'ha posseduta: Salvador rappresentava appunto quest'uomo, ed ella aveva paura del fanciullo come di un testimonio e d'un giudice.
Intanto i due fratellini s'indugiavano nella camera di Piero.
Sebbene Salvador avesse cercato d'impedirglielo, Nino s'era arrampicato sul letto e domandava, guardandosi attorno:
- Dov' la valigia?
- Tu che sembri molto svelto dovresti fare una cosa, - disse Piero a Salvador che lo fissava silenzioso. - Devi andare in salotto e portarmi appunto la valigietta. Ci riesci?
Il fanciullo sorrise sdegnoso, come per significare che ben altre cose sapeva fare; port la valigietta, e quando il Guidi domand: - Cosa mai ci sar dentro? - finse di non saperlo, mentre Nino rispondeva francamente:
- Forse un treno per me, con due macchinine.
- E se invece ci forse un libro?
- Oh, io libri non ne voglio!
- Benissimo! E tu, Salvador?
- Io s! i libri mi piacciono pi dei giocattoli, perch insegnano a conoscere tutto ci che esiste nel mondo.
- Benissimo! - ripet Piero, che si era seduto sul letto e apriva la valigietta. - Io ne ho gi letti molti, e tuttavia ho imparato poco.
- Vuol dire che non sai leggere, - osserv Nino; e i due fratellini risero d'intesa, guardandosi negli occhi.
- Bravi, vi beffate di me, anche?
Ma all'improvviso Nino e Salvador si fecero ser. Egli traeva con esagerate precauzioni una scatola pesante.
- Un treno! Una corazzata!
- Questo  mio! - disse Nino, afferrando subito il treno; e Salvador guard la corazzata e gli parve d'essere il bambino pi felice del mondo. Da tanto tempo la sognava, e adesso la guardava con ammirazione, cos bella sul suo zoccolo turchino che rappresentava il mare, coi suoi fianchi lucenti, i cannoni, i marinai di stagno, la bandiera tricolore.
- Com' bella! - disse semplicemente, e questo bast perch Nino guardasse scontento il suo treno.
- Scambiamo, Salvador!
- Ah, no, no! questa  mia!
Nino si mise a piangere, e Piero disse:
- Su, Salvador, contentalo; sei un ragazzetto adesso e non devi far piangere il tuo fratellino. Dagli un po' la corazzata; poi scambierete ancora.
Salvador non protest: prese il treno, ma sent che Piero commetteva un'ingiustizia, e si fece pallido e uscito di l nascose il visetto sul fianco di Lia. I singhiozzi lo scuotevano tutto, ma si frenava e non diceva nulla; ed ella sent qualcosa di questo muto dolore penetrarle per il fianco, su fino al cuore.
- Taci, caro, - gli disse sottovoce, - rimedier io; ti far restituire la corazzata.
- No, no; mandalo via, io non voglio nulla... mandalo via... - mormor Salvador, incoraggiato dalla protezione di lei: ed ella promise puerilmente:
- Lo mander via...
Ma come giustificare un atto cos scortese, dannoso inoltre per lei e quindi anche per i suoi bambini? Egli non aveva fatto nulla per meritarselo. Anzi, durante quella giornata, e nei giorni seguenti, e per tutto l'inverno, continu a mostrarsi gentile e innocuo. Solo gli occhi, talvolta, parlavano per lui.
Ma il nemico orami era dentro di Lia, ed ella lo combatteva, calma in apparenza, taciturna, dominata dall'idea fissa di vincerlo.
Un gioved ella incaric Salvador e Nino di salutare la signora Bianchi, e domandarle quando la mamma poteva andare a salutarla. La sera stessa i bambini, dopo il solito ricevimento, portarono la risposta.
- La signora Bianchi ti aspetta domani alle cinque.
- L'avete veduta?
- No,  raffreddata; ce l'ha detto la b-o-n-n-e.
-  sofferente e mi riceve lo stesso, - pens Lia. - Vuol dire che si ricorda di me con simpatia e forse indovina lo scopo della mia visita...
Sentimenti opposti, speranza e timore, umiliazione ed orgoglio, la tennero agitata tutta la notte e l'indomani fino all'ora della visita. Che cosa le domander? Che mi procuri un posto, un impiego, o lavoro a casa? Qualunque cosa che le permettesse di vivere indipendente. Indipendente? Ah, ella sentiva che sarebbe stata sempre serva di qualcuno: ella voleva liberarsi da un laccio che ogni giorno di pi la stringeva, e andava, andava, cos a caso, verso la signora Bianchi perch non sapeva da chi altri, come un viandante smarrito va, nel crepuscolo, verso una luce lontana.
- Se trover lavoro, posso m-a-n-d-a-r-l-o v-i-a, - pensava.
M-a-n-d-a-r-l-o v-i-a, non vederlo pi, non incontrare pi i suoi occhi dolci che attiravano come uno sfondo glauco di cielo sopra un luogo nero!... E mandato via lui non accoglier pi nessuno in casa; era questa la sua idea fissa. Sentiva un prepotente bisogno di solitudine, d'isolamento, una sorda ostilit contro tutti, uomini e donne. Via, via, se la pia signora l'aiutava, ella non avrebbe pi aperto il suo uscio a nessuno...
Risal tremando, sottile e nera come un'ombra, lo scalone candido che altre volte ella aveva salito sorridendo bianca e scintillante. Il cameriere la guard con diffidenza.
- La signora non riceve.
- Mi aspetta, - disse Lia, gi offesa. - Sono la signora Villanueva.
Allora il servo la condusse, silenzioso, attraverso le sale deserte, un po' buie, profumate di fiori come angoli di giardini al crepuscolo, ed ella prov un senso di stupore quando si trov davanti alla sua figura nera, in un salottino grigio e argento le cui specchiere riflettevano il cielo d'oro del tramonto d'inverno.
Dove aveva veduto quella figura, con quegli occhi pieni di orgoglio e di umiliazione? Ah, adesso ricordava: nella gabbia dorata dello zio Asquer, appena dopo il suo arrivo... Allora, per un fenomeno mnemonico, l'orizzonte marino e l'odore della brughiera le tornarono alla memoria: e per la prima volta l'idea di ritornare l-a-g-g-i- le diede un senso di dolcezza profonda.
Quando la signora entr, Lia era gi calma. Decisa a non domandar nulla se nulla le veniva offerto.
Alta e grigia, col viso pallido e immobile e gli occhi azzurri luminosi e freddi come quel cielo d'inverno, la dama porse a Lia tutte e due le mani, guardandola senza sorridere, ma anche senza sforzarsi a fingere un dolore o un interessamento che non sentiva.
- Cara! Da quando non ci vediamo!
- Mi perdoner... - mormor Lia, e il suono della sua voce umile la rattrist.
Sedette accanto alla dama benefica, si pieg su s stessa.
- Quante volte abbiamo parlato di lei col dottor Fontana! Abbiamo una vera ammirazione per lei cos brava, cos coraggiosa...
- Adesso m'offre il suo aiuto, - pens Lia; e attese.
- Ma dev'essere anche contenta dei suoi due bambini: due fiori, che la sua valida manina sa cos ben coltivare...
Pos la sua mano lunga e calda sulla mano di Lia: ma questa sent come un peso, qualcosa che la schiacciava, come se quella mano fosse un macigno.
Parlarono dei bambini, di quello che diceva Salvador, di quello che diceva Nino: la signora Bianchi sapeva tutto, li conosceva a fondo, come il suo bambino stesso. Perch dunque, attraverso i figliuoli, non indovinava nulla della madre?
- Che le importa di me? - pens Lia, - Ella si occupa di loro, perch fan parte della vita del figlio, null'altro.
E non attese pi: anzi si sollev e sorrise. Parlarono del dottor Fontana, del suo ospedalino, di altri istituti, di ospiz, di scuole, di opere di carit, di beneficenza, e dei poveri, soprattutto dei poveri, che bisogna aiutare, sollevare, elevare moralmente, soprattutto moralmente. Lia accennava di s, di s, e ascoltava, lontana ed estranea alla pia signora, come la pia signora era estranea e lontana da lei.
Poi parlarono d'altro: del passato, del morto; e un'ombra vel gli occhi della dama, l'ombra che ci d la paura di un dolore che altri hanno provato: ma Lia non si turb. Qualcosa di gelido le fasciava l'anima; le pareva che nulla, nulla pi avrebbe potuto commuoverla. Il suo cuore era freddo, in quel momento, come quello che le palpitava vicino, all'altr'angolo del divano: di che dunque poteva aver paura? Di un uomo che la guardava con occhi soavi? Ma ella era insensibile, come la pietra in mezzo al campo desolato. E se ne and attraverso i saloni deserti come attraverso le strade affollate: con lo stesso senso di solitudine e di abbandono nel cuore.

*

Ma nei giorni seguenti fu assalita da una crisi di disperazione. Le parve a un tratto di essere invecchiata e di dover presto morire. La morte! Era questo l'avvenimento grandioso ch'ella aveva atteso durante tutta la sua vita di privazioni e di inquietudini? Ah, no, no: tutto fuorch morire e lasciare i bambini soli. E se li stringeva al petto, tutti e due, aggrappandosi a loro come per salvarsi dalla corrente impetuosa che tutto ad un tratto la trasportava.
Un giorno, sull'imbrunire, stava ancora seduta a copiare a macchina, davanti alla finestra della sua camera da letto, e aspettava il ritorno dei bambini da casa della signora Bianchi, quando all'improvviso sent rientrare il Guidi. Egli non rientrava mai, a quell'ora; quella mattina per credette ch'egli si sentisse poco bene e si ritirasse per mettersi a letto. Ella continu a lavorare, ma lievemente inquieta. Era un tramonto freddo e chiaro di marzo: il cielo, come lucidato dalla tramontana, pareva di cristallo verdognolo; qualche finestra brillava gi, e le carrozze chiuse, con dentro le belle signore che tornavano dai ricevimenti e dalle conferenze, svoltavano su per via Quintino Sella luccicando come grandi scatole di lacca. Il vento freddo passava davanti alla finestra di Lia scuotendo i vetri come per provarne la resistenza: e aveva come un sibilo di rabbia poich non poteva penetrare e portarsi via qualche cosa. Lia sollevava di tanto in tanto gli occhi, spiando l'arrivo della carrozza della signora Bianchi con dentro i bambini; ma il cielo diventava sempre pi lucido, le strade si coprivano d'ombre e di splendori tremolanti ed essi non tornavano. Che freddo e che tristezza! E Piero Guidi, di l nelle sue camere, che non si sentiva. Che faceva? Era andato a letto?
-  sofferente ed  solo, - pens Lia con piet. Si alz e and a picchiare timidamente, domandandogli se aveva bisogno di qualche cosa.
- Venga, - egli rispose dal salotto.
Lia entr, ma si ferm subito stupita, sembrandole che egli, gettato sul piccolo divano e col viso nascosto sul cuscini, piangesse.
- Che ha, signor Piero? Si sente male?
- Molto male...
- Perch non va a letto? Che ha?
S'avanz, ma non os avvicinarsi a lui. Lo spettacolo di quell'uomo forte che piangeva come una donnicciuola senza curarsi di nascondere il suo affanno, le dava un profondo stupore e un impeto di piet materna. Avrebbe voluto sollevarlo come sollevava Nino caduto o piangente, ma quel dolore che si esponeva cos, le destava anche un senso di rispetto.
Piero sollev il viso, la guard con occhi smarriti, la vide davanti alla finestra, sullo sfondo glauco del crepuscolo, pallida e bella come l'aveva veduta in riva al mare, e riaffond il volto sul cuscino, scuotendo la testa e singhiozzando come un bambino disperato.
- Dio, Dio, ma che ha? - ella disse spaventata.
Egli pianse pi forte, poi all'improvviso si calm, balz a sedere, mise i gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, e disse quasi irritato:
- Le ho dato spettacolo! Lei non credeva, vero, che un uomo potesse far cos!  rabbia, sa...
Lia non rispose. Egli sollev il viso.
- I bimbi non ci sono?
- Non sono rientrati; sono dalla signora Bianchi.
Egli rimise il volto fra le mani, e cominci a battere nervosamente la punta del piede sul tappeto. Due o tre volte sollev gli occhi e mosse le labbra per parlare, ma pareva che qualche cosa superiore alla sua volont glielo impedisse. Finalmente, mentre Lia andava imbarazzata dall'uscio allo scrittoio e da questo alla finestra, disse piano come fra s:
- Lo sa che  qui, a Roma?
Lia si ferm davanti ai vetri e non si volse, non si mosse pi. Le pareva che un gelo mortale la invadesse tutta, pietrificandola. Qualcosa di funesto doveva succedere: l'avvenimento preveduto fin dal primo momento in cui egli l'aveva guardata con occhi d'amore, e che invano ella aveva cercato di evitare.
- Essa  a Roma, Lia, essa  a Roma! - ripet l'uomo, alzando la voce e chiamandola per la prima volta col solo suo nome. Pareva le chiedesse aiuto; e Lia sent riempirsele gli occhi di lagrime. Ma non si mosse, non si volse.
- Lia, lo sa di chi parlo?
- Lo so.
- Come lo sapeva?
- Certe cose si sanno sempre.
- Si sanno, si sanno! - egli ammise, e nascose di nuovo il viso, e parve curvarsi, piegarsi su s stesso come sotto il peso di un dolore vergognoso. - Tutti lo sanno! Anche lei! E lei taceva!
- Perch taceva lei!
- Io tacevo perch a lei non importa nulla di me. Nulla!
- Oh, questo non lo dica!
- Dunque le dispiace?
- Mi dispiace s...   che accanto a me ci sia qualcuno che soffre...
- Questo soltanto?
- Che altro dunque?
- Che io sia legato a un'altra donna... indegna e malvagia?...
Lia cominci a tremare. - Non parli cos! ... Perch parla cos?... Un giorno... faranno la pace... forse presto, poich essa  qui... e lei, signor Piero, potr pentirsi... delle sue parole...
Ella non sapeva quel che diceva; ma s-e-n-t- il suono delle sue parole, s'accorse che balbettava e torn a irrigidirsi.
- Io non mi pento delle mie parole, n delle mie azioni, Lia! Mi ascolti; si avvicini: non abbia timore... Mi lasci sfogare.
Non abbia timore! Egli dunque s'accorgeva ch'ella era turbata. Torn padrona di s e gli si avvicin, pallida e fiera.
- Si metta a sedere l.
Lia sedette accanto al divano: egli si sollev, senza guardarla, con gli occhi rossi, i capelli scomposti, il viso deformato dal pianto: pareva uscisse da una lotta con un nemico che lo avesse brutalmente percosso e vinto.
La sera fredda e lucida cadeva davanti a loro: i cristalli tremavano, e Lia sentiva di nuovo un senso di freddo e di abbandono. No, quell'uomo non era il bel giovane di cui ella aveva paura e desiderio: era un estraneo, che la chiamava a nome perch soffriva e voleva sfogarsi. Se fosse stato felice non avrebbe certo badato a lei, sola e sconsolata nella sera gelida.
- Senta, Lia, - egli disse senza volgersi, - s'io l'avessi conosciuta prima forse non sarei venuto a stare a casa sua. E anche lei, forse, conoscendomi bene, non mi avrebbe accettato, non sarebbe stata con me buona come  stata. Non perch io non sia un galantuomo, anzi appunto per questo. Ma adesso  tardi, ed  impossibile tornare indietro, ed  forse meglio... Non sempre  male ci che sembra male...
Lia taceva: le pareva di non capire, o fingeva a s stessa di non capire.
- Del resto, - egli prosegu, - noi non ci conosciamo ancora. Non siamo amici, come pareva che dovessimo diventarlo. Perch succede sempre cos? Perch non si arriva mai a conoscersi? Mai! Sar accaduto anche a lei: come un velo cade in mezzo a due persone che si vogliono bene, e tutto appare torbido in loro...
Lia ricord lo zio Asquer e lo stesso Justo ch'ella non aveva saputo conoscere e amare abbastanza.
- Dicono che non riusciamo neppure a conoscer noi stessi: ma questo non  vero. Non sappiamo ci che saremo domani; ma quello che siamo oggi, quello che siamo stati, s, questo lo sappiamo! Io non prevedevo di farle questa confessione, Lia; ma adesso so di fargliela, so di rivelarmi a lei, e mi pare di vedermi, mi vedo, anzi... (apriva le mani e guardava per terra, davanti a s, quasi vedesse davvero l'ombra di s stesso) mi vedo, Lia, con tutti i miei difetti, i miei errori, le mie debolezze... E so che son diventato cos perch altri lo hanno voluto, non per colpa mia... Io ero buono, sa, quasi ingenuo: la mia famiglia  equilibrata, semplice; mio padre  un patriarca gentiluomo, mia madre una donna che giura che il male non esiste. Io e mia sorella siamo venuti su come due pianticelle delicate in un orto chiuso: io ero ingenuo e puro quasi come lei. Ecco perch sono piaciuto a q-u-e-l-l-a d-o-n-n-a a vent'anni essa era gi corrotta, mentr'io, a venticinque anni, ero ancora come un bambino. E m'ha preso e ha devastato la mia anima. Ma ci che pi mi disgustava, in lei, era la menzogna, sa, quella menzogna piccola, vile, quotidiana, la finzione diventata natura, il tradimento velato di amore, il veleno che vi si propina a goccia a goccia e non vi fa morire, ma vi turba la visone della vita, inquinando le sorgenti dell'essere. E non era incosciente, questo  il terribile: sapeva ci che faceva, e non era contenta di s, tormentata, e pi era tormentata pi era perfida...
Lia taceva, immobile, pallidissima.
- Siamo stati assieme quattro anni: quattro secoli di pena infernale. Dopo la prima separazione, la mia famiglia, e specialmente mia sorella, ch' sensibilissima e nervosa come lo son io, e che soffriva perch soffrivo io, fece di tutto per riunirci. E ci riunimmo. Ci fu una specie di contratto, quasi un nuovo matrimonio, e un vescovo si immischi nella faccenda e benedisse la nostra riunione. Tre le altre condizioni c'era quella di poter, ciascuno di noi, godere della propria libert, fino a un certo punto, s'intende; ma mentre io, con l'illusione di imporle rispetto, non ne profittavo, ella cominci fin dai primi giorni a oltrepassare il limite. Usciva anche alla notte, con certe sue amiche equivoche, e la nostra casa era sempre piena di gente antipatica, di brutte faccie, di persone mediocri. Io non ho mai capito perch essa, che  intelligente, si circondasse di tipi simili. Forse lo faceva per irritarmi: bastava che io dicessi: il tale o la tale non mi piacciono, perch essa li attirasse a casa e ne facesse i suoi favoriti. Le sue simpatie duravano poco, ma erano sempre le stesse, verso persone mediocri o anormali.
- Forse anch'essa  un'anormale, un'infelice, - disse finalmente Lia, a bassa voce.
- Normale non , certamente, ma perch verso gli altri  buona, gentile, pietosa, perch  buona anche con la mia famiglia, specialmente con mia sorella, sulla quale esercita una specie di fascino; perch  generosa coi poveri, amabile con tutti, mentre con me si  mostrata sempre cattiva, perfida, d'una perfidia costante, raffinata, inesorabile? Fra me e lei non c' stata mai una scena volgare, ma bastava ch'io esprimessi un desiderio perch ella ne esprimesse uno opposto al mio. Faceva tutto quello che sapeva contrario ai miei princip, ma sempre in modo da sfuggire ai miei rimproveri. Questo, per, durante gli ultimi tempi, perch subito dopo il nostro matrimonio s'era mostrata anche buona con me, ragionevole, talvolta persino passiva. Ma gli ultimi anni furono terribili: essa mi odiava, e finii con l'odiarla anch'io: avevo paura di commettere un delitto. Allora... Lia, le avranno forse raccontato anche questo... io diventai, in apparenza, uno di quei tanti viveurs ridicoli, che passano la giornata in un ufficio e la sera scimmiottano i veri e grandi viveurs. Ci separammo di nuovo, o meglio fu lei a scappare, come io in fondo desideravo. Ritorn presso suo padre, e si finse cos bene vittima, che anche i miei parenti, dopo il racconto che ella fece loro di tutte le mie iniquit e delle mie aberrazioni, han preso a considerarmi e a disprezzarmi come un mostro. Mia sorella, per il dispiacere, cadde ammalata. Anche da lontano mia moglie esercita su di me il suo fascino malefico. Pensando a lei sento un senso di ripugnanza, di antipatia fisica, di angoscia profonda. Forse non tutti i torti sono stati suoi, ma mentre io compativo i suoi, ella non aveva piet di me. Mi odiava; mi odiava, - egli ripet con rabbia, - e il perch non me lo disse mai! Avessi almeno saputo il perch! no, ella non mi diceva mai niente; si ergeva, davanti a me, come un muro contro cui io sbattevo ad ogni momento la fronte. Ero diventato come pazzo; non vedevo pi, non ragionavo pi. Da tre anni siamo separati, e il tempo passa ed io non posso dimenticare... Non posso, non posso! L'anno passato qualcuno mi avvert ch'ella sarebbe ritornata a stabilirsi a Roma:  ricca e pu farlo, allora fuggii io; s, sono stato io a farmi mandare in Sicilia, tanto avevo paura di rivederla, fosse pure nelle vie. E adesso  qui!  qui! - egli replic, stringendosi la testa fra le mani, con disperazione cos sincera che Lia non os pronunziare parole di conforto e di pace.
- L'ha veduta? - domand.
Egli fece segno di no: ella rispose:
- Roma  grande. Essa, poi, sar venuta per qualche mese. Poi ripartir...
- Odio l'aria che essa respira! Eppoi, se essa  qui lo  per tormentarmi e perseguitarmi, lo so, lo so! Mi meraviglio, anzi, che ella sia stata tanto tempo quieta: essa ha tempo, denari, salute, ed io sono stato per lei una specie di trastullo col quale si  divertita crudelmente, e vuol riavermi, lo so, per riprendere il suo gioco. Non mi lascer pi tranquillo. Vedr, Lia, vedr!
- Ma no, - disse Lia, con un senso quasi di protezione, - lei esagera. Stia tranquillo, vedr che tutto passer. Eppoi che ha da temere? Che pu farle? E se si incontreranno non sar forse meglio? Se sua moglie la sentir parlare cos, come ha parlato a me, adesso, non insister certo nel desiderare una riunione fatale per entrambi.
- Ma non  di riunirsi a me che ella desidera: ella desidera solo di tormentarmi.
- Come pu tormentarla, - domand ingenuamente Lia, - e se non si vedranno, se lei non la ama pi, se non hanno pi ragione di incontrarsi?
Egli si alz, ad un tratto, senza rispondere, e s'avvicin ai vetri sempre pi luminosi ma d'un riflesso fosco e livido, come d'un fuoco lontano che si spegneva. Allora Lia ripens ai bimbi; s'alz anche lei inquieta, e guard nella strada bianca e gelida, gi rischiarata dai fanali, le cui fiammelle tremolavano nel crepuscolo come grandi stelle gialle.
- E i bimbi non tornano! - mormor fra s.
All'improvviso si sent stringere il braccio e trasal: ricord la scena dello studio, ed ebbe paura di s, della sua debolezza, della sua piet che le destava l'uomo; ma egli non fece altro che attirarla un po' a s e dirle, guardando lontano:
- Come pu tormentarmi? Lei non ha dunque capito? Mia moglie non mi ha mai veramente voluto bene, ma  stata sempre gelosa, come tutte le donne che amano di solo amore sensuale. Adesso ella sa che io vivo presso una donna molto superiore a lei, una donna buona, gentile e intelligente, e crede che io e lei, lei - le strinse forte il braccio, - ci amiamo, e far di tutto per dividerci. Ecco perch  venuta a Roma.
Lia spalanc gli occhi, atterrita, ma subito si domin.
- Ebbene,  facile il rimedio, se ne vada.
- Ah, questo no, poi! Perch, quando nulla  vero?
- E se nulla  vero, perch temere? - ella grid con fierezza. - Chi pu far supporre sua moglie una cosa non vera? Essa non ne ha il diritto, e d'altronde non credo neppure che essa si permetta di sospettare scioccamente di... noi... solo per un gusto malvagio... Io... lei... io...
Ella era cos agitata che Piero cerc di calmarla.
-  vero, ha ragione; mi perdoni.
E dopo un momento di silenzio, riprese:
- Essa sospetta di tutti; ha la fantasia corrotta, e vede il male e la degenerazione anche nelle cose pi pure, e i suoi sospetti diventano per lei realt, come nel mentire costantemente ella finisce col credere di dir la verit. Adesso sa che sto qui, e che durante la mia assenza io e lei siamo stati sempre in relazione, sa che io nutro per lei una vera amicizia; quindi far di tutto per dividerci, Lia; di questo solo temo, non di altro...
Egli fece un nuovo tentativo per attirarla a s, quasi per cercare in lei protezione e impedire all'a-l-t-r-a di dividerli: ma Lia, nonostante la violenta emozione che la costringeva a chiudere i denti per frenarne il battito, si liber dal braccio di lui, e ricominci ad aggirarsi di qua e di l per il salotto, pronunziando parole imprudenti.
- Se ne vada, se ne vada, signor Piero! Ah, non bastavano le altre mie disgrazie? Anche questa? Non avevo che la mia pace e anche questa mi  tolta!...
- Lia, si calmi, - egli disse aspettandola fermo accanto alla finestra, certo oramai che ella avrebbe finito col cadergli fra le braccia. - A tutto son disposto fuorch ad allontanarmi da lei...
Lia si sentiva smarrire davanti a quell'uomo che aveva tuttavia, nel viso e nell'aspetto, e persino nelle vesti scomposte, l'aspetto d'uno che  stato aggredito e vinto. Ah, mandarlo via, mandarlo via! Perch lo aveva accolto, perch, al primo accenno di pericolo, non aveva chiuso la sua porta, come quella sera nella casetta della spiaggia? Adesso era tardi: il nemico era dentro e lei senza armi e senza difesa.
Ma il rumore d'una carrozza che si fermava al portone risuon nel crepuscolo, tra il frusco del vento, ed ella corse alla scala e and incontro ai bambini affannata.
Essi rientrarono, come sempre quando tornavano dalla signora Bianchi, rossi in viso, eccitati, carichi di pacchettini, accusandosi vicendevolmente degli errori commessi.
L'appartamento echeggi delle loro risate e delle loro querele, ma Piero Guidi prov una sorda irritazione contro i due piccoli intrusi che arrivavano giusto nel momento in cui egli aveva bisogno di Lia.

*

Il colloquio interrotto non fu ripreso n quella sera n nei giorni seguenti. Pareva che egli sfuggisse Lia, pentito di quanto le aveva confidato, ed ella a sua volta lo sfuggiva, ma senza ostentazione, fredda e calma in apparenza quanto in realt era tormentata.
Il ricordo di lui non la abbandonava un momento: non dimenticava una sola delle sue parole, e aveva paura di attraversare il salotto perch e-g-l-i era rimasto l come un fantasma, e quando l-o r-i-v-e-d-e-v-a agitato, piangente, che cercava di attirarla a s senza farle violenza ma con la forza della passione, forza pi terribile d'ogni violenza, si sentiva tutta scossa da un brivido.
- Mandarlo via, - questa idea fissa la tormentava giorno e notte: - ma come fare? A tutto son disposto fuorch a separarmi da lei, egli aveva detto e queste parole riempivano l'aria di luce e di suoni, intorno a lei, ma di luce e di suoni che la sbigottivano. - Che accadr, che accadr, Signore? Ella  una debole donna, senza difesa, e il gorgo molle e fatale della passione l'attira. Ma  decisa a lottare fino all'ultimo; ha vinto l'aperta violenza; possibile che non riesca a vincere la tentazione d'un uomo che  pi debole di lei?
I giorni passavano, ed ella si convinceva che Piero Guidi era un debole, un vinto. La stessa sua passione per lei - passione vaga e variabile - glielo faceva talvolta apparire come un essere senza volont; ma a misura che i giorni passavano e che egli non cercava di riprendere il colloquio interrotto, la sua fantasia lavorava a ricomporre la figura ideale di lui, e la ingrandiva e la coloriva.
- Egli mi ama davvero e perci mi sfugge e mi rispetta. Egli sa che son sola, povera, unico appoggio ai miei bambini: turbare la mia pace  un delitto: egli lo sa... egli  onesto...
Eppure diffidava ancora: ma questa nuvola torbida di paure e di sospetti, prendeva, per cos dire, un colore, appunto come una nuvola che al mutar della luce si illumina e s'indora; non era pi dell'uomo, che ella diffidava, era di s stessa.
Un giorno se ne accorse, ma non se ne meravigli. Doveva succeder cos. Adesso era tardi e non le restava che lottare. Ma ad un tratto questa lotta le parve facile, quasi piacevole.
La vita e la giovinezza riprendevano in lei i loro diritti; come il povero al tornare della primavera le sembrava che le membra le si sgranchissero, l'aria intorno fosse tiepida e quindi i movimenti pi facili. Si sent giovane e forte. Le paure, le inquietudini, le umiliazioni sparvero. I suoi bambini le sembravano pi belli del solito, e baciando Salvador sentiva come un profumo di fiori, e baciando Nino sentiva come un gusto di frutta un po' acerbe.
Ricordi lontani le tornavano in mente: rivedeva la brughiera, le dune naturali, grigie davanti al mare violetto: la zia Gaina nera sullo sfondo argenteo delle paludi; e sentiva ancora il grido dell'assiuolo, il lamento della fisarmonica suonata dal servetto del maestro. Povero Maestro, egli la amava sempre, in silenzio, da dieci, da quindici anni... e per la prima volta ella pensava a lui con piet, quasi con tenerezza, ma poi, tutt'ad un tratto, lo invidiava. Perch povero? Egli amava, aveva sul suo orizzonte una figura verso la quale si volgeva come verso una luce inestinguibile. Quanti uomini, anche fra i pi fortunati, hanno questo bene? E le donne? Quante donne, anche fra le pi invidiate, hanno la fortuna di amare, in silenzio, di vivere del loro amore?
Ah, ecco che cosa le mancava l-a-g-g-i-: l'amore. Era questo desiderio che la spingeva verso lidi lontani, e le faceva apparir deserte anche le regioni le pi popolate. Ma era contenta di esser partita e di aver raggiunto la sua mta. Amare, amare, tacere, vivere d'amore!
Ed era il suo primo amore, questo, ed ella se ne accorgeva, e ne provava tutta l'ebbrezza casta e misteriosa. Che cosa c'era davanti a lei? Una muraglia coperta di edera e di fiori, e al di l un giardino incantato ov'ella non desiderava penetrare. Amare. S: perdersi nel giardino degli inganni, no.
Ricominci a curare la sua persona, e in pochi giorni si trasform. Ridivent fresca, con le labbra rosee, gli occhi lucenti, come illuminati alla fiamma interna che le dava calore e vita. Camminava agile per le strade, come una fanciulla di sedici anni, e le pareva di esser lieve, sospinta dal vento di primavera che riempiva di polvere e di profumi la citt, e quando pensava al suo povero Justo diceva a s stessa che se egli avesse potuto vederla sarebbe rimasto contento. Lo spirito di lui voleva certo la gioia di lei. La felicit completa non  di questo mondo; ella lo sapeva:  dei fanciulli o della gente squilibrata il sognarla. Ed ella non era pi una fanciulla n una donna romantica per sognare, per esempio, un nuovo matrimonio con un uomo giovane, bello e intelligente come Piero Guidi: la sola idea che, egli libero, ci sarebbe potuto avvenire, le dava un senso di vertigine. Ma poi si calmava e ricadeva nei suoi sogni fantastici.
In quei limpidi mattini di aprile, mentre i bimbi erano a scuola e la casa era in ordine, ella lavorava davanti alla finestra, ascoltava i rumori della citt che si fondevano in un rumore solo, monotono e armonico, respirava l'aria profumata, e sollevando gli occhi si incantava a guardare qualche nuvola rosea che attraversava il cielo azzurro. Cos forse il viandante nel deserto si ferma a contemplare il miraggio lontano.

*

Fin da quel tempo si cominci a parlare del posto ove andare per i bagni. I fanciulli, e specialmente Salvador, che di giorno in giorno diventava alto, pallido e nervoso, avevano assoluto bisogno di campagna o d'aria di mare.
Una mattina Piero domand a Lia:
- Dove conta di andare, quest'anno?
- Al solito posto, spero.
- Andiamo ad Anzio!
- Andiamo! - ella ripet fra s, turbandosi: e disse con voce triste: - io non torner pi ad Anzio!
- Andiamo a Rimini, allora.
- E perch non a Ostenda addirittura?
- Andiamo in qualche spiaggia pittoresca, - egli insist, fissandola. - Penser io all'alloggio: lei non si preoccupi.
- Non  questione dell'alloggio. Io ed i miei bimbi dobbiamo andare in un luogo modesto e solitario. Lei con noi si annoierebbe...
Mentre ella parlava, egli finiva di sorbire il caff, senza cessare un istante di guardarla; e quando ella fu per riprendere la tazza le afferr la mano e gliela strinse forte. Un brivido la assal, ma tosto si vinse e cerc energicamente di ritirar la mano.
- Perch non vuole che io venga, Lia? - egli domand sottovoce, - che le ho fatto? Perch non vuole? - insist, balbettando come un adolescente. - Le ho mancato di rispetto? Non sono per lei un amico, un fratello? E lei mi sfugge... lei non mi guarda neppure, lei coglie ogni occasione per rispondermi sgarbatamente.
- Questo non  vero, poi!
- Tanto  vero che lei non ha finito ancora di ripetermi che io mi annoier dove sar lei! Certo, se lei si mostrer cos fredda, diffidente e scortese, io mi annoier! Ma lei non deve mostrarsi pi cos con me: non c' ragione, no! perch non dobbiamo essere amici, dica? Le ho mai domandato nulla d'illecito? Risponda! Lei  troppo intelligente per capire che non ha nulla da temere da un uomo come me. Risponda, la prego; ha fiducia in me?
- Perch non dovrei aver fiducia?
- No, non risponda cos, con una frase che non dice niente. Mi guardi, per piacere, si volti!
La tazzina tremava nella mano di Lia; ma ella pensava con fierezza: forse egli crede che io abbia paura di me stessa e si volse, lo guard e non cerc oltre di liberar la mano ch'egli continuava a stringerle.
Come vinto da un irresistibile bisogno di carezze egli la costrinse a metter gi la tazzina, le prese l'altra mano e se le port tutte e due al viso.
Lia sent la pelle calda delle guancie di lui, le parve di scottarsi e si liber. Ma quell'ardore le rimase nelle palme delle mani e le si comunic al sangue. Nulla pi oramai poteva guarirla.
- Io le voglio bene, Lia, - egli riprese, e il suo accento era trepido e sincero, -  inutile nasconderglielo oltre: e anche lei non  indifferente... Non dica di no, Lia... Perch non dobbiamo essere amici, dunque? Ieri lei diceva ai suoi bambini, mentre questionavano: dovete volervi bene, perch siete soli e nessuno si curer di voi. Ed io le ripeto la stessa cosa, Lia! Siamo soli, nessuno si cura di noi: perch non volerci bene?
- Lei non  solo! Ha famiglia, ha chi le vuol bene...
- Sono peggio che solo! Veda, anche la mia famiglia mi ha rinnegato, perch ho voluto riacquistare la mia libert. Eppure non sono cattivo, n disonesto: lei oramai lo pu dire.
- Lei  buono!
- Buono forse no, ma cosciente s. So quello che faccio, e non mi pento delle mie azioni. Lei forse voleva che io andassi via di qui, dopo quella sera; e non ha insistito, forse per orgoglio, forse per piet; ma certamente ha creduto che io mi pentissi d'essermi confidato a lei.
- E allora perch... - ella ricominci vivacemente, ma non prosegu.
- Perch non ho pi parlato? Perch mi  parso che a lei non piacesse di ascoltarmi!
- Oh, non  vero!
- Allora sono sempre a tempo a dirle tutto. Non adesso, per. Vada; ma prima mi dica che ha fiducia in me...
- Se non ne avessi non le permetterei di stare in casa mia!
-  convinta che io non le far mai che del bene?
Le aveva ripreso la mano e la tratteneva e la respingeva, come combattuto dal desiderio e dal timore di attirarla a s: finalmente la lasci libera, sebbene non avesse ottenuto riposta alle sue domande, ed ella usc, rapida, ripetendo fra s le parole di lui: - Io non le far mai che del bene.
Fu una delle giornate pi felici della sua vita. Piero usc, e durante il giorno non si fece pi vedere; ma ella non smise un istante di pensare a lui, sembrandole oramai di volergli bene come ad un fratello, con un affetto che neppure l'ombra di un desiderio impuro offuscava.
Nel pomeriggio and coi bimbi a Villa Borghese: gli usignoli cantavano sulle quercie tremule lucenti; i prati eran pieni di bimbi, di donne vestite di chiaro, di preti rossi e violetti. Tutto un popolo variopinto passava negli sfondi dei viale, come attraverso uno scenario meraviglioso; pareva che nella Villa si desse una festa, una rappresentazione fantastica. Lia provava la stessa impressione di piacere che l'aveva rallegrata al suo arrivo a Roma: un mondo nuovo s'apriva per lei, uno spazio ove tutto era luce e armonia.
- L'amo, l'amo! - ripeteva a s stessa.
Nella sua gioia guardava i fanciulli che giocavano fra l'erba, agile ed eccitato Salvador, un po' molle e indifferente Nino, e le pareva che in fondo alla sua ebbrezza non cessasse di splendere la fiamma dell'amore materno, perch se si rallegrava di sentirsi giovane e felice era per l-o-r-o.
Appena tornati a casa, Nino e Salvador mangiarono con avidit e andarono a letto stanchi; Lia si mise a scrivere a macchina, ma non pot resistere a lungo come le altre sere.
Aveva sempre in mente l'idea che fosse festa e non si dovesse lavorare. La notte era dolce e lunare, come quella in cui era tornato Piero: ed ella s'affacci ancora alla finestra, e vide lo stesso cielo azzurro vellutato, la stessa linea di palazzi, i chiaroscuri della via e dei giardini, i lumi rossi in mezzo alle fabbriche che sembravano rovine.
Ma un profumo di glicine e di zagare inondava l'aria, ed ella ebbe l'impressione che grandi giardini incantati circondassero la citt, e che di laggi, da quella plaga di sogni, dovesse arrivare da un momento all'altro, per tutti quelli che erano stanchi, tristi, irritati, per tutti quelli che avevano lavorato durante la lunga giornata di primavera ed erano vissuti di pensieri aridi, di poco pane, di nessun affetto, un richiamo, un invito a scendere laggi per un'ora di oblio e di pace.
Anche lei sentiva una smania di uscire, di vagare nella notte odorosa e chiara, di andare verso quel luogo di dolcezza, ma a un tratto vide Piero attraversare la via, e le parve che tutto l'incanto della notte primaverile penetrasse con lui nella casa silenziosa.
Egli l'aveva veduta alla finestra, e picchi all'uscio per chiamarla; bast quel lieve rumore perch ella si svegliasse dal suo sogno.
- Venga, - egli disse, camminando piano per non svegliare i bambini: entrarono nel salotto e sedettero sul piccolo divano e ripresero il discorso interrotto, ma Lia di nuovo fu presa da un senso di diffidenza.
- Ecco, - egli disse, traendo e porgendole una lettera la cui busta grigia aveva su un angolo un gran sigillo d'argento. -  di mia moglie.  diventata ragionevole, quasi buona: acconsente alla separazione legale, non solo, ma la proposta, adesso,  partita da lei. Essa  venuta a Roma, mi scrive, appunto per definire questa dolorosa questione; legga, legga.
Le mise in mano la lettera, e Lia trasse il foglietto, sul quale si ripeteva il sigillo d'argento; ma i suoi occhi si fissarono sull'intestazione del grande albergo donde la signora Guidi scriveva, e di l non si mossero, come affascinati. Un gran palazzo sorgeva, in capo al foglietto profumato; cupole e guglie lo incoronavano, sormontate da bandiere; e una folla d'uomini piccoli come insetti gli si aggirava attorno. Lia vide una sala dorata, una bella donna seduta davanti a uno di quei piccoli scrittoi fatti per le lettere brevi e frivole, e si sent umile e triste, lontana dall'uomo che le aveva messo in mano il foglio e la busta con gli inutile sigilli.
- Se e-s-s-a  diventata ragionevole e buona, - disse, restituendogli la lettera, - non sarebbe il caso di una riconciliazione?
- Oh, mai! Che dice!  diventata buona perch ama un altro uomo, o le sembra di amarlo... come ha amato me nei primi tempi! L'amore rende buoni, Lia!
-  vero! - ella disse fervidamente.
- Nei primi tempi! - egli riprese con rancore, buttando con dispetto la lettera sul tavolino e poi riprendendola. - Ma poi!... Poi divent cattiva perch non mi amava pi. Si stanc presto di me... come di un amante... perch le diedi tutto in una volta! Ma in fondo essa  un tipo passionale e impulsivo: ha bisogno di amare, e quando non lo pu si irrita. Essere amata non le importa altrettanto;  sicura di s. Ma per lei  pi interessante uno sconosciuto, al quale ella possa tendere i suoi desider, che un uomo innamorato di lei ma del quale ella conosca tutto. Il suo amore per me, quando ci siamo incontrati, era soltanto sensuale: ma io tentavo di elevarla, e sulle prime ella mi assecondava, era buona, docile, riconoscente. Ma poi... poi... Oh, non voglio pi ricordare! Basta, basta! - egli disse, ripreso dall'angoscia dei ricordi, battendosi la palma della mano sulla fronte. - E adesso? L'uomo che ha scelto  degno di lei... Di quello non si stancher... forse!
- L'ha veduta? - domand Lia esitando.
- S, abbiamo avuto un colloquio presso il suo avvocato: tutto  stato definito.
- Non  possibile riconciliarsi?
- Per carit, non insista!  inutile parlarne... posso impormi di perdonare, ma non di amare: solo una rifioritura di passione, fosse pure solamente sensuale, potrebbe riunirci, ma questo non pu accadere perch io la odio ed essa mi odia. Non solo ma, come le dicevo, essa ama un altro, ed io...
- Lei non  geloso? - interruppe Lia, e ricominci a turbarsi. - Adesso, - pensava, trepida e paurosa, - adesso mi dir nuovamente che mi ama. Ed io? ed io?
Bisognava scongiurare il pericolo. Ella provava un senso di vertigine, e si aggrappava a qualcosa per salvarsi: e questo sostegno - non ne vedeva altro, oramai, - era la finzione.
Ma Piero Guidi non rispose neppure alla domanda.
- Io voglio bene ad un'altra donna... lei sa chi , Lia! Perch e come non so. Sappiamo mai nulla, noi, delle forse occulte che ci sospingono? Qualche volta anch'io mi son compiaciuto a dire il contrario: ma adesso mi accorgo che noi non sappiamo nulla, proprio nulla di noi stessi. Anche voi lo sapete, Lia...  vero?
-  vero, - ella ripet.
Allora egli tese la mano per cercare quella di lei: ma d'un balzo ella indietreggi e si mise a piangere, a capo chino, come una colpevole.
Piero la guard stupito, senza muoversi.
- Perch piange? - si domand.
Lia piangeva d'amore: ma l'uomo non aveva mai veduto un simile spettacolo e credeva che si piangesse solo di rabbia o di piet.
- Ella ricorda ancora il suo passato, - disse tra s, appunto perch egli, in quel momento, si sentiva ancora avvinto al suo. - Bisogna aspettare.
- Si calmi. Pensi che lei  libera, mentre io non lo sono pi. Basta, basta: sono stanco di soffrire e di veder soffrire. Andiamo un po' fuori, piuttosto, - aggiunse alzandosi, - qui si soffoca, e la notte  cos bella. Andiamo, venga...
Lia indietreggiava sempre. All'improvviso cess di piangere, non solo, ma si mise a ridere, tanto l'idea di andare a passeggio con lui le parve puerile.
- E i bambini? Li lascio soli?
And a guardarli e non torn pi; ma si affacci di nuovo alla finestra e sentiva le ginocchia tremare.
Questa fiacchezza non la abbandon per molti giorni. Ella la attribuiva al caldo improvviso, ai venti di maggio carichi di essenze e di ardori: ma in fondo non s'ingannava: era la primavera del suo amore che passava...
L'idea fissa di mandar via di casa Piero torn a turbarla. Ma come? Aveva paura di dirglielo e di sembrargli ridicola.
Tutto di nuovo le apparve difficile: le inquietudini per l'avvenire la ripresero.
Di notte non dormiva, fantasmi strani la circondavano, vaghi e cangianti come nuvole in un giorno burrascoso; il minimo lamento dei bimbi la faceva tremare.
A questa tensione nervosa contribuiva l'eccesso del lavoro. Ella faceva tornar presto a casa i bimbi, nel pomeriggio, per poter copiare a macchina fino al cader della sera, e diceva puerilmente a Salvador:
- Bisogna ch'io guadagni... ch'io guadagni molto per mandar via di casa gli estranei. Vivremo soli... vivremo tranquilli.
Allora egli si rasserenava: col visetto appoggiato alla mano e il gomito al davanzale della finestra, guardava il cielo rosso del tramonto e fantasticava. Vedeva il mare, piroscafi, corazzate, velieri, e lunghe file di numeri e soldati che andavano alla guerra. Cristoforo Colombo. Giulio Cesare e Napoleone, Pinocchio e Tobiolo, elefanti e leoni popolavano la sua immaginazione, finch il problema della rotazione della terra o quello del numero delle stelle non ne accresceva il subbuglio. Problemi minori seguivano.
- Mamma? Le lepri dormono con gli occhi aperti?
Alle sue domande si univano quelle di Nino, e la mamma, curva sulla sua macchina, rispondeva con voce stanca, lontana, finch il cielo diventava tutto violetto ed ella si alzava e andava in cucina per preparare la cena.
Nino leccava un cucchiaio e domandava:
- Perch il fuoco brucia? Perch il latte  bianco?
Ma la mamma aveva appena cominciato a rispondere quando Salvador interrompeva di apparecchiare la tavola per correre in cucina.
- Perch Dio non ha creato il mondo in un giorno solo? Mamma?
- Prima deve rispondere a me!
- Sta zitto, tu!
Nino strillava, poi bagnava di lagrime il cucchiaio perch non riusciva a moderare la prepotenza di Salvador.
Ma la mamma faceva bollire il latte e li rappacificava rispondendo a turno. I perch non finivano mai, ed anche le risposte erano inesauribili. Solo alle sue domande intime Lia non sapeva rispondere.

*

Un giorno ai primi di giungo, mentre ritornava coi bimbi da Villa Borghese, incontr il dottor Fontana. Egli tornava dalla casa di un ricco bimbo malato e doveva visitarne altri: per non si affrettava; il suo aspetto calmo e distratto era quello di un uomo che vive in un mondo tutto suo, dalle vie larghe senza ostacoli e l'orizzonte sempre pieno di luce: ed egli camminava per le vie ingombre della citt con la stessa calma con cui attraversava il suo mondo ideale: l'incontro il pi sorprendente non lo scuoteva.
Salvador che precedeva la mamma e Nino fu il primo a riconoscere da lontano il dottore. Si volse arrossendo e disse:
- Eccolo! Eccolo!
Lia pensava a un altro e trasal: quando vide invece gli occhiali turchini, il viso distratto, la bocca triste e ironica del dottore prov un senso di vergogna. Sapeva d'esser mutata, e aveva paura ch'egli le leggesse in viso la sua passione.
- Come va? Come va? - egli disse, riconoscendola.
- Benino. Quest'anno l'orecchio lascia in pace Salvador...
- E io...
Egli la guardava, e i vetri turchini dei suoi occhiali sembravano a Lia due lenti fortissime capaci di scrutare il male della sua anima.
- ... io sono un po' stanca.
- Che fa? - egli domand un po' brusco.
- Nulla di straordinario! Ma gi tanto caldo. Adesso per andremo un po' fuori... al mare.
- Bene, bene. Ma non tardi molto. Ho gi pronta la casa?  grande, ariosa?
I bimbi ridevano dalla gioia, guardandosi, e Salvador non pot frenarsi oltre.
-  un gran villino di due camerette. Piccole, piccole, piccole...
Lia aggiunse, mortificata:
-  una casetta, ma bene esposta ed ariosa.
- Non si trova altro? Non le converrebbe prendere un appartamento, ma in alto?
- Son tutti piani di villini, troppo cari per noi.
- Cerchi, cerchi: forse ne trover qualcuno adatto per lei. Aria, aria! E vada presto.
- Oh, al pi presto! - ella disse sospirando.
L'idea di partire diventava quasi un'ossessione: per giorni e giorni la casetta terrena, l'appartamento in alto, la spiaggia, l'incontro col dottore, furono il tema dei discorsi fra lei e i bimbi. Una mattina Salvador, che qualche volta andava a portare il caff al signor Piero, le disse:
- Anche lui vuole andare ai bagni, sai, mamma. Dice che ha gi preso in affitto la casina delle glicine, sai, quella dove c' la vecchietta, e che ci inviter tutti...
Questa volta Lia s'irrit sul serio.
- Ma cosa sei andato a chiacchierare? Che avr detto il signor Guidi? che ti ho consigliato io? no, Salvador, tu non devi riferire a nessuno i discorsi che si fanno tra noi.
- Ma se vuole, il signor Piero pu mettersi a spiare dietro l'uscio.
- Egli non  un monello come te per far questo!
- Io non ho mai spiato, questo te lo assicuro, mamma! Avr tutti i difetti, ma questo no, mamma! - protest Salvador, e prese un'aria contrita e desolata; e quando port il caff al signor Piero, l'indomani mattina, dopo aver profittato della penombra del corridoio per avvicinare le labbra alla tazzina, chiuse la bocca proponendosi di non pronunziar una parola.
- Che hai? - disse Piero insospettito. - La mamma ti ha sgridato?
Che rispondere? O una bugia o rivelare i fatti propri. Salvador preferisce tacere.
- Che cosa ti ha detto la mamma? Che sei un chiacchierone?
Salvador solleva gli occhi sospettosi. Che il signor Piero abbia spiato dietro l'uscio?
- Parla. Vuoi un po' di caff? Su, sta allegro, ch presto andremo al mare, nella bella casina delle glicine...
Salvador dimentica i suoi propositi, ma dice con tristezza:
- La mamma non vuole.
- Chiama la mamma: va, dille che desidero parlare con lei.
- Non le dir che ho chiacchierato.
- No, no: anzi! Va, carino.
Appena Lia entr egli le disse, in fretta, guardandola quasi timidamente:
- Senta Lia, non mi sgridi. O fissato la casina delle glicine a nome suo. Lei ci deve andare, coi bimbi, e presto. Se vuole io non ci passer neppure.
Lia corrug la fronte ma un raggio di gioia le illumin gli occhi. Egli pensava a lei, dunque? E perch diceva se vuole io non ci passer neppure? credeva che ella avesse paura di lui? Si avvicin, raccolse il giornale dal tappeto, rimise in ordine qualche oggetto.
- Ha fatto male. Io non sono in condizioni di prendere in affitto la casina.
- Ma non  lei che l'ha presa; son io!
- Io quest'anno conto di andare in Sardegna... Poco distante dal mio paesetto c' la spiaggia...
Egli la fiss, e per un attimo i suoi occhi ripresero una luce fredda e cattiva.
- Signora Lia, perch vuol fuggire?
Lia sollev il capo.
- Fuggire? Perch? voglio semplicemente far economia.
- Ed io, dunque, non sono neppure padrone di fare un regalo ai suoi bimbi?
- Essi non potrebbero accettarlo.
- Perch? Il dottore le ha detto che la casetta terrena non  igienica;  adatta per cacciatori, non per bimbi delicati come i suoi. Non sia irragionevole, dunque. Un viaggio in Sardegna le costerebbe molto di pi che prendere un locale adatto per lei e per i bimbi...
- Ma io ho dei parenti, laggi.
- Li visiter un altr'anno! - egli disse quasi irritato. - Per quest'estate ella andr nella casina delle glicine: o ha paura di me? Venga qui; mi lasci parlar. Di che ha paura?
Lia era diventata pallidissima: l'amore e l'orgoglio scintillavano nei suoi occhi.
- Ma di che cosa? Non capisco.
- Lei capisce benissimo, invece! Ma  cattiva... perch? Perch sempre cos cupa, cos inutilmente fiera? Cattiva, s, con me, coi suoi bambini, con s stessa. Che crede ch'io non la veda? Lei  malata, deperisce e si uccide, s, s; non se ne accorge che si uccide?  questo il suo dovere?
- Qual  il dovere?
- Vivere, Lia! Vivere e amare.
- Ho vissuto e amato: adesso basta.
- Adesso basta? Perch? vada, vada. - egli grid, sollevandosi sul gomito, - curi la sua salute, vada fuori di Roma. La casina  a sua disposizione fin da oggi: le ripeto, se vuole io non ci passer neppure; se vuole posso andar via di qui: tutto, purch non la veda soffrire!
Allora Lia s'appoggi ai piedi del letto: tremava di nuovo, come quella sera alla finestra, ma d'un diverso turbamento. Non aveva pi paura; le sembrava che se anche avesse appoggiato la testa sul petto di lui, egli non le avrebbe fatto che del bene.
- Lei  buono... - mormor.
- Non  vero! Se lo fossi, riuscirei a farmi voler bene da lei, ad acquistarmi almeno la sua fiducia.
- Ma lei l'ha tutta!
- Non  vero! Lei mi considera come un suo nemico; mi sfugge, o si drizza davanti a me come un muro funebre. Perch, dica? Che le ho fatto? Le ho mancato di rispetto? Che diritto ha di diffidare di me?
-  vero, nessuno.
- E allora?
- E allora?
Si guardarono. Egli era bello, appoggiato ai cuscini come un convalescente: i suoi occhi erano di nuovo dolci, teneri, non pi lucenti di invito, ma supplichevoli: ma Lia oramai si sentiva rassicurata. Ha paura di me? No, non aveva pi paura, ma nello stesso tempo sentiva di perdere un po' del suo orgoglio e della sua fierezza. Gi cedeva, davanti a lui, e quel che era peggio, si sentiva felice di offrirgli qualche cosa.
Ed egli non la lasci pi in pace con l'offerta della casina e il consiglio e la preghiera di andar presto fuori di Roma.
Anche a s stesso egli mascherava, con la scusa della salute di Lia, la sua smania di incontrarsi con lei in un altro ambiente.
L'appartamento di via Sallustiana era troppo pieno di ricordi, che si frapponevano fra loro come veli funebri. L dentro Lia non avrebbe mai ceduto; e anche lei, in fondo al suo cuore diffidente, intuiva i progetti di lui, ma scacciava con ostinazione i suoi dubbi. Era gi cos dolce lasciarsi ingannare!
Fin con l'accettare l'offerta della casina, col patto di pagare la met del fitto.
- E lei sa che certe cose non si pagano, signora Lia! Nessun compenso equivale alla gioia che mi d seguendo i miei consigli.
- Ma perch fa questo?
- Non lo sa? Perch le voglio bene.
- Io non posso accettare il suo affetto.
Egli le afferr le mani, ma subito la respinse, quasi sdegnato.
- Perch non pu accettarlo?  male, forse? Mi dica, mi dica:  male? Non pu dunque esistere un affetto puro e disinteressato? Dunque l'ideale non esiste pi; dunque non esiste pi nulla, al mondo, nulla di bene? Solo il male, sempre il male? Lei stessa, Lia, non  un esempio di bene? Se lei mi vuol bene commette del male? Dica, dica: ma dica la verit. Ed io non posso essere come lei? Non posso rassomigliarle? Io sono stanco del male, Lia, e so che dal male scaturisce solo il male. Perch non posso esser buono? Me lo proibisce, lei? Vuol togliermi il conforto di voler bene a qualcuno? Di amare solo per chiedere all'amore il bene? Risponda! Dica almeno che mi capisce!
Era sincero? Lia non ne dubit un istante. Ingenuamente disse:
- Il male  superiore a noi,  fuori di noi, e spesso ci assale a tradimento, come un nemico in agguato.
- Non  vero! o almeno non  vero nel nostro caso. Che male pu esserci nella nostra amicizia, se io ho stima e rispetto di lei, ed ella ha fiducia in me? Abbiamo vissuto per tanti mesi estranei e nemici; perch non possiamo d'ora innanzi essere il contrario?
La guardava coi suoi occhi cangianti, dolci e teneri a momenti, a momenti freddi e minacciosi: e a Lia pareva che egli dovesse dirle:
- Se avessi voluto, se volessi, non potrei farti del male?
Invece, se per caso si trovavano vicini, egli prendeva subito un atteggiamento da protettore: cos alto curvava un po' il viso sul viso di lei, e le sue mani bianche ed agili, mani da carezze, non tentavano, qualche volta, che di stringer le mani di lei.
L'illusione che fra un uomo e una donna giovani e soli possa esistere un amore ideale, e un'ebbrezza fatta, non di passione, ma di orgoglio, di sicurezza delle proprie forze, sostennero Lia fino al giorno della partenza. Ma una mattina ai primi di luglio - avevan dovuto ritardare la partenza a causa degli esami di Salvador - Piero Guidi accompagn la famigliuola alla stazione, compr i biglietti, s'incaric di collocare le valigie e i bambini. Il portiere grasso e bonario aveva fatto da facchino: e sudava e ansava, rosso nel suo camiciotto azzurro come un bambinone nel grembiale, ma i suoi occhi celesti esprimevano una dolce e innocente compiacenza.
Prese Nino per le ascelle e la sollev per metterlo dentro lo scompartimento; poi guard Lia e socchiuse l'occhio destro.
- Buon viaggio e buon divertimento, signorina. Finalmente ci siamo, eh?
Quando tutto fu a posto, Piero, che era salito nello scompartimento, baci i bambini e strinse la mano a Lia: salt gi e si ferm sull'orlo del marciapiede, e il suo viso esprimeva un'ansia vaga, come del resto appariva sui volti di altri uomini che avevano accompagnato la famiglie al treno e aspettavano il momento della partenza.
Lia si sporse dal finestrino, al di sopra delle teste di Nino e Salvador: vide il viso bianco e preoccupato di Piero, il viso rosso e l'occhio azzurro del portiere che ammiccava innocentemente, e subito sent che qualche cosa di nuovo era accaduto.


2.

La casa delle glicine, quieta come un nido nel suo cerchio di verde e di azzurro, fu ad un tratto animata dalle grida dei due fratellini.
Salvador correva di qua e di l, attraverso le camere illuminate da una luce glauca e piene d'un forte odore di canfora e di bosco, e tirava Lia per la mano gridando:
- Ma guarda come  bellino! Ma sai che  bello, qui? Altro che la stamberga degli altri anni!
Nino seguiva: e si guardava attorno e guardava Salvador con ammirazione, ripetendone le parole:
- Ma guarda come  bellino! Ma sai che  bello, qui!
A un tratto si ferm in mezzo alla terrazza, dalla quale il mare appariva, fra l'azzurro del cielo e il verde della brughiera, come una immensa mezzaluna d'argento, e apr la bocca, spalanc gli occhi e non parl pi.
Lo stesso senso di sorpresa provava Lia: ella seguiva sorridendo con un sorriso vago e misterioso di sonnambula, e pensava:
- Egli mi ama ed io lo amo!
L'atmosfera, intorno a lei, era vaporosa e molle; e tutte le cose assumevano aspetti nuovi e fantastici, ed esalavano profumi; le strade erano piane e facili, l'orizzonte pieno di splendore.
Ella aveva ripreso il suo passo elastico; si sentiva lieve, felice: la stanchezza, la tristezza, l'insonnia erano sparite. Eppure in quelle ultime settimane s'era dimagrita, come consumata da un male nascosto; e passando davanti allo specchio Luigi XV del salotto verde della casina, si ferm a guardarsi con sorpresa.
Le parve di esser brutta: il viso, forse per effetto del cristallo appannato e incrinato, era livido e scarno; i capelli aridi.
- Come posso piacergli? - si domand meravigliata.
Ma subito ricord che il l-o-r-o amore non si basava sulle miserie materiali: ella avrebbe amato Piero brutto e anche deforme: e Piero l'amava com'ella appariva, umile e oscura.
Ed ella sognava ancora come una adolescente; un amore casto, senza baci, dedicato a un essere ideale pi che ad un uomo vivo; era sicura di s, e oramai era anche sicura di lui.
- Il signorino non viene? - domand la guardiana, raggiungendola sulla terrazza.
- Verr qualche volta, alla festa.
-  tanto buono e gentile. Quando venne, l'altra domenica, abbiamo chiacchierato tanto: ha capito subito ch'io son poveretta ma di buona famiglia.  poi anche un bel ragazzo, il signorino: ha gli occhi che sorridon come due stelle...
Piccola come una bambina, stretta in un busto dritto e legnoso, la vecchietta volgeva verso Lia la testina vispa, mentre i suoi occhietti scuri, in mezzo alle ciocche dei capelli grigi scarmigliati e spioventi sul viso e sul collo nero e ritorto come una corda, ammiccavano come quelli del portiere gi alla stazione di Roma.
Lia per non aveva nulla da nascondere n da confidare. Se il suo amico era premuroso e pieno di cure per lei e per i bambini, che male c'era?
- S,  molto buono, - disse con semplicit.
E non si offese quando la vecchietta la condusse nella camera matrimoniale della casina, dicendole:
- Qui a destra c' una camera con due lettini, per i bimbi; a sinistra c' la camera per il signorino, quando verr; tutte e tre comunicano fra di loro...
Mentre Lia l'aiutava a preparare i letti, ella raccont una lunga storia, di cinque fratelli tutti preti, ma dei quali il pi giovane era scappato dal Seminario di Corneto, pochi giorni prima di prendere gli ordini, e aveva tradito Dio per l'amore d'una donna.
La donna era lei, la vecchietta, i cui piccoli occhi brillavano ancora al ricordo delle avventure di giovent. Essa era di buona famiglia; ma suo padre l'aveva diseredata dopo la sua fuga con un uomo destinato al Signore: e anche lo sposo era stato rinnegato dai suoi fratelli.
- Siamo vissuti lavorando e amandoci, signora mia. Cinquant'anni siamo stati assieme, poveri ma felici. Se ne togli l'amore, dal mondo, che ne rimane, signora mia?
-  vero,  vero! - disse Lia.
Aggiustate le camere scesero in giardino.
Attraverso gli alberi il mare appariva d'un azzurro argenteo, immobile ed alto come una montagna: le cicale riempivano con un frusco d'acqua cadente il silenzio del luogo, interrotto soltanto, a intervalli, dal respiro del vento marino. Le cime degli alberi si curvarono, un momento, quasi salutando l'arrivo dei bimbi e di Lia: l'aria si riemp di sussurri e di punti bianchi. Erano i colombi, che disturbati volavano dal giardino al tetto. Poi tutto fu di nuovo silenzio, e nell'aria rimase l'odore caldo e voluttuoso degli oleandri.
La guardiana preg Lia di visitare la sua casetta, di cui Salvador e Nino avevano gi frugato ogni angolo. Cucina, camera da letto, da pranzo e da lavoro, l'unica stanza della guardiana era rallegrata dallo sfondo di una finestra circondata di gelsomini; i fiori tremolavano come stelle bianche sull'azzurro lontano del mare. Ghirlande di gerani secchi decoravano le pareti: e dentro ogni buco, nei bicchieri, nelle bottiglie e persino entro un imbuto capovolto mazzetti di semprevivi dorati. Lia si guardava attorno con sorpresa. La vecchietta aveva un gusto di artista primitivo, un senso atavico della bellezza e della poesia. Un vecchio libro scucito stava sul canterino di legno rossiccio. Era la Vita di San Gabriele, e la vecchietta lo offr subito alla visitatrice, segnandogliene gli episod pi commoventi. Nastrini gialli segnavan qua e l le pagine ch'ella svolgeva e baciava.
- Sapete leggere? - domand Lia, respingendo il libro. - Me lo darete poi.
- Sapeva leggere mio marito, io no. Ma questo libro non occorre leggerlo:  miracoloso, e se prendete le febbri di malaria, Dio ne scampi, o vi fanno una f-a-t-t-u-r-a, ditelo a me, ve lo prester.
- Grazie tante!
Nel pomeriggio scesero alla spiaggia. La padrona della casetta dove avevano abitato gli altri anni salut Lia dalla finestra e le domand quando si sposava.
- Con chi?
- Col signorino che venne qui l'altra domenica.
Salvador s'era voltato ad ascoltare; un'ombra pass nel suoi occhi intenti, e fu con un certo disprezzo ch'egli disse:
- Mamma, sai, col signor Piero!
Allora Nino afferr la mano della mamma, e disse anche lui serio:
- Avevi detto che ti sposavi con me!
- S, s, tesoro, con te!
Eppure, non sapeva perch, le parole della donna non le erano dispiaciute. Dunque la gente indovinava il l-o-r-o amore? Ebbene, che indovinassero pure:  un amore che non ha ragione di nascondersi.
Seduta sulle alghe, mentre intorno la sabbia vergine si copriva delle orme di quattro piccoli piedi nudi, ella rifletteva negli occhi la luminosit del mare, ripensando a quegli ultimi quindici giorni passati come un sogno.
Si rivedeva seduta sul divano del salottino di Piero, e sentiva le mani di lui, lunghe rasate, stringer la sua con una stretta fraterna. Egli parlava, con la sua voce calda e vibrante, talvolta anche un po' modulata, e le sue parole erano buone e semplici: parole di un amico che si confida all'amica. Le nuvole del passato svanivano: il presente appariva chiaro e sereno, e pi sereno ancora s'annunziava l'avvenire. Amarsi cos, sempre cos, come due buoni sposi che il tempo e il desiderio appagato hanno reso casti e tranquilli: ella viveva dunque di questa illusione.
Turchino in fondo, sotto l'arco del cielo lilla, verde pi in qua, poi violaceo e tigrato d'oro, il mare si calmava al tramonto, e solo alcune onde si ostinavano a sbattersi contro i banchi di sabbia; ma tornavano subito indietro, e incontrandosi con le altre in arrivo pareva lottassero per convincerle che era inutile avanzarsi. Ma le onde in arrivo le scavalcavano e toccata la sabbia fuggivano a loro volte, convinte che non si poteva andare pi in l.
- Anche noi non andremo p-i- i-n l-, non  possibile, - pensava Lia.
Furono i giorni pi deliziosi della sua vita, un'oasi nel deserto, circondata di miraggi. Il tempo era ancora primaverile; le macchie fiorite della ginestra profumavano la brughiera, gialle, in mezzo alle distese del mirto fiorito, come fuochi in un campo coperto di nevischio.
Illusione anche questa? Lia trovava bellissimo il paesaggio che le era parso arido e melanconico. Nuvole ondeggianti come veli color di viola gettavano la loro ombra sopra le colline; e verso sera il cielo era tutto rosso e il mare tutto d'oro. Salvador e Nino, quando non stavano sulla spiaggia con la mamma, s'attaccavano alla guardiana, fonte inesauribile di fiabe e di canzonette: seduti sullo scalino della porta con le braccia sulle ginocchia della vecchia, il viso intento, sollevato verso il visetto mobile di lei, parevano due fiorellini sospesi a un ramo appassito.
Qualche pescatore, terreo e lucido come il rame, attraversava a piedi nudi il sentiero davanti alla casina, e vedendo Lia e la vecchia deponeva per terra il suo cestino pieno di murene grigie e nere e di scrofani rossastri. Un vecchio ortolano ancora arzillo, col viso come ricoperto da una maschera di crespo rossiccio, gli occhi verdastri scintillanti di vita e di malizia, attraversava spesso il sentiero, con un fazzoletto colmo di erbaggi attaccato ad un bastone. Anche lui si fermava: la vecchia gli sorrideva, lo invitava ad avvicinarsi e guardava dentro il fazzoletto, prendendo un pugno di ciliegie e offrendole ai bambini. Essi guardavano la mamma, guardavano l'ortolano ed esitavano. Ma il vecchio diceva:
- Prendi, prendi! - e la mamma accennava di s, e Salvador si metteva le ciliegie alle orecchie, e Nino lo imitava, e il cane leccava la mano a tutti.
Di notte Lia, dopo aver messo a letto i bambini, usciva sulla terrazza e s'abbandonava tutta al suo sogno. Le notti eran dolci, profumate. Sotto la piccola falce d'oro della luna nuova il mare appariva, visto dalla terrazza, come una immensa falce di metallo opaco, qua e l scintillante di lumi e di riflessi.
Appoggiata alla balaustrata Lia fissava gli occhi in alto e l'Orsa e le altre costellazioni le sembravano gioielli appartenenti a lei sola; guardava il mare e le pareva il confine del mondo; guardava la collina e la brughiera; e le strade che le attraversavano, bianche nella notte crepuscolare, le davan l'idea di croci che qualcuno avesse segnato sopra la terra fiorita per ricordare ai sognatori, ai felici, che esiste ancora il dolore.
Cos ella sognava ma non dimenticava. La sua ebbrezza era lucida, cosciente. Ella si abbandonava alla gioia di amare, e sentiva che questo era non solo il suo primo, ma anche il suo ultimo amore; ma non dimenticava chi era, e non voleva peccare.
Verso la fine della settimana il tempo mut. Lia sperava che Piero arrivasse il sabato: ma quando vide il cielo coprirsi di nuvole, pens che egli forse avrebbe rimandato la sua gita, e all'improvviso si sent triste.
Ma verso il tramonto, mentr'era affaccendata in cucina, sent Nino gridare dal sentiero:
- Eccolo, eccolo, viene! Ha la valigia!
E per la prima volta ebbe vergogna di venir sorpresa in cucina dal suo amico, e corse in camera per cambiarsi il vestito. Dunque voleva piacergli pi del solito: si accorse di questo suo desiderio, mentre si slacciava turbata il grembiale, e si allarm, ma non smise di cambiarsi. Quando scese vide dall'uscio, intorno al tavolo, nella luce verdognola della saletta, i fanciulli intenti, la guardiana non meno curiosa di loro e Piero che apriva la valigietta colma di frutta e di dolci.
Egli era vestito di bianco, con un bel panama dal nastro nero e rosso, sollevato sui capelli lucenti: e Lia ebbe l'impressione che anch'egli si fosse fatto bello per piacerle.
Ella entr in punta di piedi. Si guardarono, al di sopra delle testine dei bimbi, ed entrambi sentirono un fremito. Come nelle loro persone, qualcosa era mutato nelle loro anime. Eppure si salutarono senza calore, e Lia domand, curvandosi sul tavolo:
- Che ha portato di bello?
E distribu parcamente un po' di frutta, scegliendo quelle che cominciavano a guastarsi; ripose il resto nella credenza, e volgendosi, prima di chiudere, domand:
- Che cosa posso offrirle, Piero?
Egli la fissava con uno sguardo languido e avido; ella dovette chinare gli occhi, e quando gli vers da bere la sua mano tremava.
Il pranzo fu servito dalla vecchietta, che s'era anche lei vestita di chiaro, aveva ficcato un pettinino giallo nel nodo dei suoi capelli simile ad una lumaca e faceva la graziosa come una fanciulla. L'ora trascorse felice: sembravano tutti bambini, e l'innocenza dei loro discorsi incoerenti era solo turbata da qualche allusione maliziosa che Piero rivolgeva alla vecchia, e dall'inquietudine di Lia che ogni tanto esclamava:
- Vedrete che tempesta, fra poco!
Per scrutare il tempo salirono sulla terrazza.
Il rombo del tuono pareva salisse dalla profondit del mare, nuvole simili a enormi teste scapigliate s'affacciavano all'orizzonte e attraverso i loro vapori s'intravedevano fiamme, ruote luminose e mostri di fuoco le cui lingue d'oro lambivano il cielo ed il mare. Ma l'ovest rimaneva sereno, giallo e verde come una radura lontana; l'odore del mirto e della ginestra arrivava col vento.
L'allegria dei bimbi e dei grandi era sparita: tutti tacevano, davanti alla balaustrata, come affascinati dallo spettacolo della tempesta lontana. L'aria diventava umida.
- Ritiriamoci, - disse Lia. -  ora d'andare a letto!
I bimbi protestarono; ma elle prese Nino per mano e lo condusse, riluttante, in camera. Anche Salvador dovette ubbidire, ma entrambi si misero a piangere e ad invocare almeno la presenza del signor Piero. Il signor Piero entr e si curv sui lettini, mentre Lia, per calmarli, distribuiva un ultimo dolce. Essi piangevano le loro lagrime cadevano sul guanciale con le briciole del pasticcino, e Lia ricordava la prima sera del suo matrimonio, ad Anzio, Justo curvo sul lettuccio di Salvador, e si sentiva inquieta.
- Lei dormir gi, - disse a Piero, quando i bimbi tacquero. - Se vuole uscire questa  la chiave.
- Ma io non esco! Dove vuole che vada con questo tempo?
Ritorn sulla terrazza, e Lia, quando i bambini si assopirono, and a raggiungerlo.
- Erano inquieti, stasera, - disse sottovoce. -  questo tempo che rende nervosi...
Egli le prese una mano e non rispose. Appoggiati alla balaustrata, stettero alcuni momenti in silenzio; ma ella sentiva la mano calda ed umida di lui pulsare sempre pi forte e aveva paura.
Il vento s'era calmato e la luna appariva tra le nuvole nere, ora come un occhio verdastro cerchiato di occhiaie livide, ora come una fiammella fra cirri di fumo. Gli alberi, immobili sul cielo nero e verdognolo, parevan sospesi sull'orizzonte, e i piccioni bianchi, sul pergolato, erano i soli punti distinti nell'incertezza delle cose intorno.
Questo mistero di cose, questo barlume equivoco, Lia lo sentiva anche dentro di s. La gioia dei giorni scorsi era sparita per lasciar luogo a un'angoscia indefinita.
- Che far, domani, tutto il giorno, con questo brutto tempo? - disse, per liberarsi dall'incantesimo.
Ma egli la prese per la vita, l'attir a s.
- Perch parli cos? Non sono venuto per te? Mi pareva di soffocare, tutti questi giorni, mi mancava l'aria. E tu, vuol dire, non hai pensato a me?
Ella cercava di scostarsi, ma all'improvviso sent come un velo appannarle gli occhi e le labbra molli e calde di lui cercare le sue.
Allora si divincol con violenza, pure fremendo di passione, e corse attraverso la terrazza per rifugiarsi nella sua camera. Egli la raggiunse e la ferm.
- Perdonami... Mi perdoni, Lia; sono fuori di me. 
- Se ne vada! - ella impose.
- S, s, cara; tutto quello che vuole... purch mi perdoni.
Com'era umile, infantile! Perch non accordargli il perdono chiesto con tanta tenerezza?
Ella dunque perdon e si chiuse nella sua camera: ma pass una notte febbrile, e l'orgoglio d'aver vinto il cieco impulso dei sensi non bastava, intanto, a toglierle dalle labbra il sapore delle labbra di lui. A momenti si sentiva perduta: allora l'idea di fuggire la tormentava e la confortava gi.
Quando scese al pian terreno trov la porta aperta. Piero era gi uscito ed ella sper e temette che se ne fosse andato. Ma dopo qualche ora egli rientr, con un mazzo di fiori campestri e due libellule argentee.
Lia prese i fiori e gli diede il caff, ed evit di guardarlo.
Egli ripart pi tardi, dopo averle domandato se doveva ritornare.
- Come vuole, - ella rispose in presenza dei bambini, ma quando egli fu partito si guard attorno smarrita. Il veleno del desiderio serpeggiava oramai nel suo sangue, e tutto, il luogo, il tempo, la lontananza e la stessa docilit di lui contribuivano ad aumentare la sua passione.
Il sabato, non vedendolo arrivare, fu presa da una grande tristezza. Le parve che tutto fosse finito. Il sogno cadeva, spariva come un astro dopo aver compiuto il suo ciclo: e un velo di morte copriva l'anima di Lia.
Avesse almeno scritto! ma egli non veniva, non scriveva, non sarebbe ritornato pi. Tutto era finito.

*

Un giorno arriv una lettera della zia Gaina.
Ogni anno, nipote mia, quando torna l'estate, io ti aspetto e prego il Signore che mi dia il conforto di rivederti. Almeno quest'anno potresti deciderti. Qui cominciano le frutta e i ragazzi potrebbero godersela pi che nei posti dove li conduci ogni anno. Simone Barca, ritornato da poco dal Continente, dice che l c' la carestia e che tutto costa caro come nei tempi della guerra. Anche qui, a dire il vero, tutto  rincarato, ma qualche cosa ancora si trova, e chi lavora non soffre la carestia. Ti prego dunque di venire, se vuoi venire, e di non lasciarlo per timore di darmi fastidio. Se ti occorre qualcosa dimmelo pure sinceramente, io sar contenta di aiutarti e intanto ti saluto e bacio i bambini.
Sdraiati sulla sabbia Lia e i bambini leggevano e rileggevano la prosa della vecchia lontana, e guardavano il mare per spiare il passaggio del piroscafo diretto alla Sardegna.
- Rispondi di s, mamma! - diceva Salvador, sotterrando un piede di Lia nella sabbia.
- Rispondi di s, mamma! - diceva Nino, sotterrandole l'altro piede.
Lia era pensierosa. Infine ripieg il foglietto e disse:
- Forse risponder di s.
Ma all'improvviso si fece rossa e balz in piedi. I bimbi guardarono e videro la figura bianca del signor Piero avanzarsi lungo la spiaggia.
- Perch non avvertirmi? - disse Lia, preoccupata per il pranzo. - Stasera non abbiamo niente!
- Vivremo di poesia, - egli rispose, buttandosi sulla sabbia e appoggiando la testa sul lembo del vestito di lei.
Quando i bambini si furono allontanati, egli riprese un po' ansante:
- Non mi manda via, vero, no? non faccia quel viso! Non potevo pi vivere senza vederla. Mi guardi!
Lia, seduta sulle alghe, si curv alquanto e lo guard. Non sapeva quel che si facesse; era come attirata dal fascino di un abisso; e quest'abisso, pi grande e profondo di quelli del mare, era negli occhi di lui.
- Perch non vuoi amarmi? - egli disse. - perch non vuoi esser mia? Saremo felici, e tu non hai diritto a rinunziare alla felicit. Qualunque donna, al tuo posto, non mi farebbe soffrire cos, non si tormenterebbe cos.
- Io sono felice! L'amo e mi basta.
- Non  vero! La passione  nei tuoi occhi, Lia: ah, come tu sapresti amare, se volessi! Come saremmo felici... Lia, Lia... sii buona, con te, con te, vedi... Che hai goduto, tu, della vita? Nulla. Lascia che ti ricompensi di tutto. Vedrai! Che importa se il nostro legame  diverso dal solito?  meno forte, per questo? Di che hai paura? Io vivr per te, vivo gi per te! Lia, perch non mi credi?
Le sue parole e le sue promesse erano dolci come il mormorio delle onde; e tutto intorno era chiaro, dolce, infinito. Il vento di ponente increspava il mare calmo come un lago; a un tratto un piroscafo rosso e bianco apparve piccolo come una barca, sulla linea color malva dell'orizzonte, e lentamente spar, come affondandosi nelle onde.
Salvador si avvicin, s'appoggi alle spalle di Lia e disse:
- Sai dove va quel piroscafo? Al n-o-s-t-r-o p-a-e-s-e. Fra giorni noi saremo l, a guardare, sopra coperta, e tu, di qui, ci farai addio col fazzoletto.
Piero balz a sedere e guard Lia: il suo viso esprimeva stupore e collera.
-  vero? Partite?
Ella accenn di no con la testa, ma Salvador protest:
- Come, non hai detto poco fa che andremo dalla zia Gaina?
Allora Lia, sotto gli sguardi egualmente interrogativi e diffidenti dell'amico e del fanciullo, non seppe mentire:
- S, penso... desidero di andare a visitare la zia, ma per poco; ancora non sono decisa... per...
- Voi non partirete! Non voglio! - grid subito Piero; ma vide Lia arrossire e Salvador fissarlo a sua volta sorpreso e adirato, e si butt sulla sabbia per frenarsi e non parl pi finch il fanciullo non si fu di nuovo allontanato.
Ma bastarono quei pochi attimi e lo sguardo di Salvador per richiamar Lia dai suoi sogni.
Ah, il soave amante di pochi istanti prima parlava gi come un padrone! Ricordi disgustosi le tornarono in mente: le maldicenze del pittore, l'impressione ch'ella stessa provava nei primi tempi osservando lo sguardo freddo ed egoista del suo taciturno inquilino...
Intanto egli s'era di nuovo sollevato e le ripeteva, con voce che supplicava e ordinava:
- Tu non partirai. Non voglio. Adesso no, adesso no...
- Adesso o pi tardi  la stessa cosa, - ella disse, alzandosi.
Egli per le afferr il lembo del vestito e non le permise di allontanarsi. Era tornato umile e supplichevole.
- Adesso no, Lia! Ho bisogno di te; se tu mi lasci... io non so cosa far... Sar un uomo perduto... sar come quei bambini l... se tu li lasciassi soli, qui, davanti al mare... Che farebbero? Si perderebbero, cadrebbero nel mare... Cos io, Lia, se tu mi lasci adesso...
- Calmatevi, - disse Lia, dandogli finalmente del voi. - Non partir, ve lo prometto... basta che anche voi siate buono...
- Tutto, tutto quello che tu vuoi! Ma non lasciarmi...
Al ritorno trovarono la tavola apparecchiata e la vecchietta vestita di bianco e col pettinino giallo nei capelli ravviati. Un cestino di frutta, bottiglie di vini e di liquori, dolci e pasticci preparati con gusto nei vassoi di porcellana, rallegravano la tavola, su cui la vecchia aveva anche messo un mazzo di garofani violacei.
- Che ha fatto? - grid Lia a Piero, quasi offesa per quei doni. - Ah, vede, lei mi mortifica sempre!
Tuttavia il pranzo fu lieto, chiassoso. Si parl nuovamente dell'ortolano amico della guardiana, di San Gabriele, dei sei fratelli preti.
Un bicchierino di malaga fece ballare e cantare la vecchietta i cui occhi di lattante fissavano con un'espressione maliziosa e benevola i due bei giovani seduti davanti a quella tavola fiorita che sembrava una mensa di nozze. A un tratto, mentre i due fratellini correvano fuori, verso il ponte, per vedere il treno, ella s'avvicin a Lia e le prese una mano, e altrettanto fece con Piero, e un le due mani, fra le sue, dicendo:
- Dio vi benedica!
- Eccoci sposati! - disse Piero, mentre Lia ritirava la sua mano.
Ed entrambi risero, ma con un'ombra di tristezza negli occhi.

*

Egli rimase tre giorni nella casina delle glicine. Il secondo giorno volle fare il bagno, e si aggir a lungo attorno a Lia nella spiaggia luminosa di sole, alto, pieghevole, col corpo nettamente disegnato dalla maglia nera, mettendo in mostra tutta la sua agilit, la sua bellezza, la sua nudit, come un bel fauno attorno alla ninfa desiderata.
Lia arrossiva e abbassava gli occhi come una fanciulla. Un'atmosfera di ebbrezza li avvolgeva; anche, lei spinta dal solo istinto di piacergli, aveva finalmente deposto gli abiti neri, e indossava una semplice vestaglia bianca che la rendeva pi bruna e pi giovane. I bambini la guardavano con curiosit: Nino le toccava la veste, come per assicurarsi che era lei: Salvador le diceva:
- Mi sembri un'altra.
S, ella si sentiva un'altra; e sfuggiva gli sguardi del fanciullo, perch le sembrava che egli le leggesse nell'anima.
Eppure nulla di nuovo accadeva. Piero non la tentava pi, non le stringeva neppure la mano: solo, la sera del terzo giorno, la preg di andare a passeggio con lui attraverso la brughiera, fino al mare.
I bimbi dormivano gi.
- La vecchia star qui fino al nostro ritorno. Dieci minuti soli; andiamo, - egli disse, - vieni.
Sulle prime Lia rifiut; non lasciava mai soli i bambini. Egli provava una sorda irritazione contro di loro, sembrandogli ch'essi fossero oramai il solo ostacolo che lo divideva da Lia; ma si frenava e pazientava.
Chiam in aiuto la vecchia.
- Diteglielo voi che venga un momento a passeggio. Andremo solo fino ai piedi della collina: la sera  cos bella!
La guardiana spinse Lia verso la porta, e stette a guardare i due giovani, mentre s'allontanavano per il sentiero.
Piero precedeva, Lia seguiva, come cieca, guardando per terra; ma allo svolto del sentiero egli la prese per la vita e cos camminarono in silenzio per un piccolo tratto. All'improvviso Lia si svincol e sedette sull'orlo del sentiero, vinta da una stanchezza e da un languore ineffabili. Egli sedette presso di lei e le prese la mano. E tacquero entrambi, come ascoltando e aspettando. Il crepuscolo li avvolgeva d'un velo glauco e roseo.
Oltre il prato verde, il mare immobile sembrava un prato azzurro: tutto il paesaggio era verde e cilestrino, e solo al confine della brughiera, attraverso una fila di pioppi gi neri, s'intravedeva il cielo rosso.
Il lamento d'una fisarmonica e un fischio che ne ripeteva il motivo monotono e melanconico davano l'illusione che lass nel boschetto vagasse un gregge, e che un pastore appoggiato al fusto di un pioppo suonasse il suo zufolo.
Tutto il passaggio era puro, primitivo, adatto al sogno e all'idillio. A un tratto la fisarmonica tacque, e poi anche il fischio, e regn solo, nella luminosit del crepuscolo che pareva emanata dai prati e dal mare, il zirlio tremulo e argentino dei grilli.
Un'armonia ineffabile si diffuse allora nella natura che si assopiva: il paesaggio, il mare, il cielo, la luce, le voci delle cose, formarono una stessa poesia, dolce, infinita: il sogno. E i due innamorati, come assorbiti anch'essi dalla fusione divina di tutte le cose, unirono le loro labbra e si sentirono un essere solo.
La prima a riprendersi fu Lia. Si sent perduta e un istinto di difesa la spinse ad alzarsi ed a fuggire come dallo studio del pittore. Ma l'uomo la seguiva, questa volta, deciso a non lasciarsela pi sfuggire.
Sulle prime egli fu ancora dolce e carezzevole; ma gi un fremito di rabbia si univa al suo desiderio troppo fino a quel momento deluso. Raggiunse Lia nel sentiero, la riprese per la vita, le baci le mani. Le sue parole erano deliranti, come quelle dell'a-l-t-r-o.
- Perch fuggi, Lia? Puoi andare in capo al mondo; ti raggiunger: sei mia ed io son tuo.
Ella taceva, a capo chino.
-  tempo, cara,  tempo! Quanti giorni perduti! Ma adesso tu non diffidi pi di me, vero, Lia? Baciami.
Ma ella si scostava e non potendo di pi affrettava il passo, trascinandolo attaccato a lei come un ubbriaco.
- Io ti ho amato fin dalla mattina in cui tu sei entrata da me per domandarmi come stavo. Ricordi? Il bambino s'era sentito male. Poi, ricordi, quando venni qui? due anni, Lia!  da due anni che trascino il mio tormento. Vederti e non averti! Confessalo, nessun altro uomo sarebbe stato capace di tanto...
Lia affrettava il passo. Vinta dalla dolcezza dell'ora e della passione, provava tuttavia in fondo all'anima una tristezza profonda e aveva paura dell'uomo che oramai le camminava a fianco come un nemico pronto a ghermirla. Ah, mille volte meglio l'aperta violenza che quella seduzione di tutti i momenti, la vittoria dell'uomo esperto nelle guerre d'amore.
Ma a misura che si riavvicinavano alla casina, ella si sentiva meno sola, il pericolo s'allontanava e l'istinto della difesa cresceva. Aveva inoltre l'illusione di veder un'ombra saltellare dietro le macchie del sentiero: s'immaginava che Salvador, profittando della sua assenza, si fosse alzato e la seguisse e la spiasse.
Illuso anch'egli sul silenzio di lei, l'uomo la seguiva, prodigando baci e parole d'amore; ancora pochi istanti e sarebbe stato felice. Perch dunque non esser gentile, e non scostarsi all'urto lieve di lei, quando furono in vista alla casina e in pericolo quindi di esser veduti?
- La vecchia  l, sulla porta, - mormor Lia, precedendo.
E sentiva l'uomo seguirla ansante, come il cacciatore dietro la preda...
- La vecchia, come una buon fata, ci ha sposato, lo sai, Lia! Si  accorta ch'era giunta l'ora. Chi adesso potr pi dividerci? Lia? Parla: perch taci?
- Era cos bello vivere cos! - ella disse infine, tentando di difendere ancora il suo sogno.
- Ma perch? non siamo liberi d'amarci? Abbiamo gi sofferto tanto, Lia! La vita  breve; la nostra felicit non far male a nessuno. Non sei stanca di soffrire, tu?
Lia diede un piccolo grido soffocato.
- S, son stanca! Adesso basta.
- Basta, basta, s, - egli ripet; e credette il patto concluso.
Sulla soglia della porta la vecchia s'era addormentata. Lia dovette scuoterla per svegliarla, e pens:
- Ecco, poteva accadere una disgrazia ai bambini ed io ero cos lontana da loro!
Appena furono dentro, nella saletta a vetri, Piero chiuse la porta e riafferr Lia per attirarla nella sua camera; ma ella pareva pronta a svenire, era livida in viso, coi lineamenti rigidi, le mani fredde e gli occhi pieni di terrore.
- Vado a vedere i bambini, lasciami andare a vederli! - supplic, come domandando una grazia prima di morire.
Egli la lasci, ma la segu fin alla terrazza, dicendole:
- Ti aspetto qui...
Ella entr e chiuse l'uscio: non vedendola ritornare egli fu preso da un impeto di rabbia. Si torse le mani e picchi forte all'uscio.
- Lia! Lia! Son qui.
La voce supplichevole e smarrita torn a farsi udire dietro l'uscio:
- Vattene, Piero.  inutile, non posso venire...
- Lia! Tu ti prendi gioco di me!
Ma la voce insisteva:
- Per piet vattene! Non svegliare i bambini: va, Piero, va...
Egli non parl pi; ma a lungo Lia lo sent andar su e gi per la terrazza, furente d'amore e di rabbia.

*

Quando si alz, al sorgere del sole, lo trov ancora sulla terrazza, ma pronto a partire. Le sembr che gli avesse atteso tutta la notte, l, all'aperto; era livido in viso, con gli occhi cerchiati e i baffi spioventi: e si meravigli di trovarlo brutto.
- Parto, - le disse con voce rauca.
Lia lo fissava in viso, triste ma calma.
- Perdonami!
Ma egli le volse le spalle, e come un ragazzo bizzoso and ad affacciarsi alla balaustrata.
- Non ho nulla da perdonarti! Lasciami; tu non mi ami!
- Piero, - ella replic, toccandogli lievemente una spalla, - tu non credi a quello che dici...
Egli non rispose, e rimasero entrambi silenziosi, per alcuni istanti, come immersi nella contemplazione del passaggio tranquillo. Un velo d'oro copriva le colline e il mare, e fluttuava intorno sugli alberi scintillanti, sulle macchie della brughiera e nell'aria serena. Tutto era pace e silenzio: pareva che persino il mare non dovesse muoversi pi.
Solo nel cuore dei due che si amavano continuava la lotta e la tempesta. Lia pensava palpitando:
Se lo lascio partire adesso non lo rivedr pi.
Egli diceva a s stesso:
Sar lei che mi verr dietro, adesso, e mi supplicher di non lasciarla.
E all'improvviso si sollev e la guard con occhi teneri e minacciosi.
- Tu non mi ami, Lia! Una donna che veramente ama non fa cos come tu fai! Non esaspera l'uomo che la ama, e non lo offende chiudendogli l'uscio in faccia!
- Piero! - ella grid, smarrita.
- Perch fai cos? Dimmelo!  inutile che mi tormenti!
- Non era questo il nostro patto.
- L'amore non ha patti! Io ti amo e non ragiono pi: se tu ragioni vuol dire che non ami...
Lia avrebbe voluto dirgli: eppure tu ragioni, in questo momento! Ma non volle discutere. S, era meglio lasciarlo partire.
- Calmati, Piero. Tu lo sapevi ch'ero una donna cos... fatta all'antica... Lo sapevi, s: anzi dicevi che mi volevi bene per questo... Dunque non  vero... Anch'io posso dirti che non mi ami perch non ti basta il possesso della mia anima...
- Tu ragioni sempre... - egli ripeteva con crescente rancore.
- Ricordati, Piero... quando mi parlavi di tua moglie... dicevi: ella mi ha reso infelice perch nell'amore vedeva solo il piacere... Ricordati... Tu dicevi che volevi insegnarle il contrario.
Ma il ricordo poco opportuno accrebbe il furore dell'uomo deluso. Afferr Lia per le braccia e la scosse tutta. Com'eran cattivi i suoi occhi! Non sapeva perch, ma Lia non riusciva a liberarsi dal ricordo della sua prima avventura.
- Basta, Lia! Non esasperarmi oltre! Lasciami partire, piuttosto che continuare cos: mi sono illuso e basta; ma non continuare in una commedia che mi rende ridicolo ai miei stessi occhi...
- Me perch ridicolo? Ma tu non ricordi nulla, davvero! Ricordati: dicevi: possibile che esista solo il male?...
- Il male  nel rinunziare alla vita, Lia! Basta, basta, addio. Tu non mi conosci...
- E neppure tu mi conosci!
- No; questo no! Ti conosco bene: sei la diffidenza in persona: e per questo non puoi amare n abbandonarti alla gioia di vivere. Di me tu hai sempre diffidato, fin dal primo momento che m'hai conosciuto: e in tutto questo tempo non hai fatto altro che offendermi con la tua ostilit, e attirarmi e respingermi, e prenderti gioco di me, infine. M'hai baciato e m'hai chiuso l'uscio in faccia... come fossi un malfattore! E cos fai con la vita, tu: l'ami, e la sfuggi. Combattere per te, per renderti felice,  inutile e dannoso... quasi come il combattere e soffrire per... q-u-e-l-l'-a-l-t-r-a... Entrambe egoiste...
 - Ah, Piero! - grid Lia, mortalmente offesa. - questo poi no! basta, s, basta; tu non ragioni davvero. Vattene!
- S, me ne vado;  meglio: ci rivedremo quando mi amerai in modo diverso.
La lasci e s'avvi per scendere.
Lia divent pallida come una moribonda: apr le labbra per chiamarlo, ma non pot: un tremito la scuoteva tutta.
Finalmente si decise a scendere e lo trov nella saletta ancora chiusa, con la valigia in mano, pronto ad andarsene. Nell'avvicinarsi, ella vide la sua figura e quella di lui accigliata e fosca, riflesse dall'invetriata verdognola, e le sembr di veder due fantasmi incontratisi per caso in un luogo pieno di penombra e di tristezza. Addio; tutto era finito davvero: egli se ne andava da una parte, ella se ne sarebbe andata da un'altra: e di nuovo il deserto in mezzo a loro.
Allora sent cadere il suo rancore, e prese la mano di Piero, e si curv, come parlando a quella mano fine e feminea che invano aveva tentato di aprirle il mondo dei sogni.
- Perdonami! Lasciamoci in pace...
- Lasciamoci in pace! - egli ripet; ma la sua mano era fredda ed inerte.
Lia lo accompagn fino al sentiero, e lo guardava con occhi pietosi. Dopo tutto egli era buono: se ne andava vinto e umiliato, e l'ultimo sguardo che le rivolse nel lasciarla era ancora supplichevole e pieno di speranza. Ma quando egli si fu allontanato, ella torn di corsa nella terrazza e segu con uno sguardo mutato la figura bianca di lui che parve dissolversi nella luce rosea del mattino. Le sembr che un silenzio infinito, tale che nessun rumore sarebbe pi valso a interromperlo, regnasse intorno a lei.
- Perch ho fatto cos? - si domand.
E non sapeva rispondersi. Per virt, per paura di soffrire, o, com'egli aveva ben detto, per mancanza d'amore? Non sapeva. Perch era suo destino.
Ma sent che la sua vera passione cominciava allora. L'uomo era appena sparito ed ella gi ne invocava il ritorno con uno spasimo d'attesa disperata. Si butt per terra e si mise a piangere. Le lagrime le cadevano sul petto, sulle mani, sul grembo: e le pareva di piangere su s stessa come sopra un cadavere.

*

Il grido dei bambini la riscosse. S'alz e si scosse le vesti, come sollevandosi da un luogo polveroso, ed entr da loro, ma le loro moine e i loro baci non la confortarono. Una torbida marea di passione le gonfiava le vene, le velava gli occhi. Durante la giornata si trascin di qua e di l, e alla sera, stanca, frustrata dai suoi desider, torn nella terrazza, ov'egli l'aveva aspettata la notte prima invano, come invano avrebbe atteso lei d'ora in avanti: e come lui, and su e gi, a lungo, sotto le stelle, nel velo pietoso della notte...
Le sembrava che una vendetta si compiesse in lei: ella aveva giocato a un triste gioco e perdeva: l'amore si vendicava con tutte le sue furie.
- Perch ho fatto cos? - si domandava ancora.
E adesso la risposta veniva, chiara, crudele. Perch non amava abbastanza: ma fra pochi giorni, fra poche ore forse, al cader di un'altra sera come quella, la grande passione l'avrebbe vinta: ed ella richiamerebbe l'uomo, come gi lo richiamava nella sera dolce piena di stelle...

*

Ma a un tratto gl'istinti si risvegliarono in lei. Fuggire, nascondersi, come fanno tutti gl'isolani quando un pericolo li minaccia. La casetta fra le rovine, le camere della zia Gaina arredata di vagli e di canestri con la croce contro le tentazioni, le apparivano come un rifugio in un luogo inesplorato.
Ancora incosciente, arsa dalla febbre d'amore, cominci a rimettersi il vestito nero, e si mise a scrivere alla zia, raccontandole puerilmente le sue inquietudini, come una volta aveva scritto allo zio Asquer.
Io verr da voi per qualche tempo, zia Gaina mia; finch si smorzer alquanto questo fuoco che mi arde e mi fa diventar pazza.
Io ho paura di perdermi. Che accadr di me e dei miei bambini che non hanno altri all'infuori di me?
Egli non li ama; li odia, anzi, perch sono un ostacolo ai suoi desider. E se io cedo a questo, lo sento, ben presto egli si stancher anche di me. Che accadrebbe allora? Sarei infelice pi di quel che lo sono adesso. Lo so, lo so. Egli diceva di volermi bene come ad una sorella, ed invece mi voleva per amante. Tutti eguali, gli uomini! O zia mia, se sapeste com' il mondo! Tutti aggrediscono una povera donna sola, come le fiere, nel deserto, assaliscono il viandante solitario. Io non ho nessuno a cui chieder consiglio, a cui rivolgermi; ed ho paura persino di me stessa, anzi di me stessa pi che degli altri, perch io sono la mia peggiore nemica. Qualunque cosa faccia mi causo del male; se rimango mi perdo, se fuggo mi procuro un'infelicit grande. Perch io amo quell'uomo come non ho mai amato; sento che questa  la vera, la sola passione della mia vita, e tutto mi spinge a credere che e-g-l-i sia sincero, che mi ami e sia infelice per causa mia.
Lagrime di piet e di tenerezza ricominciarono a solcare il viso arso; ma come la lettera allo zio Asquer, anche questa non part mai.

3.

La zia Gaina aspettava con una certa ansia l'arrivo della nipote. Da qualche anno era diventata pi strana del solito: non usciva quasi mai di casa, teneva la porta e le finestre continuamente chiuse e pareva avesse paura dei ladri o di altri pericoli.
I vicini la prendevano in giro.
- Avete trovato un ascorgiu, 1 zia Ag?
- S, ma nel ritrovarlo mi son ricordata di voi e le monete son diventate carbone. 2
Ad altri, che la interrogavano seriamente se aveva timore dei ladri, rispondeva:
- Il ladro che temo io entra dalla fessura: la Morte, consolazione mia, solo la Morte temo.
Molti credevano che Lia le mandasse denari; e che la vecchia li accumulasse e li nascondesse, con quella mana speciale alle paesane sarde.
L'annunzio dell'arrivo della giovane vedova, sul cui conto correvano voci strane, arrivate di lontano cos come arriva il vento o la nuvola, mise in subbuglio il vicinato.
Alcuni dicevano che Lia si sposava di nuovo, con un signore potente, un ingegnere del re, altri che era diventata una donna di mondo, di quelle che vanno a passeggio con uomini soli; altri infine che aveva un amante vecchio, ricco, ammogliato. La zia Gaina non prestava fede a queste chiacchiere, e del resto bastava che le riferissero una cosa perch ella credesse il contrario; ma era ben lontana dall'approvare l'idea storta di Lia, di rimanersene a Roma sola coi bimbi, senza parenti, in mezzo alle tentazioni del mondo. La Tentazione  gi cos potente nei piccoli paesi solitari; figuriamoci nelle grandi citt, dove inoltre non si crede pi in Dio e non si usano neppure le pi semplici precauzioni per tener lontano il demonio con le sue male arti.
Per conto suo la zia Gaina, nel preparare la camera per Lia e per i bimbi, aveva riattaccato la falce 1 alla finestra e rinnovato la croce di palme in capo al letto.
Ma appena vide Lia alta e nera scendere dalla diligenza, nella desolazione della piazzetta che sembrava una fornace, le chiacchiere dei maligni le tornarono in mente. Lia sembrava una donna non solo vinta dalla Tentazione, ma anche stregata: un pallore terreo le oscurava il viso, i grandi occhi cerchiati, incavati, avevano un fosco splendore. I ragazzini, poi, con le ginocchia nude color legno di noce, i cappelli di paglia grandi come ombrelli, sembravano diavoletti veri e propri: o almeno ne avevano il colore e l'agilit.
- E perch sei cos, consolazione mia? - domand la vecchia, esaminando da capo a piedi la nipote. - Hai avuto qualche spavento? E i bambini sono poco neri! Sembrano usciti da un forno.
- Siamo stati al mare, lo sapete! E la traversata, poco felice, e il viaggio entro quel vero forno che  la corriera, non li contate?
- E non stavate seduti? - ella osserv rudemente.
S'avviarono verso la casupola: le donne uscivano nella strada per veder Lia, e in un attimo tutti i bimbi del paesetto, alcuni vestiti in costume, altri seminudi, altri camuffati con strani vestiti tagliati da cappotti di soldati e da m-a-n-t-i di paesani, circondarono i ragazzetti che arrivavano d'oltre mare. Salvador riconobbe alcuni monelli e li chiam per nome: in breve i cappelli di paglia e i berretti e le cuffie con le frangie e un kep che passava e ripassava baldanzoso fra tutte quelle testine irrequiete, formarono un gruppo solo. Lia e la zia Gaina dovettero voltarsi parecchie volte per chiamare le due pagliette, e la vecchia prese in braccio il piccolo Nino, promettendogli uva passa e miele per indurlo a entrare nella casetta.
- Sai che questo bambino  bello? - disse, esaminandolo bene, e trovandogli i segni della razza a cui ella apparteneva: labbro superiore lungo, sopracciglia folte, capelli crespi e occhi diffidenti.
Lia disse con un vago sorriso:
- Tutti trovano che rassomiglia al povero zio Asquer...
E fu meravigliata nel sentire per la prima volta lodare il povero zio Asquer.
- Egli non era bello, ma aveva un ottimo cuore... Egli ti voleva bene, rosa mia; egli ti fece andare a Roma. Se tu gli avessi dato retta...
Lia corrug la fronte.
- Che volete dire, zia?
- A quest'ora non saresti vedova, non saresti come l'uccello sul ramo, sola coi tuoi piccini...
- Zia! Egli non poteva impedire che il mio povero Justo morisse.
- Ma te ne avrebbe fatto sposare un altro, uno con un impiego fisso...
- Non bestemmiate, zia Gaina! - disse Lia, reprimendo un singhiozzo.
Ah, le pareva di soffocare. La casina coperta di glicine, con le invetriate, le terrazze, i fiori, il semicerchio luminoso del mare, tutto era ben lontano! Nella casupola dall'andito selciato di grossi ciottoli, dalla scaletta traballante, le camere basse e calde, pareva d'essere in un luogo di pena. Ella sentiva ad un tratto tutta la sua miseria, tutta la desolazione del suo destino, e piangeva con la disperazione di un sepolto vivo. 
La zia Gaina pensava:
- Doveva volergli bene assai a quello straniero, se ancora lo piange cos.
Intanto i bambini frugavano in ogni angolo della casetta, e ogni tanto correvano dalla mamma per comunicarle le loro scoperte. Vedendola piangere, Salvador la guard meravigliato, poi le disse, timidamente:
- Perch piangi, mamma? Eppure questa casetta  bellina.  tua, vero? C' il pozzo, ci son le galline: vuoi venire a vedere?
Lia si lasci condurre: ecco il cortiletto recinto da una muriccia a secco, sopra cui si delinea la brughiera verde e rossiccia e al di l della brughiera il mare lontano, azzurro sotto il cielo cinereo: ecco il pozzo coperto di muschio, la tettoia di frasche sotto cui si riparano le galline polverose: ecco la camera della zia Gaina, tinta di calce, con i canestri ed i vagli appesi alle parete, il letto di legno, la cassa antica incisa, la botola che conduce in soffitta. In capo al letto pende, coi ceri e le croci di palma orante d'oro come croci bisantine, una conocchia di legno d'olivo, su cui stanno incisi i simboli cristiani, il pesce e la colomba, e che termina con tre dita che fanno le fiche contro il malocchio.
E infine ecco la cameretta di Lia fanciulla. La zia Gaina l'ha rimodernata, ha messo due lettini di ferro con le coperte bianche, una zuccheriera di cristallo sul tavolo, quadri alle parte: in uno di questi, tutto rosso e azzurro, San Giacinto con una Madonnina di marmo in braccio attraversa a piedi un mare agitato: in lontananza si scorge una citt in fiamme.
Lia guardava pensosa, rassomigliando il suo passato a quella citt bella e maledetta: tutto incenerito! E lei, lei come il piccolo santo,  fuggita attraverso il mare portando in salvo il freddo simulacro della sua virt.

*

Nei giorni seguenti cominciarono le visite. Quando non era occupata con loro, Lia scriveva, e arrivata l'ora della posta diventava nervosa come la zia Gaina non l'aveva mai conosciuta.
Il suo contegno severo e triste le ridonava presso la gente del paese la sua fama di donna seria: soltanto la zia Gaina cominciava a dubitare del contrario. Di chi erano le lettere che riceveva? Ed a chi ella scriveva, per ore ed ore, costringendo poi la zia Gaina a spazzare gli innumerevoli pezzetti di carta scritta che ella buttava dalla finestra?
I ragazzi, intanto, completamente trascurati da lei, correvano tutto il santo giorno intorno alla casupola, avanzandosi fino alla brughiera, e accorrendo volentieri alla chiamata delle vicine di casa, che davano loro latte, giuncata, pere acerbe, salvo poi ad osservare che i bimbi continentali sono sfacciati, golosi e mangioni. Alla sera, quando la luna illuminava con uno splendore uguale ed intenso met della straducola, si vedeva una corona fantastica di bimbi scalzi girare vorticosamente, bianchi nel chiarore lunare, neri nell'ombra, cantando in coro:

Vogliamo una figlia, madama Dunr.
Come la vestirete, madama Dunr?
Con un vestito di sughero, madama Dunr.

Fra tanti piedini scalzi, piedini di creta e di bronzo, se ne vedevano quattro calzati con sandali gi molto logori e color della polvere: le vicine osservavano, e in breve tutto il paesetto si convinse che Lia Asquer non era ricca come la zia Gaina affermava: una persona benestante non manda i figli cos mal calzati.
La zia Gaina fremeva, e ci che le destava soprattutto rabbia era l'indifferenza di sua nipote alle chiacchiere maligne. Lia viveva in un mondo lontano, pieno di visioni incerte e fosche, di fantasmi paurosi, simile al mondo ove passa, spinta e risospinta da un soffio di morte, l'anima dei febbricitanti. Aveva per la coscienza di trovarsi in uno stato anormale, e aspettava che il turbine e il delirio passassero. Dovevano passare, ella lo sapeva. Altre tempeste le avevano desolata l'esistenza: le sembrava, anzi, che quest'ultimo turbine fosse cos rabbioso e insistente perch non trovava pi nulla da devastare.
Una mattina, nello sciogliersi i capelli s'accorse che ne aveva molti bianchi: la scoperta non la addolor ma la sorprese; si apr, dividendola sul viso, la folta capigliatura e si guard allo specchio. Vide che il suo viso era grigiastro e affilato, e che i suoi occhi s'erano rimpiccioliti; si sent vecchia, e si vergogn d'essersi abbandonata all'amore come una fanciulla di venti anni; e non pens che era stata appunto la sua passione a consumarla e ad invecchiarla.
- Ed io ho fatto questo! - disse a voce alta, con meraviglia. All'improvviso, dopo giorni e giorni di accecamento, la sua passione le parve un episodio inutile della sua vita.
Scese nella strada, chiam i ragazzi e ricominci ad occuparsi di loro; ma dovette fare un grave sforzo per costringere Salvador a riprendere il libro di lettura e Nino a lasciarsi lavare.
Nel pomeriggio mand a chiamare il Maestro, per pregarlo di dar lezioni a Salvador.
La zia Gaina brontolava:
- Vedi, rosa mia, io questo non l'avrei fatto! Il Maestro non  pi venuto a farti visita e fa un largo giro per le strade qui intorno piuttosto che passarci davanti. E tu lo mandi a chiamare! Vedrai che non verr.
- Verr, cosa volete scommettere?
- Ebbene, e se viene? Dopo che s' sposato con la sua serva  diventato un ubbriacone: per far dispetto a sua moglie che va in chiesa, lui legge i libri proibiti; s, anche uno che dicono  stato scritto da un nemico di cristo, uno che si chiamava Maometto come il cane del parroco... Non  uomo da dar lezioni ai fanciulli come Sarbadoreddu.
- Povero maestro, - pensava Lia; e ricordava d'averlo invidiato e quasi preso ad esempio per la passione ideale che egli nutriva per lei.
Egli arriv alle cinque precise del pomeriggio. Aveva letto tante volte che le signore ricevono dalle cinque alle sette. Con la sua r-e-d-i-n-go-t-e verdognola, un fazzoletto di seta nera intorno al collo, un piccolo cappello duro in cima alla testa circondata da una folta capigliatura grigia e polverosa, era cos compassionevole che non faceva neanche pi ridere. Lia lo ricevette nella piccola saletta terrena, umida anche d'estate, e dopo i primi complimenti gli vers da bere. Egli evitava di guardarla, e le sue mani rossastre posate sul grosso pomo del suo bastone da pastore tremavano come quelle dello zio Asquer nei suoi ultimi giorni di vita.
- Ecco il vero amore, - pensava Lia; e non sapeva perch si sentiva allegra come una bambina davanti ad un giocattolo.
- Ebbene, mi racconti di Roma, - egli disse finalmente, guardando i mattoni su cui cominci a batter la punta del bastone. - Roma eterna, madre dei cuori! Un paradiso, eh?
Ma Lia, che pensava a Roma come a un paradiso perduto, cominci a fare un quadro fosco della citt.
-  l'inferno, le dico! Tanto  vero che voglio lasciarla. La gente umile e povera come noi non pu viverci pi.
La zia Gaina, che spiava dietro l'uscio, sollev la testa meravigliata. Con lei sua nipote non aveva mai parlato cos.
Il Maestro a sua volta, che, ad onta dei precetti del Profeta di cui leggeva con ammirazione i libri, beveva uno dopo l'altro i bicchieri di vino versati da Lia, grid indignato:
- E lei vuol lasciare Roma per questo covo di vipere?
- Oh, no; ritornar qui mi sarebbe impossibile! Devo far studiare i bambini. Andr a Nuoro, dove si vive con poco.
- Ma perch parla cos? Ha paura che le domandino denari in prestito? Lo sappiamo che lei  ricca...
- E lei che cosa intende per ricchezza? Lei un tempo leggeva Orazio...
Egli balz in piedi offeso.
- Siamo miserabili, in questo paese, ma non stupidi. Lei pu dirmi quel che vuole, e beffarsi di me; ma che non si possa vivere a Roma con tremila lire di rendita, questo non pu dirlo...
- Tremila? Certo, a chi le ha bastano.
- E lei non le ha? E il povero zio Luigi Asquer non le aveva?
- Luigi Asquer non possedeva nulla! - disse Lia ridiventando seria, e cambi discorso, domandando al Maestro notizie della sua vita.
- Io son povero, s, - egli disse, riprendendo a fissare il mattone, - sono come i mastini legati alle porte dei ricchi. Vedo la gente passare e divertirsi, e ringhio e non posso rompere la catena. Non importa, - aggiunse, recitando enfaticamente alcuni versetti del Corano, - ciascuno sar elevato secondo il proprio merito; ciascuno avr la ricompensa delle sue opere, e nessuno sar ingannato...
- Lo crede, lei? - domand Lia, sollevando gli occhi pieni di tristezza e di ironia.
Ma il viso del Maestro, gonfio e rossastro nella cornice dei capelli grigi, esprimeva tale un turbamento puerile che ella ne fu scossa.
- Fino ad ieri, signora Lia, io credevo il contrario. Ma oggi mi son convinto che l'uomo non deve mai disperare: io credevo che lei mi avesse dimenticato signora Lia, e che io fossi nel numero dei morti. Invece lei ha pensato a me, e mi ha chiamato, e mi permette di sentire la sua voce e di avvicinare suo figlio... Questa gioia... questa gioia...
Egli non sapeva proseguire. Lia si mise a ridere.
- Si contenta di poco! - disse, versandogli ancora da bere. Ed egli bevette, e se ne and ubbriaco di vino e di gioia.
Allora entr la zia Gaina. Al solito teneva la mani sotto il grembiale, ed era pallida e accigliata: ma Lia osserv che un lieve tremito le scuoteva il mento.
- Lia, rosa mia, che hai detto a quella botte, a quel miscredente? Stasera tutto il paese sapr che hai parlato come una donna senza ragione.
- Che ho detto, zia?
- Poco, ti pare? Che sei povera, che vuoi cambiar residenza come un vagabondo...
- Zia ho detto la verit. Io non posso pi vivere a Roma. Tutto vi  caro: la vita  difficile quasi come in una citt assediata. Io lavoro per vivere, s, bisogna che finalmente lo sappiate, lavoro per vivere, ma neppure cos tiro avanti. Eppoi non contate le tentazioni? - aggiunse con un riso amaro. - La donna povera  sempre perseguitata dalle tentazioni, e gli scongiuri non valgono. Io non volevo lasciar Roma perch questo era il desiderio del mio povero Justo, ma adesso. Adesso... bisogna che mi decida. Se egli  lass e legge nella mia anima mi approver...
Abbass la testa, e si mise il dorso della mano sugli occhi, come un bambino che vuol nascondere il suo pianto. La zia Gaina la guardava, tragica e pietosa.
- Tuo zio aveva ragione di non acconsentire al tuo matrimonio con un uomo senza posto fisso...
Allora Lia sollev fieramente la testa e ridivent cupa e ironica.
- Egli dev'essere stato un santo se opera il miracolo di farvi parlare bene di lui!
- Rispetta i morti, consolazione mia: essi possono anche essere all'inferno, ma sono superiori a noi perch sono nel mondo della verit e non mentiscono pi, neppure volendolo. Noi invece viviamo di bugie. Tu, per esempio, tu non mi hai detto che lavoravi, che eri povera. Io ti credevo ricca e tu lavoravi, quanto hai di rendita la mese?
- Di rendita certa? Volete proprio saperlo? Cinquanta lire: e per vivere a Roma, con ragazzi che crescono tutti i giorni ed han bisogno d'aria, di luce, di nutrimento, occorrono almeno duecento lire... e forse pi...
La vecchia si fece il segno della croce, poi domand:
- Che farai a Nuoro?
- Prender in affitto una casetta: far pensione ai ragazzi che dai paesi vanno a Nuoro per studiare...
- E quando i tuoi bimbi saran grandi?
- Spender il capitale per loro, finch avranno una posizione. Allora toccher loro ad aiutarmi...
- La vecchia non replic, ma sotto il grembiale nero le sue mani si agitavano nervosamente. Lia si alz e si mise a camminare attraverso la cameretta, parlando come fra s, spinta da un bisogno di sfogo.
- Spero, s, spero ch'essi diventeranno uomini di volont. Non mancher loro l'esempio. Ed essi almeno non conosceranno la miseria e la solitudine. Se cos non fosse, guai. Non crederei pi alla giustizia divina...
- Ci crede il Maestro, quella botte, alla giustizia divina, e non ci credi tu! C', s! - afferm energicamente la vecchia.
- Chiss! Chiss! - disse Lia, ricadendo nelle sue inquietudini.
Allora la zia Gaina le si avvicin e le tir il lembo della manica, accennandole di seguirla. La condusse nella sua camera e trasse di sotto a un mattone una chiave nera che pareva ritrovata in uno scavo preistorico.
- Apri la cassa, rosa mia.
Lia rise, turbata suo malgrado.
- Volete gi consegnarmi l'eredit?
- Apri, ti dico, e non ridere! Tu sei come una giornata di marzo: un momento nera e un momento col sole...
Lia si curv: rivide sul coperchio nero gli asfodeli e i fenicotteri incisi da un artista primitivo, e nell'aprire la cassa sent salire, come da un angolo buio di giardino, un forte profumo di spigo e di pere mature.
- Ecco aperto: dov' il tesoro?
- Guarda bene, leva tutto...
- Tutto? Ecco la t-u-n.i-c-a, 1 ecco il giubbone, ecco la b-u-r-r-a, 2 ecco il corsetto, eccole calze rosse... qui c' un vaso:  qui il tesoro?
- Lascia quello. Guarda sotto quelle tovaglie...
Lia si sollev, pallida, con gli occhi scintillanti.
-  molto, zia? Un milione?
Ma la vecchia non rispose neppure: non erano momenti da scherzare, quelli! E Lia torn a curvarsi e sent il suo cuore battere con violenza.
- Ecco, prendi quell'involto, quel tovagliuolo legato...
Lia si sollev, con l'involto in mano e stette a guardarlo finch la vecchia non le impose:
- Apri, slegalo!
Lia lo sleg e trasal, vinta da una specie di allucinazione: le pareva di rivedere la camera della zio Asquer, un cestino di rose rosse sul tavolo, il vecchio chino su un cassetto aperto e dentro il cassetto una busta gialla con cinque sigilli rossi. La stessa busta stava adesso, ancora sigillata, entro il tovagliuolo grigiastro tolto dalla cassa: Lia la guard sorpresa, ma prima di aprirla, lesse una lettera ingiallita, sciupata e sucida che la zia Gaina aveva tolto di sotto al plico e che le porgeva con aria di mistero. Alla signora Gaina Asquer. I caratteri, tremolanti e quasi illeggibili, erano quelli dello zio Asquer: Lia li riconosceva bene, e di nuovo le sembrava di vedere il vecchio davanti al suo tavolo, e Costantina che aspettava, complice fedele, per andar ad impostar le lettere ad insaputa di s-i-g-n-o-r-i-c-c-a.
S'avvicin alla finestruola e lesse:

Cara Gaina, 

saprai forse che nostra nipote Lia vuol sposarsi con un uomo assai pi vecchio di lei, uno straniero che non ha una posizione sicura, n, credo, un carattere che possa andar d'accordo con quello di lei. Io finora ho fatto il possibile per convincer Lia a non commettere un simile errore; ma non sono riuscito a nulla. Niente di buono io prevedo da questo matrimonio troppo disuguale... Un giorno forse - Dio non lo voglia - Lia cadr in miseria. Prevedendo questo caso, io le lascio una rendita che la aiuter a vivere. Ma desidero, e lo impongo a te che hai fatto da madre a Lia, di non far conoscere la mia volont a nostra nipote finch essa avr da vivere altrimenti, e cio finch non ti consti, in tua coscienza, che essa avr bisogno di aiuto. Per, se durante la tua vita ci non avvenisse, fa in modo di consegnare a Lia, prima della tua morte, l'unito plico che contiene le mie disposizioni testamentarie.
Sicuro che tu adempirai con coscienza questa mia estrema volont, ti saluto e mi dico il tuo cugino

LUIGI ASQUER.

Lia era diventata pallida e il foglio le tremava fra le mani. Le pareva di sognare, sebbene in fondo non si meravigliasse dell'atto stravagante con cui lo zio Asquer aveva coronato la sua vita d'uomo dispettoso. Ah, s'egli non avesse fatto questo, quanti dolori risparmiati! Eppure...
Eppure le parve di non serbargli rancore. Ricord le sue teorie. Siamo padroni delle nostre azioni? No. Un filo misterioso ci guida...
E aveva quasi paura di aprire la busta gialla, con quei cinque sigilli che sembravan grumi di sangue; e la guardava fisso, volgendola e rivolgendola, esaminandola contro luce. Frattanto la zia Gaina, rimessa la roba nella cassa, s'era avvicinata e puntava il suo dito nero sulla busta gialla.
- Aprila, dunque! L dentro ci sono i denari...
- Oh no,  solo il testamento!
- Come, il testamento solo? E i denari dove sono allora?
- Adesso vedremo... Apritela voi, zia. Io non posso... non posso...
- Che coraggio hai, rosa mia!
La vecchia, che aveva sempre creduto il plico pieno di biglietti di banca, lacer piano piano la busta, raccogliendo nel pugno i pezzetti della carta e della ceralacca...
- Ecco, questa  carta bollata... benedetta sia... E questa  una lettera? E questo?
A misura che li estraeva dalla busta porgeva a Lia i fogli di carta bollata, una lettera azzurrognola, un involtino di carta velina.
Lia svolse delicatamente quest'ultimo: e vide una rosa secca i cui petali eran ridotti ad una specie di cenere rossiccia e lo stelo e il calice sembravan di legno corroso. Le spine soltanto erano ancora intatte. Senza dar tempo alla zia Gaina di esaminare lo strano oggetto, ripieg la carta velina e svolse il foglietto azzurrognolo ingiallito dal tempo e che conservava ancora le traccie delle ostie color rosa con cui era stato chiuso in forma di busta.

Caro Luigi,  inutile e doloroso insistere. La fatalit ci ha fatto conoscere troppo tardi i nostri sentimenti. Io mi considero gi legata all'uomo che ha la mia promessa di fedelt, e morrei prima di tradirlo. Addio, addio, perdonami: tutto dev'essere finito fra noi, in questa vita. Forse c'incontreremo in una vita migliore: questa  l'unica speranza che m'incoraggia a vivere. Addio per sempre.
SIMONA

La zia Gaina guardava, con grandi occhi spalancati pieni di curiosit ed anche di malizia: vedeva Lia impallidire e arrossire come colta da vertigine, e, pur indovinando la causa di tanto turbamento, non riusciva a capire perch la nipote non s'affrettasse a legger la carta bollata.
Quella, importava, non le antiche storie di gente oramai tranquilla nel mondo della verit. Finch siamo sotto, nel mondo della menzogna, attacchiamoci ai rovi e agli sterpi che ci aiutano nella salita. Che cosa c'era scritto nella carta bollata? E i denari, dov'erano i denari?
Ella dovette ripeter parecchie volte la domanda, e batter col dito sulla carta bollata, e finalmente scuoter Lia per il braccio prima che questa si decidesse a ripiegare il foglietto azzurrognolo.
-  di tua madre, beata? - domand la vecchia sottovoce, e senza aspettar la risposta, mentre Lia svolgeva il foglio duro del testamento, aggiunse: - leggi a voce alta, rosa mia!
E Lia lesse a voce alta; voce rauca e monotona che pareva d'uno appena svegliatosi da sonno profondo:
Io Luigi Asquer del fu Filippo, capo divisione del Ministero delle Finanze, attualmente a riposo, ecc., ecc., nel piano possesso delle mie facolt mentali, ecc., ecc., dichiaro d'instituire mia erede universale la mia nipote Lia Asquer del fu Ignazio, ecc., ecc.
Detta eredit consiste in ottocento azioni di lire cento ciascuna della rendita Italiana, intestate alla detta mia nipote Lia Asquer, e depositate presso il notaio cavalier Uff. Raffaele Vigna, domiciliato in Roma, ecc., ecc. la detta mia nipote Lia Asquer entrer in possesso delle azioni non appena presenter al sullodato notaio cavalier Uff. Raffaele Vigna l'atto di deposito debitamente registrato e annesso al presente atto testamentario. Nel caso di decesso della detta Lia Asquer il presente atto sar valido per i suoi legittimi eredi, ecc., ecc.
- Leggi ancora, spiegami bene, - supplic la zia Gaina a bassa voce, come vinta da un timore religioso. Cos ricco era? Quanto viene ad essere? E gl'interessi, rosa mia, non se li avr mangiati il notaio!...
A poco a poco, mentre Lia rileggeva, un'ombra tragica oscurava il viso della vecchia.
- Io non mi sarei fidata cos, no! chi sa adesso se il notaio  vivo, se ti dar i denari subito! Come saperlo?
- Si fa presto: si manda un telegramma!
Ma la vecchia ricominci a parlar male del povero zio Asquer.
- Egli non ne ha fatto mai una bene, n in vita, n in morte. Come  vissuto, matto, cos  morto, credi pure,  cos! Vedrai che ti coster fatica riavere i denari, se pure li riavrai. Il notaio sar morto o sar fallito; se ne sentono sempre di queste storie. E tu con sedicimila scudi potevi sposare un alto impiegato, uno con un posto fisso! Ed io che ho sempre vissuto nell'idea che i denari fossero dentro la cassa!
Questi brontolii valsero a richiamare Lia alla realt, come gli spruzzi d'acqua fanno rinvenire uno che  caduto in deliquio, rispose vivacemente alla vecchia, difendendo il povero zio Asquer, e arrivando a dire che, qualunque cosa accadesse, ella apprezzava egualmente la generosit e la bont del defunto.
- Del resto, ripeto,  facile assicurarci subito. Far un telegramma al notaio.
- E fallo subito, allora! Che aspetti? Presto, presto!... - grid l'altra, correndo affannata a cercare penna e carta. Quando rientr nella camera, vide che Lia, invece di rileggere il testamento, decifrava ancora la lettera chiusa con le ostie.

*

Dubbio, timore, speranza, agitarono per ore ed ore le due donne, anche Lia si lasciava suggestionare dalle diffidenze della vecchia, e pensava che davvero non era possibile tanta fortuna in una sola volta: no, era un sogno, un'avventura fantastica. I minimi ricordi del tempo passato le tornavano in mente, e adesso si spiegava tante cose che le erano parse strane. Il contegno dello zio Asquer, il suo carattere, il suo pessimismo, il suo odio al paese nato, l'affetto bizzarro che nutriva per lei, misto di amore e di rancore, e la figura di Costantina, della serva fedele che doveva essere a parte del segreto, adesso le appariva nella sua vera luce.
Con le braccia incrociate sul petto, seduta sotto il palmizio mezzo inaridito, ella guardava, verso sera, i vapori rossi e azzurri che coprivano il mare, dietro la linea rugginosa della landa, e seguiva da lontano i giochi dei bimbi, quando la zia Gaina apparve sulla porta della casupola e si avanz lentamente con un foglio giallo in mano. A Lia parve di riviere in una sera lontana; il lamento d'una fisarmonica vibrava tra i mirteti della brughiera, e la zia portava in mano la lettera dello zio Asquer... Ed era ancora tale e quale, la vecchia. Lo stesso viso ieratico circondato dalla benda nera, lo stesso sguardo fisso, misterioso, lo stesso passo di piedi scalzi che non fan rumore. Dava l'idea d'una di quelle fate messaggere della buona o della mia sorte.
-  la risposta del notaio, - disse Lia, dopo aver letto il telegramma, -  vivo, non  scappato,  pronto a consegnare i danari, - aggiunse, sollevando gli occhi e sorridendo con lieve ironia. Le labbra per le tremavano.
Come in quella sera lontana, la vecchia si lasci cadere sul sedile di pietra e domand:
- E adesso che cosa farai?
- Adesso? Adesso non ho pi bisogno di far nulla!...
- Ritornerai a Roma?
- No.
- Come, non ti basta neanche tutta quella ricchezza?
- Non basta, zia!
- Ma che cosa si mangia, a Roma? Oro?
- Molti, s, mangiano oro.
La vecchia ricominci a brontolare; poi divent pensierosa:
- Riprenderai marito, Lia?
- No, no! io non penso che ai miei ragazzi, zia! Vivr per loro: per il resto del mondo sar come morta... Ho vissuto una volta e basta!...
- Cos parlava tua madre, s, ricordo, proprio cos!
Lia chin la testa, e riprese la posizione di prima: ma il suo atteggiamento desolato non impediva alla zia Gaina di fare per conto suo e della nipote mille progetti uno pi puerile dell'altro.
Cadeva la sera. I ragazzi del vicinato s'aggiravano attorno alla casupola e fischiavano per richiamare Nino e Salvador; a un tratto s'ud nel cortiletto uno schiamazzo, un urlo, e come una voce rauca che domandava aiuto.
- Ah, le mie galline! Adesso vi diverto io, ragazzi del diavolo! - grid la vecchia, correndo verso il cortile.
Lia rimase sola, con le braccia incrociate sul petto, gli occhi smarriti nella lontananza. I vapori dell'orizzonte diventavano rossi, d'un rosso luminoso il cui riflesso incendiava il mare e la brughiera: ed ella provava ancora una volta l'impressione di trovarsi in un luogo desolato e deserto. L'idea che il suo avvenire era assicurato, che ella non avrebbe pi avuto modo di pensare alle piccole cose della vita, invece di rallegrarla le dava come un senso di noia: e la domanda della zia Gaina le tornava in mente: - S, che cosa far adesso?
Anche quel senso d'attesa che l'aveva sostenuta nei giorni pi tristi era svanito. Ella non avrebbe amato pi: la sua giovent era finita.
Le voci dei bimbi che riempivano di vibrazioni il silenzio del luogo, aumentavano il senso di solitudine che la avvolgeva. Salvador cantava a voce spiegata:

Vogliamo una figlia, madama Dunr,

E Lia pensava al tempo in cui i suoi bambini l'avrebbero abbandonata per appoggiare la loro testa sul cuore di altre donne. Gli occhi le si riempirono di lagrime: ma come attraverso un velo luminoso vide a un tratto sorgere attorno a lei una corona di fantasmi cari: sua madre, il povero zio Asquer, il povero Justo... Essi, no, non l'avrebbero pi lasciata sola, come non l'avevano abbandonata mai, neppure quando ella s'era dimenticata di loro.

FINE
1 Bugia
1 Un tesoro.
2 Se nel ritrovare un tesoro si pensa al diavolo, le monete si tramutano in carbone.
1 La falce serve specialmente per il vampiro, che si indugia a contarne i denti; e siccome non gli riesce, poich non sa contare che fino a sette, ricomincia da capo, e cos viene sorpreso dall'alba e costretto a ritirarsi.
1 Sottana.
2 Coperta.
