L'ospite
di Grazia Deledda



INDICE
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L'ospite
Un giorno
Don Evno
Due miracoli



"L'OSPITE"

Suon l'(Ave).
Margherita si fece rapidamente il segno della croce e mosse le labbra.
- (Angelus... Angelus)...
Non ricordava altro quella sera, perch ella ripet la dolce parola almeno dieci volte. Poi le sue labbra pallide si fermarono del tutto, semiaperte, quasi ad aspirare il vento che recava, vibrando, i rintocchi dell'(Ave). Ma, quando l'ultimo tocco mor tremando in lontananza, e tutto ritorn nel gran silenzio di prima, Margherita riprese la sua preghiera, gemendo, tanto che s'udiva il suo bizzarro latino:
- (Angelus Domini nunziavit Maria e concepivit Spiritui Santo... Ave Maria, grazia piena)... che freddo che ho, Dio mio... abbiate piet di me. (Dio ti salvi, Maria, piena di grazia, il Signore  teco)... Oh, Dio, Dio mio, come soffro, come son triste... (Ecce ancilla Domini)...
Di questo passo lamentandosi, gemendo, con la testina appoggiata al tronco di un elce, ella disse la sua preghiera.
Veniva dalla montagna un vento freddo, e la luna, color paglia, cominciava a risplendere traverso gli elci, nel cielo ancor vivo. Gli elci erano solo dieci o dodici, in fila, lungo il muro degli orti, ma bastavano, con la luna, con la tristezza del crepuscolo invernale, a dar l'illusione di un bosco. E Margherita ci credeva, ci credeva tanto che le sembrava proprio di esser sulla montagna, quattro mesi prima. Cio, le sembrava e non le sembrava. La luna, gli elci, la sera, la sua stessa angoscia le ridonavano - come del resto gliela ridonavano ogni sera - l'illusione di trovarsi nuovamente lass, nel suo sogno e nella sua felicit; ma ora il freddo ed il vento le facevano nello stesso tempo sentire come lontano era il sogno, come perduta era per sempre la sua felicit.
E il vento ed il freddo della triste sera accrescevano la sua angoscia.
Nel cielo limpido, che la luna, a misura che riluceva di pi, rendeva diafano come il cristallo, si sperdevano certe nuvole color rame e fumo, allungandosi, sfilandosi, che sembravano pensieri di tristezza indicibile e d'angoscia sovrumana.
E Margherita, col viso in su, la testa sempre appoggiata all'elce, gli occhi smarriti in quel mare di tristezza infinita ch'era il cielo con quelle certe nuvole, gemeva sommessamente, sommessamente, invocando la morte.
Certo, grande sventura doveva esser la sua se si sentiva tanto infelice, con un profondo dolore scolpito sul viso delicato e bianco.
Eppure era una storia cos semplice e facile a indovinare!
Ella aveva diciannove anni, ed era innamorata. Una cosa semplicissima, ma c'era un po' di complicazione nei particolari. Ora sentite come stavan le cose.
Quattro mesi prima un gruppo di persone gaie e distinte, signori, studenti, ufficiali, bambini e qualche vecchio, fecero una scampagnata ed una escursione sulle montagne. Margherita, i fratellini e la mamma, erano tra le persone pi distinte, giacch erano persone ricche, non per altro. Non avevano alcun titolo, alcuna nobilt, nessun'altra distinzione. Margherita poi non possedeva neppure quella bellezza che attira e fa dimenticare ogni altra cosa, anche se  una bellezza fredda o sciocca o stupida.
Del resto,  sempre meglio ammirare una ragazza bruttina, intelligente, graziosa e... ricca, che una fanciulla bellissima, senz'anima e senza dote, non  vero? Margherita non era bella, ma molto intelligente, e suo padre s'intendeva di rendita, di cartelle e di (chequs), come se non s'intendesse di null'altro. E graziosa poi, assai, assai. Era bianca, delicata; ma le mancava molto per esser bella: le mancava la perfezione del profilo, del contorno, della bocca, di tutto.
Per, ridendo, faceva le fossette, e gli occhi pensierosi le sfavillavano. Poi sapeva quanto valeva e possedeva un modo tutto suo per trattar la gente, tra l'affabile e l'altero, tra il serio e il sarcastico. Con gli uomini per restava un po' timida, sulle prime, e non pareva dessa. Non aveva esperienza della vita, non aveva mai fatto l'amore, forse mai amato, e sognava ed aveva paura del gran mistero. Perci s'intimidiva davanti ai giovanotti - spiritosa con i vecchi, con gli ammogliati e con le donne - e sotto il loro sguardo l'anima sua si sentiva smarrita, il suo sguardo diventava incerto, arrossiva, e qualche volta aveva voglia di piangere, sembrandole che i complimenti fossero caricature.
Fu cos che, durante la salita alla montagna, Silio Boly, dopo averla accompagnata per un pezzetto, rest indietro ad attendere un ufficialetto, suo amico. L'ufficialetto spacconava con una borsetta ad armacollo e canticchiava un'arietta tragica. Pareva un conquistatore, o per lo meno non dimostrava di accorgersi della consunzione molto avanzata della sua divisa.
Silio gli disse dunque, canzonando, ma in modo di non essere inteso da altri:
- Signorina Margherita, di qua, signorina Margherita, di l... corpo di bacco, sai tu quanto pu possedere, Leandri?
- Cosa ne so io? - rispose l'altro meravigliato. - Se non lo sai tu che sei del paese! Se vuoi, non la conoscevo ancora.
- Dicono che  spiritosa. E' una sciocca, io non so dove la trovino spiritosa.
- Cosa le stavi dicendo?
- Questo e quest'altro.
Per cinque minuti, Silio continu a dir corna della povera Margherita; ci non ostante, poco dopo la raggiunse di nuovo e riattacc discorso. Forse voleva divertirsi semplicemente, far dello spirito, ma, ad ogni modo, Leandro Leandri, l'ufficialetto, pens che con le ragazze ricche non bisogna scherzare, specialmente quando si  spiantati, come Silio; un avvocatino praticante, gran ballerino, gran suonatore di chitarra, gran ciarlatano, e con le tasche vuote. Anche Boly non era bello, ma s'imponeva con la sua persona alta ed elegante e con le sue ciarle.
Salivano sempre, ed era di sera.
Dovevano passare una notte ed il giorno dopo sulla montagna, nelle stanze e nelle capanne addossate al santuario, fra i boschi.
Per le signore e per i bimbi s'eran gi mandati dei materassi e delle coperte, e gli uomini dovevano accomodarsi come potevano, ma del resto tutti prevedevano di passar la notte divertendosi.
E salivano sempre. Il sentiero era aspro, fra grandi graniti spaccati, ma a momenti apparivano delle piccole pianure, donde si godevano vasti panorami, e il timo olezzava, e poi cominciavano i boschi e venivano le felci, e il sentiero rasentava dei ruscelletti pieni di giunco e di frescura.
Nessuno si accorgeva del lungo cammino faticoso, tra le ciarle e le risate. I bambini erano i pi coraggiosi e infaticabili.
E Silio Boly accompagnava sempre Margherita. L'ufficialetto dalla borsetta ora guardava sempre in alto, verso quei due, deciso di tenerli d'occhio. Peggio per Boly, che aveva destato la sua curiosit.
Margherita vestiva semplicemente di grigio biancastro e teneva una sciarpa rossa intorno al collo e la mantellina sul braccio.
Leandri seguiva la figurina elegante con ostinazione, e la vedeva sempre pi in alto, andare svelta e diritta, senza stancarsi mai. Nei luoghi stretti Silio la lasciava passar davanti, e una volta quello della borsetta vide l'amico porger la sua mano alla fanciulla per aiutarla a varcare una piccola rupe. L'ufficiale se ne stizz, avrebbe voluto raggiungerli e mettersi a corteggiar Margherita, per far dispetto a Boly, ma non poteva arrivarci. Li guardava sempre come un incantato; un signore lo sopraggiunse e gli diede uno spintone dicendo:
- A che pensate?
Poi pass oltre, lasciandolo offeso e mortificato. Dopo tutto, cosa gli doveva importare se quei due camminavano insieme?
Sotto i boschi alti la sera avanzava e il silenzio era dolcissimo, solenne. I pigolii degli uccelli sembravano preghiere, e c'era tanta poesia nei piccoli sentieri tracciati tra le felci e vicino alle fontane, da non potersi ridire.
Dietro alle spalle dei viaggiatori, nello sfondo degli alti elci, l'occidente rosso gettava il suo riflesso sino ai boschi, sino al cielo leggermente cinereo.
Prima di arrivare alla chiesa, i ragazzi e le persone che precedevano si fermarono su un ciglione, su un muricciuolo che dominava una verde radura, aspettando che tutti arrivassero. E le ragazzine, cinque o sei belle bambine, intonarono la Marcia Reale, con certe vocine alte, di uno strano effetto su quell'altura, in quel gran silenzio maestoso. Leandri si sent venir le lagrime agli occhi, bench Ninna Farina cantasse precisamente l'inno, storpiato in questo modo:

      Viva il Re! Le armi imparate,
      Le bandiere al vento sciolte,
      Siam di fronte alle rivolte.
      Viva in lui la libert... la libert;...

Fu cos che finalmente raggiunse Boly e Margherita, e non li lasci per tutto il resto della strada.
Le ragazzine precedevano cantando sempre la Marcia Reale, e tutti gli altri, in gruppo, seguivano, quasi al passo di marcia.
- E' un luogo incantevole - diceva Leandri con aria stanca. - Hai tu dei boschi quass, Boly?
Il giovine si morsic la punta della lingua, perch non aveva n boschi n terre, n quass n laggi, ma fu pronto a rispondere:
- Io no, ma la signorina s!
- S, molti - afferm semplicemente Margherita, che si metteva la mantellina, dietro ordine della madre.
L'ufficiale cred capire qualche cosa nella vivace risposta di Boly, e se ne ingelos. Fu in quel momento che cominci a far complimenti con la ragazza, ma venivano accolti cos freddamente che pens:
- O  davvero sciocca, o son giunto tardi.
Tuttavia continu a perseguitare la graziosa coppia con la sua presenza, anche quando arrivarono e quando si riposarono.
Boly lo mandava al diavolo ogni minuto, e pi d'una volta fu per dirgli:
- Fammi un po' il piacere, levamiti dai piedi, mio caro, tanto la dote di Margherita non fa per te!
Nella chiesa, ove giunsero ch'era quasi notte, c'era altra gente; gente che abitava lass da qualche giorno per far la novena alla Madonna, protettrice delle montagne.
I nuovi arrivati furono accolti festevolmente e vennero messe a loro disposizione due o tre delle vecchie stanze incomode addossate alla chiesa.
Si cen naturalmente male, ma subito dopo tutti uscirono sulla spianata e cominciarono i balli, i suoni e le avventure.
La luna spunt, rossa ed immensa, dal lontanissimo mare, e tutti restarono estatici davanti all'improvviso spettacolo. Una grande, sublime gioia era lass, in quel luogo strano, lontano dal mondo. Pareva un sogno, con la chiesa screpolata, i boschi immobili nella calda notte, i grandi fuochi accesi sulla spianata, ove i bimbi ballavano e le chitarre trillavano ridendo e singhiozzando. A poco, a poco la luna fu dimenticata, ed essa, per vendicarsi, fece impallidire la luce dei fuochi e illumin tutti i volti.
E Leandri continuava a spiare Boly e Margherita. Siccome Margherita era sempre festeggiata, nessuno trovava che ridire se Silio l'avvicinava troppo; ma l'ufficiale sorrideva malignamente.
Boly suon la chitarra e cant appassionatamente un'aria del (David Rizio), del maestro Canepa, poi volle ballare anch'esso e ball sempre con Margherita.
Ora, siccome molti signori e signore, che non avevano voglia di ballare, erano andati a far delle escursioni poetiche, Leandri vide ad un tratto che anche Boly e Margherita mancavano dalla spianata! Non c'era alcun male e nessuno ci bad.
Ma l'ufficialetto rest male, e, per levarsi certe idee di testa, si mise a ballare come un disperato, senza levarsi la borsetta, che dava gran fastidio alla sua dama, una ragazzina di quindici anni, molto sventata.
- Cosa ci ha l dentro? - gli chiese con curiosit. - Perch non se la leva?
- Eh, diavolo! - diss'egli impacciato. - Cose necessarie.
- Uno specchio? Il pettine? - fece l'altra, ridendo. - Il binoccolo?
- Oh, no, no, niente affatto!... - rispose egli, mordendosi un baffettino, cio la punta di un baffettino. Avrebbe voluto dire d'averci il binoccolo, ma tem che la ragazza glielo chiedesse. In realt, non ci aveva nulla.
E cos pass l'ora. Boly torn solo, inosservatamente, e Margherita riapparve con altre signorine. Leandri, clto da un eccesso di vera gelosia, le and vicino e la guard sfacciatamente.
Ma essa non gli bad; aveva il viso bianchissimo, pi del solito, e su quel pallore alabastrino spiccavano le labbra, rossissime, quasi sanguigne. I suoi occhi poi erano pieni di sogno e di sgomento. Rideva, ma con gaiezza febbrile: s'era levata la mantellina e la sciarpa, e pareva avesse tutti gli ardori della febbre.

- Margherita, Margheritina mia, che cosa ti stai facendo! - le diceva quasi ogni giorno zia Baingia, ch'era la sua balia, scuotendo la testa con grande compianto.
Zia Baingia aveva allevato Margherita e, siccome stava vicina di casa, andava spesso a trovarla. Le voleva molto bene e avrebbe voluto vederla accasata con un re. Ora, quando le dicevano che Margherita faceva l'amore con l'avvocatino Boly, zia Baingia ne provava moltissimo dispiacere e quasi mettevasi a piangere. E sempre le ripeteva:
- Margheritina mia, che cosa ti stai facendo? Non stai forse bene in casa tua, non sei ragazzina ancora, non puoi sposare un uomo ricco e conforme al tuo grado?
Margherita diceva sempre di no, negava e pregava la balia di non credere alle lingue cattive.
- Io non conosco quasi neppure questo Boly - diceva. - Sono sciocchezze che dice la gente, perch ho ballato con lui al monte.
Diceva cos, sorridendo a fior di labbra, ma in fondo al cuore sentiva un'angoscia infinita e le sembrava di odiare zia Baingia perch parlava male di Silio Boly, di cui in realt era perdutamente innamorata, e col quale si scrivevano, in attesa di giorni migliori.
Si capisce facilmente: per Margherita non c'era un altro cristiano pi bello, pi buono e pi nobile di Silio Boly. Quando gliene parlavano male, perch era povero e non aveva ancora una posizione, ella odiava la bocca che pronunziava le male parole, e sentiva di disprezzare tutta l'umanit, che pretende la grandezza e la nobilt non nel cuore e nella mente, ma nelle tasche delle persone. Margherita ne piangeva come una bambina, ma sperava nell'avvenire.
In casa sua sapevano tutta la storia, e le parlarono chiaramente:
- Non vogliamo che tu ami costui!
Ma come era possibile non amarlo? C'era una volont superiore che l'imponeva, che vinceva ogni altra volont. Non era forse la volont di Dio? Margherita soffriva e dimagrava, e desiderava morire, ma ogni lettera di Boly le ridonava ogni forza ed ogni speranza.
- Voi lo vedete, Dio mio, - diceva, pregando, coi gomiti sul davanzale e gli occhi vaganti sulla verde linea delle montagne, - io non posso vincere perch voi lo volete. Come posso io vincere? (Egli)  buono,  nobile,  grande ed io l'amo per ci. Non potr mai amare nessun altro, o Dio mio, o Dio mio, o Dio mio!
E scendevano le lacrime, con quell'angoscia acuta che pare volutt, e giorno e notte, ovunque fosse, con chiunque fosse, ella pensava e sognava di (lui), desiderandosi vicina a lui, stretta a lui per tutta l'eternit. Perch, infine, che cosa  l'amore, che cosa  la passione se non il desiderio vivo, invincibile, continuo, di trovarsi vicino a una data persona? Salvo poi a non provarci pi alcun gusto quando ci si  vicini.
Ora avvenne un caso straordinario. Si era agli ultimi di ottobre, dopo una pioggia dirotta che aveva lavato i tetti e le montagne, dando ad ogni cosa la dolce tinta umida e decisa delle belle giornate d'inverno. Anche il cielo era diventato pi azzurro e limpido, e gli elci dell'orto avevano ora il colore fosco e lucente delle foreste nordiche. Di notte, la luminosissima luna d'ottobre, su quel cielo limpido che pareva d'acqua, smaltava il paese, allagandolo dell'argento liquido pi puro, ed in una di queste notti meravigliose arriv in casa di Margherita un ospite. Si chiamava Antonio Arau, ed aveva trentasei anni. Era di buona statura, d'un'eleganza piuttosto pesante e poco ricercata. Era bruno, bronzino di volto, con la bont e la semplicit scolpita sulla fronte, sugli occhi tranquilli e sulla bocca sorridente. Aveva poco spirito, una coltura molto mediocre e moltissimi denari.
Cavalcava stupendamente, cacciava cinghiali e caprioli come altri pu cacciar passerotti, ed aveva anche viaggiato molto. Ma, dopo tutto, era un signore da villaggio, cio una cosa volgare e poco interessante. Veniva per giurato alla Corte d'Assise, ed essendo molto amico della famiglia di Margherita, andava ad ospitare in quella casa, come il padre di Margherita ospitava in casa degli Arau, allorch si recava nel loro villaggio. Da quasi cinque anni per Antonio non era pi tornato nella citt; si stup quindi grandemente quando vide che il suo amico aveva una figlia grande e vezzosa come Margherita.
Al suo arrivo tutti erano usciti nella corte per dargli il benvenuto, mentre smontava da cavallo.
Era notte, e alla luce della luna sotto i pergolati spogli Margherita sembr ad Antonio pi bella ed elegante di quel che realmente era. Gli sembr una signorina di venticinque anni, e prov una specie di soggezione facendo la sua conoscenza.
- Io l'ho lasciata quasi bambina - disse, e non seppe farle alcun complimento, per cui ella lo giudic male e sorrise di lui.
Antonio Arau fu ricevuto con gran festa; portava dei regali magnifici, e gli fu assegnata una camera fra le migliori della casa.
Il padre di Margherita era tutto felice di aver l'amico in casa sua, e voleva lo trattassero con infinita gentilezza, perch anch'egli veniva ricevuto cos dagli Arau.
Di notte, dopo cena, si trattenevano assieme fino a mezzanotte, e dopo tre giorni Antonio divent anche l'amico intimo dei bambini. Con Margherita, invece, restava un po' troppo timido e rispettoso, bench si fosse accorto ch'ella era ancora tanto bambina e semplice. Margherita lo riguardava con cortesia, ma alle spalle gli faceva uno strano sorriso. Gli sembrava vecchio e goffo, ignorante e volgare.
Antonio non poteva pensare a questo; la fanciulla era tanto gentile e vezzosa con lui ch'egli ne restava incantato. A tavola, a conversazione, in ogni luogo, non poteva staccarle gli occhi di dosso. Doveva essere una ragazzina semplice e buona e prudente se parlava cos, con tanta educazione, se era cos obbediente e rispettosa, se amava e sopportava con tanta grazia i fratellini, monellucci irrequieti, se vestiva con tanta semplicit. Indossava sempre lo stesso vestitino d'indiana azzurra, col colletto bianco rivoltato, adorno di una sottile gala che le rendeva il collo pi bianco e delicato. E la blusa raccolta alla vita, e le maniche larghe sino al gomito, le davano un'aria di spigliatezza e d'eleganza ch'era tutto un poema affascinante. E per affascinare Antonio Arau, ci voleva molto, molto meno di ci. Vedeva il vestitino di Margherita anche quando dormiva, e lo rivedeva nelle vie, alle Assise, sul banco dei giurati, e infine, per vederlo ancora di pi, fece di tutto per restare un'altra quindicina, al contrario degli altri giurati che lavoravano di mani e di piedi per esimersi sin dal primo giorno.
Cosa c'era infine? Una cosa molto impreveduta da tutti, fuorch da Margherita, che se ne accorse subito, e che quindi cominci a provare per l'ospite quel sentimento o sensazione apportata dal fumo agli occhi.
Antonio si accorse del suo amore un giorno che gli dissero al passeggio come Margherita facesse l'amore con Silio Boly. Si sent venir meno, e i suoi occhi buoni guardarono quasi ferocemente il giovine ed elegante avvocato. Eppure, per una strana legge d'attrazione, fu costretto ad avvicinarsi a Boly, che sapendolo ospite in casa di (lei), gli fece mille feste.
Diventarono quasi amici.
Cos, trovandosi qualche volta solo con Margherita, le parlava sempre di Boly, chiedendole s'era vero che facevano l'amore. Essa arrossiva, ma negava sempre. Antonio le credeva, perch aveva assoluto bisogno di crederle, ma non poteva mai dirle come avrebbe desiderato star lui, e non Boly, dentro il suo giovine cuore.
Avrebbe voluto dirle:
- Margheritina mia, io non pensavo punto di prender moglie prima di venir qui, ed ora tu m'hai fatto cambiar di parere. Perch lo sai, Margherita, se realmente non provi nulla per me? Lo so bene, non sono elegante come Boly, ma se tu sapessi come  gaia e piena di grazia di Dio la nuova casa che mi son edificato ora, sul confine del villaggio! Dirai che ho tanti anni pi di te, ma sai... sai... io mi sento tanto giovane davanti a te... sai... alla mia et si ama in un modo straordinario, con tutte le forze possibili ed immaginabili... come non si ama altra volta... e l'amore rende giovani, e non lascia pi invecchiare, Margherita... Margherita...
E tante altre cose avrebbe voluto dirle, ma non ci riusciva mai. Cos i giorni passavano. Antonio ad ore credeva d'essere in casa di Margherita da un secolo, ad ore di esserci da un minuto, il tempo di un sogno solo solo...
E veniva il novembre, con una precoce estate di San Martino, che rendeva le sere tiepide e colorate. Antonio era da ventitr giorni in casa di Margherita, e gli restavano ancora sette giorni per decidersi.
Aveva preso una relativa famigliarit con la casa e con le persone; e voleva bene ad ogni angolo, ad ogni oggettino che vedeva l dentro. Il viale specialmente egli amava, il viale in fondo agli orti, su cui gli elci gettavano sempre l'illusione di un bosco, ove Margherita passeggiava ogni sera. Di l si vedevano le montagne, e si sentivano le capre a pascolare, e gli uccelli cantare in lontananza le melodie della solitudine e dell'amore.
Una notte Antonio si trov come per caso sotto gli elci, ma Margherita non c'era. Pens che avrebbe volentieri ceduto tutti i boschi cedui e non cedui ch'egli possedeva nel suo paese, pur di aver quegli elci e i pensieri che Margherita formulava, passeggiandovi sotto. E andava su e gi, vedendo sempre nell'ombra la veste azzurra, che non poteva toccare: perch non poteva raggiungerla, perch non sentire la testina graziosa che sognava sotto quegli elci, sul suo petto di forte gentiluomo? E dire solo cos:
- Margheritina mia!
Ora avvenne che Antonio Arau, coi suoi trentasei anni, fece una pazzia quella sera; baci il tronco di un elce; ma il tronco era cos freddo e inanimato che un brivido gli fece tremare tutte le larghe spalle, e le mani bronzine. Poi raccolse una foglia, dura e grigia, e la raccolse bene. L'indomani doveva partire.
Sarebbe partito senza dir nulla, se quel giorno Margherita non fosse uscita di casa. Invece, verso le due, ella si vest, e, prima di mettersi il cappello, scese per dare il buon viaggio all'ospite.
- Dunque, - disse entrando, - lei parte stasera?
Non ne dimostrava alcun dispiacere; Antonio la guard e non pot dir nulla, ma sorrise, con un vago incantamento entro gli occhi.
Margherita vestiva quasi sfarzosamente, un abito di lana bianca pesante a fiori di seta; due larghi nastri verdi le partivano dal fondo della sottana, dopo aver formato un fiocco, e si fermavano sui fianchi sottili, poi ripartivano fino alle spalle, come bretelle, formando altri due fiocchi al di sopra delle maniche larghe.
Antonio la guard lungamente. Poi prese avidamente la sua manina e disse:
- S, parto... ma ritorner!
- Allora, arrivederci! - ella esclam, e disse qualche altra parola graziosa che Antonio non cap.
Pensava che non poteva pi partire cos, senza tentar la fortuna. L'abito bianco con le bretelle verdi trasformava Margherita, e questa trasformazione dava un coraggio immenso ad Antonio.
Pens: ella non vorr seppellirsi nel mio villaggio, per quanto bella ed elegante sia la casa mia, ma io verr qui... andr ov'ella vorr, anche a Cagliari... anche a Roma. E, appena uscita la fanciulla, l'ospite parl col padre suo e gli chiese la manina della piccola, irresistibile incantatrice.
Il padre, che aspettava questa domanda, abbracci e baci l'amico.
- Parti tranquillo, - gli disse teneramente, - io far di tutto per renderti felice, e assicurare, nello stesso tempo, la felicit di mia figlia.
Antonio part, e gli sembrava sempre un sogno. Il sole tramont mentre egli viaggiava ancora, e tutto l'orizzonte si tinse di violetto, dolcemente, melanconicamente. E anche la nebbia, che usciva dalle terre arate, era leggermente violetta, e nello stradale i mucchi di ghiaia color sapone sparivano ad uno ad uno in quella nebbia, mentre il cavallo di Antonio Arau faceva un bel sogno come il suo padrone.

Cominci allora una persecuzione continua, orribile nella sua dolcezza, per la povera Margherita.
Il padre e la madre, la balia e tutti i parenti, ogni giorno, ogni ora, ogni istante, le parlavano, con calma insinuante, di Antonio e della sua proposta di matrimonio.
- Io non lo voglio! Non voglio neanche sentirne parlare! - diceva essa con ostinazione. - Perch volete sacrificarmi? Vi son di peso? In tal caso ve lo lever presto il fastidio! - esclamava impallidendo. E si metteva a piangere, pregando Dio di farla morire.
- Figlia mia, Margheritina mia, - diceva il padre carezzandole i capelli, - tu non senti tutto il bene che ti vogliamo. E' solo per il tuo bene, solo, solo per questo. Pensaci bene. Con Antonio Arau si apre per te il paradiso. Pensaci bene. Ci penserai?
L'accarezzava tanto bene ch'ella si lasciava, per il momento, commuovere, e rispondeva:
- Ci penser.
Ma l'indomani tornava con la solita cantilena:
- No, no, no e poi no!
Ella non lo voleva questo straniero, questo gentiluomo di villaggio. Era vecchio, aveva un brutto nome, un nome volgare, mentre il nome aristocratico e feudale di Silio Boly era il pi bel nome del mondo! Ella amava Boly e avrebbe sposato solo Boly, perch altrimenti egli ne sarebbe morto, ed ella pure!
Intanto, per maggior prudenza, il padre - sapendo che questo capriccio insano, come egli lo considerava, impediva a Margherita di veder la sua fortuna - fece di tutto per troncare la corrispondenza dei due innamorati. E port la figliuola a viaggiare per allontanarla dalla sua fissazione. Lo fece con tale destrezza che ella non si accorse punto dello scopo e lo segu con piacere, credendo fosse una gita di pochi giorni.
Dopo essere stati una settimana presso certi vecchi parenti lontani, andarono in un altro villaggio. Margherita per poco non fu colta da un accidente allorch vide venir loro incontro Antonio Arau. Questo dunque era il suo paese? Cred l'avessero portata per farle sposare Antonio, e in un momento di terrore supplic suo padre di tornar indietro. Ella sarebbe morta, sarebbe morta! Si mise a piangere come una bambina, tanto che suo padre si vide disperato.
- E' inutile! - pens. - Non ne verremo a capo di nulla.
Pens anche di adirarsi, ma siccome era uomo prudente non lo fece, tanto pi trovandosi in paese straniero.
- Non far la sciocca, - disse semplicemente, - non ti ho portato qui per lasciarti. Ci resteremo un giorno solo, ma fammi il piacere di non far brutta figura.
Antonio li accolse in casa sua con gentilezza squisita. Abitava con sua madre, una vecchia e soavissima donna che baci Margherita, facendole mille complimenti, e in quella casa fresca, nuova, ove trapelava il benessere da ogni angolo, Margherita si sent tranquilla e sicura.
Era in dicembre e faceva un gran freddo; perci Margherita non volle uscire per visitare il villaggio, e rest accanto al fuoco con donna Tommasa, mentre le serve preparavano un magnifico pranzo.
Donna Tommasa sapeva lo scopo della visita invernale dei loro amici, ma non fece veder nulla a Margherita. Parlarono di cose indifferenti, e poi venne un momento in cui non ebbero pi nulla da dirsi.
Nel caldo della bella stanza moderna, traverso le cui cortine non si scorgeva per nulla la miseria del villaggio, Margherita sentiva un vago benessere, e trovatasi un momento sola chiuse gli occhi e pens seriamente.
Lo strazio intimo che l'aveva fino a quell'ora investita parve calmarsi, e l'immagine di Silio Boly impallid in lontananza. Era effetto delle cose vedute negli ultimi giorni, del viaggio fatto, delle nuove impressioni, o del caldo della pace grigia, invadente e solenne della casa di Antonio Arau?
Come era buona donna Tommasa, come era fina e prudente!
Dunque, dunque, doveva Margherita chinare la testa? Tanto Boly non glielo avrebbero lasciato sposare mai, tanto la sua vita era distrutta!...
Singhiozz, ad occhi chiusi, e di nuovo, e sempre, desider morire.
- Dunque, - disse il padre ritornando, - cosa si pensa? Si riparte?
- S! - diss'ella, pronta.
- Stanotte, stanotte almeno! - supplic Antonio.
Siccome Margherita insisteva, gli Arau parvero offendersi, e minacciarono di non andar pi a trovare i loro amici, nella loro citt, se non rimanevano.
- Ma perch sei venuta se non per vedere il villaggio? - disse donna Tommasa. - Stasera faremo un giro, andremo in chiesa... vedrai la chiesa...
- Me ne importa molto della vostra chiesa! - pens Margherita con disprezzo. Tuttavia, dopo pranzo, usc e and in chiesa, e poi venne recata quasi in processione, di casa in casa.
- E' la fidanzata di Antonio Arau - dicevano tutti. Furono feste, gentilezze, cerimonie da non dirsi. Le donne regalavano cose graziose alla visitatrice, e tutte le dimostravano apertamente quanta adorazione le avrebbero consacrato, venendo essa a stabilirsi fra loro.
Intanto Antonio restava rispettosamente lontano, e solo verso sera os avvicinarsele. Ella sedeva accanto al fuoco, davanti al gran camino di granito, ed era in quell'ora dei crepuscoli invernali quando tutta la pace e la poesia della vita si raccolgono nelle stanze ben chiuse, ben arredate e illuminate dal fuoco. Antonio rest ritto dietro la sedia di Margherita. Fosse caso, o fosse previdenza altrui, si trovarono soli.
- Come t' piaciuto il nostro paese? - domand.
- E' bellino - diss'ella con indifferenza.
Il calore del fuoco la faceva arrossire, e guardava con strana intensit le brace luminose. Sapeva dove Antonio sarebbe andato a finire, e ne provava uno strazio profondo, ma non pensava alle parole da rispondergli.
- Dunque, - diss'egli, dopo una lunga pausa, - dunque non verresti mai ad abitarlo? - E mormor tremando: - Margherita?...
Ma mentre egli stesso si stupiva del coraggio che aveva a dir queste parole e questo nome, Margherita, la quale sent bene il suo tremito, pens indegnamente se tutto ci non era commedia. E la sua amarezza crebbe, le inond tutta l'anima, tutto l'essere, le allag la bocca e le labbra. Fu cos ch'ella disse, vivamente:
- Ah,  per questo che mi hanno portato qui? Lo sapevo, lo sapevo! Ma perch mi volete far morire?
Chin la testa e singhiozz. Antonio diede uno sbalzo. Questo s, ch'era un sogno, un delitto, una cosa orrenda! Eppure egli sapeva ogni cosa, ed il padre di Margherita gli aveva detto:
- E' una bambina ostinata, che non vede la sua fortuna. Ora io te l'ho condotta qui per farle toccare con le sue mani il bene che le recherebbe un suo solo cenno di testa. Prova un po' tu a farle dire di s!
- Non piangere, Margherita, - disse Antonio, sedendosele accanto, - non ti hanno condotta qui per farti del male, e, se vuoi ripartire, ripartirai in questo stesso momento. Ma senti, - soggiunse poi scherzando con la morte nel cuore, - senti che vento; ci sono tutti i morti per l'aria. Non temi i morti?
- Io temo i vivi! - diss'ella sorridendo.
- S, giusto! Ma i vivi che vogliono recarti danno e infelicit?
Margherita cap subito che alludeva a Boly e si sent stringer la gola, ma non disse nulla. Boly si allontanava sempre pi, sfumava in quella grande e grigia oscurit invernale. Margherita non lo sentiva pi dentro di s, come prima; le sfuggiva con quel gran desiderio di stargli vicina che prima la dominava sempre.
Non desiderava pi di star vicino a nessuno; desiderava solo di morire, e tutti i suoi sentimenti si assopivano in questo desiderio di sonno infinito. Perch non la lasciavano in pace? Perch la tormentavano ancora?
- Margherita, - disse Antonio dopo un lungo silenzio, -  tanto che aspetto! Non vorrai dunque rispondere mai? Io far tutto quello che tu vorrai. Verr nel tuo paese, se cos ti piace; andr dove ti piacer. E' per questo?
E si pass una mano sulla bocca, per nascondere il tremito delle sue labbra. Al riflesso del fuoco, l'iride dei suoi occhi buoni pareva una fiammella, e Margherita vedeva solo quella luce nella gran penombra che la circondava dentro e fuori.
Doveva rispondere (s)? Ora le sembrava una cosa naturale e necessaria, assolutamente necessaria.
Ma non poteva parlare, non poteva muover la lingua; le sembrava che i suoi denti fossero una catena di montagne, in un paese oscuro.
- Perch non mi rispondi, Margherita? Tu non sai che supplizio  questo tuo silenzio! Dimmi qualche cosa, una sola, una sola parola! - Le prese una mano e la strinse fra le sue, calde e vigorose.
- Senti, - continu, - io so ogni cosa tua, ma lo vedi tu stessa che  una sciocchezza. Boly  spiantato, i tuoi non lo vogliono, e poi non  un'anima buona, credi, perdonami...
Ma Margherita non aveva nulla da perdonare; quelle parole, in quel momento, non le recavano offesa come altre volte. Tutto le sembrava naturale. Antonio riprese:
- Io non ti chiedo che di lasciarti amare, uno, due mesi. Se, dopo questo tempo, tu non mi ami ancora, io mi ritiro. Ma rispondi dunque!?...
- Ma cosa devo rispondere? - diss'ella alfine, con voce di stupore.
Egli le strinse ancor pi la manina, sorrise, e disse con gran dolcezza:
- Rispondi come ti dico io.
- Come?
- Che mi permetti di amarti per qualche mese, durante il quale non corrisponderai altro...
- S! - esclam essa con semplicit.
Antonio tocc il cielo col dito.
Nella grigia oscurit della stanza, Margherita sent le due fiammelle degli occhi di lui penetrarle fino all'anima e frugargliela tutta, ma non ne prov alcuna impressione, n dolorosa, n gioconda. Anche ci le parve una cosa naturale e semplice, e quando Antonio le attir la testolina e la fece posare sul suo forte cuore che batteva come una campana a festa, non sent che l'impressione del panno fine della giacca sulla guancia delicata, e rest cos, desiderando ancora e sempre la morte. Anche la morte, ora, le pareva una cosa naturale, la pi semplice e necessaria delle cose.
Subito si sparse la voce che Margherita era fidanzata con Antonio Arau. Zia Baingia, la balia, parea ballare sulla punta di un ago per l'allegrezza, e tutti in casa erano contentissimi della vittoria.
Ma, ritornata nella realt Margherita moriva di spasimo e di rimorso.
Che aveva, che aveva ella fatto?
Silio Boly era ritornato dentro di lei, pi imperioso e acuto di prima.
Ogni sera ella piangeva, guardando le montagne, e sentiva tutta la tristezza e la desolazione invernale stringerla, raffreddarla, ucciderla.
Mentre Boly le regnava sovrano in tutto l'essere, in tutto il pensiero, di Antonio non ricordava che l'impressione della giacca di panno, fredda ed aspra.
Ma la parola era data, ed Antonio doveva venire a capo d'anno per farle una visita, la prima visita.
Dopo il ritorno non aveva pi veduto Boly, e non gli aveva scritto, bench avesse ricevuto una sua lettera disperata, perch anch'egli sapeva oramai la novit.
E, fra le altre cose, ora Margherita temeva qualche immane disgrazia; credeva che Boly si ammazzasse, o che commettesse qualche grande follia.
Ma non diceva nulla; operava sempre come in sogno, senza forza, senza energia. Il suo pensiero lavorava spaventosamente, e anzi talvolta ella credeva d'impazzire; ma non parlava mai, non operava mai. Si desiderava morta, o vecchia vecchia, giacch la fanciullezza le recava tanti dispiaceri.
Cos arriv capo d'anno, e di mattina giunse Antonio Arau. Questa volta veniva in carrozza, e non portava regali, per cui i ragazzini non l'accolsero con molto entusiasmo.
Baci Margherita in fronte, e le disse:
- Come sei bianca! Sei malata, forse?
- No, - diss'ella, - ho freddo.
Per tutto il giorno, Antonio le fece la corte, a modo suo, e solo verso sera usc. Ella aveva preso un contegno stupidino anzichen, e provava un gran dispetto per Antonio, e avrebbe voluto dimostrarglielo, ma non poteva. Alle volte si fermava, con gli occhi spalancati, domandandosi:
- Ma sono o non sono fidanzata? - Perch sapeva bene che la gente avrebbe considerato la venuta di Antonio come visita ufficiale di fidanzato, e sentiva che ormai ell'era legata a lui.
Ma chi l'aveva legata? Ella stessa? Quando, dove, come?
Con un solo motto delle sue labbra ella aveva rotto tutto il suo sogno, il suo amore e il suo avvenire?
Come questo era possibile? Perch?
Cos'era dunque la vita?
E andava su e gi per il viale, sotto gli elci, nel freddo crepuscolo dell'ultimo giorno dell'anno.
Quando suon l'(Ave), ella si ferm e preg, come l'abbiamo sentita nelle prime righe di questa storia. Con la testa appoggiata ad un tronco d'elce - quello stesso che Antonio aveva baciato - gemeva angosciosamente, vinta alfine da uno strazio deciso e ineffabilmente doloroso.
La luce della luna si faceva sempre pi chiara e limpida, e dalle montagne salivano grandi nuvole di una bianchezza risplendente.
E la tristezza della notte aumentava. Si udivano allegri rumori in lontananza, e dai fumaiuoli saliva il lieto fumo delle cene festose. Gli uomini dimenticavano il tempo, e solo la natura immortale pareva rattristarsi per l'agonia dell'anno.
A un tratto, dopo l'(Ave Maria), sullo sfondo delle nuvole bianche risplendenti come un gran tesoro d'argento, brill un fuoco sulla cima della montagna.
Sulle prime Margherita cred fosse una stella rossa che spuntava; ma poi vide bene ch'era un fuoco, e ne fu tutta scossa. Un pensiero strano le venne subito in mente: dapprima ella stessa si stup di questo pensiero, ma, a misura che il fuoco si faceva pi vivo, il pensiero si trasform in dubbio, poi in convinzione profonda.
E i suoi occhi, lucenti per le lagrime versate, non si staccarono pi di l. Era cos, doveva esser cos. Era Silio Boly, ch'era salito sulla montagna, in quella sera fredda, in quella sera di festa, spronato da un'angoscia mortale e fatalissima.
Era salito poich non poteva parlare, poich non poteva vederla, e le parlava e le gridava ora di lass, con quel fuoco, acceso da lui.
Ella lo sentiva. Le cose che gridava il povero Silio, col raggio di quel fuoco, pallido su l'argento delle nuvole, non potevano ripetersi, tanto erano strazianti e dolorose.
Ella sola, ella sola le sentiva e le comprendeva, e il suo volto diventava cinereo per il dolore. Tese le braccia:
- Oh, Silio, Silio, prendimi lass; abbi piet di me e di te! Silio Boly!
Ma poi il fuoco si spense. Margherita fugg via, verso casa, decisa di scuotersi dal sogno fatale che la rovinava; decisa di spezzare la catena che l'attaccava ad Antonio Arau.
Non voleva pi morire, e non voleva tanto meno che morisse Silio suo, Silio, nobile, Silio adorato.

Dopo cena - alla quale avevano assistito due intimi amici di famiglia - Petrina, la serva, entr con la bocca aperta per il riso, portando un gran piatto rosso pieno d'acqua.
- Brava, Petrina del mio cuore! - esclam uno degli invitati.
La serva depose il piatto nel centro della tavola, ancora piena di frutta, di piatti e di tovagliuoli, e gett un pugno d'orzo, sempre ridendo.
Margherita, ch'era stata sempre di cattivo umore, fece una smorfietta, di cui Antonio, sedutole accanto, si accorse benissimo.
- Ti dispiace? - mormor chinandosi.
- No, e perch? - diss'ella indifferente.
Petrina levava i cestini delle frutta e i piatti, e, passando dietro la padroncina, mormor:
- Stanotte vedremo...
Ma la fanciulla la fulmin d'uno sguardo severo, per questa famigliarit che si permetteva, e Petrina si sent gelare.
Intanto i bambini si erano protesi sulla mensa, e, rialzando la resta ai granelli dell'orzo, li mettevano a pescare entro il piatto dell'acqua.
E' un'usanza sarda dell'ultima notte dell'anno. Si mettono entro l'acqua due granelli d'orzo e si smuove un po' il liquido elemento per farli camminare. I chicchi d'orzo rappresentano due innamorati, a cui talvolta si aggiunge un terzo, uomo o donna, che rende pi interessante le avventure della strana navigazione.
- Chi mettiamo? - grid il fratellino di Margherita.
- La padroncina! - esclam Petrina, rimasta, con tutta la libert permessa dalla festa di capo d'anno, presso la mensa.
- Stia con le mani secche! - disse poi vivamente al convitato, vicino a cui s'era appoggiata, e che cercava di accarezzarla.
Fece un salto, e and ad appoggiarsi sulla seggiola della padroncina.
- Ecco, questa  Margherita! - grid il bambino, mettendo un chicco di orzo. Ma lo mise cos malamente che cal subito a fondo.
- Povera Margherita, ti sei naufragata! - esclam Antonio, e tutti risero, tranne lei, che si morsicava le labbra.
Il padre vedeva benissimo il broncio di Margherita, e ne restava mortificato, tanto che si alz con uno degli invitati, e si mise a fumare, passeggiando traverso la stanza.
- Lascia fare a me! - esclam Petrina, respingendo la mano del ragazzino. - Dunque questa  la padroncina e questo  il signor Antonio! Guardi, signora Margherita, guardi come  grosso e allegro il signor Antonio!
- Che sciocca! - disse Margherita, portandosi una mano alle labbra, che finalmente sorridevano.
Antonio ne rest tutto beato, e rise.
Il granello che lo rappresentava era infatti grosso, e, appena messo nell'acqua, cominci a dimenarsi, volteggiando allegramente. Invece, Margherita, sottile, con la coda ritta, restava rigida e si allontanava.
- Non mi vuole! - disse Antonio, mentre tutti seguivano, sorridendo, l'andamento dei naviganti. - Si vede bene che non mi vuoi, Margherita!
(Ella) si allontanava, si allontanava sempre; e (lui), fattosi serio, la rincorreva appassionatamente.
- Guardino! - grid Petrina. - Ora la padroncina si  voltata un poco, ha guardato... oh, come fugge, come fugge!
- Ha paura! - esclam Antonio.
- Che sciocchezze! - diceva ogni tanto Margherita, rossa in viso e mortificata, seguendo tuttavia i granelli, con gli occhi scintillanti.
- Oh, oh, Antonio si  fermato. E' strano! - disse uno dei bambini.
Anche (lei) si ferm. L'acqua fu nuovamente scossa da un soffio potente di Petrina, e i due granelli parvero invasi dalle vertigini. Disse Margherita:
- Cos non va bene. E' un forzare il destino. Si devono incontrare senza la spinta di nessuno; altrimenti  inutile.
- Vero! - conferm Antonio.
I due granelli facevano delle pazze giravolte: si allontanavano, si avvicinavano, tornavano a dividersi; ma infine ripresero il corso normale. E (lei) torn a fuggire; un momento si arrest, attese, e parve aver un colloquio con lui, a rispettosa distanza; poi scapp di nuovo. Antonio ricord il colloquio avuto in casa sua, e si domand se non c'era qualcosa di vero in quella rappresentazione.
Ma Petrina era seccata dell'andamento senza scopo dei due, ed ebbe un'idea.
Prese un terzo granello, e lo mise nell'acqua dicendo:
- Stiamo a veder ora! Questo  l'avvocato Boly!
Margherita le tir fortemente il grembiale, sotto la tovaglia, mentre le orecchie le diventavano rosse come il melagrano; ma Petrina non vi bad.
Aveva voglia di ridere, e sapeva che tutto  permesso in questo giuoco di capo d'anno. Infatti nessuno si offese; solo Antonio ebbe come una specie di dispettoso sgomento, e Margherita, vedendo cos rappresentato interamente il suo dramma, si sent morire.
- Oh, che spaccone! - disse il convitato, interessandosi sommamente al giuoco.
Infatti Boly rest un momento fermo, quasi per darsi un'idea esatta della sua posizione; poi cominci a camminare boriosamente.
- Pare indifferente! - disse Petrina. - Guardi, guardi, signora Margherita: guardi come si guardano in cagnesco col signor Antonio. Oh, Dio mio, Dio santo, si azzuffano.
- Ma che! E' passato dritto,  passato avanti Boly; oh, sciocco di un Antonio, perch ti lasci battere? Corri, corri! - grid il convitato.
Antonio diede un grosso sospiro, sorridendo, e disse:
- E' inutile! Sono proprio sfortunato! Non mi resta che affogarmi.
- Ecco, ecco! - grid Petrina. - Si vogliono... la padroncina si  voltata... aspetta! Oh, diavolo,  l'avvocato che vuole?
- Petrina, fammi il piacere! - esclam Margherita, che non ne poteva pi. Ma l'altra continu:
- Eccoli, eccoli! Si avvicinano sempre pi! Il signor Antonio si  fermato, disperato del tutto!
Margherita e Boly, entro l'acqua, si avvicinavano infatti, appassionatamente, vertiginosamente. Antonio, fermo, umiliato, guardava, addossandosi all'orlo del piatto, e il vero Antonio non sorrideva pi.
Via, era una sciocchezza, eppure qualcosa di amaro e disgustoso lo invadeva, lo umiliava tutto.
E la catastrofe pareva, era anzi imminente, allorch accadde una strana cosa. Petrina soffi nuovamente: una tempesta si scaten nell'acqua rossa, che scintillava riflettendo i lumi, e tra i gridi e le proteste dei bambini e di Margherita, Boly cal a fondo, e Antonio corse pazzamente e baci Margherita, stringendosi appassionatamente a lei.
Un vivo applauso, misto a gridi, a risate, a vivaci auguri, echeggi per la stanza; e, mentre Margherita si metteva graziosamente il volto tra le mani, per nascondere il suo rossore, Antonio si proponeva di dar a Petrina, l'indomani, dieci lire di mancia!
La serva, furba, aveva forse fatto appunto per ci tutta la commedia; ma Antonio non lo seppe mai.
- Ora mi metto io! - grid intanto. E voltasi sfacciatamente al convitato gli chiese:
- Mi vuole con s? Mi vuole?
- Ma sicuro! - esclam egli. - Anche senza tentarne la prova con l'orzo.

Siccome veniva altra gente, Petrina accese i lumi nella stanza attigua, e fece il fuoco entro il caminetto.
Era una specie di salottino da lavoro, che restava chiuso tutto l'inverno.
La finestra, grandissima, senza tendine, dava sugli orti, incorniciata da una pianta di rose d'ogni mese, e nel vano c'era un tavolino con sopra dei vecchi giornali e l'occorrente per scrivere. Ed era su questo tavolino, davanti alla visione del paese solitario, chiuso dalle grigie montagne, nella cornice fresca delle rose che talvolta venivano a baciare i vetri chiusi, che Margherita scriveva a Boly, nelle ore della notte, o in quelle della siesta.
Bench Petrina avesse acceso i lumi ed il fuoco, nessuno entr nel salottino, siccome i padroni restavano di l, nella stanza da pranzo.
Petrina se ne accorse, e disse alla padrona:
- Ho fatto il fuoco, dentro.
- Sta bene! - e voleva passare di l; ma la pregarono di non far complimenti, e non si mosse.
Tutti chiacchieravano nella stanza da pranzo, e venivan serviti dolci, vini e frutta. I ragazzi continuavano a far dei giuochi, con l'orzo, col piombo fuso e in tanti altri modi; e, siccome levavano un chiasso indemoniato, la padrona disse:
- Ih! Non si sente la madre col figlio! Fatemi il piacere di andarvene dentro!
I piccolini presero i loro bagagli, e se ne andarono nel salottino. Margherita pens che per loro non c'era bisogno di molti lumi, e dopo un momentino entr e spense le steariche, lasciandone accesa solo una. Cos fermossi davanti alla finestra, e le sue sottili sopracciglia ebbero un fremito.
I vetri eran tutti irradiati dalla luna, e nella trasparenza argentea il fogliame giallo delle rose pareva di metallo, e al di l, nella nitida notte, il paesaggio e le montagne grigie sembravano un sogno.
Margherita fu invasa ed afferrata nuovamente dalla sua angoscia, per ogni fibra, per ogni muscolo, dai piedi ai capelli. E rimase l, muta e irrigidita, mentre i fratellini giuocavano e ridevano sgangheratamente. Sui vetri pieni della luce lunare, su tutto il freddo bagliore dell'ultima notte, rivide il sogno suo di quell'anno tormentoso e delizioso, e sent nel vano della finestra tutta la sua anima che si consumava per il dolore. No, non era possibile. Il suo sogno non doveva morire.
Si sed vicino al caminetto, e con la testa rivoltata sulla spalliera chiuse gli occhi e apr le labbra, quasi a bere tutto di un fiato quel calice invisibile di suprema amarezza.
Ricordava la sera passata in casa di Antonio, cos, vicino al fuoco, quando nella penombra aveva dimenticato Silio, il povero Silio suo.
Non sentiva il giuoco dei fratellini, n le voci allegre della stanza vicina; ma un canto lontano, tranquillo, di una indefinita tristezza, le giungeva sin dentro al cuore, traverso il freddo silenzio degli orti illuminati dalla luna.
Era il fuoco della montagna che parlava ancora? Erano gli elci che parlavano? Che dolcezza, che melanconia, che strazio era questo?
Nel ritmo, dolce e struggente come il desiderio di baciare una persona lontana, Margherita sentiva tremare tutto il dolore di Silio per averla perduta, e sentiva il freddo maestoso, il freddo cristallino e incantato dei boschi di elci, sulle montagne, in quella notte misteriosa e grande.
Egli forse era lass, a piangerla, e non sapeva quanto ella soffriva! Traversando le lunghe ciglia chiuse, due perle le rigarono il volto.
- Margherita! - disse Antonio, dolcemente, posandole una mano sulla fronte. - Perch sei fuggita? Cos'hai?
Era venuto a cercarla, ed ella, tuffata nel suo dolore, non l'aveva neppur sentito avvicinarsi.
Si scosse tutta, e respinse vivamente la buona mano di Antonio. E fu per dire delle amare parole, ma sent acuta la voce dei fratellini.
- Aspetta! - disse ad Antonio. Si lev, e, andando presso i ragazzi, pronunzi, chinandosi, qualcosa, sotto voce.
Essi se ne andarono a malincuore.
- Perch li hai mandati via? - domand Antonio, sorridendo. - Hai da dirmi qualche cosa?
S, precisamente, aveva da dirgli qualche cosa; ma non seppe trovare le parole. Mise un dito entro il piatto, e fece uno di quei famosi buchi nell'acqua, diventando nuovamente rossa per la commozione.
- Cos'hai da dirmi, Margherita? - ripet lui, avvicinandosi e guardandola con gli occhi spalancati, splendenti, quasi radiosi.
Cosa aveva da dirgli? Tante, tante cose! Che l'annoiava prima di tutto, che la faceva soffrire, che se ne andasse e la lasciasse in pace, che avesse un po' di piet di lei, di (lui), di lui specialmente, di Silio suo adorato, il quale moriva, moriva e moriva...
Ma non pot dire tutte queste belle cose. Le si aggrovigliavano in gola, formandovi un nodo tremendo.
- Margherita, perch tutto questo broncio, perch tutto questo malumore? Perch ci sono io? Ma ricordati che sei stata tu a darmi il permesso. E' la prima volta che vengo... Se vuoi...
- Ma - interruppe lei, con la voce che le strideva per il pianto mal represso, - tutti, tutti, appena ti hanno veduto arrivare, dissero...
- E che cosa dissero?...
- Che eri il mio fidanzato!
- Ti dispiace? - domand egli con leggera ironia. - Eppure la mia visita ha servito a qualche cosa...
- A che cosa?
- A farmi conoscere la grandezza d'animo di certe persone...
- Di chi? - domand Margherita, tuffando tutte le dita nell'acqua, e alzando fieramente la testa.
I suoi occhi s'incontrarono con quelli di Antonio, e le parve di accorgersi, dal fiero e addolorato sguardo di lui, che s'ella era stanca della persecuzione, egli bench avesse chiesto di adorarla soltanto, era pi stanco ancora di essere accolto in tal modo.
- Senti, Margherita, - disse, - prima di rientrare, ho veduto l'avvocato Silio Boly.
Margherita trem nel sentire intero quel nome sulla bocca di Antonio, poi s'irrigid. Ah, dunque, Silio non era sulle montagne? Il fuoco?...
Intanto Antonio guard su e gi per la finestra, di fuori, di dentro i vetri, sul tavolino, sui giornali, e i suoi occhi si fissarono ostinatamente sulla mano di Margherita, che si tuffava sempre pi nell'acqua, poggiando la palma sul fondo rosso del piatto, tutta bianca e lucente.
Lui invece si ficc la mano destra nella tasca della giacca, e disse, pacatamente:
- E' qui che usi scrivergli, qui?
- Oh, Dio mio, Dio mio! - esclam Margherita, indovinando in un lampo tutta la terribile verit.
Antonio cav di saccoccia un fascio di lettere, e le mise sul tavolino. Disse, con profonda amarezza:
- Ma io non le legger. Distruggile, Margherita, e non pensare pi a costui, che  proprio indegno di te. Non credere che io abbia commesso una vilt, accettandole. Io non avevo che l'intenzione di restituirle a te, ma aspettavo almeno a domani. Ci saranno poi tutte?
Si mise a contarle, e la mano gli tremava visibilmente, ma procurava di sorridere, e diceva, contando:
- Tre, sei...; guarda come mi tremano le mani; sembro un fanciullo; eppure, come  vero Dio, mi tremavan di pi mentr'egli me le dava...; dodici, tredici, quindici...; avrei voluto dargli mezza dozzina di schiaffi, ma ho evitato lo scandalo per te...; diciotto, venti...; perdonami, Margherita, se io parlo cos di lui; ma  tanto vigliacco, ed io l'odio... oh, se tu sapessi come l'odio! Sono ventitr...  cos... son ventitr?...
E siccome Margherita taceva, Antonio, curvo un pochino sul tavolo, alz gli occhi, e la guard a lungo, silenziosamente.
Ella, pallida come la morte, piangeva, e le lagrime cadevano sino all'acqua, sino al piccolo mare, ove Boly s'era affogato per sempre.
Ma, indovinando la causa di quelle lacrime, Antonio non ne prov alcuna piet, anzi sent un fiero dispetto, e, ricordando come e quanto aveva anch'egli sofferto, ebbe il triste pensiero di andarsene, lasciando Margherita sola, con la sua tremenda delusione. E glielo disse:
- Ora, Margherita, se tu hai da comandarmi qualche cosa, io partir domani all'alba... Scusa tutti i fastidi che ti ho dato, scusa, Margherita, scusa...
Egli non sapeva dir altro, e guardava sempre, con l'ostinazione di uno stolto, la mano della fanciulla, che diventava leggermente livida entro l'acqua ghiacciata, nella quale galleggiavano ancora cinque o sei granelli d'orzo.
Alla fine, siccome Margherita non si decideva a parlare, Antonio stese il braccio, e pigliandole il polso, le estrasse la mano dall'acqua, dicendo:
- Non senti il freddo? Che gusto da bambina che sei! Non  vero che sei una bambina?
E la sua voce divent tutta una carezza, mentre col fazzoletto bianchissimo asciugava dolcemente la piccola mano bagnata.
- Come  fredda questa piccola mano - disse, sorridendo e vezzeggiando. - Vuoi che la riscaldiamo, vuoi? Vieni con me.
La prese per mano; con l'altra mano afferr le lettere, e, avvicinatosi al caminetto, le gett nel fuoco.
Margherita ricord i fuochi della montagna, nella famosa sera d'agosto, e singhiozz, mentre Antonio diceva:
- Che almeno tutte le tue pene siano finite... Ma dunque vuoi ch'io parta? - aggiunse dopo un momento, portandosi la mano ancor fredda di lei alla spalla, con intenso desiderio d'essere abbracciato, e mormor poi, piano, supplichevole:
- Margherita mia!...
- Resta! - diss'ella con le labbra tremanti.



"UN GIORNO"

Jame, col cappello di paglia sotto il braccio, le gambe accavalcate e un omero appoggiato fortemente sul muro intonacato di fresco, ascoltava la santa messa annoiandosi in modo orribile ed evidente.
Era un giovinetto di sedici in diciassette anni, sottile, alto e bianco come una fanciulla; le sue sopracciglie nere e fini parevano tracciate col pennello, e quando le sue labbra, bellissime, di un color rosa pallido rasato, si aprivano per ridere, era tutto un incanto su quel viso raffaellesco.
I denti bianchi, iridati, splendevano; splendevano gli occhi castanei, limpidissimi, che nel moto del riso si socchiudevano graziosamente, e sul pallore quasi diafano delle guance si formavano due fossette, le quali sul viso di una fanciulla sarebbero state d'un fascino irresistibile.
Quella mattina per non aveva punta voglia di ridere: si annoiava a morte.
Era salito lass, a cavallo, sperando di divertirsi nella festa campestre, e trovava invece insipida e noiosa ogni particolarit.
Non c'erano che contadini e contadine; un sole violento fiammeggiava per l'alta pianura mietuta di recente, e Jame non trovava una persona di sua simpatia. Gli uomini lo disgustavano: le donne, che del resto lo tenevano come un bimbo, l'annoiavano, ed egli si pentiva d'esser venuto, e sentiva le lagrime alla gola, per il dispetto e l'uggia.
Nella chiesetta il caldo era asfissiante addirittura; e non una panca, un contromuro per sedersi.
Il giovine vice-parroco, aiutato da due chierichetti di un paese vicino, cantavano la messa con certe voci stridule da cicala, che invece di spandersi per la chiesa sfuggivano nei fori praticati vicino all'altare, perdendosi con tristezza per le siepi e le stoppie del pianoro.
Gli uomini in corsetto rosso slacciato, ritti, impalati, col berretto fra le mani, dicevano il rosario, tutti davanti all'altare; mentre le donne, inginocchiate per terra in fondo alla chiesa non godevano un'acca della messa, e stavano zitte, guardandosi l'un l'altra con invidia i grandi fazzoletti ricamati.
Nel centro stava Jame; aveva in faccia la vecchia porta spalancata, dallo sfondo luminoso, inghirlandato di rovi, e vedeva in lontananza grandi macchie di oleandro fiorito che guardava con intenso desio.
- Andr a pescare - pensava per confortarsi un poco. E nel pi profondo segreto del cuore augurava un accidente a don Antonio, che non finiva pi di cantare la messa. Avrebbe voluto scappar subito, ma c'era l davanti Predu Pischeddu, il suo balio, che si girava ogni tanto. Se Jame fosse scappato a met messa, il balio non avrebbe mancato di recarne il rapporto scandaloso a donna Francisca, la madre severa del giovinetto.
Gi due volte Pedru Pischeddu aveva proiettato delle occhiate bieche al figlio di latte di sua moglie, per la posizione poco garbata che teneva; ma fin l Jame non s'era dato per inteso, e cos si seccava orrendamente ma non si muoveva.
Ma ad un tratto si scosse tutto intero, prese involontariamente il contegno rigido e rispettoso dei paesani, e un leggero rossore, segno in lui di piacere e di sorpresa, gli color le guancie e la fronte.
Avveniva una cosa semplicissima, che per lass, nella povera bizzarra chiesetta, assumeva le proporzioni di un grande avvenimento. Entravano dei forestieri, due giovinotti e una signorina vestita di bianco, che fino alla soglia della chiesa era salita ridendo, zoppicando un poco, sotto l'ombrellino rosso trasparente.
- Chi sono? - pens subito Jame.
La signorina introdusse la mano nella vecchia pila di pietra, ma non trov evidentemente che polvere; tuttavia si segn lo stesso, con rapidit, e gett uno sguardo sicuro fra le donne, cercandone una di sua conoscenza.
I suoi compagni, fermi sulla porta, le dissero qualche parola, ed intanto tutti i devoti si voltavano a guardare curiosamente. E Jame pens subito che quei tre fossero della famiglia Serrara, ricca famiglia della citt vicina, di cui i Pischeddu tenevano a mezzadria un podere, posto a met strada fra la citt e il villaggio, perch la moglie di Predu Pischeddu, la sua balia, si era levata premurosamente andando incontro alla giovinetta, che le strinse la mano e le parl con vivacit.
Con gli occhi socchiusi, per sembrare indifferente, Jame guardava, e avrebbe voluto anche ascoltare, ma il rumore sempre pi entusiastico delle voci cantanti la messa e il rosario, non gli permettevano di udir nulla.
Zia Angela, la balia, torn ad accoccolarsi nel suo angolo, e la signorina pass vicino a Jame, senza guardarlo; poi si ficc con disinvoltura fra gli uomini, cercando un cantuccio buono per inginocchiarsi.
Zoppicava sempre: leggermente, - doveva esser per l'effetto della cavalcata, - e lasciava dietro di s un vago profumo che avvolse Jame in un'onda di delizie e d'incanti.
Da quel momento egli non si annoi pi, e non guard pi lo sfondo della porta. Il profumo della bianca e sottile apparizione inattesa gli recava un soffio di vita e di supremo piacere.
Era la grande citt lontana, ove frequentava i primi anni del liceo, che tornava a lui per mezzo della giovinetta della piccola citt vicina?
Jame non sapeva dirselo, ma sentiva in un lampo svanire la struggente nostalgia che da due mesi lo tormentava in quel paesetto selvaggio, ove pure era nato e vissuto fino a pochi anni prima. Si accorse che i due giovinotti, fermi sempre sulla porta, lo guardavano, a lor volta, con curiosit, e arross, ma prese un'aria pi che mai indifferente, e guard innanzi a s.
(Lei) s'era spinta fino all'altare, e s'era appoggiata al muro con stanchezza: Jame ne vedeva la sottile figura bianca, tra il rosso infinito dei corsetti paesani, e, Dio ci scampi e liberi, gli sembrava pi bella della vecchia Santa Cecilia, pur cos delicata nella sua antichit, che pareva stesse per spiccar il volo dall'altarino barocco. E guardando Santa Cecilia, Jame ebbe un moto di rabbia contro i compaesani suoi. L'avevano abbigliata cos stranamente, gettandole dei fazzoletti ricamati sulle spalle, sulla tunica bianca, dappertutto, in un modo goffamente orientale, che senza dubbio i (forestieri) avrebbero riso.
- Come si chiama? - pensava intanto. - Quanti anni ha? Sedici... venti? E' maritata? Saranno proprio i Serrara? Dio mio, se potessi avvicinarmi!...
E cambi posto, e manovr tanto che alla fine della messa (le) si trov vicino. L, in fondo, c'era quasi oscuro; trionfava la luce gialla dei ceri, e Jame pot vedere che (lei) era realmente bionda, proprio bionda.
Se ne stava inginocchiata, con le mani appoggiate al manico dell'ombrellino, ma non pregava; guardava qua e l, voltandosi, alzando la faccia in su, e la paglia del suo semplice cappello ondulato, guarnito di un solo merletto bianco, scintillava ad ogni sua mossa, sotto la luce delle candele di cera. S, era bionda e bianca, con grandi occhi verdi, glauchi veramente, forse anche azzurri, ma resi verdi dal riflesso azzurro delle ciglia e sopracciglia nere. Era cos sottile, poi, cos sottile! E pareva tanto innocente.
Jame si tormentava continuamente, chiedendosi il nome e l'et della fanciulla, e avrebbe voluto uscir subito per informarsene, ma intanto desiderava che quella messa, prima tanto noiosa per lui, non terminasse pi.
Pur troppo termin, e Jame dovette uscir fuori, mentre un gruppo di donne circondava la signorina toccandole la mano. Ed ella trovava una parola gentile per tutti.
- Balio, - disse Jame a zio Predu, nella spianata, - chi sono quei signori?
- I miei padroni.
- Oh! E perch son venuti?
- E tu perch sei venuto! - domand zio Predu, squadrandolo da capo a piedi.
- Bella, perch mi  sembrato cos!
- E anche a loro  sembrato cos! Ehi, ehi, Marcu Fiscale, che il diavolo ti cavalchi, perch sei arrivato ora? - grid Predu, agitando le braccia verso un uomo che arrivava giusto allora, a messa finita. Quindi si allontan di corsa, e Jame rest senza altre spiegazioni sui Serrara.
Siccome il banchetto comune (era il priore della festa che lo dava a spese sue) si doveva fare sulla riva del fiume, tutti risalirono a cavallo, con le donne in groppa, e ben presto la chiesetta scomparve. Jame si era avanzato, passando boriosamente sulla sua superba cavalla grigia, davanti ai due Serrara, che preparavano le loro cavalcature e quella della signorina.
Vide ch'erano armati di fucili e di rivoltelle, e un po' pi lontano ud che dicevano fra loro:
- E' il figlio di donna Francisca Chercu, sai; donna Francisca, non ricordi?...
- Ah, s, un bel ragazzo...
Egli ne arross dal piacere. Erano i fratelli di (lei) quei due, o chi erano? Forse lo sposo uno di essi? Dio mio buono, Jame prov una puntura al cuore, si volt come guardando in lontananza, ma in realt per esaminare i due giovanotti. Si rassomigliavano un po' fra loro, ma a (lei) non rassomigliava punto. S, dovevano esserle fratelli. E riprese a caracollare, tirandosi il cappello sugli occhi.
La luce del sole era intensa, abbagliante, riflessa dalle ondulazioni leggere del suolo che le stoppie rase, vellutate, rendevano assolutamente color d'oro. Parevano grandi tappeti, splendidi, gialli, e il cielo, guardato dopo aver tenuto un po' gli occhi fissi sul loro vivo colore, sembrava pallido e trasparente.
Ma il caldo diminuiva all'appressarsi del fiume. Salivano su, su, grandi macchie di oleandri altissimi, dai freschissimi fiori rosa, e di sambuchi palustri pur essi fioriti di grandi grappoli color violetto, e poi si diramavano nell'orizzonte, al di l delle rive bianche e petrose del fiume verde, e sfumavano nell'aria grigio perla, imbalsamando tutto il paesaggio di profumi leggermente amari.
Laggi l'estate non esisteva pi. Era una forte e calda primavera, era una mala di cui solo Jame sentiva l'arcana potenza.
Il suo cuore si faceva grande, immenso, e raccoglieva tutti gli splendori dell'orizzonte, dei monti calcarei che sembravano di marmo, delle pianure lontane che si perdevano alle falde delle montagne con la linea verdissima dei lentischi lussureggianti. E attravers il fiume. Nel mezzo delle acque verdi gorgoglianti, mentre la cavalla beveva, Jame guard la gente che sopravveniva.
Sent il riso alto di (lei), poi la vide sbucare da una macchia di oleandro, con l'ombrello aperto come un grande papavero infuocato.
Galoppava, cercando di mettersi in prima fila per non ricever la polvere sollevata da gli altri cavalli, e rideva perch c'era un giovinotto, con la fidanzata in groppa, che non si lasciava sorpassare.
Cos arrivarono insieme al fiume, e (lei) entr arditamente nell'acqua.
- Francesca, Francesca, bada! Chiudi l'ombrello... Oh, se cadi! - grid quasi spaventato uno dei suoi due compagni.
- Non fa nulla! - rispose lei.
E s'inoltr, sempre con l'ombrellino aperto. Lo spruzzare e il volteggiare dell'acqua per sembr darle un po' di vertigine, perch cess di ridere, e s'aggrapp paurosamente alla sella.
A Jame, sempre fermo in mezzo al fiume, parve vederla cadere, e si sent serrare la gola. Eppure perch ebbe il perfido desiderio di vederla cadere davvero?
La sua cavalla, dal freno luccicante che gocciolava d'acqua, non beveva pi, ma Jame restava ancora l.
Ah, si chiamava Francesca dunque? Come la mamma sua! Francesca, Francesca! Mai questo nome volgare, gi diventatogli immensamente simpatico dopo la lettura della (Piccola Fadette) di Giorgio Sand (Jame diceva che dopo (Anna Karenine), la (Piccola Fadette) era il pi bel romanzo ch'egli aveva letto, in vita sua), questo nome dunque non gli era sembrato mai pi dolce di cos, e non lo dimentic mai pi.
Lo ripeterono i picchi che gorgheggiavano tra i sambuchi, e l'acqua lo port via con s, nella sua verde freschezza, dove? Lontano, laggi nel mare, che vaporeggiava dietro l'estremo orizzonte! Anche il cavallo di Francesca si mise a bere, poi alz fieramente la testa, si scosse tutto e nitr.
Ella mise un leggero grido, divent bianca e lasci cadere l'ombrello nell'acqua.
- Lo vedi, lo vedi, Francesca? - grid il suo compagno, spronando il cavallo.
Ma prima ch'egli arrivasse, Jame mantenne forte la briglia del cavallo di Francesca, e disse, col viso rossissimo:
- Non tema, non tema!
Poi si chin, tanto, tanto, che quasi precipit lui.
- Badi... badi... che cade! - esclam Francesca. Ma quando egli le porse l'ombrello, sorrise e mormor confusa:
- Oh, scusi... grazie...

Cos fu fatta la conoscenza.
Quando uscirono dall'acqua, il cuore di Jame batteva a martello, ed ogni cosa gli girava attorno, cos non seppe neppur rispondere una parola al fratello di lei che, sopraggiunto con molti altri sgridava la fanciulla per essersi arrischiata sola, e ringraziava lui di averla (salvata).
Da quel momento per Jame non si separ pi da lei. La condusse a veder i (luoghi), una chiesa diroccata, ch'era stata distrutta per cercarvi un tesoro, e una grotta, e le sorgenti vicine del fiume, per cui attraversarono dei luoghi pericolosi, pieni di roccie e di vegetazioni selvaggie.
I piedini di Francesca scivolavano sempre, e due volte ella cadde, facendosi un po' di male. Ma Jame l'aiutava sempre, dopo qualche timida esitazione. Arrossiva spesso, ma chiacchierava come un bimbo, dicendo sovente cose stupide e inutili. E se Francesca rideva troppo in alto, egli si morsicava le labbra, domandandosi se (lei) non lo prendeva per un fanciullo un po' matto.
Non avrebbe fatto meglio ad ammirarla di lontano? Tanto la sera ella sarebbe partita e non si sarebbero forse riveduti mai pi.
Intanto le ore gli sfuggivano rapidamente, ed egli, pur godendosele intensamente, provava un'angoscia infinita al pensiero del domani.
Domani il mondo sarebbe vuoto per lui, e il ricordo dell'ieri avrebbe torturato inesorabilmente il suo cuore.
A mezzo giorno intanto, Francesca ignorava ancora il nome del suo bizzarro adoratore ed amico.
In quell'ora visitavano la grotta, oscura e profonda. Le fanciulle paesane, che accompagnavano la signorina nelle sue escursioni, non vollero entrare nella grotta, per paura dei pipistrelli che dicevano esser l dentro.
Cos Francesca e Jame entrarono soli; l'ingresso era difficile, oscuro, ostruito da enormi caprifichi selvaggi.
Francesca dopo qualche passo si afferr forte a Jame, e disse:
- Dio mio, anch'io ho tanta paura! C' entrato altre volte lei?... Dica?...
- Non tema, non tema... - esclam Jame come in mezzo del fiume. - S, ci sono entrato tante volte... Ma ci dev'essere una torcia qui... aspetti che l'accendo.
- Oh, non mi lasci - diss'ella, paurosa come una bimba. - Oh, se l'avessi saputo avrei fatto venire Antonio o Carmine... Oh, zia Anghela, zia Anghela, - grid poi, - perch non venite?... Dio mio, Ges mio, cosa m' passato sopra la testa?...
Era un pipistrello. Avanzavano sempre. Francesca aveva preso la mano di Jame e gliela stringeva forte; se ella stessa fosse stata calma avrebbe sentito tremare quella mano, ma ella tremava di pi, per la paura e il disgusto pieno di ribrezzo che le causavano i pipistrelli.
- Come si chiama lei? - domand, calmandosi alla luce della torcia, che finalmente Jame aveva rinvenuto.
- Jame... Jame Cherchu.
- Ah, Jame Cherchu. Figlio di donna Francisca? Jame vuol dire Giacomo non  vero? Ci viene molta gente a questa grotta?
- S... dicono esservi dei tesori.
- Che cosa stupida prendersi tanta fatica per venir qui! Non ci sono che dei pipistrelli: che ribrezzo mi fanno! Avevo paura per questo, non per altro... -. E rise d'aver tremato, mentre girava rapidamente intorno alla grotta.
Non c'era in realt nulla di particolare, tranne una colonna nel centro, e qualche stalattite splendente alla luce della torcia che Jame agitava in alto. Ma ci che a Jame sembrava meraviglioso, che mai aveva veduto dentro la grotta, e che ora l'illuminava d'un magico bagliore, era (lei) stessa, col suo vestito bianco, un mazzo di oleandri nella cintura, e i capelli rosseggianti al chiarore tetro e corruscante della torcia.
A Jame pareva una fata, e socchiudeva gli occhi con intensi desiderii infiniti, che gli davano una dolorosa volutt di pianto. Oh, perch non cadeva una frana all'ingresso della grotta?
Restare, restar l, per tutta l'eternit, con (lei), incantati da una potente mala che permettesse loro di non aver mai fame, n sete, n sonno, e che non facesse mai consumare la torcia... non era questo il paradiso, che Jame, da bravo studente, dubitava e metteva in derisione quando sua madre non poteva sentirlo?
Addossato alla roccia, scuotendo sempre la torcia, fece il sogno pi bello e poetico della sua vita. La voce di Francesca, che camminava sempre intorno alla grotta, esaminando curiosamente ogni cosa e parlando, gli giungeva come di lontano, da regni misteriosi fino allora per lui sconosciuti, o traveduti in altri sogni fatti (da solo), troppo vaghi e pallidi per dargli l'incanto del presente.
Ma ben presto il sogno svan.
- Andiamo - disse la fanciulla. - Andiamo! - ripet pi in alto, visto che Jame non si muoveva. - Ah, non spenga la torcia... io ho paura... ah...
Ma la torcia era spenta.
- Non tema! Non abbia paura, mi dia la mano - disse Jame. E fu lui ad afferrarla questa volta; ma non si mosse mentre ella gridava.
- Perch l'ha spenta? Che sciocchezza attraversare l'andito all'oscuro... Dio mio, che cado... Zia Anghela, zia Anghela!... Torni ad accenderla.
- No, - diss'egli ridendo di cuore, - bisogna lasciar qui la torcia per comodo dei visitatori.
- Accenda un fiammifero allora.
- Ma venga dunque! Che paura! Siamo gi fuori. Quanti anni ha lei?...
- Ventidue! - diss'ella e non seppe mai che Jame aveva spento la torcia per farle questa domanda.
Egli impallid, e pens rapidamente:
- Ed io ne ho sedici! Quando prender la laurea ella sar vicina ai trenta, e sar maritata da molto tempo...

- Dove dunque sei stata? - le domand premurosamente Antonio, quando ritorn nell'accampamento dei bravi paesani, che cucinavano allegramente, gi disponendosi al pranzo.
- Che bellezza, lasciarmi sola! - diss'ella quasi piangendo. E narr di tutte le cose vedute, mentre Antonio rideva, posando famigliarmente una mano sulla spalla di Jame. Anche Carmine s'intrattenne a lungo col giovinetto: e lo invit a bere nel suo piccolo fiasco di rum, interrogandolo sopra i suoi studi e i suoi progetti.
- Si far prete! - disse il balio, avvicinandosi colle mani sulla schiena.
- Gi, s! - esclam egli con sincera risata.
- Si figuri! - continu Predu Pischeddu ammiccando con gli occhi maligni. - E' un donnaiuolo numero uno. Gliela lascino, gliela lascino cos sola la signorina Francesca.
A questa enorme uscita Jame arross fino alle lacrime, e gettando un'occhiata terribile sul balio si domand per la millesima volta s'egli l'amava o l'odiava, che lo perseguitava cos.
Ma i Serrara risero forte, e Francesca continu a restare presso il ragazzo.
Il pranzo servito sotto una immensa tettoia di oleandri fu lungo e solenne. Nel suo angolo per Francesca sent molte donne mormorare, perch le portate non venivano servite come si costumava per tradizione.
E si divert assai, ma dopo il pranzo, mentre le donne cominciavano a ballare il (duru-duru) insensibili al sole ardentissimo, fu assalita da un atroce dolor di testa e da una smania invincibile di ritorno.
Voleva che i cavalli fossero subito sellati e a stento i fratelli, i Pischeddu e molti altri la persuasero di restare almeno qualche ora, finch il sole declinasse un poco.
- No, andiamo, subito, subito... io muoio altrimenti... - disse quasi lagrimando.
Poi si gett sopra un fascio di rami d'oleandro, sotto la tettoia, e sembr invasa da un intenso disgusto.
- Come? - grid Jame, ch'era stato un momento lontano. - Lei vuol partire? - E si chin per entrare, e cos chino rest a lungo, con una evidente angoscia dipinta sul viso.
- S, - rispos'ella senza neppur guardarlo, - mi annoio e mi sento male...
- Che cos'ha, che cosa ha? Si sente molto male?
- S, alla testa... il sole...
- S, il sole! - ripet Jame con gli occhi spalancati. - Ma appunto per ci non deve partire ora, con questo sole. Star qui... torneremo insieme al villaggio... partiranno domani... verranno in casa...
- Eh, s! Non ci vuol altro! - grid Francesca, mentre negli occhi aperti di Jame passava un raggio di beatitudine che lo rasserenava. - Partiremo fra poco...
Egli sospir forte. Lo fece apposta? Non si sa, ma ad ogni modo Francesca se ne accorse e lo guard di sottecchi. Poi gli fece posto sul suo fresco sedile, e lo invit a sedersi. Ma Jame, pur entrando sotto la tettoia, rest ritto: eppure avrebbe dato dieci anni di vita e la met del suo patrimonio (era figlio unico) per potersi sedere l!
Al di fuori le fanciulle ballavano il ballo tondo, con pochi giovinotti, uno dei quali intonava la musica monotona e bizzarra. Pi in l, gruppi di uomini giocavano a carte o alla morra, e sotto un'altra tettoia, ove c'era un liquorista, si vedevano i due Serrara che parlavano con zio Predu ed altri paesani dall'aspetto borioso di benestanti.
E sempre, l, in fondo, la linea rosea degli oleandri sfumati tra i vapori ossidati dell'aria immobile, e il fiume che ora, al sole del pomeriggio, ripetendo la ballata amorosa dei danzatori, scorreva verde-azzurro come gli occhi di (lei).
- Restano qui fino a domani? - domand Francesca. Ma Jame non rispose. Oh, cos'era dunque questo fatale incantamento? Oh, come egli adorava Francesca; come sentiva di doverla amare per sempre! Oh, come, mentre il sangue gli assaliva con ondate di fuoco tutta la testa per poi lasciarlo freddo e pallido da morirne, come desiderava inginocchiarsele vicino e dirle, nascondendole il viso su una spalla:
- No, non lasciarmi... non lasciarmi mai pi... Perch io domani, te lontana, morr... perch non posso vivere senza di te!
- Restano qui? - ripet Francesca.
- Non lo so - rispose Jame. Poi si scosse e domand ancora, a sua volta:
- Ma  davvero che lei parte?
- E dunque? Vuole che resti qui?
Gli sorrise dicendo cos, e mentr'egli rabbrividiva, cadde anch'essa in una visione profonda.
Pensava alla dolcezza del vespero lass; del vespero cinereo, smorto, quando il fiume sarebbe stato bianco, e gli oleandri, immobili sempre su uno sfondo pi denso e meno luminoso, avrebbero sbattuti i loro fiori sulle acque tranquille e silenziose. E pensava al suo amore lontano, che era al di l dell'orizzonte vaporoso, al di l del mare, al suo amore intenso e sovrumano, al suo ideale struggente e adorato, col quale avrebbe voluto morire lass, in uno di quei vespri misteriosi e profondi...
- Jame, - disse ad un tratto, - che sono quelle cose laggi, in mezzo all'acqua?
- Son vacche che s'abbeverano, non vede?
- No, non le distinguo bene. Non ho la vista molto acuta... come lei...
Lo guard negli occhi, e parve finalmente accorgersi della suprema bellezza di quel volto, perch rest estatica a guardarlo. I loro occhi s'incontrarono per un secondo, ma questo bast perch Jame si sentisse completamente affascinato.
Francesca lo vide impallidire in un modo strano, e scorse le sue lunghe palpebre sbattersi rapidamente, nel modo con cui i bambini precedono il loro pianto.
Volle chiedergli che aveva, che cosa si sentiva, ma non pot. Si domand invece dolorosamente:
- Perch son venuta?
Poi, come traverso un velo, vide Jame allontanarsi lesto, quasi fuggendo, e ricadde sopra il fascio degli oleandri, con aria profondamente annoiata, chiedendosi se doveva ridere o piangere.

Per tutto il resto della sera non rivide Jame, n desider rivederlo.
Le donne ballavano sempre, senza parlare, senza ridere, con ritmo cadenzato e melanconico; a momenti per si esaltavano, il circolo si allargava, si restringeva, con un brivido serpentino, e i piedi, calzati con bizzarre scarpine di cuoio ricamato, strisciavano, s'alzavano, battevano il suolo e fremevano. Fra tutte c'era, bellissima, una fanciulla dai capelli neri e gli occhi celesti; il sudore imperlava il suo viso e la sua fronte splendeva al sole.
- Come  stupida la vita! - pensava Francesca, guardando sempre la bella danzatrice. E tutta quella semplice gente che si divertiva nel sole le dava un gran fastidio, una intensa piet!
Ma neppur la sua vita le sembrava bella, e un senso opprimente di vuoto, di vano, la rattristava.
Cos pass una brutta sera e si pent di esser venuta. Contava i minuti, il tempo fuggente, e pensava:
- Domani a quest'ora sar a casa, ricamando, ricordando.
Poi si spinse nell'avvenire e si domand se Jame doveva ricomparire nella sua vita, pi tardi.
- Ma non  uno sciocco? - pens poi, coscienziosamente. - Chiss! Forse  lui il destinato a diventar mio marito.
Rise fra s di quest'idea, pens a (lui), all'(altro), e si disse:
- Fra otto giorni Jame mi avr dimenticato... poveretto. Perch (poveretto)?
Non seppe spiegarsi il perch aveva chiamato cos Jame, e si sent mortificata al pensiero che la passione subitanea del suo giovine amico potesse morir presto, subito, lo stesso giorno.
Poi continu a guardare la fanciulla dagli occhi celesti aspettando l'ora del ritorno.
Finalmente i cavalli furono sellati e la comitiva ripart. Era un dolcissimo tramonto, e le ombre degli oleandri, allungantisi sul fiume, parevano abbandonarsi ad un supremo riposo.
- Addio! - disse Francesca fra s. Ora che avrebbe voluto restar lass, per sognare nel vespro, doveva partire, e forse non sarebbe ripassata mai pi in quei luoghi. E colse un oleandro per ricordo.
Jame non si vedeva, ed ella ne domand notizie a suo fratello.
- Precede; mi ha detto che aspetterebbe nella chiesa, ove diranno il vespero.
Infatti lo ritrovarono l, vicino al suo cavallo legato ad un albero.
I Serrara volevano procedere oltre, ma zio Predu li costrinse ad avvicinarsi almeno a cavallo al liquorista che aveva trasportato sin l le sue tende, per bere un'ultima goccia di vino.
Francesca per rest a cavallo, in mezzo alle stoppie, e si conged melanconicamente da zia Anghela e dalle altre paesane, che poi sfilarono in chiesa. Poi si trov sola con Jame, in un magico cerchio d'oro, fra cielo e terra.
- Addio, Jame - gli disse stendendogli la mano.
- Addio - rispose egli senza osare di guardarla.
- Non verr dunque a trovarci? Non verr mai nella citt?
- Perch? - domand egli con amarezza. - Anche loro non son voluti venire al villaggio.
- Non potevamo, - rispos'ella con dolcezza, - verremo un'altra volta. Arrivederci dunque, Jame, e grazie...
I fratelli tornavano.
Jame alz i suoi occhi fino a quelli di lei, ed essa, rabbrividendo per uno strano angoscioso piacere, comprese che egli avrebbe tardato a dimenticarla, che l'avrebbe amata come nessuno ancora l'aveva amata mai.
E siccome gli stava vicino, a testa nuda, mentre le persone che s'avvicinavano venivano nascoste da una piccola giravolta, gli accarezz rapidamente i capelli e gli diede l'oleandro.
Ma poi si domand spaventata se aveva fatto bene o male, perch Jame torn a impallidire mortalmente.
Parve cadere, ma invece os baciare il piccolo piede di Francesca.
E quando tutto sparve, e si trov solo nel paesaggio risplendente d'uno splendore che per moriva con tristezza, davanti all'oro bruciato dell'occidente, tra il canto melanconico che usciva dalla chiesa, si port le mani al volto e pianse...



"DON EVNO"

Albeggiava appena allorch Fidele (Coda di sorcio) si mise a strigliare e lustrare il cavallo del dottore.
Nell'ampio cortile grigio il lastrico di granito era tutto umido di rugiada, e i calci che vi sferrava il cavallo destavano quell'eco speciale che hanno i rumori nelle albe molli e serene di primavera. La gran casa del dottore taceva, e i vetri chiusi, freddi, senza riflessi, parevano lastre di latta, ma al di l dei muri si (sentiva) la campagna verde ridestarsi perch cento piccoli rumori giungevano col brivido puro dell'aria imbalsamata.
Fidele, con gli occhi gonfi e semichiusi, sbadigliava, tristemente. Era un giovinotto pallido, magro, dal sorriso cattivo e maligno; vestiva in costume, ma invece della lunga berretta sarda teneva in testa un gran cappellaccio cenerognolo, con un foro nel centro e le falde rosicchiate.
Con la striglia impugnata nella destra, Fidele accarezzava colla sinistra il cavallo sulla groppa nera e lucente, e gli favellava fra i denti, sempre sbadigliando. A momenti emetteva dei grugniti, rideva, fischiava e imprecava.
Era di cattivo umore, senza dubbio, e non sapendo con chi sfogarsi, in mancanza di meglio, cercava di esprimere i suoi pensieri amari al cavallo.
- Sta fermo - diceva districandogli la criniera con un pettine di ferro, e accarezzandolo sempre. - Sta fermo, che il diavolo ti pettini! Fuggirai, fuggirai tra poco, non aver paura, bello mio. Il dottore ha detto: Che sia pulito bene alle quattro. E poi gli metterai la sella e la gualdrappa. Dove va don Evno? Magari vada all'inferno e non ritorni pi! Fallo cadere, bello mio, e che si rompa la testa, fallo, senti bene!
Quasi per trasmettere al cavallo le sue idee pietose, Fidele lo guard nei grandi occhi foschi, leggermente violacei, poi torn a sbadigliare e riprese il filo dei suoi pensieri.
- Mi vorrei come questo cavallo: sta meglio di me, povero servo! Cosa hai sognato stanotte, Fidele Coda di sorcio? Uh! Ch'ero diventato ricco, ricco come il padrone. Che bellezza! Aver le scale dipinte e sette paia di scarpe! E sposare Mikela, la nipote del padrone. No, quella non la voglio. E' una sciocca. Meglio la figlia di Francesco Rovedda, che  grassa come un porcellino. Mikela  pi bella, ma  troppo magra.
Lustrando le unghie del cavallo, Fidele continu a sognare, scegliendosi una sposa fra le pi belle ragazze del villaggio; e tornava sempre col pensiero a Grazia, la figlia di Francesco Rovedda, ch'era rossa come lo scarlatto e robusta come una quercia secolare. Gli sembrava vero vero. Ma ad un tratto i vetri di una finestra, che cominciavano ad esser meno opachi e freddi, tintinnarono e vennero aperti.
La testa di don Evno comparve, e Fidele si ritrov davanti alla sua dura realt.
- Ancora in faccende sei? Sbrigati, Coda di sorcio - disse il dottore dalla finestra.
Fidele fece una specie d'inchino, ma fra s esclam:
- Coda di sorcio, Coda di sorcio! E lui che cosa ? Coda di gatto?
E rise fra s, cercando la bella gualdrappa di velluto nero ricamata.
Sulla porta di cucina vide Mallena che macinava il caff, colle cocche del fazzoletto rigettate sulla sommit del capo.
- Dammi la sella - le disse.
Ma la serva gli volt le spalle, e dovette andare egli stesso a prender la sella, dal chiodo ov'era appiccata, facendo mille perfidi pensieri sul conto di Mallena e del padrone.
- Ohi, se vedessi Mikela, - desider, stringendo la cinghia della sella intorno al ventre del cavallo, che raccoglieva l'alito per gonfiarsi, - quante gliene direi! Mallena si trangugia una casseruola di caff ogni mattina. Ma gi, Mikela  una sciocca, non sa comandare, non sa dirigere. Gi, gi! Chi non ha visto mai ben di Dio...
Rise di nuovo, pensando alla storia di Mikela. Il fatto stava cos.
Don Evno, il medico condotto, aveva sposato una donna ricca e superba, che certamente non l'aveva reso molto felice, pur recandogli in dote un gran patrimonio e una splendida casa.
Meno male ch'era morta giovine, senza figli, e dopo aver fatto testamento in favore del marito.
Don Evno contava allora quarantasei anni; era un gran dottore, un dotto, un personaggio illustre, e sapeva fare i fatti suoi. Perci, un anno dopo la morte di sua moglie, si accorse che le sue donne di servizio rubavano a man salva nella sua casa. Occorreva una nuova padrona; don Evno non poteva occuparsi delle miserie domestiche, ma sentiva che alla fine queste miserie l'avrebbero rovinato, in persona delle serve.
Riammogliarsi? Don Evno non ci pens neppure. Sentiva un gran disprezzo per le donne, un infinito e odioso disprezzo.
Un giorno in cui seppe dal suo servo Fidele che una domestica indossava con disinvoltura le sue camicie e le sue calze, e che aveva venduto una quantit di vino, versando altrettanta acqua nella botte, don Evno sal a cavallo e manc due giorni.
Torn portando in groppa una bella fanciulla pallida e bianca, vestita in costume, che si chiamava Mikela, ed era figlia di una povera sorella del dottore, maritata in un altro villaggio.
Subito la servit di don Evno seppe tutta la storia di Mikela. Era innamorata del maestro di scuola del suo paese, un giovine bello, biondo e sentimentale, che l'aveva gi chiesta in isposa. Il matrimonio si sarebbe fatto senza dubbio, ma l'arrivo di don Evno distrusse ogni cosa. Mikela non voleva assolutamente sentir di partire.
- Sciocca! - le disse sua madre. - Ha ragione il savio dicendo che chi ha il pane non ha denti. Non vedi? Ecco, lo zio ha tre serve, e il suo palazzo  tutto dipinto.
- Lo so, ma...
- Pu lasciare tutto a te...
- No, non ci vado, non ci vado! - pianse la fanciulla.
- Tu andrai, in fede mia. Se resti qui tanto mando al diavolo il tuo innamorato. Mentre se vai... pu darsi che...
Il maestro era in vacanze. Mikela, con la speranza di sposarlo anche approfittando dei beni dello zio, part.
Don Evno avea ben parlato fuor dei denti, per.
- Io non voglio seccature - disse. - Se Mikela  disposta a far coscienziosamente la padrona di casa, senza grilli per la testa, va bene; altrimenti...
- Se ha grilli se li lever - assicur la madre.
Cos Mikela mise in un cestino le sue camicie profumate di spigo e il suo corsetto di broccato, e part con la morte nel cuore. Anzi, credeva di andar precisamente a morire, e quando si trov nella gran casa signorile di don Evno, dalle volte dipinte, dalle pareti coperte di stoffa e di quadri splendenti, dai pavimenti smaltati, si domand piangendo:
- Ma  dunque questo lo star bene?
Nei primi giorni, passando su le lunghe e morbide corsie, ascoltava intensamente, e non udendo neppure il rumore dei suoi passi le sembrava di esser morta.
Cos divent pi bianca, pi sottile; il suo profilo pareva diafano, e intorno agli occhi le si stese un cerchio nero, che rendeva opaca la grande iride profonda.
Poi guar improvvisamente. Corrispondeva in segreto col suo innamorato, e sperava. Lo sapeva o non lo sapeva don Evno? Fidele credeva di no, perch Fidele sapeva la storia sino a questo punto. Il resto lo sappiamo noi, e lo racconteremo subito.

Certamente, zio e nipote erano due grandi egoisti. Si erano uniti pensando ciascuno al proprio tornaconto, senza alcuna idea di affetto o di altruismo.
Sulle prime, anzi, un astio tutto particolare regn tra loro. Don Evno disprezzava le donne, e sua nipote era nel gran numero fatale, e la teoria dell'eccezione non esisteva punto per il dottore. Mikela pensava al suo sogno distrutto per chi sa quanto tempo ancora, e nelle ore di tristezza provava per lo zio tutt'altro che affetto.
Cos pens, dopo aver ricevuto una lettera:
- Io far il mio dovere; gli guarder la casa e dar a lui ogni cura; ma devo perci sacrificargli tutto il mio avvenire?
E rispose alla lettera.
Bench Fidele dicesse che Mikela era una sciocca, l'esile fanciulla custodiva assai bene la casa dello zio.
Sotto l'epidermide pallida e trasparente di Mikela esistevano dei nervi d'acciaio; le sue manine delicate chiudevano a doppio giro le porte della casa, e i suoi grandi occhi oscuri vedevano ogni cosa.
Aveva vent'anni e rideva poco. Dava ordini precisi, ma in modo cortese e penetrante, e menava una vita chiusa, silenziosa e monotona.
Le vicine del dottore guardavano sempre alle finestre del (palazzo), ma non vedevano mai la nuova padrona.
Dacch era venuta lei i vetri splendevano di pulizia, le cortine, lavate, stavan sempre abbassate, e le serve non vociavano pi. Che faceva Mikela, durante quelle lunghe giornate? Le vicine non riescivano ad immaginarselo, e guardavano sempre invano traverso i vetri nitidi e chiusi.
Ma Evno restava meravigliato della prudenza e dei modi di Mikela.
Nelle ore in cui restava in casa, scrivendo la sua colossale opera scientifica e folklorica sulle medicine popolari sarde e le loro derivazioni, veniva invaso da un profondo senso di pace, sino allora sconosciutogli.
L'ordine pi preciso regnava intorno: dalle larghe vetriate la luce d'autunno, cos calma nella sua leggera tristezza, entrava pallida e dolce, e nessun rumore turbava il signorile silenzio della casa.
Chi aveva recato tant'ordine e tanto silenzio? Non certamente la morte di donna Maria.
Evno pensava al passato procelloso come ad un cattivo sogno, e il placido presente lo immergeva in uno stupore voluttuoso, e provava la dolcezza del riposo in tutte le membra stanche.
Certo, non aveva pi sogni per l'avvenire, e da lungo tempo anzi aveva cessato di sognare. Egli conservava tutti i denti e tutti i capelli, ma su questi apparivano gi delle sottili striscie grigie, e cos pure l'alta fronte si piegava, e gli angoli degli occhi profondissimi si restringevano come per stanchezza dolorosa. No, egli non sognava pi; ma spesso il desiderio di cose ignote gli faceva interrompere l'arido e bizzarro lavoro. E appoggiava la fronte sulla mano e pensava ch'era giustizia di Dio s'egli poteva alfine morire in pace, nella sua casa silenziosa.
S, certo, avrebbe lasciato buona parte delle cose sue a Mikela, alla sottile nipotina, che portava tanto silenzio e tant'ordine nella sua vita squilibrata.
Cos pass l'autunno.
Dopo i primi giorni, in cui don Evno aveva parlato molto con Mikela consegnandole e facendole conoscere tutti i labirinti della casa, non era pi corsa alcuna intimit fra loro. Egli stava quasi sempre fuori, viaggiava anche, mancando per settimane intere, e le ore che passava in casa si raccoglieva nel suo studio, e scriveva, oppure riceveva, e, non chiamava Mikela che per darle degli ordini.
Essa ascoltava a testa china, sfuggendo lo sguardo dello zio, e talvolta arrossiva vivamente. Non discuteva mai, non sorrideva, e se n'andava via com'era venuta, silenziosamente.
Don Evno rientrava sempre tardi per il pranzo e per la cena; perci faceva da solo i suoi pasti, e d'altronde Mikela non si sarebbe mai adattata a mangiare con lui. Perci non esisteva tra loro alcuna intimit; neppure dopo l'inverno, quando cio la fanciulla aveva preso assoluto possesso della casa. Don Evno la guardava sempre con una specie di stupore.
Non udendone la voce e i passi, la (sentiva) pi che vederla, e quando gli compariva davanti la squadrava da capo a piedi, quasi curiosamente e con diffidenza. Perci ella arrossiva. Poi don Evno pareva ricordarsi. Ah, s, era lei, la nipote, dai piedini calzati con lusso e dal costume poetico.
Un giorno le disse:
- Ehi, Mikela, dovresti vestirti da signora.
- S, domani! - esclam essa con vivacit. E rise. Era la prima volta che don Evno la sentiva ridere.
La guard con pi stupore del solito.
Il costume semplice ed elegante le dava pi grazia plastica di qualsiasi toeletta signorile. La camicia bianchissima faceva risaltare il sottile corsetto di velluto verdissimo, e il fazzoletto di lana gialla incorniciava assai bene la sua faccia delicata, di bruna pallida.
- Togliti almeno quel fazzolettaccio - disse don Evno.
Mikela se lo tolse, sorridendo. Don Evno, che in apparenza pareva non accorgersi di certi particolari donneschi, not che Mikela aveva i capelli arricciati, le orecchie piccine e la nuca bianchissima.
- Fammi il piacere di avvezzarti a star cos - disse. - Stai meglio, e ti conserverai pi sani i capelli.
- Ma ho freddo - rispose lei, portandosi le mani alle orecchie, gi coperte da un nuvolo di ricciolini.
- Sfidalo, o non sei capace di vincerlo? Altro che il freddo si deve combattere, per star bene, cara mia...
Avrebbe voluto aggiungere, (nella vita), ma non lo fece.
Questo fu, dopo sei mesi, il primo colloquio intimo fra zio e nipote.
Mikela rimase a testa nuda. Attraversando qualche volta le stanze, don Evno la vedeva seduta sotto le grandi finestre chiuse, donde calava la tiepida luminosit dei primi giorni di marzo. Mikela lavorava, col cucito appuntato sul ginocchio, e i capelli increspati le descrivevano un'aureola trasparente, sfumata nella luce.
Don Evno la vedeva traverso una porta aperta, oppure percorrendo la stanza sulle lunghe corsie, e pareva non badasse a lei, come lei non sollevava la testa dal lavoro.
Agli ultimi di marzo Mikela ebbe un po' di febbre. Non voleva accusarsene, ma Evno la riconobbe subito per sofferente e la cur affettuosamente. Ella disse:
- Sar perch mi ho tolto il fazzoletto.
E voleva rimetterselo.
- No, no, lascia stare, non  questo. Non voglio che te lo rimetta. E' orribile. Fallo per me, non rimetterlo.
Era quasi supplichevole, tanto che Mikela, ferma nella sua idea di aver la febbre per la rotta abitudine, se lo rimise s, ma appena sentiva rientrar lo zio se lo strappava rapidamente di testa e lo nascondeva.
Una sera per non pot levarselo. Don Evno la trov coricata sul divano della stanza da pranzo, con la febbre fortissima. Imbruniva, e dalla finestra, sempre chiusa, scendeva un cerchio di luce morente e melanconica.
- Mikela? - chiam don Evno. - Mikela, stai molto male?
E siccome essa non rispose, pens con terrore, involontariamente, al vuoto che la fanciulla, morendo, avrebbe lasciato nella casa.
- Mikela, come stai? - Si chin e le prese il polso. Bench aggravata da un peso insuperabile e da visioni strane, Mikela si accorse che don Evno le toglieva il fazzoletto.
- Zio... Evno... non ho potuto... - mormor. Forse accennava al fazzoletto.
- Cosa non hai potuto? - domand egli con dolcezza.
Ma subito Mikela vide una processione, e dei cavalli che correvano dietro, pronti a calpestare le donne delle ultime file, e si spavent.
- Date attenzione... sciocchi... Perch? Non vedete la gente... San Mauro mio!... - grid con angoscia.
- Sta male! - pens don Evno. Si sedette su uno sgabello di noce, vicino al divano, e pos la sua mano sulla fronte scottante di Mikela, guardando ai vetri leggermente rossi nell'ultimo crepuscolo. Poi suon perch portassero il lume.
Per una settimana Mikela rest a letto, e il dottore dimentic gli altri suoi ammalati, - che curava pi per abitudine e per carit che per altro, - finch la (ragazzina), come egli la chiamava, non guar bene.
Per darle pi attenzione durante la convalescenza, la volle a tavola con s, e cominci a prodigarle mille piccole cure, di cui ella si spaventava.
La malattia l'aveva resa espansiva e affettuosa; non voleva che zio Evno si disturbasse nulla nulla per lei, e le sue premure l'imbarazzavano. Una sera egli, guardandola fissamente, le chiese:
- Vorresti andare a casa tua?
Essa pens un poco, e poi disse:
- S, avrei desiderio di vedere mamma.
- E non altri?
- E Elena -. Era la sorellina.
- E non altri?
- E chi?... - domand, esitando ed arrossendo. Don Evno vide il suo turbamento, e corrug la fronte. Disse, freddo:
- Fino a due mesi fa so che vi siete corrisposti. Che pensi ora!
- Io? Nulla... - balbett Mikela, chinando gli occhi e la testa.
Don Evno vide le lunghe palpebre della fanciulla sbattere rapidamente e si accorse ch'ella aveva volont di piangere. Era angoscia, o dispetto, o turbamento, per saper scoperta la sua relazione segreta?
Ad ogni modo, don Evno prese una grande risoluzione. Disse:
- Fra pochi giorni io devo andare al tuo villaggio, e parler seriamente con tua madre. Se tu sei contenta, e se anch'essa non si oppone, si far in breve ogni cosa. Allora tu potrai ritornare laggi, e rivedrai tutti...
Usc, dopo aver detto con evidente amarezza queste ultime parole, lasciando Mikela sbalordita.
Quando fu sola si gett sul divano, e affondando la faccia sul cuscino si mise a piangere, singhiozzando.
Perch zio Evno operava cos? La scacciava dunque? Che aveva ella detto o fatto per meritarsi tanta punizione?
Per tutta la sera non seppe far nulla, e a cena il suo malumore crebbe a dismisura perch don Evno le annunzi che sarebbe partito l'indomani.
- Se hai qualche cosa da dire a tua madre...
- Nulla, tanti saluti! - rispose freddamente.
Egli la guard fisso, e si ritir presto, dopo aver comandato al servo Fidele di sellargli il cavallo al primo albeggiare.
Mikela, quella mattina, fu la prima a scendere, tuttavia non accud, come sempre, a portare il caff nella stanza da pranzo. Zio Evno scese subito dopo di lei, e usc nella corte.
- Fidele, - disse, - oggi tu sai dove andare.
- Sissignore.
Tuttavia, non fidandosi della memoria del servo, ripet i suoi ordini a Mikela.
- Lo manderai subito al monte, oggi e domani; due carri di legna, lo sai.
Mikela lo sapeva benissimo, perch in quei giorni Fidele trasportava appunto dai boschi del monte la provvista della legna.
- Quando ritornerete? - domand timidamente, appoggiata allo stipite della porta.
- Dopo domani. Di' a Mallena che faccia presto... - rispose egli con impazienza, mettendosi lo sprone.
Mikela si mosse, poi torn al suo posto e disse:
- Verr presto: non prendete dunque il caff?
- Portalo dunque qui.
E seguit a stringere lo sprone, coi denti stretti, nervoso e impaziente. Mentre Mallena usciva con la piccola bisaccia a fiorami, dove aveva collocato qualche cosa, don Evno, servito dalla nipote, prese il caff nella frescura del cortile.
Fidele leg la bisaccia alla sella, e bestemmi sottovoce contro Mallena, poi attese con la staffa in mano, borbottando.
Ma don Evno gli disse:
- Fammi il santissimo piacere di levarmiti dai piedi!
Fidele sorrise e spalanc il portone, mentre il dottore montava sveltissimo in sella. Mikela usc correndo e guard lo zio; aveva una pazza voglia di gridargli una cosa, ma non pot dir altro che:
- Tanti saluti e buon viaggio!...
Don Evno non rispose, e chinandosi sulla sella per passare sotto l'arco di granito del portone, impallid mortalmente.
- Dio l'accompagni! - disse Fidele.
- Il diavolo permetta che vi rompiate l'osso del collo - pens, chiudendo con fracasso il portone.

- Vieni con me - gli disse Mikela.
- Dove, signorina?
- Vieni qui, con me - ripet essa. Egli la segu, pensando che mai ella voleva dirgli. Traversarono la cucina, e poi salirono le scale, ancora un poco oscure. Fidele era salito sopra altre due o tre volte, e ogni volta aveva guardato con meraviglia la bella casa del padrone.
Le scale erano di marmo, e la luce pioveva dalle lunghe volte dipinte; un gran silenzio aristocratico regnava nella grigia penombra, e Fidele aveva paura di mettere i suoi grossi piedi sulle stuoie dei pianerottoli.
Mikela l'introdusse nella stanza da pranzo, e chiuse la porta di legno rosso lavorato.
- Cosa vuole? - domand Fidele, entrando, pieno di meraviglia.
Mikela lo guard bene in volto.
- Tu sai, oltre lo stradale c' la strada vecchia che conduce al mio villaggio? - chiese rapidamente.
- Sissignora - disse lui, guardandola anch'egli con fissazione. Vide che aveva una guancia pallida e una rossa, e pens che doveva essersi coricata dal lato della guancia rossa.
- Tu, - esclam Mikela, con vivacit, appoggiando forte le mani alla tavola quasi per dar pi energia alle sue parole, - tu ci sei andato mai?
- Uh! Tante volte!
- Se tu ci vai oggi, e arrivi in modo che zio non ti veda, e ritorni oggi stesso, vedrai cosa sapr fare per te!
- Cosa far per me? - pens Fidele, e si decise subito ad andare, ma disse a voce alta:
- E le legna chi le porta?
- Non t'importi nulla di ci. Dimmi se vuoi andare o no.
Egli pens alquanto.
- E le serve? - domand.
- Non t'importi anche di ci. Se vai, sellati subito la cavalla e corri.
- Dove andr?
- Ma giurami che non dirai nulla a zio, al suo ritorno.
- Ih, sarebbe bella! - grid Fidele facendo scoccare le dita. - Sarebbe gettarmi la corda al collo io stesso.
- Lo credo bene, ma... giura.
- Che non riveda mia madre!... - esclam egli, agitando le mani.
Allora Mikela parve rassicurata.
- Tu andrai in casa mia e consegnerai una lettera a mia madre. Ma bisogna che arrivi prima di zio. Non ti fermerai in alcun posto, e soprattutto filerai dritto davanti alla cantoniera.
- Sicurissimo.
- Cosa diavolo c'? - pens Fidele, mentre Mikela gli consegnava la lettera. E fece i soliti pensieri maligni.
- Io mi fido di te, Fidele - disse la ragazza sorridendo. - Non invano devi chiamarti cos. Presto, presto va. E' una cosa importantissima. E' un piacere che non dimenticher mai. Vedrai, vedrai...
Subito Fidele sell la cavalla. Era commosso per la fiducia che Mikela gli accordava, e partendo era deciso di far tutto a dovere.
- Non avvicinarti alla cantoniera - gli ripet Mikela. - Se t'incontri con zio, guai!
- Stia tranquilla; non mi avviciner!
Part al galoppo. Allora entrambe le guancie di Mikela tornarono pallide, e un brivido le corse per tutta la persona.
Mand le serve a lavare, e si rinchiuse in casa, decisa di non accendere il fuoco per quel giorno.
Si sedette nel cortile, trapuntando i polsi di una camicia, e il suo pensiero prese due direzioni, due vie diverse. Seguiva il passo tranquillo del cavallo di don Evno, e il galoppo sfrenato della cavalla di Fidele. A momenti le pareva per che i due s'incontrassero, e allora un brivido di freddo angoscioso tornava a invaderla dai piedi alla testa. Cos pass tutta la giornata, in una calma perfetta, che in fondo era un'angoscia suprema.

Fidele torn verso sera, tanto presto che Mikela si spavent.
- E' accaduto nulla? - domand col volto pi bianco del solito.
- Nulla! - esclam il servo levando la sella alla cavalla. Nell'ombra Mikela non s'accorse che Fidele aveva gli occhi un po' smarriti.
- Sono andato... sono andato... e ho consegnato la lettera...
- Sono tutti sani in casa?
- Uh! Credo benissimo! Sua madre voleva farmi restare per mangiare, ma io son ripartito subito... si figuri!
- Hai fame dunque?
- Poco.
Saputi molti altri particolari, Mikela si rassicur. E, timidamente, diede a Fidele un biglietto da dieci lire.
- Io? - disse il servo. - Io non voglio nulla! Dio me ne guardi!
Ma dopo qualche insistenza da parte della fanciulla, prese il denaro con disinvoltura, e non protest quando ella disse: - Se hai bisogno di me, qualche volta, non stare in soggezione!
Eppure il fatto stava in questi termini. Avvicinandosi alla cantoniera Fidele aveva sentito una voglia prepotente di bere.
- Vado? Non vado? Il padrone  passato o non  passato? C' o non c'?
Con questi quesiti in mente attravers il bosco. Alla vista dello stradale fu per indietreggiare, ma la sua mala indole gli diceva:
- Va e bevi, sciocco! Il padrone non c';  gi passato. Va e bevi, e poi corri, corri... -. Cos trovossi sulla porta della cantoniera. Le donne ivi residenti, vendevano galline, vino e frutta ai viandanti, e Fidele voleva bere mezzo litro di vino, seduto in sella, e comprarsi un pane, perch quella mattina non aveva punto fatto colazione.
- Comare, comare! - cominci a gridare chinandosi sulla porta. - Comare Maria, che il diavolo vi baci, uscite fuori!...
- Cosa sento? - esclam un signore, uscendo come un fulmine dalla porta laterale della cantoniera.
Fidele si f bianco come un cencio.
Don Evno gli stava davanti.
- Cosa  questo? - grid. - Perch sei qui, Fidele? Chi ti ha ordinato?...

Fu cos che Fidele gli consegn la lettera di Mikela.
- Sta benissimo! - disse don Evno, con voce stridente. - Tu non dirai di avermi incontrato. E guai a te se osi pigliar un centesimo da Mikela!
- Sarebbe bella! - esclam Fidele. Ma poi trov bellissimo il biglietto da dieci lire di Mikela, e bellissima la speranza di averne altri, all'occasione. Pens:
- Dal momento che devo dire d'essere andato!

Don Evno torn due giorni dopo.
Mikela aspettava con ansia il suo ritorno, ma non os chiedergli nulla, n egli, per tutta la giornata, le disse nulla. Solo, sul tardi, la chiam nella stanza da pranzo. Come la sera in cui l'aveva trovata sul divano, imbruniva. Ma la finestra era spalancata, e tutto l'incanto del cielo vespertino, sul cui oro pallido pareva si fossero sciolte delle rose porpuree, inondava le pareti, la stoffa del divano, e le corsie di panno giallo ricamate.
Mikela entr silenziosamente. Quando si volt per chiudere la porta rossa, don Evno balz in piedi, con una mossa strana, ma rapidamente si ricompose. Mikela si mise davanti; fra lui e la gran luce radiosa della finestra. Cos il suo viso pallido rest nell'ombra, ma i suoi capelli, attortigliati signorilmente sulla nuca, splendettero intorno alla sua testina vezzosa. E il suo corsetto verde riflett l'oro roseo del cielo come l'acqua di uno stagno.
- Mikela, - disse don Evno, - tu sai perch sono andato a casa tua. Abbiamo combinato ogni cosa. Tua madre  contentissima. Ma capirai che bisogna aspettar qui finch sposerete...
- Dio mio... - gem Mikela, - cosa vuol dir ci? Come mia madre pu esser contenta?
Ma don Evno non le bad, e continuava:
- Io far tutto il possibile per contentarti. Tu mi dirai ci che devo fare. Mi dispiace assai che tu mi lasci, ma io ho capito subito, fin dal primo giorno, che bisognava rimediare le cose in modo soddisfacente per tutti. Tu non potevi sacrificarti, ed anzi hai fatto troppo; ma io non dimenticher...
- Voi avete fatto e disfatto - disse Mikela con angoscia. - Vi ho forse detto mai qualche cosa io?
Lasci cader le braccia con l'abbandono della disperazione, e non ud pi nulla di ci che Evno le diceva.
Pensava a questo grande mistero. Ella aveva scritto alla madre facendole sapere che non pensava pi, da vari mesi, al suo vecchio amore. E la pregava vivamente di non acconsentire al progetto di matrimonio che recava don Evno. Scriveva:
Per quanto avete caro nella vita, vi prego, cara mamma, dite di no. Ma non fate vedere che son io a consigliarvi; perci vi scrivo in segreto. Io voglio restar qui fino alla morte, e, a meno che zio non mi mandi via, io rester sempre presso di lui!.
E invece la madre acconsentiva!
Perch? Come? Come, Dio mio?
Tutto il sangue le saliva alla testa, eppure il suo volto impallidiva sempre pi, e il fremito gelato dell'altro giorno tornava a serrarle la gola.
E don Evno proseguiva, ma lei non riesciva a intenderne le parole. A un tratto un'orribile idea venne a scuoterla. Zio Evno voleva mandarla via, e lo faceva in questo modo pulito.
- Uccidetemi meglio! - pens. Due grosse lagrime le rigarono le guancie, e tutto il suo volto si scompose.
Solo allora don Evno ne ebbe piet e termin la sua orribile commedia.
- Mikela, Mikela mia, - disse, prendendole una mano, - perch piangi?
Essa singhiozz pi forte, e sotto lo sguardo di lui, che si faceva vivo e ardente, prov un'acuta angoscia ch'era una intensa volutt. Gli nascose il viso sul petto, e per due o tre minuti i suoi singhiozzi si fecero pi forti, come singulti di bambina, scuotendola tutta quanta.
Egli si pent di averla cos addolorata, di non aversela presa tra le braccia fin dalla mattina, dicendole che l'adorava, che l'aveva chiesta in isposa a sua sorella, dopo la lettera datagli da Fidele, ma nello stesso tempo gust intensamente il piacere di vedersi tanto amato, amato cos, fino allo spasimo della disperazione...

- Perdonami - le disse quando furono seduti sul divano, accarezzandole i capelli. - Ma tu pure mi hai fatto tanto soffrire! Tu devi aver sentito che volevo allontanarti da me per non morire d'angoscia, e non mi hai detto nulla, nulla, nulla.
- Non ho potuto... non ho compreso... Come volevi che io sentissi il tuo amore, se tu non sentivi il mio... Evno?...
Era la prima volta che pronunziava il suo nome solo, dandogli del tu. Egli ne rabbrivid per il piacere.
- Ma ora... ora ci comprendiamo?... - domand sorridendo. Ella chin la sua testina sulla sua spalla, ed egli, nell'oscurit vellutata che saliva per il cielo lontano, cred veder spuntare una luminosa aurora.
Era il (suo) giorno, che spuntava, alfine!



"DUE MIRACOLI"

Col rosario di madreperla in mano zia Batra [1] saliva lentamente per il sentiero dirupato che mena dal villaggio di Bitti alla sovrastante chiesa del (Miracolo), cio di Nostra Signora del Miracolo. Una chiesa famosa in tutta l'isola di Sardegna. Si narrano grandi miracoli, - creati ed accresciuti dalla fantasia del popolo, - accaduti in quella piccola chiesa, ai piedi dell'umile altare, e migliaia e migliaia di persone bisognose di miracoli spirituali o materiali, corrono ancora a Bitti, agli ultimi di settembre, per la festa annuale e rituale di Nostra Signora. Diciamo (ancora) perch ormai questa festa, - come tutte le usanze antiche, spazzate via dal soffio dei nuovi tempi, - ha perduto il suo splendore e la sua magnificenza. Tuttavia la folla, venuta da villaggi lontani, traverso montagne e vallate, si accalca ancora sotto la nicchia della piccola Madonna miracolosa, che sorride misticamente, misteriosamente, e d'anno in anno si sparge per le turbe commosse la voce di un nuovo miracolo.
Zia Batra era molto divota a Nostra Signora del Miracolo. Ogni primo luned del mese saliva lass recitando il rosario, dava messe, processioni e novene, e durante i tre giorni della festa pregava continuamente, recandosi mattina e sera alla chiesa. Ella chiedeva un grande miracolo a Nostra Signora; le chiedeva un po' di pace, un po' di conforto per la travagliata anima sua, ma sempre invano. I giorni e i mesi scorrevano, si seguivano le messe, le processioni e le novene, ma la desolazione, l'amarezza e lo sconforto stagnavano sempre nello spirito di zia Batra. Essa non poteva dimenticare, il suo cuore restava spezzato, sanguinante, e, nonostante, le sue ricchezze, nonostante le sue (tancas), il suo bestiame e il suo denaro, ella era povera pi del pi misero mendicante, e vedeva il resto dei suoi giorni perdersi in un orizzonte nebbioso e desolato, come i paesaggi degli altipiani bittesi. Anche la casa di zia Batra, la bella casa dai poggiuoli di legno, donde si vedeva l'altura e la chiesa del Miracolo che nei tramonti rosei di settembre parevano, cos delineati nel nitido orizzonte, uno di quei paesaggi dipinti nello sfondo di qualche quadro sacro del Risorgimento ((sic)), la bella casa, dunque, era spiritualmente vuota e triste, bench ripiena di ogni grazia di Dio, vuota come l'anima della persona che l'abitava. Voi, o invisibile signora, a cui narro questa piccola storia, non potete sapere, non potete immaginare certe disgrazie tremende, certe desolazioni immense che non avete mai provato.
Sadurra [2], la bella ed unica figlia di zia Batra, s'era innamorata di un giovane povero, e di cattiva stirpe. Tutto l'essere altero di zia Batra, che, oltre l'esser ricca apparteneva a quella classe aristocratica del popolo sardo, chiamata dei (principali) - gente potente e strapotente, che conserva qualcosa della boria spagnuola, talvolta pi ricca e pi nobile degli stessi cavalieri sardi, - s'era rivoltato contro quest'amore, che a lei sembrava quasi fuor di natura.
E Sadurra, compiuti i ventun'anni, era scappata dalla casa paterna per unirsi all'uomo del suo cuore. Fu un grande scandalo, un avvenimento che fece eco persino nei villaggi vicini e nella citt di Nuoro.
Zia Batra ne rest annichilita, distrutta, moralmente uccisa. Mai madre aveva amato la figlia come zia Batra aveva amato la sua. Per venti anni, dopo che le avevano ucciso il marito, essa aveva concentrato ogni suo affetto e ogni sua speranza in Sadurra, sognando per lei un avvenire luminoso, che, naturalmente, si compendiava in un marito ricco, forte, di casa (principale). Forse magari un signore, forse un vendicatore del padre di Sadurra. Ed ogni sogno, ogni speranza, ogni affetto era svanito. Zia Batra aveva maledetto sua figlia; inginocchiata sulla cenere, coi capelli sparsi e il seno ignudo aveva maledetto il latte con cui l'aveva nutrita, e giurato sul pane e sulla croce d'oro del suo rosario di non riconoscerla pi per figlia, ma per mortale nemica. Cos era rimasta sola, nella sua casa spopolata per sempre di sogni e di speranze. Essa si vedeva disonorata, e il trionfo che menavano i suoi nemici - cio la parte avversa al suo partito [3], di cui essa, nella sua qualit di donna energica, ricca e potente, formava una delle colonne principali, - acuminava la sua disperata angoscia.
Sul suo viso bianco e stirato, nei suoi occhi violacei, profondamente incassati, di una severit spaventosa, sulle sue labbra sottili e pallide non appariva mai una increspatura di dolore, e neppure di amarezza, per cui si diceva:
- Zia Batra  una donna forte, e le disgrazie non l'atterrano.
Ma il suo cuore era tutto rosicchiato, tutto a brandelli, e i suoi occhi non avevano pi lacrime. Viveva di rancore, di odio e di preghiera. Pi di una volta, allorch le giungevano, acute come stoccate, le voci irrisorie dei nemici e degli amici, era stata tentata di mandar due uomini o uno solo, per dare una fucilata a Peppe Nieglia, il marito di Sadurra, ma la sua profonda fede religiosa l'aveva sempre salvata dal commettere un delitto.
Aveva gi fatto testamento, in favore della Chiesa del Miracolo, e pregava d e notte la dolce Madonna perch le donasse un po' di pace, un po' di riposo; ma, ripetiamo, sempre invano.
Dopo sedici mesi dal terribile avvenimento, essa spasimava ancora, n l'idea che Sadurra conduceva una vita stentatissima, n la soddisfazione di aver brutalmente, pi volte respinto le sue proposte, di pace e di perdono, la consolavano.

Saliva dunque lentamente per il sentiero che conduce alla chiesa, col rosario di madreperla in mano. Bench a Bitti le vedove, dopo un certo tempo, indossino vesti di colore, - contrariamente a quasi tutto il resto dei villaggi sardi, - zia Batra era vestita di nero, sempre. Persino la sua lunga cuffia, celata dalla benda, era di stoffa nera, con una croce di trina d'argento sulla sommit, forse un segno misterioso di cui solo zia Batra sapeva il simbolo. Il corsetto, aperto davanti, lasciava scorgere la camicia ricamata, - la sola cosa elegante che abbia il costume di Bitti, - e al disotto delle gonnelle d'orbace, corte, scendeva il volante della sottana bianca. Zia Batra pregava, e ogni tanto fermavasi per dar l'elemosina ai mendicanti che, fermi sugli angoli del sentiero chiedevano piet a voce alta e cadenzata, con lunga cantilena e con la mano tesa.
La folla variopinta si accalcava per la strana via e sulla spianata ampia della chiesa. Gi Bitti col selvaggio borgo di Gorcai a fianco, esultava, con le strade piene di gente, nel sole di settembre, tutto circondato dalla vallata verde, fresca, scintillante.
Zia Batra continuava la sua ascesa senza por mente alla gente, ma giunta alla spianata si ferm facendosi il segno della croce.
Usciva una processione. E diciamo (una) perch le processioni del Miracolo sono innumerevoli.
Qualunque persona devota pu entrare in sagrestia e dire:
- Fate una processione secondo la mia intenzione.
Offre una piccola elemosina, qualcosa tra il mezzo scudo, o tre e cinquanta, e la processione esce subito. Dietro i sacerdoti vengono gruppi di uomini di villaggi diversi, ciascuno col proprio stendardo, - che hanno portato con loro dai lontani paesi, - e si fa il semplice giro della chiesa, poi si rientra o si prosegue per conto di altra persona. In una mattinata si possono eseguire, e si eseguiscono, molte dozzine di queste processioni, che sono il punto pi caratteristico della festa del Miracolo, mentre al lato opposto della spianata la gente allegra, venuta per divertirsi, balla il (duru-duru), il famoso ballo tondo, tra la polvere, il sole e i merciai ambulanti.
Rientrata in chiesa la processione, zia Batra si mosse ed entr essa pure. La chiesa era gi affollata di donne diverse di volto, di costumi e di lingua, donne di tanti villaggi, molte delle quali erano venute a piedi nudi e coi capelli sciolti.
Un gran chiasso s'innalzava da tutta questa folla multicolore, passava una specie di fremito, e tutte le donne parlavano tra loro, anche senza essersi mai vedute. Zia Batra giunse a stento, pestando piedi e gonnelle e destando esclamazioni energiche per questo suo procedere, in fondo alla chiesa, posto dove usava sempre inginocchiarsi. Laggi c'erano molte donne di Bitti, che aspettavano la messa.
- Cosa c'? - chiese zia Batra a una sua conoscente.
- C' una ragazza indemoniata - rispose l'interpellata, con voce bassa e commossa. - Dopo la messa la scongiureranno. Chiss, chiss che Nostra Signora faccia il miracolo...
E narr misteriosamente una storia spaventosa, la stessa che serpeggiava per la folla, destando fremiti e sussurri. Era l'anima dannata di un prete che aveva in corpo, la ragazza.
- Di dov'?
- Di Al. Sentite, comare mia...
Scomunicato da un altro prete, lo spirito dannato non era stato accolto n in cielo n in purgatorio, e neppure nell'inferno. Prima di entrare in quest'alloggio, lo spirito doveva vagare per un tempo indefinito sulla terra, incarnandosi sul corpo di ragazze innocenti, di sette od otto anni. Ora l'aveva quella povera ragazza di Al. Si dicevano cose terribili. La povera piccina non aveva pace, e faceva proprio azioni da indemoniata. La sua voce era quella dello spirito dannato. Guai a mostrarle cose di Chiesa! Le sputava, imprecando, bestemmiando, frantumandole, mettendo un'azione di forza impossibile per la sua et e per la sua personcina.
Zia Batra, con gli occhi intenti, fremeva guardando se poteva scorgere la spaventosa creatura.
- Non  in chiesa, - disse l'altra, - la entreranno legata, dopo la messa.
- Ma se Nostra Signora fa il miracolo, e lo spirito esce di corpo a questa ragazza, non entrer in quello di un'altra, poich  tale il suo destino?...
- Non lo so - rispose la donna imbarazzata. - Nostra Signora far il miracolo completo, e lo spirito andr all'inferno, se pure Nostra Signora non gli usa misericordia, mandandolo in purgatorio...
Cominci la messa. In un attimo la chiesa fu piena zeppa di gente, stipata, accalcata, fremente.
Stavano tutti in piedi, sofferenti per il caldo e per l'attesa della ragazza indemoniata. Solo zia Batra non pensava pi ad essa. Il suo volto era pi bianco del solito e i suoi occhi fissavano febbrilmente l'altare, ma in realt vedevano nitidamente qualche altra cosa, la vedevano nitidamente, senza guardarla.
Vicino a Batra c'era una panca, e tre donne stavano ritte sopra, dominando cos la folla.
Una di queste donne teneva in braccio un bambino di sei o sette mesi, un bellissimo bimbo biondo e grasso, tutto color di rosa, che formava l'ammirazione delle donne vicine, bench pur esse commosse dall'attesa generale della ragazza con lo spirito.
La giovine che lo teneva sulle braccia era invece bruna, magra, pallida. Tuttavia il suo volto conservava il ricordo di una grande bellezza.
Era Sadurra, malata, vestita quasi poveramente. Anch'essa vedeva sua madre, la vedeva fredda, bianca, indifferente e superba, e faceva sforzi supremi per non rompere in pianto. Perch, perch almeno non dava uno sguardo, al bambino, che aveva il nome del nonno ucciso, che era bello come una dipintura [4]?
Ah, senza dubbio, zia Batra invece fremeva di ira e malediceva la bionda testolina dell'innocente...
A questa tetra idea Sadurra lacrimava in cuor suo e veniva tentata di andarsene dalla chiesa.
Zia Batra non malediceva il bambino, anzi la sua vista temprava l'ira apportatale dalla presenza di Sadurra. Non lo aveva ancora veduto quel bambino, quel suo nipote, e, non vedendolo, non aveva mai fatto un gran conto. Anche Sadurra era da molto tempo che non la incontrava.
Come era cambiata la disgraziata, il disonore della stirpe, la beffa del villaggio! Pareva una mendicante, pareva... Zia Batra non esplorava il fondo del suo cuore, altrimenti sotto lo strato dell'ira avrebbe trovato un mare di piet per la figlia sua.
Nostra Signora mia, come era bello il bimbo! I suoi occhi erano eguali a quelli del morto... No, non rassomigliava punto alla schiatta vile vile dei Nieglia; no, no...
La messa procedeva. Si era fatto un po' di silenzio in chiesa, avvicinandosi l'Elevazione.
Zia Batra pregava solo con le labbra. Non vedeva, n udiva nulla, nulla, nulla, tranne le voci del suo spirito in tempesta. Ira, schianto, umiliazione, tenerezza, rimpianto, amaritudine e dolcezza, odio e piet e amore passavano e sfilavano nell'animo semi-selvaggio, straziandole i resti sbranati del cuore, facendola piangere ed esultare per lo stato miserabile in cui scorgeva sua figlia, la sua nemica, il suo disonore...
Ma il suo volto restava impassibile. Solo un tremito leggerissimo le agitava le labbra che pregavano.
All'Elevazione la folla, mal come pot, gli uni sugli altri, si inginocchi.
- Ges, Ges, - seguit zia Batra, nascondendo il volto tra le mani, - Ges, Nostra Signora mia, abbiate piet di me, abbiatene, abbiatene.
Essa sentiva gli occhi di Sadurra fissi sopra la sua persona e ne provava uno spasimo indicibile. Avrebbe voluto baciare il nipotino, avrebbe voluto battergli la testa al muro e sfracellarlo. Senza fallo Sadurra glielo mostrava cos sfacciatamente per farla morire di rancore, rinnovandole il ricordo dei tormenti passati. Ancora, ancora la riafferrava l'odio, la rabbia, l'umiliazione. Le pareva che le donne Bittesi ed anche le straniere la guardassero, guardando poi Sadurra e deridendola, esultando della sua umiliazione.
Dio, Dio santissimo, che terribile messa era quella per zia Batra, Dio!

A misura che la messa finiva, cresceva l'attenzione fremente, l'agitazione morbosa della folla. Anche gli uomini, i mercanti, i venditori, i monelli, tutti si erano introdotti in chiesa, spingendo, pigiando la gente. Qualche donna svenne, e risuonarono alcune grida, di persone dai piedi pestati e vesti gualcite.
In alto, dietro la balaustrata dell'altare, un gruppo di carabinieri metteva una strana nota nel quadro.
Nel pigia pigia, zia Batra, che soffocava sotto la sua lunga cuffia nera, venne sospinta sino ai piedi della panca ove stava Sadurra.
Ora tremava tanto che a momenti era visibile il suo turbamento, acuminato dalla commozione che l'aspettazione del miracolo metteva anche nel suo spirito tormentato.
Alla fine un lungo sussurro percorse la folla. La ragazza era stata introdotta, e zia Batra, dagli occhi acutissimi la vide per la prima.
Era una piccina vestita in costume, un costume tutto di panno scuro, magra bianchissima, e con gli occhi di un bizzarro colore, quasi color rame, rilucenti davvero di una fiamma infernale. Legata fortemente, non oppose alcuna resistenza, n parl durante lo scongiuro; ma quando si tratt di farle baciare la reliquia santa fece un chiasso proprio del diavolo.
Le donne impallidirono, e si fece un gran silenzio ansioso per la chiesa.
La bambina destava in realt paura. Gridava e urlava con una voce sonora, maschile, imprecando, sputando la reliquia, parlando in latino e dicendo cose terribili.
Inginocchiata, con la fronte appoggiata allo spigolo dell'altare, una donna piangeva e pregava, agitata da singhiozzi spasmodici.
Zia Batra guardava pi la donna che la bambina, di cui senza dubbio era la madre, e una specie di fascino, una forte suggestione di piet soggiogavale l'anima. Le sembrava sentire i lamenti della sventurata.
La gente mormorava di nuovo, e nel susurro forte, febbrile, che allagava la navata della chiesa, destandone l'eco misterioso, zia Batra avrebbe giurato di udire le parole della donna di Al, che le diceva:
- Non c' una madre pi sventurata di me. Perch vieni tu a piangere qua, cosa vuoi, cosa chiedi? Son io la madre disgraziata. Tu hai la pace vicino a te, entro di te, ma  il tuo orgoglio che la respinge, o Batra, Batra!
S, proprio, zia Batra sentiva il suo nome, ripetuto a migliaia di volte dall'eco della navata; questo almeno poteva giurare. E presa da un repentino rimorso, da una tenerezza immensa, avrebbe voluto voltarsi e baciare il bimbo di Sadurra, il cui respiro le sfiorava la testa, ma non poteva, non poteva ancora, bench sentisse che non sarebbe uscita di chiesa senza far ci...
La grande commozione, o meglio la tensione che lo spettacolo svolgentesi nell'altare, metteva nelle sue sensazioni, faceva tacere la passione intima di zia Batra, mentre la vista di quel dolore materno, senza parole e senza confine, sviluppava il suo amore di madre, da lungo tempo represso.
I singhiozzi della donna di Al erano cos forti che dominavano il baccano suscitato dalle convulsioni della bambina. Zia Batra li udiva con spasimo, e le pareva di provare un acuto dolore fisico; non sapeva dove, n come, ma che forse era il soffocamento che l'asfissiava.
La spiritata continuava a contorcersi, urlando spaventosamente e vomitando bestemmie inenarrabili, in latino, in sardo, in italiano.
Aveva rotto i legami che l'avvolgevano, e tre uomini, forti e robusti, aiutati dai carabinieri, bastavano a mala pena a contenerla, nonch a farle baciare la reliquia. Il sacerdote continuava i suoi scongiuri, e la folla, stanca dello spettacolo, parlava a voce alta, dimentica del luogo.
Pareva la spianata all'ora del ballo tondo.
Ma a un tratto zia Batra vide la madre della ragazzina alzarsi, cessando dal piangere, come inspirata. Prese essa la reliquia, e con un atto repentino la accost alle labbra della figlia.
Allora si vide una cosa meravigliosa e commovente, bench tanto attesa.
La bimba si calm per incanto, i suoi occhi si spensero in un languore dolcissimo, e cadde inginocchiata, dicendo l'(Ave Maria) ad alta voce, con una vocina sottile, soave, piena di pianto.
- Figlia mia!... Figlia mia!... - grid la madre, con un accento che la gioia rendeva straziante, pazzo...
Il miracolo era compiuto. La folla tacque, e quasi tutti si inginocchiarono, pallidi, frementi, rispondendo all'(Ave Maria) della bambina. Moltissime donne piangevano e singhiozzavano, con quel pianto che  l'espressione pi viva di un terrore indicibile, naturale o sovrumano, e che pu dirsi la vertigine dello spirito davanti a un fenomeno terribile e misterioso nella sua stessa semplicit.
Zia Batra era fra queste donne.

Essa ridiscese al villaggio col bimbo di Sadurra in braccio e con la figlia al fianco. Per cui i buoni Bittesi, fieri della loro Madonna, dissero che quell'anno Nostra Signora aveva fatto due miracoli.

FINE


Note:

[1] Salvatora.
[2] Saturnina.
[3] Quasi tutti i villaggi sardi erano sino a pochi anni fa, - e taluni ancora, - dilaniati da partiti ed inimicizie, di cui le donne pigliavan gran parte.
[4] (Bellu che pintura);  una locuzione usata per esprimere una grande bellezza, una bellezza perfetta.
