Grazia Deledda.

L'incendio nell'oliveto.


Introduzione.

Dalla narrativa d'appendice al premio Nobel

In un'opera giovanile, la Deled~a definisce Eugenio Sue "quel gran romanziere glorioso o infame, secondo i gusti, ma cer~o molto atto a commuovere l'anima dli un'ardente fanciulla". Queste parole illuminano emcacemen~te il clima in cui si svolse la sua formazione. Grazia nacque a Nuoro nel 1871, da famiglia benestante. Le elementa~ri furono le sole scuole che frequent regolarmente. In segu~ito si abbandon a una congerie di letture, accavallando Dumas, Balzac, Byron, Hugo, Sue, Scott, e ia Invernizio. La precoce vocazione di scrittrice si aliment dunque di un disordinato ultraromanticismo, incline ai vividi contrasOi di colori e linee, al fervore e all'enfasi dell'orchestrazione melod~rammatica. Compose anche poesie, la Deiedda, in quegli anni; ma presto si concentr sulla prosa.

Nel 1886 pubblic la prima novella, su u~n giornale nuorese; due anni pi tardi cominci a collaborare alla rivista ~UItima moda", ancora con racconti. Del 1890  il primo romanzo, apparso sull"' Avvenire di Sardegna " col titolo Stella d'Oriente e la firma Ilia di Sant'Ismael. Non meno eloquenti sono i titoli degli altri scritti di questo periodo: Nell'azzurro, Amore regale, Fior di Sardegna, La regina delle tenebre. Siamo nell'ambito di un gusto feuilletonistico, quale poteva accendere la fantasia di una ragazza cresciuta trasognatamente nell'ombra di una fra le pi remote province italiane.

A disciplinare questo apprendistato fu decisivo l'influsso della narrativa verista: sull'esempio del Verga, la Deledda  tratta a chinarsi con commossa partecipazione sulla vita cffettuale del suo popolo, osservandone i costumi, meditandone la sorte. Accanto ai pescatori e contadini siciliani assumono cos dignit letteraria i servi pastori delle tancas della Barbagia, i garzoni delle fattorie sperdute alle falde del Gennargentu e dell'Orthobene, le massaie la cui vita trascorre



presso il grande focolare, nelle silenziose case del Nuorese, nudamente severe. Nel 1896 La via del male ottiene il plauso di Luigi Capuana, critico militante illustre e araldo del verbo verista.

La fama della scrittrice comincia a espandersi fuori delI'isola. Ma assieme, la sua personalit ancora imperfettamente formata viene sottoposta a nuove, violente e contras~anti sollecitazioni. L'orizzonte narrativo  ormai in larga misura dominato dalla prosa dannunziana, sensualmente lussureggiante; le si affiancano i morbidi resoconti di inquietudini spirituali esposti dal Fogazzaro. Anche le voci provenienti dall'esterno assumono un timbro di novit: all'influenza del realismo e naturalismo francese, Flaubert, Zola, Maupassant, va subentrando quella del romanzo russo: attraverso Tolstoj e Dostoevskij si compie l'affascinante rivelazione di esperienze di vita collettiva e dimensioni di coscienza largamente inedite per i nostri scrittori. La letteratura italiana conosce insomma un periodo di intenso travaglio, nel quale si riflette il turbamento che scuote l'intero corpo sociale. L'epoca del postrisorgimento  finita. Le classi subalterne si ai~acciano alla scena storica, ponendo in questione l'assetto che i ceti dirigenti della borghesia liberale hanno dato allo stato unitario. Ai primi moti anarchici  succeduta la formazione e rapida crescita del movimento socialista. Il tentativo di risposta autoritaria impersonato da Francesco Crispi fallisce, con la tragica conclusione dell'impresa africana. La tensione per non si placa ma aumenta, sino a sfociare nei moti operai e contadini di fine secolo, in Sicilia, in Lunigiana, a Milano, sanguinosamente repressi dall'esercito.

Questi avvenimenti imponevano agli intellettuali, ai letterati di assumere delle posizioni, di operare delle scelte che, chiamando in causa l'intera responsabilit personale, investivano anche l'attivit espressiva. Il fenomeno assunse una configurazione complessivamente univoca: I'aspetto pi evidente fu uno spostamento di interessi dal terreno storicosociale allo psicologico-individuale, e l'abbandono di ogni accenno di protesta avanzata a nome e per conto delle classi popolari. Anche la Deledda partecip di questo processo involutivo. Ed ecco scompaiono dalla sua opera i pur vaghi spunti solidaristici e filantropici in romanzi come Anime ones~e, Colombi e sparvieri, La via del male (che, a detta dell'autrice stessa, avrebbe sollevato rumore  perch ha anche una leggera tinta di socialismo ).

Si compiva intanto l'avvenimento decisivo della sua vita privata. Lasciata finalmente per la prima volta Nuoro, nel 1899, si recava a Cagliari; vi conosceva il funzionario statale Palmiro Madesani, gli si univa in matrimonio e l'anno successivo si trasferiva con lui a Roma. Nella capitale trascorrer tutti gli anni rimanenti, in una tranquillit raccolta, mai incrinata da turbamenti esterni di qualche rilievo, sino alla morte, nel 1936. La nuova condizione di esistenza le offr l'opportunit di riconoscere meglio le proprie autentiche inclinazioni, alla luce delle nuove forme d'arte cui s'era nel frattempo accostata. Cos il mutamento di stati d'animo che negli altri veristi ebbe un significato di sfiducia, rinunzia, retrocessione ideale, per lei fu motivo di rinvigorimento e le consent di prolungare la sua operosit anche quando il movimento cui in qualche modo non cessava di appartenere era ormai in piena eclisse.

La miglior stagione creativa della Deledda si apre nel 1900, con la pubblicazione di Elias Portol~ e annovera nei due decenni successivi, tra gli altri titoli, Cenere, L'edera, Canne al vento, Marianna Sirca, L'incendio nell'uliveto, La madre. In questi romanzi appare messo in disparte il sentimento dell'economicit, la lotta fra opposti egoismi utilitari che informava la narrativa verista. L'attenzione resta tuttavia aderente alla realt del costume contemporaneo, concentrandosi su un motivo che i veristi appunto avevano fortemente sentito: la crisi dell'istituto familiare, nel tramonto delle norme etiche che tradizionalmente informavano gli affetti privati. Le lacerazioni interiori di cui l'individuo soffre al venir meno dei rapporti di coesione tra genitori e figli, tra coniugi, tra amanti acquistano pi dolorosa evidenza dal particolare sfondo ambientale: una terra, la Sardegna, in cui il retaggio morale degli avi  saldamente insediato nelle coscienze, assumendo sostanza di tab religioso. Chi contravviene alla legge  dunque tutto pervaso d'orrore per il peccato che sente crescere dentro di s e cui tuttavia non sa n vuole resistere. Perci gli eroi della Deledda non hanno



mai alcun tratto superomistico: la passione da cui sono sos?inti non conosce i compiacimenti orgogliosi che esaltano sopra se stesse le creature dannunziane. D'altronde la scrittrice non sottopone il loro turbamento ad alcun esame analitico: si limita a riviverne intensamente la genuinit emotiva. Condivide l'ottica mentale dei personaggi; assieme a loro attende il funesto approssimarsi della tempesta; la affronta tendendo disperatamente ogni energia: ma lascia al destino decidere le sorti dello scontro.

Il metodo narrativo della Deledda consiste in una adesione immediata alla realt vitale, sentita come il luogo di un eterno contrasto fra opposte forze, che ponendo a prova tutte le doti dell'uomo ne impegnano e ne realizzano al pi alto grado l'umanit. Una forma di realismo coscienziale, insomma, in cui la materialit dell'esistenza appare fortemente spiritualizzata. Nondimeno, i fatti oggettivi riluttano ad assumere un valore di simbolo, cos come ad accettare una motivazione metafisica. Le occasioni della vita non rimandano ad altro che alla vita stessa, la quale  incapace di fornir loro un significato logico e di ordinarli a un fine di progresso storico. Il vitalismo della Deledda ha una sostanza tormentosamente antiidillica che induce la scrittrice ad affaticarsi di romanzo in romanzo sui termini di una contraddizione destinata a rimanere insolubile, in quanto non illuminata da una organica concezione ideologica o fideistica.

Alla base dei suoi libri c' sempre un urto fra vecchio e nuovo: I'impulso a contravvenire alla legge deriva da un mutamento di stato sociale e di condizione morale, comunque da un arricchimento di esperienza che induce il protagonista a guardare con occhi diversi il mondo di cui ha sino allora condiviso l'ordine. Egli appare dunque l'oggettivo portatore di una esigenza di rinnovamento, che tuttavia lo urge in modo del tutto irriflesso e proprio perci non acquista il valore di verit necessario per dare morte alle antiche concezioni: il tab non incombe mai tanto pauroso come sulI'animo di chi  fatalmente trascinato ad infrangerlo. Si spiegano cos le incertezze strutturali e le ineguaglianze stilistiche che spesso viziano questi libri: le effusioni liriche le insistenze patetiche, le divagazioni descrittive. Tuttavia ii senso della miglior narrativa deleddiana sta proprio nella sua irresolutezza, poich da essa nasce la forza drammatica degli episodi in cui la crisi delle coscienze esplode, portando finalmente in luce l'unico principio etico cui vada riconosciuto un valore integralmente positivo: il sacrificio di s.

Certo, la presenza di Dio aleggia ancora sul mondo umano. Ma rappresenta piuttosto il limite dei nostri sforzi che non una certezza, verificabile giorno per giorno, dalla quale attingere fiducia per operare e combattere. Nessuna provvidenza soccorre gli uomini nei loro faticosi erramenti: ma essi non si rassegnano a sentirsene abbandonati. Solo nell'ultima fase della narrativa deleddiana l'ambiguit tende a risolversi.

Subentra la volont di acquistare una maggior compostezza rappresentativa e nitore di scrittura, sorretti da un pi saldo equilibrio di ragioni morali. A sanzionare questa svolta interviene, nel 1926, il premio Nobel: il primo assegnato all'Italia dopo l'ormai lontano caso del Carducci. Ma il miglior decoro formale cui la scrittrice perviene rappresenta una perdita, non un acquisto, in quanto ha luogo sotto il segno di un rientro nell'ordine dei valori costituiti, che indica un diminuito fervore etico e una accentuata stanchezza della fantasia.

Cos nei romanzi della vecchiaia - Annalena Bilsini, li paese del vento, La chiesa della solitudine _ si attenua for temente l'interesse di testimonianza offerto dalla rappresen tazione del lungo travaglio di un popolo sospeso e incerta tra l'arcaismo oppressivo di una civilt contadina-feudale non ancora dissolta e la modernit di un mondo borghese incapace di assolvere una funzione davvero liberatoria ne confronti dell'individuo, immettendolo in una collettivit so lidamente rinnovata. Sub specie Sardiniae  dell'intera Italia che la Deledda parla, riflettendo stati d'animo largamente diffusi, nei primi tormentati decenni del secolo. Qui s-a i motivo essenziale della sua non immeritata fortuna di pub blico.

Vittorio Spinazzol2



Alcuni giudizi

La vera ispirazione [della Deledda]  come un fondo di ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, e nella trama di quei ricordi quasi figure che vanno e si mutano sul fermo paesaggio, si compongono i sempre nuovi racconti. Anzi, poich i primi affetti di lei si formarono essenzialmente con la sostanza di quel paesaggio che ella disegnava sulla vita della nativa Sardegna,  lecito dire, anche per questa via, che l'arte della Deledda  essenzialmente un'arte di paesaggio.

Per essere restata fedele al suo primo e disinteressato pssesso del mondo, la Deledda non ha avuto bisogno di chiudersi nella chiostra della sua persona, e scrivere soltanto di s stessa, con quel curioso egoismo dell'autobiografia, che salvo rare eccezioni  piuttosto femminile, anche quando  praticato dagli uamini.

Non dico la frase comune che ella sia interprete della Sardegna:  una frase che non giova e che non conta: la Deledda ha interpretato il suo paesaggio, ed  di quelli, tra i suoi affetti, che si faranno profili di montagne, di valli, di boschi di brughiere, d'armenti, di uomini: e tutta la sua migliore arte  anzi una nostalgia di affetti immaginati, perch la vita effettiva  sempre diversa dall'immagine che si accarezza, cos come sono dolci, il ricordo che sorpassa la bruta materia su cui sorge, e il futuro che, sollevato sulla materia, la muta in desiderio:  un mondo di nostalgia inventiva e non volont di quella vita reale, alla quale neppure i personaggi vi aderiscono in desiderio, per la legge che li porta, essi, nati su quella terra a desiderare una terra diversa e un diverso stato a invidiare perfino quei "ladri d'oltremare" di cui parla Elias Portolu tornando dal penitenziario.

Francesco Flora

Quale posto occupa la Deledda nella letteratura contemporanea? Le sue prime pagine ntevoli sono posteriori ai maggiori romanzi del verismo, i suoi migriori romanzi sono contemporanei alla letteratura decadente ed autobiografica. Tuttavia il decadentismo della Deledda  episodico ed estraneo al suo tempsramento; e quello che c' di sano nei suoi ro

manzi attinge una zona molto diversa dal regionalismo o verismo di un Verga o di una Serao [...]. Il regionalismo della Deledda ha un carattere solennemente morale, d'un timbro e d'una tempra ignoti al verismo. Per saggiare la consistenza di quest'affermazione basta un confronto. A proposito della Deledda molti hanno accennato alla letteratura russa:  un motivo da approfondire; intanto osserviamo che a proposito della letteratura russa, nonostante la sua fisionomia etnica potentemente caratteristica, non si parla di regionalismo. Chiamare regionalisti Gonciarov, Gogol, Tolstoi, Dostoiewskj sarebbe diminuirli: cos per la Deledda. Voglio dire, diminuirli moralmente, pi che artisticamente. Appunto, I'interesse che spinge la Deledda a scrivere  morale: nei suoi libri migliori quello che si suol chiamare l'elemento folcloristico  un puro e raro accessorio.

Eppure le sue opere belle hanno sempre un carattere prepotentemente sardo. Qui sono il centro e il problema della sua arte. Il carattere dei romanzi della Deledda, come dei romanzi russi,  dato da quell'elemento costante, profondo, inconsapevole e indefinito che avvicina fra loro, nonostante ogni differenza di educazione e di cultura, uomini della stessa stirpe: e questo elemento non si ritrova in nessuno dei nostri romanzieri veristi. La sicilianit del Verga  molto pi facilmente definibile che la sardit della Deledda.

Atti~io Momigliano

Per la Deledda, I'influenza della regione e del dialetto doveva limitarsi (oltre a quel che dalla sua terra le s'infuse nel sangue) a un apporto, certo notevole, di parole, temi, leggende, proverbi; senza per che dal dialetto, troppo eterogeneo e inassimilabile il suo linguaggio fosse a cos dire irrigato, come fu nel Verga, d'una forza ad un tempo naturale e tradizionale. Del suo mondo tra barbaro e medievalesco la Deledda cominci a scrivere in una lingua come quella in cui venivano tradotti i romanzi della Werner, di Ouida e di Ohnet. Col maturarsi del talento, con l'assiduo esercizio della penna, questa lingua comune e ventosa le and,  vero, trasformandosi e concretandosi, acquist agilit, lucentezza ed acume: ma sempre all'infuori d'ogni attivo influsso dialettale.



In altri termini: ci chc la Deledda pot trarre dalla vita della provincia sarda, non s'impront in lei di naturalismo e verismo: o in misura infinitamente minore di quanto era stato per i narratori siculi e napoletani. Sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico, in lei presero subito di lirico e fiabesco. Deus ex machina delle narrazioni veriste era l'interesse, la roba, la lotta per il soldo, o la passione nei suoi eccessi carnali. Ma, nella Deledda, sono amori cui governa una oscura fatalit, sono vaghi rimorsi, febbri d'espiazione, mistiche malattie della coscienza. Anche negli aspetti ma:eriali, le sue figure non hanno l'ostinata solidit e quadratura del ceppo popolaresco. Sembrano piuttosto i discen denti d'una regia stirpe pastorale decaduta; in questo processo di decadimento, logoratisi e ingentilitisi tanto al fisico che al morale. Un tormento ineffabile, una sorta di morbo sacro li isola, li consuma, li fa errare in pensieri malfermi, in azioni contraddittorie. Per quello ch' il loro stato civile: personaggi campagnuoli, o passati alla piccola borghesia, si covano in petto una psicologia alonare, tentacolare; bench siano anche capaci di discriminazioni sottilissime; ed hanno con la natura una qualit di colloqui ch' in tutto fuor dell'indole di genti cosifatte...

Il pi bel premio toccato alla bont della Deledda, alla nobilt della sua vita, alla sua esemplare passione di lavoro, fu certamente questo: che le venne risparmiato di sentirsi stanca, meno valida e operosa; le venne risparmiato di sentirsi decadere. Come quelle intrepide donne dei suoi libri e dei suoi monti, fil la sua lana fino all'ultimo. E nel suo profondo disinteresse del gi fatto, nella sua ansia del meglio, ella sembrava non essersi nemmeno accorta, per non dovere insuperbirne, che il filo tra le sue dita diventava d'una sostanza ogni giorno pi preziosa, diventava il filo d'una magia, di una fatagione.

Emil~io Cecchi

Si  detto che la Deledda cos ricca di cose belle, manca per di un capolavoro. Ed  vero. Ma  anche vero che i suoi libri _ di l dai difetti o dalle impure mescolanze che talvolta presentano _ vanno intesi come parti di un ciclo: `' fibri ~, appunto, m senso classico, d'un ampio poema cne prende posto fra le opere pi insigni di questo cinquantennio, non italiano soltanto.

Arnaldo Bocelli

Se  vero quanto sostengono i dottori pi accreditati del nou~Jeau roman, che la soluzione del dialogo  la pi tipica del romanzo moderno e che il giuoco un tempo assolto dalI'analisi psicologica e dalla descrizione d'ambiente,  quasi interamente riportato, nel romanzo attuale, all'urto dialogico tra ~erit e banalit, tra convenzione e significazione, ora celandosi il narratore dietro l'aspetto della conversazione che potremmo chiamare rituale, ora infrangendo quel diaframma, ebbene il dialogo di Grazia Deledda , a questo propo sito, di una ~icchezza e di una novit sbalorditiva. Nel dialogo tutto  implicito: la scena, il gesto, la didascalia; e penso a un'indicazione di Bellonci dov'egli dice che la Deledda a volle far diventare spettacolo le passioni le vicende i ges~i... . Il dialogo di Verga  tutto fuso nella narrazione. Nella Deledda diventa la struttura portante. E si veda com'essa rinuncia a qualsiasi espediente di discorso indiretto libero. Seguire sinuosamente il pensiero dei propri personaggi, o riprodurre il calco psicologico delle loro parole, quasi le ripugna: o li fa parlare o ce li descrive; oppure ne ascolta i monologhi interiori e li riferisce tra virgolette. Indubbiamente, cos facendo, la Deledda ci offre un quadro stilistico abbastanza rudimentale; ma che cosa pu esserci oggi di pi primitivo, e al tempo stesso di pi moderno, dei dialoghi di Ivy Compton-Burnett? Senonch, mentre la narratrice inglese raggiunge la sua grandezza quasi in stato di trance, nella Deledda c'era una consapevolezza assoluta del proprio mondo ideologico.

Luigi Baldlcci



Opete di Grazia Deledds

Un'ampia scelta di scritti narrativi  fornita dai Romanzi e novelle, a cura di E. Cecchi, 4 voll., Milano, 1941 sgg. Altre, pi recenti sillogi complessive, sono le Opere scelte, a cura di E. De Michelis, 2 voll., Milano, 1964; i Romanzi e novelle, a cura di N. Sapegno, Milano, 1971; e i Romanzi sardi, a cura di V. Spinazzola, Milano, 1981. Si vedano inoltre k pagine assegnate alla Deledda nei Narratori dell'Ottocento e del primo Nouecento, a cura di A. Borlenghi, III, MilanoNapoli, 1963; ed i Versi e prose giovanili, a cura di A. Scano, Milano, 1938 (nuova ed., Milano, 1972).

Bibliografis critica

L. Capuana, in Gli ~ismi" contemporanei, Catania, 1898; G. A. Borghese, in La vita e il libro, II, Torino, 1911; B. Croce, in La letteratura della nuova Italia, VI, Bari, 1940 (il saggio sulla D.  del 1934); A. Bocelli, In morte di G. D., in ~Nuova Antologia", 1936; A. Momigliano, in Storia della letteratura italiana, Milano-Messina, 1936; E. De Michelis, G. D. e il decadentismo, Firenze, 1938; P. Pancrazi, in Ragguagli di Parnaso, vol. II e III, Milano-Napoli, 1967 (gli scritti sulla D. sono del 1922, 1936, 1937); E. Cecchi, introduzione ai Romanzi e novelle citt. e in AA. VV., Storia della letteratura italiana, IX, Milano, 1969; N. Sapegno, in Pagine di storia letteraria, Palermo 1960 (il saggio sulla D.  del 1946); J. Petkanov, L'opera di G. D., in "Annuario dell'Universit di Sofia, Facolt storico-filologica", 1948; L. Roncarati, L'arte di G. D., Firenze-Messina, 1949; E. Buono, G. D., Bari, 1951; G. Petronio, in Autori Vari, Letteratura italiana. I contemporanei, I, Milano, 1963; A. Piromalli, Grazia Deledda, Firenze 1968; V. Spinazzola, G. Deledda e il pubblico, in ~Problemi", n. 35,1973; M. Giacobbe, G. D., Milano, 1973; M. Miccinesi, G. D., Firenze, 1975; 0. Lombardi, Invito alla lettura di G. D., Milano, 1979; A. Dolfi, G. D., Milano, 1979.

L'incendio nell'oliveto I9I7



Dalla scranna antica che il lungo uso aveva sfondato e sbiadito, era ancora lei, la nonna Agostina Marini, quasi ottantenne e impotente a muoversi, che dominava sulla casa e sulla famiglia come una vecchia regina dal trono. Non le mancava neppure lo scettro: una canna pulita che il nipotino pi piccolo aveva cura di rinnovare ogni tanto; buona per dare sulle gambe ai ragazzi impertinenti e per scacciarc i cani e le galline che penetravano dal cortile; ma sopratutto buona per frugare nel camino, davanti al quale la nonna sedeva in permanenza d'estate e d'inverno, e specialmente per frugarvi quando era sdegnata con qualcuno, cosa che le accadeva spesso.

Perch la canna non si accendesse il hglio Juanniccu le aveva applicato all'estremit un-puntale di latta; e qucl pomeriggio d'inverno la vecchia signora frugava nella cenere pensando appunto a questo suo figlio Juanniccu.

E ra gi quasi vecchio anche lui, ma viveva, come aveva sempre vissuto, ancora a carico della famiglia. Non per vizio, ma per indolenza, per abitudine. L~ pareva di vederlo seduto accanto a lei, come un bambino incosciente, con gli abiti trasandati, i capelli lunghi sulla nuca fin sul bavero unto della giacca, la barba grigia non rasa da pi giorni sulle guancie grasse e molli scavate da solchi di sofferenza indif



ferente: e lo rimbrottava, al solito, pur sapendo di fare cosa inutile, mentr'egli la fissava con gli occhi dlstrattl, timldi e castanei come quelli di un cervo. Eccoti li, con le mani in tasca e i piedi parati al fuoco, con le scarpe fangose come quelle dei pezzenti vagabondi. E dove sei stato? Sono tre giorni che non ti vedo. Del resto  meglio, che non ti veda. Mi sembr ~ mmagine vivente dei miei peccati E chi ti pu vedere? ~essuno. Ti si sopporta perch si  cristlani; e basta. Tutti gli altri, della mia famiglia, hanno fatto buona riuscita: tu solo sei come l'ultimo pane andato a male, che nessuno vuole. Hai cinquantannl e sei l come un bambino che ne ha tre. Copa mia, del resto. Eri l'ultimo, quello che non Si vuol vedere crescere perch resti un bambino nella casa: e cos sei rimasto. La pigrizia ti ha roso le ossa E non eri stupido: hai anche studiato, ma adesso tl sel dimenticato persino di leggere. Fossi stato almeno ViZiOSO; ti fossi almeno divertito! Neppure a questo sei stato buono. E morta io che farai? ]~ora mla e I miei nipoti ti cacceranno via di casa come un vecchio cane."  ~,Tia, via!  disse a voce alta agltando la canna come per scacciare davvero un

Ma la sua stessa voce la svegli dal cattivo sogno

Senti che esagerava. Il piccolo patrimonio del qua e la famigha vlveva era suo. E la nuora non possedeva un centesimo. Era una parente povera accolta adolescente m casa per badare ai bambini del figlio magglore vedovo, del quale, poi, per convenienza era dlventata la seconda moglie.

Morto and~e questo figlio maggiore, la vedova e i tre orfanl, di cui l'ultimo nato dal secondo matrimonio, s erano stretti intorno alla nonna come ad una madre comune, e le obbedivano ciecamente, uniti e nutriti tutti da un senso religioso della famiglia; e sopportavano, se non amavano, lo zio, perch convinti che ogni casa deve avere la sua croce.

Del resto egli non dava molestia: passava le giornate fuori, girando di qua e di l per le case dei parenti, e rientrava solo alla notte contentandosi di mangiare in cucina quello che gli lasciavano; pOi andava a letto al buio in una stanza sotto il tetto.

Di giorno non lo si vedeva mai. La vecchia madre credette quindi di continuare a sognare nel vederlo in quel momento entrare dalla porta del cortile, guardandosi attorno timido e diffidente, e dirlgersi rapido a lei. Al solito aveva le manl in tasca e il collo della giacca tirato su per il freddo; ma il viso esprimeva un'insolita animazione.

Attravers la stanza camminando senza far rumore, come avesse le scatpe rotte; si ferm pesante e tremulo e volse le spalle al camino.

 Oh,  disse in fretta, sottovoce,  sono stato dal parente nostro ricco. La mo,glie, zia Paschedda Mura, se ne va. All'altro mondo se ne va,  aggiunse pi forte, facendo dei cenni alla madre che lo guardava, immediatamente turbata dalla notizia.  S, se ne va! Stava gi poco bene fin dai giorni scorsi, e adesso, gira di qua, gira di l nel cortile e nell'orto, con la sua avarizia e ia paura che le venga meno la roba, ecco che s' presa la polmonite. E se ne va! E se ne va! 

Tacque, dopo aver ripetuto le ultime parole quasi

con un senso d'irrisione, osservando sul viso della

madre l'effetto che produceva la notizia.

La madre infatti era turbata, ma da un confuso

senso di gioia.



Pensava ad un progetto di matrimonio vagheggiato da lei, e da tutta la famiglia, fra la nipote Annarosa e Stefano, il figlio laureato di zia Paschedda Mura: solo che questa zia Paschedda si opponeva perch a sua volta desiderava un matrimonio pi ricco per il suo Stefano.

Il vento di tramontana di quel rigido inverno spazzava dunque via l'ostacolo...

Subito per ella sent la sua coscienza rimproverarle dl desiderare quasi la morte della ricca parente.

Paschedda  forte e ben nutrita. ~ di raz~a rustica che resiste a tutti i malanni e non morr per cos poco. E denari da pagare medici e medicine ne ha. Contami come  stato. 

Egli aveva poco da raccontare. Era stato dai Mura a passare qualche ora accanto al loro focolare come faceva ogni giorno di qua e di l in casa di tutti i parenti. Il vecchio Mura era fuori in campagna, il figlio Stefano, che faceva l'avvocato, in Tribunale

 D'un tratto zia Paschedda rientra dal cortile, pallida, pallida, battendo i denti. La serva la fece andare a letto; lei non voleva, perch ha paura che assente lel, qualcuno le porti via la roba di casa. Mi prego di andare a chiamare Stefano, che era in Tribunale sebbene non avesse cause da discutere. Ma egli va in Tribunale e in Pretura per passare il tempo. E quando  in casa non bada a niente; legge sempre e poi guarda in su. Annarosa... 

Slnterruppe e s'irrigid, quasi spaventato, perch da una camera attigua s'avanzava la cognata.

Alta e forte, con la testa di una bellezza energica, - i incoronata da un diadema di grosse treccie nere, ella era tale davvero da far intimidire con la sua sola

presenza; eppure anche lei si avanz lieve, silenziosa, fermandosi timida accanto alla vecchia e guardando il cognato senza osare d'interrogarlo.

Il chiarore tremulo della fiamma parve accarezzarle la persona dalle forme piene ben rilevate da un semplice vestito nero quasi monacale, e il viso pallido ove la bocca carnosa un po' socchiusa sul denti intatti aveva qualcosa di caldo, di scintillante, che attirava pi che la luce velata dei grandi occhi scuri.

La vecchia si volse subito a lei.

Caterina, Nina mia, Paschedda Mura  malata grave. Bisogna andare subito a trovarla e domandare se occorre qualche cosa. 

La nuora intese subito; anche nei suoi occhi brill una rapida luce di gioia; gioia per la speranza del possibile matrimonio, ma anche per il penslero di uscire, di veder cose nuove: perch di solito ella non andava mai fuori di casa.

Ci andrai tu, Nina mia: metti dunque lo scialle e avverti Annarosa. 

Annarosa non viene?

 No, non  conveniente. Le dirai per che venga gi, che non stia alla finestra. Non  conveniente che stia alla finestra. Va, Nina mia, va. 

La donna and su, senza perder tempo a doman dare particolari al cognato. E questo rimaneva ll, intimidito, frenando tuttavia un sorriso di compatimento, mentre la madre profittava della sua piesenza per tentare una predica.

 Cosa fai l, in piedi, con le spalle al fuoco pronto ad andartene di I uovo in giro ? Sta almeno in casa e prenditi da leggere la Bibbia. Tuo padre la leggeva tutti i santi giorni; ma tu non ti ricordi di



tuo padre! Tutti si ricordano di lui, per le sue virt come sla morto ieri: tu solo lo hai dimenticato. E chl non si ricorda di lui? prosegu, reclinando la testa con amarezza.  Di gente buona, era, e buono anche lul: e non sdegnava alcun lavoro, neppure quello di lavorare la terFa come un contadino. Il mlo podere, che era una vera pietraia, lo ha coltivato lul: olivi e mandorli e noci, tutto ha piantato lui; eppure il libro lo aveva sempre in tasca, per non dlmenticarsi di leggere. Uomo di talento, era, e tutti amavano la sua compagnia; tutti, persino gli alti impiegati, venivano a cercarlo, come si cerca un gran slgnore. E non era che un piccolo proprietario che badava alla sua roba e viveva nel santo timore di Dlo. Anche sindaco  stato: e tutti i partiti gli volevano bene: una volta lo stesso vescovo lo mand a chiamare per un consiglio. E tuo fratello, lo ricordi? Sembrava un santo: avrebbe potuto dir messa come un sacerdote, tanto era somigliante al padre e di buoni costumi. Nuora mia pu dirlo, com era doclle, e buono; mai gridava, mai parlava a voce alta. E cos  morto, figlio mio: morto strapazzandosi per il bene della famiglia; anche lui lavorava glorno per giorno come un manovale e il figlio Agostlno mio, ne ha preso bene l'esempio e l'insegnamento; lui solo ha ereditato dal nonno e dal padre, Agostineddu mio, capo di famiglia a quindici anni. Adesso ne ha venti, ma  come ne abbia cinquanta; sempre a lavorare, lui padrone e servo nello stesso tempo, consacrando la sua miglior giovent alla famlglia. Tu solo te ne stai cos, 4er le case altrui, a contare inutilmente le ore. Sarebbe tempo almeno adesso di metterti a fare una vita cristiana tu credi che non si badi a te? Si bada, s, e tu pre

giudichi la famiglia, specialmente Annarosa che deve trovare marlto... 

L'uomo ascoltava senza protestare ma anche senza commuoversi: solo tendeva l'orecchio per paura che Annarosa scendesse e lo trovasse l. Sentiva, attraverso il sofffitto di legno, il passo delle donne, nelle camere di sopra; poi nelle scale e nel corridoio; e prima che l'uscio di questo si riaprisse egli si scost dal camino, col suo passo cauto e silenzioso, attravers la cucina e se ne and per la porta del cortile.

Ma solo la nuora rientr.

Chiusa nel suo scialle a punta, che le rendeva il viso pi pallido, come d'avorio, salut la vecchia dlcendole che Annarosa sarebbe scesa subito.

 Io vado, allora? 

 Va. E ascoltami. Parlare poco. E se non vedi buona accoglien~a, fa vista di nulla ma vieni vla subito. Inteso hai?

 Inteso. 

Ella se ne and, col suo passo agile, dondolando un po' i fianchi sotto lo scialle; la vecchia rimase di nuovo sola e ricominci a frugare nel fuoco; poi

, d'un tratto si sollev, s'accomod sulla fronte le due alette di capelli bianchi crespi sfuggenti dal fazzoletto nero che le stringeva il piccolo viso legnoso, e batt la canna sulla sedia accanto. Gli occhi d'un colore vago, cangiante, brillavano nel cavo bruno delle occhiaie come in una lontananza scura.

L'assenza e l'indifferenza di Annarosa cominciavano a irritarla. Eppure di solito era lei a farle compagnia, seduta a lavorare e a leggere accanto al fuoco-o sotto la finestra alta sul cui scalino stava il suo

paniere da la~oro.

T a luce rosea e fredda del tramonto ventoso Si



spegneva sui piccoli vetri tremanti; e quando quesl. per qualche momento cessavano di sbattersi, si sentiva il lontano gracchiare dei corvi negli orti sopra la valle. Pareva di essere in upa casa solitaria di campagna. E veramente l'interno era tale, con le stanze imbiancate con la calce e le finestre piccole e alte, gli usci bassi che davano tutti su quella vasta e nuda stanza da pranzo dove il lucido tavolo di castagno rifletteva la luce rosea della finestra, e il pavimento di legno scuro faceva risaltare il bianco delle pareti.

Dal suo posto la nonna vedeva tutto il piano terreno; a sinistra la sua e un'`altra camera con le finestre sull'orto; a destra la cucina e attraverso la porta di questa una specie di portichetto sostenuto da due pilastri in muratura intorno ai quali si attortigliava ia vite, e il pozzo di pietra sullo sfondo del portone rossastro del cortile.

Di solito tutti entravano ed uscivano di qui, sebbene parallelo alla cucina si allungasse un corridoio con la porta d'ingresso sulla strada. Il portone era sempre socchiuso e le donne del vicinato entravano llberamente ad attingere acqua dal pO2ZO, e se la cucina era aperta lasciavano l'anfora nel cortile e si spmgevano fino alla stanza da pranzo per salutare la nonna e scaldarsi le unghie alla hamma.

Quel giorno tutto era chiuso per il gran freddo; ma ll vento che aumentava col cadere della sera di un tratto spalanc shattendola con violenza la polta della cucina. A qL el rumore Annarosa si decise a scendere. Venne dl corsa dal corridoio e usc nel portichetto come per vedere che cosa accadeva. Il vento le spingeva fra le gambe dritte le vesti corte disegnando le sue forme ancora un po' dure. auasi ~dolescentl, le sollevava sopra la camlcetta rossa le al frangiate dello scialletto nero e le scompigliava in torno al viso bruno i capelli neri crespi.

Sebbene nel cortile non ci fosse nessuno, ella Sl attard a guardare di qua e di l, ci grandi occhi dimfidenti, tutta agitata dal vento come un grande pettirosso.

Finalmente rientr, piegandosi davanti al - fuoco per scaldarsi le mani; e d'improvviso, come stordita dal calore e dalla luce della fiamma, si lasci cadere seduta sulla pietra del focolare appoggiando la testa all'anta del camino.

Allora la nonna, che gi l'osservava attenta, le vide il viso macchiato di rosso e le palpebre gonfie di chi ha pianto. Ecco perch indugiava a scendere e s'era esposta al vento; per farsi cancellare dal viso

~ccie delle lagrime! ohi, ohi, che moscone nero IP rr~nzava intorno?

 ~nnarosa, tua madre  uscita. Non ti ha dunque detto nulla?

~~Ia s! E andata a visitare zia Paschedda Mu



Pensava a quei suol parenti che, sebbene d'un ramo paesano della famiglia, la nonna e il fratello nommavano sempre con grande rispetto.

Qualche volta zio Fredu ~fura e la moglie venivano a far visita alla nonna: visite fredde, quasi di etichetta, alla cui conversazione lei non prendeva mai parte.

Di Stefano ricordava che era venuto solo due o tre volte, anni avanti, per certi affari di famiglia, e a lei non aveva neppur badato.

Ma ecco, le pare di rivedere, nei mucchi di brage accumulati sulla cenere del camino, un paesaggio di montagna, al tramonto. Si  in una festa campestre, e Sl balla sotto il bosco al suono della fisarmonica. Stefano s'avanza e la invita a ballare. Grande e grosso, pallido e con gli occhi d'un nero profondo, con le palpebre grevi, come assonnate, sembra pi vecchio della sua et; tuttavia  con una certa timidezza gof~a che s'avvicina a lei, sebbene anche lei sia la ragazza pi vergognosa della schiera intorno riunita.

Fin d'allora si parlava d'un possibile matrimonio fra loro due; e le pareva di rivedere ancora tra l'ombra del bosco e lo sfondo rosso del tramonto gli occhl delle altre ragazze, che seguivano con invidia il suo glro di danza e la credevano palpitante di gioia fra le braccia di Stefano.

E lei palpitava davvero, ma non di giola. Stefano non le parlava~ ma la stringeva forte e pareva volesse penetrarle le vesti con le sue dita; e il contatto del corpo vigoroso di lui, I'odore del sigaro, il calore della mano tenace, le davano un turbamento profondo- Ia attiravano e la respingevano.

E aspettava quasi con terrore che egli le parlasse finalmente d'amore e le chiedesse di diventare sua moglie. Perch lei non voleva certo disobbedire alla famiglia; ma amava un altro.

Il brontolo della nonna la richiam alla realt.

aE quasi notte e Gavino non torna. E neppure quella scempia della serva. Quando son fuori non si ricordano pi della casa. Ma il ragazzo bisogna frenarlo: altrimenti finir come quell'altro. ~>

Annarosa s'alz protestando.

 Non tutti si devono rassomigliare. E non c' bisogno di far sempre pesare i morti sui vivi. 

Annarosa! Zio tuo non  morto: morto fosse, meglio! ~>

E peggio che morto! Ma la sua miseria se la porta lui. E lasciate che ognuno vada per la sua via; tanto si arriva tutti allo stesso punto. ~>

Annarosa! A questo punto bisogna arrivarci be

ne, non male. 

 Male  passare la vita male... come... ,>

Non os proseguire: vedeva la nonna farsl rossa per lo sdegno, con gli occhi loschi, con la canna che le tremava fra le mani: e aveva paura di irritarla e addolorarla; le sembrava di essere sotto un vecchio muro che ad un urto troppo forte poteva crollarle addosso.

Chi  che passa la ~lta male? Tu forse? Di che cosa puoi lamentarti~ Sei orfana, perch il Signore ha comandato cos, ma non sei rimasta sola, ed hai la casa e chi ti vuol bene e ti protegge. E che volete solo il godimento, i giovani d'oggi; volete solo la parte dolce della vita; il piacere s, il dovere no! Ma la vita  come un frutto con una parte al sole e l'altra all'ombra: una matura e l'altra acerba. Spiccarlo com', bisogna. Io sono vehia; mi pare di aver vissuto sempre da quando  cominciato il mon



do; e tutto ho veduto, Annar! E ti dico che bisogna seguire I precetti di Dio, le leggi eterne, per essere contentl. Detto te l'ho, tante volte, Annarosa, di leggere la Bibbia invece dei cattivi libri che tieni sempre in tasca e sotto il capezzale. Tuo nonno leggeva sempre la Bibbia ed era l'uomo pi contento ch'io abbia conosciuto Nori ha mai pianto. 

Annarosa non replic. Erano tutti abituati a que sermoni; ne erano talmente imbevuti da non provarne pi impressione e neppur noia.

D'altronde qualcuno entrava. Era la servetta di ritorno dall'oliveto ove era stata tutto il giorno a cogliere olive; e ne recava un cestino colmo sul capo Annarosa le and incontro e parve volesse dirle qualche cosa, mentre con le sue mani fini l'aiutava a mettere gi il cestino delle olive grosse e violette come prugne: poi chin la testa pensierosa e torn accanto al fuoco.

Anche la servetta si cacci fin dentro il camino per scaldarsi: aveva le vesti cos fredde e dure che parevano ghiacciate; e non poteva piegare le dita gonfie per i geloni, n chiudere la bocca per le screpolature delle labbra; eppure si diede subito premura di allontanare dal fuoco il piede della vecchia padrona perch la scarpa non si bruciasse, e appena pot riprendere respiro cominci il resoconto della

giornata.

 Oh, bisogna farvi sapere che ci sono dei ladri in giro, laggi. S' visto persino la traccia di zio Saba, quel vecchione che ha un piede solo. ~ facile a riconoscersi, la sua traccia! Ha ripulito, sotto gli olivi; dove passa lui pare passino le locuste. Allora il padroncino Agostino (il suo viso delicato di bambina diventava rigido di rispetto e di ammirazione, quando si nominava il padroncino Agostino) ha deciso di passare gi la notte al podere per guardare le olive. Quelle che erano per terra le abbiamo raccolte tutte, fino all'ultima. C'era un vento che entrava in corpo come un diavolo; ma lui, il padroncino Agostino, non ha sollevato nemmeno la schiena finch non ha veduto gli spiazzi puliti come questo pavimento. E mi pungeva con una fronda per sollecitarmi. In coscienza mia, quell'uomo vuol diventare ricco prima del tempo. 

 Lavorare bisogna, Mikedda mia,  disse la vec

chia padrona.

 Domani, dunque, bisogna mandare gi un carro,

per portar su le olive. Sono entrata qui da zio Taneddu e l'ho avvertito. Ha la moglie malata, ma andr lo stesso. Lavorare bisogna !  concluse pensierosa Mikedda, sfregandosi una mano con la palma dell'altra.

La vecchia padrona si inform che malattia aveva la moglie di zio Taneddu. Erano, marito e moglie, i pi prossimi vicini di casa; tutti e due stati un tempo suoi servi, an~ora spesso lavoravano per conto suo, specialmente l'uomo, che era un bravo conta

dmo.

 ~ raffreddata, con la febbre. Con questo tempo chi non prende uii malanno? 

 Anche Paschedda Mura  malata grave. 

La ragazza sobbalz; disse:  Allora...  ma non prosegu. Anche lei pensava che se la ricca paesana moriva, il matrimonio della padrona piccola si concludeva. Ma la padrona piccola, ritornata l silenziosa presso il camino, era cos triste e di umor serio che conveniva parlare d'altro.



La nonna domandava se Agostino aveva abbastanza da coprirsi durante la notte.

 Ha il cappotto e un sacco di lana. Del resto a lui che importa? ~on sente n freddo n caldo:  come gli eremiti, fatto di pietra!  esclam Mikedda.

E d'un tratto si lasci anche lei cadere aggomitolata per terra fra la scranna e la parete, sognando. La figura del suo sogno non pu essere che quella del padroncino Agostino, su lo sfondo dell'oliveto. Il vento scuote i vecchi olivi fitti sulla china della valle, dando loro ondulazioni e toni grigi cangianti come di nuvole; le olive cadono, verdoline e violacee lucenti come perle e bisogna sveltirsi a raccoglierle dalla terra fredda. Quando il cestino ne  colmo si va a vuotarlo entro la casetta, ove ce n' gi un bel mucchio. Il padroncino l'aiuta a sollevare e mettere il cestino sulla testa, e lei sta l tutta tesa nell'atto di sostenere con ambe le mani il suo carico con la speranza e la paura che Agostino voglia darle un bacio; poi corre nella casetta nascosta fra gli olivi in cima al podere, e senza togliersi di testa il cestino versa dall'alto, sul mucchio, le olive: alcune le rotolano sul viso e le dnno un brivido come fossero grosse goccie d'acqua~ Dopo essersi indugiata nel gioco, s'affretta a uscire perch gi sente il passo di Agostino ed ha paura di essere sgridata. Egli infatti la sgrlda rincorrendola come per picchiarla; ma lei pensa, che se riesce a prenderla forse la bacer, e gll butta il cestino contro gridando:

 Lo dir a nonna sua, se mi tocca! 

Il grido basta per salvarla, per salvarli tutti e due. E vanno lontani uno dall'altro a cogliere le olive, come separati dal vento.

Il rumore della porta che si spalancava e si sbatteva pi forte di quando l'aveva spinta il vento fece trasalire le tre donne silenziose intorno al camino. Un'ondata di vita, un odore di frescura e d'inchiostro entr nella stanza col piccolo Gavino. Per evitare il sermone della nonna egli le si precipit addosso, sfregandole sul viso la guancia di mela matura, poi lasci cadere i libri in grembo ad Annarosa e prese la canna.

 Ho tardato perch guardavo il corteo di un battesimo. Ma un battesimo curioso, nonna; sentite: precedeva la donna col bambino coperto da un manto rosso che strascicava per terra: poi venivano la madrina e il padrino: la madrina vestita di rosso, il padrino col mantello. Il vento glielo gonfiava cos, come un pallone. Poi veniva il padre della creatura alto e grasso, col cappotto di velluto e un'aria di padrone del mondo. Poi veniva un vecchio con una lunga barba, e un altro vecchio con un'altra lunga barba; poi uno zoppo, poi molte donne con ragazzini per mano. Anche il padrino zopplcava un poco, ma poco per: era Gioele Sanna! 

Annarosa balz in piedi stringendosi al petto i libri per comprimere il palpito improvviso del suo cuore, sebbene dal suo angolo Mikedda gridasse per smentire Gavino.

Dammi la canna: voglio scacciare le tue bugie. Gioele Sanna non  affatto in paese. 

Ed io ti dico che~l'ho veduto; aveva il mantello gonfio cos!  insisteva il ragazzo; e correva intorno zoppicando e scuotendo le braccia per accennare gli svolazzi del mantello; finch Annarosa non gli corse dietro, e gli tolse la canna e il gabbano imponen

dogli di smetterla col suo cattivo scherzo. Poi, accor



gendosi d'essere osservata dalla nonna, ella and nella camera attigua.

E la nonna ricominci a frugare nella cenere ricordando che questo Gioele Sanna aveva fino a poco tempo prima frequentata la casa, e tutti della famiglia, compresa la serva, si burlavano di lui dicendolo innamorato di Annarosa. Si burlavano di lui perch oltre all'avere un lieve difetto a un piede, era un ragazzo povero e di bassa gente.

Il nonno materno era appunto quel vecchio contadino Z10 Saba, che aveva perduto una gamba in Crimea, ma era anche reduce di qualche antica condanna per furto.

I ragazzi si burlavano di Gioele anche perch dicevano che aveva ereditato la zoppaggine del nonno.

Il padre, poi, aveva fatto il magnano girovago, specie di zingaro, di quelli che vanno a piedi di paese in paese con paioli di rame sulle spalle. Adesso aveva una bottega di fabbro, in fondo alla strada, e lavorava anche di notte, per far studiare il figlio: ma il passato non si cancella n si spezza neppure a colpi di martello.

E la nonna continuava a frugare e a far dei segni sulla cenere, ricordando che nelle sere d'estate vedeva, dalla sua scranna voltata verso l'uscio, i nipotini aggruppati nel cortile intorno a Gioele che suonava una vehia chitarra. I capelli lunghi intorno al viso pallido e liscio e certe ghette ch'egli si faceva da s con striscie di panno gli davano un'aria di trovatore. Non cantava, per, e nel silenzio le note del suo strumento facevano pi e~etto: a volte vibravano cos forti e armoniose che pareva scintillassero e cadessero come stelle filanti.

Annarosa ascoltava seduta sull'orlo del pozzo, o anche sopra il muro del cortile, col viso bianco di luna e una ghirlanda di stelle sul capo; anche la vedova seduta all'ombra del portichetto d'ingresso e i contadini vicini accovacciati sulla soglia del portone aperto ascoltavano in silenzio. Persino lei, la nonna, si commoveva: era stata giovane anche lei!

Ma appena Gioele se ne andava e le ultime note della chitarra cadevano come gocce di oro nel silenzio della strada, i ragazzi si burlavano di lui, imitando il suo modo di camminare e di suonare, e dicevano ad Annarosa che egli l'avrebbe sposata per condutla in giro per il mondo, lei a cantare, lui ad accompagnarla con la chitarra.

Anche lei rideva, allora; ma adesso che Gioele  lontano e il sogno della fanciullezza finito, adesso piange e non permette che si burlino pi di lui.

Non bisogna per diffidare troppo di quel pianto e dei modi bruschi di lei. La nonna sa bene che sono prodotti dell'orgoglio. E la segue con la coda delI'occhio, e la vede andare e venire nella camera attigua, rimettendo i libri e il gabbano del fratellino; e infine avvicinarsi alla finestra sull'orto e star l ferma a pensare, forse a tentare di calmarsi.

La sua figura si disegnava immobile e scura sullo sfondo della finestra, pi alta del profilo dei monti lontani che si staccava bianco e grigio sul cielo verdognolo del crepuscolo e sulle cui cime pi alte apparivano e sparivano monumenti di nuvole come fatti di neve e abbattuti dal vento.

Annarosa guardava e pareva calma, intenta solo alle cose di fuori. Vedeva sotto la finestra l'orto grigio, a scaglioni, che scendeva fino allo stradone della valle. Al chiarore glauco del crepuscolo i car~i, i ca voli, le parietarie che coprivano i muri di sostegno,



prendevano un colore metallico, e ogni foglia, ogni steto si agitava al vento. Tutto soffriva, anche nella natura; e questo le dava un cattivo conforto.

D'un tratto spalanc la finestra e vi si sporse: una ondata di vento le batt sul viso, il rumore del torrente della valle balz fin dentro la stanza da pranzo.

Annarosa! grid la nonna.

Ella chiuse la finestra e torn ad appoggiarsi ai vetri. L'ombra saliva dalla valle, piccole stelle rossastre apparivano ancora incerte fra le creste basse dei monti, come scintille sprizzanti dal granito percosso dal vento.

Una nota di chitarra tremol in lontananza. Illusione? Forse una corda del telegrafo che vibrava al vento. Ma a lei pareva proprio di chitarra, e che scendesse di lass dagli scogli dei monti, gettata dal vento, quella nota che le riafferrava il cuore come un uncino da pesca. Era con quella nota che Gioele, fin dalla loro prima adolescenza, le aveva fatto capire di amarla. Lei lo amava gi, cs, perch era il solo ragazzo estraneo col quale aveva contatto; cos, perch non si pu vivere senza amare, e la donna nasce con l'amore nel cuore come la rosa col suo colore.

Un giorno Mikedda le aveva portato una lettera di Gioele. Ella s'era sdegnata; poi aveva risposto.

 Annarosa,  chiam di nuovo la nonna.

"S, ho risposto", ella disse fra s, come terminando un discorso con s stessa. "E ci siamo parlati, e ci siamo amati. Ma la speranza di sposarlo, no, mai ,gliel'ho data E nessuna promessa. So chi  lui e chi sono io. E adess~ bisogna finirla. S, nonna, lo so, bisogna finirla."

Torn nella stanza da pranzo. La servetta e Gavino erano andati a portare qualche cosa alla moglie del contadino: ecco la nonna di nuovo sola, immobile nella stanza gi scura, con l'aureola della fiamma intorno alla figura nera. Annarosa la guard intenerita. Dopo tutto la nonna era la cosa pi sacra, per lei, la colonna pi ferma della sua vita. Le parole della nonna erano tutte vere; erano la verit stessa. E quella sua immobilit, nel silenzio e nella solitudine della stanza quasi povera, quella sua pesantezza di bronzo, e l'aureola del fuoco le davano un aspetto di idolo domestico.

Ma appena si rivide la fanciulla accanto ricominci a brontolare.

 Tua madre tarda. Buona , Nina, ma  sempre come una ragazza; si distrae ad ogni mosca che vola. E adesso ecco che non si ricorda di tornare ed  quasi notte. 

 L'avete mandata voi, perch mandarla ? 

 Come? Non dovevo mandarla a visitare una parente malata? Cristiani siamo: ma tu oggi parli come

una giudea. 

 Poteva andare domani; non morr stanotte zia

Paschedda; forse neppure quest'inverno ! 

 Dio lo voglia; ma intanto  grave, e la presenza di tua madre  necessaria, in quella casa. 

 Perch necessaria?  ribatt Annarosa, senza muoversi, senza agitarsi, ma con voce turbata. Perch? Siamo parenti, ma loro sono ricchi e si sono tenuti sempre lontani da noi: sempre ci hanno fatto sentire la nostra umilt. Pare abbiano paura che noi si chieda loro aiuto. Perch umiliarsi a loro? Perch? Perch noi non si sta al nostro posto, nonna? Non abbiamo bisogno di nessuno, noi; non abbiamo che il nostro decoro e dobbiamo tenerlo. 



La nonna la guardava in viso, cos intensamente ch'ella volse gli occhi e torn a intimidirsi.

 E tu, Annarosa, ci hai badato sempre a questo decoro ? 

Ci ho badato, s! Che cosa volete dire?

 11 figlio del fabbro non ha nulla a ridire sul conto tuo ? 

Annarosa si driz20 sulla schiena, rossa in viso c con un nodo alla gola; non pot parlare subito: le sembrava d'aver ricevuto alle spalle un colpo che le toglieva il respiro.

 Senti,  riprese subito la nonna.  Non che io trovi nulla di disonorante nel fabbro e nel figlio suo; cristlani sono, come noi, e vivono come meglio possono. E il nonno di Gioele, il vecchio Antonio Saba, ha fatto il dover suo, in giovent;  stato alla guerra ha perdto la gamba; e poi, al ritorno, se ha preso qualche cosa da chi ne aveva, se, diciamolo chiaro, ha rubato qualche pecora o qualche sacco d'olive, lo ha fatto per bisogno, perch non poteva lavorare come un uomo sano. Adesso ha la sua striscia d'oliveto, accanto al nostro, vive sempre l, e se passando negli altri poderi si china a raccogliere qualche oliva lo fa perch  vecchio e i vecchi sono rimbambiti: cio operano come i bambini, senza sapere quello che Sl fanno. Insomma, ripeto, il vecchio Antonio Saba e i Sanna vlvono come possono; io li onoro e li rispetto come prossimo mio, e, tu lo sai, quando c' qui del lavoro da fare preferisco Michele Sanna a qualsiasi altro fabbro del paese; onesto e laborioso , e se ha girato il mondo, in giovent, lo ha girato per conto suo senza far male a nessuno, anzi industriandosi a guadagnarsi la vita. E anche il suo ragazzo, se ha quel difetto non  colpa sua;  nato cos e non lo hanno saputo curare a tempo, perch erano poveri, e i poveri non chiamano i dottori e si lasciano piuttosto cavalcare dal male. Pagati si vogliono i dottori! E il povero denari non ne ha: questo  il guaio. Il ragazzo Sanna  un buon ragazzo, di umore buono; ti dico la verit, quando veniva a suonare la chitarra nel cortile lo ascoltavo con piacere. Adesso sento che continua a studiare con profitto, e queste vacanze scorse quando ancora veniva a visitarci lo ascoltavo parlare con gusto; ragazzo di talento , e svelto nel parlare. Certo che anche lui avr il suo posto; ma che posto vuoi che sia? Avr un impiego, o far anche il dottore; ma tempo ce ne vuole, e quando uno  cos, come lui, di famiglia cos, senza beni di fortuna e anche non perfetto di corpo, credi tu che la gente lo consideri e gli affidi buoni impieghi e alti onori ? Povert e cattiva stirpe son cose tristi, Annar! E tu hai parlato bene, poco fa; ognuno al suo posto, ognuno col suo decoro. Tu sei ragazza ancora e non sai le cose della vita: ebbene, io ti dico che  meglio morire che vivere nell'indegnit e nel bisogno.

 Senti,  riprese vedendo Annarosa disposta finalmente ad ascoltarla;  tu mi puoi dire: "E marito vostro non era povero? E noi non siamo poveri?". Anztutto non  vero; poveri non lo siamo perch da vi vere, in casa, ce n' abbastanza. E mio marito non era povero; poco aveva, ma quel poco ci bastava. E non volevamo diventar ricchi perch, a dir la verit, in quei tempi, pochi ci pensavano; tutto era facile, si viveva con poco; posso dire, quasi, che noi eravamo ricchi con quello che avevamo; i tempi si son fatti difficili di poi, dopo la morte di tuo padre. Mancato lui fu come mancasse un puntello alla casa. Agostino



piccolo ancora per capire e lavorare come fa adesso, tua matrigna pi bambina di voi; le spese che crescevano e le rendite che diminuivano. Ti dico, in verit, furono due o tre anni di cattiva navigazione. Pi di una volta io ho dovuto mettere lo scialle e andare in cerca di denari, per pagare le imposte e anche... anche per vivere... E non sempre trovavo le porte aperte, ragazza mia; pi di una volta tornavo a casa con le mani abbandonate gi come quelle di Cristo schiodato dalla croce... Tu, forse, lo ricordi. 

Annarosa ricordava: erano stati gli anni pi acerbi della sua fanciullezza; e appunto qualche cosa di acre, di tristemente eccitante come una spina rimasta dentro la carne, le teneva sveglio l'orgoglio, al ricordo di quegli anni di adolescenza umiliati dalle strettezze famigliari.

 Ricordo, ricordo!  disse forte, come invitando la nonna a non insistere.  Appunto per quello non bisogna pi umiliarsi a nessuno. 

 Chi parla di umiliarsi? Quando ci si  umiliati? Se io, in quegli anni di bisogno ho cercato aiuto l'ho cercato con dignit, ed ho pagato i miei debiti al dopplo ed al triplo e qualche volta ad usura. E le falle della barca tappate furono. Non  il pane nostro, I'umiliazione. Zio tuo stesso, per disgraziato che sia, non si umilia a nessuno; mangia piuttosto una volta al giorno e va vestito male; ma nulla vuole da nessuno. In fondo non si umilia neppure in casa perch non accetta che lo stretto necessario quello che infine gli spetta dall'eredit del padre. >;

 Chi domanda nulla a nessuno? Dimmelo tu!  ribatt, alzando la voce irritata, sebbene Annarosa non replicasse pi.  Perch matrigna tua  andata a visitare una malata, tu parli cos? Sta certa per, se lei non vede buona accoglienza non torner a battere a quella porta. ~ donna che non si umilia davvero, matrigna tua! Testa da ragazza, ancora, a volte, ma con la sua buona parte di superbia. Se tarda a venire,  segno che l'hanno trattata bene. Eccola, dunque. 

Col suo passo ela~tlco la matrigna attraversava la cucina gi scura; s ~,anz fno al camino, ma non sedette, non si tolse lo scialle. Aveva il viso un po' colorito dal freddo, gli occhi animati.

Zia Paschedda  grave. E una donna che se ne va. Gli uomini, l, son disperati. Non sanno far nulla. Il vecchio mi ha chiesto se non potrei passare la notte da loro... 

Guardava la nonna, esitando, e la nonna la guardava, di sotto in su, soddisfatta per la buona accoglienza dei parenti, ma diffidente all'idea di lasciarle passare la notte fuori di casa.

La servetta intanto rientrava di corsa, ansante di curiosit, seguta da Gavino.

 Se zia Paschedda muore, davvero che quel lupo di zio Predu riprende subito moglie  disse ridendo.

Le sue parole sventate caddero fra il silenzio generale: tutti per, anche Gavino, pensarono la stessa cosa: se zio Predu si riammogliava, Stefano correva rischio di non prendere tutta l'eredit.

 Puoi andare, Nina, se non ti  di troppa fatica. Siamo cristiani,  disse infine la nonna.

Vengo pure io, cos non avrete paura, mamma; prendetemi, mamma,  supplicava Gavino; e la ser

vetta sospir:

 Saremo noi ad aver paura, stanotte, cos sole in

casa, col padroncino Agostino che rimane laggi. Mala cosa, la morte! 



La donna, con lo scialle chiuso sul viso, sembrava anche lei spaventata all'idea di passare la notte fuori di casa; ascoltava per, con gli occhi un po' aperti e il viso proteso, come se una voce lontana la chia masse.

 E datemi un po' di cai~, prima! L non c' neppure acqua. Hanno perduto tutti la testa come piccole creature. 

 Era lei che guidava ogni filo. Tutta la casa,  raccont  in ordine che fa meraviglia: tutto contato, nell'armadio e nei cassetti; tutto messo in fila: e come comandava lei, e aveva tutte le chiavi, gli uomml non rlescono a trovare uno spillo. Li teneva "ai~ e lei!"  pens, ma non lo disse come bambini. Stefene, grande e grosso com', cammina in punta di piedi, e non sa dire due parole assieme, avvocato come . Zio Predu sta l, accanto al fuoco, con le mani sul pomo del bastone, e le lagrime gli cadono fino alla cenere. Lei muore e tiene ancora le chiavi sotto il guanciale. No, Annarosa, non mi dare i biscotti; davvero non posso man~giare, ho un nodo alla gola. 

La nonna le diede alcune avvertenze.

 Tu non ti coricherai; sta su, accanto al suo letto, a vegliare. Se si aggrava manda subito a chiamare il prete e accendi i ceri. Deve averne una bella provvista di ceri, Paschedda Mura. Donna avara era, Paschedda Mura, ma donna savia. E adesso va, Nina mia, e Dio t'accompagni. 

E la donna and. La serva e Gavino l.'accompagnarono fino alla strada, poi tornarono indietro discutendo su quante migliaia di lire possedeva zio Predu Mura.

Forse centomila, forse trecentomila. E una casa grande, e un'altra casa in campagna; e le casse piene di roba, la cucina piena di rame, la cantina piena di botti, la dispensa piena di orci d'olio e di frumento: tutto pieno gonfio da non potercisi muovere.

 Dev'essere un bel pensare, per, in quella casa,  disse la servetta, riprenclendo il suo posto fra la scranna e il muro. Non ricevette risposta e anche lei tacque, pensierosa. E nel silenzio si sent di nuovo il so~o del vento e nella cucina scura il frugare e tosicchiare di topo di Gavino.

Zio Juanniccu torn pi presto del solito, quella sera. Con tanto freddo, non aveva che la giacca leggera, tutta abbottonata, col risvolto unto tirato sul collo rientrante fra le spalle. Se`nza togliersi le mani dalle tasche dei pantaloni batt col piede alla porta chiusa, pensando che se voleva poteva fabbricarsi non una ma cento chiavi, da aprire tutte le porte del mondo; ma non voleva; preferiva picchiare col piede e aspettare che la serva aprisse e magari lo rimbrottasse per essere tornato tardi; . cos non scontentava quelli di casa che amavano fargli subire queste umiliazioni. Umiliazioni? Non lo erano poich in fondo non lo toccavano. Fu lui che indugiandosi sulla porta, mentre un'ondata di vento impetuoso gli penetrava fino alle ossa e pareva lo volesse portar via, guard dall'alto la servetta venuta ad aprire brontolando.

Ebbene, cosa fa, non entra? Se sta un altro po' la chiudo fuori. Non sa che siamo sole, che il padroncino Agostino  rimasto laggi?



Allora fu lui a chiudere bene la porta, scuotendosi d'un tratto da quella specie di sonnolenza che lo avvolgeva di continuo e lo separava dalla realt. L'idea che l'altro uomo della casa era assente parve ridestargli un senso di responsabilit.

Si sent, almeno per quella notte, capo di famiglia, protettore delle donne e dei ragazzi. And quindi a vedere come stava la madre. Era gi a letto, la madre, nella camera in fondo illuminata solo dalla luce della stanza da pranzo: il suo viso immobile, nel cerchio della cuffia nera, pareva dipinto sul guanciale bianco: ma gli occhi erano aperti e vivi.

Stato sei, dai Mura? domand sottovoce.

 Stato sono: la donna se ne va. 

 Siamo sole in casa. 

 Star io, qui gi, alzato. 

 Allora di' alle ragazze che vadano a letto. 

Egli torn di l ma non os dir nulla.

Sedette al posto che Annarosa, come faceva sempre, gli cedette. Gavino che s'era impossessato della scranna e della canna della nonna, batteva i tacchi sulla pietra del focolare, parlando con Mikedda di morti e di fantasmi.

Speriamo che zia Paschedda muoia una notte quando il padroncino Agostino  in casa,  disse la serva.  Io ho sentito raccontare una volta, da una zia vecchia, che prima di andarsene i morti passano a far visita ai loro parenti. S, questa zia vecchia dice che stava una sera accanto al fuoco, ed ecco viene a trovarla un suo cugino, un pastore che viveva sempre nell'ovile. "Ebbene, che nuove, cugino mio ?" "Ell, nuove vecchie, cugina mia: le vacche hanno figliato e si comincia a mungere il latte." E cos parlano, a lungo: finch lui se ne va. L'indomani questa

zia vecchia viene a sapere che il cugino era morto quella stessa notte. 

Gavino sogghignava tra l'incredulo e lo spaurito; d'un tratto si volse guardando verso la cucina buia.

 Eccola che viene, zia Paschedda. 

E la serva diede un grido: allora zio Juanniccu credette bene d'intervenire; gli sembr di poter fare un discorso energico per correggere la superstizione della ragazza e, nello stesso tempo, far intendere a Gavino che non bisogna burlarsi delle cose serie e delle persone semplici; ma volgendosi un poco vide Annarosa seduta accanto alla tavola, preoccupata, col viso sulla mano, e non seppe dire che queste parole: `  Andatevene a letto: sto qui io. 

Gavino si ostinava a parlare di cose paurose.

 Mikedda, racconta chi altri, dei morti,  andato a visitare i parenti: chi sa se mio padre  venuto; io ero piccolo, non ricordo; voi ricordate niente, zio Juanniccu ? 

Zio Juanniccu s'inteneriva, ogni volta che il ragazzo, povero piccolo orfano, si rivolgeva per qualche cosa a lui: cerc di ricordarsi; per fargli piacere pens di dirgli che s, il padre era tornato a visitare i parenti; ma vedeva Annarosa, immobile accanto alla tavola, con gli occhi pieni d'ombra, e ripet soltanto:

 Andatevene a letto:  ora. 

Fu lei la prima a dargli retta: s'alz e tocc la spalla a Gavino, invitandolo a seguirla; il ragazzo continuava a battere il piede sulla pietra del focolare, finch lo batt cos forte che si fece male e cominci a lamentarsi dicendo che s'era rotto un dito.

 Ho la scarpa piena di sangue, non vedi, non vedi ? 



E lo zio gli tolse la scarpa e la scosse, come per farne cadere il sangue che non c'era: poi gli tolse anche la calza denudando il piede bianco con le unghie nere, e gli palp le giunture; infine si assoggett a portarlo fino al piano di sopra sulle sue spalle, e quel peso e la stretta delle ginocchia del ragazzo ai suoi fianchi gli spremevano dagli ohi lagrime di tenerezza. Per pensava: "Sono ubriaco, forse", e questo pensiero smorzava la sua commozione

Lasci il ragazzo sull'orlo del suo lettino e attravers le camere in punta di piedi come fosse in casa altrui; ma tornato gi sedette sulla scranna che aveva l'odore di fracido della vecchia madre.

Eccolo dunque solo davanti al fuoco, padrone di tutto il camino. Poteva scaldarsi come voleva, muoversi da una parte e dall'altra senza essere osservato; il velo d'ombra che la sua presenza spandeva intorno era svanito; si sentiva felice, d'una gioia muta, come un bambino lasciato solo in casa. Pens infatti che poteva andare in cucina e frugarvi. Gli pareva di essere diventato lieve, con le membra sgranchite dal calore del fuoco. Apr i cassetti della tavola, apr l'armadio; tutto era tale e quale come quando bambino egli frugava da per tutto nonostante gli ordini severi della madre.

Ancora c'erano i vecchi piatti gialli a sanguisughe nere, e certi boccali bianchi e azzurri che non erano mai serviti a niente, e il vaso di creta per l'olio, e il canestro, annerito, per il pane della serva. Ed egli non tocc nulla, come non toccava nulla quando era bambino: aveva ancora la stessa paura, lo stesso rispetto, per la madre, per la famiglia: gli bast di poter aprire gli sportelli dell'armadio come le imposte della finestra del passato.

Del resto Mikedda gli aveva lasciato da mangiare e da bere sulla tavola di cucina. Bevette e torn davanti al camino; spense il lume e rattizz il fuoco. Di sopra i rumori cessavano. Un passo, uno scrlcchiolo di sedie; il cigolo dell'armadio di Annarosa; un altro passo, poi silenzio.

Egli cominci a sognare: gli pareva di viaggiare, sulla scranna della madre, come in una piccola barca, gi per un fiume calmo arrossato dal tramonto. Gi, gi, la corrente lo trasportava; tutto era facile, e laggi si delineava una riva dov'egli, sbarcando, avrebbe potuto ricominciare la vitaj andare a scuola, come Gavino, diventare un uomo ricco e rispettato. Tutto gli era facile, poteva fare l'avvocato o il medico, I'industriale o il professore; tutto per lui era eguale. La vita ricomincia ogni giorno: basta aspettare l'alba tranquilli, buttando via indietro tutto il passato come si buttano le cose rotte.

"Ho una buona sbornia, stanotte," pens riavendosi.

Gli parve di sentire la madre a chiamarlo; si alz di nuovo e si avvicin all'uscio. Il chiarore del fuoco illuminava, attraverso le colonne dell'ombra della scranna, la camera silenziosa. La vecchia teneva ancora aperti gli occhi e con la mano fuori delle co

perte gli accennava di avvicinarsi.

 Juanniccu,  chiusa la porta di strada? 

 Chiusa . 

 Sei certo? Va a vedere. 

Sebbene fosse certo di aver chiuso, obbed, anzi guard due volte, poi torn nella camera, col suo passo silenzioso, e a un cenno di lei, che aveva sollevato la testa sul guanciale scuotendola un poco per

liberare le orecchie dalla cuffia, sedette accanto al



letto guardando verso il fuoco della stanza attigua. Tutto il ceppo era divenuto una brage, con un germoglio di fiamma azzurrognola in cima; e aveva la forma di un cuore, palpitante nel silenzio della casa.

 Devo domandarti una cosa, Juanniccu: ma rispondimi franco. Fra Annarosa e Gioele Sanna cosa c' stato?

 Cosa c' stato ?  egli ripet, interrogando s stesso.  Niente: hanno fatto all'amore. 

E dici niente, idiota? ella esclam sbalordita e sdegnata; poi riabbass la voce.  Per te tutto  niente, perch sei avvezzo a sragionare. Ma adesso caplSCO tutto: la ragazza piangeva, oggi. Io non l'avevo mai veduta piangere. 

 Le donne piangono di nascosto. 

 Annarosa  una ragazza seria. Rideva un giorno quando si parlava di quel ragazzo. 

 Annarosa  una ragazza che vede le cose giuste; e ride quando c' da ridere e piange quando c' da

piangere. 

 Non sragionare, ti ripeto! Io non posso credere che Annarosa abbia dato retta al figlio del fabbro. Oggi stesso mi parlava di decoro, lei;  una ragazza che non si abbassa a male azioni. Per,  aggiunse inquieta,  Oggl piangeva. Tu dunque credi davvero che i due ragazzi abbiano avuto relazione?

 L'hanno avuta e l'hanno ancora. Si scrivono. 

 Signore ! Signore ! Che cosa mi dici ? 

Egli rise, lievemente, un riso assonnato che irrit ancora di pi la vecchia.

 E ridi anche, e ridi! 

 Rido perch  una cosa da niente. 

 Per voi, tutte son cose da niente. Ma la vita  fatta di cose da niente, che poi diventano serie; la coscienza non deve trascurarne una, neppure la pi piccola. E dunque, se la ragazza piangeva oggi, vuol dire che la cosa non  lieve. Son vecchia, e sebbene mi si tenga da voi tutti all'oscuro come una carcerata, vedo e capisco tutto. E capisco dunque che adesso bisogna pensare sul serio ad Annarosa e aiutarla a trovare la sua strada. 

 La sua strada  quella. 

 Quale ? 

Di lasciarle fare quello che vuole. 

 Ah, Signore mio! Non si pu parlaFe con te. Tu parli cos, e sei cos, disgraziato, appunto perch sempre ti abbiamo permesso di fare quello che volevi. L'esempio tuo ci valga. E dunque,  riprese dopo un momento di esitazione  bisogna assolutamente impedire che Annarosa e Gioele si scrivano e si vedano. La donna  fragile. 

 Si vedano o non si vedano  lo stesso. 

Cosa vuoi dire, idiota?

Egli non rispose subito, questa volta. Abbass molto la testa sul petto e si tocc i bottoni della giacca, si frug in tasca, si palp le braccia e i fianchi: non riusciva a trovare parole adatte ad esprimere i pensieri che in quel momento gli si aggrovigliavano nella mente: no, non  una cosa egualmente facile capire le cose e spiegarle.

 Ecco, io dico, a mio parere, che bisognerebbe lasciar fare a ciascuno quello che vuole. Tanto  lo stesso; quello che si vuol fare si fa. La donna  fragile, e anche l'uomo. Siamo tutti fragili. Non importa nulla, neppure la coscienza, che  nulla anch'essa. Si vive, si muore; si fanno tanti sforzi per riuscire a questo, per privarci di quello, e poi si muore. E se quei due ragazzi si vogliono amare e si vogliono



sposare, perch volete voi impedirlo? E lasciate che si amino, e lasciate che si sposino. 

 Signore Dio mio, chi pu ragionare con te? E auesto l'aiuto che di! Vattene adesso, va. 

Ma egli restava l, un po' desolato.

Aiuto? ~ che noi non possiamo far niente. Cosa si pu fare?

Va, va,  ella gli impose con sdegno, agitando la mano; ed egli si ritrasse un poco, quasi per paura che quella mano lo colpisse; ma non se ne and, n parl pi, sebbene ella continuasse a brontolare. Poi a poco a poco la vide calmarsi, chiudere gli occhi e assopirsi. In fondo era contento della prova di fiducia ch'ella gli aveva dato, e, per conto suo, non si inquietava per Annarosa: al momento opportuno Annarosa avrebbe rotto la relazione con Gioele e accettato la domanda di Stefano. E la vita di lei bene o male sarebbe passata egualmente, come bene o male passa la vita di tutti.

Quando vide la madre addormentata, and di nuovo in cucina, bevette ancora, infine torn accanto al fuoco.

Nella gola del camino ronfava l'ansito del vento. Soffiava anche il levante, adesso, e combatteva con la tramontana; tutti e due i venti venivano dalle montagne e il loro soffio, penetrando nella gola del camino come attraverso una canna d'organo, vi destava una muslca cupa e impetuosa che raccontava il dolore e le lotte dell'inverno fra i boschi e le roccie lass.

Dolore e lotte grandi: guerra degli elementi fra di loro e contro la terra immobile, spasimo d'odio e di distruzione dell'aria contro la vegetazione, dopo i loro amori nel tempo dolce passato. Eserciti di nuvole marclano sull'orizzonte, ai comandi del vento, lanciando le loro pioggie implacabili e la grandine e la neve sulla montagna che ne piange tutta coi suoi torrenti.

I boschi si piegano rombando una cupa protesta Ma la montagna resiste, pure piangendo; e i torrenti riportano l'acqua al mare, e i profili delle roccie incisi sul grigiore dell'orizzonte hanno un sogghigno di sfida, una fermezza di mostri invincibili. E la notte passa, ma neppure la luce del giorno riesce a mettere d'accordo gli elementi che pare si debbano odiare in eterno.

Invece l'uomo seduto davanti al camino sa che tutto  destinato a passare; si placher il vento, tacer il bosco stanco; ritorner la quiete, ritorner la tempesta e di nuovo la quiete ancora; tutto sta ad aspettare, fermi come la radice della montagna, senza dare troppa importanza alle cose che succedono fuori di noi: fermi, tranquilli, intendendo tutto e spiegandoci tutto.

La malattia della parente fu lunga. Nina andava e veniva, e quando la malata si aggravava, passava la notte presso di lei: nei primi giorni pareva quasi si divertisse, tornava a casa col viso fresco, gli occhi ridenti, e raccontava che, sebbene con la febbre alta e in pericolo di vita, zia Paschedda si preoccupava per le cose domestiche e non si fidava che di lei.

 Quando non ci sono io  pi grave del solito, bench il vecchio non si muova pi di casa. Sta l seduto sulla cassa, a intagliare una pipa di radica, e



quando zia Paschedda va un po' meglio, le racconta storie e storielle. Anch'io lo ascolto con gusto: parla e poi d'un tratto pare si burli di chi l'ascolta, ma le cose che dice sono piacevoli. E un uomo furbo! 

Anche Mikedda veniva ogni tanto mandata a prendere notizie della malata. Al ritorno raccontava le meraviglie e l'abbondanza della casa dei Mura, guardando con malizia Annarosa. Un giorno disse di aver veduto zio Predu a fumare seduto in cucina, mentre la padrona Nina preparava sulle brage del focolare una bevanda calda per la malata.

Gli occhi gli lucevano attraverso il fumo della pipa, come due stelle fra le nuvole. Sta a vedere che, se muore zia Paschedda, il matrimonio  un altro! 

La vecchia padrona prendeva sul serio le sue chiacchiere e dava avvertenze alla nuora.

 Gli uomini sono tutti uomini. Sta attenta. Forse il vecchio vuol provarti per vedere se sei una donna

serla 

La nuora non sorrise neppure, non si sdegn; anZl si fece seria come per obbedire alla vecchia. D'altronde la malata si aggravava e zio Predu perdeva la voglia di chiacchierare e di scherzare.

 Sta seduto sulla cassa, in faccia al letto della moglie,  raccontava Mikedda, col braccio appoggiato al bastone e la pipa spenta in bocca; aspetta sempre la visita del medico e non si cura d'altro. S c- un uomo che vuol davvero bene a sua moglie. E anche il figlio, il dottor Stefene, vuol bene alla madre. Anche lui sta l, appoggiato al cassettone, col VISO fra le mani, e non cessa di guardarla; e che uomo buono , senza superbia! Va lui ad aprire la porta, se picchiano, e la mattina, dice Lukia, la serva, va lui ad attingere l'acqua dal pozzo per lavarsi. Eppure potrebbe avere, non una ma dieci serve e farsi legare anche le scarpe! 

Poi Nina parve stancarsi del suo andirivieni: tornava a casa pallida, sbattuta, non parlava pi. La nonna la guardava scuotendo lievemente la testa come per dirle: "Nina, ti affatichi, lo so, ma  necessario, per il bene della famiglia", e Annarosa aspettava con ansia muta la notizia che la malata migliorasse.

Verso la hne della seconda settimana, la matrigna infatti torn un giorno col viso pi sereno; si tolse lo scialle, lo sbatt, lo ripieg come non dovesse rimetterlo presto. La malata migliorava.

Annarosa fugg dalla stanza perch la nonna non si accorgesse della sua gioia; usc nell'orto, scese di corsa il vialetto che dalla porticina del cortile serpeggiava gi di scaglione in scaglione fino al muro sopra lo stradale.

L'orto era grande, con gli scaglioni sostenuti da muri rivestiti di gramigne. Visto di laggi dallo stradale, con le case in alto, dava l'idea d'un piccolo bastione.

L'angolo estremo terminava a punta, come la prua d'un bastimento, e guardava sulla valle e sui monti, divisi, I'una dagli altri, solo dalla linea serpeggiante dello stradone, i parapetti del quale, costrutti con macigni, scendevano a picco sui burroni, in alcuni punti cos alti che parevano muraglie di fortificazioni.

In fondo la valle s'apriva su valli pi ampie che scendevano al mare.

Affacciata sul muro Annarosa aveva l'impressione di vedere davvero il mare tra i vapori dell'orizzonte. Nuvole htte, chiare, ondeggianti, salivano di laggi, invadendo il cielo di un azzurro cupo; ma si sen



tiva gi un alito dolce, nell'aria che odorava di erba nascente. Le chine della valle coperte di ulivi apparivano pi argentee del solito, e i cavalli al pascolo, fra i lentischi sulle prime falde del monte, nitrivano come fosse gi di primavera. Ma i mandorli erano ancor neri e i boschi sull'alto dei monti conservavano il verde tetro invernale.

Quell'ondulare di nubi, di azzurro e di grigio, quella promessa dl prlmavera, si rifletteva negli occhi di Annarosa. Le veniva voglia di cantare o di mettersi a gridare coi ragazzi che, ritti in equilibrio sul paracarri pericoloso dello stradone, giocavano alla honda, mirando con un occhio solo, tesi ed agili come veri frombolieri. I sassolini che essi lanciavano volavano intorno al contadino che lavorava nell'orto; qualcuno lo colpiva, egli per non se ne dava per inteso; la sua piccola figura si alzava e si abbassava fra la terra smossa, del colore stesso della terra, e la zappa, ogni volta ch'egli la sollevava, si portava con s un ciuffetto d'erba.

Annarosa gli and vicino, sfidando i proiettili dei ragazzi, per domandargli come stava la moglie

 Guarir anche lei. Zia Paschedda Mura pareva morisse; invece adesso sta bene; ed  la stessa malattia di tua moglie. 

Egli non smise di lavorare; anzi hcc con pi forza la zappa per terra, smovendo una ~rossa zolla che gli si rivolse sui piedi e glieli copr con la sua onda scura.

 Io ho invece paura che Dio si riprenda mia moglie: ma sia fatta la sua volont! 

Quel dolore rassegnato, che pareva cadesse fra la terra smossa, come la gioia di lei si spandeva nell'aria mite, le diede quasi un senso di rimorso: ma rientrando a casa trov la serva dei Mura venuta ad avvertire che la padrona s'era improvvisamente ag;,ravata e desiderava di vedere anche lei.

E anche lei dovette andare. Aveva come l'impressione di un cattivo sogno: camminava a hanco della matrigna silenziosa e le pareva che la casa di Stefano fosse lontana, in fondo ad un bosco, in un luogo triste e solitario. E invero le straducole che biso gnava attraversare per arrivarci, strette fra casette di pietra, parevano, nel grigiore della sera fattasi nebbiosa, sentieri tagliati fra roccie e macchie.

Il cortile buio dello zio Predu, circondato di tet toie, I'ingresso'della casa lastricato di pietre, la grande cucina con le pareti scure arrossate dal chiarore del fuoco, non distruggevano quest'impressione

penosa.

La malata giaceva in una camera bassa, mal ri

schiarata da un piccolo lume ad olio. Qualcuno stava seduto sopra una cassa antica, come a custodia di un tesoro, col viso nell'ombra. Stefano, pallido e triste, entr da un'altra camera, salut le donne, poi appoggi i gomiti sul cassettone e, col viso fra le mani, stette a guardarle senza parlare. Annarosa non osava volgersi verso di lui, ma lo sentiva l, grave, alle sue spalle, e contava i minuti per andarsene. L'idea di dover venire un giorno ad abitare in quella casa, che pure non era molto diversa dalla sua, le dava un senso di pesantezza alla testa, una disperazione che le faceva apparire la sua vita tutta eguale a quel momento di sospensione angosciosa.

Per confortarsi guardava la malata: la vedeva, corta e grossa sotto la coperta, con la testa forte fra i capelli ancora neri, muover le labbra violacee e di tanto in tanto sbatter le corte ciglia sotto le palpe



bre abbassate come spiasse cosa accadeva intorno: e le pareva che col suo corpo robusto potesse resistere al male e salvarsi.

D'improvviso si sent chiamare da lei: le accorse subito accanto; ma un colpo di tosse gonfi il viso di zia Paschedda e le imped di continuare a parlare: solo, con la mano agitata accennava a qualche cosa, hnch, non riuscendo a farsi capire in altro modo, afferr la mano di Annarosa e la introdusse sotto al guanciale.

E sotto il guanciale Annarosa tocc un mazzo di chiavi, che pareva fossero state al fuoco tanto erano calde: e intese che era la consegna di queste che la madre di Stefano voleva farle, cedendole il passo sulla porta della sua casa prima di uscirne lei per sempre.

Al ritorno a casa scrisse a Gioele pregandolo di non pensare pi a lei. I giorni passarono. Ella sedeva rassegnata accanto alla nonna, aspettando: ormai, che la madre di Stefano guarisse o no, la sua sorte non mutava: eppure trasaliva ad ogni picchiare alla porta, ed anche ogni volta che Mikedda rientrava di fuori e volgeva verso di lei i grandi occhi vividi nel piccolo viso preoccupato.

Sognava l'arrivo di Gioele, e qualche atto disperato di lui per salvarla e salvarsi. Di notte, quando la nonna non poteva pi domandare di lei, s'affacciava alla hnestra e s'abbandonava al suo dolore con una tristezza tenera, infantile. Le pareva di avere ancora quindici anni e di aspettare che Gioele passasse, col suo passo lento, col bel viso sollevato e gli occhi rivolti a lei come al solo punto visibile di tutto l'universo. E lei scuoteva la testa, per tentare di s gliere le sue treccie e lasciarle cadere hno alla s~ da, come la hglia del Re della leggenda, perch~ giovane innamorato potesse servirsene a guisa di scala di seta per arrivare hno a lei.

Un bagliore di fuoco, in fondo alla strada, ar sava l'ombra: spruzzi di scintille volavano con le brazioni dell'incudine battuta: pareva si pestasse cristallo e dell'argento, laggi; poi in un mome di sosta si sentiva la grossa voce del fabbro che contava al ragazzo che tirava il mantice una avventura di quando era magnano girovago. An rosa non se ne umiliava pi. Il suo dolore e la rinunzia coprivano ogni cosa d'un velo di poesia

Una sera hnalmente nel rientrare a casa dopo a aspettato il postino all'angolo della strada, Mike le tir di nascosto la manica. Ed ella ebbe l'imp sione che fosse il suo passato stesso a costring~ a volgersi indietro; s'accorse per che la nonn sorvegliava e non si mosse.

Il cuore le batteva fin sulla spalla. Che accad~ fuori? Gioele  alla porta? E venuto hnalmente salvarla. Eppure lei ha desiderio di chinare il viso sulle ginocchia della nonna e confessarle la tentazione di tradire la famiglia.

Quando pu uscire nel corridoio, per aspettare kedda, s'appoggia alla parete, tanto trema: tre ma le pare che sia il muro della sua vecchia ca oscillare sulle fondamenta e che lei sola con le spalle sottili lo regga.

Dalla lunetta a vetri della porta di strada p un barlume di crepuscolo e di luna nuova; e la rina di Mikedda, che scivola silenziosa lungo la rete traendosi dal seno una lettera, le appare, in



chiarore glauco, come l'ombra stessa del suo sogno. Prende esitando la lettera, ma subito intravede sulla busta i francobolli: dunque Gioele non  tornato. E corre nella sua camera respirando all'idea che il pericolo di rivederlo , almeno per il momento, evitato. Ma che accade ? Ella siede sul suo lettuccio, con la lettera sul grembo, e la busta bianca comincia a rischiarare con una luminosit iridata la granda camera triste: i vecchi mobili sembrano rimessi a riuovo, lustrati dalla luna, con gli spigoli lucenti, le borchie divenute d'argento; fiori fantastici tremolano sulle pareti; fuori dei vetri brilla un paesaggio leggendario, con montagne azzurre e alberi d'oro e le vibrazioni dell'incudine del fabbro squillano argentine, nel silenzio puro della sera, come i rintocchi d una campana.

Ma qualcuno saliva le scale ed ella nascose la lettera sotto il capezzale; tutto intorno fu di nuovo penombra.

Seduta sul suo lettuccio, piccolo e basso e come smarrito nella vastit della camera, intorno alla quale, come nel piano di sotto, si aprivano gli usci delle altre stanze, aspett pazientemente che tutti si fossero ritlratl.

Nella cameretta attigua si sentiva Mikedda mormorare, spogliandosi al buio, uno scongiuro contro le tentazioni. Era una specie di discussione fra il diavolo che picchiava alla porta e san Martino che difendeva gli abitanti della casa: la voce della serva si faceva esile nell'imitare quella del santo e rauca quando ripeteva le parole del demonio; e quando questo, pure sbuffando e scalpitando, dovette andarsene, ella singhiozz tutta turbata; poi tacque, poi si stese sul suo letto e sbadigli.

Allora Annarosa allung la mano sotto il guanciale e cominci a trarre la lettera, piano, piano, trascinandola come un corpo pesante; se la rimise in grembo, la guard con tenerezza e con paura, come si guarda un moribondo; piano piano come per non farla soffrire, lacer la busta: e non os sollevare i foglietti ma vi si pieg sopra, e le parve che le linee irregolari e serpeggianti della scrittura, coi caratteri contorti, a uncini, le si attaccassero alle dita, I'avvolgessero tutta come tralci di rovi.

Gioele le proponeva di fuggire assieme.

"So che ti vogliono vendere. Ma tu non accetterai. Tu mi darai ascolto.

"Tu non mi hai promesso mai nulla, perch io non ti ho chiesto mai nulla. La speranza per ci portava, come una barca fragile nell'oceano inhnito.,

"Adesso mi vuoi buttare via, e non ti accorgi che sei tu che affoghi.

"Ma tu mi darai ascolto; perch adesso non  pi il povero Gioele che ti parla, ma il tuo istinto stesso della vita, il tuo diritto alla gioia.

"Tu vuoi sacrihcarti per la famiglia; ma chi  poi la tua famiglia? E la tua nonna, gi morta, che vi tiene legati tutti intorno al suo cadavere di ferro come ad un pernio. E lei, la vera rappresentante della tua razza, paralizzata dalla vecchiaia e dalla sua stessa immobilit.

"Tu vivi ancora in una grotta preistorica e non te ne accorgi; quando vorrai sollevare la pietra che ti copre non ne avrai pi la forza. Bisogna farlo subito, adesso.

"Io sono povero, ma sempre meno di te; la mia casa  pi bella della tua, la mia vigna  pi bella della tua.



"Vieni con me. Ti aspetter alla tua porta, tutte le notti; ma bisogna che tu trovi la forza di uscire sulla tua porta. Ti aspetto."

Ella prese il suo scialletto e se lo gett sul capo; coi lembi si asciug le lagrime, poi subito si nascose il viso atterrito.

Il desiderio di scendere alla porta la vinceva.

 Vattene, vattene,  disse a voce alta.

Ma col pensiero scendeva le scale, apriva. Il vento penetrava nell'atrio, riempiva col suo nsito tutta la casa. E Gioele era l, sulla soglia, col suo mantello, i lembi del quale s'aprivano come due ali e la portavano via.

In fondo ella ricordava bene ch'egli era zoppo e che la realt sarebbe stata diversa dal sogno.

Dove l'avrebbe condotta? No, la sua casa non era bella altro che in sogno e vigna egli non ne possedeva. A meno che non accennasse all'oliveto di zio Saba.

Eppure, continuava a seguirlo col pensiero, piangendo entro il suo scialletto.

Scendevano il viottolo che porta alla valle: la luna rischiarava il paesaggio solitario, alta in fondo allo stradone.che taglia il hanco della montagna, sospesa sopra la lontanan2a azzurra, tra valle e valle, dove pare che la terra hnisca e cominci il mare. Laggi, fra l'azzurro, gli oliveti argentei imitano l'ondeggia re dell'acqua alla luna. Laggi  la vigna di Gioele, con la casetta di granito dal tetto spiovente, un albero accanto e sotto l'albero un sedile di pietra coperto di musco.

 Come sono sciocca !  disse a voce alta, scuotendosi.

Si tolse lo scialletto, poi se lo rimise. Desiderava di scendere alla porta solo per vedere se c'era Gioele e dirgli ch'era inutile aspettare: ma aveva paura anche di questo.

Vattene, vattene,  ripet, riavendosi del tutto, io penser sempre a te, ma non voglio il danno e il dolore della mia famiglia. 

Inhne si fece coraggio e socchiuse la hnestra: vide che la strada era deserta, la porta solitaria. Il vento le accarczz con violenza il viso, parve le volesse portar via le impressioni del sogno. Allora per vincere anche la tentazione di rileggere la lettera la fece a pezzetti: e il vento glieli portava via di mano come i petali di un hore che si sfoglia.

La prima a sentire lo ~piso di 2ia Paschedda Mura fu la nonna; sette rintocchi lenti, gravi e profondi come colpi di martello, suonati dopo lo squillo lieve fresco della prima messa. E a lei, che gi da tempo era sveglia e si sentiva stanca di tutte le notti insonni e di tutto il peso della sua vita, parve che con quei sette colpi il tempo inchiodasse una porta dietro la donna che se ne andava. Ma subito salut la partente.

"Va in buon'ora, Paschedda; adesso sar la mia volta, appena hglio tuo si sar deciso a domandare Annarosa."

E prov un senso di gioia, come se Annarosa fosse lei e la sua vita dovesse ricominciare; poi si inquiet un poco pensando al disordine che in quel momento doveva regnare in casa dei Mura. Vedeva Nina sua lavare e comporre il cadavere: e gli occhi



di Paschedda Mura si ostinavano a riaprirsi, come per hssare ancora le casse e gli armadi della sua camera. Certo, doveva esserle dispiaciuto molto lasciare cos la sua roba, senza altre donne in casa. Gli uomini son buoni a custodire la roba di fuori, non quella di dentro. Le sembrava di vedere zio Predu seduto smarrito accanto al fuoco spento, con le mani abbandonate con desolazione sulle gincchia, e Stefano che andava e veniva e spiava ancora un segno di vita sul viso della madre, ostinandosi a non crederla morta.

Ma ecco Mikedda, che stava gi nel cortile a spezzare legna con la scure, precipitarsi nella camera.

 Padrona mia, sentito avete? Zia Paschedda se n' andata. 

 Andata ! 

 E il padroncino Agostino che  gi partito ! Adesso sar a met strada verso l'oliveto. E anche zio Taneddu  gi andato laggi. Come si fa, adesso? 

 Lascia,  disse con pazienza la vecchia padrona.  Quando torner, Agostineddu sapr la notizia e far a tempo ad andare ai funerali. Tu, intanto, chiama la tua padroncina e prepara il caff da portare in casa della morta. 

Mikedda ritorn nel cortile a prendere le legna. Giorno di morte, davvero, tutto di un grigio basso cattivo, con un forte vento di levante che portava dalla valle un mugghio sinistro come di mare burrascoso. Gli spruzzi di pioggia che di tanto in tanto si sbattevano sul lastrico fangoso parevano d'inchiostro;  nero anche il velo di lacrime che il dolore e il freddo stendono sugli occhi di Mikedda. Sa anche lei che una nuova vita ricomincia per tutti; che bisogna filar dritti, adesso, ciascuno nel solco scavatogli dalla sorte; i padroni coi padroni, i servi coi servi. Rivede il padroncino Agostino rigido sul suo cavallo, mentre lei gli apre il portone e lo guarda timida e trepida dal basso nella speranza che egli le lasci cadere uno sguardo luminoso come un raggio di sole. Altre volte egli la salutava, almeno, come si salutano anche i viandanti sconosciuti; da qualche tempo, dopo il progetto di matrimonio fra Annarosa e Stefano, egli non si accorge di lei che per dirle parole aspre, umilianti.

 Ma anch'io me ne andr; me ne voglio andare,  disse al ramo che teneva dritto davanti a s, battendolo rabbiosamente con la scure;  i padroni coi padroni, i servi coi servi. Me ne andr, me ne andr! 

Il ramo si lasciava battere, sulla sua ferita gialla, mentre ella brontolava a mezza voce come la vecchia padrona:

 Voglio anch'io maritarmi; in coscienza, se lo voglio, un uomo non lo trovo ? Vorrei trovarlo ricco, per, per far dispetto a qualcuno. Se guardassi zio Predu? Bello! Quello mi mette dentro la sua pipa! 

Arross e si mise a ridere, bevendosi le sue lagrime; sollev il ramo scricchiolante e lo fin di spezzare sul suo ginocchio; poi rientr e mise la caffettiera sul fuoco, indugiandosi a pensare chi poteva scegliere per marito. Ma le venivano in mente gli uomini pi ridicoli del mondo. D'un tratto si mise a ridere cos forte che dovette chiudersi la bocca con la mano perch la padrona non sentisse.

Pensava al padrone Juanniccu.

La vecchia la sollecitava.

 Ma va a chiamare Annarosa. Non capisco perch tu non debba mai obbedire. Sai che bisogna anche preparare la colazione da portare l. E questo



caff, che sia forte e abbondante; versalo nella caffettiera di rame, perch ca~'~ettiere d'argento noi non ne abbiamo come ne hanno loro. E tu, anima mia; cammina per la via giusta; vedi come ce ne andiamo sul pi bello, e tutto lasciamo nel mondo. E sta attenta a non chiacchierare, in casa della morta; tieni, un contegno rispettoso, perch quella gente osserva tutto e se vede che sono insolenti i servi pensa che lo sono anche i padroni. E adesso va a chiamare Annarosa. E senti ancora una cosa, prima che scenda lei: se Juanniccu  in casa dei Mura, come mi dicono Ci sia spesso, avvicinati a lui con prudenza, e da parte mia gli dici, sta attenta, gli dici che stia in contegno, almeno oggi. 

iRientrando dall'aver portato il caff in casa della morta e fatto la spesa per la colazione funebre, Mikedda raccont che il padrone Juanniccu stava appunto dal Mura seduto in cucina accanto a zio Predu.

 Zio Predu Mura sta l, davanti al focolare spento; sta l, con le mani sul bastone; non piange, ma guarda per terra. E gi vestito di nero, coi vestiti prestati da zio Farranca. Gli sono stretti, per, sebbene Z10 Farranca sia grosso come un tronco. Il dottor Stefano, invece, sta nella camera in un angolo buio, e non gli si vedono che gli occhi gonfi come due fichi acerbi. La signora Nina, la padrona mia,  quella che fa tutto; va di qua e di l, leggera come una farfalla, e rimette tutto in ordine, lei. Ci sono le parenti della morta, sedute per terra, in cucina, e ml pare che guardino con gelosia la mia padrona. Specialmente le due vecchie cugine di zia Paschedda, le due sorelle Carta, non fanno altro che osservare,

pure asciugandosi le lagrime. Un momentino che il dottor Stefano si  alzato dal suo angolo, una delle sorelle Carta si  alzata anche lei e lo ha ricondotto al suo posto come un ragazzino in castigo. Lo so io

I il perch. Perch nella camera c' la cassa, e nella

I cassa i denari della morta. Dicevano, nella strada, che lei forse ha accumulato, dentro la cassa, trentamila lire o forse scudi. L dentro si possono attingere denari come acqua dal pozzo. Mi ci vorrei io, a frugare: mi farei subito due palazzi, tutti per me. Bella cosa, il denaro, cuor mio. Forse troverei anche un marito di buona famiglia. Ma se fossi ricca, no, non mi sposerei. Rifiuterei anche i giovani di buona famiglia!

Intanto s'era inginocchiata davanti alla vecchia pa

I drona per farle vedere la carne e la pasta per la

I colazione funebre.

La carne era bella, rossa e bianca di grasso, fresca come appena tagliata dal vitello vivo; ma i maccheroni furono dalla padrona respinti con tale sdegno che caddero sul focolare.

Quando c' farina in casa e donne con braccia

~; sane, non si deve comperare n il pane, n la pasta nelle botteghe. Alzati, poltrona. 

t Pazientemente Mikedda raccolse i maccheroni frantumati, e Annarosa and a prendere la farina per rifarli in casa; ed entrambe la impastarono e cominciarono a gramolare la pasta con tutte le loro forze, sulla tavola di cucina, parlando basso per non farsi sentire dalla nonna.

La pioggia sferzava il vetro dello sportello, tutto appariva bituminoso, di fuori, come in un quadro annerito dal tempo: e anche dentro, tranne negli angoli rischiarati dal fuoco, tutto era bigio senza vita.



La serva raccontava ancora della sua visita in casa della morta, rifacendo i gesti e la voce delle vecchie parenti. Annarosa sorrideva suo malgrado, riscaldata dalla fatica e sollevata, in fondo, dal pensiero che tutto era finito. D'un tratto per sl rifece pensierosa.

 Mikedda, ho avuto come un sogno, ieri notte, nel chiudere la finestra; m' parso di veder passare Gioele. 

Pu darsi: com' mezzo matto, quello l, se sa che lei si sposa, far pazzie. Ma  meglio che non

le faccia. Perch lei ormai  come sposata. Anzi, bisogna che lei sia prudente, adesso, perch le parenti della rnorta sorveglieranno ogni suo gesto. E bisogna farli bene, dunque, questi maccheroni, e condirli bene; se no le parenti diranno che lei  una cattiva massaia. 

 Taci, taci; mi so~ochi. 

Mikedda osserv che bisognava comprare anche la frutta perch in casa non c'erano che mandorle e fichi secchi; e and da un Milese che aveva delle arancie e le pag come fossero d'oro. Non bisogna guardare alla spesa in certc occasioni. Al ritorno, nel passare davanti alla porta di zio Taneddu le parve di sentire il lamento della malata ed entr per vedere.

Nel cortiletto che precedeva la casupola, recinto di alti muri, la pioggia aveva formato uno stagn o sul quale galleggiavano stoppie e immondezze: I'acqua penetrava anche nella piccola cucina desolata. Mikedda pens alla sua padrona Nina, che rimetteva in ordine la casa dei Mura, e volle imitarla: '`i padroni coi padroni, i servi coi servi"; cacci via I'acqua con la scopa, mise gli sgabelli lungo la parete; poi sal una scaletta di le,~no che c'era in fondo I alla cucina, e per una botola aperta penetr nella

i camera nuziale dei contadini.

La malata, stesa sull'alto letto di legno che quasi sfiorava il basso soffitto di canne, rantolava lievemente, ma con un rantolo stanco, rassegnato. E una rassegnazione triste era in tutto il suo aspetto maschio, nel viso scarno, legnoso, nelle grandi mani nere abbandonate una di qua una di l sul lenzuolo grigio.

Nel vedere Mikedda che si protendeva sul letto e le o~riva un'arancia, spalanc gli occhi, duri, come di pietra verdognola.

 Acqua,  mormor.

E Mikedda, sebbene sapesse che era proibito di

~; darle da bere, vers in una scodella l'acqua della brocca, presto presto, perch si sentiva un passo che

I saliva su per la scaletta. Entr subito dopo infatti t~` una vicina di casa che di tanto in tanto dava un'occhiata alla malata.

 Malanno alle tue viscere! tu la vuoi uccidere!  gFid togliendo di mano a Mikedda la scodella gi vuota; poi la spinse per le spalle e la cacci gi per Ia botola. E la ragazza and gi stordita, pensando che tutti, facesse bene o male, tutti la maltrattavano. Le venne da piangere. Stette un momento presso il

~' focolare, movendo col piede i tizzoni spenti; e le pareva che anche di l fosse gi passata la morte. Adesso zio Taneddu rientrer, coi buoi bagnati, col cappotto bagnato, e non trover neppure fuoco da

i asciugarsi. E la povera malata, adesso che ha bevuto l'acqua, morr. Lui riprender certo moglie: un massaio non pu stare cos solo come una fiera nel

. .bosco.

. "E se lo sposassi io? I padroni coi padroni, i servi coi servi...'~



Sollev il viso verso la botola, e ricominci a ridere. Le pareva di beffarsi di zio Taneddu, che era gi anziano, per lei, piccolo, con la barbetta rada, rossiccia, a punta come quella del diavolo; ma in fondo pensava che era il contadino che seminava pi grano, di tutti i contadini del vicinato; e non beveva, non parlava molto, ed era l'unico che non bastonava la moglle. Eppoi si stava vicini alla casa dei padroni.

Piano piano, per non farsi sentire, rimise qualche altro oggetto in ordine: c'era di tutto, nelLa piccola cucina; pentole, taglieri, caf~ettiere; dentro il forno stava ancora ad essiccare un mucchio d'orzo per il pane che la povera malata non era riuscita in tempo a fare. Speriamo si alzi presto, la povera malata, se no, faccia il Signore la sua volont. Attraversando in punta di piedi la pozzanghera del cortile Mikedda se ne and; non rideva pi, era pensierosa e distratta; urt contro una donna che passava per la strada riparandosi dalla pioggia con un canestro, e non bad ai rimproveri della vecchia padrona.

 Proprio oggi te ne vai in ronda, cattiva cristiana, proprio oggi che si ha bisogno di te. Ma guardati almeno intorno, vedi almeno come lavora Annarosa. 

Annarosa finiva di preparare la colazione funebre. And lei stessa nella dispensa, a scegliere un bel cestino entro il quale mettere i piatti con le vivande. Scelse un bel cestino di asfodelo, dorato, ornato di nastrini, che serviva per mandare presenti alle nozze; lo tir gi dalla parete ove era appeso, vi soffi su per levarci la polvere; e con la polvere mand via anche un piccolo ragno col suo filo; poi guardandolo contro la luce vide un granello di frumento rimastovi dell'ultimo regalo mandato ad una sposa; questo ve lo lasci.

 Il granellino, dentro, porter fortuna ai vivi,  disse Mikedda caricandosi il cestino sul capo; e appena fuori dal portone trasal sembrandole che il granellino prima d'ogni altro portasse fortuna a Ici. Vedeva infatti zio Taneddu arrivare col suo carro carico di olive, seguito a poca distanza dal padroncino Agostino.

Allora si strinse contro il muro, tenendosi con ambe le mani il cestino fermo sul capo, e quando il contadino le pass davanti spingendo i suoi grossi buoi neri, gli sorrise.

Zio Taneddu mio! Sono stata da moglie vostra e le ho dato da bere. La vicina non voleva, ma vostra moglie aveva sete. Zio Taneddu mio! 

Il contadino la guard appena, coi piccoli occhi volpini, senza capire l'improwisa tenerezza di lei, ed ella ncn insist, perch sopraggiungeva il padroncino Agostino.

Rigido sul suo cavallo baio, che aveva una faccia biancastra quasi umana e gli occhi pensierosi sotto i ciuffi della criniera bagnata, il padroncino Agostino volgeva qua e l lentamente i grandi occhi scuri e umidi che rassomigliavano a quelli del cavallo. Il viso bruno scarno, annerito dalla barba nascente, pareva, nel cerchio del cappuccio nero, quello di un pastore; ma di sotto le falde del lungo cappotto apparivano i calzoni scuri e le scarpe elastiche del proprietario borghese.

Si ferm un attimo davanti a Mikedda, guardando il cestino, e aggrott le sopracciglia perch'ella gli annunziava con voce troppo alta:

 Zia Paschedda Mura  morta! 



 E tu t'indugi cos nella strada ? Va avanti, tarantola! le grid, agitando la fronda che gli ser-' vlva da frustino.

A lei parve di sentire il colpo sugli occhi: li chiuse e and avanti, pensando che certo, non bisognava gridare cos nella strada una notizia che era quasi un segreto di famiglia per loro tutti che ne sapevano il significato.

Il contadino intanto, pur con la sua ansia nel cuore, dopo aver dato uno sguardo alla sua porta, spingeva dentro il cortile i buoi con la sua abilit di punzecchiarli senza che il pungolo li facesse soffrire.

Le ruote sobbalzarono sulla pietra della soglia, il carro fu dentro, coi sacchi delle olive intatti. Agostino entr appresso; smontQ agilmente, dritto ed alto dentro il suo cappotto, e diede un grido speciale per fare scostare il cavallo.

E tosto nella casa silenziosa pass un fremito di vita, Annarosa si a~rett a tirar su il paletto per spalancare la porta, curvandosi e mandando indietro sul fianco la frangia dello scialle; persino le galline starnazzavano, deste dal sopore del freddo, e il sole fra le nubi spaccate mandava un improvviso splendore fin dentro il pozzo melanconico. La nonna si volgeva a guardare, e fu quasi con gioia che disse al nipote, mentr'egli si toglieva il cappotto e lo attaccava al chiodo presso il camino:

Paschedda Mura  morta!

Agostino era per un ragazzo serio: non si rallegrava, no, neppure nascostamente, della notizia; la morte  una cosa che bisogna rispettare. Anzitutto si inform gravemente se la colazione mandata in casa di zio Predu Mura era buona e abbondante, e se c'era anche il vino~

Tutto, tutto, Agostineddu mio!

La nonna lo guardava con tenerezza e ammira

I` zione. Era l'unica persona del mondo, Agostineddu

I suo, davanti alla quale ella si toglieva la sua ma

i schera di severit e di forza. Si trasformava, diventava bella, quasi civettuola. Il passo del cavallo, ch'ella sentiva di lontano, il rumore che Agostino faceva nello smontare di sella battendo la scarpa sul selciato del cortile, il suo grido per scostare il cavallo e infine il suo entrare in casa, le davano ogni volta un'emozione profonda; le ricordavano quando il suo

t giovane marito tornava cos dal podere, nei primi anni di matrimonio, e lei lo aspettava con ansia d'amore. E la figura stessa di Agostino era, nella sua mente, associata agli olivi e ai noci in fondo alla valle, piantati da suo marito; le sembrava persino di sentire l'odore umido delle foglie nelle vesti di lui; forse perch ogni volta egli frugava nelle sue tasche, traendone un pugno di olive secche, grosse e morbide come prugne, o di altre frutta, e gliele lasciava cadere in grembo; e pareva che i frutti cadessero dalle sue mani come dall'albero.

Anche questa volta le aveva portato le olive secche. Ella le palpava, sul suo grembo, invitando Agostino a sedere un po' accanto a lei per parlare del ~rande awenimento. Ma egli sembrava perplesso: restava in piedi davanti al camino, pensieroso, facendo dei calcoli con le dita. Finalmente paFve aver risolto un problema.

, Nonna, per oggi dunque non  possibile mandare le olive al frantoio; voglio esserci io, quando si macina, perch non mi hdo di nessuno. Non che dubiti dell'onest di nessuno, ma quando non c' il



padrone le cose non si fanno bene. E oggi dunque, bisogna. andare ai funerali. 

S, s, fa tu, Agostineddu mio; tutto quello che tu fai  ben fatto. 

Egli si volse per guardare Annarosa che s'affaccendava in cucina. Parve volesse chiamarla, poi scosse pi volte la testa, facendo a s stesso dei cenni di s e di no; infine sedette battendo piano la mano sulla mano della nonna, e come continuasse un discorso appena interrotto disse con voce quieta:

 Purch a zio Predu non saltino strambe idee in mente. E forte ancora, I'uomo: e non si sa mai quello che un uomo pensa dopo la morte della moglie. Pu darsi che voglia restare vedovo, ma pu anche darsi di no. Io, ve lo dico francamente, ho fatto gi bene i calcoli: il patrimonio  grosso, ma le rendite nei tempi che corriamo non sono mai adeguate al capitale. E Stefano, dalla sua professione, non guadagna niente: ragazzo buono , Stefano, ma indolente. Se il padre non gli lascia intatto il patrimonio, lui poi per s stesso non  un partito straordinario. E Annarosa nostra... 

Torn a guardarla, con lo stesso sguardo di tenera ammirazione che la nonna rivol,geva a lui; eccola laggi, fra la luce del cortile e la penombra della cucina, che s'affaccenda a dar da bere al contadino e a indicargli dove scaricare il sacco delle olive dovute alla chiesa di Santa Croce per un canone gravante sull'oliveto. Umile, bella, laboriosa, ella era, per Agostino, la donna perfetta: quella che deve sposarsi presto e con un uomo per bene e ricco, e far dei figli e reggere per tutta la sua vita una casa ove non manchi niente: la donna forte della Bibbia.

Che Stefano Mura la domandasse per moglie non era, dunque, che una cosa naturale.

 E dove la trova un'altra ragazza cos ?  disse piano, rivolgendosi di nuovo alla nonna. Ebbene, ditemi una cosa:  necessario che due che si sposano debbano essere tutti e due ricchi? Quando la donna  come Annarosa nostra, la roba si moltiplica ed  come se anche lei sia ricca. E cos , anche se una donna ricca sposa un uomo povero che sa badare alla sua roba. 

 Come te,  disse la donna, che anche per lui sognava un buon~ matrimonio. Ma Agostino fece un gesto con la mano, indicando una cosa lontana.

Oh, per me son gi sposato! Ho la famiglia, io! Eppoi, vi dico francamente che una donna ricca, se non fosse del nostro grado, non la sposerei. Per adesso non abbiamo bisogno di donne, in casa: pensiamo piuttosto a collocarne qualcuna. E dunque bisogna andare a questi funerali. 

Dimmi una cosa, Agostineddu mio: non ti pare conveniente che sorella tua venga anche lei, a far riga con le parenti della morta, al momento del funerale ? 

 Ma che!  egli disse con orgoglio.  Non diamo poi loro troppa importanza. Eppoi, anche a mandarla, non ci andrebbe. 

E d'un tratto fece un cenno di saluto alla sorella, quasi la vedesse solo allora.

A che pensi, Annar?

Annarosa era entrata nella stanza e apparecchiava la tavola; nonostante la sua tristezza, il viso e il modo di parlare del fratello la fecero ridere.

E tu a che pensi, Agost? 

Ma Agostino non glielo disse: anzi cambi di



scorso, parlando con la nonna dei tre vecchi olivi davanti alla casetta del podere, il cui frutto era dovuto alla chiesa di Santa Croce. Da secoli i proprietari dell'oliveto osservavano il canone, ripiantando gli olivi quando minacciavano di seccarsi. I ladri d'olive potevano spogliare tutti gli olivi della valle, ma rispettavano quelli.

 Eppure questa mattina anche l sotto ho trovato l'orma di zio Saba. Finora io l'ho rispettato perch vecchio, perch  stato alla guerra e perch mio vicino: Ma adesso bisogna che mi decida a rompergli la gamba sana col bastone che sostituisce l'altra. 

Lo disse serio, senza vanteria, come un uomo che c- convinto di poter fare quello che minaccia.

Poi mangi in fretta e usc; e passarono delle ore prima che nessuno si facesse pi vivo. Tutti erano andati ai funerali: solo Annarosa faceva compagnia alla nonna, nella stanza silenziosa. Si sentivano le campane battere i rintocchi funebri e pareva che tutto il mondo fosse morto, di l del cortile.

Il tempo s'era rimesso: ma che tristezza in quel cielo freddo pallido. come un viso dopo che ha cessato di piangere!

La nonna sonnecchiava: si accorse per che Annarosa leggeva un libro che aveva tratto di sotto al cestino da lavoro, e si scosse per dirle che non era glorno da leggere, quello.

Pazientemente Annarosa depose il libro e si mise a cucire; ma ogni volta che allungava la mano per prendere il refe sentiva il tepore molle del gatto aggomitolato nel cestino, e s'indugiava ad accarezzare la bestia, guardando il cielo sopra i vetri. Una smania di uscire, di correre gi almeno per l'orto l'agitava; ma ad ogni suo movimento vedeva la nonna socchiudere gli occhi e spiarla. Finalmente qualcuno picchi alla porta. Era la vicina di casa che badava alla moglie malata del contadino.

 Signora Annarosa,  disse sottovoce,  per carit, non lasci pi venire da zio Taneddu la sua serva. E gi la terza volta che viene e d da bere alla malata. E il dottore non vuole. Poi mi dia un cero, per carit; la malata muore. 

 E allora perch non la lasciate bere, se ha sete ? 

 Perch il dottore non vuole. 

"Ecco," pens Annarosa andando a prendere il cero, "hno all'estremo bisogna rinunciare anche alI'acqua."

Al cader della sera uno dopo l'altro rientrarono tutti. Prima Mikedda, che fu subito mandata di nuovo fuori in cerca di Gavino; poi questo, che sgattaiol lungo la parete e and a nascondersi per non essere sgridato; infine Agostino con la matrigna. Egli le andava accosto accosto e il suo cappotto di orbace, rigido e aspro, pareva proteggere lo scialle molle e stanco della donna.

Quando fu in mezzo alla stanza, ella guard di qua e di l, con gli occhi vaghi, come non riconoscesse i luoghi dai quali le pareva di mancare da tanti anni.

Lentamente si tolse lo scialle, lo pieg con cura, lisciandolo per fargli andar via le rughe di quelle lunghe giornate di strapazzo; infine and a sedersi accanto alla suocera, e dalle domande di questa e dagli sguardi dei figliastri cap che tutti aspettavano da lei il racconto degli awenimenti. Ma lei aveva una grande confusione in mente, si sentiva stanca



come dopo un viaggio, e il calore del fuoco le dava un invincibile sopore.

 Scommetto che tu non hai toccato cibo in tutta la giornata, Nina mia. Ebbene?

 Ebbene... 

Cerc di raccogliere le sue idee; si strinse due volte la fronte tra le dita, trov il filo dei suoi ricordi.

 Ebbene, se n' andata. Tutto  riuscito bene. L'abbiamo lavata con aceto odoroso e pettinata, io e la serva Lukia: era ancora bianca e con tanti capelli come una ragazza. Le abbiamo messo il corpetto verde a palme d'oro, quello di broccato antico col quale s'era sposata. Tutto  andato bene. Al momento di cercare i ceri pareva non ce ne fossero: cerca cerca in un sottocassetto ne abbiamo trovati cento, bianchi, lucidi come canne d'organo. La roba che c' in quella casa ! In ogni angolo un tesoro: neppure i suoi padroni lo sanno, quello che c'. 

 Hai chiuso bene tutto?  domand la nonna frugando con la sua canna nel fuoco. E nei mucchi di brage le pareva di vedere le cose preziose di casa Mura.

Ho chiuso, s. Le chiavi le ho date al vecchio, perch Stefene le aveva messe sul davanzale della finestra. Anche il vecchio le teneva sul ginocchio e non sapeva che farsene. 

 S, se quel ragazzo non si sposa presto chi sa cosa succede. 

Tutti ascoltavano; Agostino seduto rigido, col grosso pugno chiuso sulla tavola, Annarosa in piedi presso la matrigna, Gavino dietro l'uscio, la servetta nel suo angolo fra la scranna e la parete; e fu lei a dire con ironia provocante:

 Si sposer quel lupo di zio Predu, prima del figlio ! 

Ma la padrona vecchia si volse e la guard terribile, battendole la canna calda sul piede nudo, e Agostino le domand:

Che ti salta il grillo di sposarlo tu?

Chi lo sa! grid lei con voce stridula.

 Dio mio !  esclam Annarosa, irritata.  La morta  ancora calda nella sua fossa e voi gi parlate di queste cose! 

La matrigna riprese a raccontare i particolari dei funerali, e chi c'era stato per le condoglianze; tutte le persone pi importanti del paese, proprietari, impiegati, avvocati.

 Il vecchio per  furbo. Nonostante il suo dolore guardava uno ad uno tutti quelli che gli sfilavano davanti, poi d volte guardava verso Juanniccu nostro e mi pare avesse un'aria di beffe. 

 Di chi si beffava ? Di zio nostro, forse ?  domand energicamente Agostino.  Io non mi sono accorto di nulla. Con me zio Predu  stato serio. 

La matrigna riprese, con voce stanca:

 No, che dici? Guardava Juanniccu come per dirgli: "Guarda quanta gente che non mi ama e pure viene a condolersi con me". Stefene invece piangeva, e i suoi amici lo baciavano. E buono Stefene, se uomo buono c'. Senza vanit, senza attaccamento alle cose del mondo. Vi ho gi detto che aveva messo le chiavi sul davanzale. Prima per...  esit un attimo, poi continu pi rapida:  Prima le aveva portate sul letto, come se la madre ci fosse ancora: cos ; le mise sotto il guanciale, poi le riprese e mi disse: "Nina, ecco come si finisce, si va via senza le chiavi". Non parl pi. S, anche le sue vecchie



zie mi dissero: "Bisogna che adesso prenda moglie".  Agostino apriva lentamente il suo pugno, stendendo una ad una le dita sulla tavola. Contava fra s, facendo di nuovo il calcolo della rendita dei Mura. Ce n'era per tutte le dita delle due mani. Case, orti, oliveti, una vigna in pianura, un'altra nella valle; seminerio e sughereto; infine una ta~ca, famosa per una sorgente perenne d'acqua purissima. La chiamavano la ta~a de sa t~rre perch fra le roccie d'una sua altura sorgeva un avanzo di torre che i proprietari avevano adattato ad abitazione dei pastori. E in questo rifugio era morto il nonno di Stefano, vigilato dai servi e dal figlio, perch negli ultimi anni della sua vita si era rimbambito e commetteva stranezze.

L si poteva far ritirare anche zio Juanniccu, quando la ta~l~a fosse di Annarosa; c'era di tutto, nella torre, sedie, letti, tavole; come nelle case di citt. L dunque si poteva far ritirare anche zio Juanniccu, poichc anche lui cominciava a rimbambirsi e sragionava continuamente.

Fatti bene i suoi calcoli, Agostino chiuse il pugno e sent che la matrigna continuava a parlare di Stefene:

 Buono , buono molto. 

 E come una femmina,  egli disse allora, sollevando e lasciando cadere la sua mano sulla tavola.  Tu ne farai quel che vorrai, sorella.  .

Allora vi fu un momento di silenzio, quasi di stupore. Finalmente la cosa da tutti pensata era stata detta: e tutti si stupivano di non aver avuto il coraggio di dirla prima. Agostino aggiunse, per metter le cose a posto:

 Ricco anche , Stefene, ma la razza della sua famiglia non  poi delle pi buone. Ce ne sono di migliori. Il nonno, poi,  morto in campagna come un pastore; e pastore era. Ma non importa; adesso non si bada pi a queste cose. Quello che conta  il talento e l'onesta. 

 Oh, e il denaro no ?  os osservare Mikedda.

Ma il padroncino Agostino si volse a lei inferocito.

 Sta nel tuo angolo, tu tarantola ! 

"I padroni coi padroni, i servi coi servi," pens lei, abbassando la testa. E subito, quasi il destino volesse premiarla della sua rassegnazione, si sent battere alla porta. Ella balz lunga dal suo angolo, con gli occhi ingranditi nel viso pallido.

 Deve esser morta anche la moglie di zio Tanedclu!  grid.

Infatti chi picchiava era la vicina di casa che veniva a domandare un altro cero perch era morta anche la moglie di zio Taneddu.

Si era verso Pasqua e la domanda di Stefano non arrivava ancora. Neppure zio Predu, dopo una breve visita cerimoniosa di ringraziamento per le gentilezze ricevute, non s'era pi~i fatto vedere, forse per non destare una vana emozione con la sua presenza; ma ogni volta che incontrava Agostino gli diceva:

 Oh, preparami un bicchiere di vino buono perch devo venire a visitare nonna tua. 

E tutti aspettavano questa visita; ma il tempo passava, e c'erano dei giorni nei quali un'aria di tristezza gravava sull'intera famiglia, come se non si dovesse sperare pi in nulla; giorni grigi, quando



Nina, taciturna e di cattivo umore, sembrava d'un tratto invecchiata e trascurava le faccende domestiche come una serva stanca, e la nonna pensava che Stefano esitasse a fare la domanda perch forse informato da qualche maligno della relazione di Annarosa col figlio del fabbro, e si faceva anche lei triste, pi severa del solito; e Annarosa sentiva tutto il peso di questa tristezza, di questa diffidenza, e aspettava la domanda di matrimonio come il carcerato colpevole e confesso aspetta la sua condanna: almeno tutto sar finito e Cl Sl rassegner. Ma come anche in fondo al cuore del colpevole c' la speranza del miracolo dell'assoluzione, cos in fondo ella sperava in qualche cosa di straordinario che impedisse a Stefano di fare la domanda.

Nulla per accadeva; i giorni passavano eguali; anche Gioele non dava segno di vita. Annarosa non cessava di pensare a lui, e si sentiva sempre fitte nel cuore le parole dell'ultima lettera; a volte si sorprendeva ad aspettarlo dietro i vetri, o correva ad aprire la porta, Se qualcuno picchiava, con la speranza e la paura che fosse lui; ma anche con la paura e la speranza che fosse zio Predu.

Un giorno che il fabbro venne per acc;omodare un ferro del portone, ella gli si awicin, con la speranza angosciosa ch'egli parlasse di Gioele. L'uomo per lavorava in silenzio, senza badare a lei: era scarmigliat~, nero e sporco come un vero zingaro, con la camicia aperta sul petto villoso. Mentre batteva il ferro e apriva e chiudeva il portone guardandolo attentamente da una parte e dall'altra, alcuni ragazzi della strada si offersero a tenergli la borsa di pelle con gli strumenti; egli lasciava fare, senza inquietarsi, con un chiodo in bocca.

 Questo  -dunque quel diavolo chiamato grimaldello,  disse un ragazzo traendo dalla borsa un ferro sottile con la punta a uncino.  Amici vecchi siete, con questo, zio Michele, oh! Raccontateci di quando andavate ad aprire per ridere le porte delle chiese, e la gente diceva che erano gli spiriti, oh! 

Egli sorrise, stringendo il chiodo fra i denti; ma un altro ragazzo osserv:

 Per ridere! Per ridere! Forse era sul serio che le apriva ! 

Allora egli sput il chiodo; e Annarosa fugg per non sentirlo a giustificarsi e a raccontare le sue avventure.

Finito il lavoro, il fabbro entr per ricevere la mercede: la nonna lo invit a sedere, perch faceva cos con tutti, anche per curiosit di sentire le notizie del vicinato, e gli scal qualche cosa sul prezzo del lavoro eseguito.

Egli protestava, contando le monete con le sue dita nere.

 Lei sta bene, qui seduta nella sua scranna come una regina, ma lo so io quanto costa adesso il ferro, con la guerra ! 

 Sei diventato avaro, Michele Sanna! Vuoi arricchire ? 

 E le imposte che pago? E quell'altra imposta di mio hglio? Io, almeno, non avr fatto molto onore ai miei genitori, ma spese non ne davo. Vossignoria mi dar un altro franco. 

Come sta il tuo ragazzo? domand la nonna.  Ti dar spese, s, ma ti far onore. 

Chi ne sa niente? egli disse contrariato; l'onore servir per lui, le spese le ho io, e so io come tutto costa, adesso, con la guerra. Dunque quest'al



tro franco non me lo d? Lo metteremo in conto per un'altra volta. S,  disse poi, buttandosi le monete dentro l'apertura della camicia,  Gioele verr per Pasqua. 

Annarosa, in piedi presso la tavola, ebbe l'impressione ch'egli si volgesse a guardarla: arross e fugg via anche di l, spinta da un senso di gioia e di umi

hazione.

 ~ inutile che tomi;  inutile,  diceva ad alta voce, correndo gi per l'orto come per fuggire Gioele; poi rientr per dire alla nonna che versasse dunque al fabbro il prezzo che egli pretendeva; ma il fabbro era gi andato via.

La sera del gioved santo venne finalmente, inaspettato, zio Predu Mura. Camminava forte sul suo bastone, e and dritto verso la nonna, alla quale Mikedda con fretta silenziosa accomodava i piedi sulla pietra del focolare.

 E dove sono gli uomini ?  domand guardandosi attorno. Poi sedette e sput sul fuoco senza tanti complimenti, come faceva a casa sua, cosa che nelle visite precedenti non s'era mai permesso

Infine disse:

 Ebbene, ce la date questa signorina? 

Annarosa stava seduta sotto la finestra e guardava il gattino che le scherzava intorno. Aveva un'aria distratta, ma il cuore le batteva forte. Le parole di zio Predu le parvero la sua sentenza di condanna.

Eppure pens che bastava una parola sola per liberarsi; ed ebbe desiderio di dirla, questa parola. Sent un gran caldo alla testa e come un'onda di nebbia avvolgerla. Poi rivide tutto chiaro nella stanza illuminata dalla lampada; la tavola lucida con un riflesso d'oro, la figura tozza di zio Predu, seduto sulla sua ombra, sullo sfondo rosso del camino, la matrigna pallida e composta come una statua: sent l'odore di selvatico che il vecchio, sebbene pulito e vestito con un costume nuovissimo da vedovo, spandeva intorno: e pens quello che sarebbe accaduto se rispondeva di no.

Zio Predu forse, sebbene offeso, fingerebbe di prender la cosa in ridere. La nonna crollerebbe come un muro vecchio all'urto del piccone.

 Annarosa, vieni qui. 

Era la voce della nonna che la richiamava completamente dal suo cattivo sogno. Si alz e si avanz rigida, obbediente, mentre zio Predu volgeva il viso a guardarla: un viso grande, barbuto, con gli occhi nerissimi cerchiati e la grossa bocca carnosa, con un'espressione di maschera satirica che pure incuteva rispetto e quasi timore.

Nell'andare incontro a quello sguardo vivo che la esaminava da capo a piedi e pareva la spogliasse, Annarosa ebbe l'impressione che zio Predu, pure assumendo un tono serio, si burlasse un po' di lei.

Infatti le domand:

 Ebbene, sei disposta ad alzarti presto, la mattina?

Quando non ho sonno, s! ella rispose fissandolo negli occhi: ma subito lo vide aggrottare le sopracciglia e le sembr di sentire la nonna palpitare di spavento. No, non crano momenti da scherzare, quelli! Abbass gli occhi e le parve di awolgersi in un velo, come la monaca che va a fare i voti.

 Annarosa s' sempre alzata presto, la mattina,  assicur la vecchia.  Ragazza solerte . 



Ma adesso fu zio Predu a scoraggiarla.

 Bada, Annarosa, che da fare ce n', in casa mia. Moglie mia, Paschedda, non riposava un momento, eppure diceva che alla notte, appena fatto il primo sonno, Si svegliava pensando di aver dimenticato qualche cosa. Era una donna robusta, abituata all'antica. Tu sei sottile come uno stelo. Non metterti in mente di entrare in casa di signori. La roba, c', grazie al Signore, ma badarci bisogna, altrimenti non si campa. Stefene ama la vita semplice, oh, bada! La vita che abbiamo sempre fatto, da famiglia di gente all'antica. Non dico che tu debba fare il pane d'orzo e andare a cogliere le olive, ma, infine, alzarsi presto la mattina bisogna. 

Ella rispose, quasi sottovoce, con una umilt che nascondeva a stento un fondo di amarezza:

 E la vita nostra com'? Tutti lavoriamo. Non c' altro da fare. 

Il viso del vecchio si illumin, per un momento, mentr'egli diceva:

 Oh, bada, Stefene  un buon ragazzo: ti accorgerai chi  lui, quando lo conoscerai. 

Poi subito riprese la sua aria di lieve derisione.

 Perch stai cos, a occhi bassi ? Prendi dun una sedia e mettiti qui a sedere. 

La nonna disse con voce turbata:

Annarosa, pensa di dar da bere a questo vecchio. 

 Oh, vecchio ! Vecchio ! Protesto ! E pi vecchio il diavolo, di me! 

Annarosa and a prendere il vino, dall'armadio di cucina; lo vers piano, guardando il bicchiere, pens che le sarebbe toccato di vivere chi sa quanti anni con quell'odore di selvatico attorno, e ne prov un senso d'angoscia. Poi mise il vassoio sopra la cappa del camino e sedette fra la nonna e zio Predu. Ecco, era gi prigioniera: zio Predu teneva il bicchiere fermo sopra il pomo del bastone e d'un tratto s'era messo a parlare con la nonna, ricordando un loro incontro, in una festa campestre, e un fatto strano quivi accaduto.

 Ti rammenti, Agostina Marini? C'era un cavallo malato di bolsaggine, condotto da uno straniero; di un tratto un uomo si avvicina e dice: "Questo cavallo  mio, mi  stato rubato dalla tanca". Lo straniero gridava e protestava: fece vedere il bollettino come aveva comprato il cavallo, ma l'uomo diceva: "Io il tuo bollettino lo metto ad accender la pipa; il cavallo  mio". E prese la testa della bestia fra le mani, lo guard negli occhi, disse: "Mi riconosci?". Il cavallo nitr; tutti noi si sent un brivido. Ma lo straniero non si voleva arrendere. Ebbene, disse l'altro, facciamo una prova: "Io monto il cavallo e lo faccio correre nonostante la sua bolsaggine". Lo straniero acconsent. L'altro mont il cavallo e il cavallo si mise subito a correre. In un attimo sparvero cavallo e cavaliere: il bello  che non tornarono indietro e lo straniero, imbambolato, continu, se gli piacque, il viaggio a piedi. Ti ricordi, Agostina Marini?

 Ricordo bene, Predu Mura ! 

Zio Predu bevette e fece atto di sollevarsi per rimettere il bicchiere che Annarosa fu pronta a togliergli di mano. Egli parve gradire quest'attenzione; torn a guardarla e rivolse il discorso a lei.

 Eppure il cavallo, comprendi, ragazza, apparteneva proprio allo straniero. Questo si  saputo dopo. Tu dirai: "Che uomo svelto, il ladro!". E io ti rispondo: "Tutti i ladri sono svelti". Che cosa t'im



magini, ragazza ? Sono uomini di talento i ladri: e faticano, per il loro scopo. Ebbene, e poi c' un'altra cosa: che scontano sempre: dacch mondo  mondo il male Sl  sempre scontato, o in un modo o nell'altro. In quella festa, dunque, molti deridevano lo straniero e quasi quasi invidiavano il ladro. Ebbene, ti dlco, ragazza, io amo piuttosto essere derubato e malmenato, che rubare e malfare io. Anche per la coscienza, oh, intendiamoci, non per il solo timore del castigo. Poi ti dico un'altra cosa; che il ben fare vien sempre compensato. ~ un pregiudizio il credere che i malfattori e gli uomini di cattiva coscienza siano fortunati e i buoni no. Non  vero! Lo affermo! Avrei mille esempi da contare. 

E infatti raccont parecchi di questi esempi. La vecchia ascoltava con attenzione, approvando col capo; Annarosa aveva l'impressione ch'egli parlasse coSl per incoraggiarla nel suo sacrificio, e si annoiava; ma sentiva anche una vaga speranza che le promettesse davvero una misteriosa ricompensa.

Emp nuovamente il bicchiere e zio Predu lo accett senza farsi pregare; questa volta per lo tenne in mano anche dopo vuotato, e si rivolse a Nina. Gli occhi gli brillarono.

Dunque, ce la date questa signorina?

La donna ch'era stata sempre silenziosa e ferma al suo posto, sorrise, un sorriso scintillante, ma non rispose.

Non toccava a lei rispondere.

E Annarosa tent di prender la cosa allegramente.

 Prendetemi pure,  disse, poi impallid e non parl pi.

La nonna allora tese la mano sana: zio Predu glie1 afferr, la scosse un poco entro la sua, gliela rimise in grembo: ella sent tante promesse in quel gesto, la sicurezza del patto stretto; e lagrime di gioia le riempirono gli occhi dopo tanto tempo che non piangeva pi

Fu stabilito che Stefano farebbe la sua prima visita il giorno di Pasqua: il venerd e il sabato le donne pulirono la casa da cima a fondo, compresa la camera di zio Juanniccu, dove Annarosa si trattenne con curiosit. Era una stanza sotto il tetto, una specie di soffitta, ma alta e ariosa: i mobili pi disparati la ingombravano, perch egli portava su, da quaranta anni a questa parte, tutte le sedie, gli sgabelli, gli armadi e i tavolini rotti o in disuso, e li appoggiava contro le pareti, senza del resto curarsene pi. Fra gli altri c'era un antico mobile di ebano, intarsiato di avorio, dal quale erano stati tolti dei pezzi per applicarli sul cassettone della nonna, mezzo secolo avanti. Annarosa si turbava ogni volta che rivedeva quelI'avanzo di mobile di lusso; le pareva un fossile, residuo di una et di preistoria famigliare, e provava un senso d'orgoglio al pensiero che la sua famiglia era antica, e capiva in certo modo l'istinto di zio Juanniccu, a circondarsi di quei rottami, - rottame in mezzo ad essi. ll sabato furono fatti anche i dolci. Tutto procedeva in silenzio, e pareva che nulla d'insolito fosse accaduto. Lo stesso Gavino, in vacanze, pure aiutando le donne e rubacchiando il pi che poteva dei dolci, cercava di non far chiasso: e aveva l'impressione che il matrimonio della sorella fosse un avvenimento misterioso, grande, ma da tenersi segreto il pi possibile, come il matrimonio di un principe con una don



na di diversa condizione. And anche a cercare nel vocabolario la parola morganatico. "Morganatico, add. aggiunto di matrimonio, ed  quello in cui spo sando un uomo qualificato una donna di grado inferiore, le d la mano sinistra in luogo della destra, e stipula nel contratto che la moglie continuer a vivere nel grado suo, per forma che i figliuoli, quanto alla eredit, son considerati come bastardi, e non possono portare il nome e l'arme della famiglia." Poi corse a dare la mano sinistra a Mikedda che gliela prese e la guard di sotto e di sopra credendo ch'egli avesse una spina.

Ed ecco la mattina di Pasqua, mentre le campane riempivano di un lieve rombo di gioia l'aria vaporosa, nell'aprire la finestra Annarosa vide Gioele nella strada. Il suo primo movimento fu di ritirarsi, per paura ch'egli volesse dirle qualche cosa; ma egli camminava serio, a testa bassa, col suo passo lesto lievemente cadenzato, rasentando le case ed il muro di fronte. Non aveva ombrello, sebbene piovigginasse, e neppure pi il mantello; era vestito di grigio, con le falde di un cappelluccio verdastro abbassate sui folti e lunghi capelli.

Arrivato sotto la finestra di Annarosa abbass ancor pi la testa; pareva attento solo a non scivolare sull'acciottolato umido della strada; ed ella si spor se, ebbe desiderio di chiamarlo, fece di tutto, infine~ per attrarre l'attenzione di lui. Ma egli andava oltre, rasente ll muro, col suo cappello verde che nel grigiore luminoso della strada metteva una nota prima verile. Ella sper che passasse cos guardingo per assicurarsi di non essere osservato, e fhf' tf,rn~cc~ indietro: invece lo vide allontanarsi, sparire senza neppure voltarsi.

Allora si sent umiliata.

"Sa che tutto  hnito e non vuole pi neppure guardarmi. Ha ragione, del resto; perch deve guardarmi ?"

Aspett ancora; forse Gioele sarebbe tornato indietro per la curiosit di vedere s'ella era ancora alla finestra; ma Gioele non ripass pi.

"E finito tutto. Meglio cos. Per perch scrivere che mi avrebbe attesa alla porta? Ed io che lo aspettavo davvero! Egli  tornato per farmi dispetto, per dimostrarmi che mi disprezza. Meglio cos. Ma perch neppure mi saluta pi? Che cosa gli ho fatto?"

Per calmarsi corse nell'orto; voleva anche lei andarsene indifferente sotto la pioggia, farsi bagnare come una foglia. Tutto era finito, del passato, tutto ricominciava, come dopo l'inverno ricomincia la primavera.

"Anch'io non lo guarder mai pi; che m'importa di lui? Avr dei vestiti di seta e gioielli e pellicce; sar bella ed egli avr rabbia a guardarmi, un giorno."

Scese fino alla punta dell'orto e s'affacci sul muro. Finiva di piovere: le ultime goccie le cadevano sui capelli, le scivolavano sul collo e le davano un brivido come le penetrassero nella carne.

Poi il cielo cominci a spaccarsi come una volta di mosaico che qualcuno pestava; e i frammenti cadevano, di qua e di l dietro i monti fumanti, finch apparve l'azzurro con ancora qualche trama di nuvola; brandelli dell'inverno che una mano invisibile ritirava dietro l'orizzonte, riponendoli per un altro anno.



Addio; il lungo inverno se n' andato davvero, finalmente: l'odore delle viole e dei ciclamini sale dalla valle, gli alberi dell'orto hanno gi qualche ciuffo di foglioline in cima, e i rami ancora nudi mostrano le unghie rosee delle gemme: e sopra ogni gemma s' posata una goccia d'acqua come un insetto di luce.

Ed ecco Annarosa che s'appoggia e comincia a piangere, mormorando: a Ti amo, ti amo . A chi dice "ti amo" non sa: a Gioele, alla primavera, alla vita: non sa, ma sente una gioia sensuale mischiarsi al suo dolore, e le lagrime le cadono sulla punta delle dita come la pioggia sulle gemme.

Tutta la giornata non fu che un'attesa e un preparativo per la visita di Stefano, sebbene si ostentasse una calma profonda evitando financo di parlare di lui.

Nel pomeriggio Mikedda, pure vestita a nuovo, non fece altro che spezzar legna e caricare il fuoco del camino: volle anche, con le sue dita tutte rotte dalle scheggie, aggiustare i capelli sulla fronte della vecchia padrona, tirandole un ricciolino bianco sulla tempia e annodandole poi bene sotto il mento le cocche del fazzoletto nuQvO.

In ultimo le accomod i piedi sulla pietra del focolare, stendendovi su la veste.

 In coscienza mia, adesso il fidanzato, quando viene, s'innamora di lei~ tanto  bella. Non le manca che una rosa in mano. 

La vecchia padrona lasciava dire e fare; tutto era permesso, quel giorno, anche di scherzare con lei.

Solo la inquietava un poco la continua assenza di Annarosa, sempre in giro per l'orto o nelle camere di sopra. La voleva seduta accanto a lei in attesa, come sedeva la nuora.

Nina mia,  disse cominciando a impazientirsi,  cerca Annarosa, che si faccia trovare almeno qui nella stanza. E manda a chiamar tuo figlio dalla strada: e tu, tira un po' gi quel fazzoletto sulla fronte. 

Pazientemente la donna obbed; mand Mikedda in cerca di Gavino, chiam Annarosa, si tir il fazzoletto sulla fronte, e torn, cos mascherata d'ombra, a sedere accanto al camino.

Ma n Annarosa scendeva, n Gavino rientrava. Mikedda grid dalla porta di cucina:

 Egli sta in mezzo alla strada a spiare l'arrivo del fidanzato e dice che fa quello che gli pa

 Gli dirai che lo vuole la nonna. 

Mikedda usc e rientr.

 Dice che non gl'importa nulla n di me, n della madre, n della nonna. 

Va a chiamarlo tu, Nina mia. 

La nuora usc a malincuore, tirandosi ancor pi il fazzoletto sulla fronte; ma appena mise fuori la testa dal portone vide, in fondo alla strada gi invasa dal crepuscolo, avanzarsi quietamente la figura di Stefano con un punto rosso in mezzo al viso pallido: e si ritrasse rapida, mentre Gavino correva incontro al fidanzato, at~errandogli la mano e toccandogli il braccio come per assicurarsi ch'era veramente lui.

Era veramente lui, alto e grave, col soprabito abbottonato, il cappello duro dal quale sfuggivano le punte arricciate dei capelli scuri. Aveva i baffi cos neri, tagliati corti sulla bocca carnosa, e gli occhi cos cerchiati, che parevano tinti.

Arrivato al portone si tolse il sigaro di bocca, ne



scosse la cenere, poi lo guard e lo butt via; e mise la mano sulla spalla di Gavino come per farsi condurre da lui.

E andarono diritti dalla nonna, sulla quale egli si chin, col cappello in mano, salutandola quasi cerimoniosamente. Poi si sollev e prese la mano che Annarosa, sopraggiunta rapida e silenziosa, gli por

geva.

Per qualche attimo nessuno parl. Erano tutti turbati, anche la mtrigna, anche la serva, che accostava tutte le sedie della stanza al camino.

Siedi,  disse finalmente la nonna, tendendo la mano tremante.

Stefano si tolse il soprabito, e apparve in un corretto abito nero, con la cravatta nera, serio e grave come un vedovo.

E Agostino? domand.

 Verr fra poco. Siedi. 

Egli sedette, gettandosi un po' indietro sulla sedia e accavallando le gambe pesanti. E Annarosa not subito ch'egli aveva i piedi grossi e le mani bianche, ma grandi sui polsi forti. Rassomigliava al padre, nelle membra che, sotto le vesti borghesi accurate ed anche eleganti, tradivano la razza paesana: il viso per era melanconico, con due pieghe intorno alla bocca sensuale e gli occhi dolci, sognanti.

 Agostino sar qui fra poco,  ripeteva la nonna con aento di scusa;  anche oggi, sebbene Pasqua,  dovuto scendere all'oliveto perch qualcuno ha portato la notizia che dei buoi pascolano di frodo laggi e rovinano gli olivi. Ma fra poco sar qui. E padre tuo come sta? 

 Oh, lui sta bene!  esclam Stefano: e cominci a parlare del padre con un'ammirazione che a momenti aveva per una lieve tinta di canzonatura bonaria. Il tono della sua voce era basso, cguale, ma caldo e armonioso.  Trova sempre da fare, anche lui. S'alza all'alba e va a messa, poi guarda i suoi cavalli, la sua giumenta, il suo puledrino appena nato. Adesso ha anche due martore, in casa; anzi, invita Gavino a visitarle. Riceve poi tutti i giorni, quando  in paese, persone che vengono a domandargli consigli o farsi aggiustare qualche dissidio fra loro. Sembra l'avvocato in casa nostra. Se sono presente io, certuni desiderano anzi che mi ritiri. E vero che egli li riceve nel cortile, sotto il fico, se non piove; fa come i Giudici sardi antichi, che ricevevano i sudditi e pronuncia~ano l per l sentenze e condanne senza bisogno di carta bollata. 

Uomo d'altri tempi , Predu Mura,  disse la donna con ammirazione.  Vedendolo mi pare di vivere davvero in altra epoca. Uomini cos, adesso non se ne trovano pi; pare un sogno d'incontrarli. 

Ma no! Tutti i tempi hanno avuto ed avranno uomini deboli e uomini forti. 

 E dove sono questi uomini forti, adesso ? Non vedi come la gente  meschina ? Anche giovani di buona famiglia, anche uomini anziani, abbandonano il paese, emigrano, tornano che non sono pi n paesani n borghesi, trasvestiti come maschere, con cattive abitudini. Non sanno pi lavorare la terra, non osservano pi le leggi di Dio. 

 I tempi sono cambiati,  aggiunse Stefano:  ma  il mondo che cammina. 

Ella insisteva, felice dell'attenzione che egli le prestava.

 Non  camminare buono, questo, ti pare ? Tu hai studiato e conosci il mondo meglio di me. Ma dim



mi quando c' mai stato tanto amore per il denaro, tanta poca coscienza in ogni cosa? 

Annarosa pensava: "E noi, llOtl siamo qui per il denaro ?".

Poi tent di parlare anche lei: ma s'accorgeva che la nonna la sorve,gliava, e sentiva che qualunque cosa avrebbe detto sarebbc- male a proposito.

Infatti sollev subito un mormoro di quando, facendosi coraggio, ripet una cosa va letto in un giornale.

 Se si far la guerra la gente cambier di carattere. Ma si far la guerra?  soggiunse subito.

La nonna, la serva dall'uscio socchiuso di cucina, la matrigna che sedeva all'angolo del camino e pareva volesse nascondersi nell'ombra, Gavino che si appoggiava alle spalle di Annarosa, tutti si volsero a Stcfano con curiosit ansiosa

 Si far,  egli disse con calma.

Allora la nonna diede un grido.

E A,gostino? Me lo prenderanno?

 Se occorre lo prenderanno. 

 E tu,  domand Annarosa dopo un attimo di esitazione, sarai richiamato?

 Anch'io, certo. Ma c' tempo. 

Mikedda si avanz di qualche passo, poi ritorn sull'uscio. Voleva domandare se anche zio Taneddu verrebbe richiamato. Tutti parlavano della guerra, nel vicinato, molti aspettavano di essere richiamati, alcuni volevano partire volontari.

Annarosa disse un'altra cosa che fece ridere Gavino.

 Se fossi uomo chiederei subito anch'io di andare volontario. 

 Piano! Ci vorrebbe il consenso della nonna. 

protesta che ave

 Me lo darebbe: se no scapperei. 

La nonna la guardava severa. Del resto Stefano non dava molta attenzione alle parole di lei: parole di donna, di ragazza. Le donne, specialmente le ragazze, parlano facilmente di tutto, anche se non capiscono niente: e d'altronde  bene che certe cose neppure le capiscano. Pensino all'amore, alla casa, alla famiglia, alle loro vesti, ai loro piccoli interessi: tutt'al pi l'uomo pu discutere di cose gravi con loro per galanteria, senza intaccare mer~omamente il suo concetto virile della vita, della patria, dei suoi doveri d'uomo e di cittadino.

Dunque egli non giudic opportuno continuare a parlare della guerra, anche per non addolorare la nonna che lo guardava con occhi supplichevoli e severi come se la guerra dipendesse da lui. Per divertirla, anzi, raccont un'avventura accaduta la notte avanti. Una donna gelosa si era trasvestita da uomo per aspettare che il marito uscisse di casa dell'amante, e gli si era avventata contro con un randello rompendogli la testa.

 Alle grida dell'uomo accorsero i carabinieri in pattuglia e inseguirono la donna finch questa non si ferm alla sua porta. Solo allora il marito s'accorse ch'era lei. Per volere di lui la cosa  stata messa a tacere. Io l'ho saputo per caso ma non vi dico i nomi.

 La donna  Mariana Fera, malanno abbia,  disse Mikedda dall'uscio di cucina.  Io lo sapevo gi. 

Stefano si volse a guardarla. Annarosa e Gavino ridevano d'intesa, ed egli aveva l'impressione che si burlassero di lui. Tuttavia continu a raccontare le storielle del paese. Disse che era stato a messa e aveva veduto una signora gi vestita di bianco nonostan



te la giornata ancora invernale. Ma era una forestiera, moglie di un impiegato amante della caccia; e tutti e due, moglie e marito, passavano per essere due stravaganti.

 L'altra notte il marito  stato gi nella valle, per cacciare un cinghiale; appostato fra le macchie ha atteso non so quante ore. Finalmente ecco il frusco, ecco il noto passo del cinghiale; spara, corre a guardare. Aveva ammazzato un bue. 

E d'un tratto si volse verso l'uscio di cucina per vedere se la servetta era gi informata anche di questo.

 Gliel'hanno fatto pagare trecento lire; ed era un vecchio bue magro. 

 Bisognerebbe mandarlo nel nostrQ oliveto, dove tutte le notti ci sono dei buoi che pascolano di frodo,  disse Annarosa.

E si alz, pensando che per tutta la sua vita avrebbe sentito Stefano a raccontare di queste storielle.

Aiutata da Gavino and a prendere dalla tavola, sulla quale era stata messa una bella tovaglia antica da comunione, il vassoio dei dolci e il vino; nel tornare verso Stefano lo vide che guardava il posto lasciato vuoto da lei e le parve che gli occhi di lui, sollevandosi e incontrandosi coi suoi, fossero diversi, vivi e ardenti.

Egli la guardava come la vedesse solo in quel momento; e doveva trovarla graziosa e di suo gusto, e cos china a offrirgli un calice di vino sul vassoio scintillante, perch il suo viso s'anim di gioia.

Prese anche un dolce offerto da Gavino, ma raccont che quando era studente e tornava per le vacanze di Pasqua la madre preparava dei canestri pieni di focacce e dolci, per lui che non ne mangiava.

 E dateli ai ragazzi o ai poveri,  le dicevo; ma lei aveva preparato le focacce per me e le lasciava muffire piuttosto che darle ad altri.

"Perch era avara," pensava Annarosa, e ricominci a ridere mentre Gavino diceva con seriet che per lui invece i canestri con le focacce e i dolci erano sempre chiusi a chiave. Ma la nonna cominci a perdere la pazienza: sollev la canna, e il rossore cattivo dei suoi movimenti di collera le color il viso.

Annarosa se ne accorse e fu pronta a riprendere il suo posto accanto a Stefano: anzi si sporse un po' in avanti e mise la sua mano sulla mano della nonna dicendo:

Non ci sgridate se ridiamo tanto;  per l'allegria, non vedete?

Mentre ritirava la mano, Stefano gliel'afferr e la tenne un po' stretta nella sua grossa e calda mano di pastore. A quel contatto ella arross: le sembr che egli la stringesse tutta, e ne prov un turbamento confuso che subito, per, si convert in dolore. Pensava a Gioele.

Stefano intanto con la mano libera traeva di saccoccia un astuccio facendone scattare la molla; e nella nicchia di velluto turchino dell'astuccio apparve un piccolo orologio d'oro attaccato ad una catenina sottile come un filo.

Era il suo dono di fidanzato. Annarosa lo tenne in mano e tutti vennero a vederlo. Gavino volle anche toccarlo e lo tenne per la catena facendolo dondolare come un ragno d'oro attaccato al suo filo. Poi ella si pass al collo la catenina e regol l'ora con l'ora dell'orologio di Stefano.

Cos le loro vite dovevano correre assieme, minuto per minuto, meccanicamente.



llno scalpitare grave di buoi annunzi il ritorno di Agostino. Nel vano della porta apparve come nello sfondo bigio d'un quadro la sua figura a cavallo fra due grossi buoi neri ch'egli si traeva appresso prigionieri: in fondo la figurina scura di zio Taneddu, con la barba rossiccia lasciata crescere in segno di lutto, salutava Mikedda ferma sul portichetto col lume in mano.

E mentre i due servi s'incaricavano di legare i buoi e il cavallo, Agostino entr, senza dimostrare troppa fretta n troppa gioia; strinse la mano a Stefano, poi sedette accanto alla tavola. con le ginocchia unite, il pugno chiuso. Era stanco ma soddisfatto. Soddisfatto perch vedeva il suo miglior sogno conchiuso: Stefano Mura seduto al suo focolare, e sul petto di Annarosa la catenina d'oro, segno della promessa di matrimc,nio; ma soddisfatto anche perch gli era riuscito di portare prigionieri i buoi che pascolavano di frodo nell'uliveto.

 Mi scuserai, Stefano, se non mi sono fatto trovare in casa per la tua visita,  disse gravemente.

Stefano lo guardava con un'aria lievemente canzonatoria che ricordava quella del padre.

 C'erano qui le donne a ricevermi! 

 Lo so, perdio, che non venivi a visitare me. Tu dirai per che il santo giorno di Pasqua non si va in campagna. C'era bisogno, per, lo vedi. Li vedi come son grossi i due amici? Del resto, loro facevano il fatto loro;  il padrone, il malfattore, e dovr lui ben rifarmi dei danni; se no lo far condannare per pascolo abusivo: e pagher, oh, mi dovr ben compensare questa giornata di Pasqua. 

Stefano per, che sapeva per pratica come vanno a finire queste cose, dava consigli concilianti; raccont di un contadino che per vendicarsi d'una contravvenzione pcr pascolo abusivo aveva stroncato tutti gli alberi d'un podere; e parlava ad Agostino come ad un ragazzo, cercando di metterlo in paura per convincerlo ad essere clemente coi contadini.

Rigido sulla sua sedia, col pugno chiuso, Agostino non si lasciava convincere: difendeva i suoi diritti e poco gl'importava che i contadini fossero poveri ed esasperati da una condanna cercassero di vendicarsi.

La giustizia e la coscienza non badano a queste cose.

La nonna approvava con la testa.

E poich la discussione continuava e fu chiamato anche zio Taneddu per sentire il suo parere, Annarosa si alz e s'avvicin alla finestra. Ed ecco la visione della mattina rinnovarsi. Gioele passava dalI'altro lato della strada gi illuminata dalla luna, rasentando il muro. Andava verso casa. La sua figura slanciata, i capelli lunghi, il vestito chiaro e il cappello verdastro, lo stesso suo passo cadenzato, gli davano un'apparenza singolare quasi fantastica.

Durante la giornata Annarosa, per quanto si fosse affacciata alle finestre, non l'aveva pi riveduto: e nessuno doveva sapere del suo ritorno perch neppure Mikedda, neppure Gavino, nessuno ne aveva parlato. Ed ecco che egli appariva nel crepuscolo lunare come un'ombra colorata. Pareva fosse stato tutto il giorno nella valle verde, tuffato in un bagno d'erba e di luce, e tornasse riportandone la freschezza radiosa.

Annarosa appoggi il viso ai vetri e abbass gli occhi pieni di lagrime. Le pareva di essere sospesa in un punto misterioso, fra il sogno e la realt: alle



sue spalle risuonavano le voci che discutevano di cose volgari; e il sogno passava nella strada fra il chiarore del crepuscolo e della luna.

D'un tratto sent come se picchiassero ai vetri. Sollev gli occhi e vide Gioele che s'era fermato e la guardava. Le parve che gli occhi di lui brillassero come due stelle. E prima ch'ella stessa si rendesse ragione di quel che faceva corse nell'ingresso e socchiuse la porta.

La strada era deserta. Gioele torn indietro, le si ferm davanti silenzioso, con le mani bianche abbandonate sui fianchi. Non pensava neppure a togliersi il cappello. Ella lo vedeva attraverso il velo tremulo delle sue lagrime e le pareva che la figura di lui e la strada e tutta la terra e il cielo oscillassero.

Non dissero una parola; ma una strana scena muta accadde fra loro. Ella scese lo scalino della porta e Gioele le prese la mano e fece un passo come dovessero andarsene assieme; la sua mano era sottile, fresca come bagnata di rugiada. Annarosa ricord la mano di Stefano ed ebbe paura. Si sentivano fino alla strada le voci l dentro che discutevano: le sembr che tutti, anche la nonna, si alzassero per inseguirla. Torn sullo scalino della porta, e prese l'altra mano di Gioele; e se le port al viso ardente, le due mani fresche come due foglie, si asciug le lagrime con le dita di lui: poi lo respinse lievemente accennandogli di andarsene; ed egli obbed.

Fu quella sera stessa che la nonna volle parlare con

Juanniccu.

Sebbene tutto andasse bene non era contenta, la nonna, e sentiva il bisogno di sfogarsi con qualcuno.

Era gi a letto, sola con Mikedda, perch Annarosa e la matrigna erano andate a partecipare ad una famiglia di parenti l'avvenuto fidanzamento, e Agostino era in giro per l'affare dei buoi.

 Sta attenta,  disse alla serva:  appena il padrone Juanniccu rientra, fammelo venire qui: e tu poi va a letto. 

Poco dopo Juanniccu attravers le stanze, col suo modo furtivo, col passo molle delle sue scarpe logore: e aveva ancora come nei giorni d'inverno il risvolto della giacca tirato su, sul collo rientrante fra le spalle. Quel passo, quell'odore di abbandono e di miseria ch'egli spandeva intorno a s, umiliarono e turbarono pi del solito la madre.

 Siedi,  ella disse scuotendo la testa sul guanciale per liberare l'orecchio dalla cu~a.  Saputo lo hai che oggi Stefene  venuto per la sua prima visita? Siedi. 

Egli sedette, con le mani in tasca, tutto abbandonato su di s.

 Saputo l'ho. 

 Ebbene, non ti pare sia tempo che tu pensi a fare una vita pi cristiana ? Almeno adesso, per il decoro della famiglia? Oggi, giorno di vera Pasqua per noi, dove sei stato tu?

 Qua e l,  egli disse con un cenno vago della testa.

 Quando si mangiava l'agnello mandato in dono da Predu Mura, questo mezzogiorno, io pensavo a te. Pensavo: tutti hanno la loro passione, poich anche Cristo l'ha avuta, ma per tutti viene un giorno di Pasqua. Solo per te non viene. Non ti sei neppure cambiato, oggi. Il vestito nuovo ce l'hai, e anche le scarpe. Te le abbiamo fatte apposta e tu non le metti.



Mettile, domani, tieniti pulito. Anche Agostino mi ha raccomandato di dirtelo. Non fare arrabbiare Agostino. Lo sai che  buono, ma guai se perde la pazienza; allora  come la giusta ira di Dio: non perdona pi. Ma dove dunque sei stato, oggi? 

 Ebbene, da loro. 

 Da chi ? 

 Da loro. Dai Mura. Sono andato a trovare zio Predu, questa mattina, ed egli mi ha fatto stare a mangiare con loro: anche nel pomeriggio ha voluto che restassi con lui a fargli compagnia. 

La madre apr gli occhi, sbalordita, poi li chiuse forte. Avrebbe pianto, se avesse potuto: ma non piangeva mai. Ricord quello che la nuora diceva sempre di Stefano: "Stefano  buono".

 Stefano non ha detto nulla, che tu eri l. Ma ecco perch non ha chiesto di te. 

 C' poco da chiedere di me,  egli disse, e chin il VISO sul petto, sognando.

Aveva bevuto molto con zio Predu, e gli pareva di essere ancora l, nella grande cucina che aveva I'spetto e l'odore di un ovile, col rumore dei cavalli che scalpitavano nel cortile, il cane accovacciato davanti al focolare e qualche agnello scorticato, nudo; col grappolo violaceo delle viscere pendenti dal ventre spaccato, appeso ai piuoli della parete.

 Che cosa ti diceva il vecchio? E contento? 

 Contento . 

 Che pensi, tu ? Li far sposare presto quei ragazzi? Non conviene per il lutto, ma sarebbe meglio farli sposare presto. Che dice, il vecchio? 

 Nulla mi ha detto, di questo. Parlava della moglie morta come sia ancor viva, ma lontana di casa. Ma  sano e forte, zio Predu. Quello  uomo che se vede che le cose non vanno bene, riprende moglie. 

Ella torn a spalancare gli occhi, e come un mondo di formiche le si dest dentro come dentro un tronco morto.

 Tu sragioni, Juanniccu; pazzo sei. E destino che ogni volta ch'io parlo con te mi debba arrabbiare. Sei proprio il castigo dei miei peccati. Perch le cose non devono andar bene ?  prosegu, tirando fuor delle lenzuola la mano e agitandola come avesse ancora la canna. Uomo savio , Predu Mura; e alla sua et non si fanno pi sciocchezze; perch dovrebbe riprender moglie? Non ci andr in casa Annarosa? E la casa gliela sapr custodire. ~ ancora bambina Annarosa; a volte ride senza ragione e si agita come la foglia al vent; ma a Stefano piace appunto cos, me ne sono accorta bene, oggi: egli  troppo quieto, ma appunto per questo ha bisogno di una donna che gli giri attorno e lo rallegri un poco. Annarosa si burlava quasi di lui, oggi, e un bel momento se n' andata fuori della stanza come se la visita non fosse per lei. Ebbene, Stefano la guardava con gioia; le ha preso due volte la mano, la seconda volta appunto quando  rientrata nella stanza, e pareva volesse portarsela via. Perch le cose non devono andar bene? Lascialo venire tre o quattro volte e vedrai come tutti e due si innamorano. Adesso non si conoscono ancora, ma si conosceranno. 

 Eppure... 

Eppure? Tu vedi sempre cose che non esistono.

Il vino ti fa sognare. 

Egli infatti sognava anche in quel momento. Il

vino bevuto gli fermentava dentro; e l, nel tepore e nella quiete della camera in penombra, l'ubriachez

za gli cresceva come la febbre.



Gli pareva di non potersi pi muovere di l; ma ci stava bene; aveva l'impressione di essere come un corpo liquido dentro un vaso di cristallo. E vedeva una grande pianura verde con tanti piccoli cespugli dorati, e un popolo di farfalle variopinte che svolazzavano mtorno, si incrociavano, si univano, si separavano, andavano incontro ad altre, ad unirsi di nuovo, a separarsi di nuovo. Tutto procedeva bene, armoniosamentc, in una danza fatta di silenzio, di dolcezza, di volutt. Perch nella vita degli uomini non poteva procedere cos?

a Tutto va bene, s,  mormor;  ad Annarosa piace Gioele, e a Nina piace Stefano. Anche a lui piace Nina. E lasciateli fare. E lasciate che si piacciano e che si prendano. Tutto va bene. 

La vecchia tent di sollevarsi sul letto, col viso congestionato. Le pareva che Juanniccu la percotesse. Ricadde, sudata, sospirando; grid con voce grossa:

 Vattene, idiota!  ma tese il braccio e lo ai~err per la manica; ed egli da prima si mise a ridere, come si divertisse a spaventarla, poi le vide gli occhi luccicanti nel viso livido e prov un senso di paura.

Anche lui temeva di farla morire: si svegli dal suo sogno e riabbass la testa sul petto.

Quando ebbe ripreso respiro ella disse:

Juanniccu, ubriaco sei, ma la coscienza ce l'hai. Bada che tu adesso, tu hai detto una cosa grave. Perch l'hai detta? Tu calunnii la tua stessa famiglia. Ma non ti lascer andar via di qui, mi trasciner dietro di te, se tu non mi spieghi le tue parole. 

 C' poco da spiegare! Avete s o no mandato voi Nina in quella casa? L'avete mandata. E Nina  donna e ancora giovane. E ha gli occhi in faccia. Allora ha guardato Stefano e Stefano  uomo e anche lui ha gli occhi in faccia. 

 Anche tu hai gli occhi in faccia, idiota. 

 Anch'io ho gli occhi in faccia,  egli ripet pazientemente.  Cos ho veduto che si guardavano. 

Ella gli strinse pi forte il braccio; tremava tutta, anche nella parte morta del corpo. Dopo un momento di silenzio domand sottovoce:

Che altro c' stato fra loro?

 Nulla c' stato. Si guardavano. Si guardavano!  egli ripet per la terza volta, con voce un po' stridente come stesse per piangere.

Poi tacquero. La madre gli lasci il braccio, abbandon la mano sull'orlo del letto e chiuse gli occhi.

 Nina  onesta,  disse finalmente.  Non lo ha neppure guardato in viso, oggi;  stata sempre silenziosa e nascosta. Sognato hai, tu. E t'impongo di non parlare pi con nessuno d'una simile cosa. Neppure con me. Vattene. 

Ma nel vedere che egli obbediva lo riat~err per la manica.

 Dimmi una cosa. Si sono pi veduti, loro due? 

 Nina non  pi tornata l, n Stefano  mai venuto qui. Dove si vedevano?

 Vattene. 

Eppure non lo lasciava, aggrappandosi a lui, nel suo naufragio, come ad un tronco morto galleggiante. Tante cose avrebbe voluto domandargli: tante cose che ella stessa sapeva senza risposta; ma quando egli accenn a rimettersi a sedere lo spinse con quanta forza aveva.

 Vattene. 

E rimase sola, nell'ombra rossastra e tremula che pareva prodotta dall'agitazione del suo cuore.



Qui cominci il dramma della nonna.

N quella sera, n nei giorni seguenti ella parl con nessuno del suo colloquio col figlio; ma alla notte non dormiva e di giorno vigilava.

Stefano veniva tutti i giorni, verso sera, come la prima volta; e come la prima volta sedeva davanti al camino, fra lei e Annarosa.

Non sempre la matrigna assisteva alla visita, o se entrava nella stanza si metteva in disparte, silenziosa, coi vivi occhi intenti nel viso pallido, un po' china la testa incoronata dalla lucida treccia bruna.

Anche la nonna parlava poco: osservava tutto, per, immobile nel suo angolo, come dal fondo di una grotta: era come se lei stesse in ombra, ma vedesse gli altri muoversi nella. Iuce. E non si lasciava sfuggire un solo dei loro gesti, pure tentando continuamente di convincersi che le parole di Juanniccu e_____ state parole d'ubriaco.

Tutto per le dava sospetto, e specialmente l'indifferenza ostentata fra Stefano e Nina.

Stefano veniva sempre alla stessa ora: arrivava fino al portone col suo passo calmo, col sigaro acceso che si toglieva di bocca e spegneva prima d'entrare: spesso aveva in mano un fascicolo di carte d'affari con la copertina arancione piegato in due e lo deponeva su una mensola in alto nell'angolo della stanza senza mai dimenticarsi di riprenderlo prima d'andarsene.

Portava giornali e libri ad Annarosa e a Gavino, e se questo era in casa lo attirava a s e parlava e rideva con lui. Alla nonna raccontava gli avvenimenti del paese.

Il tempo, dopo Pasqua, si fece bello; sereno e calmo. Stefano arriv un giorno senza soprabito, e apparve, nell'entrare, pi svelto e pi giovine. La nonna pens che era primavera, che anche alle pecore Sl toglie la veste di lana, che anche lei era stata giovane e viva. Si volse e attraverso la porta aperta sul cortile vide la vite che gi metteva i germogli e il muro del pozzo ancora dorato dal lungo tramonto. Non era pi tempo che i giovani stessero accanto al fuoco.

 Andate fuori, andate un po' dunque nell'arto,  disse agitando la canna verso la porta.

E i fidanzati s'alzarono, obbedienti. Stefano accomod sul collo di Annarosa un lembo del risvolto di merletto; ed ella lasci fare tranquilla; parevano tutti e due tranquilli, come gi marito e moglie sposati da tanti anni; e la nonna con la sua canna in mano li guardava di sotto in su ricordando che al solo sentirsi toccare da un dito del suo fidanzato, in un tempo lontano, tremava tutta e stringeva i denti per non

r~nt)

gemere.

 Andate: camminate un poco. 

Appena essi furono usciti cerc con gli occhi la nuora. La vide che guardava i fidanzati dalla finestra della camera sull'orto; la sua figura nera si profilava dritta, rigida, sullo sfondo del cielo tutto coperto di nuvole d'oro che si spaccavano come la buccia di una immensa arancia. Sembrava un crepuscolo estivo. Una gioia quasi carnale era nell'aria tiepida e fragrante, nella luce dorata che penetrava e rallegrava anche l'interno della casa. Gi nell'orto si sentiva la voce un po' eccitata di Annarosa.

 Nina,  chiam la nonna,  vieni qui. Lasciali un po' in libert, tanto possiamo essere sicure di loro.



Stefano  serio e Annarosa ancora pi di lui. Siedi qui, Nina. 

La donna sedette senza rispondere. Col viso proteso, il collo allungato, aveva l'espressione dolente e rigida della vera vedova. Solo le sue lunghe ciglia si sbattevano rapide sotto le palpebre ferme.

La vecchia frugava nella cenere con la canna; ne scavo una piccola brace rosea, la premette come volesse schiacciarla, poi torn a seppellirla.

<( Bisogna lasciarli un po' in libert,  ripet. a Li teniamo sempre qui stretti fra noi, guardati a vista come due nemici che si vogliono sbranare. Secondo me, non  uso buono, questo: arriva che due si sposano senza conoscersi e di l cominciano le questioni. Stefano dice che in Continente si usa lasciar liberi i fidanzati, i quali vanno soli anche a spasso. Questo non lo approvo, perch non bisogna fidarsi troppo della natura dell'uomo, ma un po' di libert ci vuole. 

 ~ gi molto se vanno soli nell'orto,  rispose la nuora,  non per loro, ma per la gente. Tutti i vicini li stanno a spiare. 

E accenn ad alzarsi; ma subito si accorse che la suocera la guardava in viso con diffidenza e senza cercare di nascondere questa diffidenza; e sent il misterioso soi~io della verit. Sent che il triste suo segreto non era pi suo. Lasci cadere le mani aperte gi, di qua e di l della sedia, come uno a cui  stata strappata per forza una cosa dal pugno, e anche le sue spalle parvero abbassarsi.

Ogni parola della suocera confermava il suo sospetto.

 E lasciali spiare! Chi spia invidia o vuole togliere qualche cosa a chi viene spiando. Questo 

il male nostro, figlia mia: noi vogliamo sempre togliere qualche cosa agli altri. Non ricordlamo che gi noi abbiamo avuto la nostra parte e che siamo come le foglie: dobbiamo cadere a tempo, per far posto alle foglie nuove. Dio comanda cos, e bisogna osservare la sua legge; tutto a suo tempo; ad ogni stagione il suo frutto. 

La donna non rispondeva. Di tanto in tanto per volgeva il viso pallido verso la finestra, come ascoltando, pi che le parole della vecchia, la voce di Annarosa che si mischiava allo strido delle rondinl, al mormoro confuso e dolce della sera primaverile.

E si domandava come il suo triste segreto era in possesso della suocera. Nulla aveva da rimproverarsi, nulla da nascondere: fra lei e Stefano non era mai stata scambiata neppure una parola colpevole. E quello che c'era dentro di lei era una cosa che riguardava lei sola, una cosa tutta sua, come il suo cuore, come il suo sangue. Tuttavia non os ~rotestare.

La suocera continuava:

 Ogni cosa a suo tempo, Nina mia. Ti voglio raccontare anch'io una storia, come Predu e come Stefano. C'era una donna, che io ho conosciuto, ma della quale  inutile fare il nome, una donna che si tingeva i capelli. No, aspetta, ti dir da princlpio: Questa donna, dunque, cominciava a invecchlare e non voleva; eppure aveva dei figli grandi. And da una fattucchiera, per farsi dare una medicina per non invecchiare. E la fattucchiera, furba come tutte le sue pari, le diede una tintura per i capelli. I capelli della donna tornarono neri; e quando i capelli le tornarono neri, lei dunque si credette ancora giO vine e rifece tutte le pazzie della giovent; ma la



gente rideva e mormorava di lei. E l'uomo che lei am la maltratt e la derise fino a farle perdere la ragione. Pazza divent. I dottori le esaminarono la testa, e dissro che la tintura conteneva un veleno. Questo veleno, dunque, sfrega e sfrega, le era penetrato nella cute e l'aveva fatta impazzire. Buono per lei se fosse rimasta nella sua strada. Vedi, anche il sole, che  il sole, s'alza, arriva in mezzo al cielo, cade e tramonta; cos deve essere la vita nostra, perch cos ha stabilito Dio. 

La nuora taceva. Quest'iner~ia irritava la vecchia pi che un'aperta ribellione. Quando aveva parlato della tintura aveva veduto la donna portarsi una mano ai capelli come per sentirseli ancora neri; no, la nuora non parlava con la bocc, ma i suoi occhi, il suo viso, le sue mani parlavano.

"E giovane ancora, lei," pensava la suocera. "Non ha bisogno di tinture, ha bisogno ancora di amore. Ma Stefano non lo puoi prendere, no, Nina mia, perch  destinato ad Annarosa; lo sapevi che era destinato a lei; perch lo hai guardato? Adesso bi

sogna che ti rassegni, per il bene della famiglia. Per il bene della famiglia ti parlo, Nina mia: e tu mi ascolti e mi intendi, appunto perch non sei come la donna che and dalla fattucchiera."

 E poi tanti altri esempi,  diceva intanto con la -sua voce piana e sorda.  Del resto, prendi la Bibbia e leggi, tu che sai leggere. Mio marito, tuo suocero e zio, tu l'hai conosciuto da bambina, aveva sempre la Bibbia in tasca: diceva che era la pietra sotto cui era fermata la fune che lo legava al pascolo della vita. Senza questa pietra si sarebbe messo a scorrazzare come un puledro indomito; e allora cos si finisce nel precipizio. Leggi la Bibbia, Nina mia, e vedrai. Lui sedeva l, a volte, e me la leggeva ad alta voce. E quando io m arrabbiavo per cose vane, lu la tirava fuori di saccoccia, e con essa in mano faceva verso di me il segno della croce come per esorcizzarmi; e l'ira cadeva dal mio cuore.  Dopo un momento di silenzio riprese: Quando mor, volle il libro con s, nella fossa. Ma lo spirito del libro  rimasto qui. Mi sono io forse mai lamentata della mia sorte ? Eppure non  stata bella; bella, come dicono, cio tutta piena di allegria. Mio marito morto giovane, io rimasta coi due ragazzi, e uno andato bene, tuo marito, ma portato via presto anche lui dal vento della morte, e I'altro come tu sai. Anche tu sei rimasta presto sola, ma tu sei sana ed hai tre hgli come tre fiori. Tutto andr bene, per te, se tu vorrai. Annarosa nella sua casa come una regina. Agostino con noi, buono e nostro come il nostro pane; e Gavinuccio che sar la gioia della famiglia. Studier, andr lontano Gavinuccio nostro. E adesso va a guardare quei due: chiamali dentro; I'aria si fa scura. 

La predica era finita; ma la donna non si mosse Non sentiva neppure la forza di rispondere; le pa reva d'essere come la biscia a cui sono stati tolti

denti; gi, molle, abbandonata, senza dolore e senz forza.

E continuava a domandarsi come il suo segret era stato violato. D'un tratto, come in uno sfond nebbioso, tra figure che si muovevano incerte e l gubri, vide quella del cognato, accanto a quella

zio Predu, il viso morto di Juanniccu e gli occhi v ghi parevano affacciarsi da un mondo lontano, tc bido; ma guardavano di qua, e osservavano le co del mondo dei vivi.



S, egli era stato l, nei giorni della morte; nessun altro poteva averla osservata. E sent in fondo al cuore un desiderio di vendetta. Pens di nuovo che mai era venuta meno ai suoi doveri; non cercava nessuno, non faceva male che a s stessa, uccidendo giorno per giorno la vita in lei. Perch le frugavano il cuore?

Che colpa aveva lei se la sua carne era viva ancora? Ebbe voglia di buttarsi per terra, davanti ala suocera, di sciogliersi i capelli, di spogliarsi e urlare: che quei due di l accorressero, e l'uomo la vedesse nel suo martirio, e le tendesse una mano per salvarla.

Un attimo: ed ebbe vergogna e paura di questo suo primo impeto di ribellione pazza. Ma lei non lo aveva voluto. Erano gli altri che la prendevano per i capelli, la denudavano e la frustavano.

S,  disse con voce assonnata, come svegliandosi da un sogno,  ragione avete, tutto va bene di fuori se tutto va bene di dentro. Cos vi ascoltassero tutti ! 

 Chi tutti ? 

Volevo dire figlio vostro Juanniccu. 

Adesso fu la vecchia a non rispondere.

incalzo:

 Marito vostro  morto giovane, come il mio: sole Cl hanno lasciat nel pi bel tempo dell'anno, quando c' la messe da raccogliere, e nessuno ci ha aiutate a vivere. Marito vostro avrebbe fatto bene a lasciare la Bibbia in eredit a figlio vostro Juanniccu. Cos egli non sarebbe andato in giro per i focolari

altrui. 

<~ Le sappiamo, queste cose! In tutte le case c' la croce;  necessario,  ribatt la vecchia con asprezza.  Ma se Dio permette che uno cada  per insegnare agli altri di camminare dritti e di badare dove mettere i piedi. Si muore, Nina mia,  concluse con voce meno aspra,  e bisogna presentarsi a Dio con la veste pulita. 

 E allora tutto andr bene lo stesso dal momento che si muore. 

La suocera non insiste. Sentiva di aver colpito nel segno, poich la nuora diventava amara e pungente. Per quel giorno bastava.

D'altronde rientravano i fidanzati e subito ella si accorse che la passeggiata nell'orto aveva loro fatto bene. Erano tutti e due un po' eccitati, col viso rinfrescato dall'aria della sera, gli occhi brillanti. Stefano aveva fra le dita un ramoscello di salvia e parve volerlo porgere a Nina, poi lo diede a lei, mentre Annarosa riprendeva il suo posto posandole la mano sulla mano e guardandola con tenerezza. E la matrigna si scostava, come respinta da quel fluido d'amore che i giovani avevano portato di fuori.

Stefano faceva il grazioso con la nonna. Dopo averle dato la salvia si rivolgeva a lei sola per raccontarle una storiella.

 Questa mattina il pretore ha discusso una causa per pascolo abusivo, condannando un cavallo, invece del padrone, a pagare la multa. La parte che sembra comica ed  seria  questa: il padrone tent di provare che il cavallo gli era scappato, introducendosi a sua insaputa nel terreno altrui. Allora il pretore credette bene di condannare il cavallo. 

La nonna disse:

 ~ giusto. Tutto va bene purch giustizia sia fatta. 

La nuora, dal fondo della stanza, guardava quei



tre con occhi torbidi: fu per dire qualche cosa anche lei, poi scosse la testa con un moto di sdegno. Quando Stefano se ne and lo accompagn fino al portone, cosa che non faceva mai. Non lo guard neppure, e neppure sapeva il perch preciso dei suoi movimenti; solo sentiva un impeto di collera gonfiarle il cuore, un desiderio cupo di far dispetto alla suocera.

Questa infatti s'era voltata a guardarla, e fu pi tranquilla solo quando la vide rientrare, e Annarosa disse:

 Domenica verr il padre. 

Se veniva il padre era per fissare il tempo delle nozze: bisognava quindi pensare al corredo e la nonna disse che era necessario vendere l'olio, per procurarsi i denari, sebbene Agostino volesse aspettare che i prezzi dell'olio aumentassero.

Cominciarono a fare dei calcoli, come faceva lui. La matrigna osserv, con voce amara e beffarda, che in casa di Stefano le casse e gli armadi erano pieni di biancheria e Annarosa poteva andar l con le sue sole camicie.

 Miserabili a questo punto non siamo,  rispose la nonna; poi per punirla in qualche modo le ordin di mandare a richiamare il figlio e la serva dalla strada.

Allora Nina si alz, alta, quasi minacciosa, incalzata da un senso d'ira che non sapeva pi dominare.

 Mikedda non  nella strada,  disse con la sua voce amara,   nella casa del vicino a divertirsi un poco con lui. 

Tanto meglio! E tu, da buona padrona, dovresti un po' sorvegliarla. 

 S'ella non d ascolto a voi, come pu dare ascolto a me ? 

 E tu dovevi riferirmelo prima. 

 Se tutto vi si dovesse riferire ben meraviglia ne avreste e poco riparo potreste metterci. 

Annarosa guardava la matrigna: mai l'aveva veduta cos irritata; s'accorse che anche lei la guardava con occhi di sdegno e arross.

 Vado io, a chiamare Mikedda,  disse, come tentando di conciliare le due donne, ma la nonna la fermava con la sua mano e gi la matrigna andava in cerca della serva, spinta anche da una rabbia gelosa che le faceva parere ingiusto che gli altri, anche i pi miseri, vivessero e amassero, mentre lei sola era condannata alla rinunzia di tutto.

Trov infatti Mikedda nel cortile del vedovo. Questi sedeva su una pietra, davanti alla porticina della casupola, accanto ai suoi grossi buoi neri che ruminavano l'erba togliendola da un cesto che serviva da mangiatoia; -la serva s'era alzata all'apparire della padrona, e s'appoggiava al muro, ma aveva il visc rosso e gli occhi smarriti; e l'odore stesso del corti letto, odore di erba, di stalla, di bestie calde, e l'aria dolce, complice, e la stella rosea ferma in alto sul cielo ancora azzurro, tutto raccontava d'amore.

 Mikedda,  disse con voce rauca la padrona,  va subito a cercare Gavino e poi torna a casa dove ag giusteremo i conti. 

La ragazza le pass' davanti rapida come un can che ha paura d'essere bastonato.

 Taneddu,  I'altra riprese, quando fu sola co contadino,  noi ti abbiamo sempre considerato com uno di famiglia; e tua moglie , si pu dire, ancor



calda sotto la terra. Quello che fai non  da onest'uomo. 

Il contadino se ne stava tranquillamente seduto accanto ai suoi buoi come sotto un monumento; si palpava le dita della mano destra con quelle della sinistra e pensava che, dopo tutto, era in casa sua.

 ~ la ragazza, che viene qui a trovarmi. 

E tu mandala via: la coscienza ce l'hai.

Allora egli si alz, come se avessero bussato alla sua porta.

 Penso giusto che posso sposare la ragazza. Sono solo e ho bisogno d'una donna in casa. Sa fare, vero? E tanto piccola, ma crescer. 

 Ebbene,  disse la donna sempre pi irritata,  allora vieni a parlare con mia suocera. 

E se ne torn a casa, con l'impressione che tutti quelli che volevano amare, che volevano sposarsi, dovessero chiederne il permesso alla suocera.

Rientrando vide Agostino che era tornato dal podere e sedeva al solito posto, col pugno sulla tavola. Tutti erano al loro posto, tutto andava bene, intorno alla nonna, come i raggi della ruota intorno al pernio; si parlava del podere, dell'olio da vendere, di Stefano, di zio Predu che sarebbe venuto a fissare il giorno delle nozze.

In piedi, presso la tavola, la matrigna guardava Agostino: sentiva anche lei qualche cosa di vegetale, in quell'uomo rigido e fresco: sulle vesti di lui si notavano qua e l delle macchie verdi, come su un tronco d'albero. Le sue unghie erano piene di terra e tra i capelli pareva spuntassero dei fili d'erba. Ecco uno che poteva vivere senz'amore, che andava e veniva dalla valle portando negli occhi l'innocenza selvaggia della natu~a. Accanto a lui la donna inquieta sent come il refrigerio del viandante stanco all'om bra di un albero: si calm, disse sorridendo:

 E dunque avremo anche un altro sposalizio in famiglia. 

Mikedda arross e chiuse gli occhi, con la speranza che il padroncino Agostino le dicesse almeno qualche parola insolente. Ma egli pareva non avesse neppure sentito le parole della matrigna, intento a scrivere dei numeri sul suo taccuino sporco, preoccupato al pensiero di dover vendere l'olio prima che i prezZl aumentassero.

Ma quando tutto intorno fu vuoto e silenzio, Nina sedette al posto di Agostino, col pugno sulla tavola come lui, e parve a sua volta fare dei calcoli.

Aspettava il ritorno del cognato e si domandava come conveniva trattarlo.

Nel silenzio e nella solitudine la sua pena si rincrudiva. Tutti intorno a lei riposavano: Agostino dormiva nel suo lettuccio da soldato, con gi sul pavimento nudo le scarpe che puzzavano di sudore: Gavino nel suo lettino bianco, con un'arancia sotto il guanciale, sognando le martore e gli agnellini di zio Predu: Mikedda, nel suo, sognando i buoi neri e il campo di grano del suo vedovo: e anche Annarosa dormiva il sonno della giovinezza e della primavera, quel sonno che, se anche nel cuore c' un dolore nascosto, avvolge il corpo con un velo morbido di volutt, e durante il quale le quattro dita lunghe della mano raccolgono e stringono il pollice come nei so gni della primissima infanzia.

Solo lei vegliava senza riposo. Attraverso la port~ socchiusa sentiva l'odore della nbtte primaverile



un grido lontano di assiuolo. Ma non si commoveva: non voleva commuoversi; solo, di tanto in tanto, un'ondata di sangue le balzava sino alla radice dei capelli, e le dava il desiderio folle di uscire nella strada, di andarsene per il mondo, nella notte tiepida, in cerca di libert.

Poi tornava pallida e fredda e tendeva l'orecchio aspettando di sentire i passi del cognato.

Ma ancora non sapeva precisamente che cosa difgli, e aveva paura d'approfondire il suo male col solo parlarne. Era uno di quei mali di cui non si pronunzia mai chiaro il nome.

E come il cognato tardava, ella si pieg un poco, chiuse gli occhi e le parve di scendere in un luogo oscuro, molle e misterioso, come nei sogni. Ma non dormiva.

Ricordi e immagini le passavano confusamente nel pensiero. Le pareva d'essere ancora ragazza, nei priml glorni ch'era venuta a stare presso i parenti in qualit di bambinaia non pagata. Durante la giornata stava coi bambini nell'orto, o li conduceva in chiesa e si divertiva con loro: ma alla sera le toccava di aspettare il padrone, perch la vecchia non concedeva mai a nessuno la chiave di casa; e quest'attesa la stancava e la umiliava. Seduta a quel medesimo posto, s'addormentava del sonno facile della fanciullezza, ma con l'orecchio teso anche nel sonno ad ascoltare i passi nella strada. A volte si svegliava di soprassalto, sembrandole che avessero picchiato, e usciva al portone e vi si fermava ascoltando i canti lontani o I'assiuolo nelle notti di primavera. La strada era deserta: lei sapeva che la vecchia non voeva si tenesse la casa aperta, di notte; eppure si compiaceva a disobbedirle. E s'azzardava a camminare, lungo il muro, fino alla casa del fabbro; poi tornava indietro col batticuore per la paura che, in quell'attimo, un malfattore fosse entrato-in casa. O si fermava sul portone aspettando che qualcuno passasse, nella strada illuminata dalla luna, e pensasse poi a lei, cos sola e orfana, e la sposasse. Quante volte aveva atteso cos, con un'ansia superstiziosa ! 11 primo che passava era un vecchio contadino o un mandriano o un ubriaco tentennante.

Prima di condurre i bambini fuori, in chiesa o a visitare qualche parente, la vecchia le faceva la solita predica. Non si fermasse per la strada, non guardasse gli uomini, non chiacchierasse troppo coi parenti. Ella usciva, tutta felice solo di poter camminare e vedere qualcuno, col buon proposito di ubbidire alla sua benefattrice; ma d'un tratto il demonio I'assaliva e cos, solo per il gusto di disobbedire come facevano i bambini con lei, guardava fisso il primo uomo che incontrava: e gli occhi di quello rispondevano subito ai suoi. Allora aveva vergogna di s, dei bambini che teneva per mano, e abbassava gli occhi, contenta solo di aver disobbedito.

Poi la vecchia le aveva fatto sposare il figlio. Era diventata padrona anche lei, non lasciava pi la casa aperta, non sollevava pi gli occhi nell'incontrare gl uomini. Ma rimasta vedova, dopo molti anni di clausura, qualche notte, nelle tiepide notti d'estate, si fermava sul portone, prima di chiuderlo, e le sem brava di essere ancora ragazza ad aspettare che pas sasse un uomo degno d'essere guardato. Non il pri mo n il secondo, ma quello che poteva essere de gno. E qualcuno passava, e la guardava anche senz~ essere guardato, ma andava oltre e non si volgev.



nemmeno. Non si sposa facilmente una vedova povera con un figlio da mantenere.

Poi la vecchia l'aveva mandata ad assistere la parente malata...

Il passo di Juanniccu, il suo lieve tocco al portone la riscossero. Rapida balz, chiuse l'uscio di comunicazione fra la stanza e la cucina, depose il lume sulla tavola. Nel vedere che apriva lei, Juanniccu ebbe come un moto di spavento: stette, pesante e tremulo, sulla soglia, aspettando ch'ella si ritraesse, poi entr, a testa bassa,lasciando a lei la cura di chiudere.

E lei chiudeva, con un lieve tremito nelle dita. Ancora non sapeva come cominciare il discorso, se fermare il cognato nella cucina o seguirlo nella sua camera, perch gli altri non sentissero. Aveva paura che egli alzasse la voce. Meglio forse era lasciarlo andare, aspettare un momento pi opportuno, tanto pi che egli sembrava ubriaco, almeno a giudicarne dall'odore di vino che esalava.

Un senso di ripugnanza la prese. No, era meglio tacere; e s'indugiava a chiudere per lasciarlo andar su; ma d'un tratto sent di nuovo che era la paura, non la repugnanza, a farla esitare. Allora, stringendosi le mani l'una con l'altra per fermarne il tremito, si affrett per raggiungere il cognato nella cucina: e s'accorse ch'egli l'aspettava.

Stava fermo accanto all'uscio del corridoio: la lucerna lo illuminava di faccia proiet-tando la sua ombra sulla parete; il suo viso era pallido, con le palpebre abbassate: pareva si fosse addormentato in piedi, con la testa un po' dondolante sul collo.

Ella si avvicin, pi alta di lui, investendolo con la sua ombra: non sapeva ancora come cominciare, ma non aveva pi paura; si sentiva capace di schiacciarlo contro il muro se egli alzava la voce.

Ma egli apr gli occhi e la guard; e fu lei a sentirsi come buttata per terra da quello sguardo di infinito compatimento.

 Tu mi aspettavi,  egli disse; poi abbass la voce:  che cosa c' stato? .

E pareva le offrisse il suo aiuto.

Allora la donna si turb maggiormente; ma parl senza sdegno, con una sorda tristezZa.

 Che cosa hai detto tu di me a tua madre? 

Egli rispose con prontezza insolita, quasi con vivacit.

 La verit, ho detto! 

 No, non  la verit, Juanniccu! Tu mi hai aCcusato di un peccato che io non ho commesso. 

 Io non ti ho accusato di peccato. Cos' il peccato? E che colpa hai tu se le cose del mondo vanno cos? Vanno cos perch devono andare cos. A volte vogliamo metterci riparo, ma  come mettere la mano contro un fiume che straripa. E bisogna lasciarlo straripare. Cos a te  piaciuto quell'uomo perch eri donna, e ti sei trovata sola con lui, in momenti nei quali ti pareva ancora lecito di guardarlo; perch ti pareva fosse un uomo libero e tu una donna libera. Invece non siamo mai liberi. E non lo siamo perch non vogliamo esserlo. Se tu volevi esserlo, potevi prenderti quell'uomo; e Annarosa si prendeva il suo ragazzo e cos stavate contente tutt'e due, almeno per un po' di tempo. Ma  che qui in questa casa, poi, si  tutti come ragazzi: si cerca tutti di disobbedire ma non si pu. Non si pu, non si pu,  ripet pi volte, dondolando la testa.

La donna l'ascoltava stupita; lo sdegno le svani



va dal cuore; sentiva bene di parlare con un ubriaco, eppure aveva desiderio di dirgli "hai ragione".

 Juanniccu,  ricominci,   questo che tu hai detto a tua madre? Tu sragioni; ma lei ti ha creduto, ed io... ed io... 

 Tu ti sei offesa; ma fai male: non c' da offendersi, della verit. Mi offendo io, quando mi dite che sono pazzo ? Sono pazzo perch sono pazzo. E so adesso tutto quello che mi vuoi dire. Lo so, s: tu mi hai aspettato per dirmi che farei meglio a pensare ai fatti miei e a non immischiarmi nei tuoi. Ti leggo nella faccia quello che vuoi dirmi; vuoi gridarmi che sei una donna onesta e che vuoi essere rispettata: e ti d ragione. Ti rispetto, Caterina, cognata: nessuno ti rispetta pi di me. Sei stata sempre la nostra serva, sempre paziente e silenziosa; non hai goduto la tua parte di vita, e noi abbiamo sfruttato la tua giovinezza come si sfrutta una pianta di susine. Ma cosa posso farti io, adesso ? Dimmelo, tu, che posso farti? Non sei stata buona tu, a prenderti quell'uomo: hai abbassato gli occhi dopo averli alzati; hai lasciato che la madre desse le chiavi ad Annarosa, che non le voleva. Peggio per te. Anche lui  come un bambino: ha obbedito ai genitori. Che posso farci, lo ? 

Ella lo ascoltava, torcendosi le mani. Era inutile parlare, con lui. Si pentiva di essersi abbassata a tanto: eppure lo ascoltava con la strana impressione di sentir dire davvero da lui le cose ch'ella stessa avrebbe detto.

 Ma io... ma io...  riprese, e tosto si lasci di nuovo interrompere.

 Ma tu, ma tu? Che vuoi fare anche tu? Se non lo sai tu, quello da fare, come posso saperlo io? Tu farai il tuo dovere; questo mi vuoi dire. Ma qual  il tuo dovere? Startene l nell'angolo ad occhi bassi rodendoti l'anima o guardare ancora quell'uomo e prendertelo, se fai ancora in tempo? Questo lo vedi tu, non devo dirtelo io. 

Juanniccu!  ella disse con voce stridente; e sollev le mani come volesse graffiarlo; gli occhi le brillarono quasi feroci; poi d'un tratto abbass e sbatt le palpebre, e le sue dita si rallentarono, le mani si abbandonarono sulle braccia di lui. E gli afferr le maniche, come aveva fatto una notte la madre, quasi aggrappandosi a lui in cerca di aiuto.

Fu un momento grave. Juanniccu la vide abbassarsi, divenire pi piccola, pi debole di lui; sentiva sulle braccia le mani ardenti di lei; e quella pulsazione di vita, di dolore senza nome e senza hne, parve iniettarsi nelle sue vene morte e arrivargli fino al cuore.

 Donna,  disse con una voce chiella non gli conosceva ancora; poi tacque, perch anche lui non trovava pi le parole; poi d'improwiso la donna trasal, si sollev e si volse sembrandole di aver sentito ~ome un lieve nitrito alle sue spalle.

Era l'uomo ubriaco che piangeva per lei.

La domenica, dunque, si annunzi come un giorno di grande festa per tutti.

Era di maggio, il giorno di Pentecoste. Gi dall'alba le campane suonavano, e un usignolo era venuto fin sull'orto a sgranare sulle rose e sui fiori d'aconito sbocciati sul muro, le sue note perlate.



Dal finestrino della sua stanzetta zio Taneddu vedeva, nel cambiarsi la corta camicia cucita e rattoppata dalla sua prima moglie, le vehie querce nere, gi lontane nella valle, tutte dorate dalle foglie nuove, e i macigni di granito scuro sui monti coperti dal fiore rosso del musco. Perch anche lui non doveva rivestirsi di colore, e ridare a una donna le chiavi della cassa di sua moglie?

Per adesso indossava il costume ancora nuovissimo da vedovo; apr il finestrino e vi si specchi. Sullo sfondo tremulo del paesaggio, l dentro il vetro, si vide piccolo e rossiccio, col suo corpetto di velluto, la sua berretta nuova, come uno di quei contadini da presepio verniciati in nero.

E pensava che anche Mikedda era piccola e magra; ma doveva crescere e forse anche ingrassare; i polsi li aveva forti, e diceva lei ch'era buona a pulire il grano e la farina e a far da sola il pane di un ettolitro di frumento.

"Adesso sentiremo dalla padrona Agostina quanto c' di vero in tutto questo."

Scese, guard se in cucina le fave che aveva messo a cuocere bollivano, guard se i buoi mangiavano. Mangiavano, i buoi, nel cortiletto caldo, e paleva salutassero il padrone col lento scuotere della coda; ed egli sedette un momento sulla pietra ove di solito la sua prima moglie s'indugiava a filare e cucire, e pens un'ultima volta se il passo che faceva era ben fatto. Gli parve che appunto lo spirito grave della sua prima moglie, aleggiando intorno, colle ombre grandi dei buoi, col lento smuoversi delle loro code, con quel silenzio stesso di casa deserta fatto pi grave dai gridi di fuori e dal suono delle campane, gli dicesse:

"Va dalla padrona Agostina; se lei dice che  bene  bene."

Ed egli and dalla padrona Agostina; prima per si assicur che il brevissimo tratto di strada era deserto: solo in fondo, nel sole del crocevia, si vedevano passar fiammeggiando figure di donne vestite a nuovo che andavano a messa. Taceva il suono dell'incudine del fabbro, laggi, e la porta del ciabattino era chiusa. Sul portone massiccio dei padroni, il contadino vide una figura disegnata col gesso, con un uovo per testa e due zampe di gallo; si ferm ad ammirarla, poich la sapeva opera di Gavino e gli sembr anzi che rassomigliasse un po' a lui. Poi entr.

Il cortile era deserto, pieno di sole; la vite spiegava gi intorno ai due pilastri del portichetto le sue foglie di oro argentato; gi in fondo, attraverso la porta della cucina e l'uscio della camera spalancati, la padrona Agostina, sulla sua scranna davanti al camino ancora acceso, pareva l'immagine dell'inverno ritiratosi in una grotta

Il contadino and dritto a lei, sedette a un cenno della canna, apr bene le gambe con le brache nuove gonfie come palloni.

Sola l'hanno lasciata, padrona!

a Nuora mia  andata a messa, le ragazze son di l. C' Gavino. 

Gavino scriveva il suo compito di scuola con un

 ginocchio sulla sedia e gli occhi di qua e di l a seguire un moscone agitato tra il vetro e lo sportello: nel sentire la voce di zio Taneddu si precipit all'uscio e guard malizioso. La sua presenza rallegr, ma imbarazz il pretendente: eppure si guardarono,



Gavino e lui, come due vecchi amici che si fossero confidata ogni cosa.

La nonna agit la canna per mandar via il ragazzo; allora il contadino si accomod la berretta e disse:

 Padrona mia, io vengo a domandarle in sua coscienza informazioni di Mikedda. 

La vecchia padrona era quasi allegra, quella mattina: sentiva anche lei l'aria della festa e aveva voglia di scherzare.

La vuoi forse prendere al tuo servizio?

 E pu essere anche, se lei me la cede! 

 Io, per me, te la cedo. Ma lei, quella mocciolosa, vuol venire?

E pu essere anche, padrona mia!

 E allora le informazioni, poich ti rivolgi alla mia coscienza, son queste. La ragazza  ragazza: astuta e innocente nello stesso tempo. Sa voler bene a chi le vuol bene, ma sa fare anche il fatto suo. Lavora ed  forte e sana. Mangia, per, e d'inverno ha i geloni. 

 Ma  vero che sa fare il pane? 

 Lo sa, sicuro. 

 Lo sa anche infornare ? 

Lo sa.

E sa lavare e cucire?

 Lavare, s; cucire, qui cucisce poco, perch fanno le donne; ma pu imparare. 

 Certo, bisogna almeno che impari a rattoppare. Un contadino come me strappa facilmente i suoi calzoni. Oh, e un'altra cosa, padrona mia: la ragazza  onesta ? 

Ella lo guard di sbieco.

Questo lo puoi sapere tu pi di me. 

 E vero, padrona mia. Lei parla come il Vangelo. 

Richiamata al Vangelo, ella si credette in obbligc di fare il solito sermone: ricord al contadino la sua prima moglie, che lavorava giorno e notte e nOL sollevava gli occhi davanti agli uomini.

Tu l'hai presa come la lepre calda dal nido: e lei aveva i denari per comprare un carro, un aratro, un paio di buoi e farsene la dote. Cos siet~ andati bene, avanti, nel nome di Dio. 

 Dio me l'ha data e Dio me l'ha ripresa,  egli disse commosso.  Aveva dieci anni pi di me e mi ha fatto come da madre. 

 E adesso tu farai come da padre a questa mocciolosa; e cos sia. 

 E cos sia, padrona mia. 

Stettero un momento in silenzio, come dopo una preghiera; poi lei domand:

Quando avresti intenzione di sposarla?

 Giacch la cosa si ha da fare, si faccia: il mio frumento promette bene, e l'orzo anche. Io vorrei sposare la ragazza al tempo della raccolta: mi dice che sa mietere. 

Allora sarebbe in luglio: noi cercheremo allora un'altra serva. E, mi raccomando; non toccare la ragazza prima delle nozze: tanto potete aspettare, il tempo e cos breve. 

Egli fece un gesto vago, socchiudendo gli occhi.

Speriamo che Dio ci assista. 

 Stasera,  disse infine lei,  vengono qui a cena Stefano e suo padre: anche noi salderemo l'anello della catena. Ebbene, accostati anche tu: mangerai un boccone con la tua ragazzina. 

Mentre egli se ne andava, n allegro n triste, ma



tranquillo come dopo aver concluso un affare, rientr dalla messa Nina accompagnata da una donna anziana, avvolta in uno scialle nero. Era una vedova decaduta che, per favore e anche per guadagnare qualche lira, andava nelle case a cucinare quando c'erano pranzi o cene di lusso.

Nina salut il contadino facendogli un cenno col capo come per dirgli "abbiamo concluso, dunque!", poi condusse la donna a vedere le provviste gi fatte per la sera. Sulla tavola di cucina, lavata per l'occasione, si stendeva un intero capretto scorticato, roseo, coi visceri rossi e violetti e gli occhi di cristallo nero velati dalla malinconia della morte; e accanto gli giacevano due grosse lepri col pelo biondo e grigio e ancora le orecchie dritte rigide come nell'atto della fuga paurosa; e dei polli nudi, pallidi granulosi come intirizziti per la loro nudit, con solo un ciuffo di penne sulla testa. Trote e sardine d'argento brunito luccicavano entro un catino verde pur esso luccicante; e un fresco monticello di piselli, e carciofi che parevano grossi bocciuoli di rose violette, e uova, uova, uova bianche d'alabastro, completavano quel quadro di natura morta.

La vedova decaduta, con le mani pallide e fini fuor dello scialle nero toccava e divideva ogni cosa; e i suoi occhi avevano la melanconia di quelli del capretto morto. Le provviste erano abbondanti, ma guardando intorno per la cucina in cerca delle padelle e delle pentole, ella vide solo le ciclopiche ma inutili casseruole di rame; mancavano i recipienti moderni, per fare il dolce, per cuocere e servire intatti a tavola i carciofi e il pesce.

 Porter io quello che manca,  disse con la sua voce piana,  ho ancora tutto. 

 E suocera mia che vuole le cose all'antica,  dicse Nina per scusarsi.

Intanto Mikedda era scesa, lunga verdolina e profumata come uno stelo d'avena; e dietro di lei Gavino che cominci a far rotolare le uova sulla tavola, finch uno ne cadde spaccandosi e sciogliendosi per terra come un frutto troppo maturo.

 Si capisce, dove passi tu passa la rovina. 

Gavino s'era chinato e sorrideva all'uovo rotto, guardandolo come una meraviglia.

Potevano caderne due, mamma!

 E tu, Mikedda, che fai ? Ti chini tu pure a guardare un uovo rotto, mentre ti si aspetta per rivolgerti una domanda di matrimonio?

Curva sul pavimento, Mikedda guardava di sfuggita verso la stanza attigua e aveva una strana paura ad avvicinarsi alla vecchia padrona; le pareva che la vecchia padrona avesse la sua sorte nel pugno.

"Se lei ha detto di s  come mi abbia sposato il sacerdote," pensava.

Ma invece di rallegrarsi, ora che il suo sogno poteva dirsi compiuto, sentiva una tristezza oscura: pensava che una volta legata, una donna non si pu sciogliere pi se non con la morte; e che zio Taneddu, sebbene piccolo, era, in fatto d'onore, grande e forte come il gigante Golia.

Almeno qualcuno avesse protestato per il loro matrimonio; almeno qualcuno avesse dato un solo segno di gelosia! Nulla. I padroni coi padroni, i servi coi

servi.

S'avvicin esitando al camino, e cominci a passarsi sul dorso della mano destra la palma della sinistra come quando aveva i geloni.

 Ebbene,  disse la vecchia padrona,  anche que



sta mi tocca di fare; la paraninfa. Tu sei contenta?   Se sono contenti i miei padroni sono contenta anch'io. 

 Ebbene, allora va dai tuoi parenti e di' loro che ormai sei a posto anche tu. 

Ma prima di andare dai suoi parenti, Mikedda cerc la padrona piccola con la speranza di essere almeno da lei compianta.

Annarosa stava nell'orto, seduta sull'erba all'ombra del pesco: aveva un libro, ma non leggeva, e lasciava che le formiche e le coccinelle attraversassero le pagine aperte sulle sue ginocchia. Non le riusciva di leggere: le pareva che la luce abbagliante del mattino di maggio stendesse un velo iridato fra i suoi occhi e il libro.

Sognava: e pure guardando sulla cima della valle gli alberi che spandevano come dei raggi neri sull'erba lucente, e i cavalli che pascolavano e pareva curvassero la testa per comunicare un segreto alla loro ombra, rivedeva la chiesa ov'era stata a messa quella mattina e le rose che si disfacevano sui vasetti dell'altare. Una s'era sfogliata, e il prete con la mano aveva allontanato i petali sulla tovaglia senza smettere di leggere il libro.

Cos adesso ella pensava al glorno delle sue nozze, tentando di allontanare il ricordo di Gioele come il sacerdote allontanava davanti a s, senza guardarli, i petali della rosa sfogliata.

D'un tratto mise gi il libro sull'erba e piano piano, come involontariamente, si stese tutta, col cuore contro la terra: e chiuse gli occhi, e pens al mistero che l'aspettava. Le pareva che Stefano fosse l, steso al suo fianco, e il calore del sole che la copriva tutta fosse la carezza di lui. Ma si ribell: no, non voleva. Egli per insisteva: la guardava negli occhi e intrecciava le sue dita molli e calde a quelle di lei, come faceva in tutti quei giorni quando la nonna li mandava a star soli nell'orto... La nonna conosceva la vita. Davanti agli altri Stefano pareva distratto, lontano, e Annarosa pensava a Gioele; ma appena si trovavano soli egli si volgeva a lei, la stringeva con violenza, le affondava il viso sul collo come volesse sprofondarsi tutto in lei, le dava dei baci che la portavano via in un turbine facendole dimenticare ogni cosa passata.

Un giorno l'aveva a tradimento sollevata tra le braccia come una bambina e portata su di corsa per il sentiero dell'orto, minacciandola, se gridava, di metterla sopra il pesco e di lasciarvela. Poi si era piegato, con lei fra le braccia, sull'erba del ciglione, costringendola a rimanere un po' nascosta con lui, come facessero all'amore in segreto.

Ed ecco le pareva di essere ancora cos e di tendere l'orecchio ai rumori dell'orto. S, qualcuno ve niva; si sollev un po' rossa in viso, vergognosa di essere sorpresa a sognare in quel modo; ma quanda Mikedda le si pieg davanti e strappando dei ciuffi d'erba le disse con tristezza: Ha risposto di s la padrona. Sono anch'io a pQsto, adesso , ella si mise a ridere, divertendosi al dolore della ragazza.

 Ma se non lo vuoi, chi ti costringe a prenderloi Puoi rispondere di no!

Mikedda la guardava coi suoi occhi di bestia ferita.

 Lei ride adesso! Ma anche lei non rideva quan do ha detto di s. 

Al ricordo Annarosa si oscur in viso: aggrott l~ sopracciglia e fece un gesto di sdegno per far intendere alla serva che nulla di comune esisteva fra loro;



poi rimise il libro sulle ginocchia e cominci a sfogliarlo guardandolo da vicino come cercasse una pagina che non trovava.

 Anche tu riderai un giorno,  disse con tristezza.  Tanto  inutile piangere. Ricordati come piangevo, lo, quei primi giorni, dopo Pasqua. Andavo su e gi e ml pareva di ammattire. Tutto mi girava attorno e avevo come delle allucinazioni. Il giorno di Pasqua, ricordi, il giorno della prima visita di Stefano, ho veduto l'altro passare nella strada; di mattina, l'ho veduto, e poi di sera, mentre stavate tutti a chiacchierare nella stanza da pranzo. Egli passava nella strada. Era vestito di chiaro con un cappello verde; l'ho sempre davanti agli occhi cos, eppure ho l'impresslone di aver sognato. 

Mikedda s'era messa in ginocchio sull'erba, con gli occhi spalancati e le mani giunte; dimenticava la sua pena nell'ascoltare ancora una volta le confidenze della piccola padrona; e questa prosegu come leggendo qua e l nel libro la sua storia:

 Dunque, io mi avvicinai alla finestra e lo vidi. La mattina non mi aveva neppure guardato: adesso ero io a non volerlo guardare; ma le lagrime mi riemplvano gli occhi, e d'un tratto sentii che egli si fermava e mi guardava; gli occhi gli brillavano come stelle. Allora, non so come, mi trovai sulla porta con lui. Mi prese la mano e, per un momento, io pensai di fuggire con lui. Poi tornai dentro. E non l'ho pi veduto, non ho pi saputo nulla di lui. Adesso mi pare sia gi passato tanto tempo, e quasi non mi ricordo pi di lui; ma anche lui non si ricorda dl me. Eppure sono certa di averlo veduto. Sono certa,  ripet sollevando gli occhi pieni ancora di sogno, gli ho preso anche le mani e mi sono asciugata le lagrime con le sue dita. Adesso non piango pi. A che serve piangere? Eppoi Stefano  buono e mi ama pi di lui. Se io gli facessi un torto sono certa che si vendicherebbe, sebbene sembri cos calmo. Se sa che ho veduto l'altro, quel giorno di Pasqua,  capace di battermi. Invece l'altro  come un fantasma; sono certa che non gli importa pi nulla di me: ed anche per me  come sia morto. Ma tu, dimmi, tu sapevi ch'era tornato ? 

 No,  disse Mikedda,  le giuro in coscienza mia che io non lo sapevo. Neppure il padre me ne ha mai parlato; nessuno l'ha veduto. Che egli abbia I'anello che rende invisibili?

Annarosa si rimise a ridere, tanto Mikedda parIava sul serio.

 Vedi, dunque! Tutto  stato un sogno. Non parliamone pi. E tu va dove devi andare. 

Quando Stefano e il padre arrivarono, verso sera, la tavola era gi apparecchiata, con un mazzo di rosc nel mezzo. I posti erano otto. E mentre zio Predu con la barba ravviata che spiccava chiara sul vellutc nero del corpetto, sedeva accanto alla nonna e il suc bastone pareva per conto suo salutare la canna dan dole dei lievi colpettini, Gavino prese Stefano pe la mano conducendolo attorno alla tavola e indican dogli per chi erano questi otto posti.

 Questo  per me; qui tu e Annarosa, e son tre qui Agostino e la mamma, e son cinque; qui la non na; porteremo qui la sua scranna; qui zio Predu; t qui anche lui. 

Chi, anche lui?

 Zio Juanniccu. Lui non voleva, ma la nonna ha



comandato. ~ lei che comanda. Sar pulito: gli abbiamo fatto un vestito nuovo. 

Parlava piano perch non sentisse la nonna, occupata a discorrere col vecchio: poi tacque perch Annarosa entrava dall'uscio di cucina, chiuso per l'occasione. Nell'aprirlo che ella fece, si vide una nuvola di vapori e le due vedove, Nina e quell'altra che correvano di qua e di l con piatti in mano.

Annarosa and dritta a salutare zio Predu. Egli la guard dal basso in alto sollevando il duro viso barbuto e parve stentare a riconoscerla.

Ebbene, sei tu? E mettiti a sedere.

Ella si mise a sedere; Stefano si avvicin e stette dietro, guardandole i capelli pettinati con insolita cura.

E lasciatelo aperto quell'uscio,  riprese il vecchio;  se entra un po' di fumo fa bene:  fumo d'arrosto. Non datemi troppo da mangiare; se no mi dimentico di dirvi quello che son venuto a dirvi. 

Abbass un momento la testa, si lisci la barba.

 Ah,  disse, poi, come ricordandosi,  ecco di che Si tratta. Quando vogliamo romperla questa catena? 

 Ribadirla, volete dire!  esclam Stefano, tentando di prendere la cosa alla leggera. Ma il padre, nonostante il suo tono volontariamente distratto, era serlo, grave.

 Se fosse potuta venire qui la mia beata morta, avrebbe detto: pi presto , meglio . Ma il Signore le ha aperto la sua porta e siamo qui soli senza di lei. Ebbene, io dico di lasciar passare almeno mezzo anno di lutto, e poi far sposare questi ragazzi. 

 Va bene,  disse la nonna,  se tu sei contento, Predu ~n~o, contenti anche noi. 

 Ma dove sono gli uomini ?  domand egli con

un po' d'impazienza. Non sono mai a casa! Ago stino dov'? Qui non vedo che questa cavalletta, aggiunse accennando a Gavino.  Apri quell'uscio, cavalletta. 

Gavino apr l'uscio; e il fumo odoroso di salse e di zucchero bruciato penetr nella stanza. Allora zio Predu vide, attraverso la porta spalancata della cu cina, sporgenti dal sedile del portichetto, i piedi di Juanniccu.

Chiama tuo zio, cavalletta: digli che venga su bito qui ! 

Gavino obbed; e zio Juanniccu entr. Sbarbato, pulito, sembrava un altro. Sedette al posto che An narosa subito gli cedette, e parve ascoltare con gran de attenzione una storia che zio Predu raccontava.

E si rivolgeva proprio a lui, zio Predu, cosa ch~ faceva piacere alla nonna. Ella vedeva tutto com dal fondo d'un sogno; e cercava di lusingarsi nella speranza che tutto potesse proseguire cos, il figlic ravveduto, la nuora rassegnata a lavorare con le ser ve, Gavino sano e allegro, gli sposi felici, semprc ridenti come stavano adesso davanti alla finestra ape.

I ~ ta della camera dell'orto; Agostino in giro a far ~, affari per la famiglia anche nei giorni di festa; ' cucina sempre odorosa di buoni pranzi; e zio Pred. a proteggere e beneficare tutti come il dio della fa miglia.

Eppure in fondo sentiva qualche cosa brontolar~ qualche cosa tentar di rompere il velo del sogno; c

me un uomo sepolto vivo che batte e grida nella s cassa per farsi aprire; e quando Nina le si awici chinandosi per dirle che tutto era pronto ma che aspettava Agostino, e volse gli occhi rapidamente ve so la finestra della camera attigua, e pi rapidamen



li rivolse in qua, con un fugace splendore, ella ebbe quasi paura di quegli occhi e abbass i suoi.

 Che dite, aspettiamo un altro poco ? La donna non vuole, perch dice che la roba si guasta. 

E allora andiamo. Oh, Predu, andiamo a tavola?

 Quando si tratta di andare a tavola io sono pronto. Pronti!  egli disse battendo il bastone per terra.

 Pronti !  grid Agostino che arrivava in quel momento, ed era un po' mortificato per aver fatto tardi, ma fingeva di non esserlo. Allo sguardo di rimprovero della nonna rispose battendo confidenzialmente una mano sulle spalle del vecchio e con l'altra accarezzandogli la barba.

Oh, zio Predu, tanto appetito avete?

Anche il vecchio batteva la mano sulla spalla di Agostino e diceva alla nonna:

 Che gigante hai, Agostina Marini; puoi andarne superba. 

Al chiasso i due fidanzati si volsero, sullo sfondo del paesaggio notturno della finestra; con una mossa rapida Stefano pieg la testa e baci Annarosa sul collo; poi la spinse lievemente verso la stanza da pranzo, dove aiut a portare la scranna della nonna ac

canto alla tavola.                   I

Tutti presero posto, e Mikedda port la zuppiera, 1: volgendosi a guardare se arrivava il suo invitato; in- ~ ciamp anche, destando un forte batticuore nella don- ! na che dalla cucina la seguiva con gli occhi trepidando. E Nina serv i commensali, come faceva ogni giorno coi suoi di famiglia.

Vestita di nero, coi capelli che le circondavano il viso come due vive bende di lutto sormontate dalla corona d'ebano delle treccie, aveva le guancie arros

sate dal calore dei fornelli, ma d'un rossore che a poco a poco si scoloriva e le lasciava sul volto un pallore livido di stanchezza.

Quando ebbe servito tutti, sedette fra la nonna e Gavino, sporgendosi in avanti per vedere se non mancava nulla a nessuno.

Non mancava nulla. A capo tavola sedeva zio Predu, che un po' sdentato come era masticava lentamente e dai bai~i lasciava sgocciolare il brodo sui peli grigi della barba. All'opposto lato stava Juanniccu, ma pareva fosse l per esilio e non per onore, cosa che del resto non lo preoccupava, a giudicarne dalla tranquillit con cui mangiava e beveva: e beveva tanto che lo stesso Gavino, da un lato, tent di allontanargli la bottiglia, mentre Agostino, dall'altro, gli toccava il piede col piede.

In quanto al bere anche zio Predu non scherzava; anzi pareva volesse dare il buon esempio perch di tanto in tanto guardava verso Juanniccu mostrandogli il bicchiere che poi vuotava d'un sorso asciugandosi con la mano la barba sui cui peli le goccie violette del vino si mescolavano alle goccie argentee del grasso.

I suoi discorsi per erano seri, tanto che Annarosa, seduta accanto a lui, si distraeva e pensava alle sue cose; o si volgeva a Stefano cercandone lo sguardo con gli occhi ancora turbati per il bacio ch'egli le aveva impresso sul collo.

 Saranno superstizioni  disse zio Predu, respingendo davanti a s il piatto ancor pieno,  ma io ho

sempre creduto che le maledizioni vengono. Vi racconto un fatto: ecco, posso dirlo anche se ci sono i ragazzi; voi ricordate il fatto di compare Conteddu. Compare Conteddu aveva una moglie d'oro, ma fu



abbindolato da quella maliarda mala femmina che fu poi la sua seconda moglie: e la prima mor di crepacuore, maledicendo. Ebbene, voi ricordate il fatto; la seconda moglie aveva un'osteria: e davanti alla porta dell'osteria una notte fu trovato morto ammazzato un forestiere danaroso. Ebbene; furono imputati e condannati per quest'omicidio compare Conteddu e la sua seconda moglie, quella maliarda mala femmina, e ancora sono in galera. Ebbene, ragazzi, essi erano innocenti: erano innocenti di questo delitto, ragazzi, ma su loro pesava e pesa la maledizione della prima moglie ch'essi, per potersi sposare, avevano avvelenata. 

Tutti si fecero un poco pallidi: Mikedda, che si era fermata ad ascoltare dietro la scranna della vecchia padrona, sporse il braccio seminudo per far vedere che aveva la pelle d'oca; poi torn in cucina e si accovacci davanti al contadino, seduto nell'angolo dietro l'uscio, guardandolo un po' spaurita. Ricordava di aver dato anche lei da bere alla moglie moribonda di lui, quando quella non doveva bere; e aveva paura del castigo.

Che fatti che conta, zio Predu! Proprio stasera che si dovrebbe stare allegri! 

Ma il contadino continu a mangiare, col piatto sul ginocchio, e questa tranquillit la rassicur.

Di l discutevano. Stefano ammetteva l'esistenza di certe forze occulte di suggestione, apportatrici di bene e di male; e raccontava anche lui degli esempi; di una donna che, sedotta e abbandonata da un ricco proprietario, aspettava, in agguato dietro un muro come un assassino, che i figli del suo seduttore passassero, e li malediceva, e ad uno ad uno quei disgraziati morirono di mala morte, e solo il pi piccolo era scampato avendo la madre, messa in avYertenza, avuto cura di non lasciarlo mai passare davanti alla donna sedotta. E un altro esempio: di una famiglia andata in malora per le maledizioni di una vedova alla quale per un piccolo debito era stata espropriata la casa e lei cacciatane via con la forza pubblica. Questi fatti, veri, risultavano da processi; ed egli li raccontava con voce pacata, come davanti al Tribunale.

Intorno tutti ascoltavano serii persino Gavino, sazio e assonnato, stava immobile, col viso fra le mani e gli occhi bassi come leggesse un libro piacevole.

Nella distrazione generale Z10 Juanniccu beveva e beveva; trov persino il modo di scambiare la sua bottiglia vuota con quella di Agostino ancor piena; nessuno se ne accorse, ed egli cominci a veder girare la tavola, con gli invitati che giravano intorno a s stessi e l'uno intorno all'altro.

A poco a poco fu un movimento metodico, quasi armonioso come quello degli astri; gli occhi, le dita, tutte le membra degli invitati si movevano, giravano intorno a s stesse; e cos gli oggetti dalla stanza.

Egli dapprima sent il solito stordimento piacevole di quando era ubriaco; poi ebbe un senso di angoscia e di nausea; come se avesse inghiottito qualche cosa di grosso e duro, che lo soffocava. Sent il bisogno di cacciar via di gola quest'osso, questa pietra, e non sapeva come. Anche la testa gli girava intorno al collo; si volgeva dietro e vedeva nero, tornava in avanti e vedeva bianco. Incontr gli occhi di vetro della madre, che lo guardavano di lontano come dal fondo misterioso di una grotta; vide zio Predu che col bicchiere gli accennava di far coraggio; lasci che



Stefano finisse di raccontare un'altra storia e allora disse:

 ~ che l'acqua ricasca su chi la vuol mandare in alto. 

Gavino si scosse; lo guard e si mise a ridere: e questo lo irrit.

Del resto tutti si erano rianimati nel sentire la sua voce, come venisse di fuori. La madre prov un oscuro senso di paura. Non aveva la canna in mano; ma con la testa e gli occhi gli accenn minacciosamente di tacere, di non dire le solite sue pazzie.

Zio Juanniccu per s'era rivolto a Gavino, con una cupa luce negli occhi, smuovendo le labbra come un cane che svegliato d'improvviso accenna a mordere; la hgura del ragazzo gli sfuggiva attorno, irridendolo, ed egli torn a guardare attraverso la tavola, ed ebbe l'impressione di andare, andare anche lui per una strada dritta in fondo alla quale zio Predu gli accennava di far coraggio.

 E dunque?  grid rivolto al vecchio, facendo anche lui un cenno con la testa e col bicchiere.  E dunque coraggio. E fate le cose giuste ! E lasciate sposare Stefano con Nina, poich si vogliono; e che Annarosa si prenda il suo zoppo. 

Un piccolo clamore di risate, di esclamazioni, con un lieve urlo di Stefano, accolse queste parole. Poi la nonna disse:

 Bevuto hai, stasera, figlio mio: vattene a letto adesso. 

Egli era di nuovo tranquillo, placido. Di laggi zio Predu non accennava pi col bicchiere: non aveva mutato viso, zio Predu; solo diceva ad Annarosa:

 Bene, bene; se tu acconsenti, Stefano sposa tua matrigna. Ma questo zoppo chi ? 

Gavino grid dal suo posto:

 Gioele ! 

E Nina tese la sua mano pulsante, di sotto la tavola, per battere il ragazzo; ma non os neppure toccarlo.

Zio Predu diceva con disprezzo indifferente:

,    Il figliuolino del magnano?

 Brava, il figliuolino del magnano ripet dalI'altro lato Stefano, e Annarosa si sent presa come nella morsa di una tenaglia, tra padre e figlio; eppure rideva, silenziosa, a ohi bassi, e per non parlare cominci a mangiare in fretta il biscotto nuotante nella crema del suo piatto.

Il pi calmo di tutti era Agostino; lo preoccupava solo il pensiero che in cucina potessero aver sentito ~, le parole sciocche dello zio; del resto tutti sapevano che Gioele era innamorato di Annarosa, e tante volte egli s'era proposto di bastonare questo ragazzo, astenendosene per non compromettersi e non dar noia alla famiglia.

Si volse un poco e vide laggi in cucina la vedova e Mikedda che parlavano fra loro, davanti ai fornelll dove preparavano ancora qualche cosa; e il contadino pareva non ci fosse, nascosto nel suo angolo.

"Io per questo ragazzo lo voglio bastonare," pensava. "Se zio Juanniccu parla cos, vuol dire che lo vede ronzare ancora qui intorno, con la sua zampa e la sua chitarra. Prova a tornare in paese ed a farti vedere qui intorno, e vedrai chi son io e chi sei tu, maledetto moscherino."

Si pass la mano davanti al viso come per scacf ciare questo maledetto moscherino; ma scacciato di davanti il moscherino gli ronz di dietro, sul collo,



gli pass attraverso la brughiera dei capelli incolti, gli penett nell'orecchio.

Dopo che Annarosa s'era fidanzata egli l'amava e l'arnmirava pi del solito: gli sembrava pi perfetta, e s'inteneriva al solo guardarla, a volte, con quella sua persona dritta come lo stelo di un giglio, col viso fermo e gli occhi limpidi in fondo ai quali si vedeva l'anima.

Eccola l, anche adesso, a fianco di Stefano, quieta e ridente, per nulla ot~esa dalle idiote parole dello zio: ritraendosi un po' indietro Agostino ne vedeva di scorcio i capelli neri sulla nuca bianca e il solco delle spalle pure. No, se Gioele ronzava intorno a lei, lei non ne aveva colpa: era lui, il hglio del magnano, che annoiava il prossimo come una zanzara. Aveva per questo la chitarra; per ronzare. Bisognava una bella sera rompergliela sulle spalle, farlo diventar gobbo poich non gli bastava di esser zoppo.

Eppure... Eppure, sorbendo anche lui la crema, sebbene non gli piacesse, ma perch doveva sorbirla per far onore alla cena, Agostino pensava che gli ubriaconi e gli idioti a volte parlano inspirati da una volont che non  la loro, ma la volont stessa di Dio.

Allora ?

Un brivido, che non gli scosse un muscolo, ma gli trem dentro fino alla profondit dell'anima, gli fece sollevare gli occhi e guardare la matrigna. La matrigna era l, di fronte a lui, pallida, chiusa e triste, come riparata dal vecchio tronco morto della nonna; no; qui non c'entrava la volont di Dio, n quella del diavolo: qui c'entrava solo il vino di zio Juanniccu. E d'un tratto Agostino sent la sua collera riversarsi tutta su zio Juanniccu: era lui che bisognava bastonare.

`    "Adesso sto zitto; ma domani all'alba lo faccic

scendere al podere e gli somministro tale dose di pugni e di schiaR~ che dimenticher persino di dire: ohi! E gli passer la voglia di acconsentire un'altra volta a mettersi a tavola con noi."

Questo proposito non calmava la sua collera. Sentiva che qualche cosa d'irreparabile era accaduto. Guard zio Juanniccu ed ebbe l'impressione di vede re un corpo inerte, pi morto di quello della nonna; poteva bastonarlo finch voleva, non riparava nulla. E le parole dette restavano dette e non si cancellavano pi. Piuttosto era forse necessario impedirgli di parlare oltre. Gli pareva che zio Predu, pur continuando a mostrarsi tranquillo e a discorrere placidamente, avesse mutato sguardo; non beveva pi, non accennava pi col bicchiere. Come una nebbia va~a fredda, era caduta intorno velando l'atmos~era prima cos calda e limpida.

"Domani questo idiota di nostro zio andr ancora dal vecchio e continuer a dirgli pazzie" pensava Agostino. "Bisogner impedirglielo: bisogna educarlo come un ragazzo. Perch non l'ho fatto' prima?"

S'irrigid, col pugno sulla tavola come quando faceva i suoi calcoli; ma un lieve tremito gli scuoteva il polso: poi sent che la nonna lo guardava e la guard. Si intesero. Si promettevano di essere forti di essere sempre le colonne della famiglia.

Egli aveva gi risolto il problema.

"Non solo costringer quest'idiota a venir gi con me domam mattina al podere, ma lo chiudo laggi finch non si celebra il matrimonio: lo lego, se si ribella, gli cucisco la bocca con uno spago; e penser lo a tutto il resto."



E di nuovo guard la matrigna e si accorse ch'ella era pi pallida del solito e dimagrita.

"Bisogner dirle che tenti d'ingrassare di nuovo. Ci penser io a dirglielo."

Infine guard Stefano. Lo vide tutto intento ad Annarosa, e questa che sorrideva china come a specchiarsi nel suo piatto lucente. Allora, sollevato, grid, alzando il bicchiere:

Oh, zio Predu, avete dunque deposto la vostra arma? Su, su, coraggio: siamo in tempo di guerra. 

E si sent pi tranquillo poich il vecchio sollevava anche lui il bicchiere e sporgendolo di qua e di l brindava alla salute di tutti.

<(Evviva! Evviva! e larghi anni di felicit a tutti. Ebbene, vieni qui, Taneddu Mariane  chiam poi verso la cucina:  te ne stai l a rosicchiare come un topo: eppure anche tu andrai alla guerra .

Il contadino fu sull'uscio, coi suoi occhi maliziosi subito rivolti a Juanniccu.

Agostino l'osservava; vide quello sguardo e ricadde nclla sua inquietudine.

"Ha sentito anche lui."

E gli parve che tutto il paese avesse sentito le parole stolte dello zio: ma toccava a lui rimediare.

Vll I

Padre e figlio se ne tornavano a casa silenziosi, un po' discosti l'uno dall'altro, nelle strade buie, deserte. Era una notte tiepida, stellata, gi estiva. Un canto corale, lontano, che pareva di pastori nella valle, risuonava nell'aria quieta. Stefano guardava per terra, come per vedere dove mettere i piedi, e quel can

to gli dava un senso confuso di tenerezza e di angoscia: ma ascoltava anche i passi rumorosi e pesanti del padre, che pareva avesse i piedi ferrati come di un bue, e l'angoscia vinceva la tenerezza. Sentiva che il padre non avrebbe aspettato il domani per chiedergli una spiegazione. Gli sembrava gi di vederlo entrare grave in casa, aspettare che il lume fosse ac

~ceso e sollevando il viso dirgli: "Stefene, devo parj~ larti".

~r~ E sapeva gi come rispondergli.

~Eppure la sua angoscia aumentava. Poco prima di 1~ arrivare alla loro casa, zio Predu si ferm e batt il . bastone per terra. Pareva non volesse aspettare oltre a parlare: poi riprese a camminare pi forte e pi

L rapido.

Stefano gli si era awicinato e aspettava. S, sapeva come rispondere; tuttavia la sua chiave gir lenta nella serratura del portone, come s'egli avesse timore ad aprire, e nel richiudere, mentre il padre lo precedeva di qualche passo nel chiarore grigiastro che la facciata bianca della casa spandeva sul cortile, egli ricord le notti quando studente tornava a casa tardi e faceva di tutto per rientrare furtivo senza incorrere nei rimproveri paterni. Anche adesso avrebbe voluto fare cos. Ma il padre, invece di precederlo fino alla porta, s'era fermato in mezzo al cortile. La sua figura corta e nera pareva diventata pi grave, pi compatta, appesantita dal pensiero che l'occupava.

Era un peso, s, di Cui zio Predu voleva liberarsi subito, prima di entrare nella casa; e per un momento si guard attorno cercando ove meglio scaricare quel peso.

Il cortile precedeva la casa bianca a due piani con le finestre piccole senza persiane: due tettoie di travi



e di tegole nerastre ne fiancheggiavano i lati, di qua e di l della casa, come due grandi ali spiegate; sotto una di esse si sentiva il ruminare dei cavalli e il russare dei maiali addormentati: dall'altra era balzato un grosso cane lanoso e caldo che si fregava contro le gambe di Stefano e lo guardava con gli occhi luccicanti nell'ombra.

 Stefano, devo parlarti,  disse zio Predu; e si diresse al posto ove soleva passare le ore belle della giornata per ricevere le visite dei vecchi amici e dei paesani che venivano a chiedergli consiglio e aiuto. Era un angolo ben riparato, fra il portone e la tettoia destra, con un sedile di pietra ombreggiato dal fico: un angolo ben riparato, dove si poteva parlare liberamente senza essere ascoltati o spiati.

Sedette, batt di nuovo il bastone per terra, pi volte, come tastando il selciato; parve trovare il punto fermo dove appoggiarsi bene, e allora sollev il viso, guard, al disopra del frastaglio nero del fico e del profilo delle tettoie, il quadrato di cielo fitto di stelle.

Stefano gli sedette accanto: aveva l'impressione che la facciata pallida della casa li guardasse come un grande viso misterioso, fra le due ali nere delle tettoie, attraverso lo spazio solitario del cortile. Il cane si era accovacciato silenzioso ai suoi piedi, ed egli sentiva come il soffio e l'odore di tutto il suo passato, di tutta la sua razza, in quel lieve ansare del cane, nel ruminare delle bestie sotto le tettoie, nel profumo umido di strame e di erbe aromatiche che si mischiava all'odore di selvatico del padre.

Non era la prima volta che sedeva l, alla sera, accanto a lui. Altre volte vi si era seduta anche la madre, e fra tutti e tre era stato un quieto discutere

di cose famigliari, un parlare delle cose attorno, e ~; delle cose passate e di quelle da venire, e delle terre, del bestiame, del grano, e di monete, di monete, di monete, fitte, lontane eppure incombenti come tutte quelle stelle sopra la testa.

t Il padre disse, come riprendendo un discorso interrotto:

~ Dunque, dimmi una cosa, Stefene; a che cosa g voleva accennare quell'idiota di Juanniccu?

Stefano parve cercare di ricordarsi; e si volse senza paura, o fingendo a s stesso di non averne; ma attraverso la doppia maschera delle tenebre e della sua finzione sentiva gli occhi del padre, vigili e un po' luccicanti come quelli del cane, scrutargli l'anima.

~ Juanniccu ?  disse lentamente, interrogandosi. g  Era ubriaco, al suo solito, e sragiohava. 

|~    Sei certo, che sragionava? Bada, Stefene, io non

voglio rientrare in casa senza il lume acceso. 

Babbo! Che parole son queste?

 Ascoltami, Stefene. Sono vecchio, ma uomo sono anch'io. E conosco la vita. E semplice non sono stato. Peccato ho, anch'io, ma ho rispettato sempre la casa mia come una chiesa. Se non cominciamo noi1 a rispettarla, la casa nostra, chi la rispetta? La mia casa me l'ho edificata io pietra per pietra, eccola l,

'~ bianca come un altare, con le stelle per ceri: la vedi tu? Ho lavorato, Stefene; se uomo ha lavorato quello son io. E ho edificato la casa per tua madre, per

1 te, per i tuoi figli, pi che per me. E ho rispettato g sempre, anche attraverso i miei peccati e i miei errori d'uomo, la mia casa e la presenza di tua madre e tua nella mia casa. Quante occasioni ho avuto, di peccare l dentro, Stefene! E quante ne avrei ancora, vecchlo come sono e oramai impotente ad andar lon



tano a peccare. Eppure, no, no! Io rispetto ancora la presenza di tua madre; mi sembra ch'essa non se ne sia andata:  attorno al focolare e alle sue casse. 

Stefano ascoltava senza replicare.

 Cos ti dico, Stefene; s, bisogna rispettare la propria casa, come il sacerdote rispetta l'altare dove celebra la messa. La famiglia  sacra. E cos voglio che tu la rispetti, la tua casa, adesso e in avvenire. Se hai voglia di scherzare, scherza fuori, Stefene, hai i inteso? Tua madre ha dato le chiavi ad Annarosa,, ma la padrona  ancora lei, e la devi rispettare. 

 Babbo, lasciate le prediche e ditemi piuttosto in che cosa ho mancato di rispetto alla casa e a voi. 

La sua voce sdegnosa irrit il padre.

 Sono io che devo interrogarti. Dimmi che cosa voleva significare quell'idiota. 

a Io non so dirvelo, ammesso pure che egli parlasse sul serio. Che quel ragazzo, Gioele, ronzasse attorno ad Annarosa tutti lo sanno. Lei stessa fin dai primi giorni me lo disse e mi assicur di non pensare pi a lui e di avergli assolutamente tolto ogni speranza. Da molto tempo egli non frequentava pi la casa. E del resto son cose da bambini. Che importa, questo ? 

 E non  questo che importa. E l'altro. 

L'altro? Quale altro? Che io possa aver a che fare con la matrigna ? 

Zio Predu batt con forza il bastone per terra.

Questo, s, malanno!

Stefano arross, nell'ombra, ma ritrov subito la sua calma. Pareva anche a lui di aver cacciato via di corpo una cosa pesante. Si sentiva sollevato.

 Babbo, nessuno ha mai dubitato della mia onest! Solo voi, adesso. Ebbene, poich  necessario, e

solo con voi posso farlo, vi assicuro che fra me e quella donna non c' stato mai nulla di male. 

~ La donna, per, ti piace. 

F~. Stefano non rlspose.

 Se lei ti piaceva,  disse il vecchio dopo un mo

~-mento di silenzio, con voce mutata e un po' turbata, quasi avesse gi ricevuto la confessione del figlio, perch domandare la ragazza? Questo non lo capisco. 

Allora Stefano rise, un riso vago, pieno di rancore e d'ironia, mentre il padre, seguendo il filo del suo pensiero, continuava a dire ma come parlando fra s:

 ~ che l'uomo fa sempre il suo tornaconto. O crede di farlo! E tenta d'ingannare gli altri, mentre 

~-s stesso che inganna. 

, Parole! Io ho domandato la ragazza perch  la ragazza che mi conviene: e la ragazza sposer. L'altra star a suo posto. 

Parole sono queste, figlio mio! Le cose, in queste circostanze della vita, vanno male, quando non sono chiare fin da principio. Voglio credere al tuo

. giuramento. Voglio credere. Non c' stato mai niente, fra te e la donna, dici tu. Niente. Voglio credere. Ma ci son gli occhi che fanno per conto loro. E sappiamo come si va a finire, in queste storie. Una volta

~-penetrato nel frutto, il verme non se ne va pi. 

 Ebbene che devo fare ? Se crederete, la donna non metter mai piede in casa nostra. 

 E perch non deve mettere piede in casa nostra? Dunque l'inganno c'! Stefene, parla da uomo di coscienza. Dimmi la verit. 

Allora Stefano disse con impazienza:

Ma se l'avete detta voi poco fa, la verit! Sono uomo anch'io e le occasioni ci arrivano fin dentro



casa! La donna  venuta qui e mi ha guardato lei per la prima! 

Le sue parole risuonavano aspre, chiare; eppure si sentiva come una vibrazione di piacere crudele nella sua voce; piacere di far dispetto al padre o piacere di rievocare il ricordo della donna, o di vendicarsi di lei per la noia che gli procurava?

Il padre domand:

 Relazione c' stata, fra voi? 

 A questo non rispondo; perch gi ho risposto. 

 E allora lascia che ti ripeta una domanda: perch invece di lei hai voluto domandare la ragazza? 

 Il perch lo sapete gi. Perch era il vostro volere. Cos era stabilito. Da tanto tempo si parlava di questo matrimonio che io stesso non sapevo pensarne un altro. Era il desiderio vostro, dei parenti tutti. E stato il testamento stesso di mia madre: come potevo pensare a disobbedirvi, dopo essere stato sempre un figlio obbediente? Eppoi,  concluse, con quel vago riso di rancore e di sarcasmo,  per l'altra, certo, non sareste andato a fare la domanda. 

 Questo  vero, malanno ! 

Una vedova! Una donna pi vecchia di me! Una parente povera con figli gi grandi! La matrigna appunto di quella che gi tutti consideravano come mia fidanzata ! Potevo prendermela per amica, se fossi stato meno onesto di quello che mi avete fatto; ma per moglie no. E neppure per amica, era possibile prenderla, perch c'era di mezzo l'onore del parentado e poi il pericolo di sposarla. E questo, vi assicuro, assolutamente non volevo farlo. Non volevo farlo,  ripet con accento di rabbia,  perch appunto sono figlio vostro e, in fondo, quello che pensate voi penso io. La donna mi passava accanto come il fuoco. Come non accorgermi di lei? Ho per sempr~ frenato il mio desiderio-perch avevo la coscienza dr non poterlo mai onestamente soddisfare. Questa  la verit; e dovreste compiacervene. 

 E me ne compiaccio. Ma allora non si dovev~ chiedere la ragazza. O era per stare vicino alla matrigna ? 

 E pu darsi!  disse Stefano con esasperazione.

E gli parve di denudarsi, davanti al padre, ma pe fargli dispetto.

Zio Predu invece continu pi quieto le sue do mande.

Come va che quell'idiota si  accorto del tuo pensiero ? 

 Io non lo so. ~ un ozioso e gli oziosi han tempa anche di osservare i pensieri altrui. 

Il padre tacque. Pensava. Poi d'un tratto disse, parlando come fra s:

` Pare una cosa da niente ed  una matassa im brogliata da districare. 

E volse il viso, cos vicino che Stefano sent l'odo re della barba ancora grassa e umida di vino, poi parl sottovoce, ma ogni sua parola dava a Stefanc come un colpo di bastone sulle spalle:

Non c' che un rimedio; parlare chiaro alla ragazza e rompere il matrimonio. 

Stefano s'era drizzato sulla schiena. Vedeva Annarosa come fosse l, viva e partecipante al colloquio. E chiuse gli occhi per sfuggirla. Tutt egli poteva fare; fuorch umiliarsi o diminuirsi davanti ad Annarosa. Le stesse parole pi severe del padre gli cadevano ai piedi come foglie morte, al pensiero di una sola delle parole che Annarosa poteva dirgli.

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Tutto, tutto, fuorch umiliarsi o diminuirsi davanti a lei.

 Io non rompo niente, babbo! N io n alcuno di noi ha diritto di offendere Annarosa, e tanto meno d'imporle niente. E lei che deve decidere, se crede. E abbastanza intelligente per aver capito anche lei; anzi ha capito pi degli altri; e non ha mutato aspetto, perch mi conosce, perch ha fede in me; ed io non tradir mai la sua fede. No; io non sfiorer mai quest'argomento, se lei stessa non me ne parler. Lei vale pi di tutti noi e bisogna rispettarla anche con le parole... S, vale pi di tutti noi,  ripet con forza.

E tanto pi allora bisogna salvarla! Si tratta di coscienza, malanno ! 

Che cos' la coscienza, per voi, in questo caso? La paura di far soffrire l'altra donna? Ma se questa non ha mai sperato ed  anzi contenta che le cose siano come sono? Se invece soffrirebbe del contrario? O che  altro per voi, adesso, lo scrupolo di coscienza? La paura del male in awenire? Ma se  appunto questo che vogliamo sfidare? Si va alla guerra contro il nemico, con la certezza di vincere. Io e Annarosa possiamo aver commesso errore promettendoci senza amore; ma di questo errore possiamo fare la prova della nostra vita. Eppoi,  aggiunse, turbandosi,  I'amore pu venire, forse  gi venuto. Non  l'amore solo dei sensi, che esiste: e specialmente nel matrimonio  l'altro amore che esiste, quello delle anime. Se Annarosa ed io vogliamo unirci cos, a voi che importa? Che diritto avete voi di dubitare delle nostre azioni future? Perch volete adesso che io rompa la promessa? No, no, io non voglio, e neppure lei lo vorr. 

Ciarle, ciarle! Io non intendo tutte queste cose Io e tua madre abbiamo sempre amato le cose chi re! e lei aveva quasi l'istinto del pericolo che tu cor revi, se si opponeva, lei sola, al progetto di quest matrimonio. Capiva, lei, che la ragazza ti avrebb~ sposato solo per interesse. E cos sar, Stefene! Co~ sar, se tu non darai retta a me. 

 Ah, babbo! Voi mi ferite. Io non voglio nulla da voi. Posso vivere del mio lavoro. Fate voi della vostra roba quello che pi vi piace. 

 Io non devo vivere cento anni! 

 Io spero che voi camperete pi di me. E siete forte ancora e potete farvi un'altra famiglia. Tene tevi tutto; ma lasciatemi vivere a modo mio. Se ml volevate in tutto somigliante a voi dovevate lasciarmi com'ero nato, come voi. Ma anche cos come sono n voi n altri pu trovare da ridire sulla mia buon~ fede, sulla mia volont di essere in regola c~n m~ stesso. Nessuno. 

 Eppure un idiota ubriaco ha potuto, questa sera, ridire qualche cosa. 

Stefano si sent di nuovo arrossire, nell'ombra fresca che gli velava il viso. Sollev il pugno come volesse minacciare qualcuno, poi lo lasci cadere inerte sul ginocchio.

 Tutti abbiamo da ridire, sulle azioni altrui, babbo:  facile fare la parte dell'ubriaco. Per noi giudichiamo sempre gli altri attraverso la nostra capacit di male, non attraverso quella di bene. Se si dovesse dire tutto quello che pensiamo! 

aParla, parla pure. Siamo come in tribunale. Di' pure tutto il tuo pensiero. Non ti ho detto io il mio? Tu credi dunque che io giudichi adesso attraverso la mia malizia? Ti giudico attraverso l'esperienza della



vita e del bene che io ti voglio. Che sta a fare un padre accanto al figlio se non ad insegnargli il bene? Non sono sempre stato un buon padre, io? Che hai da rimproverarmi? Non ti ho mandato a studiaro, invece di mandarti all'ovile, perch tu imparassi meglio a vivere?

Era meglio condurmi all'ovile, se volevate che restassi pastore nell'anima. Questo  il guaio; mi avete mandato a studiare e pretendevate che restassi come VOI. 

Zio Predu diede un lieve nsito: lieve ma cos pieno di angoscia e d'ira che il cane, vigile nel suo assopimento, ebbe una scossa come sentisse il gemito d'un ferito. Anche Stefano si turb: sent che feriva il padre oltre le sue intenzioni, e abbass la voce, si fece umile e paziente.

 Non dico che non abbiate ragione voi. Siete pi forte, pi sano di me, voi; non c' nulla al mondo che io rispetti pi di voi: e anche vi invidio, babbo; la vostra via  stata dritta, e voi ne vedrete il termine e sapete l'ora in cui il sole tramonta. Se io vi ho sempre obbedito, non  appunto perch vi rispettavo e vi rispetto ? 

E allora obbediscimi ancora. Tu parli da awocato e puoi rigirare in mille modi le tue parole e rivolgerle tutte a tuo favore. Io ti parlo da pastore; io ti dico ancora una volta che davanti alla coscienza le ciarle non valgono. Interroga bene la tua coscienza, Stefene; e lascia parlare a lei; non parlare tu con le tue ragioni. Io non amo le vie tortuose, e ti dico che il matrimonio che tu vuoi fare non l'approvo pi perch  gi macchiato, e del peccato pi grave davanti a Dio. Pensaci bene tre giorni e tre notti e vedrai che ho ragione io. Tutto il resto, vecchi o giovanl che siano, avvocati o pastori, padri o figli, importa niente. 

 Importa a me,  ribatt Stefano, senza mutare t. no, ma fermo, incrollabile nella sua stessa umilt,  non ho bisogno di tre giorni e neppure di tre ore p~ interrogare la mia coscienza. Essa  davanti alla ~I stra, ma non si possono intendere le nostre coscie ze, perch troppo diverse e lontane. 

Il padre si alz, duro e pesante. Fece un passo, E~ torno a sedersi.

 Ascoltami, Stefene, delle cose che tu mi dici ne capisco ben poco. Sono ignorante. Ma una cosa dico, che non bisogna scherzare con la tentazione.

tentazione  come il gatto col topo: giocher e m gari finger di abbandonarti, ma ti abbandoner pe poco, poi ti aggranfier pi forte. Lascia dunque cl la districhi io questa matassa. Troppo mi hai rimp verato d'esserne la prima causa io. La responsabili dunque  mia. 

 E mia,  disse Stefano, tendendo la mano corr per riafferrare una cosa che gli venisse tolta.  E inu tile insistere, babbo: io vi rispetto, ma rispetto anch me stesso. 

 Pensaci bene, Stefene! Pensa anche alla tua h bert. Una volta perduta non si riacquista pi. E u giorno mi rinfaccerai anche questo. E dunque se ~ sbagliato nel fare di te un figlio obbediente e rispet toso, quest'altro errore, adesso, di lasciarti legare p~ la vita a una donna che tu dici che ti hanno impc sto, quest'altro errore non lo voglio commettere. 

Stefano balz in piedi; parve volesse andarsene, m pOI cominci a camminare intorno al cortile, con pa so cadenzato, come una sentinella in uno spalto.

No, suo padre non capiva, non poteva capire.



col pretesto di fargli del bene gli usava violenza. Sempre cos era stato. Da bambino Stefano non aveva voglia di studiare. Ricordava di avere fino a dieci anni indossato il costume, e si rivedeva in quello stesso cortile, sotto quelle tettoie, a giocare col cane, ad arrampicarsi sui cavalli, e farsi costrurre dai servi dei piccoli carri paesani: il suo sogno era di andare col padre all'ovile, di perdersi nella libert della tan~a, di fare la vita de pastore. Lo avevano costretto a studiare, per vanit, per fare di lui un borghese, un laureato. Lo avevano spogliato del costume, e mandato in una grande citt. Aveva provato tutte le noie e la tristezza delle piccole camere d'affitto, lo spostamento del paesano buttato fra le astuzie e le raffinatezze della citt. Ricordava quegli anni come anni di esilio. Aveva conosciuto i luoghi del vizio mascherato di piacere. La sua natura indolente e sensuale lo portava, s, al piacere, ma la sua anima primitiva si smarriva nei sogni; sognava sempre, anche urtando contro la pi brutale realt. Per il suo istinto paesano lo salvava sempre dalle cadute troppo pericolose: la diffidenza e anche un po' d'avarizia spirituale lo aiutavano. Poi...

Poi era tornato a casa, con la sua laurea. Ma la nostalgia non gli passava. Ed egli sentiva bene che era la nostalgia per luoghi e cose che non avrebbe ritrovato mai pi; per la vita che non gli avevano permesso di vivere. Sognava, a volte, di tornarsene nella citt, di mischiarsi alla vita marina dei grandi centri: aveva mezzi, poteva, volendolo, farsi anche eleggere deputato, salire al potere. Ma, in fondo, sapeva che neppure questo avrebbe risolto il problema della sua felicit. Ed era scontento; si sentiva solo, goffo, gli pareva di essere brutto e guardato dalle donne solo per interesse.

D'un tratto tQrn a sedersi presso il padre.

 Si,  disse con voce sommessa ma ferma, me l'avete imposto. Tante altre cose mi avete imposto! Persino mia madre, non pesino sull'anima sua le mie parole, non ha voluto lasciarmi senza impormi di sposare Annarosa. Non l'ha chiamata al suo capezzale per consegnarle le chiavi? E forse ella si accorgeva di quanto passava in me, in quei giorni; forse, nella sua intenzione, era la volont di liberarmi della matrigna col farmi sposare la figliastra: e se cos  stato, come voglio credere, la benedico; ma infine anche lei si  valsa fino all'ultimo della sua potenza su di me. Adesso che tutto  concluso perch volete guastare ogni cosa ? Perch vi prende questo tardivo scrupolo delle mie intenzioni? In fondo  forse la vanit di apparire scrupoloso di fronte agli altri, che vi prende. 

 Stefene!  grid il padre con voce rauca, alzando il bastone. E Stefano si strinse un po' istintivamente verso il muro, ma riprese, senza mutare accento:

 Voglio anche dissipare i vostri scrupoli; e vi ripeto che Annarosa mi piace e che io piaccio a lei. Lasciate che ci sbrighiamo fra noi: non mettetevi in mezzo. Volevate darmela quando non la volevo io, e adesso che la voglio io vi opponete. 

Zio Predu aveva abbassato il bastone ma punzecchiava con rabbia il cane; finch l'animale si sollev impazientito, e abbaiando e facendo qualche giro intorno a s stesso and ad accovacciarsi pi lontano. Poi di nuovo fu silenzio: anche i buoi sotto la tettoia avevano cessato di ruminare, e la facciata della casa, le stelle sul comignolo e i tegoli che si sporgevano



dai tetti, ogni cosa pareva spiare aspettando la hne del colloquio.

 S, la voglio,  ripet Stefano, come riaffermando la cosa a s stesso.  E se lei non vorr essere la prima a parlarmi dello stupido incidente di questa sera, io non sar il primo a parlargliene. 

Allora il padre si alz, grande, grave, e gli si mise davanti: ed egli ricord istintivamente certi suoi terrori infantili quando per esempio il maestro mandava a dire a casa di non averlo veduto a scuola, e il padre gli si ergeva davanti minaccioso come una nuvola che sorge d'improvviso all'orizzonte; e lo travolgeva, lo atterrava con la tempesta delle sue percosse.

E io ti dico che fai male, Stefene! Pare che tu abbia paura di te. Ebbene, io ti ripeto per l'ultima volta che devi parlare chiaro ad Annarosa. Se sei sicuro di te e di lei, come fai intendere, tanto meglio. E se lei ti vuole lo stesso, ti prenda pure. Buona fortuna! Ma se non le parli tu, le parlo io: questo te lo assicuro, in fede mia. Fa quello che credi, adesso. 

Si allontan di un passo: aspettava ancora la risposta.

Stefano avev? abbassato la testa e chiuso gli occhi: sentiva riecheggiarsi dentro, come gridi in una caverna, le parole: "Pare che tu abbi paura di te", e nel suo turbamento confuso non sapeva se ascoltarle con rabbia o con umilt.

Quando sollev la testa e riapr gli occhi, fermo nella sua intenzione di non rispondere pi, vide che il padre si allontanava verso la casa: ma l'ombra di lui gli rimaneva davanti, ed egli aveva quasi paura ad alzarsi ed a continuare con essa una lotta nella quale nessuno dei due avrebbe vinto mai.

Anche Annarosa cercava di risolvere il problema. E~ cola di nuovo seduta sul suo letticciuolo basso, con la notte della lettera di Gioele. Fino all'ultimo m~ mento ha recitato anche lei coraggiosamente la Sl'' parte: adesso  l, piegata sul suo spavento, mil volte pi turbata di Stefano perch sola a-combat tere contro il mostro del sospetto.

Tuttavia le pareva di essere tranquilla, di aver sol. un po' di disordine nelle idee. Sentiva gi il rumo delle stoviglie che la servetta rimetteva a posto; l~ sembr di sentire il passo di Agostino su per le scal e poi di sopra, nella stanzaccia dove dormiva lo zio e una sommessa e breve discussione fra i due uomi ni; poi di nuovo il passo del fratello che scendeva If scale. Aspett che Agostino entrasse anche da lei le parlasse: di che cosa non sapeva precisamente, non cercava di saperlo: ma il passo and gi, e l~ torn a chinare il viso che aveva sollevato per ascol tare.

Si tolse dal collo la catenina d'oro e strinse nf_. pugno il piccolo orologio, dono di Stefano; ma nol le riusciva di schiacciarlo, anzi lo sentiva palpitare pi che mai vivo dentro il suo pugno. Qualche cosa s'era spezzata in lei; ma la vita continuava egualmen te la sua corsa.

Allora butt l'orologio per terra, spingendolo Co piede sotto il lettuccio perch la serva che veniva s per coricarsi non lo vedesse.

Bench stanca ed assonnata Mikedda le si avviCino con curiosit pietosa e parve aspettare un ordine, pc ad un cenno impaziente di lei si ritrasse in punta di



piedi e chiuse l'uscio ancora prima di spogliarsi. Tutti i rumori della casa cessarono; i lumi si spensero: tutto era tornato a posto, e anche Annarosa cerc di riordinare le sue idee, di metterle a posto, in fila di combattimento contro il suo dolore.

Aveva l'impressione fisica di essere ancora seduta fra Stefano e zio Predu; e questi, con la sua mano scura sulla tovaglia bianca, raccontava la storia della gente castigata per gli errori commessi. Lei approvava lievemente con la testa: s, tutto si sconta. Ma cne aveva da scontare lei se non di aver voluto il bene della famiglia? Per, mentre si dava questa ragione, la figura di Gioele le ripassava davanti come in quel crepuscolo di Pasqua, e le ritornavano in mente le parole dell'ultima lettera di lui.

Allora cominci a ricordare tutte le circostanze che avevano preceduto e seguito la domanda di Stefano. Ricordava che la matrigna era stata sempre contenta del progetto. Questo era nato cos, pi dal desiderio ambizioso della famiglia che dalla realt delle cose. Ogni volta che avveniva qualche matrimonio fra giovani di buona famiglia, Agostino tornava a casa facendo il calcolo della rendita dello sposo, e diceva, guardando Annarosa:

"Stefano Mura  pi ricco."

La malattia di zia Paskedda aveva spinto il sogno verso la realt. Bisognava muoversi, andare nella casa dei Mura come alla conquista d'una fortezza. Il cmpito era toccato alla matrigna.

"E allora  accaduto cos. Lei voleva conquistare Stefano per me e lo ha conquistato per lei. Zio Juanniccu era l che guardava come guardano i ragazzi: non si bada a loro, e loro osservano tutto. Ma, infine, che cosa  accaduto? E perch poi Stefano e lei, anche, hanno permesso che le cose andassero cosl Dio, Dio, Signore, aiutatemi."

Ombre ed ombre le passavano davanti, con sprazzi di luce che tosto si spegnevano, con un aggrovigliarsi vertiginoso di dubbi, di immagini, di form~_ misteriose; come nuvole in un cielo tempestoso. Ri cordava la matrigna che tornava alla sera dalla casa dei Mura, e aveva sul viso una tristezza e uno splen dore di tramonto. E il contegno di Stefano, e l'attra zione e la ripulsione istintive che egli esercitava su lei.

"Perch hanno fatto cos, perch?" tornava a do mandarsi: e la risposta le saliva dall'anima sincera. "Hanno fatto cos come facevo io; non mi univo anch'io a lui con un altro nel cuore? Mi tradivano per ch tradivo anch'io."

Poi la speranza d'ingannarsi la riprese. Vedeva la figura pallida e cascante dello zio ubriaco, quegli occhi non pi umani d'anima annegata, quelle spalle incurvate dal peso di una vita che tende al basso. Era la parte marcia della famiglia, zio Juanniccu, il verme nel frutto della casa; perch proprio lui doveva rodere tutto ? Aveva parlato da ubriaco; nulla era vero delle sue parole. Ma in fondo ella sentiva bene che tutto era vero; le parole di lui le erano cadut~ nell'anima come pietre nell'acqua; I'ombra del dubbio poteva coprirle, ma non le smoveva.

 Non c' che da rompere tutto,  disse a voce al ta. Poi si coric vestita e si copr fin sulla testa come per nascondersi, per seppellirsi sotto la sua decisione.

E la notte pass, come passano tutte le notti. Una striscia di lucc che pareva un cero rischiar la finestra; i rumori della casa ricominciarono; il passo di



zio Juanniccu scivol per le scale, il cavallo di Agostino scalpit sul selciato fresco del cortile.

Annarosa mise fuori della coperta il viso guardando di qua e di l con gli occhi gonfi, come sorpresa che la luce esistesse ancora. Esisteva ancora, e tutto era al solito, tutto era fermo intorno. Solo, di sotto al letto veniva come il rosicchiare affrettato di un tarlo: ella si alz e vide che il piccolo orologio, buttato l sotto, camminava ancora.

Lo riprese, ma non lo rimise al collo: e scese gi dalla nonna.

La nonna era gi al suo posto, e intorno a lei la giornata ricominciava, al solito. Tutti per avevano un'aria scura come dopo una notte di disordine, e tutti tacevano, cercando di evitarsi, ma spiando l'uno ci che faceva l'altro.

Zio Juanniccu era gi uscito; Agostino si preparava da s le provviste per la giornata, chinando molto la testa nell'annodare il tovagliolo col pane prima di metterlo nclla bisaccia. Era pensieroso, aggrottava le ciglia e guard minaccioso la servetta senza rispondere a qualche cosa ch'ella gli diceva; salut appena la nonna, poi mont sul cavallo che fremeva tutto come dentro un bagno, in quell'aria profumata del mattino di maggio, e part premendogli insolitamente lo sprone sul fianco.

Annarosa andava e veniva, e s'accorgeva che la matrigna non abbandonava un momento solo la stanza ov'era la nonna. D'altronde ella non voleva parlare ancora con la nonna; anche perch- I'aspetto di lei e il suo silenzio ostinato le destavano pi che mai un senso di paura.

E andava e veniva, ma non trovava pace.

Nella cucina era rimasto l'odore del pesce arrostito e dello zucchero bruciato; la cenere fumava ancora di grasso. Quell'odore e quel fumo la soffocavano. Sentiva voglia di battere la serva che di tanto in tanto la guardava coi suoi occhi di cagnolino buong.

And nell'orto e si butt sull'erba, al sole, col desiderio di morire; ma in fondo aveva la speranza che qualcuno venisse a salvarla.

Vide la matrigna apparire sull'alto del vialetto, avanzarsi lenta e nera nel sole. Sent che la donna la cercava, che vigilava su lei. Forse veniva a salvarla. Adesso le si avvicinava, adesso si chinava su lei per dirle che tutto era stato un cattivo sogno. "Stefano  tutto tuo, Annarosa; sollevati. Tu puoi averlo ingannato perch ti costringevano a ingannarlo; perch sei una debole fanciulla: ma egli  uomo e non ti ha ingannato; sollevati."

~` Ma la matrigna passava oltre. Si chin fra l'erba

 a cogliere qualche cosa, torn a sollevarsi, forte, con la corona delle sue trecce lucenti al sole: poi si allontan col suo passo calmo, col suo viso chiuso.

Allora Annarosa nascose il viso fra l'erba e pianse. Si sentiva sola, abbandonata, tradita da tutti, anche da s stessa. E il tripudio d'amore delle cose intorno accresceva questo suo senso di solitudine.

Famiglie numerose d'insetti e api e mosconi passavano e ripassavano sopra di lei con un mormoro che pareva uscire dagli steli dell'avena come dalle canne di un piccolo organo. Passavano e ripassavano centinaia di farfalle bianche, con gli occhi sulle ali, o colorate come avessero attraversato il fuoco, o fossero salite sino al'sole, prendendone lo splendore; e si univano a coppie sulle cime del fieno, pi lievi del



pi lieve fiore. Le formiche le salivano sull'orlo della veste e le zanzare le pungevano le gambe attraverso le calze sottili. E gi dalla valle le arrivava il canto del cuculo che la compiangeva e la irrideva.

Qualche cosa di duro le cadde sul braccio. Si sollev stizzita e vide ch'era una coppia di cavallette di cui una balz subito pi in l, I'altra le rimase stordita sulla veste. Ella la prese e le apr la scorza verdiccia, col desiderio crudele di spezzarla: sotto le vide il merletto iridato delle ali chiuse, la filigrana di corallo rosa delle zampe; e le parve che gli occhi fermi dell'animaletto s'ingrandissero spauriti per il rapido passaggio dall'amore al dolore.

Allora la butt lontano e si rimise gi. A poco a poco la dolcezza delle cose esterne vinceva la sua pena. Le sembrava di essere ancora una bambina quahdo~ stanca di aver pianto per qualche castigo subto, si buttava sull'erba e strappava le ali alle farfalle, masticando gli acri riccioli della vite, o tentando di aprire con la bocca senza spiccarla dalla pianta la buccia vellutata d'una fava.

Ancora come in quel tempo il vento lieve le portava le voci lontane della valle, e il gemito del suo cuore si confondeva col ronzo degli insetti e col mormorare delle foglie; e un velo di sonno, chiaro e molle come quello che le madri stendono sulla culla dei loro bambini, copr il suo dolore.

Stefano quel giorno arriv un poco prima del solito. Aveva dei giornali che leggeva camminando, che continu a leggere anche nell'attraversare il cortile; e and dritto dalla nonna per annunziarle che oramai la guerra era una cosa sicura.

La nonna lo guard senza rispondere, con diffi denza, come non prestasse fede alle sue parole. Ma Annarosa gli prese il giornale di mano e lesse a voce alta i titoli e le notizie pi gravi. Un tremito cominci ad agitarla comunicandosi al foglio; e Stefano capiva che quel turbamento era provocato da un'angoscia interna, pi che dal rombo di turbine che veniva di lontano a scuotere la pace morta di quell'angolo di mondo: eppure anche lui vibrava come se nell'esile voce di lei sentisse per la prima volta l'intensit dell'ora travolgente.

La nonna ripet il suo grido.

E Agostino? E Agostino?

Agostino andr,  disse Stefano con calma crudele.

Annarosa continuava a leggere, rapidamente, cercando qua e l le notizie pi allarmanti. Il volto le si fece a tratti pallido, a tratti rosso, come illuminato da un riflesso cangiante: gli occhi a volte, come contro sua volont, si sollevavano smarriti a guardare Stefano, con una luce di paura e d'implorazione.

E tu? domand finalmente.

Egli ripiegava un giornale, senza rispondere. D'un tratto s'avvide che Annarosa guardava rapidamente nell'angolo ove stava silenziosa e impassibile la matrigna, e prov un senso di vertigine.

 La mia classe verr richiamata pi tardi,  rispose.  Son vecchio,  aggiunse, chinandosi sulla nonna e tentando di scherzare.  Tocca prima ai giovani a coprirsi di gloria. 

Annarosa vide la nonna agitare la canna come per scacciarlo lontano: ed ebbe per un momento il terrore e la speranza che ella gridasse chiedendogli di dissipare l'ombra sparsa intorno dalle parole di Juan



niccu; ma subito la vide ripiegarsi su di s e ricadere nella strana indifferenza che la teneva dal mattino.

 Andiamo fuori, andiamo nell'orto, Stefano,  preg allora, avviandosi.

Era gi nello stretto vialetto in pendo, quando Stefano usc sulla porticina dell'orto. E nel seguirla, a qualche distanza, e nel guardarla, in quella luce viva del tramonto che le penetrava ogni piega della veste e faceva trasparire attraverso la stoi~a le forme esili del suo corpo, egli sent che era giunta l'ora di trovarsi assieme, l'uno di fronte all'altra, pi vicini e pi nudi che se si fossero gi sposati.

E quelle forme esili, quella nuca pallida sotto i capelli disfatti, gli destarono un senso quasi violento di piet e di desiderio. Desiderio nato dalla pieh ma soprattutto dall'accorgersi ch'ella gli sfuggiva.

E lei aveva davvero l'impressione di fuggire.

Le roselline lungo il vialetto si sfogliavano spaventate al battere rapido della sua veste. Arrivata all'estrema punta dell'orto, si sporse sul muricciuolo come per tentare di saltarlo e andare avanti; poi si ritrasse.

Tutta la valle, inondata dal pulviscolo del tramonto, con lo sfondo luminoso di vapori turchinij col roteare dei carri e i mormorii vaghi della sera, le dava pi che mai l'idea del mare.

Si volse e aspett Stefano che scendeva l'ultima rampata del vialetto: la figura di lui, staccata sullo sfondo verde dell'orto, le parve di nuovo lontana, estranea come nei giorni in cui ella aspettava la domanda di matrimonio con la speranza che non venisse; ma appena se lo vide vicino, dominante, col suo petto largo, con le sue mani calde, con la bocca ansiosa e gli occhi che penetravano nei suoi, sent che s'egli l'avesse presa fra le braccia dicendo: "Nulla  vero di quello che pensi," avrebbe creduto senz'altro.

Stefano per non la toccava e neppure parlava. Allora gli occhi le si riempirono di lagrime; il viso irradiato dal tramonto le si copr d'un velo di perle; ma subito torn a volgersi verso la valle, appoggi i gomiti al muro, e scosse la testa-fra le mani per scacciar via le lagrime.

Anche Stefano si appoggi al muro, accanto a lei,

silenzioso.

Le povere lavandaie che risalivano lo sttadone coi loro cestini di panni sul capo sollevavano con invidia gli occhi; poich sullo sfondo d'oro del tramonto, a~acciati sulla valle tutta verde come una sola foglia, i due fidanzati sembravano loro la coppia amorosa per la quale Dio ha creato apposta le dolci sere di maggio

 Stefano,  disse Annarosa, asciugandosi le ultime lagrime di qua e di l della tempia, col dorso delle mani,  devo dirti una cosa. Ascoltami. Bisogna che ci lasciamo: voglio ridarti la tua libert.

Egli pareva non capire.

 Non ti voglio pi ingannare, Stefano. Io ho sempre nel pensiero un altro. 

 Chi  quest'altro?  egli domand senza agitarsi, senz alzare la voce.

 Lo sai. Ma non credere che io voglia rompere con te per riannodare con lui. Non  possibile. Anzi voglio dimenticarlo. Ma non voglio ingannarti pi. lo non h posso sposare. 

Adesso, me lo dici?

 Prima non avevo il coraggio. Adesso s... adesso... Non dirmi che  tardi. Tu sai, tu sai tutto!



Le ultime parole furono come un grido. Stefano si scosse, si sollev quasi atterrito.

Annarosa, che vuol dire, che io so tutto?

Ella taceva, col viso nascosto fra le mani.

Non rispondi? Io so, solamente, che tu esageri e mi nascondi il tuo vero pensiero. E io non voglio forzarti a dirmelo. Per conto mio ti dico che la colpa  mia se ti ho domandata in moglie prima di conoscerci meglio. Tu avresti avuto pi fiducia in me e mi avresti accettato egualmente, pure avendo l'altro nel cuore, come tu affermi. E l'avresti dimenticato, come lo dimenticherai, e mi avresti voluto bene come forse me ne vuoi gi, come te ne voglio io... Perch io ti voglio bene,  riprese tornando a piegarsele pi accanto, calmato dal silenzio di lei.  Questo lo devi sentire, Annarosa: sono qui, I'anima mia  tua. Ma noi ci siamo trovati l'uno di fronte all'altro, diffidenti e indifferenti perch non ci conoscevamo ed erano gli altri a spingerci contro la nostra volont. Questo  l'errore, questo il malinteso. Tu mi guardavi quasi come un nemico e ti rifugiavi nell'altro: per questo non potevi dimenticarlo. E io stavo lontano da te perch ti sentivo ostile e lontana da me. Ma adesso  un'altra cosa: adesso, possiamo guardarci e parlarci. Mi pare sia la prima volta che io ti parli. Guardami, ma guardami dunque! Se io ti ho fatto del male, sono pronto a riparare, adesso, ad aiutarti. Se vuoi, io posso partire: posso anche morire: ma non voglio la libert che tu mi offri. Che importa? Che io parta o no, tu devi aver fede in me, devi credere che se io volevo essere tuo marito, volevo esserlo onestamente. Che t'importa del passato? 

Tu sei buono,  ella disse sempre pi turbata, portata su e gi da un'ansia che le toglieva il respiro.

Ogni parola di lui la sollevava e nello stesso tem po la ricacciava nel sospetto. Egli dunque capiva il segreto pensiero di lei, poich parlava in quel modo. e si difendeva, e difendendosi si accusava.

 No, non sono buono,  egli ribatt.  Non lo dir~ pi; non farmi dispetto. Sono come gli altri uomini, n pi buono n pi cattivo. Solo, permettimi di spiegarmi meglio; io ho fede in te; tu non mi hai ingannato mai, neppure per un momento; accettan domi, sapevi quello che facevi: volevi essere mia mo glie, e una moglie fedele e onesta. E neppure io ti ho ingannata. Volevo essere tuo marito, e un marito fedele e onesto. Questa  la verit, Annarosa, e nulI'altro. Ed io credo in te, adesso, mille volte pi di prima, e se tu vuoi, io sono qui pronto a cancellare quanto  passato fra noi in questi pochi momenti, e riprendere la via assieme senza parlare mai pi d questo. 

 Da ieri notte,  egli riprese con voce sorda dopo un momento di esitazione,  un'ombra si  messa fra me e te, e ci separa; perch non dobbiamo vincerla quest'ombra ? Perch non dobbiamo aver fede in noi ? Perch gli altri non credono in noi, dobbiamo noi stessi vederci con gli occhi degli altri? Il nemico  dentro di noi; vinciamolo, Annarosa. La vita  fatta di questi momenti: se noi c'incontriamo adesso, in quest'istante, se riusciamo a prenderci adesso, non

lasceremo pi mai, Annarosa... 

La voce gli tremava; e lei sent un brivido sfiorar la: e qualche cosa di pi del desiderio d'amore parve spingerli l'una verso l'altro: eppure non potevano toc carsi. La loro carne stessa li separava.

'~ Egli riprese: ma la voce era gi di nuovo calma  Non c' nulla, proprio nulla, che metta una mac



chia nel nostro passato: null'altro che l'ombra d'una nuvola fuggente. E cos pure l'avvenire  davanti a noi come una pagina bianca: perch dubitare che possiamo scriverci cose ignobili ? Eppoi, che ragione d'essere ha la vita se qualche cosa di forte non la solleva ? Annarosa, dimmi almeno che mi comprendi; guardami, dimmi che mi credi, che mi vuoi ancora. 

Ma adesso era lei che taceva; la stessa sincerit di lui e quel tono di disperazione calma con cui egli parlava aumentavano in lei la certezza d'essere stata ingannata.

 Non posso,  mormor, ritraendosi.  Capisco, ma non posso. Non sono sicura di me. 

Non  vero! Tu non dici quel che pensi. E di me che non sei sicura. 

E poich lei non protestava, egli si sent preso da una cupa umiliazione.

 Sai cos', Annarosa? E che tu ti metti dalla parte dei vecchi. Stai con loro nell'ombra del passato e parli come loro. Hai paura della vita. A che ti serve la giovinezza e l'intelligenza? A che servono giovinezza e intelligenza, se non a renderci forti e sicuri della nostra volont?

Ed ella ricord la lettera di Gioele che le diceva le stesse cose.

 Dov' la verit?  domand come parlando a s

 stessa. Fra i vecchi o fra i giovani?

 Oh, non discutiamo adesso di questo,  egli disse con amarezza.  La verit  dentro di noi, ed  inutile cercarla fra i vecchi o fra i giovani, se dentro di noi non la ritroviamo. E non  questo che ti manca. E la fede che ti manca, Annarosa:  inutile discutere oltre; non c' fede. 

Ed ella sent ch'era cos: non aveva fede. Si pieg di nuovo sul muricciuolo e guard lontano senza rispondere. Egli divent ostile.

 Io andr via, dunque; non c' altro da fare. Prima esigo per che tu mi dica chiaro il tuo pensiero. Alzati, guardami. 

La prese per i polsi, la sollev, ebbe desiderio di stroncarla, l, ai suoi piedi come un ramo fragile. Il pastore s'agitava in lui.

Parla! Hai paura di parlare?

Paura? Sono venuta qui apposta!

 E allora parla. Tu hai creduto alle parole di tuo Z10 ! 

S, ho creduto alle sue parole. 

 E tu credi che io, dacch vengo in casa tua, possa avere una sola volta mancato di rispetto a me stesso guardando in casa tua un'altra donna?

Annarosa non rispondeva, ma pareva abbandonarsi con piacere alla violenza di lui.

 Parla! Voglio che tu parli. 

 Non so,  ella disse finalmente.  So che io sono stata capace d'ingannarti. La sera di Pasqua quando tu mi avevi gi dato il pegno della nostra promessa e le ore nostre correvano assieme, io sono usCita sulla porta ed ho veduto l'altro. Ed ho anche pensato di fuggire con lui: ma ho avuto paura di far male alla nonna. Adesso... adesso... non so che una cosa: che non posso, non voglio pi sposarti. 

Allora egli la lasci. Si volse verso il muricciuolo e cominci a scavarne i sassolini ed a buttarli gi nella polvere dello stradone dove affondavano come nell'acqua: e dopo i sassi piccoli prese a smuovere i grossi; ne fece rotolare uno, poi un altro; pareva volesse buttar gi tutto il muro; finch Annarosa gli



ferm una mano con la sua, ed egli gliela ributt lontano, ma si sollev con un sospiro.

Tornarono ad affacciarsi tutti e due sul muro, silenziosi, come due viaggiatori sul ponte d'un piroscafo. Il salire dell'ombra dalla valle dav~ invero l'impressione dell'onda che cammina. Aveva gi varcato la linea dello stradone e saliva sulla zona della montagna ancora illuminata dal sole; si arrampicava sulle roccie, riempiva tutte le rughe delle chine pietrose; in breve solo le cime, sopra la fascia dei boschi violacei, emersero come isole dorate, sul cielo glauco come un orizzonte marino. Anche l'orto s'era tutto coperto d'un velo verdognolo; e il silenzio era cos intenso che pareva di udire anche il volo delle farfalle. In un villaggio lontano, disegnato appena fra la nebbia azzurra dei monti, brill qualche vetro: poi si sent qualche suono di campana; e parve davvero di approdare ad una riva solitaria.

Stefano si sollev, calmato dalla sua ira, ma col viso solcato come da una profonda sofferenza fisica.

 Vado,  disse guardando su verso la casa gi scura sul cielo lucido.  Devo parlare io con la tua nonna ? 

Annarosa s'era voltata anche lei, ma stava appoggiata al muro senza intenzione di muoversi: e guardava Stefano con gli occhi tristi, severi, che rassomigliavano a quelli della nonna.

 Parler io con la nonna. 

 Che cosa le dirai ? 

 La verit. 

Aspett ch'egli protestasse ancora, che egli la riprendesse fra le sue mani forti, fosse pure per spezzarla, come una cosa sua.

Egli invece si scost d'un passo con la testa china.

 Vado,  disse: la sua voce era calma, monotona, come durante la sua prima visita.  Ti domando perdono del male che ti ho fatto. E se hai bisogno di me, quando ti sarai calmata e avrai pensato meglio, ebbene, ricordati che non sono stato io a voler tutto questo. Se hai bisogno di me,  ripet, riavvicinandosi,  non hai che a richiamarmi. 

Ella scuoteva la testa senza pi parlare. No, no, non avrebbe pi bisogno di richiamarlo.

 Dammi almeno la mano, Annarosa. 

Ella gliela diede, ma dentro il pugno aveva qualche cosa che lasci sulla mano di lui.

Era il piccolo orologio d'oro: Stefano lo guard sulla sua mano aperta che tremava un poco sul polso come una foglia sul suo gambo; poi se ne and senza voltarsi.

Poi anche lei risal, piano piano, e and a mettersi al solito posto accanto alla nonna. Vedeva di l in cucina Mikedda che rifriggeva per la cena gli avanzi del banchetto della sera avanti, e fra i pilastri del portichetto la matrigna che ormai rassicurata aveva lasciato la stanza e andava e veniva nel cortile: ed esitava a parlare, ma sentiva che bisognava farlo, subito. La sua esitazione le dava un senso d'angoscia. Le pareva di affogare, nell'ora che passava, nell'ombra che si addensava: nuotava, ma perdeva forza, e ogni attimo di silenzio l'allontanava dalla riva.

"Se non parlo subito non posso pi dirle tutta la verit," pensava, "e lei non potrebbe pi capirmi e compatirmi.~



La nonna stava ferma e silenziosa nella penombra, con accanto la canna che pareva un cero spento: doveva per indovinare la pena di Annarosa e aspettare ch'ella parlasse, perch d'un tratto s'impazient e cominci a passare l'indice della mano sana sulle vene della mano inerte, come seguendo cos un suo pensiero. Si volse, vide che anche Mikedda era uscita nel cortile.

 E andato via presto, oggi, Stefano,  disse allora con la voce grossa dei cattivi momenti;  bisticciati vi siete? Aveva un brutto viso. E tu non l'accompa

gnavi. 

 Bisticciati ci siamo, s. La colpa  stata mia; anche lui per  nervoso. Bisognava bisticciarsi pure, una volta o I'altra. Nonna... 

Si ferm. Sentiva il suono falso della sua voce e le pareva di aggrapparsi alle sue parole come a dei frantumi nuotanti che le sfuggivano di mano. Il pianto la soffocava, pi amaro dell'acqua del mare; ma non voleva andare a fondo, no; si scosse tutta, come facendo davvero un ultimo sforzo per salvarsi, e non guard pi in l. Che importa se ascoltano? Il suo segreto ormai appartiene a tutti.

 Nonna, la promessa di matrimonio  rotta, 

La nonna aspettava queste parole; eppure afferr con un improvviso movimento d'ira la canna e la batt sulla pietra del camino: cos zio Predu aveva battuto il suo bastone. Annarosa per respirava gi di sollievo.

 Nonna, non vi arrabbiate,  disse fermandole il polso, e chinandosi a parlare sottovoce.  ~ cos. Sono io che l'ho mandato via. Sono io che non voglio pi sposarlo. 

E le ferm pi forte il polso perch la sentiva tremare tutta e vedeva la sua bocca torcersi e gli occhi spalancarsi nel viso convulso. La nonna per la respinse e cominci a gridare:

Sono io che devo decidere, non tu, no! E quella faccia dura di Stefano deve parlare con me, prima di ascoltarti. E se ne  andato cos, senza dirmi niente! Ha creduto di scivolare lungo il muro? E anche il padre, il vecchio tronco, deve parlare con me. Sono qua... Sono qua io. 

La sua voce risuonava rauca, forte: una voce che Annarosa non le aveva mai sentito e che la spaventava. E il suo spavento crebbe per i movimenti convulsi che la nonna faceva tentando di alzarsi.

 Nonna, che fate? Nonna mia! 

Si protese su lei, la cinse con le braccia, per tenerla ferma, le abbandon il viso sul grembo e scoppi in un pianto soffocato, fitto di gemiti repressi: gemiti che la nonna si sent penetrare nelle viscere e che parvero calmarla pi che ogni altra spiegazione di Annarosa.

 Taci,  mormor infatti, come se gi fra loro esistesse un'intesa segreta; non farti sentire qui. Aggiuster tutto io. 

Annarosa pianse pi forte, affondandole il viso sul grembo e scuotendo la testa per accennare di no, di no. No, la nonna non poteva capire, non poteva aggiustare nulla: eppure le pareva di aver salvato qualche cosa poich la nonna non la respingeva, anzi le prometteva la sua protezione; e credette di sentire la voce stessa del suo cuore nella voce ancora grossa che le diceva:

Stefano torner. E tu, anima mia, se tu piangi  perch gli vuoi bene. Lo hai respinto per superbia



e per gelosia; ma s'egli ti fa piangere non lo dimenticherai pi. Alzati, adesso. 

Ella si sollev e vide la matrigna che parlava nel cortile con una strana figura di vecchio che aveva una gamba sola e l'altra sostituita da un bastone ferrato intorno al quale ondulava il gambale di una larga braca di tela mentre l'altro gambale era ripiegato entro la ghetta di orbace: inoltre teneva un sacco di erba sulle spalle e pareva anche gobbo: e parlava forte come fanno i sordi.

Vengo dal mio chiusetto della valle e vi porto un'ambasciata di Agostineddu vostro. Oh, donne, non aspettatelo stasera, perch dorme laggi. E anche Juanniccu  laggi; non aspettate neppure lui. Ebbene, datemi almeno da bere. 

Senza essere invitato entr portandosi fin dentro la stanza il sacco che odorava di fieno e di menta.

Nina lo seguiva, d'un tratto impallidita.

Anche la nonna, mentre il vecchio ripeteva la sua ambasciata, volgeva il viso scuro per l'angoscia recente; e la nuova pena s'aggiunse alla prima come una nuvola all'altra.

Che dici? Li hai veduti?

Il vecchio non sentiva: si guardava intorno e biasimava l'oscurit della stanza.

 Eppure olive ne avete raccolte pi di me, I'inverno passato: e che forse l'olio vi  colato dagli orci? O volete risparmiare quello del lascito a Santa Croce? E almeno dammi da bere,  aggiunse, rivolto alla serva,  il vino almeno costa meno dell'olio. Se non l'ha bevuto tutto Juanniccu. 

 Li hai veduti?  ripeteva la nonna con ansia crescente.

Zio Saba, li avete veduti i miei padroni? gli url Mikedda all'orecchio.  Come li avete veduti ? 

 Perch gridi cos ? Sei sorda ? Li ho veduti, s, pi che non veda voi in questo buio. Lavoravano, tagliavano i rami secchi degli olivi. S, donna Ago stina. Oh, adesso vedo anche vossignoria, Dio la guardi; ebbene, come sta? Che fa, l seduta? Se sto su io, con un piede e due bastoni, tanto pi deve stare su lei, con due piedi e un bastone. Ebbene, dunque, torna la guerra: se Dio mi aiuta ci torno anch'io, coi miei settantott'anni nella bisaccia. Una gamba I'ho perduta in Crimea; I'altra la voglio perdere sul le Alpi. Salute ! 

La sua voce ancora forte risuonava nella stanza, fra il silenzio angoscioso delle donne. Al chiarore del lume che Mikedda aveva acceso, la sua figura deforme con la gamba ferrata come una zampa dl cavallo, la barba di fauno intorno al viso aquilino tutto raggrinzito come un'oliva secca, gettava sulla parete un'ombra fantastica pi animalesca che umana.

Tu li hai veduti,  ripet per la terza volta la nonna, come non avesse sentito la risposta.

Egli sollev il bicchiere:

 Alla salute di tutti. Cos Dio mi aiuti, torno alla guerra. Torno, torno! Che cosa  questo tornare, de_ resto? La guerra c' sempre stata e ci sar sempre. Io ci sono dentro da settantotto anni, donna Agostina. Dunque, beviamo. 

Bevette ma non restitu il bicchiere finch Mikedda non glielo riemp.

 Non importa che Agostineddu mi abbia qual che volta mancato di rispetto,  disse allora con voce intenerita.  Siamo vicini, quindi come parenti. Anche fra parenti ci si bastona; so io quello che voglio



dire. Bene gli voglio, io, ad A,gostineddu, come fosse mio nipotc- stesso, Gioele mio. 

 Oh,  disse poi, restituendo il bicchiere;  ragazzo di talento , Gioele; non da meno di nessuno. Anche lui mi maltratta, a volte, perch i giovani trovano sempre da ridire dei vecchi, ma mi vuole bene, anche! IL giorno di Pasqua lo ha passato con me, all'oliveto. 

Annarosa .trasal: dunque non aveva sognato. Le parve, anzi, che il vecchio la guardasse, come l'aveva guardata il padre di Gioele nell'annunziare l'arrivo del figlio; ma subito cerc di nascondere il suo turbamento e accenn a Mikedda di far andar via zio Saba.

 E pazzo,  disse Mikedda facendo delle smorfie; tuttavia lo accompagn curiosa, domandandogli notizie della guerra.  Che ne dite voi, il mio Taneddu sar richiamato?

Si udiva nella strada la sua voce alta e il rumore della gamba ferrata che batteva il selciato: dentro, le tre donne parvero aspettare a chi di loro prima parlava; poi la nuora fece un movimento istintivo come per allontanarsi, per fuggire, ma la nonna la ferm, chiamandola per nome, con la voce ch'era di nuovo quella dei momenti di comando.

 Caterina ! 

Eppure aveva un'impressione di smarrimento, la nonna, come se una fitta nebbia la circondasse, e in quella tenebra molle e paurosa i membri della sua famiglia si sperdessero, si smarrissero nel pericolo, lasciandola sola.

Bisognava richiamarli, come il pastore richiama il gregge sbandato nella nebbia.

Nina, tu non sai niente cosa sia andato a fare Juanniccu laggi ? 

La donna stava dritta accanto alla tavola, ferma, gi di nuovo apparentemente calma.

 Non so niente. Non l'ho pi veduto da questa mattina presto. 

 E tu, Annarosa ? 

 Io non l'ho neppure veduto. 

 Egli non va mai laggi; qualche cosa dev'essere accaduto. 

 Che cosa volete sia accaduto? Agostino lo avrebbe mandato a dire: avete sentito, lavoravano nelI'oliveto. 

 Juanniccu non  buono, a lavorare. 

 Forse ci sar del bestiame che pascola, e Agostino l'avr pregato di aiutarlo a stare in agguato, stanotte. 

 Juanniccu non  buono a stare in agguato, lui ! No, qualche cosa di nuovo c'. 

Tacquero. Ma tutte e tre pensavano la stessa cosa. Pensavano che Agostino doveva aver costretto lo zio a scendere al podere per chiedergli spiegazione delle sue parole, e lo teneva laggi per impedirgli di parlare oltre. Troppo tardi, pensava la nonna. E Annarosa, non ostante la sua pena e la sua umiliazione, sentiva un sorriso ironico fiorirle sulle labbra ancora amare di pianto.

L'altra stava immobile in mezzo alla stanza.

 Ascoltatemi,  riprese la nonna, con la voce rau ca che tremolava, mala giornata  stata oggi, per noi. La tentazione  entrata iQ casa nostra e ci succhia il sangue come il vampiro. Ebbene, rimedio bi sogna porre; e subito. 

Annarosa tent di calmarla nuovamente.



Ma state quieta, nonna! Che volete sia accaduto? E come dice la mamma; vedrete. 

Non  questo soltanto, anima mia; laggi sono due uomini e si aggiusteranno fra loro, anche se vogliono farsi del male. Ma la radice del male  qui, in casa. Nina, nuora mia, sai che tua figlia ha rotto il matrimonio ? 

La nuora non rispose subito; pareva sapesse gi anche lei, e non Sl sorprendesse e non disapprovasse. Annarosa si sent o~esa da questo silenzio, attanagliata da un morso di gelosia.

Pens che Stefano, nell'andarsene, avesse scambiato qualche parola con la matrigna, per avvertirla delI'accaduto. Poi sent un'angoscia atroce del suo sospetto; si pieg come punta da un dolore fisico acuto. Che male era il suo, oramai! Subito per si rialz, come lo stelo dell'erba al vento, pi ferma nella sua decisione di guarire del suo male sradicandolo.

D'altronde la matrigna parlava calma, d'una calma accorata.

Perch hai fatto questo, Annarosa?

 Perch dovevo farlo. 

 Cos, senz'avvertire? 

Se avvertivo era lo stesso. 

Tu, almeno, vorrai dire perch lo hai fatto. 

La sua voce tremava, adesso, ma era umile; domandava e non imponeva.

 Ebbene,  disse Annarosa, sollevando il viso a guardarla,  ho fatto cos perch la coscienza mi ordinava di farlo. Io non gli voglio bene,  aggiunse reclinando il viso, vinta dall'atteggiamento fermo della matrigna.

 Sciocchezze, Annarosa. E un capriccio che ti passer. 

1 7i~3

E la nonna sospir, sollevata; sospir cos forte che Annarosa balz, col cuore gonfio di ribellione, portata ancora via dal soffio del suo orgoglio.

 Un capriccio! S, tutto  capriccio, in questa casa, tutto, anche le cose pi serie. Anche la verit. E sia pure un capriccio. Io non voglio sposare Stefano. 

Dovevi pensarci prima. 

Come potevo pensarci, se non me lo permettevate? Era una cosa decisa, anche senza il mio consenso. Contavo, io? Ero come una sciocca, d'altronde: credevo di poterlo davvero sposare, cos, per interesse, per obbedienza alla famiglia. Adesso, no, adesso no; non voglio pi. 

Allora la nonna impose alla nuora:

 Ma diglielo tu, Nina, che cessi subito di parlare COSI. 

 Annarosa, tu ci penserai: tu non vrrai la rovina tua. 

 Appunto perch non voglio la mia rovina. Oh, cessate;  inutile tormentarmi. Io ho pensato e ripensato: cos pensassero tutti ai loro atti, prima di compierli ! 

 Era dunque meglio che tu pensassi bene ai tuoi prima di accettare. Adesso  tardi; tu rimarrai compromessa, tutti diranno che egli ti ha lasciata. Che vergogna non sar questa? Tu vuoi rovinare la famiglia, Annarosa. Perch fai questo ? 

La famiglia! grid lei; poi abbass la voce e ripet a s stessa, con lieve disprezzo:  La famiglia, oh! .

La nonna impugn la sua canna. Aveva voglia di battere Annarosa, di urlare contro la nuora che par



lava fredda e forse nell'oscurit della sua coscienza era contenta del disastro.

 La famiglia, s. Tutto, si fa, per la famiglia. I figli sono obbligati alla madre e al padre, e questi ai figli: e i fratelli ai fratelli. Senza di questo non si vive:  come l'albero, col tronco che sostiene

rami, ed  nulla senza di essi: e una foglia fa ombra all'altra. Lo dice anche la Bibbia. 

Oh, per carit, lasciate la Bibbia in pace, nonna: la vita  altra cosa! 

Ma la nonna non le permise di proseguire: la sua voce ridivent rauca, la sua persona tento ancora di sollevarsi.

 Annarosa ! Taci ~ Sei fuori della legge di Dio. Vattene, che io non ti veda pi. Vattene, dunque, e va e corri per le strade del mondo, poich la famiglia non esiste pi per te. 

 E tu, nuora,  grid con voce convulsa, dopo aver respirato con ansia; e le parole le si ingarbugliavano in bocca: apensa ai casi tuoi... tu... pensa a scacciare il peccato di casa nostra, perch gi il Signore ci maledice... .

La donna si accost, lentamente, spandendo davanti a s la sua ombra tremante: pose la sua mano sulla spalla della vecchia e si chin.

Calmatevi,  disse con un filo di sdegno nella voce. Annarosa non dar dispiacere alla famiglia: domani tutto si aggiuster. Stefano torner. 

 Stefano non torner, mamma. 

Egli torner,  ripeteva la matrigna rivolta alla nonna, come facendole una promessa.

 Mamma ! Egli non torner; non deve tornare. Mamma, non deve tornare! 

Era un grido disperato, che domandava aiuto. E la matrigna lo sent serpeggiare nel suo sangue, e trem tutta come la sua ombra. Poi si sollev, con la mano ancora sulla spalla della nonna, appoggiandosi a lei: ma non parl pi.

Rientravano Gavino e la serva, parlando fra di loro del vecchio reduce; lo avevano accompagnato fino alla sua casupola, e il ragazzo ne rifaceva i gesti e il modo di camminare, mentre Mikedda ricordava ancora una volta come spesso gi al podere Agostino trovava, l dove mancavano le olive, I'impronta di un piede solo e d'un bastone...

 La vita  sempre guerra, padrona mia! 

La nonna non badava a loro. Era ricaduta nella sua immobilit pensierosa: era troppo immobile, per, troppo pensierosa; e la nuora e la nipote la guardavano con inquietudine. Quando si tratt di condurla a letto, entrambe le si avvicinarono quasi furtive, come paurose di un nuovo scatto di lei o con la speranza di poterla prendere e portare a letto senza che ella se ne accorgesse.

 Nonna,  mormor Annarosa, chinandosi a raccogliere la canna caduta sulla cenere,   gi tardi. 

La nonna sollev gli occhi e le guard, prima l'una e poi l'altra, con uno sguardo nuovo in lei, fisso ep pure vago, come stentasse a riconoscerle: poi abbass la testa e ricominci a passarsi l'indice della mano sana sulle vene della mano inerte.

Tentarono di sollevarla. Invano. Pareva una statua di bronzo. Tentarono, con pi forza. Allora ella diede un grido che le fece irrigidire.

 Non mi toccate!  impose.

 Nonna !  supplic Annarosa, accostandole il viso al viso.

1 ~1



Ma la nonna si volgeva in l, con un moto di repulsione.

 Vattene, non mi toccare, tu. Sei fuori della legge di Dio e non hai pi parenti, tu. Dubiti della tua stessa madre, tu. 

S, questo  lo scettro che mi date,  aggiunse, respingendo la canna che la nuora tentava di rimetterle in mano. Come a Cristo: per burlarvi di me. Vattene via anche tu. Eri un'orfana e ti ho accolta come la vipera nel nido, per morderci tutti. 

La donna si sollev, coprendosi gli occhi con una mano; con l'altra fece cenno ad Annarosa di andarsene, di tacere.

Ma neppure il loro silenzio placava la nonna; e qualche cosa di minaccioso e di oscuro come il brontolare lontano del tuono era nelle sue parole sommesse e cupe.

 A letto, mi volete condurre ? E in due, anche, volete sollevarmi, come la brocca colma. Notte di vegliare,  questa, non di dormire. Il fuoco cova intorno, ma non mi coglier nel sonno: dormite voi, voi che dormite anche se la stoppia del vostro letto brucia. Io aspetto mio figlio; idiota  ma non traditore. Vivo o morto l'aspetto. 

"E impazzita," pens Annarosa, e lei stessa si sent presa da un senso di delirio. Corse fuori nel cortile e ne fece il giro come cercando un varco dove fuggire. Le parole della nonna la perseguitavano. "Sei fuori della legge di Dio e dubiti della tua stessa madre." Infine s'appoggi al pozzo e ricord le sere innocenti quando Gioele suonava la chitarra ai suoi piedi e le stelle accompagnavano col loro fiorire di luce il puro germogliare del suo primo amore.

Ed ella aveva riso, del suo amore, lo aveva ucciso come da bambina uccideva le farfalle del suo orto. Dio la castigava per questo. L'apparizione stessa del nonno di Gioele le sembrava fatale.

Le tornavano in mente anche le parole di zio Predu. Tutto si sconta, anche i delitti contro noi stessi.

Che fare, adesso? Dove fuggire?

Ormai Gioele era un fantasma: la realt era Stefano, ma una realt fatta delle cose pi tristi della vita; il sospetto dell'inganno, la gelosia, la vergogna.

Non voglio, non voglio! gemette; e cominci a scostare l'asse che copriva il pozzo. Il luccicho nero dell'acqua in fondo le parve il riflesso dei suoi occhi disperati.

Ma subito sent alle sue spalle come un rapido sbattere d'ali, e due mani convulse afferrarla.

Annarosa,  chiam la matrigna; e le si abbandon sulle spalle, come per fermarla meglio col peso del suo corpo;  dimmelo tu che cosa devo fare perch tutto cessi. Dimmelo, dunque, dimmelo tu!

Annarosa cominci a tremarle tutta fra le mani, come un uccellino spaurito; ma che cosa doveva dire?

Vuoi che vada via di casa? Andr lontano, che tu non senta pi neppure il mio nome. Abbandoner mio figlio. Tutto; ma che la pace torni in casa nostra. 

 Annarosa,  riprese Nina dopo un momento di silenzio, parlandole all'orecchio,  dubiti di me perch sei stata capace tu, di tradimento. La sera di Pasqua sei uscita sulla porta, per vedere l'altro, mentre avevi appena accettato il dono di fidanzata. Io ti ho veduta, Annarosa; e avrei potuto sollevare gli occhi e guardare senza rimorso, in quel momento, I'uomo che ingannavi. E invece ho pensato che io ero al posto di tua madre, Annarosa; e sono usCita



nella strada, appena tu sei rientrata, e ho raggiunto

Gioele. 

Annarosa sollev la testa e s'irrigid tutta: la matrigna la sent come assottigliarsi e allungarsi fra le sue mani.

 Raggiunto l'ho, e gli ho parlato come ad un figlio, come parlo a te adesso. "Gioele," gli dissi, "vattene; Annarosa  seduta presso l'uomo del quale ha accettato la fede. Tu sei un ragazzo ancora, ma hai la coscienza d'un uomo; Annarosa non pu essere tua." Ed egli mi promise di andarsene, di non cercarti pi. Annarosa, s'io volevo tradirti con l'altro, potevo fare cos?

 Voi mi avevate gi tradita,  disse Annarosa.

Allora la matrigna-le appoggi la fronte sulla spalla e pianse. Quell'abbandono, quei singhiozzi quasi virili, scossero Annarosa fino alle radici dell'anima.

<( Lasciatemi, mamma: sono tranquilla,  mormor e rimlse 1 asse sopra ll pozzo.

La matrigna torn presso la nonna, e aspett. Che cosa aspettava? non lo sapeva: solo sapeva che non c'era da far altro che aspettare. Passer la notte, torner l'alba, e poi altri giorni e altre notti ancora; la vita riporter le sue calme e le sue tempeste come il mare le sue; ma nulla ci sar pi per lei, tranne che di stare ferma al suo posto e aspettare: cos forte e piena di vita restar ferma nel suo cantuccio come una bimba in castigo.

Eppure la sorreggeva l'orgoglio di trovarsi- lei sola, quella notte, accanto alla nonna, come un suddito fedele accanto al suo re detronizzato. Forse anche gli altri tornerebbero ma dopo aver disertato il loro posto; lei sola era l, ferma alla catena del suo dovere.

Agostino torn presto, la mattina dopo. Il chiarore arancione del sole che sorgeva sui monti penetrava, attraverso le hnestre sull'orto, fino alla stanza da pranzo; ma pareva una luce triste di ceri che illuminasse un cadavere, tanto la nonna era disfatta e pallida, con gli occhi cavernosi. Rivolta un poco a guardare nel cortile, con la speranza che anche Juanniccu rientrasse, vedeva Agostino legare il cavallo all'anello del portichetto, senza togliergli la sella, e la bestia che allungava la sua faccia biancastra come a guardare dentro la casa, scuotendo la coda battuta dal riflesso del sole.

S'indovinava l'intenzione di Agostino, di ripartire subito; ed ella lo guardava con occhi ostili, come un nemico. Tutti oramai le erano nemici; la nuora, la nipote, il figlio, questo che entrava adesso alto e rigido con le dita dure delle mani che pareva si muovessero solo per fare dei calcoli.

Nonna, ebbene, che c'? egli disse, chinandosele davanti, con le mani sulle ginocchia.  Mamma, qui, mi dice che non siete neppure andata a letto, questa notte. Perch, oh, nonna!

Pareva volesse prendere la cosa alla leggera, ma il suo viso era serio, gli occhi scuri.

Agostino, dov' Juanniccu?

 Ma laggi: non ve l'ho mandato a dire ieri sera ? 

Ella scuoteva la testa, fissandolo in viso.

Agostino, cos'hai fatto a tuo zio?

Egli si sollev; le sue mani ricaddero rigide lungo i fianchi, con le dita un poco aperte.

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 Del bene gli ho fatto. L'ho consigliato a venire laggi con me, per aiutarmi, se non altro, a sorvegliare il podere. Ebbene, ieri sera non l'ho voluto dire, per non guastare la festa, ma mi hanno ammazzato il cane, laggi, ed ho paura che vogliano farmi qualche altro dispetto. Devono essere i contadini a Cui ho fatto pagare il pascolo abusivo; se pure non  lo stesso maledetto zio Saba, quel diavolo ad una gamba, sebbene si finga buon vicino. Ebbene, dissi a zio Juanniccu: "E venite almeno a far da cane laggi". Credevo non mi desse ascolto; ma ieri mattina me lo ritrovo nello stradone, avviato a piedi laggi; aveva smaltito la sbornia di avant'ieri e pare voglia mettere giudizio. Mi ha aiutato a ripulire gli olivi, a tagliare i rami morti; anzi ne abbiamo fatto una catasta che Taneddu verr poi a portar su col carro. Adesso torner laggi, gli porter del vino e sar contento come un papa. Desidero anche del chinino perch ho paura delle febbri. Voi ne dovete avere, mamma. 

La matrigna and subito nella camera attigua a cercare il chinino. La nonna guardava Agostino con gli occhi cavernosi.

Agostino, cos'hai fatto a tuo zio?

Nulla, nonna; vi dico com' stato. 

 Tu non mi dici la verit: tu gli hai fatto del male. 

Agostino parve turbarsi, pi che per le parole, per lo sguardo di lei. Tent volgere altrove gli occhi, disse con forza:

Perch dovevo fargli del male?

 Da avant'ieri sera il demonio  penetrato in questa casa e ci travolge tutti: dimmi cos'hai fatto a tuo zio: altrimenti mander subito gi qualcuno a vedere. 

 Mandate pure! Lo troveranno che aspetta il chi

nino. 

 Altra medicina occorre per guarire il male nostro! Agostino, tua sorella ha rotto il matrimonio. 

Egli balz in mezzo alla stanza come spinto da un colpo violento: si batt le mani sulle anche e diede un nsito di rabbia.

E la matrigna rientr, stravolta da un dolore quasi fisico: vide Agostino piegarsi, lasciandosi cadere affranto sulla sedia accanto alla tavola, al posto ov'egli usava mettersi e fare i suoi calcoli silenziosi; gli and vicina, ma egli tese istintivamente il braccio, col pugno chiuso, per respingerla. Allora un'umiliazione mortale le sal dalle viscere, la fece andare qua e l cieca per la stanza nel chiarore dorato e nel polviscolo del sole come un insetto scacciato. Non sentiva quello che dicevano, la nonna e il nipote, ma sapeva ci che pensavano, esser lei la causa del disastro: e si vergognava di Agostino, sentiva ch'egli la giudicava crudamente, senza piet, con un giudizio brutale di maschio che la denudava tutta e frustava la sua carne colpevole solo di essere ancora viva: poi riprese il suo posto, sforzandosi ad essere calma.

La nonna raccontava come Annarosa diceva di aver mandato via Stefano.

E lui  andato via cos senza dir nulla? ~ uno scherzo certamente. Oggi torner, crediar~o. 

 Crediamo,  disse la nonna senza convinzione. Annarosa per  ferma nella sua idea. 

 Con lei m'intender io!  egli grid battendo il pugno sulla tavola. E roteava gli occhi intorno, d'un



tratto divenuto feroce.  M'intender io con lei. E con gli altri anche. 

Il suo pugno batt pi forte; poi la mano si distese e le dita si mossero istintivamente. Ah, i calcoli andavano male, le combinazioni sfumavano: ma egli non si perdeva d'animo; bisognava vigilare, come la notte al podere minacciato dai nemici.

 Matrigna,  disse, frenando la sua collera e prendendo un tono solenne di capo di famiglia, a e voi che dite? Avete parlato con Annarosa?

Ho parlato. Capriccio , il suo, che passer. 

Ella non si volgeva, non alzava la testa. Ma la voce era ferma. E Agostino sospir, sollevato, ricominciando a veder chiaro intorno.

 Bisogna che Stefano torni oggi stesso. Che la gente neppure si accorga di quanto  passato. Neppure voi avete parlato con Stefano, matrigna?

Con lui no. E ti prego di non cercare di parlargli, almeno per oggi. Non guastiamo di pi le cose. Stefano  un uomo di coscienza e far il dovere suo. 

 Tutti dobbiamo fare il nostro dovere. Dobbiamo fare il dover nostro verso gli altri, a costo di perdere il bene nostro particolare. Dov' Annarosa ? 

 Dorme ancora. Lascia in pace anche lei, adesso. Non irritarla: vedrai che anche lei torner in s.

Egli si alz accigliato; col pugno sulla tavola, il viso sollevato e le palpebre abbassate, parl, piano:

 Matrigna, vi d ragione e vi obbedisco: vado via per non lasciarmi trasportare dalle parole imprudenti e mi aiihdo a voi. Voi aggiusterete tutto, oggi stesso, prima di sera. Come io al podere raddrizzo le piante e curo la roba nostra, che dia buon frutto, cos voi dovete badare alla famiglia e raddrizzare le cose che prendono cattiva piega. Mi hdo in voi. Bisogna che Stefano torni oggi stesso. 

La sua voce, per quanto egli si frenasse, tradiva la minaccia: e la matrigna intese che era un ordine quello che riceveva. Entro la giornata tutto doveva essere aggiustato come un panno strappato che si lascia alla serva perch lo ricucisca.

Lagrime di umiliazione le bruciarono gli occhi; ma strinse le palpebre per non lasciarle sgorgare, e non si volse, non abbandon il suo posto.

Di ritorno dalla fontana, ancora con l'anfora colma sul capo, Mikedda cerc con gli occhi la padrona piccola; la vide che si aggirava pallida nella stanza da pranzo rimettendo in ordine qualche cosa, e le tocc cauta la veste come sempre quando aveva da comunicarle un segreto.

Annarosa la guard con gli occhi tristi, dimdenti; esit un momento, poi and nel corridoio, dove l'altra tosto la raggiunse.

 Ascolti, signora Annarosa mia: ho parlato con zio Saba. L'ho raggiunto mentre andavo alla fontana e lui scendeva gi al suo oliveto. Mi ha detto una cosa... una cosa... in segreto. Ma io voglio dirla a lei. Ebbene, s, ecco, ieri il padroncino Agostino, gi al podere, ha bastonato il padrone Juanniccu. Ma molto lo ha bastonato: da stordirlo. Pare lo avesse costretto a scendere gi con lui per metterlo a lavorare. Il padrone Juanniccu ha tentato di tornarsene via subito: allora il padroncino Agostino lo ha bastonato e lo ha chiuso nella casetta del podere; tanto che gli  venuta la febbre, al padrone Juanniccu. Adesso  chiuso laggi, e zio Saba ha promesso di andare



a vedere e dirmi poi cosa succede; ma mi ha fatto giurare di non dir nulla qui in casa. "La tua piccola padrona superba" mi disse, "mi ha quasi cacciato via ieri sera. Non sa far altro che scacciar tutti come cani, ma siamo tutti cristiani, invece, e io non ho voluto dar dolore alla vecchia col dirle la verit." 

Annarosa rispose sdegnata:

Ebbene? Se Agostino ha bastonato lo zio, avr le sue ragioni. Comincia a star zitta, tu, e di' pure a zio Saba che faccia il fatto suo. 

Torn nella stanza da pranzo e si mise a lavorare, ma la sua inquietudine cresceva; e di tanto in tanto le pareva che gli occhi della nonna, immobile e silenziosa nel suo angolo, si volgessero a lei supplichevoli come quelli d'un prigioniero che prega di venir liberato.

Aspettava, la nonna; non parlava, ma aspettava; e Annarosa sentiva quell'attesa e se ne irritava, eppure aspettava anche lei, ma non sapeva, non voleva sapere che cosa.

L'inquietudine evidente cominci nel pomeriggio: un pomeriggio caldo, agitato da un forte vento di levante che saliva dalla valle, investiva l'orto torcendone ogni stelo e invadeva la casa con le sue ondate ardenti.

I piccoli vetri delle finestre aperte tremolavano riflettendo il verde tormentato dell'orto: riverberi dorati oscillavano sulle pareti. Dopo la quiete triste del mattino un tremito pareva agitasse la casa; e la nonna d'un tratto si scosse, riafferr la canna, chiam Mikedda. Mikedda le si inginocchi davanti come una schiava. Non aveva ancora trasgredito l'ordine della padrona piccola, Mikedda, di non raccontare ad altri quanto sapeva, ma il segreto l'agitava tutta, e partecipava anche lei al dramma di famiglia, indovinando tutto, aspettando anche lei la soluzione.

 Ascolta,  disse la vecchia padrona,  il tuo impiastro  in paese?

 Il mio impiastro non  in paese,  rispose lei, dignitosa, nonostante il suo atteggiamento umile:   andato a guardare il suo frumento. 

 Io volevo mandarlo gi al podere per sapere la verit sullo stato di Juanniccu. Sbornia mortale , quella che si  presa avant'ieri notte, che lo ha fatto rotolare fin laggi come una pietra. Ebbene... 

 Ebbene,  disse Mikedda con gli occhi vividi di tenerezza e di curiosit, se volete vado io a vedere. Faccio come il lampo: vado e vengo. Devo dirlo alle altre padrone?

 No, va subito; ci penser io. 

Ella balz in piedi, tirandosi su le sottane sull'esile vita come per prepararsi meglio alLa corsa. La vecchia padrona la guard intenerita.

 Va. Quando ti sposi vedrai chi  questa vecchia. Va. 

E Mikedda and; ma era appena uscita dal portone che Anrlarosa la richiam dalla porta.

 Mikedda; ho sentito tutto. Tu non andrai laggi; non bisogna provocare Agostino. 

Mikedda ci pensava, al'bastone del piccolo padrone Agostino; ma sentiva ll coraggio di affrontarlo.

Tu non andrai laggi,  ripet Annarosa, afferrandola per la manica e tirandola dentro.  Che vai a fare? La verit la sappiamo, io e te la sappiamo; ma non bisogna dirla alla nonna. Hai inteso ? Ci penser lui, Agostino, a portare notizie stasera. 



 Io ho promesso di andare; ho promesso alla mia vecchia padrona, e lei mi aspetta. 

 Ebbene,  disse Annarosa;  sta un po' nascosta; poi le dirai d'essere andata e che zio Juanniccu ha solo un po' di febbre. 

Nascosta? Non c'era che un modo, di nascondersi; nella casa che doveva essere sua e della quale ella aveva gi in consegna le chiavi. Cos rimasero d'intesa con la piccola padrona; e questa la segu con gli occhi finch non la vide entrare nella casetta del contadino e chiudersi dentro.

E quando ci fu chiusa dentro, Mikedda and a sedersi sulla pietra accanto alla porta, dove usava passare le sue ore la prima moglie del contadino: l anche lei avrebbe passato le sue ore a rattoppare le vesti dello sposo, ad allattare e fasciare i bambini se il Signore gliene mandava.

All'ombra della casetta, stretto fra i muri ciechi delle case e dei cortili attigui, il cortiletto, che conservava l'odore dei buoi e dello strame, pareva un fondo di cisterna, con lunghe erbe che pendevano dai muri, dove neppure il vento arrivava; ma a lei sembrava pi vasto di una ta~4. Era suo: lei lo aveva scopato quella mattina stessa e ne conosceva gi ogni pietra del selciato: e la casetta, che le si appoggiava silenziosa sulle spalle, era per lei pi bella della casa de' suoi padroni. Ci si stava bene l dentro: eppure le dispiaceva di non essere sfuggita all'attenzione di Annarosa, di non essere riuscita a tenere la parola data alla vecchia padrona.

Si alz ed entr in cucina. Pens che avrebbe potuto farsi il caff, ma il fuoco era spento e il contadino aveva portato via con s l'acciarino. E di zolfanelli, dopo la morte della prima moglie, non ce n'erano pi. Sebbene tutto fosse in ordine, il silenzio melanconico delle case disabitate regnava intorno. E lei camminava senza far rumore: sal la scaletta di legno, tirandosi in avanti le sottane per non inciampare; mise la testa fuori della botola, vide il letto e, come sempre quando vedeva il letto, si turb. Era come l'altare della casa; il punto che racchiudeva il mistero dell'avvenire.

Piano piano emerse su, si avanz cauta, come se ancora la moglie del contadino giacesse l malata e la spiasse. Apparteneva ancora alla prima moglie quel letto, e cos pure la cassa ch'ella sfior con la mano curvandosi a esaminarne la serratura senza la minima idea di tentare di aprirla. Le piaceva solo esaminarne i hori, gli uccelli, i pesci, il cuore e la luna incisi sul legno scuro lucidato dal tempo; e vi si accovacci davanti, sfiorando con un dito i contorni di un pomo nero; poi stette immobile, con le mani sul grembo, e pareva piegata a pregare come davanti a un sarcofago che contenesse i resti dei suoi antenati e di quelli del suo sposo. Infine si alz e sbadigli. Cominciava ad annoiarsi. S'arrampic al finestrino e vide i monti tutti nel sole, coi boschi verdi fra il grigio del granito; e gi l'orto de' suoi padroni battuto dal vento; ma tosto si ritrasse spaurita e si nascose.: Gavino, arrampicato su un albero, I'aveva veduta.

E dopo qualche momento il ragazzo batteva alla porta. Non c'era altra via di scampo che aprirgli. Gli apr, dunque, ed egli, dopo aver visitato ogni an



golo della casa, cercando il contadino, propose di aprire la cassa, poich una volta, vivendo l'antica padrona, l dentro aveva veduto delle mele cotogne.

 Posso andare a prendere delle chiavi in casa. 

Mikedda sedette sulla cassa per difenderla, sebbene fosse chiusa e le chiavi le avesse il contadino. Allora Gavino minacci di andare a riferire alla nonna ch'ella era l e non al podere.

 Ah, non mi uccidere! ~ una cosa grave. Hai piuttosto un fiammifero? Accenderemo il fuoco e faremo il caff. 

Il ragazzo aveva il fiammifero e Mikedda, mentre preparava il caff, cominci a far progetti per

I avvenire.

 Io e mio marito non saremo ricchi, ma andremo sempre d'accordo. Io dico che non mi bastoner, perch io star sempre in casa e far il mio dovere. Ma non staccare e riattaccare cos gli oggetti, Gavino; siedi qui e prendi il ca~. S, io dico che non mi bastoner. Le vicine di casa non faranno storie con me. Se tu per vorrai venire, a visitarmi, quando sarai studente e tornerai nelle vacanze, io sar contenta di darti il caff. Ma bada che io non ti chiamer dottor Gavino; ti chiamer ancora Gavino e ti dar del tu. Anche tu farai all'amore, se non vorrai farti prete! Non guardare per la serva, altrimenti quella si monta la testa e poi quando si accorge che i padroni devono stare coi padroni e i servi coi servi ne prova dispiacere. Mio marito torner il sabato sera e trover sempre la sua roba da cambiarsi; e la domenica mattina andremo assieme alla messa; e poi se ci sar qualche festa in campagna, ci andremo ancora, sul carro. Porteremo anche i bambini. 

 Quanti figli avrai ? Sette ? 

Sette od otto, fa lo stesso: basta che siano buoni e laboriosi come il padre. 

S; ma dove li metterai a dormire?

Dove li metter a dormire? A letto finch sono piccoli, o se saranno femmine; i maschi, quando diventeranno grandi, dormiranno sulla stuoia perch saranno contadini e pastori e non dottori come te. Del resto, se le annate saranno buone, venderemo il frumento o lo presteremo e ce lo faremo restituire doppio, e fabbricheremo un'altra camera per i figli. 

Qualcuno, poi, morr. 

Dio non voglia! Se li faccio li voglio tener vivi, che mi aiutino nella vecchiaia. Prenderanno buone mogli, benestanti: povere io non le voglio le mie nuore. N povere, n brutte, n gelose. 

Tu non avresti un biscotto, da mettere nel caff, adesso ? 

 Come vuoi che ci siano biscotti in casa di un vedovo ? 

 Dentro la cassa, forse, c' qualche cosa. Andiamo a vedere?

 No, ti dico, la cassa non si deve aprire. Sta l, non muoverti. Ah, che sento ? Mi pare il passo di

lui. 

 Ah, ecco perch eri nascosta qui ! Perch lo aspet

tavi. 

 Ti giuro no, ti giuro no!  ella grid, rimettendo in fretta il vassoio.  Egli torna d'improvviso. Scappa, tu, scappa. 

Corsero al portoncino, e mentre il ragazzo, sebbene non sapesse perch, scivolava lungo il muro e spariva, ella si fece da parte per lasciar passare il



contadino, turbata per l'improvviso ritorno e per l'aria preoccupata di lui. Egli entr senza badare a lei: fece passare nel cortile prima l'uno, poi l'altro de' suoi buoi gravi e neri; li leg ai piuoli del muro e dopo averli spinti uno verso l'altro si lasci cader seduto, un poco affranto, sulla pietra davanti alla porta della cucina. Mikedda chiuse il portoncino e gli si accovacci ai piedi per terra col suo atteggiamento da schiava.

 Malato siete? 

Egli teneva le mani rugose come artigli aperte sulle ginocchia; il suo viso dorato dalla barbetta rossiccia era indurito da un pensiero penoso; gli occhi, perduto il solito s,guardo vivace, erano vaghi e spenti come quelli di un uccello malato.

 Malato sono,  afferm,  e d'una malattia che fa morire. 

Allora Mikedda balz in ginocchio mettendogli sopra le mani le sue piccole mani btune. E lo guardava di sotto in su cos atterrita che egli volse le mani e strinse quelle di lei sorridendo con tutti i suoi denti bianchi: un sorriso che aveva per qualche cosa di ringhioso.

 Ascoltami, ragazza:  venuto da me un tale, oggi, verso mezzogiorno, mentre guardavo il frumento; un tale, fratello di uno col quale ho fatto il soldato. Ebbene, mi disse che questa notte scorsa, a mezzanotte in punto, suo fratello ha ricevuto l'ordine di presentarsi al Comando militare, ed  stato vestito da soldato e mandato lontano per la guerra che deve scoppiare fra giorni. Ebbene, ragazza, sar la mia volta, forse, questa notte. 

E questa la malattia? ella grid ridendo nervosamente, anche perch le sembrava ch'egli volesse un po' spaventarla per burla.  Io lo sapevo. Zio Saba me lo aveva detto. 

L'uomo la guard, serio, con le pupille scure; ed ella si lasci ricadere abbattuta sui calcagni.

 Si pu morire in guerra. 

Si pu morire. Ma questo  niente. Morire si deve, una volta o I'altra. Ma il malanno  che io ho da mietere e raccogliere il frumento. E i miei buoi a chi li lascio ? Tu sei ancora cos giovine, ed io non ho nessuno di cui fidarmi. Ti avessi almeno gi sposata. Adesso non faccio a tempo neppure a questo. Eppoi, mi disse quel tale, bisogna anche far testamento prima di partire. Tutto a te lascer, s'intende. 

 Io non voglio nulla. Voglio solo che torniate. o perch vi mandano alla guerra; non ci sono i soldati ? Non andateci: ecco tutto. Perch non vi nascondete ? 

 Tu sei idiota,  egli grid respingendola.

E lei rimase curva con gli occhi spauriti, fissi al portoncino chiuso, come se il nemico ignoto col quale il suo uomo doveva combattere fosse gi l, fuori, e tentasse di invadere la piola casa e portarsi via i buoi, il frumento, e ammazzare il padrone. Ma in fondo le rimaneva la lampada della vita: la speranza.

 Non tutti muoiono in guerra. Vi ricordate zio Saba? ~ tornato con una gamba di legno, ma  tornato. E svelto ancora! Va ancora a rubare le olive, nel podere della mia padrona, e si riconosce che  lui dalle orme. E voi siete pi svelto di zio Saba: vi salverete. Ne avete passate tante! 

Anche lui era certo di salvarsi: ne aveva passate tante nella sua rude vita di contadino, e si era sal



vato sempre dai nemici, dai ladri, dai banditi, dalle insolazioni, dalla malaria, dal fulmine e dalla tarantola. Perch non doveva salvarsi in guerra? Aveva anche una medaglia di Sant'Elena che preserva dalle fucilate: basta tenerla sempre dalla parte del cuore. Eppoi aveva il suo coraggio, la sua agilit.

Digrign i denti.

 Lo voglio masticare come carne di cane il nemico. Mi vuole e mi avr! 

Si alz, si accomod la cintura come dovesse partire nel momento, poi entr nella cucina e guard attorno ad ogni oggetto; sal infine la scaletta e fu nella camera di sopra.

E lei lo seguiva, incosciente, silenziosa e flessuosa come un gattino.

Dapprima egli non bad a lei: anche lass guardava ogni oggetto, come facendone l'inventario; e pensava con rimpianto alla moglie morta. Fosse vissuta ancora lei; egli sarebbe partito pi sicuro della sua roba, con pi leggerezza e coraggio. Di Mikedda si fidava fino a un certo punto; era cos giovine e ingenua. L'avesse almeno gi sposata; una moglie d sempre attenzione alla roba del marito e della famiglia. Cos, invece, lei poteva anche mettersi a far I'amore con un altro, tirarselo in casa, sciupare la roba.

La guard. Ella s'era seduta sulla cassa e pareva ne volesse gi fare la guardia, pronta a tutto pur di difendere la roba di lui: ed egli si sent un po' rassicurato.

Sospir; trasse la chiave della cassa, la guard, sospir ancora: aveva giurato di non consegnarla mai a nessuno se non si sposava una seconda volta. E Mikedda lo sapeva; e arross di gioia e di pena quando egli d'improvviso le gett in grembo la chiave.

In quel momento intese ch'egli doveva partire davvero e forse mai pi tornare; si alz, dunque, e le parve di salutarlo per l'ultima volta.

 Vi giuro che nulla mancher di casa vostra: come lasciate troverete. 

Allora egli l'afferr e cominci a baciarla, con gli occhi che gli brillavano un po' cattivi, un pc.' dolci.

Cosa devi far mancare se tutto  tuo? Che io torni o non torni, tutto  tuo, tortora. 

 ~ nostro,  nostro... ~ ripeteva lei a occhi chiusi, ubriacata dai baci di lui. E gli si abbandonava senza resistenza, perch pensava che egli, consegnandole la chiave della cassa della prima moglie, l'aveva gi sposata.

Cos egli la port sul letto. Dopo ridiscesero nel cortile; sedettero di nuovo, lui sulla pietra, con le mani sulle ginocchia, lei accovacciata per terra.

 Cos avrai un figlio,  disse lui con accento malizioso.  Cos se io non torno, la popolazione non diminuisce; e tu baderai alla mia roba per lui. Oh, che fai adesso, donna? 

Mikedda piangeva, d'un tratto fatta donna davvero; ma egli le strapp il grembiale dagli occhi, poi le diede un forte colpo alle spalle; ed ella trasal e si raddrizz.

Allora egli le mise una mano sulla testa e cominci a darle istruzioni precise sul come far mietere e raccogliere il frumento, e a chi consegnare i buoi e come pagare le imposte.

Ella ascoltava con attenzione religiosa, ma in pari tempo tendeva l'orecchio, se gi si sentiva di lontano il passo del carabiniere che doveva portare l'ordine del Comando militare e travolgere nel mistero



spaventoso della guerra l'uomo che oramai era sangue del suo sangue.

Ma tutto taceva nel lucido tramonto. Anche il vento era cessato e come uno stupore trepido, un silenzio di attesa era nell'aria. La luce azZurra, soffusa del chiarore obliquo del tramonto, pioveva gi dagli alti muri del cortiletto dando ai grandi buoi immobili un rit~esso di bronzo. E anche l'uomo taceva; ma aveva gi il viso e gli occhi schiariti, e aspettava con calma l'ordine del Comando militare come un ordine stesso del destino.

Xlll

D'improvviso fu bussato forte al portoncino. Mikedda guard con terrore, poi tese la mano tentando istintivamente di fermar l'uomo che s'era subito alzato e andava ad aprire.

Apparve Annarosa, stravolta, con gli occhi spauriti, facendo dei cenni concitati perch la serva si alzasse e la seguisse: Mikedda per si considerava oramai fuori d'ogni servizio: le pareva che un largo spazio di tempo, con molte vicende buone e cattive, fosse trascorso dopo che la padrona piccola l'aveva costretta a nascondersi l dentro: e stentava quindi ad alzarsi, come uno che sta bene al suo posto e non intende d'abbandonarlo.

Ma il contadino le ordin di andare.

 Muoviti dunque ! C' bisogno di te. 

Era lui il padrone, adesso; ed ella obbed. Si alz, appoggiando la mano alla pietra ancora calda di lui, e quando fu in piedi si scosse le vesti e fece alcuni passi lungo il muro guardando Annarosa come non l'aveva mai guardata, con occhi arditi, quasi con superiorit. Quando per furono nella strada, la padrona cominci a spingerla davanti a s, verso il portone.

 Presto, presto. La nonna sta male. Gavino le ha detto che tu non sei andata al podere. 

La spinse dentro il portone e lei rientr per la porta, e arriv nella stanza da pranzo che gi Mikedda, dopo aver attraversato di volo il cortile s'era inginocchiata davanti alla nonna e le accarezzava la mano raccontandole con voce ansante d'essere stata laggi, di aver veduto il padrone Juanniccu e il padroncino Agostino, e che tutti e due stavano bene, seduti al fresco sotto il noce in riva al torrente.

Ma la padrona aveva uno strano aspetto, con la bocca storta che pareva sorridesse amaramente; e guardava fisso nelle pupille la serva, senza parlare, con uno sguardo che penetrava fino all'anima e vi leggeva la verit.

Allora Mikedda si sollev; vide Annarosa che andava su e gi smarrita per la stanza e le si mise dietro mormorando:

 Io vado all'oliveto; voglio obbedire alla mia vecchia padrona. 

E prima ancora che Annarosa potesse impedirglielo, era gi in fondo alla strada.

Ma Annarosa non pensava a trattenerla, e non sapeva fermarsi neppure lei, portata su e gi dalla sua angosciosa incertezza.

L'ora in cui Stefano usava venire era passata da molto. Egli non tornava; non sarebbe tornato mai pi, s'ella non lo richiamava. E lei sapeva che il male della nonna era questo: camminava, camminava, come per calpestare gli avanzi della sua piet, del suo



amore per la famiglia; per provare a s stessa ch'era libera di muoversi, di dominare il suo terrore. Ma quando tornava verso il camino e vedeva la nonna piegata su s stessa, la canna per terra, e la matrigna col viso invecchiato e indurito dal dolore, si sentiva oscillare, urtata dall'impressione di aver tutto rotto davvero, intorno a s, della sua casa, e di camminare sulle rovine.

D'un tratto fece il giro della stanza e and ad abbattersi accanto al focolare come l'uccellino che dopo aver tentato il primo giro di volo ricade stordito nel nido.

Dall'altro lato la matrigna tentava invano di far prendere qualche cucchiaino di latte alla nonna: questa non diceva di no, non si muoveva pi, ma lasciava che il latte le colasse gi dalla bocca lungo il mento fino al petto. La nuora l'asciug col suo grembiale, poi si lasci anche lei cader seduta sulla pietra del focolare, con la scodella in grembo, sospirando. Era stanca, era vinta anche lei.

E stettero l, le due donne giovani, stroncate dal loro dolore, ai piedi del vecchio tronco, come due rami divelti.

E quel tramonto che non finiva mai, che scendeva sulla loro casa come una notte polare, col sole basso che non doveva mai sparire e mai risalire sull'orizzQnte, e la cui luce rosea, d'un roseo freddo, fermo, desolato, era pi tetra d'ogni tenebra ! Venisse la notte, e dopo la notte un altro giorno, e la fine delI'attesa e l'oblo !

Invece si aspetta ancora, pure sapendo che tutto  finito. Lo stesso gattino, immobile sullo spigolo della tavola, fissa i vetri riflettendo negli occhi verdi quel chiarore triste di orizzonte marino. Nessuno arriva. Una solitudine d'isola deserta  intorno alla casa. Solo pi tardi il contadino domand di vedere la vecchia padrona; e invano tent anche lui di farla parlare; pareva diventata sorda e muta, con i soli occhi ancor vivi nel viso cadaverico. Egli disse quasi severamente alle due donne:

 Perch non la mettono a letto? 

Allora, aiutate da lui, la sollevarono e la portarono nella camera: ella non faceva pi resistenza, con le mani penzoloni e i piedi che strascicavano sul pavimento; ma quest'abbandono accresceva il segreto terrore delle donne. La fecero sedere e Annarosa le tolse le scarpe e le calze, le tocc i piedi, bianchi, freddi e pesanti come di marmo. Le sfilarono il corpetto, la sollevarono ancora per far cadere la sottana; e nella sottoveste bianca corta, con la sua trecciolina d'argento intorno alla nuca, apparve piccola e docile come una bambina: ma era tutta pesante, fredda e pesante come di marmo, e le due donne giovani la sentivano gravare su di loro, gi morta eppure ancora viva come non lo era mai stata.

Il contadino preg Annarosa che si degnasse di uscire un momento nel cortile e di ascoltarlo.

 Padroncina, se me lo permette le dico una cosa: perch non manda a chiamare il medico? Se lei non si offende aggiungo un'altra cosa: mi pare che la padrona Agostina stia male. 

 E tranquilla. 

 Troppo tranquilla. Non parla, lei che parlava sempre! Se mi permette le dir anche: poich non ci sono gli altri uomini in casa perch non manda a chiamare il suo fidanzato?

 Vedr,  ella disse freddamente; e dopo averlo fatto uscire corse nell'orto. Aveva paura di rientrare



in casa, aveva paura di chiamare il dottore: che poteva fare il dottore? E si ostinava a dire a s stessa che il male della nonna era passeggiero: un po' di riposo e tutto passava. Ricordava la prima volta che la nonna era stata colpita dal male; una mattina d'inverno, anni avanti, stava seduta cos, anche allora, davanti al fuoco, e dava ordini alla serva: d'improvviso aveva stralunato gli occhi pur continuando a parlare ma con sillabe incerte come fanno gli ubriachi; poi aveva tentato di rialzarsi ed era ricaduta, e per due giorni non si era mossa n aveva pi pronunziato parola.

Anche questa volta accadr cos. Ma quel freddo e quella pesantezza dei piedi le davano ancora un'impressione di morte. E sentiva bene che era corsa nell'orto per consigliarsi meglio con s stessa e con le cose intorno.

E tutte le cose intorno lucevano nel crepuscolo; anche le ombre avevano un riflesso d'argento, e il cielo gi di un glauco scuro, ad ovest vibrava ancora di bagliori dorati: gli occhi del giorno s'aprivano ancora nel sogno della sera.

Un'aureola d'argento circondava la casa nera: una stella brillava tra il fumo azzurrognolo del comignolo e pareva una scintilla uscita dal camino.

"~ I'anima della nonna che se ne va. Ella non si potr mai pi sedere accanto al fuoco, non potr pi prendere la sua canna," pens Annarosa, e risal singhiozzando come se la nonna fosse gi morta.

Vide la matrigna ferma fra il letto e la parete, cos immobile che sembrava un'ombra sul muro, con la testa avvolta dal- fazzoletto che usava per uscire: l'espressione del suo viso s'era fatta ancor pi dura e severa: rassomigliava stranamente alla nonna, della quale pareva avesse gi preso il posto.

"Ella aspetta che le dica di andar a richiamare Stefano," pens Annarosa.

Sedette accanto al letto e pieg il viso sulla mano che la nonna aveva mess fuori della coperta. Ricordava i giorni quando tornava da confessarsi e baciava quella mano per chiedere perdono dei suoi peccati e promettere una nuova vita d'elevazione: e un senso d'ebbrezza le veniva da quel bacio pi che dalla comunione stessa con Dio.

Anche adesso la baciava ]~er chiedere perdono e promettere una vita nuova: ma non poteva, non poteva dare alla matrigna l'ordine che questa aspettava.

E la nonna non si placava. Respinse il viso di Annarosa e ritir la mano sotto la coperta.

E il tempo passava e nessuno veniva. Solo Gavino era rientrato e guardava dall'uscio senza osare d'avanzarsi. La madre gli and incontro, lo prese per mano e lo condusse nelle camere di sopra: poi torn al suo posto.

D'un tratto la nonna parve rianimarsi: apr gli occhi e mosse la testa come ascoltando un rumore lontano. Annarosa non s'ingannava pi sulla sensibilit della nonna: qualche cosa doveva succedere. S'alz, quindi, inquieta, e and nell'altra stanza. Era gi notte: una notte di luna, tiepida, lucida. Attraverso la porta aperta della cucina si vedeva il lastrico umido del cortile risplendere come vi fosse piovuto dell'argento: e nel silenzio si udiva risuonare ancora il martellare del fabbro: colpi caldi, vibranti, che si



spegnevano nell'aria lunare come brage buttate nell'acqua.

Annarosa aveva ripreso a vagare inquieta di qua e di l nella stanza, di nuovo riafferrata da un senso d'attesa penosa. Sentiva anche lei che qualcuno veniva: chi ? Stefano ? Agostino ? Mikedda ? la vita o la morte?

Dopo qualche momento un altro rumore si confuse con quello del fabbro, s'avvicin, si fece distinto: era il passo del cavallo di Agostino.

E Annarosa si slanci nel cortile, spalanc il portone. S,  il cavallo di Agostino, con la faccia bianca di luna, che s'avanza rapido dal fondo solitario della strada: ma a cavalcioni sul suo dorso nudo si erge un'esile figurina grigia, con le treccie sciolte, coi piedi scalzi: un'apparizione quale a volte si vede in qualche fantasmagoria di nuvole.

 Mikedda ! Che c' ? 

La serva si lasci scivolar gi sul fianco ansante del cavallo.

Anche il contadino era corso fuori dal suo cortiletto e aspettava ansioso che Mikedda parlasse.

 Nulla c'!  ella disse con voce accorata.  C' il fuoco nell'oliveto. Brucia la casa, bruciano gli olivi intorno: anzi la casa  gi bruciata. Il padroncino Agostino e altri uomini accorsi tagliano le piante per fare uno spazio libero intorno all'incendio perch questo non si estenda. Corri anche tu, Taneddu mio; cerca altri uomini e corri laggi per aiutare a spegnere il fuoco. 

 Tu sogni o dici la verit?  esclam l'uomo, mentre Annarosa s'appoggiava tremando al muro senza poter parlare.

Allora Mikedda si riattorse con ira i capelli, volgendosi verso il contadino.

 Corri, ti dico. Che fai, l ? Si tratta d'aiutare i padroni. 

L'uomo esit un istante: poi and verso il Gavallo che s'era messo al posto ove lo legava il padrone quando intendeva di ripartire presto, vi mont rapido, e uscito nella strada batt col piede alla porta del fabbro per avvertirlo che anche il suo oliveto era

minacciato.

 Datemi una scure,  grid.

In breve tutta la strada fu in subbuglio. Mikedda per aveva gi chiuso il portone, avvicinandosi ad Annarosa che pareva inchiodata l accanto al muro.

Ha capito? le disse abbassando la voce. La casetta  bruciata, e il fuoco  partito di l. Gli olivi vecchi del lascito a Santa Croce sono stati i primi a bruciare, e il fuoco va su e gi come quello dell'inferno. Ma non  questo il pi... ~ che il padrone Juanniccu  tutto ustionato... tutto... tutto...  come un tronco bruciato anche lui. 

Annarosa si cacci il pugno in bocca per non urlare: le pupille ingrandite pareva volessero sgusciarle dagli occhi, luminose alla luna come due perle nere. Poi d'un tratto tutto il suo viso si contrasse: s'appoggi pi forte al muro perch le pareva di dover cadere.

E morto? domand.

No, ma  in pericolo. Prima di arrivar qui, io sono passata dal dottore, che  corso gi subito per medicarlo. La questione  che il padrone Juanniccu era chiuso l dentro. Ha capito? Era chiuso l dentro,  ripet, toccandole il braccio; e ad Annarosa par



ve di sentirle addosso l'odore degli olivi bruciati e del corpo abbrustolito dello zio.

Si guardarono, viso contro viso, come due complici dopo il delitto.

 Ho capito,  disse Annarosa;  l'aveva chiuso Agostino. 

 L'aveva chiuso lui, e gli aveva lasciato del vino: e c'era dentro tutta la catasta della legna fatta in questi ultimi giorni, e il frascame. L'incendio  uscito dalla casetta ed ha preso subito gli alberi fuori: c'era un gran vento che lo spingeva. E stato verso le cinque... quando la vehia padrona si  sentita male... Se mi si lasciava obbedire alla mia padrona forse tutto questo non succedeva. No, perch io correvo a vedere nella casetta e aprivo: perch so dov' la chiave. 

 Ma Agostino, dov'era ? 

 Pare fosse andato a contrattare per un cane, gi in un luogo lontano. Io non so dire bene come sia stato. Ho una grande confusione in mente; mi pare d'essere ancora in mezzo al fumo. Quando sono arrivata allo svolto dello stradone ho cominciato a veder il fumo ed ho avuto come un colpo al cuore; ho indovinato tutto, ma ho continuato a camminare e correre-come in sogno, senza vedere altro che quel fumo che m'accecava. Ecco arrivo e dall'alto del cancello vedo come un focolare; la casetta e gli alberi intorno tutti di fuoco, e, sopra, una nuvola nera, che oscurava anche il sole. I contadini gridavano, aCcorrendo da tutte le parti: i cavalli e i cani, invece, fuggivano. Il padroncino Agostino m'apparv~e, tutto nero, grondante sudore, con in mano la scure per tagliare le piante. Aveva gli occhi come un pazzo. Aveva mandato un ragazzo a prendere il cavallo e correre qui per dare la notizia; non appena mi vide grid: "Va tu, subito, ad avvertire in casa, che venga gi un dottore con qualche unguento per medicare zio Juanniccu". E il ragazzo lo mise a tagliare le piante. Ma io non ho voluto ripartire prima di vedere il padrone Juanniccu. E nella capanna di zio Saba, il quale non voleva lasciarmi entrare: io mi inginocchiai piangendo, e vidi il mio povero padrone steso sulle foglie; ha il viso bendato e non parla, non si lamenta: zio Saba l'ha unto con olio e avvolto con foglie fresche e con stracci. Non ha pi capelli n barba e alle sue vesti bruciate sono appiccicati brani di pelle. No, no, non voglio pi parlarne, non voglio pi ricordarlo...  ella gemette nascondendosi il viso coi capelli.  "Adesso  cotto davvero," mi disse zio Saba, spingendomi fuori; poi mi disse: "Senza di me egli moriva nel fuoco come una farfalla notturna. Il guaio  che era chiuso dentro, ancora stordito dalle bastonate di Agostineddu vostro. E Agostineddu vostro per medicina gli aveva portato il vino, e ne aveva dato anche a me, ed io m'ero addormentato in fondo al mio oliveto. Mi svegli il fuoco; mi trovai in mezzo a una nuvola e subito dissi a me stesso: quel diavolo di Juanniccu, ubriaco e idiota com', ha attaccato fuoco alla casa. E sono accorso e ho gridato; ma ho una gamba sola, e il fuoco camminava pi svelto di me. Eppure son riuscito a buttar gi la porta, perch il fuoco, meno male, usciva dall'altra parte, spinto dal vento, e non so come ho tirato fuori il tuo padrone gi mezzo abbrustolito; l'ho tirato fuori come un pane dal forno, cos Dio mi assista nell'ora della morte. E ora," mi disse poi zio Saba, "le tu~ padrone diranno magari che sono stato io a incendiar l'oliveto!" 



Tacque, spaventata dall'ansare di Annarosa che si era rivolta col braccio sul muro e vi scuoteva sopra disperatamente la testa.

 Ebbene, che vuol fare?  riprese poi, accarezzandole timidamente una mano.  Sono cose del mondo. Piuttosto bisogna pensare a non far sapere nulla alla vecchia padrona, che, del resto, deve aver indovinato tutto. I vecchi e i paralitici vedono come i santi. Ma bisogna cercare d'ingannarla. Su, su, si faccia coraggio. Vede, la padrona Nina ha chiuso l'uscio della camera, e non viene fuori, sebbene abbia sentito rumore; non viene fuori per non allarmare la vecchia padrona. Vada dentro lei, adesso, e mi mandi fuori la padrona Nina per combinare il da farsi. Io torner gi subito al podere per prendere notizie. 

Allora Annarosa rientr: s'inginocchi presso il letto, nascose il viso sulla coltre. Le pareva d'essere avvolta da una nube di fumo, ma attraverso questa tenebra ved eva, nel chiarore sinistro dell'incendio, il corpo nudo bruciato dello zio.

 Nonna,  mormor come in sogno,  perdonatemi. Ho pensato bene. Stefano torner. Lo mander a chiamare... 

Quando si sollev vide che la matrigna non era pi nella camera.

Ma il viso della nonna restava implacabile, pallido nel cerchio della cuffia nera, con un filo di luce fra palpebra e palpebra.

 Nonna, nonna,  riprese Annarosa, con una specie di cantilena con la quale cercava di assopirla e in pari tempo di assopire il suo dolore,   un cattivo sogno quello che fate. Ma domani tutto sar passato. C' una bella luna, fuori, e mi par di sentire il passo del cavallo di Agostino. Sale, sale nello stradone bianco, e riconduce a casa il povero zio Juanniccu. Non  cattivo, il povero zio Juanniccu, solo ha il difetto di dire la verit, come nessuno pi osa dirla; e anche Cristo fu ucciso per aver detto la verit. Oh, nonna; ma domani tutto sar al solito. S, sento davvero il passo del cavallo di Agostino, e mi pare d'essere ancora bambina, quando nei giorni caldi di estate mi mandavate coi fratellini a passare qualche tempo lass al Monte. E voi restavate a badare alla casa, ma noi lass si stava buoni solo a veder di lontano il paese e la nostra casa dalla quale ci pareva che a voi bastasse di sollevare gli occhi per sorvegliarci. E venivate a trovarci, per un giorno solo; ma che giorno era quello! Protesa su una roccia sopra il sentiero sentivo da lontano il passo della vostra cavalla bianca, madre del cavallo di Agostino; e se chiudevo gli occhi vi vedevo salire attraverso il bosco, seduta a cavalcioni sulla sella di velluto, fra due bisaccie colme di cose buone. Oh, nonna, come vi ringrazio di quei giorni di gioia che non torneranno mai pi. Neppure il giorno delle mie nozze sar un giorno di simile gioia. Ricordate, nonna? Si veniva incontro a voi fino alla To~nba del gigaitte, quella roccia obliqua che pare davvero una tomba gigantesca; la vedo ancora: ha la forma di una lunga cassa di pietra, con gli angoli smussati dalla lima del vento. E coperta di un drappo di musco: i tralci d'edera fanno da corone. E posa su altre piccole roccie che sembrano omeri di giganti che la trasportino in cima alla montagna, fermi l a riposarsi un momento prima di



riprendere la strada; un momento che dura da secoli. Mi ascoltate, nonna ? 

La nonna aveva un po' aperto gli occhi e la guardava come in sogno. Ed era tutta la notte di mag~io, bianca e luminosa di luna, e di dolore e d'amore, che raggiava nel pallido viso proteso su di lei.

 Ricordate, nonna ? Gli uccelli saltellavano sul musco della Ton~ba del gigante, e noi li imitavamo. Ed ecco, dunque, chi si vede arrivare, allo svolto del sentiero, ferma in sella come una torre sul Monte? Che gridi, nonna, io, Agostino e Gavino in braccio del servo Taneddu. E dietro di voi veniva il babbo nostro, smilzo e lungo sul suo cavallo nero come un cavaliere errante. Ma era incontro a voi che correvamo, nonna; e il servo vi porgeva il bambino che voi mettevate sull'arcioni, mentre io da una parte e Agostino dall'altra ci ag~rappavamo all'orlo della bisaccia per vedcre cosa c'era dentro. E al ritorno vi accompagnavamo fin laggi, e il vostro sparire era come il tramonto del sole. L'ultima volta  stato nove anni fa; ricordo sempre quel tramonto rosso, nel bosco che pareva di corallo, sotto il cielo glauco, come in fondo al mare. Poi l'ombra. Il babbo  morto quell'inverno. Lo ricordate, quell'inverno~ nonna? Anche io lo ricordo, e come! Neve, neve, vento, diluvio universale. Il nostro tetto sgocciolava pioggia da ogni tegola: l'acqua passava i muri, scendeva fin qui; il pozzo traboccava; una sorgente era sgorgata nell'orto e faceva torrente. E che vento, di notte! Mi ricordo, una notte, ci si alz tutti; la casa traballava come per il terremoto: e tutti ci si mise intorno a voi che stendevate le ali della sottana per coprire Gavino piccolo e Agostino grandetto: e anche io e la mamma e la serva intorno a voi, accovacciate: intorno a voi, tutti, come i pulcini intorno alla chioccia. Fu la notte che torn il babbo. Tornava da un viaggio di affari. Il temporale l'aveva colto per via. Era malato. Giorni dopo era morto. Lo tenevate voi fra le braccia come Cristo fra le braccia di Maria. La matrigna piangeva: non sapeva fare altro che piangere. Era tanto giovine ancora, sempre alla vostra obbedienza. La nostra mamma siete stata voi, mamma anche di lei. Come abbiamo pensato a disobbedirvi? Ecco vi rivedo, dopo la morte del babbo, a rimontare a cavallo e scendere al podere, e tornare alla sera, tra il vento, col cappotto del babbo, con le bisaccie delle olive. A volte, nella penombra della strada, s'io aprivo il portone per aspettarvi, mi pareva fosse proprio il babbo a tornare. Come si sogna a quindici anni! E come si soffre, di speranza, di umiliazione! Avevamo dei debiti: con la morte del babbo ne vennero su degli altri, che ignoravamo, come mali nascosti. E voi, con lo scialle chiuso sul viso, ad andare a cercare denari: sempre verso sera. E io lo sapevo, e vi aspettavo che tappe terribili, su quel portone. Ah, nonna, tutto, fuorch l'umiliazione, avete ragione voi: tutto, fuorch l'umiliazione. Io sar ricca e se una sera qualche vecchia o qualche signora decaduta verr a chiedermi un prestito non lo negher, certo. A voi, spesso, negavano . i denari, nonna ! Io odio ancora tutti quelli che vi hanno negato soccorso.

 Ma poi giunsero tempi migliori. I debiti pagati. Agostino diventato grande. Ecco, per, voi siete caduta, un giorno, quando finalmente potevate scendere al podere solo per divago, o uscire alla sera per andare alla novena, non per chiedere denari in prestito. Caduta! Come il ramo dell'albero. Ma no, non siete caduta, nonna: siete ancora il tronco, voi, e noi



ancora tutti intorno a voi, nonna, come in quella notte di tempesta, tutti dritti, per, dritti a guardarci in faccia e pronti a sojtenere con le braccia il tetto della casa perch non cada.

 Nonna, parlate,  disse infine, baciandole di nuovo la mano,  ditemi che mi avete perdonato. 

Ma la nonna continuava a tacere, sebbene il suo viso si ricomponesse alquanto e gli occhi placati si chiudessero.

~'E se Stefano non volesse tornare?" pens Annarosa.

a E andata lei, la mamma,  disse sottovoce, come parlando a s stessa;   andata lei, a chiamarlo. A quest'ora  gi arrivata. E davanti al portone di zio Predu. La vedo. Il portone  chiuso; una frangia di ombra tremola sul muro del cortile, sotto il fico nero spruzzato di luna. La serva apre, adesso, ecco, ma la mamma non vuole entrare... La soglia le sembra una montagna... una cima aspra da guadagnare. Ma Stefano ha gi sentito battere al portone e ha indovinato. Ecco, lo vedo uscire; la mamma gli dice solo poche parole: gli dice: "Annarosa desidera vederti'. Ed egli non ascolta neppure che gi si  avviato. La sola presenza di lei gli ha detto tutto. Ecco, vengono. Nonna, vengono ! Stefano torna ! 

Le ultime parole le disse con esaltazione, come se davvero sentisse i passi di Stefano nella strada: e la nonna, hnalmente, agit la mano in segno di risposta.

Allora Annarosa si torn a piegare, stanca, sulla sponda del letto, affondando il viso sulla coltre, con le mani abbandonate una di qua una di l della sedia. Le pareva di esser riuscita a placare la nonna, di averla coperta con un velo d'illusione, e di poter andar fuori di casa per correre anche lei laggi.

Il sangue che le batteva alla nuca le pareva il galoppare di un cavallo che la trasportava al luogo del disastro. I capelli le volavano sciolti come quelli di Mikedda. Tutto l'orizzonte ardeva di nuvole di fumo rosso, e il chiarore della luna impallidiva come al sorgere dell'aurora. Sulle chine ove ancora bruciavano gli alberi il fuoco pareva sgorgare dalla terra stessa, quasi si fosse aperto un cratere, mentre sul fianco gi incendiato della valle sanguinavano i solchi ancora coperti di brage, comc ferite su un fianco umano squarciato a morte.

E zio Juanniccu era l nella capanna davanti alla quale, al chiarore dell'incendio, zio Saba vigilava come la figura stessa, deforme e sorda, del dolore.

E le pareva che il vecchio le impedisse di entrare nella capanna, per non lasciarle vedere lo zio; ma era lei stessa che aveva paura di vederlo. Eppure egli era l, davanti ai suoi occhi chiusi, come la serva lo aveva descritto, col viso bendato, il corpo ricoperto di foglie, appassite come su un ramo bruciato dal sole: e intorno'a lui il paesaggio di fuoco, l'orizzonte incoronato di nuvole di fumo, il viso della luna che appariva e spariva fra quei vapori apocalittici come quello di un naufrago in un mare agitato.

E non sapeva perch, ella ricordava il rombo grave dell'organo in chiesa, nei giorni della passione di Ges.

Il passo lieve della matrigna la richiam dalla triste allucinazione. Guard. La matrigna era al suo posto, fra il letto e la parete, come non si fosse mai mossa. Solo si allargava il fazzoletto sul mento e fa



ceva un lieve cenno con la testa per significare che tutto era andato bene.

Infatti pochi momenti dopo arriv Stefano. Entr come al solito, col suo passo calmo, il viso pallido e quieto, come quando arrivava per le sue visite di fidanzato.

Diede un rapido sguardo ad Annarosa che s'era alzata e s'appoggiava al letto con l'aria stordita di chi si sveglia da un sonno pesante, poi si chin sulla nonna e le pos la mano sulla fronte.

 Ebbene, come va? Che c' stato? Ci siamo inquietati per niente; ma adesso bisogna calmarsi. 

La nonna scuoteva la testa, per liberarsi dalla mano di lui; ma egli insisteva, facendole dei cenni di intesa col capo, e la fissava negli occhi con uno sguardo profondo come volesse suggestionarla e imporle di credere nuovamente in lui.

E a poco a poco ella si calm: volse un po' il viso sul guanciale, chiuse gli occhi, non si agit pi.

 Il medico verr a momenti; sono passato io stesso per chiamarlo,  disse Stefano, sedendosi accanto al letto. E prese la mano di Annarosa, che rabbrivid tutta.

In attesa del dottore e di notizie di laggi~ stettero intorno al letto della nonna, parlando sottovoce. La matrigna aveva portato il lume in un angolo, dietro un vaso la cui ombra copriva tutta la camera; ma la luna alta batteva sui vetri e il suo chiarore irradiava l'ombra.

Nei momenti di silenzio si sentiva un usignuolo nell'orto: ed e!a tutta la frescura della notte sulla valle, I'ondulare degli olivi alla luna e il battere del ruscello al tronco del noce; e un pianto e un riso

