Le tentazioni
di Grazia Deledda



INDICE
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I Marvu
Un piccolo uomo
L'assassino degli alberi
Zia Jacobba
Donna Jusepa
Le tentazioni
Nel regno della pietra



"I MARVU"

In un angolo della tavola da pranzo, che riflettendo la luce gialla del lume risplendeva come una lastra di rame, Diego e Maria giocavano appassionatamente a carte. Essi conoscevano a perfezione ogni partita, dalla scopa al tresette, dalla briscola al lanzichenecco e all'(asino), e sempre giocavano, sino ad esaurirsi. Fuori imperversava il vento e gelava, tanto che il fuoco del camino e del braciere non bastavano a riscaldare il freddo ambiente della vasta stanza bianca, scarsamente arredata; ma i due giovanissimi giocatori non si accorgevano di nulla, non provavano freddo, non sentivano il vasto soffio del vento che scuoteva le inferriate e passava con un possente frusco come di mille giganti in corsa: e non pigliavano parte alla conversazione o meglio alle conversazioni. Giacch la numerosa famiglia era divisa per la vasta stanza in altri tre gruppi distinti.
Intorno al pedale di legno dell'antico braciere, sul cui rosso fuoco la cenere stendeva un sottile merletto bianco, stavan Margherita, la maggior figlia, e Giovanni Faira, suo marito. Entrambi biondi, egli piccolo, pallido, con occhietti azzurri socchiusi; ella altissima ed elegantissima nel modesto vestito di indiana pelosa a quadrati rossi e violacei; venivano chiamati da tutti, anche in famiglia, i "(signori l-i)" per la loro diversa statura. C'era poi donna Martina, e, un po' lungi dal braciere, Filippa, la secondogenita e Nino Faira, fratello del signor Giovanni, che faceva segretamente e da lontano la corte a Maria, terza figlia di donna Martina Marvu. Nino, studente in primo anno di leggi, che passava in paese le vacanze natalizie, veniva ogni sera dai Marvu a scorrervi alcune dolci ore di segreta estasi, in contemplazione del graziosissimo volto di Maria, e portava sempre fasci di libri, opuscoli e giornali illustrati. Il suo amore era cos profondo e segreto e la sua corte tanto sottile e misteriosa, che nessuno, neppur Maria, se ne accorgeva!
Ei portava i libri e i giornali appunto e appositamente per lei, segnati a lapis rosso, con certe freccie sanguinanti che parevano estratte da profonde ferite, nei punti, nei periodi e nei versi che meglio s'adattavano al suo stato d'animo; ma nessuno ci badava; e tanto meno Maria, che era l'ultima a leggere i libri e i periodici gi frustati e sciupati dalle altre sorelle e dal (piccolo gregge).
Il piccolo gregge (cos donna Martina lo chiamava nel suo rude linguaggio), consisteva in quattro ragazzetti indemoniati, Martino e Peppino, Grazietta e Chichita [1], i due primi, dagli otto ai dieci anni, ultimi figli di donna Martina, e le bambine degni rampolli del piccolo e cascante Giovanni Faira. Grazietta contava quattro anni, e Chichita due e mezzo.
Tutti e quattro, zii e nipotine, biondi e magri, chi con gli occhi grigi, chi con gli occhi neri, erano la disperazione della casa; stavano tutto il santo giorno a correre nel grande orto attiguo, gridando a squarciagola; arrampicandosi sui meli, sugli alti e snelli susini e persino sui pali del pergolato; incidendo nomi, date, geroglifici e parole insolenti sulle grandi e pallide foglie carnose dei fichi d'India, fabbricando case e giardini e castelli e stabilimenti interi, coi molini, i pozzi, ferrovie e i relativi ponti, fabbriche di terra... cruda, teatri, caserme, e persino prigioni di sassi e di rami, ove si rinchiudevano a vicenda.
Avevano a lor disposizione corni da caccia, trombe, carri di ferula, buoi e cavalli di canna, fucili e rivoltelle della stessa materia, casseruole e mestole, e infine un bagaglio innominabile, nascosto pei buchi del muro, sugli alberi, sotto terra, da per tutto.
Persino Chichita, alta due palmi, ancora balbuziente e con le gambette storte sempre ignude e rosse di freddo, perch le calzette invece della lor giusta missione compivano quella di copri-scarpe, pigliava parte a tutte le scorrerie della compagnia: se non poteva pi la mettevano a far il pranzo, tutto d'erbe cattive e di polvere, o la rinchiudevano in prigione, rea d'innominabili delitti. Pur di far una parte, ella restava contenta, e in attesa del dibattimento scavava un pozzo entro la prigione.
(Occhiverdi), la gatta fulva dagli occhi di vetriolo, altro importante personaggio della compagnia, faceva la sentinella. Gi, la poverina veniva costretta a tutti gli uffiz; a girar il molino, a tirare i carri, a far la guardia carceraria, a comparir sulle scene con lo strascico e la cuffia. Alle volte per, quando Chichita stava in prigione e i (grandi) sui muri e fra le siepi facevano la guerra e le battaglie di Roncisvalle o di Montaperti (Diego voleva esser classico allorch dirigeva egli gli eserciti), (Occhiverdi) scappava dal casotto, scuotendo le zampine bionde. Ed ecco che allora la prigioniera si liberava da s, e correva dietro la sentinella: un caso veramente strano.
Facevano cos il giro dell'orto, e cadevano fra i guerrieri di Carlo Magno e di Farinata, scompigliandoli e mandando a monte tutto il piano di guerra.
Grazietta, una spiritata, coi capelli sempre sugli occhi, che per i suoi quattro anni parlava gi discretamente male del prossimo, picchiava Chichita; Peppino e Martino, nella lor qualit di zii, bastonavano le monelle; Diego, caporione e capitano di tutta la volante squadriglia, pallido e miope coi suoi tredici anni prepotenti, metteva tutti in castigo. Schiaffi di qua, pedate di l, il finimondo, la battaglia vera, con grida, pianti ed altri guai, e sputi e insulti dell'altro mondo. Ci si mischiavano persino i grandi, e una volta Giovanni Faira era stato sul punto di andarsene con la moglie e le figlie, perch Peppino aveva fracassato il nasetto rosso di Grazietta con un pugno numero uno, chiamandola (ladra figlia di ladro!)
Una disperazione, infine. Andavano a mala pena a scuola, ma odiavano e mettevano in caricatura la povera vecchia maestra, e non studiavano n facevano nulla.
La mattina uscivano di camera lindi e puliti e coi ribelli capelli acconciati; la sera non si riconoscevano pi, con gli occhi e il naso pieni di terra, le manine graffiate e nere, i vestitini a brandelli. Filippa e Maria non bastavano a rattoppare.
Solo al cospetto di Giovanni, il cui sguardo felino li impauriva, stavano alquanto tranquilli, ma egli, costretto dal suo impiego, restava fuori quasi tutta la giornata. A Maria e Filippa non badavano; e Margherita e donna Martina li avevano troppo viziati e ancor troppo li viziavano, perch potessero incuter loro rispetto e obbedienza.
Esse d'altronde, sempre sopraffatte da faccende e da affari in quella gran casa di possidenti sardi, non avevano il tempo necessario per educare quei bimbi nervosi e prepotenti. Rinchiuderli in casa era come ucciderli, essendo essi come gli uccelli dell'orto selvatico, scesi dal nido appena messe le prime piume; eppoi avrebbero fracassato ogni cosa; e per mandarli in collegio, nelle citt lontane, non era ancora tempo. Questo era il progetto, ma non ancora ben fermo perch mancava l'assentimento degli interessati. Una volta, infatti, avendo Diego sentito qualche cosa come l'annunzio della sua prossima entrata nel seminario di Nuoro, scapp di casa.
Manc due giorni e una notte, e per ricercarlo si dovette chieder anche l'aiuto dei carabinieri e dei barracelli: dopo ansie e timori indicibili fu ritrovato, nascosto fra le macchie d'un lontano podere. Bisogn non pi parlargli di seminario, minacciando egli di far il bandito per davvero. Ora aveva tredici anni e studiava in privato presso il giovine maestro intelligente che aveva il diploma di professore; la sua infanzia turbolenta mischiavasi ancora al principio d'un'adolescenza maliziosa e fiera; e infatti, di giorno, quando non studiava, comandava il piccolo gregge nelle scorribande che, oltre la distruzione dell'orto, formavano il terrore degli umili vicini; di notte leggeva romanzi e giornali politici, giocava a carte e rubava i sigari di Giovanni, e parlava come un giovanotto, pi malizioso di Nino Faira.
Donna Martina non si dava tanto pensiero per le monellerie "fin di secolo" di Diego e dei piccini, perch ricordava che Margherita, Filippa e Maria, ai lor bei tempi eran state pi monelle e sbrigliate di essi.
Ed or Margherita era un'ottima sposa, signora e massaia perfetta, e le altre due, signorine serie, educate e rispettosissime. A parer suo! D'altronde, quel carattere indomito, caparbio e focoso la famiglia lo ereditava da lei, che aveva trascorso una esistenza quasi maschile. Allevata fra inimicizie e odi di partito e di famiglia, tra fucilate e processi e agguati, donna Martina, arido tipo di donna araba, alta, secca, di un pallore bronzino, naso aquilino e occhi neri grandissimi e fulminanti, maneggiava l'archibugio meglio della spola, cavalcava arditamente e faceva da s ogni sorta di affari, sbrigando liti e controversie, e infine navigando meravigliosamente in quel mare tempestoso ch' un grosso patrimonio nei villaggi sardi.
Gi, la buona anima di suo marito non era mai stato buono a nulla, ella diceva. Ed essa aveva comandato sempre in casa sua.
Era ignorante e superstiziosa, ma di coscienza raffinata e di retto giudizio, nonostante la sua fenomenale superbia, che ella riconosceva.
- Mi dicono superba, - diceva, - ebbene? Siamo in tempi che per vivere bisogna armarsi di sproni; altrimenti vi si cavalca come un mulo.
Filippa le rassomigliava assai, fisicamente e moralmente; anche ella altissima per i suoi sani e forti vent'anni; una figura addirittura bizantina, con certe forme sottili ma dure, con certi occhioni oscuri e ovali, i capelli attortigliati e il vestito di percalle giallo a stelle e a ruote. Era altera, superba e ambiziosa; cavalcava stupendamente anche su puledri quasi indomiti; diceva di non creder in Dio; e bench donna Martina la dicesse una signorina educatissima, imprecava con la miglior grazia del mondo; e beffarda e sprezzante parlava male di tutti. Per lei tutti erano pezzenti, e se una persona era magra e pallida, come del resto lo era anche lei, voleva dire che non aveva di che mangiare!
Filippa era lo spauracchio di tutti i (partiti) del paese. Ella aspettava, ma che cosa aspettava? Lo sapevano tutti: ella aspettava un alto ideale, un laureato ricco e nobile, un presidente di Corte d'Appello, un professore d'universit, o, in assoluta mancanza di questi egregi personaggi che non si lasciavano mai veder in paese, uno di quei proprietari sardi che hanno dieci (tancas) di fila, col fiume in mezzo; che hanno le tasche piene di fogli bancar, ma che per s stessi, nella loro personalit, sono... quel che sono...

(Apro una parentesi per dire che le tanche di maggior valore sono quelle provvedute di corsi d'acqua, ove il bestiame, essendo le tanche vasti pascoli chiusi, possa abbeverarsi. Una volta un ricco proprietario in berretta sarda sent parlare dei miliardar americani e dei milionar europei.
- Roscilde! - disse con disprezzo. - Chi  questo Roscilde che sento sempre nominare? Cos'ha questo Roscilde? Ha delle (tancas) col rio in mezzo?
- No, non ne ha.
- E allora cosa ?  un corno!).

Per questa sua ambizione Filippa viveva un po' in discordia con Margherita, alla quale non poteva perdonare le nozze plebee con un piccolo avvocato senza titoli, tranne quello di segretario comunale. Nino Faira aveva una pazza paura di Filippa, e, oltre che per naturale timidezza, non svelava apertamente il suo amore per Maria, sapendo la fanciulla imbevuta e suggestionata dalle grandiose idee della maggior sorella che la dominava completamente. Per una strana furberia istintiva egli cercava per di ammansare la fiera ragazza, comportandosi con essa come non osava con Maria: standole vicino, le rivolgeva esagerati complimenti, in modo che Filippa si credeva corteggiata; ma tanto disprezzo ne sentiva che non degnava neppure offendersene.
Ella, del resto, aveva abbastanza che fare per abbandonarsi a sciocchi sentimentalismi, teneva i registri, pagava i domestici, vendeva i prodotti e aiutava assai donna Martina negli affari pi importanti.
Ella cos sapeva che in casa Marvu entravano, fra una cosa o l'altra, dodici mila lire l'anno. Di parte sua ella avrebbe avuto dunque due mila lire di rendita: quindi poteva ben pretendere, ben aspettare.
Fra tanto cozzar di passioni grandi e piccole, Maria passava quasi inosservata, sebbene anch'ella avesse la sua discreta dose di superbia e di caparbiet. Ma era tanto piccola e cos poco s'immischiava negli affari, che la sua figurina sfumava accanto a quella della madre e delle sorelle. Aveva diciassette anni, piccola, bianca e pallida, con graziose lentiggini bionde sparse sulle guancie, gli occhi grandi e pensierosi e i capelli castanei, quasi d'un biondo cupo, tutti crespi, rialzati e infantilmente annodati con un nastro alla sommit della testa. Era Filippa che la pettinava, profittando di quei momenti d'intimit per sottometterla alle sue opinioni sul matrimonio.
Se Diego passava in quegl'istanti, mentre Filippa teneva in pugno i lunghi e crespi capelli della sorella, diceva che questa era una piccola puledra con la coda in testa. Ella fremeva di stizza, ma appunto come una piccola puledra si sottometteva agli insegnamenti di Filippa.

Il terzo gruppo dunque era composto dal (piccolo gregge), riunito attorno al gran camino, le cui ante naturalmente non mancavano di incisioni e graffiti, rappresentanti inscrizioni, figure diaboliche, mostri, caricature, date, addizioni e sottrazioni.
Da una parte sedevano le ragazzine, dall'altra Peppino e Martino, nel centro Badra, la fantesca, una bella ragazza rossa e lucente in volto come una mela appiola, con certi occhietti verdi e un nasino irregolare; forte e maleducata. Era la sola serva che passasse la notte dai Marvu: le altre due dormivano a casa loro. Nell'ora della veglia Badra restava coi padroncini nella stanza da pranzo, perch in cucina c'era sempre uno dei servi, e a donna Martina la coscienza non permetteva di lasciar una ragazza sola con un uomo giovine. Una sera avea provato di lasciar i bimbi a farle compagnia in cucina. Dio ci scampi e liberi! Peppino attacc fuoco ai piedi nudi di Sadurru, il servo che riposava e nonostante il chiasso dormiva steso su una stuoia di giunchi; e il giovinotto naturalmente si svegli con una brutta impressione, sacramentando e gridando. I piccini risero a pi non posso, saltando, inchinandosi ironicamente al servo, con le manine fra le gambe, mostrando la lingua e facendo smorfie; ma Sadurru li accus alla padrona, dicendo che dopo le fatiche giornaliere aveva pur diritto di riposare senza pericolo d'incendi n d'altri guai. Donna Martina allora diede due secchi scappellotti a Peppino, e fece batter ritirata al (piccolo gregge).
Cos fino alle nove i bimbi restavano accanto al camino della stanza da pranzo, mentre Badra filava e li teneva a bada, raccontando fiabe e storielle.
Quando Maria e Diego si stancavano di giocare venivano anch'essi fra i piccoli. Allora il circolo, al completo, recitava le (litanie agresti), cos il signor Giovanni, che talvolta era uomo di spirito, chiamava quel complesso di ragionamenti misti di maldicenze, sciocchezze, bisticci, parole senza senso, o inutili e cattive e poco decenti, che derivavano dalla conversazione di quella piccola gente allegra e senza pensieri ch'era il (piccolo gregge), con l'appendice di Diego, Maria e Badra.
Quella sera per i due instancabili giocatori non accennavano a muoversi dall'angolo della gran tavola da pranzo. Diego perdeva maledettamente stando Maria attentissima perch egli non barasse n giocasse d'astuzia e d'imbroglio come spesso usavano entrambi.
Scommessa non c'era: non scommettevano mai nulla; prima di tutto, perch non avevano denari (cio, s, qualche volta ne avevano, quando riuscivano a vender a insaputa di donna Martina e di Filippa, qualche litro di vino o d'olio, il cui ricavo intascavano senza scrupoli, spendendolo segretamente in leccornie), e poi perch la madre non lo permetteva.
- Il giuoco da carte con scommessa  il giuoco del diavolo,  peccato sette volte mortale. Io non voglio, - diceva, - che voi scommettiate neppure la punta d'un capello. Se vi piace, giocate per giocare, altrimenti getto le carte nel fuoco.
E non solo fece questo, ma diede a Diego un paio di scappellotti quando, per mezzo di occulte spie che s'indovina chi fossero, venne a sapere che i giocatori scommettevano in segreto frutti e dolci, castagne e oggetti di vestiario. In mancanza d'altro - rifer la spia - essi si giocavano a carte la gatta (Occhiverdi), i cespugli di fiori dell'orto, la facolt di dare un formidabil pugno a chi perdeva!
Bruciate le carte, donna Martina si lasci lungamente pregare e supplicare prima di permetter ai due giocatori di riprender, con formale promessa di nulla pi scommettere, il serale arrabbiato divertimento.
Ora essi giocavano cos, per la sola soddisfazione di vincere: quasi sempre per la finivano male, perch giocavano slealmente, barando e imbrogliandosi a vicenda, bench stessero con tanto d'occhi aperti.

Maria rideva silenziosamente, mostrando i suoi dentini graziosamente irregolari ma bianchi e lucenti: era la decima o undicesima partita che vinceva. Diego s'arrovellava, roteando lo sguardo dalle sue carte agli occhi e alle mani di Maria. Aveva un asso e non sapeva come farlo scivolare sulle sue poche e inutili carte vinte, perch ella, a sua volta, figgeva gli occhi sulle piccole nervose mani di lui. A un certo punto si trov disperatamente con l'asso e due sette in mano: finse di tentare un colpo estremo gettando il sette di picche, ma Maria sollev in alto una delle sue carte e la lasci cadere dicendo:
- Ora scoppi davvero!
La carta cadde rovescia! Diego la volse e imprec sotto voce. Era l'asso di picche!
- Il giuoco  fatto - disse Maria.
- Non ancora: aspetta, aspetta, mia bella -. Accost il lume, un'antica altissima lucerna di rame, con tre teste di chimera, dalle cui bocche spalancate usciva la fiammella che pareva una lingua di fuoco; s'accomod sulla sedia e allungando destramente il collo cerc di veder le carte di Maria. Ma ella le strinse al seno e rise.
- Sai cosa ho sognato, Maria, stanotte? Ah, non puoi saperlo mai e poi mai...
- Che cosa? - chiese, ella, senza troppa curiosit.
- Indovinalo, grillo, cio cicala, perch tu sei una cicala, quando non sei una puledra.
- E tu un asinello. Lascia l quelle carte, son mie!
- Oh, mi sembravan mie. Ho sognato ah, se tu sapessi che stranezza!
- Filippina, - diceva Nino coi gomiti sulle ginocchia e il volto sentimentalmente fra le mani, - stanotte sei pallida come un biancospino. Cos'hai, a che pensi?
- Fammi il piacere, chiamami Filippa - rispos'ella duramente. E rivolta a Diego grid: - Cosa dunque hai sognato, sornione?
- Fa il fatto tuo - egli rimbecc: e abbassando la voce disse a Maria: - Senti, mi pareva ch'eravamo tutti a Roma, sai, da zio Francesco Agrabacca... eravamo immischiati negli affari della Banca Romana...
(Si era appunto in quel famoso periodo di tempo, e oltre l'interesse che Diego provava leggendo avidamente i giornali politici, c'era questo, che i Marvu avevano a Roma, grosso impiegato in un ministero, uno zio, don Francesco Agrabacca, implicato in qualche modo negli scandali della Banca Romana...).
Perci Maria non si stup molto del sogno di Diego: disse solo freddamente un: - Niente meno! - che non le imped di vincere un'altra giocata.
- Aspetta, non ricordo bene, ma mi pare che tu fossi la moglie del deputato Colajanni...
Allora Maria dovette ridere, coi begli occhi splendenti, gridando con entusiasmo:
- Signor Iddio!
Filippa disse: - Bravo! - e Diego pot finalmente lasciar scivolare il suo asso e pigliar destramente un'altra inutile carta.
- Quante persone ho sognato! Quel deputato Colajanni!  il primo uomo d'Italia, sai, il primo! (Giovanni Faira, che intese quest'affermazione, disse fra s che lo zio di Roma la pensava altrimenti!). Mi pareva alto, grosso, colorito in viso, coi baffi biondi. Chiss se poi  cos! Vattelapesca! Poi eravamo alla Camera, con zio Francesco e donna Maria Antonietta Faira.
- Ma, - domand ironicamente Nino, sollevando la testa, - (eravamo) deputati anche noi? (Diego diceva gi di voler diventare deputato).
- No, eravamo in una tribuna. Egli parlava.
Si alz un po' sulla sedia, e brandendo le carte, tuon, imitando a creder suo la voce e il gesto del prediletto deputato:
- Non mi rompete le scatole...
- Che cosa hai? - grid donna Martina, credendo che Diego e Maria si bisticciassero.
- Non l'abbiamo con voi! - egli rispose.
- Le mie congratulazioni ed augur, Maria - disse Nino sollevando gli occhi, ma sempre a testa china.
Ella rideva, rossa in viso e con gli occhi scintillanti. Diego fece una discreta parlata, poi prosegu a raccontare il suo sogno, dove c'entravano ministri e senatori: profittando della gioia di Maria per rubarle le migliori carte con meravigliosa destrezza.
Sulle prime ella non s'accorse di nulla, ma visto l'improvviso voltafaccia del gioco cominci a insospettirsi, si stanc del sogno di Diego, e cambiando d'umore stette attenta. Ora perdeva invariabilmente.
- Fammi il piacere, lasciami la testa - disse tagliando il mazzo; e distribu lentamente le carte per il tresette, guardandole attentamente, perocch le conosceva tanto al dritto che al rovescio. Vide che le migliori andavano maledettamente all'avversario e s'impazient.
- Ora scoppi tu - disse Diego, raccogliendole avidamente, e disponendole a ventaglio col dito insalivato.
- S, perch bari: sta attento che finir col gettartele in viso.
- Diventi matta? Dio mi fulmini se ne ho imbrogliato una.
- Sta zitto tu, spergiuro - disse Nino.
- Zitto tu sii. Accuso dodici. Uno, due, tre. Tre assi, tre due, tre tre...
- Tre... tre... tre... - rifece Nino.
- L'hai con me, tu? Non son tre, son due - disse Diego perfidamente, e canterell:

(Duas rosas bi tenzo in s'ortigheddu,
Una bianca e una 'e golore;
Si mi dana mi pigo sa minore
Ga sa manna mi girat su cherveddu
Duas rosas bi tenzo in s'ortigheddu) [2].

Nino allib. Comprese a che il maligno ragazzo voleva alludere e si domand spaventato:
- Ma come egli ha indovinato, se neppure essa ha capito ancora l'amor mio?
Si rizz sulla schiena, si volse a Filippa e voleva dirle che essa aveva le mani bianche come l'ermellino, mentre erano brune e nodose, ma comprendendo anch'ella a volo la maligna allusione di Diego, lo fissava con tal freddo e sprezzante sguardo ch'ei dovette reclinare il viso fra le mani, senza pi immischiarsi nel gioco.
E il gioco andava male per Maria. Diego insisteva sempre sul ritornello della quartina, battendo il piede in cadenza:

- (Duas rosas bi tenzo in s'ortigheddu,
Duas rosas bi tenzo in s'ortigheddu).

A un tratto cambi tono:

- Maria io dissi,
Io dissi Mariaaaa;
E la terra si ferm commossa
A udirmi...

- Bei versi - disse allora Nino. - Chi  l'autore?
- D'Annunzio. Li ho appresi da te...
- S, sono composti per questa Maria, per questa precisamente. Venite tutti a vederla, signori e signore.
- Buffone! Ragazzo cattivo, cattivo, cattivo! - disse ella, contando le sue poche carte.
- Venite a vederla, signori e signore. Signor Peppino, don Martino, Madama Grazietta, signora Badra, "naso di patata"! Venite tutti: ho vinto cento e una partita. Mamma, abbiamo scommesso la nostra parte di patrimonio e ho vinto. Io son ricco e questa piccola puledra dovr andar a mendicare con la bisaccia sulle spalle.
Riempiva la stanza con le sue grida, con la sua voce nasale alquanto nitrente, e per dar forza alla sua ultima profezia imit i mendicanti storpi arrovesciando la mano e porgendola verso il lume:
- (A min de dazes cerchi cosa pro s'amore 'e Deus?) (Mi date qualche cosa per l'amor di Dio?).
- Perdona! Perdona [3]- disse Chichita, alzandosi ritta sul suo sgabello.
Tutti risero, compresa Maria che si stizziva davvero, non cessando di mormorare:
- Imbroglione! Buffone! Bel ciarlatano diventerai!
- Anche la testa abbiamo scommesso, e ho vinto, signori e signore. Datemi un coltello che gliela taglio. Signora Badra, "naso di patata", datemi quel coltellino che vi ha regalato Sadurru! (La ragazza arross, e donna Martina la guard severamente pensando: - Ora so pi di quanto ne sapevo un momento fa!). Quel bel coltellino col manico di madreperla. No? Non me lo dai? Allora mi servir delle dita: fa lo stesso! -. Fece atto di avventarsi sopra Maria; ma ella, non potendone pi, s'alz, afferr il mazzo delle carte e glielo scaravent sul volto.
Fu un subbuglio.
- E una! - grid donna Martina. - Lo dico io che la finite sempre male, ragazzi dell'inferno?
Diego, bilioso oltre ogni credere, voleva lanciarsi per davvero con le unghie contorte verso Maria; ma Nino credette bene d'intromettersi per difenderla; li rappacific e calm l'ira di donna Martina che caricava d'improper i maneschi giocatori.
- Dia retta a me, donna Martina, lasci correre fino a domani; vedr che tutto passer.
- Cose del mondo! - esclam Diego con filosofico sarcasmo, andando verso il posto prima occupato da Nino.
- Qui non ti voglio! - disse Filippa scostando la sedia. - Va altrove a fare i tuoi scandali.
Allora egli and verso il camino, dicendo con prepotenza:
- Fatemi luogo, ho freddo.
Ma neppur l lo volevano, e solo dopo aver minacciato Badra di mandarla a gambe in aria, si fece largo, rimuginando tutto il fuoco e mettendo lo scompiglio nel (piccolo gregge), sin allora discretamente tranquillo.
- Cosa c' qui, mamma mia! - grid ad un tratto, facendo una strana scoperta. Grazietta arrostiva grosse ghiande fra la cenere calda, e le mangiava ghiottamente, quasi fossero castagne. Martino si rosicchiava le unghie, e Peppino sonnecchiava, fortemente appoggiato al fianco di Badra, la quale pungeva con un lungo spillo una quantit di olive di cui teneva colmo il grembo, per metterle poi a raddolcire nell'acqua. Chichita contava appunto le grosse olive verdi e violette, a mano a mano che la serva, dopo averle forate, le lasciava cadere in un cestino d'asfodelo. Cos la compagnia stava passibilmente tranquilla, ma Diego mise subito tutto in iscompiglio.
- Sta zitto, non dirlo alla nonna, sta zitto, Dieghino... - supplic Grazietta a voce sommessa, guardandolo cos dolcemente attraverso i capelli che come sempre le velavano i grigi occhioni, che egli s'intener e tacque.
Ma donna Martina aveva udito.
- Cosa c', Diego? - Domand interrompendo il discorso che teneva con Giovanni.
Nessuna risposta.
- Dico cosa c', Diego?
- Non c' nulla. Era Badra che s'abbruciava la sottana.
In ricompensa Grazietta gli f parte d'una ghianda arrostita; ma per sfortuna era amara come l'assenzio, ed egli fece mille smorfie e la sput sul fuoco borbottando:
- Cos' questa porcheria? Graziettina, nipotina mia, sta attenta, tu ne fai una ogni momento... finch mi romperai la pazienza. Ma cosa  questo affare? Diventi una porcellina? Oh, diciamolo alla mamma, al babbo...
- Sta zitto, Dieghino, sta zitto - ella supplic di nuovo, sgretolando le ghiande coi dentini guasti ch'era un piacere sentirla.
- Benissimo, sar generoso, ma sputa subito di bocca quella porcheria, veramente porcheria perch la mangiano i porci non i cristiani, altrimenti ti d un solenne manrovescio.
- Nostra Signora del miracolo, ora sei venuto qui a far il gradasso! - sospir la serva. - Sei proprio insopportabile...
Diego l'avea con Badra, perch pretendeva gli desse del "lei", cosa a cui la serva, che dava del tu a tutti, non poteva abituarsi. Le si volse tra l'inviperito e il beffardo:
- Zitta tu, "naso di patata", o ti attacco davvero il fuoco ai calcagni. O con chi credi tu di trattare, mal venuta nel mondo? Con Sadurru ti credi? Egli ti d i coltellini, ma io posso darti una pedata che ti mandi via fuor di casa mia. E sia inteso.
- Se la Vossignoria sta quieta, - disse scherzosa e ironica la serva, pigliandosi in buona pace gli insulti, - racconter una storia. E tu, Chichita, lascia in pace le olive. Sentite dunque.
Come per incanto tutti i ragazzi, compreso Diego, s'acquetarono, intenti, stringendo le seggioline verso il centro del camino.
- C'era una volta, - cominci Badra, sempre pungendo le olive e lasciandole cader nel cestino, - un frate che and da una donna.
- Maritata? - chiese Peppino.
- S. Lasciatemi raccontare, se no non dico pi nulla. Il frate and una sera dalla donna; il marito era in campagna, e il frate con la donna cenarono assieme, cose buone...
- Ghiande arrosto? - domand Diego, battendo la mano aperta sotto quella di Grazietta: le ghiande ch'ella teneva in pugno saltarono in aria e finirono sul fuoco. Ma per amore della storiella la piccina non fiat.
- Ma che ghiande arrosto!... Maccheroni, carne arrosto, lepri in dolce, minestra, ecc. Mentre cenavano, (don don) alla porta. "C' gente" disse la donna. Subito cosa fa? Fa entrare il frate dentro al forno e con esso tutte le vivande. Poi and e apr. Era il marito che tornava di campagna con un compagno; un contadino molto ricco.
"Non ce ne dai da cenare, capra mia [4]? (Mi sto vedendo le orecchie) [5]".
Ah, cosa fa la donna maligna? Sentite. Chichita, ti ho detto di star ferma: lascia le olive in pace. Sentite. La donna aveva un libro vecchio stampato. Lo prende e dice: "Libro mio, comando che appaia un piatto di maccheroni". Ed ecco il frate spinge fuori del forno il piatto di maccheroni.
Il marito e l'altro a bocca aperta, per la meraviglia.
"Libro mio, comando, fuori un piatto di carne arrosto!". Ed ecco venir fuori un piatto di carne arrosto.
- Sempre dal forno? - chiese Martino.
- E dunque da casa del diavolo? Lasciatemi raccontare. "Libro mio, comando, fuori una lepre in dolce...". E veniva fuori la lepre. Infine ogni grazia di Dio.
- Ma quei due non vedevano che c'era il frate?
- Ma che! Se lo avessero veduto lo avrebbero bastonato.
- Dio mio - esclam Chichita, giungendo le manine e sospirando. - E fichi ce n'erano?
- E ghiande arrostite? - ripet Diego, cui non dava gusto la storiella, e s'annoiava e sbadigliava.
- Non lo so, lasciatemi stare - proruppe Badra impazientita. - Infine veniva fuori ogni cosa che la donna comandava, e i due uomini cenarono fino a slargarsi la cintura. Il contadino ricco disse poi alla donna: "Me lo vendi questo libro? Ti do cento scudi".
"No, non lo vendo neanche se me ne dai mille".
"Duecento scudi? Fai?".
"Dammene trecento e te lo do per piacere". Combinarono. Il contadino sbors i trecento scudi e, preso il libro, lo avvolse nel fazzoletto e se ne and. Arrivato a casa sua cominci a comandarlo; ma gi, era come dire al muro.
"Libro mio, comando un piatto di maccheroni".
Nulla. Visto ne avete voi? Vista ne ha lui. E rest con tanto di naso.
- E la donna? E il marito e il frate?
- E la donna e il marito, allegrissimi, se n'andarono a letto e misero i trecento scudi sotto il guanciale. Il frate, a notte alta, usc dal forno e torn al convento.
- E poi?
- Poi nulla.  finito.
- Mamma, - grid Diego all'improvviso, - mamma mia, Badra racconta delle porcherie a (questi piccini)!
Accadde allora un altro subbuglio: donna Martina si lev su, ritta, severissima, e venne a spiegazioni con Badra che, rossa e stizzita come un galletto, ripet la storiella, lamentandosi poi delle persecuzioni di Diego.
- Sia comunque, - disse il signor Giovanni intromettendosi, - non son storielle da raccontarsi ai bimbi, queste...
Donna Martina prese Diego per il braccio e lo lanci lontano, dicendogli di andarsene a studiare.
Egli rispose che lo faceva volentieri; ma prima spiffer come Grazietta mangiasse le ghiande, e aggiunse che Badra la consigliava d'imbrattarle di cenere, ch cos eran pi saporite.
- Non  vero, non  vero, nonna mia, - disse la piccina, - erano soltanto arrostite...
Basta, come Dio volle, la calma torn nel (piccolo gregge). Ma, rasentando la tavola per andarsene, Diego ud tre parole che Nino Faira susurrava a Maria, e usc cantarellando:

- (Duas rosas bi tenzo in s'ortigheddu...)

E invece di ritirarsi nella sua camera, rimase sulla scala, pronto sulla balaustrata, aspettando.

Dopo averla rappacificata con Diego, Nino avea pregato Maria di giocar assieme una partita. Ed era una partita arrischiata quella ch'egli voleva finalmente giocare: avrebbe o tutto vinto o tutto perduto.
- Aspetta un momentino - disse Maria. And a riscaldarsi le mani al braciere, al quale erasi stretta anche Filippa, e poi torn verso la tavola, ma senza troppo entusiasmo.
Donna Martina e le figlie e il genero parlavano a voce sommessa.
Giovanni raccontava un segreto di stato, o meglio un segreto di comune, di certe terre in quel giorno ipotecate per misteriosi debiti municipali.
- Vedrete che scandalo ne verr fuori, vedrete. E ne pianger lui, Pietro Ferro, vedrete...
- E perch lui? Tutti i consiglieri scaduti devono risponderne... - esclam Filippa con gli occhi accesi. Pietro Ferro, sebbene zoppo, la interessava assai perch possedeva di quelle famose tanche col rio in mezzo.
- Sta quieta, tu - disse Margherita, tirandole la veste per significarle di parlar piano e accennandole Badra con gli occhi.
- Cosa ne sappiamo noi? - disse Giovanni in tono misterioso, appunto perch ne sapeva qualche cosa. - Noi non sappiamo nulla -. Si mise a passeggiare e s'avvicin alla tavola. Nino e Maria giocavano con calma un'aristocratica partita di lanzichenecco, e parlavano di cose indifferenti.
La quieta luminosit gialla della lampada a tre fiamme circondava con un radioso anello di luce le due graziose teste giovanili.
- Chi vince? - domand Giovanni, fermandosi con le mani intrecciate sulla schiena.
- Io: e non si sa? - rispose Maria senza sollevar gli occhi.
Giovanni guard con affetto i due giovanetti. Nino aveva diciannove anni, ma sembrava ancor pi giovine, un bell'adolescente dai capelli neri ribelli, gli occhi piccoli ma brillanti, vivacissimi, il volto raso e pallido, con una profonda fossetta sul mento. Ridendo ne formava altre due sulle guancie e altre due nell'angolo degli occhi. Alla luce della lampada la sua fronte aveva un tenue riflesso d'avorio; e splendevano i denti, gli occhi e le delicate unghie violacee di Maria.
- Va bene, ma non vi sgridate, ammon paternamente Giovanni, allontanandosi.
- Sgridarci! - disse Nino con voce sommessa, come parlando a s stesso. - Com' possibile? Non sono Diego io.
Maria cred d'intendere un lieve rimprovero e protest.
- Ma non sono poi io che lo molesto.  lui, sai. Diego  un tormento. Gi, sono tutti una disperazione quelli l - (sporgendo il labbro inferiore accenn il circolo del (piccolo gregge)). - C' da fuggirsene da questa casa...
- Vientene a casa mia - diss'egli sorridendo, ma il cuore gli tremava.
- Diego? Diego la finir male... Vedrai, Nino; lingua mia s'inaridisca, ma Diego finir male.
- Lascia stare, - egli rispose, -  un ragazzo; si corregger da solo. Dieci, venti, ventiquattro, trentacinque... hai vinto tu pure.
- Gi! - diss'ella ridendo e rimescolando le carte. - Fortunato in amor non giochi a carte!
Egli la guard fisso, sospir, scosse la testa. Volle dire una parola, ma non ard ancora, e chin nuovamente gli occhi.
Per un po' stettero silenziosi. Traverso il chiacchierio delle donne riunite al braciere, s'udiva Badra raccontar la storiella e Diego sbadigliare insolentemente.
- Dio mio - disse a un tratto Maria, ricordando un dramma avvenuto quella mattina. - Sai cosa ha fatto oggi il (Prigioniero di Chillon)? Hai visto (Miranda)? Ebbene, se la ha mangiata viva e buona...
- Perbaccolina! - esclam Nino, fingendo un comico terrore. Poi aggiunse spiritosamente: - Ma, gi, voi vendicherete (Miranda). Mangerete, a vostra volta, il (Prigioniero di Chillon).
Risero a poco a poco, gustosamente.
Per spiegare il significato del dramma e della relativa vendetta, bisogna dire che in casa Marvu ogni individuo ed ogni cosa, battezzata per lo pi da Diego e da Maria, con l'aiuto dei piccini, aveva un nome e spesso anche un nomignolo. Il (Prigioniero di Chillon) era il magnifico maiale bianco-roseo dalla coda nera, rinchiuso in una loggia esterna del cortile, e (Miranda), la sua recente vittima, una graziosa gattina nera. I cani da caccia di Giovanni, per esempio, si chiamavano (Manfredi) e (Carlo d'Angi): il cavallo (Gialeto) e la provvista della legna da ardere indovinate poi come la chiamavano? (Arnaldo da Brescia)!
Un vecchio servo campidanese, che improvvisava canzoni e suonava le (leoneddas) e la chitarra, Maria, dietro il classico e poetico consiglio di Nino, lo aveva rassomigliato - nientemeno - a Sordello Visconti. (Veramente Maria, che non conosceva Dante che di nome, non sapeva la distanza enorme fra zio Giuseppino e Sordello!). Da quel giorno zio Giuseppino, prima soprannominato (Pira gotta) (Pera cotta), si sent sempre chiamare (Sordello). Egli s'arrabbiava, credendo volessero dirgli ch'era sordo, e infatti lo era un poco, ma le sue proteste riescivan vane. Sordello andava e Sordello veniva. Che pi? Le galline erano chiamate le (undici mila vergini), bench fossero soltanto ventidue; e in questa denominazione era compreso anche il gallo!

Maria continu a vincere, Nino taceva; talora s'incantava in un profondo pensiero, giocava distratto, e tratto tratto trasaliva leggermente.
S'avvicinava l'ora di andarsene; e poich quella sera egli voleva tentare il colpo meditato da lungo tempo, non sapeva a quale ispirazione votarsi per consegnare a Maria una lettera d'amore.
La fortuna lo favor. Nel chiasso destato da Diego per la storiella di Badra egli pot dire alla fanciulla:
- Maria, mi fai un piacere?
Disse solo cos; ma la voce gli tremava e il suo viso si contrasse come per uno spasimo fisico.
- Cos'hai? - ella chiese con premura. - Ti senti male?
- No, no. Mi fai dunque un piacere?
- Magari due! Cos'?
- Quando me ne vado, vieni tu a farmi lume e accompagnarmi...
- Perch? - ella chiese guardandolo ingenuamente stupita. Ma egli la fissava cos stranamente, con tanta sincera passione, che ella finalmente comprese e arross.
- Perch? Perch? - chiese sommessa, chinando gli occhi.
- Vorrei dirti una parola.
- Non puoi dirmela ora?
- No, non posso. Verrai?
Ella pens un poco, alquanto sconvolta. In apparenza essi giocavano ancora, ma gettando a caso le carte, senza neppur vederle. A lui tremavano lievemente le mani: era spaventato, meravigliato e felice di quanto aveva osato. Anche senza averla completamente giocata, sentiva d'aver vinto la partita.
- Verrai, Maria, verrai?
- S.
Rasentando la tavola, Diego ud queste ultime parole, la domanda supplicante e ardente, la risposta soave e promettente; e il dubbio che passava nella sua testa di bimbo-uomo, si fece certezza. E cos, invece di ritirarsi, rimase sulla balaustrata nera che la ripercussione del vento esterno faceva fremere e tinnire, nella vuota oscurit della scala fredda.
Rimase un bel po', tremando di freddo, ma finalmente il suo pallido viso satirico dagli occhi lunghi socchiusi, affacciato prudentemente nel vano d'un circolare fiore nero della balaustrata, vide i due colpevoli uscire e fermarsi sul pianerottolo.
Maria teneva alto un lume, la cui luce trem alla fredda aria della scala. Nino estrasse rapido dalla tasca del soprabito la bianca ed elegante lettera, e gliela pose nell'altra mano.
- Leggila, e rispondimi domani.
E siccome ella rimaneva stordita, egli le prese rapidamente la testina fra le mani e la baci: e fugg via, scendendo i gradini a tre a tre e rialzandosi il colletto del soprabito. Maria scese, rinchiuse la porta e risal guardando da una parte e dall'altra la cara lettera; le sue labbra non avevano sentito neppure le dolci e ardenti labbra di Nino, ma l'anima sua aveva sentito il bacio d'una nuova vita, e in quello sfondo buio di scala, sul cui vuoto i ghirigori neri della balaustrata guardavano come strani occhi oscuri, scorgeva un orizzonte luminoso.
Invece di rientrare nella stanza da pranzo prosegu a salire le scale. Ed ecco Diego, ritto sui gradini, serio e fatale.
- Cosa fai l? - domand Maria, spaventandosi e indietreggiando.
- Ho veduto tutto! - egli disse. - Tu fai l'amore con Nino Faira, e se non mi paghi dico tutto alla mamma e a Filippa!
- Cosa? Cosa?...
- Cosa? - diss'egli alzando la voce. - Te la dico io la cosa! Se non mi dai tutto il denaro che possiedi, ti accuso a Filippa!
Davanti alla vilt di lui, Maria, ricadendo nella pi brutale realt, reag, arross e grid esasperata:
- Ti do un corno! - e ridiscese decisa di mostrar la lettera a sua madre e a Giovanni.
Fuor nella strada, stravolto dalla gigantesca corsa del vento, col soprabito aperto sul petto pulsante, Nino diceva fra s:
- Oh Maria, mia dolce Maria, ogni tuo pensiero sia con me in questo momento!
Ma in quel momento Maria, con la lettera d'amore non ancor aperta fra le gelide mani, scendeva le scale amaramente pensando:
- Diego la finir male!



"UN PICCOLO UOMO"

Nella (catena) di detenuti giunti la sera del 23 marzo al Penitenziario, eravi un giovane piuttosto distinto, vestito di grigio, con un gran cappello quasi bianco, l'ombra delle cui larghe falde orlate di nastro grigio oscurava un pallido volto scarno dal profilo aquilino e dalla barba nera a punta, accuratamente tenuta. Durante il viaggio aveva continuamente taciuto, con le lunghe ciglia nere chine, le sopracciglia aggrottate, e gli occhi costantemente fissi sulle mani scarne e nervose dalle unghie assai lunghe, serrate nel lucente ferro delle manette. Solo nel Penitenziario sollev le palpebre e fiss gli acuti occhi neri sul volto del Direttore che, a sua volta, lo guardava attentamente e freddamente. Per una bizzarra combinazione il detenuto e il Direttore avevano lo stesso nome, probabilmente causato dal cognome e dalla vanit dotta dei due padri rispettivi: Cassio Longino! E lo sapevano entrambi: e il detenuto a cui l'esotico nome aveva spesso, nel suo lontano paese d'oltremare, ove (cassio) significava (sottana bianca), procurato pi d'una caricatura, ora almeno provava l'amara soddisfazione di vedersi, per esso, distinto dai freddi occhi verdognoli del signor Direttore.
Sin dal primo sguardo i due uomini si dispiacquero: il Direttore, d'et incerta, era piccolo, un po' curvo, con piccoli piedi e piccole mani magre che teneva costantemente nascoste entro le saccoccie del lungo soprabito di panno nero lucido. Nel suo viso terreo sbarbato una grande aria di sofferenza fisica che arricciava gli angoli della bocca pallida: negli occhi piccoli e verdi una fredda e quasi crudele indifferenza: sui capelli biondi perfettamente rasi due grandi orecchie erette.
Per tutto questo e perch era Direttore del carcere dispiacque al n. 245; e il n. 245 dispiacque al Direttore per la sua aria sdegnosa, per lo sguardo fiero con cui os fissarlo, e per la sua forte e sana giovinezza.
Durante la consegna dei nuovi arrivati il Direttore non apr bocca, e per pi giorni Cassio, rinchiuso in una cella a pagamento non lo rivide. La sua inferriata dava a levante: triste occhio aperto in una delle pallide facciate dello stabilimento, guardava il lontano Appennino ancora nevoso e la campagna toscana a cui il marzo ridonava il verde lucente delle erbe e il verde pallido e quasi giallo delle prime foglie: nell'orto del Penitenziario, coltivato da reclusi in tenuta di tela e in berrettino rosso, Cassio, che per speciale permesso del Ministero teneva i suoi abiti signorili, vedeva i peschi fioriti d'un rosa intenso, e le delicate rose dei meli sparpagliate a mazzi sull'aria tiepida.
Egli rimaneva sempre presso l'inferriata, fremendo continuamente di dolore; i lunghissimi vespri velati lo lasciavano mortalmente stanco di angoscia; tuttavia non dormiva di notte, e sull'inspido giaciglio sentiva la percussione dolorosa del sangue tormentato. La mattina, quando la guardia, un lungo giovinotto la cui testa rossa spiccava sull'azzurro cinereo della brutta divisa, entrava per ripiegar la branda, Cassio era gi in piedi, diritto davanti all'inferriata.
Fuori le prime rondini scendevano e salivano, con le ali e il petto brillanti al sole. Il detenuto non degnava la guardia d'una parola, non rispondeva ai continui richiami, ai piccoli fischi, all'agitarsi delle mani del suo vicino di destra, e, nell'ore di (aria), quando veniva per un'ora portato al triste cortile, non badava a nessuno, con sdegnosa indifferenza passeggiando su e gi sul triste lastrico, umido di rugiada.
Nello stabilimento si sparse la voce che egli era un ricchissimo signore sardo, parente del Direttore, e siccome il Direttore era temuto ed odiato (nessuno dei detenuti sapeva per la cagione di questo odio e di questa paura, poich l'ometto non aveva mai fatto loro del male tranne che col suo freddo sguardo indifferente), anche il n. 245, dopo una settimana dal suo arrivo, era odiato e, strana cosa, temuto.
Avendo chiesto permesso di scrivere, il primo aprile egli fu chiamato in Direzione; una stanza grigia desolata, arredata rigidamente: dalla finestra inferriata penetrava un rettangolo di sole pallido e scaccheggiato, sul cui chiarore muovevasi l'ombra d'un ramo lontano. Il Direttore lavorava curvo pi che mai su un tavolo grigio: non si mosse, non si sollev che dopo lungo tratto di tempo, durante il quale Cassio, ritto e rigido, con gli occhi fissi sull'ombra del ramo tremolante al sole, si rose di umiliazione.
Ah! Davanti agli altri, davanti a quella turba di delinquenti e di vilissime guardie, egli almeno poteva darsi la soddisfazione d'una certa dignit sprezzante: era pi forte di coloro che lo legavano, pi grande di quelli che sdegnava chiamar compagni di sventura: ma dinanzi a quel piccolo uomo sofferente e sprezzante doveva curvarsi, rispondere, umiliarsi.
- Ella, - gli disse bruscamente il Direttore, voltandosi senza levarsi, - condannato a tre anni di semplice detenzione per falso, pu scrivere solo una volta al mese.
La sua voce era un po' fessa, ma l'accento puramente toscano.
- Lo so, - rispose Cassio, - ma non ho chiesto semplicemente di scrivere al mio paese, ma di poter scrivere per conto mio, nella mia cella.
- Impossibile, per ora. Perch non chiede d'esser ammesso nell'ufficio degli scrivani?
- Se  possibile esservi ammesso!...
- Possibilissimo.
Cassio fece la domanda lo stesso giorno, e l'indomani fu ammesso all'ufficio, ove l'abbondantissimo lavoro era malamente sbrigato da altri tre detenuti. La stanza, attigua alla Direzione, era ancor pi grigia e desolata di questa, e i tre scrivani, il primo grasso e calvo con piccoli occhi azzurri cisposi, il secondo biondo, pallidissimo e con un profilo quasi diafano, e il terzo un giovane alto, tarchiato, con una forte testa bruna ricciuta e un volto raso da imperatore romano, fecero cattiva impressione al nuovo venuto. Essi parevano rassegnati e quasi lieti della loro melanconica sorte: Cassio invece prov un disgusto profondo, accresciuto da quella stupida rassegnazione dei tre compagni di sventura, uno schianto di impotente disperazione, e si pent della sua domanda. Meglio restar nella sua cella, con le mani protese al sole dell'inferriata, davanti al lontano Appennino che gli ricordava le patrie montagne risuonanti del nitrito del suo puledro nero slanciato alla caccia del muflone, solo con la sua condanna e col suo dolore.
Il detenuto dalla testa ricciuta, pi ardito degli altri due che si contentavano di guardarlo alla sfuggita, cerc subito far conoscenza, in modo rispettosissimo. (Sapevano che aveva il nome del Direttore e la voce corsa fra gli altri detenuti).
- Ella  sardo?
- Sardo - diss'egli freddamente.
- Poich la sorte ci ha avvicinato in questo luogo, permetta...
- Bella sorte! - disse Cassio amaramente e tronc il complimento che il disgraziato voleva rivolgere al presunto gran signore sardo. E non disse nulla di s, e non chiese nulla degli altri.
Tre giorni dopo arriv per lui dalla Sardegna una lettera quadrata ed elegante, in busta avorio; la scrittura era alta e sicura, una indefinibile fragranza esalava dai fogli grandi e lucenti. Il Direttore l'apr e la lesse con una certa trepidanza, non confessandosi che l'aveva aspettata.
Dopo tutto egli era uomo, giovine ancora; aveva molto sofferto e molto amato, e se i suoi dolori particolari gli avevano lasciato quella profonda indifferenza, che passava per crudelt, per le infinite miserie su cui gli toccava dominare, un pezzetto di cuore e di sentimento umano gli restava ancora. Se il n. 245 fosse stato un povero diavolo come quasi tutti gli altri detenuti, nonostante l'omonimia interessantissima, il Direttore dopo il primo giorno avrebbe lasciato correre; ma il bel giovane fiero e distinto che veniva quasi circondato da una leggenda, attirava l'attenzione di tutti, e quindi anche la sua.
E le bizzarre voci correnti per le lugubri celle e nei tristi ambulacri dello Stabilimento, erano giunte anche a lui.
Il dubbio che in esse ci fosse qualcosa di vero - Longino, infatti, non era un cognome sardo - aveva per un momento fatto sfavillare la verde indifferenza dei piccoli occhi: ed ora essi s'animarono di nuovo leggendo la lettera.
Ma nulla di particolare essa conteneva: era una sorella, nata da un secondo matrimonio della madre di Cassio, che scriveva. Un affetto intensamente pietoso vibrava nei quattro fogli, una dolcezza senza nome, una suggestione soavissima di conforto e di rassegnazione.
"Fatti coraggio, Cassio, non disperare, non soffrire troppo: pensa che siamo soli nel mondo, soli ad amarci e a sperare l'uno nell'altro. Il tempo passer, e quando Dio vorr riunirci io sapr ricompensarti dell'immenso sacrifizio che tu facesti per me. Non umiliarti, non disperarti; i buoni sanno che la tua colpa  stata un eroismo...".
- Anche? - pens il Direttore. - Tutti i condannati sono innocenti, sono vittime, ma che siano anche eroi?
Eppure quella lettera, tanto diversa dalle volgari epistole che giungevano al Penitenziario, cos buona, fine, delicata e amorosa, lo fece pensare.
Lo prese una curiosit morbosa di sapere, di conoscere, contro cui invano tent lottare. E contro la sua volont riluttante, nonch contro i Regolamenti di cui era scrupolosissimo, fece chiamare il n. 245 per consegnargli la lettera in Direzione. Occorrendo una scusa gli consegn prima un uggioso lavoro da eseguirsi nell'ufficio, poi gli disse, fissandogli in volto gli occhi nuovamente immersi in egoistico raccoglimento:
- C' una lettera per Lei.
Cassio non disse nulla, ma sollev la testa e una rossa vampa di commozione gli color il volto e le orecchie.
E, per la seconda volta, accadde un fenomeno; il Direttore del Penitenziario ebbe invidia del detenuto. Perch al detenuto, nella sua profonda miseria, giungeva una voce di conforto e d'affetto che doveva illuminargli tutto il buio orizzonte d'un fulgore d'aurora lontana che riflettevasi sul suo volto; e a lui, libero e padrone, solo e perduto nell'infinita tristezza di mille profonde miserie, non arrivava mai, n da vicino n da lontano, una voce di affetto, un raggio di luce.
Nella sua commozione Cassio intravide qualche cosa d'anormale nell'animo del Direttore e ne profitt, da astuto sardo ch'egli era, chiedendo arditamente il permesso d'aver tosto la lettera e poterla leggere in Direzione.
Meglio l, sotto la mal celata indifferenza dei piccoli occhi verdi, che nell'orrendo ambiente dell'ufficio, tra la volgare curiosit dei tre rassegnati scrivani.
Da quel giorno egli parve pi socievole, pi rassegnato, e il signor Direttore gli mostr qualche deferenza che, non sfuggendo agli altri detenuti, conferm la voce della presunta parentela. Tuttavia non ottenne il permesso di scrivere prima d'esser compiuto un mese dal giorno del suo arrivo nello stabilimento, ma il giorno in cui pot finalmente scrivere ottenne due fogli. E la sua lettera non fu meno affettuosa di quella della sorella, ma meno dolce, meno delicata: fra le righe nervose fremeva il dolore dell'impotenza.
"Sono qui da un mese, ma mi pare d'esservi da trent'anni. Comincio a rassegnarmi; mi hanno messo nell'ufficio degli scrivani, con tre sconosciuti antipatici (il Direttore cass queste quattro parole); il lavoro  molto, quasi opprimente, ma fa passare meno dolorosamente il tempo. Sulle prime non potevo assuefarmi: ora sono meno disperato. Il signor Direttore  assai buono con me.
S, s, il tempo passer, il tempo passa, ma intanto io ho l'impressione che la mia condanna sia eterna: che i 987 giorni che ancora mi restano da scontare sieno infiniti come le rene del mare. Mi opprime pi di tutto il pensiero del tuo dolore.
Ma pensando a te mi conforto. Tu sei tanto buona. Purch, nella mia assenza, non ti mariti e ti dimentichi di me! L'ho detta grossa; perdonami, cara Paola; ci che ho detto non  possibile. Come la buona sorella pu dimenticare il fratello infelice? Eppure, alle volte, quando non posso dormire, accresce il mio affanno anche questo pensiero. Chi poteva credere che le cose andassero cos?
Io ero rassegnato a tutto, ma in fondo speravo nella giustizia degli uomini. Che cosa hanno fatto di me! Scrivimi presto, non dimenticarmi: se ci fosse saprei trovare un termine fatale al mio soffrire".
E non salutava nessuno, non si ricordava di nessuno, tranne che di lei. La risposta giunse a volta di corriere, con pacchi di roba, libri e denaro.
Il signor Direttore prov nuovamente uno strano fascino di dolcezza e di invidia leggendo la buona ed elegante lettera di Paola. Ella non rimproverava il disgraziato per la poca fede che mostrava nel suo affetto, ma si diceva accorata nel sentirlo tanto triste, lo assicurava che non si sarebbe maritata prima del suo ritorno, e aveva una buona parola anche per il signor Direttore. "Amalo e rispettalo: egli pu farti molto bene, pu esserti un padre (- Un fratello signorina! - pens il Direttore): io prego per te e per lui: (- Grazie! - egli disse fra s, un po' amaramente)".
Nella terza lettera, avendole Cassio chiesto cosa ella faceva e come passava il tempo, Paola scrisse:
"I giorni passano tristissimi nella tua lontananza: io sbrigo come posso gli affari e vado spesso in campagna con la balia e il balio. Poveretti, essi mi sono di tanto aiuto. Andiamo a cavallo, e queste cavalcate sono il mio unico divago. A casa nulla di nuovo: lavoro attorno all'arazzo che cominciai in collegio, quando i miei sogni erano cos diversi dalla presente realt, copio in esso certi vecchi ricami sardi scovati dalla balia. Non vedo quasi mai nessuno; penso a te contando i giorni".
- Perch questa gente che sembra ricca e intelligente non pensa a chieder la grazia? - si domand il Direttore; e passeggiando nell'orto, ove la primavera toscana trionfava con splendide fioriture di rose bianche, gialle e vermiglie, e dove fra l'intenso verde degli erbacci i berrettini rossi degli ortolani reclusi fiammeggiavano come papaveri, pens assai stranamente alla soave e forte sorella del n. 245. Se la figurava alta e bruna come il fratello, col pallido viso arabo marcato da quella fatale fisionomia che distingueva il detenuto; e la vedeva curva sul suo arazzo pazientemente istoriato, e slanciata al trotto d'un piccolo cavallo sardo, con gli occhi socchiusi al dardeggiante sole del maggio isolano. Poi si meravigli, si vergogn della sua puerile romanticheria e prov una di quelle sorde e occulte collere che spesso violentando la sua naturale freddezza gli ribollivano nel sangue scarso, lasciandolo poi esausto e pi che mai indifferente.
Pass la primavera e vennero altre tre o quattro lettere di Paola: nell'ultima ella prometteva di mandar il ritratto, purch fosse sicura che avrebbero permesso a Cassio di riceverlo.
-  permesso - scrisse nervosamente in calce alla lettera il Direttore, prima di farla consegnare al detenuto.
Per una, due, tre lunghe settimane vi furono nello stabilimento - sotto il gran cielo azzurro pervaso da un sole ardente che cangiava le celle in fornaci snervanti - due anime che attesero passionatamente, sebbene in diversa aspettazione, quel ritratto di donna.
L'attesa di Cassio era dolce e profonda: nella rassegnazione dolente che l'abitudine e la speranza cominciavano a infondergli nel cuore, l'attesa di quel ritratto gli dava quasi un sentimento di felicit: si svegliava prestissimo pensando che quel giorno avrebbe forse ricevuto; e in attesa della guardia che venisse a condurlo all'ufficio, tornava all'inferriata e protendeva ancor fuori le bianche mani, quasi volendo raccoglier entro le palme tutta la frescura del mattino: e pensava sempre al ritratto. Fuori le rondini scendevano e salivano sempre, gorgheggiando, con le ali e la coda perlate di vividi riflessi di luce: la campagna gialla circondava di aurei tappeti il verde lucente dei lontani vigneti; e in fondo l'Appennino vigilava fra le cerule luminosit del mattino. Il detenuto ricordava le rosse aurore delle sue montagne fulgenti di ginestre fiorite, pensava al ritratto e provava un vago sentimento di gioia. Il Direttore s'alzava da letto col volto pi che mai terreo e pensava anch'egli al ritratto, ma la sua attesa era composta di inquietudine, di amarezza, di collera contro s stesso, che non sapeva vincere la sua sciocca curiosit, il suo sciocco sentimentalismo, lo sciocco interesse che (quella gente) gli destava (cos egli dicevasi). E scendeva negli orti, e risaliva in Direzione, e faceva il suo dovere, e sbrigava il suo arido lavoro, e passava con gli occhi freddi e le mani nelle tasche del soprabito estivo (anche nei giorni pi ardenti indossava un leggero soprabito nero) attraverso quegli uomini dalla fronte marchiata sotto il sanguinante vergognoso berretto, ma aspettava il ritratto. In fondo in fondo, sotto la sua collera nascosta, sotto il suo crudele malumore, gli brillava un punto di dolcezza, una scintilla come quella che brillava smarrita nella fredda trasparenza dei suoi occhi verdi, vaga e incerta, s, ma scintilla. E questa scintilla, questo punto di luce occulto e indefinito raggi altamente all'arrivo del ritratto. Un ritratto vivo, splendido, non parlante ma sorridente d'un affascinante sorriso.
Ella non era come la fantasia se la figurava: era bionda, non bruna, bianca e delicatamente bella: negli occhi oscuri, non molto grandi ma graziosamente obliqui, nella bocca lunga ed infantilmente arcuata e nel mento diviso da una profonda fossetta, ardeva e scintillava un sorriso ineffabile. Quel sorriso era la bont e la dolcezza delle sue lettere, era l'indefinita fragranza che le sue parole esalavano, era il misterioso e suggestionante fascino che aveva preso e conquistato da lontano la piccola anima di quell'ometto taciturno che passava per crudele ed era temuto e odiato solo perch era un povero sognatore.
La lettera che accompagnava la fotografia era, al solito, buona e dolce; a un certo punto diceva:
"Mi ho fatto il ritratto pensando a te, e sorridendoti: che il mio sguardo e il mio sorriso ti rechino un po' di gioia e ti confortino a sperare in giorni migliori di questi. Leggi nei miei occhi quanto ancora vorrei dirti".
Il Direttore, a questo punto, guard ancora gli occhi del ritratto, poi fin di legger la lettera, poi guard nuovamente la fotografia, volgendola alla luce: e nel riflesso della luce l'immagine ebbe quasi parvenza di realt, i begli occhi splendettero, le pure labbra sorrisero.
- Oh Dio, come sono sciocco! - disse a s stesso il signor Longino; ma in fondo all'anima pensava: - Come scriver al suo innamorato, questa creatura elegante e fine, se scrive cos ad un fratello? -. E tosto, tristemente, pens ch'egli era piccolo, brutto, apparentemente vecchio, odiato e temuto da tutti quei disgraziati che il freddo suo occhio dominava.
Rilesse la lettera, torn a guardare la lucente figura di Paola e... per quel giorno n l'una n l'altra furon consegnati al detenuto.
Di notte il signor Direttore ebbe un sogno bizzarro: gli sembrava avvenisse una rivolta fra i reclusi; alcuni urlavano contro di lui, spezzavano le catene e gli si avventavano sopra. Egli teneva fra le mani il ritratto di Paola, e non poteva muoversi, n difendersi, perch ci facendo il ritratto sarebbe caduto per terra e il n. 245 si sarebbe accorto dell'appropriazione indebita del signor Direttore. Ma mentre stava per esser soffocato dagli artigli dei reclusi, appunto Cassio si gett fra loro gridando: "Lasciatelo, perch egli sposer mia sorella! Allora diverr buono con voi perch ella  tanto buona!...".
Si svegli sudato e commosso, n pot riattaccar sonno n trovar riposo.
Cassio, intanto, continuava nella sua attesa alla cui dolcezza cominciava per a frammischiarsi una vaga inquietudine: aspett ancora una settimana, e il ritratto non giunse. E non giunse neppure alcuna lettera; ed era tanto tempo che aspettava! Quanto tempo? Quasi un mese. Che accadeva laggi, dietro il mare arso dal sole, laggi, fra le montagne ove il timo olezzava nei purpurei tramonti solitari? Paola doveva esser malata, se taceva cos a lungo: o lo dimenticava? Cassio ricadde nella indicibile disperazione dei primi giorni: chiese il permesso di telegrafare, ma non l'ottenne; a mala pena gli fu concesso di scrivere due giorni prima che spirasse il mese dacch ultimamente aveva scritto.
La sua lettera era cos triste e scorata che il Direttore sent pi che mai acuto rimorso del suo reato: da due settimane egli viveva una vita infernale, e mentre ai reclusi pareva pi odioso e crudele di prima, egli li fissava con insolita profondit umana nei piccoli occhi verdi. Sapeva, capiva finalmente come l'uomo pu, contro la sua volont, esser trascinato al reato. Leggendo la lettera dolente del n. 245 si domand ancora:
- Ma perch non chiedono la grazia? -. E questa volta non s'adir per questo pensiero, anzi vi ritorn sopra, formulandolo meglio. Respinse per l'idea che la piet per il n. 245 non gli venisse destata solo dal rimorso ma da un sentimento pi occultamente egoistico, dalla speranza di poter presto parlar liberamente col detenuto - non pi tale - e dirgli:
- Signore, io sono uno sciocco, e perci non so come n perch, in s breve tempo, mi sono stoltamente innamorato di vostra sorella, sebbene non abbia la fortuna di conoscerla. Volete darmela in isposa?
Paola telegraf, e rispose tosto mandando in raccomandata un secondo ritratto. Nella sua fine bont, per non destar inutili collere nel povero detenuto, fece vedere di non aver spedito altra fotografia e di non aver potuto scriver prima per molte ragioni che pazientemente addusse: principale quella di non essersi potuta fotografare prima.
- Com' buona! - pens il Direttore, ammirando tanta finezza; e in un impeto di entusiasmo fu per scriverle e rivelarle ogni cosa. Ma naturalmente non lo fece, ed ebbe molte tristi idee. - Mi creder un matto, e avr paura per suo fratello.
Pass anche il rimanente estate e s'inoltr l'autunno: reclusi partivano e reclusi arrivavano: nell'ufficio degli scrivani i tre continentali sembravano pi che mai rassegnati, talvolta anche allegri, destando un maledetto disgusto nel sardo che pure, in fondo in fondo, era rassegnato anche lui. Solo, nella dolcezza dell'autunno, nelle roride aurore dal cielo ineffabilmente puro, nei lunghi tramonti che sbattevano il loro riflesso d'oro rosso fin sulle lugubri pareti dell'ufficio, egli sentiva tormentosa la nostalgia della patria e della libert. E fremeva come puledro tolto ai liberi pascoli e chiuso in mefitica prigione: ma sapeva domare le sue intime ribellioni, e talvolta s'immergeva cos profondamente nella speranza e nel sogno dell'avvenire che il presente gli pareva gi passato. Per quando giunse l'inverno e dagli Appennini neri di nebbia salirono a torme le nuvole, e la pioggia sgran le sue incessanti lagrime irose contro le facciate dello Stabilimento, Cassio sent i suoi nervi tendersi dolorosamente come corde indurite dal freddo. Di giorno, nella luce livida dell'ufficio, le tre teste degli scrivani, i tre volti grigi di freddo, i piccoli occhi azzurri cisposi, il profilo diafano del biondo, la testa da imperatore romano, gli apparivano come in tormentosa visione, destandogli un desiderio istintivo, brutale, di afferrare qualche cosa e percuoterla con tutte le sue forze contro quegli occhietti in modo da creparli, contro quel profilo in modo da schiacciarlo, contro quella testa in maniera da spaccarla. Questo desiderio cresceva di giorno in giorno: talvolta era cos intenso che Cassio provava la strana, brutale sensazione di averlo realizzato; i muscoli delle sue braccia si rallentavano, un leggero brivido di orrore gli ondeggiava per le vertebre. Poi, rientrato in cella, rideva amaramente fra s della strana ossessione, e capiva di odiare i tre disgraziati scrivani perch gli rappresentavano, in quei terribili giorni invernali, tutta l'umanit e tutta la natura che lo torturavano e contro cui il suo organismo si rivoltava. Di notte, anche non dormendo, riposavasi alquanto. Fuori il vento scrosciava colla suggestionante sonorit di torrenti lontani. Nel perfetto buio, in quell'armonia selvaggia, Cassio perdeva la percezione del tempo e ricordava e sperava. Nel lettuccio, alla cui asperit le membra s'erano adattate, alitava un grato tepore, e, almeno, era cessata, col venir dell'inverno, la straziante molestia di certi animaletti rossi. Buone visioni rasserenavano l'infelice: la sonorit ondulata del vento gli delineava le care montagne lontane; la traccia del cinghiale tra le felci verdi; poi il fiume glauco, le pernici saltellanti fra gli oleandri in fiore: e fra ogni cosa tremolava il nitrito del suo puledro nero e sopra ogni cosa splendeva il sorriso di Paola.
Ma al grigio apparir del giorno la dolcezza dei sogni notturni rendeva pi amara la realt: egli avrebbe finito con lo sfogarsi morbosamente contro i tre disgraziati compagni, se un giorno non l'avessero provvidenzialmente chiamato in Direzione.
Il signor Direttore si degnava chiedergli un favore: gli avevano regalato una pianticella aromatica, un ciuffetto di filamenti duri e secchi qua e l rinverditi da microscopiche foglioline d'un'acuta e caratteristica fragranza; proveniva dalla Sardegna, e quindi chiedevasi al detenuto se la conosceva e poteva indicarla perfettamente.
Cassio immerse le sue magre e bianche dita tra i filamenti castanei e aggrovigliati della pianticella, e l'annus chiudendo un po' gli occhi. Ebbe, dal profumo, la visione dei grandi pascoli montani del Gennargentu: un fremito di triste nostalgia gli trem fra le sopracciglia.
-  il tirtillo - disse.
- Il tirtillo. L'avevo immaginato. Il prezioso segreto dei pascoli sardi, che d al formaggio sardo quello speciale aroma.
Cassio accenn di s.
- Il famoso tirtillo, - disse inoltre il Direttore, - la nuova cura per l'epizoozia.
- Conosciuta da secoli in Sardegna - disse Cassio umilmente. - Molte cose che al continente passano per scoperte sono popolarissime nell'isola.
Il Direttore non protest. Volse le spalle e si rimise a scrivere, e tutto pareva finito, quando improvvisamente rivolgendosi disse a Cassio, senza guardarlo:
-  stata chiesta la grazia, per lei?
- S: da appena fu respinto l'appello in Cassazione e mi trovavo ancora nelle Giudiziarie di Cagliari.
- A chi  stata chiesta?
- Al Ministero.
- Male. Il Ministero, anche se sollecitato, non definisce mai. Spesso il detenuto ha finito il suo tempo prima che sia definita la pratica.
Cassio si rattrist profondamente.
- Bisognerebbe volgere la domanda alla Regina; si ottiene pi presto.
- Perdoni - disse Cassio curvando il volto - ma si otterr? Ma si otterr?
- Se la domanda sar fatta da sua sorella, si otterr... - rispose quasi stizzosamente l'altro, e volse di nuovo le spalle, di modo che non vide il rossore del detenuto, e questi non scorse il rossore del signor Direttore.
Questa volta il discorso era finito davvero; dopo un minuto Cassio fu ricondotto nell'ufficio. Ma era gi un altr'uomo: la presenza dei tre infelici compagni gli riusciva compassionevole ma non pi odiosa; le sue pallide dita conservavano la fragranza aromatica del tirtillo e accostandosele alla bocca egli sentiva tutta la fresca dolcezza delle sue alte praterie soffiargli nell'anima.
E per la prima volta, forse, il Direttore fu amato sinceramente da uno dei suoi detenuti. Cassio scrisse a Paola raccomandandole di chieder la grazia alla Regina.
"La domanda puoi farla tu stessa, senza ricorrere di nuovo all'arida e venale prosa di un avvocato. Esponi le cose come andarono. Io spero, e benedico la persona che mi consigli".
Pass anche l'inverno. Nelle albe ancora tarde ma limpidissime di febbraio Cassio tornava all'inferriata; il volto era esangue e le vene verdastre diramavano un ramo nudo sulla diafana epidermide della sua fronte, ma gli occhi brillavano di speranza. Dall'Appennino che sfumava le sue creste bianche sull'azzurro cristallino del cielo calava un gelido, ma sano odor di neve; lunghe striscie di erba d'un verde umido vivissimo solcavano il paesaggio, e nell'orto gli albicocchi si filogranavano gi di gemme rossastre.
Cassio sentiva il sangue ribollirgli nelle vene, nella misteriosa attesa d'un lieto evento; tutto il preludio di quel lembo di primavera gli si rifletteva nell'anima.
Un altro uomo, libero nelle sue fredde e melanconiche stanze, provava la stessa irrequieta eppur dolce sensazione; i verdi occhi riflettevano il tenero splendore dell'erba rinascente, e una gemma vermiglia schiudevaglisi in cuore. Un giorno finalmente giunse la richiesta del Ministero sulla condotta tenuta nel Penitenziario dal detenuto Cassio Longino fu Isidoro, ecc. La relazione del Direttore fu splendida; egli ignorava per quali cause il n. 245 aveva falsificato delle cambiali, ma lo riteneva un giovine onesto, d'ottime qualit morali, signorilmente educato. Per poco non aggiungeva la qualifica che un giorno lo aveva fatto ironicamente sogghignare nelle lettere di Paola. Non lo fece, ma assieme alla relazione part per il Ministero, diretta a uno di quegli amici burocratici che non mancano mai alle persone come il signor Longino, una lettera assai ben fatta.
Fosse o no per effetto di questa lettera, fatto sta che il decreto di grazia e l'ordine di scarcerazione arriv ben presto; all'anno preciso in cui Cassio era giunto.
Egli fu ancora una volta chiamato in Direzione; fuori l'aria era tiepida e fragrante, il cielo d'un turchino intensissimo, quasi in color di solfato di rame: ma all'orizzonte dalla inferriata della Direzione scorgevansi lunghe linee parallele, mollemente bianche, distese su quel vivissimo sfondo; pareva una gradinata d'alabastro saliente verso ignote altezze.
Dentro, nel sole dell'inferriata, tremolavano di nuovo le vaghe ombre di lontani rami. Il Direttore sedeva al suo tavolo; ma questa volta vedendo Cassio s'alz premurosamente. Il giovane s'avvide; e non os formulare la stolta speranza che gli balen nell'anima, ma sent il cuore battergli con violenza e quasi con angoscia.
-  giunto il decreto - disse il Direttore, tenendosi fermo con una mano aperta sulle carte del tavolo.
- Il decreto?
- Il decreto di grazia.
- Per chi? - chiese Cassio affannoso.
Il Direttore s'impazient.
- Per chi? Ma per lei! -. Poi si rallegr dell'intensa commozione del giovine. Tanto meglio: se la cosa era cos grande da sembrar impossibile; tanto pi grande sarebbe la riconoscenza. Poi si rattrist della sua gioia. Se i suoi sforzi riuscivano a nulla? Se, come era da prevedersi, nell'impeto della riconoscenza Cassio gli desse speranze vane?
- Per me, per me? - balbettava il giovine. - Per me? Per quanto tempo?
- Per tutta la restante pena.  libero... cio no, non subito, ma tra una formalit e l'altra, fra una settimana sar libero...
Lentamente Cassio si rinfranc: sino a quel momento aveva fissato il Direttore senza vederlo; ora cominci a distinguerlo, a guardarlo. Vide che il volto terreo era colorito, che l'aria di sofferenza fisica era sparita dalla bocca sottile, che i piccoli occhi verdi brillavano.
Egli invece era disfatto, bianchissimo in volto e nelle mani; le palpebre livide per una fittissima rete di vene violacee gli calavano languidamente sugli occhi.
- Quest'uomo  perfetto poich si rallegra sinceramente dell'altrui bene; io l'avevo mal giudicato - pens. Ma poi si chiese: - Perch?
Il perch lo seppe ben presto.
Il Direttore lo preg d'accomodarsi; gli porse il decreto e profitt dell'istante in cui Cassio pareva pi assorto nella contemplazione della firma del Re, per cominciare.
- Ora avrei da comunicarle un'altra cosa. Mi ascolti e non mi giudichi male. Attendevo da molto questo giorno, e la cosa mi pareva facile; ora m'accorgo invece che ho bisogno di gran coraggio, io, e lei di grande indulgenza per intenderci -. Un sorriso triste gli sfior le labbra, ridonandogli quell'aria sofferente che caratterizzava il suo volto. Cassio lo guard un po' stupito, ancor confuso della sua gioia, ma gi abbastanza padrone di s. L'altro cap che si lasciava sfuggire il momento ottimo e s'affrett: e nonostante i suoi sforzi interni la voce tremava alquanto.
- Non so come esprimermi per farle comprendere intensamente ogni cosa; ma ella  abbastanza intelligente, ella capir lo stesso. Senta. Mi sono adoprato a tutta possa per farle ottenere quel pezzo di carta l, - indicava col dito il decreto, e Cassio, seguendo la direzione del dito chin gli occhi sulla carta, - e anzitutto lo feci perch sentivo che la meritava. (- Sa egli la mia storia? - chiese a s Cassio, sentendo che i suoi meriti in carcere eran stati ben pochi). Non le chiedo alcun ringraziamento, ed anzi mi spiacerebbe immensamente se, su quanto sto per dirle, influisse per nulla il sentimento di riconoscenza. Desideravo parlarle come a gentiluomo: (- Diavolo! Che mi creda anch'egli un gran signore e voglia chiedermi del denaro? - pens Cassio. - Non faccio torto alla mia riconoscenza; ma cosa egli vuole da me?) come a gentiluomo e uomo libero, appunto perch la domanda che sto per farle venga svolta da pari a pari. Ella ora  libero, e quindi padrone di accoglierla come pi creder conveniente.
- Parli - disse l'altro con impazienza quasi dolorosa. - Tutto ci che sta in me...
- Non so se sta in lei; ad ogni modo...
- Dica, dica...
- Senta, e, le ripeto, non mi giudichi male, non mi pigli per matto. Leggendo le lettere di sua sorella ho intraveduto in essa una cos buona e nobile creatura che... (- Oh, Dio mio, o Signore! Egli se ne  innamorato! - grid Cassio fra s, e torn a veder buio) me ne innamorai. Non sorrida di me; son giovine ancor io...
Oh, no Cassio non sorrideva:
- Le ha scritto? - chiese rudemente.
- No, non si offenda; non mi sono permesso tanto. Solo a lei...
- Ma  impossibile, ma  strano, ma  impossibile! - proruppe Cassio come parlando fra s, battendo un pugno sul decreto steso sul suo ginocchio. La carta frusciava e strideva.
- Pare impossibile davvero, eppure  cos;  un fatto strano, ma non  la prima volta che accade. Tant', signor Longino. La mia domanda  seria. Pu sua sorella accettarla?
- Quale domanda?
L'altro pens: - Questo giovine  troppo commosso; forse ho fatto male a parlargli subito;  troppo tutto in una volta.
- La mia domanda di matrimonio.
Cassio non rispose subito: fece uno sforzo, si domin; torn a veder chiaro, torn a fissare il Direttore e lo vide come in passato pallido e sofferente e brutto. E nel suo immenso affanno cal una stilla di conforto. - Ella non lo accetter - pens.
- Ma, - domand, - ha ella ben riflettuto? Ha scritto al mio paese, ha assunto informazioni? In simili casi...
- Non ho scritto: a che pro? Sapevo sua sorella signorina, giovine e buona: non volevo di pi. Io sono cos solo.
- Ella  troppo, troppo buono. Son io che ora non so esprimerle la mia riconoscenza. Non abbia timore di non esser compresa: la comprendo benissimo e ammiro il suo animo. La sua domanda mi onora altamente e per me... se stesse in me... Ma le assicuro, far di tutto. Speri.
Si sollev, arrotol con le dita esangui la carta del decreto, guardandola con occulta amarezza: e domin la piccola persona del Direttore che gli si avvicin tendendogli la mano e ringraziandolo. Chiese di poter rientrare nella cella e di spiegargli la branda; gli fu concessa ogni cosa. E si gett sull'ispido giaciglio gemendo. Paola non era sua sorella, ma sua fidanzata. Per lei aveva spezzato il suo onore, compromesso tutto il suo avvenire, rotto ogni relazione con la famiglia. Ella sola gli restava, e pietosamente eraglisi finta sorella per potergli scrivere. Doveva ora perderla? Egli era povero oramai e disonorato: l'(altro) occupava una splendida posizione sociale, era buono e di nobile cuore. Aveva egli il diritto di togliere a Paola una possibile felicit? Egli le aveva sacrificato il suo onore e quasi due anni di libert: ma il sacrifizio non era chiesto da lei e non era giusto che egli in cambio le chiedesse tutta la vita. Ad ogni modo ella sarebbe stata arbitra; - e in fondo egli sentivasi sicuro di s, - ma lo opprimeva il dolore di avere ingannato e d'ingannare ancora quell'uomo stranamente buono e nobile.
- Io gli dir tutto, avvenga che pu - pens sollevandosi dopo lunga ora d'affanno; ma ritto che fu, il suo buon proposito sparve.
- No, non dir nulla. Ha egli il diritto di sapere? No. Gli scriver dal mio paese; dopo tutto egli ha operato il bene per conto suo, per egoismo. I suoi occhi felini non mi rassicurano; ora potrebbe farmi qualche torto.
Ma poscia si vergogn del suo dubbio; url fra s:
- Sarei vile? - e s'aggir nella cella come belva rinchiusa.
Fermandosi presso l'inferriata rivide le nuvole bianche e diafane stese ancora all'orizzonte; conservavano tuttora l'illusione d'una scalinata d'alabastro conducente ad altezze ineffabilmente pure, ma i vaporosi gradini si erano assottigliati e illuminati; sembravano profilati d'argento e svanivano e degradavano con indicibile dolcezza. Cassio fiss gli occhi lass, pensando con profonda nostalgia alla patria lontana; e improvvisamente si sent buono e puro come se si trovasse nell'alta luce dell'estremo di quei gradini e al di l e al di sotto dei suoi sguardi si stendessero le dolci terre natie. Pens:
- Senza di lui io dovrei per altri lunghissimi mesi languire qua dentro: forse ne morrei o commetterei qualche pazzia. Gli dir tutto, avvenga che pu.
Aspett ansiosamente l'ora di ricomparirgli davanti, e quando pot vederlo gli disse con voce ferma:
- Senta, signor Direttore, ho ben riflettuto su quanto stamattina si degn comunicarmi.
- Benissimo - rispose l'altro mentre pensava la parola contraria.
- Prima di riparlarne, giacch  necessarissimo riparlarne, mi permetta dirle in poche parole come and la strana faccenda della mia condanna. Poich - aggiunse con triste sorriso - oso credere che Ella non mi abbia creduto colpevole come per disgrazia sembro.
L'altro stette zitto.
- Senta. Da circa dieci anni amo una ragazza del mio paese. Era ricca, ma orfana d'ambi i genitori e sotto tutela. Fu messa in collegio e anch'io stetti lunghi anni assente dal paese. Al ritorno seppi che bench avesse raggiunto l'et maggiore, ella, la povera fanciulla, tornata pure essa in paese, giaceva sotto l'opprimente tutela dello zio che la maltrattava e s'impossessava di tutto. La ridusse povera; la teneva chiusa e le minacciava orribili cose. Io giunsi tuttavia sino a lei e in cambio del suo amore le promisi ridonarle la sua fortuna e l'indipendenza. "Sposami - diss'ella - fuggir con te". Ma siccome sul mio progetto gravava un fosco avvenire, io preferii operare liberamente. La convinsi rifugiarsi presso una famiglia amica, e quando la vidi al sicuro operai. E sa cosa feci? Forse se lo immagina; falsificai la firma del tutore e siccome egli, ricchissimo, era conosciuto e aveva credito illimitato, ottenni molto, in paese e fuori. Acquistai al nome della fanciulla terre e rendita, e attesi. Alla scadenza fu nota la colpa; io speravo romanticamente di passare per un eroe; invece fui preso, condannato, vilipeso: i miei pochi beni andarono in aria, la mia famiglia mi rinneg. Ella sola mi resta, ed essa, signor Direttore,  Paola.
Il signor Direttore stette ancora zitto. Che poteva dire? Tutto ci che sentiva, la storia di Cassio unita alla sua, pareva una cosa inverosimile; eppure era dolorosamente vera, Cassio parve seguirne il pensiero.
-  strano, non  vero?  inverosimile. Se venisse narrato non sarebbe creduto.
- La vita  cos, - disse l'altro, lentamente, guardandosi le unghie delle dita ripiegate, - il destino ha infinite trame misteriose.
-  rassegnato - pens Cassio, e azzard un'altra considerazione:
- La vita  spesso un terribile romanzo.
Ma guardando bene il Direttore vide cos straziante sul suo volto l'abituale aria di sofferenza, che torn di botto al pensiero che l'aveva ricondotto l dentro.
- Volevo dirle, ecco; nonostante tutto, io far di tutto per dimostrarle la mia gratitudine.
- Che dice, lei?...
- Mi lasci dire. Avevo il dovere di spiegarle come in realt stanno le cose; per giacch Ella  stata tanto buona con me le d la mia parola di gentiluomo che far di tutto...
- Che dice, che dice... - ripeteva l'altro, e intanto pareva intento non alle parole di Cassio, ma a voci lontane.
- Dopo tutto, Paola sola  arbitra; io mi comporter come se davvero fossi fratello, null'altro che fratello.
- Ma no! Ma no! Che dice mai!
- Anzi, se ella desidera, posso scrivere oggi stesso; aspetteremo la risposta. Giacch, veda, secondo questa risposta  poi inutile ch'io faccia ritorno al mio paese.
- Che dice! - ripet il Direttore, ma ora la sua voce vibr cosciente. Si guard l'unghia del pollice eretto sul pugno stretto, poi sollev gli occhi e cerc lo sguardo di Cassio.
- Ella non scriver: ella torner al suo paese, ed io le auguro ogni miglior felicit, dal profondo del cuore. Scusi, sa, ma chi poteva pensare? Ella ha ragione; la vita  un terribile romanzo...
Cassio insist. Lo lasciasse scrivere; era un favore ch'egli stesso gli chiedeva. Vedrebbe. La sua gratitudine era senza limiti, e prima dell'amore era in lui pi forte il dovere. Paola sarebbe certo pi fortunata col Direttore che con lui, ed egli doveva sopratutto voler il bene e la felicit di lei.
L'altro lo ascolt pazientemente; a momenti una vivida luce gli brillava negli occhi, ma fu irremovibile.
- Senta - conchiuse dopo aver ringraziato Cassio - se il suo dovere  di credersi riconoscente verso di me e generoso verso la signorina, il dovere di questa, oramai,  di renderla felice e ricompensarle ogni sacrifizio.
- Pure...
- Favorisca... mi lasci finire. Se la signorina operasse altrimenti non sarebbe pi la nobile e ottima creatura ch'io sognai... E la mia domanda non avrebbe pi ragione d'esistere... Mi capisce? Ho s o no ragione?
Cassio non rispose n s n no: il Direttore s'avvicin all'inferriata. E due supremi sentimenti dilagarono nell'anima dei due uomini: Cassio si sent felice, e il Direttore pens amaramente che, in ogni caso, il suo sogno era inesorabilmente perduto.



"L'ASSASSINO DEGLI ALBERI"

Vivevano una volta ad Orune, fierissimo villaggio sardo posto su un'alta montagna, e famoso per le sue inimicizie, due amici, uno povero e l'altro benestante.
Il povero si chiamava Martinu Selix, soprannominato (Archibusata) (Archibugiata), forse perch usava moltissimo questa parola come intercalare. Del resto non pareva d'istinti feroci, e l'archibugio egli non poteva usarlo, perch era tanto povero da non potersene procurare uno col relativo porto d'arma. Faceva il contadino, seminava molto grano, era giovine, forte, di colorito acceso, con nerissimi occhi torvi e sospettosi.
Sarvatore Jacobbe, il benestante, era invece una specie di piccolo possidente, vestito in costume, ma con giacca di velluto. Aveva tratti signorili, e quando viaggiava portava la polveriera attaccata a un grosso cordone di seta nera. Possedeva bestiame, cavalli, cani, due servi, un gran tratto di terreno piantato a vecchi ulivi ed olivastri; aveva una bella sorella e molta presunzione.
Tutti dicevano:
- Martinu Selix si crede qualche cosa perch va in compagnia di Sarvatore Jacobbe. Si crede forse che gli d la sorella per isposa!
Ma Archibusata non ci pensava neppure. Faceva dei servizi delicati all'amico; qualche volta, quando questo era a Nuoro, per affari, o si trovava occupatissimo per le elezioni, Martinu andava all'ovile, guardava se il servo pastore faceva il suo dovere, se le cose andavano bene, e infine rendeva cento altri piccoli servigi. Egli non ne provava alcuna umiliazione, sebbene la bella Paska lo riguardasse quasi come un servo, e lo mettesse spesso in caricatura.
Le donne d'Orune sono belle, superbe, strane, argute, dotate di selvaggia intelligenza. Parlano in modo meraviglioso, un linguaggio caldo, arguto, pieno di immagini fantasiose; fingono entusiasmo, ira, meraviglia per molte cose; hanno camicie ricamate, corsetti gialli, occhi profondi e bui come la notte. Ballano volentieri, siedono per terra all'orientale, e implorano terribilmente vendetta dal cielo contro le terrene offese.
Il padre di Paska e di Sarvatore, per esempio, era morto in reclusione, condannato, Dio ci liberi, per omicidio. I figliuoli naturalmente dicevano ch'egli era innocente, e ogni anno Paska, per il funereo anniversario rinnovava la (ria), piangendo, strappandosi la cuffia, cantando funebri versi estemporanei: inoltre mandava uno scudo a Nostra Signora di Valverde perch'Ella castigasse tremendamente coloro che testimoniando il falso avevano fatto condannare il defunto.
Paska era ambiziosa e presuntuosa quanto il fratello. Da bambina, secondo il costume del paese, era stata fidanzata ad un uomo tanto ricco quanto maturo. Venuto per in bassa fortuna il fidanzato, la maliziosa bimba non aveva pi voluto sentir parlare di matrimonio. Ora chi sa ci che ella sognava, quando seduta sui calcagni, sul lucido pavimento della chiesa, agitava lievemente le labbra di melograno, con gli occhioni smarriti in alto, tra i rozzi affreschi della volta.
Era alta e flessuosa, con un rigido profilo bronzino. Sembrava una madonna di bronzo. Gli uomini anche i pi benestanti temevano farle la corte: figuriamoci quindi se Martinu Selix osasse neppure guardarla in viso. Egli non lo diceva, ma le era anzi antipatica. Come tutte le donne benestanti di Orune, paese dedito alla pastorizia, Paska sapeva fare a perfezione i formaggelli, il burro, (sas tabeddas), le treccie e tante altre cose che si plasmano col formaggio di vacca passato al fuoco. Ora, un giorno Martinu la trov seduta per terra, accanto al focolare, facendo formaggelli. Per un po' stette a guardarla freddamente, tossendo e raschiando con famigliarit; poi, non sapendo cosa altro dire, si prov a criticarla sul modo con cui ella terminava i formaggelli, indugiandosi cio a intagliare o un pulcino o una lepre nella loro estremit.
- E via, date un colpo cos e cos, e lasciate di perder tempo a far quelle minchionerie, ch tanto tutto vien masticato! - egli disse.
Ella arross e rispose superbamente:
- Cosa ve ne intendete voi? Gi! Dalla esperienza fatta sul vostro formaggio!
Allora tocc a Martinu arrossire. Con quelle parole Paska gli buttava in faccia la sua povert.
- Archibugiata! - grid fra s. - Se un'altra volta mi parla cos la prendo a schiaffi, com' vero Cristo!
E se ne and offeso e mortificato.

Ora avvenne che Sarvatore pens d'innestare tutti gli ulivastri e i vecchi ulivi del suo incolto chiuso.
Voleva farne un bel podere. Era nella vallata dell'Isalle, vicino a questo fiume, un luogo ubertosissimo e bello quanto mai.
Sarvatore fece le cose nel modo splendido con cui i possidenti del Nuorese usano far l'innestatura. Invit cio tutti i suoi amici contadini e gli uomini pi capaci d'innestare. Tutti prestano (gratis) l'opera loro, ma in ricambio godono una bellissima giornata, piena di canti e di pasti abbondanti: pi che giorno di fatica pu dirsi una festa bucolica, nel doppio senso della parola. Anche i pastori prendono parte alla cerimonia; e un poeta latino, - dato n'esistesse ancor uno, - potrebbe trarre una amenissima egloga da questa festa.
Nel giorno convenuto gli amici di Sarvatore Jacobbe vennero tutti al chiuso, a cavallo, con donne in groppa. E vennero i pastori del padrone, con pecore ancor vive stupidamente legate alla sella, e formaggio fresco entro le bisaccie.
In breve i fuochi furono accesi sotto i vecchi ulivi grigi e il fumo sal in gloriose colonne su per l'aria profondamente azzurra.
Maggio rideva nella valle: i cavalli frangevano con le loro corse le altissime erbe, i grani ondulavano argentei in lontananza, gli oleandri curvavano sulle acque verdi del fiume i ciuffi dei loro bottoni di cupo corallo. E calde fragranze passavano con la brezza.
I pastori facevano un po' di tutto. Aprirono qualche alveare, traendone il miele caldo e giallo come oro liquefatto: scannarono le pecore, le scuoiarono, tirandone gi la pelle che si separava azzurrognola dal corpo roseo ed ignudo delle bestie; cucinarono i sanguinacci fra la cenere ardente, e arrostirono le carni su lunghi spiedi di legno, scherzando e ridendo con le donne che li aiutavano.
Paska era naturalmente la regina della festa. Le altre donne, che le stavano intorno come ancelle, non le lasciavano far nulla; ma ella presiedeva, con l'alta persona bizantina che ogni tanto fremeva come gli esili giunchi del fiume.
E un po' sparsi da per tutto, i contadini segavano attenti, quasi con religione, i contorti ulivastri ed i vecchi olivi. Pietro Maria Pinnedda, il famoso innestatore, andava da un gruppo all'altro, guardando coi suoi grandi occhi grigi e maligni. Il suo volto era acceso; un principio di barba gialla gli dorava le guancie.
Infilzata la marza sul tronco reciso, giallo e fresco, lo si attorcigliava strettamente con un tralcio di vincastro; poi lo si ricopriva di terriccio impastato, sul quale il fiero dito di Pietro Maria, dopo aver ben palpato e premuto intorno alla marza, segnava una croce, augurio e preghiera di buona riuscita.
Alla marza infine s'infilava un piccolo triangolo di foglia di fico d'India, fresco cappuccio contro gl'incipienti e fecondi ardori del sole. Cos d'albero in albero, le chiome selvaggie degli ulivastri rotolavano sulle alte erbe fiorite, e gl'innestatori parlavano di banditi, di negoz, d'alberi, di donne e di storie passate. Salivano le alte voci sonore, qualche canto bizzarro, che sembrava il grido selvaggio di un'anima che piangeva cantando, svaniva lontano, fra gli alberi, sotto i quali l'erba serbava una larga ruota di frescura pi intensa; svaniva nei silenzi della valle, nel fiume, al di l del fiume. E le zucche arabescate, colme di vino rosso, circolavano, riscaldando vieppi il sangue di quei fieri uomini dai denti splendidissimi, dalle vesti aspre e scure.
Martinu Selix prestava a tutti aiuto: rideva mostrando tutti i suoi denti stretti, sembrava felice: pareva il sopraintendente di Sarvatore, il quale non faceva nulla, con le mani incrociate sulla schiena e il volto sorridente.
Qualcuno degli invitati restava urtato dai modi troppo padronali del Selix: specialmente Pretu-Maria Pinnedda lo fissava spesso con uno sguardo metallico e iroso.
Il giovinotto rosso dai grandi occhi grigi e maligni era innamorato di Paska, e provava gelosia dell'amicizia che Sarvatore concedeva al Selix. L'aria di padronanza presa in quel giorno da Martinu lo urtava pi che mai, e per urtare Pretu-Maria bastava un soffio d'aria. Gi due volte s'eran dette parole aspre, causa il modo di stringer il vincastro. Martinu diceva:
- Non occorre stringerlo molto.
E l'altro asseriva il contrario.
Parlando di Paska, un momento che Sarvatore era lontano, uno disse scherzando, non senza ironia:
- La mariteremo a Martinu Selix.
- Archibugiata! - egli rispose con un fiero lampo negli occhi. - Ti pare una cosa impossibile?
- Archibugiata - disse l'altro. - Tutto  possibile in questo mondo.
Martinu scroll le spalle come per dire: - Se volessi!
Pretu-Maria arross di collera, ma non disse nulla perch l'argomento gli cuoceva troppo, e capiva che parlavano cos in sua presenza per farlo stizzire.
- Se voi siete furbi come l'aquila, io lo sono come la volpe! - pens.
Ma un momento prima del pranzo, non sapendo come meglio rinnovar a Paska le sue dichiarazioni, le disse con finta amarezza:
- Ora so perch non mi volete.
- Perch, avoltoio senza barba? - chiese ella, degnandosi di guardarlo.
- Perch avete idea di pigliarvi Martinu Selix.
Ella gett un acuto grido, uno di quei caratteristici gridi che solo le donne d'Orune sanno fare.
- Chi ve l'ha detto?
- Lui stesso.
- Menzogna.
- Che mi sparino se non  vero!
E ripet il dialogo, aggiungendovi qualche cosa di suo.
Paska si f buia in volto, e fu per strapparsi la cuffia in segno di umiliazione e di dispetto.
Soddisfatto discretamente, Pretu-Maria la preg di tacere, di non far scandalo; ma ella, irritata sul serio, prese a dileggiare apertamente Martinu anche durante il pranzo.
Seduti in circolo, per terra, i convitati mangiavano su taglieri di legno e su pezzi di sughero: per posata portavano i coltelli affilati e niente altro. Pi che il vino, il miele, raffreddatosi ma non del tutto, condiva il pranzo, in esso immergevano le bianche fette del formaggio fresco, il formaggello arrostito, le lattughe, il pane e persino la carne. Molti lo mangiavano senz'altro, succhiandone tutta la dolcezza e sputando lontano la cera masticata.
Allegri discorsi guizzavano da un capo all'altro; risate sonore vibravano nel rezzo dei vecchi ulivi. A nord e ad oriente le montagne azzurre sfumavano nel dilagare azzurro del fulgido meriggio.
A un tratto tutta l'allegria cess: una maligna nuvola pass sul lieto convito. Paska diceva, rivolta a Martinu:
- Lo vedete il conte d'Artea, che vuole una dama per moglie! Peccato che ad Orune non ce ne sia!
Martinu, che finora aveva risposto con calma agli scherzi salati di Paska, fin con l'irritarsi, tanto pi che il vino lo rendeva pi ardente e sospettoso del solito.
- Lasciami in pace, Paska, che io non ti sto cercando. Lo so bene che sono un mendicante, ma una donna migliore di te posso ben trovarla.
- Eh, sicuro! Nostra Signora di Valverde ci aiuti! Donne come me tu non ne vuoi. Le vuoi... come te stesso...
- E chi sei tu? Perch hai due soldi da spenderti? Archibugiata! Ma sta attenta: il mondo  una scala. Chiss che i figli miei non possano far l'elemosina ai tuoi!
Paska divent rossa come lo scarlatto che orlava la sua gonnella. Disse:
- Per ora posso farla io a te!
Martinu sbatt a terra, violentemente, una piccola tazza di latta piena di vino, che teneva fra le mani, e grid un insulto contro la fanciulla.
- Martinu! - url Sarvatore.
- Non m'importa nulla di te! E di nessuno m'importa! - grid Martinu, con gli occhi verdi per l'ira. - Siete tanti cani rognosi! Non dipendo da te, Sarvatore Jacobbe, e forse tu dipendi pi da me, che io da te. Non ti devo nulla! Non ti devo n pane n grano n denaro; e tua sorella pu far a meno di rinfacciarmi la mia povert. Povert non  vilt, Sarvatore Jacobbe, povert non  vilt. Ma se credi che la mia amicizia possa farti disonore, posso ben...
- Tu sei ubbriaco.
- Ubbriaco sei tu.
- Rognoso!
- Rognoso sei tu.
Basta; ne nacque una disputa fierissima, e per poco macchie di sangue non s'unirono alle chiazze del vino che profanavano l'erba. I due amici si rinfacciarono cose fino allora ignorate dagli astanti; e le loro fronti arsero di rossore, non si sa se pi per la collera o per la vergogna.
Le donne strillavano. Bianca per terrore, Paska si pentiva delle sue parole, e con modi insinuanti cercava smorzare il fuoco da lei acceso. E il fuoco fu spento; gli amici parvero anzi riconciliarsi, e Martinu, che voleva andarsene, rattenuto a viva forza, rimase; ma non alz pi i suoi torvi occhi sul volto di Sarvatore; e questo se ne stette in un canto, sinceramente mortificato per lo scandalo dato.
Si riprese a innestare. Pretu-Maria aveva l'aria d'un uomo vittorioso; ma anche Martinu rideva di tanto in tanto, forzatamente, a misura che i tronchi innestati venivano marcati col segno della croce.

Due giorni dopo Martinu Selix part per la festa di San Francesco di Lula. Part sul far della sera, a piedi, a testa nuda: cos era il suo voto. La notte lo colse in viaggio: allora il pellegrino cambi direzione e invece di proseguire verso San Francesco, scese verso l'Isalle e s'appost fra gli oleandri. A notte alta, mentre la sacra rugiada del cielo pioveva sulla dormiente natura, e l'acqua del fiume rabbrividente rifletteva la gran pace arcana della luna al tramonto, e pi distinti salivano i profumi dei giunchi, Archibusata compi la sua terribile vendetta senz'arma. Strapp le marze dagli alberi innestati con tanta cura e religione.

Ma nel rivarcare il muro, un uomo gli si rizz inesorabile davanti; e nel pallido albore lunare brill la canna d'un fucile.
- Io lo sapevo, faina maligna! - grid Sarvatore Jacobbe. - Ora potrei ammazzarti come un cane, ma ti far qualcosa di peggio.
Tre uomini uscirono dai roveti.
- Voi avete veduto - disse loro Sarvatore. - Questo pellegrino noi non lo uccideremo, non  vero, e non lo denunzieremo neppure, non  vero? Martinu Selix, tu mi servirai (gratis), tu mi farai il servo per altrettante settimane quanti alberi hai assassinato.
La strana sentenza echeggi potente nella gran pace rorida della valle. Martinu Selix prosegu il suo pellegrinaggio; ma al ritorno entr come servo in casa dei superbi Jacobbe, e per tre anni sub il suo castigo morale e materiale.



"ZIA JACOBBA"

Questa che parr una storiella da focolare (cos noi chiamiamo le fiabe),  invece una storia vera, accaduta in un villaggio della Baronia di Sardegna.
Quando avr detto che ai tempi di Tolomeo questo villaggio, - ora fra i pi miseri del Nuorese, - era fra le citt pi opulente delle colonie romane, forse ne saprete qualche cosa.
Quando aggiunger che il nostro governo ha gi messo all'asta quasi (tutte) le case e i terreni di questo villaggio, per l'imposta che i miseri abitanti non riescono a pagare, voi che nei giornali avete letto la strepitante notizia di un (comune sardo messo all'asta), ne saprete quanto me.
Questo accade per: si fa l'asta; vengono espulsi gli abitanti coi loro stracci, che restano pi o meno sulla via. Nessuno si presenta all'asta e tanto meno alla subasta; cosicch gli stabili vengono aggiudicati al demanio. Si fa egregiamente e regolarmente ogni cosa, ma appena i funzionar hanno terminato la cerimonia e se ne sono andati, gli espulsi rimettono entro le case, - che hanno aperture poco solide, - le loro mobilie, e tornano ad abitarvi tranquillamente, in barba al demanio che non se ne accorge o non vuole accorgersene.
Lo stesso avviene delle terre: i proprietar continuano a coltivarle senza essere pi molestati dal commissario; talch molti finiscono col lasciarsi subastare i terreni per non pagare pi imposte, che, a dir la verit, sono superiori alle rendite.
Cos la buona parte degli abitanti sarebbe pressoch felice, - liberatasi dall'incubo dell'esattore, - se le piene, il sole, e sopratutto la malaria non facessero le vendette di quel flagello dell'umanit, chiamato elegantemente "messo erariale".
Della miseria poi non si parli. In primavera molti Baroniesi tolgono le tegole dai loro tetti e le vendono a Nuoro: riusciranno nel prossimo inverno a ricoprire la loro stamberga? Quesito difficile a risolversi; per cui lo lasciamo l.
E tutto questo sia detto per l'(ambiente).
Ora, fra le catapecchie espropriate nel '93 c'era quella di zia Jacobba Varche. Messa tre volte all'asta per L. 3,72, e nessuno presentatosi, il gran palazzo rest al demanio. Nel frattempo zia Jacobba era stata a Nuoro; al ritorno si diresse senza esitare alla dimora gi sua e vi rientr tranquillamente. Tranquillamente per modo di dire, giacch zia Jacobba aveva la morte nel cuore. Un continuo fremito di tristezza le scomponeva la povera faccia gialla.
Ma il suo dolore era causato da ben altra disgrazia. Sentite la storia di zia Jacobba Varche.

Ella era una povera donna, misteriosa e bizzarra, sulla cinquantina. Come quasi tutte le povere donne della Baronia, soffriva le febbri miasmatiche, tanto pi che passava le giornate nelle paludi, tra le verdi acque stagnanti, pescando sanguisughe. Pescando per modo di dire; perch tuffava le gambe nell'acqua malefica, aspettando che le sanguisughe vi si attaccassero ferocemente. Ella poi si curvava, staccava dalle sue povere carni lo schifoso animaletto e lo introduceva a viva forza entro un'ampolla verdognola, a met colma d'acqua.
Dopo la morte del marito, zia Jacobba e Chianna (Lucia Anna), la sua piccola figlia, vivevano di questo mestiere. Con l'ampolla verdognola entro cui le sanguisughe s'allungavano e restringevano continuamente, la povera donna recavasi a Nuoro e nei villaggi. Chianna intanto, nella casetta nera, filava del lino con un fuso pi lungo di lei, e dava attenzione al porchetto e alle galline.
Siccome il porchetto litigava spesso con le galline, le quali a dire il vero erano molto impertinenti e gli beccavano le mosche persino negli occhi, Chianna, dopo avergli dato da mangiare, lo metteva entro un sacco, ridendo delle sue strida. Le galline si disponevano in circolo, guardavano l'agitato sacco con un solo occhio, tondo, fisso, rosso, e parevano ridere anch'esse. Qualcuna poi starnazzava le ali, camminava lesta lesta, facendo un certo picchietto coi suoi passettini, e andava a beccar le mosche proprio sul sacco. Il porchetto raddoppiava le sue strida; Chianna ritornava a filare cantando.
Ritornando zia Jacobba trovava il paiolino che bolliva, il suolo spazzato, il porchetto quieto entro il sacco, le galline sedute a far le uova, e Chianna che filava cantando.
La benedizione di Dio era in quella povera casetta nera: la caffettiera non mancava ogni giorno di saltar ballando sul focolare.
Zia Jacobba si sentiva felice, nonostante le sue febbri, alle quali infine c'era avvezza. Ogni volta che ritornava dalle paludi o dai suoi viaggi, provava una indicibile gioia rivedendo Chianna, e le copriva la testina di baci, chiamandola la (pulcina dalla cresta d'oro), oppure la sua (santina d'argento). Infatti il visino della piccina rassomigliava a quello di certe madonnine pisane che s'incontrano in qualche vecchia chiesetta sarda.
Zia Jacobba invece era molto brutta, vieppi deformata dalla febbre che le gonfiava lo stomaco. Il suo corsetto di velluto nero, poi, sembrava coperto dal fango verdastro delle paludi; e le sue babbuccie di cuoio, non conservando pi n forma n colore, dicevano lo strazio delle lunghe leghe percorse sulla polvere marmorea degli stradali, sotto il crudele cielo di acciaio azzurrognolo, luminosamente cinereo nelle ardenti lontananze.
Le vicine volevano bene a Chianna, ma parlavano male della madre, e dicevano strane cose sul suo conto. Il fatto era questo: zia Jacobba era linguacciuta e guardava tutti con gli occhi torvi. Ora, siccome l'amore si ottiene solo a forza d'amore, zia Jacobba non ne otteneva punto.
Per fortuna poteva campare sul suo; altrimenti nessuno le avrebbe dato un sorso d'acqua. Tutte parlavano male di lei: e dicevano che avesse relazioni col diavolo. Uhm! Questo  nulla, perch veramente qual  la donna che non ha relazioni col Maligno? Ma si diceva anche, - e questo era il pi, - che zia Jacobba avesse relazioni personali con gli spiriti delle rovine di Castel Roccioso, fra le quali, a quanto pare, vivono ancora le anime delle antiche baronesse e dei rispettivi baroni.
Diceva zia Sebia (Eusebia), quell'anima perduta, che pi che aver relazioni col diavolo gli aveva venduto l'anima, quella donna alta, scarna, con gli occhi verdi e le labbra grosse sporgenti, che stava in fondo al vicinato:
- Quando comare Jacobba fa vedere d'esser a Nuoro o in casa del diavolo, per vender la sua pesca,  invece al castello, facendo la serva a (loro), lavandoci i panni, portandoci le legna ed altre cose ancora.
Zia Jacobba, per, poco si curava delle cattive lingue. La felicit di casa sua era superiore ad ogni cosa. Chianna era tutto il suo mondo; fuori di Chianna non c'era per lei altro al mondo.
Ora avvenne una cosa tremenda. Chianna busc le febbri: anche il suo visetto di smalto antico si deform, anche il suo piccolo stomaco si gonfi, quasi un mucchio di rane palustri color giunco v'avesse preso abitazione.
Un giorno le vicine videro zia Jacobba e la piccina avviarsi verso lo stradale.
- Dove andate, comare? - chiese zia Sebia.
- A Nuoro, per curare questa bambina - zia Jacobba rispose con profonda tristezza (il porchetto e le galline erano state vendute).
Zia Sebia rise con gli occhi verdi scintillanti. Come mai quelle due potevano andar a Nuoro; come potevano neppure arrivarci?
Eppure si seppe pi tardi che eran salite in vettura per arrivarci, e che a Nuoro il medico visitava Chianna quasi fosse stata figlia di signori.
Lungo tempo zia Jacobba rest lontana; in modo che le nottole e i sorci davano ogni sera meravigliose feste da ballo entro la casetta. Il fuso di Chianna fu tutto rosicchiato e sul paiolino brill il verderame. Poi l'esattore mise tre volte all'asta lo stabile, per lire tre e centesimi settantadue di imposte arretrate.
Spero vi ricorderete il resto.
Ma zia Jacobba ritornava sola perch Chianna era morta.

Il focolare era spento; la cenere sembrava polvere. Le grigie tende dei ragni tremolavano qua e l per gli angoli e sotto il tetto come i sottili merletti fiamminghi di cui deve essere adorna la Desolazione. Il sacco del porchetto era tutto trapuntato; e i sorci cominciavano gi a ricamare la coperta del letto, povera coperta di lana a striscie gialle e nere, filata e tessuta vent'anni prima da zia Jacobba, per il corredo nuziale.
La povera donna pianse lungamente, finch nei suoi occhi non rest una lagrima e nella sua gola un singulto.
Non doveva esser vera la sua relazione col Maligno, perch in tal caso gli avrebbe venduto l'anima pur di riaver la figliuola.
I giorni scorrevano tetri e lenti, in una profonda miseria di pane e d'affetti.
E il dubbio che Chianna fosse morta per forza di qualche malefica magia, metteva una continua febbre nelle pupille della povera donna. I sortilegi per il danno o la morte delle persone odiate si eseguivano con statuette di sughero, flagellate di chiodi e d'aculei, e collocate in luogo sotto il quale o sopra il quale la persona presa di mira passasse. L'effetto era sicuro e terribile: per magico incanto i chiodi e gli aculei pungevano il corpo del malcapitato, causando malattia e morte. Ritrovando la magia e disfacendola, la persona poteva salvarsi; non cos se non veniva ritrovata o, se ritrovata, gettata sul fuoco senza estrarne i chiodi.
Negli ultimi giorni della malattia di Chianna, qualche pia persona aveva insinuato il dubbio d'un sortilegio.
Ritornata nel suo paese, zia Jacobba pensava, pi che a riprendere una vita ormai rotta e disfatta, a scoprir la mala e vendicarsi.
Cerc sopra il tetto, sotto il suolo, nella porta, in ogni ripostiglio. Invano. Non trov che vermi, tarli, sorci; tutte cose che, sebbene malefiche, non potevano essere magie.
Allora, insensibilmente, si avvicin alle vicine di casa, comunicando loro il segreto ed aizzandole l'un l'altra per saper qualche cosa.
- Ha perduta la ragione - dicevano le vicine fra i loro pettegolezzi.
Ma un giorno zia Jacobba disse a pi d'una, sempre in segreto:
- Se riesci ad aiutarmi ti do due scudi -. E li mostr sulla palma della mano. Erano d'oro, rotondi e gialli come una piccolissima luna!
La notizia si sparse. E allora zia Jacobba non aveva pi perduto la ragione, e le vicine si guardarono in cagnesco, e si diedero a cercar la magia con accanimento, quasi i chiodi li avessero loro sul corpo, e cominciarono a spiarsi e lacerarsi. Ma nessuna trovava nulla. E zia Jacobba si persuadeva che Chianna era morta di mal di Dio, quando un giorno venne a trovarla Pottoi (Maria Antonia), figlia di zia Sebia.
Pottoi era stata un po' amica e comare di Chianna: aveva la stessa et, ed era bellina anch'essa, coi capelli d'un biondo ardente, bruciati dal sole, e gli occhi verdi come quelli di sua madre.
- Io so chi ha fatta la magia e dove si trova - disse.
- E non potevi squarciarti prima? - grid zia Jacobba.
- Eh, non pigliatevela con me, zia mia! Altrimenti non dico nulla.
Zia Jacobba si fece dolce e supplichevole. Allora Pottoi le fece giurare che le avrebbe dato i due scudi d'oro, e che mai avrebbe palesato chi aveva scoperto la magia. La povera donna giur. Poi si avviarono assieme verso le paludi ove zia Jacobba soleva pescar le sanguisughe.
Pottoi raccolse la sottana fra le gambe, avanz e scav fra i giunchi, sui quali Chianna era passata l'ultima volta ch'era andata laggi; e ne estrasse una statuetta che aveva le forme d'una bambina gonfia per le febbri, tutta tempestata di pezzetti di vetro e di chiodi.
- L'ha fatta zia Maria di Locula - disse a voce piana.
Zia Maria era una povera tessitrice, del villaggio di Locula, una povera donna che sembrava la pi innocente creatura del mondo.
Zia Jacobba, con le mani tremanti e il volto livido, piangeva e imprecava, guardando per tutti i versi la fatale statuetta. Cerc saperne di pi, ma Pottoi si chiuse in sovrano silenzio, volle i due scudi d'oro, rotondi e gialli come piccolissima luna, e se ne torn a casa sgambettando.
L'arcano era questo: avida dei due scudi d'oro, e volendo anche non so per qual causa far male a zia Maria di Locula, zia Sebia aveva qualche giorno prima fatta e sotterrata la statuetta, mandando poi Pottoi a corbellare la povera vedova.
Tutto era andato bene; ma zia Jacobba cadde malata dal dispiacere, e Pottoi si pent sinceramente del suo mal fare. Non potendo rimediare in altro modo, cominci a frequentare la casa di zia Jacobba, assistendola e confortandola.
Zia Sebia bastonava la piccina, ma ella andava lo stesso dalla sua vecchia amica: le spazzava la casa, faceva il fuoco, portava l'acqua. A momenti zia Jacobba credeva veder Chianna risuscitata, e tanto si affezion alla ragazza che l'idea di adottarsela per figliuola la riconcili con la vita. Appena pot, cominci le pratiche presso zia Sebia; ma la sua proposta fu respinta con orrore.
Diceva zia Jacobba, con profonda convinzione negli occhi:
- Datemi Pottoi, comare; vedrete che non ve ne pentirete, comare.
Ma zia Sebia aveva un maligno splendore verde negli occhi, e per poco non bastonava la povera donna. L'idea che Pottoi poteva render felice quella disgraziata dava una vertigine di rabbia al suo perfido cuore.
- Ed io fuggo! - disse Pottoi.
La madre le diede una batosta numero uno, e poi la mand serva a Nuoro. Zia Jacobba non la rivide mai pi. L'assenza di Pottoi, a cui s'era tenacemente affezionata, la fine della sua nuova speranza, e le ingiurie ricevute da zia Sebia, furon per lei il colpo fatale. La febbre l'assal ferocemente: tutto l'inverno passato ella rest a letto, invocando la morte, che venne a trovarla verso i primi d'aprile di quest'anno.
Una sua miserissima cugina, che negli ultimi giorni penosi l'assist per amor di Dio, trov fra la stoppia del saccone del letto una scatoletta piena di quei doppi scudi d'oro, rotondi e gialli come piccolissime lune. Questa fortuna colossale, per quanto misteriosa, le permette di sposare un bel giovine, che alla luce di quelle piccole lune non vuol vedere che la sposa  sdentata e discretamente calva per i suoi cinquant'anni.
Zia Sebia dice ch' denaro del diavolo, e dicendo cos gli occhi suoi sembrano di vitriolo; ma intanto si rode notte e giorno i pugni e muore di dispiacere.



"DONNA JUSEPA" [6]

- Bakis, - disse zia Antonia, appena suo marito, che tornava di campagna, fu seduto accanto al fuoco, - don Antine ha mandato a chiamarti due volte.
A queste parole Bakis Fronte si drizz come una canna, aggrottando le grosse sopracciglia grigie.
- A che ora? - domand.
- Di mattina e di sera.
- E che hai tu risposto?
- Per l'amor di Dio, cosa tu volevi che rispondessi? Che appena tornato dall'ovile te lo avrei detto.
Zia Antonia rest accoccolata accanto al fuoco, ma senza farne le viste segu con sguardo sospettoso ogni movimento del marito e quando questo usc fuori imprecando, ella singhiozz piano piano, nascondendo il viso pallido e rugato fra le mani. Facendo un gran chiasso sull'antico selciato, coi suoi scarponi ferrati, zio Bakis scese rapidamente il lungo viottolo precipitoso che dalla sua catapecchia, posta in cima al villaggio, conduceva sino alla chiesa. Poi percorse altre due stradicciuole buie, perfettamente silenziose, e and a batter il muso contro la casa di don Antine. Una casa nera, circolare, con finestre piccole, irregolari, munite di inferriate e di persiane a lamine di ferro. S'udiva solo il cigolio dei fumaiuoli sul tetto, scossi dal vento notturno; ma appena zio Bakis batt fortemente al portone, cinque o sei cani abbaiarono con diverse voci rauche, sonore, nell'interno, e tutta la casa parve scossa da un fremito.
- Chi ? - gridarono dall'interno.
- Sono io.
- Chi tu?
- Io Bakis Fronte. C' don Antine?
La serva apr e gli sorrise dicendo:
- Che il diavolo ti scortichi; c' bisogno d'atterrare il portone per farti aprire?
E lo introdusse in una sala quadrata, a volta, sulle cui pareti gialle spiccavano certi mobili antichi, di quercia, rozzamente intagliati.
- E... Jusepa? - domand zio Bakis, guardando acutamente la serva.
-  di l - ella rispose, voltandogli le spalle. Egli la segu con lo sguardo; gli parve dal moto degli omeri, che ella ridesse, e ne prov una collera sorda, impotente. Poco dopo entr don Costantino, in babbuccie rosse, in papalina rossa.
- Buona notte, Bakis - disse con indifferenza: e sembrava piegarsi a una gran degnazione salutando in tal modo il povero uomo.
- Buona notte, don Antine - rispose l'altro torcendo il collo.
E si guardarono con una specie di sorpresa, di meraviglia, quasi non si fossero veduti mai.
Zio Bakis era un povero diavolo gi vecchio e curvo. Essendo in duolo per una sorella, indossava un corto cappotto nero, col cappuccio, che gli tirava la testa indietro, abbassato fin sugli occhi: e cos sembrava pi nero, pi cupo e misero del solito.
Don Antine invece sembrava ed era un gentiluomo: rosso, con baffi biondi: ma ci non impediva che anch'egli cominciasse a invecchiare. Negli angoli dei suoi occhi turchini vivissimi, penetrantissimi, sprofondavasi un ventaglietto di rughe; e neppure tutto il vino delle sue cantine, le granaglie e i formaggi delle sue dispense, le antiche tele delle sue arche, l'erba delle sue (tancas) sarebbero bastate a fargli rinascer sulla testa i capelli che mancavano.
- Sedete - disse a Bakis, battendo una mano sulla spalliera d'una sedia. L'altro rest ritto, rigido, con la testa tirata indietro. La fiammella argentea della strana candela antica, di rame rossastro, s'allungava, sfumava in violetto, fumava: sul soffitto il cappuccio di Bakis pareva una montagna.
Don Antine guardava appunto lass, per non degnarsi di guardar il povero uomo. Questo per s'impuntigli a star zitto, finch il signore parl.
- E dunque, cosa  questa storia? Perch hai picchiato tua figliastra Jusepa, minacciando ucciderla se non usciva dal mio servizio?
Bakis s'era preparata la risposta come si doveva; ma giusto allora la dimentic. Si dimen tutto entro il cappotto, cerc inutilmente sporger la testa in avanti, e riusc a risponder malamente:
- Eh, questo  nulla! E se si ostina a rimaner qui la massacro davvero, e le faccio uscir il cuore per le calcagna. E sapete perch son venuto, signor don Antine? Non perch mi avete avvisato due volte, ma perch speravo venisse Jusepa ad aprirmi. E sapete, signor don Antine, ero deciso di afferrarla per il ciuffo e darle un'altra bastonata; giacch ho pensato: se il padrone si interessa al punto di far chiamare due volte questo poveretto per pregarlo di lasciargli serva la figliastra, vuol dire che la cosa  vera, che l'anima della vossignoria sia impiccata!
- Lascia le bestemmie e ragiona - disse don Antine facendo il savio (dando del voi e del tu a Bakis, che a sua volta gli dava del voi e del lei), mentre internamente fremeva all'idea del magnifico ciuffo biondo di Jusepa afferrato da quelle mani prepotenti.
- Tu sai, Bakis Fronte, che sei pi piccolo di questo mio dito mignolo, - e glielo mostrava, - ed io potrei annientarvi con una parola.
- Voi farete un corno! - grid Bakis, e poich non poteva avanzarla in avanti, spinse la testa indietro. - Bench siate ricco, non vi temo pi dei miei scarponi. La ragazza torner a casa, altrimenti guai, guai, guai!
- Ha ventitr anni. La legge...
- La legge la faccio io e la fa mia moglie. Oh che! Anzi faccia attenzione, vossignoria signor don Antine; sapete che non ho altro che la mia pelle e il mio onore, e la prima, perdio, posso bene esporla per il secondo.
Don Antine sorrise con pietosa dolcezza:
- Ah, vorresti dunque uccidermi, tu? Tu, Bakis Fronte? Ma, senti, se la cosa, cio quella stupida cosa che dicono in paese, fosse anche vera, che te ne importerebbe?  tua figlia, forse?
-  figlia di mia moglie! E suo padre era mio amico, e mi disse una volta: "Bakis Fronte, quando sar morto tu fa da padre a mia figlia".
- Ah,  perci che hai sposato la madre? E quel buon uomo, sapeva che avresti sposato sua moglie, eh? - disse don Antine, con malignit che voleva parer bonaria. Si sedette. L'annoiava la piega seria che le cose pigliavano, e si passava la mano sulla testa calva, come per scacciarne idee moleste.
- L'ho sposata perch mi  parso e piaciuto - disse l'altro, pigliando coraggio dal contegno del signore; - e ora tutto il villaggio dice che non son buono a custodir la figliuola di mia moglie, a strapparla da una casa dove il padrone non la guarda pi come serva, ma come... altra cosa. Ma io l'ho bastonata, perdio, e torner a bastonarla se non torna subito a casa!
- Bella prodezza, Bakis Fronte! Si bastonano le bestie.  una calunnia...
- Una calunnia, una calunnia! E allora perch vossignoria piglia tanto interesse...
- Perch? Perch quella ragazza  una buona servente, perch mi regge la casa, perch mia figlia vuol solamente lei. Infine, per non dar retta a questi cretini, per non darla vinta a questi serpenti... Cosa altro vuoi che mi occupi di te, di tua figliastra o del resto?
Egli ora parlava con tale indifferenza, con tal fine disprezzo, che Bakis sent il terreno mancargli.
- Tu sei uno sciocco, Bakis Fronte: io non so, non capisco come si possano creder certe cose. Eppure tu passi per un uomo savio.
- La saviezza e la stoltezza le d Iddio nostro Signore. Del resto, vossignoria don Antine dovete sapere che la stoltezza  di trentadue qualit: ogni individuo ha la sua.
- Tu parli bene, ma benissimo anzi - disse il cavaliere, sempre passandosi la mano in testa. - Per io credevo che tu fossi un uomo savio.
- Ma non sente, don Antine, la sciocchezza  di trentadue...
- Infine, le lingue cattive bisogna lasciarle dire. Ma infine c' solamente tua figliastra in casa mia per servente? Le lingue cattive...
- Non c' fumo senza fuoco. Infine io la voglio in casa, vero o non vero; ecco tutto.
- Ma allora si dir di pi.  meglio lasciar dire. Fa una cosa, Bakis Fronte: queste non son cose da parlarsi fra uomini; fammi venir tua moglie. Le spiegher...
- Ma avete avvisato me, avete avvisato me.
- Ti credevo pi ragionevole. Ora...
Non sappiamo perch, zio Bakis, che quasi quasi si lasciava persuadere, sent improvvisamente ribollirgli il sangue: arross e proruppe:
- La voglio in casa! Sia inteso!
La sua voce era cos terribile che Jusepa, la quale origliava dietro l'uscio, divent bianca per paura.
- Ma allora io me ne lavo le mani - disse don Antine, levandosi e facendo atto di lavarsi le mani. - Accomodatevi tra voi. Ti ho avvisato per dirti che n tu n tua moglie dovete dar retta alle cattive lingue. Io rispetto Jusepa come una mia parente. Non volete crederci? Peggio per voi... del resto accomodatevi.
- Dovete mandarla via voi - disse Bakis abbassando la voce, disarmato dalla fredda indifferenza di don Antine.
- Io? Ma niente affatto! Non ho alcuna ragione per poter mandarla via, io. Non mi ha mai disgustato:  attenta, fedele, laboriosa: mi ha sempre accontentato.
- Lo credo bene - ghign zio Bakis, e s'avvi per andarsene. Fu per chiedere di veder Jusepa e di portarla via subito, ma non os. Non ostante le sue rodomontate sentiva una istintiva paura, cos, di notte, solo, in quella casa potente e misteriosa.
Egli era davvero come il dito mignolo di don Costantino: attraversando l'andito poteva piovergli una mazzata sul cappuccio, e Antonia quella notte e poi sempre sarebbe andata sola a dormire.
Era dunque meglio aspettar la dimane: avrebbe fatto venir a casa la figliastra, e la avrebbe legata ai piedi del letto.

Ma n l'indomani n mai Jusepa lasci la casa del padrone. Don Costantino, vedovo, aveva cinquant'anni ed era l'uomo pi istruito del paese: parlava l'inglese e, si diceva, anche il russo; inoltre aveva viaggiato cinque anni interi in America, in un tempo nel quale le Autorit, non sappiamo per qual ragione, credevano opportuno pensar cose cattive sul conto suo.
Poi queste cose cattive s'eran dilucidate, e don Antine era tornato.
I paesani, piuttosto arguti e maligni, che facevano le cose in grande o non le facevano, dicevano che egli aveva duecento cinquanta figli, sparsi su tutta la superficie del Messico e della Sardegna; ma veramente pochissimi se ne conoscevano, e fra questi pochi era Lelledda la sola legittima: maligna, maleducata e bella. Allevata tra serve perfide e gente senza delicatezza, a dieci anni Lelledda parlava male di tutti, imprecava, strapazzava bestie ed uomini, e pareva infine pi matta che altro.
Una sera, sdraiata sul pavimento della sala da pranzo, con le gambe in aria, scriveva il suo nome col gesso, lungo le tavole pulite e levigate.
- Lel-led-da! - grid, quando ebbe sporcato un buon tratto di pavimento. Si sollev, diede due o tre salti, fece la ruota, pest i piedi e torn all'opera.
E si mise a cantare urlando:
- Lel-led-da, Fran-ce-sco, Ma-ria, Giu-sep-pa-aaa... Gat-to... vio-li-no... mo-li-no... Igna-zia-aaa... -. Indossava un vestito giallo fiammeggiante, a grandi fiori rossi, qua e l strappato sebbene nuovissimo; e coi capelli neri arruffati e con gli occhioni neri brillanti sembrava una piccola zingara, una creatura spiritata.
- Cosa diavolo stai facendo? - grid Jusepa entrando precipitosamente. Cerc rialzarla, ma Lelledda le sfugg di mano, si rigett per terra, spezz coi dentini il pezzetto di gesso che le lasci le labbra bianche, e si rimise a urlare:
- Lel-led-da..., Ma-riaaa, Igna-zia, Gio-van-naaa, capra, ca-priolooo.
- Vuoi finirla s o no, brutta bestiola? - disse Jusepa digrignando i denti. - Che la volpe ti scanni, tuo padre  a letto perch si sente male, e tu urli? Vuoi finirla?
- Mio padre  a letto, - disse allora Lelledda, - ma il tuo  nell'inferno e tuo fratello  in galera...
Bench non avesse fratelli, dimenticando che Lelledda era una bimba che parlava secondo il suo esempio, Jusepa si strapp il fazzoletto di testa, e per rabbia emise due o tre gridi. Poi picchi abbastanza bene la ragazzina. Furono urla e grida da non dirsi; accorsero le altre serve, e don Antine fece domandare cosa diavolo accadeva (il diavolo era ingrediente indispensabile nel frasario di quella casa).
- Lo vedete? - grid Jusepa. - Mi ha graffiato e poi dice che sono io a batterla, perch le ho detto di non disturbar suo padre.
La calunniava anche? Con un nodo in gola, Lelledda pianse tutta la sera, strappando il vestito, ma non disse pi una parola. Meditava la sua vendetta. E l'indomani disse a Maria Ghespe, una serva brutta che sembrava una mora, nemica di Jusepa:
- Giura che non la ripeterai e ti dico una cosa che ho veduto.
- Che mi escano gli occhi...
- No, giura pi forte.
- Che non riveda mia madre... - giur la serva, sollevando gli occhi, e mettendosi una mano sul petto.
Lelledda abbass la voce.
- Ho veduto Jusepa baciar un uomo.
- Chi, chi, chi, per l'anima mia? - domand Maria rabbrividendo di gioia. Ma Lelledda non volle dirlo, nonostante i mille orribili giuramenti della serva.
- Dimmi almeno dove, anima mia; che tutto ci che tocco mi si cambi in pietra, se ripeter...
- No.
- Dimmelo, dimmelo, rosa mia: far tutto quello che vorrai, d'ora in avanti. Dimmi dove...
E si curvava e tendeva l'orecchio.
- Ebbene, - disse Lelledda, che non sapeva quel che si diceva, e sopratutto mentiva, - su, nella stanza da pranzo.
-  col padrone! - pens Maria fulminata. Nessun altro penetrava mai nella sala da pranzo, al primo piano. Quando c'erano ospiti, od invitati, si pranzava abbasso, in una vasta stanza piena di guardarobe e di credenze.
Maria Ghespe propag subito la novella, e fu cos che in due giorni tutto il villaggio seppe la storia.
Antonia, la madre di Jusepa, parve morirne dal dolore: avvis la ragazza e la fece battere da zio Bakis; ma tutto ci serv a nulla; e dopo lo strano colloquio del povero uomo con don Antine, (Pili Brunda) (Capelli Bionda) come chiamavano Jusepa, non usc pi dalla casa del padrone.

Passarono molte settimane.
Oramai anche le pietre del villaggio sapevano la storia, e Jusepa non veniva pi chiamata col suo nome o col suo nomignolo, ma, con sottile sarcasmo, col titolo di dama. Donna Jusepa andava e donna Jusepa veniva.
Era Maria Ghespe a propagarlo. Fermandosi con ogni donna che incontrava, diceva socchiudendo i perfidi occhi e picchiandosi il petto:
-  vestita da signora, saputo lo hai? Ha la gonnella col volante e la blusa di percalle coi fiocchi, donna Jusepa. Comanda a bacchetta, sai, e si fa portare il caff a letto.
- Ma cosa dite voi, comare mia... la sposer?
L'altra rideva, sporgeva le grosse labbra cremisine, sputava.
- Quando il Papa sposa con me.
E zia Antonia veniva a saper ogni cosa, e soffriva orribilmente. Accoccolata fra la cenere del focolare, piangeva da far piet, giorno e notte; non mangiava, non dormiva, non usciva; e quando per estremo bisogno usciva, s'avvolgeva accuratamente il capo e le spalle e il petto con una gonnella d'albagio nero, in modo che mostrava appena la punta del naso.
Ogni volta che zio Bakis rientrava di campagna, chiedeva con cupa voce:
-  venuta?
- No - gemeva Antonia, e imprecava come dannata, maledicendo il giorno, l'ora, il minuto che Jusepa era venuta al mondo. E malediceva il latte che le aveva dato, le fascie che l'avevano avvolta, e questo e quello e quell'altro.
- Io gli uccider tutte le vacche, io metter fuoco alle sue tanche, io gli dar una fucilata - urlava zio Bakis.
E caricava il fucile, affilava il coltello, e usciva coi pi feroci propositi del mondo.
Un giorno Maria Ghespe and in casa Fronte con la scusa di chiedere un pezzetto di lievito.
- Per parte di tutti i demoni, - le disse zia Antonia con occhi lampeggianti, - fammi il piacere di levarmiti dai piedi, e vattene.
- Vostra figlia  malata; siete arrabbiata per questo, zia mia? - esclam quella vipera, ridendo del suo riso sguaiato; e fugg via mentre zia Antonia gridava:
- Se torni qui ti rompo la testa col bastone, se torni qui ti accuso al sindaco... ti strappo gli occhi...
Quando fu sola pianse dirottamente. Ah, ella capiva ci che Maria Ghespe voleva dire con la parola (malata); ah, questo era troppo, questo era troppo!
Da quel momento un solo pensiero la domin: introdursi in casa di don Antine, parlar con Jusepa, insultarla, bestemmiarla, graffiarla, tirarle i capelli e strapparle gli occhi. Bisognava per attendere un'assenza del padrone, e amicarsi Maria Ghespe per poter entrare in quella maledetta casa.
Molte arti e molte bassezze la povera donna dovette usare; ma riusc nel suo intento; e una sera agli ultimi di marzo, donna Jusepa se la vide apparir davanti come un fantasma. Prov un grande spavento, tanto pi che il padrone era assente; le parve che il cuore le si capovolgesse dentro il petto, cessando un momento di battere, per poi pulsare violentemente. Ma fu un istante.
- Questa  opera di Maria Ghespe, - pens, - ah, la far con me.
- Oh, mamma! - disse ad alta voce, andandole incontro.
Zia Antonia non s'era neppure accorta del turbamento di Jusepa; e restava sull'ingresso, come paralizzata sotto la gonnella nera che le avvolgeva il capo e il busto. Cosa era tutto questo che vedeva, Dio mio? Ella non era mai entrata in casa di don Antine, e aveva dimenticato le entusiastiche descrizioni fattele da sua figlia nei primi tempi del suo servizio. Ora la vasta stanza dipinta, piena di credenze dietro i cui cristalli, riflettenti la luce delle finestre, splendevano vecchie porcellane e argenterie e cristallerie preziose, le sembrava una chiesa.
Jusepa poi le diede, a prima vista, una gran soggezione; non le parve assolutamente pi sua figlia. Vestiva da signora, a testa nuda, coi bellissimi capelli biondi rialzati sulla fronte e sulla nuca; era poi grassa, bianca e rosea, con gli occhi splendenti come le vetriere delle credenze; e faceva la calzetta come una vera dama.
Zia Antonia non pot trovare una parola; e senza accorgersene si trov seduta davanti al gran tavolo di noce scolpito, sulla cui superficie lucidissima vedeva riflesso il suo naso. Anche donna Jusepa s'era rimessa a sedere, continuando a scalzettare; e arrossiva vivamente nel vedersi osservata dagli occhietti di uccello di sua madre; ma in realt quegli occhietti d'uccello, neri, ristretti, fissi, infossati, stupiti, vedevano solo gli anelli e gli orecchini a pietre turchine, che adornavano sua figlia.
- Giacch tu non ti lasci vedere, sono venuta io... - cominci.
- Per l'amor di Dio, lasciatemi la testa, non ho un momento di tempo - interruppe l'altra, parlando rapidamente, eppur con aria di stanchezza. - Faccio tutto io, lavoro come una bestia, non respiro, non riposo... Mi sono messa questa blusa, della defunta padrona, nel cielo sia, perch mi facevo le camicie una vergogna. Le ho tutte cos, una vergogna, - e con le mani faceva atto di strappare, - tutte a brandelli... Lavoro tutto io... c' tanto da fare... le altre, che il diavolo le scanni, non fanno nulla. E per darne prova chiam:
- Maria! Maria Ghespe!
Maria, che senza dubbio stava ad origliare, mise subito il suo brutto muso entro la porta. E Jusepa con arroganza:
- Porta un po' di caff.  fatto?
- Sissignora - disse l'altra umilmente.
Zia Antonia trasal, apr la bocca. Trattavano Jusepa da signora? Ma dunque quella l non era sua figlia; che cosa era dunque? Una vera donna Jusepa? La padrona della casa? La moglie di don Antine?
- Che il diavolo mi caschi sopra, ho il cervello alterato? - pensava la povera donna. Scost un po' la sua sedia; sotto la gonnella le sue mani si allentarono con dolcezza. E i suoi occhietti si fecero pi fissi, e la bocca s'apr ancor pi; ma la lingua non c'era verso che volesse muoversi.
Fra il tic-tac degli argentei ferretti, Jusepa continu a chiacchierare, prendendo coraggio dal contegno di sua madre. Ah, ella lo conosceva benissimo cos'era quell'incanto, quel barbaglio che veniva dalle colme e fulgide credenze, quel fascino che vinceva l'anima dei poveretti come un sonno fatale.
A momenti zia Antonia ricordava per e nitidamente perch era venuta: anche tra i volanti e i fiocchi della veste e tra gli orecchini e gli anelli a pietre turchine, ravvisava sua figlia, e tutto il sangue le affluiva al cuore, dandole un'ansia, una palpitazione dolorosa. Allora sentiva un caldo impeto di rizzarsi, e schiaffeggiare (quella signora), e aprire il coltellino che aveva in tasca e ficcarglielo negli occhi; ma non poteva, non poteva, non (poteva).
Glielo impediva qualche cosa di strano, d'invincibile; l'ammirazione per tutto quel ben di Dio del quale sua figlia sembrava padrona, e il bizzarro sentimento, tosto riedente, che quella che le stava avanti non fosse Jusepa.
No, non era Jusepa; era donna Jusepa.
Fu servito il caff, in un vassoio smaltato, con chicchere di porcellana diafana e cucchiaini d'argento cifrati, pesanti come randelli.
Zia Antonia non aveva mai neppur sognato un simile lusso. Il caff poi era magnifico; entro i cucchiaini d'argento sembrava rubino liquido.
A poco a poco Jusepa prese un atteggiamento, una posa indescrivibile. (Maria Ghespe, che non osava alzar neanche gli occhi, entro di s le faceva le fiche, pensando: - Eccola l,  composta come maccherone condito! E quella stupida di donna!...).
E quella stupida di donna sentiva crescere la sua soggezione, i suoi impeti d'ira, la sua impotenza contro l'ambiente e contro la posa di donna Jusepa.
- Venite sempre, - disse questa, prima un po' timidamente, poi con degnazione, - venitevene sempre, giacch io non posso uscire. Prenderemo il caff assieme, ogni giorno. Vi piace questo caff? - e lo faceva sgocciolare traverso la luce, dal cucchiaino alla chicchera. -  portato dal continente, sapete; qui non ce n' di sicuro!
- S,  migliore del mio - pens zia Antonia con tristezza, ricordando la sua caffettiera con tanto di fuliggine sopra, ove bollivano due granelli di caff e tre d'orzo in mezzo litro d'acqua.
Preso il caff, Jusepa s'alz, e sempre facendo la calzetta, disse:
- Andiamo ora, mamma, che vi mostro tutta la casa. Voi non siete mai entrata qui. Andiamo.
- Il padrone s'adirer... - arrischi zia Antonia. Poi arross delle sue parole, e arross nuovamente anche Jusepa, ma questa rispose tosto con sicurezza:
- Oggi il padrone  assente. E poi...
Scroll le spalle e s'avvi.
- Questo  il cielo! - gridava fra s zia Antonia, picchiandosi il seno con un pugno sotto il suo strano mantello. A momenti, in certe stanze ove c'erano specchi antichi, quadri ad olio e mobili intarsiati, ella sentiva una speciale volont di inginocchiarsi.
Ma scendendo una scaletta di legno, un po' buia, ricord ancora una volta perch era venuta. E disse:
- Jusepa, dunque non torni a casa, tu? Non basta che...
E stava per alzar la voce; ma la giovine apr la porta dei granai, e fingendo di non aver udito sua madre, disse tranquillamente:
- Qui non c'entro che io, sapete?
Zia Antonia torn a picchiarsi il petto, ferma sulla porta luminosa. Ges! Maria! Giuseppe! Che ben di Dio, che abbondanza, che meraviglie, che ricchezze! Mucchi di orzo d'oro giallo, mucchi di grano d'oro rosso, mucchi di grosse fave cenerognole, mucchi di fagiuoli granati, bianchi come madreperla, rosei picchiettati di viola, violetti macchiati di rosso, gialli schizzati di nero; mucchi di patate che cominciavano a germogliare; c'era da alimentare per un anno il paese!
Di camera in camera, dopo esser scese e salite per cantine e dispense, Jusepa condusse sua madre nella stanza delle guardarobe. E cominci ad aprire, a spalancare, a mostrar tutto: biancherie, tele, vesti, costumi, (panni di spiga), che son lunghi drappi di lino fra cui metter il pane a fermentare, tovaglie, tovagliuoli, panni, albagi...
Jusepa sollevava, spiegava tutto con sicurezza ed abilit, - la calza le penzolava sul fianco, - e ripiegava e riponeva ogni cosa con noncuranza quasi sprezzante. Pareva volesse dire:
- Conosco tutto... eh, non  la prima volta che vedo queste cose!  tutto mio, vedete? Ci posso attaccar fuoco, senza che alcuno mi dica nulla... posso indossar queste vesti... regalar queste biancherie... sono io la padrona...
- Che polvere! - diceva invece ad alta voce, scuotendo certe tovaglie esalanti un forte odor di canfora. - Si vede che non c' padrona. Quando crescer Lelledda, se Dio gliela manda buona, rimetter essa l'ordine. Per ora  gi molto se nessuno ruba, qui.  che ci sono io, che ho una coscienza; altrimenti farebbero festa ogni giorno... Guardate, mamma, questo ritaglio di (grana).
Era un pezzo di panno giallo finissimo, di quello usato nel paese per i corsetti delle donne. Era splendido, rasato, lucente: pareva un lembo di sole.
Le due donne l'ammirarono a lungo. Zia Antonia si sentiva le dita ardere dal desiderio d'afferrarsi il panno, e Jusepa aveva una pazza voglia di dirle:
- Pigliatevelo...
Ma era troppo presto. La giovine lo rimise con cautela, e zia Antonia l'avvert di chiuderlo e custodirlo bene, perch... qualche unghia pietosa non lo toccasse.
- Bada che ti  caduto un nastro, ah, eccolo - disse poi chinandosi. Raccolse un nastro violetto a fiori d'oro, un po' sciupato, e stette a guardarlo, svolgendolo alla luce.
- S, - diceva Jusepa, sollevandosi quanto pi poteva, con le braccia alte, rimettendo una tovaglia nell'ultimo piano d'un guardarobe, - s, i maggiori erano vestiti in costume. Donna Caderina, la madre del padrone, aveva nel corsetto i bottoni d'oro coi diamanti. Li ho veduti io. Sapete come  il diamante? Sembra vetro, a guardarlo cos, ma di notte splende come gli occhi del gatto. La veste di donna Caderina deve esser qui, anzi... aspettate che la cerco... dove diavolo ti sei ficcata? -. E cercava, cercava.
- Guarda questo nastro che ti  caduto... Sarebbe bello per la cintura della gonnella... il mio  tutto consumato...
- Mettetelo l, aspettate... mi pare che sia qui il corsetto...
Inginocchiata per terra, ella frugava nei cassetti del guardarobe, e zia Antonia continuava a palpare il nastro violetto. Jusepa si stizzava non ritrovando la veste di donna Caderina; e ad un punto, visto che sua madre si staccava con dispiacere dal nastro, disse aspra:
- E raccoglietevelo dunque! C' bisogno di tante storie?
Zia Antonia indugi, nicchi, ma fin col piegare delicatamente il nastro e metterselo in seno.

Fu cos che i Fronte cambiarono pelo.
Qualche tempo dopo Maria Ghespe disse una sera a Lelledda:
- Questa mattina Antonia Fronte ha portato un bottiglione vuoto e lo ha ripreso pieno di olio. Dillo a tuo padre, sciocca!
Lelledda glielo disse; ma dopo questo incidente don Costantino cred opportuno mandarla in un collegio, ove ella fa uno scandalo ogni giorno.



"LE TENTAZIONI"

Felix Nurroi era un uomo grandemente timorato di Dio. Teneva il suo ovile vicino al fiume Tirso, nelle (tancas) del suo padrone, un giovine cavaliere del Marghine. Felix era un uomo sui cinquant'anni, piccolo, sbarbato e calvo. Siccome soffriva mal d'occhi, teneva un paio d'occhiali neri a reticella; inoltre indossava quasi sempre un gabbano turchino, da soldato, stretto alla vita da una corda. Pareva un frate. Egli era uno di quegli uomini ai quali il timor di Dio impedisce di far fortuna. Lavorava come un cane e dava scrupolosamente la met, e forse pi, al padrone. Inoltre la fortuna non lo favoriva mai: per esempio, dopo fatta la divisione dei tori, il padrone trovava da vender vantaggiosamente i suoi, e Felix invece doveva darli per nulla; e cos avveniva per il cacio, per le vacche da macello, ecc. Ma egli non si lamentava mai. Nella sua prima giovinezza aveva fortemente desiderato farsi sacerdote, ma era cos misero, cos stupido! Poi s'era ammogliato secondo la legge di Dio, per aver figli, e consacrarne almeno uno al Signore. E ora appunto, il suo primogenito, Antine, doveva farsi prete. L'altro, dodicenne, sordo-muto, aiutava assai nei lavori dell'ovile. La moglie era morta.
Una sera d'agosto s'aspettava nell'ovile la venuta di Antine, che ritornava dal Seminario di Nuoro per le vacanze. Zio Felix e Minnai, il sordo-muto, attendevano appoggiati al muro della (tanca), che dava sullo stradale. Il sole era tramontato. Una calma profonda addormentava il vasto e singolare paesaggio. Le (tancas), gialle di fieno e di stoppie, si stendevano a perdita d'occhio fino al roseo orizzonte, sparse di macchie e di roccie. Ad ovest passava il fiume, abbastanza profondo e vasto, arrossato dal tramonto. Le sue rive bianche, sabbiose, erano invase da mentastri fioriti di violetto, e da veri boschetti di sambuchi e d'oleandri altissimi, fioriti i primi di ombrelle gialle, i secondi di mazzi enormi di rose, che si diramavano fino alle capanne e alle mandrie dell'ovile. Ad est, dietro un alto muro di cinta, annerito e cadente, fra una vigna distrutta e un oliveto inselvatichito, sorgeva una vecchia villa di mattoni, con a lato un campanile rovinato. In questa villa viveva tutto l'anno un servo del giovine cavaliere del Marghine, che con la scusa di sorvegliare la tenuta e le (tancas), ove pascolavano anche molti cavalli e puledri del padrone, non faceva nulla e rubava a man salva. Come usava ogni anno, Antine, per bont del padrone col quale da bimbi erano stati amiconi e s'erano pi di tre volte bastonati, doveva abitare una cameraccia della villa.
Le vacche fulve e rosse e bianche, macchiate di nero, e i cavalli neri e bai, dal pelame lucente sulle groppe poderose, pascolavano tranquilli fra le stoppie; un puledro bianco nitriva abbeverandosi nel fiume e grattandosi i fianchi in un oleandro. Un alito fresco, impregnato dal profumo amaro degli oleandri, saliva dal Tirso, fondendosi con l'aria calda e con l'aspro odore del fieno. In lontananza, nell'estremo orizzonte, Monte Urticu sorgeva azzurro sul cielo roseo.
Il piccolo Minnai, dai grandi occhi azzurri limpidi e sorridenti, vestito d'orbace nero, teneva le mani ferme sulle pietre calde del muro, e guardava fisso sullo stradale arido e deserto.
La venuta del fratello era per lui, ogni anno, un avvenimento importantissimo. Vide un uomo a cavallo. Anche zio Felix lo vide, e credendolo Antine si rallegr tutto. Ma i suoi deboli occhi lo tradivano, mentre Minnai distingueva bene il cavallo nero con le zampe bianche e il paesano sedutovi sopra.
-  tuo fratello, quello? - disse zio Felix, rivolto al fanciullo. Questo osserv acutamente il movimento delle labbra paterne, e accennando di no, sorrise malizioso, tutto contento di aver veduto ci che suo padre non distingueva.
Il paesano s'avvicin e si ferm presso il muro. Come i Nurroi, anch'egli era di Ottana, miserabile paesello decaduto, al quale una poesia popolare dice:

(De ottanta duas missas chi aias,
Una sola nd'as commo, e cando l'as) [7].

- Scommettiamo che io so chi aspettate - disse sorridendo.
- Scommettiamo - rispose zio Felix, sorridendo anch'egli.
- Una presa di tabacco? Egli verr fra poco, non dubitate. L'ho veduto.
-  grasso?  rosso?
- Sembra gi un arciprete. Trattatelo bene, che il diavolo vi scortichi. Cavateli i soldi, comprate le cose buone, per trattar bene vostro figlio. Dategli da mangiare uova e lardo, che una palla vi trapassi il cocuzzolo!
Zio Felix sorrideva sempre: cav fuori la sua tabacchiera di corno, turata con un tappo di sughero inciso, e si sporse sul muro.
Il paesano si curv su un fianco, mise un dito entro la tabacchiera, poi s'allontan tutto contento, come se la gioia dei Nurroi fosse sua.
Minnai aveva guardato attentamente or il padre, or il paesano, durante il breve loro discorso: quando arrivava a capir qualche parola i suoi occhi scintillavano. Cos aveva percepito le parole "uova e lardo" e immaginando i lauti pranzi che si farebbero durante il soggiorno di Antine, aveva fatto un piccolo salto di gioia.
Fu il primo a scorger la vettura postale, che passava ogni sera a quell'ora; ma lasci che anche suo padre scorgesse qualche cosa di confuso, per rivolgerglisi guardandolo fisso.
-  quello? - chiese zio Felix.
Egli accenn di s.
Allora il buon uomo ed il fanciullo s'abbandonarono alla loro gioia; sorrisero, si sporsero sul muro, fischiarono, cominciarono a far segni con la testa e con le mani.
Dalla vettura nulla. Giunta presso il muro rallent la sua corsa, si ferm. Antine usc curvo, balz e respinse lo sportello, mentre il vetturale gli porgeva una valigia. Egli era vestito da seminarista, coi bottoni rossi; era altissimo, col collo e il volto rossi e un gran naso aquilino: un tipo che colpiva. L'abito antiestetico, - aveva la sola sottana, - gli disegnava quasi a nudo le spalle e il petto un po' incavato.
- Ben tornato, bene arrivato! - gli gridava suo padre. Ma siccome altri due viaggiatori guardavano dall'interno della vettura, Antine arross, diventando paonazzo. Si sarebbe detto che si vergognava di quell'uomo dagli occhiali a rete e dal gabbano turchino, e di quel fanciullo che lo divorava con gli occhioni azzurri ridenti.
Solo quando la vettura fu lontana, ed egli ebbe oltrepassato il varco aperto per lui nel muro, si lasci abbracciare e baciare dal padre. Il fanciullo restava da parte: si avanz solo per liberarlo dalla valigia.
- Oh, Minnai, ciao - disse Antine distratto. Aveva una voce nasale sgradevole, ma Minnai non l'udiva, e per lui quel lungo fratello dai bottoni rossi era il pi bel giovine del mondo. Sperava di venir abbracciato, ma si content di sfiorar la mano bianca e molle di Antine, e di toccargli uno dei bottoni rossi. Poi scapp di corsa, con la valigia sul capo, spaventando le vacche che muggirono.
Zio Felix non si stanc di guardare il suo primogenito per tutto il tempo che impiegarono ad attraversar la (tanca). Il buon uomo parlava sorridendo, dando grave importanza alle sue pi inutili parole: in fondo in fondo era un po' intimidito dalla statura e dall'indifferente sguardo del seminarista. Giunsero all'ovile, in quell'ora deserto. L'alito fresco del fiume e la fragranza amarognola degli oleandri, circondavano le mandrie e le capanne, sperdendo i cattivi odori del bestiame. Zio Felix aveva preparato una piccola refezione di latticini e di dolci di miele; questi ultimi glieli avevano mandati dal paese per la festa dell'Assunzione.
Antine si tolse la sottana, la guard attentamente se per caso avesse qualche macchia, poi la pieg con somma cura, deponendola sopra un tovagliuolo spiegato. Poi mangi quasi con avidit, e bevette a lunghi sorsi dalla zucca incisa che suo padre gli porgeva. Il pasto e il vino lo misero di buon umore. Dopo tutto egli era un buon ragazzo, un po' bilioso in certe ore, ma ordinato, intelligente, ambizioso e quindi studioso.
Ritornati il mandriano delle vacche, un giovine pallido, paffuto, e il guardiano dei cavalli, un uomo con le gambe storte, lo festeggiarono come un loro fratello; e incitato da loro egli cominci a raccontar storielle ed episodi divertenti sulla sua vita di seminarista.
- Monsignore mi vuole tanto bene, Monsignore mi ha detto questo, Monsignore mi ha detto quest'altro.
Zio Felix ascoltava a bocca aperta, tutto superbo che suo figlio parlasse famigliarmente con Monsignore.
- E... - chiese a un tratto, maliziosamente, il vaccaro - niente divertimenti, vero, in quel diavolo di luogo?
Zio Felix gli diede sulla voce.
- Misurati le parole, Tanu. Prima di tutto quello non  un diavolo di luogo, e poi puoi far a meno di domandar certe cose.
- Andate al diavolo, voi - rispose il vaccaro.
Antine, che aveva perfettamente capito a quali divertimenti accennava il mandriano, arross un po' nell'ombra, ma rispose ingenuamente:
- Eh, quest'inverno abbiamo dato tante rappresentazioni.
- Che cosa?
- Aspetta, tu non capisci. Vedi, per esempio, facciamo finta che succeda una storia; due o tre seminaristi si vestono da signori, io e un altro da donna, un altro da servo, e facciamo finta di esser questo o quell'altro, e rappresentiamo una storia. Come in teatro.
Tanu ne cap pi poco, ma rise malignamente perch i seminaristi si vestivano da donne.
- Perch ridi? - grid Antine adirandosi. - Tu non capisci niente. Venivano delle signore, e tutti i canonici, e battevano le mani.
- Vi vestivate da donne...
- Ebbene? - disse zio Felix. - E se si vestivano? Se lo permettevano i superiori, vuol dire ch'era ben fatto.
- Ma gi, - disse poi il cavallaro, - voi altri preti siete vestiti da donne.
Lo disse senza ombra di malizia, perch era un uomo un po' stupido; ma Antine si offese, e balz su sdegnoso alzando le spalle.
- Siete tanti stupidi. Con voi non bisogna parlare, andiamo!
Zio Felix trov che questo era un atto di superbia da parte del figliuolo, ma non os rimproverarlo.
Intanto la notte era scesa: s'udiva lo stormire degli oleandri, il cui profumo si faceva acutissimo, e il monotono fragore d'una lontana cascatella del fiume. Le stelle oscillavano sul cielo un po' cinereo. Minnai, sdraiato su un mucchio di fronde d'oleandro, s'alz vedendo alzarsi il fratello, e quando si tratt di andare alla casa di mattoni, caricatosi la valigia e la sottana sulle spalle, part allegramente, affondando i piedi scalzi fra le stoppie.
Antine e zio Felix venivano dietro. Da ogni stelo di fieno usciva il trillo d'un grillo e lo splendore verde azzurrognolo d'una lucciola.
- Figliolo mio, - diceva il pastore, - ti raccomando una cosa. Nella casa del padrone c' sempre Piriccu [8], quel servo che, non faccio per criticare, con l'invecchiare diventa sempre pi di animo cattivo. Dio lo salvi: non dar retta ai suoi discorsi.
- Cosa potr dirmi? - chiese Antine sprezzante, con gli occhi smarriti nel buio. - Egli non potr dirmi nulla: e se mi parler lo lascer cantare. Lo so, s, cosa  quell'uomo l. Quando (ero fanciullo) mi mandava in cerca di bacche d'elleboro per far magie.
- Il Signore ci liberi. Lasciarlo cantare no, questo  un atto di superbia, perch infine, figlio mio, ti devi ricordare che sei figlio di un pastore; rispondigli, s, ma non dar retta ai suoi discorsi. Non andar in cerca di bacche, figlio mio.
- Come siete semplice! - grid Antine, e il suo riso nasale, ma ancor fresco, vibr fra lo stridio dei grilli.
Arrivarono alla casa: la porta della cucina era illuminata, e s'udiva un martellar di pietra, secco, continuo. Era zio Pera che sgusciava delle mandorle, percuotendole ad una ad una con una pietra. Il guscio cenerognolo s'apriva; e le mandorle rossastre, un po' umide, saltavan fuori. Ce n'era gi un bel mucchio.
Udendo arrivar il seminarista, zio Pera si alz scuotendosi le vesti: era un uomo alto, scarno, coi capelli lunghi grigi, e con un solo occhio, turchino. Si diceva per che quell'occhio egli lo tenesse aperto anche quando dormiva. Antine ricordava che molte volte, quando era fanciulletto, aveva spiato il sonno di Pera per accertarsi s'egli dormiva proprio con l'occhio aperto. Pi d'una volta il servo, accorgendosene, era balzato su, facendo le boccaccie e urlando per spaventar il ragazzo, che infatti fuggiva a rompicollo.
- Ti sei fatto lungo come un pioppo, che il diavolo ti porti - gli disse ora per primo saluto, facendo cos dispiacere a zio Felix, che non amava venissero imprecati i suoi figliuoli. - Speriamo che ora non verrai a curvarti su me quando dormo, per vedere se il mio occhio si chiude.
- Andate, andate! - rispose Antine sorridendo.
Salirono la scala rovinata. Pera recava una lampadina sarda, di ferro nero, a quattro becchi. Nel mezzo aveva un uncino, e il lucignolo navigava in un po' d'olio d'ulivo. La stanzaccia di Antine era sempre la stessa: un letto di legno, un inginocchiatoio, un tavolo, una sedia; piatti e pentole entro un armadio praticato nella parete, un quadretto di Sant'Elia, il pavimento di tavole che ballava, e molta polvere. Rimasti soli, mentre Antine apriva la valigia e disponeva lentamente alcuni oggetti sopra il letto, zio Pera cominci subito i cattivi discorsi.
- Lo hai gi il breviario?  quello l, o quell'altro? L'anno scorso dicevi che te lo avrebbero concesso quest'anno.
- Io non ricordo d'aver detto questo.
- Tu lo hai detto. O che sono bugiardo, io? O che sono rimbambito?
- Tutt'altro.
- Infine, libri santi ne hai?
- Tutti i libri che leggiamo noi sono santi - disse l'altro con falsa unzione.
- Non sempre. Una volta (signoriccu) (il padroncino) disse che nei seminari leggevate pi cose cattive che altro.
- Bah, lasciatemi stare la testa! - disse Antine, cominciando a stizzirsi.
Dopo un po' zio Pera, che divorava col suo vivido occhio i libri del seminarista, torn sull'argomento.
- Astuto quel zio Felix, che una palla gli trapassi il fegato! Lo sa egli perch ti fa prete. Quando sarai prete avrai i libri santi, e chi vi toccher? Tu comanderai i libri, e avrai il piacere di scomunicare chi meglio ti piacer, e di far male ai nemici.
L'altro stette zitto.
- L'uomo (toccato a libro), cio maledetto per mezzo dei libri santi, che cosa  quell'uomo?  un corno:  nulla. Dimmi, vitellino mio, sai almeno la formola colla quale si comanda che un cristiano non si saz mai di acqua n di cibo? Ne hai sentito parlare? Se tu la sai, farai la tua fortuna, anche prima d'aver gli ordini. Vedi, c' un bandito, al quale ho parlato di te per quest'affare. Basta aver il breviario e la sottana.
- Ma siete insopportabile, zio Pera! - grid Antine, volgendosi inviperito. - Diventate matto?
- Matto, matto! Sei astuto tu, cavallino mio, astuto come tuo padre, che una palla vi fori l'anima! Ti darebbero cento scudi.
- Fatemi il piacere, sbarazzate la stanza, zio Pera. Su, via, (marsc)!
Il servo cap che per quella sera non doveva insistere, e se n'and, senza punto offendersi se veniva cacciato.
- Uff! - sbuff Antine, rimasto solo. - Che gente cretina!
E s'affacci alla finestra, disgustato un po' di tutto e di tutti. Molto meglio la vita di Seminario, pulita, civile, sebbene cos metodica. E dire che l'aveva tanto sognata questa libert della (tanca), dell'ovile paterno, interrotta solo dalle gite che contava fare al paese!
Stette a lungo alla finestra, distinguendo sempre pi le cose nel buio. Laggi era il fiume; gli oleandri si disegnavano come una bassa nuvola sulla purezza cenerognola del cielo. La (tanca) pareva stendersi all'infinito, al di l dell'orizzonte, tutta esalante una calda fragranza di stoppie, di fieno, di macchie. Gli olivi e i vecchi mandorli del frutteto avvolgevano silenziosi la casa. Dalla finestra Antine dominava la massa quasi compatta delle loro chiome, su cui le stelle gettavano rapidi e fugaci bagliori. Egli si sentiva triste, triste; la testa gli dolorava un poco. Pensava a Nuoro, ai compagni, alle belle passeggiate, alle discussioni teologiche - cos le chiamavano - e letterarie e d'altra indole ancora. Qui non c'era con chi scambiar due parole. Suo padre? Suo fratello? Gli altri? Gli erano tutti indifferenti, allo stesso modo. Vedeva le cose in modo assai diverso del come le aveva vedute sino ad un anno fa. Il gabbano e gli occhiali di suo padre, e gli occhi celesti di Minnai, cos stupidamente curiosi, gli davano lo stesso disgusto delle guancie paffute di Tanu, delle gambe storte del cavallaro, dell'occhio maligno di zio Pera. Egli non amava nessuno, ecco tutto! E sentiva un gran vuoto, un gran vuoto entro di s: si sentiva spostato, triste, umiliato: si sentiva uomo. La grande e misteriosa solitudine della notte nella (tanca) faceva smarrire la sua anima: i profumi degli oleandri e delle stoppie gli davano un arcano desiderio di cose impossibili.
And a letto e s'addorment subito, ma anche nel primo sonno continu a provare un senso di oppressione. Sognava che zio Pera gli rubava i libri, e ch'egli s'incolleriva sino a diventarne rauco, mentre Minnai, che non capiva nulla, rideva con gli occhi azzurri splendenti.

Avvezzo a svegliarsi prestissimo, all'alba era gi in piedi. Torn alla finestra, fischiando e cantando. Le cattive impressioni della notte erano scomparse: l'infinita gioia della libert gli rallegrava il cuore. Scese nella (tanca), dopo aver assicurato i suoi libri nella valigia, e cominci a passeggiare, a correre, a far eserciz ginnastici, cantando versi italiani classici, che stonavano assai in quel paesaggio sardo selvatico. Ai primi raggi del sole le stoppie parvero cambiarsi in grandi tappeti d'oro, trapuntati dai fiori violetti dei cardi secchi; il fiume rifulse, azzurro come il cielo, trasportando i petali rosei e violetti degli oleandri e dei mentastri che si sfogliavano sbattendo le lor foglie sulle acque tranquille.
I puledri correvano nitrendo, fremendo, con le groppe lucenti al sole: e negli occhi riflettevano il giallo splendore della (tanca).
Antine sentiva entro di s qualche cosa simile alla fiera gioia dei puledri. Anche i suoi occhi erano splendidi, splendidi ma indifferenti.
Zio Felix e Minnai mungevano le vacche, e attendevano il seminarista, invasi anch'essi da profonda gioia. Specialmente zio Felix si sentiva felice: sorrideva senza saper perch, pensava al giorno nel quale Antine avrebbe detto la prima messa, e gli pareva d'esser l'uomo pi contento del mondo. Parlava con le vacche, con Minnai, coi torelli chiusi ancora nella mandria, col latte che sprizzava scarsissimo dalle mammelle esauste delle vacche pregne, col paiolino di rame, con ogni cosa infine che gli capitava sottomano. E nessuna cosa gli rispondeva - neppure il piccolo Minnai, che per riusciva a capirlo dal movimento delle labbra - ma egli udiva una voce interna risponder a ogni sua parola, e questa voce interna cantava e pregava nello stesso tempo, rendendo grazie al Signore. Poi ud la voce di Antine che saliva dal fiume. Anche egli cantava, e la sua voce, - cos parve a zio Felix, - riempiva di vita e di gioia tutta la (tanca), animando il luminoso silenzio del paesaggio fluviale, in quel puro mattino d'agosto.
Antine venne all'ovile, bevette il latte, gioc con Minnai, si mostr infine molto pi allegro della sera prima.
Zio Felix lo guardava incantato. Cos cominci una vita beata per i Nurroi e per chi li avvicinava. Antine giocava spesso alla scherma - senz'armi! - col piccolo Minnai: questo era pi abile, pi svelto, e, cosa incredibile, riusciva spesso a vincere il lungo fratello. Allora Antine provava un brivido felino, una cattiva scintilla s'accendeva nei suoi occhi indifferenti, e il piacer del gioco gli diventava crudele.
Un giorno, pretendendo che Minnai avesse battuto a tradimento, lo prese a schiaffi, gridandogli improper. Il piccolo non cap; comprese solo gli schiaffi, e si mise a piangere, coi puri occhi offuscati da grave dolore.
- Questo perch mi sono abbassato! - disse Antine, e arross, ma non si sa se per essersi abbassato a giocar col fratello o per averlo ingiustamente schiaffeggiato.
Zio Felix continuava ad esser felice: quando era solo tastava religiosamente il mucchio di reliquie che gli pendeva sul nudo petto, e pregava Sant'Elias e Santa Varvara [9] per il bene del suo figliuolo.
Di notte Antine s'indugiava nell'ovile, raccontando la meravigliosa vita cittadina e la vita del Seminario, a Tanu e al cavallaro.
A sentirlo egli era in intima amicizia coi pi cospicui cittadini. Con Monsignore poi non se ne parli.
- Monsignore mi ha detto questo, Monsignore mi ha detto quest'altro.
Il cavallaro ascoltava a bocca aperta: Tanu invece voleva far lo scettico, cambiava destramente e con fine malizia il significato delle pi innocenti frasi di Antine, facendolo spesso adirare; ma in fondo era meravigliato e curioso. L'interessava specialmente la storia delle rappresentazioni: non poteva capacitarsi come una persona poteva fingere d'essere un'altra. E non s'accorgeva - il malignaccio - che egli sarebbe stato un tipo adattissimo per ci.
Ma dopo dieci o dodici giorni Antine cominci ad annoiarsi, a stizzirsi, a riprovare quella penosa sensazione di vuoto e di tristezza che l'aveva oppresso la sera dell'arrivo. Dormiva a lungo, indugiandosi la mattina a letto, e il sonno pesante di quelle calde notti lo snervava. Non aveva ancora aperto un libro: inutile poi dire che dalla sua partenza dal Seminario non aveva pi pregato, scordando persino di farsi il segno della croce.
Quando era nella casa di mattoni, il vecchio zio Pera non lo lasciava un momento tranquillo, tentandolo in tutti i modi perch lo aiutasse nelle sue fattuccherie.
- Dimmi, fiorellino mio, te la faccio venire quella persona?
- Quale persona?
- Quel bandito.
- E per che cosa?
- Per far quella cosa, agnellino mio.
- Quale cosa?
- Quella (fattura).
- Oh, andate all'inferno, zio Pera! Non mi tormentate, che il diavolo vi tormenti.
- Ah! Ah! Tu imprechi! Cattivo sacerdote! Se ti sente tuo padre, rosignuolino mio! Astuto quel tuo padre! Ha un figlio che impreca e lo vuol far prete, che una palla gli trapassi il fiele. Dunque, si fa o non si fa?
- Oh, zio Pera maledetto! Voi volete che non metta piede in questa rovina di casa. Ora ne ho le tasche piene. Lasciatemi tranquillo.
Zio Pera lo lasciava tranquillo un bel po' poi tornava all'assalto.
- Dammi almeno la sottana, vitellino mio. Non te la guasteremo. E un libro. La sottana ha i bottoni rossi come bacche di prugnolo, ma credo che ci non importi. Quanto vuoi?
- Voglio un corno. Se continuate a seccarmi scrivo al padrone. E gli scrivo che, oltre il resto, delle mandorle voi gli lasciate solo il guscio.
- Tu menti, pretarello. Tu imprechi, tu menti, tu infine hai ogni vizio. Lo sa ben egli, tuo padre, perch ti vuol far prete.
- Oh, andate tutti in malora! - grid Antine, fuggendo con le mani fra i capelli.
Anche suo padre non andava scevro di superstizioni, e ci dava maledettamente ai nervi del seminarista.
Poco dopo il suo arrivo, accadde per esempio questo fatto.
C'erano alcune vacche infette da verminazione. Invece di curarle normalmente, zio Felix aspettava che la luna (fosse fuori), cio fosse visibile, per praticare i (berbos), parole magiche per il cui potere i vermi dovevano cadere dalle piaghe delle bestie.
Tutti i paesani sardi credono nella potenza dei (berbos), che sono di molte specie, di molti riti e per molte cose. Ce ne sono per guarire il bestiame, per (legare), cio impedire alle aquile e alle volpi di rapire il bestiame minuto, per impedire ai cani di abbaiare, e ai fucili di sparare, per distruggere bruchi e altri animali nocivi, e infine per cento altre cose strane.
Zio Felix aveva fede illimitata nei (berbos): ne conosceva moltissimi, ed anzi godeva fama che gli riuscissero sempre bene, onde spesso lo chiamavano qua e l negli ovili vicini per praticarli.
Appena la luna nuova apparve come una piccola barca d'oro navigante fra i rosei vapori del tramonto, al disopra di Monte Urticu, egli pens di recitare i (berbos) per le vacche malate.
Le riun tre sere dopo, vicino al fiume. Antine assisteva alla scena.
La notte era appena calata: la luna nuova scendeva dietro gli oleandri, l'acqua del fiume aveva lunghe scie d'argento pallido, e il cielo aveva la stessa purezza dell'acqua. Che pace, che dolcezza profonda! Le vacche, quasi tutte rosse, oscure dal lato che la luna non illuminava, si leccavano le piaghe, sbattendosi nervosamente la coda fra le coscie. Zio Felix si tolse la berretta, si scalz, si segn tre volte. Aveva nella mano destra, fra il pollice e l'indice, una piccola falce, o meglio un coltello in forma di falcetto. Sul petto, al disopra del gabbano, gli pendeva il mazzo delle sante reliquie, appeso al collo con un cordoncino unto. Egli sembrava inspirato: quando sollevava il volto verso la luna, i suoi occhiali brillavano come due enormi occhi di giavazzo.
Appoggiato ad un oleandro, Antine guardava; altre volte quelle cerimonie l'interessavano; ora ne provava quasi disgusto, sprezzante e ironico.
Zio Felix mormorava i (berbos), le misteriose parole, con le braccia tese e il viso alto. Invocava egli la potenza della luna, degli astri, delle tenebre; lo spirito delle acque, le deit dell'aria? Certo, invocava qualche cosa, ma Antine non giungeva a capire le arcane parole. A un tratto zio Felix fece tre passi indietro, tese indietro le braccia, e si curv all'indietro. Col falcettino spicc tre steli di giunco, ritir le braccia in avanti, si sollev e and verso il fiume, sempre mormorando le arcane parole. Annod a pi riprese il giunco e lo lanci sull'acqua che lo trasse nella sua silenziosa corsa; poi si segn col falcettino, si curv sull'acqua, bagnandosi prima le mani, poscia i piedi, e rimise entro la rozza camicia il mazzo di reliquie. La cerimonia era compiuta: quando il giunco si marcirebbe entro l'acqua, le vacche guarirebbero.
Ma le vacche non guarirono, e zio Felix disse che la cerimonia non aveva avuto effetto perch Antine vi aveva assistito senza crederci.
E Antine continu ad annoiarsi, a rattristarsi. Si levava a sole alto, e rimaneva quasi tutto il giorno vicino al fiume, tra i freschi aliti della brezza che sfogliava gli oleandri. Altrove, nella (tanca), il caldo era intenso: fiamme ardenti salivano dalle stoppie d'oro; le vacche e i puledri domati dal calore snervante, meriggiavano nelle corte ombre delle macchie e dei muri. Solo dopo il tramonto il fresco alito del fiume saliva e dilagava per la (tanca); di notte, poi, quando la luna batteva sulle stoppie, e i grilli cantavano, la dolcezza era infinita, infinita.
La linea argentea della (tanca) sfumava nel breve orizzonte in un lago di sogni, e quello sfondo vaporoso assorbiva gli sguardi e la fantasia di Antine con attrazione quasi magnetica.
Che c'era l lontano? L, dietro le luminosit dell'orizzonte? Mentre zio Felix pregava seduto sopra una pietra, ringraziando Santa Varvara e Sant'Elias della felicit sua e del figliuolo, il figliuolo si sentiva profondamente triste e infelice, perch l'orizzonte lunare gli causava un prepotente desiderio di vita, una nostalgia appassionata, di cose mai vedute, di cose ignote, di cose impossibili.
Era in questo stato d'anima quando, verso la met di settembre, dopo una noiosa visita al paesello miserabile, and ad una festa campestre. L incontr il padrone delle (tancas), delle vacche e dei puledri, il giovane cavaliere, don Elia, ch'era ancora sotto tutela. Questo non gli impediva di divertirsi in ogni possibile modo: nella festa campestre faceva mille pazzie, ballando il ballo sardo, spendendo, pigliando parte alle corse col suo cavallo bianco come il latte, facendo la corte alle belle donne, e ubbriacandosi. Don Elia era bello e simpatico; aveva venti anni, ma ne dimostrava sedici, bianco, pallido, coi capelli e gli occhi nerissimi. Aveva per i denti orribilmente guasti, il che, quando rideva, lo deformava alquanto. Vestiva di bianco, con una paglietta che sembrava un cappello da donna, guarnita di tulle rosa, attaccato all'occhiello del gil con un lungo cordoncino di seta a pi colori.
Vedendo Antine lo abbracci e baci con entusiasmo. Il seminarista sent esalar dalla bocca del padrone, le cui labbra erano lucenti e fresche come quelle d'un bimbo, un pestilenziale odore d'acquavite, e ne prov sulle prime un'impressione disgustosa; ma a poco a poco l'affabilit e la cortesia smodata di don Elia lo soggiogarono.
- Ti ricordi, Antine, che pugni ti ho dato una volta? Ora sei pi alto e forte di me. Andrai a far il soldato?
- No: allora avr i primi ordini.
- Ah, s, tu ti fai prete. Che sciocco!
Egli disse ci con tanto sarcasmo fine, compassionevole, che Antine ebbe uno dei suoi soliti accessi di rossore, che lo rendevano pavonazzo. Gli sembr incollerirsi; ma in fondo in fondo era un po' d'umiliazione che lo faceva arrossire.
Intanto Elias se lo trascinava dietro, di liquorista in liquorista, e lo incitava a bere piccoli calici di (mescolanza) (acquavite) nitida e ardente come diamante sciolto.
Sulle prime Antine rifiutava, torceva il viso, allontanava il calice con la mano; poi beveva per compiacere il padrone, per deferenza, per soggezione, poi per gusto.
Una gioia febbrile cominci a bollirgli in cuore; e tutto gli gir attorno, ma in danza lenta e deliziosa. Verso sera tanto egli che Elias si trovarono ubbriachi come due contadini.
- Io devo tornare all'ovile - disse Antine balbettando e cercando il cavallo.
Elias rise sguaiatamente, con gli occhi languidi, e rispose:
- Tu sei ubbriaco, non vedi? Sei ubbriaco come... non ti dico neppur come. Dove vuoi andare?
- All'ovile. Mio padre aspetta.
- Chi  tuo padre? Un mio pastore. Resta dunque col tuo padrone, ch egli non ti dir nulla. Altrimenti lo caccio via.
- Del resto, anche tu sei ubbriaco! - grid Antine adirandosi.
- Sicuro, sono ubbriaco! Cosa vuoi dire con ci? Che non sono il padrone forse?
- Non dico questo...
- E allora cosa dici tu, pretino bavoso, ubbriacone? Sono s o no io il padrone? Chi sono io, rispondi?
- S, tu sei il padrone - disse l'altro timidamente. Aveva paura che don Elias scacciasse zio Felix.
- Ebbene, se sono il padrone rimani con me, qui. Andremo domattina assieme. Tuo padre non sollever neppur l'arco delle sopracciglia.
- Tu verrai con me?
- S; verr con te. Verr perch dovevo venirci, perch so che tutti laggi mi rubate.  tempo che dia attenzione alle cose mie.
- Tu verrai con me? - ripeteva Antine imbambolito. - Perch verrai?
- Non te lo sto dicendo? Sei sordo? Verr perch cos mi piace, non per far piacere a te. Io sono un cavaliere, e tu, cosa sei tu? Un uomo che si fa prete!
Sebbene ubbriaco, Antine arross ancora, nuovamente provando la strana impressione sofferta la mattina.
L'altro prosegu:
- Siamo per entrambi ubbriachi davvero. Cosa ti pare? Siamo o non siamo ubbriachi? Io credo di s.
- Anch'io.
- Andiamo a nasconderci, allora.
Passarono la notte all'aperto sotto un albero, una grande quercia attraverso i cui rami non vedevano certo brillar le stelle. Dopo lungo e pesante sonno, Antine fu il primo a svegliarsi: la testa gli doleva, le labbra aride e appiccicate erano amare come il succo dell'euforbia.
- Ah! - disse staccandole con lieve rumore. - Mi sono ubbriacato. Che direbbe mio padre, se lo sapesse?
Ed ebbe vergogna, non per suo padre, ma per s stesso. Ricord subito le maligne insinuazioni di zio Pera:
- Bel sacerdote diventerai! Tu imprechi, tu parli male, tu...
- Ti ubbriachi! - grid fra s.
E tosto gli parve che sarebbe diventato davvero un cattivo sacerdote, e se ne rattrist.
Don Elia tenne la parola. And all'ovile con Antine. Durante il viaggio, caracollando sul suo magnifico cavallo bianco, che ogni tanto aggiravasi fieramente su s stesso, spaventando il ronzino d'Antine, Elia torn ad essere un giovinetto elegante e disinvolto. Il suo costume bianco s'era di molto sporcato; il suo volto era pi bianco del consueto, e la sua voce rauca; ma egli pareva pentito dello stravizio del giorno prima.
- Ci siamo ubbriacati - diceva ogni tanto. - Io non ho pensato male di te perch la colpa  stata mia, ma tu che avrai pensato di me?
- Nulla; non ne avevo il diritto...
- N la disposizione...
Risero, ricordando tutte le impertinenze che s'eran dette la sera innanzi. D'una, per, Elias non sembrava pentito: della sua sprezzante beffa per la carriera d'Antine. E ogni volta che ci tornava su, il seminarista provava quell'umiliante senso d'oppressione sentito fin dal primo momento.
Zio Pera sapeva gi dell'arrivo del padrone, perch un suo amico bandito, ch'era stato anch'egli alla festa, aveva preceduto i due giovinetti. Il servo aveva quindi preso le sue misure; il che non gli proib d'accoglier con finta sorpresa il giovine cavaliere.
- Come sta il tuo tutore? - gli chiese maliziosamente, togliendo la sella al cavallo.
- Il diavolo se lo porti - rispose Elias, mettendo il piede destro sopra una pietra per togliersi lo sprone. Zio Pera fu lesto a curvarsi, e mentre gli slacciava lo sprone, chiese a voce sommessa:
- Sei venuto per cercar soldi?
- A quanto pare.
- Credo che questa volta Felix Nurroi non ne abbia, ma forse potr dartene suo figlio.
- Chi suo figlio? Antine?
- Antine.
- E come mai? - disse l'altro stupito.
- Tu sta zitto - disse Pera, appendendo lo sprone ad un chiodo. - Lascia fare a me. Parleremo un altro momento.
Saputo l'arrivo del padrone, zio Felix si rattrist. Ah, Dio ci salvi, il Signore comanda l'amore verso tutti, ma zio Felix non amava e non poteva amare il padrone, quel ragazzo vizioso, gi pieno di debiti sino ai capelli, che di tanto in tanto si permetteva chieder del denaro anche a lui, al suo povero pastore, il quale lavorava tutto l'anno come uno schiavo, per poter tener il figliuolo agli studi ecclesiastici.
- Ti sei indugiato per ci? - chiese ad Antine, che scese primo all'ovile. - Bada bene, figlio mio, tu sei un figlio di pastore, e il padrone  un cavaliere. Non ti conviene la sua compagnia.
- Perch? Invece di ringraziare!... - disse Antine stizzito.
- Bene. Ringrazia fin che vuoi, ma sta attento. Non conviene dir male del prossimo, ma bisogna che tu sappia che don Elia non  compagnia per te. Egli  ricco e non vuole studiare. Piglia denaro dagli strozzini e se ne va nelle citt a divertirsi, lasciando senza attenzione il fatto suo. Eppoi non crede in Dio.
- Cosa volete? I signori son tutti cos; non ci credono. Ma Elia  cos giovine! Metter testa.
- Rester qui molti giorni?
- Non so; pochi, credo.
- Santa Varvara mia, fate ch'egli se ne vada domani - preg fra s zio Felix.
Ma il giovine padrone non se ne and, n il domani n il posdomani. Tre giorni dopo il suo arrivo giunse a spron battuto un servo del tutore, per informarsi se don Elia si trovava nella (tanca), giacch egli, al solito, era partito senza dire ove andava e perch: portava inoltre una bisaccia di viveri, ma don Elia li respinse insolentemente.
- Di' al tuo padrone che getti il suo pane e il suo presciutto ai cani. Io non ne ho bisogno. Va via, subito! Va al diavolo, tu e il tuo padrone. Se ti trovo un'altra volta sui miei calcagni ti faccio cacciar le viscere di bocca.
L'altro se n'and mogio mogio, ma zio Pera lo precedette per un viottolo e gli fece scaricar la bisaccia in un sito deserto della (tanca).
Don Elia continu a menar vita allegra, passando le giornate con Minnai e con Antine, bagnandosi nel fiume, cantando e giocando. Con Antine mangiavano e dormivano assieme: correvano sui cavalli domiti, nuotavano, giocavano a carte e alla (morra muta) come due facchini. Il volto bianco e la bianca veste del cavaliere pigliavano una spiccata tinta polverosa; la garza rosea della paglietta era sbrandellata come se tutta la siepe della (tanca) ci avesse avuto che fare: il cordoncino, poi, pendeva al collo di Minnai, sostenendo una medaglietta di Sant'Elia e un centesimo bucato.
Un'ombra passava dietro gli occhiali di zio Felix. Ah, se non fosse stato per l'amor di Dio, il buon uomo avrebbe imprecato il padrone per la vita scapestrata che faceva condurre ad Antine. Tutte le prediche riuscivano vane. Del resto, don Elia era cos allegro, affabile, divertente; sembrava spassarsi cos innocentemente, che pareva un ragazzo buono e senza malizia come il piccolo Minnai, e si faceva amare o almeno compatire. Talvolta zio Felix si diceva:
- Via, sono uno sciocco, un vecchio peccatore. Che male c' se essi sono ragazzi e si divertono? Antine ha tanto studiato lungo l'anno:  giusto che si spassi un pochino. Egli ha ragione: dovremmo ringraziare don Elia per la sua bont.
Il vaccaro e il cavallaro, poi, erano entusiasmati del giovine padrone: non parlavano di altro che di lui, delle sue ricchezze, delle sue prodezze. Qualche volta giungevano persino a bisticciarsi o per un particolare della persona di Elia, o per il valore pi o meno reale della (tanca), dei puledri e delle vacche, o per la cifra dei suoi debiti.
Antine era messo da parte, dimenticato, offuscato dalla presenza rumorosa del nobile padrone. Ma egli non ne provava gelosia, completamente affascinato da Elia. Dacch questo animava con la sua presenza la selvaggia solitudine della (tanca), Antine non si era pi annoiato o rattristato come nei primi giorni. Il vuoto era scomparso dal suo cuore: egli amava finalmente qualcuno che gli penetrava nell'anima non con la fredda benevolenza dei superiori, o con l'ignorante e semplice affetto dei suoi poveri parenti, ma con un ardore di fascino quasi morboso. Era Elia. Antine sentiva per lui affetto, amicizia, ammirazione, soggezione. Se avesse incontrato una donna non l'avrebbe amata con egual sentimento, nel quale s'esplicavano tutte le nascoste potenze affettive della sua adolescenza pura. Elia non coltivava punto quest'affetto, e neppur lo capiva. Egli non aveva n la profondit n l'intelligenza del figlio del pastore; era un semplice incosciente, un egoista simpatico, e si serviva d'Antine per distrarsi nella noia della vasta solitudine, nella quale s'indugiava non perch il paesaggio o la sua propriet lo attraessero, - non aveva alcun sentimento della natura, e nessuna preoccupazione dei suoi affari, - ma per uno speciale scopo.
Una sera i due amici stavano nella cameretta di Antine. Non avevano acceso il lume, ed Elia stava audacemente seduto alla finestra, con le gambe penzoloni all'esterno. E cantava:

- O tu che giaci l su la fiorita
Collina tosca, e ti sta il padre accanto...

La sua voce un po' fessa, stanca, cupa, si perdeva nell'aria buia della notte. Ed avea un'intonazione distratta: senza dubbio Elia pensava ad altro che alla sua canzone. Antine gli stava dietro, ritto, e lo ratteneva per le braccia, pauroso di vederlo cadere. La notte era fresca, quasi umida: lunghe nuvole e sottili solcavano il cielo. E in quella quiete profonda le fragranze salivano intense, e le voci della notte, - il romoro della cascatella lontana, qualche latrato di cane, una nota sempre eguale di cuculo, il tremolo dei grilli, - parlavano con arcane vibrazioni. Antine immergeva lo sguardo nell'orizzonte incerto, sulla cui opacit quasi cinerea brillavano acute stelle dalle oscillazioni verdognole e rossastre. A differenza di Elia, egli sentiva tutta la struggente mala della notte, ma non si rattristava pi; s'immaginava che il compagno dividesse i suoi sentimenti, le sue sensazioni, e non provava pi la tristezza della solitudine; a momenti anzi gli pareva di provare ancora la gioia febbrile procuratagli dall'ubbriachezza dell'acquavite, ma era una gioia irrequieta, che cercava, che desiderava, che voleva qualche cosa d'ignoto. In quella sera l'anima del seminarista era come un fiore aperto verso il cielo, in attesa della rugiada. Elia smise di cantare quando ebbe trovato le parole che cercava.
- Dimmi un po', Antine, dopodomani io parto, non  vero? Ma tu non sai ancora perch son venuto qui.
- Per vedere il fatto tuo.
- Uhm! C' poco da vedere! - disse l'altro con sprezzo. - Tuo padre  fedele fino alla sciocchezza; i cavalli e i puledri non si possono mica trafugare; c' soltanto quel vecchio negromante di Pera che delle mandorle mi lascia solo il guscio; ma cosa sono due mandorle? Io me ne infischio altamente; ma tu non sai perch son venuto. Indovinalo un po'.
- Per divertirti.
- Macch. Indovina, indovina.
- Ma... non saprei.
- Ebbene, te lo dico io. Sono venuto per cercar del denaro.
- Del denaro? Qui? - chiese l'altro ridendo.
- S, del denaro; non ridere, mio caro. Qui ce n' pi che altrove, ma tuo padre questa volta non ha voluto favorirmi.
- Questa volta?
- S, caro mio, questa volta. Perch altre volte mi ha favorito.  vero che mi son dimenticato di restituirgli il fatto suo, ma certamente non per cattiva volont. Non sar sempre padrone per burla, e allora sapr il mio dovere. Tuo padre mi ha prestato senza interessi n cambiali a scadenza di due o tre anni, come altri strozzini, ma egli  il pi sicuro di tutti. Sai quanto gli devo? Indovina.
- Cento lire? - disse Antine, timidamente, credendo esagerare.
- Altro che cento lire! Di pi.
- Duecento! - disse l'altro stupito.
- Di pi ancora.
- Trecento.
- Ancora, ancora!... - esclam don Elia, guardando lontano.
Antine arross nell'ombra: per un momento credette che suo padre fosse creditore di somme enormi verso il padrone, e ne prov uno strano smarrimento.
- Cinquecento - disse, e questa volta si stup nel sentirsi rispondere:
- No, no, di meno.
- Quattrocento.
- Di meno ancora. Tu fai cifre tonde! Trecento settantadue.
Antine non rispose, e anche don Elia parve imbarazzato. Solo dopo un lungo silenzio riprese a parlare, con le mani ferme sul davanzale e il capo spinto all'interno della stanza. La sua voce vibrava alquanto commossa nel silenzio sempre pi intenso della notte.
- So a che cosa pensi, Antine. Tu pensi: "A che mai gli servir tanto denaro?". Pensi cos, non  vero?
- No, no...
- Non dirmi di no. Non essere ipocrita (prima dell'ora). Che vuoi? Tu non puoi sapere come si ha acuto bisogno di denaro quando non se ne ha. Un uomo libero, d'una certa condizione, spende sempre enormemente. Tu dirai: "Ma come spendi?". Non lo so neppur io. Ma ho sempre bisogno di denaro.  una cosa cos bella spendere! Si dice che io faccia debiti per le spese di citt. Non  vero. Vedi, a Cagliari son vissuto un mese con cinquantacinque lire. A Napoli poi ancor meno. Con quarantacinque lire uno studente a Napoli vive da signore. L non ti conosce nessuno, vai e ti fai la spesa, vivi modestamente e addio. Io spendo invece quando sono in paese: molti dicono che io lo faccio per far dispetto al mio tutore. Non  vero, non ci credere, caro mio. Io spendo perch  proprio necessario spendere, perch se tu giri tutta la Sardegna trovi che tutti i proprietari sardi spendono il doppio e il triplo delle loro rendite. Eppoi, dirai tu? Che so dirti? Io spero riavermi; vendendo i soli puledri pagher tutti i miei debiti, poi piglier una moglie ricca e poi, passata la giovent, si cessa di spendere, si lavora, si pensa ai figli. Ma la giovent bisogna goderla: a che altro serve la vita? Dopo tutto  una stupidaggine non godersela. Tanto, vedi, fra cinquanta, fra cento anni questa (tanca) apparterr ad altri: di noi non si troveranno neppur le ossa. Pu anzi benissimo darsi che ci sia fra un anno. Godiamo dunque, spassiamoci. Io sono fatto cos, sono un tipo allegro, buono in fondo, sai, buono come il pane, e non odio nessuno, neppur mio zio, per quanto si dica. Dopo tutto egli fa il suo dovere: pensandoci bene gli do ragione. Ma che vuoi? Io ho bisogno di denaro: senza denaro io non posso vivere. Cosa  un uomo senza denaro?  come un uomo che abbia le scarpe rotte: sar il primo galantuomo del mondo, ma tutti lo disprezzano. Sai quanto ho speso in questa stupida festa di Sant'Elia? Duecento lire. Dicono che io abbia dei viz; ma e l, in quella stupida festa, che viz potevano esserci? Eppure ho speso tanto. Che vuoi? Quando non si ha denaro si fa di tutto per procurarsene; quando poi lo si ha si spende:  una cosa che sembra naturalissima, semplicissima, specialmente se si  fra la gente. Il giorno in cui io non avr denari, son certo che andr a gettarmi nel Tirso. E questo giorno potrebbe esser dopodomani, se domani non riuscir a procurarmi cinquecento lire che assolutamente mi bisognano. Tu puoi procurarmele.
- Io? - disse Antine, stordito da tutte le cose udite, e che tuttavia, dette cos da Elia, gli parevano naturali, vere. Ah, s, la vita doveva esser cos, non come la sua, stupida e gretta. Ah, s, quelli erano uomini! Ed egli, egli che cosa era mai? Un uomo senza denari, s, un uomo misero, un uomo dalle scarpe rotte. Ah, s, quella era la vita, quello era il mistero intraveduto fra le vaporosit del solitario orizzonte.
- S, tu, s, tu, non farmi lo sciocco! - proruppe l'altro audacemente, accorgendosi della sua superiorit.
- Da chi? Dal babbo mio?
- Macch tuo padre! Se non si  lasciato commuovere da me, figurati se ascolter te! Eppoi, a dirtela, credo che non ne abbia...
Antine ebbe un fine sorriso: ora credeva invece che suo padre avesse grandi somme.
- Ma da chi allora?
- Senti, bisogna che mi spieghi. Mi sono rivolto anche a Pera. Vedi, questi vecchi sciocchi, alle volte, possono farla pi che i ricchi e astuti cittadini. Io credo che in Sardegna il denaro veramente si trovi in campagna. Ma lasciamo star ci. Pera mi ha detto che egli conosce una persona, un bandito, il quale mi favorir di certo, ove tu lo voglia...
- Basta! Ho capito! - grid Antine adirandosi contro zio Pera. - No, non lo far mai!
- Non gridare, caro mio. Perch non lo farai mai? Spiegami.
- Non lo far... perch non lo far!
- Questa non  ragione.
- S;  ragione,  ragione, ti dico che  ragione. Non lo far mai, possa tu vedermi con gli occhi fuori.
- E non li porti fuori? - disse l'altro canzonando. - Dove dunque li porti? (Si volse a guardarlo, e si guardarono, vagamente scorgendosi nel buio grigiastro). Vedi bene che non ragioni. Sei uno stupido.
- E tu sei un sacrilego.
- Macch sacrilego d'Egitto! Sacrilego si  quando s'adoprano cose sacre a scopo profano. Ora noi possiamo servirci d'un libro qualunque, - e gi credo che tu di libri santi non ne hai, - e la tua tonaca forse  benedetta? Niente affatto: dunque sacrilegio non v'ha. Peggio per gli sciocchi e gl'ignoranti. E in questo caso saremmo noi se...
- No! No! No! Non voglio, non voglio! - gemeva Antine battendo i piedi al suolo come un bimbo.
- Bene - disse Elia con freddo disprezzo, appoggiando le mani ai due lati della finestra. - Non arrabbiarti. Giacch non vuoi non sar. Tanto parlar con te  inutile, e tanto meno ragionare. Cosa mai si pu parlare, - disse poi come fra s, - con un uomo, con un giovine che si fa prete senza vocazione?
Antine sent sbollire la sua collera, e un senso angoscioso di freddo lo assal. Quelle parole, dette con quel tono, da quelle labbra, lo fulminavano. Le sue mani si fecero fredde, i suoi occhi videro un buio profondo. Sent che Elia diceva la verit, ed ebbe una grande voglia di piangere. Elia cap d'averlo offeso: d'un balzo si ritir dalla finestra, e fu in piedi accanto all'amico, ritti davanti a quel misterioso sfondo di notte quieta e fragrante.
- Scusami, - disse Elia con voce mutata, - io ti ho offeso. Ma tu non mi vuoi bene...
Grosse lagrime caddero dagli occhi di Antine, che si morsic le labbra tremanti per non scoppiare in singhiozzi. No, egli non era offeso: era atterrato, era vinto.
- No, no, io... io ti voglio bene. Sei tu che devi scusarmi... Far quello che vuoi... domani, subito, quando vuoi.
L'indomani, al meriggio, (fecero la cosa). Venne il bandito. Era un bandito gi famoso, temuto, creduto terribile; ci nonostante era un giovine di ventidue anni, bellissimo, simpaticissimo di viso. Aveva i capelli neri, lucidi, ritti sull'alta fronte bianca, gli occhi castanei limpidissimi, soavi, la bocca pura: era alto, snello, roseo, pulito: sembrava una bella fanciulla travestita da uomo.
Elia ed Antine lo guardarono con avida curiosit, facendogli molte domande suggestive; ma egli, se era superstizioso, non era punto ingenuo, e rispose canzonandoli. Non s'accorgeva per che il burlato era lui.
- Come tu puoi credere alle (fatture)? - gli disse Antine. - Io ritengo che il tuo archibugio potrebbe, pi che altro, liberarti dal tuo nemico.
- Ma appunto il mio archibugio  (legato) da una (fattura) del mio nemico. Quante volte ho tentato spararglielo sulle reni! E sempre ha negato il colpo.
- Ma allora non potresti fartelo (sciogliere)?
- Potresti (scioglierlo) tu?
- Io non sono un negromante! - grid Antine adirandosi. - Perch non lo (sciogliete) voi, zio Pera?
- Abbiamo provato - rispose questo con perfetta calma, fissando sull'archibugio in questione il suo occhio turchino. - Non ci  riuscito.
- Basta - disse il bandito. - Spicciatevi perch ho fretta.
Antine parve volersi togliere ogni scrupolo, dicendo:
- Bada per che io non son sicuro di riuscire. Non ho ancora gli ordini.
- Ci non importa: siamo sicuri del fatto nostro, noi; spicciati, agnellino mio, ch questo ragazzo ha fretta - disse zio Pera.
Antine indoss la sottana, mise in testa il berretto da seminarista: sentiva una tristezza cupa, un profondo disgusto di s stesso, e senza la presenza d'Elia si sarebbe ad ogni costo rifiutato d'eseguire il sacrilego inganno. Zio Pera chiuse la finestra. Fuori incombeva il meriggio: certi lontani lembi della (tanca) sembravano stagni d'oro liquefatto. Coll'ardente profumo degli oleandri saliva un fresco gorgheggio d'uccello palustre. Antine aveva un (Libro della Settimana Santa) rilegato in pelle nera e col taglio rosso. Lo tir fuori dalla valigia, mentre zio Pera si fregava un zolfanello sulla coscia per accendere un cero ritto sul tavolo; e rivolto ad Elia ed al servo disse quasi rabbiosamente:
- Uscite dunque fuori!
Elia e zio Pera usciron fuori. Il bandito si tolse la berretta: alla luce tranquilla del cero la sua bellissima testa parve quella d'una donna. Antine apr a caso il (Libro) e lesse:
"Povero son io ed in affanni sin dalla mia prima et: cresciuto poi fui umiliato e depresso...".
Il bandito corrug la fronte e si batt una mano sul petto. Ah, quelle parole corrispondevano pienamente al suo pensiero!
Antine finse di continuar a leggere, ma pronunzi questi versetti combinati con Elia.
"I miei nemici mi perseguitarono e mi vinsero: ed io ero innocente. Signore, punisci la tracotanza dei miei nemici".
- Signore, punisci la tracotanza dei miei nemici - ripet fra s il bandito. Egli era in buona fede, e credeva compier opera di giustizia facendo (battere a libro) il suo nemico: quindi s'entusiasmava, e a misura che Antine leggeva, o fingeva di pregare in silenzio, o sollevava gli occhi al cielo, anch'egli pregava, sollevava gli occhi e si picchiava il petto col pugno.
"Come un cane arrabbiato i miei nemici mi rincorsero e mi spinsero per le campagne deserte. Ora una pietra  il mio guanciale, mio letto  la dura terra. Fino a quando durer questa iniquit?
Tesero contro di me il loro arco, e mi lanciarono le freccie avvelenate: la loro lingua mi disse assassino, e disse che io avevo derubato il viandante e il pellegrino.
Solo perch non mi diedi nelle loro mani e non aiutai le loro nefandezze. Signore, punisci la tracotanza dei miei nemici.
Ma il mio cuore  puro, la mia lingua ha cantato le grandezze del Signore: ed io ero innocente. Signore, punisci la tracotanza dei miei nemici.
E il Signore ud le mie grida, e le corna dei miei nemici si spezzarono come corna di ariete verminoso".
A questo punto Antine chiuse il (Libro) e finse pregare con gli occhi sollevati: poi depose il volume sul tavolo e vi batt sopra, fortemente, le mani in croce.
Il bandito ebbe un brivido.
Antine riapr il (Libro); fingendo sempre di leggere, e non tralasciando di volger le pagine:
"Signore, ascolta la parola del tuo servo: punisci i miei nemici secondo la tua giustizia".
- Inginocchiati - disse al bandito.
Questi s'inginocchi, ma ebbe uno scrupolo e mormor:
- Io ho molti nemici, ma  contro uno solo che voglio... tu mi capisci...
- Bene; capisco, ma fa lo stesso.
"Punisci il mio nemico secondo la tua giustizia. Che egli abbia la casa ricolma d'ogni tuo bene e non possa mai saziarsi.
Che neppure le pietre possano saziarlo".
Nuovamente chiuse il (Libro): nuovo sollevamento d'occhi al cielo, nuova invocazione tacita e nuovo pugno sul libro chiuso.
Il cero mandava una lunga fiamma fumigante; il bandito provava una forte commozione.
Antine riprese la finta lettura:
"Signore, ascolta il tuo servo, ecc.
Che l'acqua gorgogli perenne intorno alla casa del mio nemico ed egli non possa mai dissetarsi.
Che neppure le salate acque del mare possano dissetare il mio nemico".
Per la terza volta chiuse e percosse il (Libro). Poi lo riaperse, lesse altri cinque o sei versetti inconcludenti, prese il cero e con esso segn una larga e lunga croce sul capo del bandito. Poi disse a questi di sollevarsi. Il nemico era conciato per le feste.
Il bandito si sollev, alquanto sorpreso, perch credeva che (toccando il libro) si evocassero anche le potenze infernali. Almeno zio Pera aveva assicurato cos.
In fondo rimase contento d'aversela cavata liscia; e dopo aver sborsato cinque fogli rossi pei quali Elia gli rilasci una larva di cambiale, se n'and felice, sicuro d'aver assistito ad una memorabile cerimonia per la quale il suo nemico morrebbe fra poco consunto dalla fame e dalla sete.
Elia si proponeva di partir l'indomani, ma accortosi che dopo la sacrilega cerimonia Antine era caduto in profonda tristezza, rimase ancora qualche giorno per distrarlo.
- Che diavolo hai? - gli diceva fissandolo negli occhi. - Ti dispiace d'avermi favorito?
- No. Non  questo...
- Cos' dunque?
- Non  questo, non  questo - ripeteva Antine, ma non diceva altro.
- Vieni con me qualche giorno.
- Prova a chiederne il permesso a mio padre.
Elia prov, ma zio Felix non permise; e Antine rimase solo nella (tanca), nell'immensa solitudine del suo cuore conturbato.
L'aria andava rinfrescandosi. Una notte piovette, e il fiume ingross, torbido, livido. Ma al ritorno del sole una indicibile dolcezza si stese per la (tanca). Il cielo apparve alto, d'un tenero azzurro di perla: il fiume prese una trasparenza glauca di velo, di cristallo; e nell'aria spir un soffio ineffabile, di lontane fragranze, di lontane cose, predicente le dolcezze autunnali. L'oleandro aveva sbattuto tutti i suoi petali sulle acque chiare, e s'ergeva con le acute foglie lavate dalla pioggia, scintillanti al sole; ma il mentastro fioriva ancora, dando alla brezza un irritante sapore di menta. Le vacche e le cavalle, gravi e lente, passavano lungo le rive, volgendo gli occhi al di l del fiume, alle vaporose lontananze. Durante questi giorni e nelle notti del magico plenilunio di ottobre, Antine si sent pi che mai immerso in un mare di tristezza. Si diede a studiare, cercando la solitudine, nascondendosi nei boschetti d'oleandri, fra l'acuto odore dei mentastri: ma lo stesso fascino della solitudine, quei sereni sfondi di paesaggio fluviale, la flautata musica degli uccelli palustri, accrescevano l'inquietudine del suo cuore. Scriveva lunghe lettere ad Elia esponendogli lo stato indeciso dell'anima sua, ma poi le lacerava, lanciandone i minutissimi pezzi nel fiume. E l'acqua tranquilla li portava via, lontano, - verso quello sfondo cerulo che struggeva l'anima di Antine, - come petali di rose bianche sfogliate. Intanto il tempo passava. Antine desiderava con ardore il ritorno a Nuoro; confusi progetti gli fermentavano nel cuore.
Negli ultimi giorni che rimase nella (tanca), prov per una certa emozione; gli pareva che arriverebbe tempo in cui egli rimpiangerebbe quei giorni sereni passati nel puro incanto della (tanca) e del fiume, vicino al semplice affetto de' suoi poveri parenti. Egli non aveva saputo gustare n l'uno n l'altro: l'ultimo anzi non aveva saputo nemmeno capirlo; per, negli ultimi giorni, s'accorse di questa sua ingratitudine e ne prov struggimento. Sentiva gi uno strano rimpianto di cose perdute. Si riavvicin alla semplice gente dell'ovile, gioc con Minnai, discorse con suo padre: ma neppure per un minuto gli venne in mente di confidare a quest'ultimo lo stato penoso del suo cuore.
La mattina prima di partire, zio Pera gli disse:
- Ho da parlarti a tre occhi.
Era un suo scherzo favorito; egli almeno lo credeva uno scherzo.
- Parlate, zio Pera.
- Sai, volpicina mia, quella cosa  riuscita. Com' contento Antonio Francesco!
- Quale cosa, zio Pera? Chi  questo Antonio Francesco?
- Bah, il bandito!
- Quella cosa  riuscita! - esclam Antine stordito. - Ma come  riuscita? Quando?
- Pare sia riuscita subito, ma, siccome s'accorsero della (fattura), volevano tenerla nascosta. Pare abbiano cercato tutti i rimedi per scongiurarla, e non vi riuscirono. Ora per hanno dovuto dichiararla. Non gli bastano le pietre, agnello mio, non gli bastano le pietre per saziarsi. Antonio Francesco ha detto che quando avrai gli ordini te ne dar di bei denari!
Antine cominci a incollerirsi, ma si fren e disse:
- Non fatemi arrabbiare, zio Pera. Lasciatemi partir tranquillo.
- Come, volpicina mia, tu non credi che la cosa sia riuscita? Eppure  vero, come  vero che io ho un occhio s e uno no! Anzi, senti. Ecco ci che volevo dirti a tre occhi...
Tacque, grattandosi il naso, non trovando parole. La cosa doveva esser enorme se lo imbarazzava.
- Cosa c'? - grid Antine.
- Ebbene, senti, agnellino mio, non arrabbiarti, la cosa  vera, tanto vera che... senti, m' venuta una persona, la quale mi disse: " stata fatta qui la magia?". "Come, - grido io, - cosa dici tu, cane rognoso? Qui c' solo un'anima innocente". "Eppure, - dice quello, - deve essere stata fatta qui, e l'uomo (toccato a libro)  disposto a dar duecento scudi purch chi l'ha fatta la sciolga". Ora, agnello mio, fa quello che credi...
- Ah, zio Pera, voi volete rovinarmi - url Antine paonazzo. - Uscitemi di tra i piedi, andate al diavolo, altrimenti non rispondo di me stesso.
- Vedi, bellino,  inutile arrabbiarti. Invece di rallegrarti! Antonio Francesco  disposto per a darti di pi, purch non la sciolga, piccola faina.
- Andatevene dunque! - grid l'altro con gli occhi verdi d'ira, afferrando ciecamente un libro.
Zio Pera se n'and; e pensava:
- Quel ragazzo non ha la testa a posto. Vedrete che prete non si far, no, no, no. Lo so io:  uno sciocco. Suo padre  astuto, che una palla gli trapassi il garretto,  astuto come una vecchia volpe, ma quello che sogna non gli riuscir.
Durante il viaggio e nel suo paese, Antine s'inform prudentemente se davvero il nemico di Antonio Francesco era malato. Pareva di s, tutti almeno l'affermavano. Antine ne rest sorpreso, addolorato; e solo dopo molti anni seppe che il nemico, avendo saputo che Anton Francesco lo aveva fatto (toccar a libro), s'era finto ammalato per sfuggire le altre vendette del bandito.

Veniva la primavera. La (tanca) era tutta coperta d'un tenero verde; le acque del fiume prendevano una soave trasparenza celeste. Il sambuco cominciava a spandere la delicata fragranza dei suoi fiori di cera. I nuovi vitellini dal muso roseo e dalle orecchie forate, saltellavano fra l'erba.
Fu in quel tempo soave, mentre era sopracaricato dai lavori dell'ovile, che zio Felix ricevette brutte notizie di Antine. Gi questo era da molto che non scriveva: solo nella settimana santa aveva mandato palme benedette, con le quali zio Felix, Minnai e gli altri dell'ovile s'erano ricamate croci nell'interno delle vesti, e formati anelli, crocette e amuleti.
Un fratello di zio Felix port a questo una lettera del Rettore del Seminario, indirizzata al parroco di Ottana. Zio Felix si sent tremare il cuore: qualche grave disgrazia doveva esser accaduta.
Il fratello gli lesse la lettera, a poco a poco, sillabando:
"... Venendo ora al suo protetto Costantino Nurroi, sono dolentissimo darle di questo gravi e cattive notizie. Mentre negli anni scorsi dava di s le pi belle speranze, tanto che Monsignor Vescovo, come gi ebbi l'onore di scriverle, intendeva concedergli presto l'intera piazza gratuita...".
- Monsignore intende concedergli il posto gratuito... Vuol dire questo? - domand zio Felix, che ascoltava col fiato sospeso.
- Vuol dir questo, ma aspetta, aspetta. C' ben altro - rispose grave il fratello. E riprese la lettura:
"... intera piazza gratuita, quest'anno fa assolutamente disperare di lui. Ha pi volte espresso intenzione, coi compagni, di non proseguire gli studi ecclesiastici; gli si sequestrarono pi volte libri profani, ed ora ultimamente una lettera firmata "Elia" nella quale si dice che un certo Anton Francesco  disposto versare la somma richiesta. "Con questa, - dice la lettera sequestrata, - tu puoi benissimo liberarti da questa odiosa catena e imprendere studi liberi che ti portino verso gl'ideali che desideri". La lettera inoltre annunzia la prossima venuta a Nuoro di questo signor Elia. Ho quindi ritenuto urgente, reverendissimo signor Parroco, d'informarla. Prenda coi parenti del Costantino Nurroi i provvedimenti necessari, ecc. ecc.".
- Hai compreso bene, Felix, fratello mio? - chiese il paesano, fissando il volto sbiancato del povero uomo.
- Rileggi bene, spiegami bene ogni parola, fa questa carit, - disse zio Felix. Egli aveva benissimo compreso, ma non voleva ancora credere ai suoi orecchi.
L'altro rilesse lentamente, traducendo anzi in dialetto certe frasi; nel frattempo zio Felix si toglieva e rimetteva gli occhiali, diventando sempre pi pallido e con le labbra cenerine. Sentiva mancarsi gli spiriti vitali, e non si faceva alcuna illusione. Antine era perduto.
- Io vado subito a Nuoro, - disse, - tu rimani qui, fratello mio; fa questa carit per amor di Dio.
Sell il cavallo, part subito; e sperava ridurre Antine a pi savi consigli, ma in fondo gli persisteva la persuasione che tutto era perduto. Infatti un'ora dopo suo fratello lo vide tornare a spron battuto, pi morto che vivo. Per istrada gli avevano consegnato una lettera di Antine. Egli non poteva leggerla, ma sentiva che dentro quella busta c'era una immane sciagura. E c'era infatti.
Antine era scappato dal Seminario e da Nuoro. Le poche righe febbrilmente tracciate dicevano cos:
"Caro padre, quando riceverete la presente io sar lontano da qui e da Nuoro. Perdonate l'immenso dolore che vi d: ma questo risparmier altri dolori pi gravi che potrei darvi in avvenire, se continuassi in questa via per la quale non son chiamato. La mia decisione era presa da molto tempo, ma non osai aprirmi con voi perch, fisso come siete nella vostra idea, non mi avreste compreso. Non crediate ch'io vada a correre il mondo. Vado a studiare, a farmi uomo, e un giorno spero ricompensarvi di quanto avete fatto per me, nonch del dolore che oggi vi d. Don Elia, che mi ama come un fratello, e che - forse lo sapete -  stato il primo ad aprirmi gli occhi, ha promesso aiutarmi negli studi.
Addio, addio, caro padre; vi scriver meglio appena sar sistemato nella nuova residenza. So che la legge mi sottomette ancora a voi. E voi fate quel che volete; ma credo che voi non mi farete un torto, ma quando anche vorreste farmelo, devo dirvi che nulla potr costringermi a scegliere una carriera per la quale non ho vocazione. Perdonatemi dunque, caro padre, salutate Minnai, e credete sempre all'affetto e al rispetto del vostro infelice Costantino".
Zio Felix cap che nulla c'era pi da fare; il fulmine era completo. Nonostante tutto il suo timor di Dio, s'abbandon ad un eccesso di disperazione. Si gett per terra, si strapp i capelli e le vesti, grid, gemette. E subito gli spunt in cuore un feroce odio contro Elia, causa d'ogni disgrazia.
- Perch gridi, fratello mio; stupido, perch ti tiri i capelli? - gli diceva il fratello, cercando rialzarlo. - Non ci voglion grida, non ci voglion pianti, da femminuccia. Alzati, va! Io lo inseguirei, lo farei arrestare, lo legherei come un cane.
- L'anima non si lega! - rispose piangendo il povero uomo. E a poco a poco riprese tutto il suo buon senso, la sua semplice saviezza. Si calm, e poich non poteva sottomettere l'anima del figliuolo, rinunzi anche agli altri suoi diritti. Anzi si pent del suo eccesso di disperazione: gli parve aver fatto atto di ribellione contro gl'imperscrutabili voleri del Signore, ma nell'anima gli rimase un dolore senza misura, e l'odio feroce verso Elia.
- Io l'ammazzerei, io gli farei uscir le viscere per il cranio, - diceva il fratello, - io gli trapasserei le reni con la mia (leppa) a quel cavaliere asino, a quella bestia senza corna!
Zio Felix taceva; ma nel profondo del suo cuore una voce gli gridava come l'eco:
- Io l'ammazzerei, io gli farei uscire le viscere per il cranio...
Cominci una vita terribile. Sentiva che se Elia tornava nella (tanca), egli l'avrebbe assassinato, ma il timor di Dio, che ancora gli regnava nell'anima straziata, lo faceva piangere sul suo odio e sopra i suoi istinti di vendetta. Ma la vendetta era l'unica cosa che ancor lo teneva vivo: tutto il resto era perduto. La vista di Minnai, con quei grandi occhi inconsci e ridenti, aumentava il suo affanno. Gli metteva le mani sul capo e diceva:
- Che posso farmene di te? Tu non puoi rimediare al male. Tu sei come il puleggio che fiorisce e si dissecca inutilmente. Che posso farmene di te?
Pass il tempo. Antine scrisse, ma zio Felix sbran la lettera con fredda ira. Poi, al solito, si pent del suo atto violento. - Chi sa, - pensava, - forse egli  pentito: eppoi il Signore comanda il perdono.
Ah, il perdono! Ma egli non poteva perdonare, non solo, ma col tempo il suo odio si spandeva come macchia d'olio. Odiava il padrone e i suoi beni, la (tanca) ed i servi. Specialmente zio Pera gli destava una collera muta e fiera. Ogni volta che scendeva all'ovile - il vecchio ladro! - guardava intorno con aria beffarda, col suo occhio fisso e maligno. E diceva:
- Te l'avevo detto io, vecchia volpe, che tuo figlio si sarebbe fatto prete quando il nibbio avrebbe tessuto orbace! Che il diavolo ti cavalchi, la tua astuzia non  riuscita!
Che astuzia? Che cosa aveva detto egli, l'orbo maligno? Zio Felix si sentiva assaltato come da un cane arrabbiato che gli mordeva la gola: le membra gli tremavano d'ira, ma aveva la forza di dominarsi, e taceva e s'allontanava singhiozzando senza lagrimare. Antine scrisse ancora. Zio Felix, che attendeva quella lettera con una stolta speranza in cuore, se la fece leggere; ma Antine diceva esser contento della sua nuova vita; studiava e chiedeva nuovamente perdono.
Anche questa lettera fu sbranata, e poi un'altra e poi un'altra ancora. Allora egli non scrisse pi.
Zio Felix sent che suo figlio era completamente perduto per lui, e si trov pi che mai infelice.
Fece un pellegrinaggio, scalzo e a testa nuda, fino alla chiesetta di San Costantino, sita sui monti ove la sera il sole spariva come un enorme diamante.
- San Costantino, ridonatemi pace. Io sono un gran peccatore: pregate per me presso il trono del Signore. Strappatemi dal cuore questa spina: verr ogni anno scalzo, a testa nuda, trascinando la lingua per terra.
Sal tre volte la chiesa trascinandosi sui ginocchi: il piccolo San Costantino, bruno e con le labbra grosse, guardava dall'alto, ma non udiva la preghiera di zio Felix.
Questo torn all'ovile come v'era partito, con l'odio e il desiderio di vendetta nel cuore. Al solo pensare ad Elia, e ai denari che questo gli doveva, si sentiva tremare e non ci vedeva pi.
Mai, in tutta la sua vita, aveva provato una cosa simile. Era un fuoco interno che lo distruggeva. Si sarebbe detto che il focolare delle passioni, sin allora spento in quell'anima timorata di Dio, divampasse tutto in una volta, accumulando la sua forza nel solo odio.
Zio Felix credeva che il demonio, sin allora vinto, ora lo dominasse vincitore, sfogando tutta la sua iniquit. E si disperava, vedendo l'inutilit del bene fino allora compiuto, ma non tralasciava di lottare.
Aspettava la venuta d'Elia con l'ansia sanguinaria d'un cacciatore alla posta: intanto per continuava nei suoi doveri di servo fedele. Gli altri rubavano come gatti affamati: egli gridava, si procurava la loro malevolenza per difendere gl'interessi del padrone, e vigilava anche su zio Pera.
- Puh, - gli diceva questo, sputandolo, - per quello che i padroni ti hanno fatto, volpe rognosa!
- Non t'importi di quello che i padroni mi hanno fatto! Fa il tuo dovere!
- Lo faccio, sicuro, e non  il mio dovere che faccio! Sei tu, agnello mio, che non hai mai saputo far il tuo, che l'aquila ti cavi un occhio!
- Per ora sei tu che ne hai uno solo.
- Meglio uno buono che quattro cattivi -. Accennava agli occhiali di zio Felix: e questo se ne andava per non proseguire il diverbio.
Il tempo passava: Antine taceva. Ma una volta Tanu dovette andare a Cagliari per testimonio, e lo vide e gli parl. Port all'ovile cattive notizie.
- Non ha denari: il padrone non gliene manda pi. Pare che non ne abbia neppure per lui, perch nessuno gliene vuol prestare. Antine vive a stecchetto: forse ha pi fame che appetito. Dice che si far soldato. Ha perduto i colori, sapete, zio Felix; eppure Cagliari  la pi bella citt del mondo... Ah, se vedeste!
- Che c'entrano i colori con la citt! - disse il compagno. - Se uno ha fame non basta che veda una bella citt per non esser pallido.
- Eppure, vedete, Cagliari  cos bella che io non sentivo fame. Il mare...
- Macch mare d'Egitto! Io dico che tu avevi mangiato. Se uno ha fame, anche se vede il Cielo, io dico che sente fame. Cosa dite voi, zio Felix?...
- Tu sei invidioso, perch non vedrai mai una citt! - disse Tanu.
Zio Felix ascoltava triste e silenzioso: in fondo al cuore, per, gli rinasceva una cara speranza.
Per tutto l'inverno, - giacch era d'inverno, - mentre Tanu raccontava le meraviglie della citt, egli accarezzava la cara speranza. Sempre che vedeva arrivar un uomo dal paese, lo guardava avidamente, se mai aveva qualche lettera, e si sentiva battere il cuore.
Ma venne la primavera e la lettera non giunse. Solo sul finire di maggio, poco pi di un anno dopo la fuga d'Antine, questo scrisse annunziando che si faceva soldato.
"Ho preso la ferma per cinque anni, - diceva, - e cos diventer sergente o furiere, e poi, se non mi piacer seguir la carriera, avr un posto governativo.  una cosa modesta... e non  questo che io sognavo, ma ad ogni modo sono contento d'aver deciso il mio destino.
Addio, caro padre, voi non mi volete perdonare, ma io ho gi scontato il dolore che vi ho dato, e non mi stanco di chiedere il vostro perdono".
Tutto oramai era perduto, senza alcuna speranza. Zio Felix non disse nulla, ma sollev sulla fronte gli occhiali, e stette a guardar la lettera coi piccoli occhi rossi che sembravano di vetro.
E il tempo continu a passare. Antine scriveva di tanto in tanto: le sue lettere si facevano sempre pi tristi, quasi disperate. Egli sentiva la nostalgia della patria e della dolce vita passata: era venuto il tempo presentito negli ultimi giorni passati nella (tanca). Ma giammai accennava a pentirsi, a ritornare sui suoi passi: anzi desiderava ardentemente terminar la ferma per incominciarne un'altra, e sognava la guerra per avanzare o morire... Il suo carattere, per, s'era sviluppato alla scuola del dolore; e se non altro egli accennava a diventar un galantuomo.
Zio Basilio, il fratello di zio Felix, portava e leggeva queste lettere e ogni volta s'abbandonava a commenti crudeli.
- Lo vedi il castigo di Dio, fratello mio? Ora piange, la piccola bestia cornuta, ora si pente! Ben gli sta, ben gli sta! Che Dio lo castighi sempre pi, il fuggitivo, il vigliacco, il disonore della stirpe! Che tutte le palle del Re gli trapassino il cuore!
- Ora avrebbe cominciato ad aver gli ordini, - diceva con amarezza zio Felix, - fra poco sarebbe stato sacerdote, e poi parroco e poi... Gli avrebbero regalato anfore di vino turate con rose, e grano, e miele, e pollastre bianche con nastri di scarlatto. Lo sciocco, lo sciocco, che ha disprezzato la sua fortuna!
- Iddio ti paga, fratello mio, - urlava zio Basilio, raschiando ferocemente, - ma questo  nulla, in confronto alle altre paghe che ti dar il Signore -. Accennava a don Elia, i cui affari, si diceva, andavano di male in peggio. Gli occhi vitrei di zio Felix scintillavano, e una voce dentro gli gridava:
- E se il Signore non mi paga, sapr pagarmi ben io.
Zio Basilio tornava in paese, e ogni mese spediva segretamente due lire al nipote.

In agosto, tre anni circa dopo la sua ultima venuta, don Elia torn nelle sue (tancas). Era maggiorenne, libero, rovinato. I cavalli e i puledri erano spariti dalle (tancas), un sequestro gravava sulle vacche: fra un mese dovevano esser messe all'asta anche le (tanche). Egli era sempre bello, bianco, col volto adolescente: solo gli occhi erano un po' infossati. E vestiva un po' goffamente, di fustagno oscuro. Zio Pera l'inform subito dei feroci propositi che Felix Nurroi nutriva contro di lui.
- Non fidarti, - gli disse, - non fidarti, piccolo cavaliere. Se ti fidi, egli ti schiaccier come una lucertola. Una notte, senti, son sceso laggi; egli stava sotto un oleandro e parlava fra s. Diceva: "Lo uccider, lo ammazzer, fatemelo venir qui, Sant'Elia!". Vedi bene, fiorellino mio, egli ti odia anche nel sonno.  feroce, sai; ha in tasca un coltello lungo cos. Non fidarti, piccolo giglio, d retta a zio Pera.
Elia lo lasci dire. Un sorriso vago, triste, gli errava sulle labbra ancor fresche ma pallide. Coi gomiti appoggiati sul davanzale corroso della finestra, davanti alla quale, in una notte lontana, aveva veduto piangere il povero Costantino, egli guardava verso il fiume, con gli occhi affascinati dalla luminosit dell'acqua riflettente il cielo grigio-perla. A che pensava egli? Quali visioni attraversavano quei puri occhi che non avevano mai pianto; quali pensieri correvano dietro quella pura fronte che non s'era mai curvata sotto l'ombra del dolore?
Zio Pera lo fissava col suo occhio metallico e continuava a parlargli; nessuna risposta per, gli giungeva. Dovette andarsene via, scuotendo il capo e torcendo il collo. E pensava:
-  muto come una lumaca. Cattivo segno. Quel ragazzo guarda il fiume, quel ragazzo si ammazzer, che Dio mi restituisca l'altr'occhio!
Zio Pera era un terribile profeta. Elia pensava appunto alla morte, e una sera scese verso il fiume.
Zio Felix lo vide dall'apertura della capanna, e un tremito gli percorse le reni. Da quattro giorni che Elia era giunto, egli non l'aveva ancora veduto: aveva per (sentito) la sua presenza, e da quattro giorni egli non beveva, non mangiava, non parlava, n dormiva. Di giorno aspettava con angoscia il momento nel quale Elia sarebbe comparso, e non osava muoversi dai dintorni dell'ovile: di notte saliva sino alla cinta sempre pi rovinata del frutteto, e s'aggirava intorno alla casa come un cinghiale affamato. Qualche cosa di terribile, - il demonio, pensava egli, - lo spingeva e lo incalzava. Senza la presenza di zio Pera nella casa, egli sentiva che sarebbe penetrato fin l dentro, per compiervi un delitto.
Tutti gli spasimi dell'inferno lo dilaniavano. Perch in fondo all'anima egli desiderava vincer la sua passione, e non uccidere e non dannarsi. Ma non poteva vincer la potenza infernale che lo dominava; sentiva che giunto il momento fatale avrebbe sgozzato Elia come un agnello. Vedendolo attraversar la tanca, si slanci fuori della capanna. Dopo il primo fremito sent una calma strana, un sangue freddo peggiore d'ogni ira. Pens:
- Egli va verso il fiume, va a bagnarsi. Il miserabile vuol spassarsi ancora: te lo dar io lo spasso. Aspetter che tu ti svesta, che tu sii ignudo come il giorno che nascesti. Ti immerger il coltello fra le costole e ti getter nel fiume.
E cammin cauto, andandogli dietro a discreta distanza; con la mano in saccoccia palpava il coltello da tanto tempo affilato. Ogni lotta era cessata; egli non sentiva battergli il cuore, come non sentiva il mazzo di reliquie che gli pungevano il petto, come non ricordava che era vissuto pi di cinquant'anni in preghiere per salvarsi l'anima. Il demonio lo trasportava.
Elia andava dritto verso il fiume, senza fermarsi n volgersi. L'acqua lo chiamava lo voleva, scintillante fra gli oleandri fioriti come una enorme e attorta collana di brillanti, come un grande occhio perlaceo pieno di fascini fatali. Laggi, in quel bianco splendore, nella quiete delle rive pietrose e marmoree, fiorite di mentastri, fra gli oleandri slanciati nell'aria pura, che offrivano alle serene altezze del cielo i loro mazzi di rose amare, laggi era la pace, l'oblio, il sogno lungamente inseguito. Gli uccelli palustri, nascosti nella profondit delle umide macchie, ripetevano il gorgoglio dell'acqua, il susurro de' giunchi scossi dal vento. Era la voce perlata d'una sirena che chiamava, che incantava, che assopiva ogni dolore, ogni ricordo, ogni rimorso, in un sogno profondo e chiaro come le acque del fiume.
Elia giunse fra gli oleandri, ma invece di spogliarsi, zio Felix lo vide fermarsi un momento e poi volgersi di fianco e costeggiare il fiume.
- Che egli non si bagni? - pens contrariato. - Fra poco l'acqua sar fredda.
Il sole era tramontato; lo splendore aranciato rosso del cielo si rifletteva sulla riva occidentale del fiume. Elia appariva e spariva fra gli oleandri; a un certo punto, dove l'acqua era pi profonda, si ferm. Zio Felix era distante poco pi di dieci metri, nascosto in una macchia di mentastri e sambuchi: attraverso gli occhiali, che ardevano riflettendo l'oro roseo del cielo, egli vedeva la snella figura di Elia ritto sulla riva bianca, in quel punto deserta di vegetazione, e aspettava di vederlo a muover le mani per togliersi il cappello e poi slacciarsi gli stivali e le vesti.
Elia si tolse infatti il cappello e lo lasci cader per terra. Allora il cuore di zio Felix ricominci a battere, irregolare, quasi convulso. In un attimo pens mille cose, rivisse in quei lunghi due anni d'odio e d'angoscia. E grid fra s:
- Devo ammazzarlo? Colpir bene il coltello? Sant'Elia aiutatemi!
Ma tosto ebbe orrore della sua invocazione: poi, ancor prima che quest'orrore svanisse, prov una intensa meraviglia e un intenso sentimento di gioia malvagia.
Elia s'era inoltrato e slanciato vestito nell'acqua. Un gorgo luminoso erasi aperto al di sopra del suo corpo, poi s'era chiuso e trasformato in una ruota, in un infinito ondular di cerchi via via degradanti per la turbata superficie dell'acqua.
- Il Signore mi ha vendicato! - disse tra s zio Felix, ancor pieno di sorpresa. Ma improvvisamente, quasi il nome del Signore destasse mille echi sopiti nel profondo dell'anima, egli sent la sua cattiva gioia cambiarsi in rimorso e la meraviglia in piet. Tutti i suoi pensieri si confusero, il fiume, il cielo, la terra, ogni cosa gli parve ancor pi velata e bruna, del come solitamente, attraverso i vetri neri degli occhiali, gli appariva. E fra questo improvviso turbamento di pensieri e di cose, vide chiari gli occhi celesti e sorridenti del suo innocente Minnai. Li vide in realt o in visione? Non si sa; ma appena li vide sent non solo accrescersi quell'arcano senso di rimorso e di piet, ma ebbe una forte paura di aver lasciato correr troppo tempo senza muoversi. E tosto si tolse gli occhiali, le scarpe, il gabbano, tutte le vesti; e col solo mazzo di reliquie pendenti sul petto ignudo, si mise a correre sulle pietre levigate della riva, e si slanci nell'acqua, sul preciso punto ov'era scomparso il suo nemico, tremando per la paura di non salvarlo a tempo.



"NEL REGNO DELLA PIETRA"

In una falda di Monte Bacchitta, sotto una corona di mostruose roccie granitiche che lo difendevano dai venti freddi del nord, c'era l'ovile di Sidru Addas, un pastore porcaro. Quest'ovile era composto della solita mandria di siepi, e della solita capanna a cono, di pietre e di rami. Un grande cane bianco, con una enorme testa, con gli occhi rossi, incatenato su una roccia, sotto un piccolo riparo di frasche, vigilava sopra l'ovile.
Il paesaggio era sublime: era il regno della pietra, intersecato qua e l da radi boschi d'elci e da chine che in primavera si coprivano d'asfodelo. Met della Sardegna, fino ai golfi, ceruli nelle serene mattine d'autunno, fino ai vaporosi orizzonti chiusi da muraglie di montagne che l'aurora o il tramonto insanguinavano, si stendeva sotto il Monte. Quando il vento taceva, un silenzio indescrivibile era lass, sotto quelle mostruose roccie allineate, grigie, enigmatiche.
Sbandati nel bosco un po' lontano, o, d'estate, nelle chine coperte dai lunghi cespugli dell'asfodelo met verde, met biondo, i porci non si vedevano mai, e tanto meno si vedeva il pastore.
Solo quel gran cane bianco, posato sulle zampe come un idolo mostruoso, con gli occhi rossi, fissi lontano, animava la selvaggia solitudine dell'ovile. Alcuni alveari di sughero stavano addossati alle roccie, e da essi, al principiar dell'estate, zio Sidru estraeva il miele amaro.
Egli calava raramente al paese, nel quale possedeva una casetta col cortile davanti, ombreggiato da un melograno e da una vite secolare: sua figlia Sidra saliva quasi ogni settimana all'ovile, recando viveri e vino e vesti da cambio.
Spesso ella s'indugiava e passava anche la notte lass: andava e veniva sempre sola, conosceva a menadito la montagna. Non era pi tanto giovine, era grassa, bruna, con begli occhi neri scintillanti; aveva grandi piedi, mani ferree, e quindi non temeva nessuno, non si spaventava di nulla, di alcun pericolo naturale. Per aveva paura dei morti.
Una volta ch'era sola nella capanna, ud un rumore strano, continuo, che pareva venir di su, di gi, da lontano, come d'un acciarino battuto sulla pietra.
Un tagliapietre a quell'altezza? Ohib, neanche da pensarci. Non se n'era veduto mai. Forse era qualche spirito infelice che batteva le ali di metallo sulle roccie, come mosca prigioniera.
Sidra [10] usc fuori. Era sul finir dell'inverno, un pomeriggio tiepido e soleggiato. Intorno all'ovile era un grato tepore, un presentimento di primavera; le roccie erano calde, l'erba odorava, il cielo sconfinava azzurro nei golfi azzurri, nelle montagne azzurre.
In quel gran silenzio soleggiato, il rumore della pietra percossa vibrava limpido, ripetuto in giro da pi echi.
Sidra guard attorno, con la mano sugli occhi, cammin cauta sull'erba fina ancora umida, and di qua e di l, ma non vide nulla. Il rumore dur tutta la sera: verso il tramonto scoppi una mina, rintronando per tutte le profondit del Monte, e (Pessa assu malu) [11], il cane, abbai come un demonio incatenato.
Poco dopo torn zio Sidru coi suoi porci abbastanza numerosi, ma non grassi (era cattiva annata di ghiande) che si fermavano grugnendo e frugando col muso lungo il sentiero.
- Rimani qui? - domand a Sidra, che aveva acceso il fuoco.
- Rimango. Chi  che taglia pietre sul Monte?
- Che ne so io? Sar qualche pezzente! - disse il padre con disprezzo.
Era un uomo alto, zio Sidru, alto e grosso, barbuto e con lunghi capelli neri. Il suo volto impassibile, d'un pallore grigiastro, pareva scolpito sulla pietra. Ed era taciturno e duro. Pareva che la natura della pietra, fra cui viveva, si fosse identificata in lui. Se parlava era con disprezzo. Da quell'altezza ove passava i suoi giorni, e perch dopo quarant'anni di lavoro poteva vivere indipendente, giudicava gli uomini con disprezzo.
- Chi sar quel matto che  salito quass a tagliar pietre? - chiedeva ogni tanto Sidra, come parlando fra s.
Il pastore stava seduto accanto al fuoco: non faceva nulla, non diceva nulla; solo di tanto in tanto sputava sulla cenere.
Sul tardi, mentre Sidra preparava la cena, s'ud un passo, una cantilena, e fra l'abbaiare feroce del cane, un uomo s'affacci all'apertura della capanna, salutando:
- Buone ore tarde.
- Buone ore tarde.
- Voi eravate che facevate da tagliapietre? - domand Sidra, ironica. - Entrate.
- Ero io.
- Entrate.
- Se non me lo dice il vecchio non entro.
- E entra! - disse il pastore, senza muoversi, e sput.
L'uomo entr. Sembrava giovanissimo, era piccolo, bello come una luna, bianco, con occhi metallici che penetravano fino all'anima di chi fissavano.
- E perch dunque tagliavate pietre, quass! Lo dicevo io che doveva esser un matto! - disse Sidra.
Ma nonostante le sue parole beffarde ella faceva la graziosa, i suoi occhi scintillavano, la sua persona sembrava ringiovanita di cinque o sei anni. Il giovine si sedette, si rivolse a zio Sidru.
- Il bisogno, zio Sidru, il bisogno! Voi che avete la saviezza dell'aquila, dite,  da matto far di tutto per il bisogno?  da matto o da savio?
- Da savio.
- Da savio! Giusto. Sentite, zio Sidru, io sono cacciatore di professione. Cacciatore! Benissimo. Ma di caccia non si vive.
- Io ho un'arte in ogni dito! - grid poi; e sollevando una mano aperta, con l'altra cont le dita, dicendo: - Io tagliapietre, io taglialegne, io falegname, io cacciatore, io tutto! E vivo bene, sapete, zio Sidru, vivo bene.
Zio Sidru taceva; Sidra divorava con gli occhi il giovinotto. Ad un tratto egli si volse a guardarla con quel suo sguardo metallico che la fece arrossire, e sempre rivolgendo la parola al pastore, disse:
- Vivo bene, non mi manca che una moglie. Volete darmi vostra figlia, zio Sidru?
- Matto! - diss'ella ridendo.
Zio Sidru neanche sorrise.
- Come, non rispondete? Non me la date? Se non me la date me la prendo.
- Matto! Matto! - ella rideva deliziosamente. Il padre la guardava severo; poi disse:
- Boele [12] cacciatore, se vuoi rimaner con noi a pigliar un boccone in santa pace, sia: altrimenti va al diavolo.
- Come? Lo vedete il vecchio avvoltoio che non vuole? Non vuole? Io credo che vorr.
Zio Sidru guardava sempre severamente sua figlia: ella se ne accorse e disse al giovine:
- Finitela dunque. Se volete restar a cena con noi, bene, altrimenti fate come volete.
Boele rest a cena e bevette senza scrupoli quasi tutto il vino di zio Sidru, poi se n'and.
Padre e figlia rimasero soli, e Sidra si dava intorno a far qualche cosa, turbata e imbarazzata.
- Ha parlato sul serio quel giovinastro? - chiese il pastore.
- Non so.
- Ti  venuto mai dietro?
- Mai.
Zio Sidru stette un po' silenzioso, poi sput sul fuoco, e disse:
- Bene, senti. Tu non sei pi tanto giovine e vedi il bene ed il male. Io sono sopratutto prudente. Se lo vuoi piglialo, ma sappi che quello l  un'immondezza, un pezzente. E tu sei ricca, e se sai aspettare il tuo stato non ti mancher. Io lavoro da quarant'anni, vedi, ma non ho lavorato per un pezzente, per un cacciatore tagliapietre! Io quest'anno non ho venduto i porci perch non troppo grassi e perch, vedi, stiamo cos che non abbiamo bisogno di venderli magri. Li vender l'anno venturo, e mille scudi non mancheranno. Capisci, figlia di Dio, mille scudi! Ora fa quello che vuoi, ma quel pezzente  un'immondezza. Io ho parlato. Io sono prudente.
Aveva parlato: torn a chiudersi nel suo silenzio, col viso fermo come una sfinge.
- Bah, questa predica! Voi siete matto a pensare certe cose! - disse rossa e risentita la figliuola. E si mise ritta, superba, sull'apertura della capanna, scrutando l'immensa notte serena.

Tre mesi dopo ella spos Boele, che dalle (carte), nonostante la sua aria giovanissima, risult dell'et di trentasei anni.
Zio Sidru era prudente, dunque, e non si oppose, e non disse nulla, cupo, taciturno. Lo sposo non aveva che una camicia, una misera veste e un fucile.
Salirono sull'ovile a far il pranzo di nozze. Era sul finire della primavera: il regno della pietra s'era coperto di cespugli fioriti, di rose canine, di asfodelo lucente. Le macchie di ginestra sembravano, da lontano, fuochi un po' pallidi al sole. E il cielo, in alto, sopra le immani roccie macchiate di verde, era puro come l'acqua, e i golfi lontani e le montagne lontane apparivano e lucevano come madreperla.
La festa nuziale, a quell'altezza, in quello splendore di primavera, fu solenne. Fu arrostito un porco intero, e zio Sidru si mise la maschera e s'avvolse il collo e le mani in istracci per estrarre il miele dagli alveari. Le api ronzavano al sole; il cane abbaiava contro qualche vespa che gli pungeva le orecchie. Nella sua felicit, Sidra ogni tanto volgeva al padre un timido sguardo, ma il pastore non le badava.
Boele cant e si ubbriac mortalmente, poi, meno male, s'addorment. Sidra guardava rossa e confusa il volto impassibile di suo padre; ma il padre non le badava.
Al ritorno, a tarda sera, ella disse allo sposo, che camminava ancora barcollante e pallido:
- Cattivo, hai fatto male a fare quello che hai fatto: ah, non dovevi farlo davanti a mio padre.
- E che cosa ho fatto?
- Cosa hai fatto? Lo domandi a me? Ah!
- Ah n ohi! Mi sono ubbriacato, ebbene? Il vino  fatto per gli uomini.
- Ma davanti a mio padre!
- Chi  tuo padre? Un vecchio avoltoio. Forse che non si  ubbriacato quando era sposo, lui? Tu hai paura di lui, vero?
- Vero.
- Ebbene, sta quieta: io lo render morbido come una spugna. Egli star entro il nostro pugno, vedi! - disse Boele, facendo atto di stringer qualche cosa entro il pugno.
Sidra tacque, umilmente.
E Boele mantenne la sua parola. Egli (s'arrangiava), cacciava pernici e le spediva a Nuoro, lavorava da (maestro di carri paesani), faceva il tagliapietre, ma i guadagni d'un mese li beveva in un giorno. Sua moglie lo manteneva, ma egli del resto la trattava bene, e al suocero dimostrava un'affezione, un rispetto, una obbedienza servile.
E faceva quel che voleva di quell'uomo di pietra, temuto in tutto il paese. Per qualche tempo le cose andarono bene.
In autunno Boele cacci sei martore, e disse alla moglie:
- Vado a Nuoro per vender le pelli: col ricavo compro del legname e pianto bottega al ritorno. Vedrai che denaro faremo.
Infatti fece da savio, vendette bene le pelli e mise su una piccola bottega: in meno d'un mese fece tre carri, li vendette e diede il denaro a Sidra. Poi le disse:
- Vado di nuovo a Nuoro, e compro di nuovo legname.
Ella, tutta felice nel vederlo pigliar la buona via, gli consegn il denaro e gli disse:
- Per non stare ogni giorno viaggiando, facciamo cos, preghiamo il babbo che ci dia qualche altro centinaio di lire.
- Va bene - grid Boele con gli occhi scintillanti.
Salirono all'ovile, in un freddo giorno di novembre, e zio Sidru diede i denari.
Sidra non dimentic mai pi quella giornata: le pareva d'esser pi felice che nel giorno luminoso del pranzo nuziale. Rimasero una notte e un giorno nell'ovile. Faceva freddo, il vento batteva furioso le roccie, e nelle grigie lontananze, dai golfi lividi, dalle montagne livide, salivano incessanti vapori cinerei. Nel bosco i porci sgretolavano le abbondanti ghiande, e ingrossavano a vista d'occhio.
Nascevano i porcelletti dal muso roseo, dal pelame delicato; e perch alle madri non venisse danno nel metterli alla luce, zio Sidru aveva sotterrato nell'apertura della mandria una reliquia antica. Era un medaglione in forma di nicchia, col vetro, appeso ad una doppia catenella d'argento. Il medaglione era di legno nero, e dietro il vetro si scorgevano strane figure di santi, un'iscrizione greca rovesciata, e pezzi di legno rosso, che per i buoni paesani erano frammenti del sangue coagulato di San Giorgio.
Dopo che zio Sidru aveva sotterrato la reliquia, nessun porcellino era pi nato morto: ogni volta che il pastore varcava l'apertura della mandria si faceva tre segni di croce.
Sidra port in paese due o tre porcelletti ammazzati, li frisse nell'olio e li prepar per il viaggio di Boele. Egli part. La sposa rest sola nella casetta di pietra sotto il melograno che s'ergeva tutto d'oro sul grigio cielo d'autunno: e lieti sogni per l'avvenire le rallegravano la solitudine. Ma aspetta otto, aspetta dieci, aspetta quindici giorni, Boele non tornava. Sidra divent pallida, col cuore grosso. Pass un mese e Boele non mandava neppure sue notizie.
Zio Sidru mandava sempre a chiedere se Boele era tornato, e alla fine cal egli stesso in paese. Trov Sidra pi morta che viva: la guard cupo e triste. Che sar accaduto di Boele? L'avranno derubato, l'avranno ammazzato? Sar caduto nel fiume, sar morto d'accidente per istrada?
Padre e figlia si guardavano desolati, ma non osarono pronunziare la triste verit che loro opprimeva l'anima.
- Bisogna mandare a Nuoro; bisogna sapere, bisogna sapere - diceva Sidra disperata.
- A poco, a poco, non bisogna far scandali, non bisogna far sapere le nostre vergogne a tutto il paese. Vedr io, mander io - rispose il padre.
Mand segretamente un suo compare di battesimo, poi, per divagarla, poich il tempo pareva mettersi al buono, prese con s all'ovile la figliuola.
Il compare, intanto, col cappuccio eretto sul capo, galoppava sull'altipiano, scrutando i pascoli verdi, freddi, irrigati d'acqua che brillava al sole come acciaio.
- Poca erba quest'anno, poca erba davvero. Fatelo ritornare vivo o morto, compare, pigliatelo a schiaffi!
- Ah, compare, io non mi perdo la libert per voi! Ve lo far tornare, ma non rischier altro, compare!
- Poca erba quest'anno, davvero poca!
Una sera, sull'imbrunire, zio Sidru e la figliuola stavano accanto al fuoco, nella capanna. Fuori era un gran silenzio di vespro annuvolato, quando il cane si mise ad abbaiare ferocemente, con insistenza. Sidra sent battere il cuore, ma non disse nulla, e si pieg su s stessa, rattenendo il respiro. Come in una indimenticabile sera, s'ud un passo; e la figura di Boele apparve.
Sembrava inebetito, lacero, col volto nero, gli occhi spenti.
Entr, si lasci cadere per terra, gemendo come una bestia presso a morire.
- Ammazzatemi, - diceva, stendendo le braccia al suolo, - fatemi a pezzi; sono un miserabile, un vile: ho bevuto fino all'ultimo centesimo, il mio e il vostro, tutto, tutto. Ammazzatemi, padre Sidru, spalancate la mano, immergetemi la lesina nella nuca. Uccidetemi ora, ora... in questo momento; altrimenti far peggio.
Zio Sidru lo guard dall'alto, ritto, sprezzante, e disse una sola parola:
- Immondezza! - poi usc.
Sidra si mise a piangere sulla rovina dei suoi sogni.
Boele, bocca a terra, con le braccia aperte, continu a delirare; a poco a poco le sue parole e i suoi gemiti si confusero, finirono in un rantolo, ed egli s'addorment d'un sonno febbrile.
Allora Sidra s'alz e gli frug le tasche e il petto; non c'era un centesimo. Gli tocc la fronte che scottava, gli mise un sacco sotto il capo, e continu a piangere.
L'indomani Boele, che aveva la febbre, prese per forza la mano di zio Sidru, gliela baci, gliela bagn di lagrime.
- O ammazzatemi o perdonatemi, padre Sidru, io sono un'immondezza, calpestatemi come un'immondezza. Sar il vostro mandriano, non toccher pi la mia sposa, sar il vostro servo, davanti a voi non sollever neanche le sopracciglia.
E tante e tante altre promesse. Zio Sidru era prudente e perdon.
Tornarono alla vita antica. Boele si diede tutto alla caccia; saliva sui picchi pi alti del Monte in cerca d'aquile, cacciava volpi, corvi, donnole, ogni razza infine d'animali. Ritorn allegro, e spesso Sidra lo udiva cantare una quartina che le dava un brivido di tristi ricordi:

(Adios, Nugoro, adios,
Ca parto pro mind'andare,
E cando b'app'a torrare,
Sos mortos den esser bios;
Adios, Nugoro, adios) [13].

- Almeno sia! - ella pensava.
Spesso Boele passava le notti all'ovile, guardando i porci oramai grassi, pronti alla vendita. Zio Sidru aspettava un negoziante del sud; se non si combinava, il pastore contava recarsi egli stesso a Cagliari. Gran parte della sua fortuna, del suo lavoro di quarant'anni, era in quella (chedda) [14] di porci grassi.
- Col ricavo, - pensava, - io comprer una (tanca) e passer tranquillamente il resto dei miei giorni.
Venne il negoziante, ma non si combin. Allora zio Sidru decise partire. Boele doveva accompagnarlo. Si doveva partire una mattina, all'alba, verso la met di febbraio. Boele era andato a caccia e mancava da due giorni.
Ritorn la vigilia della partenza, verso sera; aveva gli occhi brillanti, il volto acceso.
- Non  arrivato l'uomo che deve custodire l'ovile durante la nostra assenza? - domand.
- No, e mi secca perch mancano tre bestie, e mi tocca mettermi in giro per cercarle.
- Andate pure, padre Sidru.
- Ma tu hai gli occhi lucenti come lucciole. Tu sei ubbriaco e ti addormenterai.
- Io non sono ubbriaco e non mi addormenter. Andate.
Zio Sidru and. Era una notte di vento, di nuvole, ma chiara come un crepuscolo. La luna passava dietro le grandi nuvole di rame dorato che coprivano il cielo; si scorgeva ogni rupe, ogni macchia scossa dal vento sonoro.
A una certa distanza dall'ovile, zio Sidru cred trovar le traccie delle tre bestie scomparse, e un'orma di piede umano.
- Oh, - grid fra s, - me le hanno rubate, dunque? Ma io sapr seguirti, volpe senza coda!
E segu le traccie, sicuro che nell'ovile Boele vigilava.
Cammina di qua, cammina di l, zio Sidru perd quasi tutta la notte invano. Poi la luna tramont, le nuvole si fecero nere, il pastore non vide pi nulla e ritorn all'ovile. Da lontano ud il cane abbaiare furiosamente, destando echi cavernosi. Pareva la voce d'un demonio incatenato fra le roccie, e zio Sidru prov una sorda inquietudine. Affrett il passo: a momenti il cane si chetava, ma poscia ritornava a urlare con pi forza.
- Esso mi chiama, - pensava zio Sidru, - che cosa diamine accade lass? Cosa fa quel pezzente, quel cacciatore di cornacchie?
Si mise a correre: il vento gli sferzava le spalle, il fianco, i capelli; il cuore cominci a battergli forte. Arriv ansando all'ovile. L'ovile era vuoto, i porci scomparsi, scomparso Boele. Solo il cane, solo gli urli rauchi e rabbiosi del cane, animavano la buia solitudine.
Zio Sidru si morse le dita, s'aggir intorno come un forsennato, gemendo e parlando fra s.
- Egli mi ha derubato, egli mi ha assassinato. Aveva gli occhi brillanti, il volto rosso. Egli pensava da molto tempo a derubarmi, a rovinarmi. L'infame immondezza! Ha preso questa via,  partito appena mi sono allontanato, ed ora  lontano, lontano assai, il cacciatore di cornacchie! Egli vender i miei porci, egli bever il mio lavoro, il mio sangue! Egli? Oh, prima gli cascheranno gli occhi. Io t'inseguir, ti taglier la via, ti metter sette palle nel cuore, pezzente ladro!
Neanche per un momento, venne a zio Sidru l'idea di denunziare Boele alle autorit. Ah, egli si sentiva prudente anche in quella terribile occasione; e poi si sentiva capace di far tutto da s. E non una parola di rimprovero contro Sidra, causa prima di tutte le sue disgrazie.
Non perd un minuto di tempo. Una linea verdognola, che tagliava le nuvole fra il cielo ed il golfo d'Orosei, annunziava l'alba. Il vento andava chetandosi, e solo le cime dei cespugli si curvavano qua e l appena illuminate. Il freddo era acuto. Zio Sidru s'avvi per istrada, incontr l'uomo che doveva custodire l'ovile e che gli recava un cavallo per il viaggio. Gli tolse il cavallo, gli raccomand di guardar bene l'ovile e le poche bestie rimaste, e che Boele era gi partito coi porci. Mont a cavallo e prosegu. Giunto davanti a casa sua si ferm, batt forte sulla porta col calcio del fucile, ed attese senza smontare da cavallo. Sidra apr.
- Senti - disse zio Sidru a voce bassa, curvandosi sulla sella. - Tuo marito mi ha rubato tutti i porci, stanotte, e va a venderli e a ubbriacarsi. Senti...
- La giustizia... - cominci a gridare Sidra, diventando pallida come tela.
- Non gridare, donna! La giustizia me la faccio io - disse il padre, battendosi una mano sul petto. - Ora vado, gli taglio la via, lo schiaccio come una lucertola. Tu sta tranquilla. E sta zitta.
- Ma aspettate... ma raccontatemi, padre... ditemi...
Egli era gi lontano.
Sidra chiuse la porta. Tremava tutta, i denti le battevano forte forte, la morte le stava davanti agli occhi.

"- FINE -"

[1] Francesca.
[2] Due rose tengo nell'orticello,
Una bianca ed una di colore,
Se mi dnno mi piglio la minore,
Perch la maggiore mi fa dar di volta al cervello
Due rose tengo nell'orticello.
[3] Modo di allontanar i mendicanti senza dar loro l'elemosina.
[4] (La capra), nome scherzoso, sebbene poco gentile, con cui i paesani nuoresi chiamano talvolta le mogli.
[5] Locuzione nuorese, per esprimere un grande appetito.
[6] Giuseppa; - Bakis, Bachisio; - Antine, Costantino; - Lelledda, Angela.
[7] Di ottanta due messe che avevi,
Una sola ne hai ora, e quando l'hai.
[8] Diminutivo di Pera, Pietro; - Tanu; Sebastino; - Felix, Felice; - Minnai, Antonmaria.
[9] Sant'Elia e Santa Barbara.
[10] Isidora.
[11] Pensa al male.
[12] Raffaele.
[13] Addio, Nuoro, addio,
Ch parto per andarmene,
E quando ritorner
I morti saranno vivi;
Addio, Nuoro, addio.
[14] Grosso branco.
