La vigna sul mare
di Grazia Deledda



INDICE
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Il rifugio
Tesori nascosti
La vigna sul mare
La donna nella torre
Festa nel convento
Il vestito di seta cangiante
Il piccione
Natura in fiore
Giochi
Voli
Il gallo di montagna
Mezza giornata di lavoro
L'arco della finestra
Filosofo in bagno
Il sogno di San Leo
L'avventore
La casa del rinoceronte
La zizzania
Racconti a Grace
I primi passi
Partite
Il segreto di Mossi Per
Il sesto senso
Contratto
Inverno precoce
Ritorno in citt



"IL RIFUGIO"

La principessa stava nel suo salotto da lavoro, tutto parato di damasco azzurro, e si divertiva a confezionare fiori di carta.
Le riuscivano perfetti, tanto da sembrare veri. Rose di maggio, grandi e molli, nel loro classico colore di aurora; garofani carnosi, rossi, o screziati d'ocra e di viola; camelie bianche, lucide e come congelate: ella non faceva altri fiori, ironicamente pensando che questi fossero i pi aristocratici, convenienti a una dama del suo rango. A mano a mano che le sue piccole dita, senza altre gemme che quelle delle unghie puntute, completavano i gambi e le foglie verdi, delle quali arricciavano o raddrizzavano le cime, ella collocava i fiori in un grande vaso di ceramica, che pareva fatto di un'onda marina, deposto su una mensola davanti alla vetrata del salottino: ed ogni volta, attraverso i cristalli nitidissimi, dai quali aveva allontanato le tendine mobili come sportelli di velo, vedeva il giardino e il parco sotto il castello; e di l dal parco i campi e le vigne del principe suo consorte.
Nel giardino fiorivano a migliaia le rose di ogni colore, e le aiuole simmetriche, sul fondo dorato dei viali ghiaiosi, erano cos fitte di fiori di tutte le gamme dell'iride, che da lontano sembravano mosaici bizantini. Eppure la principessa si ostinava intorno alle sue parodie di rose, senza sentire il bisogno di scendere nel giardino, e tanto meno di inoltrarsi nel parco, o di uscire nelle vigne smeraldine, dove le file dei peschi e dei peri scendevano in belle processioni gi verso il fiume in fondo alla collina.
Fu picchiato lievemente all'uscio.
- Avanti.
La sua voce era aspra, quasi stridente come quella degli adolescenti nell'epoca in cui appunto cambiano voce.
Apparve, in vestito nero da mattina, sbarbato di fresco, anzi ancora incipriato, coi nerissimi capelli azzurrognoli di brillantina, un servo che pareva un gentiluomo.
- Eccellenza, la sua signora nonna desidera di salutarla.
- Ma che venga - disse lei, infastidita e indifferente nello stesso tempo.
Non aveva sollevato neppure le ciglia: ancora non riusciva a capire il perch di tutte quelle smorfiose cerimonie; non le capiva, sebbene oramai ci fosse abituata, e la prima ad esigerle fosse appunto lei.
Entr, silenziosa come un fantasma, una grande vecchia tutta nera, tranne il viso bianchissimo: anche le labbra erano senza colore, e quando le socchiuse, dopo aver baciato in fronte la nipote, apparve il candore dei denti falsi.
- Come va?
- Benissimo, nonnina: mettiti a sedere.
La vecchia sedette, quasi alle spalle della principessa, che non smise il suo lavoro, continuandolo anzi come una faccenda urgente, e la guard fisso, scuotendo la testa. La maschera marmorea del suo viso grande e rugoso si fece tragica: gli occhi si tinsero di una luce azzurra; luce, per, di tristezza e di piet.
Cos, di scorcio, vedeva il collo lungo e infantile della nipote, tale quale era dieci anni prima, nel tempo dell'adolescenza; ed egualmente bianco e puro: gli stessi capelli corti, a onde nere e dorate, la guancia che ricordava un frutto pi bello del pomo quando comincia ad arrossare.
Tutta la figura agile, ancora un po' acerba, sembrava quella di un paggio: e la nonna avrebbe certo preferito vederla muoversi, gi nei viali del parco, a giocare, a rincorrere un cane, magari a tirare una freccia; tutto, fuorch cos, piegata a combinare quei fiori morti, di cattivo gusto.
Domand, quasi irritata:
- E tuo marito?
- Ah, gi! Non lo so dov' andato oggi.
Ella cadeva sempre dalle nuvole: non si ricordava mai di nulla; non s'interessava di nessuna cosa al mondo. Un tempo non era cos.
La nonna cominci a sdegnarsi sul serio. Tir in avanti la sedia, apr il lieve cappotto di seta sul collo magro e forte; e cerc gli occhi della principessa: ma questi rimasero nascosti sotto le lunghe ciglia arricciate in su: e solo agli angoli s'intravedeva una scintilla verdognola.
- Ma ti interessano tanto, questi fioracci? - domand la vecchia, tendendo la mano tutta rughe tremule, quasi a voler sottrarre le carte colorate dalle quali la nipote ritagliava i petali e le foglie. - Ne hai tanti, di veri, in giardino; - prosegu, abbassando la voce, - perch non scendi in giardino? Non hai occhi per vedere che giornata ? Perch non scendi in giardino? - ripet, di nuovo alzando la voce, come parlasse ad un sordo.
- Non mi va.
- Si potrebbe sapere che cosa  che ti va? Non hai mai voglia di niente, mentre un tempo avevi tutti i capricci e i desider del mondo.
- Allora ero signorina: adesso sono signora, anzi eccellenza.
Non c'era sfumatura d'ironia, n di rancore, nella sua voce asprigna; c'era una semplice constatazione di fatto.
La nonna ebbe voglia di darle un volgarissimo ceffone: ma aveva anche lei soggezione dell'ambiente. Soggezione e rispetto. E, forse anche per questo, spiegazz qua e l le carte colorate, tentata di strapparle: l'altra lasciava fare, inaccessibile.
- Ma via, Alys, questo si chiama offendere il Signore. Egli ti ha concesso tutto, nella vita, e tutto tu disprezzi.
- Ma no, nonnina; sei tu che sei nervosa, oggi. Io non disprezzo niente.
- S, che disprezzi la tua fortuna. Ricordati come eravamo: povere, sotto la nostra apparenza decorosa: e sole, nella nostra bicocca laggi, - accennava al paese, in fondo alla collina, dal quale ella veniva, - senza l'aiuto di nessuno: eppure tu eri un raggio di sole, non per me, ma per te stessa. E studiavi; e tante cose volevi fare. Dicevi che aspettavi anche il Principe Azzurro. E il principe venne, Alys...
Alys fece finalmente una smorfia: da vera monella.
- Anzitutto ti prego di chiamarmi col mio nome di allora: Alice. In quanto al principe, fu poco azzurro; ma non importa.
- Volevi forse davvero quello della leggenda?
- Oh, no, davvero, - ella replic, imitando la voce della nonna, - sarebbe stato cos noioso. Sandro, invece... rassomiglia a Gianciotto Malatesta.
E rise; come se il ricordo del marito zoppo la divertisse sopra tutte le cose.
Chi non si divertiva era la nonna.
- Tu non devi parlare cos di lui. Dopo tutto sei stata tu, a volerlo sposare: ed egli ti ha sposato per solo amore: ed  un bravo uomo, che, sebbene ricco, lavora e vive per la famiglia.
Che volevi, dunque?
- Nulla - rispose la principessa, allungando le sillabe come per significare: "adesso basta; tutti i giorni la stessa canzone".
Allora la nonna cambi tono: si fece ancora pi triste, di una tristezza sincera e abbandonata; e si pieg, oramai stanca della sua inutile e forse inumana severit.
- Nulla, hai ragione. Non vuoi nulla perch non puoi avere pi nulla. Ma tu non sai, bimba, quanta pena mi fai. La tua vita non  lieta, non  piena. Tu non ami il povero Sandro, mentre lui  innamorato di te per l'eternit; ed  geloso appunto perch sa benissimo che tu non lo ami; e ti tiene lontana dal mondo, in questa solitudine splendida, buona per due che si amano, ma non per voi.
Queste parole la nonna le disse solo a s stessa: a voce alta prosegu:
- Scusa se continuo la predica. Tu, ripeto, devi riconoscere che nessuno ti ha forzato a sposare il principe. Lo hai attirato tu, anzi, l'hai scelto, l'hai voluto. Per ambizione, per spirito di sacrifizio? Forse anche per questo, per risollevare il nostro nome, per darmi una bella vecchiaia. Lo riconosco, e ne provo pena e rimorso. Ma il tempo muter le cose. Anche due sposi che si amano, cessato il periodo della passione, finiscono col diventare due semplici amici, due compagni. Anche tu finirai col voler bene a tuo marito. Lo merita. Allora le cose cambieranno.
La principessa aveva finito una rosa, alla quale non mancava che la rugiada, per essere eguale a quelle del giardino. La sollev in alto, contro luce, sullo sfondo della parete, che pareva un cielo dipinto: le sorrise, con la punta dei piccoli denti da rosicante, con gli occhi verdi e tristi; poi diede un grido di gioia. E sembrava il grido dell'artista che ha compiuto un capolavoro, mentre era il cuore della donna disillusa, che, alle promesse confortanti della nonna, rispondeva con un sogno crudele:
- Egli  vecchio e morr: allora il mondo sar mio.

Il cameriere buss di nuovo; di nuovo la sua lisciata figura di gentiluomo apparve nella cornice bianca dell'uscio, sullo sfondo della sala attigua tutta foderata di tappeti e di stoffe di seta.
- Eccellenza,  arrivato il pacco di Parigi.
Di questo pacco se ne doveva essere parlato parecchio, perch egli diede la notizia con una certa soddisfazione, come se l'arrivo dipendesse solo da lui. La principessa non dimostr n gioia n sorpresa; ma balz in piedi, dimenticando immediatamente i suoi fiori. Disse:
- Mandatemelo con Annarosa.
Era la cameriera sua particolare: giunse silenziosa, col pacco. Alta, imponente, bruna come una mora, vestita di azzurro, pareva una balia con un neonato fra le braccia. E il pacco, quasi davvero contenesse qualche cosa di vivo, fu aperto con somma precauzione. Annarosa tagli lo spago, con le forbici che trasse di tasca, e assieme alle forbici ve lo cacci dentro; poi fu svolta una prima carta: tagliato un secondo spago, aperta una seconda carta: infine apparve una scatola, e dentro la scatola un paio di scarpette d'oro. D'oro vero, parevano; annidate fra batuffoli di carta velina; e le tre donne, compresa la vecchia, le guardarono con ammirazione. Tuttavia la nonna, con la sua solita rudezza foderata di bont, domand a che servivano.
- Sono scarpette da sera, se non mi sbaglio.
E la principessa fu per rispondere che le servivano per mettersele ai piedi; ma ella usava contenersi davanti ai domestici, fosse pure quest'Annarosa fedele, i cui occhi di cane la guardavano sempre con festa e con protezione, senza chiederle altro che di lasciarli solo guardare.
- Proviamole un po' - disse, passando nello spogliatoio, che comunicava col salottino da lavoro e con la stanza da letto. Del resto, anche lo spogliatoio, con un paesaggio meraviglioso alla finestra, pareva anch'esso un salotto: tappeti, armadi lucenti, mensole, divani, specchi che si riflettevano all'infinito: e ceramiche e fiori in ogni angolo.
Annarosa s'inginocchi davanti alla padrona, e poich questa si era gi rapidamente tolta una scarpa con la punta dell'altra, osserv con umilt tenera ma anche austera:
- Sua eccellenza sa che a far cos le scarpe si rovinano.
- Non importa - scapp detto all'altra. Che gliene importava, infatti? Aveva a sua disposizione tutte le scarpe del mondo, se le voleva. O almeno cos le sembrava.
Tanto che queste qui l'annoiarono subito: erano larghe, erano dure. Annarosa gliele calzava con delicatezza, come fossero guanti: le lisciava sopra il piede, e questo piede, cos piccolo e lucente, dentro quell'astuccio d'oro, le pareva proprio un gioiello. Insisteva, col suo accento basso, immutabile:
- Eppure a me pare che le vadano bene.
Allora la principessa scatt davvero: ritir bruscamente il piede dalla mano della donna; e mentre la scarpina cadeva sul tappeto come una foglia d'autunno accartocciata, a lei parve che la gioia effimera provata nel ricevere la bella calzatura, le cadesse egualmente dal cuore.
Annarosa le rimise la scarpina usata, prese quella nuova, raccatt l'altra; e si sollev, stringendosele al petto, quasi volesse salvarle da un pericolo: poi fiss la padrona, con occhi mutati, lucidi, adesso, quasi cattivi. Anche la sua voce rison pi alta, grossa e severa: disse:
- Sua eccellenza, oggi,  nervosa.
La principessa non si offese; anzi ricambi rapidamente lo sguardo della donna; lucido e cattivo sguardo anche il suo, che significava: "Tu mi vuoi bene, lo so, villana ubriacona; ti faresti uccidere per me; ed io pure, a volte, credo di volerti bene, di essere quasi protetta da te: ma so che vuoi bene nello stesso modo a mio marito, che ti ha messo qui per sorvegliarmi, e quando penso a questo ti odio".
S'alz, e quasi di volo torn nella saletta dove la nonna sfogliava una grande rivista di mode.
- Alys, come vanno le scarpette?
- Benissimo. Le metter questa sera. Pranzo al castello. Scendiamo in giardino? - Pareva volesse scendere in giardino, uscire all'aria aperta, per non pensare al pranzo grottesco, al quale, come al solito, avrebbero assistito il Podest, il Segretario del Comune, il Dottore, il Cavalier Barbini, e, per completare la compagnia, forse anche il signor Arciprete.
Con passo rapido precedette la nonna, attraverso la sala dorata Primo Impero, poi in quella scura e verdone, con autentici mobili del Cinquecento, poi nel vestibolo decorato di quadri moderni: una scala di legno, lievemente in curva, scendeva al piano nobile, dove erano le sale da pranzo e da ricevere.
- Nonnina, ti d il braccio?
La nonna fece una mossa che ricordava quelle della nipote: non aveva bisogno di aiuto, lei! Alta, in apparenza scarna, quando sollev in avanti le vesti, per scendere senza fretta le scale, lasci vedere due gambe potenti che rivelavano tutta l'ossatura ferrea del suo corpo di vecchia guerriera.

Al piano nobile la scala finiva. Dal grande vestibolo si andava gi, dolcemente, per una china serpeggiante, lucida, che ricordava non so che favolosa strada di collina. Cordoni rossi accompagnavano la balaustrata, e ad ogni svolta, nei grandi finestroni ad arco, appariva il viso della primavera, col suo cielo alto che rifletteva come un cristallo la luminosit del parco, delle vigne, dei prati sereni.
Un cane lupo, che senza il suo caldo fremito e l'ansito di gioia, sarebbe parso di bronzo, aspettava la padrona nel portico. L'aveva sentita uscire dal suo appartamento e scendere le scale; e parve farsi pi alto quando ella apr la porta. Anche lei si rallegr tutta nel vederlo.
- Come va, Ludovico?
Il saluto umano, la lieve carezza della padrona, scaldarono il sangue del cane come quello di un innamorato: ma i suoi occhi dorati chiesero di pi, sebbene umilmente.
- Su, - ella disse, - diamoci un abbraccio; poi faremo una corsettina.
Il cane mugol di felicit: si drizz, mise le zampe anteriori sulle spalle della padrona; la sua lingua cremisi le sfior il mento: pareva volesse baciarla in bocca; ma ella non concedeva libert neppure a quel suo solo vero amico.
- Gi, signorino.
Poi fu lei ad iniziare la corsa. Il giardino non era grande: formava come una terrazza, a mezzogiorno, davanti al castello; una fantastica terrazza cinta di nobili balaustrate di pietra, con statue, fontane, vasi di fiori agli angoli: la principessa percorse in un baleno il viale centrale, senza quasi toccare la sabbia, come una grande libellula: scese a precipizio la scalinata che saliva dal parco e sparve nell'ombra scintillante dei pini e delle querce: e con lei il cane.
La nonna era ancora a met del giardino. Il suo grande viso d'avorio si coloriva al sole; gli occhi prendevano un po' di tutto quell'azzurro e quel verde intorno. Era contenta che la nipote si fosse scossa, ma sentiva che anche in quel movimento vertiginoso c'era esasperazione e artificio; e sopratutto ansia di stordimento.
Piano scese la scalinata, si ferm dove le ombre dei pini s'incrociavano sul viale vellutato di musco. In fondo, nel muro di cinta, tutto coperto di edera, si apriva una specie di finestrone, che guardava sulle chine sottostanti: e sullo sfondo del vano celeste, come correnti per aria, ella vide passare la principessa e il cane. Avevano gi percorso tutto il viale di circonvallazione del parco che cingeva la spianata sotto il castello: e i capelli di Alys e la coda di Ludovico spazzavano il cielo con lo stesso movimento di gioia. La nonna brontol:
-  pazza: pazza da legare. La fortuna le ha dato alla testa.
Ma sapeva bene di mentire a s stessa: e riprese a camminare sulle ombre dei pini, sull'orlo dei prati di trifoglio che sembravano laghetti, finch arriv al finestrone: sedette in una delle nicchie che lo fiancheggiavano, e in attesa che la nipote si stancasse, guard le vigne e i frutteti del principe.
Tutto vi era ben tenuto, ricco di promesse: i contadini che vi lavoravano, secchi, risucchiati dalla loro fatica, col profilo arrotato dalla volont del guadagno, pareva scavassero oro e gemme: per loro e per il padrone.
Ma ecco la principessa pazza tornare da sola: il cane si era stancato prima di lei. E lei ansava, anelante, come una cerbiatta che si salva dalla caccia: si butt ai piedi della nonna e le affond la testa fra le ginocchia dure. Voleva dire qualche cosa, e non le riusciva. E la nonna le mise la grande mano ossuta sulla testa scarmigliata, sui capelli ardenti e umidi di sudore, come quando Alys bambina aveva la febbre.

Ma subito la principessa si riebbe, si sollev, scosse indietro i capelli. La corsa le aveva fatto bene: tutta la sua giovane carne sana palpitava di vita, e gli occhi le sfolgoravano di speranza. Balz in piedi, e tirata su quasi con violenza la nonna, la costrinse a camminare con lei.
- Nonnina, lo so che mi credi matta. Lo dice anche lui, Sandro: ma vi sbagliate. Vi far diventare io matti da legare.
- Oh, questo lo sappiamo gi - ammise la nonna; e ne pareva tanto convinta, tanto accorata, che la nipote le prese il braccio, e glielo strinse forte, scuotendola dal vago terrore che, sia pure comicamente, traspariva dalla sua voce.
- Ma non senti che scherzo, nonna? Vedrai che, invece, metter giudizio. Non  facile il mestiere della principessa quando non ci si  nati. Come vuoi che un povero, anche se diventa ricchissimo, possa svellersi dal corpo le sue abitudini di bisognoso? Tu s, nonna, sei stata e sei sempre una gran signora, perch tale sei nata; ma io? Non ricordi che mio padre era un impiegato modestissimo? Toccher ai miei figli rifarsi di tutto. Io, in fondo, odio il lusso, le etichette, quei mascalzoni di domestici, che sono tanti nemici. Ma vedrai che a tutto mi abituer. Intanto, questo prossimo inverno, io qui non ci sto davvero: voglio andare in citt e divertirmi.
-  cos che intendi mettere giudizio? E poi bisogna vedere se tuo marito te lo permette. E in fondo, senti, amore mio, egli ha ragione, a tenerti a freno.
- Va bene, va bene - ella disse con ironica accondiscendenza. -  quello che vedremo.
Intanto avevano ripreso a camminare sotto braccio, lungo il tappeto di musco che copriva il viale. Quanti uccelli sugli alberi! Il frusco ininterrotto, quasi scrosciante, dei loro pigoli, era solo dominato dal canto degli usignuoli che accresceva freschezza alla terra e al cielo. Anche l'edera del muro, i tronchi dei pini e delle querce, l'erba dei prati, erano animati di lucertole, di farfalle, di insetti: la perla scarlatta, punteggiata di nero, della mite coccinella, sembrava il cuore delle foglie, e le innumerevoli formiche che trascinavano le travi dei pinoli, davano l'idea di un popolo occupato in una misteriosa costruzione.
Ogni tanto i finestroni del muro si aprivano sul paesaggio circolare alla cui estrema linea pareva brillasse il mare. La nonna diceva:
- E poi ci sono tante cose belle, che riempiono la vita. Quando eri fidanzata dicevi: voglio studiare musica, voglio imparare a dipingere, voglio scrivere un romanzo. E saltavi per la gioia, dicendo queste cose. E mentre in quel tempo stavi intere notti a leggere, adesso non apri pi un libro; non leggi, credo, neppure i giornali.
- Che me ne faccio, dei giornali? Tutte frottole. E il romanzo non l'ho gi scritto? (Dall'ago al milione): solo che il romanzo intitolato cos  fantastico, mentre il mio  vero. E poi, chi ti dice che io non leggo? Leggo, scrivo, dipingo, ricamo e faccio fiori... Sono, insomma, come questa farfalla bianca, la vedi? che vola di fiore in fiore. Solo che i miei fiori, come quelli di Mim, non hanno profumo.
E rise, e poi si rattrist: poi di nuovo scosse indietro i capelli, come fossero solo essi a infastidirla. La nonna non replic: guardava per la farfalla bianca che andava di fiore in fiore e vi succhiava dentro e spariva nell'ombra, e riappariva nel sole, folle di vita; ma che non era una sola, come sembrava, sibbene due, eguali: a volte si accoppiavano, sullo stesso fiore; e il fiore e le farfalle felici sembravano una cosa sola, come una trinit divina.
Ella invece era sola, e peggio che sola, la principessa senza amore; questo il mistero della sua vana giovinezza, della sua vuota ricchezza, che la spingeva a succhiare il veleno delle sue rose finte.
E lei lo sapeva; e pi di lei lo sapeva la nonna.
Quando furono davanti all'ultimo finestrone, a destra del grande cancello del parco, e gi del poggio apparve il paese grigio che un tempo era stato feudo del castello, e in qualche modo ancora lo era, poich gli abitanti vivevano esclusivamente dei lavori delle terre del principe, la nonna, per consolare la nipote, e sopratutto consolar s stessa, disse timidamente:
- E poi avrai dei figli.
Credeva che Alys sghignazzasse, respingendo la profezia: invece anche lei ci pensava; e un brivido di speranza le trem nella voce quando rispose:
- Speriamo.
- Oh, oh, ecco Sandrone - grid poi, sporgendosi dal finestrone: e cominci a sventolare il fazzolettino, che parve farsi anch'esso vivo e allegro come una grande farfalla.
La nonna, invece, si ritraeva. Sebbene il principe la trattasse con grande rispetto, ella non amava farsi vedere da lui. L'amore di lui, come quello di lei, era tutto concentrato nella principessa: ed entrambi si evitavano, come due pianeti che girano intorno allo stesso astro.
Ma di lontano, dal pescheto dove i contadini schizzavano una poltiglia scura sui tronchi delle giovani piante, egli aveva gi veduto la vecchia signora, e pensava, rallegrandosene, che l'insolito saluto che Alys gli rivolgeva era certamente dovuto alla buona influenza esercitata su lei dalla nonna. La principessa, per, gli aveva gi volto le spalle, e pensava ad altro. Il cane era riapparso, dalla parte opposta del viale, e si avanzava timido, con la coda bassa, colpevole di qualche cosa.
- Ho gi capito, - ella disse, con cenni di rimprovero, - hai giocato con Renzo.
Questo Renzo era il figlio undicenne del portiere del castello. Ecco che appunto usciva dalla portineria, a fianco del cancello, tentando di evitare le due signore. La principessa lo chiam: egli parve trasalire; poi si avanz, anch'esso timido e quasi spaurito.
Arrivato davanti alla padrona, evitando di guardare il cane, come il cane evitava di guardare lui, si ferm dritto, impalato, in attesa di ordini.
- Perch non sei andato a scuola, oggi?
La voce di Alys era quasi materna, e quindi anche sospettosa e inquisitrice; ma il ragazzo aveva la scusa gi pronta, la stessa adottata per suo padre.
- Il maestro  malato.
- Non  vero, - disse lei con impeto: -  che non hai voglia di andare a scuola: preferisci giocare con Ludovico.
-  lui, che  venuto a cercarmi...
Il cane scosse la coda, con assentimento: la principessa riprese:
- E adesso, dove vai?
- Mah, cos! Gi, al fiume, dove c' un mio amico che pesca.
Ella ebbe voglia di proibirglielo. Gi, pesca di bella giornata, di raggi di sole dentro l'acqua corrente, di sogni di adolescenza. Vai pure, ragazzo, goditi la tua mattinata di libert rubata: tu sei povero, sei figlio di servi, eppure sei pi ricco e libero della principessa tua padrona. Ed ella lo conged, con un gesto altero, che nascondeva l'invidia.

Poich anche lei aveva voglia di correre ancora, di accompagnare la nonna gi fino al paesetto, nel quale fra la greggia delle piccole case, la (sua) appariva come un antico palazzotto che, pur dal basso, sfidava il possente castello.
Invano la nonna, uscite fuori nella bella strada in pendo, frangiata dall'ombra dei pioppi, la respingeva dolcemente:
- Vai, vai; adesso basta: non venire oltre.
- No, - diceva lei, parlando a s stessa, - ho voglia di (tornare a casa).  ancora quella, la mia vera casa, con le sue camere solitarie animate di fantasmi, con la cucina ospitale e calda come un cuore giovane, con la vecchia terrazza che guarda sul mondo delle illusioni. Oh, nonna, a volte, quando mi sveglio nella mia camera di (adesso), mi pare di essere ancora a casa, nella mia stanza grigia macchiata d'umido; poi apro gli occhi e vedo... Tutto un sogno capovolto; tutta un'allucinazione.
La sua voce era davvero sognante e allucinata. Ma erano sempre baleni. Dopo pochi passi torn ad essere nuovamente lei, quella di (adesso): afferr la nonna per il collo, la strinse forte, la baci sulla bocca e sulle guance, in modo che pareva volesse soffocarla, poi torn su rapida verso il cancello vigilato dal portiere michelangiolesco, mentre la nonna si aggiustava la dentiera spostata.

Quella dentiera, sebbene leggera e quasi tutta d'oro come un braccialetto con perle, costituiva uno dei punti di castigo della signora nonna. Dai sessant'anni in su, perduti i suoi forti denti di donna sana, ella aveva tirato avanti lo stesso, cibandosi di cose molli. Pensava:
-  la natura che vuole cos: poich l'uomo vecchio  come il bambino: deve nutrirsi di cibi che non gli facciano peso, che non arrestino la circolazione del sangue, che gli permettano dunque di vivere la vita lunga che Dio gli concede.
Solo quando le erano caduti i primi denti di davanti, quelli di sotto, si era alquanto impressionata; le era parso che un cancello si fosse spalancato, per non chiudersi pi: il primo varco verso la morte. Poi ci si abitua a tutto: si mangia bene lo stesso, coi denti superstiti che, anzi, rinforzati dalla loro solitudine, masticano meglio di prima; le gengive aiutano; e ancora si sente il sapore divino del pane e delle altre cose buone che vengono dalla terra.
Ma appena vi fu il progetto del matrimonio di Alice, nacque per la nonna il dovere o la disgrazia di andare dal dentista: la nonna di un principe non deve essere sdentata come una vecchia contadina. Cominci allora il tormento, il ribrezzo, il castigo. Anche adesso, tornando a casa, ella ci pensava: e, se non fosse stato il timore d'incontrare qualche conoscente, si sarebbe tolta la dentiera.
Se la tolse appena fu nella sua camera; ancora una volta la pes sulla palma della mano destra, ricordandone il grande prezzo; e pensando che era uno dei tanti inutili doni di Alys, prov un sentimento di vergogna e di rimorso.
Poich quella mattina, dopo la visita al castello, si era pienamente convinta che la principessa, oltre ad essere infelice, rasentava un abisso di errore, forse di dramma.

Bisognava salvarla: e la nonna, che pur conosceva tutte le strade della vita, non sapeva quale scegliere per arrivare al suo scopo.
Intanto si spogliava: anche quei vestiti di lusso, quel mantello di seta, quelle scarpette fini, tutto le pesava. Tutto ripose nell'armadio e indoss ancora il suo vecchio vestito di tela grigia, sul quale allacci un grembiale nero: poi di nuovo si guard nello specchio e cominci a parlare ad alta voce, come usava da quando viveva sola e cercava di farsi compagnia da s.
- Cos va bene, Maria Adelaide; cos ti sei tolto il travestimento; e torni ad essere la povera vecchia che sei. Adesso all'erta. Andiamo.
Diede ancora uno sguardo alla sua camera, che aveva riordinato prima di uscire: camera grande, con la vlta e le pareti intonacate con la calce, qua e l macchiate d'umido; non priva di una certa solennit, anche per i mobili monumentali, vecchi, se non antichi, che la riempivano. In fatto di mobili, ella non aveva da rinfacciarsi tradimenti; e ne era contenta. Tutte le colonnine che li decoravano, e il marmo bardiglio del cassettone, e le piccole coppe di legno traforato che vi erano sopra, le tende inamidate alla finestra, la coperta bianca sul letto matrimoniale, tutto le era amico, e pi che amico fraterno, anzi quasi figliale, imbevuto della sua vita stessa.
Del resto, tutta la casa, salvata da inesorabili disastri famigliari, le era sacra e carissima. Aveva al tempo dei tempi costituito la sua dote, e vi erano morti i genitori, il marito e poi la figlia. Dopo il matrimonio della nipote, ella sola l'abitava, coraggiosamente scacciando intorno a s i fantasmi del passato e vincendo la paura dei ladri, il bisogno di compagnia e gli stessi suoi pensieri di tristezza.
Non visitava le stanze un giorno abitate dai suoi cari, se non ogni tanto per ripulirle: la sua vita si concentrava tutta nella stanza da letto, e gi nella cucina. Scese dunque la scala di lavagna, dieci, poi altri dieci gradini, senza appoggiarsi alla ringhiera di legno: fu nel piccolo ingresso, poi nella cucina.
L si stava meglio che nei saloni della principessa Alys: e Alys, per quanto la nonna non volesse crederci, era l ancora, coi suoi capelli corti, il viso che pareva incipriato di polvere rosa, le mani con le unghie nere; era l, tutta trillante di riso, di furberia, di gioia. Aveva ancora undici anni, e mentre la nonna era andata a fare la spesa, preparava in una padellina di rame, cimelio prezioso dei suoi arnesi infantili, una pappa di farina di castagna.
- Che buon odore - dice, rientrando, la nonna gi sdentata. - Ma che cosa mi combini con quei fornelli? Li hai tutti impataccati.
- Nonnina, nonnina,  la pappa per te.
Invece se l'era mangiata lei.
Via, via, caro fantasma, vattene. Adesso la pappa se la prepara da s, la nonna. Semplice pappa di latte e pane, o di riso e burro. Anche l'erba, che fa bene ai vecchi, e li ravvicina alla terra, piaceva molto alla signora Maria Adelaide. And a coglierla subito, nel giardinetto sul quale si apriva la cucina. Giardino, orto, prato e frutteto; tutto in una striscia di terreno lungo la casa, separato dal resto del mondo da un muro alto, in cima al quale ciuffi di erba ed anche fiorellini seminati dal buon Dio si bevevano l'azzurro di quel grande cielo di maggio che non aveva fine.
Anche qui si stava bene, meglio che nel parco della principessa: ma anche qui, sopratutto qui, mentre la nonna  piegata a cogliere le lunghe foglie del radicchio, tenere come piume verdi, una voce la chiama: voce chiara e risonante, che le fa tremare gli echi pi profondi del cuore.
- Nonnina, sono qui.
Ella non si solleva, non crede, non cede: eppure sa che Alys  dietro di lei, sotto il susino in fiore, al cui ramo pi basso ha attaccato la sua scimmietta finta, quella che il dottore le ha regalato perch le porti fortuna.
Via, via. La nonna ricominci a parlare a voce alta.
- Ma perch, Maria Adelaide, ti ostini a ricordarti solo di lei? E il tuo diletto Gioacchino? E la cara Lea?  stata anche lei qui, la mia buona figliuola, quieta, con le sue bambole, coi suoi libri, col suo ricamo. Perch, dunque?
Si sollev, col grembiale colmo di radicchio: lo scosse per le cocche, guardandoci dentro, pensando che ne aveva per due giorni. Si poteva anche regalarne.
- Perch, dunque? - riprese. - S, Maria Adelaide, tu sai bene che il tuo Gioacchino, la cara Lea, lo sposo di Lea, non sono pi qui. Stanno adesso nel bellissimo giardino del paradiso: nel giardino dove  sempre maggio, e sempre gli alberi sono in fiore, e il sole sempre allo stesso punto, con la gioia delle anime fusa nel suo splendore. Mentre Alys...
A chi si poteva regalare un po' di radicchio? Ecco, al dottore, quello scapolone galantuomo, che  il miglior vicino e il miglior amico di casa.

Rientr in cucina, e divise l'erbaggio in due parti: una la cacci dentro la pentola che gi bolliva, l'altra l'avvolse in un bel foglio di carta pulita. Ma, mentre stava per aprire la porta, fu a questa battuto un colpo con la mano. Ella apr, poi fece un passo indietro quasi spaventata: era proprio il dottore quello che stava davanti a lei. Alto, sanguigno, col naso corto e i capelli candidi intatti, dominava con la sua figura lo sfondo della strada: e pareva che l'azzurro del cielo gli riempisse gli occhi, le cui ciglia bionde sbattevano di continuo, quasi per mitigarne lo splendore.
- Ma guarda, ma guarda!
Egli and difilato in cucina e annus il buon odore che vi spirava. - Come va, donna Mariadea? Sempre golosi, noi, eh? Sempre pentole e pentolini al fuoco.
La nonna lo seguiva, con un tremito quasi d'amore nell'anima rischiarata dalla presenza di lui.
- Ma stia zitto! Non vede che mi ha fatto quasi spavento? Perch, sa dove portavo in dono questo involto? Lo portavo proprio a lei, pensando proprio a lei.
Il dottore palp il radicchio, con la piccola mano rosea adorna di anelli: ne prese una foglia, la mastic:
- Brava:  l'erba che pi mi piace, mentre quella rimbambita della mia cuoca non si degna di procurarmene mai.
- Non parli male della sua cuoca: senza di lei che farebbe vossignoria nel mondo? E se  rimbambita lei, che ha sessant'anni, quasi tutti passati al servizio del dottore, che stato sar il mio?
- Lei ha voglia di complimenti, adesso. Vuole che le dica che sembra una fanciulla di venti anni.
- Ma non vede che ho perduto per la terza volta i denti?
- Gi, vedo. E che ne dice, la principessa Alys?
Nonostante l'accento lieve, quasi ironico, di questa domanda, l'ombra di Alys balz, grande, quasi minacciosa, a dominarli entrambi.
Egli era venuto appunto per avere notizie della giovane donna, che aveva veduto nascere, e della quale, nonostante i suoi settant'anni, era mezzo innamorato. Disse:
- Per questa sera sono invitato a pranzo su al castello. Lei, mi pare, ci  stata poco fa. Di che umore  la nostra principessa?
Il primo istinto della nonna fu di mentire, o, almeno, di attenuare le cose, dicendo che Alys era tranquilla: ma gli occhi dell'uomo la disarmarono: nulla si poteva nascondere all'anima che vi splendeva dentro.
- A dire la verit, il suo umore, come del resto da quando si  sposata,  molto variabile; e un estraneo non ci capirebbe niente...
Il dottore protest, difendendo e nello stesso tempo accusando la principessa.
- Da quando si  sposata? Ma se  stata sempre cos, di umore variabile! Come una giornata di marzo. E questo, forse,  il suo fascino maggiore.
- Bel fascino! Bisognerebbe combatterci, come ci combatto io.
- E come ci ha sempre combattuto. Del resto la colpa  sua, cara donna Mariadea. Lei ha educato male la ragazza. Non faccia quel viso desolato. Lei l'ha educata male, malissimo. Il troppo amore guasta i bambini. Lei protesti pure, dica che con Alys  stata anche troppo rigida. In apparenza! In realt gliele ha date sempre tutte vinte, compresa l'ultima, la pi disastrosa.
La nonna scuoteva le mani intrecciate, e si piegava e si sollevava, ed anche approvava, ironicamente: ma le ultime parole dell'uomo la colpirono in pieno. Si irrigid, pure chinando la testa, e disse con voce di pianto:
- Lei sa che  ingiusto, parlando cos, e che trafigge il mio cuore, gi troppo ferito. Lei ricorda certamente tutte le nostre sventure: mio marito morto giovane, mia figlia morta giovanissima e lo sposo perito in guerra. Ed io sola con la piccola nostra orfana, e la nostra fortuna dispersa. Ho allevato Alys non come una nipote, ma come una creatura sacra affidatami dal Signore, proponendomi di vivere solo per lei, per il suo bene e la sua gioia. Quando, dopo la sua nascita, ho mai avuto un solo pensiero che non fosse per lei? E con le parole, e sopratutto con l'esempio, le ho insegnato che il segreto della felicit consiste nella vita semplice, anche nella povert, ma rallegrata dall'amore e dalla coscienza del bene. Ella per cresceva troppo bella e intelligente, per contentarsi di questo antico nido: ed ha creduto di sognare quando il principe si  degnato di guardarla.
Ma il dottore non si commoveva: anzi si sdegn sul serio per l'ultima frase della nonna.
- Degnato, degnato! Di che doveva degnarsi, il vecchio bacucco, guardando una rosa? Qui  stato l'errore suo, cara signora! Anche lei ha veduto nel pretendente non l'uomo che non poteva rendere felice Alys, ma il principe, l'uomo denaroso, il titolato, il diavolo che se lo porti. E le sue belle teorie sulla vita semplice, sull'amore e la coscienza del bene, sono cadute davanti a una mostruosa domanda di matrimonio.
- No, no, no, - protestava la nonna, - lei si sbaglia, lei  ingiusto.
- Mi sbaglio tanto, che la cosa  avvenuta. E so questo solamente, di preciso, cara donna: che se lei non voleva, Alys non sposava il principe, e adesso non sarebbe una spostata, con tutti i suoi milioni, una infelice, con tutti i suoi parchi e i suoi castelli.
La nonna protestava, ma in fondo sentiva ch'egli aveva ragione. Per ultima difesa disse:
- Che potevo fare, pi di quello che ho fatto. Non ricorda che ho pregato anche lei, caro dottore, perch tentasse di dissuaderla?
-  vero, ma io non avevo autorit: e anzi, la signorina mi pigliava in giro, dicendo che volevo sposarla io. E forse sarebbe stato meglio.
Un sorriso illumin la desolazione della nonna; ma egli parlava quasi sul serio, ed ella riprese:
- E forse sarebbe stato meglio davvero: se non altro lei lo si poteva mandar via di casa dopo qualche mese. Ma oramai il fatto  fatto; e il solo rimedio  quello di aiutare Alys a vivere, e a vivere senza peccato. Perch questa  la mia pi grande paura. Per adesso il principe, che conosce bene con chi ha da fare, la tiene come prigioniera nel castello, dove non invita che uomini anziani, poco interessanti per Alys. Ma fra qualche tempo rallenter i freni, la lascer libera: quest'inverno andranno in citt... E allora?
Il dottore faceva smorfie di diniego.
- Non credo: non  tipo da lasciarsi burlare, il signor principe. Finch lui vivr, e vivr a lungo, perch  vegeto e sano come un bracciante, glielo assicuro io, cara donna Fantasiosa, la principessa non avr, come lei dice, occasione di peccare. Si levi di testa anche questa speranza.
- Speranza? Lei la chiama speranza? - ella disse, atterrita.
Egli rispose, battendole una mano sulla spalla:
- Speranza, le dico; poich lei, pur di vedere sua nipote contenta, le concederebbe anche subito un amante.
La nonna spalanc gli occhi e fece il segno della croce, come per scacciare il demonio: il dottore infatti se ne and quasi fuggendo; e per la prima volta la sua visita lasci un'atmosfera di angoscia nella quieta cucina ove si sentiva l'odore amarognolo del radicchio in bollore.

E altri segni di croce la nonna si fece durante tutta la giornata, e il pi grande, nella sera di maggio ancora azzurra di crepuscolo, quando chiuse la finestra dalla quale si vedeva, sul poggio nero, circondato da un'aureola di luce, il castello della nipote.
Poi and a letto. I vecchi dormono poco, si sa: ed anche lei lo sapeva, ma nella sua rassegnata insonnia spesso pensava che forse questa specie di vigilia  un dono di Dio, ai credenti in lui, perch si preparino meglio alla festa della morte.
Stesa lunga e sola nel grande letto innocente, le sembrava tuttavia, quella notte di maggio, di essere anche lei su al castello, seduta alla mensa del principe; e il pranzo non era uggioso e grottesco come ad Alys sembrava. Era un pranzo provinciale, s, ma cordiale ed anche allegro. E il principe era gentile con tutti. Seduto a tavola, sparite le corte gambe di Gianciotto, il suo busto forte e la grossa testa incoronata di riccioli ancora biondi, gli davano un aspetto di uomo possente. Aveva, s, un viso squadrato e glabro, tra il fattore e l'ambasciatore, con le sopracciglia ferme diffidenti, sotto la fronte solcata da rughe ombrose; ma gli occhi verdi e lunghi lampeggiavano d'intelligenza, di curiosit, di avidit giovanili.
La grande bocca sensuale, coi denti in parte corrosi, in parte ricoperti di platino, forti e sporgenti ancora i canini, spiegava per la ripugnanza della principessa per lui.
Ella infatti, seduta all'altra estremit della tavola, fra il dottore e il Podest, tutta bianca e scintillante come una notte invernale di luna, non sollevava mai gli occhi verso di lui che ogni tanto la fissava socchiudendo le palpebre come la vedesse per la prima volta.
 assente, il pensiero di lei, anche quando ella ride per gli scherzi del dottore e i complimenti galanti del vecchio Podest: e, appena finito il pranzo, lasciando al principe la cura d'intrattenere gli invitati, ella trova il modo di lasciarli e uscire sulla terrazza. Non che essa ami pi le notti di maggio, il canto dell'usignuolo sui pini del parco, il profumo dei giardini; ma ha bisogno di sfuggire la compagnia di quegli uomini che non la interessano, che, anzi, col riflesso del tramonto della vita sui volti gi sfatti, le destano un senso di profondo disgusto: ha bisogno di sentire, invece, in s stessa, ancora intatta la forza della giovinezza; di respirare l'aria libera, di ascoltare l'abbaiare dei cani in lontananza, di veder gi il paesetto, grigio di notte come di giorno, e di tornare, col pensiero, alla sua casa, al letto della nonna.
E la nonna rabbrividisce, nel suo primo sopore, e finalmente ha voglia di piangere. Alice ha ancora dieci anni, e s' rifugiata nel grande letto ospitale, presso la vecchia, perch  una notte gelida d'inverno.
- Per scaldarti, nonnina, e per scaldarmi.
- Che ho fatto di te, bimba mia - piange la nonna sui tiepidi capelli della nipotina. - Ti parlavo sempre di grandezze, ti raccontavo fiabe fastose, di principi, di regine, di palazzi con sale dai cento colori: e cos ti ho guastato la vita.
- Non piangere, nonnina; forse il Signore ci aiuter. Piuttosto faresti meglio a pregare, come tu sai pregare; vedrai che il Signore far la grazia di renderci tutti contenti.
E la nonna si mise a pregare. Non sapeva neppure lei quello che precisamente doveva chiedere a Dio perch il miracolo si avverasse; ma pregava con la fede pi luminosa, quella fede che  gi per s stessa un miracolo di speranza e di gioia.

Neppure col sopraggiungere dell'inverno, i principi Monteverde scesero in citt.
Alys era incinta: doveva partorire in febbraio, e, a conti fatti, la nonna calcolava il miracolo avvenuto quella notte di maggio, quando ella si era placata chiedendo per s e per la nipote l'aiuto di Dio.
Adesso la principessa era calma, sebbene di una calma pesante, con un fondo di paura, e forse anche di speranza nella morte.
La sera in cui si aspettava l'avvenimento, fra un dolorino e l'altro ella si confessava con la nonna.
- Ti assicuro, se mi accorgo di dover morire non ne prover dolore alcuno. E dicono, poi, che la morte in parto non fa soffrire.
- Ma va, sciocchina. Camperai, e farai altri undici figli.
- Ah, questo poi no, ti giuro. Uno e basta. A Sandro gliel'ho gi detto: e non voglio pi avere rapporti con lui: altrimenti davvero che commetter qualche grossa sciocchezza. Lui lo sa, e pare rassegnato. Si contenter di un solo erede. Speriamo sia maschio.
- Speriamo.
C'era un accento di melanconica accondiscendenza nella risposta della nonna; il che fece ritrovare ad Alys la sua antica ribellione.
- Speriamo! Speriamo! Che triste cosa la speranza. Sar invece una femmina, disgraziata lei; e il padre, che vuole un maschio, ne sar desolato.
La nonna insisteva:
- E poi tu, ripeto, gli farai anche i maschi.
- Speriamo! Speriamo! - riprese Alys, con voce cattiva; ma poi subito si raddolc. - Nessuno pi di me desidera che questo sia un maschio. Il maschio  il padrone del mondo. Ma se fosse una bambina, nonna, ti raccomando, se tu, come spero, la vedrai farsi grande, ti raccomando di lasciare che si innamori, anche di un pezzente; ma che ami, che non muoia, come morr io, senza aver conosciuto l'amore.
- Taci, taci. Tu parli cos per il gusto di farmi soffrire. I tuoi figliuoli, maschi o femmine che siano, saranno tutti felici, se la loro madre vivr solamente per loro.
- Ma  di questo che ho paura. Io non potr vivere per loro; io non li amer perch i figli che non nascono dall'amore non possono essere amati. Sento che li tradir, che mi trover un amante, forse due, forse di pi. Questi, a loro volta, mi tradiranno, mi abbandoneranno, mi umilieranno. Diventer cattiva, infelice davvero e sciagurata. E allora  meglio morire adesso.
- Nessuna donna nel tuo stato ha mai parlato cos, bambina mia. Si direbbe che tu vaneggi. Taci, taci,  molto meglio.
- No, lasciami parlare. Chi sa se domani potr parlare pi! E tu, nonna, non desolarti; non farti rimproveri inutili. Pensa, piuttosto, che sei come di nuovo mamma. Anche questa mia volont, Sandro ha promesso di rispettarla; di affidarti cio esclusivamente la mia creatura, se io...
Un nuovo dolore, pi forte degli altri, le tolse il respiro. Il suo viso si deform in una smorfia di angoscia, di disgusto, anche di sdegno, provocata, pi che altro, dal ricordo del marito; mentre la sua mano vibrante si rifugiava entro quella della nonna come un uccellino ferito nel nido.
Ma, passato il dolore, parve assopirsi: il viso ricomposto prese un'espressione dolce, infantile.
La nonna, alta su lei, sotto la lampada velata di verde, si ostinava nuovamente a rivederla ancora bambina, nel suo lettino illuminato di sogni belli; e un accoramento le gelava, ma non le vinceva l'anima. Bisognava lottare; ed ella era l per lottare, per vincere. Sentiva le sue ossa come un'armatura di ferro, le sue mani come artigli contro gli artigli del male, e sopratutto il cuore saldo, e la sua fede in Dio intatta e inattaccabile pi di uno scudo d'acciaio.
La principessa si svegli; riapr gli occhi e sorrise alla nonna; un sorriso che pareva avesse le ali: era la vita che riprendeva il suo volo.
Di l, nel salottino da lavoro, vegliavano silenziose la bruna Annarosa e la scarna leopardesca levatrice del paese: e nel salone il dottore e il principe, che per volont espressa di Alys non dovevano entrare nella camera di lei se non chiamati dalla nonna.
Seduti di fronte, ostentavano entrambi una calma indifferenza per l'avvenimento, parlando di cose varie; ma non alzavano mai la voce, avvinti, in fondo, da un medesimo senso di mistero ed anche di paura.
Il dottore, forse, era il pi trepidante: sebbene si credesse un ottimo ostetrico, e ricordasse di aver assistito con esito felice alla nascita di Alys, avrebbe questa volta preferito di essere sostituito da un altro.
Anche il principe pensava la stessa cosa: ma Alys aveva voluto cos; e oramai ella era l'assoluta padrona di tutti.
Ciascuno dei due uomini indovinava i sentimenti dell'altro: reciprocamente ostili, ma per il momento concordi nel desiderio che tutto andasse bene, la maschera pi cordiale copriva i loro volti, e non una parola veniva proferita sull'argomento.
Diceva il principe, stendendo, come spesso usava, ora l'una ora l'altra delle sue corte gambe, quasi per il desiderio che si allungassero:
- L'uomo, prima di ogni altra cosa,  malvagio. Questo lo disse uno che in materia di umanit se ne intendeva: ser Niccol Machiavelli. E dunque, proseguendo nel nostro discorso, non mi sorprende che il contadino gi delle Quattrovie abbia ammazzato ieri il fratello per questioni d'interesse. Mala gena tutti, in quella famiglia, fortunatamente sola fra tante. Ricordo, una decina d'anni fa, quando questi sciagurati fratelli erano ancora ragazzi, io possedevo due cornacchie nere, intelligenti e furbe: la femmina pronunziava anche qualche parola: chiamava il cane, se qualcuno entrava nella vigna, e imitava il grido degli altri uccelli. Tutti volevano loro bene. Solo questi indiavolati di ragazzi fecero di tutto per ammazzarmele a impallinate.
- Li conoscevo, s, - disse il dottore, - e pi di una volta ho predetto la loro tragica fine. Ma non si sfugge al proprio destino; e forse questo  davvero segnato in un libro che noi non conosciamo.
Senza volerlo, egli seguiva il filo del suo pensiero; ma se ne accorse e riprese:
- In quanto a cornacchie c' poco da scherzare anche con loro.  l'uccello che pi si rassomiglia all'uomo. Intelligentissimo,  capace, per il suo istinto di male, di accecare un bambino che dorme, e nello stesso tempo di morire di crepacuore se il padrone lo abbandona. Docile se lo si sa dominare, prepotente se si accorge che gli si vuol bene. Geloso, poi, al punto di uccidere il proprio rivale. Vede, dunque...
Ma il principe, in fatto di cognizioni generali, amava averla sempre vinta lui.
- Questo non significa che l'uomo debba abbassarsi al livello delle bestie, e far loro la guerra crudele che fra esse avviene. Io sono convinto che gli animali non vivano di solo istinto. Il lupo, che  il lupo,  pur esso intelligente, e non chiede che di vivere, poich questa  la legge di natura. Si crede, per esempio, che d'inverno il lupo viva sui monti. Non  vero. Sui monti ci sta bene nella bella stagione, quando i pastori portano lass il gregge: d'inverno, quando essi ridiscendono al piano, il lupo li segue: va sulle orme del gregge come l'uomo innamorato su quelle profumate della sua bella.
- Bravo! Un paragone degno di un poeta.
- E non lo sono, forse, poeta? Sempre stato, lo sono, e poeta morr.
E qui al principe luccicarono gli occhi, chiari e cristallini: ma nel loro splendore c'era un po' di umore lagrimoso. Egli sapeva benissimo che il dottore non lo conosceva a fondo, che sopratutto non conosceva la sua tormentosa passione per la moglie; che, anzi, la fraintendeva e la falsava, questa passione: e fu sul punto di confessarsi a lui, da uomo a uomo; ma poi scosse la testa e ritir le gambe, ricordandosi chi era, come era, quello che (sembrava). Tuttavia, quasi istintivamente, disse:
- Ho letto ieri di una commedia che  stata data a Milano. La protagonista  una ricca signora cieca che vorrebbe adottare una ragazza: la desidera naturalmente bella, sana, buona; e come tale ne ha una, dir cos, sottomano. La fanciulla le si affeziona:  disinteressata, e rimarrebbe con lei anche senza essere adottata; ma una concorrente maligna insinua nell'animo della vecchia signora i pi crudeli sospetti; fra l'altro, che la preferita non  poi tanto giovane, che non  bella, non  sana. Basta questo per far cadere in disgrazia la buona creatura, che se ne accora, e spontaneamente lascia la casa dove credeva che bastasse la sola fiamma del suo spirito a rivelare la sua vera essenza. Il pubblico, animale che altro non , ha fischiato la commedia.
Il dottore intendeva; sordamente, ma intendeva: e la sua ostilit, anzich assopirsi, si esasperava.
- Il pubblico, s,  anch'esso un animale, e quindi giudica di istinto. Ha fischiato perch la commedia  inumana, cio sono inumani i suoi personaggi. Nella vita non succede cos.
- Lo dice lei. Siamo sempre l: l'inverosimile  quasi sempre il pi reale. E, per me, in quella commedia c' tutta l'umanit. L'umanit che vuole l'apparenza e, credendosi cieca pi di quanto lo sia, vede il brutto dove realmente esiste il bello. Il buono, sopratutto - aggiunse, dopo una pausa profonda.
Il dottore fu per replicare ancora; ma un rumore nel salottino, e forse quella pausa fra le ultime parole del principe, gli fermarono le labbra.
Al rumore, indistinto, che era parso un cigolo o un gemito, anche l'altro si era raddrizzato nel busto possente, pronto ad alzarsi: il suo viso per non aveva mutato espressione.
Fu di nuovo silenzio: ed egli torn ad allungare le gambe, poi riprese:
- E non ammetto neppure quello che mi voleva dire lei: che tutto  relativo, e quello che pu essere buono per me non lo  per lei. No, non lo ammetto. Il bene  come il diamante: si pu intaccare, si pu anche ridurre in polvere, ma non offuscare il suo splendore.
- Benissimo. Ma, secondo lei, in quale forma si concreterebbe questo bene?
- Nella sola forma possibile: quella predicata da Cristo: l'amore per il prossimo. E per prossimo, io non intendo solamente l'uomo, ma anche le bestie, le piante, i fiori, le erbe. E non al modo di San Francesco, intendiamoci. Io non amo San Francesco, sebbene lo ammiri come grandissimo poeta: io, il bene lo intendo in modo pratico. Amare l'uomo, educandolo; amare le bestie, le piante, le erbe e i fiori, aiutandoli a vivere e a morire, senza stroncarli, in modo che la loro vita sia a loro volta feconda e prosegua all'infinito.
Il dottore sorrideva, stringendo le labbra. In fondo, egli non aveva voglia di discutere: il suo pensiero era sempre l, nella camera di Alys: eppure a sua volta fu sul punto di dire cose amare al principe. "Principe, tu parli bene, anzi benissimo: ma perch hai voluto sposare quella disgraziata? Per amore al prossimo, o per libidine, per istinto di stroncare un fiore umano, poich ci ti faceva comodo?".
Disse invece, proseguendo la commedia:
- Le ripeto: lei  un poeta, come davvero poeta era San Francesco; ma in pratica, mi lasci dirlo, le sue teorie non sono facili. Lei s'intende d'agraria pi di me: e il grano maturo lo fa falciare, e ai peschi fa togliere i fiori superflui, e l'erba la fa radere.
- Appunto, appunto perch...
Un nuovo rumore, o meglio un grido lamentoso li fece tacere. Il dottore balz in piedi, mentre il principe, sebbene turbato anche lui come da un avvertimento sinistro, diceva quasi con ironia:
-  il cane, gi.
Il cane, s; ma che doveva (sentire) qualche cosa di misterioso, perch ripet il suo grido: e non lo aveva mai fatto. Il principe s'incup, come se un velo scuro gli fasciasse la testa. Ritir di nuovo le gambe, si strinse una mano con l'altra. Ricordava che i cani piangono, quando sentono morire il padrone.

Senza pi pronunziare parola si alz anche lui, e facendo al dottore cenno di non muoversi and fino all'uscio del salottino, lo spinse, interrog con gli occhi Annarosa: gli occhi di lei, neri foschi e bistrati, gli risposero per in modo evasivo. Dicevano:
- Siamo qui e vegliamo come sentinelle minacciate di morte: ma non sappiamo altro.
La levatrice, che sedeva al tavolo di lavoro della principessa e sfogliava in silenzio una rivista di mode, s'era alzata e allungata, anche lei sull'attenti come un soldato: e fu per parlare, perch la lingua ce l'aveva per questo; e dire che non capiva il perch di tanti preparativi, di tanti allarmi, infine di tanto mistero, dal momento ch'ella aveva il giorno stesso visitato la principessa e trovato tutto in modo da prevedere un parto facilissimo pi di quello di una brava contadina: ma non fiat. Questa era la consegna, e pareva se la fosse prima di tutti imposta la principessa, poich dopo il suo primo chiacchiero con la nonna, adesso taceva. Tutti tacevano, adesso, anche il cane: e pareva volessero addormentarsi; ma era un dormiveglia fissato da un incubo vago, indefinibile; da uno di quei sogni incipienti che fanno soffrire per il loro stesso carattere ambiguo. Andr a finir bene? Andr a finir male? Non si sa; e questo  il mistero doloroso del sogno.

Annarosa era, fra i tanti, quella che pi vigilava: ancor pi della nonna. Il suo istinto, come quello del cane, sentiva odore di morte. Creatura bestiale, con la vita attraversata da un dramma che per lei era il pi terribile del mondo, e invece consisteva nella semplice ed eterna storia della donna lusingata, violata e poi abbandonata, per dimenticare beveva; eppure non le mancavano una intelligenza e una certa cultura primitive, popolaresche. S'intendeva, per esempio, di medicina, perch era stata per anni una specie d'infermiera della principessa madre, afflitta da cento malanni: e quella stessa sera aveva letto con grande attenzione una nuova scoperta per fermare le emorragie.
Nessuno meglio di lei conosceva fisicamente ed anche moralmente la sua giovane padrona, sebbene questa non le avesse mai dato nessuna confidenza. E la considerava pi infelice di lei, che, almeno, si era data per amore, e il suo patire era ancora un patire di passione umana; mentre la principessa si era venduta e non voleva bene che a s stessa.
Quella sera Annarosa non aveva bevuto, e si proponeva di non farlo pi: ma sentiva una tristezza infinita, e in fondo anche una specie di rancore contro la padrona, per la quale era costretta a vegliare, a ricordare le sue vicende. Eppure, di tanto in tanto, strisce luminose attraversavano lo sfondo cupo dei suoi pensieri. Ricordava il suo bambino nato morto; non glielo avevano lasciato vedere, ma lei ci pensava sempre, come fosse vivo; lo vedeva crescere, e a volte le sembrava di aspettarlo ancora. Ed ecco, adesso, nel mistero di quella notte, mentre stava accovacciata per terra, sulla soglia della camera della padrona, le ritornava pi acuto quel senso di attesa, come se il bambino che doveva nascere fosse il suo.
E finalmente l'uscio si schiuse, quasi da s: poi nel vano apparve la figura della nonna, tutta bianca, quella notte, di una trasparenza di fantasma.
- Signora Lidia?
La levatrice si snod, agile e pronta.
Anche Annarosa balz, gelosa di non essere stata chiamata lei, e di non essere ammessa nel sacrario. Ma si attacc all'uscio, quasi con disperazione. Tutto l dentro procedeva in silenzio, la principessa doveva mordersi la lingua, come una martire, per non perdere una stilla del suo dolore.

Il principe si affacci di nuovo all'uscio del salone, e nell'accorgersi dell'assenza della levatrice fiss Annarosa, con gli occhi sprizzanti una luce smeraldina di spavento e di speranza. E rimase l, fermo come un ritratto nella cornice dell'uscio, con lo sfondo del salone alle sue spalle e la figura del dottore sfumata nella penombra, finch la nonna non riapparve dalla parte opposta.
-  fatto - ella disse sottovoce.
Un arco di luce un i suoi agli occhi del principe. Per la prima volta egli sent di voler bene alla vecchia; e dopo aver attraversato il salottino come davvero un ponte luminoso che trasportava da una riva all'altra di un oceano, domand anche lui sottovoce:
- Come va che non ha gridato?
-  un maschio - ella rispose, con una lieve canzonatura nella voce.
Il principe disse, sullo stesso tono:
- Speriamo che non mi rassomigli.

Solo quando fu lavato, incipriato e fasciato, il bambino cominci a lamentarsi con uno strido rauco che ad Alys parve quello di un animaletto. Anche lei si lament, allora, ad occhi chiusi, bianca e fredda.
- Portatelo via, portatelo via - disse.
Lo portarono via. La balia era gi pronta, la culla calda. A tutto la nonna aveva provveduto; e fu lei che port via il bambino; ma il lamento, e il comando della nipote l'accompagnarono con un'eco di angoscia mortale. "Bisogna riportarle il bambino; farglielo vedere e toccare, altrimenti  un disastro" diceva a s stessa. Per aveva paura di lasciare il neonato in mani di un'estranea, quasi una minaccia di pericolo gravasse anche su di lui: e fu un silenzioso andare e venire, dalla madre al figlio, finch entrambi non furono sistemati e si assopirono dello stesso sonno stanco di emozioni e di fatica.
Il principe, che andava anche lui come una spola dalla camera della moglie a quella del figlio, mise allora la mano sulla spalla della nonna e le disse con dolcezza:
- Vada a riposarsi, la prego. Tutto va ottimamente, grazie a Dio. Vada anche lei a riposarsi. Tutto va benissimo.
Le premeva la mano calda e grassa sulla spalla, e quel "tutto va benissimo" pareva un premio diretto a lei, come se tutto fosse andato bene per merito suo.
E la nonna, che aveva soggezione di lui, si lasci convincere. Rientr prima nella camera di Alys e abbass ancora di pi la luce della lampada: una penombra verde, quasi liquida, diffuse intorno un senso di sogno: la "piccola" dormiva, fasciata come il neonato, col viso, sotto la macchia scura dei capelli, di un bianco di luna. La nonna la copr con uno sguardo di benedizione, e ormai rassicurata, scivol via per andare a riposarsi. Non c'era pi nulla da temere: tanto che il dottore e la levatrice erano andati via, con la promessa di ritornare al primo mattino, e solo Annarosa vegliava.

Annarosa vegliava. Dal salottino di lavoro fissava, attraverso l'uscio della camera adesso socchiuso, il letto della sua padrona. Gli occhi le erano divenuti lucidi, come quando beveva; ma era una ben altra ebbrezza quella che le scaldava il sangue. Poich ella aveva veduto e toccato il bambino, che sebbene sembrasse fatto solo di carne informe e insensibile, per lei rappresentava un mondo tutto nuovo e straripante di vita. Lo amava gi, di un amore materno, e quindi sensuale; e lo voleva tutto per s, contro la madre, contro la balia, sopratutto contro la nonna, che era, fra le tre, la pi temibile. E forse per questo vegliava con pi fedelt la sua padrona; poich se la padrona veniva a mancare, il bambino sarebbe rimasto tutto della nonna.
Ed ecco, in un momento di involontario sopore, le parve che la principessa la chiamasse. D'un balzo fu l. Alys stava immobile, con gli occhi pesantemente chiusi; e sul suo viso pareva si fosse pietrificato il riverbero verde della lampada. Era ancora il sonno del vivo, il suo, ma che sfumava in quello della morte.
E quell'odore acre che sgorgava dal letto come da una pozza di sangue bollente! Senza esitare un momento, Annarosa sollev le coperte e vide la triste verit: la principessa si era slacciata la fasciatura, e lasciava che la sua vita se ne andasse col suo sangue. Ma la donna non si spavent. Senza neppure alzare la luce, provvide da s: d'altronde aveva tutto sottomano, e in breve il sangue fu fermato. Allora ella apr a forza la bocca della padrona e le vers in gola un cucchiaino di cognac. Alys apr gli occhi, grandi, vuoti: riconobbe Annarosa, ma neppure quando ebbe ripreso i sensi le rivolse una parola. Anche in quel momento sentiva di non dover dare spiegazioni alla sua serva; e pi che mai il contatto fisico con lei le destava ripugnanza: eppure un senso di sollievo, quasi di elevazione, le alleggeriva l'anima.
Le pareva di essere piccola piccola, di aver perduto, nell'abisso informe dove era scesa e poi risalita, le ossa e la carne. Le mani, che adesso Annarosa le aveva prudentemente messo fuori delle lenzuola, erano come due foglie d'autunno, attaccate solo per miracolo al ramo.
Vagamente pensava:
- Era (quella), la morte? Un vuoto... un vuoto... il nulla.
Meglio dunque la vita, con tutte le sue cose ingombranti e le sue cose lievi: meglio questa debolezza dolce che la rifaceva bambina.
- Crescer di nuovo, a poco a poco; crescer, sar forte; giocher col cane, andr a cavallo, andr in dirigibile. Ah, e il bambino, che fa?
Adesso le pareva di essere lei, il bambino: era stata lei, a nascere; e si meravigliava di aver tentato di morire.
- Perch? Perch?
Con uno sforzo riusc a ricordare tutto; ma senza pi sentire la disperazione e la ripugnanza che l'avevano spinta all'atto sinistro: come se col suo sangue se ne fossero andate le cose impure che lo infestavano. E il marito, adesso che ella era sicura di poter dominare, di sfuggire fisicamente, le appariva sotto un aspetto diverso, quasi paterno: anzi ne vedeva la figura in una lontananza luminosa, come quella mattina di maggio dai finestroni del parco, mentre la nonna le ridestava nel cuore la speranza della vita.

La nonna era di nuovo nel suo mondo; nella cucina la cui porta a vetri pareva una invetriata di chiesa: i colori pi svariati vi si sovrapponevano per lo sbattersi del verde dell'orticello col giallo, il rosso, il grigio del muro e del cielo.
Il vento folle di marzo pienava di vita e di movimento anche quell'angolo quieto di mondo, e la nonna ne sentiva il subbuglio fin dentro le sue vecchie ossa.
Come al solito parlava a s stessa, per farsi compagnia, mentre preparava la pasta per le frittelle di carnevale.
-  giusto, Maria Adelaide, che tu conservi la tradizione. Che altro c', al mondo, se non conservarsi bambini, come Dio ci ha creati? E ritornare a lui come a lui piace? Gi fin dai tempi del mio caro Gioacchino, egli mi pigliava in giro, per queste frittelle: poi se le mangiava tutte lui. E come piacevano alle mie bambine! Ad Alys specialmente: povera Alys.
- Ma perch povera, poi?  felice, adesso, a modo suo. Vive quasi sempre in citt, fa davvero la principessa. Vestiti, teatri, automobili, ricevimenti, viaggi per aria, che Dio la conservi. Il bambino cresce bene; un po' prepotente, ma si capisce, gliele danno tutte vinte. Adesso ha otto anni, compiuti a febbraio, e quando parla tedesco sembra proprio un tedesco. Mah!
Ella pensava a questo suo discendente con una certa fredda amarezza. Scampata Alys dalla morte, glielo avevano tolto di mano come un oggetto consegnatole semplicemente per qualche giorno: ed ella ne serbava il ricordo crudele. E se nel momento del pericolo il principe le si era avvicinato con umanit, passato il pericolo, la distanza si era di nuovo stabilita reciprocamente fra di loro. Pazienza: la vita  fatta cos, e ai vecchi che credono in Dio non manca mai la compagnia.
L'importante era che Alys vivesse, che Alys fosse risorta dal suo letto di morte come un'allodola ferita che si salva e poi rivola dal nido.
Anni di gioia, di tripudio, quasi di ebbrezza erano seguti. Tutto il programma disegnato in quella notte di agonia era stato eseguito. La nonna lo sapeva e ne era contenta: e i giorni di Alys le parevano felici, dorati e dolci come le numerose frittelle ch'ella traeva dall'olio bollente e plasmava di miele. Le parevano! Ma in fondo sentiva che il suo paragone era assurdo ed anche beffardo; e che i giorni della principessa sua nipote erano dentro vuoti come le sue belle frittelle gonfie: ed egualmente inutili.
- Chi mangia tutto questo ben di Dio? Ne avrai per tre giorni, Maria Adelaide; e te ne avanzer. Anche se ne porti un piatto al tuo vecchio dottore golosone.
Ed ecco che, come nel lontano giorno del radicchio, bussano alla porta.  lui? Quasi sicura che sia lui, ella ritira la padella dal fuoco, e asciugandosi le mani col grembiale corre ad aprire.

Come spinto dal vento di marzo, si precipit nel corridoio un ragazzetto in pelliccia, con le vigorose gambe nude e un frustino in mano. La testa grossa, il viso rosso quadrato, sotto un berretto a visiera, sembravano quelli di un piccolo atleta; ma gli occhi verdi dorati erano bene quelli di Alys.
- Anima mia, Marino, sei venuto solo? - domand senza fiato la nonna.
Il ragazzo frustava le pareti.
- C' la signorina. Ma io corro, sai.
Infatti sopraggiunse, ansante e sdegnata, la graziosa signorina Berta, anch'essa con le lunghe gambe che sembravano nude per le fini calze di seta rosa. S'era slacciata il bavero di pelo sulla bianca gola palpitante, e una goccia di sudore le brillava sulla tempia destra. Disse, quasi piangendo:
- Che disperazione, signora! Mi ha fatto correre come un cavallo: e tutti si fermavano a guardare.
- Pazienza:  la sua et - disse la nonna, chiudendo prudentemente la porta. Ma anche lei tent invano di raggiungere il discendente e farsi dare o almeno dargli un bacio.
- Marino? Bello! Marino? Signorino!
Ai richiami suoi affettuosi ed alle energiche esclamazioni della signorina, egli rispondeva frustando quanto gli capitava sottomano; finch, guidato dall'odore delle frittelle, non arriv davanti al loro monticello d'oro e vi si ferm estatico: poi, istintivamente, alz il frustino; ma lo riabbass, piegandosi sul vassoio miracoloso.
- Tu, - domand, con la sua voce un po' gutturale, rivolgendosi alla vecchia signora accorsa in difesa delle frittelle, - tu sapevi che venivo?
- No, amore; la tua mamma non mi ha scritto niente.
Trattandosi della mamma, Marino cominci a fare smorfie e atti strani: poi divent pensieroso.
- Che vuoi? - disse, parlando come un grande. -  uno dei suoi soliti capricci: bisogna compatirla.

Certo, era un capriccio venirsene d'improvviso a passare la fine del carnevale nel castello, sulle cui torri biancheggiava ancora una cornice di neve: ma non toccava al ragazzo farne la pietosa e assieme insolente osservazione. La signorina, quindi, subito lo redargu, cercando poi di scusarlo e scusarsi presso l'ava.
- La principessa  stanca, molto stanca. Ha ballato tutto l'inverno e adesso ha paura di un esaurimento nervoso: quindi  venuta...
Nonostante il recente sermone, Marino si ribella, come uno spiritato.
- E lei perch balla tanto, la mamma? Chi glielo dice, di ballare cos? E poi  sempre in giro. Anche pap dice...
- Signorino, - esclama Berta, umiliata, triste, inutilmente severa, - se lei continua a parlare cos, la riporto al castello, la riconsegno a Sua eccellenza il principe, e faccio subito la valigia.
- E chi se ne importa?
La nonna non sapeva se ridere o piangere: i modi del nipote le piacevano, in fondo, ma si guard bene dal dirlo. Tent, piuttosto, di conciliare le cose.
- Ti piacciono, dunque, le frittelle di nonnina? S, il cuore mi diceva che saresti venuto. Prendi, prendi.
- Per carit, - grid la signorina, - no, no, non lo faccia mangiare.
Ma il ragazzo aveva gi le guance gonfie di un paio di frittelle, e dietro le esortazioni della nonna, anche la signorina ne mangi una, poi un'altra, altre di seguito.
- Buone, squisite. La principessa...
Parlava della principessa con ammirazione, del principe con rispetto, del principino con sincero dolore.
- Creda pure,  un diavolo scatenato, e non sar certamente io a ridurlo quale deve essere. Qui ci vuole un buon istitutore, oppure un ottimo collegio.
Egli ascoltava come non si trattasse di lui, continuando a divorare frittelle: quando ne fu sazio and verso la porta a vetri e tent di aprirla; ma pi energica della signorina fu questa volta la nonna, che lo ferm per il braccio e lo trasse indietro.
- C' troppo vento, caro; vieni, andiamo piuttosto di l.
Andarono nella solitaria saletta da pranzo, che Marino ben conosceva, come del resto conosceva tutta la casa in ogni suo angolo pi inesplorato; e per un momento si divert a sfogliare il vecchio album di fotografie che decorava la tavola di noce; ma anche quello lo conosceva da cima a fondo, e sopratutto i fogli che riguardavano lui solo, dalla nascita in su, e lui con la bella mammina, lui con la barbaresca Annarosa, lui col cane. Presto quindi lo chiuse, porgendo ascolto alle chiacchiere della signorina.
Adesso la signorina parlava male di Annarosa.
- Io non capisco come la principessa la sopporti: eppure se la porta sempre appresso come una reliquia, e d pi ascolto a lei che al dottore.
-  questione di fedelt. Annarosa oramai  come una persona di famiglia.
- Dica pure come una bestia di famiglia.
- E io glielo vado a dire - intervenne di nuovo appassionato e franco il signorino.
Ma la nonna lo istru:
- Tu non andrai a dir niente a nessuno. Quello che senti dire da me, e dalle persone che parlano con me,  tuo dovere di non riferirlo agli altri. I bambini bene educati non vanno a ripetere le cose delle quali si parla davanti a loro dalle persone grandi.
Egli per la fissava serio, quasi severo.
- Ed io glielo vado a dire lo stesso, ad Annarosa.

La principessa stava davanti al suo tavolino da lavoro, come quella lontana mattina di maggio, quando ella si divertiva a fabbricare fiori di carta. Nulla era mutato nella sua figura: anzi aveva forse un'apparenza ancor pi giovanile, nelle gracili spalle nude, nelle braccia adolescenti, nude pur esse fino alle ascelle pulite, nelle mani lisce le cui unghie parevano di perla rosa.
E ancora fogli di carta davanti a lei, ma fogli bianchi, sui quali il calamaio di cristallo proiettava la sua ombra azzurrognola. La principessa desiderava, anzi sentiva un bisogno quasi fisico, di scrivere una lettera: non una delle solite lettere ch'ella avrebbe potuto indirizzare ad una delle sue innumerevoli conoscenze, ma una (vera) lettera, fatta del tormento che le sbatteva il cuore. E tormento non di pena soltanto, ma anche di gioia, di elevazione, quasi di felicit. Poich le pareva di essersi ancora una volta salvata dal turbine delle sue vuote passioni, col rifugiarsi nel castello, decisa a non muoversene pi. Lo stesso desiderio di confidarsi adesso con un'anima lontana, era una smentita a questa sua buona intenzione; ed ella era troppo intelligente per non accorgersene; eppure il bisogno di uscire di nuovo dalla sua sfolgorante solitudine, la pungeva come uno stimolo sensuale. Sentiva anzitutto il bisogno di descrivere appunto le cose bellissime che la circondavano, e sulle quali apriva gli occhi quasi la prima volta; poi il paesaggio. Lo aveva davanti, come un quadro, bruno e verde, striato di neve, con uno sfondo di cielo tumultuoso di nuvole azzurre e gialle, dove gi la primavera scacciava le fosche invernali. Numerosi uccelli, poich il vento del mattino si era calmato, si lanciavano come frecce d'argento da un albero all'altro del parco; e al miagolo esasperato dei gatti in amore s'incrociava il gracchiare delle cornacchie, pure esse innamorate, su nelle torri del castello.
E poi? Che avrebbe detto? Che era sazia e stanca della vita condotta in quegli ultimi anni, specialmente in quell'ultimo inverno, e che tuttavia la rimpiangeva, poich nel vortice iridescente, almeno, ella usciva di s stessa, come in qualsiasi altra ebbrezza, e dimenticava questo sterile tormento che anche adesso la divorava. In fondo ella sapeva bene quello che voleva; era sempre l'antico istinto che non si spegneva mai, che mai si sarebbe spento se non dopo soddisfatto il bisogno di amore.
Pi di un uomo aveva, anche di recente, tentato di prenderla nella rete di un reciproco desiderio; ma ella ne sentiva l'inganno, e sfuggiva all'agguato, per una naturale freddezza sensuale, per orgoglio, per paura e piet del marito, per rispetto al figlio.
Eppure era una lettera di amore quella che avrebbe voluto scrivere; dell'amore grande e urgente che le gonfiava il cuore, come il lievito gonfia il pane, e come il pane aveva bisogno del contatto col fuoco per non crepare e inacidirsi.
"Io diventer cattiva - voleva scrivere - anzi la sono gi, con mio marito, col bambino, con tutti; e pi la sar, se qualcuno non mi salva".
Ma a chi dirlo?
Col viso fra i pugni, guardava il foglio bianco quasi con allucinazione. Le pareva uno specchio, nel quale per non vedeva che un'ombra irreale. E come da un'allucinazione parve scuotersi, quando Annarosa venne a dirle che il dottor Baldini desiderava salutarla.
- Oh, s, s - ella trill, balzando, e corse incontro al vecchio, gli si rifugi fra le braccia aperte, lo baci sulla guancia appena sbarbata e fresca dell'aria del poggio.
Egli la stringeva e si schermiva nello stesso tempo, turbato e scherzoso.
- Oh, carissima, non facciamoci vedere dal principe consorte: altrimenti qui si rinnova la tragedia di Francesca.
Ella lo prese per la mano, lo trascin di corsa fino al salottino, lo costrinse a sedere davanti al tavolo da lavoro.
- Mi scriva subito una ricetta contro la malinconia.
- Subito.
Ed egli scrisse, compitando a bassa voce:
- Un grammo di sale in testa, per giudicare la propria fortuna: un mezzo etto di zucchero in cuore, per pensare alla gente che soffre, ai malati poveri, ai bambini deformi, agli animali maltrattati.
- Bravo, dottore. Ma sa dirmi con precisione in quale farmacia posso mandare a prendere questa medicina?
- Nella farmacia della buona volont.
- La cercheremo. Mi dica, intanto, sul serio, come mi trova?
- Ma benissimo. Sembra un fiore; mentre la sua nonna, parlandomi di lei, mi ha fatto quasi paura. Anzi le dico di pi: mi ha spedito lei qui, come una staffetta.
- Povera nonna, esagera sempre sul conto mio. Per l'esaurimento nervoso ce l'ho davvero. La notte non dormo; non posso stare mai ferma, e tutto mi d noia. S'invecchia, dottore.
- Lo dice per me, o per lei? Io, per conto mio, mi sento sempre pi giovane: ed ho quasi la convinzione che io e la sua nonna non morremo mai.
Ella lo guardava come un giorno aveva guardato il fanciullo che invece di andare a scuola correva al fiume per cercare dei pesci immaginari: con invidia. Egli infatti era florido, fresco e rosso e coi capelli fitti, di una morbidezza di neve.
- Sfido, - gli disse, quasi con insolenza, - lei non ha pensieri; non ha mai amato n sofferto. Lei ha saputo fare, nella vita.
Egli le afferr le mani, l'avvolse nel suo sguardo celeste amoroso.
- Lei  cattiva, oggi come sempre. E lei, mi dica, non ha saputo fare, nella vita? Tutto quello che ha voluto lo ha. E non  contenta; ed ha il nervoso...
Ella scuoteva la testa, e lo fissava negli occhi con civetteria. Dicevano quegli occhi: "Lei lo sa bene, dottore; io non ho nulla, perch mi manca quello che per una donna  tutto".
- Tutto, dottore! Avessi avuto almeno la forza di potermi innamorare, di buttarmi in una passione anche indegna, come milioni di donne lo fanno: e uscirne bruciata, ma sazia, ma ancora viva.
- Lo so, lo so.  questo il suo vero male. Ma ci sono molti rimedi per placarlo, per guarirlo. Ho veduto il suo bambino, principessa!
Come scossa da una puntura a tradimento, ella rabbrivid, ritir le mani e se le accost al viso che esprimeva un'acerba sofferenza.
- Lo chiama bambino?  un ragazzo, e che ragazzo! Non cattivo, ma prepotente, anzi violento, gi padrone di tutto e di tutti.
-  intelligentissimo, esuberante di salute e di forza: ecco il suo segreto. E lei dovrebbe esserne contenta.
Ella lo fissava di nuovo: ma come diversi, adesso, i suoi occhi! Tristi, quasi torvi, imploranti e diffidenti, annegati in una luce verde di disperazione. E avrebbe voluto parlare ancora, sfogarsi col dottore come prima con un amico lontano: ma non poteva, non voleva. Ella non amava il figlio, e il figlio non l'amava. E questo mistero le pesava sull'anima, aggravando quello che il dottore aveva chiamato il suo male. Era inutile parlarne: non aveva vie di uscita, come tutti i misteri inesplicabili.

Il dottore riprese:
- Altre cose bellissime ha la vita, per chi ha la fortuna d'intenderle e sapersene impossessare. Non parliamo della religione, che  gi il regno di Dio sulla terra. Parliamo, per esempio, della contemplazione. Lei si mette tranquilla davanti a questa finestra, si dimentica di s stessa, delle sue inquietudini, delle sue vane mane; la sua anima  nei suoi occhi, e nei suoi occhi si riflette il cielo. Lo vede, lei, questo immenso cielo gi tinto del colore della primavera? E gli alberi, il grano che nasce, e la meraviglia della neve e quella degli uccelli? Ad averlo in mano, uno solo di questi uccelli, sia pure una cornacchia nera, a sentirne il palpito, ad osservarne la costruzione perfetta, membro per membro, piuma per piuma, ci si solleva infinitamente sopra noi stessi: si sente che davvero una forza onnipossente governa la natura, e che se noi ci abbandoniamo con fede a questa forza, nulla di male potr mai accaderci.
- Lei parla bene; e poi la sua voce  cos bella - dice la principessa, non senza ironia: eppure la voce ancora giovanile, calda e vibrante, del suo vecchio amico, l'attira come una musica.
- Non mi pigli in giro: mi ascolti, piuttosto. C' poi un'altra cosa molto bella, per chi si pu permettere il lusso di concedersela: fare il bene al prossimo, cara principessa. E per bene non intendo beneficenza materiale, ma proprio il bene, il bene, il bene. Mi spiego con un esempio. C' qui, nel paese, una povera donna, inferma, che magari non  bisognosa, ma  sola, senza parenti, senza nessuno che le voglia veramente bene. Una visita a questa donna, secondo il precetto di Cristo,  un atto di bene. Se lei, mettiamo, si degnasse di tanto, all'infelice parrebbe di rivedere in lei l'angelo della vita.
Ma il viso della principessa aveva ripreso la sua maschera di disgusto.
- Lo capisco, s: ma quando queste cose si fanno di slancio, di propria iniziativa, e non per pietoso suggerimento altrui. Io non amo i malati; io odio il dolore e la sofferenza. Forse, col tempo, quando sar vecchia come la nonna, mi rifugier nella religione e nelle opere di piet...
Al nome della nonna, il dottore scatt, sinceramente sdegnato.
- Rispettiamo la nonna! Crede lei, principessa, che la sua vita, con tutti i suoi splendori, sar piena e completa come quella della signora Maria Adelaide? E che lei, in questo momento, lei giovane, bella, forte, sia viva come la sua brava nonna?
- Forse lei ha ragione, - ammise la principessa, di nuovo triste e quasi umile, - povera nonna. Oggi ancora non l'ho veduta, ma c' stato da lei il bambino, e mi ha raccontato con entusiasmo ch'ella faceva le frittelle di carnevale.
- Frittelle, beveraggi, calzette, fiorellini, tutto  buono per lei, per interessarla, divertirla, farle compagnia lieta. E le cose buone della vita, di cui le parlavo poco fa, ella le conosce tutte, e di esse si nutre.
- Povera nonna.
- No, non la chiami povera.  ricca, molto pi ricca di lei.
Alys non risponde: piega la testa fino a baciare la sua collana, che ha il colore del suo vestito e dei suoi occhi; e con la saliva ingoia le parole del dottore e qualche cosa di pi amaro e salato ancora. E le pare di scendere in un luogo profondo, in una valle scura e fredda, ma dalla quale risale subito con un senso di volo. Con una voce sommessa ed esile di bambina, dice:
- Oggi lei mi parla come un confessore, ed io la ringrazio. Ma quelle che lei mi dice sono tutte vecchie cose che io so gi a memoria. Adesso basta. Ho sbagliato, e il castigo mi segue come la mia ombra. Crede lei, per, che se io avessi fatto un matrimonio d'amore, anche con un altro principe, non sarei a quest'ora egualmente infelice? La mia natura  questa. Ho sempre voluto l'impossibile, e sempre forse lo vorr. Ma ragiono, anche. Vi sono in me come tre persone. Alys che piange sulla sua sorte, Alys che ride e deride quell'altra; e infine una terza Alys che giudica le altre due e ne vede tutta l'incongruenza, il capriccio, la pazzia. Che si pu fare? Cento volte sono stata sul punto di fuggire, sola, o con un amante, per cercare una vita diversa: e mai l'ho fatto perch so benissimo che il mio stato d'animo non cambierebbe che in peggio. Eppure una speranza di salvezza ce l'ho ancora.
Egli ascoltava attento, come quando poggiava l'orecchio alle spalle o al petto di un malato; e non sorrise, no, anzi si fece pi austero quando ella disse:
- Voglio scrivere un romanzo: il romanzo della mia vita. Dicono che  un grande conforto. E lo pubblicher: non a spese mie, sa, no. Se non trovo l'editore vuol dire che l'opera non  riuscita. Ed io voglio riuscire: fare un'opera d'arte. Non andr io, certo, dall'editore; egli non dovr sapere nulla di me. Lei invece forse crede...
Egli non la lasci proseguire:
- Mi dia la mano, principessa -. E gliela baci con la sua bocca ancora calda e viva, quella mano che odorava come una rosa, che non sapeva le carezze d'amore e che tuttavia poteva creare qualche cosa di pi vivo di un figlio.

Ed ella si rifugi e si affond con tutta l'anima e tutti i sensi inquieti nella sua opera: e le sembrava di scrivere quella lettera d'amore che non era riuscita a incominciare. Lettera per uno e per tutti, che parla di chi scrive e di chi legge, e non domanda nulla, ma vuole tutto; e si sfoga, e si vendica del dolore sofferto, dell'amore non avuto, ma che potr venire, che anzi  gi nell'anima della pagina creata; e supera le ingiustizie della vita, e inghirlanda coi fiori della speranza, della gioia, dell'immortalit.



"TESORI NASCOSTI"

Avevano detto all'ingegnere Glaus che a mezza costa del Monte Largo c'era una cava di piombo argentifero, una specie di miniera, abbandonata appena al suo inizio per la morte del proprietario: la sua vedova e una sua giovane figlia, abitavano ancora lass, nella casa che, solo per pochi mesi, ne aveva formato la Direzione; e aspettavano che qualcuno si presentasse a riprendere i lavori di scavo.
Ecco dunque il signor Glaus in viaggio, fermamente deciso a tentare un'ultima speculazione nella piccola isola che lo aveva attirato da lungi come una sirena, e come una sirena lo aveva costantemente ingannato: sebbene, a guardarlo, alto e ossuto come egli era, rosso di capelli e di carnagione, sembrasse uno di quegli uomini di conquista che non fallano mai. Gli occhi, per, per il loro limpido azzurro d'acqua marina, smorzavano d'impeto il suo colore sanguigno, e rivelavano la sua benevola indole.
Conosceva tutti i meandri dell'isola, per averci egli stesso costruito ponti, argini, proseguimenti di strade abbandonate per le difficolt del luogo: quindi si diresse a cavallo, solo, senza chieder nulla a nessuno, scegliendo la strada che gli sembrava pi breve, verso la casa della miniera abbandonata.
Era maggio; un maggio per malaticcio, freddo, pi triste del nudo orgoglioso gennaio: caduti i fiori dagli alberi, questi si erano coperti come di un folto vello verde per ripararsi dagli scrosci intermittenti di pioggia e di grandine, e dal vento traditore.
Dopo le vigne e i poderi, verso la marina, la terra incolta, con le sue chine pietrose vigilate solo da grandi querce, pareva ribellarsi ai capricci della stagione: fra una roccia e l'altra le eriche ridevano al vento, e i primi fiori della ginestra si accendevano meglio ai suoi soffi. E adesso il respiro dello (scirocco fresco), che saliva dal mare, dava anche al viaggiatore un senso di piacere. Nel sollevare gli occhi al cielo, per la prima volta dopo molto tempo, e nel vedere le nuvole farsi color carne, e sbranarsi diradandosi, egli pens alla Strage degli Innocenti. S, adesso, ritrovava ancora qualche immagine bella in fondo alla sua fantasia, come qualche moneta dimenticata in un cassetto svaligiato dai ladri.
Pi saliva e la montagna diventava brulla, pi l'aria si affinava e il cielo e le lontananze si facevano trasparenti: e il mare, come in certi viaggi fatti in sogno, appariva or vicino ora lontano: a una svolta del sentiero il viaggiatore lo vide sotto di s, ai piedi della roccia a picco, come dall'alto di un'immensa torre. Poi tutto fu pietra, pulita dalla recente pioggia: pietra schistosa, le cui mille e mille scintille fra il nero e l'argento attiravano come piccole pupille lo sguardo dell'ingegnere.
Adesso egli pensava con lucidit all'affare da concludersi, e si guardava attorno non pi con sentimento, ma con calcolo. S, la qualit della pietra rivelava il minerale buono; l'argento era da per tutto, sebbene non ne trapelasse che un lontano, inafferrabile sfolgoro. E forse la gente, lass, nella miniera abbandonata, era ancora grezza, ancora da sfruttarsi con vantaggio: l'affare, dunque, si presentava bene.
Ma sollevando di nuovo gli occhi, per misurare il sentiero che gli rimaneva da fare, egli si sent ancora attirato dall'incantesimo di quel cielo, adesso limpidissimo, quasi verde per il contrasto con le cime scure, acute, che parevano tagliate con la sciabola: fra un picco e l'altro gli sembrava di intravedere un lago, e di sentire anche un profumo di erbe aromatiche, sebbene ogni vegetazione fosse morta intorno. Anche del sentiero ormai non si vedeva pi traccia: solo una scia di roccia senza sassi, sulla quale i ferri del cavallo, quando una sua zampa minacciava di scivolare, traevano scintille come dalla pietra focaia: e l'ombra stessa del cavallo, con quella del cavaliere, poich il sole batteva loro alle spalle, pareva, procedendo su per la china, ingegnarsi a trovare la strada.
Ed ecco, d'improvviso, alla nuova svolta, apparve il luogo cercato. Una specie di piattaforma naturale si affacciava su una cascata di rocce che strapiombavano le une sulle altre fino al mare: e l'uomo, anzi, ebbe l'impressione che nel caos dei millenn, il mare arrivasse fin lass, pietrificandosi poi per un misterioso fenomeno della natura. Le pietre, infatti, sembravano onde, con meandri rugosi e con un riflesso come d'acqua marina: a fissarle a lungo, illuminate dal sole del mezzogiorno, davano un senso ambiguo di vertigine. E cos, fra cielo e abisso, sul dorso del monte apparvero le bocche degli scavi e la casa bianca che pareva un rifugio alpino: rifugio e chiesetta; poich sull'alto della facciata, in cima al cappuccio scuro del tetto, una piccola croce apriva le sue braccia d'idolo senza testa. L'uomo per non si commosse: anzi il diavolo, cos egli chiamava il senso di derisione e di malignit che spesso gli rivoltava i buoni sentimenti del cuore generoso, gli fece pensare che ben primitivo e superstizioso doveva essere stato il padrone della miniera, e che per questo, forse, non ne aveva saputo trarre fortuna.
Intanto si avanzava sullo spiazzo, invaso ancora da mucchi di scarico, con segni di passaggio umano: scatole di latta arrugginite, un manico di piccone, fogli di carta gialla unta: questi erano recenti, e si rotolavano al vento con impertinenza, come cose povere, ma vive, leggere di libert. Allora l'ingegnere pens alla vedova e alla figlia del proprietario morto, e fissando la porta della casa gli parve di vederle affacciarsi, nera e triste la prima, pallida di solitudine la fanciulla, con gli occhi scuri e luminosi come il colore del luogo.
Ma la porta era chiusa; chiuse le finestre del piano di sopra; aperte, ma arcigne di inferriate, quelle del piano terreno, attraverso le quali si vedevano due stanze grigie, con scrittoi e panche, simili a certi stambugi di uffici cittadini dove passa una folla di postulanti.
Anima viva non appariva; qualcuno per ci doveva essere, almeno un cane, poich il suo abbaiare fosco rintronava intorno, e l'eco ne moltiplicava il rimbombo: ma pareva che quell'urlo uscisse dalle viscere del monte, da una di quelle bocche di scavo che si aprivano ad arco, basse e nere come ingressi di tombe antiche.
Il cane era l dentro, a custodia del tesoro nascosto; e il suo lamento minaccioso destava un senso vago di paura.
L'ingegnere non s'impressionava neppure di questo, ribellandosi a quell'insinuarsi di aria fiabesca che spirava nel luogo. Gli affari sono gli affari. Smont dunque, non senza una prudente lentezza, leg il cavallo ad una delle inferriate, e si scosse tutto come per rimettere a posto le sue membra piegate dal lungo cavalcare.
Era quello che si dice "un bel pezzo d'uomo", alto, col petto che pareva imbottito e le lunghe gambe dritte, fasciate come quelle dei cacciatori e dei guerrieri. Il suo primo pensiero fu per il cavallo: lo aveva fatto abbeverare prima di partire, e adesso gli leg al collo un sacchetto d'orzo: si assicur che stava bene all'ombra, gli batt la mano sul fianco, poi, senza perderlo di vista, and in cerca del cane, quasi certo che altri non ci fosse.
E appena fu dietro la casa, vide infatti legato davanti ad una saracinesca rossa che chiudeva una delle bocche di scavo, un grosso mastino, che al suo avvicinarsi si sollev alto come un uomo, con gli occhi accesi di rabbia. Ma un vecchio usc subito da una porticina della casa, e ai suoi cenni e alle sue carezze la bestia si plac. Scabra e selvaggia era d'altronde anche la sua figura, e sullo sfondo infuocato della saracinesca, egli e il cane formavano come un gruppo scolpito nella materia del minerale intorno: piccole macchie chiare solo il viso giallo dell'uomo e i denti del cane: e i loro occhi, rossastri e diffidenti, tuttavia illuminati per la presenza dello straniero che veniva a rompere la loro solitudine, si rassomigliavano come quelli di due consanguinei.
- Siete voi il guardiano? I padroni non sono qui? - domand l'ingegnere con mansuetudine, avendo subito inteso con chi aveva da fare.
Cenno ambiguo di risposta, da parte del vecchio. S? No? Anche il cane scuoteva la coda, fissando in viso il forestiero del quale, evidentemente, capiva le parole.
- Non c' altri che voi, qui?
Finalmente il guardiano disse:
- Bisogna andare al paese, qui dietro, e parlare con la vedova e la figlia del proprietario.
Allora parve inutile all'ingegnere ogni ulteriore discorso; ma vedendolo pronto a ripartire, fu il vecchio stesso che lo trattenne.
- Lei avrebbe intenzione di trattare per la miniera? Ma sa quanto i proprietar ne pretendono?
- Questo, appunto, bisogna vedere; e poi altre cose.
- Quali?
- Anzitutto la qualit del minerale; gli scavi gi fatti, i risultati avuti.
Il vecchio fece una smorfia, cattiva.
- I risultati? Tali furono che il proprietario si rovin e mor di crepacuore.
L'ingegnere, che aveva raccolto un frammento di schisto e lo esaminava con distrazione, torn a fissare gli occhi leali in quelli diffidenti del guardiano.
- Quando  stato?
- Sono gi due anni.
- E nessuno, dopo, si  presentato per acquistare la miniera?
- Anzitutto non si sa ancora se si tratta di miniera, cio fino a quale profondit arrivi lo strato del piombo argentifero.
-  curioso. Ma vedo che sono stati fatti molti scavi. E il proprietario...
Il vecchio, gi pentito di aver parlato in quel modo, tronc bruscamente il discorso. Disse, allungando il braccio verso la svolta del sentiero:
- Il paese  qui vicino. Vada l ad informarsi. Domandi delle signore Gilsi.
L'altro tent un'ultima domanda:
- Voi non siete del posto?
Il vecchio non risponde, anzi si allontana, scuotendo la testa: pare dica fra di s: " un bel tipo questo forestiero", mentre a sua volta il forestiero pensa: "Pare che qui l'amico sia interessato a non perdere il suo posto di guardiano".
Lasci che il cavallo finisse di ruminare l'orzo, poi ripart. Seguiva adesso la strada tagliata sulla roccia, fatta costruire dal proprietario per il passaggio dei carri, e che doveva essergli costata un occhio: e capiva il perch del fallimento della miniera, e le grandissime difficolt di sfruttarla per mancanza di mezzi di trasporto. Tuttavia molto non c'era ancora da tentare; e maggiormente si confort nel vedere che il villaggio era subito l, alla svolta della strada, e che d'improvviso la natura del monte cambiava aspetto: il versante si allargava, con declivi terrosi coperti di verde, scendendo verso una valle in fondo alla quale un fiume correva dritto ed eguale come una strada lastricata d'argento.
Il paesetto, gli uomini antichi rifugiatisi lass forse al tempo delle incursioni barbaresche, lo avevano costruito in una conca, al riparo dei venti: era tutto di casette basse, di pietra nera, addossate le une alle altre, con porticine e finestre simili a feritoie: pareva un paese in gestazione, ancora informe e aggomitolato nel grembo rude della montagna: la chiesetta, davanti, bianca, anzi imbiancata di fresco, col suo campanile magro ma ardito, tentava di nasconderlo, di difenderlo; e, a sua volta, per ammansare il viaggiatore arcigno che si azzardava ad arrivare lass, lo accoglieva con un bel praticello di lupinella, steso come un tappeto sotto la scalinata della porta chiusa, e con la sorpresa di un grande albero di cui ogni foglia si cullava per conto suo fra la gioia del sole e dell'azzurro.
- Bello - disse l'ingegnere a voce alta; e mentre il cavallo abbassava la testa con la voglia di dissetarsi a quell'erba pi fresca dell'acqua, egli osservava che dalle ultime cime dell'albero pendevano numerosi orecchini di corallo: erano ciliegie.

Facile gli fu poi trovare la casa delle signore Gilsi: era proprio dietro la chiesa, separata dall'abside di questa solo da una stradetta lastricata che pareva un cortile. Bassa, nera, come tutte le altre, aveva tuttavia qualche cosa che dalle altre la distingueva: il portoncino a due battenti, con le borchie di ottone, le finestre nel cui vano tremolavano le tendine di mussolo ricamate a mano. In fondo, a destra, da una porticina aperta, usciva un caldo odore di pane al forno: e fu da questa porticina, che al picchiare del forestiero alla porta grande, sbuc una donna grassa, mora, con le mani bianche di farina.
- Abita qui la signora Gilsi?
- Sono io - ella rispose, abbassando la grossa testa avvolta in un fazzoletto nero: pareva si vergognasse di possedere quel nome gentile; ma subito cap lo scopo della visita dello straniero e i suoi occhi diffidenti si animarono.
- Si accomodi di l, - disse, indicando la porta con le borchie, - adesso vengo ad aprire.
Spar nell'interno della casetta, riapparve subito dopo sul portoncino e fece entrare l'uomo in una specie di salotto sulla cui parete di fondo una grande aquila imbalsamata, severa e triste, dava l'idea di un eroe crocifisso. La signora Gilsi era di nuovo sparita: ma un momento dopo apparve una ragazza alta e forte, coi capelli scuri corti, e gli occhi cos luminosi che da prima non se ne distingueva il colore: ed era anche elegante, col suo vestito nero che le sveltiva le forme piuttosto piene. La sua presenza riconfort l'ingegnere. - Ecco con chi bisogna trattare - egli pens, mentre la ragazza gli diceva con fredda cordialit:
- Si accomodi, io sono la signorina Gilsi.
Egli sedette sul vecchio sof vigilato dall'aquila, e parl subito dell'affare.
- Piacere. Lei, signorina, ha gi indovinato lo scopo della mia visita. Si vorrebbe, io e qualche mio socio, acquistare le cave (apposta non disse la (miniera)) appartenute a suo padre. Sono qui per trattare.
Ella si era seduta, composta e quasi rigida, su una delle due scranne che fiancheggiavano il sof: e fissava il viso dell'ingegnere, ma senza vederlo; ascoltando solo le parole di lui. Domand, grave e attenta come un uomo:
- Lei conosce gi la miniera?
- S, vengo appunto di l. Ma il guardiano non ha voluto darmi spiegazioni.
Allora ella, involontariamente, rise: tutti i suoi forti denti scintillarono, ma c'era una vibrazione di cattiveria in quella risata che sorprese l'ingegnere: la Gilsi stessa dovette capirlo, perch subito s'irrigid, anzi si fece triste. Pieg la testa, parve ricordarsi di qualche cosa: e in quell'atteggiamento ebbe una strana rassomiglianza con l'aquila inchiodata alla parete.

Poi si scosse, e con la sua voce pacata, che pronunziava le parole quasi misurandole, disse:
- Adesso le dir una cosa che la sorprender. Abbia pazienza, per, e non ci giudichi male. Io e la mia mamma siamo comproprietarie della miniera, e disposte a disfarcene, per un prezzo onesto, s'intende: ma nulla possiamo fare senza il consentimento del nonno paterno. Il primo e vero padrone  lui; e con lui bisogna trattare e cercare di convincerlo. Non  solo lei che tenta l'acquisto; abbiamo altre proposte, vantaggiose anche. Egli per  restio. Non perch voglia fare una speculazione, ma per ragioni che io non so riferirle, e che egli solo potr spiegarle bene.
- E dove si pu parlare con questo signore?
Come la madre nel sentirsi chiamare "signora Gilsi", ella ebbe un'ombra di vergogna negli occhi, vinta per subito da una fierezza naturale che rasentava l'orgoglio.
- Ah - disse, sorridendo. - Lei dunque non ha capito che il mio nonno  il vecchio che fa da guardiano alla miniera?
- Mi sembrano tutti mezzo matti - pens l'ingegnere, nonostante la preghiera di lei di non "giudicarli male". Eppure qualche cosa l'attraeva, in quella gente che trattava gli affari in quel modo, e che invece di sfruttare il proprio capitale e goderselo, faceva una vita stentata.
Stentata fino a un certo punto, perch la signorina Gilsi, dopo altri discorsi intorno alla miniera, ma che nulla concludevano, lo invit amichevolmente a "prendere un boccone" da loro, e in pochi minuti gli prepar un ottimo pranzo.
Apparecchiata la tavola nella saletta, ella vi depose un vassoio con larghe fette di prosciutto, rosse come carne viva, e mezzo capretto arrosto che la madre aveva fatto cuocere al forno. Il pane fresco non mancava di certo, e neppure il formaggio e il vino.
- Il nostro vino non  buono - ella disse, cacciando con forza il cavatappi in una bottiglia polverosa. -  vecchio, s: l'aveva fatto venir su il povero babbo: ma, come in tutte le altre cose, lo avevano imbrogliato, povero babbo.
- Anche lui - pens l'ingegnere; e guard meglio la ragazza.
Non era veramente bella, bruna di pelle e col naso camuso, naso di razza, come quello del nonno e della madre; ma aveva una forza e una robusta agilit di amazzone. Ella sent lo sguardo di lui, che si era d'un tratto acceso e la penetrava tutta; e per una rispondenza fisica, domand con voce mutata:
- Lei  da molto tempo nell'isola?
Ed ecco che un'improvvisa intimit, sebbene reciprocamente nascosta, si stabil fra loro.
- Da due anni - egli rispose; ma non disse altro di s, ed anche lei parve subito pensare ad altro.
- Presto, presto! Scappa! Oh, che bella sorpresa - grid, sinceramente allegra, piegando la bottiglia sul bicchiere di lui.
La schiuma rosea veniva fuori stridendo, e tutta la tavola pareva colta da un brivido di gioia.
- Presto, un altro bicchiere; beva, beva - ella diceva, riempiendo anche il bicchiere per l'acqua. - Com'?
- Eccellente! E lei diceva che non era buono.
- Ah, io non so: non l'ho mai assaggiato. Lo diceva il povero babbo. Beva.
Egli beveva. E d'un tratto, come se una luce nuova illuminasse le cose, tutto intorno gli apparve bello. In realt, forse, lo era: secondo lo si giudicava. La semplicit, anzi la povert del luogo, aveva un senso di purezza, di lontananza dalla vita comune degli uomini: attraverso le tendine trasparenti si vedevano i muri della chiesa, e pareva di essere nella piccola foresteria di un convento, ospitati gratuitamente per l'amore e la gioia di Dio. Egli disse:
- Come fa, signorina, a vivere tutto l'anno in questo luogo?
Ella, che si era rimessa a sedere (la madre stava sempre di l, occupata con le sue pagnotte), istintivamente si aggiust i capelli e il bavero bianco del vestito: poi riprese a parlare calma e giudiziosa:
- Anzitutto non si sta qui tutto l'anno. D'estate e buona parte dell'autunno andiamo alla miniera: c' pi fresco ed  tanto bello. Qualcuno viene a trovarci. Si suona la fisarmonica e il mandolino: si balla, anche. Le notti di luna sono meravigliose: tutta la montagna sembra d'argento. Il nonno brontola; poi, un bel momento, sparisce, col suo cane. Dove vadano non si sa, perch qui in paese non tornano. Qualcuno dice che si nascondono nella miniera; e non si rivedono se non quando noi si sta per andar via.
Al ricordo del vecchio stravagante, ancora una volta l'ingegnere pens che forse era meglio troncare l'affare: anzi gli parve una cattiva azione il trattenersi alla tavola delle Gilsi: eppure qualche cosa lo seduceva, lo incantava, forse per effetto del vino, del riposo dopo il viaggio, dell'impreveduta ospitalit offertagli; e sentiva che si sarebbe volentieri fermato lass, almeno per una breve sosta, almeno per sentir chiacchierare la signorina Gilsi. Ella prosegu:
- D'inverno, certo, la vita quass non  piacevole. Freddo molto non fa, ma siamo spesso bloccati dalla neve, e a mala pena arriva la posta, che del resto consiste in qualche giornale per il parroco, il dottore e il podest. Il dottore ha quasi cento anni, e i malati devono andare in casa sua per farsi curare. Fortunatamente, di malati non c' che qualche bambino con l'indigestione, e in tutti i casi il dottore ordina acqua fresca a volont. Il parroco invece  giovanissimo, pieno di vita e di iniziative: iniziative che cadono a vuoto, perch qui c' poco da fare. Gli abitanti sono superstiziosi, pi che religiosi, e ricorrono piuttosto alla fattucchiera che al prete. Oh, se le dovessi raccontare certe storie! Anche il mio nonno e la mia mamma sono superstiziosissimi. La mamma, per esempio, crede che il gioved porti fortuna, e quindi si  molto rallegrata nel veder arrivare oggi il signor ingegnere.
- Meno male. E lei?
- Anche per me il gioved  una bella giornata: perch io, Lei deve sapere, sono la maestra del paese.  vero che mi tocca lavorare lo stesso: si fa il pane, io e la mamma.
- Allora mi dispiace di averla disturbata.
- Oh, niente! Anzi le chiedo scusa della povera ospitalit offerta. Beva un altro bicchiere di vino.
Egli non intendeva bere oltre; e desiderava alzarsi e ripartire. Dovette per accettare il caff che la vedova Gilsi port bruscamente in tavola, ritirandosi subito dopo senza pronunziare parola. Anche il caff era ottimo e fin col dare un lieve senso di ebbrezza all'ingegnere.
La ragazza continuava a parlare: cose semplici, ella diceva, raccontando la vita povera del paesetto, la vita sua pi povera ancora: solo si animava riaccennando alla casa della miniera.
- Sar perch ci abbiamo passato giorni felici, pieni di grandi illusioni, quando era vivo il babbo. Si stava tutti l, assieme, uniti in uno stesso sogno: io e la mamma si lavorava, come adesso, come sempre, ma con altra fede, con altra forza. Volevamo che il babbo riuscisse nel suo intento, e lo circondavamo di ogni cura, di tutto il nostro affetto. Ed egli tentava ogni sforzo per noi, per me specialmente. Mi diceva: "Sarai ricca". A me, questo non importava; anzi, l'idea di cambiar vita, di lasciare la casa e la miniera, mi dispiaceva. La felicit era quella, di sperare, di lavorare gli uni per gli altri, di volersi bene, lontani dal mondo, intorno al nostro tesoro nascosto: poi tutto cambi.
Ed ecco che anche lei aveva cambiato viso: un solco di dolore le scavava gli angoli della bocca, e la voce si assottigliava in un tremolo di pianto. L'uomo pensava: - Ma perch le racconta a me, queste cose? Vuole forse intenerirmi?
E pensava anche al regalo che poteva farle, per l'ospitalit ricevuta; ma l per l non sapeva e non poteva: le avrebbe mandato un pacco di dolci. Poi trasse la scatola delle sigarette e disse:
- Tutto cambia, nella vita, da un anno all'altro, da un giorno all'altro. Bisogna farsi una ragione, e pensare che  una legge inesorabile per tutti. Finch poi, come in lei, che  giovane e sana, tutto pu mutare in meglio. Mi permette di offrirle una sigaretta?
- Grazie, no; la mamma non vuole. Ma lei fumi pure.
Gli avvicin, sulla tavola, un piattino per la cenere, e torn a guardarlo dritto in viso, con occhi quasi severi: pareva indovinasse i pensieri di lui, per istinto, come il nonno, come il cane. Disse:
- Non importa. Certo, volendo, potrei cambiare vita. Dopo la morte del nonno la miniera sar esclusivamente mia, e ne far quello che mi piacer. Ma io non desidero la morte di lui: tutt'altro! Anzi il nonno mi sembra davvero il guardiano di un tesoro, del quale egli solo conosce il valore. E non se lo lascer prendere se non per quello che vale. Se lei sapesse come tutti, cominciando dai parenti, cercano di imbrogliarci! Poich siamo donne sole, difese da un vecchio che sembra, ma non  un idiota.
Queste parole ridestarono i progetti dell'ingegnere. Adesso egli cominciava a capire il mistero dell'affare: era questione di diffidenza e di calcolo, da parte dei Gilsi: null'altro. Ed ebbe voglia di imitare la risata strana, fra la beffa e la cattiveria, che di tanto in tanto fioriva le chiacchiere della ragazza, quando ella disse:
- Il mio nonno per ha una sua idea curiosa. Egli vorrebbe cedere la miniera solo ad un uomo che mi sposasse. Cos, egli afferma, non ci si intrigherebbe. Io invece...
Egli scosse la cenere dalla sigaretta, e cerc, pacatamente, coi suoi chiari occhi umani gli occhi di lei. Fu un attimo. Ella ebbe quasi paura di quanto aveva detto, e tent di rimediarvi subito.
- Io invece penso il contrario.

Ma sent che un seme, forse un cattivo seme, era stato gettato: poich adesso gli occhi dell'uomo la esaminavano meglio, da capo a piedi, con uno sguardo, diremo cos, anatomico, come per accertarsi che oltre all'essere bello, il corpo di lei era sano e perfetto. E fu per dirgli:
- Lei creder che ho parlato cos con uno scopo. Si sbaglia, per.
E non lo fiss pi in viso: anzi si alz, e si diede da fare, con la fronte corrugata, rimettendo alcuni oggetti nella credenza e cominciando a sparecchiare. Egli cap ch'era tempo di andarsene; quindi a sua volta si alz e si scosse tutto, come fosse pieno di briciole. Ma questo era un suo gesto abituale, ch'egli subito cerc di correggere per riguardo all'ospite. Disse, con accento lievemente commosso:
- Lei non mi manda via, signorina!  troppo buona ed io non so come ringraziarla: il tempo provveder.
E d'un tratto, mentre stava ancora davanti alla credenza, ella se lo sent alle spalle, con tutto il calore, la carne, l'odore dell'uomo forte e sensuale; ed ebbe terrore che la stringesse a s introducendole le braccia sotto le ascelle.
Terrore, o desiderio? Ma non ne fu nulla, e quando ella si volse, egli si era gi scostato di un passo, dicendo amichevolmente:
- Sa che cosa faccio, adesso, signorina? Torno alla miniera e parlo con suo nonno. Ed anche col cane, se occorre. Tentare non nuoce.
Ancora una volta ella lo fiss, cercando d'imitare lo sguardo scrutatore di lui. Gli vide i denti un po' irregolari, ma sani e acuminati, di uomo che molto ha mangiato e molto ha bisogno di mangiare ancora: gli vide la nuca rasa, prepotente, che pareva scolpita nel granito rosso; e infine le mani grandi, gonfie di vene che davano l'idea di serpentelli nascosti sotto la pelle: e di tutto prov un senso di fascino e nello stesso tempo di disgusto.
- Senta, - disse, riprendendo la sua voce maschia, - non riferisca al nonno le mie chiacchiere. Gli dica, solo, che io e la mamma, per conto nostro, siamo disposte a vendere. E cerchi pure di convincerlo: gli dica che della miniera si far la perizia da gente pratica...
Egli la interruppe, quasi ruvido:
- Questo si far a suo tempo:  questione di fiducia e di coscienza da entrambe le parti.
Poi ripart, senza neppure ricordarsi di salutare la madre della ragazza, sempre intenta al suo pane.

Ripassando davanti al praticello della chiesa, gli venne l'idea di cercare del parroco per domandargli informazioni dei Gilsi. Ma che informazioni poteva avere, che egli gi non avesse? La signorina Gilsi, sebbene egli ne ignorasse anche il nome, gli sembrava di averla sempre conosciuta: era una gran brava ragazza, sana, gagliarda di corpo e d'anima. E le parole di lei lo seguivano, lo avvolgevano, anzi, come un velo iridescente ch'ella gli avesse gettato sul viso per costringerlo a veder la realt pi bella di quanto lo fosse. Per suggestione di queste parole, la miniera, adesso, gli appariva simile a un rifugio di pace; fonte di ricchezza, di amore e di gioia. "Sar perch l abbiamo passato giorni felici, pieni di grandi illusioni, quando era vivo il babbo. Si stava tutti assieme, uniti in uno stesso sogno: io e la mamma si lavorava con una grande forza in cuore. Volevamo che il babbo riuscisse nel suo intento, e lo circondavamo di ogni cura, di ogni affetto. Ed egli tentava ogni sforzo per noi, per me specialmente. La felicit era quella, di sperare, di lavorare gli uni per gli altri, di volersi bene".
- La felicit era quella...
E perch questo sogno non poteva rinnovarsi?
Ma a misura che costeggiava la schiena del monte, e si riavvicinava alla miniera, le cose prendevano di nuovo un aspetto diverso. Il sole cadeva sopra le cime, e le ombre di queste si allungavano metalliche e tristi: parevano nuvole pietrificate. La melanconia delle interminabili giornate di primavera sembrava ancor pi densa lass: la casa, le cave, i mucchi di scarico, apparivano con tutta la loro desolazione di abbandono e di rovina: e gli urli del cane, ripercossi di pietra in pietra come da una torma di lupi incatenati, diedero un colore nemico alle impressioni dell'ingegnere. Pi che mai l'impresa gli parve difficilissima: o, peggio, egli sent una improvvisa impotenza davanti al rischio e alle fatiche da superare: occorrevano molti capitali, che egli non aveva, o qualche socio pi forte di lui.
- Ma sposando la signorina Gilsi, il miglior socio sarebbe lei.
Nel formulare con precisione d'uomo d'affari il pensiero che lo aveva quasi istintivamente ricondotto alla miniera, egli si sent ancora pieno di energia e di volont: e forse fu tale coscienza della sua forza che lo fece arrossire.
Questa volta il vecchio gli venne incontro, meno ostile, tuttavia sostenuto e guardingo: il cane, invece, per quanti cenni il padrone gli facesse, non smetteva di ringhiare.
- Eccoci di nuovo qui - disse l'ingegnere, legando il cavallo all'inferriata della finestra. - Sono stato a casa vostra: ho conosciuto la vostra brava nipote.
L'altro ascoltava, fermo, chiuso.
- Vostra nipote sarebbe disposta, anche per conto della mamma, a trattare per la vendita della miniera; adesso ci vorrebbe il vostro consenso.
- Venga - disse il vecchio, avvicinandosi alla porta della casa; e fece entrare l'ingegnere in quella specie di studio che si intravedeva dalla finestra del pian terreno.
Tutto vi era coperto di una polvere scura che pareva sabbia, ma tutto anche illuminato da una viva luce azzurra: ed essendosi finalmente il cane placato, l'ingegnere sent un velo di silenzio avvolgerlo. Come si sarebbe potuto lavorare bene l dentro, con lucidit di mente e calma di cuore! Un raggio di sogno torn a rischiarargli il pensiero, mentre sedeva davanti allo scrittoio, al posto del proprietario morto: vide una carta asciugante, seminata di parole e di cifre alla rovescia, ed ebbe l'impressione che quei geroglifici significassero qualche cosa che lo riguardava, ma che non riusciva a decifrare.
Anche negli occhi del vecchio, a momenti buoni a momenti torbidi, scorgeva un non so che di strano, come se il Gilsi avesse una gran voglia di parlare, di spiegare tante cose, e non ci riuscisse. Bisognava aiutarlo, destare la sua confidenza con la confidenza.
- Senta, - disse, dandogli per la prima volta del lei, con rispetto sincero, - io ritengo che ci si possa intendere facilmente. Anzitutto si far una perizia: lei non ha nessuno a cui possa affidarsi? Riguardo a me, trover un uomo onesto.
Il vecchio, in piedi a fianco dello scrittoio, pieg la testa, parve pensare, disse:
- Devo prima raccontarle una cosa. La miniera, prima che mio figlio cominciasse a scavare, apparteneva a me esclusivamente. Gi da tempi lontani era propriet della mia famiglia; mio nonno fece, per primo, un assaggio: scav da s una buca e trov subito il minerale; ma disse che ne era venuta fuori una colonna di fumo, e una voce gli aveva gridato: "Vattene, se vuoi evitare sfortuna; continua a fare il pastore, che sar molto meglio per te". Ed egli, che era superstizioso, chiuse la buca. Anche mio padre aveva paura, - prosegu il vecchio, sospirando, non si sa se per compassione dei maggiori, o di s stesso che rimaneva aggiogato alla loro tradizione, - paura che gli scavi gli portassero disgrazia. Diceva: "S, finch si pu vivere senza chiedere l'elemosina, finch si pu lavorare,  meglio non cercare la ricchezza.  la ricchezza che porta sventura". Che vuole, signor ingegnere? Saranno idee antiche, ma noi le abbiamo. La gente pu ridersene, ma a noi non importa nulla della gente: ci importa di vivere tranquilli. Mio figlio, per, non la pensava cos. Mio figlio aveva studiato: era maestro di scuola: non gli bastava quel posto, e volle tentare la sorte. Ma appena inizi l'opera, un male triste lo colse, lo fece morire, giovine ancora, nel pieno delle sue forze. Questa  storia vera.
- Ebbene, e non  una ragione di pi per disfarvi della miniera?
- Ed io lo farei, s, ma, vede, ho paura. E con me le donne, sebbene non lo dimostrino.  una cosa pi forte di noi. Abbiamo paura che il denaro ci porti sfortuna. Mia nipote avr fatto la brava, con lei, ma, creda a me, ha pi paura di tutti. Queste cose le dico a lei, perch mi sembra un galantuomo: magari rider anche lei; ma questa  la storia.
L'ingegnere non rideva, no: col viso piegato sulla carta asciugante, pareva intento davvero a decifrarla. No, non era un mistero, quello che il vecchio gli raccontava: egli conosceva gente civilissima pi superstiziosa di questa razza di pastori; tutto stava a trovare il modo di sciogliere praticamente l'incantesimo.
Le parole della signorina Gilsi gli tornarono in mente: anzi gli sembr di vederle riprodotte dai geroglifici che gli stavano sotto gli occhi: dette cio in un modo, per significarne un altro.
"Il mio nonno s' fissato in mente l'idea di darmi la miniera per dote".
- Cos, - pens l'ingegnere, - se sventura ha da succedere, succede al signor futuro sposo: salute al resto.
Sollev d'un tratto la testa, guard il Gilsi con gli occhi azzurri pieni di luce.
- No, - disse, - non rido: capisco benissimo le loro idee; e in qualche modo le condivido. Avere il minimo per vivere, prodotto dal proprio lavoro, e potersi con questo creare una famiglia, volersi bene, aiutarsi a vicenda, questa  la vera felicit. E il mio scopo  questo, - aggiunse, arrossendo di nuovo, - e per questo sono arrivato fin quass, pi che in cerca di fortuna, in cerca di lavoro. Sono ingegnere; ho studiato chimica; conosco l'industria mineraria: qui ci sono difficolt enormi da superare, ma appunto per questo l'impresa mi tenta: qui posso trascorrere una vita attiva, piena, tenace; posso proseguire, con miglior successo, l'opera del suo figliuolo; dare lavoro e benessere alla popolazione, forse all'intera regione. Non si vive solo per noi, nella vita; bisogna guardare pi in l. Noi possiamo intenderci, signor Gilsi, perch anche lei  un galantuomo. Riguardo al resto, niente paura. Io non sono superstizioso. Non sono giovanissimo, - prosegu, sempre volgendo e rivolgendo la carta misteriosa, che adesso gli sembrava un'antica pergamena, - ma sono ancora forte, sano, pieno di volont. Vivr qui, se lei mi aiuta, in lotta con la materia, con la morte stessa, se occorre: ma vincer io. E sopratutto si metta in mente, signor Gilsi, che io non voglio ingannarla: lei non sar defraudato di un centesimo.
- Non  questo, non  questo - insisteva il vecchio, scuotendo lentamente la testa: ma aveva anche lui sollevato il viso cereo, e come dal fondo di una caverna gli occhi andavano, quasi chiedendo soccorso, verso quelli del forestiero: poich anche lui vedeva il problema risolto; la responsabilit addossata ad un altro, l'incantesimo rotto.
L'ingegnere capiva: fu per dire:
- Sposer sua nipote.
Ma ebbe paura: di che, precisamente non sapeva, per il momento; paura che il vecchio intese, poich era il suo stesso male, e che tent, a sua volta, di dissipare.
- S, lei pu fare molto, qui - disse.
Poi, gi legato all'altro dal filo dello stesso pensiero, domand:
- Lei ha famiglia?
- No - rispose bruscamente l'ingegnere; e d'improvviso sfuggendo alla strana intimit usata nel trattare un affare simile a quello, aggiunse: - Non  detto, del resto, che ci si debba intendere immediatamente. Basta che lei e la sua famiglia promettano di non aprire trattative con altri. Io ritorner qui; ritorner da sua nipote, fra qualche giorno. Intanto loro hanno tempo di consultarsi e decidersi. Il mio indirizzo  questo: se vogliono, possono chiedere anche informazioni sul conto mio.
Lentamente, come cercandolo fra le molte carte che gonfiavano il suo portafogli, trasse un biglietto di visita. Il vecchio lo prese con una certa timidezza: lo fiss, da una parte e dall'altra, lo mise sullo scrittoio: poi disse:
- Io non so leggere.

Ma egli si sentiva gi, di fronte allo straniero, un altro uomo. Senza impegnarsi, senza nulla promettere, senza fare ulteriori confidenze, condusse quello che tuttavia considerava suo ospite, a visitare la piccola galleria chiusa dalla saracinesca: questa sal su con uno stridore di rabbia, e il cane ricominci ad abbaiare. E parve che la voce misteriosa udita dal nonno del nonno, salisse ancora dalla profondit del monte violato. Il silenzio, intorno, si emp di gemiti: un odore di catacomba usc dalla bocca nera della galleria: e per la seconda volta l'ingegnere ebbe un vago senso di paura. Il male dei Gilsi, quella credulit in una fatalit sotterranea, gli scorreva gi nel sangue come un contagio: ma subito egli cerc di guarirne; si guard attorno, and oltre, tast le pareti, misur, calcol tutto, fin dove arrivava la luce; quella luce del cielo alto, perlato, con strie d'oro e di rame, che pareva a sua volta, sullo sfondo dell'apertura, una miniera favolosa. Il vecchio era rimasto fuori, lontano, estraneo all'(affare): ma un pensiero nuovo, anzi una preoccupazione profonda, gli fermava gli occhi, sotto le sopracciglia aggrottate: poich aveva capito benissimo le allusioni dell'ingegnere, al quale doveva essere piaciuta molto la signorina Gilsi, e quando parlava di crearsi una famiglia, accennava certamente a lei. E anche lui, il vecchio solitario, vedeva la famiglia ricomposta, la casa della miniera di nuovo animata, forse rallegrata da gridi di bimbi.
Lampi. La diffidenza lo riavvolse col suo velo scuro quando l'ingegnere torn fuori sorridente e soddisfatto, ma invece di esprimere la sua contentezza, domand se c'era modo di passare la notte lass.
- Si fa tardi, e il cavallo  stanco.
- Se lei si contenta di pane e cacio.
- Oh, per questo non importa: sua nipote mi ha fatto mangiare come un lupo.
Cos egli rimase. Suo scopo era di stringere amicizia col vecchio, di farlo parlare, di condurlo ai suoi intenti: il Gilsi lo capiva, e, sebbene ancora incerto se fidarsi o no, tent di assecondarlo. Rimasero a lungo seduti su una panchina davanti alla casa, mentre il cavallo ruminava la sua seconda porzione d'orzo, e il cane ogni tanto ringhiava, ma piuttosto benevolo, come volesse solo richiamare l'attenzione del vecchio.
-  geloso, - questi spieg, - lei non pu figurarsi quanto. Questa scorsa estate, quando vennero qui mia nipote e la madre, perch io stessi attento a lui si fingeva malato. E poi capisce tutto.  una bestia che, se agli altri pu sembrare indiavolata, per me  come un parente. Ma che dico parente?  un angelo custode: l'ho da sette anni, e mai una volta che non mi abbia avvertito di un pericolo, di qualche cosa sbagliata che io stessi per fare. Una volta...
E qui un lungo rosario di esempi, uno pi straordinario dell'altro. L'ingegnere lo ascoltava benigno, senza interessarsi gran che dei miracoli del cane: certo, per, pensava che la bestia, dopo che egli entro di s stabiliva disegni di amicizia, e, lo si dica pure, di parentela coi Gilsi, dimostrava di partecipare alla buona intesa.
Anche il vecchio, in fondo, era meno scontento del solito; poich vedeva finalmente una soluzione al problema della miniera, e l'ingegnere gli appariva come un inviato da Dio.
- Io non credo molto in Dio, - diceva, seguendo la scia del suo pensiero, - ma pure qualche cosa grande ci dev'essere, se c' il sole, il mare, il firmamento. E poi certe cose, nella vita: certe cose che, a raccontarle, sembrano inventate. Una volta...
E qui un altro rosario di avvenimenti inverosimili, che avrebbe fatto rabbrividire uomini meno solidi dell'ingegnere.
Intanto il sole era tramontato dietro il monte, e dalle lande argentee del mare saliva la luna: l'aria, sebbene il vento fosse completamente cessato, si faceva fredda, densa, come si congelasse repentinamente. E tutte le cose, a misura che s'alzava la luna e il suo chiarore si fondeva con quello del crepuscolo, avevano di nuovo uno scintillo minerale, ma gelido, triste, inumano.
L'ingegnere lo sent fino al cuore: si alz, ebbe voglia di stirarsi, come una bestia dopo che  stata a lungo nel covaccio; sbadigli, anche, e disse che bisognava mettere al riparo il cavallo. A questo ci pens il vecchio, conducendo la bestia sotto una tettoia a fianco della casa; e scroll con disprezzo la testa quando l'ospite domand:
- C' pericolo che me lo portino via?
- Con quell'anima in vigilia che  il mio cane? Non rotola una pietruzza che esso non se ne accorga.
Poi anche lui offr da mangiare. Egli di solito passava la notte nella cucina della casa, la cui porta guardava sullo spiazzo davanti alla saracinesca: dormiva vestito, su una vecchia ottomana coperta di una coltre scura; ma la cucina era grande, col camino e una lunga tavola che pareva quella di un'osteria.
E al pane scuro casalingo, ed al formaggio pecorino che odorava di erbe aromatiche, egli un una scatola di sardine che, a parte la testa mancante, sembravano appena pescate: tanto che l'ospite fece di nuovo onore all'invito.
Mancava il vino, essendo il vecchio Gilsi astemio; per compenso c'era il caff, al quale l'ingegnere mescol alcune gocce del rum che teneva nel fiaschetto della sua bisaccia: e le sigarette che egli fum dopo, lo rimisero nello stato di grazia dell'uomo che vede tutto chiaro e buono nell'avvenire.
Adesso era lui che aveva voglia di chiacchierare: cominciata per a raccontare una sua avventura di caccia, vide il vecchio, che s'era messo anche lui a fumare la pipa, alzarsi di scatto e tendersi in ascolto. Si sentiva un fischio lontano, che si avvicin, guizz, si spense, rapido come una stella filante.
- Che cos'? - domand l'ingegnere. - Un animale?
Il vecchio and a vuotare la pipa sull'orlo del camino, poi si rimise a sedere, tranquillo. Disse:
- Chi lo sa? Spesso si sentono voci curiose. La mia nuora diceva che erano fantasmi: io, naturalmente, non ci credo: per in questo mondo non si sa mai niente. Del resto, poi, basta avere la coscienza tranquilla.

Insomma, era un luogo strano, quello. La solitudine completa, l'abbandono, la stessa mancanza di vegetazione, di uccelli, di bestie sia pure selvatiche, lo rendevano pi desolato e inquietante. Quel fischio medesimo, che per fortuna non si ripeteva, era forse il lamento di un masso che si sgretolava, o davvero di qualche fantasma che attraversava a volo la notte della montagna.
E d'un tratto, mentre stava per coricarsi, anche lui vestito, sul lettuccio di una delle camere del piano superiore, - forse la camera della signorina Gilsi, - l'ingegnere ebbe per la terza volta un senso di paura, quasi di soffocamento.
A dire il vero la cameretta era triste, polverosa, con un odore di chiuso e di naftalina che destava voglia di starnutare: egli quindi apr la finestra, e vi rimase davanti, con un grande sfolgoro di argento e di zaffiro negli occhi. E non per romanticheria, ma per una forza interiore che d'improvviso lo sopraffaceva come un avversario abbattuto che d'un tratto si solleva e si getta inesorabile sul vincitore, pens alla sua fidanzata. Era un vecchio amore, che molte vicende, - la guerra, la povert della donna, la poca fortuna di lui in tutte le sue imprese, - avevano annacquato, sbiadito, ma non spento.
Ella aspettava: egli voleva mantenere la sua promessa. Quando aveva parlato al vecchio Gilsi di una famiglia da crearsi, per la quale vivere e lavorare, non intendeva di mentire. Solo c'era stato, da parte di entrambi, scambio interessato di persona.
Ma adesso, tutte le cose strane che affioravano come segni fatali sul ricordo di quella giornata, in apparenza limpida e di buon augurio; e quel fischio, e i fantasmi che in verit si annidavano all'ombra di ogni sasso, in quel mondo pietrificato e morto come quello della luna, ov'egli si trovava quasi senza volerlo, tutto infine gli ridestava la coscienza del proprio dovere.
And a letto con la finestra socchiusa (anche lui non aveva nulla da temere), deciso di ripartire all'alba, di mandare un bel regalo alla signorina Gilsi e scriverle che non aveva la possibilit di acquistare la miniera.



"LA VIGNA SUL MARE"

Appena arrivata, la donna, che, non pi giovanissima, rivedeva dopo molti anni il suo paese d'origine, si affacci alla loggia sul mare; ma invece di ricordare in quell'istante il suo passato di fanciulla, ripens al periodo di vita trascorso dal momento in cui si era affacciata a quella stessa loggia per dare il saluto di addio al paesaggio della sua giovinezza.
E sembrandole che quel periodo grigio ed arido di vita si staccasse da lei, si tolse anche, istintivamente, per un impulso quasi fisico, l'anello matrimoniale, facendolo girare intorno al dito e nascondendolo poi nel pugno. Poich il cerchio del mare e della pianura sabbiosa le ricordava l'anello favoloso che da bambina credeva si trovasse dove comincia e dove finisce l'arcobaleno, quando si riflette e s'incurva sul mare: l'anello che una volta trovato d la felicit. Ed ella credeva di averlo trovato, di poterlo sostituire, dentro il suo pugno, a quello della sua triste esistenza di moglie sterile.

Poi rilesse la lettera dell'uomo che da quella notte doveva essere il suo amante.
Era una specie di inno nuziale, che egli le inviava; eppure quella lettura la richiam alla realt nuda della vita palpabile: pens al marito, che non l'amava, ch'ella non amava, ma pens a lui con un semplice istinto di umanit. Completamente ignaro del tradimento di lei, egli era rimasto nel roveto ardente della citt, a lavorare per tutti e due: forse anche lui, in quei giorni di libert, si divertiva a modo suo: ma era sempre l'(uomo) ingannato e derubato del suo, l'uomo che la sorte deride facendogli ignorare anche il suo dolore.

Un ragazzo pass in bicicletta sotto la loggia, sulla strada di sabbia spruzzata d'erba, dove i giovani pioppi col tronco ancora fasciato di siepe, danzavano al vento lieve accompagnandosi col suono di nacchere delle loro foglie. Nell'accorgersi della signora che lo fissava, la salut: poi sparve, rapido e dorato come un cervo, coi capelli che si scioglievano nell'azzurro un po' fosco del mare.
Anche lei credette di riconoscerlo: ma fu un istinto. Era lei stessa che si rivedeva, adolescente, mentre trasvolava in bicicletta la riva, radendo l'acqua come un gabbiano. Un senso di gioia la travolse: le sembr di rinascere, di essere ancora innocente, con l'anima senza carne e senza peccato: il suo amore le apparve di nuovo il primo e l'ultimo, quello voluto da Dio; e la speranza che appunto per miracolo di quest'amore ella poteva finalmente diventare madre e (rivedersi) davvero, un giorno, in un fanciullo come quello che l'aveva salutata, la sollev fino al sole.
E nell'impeto di questa esaltazione quasi religiosa, per purificarsi meglio decise di scrivere al marito e rivelargli la verit.

Scrisse e and subito alla posta per raccomandare la lettera. Alla posta, c'erano forse anche lettere dell'altro che le dovevano confermare l'arrivo di lui per la sera. Per evitare qualche antica conoscenza, ella pass nella strada campestre dove si affacciavano solo le aie ed i cortili dei contadini. Si sentiva l'odore di fumo delle loro case, il muggito dei bovi, il pianto dei bambini di pochi mesi che rassomigliava al beato grugnire dei maialini. Sui prati ai margini della strada, quadrati di frumento appena sgranato, ancora umido di linfa, stavano ad essiccare al sole. Le massaie non avevano esitato a stendere sotto il grano fresco le loro lenzuola nuove, come sotto la puerpera col suo neonato al fianco.
Qui, la donna riviveva davvero la sua mite fanciullezza. Ancora un po' stanca del viaggio, la pesantezza della testa le dava l'impressione che i capelli le fossero ricresciuti, come li aveva (allora) quando percorreva quella stessa strada pallida e molle di erba secca, solcata in mezzo come un dorso d'uomo: le siepi brune e smerlate che parevano muri vecchi, i pioppi smilzi e selvaggi, i comignoli delle case campestri, conservavano, coi brandelli delle nuvole di topazio, i ricordi del suo passato; e l'aria aveva l'odore del suo alito di vergine.
Quindi arriv un po' trasognata al buco polveroso dove nella cornice dello sportello scuro, due occhi olivastri di vecchia ragazza la guardavano dal vuoto di un'anima povera e maligna: e prima di consegnare la lettera domand se c'erano (ferme in posta) per lei.
La ragazza guard: si rivolse, soddisfatta sotto la sua aria di noia.
- Nulla.
Allora, non un'ombra, ma il fantasma di un'ombra, simile a quelli delle nuvole dentro l'acqua, imped alla donna di impostare la sua lettera.

Al ritorno, alla svolta fra la strada dei contadini e quella dell'arenile, ella sedette sulla proda alta al limite di un prato, per riposarsi. Dava quasi le spalle al mare, ma ne sentiva il rumore, e le sembrava che questo diventasse sempre pi forte, insistente e vicino, per farsi notare da lei.
- Il mare  mosso. Strano, con quest'aria ferma e il cielo sereno - ella pens, volgendosi.
La brezza infatti era cessata, e le nuvole scomparse: ma nell'aria grave, nel silenzio e nell'immobilit improvvisa delle cose, si sentiva alcunch di angoscioso: e il rombo del mare diveniva sempre pi minaccioso come quello di un fiume in piena.
Anche la donna fu presa da un senso di angoscia: le sembr che due mani le afferrassero le spalle, annunziandole un pericolo misterioso.
Arriver l'uomo?
Forse egli vuol farle una sorpresa, tenerla cos, attanagliata e ansiosa per qualche ora, e trarla poi meglio con s nel vortice divino che li attende.
Verr: egli verr certamente. Solo la morte, egli ha scritto, pu impedirgli di arrivare.
La morte.
La donna balza su, ferita da una voce che vince il fragore delle onde: una vecchia contadina nera, con un rastrello nelle mani di osso, si stacca dal turchino sinistro del mare e sale l'arenile gridando:
- Un bambino si annega.

Di qua, di l, come le mantidi dal fieno, balzarono uomini e ragazzi, tutti diretti di corsa alla riva.
Anche la donna ci and. I tacchi alti delle sue scarpette si ficcavano come chiodi nella rena, quasi per impedirle di continuare: arriv quindi che gi una siepe umana dai colori dell'iride s'era stesa per un lungo tratto della riva.
Tutti, con la mano sugli occhi, guardavano verso un punto lontano, dove non si vedeva che il ribollimento verde e lilla delle onde: e queste, basse, cattive, arrivate alla sponda mordevano coi loro denti di schiuma i piedi nudi della folla carnevalesca e tragica; poi tornavano indietro di furia e nello scontrarsi con quelle che arrivavano pareva si comunicassero a vicenda un segreto pauroso.
Gli uomini si erano gi tutti buttati in mare, fino alla zona ove questo appariva turchino: alcune donne piangevano, pur coi loro bambini stretti forte per la mano. Gridi e domande s'incrociavano per l'aria.
- Ma chi ? Ma dov'? Ma come  stato?
Nessuno sapeva il nome dell'infelice: eppure la donna si sentiva anche lei mordere il cuore dalla voce tetra delle onde che le diceva:
- Il ragazzo  quello che ti ha salutato.

I nuotatori cercarono a lungo, invano scavando le acque implacabili. Anche le imbarcazioni erano tutte in mare.
E fu una danza macabra, coi mosconi bianchi e rossi che si sollevavano e si piegavano aprendo le braccia scintillanti dei remi, le onde che li scavalcavano con l'agilit di tigri ammaestrate, i nuotatori intorno come fantasmi liquidi.
La musica del mare continuava impassibile. Che ne sapeva, il mare, del ragazzo scomparso? Non era il mostro intraveduto dalla folla, il demone che divora gli uomini per la sola fame del loro dolore; era pur esso, il mare, un essere stravolto da una forza superiore, e che a sua volta travolgeva senza saperlo.
Ma gli occhi della folla lo guardavano egualmente con un terrore che vinceva lo stesso terrore della morte: e le donne piangevano anche per il pericolo che correvano i nuotatori.
Uno dopo l'altro essi tornarono, come tinti dal colore livido delle onde: rimasero le imbarcazioni, e furono gettate le reti delle sciabiche.
Tre volte le reti furono tirate, e i pescatori non vi colsero i pesci: solo, fra i granchi che si contraevano come piccole mani mozze ancora vivaci, fu preso un berrettino bianco che pareva piangesse.

Allora la donna sent una misteriosa potenza di dolore, simile a quella che sollevava il mare, riempirle e trasformarle l'anima.
Le sembr di essere lei la madre del fanciullo divorato dalle onde, ma tutto che di lei era stato fino a quel momento tenebre e morte, fosse in pari tempo scomparso con lui, succhiato a sua volta dall'angoscia sovrumana degli ultimi aneliti dell'innocente.
E si mise a piangere, come una povera cosa spremuta, come le reti della sciabica, come quel berrettino bianco che i granchi avevano afferrato per salvarsi nel loro annegamento sulla terra.
Tutto era dolore, sulla terra, nel mare, nell'aria: eppure, perch, in fondo al cuore di lei qualche cosa di salvo esultava, come un accordo timido e involontario come quello di un'arpa attraversata dal vento?
La spiegazione gliela diede la stessa vecchia nera che era stata la prima ad accorgersi dell'annegamento del ragazzo. Lei sola non piangeva: anzi disse con sollievo:
- A quest'ora  bell'e che morto. Dio l'ha con s.
Questo era il mistero. E anche la donna, dopo il suo lungo errare, si sentiva riaccolta sotto le ali di Dio: esse le sfolgoravano attorno coi raggi del sole rifratti dalle sue lagrime.
Alla villa trov un telegramma dell'uomo che annunziava il suo arrivo per la mattina dopo.
Ella lo bruci, con le lettere di lui e quella da lei scritta al marito: poi si riaffacci alla loggia.
Le ricerche in mare continuarono tutta la giornata: si perlustr invano anche il litorale, nella speranza di ritrovare il cadavere.
Sul tardi ella seppe che il ragazzo era proprio quello da lei veduto passare sotto la loggia: non aveva madre, e il padre si era quel giorno assentato dalla pensione che li alloggiava.
Tutta la notte dur la strana burrasca, col cielo limpido, la luna e le stelle basse, con l'Orsa che pareva un carro deragliato all'orizzonte. Anche il mare era bello, verde, coi riflessi del cielo: attraverso le colonne della loggia appariva come una vigna carica di grappoli d'oro. E il fanciullo vi giocava dentro, con le ombrine e i piccoli pesci che gli si attortigliavano come anelli alle dita: giocava fra i cespugli di corallo e le siepi di alghe, avanzandosi fino alle zone di ombra violetta dove i cefali di zaffiro rosicchiavano i grappoli neri dell'uva marina: poi risaliva in alto, coi capelli scintillanti di conchiglie, gli occhi pieni di azzurro, agile e largo come l'angelo delle illusioni.
La donna, sulla loggia, era pi pallida di lui, con gli occhi che le si erano aperti come le viole sotto le siepi dove cade la brina. Seguiva il gioco del fanciullo, e le pareva anzi di prendervi parte, rifatta anche lei di acqua e di luce; e quando all'alba seppe che il corpo di lui era stato ritrovato, ripart tranquilla e ritorn alla casa del marito.



"LA DONNA NELLA TORRE"

La bionda Cristina stava affacciata alla ringhiera di ferro della sua prigione, a meditare sul suo triste destino: ma bisogna subito dire che questa prigione consisteva in una stanzetta piena d'aria e di luce, una specie di belvedere coperto, con quattro finestroni che si aprivano sui quattro punti cardinali della torre di una grande villa, anzi di un surrogato di castello, in riva al mare.
Grande e bello era il mare, in quella sera del tardo agosto, e le paranze, appena partite per la pesca, vi si avanzavano lentamente a coppie, quasi leziose, come ballerini in una sala dove ancora non  cominciata la danza: ma grande e bellissima era anche, dal lato opposto, la campagna, con la festa delle vigne cariche d'uva, i prati arati, alle cui zolle l'arancione del tramonto dava tinte di rame; e, in fondo, le muraglie verdi dei pioppi scintillanti di occhi di rubino. Nell'orto sotto la villa, in un campo di lattughe tenere, i susini rossi, coi rami completamente filigranati di frutti, davano l'idea di alberi di corallo in un fondo marino.
Tutto questo non impediva alla bella Cristina di credersi la donna pi infelice del mondo, chiusa nella torre per espiare un delitto non commesso, o dal marito geloso: e chiusa vi era, dal marito, ma perch ella non se ne andasse in giro, lasciando aperta la villa, della quale erano custodi.

Il marito, che oltre al custodire la villa, faceva l'ortolano, era andato in citt per un suo affare, imponendo alla moglie di vigilare dall'alto della torretta sull'orto e l'entrata della casa: e per essere pi sicuro l'aveva chiusa a chiave, consegnando poi questa chiave a Panfilio, il vecchio contadino che coltivava l'orto vicino al suo. Ella lo sapeva, e aveva voglia di urlare, di spaventare i vicini, di richiamare gente. "Figlio di un boia, figlio di un cane, malandrino e somaro", erano i titoli pi educati fra quelli che in quel momento ella dava al marito; e gli augurava la mala morte, o per lo meno di rompersi uno stinco; o che arrivassero davvero i ladri e saccheggiassero l'orto e la villa: lei avrebbe finto di svenire, per stare zitta.
Nulla per di tutto questo succedeva: sulla spiaggia pulita e argentea come un vassoio passavano le belle bagnanti, coi vestiti di fioraliso ai cui lembi le ondine spumanti pareva tentassero un assalto fraterno: dall'altra parte i ragazzi dei contadini si divertivano a far ragliare il giovane asino in amore di Panfilio; tutti ridevano e si agitavano; lei sola era prigioniera di quel serpente, figlio di un boia impiccato da un altro boia. E propositi di vendetta la consolavano. Alla prima occasione, come del resto spesso faceva, sarebbe scesa a godersi un bagno, col suo costume rosso, comprato di nascosto del marito: costume a maglia, che richiamava l'ammirazione ingorda dei vecchi peccatori della spiaggia; e, sempre offrendosi l'occasione, sarebbe anche andata in pattno, con qualche giovinetto rematore, spingendosi in alto mare e dicendo le solite sciocchezze, non del tutto innocenti, che abbondavano sulle sue labbra tinte con la carta rossa: parole, diceva suo marito, che sembravano albicocche ed erano patate. E avrebbe lasciato aperta la villa, per dare una lezione a lui, che la trattava come un cane perch figlio di un cane era lui.

D'un tratto sbadigli, e accorgendosi che aveva fame sent la sua rabbia aumentare. Era l'ora di cena, poich, come di solito i contadini, lei e il marito andavano a letto presto; e a questo ricordo ella prov un improvviso sgomento. Egli non aveva mai tardato tanto a rincasare: qualche incidente gli doveva esser dunque accaduto. Le imprecazioni ch'ella gli invocava le caddero ai piedi, come cambiate in pietre roventi; poi caddero anche gl'improper; e dal subbuglio nebbioso dei suoi cattivi pensieri la figura del marito emerse vittoriosa, ritornando ad essere quella di Giollo, il giovinottone forte e rosso come un toro: un toro che sotto il petto velloso nascondeva un cuore di agnello.
Ed ecco ch'ella si scolor tutta, anche nelle mani, come si scoloriva il cielo sopra il mare: e sent freddo, e sent paura. Adesso, davvero, il senso della solitudine e della prigionia le gel il cuore: vide il fumo salire dal camino di Panfilio, vide una stella, poi un'altra, impigliarvisi dentro, maliziose e dorate come gli occhi del gatto che gioca col gomitolo; e si attortigli anche lei ai ferri della ringhiera, col proposito di buttarsi gi se fra cinque minuti Giollo non tornava.
I cinque minuti passano, e Giollo non torna. Si sentivano, s, nella strada ovattata di sabbia, i biroccini tornare, e le voci dei loro padroni che aizzavano i cavalli; ma, fra tutte, quella del suo uomo taceva. Allora si mise a gridare:
- Panfilio, Panfilio!
L'asinello innamorato le rispose con scherno: pareva le dicesse:
- Sta bene l, capricciosa e scervellata che altro non sei. Abbastanza hai vagabondato ieri, per orti e spiagge, a far la civetta con tutti, mentre Giollone lavorava per te. Per questo egli oggi ti ha chiusa nella stia, come un galletto pazzo. Ben ti sta, ben ti sta.
E lei, a sua volta, replic con un gemito, che poteva anche essere di pentimento: poich in quel nuovo muoversi del suo cuore ella si rivedeva servetta, anzi sguattera, nella cucina dei signori che in quel tempo venivano ancora a villeggiare nel castello; e ricordava come Giollo, anche lui al loro servizio, l'avesse pescata dal lavandino, ripulendola come lei ripuliva i bei piatti di porcellana bionda.
Ma lei, a poco a poco, si era dimenticata di tutto; si era mascherata e ubbriacata come a carnevale, rendendo infelice il suo benefattore.
- Giollo, Angelo, angelo mio, perdonami...
Egli non rispondeva; non ritornava; forse non sarebbe tornato mai pi. E, quasi per avvalorare questo presagio di sventura, uno splendore rosso, simile a quello che a sera annunzia il turbine per il giorno dopo, sfolgor ad occidente, riportando sulle cose la luce del tramonto; ma una luce esasperata e demoniaca. Ella balz, con gli occhi verdi di folla. C'era un incendio, laggi: si sentivano urli e richiami: un mugolare di bestie, un correre di gente. Anche l'asino riprese a ragliare: altri risposero: tutto il luogo parve colto dal brivido del pericolo mostruoso. Nel suo terrore incosciente, anche la donna pens che il fuoco poteva arrivare fino a lei e arrostirla viva sulla graticola della ringhiera. E ricominci a gridare chiamando Panfilio.
Nessuno le rispose. Dalla casa del contadino vide per uscire un essere strano, una grande cavalletta, che saltava agitando le ali nella luce cremisi dell'incendio. Era il vecchio che con due frasche correva ad aiutare a spegnere il fuoco.

E solo quando il fuoco fu spento, gi, nel silenzio stupito della strada, si sent finalmente la calma e un po' nasale voce di Giollo. Egli parlava con Panfilio, e si ferm un momento da lui per riprendere la chiave. Solo allora Cristina si rinfranc, anzi ebbe un moto felino di rivolta; e attese in armi il marito ritardatario. Ma egli non aveva fretta: rimise a posto le sue cose, poi sal, con un passo pesante da vero carceriere.
- Ho fatto tardi, - disse, cercando di scusarsi, - perch mi sono fermato ad aiutare a spegnere l'incendio, gi dai Pagnini. Quelle sono disgrazie! - aggiunse, ma come per conto suo. - Tutto, tutto hanno perduto, i Pagnini: il grano, la paglia, il fieno: una vacca s' ustionata, un bambino pure, e questo forse se ne va all'altro mondo. La vecchia sembra impazzita: l'abbiamo tenuta a forza, perch voleva buttarsi nel pozzo. Oh, quelle sono davvero disgrazie, cara la mia gente!
Parlava calmo, con la sua voce un po' nasale, ma, pure nel buio, mentre gli sentiva addosso un odore fumoso di tizzone spento nell'acqua, la moglie lo trovava d'improvviso cambiato. Anche lui, s; come se anche lui avesse passato un'ora di spavento e corso un pericolo.
- Oh, quelle sono disgrazie - and ripetendo, mentre scendevano la scaletta della torre; e si volgeva verso la moglie, come per aggiungere: "In confronto, le nostre beghe sono roba da ridere".
Non lo diceva; lei per lo capiva, e stava incerta se chiedergli o no perdono, come si era proposta nel momento del terrore. Il ricordo del brutto momento la decise per il no: cos, un'altra volta, se al buon Giollo tornava il ticchio di volerla chiudere in casa, per farglielo passare ella gli avrebbe ricordato la disgrazia dei Pagnini.



"FESTA NEL CONVENTO"

Lungo, rigidissimo era stato l'inverno, e le suore di Montalto ne uscivan fuori bianche, fredde come conservate nel ghiaccio: poich il loro Convento  ancora come ai tempi della sua millenaria fondazione, affacciato fra due sproni di monti, attaccato al resto del mondo solo da una corda di sentiero, cinto di tristi cortili, e, all'interno, con le cucine che sembrano grotte, gole di montagna i lunghi corridoi sempre pervasi da una corrente gelida, senza riscaldamento, senza luce. Il refettorio, che ha l'aria di un coro, con le panche e le lunghe tavole scure lucidate dal tempo, guarda su un cortile, ed  ancora illuminato, a sera, da lampade a olio: pi allegra la foresteria, con la mensa sempre apparecchiata, sotto una finestra verde di orto: ma poche volte all'anno questa sala viene aperta, oltre che nei giorni delle due feste annuali del Convento. Due, ma due! E sono come il riaprirsi e il richiudersi della gioia del sole, su questa solitudine aspra e brulla: una a Pasqua, l'altra a settembre.
La Madre Priora si sveglia, una mattina ancor prima dell'ora consueta, e pensa, con istinto di angoscia, che bisogna cominciare i preparativi per la festa. Ella  cos aderente alla sua vita metodica, un giorno come l'altro, e tutti di privazione, di vigilanza, di economia e di silenzio, che il solo pensiero della confusione festiva le d un senso d'incubo. Ma immediatamente vince s stessa; imponendosi di rallegrarsi e sopratutto di ringraziare Dio che riapre le nuvole e ridona alla terra e alle sue creature il tesoro del sole.

Si alz, si vest al buio: era gi per un buio meno opaco e freddo delle notti scorse. Si sentiva gi nella valle il fiume torrentizio scorrere placato, e anche la Madre sentiva il suo sangue riprendere calore e forza: sopratutto forza.
Quando fu vestita accese l'antica lampada a tre becchi, che pareva un grifo d'argento, e apr la finestra.
Un palpitare di astri al tramonto, un odore di pietre umide, il canto del gallo risposero all'inchino ch'ella fece salutando la nuova giornata: poi scese, e, quando le suore, al richiamo della campanella, che pareva sgorgasse da un sotterraneo, furon tutt'intorno a lei, disse con voce fredda:
- Sorelle, domenica  la nostra prima festa. Cominceremo oggi i preparativi: occorre fare i dolci e le ostie, il pane e i biscotti; procurarci il vino bianco e il capretto per i sacerdoti e per le autorit che verranno al pranzo. Bisogna dirvi per che  necessario industriarsi, con l'aiuto della nostra Madonna, poich in cassa non abbiamo un centesimo.

Ella parlava come uno che si lascia cadere di mano gli oggetti, e non si cura pi di raccoglierli: e la sua voce non solo era fredda, ma lontana, quasi sprezzante. Eppure le sue parole cadevano simili a scintille nel cuore delle sorelle, e vi accendevano un fuoco primaverile.
Cos, senza rispondere, senza conferire fra di loro, tutte insieme si proposero di rendere, quell'anno, pi ricca e solenne la festa. Questo proposito, del resto, era fermo nella mente della Madre: e pi che altro in modo pratico. Appena il sole, non pi freddo come il diamante, penetr nella dispensa e v'indor i bottiglioni, gli orci, i barattoli, ella ispezion bene le sue provviste: scarse, invero, per una festa, ma che ricordavano il droghiere e il fornaio del paese, pronti sempre a far credito al Convento.
Fu dunque mandata suor Lisabetta, quella che faceva i dolci, a procurarsi le mandorle, i pignoli, la marmellata; mentre le altre lavavano e stiravano i paramenti sacri, ripulivano l'oratorio. Fu tirato gi e spolverato con religione commossa il quadretto miracoloso della Madonna del Monte, dipinto, o meglio graffito su una lastra di basalto grigio, trovato mille anni fa da un pastorello sulla cima di una roccia. Tre volte il misterioso dipinto fu portato nel castello; tre volte fu ritrovato sulla roccia; finch il Signore del luogo non fece costruire l'oratorio per deporvelo.
Nel riattaccarlo sopra l'altare, le suore piangevano di amore, chiedendo alla Madonnina di provvedere all'onore della loro festa.

Una sola non prendeva parte alle faccende delle compagne: suor Vittorina, la pi vecchia di tutte, che non usciva dalla sua stanza, nella quale, oltre il resto, c'era un telaio a mano, col quale ella aveva tessuto, anni, anni e anni, la tela e le tovaglie per il Convento. Adesso, senza aver nessun male, non poteva pi tessere, n fare le scale: anzi stava quasi sempre a letto: eppure, la vigilia della festa, anche lei, aiutata dalla suora alla quale aveva trasmesso il segreto della sua arte, si alz presto e si sent arzilla come un tempo.
Il sole rallegrava la grigia stanza dal basso soffitto di legno, e dalla finestra aperta si vedevano le rocce di basalto scintillare come per una luce interna.
Per la prima volta la vecchia suora domand come andavano le cose della festa.
- Benissimo. Tutto  pronto. Anzi, adesso, col caff, vi porter i biscotti.
Questa notizia fin di esaltare suor Vittorina. Per un istinto di abitudine ella sedette davanti al telaio e prese fra le mani, simili a quelle degli ex-voto di cera appesi nell'oratorio, la spola gonfia di filo: l'accarezz, se la mise in grembo, cominci a pregare: e pareva sussurrasse tante piccole confidenze a quella sua compagna di pensiero, che aveva in qualche modo tessuto la trama dei suoi giorni. E si vedeva che doveva domandarle anche un consiglio, perch quando la spola, come per un moto di vita propria, le scivol dal grembo e si nascose sotto il telaio, ella prese il filo per trattenerla, e, col viso rischiarato da una gioia puerile, disse sottovoce: - Tu hai ragione: ed io lo far; vedrai che lo far.

Quando torn la suora per portarle il caff, ella domand di nuovo come andavano i preparativi. Tutto bene, con l'aiuto della Madonnina di pietra, ma tutto in debito. Anche il macellaio, al quale si doveva gi un bel gruzzolo, aveva promesso di mandare un capretto tenero, e il droghiere i fichi secchi, i datteri, il marsala vero.
- E c' bisogno di tutto questo sfarzo? - ella brontol. - Gli altri anni non s' fatto. E proprio quest'anno che si  in miseria?
- La Madre  fatta cos - mormor l'altra: e non fecero commenti; ma, si sapeva, la Madre, che era una nobile, ci teneva molto a far bella figura: magari, dopo, tutto il Convento avrebbe digiunato. D'altronde la suora giovane si rincor subito:
- La Madonnina provveder: e di qualche fedele non mancher l'offerta.
Poi si pieg a cercare la spola, che la vecchia riprese in mano. Quel giorno suor Vittorina fu trascurata dalle compagne: tutte andavano e venivano, su e gi, per le scale e i corridoi, con un frusco d'ali: il Convento sembrava una gabbia di rondini.
La vecchietta per non si lamentava; anzi tendeva le orecchie all'insolito bruso, e ricordava tante, tante cose. Quando le fu portata la minestra domand per la terza volta notizie della festa.
- Tutto bene. Il podest ha mandato un cappone che pare un maialino.
- Lui lo ha mandato, lui se lo manger - brontol; e parve scontenta che cominciassero i regali e le offerte.

Al tramonto era ancora alzata: adesso, dai vetri chiusi, vedeva i monti color viola, sul cielo che aveva gi un lieve rossore giovanile; dal piano terreno salivano odori di incenso e di zucchero bruciato, e con quelli le voci delle suore che, cantando il vespro, risonavano di vibrazioni appassionate. Un'atmosfera di festa fasciava gi il Convento: e la pi felice di tutte era lei, suor Vittorina, che ancora teneva la spola in mano come volesse portarla con s a dormire, e poi sempre per l'eternit.
Venne finalmente la Madre, per la solita ispezione serale: e aveva fretta, pi che mai una fretta di volo; ma la vecchia le afferr la sottana e la tenne ferma, come appunto un uccello per l'ala.
- Sento dire che per la festa si fanno debiti, quest'anno...
L'altra la fiss, coi fieri occhi sdegnati, mutando per cipiglio quando vide suor Vittorina trarre dal petto, con un certo sforzo, come si trattasse di cosa pesante, un grappolo di scapolari e reliquie, e fra queste staccare un medaglione d'oro, ornato di perle.
- Sono perle vere, Madre. Domani compiono settanta anni che ho pronunziato i voti, ed ho peccato tenendomi questo ricordo. Ma pi mai l'ho riaperto. L'offro per la festa: vendetelo, pagate i debiti. Prendetelo.
La Madre, corrucciata, esitava: d'un tratto lo prese e lo intasc, quasi fosse una moneta: e pensava di attaccarlo fra gli ex-voto dell'oratorio; poi decise di venderlo, ma prima ne trasse e prudentemente bruci il piccolo ritratto d'uomo che il medaglione racchiudeva.



"IL VESTITO DI SETA CANGIANTE"

Lunga, onorata e proficua era stata la carriera del cavalier Brischi: proficua, sopratutto, in modo che gli aveva fruttato un magnifico appartamento in citt e un grande podere modello, fra mare e campagna, con case coloniche e villa padronale: eppure egli non ne parlava mai, e nessuno dei suoi coloni, tranne forse una vecchia contadina che era stata molti anni al suo servizio, sapeva nulla del suo passato. Era un signore, e basta.
Dei signori aveva, a volte, le stravaganze, almeno agli occhi dei contadini. Certe mattine di estate, per esempio, faceva lunghe cavalcate sulla rozza del suo biroccino, tutto vestito di nero, allampanato come don Chisciotte; oppure si spingeva in alto mare con un suo minuscolo "yacht" che destava l'invidia di tutti i monelli della spiaggia: ma per lo pi si divertiva a coltivare il suo giardino tutto speciale, facendo innesti, incroci di fiori, esperimenti con trovati chimici: allora si metteva in testa un turbante di alchimista: e, invero, con le sue strane forbici, i vasetti, le ampolle, gli schizzatoi, e sopratutto con la sua lunga figura triste, il viso di vecchio satiro, pareva un uomo fuori del naturale, intento a qualche misterioso rito agricolo.

Le signore villeggianti, che allungavano le loro oziose passeggiate fino al viale intorno alla villa Brischi, si fermavano davanti alla cancellata, ricca di pilastri, di palle dorate di cattivo gusto, guardando con ammirazione alquanto golosa e beffarda il giardino che, con le sue torte di aiuole screziate di fiori d'ogni tinta e orlate di erbette color marmellata, dava l'idea d'una vetrina di pasticceria: anche i ciottolini candidi e levigati dei viali parevano confetti.
Pi a lungo delle altre, una di queste signore, piccola e bruna nella sua vestaglia giapponese, sotto l'ombrellino a stecche, come una gisha autentica, si ferm un giorno, fissando gli occhi obliqui stupiti sulla figura del caratteristico giardiniere che, senza curarsi di lei, intrecciava le fronde di una pianta rampicante alle sbarre della cancellata, e pareva invero uno scimmione affacciato alla sua gabbia. Nonostante questa rassomiglianza, la donna lo guardava come incantata, e fu col suo passo pi elastico e il sorriso pi invitante che gli si avvicin fino a sfiorarlo, dall'esterno della cancellata, con l'onda della manica del suo vestito.
- Signor Manuel?
Egli l'aveva gi veduta e riconosciuta; ed anche con un certo senso di smarrimento; ma si domin; anzi corrug la fronte, sopra i piccoli occhi verdi, come cercando cortesemente di ricordarsi.
Ella gli venne in aiuto.
- Come, non mi riconosce? Sono la signorina, adesso signora Laura.
- Ah, gi, gi, scusi, ricordo benissimo; come sta?
- Io? Bene. E lei? Vedo che  sempre giovane, arzillo, infaticabile.
Egli sbuffava, tuttavia lusingato per i complimenti, i sorrisi, gli sguardi della piccola bella signora.
- E vedo che  diventato un nababbo, caro signor Manuel! Com' bella la sua villa: e come incantevoli il suo parco, il giardino, la pergola! Beato lei. Deve essere proprio felice e soddisfatto. Ma se lo meritava, caro signor Manuel, anzi cavalier Brischi: io per continuo a chiamarlo come (allora), si ricorda?
Egli ricordava, ma non sapeva se era contento o no che ricordasse lei.
- Ricorda? - ella insist sottovoce, facendo gli occhi languidi, come quando si evoca un comune passato di amore, che si tenta di far rivivere. - Il suo salottino, con tutti quei fiori finti che parevano veri; e gli specchi; e le grandi riviste di mode? E l'attesa vibrante, che lei ci faceva soffrire e godere; poi l'ingresso al santuario? Una alla volta, signore e signorine! Cos diceva lei; e quando la fortunata ero io, avevo l'impressione che un sultano passasse, gettandomi il fazzoletto. Ah, caro signor Manuel!
A misura che parlava, ella aveva preso davvero lo sguardo trepido e voluttuoso della favorita che attende di essere prescelta; e senza pi riguardi lo destinava proprio a quello scimmione del vecchio signor Manuel. Tanto che egli la invit ad entrare.

Ben diverso era al presente il salotto austero del cavalier Brischi, nella villa dove le contadine scalze, con un fazzoletto rosso intorno alla testa mummificata, sfaccendavano silenziose. Una di esse, la pi vecchia, la pi nera, si ferm a guardare con gli occhi di lucertola l'insolita visitatrice, poi prosegu, scuotendo la testa in segno negativo.
- Posso offrirle un bicchierino di menta? - domand il cavaliere, aprendo uno stipo del salotto; ma la bella gisha, pure accettando l'invito, anzi mandando gi d'un sorso il liquore, ripet il gesto della contadina.
Altro che bicchierino voleva: forse quattrini, pensa il signor Manuel; ma fra di s anche lui risponde: no, no, cara signora Lauretta.
Gi scoraggiata, non del tutto per, ella riprese:
- Lei ha gi capito che voglio un favore. Non si allarmi: si tratta di poco. E adesso le spiegher. Ho fatto un matrimonio di amore. Mio marito guadagna poco, e la mia famiglia, che era contraria a questa unione, mi passa un mensile modestissimo. Ed ecco, caro signor Manuel, gli splendori di un tempo sono spenti: le belle toelette di prezzo tramontate come stelle filanti: ci si contenta di vestitini fatti alla meglio! Il tuo cuore e una capanna! Eppure io vorrei, anche per dare una soddisfazione a mio marito, fare bella figura sabato sera, alla festa dello stabilimento qui sul mare. Lei deve aiutarmi. Riconoscer che dei bei guadagni gliene ho fatti fare anch'io. Inoltre, io le voglio bene, e lei me ne deve volere ancora. Dunque, io porto la stoffa, tutto quello che occorre, e lei mi taglia il vestito: si lavora assieme, in segreto. Nessuno ha da sapere che il cavalier Brischi  stato il pi grande, il pi delizioso sarto per signore: il nostro caro signor Manuel, infine. S, s, mi dica subito di s!
Parlando si era di nuovo avvicinata a lui, e gli tendeva le belle braccia, nude entro il grande calice delle maniche di seta arancione; e lasciava che le falde della veste si aprissero sulle gambe anch'esse nude. Il profumo di giovinezza e di essenza di rosa che emanava da lei come da un fiore vivo invest l'uomo, ridestandogli nei sensi il ricordo di tutto il suo passato bello e tormentoso. Gli sembr di palpare ancora, con le dita che sembravano polipi, le sete, i velluti, le pellicce e i veli, caldi del fremito delle donne che, pi o meno, oltre quella della moda, nutrivano una passione spesso colpevole: passione che gli si attaccava contagiosamente per i loro corpi e le loro vesti.
E fu sul punto di dire di s; ma il segno beffardo e quasi misterioso della vecchia serva gli torn in mente: e lo ripet, identico, in faccia alla leggiadra tentatrice:
- Senta; si rimetta a sedere, ch adesso voglio parlare io. Per conto mio l'aiuterei subito, con entusiasmo. Anzi mi pare gi di vederla, nella sala dello stabilimento, sfolgorare, bella fra le belle. Un vestito, ci vorrebbe, per lei, di seta cangiante: color fuochi di bengala, lo chiamavo io ai miei tempi, tra il verde, il viola, l'oro e l'argento. Adesso non so com' la moda, ma stia sicura che il vestito fatto dal signor Manuel sarebbe il pi originale, il pi chic di tutti: indosso a lei, s'intende. Ed io, magari, incantato della mia creazione, ed anche di lei, - perch farebbero tutta una cosa, - verrei a vederla, come l'artista va all'esposizione per rimirare l'opera sua; e lei eviterebbe di guardarmi, non solo, ma, arrabbiata contro di me, si volgerebbe dall'altra parte: perch il suo vestito viene da Parigi, e la mia disgraziata presenza le toglie questa illusione, anzi la mette nel pericolo che qualche sua amica si degni di riconoscermi e sveli il segreto. Ed io ne soffrirei, e la mattina dopo, Dio ci scampi e liberi, tornerei alla casa di salute dove sono stato in cura due anni a causa del (nervoso) che i capricci, le esigenze, le pretese, le diavolerie di loro signore e signorine mi hanno procurato.



"IL PICCIONE"

Come spesso usava, anche quel giorno, nelle ore in cui la breve spiaggia  deserta e il vento soffia da ponente, sbattendo le onde contro gli scogli, la gobbina usc di casa e scese verso il mare. Aveva un grande ombrello di seta verde, a fiori, non veramente di moda, ma ottimo per ripararla dal sole a picco e dalla cattiva curiosit del prossimo: e lo teneva rasente alla testa, come un vasto cappello. Della sua piccola persona si vedevano solo le gambe di bambina, ben fatte, ben calzate, e i piedini che, dentro le belle scarpette bianche felpate, davano l'idea di due zampine di gatto.
E di gatto che ha caldo, che ha sonno e cerca un nascondiglio fresco dove accucciarsi, ella aveva l'andatura sorniona e svogliata. Scese dunque gi, per la breve china verde e insidiosa di gramigne, trov il suo posto, in una specie di nicchia che il vento aveva scavato nella sabbia, e vi si adagi, avendo cura di tirar gi bene i volanti e le trine della sua sottoveste. Adesso l'ombrello la nascondeva quasi tutta, e il vento, che veniva dal mare, l'aiutava a tenerlo basso, rinfrescandone il cerchio d'ombra che pareva, cos, quella di un alberello fiorito. S, di un alberello fiorito: e l'impressione e l'immagine erano tutte sue, di lei, Agata, l'unica figlia gobba del ricco signor Sansone: di lei, Agata Sansone, che quando riusciva, come in quell'ora, a strapparsi dalla cornice nera e tarlata della sua vecchia casa di campagna, e non si vedeva pi negli occhi del suo prossimo, le sembrava di avere la trasparenza e la forza del nome che la sorte le aveva assegnato per scherno.

- Buon giorno, signorina Agata; come sta?
Nel sentirsi scoperta, nonostante tutte le sue precauzioni, ella ebbe un moto di sdegno; ma niente paura: chi la salutava, e le si alz davanti fra uno scoglio e l'altro e la pennellata lilla dello sfondo, era una vecchia conoscenza. Ed anzi, al primo impeto di dispetto, pi che altro provocato dall'irriverenza che le si usava, salutandola cio quando era evidente che ella voleva essere lasciata tranquilla, segu un senso di sollievo, quasi di allegria: allegria in fondo ironica, quasi grottesca, ma preferibile sempre allo stato di tristezza, di esasperazione, e si dica pure di odio, che la soffocava quando qualche altra persona si permetteva, in certi momenti, di salutarla. Poich l'ombra che adesso le stava davanti, come uno sgorbio nero schizzato per dispetto su un bel quadro di maniera, altri non era che un gobbo.

Egli teneva in una mano il bastone, e il berretto che si era tolto dalla grossa testa coperta di una lanugine nera spruzzata di fili d'alghe: con l'altra reggeva un grande coperchio di latta, che brillava come fosse d'argento: e la piccola Agata ebbe, nel guardarlo di sotto in su, una delle sue immagini poetiche: s, invero, il gobbino pareva uno gnomo del mare, sbucato fuori dalle caverne della scogliera, con la luna piena in mano.
Lentamente, con un fare da odalisca, che le era naturale, ella sollev i lunghi occhi verdi e scosse il bel braccino nudo, assediato di braccialetti con smeraldi, rubini, acquemarine, che in tutto non avevano il valore del coperchio di latta; poi domand:
- E tu, come stai? Perch non ti sei fatto pi vedere da queste parti? - impiegando un minuto abbondante per pronunciare queste parole.
Grato, commosso, con gli occhi bianchi pieni di lagrime, egli fece un profondo inchino: e subito raccont i suoi guai, ma con voce di gioia, come si trattasse di una bella canzone.
- Questo coperchio, vede (e lo agitava, incandescente, simile ad uno scudo), me lo ha ordinato la signora Amabilia, la sua cuoca: ed era fatto fin dal giorno dodici maggio; ma giusto quel giorno sono caduto, slogandomi un piede e il polso destro: eccolo, ancora non funziona bene. Fosse stato solo il polso, meno male: un disgraziato, quando ancora pu camminare, trova sempre qualche fratello che lo aiuta; ma cos! Tre giorni sono stato, nel mio buco, aspettando soccorso: finalmente  venuta la Gilda, la conosce? la ragazzina che va per le case, indovinando alle donne la fortuna. La Gilda ha un po' d'astio, verso di me, perch dice che le donne credono pi alla mia presenza che alle sue profezie: ma, insomma,  venuta, forse per assicurarsi che ero morto; e trovandomi ancora vivo mi ha fasciato, mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha soccorso in tutti i modi. E adesso vado dalla signora Amabilia, che da prima mi striller, poi, nel sentire le mie pene, si metter a piangere e anche lei mi soccorrer. Perch tutti mi vogliono bene, ed io voglio bene a tutti. E spero, spero...
In che cosa sperasse non lo spieg. Sperava, ecco tutto: e pareva fosse la divinit della speranza a raggiare intorno a lui, spandendosi nel mare, nel cielo, nella terra ed in tutte le cose.

Ma quando egli fu scomparso, Agata riabbass l'ombrellino e si raccolse di nuovo nella sua ombra: un sorriso sardonico le arricci le labbra sensuali: le sue dita, con le unghie simili a certe spine rosse dei rosai giovani, si affondarono nella rena, quasi cercando di afferrarsi a qualche cosa.
Poich lei, no, non conosceva la luce della speranza: in nulla credeva n sperava: neppure nel lampeggiare della sua intelligenza, del suo spirito, della sua profonda sensibilit.
Vanit, illusioni. Lo scopo di tutte le cose, in una donna, e forse anche in un uomo,  l'amore. E l'amore non esisteva, per lei. Inoltre, la sua vita era, per necessit di eventi, chiusa, gretta e amara: il padre avarissimo, la madre sempre malata: figure pesanti e opache di fattori, sensali, contadini, preti, serve e operai, sempre intorno a lei, nello sfondo della vecchia casa scricchiolante: e tutti, tranne i genitori, a guardarla col celato terrore della sventura.

Ma ecco che lo sgorbio ritorna ad oscurare la luce della scogliera; e di nuovo si toglie rapido il berretto. Adesso ha un involto sotto il braccio, e, stretto al petto con la mano dolente, un piccolo piccione violetto, col becco e gli occhi rossi: anche il viso di lui  rosso e viola, eccitato come quello di un ubbriaco.
- Hai fatto presto - dice la signorina, senza guardarlo.
- Ho fretta di tornare a casa: sono tanto contento. La signora Amabilia mi ha dato questo piccioncino.
Egli  ansante di gioia: ride, di un riso che sembra pianto. Per un piccione di nido?
- S,  rimasto solo, perch il compagno  morto. La signora Amabilia dice: tiragli il collo e mngiatelo. Io? Fossi quaranta giorni digiuno, non gli toccherei una piuma. Lo terr come un figliuolino: gli far una casetta...
- Ed esso morr, perch non ha il compagno.  meglio tirargli il collo - dice Agata, con voluta crudelt.
Le irsute sopracciglia dell'uomo si sollevano come quelle di un leone: anche lui guarda male la gobbina, la gobbina che porta sventura; e il piccioncino pare diventi ancora pi piccolo, entro il nido della mano amorosa, per nascondersi all'occhio malefico che gli augura la cattiva morte.
Ella capisce, e tenta di ridere, ma non pu, non pu. Per la prima volta sente la sua cattiveria, il fluido velenoso che irradia intorno a s; lo spirito del male che si annida nel suo petto come il pus in un tumore mortale.
- Ma perch? - si domanda. Perch il gobbo, povero e solo, ha la ricchezza del bene, e lei tanta miseria?
Ella non sa rispondersi ancora, ma gi qualche cosa si  aperta, nel suo cuore: ed  l, il tumore maligno. Forse si creper; forse, col tempo, potr guarire.



"NATURA IN FIORE"

Tutti gli anni, per Pasqua, da tempi remotissimi, veniva gi a far colazione dai Bardi un frate cappuccino. Veniva gi, da dove? Pasqua non lo sapeva precisamente, da dove, ma s'immaginava un luogo bellissimo, poich suo padre assicurava che frati e suore si scelgono apposta, per i loro monasteri, i punti pi ameni del mondo: gi, dunque, dalla cima violetta di un monte, fasciato di boschi, solcato di rivoli sui margini dei quali crescono gli anemoni, e le ghiandaie scendono a bere ed a bagnarsi le ali celesti.
Il frate, invero, portava con s un colore e un odore di terriccio di castagno, mentre le punte delle dita dei piedi, nudi entro i sandali di corteccia, ricordavano certi funghi carnosi: e, sebbene cambiasse quasi tutti gli anni, per la famiglia Bardi era sempre lo stesso, come ai tempi di San Francesco: il suo piatto, a tavola, anche, sempre lo stesso, e guai se fosse venuto a mancare, il giorno di Pasqua: poich l'uno e l'altro significavano tante cose grandi: la religione degli avi, il ritorno della primavera, la benedizione di Dio, e sopratutto la tradizione.
Pasqua, per, fin da bambina aspettava il frate per la novit della cosa, e perch, per lui, quel giorno, si mangiavano cibi insoliti e prelibati; specialmente, poi, perch egli raccontava storie di santi, di diavoli, di antichi guerrieri e di martiri, che facevano a volte rabbrividire, a volte anche ridere.
Quell'anno la sua attesa era pi viva che per il passato: quasi trepida, anzi inquieta. Verr o non verr, il frate? Perch qualche anno, s, egli era mancato al banchetto. Verr, dunque, o no? Se viene vuol dire che Pasqua trover il fidanzato; se no rester come le sue vecchie zie che si confortano, per mancanza di sposo, con l'andare tutti i giorni in chiesa e poi parlar male di tutto e di tutti.
Questo destino, a pensarci bene, Pasqua non lo temeva eccessivamente, per s: c'era tempo, a disperarsi, anche se il frate quell'anno non arrivava: poich giusto quel prossimo giorno di Pasqua ella compiva tredici anni.

Tuttavia ci fu un momento di panico quando, gi apparecchiata la tavola, gi, in cucina, pronti ad esser buttati nell'acqua in bollore i cappelletti che odoravano simili a giunchiglie senza stelo, mentre le campane risuonavano come cembali nella festa della bella giornata, il frate ancora non appariva. Tutti lo aspettavano con ardore nascosto; anche le vecchie zie, che rivedevano in lui gli antichi sogni, che, anzi, civettavano con lui: anche la nonna quasi centenaria, che ricordava annate di cattivo raccolto e di sventure domestiche, quando egli era mancato: e tutti, compreso il capo della famiglia, sebbene spregiudicato e niente religioso, si sollevarono dal loro smarrimento quando l'ospite sacro finalmente arriv.
E tanto pi si rallegrarono, riconoscendo in lui padre Flaminio, che era venuto tanti anni prima, da giovane, e adesso tornava in apparenza invecchiato, con la barba grigia come un'onda a sera, ma con gli occhi sempre da serafino: anche la bocca ridente era sempre quella, anzi pi scintillante ancora, per i denti d'oro che l'adornavano.
Le vecchie zie gli si fecero intorno, arrossendo fanciullescamente; ed anche il capo della famiglia apr le braccia possenti come per stritolarlo contro il suo petto da capitano di corazzieri: ma il frate, che in quanto a robustezza soda e agreste non la cedeva a nessuno, volse tutta la sua attenzione, quasi innamorata, alla nonna quieta, facendole segni di benedizione e di augurio: "Siamo ancora qui, nonna, qui, fra il chiarore del fuoco e quello delle rose di aprile, e ci resteremo ancora per lunghi anni, poich il Signore si dimentica volentieri di chiamare a s quelli che vivono senza peccato".
- E questa signorina, - domand poi, volgendo il viso raggiante a Pasqua, - questa bella moretta, che mi par gi di aver conosciuto in Arabia?
-  Pasqua, il nostro unico e tardivo rampollo - dice il genitore, dandole sulle spalle una manata, che, per quanto amorosa e orgogliosa, la fa trabalzare e ingrugnire, spingendola ad allontanarsi da lui per sfuggire ad ulteriori manifestazioni di affetto.
- A tavola, a tavola. E ci racconti dove  stato tutti questi anni, padre Flaminio.
Egli fece un cenno, per calmare la zia impetuosa che troppo voleva; ma per gentilezza, mentre ella gli colmava il piatto, disse, mandando in su le sue grandi maniche:
- Si figuri: ho fatto il giro del mondo.

- Ho fatto anche la guerra, - osserv, come fra s, quando si accorse che era il momento di compensare gli ospiti della loro generosit, con qualche cosa che li saziasse e li esaltasse come il loro cibo e il loro vino, - ma non voglio raccontarvene che il lato bello. Disgraziatamente fui anch'io fatto prigioniero, e portato in un campo di concentrazione al nord dell'Austria: un luogo tutto pietre, arido, caldissimo d'estate e siberiano d'inverno. Eravamo in molti, ammassati come belve in un recinto di rocce: fame, sete, tristezza, insetti cos grossi che si doveva schiacciarli coi sassi. Io tuttavia conservavo la mia serenit, direi anzi la mia allegria, e cercavo di infonderla agli altri. In uno solo non ci riuscivo: un giovane tenente di fanteria, sempre cupo e avvilito, che non parlava mai, che tentava costantemente d'isolarsi, e verso sera si arrampicava su una roccia, a fissare l'orizzonte, quasi aspettasse un segno del cielo che illuminasse la sua disperazione. Ed ecco, una volta, io mi avvicino a lui, piano piano, e gli dico sottovoce:
- Fratello, forse io posso fare qualche cosa per voi. A giorni, con l'aiuto di Dio, io sar, per l'indulgenza concessa ai cappellani di guerra, portato di qui in un convento, dal quale, sebbene all'estero, potr forse comunicare con la patria nostra diletta. Se voi avete fiducia in me...
Egli non mi lasci proseguire; e mai dimenticher il suo sguardo di riconoscenza. Disse:
- S, al mondo io non ho che una sola persona cara: la mia piccola fidanzata, che da lungo tempo nulla sa di me, e forse mi crede morto. Ebbene, fate in modo ch'ella sappia che io sono vivo; e sopratutto che l'essere prigioniero non  segno, in me, di vilt.
E mi diede l'indirizzo di lei. Che volete? Sono cose che nel mondo succedono. Io conoscevo questa ragazza; non solo, ma ero stato il suo confessore! Grande fu dunque, quasi per un miracolo, la gioia del prigioniero. E pi grande fu la mia, quando due anni dopo, finita la guerra, chi un in matrimonio i due giovani fui proprio io.

Pasqua mangiava con buon appetito, ed anzi profittava della reverente attenzione che gli altri prestavano al frate, per servirsi meglio: tuttavia provava un turbamento pensoso, pi che per i racconti ascoltati, per quello che le sembrava significassero.
S, non solo il frate era venuto, dalla lontananza dei tempi, e ancor pi lungi della cima dei monti: era venuto dai campi di guerra, dai deserti, dai paesi dei pagani; da luoghi, insomma, donde  quasi miracoloso tornare: e raccontava, lui votato a Dio, storie di amore, di amanti che si ricongiungono, di matrimoni straordinar. E tutto questo per lei, per significarle che Dio, dunque, le avrebbe permesso di trovare marito.
Semplici cose della vita, affermava padre Flaminio, raccontando altre avventure che sembravano inverosimili, ma alle quali la sua voce timbrata dava un accompagnamento di recitativo musicale: s, semplici, per lui, forse anche per gli altri, non per lei, che ne sentiva tutto l'intricato, indissolvibile mistero: tanto che, mentre egli riproduceva, con voce tenorile, la melodia di un nostalgico canto dialettale, per mezzo del quale, in alto oceano, in un grande transatlantico, si era riconosciuto con un suo amico d'infanzia, ella scapp via da tavola e corse alla loggia.
E le parve di essere abbacinata, come quando la neve copriva il frutteto sotto la sua casa, e il sole l'arricchiva di prismi iridati: era la cascata dei fiori dei peschi, dei susini, dei peri e dei cotogni: anche i meli fiorivano gi, con perle rosa dentro i loro bocci, com'ella sentiva fiorire il suo cuore e il suo seno. Ed anche queste erano tutte cose semplici, per gli altri; per lei, invece, tanto nuove e quasi paurose che ella si sporse sulla loggia e le sue lagrime caddero sugli alberi in fiore.



"GIOCHI"

Anche il cronista del giornale cittadino si credette in dovere di recarsi ad intervistare il signor Fausto, l'uomo che aveva fatto la straordinaria vincita al lotto.
- Ebbene, mi racconti com' andata. E, anzitutto, rallegramenti sinceri e sinceri augur.
Ma, per quanto sinceri, il signor Fausto non pareva disposto a ricevere rallegramenti, e tanto meno augur. Piccolino, tutto aguzzo, dai piedi ai gomiti, dal mento al naso, con una sciarpa grigia al collo, fissava il visitatore con due grandi occhi azzurri, melanconici e nello stesso tempo freddi ed egoisti. Non lo invit neppure a sedersi; ma, senza tanti complimenti, l'altro si abbandon proprio in mezzo al piccolo sof rosso, scostandone i cuscinetti rotondi che parevano gatti addormentati, deciso a far parlare l'intervistato.
- Dunque, mi dica... Ma pare che lei non sia contento.
- Oh, per questo, capir...
Si capiva benissimo che duecentocinquantamila lire, piovute in quella casa, rappresentavano una caduta di stelle: bastava guardare il lume a petrolio, adagiato, sul tappetino di lana a frange, e, sulla mensola, sotto lo specchio appannato, un piatto di marmo che offriva una gelida natura morta, pur essa di marmo: due fette di prosciutto, due fichi spaccati, un panino fresco.
- Com' andata? - rispose infine, pi che altro per levarsi la seccatura, il poco amabile signor Fausto. - Cos! Ho sognato i numeri, adesso non ricordo pi come, li ho giocati, ho vinto.
- Ma lei, dicono, usava giocare tutte le settimane, e in pi di una ruota.
Vedendosi scoperto, l'altro s'inalber, ma lievemente, e subito si ricompose.
- Ne dicono tante! Per, s, qualche volta ho giocato, anzi, parecchi anni fa mi  capitata una cosa curiosa.
- Racconti, racconti!
- Ero giovane ancora, e andavo volentieri a spasso con una signorina. Era tutta svenevole, tutta romantica, - egli aggiunse, animandosi al ricordo e imitando grottescamente la voce, i gesti, gli sguardi languidi della fanciulla, - cos, cos. Bene, un giorno si arriva davanti al botteghino del lotto, ed io la invito ad entrare, per comprare un biglietto, con il quale avevo una magnifica quaterna. Che , che non , la ragazza si fa livida in viso, mi volge le spalle e se ne va. Dopo, non mi ha guardato pi in viso, come fossi stato un ladro clto in flagrante.
- Dopo, non ha pi giocato?
- Dopo, le condizioni mie modestissime migliorarono. Mor il marito di una mia sorella, lasciandole qualche cosa, ed ella mi preg di vivere insieme per farci compagnia: anche io avevo ed ho lavoro. Cos si sta con noi, in questa casa che  di nostra propriet, e non abbiamo proprio bisogno di nulla.
Pareva volesse scusarsi, adesso, o scolparsi, il signor Fausto; ma il cronista non era soddisfatto, e insisteva con le sue domande:
- Che far, adesso? Come investir il suo capitale? Andr in campagna? Prender moglie? Far qualche oblazione? Ha ricevuto molte lettere?
- Guardi, guardi! Una disperazione - dice, veramente desolato, il vincitore, sollevando e poi lasciando ricadere le lettere ancora in parte chiuse che ingombravano la tavola. - Anche telegrammi, anche libri con dediche. Tutti sono diventati miei parenti, miei amici, miei compagni d'infanzia. E tutti vogliono aiuto, oblazioni, prestiti, come se io avessi aperto una banca. Per il mondo lo conosco...
- Annamaria - s'interruppe, correndo all'uscio e chiamando esasperato la sorella. - Suona... no. Sapristi! Non far entrare pi nessuno; non voglio veder pi nessuno.
Ma la signora Annamaria aveva gi aperto, anzi aveva dovuto spalancare la porta, per ricevere un grande cestino di fiori: bei garofani rossi che dall'arco del manico infiocchettato salutavano con grazioso ardore la pallida e spaurita vedova e la triste casa dove entravano. Il ragazzo che li portava se ne and senza aspettare la mancia; ma il signor Fausto trov subito un biglietto di visita nascosto tra i fiori, e quando ne lesse il nome scritto a mano, scoppi a ridere, fra l'indignato e il contento. Non rivel tuttavia quel nome, al cronista curioso, e neppure alla sorella trepida: anche per paura di non essere creduto o di apparire ridicolo, poich era il nome della signorina, adesso vecchia zitella, che lo aveva piantato ignominiosamente davanti alla porta del botteghino del lotto.

"E adesso che farai, caro Fausto? Come investirai il tuo capitale? Andrai in campagna? Prenderai moglie? Farai qualche oblazione? Arriveranno ancora molte lettere?".
Rimasto finalmente solo, cos il signor Fausto continuava a intervistare s stesso, piegato sulla tavola, fra le due trincee di lettere ancor pi alte e rafforzate. Aveva l'impressione che a poco a poco, nei giorni seguenti, e poi durante il resto della vita, la maledetta pioggia epistolare avrebbe continuato, fino a riempire la casa, fino a soffocarlo: non questo, per, in fondo, era il suo incubo.
L'incubo vero glielo destava quella terribile intervista con s stesso: e le innocenti domande del cronista si trasformavano in richiami urgenti e disperati della sua anima. Specialmente alla prima di esse non trovava risposta.
"E adesso che cosa farai?".
Non gli passava neppure per la mente l'idea di continuare a leggere qualcuna di quelle lettere, che in qualche modo gli tenevano compagnia nella notte solitaria; di trovare, fra tante buste ancora chiuse, il segreto di un dolore vero, di una miseria sciagurata: e di sollevarsi sollevando un suo simile. Nulla. Nel suo cuore non c'era posto per nessuno; neppure per la speranza di un po' di gioia materiale.
"Non bevo, non fumo, non mi piacciono le donne: odio la campagna e il mare - cos rispondeva a s stesso. - Che posso farmene, di questi denari? Li metter alla Banca; sia pure il cinque per cento, ne ho sempre di troppo. Del resto si stava bene anche prima. Solo che...".
Si sollev, si guard attorno, si vide nello specchio appannato, lontano, come nella penombra di un bosco, dove si era smarrito e non ritroverebbe pi la via per tornare indietro. Eppure era l, in casa sua, nella saletta che da anni ed anni, nelle sere belle e nelle sere brutte, ospitava la sua volont, anzi la sua gioia di vivere, di sognare, di vincere la fortuna. Tranne quelle maledette lettere, poich il cestino dei fiori languiva nell'esilio del corridoio, tutto l dentro era immutato, e immutato, per fermo proposito di lui e anche della sorella, sarebbe rimasto per sempre. Quella melanconia, quel freddo, quell'odore di antico, erano la solita atmosfera, uscendo dalla quale egli sentiva che sarebbe morto come un pesce fuori dell'acqua. Solo che...

Solo che, adesso, l'ambiente s'era vuotato, il sogno pi non esisteva: poich quelle miserabili migliaia di lire non contavano che zero nella vita del signor Fausto. Quello che contava, - e per questo egli si era ben guardato dal confessarlo al cronista, - pi che il sogno di vincere, era l'abitudine del gioco, il calcolo, il combattimento, la compagnia assidua, le combinazioni, il pensiero, infine la vita comune coi numeri.
Adesso era finita: ed egli si sentiva come un generale messo a riposo; o meglio si rivedeva ancora davanti al botteghino del lotto, abbandonato dalla fidanzata. Ma il ricordo di questa umiliazione lo scosse fino al cuore. Apr l'uscio del corridoio, e fece ai garofani sepolti nella penombra un comico segno di addio: poi prese tutte le lettere e le gett nel sacco della Sacra Famiglia. Cos gli parve di aver cancellato quel giorno di tristezza e di vuoto. E, per ricominciare a vivere, sedette di nuovo davanti alla tavola, trasse dal cassetto un libro misterioso, tutto cabale e segni, una carta con un esercito di numeri; e riprese la guerra con questi, cercando di accalappiare quelli che il prossimo venerd sarebbe andato a giocare.



"VOLI"

- Sogno, o son desto?
Cantato con voce baritonale, questo verso scoppi ed echeggi come un tuono, nel silenzio sonnolento della casa; tanto che Landa, la serva quindicenne, sepolta nella profondit bigia della piccola cucina, trasal di paura: cosa che del resto le avveniva anche per un improvviso ronzo di mosca. Ma subito pens:
-  lui.
S, era lui, il signorino, che ritornava dall'aver accompagnato i cari genitori alla stazione: i genitori che si erano mossi per un pietoso viaggio verso il letto probabilmente di morte di un ricco zio scapolo. Era lui, lo spilungone, il grosso folletto, il genio, la gioia e la disperazione della mite famiglia paesana, trapiantatasi in citt pi per lui che per altro. E quando apparve sull'uscio di cucina, del quale raggiungeva quasi l'altezza, sebbene le sue gambe fossero ancora nude, brune e scabre come tronchi, sullo zoccolo delle corte calze a quadretti; e tutto mani, tutto piedi, tutto sopracciglia e occhi neri turbinosi, Landa trasal di nuovo, poich aveva un terrore panico di lui, come di un elemento pericoloso e incosciente che da un istante all'altro poteva travolgerla e annientarla.  vero ch'ella aveva paura di tanti altri elementi, dei tuoni, del terremoto, del padrone, quando, assenti gli altri, entrava piano piano in cucina, e, con la scusa di guardare quello che bolliva sui fornelli, si piegava a fiutare l'odore di giovinezza campestre e grassoccia della persona di lei; paura della padrona che quando tornava dalle visite invariabilmente la sgridava; e, poco fa, del silenzio stupito della casa, un mezzanino semibuio che dava su una strada sempre umida; e della responsabilit addossatale di vigilare contro i ladri, durante l'assenza dei padroni; e, infine, paura persino di s stessa, o, meglio, di quello che poteva capitarle.

- Niente paura, - disse il signorino, che lo sapeva, - anzi allegria, e sopratutto coraggio. Fra otto giorni saremo forse milionar. Aumento di stipendio a te; a me... te lo dir poi. Intanto, senti, Landa...
Piano piano s'era avvicinato a lei, con la stessa mossa, le stesse spalle un po' curve del padrone; e si pieg a guardare quello che lei cucinava. Ma se il padre aveva un doppio fiuto, lui ne aveva uno solo; e, ad onta dello sgomento trepido e caldo della ragazza, disse con voce melensa:
- Piccione arrosto? Buono, buono! Peccato che io oggi non possa mangiarne.
Si sollev, lungo, freddo e duro come un palo di ferro: ben lontano dal pensare a quello che Landa temeva e sperava.
- Landa, anch'io devo partire: torner presto, per; domani mattina.
Allora ella si volse di scatto, come una marionetta, ricordando la promessa fatta alla padrona di vegliare la casa, e spaventata al pensiero di passare sola la notte.
- I suoi genitori lo sanno?
Ma egli aveva preso quell'aria trasognata che spesso contrastava con l'apparenza vibrante e squinternata di tutta la sua persona.
- Lo sappiano o no  lo stesso. Tanto, quando essi ritornano, io sono gi qui. Vado a Genova: in due ore sono l.
Per quanto ignorante e fuori del mondo, ella sapeva che per andare a Genova occorreva quasi una giornata: e le sembr che il signorino si burlasse di lei. Non era la prima volta, poich egli, quando aveva bisogno di sfogarsi la fantasia, non potendo farlo coi genitori o con gli amici, le raccontava frottole di ogni genere.
- Non hai capito, stupida? - scatt per questa volta indignato. - Vado per la linea aerea. Arrivo a Genova alle cinque, riparto stasera in treno e domani mattina sono qui.
- Per l'anima mia!
Ella aveva spalancato la bocca, e non riusciva a richiuderla; mentre i suoi occhi, azzurri e dolci come quelli dell'angelo del mattino, si lustravano di orgoglio e di lagrime, quasi fosse lei a dover volare. Adesso capiva perch il signorino, rientrando nella casa dove per qualche giorno era assoluto padrone, cantava quel verso: e anche lei era incerta di trovarsi o davanti ai fornelli o nel lettuccio sgangherato del suo sgabuzzino.

Ma un primo risveglio la scosse subito, perch il signorino diceva:
- Quello che mi dispiace  che bisogna partire quasi digiuni, per evitare il mal di mare.
E di nuovo piegatosi sulla teglia dell'arrosto ne aspir l'odore del simbolico alloro che insaporiva il piccione.
Il secondo risveglio fu ben pi modesto, anzi del tutto spaventoso: e fu quando ella si accorse che il signorino le aveva portato via, coi denari che la signora le aveva consegnato per le spese di quei giorni, i risparmi suoi sacrosanti. Avevano anch'essi preso il volo, i suoi ben guadagnati quattrini: in cambio, al loro segreto posto, c'era un biglietto cos concepito:
"Dichiaro di aver preso in prestito, da Orlanda Guerrini, la somma di lire cinquecento, che restituir fra due settimane. In (caso di disgrazia), la detta somma verr restituita dalla mia famiglia".
E sotto, la firma ostrogota del signorino.
Nonostante questa garanzia, Landa fu per gridare, ed anche per gettarsi dalla finestra: non lo fece per paura del portiere; e si butt invece sul lettuccio, piangendo tutte le sue lagrime. E non sapeva perch piangeva; se per i quattrini, o per paura che il signorino cadesse in mare, o che i padroni, al loro ritorno, la cacciassero via. Era facile anche questo. Ma poi si rianim: un barlume di coscienza ce l'aveva anche lei, e le rischiarava la mente col pensiero di non aver mancato al proprio dovere. E quando si ha questo conforto, e una lunga vita di lavoro davanti a s, la speranza ritorna presto.

Nel pomeriggio vennero a cercare il signorino i soliti amici: egli aveva dato loro appuntamento apposta perch la serva rispondesse che era partito per Genova in idrovolante, e godersi da lontano le loro facce: ma Landa si guard bene dal soddisfarlo. Decise anzi di non aprire pi la porta a nessuno, fermandola col paletto. Adesso la paura dei ladri era la pi forte di tutte: grande fu quindi ancora una volta il suo terrore quando verso sera sent qualcuno che, di fuori, dopo aver introdotto la chiave nella serratura, tentava di forzare la porta. Il suo brivido per si confuse e dilegu col suono del campanello. Se si suonava, non erano ladri; forse, anzi, un telegramma del signorino. E la voce di lui la rallegr tutta.
- Apri, cretina, sono io.

- Come ha fatto, cos presto, signorino?
Gli occhi di lei, pieni di gioia e di perdono, sebbene stanchi e pesti, parevano adesso quelli dell'angelo della sera: egli tuttavia sent un timbro di sarcasmo nella domanda precipitosa; e non volle perdere tempo per risollevare il suo prestigio. Ancora fermo nell'ingresso, illuminato appena da una lampadina fissa sulla vlta, mentre si toglieva il berretto e il soprabito, egli raccont:
- Eh, c' stato un incidente che poteva essere grave. Gi, io sono arrivato appena in tempo a prendere il biglietto e ficcarmi nell'idrovolante. Ficcarsi, proprio, perch si scende per una specie di botola, e bisogna allungarsi come un baco da seta. Tu non ci entreresti di certo, con le tue gambe di orcio. Ma una volta l dentro, cara te! Una volta dentro, sei in un altro emisfero. Gi ti sembra di scendere a picco in fondo al mare, vederne tutti i mostri e le sue meraviglie, e poi risalire d'un botto in alto cielo: la terra allora  sotto di te, come il tappeto turco del salotto, che ti  caduto l'altro giorno dalla loggia. Ma siamo stati disgraziati:  avvenuto un guasto al motore, e siamo dovuti tornare indietro e ridiscendere nell'idroscalo. Pazienza: per questa volta Dio non ha voluto.

La sua voce era un po' rauca e assonnata, come di uno che ha preso molta aria o si sveglia da un bel sogno: e bello appariva lui alla serva, alto e striato di ombre che, per l'effetto della luce piovente dall'alto, lo rivestivano di mistero. Le sembrava, insomma, un eroe. Ripet sottovoce:
- Dio non ha voluto.
E non sapeva se ringraziare o no questo Dio degli aeroplani.
Eppure non era vero niente: era la Compagnia di navigazione aerea che aveva negato il biglietto al signorino, privo di carta d'identit e di altre garanzie.
- Questo  il denaro - egli disse, consegnandole intatta la somma. - Restituiscimi la dichiarazione e prepara da mangiare.
Poi, a misura che lei friggeva le patate, egli ne rubava dalla padella le pi rosse e, soffiandoci su, riprendeva a raccontare, pienamente convinto di quello che diceva.



"IL GALLO DI MONTAGNA"

- Se vuol trovarsi contento, vada a Castel del Tordo. , per la caccia, una regione, dir cos, vergine, o per lo meno inesplorata. Il paesetto, amenissimo, e dove ci si trova di tutto, persino le munizioni,  a quattrocento metri, fra colline coperte di castagni e di quercie; di l i monti. Per l'alloggio, se vuole, posso darle l'indirizzo di una brava donna, ex cuoca d'albergo, che s' fabbricata un villino e fa pensione a pochi villeggianti. L'avverto che, per ragioni locali, la caccia  aperta solo nel mese di ottobre; ma allora  una cuccagna. Caccia minuta, s'intende, perch i cinghiali e i cervi sono da tempo spariti, e di essi, nei castelli dei dintorni, si conservano solo le pelli, e le corna incise, ridotte a manichi dei coltelli da caccia dei signorotti del Trecento. Ma tordi - lo dice il posto - e piccioni, fringuelli, cardellini, e uccelli da passo, starne, beccacce, quaglie e allodole, quante ne vuole. Molte lepri, anche: e, quello che pi importa, qualche fagiano e, verso l'alpe, qualche gallo di montagna.
A questo punto, il cacciatore, che coi piccoli occhi di gazza estasiati ascoltava il suo amico di trattoria, si scosse e domand:
- Scusi, lei  cacciatore?
L'altro cap, e rise cordialmente.
- No, no, non le racconto frottole: e se le parlo di Castel del Tordo  perch mia moglie ci va a villeggiare. A caccia, se Dio vuole, una sola volta mi ci hanno condotto certi amici, da queste parti: e siccome sapevo come la cosa andava a finire, invece del fucile mi armai di bastone, e le allodole le portai gi cotte, comprate alla rosticceria.

Ottobre. Il cacciatore  arrivato alla stazione sotto Castel del Tordo, e invece di prendere la corriera, che in pochi minuti sale al paese, un po' per allenarsi, un po' per istinto di esplorazione, preferisce fare a piedi la salita; con Bob, il cane, che non domanda di meglio.
Il bagaglio, che consiste solo in una borsetta con un po' di biancheria di ricambio,  molto leggero, la strada facile, il tempo fresco, anzi nuvoloso. E tutto il paesaggio, coi suoi poggi verdi rigati di gelsi, e poi di cipressi, e impellicciati, in cima, di castagneti; coi casolari di selci; il fiume scarso che scende bonario di scalino in scalino, indugiandosi a fare qualche ghirigoro intorno ad allegre famigliuole di pesciolini, tutto, insomma, ha un colore di presepe, accentuato dalle figure che lo animano. Scendono file di muli neri, carichi di sacchi di carbone, aizzati da neri carbonai che hanno gli occhi di diavoli buoni: salgono asinelli bigi, con sacchi di farina, e un vecchio dalla barba bianca li guida: s'incontrano donne con fascine di legna, con secchi di latte; una, per non perdere il tempo, fila, e il maialino che le viene appresso come un cane, ogni tanto le tira con affetto il lembo del grembiale: e finalmente ecco un uomo, del quale si vede solo, sotto il cappello nero, il viso arancione, poich tutto il resto della persona  coperto da una candida tovaglia, allacciata sulla nuca e sulle spalle di lui da un nastro rosa. Dal modo cauto col quale cammina, pare che, sotto la tovaglia, e appoggiandolo al petto, egli regga un cestino con dentro qualche cosa di fragile e prezioso. E infatti, alle donne che lo interrogano, risponde pronto:
- L' la mia bimba, nata ieri, che conduco a battesimo.
Domanda il cacciatore:
- Ma nella vostra parrocchia non c' l'acqua del battesimo?
- No, signor mio, non c': non in tutte le parrocchie la si trova: bisogna camminare, per trovarla.
Rispondono le donne in coro:
- Eh, qui bisogna camminare.
Ed anche il cacciatore riprende il suo cammino, per trovare il gallo di montagna.

Il primo ad annunziare che il paese  l, alla svolta della strada,  un cane da caccia, anzi da lepre, del colore di questa, con le zampe larghe e vellutate: con Bob si affrontano, si annusano, pronti ad azzuffarsi.
Il cacciatore li divide, pensando: - C' gi un collega, da queste parti - e in fondo  contento, perch un cacciatore non pu vivere senza un altro cacciatore.
Ed ecco la casa dell'ex cuoca, riconoscibile per le finestre nuove e la loggia ancora senza ringhiera. La donna, alta e bruna, coi mobilissimi occhi neri che dnno l'idea di due rondini in volo, corre incontro all'uomo, lo libera del lieve fardello, lo conduce giusto nella camera del balcone, lasciando che il cane li segua e faccia il comodo suo.
- Sono arrivati altri cacciatori? -  la prima domanda del nostro.
- Punti, punti. Ma, se lei vuole, domani mio marito, che ha una carbonaia sul monte, e si diletta anche lui di caccia, le far compagnia.
- Bene, bene.
- Peccato che il tempo si guasti - ella dice, mentre una prima raffica di vento sbatte gli usci della casa con rimbombo di fucilate.
Anche le imposte della loggia si spalancano, e il cane, scappato fuori a curiosare, per poco non precipita nel vuoto.
- Domani verr il fabbro, per mettere la ringhiera; domani -. Tutto domani: anche una piccola riparazione ad una scarpa del cacciatore, spaccata da un sasso della strada. Per adesso, poich la pioggia scroscia, non c' che da aspettare la sera e pensare alla cena. E bene ci pensa l'agile donna, con l'arrostire sulla graticola un pollo (alla diavola).
Il grato odore richiam l'uomo nella cucina, che per quanto nuova arieggiava le antiche, col camino profondo, gli utensili di rame, le armi da caccia. S, anche queste: anzi, per la loro quantit e variet, per il senso di antica amicizia che le accompagnava agli spiedi, alle graticole, alle borse per munizioni, ai trofei di pelli e di ali imbalsamate, pareva di essere nella casa di un guardia-caccia, in mezzo alla foresta.
E mentre il cacciatore prendeva posto davanti al camino, col cane accovacciato ai piedi, e di fuori i castagni rombavano come tanti torrenti, la donna spieg il mistero:
- Che vuole? Mio padre e mio suocero, e i nonni tutti, si divertivano a cacciare. Mio marito le racconter le loro storie, di quando essi, nei giorni di festa, costringevano il parroco a celebrare la messa alle tre del mattino, per partire poi tutti assieme per la caccia.

Il marito non torn, causa il cattivo tempo. Tutta la notte impervers la bufera; si plac all'alba, e la donna usc per far aggiustare presto la scarpa del cacciatore. Torn, col lungo viso di berbera mortificato, ma non sorpreso. Riportava la scarpa rotta.
- Il calzolaio  gi partito a caccia.
- Anche lui?
- Bastasse! Anche il fabbro, che doveva metter la ringhiera, anche il muratore, anche il farmacista.
- Allora posso andarci anch'io: seguir la processione.
Ma la donna lo sconsigli: era tardi, e gli altri cacciatori gi tutti al loro posto: correva rischio di perdersi e far cattiva figura.
Mortificato anche lui, sguarnito dei suoi distintivi, usc per visitare il paese. Meno male, questo sembrava disabitato, in mezzo ai suoi poggi umidi di freddi vapori: sola nota movimentata e gagliarda, sopra la solitudine grigia della piazza lastricata di pietre fluviali, sul frontone di una casa, era una targa verde-castagno, con una scritta rossa:

(Circolo dei cacciatori).

Egli affrett il passo, e come un colpevole che vuol nascondersi imbocc un viottolo, poi un altro, finch si trov ai piedi del bosco. Tornavano le nuvole, da tutte le parti, in lotta fra loro: i vecchi castagni brontolavano sordamente, come frati dietro un funerale: l'ostilit e la desolazione del luogo crescevano, nonostante il fumo dei comignoli delle ultime case dei contadini, e l'annunzio giocondo delle galline che avevano fatto l'uovo. Si ud anche un abbaiare di cani, e l'uomo si guard attorno per vedere dove si era cacciato il suo.
Invano fischi, richiamandolo; dovette salire l'erta, scendere dalla parte opposta; i cani abbaiavano pi forte, ma nessuno si faceva avanti. Solo Bob, eccolo finalmente: corre incontro al padrone, con un volatile in bocca: un bel volatile grosso, fulvo, con la cresta dello stesso colore, gli speroni che sembrano due piccole corna.
- Disgraziato, tu hai preso un pollastro!
Senza abbandonare la preda, Bob scuote la coda in segno negativo; mentre gli occhi, sopra il furbo muso di pulcinella, gli brillano come scarabei.
Alle sue proteste si unirono quelle di una donna che pareva Marcolfa, accorsa a chiedere l'indennizzo: che fu piuttosto rilevante, poich si trattava veramente di un gallo selvatico, di razza rarissima, cacciato vivo sui monti, e allevato con cura dalla contadina.
Cos, almeno, nelle sere d'inverno, racconta il cacciatore.



"MEZZA GIORNATA DI LAVORO"

Non sempre il povero batte invano alla porta del ricco. Con questa speranza il sor Checco si alz alle sei del mattino, l'altro sabato, vigilia dell'antica Epifania.
Da cinque giorni egli non si nutriva che di erbe e di avanzi di pane dei suoi vicini di casa, pi poveri di lui. Da cinque giorni pioveva a dirotto, e la Valle dell'Inferno giustificava il suo nome con la sinistra tristezza dei suoi rigagnoli fangosi e dei cespugli demoniaci impigliati fra le nuvole che gravavano sulle creste delle alture.
Non che al sor Checco importasse il paesaggio, il tempo, il colore del tempo: ma egli aveva freddo e fame nella sua capanna fatta di lastroni di latta, dove gli pareva di essere un'aringa dimenticata nel fondo limaccioso di una scatola; e aspettava che il tempo si placasse per andare in cerca di lavoro.
Lavorava a giornata negli orti e nei giardinetti dei quartieri nuovi, ai quattro punti cardinali della citt: specialmente nei giardinetti i cui proprietari non si possono permettere il lusso di un giardiniere laureato.
Ed ecco, quella mattina, il sor Checco sente che  venuta la sua ora buona. Un silenzio cristallino, di fuori: una stella, la grande stella che ancora guida i Re Magi verso Betlemme, ingemma il cielo lagrimoso. L'uomo si alza, cinge il suo grembiale di lavoro e parte. Scende e risale la valle tutta umida e pelosa come una grande ascella della citt che stende di qua, di l, le braccia delle sue nuove costruzioni; costeggia il corpo addormentato della metropoli, gi, gi, fin dove il colosso che cresce ogni giorno allunga le sue gambe interminabili.
Laggi egli conosce un posto dove una volta ha trovato non solo lavoro ma anche bont; e vi si dirige col cuore sicuro, scuotendosi di dosso il freddo e la fame come gli uccellini che si svegliano sui rami dei pinastri gi lucidati dalla vernice del sole.

Questi pinastri, nel giardino davanti al quale egli si  fermato, gli procurano per una delusione. Sono gi tutti aggiustati e tosati per bene, in modo che sembrano vasi di smalto verde-oro col coperchio a punta, mentre il cedro del Libano, in mezzo ad essi, ha la forma perfetta di una piramide.
E sotto questi giganti, i numerosi altri alberi, nudi di foglie, hanno l'aspetto di un popolo gi ribelle e scapigliato che un dominatore ha messo a posto riducendolo in silenziosa servit. Sono tutti scalvati, potati, e alcuni ridotti a semplice forma di croce.
Anche le aiuole, ripulite e pettinate, con intorno la loro verde barba di convallaria, dichiarano all'uomo che non hanno pi bisogno di lui. Ed egli rabbrividisce e sbadiglia, ricordando di aver sentito dire che il proprietario del giardino ha avuto una grossa eredit.

Ma poi, anzich maledire la buona sorte del prossimo, si consol, si fece coraggio, suon al cancello.
Il padrone stesso, gi mattiniero, venne ad aprire. Riconobbe l'uomo povero, i cui occhi azzurri si riempirono, solo per questo riconoscimento, di luce infinita, lo fece entrare, gli concesse lavoro. Era un lavoro aspro, che il giardiniere di stile non s'era degnato di compiere: un lavoro d'orto, in fondo al giardino, dove questo prendeva quasi un colore di campagna: vi crescevano altissime le canne imbrunite dal gelo, e i carciofi trasandati e inselvatichiti aprivano sulla terra le ali grigie delle loro grandi foglie.
L'uomo si sollev sulla schiena e guard in alto; si pieg e fiss l'erba ai suoi piedi. Pareva salutasse. Salutava infatti la sua giornata di lavoro.

Cominci col segare le canne, poich l'erba non bisogna molestarla finch dura la brina, come non bisogna svegliare il bambino che dorme. Le canne cadevano, una dopo l'altra, salutando a loro volta i raggi del sole, coi quali avevano tanto scherzato; ma i raggi le seguivano fin dove esse giacevano lunghe stecchite con le chiome ancora vibranti di vita, e pietosamente le riscaldavano.
Anche l'uomo si riscaldava. Non sentiva pi la fame, perch il sole e il lavoro nutriscono come il pane; e i suoi pensieri erano tutta una cosa con le cose che egli toccava.
Solo quando si tratt di mutare lavoro, parve ricordarsi di qualche altra cosa: di un vuoto interiore che bisognava colmare. Ma in tasca non aveva un centesimo, e si vergogn di domandare un acconto al padrone del giardino.
Il padrone per, che lo sorvegliava, poich aveva gi veduto la fame negli occhi del povero, torn in giardino e si mise a interrogarlo.
- Come vi chiamate?
L'uomo, gi chino sulla terra a scavare l'erba, sollev con diffidenza gli occhi, come se la voce del ricco gli arrivasse di lontano, subdola e fraudolenta. E non smise di lavorare, non per timore, ma per abitudine. Non gli importava nulla del padrone: in quel momento, l'erba che egli strappava fino dalle pi profonde radici era l'unica cosa che contava per lui. Ma rispondere bisognava:
- Il mio nome  Francesco Costante Vannutelli.
- Sembra il nome di un cardinale! Avete moglie? Figli?
- Li ho avuti. Lei morta, i figli andati per la loro strada.
- E voi dove vivete?
- Io? In una di quelle capanne fatte di lastre di latta, laggi, dopo Valle dell'Inferno.
- Avete qualche bestia?
L'uomo torn a sollevare gli occhi: come diversi! Sorridenti, ironici e teneri nello stesso tempo, pareva si beffassero del padrone e della sua santa ingenuit.
- Bestie? Magari.
Riprese a lavorare. E il padrone intese. Magari, possedere un ciuco, un cane amico, o una pecora al cui fiato scaldarsi, o un piccolo gatto traditore. Ma non fece commenti: solo disse:
- Va bene, va bene. Lavoratemi bene i carciofi e a mezzogiorno vi mander una buona minestra.

D'impegno l'uomo si mise a lavorare intorno ai carciofi. Li sollev a uno a uno, legandoli a cespo; zapp e rincalz loro intorno la terra; li sleg; e, sui loro monticelli bruni e freschi, adesso le foglie tutte dritte verso il cielo tentarono di gareggiare con quelle delle palme.
Finita l'opera, il sor Checco stette a contemplarsela con gioia evidente: gli pareva di aver salvato dei naufraghi o, meglio, di aver convertito una torma di infedeli: poich anche la sua mente lavorava a modo suo, e le parole del padrone "il vostro nome sembra quello di un cardinale" gli ricordavano una storiella sentita raccontare da un vecchio cocchiere dei tempi pontific.
"C'era dunque un cardinale, ma "di quelli buoni", ch'era stato anche nei paesi dei selvaggi, ed era un golosone e un mangione di prima forza. Una volta usciva dal Vaticano, dopo un pranzo, ma di quelli buoni. Ecco che incontra un poveraccio. - Eminenza, faccia la carit a questo poveretto che ha fame -. Ma Sua Eminenza tira dritto, rosso e sbuffante. Dice: - Beato te; io crepo -".

Di parere diverso fu il proprietario del giardino, che si concesse anche lui la gioia di mandare quasi met del suo pasto al lavoratore povero, e anche un bicchiere di "quello buono". Poi scese ancora una volta la scaletta che dalla sala da pranzo conduceva in giardino. Il sor Checco si era adagiato appunto nel sottoscala, con la testa all'ombra
e i piedi al sole. La beatitudine pi schietta gli rischiarava il viso, il piccolo viso di creta levigato e solcato dal sudore di tanti e tanti anni di fatica.
Domanda il padrone:
- Quanti anni avete?
Adesso gli occhi del povero vanno dritti verso quelli del ricco, sorridenti e fiduciosi: da pari a pari.
- Settanta.
- Settanta? E ancora abbiamo tanta forza e volont di lavorare?
- Il poveretto, il vero poveretto, lavora fino al suo ultimo giorno.
E finalmente il sor Checco ride, contento della sua saggezza, ma sopra tutto della sua forza e della sua volont degnamente riconosciute.
L'uomo ricco lo guarda con invidia, ma anche con una certa soddisfazione: poich in fondo sente che la felicit del povero, quel giorno, l'ha creata lui, e che sta in suo potere, pi che in quello divino, crearla ancora; e che questa, infine,  la sua vera ricchezza.



"L'ARCO DELLA FINESTRA"

Notte buia, lamentosa, di vento. Notte favorevole ai ladri, poich quelli che dormono, senza preoccupazioni per l'avvenire, nei loro letti tiepidi ben coperti, anche se sentono uno scricchiolo nella loro camera e si svegliano paurosi, fingono di continuare a dormire, o riprendono a dormire davvero, pronti a sacrificare, per il sonno e per la vita, il loro tesoro.
Altre volte la zia Margotta faceva anche lei cos: quando non aveva da sperare e da temere nulla dalla vita, si abbandonava al sonno come ad un amante dolce e fedele. Adesso le cose erano cambiate: in seguito a dissensi con la famiglia, e specialmente con la sorella ed i suoi numerosi figli discoli, la zia Margotta aveva venduto la sua vecchia casa, coi mobili e tutto, e se ne andava di nascosto, lontano, in un pittoresco monastero circondato da giardini di cedri e di alberi di rose, dove le suore accoglievano in pensione donne anziane.
Ecco finita d'imbottire la valigia, la vecchia valigia nera di famiglia, che da tanti anni giaceva come morta e mummificata in fondo a un cassone. Adesso la valigia, che  di cuoio morbidissimo, s' gonfiata, quasi ingrassata, viva come ai bei tempi delle diligenze festose; e sta aperta sulla tavola dell'ingresso, davanti alla donna, che la guarda e pare studiarla come un libro: il libro del suo passato.
Il suo passato  tutto l dentro, nelle pagine candide della sua pudica biancheria di vecchia zitella, nelle pagine chiuse delle scatole con dentro ricordi misteriosi, nelle pagine stampate dei giornali che avvolgono la caffettiera e la tazza, dalle quali, pure abbandonate le persone pi care, non ci si pu staccare; e la spazzola d'argento che ha conosciuto i nostri capelli neri e le illusioni che, come banditi in una foresta, vi si nascondevano per ferirci a tradimento; e le pantofole di velluto rosso ricamate in oro, che portano sulle suole di feltro l'ultima polvere della casa perduta.

Un improvviso scroscio di pioggia che si sbatt con furore sulla casa deserta, le fece sollevare la testa.
- Cos almeno cesser il vento - ella disse a voce alta.
Perch, pi che sotto la pioggia ed i lampi, aveva paura di percorrere, sola, spinta e respinta dal vento, il tratto di strada che dal paese andava alla stazione. E in quel momento le si schierarono davanti alla memoria i suoi cinque nipoti, tutti alti e vigorosi, come si offrissero ad accompagnarla e portar loro la valigia: il pi insistente era Brunetto, il minore di tutti, quello che fino a pochi mesi prima era stato davvero il suo cavalier servente, in casa e fuori, devoto e affezionato, e poi, messo su dalla madre e dai fratelli, le si era rivoltato quasi con crudelt.
- Via, via tutti - ella disse ancora ad alta voce, scacciando con la mano gli invisibili fantasmi.
Per sfuggire ai fantasmi vivi e morti del passato, ella aveva deciso di passare il resto della notte nell'anticamera che dava su una terrazza dalla quale si scendeva nel giardino: ed anche per la ragione meno sentimentale ch'ella aveva nascosto i danari ricavati quel giorno stesso dalla vendita della casa, in un luogo che i ladri non avrebbero mai potuto indovinare, ma sul quale ad ogni modo bisognava vigilare. Lo scroscio incessante della pioggia l'allarmava anche per questo: poich gli ottanta biglietti da mille, arrotolati e cuciti dentro un pezzo di tela cerata, stavano riposti, fino al momento della partenza, sopra l'architrave esterno della porta-finestra che s'apriva sulla terrazza. Il luogo era riparato dalla loggia sovrastante, ed il ripostiglio tappato con mattoni; se per la pioggia continuava cos, la sua umidit poteva arrivare al tesoro.
Per fortuna per il temporale veniva insolitamente dal nord, e flagellava quindi il lato opposto della casa: per rassicurarsi meglio ella apr lo scurino della porta-finestra, ed attraverso le stecche asciutte della persiana vide come un confuso velo metallico ondeggiare di l dalla loggia. Ma un fragore scoppiettante ed un bagliore d'incendio la respinsero dal vetro tutta fredda di terrore. Ebbe l'impressione di aver veduto spalancarsi l'inferno.
Chiuse lo scurino e si fece il segno della croce: ma il tremito non le pass: e con lei, al continuare incessante dei tuoni e dei fulmini, tremava tutta la casa, tremava tutto il mondo.
Il pi spaventevole era il boato del vento che superava anche il fragore delle saette: adesso penetrava da tutte le parti, e dava l'impressione di un'invasione d'acque, lenta ma inesorabile.
Per di pi la luce elettrica, come per un ordine superiore, si spense. La donna ebbe paura, e per sfuggire a quella cecit disperata sfid la terribile luce di fuori. Riapr lo scurino e and a sedersi sulla poltrona di cuoio dove gi aveva progettato di passare la notte come su una barca che dal triste passato la trasportava ad un tranquillo avvenire.

Il passaggio per minacciava di essere, pi che burrascoso, mortale.
La violenza di quel temporale, che durava gi da qualche ora, la zia Margotta non ricordava di averla mai altre volte sentita. E sinistro, oltre allo stridore della pioggia e delle saette che pareva quello del mondo lacerato come una tela inutile, era quel boato misterioso portato dal vento, dapprima lontano, poi sempre pi vicino. Ella lo ascoltava con un terrore fisico crescente: le sembrava che il mare, non lontano molto dal paese, si gonfiasse e invadesse la terra.
Chiuse gli occhi e vi mise su, forte, la mano fredda di sudore. Ma fu peggio: perch rivide nitide e ingrandite fino alla realt certe fotografie di giornali illustrati che riproducevano le rovine di paesi lontani massacrati dai cicloni e dai maremoti di quella stagione infernale. Tutto il mondo era staffilato, pi o meno, dall'ira di un Dio impazzito, o forse giustamente sdegnato. Adesso arrivava laggi, anche nel paese in apparenza mansueto e sonnolento di virt, ma dove pur gli uomini si abbandonavano alle passioni ed alle vigliaccherie peggiori.
D'un tratto il vento romb anche da levante: si sent come l'urto di lotta fra i due giganti dell'aria; era un muro che crollava. Gridi di gente che chiamavano soccorso attraversarono come uccelli spauriti il caos della bufera.
- Questa notte si muore - disse lei a s stessa: e and ancora accanto ai vetri, quasi volesse uscire e portare aiuto; ma adesso la pioggia batteva anche alla porta-finestra, filtrava attraverso la persiana, e al fuoco dei lampi pareva sangue: di l si vedeva un prato luccicare d'acque, come se il mare fosse davvero arrivato fino al giardino.
- Dio, aiutaci, Dio, perdona...
Non aveva pi la forza neppure di muoversi: ricordava di aver sentito dire che durante i terremoti, per salvarsi bisogna mettersi sotto l'arco della finestra; un vago istinto la fermava quindi in quel cantuccio. Ad ogni modo faceva il suo esame di coscienza, e molte cose dapprima oscure le apparivano sotto una luce violenta, come scoperte d'un tratto dal chiarore quasi divino dei fulmini incessanti.
Aveva peccato anche lei. Era stata sempre egoista: aveva amato gli altri solo quando il suo amore le faceva comodo e piacere. E aveva creduto di poter pagare con danaro l'amore che gli altri le offrivano. Scoperto il gioco, amici e parenti avevano tentato di profittarne. E la cosa le era parsa mostruosa mentre era naturale.
- Ma tu, Brunetto, tu no... tu no...
Appoggi la fronte ai vetri e rivide il suo Brunetto che frugava negli angoli del giardino per trovare qualche violetta e portargliela come il primo saluto della buona stagione. Brunetto ella lo aveva amato davvero, per lui stesso, perch era bello e buono; ed egli le si era rivoltato quasi per vendicare gli altri.

Adesso i gridi di soccorso si moltiplicavano, s'incrociavano in aria, vicini, incrinando sinistramente lo sfondo cupo della bufera. Un altro crollo: dal tetto della casa volavano gli embrici: cadevano frammenti del cornicione, porte e finestre cigolavano come spiriti incatenati.
- Bisogna morire - ella disse, sollevando la fronte, quasi rassegnata. Ma subito indietreggi barcollando; un uomo era nella terrazza e tentava di aprire la persiana introducendo un uncino fra le stecche. Ella ripens al danaro nascosto l sopra, e si accorse di averlo completamente dimenticato; non solo, ma di non curarsene pi, come di tutte le cose terrene quando si sta per morire.
Eppure il terrore umano vinceva quello del sovrannaturale. La paura che il ladro riuscisse a penetrare in casa e la strangolasse, la faceva scivolare lungo la parete, silenziosa, come se egli, fra tutto quel fragore, potesse sentirla.
Anche lui per, d'un tratto, ritir l'uncino e parve indeciso a proseguire nell'opera. Una saetta formidabile, simile allo scoppio d'una cannonata, faceva tremare la casa dalle fondamenta: e il fulmine doveva essere caduto sui ferri della loggia perch questa scricchiolava.
Vinta dall'istinto della curiosit e dal desiderio che il ladro fosse stato colpito, la donna si riaccost alla porta-finestra, anche per richiudere gli scurini onde opporre una maggiore resistenza nel caso che il malandrino riprendesse la sua opera.
Il malandrino era ancora l, flagellato dalla pioggia che dopo lo scoppio della saetta veniva gi a cascate; il vento gli aveva portato via il cappello, ed al chiarore di un nuovo lampo ella riconobbe la figura alta e gi robusta di Brunetto.
L'anima le si capovolse; pens che tutto era un incubo e cerc di svegliarsi, di opporre al sogno spaventevole la realt serena. Ricord che quando voleva, con un supremo atto della coscienza soffocata, svegliarsi davvero da qualche sogno angoscioso, cercava di parlare. Il suono della sua voce riusciva a destarla.
- Brunetto, Brunetto - grid.
- Zia, zia! Oh, finalmente! Apri; la casa crolla.
Ella apr i vetri, si sent presa e travolta nella bufera, assieme con lui che la trascinava fuori, gi nel giardino simile ad uno stagno.
- Ho suonato tanto alla porta, per avvertirti, - egli diceva ansando, - non rispondevi; allora ho tentato di aprire l. La casa  minacciata. Vedi!
La loggia, infatti, croll: si sfece in un mucchio di rottami davanti alla porta-finestra rimasta aperta intatta sotto il suo arco: i denari furono sepolti.
La zia Margotta si stringeva al nipote; ne sentiva il calore umido, il fiato ansante; ne sentiva le mani che cercavano ripararle la testa; e le pareva di sentirne anche il cuore che batteva come quello di un uccello ferito che per  riuscito a salvarsi.
Ma un senso di confusione le rimaneva nell'anima. Quale era il sogno? Quale la realt?
Se Brunetto avesse davvero picchiato alla porta di strada ella avrebbe sentito. No, anche lui forse era stato colto da un incubo; aveva creduto ch'ella dormisse e tenesse i denari dov'egli sapeva ch'ella li riponeva...
La voce di lei lo aveva svegliato. Ad ogni modo ella pensava che l'arco della finestra li aveva salvati tutti e due da un disastro irreparabile.



"FILOSOFO IN BAGNO"

Da cinque giorni il filosofo artritico faceva una cura di fanghi e di bagni caldi, in un modesto e quindi ancora tranquillo stabilimento termale; e dopo le abbondanti sudate e, sopratutto, dopo i casalinghi pasti quasi all'aria aperta, nel portico di una trattoria campestre l vicina, sentiva la sua mente riaprirsi alle belle speculazioni di un tempo.
Il sesto giorno scese senza zoppicare le scale, e imbocc con una certa sveltezza il corridoio sul quale si aprivano le celle di cura di seconda classe. Era di ottimo umore, tanto che, per la prima volta, diede confidenza al giovane erculeo bagnino che lo assisteva.
- Giovinotto, - gli disse, mentre questi lo aiutava a spogliarsi, - voi credete che io abbia scelto la seconda classe per economia? Povero, s, ma non avaro. Ho scelto dunque la seconda classe perch le vasche vi sono pi corte, basse, grezze; mentre nella prima sembrano tombe di porcellana: vi si scivola, vi si affonda: buone per lunghe dame nuotatrici, o per fratoni prosperosi. Noi, invece, come avete gi constatato, e credo non senza una maliziosa soddisfazione, abbiamo un corpo tutto nostro speciale, e dico nostro intendendo la nostra classe di uomini celebri: corpo corto e panciuto, testa grossa e gambe piccole: tutto il contrario della gente creata da Dio per correre le vie del mondo e della felicit terrestre. E, ditemi una cosa, giovinotto - aggiunse, mentre l'altro, rispettoso, ma di un rispetto glaciale, e indifferente a ogni altra cosa che non fosse la sua faccenda, lo aiutava a sedersi e poi a coricarsi nudo supino sul lettuccio coperto di un rozzo lenzuolo caldo: - chi abita quella casetta bianca in cima al poggio, qui sopra lo stabilimento?
Il giovine non rispose subito, perch bussavano all'uscio, e, appena questo dischiuso, vi fu introdotto il secchio di fango bollente. L'odore dell'iodio rese pi greve l'atmosfera calda e rarefatta del camerino, che al filosofo dava l'idea di una tazza di maiolica.
- Non glielo so dire, - rispose infine il bagnino, mentre gli plasmava il fango sulle gambe, - io non sono del posto. Vengo di lontano e non mi occupo della gente di qui.
Ma il contatto con la materia caldissima, che gli pareva lava, attutiva la curiosit del filosofo: una smorfia scimmiesca gli contraeva il viso, e per non lamentarsi sbuffava. Quando il peso ardente gli ebbe sepolte le gambe, e il giovine gli copr il petto velloso, da prima col sudario di un asciugamano, poi coi lembi del lenzuolo, e infine lo sopraccaric di coperte che gli ricordavano quelle per cavalli, riprese a parlare.
- Venite di lontano e non vi occupate della gente di qui. Vi si vede dal volto. E voi partite dal punto dove io sono gi arrivato. Neppure l'uomo sepolto nel fango vi interessa.
Infatti il giovine aveva preso in mano il secchio e si scusava di dover subito correre a "fare un altro fango".
- A momenti sono qui; cerchi di sudare.
Senza cercarlo, gi il sudore sgorgava dalle tempie, dalle spalle, dai fianchi del paziente. Egli se ne sentiva riempire gli occhi e le orecchie, e gli pareva che colasse lungo il collo come un rivoletto che rinfresca l'aridit di una china pietrosa. E ne provava contentezza. Era la prima buona sudata che faceva dopo cominciata la cura: segno che il suo corpo esausto riprendeva vigore e ricacciava il veleno che da lungo tempo lo intossicava.
Il pensiero della casetta in cima al poggio lo riprese, come una piacevole ossessione. Chiudendo gli occhi la rivede, quale essa, del resto, appare anche dietro i vetri appannati del camerino.  tutta bianca, sotto il cappuccio rosso del tetto nuovo, con le persiane d'un solo pezzo, quali usano nelle case dei contadini benestanti. Ma questa, pi che un'abitazione colonica, ha l'aspetto di una villetta: forse ci abita un artista, forse una quieta famiglia borghese in villeggiatura.
 cos graziosa e pacifica che tutto, sotto e sopra, ha un senso quasi di ascesi: le chine, con file di alberelli nani, salgono lente fino ai suoi piedi, e l'una gareggia con l'altra per il suo declivio dolce e vellutato, per il suo colore verde e oro, o verde argento; mentre l'estrema cima del poggio la ripara con la sua cupola scura, e due cipressi, sospesi sul cielo, sembrano fieri di essere arrivati i primi a godersela dall'alto con gioia paterna.
- Luogo di pace, sembra, - egli pensa, - e pu essere invece luogo di dolore. Avidi e bestiali coloni l'abitano: le donne sono anchilosate dalla fatica, o afflitte da malattie loro speciali; i bimbi sudici, i vecchi ubbriaconi.
- Giovinotto, - risponde poi al bagnino, che  rientrato per chiedergli se sta bene, - io sto benissimo. Mi sembra, persino, di essermi trasformato in un tritone.
Il giovine ignora che cosa sia un tritone, e non osa chiederlo al filosofo, tanto rispetto questi gli inspira. Rispetto che non vien meno neppure quando egli scopre il paziente, ne raschia il fango dalle gambe stecchite, lo tira su come un povero Cristo del quale pu fare un suo zimbello; poi lo aiuta a scavalcare la vasca da bagno, e quando sul misero corpo, che dentro l'acqua salsa a quaranta gradi, tende a salire a galla come fosse di gomma elastica, stende pietosamente un asciugamano dal petto al ventre: e tanto meno quando gli lava una dopo l'altra le gambe, ancora imbrattate di fango, e infine le mani, indugiandosi a pulire la destra gloriosa.
Il filosofo lo guarda, non senza una certa fredda tenerezza. Quella testa di Ercole imberbe, coi capelli castanei ricci cos densi che sembrano di terra cotta, la bocca sensuale e triste, non gli desta invidia: solo pensa che gli farebbe comodo avere quotidianamente ai suoi servizi un domestico cos forte, discreto, insensibile alle miserie ed ai fatti degli altri. A proposito, il ricordo della casetta bianca gli ritorna in mente: e, appena lasciato solo, si rimette a fantasticarci su. Adesso per la sua visione  ottimista; forse perch l'azione del bagno gli d un senso di benessere fisico.
Bella gli riappare la casetta, come la si vedeva il giorno avanti, all'ora del tramonto: quasi rosea, e tutto intorno roseo, non per l'effetto del sole al declino, ma come per il riflesso del colore della vita intima che si svolgeva dentro le sue camere. Poich le finestre erano state tutte spalancate, per ricevere completa la gioia del tramonto; e il filosofo pensava chi poteva averle aperte cos. Forse una giovane sposa che col suo compagno novello passa la luna di miele nel delizioso rifugio; o uno studioso in beata solitudine; o una mamma felice, i cui numerosi bambini giocano sotto il pergolato, arrampicandosi fino ai cipressi della cima.
Egli non ricordava di aver veduto il fumo salire dal comignolo della casetta, ma gli pareva di veder egualmente il fuoco acceso nel camino della cucina volta a nord, e la serva squadrata, dalle gambe nude di basalto, appendere al gancio il paiolino per il pur di patate.
L'antica poesia della casa e della famiglia  dunque viva ancora, in qualche angolo del mondo, e il cuore del filosofo se ne rallegra, come se quest'angolo sia il suo stesso vecchio cuore, riscaldato dal bagno salutare e dalla speranza di una sua guarigione non solamente fisica.
Rinnovarsi; sentirsi ringiovanire: poter ancora ridere e amare! Tanta  la sua soddisfazione che, mentre la sua testa di bronzo sta fissa sulla tavoletta in cima alla vasca, le braccia hanno qualche velleit di nuoto: egli ancora sente davvero l'agilit e la forza di un tritone.
Il socchiudersi dell'uscio gli fece smettere gli eserciz. Il bagnino rientrava, abbracciato al lenzuolo caldo che doveva avvolgere il filosofo: e questi tent di sollevarsi da s, ma scivol e ripiomb miseramente dentro la vasca.
Il giovane gli porse la mano, lo tir su come un naufrago; e, quando lo ebbe avvolto bene nel sudario, disse:
- Professore, ho domandato per quella casetta bianca, lass. Non ci sta nessuno:  da vendersi o da affittarsi.



"IL SOGNO DI SAN LEO"

Leo e Marino, da poco convertiti alla religione di Cristo, avevano lasciato la nata Dalmazia per cercare nelle coste d'Italia un rifugio alla loro fede.
I monti li attiravano. Giunti alle rive del fiume Marecchia sostarono quindi per decidersi; poich cime non troppo elevate ma favorevoli per anfratti, macigni e boschi ancora intatti, sorgevano sopra i fianchi della valle. Disse Marino, deponendo il suo pesante sacco sull'erba della riva:
- Quello a destra  il Monte Titano, e lass voglio arrivare io: lass scaver la mia casa nella roccia; i pastori verranno a me ed io li convertir alla parola di Cristo. Fonderemo una chiesa e poi una citt che sar alta e luminosa nei secoli come un faro inestinguibile di fede e di libert.
Leo scuoteva la testa, col viso basso gi scolpito fino alle ossa dal digiuno e dalla astinenza da ogni peccato. Al contrario del compagno, egli voleva fare l'eremita, vivere in nuda solitudine, nutrendosi di erbe e di ghiande, nella contemplazione di Dio.
Erano entrambi tagliapietre, e dentro il sacco portato or dall'uno or dall'altro, tenevano gli strumenti del loro mestiere: picche, martelli, scalpelli, misti alla pietra focaia, a tozzi duri di pane d'orzo e pezzi di formaggio di capra.
Marino era provveduto anche di un mantello, mentre Leo vestiva da mendicante, con una vecchia dalmatica stretta alla cintura da una corda di giunco.
Era d'agosto ed il fiume in secca stendeva appena una trama di vene azzurre sul grande letto di sabbie rosee, fra l'ampiezza delle chine coperte di quercie dalla cui marea verdone i macigni emergevano come grandi scogli. I prati ai margini delle rive, gialli e violacei per i fiori della rughetta e del radicchio, confortavano gli occhi di Leo con la promessa di un buon nutrimento. Per l'ultima volta egli mangi il pane ed il cacio offerti dal compagno, ma rifiut gli strumenti di lavoro che questi gli porgeva.
- D'ora in avanti il mio scalpello sar la preghiera, martello il cilizio e picca il digiuno. E pietra da lavorare, per il grande edificio di Cristo, l'anima mia.
- Tanto meglio per me - disse Marino, che conservava l'arguzia pratica della sua razza. Raccolti quindi gli strumenti nel sacco legato con una corda di pelo simile a quella che il compagno usava per cilizio, si caric il prezioso peso sulle spalle e spar fra le quercie sotto il Monte Titano.
Leo and dalla parte opposta. Non sapeva il nome dei luoghi che attraversava n della cima alla quale voleva arrivare, ma non gliene importava. Il suo mondo oramai era tutto dentro di lui, negli abissi dei suoi peccati e sui vertici della sua fede: la bellezza dei luoghi dove saliva, la finezza cristallina dell'aria, il profumo delle rose selvatiche, esistevano solo in quanto rivelavano la divinit dello spirito che li aveva creati: e quando un'allodola zampill dal fitto delle quercie e sal dritta cantando nell'azzurro silenzioso fino al cielo, gli parve un grido di gioia dell'anima sua che salutava il Dio delle solitudini.

Al tramonto viaggiava ancora: s'intravedeva da qualche radura sull'orlo delle ripide chine la valle del Marecchia tutta rossa come una conca di corallo, con le vene del fiume che brillavano simili all'oro fuso. E di fronte il monte violetto dove saliva Marino.
Il silenzio era tale che Leo credeva di sentire, attraverso lo spazio, l'eco dei passi pesanti del suo compagno. E compiangeva il povero Marino, per il carico inutile che si era portato addosso, mentre lui saliva sgombro e leggero, senz'altro fardello che la sua carne nemica.
Sul far della sera questa gli fece sentire la fame e la stanchezza; egli continu a salire lo stesso, finch una grande luce improvvisa sopra il bosco non gli annunzi che era arrivato alla cima.
Allora si butt sulla nuda roccia e si addorment sotto la fresca coltre del cielo ricamata dalle costellazioni.

La notte si fece fredda ed egli sogn di camminare ancora, attraverso una pianura coperta di neve: e grande era la sua pena, non per l'incorporea fatica, ma perch egli non vedeva la fine n sapeva lo scopo del suo viaggio. Tutto intorno era gelido immobile, senza vita, senza principio n fine: anche il pensiero di Dio si sperdeva in quel deserto polare, che era appunto come le terre informi prima che l'uomo nascesse e con lui il concetto della divinit.
Anche nel sogno, per, Leo combatteva contro gli spiriti tenebrosi che volevano distruggere la sua fede. Per tentare di scaldarsi e di sciogliere il vuoto intorno a s cominci ad ammucchiare con le mani la neve: ne fece un blocco, e con gioia rivide sotto i suoi piedi la terra. Il gelo per non cessava, il blocco si scioglieva. Allora egli si ricord di Dio.
- Dammi un segno della tua potenza, - preg, - ed io lavorer questa neve come il marmo per le colonne del tuo tempio.
Si svegli subito, tutto intorpidito: albeggiava, od era il chiarore della luna che imbiancava le pietre?
Egli credette che spuntasse il giorno perch gi si sentiva, lontanissimo eppure chiaro, un suono di lavoro umano: ed egli lo conosceva bene, quel suono, continuo, insistente, di cui ogni battuta risuonava lasciando dietro una vibrazione sottile e luminosa come un raggio d'argento.
Era un tagliapietre che lavorava sul macigno duro.
Dapprima Leo credette che il luogo fosse abitato: che lavoratori gi desti riprendessero l'opera lasciata il giorno avanti; ma poi si accorse che il suono non vibrava n sotto n intorno a lui.
Si sollev sul masso e si tese ad ascoltare meglio. Il suono veniva nell'aria, da monte a monte, come un filo magico musicale: e Leo ne intese la provenienza.
Era il suo compagno Marino, che arrivato in cima al Titano lavorava gi al chiaro di luna: e il macigno da lui battuto rispondeva come il cristallo.

Per qualche momento Leo si divert ad ascoltare; poi il freddo lo riprese e con esso un senso di tristezza. La valle e le chine bianche di luna gli rinnovavano l'impressione del deserto di neve e del suo vano sforzo di lavorare nel nulla: e invidi Marino che s'era portato gli strumenti e si serviva di essi, con gioia, come il poeta della sua lira.
Ricordava le parole del compagno: - L'uomo  nulla, se non  in quanto lascia fatto col suo pensiero e con la sua opera.
Anche il suo sogno gli sembrava una rivelazione di Dio. A lungo rimase cos, sulla roccia, triste, avvilito. Avesse potuto accendere un po' di fuoco! Neppure la pietra focaia e l'esca egli aveva voluto portare con s, con la presunzione di farne a meno: e Dio forse lo castigava per questa sua presunzione, facendogli sentire il freddo in piena estate.
Si scosse e pens ch'era ancora in tempo a ravvedersi, a rientrare, uomo tra gli uomini, nella legge dettata da Dio al primo di essi.
E poich fra le pietre sparse intorno, alle quali la luna dava un chiarore argenteo, ne vide una che gli ricordava il blocco che egli nel sogno aveva promesso di sbozzare, gli venne un'idea.
- Marino, - chiam nel grande silenzio lunare, - non potresti, con l'aiuto di Dio, gettarmi qualche strumento?
Il picchiare del tagliapietre cess: come uccelli si videro volare i martelli e gli scalpelli che Marino lanciava al suo compagno, da monte a monte; e la roccia intorno a Leo vibr al loro cadere.
Fu cos che anche lui ricominci a lavorare. Conosceva l'arte fina dei Romani e, prima ancora di scavarsi un rifugio come faceva il compagno Marino, cominci a scolpire fregi e capitelli, sognando di costruire una chiesa.
La chiesa fu fatta, dopo di lui, e forse sono suoi i capitelli intorno al cui immoto fiorire si affissarono e vi lasciarono la loro luce immortale gli occhi del divino poeta, in pellegrinaggio da Ravenna a San Leo.



"L'AVVENTORE"

Capit quella sera, nel locale del signor Giglio, un insolito avventore. Il signor Giglio  il vinaio del nostro quartiere: il locale, aristocraticamente intitolato "bottiglieria",  rifulgente di stucchi, di dorature, di eleganti scaffali; ma la clientela  sempre quella: piccoli borghesi, operai, infermieri, commessi, garzoni di bottega; anche donne, che sorvegliano i mariti ubbriaconi. Cos, le due sale, la prima col banco, la seconda pi raccolta e tiepida, sono sempre piene, sempre pervase da un'atmosfera di quieta letizia: si gioca, si beve; a qualcuno  permesso anche fare un breve pasto economico: tutto procede con calma, e gli avventori si conoscono l'un con l'altro come tanti parenti; e si vogliono bene. Tutto questo lo si deve all'onest bonaria del signor Giglio, che dal suo trono di zinco presiede l'assemblea e, a sua volta, con la sua bella testona riccioluta di autentico Bacco saluta gli avventori come tanti suoi fratelli.

L'avventore nuovo attravers, dunque, la prima sala e and a sedersi nella seconda, come se lo usasse fare da molti anni; e si mise proprio nell'angolo accanto all'uscio del retrobottega, davanti a un piccolo tavolo che, appunto perch piccolo, rimaneva quasi sempre disponibile. Una rete di sguardi, da prima quasi sorpresi, poi curiosi, infine forzatamente noncuranti, lo chiuse subito in quell'angolo, come in una gabbia di uccello raro: poich, in quell'ambiente allegrone e familiare, egli aveva in verit qualche cosa di estraneo, non solo, ma di esotico; col suo soprabito foderato di castoro, la bombetta un po' a sghimbescio sui capelli radi ma bene aggiustati dal parrucchiere, il lungo viso malaticcio, e infine i guanti di camoscio e il bastone con l'immancabile testa di cane buono e brutto.
Sembrava, per lo meno, l'aristocratico membro decaduto di una famiglia ducale, o un nobile da cinematografo: e quello che sopra tutto sorprendeva, nel suo viso ovale di antico ritratto, era lo sguardo mite dei suoi occhi azzurri, a mandorla, che, per le lunghe ciglia arricciate, ricordavano non so quale fantastico fiore raggiante. Tutti credevano di averlo gi veduto, in qualche luogo, le donne in chiesa, gli uomini per strada, ma come in sogno: e nessuno lo disse, perch la presenza di lui, fin dal primo momento, aveva sparso intorno un senso di soggezione, quasi di vaga paura. S, paura: perch, se egli non era un nobile autentico o un diplomatico straniero in visita di studio presso le leggendarie osterie romane, era probabilmente un degnissimo commissario di pubblica sicurezza.

Con ci non s'intende dire che i pacifici avventori del signor Giglio avessero gran macchie sulla coscienza, se ne togli il vecchio vizio del bere: ma insomma! Il quartiere, in questi ultimi tempi, era stato afflitto da piccoli furti: un misterioso signore vestito, al solito, di grigio aveva dato un cioccolatino a una bambina: e, pi impressionante di ogni altra cosa, quasi tutte le sere gridi disperati allarmavano le donne e i bambini. Forse erano gatti, forse qualcuno che si divertiva a imitarli; infine, nella vita non si sa nulla di preciso.
Il solo a non scomporsi fu il bravo signor Giglio: prima di tutto perch aveva la coscienza pi lucida del suo banco, e poi per la speranza di un nuovo buon avventore: di quelli che, sotto le apparenze colte e severe, trincano pi degli altri: e alla sua salute, quando and in cantina a prendergli una mezza bottiglia del suo miglior vino, mand gi di un fiato una mezza bottiglia per conto suo. E quando lo serv non gli rivolse la parola, ma rimase un po' mortificato che anche l'altro restasse rigido e muto al suo posto, come un fantoccio ben vestito.
Un'altra persona che non si impression troppo fu la sopraggiunta signora Mercedes, col suo scialletto a fiori, la trecciolina di lana grigia annodata in cima alla testa tremula, e un piccolo cestino in mano. Con questo cestino ella vendeva, durante la giornata, giunchiglie e altri fiori campestri, e tutti gliene compravano almeno uno, - dai venti ai cinquanta centesimi, - perch s'era sparsa la voce ch'ella portava fortuna.
Ma se la portava agli altri, ella certo non la portava a s stessa, se si guardavano le sue scarpe da uomo, che, diceva lei, ridevano per le tante piccole bocche delle crepature, e se dal cestino trasse, per cenare, un involtino, e dall'involtino una pietosa testina di abbacchio, arrostita. Ci mancava il meglio, alla povera testina, i cui occhi pareva piangessero ancora per le scottature: ci mancavano le cervella; ma le coppe ossee di queste, la vecchia aveva riempito di mollica di pane bagnato, col sale sopra; e parve darsi l'illusione di un pasto squisito quando cominci, con le sue piccole mani grigie di mummia, tuttavia odorose di giunchiglia, a staccare la mandibola della testina: se la port alla bocca sdentata, e la succhi, poich non c'era veramente altro da fare; e poi la intinse nella mollica, e ancora la succhi. E succhia, e mangia mollica, e bevici su un sorsetto avaro da un bicchiere di vinello rosso, servitole dal signor Giglio, ella parve dimenticarsi di tutto e di tutti. Scuoteva per la testa, con gli occhi grandi socchiusi, e con quei cenni significativi certamente ella diceva qualche cosa a s stessa, qualche cosa di molto importante.

- Signora Mercedes, - le disse il sor Tasso, suo vicino di tavola, - si ricordi che oggi  la Vigilia e lei ha mangiato di grasso.
Parlava sul serio, il sor Tasso, chiamato cos proprio in onore del poeta, perch anche lui era un sentimentalone tragico, sempre vanamente innamorato di fantastiche principesse: chiamato cos, dai suoi antichi compagni di scuola. Adesso, di decadenza in decadenza, aveva finito col fare il guardiano di cantieri; ma l'anima la conservava la stessa, fedele a Dio, alla Patria, all'amore per il vino del signor Giglio.
La vecchia fioraia trasal. E anche questa sembr una commedia, ma non era.
- Che volete, - disse con la sua voce di capretta, - io non lo ricordavo: ho perduto la memoria; e poi la testina me l'ha data la signora del villino qui accanto; e se me l'ha data lei, che  buona e religiosa, che d le croste di formaggio ai gatti randagi, e le briciole agli uccellini, e mette al sole i suoi pesciolini rossi perch, dentro il loro vaso azzurro, credano di essere ancora nel Fiume Azzurro della Cina, vuol dire che anche oggi potevo mangiarla.
- Quante chiacchiere per farsi assolvere; dica piuttosto che  una golosa ipocrita - ribatt il sor Pippo, l'altro vicino di tavola, il nero pittore di pareti, che rassomigliava a Nerone, prode come questi nel bastonare la moglie e quanti gli capitavano sotto.
La signora, anzi signorina, Mercedes non replic: aveva paura: ma il sor Tasso, che gi qualche volta aveva sentito il sapore delle botte del sor Pippo, la difese impavidamente. Con la bocca un po' storta dell'uomo che ha ben bene assaggiato il calice d'acqua di cicoria della vita, disse sottovoce:
- La signora Mercedes avrebbe certamente preferito sorbirsi un maritozzo con la panna, per rispettare la vigilia; e berci sopra un mezzo litro di quello dolce; ma chi glieli d? Cristo Dio?
E sorrideva, il poeta, con gli occhi verdi di bile, eppur mansueti come quelli dell'agnello la cui testa era stata divorata dalla signora Mercedes. Allora, nella bottiglieria Giglio, accadde un fatto straordinario. Mentre il prepotente sor Pippo cercava entro di s una risposta, e non trovandola arrotava i denti, l'avventore impellicciato si alz dal suo tavolino e and dritto al banco; pag, poi disse qualche cosa al padrone: infine se ne and, tranquillo, sollevandosi sulle orecchie il bavero che ancora aveva il tepore del castoro vivo.
Ed ecco il riccioluto signor Giglio avviarsi zoppicando al retrobottega, donde subito dopo usc con un piattino che pareva d'argento e un calice che pareva d'oro. Il tutto depose davanti alla signora Mercedes, dicendo: - Ve lo offre quel signore con la bombetta.
Ella si sent come squarciare le cataratte dei suoi occhi quasi centenari. Si alz, si fece il segno della croce e disse: - Se ero ancora al mio paese avrei detto: quello  certamente il Figlio di Dio.
Tutti capirono il senso di queste parole: e, d'impeto, d'istinto, dal fondo dell'essere, scoppi e percorse i loro corpacci un brivido d'infinita gioia; le donne rividero, oltre le dune di questa sabbiosa vita, sullo sfondo marino della fanciullezza, la figura del sacerdote che impartiva loro la prima Comunione.
E, sul piattino di latta, quel maritozzo con la bocca colma di panna, e quel calice entro la cui trasparenza l'oro schiumante del vino sembrava volesse sollevarsi in zampillo per svanire prima di esser bevuto, ebbero per tutti un fulmineo, sebbene non distinto, significato di divinit.
Poi cominciarono i commenti, gli scherzi, le risate, e ciascuno rientr nel suo cerchio di povera ma allegra umanit.



"LA CASA DEL RINOCERONTE"

Si affacciava sopra un turbolento gomito del fiume Senio, la casa del Rinoceronte.
Il luogo era degno di lui: orrido o bellissimo secondo la stagione e l'ora: una rupe enorme, rivestita di musco verde e nero, tutta buche e scavi, asilo di rettili e di uccelli, affrontava, di l del Senio, la casaccia che, a sua volta, in fatto di prepotente antichit, e nello stesso tempo tenera, sotto e sopra i muri e gli embrici, di nidi, di parietarie, di rampicanti e persino di capperi e di vischio, pareva oramai far parte delle cose naturali che la circondavano.
Le rondini, specialmente, che forse da secoli ne avevano formato il loro luogo di villeggiatura, entravano e uscivano dalle finestrelle senza persiane, e alcune anche senza vetri; e tessevano l'incessante trama dei loro amori sopra l'orto verdiccio e lucido, che stava alla casa come lo strascico di damasco stracciato di una vecchia dama povera: ai loro stridi molli rispondevano quelli duri delle ghiandaie dalle cime della rupe, se la voce del fiume lo permetteva: poich, a giorni, dopo solo qualche ora di pioggia, il fiume si gonfiava infuriato, mugolando come un demonio: allora ogni altro rumore taceva, e il Rinoceronte si affacciava sull'altana di legno sopra la porta della sua casa.

S'affacciava all'altana nei giorni brutti, quando cio era sicuro che gente non vi passasse sotto. Sapeva che tutti, anche i grotteschi carbonai che scendevano dai monti, e le umili lavandaie, e sopratutto gli sbilenchi monelli che sguazzavano di qua e di l del fiume, facendo concorrenza alle trote e alle cornacchie, lo chiamavano con quel nome, senza saperne bene il significato, per la sua persona tozza, per i grandi piedi gonfi della podagra, per la sua vista corta, e infine per la sua selvatica insensibilit ai rapporti col prossimo: o forse anche per invidia della sua orgogliosa solitudine, non turbata neppure dal battagliero contatto con la parentela.
Si affacci dunque anche quel giorno, quando, dopo ore ed ore di pioggia diluviale, sent l'urlo amico del fiume chiamarlo. Ed era tempo che l'acqua facesse sentire la sua voce lampeggiante. Erano mesi che non pioveva: anche le bestie cominciavano a soffrire la sete, e le foglie degli alberi cadevano come in un autunno inoltrato. Ma, sull'altana scricchiolante, l'uomo non sent il refrigerio solito dopo un temporale. Il fiume, s, era alto, sulle sponde rocciose, e ribolliva con un colore di lava, come se davvero i vulcani spenti dei monti si fossero avvivati e vomitassero quel torrente bluastro bavoso di rabbia.
Anche il cielo, pur cessata la pioggia, conservava un colore cupo, verdastro, quasi minerale. Il vento spirava dal nord, a tratti: spingeva in l, come pecore, le onde del fiume, che non gli si opponevano: poi, quasi sdegnato per questa loro remissione, si fermava, per tornare dopo un intervallo durante il quale tutta la vallata pareva intontita per il rombo delle acque.
Anche gli uccelli si erano nascosti: solo un rondinotto volteggiava solitario e basso sull'orto mortificato dalla pioggia, e pareva cercasse qualche cosa smarrita; ma al soffiare brigantesco del vento spariva anch'esso, per riapparire nell'improvvisa inquietante sosta che seguiva.
L'uomo conosceva bene il rondinotto, perch spesso entrava nelle stanze della casa, vi faceva un rapido giro d'ispezione, gli sfiorava la testa, e se non gliela piluccava, come egli aveva letto che certi uccellini fanno col rinoceronte vero, era perch la sua insensibilit non arrivava a permettere tanto. Quel giorno il rondinotto non entrava in casa: tutt'al pi si spingeva fino alla soglia della cucina, e subito fuggiva via quasi spaventato.
L'uomo, come tutti i solitari, era un grande osservatore: sentiva, anche se gli sfuggivano allo sguardo miope, le minime sfumature dei pi piccoli avvenimenti, le pi nascoste incrinature delle cose. In quell'andirivieni insolito e smarrito dell'uccellino leggeva come una misteriosa avvertenza: forse era morto il suo unico fratello, da lungo tempo malato di cancro, e il suo spirito, alleggerito dalla divina bont della morte, gli passava accanto: ritornato bambino giocava nell'orto, tentava di rivedere la casa, di rientrare nel cuore del fratello. Gli occhi di questo si lucidarono di lagrime: le sue braccia si aprirono sul legno dell'altana, con un desiderio di abbraccio; e non si accorgeva ch'era lui, a ritornare fanciullo, solo perch pensava che forse il fratello aveva finalmente cessato di soffrire.

E non si stup nel vedere che un uomo, con una cappa nera svolazzante al vento, saliva la strada rocciosa che dal paese conduce alla sua bicocca. Era l'uomo che - portalettere, usciere, messo - portava sulle carte scritte le notizie buone e cattive del mondo; pareva un grande corvo, con le lunghe gambe irrigidite da vecchi stivaloni; e, come l'uccellaccio, saltellava sui sassi della strada. Arrivato alla porta del Rinoceronte, si ferm; mand indietro sulle spalle le ali della sua cappa e da una borsa trasse una carta dura, scritta fitta fitta.
L'uomo, sull'altana, cap d'istinto che si trattava d'una cattiva notizia, ed ebbe voglia di sputare sul messo malefico e sulle sue ambasciate.
-  una carta bollata, maledetta sia ogni sua parola scritta - pens, scendendo ad aprire.
Nel vederselo davanti all'improvviso, il corvo trasal: poi, nel porgergli il foglio, tent di spiegargli amichevolmente di che si trattava: e pareva volesse scagionarsi del malanno che, come un appestato, involontariamente portava.
-  la sua signora cognata, che lo cita, per aver la parte della casa: l'ala destra, solo l'ala destra: gliene rimane, del posto, a lei, che  solo.
E guardava la casa, a destra, a sinistra, misurandola con gli occhi miti, con la buona intenzione, in fondo, di confortare il Rinoceronte: il quale, per, non aveva bisogno di conforti. Grid infuriato:
- La casa  tutta mia, e quella vecchia bastarda non ha aspettato neppure che il cadavere del mio povero fratello si raffreddasse, per gettarsi su di me. E va bene. Ala destra o ala sinistra  lo stesso: posso cederla anche tutta, pur di non avere certi contatti. C' di l la rupe, con le sue grotte: me ne vado l con piacere - aggiunse, con accento sincero e quasi nostalgico, mentre fissava la roccia con gli occhi rossi di collera.
- S, - disse infine, scuotendo il foglio come un ventaglio, per scacciare d'intorno tante brutte cose, - solo questo ci mancava, di togliermi anche la mia tana. Tutto il resto me lo avete gi tolto, cari concittadini e parenti; tutto, persino il nome: ma un amico ce l'ho ancora; oh, se ce l'ho; e salter fuori al momento buono.
Non disse chi era, n il messo glielo domand. Dopo tutto egli faceva il proprio dovere: amici o non amici non gl'importava di nessuno; e ridiscese la strada saltellando sui sassi umidi.

Il vecchio, allora, fermo sulla soglia della sua casa, lesse sghignazzando l'atto di citazione. Era una cosa iniqua, perch il fratello aveva gi avuto la sua parte di beni; ma la sola idea di andar a cercare un carnefice di avvocato gli dava un dolore mortale.
- Pigliatevi tutto - grid, buttando la carta all'aria; e il vento, arrivato di nascosto dall'angolo dell'orto, se la port via con impeto, la fece volare a lungo, la sbatt infine sul gonfiore del fiume: e l'acqua la ingoi, la vomit, pi in l se la riprese come coi denti divertendosi a tormentarla. Allora il Rinoceronte vide una cosa strana: il rondinotto vol sul fiume, sfior le onde, quasi volesse ripescare la carta, si sollev impotente, torn verso la casa; infine, col guizzo di una freccia, fugg verso la rupe.
- Signore, - gemette l'uomo, - mi pare di sognare -. E si picchi un dito sulla testa, per svegliarsi, ricordandosi di aver letto che gli uccellini che beccano, per nutrirsi, sulla groppa fangosa del rinoceronte, fuggono davanti a lui e cos lo avvertono se un pericolo lo minaccia. Ecco perch il rondinotto fuggiva: ma il pericolo egli lo conosceva gi: era l, in quella carta che ancora naufragava nel fiume; e di che altro egli poteva temere? Eppure un senso indefinibile di angoscia lo teneva fermo sulla soglia corrosa, della quale conosceva ogni ruga e che amava come una cosa viva. Sentiva che sarebbe morto, quando gli estranei, i nemici, gli usurpatori, gli avrebbero conteso quella pietra, cacciandolo via davvero dalla sua casa come una bestia dalla tana. Lentamente, appoggiandosi al muro, scese lo scalino, attravers la stradaccia, fino al parapetto del fiume. L si volse, e guard la sua casa. Ala destra, ala sinistra: in mezzo la vecchia porta ad arco, con pretese gentilizie: sopra, l'altana di legno, corrucciata e ancora piangente lagrime d'umido.
E cominci a farle dei segni, col testone grigio, con la faccia di maschera pietrosa; segni di sdegno, di minaccia, di beffa e di sfida, rimproverandole di volerlo anche lei tradire come tutti lo avevano tradito.
Ed ecco che la casa risponde: l'altana trema, trema il frontone della porta, trema la terra, sotto, con un brivido che arriva fino a lui e gli si comunica a tutte le vene.
Gli parve di sentire i lupi urlare: era il vento: la casa si mosse, dondolandosi come una ballerina prima di cominciare la danza; pareva dicesse: s, s. Uomo, c' qui il tuo terribile amico, la giustizia di Dio. E l'ala destra della casa croll, lasciando intatta la porta. Era il terremoto.



"LA ZIZZANIA"

Arriv un giorno in cui la madre, che sempre aveva predicato ai figli di patir la fame piuttosto che rubare una sola fava ai vicini di terra, la madre stessa fece loro intendere che bisognava si muovessero.
Non esasperata, e neppure ribelle, ma certo un po' strana, con gli occhi diafani e le gengive bianche di fame, disse:
- In casa non c' pi niente: vostro padre  l, con la pleurite che si  succhiata tutte le nostre robe; anche i miei orecchini, l'anello, l'armilla. Ecco - e si scuoteva come un albero spoglio dei suoi frutti. - Anche l'ultima gallina se n' andata. E tu, Giol, hai diciassette anni, e tu, Gino, quattordici e mezzo.
Essi lo sapevano, e lo sentivano bene, per la loro forza traboccante e per il loro formidabile appetito. Ma non c'era proprio nulla da fare. La neve, uno strato sopra l'altro, copriva con la sua lapide la terra morta; non si poteva andar neppure a cogliere radicchio; e in casa, tutto, davvero, fino all'ultima cotica del lardo, era stato rosicchiato dalla malattia del padre e dai loro diamantini denti di giovani lupi.
Il solo a non preoccuparsi troppo era Giovannino, il pi piccolo; anzitutto perch il suo maestro di scuola, che la natura aveva tagliato sul modello disusato di qualche antico apostolo, insegnava che la Provvidenza non manca mai: e poi perch questo riverito signor maestro, oltre al distribuire ai suoi alunni poveri il pane della scienza, faceva loro servire, tutti i giorni d'inverno, una scodella di minestra calda.

Giovannino, dunque, va a scuola, con gli occhi freschi come nocciuole nuove, il naso di garofano rugiadoso di moccio.
La giornata  bella: sopra i cappucci di feltro bianco dei monti lontani brilla un grande sole i cui raggi un po' mordono, un po' sorridono, allegri e felini come gli occhi del gatto del maestro. Questa  l'impressione di Giovannino, forse perch egli ricorda le parole della nonna: il sole d'inverno ha i denti: e si sente allegro e cattivo anche lui, pensando alle parole della mamma, al viso di morto del padre, ai fratelli grandi buoni a niente. La scuola non  lontana, ma sorge isolata tutta rifulgente di vetrate, come una chiesa, in mezzo a un prato coperto di neve. Gli alberi, intorno, sono neri e bianchi, cornuti come fantasmi di cervi favolosi: e alcuni hanno anche gli occhi, vuoti eppure luminosi, che di notte farebbero paura.
Arrivano, di qua, di l, altri ragazzini, col naso sgocciolante, le mani gonfie di geloni, le scarpe che pare abbiano battuto tutte le strade del mondo: ma quello che sorprende Giovannino  l'accorgersi che anche i suoi fratelli spuntano in fondo alla grande spianata, quasi vogliano ritornare a scuola. Giol, uno spilungone col viso di mela rosa, s' messo il tabarro e il berretto del padre, il che gli d un'aria distinta di galantuomo, mentre l'altro ha indosso un sacco, e pare il servo del fratello maggiore.
Dove vanno? Giovannino si ferma un momento ad aspettarli, poi pensa che forse  meglio il contrario, e fingere anzi di non vederli. Infila quindi la porta della scuola, entra in classe e trova il modo di spiare dalla vetrata: e vede i fratelli aggirarsi intorno all'edificio scolastico, all'annessa abitazione del maestro, al muro dell'orto, come direttori didattici in ispezione.

Il ritorno a casa fu ancora pi felice dell'andata a scuola. Il sole aveva rammollito la terra e si poteva, Dio volendo, far dispetto ai compagni, buttando loro a tradimento, sulla testa dura, palle di neve che infine non producevano danno, anzi riscaldavano le orecchie ancora imbottite delle parole del maestro.
Vasto e magnifico era stato quel giorno il programma delle lezioni. Religione: ricrdati di santificare le feste (figuriamoci, domani  domenica); e i precetti della Santa Chiesa: non mangiar carne di venerd, e digiunare nei giorni prescritti (oh, questo lo sapevano, anche per i giorni non prescritti). Disegno: sciatori che attraversano una vallata piena di neve (facile quadro da mettersi in azione); e, infine, dopo la medicinale grammatica, la gagliarda e commovente recitazione:

(L'han giurato: li ho visti in Pontida...)

A casa, poi, lo aspettava una gradevole sorpresa. Il dottore, venuto a visitare il babbo, lo aveva trovato molto migliorato; non solo, ma, invece di pretendere le dieci lire per la visita straordinaria, trattandosi di localit eccentrica, aveva lasciato uno scudo alla povera madre. E dire che il dottore, pi che per la sua scienza, era famoso per la spilorceria. La madre, con lo scudo che davvero, dati i tempi sosteneva con valore il suo eroico nome, aveva comprato uova per il malato e un bel chilo di fagiuoli cremisi, detti galantemente della Regina, quelli che in realt sono tanto ricchi da crearsi il condimento col loro sangue stesso.
Il padre sorrideva: un sorriso tutto denti, simile a quello del sole invernale, ma, come questo, fulgido di speranza. La gioia della vita ricomparve poi nella stamberga col ritorno dei fratelli. Da lontano si sentivano le loro voci, e le risate rimbalzanti cristalline sulla neve: e la stessa fiamma, nel focolare, si fece pi alta e allegra per ascoltare le loro frottole.
Disse Giol:
- Siamo stati a caccia: s, s, accidenti a chi non ci crede: siamo stati con un cacciatore che ci ha messo a guardia del varco delle lepri; e ne ha prese quattro. (- Per cominciare, non c' male - pens il padre). Una l'ha data a noi, tenendosi lui la pelle, con la testa, e le zampe e la coda, che serve alle signore per metterla al collo.
E Gino trasse dal sacco una lunga bestia insanguinata, gi sventrata, pronta alla cottura.
La madre non la prese, fissandola con gli occhi vitrei: Giovannino si sent la bocca piena di parole, ma se le ringoll una per una. Allora Giol, senza aspettare altro, infil la bestia nello spiedo, da provetto cacciatore.

E quando ebbero mangiato, i due fratelli uscirono di nuovo col sacco ancora insanguinato, senza badare alle rimostranze della madre che, con quelle sue parole fatali, li aveva oramai liberati come puledri dalle pastoie.
Giovannino avrebbe voluto seguirli, ma non poteva: e nel vederli sparire, fra il chiarore della neve e della luna, adesso per silenziosi pi che le loro ombre, gli parve di vivere in una fiaba.
Nessuno li sent tornare, e solo sul tardi, la mattina dopo, la madre si accorse che essi avevano seppellito qualche cosa sotto un mucchio di paglia e di neve, e che nel pollaio, gi desolatamente vuoto, c'era il miracolo di una gallina viva.
Ben venga, la gallina, in questo santo giorno di carestia; non aveva anche, una volta, preso forma di volatile lo stesso Spirito Santo, mandato da Dio ad annunziare la sua grazia e la sua misericordia agli uomini angustiati?

Il luned mattina il maestro tard alquanto ad entrare in classe. Giovannino, in cuor suo, come meno ipocritamente i compagni, sperava che il signor maestro fosse malato. E il viso, infatti, era pallido, pi scarno e osseo del solito: gli occhi tuttavia vivissimi, con lucentezze di febbre. A Giovannino parve stranamente che egli rassomigliasse, quel giorno, al suo babbo; e ne prov un vago terrore, come appunto quando il padre si aggravava e l'odore della morte penetrava, col vento di scirocco e il buio delle nuvole, nella casa disperata.
Le lezioni, quel giorno, procedettero fiacche; e, insolitamente, quella sulla religione fu lasciata alla fine. Fuori c'era un po' di nebbia; d'un tratto per il sole vi si sollev sopra, come un grande uccello d'oro, e le vetrate si riempirono di perle. Allora il maestro si alz solennemente, e lesse la parabola del grano e della zizzania:
- In quel tempo propose Ges alle turbe questa parabola. Il Regno dei cieli  simile a un uomo, il quale semin buon seme nel suo campo. Ma nel tempo che gli uomini dormivano, il nemico suo and, semin zizzania in mezzo al grano e se ne part. Come poi il seminato germogli e gran, allora apparve anche la zizzania. E i servi del padrone di casa andarono a dirgli: "Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo. Come mai c' la zizzania?". Ed egli rispose loro: "[Un] uomo nemico ha fatto tal cosa". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?". Ed egli rispose: "No, ch cogliendo questa, non strappiate con essa anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano sino alla mietitura: e al tempo della raccolta dir ai mietitori: sterpate prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla: il grano, poi, riponete nel mio granaio".
Finita, con voce un po' monotona, la lettura, egli sollev la testa liscia, e per un attimo, ma come distrattamente, fiss quella arricciata di Giovannino. Giovannino si aspettava quello sguardo, eppure sent come un soffio di vento freddo penetrargli fra i capelli di agnello nero.
- Vi ho detto questa parabola, - disse il maestro, melanconico, - perch sabato scorso, di giorno, mi  stato rubato il gatto, e di notte le galline. Vada pure per queste, ma il gatto lo si doveva rispettare. Lo conoscevate tutti: era uno di famiglia. E noi sappiamo benissimo chi ha fatto la prode caccia: e si potrebbero mandare i signori carabinieri per scovare, alla loro volta, i bravi cacciatori; ma nella loro casa ci sono anche anime innocenti che possono crescere come il grano in mezzo alla zizzania e, a suo tempo, dar buoni frutti.



"RACCONTI A GRACE"

Fra venti anni, speriamo anche trenta, la vecchia nonna Grazia dir alla sua bella nipotina Grace, figlia di suo figlio e di una nuora inglese o americana, o magari gagliarda e fiera ciociara:
- Tu, mia carissima, ieri nel pomeriggio hai pregato la tua mamma di accompagnarti a fare uno spuntino nella pineta di Cervia, vicina a quella famosa di Ravenna: in un'ora e tre quarti, per via aerea, siete arrivate felicemente lass. Tua mamma, che ha ancora qualche goccia di romanticheria nel suo sangue generoso, voleva scendere nell'antica casetta dei nonni, sul margine della verde-azzurra Cervia dantesca; tu hai preferito il grande albergo della pineta, ed hai anche ballato: verso sera, gi eravate a casa, fresche e lievi come piccioni viaggiatori. Ai miei tempi, invece! Sai quante ore ci volevano per andare da Roma a Cervia? Dieci, ed anche dodici. Dodici ore, dico, e tre trasbordi. La prima volta che si dovettero fare questi tre trasbordi, il nonno tuo non me lo disse che al momento della partenza, per non destarmi spavento e, sopratutto, non decidermi a non partire. Ma poi le cose andarono bene. Io avevo preparato un cestino di provviste per una ragione che ti spiegher poi: e dentro questo cestino, bene avvolte nella carta oleata, oltre le classiche uova sode e il salame e il pollo, ci si trovavano le tenere membra arrostite di una squisita lepre che, col relativo rosmarino, mi era stata regalata da una giovanissima scrittrice, proprietaria di fattorie e boschi, allora alle sue prime armi, adesso celebre in tutto il mondo. Si tratta della nostra buona amica Midi. Perch il prezioso cestino e la domestica che lo portava non andassero sperduti nella confusione dei trasbordi, ci si prese il lusso di farli viaggiare con noi, in seconda classe: per la verit, aggiungo che la donna la volli io, al mio seguito, perch aiutasse meglio il tuo caro nonno a caricarmi sul treno.
Tutto, dunque, and bene: eravamo noi soli nello scompartimento, ed a misura che si saliva l'Appennino dorato di ginestre, mi pareva di ringiovanire, di esser bella come tutto  eternamente bello in questa nostra sempre giovane Italia. A Falconara, primo trasbordo, il vento del mare ci accolse festoso, pi che un fanciullo che va incontro ai suoi genitori; a Rimini, secondo trasbordo, con fermata di due ore, tutta la chiara citt, e la spiaggia e il cielo di vero zaffiro, tutto fu nostro; a Bellaria, il nonno esclam: "Ecco la villa di Alfredo Panzini!". E si stette in silenzio, come pregando.

Ma questo viaggio, cara la mia Grace,  un portento di rapidit in confronto a quello mio primo. Il mio primo viaggio, se non contiamo quelli sui plaustri latini, ai tempi della mia beata infanzia, lo feci in diligenza: e fu il pi bello della mia vita. Si andava da Nuoro, gagliardo cuore di Sardegna, a Casteddu Mannu, Cagliari, Karalis fenicia, per la celebre festa di Santo Efisio, ai primi di maggio. Avevo undici anni. La festa della primavera e quella della mia fanciullezza coincidevano dunque con la sagra del grande Santo sardo.
Bellissima era la diligenza, tutta lucidata a nuovo, con le ruote solari che non minacciavano pericoli di sgonfiamento: e i due cavalli bai che la tiravano non chiedevano altro che di camminare, sdegnando le frustate, anche se amichevoli, del vetturale in costume. E bella era la bisaccia, con dentro due cestini, che zio Andrea portava: bisaccia tessuta a mano, come un arazzo, coi motivi simbolici, in rosso e blu, e verde e giallo-oro, tramandati forse dalle ricamatrici di Babilonia: e dentro i cestini ogni ben di Dio. Ecco, perch, per il viaggio a Cervia, la tua previdente nonna, o maliziosa e deliziosa Grace, aveva preparato il cestino con le provviste: non per avarizia, ma per quella forza dell'abitudine atavica che vince ogni altra potenza umana.
Mai compagni di viaggio furono pi amabili e cari dei nostri: oltre zio Andrea, che aveva gli occhi del colore del solfato di rame, per cui tutte le donne brune della contrada lo adoravano, c'era il suo inseparabile amico Antonio, pallido e fibroso come un nerbo di bue; e, fra gli altri, il carpentiere ziu Conchedda, dalla bella testa di sacerdote pagano, che faceva, oltre i carri, le pi misteriose stregonerie; ma era allegro, e la sua voce tenorile incantava, pi che le sue fatture, le clienti che ricorrevano a lui per le loro beghe amorose.
Prima tappa fu una cantoniera, per il cambio dei cavalli. Sperduta nella solitudine dei pascoli, ombrati qua e l dalle distese violette del puleggio in fiore, questa piccola casa biancastra, che qualche rovina di nuraghe guardava con disprezzo, a noi invece apparve come il palazzo delle fate; poich intorno vi sbocciava, con le rose canine, una ghirlanda di bellissimi marmocchi, e la loro mamma, la moglie del cantoniere, vendeva, per pochi centesimi, ai viaggiatori assetati, bicchierini di vernaccia, o di acquavite, o tazzine di caff reso innocuo dalla mescolanza con l'orzo. Ma i ricordi delle case delle fate, lucenti d'occhi di finestre ospitali nella notte della foresta, impallidirono al nostro arrivo a Macomer, e precisamente dopo che, smontati dalla tiepida diligenza, si entr in un vero palazzo illuminato a giorno; e si fece sosta in una grande sala dove le tavole, con fiori e argenterie, sembravano apparecchiate per un banchetto nuziale. I nostri cestini si nascosero ben bene, nei ventri della bisaccia, vergognosi davanti alle vivande, ai dolci e alle frutta che abbondavano sulle mense.
Era, infine, il ristorante della stazione.

Dopo di che, solo la meraviglia del treno poteva cancellare le altre emozionanti sorprese.
E solo dopo quella del treno, l'arrivo a Cagliari, il nostro Casteddu Mannu, il Castello Grande, la pi bella e forte citt del mondo, che sola pu competere con la sua rivale Sassari, gloriose metropoli entrambe, superiori a tutti i Castelli, le Ville, i Fori antichi e moderni. Al carpentiere-mago brillavano di fierezza gli occhi: pareva che l'incanto della radiosa citt, delle sue palme, dei suoi bastioni, delle sue torri leggendarie, lo avesse creato lui con le sue stregonerie; zio Andrea piangeva lagrime azzurre, mentre il suo duro amico Antonio, come al solito, lo sbeffeggiava. E quando dall'aerea loggetta medioevale di un'antica casa della citt alta, Casteddu 'e susu, si vide per la prima volta il bel golfo veramente angelico (Golfo degli Angeli), tutto increspato di argento, mi parve che quel movimento luminoso lo destasse il guizzare dei pesci.

E si indoss il vestito buono, fatto dalla sarta di famiglia, la buona Grazietta Murroni (non si fa il suo nome per rclame), la quale, in quel tempo, usava ancora i piccoli ganci di fil di ferro dell'epoca neolitica, quelli che lasciavano il segno della ruggine sul percalle della sottoveste: e si and per la citt festante. Si va, si va, stretti nella nostra piccola comitiva, con le scarpette nuove che fanno male, con la testa che, a veder tante meraviglie, palazzi grandi, balconi fioriti, negozi di lusso, monumenti e giardini, e bastimenti e barche, e sopra tutto la processione del Santo, che da sacerdoti e gentiluomini in costume spagnolo viene condotto per due giorni a Pula, si tramuta in una vera girandola.
A Pula, presso la costa, meta un tempo delle incursioni barbaresche, per salvarle dalle quali le reliquie del prode Efisio furono rimosse dalla primitiva chiesetta e trasportate a Cagliari, la festa dura due giorni, fra preghiere e canti di popolo, e gioia di mare e di cielo.
Non si rimase nella citt: troppe cose c'erano da vedere e da godere; e di feste campestri, a casa nostra, ne avevamo, da maggio a novembre, una collana doviziosa.
Stracittadini si doveva essere, in quei giorni che la nostra Capitale ci ospitava all'ombra della sua Torre dell'Elefante. E si va, e si va, di meraviglia in meraviglia, finch alla sera del terzo giorno, stanchi di beatitudine, poich si deve ancora assistere allo sparo dei fuochi d'artificio, invece di sederci al caff, si pensa di salire su un palco eretto in mezzo ad una piazza. Si deve star bene, su questo palco imbandierato; e zio Andrea, senz'altro, mi piglia per mano e va su, seguito dagli altri. Se non che un giovane signore in tuba si affaccia dall'alto della scaletta e grida sdegnato:
- Ma chi  questa gente? Ma chi  questa gente? Via, via, rusticoni.
E noi gi frementi, a testa bassa. Umiliazione pi cocente non si ebbe in vita nostra: n ancora ci riconforta il pensiero che quello era il palco per il Comitato della festa.



"I PRIMI PASSI"

Avevo undici anni e ripetevo la quarta classe elementare; non perch fossi stata bocciata, ma perch nella mia allora piccola citt di Nuoro non c'erano in quel tempo altre classi di scuole femminili.
Si andava, io e le mie compagne vicine di casa, molto volentieri a scuola: anzitutto, diciamolo pure senza ipocrisia, per la scuola stessa, e poi perch era un diversivo alla monotona e quasi claustrale vita di famiglia. Per arrivare alla scuola, che era in un antico convento di frati, si attraversava tutto il paese, dalle nostre straducole pietrose che sapevano di montagna allo sbocco glorioso della piazza dove le erbivendole sedute per terra esponevano le verdure ancora brillanti di rugiada, e intorno ai cestini di cefali azzurrini del pescivendolo venuto dalla Baronia si affollavano le serve di buona famiglia; poi si scendeva trepidanti per il Corso, ci si fermava ancora una volta ad ammirare i balconi del palazzo di Don Antonio, o davanti a qualche piccola vetrina, o nella cartoleria a comprare un pennino e un quaderno (cinque centesimi in blocco); si dava una sbirciatina altrettanto rapida quanto assorbente ai clienti del Caff; poi, lasciato il cuore della citt, gi nei quartieri popolari prima di arrivare alla scuola, si trovava il modo di comprare le castagne o le ciliegie a seconda della stagione; e finalmente, sul margine della strada ancora campestre del Convento si coglieva un fiorellino e si dava uno sguardo amoroso alla valle che declinava gi lenta, tinta del verde degli orti e delle vigne, del glauco degli olivi e sopratutto del colore del mistero. Il mistero della vita, che si apriva con l'aprirsi dei fiori dei mandorli, con lo spalancarsi del cielo invernale sopra i monti dell'orizzonte.

A scuola, a parte la modestia, la prima ero sempre io, forse per i miei cmpiti fantasiosi; quando veniva il signor Ispettore, l'interrogata era invariabilmente Deledda Grazia; onore che non mi lusingava, perch avevo una terribile soggezione dell'egregio superiore. Era un uomo tarchiato, con una testa di leone nero: tragico e colto come un gesuita. Ne abbiamo incontrati personaggi importanti nella vita; nessuno che facesse tremare le vene come l'Ispettore delle nostre scuole d'allora. La maestra, invece, era mite ed indulgente: non eccessivamente colta, invero, se parlando di Silvio Pellico ci additava con la bacchetta, come luogo di prigionia del martire, le isole Spitsberghe.
Finita di ripetere la quarta elementare, finiti i miei studi; e forse anche la carriera di scrittrice. Ma ecco in ottobre arriva un nuovo professore d'italiano, del Regio Ginnasio: arriva con un baule di libri, e va ad abitare in casa di mia zia Paulina, di rimpetto a casa nostra.
Questa zia Paulina era una donna intelligentissima. Piccola e grassa, col bruno viso camitico, sedeva sempre a filare, sotto il fico del suo cortile, e parlava come un filosofo stoico. Il suo stesso avvocato andava a trovarla, apposta per sentirla discorrere: anche il professore nuovo si fermava a conferire con lei. Cos si fece amicizia: e mio padre, che aveva anche lui studiato quella che ai suoi tempi si chiamava rettorica, pens di mandarmi a prendere qualche lezione d'italiano presso il benevolo professore. Benevolo egli era e gentile, e gli piaceva risiedere nella nostra salubre citt per il vino generoso della vicina Oliena: quando leggeva i poeti del tempo piangeva come se le loro passioni fossero le sue. Eppure egli non mi inspirava la soggezione del signor Ispettore: anzi una certa fredda commiserazione: e non gli fui n grata n amica neppure quando un giorno, dopo aver letto un mio componimento, egli batt sul foglietto il dito bianco e scarno, dicendo come a s stesso:
- Questo si potrebbe anche pubblicare.
Freddezza esteriore, per, da parte della scolara: dentro un subbuglio di orgoglio, di ambizione, di sogni.
Un bel giorno, cio una notte, il professore spar senza pi far ritorno. Aveva da pagare alcuni debiti, fra i quali il fitto della camera: in questa per, onestamente, lasci i suoi libri. E su questi libri, un po' per volta emigrati in casa mia, io continuai da sola ad inoltrarmi nella meravigliosa selva fiorita dell'arte poetica.
- Tu non crescerai mai, e mai sarai buona a niente, perch leggi troppo - mi dicevano in casa; ed io leggevo e scrivevo di nascosto. Di nascosto mandai una prima novella ad un giornale di Roma.
La novella viene immediatamente pubblicata, non solo, ma la Direzione me ne chiede subito un'altra. Mi pareva un sogno: e il mio nome stampato, per la prima volta, mi dava come un senso di allucinazione. Lo fissavo a lungo: le lettere s'ingrandivano, nere, vive, allarmanti. Ero (io), quella? No, non ero io, la piccola, la segreta, la quasi misteriosa scrittrice: eppure quel nome era l'eco del mio, che rispondeva da una lontananza infinita, di l dai monti, di l dal mare ancora a me sconosciuto: rispondeva al grido del mio essere anelante di espandersi in quella immensit. Ancora adesso il mio nome stampato mi produce come il riflesso di quella prima impressione.

Ma all'ebbrezza del successo seguirono amarezze e scoraggiamenti profondi. In famiglia non volevano che io pubblicassi le mie cose, non perch fossero vere fanciullaggini, ma perch non stava bene che una ragazzina di buona famiglia, con quei suoi atti di indipendenza spregiudicata, nuovi nel luogo, si esponesse alle critiche della gente.
E che critiche! Di quelle personali non mi importava: non guardavo in faccia nessuno: ma una mattina, indimenticabile mattina di primavera, mentre ci si disponeva ad andare a trascorrere la giornata in campagna, e io contavo di godermela a modo mio, fra le ginestre in fiore, con gli usignuoli, le coccinelle, le farfalle del buon Dio, ricevo una larga busta con dentro un foglio di carta protocollo scritto minutamente e non firmato.
Mi parve una di quelle sinistre irrevocabili sentenze notificate per mano d'usciere ad un colpevole di gravi reati. Era infatti una solenne stroncatura alle cose da me pubblicate: e la bella giornata si mut per me in quella dei morti.
Si disse che la critica feroce era opera di una donna: ma io avevo l'impressione che fosse stata scritta da un uomo; un uomo che viveva una sua strana vita solitaria, di studioso e di poeta, del quale tutti per conoscevano ed apprezzavano l'ingegno. E il dubbio mi avviliva tanto, che smisi di scrivere. Un giorno, invece, bello e memorabile anche questo, ricevo un sonetto dello stesso poeta, che forse aveva voluto rendere un atto di giustizia alla povera maltrattata Grazietta. Eccolo qui, scolpito sulla lapide della memoria:

Tu, dell'ingegno figlia benedetta,
non sogni lo svanir de le viole,
ma forte e ardente come la vendetta,
hai l'impeto de l'odio e le parole.

Su, in alto, ov' la palma che t'aspetta,
su ne l'immenso azzurro che ti vuole,
vola - e selvaggia libera aquiletta,
ti sublima oltre i monti, e affisa il sole.

Noi seguiamo i tuoi voli; in alto, in alto,
in alto l'ali tue sbatti e dilata,
da' al cielo ed alle folgori l'assalto.

Vola, aquiletta, vola, finch amore
non ti richiami al nido ove sei nata,
e l'ardor de la mente avrai nel core.

Il poeta si chiamava Giovanni Antonio Murru. E l'aquiletta riprese la penna. E svolazza di qua e svolazza di l, trov anche l'editore che pubblic il suo primo volume, non solo, ma lo compens con la cospicua somma di lire italiane cinquanta (senza percentuali s'intende).
E che la femminilit non fosse spenta in me dalla smania di scrivere, come pretendevano i miei nemici, lo prova il fatto che il primo acquisto pagato coi guadagni letterari fu quello di un fazzoletto di seta azzurra, che avvolto intorno alla mia testa dava risalto al nero dei capelli e procur alla scrittrice la prima dichiarazione d'amore. Adesso, nella sua casa di Roma, ella possiede un quadro di Michele Cascella intitolato (L'Invito).  un cancello aperto su un campo di lino fiorito: i toni pi deliziosi dell'azzurro vi si fondono, con un'armonia che, oltre il sentiero dorato attraverso la distesa celeste del campo, invita gli amanti dei sogni a perdersi nella sua divina luminosit. Ogni volta che la scrittrice solleva gli occhi verso questo quadro, ricorda il suo fazzoletto azzurro.



"PARTITE"

Di tanto in tanto mio padre imbastiva certe speculazioni che, mezzo poeta com'egli era, naturalmente gli riuscivano sempre male. L'ultima era stata una piantagione di aranci e limoni; solo il muro del recinto, poich bisognava salvare solidamente l'aureo prodotto, era costato migliaia di lire. Le pianticelle gi ben sviluppate, venute dal loro paese nato, furono collocate in bell'ordine nelle buche profonde foderate di concime; un uomo rimase a guardarle; un altro cal di peso, a furia di andar su e gi in cerca d'acqua per innaffiarle: il tempo pass, e delle piante non si sent che il profumo delle foglie; poi anche queste si ammalarono, di tisi e di rogna, e solo un arancio, dopo qualche anno, diede due frutti che, fra i rami ormai neri e nudi, parvero due brage in un focolare di sterpi spenti.
Adesso era la volta del sommacco. Ancora non so bene di che si trattasse, e cerco la spiegazione della parola. Sommacco, pianta della famiglia delle Anarcardiacee, la cui corteccia si adopera a conciar pelli.
Questa volta con le piante, o i semi, venne anche un uomo che si intendeva della loro coltivazione. A quanto pare la faccenda and cos bene che mio padre, lasciato ogni altro affare, decise di ampliare e intensificare la coltivazione. Trov anzi un socio: un conciatore di pelli, che si era arricchito col suo mestiere, e adesso possedeva terre e faceva studiare il suo unico figlio, al quale, forse per far dimenticare il cattivo odore delle concerie paterne, era stato imposto il nome di Giglio.
Questo Giglio cominci a fiorire nella mia fantasia dodicenne con tutto il profumo mistico e sensuale, con tutto lo slancio ed il puro e carnoso sbocciare verso il cielo, del fiore al quale era stato rubato il nome. Ma l'eroe, il quale aveva s o no sedici o diciassette anni, poich frequentava ancora il Liceo, mi piaceva sopratutto perch portava gli occhiali.

Or dunque quell'anno, prosperando l'azienda, ed in vista di larghi guadagni, mio padre prese la scusa di andare a curarsi di un principio di dolori artritici, in una piccola stazione termale di propriet di un suo amico, per condurre tutta la famiglia in villeggiatura. Si lasci in casa la vecchia serva patriarcale, e si prese in sua vece una ragazzona agreste e ardente come un corbezzolo sanguinante di frutti.
Quando si arriv alla famosa stazione termale, lei sola, delle donne, non si sgoment nel vedere che si trattava di una casa solitaria e malandata, in pieno deserto, senz'altra popolazione che i pastori dei dintorni, uno dei quali, al servizio del proprietario della sorgente, ci consegn le chiavi. Si respirava intorno l'odore nauseante e l'umidit calda dell'acqua solforosa; il tutto per si sperdeva nella grande aria di fuori, nell'estate primaverile dell'altipiano fiorito di asfodeli e di verbasco.
La casa era stata messa tutta a nostra disposizione, e con meraviglia ci si accorse che dentro, come nelle case delle fate in mezzo al bosco, nulla mancava per viverci comodamente: neppure il latte ed il coscio d'agnello offerti dal pastore; neppure le tovaglie ed i quadri, dei quali ricordo una verdognola Madonna della Solitudine, con un grande vestito ed un manto che parevano una capanna di frasche, e che ci accolse come la Signora del luogo.
La serva apr le finestre ed esplor tutte le stanze: si sentivano risonare i suoi passi sui pavimenti di legno, ed i suoi gridi di soddisfazione: gridi che, quando ella penetr nella soffitta, si cambiarono in richiami di soccorso.
Si and su, di corsa, a vedere.
Nella soffitta, aperta a tutti i venti, le civette avevano fatto i loro nidi: ed in uno di questi, pi leggiadro e perfetto di un panierino di giunchi, si vedevano le uova, piccole e giallognole come susine.

Che bella vita cominci! Con tanta sorgente in casa, bisognava per fare chilometri di strada per trovare l'acqua da bere. La ragazza ci andava volentieri, e, se occorreva, si spingeva fino al paese meno lontano, per le provviste. Per camminare meglio aveva liquidato le scarpe, verso le quali nutriva un odio personale, ed i suoi larghi piedi di creta scivolavano sul fieno secco e la polvere come nel loro elemento naturale. Quando tornava con l'anfora umida sul capo, e piano piano la reclinava poi tra le braccia per farci bere, sembrava davvero la statua di una fonte silvana. La preoccupazione dell'acqua e dei viveri, era la sola che riempiva il vuoto luminoso di quei giorni di vita beatamente animale. Si stava giorno e notte all'aperto, e solo il lontano scampano delle greggie, sperdute fra i ginepri e gli asfodeli, ricordava che laggi esistevano altri esseri ed altri interessi diversi dai nostri.
Io poi avevo trovato un nascondiglio dietro la casa, una rovina di cisterna, ricoperta di rampicanti campestri; e ci stavo dentro con la soddisfazione barbarica dell'uomo primitivo che ha trovato la sua caverna. Nascondersi, per nascondere a s stessi la realt esteriore e inventarsene una per proprio uso e consumo, non  questo il segreto della vera felicit?
Ma poi viene la noia, e si ha bisogno di tornare all'aperto, in cerca di quello che non si trova. Dopo qualche giorno di quella ferma vita pastorale, si cominciarono a sentire sbadigli, e qualcuno domand se non si era portato un mazzo di carte. No, non si era portato, ma la provvidenza, o il diavolo che, a quanto affermava il pastore custode della casa,  stato il primo fabbricante di carte da gioco, ne mand un bel mazzo nuovo, quel giorno stesso, per mano di un personaggio che mise in subbuglio la nostra flemmatica colonia.
Era il figlio del socio di mio padre, il bellissimo Giglio dagli occhi di cristallo.

Questi occhi non si degnarono di posarsi su di me; ed anche i miei, corrucciati e diffidenti, non si volgevano mai a guardare il giovane Adone; ma la sua sfolgorante presenza era dentro di me, come quella di Dio nei fedeli che hanno fatto la comunione: per la gioia del suo arrivo, anzi, andai a nascondermi nella cisterna. Sapevo che egli veniva per parte del padre, con certe comunicazioni dell'azienda, come un corriere di affari, insomma: cosa che a me non importava: per me egli era un inviato del cielo; il principe della casacca azzurra coi bottoni di lapislazzuli; il Sogno e l'Ideale.
Fu quel giorno che la ghiandaia, che si posava ogni tanto su una quercia davanti al mio rifugio, e veniva gi famigliarmente se io le buttavo qualche mollica di pane, mi apparve come un uccello meraviglioso: le sue ali erano di platino, orlate dello stesso azzurro del cielo; e quando svolazz gi come pattinando per la china dell'aria, per afferrare il pezzo di biscotto che io le portavo, mi sembr che mi chiamasse per nome, invitandomi a volare con lei.
Bisogn invece rientrare per la cena. L'odore grasso delle anguille in graticola si univa a quello dello zolfo, per soffocare il profumo della sera campestre; nella saletta da pranzo il lume era insolitamente gi acceso, e i ragazzi giocavano a carte. Io rimango fuori; li vedo ancora, attraverso l'inferriata della finestra, piegati ed assorti come a giocare una partita tragica. Di tanto in tanto uno si solleva, striscia la carta sulla tavola, poi scoppia in un grido belluino: ha vinto. La partita ricomincia; finch la serva scalza, col viso che fa concorrenza alla luna piena sorgente sulla riva dell'altipiano, non entra con una colonna di piatti fra le mani, e senza tante scuse invita i giocatori a sgomberare.
Si cena: anche (lui) mangia, e come! Ed  anche buongustaio. Dice:
- A me, un tempo, delle pernici piaceva solo il petto: adesso neppure quello. Se non  condito con una buona salsa, sa di stoppa.
Un tempo. Vuol dire che gli anni e l'esperienza hanno raffinato i suoi sensi: e quest'impressione, sebbene me lo allontani ancora di pi nella realt, lo rende pi rispettabile nel sogno.

Tre giorni egli rimase con noi. And con la serva e i ragazzi al paese, e l si fece prestare una chitarra. Allora la festa fu completa; le partite a carte, alle quali adesso prendeva parte rumorosa la serva, si seguivano alle strimpellate sentimentali, o queste accompagnavano quelle.
Venne il pastore, con doni del suo ovile; pass un pescatore di fiume e lasci, per poche lire, un trofeo di trote infilzate crudelmente per la triste bocca ad un giunco. Nella cucina c' odore di dolce, ed il mio cuore si fonde per la crema d'oro pallido rimescolata dalle piccole mani materne, quando, di fuori della finestra dalla quale spio, sento che mio padre, appena uscito dal bagno ed ancora avvolto nell'accappatoio bollente, dice, accennando all'ospite ed a me:
- Fra cinque o sei anni li faremo sposare.
Io corro ancora, smarrita, coi capelli che si sono sciolti per la gioia paurosa del mistero annunziato dal verbo paterno. La ghiandaia mi chiama: non ho nulla da darle: le mando un bacio col bocciolo delle dita chiuse: essa sbatte le ali frullando il verde della quercia e vola via con uno sghignazzare da mascalzone.

I ragazzi si contendevano la chitarra, che passava rassegnata, gemendo flebilmente, dall'uno all'altro. Il campo delle partite a carte, l'ultimo giorno, rimase all'ospite e alla serva. Seduti uno per parte dello spigolo della tavola ricoperta di un tappeto in carattere, verde pisello, essi giocavano un po' distratti, come ascoltando le note dello strumento per regolarsi sulla carta da gettare. La ragazza, insolitamente silenziosa, mi pare un'altra. Appoggiata alla mensola della credenza, io li guardo con un sentimento gi umano di gelosia, e per fare qualche cosa svolgo e riavvolgo il filo di un gomitolo: ma anch'io ascolto una musica lontana, che va e viene, vibrando attraverso un filo svolto e riavvolto come quello che le mie dita tormentano: forse il filo del destino. D'un tratto il gomitolo mi scappa dalle mani; silenzioso ma come vivo corre sul pavimento, fin sotto la tavola dove i due fanno il loro gioco senza badare ad altro. Io mi piego e seguo il filo che mi  rimasto fra le dita, spinta da un senso incosciente di scoperta, come quando in sogno si cerca qualche cosa di indefinito: finch non vedo il gomitolo fermo, sgomento e malizioso a guardare le gambe tozze e i polverosi piedi scalzi della serva serrati fra le gambe eleganti e i piedi ben calzati del giocatore.



"IL SEGRETO DI MOSSI PER"

Il suo vero nome era un altro, che si pronunziava press'a poco nello stesso modo; ma noi lo chiamavamo cos, un po' per scherno, un po' per convenienza. Di nascita, o almeno d'origine, francese, grande cacciatore agli occhi di Dio, era venuto di lontano al nostro paese per una sola stagione di pernici, e vi si era fermato per tutta la vita.
Aveva due magnifici cavalli e una torma di cani che per un certo tempo formarono il terrore di tutti i bambini, i gatti, le galline della contrada: in seguito alle proteste dell'intera popolazione, prese in affitto un orticello, a sue spese lo ricinse di un alto muro, e vi rinchiuse la sua (famiglia), come egli chiamava i suoi bracchi e i suoi segugi.
Non aveva altra famiglia, infatti, e ogni volta che passava davanti a mio padre, seduto all'ombra della casa a leggere (Il Risveglio dell'Isola), si fermava a parlare solo di cani, di caccia, di avventure di bosco.
Alto, infiammato, vestito sempre con un costume da caccia un po' brigantesco, parlava con un linguaggio misto di francese, d'italiano e di dialetto: la sua voce aspra e risonante echeggiava nel silenzio della strada e faceva affrettare il passo alle donne che andavano al Molino con le grandi ceste di frumento sul capo.
I ragazzi si nascondevano o lo spiavano di lontano. Egli non faceva male a nessuno, anzi era generoso e regalava ai suoi amici, e specialmente a mio padre, bei grappoli di pernici dorate e lepri con gli occhi ancora spauriti dal senso della morte: eppure tutti lo temevano, forse per la sua figura di barbaro esotico, per la sua voce che stonava in un paese di taciturni come il nostro, e sopra tutto per le leggende che correvano sul conto suo e delle quali egli si compiaceva apertamente.
Inoltre si diceva che era ricchissimo. Infatti spendeva molto per i cavalli e i cani, mangiava nella migliore trattoria del paese e, oltre ai buoni cibi e al buon vino, gli piacevano le belle paesane ed anche le borghesi di meno facile conquista. Sempre al dire della gente, egli attirava le donne nella sua abitazione, una specie di bicocca fuori di mano, e le trattava senza complimenti: tanto che una nostra serva, bella e formosa ragazza da tutti adocchiata, si rifiut di andar sola da lui un giorno che mio padre le ordin di portargli una lettera della quale doveva aspettare la risposta.
Allora le si procur una specie di guardia del corpo, composta di tre ragazzine coraggiose e di buona volont. Una ero io. Si and, a dire il vero, con molto coraggio, s, ma anche con una curiosit trepida e quasi morbosa. Perch, fra le altre cose, quel boia di forestiero tiene, nella sua casa, una camera sempre chiusa dove ogni tanto, quando non va alle sue cacce del diavolo, si ritira per ore ed ore. Allora si sentono rumori strani, come se egli apra e chiuda casse e bauli. Che cosa ci sia nella camera, e che cosa egli vi faccia, non lo sa nessuno: neppure la vecchia Gavina che ogni mattina pulisce le altre stanze; neppure l'uomo che accudisce ai cavalli ed ai cani. Un tempo si diceva che in quel nascondiglio Mossi Per ci tenesse chiusa, come usava l'orco, una bella ragazza; ma le belle ragazze mangiano, e lui non portava niente a casa. Che ci pu essere dunque? Un tesoro o qualche disgraziato da lui ucciso e poi chiuso in una cassa? O che egli vi faccia delle stregonerie? Certo, un contadino che venne una volta a protestare perch i cani gli avevano rovinato il campo, dopo aver bevuto un bicchiere di vino offerto da Mossi Per cadde malato, ed ancora lo , di un male che i dottori non sanno definire. E quella vecchia strega di Gavina quando sente dire queste cose ride, con la sua bocca senza un dente che la fa parere la morte: ride, ma forse lei ne sa qualche cosa ed  complice dell'indemoniato forestiero.
Cos parlava la portatrice della lettera, e la sua tenera scorta le si stringeva addosso, in modo che il gruppo procedeva per l'erta straducola come un corpo solo.
- E poi? E poi?
Ella continuava. Anche i cani del cacciatore erano diversi dagli altri cani: uno pareva parlasse, e se qualche ladruncolo tentava di avvicinarsi alla casa, gli urli umani della bestia spaventavano la gente a chilometri di distanza. Interrogata anche su questo, la vecchia Gavina rideva: rise, col suo riso muto e vuoto, quando, dalla porticina laterale della bicocca, sul cui scalino sedeva con un gatto rosso in grembo, avvist la nostra compagnia.
- Adesso gliene dico due - brontol la serva, irritata dall'accoglienza ironica della vecchia.
E le fece vedere la lettera:
- Portatela al vostro padrone: noi aspettiamo qui la risposta.
L'altra si fece dura, senza smettere la sua aria di beffa.
- Va tu, a portargliela. O hai paura che egli ti palpi i fianchi?
- I fianchi li palper a voi, per ricordarsi della morte, il vostro bel padrone.
- Io non ho padroni: la padrona sono io, in casa mia.
- Bel palazzo, la vostra casa.
La vecchia afferr il gatto, come volesse gettarlo addosso alla ragazza: ma la bestia apr due occhi azzurri stupiti e innocenti, sbadigli e torn ad accovacciarsele in grembo. Per far cessare la questione, noi trascinammo via la serva, girando attorno alla casa. Ecco la porta principale d'ingresso:  socchiusa e lascia vedere una scaletta ripida che pare scolpita nella viva roccia: in alto c' buio; quindi, prima di avventurarci nell'ascesa pericolosa, facciamo rintronare tutta la casa coi colpi di un grosso anello di ferro infisso alla porta.
Risponde un cane dall'attiguo recinto, ma il suo  un semplice latrato, giovane, chiaro, quasi benevolo. In pari tempo il cacciatore si affacci ad un finestrino che pareva una feritoia: il suo viso volpino, di pelo tutto rosso, quasi arancione, lo conoscevo gi; ma non mi fece pi paura perch per la prima volta avevo l'occasione di conoscere anche i suoi occhi: grandi, stupiti, azzurri e innocenti come quelli del gattino disturbato in grembo alla vecchia.
Forse anche Mossi Per dormiva, nella sua pietrosa solitudine, in quel silenzio meridiano che l'abbaiare del cane rendeva pi sensibile; forse lo abbiamo disturbato mentre nella camera misteriosa era intento a qualche opera di maga.
L'aspetto del negromante ce l'aveva, quando ci apparve sul pianerottolo in cima alla scaletta: poich gli stivaloni e il costume da caccia erano sostituiti da un bel paio di pantofole orientali e da un vestito da camera a fiorami gialli e viola, stretto alla vita da un cordone del colore dei capelli dello strano personaggio.
Fin dal primo sguardo, egli aveva riconosciuto la serva e la figlia del suo amico: ci salut, dunque, con una voce che non pareva pi la sua, tanto gentile e mansueta risonava, e ci fece subito attraversare un piccolo corridoio sul quale si aprivano alcuni usci, pregandoci di "prender posto" in una stanzetta che doveva essere il salotto.
Mentre egli leggeva la lettera, fra lo smarrimento generale io osservavo con una certa calma l'ambiente, che per non mi rassicurava del tutto. Era una piccola stanza col soffitto di legno grezzo, le pareti completamente coperte di armi e trofei di caccia. Un nibbio imbalsamato apriva le grandi ali secche come ventole, sopra una mensola polverosa. Ma quello che pi impressionava, che dava al luogo un colore tra l'antro brigantesco e il presepio, era il mobilio; sedili, angoliere, tavolini e scaffali tutti fabbricati col sughero: alcuni rozzi, altri decorati e traforati con una finezza artistica sorprendente.
Oltre ai recipienti d'uso pastorale e domestico, io conoscevo gi qualche oggetto confezionato col sughero; ma non immaginavo che se ne potessero trarre mobili ed anche quadri. Infatti, scolpito pur esso nel sughero, un quadro in bassorilievo, che pareva di terracotta, attrasse la mia attenzione: rappresentava una scena di caccia.
Intanto Mossi Per, aperto un secondo uscio della stanzetta, si era ritirato per scrivere la risposta. Sparito lui, svanita la paura del pericolo, ci si guard tutte in viso, incerte se ridere o no. Era questo l'orco, il negromante, l'uomo dalla camera misteriosa? E dov'era questa camera misteriosa? Un pensiero ardito e fulmineo mi fece balzare nel corridoio, per guardare dal buco della serratura degli usci chiusi. E in uno intravidi un letto: nell'altro nulla, perch c'era la chiave dentro: nel terzo...
Non ho mai dimenticato il senso di terrore che m'irrigid come il nibbio imbalsamato quando il terzo uscio si apr e, leccando il lembo della busta destinata a mio padre, vi ricomparve il cacciatore. Nel vedermi d'improvviso davanti a lui, parve dapprima contrariato; poi un sogghigno gli sollev il baffo sinistro e i suoi occhi rassomigliarono a quelli del gatto che afferra il topolino. Mi afferr, infatti, e mi tir dentro la stanza misteriosa. Lo spavento m'impediva di gridare: anche lui non parlava, ma agitava la lettera, di qua, di l, come per indicarmi meglio gli oggetti intorno. E il mio terrore si sciolse subito, in un senso di gioia, di curiosit soddisfatta ma anche delusa, e infine di vergogna per la meritata lezione che subivo.
Poich la famosa stanza era una specie di laboratorio, con un banco come quello dei falegnami, con gli stessi arnesi; ma invece di assi vi erano ammucchiati blocchi e lastre di sughero, alcuni a bagno in una tinozza; e sul davanzale stavano ad asciugare alcuni biglietti di visita, che parevano di carta rossastra, sui quali il negromante, il grande peccatore, aveva inciso il suo nome e tre foglioline di edera.



"IL SESTO SENSO"

Da otto giorni non mi riusciva di prendere la penna in mano. Tutto era buono per favorire questa separazione: il caldo, le mosche, il mal di denti; ma sopratutto l'esistenza, in quei dintorni, di un "magneta" che, per essere locale e dilettante, non la cedeva a quelli professionisti e di fama mondiale. Questo magnetizzatore io non lo conoscevo, n lui mi conosceva; ma sapevamo l'uno dell'altro per sentito dire: lui perch il mio nome era apparso nella gazzetta del luogo; io perch da due mesi che si villeggiava lass, tutte le persone che avvicinavo, grandi e piccole, dotte e ignoranti, non parlavano che di lui. Si chiamava il cavalier Zucchi; e uno spirito ancora spregiudicato, ancora non convinto dei miracoli dell'ipnotizzatore, diceva che la popolazione, indigeni e forestieri, soffriva di una (zucchite acuta).
Io e questo signore eravamo i soli personaggi del luogo che non assistevamo agli esperimenti, e dunque ancora non tocchi dall'epidemia. Di giorno in giorno, per, i riferimenti delle meraviglie operate dallo Zucchi si facevano impressionanti e quasi allarmanti.
Egli aveva preso di mira specialmente i membri pi giovani delle famiglie dei villeggianti: ragazzi estenuati dai recenti esami, signorine che si lasciavano attrarre dai suoi occhi favolosi come da quelli di un loro particolare innamorato: dai primi, fra le altre cose, si faceva consegnare i portafogli invero non troppo forniti; alle seconde imponeva di indovinare la data, la provenienza ed anche il contenuto delle lettere che si trovavano nelle tasche degli astanti. Doppiamente bendato, egli, poi, ritrovava gli oggetti pi piccoli, accuratamente nascosti; indovinava l'ora, il minuto, il secondo degli orologi montati a caso ed in segreto dai suoi soggetti; svelava il pensiero delle donne isteriche, ed a queste riusciva ancora ad imporre di non sentire pi i loro disturbi.
Una sera fece zimbello suo e del pubblico un nostro ospite adolescente, che per il resto della notte e il giorno dopo fu colto da emicrania e vertigini preoccupanti.
- Zucchite acuta, zucchite letargica - diceva il signore incredulo.
Io feci purgare il ragazzo e gli proibii di ritornare agli esperimenti: ma il cavalier Zucchi, che aveva trovato in lui uno dei suoi pi efficaci soggetti, tent di attirarlo ancora: allora io mi lasciai scappare parole sgarbate a suo riguardo.

Egli per non era uomo da offendersi, e mi mand a dire che anche a distanza avrei sentito gli effetti della sua potenza.
Infatti il giorno stesso mi venne un gran mal di denti. Qui bisogna dire per che la nostra casa era in mezzo al bosco: uno di quei graziosi "villini affondati in mezzo al verde", la cui fotografia, riprodotta sulle cartoline illustrate, serve di rclame al luogo. C'era accanto una fontana con pretese artistiche, buona per l'acqua fresca, ma che attirava le zanzare crudeli. Posto incantevole, umido e malsano, dunque; e all'umidit della casa fu attribuito subito il mal di denti; e al mal di denti e alle zanzare i primi sintomi di ripugnanza a toccare la penna. Ma no, che non era ripugnanza; piuttosto impotenza. La penna  l, coricata accanto al fido calamaio, sul tappeto il cui verde sbiadito va a sconfinare col verde vivo della persiana socchiusa e con quello denso dei castagni immobili pesanti sul cielo di smalto:  l, e aspetta la mano materna che la prenda. Ma questa preferisce sostenere il peso della testa gonfia di pensieri; e non si muove, non si muover pi per il resto del giorno, forse dell'anno.
Eppure l'inspirazione non manca; la nitida cartella  l, come una vergine sposa che aspetta: tutto  pronto per il rito creatore. Ma la mano non pu muoversi.

Ancora una volta mi torna in mente il dramma di un nostro colono. Era un giovine aitante, coraggioso, senza pregiudizi: tanto che aveva preferito ad una sua giovane fidanzata povera, una vedova ricca.
- Fa pure, - dice la fanciulla abbandonata: - la vedova ti ha stregato coi suoi quattrini; ma io ti preparo una fattura che ti impedir di essere uomo con tua moglie.
Ed egli, infatti, ogni volta che si avvicinava alla sposa, si sentiva come legato. Le sue mani non riuscivano a toccarla, le labbra gli pendevano inerti, anche le palpebre si rifiutavano di funzionare: la (fattura) della fanciulla offesa aveva tale potenza che, per quanto egli affermasse di non crederci, lo avvinceva e dominava.

Nella mia penna sdraiata sul verde melanconico del tappeto mi pareva di rivedere il contadino buttato sull'erba del campo della vedova, avvilito e vinto. A che gli servivano le ricchezze, la giovent, la sua stessa forza, la sua volont di vita?
A che servivano pi, alla mia penna, la mia voglia di scrivere, il mio bisogno di rivivere, sia pure con umilt, sulla cartella pallida anch'essa per la sua vana attesa? La mano non si muove, non si muover mai pi per scrivere.

E va bene per il primo giorno: ma il secondo, il terzo? Il caldo diminuisce, le mosche vengono massacrate da un potente specifico: la nevralgia guarita da uno specifico pi potente ancora. Quelli che non hanno pi potenza sono il mio bisogno e la mia volont di lavorare. Lavorare! Non lasciar cadere il giorno come un seme sterile: lavorare, sia pure modestamente, sia pure solo per esprimere quest'ambascia misteriosa e nuova, che grava sul mio essere come una minaccia di morte.
Impossibile. La penna  l, la cartella  qui, come uno specchio appannato che non dovr pi riflettere la luce dei miei occhi: la mano sinistra si allunga a toccarle, quasi per assicurarsi che esistono, ma la destra non si stacca dalla guancia, e tutta la testa vi si appoggia con desolazione.
Intanto osservavo che, da quando era cominciata la mia strana malattia, nessuno pi mi parlava dell'ipnotizzatore. Era passato di moda, o si riposava? Io non domandavo di lui, anche perch mi pareva che gli altri, a loro volta, mi osservassero o conoscessero il mio tragico e ridicolo segreto.
Dur otto giorni, la curiosa faccenda: all'ottavo giorno, prima di mettermi a sedere davanti al fatale scrittoio, mi ricordai di aver imparato, molti anni prima, ai tempi del contadino (fatturato), uno scongiuro potentissimo contro i disastri del genere. Perch anche allora esistevano, e come!, i fenomeni del sesto senso: la volont forte che s'impone alla volont debole; la donna invidiosa che tocc i miei lunghi capelli, e questi in pochi giorni mi caddero; il vecchione che, con parole magiche, impose alle volpi di non penetrare oltre nella vigna; il sacerdote che scacci i demoni dalla fanciulla isterica; e, infine, pi formidabile e utile di tutti, l'uomo che coi suoi indiz sonnambolici, aiutava a ritrovare i ladri e gli assassini.
Lo scongiuro che mi era stato insegnato in segreto e sotto giuramento di non trasmetterlo a nessuno, consisteva in una catena di atroci imprecazioni, sacrilegamente mescolate a preghiere alla Vergine e ai serafini. Provo a ripeterlo, ma non mi riesce: il tempo lo ha cancellato dalla mia memoria. Allora mi viene in mente di sostituirlo col sesto senso: con la volont ferma di vincere quella dell'incantatore.

Chiusi gli occhi e pensai a lui: e mi parve di vederlo, come lo descrivevano i suoi soggetti, piccolo, diabolico, con un frac verdognolo, gli occhi belli e lucidi come quelli della civetta, il viso scarnificato dall'alcool e dall'incipiente folla.
- Cavaliere, - gli dico, - mi fa il santo piacere di lasciarmi in pace? No? Badi che anch'io avrei la forza di augurarle un male, ma un male grande.
Gli occhi di civetta mi fissavano, lusinghieri, equivoci e veramente affascinanti: io sostenevo il loro sguardo coi miei occhi chiusi, e sentivo come una fiamma sollevarmi i capelli e avvilupparli con s in una sola torcia.
Non parlo pi col mio avversario, ma egli deve sentire il riflesso bruciante della mia volont. Perch i suoi occhi si chiudono come alla luce di un lampo. Io riapro i miei e mi pare di svegliarmi da un incubo. Superstizione, fantasia? Il fatto  che l'incantesimo fu rotto.



"CONTRATTO"

Mi sono stancata della mia casa di citt. Forse perch mi ha fatto troppo godere e troppo soffrire.
Dapprima ero io la padrona: poich non l'amavo e quindi non mi curavo di essa. Mi curavo solo di me e delle cose esterne che ingombrano l'esistenza delle donne, come le nuvole di colore l'orizzonte della sera. Peccati e leggerezze d'ogni genere. Ma le pareti ancora fresche e disamate guardavano e giudicavano: forse respiravano l'ostilit, o peggio ancora l'indifferenza, il disamore, le cattive passioni della loro padrona; e pensavano di vendicarsi.

Col passare del tempo le parti s'invertirono. La padrona divent lei, la casa, e si vendic davvero.
Di fuori, l'orizzonte si era scolorito e sgonfiato delle sue vane chimere; ma come farfalle notturne, esse penetrarono nella mia casa e si appiccicarono alle pareti.
Divent allora lei la padrona, la casa che si era logorata nel lungo abbandono; e sfrutt il mio tardivo amore per essa. Richiese di essere rinfrescata, rivestita da capo a piedi: domand ornamenti; pretese cose inutili e di lusso: cos l'amante che non ama pi, e per vende il suo amore.
Si era come investita dei miei gusti di un tempo, la casa modesta e silenziosa; voleva cose esterne e di colore, non per s, non per far piacere a me e agli altri suoi abitanti, ma per gli estranei, per far loro vanitosamente credere di essere una casa ricca e felice.
E poich le serve e gli operai non la contentavano, pretendeva l'opera mia: fatiche da galeotti e da pazzi, quali solo il maniaco amore per la casa pu far compiere a una donna.

Fu davvero una vendetta tragica, che richiese il mio sangue e lasci il mio fianco malato. Allora sono fuggita.
Ma non posso vivere nelle case degli altri. Troglodita d'origine, posso vivere anche in una grotta, ma che la grotta sia mia. E mentre oggi camminavo smarrita e stanca, con un dolore di vagabondaggio nei pensieri, o meglio nei piedi polverosi, e con l'impressione mortale che pi non c'era sosta nel mio andare, sollevando gli occhi dal biancore desolato della strada campestre vidi come uno degli antichi miraggi che rallegravano l'orizzonte della mia fantasia:

(Villa da vendere).

Cos  scritto sul frontone della casetta color biscotto, con le persiane di menta glaciale verde, che pare sbocciata dalla sabbia per l'opera magica di una fata e per mia esclusiva consolazione.
Mi tornano in mente le favole rugiadose dell'infanzia selvatica; un uomo cammina nel deserto o nella foresta: si  smarrito, ha fame, ha sonno, ha paura di non ritrovare pi la sua strada e di essere divorato dalle belve; ma quando pi dispera, vede come una siepe fiorita di rose:  la facciata di una casa. La porta  spalancata: egli entra; trova la tavola apparecchiata, il letto pronto, il lume acceso: e nessuno gli contrasta il possesso della quieta dimora.
Anche la villetta da vendere  aperta: vi penetro, mi guardo attorno: gli usci spalancati, il corridoio, la scala, tutto m'invita a proseguire nella mia visita, anzi nella mia istintiva presa di possesso. Poich sento di essere gi la padrona del luogo: tutto mi piace; le stanze non troppo grandi ma ariose e fresche, la cucina, il piccolo portico, e sopra tutto la terrazza: sulla terrazza mi pare di riavermi dopo un lungo svenimento. Rivedo l'azzurro del cielo, e nell'alito del mare sento l'alito stesso della speranza.

Io ti comprer dunque, piccola casa che hai per ali il mare: le condizioni per, da stabilirsi senza notaio e senza l'ufficio del Registro, sono queste, ferme e chiare:
- Io non sar la tua padrona, n tu la mia. Saremo comproprietarie, per la vita e per la morte. Tu mi chiederai solo le pi elementari riparazioni contro i dispetti del tempo, e io non ti domander che di salvarmi dal camminare per le divoranti vie del mondo in cerca di un altro rifugio.
Non pretendere di essere circondata da giardino. Troppo ho sofferto e faticato per un altro giardino, e vengo a te anche per dimenticare quello. Tutt'al pi ti cinger di una ghirlanda di agili pioppi del Canad, che ridono al vento di estate e si piegano al vento di autunno offrendogli, come coriandoli, le loro foglie stanche di godere.
Lascer crescere sulla sabbia del tuo recinto le erbe, i giunchi, i cespugli marini: crescere, morire, rinascere; come il buon Dio vuole.
Non toccher un fiore; non sar pi nemica neppure della gramigna: cresca anch'essa e stenda un tappeto di lana verde intorno al pozzo biblico.
Le tue stanze saranno come quelle dove  avvenuto un sequestro: non ci sar che il puro necessario; e il sequestro lo avranno eseguito gli uscieri della mia esperienza e del credito del tempo e del denaro che ho prestato a me stessa per comprare oggetti inutili, ingombranti e odiosi.
E neppure libri voglio regalarti. Troppi libri e musiche si sono fatti, se non leggere e studiare, riordinare e spolverare da me. Quante volte li ho maledetti! Lascer entrare nella mia nuova casa solo il foglio che porta l'eco della vita di un giorno e poi sparisce come  venuto, come l'eco della vita di un giorno.
I miei libri saranno le tue finestre: verso il mare e verso la pianura verde e azzurra di vigne e di tamerici: come da fanciulla voglio studiare ancora le pagine della natura; sola musica quella del mare e del vento, soli colori quelli delle stagioni e delle ore.
Non voglio quadri sulle pareti innocenti: e tanto meno specchi: sono stanca di vedere il mio viso, che d'altronde so non essere il mio vero viso. Chi ha mai veduto allo specchio il suo viso vero, quello che ride o piange, quello che si annoia o si beffa della vita?
E non porter cani n gatti n uccelli nella nuova dimora: troppo anch'essi mi hanno fatto amare e soffrire inutilmente: ma tutte le rondini che, coi loro nidi, appenderanno le lampadine del buon tempo sul cornicione della casa, le cicale che segano i raggi del sole sui rami delle tamerici, le farfalle che sbocciano come fiori volanti dai cespugli dell'arenile, tutte saranno mie compagne: tutte assieme, sotto la protezione di Dio.
Sul tavolino di legno nudo, davanti alla finestra, ci saranno ancora il calamaio, la penna, il bianco abisso delle cartelle non scritte: s, ci saranno ancora, compagni sino alla fine; ma prima di piegarsi sulla profondit pericolosa della pagina vergine, gli occhi si solleveranno all'azzurro del cielo per chiedergli che le parole da scrivere portino un riflesso della sua luce consolatrice.
Poich io voglio varcare la tua soglia, o piccola casa nuova, con l'anima rinnovata: nella sabbia, ai tuoi piedi, seppellir il fardello delle cattive passioni; e se il dolore non vorr egualmente separarsi da me, entri pur esso nelle tue stanze che finora conoscono solo la gioia del mare e del sole, ma vi entri anche lui servo silenzioso e fattivo.



"INVERNO PRECOCE"

Ci siamo impuntati, quest'anno, a rimanere oltre il necessario nella casa in riva al mare. E il mare si vendica, da par suo.
- Andate via, andate via; avete ingombrato abbastanza, con le vostre ore di ozio e di noia, e le vostre inutili fantasticherie, la spiaggia dovuta a ben altre cose, - pare dica col suo primo corrucciato brontolo - fate posto ai rudi pescatori invernali, che gi piantano i loro pali sull'arenile seminato di arselle vive: e, pi secchi dei loro pali, offrono, se occorre, anche la loro vita per il pane alle loro donne e ai loro bambini.
Infatti  vero: i pali, tagliati dai garruli pioppi che gi rallegravano i viali per le nostre passeggiate, annunziano la tristezza invernale e la carestia delle famiglie povere: i grandi imbuti di rete delle sciabiche si allungano sulla riva, fra i granchi morti sgretolati dal vento: c' intorno odore di camposanto.
Poi, data la nostra cinica indifferenza, il mare tace, ma di un silenzio minaccioso di profeta che medita sull'indegnit umana: e tenta anche di sparire ai nostri occhi, confondendosi coi vapori grigi dell'orizzonte: si ha voglia di camminare sulla spiaggia ancora gialla e lucida, ma di un giallo di vecchia dama ossigenata: voglia di andare a cercare ancora con la punta dei piedi nudi l'onda molle e felina; fa freddo, per: un freddo anch'esso insolito, quasi ambiguo: non quello tedioso della citt, n il gelo amico della montagna: , pi che altro, una sensazione nostra interna, un brivido di disperazione, come se debba avvicinarsi l'inverno polare, con la morte del sole e le muraglie di ghiaccio.
Dentro casa si sta ancora bene, coi fornelli accesi, nella cucina ridanciana di pomidoro e di peperoni fiammanti: il cefalo si lamenta sulla graticola, e il suo fumo di sacrifizio ammorba allegramente tutta la casa, penetrando anche nel presuntuoso salottino, che fino a ieri offriva ai visitatori le sue fresche sedie di salice bianco, e oggi sembrerebbe una ghiacciaia senza la bocca rosea del caminetto piena, come quella di un'amante, delle pi ardenti promesse.
Manca la legna (oh, imprevidenza giovanile della bella stagione!); ma si farebbe presto a mandarne a chiedere una cesta al nostro buon vicino, il vecchio colono Panfilio; e con la legna, per accendere il fuoco, una manciata di foglie secche rastrellate sotto la pineta, della quale, con la fiamma, sprigionano ancora l'aroma e il chiarore dei tramonti estivi. Panfilio sar beato di servirci, poich il suo cuore  impastato di generosit; ed  ben lui, povero, che spesso dona ai suoi ricchi vicini i frutti del suo orto, l'uva, il primo vino nuovo dolce e innocente come la granatina: e infine la (pieda) calda, la focaccia di Romagna che ha il sapore inconfondibile del frumento italiano. Pensando a questo vecchio lavoratore della terra, che vive veramente del suo sudore, che ha una cucina, casa assieme e fortificazione, come nei felici tempi preistorici, che ha il giaciglio accanto al camino e la lampada sopra l'arca colma di farina, in questi giorni di freddo, e talvolta, per la lontananza del paese e la poca puntualit dei fornitori di viveri, anche di carestia, si prova un vago senso d'invidia o, almeno, di ammirazione.
Ma non bisogna insistere su questo tasto, per non destare, a nostra volta, sorrisi di compatimento: volgiamo invece il pensiero ad un'altra casa, non molto distante dalla nostra, e bella anch'essa e ricca, sebbene non circondata di vigne e di poderi; la casa del poeta Marino, dove forse a quest'ora, nelle stanze leggiadre di mobili antichi e di guizzanti quadri moderni, si raccolgono amici letterati e donne intelligenti: il calore delle discussioni d'arte appanna i vetri delle finestre, nascondendo la tristezza del tempo; e in mezzo alla sala terrena, che una volta fu una gloriosa pizzicheria, appare un fantasma, rifulgente e triste come un arcangelo addolorato:  Garibaldi, che in fuga verso il lido di Ravenna, con i suoi ultimi seguaci e Anita gi toccata dall'alito della morte, si rifornisce per essi di pane e di altri viveri.
Ma ecco che adesso la sera si addensa, e i vapori dell'orizzonte si mettono in viaggio su per il cielo. Il mare scopre il suo viso, calmo, ma di una calma funerea: e non si d l'aria di esser lui a mandar su tutti quei globi di lana grigia che a poco a poco danno al cielo un miserevole aspetto di materasso sfatto. Un momento, e il cielo sdegnosamente, si scrolla di tutta quella robaccia: ma subito dopo  invaso da torme di bestie fantastiche: elefanti e tigri, balene e pescicani s'inseguono e si divorano a vicenda: il loro sangue lascia tracce visibili sui margini del cielo; vaghi bagliori di fuoco, vene di azzurro, macchie di mosto e persino civettuoli scampoli di crespo rosa, accompagnano la nuova invasione di nuvole pi miti; ad occidente il sole, prima di tramontare, d un fulmineo sguardo alla terra, come per assicurarsi che il padrone di ogni cosa  pur sempre lui: e tutto gli sorride, anche il mare gi ricoperto della sua corazza infernale di tempesta: attimo di tregua, dopo il quale s'alza la voce terribile del vento.

Aveva una sete insaziabile, quella sera, il vento: sete di mostro: bevette le onde, sollevando una tromba marina; spinse bestialmente di qua e di l le barche da pesca, e una la schiant come una noce: due dei pescatori che v'erano dentro sparvero tra i flutti.
Notte di angoscia inumana, quando per vincere la tentazione di non credere pi in Dio, bisogna ricordare la Sua parola, fermata nelle sacre scritture. Notte in cui le porte dell'inferno sembravano davvero aperte, e da esse scaturisse il rombo della tempesta. Pioggia, tuoni che sfioravano con la loro sega mostruosa i muri della casa: e i sibili del vento, mefistofelici; e, dominatore implacabile, il rumore delle onde. Adesso, s, aveva ripreso la sua voce delle grandi occasioni, il mare senza piet; e davvero la sua parola rassomigliava a quella di un dio sterminatore.
Chiusi alla meglio in casa, si aveva paura di andare a letto: da un momento all'altro un maremoto ci poteva spingere ad una fuga tragica: e le cose dolci della vita di ogni giorno, i nostri buoni mobili, le piccole tovaglie pallide negli angoli scuri, e i fiori - i fiori in quella notte! - ci apparivano come in un cupo vaneggiare di allucinazione. I fiori sopra tutto: i gerani di carminio esasperato, le dalie violette e le tuberose coi loro grappoli di carne feminea, il cui profumo vinceva anche l'orrore della tempesta. Poi, un brutto momento, manc la luce: parve da prima uno scherzo, o che le lampadine chiudessero gli occhi stanche di stare cos a lungo accese: si aspett, sospesi in quel grande squilibrio universale: poi qualcuno rise: e quando l'uomo ride, di cuore,  segno che il padrone definitivo della situazione  lui. Furono accese le umili candele steariche, e qualcuno disse: viva l'antichit! Era probabilmente lo stesso individuo che ammirava il contadino Panfilio seduto davanti al suo focolare acceso. E le candeline anemiche si fecero forza per allungare le loro fiammelle, piangendo per la gioia tutte le loro lagrime bianche.

Dur tre giorni, la tempesta; in mare si tentava invano la ricerca dei pescatori annegati, e il porto, con le paranze abbrunate, pareva un cimitero. Tutto il paese rabbrividiva con quell'acqua livida di angoscia, che pareva non dovesse pi riflettere i colori delle vele afflosciate: e il dolore di noi tutti fasciava, per sorreggerla, la casa degli annegati, dove le donne e i bambini si ostinavano ad aspettarne il ritorno.
I nostri fiori furono buttati via, poich pareva avessero una tinta di scherno; buttati in una buca in riva al mare; ma mentre i gerani si scioglievano in gocce di sangue, le tuberose continuarono a profumare anche la loro tomba. E nella nostra casa, le pareti gi sane e fresche di giovent, si coprirono di macchie d'umido, sinistre come quelle dei malati d'infezione al sangue.
Furono sette giorni d'incubo. Il vento di tramontana parve alzarsi in offesa allo scirocco, per respingerlo ed aiutare i pietosi che cercavano gli annegati: infranse le nuvole, mand verso oriente le onde crudeli: di notte si sentiva il motore dei sommergibili che aravano le profondit marine e non lasciava in pace l'anima nostra neppure nel sonno. Nel porto le barche da pesca rimasero ferme, legate al molo come prigioniere: non una and in mare finch i morti continuavano a navigare coi pesci. Al settimo giorno finalmente, la terribile pesca ebbe il suo esito: gli annegati furono rinvenuti. Quando il guardiano della spiaggia ci port la notizia, i suoi occhi di delfino brillavano di gioia. E alla mia domanda se i corpi degli sventurati erano ancora intatti, egli rispose:
- S, solo qualche morsicatura. Capir, i pesci...

Allora si and a salutare un'ultima volta la spiaggia rasserenata. Il mare, dorato e buono, sembrava un campo di grano; i bambini si cacciavano dentro l'imbuto della sciabica, felici come nel grembo della madre: un pesciolino morto, di madreperla azzurra e verde, luccicava sulla sabbia, pur esso vittima della tempesta.



"RITORNO IN CITT"

Felicissima si presenta la prima gita dopo il recente nostro ritorno in citt. Si tratta di andare alla Banca, a ritirare quattrini. Quattrini santamente guadagnati, e disposti a essere ancora pi santamente spesi: poich la nostra casa ha bisogno di urgenti riparazioni, prima che l'inverno vi ci chiuda dentro: e per l'inverno occorre rinnovare i caldi vestiti, e le soffici coperte di lana che col loro discreto tepore ci riporteranno, nei sogni tranquilli ed egoisti, alle belle spiagge e alle auree colline appena adesso abbandonate.
Ma anche il lusso di comprare qualche libro ce lo possiamo permettere; ed anche quello di un'automobile alla porta di casa, che ci far rivedere la nostra grande tradita citt, da signori pur sempre degni di lei. Oh, quanto ti abbiamo non solo tradito, ma anche odiato e calunniato, da lontano, amica citt! Si capisce, per: il mare e la campagna, che ci offrivano a gara le loro opulenze estive, i tramonti appassionati, e i pesci e i polli e i frutti per niente, facevano di tutto per sostituirti nel nostro cuore.
Ma tu adesso ci perdoni: l'azzurro del tuo cielo  oggi pi commovente di quello sopra i poggi dell'estrema Toscana, e lo strido delle sirene pi musicale di quello delle ghiandaie nei loro querceti: e il verde dei tuoi viali, che si tinge di rosso e di rame come le belle donne che vi passeggiano sotto, cancella il ricordo delle strade alberate della Valle Padana.
Si direbbe che questa diafana mattina di mezz'autunno, la citt l'abbia tenuta in serbo per quelli che ritornano a casa dalla campagna con un cestino d'uva in mano, e il rancore e la diffidenza nel cuore: o forse tutto ci sembra pi bello perch abbiamo in tasca un discreto assegno bancario, e, vista attraverso i vetri di un'automobile, la gente affollata nelle stazioni tranviarie ci ricorda le feste della (rotonda) balneare. Del resto, le donne sono forse le stesse, e non meno agili e spensierate; pronte sempre alla danza della vita: anche questa, che si distacca dal gruppo per proseguire a piedi la strada, e ha le calze e le scarpette grigie, rimasuglio di eleganza della sua esistenza di signorina. Adesso ha marito, e ritorna dal fare la spesa. Coraggiosamente ha adottato, invece della ipocrita valigetta, una bella sporta contadinesca, dalla quale trabocca un fresco mazzo di spinaci: ma non  questo che ci commuove: , invece, il bambino in maglietta rossa, che, rimorchiato dalla mano di lei, la segue quasi a volo, libero, per il sostegno e la protezione sicura ai quali si abbandona, di volgersi a guardare di qua e di l, con gli occhi azzurri pieni delle meraviglie che vede. Ed entrambi, madre e figlio, se ne vanno tranquilli fra la calca della gente attraversando felicemente gli ostacoli, evitando i pericoli, come circonfusi da un fluido miracoloso. Anche la spazzina con la testa di Medusa grigia, che si attarda sul margine della strada, ferma sullo scettro della sua scopa, e rosicchia un pezzo di pane impolverato, non ha paura del traffico: anzi ne sembra il pernio, poich tutti girano intorno a lei, e sono i veicoli a evitarla.
Sente anche lei la bella giornata, e forse per questo s'indugia nella sua barbara faccenda: e pi di lei sentono certamente il tempo i giovani operai che scavano le buche della strada in riparazione, perch canticchiano e scherzano fra di loro, minacciandosi graziosamente con le pale, insensibili al resto come contadini che zappano la loro terra.
Arrivati a questo punto della strada, bisogna scendere dall'automobile e proseguire a piedi: cosa piacevole anche questa, anzi la pi piacevole di tutte. Questo tratto di strada, proibito ai veicoli,  selciato di fresco, e ci si pu camminare come si vuole: tratto di strada in questo momento sontuosamente provinciale, e che anzi, a farlo senza osservare le debite proporzioni dei palazzi, delle vetrine e delle insegne, ci ricorda il Corso della citt nata nelle perlate mattine domenicali, quando lo si attraversava per andare alla messa cantata. Poca gente lo percorre, senza fretta, anzi indugiandosi in questa cuccagna di pedoni non minacciati di massacro: sono coppie forestiere, stagionate, lui in corretto costume da mattina, lei con la mantellina di percalle e il cappello in cima alla testa di giraffa curiosa: o pacifici pensionati nostrani, arzilli ancora per le recenti cure termali; e scolaretti che portano la borsa dei libri con atteggiamento equivoco, come lo zaino i soldati disertori; signore eleganti che hanno lasciato a casa la cuoca e girano per i negozi in cerca delle loro cianfrusaglie: e infine gente che va alla Banca. Alla Banca ci si entra in silenzio, come in chiesa; e delle chiese essa ha la scalinata d'ingresso, le vetrate, le colonne, le nicchie; l'usciere in tenuta nera pu rappresentare il sagrestano; e, per la gente moderna, il rito che gl'impiegati compiono dietro gli sportelli non  meno sacro di quelli religiosi: sopratutto in quello dei pagamenti; i biglietti da mille vengono ricevuti come ostie consacrate, e chi li riceve se ne va poi compunto, abbottonato e santo. Non meno grave  l'aspetto di chi sta seduto davanti alla grande tavola centrale, e scrive sui moduli o fa i suoi conti con la concentrazione di un matematico o di un letterato; ed anche qui c' gente d'ogni grado, poveri e ricchi, borghesi e militari: anzi, uno di questi attira la nostra pi schietta ammirazione:  un bellissimo carabiniere, alto, con la vita sottile, i capelli color mogano che gareggiano col luccicho della tavola; la sua ricca divisa ricorda quella di Napoleone: un carabiniere, insomma, che anche i banditi si fermerebbero ad ammirare.
E adesso  la nostra volta di accostarci al rito; ma esaminato l'assegno, l'impiegato solleva la testa di fungo porcino e ci domanda se abbiamo chi ci faccia garanzia.
- Non basta il nome?
Questa  la nostra presuntuosa replica; l'aspetto placido del funzionario ci ricorda per l'episodio postale di un nostro caro gloriosissimo amico, il quale, andato a ritirare un'assicurata, senza altri segni di riconoscimento che il suo celebre nome, si sent rispondere:
- Mai conosciuto, mai sentito nominare.
Altra nostra replica: - Abbiamo il passaporto - ma non senza una certa contentezza che il numero dei nostri anni rimanga sconosciuto all'impiegato, ci viene risposto che neppure quello basta. E allora non ci resta che tornare un altro giorno, con un notaio che autentichi la nostra firma: cosa che, amaramente pensiamo, non sarebbe avvenuta nella polverosa e chiara Banca Agricola dove l'estate scorsa si andava a fare le nostre operazioni, e dove i coloni, i salinari, i sensali di pesce, ed anche i grossi fattori di grandi poderi, si scostavano rispettosamente dallo sportello, per farci posto, pronti tutti a garantire la nostra personalit.
Con questo primo sbollire del nostro entusiasmo per la vita cittadina, si esce dal tempio; e il viaggio di ritorno  quindi alquanto mortificato, non per la mancata riscossione, ma per l'accertamento che lustri e lustri di lavoro intellettuale contano meno che zero nel cuore di un impiegato di Banca. Si sente davvero, ancora una volta, quanto il mondo di noi poveri e orgogliosi lavoratori della penna  lontano dal mondo degli (altri); eppure, dopo un momento, questo mondo ridiventa ancora nostro, ci riafferra nella sua ruota, ci trasporta nel suo movimento. Abbiamo in tasca ancora un po' di quattrini per poter entrare in una fabbrica di maglierie di lana, dove la commessa, bionda e opulenta come una vigna di ottobre, ci consola, riconoscendoci per suoi clienti, e con gentilezza ci domanda notizie della nostra salute; non solo, ma ci fa sapere che quest'anno c' una forte vendita d'indumenti di lana, anche per signore e signori giovani, poich il troppo strapazzo della vita moderna produce l'acido urico. Scarso  il conforto che questa notizia ci porta: e il nostro malumore si disperde piuttosto all'uscire di nuovo nella bella strada adesso tutta ricca di sole e di movimento. Alle logge degli appartamenti di lusso, nei piani nobili dei palazzi, si affacciano le cameriere di "bella presenza" col piumino da spolvero nascosto dietro la schiena; e gi, sui marciapiedi davanti ai caff, ancora lieti di sedie e tavolini estivi, i forestieri incantati prendono l'aperitivo, godendosi a modo loro la citt.
Godiamocela anche noi, a modo nostro, fermandoci davanti alla vetrina del libraio, dove i libri, ingenuamente vanitosi, ormai si lodano da s stessi sulle fascette delle copertine; e poi risalendo in macchina e salutando a volo le fontane, le ville, i parchi, fino ai quieti sobborghi, pervasi ancora dalla musica biblica della chitarra e del violino ambulanti, e dove il viso della nostra dimora, scolorito per il lungo abbandono, ci avverte che  tempo di rientrare a casa e rimetterci a lavorare.

"- FINE -"
