Il sigillo d'amore
di Grazia Deledda



INDICE
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Il portafoglio
A cavallo
Deposizione
La rivale
La sedia
La terrazza fiorita di rose
La palma
La tartaruga
Uccelli di nido
Cura dell'amore
Un pezzo di carne
Ecce Homo
Il nome del fiume
Biglietto per conferenza
Piccolina
Il nemico
Il tesoro degli zingari
Viali di Roma
Il vivo
Il pastore di anatre
Il figlio del toro
Lo spirito dentro la capanna
La prima confessione
Il leone
Acquaforte
Strade sbagliate
Mattino di giugno
Il sigillo d'amore



"IL PORTAFOGLIO"

Aveva appena finito di predicare, il grosso frate barbuto, e se ne tornava al convento, anzi del convento gi rasentava il muro dell'orto, di sopra del quale le nuvole bianche dei peri e dei susini in fiore lasciavano cadere una silenziosa nevicata di petali sul marciapiede deserto. Sul marciapiede opposto, di l dalla strada larga dove il sole gi caldo sebbene al tramonto e un venticello che sapeva ancora di neve giocavano un loro gioco malizioso e sensuale, solo una donna passava quasi di corsa, agitata, con le mani gesticolanti, le falde della giacca che si aprivano e si chiudevano come due ali nere di sopra e viola di sotto.
Rimasto indietro di qualche passo, il frate si accorse che la borsetta rotonda oscillante come un pendolo sotto il braccio della donna, apriva la bocca con uno sbadiglio smorfioso e vomitava un portafogli rossastro.
Anche lui apr la bocca per chiamare e avvertire la donna che proseguiva rapida, ma come avesse timore di farle paura, in quel grande silenzio solitario, non riusc ad articolare parola; poi attravers la strada e raccolse il portafoglio; e lo sent gonfio e tiepido nella sua mano; gonfio sebbene leggero, chiuso forte da una borchia di metallo, e con un odore fra di cuoio e di muschio che gli diede un'impressione di carne viva, quasi fosse un membro stesso della donna staccatosi da lei.
Fu per questo che il diavolo lo costrinse a farsi scivolare il portafogli entro la manica, nell'atto stesso che si sollevava? Egli pens subito cos, appena ebbe coscienza dell'atto, ma immediatamente si accorse che il suo pensiero voleva solo nascondere a s stesso la vera bassezza della rapina: era l'interno del portafogli, il denaro altrui, che lo tentava. E si sollev un altro uomo.

Ma appena si volse per attraversare di nuovo la strada, gli parve che la coscienza, fuggitagli via in quell'attimo, gli si affacciasse di fronte, inesorabile, col viso bianco del convento e alla finestra pi alta gli occhi azzurri cerchiati di nero del Padre Superiore.
Un gelo mortale gli fece sentire tutto il suo grande corpo freddo entro la tonaca d'improvviso pesante: e gli parve di camminare nell'acqua, e andare sempre pi gi: eppure non pens di correre appresso alla donna e restituirle il suo.
A che? Il Padre lass aveva veduto ogni cosa: e lo giudicava come Dio.
Ma arrivato sul marciapiede sotto l'orto respir profondamente, come appunto uno scampato dai gorghi di un fiume: pensava di andar subito su dal Padre, consegnargli il portafogli, e lasciar cadere ai piedi di lui il peso del suo gi infinito dolore.

Ma quando arriv al secondo piano del convento si trov in mezzo a un correre misterioso di frati che attraversavano i corridoi e salivano le scale con un pesante svolazzare di tonache come uccellacci molestati dal passare del nibbio: e nessuno parlava, e quel silenzio rendeva pi tragica la confusione.
Anche lui continu a salire, col cuore sempre pi agitato: sul pianerottolo ultimo della scala, dove questa si restringeva per arrampicarsi alla terrazza, sotto la grande luce della finestra aperta, vide i confratelli che sollevavano di terra, leggero come fatto della sola tonaca e del viso e delle mani di cera molle pronta a sciogliersi, il Padre Superiore.
-  morto per colpa mia - pens con terrore: terrore raddoppiato dal subito accorgersi che non andava disgiunto da un senso di sollievo: poich col Padre gli pareva se ne andasse la sua vergogna, se non il suo peccato.

Il Padre era solamente svenuto; cosa che del resto gli succedeva qualche volta perch soffriva di asma.
- Si vede che  salito qui per respirare un po' d'aria, e l'aria stessa gli ha fatto male: forse non mi ha neppure veduto - pensa il frate affacciandosi a sua volta alla finestra, mentre i confratelli portano gi fra le braccia il Padre Superiore.
E guarda verso il punto dove ha raccolto il portafogli:  abbastanza lontano, questo punto, e difficile  il distinguervi un oggetto piccolo. Se andasse e vi mettesse appunto qualche oggetto, per fare la prova? Ma che importa? Non ha deciso di confessarsi? Una tristezza di morte lo investe e lo calpesta; e l'orto gi con la sua marea di fiori, i giardini pi in l, tutti freschi e frementi, il sole e il vento in amore, la citt ronzante come un alveare in maggio, il mondo e tutto infine gli sembra un cimitero, poich sente che la sua coscienza  malata di un male mortale.

Ridiscese, e si mise accanto all'uscio del Padre Superiore, deciso a non muoversi di l finch non gli permettevano di entrare e compiere il suo dovere. Dentro la cella il medico, pure lui frate, da poco entrato nell'ordine dopo essere stato un gaudente, adesso legato al dolore da un cilizio che portava notte e giorno, pronunziava ad alta voce qualche parola come parlasse fra s.
Cos il frate, di fuori, seppe che l'infermo andava meglio: il cuore si calmava, le forze vitali tornavano: poi si sent un bisbiglio.
-  rinvenuto, e forse comunica all'altro la causa del suo svenimento.
Questo dubbio lo accese di sdegno: perch nella sua rigida santit, egli aveva sempre sentito disprezzo e ripugnanza per il medico convertito, e adesso questi sentimenti gli si ritorcevano contro come serpi calpestate.

Attese ancora, attaccato alla parete come un frate dipinto. Nelle finestre del corridoio il cielo si sfioriva; il vento cessava, ritirandosi poich si ritirava il sole, ma di quel loro gioco rimaneva la dolcezza voluttuosa nell'aria; musiche lontane tremolavano coi profumi dei giardini; e la donna del portafoglio correva nelle strade della citt maledicendo il ladro che aveva aperto la sua borsa. Il ladro non esisteva, eppure quella maledizione avvelenava l'aria e la soavit della sera.
Finalmente l'uscio della cella fu aperto e il lungo monaco dal viso di diavolo vi balz fuori come da una scatola.
L'altro lo ferm, senza guardarlo in viso.
- Ho bisogno di vedere il Padre Superiore.
- Impossibile. Dorme.
Dorm placido tutta la notte, il vecchio Padre malato; quello sano e grasso invece si struggeva nel suo giaciglio in mezzo a una torma di brutti sogni che lottavano a chi pi farlo soffrire, spingendolo su per le strade di montagna che a un tratto rasentavano precipizii o si stringevano in modo da imprigionarlo, o in nere paludi dove si rinnovava l'angoscia di soffocamento provata nell'attraversare la strada dopo la raccolta del portafogli. E questo era sempre l, in cima agli incubi come uno stendardo rosso sopra una tumultuosa processione di demoni; o era l sotto la sua testa e gli si appiccicava alla nuca come un tumore pestilenziale; si gonfiava in forme oscene o cadeva sotto il letto dove un terribile topo lo rosicchiava e lo trascinava poi intorno alla cella producendo un rumore misterioso che risvegliava tutti i frati del convento; e tutti correvano su e gi svolazzando, con un battito metallico di tonache dure, e uno di essi, il lungo diavolo convertito, trascinava per i capelli la donna del vestito nero foderato di viola: poich era lei, con la sua furia di andare forse a un convegno peccaminoso, la radice del male.
- Infine, - pens il paziente, scuotendosi e ribellandosi, - sono un uomo e devo vincere io. Vado alla delegazione municipale e rimetto il portafogli fra gli oggetti smarriti. E col Padre Superiore sono sempre in tempo ad aggiustarmi.
Ma era notte ancora, e contro i muri neri del buio i buoni propositi battono e svaniscono come bolle di sapone. I nani della coscienza tornavano a stringere coi loro fili taglienti l'uomo grande e grosso che si rotolava nel piccolo letto come un delfino nella rete: finch arrabbiato sul serio, egli afferr di sotto il guanciale il portafogli caldo e odoroso di carne sudata e lo scaravent nel buio.
Poi si alz e lo riprese: e aspett l'alba con l'impressione di uno che va verso un fiume per lavarsi.

Finalmente pot essere ricevuto dal Padre Superiore.
- Padre, avanti che le venisse male, ieri, lei stava alla finestra ed ha veduto quanto mi  occorso.
Il piccolo Padre lo fissava con lo stesso sguardo lontano e vago di quando era alla finestra: non rispose. Aveva veduto o no?
E la tentazione di travisare le cose, di nascondere in parte la verit riassal il frate: egli la ricacci subito e trasse dalla manica il portafoglio.
L'altro guard l'oggetto, poi guard di nuovo in viso il colpevole: i suoi occhi s'erano come avvicinati, ed esprimevano una viva curiosit.
E il frate sent che tutte le sue pene erano state inutili; che il piccolo Padre non aveva veduto e non sospettava il vero. Poteva dunque salvarsi ancora dalla vergogna: ma come salvarsi se sopra di loro il Cristo nero con la testa sanguinante si piegava per ascoltare?
- Padre, questo portafogli lo ha perduto ieri una donna, che passava davanti a me. L'ho raccolto, e invece di avvertire la donna e restituirglielo, ebbene, me l'ho tenuto io, con l'intenzione di profittare dei denari che forse contiene.
Il Padre sorrise: un suo antico sorriso di beffa, che ai suoi tempi migliori era stato la sua arma pi fina contro amici e nemici, e che punse il colpevole pi che un atroce rimprovero.
- E cosa voleva farne dei denari?
- Non lo so. So che ho passato una notte infame, per il rimorso e sopratutto per la vergogna di aver compiuto l'azione sotto gli occhi di lei, Padre, di lei che vidi solo dopo. Adesso penso di andare alla delegazione municipale e depositare l'oggetto.
- Ma dentro non c' per caso qualche indicazione della donna?
- Non so: non l'ho aperto.
- Lo apra e guardi.
E il terribile sorriso ravviv ancora il viso di morto del piccolo Padre quando dal portafogli spalancato sgorg solo una voluminosa lettera d'amore.



"A CAVALLO"

Un tempo io ero, pare impossibile, una intrepida amazzone. Ma da noi, in quel tempo, si nasceva, si pu dire, a cavallo. Invece che sulle sedie i bambini s'arrampicavano sui mansueti ronzini invariabilmente legati nelle stalle dei ricchi proprietari e sotto le tettoie dei pastori poveri: a cavallo i proprietari andavano a visitare le loro terre, a cavallo si viaggiava da un paese all'altro, a cavallo le nobili dame si recavano a sciogliere qualche voto nelle belle chiese di stile pisano che arricchiscono l'isola, e le serve a portare l'acqua dalla fontana.
E a cavallo si partiva, nelle luminose albe di primavera e d'autunno, in allegre brigate, per le feste campestri: il cavallo, quindi, era per noi ragazze di buona famiglia condannate ancora a una vita orientale, chiusa e sorvegliata gelosamente dai genitori, fratelli, zii e cugini, un simbolo di libert e di gioia.
Si diventa alti, a cavallo, e si ha l'illusione di essere, come i centauri, creature favolose agili e forti capaci di camminare, senza mai stancarsi, fino ai limiti della terra.
Dall'alto di un piccolo cavallo baio legnoso e pensieroso, simile, nelle forme arcaiche, a quelli decorativi delle cassepanche e degli antichi ricami sardi, ho viaggiato mezza Sardegna, e veduto i pi bei paesaggi che la mia memoria ricordi.
Accusata di avere, nei miei racconti, sciupato troppo colore e troppa vernice per questi paesaggi, ho voluto rivederli nell'et in cui la fanciullezza non fa pi belle della realt le nostre visioni esterne colorandole del suo divino splendore interno: riveduti dalle impazienti automobili che adesso palpitano nelle vene stradali dell'isola e le riempiono di vita nuova, li ho trovati ancora pi belli, nella loro immota e sacra solitudine che vive di s stessa e pare anzi si rattristi quando viene turbata.
Ricordo sempre il misterioso suono dell'eco che rispondeva alle nostre voci quando costeggiando il monte Orthobene si scendeva al bianco villaggio d'Oliena: era una voce potente, cavernosa, che pareva scaturisse davvero dalle grandi roccie simili alle rovine enormi di una citt titanica; e ripetesse sdegnata le vane parole di noi piccoli sopravvissuti ad un'epoca in cui l'uomo anche nelle sue costruzioni materiali tentava di vincere il tempo e avvicinarsi al cielo.
La gita pi avventurosa ch'io ricordi si fece con una mia cugina maggiore di me di parecchi anni, e per la quale io professavo il rispetto e l'ammirazione dovuti ad un'eroina: poich era una ragazza di una forza e un coraggio da Ercole: spezzava sul ginocchio grossi rami di legno verde e sparava il fucile senza mai fallire il colpo. Fu lei a combinare una gita arrischiatissima, al paese d'origine delle nostre famiglie, l'aquila dei paesi di Sardegna accovacciata alle falde del Gennargentu: Fonni. Questo era il mio sogno: risalire la strada donde erano scesi i nostri nonni arguti e artisti.
E si cominci con l'astuzia, domandando ai genitori il permesso di passare due giorni e una notte nella vigna, dove ci si poteva dormire, e il guardiano, fidato e affezionato, era un nostro parente.
La vigna era nella strada per Macomer; ma noi, arrivate al trivio dopo Nuoro, nel mattino di maggio che dava tutti i colori dell'iride al meraviglioso panorama, si tir dritto per lo stradone di Mamoiada.
La paura d'incontrare qualcuno che ci spiasse e tradisse, turbava alquanto il piacere del viaggio: per fortuna non si incontr che una donnina di Fonni; anche lei sola e spavalda sul suo ronzino carico di bisacce di patate, ci salut con un semplice:
- Ave Maria.
Dopo la cantoniera davanti alla quale si pass di corsa (la cugina aveva lo sprone e se ne serviva spietatamente), si cominci a respirare; la strada, in salita,  sempre pi amena, i prati pi ricchi di pascoli in fiore; le quercie vibrano tutte per il canto degli usignoli; pastori di Mamoiada scendono, a cavallo, fra i loro sacchi e le bisacce istoriate, tranquilli come i pastori diretti a Betlemme: e non badano a noi: solo un vecchio, affacciato a una muriccia, ci domanda dove andiamo.
- A Fonni a portare un cero alla Basilica dei Santi Martiri - dice pronta la cugina; e gli fa vedere un bastone che tiene come un'arma sull'arcione.

Si costeggi Mamoiada: non c'interessava visitarla, anche perch abitata da numerosi (compari di battesimo) e relativi figliocci di mio padre: arrivate al bivio la cugina esit un momento, poi diede una bastonata al fianco del cavallo e lo aizz con un grido selvaggio.
La bestia and, scuotendo la testa come per salutare qualcuno e chiamarlo a testimone della sua ingiusta persecuzione: e il mio piccolo baio sornione gli tenne come sempre dietro, rigido e raccolto a pensare cose sue particolari.
Quando Mamoiada sparve nella sua piccola conca piena di sole, io espressi il desiderio di fermarci: avevo fame e cominciavo ad essere stanca.
- Tu sei pazza, - grid la cugina piegandosi per trarre qualche cosa dalla bisaccia, - sai che il viaggio  lungo e non dobbiamo perdere un attimo di tempo. Prendi e mangia; i denti non hanno bisogno di star fermi per masticare.
E diede un pezzo di pane a me e una bastonata alla mia innocente cavalcatura. Da quel momento il nostro viaggio prese un carattere alquanto fantastico. Si saliva sempre; nel meriggio luminosissimo le grandi vallate molli di una vegetazione intensa che aveva l'ondulare lucente del lampasso, i placidi mostri addormentati delle roccie argentee, gli alberi tutti scintillanti, i prati coloriti di fiori, lo sfondo grandioso delle montagne che parevano di marmo azzurrognolo venato di rosa e di viola, prendevano una bellezza esasperante: paesaggi cos, fatti di luce e dei colori liquidi delle gemme, si vedono solo in sogno o nelle vetrate istoriate.
Ed ecco siamo su un altipiano: la strada si insinua in un bosco; attraverso i tronchi dei lecci secolari, bruni ancora delle foglie vecchie, gli sfondi svaporano pi chiari in uno spazio infinito: ed io comincio ad avere l'impressione che i monti del Gennargentu invece di avvicinarsi si allontanino o meglio si sciolgano in quella luminosit aerea.
L'ombra del bosco ci ridona un poco il senso della realt e dell'orientamento: si cammina in silenzio per molto tempo: fiori bellissimi, grandi margherite d'oro, rose peonie simili a quelle coltivate nei giardini, garofani violetti il cui profumo si distingue fra gli altri come la nota del violino in un'orchestra; e rose, rose, rose di macchia, rallegrano come fuochi di notte la solitudine.
Di nuovo il bosco si spalanca; di nuovo si sale; la strada, adesso, come presa da un capriccio di avventura rasenta un precipizio che davvero ha il fascino dell'abisso; gi per una cascata di roccie granitiche scendono processioni di cespugli selvaggi che pare tendano all'acqua brillante del ruscello in fondo al vallone: di l ricomincia l'ondeggiare immenso delle chine verdi e grigie, rosee e azzurre, che risalgono verso l'orizzonte.
La strada, pentita, ritorna nel bosco, e vi si interna sempre pi; ed  sempre in piano, fra prati e alberi, come il viale di un parco.
Quello che pi impressiona  la solitudine assoluta del luogo: il sole declina e noi camminiamo ancora, ed io ho un vago timore che ci si sia smarrite.
Anche l'intrepida cugina  pensierosa: il suo viso lungo, un po' animalesco quando  triste, rassomiglia a quello del mio cavallo.
D'un tratto ella si rianima e si mette a cantare a voce alta: a me pare lo faccia per paura, come i ragazzi nelle stanze buie.
Il suo canto  spavaldo, nella sua desolazione.

(In chenapura so nadu,
In die de tribulia:
Su coro est de preda ia,
E de attargiu temperadu) [1]

Ed ecco all'echeggiare del ritornello ripetuto con forza come una sfida al pericolo e alla mala sorte, risponde l'abbaiare di un cane, e le cose intorno si svegliano di soprassalto dal loro sonno incantato.
Un uomo con una fiera barba rossa appare nell'arco verde fra due quercie, un altro, a cavallo, nella lontananza azzurra della strada; e noi ne riconosciamo con orgoglio il costume.
 il costume di Orgosolo, e noi siamo nella foresta di Morgogliai.
Cos, invece che a Fonni, culla dei nostri avi poeti e vescovi, passiamo la notte ad Orgosolo, nido di uomini dei quali ancora oggi solo Dante potrebbe incidere il profilo.



"DEPOSIZIONE"

Quest'agosto scorso - raccont l'accusato - mi trovavo a Ghinfe, che  frazione di una piccola stazione balneare sull'Adriatico.
Nelle piccole stazioni di villeggiatura c', pi che nelle grandi, probabilit di essere aiutati dal prossimo. La gente che le frequenta  semplice, di pochi mezzi e quindi di buon cuore.
I ricchi vanno nelle stazioni di lusso, e i ricchi non sentono compassione del povero perch non sanno cosa sia la miseria. Prima di arrivare a Ghinfe avevo tentato Rimini, dove certe signore esili, dall'aria triste e sofferente, alle quali mi ero avvicinato con la speranza di essere inteso e aiutato, mi risero in faccia con denti crudeli: la mia grande miseria parve anzi divertirle; e poich insistevo mi diedero del mascalzone, del vagabondo, e chiamarono un bagnante per farmi allontanare. Quel giorno veramente pensai a morire: non mangiavo da quarantotto ore. Poi la rabbia e l'umiliazione mi sostennero.
Cammino: lungo la spiaggia vado su, su, fino a Viserba: ma i bagnanti, e specialmente le donne, alle quali  sempre meglio rivolgersi, hanno ancora un aspetto troppo elegante che non mi incoraggia ad avvicinarli.
Cammino: evito le guardie di dogana che si volgono a guardarmi sospettose.  doloroso come il povero emani un odore di bestia selvatica: anche i cani lo sentono e abbaiano al suo passare. Ed egli cerca di nascondersi, di fuggire. Questo  il segreto del vagabondo, e il suo tormento: la necessit di star solo, in un isolamento terribile che  gia quello della morte.
Cammino, dunque: sono abituato a camminare anche se ho fame, se ho la febbre, anche se dormo.
E mi sembra appunto di camminare e sognare quando da un sentieruolo fra le tamerici dell'arenile verso Ghinfe vedo sbucare una signorina in lutto.
Sulle prime mi sembra una bambina, tanto  piccola, coi vestiti corti, bionda e rosea sotto l'ombrellino nero che tiene rasente alla testa come un grande cappello. Cammina tranquilla, in quel perfetto deserto, come nella piazza del paese: e mi viene quasi incontro fissandomi coi grandi occhi celesti che per abbassa a misura che anch'io muovo verso di lei rispettoso e fiducioso.
- Ecco il fatto mio - penso, e col cappello in una mano e la scatoletta dei bottoni nell'altra, sinceramente turbato le dico: - Perdoni, signorina, sono gli ultimi che mi rimangono di una partita di mercerie. Non vorrebbe acquistarli?
Ella guarda attentamente la scatoletta aperta, poi solleva gli occhi ed io mi sento avvolgere tutto come da un velo azzurro. Ed ho l'impressione che oltre il mio corpo quegli occhi (vedano) l'anima mia, nella sua pi profonda miseria, e che al riflesso di questa si coprano d'infinita tristezza.
Ella ha inteso chi sono. - Quanto ? - mi domanda senza toccare la scatola.
E mai ho sentito una voce pi soavemente rauca. D'un colpo mi vergogno di me stesso: ho voglia di piangere, di caderle ai piedi come una foglia morta.
Ella vede e indovina tutto, riprende a camminare permettendomi di accompagnarla e anzi sollevando alto l'ombrellino quasi per fare ombra anche a me.
Io chiudo la scatoletta e vorrei offrirgliela in dono; ma mi vergogno; mi vergogno di tutto, oramai.
- Lei ha indovinato chi sono - mormoro seguendola a testa bassa come un cane umiliato. - Sono un ragazzo di buona famiglia: ho anche studiato; ma adesso mi trovo senza occupazione. Vado in cerca di lavoro e non trovo: spaccherei anche le legna, farei anche lo sguattero, eppure non trovo. La sciagura mi accompagna. Tutti mi guardano, vedono che non sono del popolo e lavoro non me ne danno. Anche lei crede che il mio vestito sia di persona civile: lo guardi bene;  tutto logoro, rammendato da me: guardi bene, non ho camicia, ma la pettina col collo rovesciato ha pretese d'eleganza. Il guaio  che non ho pi la mamma e il babbo non l'ho conosciuto. Ho un fratello giudice, con la moglie malata e molti figli, e non pu soccorrermi, n io lo pretendo. Ma perdoni, signorina, io l'annoio: perdoni, sono un debole. Da due giorni non riesco a procurarmi da mangiare.
La signorina ascolta, a testa bassa anche lei, anche lei umiliata nella sua pi viva umanit: crede ad ogni mia parola, ma a poco a poco, pur senza ch'ella parli o muti viso, sento che il suo primo turbamento svanisce: gi un senso istintivo di diffidenza rende opaca la sua piet. Tuttavia lascia ancora che l'accompagni e cammina tranquilla accanto a me lungo la spiaggia: e il suo silenzio pensieroso di me, e sopra tutto la sua fiducia volontaria mi umiliano pi che la crudelt delle donne di Rimini.
Finalmente, con la voce di uno che ha risolto un problema, mi dice:
- Perch non va dal sindaco? Qui il Comune  socialista: potranno procurarle lavoro.
- Andr, - rispondo io con accento di obbedienza, - ma non spero.
- Ascolti, - ella riprende dopo un momento di esitanza, - io posso far poco per lei: sono qui in pensione e i denari li ho misurati. Ma ho qui qualche oggetto d'oro, e posso darle un paio d'orecchini che non mi servono e che lei pu facilmente vendere alle contadine della spiaggia. Posso anche...
Non finisce la frase, ma apre rapidamente la sua borsa e vi fruga dentro confusa e mortificata di farmi l'elemosina. Ne trae un astuccio, poi una tavoletta di cioccolata, e tutto mi porge: e tutto io prendo; si arrossisce entrambi come ci si scambiasse una promessa d'amore. Poi si cammina di nuovo in silenzio; ella ha messo la borsa sotto il braccio, e di tanto in tanto la tira su e la stringe meglio.
Il mare mormora accompagnandoci, ed io ho l'impressione di andare con lei verso una montagna azzurra. Ma questo non importa. Quello che importa  che lei d'improvviso, quasi abbia sentito il racconto che io le faccio in silenzio di tutto il mio patire, dice, piano, come per non farsi ascoltare neppure dalla rena che calpestiamo:
- Del resto si ha diritto all'esistenza. Se lei  cos non  certo per sua volont. La letteratura  piena di uomini come lei, e dunque vuol dire che molti ne esistono. Ma io dico che se la societ non l'aiuta, lei ha diritto di mettersi fuori della societ. Questo glielo consiglio in confidenza, s'intende.
- Non ho mai rubato - dico io: e mi sento pi triste del solito.
-  peggio mendicare - ella ribatte, aspra, e cammina pi rapida, quasi voglia lasciarmi indietro perch si vergogna improvvisamente di camminare con me.
Allora un cataclisma mi scoppia dentro: tutto si rovescia; ho la sensazione fisica che il mio corpo vuoto si riempia di un liquido velenoso e salato, come il corpo di uno che annega.
Ed io che volevo farle dono della mia scatoletta di bottoni, come di uno scrigno di perle, penso di rubarle la borsa: e come colpita dal mio pensiero, la borsa le scivola di sotto il braccio.
Qui c' una lacuna sinistra nei miei ricordi: e in mia coscienza non posso affermare se ho raccolto la borsa o se veramente, come la signorina afferma,  stata la mia mano a strappargliela destramente di sotto il braccio.
E perch, allora, ella non si  subito rivoltata e non ha gridato? Ella afferma che aveva paura, che ha camminato con l'ombra della morte accanto, fino a veder gente. Allora mi ha indicato come un ladro, mentre io, gi pentito, la chiamavo per restituirle la borsa.
E mi presero d'assalto, come un malfattore, e mi impedirono anche di rompere con la mia vita la mia vergogna.
Adesso per non voglio pi morire: voglio espiare, piangere; nascere veramente dalla mia pena come l'uomo che nasce dalla colpa dell'uomo.

I giudici, una volta tanto, esaudirono l'accusato, condannandolo a nove mesi di carcere.



"LA RIVALE"

Quindici giorni precisi dopo quello delle nozze la sposina si accorse per la prima volta che il marito la tradiva.
Erano andati in montagna, forse per vedere pi da vicino la famosa luna di miele; non in una delle solite pensioni dove le nuove coppie sono invidiate, spiate e spesso prese in giro, ma in casa di una vecchia paesana che era stata un tempo a servizio presso la famiglia dello sposo: tutta la casetta, in mezzo a un fitto bosco di castagni, era a loro disposizione.
Luogo pi bello non poteva inventarsi per due giovani sposi innamorati come gatti: e come felini essi passavano la giornata fra i cespugli, nell'ombra odorosa di funghi, tra i fiori lisci e dorati che brillavano come ceri nella penombra del bosco e non partecipavano all'amore che li sfiorava con la mano della sposa.
La vecchia preparava i pasti che erano quasi sempre a base di funghi, squisiti ed eccitanti. A mezzogiorno gli sposi mangiavano nella cucina fumosa, che sembrava un'antica cucina fiamminga: di sera preferivano le camerette al piano superiore perch la cucina si riempiva di figure rosse e nere, di maschiacci giovani e vecchi, marito, figli e parenti della vecchia, tutti rudi boscaiuoli che tornavano dalla selva dove tutto il giorno avevano tagliato e fatto rotolare lungo il torrente grossi tronchi d'alberi, e dopo aver mangiato come lupi, bevevano, e fumavano la pipa.
L'odore della pipa, sopratutto, dispiaceva alla sposa; la raggiungeva fino alla camera nuziale e le dava nausea.
Anche lo sposo non fumava che sigarette profumate, e pochissimo del resto. Nella seconda settimana di matrimonio cominci per a fumare un po' di pi: evidentemente cominciava ad annoiarsi: e la sposa, col suo finissimo intuito di donna innamorata, se ne accorse.
La sua prima gelosia fu dunque per la sigaretta del marito, sebbene anche lei, riguardo a fumare sigarette, non scherzasse.
Inoltre il tempo si fece brutto: e allora, aspettando che il tempo tornasse bello, i due sposini, quando non avevano di meglio da fare, fumavano e fumavano. Il guaio era che nei giorni di pioggia forte gli uomini non andavano a lavorare: riempivano la cucina con le loro figure tumultuose e col fumo delle loro pipe: qualcuno saliva anche nelle camere di sopra, e allora tutta la casa tremava per quei passi di gigante ferrato. I due sposi quindi dovevano restarsene nella camera nuziale, quasi tutta occupata dal letto che pareva proprio un monumento, e il fumare e il resto non bastava a dissipare la loro noia.
Anzi avevano deciso di partire, se il tempo continuava cos.
Una sera la sposa and a letto presto. Era raffreddata e la vecchia le prepar una bevanda calda, di fiori secchi misteriosi, che realmente le diede subito un senso di benessere e di sonnolenza dolce come quello provocato dall'aspirina.
Allora lei stessa preg lo sposo di andar fuori, nel paese, in una pensione dove si faceva della musica, o dove lui voleva.
Egli prefer scendere nella cucina della vecchia, fra quei bei tipi di montanari, alle spalle dei quali voleva divertirsi.

Torn su tutto pregno dell'odore delle loro pipe. La sposina dormiva e sudava, e non si accorse che vagamente della cosa: sogn, cio, che anche lei fumava la pipa.
I guai cominciarono la sera dopo, quando egli le consigli di andarsene ancora a letto presto e di prendere la bevanda sonnifera, e lui torn gi di sua spontanea iniziativa.
Nel suo dormiveglia ella pensava che razza di divertimento poteva procurare la compagnia di quei zoticoni puzzolenti di vino e di cattivo tabacco, dei quali, del resto, non si capiva il linguaggio ostrogoto.
Ma la mattina dopo vide, con una prima puntura di gelosia, una bellissima donna la cui presenza pareva illuminasse la nera cucina. Era vestita con un costume quasi zingaresco, rosso e viola, con catenelle, medaglie di rame, spilloni raggianti sulla torre dei capelli d'un nero verdognolo. Anche gli occhi erano verdi, nel viso bianchissimo, d'una trasparenza straordinaria. Alta e forte, sembrava infine una degna fata di quelle selve ancora primordiali, nata coi funghi e le orchidee selvatiche in mezzo ai borri muschiosi.
Era una nuora della vecchia, venuta da un paese pi gi sotto la montagna.

Arrivata la sera lo sposo rinnov alla sposa l'invito di andarsene a letto.
Ella si ribell.
- Se tu vuoi andare vai - disse con una voce sorda che non pareva la sua. - Io sto su alzata a leggere.
Rifiut anche la bevanda che la faceva dormire: aveva l'impressione che la vecchia e lo sposo fossero d'intesa contro di lei per un'azione malefica.
Egli rimase. Rimase, ma era di un umore tetro, col viso cattivo e gli occhi stralunati. Nel silenzio si sentiva di tanto in tanto come uno sbattere arrabbiato di ali: erano le pagine dei giornali che gli sposi leggevano.
Infine rison anche una specie di piccolo ruggito: era l'uomo che sbadigliava.

Questa melanconia dur per qualche sera: di giorno, poi, egli trovava sempre scuse per allontanarsi dalla sposa, ed ella osservava con crescente angoscia che ci avveniva quando la donna vestita di rosso e viola non era a casa. Un giorno, infine, si accorse con orrore che egli, al ritorno da queste gite misteriose, puzzava tutto di tabacco da pipa, odore del quale erano impregnati i capelli e le vesti della presunta rivale.

Allora ella decise di fare una prova.
Venuta la sera, richiese la bevanda e finse di andarsene a letto, accusando una recrudescenza del suo raffreddore. Poi consigli al marito di uscire; ed egli usc come un gatto al quale dopo una lunga reclusione in casa, viene aperta la porta su un giardino pieno di altri gatti.
Ella palpitava e sudava.
Piano piano si alz, si rivest, scese scalza al buio la scaletta di legno, penetr nella cameretta terrena sulla quale dava l'uscio della cucina.
L'uscio era spalancato: e ci ch'ella vide non lo dimentic mai pi.
I boscaiuoli avevano finito di cenare e sulla tavola si vedevano ancora le stoviglie grigie fiorite d'azzurro, con avanzi di polenta e di sugo rossiccio, e i boccali per il vino compagni alle stoviglie.
La vecchia e la nuora s'erano gi alzate di tavola: in mezzo agli uomini, giovani e vecchi, rossi e neri, chi barbuto chi calvo, tutti col bicchiere in mano e la pipa in bocca, come Ges fra gli apostoli sedeva il biondo e pallido sposo, e anche lui, con gli occhi nuotanti in un languore di volutt, fumava una corta pipa di radica in colore delle castagne.



"LA SEDIA"

Un giorno del settembre scorso passavo, verso sera, in una strada popolare di Roma. La strada, come del resto tutte le altre della citt, era allora completamente rotta per il rinnovamento del selciato; e nel primo velo del crepuscolo aveva l'impressione di uno di quei sogni quando si cammina lungo gli abissi o fra le gole dei monti, e arrivati a un certo punto non si pu andare pi avanti n tornare indietro: solo un provvido risveglio ci salva dalla morte per spavento.
Arrivata a un certo punto, come in quei sogni strani, fra uno scavo lungo e profondo e una striscia di marciapiede ingombra di cumuli di pietre livide che mi ricordavano i nati (nuraghes), un ostacolo ferm davvero il mio insolitamente cauto procedere: era una bella sedia nuova, bassotta, solida, coi bastoni delle gambe e dello schienale bianchi e forti come colonne, e il fondo, pure bianchiccio, alto rafforzato da liste di legno: insomma un tipo di sedia per cucina perfezionato e ingrandito. Nonostante il suo probabile peso, la sedia poteva rimuoversi per passare; il fatto  che era seguita e accompagnata da una interminabile fila di ottime consorelle, tutte appoggiate al muro di un vecchio casamento. Pareva si godessero il fresco e lo spettacolo, cos sospese sull'abisso degli scavi, e nello stesso tempo si offrissero, fra benevoli e beffarde, allo smarrito e stordito passeggero.
Indispettita e stanca, pensavo di approfittare davvero dell'invito e aspettare che la provvidenza, nella quale ho profonda fiducia anche nei casi pi disperati della vita, mi dimostrasse la sua bont, quando alla porta del piccolo negozio che aveva messo fuori cos imperterrito la sua merce monumentale, si affaccia la padrona e mi squadra dall'alto coi suoi occhi bovini, aumentando la mia impressione di smarrimento.  una vecchia, una di quelle terribili vecchie come se ne vedono solo nei quartieri popolari delle grandi citt, alta, grassa, barbuta e con la pancia a cupola. Rossiccia ancora di capelli, vestita dello stesso colore, dava l'idea che i suoi antenati fossero una tigre e una leonessa, di quelli ammaestrati per divorarsi con appetito i cristiani nei circhi dell'antica Roma.
Quando ebbe indovinato con chi aveva da fare, mi salut con un cenno del capo, come si usa coi dipendenti.
- Vuole?
- Vorrei passare - dico io umilmente.
- Passi, passi pure - concede lei, senza smuovere una sedia: e poich mi vede incerta e candida, riprende con voce mutata: - Non le occorrono sedie per cucina? Sono magnifiche, guardi, (ne solleva una e la sbatte per terra). Durano eterne: e poi sono comode, provi a sedersi, provi.
D l'esempio lei, e a dire il vero ci si adagia cos bene, col suo superbo sedere, che convince la nuova cliente ad imitarla. Provo dunque; e mai sedia al mondo, neppure quella vellutata e girevole del mio dentista, mi  parsa pi comoda e fantastica: quel paesaggio di pietre smosse, di scavi, di case gialle sospese come sopra una frana, contemplato cos di fronte, prende un aspetto diverso, nuovo, piacevole e riposante. Mi pare di essere come in viaggio, quando d'improvviso il treno si ferma per un guasto alla macchina, e il paesaggio dapprima fuggente, che stordiva lo sguardo, si cristallizza come dipinto sul cielo in un misterioso sfondo di silenzio.
La gratitudine per questa gradevole impressione e anche la fantastica idea che la sedia, messa sulla mia terrazza al posto della banale poltrona di vimini riesca a farmi vedere diverso il solito stucchevole orizzonte, mi convince a intavolare le trattative per un probabile acquisto.
- Quanto viene?
- Quante ne vuole? Una dozzina? - domanda la donna tutta premurosa e amabile.
Sentito che me ne occorre solo una, cambia accento e torna a squadrarmi con disdegno.
- Una le viene sulle quaranta lire.
- Spavento! Ma se ho pagato quaranta lire una poltrona di vimini?
Non lo avessi mai detto. La donna balza in piedi come una bomba pronta a scoppiare. Mi sento il dovere di alzarmi anch'io, frenando la mia paura.
- Ma quando l'ha comprata? Mezzo secolo fa? O nel paese della cuccagna? Ma lei mi porti qui cento sedie di vimini ed io gliele pago subito, a pronti contanti, cento lire l'una.
E faceva atto di contare i biglietti, buttandoli verso di me con rabbia e disprezzo. Sentivo che una sola parola poteva perdermi: una sola parola di discussione ed io andavo a finire nel fosso con tutte le sedie sopra. Ho per anch'io la mia dignit, e come sempre in simili casi penso di battere in silenziosa ritirata.
La donna mi richiama: sento che  disposta a seguirmi: ho davvero paura. Mi fermo, senza voltarmi, come la tartaruga quando si sente inseguita. Se il cacciatore ha da pigliarmi mi pigli, purch non mi ammazzi.
Cos la vecchiona mi raggiunse, scavalcando le sue sedie, e me la sentii alle spalle col suo ventre di gomma.
- Senta, signora, - le dico gentilmente, tanto per salvare la dignit, - le d trentacinque lire. Va bene?
Ella ne chiese trentasette: ed io sborsai, tirando fuori anche una carta da visita con l'indirizzo, onde la sedia mi venisse mandata a casa.
Ma la donna mi fa sapere che non ha chi mandare, e devo quindi far ritirare io l'acquisto.

Qui cominci davvero l'avventura.
Come uno spirito sotterraneo balz fuori dagli scavi e si arrampic su un cumulo di ciottoli un ragazzetto nero arruffato e seminudo.
Di lass stette ad ascoltare la nostra vicenda, e capito subito di che si trattava, senza essere interpellato si offr di portarmi lui subito la sedia a casa. Io gli avrei insegnato la strada che egli diceva di non conoscere.
La donna per doveva conoscere bene lui perch mi consigli di far prima i patti.
- Facciamo a tassametro, - disse lui, sempre dall'alto, - primo scatto una lira, dieci centesimi ogni cento passi di poi.
- Allora la sedia la pago una seconda volta a te - osservo io. Interviene la donna e si fissa il compenso in lire due: di queste il ragazzo ne vuole subito una, per il primo scatto, vale a dire per il salto dal cumulo delle pietre a terra.
- E non lo perda d'occhio - mi consiglia la donna: al che egli brandisce la sedia per vendicare il suo onore offeso, poi mi passa davanti, sull'orlo dell'abisso, e dice con accento marziale:
- Andiamo.

Andiamo. Sul principio egli cammina rapido ed io stento a seguirlo in quel labirinto di rovine. Ma pi gi la strada si fa meno difficile e il ragazzo incontra un primo amico, col quale si scambiano un mucchio di insolenze e di scherzi, a proposito della sedia. Io li raggiungo e convinco il ragazzo a proseguire con me; anzi tento una benevola conversazione con lui.
- Come ti chiami? Vai a scuola? Cosa fa tuo padre?
 come parlare con la sedia, ch'egli adesso s' caricato sulla testa; e con la testa irrequieta sotto quella specie di tettoia, egli si volge di tanto in tanto a guardare indietro, arrabbiato e provocante, e fischia acutamente appuntando le labbra perch il suono ne esca pi lungo e sottile.
 un fischio di richiamo, di quelli che usano gli uomini della malavita per comunicarsi qualche cosa di sinistro, ma che ha pure una nota di allegra ironia per chi lo ascolta senza intenderlo.
Io non mi sorprendo quindi nel vedere che l'amico del ragazzo ci raggiunge con un rinforzo di altri monelli: tutti rassomiglianti fra loro come membri di una stessa famiglia zingaresca. In un attimo la squadra volante si dispone intorno a me al ragazzo e alla sedia, e questa  presa di mira dai loro frizzi e anche dal tiro di qualche sassolino.
- Eccola l la torre girante. Ammazzala, come  alta.
Il ragazzo  pronto: con i bastoni della spalliera ben stretti fra le mani si piega e corre verso l'uno o verso l'altro dei persecutori e li investe, come un toro infuriato, coi piedi della sedia.
- Mo' vi faccio vedere le stelle, dalla torre girante.
Anche i passanti ne sono travolti; cominciano a protestare e cambiano marciapiede; finch uno della compagnia, un zoppetto intrepido e pi feroce degli altri, non si afferra alla sedia, dietro le spalle del ragazzo, e lo costringe a fermarsi.
- E fammi sedere - grida forte. - Apposta mia madre mi ha fatto zoppo, per zompare su questa cattedra.
Allora il ragazzo cambia tattica: lascia andar gi la sedia, l'afferra con una mano per la spalliera e comincia a rotearla vertiginosamente intorno.
- A chi tocca tocca.
Se non mi scosto a tempo tocca pure a me, mentre i nemici tentano un accerchiamento, si stringono, riescono ad afferrare chi il ragazzo chi la sedia e tutti assieme piombano a terra in un gruppo infernale.
Allora intervengo io.
- Sentite ragazzi, se non la smettete chiamo una guardia.
- Chiamane anche dieci - grida lo zoppetto, e tutti, ancora attaccati alla sedia e gli uni sugli altri come scarabei, ridono d'intesa affratellati contro di me.
Finalmente, con comodo loro, si rialzano e riprendono la marcia: adesso per  un altro guaio, perch ridivenuti amici, ogni tanto si fermano e discutono di affari loro.
Arrivati poi alla svolta della strada alcuni si sbandano, altri dicono di fermarsi l ma solo per tre minuti, ad aspettare il ritorno dell'amico.
Allora questo, che prosegue solo con me, diventa svogliato, dice che  stanco, che la sedia pesa, e ad ogni passo domanda se c' molto ancora.
Siamo in una strada solitaria, poco distante dalla mia, ed  quasi notte: anche qui scavi, ingombri, ostacoli.
-  questo il suo cancello? Lei mi ha detto che c' un cancello sotto gli alberi.  questo? - domanda con insistenza il ragazzo, fermandosi in un punto scuro della strada, davanti a un cancello chiuso.
-  questo, s - si risponde da s.
Non c' verso di convincerlo a proseguire: rinunzia piuttosto al resto della mancia, pur di raggiungere gli amici prima che i tre minuti siano passati; e sparisce in un lampo.

Che dovevo fare? Feci come quel filosofo che avendo molti problemi da risolvere pens bene di andarsene a dormire. Cos io sedetti sulla mia sedia, accanto al cancello chiuso di l del quale, intorno a una villa, un giardino solitario gi dormiva anch'esso nel silenzio dolce della sera. Io sembravo la portinaia seduta fuori a prendere il fresco. E la sedia mi pareva ancora pi comoda di prima, e me le sentivo gi affezionata per le comuni vicende.
Ma non potevo passare la notte in quel posto, per quanto la luna nuova sospesa sopra gli alberi mi invitasse a restare: d'altra parte non mi sentivo semplice e forte fino al punto di trasportare io la sedia: l'aggiustai quindi bene contro il muro, all'ombra sporgente di un salice, e ancora una volta mi affidai alla divina provvidenza.

Ed ecco fatti pochi passi vedo una coppia d'innamorati. La donna  appoggiata al muro e piange e dice male parole: l'uomo  un giovanissimo operaio che io riconosco perch ha lavorato ultimamente in casa mia. Anche lui parla fitto fitto e inveisce contro la ragazza; a quanto capisco  una scena di gelosia; e una luminosa idea mi attraversa la mente: fare del bene a quei due e ricuperare la mia sedia.
- Buona sera - dissi al giovine, che riconoscendomi salut anche lui con rispetto. - Non potreste farmi un favore?
Racconto la mia vicenda, e prego l'operaio di prendere con suo comodo la sedia e portarmela a casa.
La donna s'era sollevata e rideva, con gli occhi ancora pieni di lagrime. Era una bellissima ragazza bruna, alta, con le labbra che parevano tinte; ed io intesi la giusta gelosia del piccolo operaio.
Per non disturbarli oltre tirai avanti: e pass bene del tempo prima che la sedia arrivasse sana e salva a casa. Per castigo delle tribolazioni che mi aveva procurato la feci mettere in cucina, dove del resto parve subito troneggiare nel vero senso della parola; poi volli dare una piccola mancia al giovine operaio; egli per se ne scherm, non solo, ma si profuse in ringraziamenti.
- Lei non sa, signora, che m'ha salvato forse la vita, certamente la libert, perch stavamo sul punto di accopparci, con la ragazza. Crede lei che la scena di gelosia la facessi io? La faceva lei, e ci aveva il coltello con la punta in fuori gi dentro il pugno. E io perdevo il lume degli occhi. Che vuole? Eravamo stanchi tutt'e due, perch anche la ragazza lavora da sarta; e quando si  stanchi si litiga anche senza ragione. E cos siamo andati a cercare la sedia, ci si  seduti un poco, in quel bel sitino all'ombra, dove non c'era nessuno, e abbiamo fatto pace.



"LA TERRAZZA FIORITA DI ROSE"

La duchessa Di Flores ricordava che nella sua lontana giovinezza, quando voleva attirare nel suo salone uomini famosi per intelligenza o per galanteria, usava far loro sapere, in modo garbato e indiretto, che al ricevimento avrebbero preso parte giovani e belle donne.
Adesso, vecchia di ottant'anni, ma ancora arzilla e maliziosa, vigile e giovane di spirito nonostante la solitudine in cui la sua fortuna alquanto diminuita la costringeva a vivere, in una sua villa campestre, metteva in opera lo stesso mezzo per attirare i suoi numerosi nipoti, quasi tutti brillanti ufficiali sparsi nei var reggimenti dell'esercito italiano. Quando sapeva che qualcuno di essi andava in licenza, scriveva invitandolo nella sua villa, almeno per otto, almeno per tre, almeno per due giorni, e non mancava di accennare a qualche sua ospite giovane e bella. Conoscendo l'umore dei suoi discendenti, l'esca variava a seconda: per cui al suo ventenne pronipote Beniamino (di nome e di fatto) scrisse che l'ospite, pronipote di una sua amica di giovinezza, era un pallido fiore di loto galleggiante ancora nelle limpide acque di una purissima fanciullezza.
Beniamino aveva dunque venti anni: figlio unico d'una nipote della duchessa e di un ricco industriale, allevato fra l'incuranza paterna e lo sfarzo indolente materno, ne aveva gi fatte di cotte e di crude: nel suo attivo c'erano molte cattive amicizie, un tentativo di fuga dalla casa dei genitori, bocciature che ogni anno maturavano con le zucche, tre anni di collegio militare, debitucci di gioco e altre piccole cose: con tutto questo, gi sottotenente di cavalleria, bel giovane, con un metro e settanta di statura e novantotto centimetri di torace, Beniamino non conosceva quasi ancora la donna e sognava una fidanzata della quale voleva essere il primo e l'ultimo amore.
E la duchessa lo sapeva.

Beniamino non amava la vita militare, che  un po' come la luna, brillante di lontano e aspra e pietrosa da vicino: quindi non amava neppure la divisa: quindi si vest in borghese per andare dalla duchessa.
Il viaggio era lungo e noioso: per fortuna egli riconobbe in treno un suo compagno di collegio, anche lui appena uscito dalla scuola allievi-ufficiali; e fra i racconti, le spacconate, le narrazioni di avventure galanti straordinariamente fantastiche, e sopratutto le storielle spiritose, le ore passavano rapide e inavvertite come i paesaggi fuori dei finestrini dello scompartimento. Basti dire che a poco a poco anche gli altri viaggiatori si misero ad ascoltare come incantati: e di tratto in tratto una risata generale faceva coro al recitativo dei due. Per dare un'idea di questi meravigliosi racconti basta riferirne uno, inventato o plagiato dal compagno di collegio.
- Dunque si deve sapere che in Francia i trasporti funebri in ferrovia costano enormemente: allora, due fratelli di nobile famiglia decaduta, dovendo far trasportare da Lione a Parigi un terzo loro fratello morto, pensarono di vestirlo di tutto punto e in carrozza lo condussero alla stazione: poi lo presero sotto braccio, uno da una parte l'altro dall'altra, e lo portarono in uno scompartimento ancora vuoto, lo adagiarono bene in un posto d'angolo, col cappello tirato sugli occhi, in modo che pareva dormisse, e per non dar sospetto, loro si misero in uno scompartimento molto avanti. Or ecco che ad un'altra stazione sale un viaggiatore e prende posto nello scompartimento del morto. Bisogna avvertire che era notte e mezzo treno dormiva: quindi il viaggiatore non si meravigli del profondo sonno del suo compagno; un bel momento, anzi, si addormenta anche lui. Ma un altro bel momento si sveglia e con terrore vede che il suo fino allora poco importuno compagno  stramazzato a terra e si muove solo per il traballamento del treno. Premuroso egli si precipita sul disgraziato, lo scuote, lo solleva, lo interroga, e infine si accorge che  morto.
-  morto,  morto, - pensa, con le mani fra i capelli, - e adesso Dio sa quante seccature avr, se pure non mi accuseranno di averlo ucciso io.
Allora, cosa fa? Piglia e butta fuori dal finestrino il morto, col cappello bastone e tutto.
Ed ecco si arriva a Parigi, e i fratelli del morto vanno nello scompartimento per rinnovare il giochetto fatto alla stazione di Lione: prelevare cio il caro cadavere, farlo scendere, condurlo in carrozza alla tomba di famiglia.
Che  che non , guarda qua, guarda l, il morto non si vede pi. Disperati interrogano il viaggiatore che tira gi le valigie e pare un bravo uomo.
- Per piacere, signore, non ha veduto lei qui un viaggiatore che dormiva?
- S, s - risponde l'altro, gentilissimo. - L'ho veduto.  sceso all'altra stazione.

Arrivati anche loro, Beniamino e il compagno, alla piccola stazione del paese dove abitava la duchessa, scesero assieme.
Scesero assieme perch durante l'ultimo tratto di viaggio erano rimasti soli e Beniamino aveva confidato all'altro lo scopo intimo della sua visita alla bisnonna, vale a dire la certezza di ritrovare finalmente la fidanzata ideale.
- Nonnina per, sebbene ami la giovent,  molto austera e non mi permetter di stare neppure un momento solo con la fanciulla. Tu dovresti accompagnarmi: avrai un'ospitalit regale. Farai un po' di corte a nonnina, ed io potr cos fare una passeggiatina in giardino con la fanciulla.
- Ma bravo! Tenerti il moccolo e addizionare i miei venti agli ottant'anni della duchessa per formare un secolo giusto. Bravo davvero!
Ma poich erano tutti e due buoni e bravi ragazzi davvero, si misero d'accordo e scesero assieme.

La notte era calda, serena. Grandi stelle verdognole illuminavano il cielo scuro, e i due giovani camminarono per un pezzo col viso in aria quasi orizzontandosi al loro chiarore. Del resto la strada lievemente in salita era abbastanza rischiarata dai lumi dei casolari e da un fuoco di stoppie che ardeva in un campo: e la villa della duchessa era l a due passi, bianca sullo sfondo nero e stellato degli alberi del giardino. Gi se ne vedeva il profilo merlato; e un profumo di rose, a tratti, pareva illuminasse l'aria.
- Nonnina ha la passione delle rose - spiega Beniamino con una voce che non pare pi la sua; una voce tenera, musicale, colorita anch'essa di quel profumo e dei riflessi delle stelle. - Ne fa venire le piante da tutte le parti del mondo, anche dalla Persia, e il giardino, la casa, le terrazze ne sono sempre piene.
-  il profumo che pi amo - disse l'altro, serio e grave. - Quando odoro una rosa sento uno stordimento misterioso; mi ricorda come una vita anteriore, bellissima.
Intanto erano arrivati sotto la villa: una figura di donna, tutta vestita di nero, con un fazzoletto nero legato a benda intorno alla testa, stava seduta immobile sul paracarri della strada e guardava verso la valle. Dall'altra parte della strada la villetta appariva silenziosa, con solo qualche finestra all'ultimo piano, dove dormiva la servit, debolmente illuminata: pareva che gi tutti si fossero ritirati, ma quando i due amici si avvicinarono al cancello, Beniamino si meravigli di trovarlo socchiuso.
Pratico del luogo and avanti per il viale d'ingresso, e vide la terrazza al primo piano, nascosta fra gli alberi, con le vetrate aperte e illuminata; e anche lass, fra le ghirlande di rose rampicanti che salivano dalle colonne del portichetto sottostante, una figurina bianca di donna, seduta accanto alla balaustrata, appariva immobile nell'incanto della notte.
-  lei, dev'essere lei - dice sottovoce Beniamino, piegandosi sul compagno. - Quella  la camera che nonnina di solito assegna agli ospiti. E quante volte mi sono arrampicato dal portico alla terrazza per entrare di sorpresa dalla mia mamma.
- Perch non lo fai ancora? Forse lei ti aspetta - dice l'altro, fra il serio e il beffardo.
Un attimo; e il cuore di Beniamino palpita come quello del principe che vuol rapire la bella prigioniera dell'orco. Gli antichi istinti di animale rampicante si ridestano nelle sue vene giovani, e lo spirito avventuroso che  la parte pi viva del suo carattere, eredit degli avi spagnuoli, lo prende e spinge come un vento di ubriachezza.
Il lieve accento di beffa dell'amico lo ha punto: in fondo forse egli cerca l'avventura per dimostrare la sua agilit e il suo ardire; ma  anche una specie di scalata al sogno che egli vuol tentare, poich l'occasione si presenta e il sogno si prende solo cos, come i giovani cacciatori prendono l'aquila in cima alla roccia.

Senza pi parlare butta gi il cappello: poi rapido e silenzioso si avventa verso il portico, giungendovi quasi piegato a terra; abbraccia la colonna, vi si allunga, sale, sale,  in cima come il vincitore dell'insaponato albero di cuccagna; salta dritto sulla terrazza. Un grido incrina il silenzio cristallino della notte.
- Nonnina! Perdonami. Ti ho spaventato? Volevo farti una sorpresa.
La piccola vecchia sebbene spaventata gli sorride con tutti i suoi denti falsi, e mentre abbandona al bacio di lui la mano destra inanellata, con la sinistra gli d dei colpi non troppo lievi alla testa.

In un attimo tutta la villa si desta. Anche nel giardino si sente parlare e ridere, e Beniamino dice che ha lasciato gi il suo amico. Allora la duchessa, non senza una punta di malizia, gli spiega che l'ospite era gi a passeggiare nella strada, in cerca di fresco: nel vedere i due uomini entrare per il cancello lasciato socchiuso da lei, li ha certo seguiti, e dietro le spiegazioni del compagno rimasto nel viale ride con lui per la prodezza di Beniamino.
Ma Beniamino non si scompone, anzi, pensando che le donne che passeggiano sole la notte per le strade non gli vanno a genio, si allunga e fa il saluto militare.
- Tutte le esperienze son buone nella vita. E ride bene chi ride l'ultimo.



"LA PALMA"

Uno scrittore, del quale forse s'indovina il nome, aveva stabilito di regalare la sua penna alla cuoca, per la nota della spesa.
Troppi dispiaceri la letteratura gli dava. Qui non si parla del lavorio interno che fa dell'artista un eterno arrotino occupato ad affilare il proprio coltello: si tratta di dispiaceri pi gravi. Il pi solido glielo aveva ultimamente procurato l'Agente delle imposte, con un avviso di accertamento di redditi di ricchezza mobile, che lo tassava per la sua (professione) di scrittore; seguiva il Comune, che senza tanti complimenti lo tassava non solo per professione ma anche per (esercizio) (rivendita dei propri libri). Venivano dopo i nemici minori: l'editore che s'infischia della diffusione dei volumi; i librai che fanno altrettanto, i critici che candidamente confessano di non capire nulla del libro letto; infine certi scrittori che in buona o mala fede prendono lo spunto dai suoi romanzi e novelle e riescono a interessare pi di lui.
Considerate bene tutte queste cose, egli decise dunque di non scrivere pi, e neppure di pensare pi come un artista. Voleva ridiventare un uomo qualunque, occuparsi solo di affari comuni: del resto, fatto bene il calcolo delle sue rendite patrimoniali, scopr che aveva abbastanza da vivere e spassarsela coltivando il suo giardino.
Cos, regal la sua penna alla cuoca, che gliene aveva richiesta una, e scese nel giardino per passarci le ore durante le quali usava scrivere. A dire il vero egli non conosceva a fondo tutto il suo giardino del quale non si era mai personalmente occupato: e anzitutto fece un giro di esplorazione. Gli parve di passeggiare su una pagina di geometria, intorno ai circoli, ai triangoli e ai quadrilateri delle aiuole, in mezzo a ognuna delle quali sorgeva una pianta diversa. E si meravigli di vedere, in settembre, i crisantemi fioriti.
C'era anche un pergolato di vite americana con sotto una bella panchina verde che gli dest una delle solite immagini. "Questa panchina verde pare far parte della vegetazione intorno, nata pur essa nel giardino, col suo profumo di vernice".
Si ribell immediatamente: all'inferno le immagini letterarie, che sono come una lebbra sulla pelle nuda e sana della realt; la panchina, per quanto d'origine boschiva,  opera del falegname e fatta per sedercisi. Egli ci si siede e guarda in su, non pi per godersi il gioco del verde e dell'azzurro, ma come il gatto che finge di contemplare il cielo mentre guata l'uccellino sul ramo: cio per contare i grappoli dell'uva calcolando quanti chilogrammi possono pesare.
Questo calcolo per  attraversato da altri pensieri involontar; si direbbe che il cervello funzioni per conto suo; e cos egli si accorge con spavento che pensa all'invidia di certi scrittori se lo vedessero cos in mezzo al suo bel giardino a goderselo in panciolle; e le immagini,  inutile, sono l a portata di mano come i grappoli dell'uva che sullo sfondo smerigliato del cielo sembrano dipinti su una lacca giapponese.
Maledizione delle maledizioni; eppure bisogna ammazzarlo questo (come), schiacciarlo come i grappoli dell'uva per trarne il vino schietto della semplicit. E qui egli cerca di spiegarsi perch l'artista accoppia sempre le cose, come il contadino i buoi, per tirare meglio avanti: perch in realt tutte le cose si rassomigliano, e alcune formiche leste e intrepide, condotte da un formicone con la testa rossa, che assalgono la torre del suo fianco fino all'orlo della tasca, gli ricordano un qualche gruppo di soldati da ventura o di ladri in grassazione. Egli lascia tuttavia che l'assalto prosegua; gi il condottiero s' introdotto nella tasca e le formiche lo seguono; ma come respinti da un esercito nascosto ne vengono subito tutti fuori sbaragliati e fuggono:  l'odore del tabacco da pipa che produce la ritirata. Pi tenace e famigliare  un piccolo grazioso ragno bianco che lieve e rapido lo esplora dai piedi alla testa e gli si ferma di preferenza sui risvolti della giacca girando intorno ai bottoni: gira e rigira finalmente sosta e medita: medita senza dubbio un colpo straordinario; tessere la sua tela sul nobile petto dell'artista. Gi attacca un filo a un bottone...

Qui bisogna essere sinceri: questo avvenimento commuove l'uomo; le immagini letterarie lo abbandonano ed egli a sua volta si abbandona alla realt semplice e meravigliosa: gli pare di essere eguale all'albero, alla vite, e di aver finalmente ritrovato l'equilibrio nello spazio. Ma una voce lo riscuote da questo sogno; ed egli manda via brutalmente il ragno, vergognandosi di essere sorpreso in corrispondenza con la natura. La voce che viene di dietro le sbarre della cancellata  del resto timida, e l'uomo che chiama: - Signore? Signore? - pare un giovine mendicante, vestito di tela, con le scarpe rotte. Il contrasto fra tanta miseria e la luce viva di due grandi occhi verdi attira l'attenzione dell'artista.
- Che volete? - domanda accostandosi indolente alla cancellata; e lo sguardo col quale l'altro lo esamina, chiaro e scrutatore come quello del gatto che osserva un animale sconosciuto, gli rinnova l'impressione della corsa del ragno sulla sua persona. E come il ragno l'uomo deve provare un senso d'improvvisa confidenza perch senz'altro la sua voce si fa sicura:
- Volevo chiederle se le foglie della palma sono da vendersi.
Lo scrittore si volge tutto d'un pezzo a guardare la palma: a mala pena egli sa che nel giardino esiste una palma: adesso se la vede sorgere a un tratto davanti nel reparto a sud del giardino, grave, un po' massiccia, col tronco che pare un'enorme pigna donde si slanciano come da un vaso scolpito le grandi foglie raggianti.  bella; ha qualche cosa di religioso, e il cielo sopra la guglia delle ultime foglie si ravviva e ricorda quello del deserto.
- Vede, - dice l'uomo introducendo il braccio nella cancellata, - quelle foglie sotto sono tutte malate: bisogna levarle; mi pare che quest'anno la pianta non sia stata potata. Bisogna potarla e curarla.
L'artista lascia la sua contemplazione.
- Ma, non so,  mia moglie che se ne incarica.
- E dov' adesso la sua signora moglie?
-  fuori in campagna coi ragazzi.
- E lei non va in campagna?
- Io odio la campagna - si confida serio l'artista: e l'altro non domanda di meglio che prendersi confidenza.
- E quale pi bella campagna di questa? Ma questo giardino  mal tenuto.
- Ma come, se ci son gi i crisantemi?
- Quelli si chiamano astri e fioriscono in agosto.
L'artista non fiata pi: l'altro insiste:
- La palma va curata, potata, spruzzata di cenere; altrimenti chi sa dove va a finire.
E discorri discorri and a finire che lo scrittore apr il cancello e l'uomo entr.

L'uomo teneva nascosta sotto la giacchetta, come un ladro, una sega a mano che pareva la mascella di un coccodrillo. Piano piano, con cautela, poich le spine della palma sono velenose, seg un primo cerchio di foglie: a misura che queste cadevano le sollevava delicatamente, come ventagli di piume, e le metteva una sull'altra.
- Adesso mi pare che basti - disse l'artista, pensando a sua moglie.
Quell'accidente d'ometto indovinava per i suoi pi intimi pensieri.
- Non si preoccupi: la sua signora moglie sar contenta. Vede come le foglie sono tutte nere e scabbiose? Hanno proprio la scabbia: questo secondo cerchio  anch'esso infestato e la pianta morir se non si leva. Queste foglie, poi, che io posso lavare e vendere gliele pago: una lira l'una.
- A che servono?
Questa volta gli occhi verdi s'illuminarono di compassione.
- Per le corone dei morti.
-  vero, - esclam l'artista; - e anche per metterle in mano ai mrtiri.
E rise: rideva di s stesso.
Poi mentre l'uomo continuava a rodere come un topo intorno alla palma, egli fu ripreso dal gorgo dei soliti pensieri: chi quelle grandi foglie ricoperte di fiori dovevano accompagnare all'estrema dimora? Forse una fanciulla uccisa dall'amore, forse un potente della terra, forse un uomo che aveva scelto nella vita la via del male.
- Va all'inferno - disse a voce alta a s stesso, ritraendosi ancora una volta dal vortice della fantasia.

L'uomo cess immediatamente di segare, pur fingendo di non aver sentito quelle parole. Cont le foglie ristrette in due gruppi: erano sedici, delle quali, al suo dire, solo dieci buone ancora per le corone. E trasse palpandolo bene dal suo portafogli un biglietto nuovo da dieci lire.
L'artista prese il denaro con una certa soddisfazione: pensava che il giardino cominciava a rendere: e tutto era buono dopo che egli rinunziava al lavoro di tavolino.
- Se vuole, - disse l'uomo vedendolo cos interessato, - posso lasciarle i mozziconi delle foglie: sono buoni per la stufa: fanno un calore terribile.
Lo scrittore accett: e dopo qualche minuto si trov ai piedi come tanti grandi scorpioni i sedici mozziconi irti di zampe velenose.

Cos, sotto la palma che dava l'idea di una pecora stordita dopo la tosatura, lo trov la sua cuoca quando venne a consultarlo come doveva cucinare il cefalo che teneva fra le mani e dal quale faceva sprizzare con un coltello le scintille delle scaglie d'argento.
Nell'accorgersi del disastro ella si appoggi ad un albero: veniva meno.
- Ma che  accaduto? - balbett infine. Egli le fece vedere le dieci lire, osservando che il cefalo se lo era ben guadagnato anche senza scrivere; ma la cuoca gli agit il pesce sulla faccia come volesse percuoterlo.
- Adesso la sua signora moglie! Adesso la sua signora moglie!
- Ma che ti senti male?
- Ma non capisce che quello ha veduto la sua faccia? Che lo ha derubato? Che le ha rovinato la palma? Che lui rivende le foglie a dieci lire l'una?
Mai in vita sua lo scrittore si sent pi umiliato di cos.
- Capisco - disse a testa bassa, come parlando ai mozziconi della palma. - Chi  nato artista non pu morire uomo di affari.  meglio che mi rimetta a tavolino, a scrivere le mie favole.
E poich era abituato alla sua penna la richiese alla cuoca.
- Prima almeno mi lasci fare il conto - disse lei.
Il conto lo aveva gi fatto e il cefalo vi era segnato per lire undici; ma pensando che il padrone lo si poteva dunque imbrogliare allegramente, corresse in questo modo: cefalo, lire sedici.
E il padrone le regal anche un'altra penna.



"LA TARTARUGA"

Anelante la donna torn nella sua tana, che era una di quelle tettoie sulle terrazze a riparo dei cassoni per il deposito dell'acqua. I cassoni erano stati ingranditi e portati pi in l sotto una tettoia pi vasta, ed ella aveva ottenuto quel riparo dal padrone dello stabile, della cui famiglia da molti anni era donna di fatica: tutto  buono per i proprietari di case e tutto  buono per i disgraziati senza alloggio.
Ella possedeva una chiave della terrazza, dove a turno le serve degli inquilini stendevano i panni ad asciugare. Anche quella notte, dalle corde e dai fili di ferro pendevano panni bianchi e di colore e file di calze lunghe e corte. La luna, a piombo dal cielo bianco di luglio, dava forme e trasparenze spettrali a quei corpi vuoti e alle loro ombre sul pavimento bianco della terrazza; e la donna provava, nel passare in mezzo ai panni per arrivare al suo rifugio, l'impressione di essere toccata da fantasmi.
Arrivata l dentro si gett sul suo giaciglio corto che non permetteva alla sua lunga persona di stendersi bene: col piede spinse la porticina, ma con lo stesso piede la riapr. Soffocava; le pareva di essere un topo agitato dentro la trappola: ma non voleva muoversi, non dar segno neppure all'aria di questa sua agitazione interna. I piedi per le pulsavano tanto che le pareva di sentirli parlare; si cacci via le scarpe e si allung in modo da metterli sulla striscia di luna che imbiancava la soglia: e a poco a poco il bagno della notte glieli rinfresc. A poco a poco il sangue le si chet nelle vene e il pensiero smarrito torn nel suo cervello come lei era tornata nella sua buca: allora l'istinto della salvezza, pi che il rimorso o il pentimento, la costrinse a ricostruire la scena del suo delitto.
Si rivide nell'appartamento al secondo piano, abitato da un vecchio signore al quale, dopo sbrigate le grossolane faccende nella casa del padrone, ella ripuliva le camere. Il vecchio aveva piena fiducia in lei, tanto che le lasciava le chiavi mentre egli era fuori per la colazione. Ed ecco ch'ella, con la pesante sveltezza dei suoi cinquant'anni robusti, riordina la camera di lui: una camera vasta con due finestre, coi mobili di mogano e il letto grande coi lenzuoli di lino dolci a toccarsi pi che la seta. Fa caldo, e lei pensa con terrore al suo buco su nella fornace della terrazza: fa caldo, tutte le cose puzzano, e anche lei sente un cattivo fermento di perversione ribollirle nel sangue: quel fermento di dolore antico che ricorda all'uomo, quando la natura lo opprime, la maledizione della sua carne.
La donna lavora e si domanda perch il vecchio scapolo egoista e sporcaccione, che non ha mai fatto nulla in vita sua, deve dormire in quel letto, fra due finestre aperte sul giardino verde, e lavarsi con acqua profumata, e andarsene a mangiare nelle trattorie fresche dove le mense sembrano coperte di neve e di oggetti di ghiaccio iridescente, mentre lei ha le ossa ingrossate dalla fatica e mangia gli avanzi altrui e non ha mai pace n gioia e nessuno le vuol bene.
Qui, nel ripulire lo specchio dell'armadio, vede la sua grande figura di Giunone pezzente, e sente in sua coscienza di esagerare. C' qualche gioia per lei, quella fra le altre di andare all'osteria, dove tutti, specialmente verso sera, si vogliono bene; e c' la soddisfazione della sua libert, in quelle ore, il riversarsi della sua fatica nelle chiacchiere e nel bicchiere di vino.
E c', a sera, una creatura di Dio che l'aspetta negli angoli umidi della terrazza, e quando ella torna stanca e si butta sul giaciglio, le gira attorno per sentirne l'odore di fatica e di ubbriachezza serena; e le slaccia le scarpe come una piccola serva fedele; poi si ritira nel suo angolo umido e il suono di un bacio continuo, fra lei e la terra, addormenta la donna ricordandole i campi donde  venuta e l'infanzia e le fresche origini della vita.

Ma questi ricordi, che accompagnano quello della tartaruga sua compagna di solitudine nella terrazza, non le rinfrescano l'anima; la certezza che lei non potr mai tornare indietro, mai ritornare alla terra se non come cadavere, accresce anzi la sua arsura.
Quasi per tentare di rinfrescare davvero quest'arsura, in quel momento pi interna che esterna, per la prima volta dopo che serve fedelmente e rispettosamente il vecchio signore, osa lavarsi con l'acqua e il sapone di lui. In un cassetto del lavabo ella sa che ci sono anche certe polveri rinfrescanti: apre adunque il cassetto e i suoi occhi si spalancano, la mano rimane sospesa nell'atto di prendere.
Una specie di libretto, con figure, ghirigori, numeri e cifre,  dentro il cassetto, fra le scatole di ciprie e di pomate che hanno un profumo nauseante; sullo sfondo bianco di un medaglione inciso sulla prima paginetta, una donna melanconica, con un lungo ricciolo azzurro pendente dalla tempia destra, s'appoggia ad un'ara fumante: ha strani oggetti in mano; quello che sostiene con la destra sembra un bastone; e alcuni bambini nudi, ai suoi piedi, si divertono a guardarlo e forse a tentare di prenderglielo.
Anche lei, la serva, guarda cos il libretto: si china meglio a osservarlo, infine lo prende e lo sfoglia;  fatto di molti biglietti di cinquanta lire nuovi, ancora appiccicati gli uni agli altri.

- Con questi - pensa - potrei filare subito alla stazione e tornarmene laggi (da noi). Chi sa niente di me? Cercala! Il vecchio  appena uscito e non torner che fra due ore: e a lui questi soldi non fanno n caldo n freddo.
Un attimo: e il (potrei) del primo impeto si cambia in (posso).
Si cacci il libretto nel seno e fin di riordinare la camera: un ragionamento errato di salvezza la guidava; se la raggiungevano e la prendevano, laggi dove voleva andare, faceva a tempo a negare: per si affrettava: chiuse le persiane, torn nell'ingresso buio.
Ma mentre sta per aprire la porta, questa, come nei sogni, si spalanca da s, e nel vano grigio appare la piccola figura del vecchio.
- Buon giorno, buon giorno - dice lei, untuosa e vibrante. - Ho finito e vado.
- Aspettate un momento, ho dimenticato una cosa - egli dice, lasciando la porta aperta. E va di l, nella camera, e apre il cassetto.

Da quel momento, come tutti i delinquenti dicono per scusarsi, ella perde la propria coscienza. Fuggire? La prenderanno per le scale. Negare: non le resta che negare: ma il vecchio la investe, le salta addosso come un gatto arrabbiato, grida con la sua piccola voce che vuole denunziarla, che chiamer gente se lei non restituisce subito i denari. Lei tace, si lascia spingere e stringere; ma d'un tratto chiude con un calcio la porta e a sua volta soverchia l'uomo, gli afferra il collo con le sue mani che il lavoro millenario suo e dei suoi avi ha mantenuto gigantesche, e glielo torce come quello di una gallina.

Un rumore, se cos pu chiamarsi, pi tenue e indefinibile di quello del rosicchiare del tarlo la dest dall'incubo.
Ella lo riconobbe subito. Era la tartaruga che veniva a farle la sua visita notturna e cominciava il suo giro d'ispezione nella tana. Ella si alz a sedere, coi capelli pesanti di sudore, ritrasse i piedi poich la luce della luna glieli fece apparire enormi, e attese. Si sentiva il rumore notturno della citt, come quello di una nave in rotta nell'oceano; ma il succhiar della bestia, nell'angolo dove c'era la brocca dell'acqua e quindi un po' di umido per terra, sembrava alla donna la voce pi potente della notte. Il cuore le si scioglieva dalle catene infernali della disperazione: quel ritorno della tartaruga era come un ritorno di speranza e quindi di vita.
Aspett che la bestia si avvicinasse: si avvicinava, le fu presso i piedi, e lei sent sulla caviglia come la punta di una spina. Allora si pieg e prese la sua amica in mano, la sent fredda e dura come una scatola, eppure le parl, avvicinandosela alla guancia come si fa con l'orologio per ascoltare se cammina.
- Le scarpe me le ho gi levate - le disse, piano. - Avevo tanto caldo. Ho corso tutta la giornata, oggi, al sole, di qua di l, non so, per tutte le strade, fino gi alla campagna, al fiume. Volevo buttarmi nel fiume, ma non ho avuto il coraggio. Dio non vuole, che si uccida. E adesso aspettiamo: verranno a prendermi; sia fatta la volont di Dio. I denari li ho rimessi a posto, mica per paura che mi accusassero, ma perch cos dovevo fare. Mi dispiace di lasciarti, in questa fornace, dove ti ci ho portato io; le serve ti butteranno gi, perch sono tutte cattive, e tu ti romperai come un vetro, come sono rotta io.
La tartaruga tirava fuori dalla sua cupola la testina e le zampe; e sul suo polso di legno la donna sentiva quelle unghie molli scavarle la pelle come per arrivare al sangue e succhiarne i germi avvelenati.
Allora l'idea di salvare la sua amica, di ridonarla alla terra, domin l'istinto stesso della salvezza propria. L'avvolse in un fazzoletto, si rimise le scarpe e scivol gi per le lunghe scale, passando a occhi chiusi davanti a (quella) porta: trov il modo di uscire inosservata e cammin ancora, a lungo, attraversando come in sogno la citt notturna ardente dei colori dell'arcobaleno; finch arriv agli orti fuori le mura, dove Dio parlava ancora con la voce solitaria dell'acqua corrente.



"UCCELLI DI NIDO"

Tranne che per i funzionari in via di far carriera, le scale di certi uffici pubblici sono dure per tutti: quelle della Questura, per esempio. Luride scale continuamente animate di figure che solo per essere l appaiono equivoche e sinistre, anche se rappresentano disgraziate vittime di ladri, o afflitti padri di famiglia che vanno a denunziare l'(allontanamento) di un figlio giovinetto dalla casa paterna.
Questa volta  la madre, a salire l'ignoto calvario: il padre  in giro per il mondo, all'affannosa ricerca dell'uccello scappato dal nido.  stato a Napoli,  stato a Genova, porti dove si dirigono invariabilmente questi uccelli aspiranti migratori, persuasi che per conquistare il mondo basta il biglietto da mille e gli anelli (presi) dal cassetto della mamma: Napoli e Genova avendo dato risultato negativo, il padre  corso anche alla Spezia, poi a Livorno; infine ha spedito un telegramma alla moglie consigliandole di recarsi subito in Questura, possibilmente dal Commissario Finzi, famoso per il ritrovamento di persone scomparse.
E la madre a sua volta va alla ricerca del Commissario come il malato di un terribile male dal medico che lo pu guarire.

Il primo rampante della scala, in fondo a un ingresso ove il pavimento era tornato allo stato naturale di terra polverosa, riceveva luce solo dall'alto: un rimasuglio di luce che proveniva dal secondo rampante e si versava nel primo come per piet o per curiosit.
La madre saliva piano, curva sotto il peso della sua croce, domandandosi ancora una volta quali erano i peccati che doveva scontare cos: la coscienza non le rinfacciava nulla, se non forse il peccato originale che, per quanto lavato e raschiato, grava ancora sugli uomini. Arrivata al pianerottolo si ferm ansando. Il secondo rampante delle scale era illuminato da una finestra alta velata di una grigia tenda di ragnatele. Ma il calvario non finiva l; c'era un terzo rampante da superare. Una vecchia ricoperta di stracci raggiunse anche lei a stento il pianerottolo, e anche lei si ferm guardando in su.
- Sa dirmi, per gentilezza, signora, dov' l'ufficio del Commissario Finzi?
- Veramente non sono molto pratica del luogo - dice la madre, stranamente rianimata per l'incontro di questa compagna di sventura. - Lo cerco pure io, il Commissario Finzi.
- Pure lei! Le  scappata la serva?
- Magari - sorride tristemente la madre; e riprende a salire piano piano la scala.
La vecchia la segue rispettosa, ammirandone alle spalle il ricco mantello e le scarpette fini. Altre persone scendono e salgono, e gli uni non badano agli altri: tuttavia la madre ha l'impressione di essere osservata da tutti, e al suo dolore si unisce la vergogna, e anche un po' di dispetto contro il marito che, per un pregiudizio umano e la speranza di rintracciare il figlio, non ne ha immediatamente denunziato la scomparsa.
Ed ecco superato il secondo rampante; ma neppure in cima al terzo il calvario finisce.
- Oh Dio, Dio, - geme la vecchia, appoggiandosi alla parete, - mi viene fastidio.
 pallida, infatti; le grosse mani gonfie le tremano: e nonostante il suo proposito di diffidare di tutti, in quel luogo di perdizione, la madre prova un senso di piet. Si ferma, aiuta la vecchia a sedersi sullo scalino alto sotto il vano della finestra, e le si mette davanti come per ripararla dalla curiosit inutile dei passanti. La vecchia straluna gli occhi, due poveri occhi che conservano un rimasuglio di tinta celeste, arrossati dal lungo piangere, e pare abbia una irresistibile voglia di addormentarsi.
- Su, su, - dice sottovoce la signora, - coraggio.
Anche lei per si sente venir meno, come per il contagio dell'altra; le ginocchia le si rammolliscono, e istintivamente, senza volerlo, si lascia cadere seduta accanto alla vecchia stracciona, sullo scalino nel vano della finestra.

La vecchia  la prima a rimettersi dal suo stordimento e a sua volta aiuta la signora a sollevarsi: riprendono assieme, sostenendosi a vicenda, la triste ascesa; assieme penetrano nei foschi ambulacri del luogo, finch riescono a farsi indicare la stanza dove il Commissario Finzi riceve. Ma occorre aspettare; ed entrambe aspettano, di nuovo sedute assieme in un angolo scuro del corridoio. Il posto  favorevole alle confidenze e la vecchia non chiede di meglio che chiacchierare; ma la sua pena adesso pare attutita dalla curiosit di sapere che ha quell'altra, cos ben vestita, eppure cos afflitta anche lei. E la investe di domande, senza riuscire per a sapere tutta la verit.
- S, - dice la signora, sottovoce, parlando suo malgrado, - una persona di servizio  scomparsa di casa, portando via qualche cosa.
- Non dubiti, gliela pescano subito, - afferma la vecchia, - quelle si ritrovano sempre: sono disgraziate anche loro. E scommetto che lei le aveva fatto del bene, che ci si era affezionata, che ci soffre.
- Oh, s, s - geme l'altra, tutta ripresa dalla sua pena.
- Lei  buona, signora mia; come si fa a tradire una persona cos?
- E voi non siete buona? Eppure...
- Figlietta mia! Lei  indovina. Sono buona, s; che cosa non ho fatto per quella creatura? Adesso le racconto tutto. Lei mi vede cos, come un gufo spennacchiato, ma non sono una mendicante: mi sono ridotta cos per loro, mia figlia e il marito suo, che non amava lavorare e ha fatto morire di crepacuore la disgraziata. Poi lui  scappato; ed ho tirato su io la loro creatura, un bambino bello e forte; l'ho tirato su come figlio di signori, come lei, amore mio bello, pu aver tirato i suoi, Dio glieli benedica e glieli tenga da conto. S, eh, l'ho mandato a scuola, sempre vestito bene, sempre col suo cestino pieno, sempre coi libri che ci volevano. Io ho fatto di tutto, per lui; lei mi avr veduto anche a scopare le strade, mangiando un tozzo di pane condito con polvere; ebbene, adesso anche lui se n' andato; ieri se n' andato, portandosi via la sua roba e la coperta di lana. La coperta di lana... - ella ripete stordita, e comincia a piangere sommessamente, come, pi che per altro, per la scomparsa della coperta di lana.

La madre non seppe dirle una parola di conforto. Le pareva di essere davanti a uno specchio che rifletteva ingrandita e orribilmente deformata la sua stessa miseria: ma che poteva dire per cancellare sia pure una linea di questa miseria?
D'altronde la vecchia smise subito di piangere: sollev uno dei suoi stracci e s'asciug gli occhi, poi si soffi rumorosamente il naso volgendosi per educazione verso la parete; e la luce della speranza le rianim il viso.
- Io penso che torner: tutti i ragazzi che scappano di casa tornano. Sono i grandi quelli che non tornano.
- Quanti anni ha? - domand la madre.
- Tredici, figlietta mia; tredici compiti il giorno di San Giuseppe.
- Come il mio - pens la madre; e la speranza della vecchia si accese anche nel suo cuore.
- Il Commissario Finzi, poi, mi aiuter. Tutti me lo hanno detto. Non importa ch'io sia cos, cos, come una scopa da buttarsi via, - riprese la vecchia sollevando di nuovo i lembi sfrangiati del suo grembiale, - egli d ascolto ai poveri; dicono che li riceve male, che li carica di rimproveri, ma poi fa di tutto per aiutarli, perch a lui pure un tempo  scappata di casa una figlia. Ah, lei non lo sapeva, signorina mia? S, una figlia di tredici anni: e quella non  pi tornata, e per quante ricerche in tutto il mondo si facessero nessuno pi l'ha veduta. Proprio cos. Ah, e lei non lo sapeva? Tutti lo sanno; e lui, il signor Commissario,  diventato come pazzo, e ha preso questa specialit di ricercare le persone scomparse, sopra tutto i ragazzi, per via della disgrazia accaduta a lui in persona.

Di nuovo la madre non sa commentare il fatto.  vero, non  vero? Forse  una fantasia popolare; ma ha tale un soffio di dolore e di mistero che fa piegare l'anima smarrita. E se fosse vero? Se anche il suo ragazzo, che per lei  ancora il suo bambino, non dovesse tornare mai pi?
La pena  cos forte che ella balza in piedi per non lasciarsi di nuovo venir meno: poi si ricompone perch l'uscio della stanza dove il Commissario riceve si apre e varie persone ne escono.
- Adesso tocca a noi - dice la vecchia, alzandosi anche lei: e trema tutta.
- Andate voi, prima, andate; la vostra disgrazia  pi grave della mia - dice l'altra, spingendola piano piano verso il bianco vano dell'uscio.
La vecchia allora si piega e le bacia il lembo del mantello, come fosse quello della Madonna.
- Dio la benedica, lei e le sue creature.

E quando usc rimase a sua volta ad aspettare che l'altra avesse finito; poi se ne andarono assieme, un po' disilluse per il freddo e secco interrogatorio del Commissario, ma sostenute, in fondo, da uno spirito di solidariet umana e sopra tutto di fede e di speranza nell'aiuto, pi che degli uomini, di Dio.
- Quell'uomo non doveva amare la figlia, - dice la vecchia, - se no la ragazza sarebbe tornata: l'amore fa molto, figlietta mia, fa pi che i poliziotti.
Infatti i due ragazzi tornarono a casa, prima che la Questura si movesse a ricercarli.



"CURA DELL'AMORE"

Con l'arrivo del nuovo medico condotto si sparse nel paese la voce delle sue arditissime teorie scientifiche, alcune delle quali egli intendeva mettere in pratica immediatamente: fra le altre quella del dottore americano Betmann, sull'amore.
L'amore, secondo il Betmann,  una malattia come tutte le altre. Si nota, infatti, in essa, il periodo d'incubazione, l'ascesa, la crisi e la discesa. A volte, non curata in tempo, diventa cronica; e allora prende forme morbose d'idea fissa e di mana, e pu avere conseguenze funeste.
Si sa che il cranio dell'uomo  suddiviso in tanti scompartimenti o bernoccoli, entro ognuno dei quali si annida il seme delle nostre diverse tendenze: uno di questi bernoccoli  riserbato all'idea o tendenza dominante; che pu essere l'ambizione, la religione, la criminalit: nelle donne, invariabilmente,  l'amore: spesso anche negli uomini. E quando questa idea degenera in malattia mentale basta un lieve atto operatorio per sradicarla.

Una sera dopo cena si parlava di tutte queste cose in casa del prevosto. E si rideva tanto, sopratutto per i commenti salaci dei gaudenti amici convenuti intorno alla mensa ben fornita, che qualcuno sentiva il bisogno di uscire nella vigna attigua per renderle il suo vino.
La vigna era in fiore e il suo profumo indefinibile si fondeva col chiaro di luna come fosse questo a succhiarlo dalla vite e spanderlo nell'aria azzurra.
Anche la sorella del prevosto, a un certo punto, sent bisogno di allontanarsi dall'allegra compagnia, e usc nella vigna. Aveva riso anche lei, troppo aveva riso: adesso ne provava disgusto, quasi avesse anche lei bevuto come il fratello e i suoi compagnoni.
Non bisogna tradire la verit col dire che anche lei la sua brava parte di lambrusco non se l'era trincata:  necessario bere dopo aver mangiato egregiamente, e per mangiato, questo non  vergogna, avevano mangiato bene tutti.
Ella sentiva dunque quell'irritazione e quella melanconia feroce che prova anche il lupo quando col corpo gonfio dell'intero agnello divorato gira e non trova la fontana dove dissetarsi. Dov'era questa fontana? La donna ne sentiva la frescura nell'aria, e quel profumo che pareva venire dall'alto come l'odore dell'uva fragola del pergolato nelle sere d'autunno, accresceva la sua sete interna.
And fino alla siepe e guard verso i campi grigi alla luna, tutti tranquilli e inanimati come disegni geometrici; qualche canale scintillava qua e l, ma non era acqua da bere, quella. Anche l'orizzonte si sprofondava vuoto, e su tutto quel paesaggio grasso ed eguale la luna piena guardava con viso materno.
La donna torn indietro: vedeva la sua ombra rotonda sul viale erboso, e le pareva di essere cos, grottesca e ridicola; non tanto di fuori come di dentro, con le sue inquietudini e le inutili fantasie. Ma durante la notte e il giorno dopo il suo malessere aument. Era una donna forte, verso i quaranta, che non aveva mai avuto bisogno del medico; anzi si piccava d'intendersi dei mali altrui e curava il fratello nelle sue frequenti indigestioni, e la vecchia serva che viveva con la loro famiglia da oltre mezzo secolo.
Adesso quell'agitazione nervosa, l'insonnia, gli incubi dopo, e la vertigine che la port via in un turbine quando si pieg a pettinarsi i lunghi capelli neri, la impensieriscono:  l'et critica, o la minaccia dell'arteriosclerosi che il farmacista di malaugurio, reggente la condotta durante il concorso per il nuovo medico, ha gettato come una corona di spine sul capo del prevosto e dei suoi compagni di tavola?
Il prevosto si ride di questa minaccia, e lo dimostra sfidando il farmacista a bere e mangiare pi di lui: fra i due  una gara pantagruelica, innocente del resto, che pu condurre a una morte onorata. La donna per ha un vago senso di paura e si confida con la serva.
- Perch non chiami il nuovo dottore? - dice la serva. - Dicono che l' bravo come un Solone.

Il nuovo dottore  venuto.  un giovanottone alto, calvo, con un viso d'affamato: ma i suoi occhi sono belli, azzurri, un po' tristi un po' maliziosi. Ha sempre con s una busta nera misteriosa, che attira la curiosit delle donne.
Nella sala da pranzo della parrocchia, che d sulla vigna quieta, sta seduta rigida sul canap di giunco la sorella del prevosto. Il suo viso, che ricorda quello di Minerva,  un po' pallido sotto la corona delle trecce di bronzo: ma dal resto dell'aspetto florido non si giustificherebbe la visita medica. I suoi occhi sfuggono quelli del dottore, i quali occhi d'altronde, mentre egli le tasta il polso, sembrano occupati a spiare solo qualche dettaglio della persona di lei, come per esempio i piedi stranamente piccoli per una donna cos formosa.
Il polso  normale; solo, al contatto di quelle dita d'uomo, il sangue si agita un poco, nel ramo della vena, come le foglie sul ramo dell'albero al passare del vento.
 un attimo. Ma basta perch l'uomo della scienza senta di trovarsi davanti a una malata immaginaria e lei di essersi gi confessata.
- Mi dica cosa si sente - egli domanda, sedendosi davanti al canap; in modo che i suoi lunghi piedi vanno a raggiungere quelli di lei che si ritraggono smarriti.
Ella abbassa la testa, ma sente lo sguardo di lui fastidioso come un riverbero che le danzi sul viso.
- Sono vertigini; e la notte o non dormo o faccio tali sogni che ho terrore di riaddormentarmi: e a volte mi sveglio con la parte destra del corpo come paralizzata.
-  da molto che sente questi fenomeni?
- S, da qualche tempo: questa notte, poi, peggio che mai.
Egli le rivolse alcune domande intime, alle quali ella rispose arrossendo: cosa che stabil gi un senso di familiarit fra loro: e quello che doveva accadere accadde. Ella era una bella donna, con una pelle meravigliosa sotto la quale il sangue, nutrito di buoni cibi e di buon vino, scorreva troppo denso e quindi a volte si fermava come una folla festiva nelle vie strette. E il dottore la desider: spinto quindi da un senso pi personale che professionale, le domand se non aveva mai pensato a sposarsi.
Allora lei sollev la testa, piano piano, e lo guard in viso trascolorata, con due occhi d'animale preso al laccio.
- Il male  questo - disse con voce rauca e lagrimosa. - Anni fa sono stata fidanzata, poi egli mi ha lasciato e non pensa pi a me. Io invece non ho cessato un momento di pensare a lui, un giorno come l'altro, un anno come l'altro. Ho fatto di tutto, per dimenticare: mi dissero che bastava ingrassare e viver bene per scacciar via questa debolezza; invece  peggio, pi si sta bene di corpo, pi l'anima soffre. Non sono una stupida, e, creda, faccio di tutto per togliermi da quel pensiero; ma  come una mala radice sottoterra, che soffoca ogni altra cosa.  infine un'idea fissa che a volte mi conduce fino alla riva del canale. Lei mi capisce: lei, dicono...
Si ferm accorgendosi ch'egli si scostava e arrossiva come sfiorato da una vampa. Cap confusamente di averlo offeso e torn a reclinare la testa, disperatamente. Non c'era pi scampo.

- C', c', lo scampo - egli le disse un giorno, dopo che anche lui fu diventato un assiduo frequentatore della mensa parrocchiale, e seduti soli sul canap di giunco aspettavano che sopraggiungesse il prevosto coi suoi amiconi. - Il farmacista ha sparso quelle voci sul conto mio perch non voleva concorrenti: e voi donne guardate la mia busta nera come se dentro ci fossero davvero i ferri capaci di estrarre dalle vostre teste i pensieri d'amore. E, almeno riguardo a lei, dentro la mia busta c' davvero un ferro buono a guarirla.
- Cos'? - domanda lei, un po' intimidita, un po' accesa dal contatto premente di lui.
-  un chiodo - egli le soffia all'orecchio; e scoppiano entrambi a ridere, con dentro gli occhi il riflesso delle stoviglie e delle coppe di cristallo della tavola apparecchiata. Poi fu silenzio.

Quella sera egli fu il pi allegro compagnone della mensa: ci si sentiva oramai padrone; e il suo viso macerato dai mezzi digiuni di una giovinezza famelica, pareva quello di un Cristo risorto.
Anche il prevosto era allegro, di una sua muta allegria che ravvivava quella dei commensali come la luce delle lampade la letizia della mensa. La presenza alla sua tavola del giovine dottore lo rassicurava contro le sinistre profezie dell'altro: la corona di spine tornava ad essere di rose.
E in fondo alla sua gioia c'era qualche cosa di religioso; tanto che, quando l'allegria un po' corrusca dei commensali minacciava di scoppiare malamente come le bottiglie a quei primi calori estivi, egli sollevava la coppa, la mostrava agli uni, la mostrava agli altri, con un segno di benedizione, poi la tracannava mormorando:
- (Pax vobiscum!)
Tutti ridevano. E fra le discussioni e gli scherzi, e l'inchinarsi delle bottiglie, e il gioco dei piatti e il fantastico sparire delle vivande, gli sguardi del dottore e della donna s'incrociavano a volo, si prendevano e si lasciavano, come passeri sopra un albero carico di frutti.
Ma il punto massimo di quel miracolo che si chiama felicit fu raggiunto quando, per spegnere un'ultima discussione stridente fra due grossi mercanti di scope che per nascoste ragioni di concorrenza si sfogavano a distinguere i veri dai falsi lavoratori, il dottore disse:
- Siamo tutti lavoratori, tutti operai: solo i morti non lavorano.
- E non bevono - disse qualcuno.
- Ma neppure passano male la notte - disse qualche altro.
Allora il dottore prese la sua busta nera, e fra la curiosit di tutti ne trasse un fascicoletto che sfogli leggendo fra s e s parole misteriose che v'erano scritte. (Amore fanciullo. Notte. A Francesca. Il chiodo) (sollev rapido e malizioso le sopracciglia). (L'aratro), ah, ecco, (Canto di lavoratori ubbriaconi). D'improvviso la sua voce si alz, come quella di un ragazzo che declama la sua lezione.

CANTO DI LAVORATORI UBBRIACONI

A stento, navigando,
S' attraversato il fiume nero della notte,
Con isole di sonno, zone agitate d'insonnia,
Scogli mostruosi di cattivi sogni:
E all'alba siamo approdati
Alle bianche rive del giorno,
Stanchi, sfiniti, ma pronti
A vivere, a lavorare, a trincare ancora.

Tutti risero e applaudirono, sebbene non tutti avessero capito bene.
Il prevosto ordin alla sorella di portare altre bottiglie per festeggiare il poeta: e pregato da tutti il poeta lesse altre poesie: alcune, come (Amore fanciullo) e (L'aratro) commossero l'uditorio fino alle lagrime.
Il prevosto ordin altre bottiglie.
- Legga (Il chiodo) - preg finalmente la donna sulle cui guance ardeva il riflesso delle ciliegie che rallegravano la tavola.
- Quella no:  un segreto professionale - egli disse: ma il suo sguardo iridescente promise alla donna di leggerle i versi quando sarebbero di nuovo soli.
E senza che il fratello glielo ordinasse ella port a tavola altre bottiglie.
Ma durante la notte il prevosto si sent male, e invece che alle "bianche rive del giorno" approd al nero lido della morte.
E la donna pens d'interrompere immediatamente la sua cura.



"UN PEZZO DI CARNE"

Una signora, antica mia conoscenza,  venuta oggi a trovarmi, dopo molti anni che non ci si rivedeva. Al primo vederla, vestita di nero, piccola, umile, ho creduto ch'ella avesse bisogno di qualche cosa: ma il suo viso  calmo, chiaro, e gli occhi hanno una luce com' solo negli occhi dei bambini felici.
Ella intuisce subito il mio pensiero, e dopo essersi informata, gentilezza che molti visitatori si dimenticano di usare, dello stato della mia salute e del mio umore, mi rassicura sul conto suo.
- Ho finalmente affittato la mia casa a una famiglia per bene, - dice, - una famiglia ordinata e che paga puntuale: ma ne ho passate, finora, dopo la morte del mio povero marito. Il mio povero marito  morto senza lasciarmi altro che questa casa, con rate ancora da pagare, e non bene finita ancora. Morto lui, sapendosi delle mie tristi condizioni, il vuoto si  fatto intorno a me; ed io stessa mi sono rintanata nel mio dolore, nella mia miseria. Bisogna proprio aver fede in un'altra vita, dove solo ai buoni  concesso di riunirsi a Dio e alle persone amate, per vincere il terrore della solitudine interna ed esterna di questa vita mortale. Pare di camminare al buio, nella nebbia, in un luogo deserto dove neppure esistono le emozioni del pericolo perch anima vivente non si cura di te; pare cos, ma in fondo non ; la luce e la compagnia delle persone amate  dentro il nostro cuore; altrimenti questo cesserebbe di camminare, e se cammina  appunto per attraversare lo spazio desolato che ci separa dal grande paese dove il dolore non esiste pi.
Ma tutte queste cose le sai meglio di me, - dice poi con un risolino di compiacenza per l'evidente interesse con cui si vede ascoltata: - piuttosto ti racconter un fatto curioso, dal quale, se vuoi, puoi trarre una novella. Mettendoci un po' di arte, come tu puoi fare, diventa una novella straordinaria: io ci ho pensato, anzi volevo scriverla io, ma mi tocca troppo,  una cosa troppo mia perch io possa scriverla. Per ho bisogno di raccontarla, e sono venuta da te per questo.
Dunque, dopo il primo stordimento per la mia disgrazia, per campare la vita e tener fronte ai miei impegni, ho dovuto affittare la casa: io mi sono ritirata in due stanzette del sottosuolo, dalle quali una scaletta conduce al giardino, portandomi gi solo il letto dov' morto lui e la macchina da cucire.
Come puoi pensare non facevo che piangere: la notte sognavo di lui e di tutte le cose care lasciate, con l'impressione di esser io la morta: morta e sepolta sotto la nostra casa. Nessuno pi mi cercava n io cercavo nessuno. Con la somma depositata per garanzia dai miei inquilini avevo sistemato tutti i miei impegni, e mi restava il necessario per arrivare alla fine del mese: inoltre avevo qualche lavoro di cucito, procuratomi appunto dagli stessi inquilini. Era una famiglia straniera, di profughi, ricchi ma disordinati, con cameriere e bambini che giocavano tutto il giorno fra di loro rincorrendosi come matti nel giardino. Di sopra si suonava e si cantava, e si ballava anche, sebbene nel contratto questo fosse proibito. Era insomma un chiasso continuo; ma il fitto stabilito era talmente vantaggioso per me che lasciavo correre. Ero poi cos piegata dal mio dolore, cos distaccata da tutto, che nulla pi mi premeva. Vivere per tacere e aspettare la grande ora. Eppure il poco riguardo di quella gente, che sapeva di aver sotto i piedi una pena come la mia, accresceva il mio accoramento. I bambini e le serve, poi, erano anche, sia pure senza volerlo, veramente crudeli. I loro giochi, le risate, gli urli davanti alla mia finestruola, irridevano la mia paziente solitudine. Un giorno di carnevale, coprirono gli alberi e i viali di (stelle filanti) e di coriandoli rossi, gialli e verdi. Era bello; pareva che il giardino fosse fiorito; tutti si fermarono a guardare, e un giorno sento una signora che dice ad un'altra:
-  il giardino della vedova Pistuddi.
- Si vede che  una vedova allegra - dice l'altra.
Io piangevo.

Ma adesso veniamo al fatto.
I bambini si divertivano anche con un gattino molto bello, bianco e nero, che pareva avesse sul faccino bianco una bautta di velluto nero attraverso la quale gli occhioni azzurri guardavano come da una lontananza di sogno. Era giovine, e quindi molto allegro: se si affacciava al mio finestrino e se lo guardavo s'inarcava tutto e raspava l'inferriata; ma non osava saltare dentro perch una volta l'avevo scacciato malamente. I bambini ci giocavano, ma bestialmente; si divertivano a tormentarlo, e il pi piccolo lo martoriava in tutti i modi. Un giorno ch'erano loro due soli in giardino sento il gatto miagolare cos disperatamente che salgo la scaletta e mi affaccio per vedere che cosa succede.
Il piccolo boia aveva legato il gatto a un palo e gli girava intorno frustandolo senza piet. L'animale si contorceva, stralunava gli occhi, e dalla bocca gli colava una bava sanguigna.
- Lascialo, - dico io, - non vedi che  arrabbiato e se riesce a morsicarti muori?
Il monello, spaventato, si ritira: io slego il gatto che corre stordito qua e l e salta infine sul mio finestrino: non osa penetrare nel mio rifugio, ma trema tutto contro l'inferriata. Io torno dentro e lo chiamo: allora non esita a saltare nella mia cameretta, ma ancora accecato dal terrore va a nascondersi sotto il letto. Io lo lascio tranquillo: i bambini vengono a cercarlo, pi tardi; io dico che non so dove sia, e, sebbene chiamato e richiamato, lui non si fa vedere.
Sul tardi gli metto da mangiare in un piatto accanto al letto: vedo la sua zampetta allungarsi, afferrare qualche cosa e sparire.
A poco a poco, rassicurato, viene fuori leccandosi i baffi, gira qua e l in esplorazione nella mia cameretta, mi guarda tranquillo, poi salta sul finestrino e se ne va; dopo un momento lo vedo che gioca sul muro del giardino con un altro gatto. Ho l'impressione che si burli di me; per mi sbaglio, perch da quel giorno siamo diventati amici. Sempre che io lo voglio entra in casa mia, fruga dappertutto, si corica sul mio letto, gioca col mio gomitolo: se lo chiamo mi salta in grembo, e io gli confido le mie pene, gli parlo male dei suoi padroni.
Questi padroni sono divenuti insopportabili:  gi scaduto il mese e non solo non hanno pagato il fitto ma neppure il lavoro manuale che io ho eseguito per loro. Il gattino ascolta, ma dei miei guai gliene importa nulla; lo interessano meglio i bottoni del mio vestito coi quali tenta di giocare. Eppure la sua compagnia mi  di conforto: lo accarezzo e lo sento caldo, dolce e vivo sotto la mia mano:  un essere anche lui, per me pi vicino e umano degli uomini.

E che abbia un'anima, o almeno un istinto superiore a quello che si attribuisce alle bestie, e specialmente ai felini, me lo dimostra il fatto al quale infine vengo.
Dunque i miei inquilini non mi pagavano: per timidezza o per fierezza io non li sollecitavo; le mie risorse erano completamente esaurite, e piuttosto che prendere roba a credito dal droghiere o dal fornaio avrei preferito patire la fame. Tutte queste miserie le confido al gattino, quando viene silenzioso a trovarmi e prende posto nel mio cestino da lavoro.
E arriva un triste giorno; un giorno di pioggia, di freddo, di malessere: io non ho pi nulla in casa, tranne un po' di carbone che accendo perch almeno il colore e il tepore delle brace mi ricordino la vita.
 verso sera, tutto  fuliggine e disperazione, fuori; io tremo per la tristezza e il malessere, e neppure le brace mi scaldano. Vado per chiudere gli scurini della finestra e poi seppellirmi nel mio letto freddo, e vedo sul davanzale il gatto. Mi pare strano che sia in giro con questo tempo: forse lo hanno maltrattato ancora e cerca scampo presso di me. Allora apro; esso balza via fuori e scompare: ma sul davanzale trovo un bel pezzo di carne fresco e intatto.
L'ha rubato per s, nella cucina disordinata ma sempre ben fornita dei suoi padroni, l'ha rubato per me? Io non lo so; so che ho accettato il dono con superstizione religiosa, non per ci che rappresentava di materiale: so che anch'io, come il gattino di sotto il letto dove il terrore per l'incoscienza umana l'aveva cacciato, ho teso la mano diffidente ma non pi tremante di spavento, verso quel segno tangibile di una legge di piet e d'amore che deve unire tutti gli esseri viventi, anche se la nostra coscienza la ignora e non la vuole.



"ECCE HOMO"

Eravamo entrati in una pasticceria all'angolo fra una grande strada e un vicolo poco frequentato, e il conoscente col quale mi trovavo per caso in compagnia sceglieva alcune paste da portare ai suoi bambini. Il pacchetto roseo era pronto, e l'uomo aveva gi pagato, quando il cameriere balz di scatto contro un individuo che si disponeva ad andarsene, gli afferr le braccia, per di dietro, lo scosse ruvidamente, gridandogli contro le spalle:
- E adesso per Dio basta, sa!  gi tre giorni che fa lo stesso giuoco. Ma che prende la gente per cretini? Si vergogni, si vergogni.
L'assalito era un uomo alto, anziano, distinto. Vestiva anzi con una certa eleganza, con le ghette grigie sopra le scarpe di lustrino, i guanti in mano, il cappello chiaro col nastro turchino. Dal mio posto io vedevo solo di scorcio il suo viso, una guancia rasa alquanto appassita e l'orecchio che all'assalto del cameriere s'era fatto rosso come insanguinato.
Del resto egli non diede alcun altro segno di turbamento: non si volse, non apr bocca. Il cameriere adesso gli era passato davanti, senza lasciarlo, come girando di posizione intorno a una fortezza, e mentre continuava a gridargli vituperi, gli frugava con una mano le tasche. Ne trasse alcune paste, gi un po' schiacciate, e le butt con rabbia per terra.
- Non per questo, sa, ma perch lei dovrebbe vergognarsi. Si vergogni. Vada via, vada via, - url in ultimo, spingendolo fuori della porta, - e si guardi bene dal lasciarsi rivedere.
E quando l'uomo se ne fu andato, senza mai volgere il viso per non farsi vedere dai pochi ch'eravamo dentro la pasticceria, il cameriere si asciug la fronte congestionata, poi automaticamente si chin a raccogliere le paste che rigett pi indietro, sotto il banco, come si trattasse di cosa sporca: infine si calm e diede spiegazione di quello che gi tutti avevamo capito.
-  tre giorni che viene qui, mangia, ruba e se ne va senza pagare.
Nessuno fiatava; eravamo tutti come colti da vergogna per il nostro simile, e ci si guard anzi a vicenda, con un vago smarrimento, come se ciascuno di noi sospettasse nell'altro un compagno del disgraziato.

- Disgraziato! - dissi io, mentre subito dopo col mio compagno si lasciava la pasticceria, uscendo dalla porta verso il vicolo. - Avr forse fame: forse voleva portare le paste ai suoi bambini. Non importa il vestire e le apparenze. Io conosco un impiegato che non riesce a sfamare completamente la sua famiglia.
Il mio compagno, che oltre ad essere un ottimo padre di famiglia  un colosso sempre famelico, mi ascoltava pensieroso. La scena lo aveva profondamente disgustato e quasi atterrito, e le mie considerazioni, mi confess dopo, gli destarono un fremito. Disse burbero:
- Ad ogni costo, anche a veder morir di fame i propri figli, queste vergogne non si fanno. L'uomo non deve, specialmente a una certa et, far arrossire per lui gli altri uomini. E quel cameriere ha fatto male a non dargli una lezione migliore. Doveva chiamare una guardia. Adesso quel miserabile fa il giuoco in altri posti. Ah, eccolo l, che cammina come se niente fosse... - disse poi sottovoce, fermandosi e fermandomi per il braccio, come se davanti a noi, nel vicolo nero, solitario, poco illuminato da una sola lampada ad arco alta e bianca come la luna, scivolasse un essere pericoloso.
Posso dire che ho quasi sentito battere il cuore del mio compagno: certo era il suo orologio, ma mi parve il suo cuore. Certo ho sentito digrignare i suoi denti. Mi diede da tenere il suo pacchetto, poi senza dire una parola si slanci avanti calcandosi il cappello sulla fronte come uno che vuol compiere una corsa vertiginosa. La sua ombra grottesca mi parve che lo seguisse affannosa, trascinata da lui con violenza. In un attimo raggiunse l'uomo del quale nella penombra si distinguevano le ghette e il cappello, come dipinti con la biacca per risalto al resto della forma scura: in un attimo lo invest, e mentre anche le due ombre si mischiavano per terra in una lotta misteriosa, lo volse con le spalle contro il muro e gli cacci il pugno sotto gli occhi.
Anch'io correvo, atterrita, ma nello stesso tempo curiosa e presa da un senso d'ilarit. Perch i movimenti di quei due erano veramente ridicoli e la tragedia era solo nel mischiarsi informe delle ombre che pareva lo scontro interiore dei due uomini.
Il mio compagno parlava forte, ma in modo diverso del cameriere, con una voce lenta e cavernosa che non mi pareva pi la sua.
- Si vergogni! Abbiamo veduto tutti, e ci siamo vergognati per lei. E devo dirle che se non la conduco in Questura  per riguardo alla signora che accompagno: ma badi che mi tengo a mente i suoi sporchi connotati, e che se l'incontro un giorno che siamo soli glieli cambio a furia di pugni.
L'altro non rispondeva. Fermo contro il muro, con le braccia abbandonate e la testa china, pareva un morto appoggiato per forza a una parete. E il suo viso era come scavato da una croce nera, senz'altri connotati che quelli di un dolore senza nome e senza forma.
Mai in vita mia ho provato un senso di piet cos straziante nella sua impotenza come quello che quel viso mi dest.
- Lo lasci - imposi all'assalitore - non vede che  un poveraccio? Forse non ha la camicia.
La camicia ce l'aveva, e di seta; ma io dissi cos perch realmente avevo l'impressione di vedere il buon ladrone nudo ai piedi della croce: il vero (ecce homo) che  in tutti i disgraziati fuori dell'umanit.
Il mio compagno non poteva capire: si irrit anzi contro di me.
- M le faccio vedere se la camicia ce l'ha. Aspetti...
E gli frug nelle tasche come aveva fatto il cameriere: ne trasse il portafoglio, lo apr: era pieno di denaro. Lo butt per terra e ci sput sopra.
- Andiamo - disse, con terrore.
L'uomo non si moveva. Solo quando noi due si fu un poco avanti e io mi volsi, vidi che raccoglieva il portafogli, con cautela, per non macchiarsi con lo sputo.
-  fuori dell'umanit. Ma trover la sua - borbottava il mio compagno.
Eppure io sentivo crescere in me la piet, fino alla desolazione, fino alla vergogna di s stessa.



"IL NOME DEL FIUME"

Quell'anno cominci a nevicare in novembre, e non la smise pi: e poich noi si abitava un po' fuori del paese, per essere ancora in comunicazione col prossimo si dovette aprire un sentieruolo fra la neve come in una foresta vergine. Una povera servetta mocciosa di natura, e che il freddo rendeva ebete, andava e veniva per questo filo di strada, portando i viveri e la posta; e mai personaggio potente e grandioso rappresent per me la forza della vita come questa legnosa ragazzina avvolta di stracci e assiderata.
Con ci si capisce che oltre i giornali col tumulto del mondo dei vivi, e le prime comunicazioni con l'Editore, che  come dire col pianeta Marte, ella mi portava le lettere del fidanzato.

Anche questo fidanzato viveva ad una rispettabile distanza che di giorno in giorno minacciava di farsi sempre pi misteriosa e terribile.
Era un esploratore; e si preparava ad una spedizione di grande stile, cio verso una regione assolutamente sconosciuta. Lui di me non conosceva che una poesia, io di lui non conoscevo che il nome: eppure eravamo fidanzati.
Bisogna dire che, oltre tutto il resto, mi lusingava in lui una qualit senza la quale il coraggio, la fantasia, la tenacia, la bellezza morale e la forza fisica di un personaggio di tal genere contano come zeri senza il numero avanti: l'essere egli ricco.
E bisogna essere fanciulli, soli, poeti e poveri, per intendere il vero significato di queste parole.

Si  peggio che poveri e soli in una famiglia numerosa della quale da poco  morto il padre, la madre  debole e malata, i fratelli e le sorelle piccole si stringono intorno alla maggiore che  l'unica responsabile di tutto e deve provvedere a pagare, con le scarse rendite di un vasto patrimonio incolto, la tassa di successione del padre, le imposte e tutti gli altri obblighi.
Le tasse e tutto il resto pagato, pochi denari rimangono in casa; si deve vivere quindi con le provviste casalinghe che danno un ottimo ma preistorico pasto, a cominciare dal pane biscotto e le carni salate del maiale e terminare col formaggio pecorino rosso come la cera vergine, e le olive violette e amarognole come il fiore del radicchio. Chi si accorge di tutto questo? Inquietudini, privazioni, disagi del tempo cattivo, sono coperti dal velo iridescente della speranza: ogni settimana  segnata da una tacca sullo spigolo dell'anta del camino e questa misteriosa scaletta sale e sale verso il punto ove batte, nelle belle giornate, un occhio di sole.
Ma le belle giornate sono rade e accompagnate dalla tramontana che coi denti di lupo morde i muri; ed ecco ricade la neve e il suo peso fa scricchiolare il tetto: bisogna puntellarlo, il tetto, e si vive cos, come gli abitanti delle palafitte nei primi albori dell'umanit in consorzio.
Ad accrescere l'impressione di questa vita sull'acqua corrente, una vena si apre davvero nella cantina e la inonda, e ci travolgerebbe come le lepri dei boschi fiumani se non si provvedesse a un tubo di zinco che fa scolare l'acqua fuori. E il tubo di zinco si porta via con l'acqua anche il vino della cantina che viene venduto a vile prezzo per pagare le spese del disastro.

Di notte, quando tutti dormivano, io leggevo. Leggevo accanto al camino della cucina, perch era il posto pi caldo: la tenue luce del lume ad olio si mangiava i miei occhi: che importava? Quando si  ricchi di una cosa non si esita a scambiarla con un'altra che sembra egualmente preziosa: e sono invece scambi di perle vere con perle false.
Dei libracci letti in quel tempo non ne ricordo uno; eppure non li rinnego perch la loro prosa era come il libretto scempio di un'opera musicale grandiosa. L'orchestra dei venti, del torrente ingrossato, dei boschi sul Monte contorti dal dolore dell'inverno, rombava intorno alla casa minacciata dalla rovina: e pareva d'essere davvero in una imbarcazione protetta solo da Dio, che andava, andava gi per un grande fiume ignoto, verso una lontana riva di sogni.
Una notte per la barca parve arenarsi; l'impressione di un pericolo inevitabile mi fa sospendere la lettura: fra il chiasso del vento sentivo vaghi lamenti, richiami di soccorso: il cane cominci a urlare, poi tacque d'improvviso: il vento spazz via tutto. La mattina dopo ci si accorse che i ladri ci avevano rubato le galline e strangolato il cane.

Il vento della speranza spazzava a sua volta le orme di queste piccole miserie: le tacche sull'anta del camino salivano, la neve si scioglieva e qua e l la terra faceva rivedere il suo materno viso bruno. Il carnevale scuote i suoi sonagli dipinti, e fino alla casa in duolo arrivano le musiche dai ballabili lenti e sensuali.
Un giorno un uomo mascherato batte alla nostra porta. Ci si deve aprire? Noi non abbiamo nemici, nessuno pu farci del male. La maschera per , sempre, un segno di mistero, e l'uomo viene ricevuto con curiosit paurosa.  alto e smilzo, vestito con un antico costume da caccia di velluto verde. Il fucile  rassicurante, perch tutto di legno; pi rassicurante la polveriera piena di confettini colorati. Egli s'inchina di qua e di l, bacia la mano alla mamma, rivolge frasi graziose alle ragazze, compresa la servetta paurosa nascosta dietro l'uscio. I suoi occhi sono dolci, castanei, fatti pi belli e vivi dall'immobilit della maschera di cera. Dev'essere, in realt, un cacciatore di dote; ma in fondo io non penso cos. In fondo il cuore mi batte come quello di un uccello ferito: quegli occhi che si rivolgono spesso a me, dal mistero del viso sconosciuto, e quella voce mai sentita che esce come dalla bocca di una statua, mi destano un tremito pi indefinibile di quello della servetta dietro l'uscio.
Poich l'esploratore mi aveva scritto che i preparativi per la sua spedizione erano finiti ed egli stava per partire: e il pensiero che egli fosse venuto a conoscermi cos, di nascosto, nel suo bel costume del colore delle foreste vergini, mi travolgeva la mente.
 venuto;  l'annunzio squillante della primavera,  il cacciatore che prende i sogni senza colpo ferire e li butta sui capelli delle adolescenti come i coriandoli del carnevale.
Ma perch tu, o madre, fai portare il bicchiere dell'ospitalit, e preghi l'uomo di togliersi la maschera?
Sotto la maschera tirata in su di un colpo appare il viso dell'accalappiacani del paese.

La primavera arriva davvero: anche i monti si tolgono la loro maschera bianca e solo i mandorli della valle conservano ancora sui loro rami neri la neve dei loro fiori. L'esploratore  partito: mi ha scritto una lunga lettera prima d'imbarcarsi sul grande transatlantico, e chiede di chiamare col mio nome la regione che scoprir. In fondo alla lettera  scritto con caratteri chiari l'indirizzo d'oltre oceano per la risposta. Io copio lettera per lettera l'indirizzo e mando la risposta: due mesi devono passare prima che arrivi un'altra lettera di lui. Passa aprile col fiore dello zafferano, passa maggio con le rose e le api ronzanti nel sole: arriva con giugno il primo alito della disperazione che rende oscure anche le giornate pi azzurre. Scrivo ancora, con ricevuta di ritorno: passa luglio, il pi bel mese, il re dei mesi dell'anno, ma il chiaro di luna  pi triste del chiarore della neve, e al canto dell'usignuolo, all'invito d'amore delle serenate, alla dolcezza piccante dell'uva moscata, si contrappone con infinito rimpianto il ricordo dei venti, del freddo scricchiolare della casa, delle castagne arrostite fra la cenere.
In agosto la casa  riattata, le dispense rifornite: il frumento, le mandorle, il sughero, persino i fichi d'India si convertono in denaro: ma io mi sento mille volte pi povera che nell'inverno passato; ogni giorno pi povera, povera per l'eternit.
In settembre mi arrivarono, con la ricevuta di ritorno non firmata, le mie due lettere respinte dall'ufficio postale d'oltre oceano. Nessuno si era presentato a ritirarle: e mai pi nulla ho saputo dell'esploratore, del quale, del resto, ho dimenticato anche il nome.

Adesso, per, una persona mi dice che molti anni fa un esploratore ha chiamato col mio nome un grande fiume da lui scoperto in una regione sconosciuta. Non sa dirmi altro, non ricorda da chi la notizia gli  stata riferita: ed io non domando altro.  vero? Non  vero?  l'avventura fantastica dell'adolescenza che prende forma e nome? O  ancora la maschera verde dell'illusione che nasconde la realt grottesca? Che importa? In queste sere di agosto, quando le stelle filanti mi ricordano le scintille del fuoco che si spegneva nel camino paterno, sento ancora quel rombo di fiume lontano, che mi porta con s, ed  la forza della poesia, unica ricchezza della vita.



"BIGLIETTO PER CONFERENZA"

Questo biglietto era concepito cos:
"La signora Rosa Bianca Marchini  invitata alla conferenza che avr luogo gioved 21 corrente alle ore 18 nella sala del Circolo Giapponese. Parler il principe

(Tai Oiokama)

su "La Corte Giapponese nel secolo XIX". Assister Sua Altezza il principe Ereditario.
Il biglietto  strettamente personale".

- Il biglietto  strettamente personale - ripet a voce alta la piccola signora Marchini, che ha l'abitudine di pensare parlando. - Chi pu essersi ricordato di me, in luogo cos aristocratico? E perch di me e non del povero Marchini?
Al ricordo del marito, al quale lei nel suo pensiero, e quindi nelle sue espressioni, d costantemente la qualifica di povero, sebbene sia un uomo aitante nella persona e con la borsa piena, il suo sentimento di vanit lusingata e un tantino perversa, si tinge di malumore.
- Non mi permetter di andarci, no - ella confida al biglietto giallo sul quale reclina la piccola testa che per il carico di trecce castanee pare grossa e sproporzionata al minuscolo corpo infantile. - Quando  che lui mi ha dato mai una soddisfazione? Adesso poi! Adesso che l'invito  solo per me, figuriamoci. Dir magari che hanno sbagliato, o che si tratta di un pesce di aprile, o che ho intrigato e brigato io, per averlo. Proprio io, - aggiunse con tristezza: - io che non sono buona neppure a dire "la smetta, imbecille" se qualche scimunito mi segue per la strada. Ah, ma che sia stato quello? Che sia lui? Quel signore lungo vestito di nero, che l'altro giorno mi segu fino al portone di casa? La faccia del giapponese ce l'aveva. Ma no, stupida, va a farti benedire, va.

Ella aveva di queste reazioni contro la sua fantasia. Eppure il suo viso pallido di anemica, succhiato da tutti quei capelli prepotenti, s'era tinto di un rosa quasi violaceo, al ricordo dell'uomo alto che ogni tanto le appariva nella strada come un fantasma e la seguiva, senza mai rivolgerle una parola. A lei quest'uomo non piaceva, ma le destava ogni volta un senso di mistero, e lusingava la sua vanit femminile, perch aveva proprio l'aspetto di un gran signore, di un diplomatico a spasso, e anche di uno che non cerca l'avventura d'amore ma l'amore vero; e lei, cos piccola, quasi nana, non possedeva che questa sola specialit per attirare l'attenzione della gente. Queste cose per le diciamo noi, perch, su questo punto lei non parlava mai e quindi non si sa quale fosse il suo occulto pensiero.

Il suo pensiero adesso era affermato solo dal progetto di profittare a tutti i costi del biglietto d'invito.
- Voglio andarci. Voglio e voglio - disse sollevando la testa, con un baleno di luce nei grandi occhi celesti. E anche le sue miti sopracciglia si sbatterono come due piccole ali dorate. - Dopo tutto un piccolo divertimento posso permettermelo, io che lavoro e dalla mattina alla sera compio il mio dovere come nessun'altra donna al mondo. Vuol dire che ci andr di nascosto del povero Marchini. Tanto peggio per lui.
E di nuovo un senso di cattiva allegria la prese, non tanto per la decisione di andare alla conferenza quanto al pensiero di fare un piccolo torto al povero Marchini. Tanto peggio per lui se egli era cos diffidente e meticoloso, se non le permetteva di fare la vita che fanno le altre donne, non per gelosia o per paura ch'ella, cos fragile e di poca salute, ne avesse danno, ma per semplice spirito di contraddizione e di autorit maritale.
Del resto ella subiva quasi allegramente quest'autorit perch sapeva di sfuggirvi sempre che voleva: lontano di casa il povero Marchini, lei faceva quello che le pareva e piaceva; riusciva anche a piegare la volont di lui, quando le tornava comodo, e adesso pensava di andare di nascosto alla conferenza non perch fosse certa di esserne impedita da lui, ma perch alla faccenda si mischiava un odore di frutto proibito.
- E adesso, amico mio, - disse al biglietto, rimettendolo nella busta e il tutto nascondendo sotto il marmo del comodino, - adesso bisogna pensare al vestito.

- Marco mio, coccolino, piccolino, mammolino - cominci a susurrare aggirandosi intorno al marito, mentre lui, mangiato bene e bevuto meglio, si disponeva a fumare la sua pipa. Era il momento psicologico, lei lo sapeva, e quell'omaccione tutto d'un pezzo, becero e sentimentale, lo si poteva prendere con una semplice rete di paroline dolci e ridicole.
- Be', lasciami in pace - egli disse, calcando la punta nera del pollice sulla pipa ripiena. - Lo sappiamo che vuoi qualche cosa: sbrigati e smettila con le scempiaggini.
Ella gli tolse un capello grigio dal bavero della giacca e si appoggi con tutte e due le mani sull'omero di lui.
- Marco, lo sai, ho bisogno di un vestito. Lasciami spiegare. Ho bisogno del solito vestito di mezza stagione, per fa gi caldo non senti? E io sono nervosa e non ho la pazienza di sottomettermi alle torture che mi infligge con le sue prove e riprove quella smorfiosa della mia sarta. E poi lei mi d cos ai nervi col suo eterno chiacchierare, col suo Parigi di qua Parigi di l, lei che non  stata mai neppure a Frascati. Tu devi preoccuparti della mia salute, Marco, se non altro perch io sono necessaria alla famiglia, e se manco io neppure ti sogni quello che pu succedere qui. Perch io il mio dovere lo faccio, come nessuna altra donna al mondo, e sono contenta di farlo, e sono felice di vivere e di lavorare, per te, per tutti: e non ho grilli per la testa, e non sono leggera n vanitosa n bugiarda, come sono le altre donne. Questo non per vantarmi, ma insomma per dire che qualche riguardo anche alla mia salute si deve avere. Io non me la sento, dunque, di sottopormi adesso al supplizio di farmi fare il vestito dalla sarta, che poi me lo finirebbe per l'altra mezza stagione. Ho bisogno di comprare subito il vestito gi bell'e fatto.
Respir, come dopo una corsa vertiginosa, e anche il marito respir. Aveva temuto di peggio, tanto che, sotto quella sottile pioggia di parole non s'era deciso ad accendere la pipa come si trovasse sotto una pioggia vera: per, conoscendo anche lui a fondo la sua donnina, present subito qualche birbonata di lei.
- Comprati pure il vestito, - disse con la sua solita voce calma e sonora, - ma adesso lasciami fumare in pace.
Questa sua subita e insolita condiscendenza turb la moglie, anzi le dest un senso di scrupolo. Le venne il desiderio di rivelare il suo segreto: ma pens che c'era tempo a farlo, anche per mantenere il suo prestigio presso il povero Marchini.

Che il povero Marchini sospettasse per di qualche cosa, ella se ne accorse subito, perch egli le domand se era uscita, chi aveva veduto, se aveva ricevuto posta; poi quando si tratt di comprare il vestito volle accompagnarla, con la solita scusa che lei non doveva andare in giro con molti denari in tasca perch gi due volte era stata borseggiata.
Il vestito lo scelse lei, con questo interno ragionamento: qui, cara amica, bisogna essere furbi. Lui forse crede che io voglia scegliere un abito vistoso e di effetto, anche perch gli ho dato sempre ad intendere che i vestiti chiari che mi sono fatta venivano a costare molto di pi di quanto realmente spendevo. Adesso ti servo io, caro Marco. E fra i cento stracci che venivano fuori dagli armad come palloncini sgonfiati e fra le abili mani del commesso si rigonfiavano e pareva volessero volare, ella scelse un vestito scuro, semplice, con solo un fiore rosso ricamato dalla parte del cuore.
- Lei ha buon gusto - la compliment il commesso.
Era il vestito che costava di pi.

E per non dare ulteriori sospetti al marito lo indoss il giorno dopo: doveva fare una visita, e le visite almeno le erano permesse, sempre previo avvertimento.
Il vestito, indossato da lei, diveniva un altro: pareva si animasse della gioia di lei, e il fiore sul petto palpitava come un fiore vero sul cespuglio natio. Ella non avrebbe sfigurato, no, tra la folla aristocratica della conferenza: solo le spiaceva di non potervi andare a testa nuda, incoronata come la regina delle bambole dalle sue trecce meravigliose.
Ed ecco, neppure a farlo apposta, quel giorno le riapparve il (suo) fantasma. Egli la seguiva, di lontano, e per non raggiungerla coi suoi lunghi passi ogni tanto si fermava a guardare qualche vetrina.
Non c'era pi dubbio: egli la seguiva, ma alla soddisfazione vanitosa ch'ella ne provava, pi per il suo vestito che per s stessa, un dubbio segu: un dubbio che le diede un senso di calore alla testa come se i capelli le bruciassero.
- Adesso lo so chi  quello spilungone:  un agente segreto, ed  lui, Marco, che mi fa pedinare.

Ma poi, per dignit verso s stessa, scart l'ipotesi, tanto pi che nei giorni seguenti l'uomo non riapparve pi. Qualche altro per si voltava a guardarla, e un vecchione le rivolse parole galanti. Ella camminava felice nelle strade pur esse felici sotto il cielo di maggio, e quando tornava a casa sollevava il marmo del comodino per visitare il biglietto e ringraziarlo ad alta voce di averle procurato tutte quelle emozioni.
Ma la pi grande delle emozioni le era riserbata proprio per il giorno della conferenza. Il marito le disse che andava a fare una gita in campagna: sarebbe tornato la sera sul tardi. Non la invit ad andare con lui per la semplice ragione che non l'aveva mai fatto: e lei sulle prime fu tutta contenta, poi ricord che i mariti fingono di partire e poi piombano sul pi bello a disturbare la moglie in colloquio con l'amante.
Qui sorrise: non perch il suo dubbio le sembrasse ridicolo ma perch s'immagin il viso che avrebbe fatto il povero Marchini se realmente l'avesse sorpresa con un uomo. E quando quest'uomo prese, nella fantasia di lei, la lunghezza e il vestito funebre dello sconosciuto che la seguiva per strada, il sorriso sbocci in una risata infantile: infantile ma non sincera.

Perch qualche cosa di torbido c'era dentro il suo cuore; e lei lo sapeva e in fondo si sorvegliava. In fondo fino all'ultimo momento fu indecisa di andare alla conferenza, non perch ci fosse del male ma perch lei ci metteva della malizia. E appunto per dimostrare a s stessa che male non c'era, e per dare una lezione al marito, decise di andare e poi raccontargli tutto.
Ci and, senza affrettarsi, all'ora indicata. Se non trovava posto tanto meglio, sarebbe tornata indietro: e poi in certi posti  pi aristocratico arrivare tardi.
Eppure quando arriv la sala era ancora quasi vuota: solo alcune vecchie signore straniere e alcuni piccoli uomini gialli con gli occhi obliqui sedevano compunti e quasi tristi nelle prime file delle sedie: e pareva che tutti meditassero qualche cosa di religioso guardando sulla tavola in alto per il conferenziere un mazzo di tulipani e un bicchiere pieno d'acqua.
Ma quello che la colp come un pugno alla faccia, fu, nel volgersi per scegliere il posto che le sembrava migliore, lo sguardo del povero Marchini. Egli l'aveva seguita davvero, e vista la poca affluenza degli invitati, l'usciere gli aveva permesso di entrare senza biglietto.



"PICCOLINA"

In quel tempo - raccont la mia amica - io non entravo in cucina che due o tre volte al mese. Ad ogni modo il mio domestico Fedele si teneva sempre pronto, poich la mia visita alla cucina segnalava un cataclisma. Si teneva pronto, vale a dire stava davanti ai fornelli anche se non cucinava, col grembiale pulito, e tutto intorno ordine perfetto.
Sulla tavola coperta da una tovaglia ricamata verdeggiava, entro un vasetto di terra, una pianticina di capelvenere; i recipienti appesi alle pareti erano in parte misteriosamente avvolti in fogli di carta velina; e la stessa cassetta per le immondezze, nell'angolo dietro l'uscio, col suo bravo coperchio lucidato, pareva un mobile da salotto.
La finestra poi, socchiusa, lasciava intravedere un fresco cielo turchino di tramontana che faceva dimenticare di essere nel cuore di un grande casamento nel centro di una grande metropoli.
Era un cielo che, come noi, non conosceva il verde delle foreste, eppure richiamava al pensiero un puro orizzonte sopra un bosco di montagna: e il rumore confuso della citt intorno accresceva questa illusione.
Del resto io e Fedele non si era romantici, e non c'importava nulla della campagna. Si viveva bene in citt, in quel grande appartamento fresco d'estate e riscaldato d'inverno; ed io anzi preferisco quest'ultima stagione che permette di stare in casa o di uscire, di veder gente o no, secondo il proprio umore.
Di umore molto variabile, in quel tempo, io avevo periodi di sociabilit, e periodi di misantropia. Vedova e senza figli, senza stretti parenti, pienamente libera di me, senza preoccupazioni materiali, a volte sentivo un grande vuoto intorno a me, come se il palazzo dove abitavo fosse crollato lasciando salvo solo il mio appartamento. Uscire non si poteva, restare in casa era pericoloso; in quei giorni ispezionavo la cucina, e anche Fedele sentiva odore di tempesta. Eppure nessuna cattiva parola veniva pronunziata. Io avevo di lui lo stesso terrore ch'egli aveva di me. Sapevo che se io lo rimproveravo in malo modo egli era pronto a dirmi che se ne andava. E questa sola minaccia accresceva il senso di abisso intorno a me: in fondo ero certa che non se ne sarebbe mai andato se io frenavo il mio desiderio di maltrattarlo, ma questo sforzo aumentava il mio scontento di lui e di tutto.
E non la gratitudine per il suo lungo e fedele servizio, per il suo rispetto, il suo modo di vivere presso di me come una macchina buona a tutte le faccende domestiche, ma il pensiero che a girare tutto il mondo non avrei trovato un'altra macchina simile, mi tratteneva dal trattarlo con ingiustizia. D'altronde ero certa che anche lui stava presso di me per tornaconto, perch non avrebbe anche lui trovato un posto migliore; e quindi non mi credevo in obbligo di riconoscergli alcun merito. Se commetteva davvero una mancanza non esitavo a dirglielo: ed egli riconosceva giuste le mie osservazioni; ma oltre di l non si andava. Forse anche lui, che era intelligente, mi riteneva la pi perfetta macchina di padrona che esistesse al mondo.

Una mattina per lo scontro avvenne. Era un giorno di scirocco e tutto il casamento tremava e scricchiolava sinistramente: cattivi odori salivano dal cortile, sul quale davano le finestre delle cucine e dei ripostigli; si sentivano le padrone sgridare aspramente le serve, e queste rispondere sullo stesso tono.
Entro anch'io da Fedele, con la convinzione che quella mattina si doveva una buona volta rompere il lungo armistizio. Facevo i pi brutti pensieri sul conto suo: che mi rubasse sulla spesa, che ricevesse donne in casa, quando io non c'ero, che parlasse male di me con la gente del mercato: quel giorno poi, tutte le cose sembravano sporche, e la colpa non era del tempo, ma sua. All'affacciarmi sull'uscio lo vedo al solito posto, davanti ai fornelli: tutto intorno  pulito e in ordine; anche il cestino con le verdure ha qualche cosa di elegante e di pittoresco.
Io non trovo nulla da ridire, ma volgendomi verso l'angolo dietro l'uscio vedo la cassetta per i rifiuti insolitamente aperta, e una goccia come di mastice sciolto che vi cade d'improvviso dentro mi fa sollevare gli occhi.
Un senso di allucinazione mi fa restare per un momento immobile e smarrita; davanti a me, appollaiato su un bastoncino collocato tra l'uscio e la parete, vedo un uccello nero, con un grande becco aquilino, e vicini fra di loro due occhi di un azzurro pallido che mi fissano severi.
- Che cos'? - grido quasi impaurita, come se l'uccello misterioso fosse penetrato da s nella mia casa con cattive intenzioni.
-  una cornacchia - rispose Fedele, senza muoversi.
- E perch  qui? Chi l'ha portata?
- Io.
Allora mi rivolsi a lui, terribile.
- E perch? Chi vi ha dato il permesso? Da quando  qui?
- Da una settimana. L'ho comperata e mi tiene compagnia. Non pu volare perch ha le ali e la coda mozze - aggiunse, scusando, pi che s stesso, l'uccello.
Il suo accento dimesso, quasi idiota, mi disarmava: eppure l'idea che egli si credesse cos disperatamente solo nella mia casa da cercarsi la compagnia di una cornacchia, mi irritava e umiliava allo stesso tempo. Volli, per questo, fargli del male: e frenando il mio sdegno, anzi mostrandomi quasi dolente del mio volere, dissi:
- Oggi stesso porterete via di casa quest'uccello. Voi sapete che non amo le bestie in casa: n cani, n gatti, n uccelli. Lo sapete: eppoi voglio che la cassetta sia chiusa.
Cos dicendo io stessa rimisi alla cassetta il coperchio: e la cornacchia, nel sollevarmi che feci, mi becc i capelli: poi lasci cadere insolentemente, sul lucido legno, un'altra goccia che vi si impresse come un sigillo di cera gialla. E mi fissava coi suoi occhi vicini, inumani eppure per me beffardi, e pareva volesse dirmi: ringrazia il cielo che non te l'ho fatta addosso.
Fedele si avvicin, con uno straccio tolse la goccia e si chin per alitare sulla lieve macchia che, ripassatovi su lo straccio, scomparve.
- Va bene, - disse risollevandosi, - oggi stesso provveder a me e alla mia Chia: intanto posso metterla nella mia camera.
Mise il braccio piegato davanti alla cornacchia e questa vi salt su, con un lieve strido di gioia. Ed egli le pos una mano sopra, per accarezzarla e proteggerla. Io provai di nuovo una strana impressione: mi pareva di sognare. Fedele aveva pronunziato il nome della cornacchia come quello di una persona, e i suoi occhi d'un azzurro verdastro avevano preso una espressione simile a quella degli occhi di lei. Qualche cosa di selvaggio, d'irriducibile ad ogni umano sentimento, si rivelava improvvisamente in lui, risaliva dal fondo del suo essere primordiale. Ed io ebbi la stessa misteriosa paura che mi inspirava l'uccello da preda: cos fragili entrambi, in apparenza addomesticati, pronti ad affondarvi il becco negli occhi. E uniti entrambi da uno stesso amore che solo i simili fra di loro, quelli di una stessa razza, possono sentire.

- Va bene - dissi anch'io, ritirandomi dignitosamente.
Sentivo invece che tutto andava male: se Fedele mi lasciava, una parte, sia pure la parte pi meccanica, ma appunto per questo la pi necessaria, della mia esistenza quotidiana, crollava. Sentivo che per ottenere i servizi da lui resi, occorrevano per lo meno altri due domestici, maschi o femmine che fossero; e gi pensavo a loro come a dei nemici in agguato dietro la mia porta. Forse esageravo: forse c'era un fondo sentimentale nel mio disappunto, poich con Fedele se ne andava un periodo, se non felice almeno quieto e sicuro, della mia esistenza.
Mi ritirai nello studio, mentre lui, silenzioso come non ci fosse, rimetteva in ordine la mia camera da letto; e tentai di scrivere una lettera alla direttrice di un'agenzia di collocamento, che per caso conoscevo, onde pregarla di trovarmi una persona di servizio fidata e abile.
Ma non mi riusciva. Aspettiamo, pensavo; forse Fedele cambier idea e butter dalla finestra l'uccellaccio.
E d'improvviso sentii che eravamo ridicoli tutti e due: e che l'uccellaccio, in fondo, ci univa pi di prima, mettendo a prova il nostro egoismo e la nostra calcolata indifferenza reciproca.
Finito ch'egli ebbe di riordinare la camera, - e mi parve che lo facesse con pi rapidit e accuratezza del solito, - vi entrai col proposito di vestirmi e uscire. Volevo andar di persona dalla direttrice dell'Agenzia: ma le finestre della mia camera davano una a levante e l'altra a mezzogiorno, e il vento vi batteva cos forte che i vetri pareva dovessero spaccarsi. Io amo il vento, quando ne sono difesa, forse perch il pensiero di affrontarlo all'aperto mi riempie di terrore. Aspettiamo dunque ancora, pensai;  ridicolo che io mi agiti cos per una persona di servizio. Tanto pi che Fedele mi dava il buon esempio: eseguiva le sue faccende con calma e silenzio, quasi ignorasse la mia presenza nella casa. La casa era abbastanza grande perch servo e padrona non ci si incontrassero che nei momenti stabiliti: cos, rientrando nello studio ritrovai sulla tavola i giornali e la posta, come venuti da per s; e pi tardi nella sala da pranzo la tavola apparecchiata e Fedele pronto a servirmi, zitto e silenzioso come un fantasma. Non ci si scambi una parola, non uno sguardo. Solo quando venne a servirmi il caff, egli mi domand sottovoce:
- La signora oggi non va fuori?
- S, esco - risposi aspra; subito pentita aggiunsi: - Perch? Volete andar fuori voi?
- S, volevo chiederle un'ora di permesso.
Egli andava certo a cercarsi un altro servizio: e poich il pericolo adesso mi appariva di fronte, vivo e immediato, mi sentii tutta fredda. Per vendicarmi, poich istintivamente sapevo che Fedele rifletteva i miei sentimenti, e aspettava una sola parola per rassicurarmi e rassicurarsi, risposi:
- Se volete andate pure. Non ho bisogno di voi.
Ed egli usc, lasciandomi spaurita.

Date le abitudini e le circostanze della mia esistenza di quel tempo, bisogna dire che quell'ora concessa a Fedele fu una delle pi brutte della mia vita. Invano mi proponevo di uscire anch'io e cercare un'altra persona di servizio, certa che l'avrei trovata. Pagando bene si ottiene tutto. Anzi volevo vendicarmi: congedarlo appena rientrava, e non pensarci pi. Per aver una scusa dignitosa andai a vedere se dalla cucina era sparita la cornacchia.
La cornacchia era l, sul bastoncino dietro l'uscio, e allung il collo guardandomi fisso negli occhi con gli occhi severi. E d'un tratto, non so perch, mi parve che la mia casa non fosse pi cos solitaria come un momento prima. Un essere misterioso l'abitava, incarnato in quell'uccello austero e silenzioso. Mi accostai per guardarlo meglio, tendendo per l'orecchio per paura che Fedele tornasse e mi sorprendesse in quell'atto. Anche la cornacchia, senza dimostrare sfiducia per me, tendeva il collo guardando lontano sopra la mia spalla, come scrutasse un pericolo ignoto: o forse vedeva il pericolo in me, e fingeva per salvarsi.
Infatti io avevo desiderio di prenderla e buttarla dalla finestra nel cortile. Nel cortile i ragazzi della portinaia avrebbero pensato loro a farne scempio: il pensiero per di destare la loro curiosit e le conseguenti chiacchiere mi trattenne. Tuttavia cercai di afferrare la cornacchia, ma dovetti ritirare la mano per evitare una beccata; tentai di prenderla di sorpresa, per di dietro; essa si volse subito, allung il collo, mi becc forte le dita. Sdegnata le diedi un colpo sulla testa: essa parve sghignazzare, oscill sul bastoncino, cadde sbattendosi sul pavimento, si sollev di scatto e cominci a svolazzare qua e l come una farfalla ferita.
Allora pensai con terrore a Fedele, come s'egli fosse il padrone ed io la serva colpevole. - Adesso, se ritorna e ci trova cos! - pensavo correndo dietro la cornacchia col vano proposito di riprenderla e rimetterla su. Impresa pi difficile non mi era mai capitata: l'uccello mi svolazzava spaurito davanti; e alle mie preghiere false, di lasciarsi prendere, per il suo bene, e infine alle mie maledizioni rispondeva con dei (cra cra) rauchi e beffardi che mi impaurivano. Finalmente trov da rifugiarsi nell'angolo dietro la colonna del forno a gas, e per quanto mi piegassi e cercassi di scovarla non usc pi di l. - Va bene, benone anzi, - dissi ad alta voce, passeggiando furiosa su e gi per il corridoio dall'uscio della cucina alla porta d'ingresso, - cos quando quel mascalzone torna dar la colpa a lui se l'uccello gira liberamente per la casa; e sar una migliore scusa per licenziarlo.
Se Fedele fosse rientrato in quel momento avrei forse dato ascolto ai miei rabbiosi propositi: ma egli non rientrava. Era gi passata l'ora ed egli non rientrava. Forse, come certe serve maleducate, se n'era definitivamente andato. Questo timore mi calm; e quando egli rientr non gli feci osservazione alcuna. Anche lui non mi disse nulla, a proposito della sua uscita; pi tardi, mentre io lavoravo nello studio, venne a domandarmi alcuni ordini per la sera, e vidi che si chinava premuroso a togliere un filo dal tappeto.
Tutto questo mi rassicur. Rinunziai anch'io ad uscire, decisa di fingere di dimenticare la scena della mattina.
La sera scendeva triste e scura: il vento soffiava con violenza, velando col suo rumore i rumori della citt. Nessuno venne a trovarmi, quel giorno, perch io non avevo amici abbastanza affezionati da ricordarsi di me anche nelle cattive giornate: n io me ne dolevo. I miei veri amici, in quel tempo, erano i libri belli; e di questi ne possedevo molti. Quando le lampade furono accese ripresi dunque a rileggere (Anna Karenine): i casi di questa infelicissima donna, che mi avevano sempre interessato come quelli di una persona di mia conoscenza, quella sera mi lasciavano indifferente. Il rumore del vento richiamava la mia attenzione; e mi pareva di veder gi nella strada correre la gente, gli uomini tenendosi fermo il cappello in testa e le donne con le vesti svolazzanti: qualcuna di esse, forse, correva nella bufera, verso l'amore e verso la morte, come l'eroina del mio libro. E il ricordo di quel terribile senso di solitudine, ch'ella prova durante la sua ultima passeggiata, quel senso di vuoto e d'inutilit della vita anche se felice, mi tornava al pensiero: quante volte, senza aver amato e sofferto, o appunto per questo, avevo pure io sentito qualche cosa di simile!
E anche quella sera mi sentivo sola, nel vento, come in cima a una torre sopra un luogo deserto, e intorno a me fino ai limiti estremi della vita non vedevo che vuoto e desolazione.
Fedele  uscito per comprare i giornali della sera e fare altre spese: io sono di nuovo curiosa di vedere dove ha messo la cornacchia, e furtivamente ritorno nella cucina. Non accesi la luce, poich le persiane erano aperte e non volevo che per caso egli rientrando dal cortile vedesse la finestra illuminata. Del resto ci si vedeva ancora, e al barlume lontano del crepuscolo distinsi la cornacchia sul suo bastoncino, immobile, con la testa un po' piegata e gli occhi socchiusi. Dormiva. Dormiva appoggiata su una zampa sola: l'altra la teneva sospesa, semi-nascosta fra le piume del ventre: e tutto il suo aspetto, nella penombra, era cos dolce e timido, cos triste di abbandono che uscii in punta di piedi per non svegliarla.

Si era verso la fine dell'inverno, e quelle giornate di vento si ripetevano spesso; ma era un vento caldo, il vento dei pollini, che portava fin lass nella nostra casa un alito di terre lontane gi fiorite. Fedele poi ogni due giorni rientrava con fasci di fiori comprati al mercato, e mi diceva che costavano poco. Insomma tornava il bel tempo, e il mio cuore non si era ancora tanto indurito da non risentirne una certa gioia.
La domenica seguente a quel giorno dello scontro in cucina, Fedele, che aveva il diritto di alcune ore di libert, usc appena ebbe rigovernato. Non disse dove andava: io avevo sempre l'impressione che si cercasse un nuovo servizio, ma nel frattempo non osavo chiedergli nulla. Si era quindi pi che mai in armistizio.
Anche quel giorno soffiava il vento, ed io non sentivo desiderio di uscire: mi annoiavo per: le giornate si erano tristemente allungate, e fin lass, nonostante il vento, si sentiva la citt rumorosa insolitamente sfaccendata, la esasperante citt domenicale.
Dopo aver fatto cento inutili cose, esco per caso nel corridoio, ed ecco vedo una strana creatura venirmi incontro confidenzialmente, anzi con una certa curiosit. Era la cornacchia. Fedele aveva dimenticato l'uscio della cucina aperto ed essa era scesa dal suo rifugio ed esplorava la casa. Non ebbi il coraggio di scacciarla: veduta cos per terra era graziosa, quasi bella: rassomigliava a una pollastrina nera senza la cresta. Arrivata davanti a me cominci a beccarmi la punta delle scarpe, poi ne tir i lacci come volesse scioglierli: questo mi divert. Feci alcuni passi e lei mi segu coi suoi passetti silenziosi: mi piegai per prenderla, e lei indietreggi, non come la prima volta per, nemica e selvaggia, anzi quasi scherzosa, aprendo un poco le ali mozze e con quello strido di gioia che usava quando Fedele le porgeva il braccio per salirvi su.
Il desiderio di prenderla mi vinse. Mi piegai ancora di pi inseguendola fino all'angolo del corridoio e parlandole come a un bambino capriccioso: e con mia grande meraviglia, anzi, adesso posso confessarlo, con improvvisa commozione, sentii sulla mia mano le sue zampine fredde.
Quando mi sollevai, con lei afferrata al mio polso, ero un'altra donna. Quelle zampine fredde sulla mia calda carne mi riattaccavano a un mondo che da molto tempo avevo dimenticato. La natura umana, con tutti i suoi istinti di tenerezza per ci che  piccolo, che ha bisogno di protezione e di aiuto, e solo per questo si fa amare, poich l'uomo vero ama negli altri quanto vi  di buono e di grande in lui, si ravvivava in me.
Accostai il viso alla testina della cornacchia: ed essa mi becc lievemente il lobo dell'orecchio. Anche lei seguiva il suo istinto, che era in fondo malvagio; ma pareva lo frenasse nel sentire il calore di affetto che oramai l'avvolgeva. La portai davanti ai vetri della finestra chiusa: vi becc subito un moscherino solitario che ingoi vivo, poi allung il collo, pieg la testa da un lato, e con un occhio solo fiss il cielo. E l'occhio, che nella penombra era verde, si rifece azzurro.
Si stette cos qualche tempo. Io non osavo accarezzarla perch ad ogni mio tentativo del genere sbuffava e si rivoltava per beccarmi la mano, ma la guardavo come una cosa straordinaria. E lei, se io stavo ferma, pareva non accorgersi neppure di me: ferma sul mio braccio caldo come sul ramo di un albero fissava il cielo volgendo e rivolgendo la testina in su. E pareva ascoltasse il rumore del vento, forse ricordando il mormorio degli alberi della selva dove era nata.

Cos cominci la nostra amicizia segreta. La riportai sul suo bastoncino, e osservai che sopra la credenza c'era un vasetto con dentro della pasta minuta, e un altro vasetto alto pieno d'acqua: immaginai fossero destinati a lei e infatti, nel vedermi a toccarli, essa apr le ali e si protese in avanti. Mi parve un segno di grande intelligenza; o forse era gi un segno di debolezza mia verso di lei. Ad ogni modo le accostai il vasetto con la pasta e lei vi becc dentro avidamente: pure avidamente bevette, sollevando dopo ogni sorso la testa e schizzandomi l'acqua sulla mano: quando fu sazia afferr a tradimento col becco l'orlo del vasetto e tent di rovesciarlo: poi si scosse tutta e, con le piume della testa dritte e gonfie, mi guard severa. Questa era la sua gratitudine. Io mi divertivo: raccolsi qualche granellino di pasta caduto per terra, e rimisi ogni cosa a posto, per cancellare le tracce del mio passaggio, poi feci appena a tempo ad andarmene perch Fedele rientrava.
E nella notte mi sorpresi a pensare alla cornacchia: mi pareva di vederla dormire su una sola delle sue zampe di corallo nero, con gli occhi socchiusi a sognare, in quel suo melanconico esilio, le macchie e gli acquitrini dove l'avevano presa e le sue compagne con le lunghe code e le ali possenti volano a stormi alte sul cielo solitario. Sentivo compassione di lei.
- Se la teniamo qui, vivr anche lei senza gioia e senz'amore.
(Anche lei). Poich ricordavo bene i miei lunghi anni vissuti senza amore e senza gioia.
- Le faremo crescere le ali e la coda e in primavera la lasceremo volare, in cerca del suo compagno.
Non so perch mi figuravo fosse una femmina: forse per concatenazione d'idee. E non sorridevo di me stessa, no: anzi provavo un senso di gioia nel ritrovare in fondo al mio cuore il filo spezzato della poesia.

Questo filo si riallacci stranamente, per opera dunque di una cornacchia. Una pianticella, un ragno, un uccellino, bastano per rallegrare la solitudine di un prigioniero, di un eremita. Il pane che il corvo portava al profeta Elia era forse, nel pensiero di chi scrisse l'episodio, il nutrimento di vita, vale a dire di amore, necessario anche agli uomini che credono di poterne fare a meno.
Io conoscevo molta gente ma non amavo nessuno perch credevo di avere abbastanza esperienza per non illudermi sull'amore degli altri. Lo stesso Fedele brontolava quando invitavo gente a pranzo o davo qualche ricevimento. Una volta mi disse: - Provi a non dar loro n da mangiare n da bere e vedr che nessuno ritorna -. Era probabile che anche la cornacchia, pure dandole da mangiare e da bere, non si affezionasse a me: eppure sentivo di volerle bene.
Quando il giorno dopo Fedele usc per le spese, andai a visitarla. E attraverso il corridoio scuro sentii d'un tratto che il bel tempo tornava. La cornacchia cantava. Era un vociare aspro, con fischi e lamenti, ma aveva un tono infantile, come il canto di un monello che per attirare nella rete gli uccelli di macchia ne imita i sibili e i richiami.
La primavera entrava nella mia casa, con quel canto selvaggio.
Quando mi vide, la cornacchia sollev le ali e si protese tutta verso di me: dunque mi riconosceva. Eppure rifiut il cibo che le porgevo. Accett invece di venire sul braccio, e cominci a beccare i bottoni della mia veste, e sulle falde di questa mi regal una goccia di mastice per nidi! In cambio accett per la prima volta, ma sbuffando e ritraendosi, una carezza sulla testa. Mai ho sentito una cosa pi morbida delle sue piume vive: e quella testa che pareva grossa e nella minaccia lo diveniva ancora di pi, era piccola come una nocciuola, attaccata alla cordicella finissima del collo flessibile. Istintivamente allora le diedi un nome, che la distingueva nettamente dalla Chia di Fedele.
Chia era la cornacchia di Fedele: la mia la chiamai (Piccolina).

Si accorse Fedele di tutto questo?
Se ne accorgesse o no mi pareva di non curarmene; ad ogni modo ero certa che egli non me ne avrebbe mai fatto cenno n rimprovero. Altre cose mie, altre debolezze, altre vicende della mia vita egli conosceva, e a sua volta non se ne curava. In fondo ci si rassomigliava, in questo, nella perfetta indifferenza per i fatti altrui, anche se questi fatti ci riguardavano indirettamente. Tutto era sopportato e scusato purch non ci si toccasse nel nostro interesse.
Cos ero pure certa che l'avrei pi molestato col far palesi le mie visitine alla sua cornacchia che col fingere di essermene completamente dimenticata. Un giorno per lei stessa fu per turbare il nostro tacito accordo.
Io stavo a lavorare nello studio: nonostante lo strepito della strada, al quale del resto ero cos abituata che non lo sentivo pi, il silenzio dentro era tanto profondo che mi colp un piccolo suono strano all'uscio del salotto precedente; era come se un bambino vi raschiasse lievemente con una punta acuta. Incuriosita vado a guardare e vedo la cornacchia che appena socchiuso l'uscio allunga il collo e mette dentro la testa col proposito fermo di entrare nel salotto. Come sempre, la sua presenza mi desta un senso di sorpresa e di allegria, per non osar dire di gioia. Quest'essere selvatico, quest'uccello di rapina, carnivoro e ladro, che gira tranquillo per la casa, curioso e petulante, bisognoso di compagnia, mi d sempre l'impressione di un essere misterioso la cui affinit e la distanza con noi non riusciremo mai ad esplorare.
Fu un uomo un giorno? Ladro e feroce fu condannato a rinascere nell'uccellaccio delle paludi: eppure conserva gli antichi istinti della casa e il bisogno di riavvicinarsi all'umanit. E stavo per aprire di pi l'uscio quando sentii il fruscio particolare del passo di Fedele in fondo al corridoio. Rapida e silenziosa come lui chiusi e ritornai al mio posto.

La domenica seguente aspettai che egli uscisse, per andare a vedere la cornacchia. Di nuovo era cattivo tempo e lei doveva sentirlo perch se ne stava melanconica e intirizzita, sebbene nella cucina facesse caldo. O forse sentiva la sua solitudine. Nel vedermi, infatti, si rianim. Becc, senza avidit, anzi quasi svogliatamente i granellini di pasta che le porgevo nel cavo della mano, scegliendo quelli pi piccoli che si nascondevano fra le mie dita, e rifiut di bere. Ad ogni granellino che ingoiava sollevava la testa e mi guardava. Pareva volesse dirmi: lo faccio per compiacerti, ma desidero sapere che cosa vuoi da me.
Il contatto del suo becco quando frugava fra le mie dita mi faceva piacere. Ecco, pensavo, potrebbe beccarmi e strapparmi la pelle e invece pare mi accarezzi: dunque mi vuole gi bene.
- Piccolina, - le dissi, parlandole come si fa coi bambini, -  vero che mi vuoi bene? Siamo tutte e due sole, disarmate e lontane dal mondo: sole sole peggio che nella foresta. Piccolina, vuoi darmi un bacio?
Sorridevo di me stessa e sentivo di essere un po' rimbambita; e non scambiai certo per un bacio la lievissima beccata che Piccolina mi diede al labbro inferiore, ma la scambiai per un segno di intelligenza o almeno di simpatia.
- Andiamo, - le dico porgendo il braccio, - tu sei curiosa e voglio soddisfarti. Voglio farti visitare tutta la casa -. Lei mise una dopo l'altra le sue zampe sul mio braccio e si lasci condurre. - Cominciamo di qui, dalla sala da pranzo.
La sala da pranzo era la stanza pi simpatica della casa: mobili antichi, in quercia; vecchie maioliche, pesanti argenterie di grande valore. La vetrata di cristalli gialli la rallegrava: pareva ci fosse anche nei tristi giorni il sole.
Piccolina allungava il collo e guardava di qua, di l, sotto e su, veramente curiosa e con interesse. Nessuno mai dei miei invitati aveva osservato con tanta franchezza la mia sala da pranzo. Peccato che lei si permettesse di lasciare di tanto in tanto cadere, con naturalezza senza esempio, la solita goccia di mastice; ma io aveva provveduto a questo mettendo sotto il braccio che la sosteneva un pannolino come si usa coi bambini innocenti.
Cos si fece il giro di tutto l'appartamento: arrivate nello studio lei parve infinitamente sorpresa per la grande abbondanza di carte che vi si trovava: i suoi sguardi di traverso, anche di sopra della mia spalla, i suoi allungamenti di collo, il volgersi e rivolgersi della testa, non finivano mai.
Quando poi la deposi sull'ampia tavola da studio diede quel suo caratteristico strido che pareva uno strillo di gioia. E dapprima salt sopra un giornale e parve leggerne il titolo; poi lo becc producendo un rumore secco sul legno sotto, e lo afferr, lo trascin qua e l finch, nonostante la mia impotente difesa, non lo ridusse in minutissimi brani.
- Adesso Fedele, adesso stiamo fresche - io gridavo rincorrendola. Ma in fondo mi divertivo.

Fu quella sera che Fedele rientr tutto stravolto in viso, con gli occhi lagrimosi e i denti serrati.
Alle mie domande rispose che aveva preso freddo.
- Procurer di sudare, questa notte: domani sar tutto passato - disse.
Infatti si alz all'ora solita, accud alle faccende solite e usc a fare la spesa. Il tempo era orribile: il cielo bianco e basso dava un senso di tristezza funebre: ed io provai un presentimento di sventura.
Fedele rientrato dalla spesa lavorava in cucina: tutto intorno era pulito e in ordine come sempre; solo osservai che egli non aveva rinnovato i fiori nel vaso della tavola da pranzo; per mi guardai bene dal rimproverarlo, quando venne a servirmi la prima colazione. Era livido in viso e stringeva i denti.
- Fedele - dico io quasi sdegnata. - E perch non sei rimasto a letto? Tu sei malato.
-  un po' di freddo, passer: prender adesso un po' di aspirina.
L'aspirina parve fargli bene: all'ora solita mi serv la seconda colazione, poi riordin la cucina e mi chiese il permesso di mettersi un po' a letto. Pi tardi mi si ripresent tutto vestito per uscire, ma col viso rosso per la febbre e gli occhi lucenti.
- Ascolti, - disse, umile e fermo, - io vado fuori a farmi visitare qui nella clinica accanto. Ho un dolore al fianco;  certo un reuma:  meglio, per, assicurarsi. Non s'impensierisca se tardo: se mi permette telefoner dalla clinica: intanto per questa sera c' tutto pronto. Le mander poi su la Lauretta che si incaricher di portar via la cornacchia.
Io cerco invano di oppormi: lo afferro anche per il braccio e lo supplico di restare. Far venire il medico, far venire un infermiere; lo curer io. Invano. Egli andava verso la porta come uno che  aspettato in qualche posto e deve assolutamente non mancare: la sua sola preoccupazione era di assicurarmi l'intervento di Lauretta, la figlia del portiere, che spesso ci rendeva servizio. E se ne and quasi ruvidamente, senza guardarmi, senza salutarmi.

L'anima nostra ha momenti di chiaroveggenza terribili. Io sento, nel momento che Fedele tira dietro a s la porta, che egli mai pi rientrer in casa nostra. S, (nostra), poich quella casa apparteneva tanto a lui che a me. Ebbi desiderio di uscire sul pianerottolo, di guardarlo a scendere le scale, come si fa con una persona cara che parte: il pensiero del suo giudizio malevolo mi trattenne. Allora mi aggirai smarrita per la casa. Sopra tutto il pensiero delle difficolt materiali che l'assenza di lui mi procurava, pareva destasse il mio turbamento: chi pulir pi cos accuratamente le stanze, chi mi servir puntualmente i pasti? Io ero la negazione assoluta di tutto ci che  donnesco: e diffidavo profondamente delle altre donne, specialmente quelle di servizio. La speranza che Fedele tornasse era il mio solo conforto; ma la sentivo fallace.
Egli non era forse arrivato ancora alla clinica che gi mi disponevo a telefonare domandando notizie: il timore di diminuirmi ai suoi occhi mi trattenne di nuovo.
Ed ecco suonano alla porta. La sola idea che sia lui, che tutto ritorni nell'ordine di prima, mi fa sobbalzare di gioia.  Lauretta, invece, che gi viene a domandarmi se mi occorre qualche cosa.  una buona e allegra ragazza, spesso afflitta da dispiaceri amorosi: ad ogni sua delusione segue per una nuova illusione, e l'amore per lei non  che questione di scelta: cambiano i fidanzati ma l'amore  sempre lo stesso.
- Per il momento non ho bisogno di nulla - le dico senza lasciarla entrare. - Se puoi vieni verso sera -. E ho desiderio di chiederle che cosa ne pensa della malattia di Fedele: lei stessa mi previene, con una smorfia di poca speranza.
- Poveraccio: aveva un brutto aspetto. Speriamo che se la scampi; ma la peste  di nuovo in giro, e lui lo sa. E adesso mi consegni la cornacchia.
La cornacchia? L'avevo completamente dimenticata. La cornacchia? Perch sento un lieve calore alla fronte? Abissi dell'anima nostra! Il pensiero che l'uccello adesso  tutto mio, che finalmente posso allacciare la mia infinita solitudine alla selvaggia solitudine sua, mi rende quasi contenta che Fedele sia andato via.
- La porterai via pi tardi - dico alla ragazza: e sento che le parlo cos per vergogna di me stessa, per nasconderle il mio disumano sentimento.
Desolato e nero il giorno moriva sopra la citt fangosa che per il contrasto pareva rumoreggiasse pi del solito, ma di rumori meccanici, come una grande macchina in rotazione.
Anche il silenzio della mia casa veniva interrotto da squilli frequenti. Il telefono era in contatto con quello di un ufficio d'avvocato, e tutto il corridoio tremava per le incessanti chiamate. D'altronde non volevo togliere la comunicazione in attesa di notizie di Fedele.
A questa continua vibrazione metallica rispondeva quella dei miei nervi scossi: mai mi ero sentita pi sola e senza aiuto in mezzo alla grande citt ove pure gli uomini possono comunicare fra di loro anche senza muoversi dalla loro camera, e gli uni sono legati agli altri dai fili infrangibili della civilt: a me pareva di essere entro una rete, come gli uccelli nei giardini zoologici, segregata oramai dall'umanit. E l'ombra della morte che minacciava il servo si allungava fino a me, si stendeva su tutta la casa, coi veli neri della notte.
Accesi tutte le lampade: ma sotto quella luce anch'essa fredda e senz'anima la casa mi parve ancora pi funebre: era come una casa rimessa in ordine dopo che vi  stato portato via un morto. E quel morto, lo sentivo bene, era tutto il mio passato.

Lo squillo atteso rison infine, e mi parve ancora un segno di vita.
- Pronti, pronti, sono Fedele. Mi hanno visitato: ho un principio di polmonite, ma non  niente; fra due o tre giorni  risolta. Resto qui; ho preso una cameretta a pagamento; il letto ha il numero undici. Non si preoccupi.  venuta Lauretta? Lei come sta?
La sua voce era un'altra, quasi giovane, quasi famigliare. Non l'avevo mai sentita e mi sembrava quella di un estraneo, tanto che volevo chiedere, all'uomo misterioso che mi parlava, notizie precise di Fedele.
- Io sto bene, - dissi, - solo mi dispiace che tu non sii rimasto a casa. Domani mattina verr a vederti.
- Non si disturbi. Far telefonare dall'infermiera.  venuta Lauretta? - ripet con insistenza. Poi tacque. Sentii che tossiva: la voce ritorn la sua, bassa e umile e come logorata dal tempo: - Si ricordi di far chiudere le persiane: si faccia far tutto da Lauretta.
- S, s, non ti preoccupare. Cerca di guarire presto. Buona notte.
- Buona notte, signora.
Solo dopo che la comunicazione fu tolta mi parve di aver dimenticato di dirgli qualche cosa. Ah, la cornacchia. Ne ebbi rimorso, e fui per riattaccare discorso: ma di nuovo quel senso di distanza che era fra noi, - poich speravo ch'egli guarisse e tornasse, - mi allontan da lui.
La mattina dopo andai a trovarlo.
Era una clinica quasi di lusso, quella dove egli si rifugiava, quieta e circondata di giardini: una specie di pensione per malati, la presenza dei quali non si sarebbe avvertita senza il passare silenzioso delle infermiere vestite di candidissimi camici, e quell'odore lugubre di disinfettanti che desta il pensiero della morte.
Ed io recriminavo ancora una volta i gusti spenderecci di Fedele, che accumulava i suoi risparmi e poi li buttava via in un momento, quando pensai che forse era entrato in quel luogo con la certezza di starci poco...
L'infermiera che mi condusse da lui rispose con una smorfia d'indifferenza alle mie domande: pareva non sapesse, o neppure si curasse di sapere di che malattia si trattava.
La prima cosa che mi colp, entrando nella cameretta dov'ella m'introdusse, fu un pesco fiorito che rosseggiava sullo sfondo della finestra grande quanto la parete. Da quanto tempo io non vedevo un pesco fiorito! Tutta la mia fanciullezza mi riapparve l; e nello stesso tempo ebbi l'impressione che fosse stato Fedele a prepararmi quella sorpresa per distogliermi dal guardare il suo lettuccio bianco, nel centro della camera bianca e nuda come un sepolcro, col cartellino numerato che cambiava un uomo sofferente in una cifra, come nelle prigioni; il suo povero corpo che sotto la coperta banale e le lenzuola ruvide appariva pi grande del solito, quasi gonfio e allungato; e sopratutto il suo viso macchiato di lividori, gi percosso dallo staffile della morte.
Neppure lui s'illudeva: anzi cercai d'illuderlo io.
- Mi pare che non stai male, Fedele. Sei rosso e fresco.
Egli mi guard, di sotto in su, e i suoi occhi severi, con quello sguardo gi lontano che fissava qualche cosa di lontano, di l della mia persona, mi ricordarono quelli dell'uccello.
- Lauretta  venuta? - domand riprendendo il filo della sua sola preoccupazione.
-  venuta; ha fatto tutto.  svelta e intelligente, quella ragazza: non credevo.
Egli lo sapeva gi, quindi non fece osservazioni: anzi parve lievemente contrariato, come ingelosito. Che passava nell'anima sua gi coperta di nebbia? Forse vedeva Lauretta al suo posto, nel luogo dov'egli aveva lasciato la parte migliore della sua vita, e ne provava dolore.
Non disse nulla: non mi domand neppure della cornacchia: pareva se ne fosse dimenticato. Ma quando io, accostando la sedia per sedermi accanto al suo letto, dissi che non avevo permesso a Lauretta di portarla via, si anim lievemente. Di nuovo parve contrariato.
- Perch? - domand scuotendo la testa sul guanciale. - Sporca troppo.
- Ma no, poverina: se ne sta tranquilla sul suo bastoncino, sopra la cassetta aperta. Le ho dato io da mangiare e da bere; non ti preoccupare. Dimmi piuttosto cos' che ti senti. Che dice il dottore?
-  la polmonite; null'altro. Passer.
- Passer - ripeto io con fiducia. Ma l'aspetto di lui non mi piace. Adesso egli  calmo, rassegnato: non ha tosse e neppure difficolt di respiro: i suoi occhi guardano verso la finestra, senza vedere il pesco fiorito, come aspettando di l un segno misterioso; ma questo suo raccoglimento, questa sua indifferenza per me e per le cose che gli vado stentatamente dicendo, e sopratutto il calore intenso che si spande dal suo corpo come se dentro tutto gli si arda e consumi, mi preoccupano pi che se egli si agitasse e lamentasse.
Solo quando accennai ad andarmene e gli chiesi se aveva bisogno di nulla, se dovevo regolare io i conti con la direzione della clinica, si agit alquanto.
- No, no, - disse con voce sibilante: -  tutto regolato. E lei non si agiti, non torni.
- Sei tu che ti agiti; sta quieto - gli risposi, mettendogli una mano sulla testa. - Se ti dispiace non torno, no.
Egli fremeva tutto; non replic, e al tocco della mia mano parve a poco a poco calmarsi. E io mi avvidi che chiudeva gli occhi per nascondere le sue lagrime.
Diedi una buona mancia all'infermiera, perch lo trattasse bene, avvertendola di telefonarmi di tanto in tanto per darmi notizie. Domandai anche di parlare col dottore: ma il dottore a quell'ora non si poteva avvicinare.
Avevo stabilito di mangiar fuori, quella mattina, anche per distrarmi: nella strada per mi parve di ricordarmi che qualcuno mi aspettava, a casa: qualcuno che era solo e aveva fame e sete e forse soffriva per l'abbandono completo in cui veniva lasciato.
Piccolina! Una tenerezza improvvisa mi riassale, per lei, come si tratti di un piccolo essere umano affidato ormai alle mie cure.
Compro qualche cosa da un rosticciere e torno a casa. La casa ha un odore di chiuso, di morto; ma nell'attraversare il corridoio sento lo strido della cornacchia, che ha riconosciuto il mio passo, e mi pare un grido di vita.
Si sollev tutta, nel vedermi, apr le ali; ed io la presi con me alla mia tavola e mangiai con lei, parlandole infantilmente. Le racconto la mia visita al suo amico, le confido le mie speranze e i miei timori: essa becca nel mio piatto e beve nel mio bicchiere, tentando poi di rovesciarlo: non le importa nulla di quanto le dico;  piuttosto curiosa di sapere che cosa contengono gl'involtini da me deposti sulla mensa, e tenta di slegarli; si diverte col tappo della bottiglia e s'impunta a forarlo col becco: si allunga tutta verso la lampada, guardandola bene in giro, e tende l'orecchio al battito eguale della pendola: quando io verso l'acqua nel bicchiere lei introduce il becco nel collo della bottiglia e beve; forse ricorda la sorgente nel bosco: tutto la interessa fuori che le mie inquietudini. Eppure io non mi sento pi sola, con lei, e la sua compagnia basta per attenuare la mia tristezza.

L'infermiera, nonostante la buona mancia, anzi avendola gi ricevuta, non telefonava: ed io non domandavo notizie per orgoglio. Orgoglio di che? Di tutto e di nulla. Si pu sapere chi  superiore e inferiore a noi? Noi stessi: ed  di fronte a noi stessi che noi ci si umilia e ci si esalta. Verso sera torn Lauretta e mi domand notizie di Fedele: e parve rallegrarsi sinceramente quando le dissi che egli non stava poi tanto male; aggiunse per:
- Per se lui, Dio non voglia, avesse a morire, verrei tanto volentieri io, qui da lei. Si sta bene, qui: pare di essere fuori del mondo. Mi vuole?
A dire la verit io avevo paura a star sola, specialmente la notte. Le dissi quindi che se voleva venire, provvisoriamente, sarei stata contenta. Ella si mise a ballare per la gioia: poi prese sul braccio la cornacchia, l'accarezz, cominci a dirle frasi d'amore. Eppure di lei non sentivo gelosia: e i suoi passi di danza, il colore vivo dei suoi capelli e del suo vestito mi comunicavano un senso di gioia.
And gi a chiamare il padre, e col consenso di lui rimase presso di me.
La mattina dopo si alz presto, and a fare la spesa di sua iniziativa, fece tutti i servizi che faceva Fedele, come una sua scolara; mi content in tutto. Una sola cosa osservai: ella non aveva comprato i fiori, come egli usava.
Ecco dunque risolto il grande problema: con questo di pi: che ella destava in me un senso completo di fiducia, di intimit, di solidariet femminile.
Non mi dispiacque, infatti, ch'ella entrasse in camera mia mentre mi pettinavo: cosa che mai avevo permesso a Fedele.

- Se l'infermiera non telefona vuol dire che la malattia segue il suo corso regolare - penso. Tuttavia nel pomeriggio mando Lauretta a domandare notizie. Io resto a casa, e mi diverto a portare la cornacchia sul davanzale della mia finestra. Il tempo s' rasserenato; un cielo infinitamente grande e puro si stende sopra la citt ancora lievemente assopita in quel primo calore primaverile. Pare che un velo sia disteso sotto le mie finestre: e i rumori vi arrivano attutiti, sotterranei; mentre di sopra, nell'aria trasparente, tutto vibra con armonia. Ed ecco l'uccello si mette a cantare: ma  una voce nuova, la sua, come di un altro uccello;  quasi dolce,  un richiamo insistente, squillante, che vuole, vuole, e si meraviglia di non ottenere quel che vuole e gli  dovuto.
Infine, stanca, Piccolina tace, si abbatte, si arruffa, china la testa e pare si sottometta a un comando superiore.
- Cos  - le dico io, riprendendola sul braccio e riportandola nel suo angolo melanconico. -  tempo d'amore; ma i tuoi compagni sono nel bosco e non ti sentono.

Lauretta torn dalla clinica stravolta e agitata.
- Che luogo, Dio mio, che luogo! Pare bello eppure l dentro si muore.  vero, dunque, che si muore.
 vero, s, e per i giovani il pensiero della morte sar sempre inverosimile e inumano; per noi invece che discendiamo la china, la morte appare come il placido porto ove c'imbarcheremo su una nave meravigliosa. Cos le notizie poco buone di Fedele non mi comunicarono il terrore risentito dalla fanciulla: ma il mio pensiero rimaneva fisso (laggi), dove l'uomo arrivava lentamente al porto, mentre lei gi aveva dimenticato la sua impressione e canticchiava ogni tanto volgendosi alla cornacchia per prodigarle carezze e languide frasi d'amore.
- Ti ha chiesto di lei? - domando io, che contro il solito mi attardo nella cucina. La cucina  bella, con le sue maioliche bianche, il merletto verde intorno alla cappa del camino, gli arnesi lucenti che riflettono la lontana luminosit del cielo. Fedele aveva il culto della bellezza, anche nelle cose umili: era, nelle sue condizioni, un artista e un aristocratico: e lo ricordo ancora, in certe sere quando egli indossava il frak, e la sua linea, il viso un po' duro e angolare, coi freddi occhi verdoni, lo trasformavano in un qualche gentiluomo nordico venuto misteriosamente fra noi.
- Non mi ha chiesto nulla - dice Lauretta, oscurandosi ancora in viso. - Guarda sempre verso la finestra e pare non si accorga di nulla.
Pi tardi tento di telefonare alla clinica. Prima che l'infermiera risponda passa un lungo minuto: ed ecco sento il silenzio lugubre della clinica, nella notte, quando i malati tacciono e le lampade notturne sembrano gi vegliare i loro cadaveri.
Fedele peggiorava: e l'infermiera lo disse a voce alta con la convinzione che la mia indifferenza fosse pari alla sua.
Il giorno dopo tornai a visitarlo. Non so per quale ragione, forse perch pensavo di acquistarne per me al ritorno, mi venne in mente di portargli dei fiori. Poi tirai dritta: non si portano fiori ad un servo: una barriera insormontabile, accumulata da millenni di odio e di interessi feroci, divide ancora servi e padroni.
Comprai invece dolci e arance: cose che gli piacevano: ma appena vidi il suo viso deposi la borsa come una cosa mortalmente inutile.
Eppure il suo viso esprimeva una certa volont: era ancora il viso duro, angolare, con gli occhi verdoni, dei quali la pupilla grande e mobile si fissava su gente sconosciuta, forse odiata, che per bisognava servire in silenzio.
Per un attimo mi guard: mi riconobbe, ma tosto volse di nuovo le pupille in l, come gi si fosse dimenticato di me, o non volesse pi riconoscermi.
L'avevano un po' sollevato a sedere, perch l'affanno era gi grave; egli per non si lamentava, anzi quel suo sforzo di volont pareva destato dal desiderio preciso di vincere l'affanno. Le mani, abbandonate sulle lenzuola, aride e tristi, erano gi vinte; e la testa, a un tratto piegatasi gi, coi capelli grigi arruffati, mi ricordava quella dell'uccello che dopo aver chiamato invano si sottometteva a un comando superiore.
Chiesi insistentemente di conferire col dottore che curava Fedele. Ero sdegnata: mi sembrava che non avessero fatto nulla per aiutare e salvare il malato. Il dottore passava rapido nel corridoio, dando ordini a destra e a sinistra alle infermiere che entravano ed uscivano dalle camere dei malati e s'incrociavano come spole. Dovetti andargli appresso, mentre egli, invece di rispondere alle mie domande, mi chiedeva a sua volta se il malato aveva parenti. Null'altro: ma da queste semplici parole spirava l'alito della morte.
Rientrai presso Fedele, sedetti accanto al lettuccio: lo guardavo, poi guardavo il pesco fiorito, dietro i vetri chiusi, con l'impressione confusa che la vita dell'uomo, spegnendosi, accrescesse quella dell'albero. Oramai che sapevo la sua sorte mi sentivo quasi tranquilla; ma l'assistere al lento trapasso di un'anima da un mondo ch' tutto luce e realt ad un altro del quale ancora non conosciamo il mistero,  certamente pauroso e triste.
Eppure m'illudevo ancora: l'aspetto di Fedele non mi sembrava mortale: il suono stesso della mia voce, mentre tentavo di sottrarre il malato al suo affanno, parlandogli di cose inutili, mi dava un senso di vita. E fuori la grande giornata primaverile, il sole che tingeva di sangue roseo i fiori del pesco, i voli degli uccellini pazzi di gioia, tutto negava l'esistenza della morte. Oh, questa non esiste finch siamo vivi noi.

Cos lasciai la clinica dandomi la speranza che Fedele migliorasse: il tempo buono aiuta il malato a guarire. Del resto io compivo il mio dovere verso di lui: se egli moriva non era colpa mia. E s'egli se ne fosse andato, un giorno, come aveva minacciato di fare, non ci si sarebbe separati lo stesso?
Compro dunque i fiori per me: rientrando a casa sento Lauretta che canta una canzone d'amore e la cornacchia che imitando il grido del cuculo si crea forse d'intorno l'illusione della foresta in primavera. Tutti si cerca la gioia dove meglio si pu.
Fedele non aveva parenti. Figlio illegittimo di un'antica cameriera di casa nostra, che si era illusa di poterlo far studiare, dopo la morte di lei, rimasto solo e senza mezzi, anche lui era entrato al nostro servizio. Aveva qualche anno pi di me. Ricordo che un giorno mentre la madre mi sorvegliava, bambina, in un giardino pubblico, egli era arrivato di corsa, con altri ragazzi, e che tutti assieme, tumultuosi e violenti, mi avevano destato un senso di paura. Aggrappata alla donna tremavo tutta, finch lei non chiam Fedele accanto a noi.
- Vedi, non  niente, sono bambini che giocano. Fedele, sta un po' tranquillo.
Egli aveva messo una mano sulla mia spalla: ansava per la corsa e la lotta coi compagni, ma la voce era buona, dolce.
- Ma no, piccolina, perch devi aver paura?

Nel pomeriggio telefonarono dalla clinica: Fedele stava meglio e desiderava vedermi. Dio sia lodato; s, durante tutta la giornata mi ero sentita serena, con l'impressione che una gioia, invece che un dolore, dovesse attendermi. E quello stesso desiderio di Fedele, che durante le mie visite s'era mostrato indifferente e quasi infastidito di me, mi confortava.
Egli stava ancora seduto sul letto, e questa volta i suoi occhi mi vennero incontro, ma opachi, quasi neri, con gi dentro l'ombra del mistero: e fin dalla soglia sentii l'affanno che egli non reprimeva pi. Pareva avesse corso a lungo, follemente. Mi ritorn l'immagine di lui ragazzo e la mia paura e il sollievo della sua voce.
Sedetti al solito posto: il piccolo spazio fra me e il letto mi dava un senso di angoscia, come un abisso. L'infermiera stava dall'altro lato, ferma, in attesa, quasi pronta a raccogliere e portar via l'anima che come un fiore stava per sbocciare sulla bocca del morente.
Ma egli forse voleva che altri cogliesse e portasse via questo fiore, perch allung la mano col dorso in su, facendo atto di scansare la donna. Anch'io le accennai di andarsene: ella obbed.
- Fedele, - domandai sottovoce, - hai da dirmi qualche cosa?
Egli non poteva parlare per l'affanno: rovesci la testa sui guanciali, chiuse gli occhi e apr la bocca, come chi  molto, molto stanco.
D'impulso, io gli afferrai la mano, per trattenerlo, ma anche per sostenermi. Avevo paura, ed egli lo sent. Sollev la testa, sorpreso, e la sua mano rispose alla mia stretta.
- Piccolina... - mormor, ma come fra s. Ed io ebbi l'impressione che egli avesse l'abitudine di pronunziare spesso, anche senza volerlo, quella parola.
Sulle prime pensai che chiamasse la cornacchia: ma no, egli non le dava quel nome. A chi dunque lo dava?
- Fedele! - gridai spaventata. Egli teneva ancora gli occhi aperti, con la pupilla che andava in su, in su, finch scomparve. Era l'anima che se ne andava.

Nella sua camera abbiamo trovato i libri dei conti: null'altro. Ma in questi libri non appare mai il conto dei fiori ch'egli comprava quasi tutti i giorni. Questo  l'unico segno che un'anima vera e viva  passata accanto all'arida e meccanica anima mia.
E anch'io gli ho portato i fiori al cimitero: ma egli non li (sentir) come io non ho sentito i suoi.
E il tempo passa, e facilmente si dimentica chi non si  amato.
Lauretta, quasi felice per la scomparsa di lui, canta, ride, mi ruba nella spesa, si fa amare da me e dalla cornacchia che le salta continuamente sull'omero e le becca lievemente e come con delizia i peli biondi della nuca e delle orecchie.
Con me invece Piccolina  sempre un po' selvatica, a giorni anche nemica, e se pu mi becca sul serio senza tanti riguardi. Per mi viene sempre appresso, ed io le voglio egualmente bene, anzi pi  selvaggia e lontana dalla mia natura umana, pi mi piace: uccelli di solitudine tutti e due, uniti da un vincolo inspiegabile d'amore come quello che avvince uomini in apparenza infinitamente diversi fra loro, eguali in fondo nella loro essenza divina.



"IL NEMICO"

La vecchia Marala saliva al paesetto per vendere la sua roba ai villeggianti. E non intendeva venderla per poco, al giorno d'oggi costando parecchio la roba anche ai produttori; ma neppure ad un prezzo d'usura, come fanno gli altri contadini. Poich lei era donna di coscienza, e per questo, e perch in fondo non aveva bisogno di vendere, si credeva da pi di una semplice vecchia contadina. Ma quando la roba si ha, non si deve buttarla; e cos lei saliva al paesetto per venderla ai villeggianti.

Sedette un momento sul parapetto della strada, dando le spalle all'abisso selvoso che vi si sprofondava sotto, e guard questa sua famosa roba della quale era colmo il cestino deposto al suo fianco. C'era di tutto: uova, insalata e altre verdure, frutta, caciole fresche e secche, e polli gi pelati. Poich lei era una donna pietosa che non amava veder soffrire le bestie; e non faceva come gli altri sordidi contadini che legano barbaramente per le zampe, a coppie, gli infelici giovani polli e li portano a testa in gi vivi al mercato; e se non li vendono a peso d'oro li riportano a casa. Lei strozzava e pelava i polli, per portarli ai villeggianti; tanto, era sicura di venderli.

D'improvviso trasal e ricopr la sua roba; si sollev e guard in su. Le era parso di sentire un bisbiglio, come di gente che sottovoce parlasse male di lei: e un bisbiglio si sentiva infatti, sopra la strada deserta, nel grande silenzio del monte; ma era un soffio di vento che saltando come un daino di macigno in macigno metteva in subbuglio i ginepri e le felci.

Marala riprese a camminare, col cestino fermo sulla testa come un semplice copricapo. Camminava pi diritta di prima, adesso, con la lunga persona rigida come un fuso, gli occhi fissi in alto ad esplorare la strada. Altre volte aveva camminato cos, con l'impressione, se era buio, che i suoi occhi fossero lanterne e illuminassero la via da percorrere. Cos, badando ai propri passi, fingendo di non aver paura e pronti a sfuggire agli agguati, camminano coloro che hanno qualche nemico.
E la contadina credeva di averne uno. Non sapeva chi era, se uomo o donna, ma era certa di averlo.
Per quanto, ogni volta che andava a confessarsi, facesse con scrupolo l'esame di coscienza, non le riusciva di aver mai fatto male a nessuno. E non era vanitosa, non si curava dei fatti degli altri, non domandava a Dio che di vivere e morire in pace, lavorando, senza peccato: eppure un nemico ce l'aveva, e da lungo tempo, dagli anni della giovinezza. E in quel tempo si poteva spiegare l'esistenza di lui: forse era un pretendente respinto, o un vicino invidioso, o un parente offeso da ragioni d'interesse: forse lo stesso sagrestano che ancora pretendeva si pagassero alla parrocchia le decime, e le otteneva dai paesani superstiziosi. E lei era donna di coscienza; ma la sua roba non la buttava via cos, per leggerezza o per paura.

Fatto sta che il nemico si era manifestato pi volte, perseguitandola di nascosto, ma in modo tale che parecchie delle sue cattive azioni ella se le era legate alle dita.
Ed ecco che ella solleva la mano destra, chiude il pugno che sembra un nodo di vecchio ramo, e aprendone poi una dopo l'altra le dita comincia a contare.
Dapprima la persecuzione di quando si era fidanzata col ricco mercante di legname e carbone. Non lo amava: pensava per che col matrimonio, i figli, la vita agiata, l'amore sarebbe venuto. Qualcuno, il nemico, and a riferire al mercante ch'ella aveva gi una relazione col cugino, e il ricco matrimonio and a monte.
 vero che tutti sapevano della sua relazione col cugino, e nessuno si meravigli quando loro due si sposarono: le maldicenze cominciarono dopo, sempre per opera del nemico. Il cugino era un bel ragazzo, molto innamorato della moglie ma poco del lavoro. Marala cominci quindi a maltrattarlo e a rinfacciargli che per colpa di lui non s'era sposata col ricco mercante: questi modi, invece di spingere il marito verso la zappa e il campo, lo spinsero all'osteria. Furono tristi anni. Ella per avrebbe sopportato cristianamente la sua disgrazia, senza le mormorazioni della gente: brutte voci correvano sul conto suo; ch'ella bastonava il marito, che lo tradiva, che lo minacciava di morte. E tutti parteggiavano per lui, che oltre il conforto dell'osteria aveva trovato quello di qualche facile donnina pietosa. Cos a lei restavano il danno e la beffa.

Al ricordo di quei tempi Marala si ferma in mezzo alla strada, ancora assalita da un impeto di rabbia e di dolore.
- Era lui, era lui certamente che spargeva le calunnie sul conto mio: era lui che aizzava contro di me quel disgraziato del mio povero uomo, e ne ha causato la morte. Perch senza tutte le nostre discordie il mio povero uomo non avrebbe bevuto fino a morire di un colpo. Lui, lui.
- Lui - grid, ancora esasperata dal ricordo. E l'eco nascosta nei macigni le diede ragione. - Lui.
Il nemico.

E qui ritorna alla memoria il mercante di legname e carbone. S'era sposato anche lui, ma ogni volta che se ne presentava l'occasione, passava, sul suo bel cavallino sardo da montagna, davanti alla casa di Marala. Voleva farle dispetto o voleva farle la corte? Tutte e due le cose assieme. E poich la faccenda continu anche dopo la disgrazia del marito, lei, che non intendeva di essere sbeffeggiata oltre, un giorno affront il suo antico pretendente e lo caric di male parole.
Senza scomporsi, egli scese di cavallo e la preg di riceverlo un momento dentro casa. Voleva parlarle. Aveva modi insinuanti, ed era ben vestito, con gli orecchini, due catene d'oro e la pistola guarnita d'argento.
Ella lo ricevette. Egli torn altre volte, anche di notte. Che male c'era? Ella era libera e poteva ricevere in casa sua anche il frate che passava per la questua, come infatti lo riceveva.
Ma il nemico stava all'erta. E se per il frate non fiatava, per il mercante ricominci a soffiare sul fuoco della calunnia. Ricominciarono le persecuzioni. Alla moglie del mercante, che s'era mangiata un cocomero di tre chili, vennero i dolori di ventre: e Marala si vide in casa il brigadiere dei carabinieri in persona, che la interrog a lungo: la interrog circa il veleno ch'ella doveva aver fornito al mercante per liquidare la moglie.

E per giunta il mercante non si fece pi vedere. Chiusa nel suo campo intorno al quale aveva fatto mettere una siepe alta tre metri, Marala lavorava e piangeva. Pregava anche, ma arrivata alle parole del paternostro: "rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo..." si fermava. Si ferm ancora: ancora sedette sul parapetto della strada, come oppressa dalla stanchezza di tanti anni di solitudine e di umiliazione. E sospir. Meno male, da quel tempo il nemico l'aveva lasciata in pace. Lei per passava veloce sulle parole del paternostro, senza impegnarsi circa la remissione dei debiti altrui.

Una donna scendeva quasi di corsa la strada. Nel vedere e riconoscere Marala si ferm d'un botto e si fece il segno della croce.
- Non sono poi il diavolo - disse lei con la sua voce d'uomo.
- Marala! Voi, voi! Io scendevo per cercarvi. E il Signore mi vi manda incontro! Come non farsi il segno della croce? Marala, Marala, amore santo, ho bisogno di voi.
- Peccato che non sia un maschio: sarebbe il momento di prendervi, tanto sembrate innamorata.
La donna le si inginocchi davanti, le mise la testa quasi fra le ginocchia. Ansava, e davvero pareva basisse d'amore.
- Marala, mio figlio, che  garzone nel caff dei villeggianti, ha commesso una cattiva azione: ha rubato cento lire al padrone, e il padrone mi ha mandato a chiamare perch le rivuole entro oggi; altrimenti caccia il ragazzo in prigione. Ho pensato a voi, Marala. So che date denari a interessi...
Marala guard su e gi per la strada, poi disse ad alta voce:
- Un corno, interessi! Aiuto qualche buon cristiano, quando capita l'occasione di fare del bene.
- S, lo sappiamo: siete una santa donna. Datemi le cento lire.
E poich Marala la guardava quasi deridendola, l'altra riprese, sottovoce:
- Ve le render sabato, quando ritorna mio marito dalla foresta. Vi render cento venti lire.
- Non le ho - disse burbera la vecchia. - Venite pi tardi a casa e vedremo.
La donna si volse verso il cestino della roba, con le mani giunte.
- Non  il cestino col Bambino Ges - disse allora Marala, ridendo come una ragazza. - Ho gi capito.
- S, Marala; datemi la vostra roba: la vendo io e poi vi rendo il cestino. Cento lire ci si ricavano di certo.
Marala aveva calcolato sulle ottanta lire: dignitosamente disse:
- Oh, se ne ricaveranno anche cento venti. Solo i polli valgono dodici scudi.
Sollev con religione il fazzoletto che copriva la roba, e tocc con un dito i polli.
- Vedi, sono grassi, bianchi e teneri come bambini appena nati.

Cos Marala si risparmi la fatica di andare fino alla stazione dei villeggianti. Ma appena la donna scomparve in alto come divorata dal macigno mostruoso che si sporgeva alla svolta della strada, ella sent distintamente una voce:
- Usuraia.
Si sporse a guardare. Gi nel torrente turchino della valle i pastori lavavano il gregge prima di tosarlo, e una donna coglieva i frutti di un ciliegio pi rosso che verde. Sembrava il paradiso terrestre, e Marala si sollev col cuore in pena. No, la cattiva voce non poteva venire di laggi. Piuttosto dall'alto della strada, dai macigni che sembravano grandi diavoli con la barbaccia verde e le corna di rami secchi. Lass stava nascosto lui, il nemico. L'aveva aspettata per anni, in diabolico agguato, e adesso avrebbe ricominciato la persecuzione.
Un senso di follia le ottenebr la mente. Nascoste fra i macigni le parve di sentire a sogghignare le persone alle quali dava in segreto denari a forti interessi: ma queste, no, non potevano tradirla: erano persone dignitose che non confessavano di aver debiti.
Grid infuriata, sfidando i macigni:
- Chi sei dunque, per Dio?
L'eco rispose:
- Io.
E lei sent che era finalmente la sua coscienza a rivelarle il nome del suo vero nemico.



"IL TESORO DEGLI ZINGARI"

La notizia del tesoro ritrovato dagli zingari arriv anche alla piccola Madlen, che da settimane giaceva malata nella prima tenda del loro accampamento; e non l'avrebbe distolta troppo dal suo soffrire senza i particolari misteriosi coi quali la sorella maggiore l'accompagnava.
- Pare sia stata la vecchia, a sognarselo. Sentiva come un rumore d'acqua, sotto la testa, mentre dormiva; e vedeva una grande luce. Allora hanno scavato, lei e il figlio, e hanno subito trovato un vuoto, perch pare che qui sotto esistano grotte profonde, dove si nascondevano i cristiani e vi seppellivano i loro morti. Il tesoro , dicono, dentro un vaso di oro: non si sa di preciso in che consista, forse in monete, forse in diamanti. A guardarci dentro, nel vaso, viene un barbaglio che acceca. La vecchia piange e ride; pare divenuta matta, mentre quel barbone del figlio  pi nero che mai: non parla con nessuno e non si allontana pi dalla loro tenda.
- Essi sono i padroni - mormor Madlen, volgendosi verso la parete di tela. Pareva infastidita; eppure da quel momento il pensiero del tesoro le allegger il mal di testa e il dolore alle reni che la stroncavano tutta. Il tesoro, infine, apparteneva a tutti; perch tutto, nella trib, era della comunit. Dunque apparteneva anche a lei, e lei doveva rallegrarsene, o almeno interessarsene. Non che le premesse il valore delle cose contenute dal vaso: ma il mistero delle cose stesse, e quella luce che emanavano.
Che cosa sar? Qualche cosa pi fulgida degli zecchini, delle sterline, delle perle false e delle patacche rilucenti che brillano sui corsetti delle sue parenti e compagne: qualche cosa che non si pu fissare, come il sole. Ma il sole lei era buona a fissarlo, quando stava bene, e dentro il vaso d'oro lei sola, forse,  capace di guardarci a lungo come dentro un pozzo senza fondo.
Prima che la vecchia e il figlio lo lascino vedere ci vorr del tempo, per. Loro sono i capi della trib: veramente il capo dovrebbe essere il figlio, ma  talmente attaccato e ligio alla madre, che la vera padrona di tutti  lei. Lei tiene la cassa della comunit, lei impartisce ordini, da lei dipende lo stare in un posto o nell'altro: lei presiede ai lavori degli zingari magnani e ramai; infine  lei che adocchia se c' qualche cosa da (prendere) nei dintorni e comanda sia (presa), o se la piglia lei senza far chiacchiere.
- Adesso possono anche far venire il dottore a visitarmi - pensava Madlen, rivoltandosi con dolore nel suo giaciglio. - Io sono stanca, stanca, stanca.
E pi che stanca si sentiva infinitamente triste: il pensiero che la morte poteva dar fine al suo male non le passava neppure in mente: la sua mente, anzi, era piena di immagini di vita, e questo continuo impotente fantasticare accresceva la sua stanchezza.
Dall'apertura della tenda intravedeva l'officina primordiale dove gli zingari, coi calzoni di velluto nero e la camicia gialla o turchina, lavoravano il rame. I bei paiuoli dalle cupole splendenti, le teglie rotonde che luccicavano al sole, le padelle fuori d'oro e dentro di argento, le richiamavano continuamente al pensiero il misterioso vaso ritrovato dai capi della trib.
Eccola l, la vecchia, con le mani sui fianchi, alta e dura come una regina. Dall'ampia sottana rossa pieghettata si slancia la vita sottile circondata d'una cintura di perline: un fazzoletto verde e viola le stringe la testa serpentina, e dalle orecchie le scendono, coi lunghi pendenti, due treccioline bianche con due uncini in fondo. Anche il viso pare tinto con la terra gialla e il bistro; gli occhi dorati, il naso, le dita adunche, ricordano un qualche uccello da preda. Va di qua, va di l, osservando tutto, parla con la pi giovane e bella delle zingare, quella che con gli occhi che sembrano finti, di cristallo nero, legge la sorte sulla palma della mano sinistra ai giovanotti che s'avvicinano all'accampamento; infine si ferma davanti alla siepe sopra gli orti intorno e forse osserva se c' qualche cosa da prendere.
Madlen la segue con uno sguardo fra di ammirazione e di odio. Di lei ha una grande stima, mista a terrore, perch oltre il resto la sa brava a fare i sortilegi: ma dal giorno della notizia del tesoro sente anche di odiarla. Il tesoro appartiene a tutti, perch dunque non lo lascia vedere, almeno vedere, se non toccare? E perch non spende una delle monete ritrovate, per chiamare il medico?
- Io sono stanca, stanca, stanca - ripete fra s Madlen; e chiude gli occhi per sentire meglio la sua infinita stanchezza.
Le pareva che la sua pelle se ne andasse, attaccata agli stracci che la coprivano; che le ossa si disgiungessero, e si bucassero come quelle dei morti.
La notte, specialmente, era lunga e tormentosa; anche se i beveraggi di estratto di papavero e di lattuga, preparati dalla madre, la facevano sonnecchiare. Sogni terribili le finivano di succhiare il sangue.
E la mattina presto, quando il canto del gallo le faceva intravedere il rosseggiare dorato del cielo, e gli zingari si alzavano uno dopo l'altro, tutti, anche i pi piccoli, e si sentivano tossire, ridere e starnutare, intorno ai fuochi che fuori le donne accendevano; e lei sola rimaneva nel suo giaciglio, straccio fra gli stracci, e la pelle d'orso che la copriva, puzzava e pesava come ancora grave del corpo della bestia, una tristezza senza conforto le invecchiava l'anima e il viso. In fondo per la speranza non l'abbandonava. Solo una mattina prov un primo senso di disperazione. Era il luned dopo Pasqua: svegliandosi dopo una notte pi febbrile delle altre, ella sent qualche cosa di insolito fuori nell'aria e nel recinto della trib, e nel crepuscolo stesso della capanna dove i suoi parenti gi si agitavano e qualcuno anche mangiava e beveva. La pelle d'orso le pareva pi pesante del solito, pi repugnante e paurosa, come fosse l'orso vivo; mentre la polvere sollevata dalla madre nel pulire il pavimento con uno straccio le ricordava quella delle strade nei caldi giorni di estate e di gioia.
D'un tratto si mise a piangere infantilmente. La madre, che era la sola a curarsi di lei, e non troppo, le fu sopra, spaurita. Da quando era malata, Madlen non aveva mai pianto: adesso i suoi stridi parevano quelli di un bambino appena nato, dolorosi e incoscienti e senza ragione.
- Che hai? Che hai? Ti senti male?
Madlen volse il visetto livido contro il guanciale, sotto la matassa intricata dei capelli oleosi, e parve vergognarsi del suo pianto. La madre la rivolse in su, la sollev, le aggiust il giaciglio: poi le fece bere un po' di caff freddo con acquavite: e credette che la piccola avesse la febbre, perch toccava con ripugnanza la pelle d'orso e diceva:
- Levami questo, levami questo: ho paura.
- Di che hai paura, piccola stella? L'hai tenuta sempre addosso, e ti piaceva. Adesso avrai freddo.
- Non vedi che c' l'orso? - strill Madlen, con terrore, torcendosi tutta.
- Va bene, me la metter io - disse la sorella maggiore, tirando gi dal lettuccio la pelle calda: e vi si sdrai subito a pancia in aria come un gatto al sole.
La madre credeva che Madlen avesse la febbre forte; forse era al termine della sua malattia e doveva andarsene. Bisognava avvertire la vecchia.
Di solito era la vecchia, che curava i malati; nella sua tenda esisteva un piccolo reparto farmaceutico, e lei distribuiva continuamente il chinino agli zingari, e preparava unguenti contro le malattie della pelle: per questo aveva fama di fare stregonerie.
Fu chiamata presso Madlen: il solo suo entrare maestoso e luminoso nella capanna fece bene alla fanciulla. Le parve che il sole stesso, coi suoi zecchini scintillanti e il rosso il giallo il viola dei suoi raggi guardati ad occhi socchiusi, si affacciasse all'apertura del suo triste covo. E quando le dita sottili della vecchia, dure e rossastre come i pampini secchi, le toccarono il polso e le sollevarono le palpebre, rabbrivid tutta.
- Adesso le domando che mi faccia vedere il tesoro. Adesso le dico che  di tutti; che deve farlo vedere a tutti - pensava con audacia. Ma non osava neppure guardarla in viso ed anzi aveva paura che quella indovinasse i suoi pensieri.
Dopo aver bevuto un bicchierino d'acquavite offertole dalla madre della piccola malata, la vecchia and sull'apertura della tenda e sput fuori.
- La bimba non ha niente - disse, senza voltarsi. - Piuttosto dovreste metterla un po' fuori, al sole. Oggi  davvero una giornata di primavera.

Madlen fu rivestita dei suoi stracci e messa fuori, sulla pelle dell'orso stesa sull'erba, nell'angolo dell'accampamento dove il sole batteva pi forte. Ella volle portare con s una cosa che teneva nascosta sotto il guanciale, la sua unica propriet, uno di quei piccoli specchietti che le donne tengono dentro le loro borsette, e che al tempo dei tempi, quando correva scalza con gli altri ragazzi, uno di questi aveva (preso) alla bella zingara che leggeva la sorte, e ceduto a lei per un soldo nuovo.
Ella teneva lo specchietto nascosto, per paura che la zingara glielo vedesse; ma aspettava il momento opportuno per trarlo fuori e servirsene per (giocare) col sole.
Il sole era l, sopra di lei, caldo e buono; la copriva tutta, le penetrava attraverso i poveri vestiti che pur nella miseria conservavano i colori vivi che danno gioia agli occhi, le gonfiava le matasse dei capelli come le piume bagnate degli uccelli quando si asciugano in cima al ramo. Ed ella provava invero un senso di gioia e di sollievo come devono sentirlo gli uccelli dopo la bufera: la sua pelle si dilatava e il sole penetrandole fino alle ossa gliele ricomponeva e riallacciava.
Si stese supina e tent come altre volte di fissarlo, il grande sole; ma gli occhi erano deboli: li chiuse e le parve che l'azzurro vivo del cielo le coprisse il viso come una stoffa di seta. E sotto questa meravigliosa coperta si addorment.

Questa cura le giov meglio che se avessero chiamato il pi famoso dei dottori. Gi al terzo giorno pot, sorretta dalla madre, fare qualche passo fino alla siepe dell'accampamento; vide gli orti gi tutti fioriti, le canne che rinascevano, i carciofi che parevano, sugli alti gambi argentei, grandi bocciuoli di rose. Un odore di giaggioli e di glicine portato dal venticello d'aprile dava l'idea, a Madlen, che una bella signora passasse dietro la siepe lasciando nell'aria il suo profumo. Era la signora primavera.
Allora preg la madre di portare la pelle d'orso pi in qua, verso la siepe: voleva veder da vicino gli uccellini che vi si posavano.
Uccelli, farfalle, calabroni, mosche, api, tutto un popolo laborioso nel suo ozio apparente, si agitava in mezzo alla siepe: un ragno, sospeso al suo invisibile filo, danzava per aria e pareva volasse. Venne anche, come una freccia, una giovane cornacchia con gli occhi azzurri e la coda come un ventaglio dalle stecche di ebano. Un'altra cornacchia la raggiunse, e tutte e due gridarono assieme volando in alto fino a sperdersi nel sole.
Madlen sent voglia di piangere: ma di un pianto le cui lacrime avevano il sapore aspro e dolce delle goccie d'acquavite che la madre le concedeva nei grandi momenti.
Stesa sulla pelle il cui pelo e l'odore si confondevano con quelli dell'erba, pensava al tesoro della vecchia e al modo di poterlo vedere.
Oh, ci arriver certo: fra un anno, fra dieci, quando anche lei avr venti anni e legger la sorte sulla palma liscia dei bei ragazzi che vengono nell'accampamento per vedere le zingare belle, e sar furba e forte anche lei, arriver a vederlo, il tesoro. E poi  di tutti,  della comunit, e la vecchia dovr bene tirarlo fuori.
-  di tutti, come il sole - mormora Madlen; e per farsi un'idea del misterioso splendore che sgorga dal vaso d'oro, trae lo specchietto rotondo e lo contrappone al sole. Lo specchietto brilla e vuole davvero follemente parere un piccolo sole. Madlen lo fissa, ma non  soddisfatta: altra luce  quella che splende dentro il vaso d'oro. Allora, dopo essersi divertita a (giocare) un po' col sole, agitando lo specchietto e facendone balzare il riverbero intorno sull'erba e la siepe, pensa che forse il tesoro si vedr meglio nel sole stesso.
Si butta supina e poich gli occhi non vogliono stare aperti si tira in su le palpebre con le dita: un grande barbaglio la investe tutta: le lagrime che le velano gli occhi lo accrescono: le pare di essere sotto una pioggia di perle, di monete, di gioielli e di stelle. E finalmente ha davvero l'impressione di quello che  il tesoro della comunit degli uomini tutti, la gioia di vivere.



"VIALI DI ROMA"

 triste eppure bello, in queste sere dell'estremo autunno, dopo una giornata di lavoro e di solitudine, andarsene soli lungo certi viali di Roma, ancora praticabili dai sognatori che non vogliono finire con le ossa stritolate da un'automobile.
Quello che io preferisco  il viale davanti al Policlinico. Ci si pu camminare ad occhi chiusi, e il marciapiede di asfalto  cos molle e soffice che il passo non vi risona.
Verso sera  quasi sempre e quasi del tutto deserto. Gli alberi gi spogli disegnano i loro rami sul cielo pallido, e solo qualche foglia scura, secca e dentellata, d l'idea di un qualche uccello addormentato.
Lo sfondo arioso, con vapori colorati, d l'impressione che laggi vi sia il mare.
E mentre a destra di chi cammina verso quello sfondo, le mura romane, coi loro ciuffi d'erba in cima, appaiono come i bastioni di una citt della quale si sente il rumore sonoro di vita, di lavoro e di gioia, a sinistra, dietro le cancellate e le sagome delle palme, fra il biancheggiare dei viali e il profumo dell'erba che vince quello dei disinfettanti, i padiglioni con le vetrate illuminate, i balconi ancora chiari al crepuscolo, i portici che sembrano preludere all'ingresso di palazzi incantati, danno anch'essi l'illusione che l dentro tutto sia bello e felice.
Una festa si svolge, l dentro; le figure bianche di agili donne che corrono silenziose attraverso i viali, sono forse di giovani dame pronte per la danza, e corrono verso le sale illuminate per perdersi nel sogno del piacere.
Una festa  l dentro, s:  la festa eterna del dolore umano.

Il sognatore che cammina rasente la cancellata trasalisce al pensiero: per distrarsi guarda verso il centro del viale, d'un tratto animato da gruppi di persone; e lo spettacolo interessa subito la sua ricerca di colore e di induzioni psicologiche.
In apparenza lo spettacolo non  allegro, ma  riposante, solenne, e si armonizza straordinariamente col luogo, l'ora, con la maest stessa dello sfondo.
 infine un triplice funerale, eseguito con ordine, con calma, con silenzio.
Il primo  senza dubbio quello di un vecchio militare, perch sulla bara del carro funebre di terza classe sta ripiegata una bandiera, i cui vivi colori, rosso, bianco e verde, risaltano sul nero pi che i colori smorti dei fiori delle corone.
Soldati in fila accompagnano il carro: sono giovani, dritti e seri, e paiono in marcia verso una battaglia; precedono i trombettieri, e le trombe risplendono come d'oro sul grigio della massa; non suonano, per, forse per non dare l'allarme a quelli che restano e sperano ancora di vincere la battaglia contro la morte: se ne vanno tutti silenziosi, certo pensando ciascuno ai casi suoi, contando i passi che li avvicinano all'ora della libert: sono giovani, e la morte per loro non ha senso. E il vecchio soldato morto, in mezzo a loro, sotto i colori caldi della bandiera, aspetta forse lo squillo vivo delle trombe, per scuotersi dal suo sonno momentaneo ed entrare a suon di marcia nei campi dell'eternit.

Il secondo funerale , a giudicarne dal veramente mesto corteo che lo segue, quello di una popolana.
Era vecchia? Era giovane? Non si sa. Sole donne, e qualche ragazzo, seguono il modesto carro senza corone; sopra la bara un fascio di crisantemi bianchi e gialli, di quelli che crescono negli smossi orti di Roma, d una tenue nota di colore al quadro grigio che pare si muova nella nebbia.
Le donne sono tutte popolane, alcune giovani, col bel profilo di Minerva mortificato sinceramente da un improvviso dolore. Quando il corteo sar sciolto anch'esse, come i soldati del primo funerale, torneranno a ridere e a dir male parole; per adesso dimostrano sul viso tutto quell'impeto di solidariet col dolore altrui che  la caratteristica pi generosa delle donne del popolo di Roma. Le anziane e le vecchie sembrano pi indifferenti; pi pronte a raccogliere contro il loro cuore, come fanno coi lembi dei loro poveri scialletti, il pensiero della morte. Esse accompagnano la morte, ma si sentono anche accompagnate da lei; e non se ne sgomentano. Sono tutte donne stanche di lavorare, di lottare contro le lunghe interminabili avversit della vita: si vede dal modo come camminano, strascinando i piedi logori, dal modo come pregano, con quella rassegnazione che viene dall'abitudine a tutte le tristezze quotidiane. E forse invidiano la donna morta, che ha finito la sua giornata faticosa, e se ne va tranquilla finalmente, non coi passi delle sue rosicchiate calzature, ma come una signora in carrozza, tirata dai cavalli i cui pennacchi sembrano i meravigliosi fiori neri del giardino della morte.

Il crepuscolo intanto si  addensato ma anche rischiarato per uno splendore lontano che viene dall'orizzonte tutto acceso di rosso.
Anche i fanali accanto agli alberi si accendono d'un tratto, come di volont propria, e una luce fantastica d colori violetti e gialli ai rami nudi, alle foglie secche e allo sfondo delle mura di l dal viale.
In quest'atmosfera quasi di allucinazione si svolge il terzo funerale: e pare di vederlo in una scena di teatro o su una pagina illustrata a colori di un libro di fiabe.
 il funerale di un bambino.
Adesso non c' da sbagliarsi; il piccolo carro  tutto bianco, con lievi decorazioni dorate: sembra un cofano nuziale, e i cavalli bianchi, i necrofori in livrea bianca, le bambine del corteo vestite di bianco, i bambini tutti coi mazzolini di fiori bianchi in mano, le corone di rose bianche, tutto d un senso quasi di gioia come al passare di un corteo di nozze.
La morte stessa si rischiara e prende i veli di sposa per accoglierti nei suoi regni, o bambino.
E i compagni e le compagne di scuola, che guidati dalle Suore grigie sembrano piccoli allegri pulcini in fila dietro le chioccie che li portano a razzolare nel prato, pensano a tutt'altro che a piangere. Qualcuno succhia di nascosto una caramella, qualche altro d a tradimento uno spintone al compagno. Le bambine osservano i particolari dei loro vestitini, pronte a ridere se una di loro ha sporgente un lembo del sottanino bianco o la scarpetta slacciata.
Sono un po' tutti anch'essi come i soldati che accompagnano il loro superiore ai bruni prati dove la stagione  sempre una, senza pi mutamenti n pericoli: finito il funerale torneranno ai loro giochi; e col passare degli anni il piccolo compagno morto avr su tutti loro, che lo hanno veduto svanire nel crepuscolo come una bianca nuvola portata via dai bianchi cavalli del vento, il vantaggio di restare bambino, felice di non crescere e di non conoscere il terrore della vita e il terrore della morte.



"IL VIVO"

Due anni or sono, di questi tempi,  stata la sora Maddalena a raccontarmi i suoi guai.
Lei e il marito vignaiuolo ci avevano affittato per l'estate la loro casupola. Casupola che se il sor Andrea vignaiuolo fosse disposto a cedermi, piglierei in cambio del mio villino di Roma. Come un castello costruito da un architetto e da operai nani, sorge, fabbricata di piccole pietre calcari cementate con la semplice terra, su un poggio che si d l'aria di una cima di montagna; e se da una parte guarda arcigna sulla vigna ardente di sole, dall'altra stende la sua ombra mite fino a raggiungere le ombre di una tremula pioppaia che a loro volta si precipitano gi per la china erbosa e vanno a confondersi con quelle pi basse e nascoste della brughiera.
Gi  il mare. E intorno al poggio, dal mare al mare, una fantasmagoria di altri poggi verdi, coi laghetti d'oro del grano quasi maturo, i gomiti azzurri dei fiumi, le mille migliaia di fiammelle delle ginestre in fiore.
I giovanetti pioppi scherzano fra di loro, e gi sull'erba  un barbaglio di ombre e di luci che pare destato dal soffio del mare. Ma che ne sa, la sora Maddalena, di questi incantesimi? Lacera e sporca e coi capelli pieni di ragnatele, ella conta i parecchi denari che io le ho dato, tanto per la sua casupola quanto per gl'incantesimi intorno; e dopo averli stretti bene in un fazzolettino se li caccia nel seno dalla parte del cuore.

- Cos , - disse sollevandosi sulla sua gobba, - il denaro  mio, la casa e la vigna e la pioppaia sono mie; eppure Andreino non  contento. Non che mi maltratti, ch allora si troverebbe il modo di fargli ritrovare la strada donde  venuto, ma non  contento no, non  contento.
E scuoteva la testa in su in gi, di qua di l, come dando ragione una volta a s stessa un'altra al suo Andreino. Riprese:
- La sua idea  di andarsene in citt. L, dice, si aprirebbe una rivendita di vino. Si comincia col vendere il nostro a tre lire il litro, invece di darlo via per pochi centesimi, come adesso si fa; poi si compra altro vino appunto per pochi centesimi e lo si rivende caro: in breve si  ricchi sfondati. E va bene, dico io, non sono di parere contrario: ma qui chi si lascia? Lui non risponde, ma si fa scuro e storto in viso e va via sacramentando: perch la sua idea  di lasciare qui la moglie gobba, che non attirerebbe certo la gente nell'osteria, e di andarsene lui solo laggi. Laggi, - ella aggiunse stendendo la mano a indicare la strada che conduce alla citt sconosciuta, - egli trova quante donne belle vuole, per metterle a vendere nell'osteria. E cos si mangiano e si godono assieme la mia roba, mentre a me, qui, lavora e lavora, la gobba cresce allegramente.
Ella diceva queste cose senza agitarsi, anzi con un lieve accento d'ironia verso s stessa: ma i suoi occhi piccoli rotondi e duri come due nocciuole erano pieni di lagrime. Io volevo dirle per consolarla che il destino suo era quello di tutte le ricche donne brutte che sposano i bei giovanotti poveri: manco a farlo apposta per in quel momento emersero su dalla pioppaia la testa pelata e il naso a zucca del piccolo sor Andrea.

Solo gli occhi del piccolo sor Andrea erano belli: grandi, glauchi, attoniti, ad ogni parola ch'egli pronunziava od ascoltava si animavano ed esprimevano i variabili sentimenti del suo cuore sensibile. Egli voleva bene alla moglie, a modo suo, e a sua volta mi confid che solo gli dispiaceva di non aver figli da lei, nascessero pure gobbi.
-  una gran brava donna, silenziosa e tranquilla. Vede come tiene la casa in ordine? Ha mai veduto, signora, una casa pi in ordine e pi pulita di questa?
 vero, sor Andrea, la casettina  un modello di rifugio per gente che arriva dalla citt ancora sotto l'incubo della lucidatura dei pavimenti, della pulizia dei tappeti e della baraonda degli oggetti inutili che risucchiano la nostra vita dandosi anche l'aria di essere necessari.
Specialmente le tre stanze in fila affittate a noi, che aperti gli usci ne formano una sola e tutte s'affacciano sulla ridente pioppaia, hanno pur esse qualche cosa di fantastico. Non c' nulla e c' tutto: e qui ci si parla da camera a camera come da cuore a cuore, e basta stendere la mano, senza muoversi e senza staccare gli occhi dal materno viso della natura, per trovare quello che pur materialmente ci  necessario per vivere.
Come la fata trasformata in gobbina per provare il cuore della gente, la sora Maddalena passa ogni tanto in queste stanzette e rimette a posto le cose che le nostre abitudini di disordine scompongono: ed  lei a renderci dolce il ritorno dalle escursioni col farci miracolosamente ritrovare la tavola apparecchiata e il cibo pronto. Peccato che la sua tristezza, sebbene sepolta, guasti l'aria intorno.
Un altro suo difetto era la ripugnanza per le cose superflue.
Un giorno che portai a casa un mazzo di ginestre, invano le domandai un vaso dove metterle. Anzi s'irrit.
- I fiori bisogna lasciarli stare sulla pianta. Non si vedono dalla finestra? Staccati servono solo per i morti.

"La mia povera moglie  morta - scrisse il sor Andrea lo scorso anno, quando si tratt di rinnovare l'affitto della casetta. -  morta il giorno di Pasqua, dopo che tutto l'inverno  stata a letto malata. Per fortuna  venuta ad assisterla una sua nipote, ch'era al servizio in citt, e questa ragazza, educata e pratica, se lei crede, signora, potr servirla. Sa anche leggere e scrivere". Questo lo credo, perch la lettera non  scritta coi soliti caratteri primordiali del sor Andrea; la notizia per non ci commuove; perch in quanto a leggere e scrivere  meglio non pensarci, lass.

Ci si dovette pensare, invece, appena tornati lass, perch la nuova padrona non faceva altro che leggere e scrivere.
- Da un mese ho sposato la nipote della povera Maddalena - ci annunzi il sor Andrea venuto gi alla stazione per incontrarci. - Che si poteva fare? Senza una donna in casa non si sta. Eppoi  una gran brava ragazza, bella anche, e sembra una signorina di citt. Vedr, signora, le piacer.
- Come si chiama?
- Anche questo c' di buono. Si chiama Maddalena; cos non capita di sbagliare nome, se la chiamo ricordandomi la prima.
- Perch, diventerebbe gelosa? - domando io con cattiveria.
Ma il sor Andrea  proprio un buon uomo, e passandosi la mano sulla testa, come fanno le persone preoccupate, risponde pensieroso:
- Non  questo, non c' pericolo; per tante volte capita che occorre una cosa e allora, ricordando che la povera Maddalena era sollecita, la si chiama come fosse ancora l. Ma si capisce, questa qui  tanto giovane ancora.

Questa sora Maddalena seconda ci apparve, come una fata anche lei, al limite della pioppaia; una fata autentica, questa volta, vestita d'azzurro, bionda e rosea, incoronata di pettini e pettinini di celluloide. Non le mancava neppure la collana, dello stesso genere, e le gambe dritte parevano nude per il colore delle calze dei merciai ambulanti.
Teneva in mano un mazzo di fiori, fatto con arte, con lo sfondo di felci e il giallo della ginestra mescolato al cremisi della digitale porpurea; e me l'offr piegando alquanto il ginocchio destro: cos avevo veduto una signorina dell'aristocrazia offrire un mazzo di fiori a una principessa di sangue reale.
Mi fece buona impressione, non tanto per i fiori e l'inchino quanto per la speranza ch'ella sapesse anche stirare i vestiti come le cameriere fini: speranza che cadde senza pi rialzarsi quando si entr nella casetta. Disordine, polvere, sporcizia, fiori appassiti e dispense sgualcite di romanzi popolari, nonch foglietti della (Canzonetta d'amore) si facevano bella compagnia. E neppure una goccia d'acqua per lavarci, e il fuoco spento come nelle case di nessuno.
- Maddalena? Maddalena?
Maddalena si provava davanti allo specchio inclinabile del cassettone il cappellino ch'io m'ero levata; ed anzi trov un altro specchietto per guardarsi di profilo e di dietro.
- Sor Andrea, - dissi allora al vignaiuolo rimasto di fuori, - per piacere non ha un po' d'acqua per lavarci le mani?
- Maddalena? Maddalena?
Anche lui chiamava, ma era come se davvero chiamasse l'altra: e dalla pioppaia rispondeva il fringuello lieto e melanconico assieme.

Cos si tir avanti alla meglio, industriandoci da noi.
Del resto il povero sor Andrea si faceva a pezzi per aiutarmi, visto e provato che rivolgersi alla giovine sposa era come supplicare una santa sull'altare. Bella e buona e sempre adorna come una santa di terracotta, Maddalena rispondeva invariabilmente: - Vengo, faccio, s - ma non si muoveva dallo specchio o dalla tavola di cucina dove scriveva indirizzi su cartoline illustrate. Poi a volte spariva, e la si vedeva tornare dal fitto della pioppaia con gli occhi stralunati e in mano un fascicolo arrotolato del grande romanzo (La principessa cieca).
Il sor Andrea era gi stato a fare la spesa, aveva messo a cuocere la verdura e preparava il vino per la tavola. Lei si degnava di rifinire le faccende, ma con aria stanca e nauseata.
Doveva essere figlia bastarda di qualche grande signore.

Il marito non la sgridava mai: era triste per, come la prima sora Maddalena. Un giorno si torn a confidare con me.
- Che vuole? Il torto  mio, di averla voluta sposare.  un uccellino di citt, non di bosco, lei. E il suo desiderio  di tornare laggi; - anche lui con la mano indicava la strada che conduce alle grandi citt; - e credo mi abbia sposato solo perch le ho promesso che s'avrebbe ad aprire una rivendita di vino a Roma. Ma non ce la conduco, no. No, e no - afferm infine a s stesso, con due energiche scosse del capo.

Eppure ce la dovette condurre; in novembre, quando i pioppi cessano di ridere e di scherzare e le foglie stanche di gioia si ammalano e muoiono. Anche lei tossiva, aveva sempre freddo e ricordava la pelliccia leggera e calda ch'ella si provava a insaputa della sua ultima padrona.
Il sor Andrea la port da uno specialista, che gli consigli di ricondurla su, dove c' l'aria buona; ed egli pazientemente se la ricondusse a casa, finch un giorno di marzo la riport ancora gi, accanto alla prima sora Maddalena, nel piccolo cimitero dove si sentiva gi l'odore delle giunchiglie.

Siamo tornati ancora nella casetta. Il sor Andrea  venuto come sempre alla stazione e carica il bagaglio sul suo calesse. Sta bene, il sor Andrea; s' ingrassato e ringiovanito, e i suoi occhi mi ricordano la pioppaia mutevole ridente.
- Vedr come star bene, quest'anno, signora. Vedr, non dico altro.
Tutto infatti  ordinato e pulito, come il primo anno: e c' un mazzo di fiori in mezzo alla tavola. Le brocche sono piene d'acqua fresca, il fuoco acceso.
- Comanda, signora?
 il sor Andrea che per ridere s' messo il grembiulino bianco ricamato, ricordo della sua seconda moglie.



"IL PASTORE DI ANATRE"

Pino si recava di mala voglia dai contadini Bilsi, presso i quali lo inviava sua madre con queste precise istruzioni:
- I Bilsi hanno rimandato al Signore il loro unico figlio Polino, che tu conoscevi; e adesso cercano un ragazzino a giornata, per guardare le anatre: tu vai l e dici alla Marta Bilsi: mi manda mia madre, per l'affare delle anatre. Poi, a tutte le sue osservazioni, devi rispondere con rispetto, e dire sempre di s. Hai capito? Va: prendi un pezzo di pane, e non farti vedere affamato.
E Pino andava, col pezzo di pane in mano, i calzoncini rimboccati fino alle ginocchia come dovesse guadare il fiume, e un nero pensiero negli occhi chiari. Perch la sera innanzi egli aveva sentito confabulare i suoi genitori; e la madre diceva sospirando:
- Dio volesse davvero, che gli si affezionassero fino a tenerlo con loro per figlio.
Ecco, s, i suoi genitori lo mandavano dai Bilsi come i Bilsi avevano rimandato al Signore il loro Polino.

Trecento passi lungo l'argine bastarono a Pino per raggiungere la casa dei Bilsi. Volgendosi vedeva benissimo la sua: grande differenza per c'era, fra la sua e la casa dei Bilsi, quella nera e screpolata come la casa dei gufi, questa nuova e bianca con le persiane verdi, l'aia grande quanto un prato. Piante di girasoli alte come alberi, con tanti piccoli soli che si volgevano di qua e di l dondolandosi, circondavano il campo di zucche che la precedeva: e anche le zucche, tra le foglie gi vizze, erano dorate come il fuoco. Tutto bello, tutto ricco; ma non ci si vedeva un bambino, e Pino guardava sempre verso la sua catapecchia, sembrandogli di vedere nel prato sotto l'argine i suoi numerosi fratellini mocciosi giocare e azzuffarsi, gi immemori di lui come del comune amico Polino.

La madre di Polino, con un fazzoletto nero legato intorno alla testa in segno di lutto, lo accolse quasi con ostilit. Il dolore la rendeva cattiva; le faceva odiare tutti i bambini rimasti nel mondo, mentre il suo se n'era andato non si sa dove. Pino aveva sperato di ricevere almeno, per buona entrata, una fetta di polenta calda con un pezzetto di burro: invece gli fu messa in mano una lunga fronda di salice, e gli furono subito presentate le anatre.
- Le vedi? Sono dodici. Contale un po'. Sei buono a contare?
Egli non era certo di contarle senza sbagliarsi, ma ricord le avvertenze della madre e rispose franco di s.
- Allora le conduci qui nel prato sotto l'argine, verso il fiume: se hanno voglia di entrare in acqua lasciale entrare; purch non vadano lontano. A mezzogiorno ritorna su. Bada che ci siano tutte. Hai capito? Tutte.
I modi di lei erano cos bruschi che a Pino veniva voglia di svignarsela senz'altro; ma ricordava il rimbombo di tamburo delle sue spalle quando il padre gli dava senza risparmio le busse; e per non risponder male alla donna inghiottiva la saliva come dopo aver bevuto la purga. Meno male che le anatre lo circondavano gracchiando, sempre pi strette ed espansive. Era a chi pi poteva metter su il becco verso le mani e il petto di lui; una gli si slanci fin quasi al viso. Pareva volessero baciarlo. Oh, come gi dimostrarono di volergli bene. Ma lui non si scomponeva; sapeva che era il suo pezzo di pane ad attirarle.

E and via con loro: fuori sull'argine ebbe la tentazione di recarsi con loro verso casa: si avvide per che la padrona lo osservava e tir dritto. Tir dritto per modo di dire perch le anatre, perduta la speranza del pane, si allontanavano da lui e tendevano a sbandarsi. Ed era un gran da fare, correndo da una parte all'altra con la fronda su e gi, per riunirle; poich sebbene paressero sciancate e stupide, esse camminavano rapide e con pretese d'indipendenza; solo una, che rimaneva in coda al branco, si metteva ogni tanto gi accucciata per terra perch era zoppa davvero.
Come Dio volle si and gi dunque per l'argine, fino al prato in riva al fiume. Pino respir, e le anatre gracchiarono di gioia tendendo in alto i grandi becchi gialli e grigi che parevano nasi di cartone come quelli delle maschere grottesche. Si sentiva il soffio dell'acqua corrente e l'odore dei gigli palustri: ma la vera poesia che sollevava il cuore di Pino e i becchi delle anatre scaturiva dal fatto che innumerevoli chioccioline coprivano di una crosta simile alla lebbra i cespugli della riva.

Era d'agosto e faceva caldo anche laggi: le zanzare poi pareva nascessero dall'erba e senza riguardo s'introducevano nei calzoni di Pino, punzecchiandogli anche il sedere. Abituato a ben altre disavventure, adesso che le anatre stavano tutte attaccate ai cespugli e li succhiavano come mammelle, egli si abbandonava ai suoi ricordi. Gli sembra di essere ancora nel prato, di l dall'argine, coi fratelli e i cugini: si bastonano a vicenda, contendendosi un toporagno che  stato preso dalla trappola combinata in comune. L'animaletto, con gli occhi lucenti e aguzzi come punte di ago, si dibatte anche lui dentro la trappola di giunchi, piccola quanto un pugno: le bambine piangono e scappano, perch hanno paura di tanto mostro, e in casa si sente la mamma questionare col nonno. Tutto  triste e movimentato laggi: e in mezzo alla calma del prato ove le grosse anatre di Maria Bilsi fanno strage di chiocciole, pure il cuore di Pino  triste e agitato perch  rimasto laggi.

Quando furono sazie, le anatre si riunirono e parvero far consiglio: e Pino ne profitt per contarle. Una, due, tre; una, due, tre; le contava a gruppi, ma non gli riusciva di raggiungere il numero di dodici: allora pens di sciogliere il consiglio e farle camminare. Un colpo di fronda, e le anatre si misero in fila: allora egli osserv che erano una diversa dall'altra, anche di fisionomia, chi grigia, chi bruna, chi bianca, chi gialla; persino la punta di colore turchino delle loro ali variava di tinta. Questo lo confort; perch lo aiutava a distinguere se c'erano tutte.
E dopo averle lasciate un po' diguazzarsi nell'acqua bassa di una pozza del greto le ricondusse non senza una certa soddisfazione a casa. Aveva indovinato anche l'ora, o meglio l'aveva indovinata il suo stomaco, e Marta poteva dirsi contenta di lui. Ella per non poteva pi essere contenta di nulla, in questo mondo, e lo accolse con la solita freddezza, come se dandogli da pascolare le anatre gli avesse concesso un favore.
Anche il desinare non corrispose alle speranze di Pino. Egli aveva pensato che i Bilsi, specialmente adesso che non avevano pi a chi lasciare i loro campi, mangiassero polli e salame tutti i giorni: ed ecco, invece, non venne a tavola che la minestra di riso e fagioli con la quale lui aveva antica dimestichezza. Meno male che il lungo contadino Bilsi era di buon umore: cominci a scherzare col ragazzo, stuzzicandolo ogni tanto con un bastoncino per farlo meglio ridere. Si fece raccontare da lui, a pi riprese, com'era andata la storia del nonno, al quale alcuni burloni avevano attaccato sul dorso un cartellino con su scritto: "Fusto da vendere" (il nonno di Pino era il pi famoso ubbriacone di tutti i dintorni); e ogni volta rideva da tenersi la pancia.
Pino lo guardava sorpreso. Era un padre, quello, il quale da appena dieci giorni aveva rimandato al Signore il suo unico figlio? E non sapeva, il piccolo pastore d'anatre, che il lungo contadino rideva e scherzava cos per cercare di distrarre la moglie.

Ma anche il Bilsi cambi d'umore quando ritorn al lavoro. S'era fatto accompagnare da Pino, poich solo pi tardi si dovevano ricondurre le anatre al pascolo, e gli ordin di cavare certe erbacce rampicanti che si abbarbicavano ai pomidoro ancora carichi di frutti. Non era una fatica lieve, perch se le radici venivano via facilmente dal terreno umido, i viticci non intendevano di staccarsi dai fragili rami ai quali stavano tenacemente attorcigliati. Qualche pianta un po' tenera si sradic quindi assieme col suo parassita: il contadino se ne accorse e sgrid il ragazzo chiamandolo persino "figlio di un cane". Sembrava davvero un altro, adesso, il Bilsi, con una faccia arrabbiata come d'uno ch' stato mortalmente offeso e non pu vendicarsi. Anche Pino era offeso e sdegnato. Erano modi, quelli, da trattare la gente? Neppure il padre quando gli dava le busse lo chiamava "figlio di un cane".  vero che parlando cos avrebbe dato del cane a s stesso; ma Pino a questo non ci pensava, anche perch s'era tagliato un piede con un pezzo di vetro e il sangue che ne veniva fuori, pi rosso dei pomidoro intorno, gli destava un senso di terrore. Per fortuna la madre gli aveva dato un fazzoletto, che egli s'era proposto di tener pulito. Con grandi sospiri lo trasse e lo spieg: con grandi sospiri si leg il piede: e non dimentic mai l'amarezza che prov quando il Bilsi, senza alcun senso di piet, pur vedendolo cos gravemente ferito, gli grid di riprendere il lavoro.

Le giornate di agosto non sono poi tanto lunghe: ma per Pino quella fu la giornata pi lunga dell'anno.
Verso il tramonto egli conosceva gi una per una le dodici anatre, il modo di ciascuna di camminare, di guardare, di starnazzare: e le odiava dalla prima all'ultima. Quando era sicuro di non esser veduto le maltrattava, battendole con la fronda o buttando loro manciate di terra. Prese la zoppa e la scaravent nell'acqua, e rise nel vederla dibattersi come un nuotatore al quale  venuto il crampo ai piedi. Sentiva di essere diventato pure lui cattivo. Oh bella, e gli altri non lo erano con lui, cominciando dai genitori? E non pensava che, dopo tutto, per lui forse era meglio che i Bilsi lo trattassero cos, da povero servetto: non pensava n questo n altro, intontito dalla solitudine e un po' anche dalla fame. Nulla gli avevano dato, dopo la minestra del mezzogiorno; e gi nello sterpeto fra l'argine e il fiume dove lo costringevano a restare per via delle chioccioline, altro non c'era che le chioccioline.
Si nutriva di sola speranza. Al ritorno, certo, Marta Bilsi avr fatto gi la polenta, e gliene dar una bella fetta calda. Egli rinunzia anche al burro; ci rinunzia perch non ci spera: come avviene per lo pi in tutti i comuni casi di rinunzia.

Al ritorno dovette rinunziare anche alla fetta di polenta. Marta Bilsi non aveva acceso ancora il fuoco, e pareva non ne avesse neppure l'intenzione. Seduta sulla soglia, assieme con una vecchietta che filava, raccontava come s'era ammalato, come era morto e come era stato sepolto il suo Polino. Dal suo accento e dalla cadenza della sua voce s'indovinava ch'ella aveva raccontato questa storia almeno centocinquanta volte. La sapeva a memoria e la recitava come una canzone o come una preghiera. Di tutto il resto non le importava nulla. E cos, quando Pino, mentre le anatre navigavano unite nell'immensit dell'aia come una flotta in mare, le si piant davanti e la guard coi suoi grandi occhi di gatto affamato, ella lo fiss trasognata e gli disse:
- Allora puoi andare, allora.

Ed egli se ne and, con la testa e lo stomaco vuoti. Per distrazione s'era portato via la fronda, e camminando lungo l'argine gli pareva di aver ancora davanti le anatre che tentavano di sbandarsi: egli agitava la fronda, qua e l, tagliando il silenzio del rosso crepuscolo.
Ma il digiuno aguzza le idee: e cos egli d'improvviso ne ebbe una, che gli sollev finalmente il cuore.
- Se dico che sono stato trattato male mi piglio anche qualche ceffone dalla mamma - pens. - Ecco che lei grida: per colpa tua, perch non sai fare. Dice sempre cos, lei. Invece io...
Si mise a correre. Oh, ecco il buon odore di casa sua! Odore di letame, di bambini sporchi, di erba falciata, di latte lasciato andare sul fuoco. Odore di gente viva. La mamma ha gi fatto la polenta: gi l'ha versata sull'asse; e la luna piena che s'affaccia alla finestra spalancata nella sera verdolina  meno bella di quel mezzo globo dorato fumante.
- Be', Pinetto, com' andata?
Egli si piant davanti alla mamma come davanti a Marta Bilsi: i suoi occhi per adesso luccicavano, al riflesso della luna, come quelli del gatto che ha preso il sorcio.
- Ma bene,  andata. Forse i Bilsi mi prendono per figlio - disse con noncuranza imitata alla perfezione.
E la prima fetta di polenta fu per lui, con un pezzo di burro che vi si scioglieva sopra come una nuvoletta sul cielo dorato del mattino.



"IL FIGLIO DEL TORO"

Il toro aveva due anni e mezzo, e doveva essere venduto perch, come a tutti quelli della sua razza, gi la forza virile gli scoppiava in ferocia. Alto, ossuto, pareva scolpito a colpi di scure nel legno di qualche favoloso tronco di sandalo, e che sotto la pelle lucente gli scorresse fuoco: anche gli occhi erano velati di sangue e la coda si agitava come una cometa di malaugurio.
Solo il bifolco della masseria e la giovane moglie di lui lo potevano avvicinare: la donna spiegava questa lusinghiera preferenza col dire che lo aveva curato lei, di una indisposizione, facendogli bere caff caldo amaro; il padrone galante replicava per che lei era tanto bella da affascinare anche i tori andati in ferocia.

Per ordine del padrone, il bifolco part dunque un giorno, per condurre il toro nella stalla di un mercante di bestie da macello. Ed era triste, l'uomo, perch voleva bene al grande animale che lo seguiva docile come un cane al guinzaglio. Per non spaventare le donne e i bambini, percorrevano di buon passo le strade meno frequentate; ma quando in una di queste, che pareva una gola di montagna, tanto era incassata fra due siepi scure alte e fitte, con gli sfondi lontani azzurrini, apparve un piccolo tabernacolo ricoperto d'edera, l'uomo vi si ferm davanti, facendosi il segno della croce, e parve incantarsi come un bambino a guardare attraverso le sbarre del cancello. Vi si vedeva solo un piccolo altare e, sopra, sulla parete verdastra ed umida, tra fiori di carta che parevano strane farfalle morte, un quadro sbiadito dove un avanzo di San Cristoforo dava da mangiare ad un avanzo di cervo; eppure il bifolco aveva l'impressione di trovarsi davanti ad un bosco incantato, con le fontanelle d'oro dei lumicini accesi ai piedi dell'altare: poich i migliori ricordi della sua vita svolazzavano l dentro come gli uccelli fra la siepe sovrastante.
L era venuto la prima volta, bambino, con la nonna che lungo la strada gl'insegnava le preghiere in versi, dolci come (ninne nanne); l aveva assistito lui la messa in suffragio del padre morto, l davanti aveva avuto il primo convegno d'amore con la moglie. Questa moglie era allora la pi bella ragazza della contrada, e aveva preferito lui a tutti gli spasimanti che la corteggiavano nell'osteria campestre tenuta dal padre, dove i grossi mercanti di saggina e di frumentone venivano apposta per vedere lei, e vi sostavano bevendo fino ad ubbriacarsi in omaggio alla sua graziosa bellezza.
Ella aveva preferito a tutti il semplice bifolco della masseria accanto, brutto e anziano; e lui non se ne meravigliava. Sapeva di possedere una forza miracolosa che lo faceva amare anche dai malvagi e dai cani di guardia: quella di voler bene a tutti.

Ed ecco, mentre egli sta incantato a guardare il suo San Cristoforo mutilato dal tempo, ed a chiacchierare con lui delle cose passate, il toro d uno scossone alla catena e muggisce annoiato.
- S,  tempo di andare: e tu, piccolone, non sai dove vai.
Si rimise a camminare: ma un profondo peso dietro di lui lo ferm subito. Era l'animale che non voleva pi muoversi: solo scuoteva la testa, come cercando di liberarsi dal collare che lo infastidiva. Un po' di bava gli colava dalla bocca digrignante.
L'uomo lo guard negli occhi e non tent di trascinarlo oltre. Quegli occhi spaventati gli dicevano che la bestia si sentiva male.
Fu un male che si manifest subito con violenza. Il toro mugg, con un lamento cupo che rison nel grande silenzio del tramonto come il ruggito del leone nel deserto; poi vomit; infine si pieg sulle zampe anteriori e parve inginocchiarsi davanti alla cappella.
L'uomo non si spaur. -  una colica - pensava. La piet per la bestia, e la sua impotenza ad aiutarla, cominciarono a turbarlo quando il toro invece di risollevarsi si abbatt del tutto e giacque pesante come morto.
Per fortuna pass in quel momento un ragazzo in bicicletta, diretto verso il paese dove risiedeva il veterinario.
- Se tu mi fai venir subito il veterinario ti regalo due scudi - gli grid il bifolco, senza permettergli di fermarsi: e il ragazzo corse via come una lepre.
Ma le ore passavano e nessuno arrivava. Dopo il tramonto pallido scendeva una sera fresca e scura: in quel mistero, nel cerchio di funebre chiarore che usciva dalla cappella, col grande animale che ogni tanto si sollevava per muggire come invocando aiuto e poi ricadeva contorcendosi, il bifolco credeva di aver la febbre o di essere sotto l'opera di un cattivo incantesimo. Guardava di qua, guardava di l, verso gli sfondi della strada, e gli occhi nebbiosi dell'orizzonte gli sembravano quelli del toro morente.
- San Cristoforo caro - disse infine, parlando verso il tabernacolo con accento di rancore - da (voi) questo non lo aspettavo.
Subito brill un lume volante, ed un grande ventaglio di splendore violetto parve sollevare di terra l'uomo e il toro. Anche l'interno della cappella rifulse fantastico come quello di una grotta marina.
Era l'automobile del veterinario.
- Questa bestia  stata avvelenata - disse l'uomo della scienza, appena ebbe guardato la bava del toro.
- Da chi? E perch? - domand il bifolco.
Ma il veterinario non era uomo di parole: tutt'al pi rivolgeva qualche improperio alle bestie riottose che rifiutavano il medicamento. Questa per si mostrava docile: trangugi la miscela che le fu versata per le fauci aperte, e si sottopose senza lamenti alle lavande posteriori.
Poi si alz, col ventre gonfio, enorme, e quando cominci a scaricarsi, davanti e di dietro, parve il monumento di una fontana mostruosa.
- Dio sia lodato, Dio sia lodato - mormorava il bifolco; e fra di s pregava, ringraziando il Signore perch la bestia era salva.
Ma quando il pericolo fu scongiurato, l'eco della sua domanda da chi e perch era stato avvelenato il toro, gli rison dentro con un muggito implorante, simile a quello della bestia straziata.
- Solo mia moglie poteva avvicinarsi alla mangiatoia - disse al veterinario, con un istinto di terrore.
Il veterinario disprezzava gli uomini, e sopratutto gli uomini semplici: quello l, poi, lo irritava perch gli pareva un campione deteriorato della razza umana.
- E sar stata tua moglie, per farti passare la notte fuori di casa - disse, ripulendo e rimettendo a posto i suoi strumenti. E neppure cerc di stendere sulle sue parole il velo pietoso dell'ironia.

Ritornato nell'ombra, il bifolco palp il toro tutto umido e freddo, e si sent umido e freddo anche lui.
- E va bene - esclam. - E adesso dove andiamo?
Aveva in mente di tornare a casa e sorprendere la moglie infedele e ribalda; ma forse era gi tardi e tutta la masseria avrebbe riso di lui vedendolo ritornare col toro in quello stato.
And dunque avanti, senza neppure salutare il suo San Cristoforo, che tuttavia, dal fondo del suo bosco notturno, lo seguiva col suo sguardo sbiadito. And avanti: la strada era molle di polvere e i passi suoi e quelli del toro vi destavano appena un frusco; per un grande tratto a lui parve per di trottare pesantemente, in un luogo aspro, roccioso: e aveva l'impressione di essere tutta una cosa con la bestia, destinati tutti e due a fermarsi nella stalla del macellaio per esservi massacrati.

La vita nella masseria continu eguale, e della faccenda del toro non si sarebbe saputo niente senza la nota salata che il veterinario mand al padrone. Il padrone pag senza fare osservazioni; le coliche sono frequenti nel bestiame in viaggio, e quella del toro non doveva essere stata che una colica. Cominciava a crederlo anche il bifolco, quando la moglie gli annunzi che era incinta. Neppure questa sarebbe stata una cosa straordinaria, poich la donna aveva gi avuto un bambino, senza i fenomeni dolorosi che accompagnavano la gravidanza.
Il bifolco vedeva la moglie deperire e farsi brutta, piena di macchie livide in viso, col ventre sempre pi gonfio come s'ella dovesse da un momento all'altro partorire. Infatti cominci presto ad accusare forti dolori, e una notte si svegli mugolando, con la bava alla bocca.
Il marito prov un senso di terrore e di piet; gli pareva, nel dormiveglia, di trovarsi ancora davanti alla cappella campestre, col toro che domandava soccorso. Tutta la notte la donna spasim, pronunziando nel delirio del patimento strane parole: supplicava il marito di ucciderla, e fissandolo con gli occhi spaventati e torbidi diceva:
-  giusto,  giusto: non intendi che  giusto?
Mezzo nudo, tremante di freddo e di angoscia, egli si stringeva al petto il bambino assonnato e piangente, e per soggezione e tenerezza di questo, non interrogava la donna; anzi aveva paura ch'ella parlasse troppo, e per confortarla e confortarsi diceva, anche lui come vaneggiando:
- Ce ne andremo, Cata, porta pazienza: per San Michele ce ne andremo.
Ella infatti spalancava gli occhi come un bambino malato al quale si promette un giocattolo nuovo; si assopiva un momento, poi ricominciava.
All'alba, quando le tacchine unirono i loro gridi esasperati a quelli di lei, venne la padrona vecchia. Al contrario del figlio, che dimostrava una grande preferenza per il bifolco e la moglie, e forse anche per la gelosia e il sospetto destati da questa preferenza, ella non amava troppo i suoi dipendenti: nascondeva per la sua antipatia, come del resto nascondeva ogni altro suo sentimento; e quando vide la donna accovacciata sul letto, con un viso di Medusa, le dita contratte dal dolore, non disse che poche parole:
- La creatura non  sola.
- Non ci mancherebbe che questo - mormor allora il bifolco, amaro e disperato: poi per riguardo alla padrona e a s stesso, aggiunse: - sia fatta la volont di Dio.
Poich le parole della vecchia massaia significavano che la donna doveva partorire due o forse anche tre gemelli.
- Non importa - diceva a s stesso il bifolco, rassegnato e triste. - Saranno due, saranno tre, li alleveremo e insegneremo loro a lavorare. Basta andarsene. E tu, moglie, filerai dritta.
Oh, ella filava gi dritta, tormentata giorno e notte dai suoi dolori terribili; una notte volle confessarsi, convinta che doveva morire.
La levatrice diceva ch'era finzione, o per lo meno suggestione.
- Tu devi aver sentito, forse anche in sogno, qualcuno urlare cos e lo fai per vezzo. Siete tutte canaglia, voi donne incinte.
Ma quando nacque la creatura, anche lei si sent presa in quel cerchio tragico di angoscia inumana, che stringeva la famiglia del bifolco.
Questi aspettava di fuori, con ansia dignitosa: aveva fatto preparare una grande cesta, nella previsione di un'abbondante raccolta di nascituri; quando sent ch'era uno solo, si fece il segno della croce:
- Dio sia lodato.
E aspett che gli presentassero il bambino. Ma la levatrice e la padrona vecchia, che aveva voluto assistere al parto, non si facevano vedere. Egli tent di spingere l'uscio e sent la levatrice confortare la moglie che piangeva.
- Dopo tutto  morto, e non lo diremo dal pulpito, che era cos.
- Anche la Barbera, del resto, mia nipote Barbera, non ha fatto una bambina negra, perch fissava sempre il quadro con la Regina Tait? Per fortuna  morta anche quella. Muoiono sempre, per fortuna.
Questa era la voce, accompagnata da sospiri di sollievo, della padrona vecchia.
Il bifolco allora entr con violenza, e senza parlare scopr il corpo del bambino: e quando vide quel viso rossastro camuso e peloso, con due piccole corna sulla fronte, gli parve che non il peccato degli altri, ma il dolore suo e quello del toro, in quella notte indimenticabile, avessero generato il mostro.



"LO SPIRITO DENTRO LA CAPANNA"

Spesso, durante le mie lunghe passeggiate estive, mi fermavo a riposare su un rialto dal quale si vedeva quasi tutta la pineta, fino al mare. In cima al rialto sorgeva una capanna di assi rinforzate e fermate da striscie di latta e da chiodi grossi come castagne: il tutto annerito come da un incendio. La capanna era sempre chiusa; anzi pareva non avesse neppure porta n finestra: e fu appunto per questo che attir la mia attenzione. Le girai intorno infantilmente, sul breve ripiano erboso che la circondava, e riuscii a scoprire le connessure di due finestrini ai lati, e i cardini della porta quasi invisibile: tesi l'orecchio e mi sembr di sentire nell'interno un lieve strido, o meglio come un vagito lamentoso di bambino appena nato.
Ma stringendo subito i freni alla fantasia guardai meglio intorno e mi accorsi che il gemito veniva dal ramo di un pino, stroncato dal vento, che lentamente finiva di staccarsi dalla pianta. E sedetti l accanto, sull'orlo del ripiano erboso, pensando che del resto anche gli alberi hanno i loro drammi, e che quel ramo agonizzante, giovane ancora, ancora carico dei suoi frutti di rame cesellato, soffriva fino a trovare un suono quasi di voce umana per esalare il suo dolore.

La pineta era molto frequentata: per le vene dei suoi sentieri come nelle strade di un paese passava continuamente gente. Oltre le comitive in gita di piacere, coi relativi cestini e le macchine fotografiche, passavano donne con carretti a mano colmi di sterpi, operai che lavoravano alle bonifiche di l dalla pineta, e ragazzi, ragazzi, ragazzi. Questi anzi parevano una popolazione fissa del luogo, e certo ne conoscevano tutti i meandri. I loro stridi si confondevano con quelli delle cornacchie grigie, e il tonfo delle pigne e dei sassi che le facevano cadere risonava continuo e regolare.
Fu ad uno di questi ragazzi che domandai che ci stava a fare sull'altura in vista al mare la capanna nera e chiusa come un sepolcro di selvaggi.
- C'era il guardiano, una volta, adesso ci sono gli spiriti - grid il ragazzo e corse via con una certa preoccupazione, come se io, con l'andare a riposarmi sull'orlo dell'altura, fossi gi in relazione con gli abitanti della capanna.

Dico la verit, questi spiriti, che abitano facilmente in molti posti, anche nei palazzi delle citt e persino nei grandi alberghi, non mi riescono antipatici: quelli della capanna, poi, li ringraziavo di tenermi il luogo libero e pulito per le mie soste. Mi spiegavo adesso perch i monelli della pineta non davano la scalata al rialto, e le comitive passavano al largo. Solo alcune colonie di formiche mi tenevano poco gradita compagnia; ma per allontanarle bastava buttare qualche pezzetto di pane che per il loro assalto diveniva subito nero come le more intorno. Un giorno per, mentre mi divertivo ad osservarle, vedo una donna con un mazzolino di fiori violetti, stretto stretto come usano farlo le contadine, salire l'altura e inginocchiarsi davanti alla porticina ermeticamente chiusa della capanna.
L comincia a farsi segni di croce, a battersi il petto col mazzolino, a pregare e sospirare. Aveva una figura strana alta e magrissima, un viso dorato di zingara e pure di zingara due treccioline che le scappavano dal fazzoletto nero, con le cocche del quale ogni tanto ella si asciugava gli occhi: provai quindi nuovamente l'impressione che la capanna racchiudesse la tomba di qualche selvaggio.
Il pi strano fu, poi, che la donna, finiti i suoi sospiri e le sue preghiere, deposto il mazzolino davanti alla porta, venne a sedersi poco discosto da me, e tratto da una tasca di sotto la larga sottana un involtino, cominci a far merenda. E mangiava con gusto, piano piano, rosicchiando golosamente, come fanno i bambini quando non hanno molta fame, la sua pagnottina imbottita di prosciutto: per il piacere del pasto si color in viso e divenne bella. Quando ebbe finito scosse le briciole dalla veste, fece un batuffolo della carta dalla quale aveva tolto la merenda e se lo ricacci in tasca; poi si volse a me, fissandomi coi suoi vivi occhi azzurri, e disse nel dialetto del paese:
- Adesso ci vorrebbe un bel bicchiere di acqua.

Cos senz'altro si fece conoscenza; e a me parve cosa gentile far sapere alla donna che poco distante dall'altura c'era una fontana.
Ella guard subito verso il sentiero che conduceva alla fontana e il suo viso si rifece giallo e floscio: anche gli occhi ridenti si circondarono di rughe e parvero appassirsi come due fiori di genziana.
- Quante volte l'ho fatta, quella strada - disse, e nascose il viso sul braccio per togliersi alla vista del sentiero e del luogo intorno.
Io m'alzai e mi avvicinai a lei: sentivo odore di dramma.
- Che cosa  successo in questa capanna? E perch  chiusa?  vero che ci sono gli spiriti? E perch...
La donna si rianim subito; fece un gesto, sollevando e scuotendo le mani, come per dirmi: troppe cose vuol sapere in una volta; ma poich non domandava di meglio che di chiacchierare e sfogarsi, senza tanti preamboli cominci:
- Qui, vede, ci ha lasciato la vita il mio povero marito. Sono poche parole, a dirle, queste; e sembrano niente, invece  una storia lunga che a raccontarla tutta ci vorrebbe un libro.
- Meglio, meglio, - l'incoraggio io, - raccontate pure.
- Allora le dir proprio tutto. Forse la colpa  stata mia, ma l'ho scontata davvero come un debito. Dunque io a sedici anni avevo gi marito: Giuliano, si chiamava, Giuliano il lungo, perch era alto come quel pino l, e per distinguerlo dal cugino Giuliano il corto. Questo Giuliano il corto era un ragazzo non troppo alto ma bello, svelto e bruno come uno scoiattolo. Faceva molti mestieri, persino l'orologiaio, ed era incaricato della sorveglianza della pineta. Siccome per lui di notte non poteva lasciare il paese, a sua volta aveva nominato guardiano mio marito. Gli fece costrurre questa capanna, e gli fiss un mensile buono. Questo ci faceva comodo, perch Giuliano mio, il lungo, guadagnava poco. Ho dimenticato di dire che era stagnaio. Gira di qua, gira di l, ma le padelle di rame e i coperchi da stagnare erano pochi, e la gente usava gi quelle brutte robe di ferro smaltato. Qualcuna anche di queste si bucava, ma non c'era da far nulla perch sul ferro lo stagno non attacca. E cos Giuliano veniva ogni notte qui: d'estate ci venivo anch'io, ma, dico la verit, avevo paura. Specialmente nelle notti di luna mi sembrava di sentire i ladri a segare i pini e trascinarne i rami. Ecco, pensavo, adesso Giuliano si alza, prende il fucile e se quelli non la smettono, li uccide. E rattenevo il fiato per non svegliarlo: poich non volevo che egli si dannasse l'anima per un pino abbattuto. Meno male che egli dormiva.

- Egli dormiva, - riprese la donna dopo un momento di silenzio durante il quale s'era di nuovo nascosta il viso sul braccio, - ma faceva brutti sogni, sospirava, s'agitava e parlava. Una notte si sollev, anche, come uno spiritato: e diceva: s, li sorprendo e li ammazzo tutti e due. Poi si svegli e cominci a stringermi. Tremava e batteva i denti come ci avesse la febbre. E finalmente mi disse che un male davvero ce l'aveva, e da molto tempo. Era geloso, ecco; geloso del cugino Giuliano; e credeva che questi venisse la notte a trovarmi. D'altra parte mi voleva cos bene ed era tanto bonaccione che non aveva mai osato parlarmi dei suoi sospetti. Ebbene, dico io, allora verr tutte le notti qui, e tu cos sarai tranquillo. E per qualche tempo le cose andarono bene, ma col sopraggiungere del freddo lui stesso, il povero Giulianone, che sembrava guarito del suo male, mi preg di restare a casa.
La mattina, per, lo vedevo tornare stravolto; girava qua e l per la stanza e pareva fiutasse le cose come un cane sospettoso. Brutto male la gelosia! Mi faceva pena, il povero Giuliano, ed io stessa gli consigliai di lasciar andare il suo mestiere notturno; egli per era puntiglioso anche con s stesso e non mi diede retta.
Cos torn la bella stagione; e con la bella stagione il male della gelosia crebbe nel cuore di mio marito. Egli non aveva pace neppure nelle notti in cui io venivo a dormire qui con lui nella capanna. Io gli dicevo: sono le streghe della pineta, che ti hanno fatto qualche brutto incantesimo. E lui ci credeva; e pregava Dio come un bambino perch lo liberasse dalla fattura. Una notte, poi, avvenne una cosa terribile. Era una notte di luglio, con la luna grande, ma faceva tanto caldo che a star dentro la capanna si soffocava. Io avevo una gran sete e chiesi a Giuliano, che gi s'era coricato, se potevo andare a bere alla fontana: lui non rispose, non dimostr alcun sospetto. Io vado, dunque: ci si vedeva come di giorno. E la disgrazia non mi fa incontrare alla fontana proprio Giuliano, il corto, il cugino di mio marito? Che male c'era in questo incontro? Lui, Giuliano il cugino, era il vero sorvegliante della pineta, e aveva il diritto e il dovere di venirci sempre che voleva. Ad ogni modo io lo scongiurai di andarsene: di andarsene subito. Avevamo finito appena di scambiare qualche parola quando un'ombra grande e nera apparve sotto i pini: io vedo ancora brillare come un occhio di fuoco, sento ancora un rimbombo come se mi spaccassero la testa con una scure, e vedo il piccolo Giuliano cadere lungo davanti a me con le braccia aperte come un ragazzo che corre stordito e inciampa e cade. Pazza di paura mi metto a correre ed a gridare:
- Hai ammazzato un cristiano: hai ammazzato il tuo fratello -. Perch sapevo bene ch'era stato lui, mio marito, a sparare. Era stato lui, s; l'ombra nera sotto il pino era lui. Quando mi sent gridare parve ritornare in s: non mi disse una parola, e neppure rispose alle invettive che io, rassicurata per conto mio, gli rivolsi piangendo. - Che hai fatto, gli dicevo, sciagurato che altro non sei? Adesso non ti resta che trascinare il cadavere fino al mare e buttarvelo con un macigno legato al collo. Altrimenti andrai in galera, per tutta la tua vita, come andrai all'inferno nell'altra.
Egli taceva; anzi chinava la testa e trascinava il fucile per terra come non avesse pi neppure la forza di reggerlo: tornati quass io mi buttai a sedere in questo punto preciso e continuai a piangere e lamentarmi. L'hai fatta la bevuta, stanotte, dicevo a me stessa; va l che l'hai fatta buona la bevuta, stanotte.
Giuliano non apre bocca; rientra nella capanna, chiude la porta, ed io non faccio a tempo ad alzarmi che sento di nuovo il rimbombo di uno sparo.
Egli si era ucciso.

La donna tremava ancora, nel ricordare: io partecipavo alla sua pena, ma sentivo che la storia non era ancora finita. Ella infatti riprese:
- L'altro non era morto: neppure ferito. Nel sentire il rumore della fucilata, indovinando di che si trattava, s'era buttato per terra fingendo d'essere colpito. Ed io avevo contribuito a salvarlo con le mie grida. Due anni dopo ci siamo sposati: ed abbiamo avuto anche tre figli: ma il Signore, che tutto vede e sa, ci ha castigato. I figli sono morti; uno dopo l'altro sono morti, quando gi cominciavano a parlare. E lui, Giuliano il piccolo, ha un'artrite alle gambe che non gli permette di muoversi. Lavora ancora da orologiaio: e fra tanti orologi che accomoda, che camminano, che egli guarda e smonta e avvicina all'orecchio, ogni tanto non fa che dirmi:
- Rosa, guarda che ora .

Cos la storia pare finita davvero: io per non mi contento:
- Rosa, - dico alla donna, chiamandola anch'io per nome come una vecchia conoscenza, - ditemi tutta la verit. La gelosia del vostro povero primo marito aveva ragione d'essere, non  vero?
Ella torn un'ultima volta a nascondersi il viso sul braccio, senza rispondere. E nel religioso silenzio del tramonto, in mezzo ai pini che ardevano sul cielo rosso come grandi torcie festive, il gemito dell'albero stroncato pareva uscire dalla capanna; ed era forse davvero il lamento di uno spirito non ancora placato.



"LA PRIMA CONFESSIONE"

Di dover un giorno o l'altro rivelare i suoi peccati a un uomo di Dio, non importava gran che alla Gina di Ginon il pescatore d'acqua dolce: i suoi peccati erano noti da una riva all'altra del grande fiume paterno, e lei non si curava di nasconderli; ma che dovesse confessarli proprio a don Apollinari, il nuovo parroco del paese, questo Gina non poteva concepirlo.
Don Apollinari era l'unico essere al mondo capace di destare in lei quel senso fra di paura, di soggezione e di ammirazione, che la spingeva a nascondersi come una lucertola fra i cespugli quando egli, col suo libro in mano, passava lungo l'alto argine del fiume. La persona di lui, che senza l'abito nero sarebbe parsa trasparente, tanto era sottile e bianca, sembrava a Gina quella di San Luigi disceso e uscito dalla sua cappella campestre: a volte non gli mancava neppure un fiore in mano: e i capelli rossi, se don Apollinari camminava a testa nuda, fiammeggiavano confusi con le nuvole infocate del tramonto.
Tutti, in paese, dicevano che egli era un santo, venuto a convertire la popolazione che negli ultimi anni, dedita solo a far quattrini e a mangiare e bere, si era dimenticata di Dio e della chiesa.
E Gina lo credeva benissimo: ma a lei i santi piacevano dipinti come quelli dei tabernacoli solitari aperti a tutti nei crocicchi delle strade campestri; i santi vivi le facevano paura, e il pensiero d'incontrarne uno le dava le ali ai piedi quando era costretta ad avvicinarsi alla chiesa arcipretale del paese.

Ed ecco un giorno don Apollinari apparve come un fantasma nero in mezzo ai pioppi del bosco lungo il fiume. E cercava di lei, proprio di lei, Gina di Ginon il pescatore d'acqua dolce.
Il pescatore s'era edificato in riva al fiume un'abitazione quasi stabile, fatta di tronchi, di assi, di rami e di stuoie di giunco: oltre ad una camera coi suoi bravi lettucci c'era un'ampia tettoia con tavole e panche dove alla festa i buontemponi del paese venivano a banchettare; e dietro l'accampamento non mancava una specie di cortile dove il bravo Ginon allevava le anatre selvatiche e alcune oche grosse e tranquille come pecore.
La Gina, orfana di madre, faceva da massaia. In principio veniva solo di giorno a portare da mangiare al padre e badare alle oche quando egli era alla pesca: poi col sopraggiungere della bella stagione aveva abbandonato del tutto la casa della nonna, per fermarsi nello stabilimento paterno. E avrebbe seguito Ginon anche nella pesca, se fosse stato in lei; ma essendole questo proibito, trovava da pescare per conto suo, con una piccola rete da gioco.
Protesa su una barca legata alla riva, era riuscita, dopo lunga e paziente attesa, a prendere uno di quei pesciolini che si chiamano gatti ed hanno proprio i baffi, quando il parroco apparve. Le anatre e le oche lo circondavano, ed egli si volgeva di qua e di l come per benedirle e conversare con loro. Vederlo e buttarsi in fondo alla barca a pancia in gi, poich in altro modo non poteva nascondersi, fu tutt'uno per la Gina.
- Egli se ne andr bene - ella pensava, chiudendo forte gli occhi e rattenendo il respiro. - Sar venuto a spasso e se ne andr. Non poteva trovare un altro posto? Non poteva proprio?
Passarono alcuni secondi. Ella sentiva la barca dondolare come una culla, e nel silenzio le anatre gracchiare sommesse, sempre pi sommesse, e infine tacere. Anche le anatre sapeva ammaliare, il prete, con le sue parole magiche.
- Forse se n' gi andato - ella pensava; ma sentiva ch'egli era l ancora; poich la presenza di lui spandeva un profumo misterioso attorno, come i pioppi che odorano di rosa.

D'improvviso la barca dondol forte, a lungo, avvertendo Gina che qualche cosa di straordinario accadeva.
- Bambina, - disse una voce che pareva venire di sott'acqua, - alzati.
Ella si alz, con gli occhi chiusi nascosti sul dorso della mano.
- Gi quella mano - disse la voce, adesso vicina ed intensa.
Gina lasci cadere la mano; e di fra le palpebre che si aprivano e si chiudevano spaurite vide don Apollinari seduto sull'asse, come Ges nella barca di San Pietro. Le mani e il viso di lui avevano il colore madreperlaceo dell'acqua corrente; degli occhi Gina non distingueva il colore perch non poteva fissarli coi suoi.
- Bambina, - egli disse, immobile come dipinto sullo sfondo arboreo della riva, - io sono venuto qui per cercarti. Tutte le altre pecorelle sono tornate all'ovile; anche tuo padre viene alla messa e s' accostato alla santa comunione. Tu sola fuggi via ancora, tu sola vivi ancora con le bestioline del bosco e della riva.  tempo che anche tu ti ricordi di essere cristiana.
Ella prese coraggio, ella che contrastava a tu per tu coi peggiori ragazzacci del paese.
-  ben quello che volevo dire, sior prevosto; non sono una pecorella, io.
- Brava, brava - egli disse contento; - allora mettiti l a sedere e discorriamo.

Ella si mise a sedere in faccia a lui; voleva dirgli: - Discorriamo pure, ma io a confessarmi non ci vengo, no -; la sua sfacciataggine per non arrivava a tanto; l'idea che egli in persona era venuto a cercare di lei la riempiva di orgoglio, e gi anzi il pensiero di offrirgli qualche cosa, fosse pure un uovo d'anatra, come si usa coi buoni ospiti, germogliava in lei.
- Gina, - egli disse, con le bianche mani giunte e bassa la testa, quasi fosse lei la santa e lui il peccatore, - da molto tempo io ti conosco e ti seguo. Tu hai gi dieci anni compiuti e ancora non sai n leggere n scrivere n, credo, dire il paternostro. Tu hai per compagni i peggiori ragazzi del paese, che ti insegnano le brutte cose, e imprechi e maledici anche tuo padre e quella poveraccia della tua vecchia nonna che non bada a te perch ha da combattere con troppe altre miserie. Per questo io sono venuto da te. Se tu vorrai, sar io il tuo vero padre; vieni in chiesa, ascolta le parole che io rivolgo agli altri bambini: ti sentirai un'altra. Verrai? Me lo prometti?
- S, s - rispose lei, riavutasi completamente. - E lei mi dar le immagini e le medagliette.
- Ti dar le immagini e le medagliette; ma tu, in cambio, alla notte ritornerai a dormire presso la tua nonna e non andrai pi coi ragazzi: e se loro ti vengono appresso scansali. Del resto anche loro adesso vengono in chiesa, e spero diventeranno migliori.
- Diventeranno migliori - ammise Gina: - uno no, per, perch  figlio del diavolo.
- Quale sarebbe?
- Che, non lo conosce? - disse lei sorpresa. -  Nigron, quello che porta il carbone. Egli viene di l - ella aggiunse, additando la riva opposta del fiume dove il bosco si eleva come una muraglia nera. - L c' il diavolo che fa il carbone con le pietre, e Nigron viene a venderlo con la sua barca nera.
Il prete non conosceva questo Nigron, che apparteneva ad un'altra parrocchia, e che del resto si tratteneva poco sulla riva dopo aver venduto la sua merce al rivenditore di carbone del paese: le parole di Gina quindi lo interessarono.
- Perch questo Nigron non pu diventare buono? E in che consiste la sua cattiveria?
- Egli ci ruba le anatre, e l'altro giorno mi ha bastonato; e dice che se io parlo d fuoco alla nostra casa. A lei, sior prevosto, lo dico, per - ella mormor in tono di confessione; poich sapeva che il confessore non pu riferire i segreti del penitente.
- Dimmi la verit, Gina: e tu hai fatto qualche dispetto al Nigron?
Ella chin la testa: poi disse, piano:
- Lui aveva legato la barca ed era andato a cercare il rivenditore che ancora non veniva. Io allora sono scesa nella barca ed ho buttato l'acqua sul carbone.
- Con questo hai forse fatto il suo interesse; - disse sorridendo il prete; - ad ogni buon fine lui dunque ti ha bastonato e in cambio dell'acqua ti ha promesso il fuoco. Ma dimmi un'altra cosa:  vero che anche tu non rispetti molto la roba altrui?
Qui era il punto difficile. Gina sent un intenso calore al viso e le parve che i suoi capelli divenissero rossi come quelli del prete: ma poich non si trattava di confessione in chiesa, fin con l'ammettere che pure lei non rispettava troppo la roba altrui.
- Quando vedo dell'uva la prendo: (la me piass tant!) - esclam, e fiss in viso il prete come per chiedergli: "E a lei l'uva non piace?". - Poi ho veduto delle pere grosse come la mia testa e ne ho prese due... Due sole, - conferm con l'indice e il medio tesi verso don Apollinari: e con un impeto di sincerit aggiunse: - e se mi capita piglio le altre.
- Tu le altre non le toccherai, - egli disse guardandola severo eppure sorridente: ma il sorriso gli mor sulle labbra, poich Gina faceva una smorfia che significava: "E chi me lo impedisce?".
- Ho rubato pure una gallina, - ella riprese quasi vantandosi delle sue prodezze; - ma l'ho lasciata andar via per paura che il babbo mi bastonasse: poi anche una scarpa, al mio cugino Renzo; ma questo l'ho fatto per dispetto. La scarpa l'ho buttata in acqua. Poi...
Qui veniva il grosso: lei stessa lo capiva e si ferm spaurita. Egli l'incoraggi:
- Poi? Di' su pure.
- Poi ho preso gli orecchini della nonna. Lei per crede li abbia presi Vica la gobba, quella che ruba dappertutto, e nessuno le dice niente perch se no porta sfortuna.
- Che ne hai fatto, di questi orecchini? - domand con sorprendente dolcezza il prete.
Ella taceva, piegandosi sulla sponda della barca come per cercare qualche cosa nell'acqua che vi si sbatteva lieve.
- Non li avrai buttati nel fiume, quelli: di' su pure. Che ne hai fatto, Gina?
Era strana la voce del prete: rassomigliava a quella dei ragazzi quando con altri compagni s'incoraggiavano a fare assieme qualche birbonata. Ella sollev la testa, senza sollevare la persona, e dopo una bestemmia disse:
- Mica li ho mangiati. Li ho nascosti.
- Dove li hai nascosti? In casa, o qui?
Ella si sollev di scatto: pareva che tutta la sua personcina protestasse per la dabbenaggine del prete, che la riteneva cos stupida da nascondere il furto in casa propria. E coi lunghi occhi di piccola tigre sorridenti di malizia crudele, confess il pi grosso dei suoi peccati.
- Li ho nascosti nella barca del Nigron.
Allora fu lui, il santo prete, ad arrossire di collera.
- Che hai fatto, Gina! - esclam con un estremo sforzo di dolcezza. - E se vengono ritrovati nella barca il ragazzo passer per essere un ladro.
- E non lo ? Lo , sicuro.
- Come sei cattiva - diss'egli allora, passandosi disperato la mano sui capelli ardenti. E sent che qui non c'era da procedere oltre con mezze misure. Si eresse anche lui sulla rigida persona e si rimise il cappello in testa. Anche la sua voce mut: e tutto parve nero e minaccioso in lui.
- Sei tu, e non Nigron, la vera figlia del diavolo. E se continui cos, egli, il diavolo, una sera verr a prenderti e ti condurr certamente alle foreste dell'inferno. Sicuro!
Questa bella promessa ebbe l'effetto desiderato. Gina impallid e torn a nascondersi gli occhi sul dorso della mano.
- Ti sai almeno fare ancora il segno della santa croce?
Ella si fece il segno della croce, ma con la mano sinistra: poi, atterrita dalla visione delle foreste dell'inferno, dove intorno ai cumuli di carboni ardenti migliaia di diavoletti simili al Nigron danzavano sogghignando, disse con una vocina di ranocchio:
- Verr... verr...
Voleva dire: verr a confessarmi: e non pensava che la prima confessione l'aveva gi fatta.



"IL LEONE"

Un tempo frequentava la nostra casa un giovine pittore, nostro lontano parente: bravo ragazzo, allegro, sano, ricco di casa sua e quindi disinteressato.
Anche troppo, disinteressato. Aveva, per esempio, la mania di far regali. Ogni volta che veniva a trovarci portava fiori, libri, disegni, scatole di dolci. Una volta mi regal un bel gatto soriano, un'altra un pacco di carta da lettere con tanto di stemma e di corona; prezioso dono del quale per non ho mai potuto approfittare per non andare incontro ad una accusa anche giudiziaria di abuso di titoli nobiliari.
Il peggio  che il nostro amico non voleva assolutamente essere contraccambiato, neppure con un modesto invito a pranzo; il che, a lungo andare, continuando egli nella sia pure inutile sua generosit, dava un certo fastidio. Si fu quindi quasi contenti quando egli part per un viaggio di studio in Libia. Per qualche tempo non si seppe nulla di lui; finch un giorno mi vedo capitare in casa un giovine servo arabo, tutt'occhi e tutto denti, che ha da consegnarmi una lettera urgente.
 il nostro amico che scrive:  ritornato dal suo viaggio, col bruno servetto, con un cavallo berbero, con un leoncino, e non so quante casse di tappeti e oggetti orientali. Annunzia una sua prossima visita.
- Adesso! - penso io spaventata. - Adesso mi riempie la casa di oggetti caratteristici e belli, ma dei quali farei molto volentieri a meno.

Il mio spavento si mut in terrore quando egli venne. Per la prima volta da che ci si conosceva, non portava nulla: solo mi annunzi che mi avrebbe pi tardi regalato il leoncino.
- Prima lo lascio crescere, poich ha bisogno di certe cure e di una educazione speciale, poi glielo porto. Vedr come  interessante e diverso dal come ci si immagina sia un leone.
- Senta, - dissi io garbatamente, - perch non lo regala meglio al Giardino Zoologico? Anche Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio ha fatto cos.
- Lasci andare. Lei parla in questo modo perch naturalmente ha paura che la bestia possa far del male.  un ridicolo malinteso attribuire qualit feroci al leone. Il leone  l'animale pi timido che esista, ed anche generoso. Molti esempi ce lo provano. Inoltre  lui che ha paura dell'uomo e non lo assale mai se non per difendersi. Da giovane, come il mio,  poi anche veramente bello di aspetto, e grazioso nei suoi giochi innocenti. Mi permetta di portarglielo; vedr, poi mi ringrazier. Lei che ama le bestie, che si diverte a osservarle e descriverle, lei che ha tratto inspirazione anche da una vile e ingrata cornacchia, vedr quante cose belle potr scrivere quando avr conosciuto il mio leoncino.
Parlava serio e convinto: convinta per non mi sentivo io, e quindi insistevo:
- Senta, la ringrazio molto; ma io non amo pi le bestie: non mi interessano pi. E poi non ho pi neppure voglia di scrivere.
- Queste sono storie. Io il leone glielo porto. Quando meno pensa, lei se lo trover in casa e non si pentir di accettarlo. Per adesso non parliamone pi.
E si parl di altre cose. Egli raccontava del suo viaggio, dei suoi lavori, delle sue avventure, del servetto arabo; io l'ascoltavo con attenzione, ma non mi sentivo tranquilla; poich tutti i suoi discorsi, ed anche il suo modo di esprimersi, un tempo limpido e lieto, adesso avevano una tinta di stramberia: quindi mi davano l'impressione che il sole d'Africa avesse non solo abbronzato la pelle ma anche sconvolto le belle qualit mentali del nostro amico; e la sua fissazione di portarmi in casa una belva feroce mi dava da pensare per s stessa.
Quando dunque se ne fu andato dissi alla mia domestica:
- Bada che quel signore io non voglio riceverlo pi. Se ritorna gli dirai che sono partita, ma che non sai per dove, n quando ritorner. O trova tu la scusa migliore.
Non le spiegai il perch, per timore ch'ella pi paurosa di me, mi scappasse di casa; ma il giorno dopo, con la scusa che i ladri cominciavano a visitare i nostri dintorni, feci mettere la catena di sicurezza alla porta, con l'avvertenza a tutti in famiglia di non aprire se non dopo essersi assicurati chi c'era di fuori.

Fortunatamente il pittore non si lasciava pi vedere. Sapevo che aveva stretto una relazione intima, con una bella signora, e nello stesso tempo preparava una sua importante mostra di quadri e disegni; speravo quindi che fra tante sue occupazioni l'amicizia per noi sbiadisse o magari si cancellasse del tutto.
Un giorno per egli venne in persona a portare i biglietti d'invito per l'inaugurazione della mostra, e la domestica, fedele alla sua consegna, non lo lasci entrare.
La sera stessa parecchie persone vennero a domandare notizie della mia salute. La mia salute era ottima, e non sapevo a che attribuire tanta premura in gente che credevo indifferente, quando la serva mi spieg:
- Sa, poich quel signore insisteva per sapere notizie di lei gli dissi che era gravemente malata.
- Facciamo gli scongiuri - dico io; ma realmente comincio a sentire un certo malessere quando so che la notizia si  rapidamente diffusa nella citt e fuori. Arrivano lettere e telegrammi di amici e parenti; i fornitori domandano alla serva se  vero che il Papa mi ha mandato la sua speciale benedizione: persino la signora X, che ce l'ha con me a morte per la sola innocente ragione che al suo giovine figlio scrittore di novelle i giornali non concedono un adeguato compenso, persino lei s'impietosisce e domanda se c' probabilit di salvarmi.
Di giorno in giorno la malattia si aggrava e si complica; e deve essere veramente eccezionale perch nessuno sa dirne il nome.
Poi il tempo e la primavera dissiparono il pericolo: lo strano fu che, dopo essere stata per venti giorni fra una vita e una morte immaginarie, io mi sentivo davvero come una convalescente, non felice per come lo sono di solito gli scampati a una penosa malattia. Tutto mi dava fastidio, specialmente lo squillo del campanello della porta. Non avevo pi voglia e forza di lavorare: seduta davanti allo scrittoio mi incantavo a guardare il bianco ciliegio che dallo sfondo azzurro della finestra mi porgeva i mazzi dei suoi fiori delicati; e respingevo quest'omaggio, domandandomi cosa c' dopo tutto di meraviglioso nel periodico ritornare della primavera. Passer di nuovo la primavera, passeranno e torneranno le altre stagioni; tutto va e viene, tutto  vuoto ed inutile. Sta a vedere che divento nevrastenica pure io. Avrei bisogno di scuotermi, con qualche cosa d'insolito che mi facesse soprattutto ridere: non mi divertono pi neppure gli acrobatismi del bel gatto soriano che scherza intorno a me, e penso piuttosto con rimpianto al leoncino rifiutato: la sua presenza regale, i suoi giochi pericolosi, lo scuotersi della sua criniera che deve ricordare il colore e l'agitarsi delle sabbie del deserto, sono certo pi interessanti dei salti di un gatto da salotto.
Ed ecco un pomeriggio, sul tardi, mentre ero sola in casa e non sapevo se sdegnarmi o rallegrarmi coi bambini che giocavano nella strada e suonando ogni tanto il campanello della mia porta mi procuravano la scusa di non andare ad aprire neppure a qualche probabile visitatore, sento un'automobile che viene gi di corsa rombando e si ferma sotto le mie finestre.
I bambini urlano. Poi silenzio. Poi sento che il pizzicagnolo di fronte abbassa la saracinesca del suo negozio; poi il grido di spavento di una donna; infine lo squillo insistente e violento del mio campanello.
Una disgrazia  certamente accaduta; qualcuno  andato sotto l'automobile, e si suona alla mia porta in cerca di soccorso.
Corro dunque ad aprire, e la prima cosa che intravvedo sono i bambini che fuggono; poi molte persone affacciate con curiosit ed inquietudine alle finestre alte.
Davanti a me, fresco, sorridente, in gambali e spolverina, col berretto in mano,  l'amico pittore. In mezzo alla strada c' l'automobile con dentro il leone.

A dire il vero il leone io l'avevo gi intravveduto, nel mio stesso presentimento. Quindi non ricordo di essermi spaventata e neppure stupita. O forse il coraggio mi era cresciuto in tutto quel tempo di noia e di meditazioni sulla inutilit dei nostri vecchi sentimentalismi e pregiudizi: fatto sta che spalancai la porta, e mentre invitavo il giovine ad entrare, guardavo in alto, verso i miei esterrefatti vicini di casa, pensando quasi con allegria ai loro commenti sui personaggi e le visite che io ricevevo.
Il giovine per non si decideva ad entrare.
- Ho condotto io la macchina e non posso lasciarla sola, capir, per quanto la gente non si avvicini.
Non era vero. Un operaio che passava in quel momento, con la giacchetta sulla spalla e fumando la pipa, s'era fermato a guardare; non solo, ma con tanta tranquillit che si tolse la pipa di bocca per sputare.
Anche il leone, per dire il vero, non dimostrava la tradizionale ferocia; non si agitava neppure come quelli dei giardini zoologici. Era davvero un leone straordinario, con gli occhi fissi e imbambolati di agnello, e la giubba, di qua e di l della faccia schiacciata, chiara e ondulata come una parrucca bionda: era infine un leone imbalsamato.
Rimase freddo e buono anche quando io mi accostai alla sua gabbia di lusso e gli accarezzai la testa; allora le donne di servizio, i bambini, il lattaio e il pizzicagnolo, e persino un vecchio prete e una coppia distratta di innamorati si accumularono intorno all'automobile, e tutti si rise come davanti alla baracca ambulante delle marionette.



"ACQUAFORTE"

Eri venuta ospite nostra una notte d'inverno, e delle notti d'inverno avevi il nero splendore. Solo un latteo chiarore circondava la tua grande pupilla, e quando il giorno era limpido, piegando da un lato e dall'altro la testa, tu fissavi il cielo or con l'uno or con l'altro dei tuoi occhi, quasi per riattingervi e rinnovarvi la luce.
Il tuo grido era allora di gioia: un grido boschivo che ricordava la serenit ombrosa delle foreste sui monti, e pareva rispondere a un lontano grido di gioia da noi non sentito.
Ma quando il tempo era scuro il tuo gracchiare selvaggio accompagnava la corsa insensata delle nuvole, lottava con l'assalto feroce del vento, e pareva una protesta contro l'uomo che ti aveva preso dal nido e mutilato le ali e la coda, riducendoti come una barca senza remi e senza timone, per renderti meglio prigioniera degli uomini e impedirti di volare e di mischiarti, elemento fra gli elementi, al movimento eterno dell'universo.
Eppure eri amica degli uomini, e, forse per ragioni di natura, di quelli pi elementari, pi vicini a te. Quando gli operai barbari e sensuali ti chiamavano dalla strada, tu rispondevi a loro, con un'altra voce tua speciale, pietrosa e risonante, che pareva l'eco delle alte grotte dove la tua famiglia si rifugia nei giorni scuri e freddi.
Ed eri amica anche delle persone in apparenza semplici, che si divertivano ad osservare i tuoi molteplici movimenti d'istinto; istinto di lotta continua che pareva un giuoco, come del resto  il gioco degli uomini; e traendone materia di riso, di studio, di deduzioni ricercate fin nelle pi profonde origini, non si accorgevano che, pure compassionandoti e ingozzandoti, ti trattavano crudelmente per il loro solo piacere.
Ma sopratutto eri amica di chi veramente ti amava perch eri piccola e distolta dalla tua sorte, o solo forse perch nella tua come nella sua pupilla ritrovava l'infinito mistero di Dio.
Illusione era forse anche questa amicizia: tu non sapevi con chi avevi da fare; non sapevi se io ero un uccello simile a te, o un albero, o una roccia: certo, per, tu rispondevi al mio richiamo, e salivi sul mio braccio e sulla mia spalla come sui rami di un albero rivestiti di musco.
Non per affetto ci salivi, ma perch ti era grato il tepore della mia veste e della mia carne; e per rubare le forcine dai miei capelli e arrotare il tuo becco sul mio pettine.
Ti divertivi a tuo modo, ed io a modo mio. La levit dei tuoi arti feroci, la carezza del tuo becco uncinato che, pi terribile di un doppio pugnale, pu introdursi nella carne viva per strapparne meglio ad una ad una le fibre sanguinolenti, il contatto con le tue piume tiepide, mi davano l'impressione di essere, pure curva sull'umile lavoro domestico, un pino slanciato nell'immensit della bianca notte estiva.
Per queste illusioni, anch'io, e non per te stessa ti amavo.
E se avevi imparato a rispondermi, se mi venivi sempre appresso e la mia camera alle altre preferivi, era perch io ti davo da mangiare, ti difendevo dai pericoli, ti permettevo di nasconderti nell'armadio come nelle tue grotte nate: ma io ti ero egualmente grata, per questo avvicinamento materiale, illudendomi che esso potesse svolgersi in amicizia umana.
- Se tu un giorno te ne andrai, - pensavo, - tu tornerai certamente, non fosse altro per i vantaggi che io ti offro.
Cos, dopo che tu avevi fatto il tuo bagno selvaggio, ti lasciavo il mio posto al sole, ti pettinavo col mio pettine.
E tu te ne mostravi grata; piegavi in avanti la testa e i tuoi occhi si riempivano di una luce che mi sembrava quasi di occhi umani. Era la tua volutt animale che ti faceva far questo; io lo sapevo, eppure mi illudevo che fosse la gratitudine.
E se un estraneo entrava nella mia camera tu lo beccavi, gracchiando; cos un cane fedele morde e abbaia se il padrone  minacciato. Perch facevi questo? Perch facevi questo anche contro il mite sarto dalle bianche mani insensibili, quando, inginocchiato sul tappeto come davanti ad una santa mi provava, senza toccare altro che la sua stoffa preziosa, il vestito di lusso?
Forse sentivi che anche lui, lui pi di tutti, era un mio cattivo nemico.
O era un'illusione mia pure questa; ma io ti volevo bene appunto perch mi creavi queste illusioni.
Da te ho tratto argomento di poesia; da te che sei, dopo il corvo, l'uccello il pi malvagio e sgraziato; la cornacchia nera: ma sei anche l'uccello che, dopo l'aquila, ama stare pi alto di tutti; la cornacchia dei campanili.
I bambini hanno riso nel leggere la storiella della tua prima fuga, quando ancora senza coda e senza ali, ma gi ingrata e irriducibile, fuggisti di casa, e invece di raggiungere il cielo sei finita in un sottoscala. Per te i grandi hanno pianto, leggendo la storia del servo che lungamente in segreto am la padrona insensibile e interessata.
Anche ieri un uomo mi disse di aver passato la giornata pi triste della sua vita confortandosi col leggere la storia del povero Fedele. Per questo ti volevo bene; perch producevi del bene.
Ed ora scrivo la tua terza ed ultima storia, non per gli altri, ma per me.
Io ti ho lasciato crescere le ali e la coda, per farti volare. Dicevo a me ed agli altri:  un delitto opporsi alla natura, fermarne il movimento universale, sia pure col tener prigioniera una cornacchia e proibirle di continuare la sua specie.
Ti facevo crescere le ali e la coda; e la natura mi aiutava nell'opera buona. Poich era il tempo degli amori e della cova dei tuoi simili; tempo di autunno, quando gli uccelli carnivori e predatori, che per procreare sdegnano il molle nido sugli alberi, si raccolgono nei ripostigli rocciosi, in alto, o sulle cime pi alte costrutte dagli uomini. Ti eri fatta bella; avevi perduto le prime piume; te le eri strappate tutte di dosso, e le nuove ti rinascevano meravigliose.
Dove tu passavi rimanevano i brandelli della tua prima veste mutilata; ed erano come ricordi di dolore e debolezza che tu buttavi via dietro di te. Le piume nuove riflettevano adesso, nere fino all'impossibile, i colori dell'iride.
Eri bella. O eri bello? Perch mai si  saputo se eri maschio o femmina. La testa era certamente di femmina, con le orecchie coperte da ciuffi di piume infinitamente piccole, e il resto da un casco di altre piume che a toccarle davano il senso della cosa pi morbida dolce e voluttuosa che esista sulla terra.
Forse eri femmina, perch preferivi alle donne deboli e sentimentali che ti dimostravano amore, i giovani dominatori ai quali obbedivi e ti sottoponevi.
Ma il corpo, o l'apparenza del corpo, era di maschio: mentre prima sembravi un D'Artagnan volatile, speronato, con la sola penna della coda fuori del corto mantello come la punta obliqua della spada audace, adesso, con le ali nere armoniose ripiegate sulla coda perfetta, davi l'idea di un don Giovanni moderno che col suo inappuntabile frak si dispone a recarsi ad un ballo di corte.
Per questo ti si voleva bene: per la tua elegante e ambigua bellezza. Anche quelli che non vogliono bestie nella loro casa, poich essi, per la loro civilt che ha raggiunto il punto piramidale della perfetta coscienza, si sentono definitivamente fuori dello stato animale, anch'essi ti volevano bene.
Poich la bellezza s'impone, come la pi pura emanazione di Dio.
Bellezza e fortuna. E tu rappresentavi anche la fortuna, come il gatto nero, come il doppio frutto venuto dalla Persia, come tante altre cose rare: fantasie orientali che si diffusero nei popoli, come il chiarore del sole, fino all'estremo occidente, e rinnovano il mito della Terra promessa.
E c'era chi ti sopportava solo per questo. Ma infine c'era pure qualcuno che ti voleva bene solo perch amava chi ti amava.
Per lungo tempo si parl di te, fra noi, come di un bambino alle sue prime prodezze, ed anche come oggetto di osservazioni profonde.
E vi furono dissensi famigliari per te; per l'acqua che sprizzava dalla catinella del tuo bagno; per il tuo intempestivo intervento sulla tavola apparecchiata, per i libri religiosi sul tavolino del credente che tu strappavi con furore pagano. Ma quando eri minacciata di castigo sapevi ben rifugiarti sulla mia spalla; e di lass irridevi tutto e tutti come dalla cima del tuo campanile nato.
Per tutte queste cose, e perch col metterti a dormire nel tuo rifugio notturno io salutavo il giorno passato in pace e in guerra, io ti volevo bene.
Per te, per difenderti dal tuo solo dichiarato nemico, altro ospite un tempo favorito, ho scacciato crudelmente di casa il bel gatto Tigrino.
E quando Tigrino  scomparso, probabilmente tramutatosi in lepre o coniglio sulla tavola dell'osteria accanto, ho sospirato oramai sicura della tua salvezza.
Perch tu gi cominciavi a volare e ricercare la tua libert all'aperto. Passavano le altre cornacchie, rompendo il silenzio dei primi freddi coi loro stridi d'amore.
E se il cielo era scuro e tu dovevi stare in casa ti agitavi come una piccola belva. Non potendo volare sugli alti pini, volavi sui letti e sugli scrittoi, facendo egualmente scempio dei libri e delle carte del credente, dello scienziato e dell'umanista.
Solo sulla tavola del poeta nulla trovavi; poich, come te, il poeta non possiede che le sue ali ognora crescenti, e la forza, a lui stesso misteriosa, conferitagli da Dio.
E, come te, ha la penna per becco e il nero lucente del suo calamaio; e queste sole sue armi le tiene nascoste per evitare ogni pericoloso disordine.
Un ordine nuovo tu l'hai portato anche nel resto della casa: hai costretto la serva a chiudere gli usci, e, poich volavi anche sui cassettoni, e vi rubavi gli oggetti preziosi, insegnasti a noi di nasconderli come si deve fare coi nostri sensi pi cari.
Ma quando tutto pareva sistemato, tu sei volata via. Dal balcone ti ho veduto volare sull'albero pi alto, donde mi salutasti col tuo grido di gioia: dall'albero sul tetto; e di l hai incrinato il chiaro cielo che si  aperto per raccoglierti.
Come la pupilla del moribondo sei scomparsa in alto e il cielo si  chiuso sopra di te.
Cos, d'improvviso, hai abbandonato la casa comoda e tiepida, il cibo sicuro, l'amore degli uomini; cos forse vola via dal carcere caldo e molle della carne e ritorna dove nulla esiste tranne il suo stesso sogno, l'anima nostra. Allora, Checcolina, piccola cornacchia cattiva, allora, posso dirti la verit, ho provato con te un senso di gioia e di liberazione: ti ho pure invidiato.
Ma quando sul cielo la sera si distese nera come una grande cornacchia morta inchiodatavi su ad ali aperte, ho pianto come un'amante ingiustamente abbandonata.
Sapevo di piangere non per te, e per la tua fuga, ma perch tu ti eri portata via un anno intero della mia vita, forse il migliore, con tutta la sua collana di giorni trascorsi in pace e in guerra: anno che non torner mai pi. E non c' morte che noi piangiamo come la morte di noi stessi.



"STRADE SBAGLIATE"

Nell'ampio e ordinato gabinetto del celebre frenologo, davanti all'imperiale figura di lui sta seduta, tutta protesa verso lo scrittoio che li separa, una signora ancora giovane ed elegante, ma il cui impeccabile (tailleur) col relativo gil bianco, sembra preso in prestito da una persona molto pi grassa di lei: il cappellino rosso contrasta con gli occhi azzurri spalancati e strabici, come la linea dei denti luminosi e intatti col viso scavato e ombroso di peli.
In un canto  seduto, rigido e con le mani incrociate sulle ginocchia unite, pallido e consunto come un martire gi morto, un uomo di mezza et.  il marito della signora. Egli ha gi ultimato tutte le pratiche per l'"internamento" di lei, e aspetta che il Grande Dottore interroghi la malata e l'accolga nell'Istituto che ha un fresco nome di Villa salutare e felice mentre la contadina che vi porta le uova di giornata la chiama semplicemente "(la pazzeria)".
- Dunque, cara signora, - dice con voce brusca e burlevole il salvatore delle menti naufragate, - lei mi racconter adesso, con calma, com' andata la cosa.
- Com' andata? Devo cominciare da principio? Da quando  cominciata la malattia? O prima ancora? Da quando ero bambina? Da dove devo cominciare, Albino? Da quando?
- Si rivolga a me, signora, non a suo marito.
- Ma  lui che deve dirmi...
- Ma chi  il medico qui? Io o suo marito? Dunque, stia buona: risponda a me. Quando  cominciata la sua malattia?
- Sono dieci mesi circa, s, dall'estate scorsa. Al mare. Mi hanno condotto al mare, capisce, mentre dovevano condurmi in montagna. Perch io sono nervosa, e sono nervosa perch tutte le cose mi sono andate di traverso, nella vita. Gi, sono figlia di un padre vecchio: era un dottore, mio padre, medico condotto in un paesetto sperduto di montagna: era un uomo intelligente, ma la solitudine e il contatto con montanari rozzi e idioti lo esasperavano. Allora beveva. Ed ecco che sono nata io. Egli lo sapeva, che dovevo nascere disgraziata; perch mi ha fatto nascere? Lo dica lei il perch. Lei che sa delle leggi fatali dell'eredit.
- Lasci l'eredit, signora. Neppure i polli credono pi, adesso, a queste famose leggi. E lasciamo in pace i morti. Mi parli di lei, e solo di lei.
- Di me? Ah, s, di me. Da bambina, dunque, anch'io sentivo la melanconia d'esilio che tormentava mio padre, e le esaltazioni di lui dopo che aveva bevuto. Allora egli parlava del mondo lontano, delle citt grandi, come di un paradiso conquistabile. Mia madre, ch'era del paese, scrollava la testa, e si rattristava. Ma era una debole anche lei: non sapeva opporsi alle sregolatezze del babbo e non sapeva sottrarmi all'influenza di lui. Cos io facevo una vita quasi animalesca, sempre fra i dirupi, a guardare le lontananze ed a cantare, a cantare; ma un canto esasperato che era come il richiamo a cose impossibili. Sognavo niente meno di sposare un principe, venire nella grande citt, ed essere sempre in festa, fra musiche, canti, danze, colori. Ma io l'annoio, dottore, io parlo male; ho la testa vuota e non so quello che dico. Io sono malata, molto malata, e lei deve compatirmi. E questo santo uomo di mio marito, Albino, le dir...
- Continui lei, signora, prego. Lei parla benissimo. Continui.
- Ah, dunque, non ricordo pi. Ho la testa come la volta di una cattedrale, grande, grande; e le parole vi rimbombano come il suono delle campane. Dunque; ah, s; sognavo un principe: e invece mi domand in matrimonio il veterinario. Era un bel giovane, alto, forte, che curava le bestie con affetto paterno: anche gli uccelli feriti, curava, anche i conigli e, mi ricordo, una volta, anche una tartaruga che noi si aveva nell'orto ed era caduta da un muraglione. Era buono, con due occhi che sembravano due margherite brune. Mi piaceva, adesso posso dirlo anche davanti a te, Albino; gli ho corrisposto in segreto; ma quando si tratt di sposarmi non ho voluto pi saperne. Mi vergognavo di lui, della sua posizione, del mio e del suo amore. Poi sei venuto tu, Albino: ti ricordi, Albino?
- Parla col dottore - ammonisce rassegnatamente il martire.
- Mio marito  ingegnere ferroviario: era capitato lass quando si costruiva la linea: ci si incontr, e la sola possibilit di andar via con lui, e la speranza di un avvenire luminoso, me lo fecero apparire subito come un inviato da Dio.
- O dal diavolo, via! - brontola il martire, con un sorriso nero.
- No, Albino, no, - comincia a spasimare lei, tremando e sussultando tutta come un'acqua ferma dentro la quale si buttano sassi, - non parlare cos. Zitto, zitto! Zitti tutti! Non mi date contro, non mi perseguitate. Una corda, piuttosto, una corda per strangolarmi.
- Calma, signora, calma.
Passato alquanto l'accesso che non  stato forte perch il marito non vi si  opposto, ella riprende:
- Ah, dunque, che cosa dicevo? Ah la mia testa  un mulino a vento; le mie braccia sono le ali. Vede come girano? Eppoi i sogni, dottore mio, i sogni orribili, nei brevi momenti di sonno. Dormire sarebbe guarire, ma i sogni sono l'inferno.  il castigo:  giusto. Io mi sono sposata senz'amore, e non ho voluto figli. Volevo divertirmi, godere la vita: e l'ho goduta. Ho avuto le cose che sognavo, i vestiti, le feste, le musiche, le amicizie che mi hanno stravolto la mente. Quelle donne del palazzo dove si abitava... Mi pigliavano in giro, si beffavano di me... Ero vestita come una contadina... Ma io ho voluto vincere. Sono andata dai grandi sarti. Albino mio marito, qui presente, povero amore, povero cristiano, Albino mi ha comperato la pelliccia e le perle... Ma non ero contenta; mai contenta. Leggevo le cronache mondane e invidiavo le dame dell'aristocrazia: loro sole erano felici; e mentre si davano le grandi feste, le prime rappresentazioni, i concerti di lusso, io mi rodevo, a casa, costretta ai lavori domestici. Ma in fondo sentivo di essere stupida e ignorante. Allora ho cominciato a leggere, a leggere, di giorno e di notte, chilometri e chilometri di pagine, in una corsa pazza nel mondo dell'impossibile. Anche libri di scienze, leggevo: volevo sapere, volevo spiegarmi il mistero di questa nostra vita senza meta e senza scopo. E la lettura riempiva in qualche modo il vuoto che era non fuori ma dentro di me. Allora mi riprese l'antica passione. Pensavo sempre al mio primo fidanzato. Albino  buono,  santo, ma  la realt fatta persona; quell'altro era il sogno, l'amore, la fanciullezza perduta. E ho voluto rivederlo. Lass. Aveva moglie e figli. Era grasso e invecchiato, con gli occhiali sporchi. Non mi guard neppure. Ritornai gi pi disperata di prima: Albino, povera creatura, faceva di tutto per distrarmi: i suoi guadagni se ne andavano per me. Io avevo gi il verme nel cervello: gli occhi mi si offuscavano. Dovetti smettere di leggere, e questo fu l'ultimo crollo. D'altronde neppure i libri m'interessano pi. Tutto  vuoto d'intorno a me, tutto  vuoto d'intorno a me, tutto  vuoto...
- Abbiamo capito, signora - dice il grande dottore, strizzando gli occhi con una certa malizia. E d'improvviso si solleva, ancora pi imponente, ed anche sulla sua testa ferina i grandi capelli d'argento pare si gonfino come le piume di un'aquila in collera. Eppure egli non  sdegnato: anzi sembra sul punto di ridere: forse ha trovato nella malata un soggetto speciale, e lo accoglie con gioia, come una fonte di nuovi studi. Volge l'orecchio verso di lei, per ascoltarne meglio la voce.
- Lei, signora, adesso risponder semplicemente alle mie domande. Lei quali sintomi, oltre quelli da lei vagamente indicati, sente? Ha palpitazioni, senso di soffocamento, freddo alle estremit?
- S, s - ella risponde con ansia. E maggiore  la sua ansia, maggiore  la soddisfazione di lui.
- Benissimo. Benissimo. Sente lei l'assenza assoluta di volont a vincere la sua angoscia?
- S, s... Ma mi spieghi lei, perch?...
- Le spiegher dopo. Sente lei...
E dopo il lungo interrogatorio egli spiega alla donna ansiosa il mistero della sua malattia.
- Lei crede di essere pazza, e la sua pazzia consiste nel credersi tale. Lei  come uno che ha lasciato la strada dritta e sicura per inoltrarsi in un'altra che gli pareva pi breve e piacevole. E invece si  smarrito;  in un labirinto boscoso e pietroso dal quale crede di non poter pi uscire vivo. Cadono le tenebre e il terrore aumenta. L'uomo corre, cerca tutte le uscite, torna indietro, si aggira intorno a s stesso, chiama aiuto, e il suono stesso della sua voce, gli sembra la minaccia di un nemico. S'egli si buttasse a terra e facesse una bella dormita, potrebbe, al ritornare della luce, rifare la strada percorsa e ritrovare la buona via. Invece no, corre ancora, nel buio, urla, si ferisce con le pietre e con le spine: crede di essere pazzo e lo  semplicemente perch si crede tale. Ma queste sono accademie. Lasciamole l.  meglio che io adesso, cara signora, le faccia fare un bel bagno caldo, poi la metto a letto per venti giorni. L ha tempo di ripensare ancora al suo bel veterinario il quale, poveraccio, in questo momento star a salassare qualche cavallo.



"MATTINO DI GIUGNO"

Quando i primi rumori della citt incrinano il silenzio antelucano e il cielo si apre bianco verdino come una fava fresca appena sbucciata, la madre di famiglia si sveglia; non del tutto per, poich  sana ed ancora giovane, e il dormiveglia dell'alba la possiede con tutta la sua mollezza serpentina.
Ma mentre il corpo si abbandona ancora a questo tradimento, lo spirito gi vigila e concede al suo compagno la breve sosta sul margine del sogno, come un interesse anticipato sul credito che quello sborser durante la giornata: poi al momento opportuno lo scuote e lo fa balzare. La madre di famiglia si alza, e fa la sua breve ma non trascurata toeletta:  come una corazza ch'ella indossa, per non pensarci pi ed essere subito pronta al combattimento quotidiano. Lasciato lo specchio ella non ricorda pi le sue sembianze: solo gli oggetti intorno e le persone care hanno oramai sembianze e vita per lei.
La finestra  aperta, e il verde viso del giardino sorride, riverso, alla padrona che lo guarda un momento dall'alto per scrutare da lui, pi che dal cielo, il colore del tempo. Se il giardino sorride e il primo sole dora le foglie della palma come quelle della domenica avanti Pasqua, vuol dire che la giornata  bella. Sia ringraziato dunque il Signore che ancora una volta manda sulla terra il dono divino di una bella giornata. Questa  l'esultante preghiera che la donna madre di famiglia ricambia in regalo a Dio.
Poi comincia a rifare la sua camera. La sua camera  grande, piena d'aria e di luce, ma arredata ancora all'antica, con mobili a colonnine, il letto matrimoniale ricoperto da una campagnola coltre bianca. Da questo letto ella ha esiliato in un'altra camera il marito, non perch non si vogliano ancora bene, ma perch egli russa, e la madre di famiglia ha bisogno di riposare la notte.
Rimessa in ordine la sua camera, ella entra in quella attigua, per salutare il suo sposo (da poco sono state celebrate le loro nozze d'argento) che in mezzo al caos degli oggetti intorno si fa la barba e risponde affettuosamente al saluto della sua compagna, a patto per ch'ella non metta neppure la punta di un dito nelle cose rimescolate e come fatte impazzire da lui.
Ella sa aspettare: i suoi occhi dicono agli oggetti:
- Pazienza, eh? Sapr farvi poi rinsavire e tornare a posto io.
C' da fare altro, intanto; ed ella va a picchiare all'uscio dei figliuoli che devono andare a scuola, e poi a svegliare la sua bambina. Odore di latte, di capelli folti, di fiore di vita,  nella piccola camera dove la bambina dorme e alla scossa e al richiamo della madre si sprofonda col viso sul guanciale come chiedendo aiuto al sonno perch non se ne vada.
Il sonno la tiene ancora, ma la madre  pi forte di lui e con le buone e con le cattive lo scaccia lontano. Allora la bambina torna d'un balzo alla gioia di vivere: rivolge il viso alla madre, e la madre ha l'impressione di vedere una rosa che sboccia sul cespo lucente. Ella non assiste alla toeletta della bambina, alla quale ha gi insegnato a vestirsi, a pettinarsi, a curare il tesoro di perle vive dei suoi denti nuovi: ha molto da fare e non pu indugiarsi in inutili tenerezze.
Ha molto da fare; specialmente in cucina. C' la serva, ma questa serva sembra piuttosto un figurino di mode, con le calze di lusso e l'aria svogliata di una principessa che  stata al ballo. Ha lasciato andare il latte sul fuoco e spolvera i mobili e i pavimenti solo dalla parte visibile: eppure la padrona non le dice niente: possono mai i timidi uccelli parlare con gli spauracchi delle vigne e dire loro: levatevi di l che ci vogliamo stare noi? La signora anzi cerca di evitare la "signorina" come un astro intelligente che gira al largo da un pianeta pericoloso.
E poi ha tanto da fare in cucina: prepara la tavola dove il marito e i figliuoli fanno colazione in piedi, pronti a volarsene via dal nido domestico: il buon pane quotidiano  gi l, e le bianche tazze vuote aspettano la gioia di essere riempite. La madre di famiglia beve solo una mezza tazza di latte, senz'altro, e pare lo faccia per dovere, come si trangugia una medicina, buona ma sempre medicina. E poi ha tanto da fare: ha da rimettere in ordine le cose ribaltate dalla serva, e cominciare il rito, davanti al fuoco violetto del gas, dei pasti domestici.
Si comincia dal caff: il caff, amico dell'uomo, suo sostegno e lieto consigliere finch l'uomo non ne abusa come fa con certi amici troppo buoni. La cuccuma balla sulla fiamma; le dita bianche e quasi infantili della signora stringono il cucchiaino come un fiore d'argento, e tutta la persona di lei  protesa sul nero abisso dal quale esala un aroma d'oriente che vorrebbe ubbriacare l'attenzione di lei. Ma non si lascia illudere; e quando il caff tenta di salire fino ad evadere dalla cuccuma, ella lo ricaccia dentro col cucchiaino, rimescolandolo fino a placarlo, pronta anche a sollevare il recipiente col pericolo di scottarsi.
Tutte le faccende vanno fatte cos, fuori e dentro di noi: ella lo sa, e forse ha imparato dalle dure lezioni della vita ad eseguire le cose pi semplici con attenzione e rischio di s stessi.
Del resto ella sente una certa poesia anche nei colori della cucina, e pi che poesia un senso pittorico, forse perch da fanciulla dipingeva fiori e nature morte, e faceva dei versi: tutta roba cancellata dalla gelida spugna dell'esistenza quotidiana.
Cos, il grido dell'erbivendolo gi nella strada le d l'impressione dei verdi orti con lo scintillio nero della terra irrigata e le macchie sanguinanti dei pomidoro: e il coscio d'agnello del quale ella taglia senza piet il garretto e il tendine sopra il ginocchio, per collocarlo meglio nella teglia d'arrosto, le ricorda i prati bianchi di margherite e la macchia rotonda del gregge cos immobile che da lontano sembra una piazza polverosa.
La teglia ben preparata  messa dentro il forno, e in breve si sente un lamento, poi una cantilena come di gente che preghi col solo soffio del suo cuore. Forse  l'offerta dell'agnello a Dio perch il sacrifizio della sua carne innocente ridondi tutto al bene dell'uomo.
E poich all'agnello arrosto deve accompagnarsi l'insalata tenera e fresca, la madre di famiglia scende lei stessa a coglierla nel giardino, dove la lattughella ondulata e rosea, con le conche delle foglie umide di rugiada e il cuore appena assalito dalla chiocciolina golosa, fa concorrenza ai fiori.
Se la donna avesse ancora il tempo di scrivere versi, ci direbbe forse come  dolce atto d'amore il piegarsi sulla terra e vederne da vicino le meraviglie: la pupilla iridata della rugiada, nel centro del fiore della fragola, vale bene la pupilla dell'occhio di un amante, con la differenza che questa vi tradisce, quella no.
Ma la raccoglitrice d'insalata non pensa pi a queste cose: pensa piuttosto che l'annata  cattiva, per il giardino: la siccit e il vento divoratore hanno devastato egualmente i gigli e i carciofi, e bisogna provvedersi di un doppio quantitativo d'acqua per tener vivo il luogo.
Questo non le impedisce di cogliere le ultime rose per rendere pi lieta, col loro colore e il loro profumo di giovinezza, la casa dove lei e i suoi cari vivono come un'anima sola.
Un vecchio mal vestito e col viso di ammalato, si ferma a guardare di fuori fra le sbarre della cancellata, e i suoi occhi hanno lo stupore invidioso di chi vede una cosa desiderata che non sar mai sua. La donna lo crede un mendicante e gli si avvicina per dargli una moneta: il vecchio solleva gli occhi lattiginosi e dice:
- Mi d una rosa?
Ecco la rosa: e nel piegarsi, la donna sente che porge ancora, all'eterno mendicante che  l'uomo vecchio, l'elemosina dell'illusione.
Ma adesso  ora di rientrare a casa: la sola palpabile realt della vita, il lavoro, l'aspetta: realt dalla quale, del resto, come dal tronco i rami, si slanciano pi vigorosi i sogni. Mentre la donna ricuce le vesti dei figli, l'avvenire dei figli le si presenta alla mente intessuto di fili d'oro: essi, i figli, ascoltano adesso la lezione dei maestri, ma domani saranno maestri anch'essi. La bambina  nella casa austera delle Suore, ma fra dieci anni sar nel giardino felice dell'amore.
E il lavorare per (essi) d alla necessit del lavoro la luce miracolosa del piacere.
Forza del rematore che conduce la barca, ardire del navigatore dell'aria che spezza il mistero dell'ignoto, non avete forse la stessa radice nella volont che guida la madre di famiglia a lavorare silenziosamente per il bene dei figli?
Quando questi ritornano, col peso dei libri e dei primi calori di giugno sulle giovani carni anelanti di cibo e d'aria, e si dispongono intorno alla mensa apparecchiata, il padre e la madre che hanno lavorato per loro e che li nutrono adesso del loro lavoro e del loro amore, possono sentirsi anch'essi, da umili eroi, vicini alla divinit.
Un'orchestra regale accompagna il modesto pasto. Sono gli usignuoli che cantano nel giardino.



"IL SIGILLO D'AMORE"

Da venti anni Adelasia di Torres viveva nel suo castello del Goceano. Gi la leggenda ve la diceva rinchiusa dal suo secondo marito, Enzio, il biondo chiomato bastardo di Federico II; ma in realt ella vi si era ritirata dopo la partenza di lui per le guerre d'Italia.
Bello, elegante, guerriero e poeta, Enzio aveva venti anni, e venti meno di lei; e sebbene sposandola si fosse incoronato Re di Sardegna, non poteva certo starsene quieto nella piccola reggia di Ardara, dove fino a pochi anni prima i patriarcali Giudici di Torres dettavano leggi e sbrigavano gli affari di Stato seduti sotto una quercia.
Egli era dunque partito, dopo soli due anni di matrimonio, lasciando suo Vicario donno Michele Zanche, e presso Adelasia, forse per sorvegliarla e spiarla, una giovine camerista tedesca che egli aveva portato, con altro personale di servizio, dalla corte paterna. Adelasia non amava questa donna, dall'aspetto maschio e dai piedi enormi; tuttavia la prese con s nell'esilio volontario nel castello del Goceano, e le affid la bambina, Elena, nata dalle nozze con Enzio.
Nella nuova dimora ella scelse, per abitarvi, le camere pi alte, e fin dal primo giorno s'affacci alla finestra dalla quale meglio si dominava la strada che dal castello scendeva alle terre del Goceano e si perdeva attraverso le valli del Logudoro.
Aspettava il ritorno di Enzio. E fin dal primo giorno vide alla finestra attigua la testa rossa quadrata di Gulna. Con la piccola bionda Elena fra le braccia, anche Gulna, la serva straniera, aspettava il ritorno del suo signore.

La strada, che ai piedi del colle roccioso di Burgos si restringeva quasi in un sentiero, arrampicandosi fra le pietre e i cespugli fino allo spiazzo del castello, era quasi sempre deserta: gli occhi tristi della Regina non cessavano tuttavia di fissarne le lontananze, e se qualche cavaliere vi appariva, il cuore di lei palpitava come quello di una fanciulla al suo primo convegno di amore. Ma il cavaliere era spesso un paesano che viaggiava sul suo ronzino, o un armigero in perlustrazione. Anche di notte, nelle chiare notti solitarie, ella si affacciava alla finestra; poi, sola nel suo grande letto vedovile, (vedeva) ancora la strada che ormai le pareva appartenesse alla sua stessa persona, come le vene delle sue braccia, come la treccia che le scendeva fino al cuore; la vedeva anche nel sonno, come si partisse dai suoi occhi e scendesse al mare, e attraversasse il mare, strada di desiderio e di vana speranza, fino a raggiungere il giovine sposo. E quando al mattino i lentischi e i macigni del sentiero brillavano di rugiada, a lei pareva di averli bagnati con le sue lagrime.

Un giorno finalmente un gruppo di cavalieri autentici anim la solitudine del luogo. Uno dopo l'altro salivano il sentiero: le loro vesti di velluto mettevano note di colore nel grigio e nel verde triste del paesaggio, le loro voci ne scuotevano il silenzio. Uno di essi domand udienza alla Regina. Gulna, insolitamente pallida, si pieg fino a terra davanti a lui, poi lo condusse senz'altro dalla sua Signora.
Era il Vicario, donno Michele Zanche. Giovane ancora, nero ed aquilino, egli zoppicava d'un piede, ma non nascondeva, anzi pareva esagerasse questo difetto, tanto sapeva di piacere egualmente alle donne. La fama, infatti, gi lo diceva amante della madre di Enzio, Bianca Lancia, concubina dell'imperatore, e la stessa Adelasia dimostrava grande simpatia per lui.
Infatti, nel riceverlo, s'era animata e fatta bellissima. I suoi occhi splendevano come i due diamanti del fermaglio che Enzio, il giorno delle nozze, le aveva allacciato sulla veste, fra seno e seno, per chiuderle il petto ad ogni altro amore che non fosse quello per lui.
E questi occhi vedevano, nel Vicario nero che aveva il viso rapace e lo sguardo nemico, quasi un messaggiero alato, biondo e bello come lo stesso Enzio: poich notizie di Enzio egli le portava.

- Il nostro Re sta bene. Combatte da prode e nelle soste si diverte e combina canzoni d'amore. Una  giunta fino a noi, e noi l'abbiamo imparata a memoria per ripeterla alla nostra Regina. La ripeteremo dopo aver parlato degli affari del Regno.
Parlarono degli affari del Regno, che andavano molto bene, sotto il vigoroso dominio di lui, soprattutto riguardo a lui, che vendeva favori e accumulava denari per conto suo: Adelasia approvava tutto, si compiaceva di tutto, ma il suo viso impallidiva come al cadere della sera. Poich ella pensava che i versi d'amore del suo Enzio non erano certamente per lei, e ch'egli forse non sarebbe tornato mai pi.

Eppure continuava ad aspettare, e le visite del Vicario le riuscivano crudelmente gradite. Rompevano in qualche modo il suo monotono dolore, e le notizie dell'infedele Enzio, anche dopo ch'egli s'era unito ad un'altra donna, le ravvivavano il sangue.
Donno Michele si divertiva a tormentarla, a vederla soffrire: un giorno per la trov fredda e insensibile come gi morta.
Anche lui, sebbene dentro si sentisse una letizia d'avvoltoio che piomba sulla preda, finse tristezza.
- Il nostro Re...
Adelasia sapeva gi la notizia, portata da Gulna. Enzio era stato fatto prigioniero in battaglia e chiuso per sempre in un palazzo di Bologna.

Da venti anni la Regina viveva nel castello del Goceano, e neppure le visite di Michele Zanche la interessavano pi. La figlia Elena s'era sposata e viveva lontano. Spento ogni raggio di giovinezza intorno a lei e dentro di lei, Adelasia viveva come in un lungo crepuscolo: tuttavia si sentiva sempre meno infelice, raccogliendosi e ripiegandosi in s come il fiore che nell'appassire si chiude intorno al suo seme.
Non usciva pi dalla sua camera, inginocchiata a pregare sotto il grande azzurro della finestra, e non voleva essere servita che da Gulna.
Gulna la serviva, premurosa, sebbene in apparenza sempre dura e fredda. Non parlavano mai. Solo, una sera, Adelasia sent il bisogno di confidarsi e raccomandarsi a lei. Era d'autunno e gi da qualche giorno la Regina provava un senso di languore e di stanchezza: non soffriva, per, anzi, sdraiata sul suo grande letto coperto di un drappo a fiori, le pareva di navigare, incorporea, in una atmosfera nuova. I primi venti di autunno avevano purificato l'aria, e dalla finestra il cielo appariva altissimo, con solo qualche nuvola d'oro e di scarlatto che ricordava alla Regina il colore dei tulipani e dei garofani di Persia che Enzio, nei giorni delle nozze, aveva fatto venire, con altre raffinatezze delle corti di oltre mare, alla semplice reggia d'Ardara.
Ricordi. Ricordi andavano, ricordi venivano, ma tutti oramai addolciti dal distacco, galleggianti anch'essi in quell'atmosfera irreale che circondava la Regina.
Gli stessi mobili, nella vasta camera gi vellutata d'ombra, mutavano aspetto; specialmente le grandi arche nere scolpite che racchiudevano il corredo di lei. Su una di queste la luce della finestra stendeva una patina d'argento; e i colombi, le palme, i fiori del melagrano, il calice sacro e la croce che vi erano scolpiti, prendevano, agli occhi di Adelasia, quasi colore e movimento.
Un sorriso rischiar anche le sembianze di lei, che avevano gi la marmorea serenit della morte.
Chiam Gulna. Gulna, che vegliava dietro l'uscio, entr, alta e nera, ma coi capelli rossi ancora fiammanti e gli occhi pieni di azzurro. Si pieg inchinandosi davanti al letto della Regina e attese gli ordini.
- Gulna, apri la cassa lunga, e fammi vedere il vestito di Enzio.
La donna obbed; nel sollevare il coperchio pesante dell'arca le grandi mani le tremavano alquanto, per la prima volta; poich per la prima volta la Regina aveva, in presenza di lei, chiamato il Re col suo dolce nome.
Un velo copriva le robe dentro la cassa: ella lo sollev e parve che il velo stesso del tempo si aprisse per lasciar risorgere il passato.
- Gulna, avvicinati alla finestra e fammi vedere bene.
Gulna obbed, lentamente traendo e spiegando contro luce i brani del fantasma luminoso. Erano le vesti di sposo di Enzio; e i loro colori rinnovavano nella grande camera triste quelli della festa nuziale.
Dapprima fu il giustacuore di velluto in colore del giaggiolo, poi un farsetto vermiglio che pareva di donna; i calzoni di maglia di seta verdone, e il berretto dello stesso colore; i calzari a punta ricurva, lo stiletto e la cintura: infine due ali scure si aprirono sul pallore della finestra: era il lucco del giovine Re.
Adelasia chiuse gli occhi prima che la visione sparisse; sent Gulna che rimetteva le cose a posto, le ricopriva col velo, chiudeva l'arca. Il passato tornava nella sua tomba, e adesso si spalancavano le porte del grande avvenire.
- Gulna - disse, quando la donna si fu ripiegata davanti al letto, - anche tu lo hai amato, anche tu lo hai atteso e pianto. Sei rimasta presso di me per respirare nel mio amore ancora qualche cosa di lui, ma soprattutto per obbedire a lui. Obbedisci ancora: sorveglia perch non mi si tolga dal petto il sigillo che egli vi ha fermato.
Si copr con una mano il fermaglio; l'altra porse alla donna che la baci piangendo.
Seicento anni dopo i due diamanti furono trovati nella tomba di Adelasia: il corpo di lei s'era disciolto, ma il suo amore viveva ancora.

FINE

Note:
[1] Il venerd son nato,
In un giorno di tribulazione;
Il cuore  di pietra viva,
E di acciaio temprato.
