Il nonno
di Grazia Deledda



INDICE
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Il nonno
Solitudine!
Novella sentimentale
Poveri e ricchi
L'apparizione
Ozio
Ballora
Il sogno del pastore
La lepre
Cattive compagnie
Il ciclamino
La medicina




"IL NONNO"

Da noi, in Sardegna, pi che il Natale si festeggia la Pasqua, e pi che la Pasqua la Pentecoste.
Il popolo sardo , per istinto, un popolo poeta, ma  un popolo molto povero. Per il contadino e per il pastore sardo il Natale rappresenta il colmo della miseria: anche la Pasqua non  allegra, ma in quel tempo si sa gi se la raccolta sar pi o meno abbondante: lo strozzino far pi credito, la raccolta delle olive  finita, i campi offrono gi, pietosamente, le loro erbe mangerecce. A Pentecoste, poi, l'orzo  quasi maturo e le greggie danno il loro maggior prodotto.  tempo di tosar le pecore, e di (marcare), cio segnare con impronta a fuoco le giovenche e i tori d'un anno. Questa ed altre semplici funzioni pastorali assumono un vero carattere di festa: le famiglie del pastore e del padrone delle greggie passano assieme la giornata, accomunate da uno stesso sentimento di gioia, e dal piacere sano che d a tutte le anime semplici e primitive il contatto con la sacra natura.

Io ricordo sempre con nostalgia queste feste semplici e caratteristiche, queste scene idilliache alle quali mi pare d'aver assistito in un'epoca remota, quasi in una vita anteriore, tanto sono lontane, tanto sono diverse dalle feste e dalle scene campestri che ci offre la civilt continentale. Quante di queste scene ho raccontato! Ma ne rimangono sempre in fondo alla mia memoria, come qualche canzone non ancora cantata rimane in fondo alla memoria del rapsodo errante. Ricordo, fra le altre, una scena un po' drammatica, un po' sentimentale, che si svolse durante una di queste feste campestri. La mia famiglia possedeva un armento, guardato da ziu Andria, un vecchio pastore che non ritornava quasi mai in paese.
La vigilia di Pentecoste ci recammo all'ovile per (marcare) le giovenche e i tori giovani. Con noi erano le nostre persone di servizio, e Nannedda, una nostra vecchia ex-serva, che conduceva con s un bellissimo bambino di cinque anni, gi vestito in costume.
Nannedda era una donna pietosa; una di quelle figure che s'incontrano ovunque ci sia un dolore da confortare. Io non posso figurarmi Nannedda senza vederla intenta a fasciare una piaga, a rivestire un cadavere, a confortare una donna tradita, a rappacificare due amanti. Tuttavia era una donna di carattere gaio, che spesso e volentieri trovava il lato ridicolo delle cose e delle persone.
-  un povero orfanello, senza padre: sua madre  malata, - ci disse, parlandoci del bambino che conduceva con s, - molto malata, e per di pi poverissima.
Il bambino, seduto in fondo al carro preistorico che ci trasportava, non pareva preoccupato della sua misera sorte. Con una fronda aizzava i buoi, rideva, gridava. Solo di tanto in tanto rivolgeva i suoi luminosi occhi neri verso Nannedda, la guardava fisso, poi scoppiava a ridere e nascondeva fra le manine il visetto rosso pieno di fossette. Era intelligentissimo. Il carro, sul quale sedevano solo le donne, mentre gli uomini precedevano a cavallo, proseguiva il suo lento viaggio attraverso le campagne verdi, incolte, deserte. La giornata era bellissima, un po' velata: le montagne verdi e azzurre sembravano vicine, sotto la linea bianchiccia dell'orizzonte. In lontananza si vedevano come dei fuochi pallidi, fiammeggianti tra il verde della brughiera: erano macchie di ginestra fiorite.
Il conduttore del carro, un piccolo contadino che pareva un etiope, additava col pungolo questo o quell'altro campo, e ne nominava i proprietar, dei quali raccontava vita e miracoli.
- Questa  la (tanca) di Prededdu Cara, - disse, mentre attraversavamo un pascolo popolato di piccole vacche nere, - quel giovine e ricco paesano ha sedotto la figlia di ziu Andria, quando questi, parecchi anni or sono, era suo pastore. La donna non era pi tanto giovine, anzi era piuttosto anziana. Il suo errore fu dunque pi grave: e ziu Andria non perdon. Non volle pi sentirla nominare.
Fra Nannedda e il conduttore del carro cominci allora una discussione molto interessante, ma troppo lunga per esser riferita. La donna affermava che il peccato d'amore  meno grave in una donna anziana che in una giovinetta. La giovinetta ha tempo di aspettare, di sperare: la donna anziana... non ne pu pi! Il conduttore diceva il contrario: le altre donne ridevano maliziosamente.
Intanto, dopo circa due ore di viaggio, si arriv sotto un bosco ancora profumato dai ciclamini. Ziu Andria ci venne incontro, ci salut, scherz con le donne. Non era poi cos burbero e selvatico come lo descrivevano: sembrava anzi un ometto allegro, ancora svelto per i suoi settant'anni, piccolo, scarno, nero, con una corta barba bianca, e due occhi neri vivacissimi sotto due folte sopracciglia bianche.
- Oh, oh, eravate poi accompagnate bene! - esclam, vedendo il bambino che lo fissava. - Non c'era pericolo che vi assalissero i ladri. C'era questo giovinotto. E il fucile, giovinotto? Neanche uno di canna, ne hai?  tuo figlio, Nannedda?
- Per oggi s - ella disse. -  figlio della tale.
E nomin la donna inferma. Il vecchio e il bambino fecero subito amicizia.
- Io voglio mungere le vacche - disse il bambino. - Io voglio vedere i tori: non ho paura, io: sono forte, io! Zia Nannedda mi ha detto che ci sono anche cinghiali, qui: voglio vederli: non ho paura, io.
- Be', abbiamo capito! - disse il vecchietto, battendo le mani. - Tu vuoi combattere con qualche cosa: ti daremo un pezzo di formaggio col miele, e tu lo distruggerai subito!
- Eh, quello me lo mangio subito! - rispose serio serio il bambino.
E cominci a correre di qua e di l, ed a frugare per tutti i buchi della capanna. Ogni tanto si avvicinava a ziu Andria, ed io li vedevo ridere e chiacchierare assieme.
Mentre le donne preparavano il pranzo, i pastori legavano le giovenche e i tori e li chiudevano uno per volta entro una specie di gabbia di tronchi. Ziu Andria arroventava la (marca), specie di sigillo con le iniziali del padrone, e la imprimeva rapidamente sul fianco delle povere bestie che al contatto rovente muggivano, si contorcevano, e appena slegate fuggivano leccandosi il pelo bruciato sul quale era rimasto impresso il nome del loro proprietario.
Il bambino guardava coi begli occhioni avidi spalancati, e quando le giovenche e i tori muggivano troppo forte, e spaventati fuggivano dalla loro gabbia di tortura, anch'egli si spaventava e si tirava indietro tremante.
- Come? - diceva ziu Andria. - Tu vuoi vedere i cinghiali selvaggi, e ti spaventi per cos poco? L'ho detto io: tu devi combattere con la pappa, o col formaggio e col miele! E dicevi che volevi restare con me nell'ovile e vigilare la notte contro i ladri!
- S, s, voglio restare con voi - grid il bambino. - Ma mi darete il fucile, il coltello, il bastone: ammazzer tutta la gente cattiva!
- Pochi allora resteranno vivi! - disse il vecchio, rattristandosi.
Di tanto in tanto Nannedda chiamava il bambino nella capanna, facendogli vedere qualche pezzetto di carne o di formaggio fresco.
L'omettino in costume correva dalla donna, ed io lo vedevo mangiare e ascoltare attentamente quanto ella gli diceva. Egli faceva cenno di s, di s; poi ritornava presso il pastore e ricominciava a chiacchierare. Quando ziu Andria andava a prendere le giovenche dal prato, il bambino gli correva appresso. Il vecchio fingeva di stizzirsi, e gridava:
- Tu mi fai perdere troppo tempo, giovinotto coraggioso! - ma lo prendeva per mano e lo conduceva con s.
Durante il pranzo il bambino sedette presso il vecchio: e ad un tratto chin la testina sulla gamba di ziu Andria e si addorment.
Nannedda s'alz, dicendo che voleva portare nella capanna l'omettino addormentato, ma il pastore disse:
- Lascialo qui, non svegliarlo. Quanto  bello!
E ogni tanto, mentre continuava a chiacchierare con la donna e con gli altri pastori, egli passava una mano sulla testina del bimbo e lo guardava con ammirazione affettuosa.
- Poich vi piace tanto, tenetevelo per figlio! - disse Nannedda. -  orfano di padre e fra poco lo sar anche di madre!
- Son vecchio e son povero per potermi permettere tanto - rispose ziu Andria.
- Per nipote, allora... - insinu la donna.
Il vecchio corrug le folte sopracciglia bianche; e la donna comprese i segreti pensieri che lo turbavano, e non insist nel suo scherzo.
Dopo il pranzo i pastori ripresero le loro faccende e le donne si sdraiarono sull'erba e si addormentarono. Anch'io feci lo stesso. Quando mi svegliai vidi il bambino, nuovamente vispo e allegro, in confabulazione con Nannedda. Ella gli diceva:
- Senti bene: fra poco ziu Andria avr finito, e verr a sedersi ancora sull'erba. Tu devi gettargli le braccia al collo e tenerlo stretto forte: poi devi dirgli: "Nonno, sono vostro nipote, voglio restare con voi!". Hai capito?
- S - rispose l'omettino.
Anch'io avevo indovinato tutta la commedia.
- Ma  possibile che il vecchio non conosca ancora il bambino? Non lo ha mai veduto? - domandai alla donna.
- Non lo ha mai voluto vedere - ella rispose. - Eppoi fino a ieri il bambino aveva ancora le sottanine: cos vestito in costume sembra un altro.
- Il vecchio e il bimbo si rassomigliano - osserv un'altra donna. - Io credo che ziu Andria abbia notato questo e dubiti di qualche cosa.
- Tanto meglio - rispose Nannedda.
E aspettammo, quasi ansiose. Gli uomini finivano di marcare le giovenche: ogni tanto ziu Andria chiamava il bambino.
- Non ti avvicini pi, ometto?
- No, venite voi; ho da dirvi una cosa - rispondeva il bambino.
E finalmente il vecchio s'avvicin.
- Ecco fatto - disse, sedendosi sull'erba. - Ora all'anno venturo! Beviamo augurando salute a tutti.
Bevettero: poi il vecchio domand al bambino:
- Dunque, che facciamo? Rimani o no? I ladri son gi tutti scappati da questi dintorni, sapendo che ci sei tu. Rimani?
Il bambino corse a lui: si volse, guard fisso Nannedda, poi abbracci forte il vecchio e gli disse qualche parola all'orecchio.
- Parla forte: son sordo.
- Nonno, sono vostro nipote e voglio restare con voi!
Ziu Andria divent rosso, quasi livido; poi impallid. E cerc di respingere il bambino; ma questo lo teneva stretto e rideva, rideva.
- Ah! Me l'hai fatta, vecchia strega! - grid il vecchio, minacciando Nannedda con una mano, e con l'altra stringendo a s il nipotino.
La donna si mise a piangere, cosa che del resto le accadeva molto spesso. Anche gli occhi del vecchio si riempirono di lagrime.
- Perch piangete, ora? - domand il bambino. - Avete paura dei ladri, ancora?
- S, ho veduto un cinghiale, l, lontano: ho paura, ho paura! - disse ziu Andria, stringendolo a s.
- Aspettate, ora vado e lo ammazzo; non piangete pi!
- Eccolo, eccolo davvero, il cinghiale: eccolo che viene qui! Corri, ammazzalo, Boborddu! - grid un pastore; ma l'omettino spavaldo cominci a strillare spaventato, stringendosi al vecchio che oramai non lo lasciava pi.



"SOLITUDINE!"

Sebiu, il guardiano del carbone, sonnecchiava e sognava.
Gli pareva d'essere a casa sua, nella piccola cucina oscura, dalla cui porticina si scorgeva lo sfondo di un cortiletto umido e triste. Sua moglie, curva sul focolare, arrostiva sulle brage una focaccia di farina e di formaggio fresco. Sdraiato sulla bisaccia di lana, grigia e nera, morbida come un tappeto, egli contemplava sua moglie con passione, e pensava che dunque la malattia di lei e l'ordine del dottore di star separati almeno per qualche mese, finch lei non guariva, tutto era stato un brutto sogno.
Nel sogno egli ricordava di essere partito una sera, ai primi d'aprile, e d'aver accettato il posto di guardiano nella piccola baia Delunas, tanto per obbedire all'ordine del medico. Come fosse ritornato a casa non ricordava. Si sentiva felice come nei primi giorni del suo matrimonio.
Ella era l, davanti a lui, sana, fresca, amorosa: egli la guardava con desiderio e fremeva.
- Potti, vieni qui... Manda al diavolo quella focaccia! Vieni qui: ho da dirti una cosa...
Ella per fingeva di non sentirlo: le premeva pi la focaccia che l'invito di lui.
Egli cerc di sollevarsi, ma non pot: stese le braccia e gli parve che le sue dita, semiparalizzate da un intenso formicolo, vibrassero a un tratto come corde metalliche.
- Pottoi! Aiutami. Che ho?
Allora la donna parve spaventarsi. Lasci la focaccia e gli si avvicin: ma quando si accorse che egli aveva le mani e la faccia tinte di carbone non volle toccarlo. Egli rimase cos, a lungo, supino, con le braccia tese e le mani e i piedi agitati da un formicolo doloroso: sua moglie, svelta e bella nel suo costume giallo e violaceo, lo guardava dall'alto, coi suoi occhi grigi, carezzevoli, e rideva. Il suo viso bianco e rotondo, pieno di fossette, le sue labbra sporgenti, i suoi occhi socchiusi e voluttuosi provocavano maggiormente il giovane marito. Egli fece uno sforzo estremo per sollevarsi, e si svegli. Davanti a lui, nell'apertura della capanna, biancheggiava il quadro melanconico di cala Delunas. La luna cadeva sul mare grigiastro: i mucchi del carbone si disegnavano come piccole piramidi nere sullo sfondo chiaro della spiaggia.
Del suo sogno non rimaneva che la bisaccia, filata e tessuta da Pottoi. Egli cerc di riaddormentarsi, ma ad un tratto, tra il frusco ininterrotto delle onde, ud un grido lamentoso. Da prima il grido parve venire dal mare; poi tacque, ricominci dietro le piramidi nere, tacque di nuovo, risuon ancora in lontananza, fra le macchie e le paludi.
Sebiu trasal: ma poi si ricord che la primavera s'inoltrava.
-  il cuculo! - pens.
Si riaddorment e ricominci a sognare. Gli pareva d'essere vicino alla stazione ferroviaria del suo paese: udiva il rombo del treno in arrivo; udiva un fischio prolungato, stridente, un suono di catene, di campane, di martelli, di cui l'eco ripeteva la vibrazione metallica. Ma invece del treno arriv il veliero che ogni luned caricava il carbone a cala Delunas. I marinai, neri come zingari, fissavano gli occhi lucenti sul volto del guardiano e facevano smorfie indecenti. Egli si svegli ancora di soprassalto.
La luna tramontava sul mare d'un grigio violaceo, rossa come una falce insanguinata.
Per un momento, stordito e disgustato dal sogno, il guardiano fiss gli occhi appannati davanti a s, sulla distesa degli scogli rossastri alla luna.
Era sveglio, ma sentiva ancora, oltre il frusco delle onde, i fischi, il rombo, le campane, il canto del cuculo. Gli pareva che un treno passasse al di l delle macchie, nella strada provinciale.
Si port i pollici alle orecchie, se le chiuse, un momento, e si accorse che i rumori erano dentro la sua testa.
- Sta a vedere, diavolo, che prendo le febbri. Mi manca solo quello! - disse a voce alta, mettendosi a sedere. E scosse le braccia, aprendo e chiudendo le mani ancora tormentate da un intenso formicolo. Allora egli ebbe paura. Non era mai stato malato.
- Proprio ora! No, no, Sant'Eusebio mio, no, no!
S'alz e usc fuori dalla capanna. La notte, dolce e tiepida, sembrava una notte di giugno.
Dietro la capanna si stendeva una landa rocciosa e paludosa, coperta di macchie selvagge, e chiusa, in lontananza, da una linea di colline grigie, che erano come le prealpi dei monti lontani.
Il mare selvaggio delle coste orientali dell'isola, agitato, verso la spiaggia, anche nelle notti serene come quella, si sbatteva contro le roccie della landa, non contento di coprire e sorpassare gli scogli lunghi e levigati, che all'ultimo barlume della luna parevano grossi pesci neri e rossastri abbandonati sulla spiaggia.
Sebiu, dopo aver fatto un giro attorno ai mucchi di carbone, si ferm un momento sotto una specie di tettoia di frasche e di rami, che sorgeva dietro la capanna. Gli pareva d'udire un passo d'uomo, rapido e furtivo. Egli non aveva paura che venissero a rubargli il carbone, merce di poco prezzo: ma sotto la tettoia s'ammucchiava una grande quantit di sacchi vuoti, e non era la prima volta che qualche ladro tentava di impadronirsene.
Sebiu dunque stette in ascolto, sporgendo la testa fra i rami della tettoia e aguzzando lo sguardo fattosi improvvisamente selvaggio. Dal suo posto vedeva un tratto di spiaggia ove le macchie della landa arrivavano fin quasi agli scogli. Sulle prime egli non vide altro: ma dopo qualche minuto gli parve di sognare ancora. Vedeva avanzarsi fra gli scogli un frate alto e magro, a capo scoperto, con la tonaca sollevata sulle gambe nude. Pareva che la strana figura uscisse dalle onde. La sua testa, circondata da una folta capigliatura arruffata, si disegnava, grossa e fantastica, sullo sfondo del mare. Sebiu gli corse incontro: il frate si ferm e lasci cader la tonaca sulle gambe nude: tremava e batteva i denti, e disse con voce debole e ansante:
- Dio sia lodato. Dov' la strada?
Prima di rispondere, Sebiu, lo squadr da capo a piedi.
A prima vista, al chiarore equivoco della luna, il frate sembrava un uomo ancora giovane e vigoroso. Ma tra il nero dei capelli abbondanti e il grigio della lunga barba, il poco di viso che si vedeva, e cio la fronte rugosa, gli occhi infossati e il naso schiacciato e molle, davano l'idea d'una maschera di cartapecora, gialla e pesta.
Sebiu, che aveva fatto molti mestieri e si credeva un giovinotto furbo, cap immediatamente che il frate era un uomo travestito, forse un malfattore in fuga, inseguito dopo un crimine.
- Lodato sia Dio! - disse con voce ironica. - E che cercate da queste parti?
- Ho smarrito la strada. Sono andato gi fino al mare... Cristiano... cristiano... dov' la strada?...
- Eccola, dietro il carbone:  la strada dei carri, che va fino allo stradale di Siniscola.
Senza dir altro il frate, che invece di sandali calzava certe scarpine di feltro che Sebiu aveva veduto agli uomini di Oliena, fece alcuni passi: ma a un tratto parve inciampare e cadde, lamentandosi con un gemito selvaggio. Il guardiano prov un impeto di piet e non pens ad altro che ad aiutare lo sconosciuto.
Lo aiut a sollevarsi, e s'accorse che la tonaca del frate era tutta umida. Istintivamente si guard le mani e le vide macchiate di sangue.
- Uomo, siete ferito! Dove andate, che siete mezzo morto? - grid, asciugandosi la mano con la falda della giacca di fustagno. - Dove siete ferito? Qui, al fianco?
- Sono caduto... No... L... Uno sconosciuto mi ha ferito... Venivo da Bitti... Mi hanno rubato la bisaccia... tutto... Erano due... no, tre...
- Abbiamo capito; siete frate come lo sono io. Be', non importa; siamo cristiani entrambi.
S'erano intanto riavvicinati alla capanna. Il frate batteva i denti e pareva dovesse di nuovo cadere. Il guardiano, che lo sorreggeva, lo aiut ad entrare nella capanna ed a sedersi sulla bisaccia di lana; poi si volse e diede fuoco ad alcune fronde di lentischio ammucchiate sopra la cenere del focolare. La fiamma crepitante illumin la piccola capanna conica, tanto stretta che i due uomini ci stavano a mala pena, e il cui arredamento consisteva tutto nella bisaccia stesa per terra, in una brocca e in un cestino di canne posato sopra una pietra.
Il frate gemeva, con un lamento cos rauco e ansante che Sebiu fremeva di piet. Tuttavia, quando ebbe finito di accendere il fuoco e si volse, egli non pot fare a meno di ridere. Il frate stringeva fra le mani la sua barba e i suoi capelli: pareva se li fosse strappati in un impeto di dolore, e ancor prima che l'altro si fosse rimesso dalla sorpresa, li butt sul fuoco. Sotto il grosso batuffolo grigio e nero la fiamma s'abbass, poi divamp pi alta; un odore di peli bruciati si sparse fino alla spiaggia.
Sebiu rideva come un bambino. Il frate s'inginocchi e cominci a levarsi la tonaca.
- Aiutami, figlio mio... Brucia anche questa: se no... se no... Sono un uomo morto, figlio mio...
- Malanno! Non ti vorrei per padre! - pens il giovine: ma cess di ridere, e lo aiut a spogliarsi della tonaca, levandogliela su per la testa, come una camicia. Allora, al posto del misterioso frate, apparve un paesano, vestito con un costume nero, da vedovo. Era vecchio, sbarbato e calvo: la bocca livida e rientrante e le guancie infossate, giallastre, parevano quelle di un cadavere.
- Eccovi scorticato, buona lana! - disse Sebiu fra s, e nonostante le preghiere del ferito, invece di bruciarla, attacc la tonaca ad un piuolo, ricordandosi che quando era pastore faceva altrettanto con le pelli dei montoni appena scorticati. Poi si curv di nuovo e aiut l'uomo a slacciarsi le vesti, macchiate di sangue.
- Su, coraggio! Un vecchio arzillo come voi non deve spaventarsi per cos poco. Ne abbiamo viste, eh? E quegli uomini... Quei due o tre, dunque, son fuggiti? Di che colore avevano i baffi? Siete nuorese, buon uomo? Oh, ecco qui: avete la spalla tutta rovinata;  ferita di coltello? Brava gente i nuoresi, vero?...
- Di coltello... di coltello, s! Ahi, ahi, piano, cristiano! Sono un uomo morto! Piano! Sono morto!
- Se foste morto non gridereste cos! Su, coraggio! Mettetevi gi: vi fascer.
Fasciare! Era presto detto: nella capanna non v'era uno straccio. Sebiu per non perdette tempo a guardarsi intorno. Si lev la giacca e il corpetto (egli aveva abbandonato il costume per economia) e si lev la camicia bianca, abbastanza pulita. Il suo dorso bianco ed agile come quello di un adolescente, ebbe, al chiaror della fiamma, come un riflesso di marmo. Per far presto, egli stracci la camicia, aiutandosi coi denti; con una delle maniche form una specie d'impacco sul quale vers l'acqua della brocca, e in pochi momenti lav e fasci la ferita, che tagliava profondamente la carne intorno alla scapola sinistra del vecchio.
- Ora vi dar un po' d'acquavite - disse poi, estraendo un fiaschetto dal cestino. - State tranquillo, su, state allegro!
Ma, nonostante questo consiglio, il ferito batteva i denti e piangeva. Sebiu gli sollev la testa e gli mise il fiaschetto sulle labbra.
- Su, su, coraggio! Domani mattina potrete andarvene: su!
Il vecchio singhiozz e bevette: per un attimo parve rianimarsi, e tent anche di alzarsi, balbettando:
- Ora... ora vado... Ti mander una camicia nuova... Io non ho che camicie da paesano, ma... mia figlia... te ne cucir una... una...
Si sollev alquanto, fissando il guardiano con le pupille dilatate; poi diede un lungo gemito e si pieg sul fianco.
- Oh, oh, uomo, che fate? Ora sto fresco! - grid Sebiu.
L'uomo sembrava morto: dopo qualche tempo rinvenne, ma non parl pi, assalito da una febbre fortissima. Rassicurato alquanto, Sebiu gli si sdrai a fianco, domandandosi che cosa doveva fare. L'indomani, luned, arrivava il veliero per il carico del carbone; egli non poteva abbandonare il suo posto, e d'altronde aveva paura di tradire il ferito, il cui scopo, evidentemente, era quello di nascondersi.
- E se muore qui? E se, come pare, ha commesso qualche mala azione, in seguito alla quale  stato ferito? Lo ricercheranno, lo troveranno qui, ed io passer per complice! Proprio benissimo! - pensava: ma l'idea di denunziare il vecchio neppure gli sfiorava la mente.
All'alba vegliava ancora: gli pareva che il ferito, che ansava e gemeva, gli comunicasse la sua febbre. Stanco e assonnato, si alz, e di nuovo and a vagare intorno ai mucchi di carbone... Sul mare solitario si stendevano come dei grandi veli color di rosa: alcune onde s'avanzarono ancora fino alle roccie, sotto il rialzo ove sorgeva la capanna, ma ora la spiaggia, intorno alla cala, appariva scoperta, scintillante di conchiglie e di perline. Sotto il cielo roseo la landa melanconica si svegliava: le paludi riflettevano il colore del cielo, sulle macchie umide svolazzavano gli uccelli ancora silenziosi. L'odore aspro del musco degli scogli si fondeva col profumo del mentastro.
Al sorgere del sole, sul cerchio infocato che univa il cielo al mare, apparve un punto grigio. Era il veliero. Nello stesso tempo, sulla striscia bianca dello stradale apparve un punto nerastro: era il sorvegliante, che veniva per la consegna del carbone.
Sebiu, inquieto e incerto, prese due sacchi dalla tettoia, rientr nella capanna e copr il ferito.
Mentre toglieva la tonaca dal piuolo, con l'intenzione di piegarla e nasconderla, da una delle maniche vide uscire e cadere al suolo una cartolina postale, piegata e sciupata. Si affrett a raccoglierla, e la lesse; ma la cartolina conteneva poche frasi insignificanti, firmate da un nome di battesimo. L'indirizzo era chiaro, scritto a grossi caratteri:

(Al signor Onofrio Sanna
possidente
Suelzi.)

Per alcuni momenti egli tenne in mano la cartolina, guardandola con inquietudine e diffidenza. Un'idea gli passava in mente, ma il timore di commettere una cattiva azione lo rendeva incerto. D'altronde che fare? Egli era quasi sicuro che il vecchio dovesse morire da un momento all'altro.
Sembrandogli di sentire i passi del cavallo del sorvegliante, si decise: con un lapis scrisse alcune parole sotto l'indirizzo della cartolina, la ripieg, la chiuse entro una busta sgualcita e la indirizz:

(Alla famiglia del signor Onofrio Sanna
Suelzi).

Poi usc e and incontro al sorvegliante.

Il sorvegliante era un ometto calvo, rosso in viso: per un (tic) nervoso, ammiccava continuamente con uno dei suoi occhietti grigi. Vestiva in costume, ma aveva modi signorili. Sebiu lo considerava come un uomo colto e furbo, tuttavia riusc a distrarlo, tirandoselo addietro di qua e di l per la spiaggia, senza mai lasciarlo avvicinare alla capanna, mentre l'ometto si divertiva a stuzzicarlo, parlandogli di Pottoi e scherzando a proposito della loro forzata separazione.
- Ieri  stata a messa - diceva, e col suo continuo ammiccare pareva accennasse a sottintesi maliziosi. - Sta molto meglio:  bella e fresca come un fiore. Persino il vicario, nel celebrare la messa, si volgeva a guardarla.
Sebiu sospirava.
- Ma sta meglio davvero?
- Ti dico, in mia coscienza, sta benone. Mi ha incaricato di dirti che se tu tardi a ritornare... verr lei da te!...
Sebiu non credeva a questo scherzo, ma per deferenza al sorvegliante fingeva di stizzirsi e protestava.
- Pottoi vuol venire qui? Che venga pure, se non  contenta del suo malanno. Si buscher le febbri.
- Ma che febbri, ma che febbri! Se questo  un luogo sanissimo! Con l'aria del mare!...
- Intanto son var giorni che io mi sento poco bene. Ho il capogiro, ho sonno: la mia testa  diventata un molino.
Il sorvegliante lo guardava, e ammiccava.
- Sai che male  il tuo?  il male dei gatti a primavera. Lascia venire tua moglie!
- Zio Efis! Non dite questo! - protest di nuovo Sebiu, ma arross lievemente.
- Andiamo a tirar fuori i sacchi - disse l'ometto, avviandosi alla tettoia.
- Due sono nella capanna: mi occorrono perch la notte ho freddo.
- Tua moglie... potrebbe riscaldarti... - ripeteva il sorvegliante, smuovendo i sacchi.
Ma Sebiu non aveva voglia di scherzare. Col pensiero stava sempre l, accanto al suo pericoloso ospite. Parecchie volte, mentre i marinai che servivano anche da facchini, caricavano il carbone sul veliero ancorato nella rada, egli entr nella capanna e sollev timidamente i lembi del sacco. Ogni volta credeva di veder morire il vecchio, che non si muoveva n si lamentava pi.
Nel pomeriggio il sorvegliante part. Sebiu gli consegn la lettera "alla famiglia di Onofrio Sanna" pregandolo d'impostarla appena giunto in paese, e lo incaric di dire a Pottoi che gli mandasse uova e latte.
Il veliero non partiva fino al tramonto: i marinai per non scendevano pi a terra. Dalla spiaggia Sebiu li vedeva muoversi fra le corde, le vele, i grandi cestini del carbone, agili e selvaggi come negrieri, e li sentiva parlare con un linguaggio che egli non riusciva a capire. Quando prepararono la zuppa, il capitano, un vecchio ligure dal volto e i capelli color d'arancia, invit coi gesti Sebiu a prender parte al pranzo. Il guardiano rispose di no; e si tocc la fronte e il polso, accennando che aveva la febbre.
Allora il capitano gli mand con un marinaio una scodella di zuppa. Sebiu l'accett con riconoscenza, ma preg il marinaio di lasciargli la scodella: avrebbe mangiato pi tardi.
Egli pensava sempre al ferito: voleva conservare la zuppa per lui. Rientr e sollev il sacco; e con meraviglia vide che il viso del vecchio aveva ripreso il colorito naturale: la febbre era quasi cessata, il ferito dormiva. Le ore passarono; il veliero part verso sera, spinto dal vento favorevole: e il guardiano, rimasto di nuovo in compagnia del suo ospite misterioso, riusc a fargli sorbire qualche cucchiaio del brodo dei marinai e qualche goccia d'acquavite. Durante la notte la febbre riassal il ferito che delirando parlava del suo cavallo, di una bisaccia colma di frumento, e pregava una donna, Marianna, di bruciare la tonaca.
Il giorno dopo arrivarono i carri del carbone, e Sebiu rimase tutto il giorno nella spiaggia. Un giovinotto gli consegn una bottiglia di latte e le uova mandate da Pottoi, e alcune pastiglie di chinino inviategli dal sorvegliante. Egli prese il chinino, ma continu a sentire un ronzio e dei fischi entro le orecchie, e a momenti gli pareva che il mare e la landa avessero la stessa ondulazione e la capanna si movesse come una barca.
Il ferito migliorava. Al terzo giorno, verso sera, la febbre cess, ed egli parl d'andarsene. Pur dichiarando a Sebiu una viva riconoscenza, non gli disse chi era n chi lo aveva ferito. Pareva che un solo pensiero lo preoccupasse.
- La camicia... te la rimander nuova... La far subito cucire.
- Da chi? Da Marianna? - domand Sebiu.
- Che sai tu di Marianna?
- Non avete parlato che di lei!
- Ebbene,  mia figlia! Di chi dovevo parlare, povera orfana?
- Come, povera orfana? Ma se il padre ce l'ha, e che buona lana!
- Povera Mariannedda! - disse il ferito, scuotendo la testa e come parlando fra s. -  peggio che orfana!
-  giovane?
- Ha trentatr anni, ora a San Michele.
- L'et del Signore! Mi pare che possa anche prendersi un pezzo di pane senza che nessuno l'aiuti!
Ma il vecchio non finiva di scuoter la testa reclinata sul petto, e di mormorare con piet:
- Povera orfana! Povera vedova!
- Anche vedova? Allora sta fresca! Avete altri figli?
- No.
Il giovine, che intanto cercava di far bere un uovo al ferito, giudic opportuno fargli sapere che aveva scritto alla sua famiglia, cio alla famiglia di Onofrio Sanna, indicando dove si trovava il finto frate possessore della cartolina indirizzata a tal nome.
Il vecchio divent livido in viso.
- Tu mi hai tradito! Io non sono Onofrio Sanna! Tu mi hai ucciso! Ora me ne vado, subito.
Tent di camminare, ma le gambe gli si piegavano: una rabbia impotente lo assal: si agit, si batt un pugno sul viso, poi ricominci a piangere come aveva pianto la prima sera. Sebiu cerc di calmarlo, di scusarsi.
- Eravate in uno stato grave! Che cosa dovevo fare? E se morivate qui? E se passavo per vostro complice?
Il ferito si offese.
- Complice di che? Ma tu credi ch'io sia un malfattore, tu? Sono stato ferito e derubato e tu ora... e tu ora... immondezza, tu credi...
Lo copr d'ingiurie: gli rinfacci persino di aver abbandonato il costume per vestirsi di fustagno come un mendicante.
- Ebbene, pazienza! Fa del bene e va all'inferno! - disse il guardiano a s stesso.
E per evitare una questione pi seria lasci solo il ferito e se ne and a girovagare intorno ai mucchi di carbone. Suo malgrado sentiva una sorda irritazione contro lo sconosciuto, che sempre pi gli sembrava un vecchio malfattore, incosciente ed ingrato.
- Fa del bene, Sebiu, fa del bene, che poi andrai all'inferno! - ripet a s stesso, fermandosi sull'orlo della strada, deciso a passar la notte fuori della capanna. Sedette sul paracarri e a poco a poco si calm e si distrasse.
Era quasi notte. La luna alta sul cielo chiaro illuminava il mare e la landa. Soffiava un leggero vento di sud-ovest che portava l'odore delle macchie e dei giunchi di palude. Il cuculo singhiozzava in lontananza. Senza volerlo e senza saperlo, il guardiano sentiva la dolcezza un po' triste e un po' voluttuosa di quella sera primaverile. Egli ricominci a pensare a sua moglie come ad un'amante lontana, e il pensiero di rivederla, e il desiderio di averla vicina gli riempirono il cuore di tristezza appassionata.
Un passo di cavallo risuon in lontananza, nello stradale solitario. Egli si scosse dai suoi sogni, e subito sent come un presentimento, o meglio il desiderio e nello stesso tempo il timore che qualcuno venisse a cercare il ferito. S'alz e and incontro al cavallo che s'avanzava fra il nero delle macchie e il biancore dello stradale.
-  Marianna, la figlia del vecchio! - egli disse a voce alta, quasi per convincersi che non s'illudeva.
La figura seduta a cavalcioni sul piccolo cavallo baio era infatti quella di una donna; d'una vedova, a giudicarne dalle vesti nere e dalla benda che le avvolgeva il capo e le nascondeva quasi completamente il viso.
Arrivata davanti a Sebiu ella tir la briglia, ferm il cavallo e domand:
- Buon uomo,  cala Delunas, questa?
- S. Sei Marianna Sanna?
- S - ella disse con voce sicura.
- (Egli)  qui; sono io che ho scritto.
- Dio ti rimeriti - ella rispose e smont agilmente, aiutata da lui.
Proseguirono la strada a piedi, fino alla spiaggia. Indolenzita dal lungo cavalcare, la donna zoppicava alquanto, e anche il cavallo fiutava la sabbia e si scuoteva tutto come per liberarsi dalla stanchezza del viaggio. Mentre le raccontava l'avventura del frate, Sebiu guardava Marianna, ch'era alta e sottile, ma non riusciva che a vederne gli occhi dolci e chiari, il cui bianco, al riflesso della luna, sembrava di madreperla: e gli pareva di aver altra volta incontrato quella donna.
- Poco fa il vecchio s' inquietato, protestando la sua innocenza e accusandomi di averlo tradito e rovinato, con l'avvertirvi, - egli concluse, - ma che dovevo fare? Ho fatto male?
- Tu hai fatto bene: hai fatto quello che doveva fare un cristiano. E Dio solo potr ricompensarti - ella rispose commossa.
Arrivati davanti alla capanna, egli la trattenne, dicendole sottovoce:
- Egli si spaventer, nel vederti. Potr fargli male...
- Lascia che si spaventi! - ella disse quasi con asprezza. E lasci cadere il lembo della benda che le copriva met del viso. Allora Sebiu prov un senso di sorpresa, quasi come quando il finto frate gli era apparso nel suo vero aspetto.
Marianna rassomigliava a Pottoi. Gli stessi occhi dolci e chiari, lo stesso pallore diafano, le stesse fossette agli angoli della bocca dalle labbra sporgenti.
Ella entr nella capanna. Egli rimase fuori, dominato da un improvviso e quasi violento senso di tenerezza ardente verso la donna che veniva di lontano e gli appariva come sua moglie in sogno, misteriosa e inafferrabile.
Senza abbandonare la briglia del cavallo, egli si avanz fino all'apertura della capanna e si protese ad ascoltare; ma pi che la curiosit lo spingeva il desiderio di sentire ancora la voce della donna.
Ella diceva, con accento vibrante di dolore e d'ira:
- Babbo, babbo! Che avete fatto? Avevate bisogno di questo? No, no, non ne avevate bisogno... Vergogna!
Il ferito non le rispose, e forse le accenn di non farsi sentire dal guardiano, perch ella tacque un momento, e poi, con voce mutata, domand:
- Come vi sentite? Siete in grado di fare il viaggio? Che cosa vi pare?
- Sei venuta a cavallo?
- S, ho preso un cavallo a Siniscola: andremo fin l a cavallo; poi prenderemo la carrozza.
Egli non rispose. Ella domand:
- E il vostro cavallo?
- Me lo hanno preso... Tutto... tutto mi hanno preso... Mi son saltati addosso come diavoli. Dovevano seguirmi da un pezzo.
- Quanti erano?
- Due... Io non avevo un'arma. Ma mi son difeso col bastone: e allora m'hanno ferito...
- Eh, un frate non va armato! - disse Marianna con ironia.
Allora Sebiu si port una mano alla bocca, per soffocare una risata. Gli pareva di capire finalmente il mistero tragico e ridicolo dell'avventura. Il finto frate doveva girare per i paesi questuando, truffando la povera gente. Due malfattori pi arditi di lui, forse sapendo chi egli era, l'avevano derubato e ferito.

Marianna avrebbe voluto portarsi via subito il ferito; ma da Siniscola la vettura postale non partiva che alle tre del pomeriggio. Tanto valeva passare la notte nella capanna.
Sebiu, dopo aver condotto il cavallo a pascolare fra le macchie, entr nella capanna e preg la donna di rimanere. Egli non sapeva precisamente quel che voleva da lei; ma il pensiero che ella dovesse andarsene via subito, sparire com'era venuta, quasi fantasticamente, lo riempiva di tristezza.
- Io lascer la capanna a vostra disposizione; dovrete considerarvi come in casa vostra - disse ai suoi ospiti. - Eppoi tu hai bisogno di riposarti, povera donna. Rimani, ti dico!
Ella rimase, tanto pi che le emozioni di quelle ultime ore avevano agitato il vecchio: durante la notte la febbre lo riassal.
Marianna cominci a disperarsi: aveva paura che suo padre morisse in quel deserto, tanto lontano da casa sua, e che si venisse a conoscere la sua vergognosa avventura. Ella era una donna energica, che aveva conosciuto il dolore e la solitudine: ma si ribellava all'idea di esser derisa e disprezzata dal prossimo. D'altronde era pericoloso mettersi in viaggio prima che il vecchio avesse riacquistato un po' di forza.
Sebiu cedette il suo posto alla donna, e se ne and a dormire sui mucchi di sacchi, nella tettoia. Ma non pot chiuder occhio. Aveva come delle allucinazioni. Vedeva, sedutagli accanto, la giovine vedova, e provava un desiderio violento di attirarla a s. La presenza di lei, in quel luogo dove non era mai passata una donna, pareva riempisse di vita la solitudine profonda della landa e della spiaggia. Il mare si sollevava ancor pi del solito, e le onde coperte di schiuma parevano, al chiaro di luna, grosse capre saltellanti, desiderose di balzare fra le macchie per pascervi l'erba nascente. Ma nonostante la loro forza e la loro agilit non riuscivano a oltrepassare le roccie, sulle cui sporgenze lasciavano come dei bioccoli di lana.
Il cuculo ripeteva il suo grido, in lontananza, fra le paludi che riflettevano la luna: e il suo grido pareva il richiamo appassionato d'un fantasma, e destava un senso di piet e il desiderio di cose inafferrabili.
Sebiu sentiva la voglia di piangere e nello stesso tempo un istinto selvaggio e insistente lo assaliva come le onde assalivano le roccie. Se Marianna non fosse stata sua ospite, egli non avrebbe esitato un momento a lasciarsi vincere dal desiderio di averla.
La notte pass, tormentosa per tutti. Marianna non dormiva: il ferito gemeva; Sebiu sognava strane cose. All'alba arrivarono i carri del carbone, ed egli avvert Marianna di non uscire dalla capanna. Ella sperava sempre di veder da un momento all'altro suo padre sollevarsi ed essere in grado di partire; ma la febbre, nonch diminuire, cresceva. Egli ricominci a delirare.
Allora anche lei, come Sebiu nei primi momenti, perdette la testa: chiam il guardiano e gli disse che voleva far venire il medico.
- Dir che mentre io e mio padre viaggiavamo a cavallo, andando alla festa campestre di San Costantino, ignoti malfattori ci hanno assalito.
- Ma il dottore riconoscer che la ferita data da quattro giorni! - osserv il giovine. - Il nostro medico  un uomo rozzo, severo. Egli denunzier il caso al pretore, non dubitarne.
Marianna cominci a piangere.
- Ma non bisogna lasciarlo morire cos! Gli verr la cancrena. Egli morr qui! Egli morr qui!
Sebiu la guardava con piet; e siccome ella continuava a disperarsi, le diede un consiglio:
- Sentimi. Conosco una donna del mio paese, una vecchia famosa per curare i feriti anche i pi gravi. Ha curato anche dei banditi, e tutti la conoscono e l'apprezzano per la sua discrezione e la sua abilit. Io volevo chiamarla subito, ma a dire il vero il primo giorno ho creduto che non ci fosse pi nulla da fare, e poi ho sempre sperato che del medico non ci fosse bisogno...
Marianna s'asciug gli occhi e si alz.
- Dimmi dove sta questa donna.
- Sta in una casetta dirimpetto alla parrocchia. Domanda di Maria Murru: la troverai subito.
Marianna mont a cavallo e and in cerca della vecchia.

Sulle prime la vecchia, vedendo una donna straniera e indovinando che l'avventura raccontata non era del tutto vera, credette si trattasse d'un latitante o di un malfattore ferito in qualche ardita (impresa). Si affrett quindi a prendere un cofanetto d'asfodelo, e sedette in groppa al cavallino baio, alle spalle di Marianna. E via, per l'agro desolato, dove la primavera spandeva un senso di poesia ineffabile - la poesia della tristezza - le due donne ritornarono verso il mare. La vecchia era altissima, rigida, scura in viso: il suo costume rozzo e primitivo, dalla cuffia lunga e le gonne corte, la faceva rassomigliare ad una maschera. Seduta in groppa al cavallino, ella dominava la figura graziosa e delicata di Marianna, e sembrava l'immagine della Morte accanto a quella della Vita.
Durante il viaggio raccont che aveva curato pi di venti feriti: e fra gli altri, come aveva detto Sebiu, alcuni latitanti. Non nascose che anche adesso credeva d'andar a far altrettanto, e che ne era orgogliosa.
Arrivata alla capanna ella apr il cofanetto e ne estrasse una fascia, una chiave, un vasetto di balsamo. Ella curava ancora le ferite come al tempo delle Crociate: ma aveva la furberia d'un medico moderno. Si accorse che la ferita del vecchio non era grave; ma per darsi dell'importanza dichiar che egli non doveva muoversi fino ad una sua nuova visita.
Fasciata la ferita, mise la chiave sotto l'ascella del vecchio; la lasci finch la sent calda, poi la strinse nel pugno.
- Febbre non ce n' quasi pi - dichiar, rimettendo nel cofanetto lo strano termometro. E sollevandosi vide che Sebiu guardava Marianna con uno sguardo quasi feroce.

Il ferito rimase altri cinque giorni nella capanna. Gli uomini che trasportavano il carbone dalla foresta alla spiaggia finirono con l'accorgersi della presenza del vecchio e della donna. Sebiu invent una storiella, disse che il vecchio, ammalatosi in viaggio, gli aveva domandato ospitalit. Gli uomini sogghignavano. Essi venivano direttamente dalla foresta, senza fermarsi nei paesi: erano da lunghe settimane privi di compagne, di mogli, di amanti: nella spiaggia desolata Marianna rappresentava per loro ci che v' di pi bello per l'uomo oppresso dalla solitudine: era la Donna, fonte di vita. Al desiderio sempre pi cupo di Sebiu cominci quindi a mescolarsi un istinto di gelosia feroce. Egli rispettava Marianna, ma gli pareva che ella non dovesse appartenere a nessun altro degli uomini che potevano desiderarla.
Ella si accorgeva dell'ammirazione che gli destava, e a sua volta si mostrava gentile e buona con lui. Egli aveva abbandonato la capanna, lasciandola interamente a disposizione degli ospiti, e per ore ed ore rimaneva lontano. Marianna cucinava, curava il ferito, e contava le ore e i giorni che non passavano mai.
Finalmente la domenica mattina la vecchia medichessa trov che il ferito stava molto meglio: il calore dell'ascella non riscaldava la chiave.
- Domani mattina potete mettervi in viaggio - ella annunzi.
Allora la giovine vedova l'accompagn fino allo stradale e le chiese quanto le spettava per la cura. La vecchia esit un momento, poi cont sulle dita e domand:
- Dimmi la verit, tuo padre, il vecchio ferito,  un latitante?
Marianna neg recisamente.
- Uno scudo, allora! Se si fosse trattato di un "disgraziato" avrei potuto fare uno sconto, fare anche la cura gratis, ma per un privato non posso domandare di meno.
La vedova pag lo scudo, e ritorn verso la capanna. La spiaggia era deserta, perch nei giorni di festa i "carriolanti" non viaggiavano. Soffiava un forte vento di sud-est e il mare era agitato: pi tardi cominci a piovere, e Sebiu rimase nella capanna coi suoi ospiti.
Marianna, per sdebitarsi in qualche modo con lui, aveva fatto venire dal paese una certa quantit di vino e una bottiglia d'acquavite. Egli non si fece pregare per bere, e a un tratto divent melanconico, e senza che nessuno glielo domandasse cominci a raccontare la storia della malattia di sua moglie.
Anche il ferito beveva come un uomo sano; per seguire l'esempio dell'ospite gli fece anche lui qualche confidenza. Fra le altre cose raccont che Marianna aveva un ricco pretendente, un pastore non tanto giovane, ma ancora un bell'uomo, pacifico, semplice, padrone di duecento pecore; egli viveva quasi tutto l'anno in campagna, ed era un futuro marito ideale, insomma!
Marianna faceva dei cenni a suo padre perch tacesse, ma i suoi dolci occhi sorridevano, e pareva ch'ella dicesse a Sebiu, con lo sguardo: "Dopo tutto non sono una vedova disperata; lo vedi? Ho altri adoratori, pi fortunati di te".
Sebiu ascoltava, beveva e sospirava.
- E cos domani dovrete andarvene - ripeteva di tanto in tanto.
- Mi pare sia tempo! - disse Marianna. - Dovresti mandarci via in malora!
Egli la guard e arross. Il vecchio gli domand scusa per averlo ingiuriato mentre avrebbe dovuto ringraziarlo come un santo, e aggiunse:
- Io mi ricorder sempre di te. Anche se tu mi facessi la peggiore delle ingiurie, anche se tu tagliassi la lingua al mio cavallo, ti perdonerei.
Sebiu usc fuori e si morsic i pugni.
Verso il tramonto la pioggia cess, ma il vento continu a soffiare con violenza. Era un vento caldo, umido, che portava l'odore delle coste africane. All'orizzonte, sopra il mare tutto livido e sanguigno, il cielo rosso e le nuvole in color di fiamma e di fumo, stendevano come il miraggio di un immenso incendio. La brughiera umida, gli scogli e la sabbia, quando le ondate si ritiravano, riflettevano la luce rossa dell'orizzonte.
Sebiu and in cerca del cavallo dei suoi ospiti, e nella tettoia vide Marianna che cercava un sacco meno sporco degli altri per coprirsi, durante la notte. Egli le si avvicin: tremava tutto e i suoi occhi riflettevano la fiamma del tramonto.
- Stanotte far freddo - disse Marianna, curva sul mucchio dei sacchi.
- Se vuoi... se vuoi, ti scalder io - egli balbett.
Ella si sollev e rise. Egli le afferr i polsi, e gli parve di avere la stessa forza irrefrenabile delle onde che, in quel momento, arrivavano a sorpassare le roccie.

Durante la notte egli vag lungo la spiaggia, si aggir attorno alla capanna, cant, rise e parl ad alta voce, come se le cose intorno potessero ascoltarlo e partecipare alla sua ebbrezza. Gli pareva di esser tornato fanciullo. Non si pentiva di quello che aveva fatto, anzi ne era quasi orgoglioso. Rivedeva Marianna che dopo essersi abbandonata lo guardava, umile e quasi riconoscente, e poi lo sfuggiva senza rivolgergli una parola di rimprovero o di promessa.
Per quanto la richiamasse, coi suoi fischi, i canti, i versi melanconici che si confondevano coi lamenti del cuculo, durante la notte ella non si lasci pi vedere. All'alba gli ospiti partirono: il vecchio sedette in sella e Marianna in groppa al cavallino baio.
- Verr a trovarvi... per la festa... - disse Sebiu. La sua voce tremava.
- Se tu vieni ed io avr un pane te ne dar la met, e se non lo avr me lo prester dal vicino! - promise il vecchio solennemente.
Sebiu guardava Marianna con occhi ardenti, ma ella evitava di guardarlo, e tagli corto ai ringraziamenti e alle promesse enfatiche del padre, battendo il tacco sul ventre del cavallino. La bestia si mosse, avviandosi lungo il sentiero e di l nello stradale, come se avesse gi fatto molte volte quel viaggio. In breve il gruppo sparve fra le macchie della landa, e Sebiu si trov solo, un po' stordito come quando si svegliava dopo qualche sogno febbrile.
All'ebbrezza puerile e selvaggia della notte segu in lui una tristezza sentimentale. Gli venne il desiderio di slanciarsi attraverso la landa, d'inseguire i suoi ospiti, e sogn che il vecchio, riassalito dalla febbre, costringesse Marianna a ritornare indietro verso cala Delunas: poi si propose di andar a Suelzi al pi presto possibile, e di trovar da lavorare in quel paesetto, per poter vivere accanto a Marianna: infine sedette sul mucchio dei sacchi, sotto la tettoia, con gli occhi fissi in lontananza, e le sue labbra si sporsero e tremarono come quelle di un bambino pronto a piangere.
I "carriolanti" lo trovarono addormentato, pallido in viso come un cadavere, e dovettero gridare e scuoterlo per svegliarlo.
Il sorvegliante gli port il solito cestino di provviste e le notizie di Pottoi.
- Ieri, a messa, ho veduto che un forestiere, un continentale di passaggio, la guardava come un falco. Anche lei lo guardava. Eh, eh, non si lascia cos la moglie sola!
- Ma state zitto, z Efis! Queste cose non le dite neanche per ridere!
L'ometto ammiccava, e pareva gli accennasse che sapeva il suo segreto. E Sebiu arross, domandandosi suo malgrado che cosa avrebbe fatto se Pottoi lo avesse tradito, come egli aveva tradito lei.
I giorni passarono, lunghi e monotoni, ed egli dapprima smise il progetto di recarsi a lavorare al paese di Marianna, poi accett di rimanere per altri due anni guardiano a cala Delunas; ma domand, per il mese d'agosto, due settimane di permesso. Voleva andare a Suelzi. Ai "carriolanti" che potevano aver relazione con individui del paesetto di Marianna, domandava continuamente notizie dei Sanna. Ma nessuno sapeva dirgli nulla. In giugno scrisse una cartolina al vecchio, lamentandosi di non aver pi avuto sue notizie. I suoi ingrati ospiti neppure gli risposero. Di tanto in tanto egli provava qualche vaga inquietudine. E se Marianna fosse rimasta incinta? Il vecchio Sanna era capace ancora di vendicare l'onore della figlia. Nelle notti di luna, mentre vagava attorno ai mucchi del carbone, Sebiu credeva di veder la strana figura del finto frate balzare dall'ombra delle macchie e saltargli addosso minacciosa.
Ma col passar del tempo le sue paure svanirono. Qualche volta gli pareva d'aver sognato. La figura di Marianna si confondeva con quella di Pottoi, ed egli, ripreso dalle sue smanie, dal desiderio della compagnia di una donna, non sapeva quale gli sarebbe riuscita pi piacevole: la compagnia di sua moglie o quella della vedova. Una notte sogn che le due donne si azzuffavano per lui in riva al mare. Pottoi riusc ad atterrare la sua rivale, e l'avrebbe buttata alle onde, senza il suo intervento.
Il sorvegliante continuava, ogni luned, a portargli le provviste e i saluti di Pottoi. Essa migliorava davvero, e una mattina, verso i primi di luglio, Sebiu se la vide arrivare all'improvviso, in groppa al cavallo del sorvegliante, come la vedeva nei suoi sogni. Egli finse di arrabbiarsi per l'imprudenza di lei, ma l'ometto ammiccava e giur sul suo onore che aveva prima domandato il parere ed il permesso del medico.
- Se no finisco col trovarti sulla sabbia come un'aringa salata, consumato, stecchito - egli disse, e chiudeva l'occhio, guardando Pottoi, come per dirle: siamo d'intesa, eh?
Poi se ne and fra gli scogli, si spogli e si butt nudo nell'acqua.
Sebiu e Pottoi, rimasti soli sotto la tettoia, si guardavano confusi come due fidanzati, mentre chiacchieravano raccontandosi le vicende di quei lunghi mesi d'assenza. Egli, naturalmente, si guard bene dal narrare la pi interessante delle sue avventure.
Dopo quel giorno la figura di Marianna cominci a sparire dietro quella di Pottoi: e, come nel sogno, questa rimase vittoriosa. E in agosto, invece di recarsi a Suelzi, Sebiu pass i suoi giorni di vacanza in paese. Una sera, passando davanti alla parrocchia, vide la vecchia medichessa, che, col suo cofanetto nel grembiale, si recava a curare un ferito.
- Che nuove, zia Maria? Come vanno gli affari?
- Qualche volta bene e qualche volta male - ella rispose flemmaticamente.
Fecero un tratto di strada assieme, e prima di entrare nella casa dove era aspettata, la vecchia disse:
- Ho poi saputo chi erano i tuoi ospiti di cala Delunas.
Suo malgrado egli trasal, punto dal ricordo.
- Io non ho saputo pi nulla di loro.
- Io s!
- E come avete fatto?
- Cuoricino mio, - ella disse non senza ironia, - ho un cavallo, io, sul quale viaggio senza esser veduta, e quando voglio sapere qualche cosa monto su e via!...
- E prestatemelo, allora! Vado immediatamente a trovare i pi ricchi proprietari del circondario e rubo loro i denari, il formaggio, gli alveari...
- Cuoricino mio, la ricchezza val niente, quando manca la saviezza! - sentenzi la vecchia. - Vedi, quel tuo ospite? Era un uomo ricco: s' mangiato tutto, anche i beni della figlia. Poi andava a questuare, vestito da frate, finch una bella notte non s' preso la batosta che tu sai.
- Eh, perch non aveva il vostro cavallo invisibile! E... giacch state a raccontare, ditemi, e della vedova che ne ?
- Ti preme saperlo? Deve sposare un pastore, anzianotto, ma ricco.
- Buona fortuna!
Per quanto egli insistesse, la vecchia non volle dirgli come aveva avuto notizie dei Sanna. Egli pens ancora qualche volta a Marianna, con un vago senso di gelosia per l'uomo che doveva sposarla; ma non mancava di dire a s stesso, per consolarsi:
- Poteva succeder qualche guaio: meglio che sia andata cos.

Una mattina, agli ultimi di gennaio, mentre usciva col suo cofanetto nel grembiale, chiamata d'urgenza presso un pastore ch'era caduto di cavallo, la medichessa sent raccontare dalle sue vicine una strana avventura accaduta nella notte.
- Un frate ha lasciato una bambina, in casa di comare Pottoi! Pare sia una bastarda, figlia di gente ricca: l'hanno portata di lontano, forse da Nuoro...
Nuoro, per quelle buone paesane, era come a dire Parigi, un luogo lontano, una grande citt di misteri e di perdizione.
Mille supposizioni e commenti passavano di bocca in bocca: soltanto la medichessa taceva, e palpava il suo cofanetto, contando sulle dita nervose:
- (Maju, lampadas, triulas, agustu, capidanne, santu Gainu, santu Andra, Nadle, jannarju) [1] - nove mesi precisi.
A un tratto, vinta dalla curiosit, ma senza dimostrarlo, ella s'allontan e si diresse verso la casa di Pottoi.
Davanti al cortiletto stazionava un gruppo di donnicciuole che commentavano il fatto. Nella cucina la giovane donna non finiva di raccontare la sua avventura, mostrando a tutti la bambina che succhiava tranquillamente il latte dalle mammelle gonfie e livide di una cugina di Sebiu. Il guardiano era assente, e ci che sopratutto preoccupava Pottoi era il dubbio che egli avesse ad accoglier di malanimo la piccola e misteriosa ospite.
La medichessa si curv a guardar la bambina: Pottoi e le sue parenti l'avevano gi infagottato all'uso del villaggio, cio con fasce colorate, le manine in dentro; la testina spariva entro una cuffietta di broccato con frange dorate. La misteriosa creaturina sembrava cos una piccola mummia; il suo visetto, dai lineamenti gi marcati, era pallido, d'un pallore malaticcio. Sembrava una vecchietta. E causa di meraviglia per tutti quelli che la guardavano, era la sua strana rassomiglianza con Pottoi.
Qualche donnicciuola, per far stizzire la giovine donna, diceva:
- Mi pare che questa creaturina non venga poi tanto di lontano. Che tu l'abbia fatta ad insaputa di tuo marito, di', Pottoi?
Allora la giovine donna riprendeva a raccontare per la millesima volta la sua avventura.
- Saran state le nove, ieri sera: quando ho sentito battere alla porta. Credevo fosse Sebiu, anzi mi spaventai, pensando: che egli stia poco bene? Domandai: "Chi ?". "Amici", risponde una voce alta e chiara. Apro, e chi vedo? Un frate, uno di quei frati che sovente passano da queste parti questuando. Egli si tirava dietro un cavallo carico di bisacce colme, ed io posso giurare che queste bisacce mi parvero piene di grano. Per non lasciare il portone aperto, credendo sempre che il frate domandasse la questua, io gli diedi una lira che tenevo in tasca. Egli prese la moneta, e mi disse:
"Dio te ne rimeriti, buona donna; ma tu dovresti farmi un favore, per amor di Dio. Devi tenermi una di queste bisacce, fino a domani mattina. Ho paura che, dove vado a passar la notte, mi sottraggano un po' di grano. Domani mattina ripasser e riprender la bisaccia".
"Date pur qui, - dico io, un po' meravigliata, - purch non ripassiate prima dell'alba...".
"No, puoi star sicura" egli risponde, e tira gi una bisaccia, se la carica sulle spalle, la depone in un angolo sotto la tettoia, l nel cortile. Poi se ne va ed io chiudo il portone. Non vi nascondo che la cosa mi sembrava un po' strana: non sono una donna semplice, io! Mentre il frate scaricava la bisaccia, io ebbi l'impressione che questa pesasse poco.
Mi vennero in mente delle brutte idee. Pensai: qualche maligno, qualche individuo che vuol male a Sebiu pu averci giocato un tiro. Se nella bisaccia, per esempio, ci fosse della carne rubata? Se domani mattina, invece del frate venisse il brigadiere e trovasse in casa mia, nella bisaccia, qualche refurtiva?
Pensando cos mi aggiravo per la cucina, indecisa se dovevo o no guardare entro la bisaccia. Quando a un tratto, - vedete, mi viene ancora la pelle d'oca al ricordarlo, - ecco, sento un vagito. Immediatamente ebbi l'intuizione della verit. Non sono una sempliciona, io. - Qui c' una creaturina di Dio, - pensai, - un figlio di Sant'Antonio! [2]
Allora non esitai oltre. Presi il lume e guardai entro la bisaccia. Avvolta nella lana trovai la bambina! La tirai su, la guardai: mi pareva di sognare. Il particolare pi curioso  questo: la creatura era avvolta in una camicia da uomo, da borghese, nuova, non ancora lavata. Eccola qui.
Pottoi spieg la camicia, tenendola per le maniche: era di tela finissima, cucita a mano.
Tutte le donne presenti si avvicinarono a guardarla. Soltanto la medichessa rimase ferma al suo posto, accanto al focolare, e si degn appena di gettare uno sguardo sullo strano indumento.
-  certo che il padre della creatura  un signore, dunque, - concluse Pottoi, - forse anche la madre  una signora. Ad ogni modo, questa camicia potr servire a Sebiu.
La medichessa s'alz per andarsene.
- Credete voi che Sebiu vorr tenere la bambina? - le domand Pottoi.
- Io credo di s - rispose con tono sicuro la vecchia.
- Dio lo voglia!
E la vecchia medichessa and a visitare il pastore caduto da cavallo. Anche l, nonostante la disgrazia, si parlava dell'avventura di Pottoi.
Per cinque o sei giorni in tutto il paese non si parl d'altro: molte donne assicuravano d'aver veduto il frate, e qualcuna disse che egli aveva picchiato anche alla porta di casa sua. Si rideva un pochino di Pottoi, e tutti erano sicuri che Sebiu avrebbe mandato la bambina al Sindaco, perch il Municipio s'incaricasse di allevarla.
Una sera, mentre usciva di casa col solito cofanetto, la medichessa incontr una sua vicina, che tornava dalla casa di Pottoi.
- Sebiu  tornato, sapete! Si tiene la bambina! Che ne dite?
Ma la vecchia non rispose a tono.
- Ho dimenticato la chiave! - disse palpando il suo cofanetto.
E rigida, impassibile, da persona che non si meraviglia di niente, rientr per cercare il suo termometro.



"NOVELLA SENTIMENTALE"

Notte stellata e cheta,
piena di dolce incanto,
perch io pure lieta
di sogni non ti avr?

Perch laggi i felici
dormono amati, e intanto
a me, notte, tu dici
che qui io morir dovr?

Un piccolo soldato bruno s'avvicin al portone della caserma, canticchiando questi versi su un'aria della (Sonnambula). Suo malgrado Serafino si volt, stupito perch in quel momento, come del resto gli accadeva spesso, egli pensava al suicidio. Questa idea, che pare terribile solo a coloro che non si uccideranno mai, era per Serafino una specie di sollievo.
- Perch vivere? - pensava. - Ho vent'anni e sono povero, anemico, infelice. Non ho ingegno, n volont, n fortuna. Una volta ho scritto una novella, ma il giornale a cui l'ho mandata me l'ha respinta senz'altro. Non ho mai avuto neppure la soddisfazione di avere un bel vestito nero. La mia famiglia  cos povera che ha fatto sacrifizi enormi per farmi studiare alle scuole normali. Sono maestro, ora, e finito il servizio militare mi aspetta davvero un "brillante avvenire". E moriamo, dunque!
Egli diceva a s stesso: "e moriamo dunque!" come qualsiasi altra persona dice: "e andiamocene!" quando vuol lasciare un luogo ove si annoia.
Egli non era ambizioso n orgoglioso: buono in fondo e mansueto come uno di quei gattini maltrattati da bambini crudeli, conservava per un sogno superbo: avrebbe voluto, prima di morire, compiere qualche atto di coraggio, o almeno dare alla sua morte volontaria un'apparenza di sacrifizio.
Per sognava anche d'innamorarsi d'una signorina bella e ricchissima o d'una grande artista maritata e onesta. Queste signore lo riamavano; ma tutti gli ostacoli del genere sorgevano fra loro. Allora egli si suicidava. Avrebbe voluto innamorarsi di quelle signore, anche non riamato, tanto per dare alla sua morte l'apparenza d'un suicidio per amore.
E ci che lo rendeva sopratutto melanconico era la certezza che i suoi sogni poetici non si sarebbero mai avverati; la sorte dei poveri non gli avrebbe permesso che di morire di inedia morale o tutt'al pi di disperazione.

Quella sera egli si trovava appunto in uno di questi periodi di tristezza sentimentale, durante i quali pensava alla morte come ad un sonno dolce di convalescente, ma lungo, profondo, in una notte senza confine d'aurora.
Il luogo dov'egli si trovava da una settimana, aumentava la sua melanconia. Era una caserma, in un'isola montuosa sulla cui cima la casa bianca dei forzati dominava la distesa perlata d'uno dei pi bei mari del mondo, come l'idea della morte dominava la giovinezza di Serafino.
La sera autunnale, limpida e sonora, rendeva ogni cosa melanconica. Il mare deserto, tutto azzurro e oro, rifletteva la luminosit del crepuscolo azzurrognolo.
Fino al cortile della caserma giungeva il frusco delle canne e delle acacie scosse dal vento lungo i ciglioni dell'isola: nulla di pi triste di quel freddo sussurro. I soldati riuniti nel vasto cortile, davanti alle caserme bianche e basse che parevano case di un villaggio, dovevano tutti sentire, pi o meno, la tristezza e la nostalgia del vento autunnale, perch cantavano lunghe canzoni melanconiche.

Addio per sempre, albergo avventurato,
Soave asilo di gioia e d'amor...

Dal portone Serafino dominava la strada in pendo, lastricata, incassata fra due muri e in fondo alla quale si scorgeva una porta spalancata e l'interno giallognolo d'un'osteria deserta. Un vecchio prete, col viso grasso e pallido reclinato, saliva la strada respirando forte e tirandosi su la sottana. Giunto davanti al portone si ferm e salut:
- Buona sera: il direttore  lass?
- Sissignore - rispose il piccolo soldato bruno, portandosi la mano alla fronte.
- C' un condannato molto malato,  vero? Come va? Se stamattina stavano tutti bene?
- Sissignore. Una paralisi.
- Buona sera - disse allora il vecchio prete, riprendendo la salita frettoloso, e sollevandosi ancor pi la sottana sulle calze turchine scolorite.
Serafino e il compagno, che era uno studente musicomane, si misero a discutere, come usavano spesso. Serafino mise questa questione: perch i condannati a lunghe pene e i malati incurabili non capiscono che (dovrebbero) suicidarsi.
Il musicomane rispose che tanto gli uni come gli altri sperano di finir la pena o di guarire.
- Che vuoi, la vita  bella! - concluse, con gli occhioni neri scintillanti di gioia. - Basta vivere per vincere. E vedi, pi si  malati, pi si  condannati ad una pena grave, pi si ama la vita.
- Parole! La vita, senza la salute, senza la libert, senza la ricchezza,  una Vittoria con le ali spezzate - disse poeticamente Serafino.
- Io godo poca salute, - ribatt l'altro, - sono spiantato, sono ora costretto al servizio militare; eppure, sono contento. Peggio per chi non lo .
Serafino avrebbe voluto dirgli che era un incosciente, ma non volle offenderlo.
Una voce rauca risuon come il grido d'un gallo, fra l'improvviso silenzio dei soldati.
- Abate!
- Presente.
Era il sergente che cominciava l'appello.
La sera cadeva rapidamente: ad ovest il cielo prendeva un cupo splendore d'acciaio violaceo; tra il ricamo tremulo delle acacie si scorgevano lembi di mare, simili a lastre d'oro dal riflesso violetto, che pareva splendessero di luce propria.
Un lume scintillava in fondo alla strada, nell'interno dell'osteria. A momenti il vento taceva, e allora vibravano pi forti le voci diverse dei soldati che rispondevano all'appello: alcune fresche e ardite, altre aspre, ironiche; il musicomane pronunzi il suo "presente" con un grido cadenzato, e la voce di Serafino parve venire di lontano, col vento che portava il sospiro delle canne e degli olivi.
Dopo l'appello i soldati ripresero a cantare; e vibrava qualche cosa di dispettoso nel loro canto rozzo e quasi selvaggio. Pareva volessero dimenticare, urlando, la tristezza e il dispetto di trovarsi esiliati in quel luogo di castigo. Quelli che pi urlavano erano i soldati che durante la notte dovevano montar la guardia lungo le coste dell'isola. Uno solo taceva: Serafino.

Verso le undici egli si trovava di guardia in un punto dove la strada, fin l chiusa da muraglie, si apriva improvvisamente sopra un masso enorme precipitante sul mare.
Il vento era cessato; ma nella notte stellata l'aria quasi fredda, profumata dall'odore del mare, ricordava le belle notti invernali. L'occhio verde della lanterna, che vigilava come un occhio maligno davanti all'isola dei condannati, gettava un enorme ventaglio di luce vitrea sul mare oscuro.
Sotto lo scoglio Serafino vedeva un quadro fantastico: una barca nera illuminata ad acetilene, e dentro la barca un pescatore di ostriche (di quelli che hanno un permesso speciale per avvicinarsi all'isola) col corpo magro disegnato da una maglia rossa: sembrava un diavolo in un cerchio magico di luce vivissima.
Null'altro, tranne i lumi lontani sul confine della terra buia e stelle sul cielo buio.
Come sempre quando montava la guardia, Serafino, che aveva letto Tolstoi, si domandava amaramente chi lo costringeva a far ci, perch obbediva ad una potenza illogica, mostruosa, rappresentata da uomini inferiori a lui, da un caporale contadino, da un sergente barbiere, che lo obbligavano a vegliare, incosciente e maligno come l'occhio della lanterna, sopra un precipizio contro il quale s'infrangeva il vano assalto delle onde.
Perch egli si privava del sonno, unica dolcezza che la fortuna gli accordava facilmente, per vigilare la tomba di quegli uomini vivi che non gli avevano fatto del male? E chi lo sapeva? Era la stessa potenza illogica e mostruosa che lo costringeva a vivere una vita senza amore e senza dolore, i cui giorni, simili alle onde, andavano a battersi inutilmente contro lo scoglio del destino.
Il pescatore port al di l dello scoglio la sua barca, e tutto torn buio, d'un buio azzurrognolo, rotto appena dal chiarore della lanterna e da riflessi lontani.
Serafino aveva sonno: i suoi tristi pensieri lo cullavano stranamente, eguali, sempre eguali, monotoni e sonnolenti come il rumore delle onde. Egli ripensava ai versi del suicida genovese, ripetendoli fra s col motivo della (Sonnambula).
Parevano fatti apposta per lui, quei versi: e quel motivo facile e dolce gli ricordava i vecchi motivi che avevano cullato i suoi primi sogni di studentello. Ora la notte era stellata e cheta, ma non pi lieta di sogni. Un sogno solo, oramai, attraversava per lui la pace della notte stellata: il sogno della morte. (Essa) era l'amica attesa, e spesso egli credeva di (sentirla) vicina; ed anche quella notte gli parve che qualche cosa di soave passasse improvvisamente per l'aria: non soffio di vento, non profumo, non melodia, ma qualche cosa di pi snervante, di pi dolce. Era una carezza misteriosa, il soffio di (lei) che passava, sfiorandolo col suo vestito di velluto nero, accarezzandolo con le sue mani di piuma...
- Deve essere morto, il condannato - egli pens. - S, ricordo, quando mor mia madre, un anno fa, mi parve che due mani invisibili, lievi come piume, mi sfiorassero il viso.
Egli passeggiava lentamente, dall'estremit del precipizio alla strada. Il sonno lo vinceva. Un bel momento non pot pi camminare, e sedette, stanco, sulla sporgenza del masso che dominava il precipizio. Mise il fucile sulle ginocchia, e gli parve che una mano invisibile gli chiudesse gli occhi.
Cos, per un attimo, ad occhi chiusi, vide egualmente, ma quasi attraverso il velo d'un incantesimo, il mare senza colore, i lumi, gialli sulla linea nera delle coste vicine, le stelle, il chiarore suggestivo del faro: e sotto di s ud il respiro lamentoso delle onde, e gli parve che l'isola fosse uno smisurato mandolino capovolto sulle onde, le cui corde vibrassero entro l'abisso del mare con un lamento d'infinito dolore. Dormire, dormire!
Mai come in quel momento egli aveva sentito lo spasimo del sonno non soddisfatto. Gli pareva di udire dei passi furtivi e pensava sempre al condannato agonizzante, forse gi morto: quello, almeno, s'era addormentato una buona volta! Egli lo conosceva; lo aveva parecchie volte sorvegliato mentre i condannati riattavano il lastrico della strada: era un muratore romagnolo, uno dei tipi pi miti del penitenziario, un uomo alto, magro, curvo, dal viso dolce di vecchio biondo, con due piccoli occhi giallognoli sorridenti.

Eppure... Eppure gli pareva di sentir davvero un frusco di passi misteriosi. Riapr gli occhi, si scosse. Silenzio profondo. Storie di forzati evasi gli tornarono in mente. Pochi mesi prima cinque condannati, fra i quali un vecchio settantenne, erano evasi con astuzia meravigliosa, profittando appunto della barca d'un pescatore d'ostriche; ma giunti alla riva opposta non avevano saputo nascondersi, vagando per otto giorni sulle colline troppo frequentate: cos erano stati cacciati come animali selvaggi, e ripresi e inchiodati di nuovo, spoglie di avoltoi, sulla cima dell'isola del castigo.

Suggestione o realt? Un passo furtivo. Senza dubbio, un uomo scendeva strisciando lungo il muro dietro la strada. Serafino sollev con un moto istintivo il fucile. Una pietruzza rotol dal muro gi per la strada: non c'era pi dubbio.
- Chi va l?
La sua voce risuon stranamente chiara e metallica; poi, per molto tempo, tutto ritorn nel silenzio di prima.
Egli credeva di essersi ancora ingannato, quando un uomo salt dall'alto del parapetto e scese rapidamente la strada.
- Chi va l?
Sebbene preparato a tutto, Serafino sent un brivido salirgli dai piedi alla nuca.
- Stsss... - soffi l'uomo, avvicinandosi arditamente.
Nella penombra della notte si distinguevano le sue braccia protese in avanti, in atto di difesa e di supplica. Egli si ferm solo quando il fucile del soldato gli tocc una mano.
E dallo spavento passando alla meraviglia, Serafino riconobbe il condannato romagnolo.
- Fermo o vi ammazzo!
Il condannato si pieg, s'inginocchi, sempre con le braccia protese, in atto di preghiera e di difesa istintiva.
- Dove andate? - url Serafino.
- Non gridate cos - preg allora il condannato, con voce sommessa ma ancora sicura. - Legatemi, ecco le mani, ma non gridate. Siete cristiano e dovete sapere i comandamenti: non ammazzare. Sono vecchio e potete legarmi.
- Silenzio! - grid ancora l'altro, dandosi un'aria terribile. - Dite dove volevate andare.
- Volevo evadere - rispose il vecchio, semplicemente, abbassando le braccia.
E accorgendosi senza dubbio che il soldato, nonostante la sua aria terribile, era "un cristiano", os aggiungere:
- Lasciatemi andare: nessuno si accorger che sono passato di qui!
- Silenzio, o faccio fuoco! Adesso d l'allarme.
Allora accadde una scena rapida, commovente. L'uomo curv ancora di pi le spalle, si trascin un po' sulle ginocchia, e si rifugi fra le gambe di Serafino, quasi cercando in lui una difesa contro gli altri che potevano da un momento all'altro sopraggiungere.
- No, no, figlio mio, cristiano, no, non chiamate, no, no - balbettava.
Poi, visto che Serafino lo esaudiva, ard risollevarsi alquanto e sovrappose l'una sull'altra le mani tremanti.
- Legatemi, legatemi, - supplic, - ma non chiamate. Ho finto di essere malato per fuggire. C' una donna, una vecchia, che mi aspetta da venti anni:  mia moglie. Ora mi ha scritto che sta male, tanto male, ma che morrebbe tranquilla se potesse vedermi ancora una volta. Le ho scritto che avrei fatto di tutto per contentarla, per darle questa gioia, dopo che per tutta la vita non le ho causato che dolori. Ora mi aspetta: bisogna che io tenga la parola, altrimenti quella muore disperata. Come far se voi non avete piet di me? Cristiano, abbiate piet di me; no, di quella vecchia moribonda, che ha sempre sofferto. Se vostro padre si trovasse nelle mie condizioni, davanti a mio figlio soldato? Che direste voi? Lasciatemi andare, via; siamo tutti fratelli, nel mondo; chiss che un giorno non possa anch'io esservi utile. Ecco, - aggiunse, animato, confidando nel silenzio di Serafino, e volgendosi con le ginocchia verso lo scoglio - io scendo gi qui: la roccia non serba traccie: voi non avete visto niente di niente, e... Dio vi ricompenser...
Serafino credeva di sognare. Avrebbe voluto dare l'allarme, legare l'uomo, compiere infine quello che i suoi superiori chiamavano "dovere", ma non poteva. Una forza misteriosa, come nei sogni, gli impediva quasi di muoversi. Il soffio ansante e supplichevole del condannato gli destava una profonda piet, e quasi un senso d'ammirazione per quel vecchio che, dall'abisso della sua miseria, anelava ancora alla vita, con tanta fede e tanta passione.
Senza domandarsi se valeva pi la sua o la vita del disgraziato, pens che forse era giunta l'ora di morire. La sua morte poteva essere interpretata come un omaggio al dovere; no, non doveva lasciarsi sfuggire questa occasione.
- Andatevene - mormor.
E rimise su il fucile e lo batt al suolo.
L'uomo allora gli abbracci le ginocchia, in silenzio; poi mise una mano per terra, si sollev gemendo. Alto, nero nella notte, mormor una benedizione.
- Figlio mio, voi sarete felice e fortunato: la vostra fortuna sar grande quanto la vostra carit...
Con gli occhi velati di lagrime, Serafino vide la lunga figura nera scavalcare l'orlo dello scoglio; e ud qualche piccolo frammento di roccia cadere gi, gi. Poi il canto lamentoso delle onde torn a interrompere il silenzio della notte.

- Ricco e felice! - pensava Serafino. - Nessuno invece sar mai pi misero e infelice di me.
Non seppe perch, in quel momento supremo, invece di rievocare qualche ricordo solenne, ripens con amarezza che non aveva mai mangiato un cibo fino, tranne qualche ostrica ora che si trovava lass. Poi gli vennero in mente altri ricordi meschini: la lotta affannosa per conservare il pi che poteva intatte le scarpe; il lungo e vano desiderio d'un abito nero; i sacrifizi relativamente gravi per metter da parte il tanto da potersi comprare delle maglie di lana per l'inverno! Miseria delle miserie! Tutto era stato vecchio, umile, consunto in lui; e forse cos anche la sua anima s'era logorata e ripiegata come un panno vecchio. Ma adesso tutto era finito. Finita la lotta contro la sorte, alla quale si sentiva lieto di strappare nel medesimo tempo due vittime: s stesso e il vecchio condannato.
Non pensava che costui potesse averlo ingannato con la sua storia pietosa.
In quel momento egli vedeva solo la figura d'un uomo benedicente, e in fondo all'anima provava una infinita piet per s e per tutti gl'infelici pari suoi. Gli pareva fossero tutti simili a quei condannati, relegati in un'isola dalla quale invano si vedeva un luminoso orizzonte e il profilo azzurro di terre incantate, non raggiungibili; condannati custoditi dalle sentinelle incoscienti di una sorte stupida e crudele. Perch non evadere da quel luogo di pena? Era il momento.

Egli rimette il fucile a terra, e appoggia la gola alla fredda bocca dell'arma.
 il momento supremo. Addio. Egli muore senza amore, senza speranza, senza fede, ma con una misteriosa dolcezza di piet nel cuore. Nessuno pianger per lui; ma egli muore piangendo per tutti coloro che non saranno mai compianti.
Ogni cosa  immobile e muta intorno: egli non vede pi neppure la luce delle stelle e non sente pi la voce del mare. Il gran manto di velluto nero della Morte copre e oscura tutte le cose.
Addio. Ma mentre egli sta per premere il grilletto, il fucile scivola e cade per terra, producendo un rumore vibrante.

A quel rumore egli sussult e si svegli: rivide le stelle, sent il rumore delle onde lievemente agitate. Il fucile gli era realmente scivolato dalle ginocchia; ed egli, per qualche momento, non pot muoversi, neppure per raccattare l'arma, tanto l'impressione del sogno lo irrigidiva.

L'indomani venne a sapere che nell'ora in cui egli s'era addormentato sullo scoglio, il vecchio condannato era veramente evaso, fuggito per un varco ove nessuna sentinella poteva impedire il passo. Era morto.

La sera cadeva. Le acacie e le canne frusciavano come drappi di seta, sempre pi nere sullo sfondo vitreo del cielo solcato di nuvole rosse. Le onde violacee e sanguigne s'increspavano appena contro il soffio gi freddo del vento.
I soldati cantavano nel cortile, con urli melanconici di cani legati in luogo deserto.
Serafino, invece di mettersi davanti al portone, come prima usava, profittava delle ore di libert per scrivere una novella.
Il canto dei soldati, smorzato dal frusco del vento, gli dava la stessa impressione sonnolenta e nostalgica del coro monotono delle donne che nelle sere estive, lungo la spiaggia da Bagnoli a Pozzuoli, si riuniscono per cantare assieme una specie di preghiera lamentosa. Egli scriveva sotto una suggestione dolorosa: sentiva un puerile desiderio di pregare, di maledire, di piangere. Gli pareva che attorno a lui le cose avessero misteriose significazioni; anche le pi umili, come la goccia d'acqua che sul legno bianco del tavolo brillava al riflesso del tramonto, simile a una goccia di rugiada. Un gatto nero dagli occhi gialli, posato sullo spigolo del tavolo, guardava un po' curioso, un po' nervoso, e ogni tanto tirava fuori uno zampino e l'allungava tentando di afferrare la penna del soldato scrittore.
Qualche volta il soldato musicomane sedeva allo stesso tavolo e componeva una romanza con reminiscenze pi o meno popolari. Il gatto allora guardava il movimento vibrato della mano del musicomane e tirava fuori lo zampino: ma un (oh) senza repliche lo faceva rinculare dignitosamente.
Serafino scriveva, scriveva. Una sera il musicomane s'accorse che in fondo a una pagina lo scrittore metteva il suo nome e cognome.
- Me la farai leggere?
- Non posso - disse sulle prime Serafino, ma dopo essersi fatto un po' pregare cedette il manoscritto.
La novella era in forma di diario. Un soldato, relegato per qualche tempo a Nisida per la custodia dei forzati, si lascia giorno per giorno vincere dalla piet per un condannato che lo prega di aiutarlo ad evadere. Il condannato  un muratore, addetto ai lavori della strada che dal mare conduce al penitenziario: quindi ha spesso occasione di parlare col soldato e di raccontargli una lunga storia d'ingiustizie e di dolori. Il soldato, che pure ha un fiero sentimento del suo dovere, finisce col lasciarsi convincere, e una notte, mentre  di guardia, vede passare il condannato e non osa dare l'allarme. Temendo per di venire scoperto, si suicida.
Il musicomane trov la novella cos commovente e umana, che la giudic con la solita frase:
- Sembra una novella russa!
- E perch non americana, anche? Figurati che questo fatto sia accaduto a me - aggiunse battendosi il manoscritto sul petto.
- Tu sei ancora vivo!
- Eppure mi  accaduto... in sogno!
- In sogno?
- In sogno, s, o in quel periodo della nostra esistenza che noi chiamiamo sogno, e che invece potrebbe essere realt. Perch, sappiamo forse noi dove comincia e dove finisce la realt?
- Infatti, ascoltandoti mi par di sognare - disse l'altro ironicamente.
E cominciarono una delle loro solite discussioni, dopo la quale si trovarono d'accordo solo nell'idea di risparmiare le spese di posta inviando nello stesso plico raccomandato, diretto a una rivista di Milano, la romanza e la novella.
Per lungo tempo essi attesero invano la risposta.

Due anni erano trascorsi. Serafino, maestro di scuola in un piccolo paese meridionale, trascinava la vita melanconicamente. Aveva abbandonato ogni velleit letteraria, e gli pareva di cadere ogni giorno pi in basso, in un luogo grigio e freddo. Nel paese ove abitava non si viveva che di pettegolezzi e d'ira. Egli stesso, con tutta la sua mansuetudine, veniva torturato a colpi di spillo. Il suo maggior nemico era il corrispondente di un giornale settimanale, un letterato che da tutti gli intellettuali del paese veniva proclamato come il pi grande fra i giovani scrittori moderni. Questa grandezza non gl'impediva di temere un rivale nell'umile maestro, che aveva avuto l'ingenuit di parlargli delle sue novelle... cestinate. Invano Serafino affermava che non ne avrebbe scritto pi: il letterato non pensava ad altro che ad annientarlo. Serafino soffriva, non tanto per i torti che gli venivano fatti, quanto perch ogni giorno di pi si convinceva che l'amore e la carit non esistono fra gli uomini.
Anch'egli, del resto, non amava nessuno: neppure i suoi trenta scolaretti monelli.
Una volta s'era proposto d'innamorarsi della pi bella ed elegante signorina del paese, la figlia d'un ricco proprietario: una bruna che pareva una figurina di Zuloaga.
- Come l'amerei! - egli pensava. - Non sarei cos sciocco da sognare di sposarla, ma se potessi baciarla ed esser baciato da lei una sola volta, se potessi sentire il suo cuore battere sul mio, mi parrebbe di rinascere. Soffrire per amore, come deve essere bello.
Ma quando egli passava sotto le finestre del ricco proprietario, la figurina di Zuloaga, che sognava di sposare un segretario di Ministero, gli chiudeva rumorosamente la finestra sul muso.

Egli abitava in una vecchia casa, o meglio in una casa di cui erano stati appena costrutti i muri, abbandonata poi e quasi caduta in rovina. Appena due stanze al pianterreno, mal riparate da un tetto di ardesia, servivano d'abitazione al maestro. Una scala di granito, ritrovo di lucertole e di ragni, conduceva ai piani superiori, e qualche volta Serafino s'arrampicava lass, e vagava come le lucertole, e si affacciava al vano delle finestre vuote, e pensava che la vita, per lui, era come quella casa senza tetto e senza imposte, i cui muri invecchiavano inutilmente.
La montagna grigia e verde sorgeva dietro la casa: nelle notti di primavera egli sentiva l'odore dei ciclamini che crescevano sotto i boschi. Un piccolo orto incolto divideva la scuola dall'abitazione del maestro: nulla di pi desolato e melanconico, specialmente nei giorni annuvolati d'autunno, di quel quadrato di terra coperto di solani neri, di vainiglie selvatiche e di cespugli di ruta dall'aspro odore. Un giorno d'autunno, appunto in uno di quei giorni umidicci e cenerognoli, quando tutte le cose appaiono come delineate su uno sfondo opaco e uniforme, ma sembrano pi vicine, pi legate a noi da misteriose simpatie, e basta l'odore della ruta o dell'assenzio grigio o una bacca giallo-rossa di rosaio inselvatichito per richiamarci in cuore tutto un lontano passato, Serafino ricevette una lettera col francobollo olandese. Egli guard a lungo, meravigliato, la busta azzurrognola trasparente, sulla quale il suo nome, scritto con caratteri rotondi, gli destava una strana impressione. Dove, quando aveva (veduto) il suo nome scritto cos? Ricord che nella sua adolescenza, quando scriveva la prima novella, aveva sognato di diventare un celebre scrittore e di ricevere ogni giorno lettere eleganti da paesi lontani e da paesi vicini.
La lettera dall'Olanda era la prima lettera che egli riceveva dall'estero. Chi poteva aver pensato a lui in un paese lontano?
Ed egli apr la lettera quasi tremando, preso da un senso di inquietudine angosciosa.

"12 ottobre, 1903
(Signore),
Ho letto nella (Rivista di Milano) la sua bellissima novella (Piet), e desidererei tanto, ove Ella non l'avesse ancora impegnata, tradurla in tedesco e olandese. Per la traduzione tedesca sarei gi quasi sicura di collocarla nella (Die Zeit), che, come Ella sa,  una delle pi note riviste di Vienna. Io sono tedesca, ma i parenti di mia madre erano olandesi, ed io che abito quasi tutto l'anno in questo paese, conosco perfettamente l'olandese. Sono stata parecchie volte in Italia, ed a Firenze ho avuto la fortuna di frequentare la casa del prof. Rigutini. Conosco quindi abbastanza l'italiano, ed Ella sarebbe quindi sicuro d'una traduzione fedele. Durante un soggiorno a Napoli, ove conto di tornare anche quest'inverno, ho visitato l'isola di Nisida, dove si svolge la sua (Piet), ed anche per questa ragione la sua novella mi ha interessato. Altre ragioni, poi, mi hanno spinta a rileggere e m'hanno destato il desiderio di tradurre la sua novella, che mi  parsa veramente una vibrazione di piet profonda e mi ha fatto ancora credere alla bont dell'anima umana.
Per le condizioni sarebbe facile intenderci, perch io Le farei spedire direttamente dalla (Die Zeit) tutto il compenso della novella.
La pregherei inoltre di farmi sapere se ha pubblicato altre novelle, e Le sarei grata se volesse darmi qualche notizia biografica, per una nota con la quale desidererei accompagnare la traduzione.
Con la speranza di ricever presto una sua gradita risposta, la prego di credere ai sensi della mia sincera ammirazione.
Elisabeth Kerker".

Serafino aveva sempre creduto che la gloria e la fortuna recassero un soffio ardente di gioia. Perch dunque la lettera di Elisabeth Kerker, che per lui, in quel momento, rappresentava il colmo della fortuna e della gloria, gli dava quasi una specie di terrore?
Sulle prime egli non ebbe neppure il coraggio di rileggerla. Era un sogno? Volle convincersi del contrario guardandosi attorno e pungendosi la mano con una spilla: poi rilesse timidamente la lettera e la nascose, pauroso che qualche malevolo volesse rapirgli il suo tesoro.
Il suo primo pensiero, nel credersi gi celebre, fu pur troppo la certezza che la gente invidiosa avrebbe fatto di tutto per avvelenargli la sua gioia. Ma egli si sentiva pi buono del solito; e pur temendola, compassionava la gente invidiosa che per lo pi  invidiosa perch infelice. Ed egli, finalmente, si sentiva felice: tanto felice che aveva paura.
Apr la finestra e sedette davanti al suo tavolino. Tutto era triste, grigio, silenzioso; ma per lui s'era spalancato un orizzonte immenso e fiammeggiante. Non dimentic mai quell'ora di ebrezza dolce e paurosa.

"(Gentilissima Signora),
Accetto la sua proposta, e la ringrazio con riconoscenza. Se sapesse il bene che Ella mi fa!...
Io non sono uno scrittore, ma poich Ella desidera sapere qualche cosa di me, mi permetta di dirle che sono un umile maestro elementare, un povero giovane esiliato in un paese triste e selvaggio. Sono solo, cos solo, cos abbandonato in questa triste solitudine, che una voce amica, anche lontana, basta a rincorarmi e a farmi sperare. La sua lettera, gentile signora, mi  giunta in un momento grigio, quando l'idea della morte mi accarezzava con la soavit d'una carezza materna. Ignoravo persino la pubblicazione della mia novella. La scrissi durante uno dei soliti tristi periodi della mia vita, mentre mi trovavo al servizio militare, in un'isola ove sorge un penitenziario. La mia novella  interessante perch (sentita): al posto del mio protagonista avrei fatto lo stesso. Anzi le dir di pi: (ho sognato la mia novella). L'impressione di questo sogno fu cos profonda in me, che per lungo tempo credetti di aver realmente veduto la figura del condannato che implorava da me piet. Ancora la rivedo, questa figura, che mi benedice e mi augura fortuna. Sempre che sono stato infelice e invano ho anelato a un po' di affetto e di carit umana, la profezia del condannato mi  tornata amaramente alla memoria e mi  parsa una ironia del destino: ma oggi comincio a credere che il mio sentimento di piet verso il prossimo non sia stato vano. Tutte le ore arrivano, ed anche per me  arrivata un'ora di gioia. Oggi comincio a vivere; mi pare d'essermi svegliato da un lungo sonno, e sento una forza misteriosa svilupparsi in me. Credevo d'essere solo, esiliato nella vita, e ritenevo che la tanto decantata gioia di vivere esistesse solo nei romanzi sentimentali; invece sento che la voce del mio spirito pu attraversare, ha anzi attraversato lo spazio ed ha richiamato la risposta di altri spiriti fratelli; e basta quest'idea - pi che l'orgoglio di sapere il mio modesto lavoro conosciuto in terre lontane - per farmi amare la vita.
Grazie, dunque, gentile signora, del bene che Ella mi ha fatto, e mi creda il suo riconoscentissimo Serafino Rossi".

"(Signore),
Ho ricevuto la sua lettera, e la ringrazio della sua confidenza verso di me. Ella  un'anima veramente nobile, ed io sono felice di averla conosciuta. Spero di ricevere da lei altre lettere non meno deliziosamente sincere di questa sua prima. Sento che Ella  tanto giovane; io ho qualche anno pi di Lei; mi permetter dunque di essere, oltre che la sua traduttrice, anche un po' la sua amica lontana. Lontana per modo di dire, poich oramai non esistono pi distanze, tanto che, come ho letto giorni fa in un grazioso articolo del (Figaro), ci sono delle signore che si rendono visita dall'Europa all'America. La sua lettera, egregio signore, mi ha interessato quanto e forse pi della sua novella: mi ha fatto l'impressione d'una pagina di romanzo; ma chi non ha una pagina di romanzo pi o meno bella, pi o meno terribile, pi o meno comica, nella propria vita?
Nella sua (Piet), io avevo intuito appunto qualche cosa di vero, di sentito, che mi colpiva anche per una ragione speciale. Un vecchio amico della mia famiglia, che io amavo come un padre, venne, qualche anno fa, condannato per aver ucciso la sua seconda moglie che lo tradiva. Tent di evadere e fu ucciso da un guardiano del penitenziario. La sua novella mi ha, come pu figurarsi, profondamente colpito per questa ragione, ma anche per la sua forma semplice e suggestiva: io oserei consigliarle di proseguire a scrivere.
Ho scritto anch'io parecchie novelle e ho tradotto poesie e romanzi italiani; anch'io, nei mesi che passo in questo paesello dell'Olanda meridionale, faccio scuola a una trentina di bambine povere. Come vede, i nostri destini si rassomigliano alquanto: io, per, ho pi di Lei fede nella vita; tanto che oso dirle: Ella ha torto a lamentarsi. La povert  sovente una fortuna (scusi il paradosso). L'uomo povero ha meno occasione del ricco di logorare inutilmente la sua vita: ha pi del ricco i mezzi di vivere la vera vita morale; e, se non altro, la vita del povero  pi completa perch egli la deve, anche materialmente, tutta a s stesso. L'uomo d'ingegno, poi, con un po' di buona volont arriva dove vuole. No, creda pure a me, la povert  la minima delle sventure umane; del resto, la sorte  cos capricciosa che spesso d spontaneamente e in un attimo, quanto per anni ed anni ha negato.
Perdoni, egregio signore, se Le scrivo cos malamente; vorrei possedere tutto il segreto armonioso ed espressivo della sua bella lingua per poterle spiegare tutte le mie idee filosofiche sulla vita, idee che purtroppo sono maturate nel mio cervello a furia (si dice cos?) di esperienze dolorose. Ma voglio sperare che la nostra relazione continuer, e cos non mancher occasione di conoscerci meglio e di discutere, ecc., ecc., eccetera".

L'ecc., ecc., eccetera, fu di Serafino, al quale l'ultima parte della lettera di Elisabeth Kerker parve troppo studiata.
- Deve essere una di quelle straniere ricche, con gli occhiali - egli pens; - una persona ricca, insomma, di quelle che si beffano dei poveri prendendoli a proteggere e magari dicendo loro: "Beati voi".
Tuttavia scrisse ancora, prendendosi il gusto egoistico delle persone solitarie, di descrivere la propria casa, l'orto, la montagna coi relativi profumi, la scuola, i bambini, e infine tutta la cornice che s'adattava tanto al quadro melanconico della sua vita.

Quelle lettere furono naturalmente il primo capitolo di un romanzo epistolare, non pi scipito n pi interessante di mille altri romanzi del genere, che capitano regolarmente a quasi tutti i giovani scrittori e alle giovani scrittrici.
Impossibile riprodurre qui tutta la corrispondenza dei due maestri, che dur un anno e sei mesi.

Dunque, un anno e sei mesi passarono. Due autunni umidi e gialli, una primavera calda, un'estate ardente, e due inverni tiepidi e chiari come primavere. Serafino non ricordava la tristezza e lo splendore delle altre stagioni attraversate da lui come da un viandante cieco; ma non dimentic mai l'ardore di quella primavera e la dolcezza di quei due ultimi inverni passati nel villaggio ove viveva il letterato suo nemico.
Mai nemico soffr pi di questo letterato. Tutto il paese oramai riveriva il maestro per la semplice ragione che l'Amministrazione della (Die Zeit) gli aveva spedito dieci copie del giornale, e settanta fiorini in lettera assicurata. Veramente Serafino non aveva cercato la celebrit, nel paese ove insegnava; ma il segreto della sua gloria e della sua fortuna era stato tradito dall'ufficio postale.
Anche la figurina di Zuloaga un giorno guard il maestro con occhi benigni, un po' voluttuosi, ma egli oramai non s'accorgeva pi di lei.

Anche se l'inverno fosse stato rigido e triste, egli non avrebbe sofferto il freddo e la miseria. Tutto oramai era bello e chiaro intorno a lui. Egli si (sentiva) amato: egli amava! Veramente Elisabeth non gli aveva mai scritto che lo amava, n egli a lei, ma certe cose non occorre spiegarle: si capiscono.
D'altronde egli amava come aveva desiderato di amare: senza calcolo, senza speranza. Cos, soltanto per amare. Elisabeth era molto ricca, anche pi ricca della figurina di Zuloaga, ed anche orgogliosa, ma in modo diverso dalla signorina del paese. Una volta scrisse al suo amico queste parole:
"Io sono lieta che fra me e l'uomo che dir di amarmi vi sia un grande ostacolo morale, uno di quegli ostacoli che non tutti hanno il coraggio di superare...".
Serafino non domand neppure in che consistesse quest'ostacolo. C'era una macchia nel passato di Elisabeth? Poco gl'importava, sicuro come egli era di non arrivare mai alla sua traduttrice e di mai chiederle amore. Per, cosa strana, sebbene si fosse avverato il suo antico sogno romantico, ora egli non pensava pi alla morte.

Arriv cos la seconda primavera: i muri rugginosi della casa incompleta si chiazzarono di musco, di fiorellini gialli, e dalla montagna scese l'odore dei ciclamini.
Per le vacanze di Pasqua, Serafino and a Napoli. A Napoli compr una cravatta di raso bianco con fiorellini di malva, e mettendosela davanti allo specchio del negozio s'accorse che gli stava bene, e che era un bel giovane, e pens alla bizzarra notizia letta pochi giorni prima sul (Mattino), d'una ricca americana che aveva sposato un conduttore della funicolare sul Vesuvio, semplicemente perch questo conduttore era un (bel giovane).
Dal negozio egli si rec all'Htel Cavour, dove si trovava Elisabeth, arrivata la sera prima da Roma.
Serafino si sentiva stranamente calmo, deciso a mostrarsi dignitoso davanti alla ricca straniera; ma arrivato alla piazza della Stazione si ferm e si accorse che, suo malgrado, il cuore gli batteva forte.
Una folla pittoresca e multicolore animava la piazza; l'aria era tiepida, il cielo cosparso di nuvole d'un bianco perla luminoso che passavano rapide, come dirette ad un convegno.
Mentre comperava un mazzo di rose, Serafino vide una capra rossa e tranquilla, e guard il capraro, un bellissimo giovanotto vestito come un (dandy) da commedia, col colletto alto e le scarpe gialle.
Allora egli si vergogn di aver pensato alla ricca americana e al conduttore della funicolare, e impugnando fieramente il mazzo delle rose si avanz a testa alta verso l'(htel).

Due ore dopo egli e la bella Elisabeth Kerker si trovavano sul piccolo molo di Bagnoli, in faccia a Nisida.
Elisabeth era bella quasi quanto un'italiana bella. Niente occhiali. Capelli e occhi neri, viso colorito, espressivo, fisionomia nobile, bocca grande e rosea. Ci che non piaceva a Serafino - il quale aveva rinunziato a credersi bello davanti alla fresca bellezza della sua amica - era l'arricciar delle labbra di Elisabeth allorch ella pronunziava qualche parola italiana difficile.
Ma a un tratto ella parl in tedesco.
- Veda, - aveva detto in italiano, guardando la riva luminosa ove il mare stendeva dolcemente il suo merletto di spuma azzurrognola, - mi pare di leggere quella pagina meravigliosa delle (Lettere che non lo raggiunsero), dove l'autrice racconta il suo sogno atavico, dir cos...
E in tedesco ripet alcune frasi della "pagina meravigliosa".
- Vedevo un mare liscio come uno specchio, sopra il quale il cielo si distendeva a un'altezza infinita. Presso la riva stavano sedute due persone... sopra tutt'e due stava un infinito incanto di giovinezza, di alba, di cose primordiali...
Serafino non sapeva il tedesco, e non cap la profonda significazione del ricordo di Elisabeth, ma parlando la sua lingua nata le labbra della giovine donna avevano preso una linea cos soave che egli le guard come un assetato guarda un frutto maturo.
Ella sorprese quello sguardo e il suo volto s'accese. Serafino s'accorse che ella aveva arrossito e guard lontano, deciso a non tradirsi pi, a conservare tutta la sua dignit di povero. Per domand innocentemente:
- Mi traduca in italiano quelle parole.
Elisabeth gliele tradusse, e tocc a lui ad arrossire.

Da quel momento egli cominci a perdere la sua famosa dignit di povero. Elisabeth dunque lo amava non solo, ma lo invitava ad amarla. Egli non sapeva come doveva comportarsi: non era abbastanza ingenuo od orgoglioso per non profittare dell'occasione, ma non sapeva come cominciare. Avrebbe voluto raggiungere il pi ardente dei suoi sogni; stringere Elisabeth fra le braccia e sentire il cuore di lei palpitare contro il suo. Null'altro.
Chi era Elisabeth? Donde veniva? Era libera? Era pura? Qual era l'ostacolo da lei una volta accennato? Egli non se lo chiedeva neppure. Vedeva una donna giovane, bella, elegante, che forse era venuta da lontano per lui, per lui solo, e che lo invitava ad amarla. Che sarebbe avvenuto dopo? Egli non lo sapeva: e giudicava inutile domandarselo.
Rimasero tutto il giorno a Bagnoli; assieme andarono a mangiare sotto il pergolato fiorito della piccola trattoria di don Salvatore, davanti alla quale il vecchio stagnaro dal viso di bronzo, che vigilava il suo fornello primitivo, li salut con una specie di tenerezza, credendoli due sposini; poi andarono a Nisida. La primavera mandava il suo dolce soffio anche sul mare: le onde parevano enormi ghirlande di fiori azzurri e dorati; un'aureola di nuvolette d'oro incoronava i profili delle colline verdi e delle isole azzurre: l'aria olezzava.
Ma Elisabeth, il cui busto snello e la testa elegante si disegnavano mirabilmente sull'azzurro del mare, era diventata triste, quasi cupa, col pensiero assente: pareva non accorgersi pi di Serafino, ed egli non osava pi guardarla.
Nisida s'avvicinava, perdendo lentamente la sua forma di enorme mandolino capovolto sul mare; apparivano sempre pi vicine le sue case colorate, gli scogli turchini, le roccie, la casa bianca dei sepolti vivi...
Elisabeth guardava lass, e non badava pi a Serafino. Ma quando sbarcarono nell'isola, ella prese il braccio del compagno per attraversare il selciato livido del molo, e disse ridendo:
- In quasi tutti i romanzi v' un capitolo, quasi di prammatica, nel quale due innamorati... o che stanno per diventarlo, fanno una gita, o una visita a un vecchio castello, o ad un convento, o ad una chiesa. L'autore coglie l'occasione per sfoggiare la sua cultura artistica, e i due innamorati colgono l'occasione per... spiegarsi. Credo per che nessuna coppia sia, come noi, andata a visitare un ergastolo!
- Ma davvero! - egli disse goffamente.
La voce gli tremava alquanto, il cuore gli batteva forte. Che voleva dire Elisabeth? Ch'era giunta l'ora di spiegarsi? La strada chiusa da due muraglie, di tanto in tanto interrotte da cancelli di ferro attraverso i quali si vedevano sfondi verdi e azzurri e lontananze ineffabili di mare e di cielo, era deserta, silenziosa, calda, coperta dal cielo luminoso. S'udivano gridi d'uccelli, qualche voce lontana, il picchietto dei tacchi di Elisabeth, dei quali uno batteva pi forte dell'altro, il frusco della sua sottoveste.
Serafino non aveva che a stendere il braccio per stringerla a s; e non aveva altro desiderio in cuore, altro pensiero in mente; ma non osava. Gli pareva che Elisabeth scherzasse: no, non era possibile che ella facesse sul serio. Lo stesso frusco delle vesti di lei metteva in guardia il povero maestro. Eppure egli aveva paura di parer ridicolo, con la sua goffa timidezza.
A un tratto la strada svolt, s'apr sopra un precipizio roccioso, in fondo al quale il mare sospirava un lieve lamento.
Elisabeth si ferm, e guard con occhi pensosi il quadro meraviglioso che le si svolgeva davanti.
- Era un punto cos? - domand.
- S - rispose Serafino, ricordando il suo sogno.
E non seppe per quale misteriosa legge mnemonica gli torn in mente il ricordo del suo triste passato, come durante il suo sogno. E ora? Ora egli era l, amante e forse amato, l, con la sua compagna bella e intelligente, che veniva da lontano, che veniva cos, come le onde, come l'aria, come le nuvole, come gli uccelli, e che forse aspettava solo una parola per offrirgli tutta la sua bellezza e la sua fortuna. E, con un ardimento quasi disperato, egli l'abbracci.
Ella sollev fieramente la testa, e allora egli s'accorse d'una cosa strana. Ella piangeva.
- Perch? - egli domand supplichevole. - Perdonatemi; sono pazzo. Ma ditemi una sola parola; ditemi che mi volete bene... poi, se vorrete, non mi vedrete pi. Pi, pi... - ripet come un bimbo, disperato per il dolore di lei.
- Non  per questo... - ella disse, riavvicinando il suo al viso di lui. - Io vi amo, ma piangevo per un'altra cosa... Ebbene, s, prosegu, ve lo dir adesso, altrimenti non potrei dirvelo pi. Ricordate? Il vecchio amico che tent di fuggire... dalla casa di pena... e fu ucciso da un guardiano che lo insegu, era... mio padre...
- Elisabeth... Elisabeth...
Egli era pallido come un malato e il suo labbro inferiore tremava convulso. Non seppe dire altra parola. Nella rivelazione tragica di Elisabeth egli non capiva che una sola cosa. Elisabeth, che aveva immensamente sofferto pi di lui, lo amava: egli non capiva altro.
Ella disse:
- Ecco perch la voce della vostra anima lontana mi ha commosso. Voi avreste avuto piet del mio babbo... voi avrete piet anche di me...
No, veramente, fu lei ad aver piet di lui. Nel vederlo tremare come un bambino, avvinghiato a lei, pauroso che ella gli sfuggisse, ella sorrise, con gli occhi ancora umidi, e avvicin il viso un po' reclinato al viso di lui, e baci le sue labbra tremanti.



"POVERI E RICCHI"

(Segnor Franz, Segnor Franz!) - grid una bambina povera davanti alla porta della palazzina bianca.
Un uomo, un vecchio dall'aspetto di mendicante, che indossava un costume sul quale le toppe avevano completamente coperto la stoffa primitiva, sorrise udendo la bimba chiamare il (segnor Franz). Il (segnor Franz) era morto da parecchi anni.
Tuttavia qualcuno apr la porta.
- Che cosa vuoi? - domand una voce giovanile.
- (Segnor Franz), - insist la bambina, sporgendo un bicchiere sporco, e parlando con cadenza come se recitasse una lezione, - ha detto mia madre... ha detto di pregarvi di farci la carit di darci... di darci un po' d'aceto, ch mio fratello si  rotta la testa... e... e... occorre l'aceto per lavare la ferita...
Una mano bianca e fina prese il bicchiere vuoto, che pochi momenti dopo riapparve, sempre nella stessa mano, pieno d'aceto rosso.
- Come s' ferito tuo fratello?
-  caduto... da... cavallo...
- Va, - disse la voce giovanile, imitando la cadenza della voce della bimba, - so bene che... l'aceto serve per l'insalata... e che tu non hai ancora aperto gli occhi che gi dici le bugie pi grosse di te.
- Dio glielo paghi! - rispose la bimba, senza turbarsi, e sguizz via, nella penombra della strada.
Il vecchio dal costume tutto rattoppato la segu; egli zoppicava alquanto, si appoggiava ad un pungolo che stringeva con la mano destra, e con la sinistra portava un involto di stracci.
- Quelli son poveri! - pensava. - Se non trovo alloggio da loro dove lo trovo? Solo il povero aiuta il povero, lo ha detto anche Ges.
La bimba si ferm davanti ad un tugurio in riva al fiume. Era un sera fredda ma limpida: la luna saliva tra i pioppi nudi e diritti come enormi dita puntate al cielo; l'acqua del fiume splendeva.
La bimba entr nel tugurio, e il vecchio la segu, tanto pi che la porta era aperta a chi voleva entrarci. Una donna scarna e pallida, curva sul focolare, estraeva un po' di erba cotta da una pentola nera.
Volgendo attorno gli occhi, il viandante vide che l'interno del tugurio corrispondeva perfettamente all'esterno; una miseria infinita. Ma egli si confort pensando che senza dubbio quella povera gente gli avrebbe dato alloggio per la notte.
- Che volete? - chiese rudemente la donna.
- Ricoveratemi per stanotte, - egli disse, - sono un viandante, son povero, son vecchio; la notte  fredda...
- Perch non domandate alloggio nella casa dei ricchi, dei signori lass? - riprese la donna, indicando la palazzina bianca. - Andate: sono socialisti.
- Mi hanno detto che il padrone  morto da parecchi anni, e la vedova  avara: non ho osato... Ho pensato che solo il povero pu dar ricetto al povero.
Mentre egli parlava, rientrarono due ragazzetti, seguiti da un uomo alto, lacero, sporco.
- Cosa vuole costui? - grid l'uomo.
- Alloggio per stanotte.
- Andate via: non abbiamo posto.
- Solo alloggio - supplic il vecchio. - Da mangiare ne ho. Son vecchio, la notte  fredda. Cammino da dieci ore.
- Via! Via! - diceva l'uomo, e i ragazzetti ripetevano: - Via! Via!
Allora il vecchio, che cadeva dalla stanchezza, offr di pagare cinque soldi purch lo lasciassero dormire presso il focolare.
Accettato. Egli sedette ed apr il suo involto. La donna, che condiva le erbe con l'aceto chiesto dalla bambina, guardava coi suoi piccoli occhi grifagni: cos vide, fra gli stracci dell'involto, un pane nero, quattro noci e un portafogli.
Dopo il pasto il vecchio si sdrai in un angolo, con la testa appoggiata all'involto, e s'abbandon ai suoi tristi pensieri. "Se i poveri, - pensava, - trattano cos male il povero, come lo dovranno trattare i ricchi? Eppure Ges disse...". Il sonno lo sorprese.
A un tratto si svegli. Gli sembrava che una mano tirasse l'involto. Intorno era buio profondo. Egli grid:
- Chi ? Chi mi deruba?
Per tutta risposta ricevette un terribile colpo di bastone sul petto. Gli parve che il cuore gli si spezzasse.
- In nome di Dio, lasciatemi! Prendetevi tutto, ma lasciatemi la vita.
Un altro colpo sulla testa.
Egli cadde riverso e credette di morire. Ma l'istinto della vita lo sorresse: rimase alcuni istanti immobile, poi si alz e balz fuori.
Balz fuori e cominci a correre in modo veramente prodigioso per la sua et e per lo stato miserando in cui si trovava. La luna splendeva ancora sul cielo lucido e chiaro. Il vecchio correva, spinto da un terrore indicibile: la testa e le spalle gli ardevano, come scottate da un getto di acqua bollente; i pensieri gli sfuggivano. A un tratto, arrivato davanti alla palazzina bianca, cadde e non pot pi sollevarsi. La luna gli parve un buco, sul cielo freddo e lucido; un buco dal quale si scorgesse lo sfondo d'una casa d'argento.

Quando rinvenne gli parve di trovarsi in quella casa meravigliosa. La testiera del letto, sul quale egli giaceva, era tutta adorna di madreperla, e splendeva come un lembo del fiume. Le lenzuola, le coperte, i cuscini candidissimi. Gli parve d'essere sepolto in mezzo alla neve; ma l'ardore del petto e della testa non cessava.
Una graziosa fanciulla dalle mani lunghe e fini stava presso il letto: egli riconobbe la giovinetta che aveva aperta la porta alla bimba bugiarda, e una forte commozione lo assal. Come? Dunque i ricchi avevano compassione del povero? Lo avevano raccolto anche senza che egli picchiasse alla loro porta, e lo ospitavano e lo vegliavano?
Ed egli nella sua lunga vita di miseria, egli aveva creduto che solo il povero potesse avere piet del povero. Cos gli avevano insegnato; cos aveva detto lo stesso Ges.

Egli mor poche ore dopo. And difilato in cielo, e appena fu al cospetto del Signore gli narr il suo miserevole caso, e aspett umilmente una spiegazione.
- Ah, - disse Ges con un sospiro, - i tempi sono cambiati! Imperocch ora il povero non crede pi in me, ed il ricco aiuta il povero perch ne ha paura.



"L'APPARIZIONE"

Due paesani, uno d'et avanzata, molto grasso, un po' abbandonato sulla sella del suo cavallo robusto; l'altro agile e svelto, bruno e bello, dritto come un centauro sul suo cavallo grigio ancora allo stato selvatico, viaggiavano assieme attraverso la (Serra), luogo boscoso e solitario.
L'uomo grasso, il cui viso colorito e gonfio inspirava un certo senso di fiducia e quasi di letizia, fermava di tanto in tanto il cavallo, e si guardava attorno con soddisfazione, quasi come Carlo V quando guardava i suoi regni.
- Quello  mio e quell'altro  mio! - diceva al compagno, additandogli qualche bosco di soveri o qualche estensione di terreno coperta di pascoli o di frumento. - Vedi quanto sughero, Juanne Pala? Se la scorza di quei soveri fosse d'argento, non varrebbe di pi. Mi hanno offerto quattrocento scudi: ma io ne voglio il doppio.
Il giovinotto, che era appena tornato dal servizio militare e si credeva molto furbo, guardava di qua e di l coi suoi occhi neri vivacissimi, sorridendo un po' con ironia, un po' con invidia; e senza mai rallentare il freno al suo cavallo riottoso, ascoltava le chiacchiere del suo compagno e rispondeva con arguzia.
A un tratto disse, socchiudendo un occhio:
- Siete ricco come il mare, ziu Pasc, ma mi vien rabbia quando penso che tutti i vostri beni andranno ai vostri cugini...
L'uomo grasso ferm il suo cavallo e si rivolse con aria minacciosa.
- Juanne Pala! Se tu pronunzi ancora il nome di quei diavoli, smonto e ti prendo a sassate!
- Pace, pace; non lo far pi! - disse l'altro ridendo.
- I cugini? I parenti? Il fuoco li accarezzi! - riprese il ricco paesano. - Essi non desiderano che la mia morte. Essi hanno tentato di farmi strangolare, di farmi avvelenare: hanno commesso contro di me tutti gli orrori possibili. Alla larga! Al diavolo!
Egli raccont che, per mezzo d'una serva, i suoi parenti avevano tentato di avvelenarlo: ora aveva paura persino delle serve, lui, Antonio Maria Pasquale Sotgiu, l'uomo pi coraggioso del circondario. Aveva dovuto procurarsi una serva straniera, e prometterle un lascito per mantenersela fedele.
- Voi dovreste riprender moglie, ziu Pasc! Una buona moglie, se volete, ve la cerco io... Conosco una vedova... ma una vedova!... Grassa e fiera come una puledra di due anni... E ricca!...
L'uomo questa volta non rispose, e il giovanotto non insist nel suo scherzo. L'argomento era troppo doloroso per ziu Pascale, vedovo di due mogli. Sterili entrambe, vecchia la prima, mentre lui era ancora giovane, giovane la seconda, mentre lui era gi quasi vecchio, l'avevano reso tanto infelice, che egli aveva finito col credersi perseguitato da qualche mala.
Egli dunque non rispose allo scherzo del giovanotto, ma dovette risentirsene, perch dopo qualche momento, mentre l'altro si lamentava perch i suoi affari andavano male, tanto che era quasi ridotto alla miseria, gli disse con aria beffarda:
- Allora  il caso di proporla a te la vedova ricca e grassa!...
- S! Le donne ricche non mi vogliono! - ammise l'altro, modestamente. - Del resto mi basterebbe una donnina con qualche centinaio di scudi. E dove la trovo? Al nostro paese, voi lo sapete, vi sono poche donne ricche, e tutte pretendono di sposarsi con cavalieri: le altre sono povere in canna...
E continu a lamentarsi. Ah, s, egli era troppo magro per la vedova grassa! S, egli era troppo magro, mentre altri erano troppo grassi...
Ma ziu Pascale sbadigliava. Aveva paura che il giovinotto gli chiedesse denari in prestito.
- Ho ragione, ziu Pasc?
- Tu, piccola anima mia, tu hai torto, invece. Tu hai un tesoro che non tutti i grassi hanno: tu hai la giovinezza.  quello che dico sempre ad Oja [3].
- Chi  questa Oja?
- La mia serva.
-  bella?
- Bella? S... cio no! Non lo so, insomma. Chi ci ha mai badato?
- Ma se dite che  giovane.
- Questo lo so. Ha tutti i denti.
- Ahi, ahi, ziu Pasc!... - disse l'altro con malizia. - Avete detto che  straniera. Giovane, straniera, con tutti i denti! Ahi, ahi!...
Ma l'uomo grasso s'inquiet di nuovo. Egli non ammetteva certe malizie. Egli rispettava la sua casa.
- Se non comincia il padrone stesso, a rispettar la sua casa, chi gliela rispetta? Del resto, vale pi il dito della mia serva che tutta la tua malizia, Juanne Pala! Oja  una santa. Se ha un difetto, anzi,  questo. Prega troppo. Digiuna continuamente e dice che vede i santi. Non apre mai la finestra.  buona massaia, ed io la terr sempre con me. E se si sposa, il che  difficile, prender anche il marito al mio servizio. Ma ella non guarder mai un viso d'uomo.
- Ecco la donna che mi conviene! - pens Juanne Pala. Ma si guard bene dall'esprimere il suo pensiero.
Quando per giunsero al paese, invece di prendere la straducola che conduceva alla sua povera abitazione, egli segu il suo compagno.
Voleva veder Oja; ma lo aspettava una delusione. La casa di ziu Pascale era chiusa, e invano il padrone batt cinque o sei volte alla porta, col calcio del fucile.
- La vostra santa  volata in cielo! - disse Juanne con ironia. - Addio.
E mentre l'altro arrossiva di stizza, egli si allontan, ma dopo essersi ben guardato attorno.
Dietro la casa del Sotgiu si stendeva un cortile recinto da un muro assiepato: davanti s'allargava uno spiazzo dal quale si vedeva il paesaggio: valli rocciose a destra e a manca, la montagna di fronte. Sullo sfondo della montagna, azzurrognola in quel sereno meriggio di primavera, al di l dello spiazzo, in faccia alla casa del Sotgiu, s'ergeva la chiesa parrocchiale, con la sua torre antica, la facciata nera, la porta gotica ombreggiata da due olmi secolari.
Sotto uno di questi olmi, su una panchina di pietra, sedevano costantemente due vecchi paesani: cos immobili, cos bruni, nei vestiti, nel viso, nelle mani appoggiate ai bastoni, che parevano due statue decorative, collocate l dai tempi della fondazione della chiesa.
Mentre Juanne passava davanti a loro, facendosi da buon cristiano il segno santissimo della croce, uno dei vecchi, senza muoversi menomamente, disse:
- Cerca la sua serva, Antonio Maria Pasquale?  in chiesa.
- Ah, eccola! - disse l'altro, subito dopo.
Il giovinotto si volse, sorridendo beffardo, pronto a dir qualche parola piccante alla giovane alta e sottile che usciva di chiesa in quel momento. Ella aveva una chiave in mano. Era vestita quasi tutta di nero, col corpetto chiuso; il suo viso bianco, dal profilo purissimo, era cos triste, che il giovanotto non os tirar fuori le sue parole piccanti. Solo disse:
- Il padrone ti aspetta da un'ora!
Oja si mise a correre, agitando la chiave. E Juanne, prima di svoltare dietro la chiesa, vide ziu Pascale calmarsi e salutare la serva.
Nel pomeriggio il giovinotto and a picchiare alla porta del Sotgiu. Il viso pallido di Oja apparve alla finestra, fra due vasi di basilico. Vedendo Juanne ella corrug le alte sopracciglia nere e disse che il padrone era ripartito.
-  andato all'ovile e non torner fino alla vigilia di San Giovanni.
Egli guardava in su, tenendosi con una mano la berretta ferma sulla nuca. Egli vedeva i bellissimi denti di Oja, i bellissimi occhi neri, e gli veniva il desiderio felino di arrampicarsi sul muro come un gatto.
- Oja, occhi di stella! Aprimi la porta! Di che paese sei? Voglio dirti...
Ma Oja chiuse la finestra con dispetto. Egli si volse e vide che i due vecchioni, seduti sotto l'olmo, lo guardavano e ridevano. Egli s'avvicin e disse:
- Ma quella non  una donna:  un orso! Ma fa con tutti cos?
- Con tutti! - rispose uno dei vecchi: e l'altro aggiunse: - Con uomini e donne.
Juanne sospir: poi domand:
- Ma  vero che  tanto pia?
- Sempre in chiesa! Si batte il petto, piange, prega - rispose uno dei vecchi, laconicamente, e l'altro, che sembrava pi loquace, aggiunse: - Una sera l'ho vista inginocchiata sotto l'altare di San Giovanni: gemeva e diceva: "Che io vi veda, San Giovanni mio, che io vi veda!".
- Ci vorrebbe un San Giovanni vivo! Ma se non si lascia avvicinare! - sospir ancora il giovinotto.
- Non si lascia! - ripet uno dei vecchi. Ma l'altro aggiunse:
- Il difficile  avvicinarla la prima volta! Se tu riesci ad avvicinarla non perdere il tuo tempo in chiacchiere. Baciala. Dopo...

Dopo quel giorno Juanne cominci a ritornare spesso in paese. Andava a picchiare alla porta del Sotgiu, o aspettava Oja davanti alla chiesa: ma ella passava senza vederlo. I suoi occhi guardavano lontano, e sembravano pieni di passione, ma l'"oggetto amato" che essi cercavano pareva fosse al di l dell'orizzonte!
Di notte Juanne passava cantando sotto le finestruole ove odorava il basilico; ma la sua voce di tenore, accompagnata dal coro vocale di altri giovani (cantadores), echeggiava invano nella notte serena. La casa del Sotgiu sembrava disabitata.
Ogni domenica le ragazze e i paesani ballavano davanti alla chiesa: Juanne guardava le finestruole ornate di basilico, pur non trascurando di far la corte alle ragazze che ballavano, ma le finestruole rimanevano chiuse.
Una domenica per egli vide Oja uscire dalla chiesa e attraversare lo spiazzo senza guardarsi attorno, alta ed elegante nel suo bel costume scuro: un giovinotto dalla barba nera si stacc dal circolo dei ballerini e la segu. Ella non si volse e chiuse la porta, ma poco dopo il suo viso bianco apparve per un attimo fra i due vasi di basilico. Juanne prov un impeto di gelosia e di timore.
- Qui bisogna muoversi, uomo! - disse a s stesso.
E cominci ad aggirarsi intorno alla casetta come la volpe intorno all'ovile. Come fare per penetrarvi? Il muro del cortile era alto, recinto di siepe: i rami d'un melagrano s'affacciavano verso un vicolo deserto, dietro la casa. Egli una notte pens di gettare una corda ai rami del melagrano e di arrampicarsi fino a raggiungere una sporgenza del muro. And a prender la corda che gli serviva per gettare il laccio ai puledri indomiti, e prov... Il laccio prese la cima dell'albero come una testa scapigliata e selvaggia. Egli s'attacc alla corda come una scimmia e riusc nel suo intento. La luna illuminava il cortile: dall'albero era facile scendere, penetrare nella cucina, sorprendere Oja; ma egli ebbe paura di spaventare la giovine donna e prefer aspettare.
I giorni passavano. A poco a poco egli si sentiva trasportare da una passione ardente. Dimenticava i suoi calcoli per pensare al modo con cui Oja lo avrebbe accolto. La vigilia di San Giovanni egli and a picchiare alla porta di ziu Pascale.
- Il padrone  tornato?
- No: verr domani.
- Oja, apri: devo parlarti di lui.
- Puoi parlare stando l.
- Senti: dirai al tuo padrone che io voglio sposarti. Non andartene! Se tu non mi apri la porta, entrer per la finestra.
Ella intanto la chiuse. Egli and a lamentarsi coi vecchioni, che oramai conoscevano i suoi progetti e lo burlavano.
- Puoi arrampicarti alla torre e baciare l'orologio, prima di baciare quella l.
Egli taceva e guardava la folla che s'adunava nello spiazzo e preparava le cataste di legna per i fuochi di San Giovanni. I bambini portavano fronde di lentischio, e gli uomini le ammucchiavano intorno ad alti pali sulle cui punte sventolavano grandi nastri e fazzoletti rossi.
La sera cadeva glauca e luminosa. Nella chiesa il vecchio parroco dava la benedizione. Le donne vestite come madonne bizantine, inginocchiate per terra, cantavano con voce appassionata i (gosos) di San Giovanni. Ciascuna di loro teneva in mano un mazzolino di verbasco, il cui odore si confondeva col profumo dell'incenso. Anche Oja attravers lo spiazzo, ad occhi bassi, con un mazzolino di verbasco in una mano e la chiave di casa nell'altra. Juanne la salut: ella non rispose neppure al saluto, ed entr in chiesa. Allora egli si alz, s'allontan seguito da uno sguardo ironico dei vecchioni, e and a prendere la corda. Pochi momenti dopo si trovava nel vicolo deserto e gettava il laccio al melagrano. Gli pareva di prendere al laccio la fortuna e l'amore: il cuore gli batteva forte: egli aveva paura che ziu Sotgiu tornasse e lo sorprendesse, o che Oja lo ricevesse male o avesse gi un amante, ma non esit ad arrampicarsi, a salire sul muro e di l saltare nel cortile. La porta della cucina era chiusa. Un grosso cane selvaggio, incatenato sotto la tettoia, cominci ad abbaiare in modo spaventoso. Juanne non aveva preveduto questo. Come fare? Egli si ricord che sapeva i (verbos), parole magiche per far tacere i cani. Prov a recitarli, ma il cane raddoppiava i suoi urli selvaggi. Allora egli si lev le scarpe e si butt per terra, dietro una catasta di legna, fingendosi morto. A poco a poco il cane parve calmarsi; abbaiava solo di tanto in tanto.
Juanne pensava ad Oja, sempre pi commosso e sempre pi deciso di tentare tutti i mezzi per averla.
Ogni minuto gli sembrava un'ora. Fuori, nello spiazzo, la gente gridava e ballava: s'udivano grida e canti e il suono triste di una fisarmonica. All'ultimo splendore del crepuscolo si fuse il chiarore dei fuochi: nubi di fumo rossastro, scintille, foglie ardenti, lembi rossi di nastri e di fazzoletti, che sembravano fiammelle, arrivavano fino al cortile: e l'inquietudine del cane pareva causata da quell'insolito spettacolo.
Oja riapr la porta della cucina, ma non usc fuori. Juanne non si mosse.
Finalmente ella usc e sedette sullo scalino della porta. Trasse il rosario e cominci a pregare: sulle prime bisbigliava, come parlando sottovoce a un essere invisibile, poi si esalt, s'inginocchi per terra e preg a voce alta, battendosi il petto e gemendo. Pareva molto infelice: e Juanne sentiva una vera piet di lei, un desiderio ardente di confortarla.
S'inginocchi anche lui, poi balz in piedi. Il cane riprese a urlare.
Un chiarore fantastico illuminava il cortile: le foglioline arse del lentischio volavano intorno al melagrano grigiastro come farfalline d'oro.
Si sentivano pi acute le grida di ebbrezza selvaggia dei giovanotti che, per dimostrare la loro agilit alle fanciulle accorse a guardarli, saltavano attraverso i fuochi crepitanti. Juanne balz vicino ad Oja; e gli parve di saltare attraverso un fuoco. Oja guardava, con gli occhi spalancati. Al chiarore dei fuochi, quel giovane vestito di velluto e di pelli, scalzo, coi capelli lunghi ricadenti intorno al volto pallido, poteva sembrare il San Giovanni Battista di cui ella invocava l'apparizione. Ma San Giovanni Battista non avrebbe saltato cos.
Ella si mise a gridare. Juanne l'afferr e prov a dirle qualche parola, ma anche lei, come il cane, non volle tacere. Fortunatamente le grida di lei si confondevano col baccano generale; e a un tratto, sebbene Juanne non parlasse pi, cessarono. Egli s'era ricordato del consiglio del vecchio.
Quando lo spiazzo rimase deserto e i fuochi si spensero, egli usc dalla porta della casa di ziu Sotgiu. Aveva la corda attorno al braccio.
Appena fu nello spiazzo guard istintivamente verso la panchina, con uno sguardo trionfante.
Ma a quell'ora, naturalmente, i due vecchioni non c'erano.



"OZIO"

Dopo tre giorni di scirocco rabbioso il mare si calm e parve addormentarsi, stanco.
Il balcone al primo piano di una graziosa casetta sul molo fu riaperto, e sul balcone riapparve la sedia di vimini imbottita di cuscini rossi, e sul rosso dei cuscini spicc nuovamente la figura bruna e pallida della signorina di citt, che faceva la cura dell'aria di mare contro l'anemia.
- Bella giornata, eh, oggi, (signur)? - disse la moglie del marinaio del porto, passando sotto il balcone e sollevando la testa scarmigliata. - Oggi stai meglio, eh, (signurina) Barbara?
- Meglio, s, grazie - rispose la signorina Barbara, con voce un po' rauca.
- Ringraziato sia Dio! - grid la moglie del marinaio.
Senza muoversi Barbara guardava il vastissimo golfo, chiuso, in faccia al molo, da una cornice di colline verdi solitarie. Quel verde primaverile si stendeva anche sul mare. L'acqua immobile e verde del porto dava l'idea d'un prato; e l'odore d'erba che veniva dalla collina pareva esalato dalle onde. Si aveva l'illusione che anche il mare fiorisse, sott'acqua, come tutto fiorisce in primavera.
Le barche, le paranze, i velieri e i barconi erano partiti al cessare del vento furioso: la punta del molo appariva bianca e rosea come una lingua uscente dal mucchio scuro delle casette dei pescatori: misere casette annerite dalla polvere del carbone e dalla salsedine del mare.
Sdraiato sulla banchina, un vecchio pescatore malato, pareva volesse morire guardando il mare. Qualche cane, qualche gatto, e poche donne con secchie di rame sul capo, animavano la solitudine del molo. E il cielo era alto, d'un azzurro che dava al lilla, e in lontananza alcune nuvolette bianche pareva seguissero le paranze che si dileguavano all'orizzonte, fra cielo e mare.
Il quadro era bello, ma Barbara lo conosceva troppo in tutti i suoi particolari. Anche ad occhi chiusi vedeva la linea verde della collina, il semicerchio nero del villaggio, le figure delle donne dalle vesti discinte e i capelli arruffati e scossi dalla brezza del mare. Tutto era pittoresco, ma a lungo andare anche noioso; e Barbara era una ragazza moderna, nostalgica e irrequieta. Dacch era al mare non faceva che sognar la montagna; in montagna avrebbe desiderato il mare. Nei primi giorni s'era alquanto divagata guardando le scene del porto; pi che la contemplazione ella amava l'osservazione. Tutte quelle figure che si muovevano sullo sfondo verdognolo dell'acqua tranquilla, la interessavano, la divertivano. I facchini del porto, seminudi, coi calzoni turchini, il dorso rosso, il petto sviluppato come quello delle donne; gli scaricatori di carbone, neri come abissini, i marinai e i pescatori che parevano fatti dello stesso legno scuro dei loro barconi, tutta quella gente che parlava un linguaggio quasi incomprensibile, rozzo e privo d'armonia, le pareva appartenesse ad una razza inferiore, quasi bestiale, ma la interessava appunto per questo. Ella ammirava tutto ci che era pittoresco. Era un'artista, ma una di quelle artiste infeconde che non sanno o non vogliono coltivare il loro divino istinto. Ella aveva sognato, qualche volta anche tentato di mettersi a lavorare; ma il lavoro le sembrava un tormento o, peggio ancora, una volgarit. Ella avrebbe voluto produrre senza sforzo. Eppoi, senza esser ricca, non aveva bisogno di lavorare. Conosceva quindi tutti i vizi morali dell'ozio, e li praticava senza scrupoli, avida di godere l'attimo fuggente. Nei primi giorni dopo il suo arrivo ella ammir, con vivo piacere, - piacere, del resto, puro e freddo come quasi tutti i godimenti intellettuali, - alcune belle figure d'uomini, che si distinguevano tra la piccola folla brutta dei pescatori e dei facchini. Il primo fu appunto un facchino, un tipo di bellezza e di forza ammirabili; un altro fu una guardia doganale, d'una bellezza femminea. Ma la guardia non vedeva che i velieri e le barche in arrivo, e il facchino, sotto il peso dei sacchi di grano che curvavano il suo dorso nudo, non badava che al punto dove metteva i piedi. Un giorno il veliero part, e il facchino and a caricar carbone in altro punto del molo; e anche la guardia fu cambiata.
Barbara si annoiava. Ella aveva condotto con s una vecchia donna di servizio; suo padre veniva a trovarla solo la domenica. Egli era un alto funzionario, un uomo grasso e calmo, d'umore gioviale: un vedovo che non si desolava pi per la morte della moglie. Quando arrivava lui, tutto il villaggio lo sapeva. Egli cantava, scherzava con tutti, e si permetteva anche di abbracciare la (marinaia) e di invitarla a ballare. Ma partito lui, il silenzio, interrotto solo dal rumore delle onde, invadeva la casetta. E Barbara si annoiava a morte. Per distrarla alquanto venne la tempesta: il mare si sollev, e per tre giorni e tre notti rugg contro i blocchi del molo, dietro la casetta solitaria. Barbara andava da una finestra all'altra e guardava attraverso i vetri. Tutto il mare era livido, segnato, all'orizzonte, da una linea violetta, quasi nera. E anche il cielo, senza essere annuvolato, era livido: pareva che la natura fosse malata. Le onde davano l'assalto ai blocchi del molo come bestie infuriate.
Nel porto le barche e le paranze si stringevano le une contro le altre, come per proteggersi a vicenda; e se qualcuna, pi ardita, osava allontanarsi, barcollava sulle onde e sembrava ubbriaca. Fu in quei giorni che Barbara osserv di faccia al suo balcone una grande barca da pesca, tinta di verde e di viola. Due pescatori anziani, rossastri e vigorosi, che dovevano essere due fratelli, e un giovinetto di sedici o diciassette anni, stavano sulla barca, che si chiamava la (Maria Anna). I due anziani lavoravano e s'agitavano continuamente; preparavano i pasti, lavavano i panni, camminavano sulle corde come scimmioni. Seduti sulla banchina o sotto il balcone di Barbara, rammendavano le vele e le reti, aiutandosi coi pollici dei piedi, forti come uncini di ferro. Il vento scompigliava i loro capelli di rame, e portava via le loro cantilene monotone. Ma il pescatore pi giovine attir specialmente l'attenzione di Barbara. Egli aveva un viso bellissimo, ma accigliato, con due occhi neri, foschi, che pareva avessero veduto tutte le tempeste del mare e della vita. Appena la barca fu assicurata, egli si butt nell'acqua e cominci a nuotare e guizzare, fra un cerchio spumante; poi, fatto il bagno, salt sulla banchina e stette immobile al sole.
Barbara lo guardava con ammirazione: egli sembrava un efebo di bronzo. Vedendosi osservato, egli le volt le spalle; salt nella barca, si asciug, indoss una maglia nera che aveva sul petto un'ncora rossa; mise sui capelli ricciuti un berrettino nero e se ne and in paese, mentre i due vecchi pescatori accendevano il fuoco e tiravano le reti rossastre ammucchiandole sulla banchina soleggiata.
Un cagnolino nero salt in cima alla scaletta della barca e cominci ad abbaiare guardando verso il balcone; pareva gli desse fastidio l'insistente osservazione di Barbara. Ma ella non si stancava di guardare.
Quella barca le sembrava diversa dalle altre; coi suoi colombi, il gatto, il cagnolino, un porcellino, pareva una casetta galleggiante, un'abitazione preistorica di gente che non avesse altro rifugio che quello.
Verso mezzogiorno il giovinetto torn, e mentre i vecchi preparavano il pranzo, egli sedette sulla banchina, fiss gli occhi in lontananza e si mise a fumare una sigaretta. Adoperava un bocchino d'ambra falsa: aveva gusti signorili! Barbara non cessava di guardarlo, ed egli, vedendosi osservato, le voltava le spalle. Quando i maccheroni furono pronti nella concula verde, intorno alla quale il gatto e il cagnolino si misero in adorazione, egli salt nella barca, tir una vela, e nascose la scena agli occhi curiosi della signorina.
Anche lei si ritir. Nel pomeriggio torn al suo posto, e vide che il giovinetto, ritto sulla banchina, s'era messo le calze e le scarpe e un altro berrettino a forma di conchiglia, rosso, giallo e nero. Egli fumava sempre, mettendo in mostra il suo bocchino d'ambra. Vedendo Barbara, le volse le spalle; ma ella ebbe l'impressione che egli si fosse abbigliato per lei.
Maggio s'inoltrava, profumato e quasi ardente. Il sole batteva forte sulla banchina del porto, e gi i ragazzetti figli di pescatori cominciavano a fare i bagni. Un giorno Barbara pot uscire. Naturalmente la sua prima idea fu di andare sulle colline a godersi un po' di verde, e si fece accompagnare dalla moglie del marinaio del porto.
La marinaia aveva fama di donna maliziosa; ma quando sapeva un segreto le riusciva difficile nasconderlo.
- Prenditi uno scialle, - disse a Barbara, - l'aria sulla collina  fresca e tu non devi fidarti troppo; l'aria fresca fa male ai malati di polmoni.
- Chi ha detto che io ho male ai polmoni?
- Me l'ha detto Pasquale; eccolo l!
Mentre la donna andava a prendere lo scialle, Barbara salut il vecchio marinaio malato. Egli sollev il capo sul quale pareva fosse rimasto un po' della spuma del mare, e la guard coi suoi occhi vitrei pieni di melanconia.
- Come state? - ella domand accomodandosi il velo attorno al cappello. - Bel tempo, eh!
- Bello, ma non per noi - egli rispose scuotendo il capo come per dirle: "Tu ed io siamo spacciati, per noi non c' pi speranza!". - Bello per tutti, anche per questi pulcini che girano qui come anime allegre; ma non per noi, figlia benedetta! -. E appoggi la testa al muro.
- Che avete? Che male  il vostro? State allegro; ora col bel tempo guarirete.
- Mai, figlia benedetta! Il mio male  qui - egli disse, toccandosi lo stomaco. - Son tre anni che non mangio; niente passa qui dentro, figlia benedetta. La porta della vita s' chiusa. Il pane  per me come l'oro. L'oro  bello, non  vero? Ma non si pu mangiare.
Egli chiuse gli occhi, sognando di mangiare un pezzo di pane; e Barbara per confortarlo disse:
- Pazienza: siamo nati per soffrire.
- S, figlia benedetta, Dio ti benedica. Anche te... poveretta! S, Antoniotto lo diceva... anche tu, povera, hai un brutto male...
- Chi  Antoniotto? - domand Barbara alla marinaia, mentre si avviavano fuor del paesetto.
-  il padrone della (Maria Anna). Egli parla sempre di te;  innamorato cotto.
- Quel vecchio?
- No, il ragazzo; i vecchi sono al suo servizio.
Un fugace rossore anim il viso pallido di Barbara.
- Quel ragazzo che fuma sempre? Innamorato di me? Come lo sai? - domand alla marinaia che la seguiva passo passo e rideva con malizia.
- S, s, innamorato. Ebbene, signorina, ti voglio dire una cosa, per farti ridere. Dice che anche tu lo guardi! Dimmi la verit, non  sciocco?
Barbara rise; ma non sapeva se di piacere o di rabbia.
- Lo guardo! Certo,  un bel ragazzo - disse, come a s stessa. - E che, non ho gli occhi per guardare?
La marinaia abbass la voce, avvicin il suo al viso di Barbara.
- Senti, - disse, con quell'istinto di lenocinio che hanno molte donne del popolo, -  un ragazzo istruito; ha studiato, sai; voleva farsi prete, poi suo padre, che era padrone della barca,  morto; anche la madre  morta nello stesso anno. Egli ha dovuto smettere; forse non aveva voglia di farsi prete! Io lo conosco da bambino: gli ho fatto un po' da madre. Viene sempre in casa mia; anche ieri  venuto, prima di partire. Se viene ancora vuoi che ti chiami?  curioso sentirlo parlare; parla bene, sai... S, tante volte si trattiene ore e ore, a casa mia; io tante volte lo lascio solo, mio marito non c', io devo andare ad attingere acqua...
Barbara finse di non capire, e cambi discorso. Ma quando furono sulla collina, ella trasse dalla borsetta una lettera e si mise a leggerla attentamente. La donna la guardava con curiosit maliziosa.
-  del tuo fidanzato?
- S. Egli verr a trovarmi fra una settimana, appena avr il permesso dai superiori.
Il sole tramontava, rosso sull'orizzonte violetto. Le onde d'un azzurro denso, insanguinate dal riflesso del tramonto, venivano a lambire la spiaggia sotto la collina; pareva che il mare volesse avanzarsi, curioso, verso la terra immobile, ma arrivato ad un certo punto retrocedesse pentito, lasciandosi dietro qualche onda che si affrettava a raggiungere spaventata le compagne. E al ritirarsi dell'onda la spiaggia scintillava e pareva tutta di madreperla. I fiori della genziana odoravano sulla collina. E Barbara, infastidita dalle chiacchiere maliziose della donna, pensava:
- La natura  bella e sincera quanto noi, creature di Dio, siamo impure e maligne.

Passarono alcuni giorni. Il tempo era splendido, e Barbara si sentiva sempre meglio: ma a misura che le forze le ritornavano, cresceva in lei il tedio della solitudine. Una mattina ella si prov a lavorare: prese un album, sedette al balcone e disegn una figura. Ma aveva appena abbozzato la testa, - una testa fine, scura, da efebo malinconico, - che gi sentiva un principio di emicrania. No, non poteva lavorare.
- Il lavoro, dicono,  la gioia degli uomini. Non  vero: ne  il tormento - pens Barbara buttando l'album per terra, dietro la tenda del balcone. E si mise a contemplare per la millesima volta il quadro del porto e del golfo. La barca di Antoniotto era appena arrivata: i due pescatori anziani tirarono su un cestino pieno di pesci color d'argento, e lo porsero ad un uomo che lo caric su un carrettino a mano.
Antoniotto, ritto sulla scaletta della barca, con una scodella in mano, guard il cestino, poi guard Barbara.
Era la prima volta che egli osava rispondere allo sguardo di lei: pareva le dicesse: - Guarda, non sono un pezzente: guarda che bella rendita ho io!
I loro sguardi s'incontrarono per un attimo.
Ella gli sorrise: egli si turb talmente che la scodella gli cadde di mano. Ella si domand perch gli aveva sorriso, e disse a s stessa di averlo fatto inconsciamente, come si sorride a un bambino: ma sent che mentiva, che nascondeva a s stessa una ragione inconfessabile.
La barca rimase tutto il giorno nel porto. I due pescatori anziani la volsero di fianco, la tirarono su coi cavi, ne lavarono la parte esterna. E lavorando cantavano:

- Forza, giovani belli, forza!
Forza, giovani forti, forza!

Ed erano brutti e vecchi entrambi! Ma pareva si suggestionassero e si lusingassero con la loro cantilena.
I colombi, i gatti, il porcellino, restarono tranquilli entro la barca reclinata: solo il cagnolino abbaiava protestando. La giornata era calda, quasi estiva: verso mezzogiorno tutti i bambini ed alcuni ragazzi di pescatori che abitavano lungo il molo si riunirono sulla draga ancorata vicino alla banchina, si spogliarono, e prima di buttarsi nell'acqua si misero a giuocare, aggruppandosi, intrecciandosi gli uni con gli altri, agitando i loro corpi magri e scuri, e gridando come dannati; pareva una scena dantesca.
Anche Pasquale, il vecchio pescatore malaticcio, si avanz fino alla banchina e stette a contemplare la scena. Poi si volse a Barbara e disse:
- Comincia presto l'estate per loro! E dire che stanotte piover!
- E come sono svelti! - ella disse con ammirazione. - Mi piacciono tanto.
Allora di dietro la vela della barca che i due pescatori anziani avevano tirato su, sbuc Antoniotto. Era seminudo. Il suo dorso luceva come il bronzo. Egli salt di barca in barca, passando sulle corde come un saltimbanco, finch arriv sulla draga, dove cominci a distribuire pugni e spintoni ai ragazzi pi grandi. Soltanto uno di questi reag, urlando e gettandosi addosso al pescatore. I loro corpi avviluppati si dibatterono alquanto sull'orlo della draga, finch Antoniotto riusc a prendere il ragazzo per la vita, la pancia in gi, e dopo averlo sollevato in alto, lo scaravent nell'acqua che s'apr e schizz coprendosi di spuma. Il viso sbuffante e le braccia rosse del ragazzo riapparvero subito a fior d'acqua. Un urlo di gioia saliva dalla draga, immobile sull'acqua verde come una roccia rossastra. Antoniotto, dritto, in equilibrio sulla sponda del legno, pareva una mirabile statua greca, un giovine Apollo marino pieno di grazia e di agilit.
Barbara lo guardava con ammirazione sincera: egli non si volse mai verso di lei, ma cominci a saltare nell'acqua, prima dalla sponda della draga, poi dalle spalle di un ragazzo. E pi il salto era ardito, pi svelto egli riappariva nell'acqua che si stendeva attorno a lui con cerchi luminosi, quasi circondandolo d'un'aureola di gloria.
Barbara si accorgeva benissimo che egli faceva tutto questo per dimostrarle la sua forza e la sua agilit; e osservava che, per piacere a lei, egli, senza saperlo, diventava bellissimo, come certi insetti che nel tempo del loro amore si coprono di splendidi colori.

Nel pomeriggio la marinaia sal da Barbara per domandarle se voleva andare sulla collina.
- Non te lo consiglio per - disse con la sua voce alta, che pareva volesse dominare il fragore delle onde. - Il tempo cambia: si fa umido. Vedi che nuvole?
Infatti il cielo si copriva di nuvole, e molte paranze e molti velieri stavano raccolti nel porto. Sotto il cielo annuvolato quella folla di alberi nudi dava l'idea d'una foresta autunnale: pareva che tutte le foglie cadute si fossero sciolte nell'acqua verde-giallastra del golfo.
Barbara decise di stare a casa. La marinaia se ne and; passando accanto al balcone, vide per terra l'album dei disegni e si curv per raccoglierlo. Vide una testa appena abbozzata, ma gi viva, piena di espressione, - la testa di Antoniotto, - e un sorriso malizioso brill nei suoi piccoli occhi color del mare.

Pi tardi Barbara vide che la barca s'apprestava alla partenza. Il tempo cambiava ancora; le nuvole erano scomparse, ma una nebbia biancastra ondulava sul mare quieto.
Molte paranze erano gi partite e vagavano in quella nebbia come vascelli fantasmi.
Quando anche la barca di Antoniotto fu partita, una voce risuon:
- Addio, Barbara!
Ella trasal: la barca dileguavasi fra la nebbia, e pareva che la voce venisse da un mondo lontano, fantastico.

Un giorno, assieme col padre di Barbara arriv il fidanzato di lei: era un giovane non bello, ma alto, elegante, con una fisionomia intelligente e seria.
La moglie del marinaio del porto, accorsa senza essere chiamata, non finiva di esaminarlo e di ammirarlo, toccandolo anche, come per assicurarsi che la sua presenza era reale.
- Ah, - ella gridava con la sua grossa voce, - dunque era vero? Io credeva che la signorina scherzasse! La signorina scherza sempre: non si pu credere a quello che dice!
- Ma cos'ha questa donna? Perch si permette di parlare cos? - domand il giovane.
-  una donna rozza e semplice - disse Barbara.
- Rozza, ma non tanto semplice! - osserv il futuro suocero che forse ne sapeva qualche cosa. I due fidanzati scesero poi a passeggiare sul molo. Era una domenica: le barche erano tutte in porto, i pescatori si lavavano, e si radevano la barba, guardandosi a lungo nei loro piccoli specchi primitivi. Qualcuno si pettinava persino le sopracciglia! Anche i pescatori anziani della (Maria Anna) si lavarono e si cambiarono: Antoniotto non c'era, ma ad un tratto Barbara lo vide uscire come un pazzo dalla casetta del marinaio del porto e mettersi a correre verso di lei, livido in viso, con le mani contratte come artigli.
Ella ebbe paura, e istintivamente si strinse al fidanzato, come per proteggerlo e per cercar nello stesso tempo difesa.
Il giovane si volse; vide Antoniotto che correva verso di loro, guardandoli con occhi da folle: cap che Barbara aveva paura, e domand:
-  un pazzo?
Ma Antoniotto si ferm tre o quattro passi distante da loro, salt sulla banchina, poi nella sua barca, e and a nascondersi dietro la vela.
Rientrati a casa, mentre la vecchia serva finiva di apparecchiare la tavola, il fidanzato usc nel balcone e chiam Barbara che pareva avesse una certa ripugnanza ad affacciarsi.
Antoniotto, seduto sopra un mucchio di reti, entro la sua barca, teneva gli occhi fissi al balcone, ed il suo sguardo era cos geloso e disperato, che Barbara si turb.
- Come  bello questo porto! - disse il fidanzato, cingendole con un braccio la vita. -  proprio come tu me lo hai descritto: guarda l in fondo, ai piedi della collina, quella linea verde che si riflette nitidamente nell'acqua... Ma che cosa guardi? Che ha quel ragazzo che ti fissa cos? Ma che fa, adesso?
Antoniotto s'era alzato, e balzava da una barca all'altra con agilit maravigliosa. Arriv cos fino alla draga, vi si arrampic, stette un momento sospeso sulla ruota, poi si butt nell'acqua.
Sulle prime Barbara credette che egli lo facesse per richiamare l'attenzione di lei; ma passarono alcuni secondi e la testa di Antoniotto non ricompariva sulla superficie dell'acqua spumante.
Ella impallid e vibr.
- Dio, Dio, egli vuol morire! - grid sporgendosi dal balcone. - Pasquale, Antoniotto si  gettato nell'acqua! Salvatelo, salvatelo!
Il vecchio pescatore, che aveva veduto la manovra di Antoniotto, guard verso il balcone e disse tranquillamente:
- Si salver da s!
Infatti la testa di Antoniotto ricomparve, ma per un attimo. Scomparve, riappar ancora. L'istinto della conservazione lo riportava a galla; ma Barbara non ebbe pace finch uno dei pescatori anziani della (Maria Anna) non si butt nell'acqua dirigendosi verso il punto ove Antoniotto appariva e scompariva.
Furono pochi istanti, ma ella credette di sognare un lungo sogno di terrore. Che disse, che fece in quei momenti di incoscienza? Ella non lo sapeva; ma quando torn alla realt vide gli occhi del fidanzato fissi nei suoi con uno sguardo geloso e disperato, simile a quello con cui Antoniotto l'aveva fissata prima di buttarsi nell'acqua.



"BALLORA"

La famiglia Pintore, numerosissima, abitava una casetta fra le pi antiche del villaggio, in cima ad un sentiero roccioso che pareva il letto d'un torrente. Quest'abitazione, che sorgeva in mezzo ad un cortile roccioso, cinto da un muro di macigni, ricordava i (nuraghes), come i sette fratelli Pintore, soprannominati (Predas Aspras) [4] per il loro carattere rude e primitivo, ricordavano appunto i preistorici costruttori dei (nuraghes). Solo il maggiore dei (Predas Aspras) era ammogliato, vedovo anzi, padre di una graziosa giovinetta, Ballora, e di parecchi ragazzotti che promettevano di diventare alti e rudi come gli zii. Gli altri fratelli, tutti pastori, gi uomini anziani, non avevano mai voluto saperne di prender moglie: anzi, ultimamente, Matteu, il pi giovane, un bell'uomo sui quarantacinque anni, non s'era neppure accorto delle occhiate languide e insistenti della nipote Ballora.
In quel tempo dell'anno, cio verso la fine dell'inverno, in casa Pintore restavano solo le donne, i fanciulli e il fratello anziano, che soffriva d'un erpete incurabile. Gli altri fratelli svernavano con le loro greggie nelle pianure al di l di Nuoro.
L'inverno era stato rigido e lungo: sull'altipiano e sulle montagne i venti cominciavano a placarsi, e le roccie buttavano via il loro mantello di neve. Si scorgeva l'Orthobene verde come uno smeraldo, e nella valle d'Oliena i mandorli fioriti parevano, in lontananza, sul nero delle vigne arate, macchie e cespugli ancora coperti di neve.
I Pintore, che erano in lutto per la morte della moglie del fratello anziano, durante quell'inverno vissero come selvaggi. Le donne non uscivano mai di casa, e anche Ballore, il vedovo, tormentato dal suo erpete, stava sempre sdraiato su una stuoia, accanto al fuoco, divertendosi a raccontare storielle ai bambini.
Ballora piangeva spesso, ricordando la madre morta, ma poi si confortava pensando allo zio Matteu, un Cristo gigante, dalla barba bionda riccioluta e gli occhi neri melanconici. Zio Matteu aveva quasi trent'anni pi di lei, ma che volete? ella si sentiva attirata verso di lui forse per affinit di razza, e perch realmente egli era l'uomo pi bello del paese.
Durante quell'inverno, poi, ella visse in completa solitudine. Tutti gli uomini giovani, pastori e contadini, erano fuori del paese; a trovar zio Ballore, oltre qualche vecchio amico, non veniva che il Sindaco, uomo ancora giovane, simpatico, scapolo e benestante. Ma Ballora non aveva mai neppure osato guardare in viso il Sindaco: egli era un uomo civile, fine, caustico, qualche volta anche maligno: non diceva mai le cose come le pensava; era amante dei comodi, delle vesti pulite, dei buoni cibi; insomma d'una razza diversa di quella dei (Predas Aspras). Spesso, anzi, egli faceva stizzire Ballora. Appariva, tutto attillato, piccolo e svelto, con la cintura stretta, la berretta messa ad arte sui capelli lunghi, neri, lucidi, un sorriso beffardo sul piccolo volto sbarbato, dalla bocca lunga e sottile: sedeva accanto al fuoco, cercando un posto ove non ci fosse fumo, guardava Ballora e diceva scherzando:
- Ballore Pint; perch te la tieni qui, questa pianticella?  tempo di innestarla, sai?
L'infermo, buttato sulla stuoia come un tronco abbattuto dal vento, guardava Ballora con affetto selvaggio e sorrideva per lo scherzo del Sindaco. Scherzo che pronunziato da altri gli avrebbe recato offesa.
-  troppo giovane, ancora... - rispondeva.
- Dicono che tuo fratello Matteu sia un buon coltivatore...
- (Tiu Matteu)  un pastore, non un contadino - rispondeva Ballora con dispetto. E andava a mettersi sul limitare della porta, e senza smetter di filare la seta cruda per la benda da testa, guardava in lontananza, verso l'orizzonte coperto di nuvole immobili, azzurrognole e rosee sullo sfondo grigio del cielo.
Quelle nuvole colorate, che s'indugiavano, pigre e come assopite, sul cielo melanconico di marzo, annunziavano la fine dell'inverno: tutto taceva intorno, e i macigni, le roccie, i tetti lavati dalle pioggie e dal vento, fumavano nell'aria tiepida e vaporosa. S, l'inverno moriva: fra poco l'erba sarebbe spuntata anche sulle chine pi alte della montagna, sotto le foreste ove non penetra il sole, e i pastori sarebbero ritornati alle terre natie.
Il Sindaco poteva scherzare quanto voleva; Ballora aspettava la primavera, anzi la sentiva gi, nell'aria, nel cielo, e soprattutto nel suo sangue giovane e ardente. Una mattina, agli ultimi di marzo, il Sindaco venne a trovare zio Ballore, e gli disse:
- Vostro figlio Zoseppe ha oramai quindici anni, non  vero? Che far egli?
- Seguir i suoi zii, se il Signore non mi far guarire - rispose zio Ballore.
- Senti, Predas A', - riprese il Sindaco, guardandosi attorno, - devo domandarti un piacere. Tu conosci Miale Ghisu; tu sai che egli  uno dei pi ricchi proprietari di Nuoro, e possiede terre anche nei nostri salti. Egli m'ha scritto che verr qui, in cerca d'un servetto pastore. Perch non gli dai Zoseppe?
- I Pintore non sono stati mai servi: poveri s, ma servi mai...
- Non adirarti, Ballore Pint. Se io ti ho fatto la proposta,  segno che la credo conveniente per te. Miale Ghisu  un giovane ricco, che potrebbe farti qualche favore...
- Io non ho bisogno di favori.
- Ad ogni modo pensaci bene: stasera torner col Ghisu, se egli arriver. E dov' oggi (sa bella manna) [5]?  andata in giro? M'han detto che l'hanno veduta scappare verso le pianure di Ozieri.
- Andare in giro! - rispose con voce lamentosa zia Franchisca, sorella del Pintore, che scardassava con due pettini di ferro un mucchio di lana nera. - Ci vuol altro, cuore mio; con questi panni da lutto!
- Ho scherzato - rispose serio il Sindaco, che rispettava gli usi del paese.
- Dunque a stasera. Dite a Ballora che si lasci vedere. Vedr un uomo pi bello ancora di (Tiu Matteu).
Ballora, che puliva la farina nella (domo 'e mola) [6] attigua alla cucina, ud queste parole, e il suo viso bianco, quasi cereo come quello d'una madonna sciupata dall'umidore d'un luogo freddo e chiuso, si copr d'un rossore fosco. Lagrime di rabbia e di desiderio le velarono i grandi occhi neri dalle lunghe ciglia.
- Ce l'ha con me, quell'avoltoio, - disse alla zia, quando Franchisca entr nella (domo 'e mola) per ricolmare di frumento il moggio; - ma, vedrete, stasera lo faccio arrabbiare. Voglio guardare il forestiere.
- Una fanciulla ben nata non deve parlare cos, - disse severa la zia; - non deve guardare gli uomini, tanto meno se stranieri.
- I miei zii non ci sono, per potermi osservare - pens Ballora, senza rispondere alla zia. - Mi metter in piedi, davanti al fuoco, perch mio padre non mi veda.
E non sapeva se era il desiderio di far dispetto al Sindaco o l'ansia di veder "un uomo pi bello di Tiu Matteu" che l'agitava tutta.

Il Sindaco torn verso sera, accompagnato dal giovane nuorese.
I Pintore, donne, giovinetti, fanciulli, finivano di cenare, seduti per terra, intorno a un canestro colmo di pane d'orzo. Nel chiaroscuro della cucina piena di fumo, Miale Ghisu non distinse sulle prime che un gruppo di figure quasi selvagge; donne col capo avvolto e il viso ombreggiato da bende nere e gialle, ragazzi dai capelli lunghi, bambini dagli occhioni luminosi, e un gigante sdraiato su una stuoia, accanto al fuoco.
E solo questo gigante, ch'era zio Ballore, sollev gli occhi, salutando lo straniero: le donne anch'esse salutarono, ma a testa china; poi si alzarono e sparecchiarono.
Il Ghisu sedette accanto al focolare e cominci a chiacchierare col vedovo.
- Ho bisogno d'un servetto: ma d'un servetto fidato, docile, malleabile. Ne farei un abile pastore: gl'insegnerei a fare il formaggio come lo fanno in continente.
Zio Ballore sorrise con disprezzo.
- Che bisogno abbiamo di fare il formaggio come lo fanno in continente?  forse mal fatto il nostro formaggio? Ad ogni modo, figlio mio, io non posso favorirti; i miei figli non sono docili, non sono nati per fare i servi...
Miale guard verso il gruppo dei fanciulli, poi sollev gli occhi e vide, nello sfondo della cucina, la figura alta e svelta di Ballora.
Ella aveva ripreso il suo fuso e filava, e quando le zie non la guardavano, fissava avidamente gli occhi sul viso dello straniero.
Miale era bello e lo sapeva, ma non per questo gli sguardi d'una donna, specialmente se giovane e bella come Ballora, lo lasciavano freddo. Inoltre egli sapeva che i compaesani di Ballora pretendono che le loro donne non guardino gli uomini degli altri paesi: tanto pi gli sguardi avidi e arditi della bella filatrice lo eccitavano. Anch'egli cominci a guardarla.
- No, - riprese zio Ballore, - non siamo nati per fare i servi. Poveri s, ma padroni in casa nostra. Siamo sette fratelli, tu lo sai, otto con nostro cognato Bastianu Piras: io ora sono invalido, ma gli altri lavorano tutti. Siamo poveri, - ripet con fierezza, - ma siamo uniti, andiamo d'accordo e perci siamo pi ricchi e potenti del vicer. Ci chiamano (Predas Aspras), e davvero siamo rozzi, ma se non ci molestano non molestiamo nessuno.
- S, s, lo so, - disse il Ghisu, per lusingare zio Ballore, - so che siete gente forte e onesta. Appunto per questo vi proponevo...
- Ebbene, non parliamo pi della tua proposta; parliamo d'altro. Io ho conosciuto tuo padre, sai: ho preso in affitto le sue (tancas), molti e molti anni or sono. Un uomo astuto, tuo padre, parlava bene come un avvocato. Diceva che i sette fratelli Pintore, come (sos sette frades) [7] del cielo, non si sarebbero separati mai. E fu cos.
- Anche il figlio  un giovane astuto, - disse il Sindaco, che s'accorgeva degli sguardi sempre pi insistenti di Ballora e del nuorese, e ne provava dispetto. - Non sai, Predas A', che  riuscito a far innamorare di lui la ragazza pi benestante di Nuoro?
Il fuso di Ballora cadde per terra.
Miale abbass la testa, sospir e disse con tristezza:
- Io? Io non penso alle ricchezze, zio Ballo'; sono i parenti che ci pensano!
- Diavolo, questo non t'impedisce di sposare una donna ricca - osserv il Sindaco.
Ballora raccolse il fuso, riattacc il filo e riprese a filare. Era diventata pallidissima e il suo fuso tremolava lievemente, invece di scendere e salire rapido e sicuro come prima.
- Sposare, - disse il nuorese, guardandola, - si fa presto a dirlo. Chiss? Il nostro destino  nelle mani di Dio, come il fuso  nelle mani di quella fanciulla.
- Speriamo non gli cada di mano, per - rispose il Sindaco, ridendo.
- Franchisca, portaci da bere. Tu vorrai del vino, non del miele, credo! - disse poi zio Ballore, volendo distrarre Miale Ghisu che era diventato triste.
La donna port il vino: zio Ballore cominci a raccontare storielle, le donne ripresero i loro fusi, i ragazzi s'avvicinarono al fuoco, Ballora e il nuorese continuarono a guardarsi. E il Sindaco fingeva di non accorgersene, ma ogni tanto, contro la sua abitudine, diceva parole dispettose.
Ballora aveva raggiunto il suo scopo, ma ormai ella non s'accorgeva pi della stizza del Sindaco, e quando egli parlava di (Tiu Matteu), ella non pensava pi allo zio lontano.

Nei giorni seguenti accadde un fatto strano che interess vivamente tutte le donnicciuole del villaggio.
Ballora cadde ammalata. Accessi di febbre fortissima, delir e convulsioni la tormentarono lungamente; poi cadde in una specie di sopore febbrile, dal quale non si scuoteva che per dire parole strane. E tentava sempre di scappare.
Zia Franchisca doveva vegliarla giorno e notte, e spesso chiamava le sorelle e i nipoti per farsi aiutare a tener ferma sul letto l'ammalata.
Nei suoi delir Ballora parlava sempre del giovane nuorese, lo chiamava per nome, gli diceva parole d'amore e lo scongiurava di ricordare i suoi giuramenti, e di ritornare, di portarla via, di farla sua.
Zia Franchisca fin col credere che fra Miale Ghisu e Ballora fossero passate relazioni amorose. Ma quando la fanciulla riprendeva i sensi non rispondeva alle domande della zia, e piangeva silenziosamente.
In poco tempo ella si consum, divent magra, gialla, scheletrica. Sul suo volto deformato non si notavano che gli occhi e i denti sporgenti.
I Pintore decisero di chiamare il medico, ed egli esamin a lungo la malata, ma non seppe definire la malattia, o meglio la defin con un nome incomprensibile: "isterismo".
Voci strane si diffusero allora per il paese: molti affermarono che Ballora era stregata, altri dissero che aveva bevuto un filtro amoroso.
Gli zii tornarono dalla pianura. Una bella mattina, verso la fine d'aprile, zio Matteu spinse l'uscio della camera ove Ballora gemeva, e si ferm a guardar la nipote. Alto, biondastro, vestito di nero e di rosso, coi capelli lunghi, egli sembrava un eroe preistorico, e aveva negli occhi selvaggi qualche cosa di feroce e di melanconico assieme.
- Donnicciuola, - disse a zia Franchisca, - sai le voci che corrono per il paese? Si dice che la fanciulla pronunzi sempre il nome di un uomo, di un nuorese...
- Ebbene, s - rispose la donna. - Una sera venne da noi un giovane nuorese, Ballora lo guard, egli la guard, cos almeno afferma il Sindaco. Altro non so.
- E tu, vecchia, avevi gli occhi forati? Non vedevi quello che succedeva in casa tua?
Poi zio Matteu s'avvicin al letto, ove Ballora gemeva e vaneggiava. Ella non riconobbe lo zio, ed egli s'allontan, asciugandosi gli occhi con una ciocca della lunga barba.
Il giorno dopo Miale Ghisu, mentre si trovava in una sua (tanca), ricevette un messaggio bizzarro:
"I fratelli Pintore vogliono sapere se  vero che tu hai promesso amore alla loro figlia e nipote Ballora. Rispondi subito, se non vuoi ricevere qualche torto".
Miale non si ricordava pi di Ballora, e avrebbe riso, ricevendo il messaggio, se in quel momento non fosse stato di cattivo umore. Rispose:
- Dite ai fratelli Pintore che Miale Ghisu fa quello che gli pare e piace.
Questa risposta, naturalmente, dispiacque ai (Predas Aspras). Zio Matteu divent furibondo.
- Ma  impossibile che Ballora abbia avuto relazioni amorose: anzi non  uscita di casa durante tutto l'inverno - osserv zio Ballore.
- La malattia ha indebolito anche la tua anima, - rispose zio Matteu; - tu sta' zitto. Le donne sono pi agili e sottili dei rettili, e, come le lucertole, sanno passare attraverso i buchi pi stretti.
Ma mentre egli parlava cos male delle donne, ecco arriv Miale Ghisu.
Il giovane sembrava triste, compunto. Domand di vedere Ballora; quando la vide, cos gialla e cadaverica, fece una smorfia di disgusto, ma si avvicin al letto, si curv, e domand:
- E dunque, come stai, Balloredda?
La malata lo guard, ma parve non riconoscerlo o non curarsi di lui. Egli rimase contento di quest'accoglienza, and via e promise di tornare.
Infatti pochi giorni dopo ritorn: le sue visite diventarono frequenti, e subito si sparse la voce che egli aveva sedotto Ballora e che Ballora moriva d'amore per lui, e che i fratelli (Predas Aspras) avevano minacciato di ucciderlo se non sposava la ragazza.
Queste voci volarono, scesero fino a Nuoro, dispiacquero molto alla fidanzata del Ghisu. Questa, che era molto brutta, avrebbe volentieri perdonato; ma i parenti, gente boriosa e superba, non vollero pi saperne di imparentarsi con uno che s'era abbassato a sedurre una paesana, una montanara selvaggia. Poco male una ragazza di citt, una serva nuorese, ma una dei paesi!...
Il Ghisu fu dunque "mandato via", ed egli non parve addolorarsene molto. Di tanto in tanto continuava a recarsi al paese di Ballora, e visitava i Pintore. Di matrimonio, naturalmente, non si parlava, perch la fanciulla stava sempre male; ma verso la fine d'estate, quando le prime pioggie rinfrescarono l'aria e ripulirono alquanto le strade immonde del villaggio, Ballora si sent meglio. Il suo viso cereo si color, i suoi occhi s'animarono. Un giorno ella vide presso il suo letto la figura alta e bella dello zio Matteu e s'accorse che egli la guardava fisso, con uno sguardo tenero e ardente. Anche lei lo guard; egli usc dalla camera senza pronunziar parola, e and dal Sindaco.
La casa comunale, non pi alta delle altre case del villaggio, sorgeva sull'orlo della valle; dalla porta si scorgeva un meraviglioso panorama di valli e montagne, e in lontananza Nuoro appariva bianca e rosea sulla cresta verdognola della vallata d'Isporosile.
Il Sindaco fumava la pipa, seduto sul gradino della porta, e leggeva una lettera del Sottoprefetto di Nuoro.
- Alzati, e vieni con me. Devo parlarti - disse Matteu Pintore.
Senza muoversi il Sindaco sollev gli occhi beffardi, e disse con ironia:
- Vieni forse per domandare le pubblicazioni di matrimonio di tua nipote?
- Forse: alzati - ripet l'altro, quasi minaccioso.
- Oh, oh! Ha fatto la domanda, Mialeddu?
- Non l'ha fatta ancora.
- Ebbene, se non l'ha fatta ancora, non affrettarti, Predas A', perch egli tarder a farla.
- Che ne sai tu?
- Ebbene, - disse allora il Sindaco, alzandosi e ripiegando la lettera, - voglio dirti una cosa, Matteo Pinto', poich mi dispiace che i miei compaesani passino per gente stupida: credo che Miale Ghisu non abbia mai guardato Ballora. Voi tutti avete sognato.
- Ma, allora, perch viene da noi? Perch s' fatto mandar via dalla fidanzata? Ha forse paura di noi?
- Io non so nulla - rispose il Sindaco, sollevando le mani come per allontanare da s ogni responsabilit.
Matteu Pintore stette var giorni pensieroso e inquieto: infine decise d'interrogare Ballora.
- S,  vero, - ella disse con la sua voce languida di convalescente, - l'ho guardato io, per la prima: egli non mi guardava...
- Sfacciata, perch l'hai fatto?
- Non mi sgridate: l'ho fatto per far stizzire il Sindaco, il quale si burlava sempre di me...
- Perch si burlava sempre di te, quel nibbio senza artigli? Devi subito dirlo, Ballora, altrimenti m'adiro.
Ballora arross, ma perch lo zio non s'adirasse dovette rispondere.
- Egli diceva sempre che io... pensavo a voi...
- Ah! Ah! - Zio Matteu s'alz, s'avvicin alla parete, prese un canestro che stava attaccato ad un chiodo, lo guard, lo riattacc, stette a fissare il muro. Poi usc dalla camera senza pronunziar parola.

Miale Ghisu ricevette un altro messaggio: "I fratelli Pintore ti proibiscono di ritornare nella loro casa".
- Salute a loro - rispose il giovane, ridendo. E porse una zucca di vino all'uomo che aveva recato il messaggio. L'uomo bevette, e vedendo che il Ghisu accoglieva allegramente l'ambasciata, gli fece per conto suo una confidenza:
- Pare che la ragazza abbia cambiato idea: non vuole uscire di famiglia, vuol sposare lo zio.
- E lo zio?
- Lo zio vuol sposare la nipote.
- Buona fortuna, allora. Bevi, uomo!
E quando l'uomo fu partito Miale Ghisu fu tutto contento di non pensar pi al come liberarsi della seconda fidanzata che lo aveva liberato della prima.



"IL SOGNO DEL PASTORE"

 la notte di Natale, ma sembra una notte d'autunno, fresca e diafana. La luna illumina la pianura solitaria. Un corso d'acqua, qua largo, l stretto, serpeggia fra le stoppie nere, e sparisce luccicando all'orizzonte, ove pare che vada a gettarsi silenzioso in un mare di vapori azzurri, in un vuoto lontano.
Sono le prime ore della notte. Il pastore guarda le greggie pascolanti. Gialle e nere alla luna, le pecore assonnate vanno melanconicamente per la pianura cercando l'erba fredda sotto i cespugli, lungo le muricce coperte di musco; e i loro campanacci dondolano e suonano una strana musica, monotona come una cantilena, che va e viene e squilla e trema argentina col lento sbandarsi della greggia, animando e nello stesso tempo rendendo pi intenso il silenzio della pianura.
Il pastore guarda; e sogni selvaggi passano nei suoi occhi.
Egli  sceso dalle aspre montagne nate, i cui freddi pascoli, odorosi di tirtillo e di timo nelle splendide primavere, ora son coperti di neve segnata dalle orme delle lepri fuggenti e dei mufloni dai languidi occhi.
Il pastore ha lasciato gli alti pascoli ai primi soffi autunnali, ed  calato alla pianura con la sua greggia, i suoi cani, il suo (sacco), - lungo mantello d'orbace ch'egli getta sul capo e allaccia sotto il mento - col suo cavallo, i suoi arnesi di sughero, i suoi cucchiai d'unghia di pecora, e con la sua provvista di pane d'orzo per tutto l'inverno.
Egli  un nomade, ma ha una numerosa famiglia stabilita nell'alto villaggio delle montagne.
Mentre guarda le pecore al pascolo, egli ha negli occhi la visione della rozza casa ove i suoi cari passano il rude inverno; ecco, dietro i vapori luminosi della luna sorgono le vette argentee della montagna e sotto le candide conche abitate dal muflone splendono i lumi del piccolo paese. La casa del pastore  di pietra e di legno, e nell'ampia cucina fuma l'antico focolare di pietra, e sul fuoco di tronchi bolle una grande pentola nera.
La casa del pastore  ricca; v' legna, lardo, patate, fagiuoli. Le donne del pastore hanno lavorato tutto l'anno negli orti, irrigando i solchi, hanno raccolto le castagne e le noci nei boschi, e sgranato i fagiuoli violetti tigrati di nero.
La casa  ricca, e la figliuola primogenita, grassa e rossa nel suo stretto costume di orbace,  fidanzata ad un uomo che a sua volta raccoglie molto orzo e frumento.
Tuttavia il (maggiore), cio il capo della famiglia, smarrito nella solitudine della pianura, sogna il giorno in cui egli sar tanto ricco da avere un servo che gli custodisca le greggie.
Ah, egli allora non dovr pi perdere i capelli per salvare le sue pecore. (S'arrangi) il servo, e se una sola pecora va smarrita guai a lui!
Egli, il pastore, allora davvero ricco, se ne star seduto accanto al focolare, soffiando sul fuoco col suo bastone di sambuco, guardando ogni tanto entro la pentola, chiacchierando colle sue donne e sputando sulla cenere.
La sua barba sar bianca e lunga; egli sar grasso e rosso. Verr il genero, ed entrambi si metteranno a cantare una gara estemporanea, bevendo ogni tanto vino e acquavite.
Ah, questa sar la vera vita felice! Ma quanto tempo ancora occorrer per arrivare alla realt di questo sogno, quanti Natali ancora da passare lontano dalla famiglia, nella desolazione delle notti della pianura!
Non v'ha mezzo per abbreviare la rude via? Ebbene, s, s, c' un mezzo; egli lo sa, egli v'ha pensato tutto il giorno. Nel pascolo limitrofo al suo c' un altro pastore che vuol darsi al commercio del grano, e perci ha venduto quasi tutto il suo gregge, e fra pochi giorni vender il resto e se ne andr.
Adesso  laggi, al di l del fiume, e dorme entro la sua capanna, con la testa appoggiata ad una pietra, sotto la quale c' una borsa di cuoio coi denari ricavati dalla vendita delle pecore.
Il nostro pastore pensa che sarebbe facile impresa andare laggi e impadronirsi della borsa.

Ebbene, s, egli andr. La notte avanza: le pecore si ritirano una dietro l'altra nelle mandrie, e lentamente cessa il tintinno dei loro campanacci dondolanti.
Il pastore siede davanti all'apertura della sua capanna, e pensa.
La luna cala sul limpido arco del cielo; il fiume va sempre silenzioso attraverso la pianura che tace. Un solo punto rosso brilla al di l del fiume;  il fuoco del pastore che ha venduto le sue greggie. L'uomo delle montagne guarda quell'occhio di fuoco e pensa alla bella vita che potr menare fra un anno, alle canzoni estemporanee, ai bicchierini d'acquavite, al servo che guider le sue greggie.
Ebbene, s, egli andr.  tempo di farla finita con questa vita nomade,  tempo di vivere in famiglia, di passare il Natale in paese.
Egli andr; egli va; egli cammina silenzioso, senza lasciar traccie, come la volpe; egli guada il fiume, egli  presso la capanna del pastore,  sull'apertura della capanna. Il pastore dorme, con la testa appoggiata ad una pietra; sotto la pietra ci deve essere, c' la borsa. Il nostro pastore ha un momento di esitazione: poi entra, si curva sul dormiente e lo uccide; scosta il cadavere e solleva la pietra.
Orrore! Sotto la pietra, invece della borsa, c' un mondo di vermi bianchi, schifosi, brulicanti sull'umida terra; i loro piccoli occhi maligni hanno uno strano bagliore verde.
Il pastore impallidisce, trema, fruga per tutta la capanna; la borsa non c', il suo delitto  stato inutile. Allora egli fugge attraverso la pianura, ma ha sempre davanti agli occhi la visione di quei vermi bianchi, brulicanti, dagli occhi verdi maligni.
Dopo lungo errare torna alla sua capanna; il suo cane rosso urla disperatamente alla luna, scuotendo la catena. Che  avvenuto?
Il pastore corre alle mandrie, e le mandrie sono vuote. Egli ascolta, ma il silenzio della notte  turbato solo dal rauco urlare del cane. Un sudore di morte gli bagna la nuca: orrende imprecazioni gli escono dal petto ansante. Egli  rovinato: durante la sua assenza ignoti predoni gli hanno rubato il gregge, e sono spariti senza lasciare tracce, come la volpe.
Urlando di rabbia, il pastore si getta fra le macchie, e corre e corre, e attraversa la pianura cercando il punto ove i ladri hanno guadato il fiume.
Ecco, forse  qui; i giunchi sono calpestati, l'acqua scarsa brilla riflettendo il cielo sereno e la tremolante luna.
Il pastore si tuffa nell'acqua, ma l'acqua non  cos scarsa come sembrava; pi egli avanza, pi affonda: ecco, sino alle coscie, fino alla cintola, fino al petto, fino alla gola. Ah, egli  perduto, egli affoga; i suoi occhi non vedono pi che una distesa d'acque gorgoglianti, cosparsa di vermi bianchi dagli occhi verdi lucenti.
Allora egli prova una terribile impressione, gli sembra di essere morto, di non poter pi riveder i suoi cari, le sue montagne natie: gli sembra che per tutta l'eternit dei secoli egli debba restare, palpitante e cosciente, nella fredda profondit di quelle acque, tra quel mondo di vermi.
Una terribile disperazione lo vince; vuol muoversi e non pu, vuol gridare e non pu; fa uno sforzo supremo e si sveglia tremando, e si ritrova seduto sull'apertura della sua capanna, ove s'era addormentato pensando di andare a rubare la borsa del pastore vicino.
Per lunghi istanti egli vibra in tutta la persona, ancora oppresso dall'incubo. Poi, lentamente, torna alla realt. Il suo gregge dorme nelle mandrie: laggi, al di l del fiume, brilla rosso e tranquillo il fuoco del pastore. La luna cala nella notte serena.
Il pastore si alza, si scuote, ed una tristezza profonda gli copre il cuore. Gli sembra d'aver commesso davvero il delitto, e sente un grande rimorso, ed il presentimento di tristi cose.
Che far per espiare? Come placher l'ira del Bambino Ges?
Ebbene, egli confesser al pastore vicino la mostruosa idea e l'orribile sogno che ha avuto: poi scanner tre pecore e ne distribuir le carni ai poveri del pi vicino villaggio.
L'indomani, il pastore vicino viene a visitar l'amico. E l'amico gli racconta l'orribile sogno avuto; ma non ha il coraggio di confessargli che ha davvero pensato d'ammazzarlo. Il vicino ride, ride anche il nostro pastore, poi entrambi scannano una pecora (tre, ha pensato bene l'amico, sono veramente troppe!) da distribuirsi ai poveri. Avvisati, i poveri vengono dal paese, si disputano le porzioni di carne, e tornandosene dicono:
- Che buon uomo  quel pastore! Perch ha sognato di ammazzare un cristiano, ha scannato una pecora e l'ha data a noi poveri. Nostro Signor Ges lo rimeriti.
Intanto nella capanna i due pastori amici, che hanno tenuto per loro le carni pi delicate della pecora, fanno girare sulla brage gli schidioni di legno, e cantano vibrate strofe estemporanee, prendendo per argomento il sogno avuto, ma solamente il sogno.



"LA LEPRE"

In mezzo ad un'isoletta, che a sua volta emergeva in mezzo ad un fiume larghissimo, splendeva un piccolo lago d'argento verdognolo, o meglio uno stagno circondato di pioppi e di salici, di cespugli di gagga selvatica, di erbe alte, carnose e vellutate, fiorite di strani girasoli violacei. Riflessa da questo piccolo stagno, la natura circostante pareva pi bella e fantastica, come nell'opera di un artista.
Di giorno lo sfondo del cielo autunnale, con le sue tinte cangianti e le sue nuvole capricciose; di notte la grande luna rossastra, le stelle vivissime, i fantasmi tremuli dei pioppi, riprodotti dallo specchio profondo del lago, davano all'isoletta un aspetto fantastico.
Il cacciatore che aveva lasciato il suo canotto sull'orlo fragile dell'isoletta deserta, e aveva segnato sulla sabbia vergine le sue orme di uomo primitivo, una sera vide appunto la luna grande e rosea affacciarsi tra i pioppi; la rivide, pi bella, entro il piccolo stagno, e per un momento si ferm, con gli occhi fissi sul quadro luminoso dell'acqua, affascinato da quel mondo ignoto, da quel cielo lontano e misterioso che appariva come nel cuore della terra. Una vecchia lepre, che abitava fra le macchie di gagga della riva, vide l'uomo nero, il nemico per lei mostruoso, e scapp agile e silenziosa, lunga e con le orecchie rigide e dritte come coltelli pronti alla difesa.
L'uomo rimase coi suoi sogni: la lepre perdette i suoi, ma si salv. Arrivata nel pi folto del bosco si raggomitol sotto un cespuglio nero, e stette lungamente in ascolto, sporgendo e ritirando il musino tremante. Il suo cuore batteva forte, come da mesi e mesi non palpitava pi.
S, dopo le ultime inondazioni, durante le quali le lepri che abitavano l'isola erano completamente scomparse, o cacciate, o prese dai pescatori, o travolte dal fiume invasore, la vecchia lepre s'era creduta sola padrona del luogo, e aveva sognato di vivere tranquilla per tutto il resto dei suoi giorni. Era vecchia, stanca, sola. I suoi piccini l'avevano abbandonata; i leproni non la volevano pi. Tanto valeva starsene tranquilla in un angolo solitario dell'isola, senza paure e senza pericoli.
Durante la primavera, nel tempo delle inondazioni, la lepre era vissuta fra alcuni tronchi che la corrente aveva trasportato sulla riva alta, sopra lo stagno. Nessuno si arrischiava ad attraversare il deserto paludoso dell'isola, e anche dopo, quando la sabbia s'era indurita e l'erba aveva ricoperto le rive dello stagno, i cacciatori e i pescatori non s'erano fatti pi vivi.
Silenzio e solitudine. Gli usignuoli soltanto, dall'alto dei pioppi, accompagnavano col loro canto il tremolar delle foglie che salutavano l'acqua corrente. Dicevano le foglie, che pareva si fossero immerse in un bagno di luna:
- Addio, acqua: meglio correre che star fermi.
E l'acqua, che andava verso il mare, rispondeva:
- Addio; meglio star fermi che correre sempre.
La vecchia lepre ascoltava, e si sentiva allegra e credeva d'esser pi forte dei pioppi e pi agile dell'acqua, perch aveva la soddisfazione di poter correre o star ferma a suo piacere.
I mesi passarono: e gli usignuoli tacquero, le foglie dei pioppi cominciarono a cadere. La vecchia lepre si sentiva sicura e tranquilla come non lo era stata mai: ed ecco che improvvisamente il fantasma nero e terribile ricompariva! Che veniva a fare?
Raggomitolata sotto il cespuglio, coi grandi occhi immobili sotto le palpebre rossastre, essa scorgeva in lontananza un tratto di sabbia circondato di macchie e illuminato dalla luna: era una specie di piazza, dove anche lei, nei tempi felici della sua giovinezza, aveva saltato e corso dietro la propria ombra, o aveva atteso il suo amante, nelle notti di luna.
Un'ombra pass laggi, poi un'altra: la vecchia lepre credette di sognare. Le ombre per ritornarono, si fermarono, ripresero la loro corsa fantastica. Non c'era da sbagliarsi: erano due lepri. La vecchia solitaria comprese allora perch il nemico nero, il cacciatore notturno, era ricomparso nell'isola.
E una rabbia feroce, quanto pu esserlo la rabbia d'una lepre, le agit nuovamente il cuore. Invece di accorgersi che ritenendosi oramai sola nell'isola si era ingannata, le parve che i suoi simili avessero ripreso possesso del luogo senza averne il diritto. Che volete? Era una lepre che aveva sentimenti ingiusti e idee storte, quasi come un essere ragionevole.
La vecchiaia e la solitudine l'avevano resa selvatica ed egoista: le dispiacque pi la ricomparsa delle lepri che quella del nemico nero, e quando usc dal suo nascondiglio per avanzarsi fino alla radura sabbiosa, e si accorse che le due lepri erano due amanti, il suo dolore si fece pi acuto e pi rabbioso.
Questo non imped che le due lepri continuassero a divertirsi, a saltare, a correre. La femmina era grassa, con le orecchie quasi diafane, rosee all'interno, bionde al di fuori: era civetta, correva intorno al maschio fingendo di non vederlo, si sdraiava lunga sulla sabbia, saltava e scappava quando l'amante le si avvicinava. Questo, invece, magro e consunto di passione e di piacere, non vedeva che lei, non faceva altro che correrle dietro e saltarle addosso. Erano felici; allegri, incoscienti come tutti gli amanti felici.
La vecchia lepre non si stancava di guardarli, e anche quando la coppia graziosa, stanca di salti e di carezze, sparve dalla radura, essa rimase al suo posto di osservazione, raggomitolata, ma con le orecchie dritte, frementi come due foglie secche mosse dal vento.

I giorni e le notti passarono, la luna declin, le sere si fecero buie.
La vecchia lepre non torn in riva allo stagno. Aveva paura del cacciatore. Nascosta nel pi folto del bosco, solo qualche notte si avanzava fino alla radura, dove i due amanti giocavano allegramente.
Un giorno, per, essa ud un colpo di fucile, poi un altro, poi altri ancora, vaghi, lontani, come ripetuti dall'eco.
E quella notte, per quanto fosse una notte da innamorati, dolce, tiepida, e la luna nuova declinasse dietro i pioppi oramai spogli, i due amanti non ricomparvero.
Il nemico nero doveva averli uccisi. La vecchia ne prov tale gioia feroce, che si mise a saltare sulla sabbia ancora segnata dalle orme dei poveri amanti.
Ma il rumore d'un passo d'uomo la costrinse a fuggire: cieca, anelante, s'intern nel bosco, arriv fin quasi all'altra riva del fiume, e rimase nascosta fino all'alba in un luogo dove prima non era mai stata.
All'alba si mosse. La nebbia velava il bosco, le macchie stillavano grosse goccie d'acqua gelata. La lepre fece un giro di perlustrazione, scese sino in fondo ad una specie di piccola valle, e scopr una cosa che, nonostante tutta la sua cattiveria, la intener e la commosse. Trov un nido di leprotti! Erano due questi leprotti; grassolini, con le orecchie diafane, gli occhioni immobili e lucenti: dovevano essere i figli della coppia uccisa dal cacciatore.
Uno dei leprotti leccava le orecchie e la testa al fratellino, e quando vide la vecchia lepre la guard e sporse e ritir il musino con un po' di paura.
La vecchia pass oltre, ma pi tardi ritorn ancora e rivide i due poveri leprotti che giocavano e si leccavano a vicenda.
Era una giornata triste, fredda: verso sera cominci a piovere e la vecchia lepre ritorn al suo antico nido fra i tronchi, sulla riva alta dello stagno. Pioveva e pioveva. La vecchia lepre non si rattristava per questo. Anzi! La pioggia significava la fine della bella stagione, e quindi la solitudine e la sicurezza. La sabbia dell'isola si sarebbe presto rammollita: il cacciatore non s'arrischierebbe pi ad attraversare il bosco umido e nudo.
E i poveri leprotti? Che ne sarebbe di loro, in fondo alla piccola valle? La vecchia solitaria ricordava i suoi piccini, il tepore del nido, le gioie materne? Non  facile saperlo; ma  certo che verso l'alba essa scese dal suo nascondiglio e and a vedere i leprotti. Le povere bestiuole dormivano, l'una sull'altra, ma anche nel sonno dovevano aspettare la madre, perch quando la vecchia lepre si avvicin allungarono il musino e scossero le orecchie.
E la vecchia li guardava, coi suoi grandi occhi umidi, e anch'essa sporgeva il muso come fiutando l'odore del nido.

Ricominci a piovere. Per otto giorni e otto notti, un velo grigio di nebbia e di pioggia avvolse e copr l'isola. Lo stagno parve riempirsi di un inchiostro nero argenteo e l'acqua sal, sal, arriv fin quasi al rifugio della lepre. Questa aveva tentato di ritornare ancora verso il nido dei leprotti, ma qua e l, intorno al suo rifugio, la sabbia si era spaccata e impregnata d'acqua. Impossibile arrivare fino alla piccola valle. E pioveva e pioveva: s'udiva un rumore lontano, pauroso, come il rombo di un esercito nemico che passasse invadendo e distruggendo ogni cosa.
La vecchia lepre conosceva bene quel rombo, che era la voce cupa del fiume vincitore, e non osava pi muoversi dal suo rifugio, tormentata dal freddo e nutrendosi solo con qualche foglia secca. Un giorno dovette star digiuna perch l'acqua arrivava proprio fino ai tronchi del rifugio, ed era pericoloso muoversi di lass.
L'acqua saliva, saliva, grigiastra, cupa, silenziosa. Il cielo, la terra e l'aria, parevano oramai composti solo d'acqua fredda e sporca.
Ma la sera dell'ottavo giorno la pioggia cess, e tutto ad un tratto le nuvole s'aprirono. Qua e l fra la nebbia cinerea, apparve un cielo verdastro, e in una spaccatura di nuvola brill, come nella profondit di una miniera, l'argento dorato della luna.
L'acqua cal, parve ritirarsi, stanca di conquista, trascinandosi dietro un bottino di fronde, di rami, di sabbia, di animaletti morti.
L'indomani il sole illumin il luogo desolato, e la lepre, bagnata e affamata, usc dal suo nascondiglio, e pot riscaldarsi e guardarsi intorno.
Lo stagno era scomparso: un fiume lento e fangoso passava sotto la riva alta che aveva resistito come un argine: e l'acqua continuava a trasportare le sue vittime e il suo bottino.
Ed ecco che fra i rami nudi e le foglie secche e fra mille bollicine che parevano le perle d'una collana rotta, la lepre vide i due leprotti morti, lunghi stecchiti, con gli occhi spalancati e le orecchie dritte: essi correvano, correvano sull'acqua, sempre l'uno accanto all'altro, da buoni fratellini che anche dopo morti si volevano bene.
Oramai la vecchia lepre era proprio sola nell'isola.



"CATTIVE COMPAGNIE"

A ventisei anni, completamente rovinato finanziariamente, ma ancora bello nonostante gli stravizi della sua prima giovent, don Elia pens di ammogliarsi.
Gl'indicarono la nipote di un vescovo, alla quale lo zio doveva lasciare una grossa eredit. Don Elia and nella piccola citt vescovile e riusc a far innamorare di s la ragazza. Ella si chiamava Pasqua: era buona, intelligente ma ignorante, e si innamor di Elia perch egli era nobile e aveva fatto un viaggio apposta per conoscerla.
Il vecchio vescovo adorava la nipote, ma dichiar subito che il matrimonio sognato e voluto da lei non gli piaceva. Egli aveva sentito parlare di Elia.
Il giovine per si mostrava cos pentito dei suoi trascorsi, cos risoluto a cambiar vita, che il vecchio vescovo si domand se non avrebbe fatto un'opera meritoria a conceder la nipote in isposa ad un peccatore pentito. "Se io rifiuto - pens il buon vecchio - Elia pu ricadere nei suoi eccessi: facendo un buon matrimonio, invece, egli si corregger davvero".
E cedette. Elia, del resto, era pronto a cambiar vita e a diventare un buon marito. Il vescovo, tuttavia, non fece la dote a Pasqua: assegn un tanto al mese alla giovine coppia, e disse francamente allo sposo che se non si comportava bene l'assegno verrebbe sospeso. I due sposi accettarono questa condizione, e partirono in viaggio di nozze.
Dovevano andare a Roma, Napoli, Pompei. Lo zio li aveva incaricati di fare un'offerta alla Madonna di Pompei.
A Roma i due giovani sposi scesero in un modesto albergo vicino alla stazione. E siccome pioveva dirottamente e la sposa soffriva ancora il mal di mare, si chiusero nella loro camera, decisi a non uscire finch il tempo non si rasserenava.
Ma mentre chiacchieravano, in dialetto sardo, un cameriere buss discretamente all'uscio.
Elia, alquanto seccato, apr.
- Scusi, - disse il cameriere, - c' qui all'albergo, un vecchio sardignolo. Egli pretende di aver sentito parlare i signori in sardo e domanda se pu venire a vederli.  un vecchio, malato.
- Che venga pure - disse Elia.
Il vecchio entr subito dopo. Vestiva in borghese, ma invece del cappello aveva in testa la berretta sarda. I lunghi capelli grigiastri gli coprivano le orecchie turate con l'ovatta. Il suo volto raso, giallognolo, la bocca rientrante, gli occhi grigi, avevano una espressione ironica e maliziosa.
- Salute, fratelli, - egli grid entrando, - perdonerete se mi son preso la libert di disturbarvi. Ma quando ho sentito parlar sardo mi son rallegrato come se avessi visto mio padre.
- Salute! - rispose Elia. - Anche noi siamo contenti di vedere un compatriota. Sedetevi. E di qual paese siete?
- Di Baruni. Montanaro! Sono cugino di don Simone Decherchi.
Elia aveva sentito parlare dei Decherchi, anche loro nobili decaduti.
- E che fate, a Roma? - domand al vecchio.
- Son venuto per curarmi di una otite, ed anche per soddisfare al mio antico desiderio di vedere il Papa!
- E l'avete veduto? - domand Pasqua con viva curiosit.
- Non ancora! Ma c' una persona che s' incaricata di farmi ottenere un'udienza.
- Quanto mi piacerebbe di vederlo! Sono nipote del vescovo di Olbia - ella disse con lo stesso accento con cui il vecchio aveva annunziata la sua parentela con don Simone Decherchi.
Intanto Elia ordinava il caff e liquori.
- Liquori no! Liquori no! - ella disse spaventata. Ma Elia promise di non bere che il caff.
Il vecchio sedette, e mentre fuori la pioggia scrosciava furiosa, quei tre isolani cominciarono a parlare del loro paese e dei loro parenti, rievocando, in quella volgare cameruccia d'albergo, tutta la nostalgica poesia della loro terra lontana.
- Ora mi ricordo, - disse il vecchio; - s, una volta ho sentito parlare di lei, don Elia. Ma, dico la verit, si raccontavano storielle curiose. Non si offender se dico questo?
- Oh no! Ero una buona lana davvero! - grid Elia. - Ma ora son diventato bravo. Non  vero, Pasqua? Non ero cattivo neanche allora! Era il mio tutore che mi faceva disperare. Ero semplice, ingenuo: tutti mi derubavano. Commettevo mille sciocchezze per far dispetto al mio tutore. Ora per son diventato serio... Eppoi lo zio vescovo mi ha concesso la nipote a certe condizioni! Se far ancora qualche sciocchezza egli... mi riprender la sposa!
Egli rideva, dicendo cos: ma Pasqua aggiunse:
- Eh, mio zio  un uomo energico. Egli far di peggio... se tu non terrai le tue promesse!
- Che peggior cosa pu esserci di quella di togliere una bella sposa al proprio sposo? - domand galantemente il vecchio, mentre beveva l'un dopo l'altro i bicchierini di liquore che Pasqua gli versava; poi aggiunse: - Del resto, basta evitare le cattive compagnie. Sono queste che rovinano l'uomo. Tante volte pare sia il diavolo stesso a incarnarsi in un cattivo compagno: egli non ha pace finch non vi ha rovinato. Io mi chiamo Andria Decherchi: son vecchio, sono sdentato, ma posso assicurarvi che non mi sono fatto mai imbrogliare dai cattivi compagni. Via! Via! I cattivi compagni io li ho sempre allontanati da me come si allontana il diavolo.
Intanto s'avvicinava l'ora della colazione. I due giovani sposi vollero mangiare in camera, e invitarono il vecchio. Ma egli disse che aveva gi pronta la sua colazione e domand solo il permesso di far compagnia ai suoi nuovi amici.
- Ma con piacere!
Allora egli and nella sua camera e ritorn con una piccola bisaccia sarda, dalla quale trasse del pane duro, formaggio e salsicce!
Egli s'era portato a Roma la sua provvista, come quando nella sua isola viaggiava a cavallo da un paese all'altro!
- Tutte le mattine devo andare alla Clinica, per curarmi l'orecchio, - egli disse, dopo aver inzuppato il suo pane nell'acqua, - ma il pomeriggio l'ho sempre libero. Qualche volta vado a far colazione fuori, ma sempre che posso mangio il (mio) pane e il mio companatico. Mi sono portato addietro due bisacce di provviste, io! Mia moglie, poi, oggi mi ha mandato un pacco di salsicce. Povera vecchia! Ella crede che a Roma non si trovino salsicce!
- S, sono qui da una settimana, - egli prosegu, - ma mi pare di essere mille anni lontano dal mio paese. Questa Roma! Sembra un alveare! E quanti danari ci vogliono! Ma si vedono delle belle cose, per. E i palazzi? Come sono grandi! A mio giudizio, ci son palazzi che valgono centomila scudi. S,  un gran diavolo di citt, questa, ma bisogna stare attenti per i ladri. Eppoi uno che viene da un piccolo paese, come me, pu anche smarrirsi. Per fortuna io ho una buona guida. Ho trovato un amico, un brav'uomo, che  stato una volta in Sardegna, un ricco negoziante, il quale mi fa da guida. Ve lo far conoscere. A mio giudizio,  il pi brav'uomo del mondo. E deve essere anche molto ricco perch spende come un diavolo.
- Eh, non sar uno di quei cattivi compagni di cui diffidate tanto? - domand Pasqua, un po' scherzando, un po' sul serio.
Ma il vecchio protest; gli pareva un'offesa il dubbio che egli potesse farsi raggirare dal primo venuto!

Nel pomeriggio il tempo si rasseren e Pasqua volle incominciare il suo giro col visitare la chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Uscendo dall'albergo i due giovani trovarono il vecchio Andria che li aspettava col suo amico, un bel giovane alto, vestito, se non con eleganza, con molta ricercatezza. Pi che d'un negoziante di formaggi, egli aveva l'aria d'un commesso di negozio: aveva i capelli neri divisi sulla fronte e lucenti di pomata: sul viso paffuto, rosso, due baffi neri dritti mettevano una nota ardita, mentre gli occhi celesti esprimevano una grande mitezza di animo. Sulla sua cravatta brillava una grossa perla, e tre ricchi anelli scintillavano sulle sue dita grassocce e rosee.
Egli parve molto felice di conoscere altri sardi, e disse d'aver visitato anche il paese ove era nato Elia; infine si mise a disposizione dei due giovani sposi.
Sulle prime Elia diffidava. Il sardo  diffidente per natura: il giovane sposo, inoltre, era stato troppo raggirato e sfruttato durante la sua prima giovent, per lasciarsi abbindolare nuovamente da un furbo qualunque. Egli avrebbe volentieri fatto a meno della compagnia del negoziante; ma l'uomo degli anelli aveva cos belle maniere che anche a Pasqua sembr un perfetto gentiluomo.
- Cominciamo dunque col visitare tutti assieme la chiesa di Santa Maria degli Angeli.
L'uomo degli anelli doveva essere anche discretamente colto, perch cominci a far nomi di autori e a indicare le pi belle figure dei quadri.
Il vecchio Andria trotterellava dietro i tre giovani, e di tanto in tanto faceva qualche domanda interessante:
- E quanti metri pu esser largo quel quadro?
- Quanto pu costare questa statua?
- Tutta la chiesa quanto pu costare?
Usciti di chiesa, si fermarono un momento nella piazza. Il lastrico ancora bagnato scintillava al sole, e lo zampillo della fontana si slanciava in alto, verso il cielo azzurro, quasi con impeto di gioia. Le nuvole scendevano verso oriente; tutta la via Nazionale brillava sotto il sole al declino, e nell'aria errava un profumo di crisantemi.
I nostri viaggiatori si fermarono ad ammirare la fontana: e gli occhi di Elia si accesero, mentre l'uomo degli anelli spiegava il significato delle Naiadi della fontana, e il vecchio Andria diceva:
- A mio giudizio, questa fontana costa ventimila lire. Quelle donne, per, potevano esser vestite almeno con la camicia!

L'uomo dagli anelli propose di prendere una carrozza e di fare un rapido giro per la citt. Prima, per, volle condurre al caff i suoi nuovi amici, e regal a Pasqua un pacchettino di caramelle. Tutte queste gentilezze finirono col conquistare l'animo dei giovani sposi.
Mentre attraversavano via Nazionale e il Corso, e si dirigevano al Pincio, il giovane negoziante riprese a raccontare dei suoi viaggi in Sardegna, interrompendosi per accennare i punti pi interessanti della citt, o per indicare i personaggi pi importanti che si vedevano in carrozza o lungo i marciapiedi del Corso.
Dalla terrazza del Pincio il vecchio Andria misur con gli occhi la vastit della piazza del Popolo e la lunghezza dei ponti sul Tevere.
Poi volse gli occhi maliziosi sul glorioso paesaggio, misur l'altezza della cupola di San Pietro, e disse come fra s:
- A mio giudizio, Roma vale cento milioni.

L'uomo degli anelli si rese indispensabile ai due giovani sposi: quasi tutti i giorni andava a prenderli all'albergo e li conduceva in giro, incaricandosi di pagare il cocchiere, e di dare la mancia ai custodi dei monumenti.
Egli aveva sempre il portafogli gonfio di biglietti di banca nuovi fiammanti. Un giorno egli condusse i suoi amici fuori porta San Giovanni e indic loro le porte dei suoi magazzini.
Le porte erano chiuse, poich egli era un negoziante all'ingrosso e trattava solo con sensali o con clienti, i quali pi o meno gli davano appuntamento quando si recavano da lui; ma su una delle porte si leggeva, su una targhetta, il suo nome e cognome.
Elia, pur convinto di aver a che fare con una persona agiata e distinta, diffidava ancora. Non capiva perch il negoziante si mostrasse tanto premuroso con loro. Forse Pasqua cominciava a capire qualche cosa, ma si guardava bene dal dirlo. Ecco, le era parso che l'uomo le facesse un tantino la corte! Egli la guardava fisso, quando gli altri non lo osservavano, e coglieva tutte le occasioni per rivolgerle paroline galanti.
Sulle prime ella si spavent, ricordandosi che era nipote d'un vescovo e sposa da dieci giorni appena!
Le pareva mostruoso che il giovane negoziante le dimostrasse tanta ammirazione; ma si guard nello specchio, vide che era molto graziosa e pens:
- Si vede che ai continentali piacciono molto le donne sarde.
D'altronde ella si credeva invulnerabile; e ricordava ci che diceva spesso lo zio vescovo:
- Il merito del cristiano consiste nel resistere alle tentazioni.
Lasciamo dunque che il continentale guardi. I suoi occhi celesti erano cos miti e dolci che non incutevano alcun timore. Se mai, egli era un adoratore timido e rispettoso. Inoltre, i due giovani sposi dovevano partire fra pochi giorni: forse non avrebbero pi riveduto il loro amico.
Dal canto suo Elia incontrava gli occhi celesti ogni volta che sollevava i suoi dopo aver ammirato, lungo i marciapiedi, qualche bella figurina di donna. Egli ammirava specialmente le donne brune: con questo, forse, rendeva omaggio a sua moglie.
- Anche a me piacciono molto le brune - pareva gli dicesse lo sguardo degli occhi celesti. - Sono contento che i nostri gusti s'incontrino.
E il vecchio Andria, che quando non andava in Clinica seguiva fedelmente gli sposi, guardava dal canto suo le donne, fossero brune o bionde, e diceva:
- A mio giudizio, queste ragazze potrebbero benissimo stare in casa a lavorare: da noi le donne escono poco: qui invece si vedono sempre in giro come le volpi.

Tutte le mattine, svegliandosi, Pasqua diceva:
- Bisogna ricordarsi dell'offerta alla Madonna di Pompei!
Ed Elia contava i denari del suo portafogli.
A dire il vero, i denari sparivano in modo inquietante: una sera, facendo bene i conti, egli si accorse che gli rimaneva giusto il tanto d'andare per pochi giorni a Napoli e Pompei, come lo zio vescovo desiderava, e poi tornare in Sardegna. Il viaggio, andata e ritorno, era gi pagato. I denari per l'offerta erano dentro una busta.
Decisero quindi di partire. Pasqua era dolentissima perch nonostante tutte le raccomandazioni dello zio e le promesse del negoziante non era riuscita a vedere il Papa. Ma come fare? I denari se ne andavano: bisognava imitarli per forza!
L'ultimo giorno della loro permanenza in Roma gli sposi, accompagnati dal vecchio e dal negoziante, andarono a Sant'Agnese e visitarono le catacombe.
Appena vide di che si trattava, il vecchio non volle andare avanti, gridando che di grotte ne aveva vedute abbastanza.
Il frate che li accompagnava dovette tornare indietro portandosi via la sua torcia. Il negoziante, Pasqua, ed Elia che teneva in mano un cerino, rimasero fermi davanti a una lapide umida di cui il frate aveva cominciato a spiegare i caratteri.
- E se il frate non tornasse? - disse Pasqua, ridendo. Ma il suo riso aveva una lieve vibrazione di paura.
Elia rispose, con la sua voce sempre alquanto ironica:
- Diventeremmo martiri anche noi! Nostro zio sarebbe contento -. E per far paura a sua moglie, spense il cerino.
E subito ella prov uno smarrimento profondo, un senso di paura, come se davvero il frate con la torcia li avesse abbandonati laggi. Un uomo la baciava, al buio: e quest'uomo non era suo marito.
Elia riaccese il cerino; il frate ritorn, e con voce cadenzata ricominci a spiegare il significato della lapide. Ma Pasqua non capiva pi nulla. Le pareva di aver commesso un peccato enorme perch non avea gridato nel sentirsi baciare da uno che non era suo marito. Ma nello stesso tempo provava un senso di vanit e pensava:
- Gli ho destato una ben forte passione, se egli non ha avuto paura di compromettersi!
Quando uscirono nel cortiletto ove rinasceva l'erba d'autunno, trovarono il vecchio Andria, che ancora tutto scombussolato e inquieto, borbottava:
- Che cosa dicono? Che in quelle grotte l ci fossero dei santi? Diavoli, dico io, ci dovevano essere:  un luogo di diavoli, a mio giudizio.
Pasqua, un po' pallida in viso, pens:
- Il vecchio ha ragione.
Per finir bene la gita, andarono tutti assieme a Ponte Nomentano. Arrivati sull'altura, il negoziante fece portare da una vicina osteria il vino ambrato dei Castelli romani. Ma Pasqua non volle bere. Seduta sull'erba, ella guardava il tramonto e sentiva un'acuta nostalgia. Il paesaggio dolce e tranquillo le ricordava la sua terra lontana, il suo mondo solitario, dove le donne vivono e muoiono senza essere tentate dal diavolo, come succede nelle grandi citt.
E mentre ella contemplava il paesaggio roseo che si copriva di vapori violacei, e il sole che sembrava un meraviglioso rubino sull'anello d'oro dell'orizzonte, i tre uomini, seduti sotto il riparo di canne, in cima all'altura, bevevano allegramente e parlavano di cose che col tramonto non avevano alcuna relazione. Il negoziante proponeva di andare al Circo, ed Elia accettava con entusiasmo. Pasqua, interpellata, rifiut. Lo zio vescovo diceva sempre che i teatri ed i circhi sono "luoghi infernali" pieni di tentazioni. E di tentazioni ella non voleva pi combatterne.
Al ritorno dalla passeggiata, il vecchio Andria colse un momento in cui Elia e il negoziante non potevano sentirlo, per farle una confidenza:
- Fra giorni spero di veder il Papa!
- Ma come? - ella domand con invidia.
- Tutto si muove con questo... - egli disse, facendo atto di contar denari. - Eh, io sono furbo: l'ho capito subito! Peccato che anche voi non l'abbiate capito!
- Ma come? - ella ripet.
- Ecco, bisogna fare un'offerta! Io la far; ma almeno, quando torner al mio paese, potr dire a tutti: voi state zitti davanti a me! Io ho veduto il Papa e voi no! A mio giudizio, questo sar il maggior vanto ch'io posso darmi!

Elia e il negoziante andarono al Circo; ma i primi due (numeri) furono cos noiosi che l'amico disse:
- Ti ho offerto un bel divertimento! Andiamocene. Se vuoi, - aggiunse, - ti conduco in un luogo pi divertente. Hai mai veduto una casa da giuoco? Andiamoci, solo per vedere.
Elia accett. Un tempo egli era stato un giocatore disperato. Dunque andarono. Era una casa di lusso, frequentata da uomini ben vestiti, eleganti, da artisti, da studenti: l'amico negoziante addit ad Elia un signore alto e grosso, pallido ma impassibile, e un giovane giocatore biondo dai lunghi baffi: e gli disse che quei due erano un principe ed un ministro! Un uomo piccolo, che a giudicarne dai capelli lunghi e dalla barba a punta si sarebbe detto un artista, s'avvicin e salut il negoziante.
- Non giochi? - gli domand.
- Stasera no! Siamo venuti solo per vedere, con quest'amico forestiere.
- E che ha paura di giocare? Si pu perdere, ma si pu anche vincere! - disse lo sconosciuto con accento beffardo.
Elia ebbe vergogna dei suoi buoni propositi. L'antica passione lo vinse.
- Posso anche giocare - disse con disprezzo. - E se anche perdo, non mi uccido! -. E sedette al tavolo verde. Dapprima vinse, poi, come sempre accade, perdette il danaro vinto e il danaro suo, poi vinse ancora, perdette ancora. Rimase con dieci lire in moneta d'argento e con la busta che conteneva l'offerta per la Madonna di Pompei. Egli si ricord di Pasqua che lo aspettava, sola, nell'albergo; vide davanti a s la figura solenne del vescovo di Olbia. Che fare? Egli guard con rabbia l'amico negoziante, che lo aveva condotto in quel luogo maledetto. Ma gli parve di non riconoscerlo pi. L'amico s'era trasformato in nemico: aveva gli occhi, non pi dolci e sereni, ma verdi per la cupidigia e l'ansia del giocatore.
Elia si sent perduto. Tutti i suoi cattivi istinti lo ripresero. Dimentic Pasqua, dimentic la figura del vescovo d'Olbia. Trasse dalla busta i biglietti che non erano suoi, e li gioc. E li perdette. Rimase con le dieci lire d'argento. Gioc; perdette ancora. Si alz, livido di collera. Ma l'amico gli disse che poteva ancora giocare sulla parola. Egli gioc sulla parola e vinse: pot rimettere entro la busta, se non gli stessi biglietti che ne aveva levato, altrettanti per la stessa somma; e allora parve svegliarsi da un sogno. Si alz e se ne and. Il negoziante rimase nella casa da gioco, ed egli non lo rivide mai pi.

Pasqua dormiva quando egli rientr. Era gi l'alba. Elia batt all'uscio del vecchio, e gli raccont ogni cosa come ad un padre.
- Avevate ragione voi - gli disse. - Talvolta il diavolo assume l'aspetto di un cattivo compagno. Come far, ora? Non m' rimasto un centesimo, tranne i denari per l'offerta.
- Puoi telegrafare al vescovo, che ti mandi altri denari!
- Ah, no! Non voglio umiliarmi! Piuttosto riparto subito: il viaggio  pagato. E voi, voi state attento al vostro (famoso) amico!
Ma il vecchio sorrise, e ripet che nessuno, neanche il diavolo in persona, poteva "imbrogliarlo". Intanto Elia riusc a farsi prestare cento lire da lui! E con queste cento lire egli e Pasqua andarono a Napoli e Pompei. L'amico non si lasci pi vedere e Pasqua ne fu contenta.

E un giorno il vescovo, che era tutto felice per il ritorno dei suoi cari nipoti, ricevette da Pompei una lettera raccomandata, con dentro i biglietti che i suoi cari nipoti avevano offerto alla Madonna. I biglietti erano falsi!
Il buon vescovo fu colto da un deliquio, tanto la cosa gli parve abbominevole.
Appena rinvenne chiam Elia e gli domand qualche spiegazione. Elia impallid, si confuse, si contraddisse. Fra le altre cose raccont di aver prestato la somma all'amico negoziante; l'amico negoziante gli doveva aver restituito i biglietti falsi.
Allora il vescovo chiam Pasqua e le domand notizie di questo amico negoziante, del quale i due sposi evitavano di parlare. Ella arross, si confuse, disse che l'amico era un riccone disinteressato e generoso. I due sposi finirono col bisticciarsi. E il buon vescovo vide torbido in tutta questa faccenda. Elia fin col confessare il suo errore. Pasqua tacque il suo. Ma lo zio mantenne la sua minaccia, e fu cos che egli tolse l'assegno mensile ai due giovani sposi!

Il castigo dur per qualche mese. Pasqua l'accett come una espiazione del suo peccato di vanit, ma Elia non pot rassegnarsi. Scrisse alla questura di Roma, ma gli risposero che il negoziante del quale egli faceva il nome era un'ottima persona e non aveva gli occhi celesti, n anelli alle dita!
La sola soddisfazione che Elia pot avere, pi tardi, fu nel sapere che anche il vecchio Andria si era lasciato truffare. Egli aveva versato una discreta somma per ottenere l'udienza dal Papa, ma dopo la partenza degli sposi, l'amico era scomparso. E il vecchio non aveva dato querela per paura che venisse diminuita la sua fama di uomo furbo!



"IL CICLAMINO"

Appena sbocciato, il ciclamino vide uno spettacolo che molti poeti, anche celebri, non hanno mai veduto. Vide una notte di luna in montagna. Il silenzio era cos profondo che il ciclamino udiva le goccie d'acqua, raccolte dalle foglie dell'elce che lo proteggeva, cadere al suolo come versate da piccole mani.
La notte era limpidissima e fredda. La montagna era bianca e nera, come un immenso ermellino addormentato. Il suo profilo d'un bianco violaceo scintillava sul cielo azzurro. Non era troppo alta, quella montagna: i boschi la coprivano fino alla cima; le roccie, coperte di neve, vedute da vicino sembravano blocchi di marmo intorno ai quali un artista gigante avesse tentato d'abbozzare strane figure.
Ve n'era una, per esempio, che pareva un lupo enorme, col muso rivolto al cielo; e un filo di fumo che usciva dalla roccia e sembrava esalato dalla bocca della strana bestia, accresceva l'illusione.
Dal suo cantuccio umido e riparato, il ciclamino vedeva le roccie, gli alberi, la luna, e uno sfondo azzurro coi profili di altre montagne lontane. La luna calava sopra queste montagne. Tutto era silenzioso, puro e freddo. Le stelle avevano tremiti e splendori insoliti: pareva si guardassero le une con le altre comunicandosi una gioia ignota agli abitanti della terra. Il ciclamino sentiva un po' di questa gioia; e anch'esso tremolava sullo stelo; e non sapeva cosa fosse, e non sapeva ch'era la gioia che fa scintillare il diamante e l'acqua della sorgente: la gioia di sentirsi puro.
E questa felicit dur a lungo; molto pi a lungo della gioia di molti uomini felici: dur un'ora!
A un tratto il ciclamino vide una cosa strana, pi meravigliosa ancora delle roccie bianche, degli alberi neri, delle stelle scintillanti. Vide un'ombra che si moveva. Il fiore aveva creduto che tutto, nel suo mondo, fosse immobile, o tremulo appena: invece l'ombra camminava. E dopo la meraviglia, il ciclamino prov un senso di terrore. L'ombra si avvicinava, sempre pi grande, ergendosi sullo sfondo azzurro, fra i tronchi neri; ed era cos alta che nascondeva tutta una montagna ed arrivava fino alla luna.
Era un uomo.

Di tanto in tanto l'uomo si fermava sotto gli alberi, si curvava e pareva cercasse qualche cosa nell'ombra. Arrivato sotto l'elce si curv, guard e cominci a frugare tra le foglie marcie che coprivano il suolo. E il giovane fiore s'accorse che l'uomo aveva trovato quello che cercava; una pianticella di ciclamino.
Dopo la sua ora di vita, sicuro di aver veduto tutto ci che di pi bello e di pi terribile esiste nell'universo, il ciclamino si rassegn a morire.
L'ombra nemica sradic la pianticella, lasciando intorno ai bulbi un po' della terra che li nutriva. Il ciclamino allora si accorse che l'ombra nera non rappresentava la morte: anzi all'improvviso gli parve di vivere una vita pi intensa, se non altrettanto felice come quella gi vissuta.
Con tutta la sua famiglia di foglie, coi suoi fratellini non ancora sbocciati, il fiore si trov in alto, vide meglio il cielo, le stelle, abbandon l'elce nato, si mosse da un punto all'altro della montagna. Gli pareva di aver la grande potenza di muoversi, come l'uomo che lo portava entro la sua mano concava. E prov una viva riconoscenza per colui che gli procurava tanta gioia.
Arrivarono sotto la roccia che sembrava un lupo. L'uomo penetr in una grotta che pareva davvero il cuore d'un lupo, nera, aspra, piena di fumo; e dopo aver deposto la pianticella su una sporgenza della roccia, si curv per riaccendere il fuoco. E il fiorellino, che ricominciava a disperarsi, vide allora un'altra cosa meravigliosa. Vide il tronco nero di un elce convertirsi in fuoco, e le fiamme scaturire dai rami come grandi foglie d'oro scosse da un soffio ardente.
L'uomo si sdrai accanto al fuoco e dal suo cantuccio il fiorellino lo vide addormentarsi e lo ud parlare in sogno. E la voce dell'uomo gli parve un'altra rivelazione. Poi un fischio tremol fuor della grotta, un cane abbai, l'uomo sollev il capo.
Un altro uomo entr nella grotta: questo era giovane, alto e vestito di panno rosso e di pelli nere; il suo viso scuro, ma dagli occhi azzurrognoli e dalla barba rossiccia, aveva qualche cosa di dolce e selvaggio nello stesso tempo.
- Compagno, - disse, appena entrato, - credo che stanotte prenderemo la volpe.
Il vecchio sollev il viso, interrogando.
- Ho veduto le tracce! - riprese il giovane.
I due uomini non dissero altro, ma anche il vecchio balz in piedi. Ed entrambi stettero lungamente in ascolto. Ma l'ora passava, e al di fuori il silenzio della notte era sempre intenso e profondo: per un momento sull'apertura della grotta apparve la luna, come un viso pallido dagli occhi grigi curiosi, poi sparve e fuori regnarono le bianche tenebre della notte nevosa.
- Non viene pi! - disse il vecchio. - Ed io devo scendere! Come sta la piccola padrona?
- Male: forse morr stanotte.
- E tu non me lo dicevi! Devo scendere! Devo portarle il fiore!
- Che fiore?
- Un fiore di panporcino. Nel delirio, ieri, ella non domandava altro. Si immagina di ricamare una pianeta e vuol copiare il fiore. Bisogna contentarla. Vado.
Il giovane disse:
- Ah, una pianeta! - e sorrise con un sorriso malizioso. Ma poi sollev il capo, mormorando: - Sentite?...
Un cane abbaiava: un altro rispondeva in lontananza. I due pastori balzarono fuor della grotta: s'udirono fischi, urla, gridi pi rauchi e feroci dell'abbaiar dei cani. La fiamma cess di tremolare, come ascoltando: il ciclamino si ripiegava ansioso tra i suoi fratellini addormentati.
I due uomini rientrarono, trascinando a viva forza un giovinetto dal viso livido e i folti capelli neri crespi, legato con lacci di cuoio, fra i quali egli si dibatteva disperatamente. I tre uomini tacevano, ma il loro respiro ansante, quasi sibilante, rivelava tutta la loro rabbia. La scena era bella e terribile: ricordava il mondo delle caverne, l'uomo in lotta col suo simile.
Il prigioniero fu portato in fondo alla grotta, legato meglio, con corde di pelo e con una soga la cui estremit venne fermata al suolo con una pietra. Egli non si dibatt oltre; appoggi il capo scarmigliato al suolo roccioso della grotta e chiuse gli occhi: e parve morto.
Il vecchio allora disse, guardandolo e fremendo di collera:
- Una, due, tre volte te la sei scampata. Ora per il mio gregge non lo decimerai pi! Ora vado ad avvertire la giustizia [8].
E dopo essersi rapidamente infilata alle braccia una borsa di cuoio che gli form sulle spalle una specie di gobba, usc concitato.
Appena egli fu uscito, il prigioniero apr gli occhi e sollev il capo ascoltando. I passi del vecchio non si udivano pi. Il giovane dalla barba rossiccia sedeva per terra, accanto al fuoco, e pareva triste.
Il prigioniero lo guard e disse una parola:
- Ricordatevi!
L'altro stette immobile e muto. Il ladro ripet:
- Ricordatevi! Una volta, nella notte di San Giovanni, due ragazzi di diversi paesi pascolavano il gregge sotto la luna. Si volevano bene come fratelli. Il maggiore disse: "Vogliamo diventar compari di San Giovanni?". E giurarono di esser fratelli, per la vita e per la morte, e specialmente nell'ora del pericolo. Poi diventarono grandi e ciascuno and per la sua via. E una volta il maggiore and a rubare e fu preso e dato in custodia al giovine che per caso s'era trovato nell'ovile. E bast che il prigioniero dicesse: "Ricordatevi!" perch l'altro, senza badare al danno che gliene sarebbe venuto, lo slegasse e lo liberasse. Ricordatevi!
Il pastore rispose, sfuggendo lo sguardo del prigioniero:
- Era altra cosa, compare! Voi non eravate servo come lo sono io. Prima del compare  il padrone!
- Prima del padrone  il fratello: e il compare di San Giovanni  un fratello.
L'altro non rispose: ma con gli occhi fissi nella fiamma parve immergersi in un sogno.
- Siamo tutti soggetti all'errore - disse il ladro. - E chi fa questo e chi fa quello! Siamo nati con la nostra sorte. E il vostro padrone non ha le sue magagne?  l'uomo pi superbo della terra.  lui che fa morire sua figlia, la vostra piccola padrona. E lei non  colpevole, del resto? Non dicono tutti che muore perch  innamorata d'un prete? No? Ah, voi dite di no? Voi dite che il giovane s' fatto prete per disperazione, perch non gli hanno dato in moglie la ragazza? Sia pure cos: ma lei doveva cessare di volergli bene. Invece se ne muore...
- Ah, ecco perch... La pianeta... il fiore di panporcino! - disse a un tratto il pastore. E s'alz, e sleg il prigioniero che senza neppure dir grazie balz su e scapp.
Rimasto solo, il pastore prese la pianticella di ciclamino, corse fuori, balz di roccia in roccia, scese per un sentiero, cominci a gridare, chiamando a nome il vecchio. Questi rispose in lontananza. E le voci dei due uomini, sempre pi vicine, s'incrociavano nel silenzio della notte.
- Avete dimenticato il fiore!
- Hai lasciato solo quel demonio! Dammi! Va, ritorna...
- Ho pensato che la piccola padrona...
- Va, ritorna subito l.
La pianticella pass nella mano concava del vecchio, e vi si trov bene come in un vaso tiepido e capace. Il vecchio camminava rapido e sicuro gi per i sentieri rischiarati dal chiarore della neve come da un crepuscolo grigiastro.
Finalmente arriv ai piedi della montagna: e il ciclamino vide un luogo pi triste e pi buio della grotta: era un luogo abitato dagli uomini, un villaggio.
Il vecchio batt ad una porta; venne ad aprire una donna vestita di giallo e di nero, pallidissima in viso.
- Come sta la piccola padrona? Le ho portato il fiore che voleva copiare per un ricamo.
La donna diede un grido sibilante e cominci a strapparsi i capelli.
- La piccola padrona  morta!
L'uomo non pronunzi parola; ma entr nella vasta cucina e depose la pianticella sulla cassapanca ove la piccola padrona soleva sedersi per cucire e ricamare. Nelle stanze attigue risuonavano gridi di donne simili ai gridi delle antiche prefiche.
Il vecchio se ne and. E lunghe ore passarono. Il fuoco si spense nel focolare: un uomo vestito di velluto venne a sedersi sulla cassapanca, e stette a lungo immobile, senza piangere, senza parlare.
Poi arriv il servo dalla barba rossiccia, e cominci a raccontare sotto voce la storia del ladro e del ciclamino.
- Mentre io portavo il fiore al vecchio il ladro ha trovato modo di slegarsi e fuggire. Invano l'ho cercato: ho corso tutta la notte. Ora il vecchio dice che la colpa  mia, e che lei, padrone, mi mander via.
L'uomo vestito di velluto non capiva bene la storia del ciclamino.
- Un ricamo? Una pianeta? Per chi?
Il servo da pallido divent rosso. Abbass ancor pi la voce:
- Dicono... La pianeta per la prima messa di prete Paulu...
Un fugace rossore color il viso scialbo del padrone. Egli guard la pianticella, poi disse al servo, con voce aspra:
- Ritorna all'ovile.
L'altro usc, mormorando:
- Il Signore le conceda ogni bene...
Ma l'uomo vestito di velluto parve non udire l'augurio. Appena fu solo afferr la pianticella, e strinse i denti con rabbia. E il ciclamino vide arrivata la sua ultima ora. Ma l'uomo vestito di velluto apr la mano, guard le foglie piegate, il fiorellino languente, e pianse. E cos, prima di morire, il ciclamino, che aveva veduto tante scene belle e terribili, prov un vivo stupore, un brivido, una commozione simile a quella che aveva provato mentre sbocciava. Gli pareva di riveder le stelle, di trovarsi ancora sulla montagna, di sentirsi, entro le mani di quell'uomo, ancora lieto e puro come entro la terra madre.
E tutto questo perch raccoglieva tra i suoi petali la lagrima di un uomo superbo.



"LA MEDICINA"

Il vecchio paesano ferm il suo cavallo davanti a un portoncino corroso, sul cui frontone biancheggiava una croce dipinta con la calce.
Non c'era da sbagliarsi. Il vecchio ricordava le parole del pastore di Burgos, che gli aveva detto:
"La casa di Nanascia (sa marghiargia) (la fattucchiera)  vicina alla chiesa. Badate, ziu Tmas, appena arrivato al paese vedrete una straducola solitaria, dove c' un pozzo ombreggiato da un fico: proprio a fianco del pozzo c' un portoncino corroso, con una croce bianca sul frontone.  la casa della maga. Non c' da sbagliarsi. Io ci sono stato parecchie volte, ed ho avuto da Nanascia una medicina con la quale ho fatto innamorare una donna".
No, non c'era da sbagliarsi: tuttavia ziu Tmas esitava. E se c'era gente, in casa della maga? Egli non voleva esser veduto.
Nel suo paese lontano egli godeva fama d'uomo saggio e timorato di Dio; che avrebbe detto la gente sapendo che egli andava a consultare una fattucchiera, una donna del diavolo? Ma che volete? La disperazione fa impazzire anche l'uomo saggio.
La straducola, come aveva detto il pastore di Burgos, era solitaria, bianca di sole e di calce. Un silenzio di cimitero regnava sul villaggio tutto bianco, sopra il quale la montagna calcarea innalzava i suoi vertici d'un candore azzurrognolo, qua e l solcati come da vene d'ombra.
Anche il cielo era chiaro, metallico: allo zenit, sopra la testa di ziu Tmas, il sole velato, senza raggi, pareva una grande luna misteriosa.
Il vecchio stava per smontare, quando un uomo, un borghese alto e grasso, vestito di nero e con una catena d'oro scintillante sul petto sporgente, usc dal portoncino socchiuso della maga.
Ziu Tmas lo guard, e gli parve di aver altra volta veduto quel viso largo, giallognolo e cascante, sul quale gli occhi e i baffi neri, il naso, la bocca, il mento rotondo, si notavano per la loro estrema piccolezza. S, altra volta... dove, quando? Ziu Tmas non ricordava bene; ma gli pareva d'aver altra volta notato quel viso caratteristico, e di averlo trovato ridicolo. E fu contento nel vedere che il borghese si allontanava senza neppure guardarlo.
Smontato, picchi forte con la mano aperta, ma nessuno apparve, e il rumore dei colpi battuti al portoncino si spense nel silenzio della strada.
Allora il vecchio entr, tirandosi dietro il cavallo, e si trov in un cortiletto desolato, che pareva scavato nella pietra calcarea. La casetta in fondo al cortile sembrava disabitata; la porta corrosa, e le due finestruole, simili a feritoie, erano spalancate.
- Bella! Questa  la casa di (Mossi Nemmos) [9] - pens il vecchio; poi grid: - Oh, gente?
Nessuno.
Ziu Tmas si guard attorno, poi, dopo aver cacciato sotto una pietra l'estremit della cordicella del cavallo, entr nella casetta; e si trov in una vasta stanza affumicata, il cui mobilio consisteva tutto in una cassa nera scolpita, in una panca e in un recipiente di sughero colmo d'acqua, sulla quale galleggiava una specie di scodellina di sughero.
Una scala a piuoli conduceva, per una botola, alla stanza superiore.
Ziu Tmas chiam ancora: "Oh, gente", e siccome nessuno rispondeva sal con diffidenza la scaletta e mise la testa entro la botola. Vide un'altra stanzaccia, non meno squallida della prima: dalle pareti, gialle per il fumo, pendevano molti quadretti con la cornice nera; fra due casse, una nera e l'altra rossiccia, scolpite con arte primitiva, sorgeva un letto di legno a baldacchino, privo di tende, e su questo letto, coperto da una coltre di lana gialla, giaceva una donna addormentata.
Sopra una cassa stava un cestino di canne colmo di lana nera scardassata: accanto al cestino un piatto di stagno con alcune monete di rame e d'argento.
Ziu Tmas esit ancora, prima di entrare. Era quella Nanascia, la famosa maga? Non sembrava vecchia, come gliel'avevano descritta: era pallidissima in viso, con gli occhi socchiusi, vitrei, la bocca stretta, i capelli grigi arruffati, uscenti da una cuffia nera che circondava come d'un'aureola funebre quel viso cadaverico: ma il suo corpo era quello d'una donna ancor giovane, col petto abbondante, il collo bianco, le mani, abbandonate sulla ruvida coperta gialla, piccole e grasse.
Il vecchio ricord ch'era venerd, e che erano circa le tre pomeridiane. S, era l'ora della morte di Nostro Signore Ges. Verso quell'ora, tutti i venerd, la donna veniva colta da un sonno profondo, durante il quale ella parlava tutte le lingue della terra, e indovinava ogni mistero e prediceva l'avvenire e indicava i rimedi per tutti i mali del corpo e dell'anima.
- Bella! Sono arrivato al momento giusto - egli pens avanzandosi in punta di piedi, per non svegliare la donna.
Ella non si mosse: pareva morta.
Egli si guard ancora attorno: fiss gli occhi sul piatto delle monete e ricord che il pastore di Burgos gli aveva detto:
"Ella non vuole denari; tuttavia coloro che vanno a consultarla le lasciano qualche moneta, secondo le loro forze".
- Com' vero Cristo, io le dar un marengo d'oro, se ella mi aiuta - pens il vecchio mettendo la mano sulla cintura, ove teneva nascosti i denari. E subito trasal, perch la dormente, quasi indovinasse il pensiero di lui, diceva con voce monotona, agitando appena le labbra azzurrognole:
- Uomo mio, io non voglio nulla. Siediti, e dimmi cosa vuoi. Tu vieni di lontano, e sarai stanco. Siediti.
- Vengo di lontano - rispose il vecchio, fissando i suoi occhi maliziosi sul viso della dormente.
- Che lingua vuoi che ti parli?
- (Saldu, saldu!) E che siamo d'Oriente? - egli esclam. - Parla sardo. Sono sardo e vecchio anche!
- Lo so. So tutto. Vedo tutto. Ti vedo; per se tu credi che io non dorma pungimi con una spilla. Vedrai: io dormo il sonno profondo di quelli che vanno all'altra vita e ritornano. Pungi, pungi, uomo.
Il vecchio fu tentato di pungerla davvero. Poi disse con la sua voce sarcastica:
- Non ti pungo, non sono venuto per questo. Si pungono i pezzi di sughero e le foglie di fico d'India, per fare le mage: i cristiani non si pungono. Se non avessi creduto non sarei venuto. Io vengo di lontano. Ho viaggiato due giorni e mezzo e due notti: sono vecchio e sono stanco. Facciamo presto.
- Facciamo presto - ripet la donna. - S, vedo che sei vecchio. Sei basso, ma sei robusto: hai il viso sbarbato, rosso come un'arancia: hai due riccioli bianchi sulle orecchie. I tuoi occhi sono maliziosi come quelli d'un giovinetto. Sei vecchio, ma sembri giovane. Sei vedovo: hai avuto molti figli: hai un segreto.
- Oh bella! Indovina, s, indovina qualche cosa; ma non tutto! - pens ziu Tmas. E la donna indovin il suo pensiero:
- Indovino qualche cosa? Potrei indovinar tutto, ma tu vuoi che io faccia presto. Per sapere, per indovinare, ho bisogno di lottare contro gli Angeli verdi che mi circondano e mi nascondono il libro della verit. Dimmi che cosa vuoi.
- Voglio una medicina - disse ziu Tmas, chinando tristemente il capo. - Voglio una medicina per una persona che da parecchi anni soffre orribilmente. Ho consultato per lei tutti i medici della Sardegna. Nessuno ha potuto guarirla. Ho consultato tutte le persone sapienti, tutti i sacerdoti, tutti i maghi e le fattucchiere dei nostri paesi. Nulla! Ora sono venuto da te. Aiutami, in nome di Nostro Signore, morto in quest'ora sulla croce! Aiutami, donna, farai un'opera meritoria. Non vengo a domandarti quello che ti domandano gli altri: non voglio dar filtri alle donne, non voglio far morire lentamente il mio nemico, non voglio ritrovare un tesoro o vincere una lite (facendo la maga )ai giudici. Voglio soltanto che una persona a me cara, la pi buona e la pi bella della terra, finisca di soffrire! Aiutami. Sono ricco, ti dar quello che mi domanderai.
Parlando, egli s'era animato. Il suo viso roseo, sulle cui guancie i due riccioli argentei segnavano come due fedine, diventava livido: gli occhi maliziosi si velavano di lagrime.
- Puoi dirmi almeno la malattia? - domand la donna. - Potrei indovinarla, ma tu hai fretta. Che malattia ?
- Non lo so! Non lo so! - disse il vecchio desolato. - Se l'avessi saputo non sarei venuto da te.  un male cattivo, un male orribile. Non venga neppure al nostro peggiore nemico!
- Bene, lasciami un po' vedere: lascia che io legga un momento nel libro della verit.
Passarono alcuni momenti. La donna sollev tre volte le braccia, le protese in avanti con forza, quasi per respingere un ostacolo invisibile, poi le lasci ricadere pesantemente sulla coltre gialla.
Il vecchio guardava e, nonostante il suo dolore e la sua fede, provava un senso di diffidenza: sentiva che la donna fingeva.
- Ritorna fra settantasette ore: ti dar la medicina. Va, ritorna.
- Sant'Eusebio mi aiuti! Che far io in questi tre giorni? - esclam ziu Tmas, ed i suoi occhi maliziosi sorridevano ed il suo viso ritornava roseo e sarcastico.
Ma la donna non rispose oltre.

Che fare? Dove andare? Per un momento ziu Tmas pens di recarsi a Nuoro; ma poi ricord che un viandante, incontrato quella mattina e col quale aveva fatto un buon tratto di strada, gli aveva detto:
"Vado alla festa della Madonna del Buon Cammino, che dura tre giorni: e conto di spassarmi molto".
E ziu Tmas decise di recarsi alla festa del Buon Cammino. Egli non aveva una gran voglia di divertirsi, ma non sapeva come passare quelle settantasette ore. Dopo aver chiesto qualche indicazione, si diresse verso la costa, fra Orosei e Durgali.
La chiesetta della Madonna del Buon Cammino sorgeva in mezzo ad una brughiera, fra i cisti e i lentischi, il cui verde profilo si disegnava sullo sfondo turchino del mare.
Oltre moltissimi paesani e pastori di Durgali e d'Oliana, ziu Tmas vide intorno alla chiesetta una vera folla di mendicanti. I mendicanti sardi camminano assai, recandosi dall'una all'altra festa campestre: sono quindi molto devoti alla Madonna del Buon Cammino, che pu dirsi la loro patrona.
E fra la turba di mendicanti il vecchio riconobbe con meraviglia una sua compaesana, una donna che nella sua infanzia aveva domandato l'elemosina, ma cresciuta poi e fattasi una bella giovane era riuscita a farsi sposare da un uomo benestante, del quale era vedova.
- E cosa facciamo qui, Li? Sei ricaduta in miseria? - le domand meravigliato.
- State zitto - disse Liedda, vergognosa e supplichevole. - Sono venuta per voto! Non lo dite a nessuno: non dite chi sono.
- Bella! - egli esclam, e promise di star zitto.
E non sapendo che fare, sedette su una pietra, all'ombra delle macchie fra le quali si apriva il sentiero, e si divert a veder con che disinvoltura la finta mendicante chiedeva l'elemosina a tutti i passanti.
- Vedete, - ella diceva, - tutti i soldi che ricevo, li d poi alla Madonna del Buon Cammino, benedetta Ella sia. I miei parenti credono ch'io sia andata a Nuoro per affari. Chi mai poteva credere che voi sareste venuto da cos lontano, ziu Tmas? Ah, voi non mi tradirete, vero? Come sta vostra nipote Maria? Senza dubbio anche voi siete venuto per un voto... per lei...
Il vecchio non rispose: al ricordo della malata il suo viso si oscur. Ma dopo un momento egli riprese a ridere ed a scherzare; e diceva di volersi mettere anche lui a chiedere l'elemosina, quando d'un tratto balz in piedi, sorpreso, senza accorgersi che anche Liedda si turbava.
Un uomo vestito di nero, dal viso giallognolo, s'avanzava a cavallo per il sentiero. S, era il borghese che ziu Tmas aveva veduto uscir dalla casa della maga: ed ora il vecchio lo riconosceva, ora si ricordava benissimo di averlo veduto un'altra volta, in una triste circostanza. Liedda non domand l'elemosina al nuovo arrivato, e questi pass oltre, sul suo cavallo nero, senza guardare il vecchio e la finta mendicante.
Ziu Tmas torn a sedersi.
- Mi sembra di conoscer quell'uomo - disse piano, quasi parlando fra s. -  un medico, s, un bravo dottore. Una volta egli venne nel nostro paese ed io gli feci veder Maria.
- S, s, e mi conosce! - disse l'altra, spaventata. - Dio, Dio, che vergogna! Voglio nascondermi. Dovevano capitare tutte a me quest'oggi.
- Ma se sei venuta per voto! Oh bella, e che, una persona non pu fare il voto che le pare e piace?
- Oh no, oh no! - esclamava la finta mendicante, raccogliendo la sua bisaccia. - Andiamocene, andiamocene, ziu Tmas. Partiamo. Non voglio pi restare.
- Figlia del cuor mio, io non posso partire: ho un affare...
Ella insist, ma egli non volle muoversi.
- D'altronde, chi sa se egli ti ha riconosciuto? Per una volta che t'ha veduto!
- Ebbene, no, sentite, - confess Liedda, - egli mi conosce molto bene. Egli si chiama dottor Suelzu: era amico di mio marito e conosce tutti i miei parenti. Se (loro) sapessero quello che io faccio, ora, mi lapiderebbero! Ed egli andr certamente ad accusarmi:  uomo di farlo: un mezzo matto.
- Ma no, cristiana! Ti dico che, trattandosi di un voto,  anzi cosa meritoria. Senti, una volta ho sentito raccontare da un militare che  stato in continente, che le signore di l, le pi ricche, fanno certe feste, dove va molta gente: e loro, quelle riccone, domandano l'elemosina, e poi, con quel denaro, fanno molte opere buone.  la stessa cosa.
- Oh no, oh no!  altro,  altro! - borbottava Liedda.
Ma infine si calm e cominci a parlar male del misterioso dottore.
-  matto, sapete.  stato medico condotto in parecchi paesi e da per tutto lo hanno cacciato via.  stato anche sotto processo perch diede il veleno a un uomo che aveva un cancro inguaribile, e lo fece morire prima dell'ora. Cos il dottor Suelzu  caduto in miseria, ed ora ha una lite con un suo fratellastro, col quale si odiano a morte.
- Ah, egli ha una lite? - domand ziu Tmas, pensieroso, spiegandosi la visita del medico alla maga.
- S, ha una lite. Pare che il fratellastro si sia impossessato di tutti i beni del dottor Suelzu: dicono che, dopo questo fatto, il dottore sia diventato pi matto di prima. Quando parla dice sempre cose stravaganti: non bisogna credere a quello che dice...
- Oh bella! Oh bella! - mormorava ziu Tmas. E ridivent triste.

Verso mezzogiorno Liedda cont i soldi che i passanti avevano gettato nella sua bisaccia.
- Mezzo scudo - disse, raccogliendoli in un fazzolettino bianco. - Non c' male per mezza giornata.
- Eh, ti vedono vestita decentemente, giovane ancora: tutti credono che tu sii una vedova decaduta e tutti ti dnno il loro obolo! Ecco tutto, cristiana! Quasi quasi mi metto a chiedere anch'io, ripeto!
- Ora vado e getto i soldi nella cassetta della Madonna: poi mi far dar da mangiare, anche! Speriamo non mi veda il dottor Suelzu! - disse la vedova, alzandosi ed accomodandosi la benda nera intorno al viso, in modo che si vedevano appena gli occhi e il naso. - Voi state qui?
- Vado in cerca del mio cavallo: ho fatto colazione tardi, ed ora ho pi sonno che appetito.
Egli si alz e cerc un posto per coricarsi, ma gira e rigira ritorn verso il sentiero, dietro la macchia di lentischio alla cui ombra poco prima stava seduto. E si gett fra l'erba alta e folta, che quasi lo copr interamente. Le mosche ronzavano fra gli ultimi papaveri, il cielo era chiaro, dolce, lontano. Scostando i ciuffi dell'erba il vecchio poteva vedere il suo cavallo a pascolare, e fra le gambe rossastre del cavallo, come in una bizzarra cornice, il quadro luminoso e melanconico del paesaggio, la linea verde della brughiera sulla linea violetta del mare tranquillo.
Dalla spianata davanti alla chiesetta, di l dal sentiero, arrivava il lamento di una fisarmonica, e una voce che cantava con infinita tristezza una canzone giocosa:

(Da chi su mustarlu appo toccadu,
Tenzo a muzre mea filonzana...
Issa non biet abba 'e funtana
Si non binu nieddu isseperadu). [10]

Il vecchio aveva sonno, era stanco e triste. Quella musica monotona gli diede un senso di nostalgia, gli ricord la casa lontana, melanconica, la sua cara malata.
E gli vennero le lagrime agli occhi al pensare che egli cos vecchio, cos sventurato, egli che era partito dalla sua casa con tanta tristezza e spinto dalla disperazione, era capitato in quella festa come uno che vuole divertirsi. Cos si addorment, con due lagrime tremolanti negli angoli degli occhi.

... Sognava? No, era proprio la voce di Liedda, la finta mendicante.
- Dottore mio, per l'anima de' suoi morti, non dica niente. (Missignoria) [11], non mi rovini: se lo sanno (loro) mi sotterrano viva come una morsicata dalla tarantola.  stato proprio un voto, le dico: vada a vedere se ho portato i soldi a Nostra Signora, benedetta sia.
- Li,  la terza volta che ti vedo a mendicare! - disse una voce rauca e triste, una voce che rimproverava e compativa. - Liedda! Liedda!  stato sempre per voto?
- Sempre, dottore mio bello, sempre!
- Ed io ti dico invece che non  per voto. Raccontalo alle galline il tuo voto, non a me!  una malattia la tua; tu sei stata mendicante da bambina, ed ora ritorni al tuo vizio, come altri ritornano al vizio del vino, al vizio del giuoco e delle donne. Vergognati; vergognati.
-  un voto - insisteva la donna, con voce incerta. - Le dico,  un voto!
- No, bella mia, i denari te li porti a casa! Questo  il voto. Del resto, non m'importa nulla. Hai veduto, stamattina ho finto di non vederti.  una malattia la tua, ma non  dannosa per gli altri; cos fossero tutte le altre malattie!
Per un momento le due voci tacquero; poi la voce rauca riprese:
- E quel vecchio, quel tuo compaesano, che ha?
- Lui, niente!  sano come un pesce.  una sua nipote che  malata, l'unica sua nipote, Maria Comita. Quella s,  malata!  pazza inguaribile, e soffre anche del mal caduco, Dio ce ne scampi e liberi!
- Ah, s, mi ricordo: una volta la visitai.  ricco, quel vecchio?
- Ricco, s, ricco come il mare. Ma a che gli serve? Tutti i suoi figli sono morti. Maria Comita  la sua unica, la sua ultima nipote, ed egli ha paura di morire prima di lei, perch dopo, Dio sa che accadr della disgraziata.
- Ma perch non la manda al manicomio? Quelle sono malattie delle quali non si muore e non si guarisce!
- Dottore mio bello, se ziu Tmas la sentisse! Le salterebbe addosso! Egli ama la nipotina di un amore sconfinato: preferirebbe ucciderla, piuttosto che mandarla al manicomio.
-  meglio che ella muoia, s - disse la voce rauca. - Tutti i pazzi, tutti i malati inguaribili come Maria Comita dovrebbero morire; l'opera pi pietosa che uno possa fare  di ucciderli.
- Se tutti i pazzi morissero, - esclam la donna con ironia, - pochi uomini resterebbero vivi!
L'altro non rispose. La donna sospir.
- Che vita, che vita, la nostra!
Nell'ombra della macchia ziu Tmas piangeva come un bambino, mettendosi un ciuffo d'erba in bocca per soffocare i suoi singhiozzi.
Il dottore e la donna continuavano a discorrere. Lia domandava al dottore della sua lite: e l'uomo si lamentava, dicendo che la sua lite andava male. E imprecava come un paesano, contro il fratellastro che lo aveva rovinato.
Ma ziu Tmas non ascoltava pi: ne aveva abbastanza de' suoi guai per potersi interessare a quelli degli altri.

Pi tardi per rivide il dottor Suelzu, nella spianata della chiesa, dove i pastori ed i paesani ballavano il ballo sardo.
I due uomini si guardarono con diffidenza: ma poi ziu Tmas s'avvicin al borghese e lo salut.
- Salute, signor dottore. Lei non mi riconosce, ma io mi ricordo bene di lei.
Il dottore lo guardava, coi suoi piccoli occhi timidi e quasi spaventati. Il vecchio lo preg di accettare un "invito" al banco del liquorista l vicino: il dottore accett, e bevette molto. Anche il vecchio bevette e cominci a parlare di sua nipote, raccontandone con frasi pietose le atroci sofferenze.
- Perch siamo nati? - domandava, prendendo fra le dita il lembo della giacca del dottore e scuotendolo. - Dica lei, che  dottore: perch siamo nati? Per soffrire cos? C' Dio?
Il dottore sollev un dito e fece cenno di no. E mentre ziu Tmas continuava ad inveire contro Dio e contro la natura, il Suelzu lo guardava dall'alto e non parlava, e pareva triste e imbarazzato, quasi mortificato che Dio e la natura fossero cos ingiusti e crudeli.
- Io sono stato sempre un uomo serio - continu il vecchio. - Allegro s, ma non sciocco: il dolore mi ha ridotto come un bambino, ora. Non credo pi a nulla e credo a tutto! Credo persino alle cose che un tempo mi facevano ridere. S, lei ha veduto... sono andato dalla fattucchiera... sono andato per chiederle una medicina...
- Quella donna  furba! - disse allora il dottor Suelzu, animandosi. - Anch'io sono capitato da queste parti per un affare, e sono andato a vederla... per curiosit:  furba, s,  furba!
- Ma indovina, vero, qualche volta? Me lo dica, dottore mio, me lo dica in sua coscienza; lei ci crede?
Il vecchio era diventato ansioso: aveva bisogno di credere. Il dottore lo guard. Ebbe piet di lui?
- Qualche volta s - disse sottovoce. - Ci si spiega col fenomeno detto suggestione.
- Oh, bella! - sospir ziu Tmas, mentre il dottore gli spiegava alla meglio in che consisteva il fenomeno detto suggestione.

La domenica mattina i due uomini si rividero ancora, o meglio ziu Tmas si riattacc al dottor Suelzu e non lo lasci pi. E fin di raccontargli i suoi guai.
Il dottore l'ascoltava volentieri, ma parlava poco. Qualche volta diceva cose stravaganti, come Lia affermava, ma pareva un uomo timido, o peggio ancora uno scemo, e ziu Tmas si domandava come mai un uomo simile s'era rimbambito innanzi tempo. Ma poi il vecchio ricordava le parole di Liedda. Le persecuzioni, i vizi, i dolori, fanno perdere la ragione anche ai pi saggi: s, egli purtroppo lo sapeva!
Poi il dottore part: ziu Tmas, che non poteva vivere senza chiacchierare, torn da Lia, ed attese che le settantasette ore passassero.

E passarono. Il luned verso sera egli era di nuovo in casa della maga.
Questa volta la donna non dormiva: riconobbe subito il vecchio, e pareva lo aspettasse.
- Ecco la medicina - gli disse. -  una cartina di polvere bianca. La darai alla malata a mezzanotte precisa: altrimenti non far l'effetto. Bada bene; e dirai un (Credo) nel dargliela.
- Le far bene? - domand ziu Tmas, avvolgendo la cartina nel suo fazzoletto e cacciandosi in seno il prezioso involtino. - Non  polvere di erba sardonica?
- Tutti i mali le passeranno! Va! - rispose la donna con enfasi. - Ti occorre altro?
- Oh, bella; vorrei ora una medicina per ringiovanire!...
- Anche quella si potrebbe trovare - disse l'altra con seriet.
E pareva che nulla fosse per lei difficile: sapeva tutte le arti del diavolo.
- Allora arrivederci: torner quando sar pi vecchio: ora son giovane ancora: ho settantaquattro anni e nove mesi.
- Dio ti faccia arrivare a cento anni! Addio.
Ziu Tmas si alz, depose sul piatto di stagno una moneta e disse:
- Se la cosa riesce, ti porter cento scudi. Addio.
Ma la donna finse di non veder la moneta e di non sentire la promessa.

Ed egli ritorn. Nanascia stava seduta sul gradino della porta e mangiava tranquillamente un pezzo di pane d'orzo, quando vide entrare il vecchio dai riccioli bianchi sulle guancie. Sulle prime ella non lo riconobbe, tanto egli era mutato ed invecchiato. Eppure solo tre settimane eran passate, dopo la sua ultima visita.
- Salute, lo straniero. Salute e benvenuto - ella salut, alzandosi.
Egli non rispose: come l'altra volta, mise sotto una pietra l'estremit della cordicella del cavallo, si volse, si avanz. Nanascia allora lo riconobbe, e ricord con gioia la promessa dei cento scudi; ma guardandolo meglio, vide negli occhi infossati di lui tale un espressione di angoscia disperata e minacciosa che lo credette impazzito.
- Salute, lo straniero - ripet, fingendo di non riconoscerlo. - Qual buon vento ti porta da queste parti? Vuoi entrare?
- Sicuro che voglio entrare! Abbiamo da aggiustare un conto! - egli disse, minaccioso, penetrando nella cucina desolata.
La donna, scalza ed in cuffia, depose il pane sulla panca, bevette rapidamente un sorso d'acqua dalla scodellina di sughero, e si aggiust i capelli attortigliati intorno alle orecchie.
- Siediti, siediti - diceva, con la voce monotona. - Buon uomo mio, che cosa vuoi?
- Che cosa voglio? Ora te lo dir. Andiamo l sopra.
Egli mise un piede sulla scaletta, ma la maga ritorn verso la porta, e disse:
- Non posso venir su: c' gente. Possiamo parlare qui.
- Ah, tu hai paura? C' gente? Ci sar il diavolo, il tuo fratello il demonio! Ma senti: ti strangoler oggi o un altro giorno. Ti accuser alla giustizia: ma prima voglio chiederti perch hai fatto cos. Perch hai fatto questo? Perch, maledetta? Perch?
E le and addosso; ma egli era cos debole, cos tremante, che la donna, ancora forte e robusta, pot afferrargli le mani e tenerlo fermo.
- Che cosa ho fatto? Sei pazzo, buon uomo mio? Io non so che cosa vuoi dire.
- Perch mi hai dato quella medicina?
- Ah, ora ricordo! Quella medicina? Quella polvere bianca? Perch me l'hai domandata! E che, non ha avuto effetto? Forse non l'avrai data a mezzanotte precisa: forse non avrai detto le preghiere. E per questo...
- Taci, taci, diavola! Dimmi perch me l'hai data! Uno scopo avevi... Parla: dopo vedr quello che debbo fare.
- Ges! Che  accaduto? Io ti giuro, uomo, ti giuro che io ti ho dato la medicina per buona!
- La malata  morta! Tu l'hai uccisa: ed io, anch'io l'ho uccisa. Tu mi hai dato il veleno! Il cuore me lo diceva: tu mi hai dato l'erba sardonica! E i medici han detto che si  avvelenata, povera creatura, piccola anima mia bella! Assassina (maghiarja), perch hai fatto questo?
Egli cerc di percuoterla, ma ella cadde inginocchiata sul gradino, si nascose il viso fra le mani, scosse la testa con disperazione.
- Dio, Dio, Dio, Dio! Che sento, che sento! Che  accaduto? Signore, Signore!... Che io sia maledetta se sapevo niente! Io ti ho dato il veleno? Io? Che  accaduto!
La sua disperazione era sincera. Ziu Tmas cominci anch'egli a scuoter la testa, e si calm alquanto. Che fare? Egli si riteneva il maggior colpevole, egli che si era ridotto a credere alle arti diaboliche della maga. Il Signore lo aveva castigato. Ma egli non riusciva a spiegarsi perch la donna gli avesse dato il veleno; e questo mistero lo tormentava, acuiva i suoi rimorsi, lo faceva impazzire.
- Perch? Perch? - disse, giungendo le mani. - Potevi darmi una medicina innocua! Perch mi hai dato il veleno? Voglio saperlo, prima di denunziarti alla giustizia. Perch voglio denunziarti, sai: perir anch'io, ma tu devi morire nell'ergastolo.
La donna piangeva.
- Senti - disse infine, alzandosi risoluta. - Voglio dirti tutto. Nei giorni in cui tu venivi per domandarmi la medicina, veniva da me un dottore per consultarmi circa una sua lite. Io gli parlai di te. Egli mi disse che ti conosceva e conosceva anche la tua malata. E diceva: " meglio che quella disgraziata muoia: la sua morte  un bene per lei e per gli altri". Io gli dissi: "Il vecchio vuole una medicina da me: mi indichi lei qualche medicina efficace, cos io, se la malata avr qualche giovamento, anche leggero, io acquister prestigio. Quel vecchio mi fa pena. Aiutiamolo". "Fa pena anche a me - disse il dottore. - Bene; ti procurer io una medicina, ma non dirai mai che te l'ho data io". Io promisi: egli mi diede la medicina che ti ho dato! Ecco tutto: ti giuro,  la verit, come  vero Dio, come  vero il sole, come  vero...
Egli non l'ascoltava pi: cadde a sedere sul gradino della porta, e si strinse la testa fra le mani. Signore, Signore! Ecco, finalmente egli ricordava le parole che il dottor Suelzu aveva detto a Lia:
"Tutti i malati come Maria Comita (devono) morire; l'opera pi pietosa che uno possa fare  di ucciderli".
Ed infatti gliel'aveva uccisa, la sua povera creatura! Egli rivedeva ora la disgraziatissima fanciulla, pallida, con le palpebre azzurre e la bocca sorridente: senza dubbio la medicina data dal dottor Suelzu era la polvere dell'erba sardonica! Maledetto, maledetto! Che fare, ora? Denunziarlo? Denunziare la fattucchiera? Denunziarsi? Andrebbero tutti e tre all'ergastolo od al manicomio. Quest'idea lo fece rabbrividire; apr gli occhi, scosse la testa, gemette.
La donna gli pos una mano sulla spalla.
- Pazienza, vecchio.  stato un errore; ma tutta la nostra vita  un errore!...
- Vattene! - egli url.
E chiuse di nuovo gli occhi e si mise a gemere:
- Povera, povera! Tu sorridevi, anima mia bella: ti hanno dato la polvere dell'erba sardonica che fa morire ridendo...
Poi, sembrandogli di vedere la figura strana del dottor Suelzu, grid, stringendo i pugni:
- E a te, assassino, a te, pazzo, chi te lo d il veleno?

FINE


Note:

[1] Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre, gennaio.
[2] Un bastardo.
[3] Maria Antonia.
[4] Pietre aspre.
[5] (La bella grande), la molto bella.
[6] Casa della mola: locale ove c' l'antica mol tirata dall'asinello.
[7] I Sette Fratelli: l'Orsa Maggiore.
[8] Le autorit.
[9] Il signor Nessuno.
[10] Dopo che ho provato il mosto,
Ho mia moglie filatrice,
Che non beve pi acqua di fonte,
Ma solo vino nero scelto.

[11] Mia Signora.
