I giuochi della vita
di Grazia Deledda



INDICE
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Per riflesso
Freddo
Per la sua creatura
Pasqua
La morte scherza
I giuochi della vita
Padre Topes
Il vecchio servo
Il fermaglio
Lo studente e lo scoparo
Colpi di scure
Mentre soffia il levante




"PER RIFLESSO"

Da lunghi anni nessun fatto interessante turbava la pace dello stazzo [1] di Larentu Verre, quando accadde un avvenimento straordinario.
Era una giornata calda di ottobre. Le donne, Coanna la vecchia serva e Millna la giovane padrona, facevano il pane; zio Larentu era appena rientrato dai campi e se ne stava ritto vicino alla porta spalancata, accomodando la correggia di un fucile.
- Io ho fame - diceva alla giovane moglie, mentre stava tutto intento al suo lavoro. - Cosa mi daresti, Mill?
- Cosa? - domand Millna, volgendosi alla domestica.
Le due donne si guardarono bene in viso, interrogandosi a vicenda; poi Coanna si alz e disse gravemente:
- Vorresti un pane col lardo?
- Benissimo! - esclam il padrone. Allora zia Coanna tagli una fetta di lardo sull'asse che serviva per preparare il pane, e ne fece tanti pezzettini che dispose sopra un pane crudo, largo e rotondo; poi mise il pane a cuocere dentro il forno.
E serva e padrona stettero attente, col volto curvato sulla bocca del forno, premurose che la cosa riuscisse bene.
Ma da qualche minuto Larentu Verre aveva dimenticato il suo appetito, e trascurato il suo fucile, e guardava fuor della porta, lontano, con la stessa attenzione con cui le donne guardavano dentro il forno. Ad un tratto grid:
- Coanna! Vieni a vedere una cosa!
La vecchia gli fu tosto vicina.
- M'ingannano gli occhi? - chiese il padrone.
- Gli occhi non t'ingannano.
- Viene qui?
- Qui viene. Va e nasconditi; resto io! - disse fieramente la donna.
- Io non devo nascondermi! - grid non meno fieramente il padrone. - Nasconditi tu, se vuoi!
- Non c' ragione perch io debba nascondermi, Larentu Verre!
- E neppur io!
Intanto Millna aveva ritirato il pane col lardo sull'orlo del forno, e dopo averci soffiato sopra per toglier la cenere, veniva anch'essa a vedere.
- Cosa ? Chi ? - domand, guardando fuori. E tosto si turb.
Vedeva una donna e un fanciullo venire alla volta dello stazzo, attraverso il sentiero tracciato tra il verde tenero della pianura: la donna indossava un costume povero, di panno scuro, il fanciullo un modesto vestitino di fustagno.
Millna riconobbe tosto nella donna una povera parente di suo marito, che undici o dodici anni prima era stata serva nello stazzo, e aveva avuto un figlio da Larentu Verre. Tutti sapevano che solo per le istigazioni e i pettegolezzi di zia Coanna, che da quarant'anni dominava nello stazzo, il padrone, non pi giovane, non aveva sposato Andreana Verre. E pei maneggi di zia Coanna, egli aveva invece tolto in moglie una parente della vecchia serva, di vent'anni pi giovane di lui.
Dopo le loro nozze, Millna non aveva mai veduto Andreana nello stazzo, n si era accorta che il marito ricordasse la donna e il fanciullo che ora venivano, quieti e composti, attraverso il sentiero soleggiato.
- Perch viene? Cosa vuole colei? Vattene, Larentu Verre, va e nasconditi: resto io, va! Viene certamente a chiederti del danaro! - borbottava la vecchia serva.
- Dio mio, Ges mio, Dio mio... - diceva timidamente Millna, sospirando.
Larentu si volse: guard il viso infantile di sua moglie, guard il volto bianco e rugoso di zia Coanna; poi si mise a ridere, ma tosto parve pentirsi di aver riso, e disse rudemente:
- Tornate al vostro lavoro, donne!
Millna torn subito verso il forno, ma zia Coanna non si mosse.
- Va l, vecchia, fa il fatto tuo!
- Larentu Verre!
- Va l, fa il fatto tuo! Sapr (arrangiarmi) da me! Va!
La vecchia s'allontan a malincuore; ma pur stando in fondo alla cucina guardava attraverso la porta, e borbottava.
- Non vuoi dunque mangiare? - domand Millna a suo marito.
Zio Larentu non rispose. Egli fingeva di accomodare ancora la correggia del fucile, dandosi molto da fare; per guardava ogni tanto fuori, e provava una vaga inquietudine, o meglio una collera sorda e segreta.
- So perch quella donna e quel fanciullo vengono - pensava, annodando dispettosamente la correggia. - Ora cominciano a rompermi davvero le scatole. Ieri l'altro  stato il maestro, il quale mi ha fatto sapere che quel ragazzo  il primo della scuola, e che io devo mandarlo a studiare. Poi anche il parroco. Vadano al diavolo tutti! Ma che lo mettano a lavorar la terra o lo facciano studiare a loro spese! E quella sfacciata che osa venir qui; ma guarda! Ebbene, che venga! La piglio a calci!
Eppure, nonostante il suo coraggioso proposito, egli sentiva una strana trepidanza, non per s, ma per sua moglie e per Coanna. Aveva paura della serva e vergogna della moglie, della quale egli amava la giovinezza e la bont.
- Ebbene, che vengano! Calci quanti ne vogliono! - ripeteva fra s, pensando ad Andreana ed a quel fanciullo che egli non amava: ma intanto avrebbe voluto andar loro incontro e pregarli di non avanzare. Per un momento sper che la donna e il ragazzo passassero dritti davanti allo stazzo, ma quando li vide vicini e diretti alla sua porta egli si scost, appese il fucile al solito posto, poi si avvi per uscire.
- Fa quell'altra bestialit - disse zia Coanna con disprezzo.
Egli si sent inchiodato sul limitare. "Quei due" s'avanzavano; eccoli presso la siepe del cortile, eccoli davanti alla porta. Dietro la siepe i cani abbaiavano forte.
- Ave Maria - salut umilmente la donna, sollevando verso Larentu i suoi limpidi occhioni.
Egli non rispose, ma quasi istintivamente si scost per lasciar passare i visitatori.
Andreana non esit un minuto ed entr a viso alto in quella casa donde era uscita disonorata. Ella veniva per chiedere l'avvenire di suo figlio e sentiva un coraggio da leonessa. Ma il fanciullo guard, coi suoi grandi occhi color nocciola, limpidi e un po' spauriti, quell'uomo piccolino, rossigno, dal viso malevolo, che con la sua sopragiacca di pelo rassomigliava ad una volpe maligna, e arross.
Nonostante tutto il suo ardire, sulle prime Andreana non vide nulla, e dopo aver salutato tacque, confusa e commossa.
Ma a poco a poco riprese coraggio e si guard attorno. La cucina era ben sempre la stessa, intonacata con terra gialla, e quasi a met occupata dal forno: nell'angolo dietro la porta pendeva sempre il fucile; un po' pi in l stava attaccata ad un chiodo una gonna d'orbace della vecchia serva, vicino alla gonna un tagliere di legno con l'incavo per metterci il sale. Ecco, il focolare di granito era sempre nel centro della cucina; attraverso il vetro sporco della finestra si scorgeva uno dei pochi soveri che sorgevano per la pianura. I cani abbaiavano sempre. Ah, ecco, ella ricordava uno per uno i vecchi cani dello stazzo: quello che nell'abbaiare sembrava un fanciullo rauco piangente, era Maccioni, il cane rosso favorito di Larentu. Ah, le donne facevano il pane? Ella conosceva gli arnesi che adoperavano; solo una pala di legno bianco era nuova. E zia Coanna era sempre la stessa, la vecchia strega, con gli occhietti di faina e le mani adunche, gialle come zampe d'astore. Due persone sole erano nuove per Andreana, in quell'ambiente conosciuto: il piccolo Andrea sedutole accanto, e Millna seduta davanti al forno. E sebbene il piccolo Andrea e Millna, rossi e confusi, tenessero gli occhi bassi, erano le sole persone che davano soggezione alla madre coraggiosa.
Zio Larentu andava di qua e di l, come cercando qualche cosa che non rinveniva: e dovunque guardava vedeva due grandi occhi limpidi, color nocciola, che lo fissavano spauriti. Ad un tratto per incontr davvero i piccoli occhi di zia Coanna e gli sembr di scoppiare fra s in una risata.
- Ebbene, - pens, - cosa ti accade, Larentu Verre? Pigliali a calci, mandali via!
Si ferm ritto davanti alla donna e al fanciullo; incroci le mani sulla schiena, e domand con ironia:
- Ebbene, cosa significa questa visita?
- Sono venuta... Sono venuta...
- Bene, perch sei venuta? Se hai da dirmi qualche cosa in segreto andiamo l dentro; spicciati perch ho da fare!
Ella arross, e rispose con una certa fierezza:
- Non  un segreto. Anzi ho piacere che vi siano le donne, e desidero rivolgermi a tutti voi, anche a zia Coanna, a tutti: vi prego di rimaner tutti.
Zia Coanna parve alquanto rabbonita, ma stette all'erta, vigilando sul padrone.
Egli prese uno sgabello e sedette rassegnato. Gli pareva di essersi comportato con disinvoltura, ma anch'egli, come Andreana, aveva soggezione di Millna e del piccolo Andrea, sebbene Millna ed il piccolo Andrea non osassero neppure sollevare la testa.
- Ecco, - cominci Andreana, con voce commossa, - il maestro di scuola te n'ha gi parlato, Larentu Verre. Questo ragazzo  studioso, ha fatto tutte le scuole, ed  riuscito il primo. Egli dice che vuol diventare un professore (il fanciullo arross di nuovo) ma  povero e non pu studiare. Molte persone allora m'hanno detto: ebbene, perch non ne parli con Larentu Verre? Egli  ricco, non ha figliuoli, e fa tante elemosine all'anno che con esse potrebbero vivere sette famiglie. Perch non potrebbe mandare questo ragazzo a studiare?
- Eh, - proruppe Larentu, - perch queste persone che sanno dare questi consigli non si rivolgono a me?
- Il maestro e il parroco, per, te ne hanno parlato...
- Ah,  vero! - egli disse, ricordandosi.
La donna continu a parlare, umile e rispettosa, senza mai ricordare a Larentu che egli era il padre del fanciullo, ma accennando spesso alla loro parentela.
Il piccolo Andrea ascoltava, e non perdeva una parola di quanto diceva sua madre e di quanto rispondeva "quell'uomo": e ogni parola di "quell'uomo" gli sembrava beffarda, umiliante, e gli destava in cuore un impeto sdegnoso di vergogna. Gli pareva di esser sospeso fra cielo e terra, sopra un abisso: non vedeva l'ora d'andarsene, di fuggire; e si proponeva di non passar mai pi vicino allo stazzo, a costo di far il contadino o il pastore per tutta la vita. Ad un tratto per dimentic tutta la sua vergogna, e sollev gli occhi spauriti. La voce di "quell'uomo" era improvvisamente diventata dolce.
- Bene, bene, vedremo, vedremo, lo manderemo a studiare...
- Sarebbe bene che tu ci pensassi... prima - disse Coanna con voce dispettosa.
Andrea volse gli occhi verso la vecchia e prov un impeto di odio: avrebbe voluto gettarsi sopra di lei e graffiarla.
La voce di "quell'uomo" cambi ancora di tono; si fece quasi timida e vergognosa:
- Vedremo, vedremo, ne parleremo ancora in famiglia, e poi ti dar una risposta definitiva: puoi tornare, Andreana Verre.
- Torner; quando?
- Quando? Ebbene, domenica mattina.
Andreana e il fanciullo si alzarono: la speranza brillava negli occhi di entrambi.
Zia Coanna intanto deponeva in un canestro il pane che Millna estraeva dal forno, e non nascondeva il suo malumore.
- Scusate il disturbo, - disse Andreana congedandosi; - buon giorno e Dio vi guardi.
Millna, che non aveva aperto bocca, sollev gli occhi e guard con tenerezza il fanciullo. Poi fece un gesto alla vecchia serva, ma questa rispose con una smorfia. Per anche zio Larentu cap a volo l'intenzione buona della moglie; si curv, prese un pane e, secondo l'antico costume, lo porse ad Andreana, come l'avrebbe dato a qualsiasi altro visitatore.
La donna prese e avvolse il pane nel suo grembiale, poi salut di nuovo e usc seguta dal figliuolo. I cani abbaiarono nuovamente, dietro la siepe del cortile.
- Gettatelo ai cani, quel pane! Non avete visto come faceva le smorfie, quella vecchia strega? - disse il fanciullo.
- Io non ho veduto nulla, - rispose con seriet la madre, - ma anche se avessi veduto, il pane non lo getterei ai cani, perch Nostro Signore ha detto di non gettare il pane ai cani.
Andrea alz le spalle e tacque.
Attraversarono la pianura gi verde delle prime erbe d'autunno. Per lungo tratto, dove si stendevano i prati che servivano di pascolo alle greggie ed agli armenti del Verre, non sorgevano che radi soveri secolari, alti, contorti, solitar, smarriti nella quiete del paesaggio lievemente ondulato.
Timi, lentischi e cespugli aromatici profumavano l'aria. In lontananza si scorgevano altri ovili, altri stazzi, una chiesetta bianca, il villaggio bruno, macchie e linee di boschi, strade bianche battute dal sole; poi, in fondo, montagne velate dai vapori azzurri dell'orizzonte.
Numerosi stormi d'uccelli si raccoglievano e cantavano tra i rami dei soveri; e al pi piccolo frusco volavano via rumorosamente.
- La giovane che cuoceva il pane  moglie di "quell'uomo"? Avete osservato, madre? Taceva sempre e diventava rossa rossa... - disse ad un tratto il fanciullo.
- Anche tu non parlavi. Eppure la lingua ce l'hai, e lunga.
- Io avevo vergogna.  stata quella donna, la giovine, che accenn di darci il pane: la vecchia strega non voleva. Deve esser buona, zia Millna. S, dopo tutto  mia zia...
- S, deve esser buona: sta zitto, per: (ogni piccola macchia porta orecchie) [2].
- Parlo forse male? Dico solo la verit. C' forse male a dir la verit? Non  vero che quella vecchia  una strega? Se domenica... - concluse Andrea minaccioso, - se domenica non ci dicono di s, sar colpa della vecchia... ed io...
- E tu? - chiese la madre, volgendosi a guardarlo.
- Nulla! - egli rispose pronto, e cambi discorso.
- Sentite, che uccello  questo? Come canta bene! Chi, chi, chi, chi, chi, cinque volte, e poi si ferma, poi riprende a cantare cinque chi ogni volta. Che uccello ?
La madre ascolt, guard.
- Forse un merlo.
- No, non  un merlo.
Camminavano sempre verso il villaggio. Oramai lo stazzo di Larentu Verre era lontano, dietro il sovero verde della spianata, ma Andrea vedeva sempre davanti a s le figure dei suoi parenti ricchi, il viso rosso di Millna, il viso pallido e la corta barbetta rossa di "quell'uomo" dalla sopragiacca di pelo aperta sul giustacuore paesano, e sopratutto l'odiosa faccia di zia Coanna.
I Verre poveri, come li chiamavano per distinguerli dai Verre ricchi, abitavano una casupola fabbricata sopra un'altura rocciosa, circondata da un muricciuolo sul quale sporgeva un pero selvatico. Davanti si stendeva la campagna, sparsa di ovili solitar, fresca e pura dopo le prime pioggie di autunno. Quell'estremo lembo di villaggio, composto di casette brune, pareva disabitato: non si vedeva anima viva. Solo qualche gallina picchiava il becco sui muri e sulle pietre della via scoscesa.
La madre di Andrea sal svelta i gradini rozzamente scavati nella roccia, apr la porta e rientr in casa, mentre il fanciullo, rimasto vicino al muro ombreggiato dal pero selvatico, guardava lontano, verso lo stazzo del Verre. Confuse impressioni gli sfioravano l'anima. Egli non sapeva ancora che zio Larentu era suo padre, ma pi volte zia Andreana gli aveva additato il ricco parente che appena si degnava salutarli, e gli aveva detto:
- Egli non ha figli; forse lascier a te ogni suo avere.
Andrea dunque si considerava gi come erede del Verre, ma non amava quel parente superbo.

Andreana, che lavorava per campare la vita, riprese il suo fuso e si mise a filare, ritta sul limitare della porta. Era un po' triste, ma tranquilla come sempre. Andrea si volse a guardarla. Sua madre, a cui egli rassomigliava, gli piaceva tanto, gli sembrava la pi bella donna del villaggio, cos alta e dritta, con la pelle color rame e il viso un po' quadrato; gli pareva rassomigliasse ad una figura egiziana che aveva veduto in un libro del maestro.
- Andrea, - ella gli disse, - ora puoi andare dal maestro e dirgli ci che tuo zio ha promesso.
Egli si scosse dalla sua contemplazione, si turb, s'avvi senza parlare.
Furono per lui giorni indimenticabili: non poteva mangiare, n bere, n studiare. Non vedeva l'ora che giungesse la domenica; sperava, ma sempre gli persisteva in fondo alla piccola anima un vago sentimento di umiliazione.
Il venerd mattina, assai per tempo, mentre guardava dalla piccola finestra senza vetri della stanzetta ove dormiva, Andrea scorse il Verre che veniva a cavallo verso il paese. Molte volte egli aveva veduto cos "quell'uomo" appollaiato sull'alta cavalla grigia, col fucile ad armacollo; mai per aveva sentito l'emozione che prov quella mattina. S'immagin che il Verre venisse da loro, e quando il ricco parente giunse sotto la finestra, egli rattenne il respiro. Ma zio Larentu pass oltre, senza fermarsi, senza guardare, come sempre.
Verso il meriggio, per, venne dai Verre poveri il maestro di scuola, il signor Giacinto Tedde, un bel giovine di vent'anni, alto ed elegante, tutto roseo in volto.
Vedendolo salire i gradini della roccia, il piccolo studente arross e si sent battere il cuore, anche perch provava un vivo sentimento di ammirazione e di rispetto, tanto per il talento quanto per l'eleganza del giovine maestro.
- Ebbene, buon giorno, che notizie da ieri ad oggi? - chiese il maestro.
- Favorisca, venga su - disse Andrea, tutto vergognoso per la miseria della sua casetta. Ma il giovine volle stare in cucina, e non si guard attorno: del che Andrea gli fu grato.
- Nessuna notizia - disse Andreana, sedendosi su uno sgabello, e curvandosi, con le mani giunte in grembo. - Andrea per mi disse di aver veduto... "quell'uomo". L'ha veduto, lei? Non  vero, Andrea?
- S - rispose con un soffio il fanciullo.
- Bene! - esclam il maestro; poi sorrise come fra s, e diede la gran notizia: - S, quell'uomo  stato da me, e mi disse che acconsente...
- Ah!
- Ah! - fecero madre e figlio.
- S, acconsente. Ma ascoltatemi bene. - I due poveretti ascoltavano con l'anima sospesa. - Pare ci sia stato consiglio di famiglia. La serva, mi pare si chiami zia Coanna...
- S, cos.
- Ebbene, zia Coanna pare abbia fatto del chiasso. Egli era ben disposto fin dall'altro giorno, ma la serva, appena usciti voi, cominci a gridare, a dire che era il primo passo, e che Andrea finirebbe col diventare padrone di tutto. "Il padrone sono io, - disse Larentu, - e appunto perch sono il padrone voglio fare questa buona opera". E l'altra a gridare, a opporsi. E avrebbe finito col dissuaderlo, senza l'intervento della moglie.
- Millna! - disse Andreana.
- Giusto, Millna o Maddalena, non so; deve essere una giovine molto buona e divota...
- Ah, s, molto divota...
- Ebbene  intervenuta lei, come dicevo.
- Essa desidera grandemente un figliuolo, mi disse Larentu Verre, ed  convinta che Dio non glielo abbia concesso perch... Insomma disse al marito: fa studiare il figlio di Andreana Verre. Forse il Signore, dopo quest'opera buona ci conceder un bambino. Cos Larentu Verre si  deciso, ed  venuto per darmi la risposta, pregandomi di comunicarvela. Per fa un patto. Senti bene, Andrea, e pensa bene se ti conviene. Egli vuole che tu diventi medico.
Un'ombra pass sul viso intento del ragazzo. La madre lo guard ansiosa: anche il maestro lo guard intensamente.
Qual pensiero occulto ferveva in fondo alla piccola mente? Quali progetti fantastici passavano gi nella piccola anima?
- Far quello che egli vorr - disse Andrea, senza sollevare gli occhi.
La madre guard il maestro, sorridendo felice; ma il maestro alz le sopracciglia e fece cenno di no, rispondendo ad una sua interna domanda.

Gli anni passarono.
Andrea Verre frequentava l'Universit, ma da qualche tempo viveva miseramente perch zio Larentu, venuto a conoscere che invece di studiar medicina suo figlio seguiva il corso di belle lettere, gli negava ogni sussidio. Pi che studiato, Andrea aveva letto: Nietzsche, Bourget, Shelley, Sant'Agostino, Orazio, un miscuglio di autori terribili e di poeti soavi, le cui dottrine gli fermentavano nella mente come i semi nella terra, quando sta per giungere la primavera.
Da qualche mese egli vivacchiava dando lezioni di italiano e di... mandolino, e menava una vita ritirata e triste.
Perch si era presentato invano al concorso per una borsa di studio, e perch due giornali avevano rifiutato un suo articolo, gli pareva che tutti i suoi sogni fossero caduti.
Non soffriva per la miseria, ricordando la sua infanzia povera, ma si sentiva improvvisamente piccolo, umile, smarrito nel tumulto della grande citt.
Un tempo gli era parso di essere un giovine d'ingegno: aveva cominciato a scrivere un romanzo; aveva fatto molti versi, aveva sognato la fortuna: ora pi nulla. S'avviliva, si rimpiccioliva, passava rasente ai muri perch non gli si vedessero le scarpe sdrucite, ma non provava rancore n vergogna. In fondo sperava che suo padre (oramai sapeva che zio Larentu era suo padre) si rabbonisse e continuasse a sovvenirlo; ma non voleva umiliarsi per il primo. Fu in quel tempo - era ai primi d'inverno - che lesse, tradotto in italiano, (Delitto e castigo) di Dostojewsky. Cominci a leggere il terribile romanzo una domenica, una sera tiepida ma annuvolata, nebbiosa e triste.
Fin dalle prime pagine, prov una impressione profonda; gli parve di riconoscersi in Raskolnikoff. Anch'egli miserabile, vicino a perdere le sue poche lezioni per indecenza di vesti e di scarpe.
Gli sembr si rassomigliassero anche fisicamente: anch'egli alto, con lineamenti fini, e limpidi occhi castanei: e subito sent una grande simpatia, una piet accorata, per l'immortale studente russo. Ma a poco a poco questa impressione dilegu non rimase in Andrea che la potente suggestione del terribile racconto. Per due ore egli lesse, visse nel libro con l'anima sospesa angosciosamente.
Ogni parola gli si ripercoteva nel cuore, come una voce in luogo deserto, destandovi echi profondi. Solo allorch cominci a mancargli la luce grigia del crepuscolo melanconico egli lasci il volume, si alz, si scosse. Gli sembr di ritornare da un mondo lontano, nel quale si dolorasse e si vivesse con terribile potenza: la realt della sua vita gli apparve in tutta la sua meschinit desolata, ed egli si sent ancor pi piccolo del solito; un piccolo, un meschino essere senza passioni n sogni.
Per qualche momento s'aggir attorno alla sua cameretta ordinata e pulita, dove le cornici di alcuni graziosi quadretti, e il mandolino capovolto sopra un quaderno di musica, splendevano tenuemente all'ultimo barlume del crepuscolo.
E pens alla cameretta di Raskolnikoff; quel buco stretto, polveroso, soffocante, che tanta influenza aveva avuto sul destino dello studente assassino, e si domand se anche nella sua incolore esistenza non influisse la suggestione della sua cameretta borghesemente pulita e comoda.
Accese il lume, ripigli la lettura e ritorn in quel mondo lontano, nel quale si viveva con terribile potenza di sentimenti. Ad ogni svolger di pagina gli pareva di provare le angoscie, le ansie, i tragici sogni di Raskolnikoff.
Per lunghe ore visse quella strana vita di riflesso, e dimentic la realt. Udiva appena un rumore monotono, continuo, cupo, e solo quando gli manc il lume, e dovette lasciare il libro, si accorse che pioveva dirottamente. Si coric, ma appena fu al buio, fra quel fragore melanconico di pioggia dirotta, sent un gran freddo, e di nuovo fu colto da una cupa tristezza, dalla desolazione della sua vita meschina. Ripensando alla rassomiglianza che aveva creduto scorgere tra lui e lo studente russo, sorrise con amarezza; no, egli era infinitamente piccolo davanti a quel miserabile eroe. E si fece una domanda strana.
- Sarei capace io di un delitto? - No, - si rispose tosto: ma pens: - non per onest, ma per debolezza, per vilt...
Non seppe perch, una figura odiosa pass nella sua mente confusa, come un fantasma fra la nebbia: zia Coanna, la vecchia serva dello stazzo.
Ma fu un momento: l'impressione del romanzo lo riprese tutto: ricordando il brivido che provava quando doveva interromper la lettura per tagliare i fogli del volume, egli si domand: - Ma perch questo libro mi suggestiona tanto? Impressioner cos tutti i lettori appena intelligenti? O io mi trovo in uno stato speciale, forse anormale, per impressionarmi cos?
Gli parve di no. Pens piuttosto alla grande potenza artistica del Dostojewsky: poi ricord una novellina amorosa, convenzionale, che aveva scritto qualche tempo addietro, e gli sembr di arrossire.
- Ma, perch devo arrossire? - si domand poi. - Io sono un ragazzo. Che ho provato io, che ho veduto io? Nulla; ho sempre vegetato. Dostojewsky ha sofferto, era epilettico, ed  tutta la sua sofferenza, tutto il fosforo del suo terribile cervello, tutta la febbre della sua esperienza che palpita nelle sue pagine: egli deve aver commesso il delitto di Raskolnikoff, e deve aver provato tutti i tormenti del castigo, per aver potuto fare questo libro. Come non avrebbe scritto il (Sepolcro dei vivi) senza esserci stato.
Fu in questo momento, appena formulata questa idea, che Andrea Verre ebbe il mostruoso pensiero di commettere un delitto, per studiarne le impressioni e scriverne poi un'opera potente.
La figura di zia Coanna ritorn. L'impressione fu cos forte che per qualche istante Andrea dimentic ogni altra cosa. Il cuore gli puls con violenza; fu un momento di ansia e di terrore...
Poi tutto dilegu. Egli rise di s, si chiam pazzo, cerc di addormentarsi.
Pass una notte agitata. Sogn, si svegli, poi sogn ancora, e nel secondo sogno gli pareva di esser sveglio, ricordava il primo sogno, e ricordava il sogno di Raskolnikoff, quando lo studente assassino piange per piet del cavallo martoriato.
Cosa strana: in questo secondo sogno pareva ad Andrea di aver deciso il delitto; non solo, ma egli pensava gi al modo di rappacificarsi con suo padre per potersi introdurre nello stazzo e assassinare zia Coanna: e intanto analizzava le sue impressioni per riprodurle nelle pagine del suo futuro libro!
Svegliandosi, sent un'angoscia indefinibile: gli sembr che qualche cosa di mostruoso pesasse sul suo destino.
Ma intanto, come nel sogno, cercava di analizzare le sue impressioni pensando di servirsene un giorno, quando il suo destino sarebbe compiuto... Poi rise ancora di s, riebbe tutta la coscienza della sua nullit.
- Eh, - pens scoraggiato e stizzito, - sono un pazzo, solo a pensarci. Anche se commettessi un delitto, non saprei mai riprodurre sulla carta le mie impressioni. A che mi servirebbe? Sono un piccolo, e basta... Sono un essere normale, d'ingegno molto limitato, e il mio destino si compir semplicemente, senza ardimenti, n buoni, n cattivi!
S'alz, apr la finestra, torn alla sua piccola realt; i mostruosi sogni svanirono.
In quel giorno e nei seguenti egli prosegu a leggere il romanzo, ma senza affrettarsi, senza pi provare le febbrili impressioni della prima notte. Raskolnikoff gli apparve qual era, un paranoico ambizioso e infelice.
Poi restitu il romanzo e a poco a poco le impressioni provate impallidirono e disparvero.
Per, dopo quella lettura, uno strano cambiamento s'avver in lui. Progetti indistinti, idee di lavoro, improvvise umiliazioni, tenerezze accorate, gli fermentarono nell'anima. La musica umile e tenera del mandolino, certe poesie, certe voci, certe visioni, gli causavano emozioni profonde, talvolta tristi, talvolta liete.
Si isol ancora di pi, cadde in una specie di sogno.
Talvolta, solo nella sua cameretta, mentre al di fuori la citt rumoreggiava come un mare mosso dai venti primaverili, egli suonava il mandolino, intendendo l'anima a voci lontane, che lo commovevano. Pensava alla patria lontana, ai suoi verdi paesaggi silenziosi, alla pianura sparsa di ovili e di soveri, alla casetta sulla roccia, ove sua madre filava pregando per lui; ed era allora che provava tenerezze improvvise, umiliazioni e nostalgie da lungo tempo dimenticate.
La sua miseria intanto, aumentava. Dovette vender libri, oggetti rimastigli del bel tempo antico, e infine il mandolino.
Le lezioni venivano a mancargli perch egli s'inselvatichiva, fuggiva i compagni, non frequentava l'Universit n le poche persone che conosceva.
Fu in quel tempo che gli giunse una strana lettera di sua madre, e che egli ripens con intensit a Radion Raskolnikoff, al cui destino paragon ancora il suo.
La lettera, scritta malamente da sua madre, diceva cos:

"(Amatissimo figlio),
 da un mese e pi che tu mi hai scritto una cartolina, e dopo non ho saputo pi nulla di te, la qual cosa mi tiene inquieta e pensierosa; penso che tu sii malato o che ti sia capitata altra disgrazia. Ti mando questo vaglia di lire trenta; ti faccio sapere che sono stata ventidue giorni in casa del signor Tedde, ad assistere la moglie che era in parto.
Tra il compenso e le mancie avute il giorno del battesimo, ho messo su quasi quaranta lire; te ne mando trenta, perch le altre dieci occorrono a me. Il signor Tedde ha avuto un bambino maschio, bellissimo, che ha tanti capelli come non ne avevo visto mai in un bambino appena nato.
Lo abbiamo chiamato Nicola Andrea, e il Tedde, che  allegro come un pesce, ti saluta caramente.
Inoltre ti faccio sapere che  morta Millna Ibbas, la moglie di Larentu Verre. Poveretta, era molto buona, era innocente come una bambina, e tutti, in paese, hanno pianto per la sua morte. Dicono che in questi ultimi tempi, Larentu Verre, che  sempre ubbriaco, la maltrattasse molto, perch non ha avuto figli. Mi assicurano che Millna diceva sempre a suo marito: "Giacch vuoi dei figliuoli, perch non riconosci Andrea? Dio ti ha castigato appunto per il tuo peccato". E che egli rispondeva: "Lo riconoscer quando tu creperai". Io credo per che queste sieno dicerie del paese; ad ogni modo forse  meglio per lei che Millna sia morta. Larentu Verre sembra tuttavia molto triste: l'ho veduto ieri; indossa il cappotto, col cappuccio calato sul viso, e tiene la barba lunga, in segno di lutto. Ti dir ora come e perch l'ho veduto.  venuto ieri a casa nostra, sull'imbrunire, e mi ha proposto di andar serva nello stazzo, perch zia Coanna  molto vecchia e non ha pi forze. Io non gli nascosi la mia meraviglia e gli dissi che zia Coanna mi avrebbe mangiata viva. Egli allora mi disse: zia Coanna star al suo posto. Allora io replicai: no, sarebbe uno scandalo se io venissi ad abitare allo stazzo: la gente  maligna e mormorerebbe. Egli rispose: lascia che la gente mormori; del resto l'acqua non mancher al molino.
Con queste parole egli voleva dire che avrebbe finito con lo sposarmi.
Allora io gli dissi che avrei scritto a te per sapere il tuo parere.
Egli, alquanto arrabbiato, disse: sta a vedere che quel morto di fame faccia lo schifiltoso!
Io lo pregai di lasciarmi prima pensar bene ai casi miei; e questa mattina mi informai bene da Anna Ibbas, la cugina di Millna, che frequenta lo stazzo. Le chiesi: per l'anima della povera morta, informami bene che intenzioni ha verso di me Larentu Verre.
Anna mi confid che Larentu Verre aveva buone intenzioni, e che egli aveva espresso a zia Coanna il desiderio di sposarmi, perch nello stazzo occorre una padrona.
Quella serpe di zia Coanna, mi disse Anna Ibbas, ha protestato ed ha gridato: "Sei pazzo! Non occorre sposarla, quella donna! Proponile di venir qui al tuo servizio, ch non le sembrer neanche vero!".
Pu darsi che tutto questo sia falso, ma Anna Ibbas  una donna divota, rassomiglia alla morta, e la credo sincera; quindi ho quasi deciso di non accettare la proposta di Larentu Verre. Per desidero prima sapere cosa tu ne pensi. Io non sono pi una ragazzina, e so fare il mio dovere, e del resto zia Coanna, gi tanto vecchia, morr presto, e Larentu finir col mantenere le sue promesse; per questo non vorrei irritarlo, non per me che ora non conto pi, ma per te".

Andrea non fin di leggere. Torse nervosamente la lettera, e la butt lontano.
- Vili, vili, vili! - disse a voce alta, stringendo i pugni. - E lei che  cos stupida, cos santamente stupida! Per me! Per me! Per me!...
Una convulsione di rancore e d'angoscia disperata, lo assal: tutto il rancore e l'angoscia che lo rodevano silenziosamente da tanto tempo. Si chiuse nella sua cameretta e si gett sul letto. Non pot rileggere la lettera; il solo vederla gli causava un senso di umiliante vergogna, simile a quello provato il giorno in cui sua madre era andata a mendicare per lui l'obbrobriosa elemosina di Larentu Verre.
Ora egli rivedeva "quell'uomo" quale sua madre lo descriveva, col cappuccio calato, la barba rossiccia lunga e rada, le labbra livide e gli occhi arrossati dall'alcool; e ne provava un disgusto fisico: accanto a lui la vecchia serva sogghignava.
Fu allora che, d'un tratto, l'idea di uccidere zia Coanna gli ritorn nella mente; e gli parve di aver covato questa idea nelle profondit incoscienti dell'anima, in tutto quel tempo di miseria e di melanconia.

Zia Andreana Verre filava, ritta davanti alla sua porta, sull'alto della piccola roccia. Ella era di molto invecchiata, ma conservava la sua simpatica fisionomia d'egiziana. In quei giorni ella attendeva il ritorno di suo figlio; egli le aveva scritto che, anticipando alquanto le vacanze pasquali, sarebbe venuto per passare un mese con lei; ma ella sapeva che Andrea ritornava per impedirle di andare a servire nello stazzo, e che egli forse, per mancanza di mezzi, non sarebbe ripartito mai pi.
Ah, ella conosceva bene il carattere fiero di colui che per lei era sempre un fanciullo! Anche se Larentu Verre la sposava, ci che era improbabilissimo finch viveva zia Coanna, Andrea avrebbe rifiutato ogni aiuto.
Intanto ella aveva ripulito la casetta, messo sul letto di Andrea la coperta di lana, a striscie gialle e nere; aveva lavata la panca posta accanto al focolare, sotto la quale e sulla quale stavano le masserizie di cucina; e infine aveva fatto il pane bianco, e comprato delle uova, e zucchero e caff.
Il ragazzo non era vizioso, non fumava, ma beveva molto caff. Cos tutti i risparm di Andreana Verre se n'erano andati. Ora ella aspettava l'arrivo di suo figlio, ma con tristezza ansiosa: ella sentiva istintivamente che Andrea era infelice, e che la casetta pulita, il caff bollente, il letto ben messo, non sarebbero bastati per rallegrarlo.
Infatti Andrea arriv, bevette il caff, vide la coperta gialla sul letto, ma non si rallegr.
Sua madre lo seguiva con lo sguardo inquieto: le pareva uno straniero, cos pallido, scarno, mal vestito, e ne provava dolore e soggezione; soggezione che egli non le aveva mai imposto, quando ritornava bello e ben vestito.
- Ebbene, - egli chiese, dopo che ebbe messo a posto le sue cose, - che notizie mi date?
- Che vuoi che ti dica, figliuolo mio? Le notizie son sempre le stesse.
- Quell'uomo non  pi tornato qui?
- Non  pi tornato, ma spesso passa in questa via, e guarda sempre quass.
- Perch guarda?
Andreana arross un poco, perch zio Larentu veramente passava e ripassava guardandola come un innamorato di quindici anni.
- Che vuoi che ti dica? Siccome egli sa che tu deciderai se io devo o no andare al suo servizio, forse guarda per vedere se sei arrivato.
- Quell'uomo osa tanto?... - proruppe Andrea, con gli occhi scintillanti: ma tosto si fren, e disse: - Ebbene, raccontatemi meglio cosa vi disse il giorno che venne qui.
- Ecco. Egli era seduto l, dove sei tu ora; io qui - disse zia Andreana, e ripet quanto aveva raccontato nella lettera, non una parola di pi, non una di meno.
Mentre ella parlava, Andrea guardava lontano, fuor della porta, e pareva non ascoltasse. Immagini vaghe e confuse passavano davanti ai suoi occhi tristi: per la porta spalancata si vedeva un ramo del pero selvatico sul quale scoppiavano le gemme verdognole; pi in l scorgevasi un lembo della pianura, verde e umido, fiorito di narcisi pallidi; e in fondo, in fondo, una linea di cielo argenteo.
Una dolcezza infinita era in quel lembo di pianura, in quel ramo fiorito, disegnato sul cielo chiaro; Andrea guardava e quando sua madre cess di parlare, egli chiese:
-  fiorito anche il susino dell'orto attiguo?
- Ma... non so, non ci ho badato! - ella disse alquanto meravigliata.
Allora egli usc per vedere se il susino era fiorito.
L'albero sporgeva sul muro, a destra della piccola altura rocciosa; gemme bianche e verdognole, qua e l aperte in fiorellini candidi, coprivano i rami contorti. Andrea guard a lungo il susino, poi volse lo sguardo per la pianura tutta verde. Le ginestre cominciavano a fiorire, e taluni prati erano cos bianchi di margherite che parevano coperti di neve; stormi numerosi d'uccelli passavano nell'aria tiepida e calda.
Da tanti anni Andrea non vedeva la primavera della pianura. Da quando? Da tanto tempo! E forse questa era l'ultima primavera che egli godeva.
A quest'idea istintiva si rabbui in viso, e sent svanire quel tenero sentimento di gioia provato nel guardare i prati verdi e gli alberi fioriti.
Gli parve che una voce intima, cupa come un tuono, lo richiamasse dal momentaneo oblo del suo destino tragico.
L'idea fissa, dimenticata per un momento, lo riafferrava.
Ritorn davanti alla casetta, accanto al pero selvatico, e ricord il giorno lontano nel quale sua madre lo aveva condotto allo stazzo, e il suo istintivo sentimento d'odio per la vecchia serva. Disse a sua madre, con voce aspra:
- Voi non andrete nello stazzo quand'anche dovessimo morir di fame. S, m'incarico io, di rispondere a quel miserabile.
- Andrea! - supplic la donna, andandogli vicino. - Pensa...
Egli cap e s'adir.
- No! - grid scuotendo la testa. - Se volete avere un figlio, non pensate di sposare "quell'uomo"! Io mi vergogno di portare il suo nome! Mi vergogno di essere suo figlio, e non permetter mai che voi...
- Del resto, - disse Andreana, un po' amaramente, - finch  viva zia Coanna, non c' da temere che...
Andrea parve calmarsi per incanto.
- Come sono bestia! - pens. -  cos che io intendo di rappacificarmi con lui per poter penetrare nello stazzo?

Pi tardi Andrea domand notizie del signor Tedde.
- Egli  contento come una pasqua - disse zia Andreana. - Il bambino cresce a meraviglia, e il maestro ne va matto. Ah, egli  davvero un uomo felice. Tu sai che ha sposato la pi ricca ragazza del paese: ha una casa che sembra una chiesa. Ma gi, tu andrai a trovarlo oggi stesso, e vedrai...
Andrea sorrise ricordando l'ammirazione e la soggezione che il maestro gli destava un tempo.
Andreana non aveva finito di parlare, quando arriv il Tedde, con uno smagliante soprabito turchino e una cravatta di raso bianco fermata da una piccola freccia d'oro. Abbracci lo studente e lo baci su ambe le guancie, e Andrea al suo sentimento di superiorit sent mescersi un granellino d'invidia. Ma un granellino che si sciolse subito. Uscirono assieme e cominciarono a discutere su molte cose. Andrea si mostrava scettico e ironico.
- Cosa vuole? - ripeteva. - Vivendo nelle grandi citt si perde ogni sentimento poetico, o almeno quel tanto di sentimentalismo che d la vita quieta dei piccoli paesi e specialmente della campagna. Si perde anche la fierezza, quella fierezza che  semplicemente un romanticismo inutile. Si diventa tutt'al pi o ambiziosi o indifferenti.
Il Tedde lo guardava un po' meravigliato, e non gli diceva quanto lo trovava mutato, ma sentiva compassione di quel fanciullo pallido e scarno, e si rimproverava acerbamente di aver contribuito a farne uno spostato. Pensava:
- Poteva diventare un buon lavoratore, e invece ne abbiamo fatto un cattivo e infecondo pensatore, uno scettico, forse un anarchico!
Per rimediare alquanto al mal fatto, il Tedde cred bene d'invitare a cena il suo antico scolare.
Ma sulle prime Andrea rifiut quasi sdegnosamente; poi pens:
- Forse egli crede che io mi vergogni di andare da lui, perch ho le vesti e le scarpe logore - e accett.
Cadeva la sera, tiepida, un po' vaporosa. Ripassando davanti alla sua casetta, Andrea si volse, e disse ridendo:
- Un tempo mi vergognavo di abitar l: volevo che mia madre non la ricevesse in cucina, sa! Come mi arrabbiavo! Ora non mi vergogno pi di nulla.
L'altro non seppe che rispondere.
- E lei sta nella casa nuova, ora, non  vero?
- S. Volevo affittarla, ma nella casa vecchia si stava troppo male.
- S, - disse Andrea, seguendo la sua idea, - io ho venduto quanto avevo, vesti, libri, persino il mandolino. Se "quell'uomo" persiste nella sua idea, non potr ripartire pi.
- Speriamo che cambi idea: del resto tua madre ti avr scritto... ti avr detto che...
- Oh, non ci penso neppure!
- No. Bisogna pensarci.  giusto, e naturale. Se non ci fosse quella vecchia strega! Ma speriamo muoia presto.
Andrea si sent colpito da queste parole.
-  forse malata? - chiese con voce profonda.
- No;  per decrepita: la tiene in vita la sola bile!
- Se morisse prima! - pens Andrea con gioia. Egli odiava doppiamente la vecchia; perch la riteneva causa di ogni sua sventura, e per l'ossessione che il suo ricordo gli destava nell'anima.
Camminarono un po' in silenzio, attraverso la via principale del paese.
Di qua e di l sorgevano casette umili, siepi, alberi che cominciavano a fiorire. La strada era deserta: le case, le siepi, gli alberi sfumavano nella vaporosit argentea della sera.
Una lunga catena di idee pass rapida nella mente di Andrea: alla fine egli sent un prepotente bisogno di parlare in qualche modo di ci che pensava. Cominci col chiedere:
- Ha qualche bel libro da farmi leggere? Mi ricordo che comprava sempre qualche novit: ora poi!...
- Ora poi che sono ricco - disse l'altro scherzando - non compro pi nulla! Per, se lo vuoi, ho un libro nuovo, i (Pensieri di Tolsti).
- Ho letto quasi tutti i libri di Tolsti - disse Andrea - dai quali i Pensieri sono presi. Non mi vanno tutte le idee di Tolsti: specialmente alcune sarebbero state pi convincenti se egli le avesse espresse in giovent. Un vecchio, che vorrebbe proibire ai giovani quanto egli ha fatto in giovent, non mi va.
- Questo  vero; ma se egli stesso non avesse provato i disastrosi effetti di certe passioni, non avrebbe potuto descriverli.
- Anche questo  vero - disse Andrea, ripiombando nella sua idea. - Ho letto ultimamente (Delitto e castigo) di Dostojewsky: un libro terribile. L'autore dovette certamente provare quanto scrisse; altrimenti era impossibile tanta potenza di suggestione. C' una donna - disse dopo un momento, abbassando la voce - quella sordida vittima, ch'io rassomiglio a zia Coanna.
Non appena pronunziate queste parole, si pent; gli parve di aver rivelato un po' del suo segreto.
- Non so, non l'ho letto - disse il Tedde.
- Meglio cos! - pens Andrea.
Svi il discorso, e cos giunsero davanti alla casa del maestro, una casetta nuova, a un sol piano, tinta d'azzurro, con porte e finestre di legno giallo, che si intravedeva fra due mandorli fioriti, e sembrava la casina d'una fata, circondata da una campagna primaverile.
Entrarono. Andrea conosceva gi la moglie del Tedde, una giovine di sedici anni, delicata e bella, coi capelli rossicci e la fossetta sul mento.
- Maria Maddalena - le disse il marito - ecco il nostro professore: fa un po' vedere il bimbo.
Ella port il bimbo, grasso, rosso, strettamente fasciato dal collo ai piedi con le braccine dentro, e gli angoli della boccuccia stillanti una bava lattea.
Andrea veramente non aveva desiderato vederlo, non ci aveva neanche pensato: ma vedendolo lo fiss a lungo, poi guard la madre e gli parve che rassomigliasse alla Madonna della Sacra Famiglia di Simone da Pesaro.
-  sano, robustissimo, - disse il padre, sollevando la cuffietta del bimbo, - guarda quanti capelli ha: non si  mai visto un bimbo con tanti capelli.
- Mia madre me l'ha scritto - disse Andrea, sfiorando con un dito i capelli del bimbo.
- Ebbene, Maria Maddalena, questo professore resta a cena da noi. Cosa ci darai tu?
- Quello che c'! - ella rispose un po' timidamente. - Non  certo quello che pu esserci nelle citt!
- Nelle citt c' fame - rispose Andrea ridendo un po' amaramente.
Il signor Tedde fu colpito da queste parole; guard con rimprovero sua moglie, poi cerc distrarre il giovine: - Vuoi vedere la mia casa? - gli domand.
Le stanze, arredate con un certo lusso, odoravano ancora di calce, di legname nuovo: i letti erano coperti di stoffe orientali, a smaglianti strisce turchine e gialle.
Ma invece di distrarsi, Andrea diventava pi triste.
Ritornati nella stanza da pranzo, il Tedde depose il lume, e disse:
- Ora cerchiamo il miglior modo di rappacificarci con zio Verre. Credo la cosa facile. In fondo quell'uomo non  cattivo;  solamente debole; non si decide mai se non  spinto da questo o da quell'altro.
Andrea guardava con attenzione strana una credenza di legno bianco lucido, e non rispose.
Il Tedde prosegu:
- Ora zio Verre s' dato al vino ed ai liquori. Beveva molto anche prima, ma ora, dopo la morte della moglie,  sempre ubbriaco d'acquavite. Bisogna cercarlo in un momento (lucido); ma io credo che appena ti vedr si commover.
- Mai! Io non voglio vederlo!
- Come? E dunque vuoi che egli si umilii davanti a te? Via, non sei pi un ragazzo, Andrea; e poi, cosa dicevi poco fa? Che nei grandi centri si perde la fierezza e si piglia il proprio bene ove si trova? Dicevi o no questo?
- Bene; eppoi?
- Eppoi, eppoi! Se darai retta ai miei consigli, tu non avrai che a stender la mano per afferrare la tua fortuna. Combiniamo il miglior modo di incontrarci con zio Verre.
- Combiniamo - disse allora Andrea, rassegnato.
- Come ti dissi, verso sera egli  sempre ubbriaco, e non ragiona pi. Mi dissero inoltre che zia Coanna, venuta una certa ora, lo chiude a chiave nella sua stanza, perch egli fa dei discorsi strani. Tu sai la diceria sciocca che corre da tanti anni in paese.
- Che cosa?
- Bah, il fatto dell'appaltatore!
- Io non so nulla, davvero.
- Come, non sai nulla! Possibile? - esclam il Tedde, meravigliato.
- Parola d'onore, non so nulla! - afferm Andrea.
- Ebbene,  una delle solite cretinerie dei maligni, sai; dicono che quando si tracciava lo stradale regio, l'appaltatore viaggi una volta con zio Verre, il quale allora era povero. L'appaltatore, si dice, aveva in tasca trentamila lire: fu trovato ammazzato. Or bene, si dice ora che zio Verre, quando  ubbriaco, non parli che di questo fatto, e voglia saltar a cavallo per ritornare nel luogo ove l'appaltatore fu assassinato. Dicono: il rimorso! Un cavolo! Io credo invece si tratti di un fenomeno di alcoolismo, se pure  vero che zio Verre parli cos. Egli  suggestionato dalle dicerie sciocche del paese, e quando  ubbriaco si crede colpevole. Mi pare d'aver letto che un simile fenomeno avviene in alcuni alcoolizzati.
- Credo d'averlo letto anch'io - disse Andrea. E cominci a difendere "quell'uomo" con tale veemenza, gridando contro i pettegolezzi del piccolo paese, che il suo volto si fece livido, la sua voce rauca.
Il Tedde lo guardava fisso, inquieto. Gli pareva che nel cervello del suo antico scolare scoppiasse il terribile germe della pazzia.
Ritornato a casa sua, Andrea and subito a letto e s'addorment profondamente. Era stanco morto.
Ma a notte alta si svegli come da un incubo, con un peso angoscioso sul cuore. La prima cosa che ricord furono le parole del Tedde a proposito di Larentu Verre:
"In fondo quell'uomo non  cattivo;  solamente debole, e non si decide mai se non  spinto da questo o da quell'altro".
- Anch'io sono cos - pens Andrea. - Sono degno figlio di "quell'uomo".
Poi gli torn in mente la storia dell'appaltatore: e una luce improvvisa, rapida e spaventosa come lo splendore di un fulmine, gli atterr l'anima.
- Sono il figlio di un assassino - pens. - Ed  per un oscuro istinto che quell'uomo mi  riuscito sempre disgustoso. Ed  dunque l'atavismo che mi mette la colpa nel sangue? Non  l'odio, non  un orribile progetto d'artista, non  la miseria;  soltanto l'atavismo che mi spinge! Io compir il mio delitto, perch questo  il mio destino!
Ricord le impressioni della giornata; l'arrivo, la fiera tristezza, l'oblo momentaneo davanti al paesaggio primaverile, il senso d'invidia e di melanconia provato nella casa del maestro, la collera nell'udire la storia dell'appaltatore. - Mi pareva di non crederci, - pens, - ma mi ingannavo. Difendendo quell'uomo mentivo, o meglio difendevo me stesso. Sono dunque capace di mentire, di fingere, d'invidiare, di aver paura! Che far ora? Sono un delinquente o sono un artista?
Si riaddorment all'alba, senza aver ben risposto alle sue domande.

Appena si alz, la prima persona che vide dal finestrino della sua cameretta fu appunto suo padre.
Zio Larentu veniva attraverso la pianura nebbiosa, appollaiato sopra la sua alta cavalla grigia; anch'egli era molto invecchiato, aveva la barba quasi bianca, il viso abbrutito, gli occhi rossi: giunto presso la casetta guard intorno, in alto, in basso: poi prosegu la sua via.
- Egli deve sapere ch'io sono arrivato - pens Andrea, meravigliandosi di non provare alcuno sdegno nel rivedere "quell'uomo".
La pianura era tutta coperta di nebbia; una nebbia tenue, argentea, luminosa. Dal suo finestrino Andrea vedeva un breve orizzonte vaporoso, sul cui sfondo argenteo distinguevasi appena qualche albero dai rami sfumati: il quadro era dolce, poetico, ma il giovane studente non sentiva pi la gioia della primavera, come l'aveva sentita il giorno prima. - Che far oggi? - si domand. Si propose di scrivere, di prendere qualche appunto sul paesaggio che vedeva, sulle impressioni che sentiva; ma poi sorrise della sua idea.
Scese in cucina. Sua madre non c'era, ma sul focolare acceso bolliva il caff; un bel gattino a macchie nere e gialle volteggiava per la cucina, combattendo una battaglia vana contro la sua coda che non riusciva ad afferrare.
Regnava un profondo silenzio; dal finestrino della porta scorgevasi uno sfondo nebbioso; pareva che il mondo finisse l.
Andrea sedette presso il fuoco, prese il caff, osserv i giochi del gattino: ricordi infantili ritornarono nel suo pensiero.
- Quanti sogni ho fatto qui, seduto presso il fuoco! Ero ambizioso e fiero, non c' che dire, avevo vergogna di questa casetta, sognavo di fabbricare qui un palazzo, e di far indossare a mia madre vestiti da signora. Gli anni sono passati invano, ed ora eccomi qui ancora, povero e piccolo come lo ero da fanciullo! Senonch allora ero felice ed ora non lo sono pi! Fossi rimasto un semplice paesano, un lavoratore della terra, un essere incosciente! Ebbene, - pens poi, - dopo tutto sono io forse un sentimentale? Sono debole, sono vile, sono piccolo, ecco tutto! Perch sono ritornato? Per compiere un delitto, studiare le mie impressioni come un eroe di Bourget e scriverne un libro terribile? Sciocchezze, sogni mostruosi! No, sono ritornato perch non avevo il coraggio, n la volont di affrontare la vita, di lottare contro la miseria, di farmi un posto nel mondo. L'anima mia  rudimentale, feroce e debole come l'anima di un bambino. Io sono un abbozzo d'uomo; sono pieno di contraddizioni e mentisco continuamente a me stesso. Finch ho avuto di che vivere coi danari di "quell'uomo" mi son creduto qualche cosa, ma s' visto cosa valgo, quando si  trattato di vivere senza l'aiuto altrui! Ed ora sono qui, e il caff che bevo, il pane che mangio, tutto, tutto  prodotto del lavoro di mia madre, di quella donna che sognavo render signora e padrona di un palazzo!
Eppure, pur comprendendo tutto questo, e avendone vergogna, mi perdo in sogni mostruosi; non voglio umiliarmi, non voglio riconoscere la mia inettitudine, la mia debolezza; non voglio sottomettermi a "quell'uomo"! Per non diminuirmi ai miei stessi occhi, dico a me stesso che se accetter la pace e l'aiuto di Larentu Verre, sar solo per penetrare nello stazzo, e per compiervi un delitto. Mentisco sempre: perch sento che il delitto non lo commetter, ed  l'aiuto che voglio, non altro. Andrea Verre, di' la verit a te stesso, di' che sei un matto, e sollvati, e va, e umiliati, e non essere pi uno scemo. Ebbene, s, andr oggi stesso.
Pensando tutte queste cose, egli fin di sorbire il caff. Ripose sul pancone la chicchera grossolana, e si sent improvvisamente felice.
- Egli sborser di nuovo i quattrini, io ripartir, ricomprer il mandolino, le vesti, i libri; la vita sar di nuovo bella e gaia.
Gli parve di esser un altro: dimentic il passato, l'ieri, l'idea morbosa del delitto e la certezza che quest'idea gli fosse venuta per atavismo.
Seduto sempre accanto al fuoco, attese il ritorno di sua madre. Fuori la nebbia diradavasi: tra vaporosit argentee apparivano squarci di cielo azzurri e luminosi, lembi verdi di pianura, alberi lucenti.
Andrea pensava con piacere alle escursioni che avrebbe fatto durante quelle vacanze; e intanto si divertiva col gattino, lanciandogli pallottoline di carta, e strisciando il piede per farlo accorrere. Il gattino s'appiattava, si slanciava, saltava, s'aggrappava tutto al piede dello studente, e gli mordeva la scarpa. Ed egli, che era ritornato al suo paese per commettere un delitto orribile, si divertiva infantilmente ai giochi del gattino!
Zia Andreana rientr verso le nove. Tosto s'accorse che Andrea era di buon umore e gli diede una lieta notizia.
- Quell'uomo  in paese:  dal signor Tedde. Sii prudente, figlio mio, - diss'ella poi, guardandolo supplichevole, - forse ti manderanno a chiamare.
Egli non rispose, ma si alz, usc fuori e attese quasi ansioso.
- Mi manderanno a chiamare? Tanto meglio.
Poco dopo, infatti, la serva del Tedde port un bigliettino.

"Andrea, L. V.  qui da me: ha le migliori intenzioni del mondo, e desidera vederti. Vieni, ti aspetto, vieni subito.
Tuo Tedde".

Egli and.
Il Tedde e zio Larentu sedevano nella stanza da pranzo, davanti al tavolo su cui brillava un'anforetta di cristallo piena di acquavite.
Andrea guard suo padre, guard l'anforetta, poi fiss gli occhi sdegnosi negli occhi del maestro, il quale rispose con uno sguardo eloquente, e con un lieve movimento delle mani, che significava:
- Cosa vuoi? Era necessario!
- Ecco il nostro professore! - disse poi il maestro, volgendosi a zio Larentu.
Il Verre guardava Andrea, esaminandolo da capo a piedi.
- Perch non mi stringi la mano? - grid, accavalcando una gamba sull'altra. - Eppure hai le scarpe rotte, e i tuoi gomiti chiedono misericordia [3].
Andrea porse la mano, in silenzio, poi sedette lontano da suo padre che puzzava forte d'acquavite.
Zio Larentu continu a fissarlo, con gli occhi rossi e vitrei.
- Eppure sei mio figlio! - proruppe. -  inutile che tu ti vergogni di me. Perch? Perch ti vergogni di me? Credi forse che io sia ubbriaco? Credi che io sia uno stupido e che non abbia veduto lo sguardo che hai rivolto poco fa a questo bravo uomo? Ed ora credi che io non veda il disgusto che tu provi?
- Finitela - rispose Andrea, seccato e disgustato. - Ditemi piuttosto perch mi avete fatto venir qui.
- Perch ti ho fatto venir qui? Per vedere le tue scarpe e il tuo vestito, e anche la tua saccoccia! Vedo bene: non mi avevano ingannato.  vero che hai sofferto anche la fame? Ah, - esclam poi il Verre con tenerezza, - tu hai sofferto la fame, e in casa mia, in casa di tuo padre, si buttava ai cani la grazia di Dio, ma che dico ai cani? Al letamaio, si buttava, la grazia di Dio: il latte, il formaggio, il pane, e tante altre cose. E mio figlio aveva fame! Andrea, piccolo Andrea, vedi che cosa  la superbia!
Andrea fece un gesto, volle parlare, gridare, ma si fren. Dopo tutto a che serviva adirarsi contro quell'infelice incosciente, abbrutito dall'alcool?
- Veniamo al sodo - intervenne il Tedde. - Ecco che Andrea  qui, e vi chiede scusa: non  vero, Andrea?
-  vero.
- Bene; ora zio Verre desidera vivamente che tu riprenda gli studi e riacquisti il tempo perduto. Lascia a te la scelta della carriera, purch tu ti faccia onore. Ora tu resterai qualche giorno ancora in paese, poi ripartirai. Dalla citt scriverai spesso, dando notizie di te, dei tuoi stud; intanto, oggi stesso, zio Verre  disposto a versare la somma necessaria per rifornirti di vesti, di libri, per il viaggio e le tasse.
Il Tedde parlava perch l'intendesse zio Larentu; e zio Larentu, per tutta risposta, mise mano alla borsa.
- Tutto, tutto quel che volete - disse commosso. - Quanto occorre? Cento, duecento lire? Cento scudi? Parlate. Zio Verre  ricco, dar tutto quello che occorre. Zio Verre non  sordo. Parla tu, figlio mio; il mio danaro non  danaro dei cani, ma quando si tratta d'un figlio unico!... Bench, - aggiunse, aprendo il portafogli e guardandovi dentro, - bench tu abbi guardato cos il signor Tedde! Perch lo hai guardato cos? Perch c' qui l'(acquardente)? L'(acquardente) [4] non fa male: fa bene anzi! Sono altre cose che fanno male, figlio mio.
Prese dal portafogli due biglietti rossi, li spieg, li depose sulla tavola, e prosegu:
- Ebbene, s, io mi ubbriaco. Che male c'? Credi tu che io me ne vergogni? Non mi ubbriaco forse col mio vino? Tu non devi preoccuparti di ci. Tu va, studia, divertiti, chiedi tutto quello che vuoi. Zio Verre  ricco come il mare, e ti mander tutto quello che vorrai. Tu diventa un professorone; quando ritornerai io sar morto, sar dentro quest'ampolla; la vedi tu quest'ampolla?  piena di lucertole: le vedi tu?
Andrea ebbe un fremito.
- Egli vede delle lucertole - pens amaramente. - Dunque  pi che ubbriaco:  gi in delirio. Ed io prender i danari suoi? Mai, mai, mai!  una truffa,  un delitto, una vilt. Non voglio nulla, io, non voglio nulla.
S'alz bruscamente, si mise a passeggiare su e gi per la stanza, concitato, sdegnato.
Zio Verre lo seguiva cogli occhi, e continuava a rivolgergli discorsi insensati.
- Andrea, - disse il Tedde con voce grave, - prendi i danari che tuo padre ti d. Sono tuoi.
Andrea s'avvicin, prese i danari e se li pose in tasca.
- Va bene! - esclam zio Verre. - Cos va bene! Del resto mi rallegro che tu sii cos superbo: i puledri sono sempre superbi. Ma diventerai mansueto anche tu, oh, se diventerai mansueto!
- Oh, altro! - disse il Tedde.
- Cosa vuol dire con ci? - si volse Andrea, sempre sdegnato. - Non sar mai vile, per!
- Chi ti dice questo? Suvvia, siediti e ragioniamo un po'. Ecco che mia moglie ci manda il caff. Zio Verre, dunque, desidera che tu vada nello stazzo per passarci qualche giorno. Ora cominciano le feste campestri; c' da divertirsi.
- Tu sei sdegnato perch credi che io sia ubbriaco - ripeteva zio Verre, con gli occhi sempre fissi sul volto di Andrea. - Ebbene t'inganni, in fede mia. Sono sano come un pesce. Siediti qui, bevi caff, acquavite, quello che vuoi, ma bevi. Cosa  l'uomo che non beve?
- L'uomo che non beve dovrebbe non essere un pesce - soggiunse versandosi un calice d'acquavite, e ridendo come fra s. - Invece tu non bevi e sei un pesce perch non parli. Gi, anche quando sei venuto la prima volta allo stazzo, con tua madre, sei stato zitto. Ma avevi certi occhi! Quegli occhi!... diceva la povera Millna. Basta, non ricordiamo queste sciocchezze. Quegli occhi! Come hanno guardato il signor Tedde! Tu credi che io sia stupido? Beviamo.
Trangugi l'acquavite e continu a parlare. Andrea taceva ostinatamente, ma a poco a poco il suo sdegno svaniva.
- Perch mi devo sdegnare? - pensava. - Lo sapevo bene che egli  un ubbriacone; e dopo tutto egli ha ragione; io non devo preoccuparmene. Me ne andr fra pochi giorni, lontano, che non veda, che non senta pi nulla. Il peggio  che, se egli continua cos, creper fra poco. Ed  necessario che, prima, pensi ai casi miei.
Anche il Tedde, appena furono soli, gli espresse la stessa idea.
- Ti sei offeso, - gli disse, - ma hai avuto torto. Se egli non beveva da me, beveva altrove, e non metteva mano alla borsa in tuo favore. Bisogna che tu pensi alle cose tue. Egli non vivr molto. Va allo stazzo, giacch egli lo vuole, va e procura almeno di assicurarti il tanto che ti permetta di compiere gli studi. Va, va, farai bene.
- Ci andr - promise Andrea.
Ma non and.
Ritornato a casa diede a sua madre i denari; e poi ricadde nelle solite fantasticherie.
- Bisogna rifornirti di vestiti e di scarpe - disse la madre. - Vuoi andar tu alla citt vicina, o ci vado io? Ci vai tu?
- No.
- Allora ci vado io.
Ella and, a piedi, e compr un modesto costume estivo, un bel paio di scarpe gialle e un cappello chiaro.
Andrea non rimase contento: gir e rigir fra le mani il cappello, le scarpe, l'abito; s'adir perch le tinte erano troppo chiare, poi dispose tutto su una sedia, e mise soltanto le scarpe.
I giorni passavano. Egli restava ore ed ore assorto in tristi contemplazioni, o taciturno o irritato. Spesso sedeva su una pietra, con un libro fra le mani, davanti al muro sopra il quale il susino fiorito sorgeva su uno sfondo di cielo chiaro purissimo. La primavera alitava nell'aria tiepida; selvaggi profumi d'erba, acuti e quasi irritanti, salivano dalla pianura, portati dalla brezza.
Andrea vedeva solo i grappoli dei fiori bianchi del susino e quel muro chiaro e quel cielo diafano infinito; ma dietro quello sfondo cos quieto, egli vedeva con la fantasia paesaggi lontani, pianure immense e solitarie, dove la primavera trionfava.
E laggi, e l dietro quello sfondo cerulo, in quelle pianure immense e solitarie, animate soltanto dal volo delle pernici, dal grido notturno della volpe e dal singulto dell'assiolo, fra le macchie coperte di fiori violetti, egli avrebbe voluto scendere, stendersi sull'erba e addormentarsi.
Si sentiva vinto da una specie di sonnolenza morbosa, e tutto ci che lo richiamava alla realt lo irritava.
Il Tedde veniva a cercarlo quasi ogni giorno, ma Andrea lo sfuggiva, si nascondeva.
Zio Verre continuava anch'egli a passar tutti i giorni sotto la casetta, come un innamorato, apollaiato sulla sua alta cavalla, dalla quale spesso minacciava di cadere. Se vedeva Andrea lo salutava, gli diceva:
- E quando ti lasci vedere dunque? Domani?
- Domani - rispondeva Andrea, freddo e indifferente.
Questo domani non arrivava mai.
Quasi ogni giorno il Verre mandava regali a suo figlio: formaggio fresco, agnelli, burro, miele; zia Andreana riceveva tutto di buon cuore; la gente mormorava, diceva che Andrea era venuto in paese appunto per costringer suo padre e sua madre a sposarsi.
Andrea invece, assorto nei suoi sette cieli, non si accorgeva di nulla: con Orazio fra le mani, sognava davanti alla diafana profondit dell'orizzonte, e gli sembrava d'esser infelice perch mai avrebbe potuto comporre versi come quelli d'Orazio!
Un giorno per si scosse dal suo torpore.
Il tempo s'era mutato. Nuvole mostruose gravavano sull'orizzonte grigio, e il vento spogliava crudelmente i rami fioriti del susino.
- Sono uno stupido - pens Andrea. - Perch lascio passare il tempo cos? Bisogna ripartire. Se non sar Dostojewsky od Orazio, sar qualche altra cosa. Per ora sono uno stupido.
Prepar la valigia e decise di partire il d dopo la Pasqua.

Per il giorno di Pasqua zio Larentu sperava una visita del suo superbo figliuolo.
- Io far testamento in suo favore, ma bisogna che egli si umilii, che venga qui, altrimenti vada al diavolo! O che ha vergogna di suo padre, quello straccione? - diceva il Verre; ma intanto provava una segreta tenerezza pensando che Andrea sarebbe venuto.
Causa il lutto, zia Coanna non aveva preparato, come si usa per l'occasione, il pane e le focaccie di farina e formaggio fresco, e i dolci di miele; ma il giorno di Pasqua zio Larentu ordin un buon pranzo e volle che tutti i servi facessero festa. Anch'egli and a messa: al ritorno sperava di trovare Andrea nello stazzo, e si meravigli di non vederlo.
- Verr pi tardi - pens.
In cucina si preparava il pranzo: negli spiedi stavano infilati agnelli interi pronti ad essere arrostiti.
Zia Coanna, aiutata da una giovine serva pallida che aveva due grosse trecce avvolte intorno al capo, cucinava i sanguinacci e i visceri degli agnelli. Nofre, un servo scarno e terreo, dall'enorme bocca ombreggiata da radi baffi nascenti, aiutava le donne.
I servi speravano che Andrea sarebbe venuto, e se ne rallegravano.
Ma le ore passavano e Andrea non veniva. Numerosi mendicanti s'aggiravano intorno allo stazzo, chiedendo l'elemosina con una certa insolenza. Ed essendo Pasqua, veniva loro distribuito pane, vino e carne in abbondanza.
Zio Larentu per s'inquietava: Andrea non veniva; o che forse occorreva tirarlo pei capelli, quello straccione? Per zio Verre aspettava sempre, e non beveva.
Verso mezzogiorno chiam in disparte zia Coanna, e dopo qualche esitazione le chiese consiglio.
- Dobbiamo mandare a chiamarlo? Cosa ne dici tu?
- Io dico di no.
Allora egli s'adir.
- Tu dici di no, vecchia maliarda? Oh credi tu che io sia ubbriaco? Io dico di s, invece, e se non stai al tuo posto io ti prendo a calci come un cane.  tempo di finirla, capisci?
La vecchia alz le spalle.
- Egli non ha bevuto ed  gi ubbriaco - pens sospirando.
- Ebbene, no! - grid poi zio Larentu. - No, non lo chiamo, non lo voglio! Che vada in mille barche di diavoli! Fa apparecchiare, zia Coanna, e d da bere a tutti perch oggi  Pasqua.
- Lo sapevamo! - diss'ella ironica.
- No, non aspetto nessuno. O che forse aspettavo qualche persona? - esclam dispettosamente zio Larentu. Si alz, and verso l'armadio e bevette un calice d'acquavite.
Fu il primo. A pranzo continu a bere; rise, grid, a momenti allegro, a momenti collerico. Il suo viso si fece rosso, di un rosso terreo, da mattone.
- Io non aspetto nessuno - diceva ai servi. - Credete forse che io aspetti qualcuno? Ditelo dunque, se ne avete il coraggio! Chi siete voi? Vermi! Se sollevo il piede vi schiaccio tutti come rane.
- State zitti, state zitti, per carit, - consigliava zia Coanna, - altrimenti la Pasqua finisce male.
E i servi mangiavano, bevevano e stavano zitti.
Ma zio Larentu poi s'inteneriva, e diceva:
- Chi volete che aspetti? Sono solo. Ah, l'anno scorso chi credeva che questa Pasqua sarebbe trascorsa cos? Voi siete tanti miserabili, tanti pezzenti, ma anche gli Apostoli chiedevano l'elemosina e Ges Cristo sedeva in mezzo a loro. Con ci non voglio dire che io sia Ges Cristo, ma voi siete qui intorno come gli Apostoli, e mangiate il mio pane ed i miei agnelli. Rispettate dunque il vostro padrone, perch altrimenti io vi infilo nello spiedo, sparo contro di voi, vi schiaccio.
- Ma, - chiese Nofre, - quando sparate? Prima o dopo averci infilato nello spiedo?
Qualcuno rise, nascondendosi dietro le spalle dei compagni.
- Chi  che ride? - grid il padrone. - Tu sta zitto, Nofre, bocca di forno! Io t'infilo vivo nello spiedo, ti sparo contro prima e dopo. Oh che! Oh che! - cominci poi ad urlare. - Chi  che ride? Chi ride del suo padrone? Io vado e prendo l'arma.
S'avvi barcollando verso l'angolo della porta, ov'era appeso il fucile; ma i servi lo rattennero e lo calmarono. A poco a poco egli s'addorment d'un sonno pesante, e per tutta la sera i servi bevettero e fecero gazzarra alla salute del padrone.
Verso le dieci di notte Andrea, che stava gi a letto e voleva partire l'indomani, fu svegliato da forti colpi battuti alla porta della casetta.
S'alz, guard, vide con meraviglia che un paesano batteva disperatamente alla porta, e gli domand che cosa voleva.
- Vengo dallo stazzo - disse Nofre. - Zio Larentu Verre sta per morire. Venga, vossignoria; c' un gran chiasso nello stazzo.
- Cosa c' stato? - chiese Andrea.
- Ecco, zio Verre s' ubbriacato, poi s' svegliato, ha bevuto ancora ed  andato a letto. Poco dopo si sveglia ancora; grida, chiama aiuto, cade per terra, si contorce come un gatto...
-  il (delirium tremens) - pens Andrea. Poi chiese: -  venuto il medico? Che ha detto?
- S. Ha detto di chiamare la vossignoria, perch zio Verre, se gli vengono altri due accessi, muore. Venga, ci faccia questa carit!
- Io non vengo. Cosa posso far io? - disse Andrea quasi adirato.
- Ah, non dica cos! Venga, venga! Se non viene lei, chi vuole che venga?
Queste parole colpirono lo studente. Anche zia Andreana, venuta sulla porta, consigli suo figlio di recarsi nello stazzo.
Dopo qualche esitazione Andrea s'avvi col servo. Era una notte tiepida, velata; la luna calava dietro tenui vapori bianchi; nella pianura solitaria non si udiva un rumore, non si muoveva una foglia; l'aria olezzava d'un fresco odor di narcisi.
Andrea e il servo camminavano silenziosi, a grandi passi.
Pensieri vaghi e strani saltellavano, per dir cos, nella mente di Andrea. Egli guardava ogni tanto la figura del servo, nera in quell'albore di luna velata, e si chiedeva:
- A che pensa quest'uomo? Perch  venuto a chiamarmi? Che concetto ha di me? Io non lo conoscevo, prima d'ora, ma chiss quanto egli avr pensato a me, al bastardo del suo padrone!
- Ah! - disse poi fra s. - Io non penso che forse in questo momento "quell'uomo" muore; sia pure vittima del suo vizio, ma muore. Egli  mio padre, ed io non sento alcuna piet di lui! Vuol dire che io non lo amo, neppure come mio simile! Amarlo? Mio simile? Io non ho simili, e non amo nessuno! Non ne sento n il bisogno n la volont. Sono solo; solo nel mio mondo. Sono dunque un forte? No. Se fossi stato forte avrei osato! Sono ritornato con l'idea di compiere un delitto, e invece non ho osato neppur di andare nello stazzo.
- Ma del resto, - pens poi, - se sono solo, se sar sempre solo, perch dovrei cercare delle sensazioni straordinarie, studiare, scrivere, creare opere d'arte? Noi cerchiamo di salire e farci noti per migliorare la nostra posizione, cio per attirare l'attenzione dei nostri simili e renderceli benevoli in modo che ci dieno il loro amore e il loro denaro. Io non voglio nulla, desidero anzi che nessuno badi a me. Sono superiore a tutti. Mi ricordo, una volta entrai in una chiesa gremita di folla, dove predicava un giovane prete alla moda. Tutti fingevano di ascoltare la parola di Dio, ma in realt tutti erano l, pigiati, caldi di peccato, convenuti per vanit, per curiosit. Greggia! Io desiderai salire sul pulpito e sputare su tutta quella folla! Sputare, ecco tutto!
Ma un ricordo lo colp.
- Ah, ecco! Anche Raskolnikoff diceva spesso queste parole!
- Raskolnikoff! Ebbene, perch non ammetterlo? In qualche cosa io rassomiglio a lui; ed anch'io vorrei, come lui, compiere un delitto, un atto di forza, solo per sperimentare il mio coraggio, per me, solo per me. Scrivere, studiare, trionfare, non per gli altri, ma per me. Ammazzando zia Coanna, per, non spiegherei la forza serena e terribilmente fredda della mia sola intelligenza, perch all'idea di uccidere la vecchia serva e non un'altra persona, mi ha spinto un po' l'odio. Ho sempre odiato zia Coanna, fin da quando la vidi la prima volta; essa poi fu la causa del mio spostamento nel mondo. Ebbene, no, questo delitto non sarebbe che un delitto di passione, ed io vorrei compiere un delitto semplicemente sperimentale. Ecco, uscire, incontrare un individuo (non importa se uomo o donna, se vecchio o giovane); ecco, un uomo qualunque, mai veduto, che non mi fece mai alcun male, di cui ignoro anche il nome: andargli incontro, togliergli la vita! E poi? Ebbene, e poi?
Andrea camminava sempre a passi lunghi e rapidi; talvolta seguito, talvolta preceduto dal servo. Immerso nei suoi strani pensieri, egli non s'accorgeva della strada, e non badava pi al suo compagno.
Ma giunti su un'altura, in un punto dove la strada s'allargava, bianca al chiarore della luna velata, Andrea guard Nofre.
- Se io uccidessi quest'uomo, qui, ora? - pens.
Ma fu un lampo: un brivido di terrore gel lo studente.
- Sono pazzo? Perch queste idee? Perch queste idee folli? Sempre, sempre?  una ossessione? Del resto sono un vile. Ho tremato d'orrore al solo pensiero di compiere un atto, che mi pareva cos facile!
Ma d'un tratto, i suoi pensieri si rischiararono; si guard attorno, ricord dove e perch andava, vide lo stazzo vicino e cominci a chiacchierare col servo. La sua voce era dolce, quasi commossa.
Nofre per, il quale aveva inteso dire che il figlio del padrone era uno stravagante, aveva paura di contrariarlo e quindi rispondeva appena s o no alle domande che Andrea gli rivolgeva.
- L'ho fatto venir io, sai. Non c'era cristi che volesse venire! - si vant tuttavia con un altro servo, appena giunsero allo stazzo.
Andrea fu introdotto subito nella camera del malato. Vegliavano zia Coanna e la serva dalle treccie nere, pallidissima e tremante. Zio Larentu, coricato vestito sul letto, teneva gli occhi spalancati, immobili, pieni di terrore: in quel momento egli aveva piena coscienza di s, ma il terrore degli accessi provati lo irrigidiva ancora; e temeva di riaddormentarsi perch appunto col sonno sopraggiungevano le orrende visioni del delirio.
Andrea s'avvicin, pos una mano sul guanciale e si chin sul malato.
- Che cosa avete? - domand.
Zio Larentu lo guard a lungo, con quei suoi occhi dilatati, pieni di spavento; e parve non riconoscerlo.
Andrea sent qualche cosa agitarglisi entro il petto e chiudergli la gola; e con meraviglia s'accorse che, invece di disgusto, come aveva temuto, suo padre gli destava piet. Quegli occhi, quel viso, come erano tristi!... Zia Coanna s'avvicin, si chin anche lei sul malato.
- Eccolo che  venuto, non lo vedi? - disse. - Non riconosci questo giovine?
- Siediti - gli disse allora zio Larentu, sempre guardandolo fisso.
- Che cosa ha ordinato il medico? - domand Andrea, rivolto alla vecchia.
- Ha scritto una ricetta che abbiamo gi mandato dal farmacista. Ha inoltre ordinato di purgarlo, e poi di fargli bere latte soltanto, molto latte. Torner domani mattina.
Mentre zia Coanna parlava, Andrea la guardava con una specie di stupore e non badava alle parole di lei, tutto intento ai suoi pensieri ed alle sue impressioni.
- Se questa donna sapesse! - pensava. - Se ella sapesse! Eppure la sua figura non mi desta da vicino l'impressione d'odio che mi destava da lontano.
Sedette, silenzioso. Anche zia Coanna torn al suo posto, e per qualche tempo regn un grave silenzio nella camera illuminata da una lucerna ad olio. Andrea guardava davanti a s, vedeva un uscio grigio, di quest'uscio distingueva la serratura un po' arrugginita, e non vedeva altro. E pensava:
- Tanto meglio se questa vecchia mi  indifferente. Io ora mi rivolgo verso queste donne e dico: non c' bisogno di voi, andate a dormire; andate a dormire tutti, veglio io solo. Allora la vecchia apre quell'uscio e probabilmente si ritira nella camera attigua. Anche l'altra serva si ritira; quest'uomo riposa, tutti dormono. Allora io m'alzo, cammino in punta di piedi... ah!...
Balz in piedi, pallido di paura.
Zio Larentu aveva emesso un piccolo grido di spavento: lo riprendeva il delirio: in un attimo si gett dal letto; il suo volto si fece grigio, nei suoi occhi brill una luce di folla.
-  nascosto l - disse con voce timida. - Da tre giorni  l, nell'armadio, da tre giorni.
- Chi? Chi? Non c' nessuno, non abbiate paura! - disse Andrea sostenendolo.
Le serve accorsero, ma la giovane diventava pallida cadaverica e batteva i denti per il terrore che la agitava.
- Ha cominciato cos - disse zia Coanna sottovoce. - Ora lo riassale la convulsione. Sostienilo, figlio mio, fallo sedere.
-  l,  l, andiamo a vedere; no, no,  l, nell'armadio:  armato. Ma anch'io sono armato, ecco - disse zio Larentu, traendo e aprendo il suo lungo e acuto coltello che pareva uno stile.
- Non c' nessuno, calmatevi, venite, andiamo a guardare - disse Andrea. - Zio Larentu gli si aggrapp alla giacca, e lo segu tremante.
Guardarono da per tutto, anche sotto il letto.
- Di chi egli ha paura? Di chi  questo fantasma che egli vede? Forse quello dell'appaltatore? Bisogna che io stia attento, ora, che studii questo fenomeno interessante - pensava Andrea, e intanto si sentiva battere forte il cuore per piet e paura. Temeva che suo padre gli morisse fra le braccia: gli sembrava di sentire intorno a s il misterioso soffio della morte, e ne provava un arcano terrore.
Fatto il giro della camera, il malato parve calmarsi; sedette vicino al letto, porse il coltello ad Andrea.
- Toglimelo, - disse, - nascondilo, non voglio vederlo pi. Ho paura.
Andrea prese il coltello, lo chiuse, se lo mise in tasca.
- Di che avete paura? Abbiamo veduto che non c' nessuno. State tranquillo. Volete coricarvi?
- No. Coricarmi no. Ho paura del male. Ah, non andartene, sta qui, sta vicino.
- Sto qui, sto qui.
- Sta qui, s - riprese zio Larentu, ansando, tremando. - Ho paura, non lasciarmi. Ti ho aspettato e non sei venuto. Non sono ubbriaco, sai, non voglio bevere pi, pi mai! Sta qui vicino... Ah, eccolo,  l, nell'armadio,  l, con gli occhi verdi... ah, ah, ah!
Mise tre gridi d'orrore, e il suo volto si deform; e prima che Andrea potesse sostenerlo cadde al suolo in preda a indescrivibili convulsioni. Nel cadere si aggrapp ancora alla giacca di Andrea e ne strapp un bottone che tenne chiuso nel pugno rattrappito.
- Che orrore, che orrore! - grid la serva giovine con un urlo da isterica; e svenne. Zia Coanna la guard con sdegno.
- Maledizione, ora ho da badare anche a te! - disse.
Intanto i servi s'erano precipitati nella camera, e tenevano fermo il padrone: riuscirono a farlo sedere per terra, ed in questa posizione egli rinvenne.
Pallidissimo, Andrea guardava torcendosi le mani, afflitto di non poter dare aiuto o consiglio.
- Correte, fate ritornare il medico - ripeteva zia Coanna, china su zio Larentu, che aveva ancora delle contrazioni nervose per tutta la persona.
- Andate al diavolo - disse Nofre, infastidito. - Cosa volete che il dottore gli faccia? Gl'innesta forse l'anima sua?
Intanto nessuno badava alla serva che giaceva sempre svenuta sopra una panca e pareva dormisse.
A poco a poco zio Larentu si riebbe: con la bocca aperta, con gli occhi spaventati, cominci a guardare come un bimbo meravigliato or l'uno or l'altro dei servi; poi fiss a lungo Andrea, e infine guard per terra, si sollev, si diede a cercare ansiosamente qualche cosa.
- Cosa cercate? Che cosa? - domand Andrea, curvandosi e cercando istintivamente.
Zio Larentu cercava il bottone, e non ebbe pace finch non lo trov e non lo restitu al figliuolo; Andrea lo prese e pianse; poi aiut a ricomporre le vesti di zio Verre, e farlo sedere appoggiato al letto.
- Perch non fate rinvenire quella disgraziata? - domand poi, guardando la serva svenuta.
La fecero rinvenire, e zia Coanna le disse con voce aspra:
- Vattene via, donnina di pasta! E tu sei una donna? E pensi di pigliare marito! E un marito ubbriacone! Ne vedrai altro che cos; ti morr sotto il letto, il marito, e non batterai ciglio. Vattene di qui, va a dormire.
La serva tremava tutta.
- Non ho veduto mai una cosa cos orribile! - mormor.
- Ne vedrai pi orribili ancora, se vivrai. Va!
- Che colpa ne ha lei? - disse Nofre alla vecchia. - Non tutti possono avere il cuore di pietra nera, come il vostro.
- Andate, andate via!
E zia Coanna li spinse tutti verso l'uscio di cucina, che rimase aperto. Si scorgeva il fuoco brillare nel focolare.
Rimasto presso zio Larentu, Andrea sedette e guard nuovamente or l'uscio di cucina, or l'uscio grigio di fronte a lui. Pensava confusamente che zia Coanna si sarebbe presto ritirata nella camera attigua, e che egli aveva il coltello stile di zio Larentu in tasca.
-  orribile,  orribile! - disse poi fra s. - Io tremo davanti a quest'uomo che sta per morire, e medito un'altra morte! Sono pazzo, sono vile, sono un miserabile. Quest'uomo mi ha dato il suo coltello perch aveva paura di adoprarlo nei suoi accessi: lo ha dato ad un malato pi pericoloso di lui! Se lo buttassi anch'io? S, vado, lo consegno ai servi; no, lo butto fuori, lontano. Anch'io sono colto dal delirio, a momenti;  bene che anch'io sia disarmato.
Stava per uscire quando sopraggiunse il servo con le medicine: Andrea esamin le ricette, poi chiese un cucchiaio e stur una bottiglia che conteneva un liquido chiaro e inodoro.
Zio Larentu ansava e tremava; prese docilmente la medicina e di nuovo si coric, aiutato da Andrea.
In breve tutto rientr nella calma triste di prima: zia Coanna sedeva nel suo angolo, il Verre, con gli occhi socchiusi, riposava e pareva stesse meglio. Per l'uscio aperto s'udiva il crepitar del fuoco in cucina e qualche sommessa parola dei servi.
Andrea sedette ancora, e torn a fissare l'uscio grigio della camera attigua.
A poco a poco il suo diabolico sogno lo riafferr.
-  questa l'ora! Se me la lascio sfuggire, non l'avr mai pi. Ora sollevo la testa e dico: zia Coanna, andate anche voi a letto, resto io qui; lasciate l'uscio aperto perch se occorre possa chiamarvi. Ella s'alzer, aprir quell'uscio grigio, si ritirer lasciandolo socchiuso. Ecco, mi pare di vederlo. Anche ai servi dico di addormentarsi. Essi non chiedono di meglio. Ecco, tutto  silenzio. Anche quest'uomo si assopisce. Allora io mi alzo in punta di piedi, vado e chiudo l'uscio di cucina... Poi apro il coltello... Ah!
Ebbe un brivido di freddo; s'alz. Era pallidissimo.
- Zia Coanna, - disse con voce sorda, - andate anche voi a letto; resto io, qui; lasciate l'uscio aperto perch se occorre possa chiamarvi.
Ella s'alz, disse qualche cosa; ma egli non l'ud, tutto compreso dal timore e dalla speranza che la vecchia non entrasse nella camera attigua. Ma ella apr l'uscio grigio, entr, lo lasci socchiuso; proprio come Andrea l'aveva gi (veduto).
Egli sedette ancora.
Sent che zia Coanna lasciava cader le scarpe una dopo l'altra, e che si coricava senza spogliarsi. Allora gli parve di riacquistare tutto il suo sangue freddo: s'alz, s'avvicin all'uscio di cucina, e disse ai servi:
- Dormite pure, se volete. Resto io, qui.
- Va meglio, il padrone? - domand Nofre, che stava seduto per terra, coi piedi nudi parati al fuoco e le ghette rialzate sulle gambe rosse e pelose.
- S, si assopisce.
- Ebbene, vada piuttosto lei a riposarsi; si riposi l, sul canap, veglio io.
- No.
- S. Lei  stanco.
- No - egli ripet. - Fate quello che dico io.
- Ma... come vuole.
Andrea ritorn al suo posto, e di l vide i servi coricarsi e addormentarsi; anche zio Verre dormiva.
Ecco, tutto fu silenzio.
Allora Andrea s'alzo, attravers la camera in punta di piedi e chiuse l'uscio di cucina. I cardini emisero nel girare un sottile strido, ma egli non si turb. Tutte le cose procedevano come egli le aveva immaginate; gli parve di aver preveduto anche il sottile grido dell'uscio.
Stette ad ascoltare se i servi si movevano; non ud nulla, e ritorn vicino al letto: zio Larentu dormiva e il suo respiro era calmo, il viso riprendeva il suo colorito naturale.
-  salvo! - pens Andrea. - Domani egli sar pi sano di me.
Volse le spalle al letto, trasse il coltello, lo apr e lo esamin da ogni lato, lungamente, guardandolo con gli occhi fissi, senza battere palpebra.
-  strano - pens ad un tratto, sollevando il viso. - Io non provo pi nulla. Forse perch tutto procede bene? Ora andr, varcher quell'uscio, entrer. Ella dorme: la camera  illuminata appena dalla striscia di luce che penetra da questa stanza. Io mi chino, immergo il coltello nel petto o nella gola della vecchia. Nel petto o nella gola?...
Pienamente in s, egli attravers di nuovo la camera, s'avvicin all'uscio socchiuso, lo spinse alquanto ed entr. Sulle prime non vide nulla, non ud che il leggero russare della vecchia. Stette immobile finch si abitu alla penombra; poi s'avvicin al letto.
La vecchia dormiva supina, col corsetto slacciato; soltanto la maglia e la camicia coprivano il suo petto scarno.
- Il colpo  facile e sicuro, - pens Andrea, - ma tutto ci  stupido; non  orribile,  stupido. Io non provo nulla.
Per qualche momento stette curvo sulla dormente, il cui lieve russare gli sembrava un lontano rumore di pioggia.
- No, io non ho il coraggio di colpire. Ho paura - pensava Andrea. - Sono un impotente, ecco tutto!
E ad un tratto, preso da un impeto di rabbia contro s stesso, sollev il braccio... Ma improvvisamente, come spinto da una persona invisibile, si volse, usc dalla camera di zia Coanna, poi da quella di zio Verre, poi dalla cucina.
Un servo s'alz a sedere, lo segu con gli occhi appannati dal sonno, poi si rovesci di nuovo sulla stuoia.
Andrea si ferm presso la siepe e lanci lontano il coltello; poi si diresse verso il paese. La luna era tramontata; ma un chiarore incerto pioveva ancora dal cielo biancastro: l'aria era tiepida; i narcisi olezzavano. Andrea pensava:
- Ebbene s, fuggo perch dopo tutto non bisogna fidarci mai di noi stessi; e sar anche un vile, ma la mia forza  appunto in questa vilt: non far mai del male, mai... neppure volendolo!...
E gli sembrava di esser guarito da una terribile malattia.



"FREDDO"

- La neve non pu tardare, - annunzi la giovine serva, guardando il cielo bianco, - prenditi almeno un ombrello, Maureddu...
Un ombrello? Il giovine padrone si mise a ridere. Portar l'ombrello era per lui un segno di debolezza, quasi di vigliaccheria.
- Vedrai che nevicher; perch parti con questo tempo?... - riprese la ragazza, con voce ardente e lamentosa. - Io non potr dormire...
Maureddu rise ancora. Per lui tutto era oggetto di riso, ma d'un riso quasi infantile, che non offendeva nessuno.
- Tu non potrai dormire? Allora, scendi in cucina, allora - disse, mentre finiva di sellare il cavallo.
Anch'ella rise un po', melanconica e voluttuosa.
- Se non ci sei tu... - mormor.
- Ti abbraccerai la stuoia... Va, di' a nonna che sto per partire... Aspetta, prima.
La rincorse sotto la tettoia e l'abbracci forte. Ella era pi alta di lui, bella, rosea, col naso aquilino e due grandi occhi rotondi, lucenti. Anch'ella lo strinse, quasi lo sollev, e gli disse:
- Promettimi almeno che non passerai nel mio paese. Lo sai che mio fratello ti vuole uccidere.
- Egli non mi conosce. E poi... che potr far lui? - disse il giovine, con quel disprezzo che i ricchi paesani sardi hanno per i poveri. - Formica!
- Formica? Vedrai come ti punger, quella formica! - esclam la fanciulla, respingendolo. - Avvicinalo e si vedr!
- Basta! - egli comand con voce aspra. Ma poi si raddolc e ment con quella sua aria di fanciullo ingenuo:
- E poi non ti sposer?
- Quando? Quando il nibbio tesser la tela per la mia camicia da sposa?
Egli rise.

Mauro spronava il cavallo, su, su, attraverso l'altipiano gelato. Il cielo s'abbassava sempre pi; nuvole bianche passavano, pesanti e fredde come blocchi di neve, sullo sfondo bianco dell'orizzonte. Le montagne, in cerchio, si guardavano livide di freddo, mandando le une verso le altre enormi soffi di vento gelato: le quercie nere, lungo la strada, tremavano con brividi possenti, e pareva volessero vendicarsi del tempo, sferzando con le fronde pi alte le nuvole in corsa.
A Mauro tornava in mente la frase rassegnata della sua giovine amante. Ella doveva averla presa dalla vecchia canzone:

(Cando as a battire aneddu
pro isposare cun me,
Sa turulia at a tesser...)

- S, ella  ragionevole: perci le voglio bene. Come si fa? Un ricco proprietario, figlio unico, nipote unico, un proprietario di cento pecore e di duecento porci non pu sposare una serva, una giovinetta straniera... Uno della mia razza...
Per quanto innamorato, cio per quanto la sua amante gli piaccia, Mauro ride al solo pensiero di doverla sposare.

Ad un tratto il vento cess, le nuvole si sciolsero, bianche sul cielo bianco. Qua e l qualche quercia, alta e contorta, prese una rigidit spettrale, un colore cupo; e tutto fu silenzio, silenzio intenso, immobilit di attesa. Non si udiva il trillo di un uccello; non un susurro di foglia.
- Mi pare che ci siamo! - pens Mauro, odorando l'aria. E si mise il cappuccio. Una falda di neve, grande come l'ala d'una farfallina, cadde sull'orecchia del cavallo. Il cavallo scosse l'orecchia; milioni di ali bianche volteggiarono per l'aria.

Cammina, cammina; sulla punta del cappuccio del "ricco proprietario di cento pecore" la neve costrusse una piccola montagna; le strade sparirono, le quercie, bianche e nere, avvolte dal pulviscolo della neve, presero un aspetto strano, di giganti mascherati, in agguato dietro le roccie. Il giorno declin, tutto divent d'un grigio violaceo, il freddo si fece intenso; ma il giovine proprietario si mise a ridere.
- Ne abbiamo vedute altro che cos! - si vant col suo cavallo, il quale scuoteva le orecchie e lasciava dietro di s, sempre pi lentamente, le orme nere dei suoi ferri falcati. - Ti ricordi, (cumpanzeddu) [5], quando sui monti d'Oliena siamo caduti entro una (nurra) [6]? E l dicono ci sieno i demoni... I demoni son neri, la neve  bianca: va l, cammina, Cumpanzeddu...
Cumpanzeddu trottava, ma la neve diventava sempre pi fitta, incessante, silenziosa. Ci fu un momento in cui Mauro, nonostante il suo stoicismo, ebbe una strana impressione di fascino: gli parve di essere destinato a cavalcare cos per tutta la vita, attraverso un paesaggio misterioso, nel silenzio terribile di una nevicata interminabile.
- Hai sonno, diavolo? - domand a s stesso, sbadigliando. - Verggnati. Un giovine valente come te? Cammina, Cumpanzeddu...
Ma nonostante tutta la sua valenta, il freddo lo vinceva, dandogli una sonnolenza strana, pericolosa. Allora gli venne in mente di bere un sorso d'acquavite, dal fiaschetto ch'egli, sebbene astemio, portava sempre con s in viaggio per offrirlo ai compagni o agli amici che avrebbe potuto incontrare.
Bevette, uno, due sorsi, facendo delle smorfie nervose: poi sput contro la neve, in segno di sfida, ridiventato allegro e coraggioso.
- Un giovine come me, lasciarsi cogliere dal freddo! Puah! Cammina, Cumpanzeddu!

Cumpanzeddu camminava, povera bestia, ma oramai le sue zampe non lasciavano che buchi bianchi sulla neve bianca. Le montagne scomparse, gli alberi scomparsi; ogni traccia scomparsa. Mauro si trovava sospeso fra il cielo bianco e la terra bianca, in un'atmosfera densa, o meglio, in una nuvola mobile e silenziosa di neve ghiacciata. Talvolta gli sembrava di andare contro una muraglia marmorea, e un vago turbamento cominciava a infastidirlo.
- Che ti sii smarrito, diavolo? Un giovane come te, un galantuomo, un leone? Puah!
Il sonno lo riprendeva, con sogni confusi, dolci e paurosi nello stesso tempo. Gli pareva di trovarsi nella sua grande cucina, sulla grossa stuoia di giunchi. Non poteva muoversi: aveva i piedi pesanti. La giovine serva lo accarezzava, ma le sue mani erano fredde gelate, e gli agghiacciavano il viso... In fondo alla cucina s'elevava una muraglia di neve.
- Bisogna bere ancora...
Nel curvarsi per prendere il fiaschetto dalla bisaccia s'accorse che sopra il suo piede la neve aveva deposto un piccolo cono.
- Ecco perch ho i piedi pesanti.  strano; mi pare che io abbia freddo. Io? Verggnati, Maureddu Corrias, verggnati di aver freddo.
Bevette, scosse le gambe, e si guard attorno. Era gi notte: una notte chiara senza luce, senz'aria, senza orizzonte: una nuvola. Ma la muraglia l, in fondo, era diventata grigia, con un punto rosso nel centro. Il cavallo, che ora affondava fin quasi a met gamba nella neve morbida come spuma, si dirigeva verso il punto rosso.

Era la cantoniera. Cumpanzeddu si ferm sotto la finestruola rossa, e Mauro non ebbe il coraggio di spronarlo.
- Per me avrei proseguito - pens fieramente. - Altro che un po' di neve ho visto, io! Ma questa povera diavola di bestia non pu andar avanti.
Senza smontare batt col tacco la porta.
- Chi ? - grid una voce di bimbo.
Mauro batt ancora, con prepotenza: a un leone come lui si doveva aprir la porta senza domandare "chi ?".
- Chi ? - grid una voce di donna.
Mauro batt pi forte.
- Ma chi ? - url una voce d'uomo.
- Galantuomini! - rispose il viandante.
Subito la porta si spalanc, ed egli aggiunse con disprezzo: - Oh, che avete paura vi rubino le posate d'argento?
- Bello mio, - rispose la cantoniera, una bella donna in costume, con un bimbo in braccio, - noi non abbiamo posate d'argento, ma quando domandiamo "chi ?" ci rispondono ugualmente. Cosa vuoi?
- Dormire qui. Le cantoniere sono dei viandanti!
La cantoniera, cio la moglie del cantoniere, dovette riconoscere nel giovine un ricco paesano, uno di quelli che si rispettano e si fanno rispettare, perch non replic. Solo disse, amabilmente:
- Le cantoniere sono del re, ma anche del cantoniere; se tu per vuoi smontare e ti contenti di poco, sii pure il benvenuto.
Egli smont, fece legare il cavallo, poi entr nella cucina, pestando i piedi e scuotendosi la neve dal cappotto. Un piccolo fuoco rischiarava appena l'ambiente misero e freddo. Un uomo, alto e forte, stava seduto in un angolo, e sulle prime Mauro, vedendolo vestito da borghese, con un vecchio abito di fustagno giallognolo, lo credette il cantoniere.
- Salute, - disse il giovine proprietario, ridiventato buono e gentile, -  un tempo del diavolo! Chi sa che ora !
- Saranno le sette, credo - rispose la cantoniera, ritta accanto al fuoco, col bambino in braccio. - Mio marito, che  andato a Nuoro, s' portato via l'orologio.
Allora Mauro guard l'uomo e prov una strana impressione: gli parve averlo gi veduto in qualche posto, ma non ricord quando n dove.
- Anche questo  un viandante, - spieg la donna, - un viandante pi disgraziato di te. Gli  morto il cavallo per la strada!
Mauro rise. Poi trasse dalla sua bisaccia il fiaschetto dell'acquavite e lo porse all'uomo.
Lo sconosciuto bevette, senz'altro, si pul la bocca col dorso della mano, restitu il fiaschetto.
- S, - disse, - il mio cavallo  morto improvvisamente, poco lontano di qui.
- Eh, almeno i corvi avranno di che sfamarsi, in questi giorni di neve! - osserv Mauro, che non credette alla bugia dello sconosciuto. - Bevi, donna. Tu non vuoi bere? Fa bere al tuo bambino: gli far bene, ti dico io, gli far bene. Bisogna abituarsi da bambini, a bere, altrimenti si prende il vizio di non bere, come l'ho preso io. E tu, lo straniero, bevi ancora?
L'altro non si fece pregare.

La cantoniera si ritir presto e i due uomini rimasero soli nella cucina. Ogni tanto Mauro offriva il suo fiaschetto. L'altro beveva: i suoi occhi nerissimi e rotondi, vicini, quasi sospesi sopra un naso aquilino, diventarono lucenti. Nel focolare ardeva un tronco che Mauro era andato a scovare fra la neve.
Una cosa bizzarra accadeva. Mentre Mauro, che non beveva, chiacchierava, vantandosi e ridendo come un ubbriaco, l'altro diventava sempre pi taciturno e raccolto. Invitato dal giovine proprietario s'era avvicinato al fuoco: ora sedeva per terra, a gambe in croce, ma era cos gigantesco che la sua testa, coperta da un cencio di cappello bagnato, arrivava quasi al livello della testa di Mauro seduto su uno sgabello.
- Io vado verso Bono - raccontava Mauro. - Vado in cerca d'un bosco di quercie, ove ci sieno molte ghiande per i miei porci. Sono disposto a pagare anche trecento scudi di fitto, ma voglio ingrassare i miei porci. Quest'anno a Nuoro non si trovano ghiande.
- Tu che sei nuorese, - disse allora l'uomo vestito di fustagno, - conosci per caso un certo Mauro Corrias?
Un oscuro istinto avvert il giovine di mentire; ma egli era troppo vanitoso e non pot.
- Un certo? Un certo? Ma che certo? Mauro Corrias ce n' uno solo, un galantuomo, un leone; e sono io! - disse francamente. - Che hai tu da dire a Mauro Corrias?
- No; domandavo cos: t'ho sentito nominare. Sei molto ricco?
- Sicuro che son ricco! Cento porci, duecento pecore; tutti mi rispettano. Bevi, lo straniero, che arte  la tua?
- Contadino - rispose l'altro, e torn a fissare sulla fiamma i suoi occhi rotondi e lucenti.
Mauro riprese a chiacchierare e a vantare la sua roba.
- I miei porci? I pi belli dei salti di Nuoro. Girer tutta l'isola, ma bisogna che trovi un bel bosco. Ho un bosco anch'io, sui monti di Nuoro, dove la scure non ha mai sfiorato un tronco. Ma quest'anno non c' una ghianda, neppure per farne bersaglio ad un colpo di fucile. L'anno scorso s, era una buona annata. Ma l'inverno fu mite e quest'anno, in conseguenza, l'annata  cattiva. L'anno venturo, speriamo, sar migliore. Cosa ne dici, tu?
- Speriamo! - disse l'altro, indifferente.
A un tratto Mauro rise, ricordando qualche cosa di piacevole.
- S, una volta sola nevic, e fece molto freddo. Lo ricordo perch... Ah, - chiese poi, - ci sono belle donne, al tuo paese?
- Belle davvero, vada al diavolo chi le ha fatte! - disse lo straniero.
- Perch imprechi? Ti devono piacer molto, invece, le donne! Un omone come te! Su, via, raccontami qualche cosa... Bevi.
L'altro bevette ancora, e con la mano fece un cenno come per significare: "Aspetta, ora ne sentirai...".
Gli occhietti da cagnolino del giovine paesano s'animarono d'una viva fiamma. Egli amava molto le donne, e quando si trovava in compagnia di qualche amico, il suo maggior piacere consisteva nel ricordare avventure amorose.
- Devi sapere, - cominci finalmente l'altro, - devi sapere che io sto al servizio di una ricca famiglia, una famiglia numerosa, composta per lo pi di donne. Oltre la padrona, che  una donna grassa, ancora molto piacente, ci sono tre figlie e due serve. Il padrone  paralitico...
- Ah, ah, - esclam Mauro, - ora viene il bello!
Infatti l'altro cominci a narrare una storia di avventure amorose quasi inverosimile: tutte le donne della casa ove serviva si erano buttate fra le sue braccia; l'altra notte la padrona, la vecchia padrona grassa ma ancora piacente, gli si era buttata sul petto come una fanciulla di quindici anni...
Mauro rideva e ascoltava. Non credeva alle fandonie dell'altro, ma trovava gusto a sentirle. E come avviene nei fanciulli, anch'egli cominci a enumerare le sue avventure, esagerandole per il gusto puerile di farle credere pi ardite delle avventure del compagno.
- ... L'anno scorso poi ho avuto una bella ragazza, ma veramente bella, alta, grassa, rosea come una mela.  stato in un modo strano.  stato a causa del freddo! Non ridere: non so se tu hai osservato che nell'inverno le donne ci piacciono pi che nell'estate. Anche d'estate non dico, ma... lasciamo andare! Devi dunque sapere che mi trovavo sulla montagna: il tempo era mite, i miei porci ingrassavano a vista d'occhio, ed io non li abbandonavo un momento. Da quindici giorni non tornavo in paese. Quando una mattina vedo arrivare due donne: la mia balia e una bella fanciulla (istranza) [7] che non conoscevo ancora.
-  la nuova serva della tua nonna - mi disse la balia... - Siamo venute per coglier ghiande. Aiutaci.
Le aiutai. Il tempo s'era cambiato, il cielo si era fatto bianco come neve, soffiava un vento gelato. Le donne si lamentavano per il freddo, e ad un tratto la balia and nella capanna per riscaldarsi.
- Non toccarla - mi avvert, accennandomi la ragazza.
- Se la tocco grider bene - risposi io ridendo.
Appena fummo soli me le avvicinai e le dissi:
- Griderai?
Ella si mise a correre per allontanarsi da me, ed io la inseguii.
Il vento ci spingeva come due foglie: io ridevo e gridavo:
- Non aver paura, diavola! Voglio solo baciarti...
Ma invece di andare verso la capanna la ragazza se ne allontanava: io l'inseguivo sempre.
- Sciocca, - le dissi, - non vedi che ti smarrisci? Se continui a correr cos finirai col precipitar nella valle. Aspettami, diavola; non voglio che un bacio.
Ella si ferm; io mi avvicinai e mi accorsi che tremava tutta di freddo e di paura.
- Lasciami, - supplicava, - sono una povera serva, non mi toccare.
- Non aver paura - le dissi, prendendo nelle mie le sue mani gelate. - Ora ti scalder le mani. Non sono cattivo, io; sono un galantuomo. Se mi baci vedrai che non ti pentirai. Ora andiamo nella capanna; ti scalderai.
La presi per la vita, ma invece di condurla nella capanna la trascinai pi lontano ancora, in un posto ove balia non poteva trovarci. Il vento diventava furioso: cadeva qualche falda di neve. La fanciulla tremava di freddo: cercava di sfuggirmi, ma oramai la tenevo avvinta e le dicevo tante dolci cose.
- Perch un padrone non pu sposare la sua serva? Sciocchezze. Io ti sposer; sono figlio unico e far ci che mi piace.
Cos la condussi lontano, verso una vecchia capanna riparata contro una grotta.
- Ho freddo, ho freddo, - ella diceva, - questa non  la tua capanna. Non c' fuoco.
- Il fuoco  qui, nelle mie labbra. Senti. La baciai ed ella non grid. Cos fu mia.
- E balia? - chiese l'altro.
- E balia? Le diedi un porchetto di tre notti e... tacque. D'altronde, cosa sapeva lei? - disse Mauro. E rise.
Lo sconosciuto fissava il fuoco coi suoi occhi rotondi spalancati: per qualche momento stette silenzioso, e quando Mauro cess di ridere, un gran silenzio regn nella cucina della cantoniera.
Fuori la neve cadeva sempre: non un rumore attraversava il silenzio vellutato della notte bianca.
Ma improvvisamente Mauro sent una specie di urlo soffocato, un gemito lontano, selvaggio come il grido d'un cinghiale ferito. Volse la testa verso la porta, e d'un tratto vide tutto nero davanti a s, e sent come il peso d'un masso che lo schiacciava. Solo dopo un istante s'accorse della realt. Lo sconosciuto era balzato in piedi e gli si era gettato addosso, premendogli le spalle con le sue mani possenti.
- Ah, un porchetto di tre notti! - egli gridava sogghignando, anelante. - Ruffiana, ti pagher poi io; ti pagher anche il latte che hai dato al tuo padrone. Ah, gli conduci le povere serve anche sul monte... e le lasci sole con lui... per fargli piacere...
- Ma che hai, diavolo? - url Mauro, ficcando la testa nel ventre dell'assalitore.
- Conosci un certo Sebastiano Loi? - chiese allora l'omone, scostandosi alquanto, ma tenendo sempre inchiodate nelle sue mani le spalle del malcapitato.
Mauro sollev gli occhi smarrito: ah, s, ora ricordava! Gli occhi rotondi, il naso aquilino... L'assalitore era il fratello della giovane serva.



"PER LA SUA CREATURA"

Suonarono.
La piccola signora V, che stava in cucina accomodandosi un cappello, o meglio guarnendo un cappello d'inverno con le piume ed il nastro d'un cappello d'estate, s'alz in fretta in fretta, si tolse il grembiale ed and ad aprire. Sulle prime, fra il buio dell'ingresso e quello della scala, non distinse bene se la lunga persona, che aveva suonato, fosse uomo o donna; poi ud una voce gutturale che chiedeva "La signora V?", vide un mantellone nero, una pellicciona nera, un cappellaccio nero tirato sugli occhi, un paio d'occhiali: le parve che la persona fosse un uomo vestito da donna ed ebbe paura. Ma subito sorrise fra s. Un ladro? In casa sua c'era poco da rubare: non c'era neppure quella perla che si chiama la serva.
- S'accomodi... - disse con voce franca, aprendo tutta la porta, con quella sicurezza serena, che  il miglior patrimonio dei nullatenenti.
Solo nel salottino da pranzo, che serviva anche per ricevere, la signora V s'accorse che la visitatrice era una donna, e neppure brutta, e neppure vecchia.
- Sono io la signora V. S'accomodi.
- Vorrei parlarle... - disse la straniera, e sebbene nel salottino non si soffocasse, si tolse il mantello, gettandolo sulla spalliera della sedia. Sullo sfondo marrone del raso che foderava il mantello ella appariva elegantissima, sebbene non pi giovine, in un abito inglese perfetto. Aveva le mani piccole, strette in guanti di pelle grigia, brillanti alle orecchie e sul cappello una lunga coda d'un uccello raro. E la sua piccola bocca stretta, sdegnosa, finiva di rivelare in lei la gran dama avvezza al comando.
La signora V, la quale, bisogna avvertire, non aveva ancora venti anni, la guardava con ammirazione, stupita che una s gran dama si trovasse in casa sua. La straniera osservava l'ambiente umile, la personcina diafana, il volto pallidissimo, le mani rosse della piccola signora e sembrava se ne trovasse perfidamente soddisfatta.
- Senta: - disse con voce gutturale e gorgogliando le sillabe in gola, - vengo a darle notizie della sua bambina.
La signora V alz vivamente la testa, arross e poi si fece ancor pi pallida di prima.
- Non si spaventi: notizie buone! Io sto tutto l'inverno ad Albano. La balia della sua bimba  la figlia del mio giardiniere...
- Ah! - grid la signora V.
Che tenerezza, che gioia, che dolcezza, che amore vibrarono in quel grido! Ella avrebbe voluto baciar il lembo del mantello della straniera, solo perch la straniera aveva per giardiniere il padre della balia.
E la straniera cominci una specie d'interrogatorio.
-  da molto che non vede la bimba?
- Da due mesi.
- Perch non allatta lei?
- Allattavo; ma son cos anemica che ho dovuto smettere.
- Perch non prese la balia in casa?
La giovinetta guard la dama con gli occhioni grigi dolenti spalancati, come per dirle: "Eh, per lei che ha quel mantello l... mantello che lo stipendio d'un anno di mio marito non basterebbe a comprare... per lei tutto  facile; per noi, se sapesse!".
- Le balie qui costano! Noi non siamo ricchi: per pagare la balia abbiamo mandato via la serva.
- E come fa senza serva?
- C' una donna che mi fa la spesa; il resto lo faccio io.
- Suo marito  impiegato?
Ma s! Era impiegato alle poste e telegrafi; cento tredici e novantatr al mese. Che altro voleva sapere? Anche quello che dovevano mangiare quel giorno?... Oramai la signora V cominciava a seccarsi della curiosit indiscreta della straniera. Finalmente la dama si decise a dire il suo nome, un nome ostrogoto che la signora V prov a ripetere fra s, senza riuscirvi.
- Ecco: - disse poi la straniera, - vuole molto bene alla sua bambina?
I dolenti occhioni grigi si spalancarono di nuovo. Erano domande da farsi quelle?
- E lei di bambini non ne ha? - chiese arditamente la piccola signora.
- No.
Si capiva allora la strana domanda.
- Se le voglio bene! Ah, non si pu dire, cara signora! Non si pu dire! Non si pu!...  un affetto, quello pei figli, che supera ogni cosa, ogni parola.
La dama strinse la bocca, la piccola bocca sdegnosa, e parve contrariata, pi che dalle parole, dall'accento commosso della giovine madre. Ma disse:
- Ha ragione. Eppoi la sua bambina  cos carina: io la vedo ogni giorno: la balia la conduce a spasso nel mio giardino. E la piccina mi conosce: quando mi vede d dei piccoli gridi: io metto il dito nella fossetta del suo roseo mento ed essa sorride. Sembra un uccellino.
- Oh, Dio mio, Dio mio! - disse la madre, in estasi.
- E suo marito le vuol bene?
- A chi, alla bimba? Ne va pazzo. Forse, prima che venisse, non la desiderava: la vita  gi cos difficile quando si  in due; ma poi! Ma poi! Nessuna felicit  paragonabile a quella d'aver un figlio, del quale poter dire: (mio, suo, nostro)! Ah, signora mia!
- Che ne far di sua figlia?
- Mah... chi lo sa!  cos piccina! Eppure io ho un'idea stravagante.
- Sentiamo.
- Che debba diventare una grande cantante... Non so perch ho questa idea. Ad ogni modo un'arte o un mestiere glielo faremo apprendere: oramai una donna che non sa far nulla, non val nulla.
Silenzio. La dama pareva riflettere sull'assioma della giovane madre. Questa pensava al destino di sua figlia.
Finalmente la straniera s'accomod gli occhiali, sollev la testa con un gesto da leonessa e disse lo scopo della sua visita. Ecco tutto: ella voleva adottare la bambina dei V; cos la bambina diventerebbe ricca, felice. E i genitori, poich le volevano tanto bene, dovevano cederla senza fiatare.
E la signora V non fiatava davvero, per la sorpresa, e pi ancora per lo spasimo che provava al solo pensiero di dover cedere la sua creatura.
La sua creatura! Il suo uccellino! La sua vita! Il suo universo! La sua piccina! Ma quella straniera era matta, matta da legare. La signora V l'esamin bene; ma poi ricord che la straniera non aveva figli e cap come si potevano fare certe proposte.
- Ne parler con mio marito - rispose, tanto per dire qualche cosa. Poi accompagn la straniera fino alla scala, augurandole fra s che, nello scendere, s'impigliasse nel mantellone e rotolasse sino in fondo. Poi rientr, ma non ricord pi il fornello, la pentola, il cappello; solo si rimise automaticamente il grembiale, ed entr in camera, s'inginocchi davanti al gran letto bianco, e cominci a piangere. Cal la sera: un melanconico raggio di luna penetr di sbieco per la finestra, ed il letto, sul cui candore disegnavasi l'ombra arabescata delle cortine, fu tutto coperto da una tenue luminosit d'oro. La giovane madre si rivide su quel letto, con la sua bambina a fianco; e la bambina sorrideva fra s, il primo sorriso, come devono sorridere gli angeli. Nessun'altra manifestazione di bellezza umana, nessuna aurora di primavera, n il sorgere del sole dai mari, n il tramontar della luna sulle montagne, erano belli come quel sorriso di creatura appena nata, come quell'alba di vita.
Il signor V, giovine, biondo e magro, nel ritornar dall'ufficio trov sua moglie che piangeva, col capo appoggiato sul letto.
- Che hai? - grid spaventato. - Perch sei l al buio? Perch piangi?
Ella s'alz.
- Senti.  venuta una signora, una ricchissima signora straniera. Vuole la nostra bambina: la adotter. Gliela dobbiamo dare.
Il marito rise.
- Tu sei matta! E quella  matta!
- No, no, no! - singhiozz la piccola signora. - Non siamo matte:  la verit. La signora vede sempre la bimba, perch la balia  figlia del suo giardiniere, e sta ad Albano, e la riconosce, e sembra un uccellino...
- Cosa? Cosa? - grid il marito intontito. - La signora sembra un uccellino? O il giardiniere...
- No, no, no! - interruppe la piccola signora. - La nostra bambina, il nostro uccellino.
E continuando a piangere spieg meglio le cose, e concluse dicendo che, per il bene della bambina, dovevano cederla.
Allora il marito s'irrit sul serio.
- Cederla! - grid. - Come un sacchetto di carbone, come un paio di stivali! Ma tu sei pazza! Ma non credevo che tu fossi cos matta!
E continu a gridare, e insult la moglie, dicendole che voleva vender la sua creatura, per poter un giorno sfruttarla, ed aggiunse: - Quando torna la vecchia strega, io la getto gi per le scale, spingendola a pugni, a pugni, a pugni!...
Poi usc sbattendo la porta.
La signora, nonostante gli insulti crudeli e ingiusti del marito, cess di piangere, accese il lume, torn in cucina. Le pareva di rivivere; era cos felice!
Ma poco dopo egli torn: ella trasal e si turb, tanto egli era cupo, livido, disfatto.
- Senti: - disse egli, - tu hai ragione. Non bisogna essere egoisti: per il (suo) bene dobbiamo (cederla) (disse proprio l'orribile parola). Noi ce ne faremo un'altra.
E rise; e anche la giovine madre rise; ma il loro riso pareva sogghigno di scheletri.

- Che hai, che hai? - chiese il marito, mentre ella si svegliava tremando. - Perch ridevi? Che sognavi?
- Ah, mio Dio! - ella disse, aprendo i grandi occhi grigi dolenti. - Sognavo una cosa orribile. Questo, questo e quest'altro.
E raccont il sogno fatto, con tutti i pi minuti particolari. Poi fece la solita osservazione:
- Di', come  bello svegliarsi dopo un brutto sogno!
Egli sorrise, poi domando:
- Ma, se la cosa avvenisse realmente, tu, dimmi, piccina, ti comporteresti come hai fatto nel sogno?
Ella si sent struggere alla sola idea che un sogno tanto orribile potesse avverarsi, ma rispose coraggiosamente:
- S!



"PASQUA"

La mattina del Sabato Santo, Apollonia Fara balz dal suo gran letto di legno a baldacchino, quando l'alba cominciava a mettere un glauco riflesso sull'unico vetro del finestruolo. Unico vetro grossolano, ma stupendo per il piccolo quadro che ci si vedeva; un paesaggio che nella freschezza chiara e quasi sbiadita dell'incipiente primavera pareva dipinto dal Poussin: una falda di collina, un ruscello azzurro e tortuoso e alberi radi pittoreschi, i cui rami, verdi di musco, cominciavano ad ornarsi di foglioline tenere: ed erba, erba dappertutto, bassa erbetta chiara che dava una impressione di purezza e d'innocenza a chi guardava. Mentre indossava il suo costume giallo e rosso, Apollonia osserv il cielo attraverso il vetro, poi and a guardare entro una corba intessuta d'asfodelo, colma di farina lievitata fin dalla sera prima, e sulla quale ella aveva segnato col dito la santa croce. La farina s'era un po' sollevata intorno a questo segno di buon augurio.
La giovine donna prese la corba sulle braccia bianche robuste e la port nell'attigua cucina: impast la farina, poi accese il forno e prepar il caff. A misura che il giorno schiarivasi roseo e tiepido, Apollonia pensava con trepidanza:
- Egli verr alle otto, forse alle nove, forse pi tardi, forse domani. O Ges mio, piccolo Ges Cristo mio! Bene, non ci voglio neppur pensare, venga quando vuole.
Ma suo malgrado ricadeva nel solito pensiero. La persona di cui ella aspettava e temeva la venuta era il giovine Vicario, che doveva visitar le case del paese, per la benedizione pasquale. Il giovine Vicario era stato, qualche anno prima, fidanzato con Apollonia, ma ella lo aveva abbandonato per sposarsi con un ricco pastore. Il giovine, pazzamente innamorato di lei, aveva tentato suicidarsi, sparandosi una revolverata al fianco; salvato a stento, egli, poi, s'era fatto prete. Da poco tempo era tornato in paese col titolo di Vicario, ed ogni volta che vedeva Apollonia diventava un po' pallido. Ella lo guardava con indifferenza; quella mattina per sentiva un certo fastidio nel pensare che egli sarebbe entrato nella sua casa per benedire il suo pane ed il suo letto ancora infecondo: e quando spalanc il finestrino per guardare la processione che passava salmodiando, e vide il viso magro e spaventato del Vicario, si turb. Rimase tuttavia a guardare: precedeva la processione una Madonna bruna con sette spade confitte nel cuore, che andava in cerca del Figliuolo morto; seguiva lo stendardo di broccato verde, venivano poi i musicisti paesani e le donne vestite a lutto. Quando tutto spar in fondo alla strada campestre, Apollonia ritorn al suo forno ed alla sua farina impastata, della quale fece mirabilmente il pane per la Pasqua, pane bianchissimo, tutto intagliato e traforato; le (casadinas), focaccie di pasta e di formaggio fresco ingiallito con lo zafferano e certe figurine in forma di bimbi fasciati, di mummie, di uccelli, che per testa avevano un grosso uovo cotto. Nella casetta deserta e nella campagna soleggiata regnava un profondo silenzio; le campane tacevano, (legate) per la morte di Nostro Signore, e tutte le cose partecipavano a questo silenzio, in attesa di un arcano avvenimento; solo qualche uccello cominciava a cantare fra le siepi, ma tosto taceva, quasi impaurito dal silenzio che interrompeva.
Le ore passarono ed il Vicario non venne. Verso le dieci Apollonia sent come un brivido passare per l'aria; anch'ella ebbe un sussulto e sollev la testa, ascoltando. Le campane suonarono. E attraverso il loro primo squillo risuon uno sparo, poi un altro, poi altri tre, poi dieci, poi cento. Grida e voci di letizia quasi folle accompagnavano il suono delle campane e lo scoppio delle fucilate ripetuto dall'eco della collina. Frotte di bambini passarono cantando per il villaggio:

(Bibu er Deu
Pro su dispettu 'e su Zudeu) [8].

Lagrime di gioia mistica velarono gli occhi di Apollonia. Ella fin di cuocere il suo pane, le sue focaccie, i suoi dolci pasquali; e nel pomeriggio ricevette da vicini parenti ed amici, e ricambi regali di pane, dolci, carne. Ad ogni nuovo regalo ella compiacevasi confrontare il pane ricevuto con quello fatto da lei, felice di trovare pi bianco e pi ben fatto il suo. Verso sera torn dall'ovile il marito; torn sul suo forte cavallo bianco, con una bisaccia colma di latticini, e con due agnelli, uno bianco e l'altro nero, che dovevano servire per il banchetto pasquale. Era ricco, il marito di Apollonia, ma come tutti i mariti ricchi che hanno sposato ragazze povere, era brutto e vecchiotto: nel suo viso giallognolo solo il naso e un po' della fronte e un po' delle guancie, emergevano fra una nuvola nera di barba e di capelli arruffati. Il sabato sera cominciarono le feste pasquali: il ricco pastore invit a casa sua parenti, amici, vicini, e tutti cantarono, improvvisando canzoni di gioia in onore di Nostro Signore risorto. Intanto mangiavano le focaccie e bevevano vino, assenzio ed acquavite. Manco a dirlo, tutti si ubbriacarono, per far dispetto ai Giudei che avevano crocifisso Ges Nostro.
Anche l'indomani mattina Apollonia s'alzo all'alba, perch doveva per mezzod preparare il pranzo pasquale. A misura che il sole saliva sopra la collina, la giovine donna si turbava nuovamente pensando alla visita del Vicario. Ah! Oggi verr, verr certamente. Apollonia sa che anch'egli si  alzato all'alba, e, vestito degli abiti sacri, seguto da un uomo con una bisaccia sulle spalle e da un fanciullo con una secchia di acqua benedetta, fa le visite alle quali non ha potuto accudire ieri. In ogni casa le donne gettano entro la bisaccia pane, focaccie, frutta secche, e nella secchia uova e monete. Davanti alla casa di Apollonia (egli) arriv verso le nove; l'uomo della bisaccia si curvava sotto il peso dei regali avuti, e il fanciullo, con la secchia quasi colma di uova e di monete, pareva avesse attinto ad un pozzo miracoloso. Il sacerdote entr senza chieder permesso nella casa di Apollonia, e per la prima volta dacch rivedeva la giovine donna, non impallid, mentre impallidiva lei. Avrebbe egli benedetto o maledetto la casa dove viveva felice colei che lo aveva condotto fin sul limitare della morte? Ella si faceva questa domanda con una specie di terrore, giacch nei piccoli paesi sardi si crede che i sacerdoti possano, per mezzo dei libri sacri, scomunicare e maledire con molta efficacia. Ma bast che Apollonia guardasse il viso inspirato del sacerdote ed il gesto soave col quale egli prese l'aspersorio lucente e sparse l'acqua santa di qua, di l, di su, di sotto, perch ella si convincesse che anche in cuor suo egli benediceva. Allora ella apr l'uscio che chiudeva la stanza delle provviste; egli benedisse il pane, le focaccie, il frumento, i legumi, il formaggio. Apollonia sopraccaric la bisaccia con due grandi pani, cinque focaccie, una (corona) di fichi secchi: poi rientr col sacerdote in cucina, e timidamente apr l'uscio che dava nella camera da letto. Dal finestruolo penetrava una vivissima luce d'oro. Col respiro sospeso, muta e pallida, Apollonia guard il prete. Ah! Anch'egli s'era fatto un po' bianco in viso; ma la sua mano soave versava la benedizione sul letto nuziale, augurando fecondit.
Allora Apollonia getto la sua offerta nella secchia e una lagrima cadde sull'acqua santa, formando un piccolo cerchio nel gran cerchio fatto dalla moneta.



"LA MORTE SCHERZA..."

Una fila di carri che sembravano capanne ambulanti, coperti come erano da sacchi, lenzuola e tende grossolane, rompeva col suo pesante roteare la solitudine e il silenzio della notte di luglio. Su questi carri tirati da buoi, una specie di trib di sardi si recava ai bagni di mare. Da ore ed ore viaggiavano. Un denso strato di polvere copriva i buoi, le ruote, le persone che stavano dentro i carri, le masserizie che i bagnanti si portavano addietro, i guidatori e i cani che seguivano.
Dopo una giornata calda, finalmente era calata una notte fresca e chiara: il cielo pareva bianco, tanto era coperto di stelle; lo stradale segnava una linea grigia sul nero dell'altipiano, all'estremit del quale una muraglia di montagne rassomiglianti a enormi castelli merlati nascondeva il mare.
Un odore di stoppie, di giunchi lontani, di eriche inumidite dalla notte veniva con qualche soffio di vento. Non s'incontrava anima viva; solo verso sera un pastorello che guardava il suo gregge era apparso nello sfondo del paesaggio. Dopo che uno dei guidatori dei carri, un vecchio contadino, aveva giudicato dal corso delle costellazioni delle Orse e del Drago che potevano essere le dieci, tutti i viaggianti tacevano entro i carri; anche i due bimbi lattanti, dopo aver un poco strillato, dormivano sul seno delle due spose robuste come elci.
Oltre i guidatori dei carri, solo zia Areca [9], una ricca proprietaria ottantenne, vegliava entro il suo carro, ripetendo il milionesimo dei rosarii recitati durante la sua vita. Da quanti e quanti anni ella non dormiva! Non sapeva pi neppure cosa fosse il sonno vero e profondo; solo verso l'alba la coglieva un vago sopore, attraverso il cui velo ella sentiva egualmente le sofferenze del suo corpo, met paralitico, met piagato.
Zia Areca stava sola nel suo carro trasformato in letto, che precedeva gli altri per evitare la polvere, guidato dal servo Antonio-Maria, un bellissimo Ercole giovinetto, dai capelli crespi e folti come un cespuglio, e il viso sbarbato, grasso, rosso e bruno come una melograna. Antonio-Maria aveva diciannove anni; era un protetto di zia Areca, che lo teneva da molto tempo al suo servizio, e tutti lo invidiavano, ma lo ritenevano affezionatissimo alla vecchia. Ogni tanto egli sollevava la tenda del carro e domandava all'inferma se voleva qualche cosa.
- Giacch non dormite, perch non chiamate vostra nipote Rosa a tenervi compagnia? Qui in fondo al carro ci stanno due persone.
- La compagnia ce l'ho - rispose la vecchia, scuotendo il rosario con la mano non paralitica. - Dove siamo ora?  lontano questo mare?...
-  lontano! - rispose rozzamente il giovine, stendendo il braccio verso l'orizzonte. - Ce ne vuole ancora prima d'arrivare!
- Santa Greca mia gloriosa! - sospir la vecchia. - Non ne posso pi: questo carro mi scuote tutta: mi pare di friggere entro una padella.
Gli occhi neri del giovine lampeggiarono: con un salto felino egli si gett a sedere sull'orlo del carro e cominci a parlare con voce sommessa ma fischiante:
- Peggio per voi! Perch vi siete messa in viaggio? Chi vi ha suggerito quest'idea? Io ve lo dissi gi, vecchia testarda: se non morrete lungo il viaggio, morrete appena arriveremo l. Non sapete che i bagni di mare sono pericolosi persino pei giovani e pei sani? Voi morrete, vedrete che morrete...
- Tutti morremo! Siamo nati per morire. Non tormentarmi. Se morr, ebbene, morr dopo aver tentato tutti i rimedi. Io credo che i bagni di mare mi faranno bene.
- L'anno scorso, - prosegu l'altro, implacabile, - sono morte due vecchie, in mare, due vecchie testarde come voi. E il vecchio prete di Nugheddu, quello che faceva le stregonerie? Ebbene, entr nel bagno e non si vide pi: neanche il corpo fu trovato.
- L'avr portato via il diavolo.
- Ma credete voi al diavolo?
- E come non ci credo? Non c' cosa pi certa del diavolo.
- E che il diavolo si porta via anima e corpo? - chiese il terribile giovine, con accento inquisitore.
- Figlio, - rispose la vecchia con dolce voce, - il diavolo porta via coloro che in vita non compirono il proprio dovere.
- E allora voi perch non fate il vostro dovere? Vecchia testarda, perch non fate testamento? Vedrete, cio voi non lo vedrete affatto: appena morta voi, tutti quegli (astori), - e indicava i carri che seguivano, - tutti si getteranno sui vostri beni e li divoreranno in un attimo: e Rosa, che sacrifica per voi la giovinezza, Rosa avr un corno. Fate testamento, vecchia testarda. Ai bagni dicono che c' un notaio.
- Se c' un notaio lascialo bagnarsi! Io non sto pensando a morire. Sono stufa delle tue prediche. La morte  in mano di Dio, ed io far il mio dovere, se gi non l'avessi fatto, senza che un bastone vestito, quale tu sei, me lo insegni!
- Scusatemi - rispose Antonio-Maria, come pentito delle sue parole. - Non portatemi odio se vi parlo cos;  per il vostro bene. I vostri parenti vi han fatto partire perch vogliono la vostra morte: anzi vi consiglio di dare attenzione quando vi metteranno nel bagno. Non si sa mai!
- Mi metter Rosa: non temere.
- S, ma anche con Rosa date attenzione. L'acqua del mare  perfida; viene un'ondata e vi porta via. Pare il diavolo davvero.
- E sia pure il diavolo, ma lasciami in pace. Non sto pensando al diavolo, io.
- Vecchia testarda!
I carri proseguivano il loro cammino grave e monotono; qualche cane abbaiava nel silenzio della notte, qualche fuoco appariva e spariva in lontananza; la muraglia delle montagne che nascondeva il mare si avvicinava lentamente.
Antonio-Maria sollevava spesso la tenda, guardando se zia Areca dormiva; ma la vecchia pregava, sospirava e pensava alle sue settanta vacche e alla sua giumenta gravida.
- Quando torneremo dai bagni troveremo il puledrino - pensava. - Come sar? Baio? Quando avr tre anni lo vender per trenta scudi. Santa Greca gloriosa, dove  questo mare? Non si arriva pi?
Finalmente all'alba si assop: udiva egualmente il roteare del carro, l'abbaiare dei cani, e sentiva qualche soffio un po' forte di vento scuoter la tenda; la piaga che le tagliava il lombo sinistro le bruciava pi del solito, e tutto il fianco le palpitava di dolore; eppure ella vedeva il puledrino baio, e sognava di trovarsi nel bagno: l'acqua era calda, la rena morbida indorata dal sole. Ad un tratto veniva un'ondata, alta e scapigliata come un giovane diavolo scherzante, e investiva la vecchia, ma non riusciva a portarla via, perch ella aveva ritrovato le sue forze e resisteva potentemente.
Poi le parve di udire una risata repressa e un suono di baci dietro la tenda abbassata ai suoi piedi.
- Che sia Rosa? Rosa con Antonio-Maria? Me l'hanno detto, s, che quei due fanno all'amore. Anch'io, una volta, quando avevo vent'anni, mi nascosi con Predu-Maria dietro il muro del cortile. Santa Greca gloriosa, perdonate la giovent...
La risata non si fece pi udire, ma lo scoccar dei baci risuon pi insistente: Santa Greca li perdoni, ma "quei due" non avevano pi freno.
Zia Areca si arrabbi e molto.
- Quel ragazzo avr chiamato Rosa dal suo carro, con la scusa che la volevo io. Ed ora son l, dietro il carro, e si baciano. Impostori, sfacciati! Non pensano al peccato mortale, non pensano all'ora della morte! Ma se riprendo le forze, li bastono come bambini.

Finalmente la compagnia giunse in riva al mare, dietro la montagna.
Vicino alla spiaggia sorgeva un fabbricato, del quale ogni stambugio era gi pieno zeppo di bagnanti borghesi; pi in l stendevasi una lunga fila di capanne di frasche popolate di paesani per lo pi infermi.
La gente prendeva i bagni all'aperto; da una parte le donne, dall'altra gli uomini. L'ombra della montagna copriva la spiaggia bellissima seminata di scogli turchini; il mare deserto cangiava colore ad ogni attimo, sotto un cielo meravigliosamente chiaro.
In un batter d'occhio i parenti di zia Areca costrussero sei capanne di frasche; le donne tiraron gi dai carri le masserizie e le coperte, e l'accampamento fu presto all'ordine. Zia Areca voleva esser messa subito nell'acqua.
- Dove sono i cavalloni, i diavoli del mare? - diceva al servo, alquanto beffarda. - Vedi, il mare sembra una coperta di velluto turchino.
- Oh, li vedrete poi i cavalloni; vi divoreranno viva, cos! -. E Antonio-Maria apriva la bocca e faceva atto di divorare qualche cosa.
Rosa, che gli arrivava appena al petto, sollevava il viso olivastro e ardente: lo guardava coi grandi occhi neri cerchiati, uno dei quali divergeva alquanto, e rideva, rideva, simpatica e voluttuosa come una fanciulla araba.
- Ragazzi dell'inferno, lasciatemi guarire e poi farete i conti con me - minacciava comicamente la vecchia. - Ora fatemi prendere il bagno.
- Ma siete stanca. Creperete subito, vecchia testarda.
- Se crepo, lasciatemi crepare - ella rispose; e subito dopo il primo bagno dichiar di sentirsi meglio. Le fu assegnata la pi comoda delle capanne, dalla cui apertura ella vedeva e guardava il mare con una specie di tenerezza.
Antonio-Maria doveva ritornare al villaggio con gli altri guidatori.
- Agnella mia, - disse a Rosa, - ricrdati di parlarle sempre della morte, sai: se no, vedrai, ella dimenticher di far testamento; e un bel mattino la troverete nel suo letto, morta, dura come una pera acerba. E noi allora come faremo? La vita  lunga, e per vivere ce ne vuole!
Poi il servo ripart coi carri e con gli altri guidatori: rimasero solo le donne, i bimbi, un vecchio. Gli uomini sani non hanno bisogno di bagni, neanche per lavarsi!

Dieci giorni dopo Antonio-Maria ritorn, con un cavallo carico di provviste. Vedendo la vecchia padrona, prov uno strano sgomento; gli occhi di zia Areca, prima appannati da un velo latteo, erano limpidi e pieni di vita; il suo volto, gi bruno, era diventato quasi nero, abbronzato dai venti marini, ma pareva meno rugoso e disgustoso del solito.
- Come state, zia Areca?
- Meglio - ella disse con un sorriso malizioso. - Vedi che i diavoli del mare non mi vogliono portar via. Neanche i diavoli mi vogliono!
- Rosa, agnella mia, - disse il giovine all'innamorata, appena poterono trovarsi soli, - mi pare che quella vecchia testarda non voglia morire. Stiamo freschi, noi, allora!
-  l'ultimo guizzo della lampada prima che si spenga - disse Rosa, che non amava la nonna perch amava ciecamente il giovine. - Vedrai: morr prima che noi pensiamo. La notte non dorme mai; geme,  pi debole di prima. Del resto - soggiunse sorridendo, - tu un momento desideri che non muoia, un altro momento...
- Ecco, vedi:  perch io non ne posso pi - egli disse, abbracciandola furiosamente. - Non  vita questa. Se fossi certo che ella avesse gi fatto testamento in tuo favore, sarei capace di una pazzia... Ma cos siamo poveri: io non ho niente, tu non hai niente, ed anche se tu dichiarassi ai tuoi che vuoi sposarmi come faremmo a vivere?
- Tu hai ragione - disse Rosa.
- La vita  lunga: vedi come zia Areca ha vissuto! Verrai stanotte dietro lo scoglio?
- Non so. Nonna non dorme mai; e sebbene io stia sola con lei nella capanna, perch nonna non vuol essere disturbata dal pianto dei bimbi, non so se mi sar facile uscire...
Quella notte, per, verso le undici, quando tutti dormivano, e sulla spiaggia illuminata dalla luna risuonava soltanto il romoro delle onde, zia Areca cess a un tratto di gemere e chiuse gli occhi.
Rosa, che fingeva di dormire, si sent battere violentemente il cuore, ma attese ancora prima di muoversi. La vecchia non respirava neppure.
- Che sia morta? - pensava Rosa.
- Questa sera mi ha parlato pi teneramente del solito. "Rosa, - mi disse, - povera Rosa di maggio, abbi pazienza: tu ti sagrifichi giorno e notte per me, ma la ricompensa non ti mancher, n in questo n nell'altro mondo. Va, io ho pensato a te fin da quando eri bambina".
Queste parole palpitavano nel cuore di Rosa e le davano una ebbrezza di gioia; ella non vedeva l'ora di ripeterle ad Antonio-Maria, e le parve un sogno quando pot alzarsi ed accertarsi che la vecchia aveva gli occhi chiusi, la bocca chiusa, le mani stecchite abbandonate sulla ruvida coperta. Il grosso rosario nero caduto per terra, pareva un piccolo serpente addormentato.
Ma alla sua gioia Rosa sent mischiarsi una misteriosa paura.
- E se fosse morta? Devo chiamarla? Ma... e se si sveglia?
Usc cautamente, scese fino ad uno scoglio che pareva un enorme dente nero cariato, e si trov fra le braccia di Antonio-Maria.
- Senti, - ella disse tremando di piacere e di paura, - nonna non si muove, non respira; non l'avevo mai veduta cos. Eppoi senti cosa stasera mi disse... Credo che abbia fatto testamento in mio favore...
Il giovine ascoltava cacciandosi un pugno in bocca, quasi per rattenersi dal gridare di gioia. Poi volle andare a veder la vecchia, a costo di svegliarla, e trascin seco Rosa. Nella capanna, al chiarore tremulo d'una fiammella che ardeva sempre entro un bicchiere a met riempito d'olio, zia Areca taceva, immobile, con la bocca e gli occhi chiusi, e le mani stecchite abbandonate sulla ruvida coperta. Pareva morta, pietrificata, mummificata da secoli.
- S, pare morta - mormor il giovine, senza esserne certo. Ma non os toccarla, anch'egli pauroso di svegliarla.
- Santa Greca mia, bisogna avvertire mia madre...
- Tu sei pazza! Stiamo prima un po' assieme. Se non profittiamo di questa notte, chiss quando potremo trovarci soli!
Rimasero entro la capanna, ma non poterono scambiarsi neppure un bacio. La presenza della vecchia, nera sotto le pennellate tremule di quel chiarore giallastro, o piuttosto il pensiero che ella potesse svegliarsi, o che fosse morta, li divideva inesorabilmente. Alla fine il giovine, non potendone pi, prese Rosa e la port fuori quasi di peso, attirandola dietro lo scoglio. La luna tramontava sopra la montagna, coperta di nebbia azzurrognola; il mare pareva di latte e d'inchiostro; grandi nuvole salivano sull'orizzonte, dal mare al cielo: tutto era silenzio.
Le ore passarono. Per i due amanti fu un idillio macabro, tragico, d'una ebbrezza selvaggia. Essi pensavano che la vecchia forse era morta davvero, ma vivevano della sua morte, presi da una folla di vita, di giovent e di passione.

Pi volte, per, Rosa disse, stringendosi paurosa al giovine:
- Fiorellino mio, ho paura. Mi pare di veder la morte aggirarsi qui intorno...
- Lasciala fare, - egli rispondeva, - non prender certamente noi.
Di tanto in tanto Antonio-Maria s'avvicinava alla capanna, spiando. Sempre silenzio. No, non c'era dubbio: la morte aveva portato via la vecchia. Poco prima dell'alba, sentendosi rifinito, egli entr nella capanna, prese il paniere delle provviste e una bottiglia di liquore e torn dietro lo scoglio. Rosa non volle niente, ma egli mangi e bevette fino ad ubbriacarsi.
L'alba sorprese gli amanti, e Rosa si decise ad andarsene: prese il paniere e la bottiglia vuota e torn verso la capanna. Il cielo si copriva di nuvole, il mare diventava nero e giallo come ella non lo aveva mai veduto; una calma funebre regnava. Zia Areca stava sempre immobile sul suo giaciglio, ma aveva ritirato sotto la coperta la mano non paralitica. Rosa, che si sentiva gi cupa e triste, prov un misterioso spavento non vedendo pi quella mano. Un sudore freddo la gel tutta; ma a poco a poco si rinfranc e pens:
-  meglio che sia viva! Ah, avrei avuto rimorso per tutta la vita, ricordando che io stanotte mi divertivo mentre ella era qui, morta!
Pens di avvertire Antonio-Maria e si affacci all'apertura della capanna con l'intenzione di chiamarlo; ma alla luce di quella tetra aurora vide, su un cupo sfondo di mare, la figura del giovine allontanarsi lungo la spiaggia ove usavano bagnarsi gli uomini, e non os chiamare. Rientr nella capanna e cominci a preparare il caff. Improvvisamente si lev un vento furioso, le onde si sollevarono, le capanne tremarono: la vecchia si dest e guard fuori con occhi pieni di stupore.
- Rosa! Mi pare di venire da un altro mondo - disse. - Santa Greca sia lodata, da quanti anni non dormivo cos bene! Ma guarda, guarda il mare! Pare l'inferno; s, in verit, guarda: le onde sembrano diavoli che giochino un gioco spaventoso. Ah, questa volta davvero qualcuno porteranno via!

Portarono via Antonio-Maria, che ubbriaco e sazio era sceso a bagnarsi. Quando il mare si calm, fu visto galleggiare in lontananza il cadavere completamente nudo del giovine servo.
Rosa fu presa da convulsioni: ricordava ci che aveva detto il giovine, durante la loro ultima notte d'amore:
- Lasciala fare, la morte: non prender certamente noi!
E invece se lo aveva preso!
- Santa Greca nostra, come l'uomo  cieco - disse un giorno la vecchia, bevendo il caff. - Antonio-Maria predicava sempre: "Zia Areca, pensate a morire; zia Areca, la morte sta per gettarvi il laccio!". Ed ecco che essa passa e fa uno scherzo: invece di gettare il laccio alla vecchia lo getta al giovane! S, qualche volta pare che scherzi, quella zia Morte! Maria Itria, figlia mia, d attenzione a tua figlia Rosa; e prendi la chicchera, ecco; questo caff era freddo.



"I GIUOCHI DELLA VITA"

Goulliau e sua moglie scendevano per via Nazionale. Era ai primi di novembre, ma faceva gi freddo e l'aria stagnava umida e nebbiosa sotto il cielo coperto.
A quell'ora, fra le otto e le nove, via Nazionale perdevasi quasi deserta, fra due sfondi fumosi, sotto la luce violacea, ora viva ora smorta, delle lampade elettriche; molti negozi erano gi chiusi, i marciapiedi parevano pi larghi del solito; i tram scendevano a precipizio, mugolando, tra un fantastico splendore di scintille violette che apparivano e sparivano sui binari umidi. Nel deserto lontano di piazza Termini il getto della fontana slanciavasi tra la nebbia come un enorme stelo di cristallo color lilla.
I Goulliau camminavano in fretta per riscaldarsi; la moglie dava il braccio al marito: egli stringeva nella sua la mano sottile di lei. Erano entrambi vestiti benino, ma con abiti ancora estivi: Goulliau aveva un'aria d'artista, i capelli lunghi ed il cappello a cencio: la moglie era alquanto pi alta di lui, con un piccolo viso nerastro circondato da un grande arruffo di capelli nerissimi sbuffanti sotto la paglietta nera guarnita di una piuma d'avoltoio.
Il giovine raccontava un sogno fatto la notte prima:
- Mi pareva che l'editore avesse risposto: accettava (La Primavera) e ci dava mille lire, ma voleva la propriet assoluta, e voleva pubblicare il volume col tuo solo nome di signorina, perch altrimenti, diceva, il romanzo sarebbe parso una traduzione.
-  un sogno o te lo sei immaginato tu? - domand Carina con voce distratta.
- E me lo sia immaginato io! Tu non credi neppure ai sogni!
- Ci sono dei sogni cos curiosi! - diss'ella animandosi. - Anch'io ne ho fatti tanti, tanti che ora non ci credo pi. Non importa: stasera sono di malumore, non badarci. Dopo tutto, di fame non morremo.
Tacque un momento, poi riprese:
- Ci che mi avvilisce  il freddo: quando ho i piedi freddi non ragiono pi: mi avvilisco come quando penso a ci che tu sei.
- Che cosa sono io? - chiese il giovine ridendo.
- Un manutengolo vile.
Egli era impiegato nel Lotto, e per Carina, nemica di tutte le istituzioni, il Lotto era naturalmente un continuo ladrocinio.
- Benissimo, grazie - disse il giovine inchinandosi. - E tu che mi hai sposato cosa sei?
- Manutengola anch'io - ella rispose scherzando.
- Tu non avevi bisogno di ci; e tuo padre...
- Basta! - diss'ella con voce quasi selvaggia.
Tacquero; e l'ora dei crudeli scherzi pareva passata, quando la giovine coppia raggiunse nel marciapiede, prima di arrivare al bazar Roma, due donne impellicciate, una delle quali lasciava strascicar la coda del vestito con un'aria ridicola da gran dama.
- Per acquetare i miei nervi ho bisogno di mettere il piede su quella coda - disse piano Carina. - Infatti mise il piede sulla gonna dell'elegante signora e pass oltre trascinandosi dietro il marito esterrefatto.
La gran dama di "princisbecco" imprec in romanesco, ma i Goulliau eran gi lontani, confusi tra i curiosi che guardavano le vetrine del bazar; e Carina rideva come una ragazzina.
- Chi le aveva detto di lasciar strascicare la coda? - diceva. - Peggio per lei.
- Sei pur cattiva, per. E se lo facessero a te?
- Io non sono una bestia e perci non posso aver la coda - ella rispose. E riprese l'argomento di prima: - Son cattiva perch fa freddo. Perch deve far freddo? Perch siamo poveri? Perch mio padre ha sposato quella donnaccia e mi nega il sussidio mensile? Perch non trovo un editore mentre tante stupide donne, tanti scimmiotti, tante cretine lo trovano?
- Il tuo torto  di crederti superiore a tutti - disse Goulliau, dandosi un'aria paterna. - Ci son pure delle donne che hanno meritato il posto ove si trovano, perch hanno lottato ed hanno avuto pazienza e costanza e non si sono credute (qualche cosa) finch il pubblico non lo ha loro detto. Tu invece non vuoi lottare, e ti battezzi gi da te per un fenomeno d'ingegno e ti credi una vittima perch cinque o sei editori hanno respinto il tuo manoscritto. Vedi, io credo che se tu fossi pi umile saresti pi fortunata.
Per tutta risposta la moglie rise ancora, beffarda, ma Goulliau non si offese. E non si offese perch non si sentiva veramente convinto degli argomenti che adoprava per confortare la moglie.
- Un altro tuo torto, - riprese tuttavia, -  quello di voler mandare il manoscritto soltanto ai grandi editori: un modesto editore potrebbe...
Carina sbuff, sospir, scosse il marito.
- Non ne posso pi! - disse. - Fammi il piacere di finirla o ti cavo gli occhi.
- Grazie. Sei ben gentile!
Non parlarono pi.
Intanto erano giunti vicino al teatro Nazionale e si fermarono un momento davanti alla vetrina Mantegazza, guardando i libri nuovi.
Entrambi pensavano sempre alla stessa cosa, ma non osavano pi parlarne.
Una luce cruda, che rendeva azzurrognolo il viso dei passanti, inondava la vastit delle vie ora pullulanti di carrozze e di folla: i marciapiedi viscidi splendevano al riflesso dei caratteri elettrici che sulla facciata del (Nazionale) stampavano con lettere di fuoco il titolo della commedia che si rappresentava quella sera. La gente affluiva al teatro: una (botte) si ferm presso i Goulliau, e ne scesero due donne, una grossa, dipinta, col gran cappello piumato, e l'altra a testa nuda, bionda, sottile, poveramente vestita. La prima si avvi al teatro, la seconda si ferm presso Carina, guardando automaticamente la vetrina del libraio: aveva gli occhi cerchiati, fissi, verdognoli, in un viso immobile di cera. Vedendosi osservata da Carina si volse, si anim, guard la giovine coppia con invidia selvaggia, poi and via.
- C' della gente pi infelice di noi - pens Carina, ma non si confort.
Passarono oltre. Dall'arco della Pilotta veniva fuori una carriola carica di lamine di ferro che producevano uno scroscio metallico assordante; seguiva un carretto tirato da un asino e i Goulliau passarono di corsa tra i due veicoli, l'ultimo dei quali fu sul punto di investirli.
- Ci mancherebbe altro che di essere investiti da un asino! - disse Carina. - Poco male da un automobile, ma da un asino!
-  meno pericoloso: ti servirebbe di (rclame).
- Giammai! Giammai! Giammai! - diss'ella scuotendo il capo. - Una volta Candido e Pangloss, o come si chiamava, volevano suicidarsi, ma avevano la rogna, e non si uccisero per paura che il giornale locale scrivesse che s'erano suicidati perch avevano quella brutta malattia.
- Che c'entra? - chiese il giovine.
- Ecco, - spieg Carina, - preferisco che il giornale non faccia il mio nome anzich dica che sono stata investita da un asino: ma dimmi un po', fin dove arriviamo?
- Fin dove vuoi. Entriamo al caff? Permetti che ti offra qualcosa? - chiese Goulliau galantemente.
- Grazie, signore, non prendo niente! - ella rispose sullo stesso tono.
Tutte le sere avveniva quella piccola scena: Goulliau offriva a Carina di condurla al caff, ella rifiutava; pareva uno scherzo, ma quello scherzo riusciva loro amaro, perch entrambi sapevano che oramai non potevano pi permettersi il lusso di andare al caff.
Arrivati in piazza Venezia si fermarono ancora all'angolo del Corso e videro un collega di Goulliau fermo in ammirazione davanti alle vetrine del pizzicagnolo Dagnino.
- Calzi! - chiam il giovine.
L'altro si volse: era un individuo d'et incerta, avvolto in un mantello turchino, di quelli che si usavano quindici anni fa; un tipo d'ebreo biondo con un piccolo cappello duro posato un po' indietro e un po' a sghembo sui capelli rossastri divisi da una larga scriminatura. Sull'occhio destro teneva il monocolo, che lo costringeva ad un continuo sogghigno.
- Come va? - chiese, volgendosi verso Goulliau.
Egli non guardava mai in viso Carina, sebbene fossero amici da molto tempo, e mai le rivolgeva per primo la parola.
- Che cosa fai? - chiese Goulliau. - Che cosa scopri di nuovo?
- Sai, - rispose l'altro con grande seriet e importanza, - da questo pizzicagnolo ho scoperto una bellissima cosa: il salame di Viadana!
- Davvero?! - disse Goulliau, fingendo una grande sorpresa. - Ed altro, cosa?
Intanto guardava anch'egli nella vetrina, ma la moglie lo tir per il braccio.
- Andiamo, - disse, - perch guardate queste porcherie?... Venga con noi, signor Calzi, altrimenti vada a farsi benedire...
Il Calzi si mise a fianco di Goulliau che gli disse:
- Dall'altra parte! Sei poco galante, caro mio. Tu non farai mai carriera.
Il Calzi pass vicino a Carina.
Anche il Corso era quasi deserto, vuoto, col lastrico fangoso e sporco: sembrava un immenso andito, sotto la lontana vlta del cielo nero, con le lampade immobili, pallide e giallognole fra la nebbia.
- Come vanno i suoi matrimoni? - chiese Carina.
Il Calzi, che si fermava davanti a tutte le vetrine, il cui riflesso faceva scintillare il suo monocolo, cominci a ridere di soddisfazione e di piacere per la domanda della giovine signora.
- Benissimo! Benissimo! Solo che... che c' troppo da scegliere; ci vogliono pi francobolli che altro. Ma perch lei non s' messa la mantella che aveva l'altra sera? Non ha freddo cos?
- E pare che non mi guardi! - disse Carina. - Dunque, dunque, cosa si conclude?
- Niente ancora. Pazienza e sangue fresco, diceva l'apostolo Santa Barbara.  un giuoco che mi diverte assai, tanto pi che spero di trovare una carta buona.
- Ma quella vedova? Non avevate poi combinato? - domand Goulliau, sporgendosi in avanti.
- Ma che vedova! Niente affatto, non era una vedova.
- Che cosa diavolo era dunque?
- Qualche cosa di simile! - disse Carina ridendo. - I soldi c'erano per, signor Calzi? S? E allora cosa vuole? Se ci sono i soldi, coraggio e sangue fresco, non badi ad altro.
- Ma non c'erano neppure i soldi, cara lei. Ora senti che mi capita oggi. Senti, senti! - disse Calzi, rivolgendo quel (senti senti) pi a s che agli altri.
Si tolse il monocolo e cominci ad alitarlo e pulirlo. Intanto raccontava:
- Ieri mi arriva una lettera:  la ventottesima, credo: te la far vedere: "Caro signore, ho letto il suo avviso sulla (Tribuna): credo che io possa convenirle, ecc., ecc. Quarant'anni, piacente, trentamila contanti, ecc., ecc. Per combinar meglio, se ella crede, venga domani alle dieci davanti al giardinetto Carlo Alberto: sar vestita cos, ecc., ecc. Lei tenga una margherita all'occhiello". Vattelapesca ora le margherite! Basta...
- Poteva metterla di carta.
- Basta. Vado, c'incontriamo: un rinoceronte, ma piacente davvero. Pi cinquanta anni che quaranta, basta, questo non importa. Mi fa vedere i suoi documenti, tutto in regola; accenno ai miei debiti: essa intende di pagarli; intanto camminiamo, e senza avvedercene, quasi, arriviamo davanti a Buton. Automaticamente, per abitudine, io mi fermo a guardare: anch'essa si ferma: allora io la invito ad entrare e bere un bicchierino di (curaao). A proposito, sai cosa ho scoperto? Il liquore di ginepro, autentico, fabbricato dai frati della gran Certosa.
- Ma davvero? - lo canzon ancora Goulliau, al quale il Calzi si rivolgeva sempre. - Dove? Dove?
- Continui la storia, signor Calzi! - supplic Carina.
Ma pareva che all'altro premesse pi il ginepro, perch propose con insistenza di tornare indietro per indicare ai Goulliau il (bar) dove si trovava il liquore.
- Front'indietro! - disse tosto il giovine, sempre canzonando.
- Io non vengo! - rispose Carina.
- Signora Caterina! Ed io non racconto oltre.
Allora tornarono indietro, tanto pi che la nebbia addensavasi, umida e fredda; risalirono piazza Venezia ed entrarono nel (bar). Il Calzi proseguiva il racconto:
- Dunque il rinoceronte accetta! Accidenti, uno, due, tre bicchierini, l'ultimo dei quali lo vuol pagar lei. Poi mi fa una proposta: "Andiamo fuori porta a far colazione; paghiamo met per uno". Andiamo: va benissimo.
- Ha fatto pagare tutto a te?
- No, abbiamo pagato a met, ma s' presa una sbornia terribile: ho dovuto farla mettere a letto, e l'ho lasciata l: che Dio ti benedica e Maria Santissima. Tre bicchierini di ginepro! - grid il Calzi, entrando nel (bar).
Un uomo con due cagnolini, uno pi minuscolo dell'altro, stava fermo davanti al banco. Carina si chin per guardare le microscopiche bestiuole e domand se erano madre e figlio.
- Quello l  il nonno! - disse l'uomo dispettosamente, quasi offeso.
- Cosa mangiano?
- Trenta centesimi di biscotti al giorno e un po' di latte.
Carina si sollev sospirando.
- Ti piacerebbe averlo? - chiese Goulliau rivolgendosi alla moglie come ad una bambina. - L'anno venturo l'avrai: allora saremo ricchi.
- Gi! Gi! - disse brutalmente il Calzi. - L'avrete pi grosso di questo. Senti, senti! Senti il ginepro, senti che aroma, senti che delicatezza! Sono veri o finti quei cagnolini? Signora Caterina, non si lecca le labbra?
- Sembra acquavite - disse Carina.
- Gi, gi, acquavite! - esclam offeso il Calzi. Uscirono assieme, ma egli rientr un momento nel (bar), poi raggiunse i Goulliau e li accompagn fino a casa. Risalirono via Nazionale, via Quattro Fontane, via Venti Settembre, ove i Goulliau abitavano all'ultimo piano di un immenso palazzo. Nella via deserta i quadruplici fanali parevano mostruosi fiori gialli velati di nebbia: nell'angolo della fontana verso il palazzo Barberini una gobbetta bionda rannicchiata su una sedia vegliava il suo piccolo banco di fiammiferi e di giornali. Una tristezza infinita gravava sul quadrivio fangoso, insolitamente deserto, chiuso dagli sfondi nebbiosi; e la gobbetta pareva il genio deforme e melanconico della notte fredda illuminata dai grandi fiori strani dei fanali gialli. Carina osserv ogni cosa e si sent stringere il cuore da una tristezza profonda. Il chiacchiero del signor Calzi le urt i nervi come lo stridere di un ferro arrugginito, tanto che sent il bisogno di dire qualche insolenza.
- Signor Teodoro, - chiese, - perch non si suicida, lei? Che fa nella vita?
L'uomo la guard stupito; poi guard Goulliau e vedendolo ridere si mise un dito sulla fronte e scosse pi volte il capo.
Entrarono nell'atrio principesco del palazzone ove i Goulliau abitavano: una fontana mormorava in fondo al cortile, una grande lampada splendeva fra le colonne di marmo dell'ingresso maestoso. Ogni volta che Calzi attraversava quell'atrio sentiva una specie di reverenza, quasi attraversasse un tempio, e si fermava a guardare i gradini marmorei del (rez-de-chausse), e una nicchia ove biancheggiava una statua di pessimo gusto.
Anche questa volta si ferm, e Goulliau con lui: Carina and avanti per vedere se presso il portiere c'era qualche lettera per lei.
- Chi ci sta qui? - chiese Teodoro Calzi con sempre nuova meraviglia. - Accidenti, questi signori, si mettono le statue anche nelle scale!
- Se vedessi l'ingresso! - disse Goulliau. - L'altro ieri stava aperto perch c'era ricevimento: tutto di velluto, con alberi veri.
- Accidenti, chi ci sta?
- Una signora tedesca con la parrucca. Guarda! - esclam Goulliau, come colpito da un'idea luminosa. - Ti converrebbe benissimo, quella.
- Senti! Senti! - disse l'altro, con un modesto riso di soddisfazione; ma tosto cambi discorso.
- Peccato che non ci siano negozi in via Venti Settembre, - disse, - a me non piace per ci.
- Che vuoi? Oltre il re ci stiamo noi signori e non vogliamo essere disturbati... - rispose Goulliau, ma lo scherzo gli mor sulle labbra vedendo ritornar Carina, con un plico in mano.
- Il tuo sogno, eccolo! - ella disse con voce amara e dispettosa, quasi incolpando il marito perch il romanzo veniva ancora respinto. E s'avvi per la seconda scala dagli alti gradini nudi: il marito la segu, e Calzi, sebbene non invitato a salire, preso dalla viva curiosit di sapere che cosa conteneva il plico, raggiunse i Goulliau.
- Non l'hanno neppure letto, neppure letto! - diceva Carina, salendo rapidamente le scale, nel cui vuoto gelido la sua voce risuonava ansante e amara.
- Cosa non hanno letto? - si domandava Calzi; e pens una gherminella per far parlare Goulliau, ma non in presenza di quell'indiavolata della signora Caterina. Si ferm al primo pianerottolo e cominci a gridare:
- Amico, spero bene non mi farai salire fino alla cupola per dirti buona notte.
Goulliau si ferm, mentre Carina continuava a salire.
- Buona notte, dunque - disse Calzi, raggiungendo il giovine che aveva preso un'aria funebre.
- Non vieni su?
- A far che?
- Ti dar un bicchier di vino.
Calzi medit alquanto.
- Che vino ?
- Toscano.
- Sai dove c' del buon toscano? Nel tal posto: proprio stupendo.
Goulliau s'irrit un po', questa volta, e fu per risponder male; ma al contrario di sua moglie egli sapeva dominare i proprii nervi, e ripet l'invito che il Calzi accett senza farsi pregare oltre.
Carina era gi molto su, e Goulliau saliva lentamente, come stanco e distratto, fermandosi ogni tanto.
- Quanti gradini avete? Trecentomila? - disse Calzi. - Ogni volta faccio una sudatina che  un piacere.
Vedendo che l'altro non gli badava lo raggiunse e lo prese per il braccio.
- Pazienza e sangue fresco! - riprese; poi abbass la voce: - Cos' quell'affare che ha ricevuto tua moglie?
- Un manoscritto - rispose Goulliau suggestionato. - Il manoscritto di un bellissimo romanzo che essa ha scritto. Ella per si ostina a mandarlo ai grandi editori, che naturalmente lo respingono.
- Senti! Senti! Tua moglie una scrittrice! Questa  nuova, diceva l'apostolo Santa Barbara.
- Non ha pubblicato mai niente, per - disse Goulliau. - E il suo torto  di volersi far conoscere tutto ad un tratto.
- Senti! Senti! - ripeteva a s stesso Teodoro Calzi, pieno di meraviglia. - Come  lungo? Molto?
- No,  piuttosto breve; quasi una novella, ma originalissimo. Ho letto pochi romanzi cos perfetti - rispose Goulliau.
- Io lo venderei - disse Teodoro, fattosi pensieroso. - Un avviso sulla (Tribuna). C' sempre della gente che ha soldi da buttare. Giacch l'editore non si trova!
- Calzi! - disse inorridito Goulliau, pensando a Carina. - Se ella ti sentisse!
- (Ella)  un altro paio di calzoni! - esclam Teodoro non senza un certo disprezzo. - Le donne non ragionano mai. Accidenti, centosessantotto gradini! La torre del mio paese ne ha la met.
Eran giunti.
- Che puzza! - disse Calzi entrando nella piccola anticamera buia. - Non aprite mai le finestre, voi? Eppure qui dell'aria ce n'.
- Ma che puzza d'Egitto! - esclam Goulliau, cominciando ad irritarsi davvero. - Dov' la puzza? Sono i fiori che Carina ha portato da Ponte Nomentano.
- Fiori o non fiori, - riprese l'altro alzando la voce, - qui c' un odore orribile, e se non apri la finestra io non entro.
Goulliau dovette aprire la finestra della stanza da pranzo, che fungeva anche da salotto, mentre Carina rifugiavasi in camera da letto per sfuggire alla tentazione di scaraventare contro Teodoro il plico che teneva in mano.

- Sei gi a letto? Dormi? - chiese Goulliau entrando in camera circa mezz'ora dopo.
Carina, nascosta fin sul capo sotto la coperta rossa, mise fuori un dito e accenn di no.
- E i piedi come vanno?
- Bollenti.
- Che tipo quel Calzi! - disse il giovine, mentre si spogliava. - Non se n' andato finch non  riuscito a farmi dire ci che conteneva il plico da te ricevuto.
- Potevi farne a meno! - grid Carina mettendo il capo fuori e arrossendo di stizza.
- Calma, calma! - disse Goulliau, lasciando cadere una dopo l'altra le sue scarpe colorate. - Egli conosce tanta gente, egli pu parlare con qualcuno: conosce tipografi, giornalisti, deputati: tu sai che egli  una specie d'uomo d'affari.
- Io non ho bisogno di questa gente.
- Tu non hai bisogno di nessuno: e tutti per fanno a meno di te! - disse il marito, risentito.
Ella non rispose, colpita da quella triste verit. Goulliau prese in mano uno dei suoi stivali e automaticamente lo esamin; e s'accorse che lo stivale, oltrech essere pi d'estate che d'inverno, andava consumandosi, senza rompersi, come un malato che si ostina a non volersi dare a letto. Che tristezza, che tristezza in quella povera scarpa colorata e consumata come una persona tisica! Goulliau la rimise sul tappeto, e nel curvarsi a far ci fu preso da un impeto di ribellione contro sua moglie. Prima di sfogarsi, per, si tolse anche le calze, le butt sul tappeto, poi parl:
- Senti, certe volte io non arrivo a capirti: sei irragionevole come un cavallo maremmano. Cosa intendi di fare ora? Levatelo di testa, n Treves, n Roux, n altro editore, neppure Salani, giacch me lo fai dire, pubblicheranno mai il tuo romanzo. Sar,  anzi un capolavoro, ma non lo pubblicheranno. Perch ti ostini? Portalo ad un giornale: fallo conoscere, pubblicalo in un'appendice, ma pubblicalo: che cosa speri? Tu rassomigli a coloro che avendo un capitale e volendolo raddoppiare lo tengono infruttuoso piuttosto che darlo a miti interessi. Guarda altre scrittrici; han cominciato su giornaletti di provincia ed ora sono arrivate alle pi grandi riviste europee.
Carina rideva, di nuovo nascosta sotto la coperta. Incoraggiato da quel riso, Goulliau stacc da un chiodo la camicia da notte, e disse:
- C' il tal giornale che paga benissimo le appendici: e poi si obbliga di far pubblicare a volume il romanzo, riservandosi tutti i vantaggi di questa prima edizione. Perch tu non potresti...
-  quella bestia del tuo degno collega che ti ha consigliato? - grid Carina, mostrando di nuovo il viso infiammato sul candore del lenzuolo scosso. - Impiegati, impiegati! Voi non vedete al di l di due miserabili soldi!
- Ah,  vero! - continu amaramente. - Io non ho pi niente da portare sulla mensa quotidiana. Mio padre mi nega ci che mi aveva promesso, per dar da mangiare ad una donnaccia; io non produco,  vero, io non produco niente.  giusto dunque che io venda il mio pensiero;  giusto dunque che io abbassi la mia arte al mestiere di una serva!  giusto dunque che io metta in una triviale appendice il sogno della mia anima, per convertire in pane i soldi che le serve, che i cocchieri, che i fantaccini, lettori dell'appendice, mi daranno per l'ora di gaudio che io ho loro venduto... Vuol dire...
- Carina, tu ammattisci! - disse il marito coricandosi. - Clmati; io non ho voluto dire... Carina mia!...
Cerc di abbracciarla, ma ella lo respinse mettendogli le mani sul petto.
- Piuttosto, vedi, - disse, calmandosi, - vendo il romanzo a qualche persona cretina che lo pubblicher col suo nome. Mi avvilir io, ma non avvilir l'opera mia.
Goulliau ricord che Calzi aveva avuto la stessa idea, ma non disse niente per non irritare oltre sua moglie. Non manifest neppure i suoi apprezzamenti su quell'idea che nel Calzi era il principio e in Carina la fine di un ragionamento, ma sent un profondo disgusto della logica dell'amico e della moglie. Solo osserv:
- Ma la persona che acquista il romanzo pu pubblicarlo egualmente in appendice o da un editore popolare.
- Sei bene ingenuo! Chi (compra) un libro non lo compra per rivenderlo, e come paga l'autore paga il grande editore che glielo pubblica - rispose Carina, calmatasi interamente.
- E allora facciamo la pace! - disse il marito. - Oh, come hai i piedi freddi! Dicevi che erano bollenti!
- Sono bollenti perch ho l'illusione che lo sieno. Chi pu togliermi l'illusione? Vedi, mentre tu eri di l col tuo collega, io sognavo, mi formavo l'illusione di essere... Ma perch devo dirtelo? No, non te lo voglio dire: non lo meriti!
- Carina, - disse il giovine, con voce seria, - anch'io avevo l'illusione d'essere un uomo felice perch lavoravo ed amavo, perch andavo d'accordo con mia moglie ed essa andava d'accordo con me; perch eravamo poveri di denari ma ricchi di sogni, di amore, di buona volont, ed anche di spirito; perch infine possedevamo tutte le cose che i denari e la gloria non possono dare. Ora questa illusione mi pare che stia per svanire, perch io conosco una persona che quando sta bene, quando non  perseguitata dalle piccole avversit della vita, dice delle grandi parolone, dice che  forte, che  altera di essere povera e di essere un genio sconosciuto, che  buona e generosa; e poi, al primo ostacolo che trova si impenna e diventa cattiva come il diavolo...
- Io dormo... - disse Carina, che aveva chiuso gli occhi. - Il frate pu rivolgersi al muro per continuare il suo sermone.
Ma Goulliau sent che la voce di lei era mutata, e si volse, non per rivolgere il suo discorso al muro, ma per spegnere il lume. E poco dopo, nel buio della camera, rotto appena dal chiarore dei vetri senza cortine, che guardavano su uno sfondo di nuvole lontane, s'ud il suono d'un bacio.

Carina fu la prima a svegliarsi, e appena mise fuori della coperta la testina arruffata, si accorse che la giornata era bella e prov un impeto di gioia.
Attraverso i vetri appannati si (sentiva) il cielo purissimo: un grido liquido d'allodola veniva su, fra i canti di mille altri uccellini raccolti su gli alberi di villa Barberini, e dava a Carina l'idea di un lungo stelo d'acqua che si slancia fra i mille piccoli getti d'una fontana.
Il rumore incessante delle carrozze arrivava come lo scroscio lontano di un torrente.
Al romoro delle carrozze ed al canto degli uccelli fondevasi un timido lamento di violino, proveniente dalle due camere attigue, subaffittate ad un signore straniero.
Carina stette ad ascoltare: (vedeva) gli alberi gialli dei sottostanti giardini, quieti e roridi nel mattino autunnale, e le allodole e gli uccelli bagnati dalla rugiada delle foglie. L'allodola doveva aver freddo, forse anche fame, eppure il suo grido era allegro e infondeva letizia.
Ella ripens al plico buttato sul tavolino, e rassomigli il suo lavoro al canto degli uccelli. Era una storia lieta, tutta di felicit, fresca e soave come il titolo che l'adornava. Chi l'avrebbe letta avrebbe provato la sensazione di gioia che desta il canto degli uccelli; mentre, come gli uccelli al sopraggiungere dell'inverno, chi l'aveva scritta soffrirebbe il freddo e, chiss, forse anche la fame.
Carina non si creava illusioni, sebbene affermasse il contrario. Lo stipendio di Goulliau non poteva bastare oltre: di giorno in giorno tutte le cose pi necessarie alla vita diventavano pi care; l'(anno santo) gettava su Roma una maledizione infernale. Piuttosto che andare ad abitare in un'altra casa, e per non perdere la luce ed il sole della camera da letto, ove Carina passava tutta la giornata, i Goulliau avevano subaffittato due camere del loro appartamentino; ma ci non bastava, non bastava! Carina aveva licenziato la serva, e preso a mezzo servizio una vecchia cognata del portinaio; ma neppure questo bastava. Con tutto ci Carina non si disperava; ma quando aveva freddo non riusciva a dominare i suoi nervi; e una tristezza accorata la assaliva, pensando che avrebbe dato alla vita la creatura il cui germe cominciava appena a fecondarsi in lei, prima di aver raggiunto i suoi sogni di benessere.
E quei sogni che prima l'abbandonavano di rado ora cominciavano a sembrarle vani; i suoi nervi si risentivan del freddo come le corde di uno strumento musicale, e la sua anima rifletteva le nuvole autunnali come l'acqua d'un fiume; ma poi bastava il riflesso del sole, un grido d'allodola, la vibrazione dell'aria mattutina, per accordare nuovamente lo strumento e dissipare ogni nuvola.
Quella mattina, quando il marito si svegli, ella gli rivolse un discorsetto filosofico:
- Ascoltavo gli uccelli, - disse, - e pensavo che essi non hanno casa, n pane, n vestiti, eppure sono lieti, non solo, ma cercano, coscientemente o no, di rallegrare chi ascolta il loro grido. Perch non potremmo essere anche noi simili agli uccelli?
- ... Perch? - rispose il giovane. - Perch non possiamo prendere ci che troviamo, come gli uccelli...
- Perch non (sappiamo) prenderlo - disse Carina.
-  quanto ti dicevo ieri sera, dunque! - esclam il marito.
- Non ricordo che tu mi abbi detto ci - riprese lei. - Per ora ti far vedere se anche io sapr o no prendere il mio bene dove lo trovo.
- Che farai?
- Andr dal direttore di quel giornale per offrirgli (La Primavera). Se non la vuol lui, la vendo al primo che capita.
Vedendo che ella ripeteva sul serio quest'ultima idea, Goulliau s'oscur in viso, e disse con voce dura:
- Io non permetter mai ci: comprendi? Mai!
-  quel che vedrem! - diss'ella cantando.
Poi si alz, si lav, si pettin, and ad aprire la porta alla donna di servizio.
- Buon giorno, signora padrona! Che caldo oggi! - esclam la donna, una vecchietta stretta nel busto, coi capelli d'un biondo vivo, pettinata all'Iris, e con una vecchia pelliccia di Mongolia che le dava un'aria da signora.
- Siete venuta tardi, - disse Carina, - accendete subito il fuoco.
-  lei che s' alzata presto - rispose la donnina, levandosi la mantella. -  gi pettinata: uh, come  mal pettinata, coi suoi bei capelli! Se vedesse la signora del padrone di casa come si pettina bene!
Carina rientr in camera e and a scuotere il marito che leggeva.
- Suvvia, lzati, lzati, ch voglio aprir la finestra.
- Che hai stamattina, uccellino? - chiese Goulliau, scompigliandole i capelli. - Che cosa hai sognato?
- Lasciami, sono abbastanza spettinata. Lasciami, voglio aprir la finestra, voglio uscire; lzati, lasciami - diss'ella dibattendosi fra le braccia di Goulliau che le cingevano il collo.
- Hai il diavolo addosso, stamattina - diss'egli. - Dove vuoi andare a quest'ora?
Mentre egli finiva di vestirsi, Carina apr la finestra e si affacci; e sebbene abituata al sublime panorama che godeva quotidianamente dal suo alto davanzale, non pot reprimere un piccolo grido di ammirazione. Durante la notte aveva piovuto, ed ora tutta Roma, splendente fra tenui vapori azzurrognoli, pareva emergere dal mattino autunnale come una citt magica tra i veli appena squarciati d'un incantesimo.
Nell'ampio semicerchio dell'orizzonte il cielo incurvavasi con tenere sfumature di viola; linee di campagna verdi come il musco, alberi vaporosi come nuvole, nuvole rosee profilate d'oro, colorivano le lontananze della visione meravigliosa. Sotto la finestra di Carina, nei giardini Barberini, l'autunno sorrideva con tutti i suoi fascini. Gli alberi di un giallo acceso, e taluni di un rosso rugginoso, scintillavano, ancora bagnati dalla pioggia, e sullo sfondo dei viali carnicini sembravano enormi mazzi di fiori. Sulle statue corrose saltellavano gli uccelli: non un soffio di vento, non persona viva animava la solitudine del luogo: striscie d'acqua stagnavano sui gradini del belvedere, qualche foglia gialla volteggiava per l'aria fresca, cadendo silenziosa sui viali chiari. Sembrava un giardino incantato e ignoto, raccolto nel seno della citt; una perla giallognola nel cavo d'una conchiglia canora.
Quel giardino era la gioia e lo spasimo di Carina, che lo desiderava ardentemente e lo possedeva solo con lo sguardo. Tranne i giardinieri, ella non vedeva mai nessuno attraversare i viali gialli di sole o di luna, sempre pieni di sogni e di canti d'uccelli; e rassomigliava quel luogo ad un tesoro custodito da un drago maligno, che non lo godeva e proibiva agli altri di goderlo.
Oh, scendere laggi, nel perlato mattino d'autunno, godere la fragranza delle foglie morenti, la visione aperta del cielo brillante attraverso gli alberi d'oro: abbracciare, nella gioia del puro mattino, le vecchie statue corrose dal tempo e dalla loro stessa inutilit, gridare con l'allodola, scuotere i rami stillanti acqua e foglie morte di noia; dar vita al luogo, prender vita dal luogo magnifico e vano!
Chi le impediva di far ci?
Qual drago stupido custodiva i cancelli, e gliene proibiva l'ingresso?
Pens ai giardinetti aperti al pubblico ove ella andava a prendere il sole con le vecchie povere, e per concatenazione d'idee pens al giardino Carlo Alberto che doveva attraversare quella mattina per recarsi dal direttore del giornale al quale voleva recare il suo manoscritto. E subito sent un'onda di disgusto e di amarezza coprirle il cuore, ricordando che doveva convertire in pane il suo lavoro ideale. Si tolse dal davanzale e chiuse fragorosamente la finestra.
Goulliau aveva finito di vestirsi e spazzolava accuratamente il suo non nuovissimo cappello, dicendogli con rassegnazione melanconica:
- E ora andiamo in quella galera...
Carina guard il cappello, sent le parole che Goulliau rivolgeva al suo compagno di sventura, e dimentic gli uccellini, la bella giornata, la visione meravigliosa di Roma, tutte le cose belle ed inutili che poco prima l'avevano rallegrata.

Uscito il marito, ella scrisse al padre una lettera piena di insolenze, poi prese il suo manoscritto, usc e and alla stazione ad impostare la lettera. Le vie erano fangose, ma il cielo era azzurro e l'aria tiepida; nell'orizzonte alcune nuvole brillavano come colline d'argento. Nella piazza della stazione, la folla aspettava un pellegrinaggio meridionale. Dagli alberi del giardino piovevano goccie e foglie d'oro pallido; i tram scivolavano rapidi tra la gente che indietreggiava come al passaggio di una grossa ma tranquilla bestia.
E Carina dimentic le proprie cure per il piacere che sempre provava nell'osservare la vita multiforme della folla: piacere un po' caustico, o almeno creduto tale dalla giovine signora, che spesso, quando si fermava fra un agglomeramento di gente stretta intorno ad un ciarlatano, ad una vetrina, ad un furbo monello che disegnava una figura sul marciapiede, scusava la sua curiosit col crederla puramente artistica.
Ella impost la lettera, poi si avanz fino alle uscite della stazione, davanti alle quali s'allungava l'immobile fila delle monumentali vetture degli alberghi: qualche vetro luceva, un cocchiere, seduto pi alto degli altri, dominava la folla con una figura imponente di diplomatico da palcoscenico.
All'arrivo dei pellegrini la gente s'accalc intorno alle uscite; i soliti preti lunghi e grossi, con la barba non rasa da varii giorni, guidavano o spingevano torme di povere donne cariche di fagotti, stanche e piene di stupore. Un numero straordinario di venditori ambulanti prese d'assalto pellegrine e preti: uno specialmente, che pareva un signore, biondo ed elegante, agitava sul viso alle povere donne un fascio di coroncine dorate, gridando con voce monotona:
- Due soldi! Due soldi! Due soldi! I rosari dell'anno santo: due soldi, due soldi, due soldi!
Alcuni piccoli lustrascarpe, nascosti tra la folla, cominciarono a pulire rapidamente gli stivali delle pellegrine, mentre una nana, dal giacchettino violetto col suo bravo colletto di pelliccia, con le taschine piene di biglietti della fortuna, mormorava:
- Le guardie! Le guardie!
Due pellegrine, presso le quali Carina si ferm, guardarono la nana come un essere sovrannaturale; il piccolo essere s'accorse della curiosit che destava, e ne profitt per vendere alle donne i biglietti della fortuna.
- Avanti! - disse un prete con voce rauca, spingendo le pellegrine.
Venditori ambulanti e spacciatori di cartoline s'incrociavano e s'urtavano confidenzialmente: un tiepido odore di pasticcini errava nell'aria; mille voci vibravano tra il rumore diffuso e ronzante prodotto dalle vetture correnti, dai tram, dai suoni lontani.
Un grosso prete svenne tra la folla che gli si precipit attorno; anche Carina si spinse in avanti, e fra cento teste curiose ella intravide la fronte calva del prete farsi rossa e poi pavonazza, ud uno scherzo triviale mormorato da un venditore di pasticcini, e sorrise. Ma subito prov disgusto del suo sorriso volgare e crudele, e si scost dalla folla con un senso di vergogna e d'ira contro se stessa che s'era mischiata alla massa incosciente.
Mentre attraversava la piazza, una bicicletta le pass rasente: ella riconobbe nel ciclista biondastro dal berretto a visiera, un cronista del giornale verso la redazione del quale si dirigeva, e arross.
- Eppure non sono timida! - disse a se stessa. - Ho arrossito come se colui si fosse accorto ch'io vado ad elemosinare qualcosa.
E cammin. Le strade s'asciugavano rapidamente, i marciapiedi sembravano lavati: tutta via Nazionale, nel cui sfondo, sul cielo azzurro, salivano piccole nuvole d'un grigio dorato, era invasa da una viva luce azzurrognola, e le figure dei passanti si delineavano con nitidi contorni come in una luminosa fotografia.
Carina amava la grande e simpatica via con l'amore che si nutre per un paesaggio, per un motivo, per un'opera d'arte: talvolta, in certe ore della giornata, sotto certi effetti di luce, seguendo il largo ondeggiare della folla o perdendosi nei grandi marciapiedi vuoti, ella provava una specie d'incantesimo e non si accorgeva di camminare, o le pareva di attraversare un fiume, provando tutto il fascino che d il riflesso dell'acqua corrente.
Anche quella mattina, nella luce azzurrognola che illuminava i marciapiedi chiari, ella prov quel vago senso di beatitudine e di astrazione, pur ricordando dove era diretta e sembrandole di andare a compiere il brutale sacrifizio di tutti i suoi ideali d'arte.
- Io non sono timida: avanti! - ripet a se stessa, penetrando nella redazione del giornale.
Nella scala incontr una signora vestita di nero, e quest'incontro la incoraggi.
Avanti. Un caldo soffocante gravava nell'aria della scala un po' buia. Arrivata su, Carina si ferm ansante: il cuore le batteva forte.
Un ragazzo pallido, con gli occhi indifferenti e cerchiati d'uomo corrotto, le domand cosa desiderava.
- Il direttore.
- Non  venuto.
Ella, ricordandosi che non era timida, prese un tono arrogante:
- Se mi ha detto di venire alle undici! Portategli la mia carta!
Il giovinetto prese la carta da visita, spar, ritorn.
- Favorisca.
Carina si trov in una grande sala dalle cui alte invetriate pioveva una luce grigia di crepuscolo: vecchi divani gialli ed un gran tavolo coperto di panno verde formavano tutto il mobilio.
Un operaio, seduto in un angolo, aspettava pazientemente e timidamente. Carina prov ancora una volta un sentimento di umiliazione, vedendo che l'ora passava, che nessuno veniva a chiamarla, che ella, col suo manoscritto fra le mani, doveva aspettare pazientemente e timidamente come l'operaio venuto forse per reclamare contro qualche notizia di cronaca; e ad un tratto si ribell ed usc nell'andito. Parecchi individui entravano e uscivano: per gli usci spalancati s'udivano voci e risate d'uomini: qualcuno parlava al telefono, un giovine con una tazza di caff in mano apparve in fondo all'andito, e vedendo Carina le and incontro.
- C' il direttore? - ella chiese arrossendo.
- Favorisca - disse il giovine.
La introdusse in un salotto quasi buio, e mentr'ella aspettava, egli entr nella stanza attigua lasciando l'uscio socchiuso. E dovette dire che c'era una donna che voleva il direttore, perch Carina ud una voce nasale pronunziare con ironica compassione:
- Povero direttore!
Un lampo d'ira pass negli occhi di Carina. Per chi la prendevano? O indovinavano il motivo della sua visita, o sapevano chi era e la spregiavano fino al punto di compassionare e deridere la persona che doveva ascoltarla? Si sent vile e forte nello stesso tempo, e decise di andarsene; ma appena ella fu nell'andito il giovine mise fuori la testa dall'uscio e la chiam:
- Signorina, favorisca.
Ella torn indietro, un po' lusingata da quel "signorina", e il giovine la condusse nel salotto del direttore.
Un signore grasso e pallido, con due lunghi baffi neri, scriveva seduto davanti a un tavolo di legno lucente, che al riflesso d'una grande vetrata pareva d'argento. Nei cinque minuti che Carina stette l, non vide altro che il riflesso del tavolo e i baffi del direttore, osservando che uno di questi era pi lungo dell'altro.
- Va bene - disse benevolmente il direttore, dopo che ella ebbe fatta l'offerta. - Ritorni ai primi di dicembre e le sapr dire qualche cosa.
Ella si ritrov in via Nazionale senza accorgersi dove era passata: sentiva una grande tristezza, ma nello stesso tempo una viva soddisfazione per il sacrifizio che le pareva d'aver compiuto.
Risal lentamente via Parma, poi la gradinata del giardino, e s'appoggi alla balaustrata, osservando il travertino bucherellato del parapetto, pregno d'acqua come una spugna di pietra. Sui platani spogli, qualche foglia secca, color di ferro arrugginito, tremava e sembrava paurosa di staccarsi dal ramo che l'aveva vista nascere e morire. Carina guard la pietra e la foglia: ah, s, come corrodevasi il travertino, e come la foglia morta ostinavasi a rimanere sul ramo, cos il suo forte e dolce sogno erasi corroso ed era morto, ma si ostinava a non dissolversi ancora.
Trov a casa una sorpresa che sulle prime la divert gradevolmente: il cagnolino grazioso e pulito che la sera prima aveva visto nel (bar). La bestiolina, che pareva un canino di gesso ricoperto da una piccola pelliccia di Mongolia, aveva gi preso possesso del salotto da pranzo e strappava coi dentini la frangia d'una poltrona. Vedendo Carina la guard con uno sguardo quasi umano, coi minuscoli occhi neri lucenti, poi le gett sul viso un guaito tanto piccolo quanto insolente.
Ella prese fra le mani la graziosa bestiolina, la sollev in alto, se la mise sul collo, la port in camera e la gett sul letto. E mentre si toglieva il cappello e cercava un nastrino nel cassetto dell'armadio, rivolgeva un discorsetto al cagnolino, vezzeggiandolo infantilmente:
- E tuo nonno, dove l'hai lasciato, Cip, Cip? Dove sei venuto a stare, carino mio! Avrai freddo: ti metter la pelliccia di Lucia. Aspetta. Sta fermo! Ecco: quanto sei bello, ora, col nastro rosso! Ah, ecco! - disse poi, dopo aver annodato il nastro intorno al collo del cagnolino. - Come rider quel tipo di Goulliau! Aspetta, aspetta!
Udendo il marito salir le scale, corse, prese la pelliccia di Lucia e la gett sul cagnolino che rimase tranquillamente nascosto.
- Cinino, - disse al marito appena egli entr, - abbiamo gi il bimbo!
Egli, ancora ansante per le scale fatte di corsa, and a vedere cosa c'era sotto la pelliccia e cominci a ridere.
- Quel matto di Calzi! Che tipo!  lui che l'ha mandato?
- S - disse Carina, ridendo anche lei.
Ma il guaio venne dopo, quando il cagnolino rifiut ogni cibo, compresa la carne che Carina si degnava porgergli gi masticata.
- L'uomo che lo port disse che mangia solo biscotti - osserv Lucia.
- Ah, - disse Carina con amarezza, rivolta al cagnolino, - allora questo non  il tuo posto, bello mio!
Tuttavia gli fece comprare i biscotti, ma cambi d'umore. E cominci a prendersela col Calzi.
- Poteva farne a meno! Io glielo rimando, sai; che se ne faccia fare un arrosto!
Ma non lo rimand. Era cos grazioso e divertente! Invece di ingrossare diventava sempre pi piccolo, e Carina passava ore ed ore a lavarlo, pettinarlo e annodargli il nastro intorno al collo.
Una sera, per, agli ultimi di novembre, ella si accorse che il mantenimento del cagnolino gravava sul bilancio domestico, e pens con rancore: - La mia vita  cos seria e meschina che non mi permette neppure un momento di trastullo e d'inutile divertimento.
E si sfog con Teodoro Calzi che quella sera venne a suonare alla porta del freddo appartamentino.
- Dimmi, - chiese il Calzi appena entrato, rivolgendosi a Goulliau, - che cosa intendi di fare per Natale?
- Io? Niente. Eppoi mi pare che sia un po' presto per pensarci.
- Senti, senti! - riprese l'altro, togliendosi e piegando accuratamente il mantello. - Io invece ho gi provveduto, ho gi visto, ho gi stabilito. Hai veduto, in via Torino, nelle vetrine della Cooperativa Militare, c' la pentola col zampone...
- Signor Teodoro, - interruppe Carina, - noi per Natale arrostiremo il cagnolino che ella si  degnata donarmi senza che io ne la richiedessi.
- Senti! Senti! - disse Calzi, senza offendersi. - Dov' l'amico?
E volle vederlo, e osserv che era magro, e che senza dubbio la signora Caterina non gli dava da mangiare.
- Mangia mezzo etto di biscotti al giorno! - disse Goulliau.
- Sfido io se rimpicciolisce! Un etto ce ne vuole, un etto! Sai dove ci sono dei buoni biscotti?... Perch non lo lascia qui, signora Caterina? Dove lo porta?
- Se lo tenga pure! - disse Carina. - Se lo porti via: noi siamo poveri e nonch dar da mangiare ai cani non ne abbiamo neppure per noi.
Goulliau la guard sdegnato, ma la sua stizza cadde davanti alla tristezza vera e profonda di sua moglie. Carina cominciava a soffrire per la sua gravidanza: era pallidissima, con gli occhi cerchiati e le labbra bianche e raggrinzite, con tutto il viso atteggiato a disgusto e sofferenza. Anche Teodoro la guard alla sfuggita, e involontariamente strizz un occhio, causa per cui gli cadde il monocolo. Tanto per cambiare parl di un cognac veneto, e con gran mistero rivel a Goulliau il miglior modo di distinguere il vero dal falso (champagne).
- Quando tu vedi versare lo (champagne), - disse a bassa voce, facendo atto di versare del vino, - tu guarda il filo liquido che dalla bottiglia scende nel calice: se questo filo scintilla come l'oro, il vino  genuino.
Carina, seduta col cagnolino in grembo, sollev vivacemente il capo; ma Goulliau, pensando ch'ella volesse dire qualche altra insolenza, svi subito il discorso.
- Come vanno i tuoi matrimoni?
- Accidempoli, lasciami in pace! - disse Teodoro, stringendosi la testa fra le mani, ma sorridendo con soddisfazione. - Roba da impazzire: combatto con pi di settanta donne sulla quarantina, con dote pi o meno in contanti. Non parliamone!
- Mi pare che ella si vanti un po' troppo - osserv Carina.
Allora Calzi trasse di tasca un fascio di lettere pi o meno sgualcite, le sparse sul tavolo e battendovi la mano sopra, grid:
- Ecco le prove! Legga.
Ma Carina non volle leggere, mentre Goulliau apriva qualche foglio e leggicchiava e scoppiava dal ridere.
- E lei vuole ammogliarsi! - disse Carina con disprezzo. - Ma sa coscienziosamente cosa  il matrimonio?
- Lo so benissimo: anzitutto pagamento dei debiti...
- Lei ha debiti e vuol creare una famiglia... - riprese Carina, ma Teodoro la interruppe:
- Tutti hanno debiti: chi non ne ha?
- Noi, per esempio...
- Ah, voi! Perci siete nello stato in cui siete! - sentenzi con gran saviezza Teodoro.
- In che stato siamo? - chiese minacciosa Carina.
- Accidempoli, nello stato di non poter mantenere un cagnolino!
- Sia pure, ma non siamo al punto di vendere la nostra persona e la nostra libert, come lei!
- Carina, leggi questa,  proprio amena! - disse Goulliau, ridendo e porgendo una lettera alla moglie.
- Lasciami stare, non voglio sporcarmi le mani - ella disse.
- E lei, - sentenzi Teodoro Calzi, levandosi il monocolo e sollevando le sopracciglia, - lei vender qualche cosa di pi grande della libert, se vorr vivere; vender l'ingegno; e se lo ha e non lo vende e preferisce piuttosto soffrir la miseria, che  peggiore della morte, lei  una sciocca.
- E lei  immorale, lei  una bestia ed io la caccio via da casa mia...
Goulliau si alz, si avvicin alla moglie e le pass una mano sui capelli, pregandola di andare a letto.
- Fa il piacere, va, va.
Ma ella non si mosse, mentre Teodoro raccoglieva e riponeva le sue lettere e si alzava fingendosi dignitosamente offeso.
- Io me ne vado - disse mettendosi il mantello. - Ma creda pure, signora Caterina, lei ha torto. Cosa  la morale? Far del bene a noi stessi. Se tutti seguissero questa massima il mondo camminerebbe meglio. Se tutti nel mondo fossero come me...
- La vita sarebbe un lurido giuoco - disse Carina.
- E non  un giuoco?
- Ma non ancora lurido. D'altronde, - riprese Carina mutando voce, - che gusto c' a parlare con lei? Il mio stato, come ella diceva, deve essere ben misero se io sono costretta a parlare con lei.
Questo colpo, veramente, umili il Calzi, che lo par pi che mai trivialmente. Disse:
- Il suo stato  troppo interessante perch io debba darle il dispiacere di risponderle come si merita. Vada, vada a letto, e buona notte. Tanti saluti alla serva. Vieni tu, Goulliau? Buona notte, signora Caterina.
- Vado un momentino, poi torno subito - disse il giovane a Carina.
Ma dopo un minuto rientr, lasciando la porta aperta, mentre Carina deponeva sulla poltrona il cagnolino addormentato.
- Senti, - le disse, - Calzi vuole il cagnolino: vuol fare una burla, suonare al (rez-de-chausse) e consegnarlo al domestico che aprir.
- No! - grid Carina. - Sei uno stupido; va via!
- Scusami, sai! - diss'egli, un po' ironico. - Credevo che tu volessi fare un piccolo sacrifizio.
Carina s'irrit pi per queste parole del marito che per il tagliente alterco avuto col Calzi: un'ombra livida le pass sul volto, una vertigine di rancore e di angoscia le offusc la mente.
Spalanc la finestra della camera e guard in gi. La notte era oscura e fredda: arrivava solo, fino ai giardini, un barlume di luce dai fanali gialli delle Quattro Fontane e dalle finestre illuminate del palazzo Barberini: le foglie stridevano al vento come piccole onde risuonanti in una fredda solitudine. Sotto il cielo fosco e uniforme, Roma illuminata delineavasi nettamente, giallognola sullo sfondo del tenebroso orizzonte.
Carina s'assicur che nessuno poteva vederla, prese il cagnolino e lo butto gi. Poi chiuse rabbrividendo la finestra e scoppi nervosamente in pianto.

S, qualche volta ella aveva paura di diventare nevrastenica per il tormentoso lavoro del suo cervello in rivolta. Non era gi stato un segno di malattia il delitto contro l'innocente cagnolino che l'aveva divertita e le aveva fatto compagnia per tre settimane? E perch poi aveva pianto, cosa che non le accadeva mai? Era ella anormale come i quattro quinti delle donne? Ah, no, no, ella non voleva essere anormale, ella voleva prendere la vita quale era, esser pi forte della vita, vincere nel crudele giuoco della vita.
- Io voglio essere come un naufrago fermo su uno scoglio non lontano dalla spiaggia - pensava. - Intorno il mare  in tempesta, le onde urlano; ma domani sar sereno, ed il naufrago potr guadagnare la riva fiorita.
Intanto l'inverno avanzava, eccezionalmente rigido per Roma, e Carina soffriva il freddo, quando una lenta febbriciattola non la tormentava.
Nei giorni di sole ella andava a sedersi nel giardinetto Carlo Alberto, osservando con tenerezza accorata i giochi dei bambini; ma spesso doveva restare a casa e soffrire il freddo umido dei giorni piovosi.
Suo padre aveva scritto a Goulliau esponendogli il suo tristissimo stato finanziario: "Anch'io, - scriveva, - mi trovavo solo e spogliato da mani mercenarie: ho sposato una donna povera che purtroppo non pu offrirmi altro che affetto". Troppo poca cosa per vivere, l'affetto!
Sposando Carina, Goulliau non aveva preteso alcuna dote. Spontaneamente il suocero aveva stabilito un assegno mensile alla giovine e inesperta coppia: involontariamente lo toglieva, giusto ora che gli sposi ne avevano pi bisogno. Che poteva farci? Anche egli s'era illuso: soffriva, ma per ora non poteva rimediare. In avvenire, s; tanto pi che aspettava la promozione.
Anche Goulliau aspettava la promozione; ma nel mentre c'era tempo sufficiente perch Carina, bisognosa di cure, di buon nutrimento, di calore, di tranquillit, si consumasse e avvizzisse nel freddo e nella sofferenza, e il bimbo nascesse rachitico e non trovasse il nido caldo e fragrante che aveva diritto di trovare.
- Oh, piccole miserie delle vita; oh, coincidenze dispettose del destino; mancanze umilianti di quel piccolo superfluo che talvolta  pi necessario del necessario stesso; occulte anemie della vita, pi tristi, pi desolanti dell'aperta miseria esposta alla luce e spesso utilmente sfruttata! - cos pensavano i Goulliau, che invano ora si astenevano persino di entrare al (bar), invano percorrevano enormi distanze a piedi per non pagare due soldi di tram. Invano Carina aveva rinunziato alla serva, al sapone un po' fino, ai guanti di pelle; invano aveva buttato via dalla finestra, come una carta inutile, il grazioso cagnolino; erano piccole cose il cui sacrifizio dava rancore, ma non rimediava niente.
Anche Goulliau faceva molti piccoli sacrifizii e soffriva e si umiliava pi di sua moglie, perch lavorava e sentiva la vita pi di lei. Raramente andava al Costanzi, in loggione od in piedi, e provava una vertigine di ribellione e d'angoscia vedendo nei palchi le dame che non badavano allo spettacolo, mentre la sua Carina intelligente, che amava la musica, non poteva penetrare nel tempio dell'arte consolatrice. Poi anch'egli dovette rinunziare al teatro; ma spesso assisteva con amaro piacere all'arrivo degli spettatori, guardando con rancore i grandi annunz dell'atrio. Un palco, per una notte, ottanta lire! Ci che egli guadagnava in quindici giorni di lavoro!
Una sera, poi, vide che gli inservienti del teatro cacciavano fuori dall'atrio coloro che non avevano biglietti: and via prima che glielo dicessero, e sent un impeto d'odio verso la societ. Fuori, fuori! Fuori anche dall'atrio del grande teatro della vita, fuori, al freddo, al buio!

Verso la met di dicembre Carina and ancora nella redazione del giornale, ma le dissero che il direttore era assente da Roma. Torn agli ultimi dell'anno, ma per tre volte la respinsero, dicendole che il direttore era troppo occupato: scrisse e non ricevette risposta. Ogni volta che saliva quella scala semibuia e calda provava un impeto di umiliazione: le pareva di andar a chieder l'elemosina, ma fra s diceva, rivolgendosi all'essere ignoto che viveva in lei:
- Per te, per te!
Oramai non si trattava pi d'arte, ma di vita: e Carina chiedeva al suo lavoro intellettuale non un vano giorno di fama, ma il corredino del nascituro, il compenso per la levatrice, tutte le cose volgari ma fatalmente necessarie all'avvenimento che doveva compiersi.

L'ultimo giorno dell'anno i Goulliau incontrarono Calzi al Pincio. La giornata era splendida ed una folla enorme pigiavasi intorno al palco della banda; le vetture non circolavano pi, ferme una dietro l'altra, coi cristalli ed i fanaletti splendenti al riflesso del magnifico tramonto. Nei viali s'aggirava un numero straordinario di signorine eleganti, pi o meno belle, quasi tutte con gli occhi vaganti dietro sogni e ricerche amorose.
I Goulliau e Calzi trovarono posto in una panchina vicina alla terrazza, e Teodoro cominci a fare delle considerazioni filosofiche sulla folla che passava:
- Quanti odii e quanti amori, quanti vestiti e cappelli nuovi, quanta apparenza, quante perfidie e quanti sacrifizi, quante donne e quanti uomini, quante invidie e quante cambiali! E quanta canaglia!
- E noi siamo nel numero! - osserv Goulliau, tirandosi i pantaloni sui ginocchi.
- E va benissimo. Siamo nel numero. Sai cosa ho fatto oggi? Ho rifiutato.
- Un matrimonio?
- Senti, senti, accidenti come indovini! S, un matrimonio: trentasei anni, bellissima; pagamento immediato dei miei debiti, e trentamila in contanti. Inoltre, cugina d'un pizzicagnolo mantovano quasi milionario, e sua presunta erede.
- E tu te la lasci scappare?
- Mi dispiace per il pizzicagnolo, che poteva servirmi. Ma ci son delle pecche, capisci? Molte pecche nel passato.
- E la sua morale, signor Teodoro? - chiese Carina.
Egli parve solo allora accorgersi di lei.
- Oh, come va l'umore oggi, signora Caterina? Perch guarda quel tiro a due con tanta melanconia? Lei s'inganna se crede che quelle scimmie sedute sui morbidi cuscini di quella carrozza sieno felici. Creda pure, sono pi infelici di noi miseri pedoni.
- Vecchia storia, signor Teodoro! Noi pensiamo che i ricchi siano infelici per confortarci nella nostra miseria. Se non altro essi non sanno cosa sia il vile dolore del freddo.
- Oh, a proposito, cosa si fa domani?
- Mi pare che non sia niente a proposito - disse Goulliau.
- Senti, senti! E a proposito perch oggi non fa affatto freddo, e neppure domani ne far: per conseguenza, se volete venire domani andiamo a Ponte Nomentano a far colazione sull'erba.
- No - disse subito Carina, spaventandosi all'idea di dover spendere pi dell'ordinario.
- Perch no?
- Perch io non mi sento molto bene! - ella disse arrossendo; ma cap tosto che il Calzi aveva indovinato la ragione del rifiuto, perch egli trasse di tasca un numero del (Corriere della Sera) e glielo porse, indicandole col dito un avviso.
Goulliau si sporse in avanti per leggere l'avviso assieme a Carina. La luce del tramonto arross il giornale spiegato: in quel momento la banda cominciava la romanza di Cavaradossi; e la folla taceva. Un brivido passava per l'aria luminosa: il sole rosso calava in un cielo violaceo solcato da striscie infocate che parevano ruscelli di sangue, e sotto i grandi alberi incendiati dal tramonto gli strumenti musicali brillavano e squillavano come trombe d'oro, spandendo un'onda di infinito dolore sulla folla frivola e incosciente. Un turbine pass nella mente di Carina. L'avviso diceva: "Romanziere, costrettovi da urgenti necessit, venderebbe lavoro suo interessantissimo, e mediante compenso, presterebbe opera sua per la revisione o correzione di altri lavori del genere. Scrivere, ecc.". Dunque non era ella sola.
- Questo  un uomo! - disse Teodoro Calzi, levandosi il cappello. - Ed io lo saluto e lo ammiro.
Una vecchia signora vestita di chiaro, che passava pel viale, credette che Calzi guardasse lei e rispose al saluto. Bast ci perch Carina ridesse e riprendesse animo.
- Se il romanzo  scritto come l'avviso, deve essere davvero interessante - disse con ironia.
- Io venderei le mie vesti, il mio letto, tutto, tutto, persino le scarpe, prima di fare una simile cosa - esclam Goulliau.
- Ti faccio osservare - disse Teodoro Calzi, ripiegando il giornale - che lo scrittore in questione probabilmente non ha letto e tanto meno scarpe! E probabilmente vende l'opera sua per comprarsene un paio. E fa benissimo.
- E tu, allora, - scatt Goulliau - tu perch non sposi (quella l)?
- Quello  un altro par di pantaloni:  prostituirsi.
- E questo cosa ? - chiese il giovane, battendo un dito sul giornale.
Il Calzi scosse la testa.
- No, - disse con voce dolente, - voi non capite niente, ragazzi miei. Voi venderete il vostro letto, le vostre vesti, le vostre scarpe, e poi sarete costretti a fare ci che potevate far subito, senza tanti crepacuori.
- Si pu benissimo anche morire di fame - disse Carina. -  un modo di morire come tutti gli altri.
- Parole, signora Caterina, parole!
- Ma, - osserv Goulliau, - ammesso il caso che uno voglia davvero vendere il suo ingegno, come questo scrittore, c' poi l'imbecille che compra?
- S, son cose che accadono solo nelle novelle - disse Carina.
Calzi si tolse il monocolo e guard Carina coi suoi piccoli occhi giallastri. Era forse la prima volta che la guardava direttamente negli occhi, e il suo viso, met illuminato e arrossato dal tramonto e met pallido e in ombra, dest un forte senso di disgusto nella giovine donna.
- Vuole che me ne occupi io? - egli chiese. - Se vuole non ha che a parlare.
I Goulliau sapevano che Calzi s'occupava un po' di simili affari; per esempio, andava dagli strozzini in cerca di denari per certi colleghi, s'occupava di vendite e compre di mobili, cercava appartamenti e donne di servizio, metteva a posto qualche giovane senza impiego; quindi capirono subito che l'amico parlava sul serio.
- Fammi il piacere di parlare di cose pi allegre - impose Goulliau irritato.
Allora Calzi sollev il viso, si rimise il monocolo, accavalc le gambe e cominci a cantarellare: ad un tratto si alz, porse un dito che i Goulliau toccarono freddamente, e se ne and.
Carina guardava la folla, e mentre osservava i vestiti delle donne, i bimbi, un cane elegante che un giovinotto dai baffi dritti e dal soprabito inverosimilmente largo conduceva attorno, le signore che posavano sulle carrozze ferme, gli uomini che le osservavano, pensava qualche cosa di vago, di indistinto, ma molesto, ma doloroso, come la prima nebulosa idea d'un delitto. Poi guardava il lento e violaceo spegnersi del tramonto, e le pareva che qualche cosa si spegnesse cos, melanconicamente, entro di lei.
Goulliau si alz e le porse la mano. Ella prese la cara mano fedele, e cos uniti come due bambini, s'avviarono, sommersi nel fiume della folla che se ne andava.
Al di l della rada siepe rossastra degli alberi spogli, sull'orizzonte violaceo, le lunghe nuvole d'oro, simili a barche luminose, se n'andavano anch'esse, dileguandosi in un mare di tristezza.

Anche il giornale respinse il manoscritto. (La Primavera) non era un romanzo adatto per appendice, e forse neppure per volume da pubblicarsi in Italia! Il pubblico italiano, leggendo un romanzo o assistendo ad un lavoro teatrale, ama ridere o commuoversi fortemente. Ora (La Primavera) era una storia di felicit, lo studio di un'anima tranquilla; faceva pensare ma non commoveva. No, l'autrice s'ingannava credendo che il pubblico, stanco di sorridere nella realt, provasse refrigerio e riposo leggendo una storia serena. No, il "lettore"  un grande egoista che come si conforta crudelmente nell'apprendere le disgrazie altrui, cos chiede al libro, al teatro, alla cronaca, una storia di dolore od una farsa divertente. La felicit altrui lo annoia e lo irrita. Insomma  una deit crudele ed ha bisogno di vittime, vittima anch'essa di un feroce destino!
Queste tristi cose lesse Carina attraverso le righe freddamente cortesi della letterina che motivava il rifiuto del romanzo. Forse chi aveva scritto la lettera aveva voluto dire altra cosa, ma oramai Carina faceva parte del gran pubblico che soffre, e interpretava a modo suo il rifiuto del giornale.
Tutto questo non le imped di provare un dolore umiliante nel vedersi respinta anche dal posto che un giorno ella aveva disprezzato.

Agli ultimi di gennaio i Goulliau avevano gi qualche debito: fra gli altri uno verso la donna di servizio! Carina non dormiva pensandoci; le pareva vile, volgare e disonesto, e un giorno che Lucia insist per essere soddisfatta, la padrona le diede, a insaputa di Goulliau, uno dei pochi anelli che possedeva.
"Dar le mie vesti, il mio letto, le mie scarpe... - ricordava le parole dette a Teodoro Calzi - tutto, fuorch abbassarmi ad una volgarit". Ed ecco che l'esodo era cominciato: tutto, tutto ella avrebbe dato, ma poi? Ma poi arrivava il giorno nel quale il fatto volgare doveva compiersi: il creditore batteva alla porta, entrava nella casa spoglia, urlava, insultava e nello stesso tempo diceva una verit crudele: - Ho diritto anch'io di vivere: pagate il mio pane, pagate la mia casa, lavorate anche voi!
Lavorare? Ma se anche lei aveva lavorato e nessuno voleva compensare il suo lavoro? Nessuno? No, c'era qualcuno che voleva pagarlo, quel lavoro: perch non darglielo? Non era pi disonesto defraudare il prossimo? Ella pensava cos un pomeriggio di febbraio, appoggiata al parapetto della balaustrata del giardino Carlo Alberto. Come nel giorno in cui aveva portato il manoscritto alla redazione del giornale, ella guardava il parapetto bucherellato e gli alberi spogli che si allineavano sotto la balaustrata. Dietro di lei Carlo Alberto, grigio nell'aria un po' velata, sopra il giardino in quell'ora deserto e un po' triste, galoppava verso un ignoto destino; davanti a lei, sul marciapiede obliquo e solitario di via Parma, cadevano dagli alberi rossastri le ultime foglie morte, annerite dall'inverno.
Ed ecco che Carina paragon non pi il suo sogno, ma il suo orgoglio a quelle foglie ed a quella pietra, e pens che il freddo e l'umidore della stagione e le malinconiche vicende del tempo potevano operare sull'uomo come su gli alberi e sulle pietre.
Fece un giro per il giardino deserto, poi usc in via Venti Settembre. Un insolito andirivieni di vetture padronali animava la via; un drappello di bersaglieri scendeva quasi di corsa, simile ad uno stormo di grandi uccelli; passava, guidato da un soldato, un bellissimo cavallo le cui forme ondulanti sotto la coperta gialla davano l'idea d'un corpo di donna; una fila di chierici tedeschi rossi come enormi fiori di melograno animava lo sfondo giallognolo della piazza del Quirinale.
Carina ricord sempre quell'ora, il contrasto dei bersaglieri nerastri coi preti rossi, il cavallo elegante e il roteare delle vetture verdognole. Era troppo presto per andare incontro a Goulliau, come ella soleva tutti i giorni: si ferm quindi sulla piazza, davanti all'orizzonte argenteo coperto da una nebbiolina lattea, dove la cupola azzurrognola e l'ultimo profilo di Roma, velati e lontani, si delineavano come un miraggio al confine di un deserto vaporoso.
Carina stava l ferma, davanti alla balaustrata, quando sent una scossa misteriosa entro di s. Il suo bambino, la sua creatura, si muoveva! La giovine signora impallid, sebbene aspettasse da varii giorni quell'avvenimento naturalissimo; e nello stesso istante prov una sensazione strana. Le parve che la creatura avesse fame e si fosse svegliata e mossa solo per ci. Pens subito che forse era una suggestione derivata dai melanconici pensieri di poco prima; ma poi ricord che quel giorno ella aveva mangiato pochissimo e sent come una corda slanciarsi entro il suo corpo, dalle viscere alla gola, e le parve di soffocare.
Allora scese la gradinata e s'avvi verso l'Intendenza, decisa di chiamare Teodoro Calzi.
Arrivata all'Intendenza vide molta gente nell'atrio: era il giorno dell'estrazione del lotto. Carina si mischi alla folla, ma rimase nei corridoi per non esser veduta da Goulliau, che poteva affacciarsi alle finestre del suo ufficio, nelle quali apparivano visi attentissimi d'impiegati, assidui giocatori del lotto.
Molta gente ingombrava il cortile vasto quanto una piazza: dal cielo argenteo solcato di nuvole azzurrognole calava una luce chiara e diffusa che lumeggiava vivamente i gruppi delle persone attente all'estrazione: l'(eucaliptus) sporgente sul muro giallognolo a fianco dell'umido giardinetto in fondo al cortile, scuro e immobile nell'aria grigia, pareva pur esso attento alla scena.
Nella loggia dell'estrazione un usciere dai galloni d'oro sulle mostre rosse, finiva di gridare lentamente i numeri, mostrandoli da una parte e dall'altra, di qua e di l, alla folla attenta. Dalle sue mani il foglio su cui stavano impressi i numeri passava in quelle di un funzionario molto distinto, in cappello duro, che piegava con attenzione il foglietto e lo porgeva al direttore del Lotto, seduto nel centro della loggia. Carina osserv che il direttore, un signore serio, dalla barba accurata e dalle mani rosee, chiudeva i numeri nella palla, con una abilit disinvolta e piena di grazia. Pareva che quell'uomo serio e imponente non avesse mai fatto altro in vita sua, e mettesse tutto il suo impegno morale e la sua abilit fisica a compiere, come una missione straordinaria, quella semplice funzione delle dita, al cospetto di un popolo adorante la ruota entro cui la palla veniva gettata.
Vicino alla ruota che girava producendo un piccolo scroscio, un bimbo dal lungo grembiale bianco dominava col suo visetto pallido e scarno di vecchietto nano, il quadro delle figure serie allineate sulla loggia. E pareva che queste figure compiessero uno strano rito sopra un pubblico altare. Per Carina osserv che quasi tutte le persone riunite nel cortile e nei corridoi, per lo pi vestite miseramente o con quella decenza melanconica che rasenta la miseria, prendevano un'aria beffarda, forse per nascondere un interno sentimento d'ansia. Molti fingevano d'esser entrati per curiosit; altri consultavano foglietti e numeri; vicino a Carina un vecchietto con un lungo soprabito a scacchi contava lentamente sulle dita, agitando le grosse labbra livide.
Figure della mala vita, dal berretto a visiera e il bavero del soprabito rialzato, apparivano e sparivano fra i gruppi del cortile, nell'atrio sempre pi affollato, nei corridoi sozzi di sputi e appestati dal fumo dei sigari grossolani: e nella folla incolore spiccava la camicetta rossa d'una signora elegante, e si scorgeva un profilo di vecchio ebreo, una testa caratteristica emergente da un colletto di vecchio pelo giallo, e si notavano figure di bimbi incoscienti, e timide figure di donnicciuole borghesi dall'abito consunto che si tiravano indietro, appoggiandosi ai muri e guardando con vago timore la folla beffarda e la ruota dell'estrazione.
Nel mezzo del cortile, sul lastrico verdognolo d'umidit, due cestini d'arancie parevano bracieri colmi di fuoco; il venditore guardava l'estrazione e di tanto in tanto offriva con voce distratta la sua merce.
Il bimbo dal grembiale bianco venne bendato; la ruota gir pi forte. Cominci l'estrazione. Il bambino bendato, quel bimbo senza sangue e senza sorriso, che rappresentava benissimo una triste e anemica Fortuna senza malizia e senza grazia, accecata dal calcolo di uomini senza ideali, introdusse nella ruota la manina scarna ed estrasse con le ditina sottili una prima palla. L'usciere la prese, la mise su un piatto di reticella metallica, e la porse al controllore, che la pass al direttore. E le mani abili dell'uomo serio e imponente aprirono la palla con la stessa grazia severa con cui l'avevano chiusa. Il foglio scatur; fu svolto, pass nelle mani dell'usciere dai galloni rossi, che grid il numero, mostrando il foglio da una parte e dall'altra, di qua e di l, alla folla ansiosa. Subito dopo il numero apparve sull'inquadratura al di sopra della loggia. Un mormoro sal dalla folla attentissima; i gruppi si strinsero, qualche voce gett ai curiosi lo scherzo, l'osservazione, il paragone atteso; qualche risata vibr. Per cinque volte si ripet la stessa scena, lo stesso agitarsi, lo stesso mormorar della folla. Il vecchietto vicino a Carina guardava i numeri, consultava i foglietti che teneva in mano e scuoteva il capo, sporgeva le labbra livide, poi sbadigliava e sospirava nello stesso tempo. Carina lo guard con tristezza; il vecchio le fece un cenno di saluto e sbadigli con pi insistenza, come i gatti quando hanno fame.
- Avete giocato molto? - chiese ella, ma tosto si pent d'aver rivolto la parola al vecchio. Che le importava? Non era anche lei venuta per giocare un giuoco immorale come quello del lotto? Anche lei era una vinta, una sfruttata. Perch doveva interessarsi alle miserie altrui, quando ella stessa formava parte della folla miserabile?
Il vecchio, che aveva giocato un ambo - 1 e 17 - perch il figlio s'era rotto la testa cadendo da una finestra, narr che giocava sempre e non vinceva mai. Ebbene, a che servivano le disgrazie se non facevano vincere almeno un ambo?
Dopo questa considerazione profonda egli sbadigli ancora, rivolse supplichevolmente a Carina gli occhi azzurri iniettati di sangue, e abbass la voce:
- Signorina mia, non mangio da ieri; sono un povero vecchio, mi faccia la carit...
- Non ho niente - diss'ella con voce aspra. Il vecchio trasal e si allontan.
La gente se ne andava: sulla loggia vuota imperavano i numeri neri; sul muro giallo del cortile l'(eucaliptus) immobile nell'aria queta si coloriva d'un color rosa melanconico; il cielo rasserenavasi. A poco a poco il grande cortile verdognolo rimase vuoto, e Carina si trov sola nei corridoi, ove l'immondo passaggio della folla aveva lasciato la sua impronta di sputi, il fumo del tabacco ordinario, l'odore nauseante degli stracci e delle scarpe fracide.
Qualche persona s'affacciava ancora alla porta per osservare i numeri: due impiegati scesero di corsa le scale, saltarono la finestra del corridoio per uscir pi presto nel cortile e guardarono i numeri; entr una guardia municipale, guard e bestemmi; entr un soldato, guard e rise; entr una donnina bionda, a capo scoperto, con una vecchia pelliccia di Mongolia, guard i numeri, poi vide Carina dietro l'invetriata e salut. Era la vecchia elegante Lucia.
Carina le fece cenno d'entrare e la mand su.
- Chiama un usciere e digli di avvertire il signor Calzi che c' una signora che lo aspetta: bada che non ti veda il padrone.
Lucia sapeva qualche cosa delle avventure del signor Teodoro; credette che Carina volesse fare una burla, e sal.
- Viene - disse con aria di mistero, ritornando nel corridoio.
- Puoi andare - le disse la padrona, e la vecchia obbed.
Per un minuto Carina, seduta vicino all'invetriata ove la luce cominciava a impallidire, guard davanti a s la fila degli appoggiatoi di legno degli sportelli, i cui sostegni sembravano grandi punti interrogativi, e si sent battere angosciosamente il cuore: poi scoppi a ridere vedendo la faccia mortificata del Calzi, che era sceso a precipizio e s'avanzava nel corridoio.
- Credeva fosse una pretendente? - disse Carina, ridendo. - Gliel'ho fatta!
Subito ritorn seria.
- Ha visto Goulliau?
- Nossignora.
- Che ore sono?
- Mancano venticinque minuti alle cinque - rispose Calzi.
- Signor Teodoro, - disse Carina, alzandosi, - ho bisogno di lei.
- Senti, senti! Parrebbe vero.
- Faccia il piacere, non scherzi. Si ricorda ci che mi disse al Pincio?
Egli finse di non ricordare: ella torn a sedersi, e lo guard fisso.
- Faccia il piacere, - ripet, - non scherzi. Si ricorda benissimo. Avanti! Ho bisogno dell'opera sua, ma subito, prestissimo.
- Subito! Subito! - diss'egli, battendo le mani. - In due e due quattro! Pazienza e sangue fresco, diceva l'apostolo Santa Barbara.
- Ma quanto tempo ci vorr?
- E chi lo sa! - diss'egli facendosi pensieroso. - Bisogner stampare l'avviso, aspettare, combinare.
- Stampare l'avviso! - esclam ella, scoraggiata. - Ma allora potevo farlo anch'io! Poi vorrei che mio marito non s'accorgesse di niente fino a cose fatte: dopo, se grider lo lascieremo gridare.
- Che brava moglie! - esclam Calzi, battendo le mani.
Un passo risuon per le scale.
- Silenzio! - disse Carina, spaventata, credendo fosse Goulliau.
Un impiegato scese, pass, salut, and via: attraverso l'invetriata sporca scorgevasi qualche persona entrare ed uscire dal cortile sempre pi grigio.
- Facciamo l'avviso - disse Carina. - Lei lo porta subito alla (Tribuna), e non ci si pensa pi.
Il signor Teodoro trasse il suo taccuino e si mise a scrivere col lapis.
- Scrittrice... - cominci Carina.
- Ma che scrittrice!... Lasci fare a me, - diss'egli, masticando la punta del lapis.
Scrisse, cancell, borbott.
- Faccia presto! Faccia presto! - implorava Carina, guardando la porta verso le scale.
- Accidempoli, che fretta che... che ha! Mi lasci fare, dunque!
Finalmente lesse l'avviso:
"Noto scrittore, costrettovi bisogno, venderebbe a persona cui piacesse pubblicarlo col proprio nome, romanzo originale italiano di indubitato successo. Scrivere (Lapis), posta, Roma. Massima segretezza".
- Una, due, tre, dieci, venti, venticinque parole. Vediamo un po' se si pu abbreviare. Togliamo massima segretezza. Sar massima o minima.
- Lasci stare, - disse Carina, - va bene cos.
E guard entro la sua borsetta; ma Teodoro le disse:
- Non cerchi niente: vedremo poi... Oh, - soggiunse, dopo un momento di silenzio, durante il quale cancell altre parole dall'avviso, - e mi dica ora: quanto pretenderebbe lei?
- Non meno di tremila lire.
- Senti! senti! Lo stipendio d'un segretario! Quanto tempo ci ha messo a scrivere il libro?... un anno?
- Faccia il piacere! - ripet Carina. - Non mi faccia arrabbiare, ora. Vada via, e mi chiami Goulliau.

Goulliau scese poco dopo, seguito da Teodoro, e vedendo sua moglie pallida, quasi grigia in viso, ebbe una vaga intuizione della verit, ma non os dir nulla.
- Che hai? - le chiese toccandole la punta delle dita. - Come sei fredda.
- Si  mosso! - diss'ella a bassa voce.



"PADRE TOPES"

Qualche anno fa abitavano ancora, in un convento posto sulla vetta d'una montagna sarda, alcuni frati, credo francescani. Ogni tre o quattro mesi, uno di loro scendeva la montagna, prendeva un cavallino nel villaggio sottostante - e per lo pi questo cavallino veniva concesso gratuitamente da qualche ricco contadino del luogo - e visitava cinque o sei paesi, in cerca di elemosine.
Il pi giovine dei frati, soprannominato padre Topes, per la sua figurina timida di topo, dal lungo musetto pallido ed i piccoli occhi lucenti, aveva appena ventidue o ventitr anni, sebbene ne mostrasse di pi: pregava e taceva sempre; era in odore di santit, e si diceva fosse vergine. Egli era figlio d'un bandito morto assassinato molti anni prima: da fanciullo aveva fatto il mandriano, e sua madre, una fiera e miserissima vedova, avrebbe preferito ch'egli seguisse la via del padre, piuttosto che vederlo farsi frate.
Padre Topes, dunque, il cui vero nome era padre Zunne, pregava, taceva, e lavorava continuamente. La mattina per tempo egli mungeva le poche capre possedute dai frati, poi zappava nell'orto, cucinava, lavava le stoviglie, andava ad attingere acqua dal pozzo e dalle fontane. Nel pomeriggio stava lunghe ore alla finestra, gittando briciole di pane agli uccelli che volteggiavano intorno al suo corroso davanzale di pietra.
Una infinita solitudine avvolgeva il piccolo convento nerastro che cominciava a cadere in rovina: boschi millenarii di elci, roccie dai profili strani, che nei crepuscoli glauchi parevano enormi teste di sfingi; cespugli di agrifoglio e di felci di un verde giallognolo circondavano il convento e coprivano i fianchi della montagna piramidale. Dalla finestruola di padre Topes si godeva un immenso orizzonte, si vedevano montagne violacee sul cielo che cangiava colore ogni momento, e all'alba pareva soffuso di latte azzurrognolo, e al tramonto ardeva come lamina d'oro arrossata dal riflesso d'un fuoco potente. Sentiva padre Topes la grandiosa bellezza, la solitudine divina del luogo? Sentiva le acute fragranze del musco e delle piante aromatiche, che salivano dai boschi al cader della sera, quando la luna nuova, rossa come una ferita sul cielo violetto sfumante in rosa, in lilla, in glauco, calava sulle montagne della nata Barbagia; quando le roccie, al crepuscolo, biancheggiavano quasi di una luce propria, e tutto il bosco aveva fremiti, riflessi, mormorii arcani; e tutta la montagna pareva assorta in un sogno d'amore?
Chiss? Fatto sta che egli rimaneva ore ed ore alla finestra, anche dopo che gli uccelli s'erano ritirati nel bosco e nei nidi sulle roccie; e guardava "rapito in estasi" il magnifico orizzonte; e anche d'inverno, quando le nuvole e la nebbia stringevano la montagna, il piccolo frate usava affacciarsi alla finestra, col musetto livido e screpolato dal freddo, e guardava in lontananza, gettando briciole ai corvi che venivano dalle nuvole e tornavano fra le nuvole.
- Grazie, grazie, grazie - pareva dicessero i corvi col loro grido rauco, salutando lo strano fraticello.
- Egli diventer santo; santo come San Francesco - diceva fra Chircu, il guardiano, il quale di notte piangeva e si martoriava perch di giorno non poteva far a meno di ubbriacarsi.
Una volta, per, padre Topes cadde in peccato mortale. Ed ecco come.
Un giorno, ai primi d'aprile, mentre il piccolo frate stava alla finestra contemplando il cielo azzurro tempestato di piccole nubi che parevano foglie di rose, fra Chircu lo chiam e gli ordin di partire l'indomani per la cerca.
Di solito, in quel tempo dell'anno, i sardi sono molto poveri, ma ai frati dnno sempre qualche cosa.
Frate Topes part la mattina per tempo: il cielo era tutto argenteo, il bosco umido, le foglie secche e brune che coprivano il suolo brillavano di rugiada.
Un soave odore di violette e di narcisi avvolgeva il frate, che sorrideva beato. Ah come si sentiva felice di viaggiare! Avrebbe visitato tante belle chiese, avrebbe visto il vescovo di Nuoro solenne e bello come un santo apostolo.
Basta, arrivato in fondo alla montagna, davanti al villaggio nero e silenzioso come una cava di schisto, il frate si ripos sotto i bassi rami di un elce, vicino al quale gorgogliava una fontana. Poco distante c'era la prima casa del paese; ed una fanciulla alta e formosa, bruna ma con occhi turchini, usc da questa casa, venne ad attingere acqua alla fontana, e salut il fraticello sorridendogli graziosamente.
Egli la guard e non si turb affatto per la presenza di lei e per il suo bel sorriso; anzi le chiese a chi poteva rivolgersi per il cavallo. Ella nomin un ricco paesano. Egli trov il cavallo, part, gir per i villaggi, e visit tante belle chiese, ed arriv a Nuoro e vide il vescovo, alto, solenne e candido come un santo apostolo vivente.
Il tempo era stupendo; tiepido e molle: il sole gi caldo ma velato da vapori lattei, inondava di voluttuosi tepori le verdi campagne, freschissime, fiorite di margherite e di ranuncoli, di puleggio e di genziane.
Il fraticello viaggiava con piacere, salutando con gioia infantile tutte le persone che incontrava: qualche volta si tuffava fra le alte erbe tiepide, mentre il cavallo pascolava, e sentiva una dolcezza struggente, simile alle estasi che provava nel convento quando pregava sognando il paradiso.
Basta, una notte arriv tardi in un villaggio. La notte era chiara, tiepida, dolce e fragrante come una notte di giugno. Frate Topes avrebbe voluto dormire all'aperto, ma aveva le bisaccie gi colme e temeva lo derubassero. I tempi erano tristi; nel mondo c'era molta gente buona, ma anche molta gente cattiva. Eppoi egli si sentiva stanco, assonnato, bisognoso di riposo e di sicurezza.
Batt alla prima porticina che vide. Gli fu subito aperto da una donna alta e bella, bruna con gli occhi azzurri, che rassomigliava alla fanciulla incontrata vicino alla fontana.
- Che volete? - chiese ella bruscamente, guardandolo meravigliata.
- Cos e cos - egli disse ci che desiderava.
La giovine donna esit un momento, corrugando le foltissime sopracciglie nere; poi introdusse il frate ed il suo cavallo carico in un cortiletto attiguo alla casa.
- Io sono una donna sola, - disse, aiutando a scaricare le bisaccie, e ridendo un po' beffarda, - ma spero che la gente non mormorer, se vi faccio dormire qui.
- No, di certo! - rispose frate Topes sorridendo. - Ad ogni modo me ne andr prima dell'alba. Dormir magari qui nel cortile.
- Dio ce ne scampi; no! Per il servo di Dio  sempre riserbato il miglior posto della casa. Ma come pesano queste bisaccie! Avete fatto buona cerca?
- S; in tutti gli ovili mi han dato il cacio nuovo, che il Signore benedica le greggie. Ed anche l'olio mi hanno dato, le buone massaie, che sia benedetto il loro cuore!
- Amen! - disse la donna ridendo.
Aveva un contegno strano; e il suo sguardo lucente e il suo riso beffardo mettevano quasi paura. Sulle prime padre Topes la credette un po' matta. Ella fece entrare il frate in una bella camera azzurra e gli offr dei dolci, vino e liquori.
- No, no.
Egli respingeva tutto; ma ella insist con tanta grazia, carezzevole e insinuante, che egli mangi un dolce e poi bevette un bicchiere di vino, soave e forte come il profumo delle macchie aromatiche che circondavano il convento; poi ne bevette un altro, poi un calice di un liquore rosso e ardente come il cielo al tramonto veduto dalla finestra della sua cella; poi un altro ancora.
- E ditemi, dunque, di qual convento siete? Dove siete stato? - chiedeva la donna, ritta accanto a lui.
Ella era vestita con ricercatezza; aveva un corsetto che al riflesso del lume brillava di perline e di pagliette d'oro; aveva i neri capelli divisi sulla fronte e attortigliati intorno alle orecchie, lucenti d'olio odoroso; ed infine esalava un profumo di violetta che stordiva il frate.
Egli sentiva una dolcezza mai provata, una felicit infinita. Abbandonato sulla sedia, accanto al letto, gli pareva che tutti i suoi nervi si fossero spezzati, e il suo corpo non potesse muoversi pi; e provava un piacere indicibile per quella snervatezza, per quello sfacelo di tutte le sue facolt fisiche. Intanto raccontava i suoi casi alla donna attenta.
- Ah - disse ella stupita. - Voi siete il figlio di quel bandito? E perch vi siete fatto frate?
- Per espiare i peccati di mio padre! - egli rispose.
E subito sent un grande dolore per questa confessione che non aveva mai fatto a nessuno; ma la donna lo stord tosto con una sua risata beffarda.
- Perch ridi? - egli balbett.
- Perch sei uno stupido! - ella disse, chinandosi sopra di lui, e accarezzandolo. - Sei un bambino innocente, tu; sei innocente o no?
- S - egli disse, pallido e tremante, respingendola debolmente.
In quel momento s'ud battere alla porta, ma la donna finse di non sentire; e torn a curvarsi, prese le braccia del frate, se le cinse al collo e baci sulle labbra la povera creatura smarrita.
Egli chiuse gli occhi e due lagrime gli rigarono le guancie tremanti.
- Baciami - diss'ella, con una specie di delirio. - Suvvia, non piangere, non aver paura. Il peccato non esiste. Cosa  il peccato? Baciami.
Egli la baci.
E rimase due notti e due giorni nella casa fatale. Spesso udiva battere alla porta, e tremava tutto, ma la donna rideva e lo rassicurava.
- Quando non apro, vedono bene che c' gente e vanno via! - gli diceva sfacciatamente.
La terza notte lo mand via.
- Va, - gli disse, - ritornerai un'altra volta. Ora va.
Egli le lasci tutto ci che aveva nelle bisaccie.
A dire il vero ella sulle prime rifiut; ma poi si lasci facilmente convincere ed accett ogni cosa.

Frate Topes arriv al convento la sera dopo.
Quando fra Chircu lo vide si fece il segno della croce.
- In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, che  avvenuto, padre Zunne? Voi sembrate un vecchio di cento anni; pare siate entrato ed uscito dall'inferno.
- Ebbene, - disse il meschino, con voce spenta, - mi hanno assalito i ladri; mi hanno derubato e bastonato!
Padre Chircu, mezzo ubbriaco, cadde in ginocchio e cominci ad urlare contro la malvagit del mondo; poi si sollev aggrappandosi al muro e chiese:
- E il cavallo? Anche quello?
- No, quello l'ho riportato sano e salvo al padrone.
- Ebbene, uomo di poca fede, voi dovevate rifare il giro. E lo rifarete: quando udranno che i ladroni hanno assalito in voi lo stesso Ges Cristo in persona, raddoppieranno le offerte.
Padre Topes, gi pallido come un cadavere, divent livido e cominci a tremare.
- Padre, - supplic a mani giunte, - non mi mandate: no, non mi mandate. Mi assaliranno di nuovo. Ho paura. Abbiate piet di me; mandate un altro.
- Un altro non lo crederebbero: direbbero che facciamo una speculazione. Andate, padre Zunne; quando vedranno il vostro viso invecchiato ed i vostri occhi pieni di terrore, raddoppieranno le offerte.
Invano il piccolo frate preg e supplic. Padre Chircu sapeva bene il fatto suo, per non desistere dalla felice idea balenatagli in mente; per concesse a frate Topes una settimana di riposo.
Fu una settimana di martirio.
La primavera splendida della montagna avvolgeva di luce e di fragranze il vecchio convento verde d'umido e di musco. Le gazze fischiavano di gioia nel bosco odoroso di viole; ogni filo d'erba tremava e brillava alla brezza tiepida. Padre Topes delirava, col sangue arso da una invincibile ossessione di rimorso, di ricordo e di desiderio. E volevano ch'egli ripartisse! No, piuttosto morire; perch partire significava incamminarsi ineluttabilmente verso il peccato. Ed egli non voleva pi peccare: egli ora voleva vivere cento anni e poi altri cento anni nel convento, in una grotta, in cima ad una rupe, come San Simone sulla colonna, per espiare i peccati suoi e quelli di suo padre. Dopo una settimana per, si sent pi calmo e part. Un filo di speranza lo guidava: Dio misericordioso l'avrebbe aiutato.
Anche questa volta il cielo incurvavasi come una volta argentea al disopra dei rami contorti del bosco, ed un soave odore di violette e di mughetti profumava l'aria fresca dell'alba rugiadosa.
Ma padre Topes cominci a turbarsi nel respirare la fragranza del bosco: ricordava il profumo di (quella donna); e sentiva il suo cuore stringersi, stringersi, farsi piccino come una bacca d'agrifoglio. Una tristezza mortale lo avvolse.
Arrivato in fondo alla montagna, si ferm come l'altra volta, sotto il grande elce dai bassi rami, vicino alla fontana.
Il paesello taceva, lievemente colorato dal riflesso dell'aurora.
Come l'altra volta, la fanciulla alta e formosa, dagli occhi turchini e le labbra rosse, venne ad attingere acqua alla fontana. Vedendo il fraticello gli sorrise graziosamente e gli disse con voce carezzevole, come parlando ad un bimbo:
- Vi hanno dunque assalito, i ladroni? Ah, i cattivi ladroni! Essi andranno all'inferno...
Il piccolo frate non rispose: ma la guard come un pazzo. Ah, s, Dio santo e terribile, ella rassomigliava a quell'altra, e nel guardarla, padre Topes provava una vertigine di desiderio che gli ottenebrava gli occhi. Egli era perduto; perduto per tutta l'eternit. Sent che non avrebbe fatto un passo se non per avviarsi a (quel luogo), e non si mosse. Appena la fanciulla se ne fu andata, alta e bella e con l'anfora sul capo come la Samaritana, padre Topes la segu con lo sguardo ardente, poi si lev la corda grigia che gli cingeva i fianchi e la gitt ad un ramo. Salito sulla pietra che serviva da sedile, egli fece un nodo scorsoio alla corda, se lo pass al collo e si lanci nel vuoto.



"IL VECCHIO SERVO"

- Basile, ti deruberanno.
- No, babbo Ara, non mi deruberanno; babbo grande caro, mandatemi - supplicava il piccolo Basilio, accarezzando il nonno.
- Va bene, ma non tirarmi la barba: tu sai che la barba si tira solo ai caproni. Io ti mander, ma senti, Basilio, tu sai che mamma Ara  stretta (avara) come il pugno d'un morto. Se ti derubano, mamma Ara mi sgrider, ed io ti bastoner come un cane.
- Non mi deruberanno, ecco, ve lo dico io, babbo grande - ripet Basilio, con una seriet che faceva ridere.
- Eh, non basta che lo dica tu! Vedremo.
Il ragazzetto si mise a saltare per la gioia, spronando e frustando un cavallo immaginario: poi si avvicin ancora al nonno seduto all'ombra d'una quercia, e gli si appoggi sulla spalla. Formavano un bellissimo gruppo: Basile, coi suoi occhi neri lucenti come more, i lunghi capelli rossicci e la giacca di pelle, pareva un piccolo San Giovanni: il nonno, che ancora conservava la barba rossiccia, e aveva gli occhi neri lucenti, vestiva di pelo come un vecchio eremita.
E come in certe vignette bibliche [10], un lungo cane, sdraiato davanti alla capanna, vigilava il gregge pascolante; un corvo addomesticato correva di tanto in tanto a beccare le mosche che si posavano sul cane, una farfalla rossastra volava dalla capanna alla quercia.
Il verde piano dormiva sotto il gran sole di maggio; dalle alte erbe sorgevano altissimi fiori gialli e violetti, che a Basilio, quando si sdraiava sull'erba, pareva toccassero il cielo: attraverso le quercie apparivano lontananze azzurre, campi indorati dall'orzo maturo, montagne rosseggianti per la fioritura del musco.
- Basile, - disse il nonno, - va e chiama Sidru. Digli che devo parlargli.
Il ragazzetto s'allontan saltellando. Il servo non tard ad obbedire, ma s'avvicin a passi lenti. Era anch'egli vecchio, vecchio quanto il padrone: sbarbato e senza denti, coi capelli bianchi divisi sulla fronte, pareva una donna vecchia travestita da uomo.
- Senti, - disse babbo Ara, - da domani manderemo l'(entrata) [11] con Basile;  tempo che anche il pulcino si renda utile.
Il servo spalanc gli occhi, e la stizza gli accese il sangue. Ma era troppo vecchio per arrossire, e troppo furbo per non tradirsi.
- Ecco, - pens, - io non ho pi denti, ma sono ancora un peccatore; ogni sera, allorch rientro in paese col prodotto del gregge, prima di giungere alla casa del mio padrone faccio tappa davanti alla casa della mia "amica" alla quale regalo un po' di latte e un po' di formaggio. Poca roba, che a lei per, poveretta, sembra molta. Ogni anno, per Pasqua, io vado a confessarmi, e prometto di emendarmi, ma finora non ho potuto. Ecco che ora mi toccher di emendarmi per forza.
- Che dici, vecchia volpe? - grid il padrone.
- Basile  troppo piccolo, lo deruberanno.
- Eh, non rompermi le gambe, ora! Ti dispiace perch non puoi far tappa dalla tua "amica"? - disse il vecchio Ara.
Ma il servo era abituato a sentirsi rinfacciare ogni momento il suo peccato, e rispose pazientemente:
- Fa come vuoi, allora, padrone mio: io me ne lavo le mani. Ma se accade qualche disgrazia al fanciullo la responsabilit sar tua.
E volse le spalle. Il corvo gli svolazz attorno, gli si pos sul braccio e lo guard fisso coi suoi occhi neri misteriosi.
- S,  finita - pensava il vecchio tristemente: ma il padrone lo richiam:
- Senti, vecchia volpe; tu lo seguirai da lontano, almeno per qualche tempo.
- Ah, ed  cos che si render utile il pulcino, come tu dici? Facendo trottare a piedi un povero vecchio?
- Tu sta zitto, asino! Se non ti garba crcati servizio altrove.
- S, bravo! Dove lo trovo il servizio, ora? Nell'ovile del diavolo?
- Sidru, rognoso, non rompermi le gambe!
- No, padrone; le gambe te le romper la morte con la sua falce.
E dopo queste, padrone e servo si prodigarono molte altre insolenze; ma senza farne gran caso. Usavano quasi tutti i giorni discutere cos.
Verso il tramonto Sidru sell il piccolo cavallo, al quale un nemico del padrone aveva mozzato le orecchie, e alla sella leg la bisaccia di lana grigia, entro la quale stavan le forme di legno col cacio fresco coperto di foglie d'asfodelo, e la ricotta e il recipiente del latte.
Poi Sidru aiut il piccolo padrone a montare sul cavallo, e lo segu, in distanza, trascinando il suo bastone sull'erba. Il sole gi senza raggi calava dietro le montagne rosee coperte di veli argentei; l'erba e gli alti fiori trasparenti si curvavano alquanto, come vinti dal sonno: nuvole d'insetti ronzavano sulle siepi, amandosi liberamente.
Il vecchio servo camminava svelto e rapido come un cane; qualche volta per doveva correre per non perdere di vista Basile.
- Che siate maledetti, - pensava, - tutti maledetti! Dopo che vi ho servito per quarant'anni mi trattate cos: cane e niente altro che cane. Ah, se non vi avessi voluto bene!
Cammina e cammina, padroncino e servo arrivarono al paese: era gi sera; la luna nuova illuminava con un crepuscolo verdognolo le casette nere del villaggio.
Sidru lasci che il fanciullo s'avviasse alla casa degli Ara, ed egli entr dalla sua "amica".
Pareva un cane frustato, ma "l'amica", una donna anziana che aveva un figlio discolo, lo accolse benevolmente e lo confort.
- Siamo amici da vent'anni, - ella disse, - e non  per un po' di latte e di cacio fresco che io ti voglio bene.
- Fra giorni ti porter un agnello - promise tuttavia il servo.
E i due vecchi amanti si lasciarono pi amici di prima.
Per rassicurare la vecchia padrona Sidru cred opportuno lasciarsi vedere. Non l'avesse mai fatto! Basile divent livido e si mise a urlare come un piccolo dannato.
- Tu mi vieni dietro, vecchia volpe? - grid, ripetendo le ingiurie del nonno. - Perch? Sono forse una lepre che mi si debba inseguire? Ti caccio via io, capisci? Vattene via, vattene via, crcati altro servizio.
- Tu caccia via le pulci, piccola rana velenosa - rispose tranquillamente il servo. - Padrona mia, datemi da cenare; me lo merito.
La vecchia paesana, alta e grassa, con un profilo da matrona romana, porse al vecchio il canestro del pane e gli fece cenno di tacere perch il "pulcino" non si arrabbiasse oltre.

E perch il "pulcino" non si arrabbiasse oltre, i padroni decisero che Sidru continuasse a vigilarlo, s, ma non rientrasse a casa n si lasciasse in alcun modo scorgere da Basile.
Non tutti i giorni il fanciullo pretendeva di tornare in paese, e non sempre il nonno esaudiva il suo desiderio; ma quando ci avveniva, il "pulcino" non dimenticava di voltarsi ogni tanto, e una sera scorse in lontananza il servo.
Cieco di collera, volse il cavallo, and incontro a Sidru e quando gli fu vicino sollev il piede per dargli un calcio sul viso.
Il vecchio fece appena a tempo a scansarsi: lagrime di rabbia e di dolore gl'inumidirono gli occhi.
- Perch, ma perch mi vieni appresso? - gridava il piccolo prepotente. - Ho bisogno di cani, io?
Sidru ebbe un'idea bizzarra: sollev il bastone e mutando voce grid:
- Oh, con chi parli, tu, moscherino? Chi sei tu? Io non ti conosco.
Basile, che non era intelligente quanto prepotente, rest alquanto perplesso: guard il cappotto del servo, la sua berretta, il suo bastone. Poi disse:
- Vecchio sdentato, e non sei il (mio) servo tu?
- Il tuo servo? Un corno! Perch ci rassomigliamo? Io non sono servo, sono padrone. Se non mi conosci, ti faccio sapere che mi chiamo Sebastiano Marou.
- Va l, va l - disse Basile, tirando le briglie al cavallo che s'era messo a pascolare. - Tu sei Sidru; io non mi inganno. Vattene, e se  Babbo grande che ti manda, digli che non ho bisogno d'essere invigilato. Vattene o mi arrabbio davvero... - E non si mosse finch Sidru non finse di ritornare verso l'ovile.
Il giochetto continu parecchi giorni; ma oramai il vecchio servo non ne poteva pi.
- I miei padroni sono stati sempre matti - pensava. - Matti e prepotenti; ma ora diventano insopportabili. Prima hanno rovinato la loro figliuola, allevandola come una figliuola di re e dandole tutti i vizi; perci fece la fine che fece: spos un'immondezza, un ubbriacone, che la fece morir di dolore. Ora  la volta del "pulcino". Lasciatelo un po' crescere, dategliele tutte vinte, e vedrete dove andr a finire. Misero me che sono capitato in questa famiglia. Il peggio  che mi ci sono come innestato, in questa famiglia - pens poi sospirando. - S, innestato; se andr via, mi parr d'essere come un ramo divelto dal tronco. San Basilio mio, aiutatemi voi.
Egli sospir ancora e scosse la testa: - S, io voglio bene ai miei padroni, e certo anche essi me ne vogliono, a modo loro: siamo davvero come rami di diverse piante innestati nello stesso tronco; ma i padroni sono la quercia, io sono l'oleandro che un soffio di vento pu rompere e portar via.
Un giorno egli disse al padrone:
- O mi di un cavallo, se vuoi che continui a far da cane a tuo nipote, o ti giuro che mi sdraio sotto il primo albero che trovo.
- Sdriati pure - rispose il vecchio Ara.
- Vedrai, lo far - insist il servo, il quale ripet il suo proposito anche in casa della sua vecchia amica.
- Che San Basilio mi aiuti, vedrai, non voglio pi fare lo scemo. Domani mi sdraier sotto un albero: e che il piccolo prepotente vada all'inferno!
Infatti l'indomani Sidru disse ancora al vecchio padrone:
- Me lo di o no questo cavallo? Io sono stanco, io non ne posso pi delle vostre pazzie, Benedetto Ara!
- Se non ne puoi pi, ebbene, appccati - rispose rudemente il vecchio.
Al solito, verso il tramonto, Basile part e il servo lo segu. Era una giornata calda e nuvolosa. Al di sopra delle montagne di un azzurro fosco, il sole calava fra grandi e immobili nuvole rosse che parevano enormi rami di corallo. Il cielo era tutto nero e rosso; nel silenzio di quel tramonto pauroso i fiori gi appassiti, le erbe impallidite dal caldo, si piegavano fino a terra; le pecore tosate si sbandavano stanche fra le macchie, il cane lottava e guaiva contro un nugolo di mosche, e il corvo saltellava e gracchiava melanconicamente.
Sidru part, col suo fido bastone fra le mani; ma appena oltrepass la (tanca) dei padroni si butt a sedere sotto un albero e col bastone minacci la macchietta lontana di Basile, che si dileguava nera sullo sfondo rosso della campagna.
- Cammina pure, - disse a voce alta, - va, va, va al diavolo. Non  certo Sidru Cala che quest'oggi ti verr dietro come un cane.
Stette circa mezz'ora seduto cos sotto l'albero; il sole sparve, le nuvole rosse si spensero, si fecero nere, d'un nero terreo, simili a carboni spenti: una tristezza infinita grav sulla pianura.
Il vecchio scuoteva la testa e minacciava col bastone: ad un tratto si alz e si avvi. Non sapeva perch, ma un'inquietudine profonda lo agitava; gli era parso di udire il grido di una civetta; ricordava la morte della povera Annicca, la madre di Basile, e pensava:
- L'ho veduta nascere e morire, povero fiorellino; e al suo bambino, al povero Basile, ho sempre voluto bene come ad una mia creatura. Perch oggi l'ho abbandonato? Dopo tutto, siamo giusti, gli Ara mi vogliono bene, e mi tengono al loro servizio bench io non sia pi buono a far niente.
Intanto affrettava il passo, ma per quanto camminasse rapidamente non sperava pi di raggiungere il piccolo padrone.
La sera calava, triste e fosca; circa a met strada, Sidru doveva attraversare un sentiero, incassato fra due muriccie coperte di siepi. Bench fosse quasi buio, passando lungo il sentiero il servo s'accorse che in una delle siepi era stato praticato un varco, e che alcune pietre erano cadute dal muro; evidentemente un uomo doveva essere stato in agguato dietro la siepe.
Il vecchio servo si mise a correre: un sudore ghiacciato gli inumid la fronte. Attravers il sentiero, attravers un'altra (tanca) e un'altra (tanca) ancora. Gi in lontananza, al chiarore della luna piena che appariva fra due nuvole, si scorgeva il campanile del villaggio.
Senza speranza di ottener risposta, ma spinto da un impulso misterioso, Sidru accost le mani alla bocca e cominci a chiamare:
- Basile! Basile!
Una voce rispose.
Allora il vecchio riprese la corsa affannosa: dopo un momento, nel silenzio intenso che lo circondava, oltre il rumore dei suoi passi e il soffio ansante del suo respiro, egli ud un lamento forzato, come il pianto d'un bimbo che esagera il suo dolore. E subito vide Basile, o meglio Basile vide lui e gli corse incontro e gli si gett addosso.
Sidru lo strinse al suo petto ansante, e gli domand senz'altro:
- Non ti hanno fatto del male, no?
- S, - piagnucol il fanciullo, - mi ha gettato per terra, l, nel sentiero: voleva battermi perch mi tenevo aggrappato alla sella...
- Signore Iddio, Signore Iddio, - cominci a gemere il vecchio, - dimmi tutto, e intanto corriamo, non perdiamo tempo, andiamo dal brigadiere. Ma quanti erano? Non li hai riconosciuti?
- Uno era, - disse Basile, riprendendo coraggio, - aveva uno straccio sul viso: non ha parlato; mi ha spinto, poi  montato lui, sul mio cavallo, ed  scomparso, di l... da quella parte, verso l'altro paese.
- Ma tu non lo hai riconosciuto? Era bassotto, vero, con la barba nera?
- Ti giuro che non l'ho riconosciuto - grid Basile, arrabbiandosi. - S, era bassotto. Ora vado subito a denunziarlo, lo far arrestare e condannare. Ma tu, dov'eri? Perch non m'hai difeso? E allora perch ti hanno mandato?
Il vecchio non rispose.
- Corriamo, - insist Basile, - lo faremo raggiungere.
- Non dubitare, il (re) lo raggiunger.
Basile continu a parlare; la sua voce tremava, la sua mano stringeva la mano del vecchio: di tanto in tanto sussultava tutto e ricominciava a piangere come un bambino.
- Oh, - pensava il vecchio, - mi pare di sognare. Io, io ho potuto tradire cos i miei padroni? Eppure sapevo...
Arrivarono finalmente: trovarono la nonna sulla porta, circondata da quasi tutte le vicine.
- Ah, che paura - disse la vecchia padrona. - Pochi minuti fa  arrivato il cavallo, solo, con la sella ma senza bisaccia. Che  avvenuto? Credevo che Basile fosse caduto da cavallo.
- Fatemi il piacere, andatevene - disse Sidru alle vicine. - Non  accaduto nulla: ci  soltanto scappato il cavallo. Via - aggiunse, fingendo di scacciare le donne col bastone.
- Ma la bisaccia? La bisaccia? - grid la padrona.
- Non aver paura, Pasqua Ara. La bisaccia  in salvo, cos sia salva l'anima mia.
Entrarono, chiusero la porta.
- Senti, - disse il servo alla padrona, - Basile  stato derubato; io non ho fatto in tempo a soccorrerlo, m'era venuto male e m'ero sdraiato sotto un albero. Si vede che il ladro ha poi lasciato libero il cavallo, il quale ha ritrovato da s la via ed  arrivato prima di noi. Io ho un sospetto; se tu mi prometti di non chiacchierare, io forse scoprir il ladro, e se lo scopro lo denunzio subito alla giustizia, sia pure il mio migliore amico. Te lo giuro sulla mia coscienza.
La vecchia promise di non chiacchierare con le vicine e il servo usc e s'avvi verso la casa dell'amica. Ma invece di entrare s'appiatt dietro la muriccia del cortile e attese.
Il villaggio taceva, la notte era afosa; di tanto in tanto la luna appariva fra le nuvole e illuminava i tetti coperti di erba, le straducole polverose.
Verso le dieci un uomo con un sacco sulle spalle si ferm davanti alla porta dell'amica di Sidru. Il vecchio servo riconobbe il figlio dell'amica e si sent battere il cuore. S'alz e s'avvicin anch'egli alla porta.
- Buona notte, (Testa di pietra); donde vieni? Che contiene quel sacco?
- Erba - rispose l'altro.
- Ah, erba? - riprese il vecchio con voce bassa ma un po' anelante. - Mi sembra troppo pesante, per essere erba. Fammi toccare.  duro: qui dentro c' una bisaccia colma: la bisaccia che hai rubato al mio padrone. Senti, sei stato ben vile; lo hai derubato perch sapevi che era solo. Ma i carabinieri ti cercano.
Mentre egli parlava, (Testa di pietra) aveva deposto il sacco per terra: era un giovinotto basso, bruno, con una corta barba nera e il naso rincagnato: pareva un negro. Alle ultime parole del vecchio rincul e senza aprir bocca si volse e scapp. I suoi passi risuonarono come quelli d'un cavallo in fuga.
Allora zio Sidru batt alla porta, e quando la sua amica apr egli sollev il sacco e lo mise dentro.
- Senti, - disse, - prima di conoscer te io avevo mangiato il pane ai miei padroni: per te, qualche volta li ho traditi, ma ora basta. Ho aperto gli occhi. Vado subito a denunziare tuo figlio.



"IL FERMAGLIO"

Francesco lavorava sotto il portico quando Speranza, soprannominata (Disperazione), giunse con una notizia interessante.
- Ho visto la tua innamorata.
Ma il giovanetto, quasi sepolto in un mucchio di saggina, continu a cucire la scopa che teneva fra le mani, e non rispose neppure. Un silenzio intenso, il silenzio dei meriggi ardenti delle basse del Po, avvolgeva la casa dei ricchi Magrini, emergente da un campo di granone maturo. Delle venti persone che l'abitavano, restavano in casa, a quell'ora, la vecchia nonna paralitica, cieca e sorda, Francesco il famiglio, e Disperazione rientrata in quel momento da una delle sue solite scorribande.
Una fame feroce rendeva la bambina simile a un gatto affamato; senza quindi impressionarsi per il silenzio di Francesco ella si slanci nella grande cucina deserta e cominci a frugare.
- Niente; niente; si sa, non mi lasciano mai niente, quei brutti! - ella grid; ma dovette poi trovare qualche cosa, perch dopo un momento Francesco non ud pi il rumore dei cassetti aperti e dell'armadio sbattuto. Silenzio. Solo in lontananza, al di l della siepe che chiudeva lo sfondo luminoso del campo, una gallina faraona sgranava il suo canto chiacchierino.
Francesco cuciva, cuciva intrecciando uno spago verde con uno spago rosso. Il colore terreo del suo viso e dei suoi capelli rugginosi si confondeva col colore delle saggine. Egli sognava, cos, nel silenzio dell'ora: rivedeva una barca attraversare l'acqua lucente del fiume; e nella barca una donnina dai capelli neri, dal viso bianco e la bocca rossa, che andava via, lontano, lontano. Ella, per, doveva tornare. Ella, per, non era tornata pi...
Nella camera attigua risuon una tosse rauca e stentata come quella d'un cagnolino raffreddato: era la vecchia nonna che si svegliava.
- Eh, Speranza?
Nessuna risposta.
- Speranza, ti vuole la nonna - grid Francesco.
Nessuna risposta.
- Speranza? Disperazione? Ahi, ahi, ahi, (Dio te stramalediss)... Mi lasciate sola come un cane.
- Disperazione? - url Francesco. - Se non vieni fuori, vengo e ti tiro pei capelli.
Allora la faccina bruna, dagli occhi pi grandi della bocca, apparve sull'uscio della cucina; tutta la fisionomia della bimba esprimeva una saziet strana, una specie di nausea.
- Hai mangiato il burro, scommetto - disse Francesco, minaccioso.
- Tu sei un servo - lo insult la ragazzina. - Sta zitto.
- E tu cosa sei? Raccolta per carit, sei. Prova un po' se sei buona! - grid Francesco, vedendo la piccina animarsi, selvaggia, pronta a gettarglisi addosso e graffiarlo. Anch'egli lasci scivolare la scopa fra le gambe aperte, e si mise in posizione di difesa e, occorrendo, di offesa. Ma la lotta non ebbe luogo perch la nonna chiam ancora, lamentandosi e maledicendo. Disperazione s'intener, scivol lungo la parete, fra i mucchi di scope bionde che ingombravano il portico, ed entr nella camera. Francesco riprese il suo lavoro, e siccome la bambina, un po' dispettosa, un po' carezzevole, parlava a voce alta, per farsi udire dalla vecchia, egli sent il suo discorso.
- Sono stata sull'argine, per vedere i figli di Stefanini che si bagnavano. Uh come sono magri! Uno quasi  andato a fondo. Ecco che, poi, passa un carrettino. Sapete chi c'era nel carrettino?
- Che hai in mano, viscere belle? - interruppe la nonna. - Che odore di tabacco!
- S,  tabacco; prendetene, - offr la bimba con seriet.
- Chi te lo ha dato?
Disperazione, non sapendo forse o non volendo spiegare la provenienza del tabacco, riprese il racconto del carrettino.
- Andava pianino, pianino; c'era dentro una borsa, simile a quella del prevosto. Sfido, veniva da Milano.
- Come sai che veniva da Milano?
- Eh, c'era Eva, l'innamorata di Francesco, con un bel vestito rosso e la catena col ventaglio rosso... un ventaglio grande, grande, rosso come il fuoco...  grassa ora, Eva...
Francesco non ud quello che disse la nonna; non ud pi nulla. Una vampa rossa, come il riflesso del ventaglio descritto da Speranza, gli sfior il viso, gli bruci gli occhi. La scopa con gli spaghi rossi e verdi scivol di nuovo fra le gambe sottili del giovinetto, e per lunghi minuti egli non la riprese.
Eva era tornata! Era tornata su un carrettino, vestita di rosso, "con un ventaglio rosso, grande, grande, con la catena". Era partita in barca, con un vestitino giallognolo, scolorito, pallida, magrina, bianca bianca, - Francesco lo ricordava come fosse ieri, - e tornava vestita di rosso, col ventaglio, grassa, certo anche rossa in viso. Ah, svergognata! Perch tornava? S, egli lo sapeva. Ella ora viveva con un farmacista; s'era stancata di cucire trapunte dai Fratelli Bocconi e aveva cambiato il vestitino giallognolo col vestito rosso... Uno dei padroni di Francesco, che andava spesso a Milano, l'aveva vista anche a teatro, eppoi anche al gioco del pallone; una volta con un uomo, la seconda volta con un altro. Ella si divertiva, ingrassava, aveva dei ventagli con la catena...
Quasi senza accorgersene, Francesco balz in piedi, a pugni stretti: i suoi piccoli occhi verdi, incassati tra la fronte enorme e gli zigomi sporgenti, brillavano di lagrime e di collera. Ma subito egli parve ripiombare nella sua solita rassegnazione di malato. Sedette, sprofondandosi nuovamente fra le saggine rossastre, ma non pot riprendere il lavoro. Il suo cuore malato batteva, batteva, e ad ogni respiro egli sentiva una puntura: gli pareva che dentro il suo petto si fosse svegliato un serpentello che pungeva e mordeva il povero cuore vicino al quale stava annidato.
Speranza riapparve, con una scodella rossa appesa all'indice della mano destra nascosta dietro la schiena, e pass silenziosamente, con la sua andatura di gattino, avviandosi verso la cantina.
- Speranza - chiam Francesco. Ma la ragazzetta non rispose, ed egli giudic prudente aspettare, per non irritarla.
Attese qualche minuto. Speranza riapparve, con la scodella piena di vino, e cerc di passare inosservata, volgendo le spalle a Francesco; egli si accorse benissimo della manovra, ma tacque ancora.
Di nuovo silenzio. Poi Francesco sent che la vecchia nonna beveva il vino con un brontolo di piacere, e che Speranza frugava cautamente per la camera.
- Speranza? - chiam.
Al solito, nessuna risposta. Egli aspett ancora un po', assalito improvvisamente da un tremito nervoso.
- Voglio... voglio sapere... - disse fra s alzandosi. S'avvicin all'uscio e vide Speranza arrampicata, quasi sospesa sulla spalliera di una seggiola, davanti ad una piccola acquasantiera. La nonna, col gran viso roseo venato di rosso e di violetto, sonnecchiava nel suo lettuccio un po' puzzolente: un disordine indescrivibile regnava nella camera; i cassetti del canterano erano tutti aperti.
Dall'uscio Francesco vide il suo viso riflesso nello specchio posto sopra il canterano, e prov una grande tristezza. Ah, com'egli era diventato brutto! Eva, vedendolo, non l'avrebbe riconosciuto neppure. Quasi senza accorgersene egli s'avanz nella camera, e and a guardarsi nello specchio, sporgendosi sul cassetto aperto.
Speranza trem, spaventata, e vol gi dalla sedia: una farfalla non lo avrebbe fatto pi lievemente e pi silenziosamente. Ma subito, vedendo Francesco intento a guardarsi, si rassicur e si mise dietro il giovine.
Lo specchio alquanto inclinato rifletteva le due figurine cos diverse: Francesco magro, terreo, coi capelli di saggina rossa e gli occhietti di vetro verdolino, le guancie infossate e la bocca ancora piccola e infantile, illividita dal male: Disperazione, bruna, simile a un gattino nero dal musino bianco, coi grandi occhi languidi e i capelli rasi, neri e lucidi.
- Cosa fai? - ella disse, vedendo che l'altro s'indugiava. - Perch piangi?
Francesco allora si accorse che piangeva, e scosse la testa: una lagrima gli sfior il mento contratto e and a cadere su uno degli innumerevoli oggetti che ingombravano il cassetto. Egli guard, e vide la sua lagrima sopra un fermaglio d'oro, composto da un serpentello attortigliato, che mordeva un piccolo rubino, come il serpentello che egli aveva dentro il petto mordeva il suo cuore.

Otto giorni dopo. Stessa ora, stessa scena.
Lo stesso silenzio intorno alla casa, i cui abitatori, servi, padroni e padrone, - tranne Speranza, la vecchia cieca, e Francesco, - erano un po' sparsi, chi pei campi, chi per le case vicine, e chi in viaggio con mercanzie.
I Magrini erano assai benestanti, e lavoravano anche; due erano mercanti, uno viaggiava per negoziare grani, saggina, scope; ma tutti, uomini e donne, compresa la nonna, tutti bevevano, rubavano in casa, si rovinavano allegramente e reciprocamente. Gente di buon cuore, ma violenti e incoscienti, i Magrini beneficavano tutti e litigavano con tutti. Tenevano in casa Disperazione, una povera orfana loro parente, ma le permettevano di menare una vita quasi selvaggia e la bastonavano regolarmente ogni volta che uno di loro se la trovava vicina.
Anche Francesco era un po' loro parente e lo tenevano pi per carit che per altro, poich il male cardiaco che lo minava, specialmente dopo l'abbandono di Eva, non gli permetteva di attendere a lavori faticosi. Oramai egli era debole come una donnicciuola; e come una donna non era buono che a cucire scope, ad attinger acqua ed a guardare la casa. Qualche volta egli accudiva ai lavori domestici, quando le donne, in assenza degli uomini, fuggivano qua e l a chiacchierare con le vicine.
La gallina faraona, - la stessa dell'altro giorno, - cantava dietro la siepe; Speranza frugava disperatamente per la casa, cercando da mangiare, e la nonna chiamava invano.
Francesco, pi terreo e brutto che mai, cuciva incrociando gli spaghi rossi e verdi, ma ogni tanto s'incantava, ricordando e aspettando. Un cupo ardore gli brillava negli occhi. Egli aveva riveduto Eva, o meglio aveva veduto (una donna) che un tempo si chiamava Eva, quando era sottile e gentile e tutta bianca nel vestitino chiaro impallidito dall'uso. Ora tutto era mutato in lei: persino l'accento. Il suo sguardo e il sorriso (allora) tremuli e dolci come l'acqua del fiume increspata dal vento del mattino, ora destavano un sentimento strano nella persona a cui venivano rivolti. Francesco, ricevendo quello sguardo e quel sorriso, aveva sentito una fiamma corrergli nel sangue; gli occhi gli si erano velati; qualcuno lo aveva spinto furiosamente per le spalle, gettandolo vicino ad Eva, con le braccia aperte, tremanti dal desiderio di abbracciare, stringere, soffocare il bellissimo corpo di (quella donna) vestita di rosso. Ella lo aveva respinto, senza per offendersi, senza cessar di sorridere, senza chinare gli occhi luminosi.
Quella notte Francesco sogn di trovarsi in riva al Po: l'acqua era tutta d'un rosso violento, e grandi barche nere, cariche di legno tarlato, scendevano lentamente il fiume. Francesco aspettava, seduto entro una vecchia barca quasi incastrata nella sabbia. Quella barca apparteneva, od era appartenuta ad un vecchio (portiner) [12], che circa tre mesi prima era scomparso; nessuno l'aveva pi veduto; non si sapeva se era morto o vivo, ed intanto nessuno, poich egli non aveva parenti, osava toccare la barca che la sabbia lentamente inghiottiva. Su quella barca era partita Eva; e spesso Francesco andava a sedersi l dentro, sull'asse che corrodevasi, e stava ore ed ore a contemplare l'acqua corrente.
Nel suo sogno aspettava dunque, aspettava (quella donna) vestita di rosso, che gli aveva promesso di venire: il desiderio acuto di vederla, la paura ch'ella non venisse, e un'angoscia indefinita, misteriosa, gli facevano battere e dolorare il cuore.
Le barche nere scendono sempre, sull'acqua tutta sanguigna: un caldo intenso, afoso, mozza il respiro di Francesco. Ed ecco che il passaggio d'una persona agita i cespugli biancastri della riva; qualcuno corre fra i salici ed i pioppi nascenti, e il frusco delle foglie susurra come un soffio di vento nel silenzio afoso e luminoso. Chi ?  lei? Qualcuno appare... ma non  lei;  Disperazione, scalza, con un enorme cappello di paglia dalle falde rovesciate: il suo viso, il collo e parte del petto sono nascosti; si scorgono solo le gambe rosse dal caldo, graffiate dai cespugli, e la vita stretta da una cintura elastica che Francesco ha gi veduto ad Eva. Sulla cintura brilla il fermaglio d'oro, col rubino, sul quale  caduta la lagrima del giovinetto. Un'irritazione furiosa invade Francesco; che viene a fare la monella, laggi? A spiare? Aspetta, per! Egli s'alza, balza sulla sabbia, corre dietro il cappellone: il cappellone fugge, sparisce e ricomparisce e pare che saltelli fra i cespugli. Francesco corre, ma ad un tratto i suoi piedi affondano nella sabbia ed egli non pu pi muoversi. La sabbia lo inghiotte lentamente, gli copre i piedi, le gambe, la vita, il petto... Allora egli, pazzo di terrore, grida, chiamando Disperazione.
Uno dei suoi padroni lo sent gridare e lo chiam. Egli si svegli, e svegliandosi gli parve di vedere vicino a s la ragazzetta col cappellone e col fermaglio; ma sotto le falde rovesciate c'era, invece della testa di Speranza, il viso, gli occhi provocanti, il sorriso voluttuoso di Eva.
Il cuore gli batt tutta la notte, e fu durante quelle ore d'insonnia ch'egli immagin di offrire un dono alla fanciulla, poich ella aveva detto a parecchie ragazze, che il suo innamorato di Milano le aveva regalato tante cose belle.
- Io ti far un regalo, - egli le disse appena la rivide, - ti dar una cosa pi bella e pi preziosa di tutte le cianfrusaglie che ti ha dato l'altro... Un oggetto d'oro... Tu non credi! - egli esclam vedendola sorridere. - Tu credi che io non possa avere un oggetto d'oro?  l'unica cosa che ho; era di mia madre.
Eva sorrise ancora: non gli chiese perch non gliene aveva parlato prima, perch non glielo aveva regalato prima, quell'oggetto d'oro: a che avrebbe servito questa domanda? Il passato era tanto lontano! Ella guard Francesco, e vedendolo cos giallo, cos magro, col viso osseo che gi sembrava il viso d'uno scheletro pens:
- Fra poco egli morr;  meglio che l'anello (ella s'immaginava fosse un anello) lo dia a me. Tanto, a chi lo lascia?
E gli sorrise, ed egli, ancora, spinto da una forza irresistibile, apr le braccia per stringere quella che non era pi la sua piccola Eva timida; ma ella lo respinse, senza offendersi, senza cessare di sorridere.
- Regalami dunque quell'oggetto - gli disse. - Dammelo prima che riparta. Poi...
- Dove? Qui?
- No: ti dir io dove. Verr dai Magrini, domani, e se ti vedr, ti dir dove potremo vederci.

Ora egli aspettava, nel portico ingombro di saggina. Provava la stessa inquietudine soffocante che aveva provato in sogno, quando gli era parso di attendere Eva seduto sull'asse della barca abbandonata. Sarebbe venuta? Dove gli avrebbe detto di andare? Dove? Il posto del convegno lo preoccupava stranamente; egli cercava di pensare soltanto a ci, forse anche per sfuggire al pensiero di ci che doveva avvenire, perch questo pensiero gli straziava il cuore. Eppure, tutta la sua vita, ormai, tutto il po' di vita che gli restava, era concentrato nel desiderio angoscioso dell'attimo di piacere promesso dal sorriso di Eva. Egli non s'illudeva molto; sentiva, sapeva ch'ella non gli avrebbe promesso niente senza la speranza del regalo; ella si sarebbe venduta a lui, come a qualsiasi altro; ma appunto questa certezza lo faceva morire di dolore.

Quando per la vide arrivare, nel silenzio del meriggio, col viso ardente come una rosa rossa, Francesco ebbe quasi vergogna delle sue speranze. Non era possibile. Ella sembrava una signora, con l'ombrellino rosso, con la collana di perle gialle e le sottane guarnite di merletto.
Egli lasci cadere la scopa, vergognandosi che Eva lo avesse trovato a cucire l'umile arnese, e si alz piano piano.
Ella si ferm sulla porta, sbatt uno dopo l'altro i piedi per toglier la polvere dalle scarpette gialle, poi chiuse l'ombrellino.
- Non c' nessuno, qui?
Francesco, pallidissimo, ebbe paura che ella gli dicesse a voce alta in qual posto dovevano vedersi, e accenn alla camera della vecchia, dove Speranza era poco prima entrata con la scodella piena di vino.
- Vieni stasera, verso le nove, sull'argine, sopra la (fuga) [13] - disse Eva a bassa voce: poi entr nella camera, e chiacchier con la vecchia nonna, che profitt della visita per pregare "viscere belle" di portare altre due scodelle di vino.
La fanciulla e la vecchia rimasero sole nella camera; Francesco, appoggiato alla porta, sentiva il suo cuore battere dolorosamente.

La notte calava, scura e dolce come un velluto. L'acqua spegnevasi, diventava incolore sotto il cielo incolore. Dai boschi cedui, dalle macchie della riva, aggrovigliate, simili a nuvole ferme sull'ultima linea ancora argentea dell'orizzonte, saliva un profumo caldo e snervante. Tintinnii di sonagli sull'argine, e il fragore lontano d'un molino interrompevano il silenzio profondo della riva.
Disperazione attravers l'argine, scivol per la china fresca d'erba umida e and a ficcarsi in una macchia di salici; l, curva, piegata in due, cominci a frugare e a scavare tra la sabbia, seppellendovi accuratamente cinque uova pi grosse del suo pugno. Ella contava di riprenderle il venerd seguente e portarle alla fiera di Viadana. Cinque e tre che ce n'erano gi, facevano otto; otto uova, sei palanche [14]: sei palanche rappresentavano prima di tutto un africano, da leccarsi prima e poi da mangiarsi a pezzettini, a pezzettini piccolini come l'unghia del mignolo, oppure tutto in un boccone; poi due soldi di tabacco da naso, e due soldi di riserva. Disperazione faceva sempre un grande uso di tabacco: il perch di questa passione nessuno avrebbe saputo spiegarlo, tanto pi che il piacere non consisteva, per lei, nell'odore del tabacco, ma nello starnuto. Quando starnutiva, ci che oramai, per il troppo uso del tabacco, le avveniva di rado, ella provava una gioia profonda: le pareva di fare un'azione meravigliosa, e saltava, s'inchinava, si contorceva, superba e felice.
Seppellite le cinque uova accanto alle altre tre, ella si sollev e stette un momento in ascolto: le era parso di udire i sonagli del carrettino dello zio, - sonagli di cui ella riconosceva lo speciale tintinno, - e pensava, senza troppo spavento, alle busse inevitabili che avrebbe prese nel rientrare a casa. Ma non importava: la bastonassero pure, la costringessero pure a pascolar le vacche nei giorni di festa, quando tutte le altre bambine andavano a spasso; ella si consolava con le sue otto uova, coi soldi presi dall'acquasantiera, ove la zia Marietta nascondeva i suoi risparmi, col suo tabacco e con la speranza di diventar grande.
- Allora avr i capelli lunghi, le mani grandi, le braccia lunghe cos, cos, cos... - le allargava il pi che poteva. - Allora anche io... schiaffi di qua e di l, quanti ne vogliono. Eppoi far io la polenta, far io le tagliatelle e... manger tutto io. Eppoi me ne andr anch'io a Milano, come l'Eva, e comprer tanto tabacco, e ventagli e altro.
Questi sogni la esaltavano, specialmente dopo il ritorno d'Eva con le sue catenelle, i ventagli, le scarpette.
I sonagli tacquero: per un momento risuon solo lo scroscio del molino, e Speranza tir fuori l'involtino del tabacco... Ma mentre lo spiegava cautamente, aprendo gi le narici, ud le voci di Francesco e di Eva, e intravide i due giovani che passavano dietro le macchie.
Dove andavano, assieme, a quell'ora? Eva parlava piano, ma con indifferenza:
- Domani mattina parto: vado fino a Casalmaggiore sul carrettino di Anacreonte Taverna... Ti mander...
- Verr a Milano, anch'io... verr a trovarti, tesoro... - diceva Francesco. Anch'egli parlava piano, ma la sua voce non era la sua voce solita: Speranza non avrebbe saputo dire perch, ma sentiva che quella voce non era la solita voce del giovinetto.
E poi perch egli chiamava Eva "tesoro"? Chiss, forse come la nonna chiamava lei "viscere belle" quando voleva la scodella piena di vino.
- ... Ti mander una cartolina illustrata, caro - Eva proseguiva.
Una cartolina illustrata? Benissimo. Eva non aveva finito di dirlo, che Speranza pensava al modo di poter (prendere) la cartolina dalla tasca della giacca di Francesco... Piacevano tanto, a Speranza, le cartoline dove c'erano i gattini che leccavano i piatti, o una casetta fra due alberi, o una donna tutta ricciuta, con una collana intorno al collo nudo, o un bambino che faceva... basta, non si pu dire cosa faceva.
Ma dove andavano quei due, cos, al buio? Immobile, nascosta dalle fronde del salice nano, Speranza attese che Francesco ed Eva fossero lontani; e quando il passo cauto e le voci sommesse dei due giovani tacquero, e le loro figure svanirono nello sfondo incolore della riva deserta, tra le nuvole delle macchie, ella apr l'involtino e vi immerse il pollice e l'indice della mano destra.

Quella notte Francesco rientr a casa che pareva un cadavere: non mangi e non pot coricarsi, perch la palpitazione del cuore lo soffocava. Tutto il resto della notte stette raggomitolato, ansante, gemente.
- Io muoio... io muoio... - diceva ogni tanto a s stesso.
- E muori una buona volta! - grid il padrone giovane, il mercante, che i gemiti di Francesco ogni tanto svegliavano.

Qualche giorno dopo si scoperse che il fermaglio d'oro era scomparso dal cassettone della nonna. Fu un subbuglio infernale; i Magrini si accusarono a vicenda d'aver rubato il gioiello, s'insultarono, si accapigliarono. Disperazione ricevette busse da tutte le parti e in tutte le parti; per otto giorni, spaurita, affamata, quasi ferita dalle bastonate dei suoi cari parenti, vag pei campi, pei boschetti della riva, pei viottoli, rubacchiando quel che poteva per sfamarsi. Rientrava a casa di nascosto, quando credeva di non trovar nessuno, e in quelle ore di silenzio ella rivedeva solo qualcuna delle zie, - che si servivano di lei per vendere il frumento, la farina, i legumi rubati in casa, - o la nonna che tossiva come un cagnolino rauco, o Francesco che pareva agonizzante.
Che brutta faccia aveva Francesco, dopo la seconda partenza di Eva! Di giorno in giorno egli si sentiva pi male: gli pareva che dentro il suo petto il serpentello ingrossasse, non pi pungendogli ma rosicchiandogli il cuore; divorandoglielo a pezzettini a pezzettini, intorno intorno, lentamente ma incessantemente, come Speranza usava fare con gli africani comprati a Viadana.
Un giorno gli sembr che tutto il suo cuore fosse oramai scomparso; al suo posto stava il serpente aggrovigliato, grosso, enorme, che invece di pungere, ora scuoteva la coda frustando le viscere strette intorno al suo volume viscido e duro.
Egli soffocava: non poteva pi aprir bocca. L'aria intorno a lui s'era come pietrificata, e gli turava la bocca, gli premeva sulle labbra con una lastra di granito. Tutto, dentro, fuori, intorno a lui, tutto assumeva una parvenza, una pesantezza d'incubo; i padroni che litigavano, e non si occupavano pi di lui come fosse gi morto; la nonna che tossiva e chiamava Speranza; Speranza che andava e veniva, cauta e selvaggia, che lo guardava alla sfuggita, come si guarda una bestia malata, e non gli si avvicinava mai, paurosa, cattiva, egoista; gli altri servi che gli lasciavano crudelmente capire il suo stato disperato; tutto, anche l'assistenza svogliata della padrona pi giovane, la moglie del mercante, tutto gli pesava, lo opprimeva, lo soffocava. Quasi sempre, nel sonno affannoso, egli sognava di trovarsi davanti a un muro altissimo che minacciava rovina: voltarsi indietro non poteva, perch un fantasma terribile lo seguiva; e il muro, alto, grigio, screpolato, gli incombeva sul capo. Il fantasma era (lei), col ventaglio rosso, con la collana d'ambra e le scarpette gialle.

Disperazione attese invano l'arrivo delle cartoline illustrate, indirizzate a Francesco. Ne giunsero allo zio Ottavio, il mercante, con soldati che facevano le boccacce, e con donne molto belle e quasi nude; ne giunse una allo zio Sandrin con un pretone che beveva da un fiasco, e un'altra, molto divertente, con un asino vestito da uomo; poi anche due alla zia, una che a tirare un filo diventava un palloncino, l'altra con una rosa adorna di un nastro azzurro (anzi la zia stacc il francobollo, e lesse ci che v'era scritto sotto), ma a Francesco niente. Come era brutto, Francesco! Sempre pi brutto. Disperazione lo guardava e aveva paura: sopratutto paura di quei piccoli occhi verdi, ferocemente disperati. Una volta ella lo ud raccontare a un altro famiglio, d'una promessa e d'una minaccia che egli ed Eva s'erano scambiati ai bei tempi del loro amore.
- ... Se moriva prima lei, il suo spirito sarebbe venuto a trovarmi; se morivo prima io il mio spirito sarebbe andato a trovarla; se poi io la tradivo, o lei mi tradiva, il primo che moriva si vendicava, dopo morto. Dunque andr io a trovarla e, se vorr, potr vendicarmi; ma dove la trover, chiss?
- A Milano - disse l'altro con ironia. - Ma giacch sarai in giro passerai anche da queste parti, eh?
- Pu darsi! - rispose Francesco. Sollevando gli occhi vide Speranza che lo guardava spaurita; anch'egli la guard e disse: - S, passer di qui, e se Disperazione far la cattiva la porter via...

Circa sei mesi dopo giunse da Milano una lettera di Ottavio Magrini, diretta alla moglie ed ai fratelli, ov'egli raccontava di aver riveduto ancora, in un caff-concerto, l'Eva accompagnata da un signore.
"Io sedevo davanti ad un tavolino vicino alla porta; ella venne dopo di me, ed io la vidi levarsi la mantella, e subito mi accorsi, sbalordito, che aveva il fermaglio (quello col rubino), che l'anno scorso manc dal cassetto della nonna. Mi ricordai allora di aver sentito dire dalla nonna come in quei giorni l'Eva, che era venuta per qualche giorno in paese, fosse stata a casa nostra. Dalla rabbia che mi venne, al pensare che fosse stata lei a rubare il fermaglio ed a causare tutti i litigi avvenuti fra noi dopo quel fatto, dalla rabbia, dico, non ci vidi pi. Mi alzai e mi misi a sedere vicino vicino all'Eva ed al suo compagno, un signore grasso, tutto pelato, con gli occhi sulle tempia. Appena mi vide, Eva divent prima rossa, poi pallida, e finse di non scorgermi; poi, accorgendosi forse che io stavo l l per aprir bocca e fare uno scandalo, si curv verso il compagno e gli disse qualche cosa.
Entrambi si alzarono e se ne andarono; ed io dietro di loro. Giunti nella strada io mi avvicino all'Eva e le dico:
- Scusate, non mi riconoscete pi? Permettete una parola.
Eva finge di vedermi soltanto allora.
- Oh, Magrini, come state? Siete qui a Milano?
- Certamente, - rispondo io, - se sono qui! Permettete una parola.
Eva guarda l'amico, l'amico converge gli occhi, ritirandoli verso il naso il pi che pu, e poi si allontana di qualche passo.
Allora io dico all'Eva:
- Senti, cara, chi ti ha dato il fermaglio che tieni sul petto?
- Chi me lo ha dato? Oh, bella, l'ho comprato!
- Senti, cara, smettiamola, - dico io, - quel fermaglio  mio; tu l'hai preso da casa mia.
Allora lei mi fa una scena... ma una scena! Comincia a dirmi che mi dar querela per calunnia, ecc., ecc.
- Senti, cara, - dico io allora, - non arrabbiarti cos. Poich non vuoi che ci aggiustiamo alla meglio, ti dar querela anch'io, e vedremo...
Eva diventa una furia; chiama il signore che l'accompagna, e costui si avanza, pianino, pianino, con prudenza, anzi, m' parso, con un certo timore: ella comincia a raccontargli la storia, e finisce col dire:
- Voi ricordate che vi ho sempre detto come questo fermaglio mi venne regalato dal mio fidanzato, da Francesco Peretti, che ora  morto, poveretto... Voi mi sarete testimone.
Io domando:
- Quando te lo regal?
- Eh, quando eravamo fidanzati...
- Ah, benissimo! Ma se il fermaglio  mancato di casa mia sei mesi fa... quando cio tu non eri e non (potevi) pi essere fidanzata col povero Francesco? Del resto egli era incapace di una bassa azione, ed ora tu lo calunn perch  morto?
Eva continu a strillare; si avvicin molta gente, e due guardie pregarono me e l'Eva di recarci in questura per definire la nostra questione".
Qui Ottavio Magrini descriveva la scena avvenuta in questura, e concludeva col dire che aveva querelato l'Eva per furto qualificato, per ingiurie, ecc. Ora non restava che cercar le prove della visita della ragazza alla vecchia Magrini, e del come Francesco, del resto superiore ad ogni sospetto, non facesse pi l'amore con l'Eva da circa un anno.

Le prove furono trovate, ed Eva fu condannata. Una sola personcina avrebbe potuto salvarla: Disperazione; ma Disperazione era troppo occupata nei suoi giri e nei suoi piccoli affari, per potersi ingerire degli affari di famiglia. Soltanto rispose (s) alle domande che gli zii le rivolsero.
Eva era stata a visitare la nonna? S. S'era Eva avvicinata allo specchio? S. Aveva guardato dentro il cassetto? S.
Dell'avventura notturna non disse parola; le pareva che gli zii avrebbero capito ci che ella era andata a fare, quella notte, fra i cespugli della riva.
D'altronde ella non capiva bene di che si trattasse, e credeva che Eva avesse realmente rubato il fermaglio, come tutti affermavano. Inoltre non osava mai nominare Francesco, perch aveva paura del suo spirito.

Solo pi tardi ella cap ogni cosa, e sent la responsabilit del suo incosciente procedere. Ma era tardi; Eva aveva gi scontato la condanna, e Speranza giudic inutile parlare.
Ella aveva allora sedici anni e faceva l'amore con un bel (moliner) [15] biondo, roseo, incipriato di farina, col quale aveva voluto scambiare anche lei la promessa dell'apparizione degli spiriti. Avrebbe voluto anche scambiare la minaccia della vendetta postuma, in caso di tradimento; ma ricordava il fatto di Eva e di Francesco e aveva paura. Le pareva che la condanna di Eva fosse stata la vendetta di Francesco: e con ci scacciava anche i suoi tardivi scrupoli di coscienza.



"LO STUDENTE E LO SCOPARO"

Era d'ottobre.
Appoggiato, o meglio arrampicato sul muro rossiccio della vigna, lo studente e giornalista Lixia guardava il paesaggio aspro e melanconico, il cui ricordo gli aveva qualche volta destato impeti di nostalgia.
Era un lembo d'alta pianura, coperto di scopeti, fra il cui verde cupo delineavasi una strada giallognola, larga ma dirupata, e spiccavano roccie rossastre chiazzate di musco rugginoso. Il cielo d'un azzurro cenerognolo pareva ancor pi chiaro sulla cupa linea degli scopeti che si diramavano fino all'orizzonte. Solo un'allodola interrompeva col suo grido sfumato il silenzio del paesaggio, e solo una piccola nuvola, bianca e tenue come una piuma, interrompeva la solitudine dell'orizzonte; e pareva che l'allodola, un po' annoiata e triste, dirigesse il suo grido alla nuvola; e che la nuvola avesse fermato il suo corso solitario e noioso per ascoltar l'allodola.
Lixia guardava e anch'egli s'annoiava. Sentiva una perfida sonnolenza velargli la mente: gli pareva che l'ombra del fico immobile sul muro rossiccio - un'ombra pesante e letale - gli calasse sul pensiero.
- Che melanconico e disgraziato paese  la Sardegna! - pensava. - Anche le nuvole e gli uccelli ci si annoiano. Mentre tutto il mondo si agita e cammina, essa sola, l'isola morta, tace. E ci che ancora non  morto agonizza, cos, come la vigna di mio padre - questa vigna che sola viveva nella landa selvaggia - muore di filossera. L'anno venturo non ci saranno che i muri e questo fico, se pure ci saranno. Ed io non sar buono a ripiantarla, la nostra vigna! Come potrei? Mi intendo io di vigne? Ma chi  quell'uomo? Ah, zio Pascale; ecco che il paesaggio  completato dalla sua figura triste e dura. Pare un uomo di ferro arrugginito, quel vecchio. S'io fossi pittore simbolista disegnerei quel vecchio, cos, fra due scope, accanto ad una roccia sanguigna, sul cielo anemico, e intitolerei: (Sardegna).
Lo scoparo s'avanzava lentamente, tagliando qua e l i migliori cespugli; ed a misura che egli si avvicinava, lo studente udiva distintamente un gemito, una tosse repressa, risuonante pi entro il petto che sulle labbra del vecchio.
Zio Pascale aveva forse la febbre e vaneggiava perch, quando egli giunse proprio sotto il piccolo rialto sul quale arrampicavasi il muro della vigna, Lixia lo ud parlare vagamente, come un sonnambulo.
- Maria Annicca, - diceva il vecchio scoparo, con leggero rimprovero, - perch hai fatto ci? Non sapevi che egli era un riccone? Ecco l, sta ferma. Dove  la bisaccia? Ah, come far io, San Francesco mio d'argento? Pascaleddu, agnello d'oro, non tormentarmi cos...
- Zio Pascale? - chiam lo studente.
Il vecchio, curvo a tagliare con una piccola falce un cespuglio di scope, s'alz di scatto, come svegliandosi da un sogno, e mise la mano sugli occhi infossati.
- Chi sei, anima del purgatorio?
- Non mi vedete? No, sono un'anima dell'inferno.
- Ah, sei il figlio di Batre Lixia? Dio ti benedica, anima mia; io non ci vedo pi, sai: ecco, tu mi sembri una nuvola.
- Che fate, zio Pascale?
- Raccolgo scope. Tu sei un dottore, vero? - chiese il vecchio, sempre pi rispettoso.
- Non ancora. Che fate voi di queste scope?
Il vecchio gemeva e tossiva convulso, e rispondeva a stento, umile e quasi pauroso.
- Le porto a Nuoro, dove le vendo.
- Ogni giorno?
- Oh, no! Quando ero in forze, s, quando avevo vent'anni, trenta anni. Ma ora!...
Scosse la mano, come accennando un punto remoto nello spazio e nel tempo.
- Quanti anni avete, ora, zio Pasc?
- Ottanta... no sessantanove... aspetta, di pi...
- Settantanove?
- S, me ne manca uno a novanta.
- Basta; vuol dire che siete vicino pi ai cento che ai venti, non  vero? Avete sempre fatto lo scoparo?
- S. Ma dimmi,  vero che tu sei impiegato nella Corte del Re?
- Non ancora, zio Pascale! Forse col tempo. Con chi vivete? Ma mi pare che siate ammalato.
- Ammalato! Ammalato! Molto ammalato, figlio del mio cuore! Ah, questa tosse! Mi pare che qui, entro il petto ed in gola, ci sia una sega che lavori continuamente. Io conoscevo tuo padre, sai. Era un benefattore... Oh... questa tosse...
- Ma perch non prendete qualche cosa, zio Pascale? - chiese Lixia, al quale il vecchio destava piet e disgusto.
- E cosa vuoi che prenda? Ho provato la medaglia di Santu Pascale, ho provato il verbasco bollito, gli impiastri di lino... tutto ho provato... ma vuoi sentire cosa ?  la morte che viene...
- Con chi vivete? - ripet lo studente giornalista, saltando a sedere sul muro.
Il vecchio scoparo cominciava ad interessarlo: gli pareva d'intervistare in lui il pi autorevole rappresentante d'una razza sconosciuta. Eppure quante volte, prima di partire per gli stud, e durante le vacanze, non aveva egli veduto il vecchio scoparo e cento e mille altri campioni di quella razza alla quale egli stesso apparteneva?
- Da quanti anni fate lo scoparo?
- Da molti, molti anni, ti ho detto! - rispose il vecchio, ripetendo quel gesto vago che accennava una lontananza infinita. - Avevo dieci anni, la prima volta che andai a Nuoro a vendere le scope: anche mio padre era scoparo; anche mio figlio scoparo. Egli una volta, stanco di camminare e camminare sempre a piedi, gitt il laccio ad un cavallo che pascolava in una (tanca), e vi mont su. Ebbene, lo incontrarono due carabinieri che andavano in cerca di un bandito. "Tu hai rubato questo cavallo?" gli dissero. Egli protest. Ma i due carabinieri, che forse avevano paura di incontrare il bandito, presero mio figlio, lo legarono, lo portarono in carcere.
- Siete pur malizioso, zio Pascale! - osserv Lixia.
Ma il vecchio tossiva, con gli occhi fuori delle orbite e la barba bagnata da fili di bava sanguigna, e non ud l'osservazione dello studente. Quando la tosse pass, egli riprese a parlare, sempre fermo sotto il muro, ritto, con la falciuola in mano come l'immagine della Morte.
- San Francesco mio d'argento, che tosse indiavolata! S, mio figlio mor in carcere, quando stava per finire la sua condanna. Basta; mi lasci due ragazzi.
- Perch, era ammogliato?
- Era vedovo. Ebbene, due ragazzi; un maschio ed una femmina. Il ragazzo and via con un magnano girovago e non lo vidi mai pi. La ragazza, Maria Annicca, and a servire in casa del sindaco. Tu lo conosci, Marcu Virdis... eh, lo conosci? Quel riccone.
- Eh, diavolo,  mio zio! Ebbene?
- Ebbene, pazienza. La ragazza era una palma d'argento; era la luce degli occhi miei. Ma fu molto leggera. Ebbe un figlio dal padrone. Ma non sapeva ella che Marcu Virdis era un riccone? Che non poteva sposarla? San Francesco mio d'argento, pazienza! Il Signore le avr perdonato, come le perdonai io.
- Dove si trova ora? Ah, mi sembra d'aver gi sentito questa storia! Ella  morta, non  vero?
-  morta.
- E il figlio?
- Sta con me; ma  tanto cattivo! Un diavoletto! Non vuol lavorare, non mi aiuta, niente! Ebbene, pazienza. Il mio pi grande tormento  il pensare a ci che diverr questa creatura. Che avverr di lui, senza parenti, povero e solo?
- Zio Pascale, - disse Lixia come inspirato, - non datevi pensiero! Il mondo cammina. Al di l del mare, in Continente, gli uomini vogliono diventare tutti eguali; fra venti o trenta anni, forse prima, non ci saranno pi n ricchi n poveri; cio tutti gli uomini lavoreranno e tutti avranno da vivere comodamente. Anche qui, in Sardegna, arriver questa legge. Non datevi pensiero per vostro nipote; quando egli sar vecchio non si trasciner come voi, per le lande incolte, a rischio di morire nel deserto e di esser divorato dai corvi.
Il vecchio ascoltava; scuoteva tristamente la testa e gemeva, reprimendo un nuovo scoppio di tosse che gli sollevava il petto.
- Abbiate pazienza - prosegu Lixia, infervorandosi nella sua parte di apostolo. - I tempi cambieranno. In tutto il mondo, e quindi anche in Sardegna, non ci saranno pi poveri, non ci saranno pi malfattori, pi invidiosi, pi farabutti come il mio parente Virdis, pi carabinieri, pi bambini che faranno morir disperati i vecchi infelici. Qui dove crescono le scope, in questi campi desolati, ebbene, vedete, qui, proprio qui, si vedranno verdeggiare le vigne, gli orti, i chiusi...
- Ebbene, pazienza, - interruppe il vecchio scoparo, - vuol dire che le vigne e gli orti e i chiusi saranno dei ricconi: i poveri non avranno mai niente, neppure le scope avranno, allora! San Francesco mio d'argento...
E ricominci a tossire.
Dall'alto del muro rossiccio lo studente allarg le braccia e guard il cielo disperatamente.
- Essi non possono neppure capire, essi non sono neppure creature umane! - declam.
- Mi di qualche cosa? - domand infine lo scoparo.
Ma Lixia, fedele ai suoi princip, gli neg l'elemosina, e per vendicarsi il vecchio pens:
- Quel ragazzo  matto.



"COLPI DI SCURE"

Il vento scuote i fucili e le (leppas) del vecchio pastore pendenti da un enorme elce di Monte Albu: par d'essere sotto le sacre quercie dei Druidi, ornate d'armi fatidiche, nelle foreste della Gallia primitiva. Ed anche il vecchio, seduto sulle radici dell'elce e intento a incidere uno strano disegno su una tabacchiera di corno, ha un'aria sacerdotale: ha gli occhi obliqui sotto l'ampia fronte solcata da rughe scure, un gran naso aquilino e la barba grigio-rossastra, le cui punte formano due grossi riccioli e gli arrivano fino alla cintura.
Le greggie meriggiano all'ombra delle roccie, sulle quali sorgono elci selvaggi che fremono al vento. In fondo al bosco s'odono ininterrotti colpi di scure, ripetuti dall'eco, e pare che tutta la foresta ne tremi.
Squadre di carbonari e di scorzini abbattono le piante millenarie, e di giorno in giorno si avvicinano al cuore della foresta, all'elce enorme sotto il quale il pastore ha stabilito il suo domicilio e appese le sue armi. E la pianta selvaggia e forte come un leone, che ha ingoiato i fulmini e protetto i banditi contro l'ira dell'uragano, e il vecchio pastore al quale gli anni non hanno potuto strappare i denti da lupo e i peli rossicci, aspettano i nuovi devastatori, la cui scure  pi potente della folgore e del tempo: li aspettano con la stoica impassibilit con cui aspettano la morte. Di giorno in giorno, d'ora in ora, i colpi di scure risuonano pi vicini e pi forti, mentre tutta la foresta si copre di fiori dorati e il vento di giugno si fa pi caldo e odoroso. Mai la foresta fu pi bella e fiorita: forse sente giunta la sua ultima primavera e vuole inebbriarsi dei suoi tepori e delle sue fragranze, per dimenticare che la morte si avanza.
Sembra che i giovani elci sorgenti sulle roccie si siano arrampicati lass per sfuggire all'imminente rovina, e quando il vento passa tremano d'angoscia, e quando la sera glauca discende, e la luna cade come una perla sul velluto purpureo dell'orizzonte, le giovani piante sbattono le foglie secche e pare che piangano.
Zio Cosma incide sulla tabacchiera due fatti eroici della sua giovent: due fatti per lui egualmente epici, e il cui ricordo ha riempito tutta la sua vita ed ancora lo anima come l'eco d'una marcia guerriera. Da una parte della tabacchiera si distingue un uomo che lotta con un suo simile e lo atterra: dall'altra un uomo che affronta e pugnala un feroce cinghiale. Per zio Cosma i due fatti, dei quali egli fu l'eroe, hanno eguale valore: e l'antico elce guarda il lavoro del vecchio artista con la stessa solennit con la quale assist alla realt dei fatti immortalati sulla tabacchiera di corno.

Ma qualcuno viene ad interrompere la tragica solitudine del vecchio pastore. Un giovane carbonaio svizzero alto e svelto, col viso sorridente come quello di un bimbo tintosi per ischerzo, si avanza fischiando un'aria della (Traviata), e da lontano mostra al vecchio pastore una bottiglia nera.
Zio Cosma solleva il volto, guarda il giovine con disprezzo e col dito sollevato risponde: - No!
Ma il giovine s'avanza egualmente.
- Ho detto di nooo! - grida il vecchio. - Latte da me non ne prendi, come  vero San Francesco! Beviti un po' di polvere da sparo sciolta nel petrolio, se hai sete. E va al diavolo, tu e chi ti ha trasportato qui.
Il giovane non capisce niente del dialetto rude di zio Cosma; sorride e, sempre mostrando la bottiglia, si mette a sedere presso il vecchio.
- Latte? - chiede con voce un po' gutturale.
- Un colpo di fucile, se lo vuoi? Chi sei tu, immondezza?... Sei un uomo tu? - chiede zio Cosma con sovrano disprezzo. - Tu hai gli occhi azzurri, i piedi e le mani che sembrano culle: s, in verit santa, le culle di sughero, appese con corde di pelo alle travi delle case di Onan, sono pi piccole delle tue mani. S, guarda pure questa tabacchiera:  di corno, s, di corno. Tu sai cosa sia il corno, le corna? Hai moglie?
- Cosa?
- Come ti chiami?
- Cosa?
- Non capisce niente! - grida zio Cosma, ridendo. - E questi sono uomini? (Avete voi mogliera?)
- No - risponde il giovine e sorride con gli occhi chiari scintillanti. - E voi avete figliuole?
- S, ma non fanno per te: soltanto, se tu vuoi, possono filare una corda per appiccarti.
- Cosa? Babbo Cosma, io conosco le vostre figliuole. Le ho viste a ballare, domenica, nella piazza della chiesa.
Questa volta tocca al vecchio gridare:
- Cosa? Cosa? Cosa conosci tu, pidocchioso, occhi di gatto, forestiere cornuto? Se osi chiamarmi ancora babbo Cosma ti bastono, come  vero San Francesco.
Il giovane continua a sorridere, battendo le unghie sulla bottiglia. In fondo alla foresta s'ode il vento fremere con tristezza: i colpi delle scuri arrivano distinti.
- Ah, - dice zio Cosma, - vi avvicinate, vi avvicinate, figli del diavolo!
- Ebbene, - grida, rivolto al giovine, - taglierete tutto?
- Cosa?
- Cos! - fa atto di tagliare. - Tutto?
- Tutto.
- (Questo anche?) - chiede il vecchio, toccando il tronco dell'elce.
- S.
- Vattene! - urla allora zio Cosma. - Vattene via subito, anima pidocchiosa. Vattene o ti ammazzo, ti schiaccio come una lucertola.
- Cosa? - Il giovine non sorride pi, e balza in piedi impensierito dal grido selvaggio del vecchio.
- Tu hai paura di me? - continua a urlare zio Cosma. - Tu hai paura dei miei occhi? Giovine di ferula, statuetta intagliata nella foglia del fico d'India! E sei tu che vieni a snidare il vecchio avvoltoio? Ma io ti caver gli occhi. Vattene! - riprende. - Non ti muovi? Senti, vedi questa immagine, sulla tabacchiera?
- Cosa?
- Ora ti d io la cosa.
Zio Cosma si alza e si avvicina al giovine, mettendogli sotto gli occhi la tabacchiera.
- Vedi: - dice - (questo  un uomo che io ho ammacciato. Capisci?)
- S - accenna il giovine, fissando sulla tabacchiera i dolci occhi un po' spauriti.
- Ebbene, (come ho ammacciato questo cristiano, cos ammaccier te e i tuoi compagni quando verrete a tagliare qui. Avete compriso? E dillo a loro). E vattene via subito, ora, altrimenti guai!
Il giovine ha perfettamente capito e va via, a capo chino, sorridendo fra s. Egli pensa alle graziose figliuole del vecchio, una delle quali, bianca e sottile come un giglio, gli ha sorriso coi grandi occhi neri tentatori.
- Io la sposerei; - pensa - ma il vecchio  un lupo. Per  simpatico. Chiss!
- Babbo Cosma, - grida, voltandosi, - tanti saluti a vostra figlia.
- Aspetta, capretto cornuto, aspetta! - Il vecchio fa un salto felino, stacca un fucile dall'elce, mentre il giovine scappa ridendo infantilmente.
- Non ne vale la pena! - dice zio Cosma, crollando la testa con disprezzo. - Quelli non sono uomini. Ora avranno paura di avvicinarsi.
E si rimette a intagliare la tabacchiera. I colpi delle scuri, replicati dall'eco, par che ripetano:
- Veniamo, veniamo.



"MENTRE SOFFIA IL LEVANTE"

Un'antica leggenda sarda afferma che il corpo degli uomini nati nella vigilia di Natale non si dissolver mai fino alla fine dei secoli.
Si parlava appunto di ci in casa di zio [16] Diddinu Frau, ricco contadino, e Predu Tasca, il fidanzato della figliuola di zio Diddinu, domandava: - Ed a che serve ci? Che possiamo farcene del corpo, dopo che siamo morti?
- Ebbene, - rispose il contadino, - non  una grazia divina non essere ridotti in cenere? E quando arriver il giudizio universale, non sar una cosa bellissima ritrovare intatto il proprio corpo?
- Poh, chi lo sa? - disse Predu con fare scettico.
- Senti, genero mio, - esclam il contadino, - l'argomento  buono; vogliamo stanotte cantarlo?
Bisogna sapere che zio Diddinu  un poeta estemporaneo, come lo erano suo padre e suo nonno; egli coglie con gioia tutte le occasioni per proporre una gara di canto estemporaneo a poeti meno abili di lui.
- Oh, - osserv Maria Franzisca, facendo la graziosa perch il fidanzato la osservava, - l'argomento  poco allegro.
- Tu, sta zitta! Tu andrai a letto! - grid il padre con voce rude.
Bench poeta, egli era un uomo rozzo, che trattava la famiglia, specialmente le figliuole, con severit quasi selvaggia. E la famiglia lo rispettava e lo temeva. In presenza del padre Maria Franzisca non osava neppure sedersi accanto al suo Predu (del resto la moda del paese voleva che i fidanzati stessero a rispettosa distanza) e si contentava di civettar con lui da lontano, affascinandolo con le mosse della bella persona fiorente entro il pittoresco vestito di scarlatto o di orbace [17], e sopratutto con gli sguardi degli ardenti occhi d'un turchino verdognolo, grandi come due mandorle mature.
Era dunque la vigilia di Natale: una giornata grigia, annuvolata, ma tiepida: spirava anzi un vento di levante che portava il lontano e snervante tepore del deserto e come un umido odore di mare. Pareva che di l dalle montagne, sulle cui chine verdeggiava la fredda erba d'inverno, e di l dalla valle, ove i mandorli troppo precocemente fioriti si scuotevano, gettando quasi con dispetto al vento i petali bianchi come falde di neve, ardesse un gran fuoco, del quale non si scorgessero le fiamme, ma arrivasse il calore. E le nuvole che s'affacciavano sulle cime dei monti e incessantemente salivano e si spandevano sul cielo, sembravano formate dal fumo di quel fuoco invisibile. Le campane suonavano a festa; la gente, resa un po' strana dal levante, girava per le strade e per le case, ideando come riunirsi per festeggiare il Natale; le famiglie si scambiavano regali di porchetti, di agnelli autunnali, di carne, di dolci, di frutta secche; i pastori recavano ai padroni il primo latte delle vacche, e la padrona rimandava al pastore il recipiente colmo di legumi o d'altro, guardandosi bene dal rimandarlo vuoto per non augurare male al bestiame.
Predu Tasca, anch'egli pastore, ammazz il suo pi bel porchetto, lo sventr, gli tinse col sangue la cotenna, lo riemp di fronde d'asfodelo, lo mise in un canestro e lo mand in regalo alla fidanzata. E la fidanzata diede uno scudo d'argento alla portatrice del regalo e dentro il canestro mise un dolce di mandorle e miele.
Verso sera il fidanzato venne in casa Frau e strinse la mano della fanciulla. Ella arross, rise di piacere, ritir la mano: e nella mano calda per la stretta amorosa trov una moneta d'oro.
Subito and in giro per la casa, mostrando segretamente a tutti il bel regalo di Predu.
Fuori le campane suonavano lietamente, ed il levante ne spandeva il suono metallico per la sera tiepida ed umida. Pietro vestiva il suo bel costume ancora medioevale dal giustacuore di velluto turchino ed il corto cappotto nero d'orbace e di velluto finemente trapuntato; e aveva la cintura di cuoio a ricami e i bottoni d'oro filogranati.
I lunghi capelli neri gli ricadevano sulle orecchie, ben pettinati ed unti con olio d'ulivo; e siccome aveva gi bevuto vino ed anice, i suoi occhi neri brillavano e le sue labbra rosse ardevano tra la folta barba nera. Era bello e fresco come un Dio campestre.
- (Bonas tardas) [18] - disse sedendosi vicino al suocero, davanti al focolare ove ardeva un tronco d'elce. - Il Signore vi conceda cento Natali. Come ve la passate?
- Come i vecchi avvoltoi che han perduto gli artigli - rispose il fiero contadino, che cominciava ad invecchiare. E recit quei versi famosi:

(S'omine cando est bezzu no est bonu...)

Fu allora che si parl della leggenda sui nati la sera di Natale.
- Andremo alla messa, - disse zio Diddinu, - al ritorno faremo una bella cena e dopo canteremo, dunque!
- Anche prima, se volete.
- Prima no! - disse zio Diddinu, battendo il bastone sulla pietra del focolare. - Finch dura la Santa Vigilia bisogna rispettarla: Nostra Signora soffre i dolori del parto e noi non dobbiamo n cantare, n mangiar carne. Oh, buona notte, Mattia Portolu! Siediti l e dimmi chi altri verr. Maria Franzisca, da bere! Porta da bere a questi piccoli agnelli.
La fanciulla vers da bere e, chinandosi davanti al fidanzato per porgergli il bicchiere scintillante come un rubino, lo inebbri con uno sguardo e un sorriso ardente. Intanto il nuovo venuto nominava gli amici che dovevano sopraggiungere.
Le donne s'affaccendavano gi per preparare la cena, intorno al focolare che stava nel centro della cucina, segnato sul pavimento da quattro liste di pietra. Da una parte sedevano gli uomini; dall'altra parte le donne cucinavano: in un lungo spiedo stava gi infilata la met del porchetto regalato da Predu Tasca; e un leggero fumo odoroso di vivande si spandeva per la cucina. Vennero altri due vecchi parenti, due fratelli che non si erano mai voluti ammogliare, per non dividere il loro patrimonio; sembravano due patriarchi, con capelli lunghi riccioluti ricadenti sulla prolissa barba bianca; poi venne un giovine cieco che palpava e sfiorava i muri con un sottile bastone di oleandro.
Uno dei vecchi fratelli prese Maria Franzisca per la vita, la spinse verso il fidanzato e disse:
- Che fate, agnellini del mio cuore? Perch state cos lontani come le stelle? Tenetevi dunque per mano, abbracciatevi...
I due giovani si guardarono ardentemente; ma zio Diddinu alz la voce tonante:
- Vecchio ariete, lasciali in pace: essi non hanno bisogno dei tuoi consigli.
- Lo so, e neppure dei tuoi! Essi troveranno bene il modo di consigliarsi fra loro! - rispose il vecchio.
- Se ci fosse, - disse il contadino, - io dovrei scacciare quel giovane come si scacciano le vespe. Da bere, Maria Franzisca!
La fanciulla si tolse, un po' mortificata, dalle braccia del vecchio, e Predu disse, accomodandosi la berretta e sorridendo:
- Bene! Cantare e mangiare non si pu, n altro... Ma bere s?
- Si pu tutto perch Dio  grande - mormor il cieco, seduto accanto al fidanzato. - Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini di buona volont.
E bevettero, e come! Solo Pietro bagnava appena le labbra sull'orlo del bicchiere. Fuori le campane suonavano; s'udivano grida e canzoni errare col vento. Verso le undici tutti si alzarono per recarsi alla messa di mezzanotte; in casa rimase solo la vecchissima ava, la quale in giovent aveva udito dire che i morti tornano la notte di Natale a visitare le case dei parenti. Ella quindi praticava un antico rito: preparava un piatto di vivande ed un boccale di vino pei morti. Anche quella notte, appena fu sola si alz, prese il vino e le vivande, e le depose in una scaletta esterna, che saliva dal cortile alle stanze superiori della casa.
Un vicino povero, che conosceva la credenza e il rito della vecchia, salt il muro di cinta e vuot le vivande ed il vino.
Appena ritornati dalla messa, giovani e vecchi si misero allegramente a cenare. Furono spiegati per terra lunghi sacchi di pannilano, e su questi le tovaglie di lino filate in casa: entro grandi recipienti di creta gialla e rossa fumarono i maccheroni fatti dalle donne, e nei taglieri di legno fu abilmente tagliato da Pietro il porchetto arrostito a puntino.
Tutti mangiavano seduti per terra, su stuoie e sacchi; una fiamma potente cigolava sul focolare, spandendo chiarori rossastri sulle figure degli invitati; sembrava un quadro omerico. E quanto si bevette!
Dopo cena le donne, per il rigido volere del padrone, dovettero ritirarsi; gli uomini sedettero o si sdraiarono attorno al focolare e cominciarono a cantare. Erano tutti rossi fin sulle orecchie, con gli occhi languidi eppur lucenti. Il vecchio contadino cominci la gara.

(Duncas, gheneru meu, ello ite naras,
Chi a sett'unzas de terra puzzinosa...)

- Dunque, - cantava il vecchio, - cosa dici, genero mio:  meglio esser ridotti a sette oncie di polvere spregevole, o ritrovare intatto il nostro corpo nel giorno del giudizio universale? ecc., ecc.
Pietro s'accomod la berretta e rispose.
- L'argomento  funebre, - cant, - pensiamo ad altre cose: cantiamo l'amore, il piacere, (sas) (Venus hermosas) (le Veneri belle)... infine cose liete e graziose.
Tutti, tranne il contadino, applaudirono la strofa pagana; ma il vecchio poeta si stizz e disse, in versi, che il suo contraddittore non voleva rispondere, perch non si sentiva capace di trattare l'altissimo argomento.
Allora Predu torn ad accomodarsi la berretta e rispose, sempre in versi sardi:
- Ebbene, giacch volete, vi rispondo; l'argomento non mi piace perch  triste, non vorrei pensare alla morte, giusto in questa notte di gioia e di vita ma, giacch lo desiderate, vi dico: non m'importa proprio niente che il nostro corpo resti intatto o si dissolva. Che siamo noi dopo morti? Niente. Importa che il corpo sia sano e vigoroso durante la vita, per lavorare e godere... null'altro!
Il contadino replic. Pietro ribatteva sempre il tasto dei piaceri e delle gioie della vita: i due vecchi fratelli l'applaudivano; anche il cieco dava segni d'approvazione. Il contadino fingeva di arrabbiarsi, ma in fondo era contento che suo genero si rivelasse un buon poeta. Eh, avrebbe continuato la gloria tradizionale della famiglia!
Ma mentre cercava di dimostrare la vanit dei piaceri del corpo, zio Diddinu beveva ed incitava a bere. Verso le tre dopo mezzanotte tutti erano ubbriachi; solo il cieco, formidabile bevitore, e Pietro, che aveva bevuto poco, conservavano la loro lucidit di mente.
Pietro per s'era inebbriato del suo canto, ed a misura che l'ora passava, fremeva di gioia ricordando una promessa di Maria Franzisca. A poco a poco la voce dei cantori si affievol; il vecchio cominci a balbettare; il giovane finse di cadere dal sonno. Finirono tutti coll'assopirsi; solo il cieco rimase seduto, rosicchiando il rozzo pomo del suo bastone.
Ad un tratto il gallo cant nel cortile.
Pietro apr gli occhi e guard il cieco.
- Egli non mi vede - pens alzandosi cautamente; ed usc nel cortile.
Maria Franzisca, che scendeva silenziosamente la scaletta esterna, gli cadde fra le braccia.
Il cieco s'accorse benissimo che qualcuno era uscito fuori, e pens che fosse Pietro; ma non si mosse; anzi mormor: - Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini di buona volont.
Fuori, la luna correva dietro le nuvole diafane e nella notte argentea il vento di levante portava l'odore del mare e il tepore del deserto.

" - FINE - "


Note:

[1] Abitazione campestre, nella parte settentrionale della Sardegna.
[2] Proverbio sardo.
[3] Espressione locale: si dice d'uno le cui vesti son lacere.
[4] Acquavite.
[5] Piccolo compagno.
[6] Crepaccio.
[7] Straniera., cio d'un paese pi o meno lontano.
[8] Vivo  Dio
Per dispetto del Giudeo.
[9] Greca.
[10] Il lettore si meraviglier di trovare tanti servi e tante serve in queste novelle: ma il servo, in moltissime famiglie sarde, , appunto come nei tempi biblici, un personaggio importante, quasi un membro della stessa famiglia.
[11] (Entrata), il prodotto del gregge, che di giorno in giorno si manda dall'ovile al paese.
[12] Colui che tiene il porto, cio che fa passare i viandanti da una riva all'altra del fiume.
[13] Strada in salita.
[14] Palanca, soldo.
[15] Mugnaio.
[16] (Zio), titolo che in Sardegna si d per rispetto a tutte le persone anziane del popolo.
[17] Tessuto di lana paesano.
[18] Buone ore tarde.
