Chiaroscuro
di Grazia Deledda




INDICE
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Chiaroscuro
Le tredici uova
Un grido nella notte
Il cinghialetto
La porta aperta
La porta chiusa
Il Natale del consigliere
Padrona e servi
Le scarpe
Al servizio del re
La scomunica
L'uomo nuovo
Lasciare o prendere?
La volpe
La cerbiatta
La festa del Cristo
Un po' a tutti
Libeccio
La moglie
I tre fratelli
L'ultima
La vigna nuova



"CHIAROSCURO"

L'uomo era bello, - alto, agile, con un viso bruno e rapace di arabo adolescente, - e sembrava sincero quanto il suo passato era brutto e torbido. Ma a sentirle raccontare da lui le sue vicende avevano un sapore quasi romantico. Seduto sullo sgabello che la sua piccola padrona di casa s'era affrettata a metter fuori della porta appena la figura di lui era apparsa in fondo alla piazza illuminata dalla luna, con le braccia nervose incrociate sul petto, la gamba destra attorcigliata intorno alla sinistra, ogni tanto egli si voltava contro il muro per sputare, sollevava il viso scuro ove il bianco dei denti e dei grandi occhi neri brillava anche nella penombra, e raccontava. La sua voce era sprezzante. Egli si rivolgeva alla donna accoccolata sullo scalino della porta e che lo ascoltava religiosamente, ma alzava la voce per farsi sentire anche dai vicini di casa appoggiati qua e l ai carri vuoti bianchi di calce, o aggruppati in mezzo alla piazza, in fondo alla quale sorgeva una montagna che sembrava di marmo.
Ma i vicini non badavano pi a lui (avevano sentito tante volte la sua storia), e preferivano aggrupparsi intorno a Sidre, un piccolo (maestro di muri) [1] che era anche padrone di una fornace di calce e dava loro da trasportare la sua merce.
- Che cosa credi, Sab, - diceva lo straniero, - che la mia famiglia sia una famiglia qualunque?  forse la prima del mio paese: va e domanda se non credi. Mio padre ha beni e denari, e se vuole pu far a meno di salutare il vescovo, tanto egli  ricco e indipendente. E mia madre?  bianca, bella, non alza mai la voce, e tutte le donne ricorrono a lei per consigli. Ella sa anche scrivere, sebbene sia una donna all'antica. I miei fratelli han tutti sposato donne ricche: noi abbiamo un cortile grande come questa piazza, ricoperto tutto da un pergolato che sembra il cielo di maggio quando c' qualche nuvola, tanto  bello e fresco. Non ti dico la roba che c' dentro casa: a mio avviso  pi la roba che d mia madre ai poveri che quella che possiede il vostro sindaco...
Sabra, nonostante tutta la sua ammirazione per il suo pigionale, tentava di difendere le ricchezze indiscusse del sindaco.
- Cosa dici, Cralu? In verit mia, neanche nelle altre parti del mondo c' gente cos ricca da dar la roba di don Giame per elemosina!
Ma Cralu era stato anche nelle altre parti del mondo.
- Tu sta zitta, bocca di chiocciola! Cosa sai tu? Perch possiedi una casupola e un pozzo senz'acqua credi di poter giudicare la roba degli altri? Neanche il primo diavolo del mondo  buono a tirar fuori i soldi che possiede mio padre. In America i soldi ci sono,  vero, ma la roba costa cara e tu spendi pi di quello che hai. A che serve allora? In casa mia invece ci son tutte le provviste, a mucchi, a mucchi, e i soldi mio padre li mette da parte. Questa  la vera ricchezza. Perci mio padre  rispettato come un re. Quando alla sera egli siede sulla panca sotto il pergolato, e mia madre accanto, e intorno le mie cognate, i bambini, le serve, provi a venir avanti la Corte Reale, se  pi bella di cos! Dunque, ti dicevo, la mia rovina  stata quella di voler sposare una ragazza povera. Era alta, bella, grassa, per: l ce n'era da consolare un cristiano!
Sabra, piccola e magra, tentava nuovamente di protestare.
- Le donne del tuo paese son tutte nere come il tormento dell'inferno.
- Tu sta zitta, spiedo di Giudeo! La mia fidanzata era bianca e bella. Viveva sola, come te, ma la sua casa era fuori di mano, con una finestra bassa senza inferriata. Una notte io stavo appoggiato a questa finestra, cos, per gusto mio: a un tratto l'imposta cedette ed io precipitai dentro. La ragazza stava a letto. Essa dice che grid: io non me ne accorsi. Del resto se avesse gridato davvero qualcuno l'avrebbe sentita. Invano le dissi: se vuoi ti sposo domani. Essa and dal pretore, mi denunzi, disse che avevo buttato la finestra, che le avevo turato la bocca con un fazzoletto, eccetera, eccetera. Poi ritir la querela, perch non voleva rovinarmi, disse, e pag anche le spese, duecento lire belle come duecento angeli del cielo. Io dissi a mio padre: paghiamo noi, queste spese. Ma mio padre rispose: "Allora tutti diranno che tu sei colpevole; bella figura fai!". Mia madre mi domand: "Sei colpevole o no? Se tu dici di s siamo pronti a pagare". Io dissi di no, che diavolo? Perch, vedi un po', Sabra, se io mi fossi comportato come la ragazza diceva, avrebbe ella ritirato la querela e pagate le spese?
La padrona sospir:
- Se ti voleva bene!... La donna  sempre donna...
- Una palla che vi trapassi la cuffia, a tutte! Sai cosa ti dico? L'uomo lavora tutta la settimana per la donna, ed  stato il Signore a cominciar cos: egli ha preparato il mondo e fatto l'uomo, tutto per la donna! E cos io dopo quel fatto dissi: maledette tutte le donne! E me ne andai in America. Partii senza un soldo in tasca, sai, come emigrato; perch mio padre non volle darmi un centesimo ed io piuttosto che rubare in casa mia e dare questo dispiacere a mia madre, io piuttosto mi sarei impiccato. Andai ai lavori del Panama. Che brutti tempi, sorella mia! Ero costretto a vivere in una baracca con altri tre individui del mio paese, tre disperati che buscato il soldo lo mettevano entro un sacchetto come i mendicanti. Erano tre sacchetti piccoli entro uno grande: in tutto settecento lire. Ogni tanto quei tre pezzenti contavano i loro denari, e quando andavano a lavorare lontano uno di loro rimaneva a turno per guardare quel tesoro del re di Spagna! Io ridevo, ricordando che una volta mia madre aveva un biglietto da mille lire e lo credeva da cinquanta. Un giorno io avevo la febbre, quel malanno che ancora mi tormenta; e mi lasciarono solo nella baracca. Andarono lontani, non so dove, all'inferno. Io mi sentii meglio e ritornai al lavoro: dovevo marcire l dentro per custodire il loro tesoro? Fatto sta che quel giorno litigai col caposquadra, e l per l, non essendo io uomo da ricevere umiliazioni, piantai tutto e me ne andai. Me ne andai nel Brasile, dove speravo di trovar lavoro. Nel frattempo quelle tre immondezze sai cosa fecero? Telegrafarono, scrissero a mio padre, dicendo che io avevo portato via il sacco! Egli promise di pagare, purch io acconsentissi. Ma figurati se io potevo acconsentire! Ero malato; altrimenti avrei cercato quei tre per pelarli come pulcini. Tornai mezzo morto in paese e per questa storia quanti guai dovetti passare! Mia madre, cuore di miele, diceva: "Quei poveretti hanno ragione di prendersela con te, figlio mio; se tu non lasciavi la baracca i malfattori non prendevano il sacco. Diamo dunque i denari!". Ma mio padre diceva: "Se noi diamo i denari  come confessare che Cralu  colpevole. Lo sei o no?". Io dicevo: "No e no!". Finalmente, non potendone pi, me ne andai via di nuovo. Non torner pi al mio paese:  un luogo d'inferno. Adesso son qui, ci sto bene, son tranquillo, rispettato, ho un buon impiego, se volessi sposerei la prima ragazza del paese... Che voglio di pi?
La donna ascoltava pallida immobile, fissandolo coi suoi melanconici occhioni da schiava. No, egli non mentiva... Solo, ella non sapeva ancora precisamente quale fosse il buon impiego di lui. Egli usciva alla mattina di buon'ora, ritornava a mezzogiorno, usciva ancora, ritornava la sera tardi e spesso passava la notte fuori di casa. Mangiava una sola volta al giorno, era parco, non beveva. Sabra, che era stata lunghi anni serva d'un vecchio ex-maresciallo e da lui aveva ereditato la casetta e i mobili, procurava di rendere meno triste il volontario esilio del suo giovane pigionale. Gli stirava le camicie e i vestiti, ogni sera lo aspettava seduta sullo scalino della porta, senza degnarsi di rispondere agli scherzi e alle grossolane allusioni dei suoi vicini di casa. Tre di questi, il (maestro di legno) [2], il (maestro di ferro) [3] e il (maestro di muri), da parecchi anni la corteggiavano. Ai primi due, molto poveri, nella cui assiduit poteva entrare un po' di calcolo (il povero  sempre sospettato!) Sabra aveva tolto ogni speranza; per il terzo era incerta: egli era brutto ma quasi ricco.
Quando il pigionale tardava a rientrare, il piccolo Sidre, bianco di calce fin sui capelli, con la giacca sull'mero, s'appoggiava al muro accanto alla donna e le diceva sottovoce:
-  inutile che tu lo aspetti!  dal Milese e gioca alle carte con don Giame. Da' retta a me, donnina; alzati e chiudiamo la porta... Al resto penser poi il parroco.
E tirava fuor dalla saccoccia un pugno di noci, o una melagrana, e gliele dava. Ella prendeva il regalo, ma non esaudiva i desideri di lui.
Una sera egli si avvicin mentre Cralu si dondolava sul suo sgabello.
- Sono stato al tuo paese, sai! Ho venduto a tua madre due carri di calce. Un sacco indovina a chi l'ho venduto? A quella ragazza alta che doveva sposarsi con te. Essa deve intonacare la sua casa perch si sposa con un altro, un certo Muschineddu che  tornato dall'America, uno basso, nero...
Cralu balz in piedi, rigido, livido; ma a un tratto si rimise a sedere e cominci a ridere: un riso nervoso, a singulti, che non finiva mai.
- E dire che essa ha fatto il salto! - grid finalmente. - L'ha fatto con me, posso dirlo, adesso! Ma gli uomini che vanno in America diventano come i forestieri; non badano pi se la donna che sposano  onesta o no!
I due non risposero, l per l, ma dopo un momento, il muratore, per vendicarsi, disse con malizia:
- Muschineddu  uno dei tuoi compagni d'America?
- Quali? - domand Cralu con disprezzo. - Io non ho mai avuto per compagni i braccianti e i contadini.
- Quelli del sacco!
- Oh, vadano al diavolo tutti; gentaglia! - egli disse, e si alz e and nella sua cameretta, ove rimase a scrivere fino a tarda ora della notte.
Nei giorni seguenti tornava ogni momento a casa e domandava se c'erano lettere per lui. Era agitato, febbricitante, e siccome la lettera non arrivava, egli fin con l'insultare la sua padrona di casa.
-  arrivata, l'hai aperta e lacerata...
- Ah, questo non me lo merito! Io non sono come le donne che tu hai conosciuto...
Egli allora le diede uno schiaffo.
- Per insegnarti la creanza! E adesso me ne vado, e non torner a metter pi piedi in casa tua.
- Pagami almeno il fitto! Da quattro mesi non paghi... E mi tratti cos... - piangeva la donna, con la testa appoggiata al braccio per paura di prenderne ancora.
Egli trasse il portafoglio di cuoio giallo su cui stava incisa la testa di Cavallotti (lavoro di un artista di Dorgali) ma poi si pent e lo rimise in saccoccia.
- Ti pagher quando mi pare e piace!
Se ne and e rimase assente due giorni: in quel frattempo arriv la lettera che egli aspettava e che Sabra non esit a mettere sul fumo della caffettiera e ad aprire senza lacerarla. Era della madre di Cralu.

"Caro figlio,  inutile e pericoloso per te che tu ritorni. La ragazza  decisa a sposare Muschineddu.
Essa dice che da lungo tempo ti ha perdonato, ma non vuol pi saperne di te, tanto pi avendola il suo nuovo fidanzato convinta d'essere stato tu a prendere il sacco dalla baracca del Panama. Egli inoltre minaccia di ucciderti, se tu ritorni qui. Dal canto suo tuo padre insiste nella sua idea di volerti lontano dal paese, altrimenti chiama subito il notaio, fa il testamento e ti disereda. Caro figlio, tu sei stato sempre rispettoso verso i tuoi genitori: obbedisci, dunque, non dar altri dispiaceri a tua madre. Se tu continui a vivere lontano di qui, vedrai che non ti calunnieranno pi. Penseremo a cercarti una moglie seria e benestante, quando tu avrai messo giudizio; con questa speranza di saluto e alla fine della settimana ti mander la solita mesata.
Tua madre".

Sabra riattacc la busta con la saliva, e ci mise su il ferro da stiro: adesso capiva tante cose, e si pentiva di non aver aperto prima le lettere del suo pigionale e di avergli prestato fede e usato rispetto.
- Hai veduto quel mascalzone? - domand al piccolo Sidre, quando questi si appoggi al muro accanto alla sua porta.
-  dal Milese che gioca;  nero in viso come la polvere da sparo e diceva d'aver la febbre.
- Fammi il piacere, portagli questa lettera. Sai che non sta pi qui? Io non voglio pi vederlo neanche dipinto...
- Meglio! Cos ti deciderai. Che pensiamo, Sab? Ti rimoderner tutta la casa, sollever il pavimento che  tutto ammaccato, rifar la scala nuova... Che pensiamo, Sab?
- Stasera ho mal di testa; sono molto arrabbiata. Domani sera ti dar una risposta decisiva.
Egli insisteva: ella ripeteva:
- Domani, domani.
L'indomani Cralu ritorn: aveva la febbre e si mise a letto, e stringeva i denti minacciando col pugno un essere invisibile; ma ogni tanto rileggeva la lettera di sua madre e si calmava.
Sabra si curv sul viso ardente di lui.
- Mangia qualche cosa, anima mia, sta' tranquillo, tutto passer...
Egli la fissava attonito, quasi la vedesse per la prima volta, ma rifiutava il cibo e taceva: e quando ella si allontanava gli pareva di essere in carcere e di soffocare. Che tristezza in quella cameretta dal soffitto di canne intonacato con la calce! Nel vano della finestra, al di l del muro del cortile tempestato di pezzetti di vetro, si vedeva un paesaggio d'un grigio pi triste di quello dei giorni invernali: roccie che avevano forme di rane e di tartarughe enormi si arrampicavano su una china selvaggia; le macchie e i cespugli erano dello stesso colore.
A un tratto Sabra sent il suo pigionale rantolare e chiamarla con voce soffocata. Accorse tremando ed egli si aggrapp a lei come un naufrago.
- Muoio... muoio... non si fa a tempo neanche a chiamare il confessore... Sabra, tu sei buona: mettiti in cammino, appena io sar morto, va l, da mio padre... digli che... s, che l'ho buttata io la finestra, che paghi almeno le spese... E anche il sacco l'ho preso. Che restituisca tutto, a quei pezzenti! Non ho detto s, quando egli domandava, perch non volevo... non volevo dar dispiacere a mia madre... E che lei, lei non lo sappia...
Sabra, mentre egli le stringeva i polsi e pareva volesse attirarla con s nel regno delle ombre, si mise a piangere come una bambina. Le sue lagrime cadevano sul viso del malato.
- Andr... andr... E se tuo padre non paga pagher io... Ma sta tranquillo, muori tranquillo...
A poco a poco egli si calm; il suo respiro si fece lieve, le mani, umide di sudore fresco si rallentarono. La febbre era cessata ed egli si addorment placidamente, ma Sabra rimase a vegliarlo tutta la notte.
Nella piazza i vicini ridevano, ascoltando Sidre che raccontava una storiella piccante. Egli aveva veduto rientrare il pigionale, e non si meravigliava quindi che Sabra non comparisse; ma parlava male delle donne e raccontava aneddoti che facevano loro poco onore.
- Perch, vedi, tu prendi un galantuomo e un malfattore e li metti davanti a una donna: se essa ha gli occhi bendati pu darsi che per sbaglio scelga il galantuomo, ma se ci vede prende sempre l'altro. Una volta una donna che conoscevo io...
Egli alzava la voce per farsi sentire, come usava Cralu; ma Sabra vegliava nella cameretta ove il pigionale dormiva, bello e placido come un bimbo di sette anni; e di l tutto era silenzio sotto il chiarore della luna che rendeva azzurro il dirupo e faceva brillare come diamanti i pezzetti di vetro sul muro sgretolato...



"LE TREDICI UOVA"

Nel popolo, che ha la sua nobilt e la sua plebe, vi sono, come nelle classi elevate, famiglie decadute che cercano di risollevarsi facendo fare buoni matrimoni ai loro figliuoli, e giovani di bassa stirpe che credono di nobilitarsi imparentandosi con tali famiglie, e fanciulle che si sacrificano e parenti interessati che non mancano mai di pescare qualche cosa nel torbido.
La famiglia Palas, un tempo assai benestante e rispettata, dopo lunghi anni di decadenza sperava appunto di rinnovare le proprie sorti combinando un buon matrimonio per la figlia Madalena.
Sedute al sole, nel cortiletto sterrato che pareva un angolo di viottolo, Madalena e la matrigna cucivano le ghette d'orbace pei loro uomini e parlavano spesso del sognato matrimonio. La matrigna, pingue e sucida, ma ancora giovane e fresca in viso, con due grandi occhi neri corruscanti, s'agitava sul suo sgabello di ferula, sollevando di tanto in tanto la mano col ditale e l'ago che scintillavano al sole, mentre Madalena, nonostante la sua apparenza di fanciulla nervosa, rimaneva immobile, col viso oblungo e bianco come un uovo, ombreggiato dal lembo del fazzoletto scuro.
- Di razza buona siamo, figlia cara, - diceva la matrigna, - e il tempo e la sorte possono fare e disfare tutto, fortune ed eventi, ma non cambiare le razze. Il pane bianco rimane pane bianco anche nella (bertula) [4] del pezzente, e la sorgente d'acqua dolce rimane tale anche se vi si abbeverano i maiali. S, foglia d'argento mia, tuo nonno lo chiamavano (Palas de ferru), [5] tanto era ritenuto forte e potente. Be', le vicende son mutate, e i tuoi fratelli sono dovuti andare in America assieme coi disperati; ma noi siamo sempre noi, e se tu sposerai Mauru Pinna, egli rester Mauru Pinna, figlio di un tagliapietre arricchito, e tu resterai la figlia di Franziscu Maria Palas.
Madalena non rispondeva, ma sollevava i grandi occhi dolci e dorati come il miele, s'accomodava con le dita bianche le bretelle del corsettino di velluto verdone, il cordoncino di seta che le ornava il collo un po' lungo e venato d'azzurro, e pareva si svegliasse da un sogno. Ombre fugaci come quelle delle rondini che le passavano quasi rasente la testa, oscuravano di tanto in tanto le sue iridi dorate.
- Eppoi, figlia cara, tu che sei giovane non sai una cosa: la gente di buona razza come noi  furba,  intelligente, mentre i plebei sono anche semplici. Tu sarai la padrona, foglia mia d'argento, e Maureddu il servo: tu potrai dargli pane d'orzo e ricotta secca, quando egli andr ad arare o a mietere, e tu potrai tener sempre la caffettiera sul fuoco e farti la frollata e i biscotti con la cappa e tenere il (pane d'isola) [6] nel guardaroba. Egli non se ne accorger, in coscienza mia.
Queste ragioni convincevano la fanciulla, tanto pi che i Palas, in quella stagione bella ma lontana ancora dalla raccolta, nonostante tutta la nobilt della loro razza, pativano quasi la fame. Un giorno la matrigna dovette farsi prestare, al mille per cento, un mezzo ettolitro di grano; poi impegn per tre lire la sua medaglia d'argento a filigrana, poi and nella valle a cogliere finocchiella e ramolacci.
Madalena non usciva mai di casa: ma la primavera arrivava fino al cortiletto e copriva i muri di ranuncoli e di fior di musco; e sul tetto della casetta il vento d'aprile scuoteva le gramigne e gli steli d'avena palpitanti che pareva accarezzassero il cielo azzurro sopra gli embrici corrosi. Qualche volta la bianca cucitrice aveva fame; allora pensava a Maureddu Pinna e alla sua provvista di lardo, di frumento, di formaggio; e sollevando le palpebre un po' livide guardava le nuvolette biancastre d'aprile col vago sguardo dei convalescenti affamati.
Verso Pentecoste egli fece la sua domanda. La paraninfa parl a lungo con la matrigna di Madalena.
- Maureddu Pinna? Egli pu dirsi un re, in casa sua. Egli ha provviste di tutto; egli ha buoi, carro, vigna, (seminerio). E non ha parenti che possano decimare la sua roba.
- Figliastra mia  per un gioiello - rispose alteramente la matrigna. - Essa ha le mani d'oro ed  di buona stirpe. Maureddu Pinna potrebbe essere ricco come il mare; non troverebbe una ragazza eguale.
Ad ogni modo egli fu accettato, e una sera and a far la prima visita alla fidanzata. Madalena stava seduta accanto al focolare e cuciva, mentre suo padre, un uomo imponente, dai lineamenti fini e con la barba rossiccia, sdraiato sulla stuoia, parlava con sua moglie infiorando di proverbi e sentenze il suo discorso pacato.
- Cos ti dico, moglie mia; il re raggiunge la lepre col carro. Il malfattore crede spesso di farla franca e di salvarsi perch  furbo: egli corre appunto come la lepre, ma il re, la giustizia del re s'intende, piano piano col suo carro lento ma sicuro finisce col raggiungerlo.
D'improvviso Madalena sent rimbalzarle sul petto come una palla elastica: trasal, raccolse in grembo un'arancia, e sollevando gli occhi spaventati vide, sopra la linea oscura dell'(antipetus), specie di paravento in muratura costrutto tra il focolare e la porta, il viso nero e barbuto del suo fidanzato. Era lui che per annunziarle il suo arrivo le aveva lanciato l'arancia; e rideva silenziosamente dello spavento di lei, mostrando fra i peli neri dei baffi e della barba i lunghi denti puntuti.
- Che tu sii il benvenuto - disse la matrigna alzandosi. - Non avanzi?
Mauru avanz: piccolo e con le gambe un po' storte, col suo costume nuovo, il cappuccio sulle spalle, pareva un buffone medioevale.
- Siediti - gli disse il futuro suocero, senza alzarsi, spingendo uno sgabello.
- Non sono venuto per indugiare - rispose il pretendente.
Tuttavia sedette e rimase l due ore, senza mai guardare Madalena, che a sua volta non sollevava mai gli occhi. Ella cuciva e l'arancia, in grembo, le bruciava come una palla di fuoco. Dopo aver parlato del suo seminato, dei suoi buoi, della sua vigna, e fatto assieme con la matrigna e il futuro suocero il calcolo di quanto potevano possedere il tale e il tal altro, il fidanzato se ne and. La matrigna disse:
- Non  una bandiera di bellezza, ma  grazioso e di buon cuore.
- I quadri con le belle figure stanno attaccati al muro; l'uomo cammina e non ha bisogno d'esser bello - aggiunse il padre, ripiegandosi la lunga berretta sotto l'orecchio a mo' di cuscino.
Madalena, taciturna, faceva scorrere da una mano all'altra l'arancia, poi si alz, la depose sul sedile dell'(antipetus) e usc nel cortiletto.
La luna nuova calava fra gli steli neri dell'avena, sopra il tetto; in lontananza s'udiva un canto d'amore, vibrante e selvaggio come il nitrito dei puledri indomiti a primavera; dalla cucina usciva il profumo dell'arancia che la matrigna mangiava tranquillamente buttandone la buccia sul fuoco, e Madalena s'asciug gli occhi con la manica della camicia.

Ogni volta che entrava, il fidanzato diceva che non poteva indugiarsi, e dall'(antipetus) lanciava arance, pere e noci alla fidanzata. Una volta ella piant sullo sgabello ove Maureddu usava sedersi, tre piccoli chiodi con la punta in su, e sper che egli, pungendosi, capisse che ella lo disprezzava e non tornasse pi. Egli si punse, ma non disse nulla e torn e invece di sedersi sullo sgabello s'appoggi all'(antipetus).
Le nozze furono celebrate dopo la raccolta dell'orzo. Bench facesse caldo, la sposa rimaneva pallida fredda come una statua di neve, e le sue nuove vicine di casa, vedendola cos altera e riserbata, cominciarono a parlar male di lei. La chiamavano appunto la "Santa di ghiaccio".
In autunno Maureddu and ad arare la terra. La sposa rimase sola in casa, e guardando i suoi sacchi d'orzo, le sue fave, la cassa colma di frumento, le pareva di sognare. Ogni mattina la matrigna, al ritorno dalla messa, entrava da lei e le diceva:
- Procura d'ingrassare, che tuo marito ti vorr pi bene. Non hai uova da farti la frollata?
Madalena aveva le provviste, ma non aveva denari da sprecare in leccornie. Un giorno la matrigna osserv che la cassa del frumento era bucata e che il grano ne veniva fuori.
- Fa una cosa, foglia mia d'argento: vendi il grano e compra le uova e lo zucchero. A Mauru dirai che poco per volta le formiche hanno rubato il grano dalla cassa. Egli  semplice e ti creder.
E cos fecero e comprarono le uova, lo zucchero, la cioccolata e fecero i biscotti, il (pane d'isola), i dolci d'uva passa e di sapa.
Dopo il frumento fu la volta dell'orzo.
- Dirai a tuo marito che son passati i frati questuanti e i priori di San Francesco e quelli di San Cosimo e che tu hai dato loro l'orzo per l'elemosina.
Poi decimarono anche l'olio e al vino mescolarono l'acqua, e i topi rosicchiarono il formaggio... Ma un giorno Madalena disse:
- Adesso basta: son grassa abbastanza.
Infatti sembrava un'altra; il suo viso aveva preso una tinta scura e calda ed i suoi occhi splendevano appunto come due stelle sul cielo bruno della sera.
Col sangue rinnovellato le scorreva nelle vene un'insolita energia; e quando il marito torn, ella seppe dirgli tante bugie che egli la guard con rispetto e pens:
- Quasi quasi ella diventa saggia e ponderata come la sua matrigna.
Mauru ripart il luned mattina con la bisaccia delle provviste sulle spalle. Alcune vicine di casa che andavano alla fontana, lo raggiunsero, guardarono ridendo la bisaccia e gli chiesero:
- Ti ha dato buona roba tua moglie, Maureddu P?
- Roba buona mi ha dato; perch, che vi importa?
- No, cos! Perch lei digiuna, quando tu non ci sei, e anche tu, quindi, dovresti far quaresima.
- La vita del contadino  tutta una quaresima - egli rispose, allontanandosi col suo passo lento d'uomo slombato.
Le nuvole salivano a frotte, scapigliate e selvagge, su da Monte Albo e da Monte Pizzinnu; e tutto il cielo sopra la vallata, da Orune a Nuoro, s'oscurava come al crepuscolo: anche sul viso del contadino pareva si stendesse quell'ombra mobile e triste.
Egli credeva d'essere molto furbo, e pretendeva che tutti lo rispettassero, specialmente dopo il suo matrimonio con Madalena. Le sue vicine, invece, lo deridevano appunto a proposito di sua moglie; perch? A che cosa alludevano? Ella digiunava? Accennavano forse alle privazioni amorose della moglie quando  lontano il marito? Ma se esse ridevano significava che Madalena non sentiva troppo queste privazioni.
Alcuni giorni dopo egli rientr a casa all'improvviso, e trov il fuoco acceso e Madalena che arrostiva allo spiedo un bel pezzo di carne grassa.
- Abbiamo un ospite, - ella disse, alquanto confusa, - il tuo amico Juanne Zichina, che  venuto dal suo paese per una lite che ha col fratello...
- Ben venga l'ospite: fai bene a trattarlo con onore.
Poco dopo arriv la matrigna di Madalena, guardandosi attorno e fiutando l'aria come un cane da preda; ma la figliastra l'accolse con freddezza e non la invit neppure a sedersi.
Maureddu attese fino a mezzogiorno; poi siccome l'ospite non rientrava, si decise a ripartire.
I suoi buoi erano rimasti al pascolo, senza custodia, ed egli pensava che i malfattori quando vedono un bue e non ne vedono il padrone, si sostituiscono volentieri a questo.
Prima di uscire di casa disse a Madalena:
- E con le vicine come vai?
- Non  gente per me - ella rispose torcendo la bocca da un lato; ed egli se ne and senza osare di dirle altro.
Ma nella solitudine fu ripreso dai suoi cattivi pensieri, perch  appunto nella solitudine che il demonio ci punge come il contadino punge i buoi sonnolenti per farli camminare.
E Maureddu si rimise di nuovo in cammino: era una bella mattina di dicembre: vapori azzurri come veli staccatisi dal cielo coprivano le lontananze; ma fin dove l'occhio poteva distinguer le pietre e i macigni, questi apparivano nitidi, come lustrati; ogni filo d'erba aveva una perla di rugiada, e sulle querce nere le foglie gialle scintillavano come monete d'oro.
A gran distanza, nel sentiero della vallata, Maureddu distinse un uomo a cavallo, col cappuccio in testa e l'archibugio sulle spalle, e riconobbe il suo amico Juanne Zichina che si recava a Nuoro per la solita lite. Maureddu non si ferm, ma a poco a poco Juanne Zichina lo raggiunse, e assieme fecero il resto della strada. L'uomo a cavallo cominci a parlare della sua lite, chiamando suo fratello "nuovo Caino" perch s'era impadronito di una lista di terra in una (tanca) di comune propriet; e l'uomo a piedi ascoltava torvo, sollevando di tanto in tanto gli occhi ironici e minacciosi.
Juanne Zichina era un bellissimo uomo sui cinquant'anni, alto, colorito in viso, con la lunga barba nera e gli occhi e i denti scintillanti, dritto sul suo cavallo, con la cartuccera alla cintura e gli speroni sulle ghette.
Accanto a lui Maureddu si sentiva piccolo e goffo, e un pensiero strano, proprio di quelli che manda il diavolo, gli attraversava la mente.
Nel veder arrivare assieme i due uomini, Madalena corrug le sopracciglia, ma non disse nulla.
- Siediti accanto al fuoco, Juanne Zich - disse Maureddu. - Ora mia moglie ci dar da mangiare e da bere e tu potrai andare all'udienza con la calma della volpe sazia...
- Dunque ti dicevo, (frate caru), quel nuovo Caino voleva anche prendersi la fontana che si trova in mezzo alla (tanca)... - riprese l'ospite, sedendosi accanto al focolare, dopo aver salutato Madalena. - Tu dirai: la fontana era d'entrambi. No, adesso ti spiego...
Prese la canna di ferro, avanzo di un antico archibugio, che serviva per soffiare il fuoco, e cominci a tracciare qualche linea sulla cenere ammucchiata in un angolo del focolare.
Madalena preparava il canestro per la colazione: si avvicin con evidente inquietudine e cominci a fissare l'ospite in modo strano, come vivamente colpita dal suo racconto e dalle tracce dei muri e dei sentieri della (tanca) che egli segnava sulla cenere.
- Quel Caino, dunque, doveva prendersi questa parte, cio il bosco e il pascolo dell'asfodelo; a me spettava la marcita... Io gli dissi: (frate meu), siamo nati per morire, cerchiamo dunque di aggiustarci alla meglio... Invece egli mi si gett addosso... eravamo appunto davanti alla maledetta sorgente, come sarebbe a dire qui... Io gridai e accorsero i pastori; altrimenti Caino mi avrebbe strangolato come quello antico fece col fratel suo.
- Oh, (Zesus, Zesus)! - grid a sua volta Madalena, atterrita, strappandogli la canna di mano.
Anche Maureddu era livido, e fissava l'ospite con uno sguardo febbrile. Ma il Zichina si mise a ridere, mostrando i suoi bei denti da lupo serrati e candidi; s'alz e disse:
- Adesso il giudice aggiuster ogni cosa; andiamo in Tribunale.
Appena egli fu uscito, Maureddu balz su come se il pavimento gli scottasse, e si gett sopra la moglie come il nuovo Caino s'era gettato sul fratello.
- Ah, con gli stranieri dunque ti metti, coi vecchi cinghiali, mala donna, che ho raccolta morta di fame?
Madalena non vacill, non si pieg: solo gli mise le mani sul petto per respingerlo, sollevando il viso diventato color del lievito. I suoi occhi sembravano brage.
- Appunto perch avevo fame ti ho preso, o tu che hai il cervello storto come le gambe! Lasciami!
Un sorriso crudele illumin il suo viso tragico. Si curv sul focolare e dal mucchio di cenere su cui il Zichina aveva tracciato le linee della (tanca), tolse due, cinque, tredici uova.
- Ecco, le vedi - disse, curva, con due uova nel cavo delle mani protese. - S, ti ho sposato per saziarmi, e t'ho decimato il frumento, l'orzo, l'olio, per comprarmi i biscotti, il caff, le uova... Le vedi?  stata matrigna a consigliarmi, e abbiamo rubato e mangiato assieme; ma adesso ero stanca e volevo mangiar da sola, e siccome lei fruga e fruga, ogni volta che entra qui, avevo nascosto le uova... e non volevo che lei le vedesse... e neppure tu!... E tanto meno l'ospite, che avrebbe riso di noi...
L'uomo ascoltava sbalordito. Allora Madalena balz su, e cominci a lanciargli le uova sulla testa.
- Prendi, mala stirpe... cos mi buttavi le arance... prendi... ed io schiantavo di rabbia, mentre nel vederti avevo voglia di ridere... prendi; e va a lagnarti con matrigna, se non sei contento... Prendi, tu che osi insultarmi come una tua pari!...
Le uova si spaccavano contro la testa del disgraziato, e il rosso si scioglieva tingendogli d'oro il viso e il petto, mentre l'albume scivolava fino al pavimento: ed egli mugolava come un vitello saltando a testa bassa di qua e di l per la cucina e pulendosi gli occhi con la manica della camicia, proprio come se li aveva asciugati lei la prima sera del loro fidanzamento.



"UN GRIDO NELLA NOTTE"

Tre vecchioni a cui l'et e forse anche la consuetudine di star sempre assieme han dato una somiglianza di fratelli, stanno seduti tutto il santo giorno e quando  bel tempo anche gran parte della sera, su una panchina di pietra addossata al muro d'una casetta di Nuoro.
Tutti e tre col bastone fra le gambe, di tanto in tanto fanno un piccolo buco per seppellirvi una formica o un insetto o per sputarvi dentro, o guardano il sole per indovinare l'ora. E ridono e chiacchierano coi ragazzetti della strada, non meno sereni e innocenti di loro.
Intorno  la pace sonnolenta del vicinato di Sant'Ussula, le tane di pietra dei contadini e dei pastori nuoresi: qualche pianta di fico si sporge dalle muricce dei cortili e se il vento passa le foglie si sbattono l'una contro l'altra come fossero di metallo. Allo svolto della strada appare il Monte Orthobene grigio e verde fra le due grandi ali azzurre dei monti d'Oliena e dei monti di Lula.
Fin da quando ero bambina io, i tre vecchi vivevano l, tali e quali sono ancora adesso, puliti e grassocci, col viso color di ruggine arso dal soffio degli anni, i capelli e la barba d'un bianco dorato, gli occhi neri ancor pieni di luce, perle lievemente appannate nella custodia delle palpebre pietrose come conchiglie. Una nostra serva andava spesso, negli anni di siccit, ad attinger acqua ad un pozzo l accanto: io la seguivo e mentr'ella parlava con questo e con quello come la Samaritana, io mi fermavo ad ascoltare i racconti dei tre vecchi. I ragazzi intorno, chi seduto sulla polvere, chi appoggiato al muro, si lanciavano pietruzze mirando bene al viso, ma intanto ascoltavano. I vecchi raccontavano pi per loro che per i ragazzetti: e uno era tragico, l'altro comico, e il terzo, ziu Taneddu, era quello che pi mi piaceva perch nelle sue storielle il tragico si mescolava al comico, e forse fin da allora io sentivo che la vita  cos, un po' rossa, un po' azzurra, come il cielo in quei lunghi crepuscoli d'estate quando la serva attingeva acqua al pozzo e ziu Taneddu, ziu Jubanne e ziu Predumaria raccontavano storie che mi piacevano tanto perch non le capivo bene e adesso mi piacciono altrettanto perch le capisco troppo.
Fra le altre ricordo questa, raccontata da ziu Taneddu.
- Bene, uccellini, ve ne voglio raccontare una. La mia prima moglie, Franzisca Portolu, tu l'hai conosciuta, vero, Jub, eravate (ghermanitos) (cugino in terzo grado), ebbene, era una donna coraggiosa e buona, ma aveva certe fissazioni curiose. Aveva quindici anni appena, quando la sposai, ma era gi alta e forte come un soldato: cavalcava senza sella, e se vedeva una vipera o una tarantola, eran queste che avevan paura di lei. Fin da bambina era abituata ad andar sola attraverso le campagne: si recava all'ovile di suo padre sul Monte e se occorreva guardava il gregge e passava la notte all'aperto. Con tutto questo era bella come un'Immagine: i capelli lunghi come onda di mare e gli occhi lucenti come il sole. Anche la mia seconda moglie, Maria Barca, era bella, tu la ricordi, Predumar, eravate cugini; ma non come Franzisca. Ah, come Franzisca io non ne ho conosciuto pi: aveva tutto, l'agilit, la forza, la salute; era abile in tutto, capiva tutto; non s'udiva il ronzio d'una mosca ch'ella non l'avvertisse. Ed era allegra, (ohi), [7] fratelli miei; io ho passato con lei cinque anni di contentezza, come neppure da bambino. Ella mi svegliava, talvolta, quando la stella del mattino era ancora dietro il Monte, e mi diceva:
"Su, Tan, andiamo alla festa, a Gonare, oppure a San Francesco o pi lontano ancora fino a San Giovanni di Mores".
Ed ecco in un attimo balzava dal letto, preparava la bisaccia, dava da mangiare alla cavalla, e via, partivamo allegri come due gazze sul ramo al primo cantar del gallo. Quante feste ci siamo godute! Ella non aveva paura di attraversar di notte i boschi e i luoghi imperv; e in quel tempo ricordate, fratelli miei, in terra di Sardegna cinghialetti a due zampe, (ohi!) ce n'erano ancora: ma di questi banditi qualcuno io lo conoscevo di vista, a qualche altro avevo reso servigio, e insomma paura non avevamo.
Ecco, Franzisca aveva questo ch'era quasi un difetto: non temeva nessuno, era attenta, ma indifferente a tutto. Ella diceva: "Ne ho viste tante, in vita mia, che nulla pi mi impressiona, e anche se vedessi morire un cristiano non mi spaventerei". E non era curiosa come le altre donne: se nella strada accadeva una rissa, ella non apriva neanche la porta. Ebbene, una notte ella stava ad aspettarmi, ed io tardavo perch la cavalla m'era scappata dal podere ed ero dovuto tornare a piedi. Oh dunque Franzisca aspettava, seduta accanto al fuoco poich era una notte d'autunno inoltrato, nebbiosa e fredda. A un tratto, ella poi mi raccont, un grido terribile risuon nella notte, proprio dietro la nostra casa: un grido cos disperato e forte che i muri parvero tremare di spavento. Eppure ella non si mosse: disse poi che non si spavent, che credette fosse un ubriaco, che sent un uomo a correre, qualche finestra spalancarsi, qualche voce domandare "Cos'?" poi pi nulla.
Io rientrai poco dopo; ma l per l Franzisca non mi disse nulla. L'indomani dietro il muro del nostro cortile fu trovato morto ucciso un giovine, un fanciullo quasi, Anghelu Pinna, voi lo ricordate, il figlio diciottenne di Antoni Pinna: e per questo delitto anch'io ebbi molte noie perch, come vi dico, il cadavere del disgraziato ragazzo fu trovato accanto alla nostra casa, steso, ricordo bene, in mezzo a una gran macchia di sangue coagulato come su una coperta rossa. Ma nessuno seppe mai nulla di preciso, sebbene molti credano che Anghelu avesse relazioni con una nostra vicina di casa e che sieno stati i parenti di lei ad ucciderlo all'uscir d'un convegno. Basta, questo non c'importa: quello che c'importa  che la perizia prov essere il malcapitato morto per emorragia: aiutato a tempo, fasciata la ferita, si sarebbe salvato.
Ebbene, fratelli miei, questo terribile avvenimento distrusse la mia pace. Mia moglie divent triste, dimagr, parve un'altra, come se l'avessero stregata, e giorno e notte ripeteva: "Se io uscivo e guardavo e alle voci che domandavano rispondevo, - il grido  stato dietro il nostro cortile, - il ragazzo si salvava...".
Divent un'altra, s! Non pi feste, non pi allegria; ella sognava il morto, e alla notte udiva grida disperate e correva fuori e cercava tremando. Invano io le dicevo:
"Franzisca, ascoltami: sono stato io quella notte a gridare, per provare se ti spaventavi. Un caso disgraziato ha voluto che nella stessa notte accadesse il delitto: ma l'infelice non ha gridato e tu non hai da rimproverati nulla".
Ma ella s'era fissata in mente quell'idea, e deperiva, sebbene per farmi piacere fingesse di credere alle mie parole, e non parlasse pi del morto. Cos pass un anno; ero io adesso a volerla condurre alle feste e a divagarla. Una volta, due anni circa dopo la notte del grido, la condussi alla festa dei Santi Cosimu e Damianu, dove una famiglia amica ci invit a passare qualche giornata assieme. La sera della festa ci trovavamo tutti nello spiazzo davanti alla chiesetta. Era agli ultimi di settembre ma sembrava d'estate, la luna illuminava i boschi e le montagne, e la gente ballava e cantava attorno ai fuochi accesi in segno d'allegria. A un tratto mia moglie spar ed io credetti ch'ella fosse andata a coricarsi, quando la vidi uscir correndo di chiesa, spaventata come una sonnambula che si sia svegliata durante una delle sue escursioni notturne.
"Franzisca, agnello mio, che  stato, che  stato?".
Ella tremava, appoggiata al mio petto, e volgeva il viso indietro, guardando verso la porta della chiesa.
La trascinai dentro la capanna, l'adagiai sul giaciglio, e solo allora ella mi raccont che era entrata nella chiesetta per pregare pace all'anima del povero Anghelu Pinna quando a un tratto, uscite di chiesa alcune donnicciuole di Mamoiada, si trov sola, inginocchiata sui gradini ai piedi dell'altare.
"Rimasi sola - ella raccontava con voce ansante, aggrappandosi a me come una bambina colta da spavento. - Continuai a pregare, ma all'improvviso sentii un susurro come di vento e un fruscio di passi. Mi volsi, e nella penombra, in mezzo alla chiesa, vidi un cerchio di persone che ballavano tenendosi per mano, senza canti, senza rumore; erano quasi tutti vestiti in costume, uomini e donne, ma non avevano testa. Erano i morti, maritino mio, i morti che ballavano! Mi alzai per fuggire, ma fui presa in mezzo: due mani magre e fredde strinsero le mie... ed io dovetti ballare, maritino mio, ballare con loro. Invano pregavo e mormoravo:

(Santu Cosimu abbocadu,
Ogademinche dae mesu...). [8]

quelli continuavano a trascinarmi ed io continuavo a ballare. A un tratto il mio ballerino di destra si curv su di me, e sebbene egli non avesse testa, io sentii distintamente queste parole:
- Lo vedi, Franz? Anche tu non hai badato al mio grido!
Era lui, marito mio, il malcapitato fanciullo. Da quel momento non ci vidi pi. - Ecco il momento, - pensavo, - adesso mi trascinano all'inferno.  giusto,  giusto, - pensavo, - perch io vivevo senza amore del prossimo e non ho ascoltato il grido di chi moriva -. Eppure sentivo una forza straordinaria; mentre, continuando a ballare, sfioravamo la porta, riuscii a torcere fra le mie le mani dei due fantasmi e mi liberai e fuggii; ma Anghelu Pinna mi rincorse fino alla porta e tent di afferrarmi ancora: egli per non poteva metter piedi fuori del limitare, mentre io l'avevo gi varcato. Il lembo della mia (tunica) gli era rimasto in mano; per liberarmi io slacciai la (tunica), gliela lasciai e fuggii. Marito mio bello, io muoio... io muoio... Quando sar morta ricordati di far celebrare tre messe per me e tre per il povero Anghelu Pinna... E va a guardare se trovi la mia (tunica), prima che i morti me l'abbiano ridotta in lana scardassata".
S, uccellini, - concluse il vecchio zio Taneddu, - mia moglie delirava; aveva la febbre, e non stette pi bene e mor dopo qualche mese, convinta di aver ballato coi morti, come spesso si sente a raccontare: e, cosa curiosa, un giorno un pastore trov davanti alla porta di San Cosimo un mucchio di lana scardassata, e molte donne credono ancora che quella fosse la lana della (tunica) di mia moglie, ridotta cos dai morti.
S, ragazzini, che state l ad ascoltarmi con occhi come lanterne accese, il fatto  stato questo: e quel che  pi curioso, s, ve lo voglio dire,  che il grido lo feci io davvero, quella notte, per provare se mia moglie era indifferente com'essa affermava. Quando essa fu morta feci dire le messe, ma pensavo anch'io: se non gridavo, quella notte malaugurata, mia moglie non moriva. E mi maledicevo, e gridavo a me stesso: che la giustizia t'incanti, che i corvi ti pilucchino gli occhi come due acini d'uva, va alla forca, Sebastiano Pintore, tu hai fatto morir tua moglie...
Ma poi tutto pass: dovevo morire anch'io? Eh, fratelli miei, ragazzini miei, e tu, occhi di lucciola, Grassiedd'El, che ne dite? Non ero una donnicciuola, io, e d'altronde morr lo stesso, quando zio Cristo Signore Nostro comanda...



"IL CINGHIALETTO"

Appena aperti gli occhi alla luce del giorno, il cinghialetto vide i tre pi bei colori del mondo: il verde, il bianco, il rosso, sullo sfondo azzurro del cielo, del mare e dei monti lontani.
In mezzo al verde delle querce le cime dei monti vicini apparivano candide come nuvole alla luna, ma gi intorno al nido del cinghialetto rosseggiava il musco fiorito, e i macigni, le chine, gli anfratti rocciosi ne eran coperti come se tutti i pastori e i banditi passati lass avessero lasciato stesi i loro giubboni di scarlatto e anche qualche traccia del loro sangue. Come non essere arditi e prepotenti in un simile luogo? Appena la giovane cinghialessa ebbe finito di lisciare e leccare i suoi sette piccini attaccati alle sue mammelle dure come ghiande, l'ultimo nato di essi, il nostro ardito cinghialetto, sazio e beato si slanci dunque nel mondo, cio al di l del cerchio d'ombra della quercia sotto cui era nato. La madre lo richiam con un grugnito straziante; ma la bestiuola torn indietro solo quando vide, sul terreno soleggiato, la figura di un altro cinghialetto col suo bravo codino in su, attorcigliato come un anello: la sua ombra.
Pass un giorno e una notte; anche i fratellini si avanzarono verso il sole e tornarono spaventati dalla loro ombra; la cinghialessa sgretol le ultime ghiande rimaste fra il musco, grugnendo per richiamare i piccini; e sei di essi, tutti eguali, col pelo a strisce dorate e morate come nastri di seta, accorsero inseguendosi e saltandosi addosso gli uni su gli altri: il settimo, quello che primo s'era avventurato pel mondo, non torn. La madre volse attorno gli occhi dolci e selvaggi dalle palpebre rossicce, grugn mostrando le zanne candide come i picchi dei monti, ma il cinghialetto non rispose, non torn pi.

Viaggiava, palpitando, grugnendo, dibattendosi invano entro la calda bisaccia d'un piccolo pastore. Addio, montagna natia, odore di musco, dolcezza di libert appena gustata come il latte materno! Tutti gli spasimi della ribellione e della nostalgia vibravano nel ringhio del prigioniero; e non  da augurarsi neanche al nostro peggiore nemico lo strazio della sua lunga reclusione sotto un cestino capovolto. Passano le ore e i giorni: una piccola mano che pare coperta da un guanto oscuro, tanto  dura e sporca, introduce una scodella di latte sotto il cestino, e due grandi occhi neri spiano attraverso le canne della fragile prigione. Una vocina benevola parla al cinghialetto.
- Morsichi? Se non morsichi ti tiro fuori; se no buona notte e addio!
Il prigioniero grufola, soffia attraverso le canne; ma il suo grugnito  amichevole, supplichevole anzi, e la manina nera solleva il cestino; il cinghialetto lascia titubante il suo carcere e annusa il terreno intorno. Com'era diverso il mondo luminoso della montagna dal piccolo mondo scuro di questa cucina bassa e desolata, di cui il bambino, fratello del pastore, ha chiuso per precauzione la porta. Il focolare  spento; entro il forno, ove il cinghialetto spinge le sue nuove esplorazioni, sta ad essiccare un po' d'orzo per il pane della povera famiglia.
- Be', non vieni pi fuori? Non sporcare l'orzo; non ne abbiamo altro e mia madre va a lavare i panni dei prigionieri per campare, e mio padre  in carcere... - disse il bambino, curvandosi sulla bocca del forno.
Come colpito da quelle notizie il cinghialetto salt fuori e i suoi piccoli occhi castanei dalle palpebre rossicce fissarono i grandi occhi neri del bambino: si compresero e da quel momento si amarono come fratellini. Per giorni e giorni furono veduti sempre assieme; il cinghialetto annusava i piedini sporchi del suo amico, e l'amico gli lisciava il pelo dorato e morato, o introduceva il dito nell'anello del suo codino.
Giorni sereni passavano per i due amici; il cinghialetto grufolava nel cortile roccioso che gli ricordava la montagna natia, e il bambino si sdraiava al sole e imitava il grugnito della bestiuola.

Un giorno pass nel viottolo una bella paesana alta ed agile e bianca e rossa come una bandiera, seguita da un ragazzetto il cui viso roseo pareva circondato da un'aureola d'oro.
Vedere il cinghialetto e gridare:
- Oh che bellino! Lo voglio! - fu tutt'una cosa per il bel fanciullo dai capelli d'oro. Ma il cinghialetto fil dritto in cucina e dentro il forno, mentre il suo padrone s'alzava, nero nel sole, minaccioso.
-  tuo? - domand la paesana.
- Mio.
- Dammelo; ti do una lira - disse il signorino biondo.
- Non te lo do neanche se crepi.
- Maleducato, cos si parla?
- Se non te ne vai ti rompo la testa a colpi di pietra...
- Pastoraccio! Lo dir a pap...
- Andiamo, andiamo, - disse la paesana, - glielo dir io a sua madre.

Infatti torn, qualche sera dopo, mentre nella cucina desolata la lavandaia dei carcerati parlava col suo bambino come con un uomo anziano.
- S, Pascaleddu mio, - si lamentava, ansando e torcendo il suo grembiale bagnato, - se tuo padre non viene assolto, non so come faremo; io non ne posso pi, con quest'asma; e quel che guadagna il tuo fratellino non basta neanche per lui. Che fare, Pascaleddu mio? E l'avvocato, come pagarlo? Ho impegnato la mia medaglia e i miei bottoni d'argento, per prendere l'orzo: dove andr, se mi continua questo male?...
La paesana agile e rossa entr nella povera cucina, sedette accanto al focolare spento.
- Dov' il cinghialetto, Pascaleddu? - domand guardandosi attorno. Il bambino and a mettersi davanti al forno, la guard, selvaggio e sprezzante, rispose una sola parola:
- Vattene!
- Maria Cambedda, - disse allora la paesana, rivolta alla donna che sbatteva il suo grembiale per farlo asciugare, - lo sai che sto al servizio di un giudice. Nei dibattimenti egli fa da pubblico ministero. La mia padrona  una riccona; hanno un figlio unico, un diavoletto che fa tutto quello che vuol lui. Il padre non vede che per gli occhi di suo figlio. Adesso il ragazzo  malato, mangia troppo! E padre e madre sembrano pazzi di dolore. Senti, l'altro giorno il ragazzo ha veduto un cinghialetto, qui nel vostro cortile, e lo vuole. Dammelo; o meglio domani mandalo con Pascaleddu; se c' da pagare si paga.
- Il tuo padrone  giudice? - disse la donna, ansando. - Allora tu puoi dire una buona parola per mio marito: fra giorni si discuter il suo processo. Se egli non viene assolto, io sono una donna morta...
- Io non posso parlar di queste cose al mio padrone...
- Ebbene, domani Pascaleddu porter il cinghialetto; digli almeno, al tuo padrone, che il bambino  figlio del disgraziato Franziscu Cambedda... Digli che ho l'asma; che moriamo di fame...
La paesana non promise nulla: tutti sapevano che Franziscu Cambedda era colpevole.

Il cinghialetto viaggiava di nuovo, ma questa volta attraverso la piccola citt e fra le braccia del suo amico. I due cuoricini, l'uno accanto all'altro, palpitano d'ansia e di curiosit; ma se il bambino sa che deve tradire il suo amico, questi non si decide a credere che il suo amico possa tradirlo, e allunga il piccolo grifo al di sotto del braccio di Pascaleddu e con un occhio solo guarda le case, la gente, le strade, i monelli che lo seguono fino alla palazzina del giudice e uno dei quali, arrivati laggi, s'incarica di picchiare alla porta e di gridare alla bella serva apparsa sul limitare:
- Pascaleddu piange perch non vuol darvi il suo cinghialetto: se non fate presto a prenderglielo scappa e non ve lo d pi!...
- Non  vero, non piango; andate tutti al diavolo! - grid Pascaleddu cercando di deporre il cinghialetto tra le braccia della serva: ella per lo fece entrare, mentre giusto in quel momento il giudice, con un plico di carte sotto il braccio, usciva per andare in Tribunale. Era un uomo piccolo e grasso, pallido, con due grandi baffi neri e gli occhi melanconici.
- Che c'? - domand, mentre la serva gli toglieva un filo bianco dalla manica della giacca.
- C' questo bambino che porta il suo cinghialetto a (signoriccu):  il figlio di quel disgraziato Franziscu Cambedda che  in carcere: son tanto poveri... muoiono di fame... la madre ha l'asma...
Il giudice scosse la mano come per significare "ce n' abbastanza" e disse, guardando Pascaleddu:
- Dagli qualche cosa.
La serva condusse il bimbo nella camera bianca e luminosa ove (signoriccu), seduto sul lettuccio e avvolto in uno scialle, guardava un libro pieno di figure strane: erano donne e uomini coperti di pellicce, di teste di volpe, di code di faina; erano pelli d'orso, di leopardo, di cinghiale: si vedeva bene che il fanciullo dai capelli d'oro amava le bestie feroci. Appena vide il cinghialetto butt il libro e tese le braccia gridando:
- Dammelo, dammelo!
La mamma, una bella signora alta e bionda in vestaglia azzurra, si curv su lui spaventata.
- E che, lo vuoi a letto, amor mio? Sporca tutto, sai: lo mettiamo in cucina, e appena ti alzerai giocherai con lui.
- Io lo voglio qui! Dammelo o butto in aria lo scialle e mi alzo.
Glielo diedero: e la fuliggine del forno ove era stata trovata la carne della pecora rubata da Franziscu Cambedda macchi il letto del figlio del giudice.
Pascaleddu raccatt il libro di figure e lo guard fisso.
- Lo vuoi? Prenditelo - disse la signora.
Pascaleddu lo prese e se ne and: di fuori i monelli lo attendevano, e cominciarono a domandargli che cosa aveva ricevuto in cambio del cinghialetto, e lo sbeffeggiarono, gli tolsero il libro.
Ma Pascaleddu lo strapp loro di mano, se lo strinse sotto il braccio e via di corsa: gli pareva di aver almeno un ricordo del suo povero amico.

Il suo povero amico conobbe tutti gli straz di una schiavit dorata. Quante volte (signoriccu) fu sul punto di strangolarlo; quanti calci dai bei piedi intorno ai quali ondulava il falpal della vestaglia azzurra; quante volte la serva disse:
- Lo arrostiremo il giorno della festa di (signoriccu)!
Solo il padrone era buono: quando dalla finestra sorrideva a suo figlio, guarito e ritornato in giardino, i suoi occhi erano cos dolci e inquieti che al cinghialetto ricordavano quelli di sua madre su nella montagna.
Lasciato qualche volta in pace, il cinghialetto si divertiva ad annusare i piedi della serva, a correrle appresso e a mettere il grifo entro le casseruole. Spesso lo lasciavano anche razzolare nell'orto grande e selvatico, ove cresceva una pianta d'olivo e una di quercia: ore di gioia tornarono anche per lui, e quando se ne stava sdraiato a pancia in su fra i cespugli e vedeva il cielo azzurro, le nuvolette rosse, la casina bianca fra gli alberi gli pareva d'essere ancora sulla montagna. Appiattato pi in l, col suo fucile, la pistola, la spada e lo stocco, (signoriccu) giocava a (far la caccia) e mirava il cinghialetto e gli correva addosso tempestandolo di colpi e turbando cos la sua beatitudine.
Un giorno tutte le casseruole cominciarono a friggere nella cucina, ove la bella serva splendeva, in mezzo al fumo, come la luna rossa fra i vapori della sera. Era la festa di (signoriccu) e in attesa dell'ora del pranzo, qualcuno degli invitati, tutti amici di casa, entrava in cucina per vedere cosa la ragazza preparava di buono, ma in realt per guardar lei che era il miglior boccone. Fra gli altri entr, a passi furtivi, il delegato, che fece una carezzina alla serva e nascose la sua pistola in un buco dietro la finestra.
- La metto qui perch quel diavoletto mi fruga in saccoccia e la vuole: non toccarla,  carica.
Di l c'era gran chiasso: tutti ridevano e parlavano, e il padrone e un altro magistrato discutevano sulla "legge del perdono" da poco messa in uso da un buon giudice di Francia.
- Quel disgraziato che abbiamo assolto oggi, quel Cambedda, ebbene... - diceva il padrone, - ebbene, ha rubato per bisogno...  un padre di famiglia, ha due figli piccoli, di buona indole... La legge deve adattarsi...
- La legge, oramai,  inesorabile solo per i ricchi - sogghign il delegato; e tutti risero.
Il cinghialetto, in cucina, leccava i piatti in compagnia d'un gattino nero. Sebbene roba ce ne fosse d'avanzo per tutti e due, il gattino metteva le zampe in avanti e sollevava i baffi sopra i dentini bianchi come granellini di riso.
D'improvviso, mentre la serva era in sala da pranzo, (signoriccu) precipit in cucina: vestito di azzurro, coi capelli lisci e lucenti come una cuffia di raso dorato, egli sembrava un angioletto, e volava anche, da una sedia all'altra, dai fornelli alla tavola, da questa alla finestra. Vide la pistola, la prese con precauzione, la rimise nel buco: e non grid di gioia, ma i suoi occhi diventarono metallici e selvaggi come quelli del gattino.
Si slanci sul cinghialetto, mentre il gatto, pi astuto, fuggiva, lo prese e lo port nell'orto, in direzione della finestra di cucina.
- Questa volta  per davvero! - grid saltellando. - Sta l fermo.
Il cinghialetto fiutava i cespugli: era felice, sazio e beato; vedeva (signoriccu) alla finestra di cucina, con una pistola in mano, ma non capiva perch il gattino, l dall'alto della quercia, gli mostrasse ancora i denti e lo guardasse coi grandi occhi verdi spaventati.
Una nube violetta lo avvolse: stramazz, chiuse gli occhi; ma dopo un momento sollev le corte palpebre rossicce e per l'ultima volta vide i pi bei colori del mondo: il verde della quercia, il bianco della casina, il rosso del suo sangue.



"LA PORTA APERTA"

Il mercoled santo Simone Barca and a confessarsi. Era disperato, e l'uomo disperato si ricorda volentieri di Dio, come il malato del medico.
Simone dunque and nella Basilica, monumento nazionale che ancora arricchisce il paese decaduto, e dove in quell'ora del mattino, solo qualche frate dell'attiguo convento celebrava la messa, nelle cappelle ove l'umido ha ricoperto d'uno strato verde gli antichissimi affreschi. Le donne barbaricine, col cappuccio in testa e le gonne ruvide strette come fascie e allacciate con catenelle d'argento, cantavano il rosario nel loro dialetto latino: le loro voci si perdevano nella vastit della Basilica come tra le rovine di un tempio, e dalla valle penetrava, per le porte spalancate, un odore selvatico di euforbia e di gemme d'ontano. Simone and a confessarsi dal frate priore che riempiva col suo corpo enorme il piccolo confessionale e ansava e ronfava, l dentro, come un orso in una gabbia.
- (Para), io sono un uomo perduto: mi vien voglia di uccidere qualche cristiano, tanto sono disperato. Ho commesso i peggiori peccati. Fino a poco tempo fa ero un figlio di famiglia, (para), figlio unico. A venti anni dormivo ancora con mia madre; ma appena morta lei i cattivi compagni mi hanno assediato come le mosche un granellino d'uva passa; e mio zio, che pure  un sacerdote, mi ha cacciato via di casa, invece di aiutarmi, e volta la testa dall'altra parte, quando mi vede. S, tutti i peggiori peccati ho commesso: ho giocato, ho bevuto, sono andato dalle male donne, ho consultato le fattucchiere, ho giurato invano, ho desiderato il male al prossimo, ho desiderato la roba altrui, ho commesso il... falso... s... (para)... ho falsificato una firma, e fra giorni la cambiale scade... ed io dovr andare in carcere e sar disonorato... Tutta la colpa  dei cattivi compagni, i quali adesso mi hanno abbandonato: e tutte le porte mi son state chiuse... e non c' pi una porta aperta, per me! Ma sono pentito, (para), e andr in carcere, ed espier, ma datemi l'assoluzione del Signore, ch'io possa fare il precetto pasquale e soffrire innocente come Cristo Signore Nostro.
Il frate priore ansava e non rispondeva. Simone, col viso scarno e nero di beduino fra le mani, ansava anche lui e pensava:
- Forse egli  scandalizzato: forse prova piacere a sentire che, in fondo, la causa della mia rovina  mio zio prete Barca. I frati e i preti non si posson vedere. Forse egli, per dispetto a mio zio, mi dar i soldi per pagare la cambiale.
Ma il frate priore ronfava e taceva: il suo alito caldo arrivava fino al viso di Simone. Stanco di aspettare, il penitente si scosse dal suo sogno di espiazione e dai suoi maligni pensieri; aguzz i grandi occhi scuri e infantili, e un sorriso amaro incav le fossette delle sue guance rase. Il (para) dormiva. Ah, anche il Signore  sordo ai gridi del peccatore disperato.

Piano piano Simone se ne and, col cuore pieno di tristezza e la mente agitata da brutti pensieri. Intorno all'altare maggiore cominciavano le funzioni, e gi s'udiva la voce allegra di prete Barca salmodiare gorgheggiando. La gente entrava ed usciva: adesso arrivavano anche gli uomini, alti, con le barbe lunghe e quadrate come ai tempi di Mos, vestiti con giacche di pelle e calzoni di saia corti, larghi, simili a gonnelline. Alcuni sembravano profeti, tanto erano solenni, calmi e semplici; altri erano piccoli, scarni come il nostro Simone, bruciati dal vento e dai cattivi pensieri. Anche le donne ricordavano quelle della Bibbia; e ad una che Simone incontr nel cortile della Basilica, una vedova alta e secca, olivastra in viso e con grandi occhi verdognoli, stretta nelle sue vesti ieratiche come in una guaina nera, non mancava che un mazzo di spighe in mano per sembrare la seconda suocera di Booz: Simone trasal nel vederla; trasal per odio, poich la donna era una specie di governante di prete Barca, e per l'improvvisa idea che in quel momento in casa dello zio non c'era nessuno: e come se ad un tratto si facesse notte, egli cominci a veder cose e persone in confuso e cammin cauto lungo i muri, inciampando contro le pietre che ingombravano le straducole. Cos arriv davanti alla sua casa simile ad un avanzo di torre, e solamente allora gli sembr che la luce gli si rifacesse attorno.
Entr e poco dopo il suo viso riapparve alla finestruola del primo ed unico piano, meditabondo come il viso di un generale che dall'alto di una fortezza medita un piano di battaglia. Il campo di battaglia di Simone era il breve panorama che gli si stendeva sotto gli occhi, composto della straduccia attraversata da un rigagnolo e dove i giunchi e l'erba rinascevano come in piena campagna; della casupola della vedova, di fronte alla sua, della casa grande e nera e del cortile dello zio prete, di fianco a quello della vedova, e chiuso da una chiesetta attigua il cui orticello invaso di male erbe e ombreggiato di cipressi ricordava un angolo di cimitero. Simone pensava che aveva passato la sua infanzia e la sua adolescenza a saltare il muro fra il cortile dello zio e l'orticello della chiesa, e si domandava se non era il caso di ritentare ancora una volta l'impresa, ma in senso inverso, cio dall'orticello della chiesa al cortile dello zio. Una volta l dentro gli era facile penetrare nell'interno della fortezza, cio della casa dello zio. Nessuno meglio di lui ne conosceva i buchi, i corridoi, i labirinti: chiudendo gli occhi rivedeva la sporgenza della parete del pianerottolo ove prete Barca prima di uscir di casa metteva la grossa chiave della sua camera; riaprendoli ricordava non senza commozione questa camera vasta e un po' misteriosa, illuminata da una lampadina, piena di immagini sacre e di libri rilegati, e dove pi di una volta egli, fanciullo, aveva sorpreso suo zio, in camicia e in papalina, a contar monete d'oro come un mago, od a traforare abilmente biglietti di banca segnandovi il suo nome con la punta di una spilla. Un giorno, camminando carponi sul pavimento e raschiandovi su per imitar meglio il cinghiale, Simone aveva smosso un mattone, e sotto il mattone aveva trovato una scatola piena di monete. Adesso egli ricordava quei tempi come il prigioniero rammenta i giorni di libert...
Egli rimase tre giorni quasi sempre alla finestra, muovendosi solo per mangiare un po' di pane d'orzo e di formaggio di capra. S, mentre suo zio seminava i suoi denari sotto i mattoni, egli viveva come un miserabile pastore; la sua casa era vuota, desolata, senza mobili (egli li aveva venduti), persino senza usci (venduti anche questi) e i ragni tessevano le loro tele sopra il baule di pelle di cinghiale col pelo, entro il quale egli conservava le vesti da sposa e da vedova della sua povera mamma.
Per confortarsi beveva qualche bicchierino d'acquavite, e tornava alla finestruola.
Di lass sentiva l'odore dei dolci che le donne preparavano per la Pasqua, e vedeva il fumo salire dai tetti di assi e di tegole: qualche usignuolo cantava gi nella valle, e le nuvolette di aprile passavano sopra l'orticello della chiesa, bianche come bende di fanciulle che il vento avesse portato via da qualche siepe.
Il gioved santo la vedova usc dalla casa dello zio e apr la chiesetta, di solito chiusa; e aiutata da altre donne del vicinato tir gi il Cristo, lo depose sul pavimento, fra quattro lumini e quattro piattini con germogli di grano, e form cos il Sepolcro. Ma la gente andava tutta nella Basilica, ove si celebravano i Misteri e due veri ladroni (o almeno gi stati condannati per furto) venivano legati in croce ai fianchi di Cristo. Simone dalla sua finestruola vide anche lo zio, basso, grasso e saltellante, e la vedova alta, secca e rigida, incamminarsi una dopo l'altro verso la Basilica, e scese, ma uscito nella strada si appoggi con una spalla al muro e stette a lungo immobile e pensieroso, ascoltando il lontano salmodiare della processione. Era il crepuscolo; la luna nuova cadeva sopra i monti violetti, sul cielo verdognolo, e la stella della sera saliva, e pareva si andassero incontro come Maria e Cristo nelle strade del villaggio.
- Fra pochi minuti la processione sar qui - pens Simone, e si mosse; ma camminava rasente al muro; aveva paura di attraversare la chiesetta, per entrare nell'orticello, e di passare davanti al Cristo morto steso sul pavimento fra i quattro lumini ed i quattro germogli di grano.
A un tratto, arrivato davanti alla porta dello zio, trasal. La porta era aperta; qualcuno era dunque in casa ed era inutile andare avanti. Egli torn indietro e si appoggi di nuovo al muro. Ma chi poteva esserci in casa dello zio? I servi, contadini e pastori, non tornavano che al sabato sera; il prete e la vedova eran dietro la processione. Egli s'avanz di nuovo fino alla porta, picchi, chiam:
- Basla! Basla!
La sua voce si perdette nell'interno della casa gi buia, come dentro una grotta. Egli entr, chiuse la porta, si slanci su per le scale, attravers gli stretti corridoi, trov la sporgenza del muro, trov la chiave, apr, fu nella camera dello zio. Gli pareva un sogno. La finestra era chiusa; un lumino come uno dei quattro del Cristo morto ardeva davanti all'immagine dei Santi Martiri. Essi erano tanti, uomini, donne, vecchi, fanciulli, ma tutti guardavano in su, e i loro volti erano soavi, e Simone non ebbe paura di loro. Al chiarore verdastro della lampadina si curv e cominci a toccare uno per uno i mattoni, come un muratore incaricato di riattare il pavimento; ma neppur uno dei mattoni si moveva, ed egli si sollev e si pass una mano sulla fronte umida di sudore gelato.
Udiva il salmodiare della processione e tremava tutto. S'appoggi al lettuccio dello zio e il lettuccio si scost, cigolando e tremolando, come preso dallo stesso terrore e dalla stessa commozione del ladro. Allora Simone guard il mattone su cui poggiava il piede del letto e gli parve che il mattone si movesse: si curv e lo tir su con le unghie, e nel vuoto, sepolta fra la polvere, trov una scatolina di latta con dentro due biglietti da mille.

Il giorno di Pasqua prete Barca cacci via di casa la vedova Basla, e in un attimo il paese intero fu come invaso da un vento di scandalo: si seppe che al prete erano mancate molte migliaia di lire, chi diceva due, chi tre, chi venti; e che Basla, la sera del venerd santo, aveva dimenticato la porta di casa aperta. Il brigadiere and in casa del prete; ma il prete cercava di mostrarsi disinvolto, batteva le mani e diceva:
- Miseruole! Miseruole, miseruole!
Il marted fu perquisita la casupola della vedova, e lei fu arrestata, e rilasciata libera il giorno seguente. Nulla risultava contro di lei; ma gli abitanti o meglio le famiglie del paese si divisero in due partiti, perch gli uomini difendevano Basla dicendo ch'ella forse aveva davvero dimenticata la porta aperta, dando cos agio a qualche ladro di entrare, e le donne sogghignavano:
- E in pochi minuti il ladro faceva il comodo suo?
Poi la gente cess di mormorare; ma la vedova fu guardata da tutti con disprezzo; nessuno pi le dava lavoro, ed ella non andava pi in chiesa, e viveva in miseria, nella sua stamberga, e Simone la vedeva spesso ritta sul limitare della porta, pallida e triste in viso, ma coi grandi occhi verdognoli rivolti in su come quelli dei Santi Martiri.

Simone pag la cambiale falsa e ricompr gli usci e il cappotto. Nessuno se ne meravigli, perch egli, come ogni giocatore aveva spesso di questi alti e bassi di fortuna, e nessuno, tranne il suo creditore, sapeva della cambiale. Quello di cui si meravigli la gente, fu di vederlo a un tratto cambiar vita. Non frequentava pi le ruffiane, n i cattivi compagni, andava in chiesa, salutava lo zio. Ma lo zio continuava a voltar la faccia dall'altra parte, quando lo vedeva, e un giorno che Simone gli and incontro, deciso a fermarlo per baciargli la mano, non solo gli neg il saluto, ma gli volse le spalle e torn indietro.
Simone rimase come istupidito. Si appoggi al muro e rimase l inchiodato, vinto da un pensiero angoscioso.
- Egli sa!
Poi and dalla vedova Basla e le disse:
- Ti pare, potresti farmi il pane e lavarmi e rattopparmi la roba? Fissa tu il compenso.
La vedova stava dritta davanti al focolare spento e si pettinava: i capelli folti e lunghissimi, d'un castano dorato, davano un'aureola di martirio al suo viso olivastro; ma vedendo Simone ella se li strinse sulle guancie e sul petto come un velo, e abbass e sollev la testa con atto minaccioso, mentre i suoi occhi verdastri scintillavano sotto le folte sopracciglia nere aggrottate.
- Tu hai gi chi ti fa il pane e ti lava la roba! Esci di qui!
Egli and via come un cane frustato e torn ad appoggiarsi al muro.
- Ella sa!
Egli passava i giorni cos, appoggiato al muro, spesso limando con un coltellino il suo bastone di noce, o qualche tappo, o qualche fuscello, ma pi spesso senza far niente. Neppure nei suoi pi tristi tempi era vissuto cos stupidamente. Vedeva sempre davanti a s gli occhi minacciosi della vedova, e provava un malessere quasi fisico quando pensava che Basla era caduta in miseria e in mala fama per colpa sua: qualche notte aveva dei sogni paurosi; il baule con le vesti di sua madre gli sembrava un cinghiale vivo, e fissava a lungo gli usci ricomprati con (quel denaro).
Pass l'estate, ed in autunno egli cambi posto, lungo il muro, cercando il sole: di l vedeva meglio Basla, seduta anche lei al sole a filare o cucire, scalza e triste come una schiava.
L'inverno fu lungo e rigido. La povera gente soffriva la fame, e prete Barca e una dama che viveva nel vicinato mandavano pane e legumi a tutti i poveri tranne che alla vedova. Per Natale una donna presso la quale Simone si era pi di una volta divagato, gli mand in regalo una coscia di muflone. Egli aveva anche un porchetto e un agnello: e pensando che Basla invece non aveva niente altro che patate, prov a mandarle la carne di muflone e con meraviglia vide che ella non respingeva il dono. Allora, per tutto il resto dell'inverno, preso da una vera mania di espiazione, continu a mandarle regali, spesso privandosi persino di qualche cosa che gli era necessaria.
Ritorn la primavera: le donne fecero di nuovo germogliare il grano nei piattini, entro gli armadi, per ornare i sepolcri: la sera del venerd santo Simone and alla processione e al ritorno stette un bel po' al solito posto, accanto al muro, nella sera tiepida piena di bisbigli. Dalla fessura della porticina di Basla usciva un chiarore giallastro, e Simone fissava con occhi strani quella luce che gli sembrava misteriosa. A un tratto and e picchi e domand alla donna se voleva sposarlo.

La gente mormor, poi cess di mormorare. Basla, dopo tutto, aveva solo dieci anni pi di Simone, ed era una buona massaia: in poco tempo, infatti, la casa del giovine parve un'altra, ripulita col forno spesso acceso e il cortiletto animato di galline. Simone fu visto di nuovo a cavallo, come quando era viva sua madre, e tutti dissero che egli aveva sposato Basla per far dispetto a suo zio.
Egli non era innamorato di sua moglie, ma ne seguiva i consigli ed era contento di essersi levato un peso dalla coscienza e di aver sposato una donna savia. Questa andava di nuovo in chiesa e parlava per sentenze, ed a lui pareva di esser tornato ai tempi felici quando viveva sua madre ed egli, ancora innocente a vent'anni, andava a letto con lei e ripeteva le preghiere che ella gli suggeriva.
Un giorno, parecchi mesi dopo il suo matrimonio, la donna che gli aveva mandato la coscia di muflone, lo chiam, mentr'egli passava davanti alla sua porta, e gli domand cento scudi in prestito.
Egli si mise a ridere.
- Se avessi cento scudi m'imbarcherei per girare il mondo.
- Ti pagher gl'interessi, Simone Barca! Sono solvibile; ti dar anch'io il venti per cento come te lo dnno gli altri.
- Tu diventi pazza, Mallna Porcu!
- Come, pazza? Dimmi che non hai fiducia in me, Simone Barca, ma non insultarmi. Tu e tua moglie avete dato denari a interesse, al venti per cento, al tale e al tale. Perch non dovreste darli anche a me? O  vero quello che dice tuo zio prete Barca? Che i denari li d tua moglie, di nascosto di te?
Simone impallid, ma rispose:
- Mio zio  rimbambito, e tu sei quello che sei!
Nei giorni seguenti fu di nuovo visto appoggiato al muro, come nei suoi tempi funesti. Si domandava continuamente: "Perch la porta era aperta?", e il suo pensiero lavorava e lavorava scavando, gi, gi, per una profondit cupa, cercando la verit come il minatore cerca l'oro nelle viscere oscure della terra.
- Ella deve aver preso buona parte dei denari, ed ha lasciato la porta aperta per far credere che qualche ladro era entrato. Ah, vecchia galeotta!... - pensava con rabbia: ma prima di dar fede al proprio pensiero volle assicurarsi anche con gli occhi.
Era di nuovo la sera del venerd santo, e Basla era andata in chiesa. Simone aspettava quell'ora onde frugare con pi comodo tutta la casa; ma per quanto cercasse, nei cassetti, nella cassapanca, fra i materassi, non trov nulla. Stanco di frugare si guard attorno e nella penombra il baule, che conteneva ancora le vesti di sua madre, torn a sembrargli un cinghiale vivo. Tent di aprirlo ma non pot. Allora ricord che Basla teneva sempre con s le chiavi: e scese in cucina, torn su con una scure e cominci a colpire il baule come fosse davvero un cinghiale feroce. Il coperchio si spacc. Simone s'inginocchi e cominci a frugare; trov le vesti da vedova di Basla, e giusto dal suo cappuccio nero caddero, silenziosi, svolazzando, due, tre, tanti biglietti di banca, rossastri, verdastri, giallastri, come foglie di noce appassite. Fra gli altri ce n'era uno da mille: egli lo prese, lo guard contro la luce della candela e lesse il nome di prete Barca traforato con una spilla. Allora cominci a imprecare e a darsi pugni sulla testa:
- Ma perch  capitato a me? Perch proprio a me? - diceva ad alta voce.
D'improvviso una nenia melanconica e dolce come il mormorio di un bosco arriv dalla straducola. Simone tacque e stette ad ascoltare, con la testa china e gli occhi spalancati, ed a misura che la processione si avvicinava, egli tremava e sudava come quando s'era appoggiato al lettuccio dello zio.



"LA PORTA CHIUSA"

La penultima domenica di carnevale nel villaggio in festa si sparse la notizia che donna Manuela Cabras moriva. In un attimo la gente raccolta in piazza, attorno alle maschere simili a bovi e ad orsi che ballavano una danza selvaggia accompagnata da gridi melanconici, si divise in gruppi e comment la notizia. Donna Manuela era la pi ricca, litigiosa e benefica proprietaria del circondario. Litigava coi vicini di casa, per le finestre e per lo scolo delle acque piovane; litigava con gente dell'altro circondario per diritti di passaggio in certe sue terre incolte: persino alla Chiesa aveva intentato lite, per un piccolo santuario la cui abside dava nel suo cortile. I benestanti e i preti l'odiavano: i bisognosi la lodavano perch beneficati nascostamente da lei.
Il portalettere, che era uno di questi, attravers preoccupato la piazza, con una lettera in mano. Come fare? Egli la conosceva bene, quella lettera dall'indirizzo chiaro che sembrava stampato. Era del pretore, fidanzato della figlia di donna Manuela. Doveva proprio consegnarla quel giorno, o aspettare all'indomani? Pensieroso pass davanti al piccolo santuario, chiuso per la lite, esit guardando la casa di donna Manuela. Casa e santuario guardavano quasi a picco sulla valle: erano due antiche costruzioni del tempo dei pisani, e dovevano aver appartenuto a un padrone solo, come donna Manuela pretendeva. Tutte le porte eran chiuse: solo il portone grande del cortile, ogni tanto si socchiudeva per lasciar passare un servo o una serva dall'aria spaventata.
Il portalettere ne ferm una al passaggio.
- Ebbene?
- Muore. Questione d'ore. Era troppo grassa.
- E donna Manuellita? E questa lettera?  del fidanzato...
- Dovevano sposarsi domenica, oggi otto.  tutto pronto; adesso non so...
La serva torn indietro: attravers il cortile selciato ed erboso, sopra il quale, nell'aria chiara e triste di febbraio passavano gracchiando i corvi violacei che salivan dalla valle, si fece il segno della croce sfiorando i due gradini di pietra della porticina dell'abside del santuario, e and a consegnar la lettera.
Un prete, il dottore, alcune donne in costume stavano nella camera bassa e bianca della moribonda: enorme, sotto le coperte candide del suo letto di legno, col viso rossastro e gonfio contorto dalla paralisi, un fazzoletto nero intorno al capo, la vecchia prepotente pareva dormisse e nel sonno irridesse qualcuno. Accanto a lei donna Manuellita, piccola e cerea nella sua giacchettina nera stretta abbottonata fitto fitto dal collo fino al ventre, sembrava una bambina spaurita.
Quando vide la serva trasal ma non si mosse: prese la lettera e la mise sul tavolino da notte, sotto un candelabro d'ottone.
- Perch non la legge? - domand sottovoce il dottore. Ma la fidanzata scosse il capo in segno di diniego: che importava quel messaggio di vita davanti allo spettacolo della morte?
Pi tardi per si trov un momento sola: la madre s'era assopita e stava un po' meglio; nel silenzio crepuscolare arrivavano i gridi delle maschere, melanconici e gutturali, e pareva salissero dalle grotte della valle abitate ancora, secondo la tradizione popolare, da giganti e da nani.
La fidanzata prese furtivamente la lettera e in punta di piedi s'avvicin alla finestra.
La lettera era lunga, la pi lunga che il poco espansivo fidanzato le avesse scritto dopo il suo trasferimento e la sua partenza dal villaggio; ma ella lesse solo qua e l, saltando le righe, correndo alla fine. Le parve di saltare davvero, gi di roccia in roccia negli abissi della valle: precipit in fondo e le sue membra si sfracellarono; tuttavia continu a sentire un muggito assordante, e un freddo e un terrore mortale l'irrigidirono.
Il fidanzato scriveva che non sarebbe arrivato pi: ritirava la sua promessa di matrimonio.
Dopo il primo momento di terrore, Manuellita rilesse parola per parola la lettera, ma solo le frasi che l'avevano dapprima colpita rimasero chiare nel caos della sua mente. "Alla vigilia del matrimonio usiamo confessarci come alla vigilia della morte: permettimi dunque, Manuelina, ch'io mi confessi a te". "Tu sei buona, tua madre  saggia e forte: voi mi capirete e mi compatirete". "Io avevo un legame precedente: credevo potermene liberare, invece la donna minaccia uno scandalo". "Sono un magistrato: comprometterei tutto il mio e il tuo avvenire". "Forse pi tardi", "forse mi liberer".
Immobile davanti alla finestra ella guardava il foglietto che tremava fra le sue mani come un'ala bianca: e la sua treccia enorme, attortigliata attorno al piccolo capo, sullo sfondo glauco dei vetri pareva una corona di spine nere.

La madre visse ancora tre giorni. Nel delirio pronunziava stentatamente qualche parola che si riferiva alle nozze, ai vestiti, alla partenza della diletta figliuola. La ragazza non piangeva. Aveva nascosto la lettera nella sua camera, ma per paura che qualcuno leggesse quello che a lei pareva l'estrema vergogna, la sentenza d'abbandono dell'elegante fidanzato che tutte le ragazze belle del villaggio le avevano invidiato, ogni tanto andava a vedere se il foglietto c'era. C'era, ed ella tornava davanti allo spettacolo della morte, e le pareva di soffrire solo per questo, ma all'improvviso trasaliva e aveva l'impressione di dimenticare qualche cosa. Ah, la lettera! Andava ancora a cercarla, in punta di piedi, palpava il foglietto, tornava presso la moribonda e s'immergeva di nuovo nella contemplazione del terribile mistero. Le sembrava di morire anche lei, giorno per giorno, ora per ora. Fragile e indolente ella era sempre vissuta all'ombra della quercia; e adesso le sembrava che se la madre non fosse morta le sarebbe bastato appoggiarsi a lei per vincere l'angoscia e la vergogna dell'abbandono. Ma cos sola non poteva: vacillava, cercava da tutte le parti, ma tutto intorno era vuoto.
Il mercoled sera la vecchia entr in agonia: assisteva sempre alle nozze di sua figlia, enumerava i regali, e poi sembrandole che gli sposi partissero, diede a Manuellita una moneta d'oro e l'ultima avvertenza:
- Giustizia!... E nascondi le tue debolezze...
Sopravvenne ancora la paralisi e la lingua non si mosse pi. Furono accesi i sette candelabri d'argento che i Cabras avevano ereditato dagli antichi, e la ragazza scese nel cortile e s'inginocchi sui gradini freddi della porticina, fra i ciuffi d'euforbia lucenti di brina. La luna di febbraio saliva gialla fra le nuvole nere e la valle era piena delle misteriose voci del vento. Con la fronte appoggiata alla porta Manuellita pregava e minacciava, con l'anima triste e agitata come quella notte di chiaroscuro e di vento.
- Signore, aiutami: fa viver mia madre o fammi morire con lei.
Ma la porticina era chiusa; il Signore doveva essersene andato, dal piccolo santuario in lite; e quando l'infelice torn su, anche donna Manuela era partita.

Allora donna Manuellita decise di morire. Mand via, uno ad uno, i servi, annunzi che non voleva pi sposarsi e non usc pi di casa. Solo alla mattina una vecchia serva che era stata sua balia l'aiutava a rimetter in ordine la casa.
- Nascondi le tue debolezze... - aveva detto sua madre.
Donna Manuellita voleva morire, ma che la sua morte sembrasse una disgrazia. Come fare? La balia diceva che il vino col sale fa morire come di morte per colica.
Donna Manuellita era astemia: vinse la sua ripugnanza e trangugi un gran vaso di vino dell'Ogliastra nel quale aveva sciolto un'oncia di sale; e si butt sul suo letto, ma in breve fu assalita da un calore insostenibile e da una sete ardente. Si alz e bevette ancora, ma invece di tornare a letto usc nel cortile e si guard attorno meravigliata. Tutto le sembrava diverso, tutto bello e lieto come quando era bambina e giocava al sole, con cinque pietruzze, seduta sui gradini della porta del santuario.
Barcollando e inciampando cerc cinque pietruzze, sedette sui gradini e cominci a farle saltare dalla palma al dorso della mano; poi le riprendeva sulla palma, ne metteva una sul gradino e mandava in aria le altre, e faceva in tempo a riprender quell'una ed a ricever le altre quattro assieme nel cavo della mano.
E rideva di piacere, ma aveva ancora sete, e ogni tanto andava ancora a bere, sempre vino, e tornava nel cortile, appoggiandosi al muro per non cadere.
Era un pomeriggio tiepido e azzurro: sul muricciuolo del cortile fioriva il biancospino, e dal posto ond'era seduta, l'ubbriaca vedeva i monti lontani, azzurri e verdognoli, marezzati come la stoffa del suo vestito da sposa che stava lass nella casa com'era arrivato da Sassari.
Ma perch il ricordo del vestito, e di tutto il resto non le dava pi dolore? Le pareva che una porta si fosse spalancata davanti a lei, e al di l tutto era facile e bello. Rimase seduta sui gradini fino al tramonto: una sonnolenza piacevole la vinse; butt le pietruzze e chiuse gli occhi.

Fu cos che non volle pi morire. Aveva trovato un conforto, sia pure momentaneo, e continu a profittarne. Nei primi tempi si disperava, alla mattina, quando la balia l'aiutava nelle faccende domestiche e venivano i fattori e i pastori per pagare il fitto delle (tancas), ed ella ricordava l'avvertenza di sua madre: "Nascondi le tue debolezze..." ma nel pomeriggio viveva la sua vita d'incantesimo. Seduta al sole, con le spalle appoggiate alla porticina chiusa, giocava, guardava i monti che la primavera copriva d'un velo roseo, e ogni tanto si alzava per andar a bere.
Nella sua beatitudine per di tanto in tanto le sembrava che una voce lontana la richiamasse, e aveva sempre l'impressione di dimenticare qualche cosa. Ah, la lettera! Andava a cercarla, la rileggeva, e le frasi "forse pi tardi", "forse mi liberer" le destavano una gran gioia.
Ma un giorno la balia le disse che nel "foglio" c'era annunziato il matrimonio del pretore, promosso giudice, con una ragazza del suo paese.
Donna Manuela non ne prov un gran dolore; ma non rilesse pi la lettera.
Passarono quattro anni. Ella vinse la lite per la propriet del santuario, ma non lo volle riaprire; le sembrava un posto maledetto, perch appunto durante il (sopraluogo) giudiziario al sito contestato il pretore l'aveva conosciuta e aveva appreso che ella era la pi ricca ereditiera del villaggio...
Una mattina capit, con certi pastori in cerca di pascoli, un uomo del paese dell'ex-fidanzato; e la balia gli domand:
- Com', com', la donna che ha sposato?
- Una brava donna, per questo: onesta, che non s'era mai sentita nominare.
- Dunque non era vero, che egli aveva un legame precedente, - pens donna Manuellita; e quella mattina bevette vino bianco e acquavite, prima ancora che se ne andasse la balia. Quando questa sent in bocca alla sua padrona l'odore del vino impallid: la prese per le mani e le disse:
- Mi guardi in viso, donna Manu!
La padrona la guard e scoppi a piangere e le sue lagrime caddero sul seno che le aveva dato il latte. Ma i rimproveri, le preghiere, le minaccie della balia non valsero a niente: solo la sua piet e la sua devozione riuscirono a nascondere agli altri la rovina della sua padrona.

Un giorno, dieci anni dopo la morte di donna Manuela, il postino si meravigli di veder una lettera listata di nero, i caratteri del cui indirizzo, chiari e come stampati, non gli erano ignoti.
- "Alla nobile Manuelina Cabras", - ma se lui era sposato? Forse sar rimasto vedovo e vorr tentare ancora la sorte...
Era d'autunno: attraverso il portone socchiuso si vedeva il selciato erboso del cortile e il muricciuolo coperto di fiorellini cremisi. La balia prese la lettera e la port a donna Manuellita, su nella camera ov'era morta la vecchia padrona.
Come l'altra volta donna Manuellita si avvicin alla finestra e lesse e il foglio le trem fra le mani come un'ala bianca orlata di nero.
Il pretore, promosso giudice e poi sostituto e poi procuratore del re, s'era finalmente liberato dagli impegni precedenti e voleva sposare la sua antica fidanzata. "Sono rimasto vedovo, con due bambini". "Se ella mi accetta, donna Manuelina, io sarei felice di sposarla prima della fine di novembre".
Ella mise la lettera sotto il candelabro d'ottone e non rispose. Ma la balia sorvegliava. Prese la lettera, se la fece leggere, cominci a perseguitare la sua padrona finch questa non rispose al procuratore del re, accettando la proposta, col patto per di sposarsi l'ultima domenica di carnevale. Il fidanzato le mand il suo ritratto coi bambini; ella fissava il gruppo, coi suoi occhi neri diventati un po' vitrei, ma non diceva se era felice o scontenta. Una sola cosa la confortava: andarsene, liberarsi dalla balia che l'angariava in tutti i modi ed era diventata la vera padrona della casa. Ah, aveva ragione sua madre!
- Nascondi le tue debolezze...
Un'altra avvertenza le aveva dato sua madre; ma questa non la ricordava pi; tante altre cose aveva dimenticato!
L'inverno pass: il rumore del torrente gi nella valle s'affievol, e risuonarono di nuovo gli urli delle maschere camuffate da bovi e da orsi, e i canti melanconici che accompagnavano le danze gi nella piazza.
Il gioved grasso la gente che assisteva alla corsa selvaggia delle maschere a cavallo vide arrivar la diligenza verde e gialla e dalla diligenza scendere l'antico pretore diventato procuratore del re. Era diventato anche un bell'uomo, non troppo alto, ma col petto sporgente, le guance piene solcate da due grossi baffi rossastri.
Egli si rec difilato dalla sposa. Ella, s, era tale e quale l'aveva lasciata: scarna, col giacchettino nero abbottonato fitto fitto dal collo al ventre, e la piccola testa incoronata dall'enorme treccia nera. Solo gli occhi erano un po' velati e foschi, come affumicati.
Il fidanzato la baci e le sent sulle labbra un odore d'acqua di cedro che non gli dispiacque. La balia vigilava.
Le nozze furon celebrate la domenica mattina, nel santuario riaperto per l'occasione. Nel pomeriggio del luned gli sposi furon lasciati in pace: cessarono le continue visite di amici e parenti, e lo sposo ne profitt per andar a far una passeggiata nello stradale. Egli conservava ancora un po' l'aspetto del vedovo: pensieroso e taciturno; ma in fondo era contento. "Manuelina, - pensava, - non sar certo una signora brillante;  goffa ed  diventata anche un po' strana, con quegli occhi come coperti da un velo nero; ma far buona compagnia ai bambini, ed  questo che importa".
Al ritorno trov la casa chiusa; picchi, ma nessuno apr. Allora fece il giro della casa ed entr per il santuario; ma anche la porticina era chiusa esternamente. Stava per tornar ancora indietro quando gli parve di sentir la voce di sua moglie nel cortile.
- Apri, Manuelina.
Manuelina stava seduta sugli scalini. S'alz immediatamente ed apr: poi indietreggi tentennando, stringendo qualche cosa nel pugno: i suoi occhi erano lucenti ma d'una luce che al suo sposo parve di febbre o di follia. Occhi che egli ben conosceva: quanti ne aveva visti, di simili, dal suo trono di giudice protettore della societ!
- Manuelina, ma che hai?
Cerc di afferrarle la mano, ma istintivamente ella se la port alla bocca. Egli si accost e sent l'odore del vino. E subito intu l'orribile verit; e mentre la donna continuava a indietreggiare, lasciando cadere dal pugno le pietruzze del gioco, egli sentiva la stessa impressione provata da lei, un giorno, nel ricever la lettera dell'abbandono: gli pareva di cadere di roccia in roccia, in un precipizio, e che tutte le sue membra si sfracellassero...



"IL NATALE DEL CONSIGLIERE"

Il piroscafo partiva alle cinque, ma fin dalle quattro e mezza era affollato di viaggiatori di terza classe, paesani con la bisaccia in mano, soldati in licenza, condannati che avevan finito la loro pena o venivano trasferiti alle colonie penali dell'isola, carabinieri che li accompagnavano. Pi tardi arrivarono i viaggiatori di seconda classe, piccoli borghesi, commessi, qualche studente; e infine sal, accompagnato da facchini carichi di valige di cuoio giallo e di scatole e cappelliere, un piccolo signore in soprabito con pelliccia. Era grasso, col viso pallido sbarbato, una mano coperta dal guanto grigio, l'altra di massicci anelli d'oro.
Un vecchio negoziante di buoi, che viaggiava in terza classe e con la bisaccia, lo riconobbe e lo indic ai suoi compagni che tosto salutarono con deferenza, ma anche con un certo rispettoso terrore. Il vecchio negoziante si avvicin per rivolgergli la parola, ma indietreggi respinto dai facchini, e attese un momento pi opportuno.
Il viaggiatore, infatti, deposte le valige in una cabina di prima classe, torn sopra coperta, e s'appoggi al parapetto del piroscafo per guardare il paesaggio. Il tempo, sebbene fosse agli ultimi dell'anno, era bello e asciutto, il mare calmo, grigio verso il porto, turchino all'orizzonte, sotto il cielo violetto del crepuscolo.
Nell'aria limpida e fredda vibravano i rumori del porto e della citt ancora violacea al riflesso dell'occidente; s'udiva una fisarmonica, come nelle belle sere d'autunno, la luna saliva grande e rossa sopra la torre nera del molo e gi l'acqua intorno ne rifletteva lo splendore.
Il viaggiatore guardava la terra e il mare, e il suo viso pallido e un po' cascante e i suoi occhi azzurrognoli e freddi, a fior di pelle, non esprimevano n ammirazione n tristezza; solo le labbra grigiastre avevano di tanto in tanto come un segno di disgusto.
Ed ecco il vecchio negoziante di buoi, che dal suo angolo non ha lasciato per un istante di fissare coi suoi vivi occhietti neri l'importante personaggio, crede giunto il momento opportuno per avvicinarsi. Se il piroscafo parte e il viaggiatore rientra nella sua prima classe o va nella terrazza riserbata a questa, non c' pi modo di riverirlo. Il vecchietto dunque si fa coraggio e si avanza lungo il parapetto umido, sfregando la mano sulle brache di tela, per pulirla bene prima di porgerla al viaggiatore.
- Scusi, don Salvator Angelo Carta, se mi permette la saluto. Io sono...
- Ziu Predu Camboni! E come va? In viaggio?
- In viaggio sempre, don Salvator! E come fare, se no? Non abbiamo lo stipendio di duemila scudi come lo ha (vost).  vero che non abbiamo neanche il suo talento!
- Da dove venite?
Il vecchietto tornava da Roma e andava al suo paese, che era poco distante da quello di don Salvator Angelo.
- Son tre anni che non la vedevo, don Salvator! E che (vost) non viene tutti gli anni, in Sardegna? Ha ragione: ha altro a cui pensare. E adesso va a passare le feste in famiglia? Chi sa come saranno contenti i suoi nipoti: essi non parlano che di lei.
- I miei nipoti? Son tutti scavezzacolli e aspettano la mia morte! - disse con ruvidezza don Salvator Angelo, e il vecchietto invece di protestare si mise a ridere.
- Ricorda, don Salvator, quando io venivo al suo paese per comprare le giovenche della sua nonna? Lei era uno studentello, allora, un'anima allegra, con certi cappellini coi nastri come quelli delle donne. "Quello l, - diceva donna Mariantonia sua nonna, Dio l'abbia in gloria, - quello l  un passerotto che si beccher tutti i fichi acerbi". E si lamentava con me, Dio l'abbia in gloria, perch (vost) non lasciava in pace n vicine n serve. Saltava i muri come un diavolo. Ricorda quella bella servetta bruna, alta, che sembrava una palma? Si chiamava Grassiarosa, e (vost) le correva appresso come ammaliato. Ma donna Mariantonia si sbagliava, sebbene fosse savia come un'abbadessa, Dio l'abbia in gloria. Gli altri nipoti, s, hanno mangiato i fichi acerbi; e lei... lei  diventato l'onore del paese!
- Eh, figuriamoci!
Un rispettoso stupore allung il viso legnoso e bruciato del vecchio nomade.
- Le par poco? Consigliere di Corte d'Appello?
- Ci sono posti pi alti.
- E se ci sono lei li raggiunger. Se ci fosse ancora il vicer lei lo farebbero...
Don Salvator Angelo sorrise, lusingato suo malgrado, e domand notizie del paese e dei conoscenti.
I tempi eran tristi, le annate cattive; tutti avevano qualche guaio, e la gente se ne andava in America e in altri paesi, come gli Ebrei al tempo di Mos. E molti morivano laggi, e molti sparivano e non si sapeva pi nulla di loro, come ingoiati dal mare: fra i morti c'era anche un antico servo della nonna di don Salvator Angelo, un certo Bambineddu, chiamato cos perch uomo semplice. Bambineddu aveva appunto sposato la bella Grassiarosa, la "palma" che un tempo piaceva al suo nobile padroncino.
- E che ne  avvenuto di lei?
- Lei?  rimasta vedova, con sei o sette figli tutti piccoli come le dita della mano. Ultimamente l'ho vista in un casotto della ferrovia, con la banderuola in mano. S, in un casotto, prima di arrivare alla stazione di Bonifai, dove, credo, c' casellante un suo fratello, anche lui vedovo pieno di figli. Aveva la faccia della fame.
Rumori di catene e l'urlo delle sirene riempivano intorno l'aria di terrore; il piroscafo partiva sussultando come un mostro marino che svegliatosi di soprassalto si affrettasse a tornare in alto mare.
In breve la terra fu lontana, fra i vapori della sera, ma la luna seguiva i naviganti e illuminava loro la via sull'infinito deserto del mare. Un pallore cadaverico rendeva ancor pi triste il viso di don Salvator Angelo: turbamento per l'allontanarsi del continente, o ricordo della giovane "palma" e rimorso di averla amata e dimenticata?
Ziu Predu Camboni lo guardava quasi con malizia; ma quando don Salvator Angelo si mosse barcollando per ritirarsi e disse a denti stretti:
- Io soffro sempre, anche se il mare  calmo... - il vecchietto lo accompagn fino all'ingresso dorato della prima classe e s'avvide che l'affanno occulto contro cui lottava il Consigliere era il pi terribile dei malanni che talvolta l'uomo si procura da s: il mal di mare.
- Perch partire, quando si soffre? - si domand ziu Predu Camboni, e torn alle sue regioni di terza, ove i soldati cantavano, e i condannati sonnecchiavano legati come schiavi.

- Perch partire, quando si soffre? - si domanda don Salvator Angelo, sdraiato immobile sulla sua cuccetta bianca. E sente un'angoscia profonda, e gli sembra di essere sul dorso di una bestia indomita che corre attraverso un immenso deserto pericoloso. Se si muove  perduto: e sta fermo il pi che  possibile e pensa al giorno in cui non si mover pi!
Prova un terrore come per l'approssimarsi della morte: i ricordi pi tristi e i pi lieti, i fantasmi pi odiati e i pi cari lo circondano: la cabina gli sembra una tomba ove egli ha deposto ogni vanit e ogni ambizione.
- Perch partire, quando si soffre? - si domanda don Salvator Angelo, mentre il vento che soffia nella notte limpida batte al finestrino come un uccello notturno, e fischia, geme, vuol entrare e riposarsi. - Sempre cos: andare per soffrire. Soffrire per gli altri, per la nonna rimbambita, per parenti inutili, per nipoti discoli, per marmocchi indisciplinati: sempre cos, camminare, (andar avanti) per gli altri. Ah, vicer?... S, da ragazzetto, prima di portar il cappellino coi nastri, prima di saltar i muri (ah, Grassiarosa la "palma" come eri flessuosa e dolce!) sognavo di diventar vicer, o magari re, per il gusto di poter andare in giro, entrare travestito nelle case dei poveretti e lasciar loro denari e perle... Ero un bel campione di ragazzo romantico. Anche allora pensavo agli altri... Quando ho mai pensato a me? In bene o in male sempre agli altri; eppure passo per un bel campione di egoista e i miei cari nipoti dicono che non prendo moglie perch son sicuro che essa mi scapperebbe di casa...
I suoi nipoti? Son sei anche loro, come i marmocchi di Grassiarosa. Grassiarosa  in un casotto prima della stazione di Bonifai: egli sar quasi arrivato, quando apparir la sua banderuola...
L'idea dell'arrivo lo riempie di gioia come un fanciullo. Arrivare, scendere da quel letto di torture, rivivere! Gli par di vedere il golfo selvaggio e pittoresco, coi monti, le isole, le roccie coperte dai veli della notte ma come rischiarate da un riflesso lontano; gli sembra di sentire l'odore dell'isola, odore di brughiera, ed  tale la sua gioia che crede di esser ritornato giovane, di aver i sensi ancora accesi dal ricordo di Grassiarosa alta e agile come una palma... Il treno corre attraverso le roccie e le brughiere; ecco il cielo profondo dell'isola, gli orizzonti della lontana giovinezza... ecco la pianura desolata di Bonifai, con la collinetta grigia in fondo e il villaggio nero sulla collina grigia; con le greggie vaganti, le pietre, i fiumicelli paludosi: ecco una muriccia a secco, bigia e verdastra come un gran serpente addormentato nel pallido crepuscolo d'inverno: i monti lontani son coperti di nebbia violetta, un lumino brilla nel casotto prima della stazione; una donna lacera e smunta sta immobile davanti al cancello, con la banderuola in mano, e una turba di bimbi famelici e sporchi formicola intorno. E tutta l'angoscia del mal di mare riprende l'anima e il corpo di don Salvator Angelo Carta.

Passato il treno, la donna della banderuola rientr nel casotto e accese il fuoco nel grande camino, unico lusso della stanza umida e triste che serviva di rifugio al "casellante" e alla sua doppia famiglia. E tosto, come farfalle attirate dal lume, i bimbi e i ragazzetti che fino a quel momento avevano sfidato impavidi il freddo dello spiazzo e delle macchie intorno al casotto, si raccolsero attorno alla vedova ancora curva sul focolare. Quanti erano? Tanti quanti i pulcini attorno alla chioccia: due, i pi piccini, si aggrapparono ai fianchi della donna; due, pi grandetti, che si rincorrevano ridendo, si gettarono alle sue spalle, un altro, per sfuggire alla persecuzione di una donnina in cuffia rossa, i cui grandi occhi neri, in un visetto livido, sfavillavano di sdegno selvaggio, si cacci fra la pietra del focolare e le gambe della vedova; e tutti assieme formarono un gruppo che per il colore dei volti e dei vestiti sembrava di bronzo.
L'ombra delle teste scarmigliate danzava sulle pareti e sul soffitto, al rosso chiaror della fiamma; e la donna, un po' tenera, un po' selvaggia, cercava di liberarsi dall'aggrovigliamento, spingendo gli uni, stringendo gli altri e pronunziando buone e male parole.
- Adesso basta; levati di l, Bella, se no ti bastono; Grassiedda, anima mia, non strapparmi la camicia;  abbastanza rotta; e tu, Antoni, demonio, smettila; quando viene tuo padre mi sente; io sono stanca delle tue cattiverie. Sei in et di aiutarmi e invece mi tormenti. Sto fresca io, con voi, fresca come un fiore sotto la brina!
Antonietta, quella della cuffia rossa, imprec sottovoce, poi and a mettersi all'angolo della porta, come in agguato; e la zia continu la sua predica, attaccando il paiolino al gancio del focolare, cosa che finalmente convinse i bimbi a star quieti. Alcuni di essi si disposero in semicerchio attorno al focolare, altri aiutarono la donna a staccare da un canestro i lunghi maccheroni neri che ella aveva preparato fino dalla mattina. Era la vigilia di Natale; e anche per il pi povero dei poveri, anche nella solitudine pi desolata, questa  una buona occasione per dimenticare la propria miseria. Bollisci, dunque, paiolino, friggi, dunque, tegamino, col sugo fatto d'olio e di farina!... C' anche un giorno per il povero, dice il proverbio sardo. Del resto Grassiarosa, nonostante le sue lamentele, non era triste; non lo era mai stata; perch avrebbe dovuto cominciare adesso? Come tutti quei bimbi che le si raccoglievano attorno, senza darle troppo da fare, e piangevano e ridevano per ogni piccola cosa, ella non si curava della sua sorte, e non pensava all'avvenire, e se pensava al passato era per trarne conforto.
- Le notti come questa! Se ne facevano feste, dai miei padroni! Interi porchetti venivano arrostiti; e i miei padroni cantavano tutta la notte. Che allegria, Santa Maria bella! Ma anche loro, adesso, hanno finito di gozzovigliare, e i porchetti li lasciano a chi li ha. Solo uno, dei miei padroni,  ancora ricco; io penso sia pi ricco di ziu Predu Camboni, il negoziante che veniva a comprar le vacche. Sembrava il pi allegro, quel padroncino, ed  diventato il pi serio; ma anche lui chi sa se  contento! Mi pare di averlo veduto nel treno, stasera: aveva il viso pallido e gonfio come un formaggello fresco...
I bimbi scoppiarono a ridere; ma ella parlava sul serio, raccontando pi per s che per loro.
- Che c' da ridere? E che i ricchi non possono esser pallidi?
- Il capo-stazione  rosso come una mela - disse Bella, con accento che non ammetteva replica.
In breve i maccheroni furono cotti e conditi; aggruppati intorno alla donna i bimbi guardavano la conculina come un tesoro inestimabile, e solo l'idea di dover attendere il rispettivo padre e zio turbava la loro gioia famelica.
- Dateci almeno il tegame dove c'era il sugo - implor Antoneddu, l'omino rossiccio dai grandi occhi verdastri. - Vedrete, lo leccher che non ci sar bisogno di lavarlo...
- Nel tegame tengo la porzione di Battista. S'egli tarda a rientrare, e se  andato al villaggio e quindi alla bettola, tarda certo, noi mangeremo.
Allora i ragazzetti s'affacciarono alla porta, si spinsero fino alla muriccia per spiare se il casellante tornava. La luna sorgeva dai monti di Nuoro, gialla come una fiamma, saliva dall'una all'altra delle lunghe nuvole nere che macchiavano il cielo pallido della sera: i binari scintillavano, lungo la strada, come fili d'acqua, e le macchie e le roccie, nel chiarore incerto, sembravano bestie addormentate.
I bimbi erano superstiziosi, ma anche coraggiosi; aspettavano sempre di veder passar di corsa cavalli e cani leggendari, o il demonio travestito da pastore, con una (kedda) (branco) di anime dannate convertite in cinghiali, o di veder una dama bianca seduta su un'altura a filar la luna. Antoneddu viveva in attesa del passaggio della Madonna travestita da vecchierella mendicante, Grassiedda, la biondina balbuziente, guardava se vedeva il cielo (aprirsi) e, attraverso le luminose porte dischiuse, fiammeggiare il (mondo della verit): e Antonietta pensava con terrore, ma anche con un certo piacere, a Lusb, il capo dei demoni, e Bella, il fanfarone della compagnia, affermava di aver gi veduto un gigante, una cometa, lo stesso Anticristo seduto su un asino nero.
Fu lui quindi, quella sera, ad avanzarsi fino al cancello della strada ferrata e a tornar indietro dicendo che lungo il binario veniva su un signore nero con una criniera al collo e una scatola gialla in mano...
- Che sia il diavolo vestito da signore?...
Fratelli e cugini cominciarono a sbeffeggiarlo, ma tacquero allibiti e alcuni scapparono dentro il casotto quando la misteriosa figura apparve dietro il cancello e s'avanz attraverso lo spiazzo.
- Zia, zia, mamma, mamma, un uomo nero nero nero...
La donna corse alla porta e al chiarore del fanale riconobbe il signore veduto nel treno, don Salvator Angelo pallido e grasso. Che veniva a fare? Puerilmente ella pens: "Ha saputo che son vedova e viene a cercarmi... come una volta!". E ricordandosi che era quasi vecchia, adesso, smunta e lacera, le venne da ridere.
- Vede come sono! - mormor, incrociando le braccia sul seno, come per nascondere il suo corsettino lacero: ma egli si mise un dito sulle labbra, ed ella a sua volta, accorgendosi che Antonietta si avvicinava, non accenn oltre a riconoscere il signore misterioso.
Ed egli and difilato al focolare, sedette, depose accanto a s la scatola gialla.
- Ebbene, che nuove? Contami.
Ella cominci a raccontare, e a momenti piangeva, a momenti rideva, con quel suo riso spensierato e lieto che fioriva ancora sul suo volto come fioriscono le rose sulle rovine: ma pi che al racconto, l'uomo badava ai bimbi curiosi e ansiosi che si erano di nuovo aggruppati attorno a lei, e osservando quelle testine belle e selvagge, quei riccioli neri polverosi, quei capelli rossicci e quelle treccioline gialle a cui il riflesso della fiamma dava toni dorati, quegli occhi neri e quegli occhi verdastri che lo guardavano affascinati, dandogli a loro volta un fascino di gioia e di tristezza assieme, pensava:
- Se la sposavo, tutti questi monelli sarebbero stati miei - e gli sembrava di vedere una bella sala da pranzo degnamente borghese, con l'albero di Natale sul tavolo, e tutti quei bimbi vestiti di merletto e di velluto, e quella bella biondina con gli occhioni di gatto ritta tentennante su una sedia, a recitare una poesia d'occasione.
No; era meglio cos: era pi pittoresco, pi romantico e anche pi comodo. E a un tratto il signore nero si tolse il guanto e tese un dito verso un visetto scuro pieno di fossette entro le quali pareva scintillasse una gran gioia maliziosa.
- Tu, birbante, come ti chiami?
- Murru Giovanni Maria, o anche Bella.
- Vai a scuola?
- Sissignora.
- A Bonifai?
- Sissignora.
- Anche quando piove o nevica?
- A me non me ne importa! - disse Bella con accento spavaldo. Spinto dalla mano della donna si era piantato davanti allo straniero, mentre i fratelli e i cugini lo guardavano e si guardavano fra loro frenando a stento il riso: riso d'invidia, si sa. Ma ecco che l'uomo nero si volse a tutta la compagnia.
- Avete cenato?
Per tutta risposta alcuni si misero a sbadigliare.
- Per caso, mangereste volentieri qualche cosa, intanto che si aspetta questo vero Battista? Murru Giovanni Maria, aiutami ad aprire questa scatola. Piano, piano!  quanto si trova alla stazione di Bonifai, che non  la stazione di Londra. Oh,  meglio metterci qui sul tavolo.
- Ma che fa? Ma che disturbo s' preso! Ma si sporca! - gridava la donna, correndo qua e l confusa.
- Calma! Ecco fatto...
Come mosche attorno al vaso del miele, le teste dei bimbi incoronavano l'orlo del tavolo: e su di questo, come avviene nelle favole al tocco della bacchetta magica, apparivano tante buone cose. Anche pere, s, anche uva, s, - in quel tempo! - anche una bottiglia gialla col collo d'oro!
- A me piace il vino nero - proclam Bella, e la donna lo sgrid: - Sfacciato, sfacciato! - ma l'uomo nero disse: - Tu hai ragione!
Lenta e solenne cominci la distribuzione, e perch non avvenissero ingiustizie, la compagnia fu messa in fila in ordine di anzianit; ma quando tutti ebbero la loro porzione e il permesso di sbandarsi, fu un fuggi fuggi generale, e molti se ne andarono fuori per esser pi liberi nei commenti e negli scambi.
Solo Antonietta conservava la sua calma taciturna e osservatrice: appoggiata all'angolo dietro la porta, con un piede sull'altro, la cuffia rossa nella penombra, ella guardava lo sconosciuto e pensava a Lusb. S, Ges Cristo e San Francesco si travestono da poverelli, per girare il mondo; solo Lusb indossa ricchi abiti e si mette gli anelli e le catene d'oro...
Ma la voce calma e l'accento ancora paesano del signore misterioso la richiamavano alla realt.
- Possiamo prendere un boccone anche noi, Grassiar! La notte scorsa non ho chiuso occhio. Oggi ho sempre dormito in treno, e non ho mangiato... Mettiti l a sedere: ecco, prendi un po' di questo pasticcio... Contami dunque com' l'affare della rivendita di cui parlavi poco fa!...
Ella si schermiva vergognosa e commossa; ma fin col prendere il pasticcio e ricominci il suo racconto. S, prima di partire per l'America suo marito aveva messo su una rivendita di generi alimentari: le cose andavan bene, ma il capitale non era suo, ed egli appunto era partito con la speranza di guadagnarselo. Invece il vento della morte aveva spazzato via lui e la sua piccola fortuna. Ella si asciug gli occhi con le dita unte del pasticcio.
- Coraggio, Grassiar! Gente buona ce n' ancora nel mondo: pu darsi che si trovi il piccolo capitale per rimetter su la rivendita. Ma tu sei brava a vendere? Se sei brava a vendere e a ricomprare, il resto  subito fatto.
Ella lo guard, con gli occhi grandi spalancati; poi scoppi a piangere, ma tacque subito e si fece il segno della croce. Giusto in quel momento dal villaggio sulla collina scendeva un tremito sonoro di campane, lontano, dolce, simile a un tintinno di greggie pascolanti. Era il primo tocco della Messa.
- Se  Lusb scappa! - pens Antonietta, vedendo la zia farsi il segno della croce; e se lo fece anche lei, e tutti la imitarono.
Ma l'uomo nero, invece di scappare prese la bottiglia e cominci a raschiare con l'unghia la carta dorata.
- Grassiar, coraggio! Sai il proverbio sardo: c' anche un giorno per il povero. Dunque, cosa metteremo in questa rivendita? Eppoi aiutami a sturare questa bottiglia e porta dei bicchieri.
Ella aveva un bicchiere solo, ma grande: e dapprima il bel vino dorato di Solarussa fu dato da assaggiare ai bambini.
- Piano, piano, oh!  vernaccia, sapete; fa diventar matti. Ah, tu, Bella! E tu dicevi che ti piace solo il vino rosso! Mi pare ti piaccia anche quello bianco. E adesso a noi.
La donna lav e asciug il bicchiere e lo rimise davanti al signore nero; e la sua mano tremava, ma la sua bocca sfiorita sorrideva di nuovo.
- Sempre lei! - disse sottovoce, e in alto soggiunse: - Ma perch tutto questo?
Perch? Non lo sapeva neppure lui. Solo ricord che i suoi nipoti dicevano che egli si prendeva tutti i gusti, e rispose:
- Cos, perch mi fa piacere! Bevi!
Ella respinse, una, due volte, il bel vino dorato; ma infine fu costretta ad accettarlo. Ed entrambi bevettero dallo stesso bicchiere come un tempo.



"PADRONA E SERVI"

Un'aureola rosea, arcuata e pura come il labbro di un bimbo, segnava appena il cielo sopra la collina quando zia Austina Zatrillas si alz. Pallida, alta e grassa, coi capelli raccolti entro una cuffietta di broccato rosso, sembrava Giunone dalle braccia potenti e dal viso severo.
Il gallo cant la seconda volta, gi nel cortile circondato da una muraglia di fichi d'India, e la donna trasal, a quel richiamo, come San Pietro nell'atrio di Pilato; ma al terzo canto del gallo era gi vestita, e le punte del corsetto reggevano il seno colmo, la linea del giubboncello rosso guarnito di rose azzurre seguiva sulla schiena la linea della gonna pieghettata, gli sbuffi della camicia nella spaccatura delle maniche erano eguali, e la cintura d'argento stringeva la vita grassa, come se tutto l'abbigliamento fosse stato curato e studiato a lungo.
- Ebbene, che hai pensato, Aust? - disse il marito svegliandosi e sollevando sul cuscino il suo viso nero camuso. - Che cosa mi dici? Sei decisa ad aumentarmi il fitto della (tanca)?
- S, Daniele mio,  necessario; i tributi sono aumentati, i servi si vogliono pagati al doppio.
- Moglie mia, pensa che mi hai gi tre volte aumentato il fitto: io poi sono tuo marito da trent'anni e sono qui legato come un prigioniero.
- I tributi e le spese crescono, Dani! A te aumento solo cinquanta scudi di fitto, mentre mio cugino vuol darmi, per la (tanca), cento scudi in pi di quello che mi dai tu.
Il marito, che era costretto a letto da una forte artritide, fece una smorfia di dolore.
- Bene, chiamami il servo giovane; lo mander all'ovile per dire ai pastori che spingano l'armento dalla mia alla tua (tanca). E sia per cinquanta scudi, Aust; ma cerca di farmi vender bene il puledro. Stanotte ho sognato che lo domavo.
- Non dubitare: quand' che non ho curato i tuoi interessi?
Toccandosi la saccoccia per assicurarsi che dentro c'eran le chiavi, il ditale, il rosario, le monete, la donna and a svegliare le serve che ella chiudeva a chiave nella loro camera, specialmente quando erano in paese i servi; attravers la dispensa, ove i mucchi di pane bianco e di pane d'orzo sembravano colonne di avorio e di marmo bardiglio, e scese nella vasta cucina. Era un luned. I servi, che il giorno prima avevan fatto baldoria, dormivano ancora sulle stuoie, attorno al focolare; fili di luce rossa piovevano dai buchi del tetto basso, buchi praticati per lasciar passare il fumo, illuminando qua e l la scena. Pareva un bivacco; lunghi archibugi e lunghi coltelli entro guaine istoriate e frangiate, selle e freni, cappotti e mantelli d'orbace pendevano dalle pareti scure; bisaccie di lana, tigrate come pelli di leopardo, borse di cuoio, cartucciere, corni per la polvere da sparo, sopragiacche di pelli lanose si ammucchiavano qua e l sul pavimento; e nella penombra gli uomini giacevano buttati per terra, chi di fianco, chi supino, vestiti di rosso e di nero, coi capelli oleosi, con le brache di saia, con la vita cinta da striscie di cuoio ricamate.
Come svegliati dalla sola presenza della padrona, in un attimo furono tutti in piedi, pronti al comando. Il pi vecchio sembrava Amsicora, con la lunga barba bianca a riccioli e gli occhi neri ancora vividi; il pi giovane sembrava Aristeo, con le treccie nere dietro le orecchie, il viso olivastro, la bocca rossa e gli occhi verdazzurri come le foglie delle tamerici quando riflettono il colore del cielo al meriggio. La padrona si rivolse a lui.
- Sadurru, figlio mio, va su dal vecchio.
Il servo attravers coi suoi passi rumorosi le stanze e i corridoi ancora scuri: sull'uscio del padrone incontr la serva giovane che usciva frettolosa e si urtarono maledicendosi come due nemici.
- Ragazzo, - gli disse il padrone, i cui occhi s'erano accesi come fiammelle, - va nel mio ovile e di' ai servi che spingano l'armento dalla mia alla  I tanca) di mia moglie. Aiutali e torna qui stasera. E non pungete il bestiame, non maltrattatelo ch mia moglie mi ha aumentato il fitto.
Il giovane non disse nulla; ma quando arriv all'ovile cominci a beffarsi dei padroni.
- Son due, come due corna di capra sullo stesso capo, e si trattano come estranei.
- Ragazzo, - disse il servo anziano raccogliendo le sue pelli e i suoi recipienti di sughero, - sei straniero, sei appena da poche settimane in quella casa e pretendi di giudicare i tuoi padroni.
- Le storie si sanno!
- Che sai tu, mauritano? Lascia parlare me che mangio da trent'anni il loro pane. La mia padrona  una donna forte: a quindici anni le fecero sposare quel vecchio peccatore, e senza di lei la casa sarebbe andata in rovina.  lei che amministra il suo avere e quello di suo marito, lei che comanda ai servi, e alle serve dice: "Questo rotolo di lana  mio e questo  di mio marito; non confondeteli". Cos non succedono questioni; e nella cassa le rendite sono divise in due mucchi.
- Perch il padrone, dicono, quando era potente ancora, si divertiva e apriva la cassa e prendeva dal mucchio comune per andare dalle altre donne. E un'altra cosa curiosa, dicono. Che la padrona amava da ragazza un altro uomo, Diecu Delitala; e costui per vendicarsi del rivale che gliela rapiva fece fare un incantesimo in seguito al quale lo sposo cess di essere innamorato della sposa...
Il vecchio servo s'irrit.
- Ciarle! Io non so nulla. Soltanto so che la mia padrona non ha mai guardato altr'uomo che suo marito...
- ... E il padrone allora andava dietro le processioni, con lo stendardo e la croce, domandando ai santi di scioglier l'incantesimo. Ma questo era fatto da un prete e non si poteva sciogliere; e cos egli invecchi, innamorato di tutte le donne fuorch di sua moglie. Ecco perch si divertiva fuori di casa.
- Bene, taci, lingua di serpente; tu mangi il loro pane e non devi parlare cos.
Ma il servo giovane rideva, sogghignando, e i suoi denti canini brillavano come perle.

Mentre i servi pastori compievano l'esodo attraverso la (tanca) verde e oro sotto il cielo azzurro e oro d'autunno, in paese il padrone, sul suo letto di legno, con la bottiglia sul tavolino, sognava i suoi puledri, e la padrona lavorava con le sue serve. Gli uomini erano tutti partiti, con le loro bisacce colme di pane d'orzo, chi a cavallo, chi a piedi, chi col carro, chi verso l'oliveto e chi verso il salto per seminare il grano. La casa era grande e le serve avevan sempre da fare: una versava il frumento nel moggio nella mola romana, un'altra travasava l'olio; la pi giovane, con la vita sottile e i fianchi prominenti, andava su e gi, scalza ed agile, dalla cucina alla camera del padrone, e gli dava da bere e da mangiare e gli raccontava gli avvenimenti del mondo.
La padrona era presente da per tutto, calma, con le palpebre abbassate sui grandi occhi neri, col fuso e la conocchia istoriata fra le mani piene di anelli pesanti. Ella parlava poco, n allegra n triste, e ogni tanto riceveva qualcuno, nella vasta cucina che era come la sala del trono. Ogni tanto saliva su dal marito e senza smettere di filare gli domandava un consiglio, o apriva la cassa e prendeva o metteva gi denari.
Passarono alcune donne di Oliena, con otri d'aceto, vasi di sapa e rotoli di orbace. Ella diede loro la lana filata perch gliela tessessero, e cambi con la loro tela una bisaccia tessuta da lei, sul cui fondo bianco le palme nere e i fenicotteri rossi e verdi si disegnavano come in un arazzo orientale.
Il prete, che ogni giorno andava a visitare il malato, trov ancora le donne nel cortile e s'immischi nelle loro chiacchiere; poi sal dal vecchio. A poco a poco la camera di zio Daniele si riemp di gente, di vecchi amici, di uomini che si ricordavano del malato perch era ricco e aveva del buon vino. Fra gli altri, quel giorno, c'erano due stranieri venuti per acquistare un cavallo, e un uomo ancora giovane, robusto e bruno, taciturno.
Il prete parlava di zia Austina, ripetendo i versetti del Libro dei Proverbi.
"Chi mi trover una donna forte? Il pregio di lei  come delle cose portate di lontano e dall'estremit della terra. In lei riposa il cuor del suo sposo, il quale non avr bisogno di procurarsi bottino.
Ella si alza che  ancor notte e distribuisce il vino alla gente di casa e il mangiare alle sue serve.
Pose gli occhi sopra un podere e lo compr: del guadagno delle sue mani piantovvi una vigna.
Ella a forti cose stende la mano e le sue dita maneggiano il fuso.
Ella si fa tappeti di vari colori; il suo abito  di bisso e di porpora.
Con sapienza ella apre la bocca e la legge della bont governa la sua lingua".
Gli uomini ascoltavano riuniti intorno al giovane prete: attraverso la piccola finestra si vedeva la collina verde coperta dal velo roseo del tramonto, e di lass arrivava fino alla camera del vecchio il tubare delle tortore e l'odore del timo selvatico.
Diecu Delitala guardava il malato e di tanto in tanto scuoteva la testa come per scacciare qualche mosca che gli ronzasse attorno. Eccolo l il vecchio rivale! A che  servito l'incantesimo? Egli  stato egualmente felice e adesso riposa sul suo letto come un vecchio re giusto e potente.
- A che pensi, Diecu Delit? - gli chiese il vecchio, vedendolo cos pensieroso.
Diecu Delitala s'accomod la berretta sul forte capo bruno.
- Daniele Zatr, questi due stranieri vogliono acquistare il tuo puledro di un anno. Combinate. Ma trattali come amici, se puoi.
Il vecchio sorrise con malizia.
- Andate gi da mia moglie.
I tre uomini scesero nella cucina e trovarono la donna seduta sulla sua larga scranna simile a un trono, circondata dalle serve che pulivano il frumento.
- Austina Zatr, questi giovani chiedono il puledro di un anno. Quanto ne vuoi?
- Cento scudi.
- Austina Zatr! Neanche se si trattasse di un cavallo verde!
- Il puledro  un bel sauro: mio fratello voleva darmene novantotto scudi.
- Su, trattateci da amici di Diecu Delitala - disse con intenzione uno dei giovani.
La donna sollev le palpebre gravi e guard i tre uomini; e i suoi occhi scintillarono, ma freddi e lontani come le stelle. Il prete, raggiunti nella strada i tre uomini, cominci a burlarsi del Delitala.
- Si vede che non val pi nulla per lei essere vostri amici. In lei riposa il cuor del suo sposo...
Diecu batt il pugno su un muricciuolo:
- (Pride) Farr, batta lei contro il cuore di quella donna e contro i macigni:  lo stesso.

Intanto i servi pastori viaggiavano da una (tanca) all'altra e continuavano a discutere a proposito dei padroni.
- Voi siete loro servo da trent'anni e dovete saperne - gridava Sadurru. - La serva giovane dice che voi, quando avevate i denti, eravate innamorato della padrona...
- Tutti gli uomini che l'hanno conosciuta si sono innamorati di lei e l'hanno desiderata e tentata. Ella non se n' accorta neppure, come una regina sul trono. Forse che si accorge di te, mauritano? Eppure il desiderio che hai di lei ti si legge sul viso peccaminoso. E di' alla serva giovane che si mozzi la lingua e si cerchi compagne fra le sue pari. Ella ti fa le sue confidenze quando si butta alla notte sulla tua stuoia?...
- Precisamente, quando alla notte si butta sulla mia stuoia!
- Il diavolo vi porti via tutti e due, demoni vestiti!
Il servo giovane sogghignava, e i suoi denti brillavano al tramonto rosei e come insanguinati. Pareva smanioso di litigare, e fra le altre cose disse:
- Forse la donna  stata forte finch  stata giovane; ma adesso che declina come il sole non vi pare che come il sole debba perder la sua forza?
Allora il servo anziano minacci di accusarlo ai padroni.
- Tu parli come un loro nemico; tu non sei degno di mangiare il loro pane. Ti far cacciar via!
- Ah, ah, state attento che non vi faccia cacciar via io!
Pi tardi il vecchio stava seduto davanti alla capanna e imprecava a bassa voce. Il giovane era gi ripartito verso il paese, e il pastore si sentiva triste come la sera, col cuore gonfio e la saliva amara.
- Ora te lo posso ben dire, Juannepr, - diceva al compagno, - la mia padrona ha un solo difetto: quello di sopportare le persone malvagie; ma se stanotte non torno in paese e non faccio cacciar via quel pezzente, crepo di rabbia.
- Un re degli antichi tempi diceva: la rabbia della sera lasciala alla mattina.
E per qualche momento il vecchio parve calmarsi.
Fra due quercie appariva l'orizzonte coperto da un velo di nebbia luminosa, turchino in fondo come una striscia di mare, poi giallo come una spiaggia, poi rosso violetto e azzurro. La luna nuova cadeva lentamente colorandosi di rosso come attratta dai vapori del tramonto; e tutte le cose intorno, gli alberi immobili e che pure mormoravano, i grappoli enormi delle roccie, i cespugli, tutto si copriva di un velo nero dorato e tutto prendeva un aspetto fantastico. Le quercie oblique sulle rupi pareva si fossero fermate l sorprese dalla notte mentre tentavano di raggiungere, una dopo l'altra, le vette; e un mistero d'ombra, di abissi, di pericoli ignoti si nascondeva in fondo alle chine boscose, dietro ogni roccia. Ma fin dove arrivava il chiarore glauco e dorato del crepuscolo regnava una pace infinita, e le voci della (tanca) salivano flebili armoniose: il tintinnio delle greggie che si raccoglievano nelle mandrie, si fondeva col canto degli ultimi grilli, coi latrati dei cani, col ronzio d'un insetto ancora sveglio, col pigolio lieve degli uccelli che par si salutino d'albero in albero prima di addormentarsi.
A un tratto il vecchio pastore si alz e disse al compagno:
- Vado: bisogna andare.
E va e va, nella sera chiara, attraverso le (tancas) nere e argentee sotto il cielo azzurro e argenteo d'autunno. Una passione equivoca lo spingeva; amore verso la padrona, odio contro il servo perverso; ma anche qualcosa che egli non riusciva a definire, un malessere strano simile a quello che aveva provato una volta dopo il morso di una vipera. Nel suo vecchio cuore passavano le ombre e i chiaroscuri misteriosi che la sera d'autunno stendeva sulle (tancas) solitarie.
Ma a un tratto soffi il vento di tramontana che parve spegner la luna: tutto divent nero finch in lontananza non apparve la collina con qualche punto rossastro in fondo. Il pastore affrett il passo, trascinando la sua stanchezza e i suoi sospetti come trascinava le giovenche malate o riottose. Fu davanti al cortile recinto di fichi d'India; la casa era nera, ma sopra il tetto basso della cucina si spandeva un chiarore giallastro. Egli si lev gli scarponi, ripieg le ghette e s'arrampic sui tronchi che sostenevano la legnaia, come quando si arrampicava sulle quercie per tagliare fronde da dare al bestiame. Il vento soffiava con rabbia, spazzando il fumo dal tetto; era una notte di amanti e di ladri, e come un ladro il servo pot protendersi sul tetto fino al buco sopra il focolare.
Attraverso un velo di fumo vide sotto di s la macchia rossa del fuoco, e la padrona e il giovane servo seduti accanto al focolare. La donna non filava; come una regina ai piedi del trono, stava seduta su uno sgabellino ai piedi della scranna alta, e su questa la conocchia e il fuso parevano coricati una accanto all'altro come due sposi. Il servo ridacchiava e guardava fisso la donna coi suoi occhi felini, raccontandole a modo suo la scena dell'ovile.
- Il vecchio sembrava un verre, tanto era arrabbiato... Io gli dicevo: come non si pu amare quella donna al solo vederla? Al solo conoscere la sua virt? Ho fatto male a dire cos?
- Tu non devi parlare di me... in nessun modo - disse la donna con la sua voce dura. - Te lo proibisco...
- Io non posso fare a meno di parlare di voi... Il mio stesso pensiero mi tradisce...
- Ah, maledetto uccello, che tu sii sparato! - imprec il vecchio sul tetto, e fu per sputare sul capo dell'ipocrita. Ma il giovane continuava:
- Io penso sempre a voi, e qualche volta, pur di parlarne, ne parlo persino male... Ho piacere di sentirvi lodare dagli altri; e cos oggi  avvenuto. Voi potrete cacciarmi via; io andr vagabondo, ma penser a voi... E voi... voi... che farete per me?...
Ella tese le mani alla fiamma e trem tutta come per un brivido di freddo.
- Io non ti caccer - disse con voce lievemente rauca. - Se cacciamo via le persone che ci vogliono bene e con chi restiamo allora?
- Anche a me, anche a me ha parlato cos... una volta... - pens il vecchio, sul tetto, e guardando dal buco gli pareva di rivedere tutto il suo passato... Egli era l, al posto del servo giovane; ma ella non era mai scesa dalla sua scranna e parlandogli non aveva mai abbandonato il suo fuso, come una regina non lascia mai il suo scettro...
Altri tempi, altri uomini. Egli, per esempio, non si era mai azzardato di porre il suo sgabello accanto a quello della padrona, come faceva adesso quello sfacciato... E lei... lei non si era mai lasciata prender la mano cos, come gliela prendeva quel maledetto servo straniero.
Sul tetto il vecchio raschi, per avvertire la padrona che qualcuno la osservava; ma il vento copriva ogni rumore, e quei due, l sotto, non erano intenti che alla voce della loro passione.
- Aust, Aust, - diceva il giovane servo, accostandosi sempre pi a lei, - tu farai bene a non cacciarmi via. Io sar il tuo vero sposo; e il vecchio morr e ti lascer in pace una buona volta... Se tu non vorrai sposarmi davanti al prete non far niente; ma il vero sposo sar io...
E la donna lasciava dire e lasciava fare. Ancora un momento e qualcosa di terribile - per il vecchio lass - sarebbe accaduto; ma egli si sentiva schiacciare da un peso enorme, come se tutto il mondo crollasse sopra di lui, e gli sembrava di esser gi morto e di guardare entro l'inferno.
Che fare, pertanto? Gridare di lass? Ella gliene avrebbe serbato odio eterno. Scendere, picchiare alla porta? Egli non poteva che rimandare di qualche giorno, di qualche ora la terribile avventura. Le parole perfide del giovane gli tornavano in mente.
"Ella  stata forte finch  stata giovane, ma adesso che declina come il sole...".
A un tratto si lasci scivolar gi nel cortile e batt furiosamente alla porta. La padrona stessa apr, pallida pi del solito, ma calma e impassibile.
Il vecchio balz accanto al focolare e prese il giovane per i capelli, come per tenerlo fermo e costringerlo ad ascoltar bene le accuse.
- Austina Zatrillas, guardalo bene in faccia!  il tuo peggiore nemico. Egli vuole disonorarti e perderti: egli va per le (tancas) dicendo che tu stai per diventare la sua amante. Guardalo bene! Egli si vanta che ti far avvelenare tuo marito per sposarti con lui... Egli  l'amante della tua serva ed entrambi tramano contro di te! Guardalo bene...
Ella lo guardava, ma il suo viso non esprimeva che un lieve spavento: senza parlare si avvicin ai due servi per separarli, ma il giovane, che taceva e il cui volto diventava nero, come subitamente decomposto, trasse il suo coltellino a serramanico, l'apr, balz su con la schiena piegata e fece rimbalzare anche il vecchio.
Ella grid:
- Presto, gente, presto...
Il vecchio s'era appoggiato al muro e guardava il sangue che pareva sgorgasse dal suo giubbone rosso, un po' al di sopra della cintura su cui si spandeva. Il giovane, coi capelli sul viso, raccatt la sua berretta e si slanci verso la porta urlando:
- L'ha voluto lui... voi mi siete testimonio... l'ha voluto lui.
Usc, lasciando aperta la porta: i suoi passi risuonarono attraverso il rumore del vento.
Allora la donna corse ad aprire l'uscio alle serve, che gi erano balzate dal letto, mentre il vecchio, piano piano, cadeva seduto con le spalle al muro e dondolava la testa e pareva accennasse di s, di s. "S, l'ho voluto io..." pareva dicesse.



"LE SCARPE"

Anche quando non aveva udienze, e questo oramai gli succedeva spesso perch essendo i tempi difficili la gente esitava prima di mettersi a litigare e sempre per la stessa ragione anche gli avvocati di grido, gli ex-professori e gl'impiegati in ritiro facevano i procuratori, Elia Cari andava egualmente alla Conciliazione, si metteva a sedere nella sala d'aspetto e appoggiando il taccuino al ginocchio o al muro scriveva versi in dialetto per sua moglie. Intorno era un mugolio di tempesta; la folla andava e veniva, le donnicciuole convenute l per cause di pochi soldi si ingiuriavano, tragiche e solenni quasi avessero a spartirsi il mondo, gl'imbroglioni pronti a giurare che non dovevano nulla al proprio creditore passavano a testa alta, sporgendo il petto; i procuratori pi affamati dei loro clienti andavano dall'uno all'altro meditando il modo di appropriarsi qualche foglio di carta bollata: Elia non si meravigliava di nulla.

(Su mundu lu connosco e donzi cosa
Chi succedit succedere deviat)

scriveva nei suoi versi arcaici dedicati a sua moglie.
"Il mondo lo conosco, ed ogni cosa che succede doveva succedere. Io sono poeta e filosofo e nulla mi sorprende. La vita  un'altalena: oggi in alto, domani in basso, posdomani di nuovo in alto. Non disperarti, giglio d'oro. Pu darsi che mio zio Agostino, che ha cacciato via di casa e diseredato sua moglie, si ricordi di noi. Allora ce ne andremo in riva al mare, guarderemo le barche lontane e ci stringeremo la mano come sposi. Del resto anche adesso siamo felici: la pace e l'amore regnano nella nostra dimora, e tu, cedro del Libano, (Venus hermosa), sei la mia ricchezza e la mia regina...".
Una mattina d'inverno un carrettiere batt sulla spalla d'Elia la mano che sembrava di pietra:
- Corri, uomo! Sono stato a Terranova con un carico di scorza ed ho veduto tuo zio Agostino, lo spedizioniere, gravemente malato...
Elia s'alz, composto, passandosi in segno di dolore la mano sui capelli gi grigi.
- Vado a partecipare la triste notizia a mia moglie.
La moglie non parve commuoversi troppo, anzi non si alz neppure dallo scalino della porta ove sedeva cercando di scaldarsi al sole. Era vestita da borghese, era calzata, pettinata alla moda; ma appunto il vestito leggero, sfrangiato, le scarpe rotte, i capelli radi che incorniciavano come d'un'aureola nera il suo viso bianchissimo di anemica, rivelavano meglio la sua miseria. Gli occhioni una volta neri eran divenuti d'un color nocciuola dorato, fissi e indifferenti come quelli della lepre.
Dall'interno della casa ove i due avevano in subaffitto una stanzetta terrena che dava sul cortile, usciva un chiasso come quello della Conciliazione; i padroni di casa litigavano e nella bettola di loro propriet gli uomini giocavano alla morra e ridevano.
La moglie di Elia, come suo marito nella Conciliazione, rimaneva inerte, indifferente alle voci del prossimo. Cos egli la voleva e l'amava.
- Sai cosa faccio? - le disse carezzandole i capelli e guardando il cielo. - Vado.
- Dove?
- Dove? Ma di che si parla? Dallo zio Agostino. Il tempo  bello - aggiunse senza rivelare tutto il suo pensiero; ma la moglie dovette indovinarlo perch guard le scarpe leggere e consunte di lui e domand: - E i denari del viaggio?
- Ce li ho. Non preoccuparti, non pensare a nulla. Tutto va bene, nel mondo, a saper prendere le cose con calma e filosofia; tutto sta a volersi bene, a trattarsi con gentilezza. Queste cose appunto dicevo qui... stamattina... Vuoi leggere?...
Stacc i foglietti dal taccuino e timidamente, arrossendo, glieli lasci cadere in grembo. E furono la sola provvigione che le lasci per quei giorni.

Egli s'incammin a piedi. Non aveva che tre lire e conosceva troppo bene il mondo per perder tempo a cercar di farsi prestare i denari del viaggio.
D'altronde egli era abituato cos: non aspettava aiuto che dalla sua calma filosofica e dall'eredit di suo zio Agostino. Era inoltre un forte camminatore e si preoccupava pi delle sue scarpe che dei suoi piedi: se le cose andavano bene, a tutto si sarebbe rimediato.
Le cose andarono bene fino ad Orosei: la strada era sempre in discesa, molle, piana, accompagnata, preceduta e seguita da paesaggi fantastici che solo a guardarli facevan dimenticare gli affanni terreni. Pareva di attraversare un paese incantato, e il sole di diamante dava il suo freddo e puro splendore a tutte le cose intorno: l'erba e le roccie scintillavano; poi a misura che scendeva, Elia sentiva il sole farsi pi caldo e pi dorato, e finalmente vide, sullo sfondo marmoreo delle colline verso il mare i mandorli coperti di fiori rosei come a primavera.
Ma il sole a un tratto sparve; dopo un breve crepuscolo cadde la notte gelata ed Elia sent i piedi umidi. Le sue scarpe s'erano crepate. Era una cosa che doveva succedere anche questa, ma egli non l'accett con la solita filosofia. Accomodarle non poteva, e neppure farsene prestare un paio. D'altronde camminare con le scarpe rotte era difficile, e indecoroso presentarsi in casa dello zio come un mendicante. Per tutelare il suo avvenire e provvedere alla salute e al benessere di sua moglie, bisognava a tutti i costi procurarsi un paio di scarpe. Ma come? Elia non sapeva come rispondere. Intanto arriv al paese.
Le strade erano buie, battute dal vento del mare; non si vedeva anima viva e solo da una locanduccia sulla piazza usciva un chiarore ospitale. Egli entr e domand alloggio per la notte, pagando anticipato: gli fu assegnato un letto in una stanzaccia ove dormivano altri due viandanti, uno dei quali russava come l'orco. Elia si coric vestito ma non pot chiuder occhio; vedeva innumerevoli file di scarpe, lungo le vie del mondo, entro le case, nei campi: dovunque c'era un uomo c'era un paio di scarpe. Molte stavano nascoste entro i cassetti, nei comodini, negli angoli pi equivoci; altre pareva vegliassero, ai piedi del letto, il sonno dei loro padroni; altre aspettavano sulla soglia degli usci, e altre infine, come le sue, partecipavano all'ansia ed alla miseria di chi le calzava...
Il rombare del vento al di fuori e il russare del viandante accompagnavano la sua ossessione. Le ore passavano; una stella sal, azzurrognola come bagnata d'acqua marina, e si ferm dietro i vetri tremuli della finestruola. Elia pens a sua moglie, ai versi che le dedicava, alla vita comoda che li aspettava se lo zio Agostino gli lasciava i suoi beni...
S'alz e curvo, tastoni, prese le scarpe dell'uomo che russava. Pesavano, ed egli sent sulle sue dita calde il freddo dei loro chiodi consumati. Le lasci e palpando il pavimento cerc le scarpe dell'altro ma non le trov.
Ed ecco un lieve rumore nel corridoio, come d'un passo scalzo. Egli stette immobile, curvo, con le mani sul pavimento, palpitando come una bestia paurosa. Aveva tutta la coscienza della sua degradazione, e una tristezza appunto istintiva come quella dell'animale in pericolo lo opprimeva; ma cessato il rumore usc sull'uscio per accertarsi che non c'era nessuno, e al chiarore d'un lumino posto in fondo al corridoio vide un gatto che passava sfiorando il muro con la coda ritta, e un paio di scarpe elastiche sull'uscio accanto che gettavano la loro ombra con due enormi uncini sul pavimento.
Egli le prese, le nascose sotto il pastrano e and gi: un uomo dormiva nell'atrio, su una stuoia, badando ai cavalli dei viandanti; il portone era chiuso appena col saliscendi. Elia se ne and quindi tranquillamente, si trov nella strada litoranea, lungo il mare grigio sotto le stelle tremolanti che pareva volessero staccarsi dal cielo e scender pi gi anch'esse.
-  curioso come tutto nella natura e nell'uomo tende al basso - pensava Elia, camminando rapido col vento attraverso la landa nera chiusa dai monti neri e dal mare grigio.
Dopo una mezz'ora di viaggio credette giunto il momento di mettersi le scarpe rubate; sedette sul paracarri, e dopo averle infilate le palp bene, contento che fossero morbide e larghe: ma cos curvo sent di nuovo, all'improvviso, un senso di degradazione che lo avvil.
- E se mi inseguono? Bella figura! Che dir mia moglie? Mettiti almeno a rubare qualche milione, non un paio di scarpe usate, Elias Cari!
- Il milione! A trovarlo! Lo prendo subito - aggiunse beffandosi di s, allungando i piedi e muovendo le dita dentro le scarpe. Ma, cosa strana, i piedi palpitavano, ardevano, pareva stessero malvolentieri l dentro.
E quando egli riprese la strada tenendo sotto il braccio le sue scarpe per rimettersele e buttar via le altre in caso d'inseguimento, non gli riusc pi di camminar rapido come prima: le gambe gli tremavano, ogni tanto si fermava sembrandogli di sentir passi dietro di lui.
L'alba che saliva dal mare pallida dietro un velo di nebbia lo spavent come un fantasma. Adesso potevano vederlo anche i viandanti che avrebbe incontrato lungo la strada diretti ad Orosei; e l giunti, sentito il fatto delle scarpe rubate, potevano dire: "S, abbiamo incontrato un uomo che andava sospettoso con un involto sotto il pastrano...".
Incontr infatti un paesano che se ne andava tranquillo, nero nell'alba, con la sua (tasca) e il suo bastone, e gli parve che si voltasse a guardarlo e sogghignasse.
La giornata veniva su triste e grigia; le nuvole correvano come enormi matasse nere arruffate, dai monti al mare, dal mare ai monti, attaccandosi alle roccie e agli scogli che le districavano un po': i corvi passavano gracchiando sopra la brughiera contorta dal vento.
I sereni paesaggi del giorno prima erano lontani; adesso tutto aveva un aspetto torbido, demoniaco, ed Elia credeva di sentir voci lontane, urla di gente che lo inseguiva e lo sbeffeggiava.
Fin col rimettersi le sue scarpacce e abbandon le altre sulla strada; ma neppure cos trov pace. Drammi fantastici si svolgevano nella sua immaginazione: uno dei due poveri viandanti coi quali aveva dormito seguiva la stessa strada e si prendeva le scarpe; inseguito, scoperto, passava lui per colpevole e chiss a quanti guai si esponeva... Oppure quelli da cui gli sembrava di essere sempre inseguito, trovavano la refurtiva e continuavano a perseguitarlo sino a fargli scontare vergognosamente la sua colpa. Che direbbe sua moglie? Nella sua mente infantile, eccitata dalla stanchezza, dal freddo e dalla fame, la cosa s'ingrandiva e s'arruffava come le nuvole su quell'agitato cielo invernale. Si pentiva di essersi messo in viaggio, di aver abbandonato la sua calma abituale per correre dietro a una vana chimera. Chiss quante inquietudini l'eredit dello zio gli riserbava: intanto s'era degradato!
E torn indietro: trov le scarpe dove le aveva lasciate, e stette a lungo guardandole istupidito. Che fare? Anche a nasconderle, a seppellirle, il fatto non si cancellava. Egli aveva rubato e il ricordo dell'attimo in cui carponi sul pavimento aveva palpitato come una bestia paurosa non avrebbe mai pi cessato di gettare un'ombra sulla sua vita.
Riprese la refurtiva sotto il pastrano e ritorn al paese, attardandosi in modo da arrivare verso sera. Da ventiquattr'ore non mangiava, e si sentiva cos debole che il vento lo piegava come un filo d'erba. Arriv come in sogno alla locanduccia, pronto a confessare la sua colpa; ma l tutto era tranquillo, nessuno parlava del fatto, nessuno bad a lui e al suo pastrano. Mangi e chiese un letto: gli assegnarono quello della notte avanti ed egli dopo aver rimesso le scarpe al posto donde le aveva prese si addorment. Un sonno che pareva di morte: dovettero svegliarlo e gli dissero ch'era mezzogiorno. Egli compr un pane, coi due soldi che gli avanzavano, e riprese il viaggio.
Di nuovo il tempo era bello e la brughiera chiusa fra i monti neri e il mare azzurro aveva un incanto melanconico di paesaggio primordiale: tutto era verde e forte, ma come in certe esistenze umane pareva che mai nessun fiore dovesse spuntare l intorno.
Elia camminava bene anche con le scarpe rotte; anzi aveva il vantaggio d'essere ospitato negli stazzi come un mendicante girovago e di ricevere pane e latte.
Quando arriv, lo zio era spirato da poche ore. La serva guard Elia con diffidenza e gli disse:
- Ma sei proprio suo nipote? Perch non sei venuto prima?
Elia non rispose.
- Il mio beato padrone ti aspettava. Tre giorni fa ti ha fatto spedire un telegramma. Egli diceva che tu eri il suo solo parente, ma che tu lo avevi dimenticato. Cos stamattina, non vedendoti arrivare, ha fatto testamento, in favore degli orfani dei marinai...
Ritornato a casa, Elia trov ancora sua moglie al sole, pallida, indifferente.
- Ma perch, santa donna, quando hai ricevuto il telegramma non hai risposto che ero gi partito?
- E non dovevi arrivare lo stesso? Perch hai tardato?
Elia non rispose.



"AL SERVIZIO DEL RE" [9]

Nella camerata bassa e grigia i detenuti cominciavano ad annoiarsi. Erano una decina tra vecchi e giovani, appartenenti alle pi distinte famiglie di Nuoro. Arrestati nella stessa notte assieme con altri proprietari, pastori e contadini, accusati tutti di favoreggiare gli ultimi banditi nuoresi che giusto in quel tempo vennero massacrati e dispersi, i dieci uomini s'erano nei primi giorni divertiti, avevano riso e scherzato, aspettando di momento in momento l'ordine di "rilascio". Solo due vecchi ancora poderosi, noti, uno per le sue ricchezze e la sua fierezza, l'altro per le sue prepotenze, avevano continuamente protestato e imprecato. Gli altri li prendevano in giro. Dicevano al ricco:
- Ziu Serbad, andiamo alla bettola; facciamo un po' di scialo, oggi: tirate fuori il vostro portafogli ben gonfio...
Il vecchio, al quale sopratutto dispiaceva la perquisizione personale subta dopo l'arresto, guardava i compagni con due occhi feroci iniettati di sangue, e palpandosi il petto gonfio e le gambe nerborute mormorava parole sprezzanti.
L'altro, un vecchio alto, magro, col viso color di rame circondato dalla barba nera e giallastra, e i denti ancora cos belli che sembravano falsi, neppure si degnava di rispondere agli scherzi dei compagni.
- Figuriamoci che piova, - propose un giovinetto, - stiamo qui e giochiamo a carte.
Ma i giorni e le notti passavano, e i detenuti cominciavano a inquietarsi e a stancarsi. Alcuni erano innocenti, altri avevano sofferto persecuzioni e angherie da parte dei banditi, altri li avevano protetti per paura. Si confortavano pensando che centinaia d'uomini erano "dentro" sotto la stessa accusa, ma oramai lo scherzo durava un po' troppo.
- Che far mia moglie, povera donna: hanno arrestato suo padre, i suoi fratelli; hanno arrestato me, il servo, tutti. Ella  rimasta sola in casa, sola come una fiera...
- Io avevo tre vacche malate; a quest'ora saranno morte. Sono rovinato...
- Mia madre piangeva disperatamente - diceva il giovinetto, ricordando l'ora tenebrosa.
- Pianger e poi cesser di piangere - disse con disprezzo zio Salvatore, il ricco.
E quando gli altri si lamentavano perch i loro interessi andavano male, egli raschiava e sputava e diceva insolenze: "mendicanti", "morti di fame", "immondezze" erano i nomi pi dolci che dava ai compagni.
Un bel giorno, dopo essersi raccontati tutti i loro guai, dopo essersi vantati di cose non vere, dopo aver ricorso a tutti i mezzi per non annoiarsi, i detenuti cominciarono a litigare: erano uomini sani e forti, abituati all'immensit delle (tancas), alle ombre del bosco e alla luce accecante delle pianure coperte di stoppia: non potevano adattarsi alla penombra grigia e sonnolenta della camerata lunga e bassa come un andito, puzzolente, calda, coi muri pieni d'insetti e di scritture strane. Specialmente verso sera, quando dalle inferriate pioveva il bagliore roseo del crepuscolo estivo, essi s'agitavano e imprecavano. Un giorno per uno di loro fu chiamato nell'ufficio del Direttore. La speranza illumin la loro anima come il chiarore del crepuscolo illuminava il carcere.
- Per un colloquio non pu essere stato chiamato - disse il vecchio prepotente, che era gi stato altre volte al "servizio del re". - Non possiamo ottenere colloqui, finch non  esaurita l'istruttoria.
Che sar, che non sar? Finalmente il detenuto rientr. Rideva, ma appariva anche un po' mortificato e sorpreso.
- Ci son l due signori, - raccont, - uno dei quali, un omuncolo rosso e brutto come la volpe, scrive, e l'altro, lungo e tanto magro che sembra un affamato, m'ha rivolto cento domande, m'ha spogliato, mi ha misurato la fronte, le guance, il naso...
- Che cosa ti ha domandato?
- Se mio padre e mia madre erano sani, se da ragazzo lavoravo, se...
Zio Salvatore s'alz livido d'ira.
- E tu, - grid, puntandogli un dito sul petto, - tu ti sei lasciato metter le mani addosso? Tu ti sei lasciato misurare il naso? Che uomo sei tu? Non so chi mi tiene dal prenderti a calci e mandarti fuori di qui!
- Magari! Provate, ziu Serbad!
L'altro vecchio non pronunzi parola; ma le sue narici fremevano, e le sue mani piccole e nere, coi pollici cacciati dentro la cintura, s'agitavano e si contorcevano come artigli.
Uno per volta i detenuti furono misurati, esaminati e fotografati: ma quando venne chiamato il vecchio ricco egli s'alz fiero, imponente, stringendosi con la mano sinistra la lunga barba. Squadr con disprezzo la guardia carceraria, poi le punt un dito sul petto.
- Io? Io lasciarmi metter le mani addosso? Le metto piuttosto addosso a te, io, le mani...
La guardia indietreggiava.
- Oh, oh, che fate?
- Faccio quello che mi pare e piace! Hai capito, morto di fame! Anima venduta, va via di qui, subito! Io sono abituato a comandare, capisci, e nessuno, neppure il diavolo, si permetter mai di mettermi le mani addosso.
La guardia usc, ritorn, chiam l'altro vecchio.
Ma anche questi non si mosse. Non s'alz neppure. Sollev appena gli occhi neri, ancora lucenti, apr alquanto la bocca, come i cani quando accennano a mordere, e fece un gesto con la mano, invitando la guardia ad allontanarsi.
Non fu possibile convincere i due fierissimi uomini a lasciarsi fotografare e misurare. Rimaneva un altro detenuto, un giovane vedovo allegro e beffardo. Sulle prime anche lui, per non apparire da meno dei vecchi, rifiut di seguire la guardia; poi rise, con una risata strana che pareva il canto di un gallo, e and. Al ritorno disse:
- Quante favole ho raccontato a quel morto di fame che ci misur il naso! Gli dissi che mio padre e mia madre soffrivano di mal caduco e che mio nonno era pazzo. Egli rideva contento come se gli avessi regalato due vacche!

Passarono altri ed altri giorni. Il caldo era soffocante; il vento ardente che penetrava dalle inferriate portava un odore di stoppie e di macchie bruciate che dava un senso di nostalgia a quegli uomini dei campi e delle foreste, avvezzi a combattere, durante l'estate, contro gli incendi cos frequenti nelle loro campagne. Sopra tutto zio Salvatore sembrava inquieto.
- Deve esserci un incendio nella Serra, - diceva, fiutando l'aria, - e i miei boschi di soveri bruciano, vi possano bruciar l'anima! E imprecava minacciando l'inferriata.
Quando i detenuti furono lasciati in pace dal fotografo e dall'"affamato" ricominciarono ad annoiarsi: per fortuna fu introdotto nella camerata un nuovo detenuto, un prete giovane e svelto, anche lui accusato di favoreggiare i banditi, e le notizie e le storie che egli cominci a raccontare sollevarono l'animo dei prigionieri.
Eppure queste notizie erano orribili, ma avevano qualche cosa di fantastico, erano quasi epiche come notizie di guerra. In tutto il circondario di Nuoro era stato proclamato lo stato d'assedio: la citt, le campagne, i villaggi erano pieni di soldati, e il terrore regnava nelle famiglie. I banditi, cacciati dalle montagne e dai boschi di Nuoro, s'erano tutti riuniti e rifugiati nella foresta di Morgogliai, in un sito quasi inaccessibile, tra fortezze naturali di roccie e di macchie. La "forza" li circondava, con un vero assedio.
- Una notte, un mese fa, mi chiamarono presso una donna morente che voleva confessarsi - raccont il prete. - Andai. Giaceva sul letto una donna col capo avvolto in un fazzolettone bianco, e solo dopo qualche istante mi accorsi che era un uomo... Era un bandito ferito. Per questo fatto ora eccomi qui... in buona compagnia...
- Sicuro, in buona compagnia! - url zio Salvatore. E il prete non si lament pi.
Due giorni dopo furono introdotti due giovani possidenti d'Orotelli, due amici intimi, uno dei quali s'avanz verso gli altri detenuti dicendo:
- Scusate, fratelli cari, se vi disturbiamo. L'albergo  pieno, e bisogna restringersi un poco per far posto a tutti.
Anche l'altro volle scherzare:
- Ma cosa fate qui, tutti all'ombra? Andiamo fuori, andiamo un po' in giro per la citt di Nuoro. Su, andiamo!
- (Ancu non ch'essas prus) [10] - imprec zio Salvatore. - Meno male che ti beffi anche di chi non ti cerca, Orotellese!
- Lasciamo gli scherzi. Che nuove? - domand ansiosamente il prete.
- Nuove di festa: hanno (fattu petta) [11] - disse il giovane beffardo, e raccont l'assalto di Morgogliai, finito con l'eccidio dei banditi.
- Uno solo  fuggito. Ha avuto salva la vita perch ha tradito i compagni: ha fatto la spia e morr come Giuda.
I detenuti si rallegravano per queste notizie, sperando di ottener finalmente il rilascio; ma una scena singolare li turb. Il vecchio prepotente, che in tutto quel tempo era rimasto rigido e solenne come un re in esilio, singhiozzava come un bambino.
- Che avviene? - gli domand il vedovo burlone, battendogli una mano sulle spalle, appunto come si fa coi bambini che hanno inghiottito un boccone troppo grosso.
Il vecchio piangeva di rabbia e di vergogna, non per la morte dei banditi, ma per la vilt del loro compagno delatore.
E altri giorni passarono. Oramai i detenuti aspettavano di momento in momento la liberazione ed erano ridiventati allegri come nei primi giorni. Il prete, bravo poeta estemporaneo, recitava le sue canzoni, i due possidenti d'Orotelli parlavano sempre delle loro fidanzate, lodandone la bellezza, la ricchezza, l'onest, senza dirne il nome. Un giorno il vedovo burlone osserv: - Queste due vostre ragazze misteriose si rassomigliano tanto che mi dnno l'idea siano una sola!
- (A ti paret)? Che sia vero?
I due giovani innamorati si guardarono ridendo, ammisero l'ipotesi del vedovo e giocarono alla morra per stabilire chi di loro doveva sposare la ragazza.

La loro attesa e le loro speranze furono deluse. Vennero tutti processati e rinviati a dibattimento. Questa notizia li rese cattivi: zio Salvatore divent furibondo e si diede a battere pugni contro il muro ed a minacciare le secchie, le panche, i lettucci ripiegati.
Pochi giorni prima che venissero trasferiti alle carceri giudiziarie di Sassari (quelle di Nuoro erano zeppe), un nuovo prigioniero fu introdotto nella loro camerata. Essi veramente non aspettavano pi nessuno e guardarono con una certa curiosit diffidente il nuovo arrivato. Nessuno gli and incontro. Non era uno di (loro), della loro condizione, della loro razza. Era un borghese, anzi un nobile, uno di quei nobili dei villaggi, vestiti anche d'estate di grosso panno e col cappello duro e senza cravatta. Era un bell'uomo alto, col petto sporgente, il viso roseo, i capelli e i grossi baffi bianchissimi.
Appena la guardia lo ebbe introdotto egli volse in giro i grandi occhi rotondi pieni d'inquietudine e di sdegno, poi si volse verso l'uscio come aspettando che qualcuno glielo riaprisse.
- Si rassomiglia al re - disse il vedovo burlone. - Mi pare di riconoscerlo.
- Se  il re, eccoci ai suoi ordini. Siamo al suo servizio!
- Quello l  un nobile, un cavaliere, don Predu Deispana - disse sottovoce uno dei giovani Orotellesi. -  un uomo ricco.
Allora il vedovo si alz e and verso il "cavaliere".
- (Bonas dies), perch non s'avanza, don Predu? Venga, venga avanti, come sia in casa sua.
Il disgraziato si volse, guard con degnazione il detenuto, rispose con disprezzo:
- Spero di non avanzarmi affatto, e tanto meno di trattenermi...
Zio Salvatore tendeva l'orecchio: si credette offeso, s'alz, apr la bocca: ma poi scosse la testa e sedette di nuovo.
- Ma dal momento che c', qui, - insist il vedovo, con esagerata cortesia, - favorisca, favorisca, si accomodi...
E indicava la panca sucida in fondo alla camerata. I detenuti scoppiavano dal ridere; ma don Predu non s'accorgeva di nulla, non sentiva che il desiderio spasmodico di veder la porta fatale riaprirsi...
- Lei ha torto; deve accomodarsi. Perch l'hanno fatto venir qui, don Pr?  lecito saperlo?
Finalmente il Deispana si convinse che parlava con un suo simile e si degn di rispondere:
- Sono qui calunniato come Cristo. Ma spero di non star molto qui dentro; aspetto di momento in momento l'avvocato, che deve venire a prendermi.  inutile, non vengo avanti...

Ma gli altri partirono ed egli rimase l.



"LA SCOMUNICA"

Solo zia Vissenta, la vecchia serva fedele, sapeva della partenza della sua padrona. Il chiarore argenteo dell'alba di maggio si fondeva ancora con la luminosit dorata della luna quando ella si affacci al ballatoio della scaletta esterna per chiamare il servo, che era anche un parente povero della sua padrona.
- Ziu Juann, alzatevi, sellate i cavalli.
L'uomo, che dormiva sotto una tettoia come un cane fedele, si alz rigido, d'un pezzo, con la schiena dritta come quella di un giovanotto di vent'anni e and a lavarsi al pozzo. Era un bell'uomo; alla luce dell'alba il suo viso bagnato, coi capelli rossastri ondulati di qua e di l dalle orecchie, con gli occhi dolci e verdognoli, sembrava quello di un Cristo appena verniciato.
In breve il cortile fu pieno dello scalpito dei cavalli, del canto del gallo, dell'abbaiare del cane; altri galli ed altri cani rispondevano, e pareva che il villaggio e i dintorni fossero abitati solo da animali domestici.
La padrona apparve sul ballatoio, piccola e legnosa nel suo costume scuro; oltre la benda gialla che le avvolgeva il capo, un fazzoletto bianco le fasciava met del viso, lasciando appena scorgere un profilo pallido da ebrea e due grandi occhi neri foschi di sofferenza.
- Eccola, - pensava il parente, legando la bisaccia all'arcione, - dove va adesso la vecchia (bajana) (zitella) avara? Da qualche tempo  presa dalla smania dei viaggi, dopo che per quarant'anni non si  mossa per non lasciar soli i suoi quattrini nascosti nel muro.
- E dove andiamo, cugina Ann? Ah, a Nollro? Cosa vai a fare? A consultar la maga?
Ma la donna non aveva voglia di scherzare: con una mano si stringeva la guancia, tanto i denti le facevano male, e sottovoce non cess di dare avvertenze alla serva fedele, finch questa non si chiuse ben dentro il cortile circolare, il cui muro, elevato un po' pi tutti gli anni, a misura che cresceva la pecunia della padrona (pensava il cugino povero) sembrava quello di una fortezza dell'epoca dei (nuraghes).
Il paesetto taceva, nero nell'alba argentea, coi suoi cortili chiusi, le case basse senza finestre, gli orticelli coi melograni in fiore, misterioso e triste come un villaggio i cui abitanti fossero stati esiliati: e quei due passarono silenziosi, la donna con la mano sulla guancia, l'uomo rigido in sella, con la berretta ripiegata alla sommit del capo e il fucile sull'omero. Una pianura selvaggia s'apriva davanti a loro: al sorgere del sole le roccie giallastre sparse tra il verde parvero blocchi d'oro, e le macchie del timo e del mirto fiorito vibrarono di gorgheggi come se tutti i fiori cantassero nel bel mattino di maggio.
La donna pregava; l'uomo guardava i pascoli calcolando a quanto bestiame potevan bastare, e sputava dall'alto del suo cavallo che procedeva sempre puntiglioso d'andar avanti.
- Come va la mascella, cugina Ann?
- Va un po' meglio, lodato sia Cristo.
- Allora hai detto, andiamo a Nollro? Passiamo davanti alla chiesa di Sant'Elia o attraverso la foresta? Qui facciamo pi presto, ma ci sono i valentuomini. Per me sono tranquillo come un bambino nella culla, ma per te... cugina!
- Assalire me e assalire un pellegrino  la stessa cosa! Lo sai che son povera.
- Alla forca le bugie! - egli disse, con la sua allegria goffa. - Cambiamo posto? Tu sotto la tettoia, io nella tua camera con le chiavi in mano.
Ella scuoteva la testa, ma stringeva le labbra con un vezzo speciale alle paesane sarde denarose.
- Ci vorrebbero quei valentuomini, per farti dire la verit, cugina Ann! Essi, nelle grassazioni, usano far sedere nude sul trepiede infocato le persone che non si decidono a tirar fuori i denari.
- M'han messo i dottori, sul trepiede ardente, Juann, cugino mio! S, con questo male ai denti, dopo il male delle orecchie e quel dolore all'anca. Sono stata nella citt, a curarmi, e le medicine non m'han fatto niente e i dottori m'hanno mandato un conto spaventoso come quello degli avvocati. Basta, non voglio neanche pensarci. Del resto tu lo sai, io non sono mai stata attaccata alle cose del mondo. Le mie piccole rendite vanno tutte al re, per i tributi. Neanche una messa si pu dare, pi, neanche un'elemosina, tanto il fisco ci succhia il sangue. Ci fosse almeno la salute, Juann! Neanche questa c'; nulla pi c', Juann; la vita si vuota a poco a poco come un sacco bucato.
- Peggio per te che non ti sei maritata. Non ti han voluto, tu dici? Alla forca le bugie! Sei tu che lo volevi dritto infilato in una verga d'oro, il marito!
- Non  vero - ella disse con la sua voce monotona e velata. - Io non ho mai badato alle cose del mondo. Basta; passiamo davanti a Sant'Elia.
- Intanto ha paura del trepiede - pens l'uomo. - Non  attaccata alle cose del mondo, lei! E quante volte le ho chiesto inutilmente un prestito! Anche quando mia moglie moriva, povera lucertola, lei, cugina mia, mi ha negato tre scudi che mi servivano per il dottore venuto da Nuoro. Sborsa adesso! Sul trepiede! Scttati!
Ed ella intanto lo guardava alle spalle e un fugace rossore le coloriva la parte scoperta del viso. Eccolo l! Che stupido, che semplice, che santo di legno! Anche a dirgli in buon sardo che ella era stanca di viver sola e che lo avrebbe sposato volentieri egli non avrebbe capito. Ma a lei piaceva appunto cos, semplice e disinteressato, diverso da tutti gli altri parenti che la circondavano come gatti affamati leccandola e graffiandola di continuo. Sempre cos fin da quando era piccola e lo zio prete aveva fatto testamento in favor suo: e s'ella si difendeva le cantavano intorno a coro l'antica canzonetta:

(S'aranedda belenosa,
Chi b'amus in bichinau!
Su cuffessore l'a nau:
De assorber no es cosa!). [12]

Smontarono davanti alla chiesetta di Sant'Elia, nella radura erbosa circondata da una muriccia a secco coperta di musco. E mentre l'uomo, dopo aver abbeverato i cavalli ad una sorgente poco lontana, faceva colazione e parlava e rideva da solo, la donna pregava fissando gli occhi sulla chiesetta bassa e nera al di l della quale, sul cielo d'un azzurro di smalto, s'incurvavano come cupole verdi le prime quercie della foresta.
- Sant'Elia d'oro, pregate il Signore di perdonarmi se vado (l). So che c' la scomunica, ma la mia intenzione  innocente:  quella di guarire per vivere senza peccato. Con questi malanni non posso neanche pi pregare n andare in chiesa.
Ma a misura che s'avvicinavano al villaggio il suo male diventava cos feroce che le dava il capogiro: appena smont, in cima alla collina nuda e rocciosa su cui il sole batteva come in piena estate, and barcollando al portone d'una sua comare vedova, e per oltre un'ora stette immobile buttata su una stuoia, mentre la sua amica le si aggirava attorno desolata curvandosi ogni tanto per offrirle invano un vassoio di amaretti e di (pirighittos). Passata la crisi si sollev pallida come una martire.
- Lo vedete, comare mia, questa  la mia vita! Io credo di aver un cancro dentro la testa o che mi abbiano fatto qualche malia. Quanto denaro ai medici, quante offerte ai santi! La disperazione fa anche pensare al demonio ed io son venuta a consultare la vostra maga. C' la scomunica, lo so, ma io non posso pi tirare avanti.
Appena notte (il servo era andato a pascolare i cavalli) andarono in casa della maga. E che casa! Sembrava quella di un nobile, col portone nuovo, le inferriate alle finestre, il cortile selciato. Attraversando questo le due amiche incontrarono due uomini alti, col cappuccio calato, armati come guerrieri; e mentre essi passavano senza salutare, la vedova urt col braccio la sua ospite, facendola trasalire.
- Son due banditi.
- Perch questa visita della straniera al nostro paese? La festa di Sant'Elia  in giugno disse la maga, bella, pallida, con le trecce intorno alle orecchie e una collana di (predas de ogu), coralli efficaci contro il malocchio, intorno al collo nudo, accogliendo le due donne come se fossero in visita e offrendo loro il nasco e gli amaretti.
- Ah, - sospir la straniera, seguendo il cerimoniale insegnatole dalla comare, - sono venuta per divagarmi, perch da qualche tempo in qua ho tanti malanni.
- Che cos'avete, sorella mia? - domand la maga, in piedi davanti alla tavola ma curvandosi e appoggiandovi il gomito; e mentre l'altra enumerava i suoi malanni, ella come per distrazione toccava e metteva in fila, l'una sull'altra, un mazzo di carte.
- Che idee! - disse alfine come scherzando. - Siete zitella, vero? Prendete marito e fate un bel figlio.
L'altra arross e pens al cugino che stava a pascolare i cavalli ma subito protest:
- Son vecchia! Ho un cancro dentro la testa e m'han fatto qualche malia!
Allora la maga si sollev e si accomod la collana, sorridendo: i suoi denti scintillavano, ma ella non parlava e per qualche momento nella cameretta bianca ove le tre figure nere parevan sorger dalle loro ombre, regn un silenzio grave, misterioso. Finalmente la maga disse:
- Mia nonna aveva un rimedio curioso per le malie. Se volete ve lo do, tanto a me non serve, che grazie a Dio non credo a queste cose. Ecco, aspettate, lo prendo dall'armadio: ecco, vedete,  una statuetta di legno di fico e plasmata d'olio santo (in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo). Voi avvolgetela in una fronda di rovo e seppellitela sotto il limitare della vostra porta: a misura che il rovo si marcir voi guarirete. Badate per di non sotterrarla sotto la porta del vostro nemico perch allora la sua forza sarebbe contraria, cio produrrebbe male al vostro nemico.
La donna esitava a prender la statuetta piccola e nera come una tarantola: pensava alla scomunica.
- Prendetela! Oggi ne abbiamo quindici: quindici maggio del 1870: al quindici agosto sarete guarita! Prendetela!
La donna prese la statuetta e l'avvolse nel suo fazzoletto. E mentre la maga, nel riaccompagnare le visitatrici alla porta, precedeva con la vedova, ella fece scivolare alcune monete sul tavolo, accanto al mazzo delle carte.

Al ritorno i due cugini si fermarono di nuovo davanti alla chiesa di Sant'Elia. Il tempo era mutato e grandi nuvole bianche e nere si posavano sulle cupole verdi delle quercie. La donna soffriva sempre; soffriva pi che mai, con quell'oggetto abbominevole in tasca; e quando l'uomo and ad abbeverare i cavalli ella trasse furtivamente il fazzoletto e mise (quella cosa) sulla sua mano aperta. E quella cosa era cos potente da far bene e da far male? Per quale forza arcana? E i libri sacri non sono altrettanto terribili? Eppure appartengono a Dio. Ah, ecco, ella indovinava: la potenza delle magie  la stessa potenza di Dio, rapitagli dal demonio Lucifero e da lui trasmessa agli uomini. Un turbamento profondo di coscienza la tormentava.
- Qualche cosa mi succeder - pens, rimettendosi in saccoccia l'involtino, e sollevando gli occhi vide il suo compagno ritornare disarmato, senza i cavalli, con tre uomini alti, neri, incappucciati, armati come guerrieri. In due di essi essa credette di riconoscere i banditi incontrati nel cortile della maga, e le parve che uno spiedo freddo le si conficcasse dal cranio alle viscere.
Fu solo il cugino ad avanzarsi fino a lei, mentre quei tre rimanevano a qualche distanza, scuri e fatali come le nuvole sopra le loro teste.
- Il trepiede! - disse l'uomo con ironia macabra, ammiccando. - Essi han bisogno di denari e mandano me a prenderli. Dove li hai? Dammi un segno perch la tua serva me li consegni. Tu starai con loro in ostaggio: io voler come l'astore.
Ella gli diede il suo rosario con tre medaglie, una delle quali, antichissima, preservava i cavalli dalle cadute.
Uno dei tre riaccompagn il servo fino alla sorgente, dove rimase in vedetta; gli altri due bendarono la donna con un fazzoletto nero e la presero per mano.
- Non abbiate paura, donna! Se egli  svelto, stasera sarete libera.
Ella camminava e inciampava, cieca, gelida; le pareva di sognare e di volersi svegliare e di non poter aprire gli occhi: finalmente la fecero sedere su una pelle di montone, in un luogo freddo, e le lagrime caddero dalla sua benda nera come pioggia dalle nuvole.
Quante ore passarono? Ella credette di star l sette anni: la pelle divent calda quasi fosse ancora sul montone vivo e gli uomini s'addormentarono. Ma ella non pensava di fuggire, n sperava di esser liberata senza il versamento della taglia: solo aveva fiducia nella furberia di Vissenta che non avrebbe consegnato tutti i denari.
Quando le parve che fosse abbastanza scuro da non esser veduta dagli uomini, allung la mano, e palp il terreno, e trovandolo molle scav una buca con le unghie, silenziosa come il gatto. Lasci passare qualche minuto: trasse (quella cosa) maledetta e la cacci nella buca, ricoprendola con la terra e calcandovi su la palma della mano. Le parve di aver vomitato un mucchio di serpi; un senso inesprimibile di sollievo l'allegger, e persino il mal di bocca le cess. Progetti dolci e giovanili le passarono in mente. Nello sfondo nero vedeva il viso di Cristo di suo cugino Juanniccu e gli sorrideva come una fidanzata. Compagni in quell'ora di sventura, sarebbero d'ora in avanti compagni anche nelle ore di gioia: egli avrebbe finito col capire che dalla tettoia dei servi doveva passare alla camera del padrone!
Ella cominciava persino a sonnecchiare quando l'uomo lasciato in vedetta torn.
- Il servo ha tardato perch, dice, non volevano consegnargli i denari. Eccoli: sono mille e cinquecento scudi.
La donna palpitava. Dio sia lodato; la serva fedele le aveva salvato duemila lire delle novemila cinquecento nascoste entro il muro.
Fu ricondotta alla sorgente, ove il compagno aspettava, e ripresero il viaggio nella notte scura e tempestosa: i fulmini passavano come uccelli di fuoco rasente alla loro testa, illuminando a tratti l'altipiano che per l'ondulare dell'erba al vento sembrava un mare agitato; ma la donna si sentiva molto pi lieta che nel bel mattino precedente; non aveva pi dolori n all'anima n al corpo e proseguiva a far progetti per l'avvenire come una fanciulla al ritorno dalla festa.
- Ah, Juann, cugino, l'abbiamo scampata bella! Come potr compensarti per l'aiuto che mi hai dato? Ti compenser il Signore! Parla, sei muto?
Egli taceva, cupo come la notte; ma a un tratto disse:
- Te l'avevo detto! Il trepiede! Ah, io non ti accompagner pi, d'ora in avanti. Va in ora buona!
- Ah, cugino Juann, tua cugina Anna Farre non si muover pi di casa sua, se arriva a tornarci! Mi basta questa sorpresa.
Ma un'altra l'attendeva, a casa sua, quando Vissenta le disse di aver consegnato a Juanniccu l'involto del denaro come l'avevano trovato nel nascondiglio.
- Egli ha insistito per averlo tutto.
Ma Juanniccu, messo a confronto con la serva, cominci a battersi il petto coi pugni, scaravent per terra la berretta e la calpest, roteando gli occhi diventati feroci.
- A chi, a me raccontate queste cose? Come tu me lo hai consegnato, l'involto, cos io l'ho dato al cinghiale. A me, a me raccontate queste cose; dopo quello che ho rischiato? A loro, ai cinghiali, andate a raccontarle!
Come schiarire il mistero? Chi, poich di Vissenta non c'era da dubitare neppure lontanamente, chi, Juanniccu o il bandito, si era tenuto le duemila lire?
La vecchia zitella non parl pi con nessuno di quest'incidente, neppure col suo confessore al quale raccont solo di aver ricorso alla maga.
Neppure con la serva fedele si sfogava, ma dentro l'anima sentiva un freddo e un buio come dentro il nascondiglio dei banditi. Seduta sul ballatoio filava e filava, come affrettandosi per ritessere la trama dei sogni e dei risparmi perduti, e non provava pi mal di denti o altro malessere, ma dentro sentiva quel freddo e quel buio crescere, come se la vita davvero le si vuotasse intorno come un sacco bucato.
Ma ci che era pi terribile, dopo i primi tempi, era la diffidenza che sentiva per tutti. S, anche di Vissenta diffidava, adesso, e il demonio le suggeriva tanti brutti pensieri. Ma taceva: anzi aveva paura di lasciar trapelare il suo tormento per non offendere e far scappare la vecchia serva di cui aveva assoluto bisogno.
In settembre licenzi il cugino Juanniccu.
L'annata era stata pessima, ed ella, senza denaro, senza grano e senza fave in casa, senz'uva nella vigna e senz'allegria in cuore, pensava continuamente alla statuetta seppellita lass nella foresta di Sant'Elia e aspettava l'autunno con la speranza che l'umido facesse marcire l'oggetto abbominevole, e cos cessassero gli effetti della scomunica.
Infatti verso la fine dell'anno si sent un po' sollevata moralmente e anche forte di salute: tra una cosa e l'altra aveva rimesso a parte una colonnina di monete e con l'aiuto di Dio e col passar degli anni sperava che la colonnina s'alzasse tanto da precipitare e ridiventar mucchio.
Bastava non andar in giro per il mondo e non aver fiducia negli uomini. Sorrideva, pensando alle idee che le eran passate per la mente; e una sera d'inverno, accanto al focolare, raccont tutte le sue cose a zia Vissenta.
La vecchia filava e il suo fuso faceva le fiche contro la tentazione. Ella parlava franco alla sua padrona.
- Sai cosa devo dirti, Anna F? La scomunica? Ce l'han tutte, le donne, quando cominciano a invecchiare...



"L'UOMO NUOVO"

Passando, il postino lasci cadere in grembo ad Annarosa, seduta al solito posto sulla pietra del portone, un giornale e una lettera. Il giornale era per lo studente, la lettera - Annarosa che non sapeva leggere la riconobbe all'odore della busta sgualcita, - era del suo fidanzato lontano: odore di selvatico, lo stesso che esalava dal costume lanoso del giovane, e che a lei non dispiaceva forse perch nonostante la sua camicetta nera pulita, il fazzoletto nuovo scuro che velava il suo bel viso olivastro con un'ombra azzurrognola, la sottana turchina che circondava come un'onda i bei fianchi flessuosi, anche lei non ne andava libera.
Per un po' parve anzi goderselo, quel profumo di uomo selvaggio che la lettera le recava, e con la testa curva esit a lungo prima di salire dallo studente. Ogni volta una specie di pudore le impediva di far sapere all'estraneo i suoi segreti; dapprima anzi aveva incaricato sua madre di farsi leggere le lettere, ma i commenti della donna, che non approvava il progettato matrimonio, erano sempre cos lamentosi che Annarosa s'era decisa a fare a meno dell'altrui intervento.
Fu anzi con cautela che attravers il cortiletto rotondo ombreggiato da un fico e sal la scaletta esterna su fino alla cameretta dello studente. Era scalza, ma se i piedi sembravano di bronzo il passo era silenzioso e le dava una grazia felina. Tuttavia lo studente, abituato al silenzio, la sent arrivare come una biscia fra l'erba e senza muoversi, senza guardarla, seduto davanti al suo tavolino illuminato dal riverbero giallognolo dei tetti su cui batteva il tramonto d'estate, apr la lettera e la lesse, con voce monotona, sillabando le parole scritte in modo infantile.
Il foglietto aveva un cuore ferito da una freccia.

"Cara amante,
vengo a darti notizie della mia salute che grazie a Dio  deliziosa e cos spero della vostra. Vengo a dirti che ho ricevuto la tua lettera delli venti giugno dove mi dici che tua madre  sempre scontenta del nostro matrimonio bench io sia partito dal mio caro paese natio come un pellegrino, e sia venuto a lavorare qui in terra lontana per fare un po' di fortuna e sposarci in grazia di Dio. Ma a tua madre dirai che poi si contenter del risultato perch io sono uno di quelli uomini che quando si mettono una cosa in testa riescono, e sono amante fedele e non sono come uno che conosco io il quale non scrive mai alla famiglia perch dice che nelle carte di un libro detto Apocalisse c' scritto che l'amore dato alla madre  rubato a Dio.
Ma io rispetto Dio, ma prima  la famiglia; e cos il padrone dove sto a servizio come pastore mi vuol bene, pi che al suo figlio stesso, il mio padroncino, perch dice che questo  una testa matta. Ma anche il mio padroncino mi tiene in conto di fratello, mi confida tutto, persino se ha qualche nemico; e cos ha promesso di mettermi a parte di un suo negozio e farmi guadagnare in poco tempo il tanto da comprarmi il gregge e forse anche la casa e inoltre i regali di sposa a te, tanto che tutti resteranno meravigliati e diranno persino che sono andato a rubare! Sta allegra, in grazia di Dio, e saluta tua madre, lo studente vostro inquilino, mio fratello, i tuoi zii, i parenti, i vicini e persino il gatto e le volpi di campagna. E tu ricevi un caro abbraccio dal tuo amante Farina Portolu".

- Prendi, conservala bene - disse lo studente, con la sua voce amara, sollevando per un momento il viso scarno e scuro e gli occhi minacciosi. - Andr davvero a rubare.
- E se va lo lasci andare - ella rispose con la sua voce calma e lenta. - Mi dica, piuttosto, per piacere, quanti giorni la lettera era in viaggio? Dal cinque luglio? Ha letto bene? Oggi ne abbiamo undici. Sei giorni in viaggio, per l'anima mia, le par poco? Cos lontani son gli stazzi di Terranova?
Ma egli leggeva il giornale e non l'ascoltava pi: ed ella se ne torn al portone in attesa che sua madre tornasse dalla Chiesa Maggiore, ov'era andata per recitare i (responsos) di Sant'Antonio, specie di consulto col santo il quale doveva rivelarle chi aveva rubato i bottoni d'oro a una povera serva straniera.
Annarosa era turbata, ma taceva e pensava. Ogni parola della lettera le si era impressa nella memoria, e in ogni pietra intorno vedeva scolpito il cuore con la freccia: neppure le parole pungenti di quel matto dello studente turbavano la gioia della sua anima semplice e innamorata.
Egli intanto s'era mosso per preparare la sua cena: usc nel ballatoio, in fondo al quale un armadietto e un fornellino a mano costituivano la sua dispensa e la sua cucina, e ruppe versandole nel tegamino due delle uova che gli mandavano col pane e l'olio dal suo paese natio.
La faccenda non lo umiliava: egli era convinto che l'uomo superiore deve fare a meno dei suoi simili, pur cercando di sollevarli alla sua altezza. La bellezza e la verit della vita sono dentro di noi - egli pensava soffiando sul fornellino - come il bel rosso dorato e il puro albo dell'uovo sono dentro il guscio sporco e inutile: basta romperlo, il guscio; ed egli riteneva d'averlo rotto, rinnegando, alla vigilia di farsi prete, la religione che credeva di non sentire sinceramente, e inscrivendosi alla scuola normale. Maestro, austero maestro di civilt e di verit voleva essere: e per cominciare aveva querelato il parroco del suo paese che suonava le campane nella notte dei morti, e aveva denunziato al sottoprefetto il sindaco che permetteva l'uso del coltello ai pregiudicati.
Mangiato che ebbe si lav e s'accost alla finestra per pulirsi le unghie. Cadeva la sera, una sera afosa d'estate: gi nel cortile circondato da casupole pietrose il fico rifletteva il crepuscolo come un albero di metallo; ma sull'oriente fosco le nuvole pesanti, vicine, pareva salissero dai tetti coperti di musco rugginoso, e il cielo era addossato al paesaggio come nei quadri di Zuloaga. Lo studente amava quel cantuccio triste e pittoresco che gli ricordava il suo paesetto medioevale, la sua nobile casupola in rovina; gli pareva di veder suo padre, don Giame Demuros, sul ballatoio a pulirsi le unghie anche di notte mentre la vecchia serva rispettosa gli faceva lume con un'antica lampada di rame.
Qui la gente era volgare e superstiziosa, ma egli compativa tutto: eppure non seppe frenare una smorfia di sdegno nel sentire la voce lenta della sua padrona che raccontava ad Annarosa e alle vicine di casa il risultato del suo consulto con Sant'Antonio.
- Cos vi dico, anime mie buone: i ceri dell'altare maggiore brillarono a un tratto come le sette stelle del cielo, ed entrarono i canonici, i preti, i diaconi, i seminaristi; tanta gente che pareva una nuvola. S, vi dico, a giudicarne da questi segni era notte quando rubarono i bottoni a Kallina e i ladri son gente di casa. Annar muoviti, va a chiamare la serva ch'io possa darle la notizia: perch sei come incantata?
Annarosa taceva: un oscuro istinto l'avvertiva di chiudere in s, come la lettera in seno, il suo caro segreto: ma all'improvviso qualcosa di spaventoso e d'inesplicabile, come nei sogni, turb la conversazione puerile delle donne. Due carabinieri guidati dal maresciallo in persona, alti, rigidi, forme paurose balzate su da quel crepuscolo tetro, si fermarono davanti al portone, fecero alzare Annarosa e la madre, le spinsero dentro, chiusero.
- Dobbiamo perquisire la casa. Fate lume.
La madre gridava come investita da una fiamma; Annarosa invece balz subito su per la scaletta, spinse a sua volta lo studente che era corso sul ballatoio e gli cacci in tasca la lettera: poi accese tremando il lume.
La perquisizione, poich la persona austera del giovane fu rispettata, non diede alcun risultato, ma l'indomani e nei giorni seguenti e per mesi e mesi le donne furono chiamate dal giudice e interrogate a lungo sul conto di Portolu Farina.
- Egli ha ucciso un uomo per mandato del suo padroncino. Questi ha fatto in tempo a scappare; il Farina  stato arrestato e dalla vostra coscienza dipende l'assicurare alla giustizia un delinquente cos inumano. Dite ci che sapete di lui; se  vero che egli  partito per guadagnare il tanto da comprare i gioielli; dite il contenuto dell'ultima lettera che risulta arrivata a Nuoro la sera del cinque luglio, tre giorni dopo il delitto. Voi credete in Dio e dovete salvare l'anima vostra.
Cos parlava il giudice, ma la madre piangeva e giurava che non sapeva nulla e che Sant'Antonio nei (responsos) le aveva rivelato la piena innocenza di Portolu Farina.
- Giudice mio, egli  innocente come il sole.
Annarosa invece non difendeva il colpevole, ma non lo accusava e non piangeva, no: scarna, con gli occhi infossati e il viso azzurrognolo come ustionato, teneva in seno sulla pelle nuda la lettera che lo studente prima di partire per le vacanze le aveva restituito dicendole: "Se hai coscienza devi consegnarla al giudice", e le pareva che il foglio le bruciasse le carni come una lastra infocata e che la freccia del cuore amoroso trapassasse il suo; ma si sarebbe mozzata la lingua prima di parlarne ad anima viva, neppure a sua madre.
Sogni spaventosi la tormentavano; le pareva di veder Portolu appostato come un cinghiale ad attendere e ad assalire il viandante; e sotto i colpi fatali il corpo della vittima spaccarsi rosseggiante come una melagrana; le pareva di veder il fidanzato tornare a casa con la bisaccia insanguinata e da questa trarre i gioielli e il rosario con la croce d'oro...
Ella lo respingeva con orrore; ella non avrebbe pi sollevato gli occhi per non vederlo; ma tradirlo no, meglio si sarebbe appiccata al fico del cortile come Giuda.
Ma in ottobre lo studente torn: nella causa contro il parroco era stato condannato a pagar le spese, e il sottoprefetto s'era mostrato favorevole al sindaco: le cose dell'umanit andavano male, ma questo lo incitava maggiormente nei suoi propositi di apostolo.
Appena vide Annarosa le domand se aveva consegnato la lettera al giudice.
- Prima muoio, don Zos!
Egli non la guardava; non vedeva il povero viso di martire appena tolta dal rogo.
-  meglio che tu muoia, s, disgraziata. Non capisci che se egli non viene condannato continuer nel male? Lo sposerai, farete un mucchio di figli delinquenti.
- Io non lo sposer, mi morsichi il lampo, don Zos, e se egli sar liberato in terra vuol dire che lo castigher poi Dio.
- Disgraziata, Dio non esiste, e il suo regno dovr venire in questa terra. Ma se cominciamo noi a non voler la giustizia e la verit, chi sradicher le male erbe dal campo? Consegna la lettera al giudice, Annar!
Annarosa era dolce e semplice, ma le parole dello studente le davano tale stizza che nello scendere la scaletta ella faceva le fiche e imprecava. Eppure una specie di fascino la attirava lass nella stanzetta povera e solitaria come una cella, ov'egli passava ore ed ore davanti alla finestra, con la testa bruna e dura come quella di certi antichi santi di legno a met barbari a met bizantini che si vedono nelle vecchie chiesette sarde, disegnata sullo sfondo giallastro dei tetti e del cielo violetto d'autunno.
Ora con una scusa ora con un'altra, Annarosa saliva lass, e s'egli non le parlava di (quella cosa) provava un vago malcontento.
Un giorno egli le disse:
- Cosa pensi, (castigata)? Se non consegni la lettera, io stesso andr dal giudice e gli dir la verit.
- Lei vuole uccidermi, don Zos!
- Meglio che tu muoia, piuttosto che vivere nella barbarie e nella menzogna.
Stanco di predicare inutilmente alla figlia, un giorno chiam la madre e tent di parlarle col solo linguaggio che ella, secondo lui, era capace di comprendere.
- Vostra figlia  ammalata: tiene sul seno una lettera maledetta ove Portolu annunziava il delitto. Fategliela consegnare al giudice e vedrete che vostra figlia riavr la sua pace e la sua buona sorte.
La donna allib talmente che egli per contentarla dovette sputacchiarle sul viso onde scongiurare gli effetti dello spavento; una scena dolorosa segu tra madre e figlia e questa per paura che le forze le venissero meno bruci la lettera.
Ma una cosa straordinaria accadde; come aveva detto lo studente, ella parve a un tratto consolarsi e rifiorire come intorno a lei e nella valle e sui monti rifiorivano le piante selvatiche dopo il lungo inverno nuorese. Veniva la primavera e le miserie umane pareva si raddolcissero come piaghe su cui una mano pietosa plasma l'unguento che con l'andare del tempo svanisce lasciandole di nuovo spasimare: e Annarosa torn a sedersi sulla pietra del portone, col fazzoletto sugli occhi, mangiando distrattamente una fava, mentre la madre parlava della "disgrazia" gi con rassegnazione, e faceva nuovi progetti per la figlia, e di tanto in tanto andava premurosa a domandare a don Giuseppe se gli occorreva del fuoco, se il mal di testa gli era passato, se voleva che Annarosa gli stirasse le calze. S, buone anime mie, speranze ambiziose rallegravano il cuor della madre; Sant'Antonio, mentr'ella recitava i (responsos) nella Chiesa Maggiore, le aveva fatto scorgere un nobile che pregava davanti alla cappella ove si celebrano i matrimoni e accanto gli stava una giovane paesana.
Il dibattimento del Farina era fissato per i primi di luglio; in giugno egli trov modo di scrivere ad Annarosa ed ella senza esitare, vinta da quel sentimento oscuro che l'attirava lass al ballatoio come verso un confessionale, sal silenziosa dallo studente. Il colpevole le scriveva con tenerezza, ringraziandola delle buone testimonianze; sperava di tornar presto e renderla felice.
- Lo vedi, sciagurata? Egli ti regaler i gioielli insanguinati, come tu hai sognato, e tu dormirai con un assassino di strada.
Ella and via piangendo e trov sua madre nel ballatoio; entrambe si affacciarono sul cortiletto caldo pieno dell'odore del fico, e mentre le lagrime della fanciulla cadevano gi, gi, come in un pozzo profondo ed ella mormorava singhiozzando: "Ma perch quel matto mi parla sempre cos?" la donna le accost la bocca all'orecchio:
- Semplice che altra non sei!  lui che ti vuole;  perci che fa cos.
In quei giorni esse furono di nuovo chiamate dal giudice: la madre fin col rivelare il segreto, e Annarosa, che si ostinava a tacere, fu minacciata del carcere; allora ella si alz, si fece il segno della croce e disse:
- Io non so leggere. La lettera l'ho ricevuta ma in mia coscienza non so dire quello che veramente conteneva: solo don Giuseppe Demuros, pu dire la verit.
E Portolu Farina fu condannato a trent'anni di reclusione. Nel ricevere la notizia Annarosa, che era scappata dalle Assise dopo aver incontrato con piet e con terrore lo sguardo disperato del colpevole, si butt per terra morsicando i lembi del fazzoletto e rimase tre giorni cos, senza andar a letto, senza lavarsi, rifiutando il cibo: entravano le vicine e si curvavano su lei come su una malata, la madre gemeva e il terrore della morte era nella piccola casa vigilata dal funebre fico.
Su nella sua cameretta don Giuseppe Demuros studiava giorno e notte perch giusto in quei giorni doveva dar l'esame di patente; nell'uscire s'affacciava alla porta, vedeva Annarosa buttata su un quadrato di sole, nera immobile come un'ombra su un tappeto d'oro, ma non osava avanzare. Finalmente la madre scatt:
- Le parli lei, don Zos, vede com'? La lascia morire?  questo il bene che le vuole?
Egli guard la donna, dall'alto, s'avanz, con le braccia incrociate sul petto e le mani sotto le ascelle, si ferm davanti all'ombra.
- Annarosa, alzati.
Ed ella s'alz, come Lazzaro alla voce di Cristo; ma appena egli and via torn ad accovacciarsi col viso sulle ginocchia, e la madre chiam di nuovo il giovane.
Vinto da un po' di rimorso egli si prestava a confortare la disgraziata, i giorni passavano e a poco a poco le cose e le persone riprendevano il solito aspetto: e la madre guardava lo studente aspettando da lui la parola di vita. Ma alla vigilia della partenza egli non s'era ancora spiegato; solo verso sera chiam Annarosa e la preg di tirargli gi dal guardaroba i suoi vestiti d'inverno.
La madre aspettava ansiosa nel cortiletto, ma aveva caldo e si mise sulla scaletta: anche l non trov pace e sal sul ballatoio, e sent che quei due, dentro, parlavano calmi e pacifici come due viandanti lungo la strada.
- Se mi mandano lontano, a Sorgono, per esempio, o a Baunei, chiss quando potr tornare a Nuoro. Forse mai.
"Adios, Nugoro, adios".

(Adios, Nugoro, adios,
Ca parto pro m'ind'andare,
E cando b'app'a torrare,
Sos mortos den'esser bios...). [13]

- Buona sorte lo conduca, - diceva quella sempliciona di Annarosa, - vada con Dio e si ricordi di me.
- Me ne ricorder finch vivr - egli disse con voce grave. Ma del triste passato e dell'avvenire che la madre si augurava non una sola parola.
Spinta da un impeto di sdegno ella entr e domand al giovane quando intendeva di partire; Annarosa in piedi sulla sedia davanti al guardaroba si volse meravigliata a guardarla e fu lei a rispondere:
- Domani, non lo sapete?
- Tu sta zitta, semplice, e scendi e vattene. Non ti ha rovinato abbastanza?
Scosse la sedia, fece scendere e spinse fuori Annarosa. Il giovane non intervenne, non apr bocca; fin di fare la sua valigia e se ne and subito, deciso, poich aveva appena i denari del viaggio, a passare la notte all'aperto, sul ciglio dello stradale in attesa che all'alba passasse la diligenza.
Era un crepuscolo tempestoso, come quando era arrivata la lettera di Portolu Farina; ma il temporale anneriva solo le montagne e il cielo al nord, verso la Barbagia di Orune, mentre ad oriente e a sud una vaporosit d'aurora indorava i monti selvaggi d'Orgosolo e gli azzurri monti di Oliena, e fra gli uni e gli altri l'arcobaleno scendeva dalle nuvole come un fiume di luce dal cielo.



"LASCIARE O PRENDERE?"

Da cinque anni don Giuseppe Demuros insegnava a Dorgoro. Il paesetto era triste, umido; un vero buco di viventi sprofondato in una valle tetra rocciosa. La giovinezza del povero maestro che un giorno aveva sognato di riformare il mondo se ne andava cos, come una malattia di languore, lenta, monotona, inesorabile. Quando i suoi quaranta scolaretti sporchi, giallognoli e camusi come piccoli trogloditi scesi gi dalle grotte di Monte Gudula intonavano l'inno dei lavoratori con una cadenza religiosa, egli sentiva voglia di piangere e di frustarli. No, l'indomani non sarebbe giunto mai n per loro n per lui n per nessuno: tutto il mondo era chiuso da una catena di roccie come il villaggio di Dorgoro, con sopra una cupola di nebbia.
Ad aumentare la sua ipocondria giunse una lettera di suo padre, il vecchio nobile don Giame.
"Ho perduto il mio ultimo bene - scriveva il vecchio nobile decaduto, col suo stile di cui la miseria non aveva smorzato l'ironia. -  morta Munserrata, la nostra fedele serva e balia. Non c' da pianger certo la sua immatura perdita perch se son vecchio io figuriamoci lei! I soli suoi anni ch'io possa contare con precisione sono i quaranta che ella ha passato qui da noi dopo la condanna di suo marito per l'assalto alla corriera.
Non ti preoccupare per me: serve vecchie ne trovo quante ne voglio: cos le trovassi giovani! Del resto se Munserrata non moriva forse mi lasciava lo stesso perch, guarda caso, giusto suo marito Pera  tornato la settimana scorsa appena a tempo per vederla morire. Sembravano due sposini, e forse  stata l'emozione della rinnovata luna di miele a mandarla gi. Il curioso  che Pera adesso mi si  installato addirittura in casa e per compensarmi dell'alloggio pretende di farmi i serviz lui.  arzillo, il reduce! Fa da cuoco, da calzolaio, da sarto: quasi mi viene in mente l'idea che voglia riprender moglie. Il gruzzolo certo deve averlo: nella corriera viaggiava il commissario con le ultime rate d'imposta e col denaro - dicono - tutto in oro, della vendita del salto di San Michele per conto dello Stato. E prima di venir presi, Pera ed i suoi valenti compagni pare abbiano avuto il tempo di nascondere il tesoro. Egli solo ritorna; e la sua smania di fare il servo e di parer povero mi dimostrerebbe ch'egli non lo . Lasciamolo fare: svelto e pulito lo , pi di Munserrata; si vede che era al (servizio del re)!".
La chiusa burlesca aument il malumore di Giuseppe. Immediatamente egli decise di piombare sulla sua nobile casupola in rovina e di scacciarvi l'ex-galeotto.
E va. Era agli ultimi di dicembre, verso Natale, ma il tempo si manteneva bello come una tardiva estate di San Martino, e il viaggio rasseren alquanto il cuore dispettoso del giovane maestro. Da Nuoro, ov'egli dovette cambiar veicolo, la strada che va al suo paese corre tra la valle e la montagna, tra vigneti e oliveti centenar: qua e l l'Orthobene eleva quasi a picco le sue roccie che sembrano dominate da torri fantastiche: qualche punta granitica ha un alberello in cima come una fiammella su un candelabro. La cattedrale di Nuoro, appare, sparisce, torna ad apparire fra due ciglioni, come un castello grigio sullo sfondo rosso del cielo. Dopo il fiume che corre selvaggio fra roccie e macchie come un bandito, Giuseppe cominci ad ammirare, fra i rami sottili dei mandorli spogli, i picchi azzurri dei suoi monti, e gli parve d'esser tornato adolescente, quando alle vacanze di Natale rientrava al suo paesetto come l'allodola al suo nido. E come un nido allegro appariva il paesetto, attaccato alla falda del monte: una chiesetta bianca  in alto, e la strada che vi conduce pare una corda gettata attraverso le macchie.
Ed ecco le case bianche sparse sulla china verde del monte, le straducole in pendo: qualche casetta medioevale ha forma di torre, con un portichetto in cima, con aperture a mezzaluna ove si sporgono figure di donne il cui viso un po' quadrato, sotto la linea nera e dritta dei capelli divisi in mezzo ma tirati e lisciati bassi sulla fronte, ha qualcosa di egiziano.
Gli uomini, invece, riuniti nella piazza che Giuseppe attravers per recarsi a casa sua, erano agili e belli, con calzature leggere e corsetti rossi a strisce di broccato: ricordavano i toreadori, come del resto tutto il paesetto con la sua chiesa e il convento di Gesuiti, i balconi di legno, i melograni sui pozzi di roccia, i fazzoletti frangiati e fioriti delle donne, i vecchi contadini sui cavalli bianchi, ricordava la Spagna primitiva. La casa di don Giame guardava verso la grande vallata: dal ballatoio malsicuro Giuseppe rivide il paesaggio grandioso che aveva disegnato un degno sfondo ai suoi sogni di adolescente, e, se non altro, respir. La casa era aperta ma sembrava disabitata; Giuseppe sal alle camere superiori e solo allora sent un lamento che usciva dalla stanza della serva. Steso sul lettuccio di legno coperto da una specie di arazzo grigio e giallo, vide un uomo dal visetto rosso raggrinzito, con gli occhi lucenti come due perle.
- Zio Pera, siete voi?
Ma l'uomo, che annaspava le lenzuola con le piccole mani rosse e sudate, aveva la febbre alta e delirava.
- Giame, figlio di latte, ti dico che  cos! Prendili i denari; sono tuoi; tuoi, ti dico! A chi devo lasciarli, se no? Alla Chiesa? I preti non li posso vedere, e Dio vuole buon cuore, non denari. Ai parenti? Non ne ho. Ai fratelli in Dio? Tutti mi hanno tradito e sputacchiato in viso come Cristo. Tu solo, sebbene nobile, mi hai preso in casa tua e mi hai dato ospitalit... E Munserrata, povera mandorla, voleva cos. Prendili, dunque, o mi arrabbio...
- Ma dov' mio padre? - gridava Giuseppe, nervoso e turbato, correndo di camera in camera. Gli pareva di sognare. I pavimenti corrosi traballavano, la voce del malato lo perseguitava in ogni cantuccio della casa desolata come la voce di un fantasma in mezzo alle rovine.
Finalmente don Giame apparve dietro il muro rovinato del cortile: veniva su pian pianino, vestito di nero, con la sua gran barba bianca come un collare di merletto, il viso calmo e ironico. Era stato a comprar provviste e medicine e le portava su entro il suo gran fazzoletto rosso macchiato di tabacco.
- Ha la polmonite doppia; ancora due o tre giorni e psss... - disse, soffiando in su e scuotendo la mano per accennare a un volo d'uccello.
- Ma perch lo avete preso in casa? - domand il figlio esasperato.
- Perch? Vuoi sapere il perch? Ebbene, te lo dir: perch non ha voluto andarsene!
Rise giovenilmente, credendo d'essersi beffato di Giuseppe; ma quando il giovane maestro cominci a sbatter qua e l le povere sedie zoppe e a brontolare ch'era stata vergogna tenersi in casa un galeotto, un grassatore, egli trasse la tabacchiera di corno chiusa da un tappo di sughero, vi batt contro le nocche delle dita e reclin un po' la testa sull'omero.
- E tu, l'uomo moderno, il socialista, parli cos! Non dicevi che siamo tutti compagni? Il vecchio era gi malato quando arriv: adesso sta un po' peggio. Ebbene, sei sempre a tempo. Caccialo via tu, su, coraggio, che ti costa?
E Giuseppe dovette rassegnarsi. Don Giame applic le ventose al fianco livido del malato, poi sedette accanto al lettuccio e prese fra le sue la piccola mano che annaspava le lenzuola.
- Prendili i denari, Giame, prendili! - ripeteva il moribondo, e pareva parlasse sul serio.
- Ma di che si tratta, padre?
- Del suo tesoro, perdinci! Magari lo dicesse davvero! Delira...
- E voi scherzate, padre!
Giuseppe se ne and in giro. Tutti gli domandavano sorridendo dell'eredit di zio Pera, ed egli sollevava il bastoncino preso da una smania di tristezza e d'ira come quando i suoi scolari cantavano l'inno. Ma i suoi compaesani scherzavano volentieri.
- Ebb, don Gius, se non li vuol lei, i marenghi di zio Pera, veniamo a prenderli noi, tanto siamo parenti.
Infatti, saputo che don Giuseppe era arrivato apposta per impedire al padre di accettare l'eredit, met dei compaesani si rivers nella casa dove zio Pera agonizzava; e tutti pretendevano di esser suoi parenti.
Ma don Giame li cacci via come mosche, un po' burlando, un po' minacciando, un po' ripetendo la vecchia canzone:

(In tempus de latte
N amicu n frate!
In tempus de ficu
N frate n amicu!). [14]

Giuseppe fremeva, ma ad un tratto tutto intorno ritorn calmo e silenzioso. Zio Pera era morto, e don Giame, che da gran signore qual era stato ai suoi tempi lo aveva fatto (accompagnare) da tutti i preti del paese e con una bella bara foderata di velluto, non parlava affatto dell'eredit. E non dimostrava una tristezza falsa e fuori di luogo.
- Il valentuomo  morto contento: perch dobbiamo piangerlo noi? Il Natale lo festeggeremo lo stesso.
Ma Giuseppe pensava che per lui non esistevan pi feste: la vita, per lui, era tutta una quaresima. La morte del vecchio lo aveva per colpito profondamente. Cos si muore, pensava, dopo il bene e dopo il male, dopo una vita di libert o di prigionia; tutto finisce, e gli errori e gli eroismi, il premio o il castigo di cui vien gratificato l'uomo dai suoi simili, tutto appare ridicolo davanti alla grandezza della morte.
- Se il vecchietto aveva realmente un gruzzolo se lo era ben guadagnato coi suoi quarant'anni di schiavit; era (suo) e poteva disporne come della polvere delle sue scarpe... - egli pensava aggirandosi per la casa fredda e desolata e guardando suo malgrado qua e l nei ripostigli ove il morto avesse potuto nascondere il suo tesoro.
Era la vigilia di Natale e il tempo si manteneva bello, freddo e luminoso: attraverso le finestruole senza vetri il grande paesaggio di vallate verdi chiuse dal profilo bianco e violetto dei monti lontani appariva nitido e pieno di luce: i rumori vibravano come colpi battuti sul cristallo, e tutto era diafano, armonioso. Veniva desiderio di spiccare il volo e andarsene attraverso il mondo bello e grande, come le aquile che dopo il tramonto passavano sopra il villaggio.
- Se zio Pera avesse davvero lasciato un po' dei suoi famosi marenghi! I denari sono le ali dell'uomo...
Cos pensava Giuseppe, seduto melanconicamente accanto al fuoco, nella (cucina grande), dove ai bei tempi i servi di casa Demuros avevano festeggiato con cene e canti omerici il Natale. Don Giame arrostiva allo spiedo un pezzo di cinghiale regalatogli dalla guardia campestre, e diceva:
- Gius, che pensi? Dirai: mio padre  ben decaduto se accetta regali dalla guardia campestre! Ed io ti rispondo: Gius, la guardia campestre rimane la guardia campestre e don Giame Demuros rimane don Giame Demuros.
Giuseppe non pensava a fare osservazioni: compativa tutto, lui, e non protest neppure quando suo padre, preparato un canestro per la cena all'uso sardo, tagli alcune fette dell'arrosto rosso e fragrante, e lasciando il resto infilato nello spiedo e questo al caldo in un angolo del focolare, port il canestro col pane, la carne, le olive, il vino, le noci, sul tavolo nella cucina piccola che serviva usualmente anche da sala da pranzo.
- Per le anime - disse con voce grave eppure sarcastica. - Munserrata me lo ha raccomandato tanto! Certo, perch verr anche lei: e Pera, se Dio vuole, la accompagner!
Scherzava, parlava sul serio? Giuseppe ricordava che la vecchia serva tutti gli anni nella notte di Natale preparava cos una piccola cena per i Morti che ritornano nella casa ove vissero: e la mattina dopo non spazzava perch qualche cosa di (loro) poteva esser rimasta sul pavimento. Il curioso  che tutti gli anni la cena spariva: e Giuseppe, da fanciullo, attraversava la mattina dopo la cucina e il cortile a salti per paura di calpestare qualche cosa di (loro). Una volta era malamente caduto. Quante cose, dopo, egli non aveva avuto paura di calpestare cos! Illusioni, polvere di morti! Ed era perci caduto.
- Tu, cosa fai? - domand il padre. - Non vieni alla messa? Al ritorno ceneremo assieme.
Senza dir n s n no, Giuseppe lo segu per un tratto: le campane squillavano nella notte luminosa e fredda e nelle straducole risuonavano gli scarponi ferrati dei pastori: qualcuno di questi, con un grande grappolo nero di barba che si confondeva col pelo della (mastrucca) sembrava il re Melchiorre; qualche altro, coi lunghi capelli rossicci e il broccato del giubbone fosforescente alla luna pareva il re Baldassarre. E tutti andavano lass, alla chiesa povera come la stalla ove  nato Ges: figure strane guizzavano qua e l, fra il chiarore azzurro della luna e l'ombra turchina dei vicoli in pendo: teorie di donne, lievi, ieratiche, con le scarpette che parevan fiori, bambini dai larghi calzoni bianchi; e tutti andavano su, sparivano, come perdendosi sulla montagna il cui sfondo chiudeva ogni vicolo e sovrastava alle case. Anche Giuseppe andava, dietro la figura nera di suo padre; ma a un tratto fu preso in mezzo da un gruppo di giovani miscredenti che gli impedirono di entrare in chiesa e lo condussero con loro in una casa dove si ballava e si cantava. Tutti erano allegri, meno lui. Seduto su una panca sporca di vino guardava il quadro rosso e nero che gli si moveva davanti attraverso un velo di fumo, e sentiva rimorso di aver abbandonato suo padre. Sapeva che don Giame, sotto la sua apparente trascuranza, teneva molto agli usi e alle tradizioni del paese; tornando a casa solo gli sarebbe parso di cenare in compagnia dei Morti!
Ma Giuseppe non poteva muoversi; sentiva un malessere profondo, un cupo dispetto contro se stesso e contro tutti: gli sembrava che una forza occulta lo trascinasse, che tutto intorno a lui fosse un po' irreale e fantastico, come se avesse bevuto anche lui il vino forte che trascinava al ballo persino i vecchi e le donne sofferenti. Una voce gli diceva: - Va, muoviti, va da tuo padre. Stanotte anche i figli lontani e perversi tornano alla casa paterna. Tornano persino i morti... E tu non torni...
- Sciocchezze! Avanzo di tenebre antiche! - rispondeva a se stesso scrollando le spalle.
Ma intanto sentiva una tristezza dispettosa, a star l immobile su quella panca che odorava di vino, in quella cucina fumosa ove le figure preistoriche si movevano come nel chiaroscuro d'una grotta. Le ore passarono: i galli annunziarono col loro grido che la festa doveva finire, e gli uomini saz di carne e di vino caddero uno dopo l'altro sulle stuoie come abbattuti da una mano invisibile.
Gl'invitati se ne andarono, e anche Giuseppe s'avvi alla sua triste casa. La luna tramontava e la montagna su in fondo ai vicoli pareva un velo azzurro: figure ed ombre erano scomparse, eppure nell'attraversare lo spiazzo davanti alla sua casa, Giuseppe credette di veder un uomo arrampicarsi sui sostegni del ballatoio e allontanarsi come un gatto sui tetti.
Entr. La cucina grande era deserta, tiepida: dal fuoco coperto usciva ancora una fiammella violacea che dava un chiarore fantastico alle cose intorno. Tutto era in ordine; lo spiedo a posto, vuoto. Giuseppe pens di nuovo al dispiacere dato a suo padre, e gli pareva d'esser stato ancora una volta stupido e ridicolo passando la notte in casa d'altri. Anche i morti ritornano... Ebbene, cos'era quest'altra stupidaggine che gli frullava in testa?
- Sono debole... - disse a voce alta, curvandosi per accender la candela alla fiamma.
Appena spinse l'uscio che comunicava con la cucina piccola, un soffio d'aria fredda lo colp: la porticina sul cortile era aperta e vi si vedeva un quadrato di luna bianco come un fazzoletto di tela. Il canestro sul tavolo era vuoto; e un oggetto l accanto diede a Giuseppe un'impressione misteriosa, come il ricordo d'una vita anteriore. Una lieve vertigine gli vel la mente: figure conosciute eppure indistinte tornavano a circondarlo, come nella casa dove aveva passato la notte; ma dopo un attimo tutto dilegu, ed egli ricord di aver da ragazzo veduto tante volte entro la cassapanca di Munserrata il cofanetto d'asfodelo, diventato nero per il lungo uso, che adesso stava sul tavolo. La vita anteriore che egli ricordava era la sua infanzia. Stacc dal cofanetto il coperchio guarnito di nastrini e il suo viso si fece lungo per la meraviglia, poi corto per il sorriso che lo allarg: sorriso di piacere, ma anche d'ironia.
Il cofanetto conteneva il tesoro di zio Pera. Giuseppe cap subito che lo aveva messo l suo padre. Perch? Per fargli ingenuamente credere che lo avevano portato i due servi morti, o per burlarsi di lui?
Ma il quesito cadde subito, insoluto, incalzato da un altro. Che fare? Prendere o lasciare? Torn la vertigine, ripassarono le figure; e tutte adesso si ridevano di lui per il solo fatto che egli si domandava: prendere o lasciare?
Rimase un momento cos, curvo, mentre dalla candela piovevano goccie di cera che si congelavano come perle sulle monete d'oro: finalmente balbett come un bimbo: "prendere..." e gli parve d'esser chinato sull'orlo di un pozzo in fondo al quale brillava il sole...



"LA VOLPE"

Eran tornate le lunghe e tiepide sere di maggio e ziu Tomas sedeva di nuovo, come l'anno prima, come dieci anni prima, nel cortiletto aperto davanti alla sua casetta che era come l'ultimo acino d'un grappolo di piccole costruzioni nerastre addossate alla crosta grigia di un monte. Ma invano la primavera mandava fin lass il suo soffio di volutt selvaggia: il vecchio decrepito, immobile tra un vecchio cane nero e un vecchio gatto giallo, sembrava pietrificato e insensibile come tutte le cose intorno. Solo l'odore dell'erba, alla sera, gli ricordava i pascoli fra cui aveva trascorso la maggior parte della sua vita, e quando la luna sorgeva dal mare lontano, grande e dorata come il sole, e i monti della costa, neri sul cielo d'argento, e tutta la grande vallata e il semicerchio fantastico delle montagne davanti e a destra dell'orizzonte si coprivano di veli scintillanti e di zone d'ombra e di luce che davan l'illusione di foreste e laghi lontani, egli pensava a cose puerili, ai morti, a Lusb il diavolo che conduce al pascolo le anime dannate tramutate in cinghiali; e se la luna si nascondeva dietro qualche nuvola egli pensava sul serio alle sette vacche figliate che il pianeta andato in quel momento a cena si divorava tranquillamente nel suo nascondiglio.
Egli non parlava quasi mai; ma una sera Zana, la nipote, quando lo scosse per avvertirlo che era tempo di coricarsi, lo trov cos ostinatamente silenzioso, dritto e rigido sul suo sgabello, che lo credette morto. Spaventata, chiam zia Lenarda, la sua vicina di casa, ed entrambe riuscirono a scuotere il vecchio e l'aiutarono a rientrare e a stendersi sulla stuoia davanti al focolare.
- Zia Lenarda mia, bisogna chiamare il dottore: nonno  freddo come un trapassato - disse la ragazza, toccando il vecchio.
- Il nostro dottore  partito:  andato per due mesi in continente per studiare le malattie d'orecchi, perch dice lui che tutti diventan sordi quando si tratta di pagargli il fitto dei suoi pascoli... quasi che questi non li abbia comprati coi denari del paese, la giustizia lo incanti! Adesso in cambio suo c' quel (beffulanu) del dottore di citt... che si crede il medico del re di Spagna. Chiss se verr?
- Zia Lenarda, egli  obbligato a venire. Egli prende venti lire al giorno! - disse Zana fieramente.
E la donna and.
Il sostituto del dottore abitava nella palazzina di questi, ch'era l'unica casa abitabile del paesetto. Circondata di orti, con terrazze e pergolati, con un gran cortile tutto ricoperto di vite e di glicine, l'abitazione era tale da confortare anche il sostituto, il quale veniva da una citt che, per quanto piccola, aveva tutte le esigenze, i vizi, gli strozzini, le donne e le case da giuoco delle grandi citt.
Zia Lenarda lo trov che leggeva un libro giallo, gi nella sala da pranzo che s'apriva sul cortile: senza dubbio un libro di medicina, a giudicarne dall'intensit con cui egli, con gli occhi miopi rasente alle pagine, i pugni bianchi ficcati nelle guance scure un po' molli, le labbra carnose sollevate sui denti sporgenti, pareva se lo divorasse.
La serva dovette chiamarlo due volte per fargli notare la presenza della donna. Egli chiuse d'un colpo il libro, s'alz e segu zia Lenarda, molle e distratto. Ella non osava parlare, e lo precedeva come per insegnargli la strada, saltando agile e silenziosa gi di pietra in pietra per le straducole rocciose, battute dalla luna.
Gi, nello sfondo, davanti alla finestra nera della donna, il dottore vedeva le cime argentee dei monti. L'odore puro della valle si mischiava all'odore di ovile che usciva dalle casupole, che emanava dalle figure di pastori accoccolate qua e l sugli scalini delle porte: tutto era triste e grandioso. Ma nel (patiu) (cortiletto) di ziu Tomas l'odore dell'erba e del verbasco dominava; e davanti al muricciuolo sospeso sul ciglione, con la luna grande e una stella quasi rasente al capo, il dottore vide una figurina di donna cos sottile, specialmente dalla vita in gi, cos fasciata e senza contorni, che gli diede l'impressione di un'erma.
Vedendolo, ella rientr nella cucina, prese un lume e si pieg sulle ginocchia davanti alla stuoia del nonno, mentre zia Lenarda correva a prendere dalla stanza interna una seggiolina dipinta per offrirla al dottore.
Egli sedette, si curv per prendere il polso del vecchio, estrasse il cronometro d'oro che scintill al lume di Zana.
Allora la fanciulla sollev il viso e lo guard negli occhi, ed egli prov un'impressione che non dimentic pi. Gli parve di non aver mai veduto un viso di donna pi bello e pi enigmatico: un po' largo sulla fronte coperta fin sulle sopracciglia, una pi alta dell'altra, da due bande di capelli neri e lucenti, finiva in un mento sottile e sporgente; gli zigomi lisci proiettavano un po' d'ombra sulle guance rientranti, e i denti bianchissimi, serrati, davano alcunch di crudele alla bocca sdegnosa, mentre i grandi occhi neri erano pieni di tristezza e d'un languore profondo.
Vedendosi guardata cos, Zana abbass gli occhi e non li sollev pi; ma siccome il nonno non rispondeva alle domande del dottore, ella mormor:
-  sordo da pi di vent'anni!
- Salute! Bisognerebbe fargli almeno un pediluvio molto caldo: ha le estremit gelide.
- Un pediluvio? Non gli far male? - disse zia Lenarda consultando Zana. - Saranno otto mesi che non si leva le scarpe!
- Salute! E lo lasciate qui, adesso?
- E dove? Ha dormito sempre qui.
Il dottore si alz e dopo aver scritto sul taccuino una ricetta la diede a Zana e si guard attorno.
Il luogo era nero come una caverna; si intravedeva un andito con una scaletta di legno in fondo, e tutto denotava miseria. Egli guard Zana con piet: cos bianca e sottile gli dava l'idea d'un asfodelo cresciuto appunto sull'orlo di una grotta.
- Il vecchio  denutrito... - disse esitando - e tu pure, mi pare... Avreste tutti e due bisogno di una cura ricostituente... Se potete...
Ella cap subito.
- Tutto possiamo!
La sua bocca era cos sdegnosa che l'uomo se ne and via quasi intimidito.
E su e su, di pietra in pietra, su per il sentiero di macigni se ne torn alla sua oasi; la luna inargentava il pergolato e i grappoli delle glicinie sembravano di un'uva fantastica di cui il solo profumo ubbriacava. La vecchia serva filava sulla porta ed egli, con lo strano viso di Zana sempre davanti agli occhi, domand:
- Conoscete ziu Tomas Acchittu?
Chi non li conosceva gli Acchittu?
- Persino a Nuoro se ne sa la fama, conforto mio! C' pi d'un laureato che vuol sposare Zana.
- S,  bella. Non l'avevo mai veduta.
- Non esce quasi mai; ma non c' bisogno che esca, per l'anima mia! La rosa odora anche dentro la casa. E vengono gli stranieri da tutte le parti, persino da Nuoro, s, e passano per vederla.
- Ma  forse andato il banditore in giro per annunciare la sua bellezza?
- Non  questo, per l'anima!  che il vecchio  ricco che non sa quanto ha. Terreni quanto il regno di Spagna, e, dicono, pi di ventimila scudi nascosti in una sua (tanca). Zana sola sa il posto. Ecco perch lei non vuole neanche don Juacchinu che  nobile ma non tanto ricco.
- E queste ricchezze si pu sapere donde vengono?
- Come si hanno le cose del mondo. Il vecchio, dicono - salva sia l'anima mia, io non nego n affermo - ha preso parte a pi d'una grassazione nel tempo dei tempi, quando i dragoni non erano svelti come i carabinieri adesso. Allora, in quei tempi, pi di un pastore tornava a casa con la bisaccia colma da una parte di formaggio e dall'altra di posate e monete d'oro...
La vecchia cominci a raccontare e pareva tirasse fuori dalla sua memoria le storielle come il filo dalla conocchia: l'uomo ascoltava, all'ombra del pergolato seminato di monete d'oro, e adesso capiva il riso di Zana e le sue parole: "Tutto possiamo!".
L'indomani la sua prima visita fu alla casetta: il vecchio stava seduto sulla stuoia e ruminava tranquillamente il suo pane di orzo inzuppato nell'acqua fresca. Il cane da una parte, il gatto dall'altra. Il sole entrava obliquo dalla porticina e il vento di maggio portava via la puzza di cuoio e di selvatico che il vecchio emanava.
- Ebbene, come andiamo?
- Bene, lo vede - disse Zana, non senza un lieve accento di disprezzo.
- Lo vedo, s! Quanti anni avete, ziu Tomas?
- Ancora li ho, s! - disse il vecchio mostrando un avanzo di denti neri.
- Ha capito i denti! Nonno, - disse Zana curvandosi sul vecchio e mostrandogli le mani con le dita, tranne il pollice destro, tutte aperte, - cos, vero?
- S, novant'anni, salvo Dio.
- Salute e a cento anni, anzi a pi di cento! E tu, Zana, sei rimasta sola con lui?
Ella gli raccont com'erano morti tutti i suoi parenti, gli zii, le zie, le cugine, i vecchi, i bambini; e parlava della morte con calma, come di un avvenimento semplice e senza importanza. Il nonno capiva ci che ella diceva e approvava; ma quando il dottore si volse a lui gridando:
- Cambiar vita!... Pulizia, carne arrosto, buon vino! E far divertire Zana, ziu To'! - il vecchio domand:
- Quando torna?
- Chi?
- Oh, - disse Zana, -  che aspetta il nostro dottore perch gli guarisca le orecchie!
- Benone! Ecco assicurata la celebrit al nostro dottore!
Il vecchio, che continuava a capire a modo suo, si tocc la manica del giubbone lacero e lucido di grasso.
- Sporco?  uso! La gente che sta bene non ha bisogno di farlo vedere.
Il dottore aveva infatti gi notato che i pi puliti, nel paesetto, erano i poveri: i ricchi non si curavano delle loro vesti, per disprezzo delle apparenze, ma anche forse per comodit. Ecco infatti zia Lenarda che aspetta il dottore nel cortiletto, vestita come una serva, mentre anche lei  una donna benestante, una proprietaria di terre e di bestiame, tanto ricca che nonostante i suoi quarantatr anni ha sposato un bel giovane di venti.
- Buon giorno a Vossignoria il dottore. Vorrei domandarle una grazia. Mio marito Jacu fa il soldato: adesso  il tempo della tosatura e vorrei che egli venisse in permesso. (Vost) non conosce gente della Corte del Re?
- Pur troppo no, buona donna mia.
- Lo dissi anche al nostro dottore: se ne occupi, se passa a Roma. Ma lui dice sempre s, poi si dimentica. Jacu mio  un bel ragazzo - non lo vanto perch son sua moglie - e buono come il miele... Con una piccola spinta potrebbe ottenere tutto...
Ella faceva atto di spinger qualche cosa col fuso; ma il dottore and via sospirando.
- Non basta esser belli e buoni, per ottenere tutto quello che si vuole, buona donna mia!
E torn su alla sua oasi, pensando a Zana e a tante cose del suo passato. Egli credeva d'essere stato bello e buono, in giovent; eppure non aveva ottenuto nulla; non l'amore, non la fortuna, neanche il piacere.  vero, forse, che non li aveva cercati, aspettando che venissero a offrirsi spontanei a lui: e aspetta aspetta, il tempo era passato inutilmente. Ma da qualche anno a questa parte egli talvolta si sentiva preso da pazze ribellioni, e vendeva le sue terre e si dava a cercare affannosamente l'amore, la fortuna, il piacere. Un bel momento si accorgeva per che queste cose non si comprano e, vuotata la borsa, tornava a visitare i suoi pochi clienti, scherzava bonariamente con loro, passeggiava distratto e leggeva romanzi francesi.
Zia Lenarda, dal canto suo, convinta che la bellezza pu ottenere tutto, visto che il dottore tornava tutti i giorni dagli Acchittu, sebbene il vecchio stesse bene, si rivolse a Zana.
- Diglielo tu, palma d'oro! Tutti si preparano per la tosatura: come posso far io che ho la roba affidata a mani estranee? Il dottore ti guarda con occhi grossi come le nacchere del mio fuso! E come non guardarti, luna mia? Se tu glielo dici, che domandi il permesso di Jacu, a te non dir di no.
Ma Zana non prometteva: e quando il dottore, dopo il tedio di quelle lunghe giornate a cui il vento tiepido, il cielo azzurro desolato, il sole chiaro, davano una tristezza ineffabile, se ne andava alla sera nel (patiu) di ziu Tomas e sedeva a cavalcioni sulla seggiolina dipinta, davanti alla siepe carica di lucciole e di stelle, ella scherzava con lui e gli domandava come vengono certe malattie, come si curano, come si fanno le medicine, come si fanno i veleni, e parlava calma di molte cose, ma non domandava il piacere desiderato dalla sua vicina di casa.
Qualche volta questa, seduta sul muricciuolo, filava al buio e prendeva parte alla conversazione. Ci dava noia al dottore che, dopo aver convinto il vecchio a coricarsi presto, perch l'aria della sera fa male ai sordi, voleva star solo con Zana. La donna parlava sempre della tosatura.
- Vedesse che festa, Vostra signoria mia! Neanche alla festa di San Michele e di San Costantino c' tanto spasso. Io l'inviterei, se venisse Jacu. Ma senza Jacu la festa parrebbe un funerale.
- Ebbene, volete sentirla, buona donna mia? Solo nel caso che voi foste malata accorderebbero il permesso al vostro Jacu! Ma voi state bene come una pasqua.
Allora ella cominci a lamentarsi: aveva tanti malanni, dopo che non c'era il suo Jacu; adesso, poi, l'avvicinarsi dell'epoca della tosatura le dava un vero affanno mortale. Per convincer meglio il dottore ella si mise a letto: ed egli si lasci intenerire e fece il certificato medico e le ordin una medicina. Zana assisteva la sua vicina di casa: vers la medicina nel cucchiaio, guardandola attraverso la luce rossastra della lucerna ad olio e mormor:
- Non sar veleno, no?
Poi torn nel suo cortiletto ove il dottore stava seduto sulla seggiolina dipinta. Era una sera ai primi di giugno, calda gi e profumata. Notte d'amore e di ricordi! E questi salivano, dolci e amari, dal passato scuro e tortuoso del dottore, come dalla valle scura e tortuosa saliva l'odore dolce e amaro dell'oleandro. Egli avvicin la seggiolina al muricciuolo ove Zana s'era seduta, e cominciarono i soliti discorsi. Qualche pastore passava nella straducola, senza impressionarsi troppo se nel (patiu) di ziu Tomas sentiva la voce del dottore. Oramai tutti credevano che questi facesse regolarmente la corte a Zana e ai denari del vecchio, ed erano convinti che Zana l'avrebbe accettato, altrimenti non si sarebbe lasciata avvicinare cos. Del resto quei due, nel cortiletto, parlavano di cose in apparenza innocenti, di erbe, di fiori velenosi, di medicamenti.
- L'oleandro? No, quello non  velenoso ma la cicuta, s. La conosci?
- (Su buddaru)? Chi non la conosce?
- Ebbene,  l'erba sardonica. Fa morire ridendo... come fai tu!
- Mi lasci il polso, dottore! Non ho la febbre, come zia Lenarda.
- Ce l'ho io la febbre, Zana!
- Be', si prenda la china! Anche quella  veleno?
- Ce l'hai stasera coi veleni! Hai da ammazzare qualcuno? Se vuoi te lo avveleno subito... ma...
- Ma?...
- Ma...
Egli le riafferr il polso ed ella lasci fare: tanto era buio e dalla straducola non li vedevano.
- S, vorrei un veleno, per la volpe.
- Uh, viene fin qui?
- Mi pare! Mi lasci; - ella aggiunse sottovoce, torcendosi minacciosa; ma egli le aveva preso anche l'altra mano e la teneva ferma come fosse una ladra.
- Un bacio, Z! Un piccolo bacio solo...
- Il tizzone ardente lo baci! Ebbene, s, se mi d il veleno... La volpe ci ruba gli agnellini appena nati...

Spedita la domanda per la licenza di Jacu, accompagnata dal certificato medico, zia Lenarda guar e torn ad immischiarsi nei fatti dei suoi vicini di casa: e senza sorpresa si accorse che il dottore aveva preso fuoco come un campo di stoppie. Egli passava e ripassava nella straducola come un ragazzo, e visitava anche due volte al giorno il vecchio ziu Tomas pretendendo di guarirlo dalla sua sordit ancora prima che tornasse il collega dal continente! Zana sembrava impassibile; spesso non si lasciava neanche vedere, chiusa nella sua stanzetta a tessere come un ragno in fondo al suo buco.
Alla domenica, solo giorno in cui ella usciva per andare alla messa, il dottore l'aspettava davanti alla chiesa.
Venivano su per la stradetta tortuosa le donne una dopo l'altra, rigide nel loro costume festivo, con le mani incrociate sul grembiale ricamato, o coi loro bimbi in braccio coperti dal manto rosso segnato d'una croce celeste; arrivate a un certo punto si volgevano verso il monte di Nuoro vigilato dalla statua del Redentore e si segnavano: il sole faceva scintillare l'oro delle loro cinture e illuminava il loro bel profilo greco: ma il dottore fissava solo Zana, come incantato, e le vecchie maliziose pensavano:
- La figlia di Tomas Acchittu gli ha dato da bere la mandragora!...
Un giorno ai pochi uomini che assistevano allo sfilare delle donne s'un Jacu tornato in licenza. Era bello davvero, non c' che dire, alto, rosso, sbarbato, con gli occhi verdognoli cos luminosi che le donne abbassavano i loro nel passargli davanti, sebbene egli non badasse a loro. La vita militare gli aveva dato un certo aspetto da conquistatore, ma di cose ben pi serie che non fossero le donne. Appena arrivato era salito su dal dottore per ringraziarlo e gli aveva portato un capretto e lo aveva invitato alla famosa tosatura. Il dottore gli parlava in dialetto, egli rispondeva in italiano, e alla domanda un po' suggestiva:
- Inviterai molta gente?
- S, perch la parentela  estesa e un uomo come me se ha molti nemici ha anche molti amici - rispose. - Io poi sono un uomo liberale, e invito anche i parenti del primo marito di Lenarda. Mi ammazzino, se dico bugia: se ella avesse preso tre mariti avrei invitato i parenti di tutti e tre.
- Sei un uomo di mondo, si vede. Bravo; inviterai anche i vicini, suppongo.
Da uomo di mondo, Jacu finse di non saper nulla dell'ammattimento del dottore per Zana.
- E s'intende! Il vicino  pi che il parente.
Il giorno della tosatura arriv, e Zana, zia Lenarda e altre donne presero posto sul carro guidato da Jacu.
L'ovile era sull'altipiano e il pesante veicolo tirato da due giovenchi neri appena domati ribaltava su per il sentiero roccioso; ma le donne non avevan paura e Zana, con le mani intrecciate sulle ginocchia, stava tranquillamente accoccolata come davanti al suo focolare; e sembrava triste, ma i suoi occhi splendevano d'un fulgore profondo, come d'una fiamma lontana che brillasse in una notte di tenebre gi in fondo a un bosco.
- Vicina, m'impicchino, - disse Jacu, beffardo, - hai una faccia da mortorio. Verr, verr, (fulano)! Verr pi tardi, col parroco, appena questo ha detto la messa...
- Allegra, Zana! - dissero allora le donne, scherzando non senza malizia. - Sento il passo del cavallo che trotta come il diavolo.
- Allegra, fanciulla! Vedo scintillare la catena dell'orologio...
- Una palla nel cocuzzolo! Quanto coster quella catena? Nove reali?
Zana allora si stizz.
- Mala fata vi guidi, lasciatemi in pace. Io non lo posso vedere. Mi pilucchi l'occhio il corvo, se io oggi lo guarder neppure in faccia...
Il dottore e il prete arrivarono poco prima di mezzogiorno, accolti da evviva e da grida di gioia. All'ombra d'un sovero Jacu, il servo, gli amici, tosavan le pecore stendendole, ben legate, su una larga pietra come sopra un'ara per un sacrifizio; i cani si rincorrevano fra l'erba, gli uccelli fischiavano sulla quercia; un vecchio rassomigliante al profeta Elia raccoglieva la lana entro un sacco e intorno i fiori dell'asfodelo e i gigli selvatici curvati dal vento odoroso pareva si spingessero in avanti curiosi di veder anch'essi ci che succedeva in mezzo a quel gruppo d'uomini curvi con le cesoie in mano. La pecora tosata e slegata balzava su dal mucchio della lana come da un'onda di schiuma, e si allontanava, rimpicciolita, col muso per terra.
Per un po' il dottore stette a guardare, con le mani intrecciate sulla schiena, poi torn verso la capanna ove le donne cucinavano aiutate dal vecchio padre di Jacu, il quale s'era riserbato l'onorevole incarico di arrostire allo spiedo un capretto intero. Pi in l il prete, sdraiato sull'erba all'ombra di un altro sovero, raccontava una storia boccaccesca ad alcuni giovani invitati. Le donne battevano i gomiti sui fianchi di Zana, accennandole il dottore, ed ella a un tratto, cambiato umore, si mise a scherzare con lui, pregandolo di rendersi utile, almeno, con l'andar a prender l'acqua alla fontana. Egli assecondava gli scherzi di lei; prese un recipiente di sughero e s'avvi, nel gran sole che scaldava le erbe e il verbasco e ne traeva un odore inebbriante.
La comitiva intorno al prete segu il dottore con fischi ed urli, ed anche il vecchio che arrostiva il capretto fece le fiche in segno di disprezzo. Un uomo istruito, un uomo maturo, lasciarsi burlare cos dalle donne! Allora Zana imprec e corse tenendosi fermo con la mano il fazzoletto svolazzante sulla testa, finch raggiunto il dottore gli tolse di mano il recipiente. Da lontano le donne videro l'uomo seguirla nel sentieruolo che conduceva alla fontana, e il vecchio padre di Jacu cominci a sputare sul fuoco rabbiosamente, quasi volesse spegnerlo.
- La nipote di Tomas Acchittu, la vedete? Voleva star sola con l'uomo; se fosse mia figlia le metterei la nuca sotto i calcagni.
- Lasciate fare, suocero mio - disse con benevolenza zia Lenarda. Ah, ella, s, sapeva cos' l'amore, che rende folli come quando si beve l'acqua dell'incanto.
Il dottore, infatti, stordito dal gran sole, segu Zana fin dietro i rovi della fontana, e ancora una volta tent di abbracciarla. Ella lo guardava coi suoi occhi simili a quelli della Regina di Saba, ma lo respingeva minacciando di versargli l'acqua del recipiente sul capo. Sempre cos, fin dalla prima sera l accanto al muricciuolo del (patiu); sempre la stessa storia; ella lo lusingava e lo respingeva, e tra l'ingenuo e il perfido domandava sempre la stessa cosa: un veleno.
- Be', senti, Z, ti contenter; stasera verr a casa tua e ti porter una boccettina con la testa di morto. Bada di non andare in galera, per.
-  per la volpe, le ho detto! S, ma mi lasci, adesso; sente, viene qualcuno!
Infatti i rovi intorno alla fontana si scossero come per il passaggio di un cinghiale e Jacu apparve. Aveva il viso stravolto, sebbene fingesse di divertirsi a sorprendere quei due.
- Uh! Che fate all'ombra?  ora di mangiare, non di tubare...
- Tu hai pi sete che fame, - disse Zana, ironica, sollevando il recipiente, - bevi, bello grande!
Ma Jacu si gett disteso davanti alla sorgente a faccia a terra, e bevette ansando.
Il dottore rideva, durante il banchetto, mentre il parroco gli lanciava sul viso qualche briciola e faceva allusioni maliziose; rideva, ma di tanto in tanto si distraeva, colto da un'idea nuova. Dopo il banchetto and a sdraiarsi all'ombra fra le roccie a cui era addossata la capanna; di l vedeva senz'essere veduto, e dominava la scena fin laggi verso la quercia alla cui ombra i pastori continuavano la tosatura. Il prete e gli altri, pi in qua, avevano cominciato una gara di canti estemporanei, e le donne ascoltavano, sedute in fila, con le mani in grembo.
Nel silenzio intenso le voci, i canti, le risate, si sperdevano come le nuvolette bianche nell'azzurro profondo; e il dottore sentiva un cavallo brucare l'erba dietro le roccie e un cane rosicchiare un osso dentro la capanna ove di tanto in tanto Jacu entrava per vuotare la lana tosata.
A un tratto Zana, mentre la gara estemporanea ferveva pi animata, si alz ed entr anche lei nella capanna. Il dottore fumava; seguiva il filo azzurro che usciva dal suo sigaro e una specie di sogghigno gli sollevava il labbro lasciando vedere l'oro dei suoi denti impiombati.
Finalmente anche Jacu arriv e la voce soffocata di Zana usc come un gemito dalle fessure della capanna.
- Ti giuro... i corvi mi tocchino... se egli mi ha toccato neppure la mano. So io perch gli faccio buon viso...  per il nostro bene... Ma finir questa penitenza... finir...
L'uomo, forse intento a vuotar la lana, taceva; ella riprese, esasperata, con voce di odio:
- Sono forse gelosa di tua moglie, io? Di quella vecchia cornacchia, di quella vecchia volpe?... Ma tutto finir... e presto...
Allora Jacu rise; e poi di nuovo s'udirono le risate, i canti, il brucar dei cavalli.
Ma il dottore volle prendersi un gusto; balz in piedi e cominci a urlare:
- Uh! Una volpe, una volpe! - E i due amanti balzaron fuori dalla capanna, storditi, mentre gi la comitiva cessava di cantare e le donne guardavano qua e l e i cani abbaiavano come se davvero passasse la volpe.



"LA CERBIATTA"

- Una volta - raccontava Malafazza, il servo di Baldassarre Mulas, al mercante di bestiame recatosi nell'ovile Mulas per acquistare certi giovenchi - il mio padrone era, si pu dire, un signore. Abitava quella casa alta col balcone di ferro che  a fianco della chiesa di San Baldassarre, e sua moglie e sua figlia avevano la gonna di panno e lo scialle ricamato come le dame. La ragazza doveva appunto sposare un nobile, un riccone cos timorato di Dio che non parlava per non peccare. Ma il giorno prima delle nozze la moglie del padrone, una bella donna ancora giovane, fu vista a baciarsi dietro la chiesa con un ragazzetto di vent'anni, un militare in permesso. Ohi, che scandalo! Non s'era mai sentito l'eguale. La figlia fu piantata e mor di crepacuore. Allora il mio padrone cominci a passare settimane e mesi e stagioni intere nell'ovile, senza mai tornare in paese. Non parla quasi mai, ma  buono, persino stupido, a dir la verit! I cani, il gatto, le bestie sono i suoi amici! Persino coi cervi se la intende! Adesso s' fatta amica appunto una cerbiatta, alla quale son stati forse rubati i figli appena nati, e che per la disperazione, nel cercarli, arriv fin qui. Il mio padrone  cos tranquillo che la bestia s'avvicin a lui; quando vede me, invece, scappa come il vento: ha ragione, del resto; se posso la prendo viva e la vendo a qualche cacciatore. Ma ecco il mio padrone...
Baldassarre Mulas si avanzava attraverso la radura verde, col cappuccio in testa e una gran barba bianca, piccolo come un nano dei boschi. Al suo richiamo le belle vacche grasse e i giovenchi rossi ancora selvatici s'avvicinavano mansueti, lasciandosi palpare i fianchi e aprire la bocca, e il cane terribile scodinzolava come se nel mercante riconoscesse un amico.
Il contratto per non si pot concludere. Sebbene Malafazza il servo, un ragazzaccio sporco e nero come un beduino, avesse dipinto il suo padrone come uno stupido, questi dimostr di saper fare i propri affari non smuovendosi dai prezzi alti dapprima domandati; e il mercante dovette andarsene a mani vuote.
Il servo, che tornava come ogni sera in paese, lo accompagn per un tratto e da lontano il padrone li vide a gesticolare ed a ridere: forse si beffavano di lui; ma a lui oramai non importava pi nulla dei giudiz del prossimo. Rimasto solo ritorn verso la capanna, depose una ciotola di latte fra l'erba della radura, e seduto su una pietra si mise a ritagliare una pelle di martora.
Tutt'intorno per la vasta radura verde della nuova erba di autunno era una pace biblica: il sole cadeva roseo sopra la linea violetta dell'altipiano del Goceano, la luna saliva rosea dai boschi violetti della terra di Nuoro. L'armento pascolava tranquillo, e il pelo delle giovenche luceva al tramonto come tinto di rosso; il silenzio era tale che se qualche voce lontana vibrava pareva uscisse di sotterra. Un uomo dall'aspetto nobile, vestito di fustagno, ma con la berretta sarda, pass davanti alla capanna guidando due buoi rossicci che trainavano l'antico aratro dal vomero argenteo rivolto in su. Era un nobile povero che non sdegnava di arare e seminare la terra. Senza fermarsi salut il vecchio Baldassarre.
- Ebb, l'hai veduta oggi la tua innamorata?
- Ancora  presto: se non ha fame non s'avvicina, quella diavoletta.
- Che fai con quella pelle?
- Un legaccio per le scarpe. Ho scoperto che la pelle di martora  pi resistente di quella del cane.
- Prende pi pioggia, guarda un po'! Be', statti con Dio.
- E tu va con Maria.
Sparito l'uomo col suo aratro lucente come una croce d'argento, tutto fu di nuovo silenzio; ma a misura che il sole calava, il vecchio guardava un po' inquieto verso la linea di macchie in fondo alla radura, e infine smise la sua faccenda e rimase immobile. Le vacche si ritiravano nelle mandrie, volgendosi prima come a guardare il sole sospeso sulla linea dell'orizzonte: vapori rossi e azzurri salivano, e tutte le cose, leggermente velate, avevano come un palpito di tristezza: i fili d'erba che si movevan pur senza vento davan l'idea di palpebre che si sbattono su occhi pronti a piangere.
Il vecchio guardava sempre le macchie di aliterno in fondo alla radura. Era verso quell'ora che la cerbiatta s'avvicinava alla capanna. Il primo giorno egli l'aveva veduta balzar fuori dalle macchie spaventata, come inseguita dal cacciatore: s'era fermata un attimo a guardarsi intorno coi grandi occhi dolci e castanei come quelli di una fanciulla, poi era sparita di nuovo, rapida e silenziosa, attraversando come di volo la radura. Era bionda, con le zampe che parevan di legno levigato, le corna grigie, delicate come ramicelli di asfodelo secco.
Il secondo giorno la sosta fu appena pi lunga. La cerbiatta vide il vecchio, lo guard e fugg. Quello sguardo, che aveva qualcosa di umano, supplichevole, tenero e diffidente nello stesso tempo, egli non lo dimentic mai. Di notte sognava la cerbiatta che fuggiva attraverso la radura: egli la inseguiva, riusciva a prenderla per le zampe posteriori e la teneva palpitante e timida, fra le sue braccia. Neppure l'agnellino malato, neppure il vitellino condannato al macello, mai la martora ferita o la lepre di nido gli avevan dato quella tenerezza struggente. Il palpito della bestiuola si comunicava al suo cuore; egli tornava con lei alla capanna solitaria e gli pareva di non esser pi solo al mondo, sbeffeggiato e irriso persino dal suo servo.
Ma nella realt purtroppo non avveniva cos: la cerbiatta si avvicinava un po' pi ogni giorno, ma se appena vedeva il servo o qualche altro estraneo, o se il vecchio accennava a muoversi, si slanciava lontana come un uccello dal basso volo, lasciando appena un solco argenteo fra i giunchi al di l della radura. Quando invece il vecchio era solo immobile sul suo sgabello di pietra, ella si attardava, diffidente pur sempre, brucando l'erba ma sollevando ogni tanto la bella testina delicata; ad ogni rumore trasaliva, si volgeva rapida di qua e di l, saltava in mezzo alle macchie: poi tornava, s'avanzava, guardava il vecchio.
Quegli occhi struggevano di tenerezza il pastore. Egli le sorrideva silenzioso, come il dio Pan doveva sorridere alle cerbiatte delle foreste mitologiche: e come affascinata anch'essa da quel sorriso la bestiuola continuava ad avanzarsi lieve e graziosa sulle esili zampe, abbassando di tanto in tanto il muso come per odorare il terreno infido.
Il latte e i pezzi di pane che il vecchio deponeva a una certa distanza la attiravano. Un giorno prese un pezzetto di ricotta e fugg; un altro si avanz fino alla ciotola, ma appena ebbe sfiorato il latte con la lingua trasal, balz sulle quattro zampe come se il terreno le scottasse e fugg. Subito dopo torn. Allora furono corse e ritorni pi frequenti, meno timidi, quasi civettuoli. Balzava in alto, s'aggirava intorno a se stessa come cercando di acchiapparsi la coda coi denti; si grattava l'orecchio con la zampa, guardava il vecchio ed egli aveva l'impressione che anch'essa fosse meno triste e spaurita e che gli sorridesse.
Un giorno egli mise la ciotola a pochi passi di distanza dalla sua pietra, quasi sull'apertura della capanna, scacciando lontano il gatto che pretendeva di profittar lui del latte. Poco dopo la cerbiatta s'avanz tranquilla, sorb il latte, guard dentro con curiosit: egli spiava immobile, ma quando la vide cos vicina, lucida, palpitante, fu vinto dal desiderio di toccarla e allung la mano. Ella balz sulle sue quattro zampette, col muso stillante latte e fugg: ma torn, ed egli non tent oltre di prenderla.
Ma oramai la conosceva ed era certo che ella avrebbe finito col rimanersene spontaneamente con lui: nessuna bestia  pi dolce e socievole della cerbiatta. Da bambino egli ne aveva avuta una che lo seguiva per ogni dove e alla notte dormiva accanto a lui.
Per attirar meglio la sua nuova amica e tenerla tutto il giorno con s senza usarle violenza pens di andar in cerca di qualche nido di cerbiatti, prenderne uno e legarlo entro la capanna: cos l'altra, vedendo un compagno, si sarebbe addomesticata meglio. Ma, per quanto girasse, la cosa non riusciva facile: bisognava andar verso le montagne, alle falde di Gonare, per trovare i cerbiatti; ed egli non era abituato alla caccia. Solo trov una cornacchia ferita ad un'ala che agitava penosamente l'altra tentando invano di spiccare il volo. La prese e la cur, tenendosela sul petto; ma quando la cerbiatta lo vide con l'uccellaccio fugg senza avvicinarsi. Era gelosa. Allora il vecchio nascose la cornacchia dietro le mandrie: la trov il servo e la port in paese a certi ragazzi suoi amici, e poich il padrone si lamentava gli disse:
- Se non state zitto, getto il laccio anche alla cerbiatta e la vendo a qualche cacciatore di poca fortuna.
- Se tu la tocchi ti rompo le costole, com' vera la vera croce!
- Voi? A che siete buono, voi? - disse ridendo il ragazzaccio. - A mangiare pane e miele!
Ma quel giorno, dopo la partenza del mercante e del servo, il vecchio attese invano la cerbiatta. Cadevano l'ombre e neppure lo stormire del vento interruppe il silenzio della sera vaporosa. Il vecchio divent triste. Neppure un istante dubit che il servo avesse preso al laccio la bestia per portarsela in paese.
- Vedi, se ti lasciavi prendere? Vedi, se tu restavi con me? - brontolava, seduto davanti al fuoco nella sua capanna, mentre il gatto impassibile al dolore del suo padrone leccava il latte della ciotola. - Adesso ti avranno legata, ti avranno squartata. Questo era anche il tuo destino...
E tutti i suoi ricordi pi amari tornavano a lui; tornavano, orribili e deformi, come cadaveri rimandati dal mare.
Il giorno dopo e nei seguenti cominci a litigare col servo, costringendolo a licenziarsi.
- Va, che tu possa romperti le gambe come le avrai rotte alla povera cerbiatta.
Malafazza sghignazzava.
- S, gliele ho rotte! L'ho presa al laccio, le troncai i garretti e la portai cos a un cacciatore. Ho preso tre franchi e nove reali: li vedete?
- Se non te ne vai ti sparo.
- Voi? Come avete sparato contro l'amico di vostra moglie! Come avete sparato contro il traditore di vostra figlia!
Il vecchio, col viso pi nero del suo cappuccio, gli occhi verdi e rossi di collera e di sangue, stacc l'archibugio e spar. Attraverso il fumo violetto dell'archibugiata vide il servo dare un balzo come la cerbiatta e fuggire urlando.
Allora si rimise a sedere davanti alla capanna, con l'arma sulle ginocchia, pronto a difendersi se quello tornava, senza pentirsi della sua azione. Ma le ore passavano e nessuno appariva. Cadeva una sera tetra e calma: la nebbia fasciava di un nastro grigio l'orizzonte e le vacche e le giovenche si attardavano col muso fra l'erba, immobili come addormentate.
Un fruscio fra le macchie fece trasalire il vecchio: ma invece del suo nemico egli vide balzar fuori la cerbiatta che si avvicin fino a sfiorar col muso il calcio dell'archibugio. Egli credeva di sognare. Non si mosse, e la bestia, non vedendo il latte, sporse la testa dentro la capanna. Scontenta fece una giravolta e torn rapida laggi. Per un momento tutto fu di nuovo silenzio.
Il gatto che dormiva accanto al fuoco si svegli, si alz, s'aggir intorno a se stesso e ricadde come un cercine di velluto nero.
Di nuovo un fremito scompigli la linea delle macchie; di nuovo la cerbiatta sbuc, salt nella radura: subito dietro di lei sbuc e salt un cervo (il vecchio riconobbe il maschio dal pelo pi scuro e dalle corna ramose) inseguendola fino a raggiungerla. Si saltarono allegramente l'uno addosso all'altra, caddero insieme, si rialzarono, ripresero la corsa, l'inseguimento, l'assalto. Tutto il paesaggio antico, pallido nella sera d'autunno, parve rallegrarsi del loro amore.
Poco dopo pass il contadino nobile, col suo aratro coperto di terra nerastra. Questa volta si ferm.
- Baldass, che hai fatto? - disse con voce grave ma anche un tantino ironica. - La giustizia ti cerca per arrestarti.
- Son qui! - rispose il vecchio, di nuovo sereno.
- Ma perch hai ferito il tuo servo? - insisteva l'altro, e voleva a tutti i costi sapere la causa del dissidio.
- Lasciami in pace - disse infine il vecchio. - Ebb, lo vuoi sapere?  stato per quella bestiuola, che ha gli occhi come quelli della mia povera figlia Sarra.



"LA FESTA DEL CRISTO"

Fin verso mezzogiorno il tempo era stato bello. Le campane suonavano a distesa e la gente usciva nella strada e s'affacciava ai muricciuoli per veder sfilare la cavalcata dei pellegrini che andavano alla festa del Cristo di Galtell.
Non se n'eran mai visti tanti di (festaresos): lo stesso vecchio parroco Fila precedeva la pittoresca processione che doveva percorrere strade e strade, valli e valli prima di arrivare alla meta. Il vecchio prete nero, cos nero e scarno che una volta uno scultore di passaggio l'aveva pregato di posare per il Cristo deposto, montava un cavallo nero con una stella bianca in fronte. Seguivano, tutti in fila uno dopo l'altro per lo stretto sentiero alle falde del monte verdastro, i vecchi che sembravano gli antichi Iberi, con lunghi riccioli e lunghissimi baffi, col cappuccio sul capo e la barba buttata in l dal vento fresco, e le donne con le bende gialle tirate sugli occhi, sedute a cavalcioni in sella o in groppa ai cavalli alle spalle degli uomini giovani vestiti di velluto oliva e di pelle gialla. Questi ultimi avevano quasi tutti il viso pallido, gli occhi neri un po' obliqui e lunghi baffi sottili a punta ricadenti sul mento.
Le campane suonavano accompagnandoli: la gente correva sul ciglione per veder da lontano la cavalcata sparire lentamente dietro lo stendardo rosso e oro che s'agitava sullo sfondo verde del sentiero come una farfalla sull'erba.
Ma un ritardatario richiam l'attenzione dei curiosi. Arriv di galoppo su un bel puledro rosso: veniva dai campi rocciosi al di l del paese. In un attimo, senza rispondere alle domande e ai gridi della gente che si tira in l per non esser calpestata dal puledro quasi indomito, anche lui fa parte della cavalcata e ne sembra il capo, tanto  alto e forte, con la barba rossiccia come la criniera del suo cavallo.
Il vecchio che andava subito dopo prete Fila si volse un po' sulla sella, poi si sporse in avanti.
- Compare Fila, c' anche Istevene, il figlio di serva vostra.
Il vecchio prete, col rosario nero intrecciato alle lunghe dita storte, non si volse neppure.
- Sar tornato adesso dall'ovile.
- Ha un puledro rosso bello come l'oro.
- L'avr comprato col denaro degli agnelli - disse il vecchio prete senza voltarsi.
Ma il suo viso si fece scuro, come il monte sotto l'ombra di una nuvola che era venuta su di volo come un uccellaccio.
D'improvviso il tempo cambi. Prete Fila sentiva i pellegrini, che eran partiti pregando, bisbigliare e le donne sospirare; ma continuava a guardare davanti a s, nel vuoto dell'orizzonte riempito dal caos delle nuvole, e gli sembrava che il rumore del vento, quello del torrente e del passo dei cavalli fosse coperto dallo scalpito del puledro di Istevene. Mormor:
- Cristo, Dio, aiuta i peccatori.
A un tratto un grido di terrore si alz dalla fila delle donne. Allora si volse e vide che il puledro aveva trascinato Istevene gi per la china dirupata sotto il sentiero. Rosso, infuriato, il giovane stringeva con le sue ginocchia poderose il fiero animale, e imprecando e colpendogli col pugno la testa voltata sul collo, lo costringeva a tornar su.
Gli uomini gridarono:
- Dove l'hai comprato questo gioiello, Istevene Sole? Pare il diavolo.  come te!
La fila fu ricomposta, si riprese il cammino, ma le donne erano inquiete e i cavalli fremevano eccitati dall'esempio del loro compagno straniero che voleva sorpassarli e tirava calci alle roccie. Le roccie sprizzavan scintille.
- La giustizia ti domi; - gridava Istevene al puledro, - e ti ho pagato quaranta scudi belli come quaranta fratelli!
Il vecchio prete guardava avanti a s e pregava.
- Cristo, Dio, aiuta i peccatori...
Verso il tramonto il tempo si fece orribile. Era ai primi di maggio, ma sembr si ritornasse nel cuore dell'inverno.
Soffiava il vento di tramontana e tutti i monti intorno dalla cima di Sidd alle tre punte di Gonare, da Monte Albo all'alpe di Ollolai, parvero sciogliersi in nuvole color di pietra. Se il sole riusciva un momento a brillare simile a una brage in mezzo alla cenere, i peri selvatici fioriti lungo il sentiero tremavano come di gioia: poi tutto tornava livido e minaccioso. Sulle chine verdi lontane si vedevano come nuvole bianche correre e sciogliersi: erano greggie che fuggivan spaurite. Per ripararsi dal temporale i pellegrini si fermarono a Orotelli: furono ospitati qua e l e una comare di battesimo del parroco Fila, una ricca paesana che aveva due figli maschi valentuomini, corse per invitare a casa sua il vecchio prete, Istevene, altri del seguito, e volle ospitare anche lo stendardo che sgocciolava acqua rossa simile a sangue.
La pioggia scrosciava sul paese, il vento ululava; ma in casa della comare del prete si stava bene. A questi fu assegnata la stessa camera nuziale della vedova, e lo stendardo fu appoggiato come una grande ala umida contro le spalle di un San Costantino di legno tarlato.
Fuori nel cortile, fra lo scrosciar della pioggia, il puledro rosso scalpitava talmente che lo stesso Istevene cominci a impressionarsi.
Seduto con gli altri uomini intorno al focolare, mentre le donne curve sul paiuolo nero rimescolavano i maccheroni, egli stava immobile, col cappotto sulle ginocchia, e raccontava di aver comprato il puledro da un vecchio avaro che era morto giusto in quei giorni.
- Finora la bestia  stata tranquilla. Adesso si vede che lo spirito del vecchio avaro non  stato accolto n in cielo n in terra e s' rifugiato nel corpo dell'animale...
E cominciarono a raccontar storie d'avari.
- Quand'ero piccolo - disse un uomo anziano - badavo a un vecchio cos. Moriva e mi preg di mettergli sul letto un cofano che aveva nascosto sotto il pavimento. Scavai e glielo diedi. "Alessio - mi disse - va fuori un momento e chiudi a chiave". Obbedii e guardai dal buco della serratura. Egli aveva aperto il cofano ne tirava fuori le monete e le ingoiava. Voi ridete? Eppure questa storia  vera come  vero questo fuoco.
- L'avarizia  brutta, come son brutti i peccati mortali. Che il Cristo verso cui andiamo ci liberi da essi.
Anche il vecchio prete, steso stecchito sul letto a baldacchino, sentiva il rombo dei tuoni e lo scalpito del puledro che pareva spezzasse le pietre, e con la mano dura sotto la guancia pregava.
- Cristo, Dio, aiuta i peccatori.
Pi tardi il tempo si calm: egli per non poteva dormire, e anche tappandosi un'orecchia col lenzuolo, sentiva lo scalpito del puledro, il tarlo del santo e le voci degli uomini che gi in cucina avevano cominciato una gara di canti estemporanei. L'arrosto di pecora, la giuncata, il vino, li avevano resi allegri.
Solo prete Fila era triste. Un tarlo lo rodeva, peggio di quello del vecchio santo giallognolo nella penombra. Una volta si alz e guard dalla piccola finestra.
La luna correva fra le nuvole rischiarando un pozzo ad archi, in una strada medioevale; una donna nera passava rasente il muro con un tizzone rosso in mano per allontanare i cani che alla notte possono essere diavoli o anime erranti.
Il vecchio prete nudo scarno come Cristo deposto, torn a letto e pensa e pensa, volta e rivolta cominci ad assopirsi. Vedeva un campo umido ove una torma di puledri rossi si sferzava a calci: le greggie fuggivano spaurite, lo stendardo si rompeva in mano a compare Zua. Voci rauche d'uomini e strilli di donne riempirono di echi l'improvvisa quiete della notte. Egli si svegli tremando, balz gi in cucina infilandosi la sottana al rovescio.
I due figli della sua comare rissavano e s'eran gi azzuffati, e uno teneva il coltello con la lama in gi dentro il pugno sanguinante che Istevene gli tirava indietro violentemente. Gli altri ospiti cercavano di dividerli, strappandoli uno dall'altro; ma i due rissanti parevano un corpo solo, intrecciati, folli di vino e d'ira, e la madre li tirava per la sopraggiacca di cuoio, gridando disperata:
- Che cosa! Che cosa! Non s'era mai intesa una cosa simile! Figli miei, voi che eravate portati ad esempio per il vostro accordo, voi che vi volevate bene come bambini!
Anche prete Fila cominci a tirarli per la sopraggiacca, ma i suoi piedi nudi furono calpestati ed egli si ritrasse piangendo di dolore. Ma con la bocca tremante non riusciva che a dire:
- Cristo, Dio, aiutaci!
Uno dei fratelli, quello del coltello, s'era tagliate quasi di netto le dita. L'altro, appena furon divisi, se ne and barcollando, dicendo che per la vergogna e il dolore sarebbe la mattina dopo scappato in America.
Gli ospiti lasciarono prima dell'alba la casa funestata dalla loro presenza. Avevano tutti un peso sul cuore, e il tempo rifattosi triste e gelido aumentava la loro tristezza. Non s'era mai conosciuto un tempo cos, in maggio: la stessa erba tremava di freddo, i rialzi di terreno coperti di puleggio davan l'idea di cadaveri violacei in decomposizione stesi lungo la strada, nel crepuscolo livido; i peri bianchi di fiori parevan coperti di neve e le pecore sgocciolavano acqua come fossero cadute nel torrente.
Il lieto pellegrinaggio andava, andava attraverso i salti e le (tancas), e pareva cambiato in mortorio. Ma ecco a un tratto un uomo a cavallo, con una fisarmonica verde sull'arcione, sbuc da un sentiero fra due muriccie e s'un ai cavalcanti. Un grido di gioia un po' beffardo lo accolse. Era il fratello fuggito. Il freddo della notte gli aveva fatto passare la sbornia, e invece di aspettare il treno per scappare in America egli era andato nella sua (tanca), aveva attortigliato e legato con un giunco come per le corse la coda al suo puledro morello, ed era corso alla cantoniera per farsi prestare la fisarmonica.
- Vengo per far penitenza - disse ai pellegrini, un po' sul serio, un po' per ricambiare la loro beffa benevola.
- Ecco fatto il paio con Istevene - mormor compare Zua, sporgendosi verso compare Fila.
Ma il vecchio prete andava, andava, fissando sul cielo argenteo le piramidi azzurre di Gonare.
Il sole spunt pallido simile alla luna e i prati colmi d'acqua scintillarono come il mare; il suono della fisarmonica, lungo, nostalgico, pareva davvero il lamento d'uno che partiva per non tornare mai pi nella terra nata.
Ma col sorgere del sole la gente era tornata allegra; i due puledri, il rosso e il morello, nitrivano eccitandosi a vicenda e animando anche i compagni sonnolenti. Le donne avevan paura di scivolar di groppa, ma ridevano sotto le bende gialle dorate dal sole. I vecchi dicevano a Istevene e al suonatore di fisarmonica:
- E state lontani! Al diavolo questi seccatori!
Ma Istevene s'era messo a guardare una bella ragazza pallida che cavalcava taciturna in groppa al cavallo baio di un suo zio, quello che aveva raccontato la storia dell'avaro.
Istevene li seguiva da vicino, tirando il freno, ma il puledro rosso cercava sempre di passare avanti, e il cavallo baio scuoteva un'orecchia e affrettava il passo. D'improvviso s'alz sulle zampe posteriori e la ragazza cadde all'indietro battendo le spalle al suolo: parve morta e il puledro le sfior le vesti con le sue zampe terribili.
Di nuovo furon gridi, e un precipitar dai cavalli, un chinarsi di donne spaventate. Sollevarono a sedere la fanciulla, le spruzzarono acqua sul viso, le tastarono le spalle e le gambe: ed ella si abbandonava di qua e di l, ad occhi chiusi, col viso azzurro sotto la benda gialla.
Istevene era rimasto in sella, ma le sue mani tremavano sull'arcione, e quando la ragazza rinvenne e fu rimessa sul cavallo divenne rosso per la gioia.
Anche prete Fila aveva fatto voltare il cavallo in qua e guardava attento. Quando la cavalcata riprese il cammino, egli non si mosse, frenando il cavallo con forza. Attese Istevene, lo guard negli occhi, gli disse:
- Tu, rimani indietro. Va in ora mala!
Istevene rimase indietro.
Ma, cosa strana, la fanciulla pallida che prima non aveva mai sollevato gli occhi su lui, adesso volgeva lievemente il capo sull'omero e lo guardava di nascosto coi suoi lunghi occhi dolci come il miele. Egli sentiva quasi la stessa smania del puledro, l'impeto di precipitarsi in avanti abbattendo ogni ostacolo per portarsi via la donna desiderata: ma un freno misterioso ratteneva anche lui, e le parole del vecchio prete lo ferivano come sproni:
- Tu, sta indietro. Va in ora mala.
Egli aveva sempre avuto paura del padrone di sua madre (coi libri sacri i preti possono scomunicar la gente), ma lo venerava anche, e vedendolo andare avanti, avanti, curvo sul cavallo nero, avanti avanti per lo stradone bianco che pareva salisse fino al cielo, provava uno struggimento infantile.
- (Nonno) [15], - diceva fra s, - questa volta l'ho fatta bella.
Sostarono prima d'arrivare a Nuoro, per mangiare e per abbeverare i cavalli. Era quasi mezzogiorno e il sole pallido riscaldava la pianura dove i germogli della vite sembravano fiori rosei e giallini. Tutto era azzurro e verde, con un po' d'oro e viola qua e l, - ranuncoli e puleggi, - e tutto il mondo pareva composto di prati colorati e di monti ceruli; tanto che a prete Fila steso sull'erba col gomito sulla sella venne un grave oblo d'ogni cosa reale. Chiuse gli occhi e s'addorment.
Lo svegliarono per ripartire, e vedendolo guardarsi attorno, compare Zua gli disse:
- Istevene  andato avanti.
Istevene infatti era gi presso Nuoro, ma mentre il puledro lontano dai suoi compagni andava calmo torcendo solo un po' la testa e rodendo il freno, egli sentiva la sua agitazione crescere e le parole del prete "va in ora mala" gli ronzavano nelle orecchie sempre pi dentro come formiconi.
Apparvero le case, di qua e di l dallo stradone deserto: solo la figura di un altro cavalcante, un Fonnese coperto dal (manto) di orbace le cui falde nascondevano anche la bisaccia e i fianchi del cavallo, campeggiava sullo sfondo della strada. Il puledro si eccit di nuovo e prima che Istevene distratto lo frenasse si slanci di corsa, urt il Fonnese, pass come un lampo fra il terrore della gente che s'affacciava alle porte e alle finestre. Istevene perdette la berretta; il cavallo del Fonnese la calpest, una donna la raccolse e la sbatt per toglierle la polvere. Intanto la visione terribile era scomparsa e il Fonnese domand calmo alla donna se sapeva chi vendeva olio da ardere.
Le teste si ritirarono e tutto ricadde nel silenzio di prima, finch non s'ud il suono della fisarmonica e apparve il prete nero seguito da compare Zua col viso ombreggiato dallo stendardo il cui broccato asciugatosi al sole pareva cuoio.
La donna che aveva raccolto la berretta si sporse da una finestra e domand:
- Era con voi un uomo con un puledro rosso?
- S, perch?
- Perch il cavallo gli aveva preso la mano ed  passato come una saetta. Chiss che disgrazie! Ecco la sua berretta.
La berretta cadde in grembo a una donna che si curv per cacciarla dentro la bisaccia.
La cavalcata sfil, ma la fisarmonica non suon pi. Prete Fila s'era fatto livido in viso, e batteva sul fianco del cavallo la staffa entro cui luccicava la fibbia d'argento della sua scarpetta: appena fuor del paese si mise la mano sugli occhi per guardar lontano, ma lungo lo stradone che tagliava la valle dalle roccie rosee di musco dell'Orthobene, non vide che qualche contadino coi buoi aggiogati e qualche donna con l'anfora sul capo.
Di Istevene nessuna traccia: era sparito col suo cavallo del diavolo come Lusb, il demonio cavalcante, allo spuntare del giorno.
Lo raggiunsero solo verso sera prima di arrivare alla mta. Sedeva sul paracarri, curvo su se stesso, a testa nuda, con le mani giunte strette fra le ginocchia: pareva pregasse, oppresso dal crepuscolo di nuvole grigie venate di sangue e dalla solitudine infinita del luogo fantastico. Colline bianche chiudevan la valle e la strada scendeva gi attorcigliata come una corda, fra macchie e pietre, verso un punto ove si sentiva un mormorio d'acqua.
La donna che aveva raccolto la berretta si curv di nuovo per toglierla dalla bisaccia e la butt ridendo a Istevene.
- Te'! Pare ti abbian fatto l'incanto. E il cavallo?
Istevene prese a volo la berretta, se la cacci bene sul capo, la ripieg su e non rispose.
Il puledro non si vedeva; ma ben presto riapparve, come il cavallo di Lusb al cader della notte, e Istevene riprese a cavalcare dietro gli altri: ma la fanciulla pallida che aveva pensato a lui tutto il giorno e non aveva mai aperto bocca, si accorse che egli non era pi quello della mattina. Pareva non conoscesse pi n lei n gli altri compagni; andava in fila con essi come uno straniero e guardava lontano con gli occhi tali e quali a quelli di prete Fila.
Cos arrivarono a Galtell: la luna illuminava le rovine del castello, gi sull'orizzonte cinereo, e pi in qua il monte a cono pareva una tomba enorme tra gli avanzi dell'antica citt e le casupole dirute. L'odore dell'euforbia e dei giunchi inondava l'aria; tutto era silenzio e solitudine.
Ma l'arrivo dei pellegrini anim il luogo; la fisarmonica riemp d'echi melanconici la sera, e gli abitanti del paesetto corsero ad invitare gli stranieri.
Un ricco vecchione amico dell'Orotellese volle a casa sua anche Istevene ed altri. Era un vecchio di novant'anni, una figura dell'Antico Testamento. La sua casa era circondata di orti recinti da fichi d'India con qualche palmizio e qualche carrubo, ed era piena di donne, di fanciulli e di bambini.
Il pi piccolo di questi, giallino e coi capelli neri, stava appoggiato al ginocchio del vecchio patriarca e pareva il pallido rampollo germogliante ai piedi del tronco secolare.
La notte pass tranquilla e l'indomani mattina prete Fila disse la messa cantata assieme con altri sacerdoti dei paesi, convenuti alla festa, e col parroco di cui era ospite, bel giovane grasso, celebre in tutto il circondario per le sue prediche, per le sue stregonerie e sopratutto per la sua abilit nello scacciare gli spiriti maligni dal corpo delle persone e delle bestie indemoniate.
L'antica chiesa era gremita di fedeli; donne pallide col ventre gonfio per le febbri di malaria, uomini smilzi in corpetto di scarlatto, le gambe secche e dritte come quelle dei cervi. I nostri pellegrini si notavano quasi per diversit di razza, e le donne, pur pregando immobili col viso austero nell'aureola gialla delle bende inamidate, osservavano con malizia il feticismo delle Baroniesi per il loro grande Cristo che a dire il vero inspirava un certo terrore, cos grande e pallido com'era nel chiarore dei ceri, sopra l'antico altare, sotto la tenda che lo nascondeva tutto l'anno, sollevata adesso per la sacra occasione. Alcune vecchie gemevano sommessamente, guardandolo, altre donne baciavano il suolo senza osare di sollevare gli occhi fino a Lui. E tutte pregavano battendosi il petto, mentre fuori nello spiazzo gli uomini meno religiosi si aggruppavano attorno ai venditori di vino e di torroni, e i fanciulli all'ombra delle tettoie di frasche ascoltavano un cantastorie girovago. Dall'estremit dello spiazzo si vedeva il monte bianco e verde incombere sul paese in rovina, e un palmizio protendersi da un muricciuolo come per ascoltare l'insolito bruso del luogo tutto l'anno deserto.
Ma a un tratto, mentre i sacerdoti dentro chiesa riprendevano a cantare il Vangelo dopo il sermone, una donna sal correndo da una straducola erta, irruppe in mezzo agli uomini che bevevano il vino bianco versato da un rivenditore, e domand ansando se c'era per caso il dottore di Orosei.
- Che c' stato, Patti?
- Il cavallo di uno straniero ha dato un calcio al nipotino di Efiseddu Portolu. Il bambino sembra morto. Correte...
Essi corsero, qua e l, in chiesa e per il paese: ma il dottore d'Orosei non c'era.
In un attimo la notizia si sparse tra la folla: quando prete Fila, pi che mai nero fra i suoi paramenti bianchi, si volse a benedire, vide le donne, prima cos assorte, volgersi indietro e bisbigliare, e istintivamente guard dove poco prima aveva veduto Istevene inginocchiato con la berretta sull'omero.
Istevene non c'era pi.
Allora prete Fila sent un colpo al cuore e cap che una nuova disgrazia era accaduta. Le ginocchia gli si piegarono; parve cadere in avanti, ma tosto riprese l'equilibrio e inton la preghiera con la voce tremula come il belato di un capretto.
Quando s'alz vide che la chiesa era gi vuota: anche il parroco, chiamato da un cenno silenzioso, era corso via per leggere il Vangelo sul corpo del bambino colpito dal puledro di Istevene: gli altri preti s'eran gi spogliati e s'affrettavano a uscire.
Ma compare Zua vigilava sul suo vecchio amico come sul suo stendardo; lasci questo appoggiato fra i suoi compagni bianchi e azzurri, and dal prete che si spogliava tremando e gli tir al di sopra del capo il camice arrovesciato.
- Compare Fila!
- (Compare meu)!
Compare Zua credette che compare Fila sapesse gi tutto, e aiutandolo ad abbottonare la sottana gli disse sottovoce:
- E adesso quel matto bench abbia visto che il bambino  morto  corso sul suo cavallo del diavolo a chiamare il dottore di Orosei. Vedrete che qualche altro malanno accadr...
Il prete cadde seduto su uno scanno dell'antico coro tarlato. Tutto scricchiolava attorno a lui, sopra di lui, sotto i suoi piedi, nell'antica sagrestia, in tutto il mondo.
- Il bambino  morto? Quale?
Compare Zua, curvo ad abbottonargli ancora la sottana come ad un bambino, riprese:
- Il nipotino di Efiseddu Portolu, quello che aveva ospitato Istevene senza conoscerlo. Il puledro gli ha dato un calcio alla testina...
Prete Fila non disse pi parola, ma appoggi la testa al coro e mentre il viso gli diventava nero come il legno, la bocca si contorse a uno sbadiglio. Parve morire. Compare Zua gli vers il vino della messa entro la bocca violetta, ma il liquido scese in due rivoletti gi pei solchi profondi intorno al mento, cadde a terra come era caduto il sangue di Cristo.
Il vecchio non rinvenne... La chiesa era vuota; la folla era corsa tutta sul luogo della disgrazia e riempiva gli orti, i cortili, la casa del patriarca ove le donne piangevano attorno ai focolari su cui ancora bollivan le pentole per gli ospiti maledetti.
Il bambino morto era deposto su un letto, coperto da un fazzoletto a frangia da cui uscivano i piedini calzati da scarpe con chiodi lucenti: il vecchione gli sedeva accanto, a occhi chiusi, con la bocca che pareva ruminasse: e ogni tanto stendeva la mano come per allontanare qualcuno, mentre il bel prete grasso, in piedi davanti al cassettone antico, leggeva il Vangelo, poich la voce era corsa che il puledro aveva in corpo lo spirito del padrone avaro, non accolto n in cielo n in terra.
Istevene intanto, curvo sulla sella, correva verso Orosei domandando a tutti dov'era il dottore: quando l'ebbe trovato torn indietro deciso a passar dritto davanti al paese ed a scappare; ma allo svolto sotto il castello trov l'Orotellese che l'aspettava per dirgli che prete Fila stava male.
- Non vuol pi uscire di chiesa e dice stramberie. Vieni.
Dopo che Istevene ebbe legato e quasi nascosto dietro un dirupo il suo puledro, andarono.
Prete Fila stava ancora seduto sul coro, a occhi chiusi, ruminando come il nonno del bambino morto, ma quando Istevene impacciato si curv e gli mise una mano sull'omero, balz come toccato dal fuoco e parve diventar lungo, terribile e grandioso come il Cristo di l sopra l'altare. Mise le mani sul petto di Istevene e lo spinse indietro fissandolo con occhi minacciosi.
- Va! Confessa! - gridava. - In mezzo alla chiesa, davanti a Cristo!
Compare Zua li seguiva, accennando a Istevene di star zitto, e diceva sottovoce a entrambi:
- Compare Fil! Non gridate, non fate scandalo. Istevene, s' messo in mente che tu abbia rubato il puledro e che Cristo ci punisca tutti perch sei venuto alla festa a cavallo del peccato mortale...
-  cos! S! Confessa in mezzo alla chiesa! - ripeteva prete Fila, sempre spingendo Istevene che indietreggiava senza oppor resistenza.
Cos lo ridusse fino all'uscio che compare Zua aveva chiuso a chiave.
- E finitela, compare Fila! Cose del mondo...
- Confessa!
- E contentalo, Istevene! E confessa a lui - consigli compare Zua, calmo, quasi divertendosi alla scena.
- S,  vero! - confess allora Istevene, un po' ansando, accomodandosi la berretta contro l'uscio. - L'avevo da un mese, nascosto, e adesso ch' morto il padrone l'ho tirato fuori. Ma oggi stesso lo restituir ai parenti...
Ma siccome prete Fila, diventato quasi maniaco, insisteva e gridava perch Istevene confessasse davanti a tutti, compare Zua gli tur la bocca con la mano lo trascin indietro, lo fece di nuovo sedere sul coro.
- E tacete - gli disse, curvo, guardandolo negli occhi. - Siamo tutti peccatori! Cose del mondo! E chi ha peccato con la serva, e chi ha preso il cavallo all'avaro, e chi questo e chi quello! E io? Ne ho una bisaccia, di peccati! E voi? E per questo c' bisogno di venire a far scandali in una festa? In luogo straniero? Be', zitto e fermo se no vi lego! Cos, un po' ridendo un po' sul serio, riusc a calmarlo.
Istevene era gi andato via, passando dietro il paese, per non esser pi veduto dai compagni. And per riprendere il puledro e riportarlo ai parenti dell'avaro: ma cerca, cerca, l'animale non si trov pi. Qualcuno l'aveva rubato.



"UN PO' A TUTTI"

Per la festa di Sant'Anastasio le famiglie anche le meno abbienti del villaggio, anche quelle che eran cariche di debiti o che avevano i figli agli stud, apparecchiavano la tavola, vi mettevan su mucchi di focacce, taglieri colmi di carne arrostita allo spiedo, formaggio, giuncata, vino e miele, e aprivan la porta a chi voleva entrare a banchettare. Gli ospiti venuti dai paesi vicini, i poveri e i monelli del villaggio accorrevan come mosche: pi ne venivan pi i padroni erano contenti, non solo, ma nel pomeriggio, mentre le campane suonavano a distesa e pareva annunziassero che nel mondo triste era finalmente cominciato il regno di Dio, intere giovenche e colonne di focacce venivano distribuite a porzioni eguali (perci la festa si chiamava (de su corriolu), da brano, porzione di alcuna cosa) agli ospiti e ai poveri che cos portavano a casa, ai vecchi invalidi, agli infermi, alle donne vergognose, la cena e anche il pranzo per l'indomani.
Sennra Rughitta, la moglie del proprietario Costantino Fadda, teneva molto a questa festa che le permetteva di mostrare al paese tutto il suo benestare e come non occorra esser nobili per non far calcolo del denaro. Fin dall'alba ella correva di qua e di l, piccola, grassa e bianca nel suo costume marrone orlato di violetto, con le trecce nere oleose attorte come cordicelle sulla nuca prominente; litigava col marito che non voleva tutta quella baraonda in casa, correva al balcone per vedere se arrivavano ospiti.
Dopo tutto, quattro quinti del patrimonio erano suoi: ella faceva la festa anche per dimostrare la sua padronanza al marito, e il marito ogni anno se ne andava in campagna per evitare litigi.
- Basta che io apra la bocca, ecco lui, il cinghiale, che grugnisce e scappa, - ella si lamentava col servo che scuoiava un montone appeso ad un piuolo nel cortile, mentre la serva anziana attizzava il fuoco sotto la caldaia; - mi vorrebbe murare viva, come donna Maria di Gdula; ma io ho denti buoni, li vedete, e so morsicare, mi morsichi la volpe! Va, egli se n' andato, al predio dice lui, e dice che non torner pi in paese. Selvatico e prepotente lo , s, ma a me non importa. Io non vivo del suo: ed egli non vuol bene neanche a suo figlio...
- Perci lo hanno bene soprannominato (Palasadie), che d le spalle alla luce del giorno - disse la serva curva sulla caldaia come una fattucchiera. Ma la padrona non permetteva che si parlasse male di suo marito.
- Costantino Fadda si ride della gente del paese, capito hai? I nobili morti di fame non son degni di levargli lo sprone, a mio marito, e mio figlio, Istasi mio, potr sposare una dama del continente. Ma dov' Barbara? Istasi mio, dov'?
Con un grido d'amore materno si slanci alla ricerca del figlio, non dimenticando di mettersi un fazzoletto di seta intorno al capo, delle volte le vicine non la vedessero alle finestre.
La serva disse sottovoce:
- Ella parla cos dei nobili perch  figlia di magnani. E lo voleva lei, il nobile, s, anche se spiantato e libertino; don Micheli voleva, ma persino don Micheli le ha fatto la corte per burlarsene.
- Sta zitta, tentazione nera - disse il servo stendendo al sole la pelle violetta del montone.
Ed ecco che proprio don Micheli pass nella straducola rocciosa in fondo alla quale rumoreggiava un torrentello verde: e pareva venir su come un fauno dai boschi, grosso e zoppicante, con la barbetta in su sul viso rosso e gli occhi luminosi di sparviero. Salut e appoggi la mano al bastone ficcato fra due pietre della strada; e sorrideva alla donna, dal basso, guardandola come la volpe l'uva.
- Non m'invita, sennra Rugh?
- Che ha bisogno della mia miseria, don Mik? - ella disse, curvandosi come affascinata sul balcone. - Lei, s, avr un bel banchetto come quello di Ges quando moltiplic i pani...
- Sempre beffarda, lei, signora Rugh! Ebbene, vengo? E Costantino? E il piccolo Anastasio come va?
- Bene. Guardavo appunto. Chiss dov', Istasi mio...
Al ricordo del figlio e anche perch sulle porticine delle casupole di fronte apparivan curiose le vicine, indugiandosi con la scusa di mettere al sole i canestri d'asfodelo tessuti da loro, ella si ritrasse e and alla finestra verso la montagna. Orti e terreni coperti di macchie si stendevano fra la casa e la montagna, e sotto un ontano, in riva al torrentello verde, la bella e sottile Barbara, vestita per voto da monaca ma col fazzoletto scuro sollevato sui folti capelli dorati, si faceva baciare e ribaciare dal padroncino Istasi.
Il luogo era adatto all'idillio ed anche alla tragedia: in cima agli ontani e ai noci che scintillavano al sole obliquo sulla valle passavano le nuvolette bianche di primavera; e sullo sfondo il monte di Gdula, che la popolazione riteneva un vero castello ciclopico, sorgeva con le sue torri di granito fuor da una fascia di boschi selvaggi.
Intorno a Barbara e ad Istasi pareva che la vegetazione e l'acqua ridessero di gioia; dietro i cotogni nani, curvi sotto il carico dei fiori luminosi, le canne su cui brillava la rugiada rossa e violetta si sbattevan per scherzo le foglie una contro l'altra e pareva che alcune dicessero "andiamo di qua" e altre "andiamo di l" attirandosi e spingendosi a vicenda folli del vano desiderio di volare.
Istasi, con una mano fra i capelli e l'altra sull'orecchia di Barbara, tentava di morsicarle la guancia rosea umida della bava di lui. Egli aveva dieci mesi e faceva i denti: tutto quindi era buono da morsicare, per lui, e dopo la guancia che non dava appiglio fece un tentativo sul naso delicato la cui punta ricordava quella di una pallida susina; ma Barbara fu pronta a tirar la testa indietro ed egli la guard meravigliato e contrariato, con gli occhioni foschi nel viso bianco e gonfio. Per, ai cenni di lei, che gridava ammiccando: "Quello anche? Quello anche?" Istasi si mise a ridere, con un gorgheggo d'uccellino, e in segno di gioia cerc di afferrarsi il piede; ma poi vide una foglia cadere e stette immobile a fissarla.
Anche la fanciulla, mentre lo reggeva per le ascelle ed egli ricominciava a muovere i piedini e le manine, guardava lontano con occhi infantili, lass verso il castello fantastico ove da secoli donna Maria di Gdula gemeva murata viva dal malvagio marito. Nelle notti di vento il gemito dell'infelice arriva fino al paese e i noci e gli ontani gli fan coro; Barbara non ricordava, nei suoi sedici anni di vita, un'impressione pi profonda di quella che le destava la voce misteriosa: anche di giorno le pareva di sentirla, e il suo cuore semplice ne soffriva come di un dolore proprio. Le sarebbe piaciuto volare, come i corvi ed i nibbi, fin lass, e liberare la povera anima; ma n corvo n nibbio era; una debole canna era, ferma nel suo cantuccio sebbene con tutte le foglie frementi.
La voce della padrona la richiam, ed anche Istasi si volse a sorriderle; entrambi risalirono baciandosi e ridendo il sentieruolo fino alla casa, dove i gridi d'amore della madre accolsero il bambino, - il bello grande, il predio, il tesoro di chiesa, la stella del mattino, - senza che egli si commovesse. Non aveva fame, e solo continuava a morsicare il viso di Barbara.
- Eccolo, - disse la madre gelosa, - anche lui come il padre; non mi vuol bene, mi cerca solo quando vuol succhiare.
Lo strapp alla servetta e denud il seno bianco e violaceo; ma il bambino ogni tanto abbandonava il capezzolo per volger la testina e sorridere a Barbara.
- Vattene, piedi di pavone, - disse la madre gelosa, - aiuta ad apparecchiare; mettete le posate buone.
Ma appena Barbara si allontan, strascicando i piedi davvero un po' larghi, Istasi cominci a piangere, e la madre dovette ridarglielo.
- Va, vattene fuori, piedi di pavone.
Barbara usc nel cortile e cominci a dondolare il bimbo, canticchiandogli sottovoce una canzonetta di sua invenzione:
- Stasera torna babbi, e ti porta un bel cavallino, e sul cavallino una bella bisaccia, e dentro la bisaccia una tortorella...
A mezzogiorno cominci ad affluire la gente, non molta come desiderava la sennra Rughitta, ma abbastanza per animare la tavola; don Micheli tenne la promessa, arriv, si mise a capotavola come fosse il padrone lui, cominci a dire insolenze ai poveri chiamandoli coi nomi dei dodici apostoli.
L'intervento del suo antico spasimante confort la sennra Rughitta che origliava all'uscio e rideva turandosi la bocca coi lembi del fazzoletto per non farsi sentire. Per nulla al mondo si sarebbe lasciata vedere nella stanza da pranzo mentre c'era lui, ma ogni tanto mandava le serve perch aveva paura che le portassero via le posate. A un tratto sent don Micheli, che non mangiava ma beveva molto, sospirare profondamente e dire a Barbara:
- Avvicnati, bambina; io sono venuto per te, bella come il sole, e tu neppure mi guardi. Avvicnati, ch hai una cavalletta sul corsetto...
I commensali sghignazzarono, Barbara diede un grido.
- Don Micheli, non mi tocchi! Le mani secche!
Donna Rughitta rimase male: quel libertino si credeva nella strada? Ella non entr per protestare, ma usc rossa nel cortile e mand l'altra serva a chiamar Barbara.
- E tu sta attenta per le posate. Una volta un nobile spiantato, ad un banchetto, si nascose un cucchiaio d'argento nella scarpa...
L'allusione era evidente, e non contenta di questo la sennra Rughitta caric Barbara d'improper.
- Cosa ti credi? Di poter diventar dama? Mangia, che ti si mangino i corvi, e va fuori, piedi di pavone.
Barbara non rispose, ricordando che il padrone quando la sennra Rughitta sgridava lui o i servi, si metteva ironicamente un dito attraverso le labbra accennando a tutti di tacere; e dopo aver mangiato dal canestro col servo, che per poterla toccare anche lui le diceva che aveva una formica sul braccio, prese dalla culla il bambino e torn sotto l'ontano.
- Babbi torna stasera, e porta un bel cavallino...
Il meriggio stendeva un velo d'azzurro cinereo sul paesaggio primitivo, e l'acqua del torrente, gli alberi e i fiori, tutto sembrava di quel colore. Il rumore dell'acqua si fondeva col lamento lontano di una fisarmonica, ed a Barbara veniva da piangere; non che fosse triste per gl'insulti gi dimenticati della padrona, ma perch si sentiva anche lei avvolta da quel velo, penetrata da quel lamento lontano. Persino Istasi aveva smesso l'idea fissa d'acchiapparsi i piedini; immobile a pancia in su, con un dito in bocca e gli occhi fissi al cielo, mormorava come cercando di imitare il ronzio delle api intorno, ma a poco a poco tacque e abbass le corte ciglia d'oro. Tutto fu silenzio. Barbara sognava di andar su, su, per il sentiero fra i corbezzoli e i mirti di monte Gdula, con Istasi fra le braccia: ogni rupe aveva scolpita in cima una testa di donna che gemeva con un lamento lontano di fisarmonica...
Ma arrivata quasi in cima cadde e si svegli di soprassalto. Accanto a lei, seduto sul macigno ma coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, stava un uomo vestito d'un costume nero sul quale spiccava il collarino bianco dalle punte rivoltate e fermato con due bottoni d'oro: era cos piccolo ed agile che sembrava un ragazzo, e di ragazzo parve il suo sorriso nel veder la sorpresa di Barbara.
- Padrone! Ma non eravate nel predio? Non dovevate tornar mai! - ella disse ingenuamente.
- Mala Pasqua, a qualcuno farebbe piacere ch'io non tornassi! Ero dove mi pare e piace. E l, nell'inferno, chi c'?
Barbara cominci a nominare i commensali; egli sputava per terra e faceva smorfie di nausea con le labbra rosse e carnose; ma quando sent il nome di don Micheli si sollev acceso in volto, battendosi le mani sulle ginocchia.
- Malanno che non passi, a tutti! E cos' venuto a fare in casa mia quell'affamato? Il veleno dovevate dargli. Chi lo ha invitato?...
Barbara sper di calmarlo dicendogli innocentemente ci che aveva appreso dall'altra serva:
- Sennra Rughitta stessa lo ha invitato, stamattina, dal balcone...
Ma egli balz in piedi morsicandosi la nocca dell'indice e si volse minaccioso verso la casa, imprecando.
- Non fate scandali, adesso - consigli Barbara. - Abbiate pazienza, padrone; sennra Rughitta  buona, e la collera le passa presto. Sedetevi, state qui tranquillo: una porzione di disgrazie l'abbiamo tutti, ricchi e poveri... Un po' per uno...
Egli torn a sedersi, come calmandosi alle parole di lei, e le pos una mano sulla spalla, avvicinandole il viso al viso. Ella sentiva l'alito caldo di lui, ma non si mosse per non svegliare il bambino.
- Te dovevo scegliere, Barbara, e non la figlia del magnano. Guarda come ti sta bene quel bambino in grembo, come un fiore nel cespo...
- Voi scherzate, padrone...
- Non scherzo, rosa mia...  da molto che mi piaci... Se tu volessi... Barbar!... Ce l'hai un portamonetino? Ci metter dentro un marengo d'oro...
Barbara cominci ad aver paura; ma una paura piacevole come quella che le destava il vento con la voce di donna Maria di Gdula. Si mise a ridere, ma i denti le battevano.
- Se vi sente sennra Rughitta!...
- Ai corvi sennra Rughitta! Sono stanco di fare il suo servo. Voglio godere anch'io la mia parte di bene... Ce l'hai dunque il portamonetino?  un marengo trovato lass, al castello, forse perduto da qualcuno che ha scoperto un tesoro. Lo tieni cos, per bellezza. Guardiamo se ce l'hai...
Con la scusa di palpare sulla saccoccia di lei la cinse tutta ed ella sent un fremito dai piedi alla testa.
- Se vi vede sennra Rughitta!...
- Al purgatorio, sennra Rughitta! Se tu mi vuoi bene ed hai paura di lei io la faccio murar viva come donna Maria di Gdula...
Allora Barbara balz su atterrita e corse via col bimbo che si svegliava e piangeva. Corse, corse, senza volgersi indietro, depose Istasi nella culla e and via, a casa sua. L si accovacci piangendo in un angolo, con le parole del padrone che le muggivano entro le orecchie e un tremito di dolcezza e di desiderio nel sangue: e non volle dire a sua madre perch era scappata, finch la sennra Rughitta stessa in persona, con lo scialle sul capo, non venne a cercarla.
- Ebbene, che c'? Ti sei offesa perch ti ho messo in avvertenza contro quel libertino di don Micheli? Ma io voglio il tuo bene; ti tengo come una figlia. Matta, matta, alzati e vieni; Istasi mio piange da creparsi e morr se tu non torni. Figlia d'oro, bisogna che tu pure mi compatisca: un po' di disgrazie le abbiamo tutti, ricchi e poveri. Dio, quando ha creato il mondo, ha fatto anche lui una festa, come oggi; ha distribuito a tutti la loro porzione... Disgrazie e pazzia, un po' a tutti...
- S, - ripeteva servilmente la madre, - un po' a tutti, a ricchi, a poveri, a servi, a nobili...
- A questi pi di tutti! - grid sennra Rughitta, mentre la donna prendeva su Barbara per il braccio come un'anfora e la scuoteva violentemente.
- Su, matta, cammina. Va!
E Barbara and, e poco dopo torn tutta rasserenata col bimbo su un braccio e un involto sull'altro; la sennra Rughitta mandava alla povera casa la porzione di carne e di focacce.
I poveri intanto si affollavano sotto il balcone, nella straducola in fondo alla quale il torrentello passava roseo al tramonto. Passava, passava, il torrentello, attraversava l'orto, s'incupiva come un nastro cremisi sotto gli ontani e i noci, davanti al macigno sul quale l'uomo sedeva ancora, come in agguato, aspettando...



"LIBECCIO"

Da tre giorni un libeccio furioso sbatteva il mare selvaggio contro la terra nuda: la piccola rada circondata di capanne pareva deserta come lo era tutto l'anno e solo le voci del vento e delle onde urlavano nello spazio.
I due amanti si vedevano tuttavia all'aperto, fra gli scogli. Il primo a scendere fu l'uomo. Cauto, agile, stendendo di tanto in tanto il braccio come per assicurarsi che non c'era nulla di pericoloso intorno, and a buttarsi sulla sabbia nera, all'ombra. Di l vedeva alla sua destra i monti lividi, sul vicino orizzonte, sotto le nuvole correnti: la luna nuova gettava ombre dorate su tutto quel caos violaceo di pietre che dal versante ripido scendeva poi al mare e terminava in una lunga fila di scogli, a sinistra. Gli scogli bevevano le onde balzanti e le vomitavano come mostri sazi.
L'uomo guardava verso le capanne silenziose, e gli pareva di sentir gemere, fra il rombo del vento e del mare. Forse era qualche malato, perch i bagnanti eran quasi tutti paesani infermi venuti dall'interno, da lontano, sui carri, sui cavalli pazienti, per tentare di curarsi. Forse era lo stesso marito di lei, piagato e impotente come un lebbroso, che si lamentava tormentato dal tempo. Ecco perch ella tardava.
Ma l'uomo non era impaziente per questo. Tardasse o no, ella doveva arrivare; ed egli pensava all'(altra), a quella che egli non aspettava e che non sarebbe mai arrivata, sebbene fosse l, a due passi, pi vicina dell'amante.
Si volse bocconi col viso fra le braccia e mastic la sabbia salata. E di nuovo mentre il rombo del mare e l'ansito del suo cuore si fondevano in una vibrazione sola, in un rumore che pareva sotterraneo, il gemito, come condotto appunto dalla terra, giunse fino a lui.
Egli balz ascoltando: ma nell'aria solo il mare e il vento urlavano fra loro.
La luna scendeva lenta, fra la cenere delle nuvole, a momenti rossa come una ferita, a momenti azzurra come un occhio di bambino: spariva, si riaccendeva, pareva avesse paura a toccare l'abisso agitato, ma le onde si slanciavano verso di lei con ira, con desiderio, e poi le si spianavano sotto tremule di sangue e di lagrime.
L'uomo si butt ancora gi e sent di nuovo il gemito: allora si alz e and a guardare. Una donna stava seduta sulla sabbia, con le braccia intorno alle ginocchia, la testa avvolta in un drappo sbattuto dal vento, e guardava il mare. Egli la riconobbe e sent subito che quella notte doveva sciogliersi il nodo del suo destino.

Si butt sulla sabbia accanto a lei e gli sembr che tutto intorno, il mare e il cielo, tutto fosse mosso dalle ali nere del drappo che le si sbatteva sul capo. Il naso duro di lei, le labbra sporgenti, si disegnavano sul vuoto livido come il profilo d'una medaglia sul bronzo.
- Come sta tuo cognato? - domand l'uomo.
- Tu dovresti saperlo pi di me!
- Come pi di te? Perch pi di te?
- Perch con mia sorella tu vai d'accordo pi che essa non vada con me! Cos!
Il vento le portava via di bocca le parole aspre. L'uomo le si accost di pi, quasi con la testa sotto i piedi di lei e la guard di sotto in su.
- Che cosa  successo, Agata? Perch sei cos stanotte? Perch sei qui, sola? Non hai, come dicesti tante volte, paura di tuo marito? Dov', lui?
- Come sei curioso, Diego! Egli, s, anche stasera mi disse che se mi vede con te mi uccide: uccide me, sai, non te. Non aver paura, dunque.
Egli le balz inginocchiato davanti, tremante e feroce. Gli sembrava di affondare nella sabbia, davanti a lei, e ch'ella dovesse calcare i piedi sopra di lui per sprofondarlo meglio.
- Agata! Che  accaduto? Lo voglio sapere! Ti ho sentito gemere, sai: tu stai l, adesso, come sempre, fredda come una statua, ma il cuore mi dice tutto. Tutto! Parla, Agata, o stanotte succede qualche cosa.
- Ma nulla, ti dico! Abbiamo un po' questionato, con lui, perch  andato l, da mia sorella, con la scusa che mio cognato sta male. Io non volevo. Sai che siamo in lite, con mia sorella, lo sai: sai tutte le cose da lei. Allora dissi a mio marito: "S, tu va pure, veglia pure quel buon uomo e lasciami sola. Far venir Diego a tenermi compagnia!". Com' diventato! Come quel mare, livido, nero. "Fa pure" mi disse, "se ti vedo con lui ti uccido. Lui lo lascio in vita perch continui a divertirsi con le donne maritate".
L'uomo abbrancava pugni di sabbia che poi sbatteva davanti a s. No, non era questo soltanto. Sentiva che la donna mentiva e voleva saper tutto. Torn a buttarsi gi, cerc di calmarsi.
- E tu sei venuta fuori, ti sei messa l, al vento, mentre nelle sere belle non ti si vede mai. Perch?
- Per sfogar la rabbia! Non lo vedi?
- E se tuo marito adesso ritorna e ti vede con me?
- Mi uccide.
- E tu sei contenta?
- Molto, Diego. Che cosa faccio, viva, io? Nessuno mi vuol bene. Tu mi conosci, da piccola. Siamo vicini di casa, laggi! Io ero fidanzata con un uomo ricco e lei, mia sorella, me lo ha preso. Buon pro le faccia, per, quell'uomo: le si  marcito fra le mani come il frutto troppo maturo! Poi ho sposato un uomo che non mi vuol bene: tenermi sotto i piedi, s, ma volermi bene, no. Tu lo sai, Diego, lo sai da mia sorella. Tutti andate da lei come dall'ostessa che ha il vino forte.
- Zitta, Agata! Se andiamo da tua sorella  perch ti rassomiglia: si beve il vino cattivo solo perch rassomiglia al vino buono.
- Zitto tu! Tutti voi uomini parlate cos ma non tutte le donne vi credono.
Egli sospir ansando, mordendo di nuovo la sabbia ai piedi di lei.
- Agata, se tu volessi! Agata, se tu non fossi una donna di legno! Io per te... non so cosa farei... non so! Qualche cosa che nessuno ha fatto.
Ma Agata s'era alzata e spiava con le vesti buttate in l dal vento. Passarono alcuni momenti. L'uomo aveva l'impressione che Agata dovesse volar via, portata dal vento: se non la prendeva in quel momento non l'avrebbe avuta pi: eppure non osava toccarla. Ella torn ad accovacciarsi.
- Credevo fosse lui.
- Ma hai paura davvero?
- No, ti dico. Se avessi paura non sarei qui. E star qui finch lui torna: voglio morire... voglio morire...
- Agata! Tu piangi? Agata? Agata?
E anche lui si accovacci accanto a lei, e formarono un solo dolore, un solo tormento nella notte tormentata, uniti congiunti in mezzo a tutto quel dolore notturno come il doppio seme entro il nocciolo di un frutto.
Agata piangeva sulla spalla di lui e gli raccontava la sua pena.
- Io non volevo venire, qui, sai? Tu sai tutti i nostri affari; siamo vicini di casa! Ma il dottore disse:  debole, portatela al mare. Allora mio marito volle venir qui, perch venivano anche loro, mia sorella col marito. Io dicevo: andiamo in un altro posto; ma dovetti ubbidire. Egli voleva costrurre la capanna accanto alle loro, ma poi pens ch'era meglio farla lontana perch io non vedessi... E cos anche tu sei venuto, Diego, ma non per me.
Lo respinse a un tratto, mettendogli le mani sul petto, ma egli la riafferr, silenzioso, la serr a s, silenzioso. Tremava tutto, a occhi chiusi. Vedeva tutto lagrime e sangue, come l dentro il mare.
- Cos, se egli mi uccide son contenta. Cos morr anche mio cognato e (loro due) potranno sposarsi. E tu sarai contento con loro!
Torn a staccarsi e rise, col viso al cielo, ebbra di dolore. Egli la costrinse a rimettere il viso sulla sua spalla e tacque. Taceva e tremava, morsicandosi le labbra ancora salate di sabbia.
Il vento si aggirava intorno a loro come una belva saltellante; ma non riusciva che a mordere le loro vesti, i loro capelli: l'anima rimaneva immobile, sprofondata nell'orrore del turbine come lo scoglio l accanto.
Finalmente l'uomo parve calmarsi: riapr gli occhi e aggiust il drappo intorno alla testa di Agata.
- Senti, vedrai che tutto finir. Abbi fede in me. Ritorner tutto come prima, quando eravamo ragazzi, ricordi? Io venivo al muro, fra il vostro orto e il nostro, e tu sfregavi fra le tue mani il girasole per coglierne i semi. Ti rammenti, Agata? Ma voi eravate ricchi e noi poveri, e tu non mi hai voluto. Volevi il vecchio ricco! Dio paga questi peccati, Agata! Ma adesso hai espiato abbastanza. Adesso tu vai l, dentro la mia capanna, e non ti muovi pi. Hai capito? Devi ubbidire anche a me, almeno una volta! Questa volta sola!
Con sorpresa vide ch'ella ubbidiva. La condusse alla capanna e la chiuse dentro. Egli torn al punto dond'era partito: si butt di nuovo sulla sabbia e di nuovo il rombo del mare e del vento si confuse con l'ansito del suo cuore.

L'amante tard ad arrivare, quella notte. Aveva la stessa figura della sorella, lo stesso drappo in testa, ma pi chiuso, in modo che si intravedeva appena il luccichio degli occhi, come su una maschera nera.
Accorgendosi che l'uomo tremava convulso gli baci la mano.
- Sei in collera perch ho tardato? Ma lui sta male: anzi bisogna che torni subito. Ho paura...
- Di chi, paura? Di lui? O dell'altro?
- Diego! Perch parli cos? Che cosa ti hanno raccontato?
- Vieni nella mia capanna e te lo dir. Ubbidisci...
E anche lei ubbid. Andavano verso la capanna, spinti dal vento. Il marito d'Agata, intanto, era tornato e non trovando la moglie la cercava, armato. Vide i due, da lontano, e li aspett. Quando furon vicini mir sulla donna, e il lampo rosso della fucilata, mentre lo scoppio si perdeva nel rumore del turbine, illumin la sua figura alta e scura, il viso di bronzo, gli occhi lividi, e il viso bianco e dolce e gli occhi dorati e spauriti della vittima che cadeva in avanti a braccia aperte. L'amante la sollev, poi la lasci ricadere, ed ella rimase cos, sulla sabbia, come una croce nera.



"LA MOGLIE"

Un carro sardo tirato da due piccoli buoi biancastri attraversava lentamente la pianura.
Ricordo come fosse ieri; noi andavamo a piedi ad una vigna e raggiungemmo il carro, tanto questo andava con lentezza pesante. Lo guidava un uomo alto, vestito d'un costume rosso, con una larga barba grigia-rossastra dalle punte attortigliate. Sul carro sedeva sopra un sacco di lana a righe nere e gialle una donna non pi giovane: gli occhi, per, castanei limpidi in un viso maschio marmoreo avevano una luce ardente di passione e di giovinezza. Vestiva il costume di Mamoiada, col corsettino di broccato a due punte che d l'idea d'un calice di rosa spaccato: teneva le mani sotto il grembiale.
Era d'autunno inoltrato; gli alberi conservavano ancora tutte le foglie che sembravano di rame, e i vigneti vendemmiati stendevano quadrati rugginosi sul fondo verdognolo del piano; e su tutte le cose il cielo latteo versava un silenzio ed una luce quasi lunare.
La serva che era con noi, dopo aver fissato con curiosit la donna dal viso marmoreo, le rivolse la parola.
- Di dove vieni? Sei ammalata?
Un sorriso di gioia infantile anim il viso della donna.
- Malata sono stata: ora sto bene: vengo dalla reclusione.
- Perch mi rispondi cos? - disse risentita la serva.
- Tu credi sia una mala risposta? Eppure  la verit.
La serva cominci a strillare.
- Perch gridi, sciocca? - disse la donna. - Al mio posto avresti fatto lo stesso.
- Chi lo sa?
- Lo so io: perch sono donna, e donna sei tu pure.
- E che cosa hai fatto?
La donna agit le mani sotto il grembiale, rise, guard in alto, come seguendo con gli occhi il volo dei corvi sul fondo argenteo del cielo.
- Ho ammazzato una donna - disse tranquillamente; e siccome la serva continuava a strillare, corrug le sopracciglia e il suo volto si rifece duro.
- Ma sei matta? Perch gridi, figlia del diavolo? Tu mi ricordi quel gatto; s, quel gatto aveva gli occhi come tu li hai adesso: verdi come la foglia delle canne. Guardala, Simone.
L'uomo procedeva taciturno, indifferente; guardava lontano, davanti a s, alto e maestoso nel suo costume rosso e nero.
- Tu dunque hai ammazzato una donna? Perch l'hai ammazzata, si potrebbe sapere?
- E perch non si potrebbe sapere? Perch mi dava fastidio; era l'amica di mio marito.
- Oh!
- Ecco, io avevo quindici anni, anzi ne avevo quasi sedici. Non pungere i buoi, Simone, aspetta, piano, che sentano bene, tutti questi signori. Volete sedervi sul carro?  pulito. Io avevo dunque quindici anni e pi: (lei) ne aveva quasi trenta, lui venti. Sfido io se lo stregava. Era rossa come una melagrana. Egli tornava tardi, la notte, a casa, ed io avevo freddo. Lo aspettavo, lo aspettavo: le ore passavano lente come giorni di lutto. Allora io pensavo di ammazzarla. E pensavo: mi daranno venti anni di pena; torner a trentasei anni, ed egli ne avr quaranta. Allora (ella) non sar pi fra noi, ed egli mi vorr bene. Io pensavo cos, ma non so ancora se avrei avuto il coraggio d'ammazzarla, se essa non fosse venuta quasi ogni giorno a provocarmi. S, essa veniva a provocarmi: ora veniva con la scusa di chiedermi un po' di lievito o un po' di fuoco, perch stavamo vicine, ora con la scusa di cercare il suo gattino che veniva sempre nel mio cortile. Un gattino giallo, con gli occhi verdi, lo ricordo sempre.
- Aveva marito?
- No, non aveva marito. Era una mala donna, possibile che tu non abbi capito? Quando la vedevo mi si annebbiavano gli occhi e tremavo tutta; non vedevo altro che lei, in una nebbia di fuoco. Senti, un giorno venne con la solita scusa di cercare il gattino. Il gattino stava sdraiato nel cortile; anche mio marito stava al sole, nel cortile. Era una domenica dopo pranzo. Essa entr e disse: "Ah, vengo a prendere il gatto; sei sempre qui, piccola tigre?". Vedendola, il gattino balz, incurv la schiena e le si sfreg contro la sottana; anche mio marito s'alz e fece quasi lo stesso. Io stavo dentro in cucina, e mi parve che ella avesse detto per me "piccola tigre". Presi il fucile carico che stava appoggiato al muro, uscii di corsa nel cortile e sparai. La donna cadde morta, mio marito url come un cane. Io vedevo sempre quella nebbia di fuoco, in mezzo alla quale c'era lei distesa morta, con la faccia per terra. Il gatto, invece di fuggire, continuava a strofinarsi contro la donna uccisa; le andava in giro, e mi guardava con gli occhi verdi spalancati. Mi prese una rabbia contro quella bestiuola! Sparai anche contro il gatto, e la gente che accorreva dalla strada mi vide. E tutti cominciarono a urlare come cani rabbiosi, come volpi affamate. Venne anche un soldato; gir attorno a me, dapprima un po' alla larga, poi sempre pi vicino, pi vicino, come la volpe che gira attorno all'uva. Poi mi mise le mani addosso. Come, le mani addosso a me? Perch? Che forse io non so che devo andare dal pretore e poi in carcere? Che bisogno c'era di mettermi le mani addosso? Lo graffiai e corsi io stessa dal pretore; la gente mi veniva dietro, i fanciulli lanciavano pietre. Io avevo paura che mi condannassero a trent'anni. Torner vecchia, pensavo, ed anche lui, mio marito sar vecchio. A che servir allora? Mi dispiaceva di aver ammazzato il gattino, s, mi dispiaceva davvero. Tu ridi? Ti giuro, che io non possa arrivare a casa mia, che mi dispiaceva. Che colpa aveva quell'animale innocente? Da vent'anni a questa parte, ti giuro, ogni tre notti vedo in sogno quella povera bestiuola. S, - prosegu dopo una breve pausa, - nel dibattimento tirarono fuori anche la storia del gatto, ed il pubblico ministero disse che io ero crudele. Crudele! Mi fanno ridere questi uomini della giustizia! Io dissi: "Provatevi voi, monsignori, provatevi voi ad esser traditi e provocati, e vediamo che cosa fate! Ah, voi parlate l, dal banco, seduti, calmi; ma voi non sapete cosa sia la rabbia, l'ira, la gelosia, il dolore. S, anche quel gatto mi ha fatto rabbia; ora mi pento di averlo ammazzato; ma in quei momenti non si vede pi nulla. E il soldato, poi, perch veniva a mettermi le mani addosso? Non sapevo io il mio dovere? Era il re, e doveva arrestarmi, s, ma io sapevo il mio dovere e sapevo che Dio doveva assistermi". E cos mi presi venti anni di reclusione. Adesso ritorno. Ho passato il mare, ho veduto tante cose. Mi misero in libert a Nuoro, e mio marito venne col carro per ricondurmi al paese. Dopo tutto io sono sempre sua moglie: e la moglie  legata al marito, alle viscere del marito, come il bambino prima di nascere  legato alla madre. Non  vero, Simone?
Ma l'uomo andava, andava, taciturno e prudente, e la serva sventata disse:
- Mi pare che il condannato sia lui!



"I TRE FRATELLI"

Quasi tutti i giorni zia Carula andava dalla sua amica Pauledda con l'idea fissa di convincerla a prender marito. Le due donne avevano la stessa et, pi verso i quaranta che verso i trenta, ma mentre Pauledda rimaneva Pauledda, col semplice suo nome, e tutti ancora, compresi i bambini, le davano del tu, l'altra sposatasi tanti anni prima a un vedovo con tre figli gi grandi era diventata zia Carula, cio una donna anziana rispettabile.
Come tale la si vedeva spesso vestita a nuovo, con la benda candida inamidata, il corsetto di broccato, la cintura d'argento, camminare composta, rasente al muro, mandata da qualche giovane di buona famiglia a domandar la mano di sposa di qualche ragazza di non meno buona famiglia.
Per lo pi i matrimoni combinati da lei riuscivan bene; ella convinceva anche le ragazze pi ambiziose ad accettar il partito proposto da lei, fosse pure un partito scadente: rifiutando la sua domanda le facevano quasi un'offesa personale, e tornava quindi all'assalto fino a riuscire, contentando cos il pretendente e salvando il suo amor proprio.
Per Pauledda aveva parecchie domande, ma non osava presentarle, certa del rifiuto. Ogni giorno per nei loro innocenti colloqui l'argomento era sempre quello.
- Che vuoi, Carula mia, - diceva Pauledda, seduta a cucire sotto il pergolato che copriva tutto il cortile, - non tutte le donne sono nate per avere lo stesso destino. Io, per esempio, dopo aver passata tutta la fanciullezza a faticare ed a pensare agli altri, ricordati che famiglia numerosa era la nostra, adesso sono abituata a viver sola, e non posso sopportare la compagnia di nessuno. Sono tranquilla in casa mia, seduta come una signora sulla scranna, e mi pare di essere arrivata al porto dopo una tempesta. Ah, perch devo di nuovo rimettermi in alto mare?
Zia Carula, piccola e tutta scintillante nell'ombra ricamata di sole del pergolato, versava il suo caff nel piattino e soffiandovi su approvava.
- Sei una signora, s; stai bene, s, sulla tua scranna. Ma il marito  sempre il marito...
- Ne conosco io, di mariti, il lampo li morsichi!...
- S, ce ne sono, di libertini e scapestrati, ma per te ce ne sarebbe uno... che... lasciami finire, eh, non mi esce la peste di bocca... poi...
Ma Pauledda faceva tali gesti di protesta, col capo fine e bruno carico di trecce dure e strette come corde, che l'altra non osava proseguire.
- Tu mi conosci, Carula,  inutile. Ricordati: eravamo dieci, in famiglia; sette fratelli come sette giganti, e tre sorelle come tre stelle. Avevamo un discreto patrimonio, ma i giovani benestanti dicevano con disprezzo: quando sar diviso in dieci toccher un canestro di farro a ciascuno! Cos non mi volevano, perch ero quasi povera. Ed io passavo la vita a lavorare, e pensavo cose di piccola creatura, pensavo: se i miei compaesani non mi vogliono verr forse uno straniero, verr un ospite bello e ricco che si innamorer di me. Ma venivano gli stranieri, venivan gli ospiti, mi toccava di faticare per loro ed essi non mi guardavano neppure. Poi pensavo, - adesso che gli uccelli della fantasia son volati via, te lo posso dire, - pensavo: forse qualche notte un giovane perseguitato dal suo nemico, o dalla giustizia, si rifugier da noi, ed io avr cura di lui e quando tutto andr bene ci sposeremo. Com'era semplice, vero? Cos pass il tempo, tu lo sai, come il vento passa nell'aria. Mor mio padre, morirono le mie sorelle; venne l'anno del vaiuolo e la morte si port via i miei fratelli come l'avvoltoio affamato si porta via gli agnelli dall'ovile; io rimasi sola come il filo d'erba sul ciglione, esposta a tutti i venti, ma... il patrimonio non fu diviso! Allora i (partiti) fioccarono; tu lo sai, Carul, non tu sola ti cingesti la benda per venire qui a far la paraninfa... Ma ti dico e ti ripeto: gli uomini adesso mi fan dispetto, e quasi non serbo rancore alla sorte maligna che me li ha fatti conoscere. Essi mi vogliono, adesso, perch ho la roba. Andate, impiccatevi!
Ma la paraninfa sorrideva per lo sdegno di Pauledda: si alzava, deponeva la tazzina, s'accomodava la cintura e il grembiale.
- Tu hai ragione, Paul; ma se l'uomo fosse un ricco? Andria Maronzu, verbigrazia? Quello non sarebbe per la roba, certo.
Questo nome soltanto riusciva a placare il disprezzo di Pauledda per gli uomini. Un giorno ella complet le sue confidenze dicendo a zia Carula:
- S, quand'ero molto giovane pensavo a lui come al figlio del re: ma adesso anche lui per me  eguale a tutti gli altri: n lui mi vuole n io lo voglio.
Ma la donnina se ne and stringendo le labbra sotto il lembo della benda: ricordava uno dei "contos d'Isoppo" portati spesso ad esempio da zio Felix il potatore, di una volpe che non voleva l'uva perch non riusciva a prenderla.
Anche a casa sua ella parlava continuamente di Pauledda, della sua roba, delle sue doti di massaia, del suo disprezzo per gli uomini. I suoi figliastri spesso seguivano con attenzione i ragionamenti di lei; ma siccome ella aveva molta confidenza con loro e riferiva tutti i discorsi della sua amica, i giovanotti si beffavano delle fantasticherie giovanili di Pauledda.
- (Corfu 'e balla), voleva l'ospite, ma ricco! Se fosse stato un venditore di pale e palette di Tonara non l'avrebbe voluto - diceva Merziro, il maggiore, un contadino bonaccione, piccolo e roseo con una gran barba nera incolta.
E Taneddu il pi giovane, un adolescente ancora bianco e sbarbato, mentre si divertiva a incidere una (corredda) [16] per suo padre che prendeva tabacco, disegnandovi su un vaso di fiori e una colomba, diceva con malizia:
- Cos Dio m'assista,  il caso di correre una notte davanti alla casa di Pauledda e battere il portone fingendo d'esser rincorsi da un rivale. Quasi quasi lo faccio...
- Troppo giovane sei per lei, figlio mio - diceva seria seria la matrigna, mentre Merziro rideva battendosi i pugni sulle ginocchia.
- Una donna ricca come Pauledda ha sempre quindici anni!...
Predu Paulu, il secondo dei figliastri, coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, sputava fra le sue gambe aperte e taceva. Era un sornione, Predu Paulu; agile e pallido come il fratello minore, aveva la barba nera e l'astuzia del fratello primogenito; le chiacchiere della matrigna lo costringevano a pensare a Pauledda, e ricordando che una volta in paese straniero una donna lo aveva ospitato in casa sua, fasciandogli una ferita, pensava:
- A saperlo! Andavo da Pauledda, che ha le mani molli, mentre la mia ospite sembrava la madre dei venti, vecchia e scarmigliata com'era!

Pauledda cuciva nel suo cortile all'ombra del pergolato. Quando il portoncino era chiuso, a lei sembrava d'essere come una monaca nel suo chiostro, circondata dai muri alti del cortile e della casa che guardava sul monte. Il rumore del mondo le arrivava di lontano, come il rombo del mare o del vento nel bosco: buono a cullare i sogni di chi sta sicuro nel suo rifugio.
Il vento soffiava, infatti, in quei tiepidi pomeriggi primaverili, ma non turbava la quiete del cortile. Passava al disopra, il vento, agitando le foglie verdoline del pergolato che si sbattevano le une contro le altre, si abbassavano, si piegavano, si volgevano or qua or l, gialle di sole, pallide d'ombra, folli di vita e di passione ma sempre attaccate al tralcio scuro come gli uomini alla loro sorte; passava spingendo le nuvole d'oro che scaturivano come fiamme dalla montagna; passava portandosi via i profumi della siepe e il garrire delle rondini. E cos le ore passavano, portandosi via le speranze e gli affanni della gente. La donna si alzava di tanto in tanto, per andare a bere una tazza di caff, nella piccola cucina tiepida e ordinata; poi tornava a cucire, aspettando qualche visita. Questa era la sua felicit.
E le visite non mancavano. Erano le vecchie zie che tornavano dalla predica e ancora piangevano la morte e passione di Nostro Signor Ges Cristo, era zio Felix il vecchio contadino che potava gratis tutti i pergolati e le piante degli orti dei suoi conoscenti, eran le madrine dei fratelli morti di Pauledda, erano le coetanee di questa, tutte (prioresse) delle feste religiose del paese e della campagna. I discorsi erano innocenti, allegri: se per le vecchie zie di Pauledda si decidevano a parlare male di qualcuno era un disastro: lo prendevano vivo, lo lasciavano morto. Un giorno presero appunto a parlar male dei figliastri di zia Carula.
- Ti sembrano tanti studenti, agghindati, coi capelli unti, con la cintura stretta: sempre in giro, sempre in cerca di qualcosa come la volpe. Uno, quello che si crede Andria Maronzu perch gli rassomiglia, e fa il bello, Predu Paulu, dicono persino che abbia l'amica, in un altro paese, una donna che lo ha ospitato una volta che  stato ferito o che  caduto da cavallo, non so.  vedova, ricca, che per non vuole sposarlo.
Pauledda serviva il caff, e le tazzine tremarono sul vassoio quando la vecchia zia concluse:
- Salvo il peccato mortale, quella donna non fa male a viversene tranquilla in casa sua, piuttosto che a legarsi con uomini cos...
- Andate, andate a confessarvi! Che modo di parlare  questo? - rimbecc una delle (prioresse). - Tutto, fuorch il peccato mortale.
Al solito Pauledda pareva rimaner estranea alla discussione; ma quando le amiche se ne andarono e cadde la sera ed ella sedette di nuovo sotto il pergolato a prendersi il fresco, i ricordi l'assalirono ravvivati dal racconto della zia. Ella non aveva mai pensato a prendersi un amante, pur riserbandosi tutta la sua libert: era troppo timorosa di Dio e del mondo; ma l'esempio della ricca vedova del paese vicino le dava quella sera un vago rimpianto d'amore. Si rivedeva ragazzetta a quel medesimo posto sotto il pergolato, nelle notti di luna, mentre tutti in casa dormivano. Qualcuno passava fuori di corsa ed ella palpitava; qualcuno cantava in lontananza:

(Sas aes chi olades in s'ara
M'azes a zucher un'imbassida)... [17]

ed ella piangeva come se quell'ambasciata fosse di morte...
Come allora anche adesso la notte di giugno era dolce, piena di mistero e di poesia: tra le foglie della vite le stelle brillavano come acini d'oro e in lontananza i giovani innamorati cantavano incaricando gli uccelli delle loro ambasciate.
A un tratto parve a Pauledda che un tumulto risuonasse in lontananza: la voce che cantava s'era come sciolta in aria e l'accompagnamento corale si mutava in grida rauche. Una rissa? Dei rivali che s'azzuffavano? A poco a poco il tumulto cess, il canto ricominci, pi lontano, ma l'attenzione della donna fu attratta da un rumore di passi che s'avvicinava sempre pi forte e pi rapido. Cess proprio davanti al portoncino, e qualcuno batt cauto ma con insistenza. Ella credeva di sognare: s'alz confusa e domand chi era.
- Ohi! Son morto! Per l'amor di Dio, aprimi...
- Chi sei?
- Merziro. Aprimi, Paul, salva un cristiano... Son morto... Presto, presto, m'inseguono...
Ella apr e l'uomo precipit dentro, cadendo lungo il muro al quale appoggi la mano tentando di risollevarsi, mentre Pauledda richiudeva il portoncino ma senza abbandonare il gancio pronta a riaprirlo se occorreva.
Ella aveva l'impressione che qualche cosa di straordinario accadesse; ma non era l'avventura romantica sognata da lei fanciulla.
- Che  accaduto? Sei ferito?
- No, no; ma mi inseguono... Sono io... che ho ferito... un uomo, e adesso m'inseguono...
- Perch l'hai ferito?
- Perch? Ah, ti dir... Dammi un po' d'acqua, per l'anima tua, Paul; dammela...
- La brocca  l, sulla panca; prenditela...
Egli s'era alzato, sano e salvo, e bevette. Nel silenzio s'udiva ancora il suo respiro ansante, ma al di fuori era tutto calmo e Pauledda sentiva cessare la sua sorpresa. L'uomo s'era seduto sotto il pergolato e diceva:
- Ascolta... Dio ti paghi l'ospitalit. Ma che hai paura, che tieni il portone in mano? Vieni; il pericolo  cessato. Si vede che quelli che m'inseguivano han preso un'altra via... Siediti! E che  la prima volta che vengo a trovarti? Devi sapere, dunque...
Cominci a raccontare una storia un po' confusa, d'un nemico che lo perseguitava, che gli aveva ucciso il cavallo, che gli aveva rubato le pecore. Pauledda sedette accanto a lui e ascoltava silenziosa.
- Ora mi toccher di nascondermi, per un po' di tempo... La giustizia  buona, ma  meglio guardarla da lontano, come il mare. Se tu potessi tenermi qui...
- Ma ti pare? Una donna sola?
- Sar come un tuo fratello...
- Taci!
S'udiva un altro passo, agile, rapido, lieve come quello di un uomo scalzo. Si ferm davanti al portoncino, ma passarono alcuni istanti prima che una voce bassa e supplichevole chiamasse:
- Pauledda! Paul!
Ella era balzata di nuovo in piedi, tremando. Chi era? L'inseguitore di Merziro? Ed ella che non gli prestava fede!
- Non aprire, per Dio, - susurr l'uomo tirandola per la tunica; ma ella cercava di liberarsi e di slanciarsi verso il portoncino.
Intanto quello di fuori insisteva, alzando la voce:
- Paul, sei ancora alzata? Aprimi, per l'amor di Dio, salvami da un pericolo... Paul...
- Mala fata ti guidi; che cosa cerchi qui, Tan? - grid allora Merziro, riconoscendo la voce del fratello minore.
E questi, al di fuori, tacque sbalordito, poi si mise a ridere. Pauledda si offese.
- Entra, Tan,  aperto!
L'altro spinse il portoncino al quale ella non aveva rimesso il gancio, e tutti e tre cominciarono a ridere e a scherzare sul caso curiosissimo che aveva spinto i due fratelli a tentare nella medesima sera lo stesso trucco; ma per confortarli la donna and a prendere un boccale di vino e vers loro da bere dicendo:
- Fosse pure stato stasera e domani sera non mi burlavate... Vi manca l'astuzia per simili cose, fratelli miei... Fosse stato vostro fratello Predu Paulu! Lui avrebbe fatto meglio!
E fu in seguito a queste parole che Predu Paulu, senza dir nulla a nessuno, and a trovarla, di giorno, e poi anche di notte, e fin con lo sposarla.



"L'ULTIMA"

A poca distanza del villaggio a met distrutto di Galte, si osservano le rovine di un paesetto di cui qualche anno fa esisteva ancora l'ultima abitatrice, una vecchia centenaria che teneva molto ad esser l'unica padrona del luogo. Un tempo era stata ricca: aveva posseduto case, terre, greggie: conservava ancora un terreno verso il fiume, coltivato a mezzadria da un uomo di Galte, e viveva di questa rendita, da oltre mezzo secolo sola in una delle due casupole rimaste su ma gi curve come a contemplare le rovine intorno e desiderose di precipitare anch'esse. Di tanto in tanto una pietra cadeva, rotolava un po', si metteva a dormire fra le sue antiche compagne, sulla china del poggio ancora nero dell'incendio che aveva finito di distruggere il paesetto.
Le due catapecchie di pietra e di antichi embrici coperti di musco secco, ancora circondate di siepi, sorgevano alle due estremit del poggio; una guardava a ponente verso le montagne calcaree di Dorgali, l'altra a oriente sopra la pianura melanconica attraversata dal Cedrino. La vecchia abitava quest'ultima.
Un giorno d'autunno ella stava seduta sullo scalino traballante della sua porticina e filava, aspettando che il mezzadro le portasse le solite provviste; ma era quasi mezzogiorno, e gi per l'avanzo di sentiero che scendeva alle rovine di una chiesetta e poi si perdeva nella pianura sabbiosa e nei giuncheti, non si vedeva nessuno.
La vecchia per non s'inquietava: provviste ne aveva ancora, e del resto non si curava.
Aveva gi fatto colazione con caff e pane d'orzo, e il sole tiepido di ottobre le scaldava i piedi e le mani: si sentiva quindi felice, tranquilla come le pietre gi della china.
Quel giorno la terra godeva, cosa insolita in quei paesi laggi, ove anche la primavera e l'estate son tristi, quando il fiume senz'argini  per la pianura un amante crudele che la feconda e poi l'annega, e il sole  un padrone implacabile che la tiene schiava e alla notte le d una guardiana pi feroce di lui, la febbre. Ma l'autunno stendeva i suoi veli azzurri sui monti della Barona, e gi nella pianura, lungo i giuncheti, le tamerici dorate crepitavano come fiamme, animate da stormi di beccacce.
Finalmente una donna apparve sul sentiero, arriv ansando, depose un cestino davanti alla vecchia e vi si accovacci accanto, nera e bianca, tremante. Dall'apertura del fazzoletto nero che le fasciava la testa e il viso i suoi occhi verdognoli guardavano smarriti, lontani.
- (Lu idites)? Lo vedete, se non era per voi non mi alzavo dalla stuoia: ho la febbre che mi tormenta come un demonio.
- Perch non  venuto tuo marito?
La donna trasal.
- Verr, verr, non dubitate! Ma stamattina aveva da fare... Lo ha chiamato il pretore, per l'affare della scomparsa di Grisenda, la malandata: a mezzogiorno non era ancora rientrato. Allora io, come spinta da uno spirito, mi sono alzata e son venuta... Egli, Efis mio, aveva gi preparato quello da portarvi. Ma che sole, zia Pattoi mia: la mia testa arde come un'incudine.
Si pos la mano scarna sulla testa, e raccont di nuovo come era andato l'affare di Grisenda, una ragazza di fama equivoca scomparsa cinque o sei giorni avanti dal paese.
- Sulle prime dicevano:  andata al fiume a lavare e s' annegata. Han frugato entro l'acqua, ma gli uomini si guardavano e ridevano, cercando... Allora il pretore, che  un uomo di mondo, ha chiamato e interrogato tutti quelli che pare andassero dalla malandata. Anche mio marito, zia Patt! Anche lui, alla sua et! Un uomo che  gi anziano, che sta l sempre nell'orto a lavorare e non parla mai. Anche lui! Un uomo che pare non sappia se  in cielo o in terra. Quel pretore!...
Gli occhi verdognoli velati di febbre esprimevano uno stupore dolente; ma la vecchia guardava dentro il cestino, pieno d'involti e di ortaggi, e il suo viso nero e legnoso e gli occhi lattei esprimevano un'indifferenza selvaggia.
- (Corfu 'e istrale assu p)! [18] Anche Efis? - disse finalmente.
La sua ironia era benevola, come di chi considera gli errori umani con disinteresse; eppure colp la donna pi che tutte le chiacchiere e le malignit appassionate delle sue comari e delle sue vicine di casa. La testa le trem forte sull'esile collo e un cupo rossore le cerchi gli occhi.
- Zia Pattoi - cominci, ma tosto tacque, e si afferr all'orlo del cestino come per sostenersi.
Ma l'altra continuava nella sua faccenda e il filo argenteo calava gi dalla conocchia come il filo d'acqua d'una fontana.
- Zia Pattoi... che ne dite, dunque? Anche lui!
- Mondo, mondo!
Ma invece di consolarsi, la donna scoppi a piangere.
- Zia Pattoi, s, mondo!... Un uomo come lui... un uomo anziano... che pure sembrava innocente come una creatura di sette anni! Ed ecco che a un tratto diventa come indemoniato, con sette spiriti in corpo, e tutti maligni... Era stato dalla malandata, s... non so come, non so perch... forse per castigo di Dio... Che ne sappiamo noi? Dio manda la peste, manda le inondazioni, manda la febbre e le male femmine. Ed Efis  andato, cos, come io ho preso la febbre. E una volta andato  rimasto come la lepre presa al laccio. Dice comare Tiresa che una volta andati, da Grisenda, gli uomini non possono stare senza tornarci:  come quando prendono il vizio del vino. Suo marito, anche, andava, finch lei non fece fare gli scongiuri da prete Arras, coi libri santi. Anch'io, secondo ci che risulter, andr da (pride) Arras... s, oggi stesso voglio andarci, a costo di vendermi lo stuzzicadenti d'argento e la reliquia di San Costantino, per fare il regalo a (pride) Arras. Ma gli far toccare i libri santi, per scomunicare la malandata, che il fuoco la circondi, ovunque ella si trovi, che sia perseguitata dagli spiriti maligni, che non si sazi mai di pane n d'acqua... S, perch le mie vicine di casa dicono che Efis era geloso degli altri uomini e che l'ha fatta nascondere lui... Forse qui, zia Pattoi... nell'altra casupola... concluse la moglie tradita, guardando minacciosa verso l'estremit del poggio.
La vecchia adesso, s, tendeva l'orecchio come ad un rumore lontano: un rumore simile a quello della fiumana, quando l'acqua rombava gi nella valle e assaliva lentamente il poggio...
- Zia Pattoi! Voi dite: mondo! Mondo! Ma che vi pare adesso? Nella catapecchia, ho sentito sempre raccontare, ci son gli spiriti; ma Grisenda, la malandata, non ha paura degli spiriti. Ella se ne star l, contenta: verranno i carabinieri a cercarla, ma ella rider con loro. Poi verranno gli uomini: e chiss che rumore, che baldoria... E Efis, mio marito, creder di averla nascosta bene... Ma io andr e le caver gli occhi. Venite con me, zia Pattoi, andiamo a vedere... Sola ho paura... Mi sembra di averli gi, gli spiriti, in corpo. Ah, la mia testa! C' un chiasso, qui dentro, come nella valle del Giudizio...
Si alz, premendosi la testa con la mano, e aspett che la vecchia l'accompagnasse; ma questa mise dentro la roba del cestino e torn a sedersi sulla pietra della porta.
- Ah, bella mia, da' retta a me: prendi il cestino e torna a casa tua. Nella catapecchia nessuno ha mai resistito a starci; fin da quando ero giovane io e la (musca macchedda) (la zanzara) e il fuoco non avevano ancora distrutto il paese, la gente diceva che l abitavan gli spiriti. Qualche anno fa venne un pastore, a starci, e mor dopo tre giorni; l'anno scorso anche un bandito, che era un bandito, e di Orgosolo anche, uomo di buoni rognoni, pass l una notte; ma si sollev tale vento, nella notte, che egli scapp n pi l'ho veduto. Il vento annunzia disgrazie. Tu adesso tornerai a casa tua e berrai un infuso di tamerice, che fa bene per la febbre. Al resto penser il Signore. Non gridare, non tormentare tuo marito. Egli  unito a te come la scorza all'albero e neanche la morte potr distaccarvi. Va.
E la donna tradita se ne and, pallida sotto il cerchio d'ombra del suo cestino vuoto.

La vecchia la seguiva con gli occhi: eccola,  gi sotto il poggio, piccola e grigia fra il giallore delle sabbie,  un punto nero fra i giuncheti rossastri,  sparita. Ma l'ombra del suo dolore era rimasta lass, intorno alla vecchia che non si sentiva pi sola n tranquilla. L'incantesimo della solitudine era rotto: anche il cielo si popolava di nuvole, laggi verso il mare, lass verso i monti, alcune rosee e leggere come fiori, altre rotonde e dorate come frutti; un tintinnio di greggie vaganti fra le tamerici saliva come la voce monotona del paesaggio, e il vento lieve del meriggio portava su l'odore sonnifero delle euforbie.
La vecchia non si addormentava, come gli altri giorni, ma non filava pi, immobile ed enigmatica come lo spirito del luogo. Pass un'ora, ne passaron due, tre. Un uomo non pi giovane col giubbone slacciato, le scarpe leggere, la barba incolta, nera e larga come una fascia intorno al viso sofferente, apparve in fondo al sentiero, e vedendo la vecchia cerc di passare dietro le rovine della chiesetta, ma poi mut pensiero e and a salutarla.
- Ebbene, Efis? Che nuove nel mondo?
- Andavo... Andavo di qui, in cerca di un amico... Mia moglie  venuta, stamattina? Che testarda! Aveva la febbre, eppure  venuta.  stata molto, qui?
- Un attimo, Efis. Aveva la febbre, s.
- Che v'ha detto?
- Nulla, uccellino mio!
-  testarda! Adesso ho visto che andava da (pride) Arras. Dio sa che diavoleria faranno. Se torna qui, voi che siete savia come i saggi antichi, fatele un sermone; ditele che viva in pace... altrimenti... altrimenti...
- Mondo, mondo - disse la vecchia.
E l'uomo se ne and, verso l'altra estremit del poggio, mentre ella ricordava le parole della moglie tradita:
"Adesso cominceranno le visite... Verranno gli uomini... e chiss che rumore... che baldoria...".
Riprese a filare, ma il filo scendeva gi tremolando. Ai suoi piedi vedeva allungarsi le ombre dei cespugli e in alto le nuvole andarsene verso il mare. Cos, a un tratto, se n'era andata la sua pace: la donna e l'uomo le avevano col solo loro passaggio attaccato la loro peste di inquietudini.
Al tramonto si alz, mise il fuso dentro, chiuse la porticina, cosa che non faceva quando era certa di trovarsi (sola), e and a pregare fra le rovine della chiesetta: di laggi vedeva il profilo dei ruderi rosso al tramonto e ricordava l'incendio che aveva distrutto le ultime case del villaggio. Era il suo ricordo pi vivo; un ricordo che del resto la seguiva sempre come un'ombra rossa. Il fuoco era balzato da una siepe, come uno spirito infernale, e in poche ore aveva divorato tutto.
Ritornando alla sua casupola vide l'uomo con la fascia nera intorno al viso scendere il poggio, sparire fra le sabbie rosee e le tamerici gialle. Ma ella non si sentiva pi sola, e le sembrava che un nemico fosse annidato come una vipera fra le rovine: tutt'intorno le cose, i cespugli, i cardi secchi, persino la polvere sollevata da un improvviso soffio di vento, tutto pareva agitato da un senso d'inquietudine.
La vecchia prepar la sua cena, ma dopo aver acceso il fuoco si mise nel seno l'acciarino e un fungo secco che le serviva d'esca, e ogni tanto s'affacciava alla porticina, spiando la sera.
La terra diventava nera, ma il cielo splendeva ancora come uno specchio, e il vento che scendeva sempre pi forte dai monti a nord dava come un ondular d'acqua nell'ombra ai giuncheti della pianura.
Quando tutto fu buio ella chiuse di nuovo la porticina e dopo aver nascosto la chiave sotto una pietra and cauta e sicura lungo i muricciuoli diroccati, attraverso i mucchi di sassi, fin sotto la siepe che fasciava l'altra catapecchia. L si accovacci, con le spalle al vento, e trasse l'acciarino e l'esca. Nella notte si sentiva solo il soffio della tramontana che batteva alla stamberga facendo crepitare la siepe e scuotendo la porticina corrosa sotto cui si stendeva una frangia rossastra di luce: pareva il respiro affannoso della solitudine agitata dall'ira per la presenza del suo nemico: l'uomo.
Ma la vecchia lo considerava come un suo amico, il vento: il vento che precede le grandi disgrazie, che copre il cielo di nuvole rosse per annunziare le vicende di sangue, e che aveva fatto scappare persino il bandito di Orgosolo! Adesso la investiva tutta, dandole quasi un senso di gioia, e le pareva che scherzasse con lei, rubandole le scintille che scaturivano dall'acciarino; ma siccome il giuoco durava da un pezzo ella si volse stizzita e imprec.
- (Corfu 'e istrale assu p)!
Come colpito dall'imprecazione il vento sost un attimo, l'esca prese fuoco, e appena la vecchia l'ebbe avvicinata alla siepe, cinque fuscellini si accesero agitandosi come una piccola mano d'oro.
Ella and a nascondersi dietro un avanzo di muro e vide due ali rosse palpitare, poi sbattersi sotto la siepe come quelle d'un uccello di fuoco legato al suolo che tentasse affannosamente di liberarsi. Quando pot farlo tutta la siepe divent d'oro e la notte si riemp d'un soffio ardente e di una luce sinistra.
Allora una figura rossa e nera di donna parve balzar fuori dall'incendio: si guard attorno spaurita gridando, poi si mise a correre verso la pianura, mentre la vecchia, immobile fra il rombo del vento e della fiamma, vedeva le pietre della casupola cader gi come grosse brage.



"LA VIGNA NUOVA"

Dall'alto della china ove finiva la zona coltivata a vigne, don Innassiu Boy assisteva alla ripiantagione delle viti distrutte dalla filossera. Come tutti i vecchi egli rimpiangeva i bei tempi passati, e lisciandosi e stringendo entro il pugno la gran barba bianca, mentre con gli occhi azzurrognoli ancora innocenti guardava le figure grigie e nere dei contadini curvi a ficcar le viti entro le buche gi pronte, raccontava alla nipotina Onoria, studentessa ginnasiale, gli usi antichi.
- Ai miei tempi si faceva una bella festa; in questo giorno. Si invitavano tutti i contadini amici, ed essi in poche ore piantavan le viti, cantando, ridendo, e soprattutto bevendo del buon vino per augurare che la nuova vigna ne desse di simile. E il banchetto che si faceva all'aperto, sotto il sole? Non se ne parli. Sembrava un banchetto di nozze, non ti dico altro. Solo aggiungo che i contadini amici non invitati si offendevano.
Ma appunto perch si mangiava bene! Oh, poi c'era da divertirsi. Solo il padrone appariva preoccupato, come uno sposo malcontento. Appena finito il pranzo, egli cercava di sgattaiolare; ma gli invitati lo tenevan d'occhio, seguendolo attraverso la vigna e facendo la guardia attorno a questa. Egli doveva in qualche modo pagare l'opera prestata dai contadini amici, e questi, avendo mangiato troppo, volevan digerire allegramente. Adesso ti dir in che modo. Ma che fai con quel libretto e quella matita in mano? Tener a memoria queste chiacchiere? L'avete debole, adesso, la memoria; l'avete molle come il latte cagliato. Io ho qui in mente tutto quello che ho veduto e sentito in vita mia, scritto come sulle lapidi di marmo.
Ascolta bene: finito di piantar le viti, al calar del sole, tutti si affrettavano a rimettersi il cappotto ed a riprender la bisaccia, e correvano verso la capanna ove il padrone s'era rifugiato.
Eccolo, egli  l dentro seduto su una pietra come un Cristo che aspetta la sua passione. Davanti alla capanna intanto gli amici hanno buttato un mucchio di fronde d'edera e di vitalba, di rami di sambuco fiorito, e rose canine e anemoni.
Due uomini entrano nella capanna, prendono per le braccia il padrone riluttante, lo traggon fuori, lo tengon fermo come un cavallo che si deve ferrare...
Gli altri lo incoronano di fiori, gli circondano la vita, le gambe, le braccia e il collo con tralci di vitalba, lo riveston d'edera, lo legano con giunchi e pervinche. Persino gli anelli alle dita, gli mettevano, fatti di fili d'erba.
S'egli si ribellava adoperavano anche il vincastro che lega meglio della corda.
Era buffo a dire il vero; sembrava un tronco di rovere rivestito d'erbe e di fiori.
Cos lo riconducevano in paese, cantando e suonando attorno a lui che rimaneva silenzioso come un santo in una processione.
La moglie aspettava dietro la porta e la gente correva per veder lo spettacolo.
Arrivati davanti alla casa, gl'invitati gridavano chiamando:
"Comare Anatolia (o comare Baingia, o comare Barbara), se volete marito pagate la tassa. Ve l'han rubato i mori".
"Ah, corvi ladroni! E quanto voglion di taglia?".
"Un cesto d'uva passa e un vaso di sapa. E acquavite e vino, anche, se ce n'!".
La moglie spalancava la porta e la serva appariva con un canestro sul capo.
"Entrate, entrate...".
Entravano, e l si finiva la baldoria, mentre la moglie aiutava il marito a liberarsi delle sue ghirlande e dei suoi legami, non senza rivolgergli qualche parola ironica, perch l'abilit dell'uomo consisteva appunto nel saper evitare la farsa, cosa per, bisogna dirlo, difficile anche ai pi svelti ed ai pi furbi.
Adesso i tempi sono cambiati, nipotina mia; tempi che non valgono niente! La gente emigra come gli uccelli, i contadini si voglion pagati anche nei giorni di festa e amici non se ne trovan pi neanche nei giorni di festa e neanche a pagarli...
La piccola Onoria ascoltava chinandosi tenera e maliziosa e servendosi dell'omero di lui per poggiare il taccuino e scrivere gli appunti. Il vento di primavera confondeva i suoi capelli corti, neri e polverosi come quelli di un pastorello, coi capelli bianchi e puliti del nonno.
- Nonno, e anche voi, allora, quando avete piantato la prima volta questa vigna, siete stato legato?
- Ah, no, vedi! L'unico del paese che sia sempre riuscito a sfuggire alla farsa sono stato io. Posso vantarmene.
Ella rimase un po' pensierosa, rosicchiando il legno della matita: poi scosse rigettandoli indietro i suoi capelli e rise con un trillo d'allodola.
E corse via.
Dal suo punto di vedetta il vecchio, che oramai si moveva poco ed era venuto su alla vigna seduto sul carro come una femminuccia, vedeva Onoria correre qua e l, sparire e ricomparire fra le roccie grigie e le ginestre gialle, e di tanto in tanto sentiva il suo grido d'allodola.
E sebbene egli non vedesse di buon occhio quei capelli corti, quel vestito alla marinara, da maschietto pi che da donnina, quella cravatta rossa svolazzante, l'insieme della figurina gli dava un senso di gioia. Quei gridi di gioia gli vibravano in cuore come gli squilli della campana che annunziava la Pasqua gi in paese.
Pi tardi Onoria ritorn presso il vecchio e gli chiuse gli occhi con le mani. Ma egli vedeva egualmente il servo andare qua e l, fra le roccie grigie e le ginestre gialle, raccogliendo e caricandosi sul braccio le fronde di vitalba e le rose canine staccate dalla padroncina.
Il servo sal dietro la vigna, depose il suo mucchio alle spalle del padrone, illudendosi di non esser veduto, e ammicc verso Onoria.
- Adesso vi tengo fermo - ella disse, tirando su un tralcio d'edera e passandolo intorno alle braccia del vecchio.
Egli rimase immobile.
- E questa sul capo. Oh nonno, sembrate Pan! No, meglio la vite. Sembrate Bacco. Cantate.
Egli non rispose.
- E questo in mano. Prendete:  una rosellina di macchia con un'ape dentro. Sembrate Aristo...
Ella si allontanava indietreggiando per veder meglio l'effetto della decorazione. E il vecchio, sullo sfondo del pendo verde dorato di ginestre, pareva davvero un tronco secolare di sovero, rivestito d'edera e di pervinche.
I contadini salutavano dalla vigna guardando in su col pugno terroso sulla fronte: alcuni accorsero e aiutarono Onoria prendendo la farsa sul serio.
Il vecchio lasciava fare. Ma quando fu tutto ricoperto di verde s'alz, gigantesco, e guard il sole accennando a tutti d'incamminarsi.
- Bisogna partir presto per arrivare, nipotina mia, se voglio esser slegato. C' molta strada da fare! Sei sventata, tu! Non ricordi che mia moglie  di l, nel regno di Dio!

FINE

[1] Muratore.
[2] Falegname.
[3] Fabbro.
[4] Bisaccia.
[5] Spalle di ferro.
[6] Panini dolci.
[7] Voce di gioia.
[8] San Cosimo avvocato,
Levati di mezzo...
[9] In carcere.
[10] Che tu non esca pi di qui.
[11] "Fatto carne": in occasione di festa i possidenti e i pastori nuoresi ammazzano qualche capo di bestiame, per distribuirne la carne agli amici ed ai poveri.
[12] La piccola rana velenosa,
Che abbiamo nel vicinato!
Il confessore le ha detto:
Di assolver non  cosa!
[13] Addio, Nuoro, addio,
Parto per andarmene,
E quando ritorner,
I morti saranno vivi.
[14] (In tempo di latte,
N amico n fratello.
In tempo di fichi,
N fratello ne amico.)
Vale a dire in tempo di fortuna.
[15] Padrino.
[16] Tabacchiera di corno.
[17] Gli uccelli che volate per l'aria,
Mi recherete un'ambasciata...
[18] Colpo di scure al piede.
