TESTO ADATTATO ALLA LETTURA PER NON VEDENTI

L'edera
di Grazia Deledda

I.

Era un sabato sera, la vigilia della festa di San Basilio, patrono
del paese di Baruni. In lontananza risonavano confusi rumori;
qualche scoppio di razzo, un rullo di tamburo, grida di fanciulli;
ma nella straducola in pendio, selciata di grossi ciottoli, ancora
illuminata dal crepuscolo roseo, s'udiva solo la voce nasale di
don Simone Decherchi.
"Intanto il fanciullo  scomparso", diceva il vecchio nobile, che
stava seduto davanti alla porta della sua casa e discuteva con un
altro vecchio, ziu Cosimu Damianu, suocero d'un suo figlio. "Chi
l'ha veduto? Dov' andato? Nessuno lo sa. La gente dubita che
l'abbia ucciso il padre... E tutto questo perch non c' pi timor
di Dio, pi onest... Ai miei tempi la gente non osava neppure
figurarsi che un padre potesse uccidere il figlio."
"Timor di Dio, certo, la gente non ne ha pi", ribatt ziu Cosimu,
la cui voce rassomigliava a quella di don Simone: "ma questo non
vuol dire. La Storia Sacra, persino, ha esempi di calunnie
terribili contro poveri innocenti. Il ragazzo scomparso, poi, il
figlio di Santus il pastore, era un vero diavoletto. A tredici
anni rubava come un vecchio ladro, e Santus non ne poteva pi. Lo
ha bastonato, e il ragazzo  scomparso, se n' andato in giro per
il mondo. Prima di partire disse al vecchio pastore compagno di
suo padre: andr come la piuma va per l'aria, e non mi rivedrete
pi".
Don Simone scuoteva la testa, incredulo, e guardava lontano, verso
lo sfondo della strada. Una figurina nera si avanzava, rasentando
i muri delle basse casette grigie e nere.
Un'altra figurina di fanciulla paesana si delineava sullo sfondo
giallognolo d'una porticina illuminata, e pareva intenta alle
chiacchiere dei due vecchi.
Attraverso la porta spalancata della casa di don Simone si vedeva
un andito e in fondo all'andito un'altra porta con uno sfondo di
bosco.
La casa Decherchi era antica, forse medioevale; la porta grande e
nera con l'architrave a sesto acuto, il cornicione, i due
balconcini di ferro che minacciavano di cadere, la rendevano ben
diversa dalle altre casette meschine del villaggio. Pareva una
casa lacerata, malata, ma che conservasse una certa aria di
grandezza ed anche di prepotenza. Quei muri scrostati che
lasciavano vedere le pietre corrose, quella porta nera tarlata,
ricoverata sotto il suo arco come un nobile decaduto sotto il suo
titolo, quel cornicione sul quale cresceva l'euforbia, quella
coperta da letto, logora e lucida, di antico damasco verdognolo,
che pendeva melanconicamente da un balconcino del piano superiore,
avevano qualche cosa di triste e di fiero, ed anche di misterioso,
e richiamavano l'ammirazione dei paesani abituati a considerare la
famiglia Decherchi come la pi antica e nobile del paese.
Don Simone rassomigliava alla sua casa: vestiva in borghese, ma
conservava la berretta sarda, e i bottoni d'oro al collo della
camicia; anche lui cadente e fiero, alto e curvo, sdentato e con
gli occhi neri scintillanti. I capelli folti candidissimi, la
barba corta e bianca a punta, davano al suo viso olivastro, dal
naso grande e i pomelli sporgenti, un risalto caratteristico, fra
di patriarca e di vecchio soldato di ventura.
E ziu Cosimu Damianu, che conviveva coi Decherchi, rassomigliava a
don Simone. La stessa statura, gli stessi capelli bianchi, gli
stessi lineamenti, la stessa voce; ma un non so che di rozzo, di
primitivo, e il costume paesano, rivelavano in lui il vecchio
plebeo, il lavoratore umile e paziente, sul quale la lunga
convivenza con un uomo superiore come don Simone aveva operato una
specie di suggestione fisica e morale.
"Dieci giorni passarono e il ragazzo non torn", continuava a
raccontare. "Allora il padre si mise in viaggio, and fino ad
Ozieri, and fino alla Gallura. Incontr un pastore e gli domand:
"Per caso, hai veduto un ragazzo con gli occhi celesti e un neo
sulla fronte?". "Perdio, s, l'ho veduto:  servetto in uno stazzo
della Gallura", rispose il pastore. Allora Santus, rassicurato, se
ne torn in paese. Ed ecco che ora la gente stupida va dicendo
delle cose orribili, e la giustizia d retta ai pettegolezzi delle
donnicciuole, e il povero padre  perseguitato da tutti. Ora
dicono che  ripartito in cerca del figlio."
Don Simone scuoteva la testa, e sorrideva un po' beffardo: ziu
Cosimu era stato sempre un uomo ingenuo! Ma senza offendersi per
l'evidente ironia del vecchio nobile, il paesano domand,
animandosi:
"Ma, figlio di Sant'Antonio, perch ti ostini a pensar sempre male
del prossimo?".
L'altro cess di sorridere: si fece serio, quasi cupo.
"I tempi son cattivi. Non c' timor di Dio, e tutto  possibile,
ora. I giovani non credono in Dio, e noi vecchi... noi siamo come
la pasta frolla, vedi cos..." e con la mano accennava a tirare
qualche cosa di molle, di frollo; "lasciamo correre trenta giorni
per un mese, e... tutto va a rotoli."
"Questo, forse,  vero!", esclam ziu Cosimu: e cominci a battere
il suo bastone su un ciottolo e non parl pi. Don Simone lo
guard e sorrise di nuovo.
"Io sono come la giustizia: penso sempre la peggio e spesso
indovino... Ne vedremo, se vivremo, Cosimu Dami!"
L'altro continu a picchiare il bastone per terra: ed entrambi,
uno triste, l'altro sorridente, pensarono alla stessa cosa, o
meglio alla stessa persona.
Intanto una donna anziana, avvolta in un lungo scialle nero
frangiato e ricamato, dopo aver salito il pendio della strada
s'era fermata presso i due vecchi.
"Dov' Rosa?", domand, aprendo alquanto i lembi dello scialle.
"Dev'essere nel cortile, con Annesa", rispose ziu Cosimu.
"Dio, che caldo: in chiesa si soffocava", riprese la donna, che
era alta, con gli occhi neri cerchiati, e il viso stretto da due
bende di capelli che parevano di raso grigio.
Ziu Cosimu la guard e scosse la testa. Cos alta e cerea, col suo
scialle nero, la sua figliuola diletta gli sembrava la Madonna
addolorata.
"In chiesa si soffocava?", disse con lieve rimprovero. " per
questo che non tornavi pi? Che frugavi ancora, laggi?"
"Mi confessavo: domani ci sar la comunione generale", rispose
semplicemente la donna; poi s'avvi per entrare, ma prima si volse
ancora e disse: "Paolo non  tornato? Non  tornato a quest'ora,
non arriver pi, per stasera. Ora prepareremo la cena".
"Che abbiamo da mangiare, Rachele?", domand sbadigliando don
Simone.
"Abbiamo ancora le trote, babbai, [1] e poi friggeremo delle uova.
Meno male, non abbiamo ospiti."
"Eh! possono arrivare ancora!", esclam ziu Cosimu, non senza
amarezza. "L'albergo  povero, ma  ancora comodo per quelli che
non vogliono pagare!"
"Avevamo le trote e non ricordavo!", esclam don Simone,
rallegrandosi all'idea della buona cenetta. "E se arrivano ospiti
ce n' anche per loro! S, ricordo, per la festa arrivavano molti
ospiti; c' stato un anno che ne abbiamo avuti dieci o dodici. Ora
la gente non va pi alle feste, non vuol sentire pi a parlare di
santi."
"Adesso la gente  povera, Simone mio; vive lo stesso anche senza
feste."
"Anche la lepre corre sempre, sebbene non vada in chiesa", disse
il vecchio nobile, cominciando a irritarsi per le contraddizioni
di ziu Cosimu.
E mentre i due nonni continuavano la loro discussione, donna
Rachele attravers l'andito ed entr nella camera in fondo,
attigua alla cucina.
L'ultimo barlume del crepuscolo penetrava ancora dalla finestra
che guardava sull'orto. Mentre donna Rachele si levava e piegava
lo scialle, una voce dispettosa disse:
"Rachele, ma potresti accenderlo, un lume! Mi lasciate solo, mi
lasciate al buio come un morto...".
"Zio,  ancora giorno, e si sta pi freschi senza lume", ella
rispose con la sua voce dolce e le parole lente. "Adesso accendo
subito. Annesa" disse poi, affacciandosi all'uscio di cucina "che
stacci ancora la farina? Smetti,  tardi. E Rosa dov'?"
"Eccola l, in cortile", rispose una voce velata e quasi fiebile.
"Ora finisco."
Donna Rachele accese il lume, e lo depose sulla grande tavola di
quercia che nereggiava in fondo alla stanza, tra l'uscio
dell'andito e la finestra. E la vasta camera, alquanto bassa e
affumicata, col soffitto di legno sostenuto da grosse travi,
apparve ancora pi triste alla luce giallognola del lume ad olio.
Anche l dentro tutto era vecchio e cadente: ma il canap antico,
dalla stoffa lacerata, la tavola di quercia, l'armadio tarlato, il
guindolo, la cassapanca scolpita, e insomma tutti i mobili
conservavano nella loro miseria, nella loro vecchiaia, qualche
cosa di nobile e distinto. Su un lettuccio, in fondo alla camera,
stava seduto, appoggiato ai cuscini di cotonina a quadrati bianchi
e rossi, un vecchio asmatico che respirava penosamente.
"Si sta freschi, s, si sta freschi", egli riprese a borbottare
con voce ansante e dispettosa; "potessi star fresco almeno!
Annesa, figlia del demonio, se tu mi portassi almeno un po'
d'acqua!"
"Annesa, porta un po' d'acqua a zio Zua", preg donna Rachele,
attraversando la cucina ancora pi vasta e affumicata della
camera.
La donna, che aveva avvicinato alla porta il canestro della
farina, s'alz, si scosse le vesti, prese la brocca dell'acqua e
ne vers un bicchiere.
"Annesa, la porti o no quest'acqua?", ripeteva il vecchio
asmatico, con voce quasi stridente.
Annesa entr, s'avvicin al lettuccio, il vecchio bevette, la
donna lo guard. Mai figure umane s'erano rassomigliate meno di
quei due.
Ella era piccola e sottile; pareva una bambina. La luce del lume
dava un tono di bronzo dorato al suo viso olivastro e rotondo, del
quale la fossetta sul mento accresceva la grazia infantile. La
bocca un po' grande, dai denti bianchissimi, serrati, eguali,
aveva una lieve espressione di beffa crudele, mentre gli occhi
azzurri sotto le grandi palpebre livide, erano dolci e tristi.
Qualche cosa di beffardo e di soave, un sorriso di vecchia cattiva
e uno sguardo di bambina triste, erano in quel viso di serva
taciturna e malaticcia, la cui testa si piegava all'indietro quasi
abbandonandosi al peso d'una enorme treccia biondastra
attorcigliata sulla nuca. Il collo lungo e meno bruno del viso
usciva nudo dalla camicia scollata: il corsetto paesano si
chiudeva su un piccolo seno: e tutto era grazioso, agile,
giovanile, attraente, in quella donna della quale soltanto le mani
lunghe e scarne svelavano l'et matura.
La figura del vecchio asmatico ricordava invece qualche antico
eremita moribondo in una caverna.
Il suo viso, raggrinzito da una sofferenza intensa, dava l'idea
d'una maschera di cartapecora. Tutto era giallognolo e come
affumicato, in quella figura triste e cupa: e il petto peloso e
ansante, che la camicia slacciata lasciava scoperto, e i capelli
arruffati, la barba giallastra, le mani nodose, e tutte le membra,
che si disegnavano scheletrite sotto il lenzuolo, avevano un
brivido di angoscia.
Egli lo diceva sempre:
"Io vivo solo per tremare di dolore".
Ogni cosa gli dava fastidio, ed egli era di grande fastidio a
tutti, pareva vivesse solo per far pesare la sua sofferenza sugli
altri.
"Annesa", gemette mentre la donna si allontanava col bicchiere
vuoto in mano, "chiudi la finestra. Non vedi quante zanzare? Cos
possano pungerti i diavoli, come mi pungono le zanzare."
Ma Annesa non rispose, non chiuse la finestra; torn in cucina,
depose il bicchiere accanto alla brocca, poi usc nel cortile, ed
accese il fuoco in un angolo sotto la tettoia. D'estate, perch il
calore ed il fumo non penetrassero nella camera ove giaceva il
vecchio asmatico, ella cucinava fuori, in quell'angolo di tettoia
trasformato in cucina.
Una pace triste regnava nel cortile lungo e stretto, in gran parte
ingombro di una catasta di legna da ardere. La luna nuova, che
cadeva sul cielo ancora biancastro, di l del muro sgretolato,
illuminava l'angolo della tettoia. S'udivano voci lontane, scoppi
di razzi e un suono di corno, rauco ed incerto, che tentava un
motivo solenne:

      Va, pensiero, sull'ali dorate...

Annesa mise il treppiede nero sul fuoco e mentre donna Rachele
andava nella dispensa per riempire d'olio la padella, una bambina
di sei o sette anni, con una enorme testa coperta di radi capelli
biondastri, s'affacci alla porticina socchiusa dell'orto.
"Annesa, Annesa, vieni; di qui si vedono bene i razzi", grid con
una vocina di vecchia sdentata.
"Rientra tu, piuttosto, Rosa:  tardi, ti morsicher le gambe
qualche lucertola..."
"Non  vero", riprese la vocina, un po' tremula. "Vieni, Annesa,
vieni..."
"No ti ho detto. Rientra. Ci sono anche le rane, lo sai bene..."
La bambina entr, s'avanz paurosa fino alla tettoia. Un goffo
vestitino rosso, guarnito di merletti gialli, rendeva pi
sgraziata la sua figurina deforme, e pi brutto il suo visino
scialbo di vecchietta senza denti, schiacciato dalla fronte
idrocefala smisurata e sporgente.
"Siedi l", disse Annesa, "i razzi si vedono anche stando qui."
Qualche razzo, infatti, attraversava come un cordone d'oro il
cielo pallido, e pareva volesse raggiunger la luna; poi d'un
tratto scoppiava, dividendosi in mille scintille rosse azzurre e
violette.
Rosa, seduta sul carro sardo, in mezzo al cortile, fremeva di
piacere e chinava la testa, con la paura e la speranza che quella
pioggia meravigliosa cadesse su lei.
"Almeno una, di quelle scintille", grid, chinando la fronte
enorme e stendendo la manina. "Ne vorrei una! Quella d'oro: deve
essere una stella!"
"Mattina!", disse la nonna, che ritornava con la padella colma
d'olio.
Annesa mise la padella sul treppiede e la dama rientr per
apparecchiare la tavola.
"Cadono molto lontano?", riprese la bambina. "S? Nel bosco? Dove
sono le lucertole?"
"Oh, pi lontano, certo", rispose la donna, che aveva cominciato a
friggere le trote.
"Dove, pi lontano? Nello stradale? Ti pare che qualcuna cada
vicino al babbo mio? E se gli cade addosso?"
"Chi sa!", disse Annesa pensierosa. "Credi tu, Rosa, che egli
possa tornare stasera?"
"Io, s, lo credo!", esclam vivacemente la bambina. "E tu, Anna?"
"Io non so", disse la donna, gi pentita d'aver parlato. "Egli
torna quando vuole."
"Egli  il padrone, vero? Egli  tanto forte, egli pu comandare a
tutti, vero?", interrog Rosa, ma con accento che non ammetteva
una risposta negativa. "Egli pu fare quello che vuole; pu fare
anche da cattivo, vero? Nessuno lo castiga, vero?"
"Vero, vero", ammise la donna con voce grave.
Poi entrambe, la bambina sul carro, Annesa davanti al fuoco,
tacquero pensierose.
"Annesa", grid d'un tratto Rosa, "eccolo, viene! Sento il passo
del cavallo."
Ma l'altra scosse la testa. No, non era il passo del cavallo di
Paulu Decherchi. Ella lo conosceva bene, quel passo un po'
cadenzato di cavallo che ritornava stanco dopo un lungo viaggio.
Eppure il passo di cavallo avvertito da Rosa si ferm davanti al
portone.
"Credo sia un ospite", disse Annesa con dispetto. "Speriamo sia il
primo e l'ultimo."
Ma donna Rachele usc di nuovo nel cortile, porse ad Annesa alcune
uova che teneva nel grembiale, e disse con gioia:
"Lo dicevo, che non era tempo da disperare. Ecco un ospite".
"Bella notizia!", rimbecc l'altra.
"Apri il portone, Annesa. Non  bella una festa se non si hanno
ospiti in casa."
La donna mise le uova accanto al fuoco e and ad aprire.
Un paesano basso e tarchiato con una folta barba bruna, era
smontato di cavallo e salutava i nonni ancora seduti davanti alla
porta.
"Stanno bene, che Sant'Anna li conservi!"
"Benissimo", rispose don Simone. "Non vedi che sembriamo due
giovincelli di primo pelo?"
"E Paulu, Paulu, dov'?"
"Paulu torner forse domani mattina:  andato a Nuoro per affari."
"Donna Rachele, come sta? Annesa, sei tu?", disse l'ospite,
entrando nel cortile e tirandosi dietro il cavallo. "Come, non hai
ancora preso marito? Dove leghiamo il cavallo? Qui, sotto la
tettoia?"
"S, fa da te", rispose donna Rachele. "Fa il tuo comodo come se
fossi in casa tua. Lega il cavallo qui sotto la tettoia, perch la
stalla  ingombra di sacchi di paglia."
Annesa prov quasi gusto al sentir donna Rachele mentire.
"S", pens con amarezza "la festa non  bella senza ospiti, ma
intanto anche i santi devono dire qualche bugia perch il tetto
della stalla  rovinato e non si trovano i soldi per
accomodarlo..."
"Le tue sorelle stanno bene?", domand poi donna Rachele, aiutando
l'ospite a legare il cavallo. "E la tua mamma?"
"Tutti bene, tutte fresche come rose", esclam l'uomo, traendo un
cestino dalla bisaccia. "Ecco, questo, appunto, lo manda mia
madre."
"Oh, non occorreva disturbarvi", disse la dama prendendo il
cestino.
E rientr nella cucina, seguita dall'ospite, mentre Annesa, triste
e beffarda, si piegava davanti al fuoco e batteva leggermente un
uovo sulla pietra che serviva da focolare.
Rosa scese pesantemente dal carro e rientr anche lei, curiosa di
sapere cosa c'era dentro il cestino.
Nella camera del vecchio asmatico, che serviva anche da sala da
pranzo, la tavola era apparecchiata per quattro: donna Rachele
mise un'altra posata, e l'ospite si avvicin a zio Zua.
"Come va, come va?", gli domand, guardandolo curiosamente.
Il vecchio ansava e con una mano si palpava il petto, sul quale
teneva, appesa ad un cordoncino unto, una medaglia al valor
militare.
"Male, male", rispose, guardando fisso l'ospite, che non aveva
subito riconosciuto. "Ah, sei tu, Ballore Spanu. Ti riconosco
benissimo, adesso. E le tue sorelle hanno preso marito?"
"Finora no", rispose l'uomo, un po' seccato per questa domanda.
In quel momento i due nonni rientrarono, trascinandosi dietro le
sedie, e si misero a tavola, assieme con l'ospite, donna Rachele e
la bimba.
"Questa  la figlia di Paulu?", domand l'uomo, guardando Rosa.
"Ha questa sola bambina? Non pensa a riprender moglie?"
"Oh, no", rispose donna Rachele, con un sorriso triste. " stato
troppo sfortunato la prima volta; per ora non pensa affatto al
matrimonio. S, questa  la sua unica bambina. Ma serviti,
Ballore, tu non mangi niente? Prendi questa trota, vedi, questa."
"E il vostro parroco, quel vecchio prete che una volta sub una
grassazione,  vivo ancora?", domand ziu Cosimu.
"Altro se vive!  vegeto anche..."
Mentre cos chiacchieravano, si sent picchiare al portone.
"Deve essere un altro ospite", disse donna Rachele, "ho sentito il
passo di un cavallo."
" forse babbai", grid Rosa, e scese dalla sedia e corse a
vedere.
Un altro ospite parlamentava con Annesa davanti al portone. Era un
uomo scarno e nero, miseramente vestito. La donna non lo conosceva
e lo guardava con evidente ostilit.
" questa la casa di don Simone Decherchi?", diceva l'ospite. "Io
sono di Aritzu, mi chiamo Melchiorre Obinu e sono figlioccio di
Pasquale Sole, grande amico di don Simone. Il mio padrino mi ha
dato una lettera per il suo amico."
"L'osteria  aperta!", borbott Annesa, ma and ad avvertire don
Simone che il figlioccio del suo amico domandava ospitalit, e il
vecchio nobile per tutta risposta ordin di mettere un'altra
posata a tavola.
Ma il nuovo ospite volle restare in cucina, e appena Annesa gli
mise davanti un canestro con pane, formaggio, lardo, cominci a
mangiare con avidit. Doveva essere molto povero: era vestito
quasi miseramente, e i suoi grandi occhi tristi parevano gli occhi
stanchi di un malato. Annesa lo guardava e sentiva cadere il suo
dispetto. Dopo tutto, poich i Decherchi si ostinavano ad aprire
la loro casa a tutti, meglio dar da mangiare ai poveri che ai
ricchi scrocconi come quel Ballore Spanu.
"Ecco, mangia questa trota", disse offrendogli una parte della sua
cena. "Adesso ti dar anche da bere."
"Dio te lo paghi, sorella mia", egli rispose, sempre mangiando.
"Sei venuto per la festa?"
"S, sono venuto per vendere sproni e briglie."
Annesa gli vers da bere.
"Dio te lo paghi, sorella mia."
Egli bevette, la guard, e parve vederla solo allora.
I capelli di lei, sopratutto, attirarono i suoi sguardi.
"Sei la serva, tu?", domand.
"S."
"Ma sei del paese, tu? Mi pare di no."
"Infatti non lo sono."
"Sei forestiera?"
"S, sono forestiera."
"Di dove sei?"
"D'un paese del mondo..."
Ella and nella camera attigua, poi usc nel cortile, rientr.
L'ospite povero profitt dell'assenza di lei per versarsi un altro
bicchiere di vino, e divent allegro, quasi insolente.
"Sei fidanzata?", chiese alla donna, quando essa torn. "Se no,
guarda se ti convengo. Son venuto per vendere sproni e briglie e
per cercarmi una sposa."
Ma questo scherzo non garb ad Annesa, che ridivent triste e
beffarda:
"Puoi mettere una delle tue briglie al collo di qualche donna, e
cos trascinartela dietro fino al tuo paese".
"No, davvero", insist l'altro, "fammi sapere se hai o no il
fidanzato. Dal modo aspro con cui mi parli, parrebbe di no: o 
molto brutto."
"E invece t'inganni, fratello caro: il mio sposo  molto pi bello
di te."
"Fammelo conoscere."
"Perch no? Aspetta."
Ella rientr nella sala da pranzo, e dopo le trote serv le uova
fritte con cipolle, e in ultimo una focaccia di pasta e formaggio
fresco.
"Non aspettavamo ospiti", si scusava donna Rachele, rivolgendosi
con evidente umiliazione a Ballore Spanu. "Perdona, dunque,
Ballore, se ti trattiamo male."
"Voi mi trattate come un principe", rispondeva l'ospite, e
mangiava e beveva allegramente.
Anche i due nonni scherzavano, Don Simone era, o sembrava, lieto e
sereno come Ballore l'aveva sempre conosciuto: nel riso di ziu
Cosimu strideva invece qualche nota triste; e anche il vecchio
asmatico, che masticava lentamente la polpa rosea d'una trota,
prendeva parte alla conversazione, e sogghignava quando l'ospite
parlava di Paulu.
"Non c' che dire, avevamo due testoline sventate, io e suo
figlio, donna Rach!", diceva Ballore Spanu. "Ricordo, una volta
Paulu venne a trovarmi al mio paese, ed entrambi partimmo assieme,
e per un mese le nostre famiglie non seppero nulla di noi. Andammo
di festa in festa, di villaggio in villaggio, sempre a cavallo.
Che teste, Dio mio! Come si  pazzi, in giovent!"
"Buone lane", mormor l'asmatico.
"S, ricordo", disse donna Rachele. "E che tormento! Credevamo vi
avessero arrestati."
"Perch arrestati?", grid l'ospite quasi offeso. "Questo poi, no!
Eravamo due teste matte, s, ma due galantuomini, questo possiamo
dirlo ben forte. Per, bisogna confessarlo, abbiamo sprecato molti
denari..."
"Perci...", cominci il vecchio asmatico con la sua voce
dispettosa; ma Annesa gli porse da bere e lo guard fisso, ed egli
non os proseguire. D'altronde Ballore Spanu sapeva bene che le
pazzie giovanili di Paulu avevano finito di rovinare la famiglia:
non occorreva ripeterlo.
Un'ombra pass sul viso cereo di donna Rachele, e ziu Cosimu
disse:
"Paulu  buono, buono come il pane, ma  stato sempre un giovane
troppo allegro e spregiudicato. Egli non ha mai avuto timore di
Dio; si  sempre divertito, ha goduto la vita in tutti i modi".
"Si vede che non era destinato a farsi frate!", esclam l'ospite.
"Eppoi bisogna godere finch si  giovani..."
"Scusa, io godo anche ora che son vecchio", osserv don Simone,
con accento beffardo. Egli non amava si parlasse male del nipote,
con gli estranei, e cerc di cambiare discorso.
"Zua Dech", esclam, rivolgendosi all'infermo, "non  vero che i
giovani devono essere pi saggi dei vecchi?"
Il vecchio ans forte, cerc di sollevarsi, grid irritato:
"La giovent? Io sono stato giovane, ma sono stato sempre serio.
In Crimea ho conosciuto un capitano francese che mi diceva sempre:
voi avete cento anni, sardignolo!... E... e... La Marmora dopo la
battaglia... e... e...".
Un colpo di tosse non lo lasci proseguire: donna Rachele gli and
vicino, gli sollev il capo, gli accenn di calmarsi.
"Figlio di Sant'Antonio", disse ziu Cosimu, sollevando le mani,
"perch arrabbiarti cos? Vedi che ti fa male?"
Ma l'asmatico si ostinava a parlare, e non poteva, e solo qualche
parola si distingueva fra i suoi gemiti sibilanti.
"Io... Vittorio Emanuele... la medaglia... Balaclava... Ho
lavorato sempre... io... mentre gli altri..."
Annesa andava e veniva. Era divenuta pallidissima, e guardava il
vecchio con uno sguardo di odio, ma stringeva le labbra per non
gridare contro di lui.
Invano l'ospite povero, quando ella rientrava in cucina, cercava
di scherzare e di farla chiacchierare: ella taceva, d'un tratto
usc nel cortile e stette parecchio tempo fuori.
Egli allora si vers un altro bicchiere di vino e si guard
attorno cercando una stuoja su cui potersi coricare; poi gli parve
di sentir Annesa parlare con un uomo, nel cortile, e tese
l'orecchio.
"Egli sparla di don Paulu", diceva la donna, "e gli altri lo
lasciano dire... Ah, se potessi, lo butterei gi dal letto..."
"Ma lascialo dire", rispose una voce d'uomo. "Chi non vede che
egli  rimbambito?"
Poi le voci tacquero. L'ospite credette di sentire lo scoccar di
un bacio, e fremette pensando alla bella bocca di Annesa.
Un giovane servo, coi capelli neri divisi sulla fronte, il viso
scuro imberbe e gli occhi dolci entr in cucina.
"Salute, l'ospite", disse; e sedette davanti al canestro delle
vivande.
"Salute abbi", rispose l'altro, guardandolo maliziosamente, "sei
il servo, tu?"
"S, sono il servo, Annesa, mi darai da mangiare? Sono tornato
tardi, perch sono stato a vedere i fuochi artificiali. Che cosa
bella! Pareva che tutte le stelle del cielo cadessero gi sulla
terra. Fossero state almeno buone da mangiare!"
E rideva come un fanciullo, socchiudendo i begli occhi castanei, e
mostrando due fila di denti minuti e bianchissimi.
Ma Annesa era di cattivo umore: gli porse da mangiare e torn
fuori.
"Che ragazza seria", disse l'ospite seguendola con gli occhi.
"Bella, ma seria."
"Oh,  inutile che tu la guardi", esclam il servo, che era molto
brillo. "Non fa per te."
"Lo so:  la tua fidanzata."
"Come lo sai?"
"Me lo ha detto lei! E ho sentito che vi baciavate!..."
"Ah, te lo ha detto lei?", riprese il servo con gioia. " vero;
siamo fidanzati. Io e lei siamo qui, pi che servi, figli di
famiglia. Annesa anzi  figlia d'anima [2] della famiglia
Decherchi."
E siccome l'ospite povero s'interessava vivamente alle sue
chiacchiere, prosegu, con boria:
"Devi sapere che don Simone  stato quasi sempre sindaco di questo
paese. Non si contano le opere buone che ha fatto. Tutti i poveri
potevano dirsi suoi figli, tanto egli li soccorreva e li amava.
Ora avvenne che molti anni fa, io allora non masticavo ancora il
pane, capit alla festa un vecchio mendicante accompagnato da una
bambina di tre anni. Un bel momento quest'uomo fu trovato morto,
dietro la chiesa. La bambina piangeva, ma non sapeva dire chi era.
Allora don Simone la prese con s, la port qui, la fece allevare
in famiglia. Molti dicono che Annesa  continentale: altri credono
che il vecchio mendicante l'abbia rubata".
L'ospite ascoltava con curiosit, ma le ultime parole del servo lo
fecero sorridere.
"Chi sa", disse beffardo, "ella forse  figlia del re!"
"Sta zitto", preg allora il servo. "I miei tre vecchi padroni son
chiamati i Tre Re."
"Perch?"
"Cos, perch sono tre e sono vecchi."
"Ce n' uno malato.  fratello di don Simone?"
"Oh, no", protest il servo, sporgendo le labbra con disprezzo. "
un parente.  un uomo che  stato alla guerra ed ha tanti denari.
Ma avaro! Vedi, muore cos, coi pugni stretti. Sta qui da due
anni, ed ha fatto testamento in favore di Rosa, la figlia di don
Paulu."
"Don Paulu  figlio di don Simone?"
"No,  suo nipote:  figlio di don Priamu, che  morto."
"I tuoi padroni son molto ricchi, vero?"
"S", ment il servo, "sono ancora ricchi; prima lo erano molto di
pi."
Ma in quel momento rientr Annesa, e il giovane chiacchierone
cambi discorso.
"Anna, costui non vuol credere che l'anno venturo noi due ci
sposeremo. Non  vero che siamo cresciuti assieme in questa casa,
come parenti?"
"E allora beviamo alla vostra buona fortuna", disse l'ospite; e
bevette un po' di vino rimasto nel suo bicchiere.
"Tu ci porterai un'altra bottiglia, Annesa? S, s, va!", supplic
il servo, tendendo alla donna la bottiglia vuota; ma Annesa gli
volt le spalle e volle rientrare nella stanza dove i vecchi
padroni e l'ospite ricco chiacchieravano e ridevano.
Ma mentre ella scendeva lo scalino dell'uscio, un passo cadenzato
di cavallo rison nella straducola deserta: ella si ferm,
ascoltando, poi disse, rivolta al servo:
"Gantine,  don Paulu!", e attravers di corsa la cucina
dimenticandosi persino di deporre un piatto che teneva in mano.
Poco dopo entr in cucina un uomo ancora giovane, alto e svelto,
tutto vestito di nero, da borghese, col cappello duro.
Gantine balz in piedi.
"No", gli disse Paulu, dopo aver salutato l'ospite con un cenno
del capo, "non levar la sella al cavallo, che  tutto sudato.
Lascialo un momento respirare; lo porti poi da ziu Castigu e
domani mattina all'alba conducilo al pascolo."
E mise un piede su uno sgabello per levarsi lo sprone.
L'ospite povero guardava con curiosit: e gli pareva che servo e
padrone si rassomigliassero: lo stesso viso bruno, gli occhi
lunghi e dolci, la stessa bocca dai labbri sporgenti; senonch
Paulu sopravanzava di tutta la testa il servo, e aveva un'aria
triste e preoccupata, mentre Gantine sembrava allegro e
spensierato. E la bocca del giovine servo era rossa e sorridente,
mentre le labbra di Paulu erano pallide, quasi grigie.
"S", pensava il venditore di briglie, "adesso ricordo: il mio
padrino Pascale Sole mi diceva un giorno che i Decherchi avevano
preso in casa, come servo, il figlio illegittimo d'uno di essi,
Don Paulu e Gantine devono essere fratelli..."
"Ecco", disse il vedovo, porgendo lo sprone a Gantine, "attaccalo
al muro."
Ed entr nella camera attigua, dove l'ospite ricco lo accolse con
una esclamazione di gioia. Paulu gli strinse la mano, e parve
rallegrarsi nel rivedere il suo antico compagno di avventure; ma
donna Rachele e i nonni guardarono il vedovo e si accorsero subito
che egli non recava buone notizie.


II.

Anche Annesa era diventata pi triste e taciturna del solito.
Dopo cena Gantine invit l'ospite povero ad uscire con lui.
"Ora condurremo il cavallo da ziu Castigu, dopo faremo un giro per
il paese. Lascia il portone socchiuso", disse ad Annesa.
"No, davvero!", ella rispose vivacemente. "Forse tu starai fuori
tutta la notte. Io chiuder il portone, e tu puoi prenderti
benissimo la chiave."
"Va bene, addio", disse Gantine, cingendole la vita con un
braccio. "Torner presto, non dubitare."
"Fa quello che credi", ella rispose, respingendolo sgarbatamente.
Oltre il cavallo di Paulu i due giovani portarono via anche la
giumenta del venditore di briglie, perch sotto la tettoia non
c'era posto che per un cavallo. E condussero le due bestie nella
stalla di un pastore che era stato per molti anni servi dei
Decherchi: poi andarono in una bettola e finirono di ubriacarsi.
Anche Paulu usc col suo amico; donna Rachele e la bimba andarono
a letto, i due nonni chiacchierarono un altro po', Annesa fin di
rimettere in ordine la stanza e la cucina, e prepar il suo
lettuccio.
Ella dormiva sul canap, nella stanza da pranzo, per esser pronta
alle chiamate del vecchio asmatico; quando Gantine era in paese,
donna Rachele, per evitare ai due fidanzati l'occasione d'un
pericoloso colloquio notturno pregava Paulu o ziu Cosimu di
sostituire Annesa, e questa dormiva in una delle camere interne;
ma quella notte l'ospite povero doveva dormire in cucina assieme
con Gantine, e il pericolo era evitato.
La donna prepar le due stuoje per il servo e l'ospite, chiuse il
portone, chiuse la porticina che dava sull'orto, e port via la
chiave; in ultimo chiuse col catenaccio l'uscio della camera. Se
Gantine tornava non poteva penetrare nella casa di l del cortile
e della cucina.
I due nonni si ritirarono, ziu Zua si assop. Allora Annesa spense
il lume, accese la lampadina da notte, ma non si coric. Non aveva
sonno, anzi pareva insolitamente eccitata, e i suoi occhi, ora che
nessuno la osservava, brillavano d'una cupa fiamma, avidi e
cerchiati.
Usc nell'andito, spalanc la porta che dava sull'orto e sedette
sullo scalino di pietra.
La notte era calda e tranquilla, rischiarata appena dal velo
biancastro della via lattea e dalle stelle vivissime. Davanti ad
Annesa l'orto, nero e tacito, odorava di pomidoro e di erbe
aromatiche: e il profumo del rosmarino e della ruta ricordava la
montagna, le distese selvagge, le valli primordiali, coperte di
macchie e di arbusti, che circondavano il paese. In fondo all'orto
cominciava il bosco, dal quale emergeva la montagna, col suo
profilo enorme di dorso umano disteso sull'orizzonte stellato: i
grandi alberi neri erano cos immobili e gravi che parevano rocce.
Ma la pace, il silenzio, l'oscurit della notte, l'immobilit
delle cose, pesavano come un mistero sul cuore di Annesa. Ecco, a
momenti le pareva di soffocare, di respirare penosamente come il
vecchio asmatico.
Anche lei aveva capito: Paulu tornava da Nuoro senza i denari che
da tre mesi cercava disperatamente per tutti i paesi del
circondario. La rovina era imminente.
"La casa e l'orto, la tanca, il cavallo, i mobili, tutto sar
messo all'asta...", gemeva fra s la donna, col busto piegato fin
quasi sulle ginocchia. "Ci cacceranno via come cani affamati, e la
famiglia Decherchi diventer la pi misera del paese. Bisogner
andarsene via... come i mendicanti che vanno di paese in paese...
di festa in festa... Ah!"
Sospir profondamente: ricordava la sua origine.
"Era meglio che mi avessero lasciato proseguire la mia via... Ah,
non avrei sofferto cos, non avrei veduto quello che ho veduto,
quello che vedr. Che cosa avverr? Che accadr di noi? Donna
Rachele ne morr di dolore. E lui... lui... la sua fine... egli lo
ha gi detto, la sua fine... No, no: meglio..."
Si sollev, rabbrivid.
Paulu aveva minacciato di suicidarsi, e questo pensiero, questa
ossessione, e l'idea che il vecchio asmatico teneva sotto il
cuscino , un fascio di cartelle di rendita e, per avarizia, per
rancore contro il giovane vedovo, si ostinava a non sborsare un
soldo per salvare la famiglia dalla completa rovina, davano ad
Annesa una febbre d'angoscia e di odio.
"Vecchio scorpione", riprese, minacciando tra s il vecchio
asmatico, "io ti far morire di rabbia; ti far morire di fame e
di sete. Guai a te se ci che prevedo s'avvera... guai... guai! Tu
ci lasci agonizzare, ma io..."
Non fin di formulare il suo pensiero: qualcuno apriva la porta di
strada.
Ella balz in piedi, si volse, attese ansiosa. Paulu entr, la
vide, chiuse la porta, poi s'avanz in punta di piedi e guard
dall'uscio nella camera appena illuminata dalla lampadina
notturna. Il vecchio, sempre sollevato e appoggiato ai cuscini,
teneva gli occhi chiusi, il viso reclinato, e anche nel sonno
respirava affannosamente.
Sicuro che ziu Zua dormiva, Paulu s'avvicin ad Annesa e con un
braccio le cinse le spalle, con un impeto di desiderio. Ella trem
tutta: con le mani abbandonate lungo i fianchi, gli occhi chiusi,
come svenuta, si lasci trascinare in fondo all'orto, verso il
bosco.
Ma quando furono laggi, sotto l'albero nero ed immobile la cui
ombra conosceva il loro amore, ella si scosse, sollev le braccia
e si attacc all'uomo con una stretta nervosa.
"Credevo che non tornassi", gli mormor sul viso, "ti ho veduto
cos cupo, cos triste... Invece sei venuto... Sei venuto... Sei
qui! Mi pare di sognare. Dimmi."
"Mi son liberato dell'ospite: l'ho lasciato in casa di prete
Virdis, dove andr a riprenderlo. Gantine ha la chiave?"
"S; ho chiuso tutto", disse Annesa, con voce velata. "Dimmi,
dimmi."
"Niente ancora! Ma non pensiamo a questo."
E la baci. Le sue labbra scottavano, ma c'era nel suo bacio un
ardore amaro, la disperazione dell'uomo che cerca sulle labbra
della donna l'oblio delle sue cure e delle sue tristezze. Annesa
era intelligente e capiva i sentimenti di Paulu: si lasci
baciare, senza insistere nelle sue domande, ma cominci a
piangere.
Un profumo come di pere mature si fondeva con l'odore umido
dell'orto: in lontananza, nella profondit nera del bosco, una
fiammella rossa brillava ogni tanto e pareva un occhio che si
aprisse per spiare gli amanti. E una voce lontana, giovanile e
sonora ma alquanto avvinazzata, forse la voce di Gantine, cantava
una battorina [3] amorosa:

      Buona notte, donosa,
      Comente ti la passas, riccu mare?... [4]

Ma Annesa non sentiva, non vedeva nulla: era con Paulu e piangeva
d'angoscia e di piacere.
"Annesa", egli disse quasi indispettito, "finiscila. Lo sai che
non mi piace veder la gente triste."
"E tu sei forse allegro, tu?"
"Non sono allegro, pu darsi, ma non sono disperato. Dopo tutto,
se i nostri beni saranno venduti come i beni d'un impiccato, la
vergogna sar pi sua che nostra. Tutti sanno che egli potrebbe
salvarci. Vecchio scorpione, maledetto avaro! Quando lo vedo sento
il sangue montarmi alla testa. Se fossi un altro uomo lo
strangolerei."
S'anim, s'agit, strinse le mani, come per soffocare qualcuno.
Annesa trasal, s'asciug le lagrime e disse con voce lamentosa:
"Morisse una buona volta, almeno! Ma non muore, non muore. Ha
sette anime come i gatti".
"Sono stato a Nuoro", raccont poi il giovane. "Ho cercato denaro
in ogni buco. Mi avevano indicato uno strozzino, un vecchione nero
e gonfio come un otre. Mi sono umiliato, ho pregato, mi sono
avvilito, io, s, mi sono avvilito sino a pregare come un santo
questo vecchio immondo, questo usuraio turpe. Niente, egli mi ha
chiesto la firma di Zua Decherchi. Poi andai da un proprietario
nuorese, che mi guard sorridendo e mi disse: "ricordo quando tu
eri nel seminario di Nuoro: eri un ragazzo che prometteva molto".
E mi mand via senza i denari! Poi... Ma perch ricordare queste
cose? Ho subto tutte le umiliazioni, inutilmente; io, io, Paulu
Decherchi, io... E, ho dovuto chinare il capo come un mendicante."
Annesa chin il capo, anche lei umiliata e avvilita.
"Non hanno pi fiducia in te", disse timidamente. "Ziu Zua ti ha
anche screditato, spargendo la voce che tu sei stato la causa
della rovina della tua famiglia. Ma se andasse don Simone...
forse... troverebbe i denari..."
Paulu non la lasci proseguire. Le strinse la mano con violenza e
disse a voce alta:
"Anna, ti perdono perch non sai quello che dici! Finch vivr io,
nessun altro della mia famiglia dovr abbassarsi...".
Ella tacque ancora; cerc l'altra mano di Paulu, se la port al
viso, la baci.
"Perch", mormor, quasi parlando a quella mano ora inerte e
fredda, "perch non cerchi ancora una volta di convincere ziu
Zua?"
" inutile", egli riprese con voce accorata. "Egli non farebbe che
insultarmi ancora. Lo sai bene ci che egli dice continuamente. Lo
sai bene, Annesa. Egli dice, che vogliamo rovinarlo, che vogliamo
assassinarlo."
"Ah", ella sospir, "tante volte ho avuto la tentazione di
strappargli le cartelle di sotto al cuscino. Bisogner fare cos."
"Egli  capace di farci arrestare tutti, Anna! Eppoi io non sono
un ladro. Piuttosto mi uccido!"
Ella si appoggi nuovamente a lui spaventata e dolente.
"Ecco che torni a parlare cos! Paulu, Paulu, non vedi come mi fai
paura? Non dire cos, non parlare come parlano i pazzi. Ecco come
sei, tu. Lasciami parlare, ho diritto anch'io, Paulu, ricordati:
tu hai dato tanti dispiaceri ai tuoi nonni ed alla tua santa
madre, ed ora vuoi farli morire di vergogna e di spasimo. Non
dirla pi, sai, quella cosa terribile; non parlarne pi."
"Ebbene, taci. Non parliamone pi."
"Ascoltami bene", ella prosegu, sempre pi agitata. "Devo dirti
una cosa. Ricordati, Paulu; ricordati quando i tuoi parenti
volevano farti sposare Caderina Majule. Era ricca, era di buona
famiglia: e tu non l'hai voluta perch non era bella e pi vecchia
di te. Ora son passati molti anni; tu non sei pi un ragazzo
capriccioso. E Caderina Majule non ha preso marito e ti vuole
ancora. Sposala, Paulu: tutto si accomoder. Sposala, Paulu,
sposala. Se io fossi in te la sposerei."
Ella parlava come in delirio, soffiandogli sul viso il suo alito
ansante: ed egli, a sua volta, teneva le mani abbandonate sui
fianchi, il capo chino, gli occhi bassi. Gli pareva di venir meno,
di soffocare, di non dover mai pi uscire dall'ombra nera e
pesante che lo circondava.
"Rispondi", ella prosegu, scuotendolo colle sue piccole braccia
che parevano d'acciaio, "Dimmi di s. Ci hai pensato, vero? Non
aver paura di me, Paulu. Anch'io sposer Gantine, se tu vorrai; e
ce ne andremo lontani, io e lui, e con te non ci vedremo mai pi.
Tanto, vedi, lo so; io sono nata per seguire una via di sventura.
La sorte mi odia, e mi ha gettata nel mondo per ischerno, come una
maschera ubriaca getta uno straccio nella via. Chi sono io? Uno
straccio, una cosa che non serve a nulla. Non prenderti pensiero
di me, Paulu."
Paulu l'ascoltava e taceva. Ella gli destava compassione e
dispetto. E d'un tratto la respinse e mormor parole crudeli.
"Non ho mai creduto che io fossi da vendere, Annesa! Ma forse 
tempo di pensarci, adesso; poich non c' altro rimedio. Chi sa?
pu darsi che segua il tuo consiglio."
Annesa tacque, spaventata. Sebbene Paulu la respingesse, si teneva
aggrappata a lui, e solo quando egli ebbe pronunziate le ultime
parole, apr le braccia, e cadde a terra come una pianta
rampicante priva di sostegno.
Egli la credette svenuta e si chin su lei.
"Che fai, Anna?"
Ella gemette.
"Lo vedi?", egli disse, con rimprovero e sarcasmo, sollevandola e
accarezzandola in viso come una bambina. "Tu stessa lo vedi, come
sei sciocca a dirmi certe cose. Tu mi umilii sempre, e se non
fossi tu, a parlarmi cos, non so cosa farei."
"Taci, taci", ella riprese singhiozzando, "io lo faccio per il tuo
bene. Io sono la tua serva, non dovrei far altro che tacere e
ascoltarti in ginocchio. Tu hai ragione, Paulu: sono sciocca, sono
sciocca... sono pazza. Certe volte ho idee strane, come quando si
ha la febbre: vorrei andare per il mondo, scalza, mendicante, in
cerca di fortuna per te... per voi... Non sgridarmi, Paulu mio,
cuore mio caro, non sgridarmi; tu l'hai gi detto una volta, che
io sono come l'edera; come l'edera che si attacca al muro e non se
ne distacca pi, finch non si secca."
"O finch il muro non cade", mormor l'uomo, col suo accento
doloroso e beffardo. "Basta, non parliamone pi. Caderina Majule
si sposi qualche vecchio mercante di porci, se non ha potuto
trovar altri. Io mi tengo la mia piccola Anna e basta. E Ora vado
a cercare Ballore Spanu.  ricco, lo sai: forse mi prester lui i
denari per impedire l'asta dei nostri beni. Voglio tentare. Dammi
un altro bacio e sta allegra."
Ella gli porse le labbra tremanti, bagnate di lacrime, e ancora
per un attimo entrambi dimenticarono tutti gli affanni, le
miserie, gli errori che li separavano.
Poi egli usc di nuovo; e di nuovo ella sedette sul limitare della
porta.
Non aveva sonno, e l'idea di doversi chiudere nella camera dove
ogni tanto si sentiva il gemito del vecchio asmatico, le dava
quasi un senso di terrore. Ma alla sua inquietudine, al suo
affanno, si mescolava adesso una vaga ebbrezza: ella sentiva
ancra il sapore delle labbra di Paulu, e davanti a s non vedeva
che la figura di lui, triste, beffarda e voluttuosa. Questa
figura, d'altronde, le stava sempre davanti, la precedeva in tutti
i suoi passi come la sua ombra.
Da anni ed anni ella viveva in compagnia di questo fantasma che
solo la presenza reale di Paulu faceva dileguare. Ella non era una
donna ignorante e incosciente: aveva studiato fino alla quarta
elementare, e dopo aveva letto molti libri; tutti i libri che
Paulu possedeva. Ed egli era stato il suo migliore e pi
suggestivo maestro. Le aveva insegnato tutto ci che egli sapeva o
credeva di sapere. Le aveva additato le costellazioni, e spiegato
l'origine dell'uomo, e il mistero del tuono e del fulmine; l'aveva
eccitata col farle conoscere romanzi d'amore, e infine l'aveva
convinta che Dio non esiste.
Ella conservava due o tre romanzi letti nella sua prima giovent:
li teneva fra le sue cose pi care, giallognoli e scuciti come
libri sacri letti e riletti da molte generazioni. E sapeva quasi a
memoria quelle storie d'amore e d'angoscia, come leggende
familiari.
Allora, nei tempi lontani della sua adolescenza, la famiglia era
ricca e potente. Servi e serve, mendicanti, bambini poveri,
donnicciuole, ospiti dei paesi vicini, cavalli, cani, cinghialetti
e mufloni addomesticati animavano la casa. Un pescatore di trote
veniva tutti i giorni a portare la sua pesca.
Regali andavano, regali venivano: qualche ospite s'indugiava in
casa Decherchi quattro o cinque giorni, e la tavola era sempre
imbandita. E mentre il cortile era sempre pieno di mendicanti, in
cucina si nascondeva qualche povero vergognoso che mendicava in
segreto, e al quale donna Rachele era lieta di fare la carit.
Annesa, allora, era servita e riverita dalle persone di servizio
come una signorina: pi che figlia d'anima era considerata come
figlia vera di donna Rachele, ed ella teneva le chiavi e apriva
anche il cassetto ove don Simone riponeva i denari, allora
abbondanti.
E quante volte, dopo, si era pentita di non aver messo da parte
qualche somma, con la quale aiutare adesso i suoi benefattori
caduti in miseria.
Ella aveva partecipato a tutte le vicende della famiglia, in
quella casa dove il destino l'aveva gettata come il vento di marzo
getta il seme sulla roccia accanto all'albero cadente. Ed era
cresciuta cos, come l'edera, allacciandosi al vecchio tronco,
lasciandosi travolgere dalla rovina che lo schiantava.

Seduta sul limitare della porta, ombra nell'ombra, ella si
abbandonava ai ricordi: ricordi vaghi e tristi, con uno sfondo
incerto e melanconico come quel cielo notturno che finiva davanti
a lei sopra la montagna addormentata: ma alcuni di essi brillavano
e vibravano su questo sfondo, simili alle stelle filanti che di
tanto in tanto pareva si staccassero dal cielo, stanche di tanta
altezza serena, per scendere sulla terra ove si ama e si muore.
S, una volta Paulu ritornava da Nuoro e Anna non lo riconobbe,
tanto egli s'era fatto alto e bello. Durante quelle vacanze, un
giorno, mentre infuriava un temporale, egli le spieg, meglio che
non l'avesse fatto la maestra di terza elementare, perch l'aria
rimbomba dopo che il fulmine l'ha attraversata.
"Io credevo che il tuono fosse la voce di Dio", ella disse, un po'
scherzando, un po' seria.
"Stupida, Dio non esiste!", egli disse, guardandosi attorno,
pauroso d'essere sentito dai suoi nonni.
"Paulu, che dici?", ella mormor con terrore. "Se ti sente don
Simone! Se ti sente prete Virdis!"
"Prete Virdis  un chiacchierone, un peccatore come tutti gli
altri uomini. Dio non esiste, no, Annesa. Se Dio esistesse" egli
riprese "non permetterebbe che nel mondo accadessero certe cose. A
parte la solita storia dei ricchi e dei poveri che nascono tali
senza averne merito o colpa, ci sono tante altre ingiustizie nel
mondo! Tu, per esempio... perch sei senza padre e senza madre,
perch non sai neppure chi sei? Vedi? se io volessi sposarti non
potrei..."
Annesa impallid, sebbene non avesse mai pensato, neppure in
sogno, di sposare il figlio dei suoi benefattori.
Poi gli anni passarono. Un giorno in casa Decherchi accadde una
cosa spaventosa. Il padre di Paulu cadde nel cortile, come se
avesse inciampato, e non si sollev pi. Le sue ultime parole
furono rivolte alla moglie:
"Rachele, ti raccomando quel fanciullo".
E Gantine, il ragazzetto che la voce pubblica diceva figlio del
morto, fu preso in casa come servetto. Gli altri servi, poich
Gantine era quasi ancora un bambino, neppure buono a scorticare un
agnello, lo maltrattavano e lo deridevano; egli si lagnava con
donna Rachele.
"Figliolino di Dio", gli diceva la santa vedova, "abbi pazienza.
Di' loro che crescerai e diventerai pi abile di loro."
E ziu Cosimu Damianu, il padre di donna Rachele, aggiungeva:
"Figlio di Sant'Antonio, di' loro cos:

      Frati vanno e frati vengono
      e il convento fermo resta;

voi siete frati randagi, andrete, verrete, ed io rester sempre
nel convento".
Donna Rachele sgridava il padre perch "figlio di Sant'Antonio"
vuol dire bastardo, e perch non voleva che i servi avessero a
mormorare per la risposta significativa, consigliata a Gantine.
Ma don Simone interveniva, sorridente e sereno come sempre:
"Lascia passare trenta giorni per un mese, lascia che dicano quel
che vogliono, tanto il prossimo non  mai contento".
E la pace regnava nella famiglia.
Ma in quel tempo appunto cominci l'esodo dei servi; prima uno,
poi un altro, poi tutti. Rimasero soltanto Gantine e un servo
pastore, chiamato ziu Castigu perch era un po' scemo. Poi anche
questo fu licenziato. La famiglia cadeva in rovina, precipitava
sempre pi gi, pi gi, in un vuoto pauroso.
I debiti di tre generazioni, i trecento scudi che don Simone aveva
preso dalla Banca Agricola, le cambiali in bianco di don Pilimu,
gli interessi del duecento per cento dei debiti di Paulu,
divorarono in pochi anni le tancas, le vigne, le greggie e i
cavalli dell'intera famiglia. Donna Rachele piangeva e diceva:
"Vedete,  stato come il fico d'India: da una foglia ne son nate
mille".
Sulle prime anche Don Simone e ziu Cosimu Damianu piangevano e si
bisticciavano; ma col tempo si abituarono alla povert e don
Simone ritorn sereno e sorridente e ripet il suo filosofico
ritornello: "lascia passare trenta giorni per un mese".
Paulu, dopo essere stato cacciato via dal seminario di Nuoro, non
aveva voluto proseguire gli studi; si divertiva come si divertono
molti piccoli proprietari sardi, correndo di villaggio in
villaggio per le feste campestri. Tutti i mendicanti della
Sardegna, che vanno appunto di festa in festa, lo conoscevano.
Anche i ciechi dicevano: " quel cavaliere di Baruni, don Paulu
Decherchi, un ricco ispassiosu. [5]"
Nei villaggi egli prendeva denaro dagli usurai, nelle feste lo
sprecava.
Pareva pazzamente innamorato della vita. A giorni era buono e
allegro, a giorni cattivo e violento.
Annesa ricordava. Ora Paulu era diventato docile e mansueto; gli
anni e le sventure lo avevano domato come un puledro; ma allora!
Quante volte l'aveva bastonata perch ella faceva l'amore con
Gantine!
"Vergognati, sfacciata; egli  un servo;  un bastardo."
"Ed io non sono una serva?", ella rispondeva piangendo. "Non sono
anch'io figlia di nessuno?"
"Egli ha dieci anni meno di te."
"Gli anni non contano; l'albero giovane intreccia i suoi rami con
quelli dell'albero vecchio..."
Gli occhi di Paulu splendevano come gli occhi di un gatto
selvatico.
"Ingrata, sfacciata, mantenuta per l'anima. [6]"
Ella, che amava Gantine perch rassomigliava a Paulu, cos come si
ama il fuoco perch ricorda il sole, piangeva, taceva e lavorava.
Era diventata davvero la serva di casa; ma anche donna Rachele
lavorava, pregava e taceva.
In quel tempo Paulu si ammogli. La sposa era una fanciulla
nobile, bella, ma povera e malaticcia. Per un anno i due sposi
vissero felici; donna Kallina era buona e rendeva buoni tutti
quelli che l'avvicinavano. Il marito parve diventare un altro; ma
dopo la nascita di una bambina dalla testa enorme, la giovine
sposa ammal gravemente.
Don Paulu la condusse a Cagliari, a Sassari, nel continente; ma
donna Kallina mor e un'altra tanca fu venduta.
La casa divenne triste, solitaria; i mendicanti non insistevano
pi, come prima, per ottenere l'elemosina; gli ospiti si fecero
rari.
Don Simone sorrideva sempre, ma con tristezza; e ripeteva che
bisognava rassegnarsi a lasciar passare trenta giorni per un mese,
ma borbottava perch la gente non crede pi in Dio e quindi
commette il male.
Ziu Cosimu Damianu, con la piccola Rosa fra le braccia, conveniva
che il timor di Dio  un freno contro il male, ma difendeva gli
errori e le debolezze umane: gli uomini sono nati per il peccato.
E la bimba, vivente risultato di molte debolezze e di molti errori
umani, piegava l'enorme testa sull'omero del vecchio e non
protestava.
Intanto Annesa s'era fidanzata con Gantine, dopo aver chiesto il
consentimento dei suoi benefattori. Ella aveva passato i
trent'anni; che aspettava? Gantine era povero ma buon lavoratore.
Si sarebbero sposati appena i Decherchi avessero dato al giovine
un po' del denaro che gli dovevano: ma il tempo passava, e il
denaro non si vedeva.
Il giovane fidanzato era allegro, buono e sereno come don Simone.
Chiamava Annesa con due nomignoli: Pili brunda [7] quando ella si
mostrava tenera e allegra, cosa molto rara, e mudre quando ella
taceva, triste e cupa, per intere giornate.
"Figlio di Sant'Antonio", diceva ziu Cosimu Damianu, "tu sai il
proverbio sardo: ribu mudu tiradore. [8]"
In quel tempo Annesa cominci a non credere pi in Dio perch la
famiglia dei suoi benefattori cadeva sempre pi in rovina. Era mai
possibile l'esistenza di un Dio cos cattivo? I Decherchi non
avevano fatto altro in vita loro che temerlo, adorarlo e seguirne
i precetti, ed Egli li ricompensava mandando loro ogni peggiore
sventura.
Ma d'un tratto il Signore parve muoversi a piet della famiglia
cos a lungo e duramente provata. Ziu Zua, un vecchio parente
avaro, che era stato alla guerra di Crimea, dove aveva perduto una
gamba, propose ai Decherchi di prenderlo in casa. Avrebbe dato un
tanto al mese, e poi fatto testamento in favore di Rosa. Era
vecchio, soffriva d'asma, aveva paura di venir derubato. Paulu non
amava questo vecchio asmatico, al quale era spesso ricorso invano
per farsi prestare denari; ma non si oppose a che egli venisse in
casa. E ziu Zua venne e prese posto accanto ai due nonni, che
usavano star seduti fuori della porta di strada simili a due
vecchi leoni vigilanti l'ingresso d'un palazzo incantato in
rovina. La gente passava, ascoltava le discussioni e le
chiacchiere dei tre vecchi e li chiamava "I tre re magi con cinque
gambe".
Ziu Zua ansava e parlava male dei "giovani d'oggi" alludendo a
Paulu; don Simone ammetteva che il nipote s'era rovinato perch
non aveva mai avuto timor di Dio, ma ziu Cosimu Damianu, con Rosa
sulle ginocchia, stringeva le labbra e difendeva i "giovani
d'oggi".
"Tutti siamo stati giovani ed abbiamo commesso i nostri errori. Il
Signore disse: chi  senza peccato scagli la prima pietra..."
"Per chi vuoi dire?", gridava il vecchio asmatico, tirando fuori
dal petto velloso la medaglia al valor militare. "Guarda qui: la
vedi o non la vedi questa medaglia? Guardati in essa come in uno
specchio."
Don Simone fingeva di specchiarsi, si accomodava la berretta, poi
diceva:
"Veramente non  molto pulito quello specchio".
E ziu Cosimu Damianu esclamava:
"Ma, figlio di Sant'Antonio, chi accenna a te, Zua Dech? Per,
vedi,  appunto chi  senza peccato che scaglia la prima pietra
contro il peccatore. Chi  senza peccato non compatisce, non
compatisce...".
Poi ziu Zua raccontava i suoi ricordi di guerra. La sua voce
dispettosa si raddolciva, e spesso egli piangeva, ricordando che
La Marmora gli aveva stretto la mano. Ma i suoi ricordi erano
molto confusi: fra le altre cose egli si ostinava a dire che i
Sardi avevano preso parte alla battaglia di Balaclava, e invano
don Simone ripeteva:
"No,  stato alla battaglia di Cernaia".
"No, no,  stato a Bellaclava. Mi ricordo; era d'estate, d'agosto,
ma c'era una nebbia che pareva d'inverno. Fin dalla notte noi
eravamo sul colle, al comando di quel diavolo di maggiore
Corpograndi [9] . Imparatelo questo nome: Cor-po-grandi. Non
bisogna sbagliare una sillaba perch sarebbe una bestemmia, come
sbagliare il nome di Dio."
Un giorno ziu Zua cadde per terra come era caduto don Pilimu. Non
mor, ma quando lo sollevarono, la sua gamba destra era rigida e
morta peggio del bastone ferrato che sostituiva l'altra gamba. Lo
misero a letto e non si alz pi. Egli divent insoffribile:
nascose sotto il guanciale le sue cartelle di rendita e non le
affid ai parenti neppure per riscuoterne gli interessi, di notte
si svegliava gridando che volevano derubarlo, e pretendeva che
Annesa dormisse nella camera ove dormiva lui. Paulu cominci a
odiarlo: e Annesa lo odiava perch lo odiava Paulu. E Gantine lo
odiava perch lo odiavano loro.
Fra le persone rimaste fedeli e affezionate alla disgraziata
famiglia c'era ziu Castigu, il vecchio servo diventato pastore a
solus, vale a dire che aveva acquistato un certo numero di pecore
e le pascolava per conto proprio.
"Girate tutto il mondo", diceva con ammirazione, parlando della
famiglia presso la quale aveva servito per quarant'anni, "provate
pure a girarlo, se volete: non troverete una famiglia pi nobile e
pi buona, Don Simone? Ma se Dio morisse, gli angeli del cielo
eleggerebbero don Simone a signore loro e nostro! Bisogna
rispettare persino le scarpe di don Simone!"
In paese lo deridevano per questo suo feticismo: il messo ogni
volta che lo vedeva gli domandava:
"Ebb,  morto il Signore?".
Anche prete Virdis, il rettore, quando ziu Castigu and a
confessarsi, lo tratt malamente,
"Anghelos santos! [10] (prete Virdis usava quest'intercalare anche
coi suoi penitenti). Non dire pi queste cose, fratello mio. Il
Signore  uno solo e non morr mai, neppur dopo che avr fatto
morire tutti noi".
Ma ziu Castigu non smetteva di lodare la famiglia "pi nobile del
mondo". Anche Annesa godeva tutta l'ammirazione e la confidenza di
ziu Castigu. Una volta egli le confid di essere innamorato di una
bella e ricca fanciulla del paese, e la preg di un favore:
"Voglio mandarle una lettera: scrivila tu, pili brunda: perch
ridi?".
"Perch io non so scrivere lettere!"
"Non importa: non sei un avvocato, tu. Basta che tu scriva cos:
"Maria Pasquala, anima mia, ti amo e se tu mi vuoi ti metter
entro una nicchia". Va, Annesa, fammi questo piacere; per scrivere
la lettera ti porter un foglio di carta di amore che potrebbe
essere mandato anche alla Corte reale."
Annesa promise di scrivere la lettera, e ziu Castigu port la
famosa carta di amore ch'era poi uno di quei foglietti traforati e
adorni di un cuore ferito, usati dagli studentelli per le loro
prime dichiarazioni amorose.
Ma la dichiarazione non ebbe l'esito desiderato: anzi un fratello
di Maria Pasquala, un giorno, nel vedere ziu Castigu passare
davanti a casa sua, lo rincorse col pungolo; e il pastore fugg
"come un cane a cui si  messo il fuoco sul muso".
Un giorno ziu Castigu invit al suo ovile i suoi amici e i suoi ex
padroni. Ziu Cosimu Damianu, Paulu e Annesa accettarono l'invito.
L'ovile era quasi in cima al monte di Santu Juanne, una specie di
prealpe di l della quale il Gennargentu chiude l'orizzonte con le
sue cime e i suoi profili argentei.
Enormi roccie di granito, sulle quali il musco disegnava un
bizzarro musaico nero e verde, si accavallavano stranamente le une
sulle altre, formando piramidi, guglie, edifizi ciclopici e
misteriosi. Pareva che in un tempo remoto, nel tempo del caos, una
lotta fosse avvenuta fra queste roccie, e le une fossero riuscite
a sopraffare le altre, ed ora le schiacciassero e si ergessero
vittoriose sullo sfondo azzurro del cielo. E le macchie e le
quercie, a loro volta, cessata la lotta delle pietre, avevano
silenziosamente invaso i precipizi, s'erano arrampicate sulle
roccie, avevano anch'esse cercato di salire le une pi su delle
altre. Tutte le cose in quel luogo di grandezza e di mistero
assumevano parvenze strane, e gli uomini solitari che dovevano
vivere a contatto con le roccie alcune delle quali avevano forme
di mostri, di pesci giganteschi, d'animali antidiluviani e
comunicavano con l'anima della montagna sussurrante nei boschi, e
intendevano ci che diceva il rombo del vento e il frusco delle
foglie cadute, questi uomini avevano naturalmente creato mille
leggende e le avevano collocate nei punti pi orridi e pi poetici
del luogo.
Vicino all'ovile di ziu Castigu, per esempio, poco lontano da una
chiesetta medioevale, si scorgeva su una cima una lunga roccia in
forma di bara, posata obliquamente su un enorme masso quadrato.
Ebbene, l dentro, in quella tomba alta e solenne che un
imperatore poeta non avrebbe sdegnato, la fantasia popolare
rinchiudeva un gigante, ucciso a tradimento dai nani astuti che un
tempo popolavano la montagna.
Durante la colazione, gl'invitati di ziu Castigu, seduti all'ombra
di alberi millenari che coi loro lunghi ciuffi di liane grigiastre
parevano vecchi barbuti, non parlarono di altro che di queste
leggende.
Due vecchi sposi, che dopo il giorno delle loro nozze, avevano
sempre mangiato nello stesso piatto, ricordarono il viaggio di
nozze di un avo di Paulu.
"Egli spos una dama di Aritzu. Da Aritzu a Baruni gli sposi
furono accompagnati da ventisette parenti che montavano magnifici
cavalli bai; solo gli sposi cavalcavano su una giumenta bianca.
Attraversarono una montagna, e giunti qui, salirono sulla tomba
del gigante, dalla quale si scorge il paese, e tutti spararono in
alto i loro fucili... Sembrava una battaglia..."
"Voglio salire lass: chi viene?", domand Paulu che aveva bevuto
abbastanza e sembrava allegro e ringiovanito.
Ma gli altri erano quasi tutti vecchi o stanchi e preferirono
sdraiarsi all'ombra degli alberi. Solo Annesa segu il giovine
vedovo, e nessuno mormor: tutti erano abituati a considerare
Paulu e Annesa come fratello e sorella.
Essi andarono; era di maggio, il sole del meriggio batteva sulle
roccie intorno alle quali fiorivano le rose di macchia; le foglie
degli alberi scintillavano.
Poi il bosco s'apr, e fra due quercie dalle chiome riunite
apparve, come nello sfondo di un arco grandioso, la piramide
lontana di monte Gonare, azzurra sul cielo luminoso.
A destra del bosco sorgeva la cima rocciosa sulla quale nella sua
tomba di pietra che il musco copriva d'un drappo di velluto verde,
riposava il gigante. La salita era difficile: bisognava saltare di
roccia in roccia.
Paulu precedeva, Annesa seguiva; pi che altro ella desiderava
vedere in lontananza il villaggio. D'un tratto si trov su alcune
pietre che oscillavano; le parve di perdere l'equilibrio e diede
un grido. Paulu si volse, torn indietro, la guard e le porse la
mano.
Salirono pi su, sedettero sulla sporgenza del masso, sotto la
roccia del gigante: ai loro piedi il bosco precipitava come una
grandiosa cascata verde, gi, gi, fino alla costa sul cui
giallore le case del villaggio apparivano grigie e nerastre simili
ad un mucchio di brage spente. Valli e montagne, valli e montagne
si seguivano fino all'orizzonte: tutto era verde, giallo e
celeste.
Gli avvoltoi in amore stridevano e s'inseguivano, tra il sole ed
il vento, nell'aria serena.
Annesa e Paulu non scambiarono una parola; egli era ridiventato
triste, ma i suoi occhi ardenti, pi che guardare il panorama,
fissavano gli avoltoi in amore. Improvvisamente si alz e Annesa
lo segu. Nel punto ove le pietre si muovevano egli si ferm, le
porse ancora la mano e la guard.
Annesa sent quello sguardo insolito investirla come una vampa: e
le parve di cadere e che tutte le roccie precipitassero sotto di
lei. Ma Paulu la teneva sospesa nel cerchio delle sue braccia, e
aveva unite le sue alle labbra di lei, in modo che pareva non
dovessero staccarsi mai pi.


III.

"Annesa, Annesa!", chiam il vecchio asmatico. La sua voce
lontana, accompagnata da un gemito, svegli Annesa dai suoi sogni:
ella si scosse e rientr in camera.
Ziu Zua, assalito da uno dei suoi frequenti accessi di
soffocamento, cercava di sollevarsi e non poteva; le sue mani
scarne si agitavano, come lottando penosamente contro un fantasma
invisibile.
Annesa gli si avvicin senza troppa premura, lo sollev, gli mise
un altro cuscino dietro le spalle. A poco a poco egli riprese a
respirare meno penosamente e domand da bere; e appena pot
parlare, ricominci a imprecare e a lamentarsi.
"Tu mi lasci sempre solo", insisteva con voce ansante, "e le
zanzare mi pungono, e il lume si spegne, che ti si spengano gli
occhi! Chiamami prete Virdis, almeno: voglio confessarmi, non
voglio morire scomunicato, come un moro. Mi date il veleno, voi;
tutti mi date il veleno, voi... per farmi morire lentamente, che
siate maledetti voi e che sia maledetto il latte delle vostre
madri. Ma arriver presto il momento che desiderate: s, s,
presto, prestissimo. Mi troverete morto come un cane, e allora
sarete contenti..."
"Ma state zitto una buona volta", disse Annesa, minacciosa.
"Vergognatevi di dire queste cose, vecchio ingrato, vecchio
cattivo..."
Egli per continu a brontolare, anche dopo che ella ebbe spento
il lume e si fu coricata. Nel buio ella sentiva quella voce
ansante e stridente, e le pareva che una sega le dividesse il
cuore. E una parte di quel cuore si conservava buona e pura, e
ardeva d'amore, di piet, di gratitudine, mentre l'altra parte
sanguinava e ardeva anch'essa ma come un tizzo verde, di una
fiamma livida e puzzolente. La dolcezza e la tristezza dei ricordi
erano sparite: quella voce di fantasma cattivo richiamava la donna
alla realt opprimente.
Le pareva di soffrire d'asma anche lei; e invece di compatire il
vecchio per ci che egli soffriva, ripeteva fra s le imprecazioni
e le male parole di lui.
Finalmente entrambi si calmarono e si assopirono. Una voce dolce e
sonora cant in lontananza una soave battorina d'amore, poi
s'avvicin, rison nel silenzio della straducola, accompagnata da
un coro melanconico di voci giovanili.

      ...Sos ojos, sa cara bella,
      Su pilu brundu dechidu!
      Pro me non bi torrat mai
      Cuddu reposu perdidu...

" Gantine, povero usignolo!", pens Annesa, che nel dormiveglia
cominciava gi a sognare di Paulu. E, al solito, pens con
tenerezza e con rimorso al suo giovane fidanzato; ma quando la
voce tacque, ella si assop ancora e di nuovo la figura di Paulu
le torn vicina.

L'indomani mattina donna Rachele and alla messa bassa e fece la
comunione: e le altre donne anziane che erano in chiesa, la videro
piangere e pregare fervorosamente, tutta chiusa nel suo scialle
nero come in un manto di dolore.
Annesa invece and con Rosa alla messa cantata delle nove. Col suo
bel costume dalla gonna pieghettata e orlata di verde, il corsetto
nero e rosso, il grembiule carico di ricami antichi, una benda
gialla intorno al capo, ella rassomigliava ad una piccola madonna
primitiva, mentre al suo fianco la bimba deforme, goffamente
vestita di un abituccio borghese di cotonina rossa, pareva la
caricatura d'una civilt degenerata.
Dopo aver percorso la straducola in pendio, uscirono nella strada
comunale che attraversa il paese, e proseguirono verso la chiesa.
Altre donne vestite come Annesa sbucavano da tutte le straducole:
gruppi di bimbi laceri ma robusti e belli, coi luminosi occhi
neri, giocavano qua e l sotto gli archi delle porticine, sulle
scalette esterne, nei piccoli cortili insolitamente spazzati e
inaffiati.
La chiesa di San Basilio, sebbene questo fosse il santo protettore
del paese, restava fuori dell'abitato, un centinaio di metri
distante dall'ultima casupola nella quale abitava una parente dei
Decherchi.
Un cortile vastissimo, roccioso, coperto di fieno e di stoppie
calpestate, circondava la chiesetta, addossate alla quale
sorgevano alcune stanze e una tettoia dove si riunivano le persone
incaricate del buon andamento della festa.
Vicino alla chiesa s'innalzava una specie di torre quadrata, con
un rozzo belvedere, al quale si saliva per una scaletta esterna.
La chiesa, le stanze, la torre, d'una costruzione primitiva, di
pietre rozze e di fango, avevano preso il colore cupo e rugginoso
delle roccie circostanti. A sinistra della chiesa, ai piedi del
villaggio, si sprofonda la vallata granitica, di l della quale un
grandioso panorama di valli e montagne, verdi e azzurre, sfuma sul
cielo chiarissimo: a destra sorge il monte San Giovanni, coi suoi
boschi, le brughiere, le roccie dai profili fantastici.
Quattro quercie secolari crescevano davanti alla chiesa, la cui
facciata, intraveduta fra i rami delle piante poderose, pareva
tagliata nella roccia. Uomini alti e forti, vestiti di rosso e di
nero, paesani di altri villaggi, pastori e contadini,
s'aggruppavano intorno ai banchi dei liquoristi, sotto le tettoie
di frasche addossate alle roccie della spianata. Era la solita
folla delle feste sarde: uomini allegri che pensavano a bere,
donne in costume che andavano in chiesa per pregare e farsi
vedere.
Annesa e Rosa scesero lentamente il sentiero che va dalla strada
comunale alla chiesa: davanti alla casetta ultima del paese si
fermarono a salutare zia Anna, la cugina di donna Rachele.
Questa cugina era una donna anziana, alta, magra e pallida come un
fantasma; rassomigliava alquanto a donna Rachele, ma sosteneva
d'essere pi giovane e molto pi bella della cugina nobile. E
raccontava d'aver avuto e di aver ancora molti adoratori e
pretendenti che ella respingeva per restar libera e potersi
dedicare tutta a tre sue nipoti, orfane di padre e di madre.
Queste nipoti, infatti, vivevano con lei, ed una era gi una
ragazza da marito. E zia Anna le amava come sue figliuole, poich
era una donna affettuosa ed anche savia, che all'infuori dell'idea
fissa della sua bellezza e dei suoi pretendenti non aveva altra
debolezza.
Un cortiletto senza cancello, circondato di un muricciuolo,
precedeva la casetta: dalla porticina spalancata usciva un buon
odore di caff. Annesa grid:
"Zia Anna non venite alla messa?"
"Aspetto un ospite", disse la donna, affacciandosi alla porta con
una caffettiera in mano. "Rosa, anima mia, come sei bella oggi!
Venite avanti; vi dar il caff. Sei sempre vecchia, Rosa? i
dentini non vogliono spuntare, no?"
Rosa sorrise, mostrando le sue gengive sguarnite, e Annesa disse,
per conto della bimba:
"Verranno di nuovo, i dentini, e poi cadranno ancora. Cadranno
anche i vostri, zia Anna, e non ritorneranno pi".
"Pu darsi", rispose la donna, che aveva bellissimi denti. "Ma
venite, belle mie; vi dar il caff; per la messa  ancora presto.
Ho veduto prete Virdis passeggiare davanti alla chiesa: era con un
signore che mi  sembrato Paulu."
Allora Annesa, che stava per entrare da zia Anna, cambi parere e
s'avvi verso la chiesa.
"Addio, addio, statevi bene e tanti saluti alle ragazze. Noi
andiamo perch  tardi."
"Avevo da raccontarti una cosa: verr da voi domani", disse zia
Anna, salutando con la mano. "Addio, Rosa, non mangiare molto
torrone. Non mi hai detto neppure cosa ti ha dato il sorcio, in
cambio dei tuoi dentini. Glieli hai poi messi, nel buco dietro la
porta?"
"S", grid la bimba. "Mi ha lasciato un po' di nocciuole, in
cambio dei denti."
"A che servivano le nocciuole, se non avevi denti per
schiacciarle?"
"Eh, le ho schiacciate con una pietra!"
"Addio."
"Addio."
Annesa trascinava Rosa e camminava in fretta, guardando fisso
davanti a s, come affascinata. La bimba disse:
"S, babbo  l, davanti alla chiesa, e passeggia con prete Virdis
che  arrabbiato".
Infatti il vecchio prete gesticolava animatamente. La sua grossa
pancia ansava. Era bruttissimo, grosso e gonfio; il viso color
mattone, paffuto e rugoso nello stesso tempo, esprimeva un
malcontento sdegnoso. Una parrucca dai lunghi peli che sulla nuca
si mescolavano a qualche ciuffo argenteo di capelli veri,
accresceva quell'orrida bruttezza.
Annesa abbassava gli occhi ogni volta che incontrava il prete: e
anche quella mattina tent di passare dritta, trascinandosi dietro
la bimba, ma il vecchio sacerdote sollev una delle sue grosse
mani e cominci a gridare:
"Rosa! Rosa!".
Annesa dovette fermarsi.
"Rosa", disse il prete, avanzandosi fino a coprire con la sua
pancia il viso della bimba. "Ho piacere che tu venga alla messa. A
quanto pare ci vengono persino le capre, oggi, persino le donne
ebree e le donne moresche."
Annesa andava raramente in chiesa; ma non si turb per
l'allusione. Guardava verso la spianata, fingendo d'interessarsi
al quadro variopinto che le si stendeva innanzi e ascoltava i
bandi che il messo, [11] ritto sopra una roccia, gridava alla
folla.
Anche Paulu guardava laggi. La figura del messo, alta e
selvaggia, spiccava nera nel sole. Col suo tamburo scintillante,
col suo costume met da paesano, met da cacciatore, col suo
berretto di pelo che pareva la capigliatura naturale di quella
testa nera e forte, il messo dava l'idea di un araldo primitivo
sceso gi dai boschi della montagna per annunziare qualche cosa di
terribile ai pacifici bevitori d'acquavite e di anisetta raccolti
intorno ai furbi rivenditori della spianata. Tutti lo guardavano,
ed egli gridava con voce stentorea da predicatore:
"Giovani e giovanette, andate a ritrattarvi dal fotografo che
abita presso il falegname Francesco Casu. E chi vuole orzo a una
lira il quarto corra dal signor Balentinu Virdis. E presso Maria
detta la Santissima si vendono uova fresche e sorbetti fatti col
ghiaccio...".
"S, anche le donne moresche", ripet prete Virdis. "Quelle che si
alzano la mattina col diavolo, e vanno a letto, la sera, col
demonio. Va, va, Rosa, prega per questa gente, che si converta. Mi
racconterai poi la storia del Signore morto. La sai ancora?"
"Sissignore."
"Meno male: tu non sarai un'ebrea. Va, va."
E riprese a camminare, sbuffando, Paulu lo segu, ma prima scambi
con Annesa uno sguardo rapido e ardente che la riemp di gioia.
"Anghelos santos!", ella disse piano, con ironia, ripetendo
l'intercalare favorito di prete Virdis. E la piccola Rosa, che
amava poco il grosso prete, si mise a ridere, col suo risolino
triste di vecchietta.
Annesa ascolt la messa pensando a Paulu, al suo sguardo
appassionato. Ella provava un senso di ebbrezza quando il vedovo
le dava quei rapidi segni d'amore: le pareva che uno sguardo
scambiato cos, di giorno, tra la gente che li separava come non
avrebbe potuto separarli una muraglia di macigni, valesse pi che
tutti i loro abbracci notturni.
E le parole pungenti di prete Virdis le sembravano un lontano
rumore di vento: uno sguardo di Paulu la ricompensava di ogni
affronto e di ogni umiliazione.
Dopo la messa egli l'attese sotto le querce e prese Rosa per mano.
"Andiamo da quel venditore di torrone", disse a voce alta, poi
aggiunse piano: "prete Virdis  arrabbiato con te perch non hai
fatto la comunione. Ti ho scusata con lui, dicendogli che avevi
molto da fare. Egli non  cattivo: tutt'altro!  simile
all'alveare; brutto di apparenza, ma colmo di miele. Mi ha
promesso d'intercedere ancora per noi presso ziu Zua. Verr oggi
da noi; non essere sgarbata con lui, ti prego. Se poi non si
riesce a nulla con ziu Zua, fra giorni io vado al paese di Ballore
Spanu. Egli mi ha promesso di presentarmi ad una sua parente,
sorella del rettore del suo paese: una vecchia danarosa che forse
mi prester qualche migliaio di lire. Vuoi bere un liquore,
Annesa?".
"Ah, speriamo dunque", ella disse, sospirando. "Dov' il tuo
amico?"
"Non so: ha promesso di venire a raggiungermi qui", rispose Paulu,
guardando intorno per la spianata.
Intanto s'erano avvicinati al banco del venditore di torroni.
Gli uomini, dopo essere stati in chiesa, si affollavano di nuovo
intorno ai liquoristi: e non si contentavano di un solo
bicchierino, ma compravano intere bottiglie di liquore che
bevevano, in compagnia degli amici e degli ospiti, fino all'ultima
goccia. Quegli uomini vestiti di pelli, dai lunghi capelli unti,
alti e rudi come uomini primitivi appena sbucati dalle foreste
della montagna, erano avidi di bevande, alcooliche e dolci, e si
leccavano le labbra con volutt infantile.
Annesa accett da Paulu un bicchierino di menta. Accorgendosi
d'essere osservata da un gruppo di amici di Gantine si mostrava
triste e rigida come del resto lo erano tutte le donne che in quel
momento attraversavano il cortile della chiesa.
D'un tratto si sent presa per la vita da un braccio d'uomo, e si
vide accanto a s il piccolo ziu Castigu, vestito a nuovo, pulito,
allegro come un fanciullo.
"Come", egli disse, tenendo Annesa abbracciata, ma rivolgendosi a
Paulu, "ve ne andate cos, senza far visita ai priori della festa?
Le par ben fatto, questo, piccolo don Paulu mio? No, no, lei non
vorr offendere San Basilio, andandosene senza visitare i priori.
Io sono fra questi, e ci tengo alla sua visita. Andiamo, Rosa,
rosellina mia, vuoi che ziu Castigu ti prenda in braccio? O sulle
spalle, come un agnellino?"
"Io devo andar a casa", protest Annesa. "Donna Rachele mi
aspetta."
"Tu verrai, pili brunda: prender sulle spalle anche te, se vuoi!
Andiamo. Gantine  venuto da me stamattina per tempo, ed ha preso
il cavallo per recarlo al pascolo. Non  ancora tornato?"
"No; diventa sempre pi poltrone quel giovine", disse Paulu. "Fa
sempre il comodo suo."
"Ssss!", sussurr ziu Castigu, accennando ad Annesa.
Ma ella non pareva molto preoccupata per le parole di Paulu: aveva
ripreso nella sua la mano di Rosa, e ritornava verso la chiesa,
precedendo i due uomini.
"Fra giorni voglio mandare Gantine in una lavorazione di scorza,
nella foresta di Lula", riprese il vedovo. "Mi hanno offerto di
tenerlo lass fino al tempo delle seminagioni: cos almeno
guadagner qualche cosa."
"S,  un ragazzo molto allegro", convenne ziu Castigu. "Ma tutti
siamo stati allegri, da ragazzi..."
"Tutti, s", ripet Paulu.
"Anche lei, s, don Pauleddu mio. Era molto allegro. Ora non pi!"
"Volati gli uccelli!", disse Paulu, guardando in alto e facendo un
segno di addio con la mano. "Volati, volati..."
"Eh, diavolo, qualcuno ne rester", disse il pastore, ridendo col
suo riso caratteristico, un po' sciocco, un po' beffardo.
"Ecco, passiamo di qui: entriamo nella cucina grande."
Entrarono nella cucina grande, ove i promotori della festa
preparavano un banchetto omerico.
"Oh, Miale Corbu, eccoci qui", grid, con orgoglio ziu Castigu,
avanzandosi a fianco di Paulu.
Il priore maggiore, cio il presidente del Comitato per le feste,
parve sbucare da una nuvola di fumo denso e grasso, che copriva
come un velario lo sfondo della cucina. Ed era un uomo degno di
esser circondato di nuvole come un dio selvaggio: una specie di
gigante, vestito di un corpetto rosso e di un paio di brache di
saja, cos larghe che sembravano una gonnella corta ricadente
sulle uose di lana nera. Sotto il berretto lungo ripiegato sulla
sommit del capo, e fra due bande di lunghi capelli neri unti di
grasso, il viso d'un rosso terreo, dal naso aquilino, il mento
sporgente, la barba rossiccia ondulata, pareva scolpito nella
creta. Sorrise quasi commosso, poich Paulu Decherchi onorava
d'una sua visita quella riunione di pastori semplici e poveri; e
condusse il giovine attraverso le cucine e le stanze facendogli
osservare ogni cosa come ad un forestiero.
"Buona festa, quest'anno?", domand Paulu, guardandosi attorno.
"Non c' male. Siamo cinquanta promotori; e altri cento pastori
hanno concorso alla festa, portando ognuno una pecora e una misura
di frumento."
Nei grandi focolari ardevano tronchi interi di quercia, e dentro i
paiuoli di rame cuocevano intere pecore. Alcuni uomini, seduti per
terra, infocati in viso e con gli occhi lacrimosi per il fumo,
facevano girare lentamente, sopra le brace, intere coscie di
montone, infilate in grossi spiedi di legno. Una quantit enorme
di carne rosseggiava sulle panche disposte lungo le pareti; e nei
recipienti di legno e di sughero fumavano ancora le viscere, e qua
e l s'ammucchiavano le pelli nere e giallastre delle cento e pi
pecore sgozzate per festeggiare degnamente il piccolo San Basilio
protettore di Baruni.
Mentre Miale Corbu conduceva Paulu in una specie di loggia
coperta, dove una donna serviva caff e liquori alle persone che
si degnavano di visitare il priore, ziu Castigu introduceva Rosa
ed Annesa nelle stanze attigue alla cucina. In una di queste
stanze dovevano pranzare gli uomini, in un'altra le donne e i
fanciulli; in una terza detta la stanza dei confetti, stavano i
dolci, in un'altra il pane. Ed in tutte le stanze, basse e fumose,
s'agitavano strane figure di uomini barbuti, che preparavano i
taglieri e i coltelli per il banchetto.
"Quanto pane! Ce n' per cento anni", disse Rosa, con la sua
vocina di vecchia, fermandosi davanti ai larghi canestri colmi di
focacce bianche e lucide.
"Magari, rosellina mia", disse ziu Castigu, che ascoltava
religiosamente ogni parola della bimba.
"Chi mangia tutto questo pane? L'orco?", domand Rosa, chinando su
un cestino l'enorme testa che pareva dovesse da un momento
all'altro staccarsi dall'esile busto.
Ziu Castigu rise, poi disse che buona parte del pane veniva
consumata durante il banchetto, e il resto distribuito ai
mendicanti ed ai fedeli che visitavano il priore.
"Se tu ritornerai fra due ore, rosellina mia, vedrai che gli
uomini mangiano pi dell'orco. Eccone uno, per esempio, che
sfiderebbe l'orco a mangiar pi di lui..."
Un uomo grosso e tarchiato, con una abbondante barba rossastra,
entrava in quel momento nella stanza del pane. Teneva in mano una
fetta di carne bollita, fumante, e un coltello a serramanico: e
ogni tanto strappava un boccone coi denti, e se qualche tendine
resisteva lo tagliava col coltello, senza toglier la carne di
bocca, e masticava con avidit, mentre i suoi occhi d'un cupo
turchino, luminosi e freddi, esprimevano una volutt ferina.
"S, ricordo", disse Annesa: "l'anno scorso passai di qui mentre
pranzavate, e sembravate tanti lupi. Ognuno di voi teneva sulle
ginocchia un tagliere colmo di carne, e mentre ne mangiava una
fetta adocchiava gi l'altra. Pareva che non aveste mai veduto
grazia di Dio".
" festa: bisogna mangiare", disse ziu Castigu, senza offendersi.
"Mangiamo noi e diamo da mangiare agli altri. Ecco!"
Un altro pastore, giovine e bello, col corsetto rosso slacciato e
adorno di nastri azzurri, s'avanz sorridendo, e offr ad Annesa
un tagliere colmo di carne fumante.
"Bellina", disse galantemente, "questo  per te".
"Santu Basile meu!", esclam la donna, sollevando le mani e
ritraendosi spaventata. "Tutta quella roba li? Che ne faccio io di
tutta quella carne?"
"La mangi", disse l'altro con voce grave.
Ella cap che non accettando avrebbe offeso il giovine. Disse
cortesemente:
"Ebbene, avvolgimi questa roba in un fazzoletto: la porter a
casa".
"A chi? A Gantine tuo?"
"Gantine suo? Eccolo qui!", esclam ziu Castigu.
Infatti il giovane servo entrava in quel momento. Vestito a festa,
col corsetto rosso orlato d'azzurro, sbarbato e coi capelli lucidi
e lisci, ricadenti sulle orecchie a guisa d'una cuffia di raso
nero. Gantine appariva pi grazioso del solito, e Annesa lo guard
con tenerezza quasi materna.
"Ho saputo ch'eri qui", egli le disse, con mal celata gelosia.
"Andiamo fuori. Andiamo. Donna Rachele ti aspetta; ha bisogno di
te."
Le parole erano semplici, ma la voce insolitamente amara. Che
aveva Gantine? Sembrava un po' triste e diffidente; e Annesa si
turb, ma al solito seppe fingere, ed anzi si mostr offesa.
"Donna Rachele sa quando devo tornare", disse lentamente. "Torner
a casa quando mi piacer."
"Tu vieni subito con me", ripet Gantine, facendosi pallido. "Ziu
Castigu, diteglielo voi."
"Gantine  geloso", esclam beffardo il giovane dal tagliere. "Va,
bellina, va. Egli ti comprer il torrone. Del resto hai torto,
Gantine. Siamo tutti fratelli, qui, non siamo stranieri, e nessuno
tenta rubarti la tua colomba."
"Fratelli? Gente tua, morte tua", rispose Gantine; poi parve
pentirsi della sua frase, e rise, d'un riso forzato.
Annesa palpit, ma finse di non aver sentito le parole del
fidanzato.
"Andiamo, Rosa, dammi la manina. Ziu Castigu, se don Paulu domanda
di Rosa, ditegli che siamo gi andate via."
Usc per una porticina che s'apriva in fondo alla stanza del pane,
e il servo la segu. Da quella parte il luogo era quasi deserto:
solo alcuni mendicanti, accovacciati fra le roccie e le macchie,
divoravano il pane e la carne che il priore aveva fatto loro
distribuire. Precisamente in quel punto, dove incominciava il
sentiero della montagna, era morto il vecchio cieco che aveva
condotto Annesa nel villaggio. Ella non ricordava nulla del
misterioso fatto, ma ogni volta che era costretta a passare di l
le pareva di rivedere il vecchio mendicante morto; provava un
confuso sentimento di angoscia e di umiliazione, e diceva a se
stessa:
"Egli mi ha condotto e lasciato qui, mentre poteva condurmi
altrove. Sarei stata una mendicante, una vera serva, ma avrei
sofferto meno. Eppure...".
Eppure, in fondo, ella non concepiva la vita in altro modo, senza
Paulu, senza dolore, senza passione.
"Ero nata per questo."
Pi che mai quel giorno, attraversando con Rosa e Gantine il luogo
ove era morto il vecchio, ella si sent umiliata e triste:
affrett il passo e guard lontano, con gli occhi velati, col viso
coperto dalla solita maschera di tristezza sdegnosa.
Gantine la raggiunse: le si mise a fianco, la guard fisso.
"Anna", le disse, quasi supplichevole, "non essere cos sdegnata.
Perdonami, Anna, l'ho fatto per il tuo bene. Tu sai che le donne
non entrano l, dove sono gli uomini, o v'entrano coi loro mariti,
coi loro fratelli."
"Io sono entrata con don Paulu."
"Ebbene, egli appunto non  tuo marito, non  tuo fratello",
riprese il giovane sospirando. "I miei amici vi hanno veduti
insieme e hanno mormorato. La gente  maliziosa, Anna!"
"Questa  nuova", ella esclam con sarcasmo. E affrett di nuovo
il passo trascinandosi dietro la bimba pesante. Svoltarono, si
ritrovarono presso il venditore di torrone. Pi in l l'ospite
povero esponeva le sue briglie ed i suoi speroni sopra una
bisaccia distesa per terra come un tappeto. Nel veder Gantine
sorrise e fece addio con la mano.
"Ebbene", dice il giovane servo avvicinandosi, "avresti per caso
una briglia per una puledra indomita?"
Ed entrambi guardarono Annesa e risero.
"Anna", preg poi Gantine, "mi permetti di offrirti una libbra di
torrone?"
"Le puledre non mangiano torrone", ella rispose, rassicurata.
Gantine disse qualche altra parola, ma la sua voce fu coperta
dalla voce assordante del tamburo che risuon quasi lugubre
nell'improvviso silenzio della folla.
Il messo annunziava, con la sua voce rauca e alta di predicatore,
che alle cinque pomeridiane sarebbe cominciata la corsa dei
cavalli.
"Primo premio, venti lire in argento e un drappo di broccato fino:
secondo premio, dieci lire in argento e un fazzoletto di seta..."
Un nugolo di ragazzi circondava e molestava il messo: uno spingeva
la sua audacia fino a battere il tamburo con un bastoncino.
"Terzo premio, uno scudo d'argento e una berretta sarda nuova
fiammante. Ragazzi, levatevimi d'intorno, altrimenti vi
distribuisco tanti calci che non vedete dove andate a finire."

Verso le tre pomeridiane Annesa, mentre attraversava l'andito,
vide nel vano della porta semiaperta la grossa pancia di prete
Virdis. Col suo passo leggero e silenzioso ella corse incontro al
vecchio sacerdote, e mentre spalancava la porta, gli sorrise come
non gli aveva mai sorriso.
Il sole, che batteva sulla facciata della vecchia casa e
illuminava la straducola deserta, penetr nell'andito e indor il
viso smorto di Annesa. Il prete la guardava intensamente; le
sbatt sul braccio un fazzoletto rosso e turchino che teneva
sempre in mano, poi le domand:
"Ebbene, a che pensiamo? Mi sembri pallida, donna. Sei malata?".
"Io? Non sono stata mai cos bene, prete Virdis mio! Venga, venga
avanti."
Gli volse le spalle e corse ad aprire l'uscio della camera del
vecchio asmatico.
Ziu Zua pareva assopito, ma appena scorse il prete si anim, si
agit.
"E gli altri? Come va, compare Zua?"
"Don Simone  uscito, ziu Cosimo e donna Rachele sono nell'orto.
Devo chiamarli, prete Virdis?", domand Annesa con premura. Ma
subito s'accorse che ziu Zua s'era allarmato per la visita del
prete, e si pent della sua domanda.
"Adesso vado a chiamarli: s'accomodi."
"Annesa, tira su questo cuscino", le ordin il vecchio asmatico.
Ella accomod i cuscini, mentre il prete sedeva accanto al letto
asciugandosi il sudore del viso e del collo col suo fazzoletto
turchino e rosso.
"Aufh! Aufh! Sono stanco morto. Avete ospiti, Annesa?"
"Sissignore: due. Un ricco proprietario e un venditore di briglie.
Vanno bene cos, i cuscini, ziu Zua?"
"Va bene, vattene". rispose duramente l'infermo.
Ella s'allontan, e il prete s'accorse che il viso di ziu Zua
s'era fatto cupo, pi diffidente e brutto del solito.
"Aufh! Aufh! Quante mosche avete! Annesa, perch non chiudi un po'
quelle imposte?"
Annesa socchiuse le finestre, usc, si appoggi all'uscio: ma per
qualche momento non sent che lo sbuffare del prete e i sospiri
anelanti del vecchio. Brutto segno, quando ziu Zua sospirava cos,
esageratamente. E prete Virdis lo sapeva, ed anche lui sbuffava
pi forte del solito.
Finalmente il vecchio asmatico domand:
"Perch questa visita, a quest'ora? Avete fatto buona festa,
compare Virdis?".
"La festa non  ancora finita, compare Zua. C' ancora la
processione, la corsa dei cavalli, la benedizione."
"Ah", riprese il vecchio, con voce melanconica, "chi credeva, due
o tre anni fa, che io non avrei pi partecipato alla festa? Son
vivo e son morto. Tutto per me  finito."
Sospir e abbandon sui cuscini la testa cadaverica: due lagrime
apparvero negli angoli rugosi dei suoi occhi, come gocce di
rugiada fra le pieghe d'una foglia morta.
"No", disse una voce grave e dolce che ad Annesa non parve pi la
voce del prete Virdis, "niente  finito, Zua Dech. Tutto invece
deve cominciare."
"Io sono un uomo morto, compare Virdis!"
"Che cosa  la nostra vita davanti all'eternit, Zua Dech? Un
granellino di sabbia davanti al mare, una piuma nel cielo
infinito. E le nostre pene pi gravi, e tutta la nostra esistenza
e le sue passioni ed i suoi errori non sono che soffi di vento.
Oggi siamo vivi, domani saremo morti; e solo allora potremo dire:
tutto incomincia e nulla finir."
Il vecchio sospir ancora.
"Sia fatta la volont di Dio, compare Virdis. Che Egli mi prenda o
mi lasci, per me ormai  la stessa cosa. Gli uomini come me, anzi,
farebbero bene a morir presto. Che faccio io nel mondo? Sono di
peso a me ed agli altri. Qualcuno, del resto, l'ha capito
benissimo e pensa a spazzarmi dal mondo come si spazza
l'immondezza da una stanza o da una strada."
Dietro la porta Annesa sussult: si mise una mano sulla fronte e
cess di respirare per ascoltar meglio. E la voce di prete Virdis
risuon di nuovo grossa e rauca:
"Aufh! Aufh! Che parole son queste, compare Zua? Perch parlate
cos? E se vi sentissero?".
"E credete voi che non ci sia qualche orecchio per sentirmi,
compare Virdis? Ogni porta, qui, ogni finestra, ogni buco 
fornito d'orecchie per sentirmi, come ogni mano  pronta a
colpirmi. Mi ascoltino pure: o che forse non parlo apertamente, in
presenza di tutti? L'eternit?" disse poi, sempre pi ansante e
agitato. "Voi parlate dell'eternit, compare Virdis? L'eternit 
in questo mondo, per chi soffre: ogni ora  un anno, ogni giorno 
un secolo d'agonia. Ma badate, ripeto, sia fatta la volont di
Dio."
"Voi delirate", riprese prete Virdis. "Ve l'ho gi detto mille
volte;  una malattia la vostra, una mania di persecuzione. Chi
pensa a farvi del male? E perch? E se pensate questo, perch
rimanete qui?"
"E dove andare?", chiese il vecchio, piangendo. "Io non ho casa,
non ho fratelli, non ho amici. Nessuno mi vuol bene. Dovunque vada
ci sar sempre qualcuno che avr intenzione di derubarmi. Tutti mi
odiano perch ho con me pochi soldi. L'aria stessa mi  nemica e
non si lascia respirare da me."
"Zua Dech, buttateli via, allora, questi pochi soldi: o fate
un'opera di carit. Quando non avrete pi niente..."
"Quando non avr pi niente sar peggio ancora: sar considerato
come un cane vecchio, come un cavallo vecchio."
"Va bene. Vi uccideranno lo stesso!", esclam il prete. "Zua, Zua,
il vostro male  davvero inguaribile. E siete voi che non avete
timor di Dio. E siete voi che non amate nessuno, che non avete mai
amato nessuno."
"Io... Io..."
"S, voi, compare Zua! Chi avete mai amato, voi? I denari
soltanto. Quante volte vi ho detto, molti e molti anni or sono:
"compare, createvi una famiglia; compare, seguite i precetti di
Dio"."
"Nessuno meglio di me ha seguito i precetti di Dio. Io non ho mai
peccato, non ho rubato, non ho ucciso, non ho deposto il falso,
non ho guardato la donna altrui. Ma Dio  ingiusto."
"Anche questa, anghelos santos!", grid il prete, battendo le
mani, sempre pi irritato. "Ora non c' che un Dio cattivo e
ingiusto. Vecchi, giovani, uomini, donne, tutti se la prendono con
Dio.  molto comodo accusare il Signore del male che noi stessi ci
facciamo. Ma bravo, Zua Dech. Anche voi, vecchio pezzo d'asino!
Lasciatemi parlare, altrimenti schianto. Perch io non mi offendo
se mi insultate, e se mi calunniate, ed anche se mi bastonate: ma
non posso sopportare che si offenda Dio. Questo no! Ah,  Dio che
vi dice di non aiutare il prossimo, di non amarlo, di non fare
agli altri il male che non volete sia fatto a voi?  Dio che vi ha
detto di starvene sempre solo nella vita, per non aver seccature,
per accumulare denari, per non aver responsabilit? E ora
prendetevi questa, compare mio. Statevene solo per tutta la vita,
solo, s, appunto solo come un cane vecchio."
Ziu Zua sospirava e gemeva, ma non osava pi protestare, perch in
fondo dava ragione al vecchio amico. E il vecchio amico prosegu:
"S,  proprio Dio che vi consiglia l'avarizia, e che vi dice:
nascondili bene i tuoi soldi, Zua, nascondili e amali sopra ogni
cosa, anche pi di te stesso. E non dare aiuto a chi sta per
naufragare e ti porge disperatamente le mani".
"Ah, abbiamo capito", disse allora il vecchio, sollevandosi.
"Abbiamo capito."
"Voi non avete capito niente, invece!"
"Ho capito, ho capito", ripet l'altro, che volle di nuovo cambiar
discorso. "Tutto il male ce lo siamo fatto noi. Anche la gamba me
la son rotta io."
"E ve l'ha rotta Dio? Se non andavate alla guerra..."
Ma tosto prete Virdis s'interruppe; capiva che la sua visita
poteva giudicarsi inutile: non solo inutile, ma anche dannosa.
"Alla guerra! alla guerra!", gridava il vecchio, agitandosi tutto,
ansante, tremante, incosciente. "Ah! ah! ah! Tutto potete
rinfacciarmi, ma non questo. Alla guerra! Sicuro, alla guerra...
ci sono andato, perch mi ha mandato il re, perch alla guerra
vanno tutti gli uomini forti, gli uomini di coscienza. E io, io...
sono andato, e andrei ancora, io... e La Marmora, e Bellaclava, e
la medaglia, eccola, specchiatevi... qui, la medaglia...
specchiatevi..."
La sua voce rabbiosa s'affievol, le sue parole finirono in un
rantolo.
" finita! Prete Virdis non pu dire davvero d'essere un uomo
furbo", pens Annesa dietro l'uscio. Fin da principio ella aveva
capito che ziu Zua deviava il discorso e provocava il prete,
inducendolo a parlar male, per non lasciargli modo di spiegare il
motivo della sua visita. Ma compare Virdis era andato anche troppo
oltre, e aveva colpito troppo sul vivo il suo vecchio amico.
Annesa adesso lo sentiva muoversi e sbuffare, incapace di
rimediare al mal fatto, ed anche lei stringeva i denti, arrabbiata
pi contro di lui che contro ziu Zua.
Quella notte il vecchio ebbe un forte accesso d'asma. Annesa
credette ch'egli dovesse morire e prov un sentimento di gioia e
di terrore.
Ah, se il vecchio moriva! Con la sua morte tutto si accomodava. Ma
la morte  sempre un avvenimento misterioso e terribile, e
nonostante il suo coraggio ed il suo desiderio crudele, Annesa si
spavent all'idea che il vecchio dovesse morirle fra le braccia da
un momento all'altro. Apr quindi l'uscio di cucina e chiam
Gantine. L'ospite povero non era ancora rientrato; il servo
dormiva profondamente, ed anzi russava come un vecchio, cosa che
dispiaceva molto alla fidanzata.
Ella dovette chiamarlo due volte: egli si svegli di soprassalto e
stent a capire quello che Annesa diceva. Poi entr nella camera e
s'avvicin al lettuccio, ma invece di badare al vecchio, cominci
a pizzicare la fidanzata, tanto ch'ella s'inquiet.
"Malanno che ti prenda, Gantine, sciocco! Ti ho chiamato per
questo?"
"E dunque perch mi hai chiamato?", egli mormor, sospirando. "Non
vedi che ziu Zua sta meglio di me? Perch respira un po' male?
Vedrai che subito passa. Eh, ziu Zua?", grid poi piegandosi sul
letto. "Che c'? Come va? Volete che chiami il dottore?"
Il vecchio stralunava gli occhi; agitava le mani, quasi volesse
smuover l'aria intorno a s. Ma dopo un momento si calm, e il suo
viso congestionato riprese il solito colore giallognolo.
"Compare Virdis...", mormor.
"Volete che lo chiamiamo?", domand Annesa con premura.
Egli la guard, ma non rispose.
"Adesso state meglio? Volete il dottore?", insist Gantine, che si
era seduto ai piedi del letto e non aveva intenzione di andarsene.
"Il dottore... il dottore... Quando  che avete chiamato il
dottore per me? Un po' d'acqua, almeno, datemi", borbott il
vecchio. "Acqua fresca."
"Eccola."
Annesa gli accost il bicchiere alla bocca, ma egli assaggi
appena l'acqua e la sput dentro il bicchiere.
" fuoco questo, non acqua. Nel pozzo non ce n'? Portami un po'
d'acqua fresca, almeno."
Per tener fresca l'acqua Annesa legava la brocca ad una corda e la
calava nel pozzo. Usc dunque nel cortile e tir su la brocca,
vers un bicchier d'acqua e s'avviava per rientrare quando
s'accorse che Gantine le veniva incontro.
"Che vuoi?", domand.
Egli la prese fra le braccia, la baci con violenza. Ella rovesci
l'acqua.
"Lasciami", disse irritata, cercando di svincolarsi, ma egli la
baci e la strinse pi forte.
"Sei o no mia sposa?", le diceva, quasi anelando, cieco di
desiderio. "Perch mi sfuggi sempre? Perch non vuoi mai vedermi?
Prima non eri cos, Annesa! Pare che tu non mi ami pi."
"Lasciami andare: il vecchio aspetta."
"Lascialo aspettare: sarebbe meglio che morisse una buona volta.
Se egli muore, i padroni potranno finalmente darmi i denari che mi
devono, e potremo sposarci. Ma intanto, Annesa, stai qui con me un
momento. Tu fuggi sempre. Si direbbe che hai paura."
"Ho paura, s", ella rispose; un po' ironica.
"Sei onesta, lo so: e questo mi piace. Ma qualche volta puoi stare
con me."
"Lasciami", ella insist, con voce aspra.
"Torna, Annesa; ti aspetto", egli supplic. "Fra due o tre giorni
devo partire. Se non ci vediamo stasera non potremo vederci pi.
Vieni, Annesa."
"Lasciami: vedr."
Egli la lasci, ma ella non usc pi: anzi si affrett a
richiudere l'uscio col catenaccio, e non rispose ai lamenti e alle
imprecazioni del vecchio.
Il giorno dopo gli ospiti partirono e anche il servo dovette
andare sulla montagna per ricondurre il cavallo di Paulu.
Passata la festa, la vita in casa Decherchi riprese il solito
corso monotono e triste. I due nonni andavano in chiesa, poi si
trattenevano a lungo coi loro vecchi amici, seduti sulle panche di
pietra davanti alla porta del Municipio. Di sera, invece, sedevano
davanti alla porta di casa, e qualche volta prete Virdis teneva
loro compagnia.
Paulu aveva anche lui i suoi amici, i suoi affari, i suoi
intrighi, e quando stava in paese ritornava a casa solo a
mezzogiorno e alla sera.
E le due donne lavoravano, e donna Rachele pregava continuamente.
A tavola gli uomini parlavano male del prossimo e raramente si
occupavano dei loro affari. Eppure questi affari andavano
malissimo. Tre giorni dopo la festa, il messo, che funzionava
anche da usciere, notific ai Decherchi gli atti per la prima asta
della casa e della tanca.
Ancora due settimane e tutto sarebbe andato in malora. I nonni e
donna Rachele non sembravano tuttavia molto inquieti; aspettavano
forse l'intervento della divina provvidenza, o speravano che Paulu
trovasse i denari. Anche lui, del resto, sperava ancora. Ballore
Spanu gli aveva detto, prima di partire:
"Io sono ancora come un figlio di famiglia, tu lo sai. Non posso
disporre di un centesimo, ma se tu vieni al mio paese posso
presentarti alla sorella del parroco, una vecchia riccona, che
senza dubbio ti potr prestare qualche migliaio di lire. Fra otto
giorni anche noi avremo la festa: farai bene a venire".
Egli era deciso di tentare ancora questo passo. E se non gli
riusciva...
"Non so perch", disse ad Annesa, la sera prima della partenza,
"ma son certo che trover. Non torner a casa senza i denari;
piuttosto mi uccido..."
Non era la prima volta che egli minacciava di suicidarsi; ma
Annesa non si era mai tanto spaventata.
Egli part. Anche Gantine era partito per la foresta di Lula, dove
sarebbe rimasto fino al tempo delle seminagioni.
Il vecchio asmatico volle confessarsi. Prete Virdis rimase
lungamente con lui, e quando usc dalla camera e sedette vicino
alla porta assieme coi due nonni, Annesa not in lui un'insolita
letizia.
"Prete Virdis  allegro", ella disse a donna Rachele. "Deve aver
convinto ziu Zua ad aiutarci."
"Dio lo voglia", sospir l'altra. "Farei un pellegrinaggio a piedi
fino alla Madonna di Gonare."
Ma per quanto Annesa ascoltasse, non sent il prete dare ai vecchi
la buona notizia. Egli chiam Rosa e le fece raccontare la storia
del Signore morto, e discusse a lungo con lei circa i particolari
di questa storia, poi chiacchier con ziu Cosimu e don Simone a
proposito di Santus, il pastore accusato di parricidio, e sostenne
l'innocenza del disgraziato padre.
" partito ancora: ha saputo che il figlio si trova in un ovile
vicino ad Ozieri."
"Sarebbe il caso di appiccarlo davvero, se lo trova", disse ziu
Cosimu, con insolita asprezza.
Prete Virdis cominci a sbuffare e a gesticolare, scandolezzato.
"Cosimu Damianu! Che dici? che dici? Son parole d'un cristiano, le
tue? E che, diventi una bestia feroce, adesso?"
Allora Rosa raccont un sogno terribile avuto la notte prima.
"C'era un lupo, lungo lungo, con una codina piccola piccola. E
correva dietro a un'altra bestia ferocia, in un deserto. Un bel
momento apparve un uomo con una canna e uno spiedo..."
"Che sogno, Dio mio", disse ziu Cosimu, facendo gesti di spavento.
"Ho paura, io!"
Rosa cominci a ridere, poi divent seria e apr le manine:
"Eh, non aver paura.  un sogno!".
"E poi, l'uomo con lo spiedo?"
"L'uomo corse, corse. E c'era vicino un altro deserto: poi un
altro ancora..."
"Insomma ce n'era una provvista di deserti!", esclam prete
Virdis.
"Ascoltate, ascoltate", disse Rosa con impazienza. E i tre vecchi
stettero attenti alle sue chiacchiere fantastiche, mentre
nell'andito Annesa e donna Rachele sognavano, la prima aspettando,
con tragica attesa, un momento di pace e di speranza, e la seconda
pregando invano un Dio che non si commoveva mai.


IV.

Paulu era partito la mattina all'alba. Da molti anni egli non
faceva altro che viaggiare cos, in cerca di denari, come il
cavaliere antico in cerca di tesori. Un po' di sangue di cavaliere
spagnuolo scorreva certo nelle sue vene di nobile spiantato. I
tempi sono mutati, per; non si trovano pi tesori fra le roccie,
n gente pronta ad aprire la borsa. Tuttavia don Paulu Decherchi
camminava, e sperava di arrivare finalmente in un luogo abitato da
persone meno sordide e avare degli strozzini coi quali aveva avuto
sempre a che fare.
Sperava; e quasi era certo di trovar finalmente un po' di fortuna,
"La sorella del parroco  una donna di coscienza", pensava. "Mi
dar i soldi e pretender un interesse modesto. Cos potremo
saldare il debito verso la Banca, e poi, col tempo, ziu Zua morr
e aggiusteremo per benino i nostri affari."
E va e va. D'un tratto il suo piccolo cavallo bajo, alla cui sella
stava legata la bisaccia a fiori bianchi e rossi che pareva
ritagliata da un vecchio arazzo, si ferm e sollev la testa fine
e nervosa.
Un sentiero s'apriva, di l di un muricciuolo a secco, a destra
dello stradale polveroso e mal tenuto; ma due macchie di rovi
rosseggianti di more acerbe ne chiudevano quasi completamente il
varco.
"Tu hai ragione", disse a voce alta Paulu, accarezzando la testa
dell'intelligente bestia. " meglio passare di qui. Il sentiero 
brutto, ma c' meno polvere e pi ombra."
E lasci andare il cavallo che pass cautamente fra le due
macchie.
Il sentiero, mal tracciato, serpeggiava lungo i fianchi della
grande vallata. La luce roseo-aranciata dell'aurora illuminava
dolcemente il paesaggio; un paesaggio primordiale quasi ancora
vergine di orme umane. La valle era tutta scavata nel granito;
muraglie di roccie, edifizi strani, colonne naturali, cumuli di
pietre che sembravano monumenti preistorici, sorgevano qua e l,
resi pi pittoreschi dal verde delle macchie dalle quali erano
circondati e inghirlandati. Il letto di un torrente, tutto di
granito, d'un grigio chiarissimo, solcava la profondit verdognola
della valle, e gli oleandri fioriti che crescevano lungo la riva,
fra le roccie levigate, parevano piantati entro ciclopici vasi di
pietra. L'alloro dalle foglie lucide, il corbezzolo, il mirto dal
frutto nero, il ginepro fragrante, le macchie ancora fresche della
rosa peonia, tutte le piante pi rare della flora sarda,
rivestivano la valle, circondavano le rocce, si arrampicavano fin
sulle cime pi alte. Montagne bianche e azzurre, alcune ancora
velate da vapori fluttuanti che il riflesso dell'aurora tingeva
d'un rosa dorato, chiudevano l'orizzonte. In lontananza, ai piedi
della montagna boscosa dalla quale scendeva direttamente la valle
si vedeva il villaggio, bianco e nero tra il verde delle macchie:
e pi in qua, in una conca grigiastra, si distinguevano le rovine
d'un altro paesetto, i cui abitanti - diceva la leggenda popolare
- erano tutti morti durante una pestilenza misteriosa, o erano
stati sterminati in una notte sola dagli abitanti del villaggio
vicino che volevano allargare il loro territorio.
Paulu sentiva la poesia del mattino e la bellezza del luogo. Da
molto tempo non era stato cos allegro e felice: gli pareva
d'esser tornato adolescente, quando partiva di casa allegro e
spensierato come un uccello, e correva in cerca di piacere, ignaro
dell'avvenire. A momenti si metteva a cantare:

      Sas aes chi olades in s'ara
      Mi azes ajucher un'imbasciada... [12]

E la sua voce fresca e sottile come quella di una donna risonava
nel silenzio del sentiero, e il cavallo scuoteva un'orecchia quasi
l'infastidisse l'insolita gaiezza del padrone. Ma Paulu lo
spronava e continuava a canticchiare. S, era allegro: il ricordo
di Annesa, la speranza di trovare il denaro, la bellezza del
mattino, lo eccitavano piacevolmente. Al diavolo i tristi ricordi
e le tristi figure, e specialmente quella di ziu Zua, e quella del
messo con le sue cartacce.
E va e va. Scese e risal tutta la valle, attraverso un piccolo
altipiano, arriv in un villaggio, si ferm in una locanda per dar
da mangiare al cavallo. Era sua intenzione di ripartire subito; ma
una donna lo riconobbe e corse da Pietro Corbu, un ricco
proprietario del luogo, per avvertirlo che don Paulu Decherchi era
sceso nell'osteria di Zana, la vedova del brigadiere. Don Peu
Corbu corse allora dalla vedova Zana, e appena vide Paulu lo
caric d'improperi perch gli aveva fatto il torto di non recarsi
subito a casa sua.
"E che, c' la peste a casa mia? Da quando in qua Paulu Decherchi
va all'osteria, invece d'andare in casa d'amici?"
Paulu aveva gi domandato denari in prestito a don Peu, che
naturalmente glieli aveva negati. Egli domandava denari a tutti i
suoi conoscenti, ma non ripeteva la domanda dopo un rifiuto, e
serbava rancore quando non li otteneva. Tuttavia finse di veder
don Peu con piacere, gli fece mille complimenti, ma non volle
seguirlo.
"Ho fretta", disse. "Mi fermo solo un momento. Vado alla festa di
Sant'Isidoro."
"La festa  posdomani. Tu resterai qui tutta la giornata di oggi,
parola di Peu Corbu."
"Non giurare. Non resto", replic Paulu. Invece rimase. Don Peu
era uno di quei nobili sardi che, se occorre, non sdegnano di
lavorare la terra, ma che per lo pi vivono oziosi, in attesa di
un amico o di un ospite col quale bere e chiacchierare lungamente.
Afferr Paulu come una preda, lo port in giro per il paese,
d'osteria in osteria. Bevettero molto entrambi, e Paulu continu a
mostrarsi allegro, e cominci a raccontare molte fandonie: disse
che i suoi affari andavano benissimo e che il vecchio asmatico gli
aveva consegnato le sue cartelle perch se ne servisse a suo
piacere.
"Vedi", disse, guardandosi il vestito di stoffa inglese finissima,
ma goffamente tagliato, "questo vestito me lo ha regalato lui, ziu
Zua: cio mi ha regalato trecento lire dicendomi di comprarmi un
vestito."
"Avete fatto molto bene a prendervi quell'uomo in casa", disse don
Peu, palpando la stoffa della giacca. "Dopo tutto, per, anche voi
gli volete bene: se capitava in altra famiglia lo ammazzavano.
Zana, ocri madura, [13] porta un'altra bottiglia di quel
diavoletto di moscato."
Zana, una bella vedova dai grandi occhi nerissimi, lasci il banco
della sua botteguccia, nella quale s'ammucchiavano i generi pi
disparati, ed entr nella piccola retrobottega dove s'erano
rifugiati i due nobili amici. Questa retrobottega, che riceveva
luce da un finestrino praticato sul tetto di canne, serviva anche
da sala da pranzo: c'era una tavola apparecchiata, con un canestro
ricolmo di quel caratteristico pane sardo detto carta di musica e
un intero formaggio marcio, da un buco del quale scappavano
saltellando piccoli vermi bianchi che sembravano molto allegri e
birichini. Sulle pareti tinte di rosso non mancavano calendari e
immagini sacre. Una fotografia ingrandita riproduceva,
esagerandola, la figura di un carabiniere grasso e pacifico, che
sembrava un prete travestito da brigadiere.
"Zana, occhi di stella", disse don Peu, mentre la vedova, seria e
compassata, versava da bere, "questo nobile qui, vedi, questo
cavaliere  vedovo e cerca conforto. Anche tu, mi dissero, cerchi
conforto. Non potreste confortarvi a vicenda?"
"Don Peu matto", rispose la vedova con sussiego, "se non fosse per
rispetto all'ospite le risponderei male."
"Lascialo dire, vedovella", preg Paulu.
La vedova, tuttavia, guard il vedovo: egli la guardava gi.
Entrambi avevano bellissimi occhi, e gli occhi belli son fatti per
guardarsi anche se hanno gi versate molte lagrime sulla tomba di
persone care.
Zana si trattenne ancora un po' coi suoi avventori, poi torn
nella botteguccia, dove un bambino domandava un soldo di
lucignoli.
Paulu, non sapeva perch, era diventato triste. Fino a quel
momento s'era come suggestionato con le sue vanterie, e gli era
parso che realmente i suoi affari andassero bene, e che le cento
lire che aveva in tasca non gliele avesse prestate quel goffo e
semplice santo uomo di prete Virdis. Ma nell'ombra che si
addensava nella piccola retrobottega rossa, egli rivedeva come in
sogno certe figure lugubri; il viso del messo, nero e selvaggio,
balzava dietro la figura cadaverica del vecchio asmatico.
" ancora una bella donnetta", disse don Peu, accennando alla
vedova, "ed ha anche dei soldi, dicono. E dicono, io non affermo
nulla... parola di don Peu, non so nulla, ma dicono... Bevi
dunque, Paulu Decherchi. A che pensi?"
"Non bevo pi. Che dicono, dunque?"
"Tu devi bere, parola di don Peu! Ah, ti preme sapere cosa dicono?
Non si pu dire qui: c' il brigadiere che ci ascolta, ah! ah!
Addio!"
Don Peu fece un cenno di addio alla fotografia e Paulu bevette. Il
moscato della vedova del brigadiere fece ancora sparire la figura
dell'usciere.
"Cosa dicono? Cosa dicono, Peu?"
Don Peu abbass la voce e raccont salaci storielle sul conto di
Zana; ogni tanto sollevava gli occhi maliziosi e guardava il viso
bonario del brigadiere morto che, nella penombra, pareva
affacciarsi da un mondo lontano per ascoltare con indulgenza le
avventure della sua vedova. Ed anche Paulu lo guardava e rideva,
dimenticandosi che fra otto giorni la Banca Agricola avrebbe
inesorabilmente messo all'asta la vecchia casa e l'ultima tanca
della famiglia Decherchi.

L'indomani all'alba ripart per il paese di Ballore. Il tempo
s'era improvvisamente rinfrescato: sembrava di autunno. Egli non
si sentiva pi allegro come il giorno prima; la sbornia gli aveva
lasciato la bocca acre e la gola arida. Ricordava le due ore
passate nel retrobottega della vedova come un sogno eccitante: il
vino, le storielle dell'amico, Zana che ogni tanto entrava e con
qualche scusa si tratteneva presso la tavola, lo avevano reso
folle e incosciente come nei beati tempi della sua prima
giovinezza. Nonostante le proteste di don Peu egli aveva voluto
pagare una bottiglia, tirando fuori un marengo, e poich la vedova
non aveva abbastanza spiccioli per il resto, egli aveva detto:
"Bene, mi darai il resto quando ripasser, fra tre giorni".
Zana voleva fargli credito, don Peu voleva prestargli gli
spiccioli: egli finse di stizzirsi. L'amico credette che egli
facesse lo splendido per cattivarsi l'animo di Zana, e guard
ridendo la fotografia.
In viaggio Paulu ricordava la figura alta e bella della vedova, il
suo viso roseo, le labbra voluttuose; ma pensava anche alla
piccola Annesa, all'edera tenace e soffocante della quale egli
solo conosceva gli abbracci e dalla quale sentiva di non potersi
liberare mai pi.
"Zana  bella, ma fosse anche una donna onesta, non si potrebbe
amare a lungo", pensava. "Annesa  un tesoro nascosto,
inesauribile: ogni suo bacio mi sembra il primo."
Egli non diceva a se stesso che il segreto amoroso di Annesa stava
tutto nella passione tragica che egli le inspirava; non lo diceva,
ma lo sentiva, e si lasciava prendere e avvolgere tutto da questa
passione come il ramo dell'edera. Pi che amare si lasciava amare,
e senza essere deliberatamente infedele, guardava e desiderava le
altre donne e si lasciava prendere da loro con piacere.
Cos, senza dimenticare Annesa, ma pensando alla bella vedova,
arriv al villaggio. Grandi nuvole rosee coprivano il sole, una
mite luminosit dorava le colline coperte di stoppie, di l delle
quali sorgeva un monte calcareo che pareva di marmo rosa: piccole
vacche nere s'abbeveravano all'esile ruscello, e le figure dei
pastori, vestiti di rosso e di nero, si disegnavano vivamente sul
giallo della collina. Ma all'avvicinarsi del paesetto, tutto
diventava triste; la strada polverosa, l'aria irrespirabile per
l'odore delle immondezze. La chiesetta precedeva di un centinaio
di metri il paese, e sorgeva in mezzo ad un campo arido, sparso di
cumuli di pietre, di roccie sovrapposte, di massi che formavano
circoli, coni, piramidi. Pareva che un popolo primitivo fosse
passato in quel campo, tentando costruzioni che aveva poi
abbandonato incomplete: tutto era silenzio e desolazione.
Le zampe del cavallo affondavano nella polvere e nelle immondezze.
Casupole di pietra, fabbricate sulla roccia, si accumulavano
intorno a qualche costruzione nuova; donne scalze e in cuffia,
bambini laceri, ragazzetti seminudi, tutto un popolo che pareva
sbucato da un sottosuolo lurido e buio, animava la strada
polverosa: tutti sussurravano nel vedere don Paulu Decherchi che
distribuiva saluti dall'alto del suo cavallo.
Nel passare davanti ad una casa antica, meno povera delle altre,
egli si irrigid, fece caracollare il cavallo, e guard le
finestruole munite d'inferriata. In quella casetta abitava la
sorella del Rettore, una vecchia molto ricca, la quale appunto
doveva prestare i denari al cavaliere spiantato. Ma nessuno
apparve alla finestra ed egli pass oltre; il suo amico abitava in
fondo alla straducola, in una casetta costruita sopra la roccia,
in fondo ad un cortile aperto.
Ballore Spanu era assente, ma la sua famiglia, composta della
madre e di sette sorelle nubili, la pi giovane delle quali aveva
passato la trentina, accolse l'ospite con vive manifestazioni di
simpatia.
"Ballore  in campagna", disse la madre, una vecchia piccola e
grossa, col viso giallognolo quasi completamente nascosto da una
benda nera. "C' un incendio, in un bosco vicino alle nostre
tanche, e Ballore mio  andato per aiutare a smorzarlo. Ma torner
verso sera. E i suoi parenti come stanno, don Paulu? E donna
Rachele? Ah, ricordo ancora quando ella venne alla nostra festa:
era sposa; sembrava un garofano, tanto era bella."
Le sette bajanas [14] s'affollavano intorno a Paulu, e chi gli
serviva il caff, chi gli porgeva il catino per lavarsi. Si
rassomigliavano tutte in modo sorprendente; piccole, grosse, col
viso grande, giallognolo, e folte sopracciglia nere riunite sopra
il naso aquilino.
Grandi casse nere e rossicce, scolpite con arte primitiva, un
letto a baldacchino e una vecchia panca nera, arredavano la camera
che riceveva luce dalla porta: alcune galline entravano ed
uscivano liberamente.
Paulu bevette il caff, si lav, ascolt le chiacchiere della
vecchia, la quale gli raccont che litigava da sette anni con un
vicino, per un diritto di passaggio in una tanca.
"Sette anni, figlio mio. Solo gli avvocati m'hanno gi succhiato
pi di duemilatrecento scudi. Ma  per il puntiglio, capir: pur
di vincer la lite, andrei a chieder l'elemosina."
Verso sera egli usc. Ma le chiacchiere della vecchia, l'assenza
dell'amico, gli sguardi delle sette vecchie zitelle dalle
sopracciglia selvagge, lo avevano mortalmente rattristato. Vag
per il paese, domandandosi se doveva far visita al Rettore, che
non conosceva ancora. Il cielo si copriva di nuvole, il paesetto,
al confronto del quale Baruni pareva a Paulu una cittadina
graziosa, dava l'idea di un covo di mendicanti, cupo sotto il
cielo cupo.
Gli uomini tornavano dai campi e dai pascoli, alcuni a piedi,
altri su piccoli cavalli bianchi o neri: e parevano venir di
lontano, silenziosi e stanchi come cavalieri erranti.
D'un tratto la disperazione avvolse col suo velo gelido il cuore
di Paulu.
"Dove son venuto a cercar fortuna! In un immondezzaio", pens,
dirigendosi verso la chiesetta fra le rocce. " mai possibile che
trovi denari qui, proprio qui?"
Molta gente s'avviava alla chiesa, dove il Rettore cantava i
vespri. Paulu si ferm a guardare le donne, alcune delle quali
bellissime nonostante il costume rozzo e barocco, poi entr in
chiesa e si mise vicino a uno strano simulacro che rappresentava
la Vergine assisa sulle nuvole. Le nuvole erano di legno nero,
rotonde come palle: la Vergine, in cuffia ed in grembiale, pareva
un idolo preistorico, mostruoso ed informe. Paulu ricord i
quadretti sacri della retrobottega di Zana, e un'idea gli balen
in mente. Ma subito la respinse con ribrezzo. No, egli poteva
abbassarsi a tutto, poteva umiliarsi ai pi ignobili usurai,
poteva anche lasciar mettere all'asta la casa e vedere il vecchio
nonno e la povera donna Rachele e l'infelice Rosa cacciati dal
nido antico come bestie dal covo, ma abbassarsi a chiedere denari
ad una donna equivoca mai, mai.
"Meglio morire", pens, piegando la testa. L'idea del suicidio non
lo spaventava. "Se io mi uccido, ziu Zua salver la mia famiglia.
Egli mi odia, ed  per far dispetto a me che non vuole aiutarci,
ma se io muoio..."
La figurina di Annesa gli apparve nella penombra della chiesetta;
e pi che al dolore dei suoi nonni ed all'angoscia della madre,
pens alla disperazione di lei, e decise di avvertirla del suo
funesto proposito.
"Cos si preparer, e dopo non si tradir, non far capire che
eravamo amanti, e potr egualmente sposare Gantine. No, non voglio
rovinarla, povera Annesa, anima mia cara."
Lagrime sincere gli corsero lungo le guance; per nascondere il suo
dolore s'inginocchi, depose il cappello per terra, appoggi un
gomito ad una mano e con l'altra si strinse le tempie.
Un coro d'una tristezza selvaggia indescrivibile risonava nella
chiesetta: pareva un rombo lontano di tuono, attraversato da
melanconici squilli di campane, da lamenti e singhiozzi infantili,
gli uomini, inginocchiati presso l'altare, intonavano una
cantilena lamentosa e nostalgica, con voci basse, eguali,
supplichevoli, mentre le donne, sedute per terra in fondo alla
chiesa, rispondevano con voce cupa e squillante, sopratutto la
voce di una che pareva la direttrice del coro risonava alta e
metallica, come il rintocco d'una campana.
L'ombra s'addensava: i pochi ceri dell'altare illuminavano appena
il gruppo degli uomini, che appariva nero e bianco in un
chiaroscuro lugubre. Paulu non dimentic mai quell'ora tragica
della sua vita. Quel canto selvaggio e triste gli ricordava tutta
la sua fanciullezza triste e selvaggia. Figure dimenticate
balzavano come dalla penombra della chiesetta e lo assalivano, lo
stringevano, gli gridavano strane cose. Rivedeva certi profili di
servi che erano stati lunghi anni in casa sua: sentiva la sua
balia, che pettinava la piccola Annesa e cantava una filastrocca:

      Isperta, isperta, pilu,
      pilu brundu che seda. [15]

Poi la voce taceva, la balia spariva: al suo posto sedeva il
grosso prete Virdis, col fazzoletto in mano, e Rosa passava
lentamente in fondo al cortile. Donna Kallina, la povera morta,
cerea e trasparente come un fantasma, sedeva al sole, cercando
invano di scaldarsi.
E i devoti, nella chiesetta sempre pi melanconica, proseguivano
il loro coro desolato: pareva che un popolo nomade passasse nel
campo roccioso, intonando un canto nostalgico, un addio alla
patria perduta.
Paulu sentiva quest'arcana nostalgia che  nel carattere del
popolo sardo. La sete del piacere, del godimento, delle avventure,
lo aveva sin da fanciullo spinto in una via che non era la sua:
anche lui aveva continuamente sognato una patria lontana, un luogo
di gioia dove ora sentiva che non sarebbe arrivato mai pi.

Le sette sorelle di Ballore rimasero edificate per il contegno che
egli tenne durante la novena. Ma Ballore, ch'era tornato dalla
tanca con le mani scottate, stanco e di cattivo umore, s'accorse
del profondo abbattimento di lui.
"Deve essere in terribili condizioni: egli che non crede in Dio ha
finto di pregare per intenerire la sorella del Rettore", pens.
E si domand se non aveva fatto male ad invitarlo.
"Come restituir i denari? Egli non possiede pi nulla. Bella
figura far io col Rettore e con sua sorella!"
Rimasti soli, nella camera dal letto a baldacchino, dove era stata
preparata anche la tavola per l'ospite, i due amici si guardarono
in viso.
"Vuoi che usciamo?", domand Ballore. Ma Paulu lo vedeva stanco e
di cattivo umore e disse:
"Dove vuoi andare? Dalla persona alla quale hai promesso di
presentarmi?  forse troppo tardi. Non si domandano prestiti, a
quest'ora!".
"Se occorre, perch no?", disse Ballore: poi sospir. "Ah, come
sono stanco! Per poco il fuoco non mi avvolgeva e mi abbrustoliva
come una fava. Ma l'abbiamo domato: fuggiva come un diavolo, e noi
dietro, con fronde e bastoni, lo inseguivamo e lo battevamo e lo
schiacciavamo come una bestia. Meno male, non  arrivato al bosco,
ma ti dico io, ci ha ben morsicato: guarda."
Fece vedere le braccia rosse, le mani infiammate: anche la barba e
le sopracciglia folte e congiunte erano bruciacchiate. Egli
sentiva tutta la distanza che passava fra lui, rozzo e forte
lavoratore, energico e avaro, pronto a tutto, anche a combattere
col fuoco, e Paulu dal viso fine e pallido, dagli occhi
melanconici di donna, ancora cerchiati di angoscia. E guardava il
suo ospite, e ne sentiva piet; ma che poteva farci? No, non
poteva aiutarlo: egli aveva tanti nemici, tante liti, e doveva
pagare gli avvocati: agli amici bastava prodigare buone parole.
Buone parole s, quante Paulu ne volle: tanto che egli s'intener
e si mostr con Ballore umile e sfiduciato quanto con don Peu
s'era mostrato borioso.
"Te l'ho gi detto, Ball. Io sono rovinato. Se tu non m'aiuti io
non so che avverr di me. E meglio finirla: se io muoio forse le
sorti della mia famiglia muteranno: vedi, sono io il cattivo genio
della mia casa: dopo la mia nascita  cominciata la decadenza.
Sono andato di male in peggio, di male in peggio..."
"Ah, non parlare cos", disse Ballore. "Sei giovane, sei sano.
Puoi fare, se non altro, un buon matrimonio. Mi meraviglio, anzi,
che tu non ci pensi. Donna Kallina, beata, era una santa, ma credo
che la sua anima buona gioirebbe se..."
"Taci", supplic Paulu. "Che essa non ti senta. Io non riprender
mai moglie."
"Eppure  forse l'unico mezzo."
Paulu credette che Ballore insistesse forse per proporgli una
delle sue sorelle, e prov un senso di freddo. Le donne gli
piacevano, anche se brutte, purch graziose, ma quelle sette
vecchie vergini dalle sopracciglia minacciose gli davano l'idea di
esseri ibridi, met donne e met uccelli, e gli destavano un
invincibile disgusto.
"Ballore", disse, pensando ad Annesa, "siamo uomini entrambi e tu
mi compatirai. Devo dirti una cosa. Io ho una relazione segreta
con una donna. Non sono un miserabile; sono disgraziato; ma non
disonesto. Forse non sposer mai questa donna, ma non
l'abbandoner mai."
"Perch non puoi sposarla?  povera?"
" maritata", disse Paulu, per non far sospettare di Annesa. "Io
le ho voluto sempre bene, fin da bambino, ma la fatalit ci ha
separato. Io presi moglie, poi quando rimasi vedovo rividi la
donna. In quel tempo, per il mio lutto, ero costretto ad una vita
triste, casta. Non potevo divertirmi, non avvicinavo donne. Un
giorno mi trovai solo con la mia amica, in campagna. Io l'avevo
sempre rispettata, e speravo di non lasciarmi vincere mai dalla
passione. Ma il desiderio fu pi forte di me, mi vinse, mi accec.
E il peggio fu che la donna non aspettava che un cenno per darsi
interamente a me. Anche lei mi aveva sempre amato: mi si
avvinghi, si strinse a me come l'edera alla pianta. Io non la
posso lasciare."
"Ah, Paulu, Paulu!", disse Ballore sospirando. "Ecco il tuo guaio:
sei stato sempre un debole."
"E tu credi che io non lo sappia? Lo so, purtroppo", continu
Paulu, eccitato, ricordando le lagrime infantili versate in
chiesa; "io sono un bambino, e capisco che la mia debolezza e la
mia impotenza furono causa dei nostri guai: e pi che questi guai
mi accora appunto il vedermi cos, sempre debole, sempre
fanciullo. Io ho sbagliato strada, Ballore, e nessuno pi potrebbe
additarmi la mia via. Se avessi continuato a studiare sarei
diventato qualche cosa, ma gi mio padre, mia madre, i miei nonni,
tutti, tutti hanno commesso un grave errore cacciandomi in
seminario. Non ero uccello di gabbia, io! Chiusero la porta ed io
tentai di scappare per la finestra. Allora mi mandarono via, e fu
da quel giorno che smarrii la strada. Nessuno mi disse che dovevo
lavorare, ed io me ne andai per il mondo, e fui come quei
mendicanti che vanno di festa in festa. Anche io nelle feste
cercavo qualche cosa che non trovavo mai. Non sono cattivo, per,
vedi: non ho mai fatto del bene, ma neppure del male. Tante volte
anzi, ho desiderato di poter fare almeno il male, come sanno farlo
molti, con forza e con astuzia. Niente: neppure questo so fare. Ti
ripeto, sono rimasto un bambino: la mia intelligenza e la mia
istruzione, e tutto insomma; tutto in me si  fermato nel meglio
del suo sviluppo: sono come quei frutti che si seccano prima di
maturare..."
L'altro ascoltava, e non riusciva a capire tutta la finezza e la
desolazione del discorso di Paulu; capiva una cosa sola: che
l'amico nobile non si sarebbe mai pi sollevato dalla sua rovina
morale e materiale, e si pentiva d'averlo invitato.
Chiacchierarono ancora, poi andarono a letto.
All'alba Paulu si svegli e si accorse che Ballore usciva, ma
quando egli si alz, l'amico era gi rientrato e beveva un
bicchierino d'acquavite.
"Che dormire ho fatto!", disse Ballore. "Mi sveglio appena adesso,
Bevi."
Uscirono, andarono in chiesa. La festa era molto misera. I
paesani, quasi tutti contadini che festeggiavano Sant'Isidoro
agricoltore, avevano fatto una scarsa raccolta. Ballore, anzi,
cominci a lamentarsi:
"Quest'inverno qualcuno morr di fame; la miseria  profonda.
Mussi Giuanne [16] far festa. Ah, i tempi sono cambiati, Paulu
mio! Ora tutti, chi pi chi meno, stentiamo a vivere, mentre
quando io ero fanciullo, ricordo, tutti vivevano agiatamente. Che
gente ricca esisteva allora! Vedi, il Rettore e la sorella,
avevano i denari a sacchi, proprio a sacchi".
"Perci", ricord Paulu, "furono derubati."
"Fu una famosa grassazione: quaranta individui armati e
mascherati... e si dice che ve ne fossero parecchi del tuo paese,
eh, Paul, non offenderti! Assalirono la casa del Rettore,
denudarono il povero prete e la sorella, li legarono assieme, li
gettarono sopra un letto, fecero man bassa di tutto... Si dice
portassero via pi di diecimila scudi."

Quando Paulu e l'ospite andarono dal Rettore, la sorella, una
piccola vecchia con la cuffia di broccato, cominci appunto a
ricordare la storia della grassazione: da quaranta anni a questa
parte ella non faceva altro che raccontare quella storia. La sua
bocca spalancata, gli occhietti neri fissi e vitrei parevano ancor
pieni del terrore di quell'ora mostruosa.
"Ce n'era uno, di quei demoni, alto e nero, con una sopravveste di
pelle, lunga quasi fino alle caviglie: pareva un enorme montone
rizzato sulle zampe posteriori. Figli miei, io lo sogno tutte le
notti, sempre con terrore, quel demonio nero peloso... Ah, ci
hanno rovinato: non ci lasciarono neppure cenere nel focolare."
Basta, la conclusione fu che n il Rettore n la vecchia avevano
denari disponibili. Paulu usc da quella casa con la disperazione
nell'anima.
"Ballore questa mattina deve aver consigliato la vecchia a negarmi
il prestito", pens.
Il dolore e l'umiliazione risvegliarono il suo orgoglio, e come
con don Peu, finse con Ballore una spensieratezza e un'allegria
esagerate. Rimase tutto il giorno nel villaggio, spese il resto
delle cento lire in doni per le sue ospiti, bevette e rise.
Ripart il giorno dopo, all'alba: non sapeva dove dirigersi, ma
non voleva assolutamente tornare in paese senza i denari.
"Piuttosto mi sdraio sotto un albero e mi lascio morir di fame."
Cammina, cammina. Il cielo era triste, annuvolato; e la terra
assetata, gli alberi polverosi, le roccie aride, aspettavano in
silenzio, pazientemente, la pioggia promessa. Non si muoveva una
foglia; non s'udiva, nel paesaggio livido e giallo, una voce
umana, un grido di viventi. Dove andare, se tutto il mondo era per
Paulu simile a quel luogo deserto? Era finita: finita davvero.
Cammina, cammina; il cavallo docile e pensieroso trottava, e
quando vedeva qualche varco nei muriccioli delle tancas non
esitava ad oltrepassarlo, in cerca d'una scorciatoia. D'un tratto,
mentre appunto attraversava una scorciatoia, nelle vicinanze del
paesetto di don Peu, Paulu si sent chiamare da una voce che gli
parve di riconoscere. Il cavallo si ferm. Un uomo alto e grosso,
con una lunga barba rossastra, e un ragazzetto lacero e selvaggio
che pareva uno zingaro, s'avanzavano rapidamente.
"Don Paulu, don Paulu?", gridava l'uomo ansante e stanco.
Paulu riconobbe Santus, il pastore che la voce pubblica accusava
di parricidio: il ragazzetto era il figlio.
"Come, l'avete ritrovata finalmente questa buona lana?"
Santus prese il ragazzo per le spalle e lo scosse ruvidamente.
"Ho fatto due volte il giro della Sardegna a piedi, ma spero di
morire non disonorato. Eccolo qui l'uccello del diavolo: ora lo
conduco dal brigadiere e dico a tutti: vedete se un padre pu
ammazzare il figlio, che vi ammazzino senza che ve ne possiate
accorgere! Ed ora me ne lavo le mani, don Paulu."
L'uomo imprecava, ma nonostante la stanchezza, l'ansia, i
patimenti che gli si leggevano in viso, dimostrava una gioia
selvaggia; il ragazzo invece era cupo e guardava lontano, e i suoi
grandi occhi azzurri parevano gli occhi d'un prigioniero, sognanti
la fuga.
"Tornate difilato in paese?", domand Paulu, senza interessarsi
molto ai casi di Santus e del ragazzo.
"Subito; le occorre qualche cosa?"
"Allora", egli disse lentamente, meditando le parole prima di
pronunziarle, "vi dar un bigliettino che consegnerete ad Annesa:
ma a lei solamente, avete capito? Inoltre le direte a voce che per
stasera non mi aspettino."
"Va bene, don Paulu."
Allora Paulu trasse il suo taccuino e scrisse poche parole col
lapis.
"Ritorno da O*** , pernotter qui, in casa di don Peu Corbu.
Viaggio inutile. Nessuna fortuna: nessuna speranza. Non so quando
ritorner. Ricordati ci che ti dissi prima di partire. Non
spaventarti."
Santus non sapeva leggere, Paulu gli consegn il biglietto appena
piegato: l'altro lo prese, lo mise nella borsetta della cintura e
promise di consegnarlo solo ad Annesa: e prosegu il viaggio,
spingendosi avanti il fanciullo taciturno, e fermandosi con tutti
i viandanti che incontrava per raccontar loro la sua storia. E non
pensava che dentro la borsetta della sua cintura portava il seme
d'un dramma ben pi terribile del suo.
Paulu, nonostante le rimostranze gi fatte da don Peu, smont
ancora dalla vedova del brigadiere. Nessun progetto lo guidava, ma
dopo aver scritto e consegnato il biglietto per Annesa s'era
sentito ancora pi triste, pi inquieto: il proposito di non
ritornare senza i denari gli dava una specie di ossessione.
"Ho ancora cinque giorni di tempo", pensava. "Dovessi girare come
quel disgraziato Santus, ma non torner a casa a mani vuote.
Oramai  per me una questione d'onore."
Dove andare, per? Ricord gli usurai di Nuoro, e fra altri una
donna che anni prima gli aveva prestato mille lire al trecento per
cento.
"Che differenza esiste fra un'usuraia simile e una vedova che non
gode ottima fama?", si domand.
Ma quando scese davanti alla botteguccia di Zana e vide la donna
correre alla porta e sorridergli con famigliarit, come se
l'avesse atteso certa del suo ritorno, prov un impeto di
disgusto. No, no, egli non le avrebbe domandato mai i denari.
"Ah", disse Zana, prendendo per la briglia il cavallo di Paulu,
"lei non ha dimenticato il resto, a quanto vedo."
Spinse il portoncino attiguo alla porta e introdusse il cavallo
nel cortiletto: Paulu la lasci fare; la segu, si lev lo sprone,
ma non pareva disposto a scherzare.
Zana invece sembrava allegra; non era pi la vedova compassata e
seria che vendeva i lucignoli nella botteguccia o serviva
decorosamente gli avventori nella retrobottega; era una donna
bella e giovane, che da tre giorni pensava agli occhi dolci e allo
sguardo languido del nobile amico di don Peu.
"Sono sola in casa", disse, dopo aver legato il cavallo. "La serva
 andata a lavare. Non ho potuto preparare niente: bisogna quindi
che lei abbia pazienza."
Era quasi mezzogiorno: il silenzio tragico dei giorni annuvolati
regnava sul paesetto, sul cortile, sulla casa della vedova.
Paulu entr e sedette davanti alla tavola apparecchiata sulla
quale stava ancora la carta di musica: dalla parete color sangue
coagulato il brigadiere guardava, ancor pi pacifico del solito,
nella penombra silenziosa di quel giorno velato e caldo.
Paulu mangi poco e bevette molto: e pi beveva pi gli pareva che
la sua mente, annuvolata come il cielo, si schiarisse, e che molti
problemi si risolvessero.
"Che differenza c' fra un'usuraia e una vedova come Zana?
Nessuna. Ci che vale l'una vale l'altra."
Zana entrava ed usciva. gli serv una scatola di sardine, poi due
uova, poi un piatto di fritto.
"Come, e tu dicevi che non avevi niente? Purch dopo non mi porti
un conto troppo lungo."
Zana lo guardava sorridendo.
"Era il mio modesto desinare, don Paulu. Non si burli di me."
"Come!", egli disse, alzandosi. "Il tuo desinare? E tu, allora?
Come farai?"
"Non pensi a me, don Paulu."
Ma egli era gi mezzo brillo, e stette un momento in piedi,
comicamente mortificato per aver mangiato il pranzo di Zana. Poi
rise e disse:
"Pensare che oggi a casa mia si d un pranzo a sei poveri, e mia
madre in persona deve servirli; sulla tavola stanno le nostre pi
belle stoviglie e le posate d'argento. Ed io sto qui a mangiare il
pranzo della vedova".
"Sua madre deve servirli?  un voto?"
"No,  un lascito, o meglio un canone che grava su una nostra
tanca."
Subito pens che forse quel pranzo di poveri era l'ultimo che la
sua santa madre serviva, e si fece cupo, quasi livido; e l'idea di
farsi prestare i soldi dalla vedova torn a insistergli nel
pensiero.


V.

Tutti gli anni donna Rachele faceva chiamare qualche donna del
vicinato, per aiutare Annesa a preparare il pranzo dei poveri.
Quell'anno, per, Annesa disse che non voleva aiuto da nessuno.
Era gi troppa la spesa del pranzo; parecchi scudi che ella diceva
"buttati ai cani ed ai corvi".
Anche Paulu ogni anno protestava, e il giorno del pranzo dei
poveri non tornava a casa per non arrabbiarsi nel veder la madre
affaticarsi e abbassarsi a servire sei pezzenti miserabili.
Ma donna Rachele, con la sua santa pazienza, lasciava borbottare i
"ragazzi" e aspettava quasi con ansia quel giorno per lei
benedetto. Pensava:
"Ges nostro Signore lavava i piedi ai poveri. Anch'io vorrei fare
altrettanto coi poveri seduti alla mia mensa".
Da anni ed anni, forse anzi da secoli, una dama Decherchi compiva
il sacro obbligo di servire con le sue mani "sei poveri modesti,
di cui possibilmente fosse celata l'indigenza".
E donna Rachele s'era sempre opposta alla vendita della tanca
gravata di quel canone, appunto perch aveva cara la pietosa
cerimonia.
Cos la tanca era rimasta l'ultima: ma ora bisognava rassegnarsi
alla violenza inesorabile degli eventi. Pazienza. D'altronde Paulu
non era tornato ancora, e l'ultima speranza di donna Rachele e dei
nonni era riposta in lui.
"Basta, l'anno venturo sar forse morta. Pensiamo a fare bene il
nostro dovere quest'anno", diceva la pia donna ad Annesa inquieta
e nervosa.
Quasi tutti gli anni i sei "poveri modesti", che convenivano
segretamente al pranzo, erano gli stessi. E nonostante il mistero
che li circondava, buona parte degli abitanti di Baruni sapeva
che il tal giorno e alla tale ora i sei tali mangiavano con
forchette d'argento e serviti da una dama. Ogni anno la sera del
pranzo il messo, che era mezzo matto, si divertiva a passare
davanti alle case dei poveri, chiamandoli a nome e rivolgendo loro
qualche scherzo umiliante:
"Chircu Pira, vieni fuori! Di', mangi anche stasera colla posata
d'argento?",
"Matteu Bette? Che ne dici,  meglio mangiar la minestra col
cucchiaio d'argento o col cucchiaio di legno?"
"Ti lecchi ancora le dita, Miale Caschitta?"
La vigilia del pranzo zia Anna, la vecchia cugina di donna
Rachele, si offr per aiutare Annesa.
"Cos vedr di scegliermi uno sposo fra i vostri ricchi invitati",
disse scherzando.
"Vieni pure", rispose la vedova. "Ma bada che a tavola devo
servire io sola. Non voglio che tu mi aiuti."
"Come si fa, allora? Non posso guardare gli invitati."
La mattina per tempo zia Anna ritorn, e subito ricominci a
scherzare. Disse che uno degli invitati, un certo Matteu Corbu,
detto ventre di leone, l'aveva una volta chiesta in matrimonio.
"Non l'ho voluto perch era un mangione: tanto  vero che s'
mangiato tutto; avrebbe finito di mangiarsi anche la moglie."
Ma Annesa non badava a zia Anna. Cucinava e pensava con angoscia a
Paulu assente da tre giorni. Dove era? Perch non tornava? Le
parole di lui le ritornavano in mente con sempre pi cupa
minaccia.
" l'ultimo viaggio questo: o trovo o non torno!"
Ogni tanto, quando nella straducola risonava il passo d'un
cavallo, ella palpitava: ma non era il passo del cavallo baio: la
speranza svaniva, l'inquietudine cresceva. Come al solito, ella
vestiva decentemente, pulita, pettinata con cura: ma donna
Rachele, che entrava ed usciva dalla camera alla cucina e da
questa al cortile dove era stato acceso il fuoco per cuocere la
pasta, e arrostire la carne, notava in lei qualche cosa d'insolito
e di strano.
"A momenti sei pallida, a momenti il tuo viso  infiammato", le
disse sfiorandole con le dita la fronte. "Che hai? Sei malata? sei
stanca?"
"Ma niente!  il calore del fuoco", disse Annesa irritata.
Anche zia Anna la guard e non scherz pi. Dagli occhi dolci e
tristi di Annesa era scomparsa la solita mansuetudine: a momenti
splendevano d'una luce selvaggia, fissi e incoscienti come gli
occhi d'un allucinato.
"La ragazza oggi  di malumore; lasciamola tranquilla.  in
collera perch non voleva che quest'anno si desse il pranzo",
confid donna Rachele alla cugina.
Zia Anna, veramente, non dava torto ad Annesa. Dal momento che fra
pochi giorni la tanca doveva essere messa all'asta, era stupido
soddisfare il canone. Ma non disse nulla e continu a girare lo
spiedo sulla brace fumante.
Nella camera del vecchio asmatico la tavola era gi apparecchiata:
sulla tovaglia giallognola le ultime sei posate d'argento stavano
accanto ai piatti bianchi sparsi di fiorellini rossi.
Gi due invitati, due vecchi fratelli, Chircu e Predu Pira,
sedevano davanti al lettuccio dell'asmatico. Erano due vecchi
disgraziati, di buona famiglia, che avevano tentato sempre qualche
negozio, qualche impresa, e sempre fallito. Vestivano
decentemente, in borghese, ma i loro visi bianchi, cascanti, le
mani scarne, gli occhi pieni di tristezza, narravano una lunga
storia di dolore e di stenti: poveri modesti, veramente, dei quali
per l'indigenza era ben nota; e donna Rachele li aveva invitati
per far piacere a ziu Zua, del quale il meno vecchio, Chircu, era
stato amico intimo. Mentre si aspettavano gli altri invitati, ziu
Zua profittava dei momenti in cui donna Rachele usciva nel cortile
per parlare male dei suoi parenti. La sua voce bassa ed ansante si
spandeva come un gemito nella camera melanconica. Dalla finestra
socchiusa penetrava un filo di luce grigia, un odore di foglie
umide: tutto era triste l dentro, il vecchio cadaverico, la
tovaglia giallognola, i due fratelli dal viso bianco di fame.
Ziu Zua parlava male di tutti, persino di Rosa.
"Cosimu Damianu  andato in campagna, oggi: vuol lavorare, il
vecchio fannullone. Adesso, adesso! Adesso che la sua bocca 
vicina alla fossa. Vuol lavorare adesso, dopo che  vissuto tutta
la vita alle spalle degli altri. E don Simone  andato a spasso:
ha bisogno di camminare, per farsi venir l'appetito, il vecchio
nobile. Passeggia, passeggia pure, caro mio; l'anno venturo
l'invitato sarai tu al pranzo dei poveri, invitato dal nuovo
padrone della tua tanca."
I due vecchi sorrisero tristemente: ma il pi anziano, al quale
l'asmatico riusciva alquanto odioso, per fargli dispetto disse:
"Paulu porter oggi i denari: dicono sia andato a Nuoro, dove...".
"Taci", interruppe ziu Zua, cercando di sollevarsi sul guanciale,
e animandosi cupamente al ricordo di Paulu. "Corni porter, quel
vagabondo, quel giramondo; chi gli fa pi credito? Tutti ridono di
lui. Ah, tutti, s, tutti... ah..."
La collera lo soffocava. Il vecchio Pira s'alz e gli accomod il
cuscino sulle spalle.
"Non adirarti, cos, Zua: ti fa male."
"Mi adiro, s, perch, vedi, tutti credono che egli sia in viaggio
per affari suoi, per... Basta, invece... ah, ah..."
"Invece  in giro per divertirsi, lo sappiamo", disse Chircu Pira,
cercando di calmare l'amico. "Lo sappiamo."
"S, vecchi miei.  andato alla festa di Sant'Isidoro. E si 
fatto prestare i denari. Ah, non pensa che fra cinque giorni si
far la prima asta della casa e della tanca: non ci pensa, come
del resto nessuno ci pensa, qui. Oh, son tutti allegri: se ne
infischiano, loro! Vedete don Simone? Egli se ne va a passeggio,
per farsi venir l'appetito. Sperano forse che io muoia, entro
questi cinque giorni: ma la mia pelle  dura, e dentro la mia
pelle ci stanno sette anime, come le ha il gatto. Non morr,
vecchi miei, e se morr, c' qualcuno che verr... verr a
vedere... ah!"
"Che cosa verr a vedere? Zua, non adirarti", ripet il vecchio
amico, "ti far male."
Ma l'altro fratello insist:
"Che verr a vedere?".
Ma l'asmatico s'era gi pentito delle sue parole, e non volle dire
altro.
"Quante mosche", si lament, scuotendo lentamente la mano intorno
al cui polso teneva il rosario. "Che brutta giornata! Quando fa
questo caldo afoso, soffro tanto: ieri notte credevo davvero di
soffocare. E quell'asina di Annesa, buona anche quella, mala fata
la porti, mi guardava come se avesse voluto... Ah, ecco che
vengono..."
Qualcuno entr; s'ud nell'andito il riso melanconico di Rosa. Ed
ecco la testa enorme, gli occhi vivi e il vestitino rosso e
azzurro della bimba: e dietro di lei il vestito nero, il bastone,
il berretto di don Simone.
Il vecchio nobile sembrava pi allegro del solito, scherzava con
la bambina, tirandole la cocca del fazzoletto che le avvolgeva la
testa, e dicendole infantilmente:
"Avanti, puledrina, Cammina".
Ziu Zua lo guard con disprezzo.
Poi giunsero gli altri invitati, dei quali uno solo era
giovanissimo, cieco sin dall'infanzia. Don Simone sedette a tavola
coi poveri, cosa che non aveva fatto mai, e volle Rosa al suo
fianco.
"Donna Rachele", grid, scherzando, "siamo pronti. Avete sbagliato
il numero, per, quest'anno: invece di sei avete invitato sette
poveri; anzi sette e mezzo."
Rigida e pallida, nel suo costume nero, donna Rachele entr,
portando un largo piatto colmo di maccheroni; sorrideva, ma quando
vide il vecchio suocero seduto fra i poveri commensali trasal; e
lagrime amare inumidirono i suoi occhi. Egli per la guardava
sorridendo, con gli occhi pieni di gioia, ed ella pens:
"Pare che voglia dirmi qualche cosa. Una buona notizia, forse? Che
gli abbia scritto Paulu?".
Durante il pranzo don Simone scherz, ma la sua presenza
intimidiva alquanto gli invitati; egli cominci a prenderli in
giro bonariamente.

      Matteu, brente 'e leone,
      chi pares una balena,
      a denotte duas chenas
      e una colassione, [17]

disse a Matteu Corbu, il vecchietto mangione che si vantava d'aver
una volta divorato un intero agnello.
La quartina esilar gli invitati; credendo di far piacere al
padrone di casa, alcuni cominciarono a perseguitare il vecchietto
coi loro scherzi.
"La tua canzone favorita, in giovent, qual era, Matteu?", domand
zio Chircu. "Ricordati bene."
Ma il vecchietto, che pareva un piccolo San Pietro, calvo e coi
capelli lunghi sulla nuca, mangiava tranquillamente e taceva.
Accanto a lui Niculinu il cieco palpava la tovaglia e sorrideva.
"Tu non ricordi? Ebbene, Matteu? Sei sordo? Io la ricordo, per,
la tua canzone:

      Si sar muntagnas fin de maccarrones.
      E i sar baddes de casu frattadu..." [18]

Rosa ascoltava avidamente: d'un tratto scoppi a ridere e volle
dire una cosa nell'orecchio a don Simone.
"Ma che vuoi? Non ti sento, Rosa."
"Andiamo, ve la dir in cucina."
Scese pesantemente dalla sedia e tir la giacca del nonno: egli si
alz e la segu in cucina.
"Fategli ripetere la canzonetta dei maccheroni, nonno."
"Diavoletta, mi hai fatto venir qui per questo? Ah, diavoletta!"
Ella scapp, egli la rincorse fino al cortile. Zia Anna era in
cucina, Annesa serviva il vecchio asmatico; donna Rachele usc nel
cortile e si chin per togliere lo spiedo dal focolare: don Simone
allora le disse rapidamente:
"Prete Virdis m'ha confidato una cosa, ma in gran segreto. Egli ha
convinto Zua a comprar la casa e la tanca; cos tutto si
accomoder. Ma per amor di Dio, non parlarne con nessuno, nemmeno
con Annesa".
"Andiamo, Rosa", disse poi alla bambina. "Faremo ripetere la
canzonetta."
Quando la vedova entr, portando l'arrosto, tutti si accorsero che
ella aveva mutato aspetto: una gioia quasi febbrile le animava lo
sguardo, parole di amore e di dolcezza le uscivano dalle labbra
lievemente colorate. Anche Annesa s'accorse di quest'eccitazione,
ma l'attribu al piacere quasi mistico che la santa donna provava
nel servire i poveri; e la sua tristezza e la sua irritazione
crebbero. A momenti anche lei pensava male dei suoi benefattori;
s davvero, faceva rabbia vederli cos incoscienti e allegri alla
vigilia della loro completa rovina. E Paulu che non tornava.
Dov'era Paulu? Il pensiero di Annesa lo cercava, lo seguiva, per
l'immensit deserta delle tancas, attraverso i sentieri
melanconici, sotto quel cielo cupo e minaccioso che anche sopra di
lei, sopra la sua testa dolente, pareva pesasse come una volta di
pietra.
I commensali parlavano di Niculinu il cieco.
"Dice che da qualche tempo a questa parte gli pare, in certi
giorni, di veder come un barlume lontano. Fino all'et di tre anni
non  stato cieco: lo  diventato dopo una grave malattia.
Ultimamente  andato alla festa del Redentore, a Nuoro, e crede di
riacquistare lentamente la vista. Non  vero, Niculinu?"
Il cieco per tutta risposta si fece il segno della croce.
"In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", esclam
donna Rachele, segnandosi anche lei. "Dio  onnipotente e pu
tutto: sia sempre lodato il suo santo nome."
E batt la mano sulla spalla di Niculinu, quasi per significargli
che anche lei fino a quel momento era stata come cieca, mentre
adesso cominciava a intravedere un lontano barlume di speranza. Ah
s: ella ricominciava a sperare nella bont umana, e questa
speranza era la cagione della sua gioia: avrebbe voluto
avvicinarsi al lettuccio del vecchio asmatico e dire:
"Zua Decherchi, ti ringrazio, non perch ci serbi la casa e
l'ultimo pezzo di terra, ma perch ti dimostri buono mentre tutti
ti credevamo malvagio".
Ma don Simone la guardava ed ella capiva che doveva tenere il
segreto.
E lo tenne, ma durante il pomeriggio prodig mille attenzioni al
vecchio asmatico: egli ne indovin la causa, e s'irrit
maggiormente: e la sua irritazione inaspr quella di Annesa.
La giornata diventava sempre pi cupa e triste; il tuono
rumoreggiava in lontananza, dietro la montagna livida e nera.
Qualche cosa di angoscioso e di tragico gravava nell'aria.
Finito il pranzo, i poveri se n'andarono, tutto rientr
nell'ordine e nel silenzio melanconico di prima. Solo, di tanto in
tanto, zio Zua gemeva, e se Annesa attraversava la camera, quel
gemito diventava simile a un ringhio.
Ella lavorava e taceva: rimise le stoviglie, le posate, spazz la
cucina e il cortile; poi and alla fonte, con l'anfora sul capo, e
si ferm a lungo davanti ai paracarri, guardando le lontananze
della valle. Sotto il cielo grigio solcato di nuvole d'un nero
terreo, la valle si sprofondava come un precipizio, le roccie
sembravano pronte a rovesciarsi le une sulle altre; il bosco della
montagna si confondeva con le nubi sempre pi basse.
E Paulu non veniva. Annesa soffriva un terribile mal di capo; le
pareva che l'anfora fosse una delle roccie che, nel suo capogiro,
ella vedeva quasi muoversi e precipitare: e il tuono le risonava
dentro la testa, con un rombo continuo. Stava per avviarsi di
nuovo, quando vide Santus il pastore e altri tre uomini e un
fanciullo avanzarsi sullo stradale. Aveva la febbre, o il
fanciullo che si avvicinava, preceduto da due vecchi e seguito dal
padre e da un altro paesano, era veramente il figlio smarrito di
Santus? La curiosit le fece per un po' dimenticare il suo
affanno: si tolse la brocca dal capo, la depose sui paracarri e
attese. Il gruppo s'avvicinava; la voce di Santus, alta e allegra,
arrivava sempre pi distinta nel silenzio dello stradale
solitario.
"Perdio, lo conduco subito dal brigadiere: poi se vuol scappare
scappi pure e vada al diavolo."
Il fanciullo taceva, Annesa guardava; e non si stup quando Santus
grid:
"Annesa, oh, Annesa! Ecco qui l'uccellino scappato. Lo vedi?
Guardalo bene: anche tu puoi dire che  lui?".
"E dove sei stato, tutto questo tempo?", ella domand quando i
paesani le furono vicini.
Il ragazzetto la fiss coi suoi occhi azzurri cattivi, ma non
rispose.
"Abbiamo incontrato don Paulu", le fece sapere il pastore;
"stanotte non torner in paese: non lo aspettate."
Annesa, che si rimetteva sul capo la brocca vibr tutta, e per
nascondere il suo turbamento lasci che i paesani passassero
oltre. Ma le parve che Santus si voltasse e si fermasse poi ad
aspettarla.
"Egli deve dirmi qualche cosa" pens raggiungendolo.
Gli altri precedevano di qualche passo.
"Dove hai veduto don Paulu?", ella domand sottovoce.
"Nei salti di Magudas: era diretto a quel paese. Anzi, mi diede un
bigliettino per te, per darlo a don Simone, forse...", aggiunse il
pastore, ch'era un buon uomo, ma non senza malizia. E le mise in
mano il biglietto che aveva destramente levato dalla borsa della
cintura.
Annesa strinse nel pugno il pezzetto di carta: una brace non
l'avrebbe scottata di pi. Il pastore parlava, ella non sentiva.
Sentiva solo il rombo dei tuoni in lontananza: e le pareva che
dentro il pugno stringesse non un pezzetto di carta, ma un cuore
pulsante, un'anima che urlava e spasimava. Che avveniva? Paulu non
le aveva mai scritto. Perch le scriveva, adesso? Una buona o una
cattiva notizia? Ella non dubit che un istante: la notizia doveva
essere triste. Ed ebbe paura di apprenderla troppo presto.
Una donnina seduta a cavalcioni su un cavallino bianco raggiunse
la comitiva, e riconoscendo il figlio di Santus cominci a dar
gridi di sorpresa e di gioia.
"Eccolo, s;  lui! Ah, come sono contenta! No, non era possibile
che un abitante di Baruni avesse ucciso il suo figliuolo: il
nostro paese ne sarebbe rimasto infamato: anche nelle "canzoni"
dei girovaghi sarebbe stato nominato e infamato, il nostro
Baruni."
"Sta zitta, Anna Pica", grid Santus. "La tua lingua sembra un
coltello."
Annesa si ferm, come s'erano fermati gli altri, ma sentiva solo
il rombo del tuono, e dentro il pugno la carta fatale: null'altro
esisteva per lei, gli altri si mossero; attraversarono il paese:
ella li segu, si trov in mezzo alla folla che a poco a poco
s'era radunata intorno al pastore, stette ad ascoltare, sorrise.
Una fiamma improvvisa, un tuono fortissimo, alcune goccie di
pioggia fecero correre la gente di qua e di l: ella si trov
quasi sola in fondo alla straducola che conduceva alla casa dei
suoi benefattori, e s'avvi correndo.
Donna Rachele era andata con Rosa alla novena; solo il gemito del
vecchio asmatico, quel giorno pi cupo e agitato del solito,
animava la casa deserta. La luce metallica dei lampi inondava ogni
tanto la camera buia, l'andito silenzioso.
Annesa depose la brocca, sempre stringendo nei pugno il biglietto;
poi usc nel cortile e lesse a stento il triste messaggio:
"ricordati ci che ti dissi prima di partire...". Un lampo
terribile, un tuono fragoroso riempirono di terrore il cielo: ella
credette che il fulmine fosse piombato sopra di lei, e gemette
come gemeva il vecchio.
"Egli non ha trovato. Egli si uccider. Questa volta, questa volta
 davvero. Fra due, fra tre giorni, quando non ci sar pi
speranza, egli morr.  cos."
Un nuovo rombo formidabile, il bagliore azzurro d'un lampo, un
altro tuono ancora, riempirono il cortile di luce e d'orrore: la
pioggia scrosci furiosa. Ella rientr in cucina e appoggi la
fronte alla porta chiusa, pensando che se Paulu a quell'ora
viaggiava, doveva bagnarsi tutto. E per alcun tempo questo
pensiero l'inquiet pi che la minaccia del biglietto: un tremito
nervoso l'agitava tutta; le pareva di sentir la pioggia scorrerle
lungo le spalle, bagnarle la schiena e tutta la persona, gi, gi,
fino ai piedi.
E non poteva gridare, non poteva piangere: un nodo isterico le
stringeva la gola. Fuori cresceva la furia del temporale, la
pioggia batteva contro la porta, i tuoni rombavano con ira nemica.
Ed ella, con la testa contro la porta, pensava a Paulu smarrito
nella tristezza della sera tempestosa, percosso dall'ira cieca
dell'uragano, e le pareva che anche la natura, oramai, si unisse
alla sorte, agli uomini, per incrudelire contro il disgraziato.
Fuori, dentro, nella casa, intorno alla casa, nella vastit dei
campi e dello spazio, un esercito di forze nemiche si divertiva a
perseguitare un essere solo, un uomo debole e infelice. Nessuno lo
aiutava, nessuno lo difendeva: neppure la madre, che non si
affannava per lui, che sorrideva perch i poveri sedevano alla sua
mensa mentre il figlio suo, pi povero e misero dell'ultimo dei
mendicanti, errava di paese in paese, in cerca di fortuna e
d'aiuto.
"Nessuno, nessuno", gemeva Annesa, sfregando la fronte contro la
porta come la pecora verminosa contro il tronco della quercia.
"Nessuno, nessuno! Soltanto la serva pensa a te, Paulu Decherchi,
disgraziato fanciullo. Ma che pu una serva contro la padrona di
tutte le creature umane, contro la sorte?"
"Annesa, demonia!", grid ziu Zua, che da un quarto d'ora chiamava
invano. "Annesa maledetta, accendi il lume."
Ella entr nella camera, ma non accese il lume. Un crepuscolo
torbido penetrava dalla finestra, descrivendo un cerchio di luce
grigiastra che arrivava appena ai piedi del lettuccio di ziu Zua:
ma di tanto in tanto il bagliore dei lampi illuminava la camera, e
allora pareva che la figura del vecchio balzasse dall'ombra, e poi
ripiombasse di nuovo in un luogo di tenebre e di mistero.
Annesa lo guard a lungo con occhi allucinati: le pareva che egli
fosse gi morto ma urlasse e imprecasse ancora. E da quel momento
fu assalita da una specie di ossessione: avvicinarsi al vecchio e
strangolarlo, farlo tacere finalmente, ripiombarlo per sempre
nell'abisso d'ombra dal quale egli usciva ogni tanto urlando.
Ferma sull'uscio di cucina stese alquanto le braccia, contraendo
le dita: un gemito le usc dalla bocca chiusa. Allora il vecchio
credette che ella avesse paura del temporale e abbass la voce.
"Annesa", supplic, "ma accendilo questo lume! Vedi che anche tu
hai paura. Vedi come mi hanno lasciato solo. Chiss dove saranno!
Anche Rosa  fuori: si bagneranno tutti."
Ella ritorn in cucina e accese il lume: ricord che Paulu aveva
preso con s il cappotto, e il pensiero che egli potesse coprirsi
la confort. Allora sospir, con un senso di sollievo simile a
quello che provano i bambini nel sentire che l'eroe della fiaba,
sorpreso dall'uragano, ha trovato una casetta nel bosco. E rientr
col lume nella camera del vecchio.

Il temporale infuri fino a sera inoltrata; poi d'un tratto il
cielo si rasseren; le ultime nuvole, come squarciate dall'ultimo
tuono, s'aprirono, si lacerarono, scesero gi dietro la montagna.
La luna grande e triste apparve sopra il bosco nel silenzio
improvviso e nella melanconia della notte umida.
Donna Rachele, la bimba, i vecchi nonni, che erano rimasti in
chiesa finch non aveva cominciato a spiovere, rientrarono,
andarono a letto subito dopo cena.
Annesa rimase sola in cucina, dove aveva acceso il fuoco perch
l'acqua inondava ancora la tettoia. Le pareva fosse d'inverno. Il
chiarore del fuoco illuminava le pareti brune, tremolava sul
pavimento umido, macchiato dall'impronta delle scarpe infangate di
don Simone e di zio Cosimu. Ella sentiva brividi di freddo e
sbadigliava nervosamente.
Dopo aver rimesso in ordine la cucina, rientr nella camera e
accese il lumino da notte che mise per terra, nell'angolo dietro
l'uscio. Ed ecco che di nuovo la figura di zio Zua, assopito ma
pi anelante e agitato del solito, parve sprofondarsi nella
penombra. In punta di piedi Annesa si avvicin parecchie volte al
letto, prepar la coperta sul canap, ma non si coric. Le pareva
che avesse ancora qualche cosa da fare. Che cosa? Che cosa? Non
sapeva, non ricordava.
Ritorn a sedersi accanto al focolare, si pieg verso la fiamma e
rilesse il biglietto di Paulu: poi lo bruci. E per lungo tempo
rimase immobile, coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani,
fissando gli occhi sulle brace fra le quali il foglietto, nero e
attortigliato come una foglia secca, si trasformava lentamente in
cenere.
Qualche cosa entro di lei si consumava cos. La coscienza e la
ragione l'abbandonavano: un velo scendeva intorno a lei, la
separava dalla realt, la circondava d'ombra e di terrore. Ella
non ricord mai quanto tempo stette cos, piegata su se stessa, in
uno stato di incoscienza. Sognava e lottava per svegliarsi, ma
l'incubo era pi forte di lei. Ci fu un momento in cui ella si
alz e s'avvicin all'uscio della camera: il vecchio dormiva;
intorno alla tavola sedevano ancora i sei poveri, e non
mangiavano, non parlavano ma la fissavano con occhi melanconici.
Specialmente Niculinu, il cieco, la guardava fisso, coi suoi
grandi occhi biancastri dalle grosse palpebre livide.
Ella torn al suo posto e chiuse gli occhi: ma non cess di vedere
gli occhi lattiginosi e le palpebre gonfie del cieco. Pi infelice
di lui che diceva di ricordare la luce e i colori come un sogno
lontano della sua infanzia, ella non ricordava nulla dei suoi
primi anni: non una voce saliva per lei dalla profondit oscura
della sua origine, non una figura si disegnava nel suo passato.
"Io non ho padre, n madre, n parenti," pensava nel suo delirio.
"I miei benefattori sono stati i miei nemici. Nessuno pianger per
me. Io non ho che lui, come lui non ha che me. Siamo due ciechi
che ci sosteniamo a vicenda: ma egli  pi forte di me, e se io
cadr egli non cadr."
E le sembrava che realmente ella e Paulu fossero ciechi, ella
aveva gli occhi bianchi e le palpebre pesanti come quelle di
Niculinu; e davanti a s non vedeva che una muraglia rossa e
infocata il cui riverbero la bruciava tutta. Rumori misteriosi le
risonavano dentro le orecchie; credeva di sentire ancora la
pioggia scrosciare contro la porta, e il tuono riempire la notte
d'un fracasso spaventevole: l'uragano assediava la casa, la
prendeva d'assalto, come una torma di grassatori, e voleva
devastarla.
Poi una figura usc dalla camera del vecchio, strisci lungo la
parete, sedette accanto al focolare. Ella non poteva volgersi, ma
sentiva il fantasma al suo fianco: sul principio le parve il
cieco, poi d'un tratto si sent sfiorare la mano da una mano dura
e calda che le sembr quella di Gantine. La mano sal fino al viso
di lei, glielo carezz; le prese il mento, le strinse la gola...
Davanti a lei balz una figura gialla, con due occhi ardenti e una
lunga barba grigia fra i cui peli umidi s'apriva una bocca nera e
contorta. Era zio Zua. Egli la strangolava.
Ella si svegli, piena di terrore, e rimase lungo tempo immobile,
vinta da uno spavento indicibile. Finalmente pot alzarsi e and
ancora a spiare dietro l'uscio. Le figure dei sei poveri erano
sparite: il vecchio dormiva, con le spalle e la testa abbandonate
sui guanciali, e le mani sul lenzuolo. Il suo affanno s'era
calmato: egli stava cos immobile e quieto che pareva morto. Sola
cosa viva, in quella camera sepolcrale, era la fiammella nel
lumino che pareva si fosse nascosta da s dietro l'uscio.
Annesa entr, s'avvicin al letto, guard il vecchio. Un momento,
un po' di forza, un po' di coraggio e tutto era finito.
Ma la forza e il coraggio le mancarono: prov un senso di gelo, un
tremito convulso, e le sue dita si contrassero. No, non poteva,
non poteva.
Ritorn in cucina, apr la porta e usc nel cortile. Allora si
accorse con meraviglia che l'uragano era cessato: la luna saliva
limpida sul cielo azzurro chiaro come un cristallo; i vetri delle
finestre, il lastrico del cortile, le tegole della tettoia avevano
un riflesso d'argento. E nel silenzio profondo non si sentiva pi
neppure il canto dei grilli, n quello dell'usignuolo che ogni
notte veniva nel bosco in fondo all'orto.
La furia dell'uragano aveva spento anche la loro voce. E pareva
che gli abitanti del villaggio, nero ed umido sotto la luna,
fossero tutti scomparsi come i loro leggendari vicini del paese
distrutto. Ma questo silenzio, questa morte di tutte le cose,
invece di calmare Annesa la eccitarono ancora. Nessuno poteva
spiarla, nessuno poteva vedere ci che ella faceva. Il mondo
esterno coi suoi ammonimenti e i suoi pericoli non esisteva pi
per lei: e nel suo mondo interno, tutto era di nuovo tenebre.
L'ossessione la riprese, la ripiomb in uno stato di semi-
incoscienza febbrile; ella per lott ancora contro il cieco
impulso che la guidava. Rientr nella camera, usc di nuovo nel
cortile: andava e veniva come una spola, tessendo una trama
spaventevole.
A lungo l'istinto della conservazione fu pi forte della sua
mana, infine parve salvarla. Chiuse la porta, spense la candela,
sedette sull'orlo del canap e si pieg per levarsi le scarpe. Ma
il vecchio sospir e s'agit, ed ella rimase un istante curva,
ascoltando; poi si sollev lentamente. Era meglio non spogliarsi,
gli accessi d'asma, che da qualche notte tormentavano il vecchio,
potevano da un momento all'altro ricominciare. Poich bisognava
alzarsi per curarlo, era meglio coricarsi vestita.
Ella si corica dunque, e si tira la coperta fin sul viso. Un
brivido di freddo la scuote dai piedi alla testa, l'orribile
verit le ritorna in cuore.
Ella si  coricata vestita, non per esser pronta ad aiutare il
vecchio, ma per aiutare la morte, se l'accesso ritorna: un piccolo
sforzo, una mano sulla bocca del malato, il calmante rovesciato
sul tavolino, e tutto sar finito.
Il suo cuore batteva convulso; ella cercava di respingere ancora
la tentazione diabolica e tuttavia aspettava. E sentiva che la sua
attesa era simile all'attesa del sicario dietro le macchie.
Rivedeva la figura del vecchio come le era apparsa la notte prima,
durante l'accesso: egli sembrava agonizzante, stralunava gli occhi
e apriva la bocca avida d'aria.
"Basta forse ch'io non lo aiuti a sollevarsi; basta che io non gli
dia il calmante. Egli deve morire stanotte; altrimenti muore
l'altro. Bisogna che Paulu domani sappia che il vecchio  morto. 
tempo.  tempo."
Il suo desiderio era cos forte che le pareva impossibile non
dovesse avverarsi. Poich il vecchio doveva morire, doveva morire
subito. Fra venti, fra dieci, fra due giorni sarebbe stato troppo
tardi: la notizia della sua morte doveva raggiungere Paulu al pi
presto possibile. O l'uno o l'altro.
Le pareva che il destino della disgraziata famiglia stesse in mani
sue: nel suo delirio arrivava a dirsi che avrebbe commesso un pi
grave delitto di quello meditato, se non riusciva a impedire la
morte di Paulu, la rovina ultima dei suoi benefattori. O l'uno o
l'altro; o l'uno o gli altri.
Di tratto in tratto risonava nella straducola qualche passo di
cavallo stanco; poi il silenzio regnava pi intenso.
L'ora passava. La stanchezza, la febbre, l'insonnia ricominciarono
a far delirare Annesa; le figure dei sei poveri ripresero il loro
posto intorno alla tavola: gli occhi bianchi e gravi del cieco
fissavano il lettuccio del vecchio asmatico, la testa enorme di
Rosa cominci a oscillare sull'esile collo della bimba, dal quale
pareva volesse staccarsi; donna Rachele s'avanzava con un vassoio
in mano, e rideva, come da anni ed anni la febbricitante non
l'aveva veduta pi ridere; e questa letizia insolita, da vecchia
improvvisamente impazzita, esasperava Annesa. Nel suo sogno
febbrile ella guardava il vecchio e pensava:
"Con tutta questa gente, anche se l'accesso ritorna, come posso
fare io? Tutti mi guardano; anche Niculinu vede. Non se ne vanno
dunque?".
Non se n'andavano perch infuriava ancora il temporale; i tuoni
scuotevano tutta la casa, un filo d'acqua penetrava dal soffitto e
cadeva sulle spalle di Annesa, dandole un raccapriccio nervoso; ed
ella aspettava sempre, e nel sogno delirante la sua attesa
diventava un'attesa misteriosa, piena di terrore e d'angoscia. Chi
doveva arrivare? Che cosa doveva succedere? Ella lo ricordava
benissimo: sapeva che doveva arrivare la Morte e che ella doveva
aiutarla come la serva aiuta la padrona; ma oltre a questo ella
aspettava altri fantasmi pi terribili ancora, e indovinava che
altre cose pi orrende dovevano accadere. E un dolore che superava
tutti i dolori sofferti, pi grave dell'umiliazione del suo stato,
e della finzione con la quale ella s'era sempre mascherata, pi
intenso della sua piet per la famiglia che l'aveva beneficata, e
della paura che Paulu morisse di mala morte, le lacerava l'anima
sommersa nella tenebra del male. Era un dolore senza nome;
l'angoscia del naufrago che scende nell'abisso molle e amaro del
mare e ricorda i dolori della vita belli e piacevoli in paragone
al mostruoso dolore della morte.

Un altro passo di cavallo nella straducola!
Ella si scosse dal suo assopimento, si lev la coperta dal viso e
ascolt. Signore, Signore, era mai possibile? Il passo risonava
forte e tranquillo, s'avvicinava, sembrava il passo del cavallo di
Paulu.
Ella si gett dal canap trascinandosi dietro la coperta, e
s'avvent contro l'uscio come una pazza; ma il cavallo pass
oltre. Il vecchio si svegli di soprassalto; vide la coperta
buttata per terra in mezzo alla camera, vide Annesa vestita e si
spavent:
"Annesa?", chiam sottovoce; poi grid: "Annesa? Anna, che c'?".
Quel grido la richiam alla realt: ella ricord subito ogni cosa,
e sent il bisogno di scusarsi col vecchio.
"Credevo fosse don Paulu", disse con voce rauca, assonnata, "nella
speranza che tornasse non mi sono spogliata. Volete qualche cosa?"
S'avvicin al lettuccio, e fu ripresa dalla tentazione,
dall'ansia, dal terrore; ma le parve che il vecchio, nella
penombra, indovinasse i pensieri di lei e vegliasse.
"Dammi un po' d'acqua."
Ella prese il bicchiere che stava sopra una sedia, e glielo porse:
la sua mano tremava.
"Sognavo. Mi pareva m'avessero portata via la medaglia: eccola
qui", disse zio Zua con la sua voce tremula e ansante, cercando e
traendo fuori dal petto la medaglia.
"Proprio! ora vi portano via anche quella porcheria", rispose
Annesa con dispetto. "Proprio; ora vengono i grassatori per
portarvela via."
Il vecchio alz la testa,
"Oh, bada a quel che dici, ragazza! Se non portano via la mia
medaglia, porteranno via gli stracci dei tuoi padroni."
"Io non ho padroni! Dormite, dormite, che farete bene. Neppure la
notte lasciate in pace la gente."
"Non hai padroni? Ah,  vero, domani sarete tutti servi", riprese
il vecchio, sempre pi irritato. "Servi, s, servi! Anche il tuo
bel giramondo, se vorr vivere, andr col badile e la zappa sulla
spalla."
Non era la prima, n la millesima volta che egli, d'altronde
provocato, le rinfacciava la miseria dei "suoi padroni". Entrambi
sapevano dove meglio colpirsi a vicenda e non esitavano a farlo.
Istintivamente ella si scost dal letto, ripresa da un tremito
convulso; raccatt la coperta, sedette sul canap e sbadigli. Il
vecchio continuava a borbottare.
"Ah, non vi lascio in pace neppure la notte? Malanno che vi colga,
anche quello mi rinfacciate? Chi ti cercava, vipera? Sei tu che mi
hai svegliato, e faresti davvero meglio a spogliarti e andare a
letto. Il tuo giramondo non torner, sta pur sicura, non torner.
 inutile che tu lo aspetti, sai, bella; egli a quest'ora non
pensa a te."
Ella cess di sbadigliare e di tremare.
"Cosa? Cosa? Cosa dite?"
"Nulla. Dicevo che la medaglia possono portarmela via, anche la
medaglia, ma gli occhi no, ma le orecchie no."
"Continuate!", ella disse, minacciosa.
"Niente, ho finito. Va a letto, ti dico, e non prendertela con me
se il giramondo non torna. Ti ho detto che non pensa a te,
stanotte."
Era troppo. Un velo copr gli occhi di Annesa; incosciente ella si
alz, trascinandosi dietro la coperta che di nuovo abbandon in
mezzo alla camera; si precipit contro il vecchio, gli si gett
addosso, gli mise le mani intorno al collo. Una specie di rantolo
le usciva dalla bocca spalancata; tutto era tenebre e fragore
intorno a lei, ma il vecchio ebbe la forza di strapparsi dal collo
le mani che volevano soffocarlo, e cominci a gridare:
"Aiuto! Aiuto!".
Ella non tent di fargli oltre del male, ma gli disse a voce alta:
"Se non state zitto vi strangolo davvero. Provate un po' a gridare
ancora, provate un po'!".
Egli ebbe paura e non os pi gridare, ma si port le mani al
collo, con un istintivo moto di difesa, e chin la testa, curv le
spalle, e trem tutto, vinto da un terrore infantile. La sua barba
sfiorava la coperta, sotto la quale le sue vecchie membra si
agitavano tutte.
La disgraziata non vedeva pi nulla; solo capiva che il vecchio
aveva paura di lei; ed anche lei, adesso, aveva paura di lui.
"Domani egli mi denunzier", pensava, fissandolo con gli occhi non
pi umani. "Sono perduta. Mi denunzier, e si far portar via di
qui, e tutto sar finito. Ch'io sia perduta non importa", pens
poi, con disperazione, "ma gli altri no, gli altri no."
E un martello inesorabile picchiava e picchiava alle sue tempia,
come ad una porta che bisognava sfondare.
"O lui o gli altri. O lui o gli altri."
Ma ella non poteva: non poteva. Le sue mani si rifiutavano
all'opera orrenda. Tent di placare il vecchio; gli si pieg
sopra, gli parl con frasi sconnesse; ma la sua voce era rauca,
minacciosa, e pareva venir di lontano, da un mondo tenebroso
popolato di esseri mostruosi, di demoni, di bestie parlanti.
Forse il vecchio, ripiegato su se stesso, come curvo sul confine
della vita e gi partecipe ai misteri dell'eternit, sentiva che
quella voce non era pi una voce umana: forse non la sentiva
neppure, e non dava ascolto che alla voce del suo terrore. Per
quanto Annesa parlasse, egli non si moveva, con le mani sempre
intorno al collo e il viso sul lenzuolo.
Ella si stanc: si sollev a and a raccattare nuovamente la
coperta. Un urlo rison per la camera.
"Aiuto! Aiuto!"
Allora ella perdette l'ultimo barlume di ragione. D'un balzo gli
fu sopra; gli gett la coperta sul capo, lo premette con tutto il
peso della sua persona.
Un gemito sordo, un agitarsi disperato di membra sotto la coperta:
poi, lentamente, il gemito s'affievol, parve venire da una
lontananza buia, dalla profondit d'un abisso; e sotto il suo
petto convulso, fra le sue braccia contratte, Annesa non sent che
qualche sussulto, un lieve movimento, pi nulla.
Quanto tempo era passato? A lei parve fossero trascorsi appena due
o tre minuti, e si meravigli della poca resistenza della vittima.
Nel dubbio che il vecchio fingesse ancora, gli premette il viso
con le mani, gli spinse la testa contro il cuscino.
Altri minuti passarono. Ella riacquistava gradatamente un po' di
coscienza: si accorgeva di quello che faceva, e aveva paura di
venir sorpresa. Qualcuno poteva aver sentito i gridi della
vittima: da un momento all'altro zio Cosimu o don Simone o donna
Rachele potevano apparire sull'uscio e domandarle che cosa
accadeva.
Ella ascoltava e ogni tanto volgeva il viso spaurito, guardando
verso l'uscio. Ma il silenzio della morte regnava oramai nella
camera: gli oggetti restavano immobili nella penombra, e solo il
lumicino continuava ad ardere ed a spiare, quieto nel suo angolo,
come un testimone che vuol vedere senza esser veduto. D'un tratto
ella prov un terrore misterioso; le parve che le cose intorno,
mascherate di penombra, avessero paura di lei; ed era invece lei
che aveva paura di loro: se un mobile avesse in quel momento
scricchiolato ella sarebbe fuggita, urlando.
Finalmente si mosse: stette alcuni momenti in piedi, davanti alla
vittima, senza osare di scoprirla; poi sent un rumore che le
sembr venisse dalle stanze superiori, e corse e chiuse a chiave
l'uscio. Ma subito lo riapr e usc nell'andito.
Che fare? Per un momento pens che doveva gridare, chiedere aiuto,
dire che il vecchio moriva. Sal il primo rampante della scala,
fino all'uscio di donna Rachele, ma mentre stava per picchiare,
ricord di aver lasciato la coperta sopra la vittima, e di nuovo
le ritorn in mente il dubbio che il vecchio non fosse morto.
Ridiscese, ma non pot levare subito la coperta; ella aveva paura
di vedere il viso della vittima. Qualche cosa per bisognava fare;
chiamare, fingere, dire che il vecchio era morto in seguito ad un
accesso.
"Dio mio, Dio mio", mormor, lisciandosi due volte i capelli con
ambe le mani.
E and a sedersi sul canap. Il cuore non le batteva pi. Ma si
sentiva stanca, cos che le pareva di non poter pi alzarsi e
camminare; e avrebbe voluto coricarsi e dormire, poich tutto era
finito, e oramai non le restava che dormire, dormire
profondamente.
"Dir che  morto mentre dormivo. Perch devo svegliarli? C'
tempo... c' tempo... "
Pieg la testa, chiuse gli occhi: e subito vide il viso del
vecchio girare vertiginosamente intorno a lei. Ma subito un passo
rison nel silenzio della notte chiara, sui ciottoli umidi della
straducola. Ella prov un nuovo terrore, poich le parve di
riconoscere il passo di Paulu.
Il passo s'avvicinava. Ella balz in piedi, prese il lume, si
curv sulla lampadina per riaccenderlo e stette ad ascoltare, con
crescente terrore. Paulu non poteva essere: in tutti i modi egli
sarebbe ritornato a cavallo. Eppure quel passo un po' indolente
sembrava il suo.
La fiammella della lampadina s'allung, s'indugi intorno al
lucignolo del lume, parve comunicargli un segreto, poi si
rimpicciol, si fece ancor pi quieta e timida. E la nuova luce si
sparse, giallognola e triste, cerc ogni angolo della camera
lugubre, illumin il mucchio immobile che sorgeva sul letto. Anche
la mente di Annesa parve rischiararsi: ella cap ci che aveva
fatto, ed ebbe paura di se stessa.
"Ho ucciso un uomo, io, Annesa, ho ucciso: Dio mio, che ho fatto?"
A misura che il passo s'avvicinava, ella sentiva crescere la sua
paura: paura che il vecchio, non ancora morto, dovesse muoversi ed
emergere dalla coperta giallastra come da un mucchio di terra;
paura del passo che s'avvicinava, paura di muoversi, paura di star
l ferma, vicino alla fiammella della lampadina che pareva la
guardasse come un occhio vivo.
Ed ecco, il passo cess; qualcuno batt alla porta. Neppure per un
istante ella dubit. Chi picchiava era Paulu.


VI.

Ella usc nell'andito, ma non apr subito.
"Annesa, apri, sono io", disse Paulu, battendo di nuovo alla
porta.
Ella chiuse l'uscio, ma poi per timore che Paulu volesse
attraversare la camera per andare in cucina, rientr, s'avvicin
al letto, sollev la coperta.
Il vecchio con la testa abbandonata sui cuscini, stringeva i
pugni, e teneva gli occhi aperti, la bocca spalancata: il suo viso
era rosso, d'un rossore lividognolo, e pareva ridesse
sguaiatamente. Ella non dimentic mai quel viso colorito, quella
bocca aperta che lasciava scorgere quattro denti corrosi, quegli
occhi che riflettevano la fiammella del lume che ella teneva in
mano, e parevano vivi, beffardi, ridenti.
Paulu picchi ancora.
Ella distese la coperta sul letto, copr il vecchio fino al collo,
poi usc e dopo aver deposto il lume sulla scala apr.
"Annesa, che fai?", domand Paulu.
"Mi vestivo. Come, sei tu, Paulu? E il cavallo?"
Egli entr, avvolto nel lungo cappotto bagnato, con una piccola
bisaccia in mano: era pallido, ma sorrideva, e i suoi occhi
scintillavano. E Annesa, dopo averlo sognato agonizzante, sent
un'angoscia mortale nel vederlo cos insolitamente sereno.
Egli disse scherzando:
"Il cavallo l'ho venduto". Poi aggiunse, serio: "Non mi hai
sentito passare, poco fa? Ho pensato che il temporale avesse
inondato la tettoia: ho lasciato il cavallo da zio Castigu, perch
domani lo conduca al pascolo".
Non era la prima volta che questo avveniva, ma ella se ne
meravigli come d'un fatto straordinario. Paulu si tolse il
cappotto: ella si affrett a levarglielo di mano e ricord la sua
preoccupazione durante il temporale.
"Il cuore mi diceva che eri in viaggio", disse sottovoce, poich
le sembrava che il vecchio sentisse ancora. "Ma non ti
aspettavamo. Ho ricevuto il biglietto. Che spavento! Ho avuto la
febbre."
"Lo vedo che tremi", mormor Paulu. "Sai, invece ho trovato i
denari. Aspettami un momento. Vado su e scendo subito."
Ella fece un rapido movimento verso di lui, lo guard con gli
occhi spalancati: egli l'abbracci, la strinse a s, la baci
sulle labbra.
"S, ho trovato; ho trovato. Aspettami."
La lasci, prese il lume e sal alle stanze superiori. Ella non
sent la stretta, non sent il bacio, non cap che due sole cose,
orribili, orribili. Egli aveva trovato i denari, egli era passato
prima che ella commettesse il delitto e non aveva picchiato alla
porta. Sedette sul gradino della scala al buio, col cappotto grave
e umido sulle ginocchia, e le parve che un peso enorme la
schiacciasse. Egli era passato e non l'aveva avvertita: egli era
salvo ed ella era perduta.
Ma la stessa disperazione le diede un impeto di forza: si ribell
al dolore, al rimorso, alla paura, a tutte le cose terribili che
l'avvolgevano e la soffocavano come la coperta aveva soffocato il
vecchio. S'alz, lasci cadere il cappotto, attravers l'andito e
apr la porta che dava sull'orto. Vide lo sfondo lunare del cielo
argenteo sopra il bosco nero, e respir.
"Ho fatto tutto per lui", pens, intrecciando con moto convulso le
mani. "Ero cieca, non vedevo, non sentivo. Ed egli  passato e non
mi ha avvertito! Egli mi ha scritto che voleva morire e invece
sperava ancora. Mi ha ingannato... mi ha ingannato..."
Paulu la sorprese sul limitare della porta spalancata. e pens che
ella avesse aperto per uscire con lui nell'orto, come di solito
facevano. La prese quindi per la vita e la trascin con s. Il
terreno era umido, la notte fresca: l'acqua del fossatello in
fondo all'orto, ingrossata dall'acquazzone, brillava alla luna;
dal bosco veniva un odore di erba e di terra bagnata: Annesa non
si accorgeva di nulla, ma Paulu, nonostante la stanchezza del
viaggio, provava una eccitazione febbrile, sentiva la dolcezza
della notte, voleva partecipare la sua gioia all'amante. Gli
pareva giusto, dovendo farsi perdonare da lei qualche torto. Non
s'avanzarono fino al bosco troppo umido, quella notte: rasentarono
la casa, e si fermarono vicino alla porticina del cortile.
"Ti sarai spaventata", egli disse, tenendola sempre stretta a s.
"Mi sono tanto pentito di quel biglietto: ero disperato. Ti
racconter tutto, adesso: ti sei spaventata, vero?"
Annesa non rispose: pareva indispettita.
"Ebbene, perdonami. Sta allegra; senti che cosa mi  capitato."
"Sar meglio che chiuda la porta di casa e faccia il giro per
aprire qui: staremo meglio nel cortile.  tardi,  tanto tardi",
ella mormor cercando di liberarsi dalla stretta di lui.
"Aspetta un po', Annesa. Non mi hai dato ancora un bacio."
Egli la baci con pi ardore del solito: pareva che avesse corso
qualche pericolo, che avesse temuto di non rivederla pi, e
rivedendola sentisse di amarla pi di quanto credeva.
Ella scottava, tremava, ma non per i baci di lui: vedeva sempre
davanti a s il viso colorito e il sorriso macabro del vecchio, e
temeva e sperava ch'egli potesse tornare in vita.
"Chiamando il medico, forse...", pensava.
"Annesa, che hai? La febbre?", prosegui Paulu. "Adesso andrai a
letto, aspetta; solo volevo dirti che cosa mi  capitato, dopo che
ho scritto il biglietto. Son ritornato nel paese di don Peu; egli
mi aveva fatto conoscere la vedova di un brigadiere, una certa
Zana che presta danari a interesse. La prima volta ella mi aveva
detto di no: spinto dalla disperazione torno da questa vedova, e
le dico..."
Egli mentiva e sentiva di mentire male, ma Annesa non se ne
accorgeva. La storia da lui raccontata la interessava fino ad un
certo punto: oramai ben altre cose le passavano per la mente.
Eppure provava un certo dispetto contro la vedova che, al dire di
Paulu, s'era lasciata commuovere e gli aveva prestato l per l
seicento scudi all'interesse del dieci per cento.
" giovane, o vecchia?", domand.
"Chi lo sa? Sembra giovane, ma a guardarla bene... Infine", si
corresse subito Paulu, "questo non importa, ci che importa  che
ha dato i denari."
"Lasciami: vado e chiudo", supplic Annesa, spaventata. "Mi 
parso di sentire un rumore. Donna Rachele pu essersi svegliata.
Hai fatto tanto chiasso."
"Dormivano tutti, sta tranquilla."
"Lasciami andare, Paulu. Ho paura. Se ci trovano nel cortile poco
male: fingiamo di prendere legna per accendere il fuoco e
asciugare il tuo cappotto. Ma qui...  tardi."
Egli la lasci: ella corse, leggera e silenziosa, rientr, chiuse.
Paulu aveva lasciato il lume nell'andito: ella lo prese, entr
nella camera, in punta di piedi, e s'avvicin al lettuccio,
attratta da una misteriosa suggestione.
Il vecchio era sempre l, immobile e livido sotto la coperta. E
rideva ancora, col suo riso spaventoso, con la testa abbandonata
sul cuscino, e i quattro denti neri nel lividore della bocca
aperta. Ella lo guardava e non le pareva possibile che egli fosse
morto: e avrebbe voluto scuoterlo, chiamarlo, ma aveva paura.
Sempre in punta di piedi torn in cucina, riapr le porte, si
ritrov con Paulu, che le domand sottovoce:
"Non s' svegliato?".
"No, no", ella rispose, "dorme: non s' neppure svegliato quando
hai suonato. Ha avuto un accesso d'asma, poi s' addormentato;
pare morto. Ho paura."
"Lo fosse almeno!", egli disse con indifferenza. "Del resto non
abbiamo pi bisogno di lui. Cio, se morisse mi farebbe piacere,
cos non starei in debito verso una donna come la vedova del
brigadiere."
Ella avrebbe voluto insistere, pregarlo di andare in cerca del
medico; ma aveva paura si scoprisse la terribile verit: anche
Paulu cambi subito discorso; entrambi avevano qualche cosa da
nascondersi, e preoccupati di questo non si accorgevano della
menzogna reciproca. Ella per capiva che doveva mostrarsi pi
allegra, e finger meglio.
"Sono contenta che tu abbia trovato", disse con voce tremante.
"Adesso non ripartirai presto, spero. Il tuo biglietto mi ha tanto
spaventato, sai: credevo che tu volessi morire."
"Non parliamone pi. Sono qui, e spero infatti di non ripartire
presto. Ho pensato sempre a te, Annesa. Ho pensato: ora potremo
respirare alquanto; io potr lavorare, potr... S, voglio fare
qualche cosa:  tempo di pensare ai casi miei. Don Peu mi ha
proposto un affare: egli possiede una miniera, sui monti di Lula,
e vuole esplorarla: gli ho chiesto, scherzando, se voleva
prendermi con s, come sorvegliante e cantiniere dei lavoratori,
gli dissi che desideravo allontanarmi per un po' di tempo da
questo paese, dove tutto mi riesce odioso. Egli accett."
"Tu, cantiniere, tu?", disse Annesa con dolore.
"Io, s; che male c'? Non  vergogna lavorare, Annesa. E poi, non
sarebbe neppure lavoro, il mio. Con mille lire metterei su la
cantina, cio una specie di trattoria dove i minatori si
provvedono del pranzo e di quanto loro occorre. Guadagnerei il
mille per cento. S, s,  conveniente, ci ho pensato bene. Sono
contento pi per questo che per aver trovato i denari. Chi sa,
Annesa, forse la sorte si  stancata di perseguitarci. Non dir
nulla, per, neppure alla mamma. Prima ho bisogno di aggiustare i
nostri affari. Ah, son davvero contento", ripet esaltandosi, "son
contento anche per quel diavolo maledetto di vecchio. Gli far
vedere che non abbiamo bisogno di lui: e se continua a tormentarci
lo far cacciar via di casa. No, non abbiamo pi bisogno di lui.
Ma tu tremi, Anna, perch non prendi qualche cosa? Hai provato a
bere un po' di caff? Senti, anch'io voglio qualche cosa; sento un
po' di freddo."
"Vuoi mangiare? C' qualche cosa: oggi avevamo il pranzo dei
poveri."
"Mangiare, no: bere. Vado in cantina, poi torno. Vorrei parlare
anche con mia madre, per dirle che ho trovato i denari. Ma
aspetter a domani."
"Tu vuoi passare nella camera?", ella chiese, spaventata.
"Ebbene, se si sveglia che c'importa? Non posso fare quel che
voglio, in casa mia? Non ho pi paura di lui."
"No, aspetta, ti porter da bere qui: non passare, non svegliare
donna Rachele:  tanto stanca, ha tanto lavorato."
E poich ella voleva di nuovo allontanarsi, Paulu la trattenne.
"Aspetta un momento. Avevo da dirti una cosa; ora non ricordo pi.
Lascia stare: non voglio bere. Non voglio bere pi, sai: anche
ieri sera ho bevuto, anche oggi... un pochino."
"E anche domani", mormor Annesa, che sapeva quanto valevano le
promesse di Paulu, non esclusa quella di cercarsi un impiego e di
mettersi a lavorare.
"Ah, tu non credi!", egli protest, "ma vedrai, vedrai: da domani
io voglio essere un altro."
"Domani", ella pens, "che accadr domani?"
Paulu la sent rabbrividire e la preg di andarsene a letto: ma
ella insisteva.
"Ti porto da bere: vado e torno. Aspetta, anch'io devo dirti una
cosa."
"Dimmela. Ti ripeto che non voglio pi bere! Ah, tu non credi che
io non possa tenere una promessa? Non sono pi un fanciullo: in
questi ultimi giorni ho pensato ai casi miei, e ho deciso di
finirla con tutte le sciocchezze."
"Anche con me!"
"S, anche con te", egli disse con voce grave. "Senti, Annesa,
desideravo parlar prima con mia madre, per domandarle consiglio,
ma poich sento che ella non potr che consigliarmi di fare il mio
dovere... ti dir... Ebbene, s, tu devi averlo capito."
"Io non capisco", ella mormor, sollevando gli occhi che aveva
tenuto sempre chini quasi il sonno la vincesse.
"Tu non capisci? Io voglio sposarti, Annesa. Ti porter via con
me, andremo nelle miniere: nessuno si metter pi fra noi."
Egli non disse, forse perch non lo confessava neppure a se
stesso, che un po' di calcolo entrava in questa sua decisione.
Aveva bisogno di compagnia, per resistere alla solitudine e alla
desolazione del soggiorno su le aride montagne di Lula, e aveva
bisogno d'una donna per aiutarlo nella meschina bisogna di
cantiniere. Del resto, per dire il vero, l'idea di sposare o
semplicemente condurre con s Annesa lo incoraggiava nel proposito
di recarsi nelle miniere.
Ad ogni modo egli si aspettava, per parte di lei, una viva
manifestazione di gioia; ella invece pareva non capire, o
piuttosto non credere alle parole di lui; e per la seconda volta
prov una impressione strana, di soffocamento, di vertigine; le
sembr di sentire in lontananza una risata misteriosa, triste e
beffarda.
"Perch ridi?", domand Paulu, sorpreso. "Che c' da ridere? Tu
non credi pi a quello che ti dico: non parlo pi, dunque, ma ti
ripeto, vedrai se son bugiardo o no. Parleremo meglio domani: ora
vado anch'io a letto; sono stanco e qui fa freddo, e tu hai la
febbre. Parleremo domani."
Fece un passo, poi si ferm ancora e disse, con un po' d'ironia:
"O non ti piacerebbe venire con me, nella miniera?".
Ella non rispose, ma gli si avvinghi al collo e scoppi a
piangere: e tutto quanto v' di pi amaro nel pianto umano, la
disperazione, il rimorso, l'odio contro il destino che si diverte
mostruosamente a tormentarci, vibr nel pianto di lei.
Paulu era abituato a veder piangere la sua poco allegra amica:
qualche volta si commoveva anche lui, qualche volta s'irritava:
ora non potendo spiegarsi in altro modo l'eccitazione di lei,
l'attribu alla gioia, alla speranza, alla passione che ella
doveva provare in quel momento. Ma quando era allegro, egli amava
la gente allegra.
"Annesa", disse, "finiscila: lo sai, non mi piace vederti
piangere. Abbiamo pianto abbastanza;  tempo di finirla. Su, dimmi
qualche cosa, prima di lasciarci, poich veramente non hai aperto
bocca che per pronunziare cattive parole. Quando vuoi, per, sai
parlare bene: dimmi una buona parola, e poi andiamocene a dormire.
Oggi  stata una giornata ben lunga e faticosa; adesso tutto 
finito, per. Perch continui, ragazza? Credi pure, oramai tutto 
finito; arriva un momento di riposo per tutti."
Ella piangeva col viso nascosto sul petto di lui. Avrebbe voluto
morire cos, sciogliersi in lagrime, addormentarsi per sempre. Una
stanchezza mortale le pesava sulle spalle, le piegava la testa:
ogni parola di Paulu la colpiva, le riusciva dolce e tormentosa
nello stesso tempo.
Egli cerc di staccarsi da lei, ma non gli riusc: ella aveva una
terribile paura che egli, passando per la camera, si accorgesse
del delitto: e temeva anche di star sola, sebbene il sonno la
vincesse. Come i febbricitanti, e le persone circondate di gravi
pericoli, non voleva addormentarsi: gi mille fantasmi le
apparivano in lontananza; tutto diventava sempre pi torbido e
pauroso intorno a lei.
Paulu, che era stanco e voleva ritirarsi, la trascin con s fino
alla porta di cucina; ma quando vide la candela, posata per terra
vicino al focolare, ella ricominci a tremare, a battere i denti,
e si strinse maggiormente a lui.
"Non soffocarmi", egli le disse all'orecchio, scherzando.
Ella lo lasci subito e s'irrigid, ma perch egli non se ne
andasse, cominci a parlare; pareva vaneggiasse.
"Aspetta: ho da dirti una cosa. Non occorre aspettare a domani per
parlare. Verr nella miniera. Sicuro, se vuoi posso venire da
domani, da stanotte. Verr. Come puoi aver pensato il contrario?
Vuol dire che non mi conosci; se no sapresti che con te io verrei
nell'esilio, lontano, in altre terre, nelle altre parti del mondo.
Se tu commettessi un delitto, verrei con te nell'ergastolo,
porterei le catene, non ti lascerei mai, metterei la mia mano fra
la tua carne e le catene."
"Speriamo non occorra", egli osserv, poco turbato.
"Senti, Paulu. Dovevo dirti una cosa, aspetta...", ella prosegu,
passandosi una mano sul viso. "Ah, ecco, non voglio che tu parli
con tua madre, riguardo al nostro matrimonio: non parlarne con
nessuno."
"Hai paura di Gantine?"
Ella non ci pensava neppure, e accenn semplicemente di no.
"Le dirai soltanto che vuoi andare nelle miniere, che mi porterai
con te come serva, perch solo non potresti vivere, lass. Mi
lasceranno venire, s: dopo, se occorrer, ci sposeremo. Io non lo
pretendo, lo sai, basta che tu non mi abbandoni! Se Dio esiste, ci
perdoner: i preti assolvono tutto, non  vero? Che ne dici? Prete
Virdis mi assolver, lo so, mi assolver."
"Mia madre acconsentir meglio a lasciarci sposare, che a partire
assieme, soli, per un luogo lontano."
"Mi dispiace, ma io verr egualmente, anche se lei non vorr: io
bacio le mani dei miei benefattori, ma vengo con te, Paulu.
Fuggir, se tu vai via", ella continu, prendendogli un braccio e
stringendolo forte. "Tu non mi lascerai qui, vero? Bada che ora
hai promesso! Non voglio che tu mi sposi, ma voglio che mi porti
via con te. Hai promesso, sai, Paulu, hai promesso. Ah, ah...
Paulu..."
"Annesa, che hai?", egli disse, inquieto. "Ho promesso e manterr.
Va a letto. Prenditi qualche cosa, non vedi che hai la febbre?
Vai. Se sapevo, non ti dicevo niente, stasera."
Ma ella non badava alle parole di lui: il suo pensiero vagava
lontano.
" lontana, la miniera?"
"No: bisogna passare per Nuoro, poi si arriva lass dopo cinque o
sei ore di viaggio a cavallo. Ma va a dormire, cristiana;
parleremo di questo domani. Passer in punta di piedi nella
camera: l'istrice non si sveglier. Tu chiudi e va subito a letto:
su, Annesa, non farmi adirare."
La baci ancora, ma sulle labbra di lei non sent che il sapore
salato delle lagrime: poi attravers la cucina senza far rumore,
ed ella prov quasi un impeto di gioia nell'accorgersi che egli
non prendeva il lume.
Con gli occhi spalancati, il respiro sospeso, ella ascolt; e
quando i passi furtivi di lui cessarono, le parve di essere sola
nel mondo, abbandonata da tutti, sul limitare di una porta che
s'apriva su un luogo di terrore e di morte.
Dopo un momento di esitazione entr e chiuse. Ma non ebbe pi il
coraggio di entrare nella camera, per quanto una suggestione
malefica l'attirasse l dentro. Sedette accanto al focolare, al
posto dove s'era indugiata qualche ora prima, e frug la cenere
con un fuscello. Il fuoco s'era spento completamente. Ella sentiva
freddo, ma non os o non ebbe pi la forza di muoversi.
Rimise i gomiti sulle ginocchia, il viso fra le mani, e le parve
che la testa le girasse vertiginosamente intorno al collo: e
quest'impressione le riusciva quasi piacevole. Le pareva di non
essersi mossa da quel posto in tutta la notte: tutto era stato un
sogno, orribile da prima, triste e dolce poi. Il vecchio dormiva
ancora, Paulu viaggiava, avvolto nel suo cappotto bagnato.
Le visioni della febbre tornavano a circondarla; fantasmi
apparivano e sparivano fra la nebbia; a momenti ella li
riconosceva: zio Castigu, prete Virdis, Rosa, Gantine: ma poi, nel
mistero della nebbia, avvenivano strane metamorfosi, zio Castigu
le sorrideva con la bocca infantile del suo giovane fidanzato;
sulla sottana di prete Virdis si disegnava il viso triste di Rosa;
e la figura incappucciata, che viaggiava su un cavallo fantastico,
in lontananza, nera sullo sfondo della notte vaporosa, non era
Paulu, no, era un essere misterioso, un vecchio mendicante che
andava verso le miniere di Lula, in cerca di una bambina smarrita.
Annesa smaniava e gemeva: nel sonno sentiva i suoi gemiti e sapeva
di sognare, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a
svegliarsi; cos dorm qualche ora tormentata da sogni febbrili.
Quando si svegli, intirizzita, ricord ogni cosa, e con
improvvisa lucidit di mente pens a quanto le restava da fare. La
febbre era cessata ed ella non sentiva pi n terrore, n paura,
n indecisione. Ritornava ad essere una creatura di finzione e di
silenzio, in lotta con la sorte maligna. Perch tremare, perch
smarrirsi? Ella non aveva nulla da perdere, purch non accadesse
male ai suoi benefattori. Non sperava nulla per s, in questo
mondo: non credeva nell'altro.
Si alz, sbadigli, rabbrivid di freddo. La notte era alta
ancora, ma si udivano i galli cantare, e qualche roteare di carro
risonava in lontananza, nel silenzio delle straducole umide,
illuminate dalla luna. Il lume ad olio ardeva ancora, ma il
lucignolo aveva formato una specie di funghetto di fuoco che
mandava un fumo nero ed acre.
Come un vecchio delinquente ella cominci a preparare ogni cosa
prima di chiamare i suoi benefattori; prese il lume, lo riemp a
met d'olio, tagli con le forbici il lucignolo arso; entr nella
camera, cautamente; e prima di tutto guard se il canap era
abbastanza in disordine, poi tolse la coperta dal viso della
vittima e stette lungamente a guardarla. Il vecchio continuava a
sorridere, col suo orribile sogghigno; ma il volto s'era fatto
grigio, gli occhi si erano un po' socchiusi e appannati. Ella
avrebbe voluto scuotere il cadavere, fargli prendere un'altra
posizione, ma non os: le destava un raccapriccio invincibile, le
pareva che, toccandolo, le sue dita sarebbero rimaste attaccate a
quelle carni morte.
Poi si lev il corsetto, il grembiale, li depose sulla sedia: si
scompigli i capelli, si pass le mani sul viso, sugli occhi,
quasi per comporsi una maschera d'indifferenza; poi sal al primo
piano, e batt all'uscio della camera di donna Rachele. Gli uomini
dormivano all'ultimo piano: zio Cosimu anzi s'era fatto un
lettuccio su in soffitta, fra i mucchi di frumento e di legumi.
Donna Rachele si chiudeva a chiave: ella dormiva poche ore della
notte, ma aveva il sonno pesante, e Annesa dovette picchiare tre
volte per svegliarla.
"Donna Rachele, apra; zio Zua sta male, sta per morire."
"Ges Maria, va e chiama subito prete Virdis. Va e chiama mio
padre", grid la vedova, correndo ad aprire.
Rosa, che dormiva con la nonna, si svegli e si mise a piangere:
Annesa entr nella camera, col lume in mano, e mentre donna
Rachele si allacciava tremando la sottana, disse tranquillamente:
"Non si spaventi. Credo che zio Zua sia morto",
"Come lo dici!", grid la vedova, correndo scalza verso l'uscio.
"Morto cos, senza sacramenti, senza niente! Che dir la gente,
Signore mio Dio. Che lo abbiamo lasciato morire cos! Ma perch
non chiamavi?"
"Non mi sono accorta di nulla. Ora, pochi minuti fa, mi sono
svegliata, e non..."
Donna Rachele non l'ascoltava pi. Scalza, in sottanino, s'era
precipitata gi per le scale, al buio, gemendo e gridando:
"Senza sacramenti! Dio, Signore mio, senza sacramenti!".
Rosa piangeva sempre. Don Simone batt il bastone sul pavimento
della sua camera, Paulu apr il suo uscio e domand:
"Cosa c', Annesa? Mamma?".
Annesa ricominciava ad aver paura, ma oramai aveva piena coscienza
di ci che aveva fatto, di ci che poteva accadere, e si dominava
energicamente. Cerc di far tacere Rosa, rispose a Paulu:
"Scenda subito; chiami i nonni. Zio Zua  morto".
Subito Paulu si vest e corse da don Simone che picchiava sempre
forti colpi sui pavimento per far tacere la bambina.
"Sta zitta; vado gi e torno subito, Zio Zua sta male, ha mal di
pancia: vado a dargli la medicina. Non muoverti", disse Annesa; ma
Rosa aveva sentito le parole della nonna, e ripeteva
singhiozzando:
" morto senza sacramenti.  morto: che dir la gente? Tu non hai
chiamato".
"Ma sta zitta!", grid Annesa, irritandosi. "Se ti muovi guai a
te."
E corse fuori, gi per le scale, sempre pi turbata, ma sempre pi
decisa a non tradirsi. Dall'uscio vide donna Rachele china sulla
vittima della quale aveva sollevato il capo e scuoteva le braccia.
"Nulla. nulla!  morto davvero. Ma come  stato, Annesa? Dio,
Signore mio. che dir la gente?"
Ella si avvicin, e prov un senso di sollievo; il morto aveva
cambiato fisionomia, non sogghignava pi.
"Prender un malanno a star cos scalza", disse a donna Rachele,
respingendola. " morto, non vede?  gi freddo. Stanotte ha avuto
un altro accesso d'asma, come quello d'ieri notte: anzi ha gridato
tanto. Credevo l'avessero sentito. Poi si  calmato, si 
addormentato: anche io ero stanca, mi sono addormentata
profondamente. Poco fa mi sveglio, ascolto, non sento nulla. Sto
per riaddormentarmi; ma poi ho una specie di presentimento:
accendo il lume, guardo..."
"Dio, Dio, perch non hai chiamato, stanotte? Bisogna tacere,
adesso; non bisogna dire che  morto cos, senza che noi ce ne
accorgessimo."
"S, s! Diremo che c'eravamo tutti", disse Annesa vivacemente.
"Ah, ecco don Paulu."
Nel sentire i passi di lui impallid, e fu riassalita da un
tremito nervoso che la costrinse a battere i denti, a morsicarsi
la lingua e le labbra. Ma Paulu non bad a lei. Anche lui aveva la
candela in mano e corse a guardare il morto; si chin, lo fiss,
lo tocc. Il suo viso assonnato non esprimeva n dolore, n gioia.
" andato!  freddo stecchito. Come  stato, Annesa?", domand
poi, deponendo il lume sulla tavola.
"Stanotte ha avuto un nuovo accesso d'asma, come quello di ieri
notte", ella ricominci; e ripet quello che aveva detto a donna
Rachele, mentre questa andava qua e l per la camera, cercando
qualche cosa che non trovava.
"Mamma, vada a mettersi le scarpe. Che cerca? C' bisogno di
disperarsi cos?  morto: che dobbiamo farci", disse Paulu, al
quale era balenato in mente il dubbio che il vecchio fosse morto
durante il convegno suo con Annesa.
Donna Rachele non sentiva nulla, presa dal rimorso d'aver lasciato
morire il vecchio senza sacramenti. Le pareva di vederlo, tra le
fiamme del purgatorio, con le braccia sollevate e la bocca aperta,
avido di luce e di pace. Dopo aver frugato qua e l, finalmente
trov quello che cercava: un piccolo crocifisso nero, che mise sul
petto del morto.
"Bisogna lavarlo e cambiarlo", disse, calmandosi. "Annesa, va e
accendi il fuoco e metti un po' d'acqua a scaldare. Che fai l,
istupidita? Annesa, Annesa, che hai fatto!"
Questo rimprovero, sebbene dolce, colp Annesa: oramai ogni parola
aveva per lei un doppio significato: ma mentre accendeva il fuoco,
per scaldar l'acqua da lavare il cadavere, ripet a se stessa che
bisognava esser forte, pronta a tutte le sorprese.
Dopo un momento s'ud la voce di don Simone:
"Ma che  stato?  morto forse? Cosa dice Annesa? Perch non ha
chiamato?".
"Che colpa ha quella l? Lasciatela tranquilla", disse Paulu,
irritandosi perch donna Rachele ricominciava a lamentarsi. "
morto e sia pace all'anima sua."
"Ma  questo, Paulu...", riprese la vedova.
"Ma lasci andare, mamma! Crede lei che se egli si fosse confessato
sarebbe andato in paradiso?"
"Paulu!", disse il nonno con voce grave e triste. "Rispetta almeno
i morti."
Paulu non replic. Nel silenzio improvviso si sent il pianto di
Rosa, e subito zio Cosimu Damianu, avanzandosi con la bimba fra le
braccia, domand:
"E Annesa? Ditele che dia attenzione a Rosa. Ma che  avvenuto? E
Annesa che ha fatto?".
Annesa e Annesa. Tutti se la prendevano con lei, ma ella era
decisa a lottare contro tutti.
Usc nel cortile e attinse l'acqua: il cielo non ancora bianco, ma
gi pallido di un vago chiarore, annunziava l'alba; la luna,
grande e triste, calava dietro il muro del cortile, le stelle
tremolavano, velandosi, quasi impazienti di andarsene. Annesa
avrebbe voluto che la notte non finisse ancora; aveva paura della
luce, della gente che si sveglia e pensa ai casi altrui con
malignit. La gente? Ella odiava la gente, questa vipera crudele
alla quale bisogna dar da succhiare il proprio sangue. Per la
gente ella aveva rinunziato al sogno di tutte le donne oneste: al
sogno di sposare l'uomo che amava: per la gente, per le sue
mormorazioni, per il martirio che avrebbe fatto subire a Paulu se
egli lasciava scacciare i nonni e la madre dalla casa degli avi,
ella aveva commesso un delitto. Ed ecco che fra poco la gente si
sarebbe svegliata, e avrebbe invaso la camera ove giaceva il
morto, e lo avrebbe scoperto, denudato, esaminato, forse avrebbe
indovinato la terribile verit.
Pi tardi, mentre ella e donna Rachele lavavano il cadavere, don
Simone, Zio Cosimu e Paulu, seduti attorno al fuoco, presero
appunto a parlare delle seccature che il prossimo infligge in
certe occasioni. Zio Cosimu piangeva, cercando di nascondere il
viso dietro la testona di Rosa. La bimba gli si era addormentata
sulle ginocchia, ma ogni tanto aveva un fremito, e con la mano
calda gli stringeva forte un dito.
"S", diceva don Simone, "ora verranno a seccarci. In queste
occasioni, quando maggiormente si ha bisogno di tranquillit, la
gente viene a immischiarsi nei fatti nostri. Gli antichi
seppellivano in casa i loro morti, senza bisogno di star l a fare
i funerali. Cos almeno raccontano: nei nuraghes, che servivano di
abitazioni, si trovano le ossa dei morti."
"No, per esempio", esclam Paulu, "zio Zua io non lo vorrei
seppellito in casa. Sia pace all'anima sua, ma ci ha troppo
tormentato."
"Lasciamo correre trenta giorni per un mese", disse don Simone.
"Misura le tue parole, Paulu. Non parlare cos davanti alla gente,
che appunto in queste occasioni osserva tutto."
"Io sono sincero! Babbo Decherchi, vi assicuro che mi dispiace la
morte del vecchio, ma non posso piangere."
"Perch tu sei troppo attaccato alla vita, figlio mio", disse
allora zio Cosimu. "Neppure lo spettacolo della morte ti impone
rispetto."
Era forse la prima volta che zio Cosimu gli parlava cos aspro;
Paulu si turb pi per queste brevi parole del nonno materno, che
per i continui rimproveri di don Simone.
"Attaccato alla vita!", disse amaramente, come fra s, ricordando
che il giorno prima aveva pensato di uccidersi. "Se fossi stato
cos, come voi dite, avrei... basta, non  ora di parlare di
queste cose."
"E allora taci! Un morto  l; pensa piuttosto che tutti dobbiamo
morire. Zua Decherchi non era un vile, che si possa chiacchierare
e scherzare davanti al suo cadavere. Era un uomo valoroso, e
sopratutto un uomo onesto, lavoratore e giusto. I mali fisici lo
avevano reso aspro, ora, ma spesso  nell'amarezza che si dicono
le verit. E la verit  quella che dispiace."
Paulu non rispose subito. Dopo tutto egli era un figlio e un
nipote rispettoso e non aveva mai questionato coi suoi maggiori,
anche perch lo giudicava inutile. Non aveva mai questionato, ma
sempre fatto il comodo suo; anche perch credeva di essere
infinitamente superiore, per intelligenza e volont, ai suoi nonni
ignoranti e semplici. Le parole insolite di zio Cosimu, in
quell'ora funebre, lo colpirono vivamente, anzi gli dispiacquero.
Ma poi pens che forse il nonno aveva ragione, e forse per questo
volle, dopo un momento, replicare.
"Un giusto!", mormor. "La morte del giusto, per, non l'ha
fatta."
"Taci, taci dunque", disse allora don Simone, che s'era messo a
pregare quasi a voce alta. "Tu non sai quello che dici. Perch non
ha fatto la morte del giusto? Non  morto nel suo letto, di morte
naturale? Perch non si  confessato? Ma il Signore 
misericordioso, e la sua bilancia pesa le buone e le male azioni
meglio del come possiamo pesarle noi."
Annesa entrava ed usciva, e sent le parole del vecchio. Se avesse
potuto sorridere, ella che non credeva in Dio e in una giustizia
sovrumana, avrebbe sorriso: ma pensava ad altro.
"Avete finito?", domand zio Cosimu, mentre ella versava fuor
della porta l'acqua con cui donna Rachele aveva lavato il
cadavere.
Ella s'avvicin al focolare e fece cenno di no. Non parlava pi:
le sue labbra sembravano sigillate. Paulu riprese:
"Non pesino le mie parole sul morto, ma credo che la bilancia
eterna abbia bisogno di tutta la misericordia del Signore per...".
"Figlio di Sant'Antonio", proruppe di nuovo zio Cosimu, "non hai
capito che non ti conviene di parlare cos? Sta attento."
"Ma, infine, che ho da temere?", esclam Paulu. "Spero che non
diranno che l'ho fatto morire io."
"Eh, possono dirlo, invece", rispose il vecchio, abbassando la
voce. "Eppoi non si tratta di questo, ora. Si tratta di pregare o
di star zitti".
"Eppoi! Eppoi!...", disse don Simone, agitando una mano in aria. E
dopo un momento di silenzio aggiunse: "Egli non era poi cos
cattivo, no. Egli voleva farci del bene. Forse noi non abbiamo
saputo trattarlo n conoscerlo. Lo abbandonavamo ogni giorno di
pi, lo lasciavamo solo, ci ricordavamo di lui quando ne avevamo
bisogno. S", prosegu a bassa voce, "non lo amavamo come forse
meritava. E lui, ora posso dirlo, lui voleva farci del bene. Aveva
incaricato prete Virdis di acquistare la casa e la tanca".
Paulu sollev vivacemente il capo: e vide che Annesa in fondo alla
cucina, guardava fisso don Simone. Pareva spaventata.
"Basta, preghiamo", concluse il vecchio nobile, "e non giudichiamo
mai il nostro prossimo, prima d'averlo conosciuto."
Ma Paulu odiava zio Zua anche morto; e giudic opportuno far
sapere ai suoi nonni che non avrebbe avuto bisogno dell'aiuto del
vecchio avaro.
"Lasciamolo in pace", disse, "ma se egli veramente voleva farci
del bene poteva risparmiarci tanti dispiaceri; poteva risparmiarmi
di correre tutto il circondario, sotto il sole e sotto la pioggia,
e di umiliarmi a tutti gli strozzini, a tutte le donnicciuole, a
tutti i villani che incontravo. Voi volete che non parli; ma io
non posso tacere. Ancora poche parole. Ieri notte ho fatto tardi,
non ho voluto svegliarvi. Ho trovato i denari, ma con quale
umiliazione! Da una vedova di fama equivoca ho dovuto prenderli, e
li ho presi: che dovevo fare?", aggiunse, difendendosi da
rimproveri che i vecchi non pensavano di rivolgergli. "Avevo
l'acqua alla gola. Ancora un po' e mi sembrava di dover affogare."
"Chi dice nulla? Se tu restituirai quei denari, che t'importa
della fama della vedova?"
"Li restituir, certo! E non crediate che li restituir con
l'eredit del morto. No; voglio dirvi anche questo. Ho trovato un
impiego. Lavorer: andr nelle miniere."
I due nonni lo guardavano e don Simone scosse la testa: ed anche
zio Cosimu, nonostante tutta la sua bont solita, il suo
compatimento, la sua tenerezza, strinse le labbra e fece cenno di
no. No, no; egli non credeva alle parole del nipote.
Ma Paulu non replic oltre: aveva detto tutto quello che gli
premeva di far sapere ai nonni. Il resto lo avrebbe detto a sua
madre, pi tardi; adesso non ci pensava neppure.
I vecchi ricominciarono a pregare, ed egli chin la testa sulla
mano e s'immerse nei propri pensieri: dopo tutto, lo spettacolo
della morte, bench non gli riuscisse nuovo, lo rattristava, e gli
faceva ritornare alla mente mille quesiti vecchi come il mondo e
sempre nuovi e sempre difficili a risolversi. Finisce tutto con la
morte? Abbiamo davvero un'anima immortale? E dove va, quest'anima,
dopo la nostra morte? Dov' l'anima del vecchio asmatico? Esiste
davvero il Signore, il Dio dei nostri padri, seduto sulle nuvole,
il vecchio Dio giusto e terribile, il Dio con la bilancia, tanto
amato e riverito dai vecchi nonni?
Paulu non sapeva: ricordava la morte del padre, la morte della
moglie, ma ricordava che allora la disperazione e il dolore non
gli avevano permesso di rispondere ai terribili quesiti che adesso
gli ritornavano al pensiero. Si trovava in ben diverse
disposizioni d'animo, adesso; era quasi felice, si sentiva
giovane, forte, pieno di buona volont; l'avvenire gli appariva
quasi roseo. Era quindi propenso a credere all'esistenza di Dio e
della sua bilancia e, in conseguenza, della sua giustizia.
Annesa, invece, appresa la notizia che il morto voleva "far del
bene alla famiglia", era diventata ancor pi cupa e silenziosa.
Donna Rachele, intanto, compiva i riti funebri con una specie
d'esaltazione religiosa; pregava e sospirava e ogni tanto
mormorava:
"Morto cos! Annesa, morto cos!".
Annesa taceva, e quando il cadavere fu rivestito e ricoperto con
un drappo di damasco giallognolo, e la luce glauca dell'alba,
penetrando dalla finestra sull'orto, si fuse col chiarore
rossastro dei ceri che ardevano sui vecchi candelabri dorati, il
viso di lei, immobile nel cerchio del fazzoletto nero, apparve
come una maschera di cera.
Appena fu giorno ella and a chiamare prete Virdis.
Egli sospese di dire la prima messa per correre nella casa
visitata dalla morte; entrato nella camera dove zio Cosimu
vigilava il cadavere, s'inginocchi e preg; poi usc in cucina,
sedette vicino alla tavola, e per qualche minuto stette
silenzioso, rosso e gonfio pi del solito; ma d'un tratto si
sbatt il fazzoletto turchino sulle ginocchia, abbass e sollev
il capo, sbuff.
"Annesa mi ha raccontato che eravate tutti presenti quando Zua 
morto. Ah, perch non mi avete chiamato, anghelos santos? Che male
avete fatto!"
Donna Rachele mise sulla tavola un involto, e sospir. E sebbene
con ripugnanza, sostenne la menzogna di Annesa.
"Egli aveva di questi accessi quasi tutte le sere. Il medico aveva
ordinato un calmante che riusciva sempre efficace. Stanotte per
il male  stato cos forte ed improvviso che Annesa non ha fatto
in tempo a versare il calmante nel bicchiere. Abbiamo trovato
quest'involto tra i materassi, e non l'abbiamo aperto aspettando
che lei venisse."
"Apritelo pure", disse prete Virdis. "L'altro giorno egli mi aveva
consegnato le sue cartelle e il suo testamento."
"Tutto  in buone mani", mormor donna Rachele, svolgendo il pacco
trovato fra i materassi.
Ma Paulu, che s'era avvicinato per guardare, emise una
esclamazione di rabbia, si strinse la testa fra le mani e cominci
ad agitarsi.
"Egli aveva mandato via di casa il testamento? Mi credeva dunque
capace di falsificarlo. Sono dunque giudicato cos vile? E anche
lei, prete Virdis, anche lei mi ha giudicato cos vile?"
"Pensiamo ad altro!", rispose il prete, agitando il fazzoletto.
"Io ho compiuto la sua volont, e null'altro. Ora pensiamo a
seppellirlo, poi parleremo del resto. Tu, Paulu, andrai a dare
l'avviso al sindaco; io penser ai funerali."
"Io?", grid Paulu, battendosi le mani sul petto. "Io me ne vado
subito in campagna. Nessuno, mi ha veduto tornare ieri sera: il
mio cavallo forse  ancora da ziu Castigu. No" aggiunse "non posso
restar qui, oggi. Sono troppo irritato, prete Virdis! Egli mi
offende anche dopo morto. Vado via: potrei parlar male, e ogni mia
parola sarebbe pesata. Dammi la bisaccia, Annesa, mettici dentro
un pezzo di pane."
"Paulu, abbiamo da pensare ad altro", disse donna Rachele, e
Annesa non si mosse.
Ma egli, offeso per l'affare delle cartelle e del testamento era
deciso ad andarsene; l'idea di dover restare tutto il giorno a
casa e mentire, davanti agli estranei, un dolore che non sentiva,
aumentava la sua agitazione. Disse:
"Me ne andr nell'ovile di ziu Castigu".
"Va pure, cattivo cristiano, va! La volpe cambia il pelo, ma non
il cuore. Va, va", disse il prete, agitando sempre il suo
fazzoletto, come per scacciare le mosche.
E Paulu si mosse per uscire. Donna Rachele e don Simone, che in
fondo giustificavano la sua collera, non lo trattennero: solo
Annesa gli corse dietro, e gli disse, supplichevole:
"Tu non farai questo. Tu non andrai, Paulu! Che dir la gente?".
"Se qualcuno mi vedr torner indietro", egli promise. "Lasciami
andare.  ancora presto: nessuno mi vedr."
Usc e non torn. Donna Rachele, prete Virdis e don Simone
confabularono a lungo; poi il sacerdote se ne and, promettendo di
provvedere a tutto per i funerali.
Pi tardi la casa si riemp di gente: vicini, parenti, amici.
Vennero anche i due vecchi fratelli che il giorno prima avevano
preso parte al pranzo dei poveri; e l'amico del defunto diceva:
"Come si muore presto! Ieri ancora Zua era pieno di vita".
"S, egli correva e saltava come una lepre che presente la
pioggia!", osserv ironicamente l'altro fratello.
Poi venne il falegname con la cassa, e il morto fu messo dentro,
con le sue medaglie e il crocifisso nero. Qualche vecchia parente
propose di cantare una nenia funebre in onore del morto, ma don
Simone si oppose: egli era un uomo all'antica, sta bene, e
approvava anche gli antichi usi, ma capiva che certe barbare
cerimonie hanno fatto il loro tempo: quindi ordin ad Annesa di
preparare il pranzo, mentre di solito non si accende il fuoco
nelle case ove c' un morto; ed ella si ritir nel suo angolo,
sotto la tettoia, contenta di sfuggire all'attenzione delle
persone curiose che andavano e venivano con la scusa di far le
condoglianze a donna Rachele ed ai vecchi nonni.
Il cortile era deserto. La piccola Rosa era stata mandata in casa
della zia Anna e non doveva ritornare che a sera inoltrata.
L'ora passava; Annesa si sentiva sempre pi tranquilla: ancora un
po' e la terra muta si sarebbe aperta per inghiottire il terribile
segreto. Ma mentre attraversava la cucina per cercare qualche cosa
nell'armadio, sent un profondo sospiro; si volse, inquieta, e
nell'angolo dietro la porta vide Niculinu il cieco: immobile,
rigido, egli fissava nel vuoto i suoi occhi biancastri dalle
palpebre pesanti, e pareva deciso a non muoversi presto.
"Che fai l?", ella domand, inquieta. "La gente  di l, nelle
stanze di sopra. Va di l."
"E tu che fai?".
"Preparo la colazione", ella rispose, prendendo un piatto
dall'armadio.
"Ah, i morti non mangiano pi, ma i vivi mangiano ancora."
"Sicuro, dal momento che essi hanno ancora la bocca! Che
t'importa?", ella disse, seccata. "E tu, ieri, non hai mangiato
qui? E tuo padre non  morto?"
"S, ho mangiato e bevuto", riprese l'altro, con la sua voce
fiacca e dolce. "Perci... Basta; dov' Gantine? Non torner
oggi?"
"N oggi n domani.  lontano: nella lavorazione del salto di San
Matteo."
"E don Paulu, dov'?"
"Ma che t'importa?", ripet Annesa. "Non ho voglia di
chiacchierare con te, Niculinu. Fammi il piacere, vattene."
"Annesa", egli ripet, senza badare alle aspre parole di lei,
"dov' don Paulu? Se ritorna digli che non tutti ieri hanno
creduto, come ho creduto io, di far la Comunione in questa casa.
C' della gente maligna, nel mondo. Molta gente maligna."
"E lascia che ci sia! Lo so, i fratelli Pira hanno sparlato di
noi, dopo aver mangiato e bevuto qui. Ma non abbiamo tempo per
pensare a queste cose, oggi..."
"Bisognerebbe avvertire don Paulu", ripet l'altro con insistenza.
"Egli non ha bisogno di avvertenze; lasciami in pace, Niculinu."
Ella ritorn nel cortile, ma si sent di nuovo inquieta. Avvertire
Paulu? Di che? Delle maldicenze dei vecchi sfaccendati? Paulu
avrebbe riso: egli non amava i pettegolezzi. Dopo un momento ella
rientr nella cucina per domandare al cieco che cosa i fratelli
Pira avevano detto: Niculinu non c'era pi. Nella camera s'udiva
il falegname inchiodare i galloni d'argento sul drappo nero della
cassa; e quel suono lugubre di martello riusc quasi piacevole
all'orecchio di Annesa; oramai nessuno pi vedeva il morto; ella
solo lo vedeva ancora, livido e macabro, con la bocca aperta e gli
occhi di vetro. Ma oramai la cassa nera, coi suoi galloni e i suoi
chiodi, custodiva il segreto, come lo custodiva lei.
Poi il martello tacque: una voce disse, dietro l'uscio:
"Ecco fatto: andiamo a mangiare".
E a poco a poco la gente se ne and; e i vecchi nonni e donna
Rachele mangiarono poco s, ma tranquillamente, come persone che
hanno la coscienza quieta e la certezza d'aver compiuto il proprio
dovere.


VII.

Alle tre il morto fu portato via. Annesa rifece il lettuccio,
rimise tutto in ordine, e i nonni e donna Rachele scesero e
continuarono a ricever la gente nella camera dov'era morto il
vecchio.
Dopo i funerali prete Virdis ritorn e sedette accanto a donna
Rachele, domandando se Paulu era tornato.
"Questa mattina l'hanno veduto uscire", continu il grosso prete,
che teneva sempre in mano il fazzolettone rosso e turchino.
"Errore sopra errore. S, cari miei, da ieri ad oggi avete
fabbricato un edifizio di errori. Speriamo non crolli."
"Che vuol dire con queste parole?", domand don Simone; ma prete
Virdis agit il fazzoletto e tacque. Annesa per notava con
inquietudine che egli volgeva vivamente la testa ogni volta che la
porta s'apriva. Pareva che egli aspettasse qualcuno, ma quando le
persone entravano reclinava la testa e agitava il fazzoletto senza
pronunciar parola; e solo verso il tramonto s'alz e si conged.
"Devo andare per la benedizione", disse, con voce grave. "Se avete
bisogno di me chiamatemi."
Finalmente la casa rest tranquilla: i due vecchi uscirono
nell'orto, donna Rachele pot muoversi. Annesa sedette sullo
scalino della porta che dava sull'orto e guard verso la montagna.
Cadeva una sera mite e luminosa. I boschi, immobili e taciti, dal
confine dell'orto fino agli estremi vertici della montagna
apparivano rosei, come illuminati da un incendio lontano: le
fronde rossastre degli ultimi elci si disegnavano nettamente sul
cielo grigio-violaceo dell'alto orizzonte. Tutto era pace e
silenzio: ma Annesa si sentiva stanca, e bench le sembrasse di
sentire ancora, nella camera vicina, l'ansare del vecchio
asmatico, provava l'impressione che anni e anni fossero trascorsi
dopo il fragoroso temporale della notte avanti. Non poteva
convincersi che in un giorno e una notte fossero accadute tante
cose. E le pareva di essere invecchiata, e che un peso invisibile
le gravasse sulle spalle e la costringesse a curvarsi fino a
terra.
"Tutto  finito", pensava. "E ora bisogna andarsene. Se rester
qui, in questa casa, non sar pi capace di ridere, di parlare, di
lavorare. Ho liberato gli altri dal tormento del vecchio, ma mi
sembra d'avermi caricato un peso sulle spalle. S, eccolo qui,
sulle mie spalle:  il vecchio, e geme ancora."
Trasal e impallid. Uno sbadiglio nervoso le contrasse il viso.
"Ah, ecco la febbre che ricomincia; gi,  calato il sole. Ne avr
per tutta la notte."
Per qualche tempo rimase immobile sullo scalino della porta, ma
invece di riposarsi le pareva di sentirsi sempre pi stanca, e
come il cielo si oscurava, anche i suoi pensieri si velavano.
Guardava verso il punto della montagna dove credeva ci fosse
l'ovile di zio Castigu e pensava:
"Paulu sar gi in cammino; scender forse a piedi per lasciare il
cavallo al pascolo, e arriver stanco e vorr cenare. Bisogna
muoversi: devo anche andare alla fontana".
Ma una grave stanchezza le impediva di muoversi: di nuovo
sbadigli e rabbrivid dai piedi alla testa:
"Ah! ah!", disse a voce alta. "Ci manca solo questo, che mi
ammali", e un pensiero molesto la turb: "se mi assale il delirio
e parlo? Ah, no, labbra mie, tacete! Ora che la terra ha ingoiato
il segreto, dovrei svelarlo io?".
Sbadigli ancora e si port ambe le mani alla bocca poi si alz,
smaniosa di muoversi, di vincere il maligno sopore che la
invadeva: accese il fuoco e prepar la cena; pens di andare alla
fontana e cerc l'anfora, ma mentre attorcigliava un pannolino per
farne un cercine prov un capogiro e dovette appoggiarsi al muro
per non cadere: con l'ombra della sera tornava la nebbia perfida
della febbre. Donna Rachele si accorse che Annesa stava male e le
tolse l'anfora di mano.
"Figlia mia, dammi ascolto; va piuttosto a coricarti."
"Bisogna andare", ella disse con voce velata.
"Bisogna andare a letto, figlia! Non ti accorgi che hai la
febbre?"
"Ebbene, vado a prendere Rosa e mi faccio dare un po' d'acqua da
zia Anna: mi lasci andare."
Prese una piccola brocca e usc: la sera cadeva, limpida e dolce:
sul cielo ancora d'un color rosa azzurrognolo, di l delle
casupole nere del villaggio scintillavano le stelle dell'Orsa; i
contadini tornavano, sui loro piccoli cavalli stanchi, e
attraverso le porticine spalancate si vedevano le donne intente ad
accendere il fuoco ed a preparare il pasto pei loro uomini.
Arrivata presso la casetta della cugina di donna Rachele, Annesa
che cominciava ad inquietarsi per la prolungata assenza di Paulu,
si ferm e stette un momento a guardare se qualche pastore
scendeva dal sentiero della montagna. Ma non vide nessuno, ed
entr nel cortiletto aperto, poi nella casetta della zia Anna. Era
una casetta di gente povera; nella cucina, di sopra della porta,
si stendeva una specie di soppalco, sul quale stavano le provviste
della legna, della paglia e dell'orzo.
"Annesa, sei tu? Rosa  andata alla fontana assieme con Ballora, e
con le bambine", disse la zia Anna sporgendosi appunto dal
soppalco, dove era salita per prendere un po' di legna. "Aspetta
un momento."
Scese lentamente, per una scaletta a piuoli, mentre Annesa
versava, dalla brocca deposta su una pietra, un po' d'acqua nella
sua anforetta.
"Prendo un po' d'acqua: domani ve la riporter, zia Anna."
"Anima mia, con gl'interessi la voglio!", disse l'altra
scherzando. "Ballora riporter Rosa a casa vostra, nel ritornare
dalla fonte. Hanno aperto il testamento?", domand poi. " vero
che lo aveva in consegna prete Virdis? Ah, quel vecchio istrice!
Non gli pesino neppure come una foglia di rosa le mie parole, ma
egli era ben gretto e diffidente. Oggi s' sparsa la voce che
Paulu l'ha fatto morire a furia di bastonate."
"Ah", grid Annesa, ricordando le parole del cieco, "si dice
questo?"
"Chiacchiere, anima mia. Ma che hai?"
Annesa tremava di febbre e di paura: pensava per che non doveva
tradirsi, e rispose con calma:
"Tutte le sere, da qualche tempo in qua, ho la febbre. Ora vado e
mi corico; sono stanca morta, zia Anna; ho la schiena rotta.
Addio, parleremo un'altra volta. Lasciatemi andare".
"Verr da voi pi tardi, anima mia", disse la zia Anna,
accompagnandola fino al sentiero che attraversava la china
rocciosa. "Se incontri Ballora dille che s'affretti;  gi tardi."
Annesa affrett il passo, con la speranza di trovar Paulu gi
rientrato; ma a met strada, in una viuzza solitaria, le parve di
sentire la voce di Ballora e il pianto di Rosa. Si mise a correre
e in fondo alla viuzza incontr infatti la nipote della zia Anna
che a sua volta correva, con Rosa fra le braccia, e seguita da
altre due bambine spaurite.
"Rosa, Rosa!", grid Annesa, deponendo per terra l'anforetta e
slanciandosi incontro a Ballora. "Che c'? Che c'?"
Rosa le si aggrapp al collo, le abbandon la grave testa sulle
spalle: tutto il suo corpicino tremava convulso.
"Torna indietro", disse la fanciulla con voce ansante. "I
carabinieri ti cercano: sono l in casa vostra, e arrestano tutti.
Tutti, anche zia Rachele..."
"Anche zia Rachele...", balbett Annesa, senza sapere quello che
diceva, mentre Ballora e le bimbe correvano colte da timor panico,
quasi fuggendo da un luogo pericoloso. Ella le seguiva e domandava
con voce ansante:
"Come? Come?".
"Non so... Noi siamo arrivate davanti alla vostra porta: volevamo
riportare Rosa. Ma davanti alla vostra casa c'era gente, molta
gente e una donna mi disse: ci sono i carabinieri: arrestano
tutti... tutti... e cercano Annesa. Allora io deposi la brocca per
terra, presi Rosa e scappai. Bisogna avvertire zia Anna. E tu
nasconditi, Annesa, nasconditi, nasconditi."
Ella non pensava ad altro: nel suo terrore, vinta dal solo istinto
della conservazione, pensava che ella sola, colpevole, era in
pericolo. Gli altri erano innocenti: non avevano nulla da temere.
Non pronunzi pi una parola, non le venne in mente di tornare
indietro e di accertarsi se Ballora s'era o no ingannata o se non
avesse esagerato il pericolo. L'istinto la spingeva, la
costringeva a correre, a salvarsi.
Anche Ballora e le bimbe proseguivano la loro corsa sfrenata:
pareva fossero inseguite tutte dai carabinieri. Alcune donne
s'affacciarono alle porticine delle casupole, e una disse:
"Sono ragazze che si divertono a rincorrersi".
E le fuggitive poterono arrivare indisturbate davanti alla casetta
di zia Anna. La cucina ove entrarono una dopo l'altra, era
deserta: Annesa pensava di nascondersi nel soppalco, ma Ballora le
disse:
"Non restare qui, Annesa, non restare. Prima d'ogni altro posto,
verranno a cercarti qui. Nasconditi altrove".
"Dove? Dove?", ella domand, guardandosi attorno disperata.
"Vattene, Annesa", incalz l'altra, "vattene: mi pare che
vengano."
Allora Annesa, cieca di paura e di egoismo, non cerc di sapere
altri particolari, non vide pi nulla: si liber violentemente di
Rosa, se la strapp dal collo, dalle braccia, come una fronda di
rovo che non volesse staccarsi; e si slanci fuori e riprese la
sua corsa. Fortunatamente il luogo era deserto: nessuno la vide, o
meglio ella non vide nessuno, e pot rifugiarsi nel cortile della
chiesa e di l, su per la scaletta di pietra, sal al primitivo
belvedere dove nei giorni della festa i priori si riunivano per
prendere il fresco e giocare alle carte. Era una specie di loggia
a tre arcate, coperta di un tetto di canne, e circondata di un
parapetto di pietre. Ella s'inginocchi davanti al parapetto e
sporse appena il viso fra due pietre: sul suo capo, nello sfondo
della rozza arcata, brillavano le stelle; tutto era silenzio,
pace, ombra.
Il cuore le batteva convulso, la febbre aumentava il suo terrore.
Le pareva che fantasmi mostruosi l'inseguissero, per afferrarla e
gettarla in un luogo pi misterioso e spaventoso di quell'inferno
al quale non credeva. Il caos era intorno a lei: un'ombra, una
nebbia, una notte tormentosa, senza fine.

Fu davvero una notte tormentosa, pi terribile ancora della notte
scorsa. Dal suo nascondiglio ella poteva vedere la spianata, la
china rocciosa e la casa della zia Anna. A lungo un lumicino
brill nella casetta; ella vedeva delle ombre muoversi, e le
pareva di sentire il pianto di Rosa e rumori vaghi, indistinti: ma
poi tutto fu silenzio. Un uomo a cavallo attravers la spianata:
il cielo ad oriente s'imbianc. Alquanto rassicurata ella si alz,
si scosse, ragion.
Dov'era Paulu? Era tornato? Era stato anche lui arrestato? E gli
altri? Se Ballora si fosse ingannata?
" tutto un sogno", pens. "Ballora deve essersi ingannata. No,
non si arresta cos la gente, all'improvviso, in un momento. Io
deliro:  la febbre che mi tormenta."
Ma poi ricord che anche la notte prima aveva creduto di sognare,
mentre tutto era stato una tragica realt.
"Io, io sono la causa di tutto, io maledetta! Che devo fare
adesso? Perch sono fuggita? Di che cosa ho paura? La reclusione
mi aspetta: lo sapevo anche prima di fare quello che ho fatto.
Perch fuggo, ora? Dio mio, Dio mio, tutto  perduto."
Sedette sul primo gradino della scaletta, e cerc di esaminare
meglio la sua situazione: a poco a poco il suo terrore e il suo
dolore diminuirono, e un barlume di luce brill nella sua anima
tenebrosa. Ella torn ad essere ci che era stata sempre: l'edera
che non poteva vivere senza il tronco.
"Bisogna salvarli", decise, alzandosi e ridiscendendo nel cortile.
"Andr a costituirmi, e se occorre dir tutto."
Ritorn verso la casetta di zia Anna: non aveva pi paura,
potevano ben prenderla, legarla, gettarla pure in un luogo di
dolore eterno, ella non avrebbe detto parola se non in favore dei
suoi "benefattori".
Picchi. Zia Anna apr subito.
"Sei tu?", disse sollevando le mani, spaventata. "Che vieni a
fare? Ti cercano, sai: hanno guardato in tutte le case del vostro
vicinato e aspetto che da un momento all'altro vengano qui. Non
sono andata a letto perch son certa che verranno."
"Ma  vero, dunque?", domand Annesa con voce sorda. "E Paulu?"
"Paulu non  tornato; almeno non era tornato, poco fa. Gli altri
son tutti arrestati, tutti, anche Rachele."
"Anche lei?", disse Annesa. E si gett per terra come fulminata.
Credendola svenuta la donna si chin per sollevarla; ma ella la
respinse, s'alz, si batt un pugno sulla bocca, quasi per
impedirsi di parlare. E volse le spalle, per andarsene.
"Senti, figlia mia, dove andrai?", grid la donna.
"Dove volete che vada? Torno a casa: chi c', l?"
"C' un carabiniere che aspetta il ritorno di Paulu. Ma Paulu
certo non torner: certo ci sar stata qualche anima buona che
sar corsa ad avvertirlo. Ascoltami, Annesa: vedo la tua
intenzione. Tu vuoi farti arrestare. Guardatene bene, se sai
qualche cosa: sei una donna, sei fragile, finiranno col farti
parlare."
"Ma voi... anche voi credete?..."
"Io non so niente! Tutto il paese dice che Paulu ha bastonato il
vecchio sino a farlo morire, e che tu e tutti voi siete complici.
Se questo non  vero, perch vuoi farti arrestare? Nasconditi, se
sai qualche posto sicuro. Vedrai che  cosa da niente: domani
forse tutto si accomoder."
"Appunto. Voglio costituirmi per questo. Dove volete che vada, zia
Anna? Non sono un uomo, per correre fra i boschi. Anzi, giacch
devono venire, lasciate che li aspetti qui. No, non verr dentro,
non voglio che le bambine si spaventino. Li aspetter qui."
Sedette sul muricciuolo del cortile. Intorno regnava sempre il
profondo silenzio della notte pura: la luna grande e gialla
spuntava sopra la montagna e il suo albore melanconico illuminava
la spianata e le casette addossate alla chiesa. Zia Anna le si
avvicin e le mise una mano sul capo.
"Sentimi", le disse sottovoce. "Io conosco Paulu pi di quanto tu
possa conoscerlo, Annesa; e so quanto egli vale. Egli  stato la
rovina della sua famiglia. Ascoltami, anima mia. Se la giustizia
s' mossa, qualche cosa deve essere accaduto."
Annesa cominci con impeto:
"State zitta...", ma poi scosse la testa e non prosegu. A che
serviva? No, ella non voleva pronunziare parole inutili; voleva
solo operare, salvare i suoi "benefattori".
Zia Anna le prem la mano sul capo e continu grave e misteriosa:
"Sentimi: tu devi sapere quello che  accaduto, e la giustizia ti
cerca appunto perch spera che tu parli. Guardati bene dal
lasciarti prendere, ti ripeto, se tu vuoi bene a Paulu. Tu lo sai,
egli  per te un fratello: non perderlo, non parlare. Forse tutto
si accomoder: ma bisogna che tutti stiate zitti e silenziosi come
le pietre".
"Se occorrer dir che la colpevole sono io, io sola", disse
Annesa con voce timida. Ma zia Anna le mise la mano sulla bocca.
"Vedi? Vedi? Tu chiacchieri gi! Zitta, figlia, zitta come la
chiocciola. Tu non devi parlare, non devi accusare nessuno, non
devi accusarti. Non ti crederebbero, anche se tu ti accusassi; e
ti costringerebbero a dire ci che davvero hai veduto. E li
perderai, figlia, li perderai!"
"Ah, no, no, non ditelo neppure", ella supplic, giungendo le
mani. "Non fatemi impazzire."
"Silenzio!", disse la donna, sollevando la testa. Annesa tacque,
ascoltando: sent passi gravi e rumorosi nella viuzza, di l della
spianata e, bench pronta a tutto, vibr di spavento e balz in
piedi. Ma i passi cessarono: di nuovo tutto fu silenzio sotto il
grande occhio giallo della luna.
"Voi credete dunque che Paulu sia rimasto lass?", domand,
guardando verso la montagna.
"Io credo. Fin da stamattina si vociferava che il vecchio fosse
morto in seguito a maltrattamenti di Paulu, e che questi verrebbe
arrestato prima di sera. Qualche amico, qualche anima buona avr
cercato di informare Paulu, e in seguito a quest'avvertenza egli
non si sar mosso dall'ovile di ziu Castigu. Non ti pare?"
"Lo credo, lo credo!", esclam Annesa con fervore. "E s'egli 
libero tutto si accomoder."
"S'io potessi vederlo", pens, "se io potessi parlare con lui."
Che cosa gli avrebbe detto? Non la verit, certo. Ma il desiderio,
il bisogno di vederlo, di raccontargli ci ch'era successo, di
combinare con lui il miglior modo di difendersi per salvarsi, la
spinsero verso il sentiero della montagna.
S'avvi, come una sonnambula, senza dire a zia Anna dove andava.
"Dove vai? Dove vai, Annesa?"
Ella non rispose: ricordava le parole del cieco, il contegno di
prete Virdis, lo sguardo beffardo dei fratelli Pira. S, certo,
fin dalla mattina, la gente sapeva che una calunnia infame correva
sul conto di Paulu: e qualche anima buona, come diceva zia Anna,
forse lo stesso Niculinu, aveva mandato ad avvertire il vedovo.
Lass, fra le rocce e i boschi millenari s'aprivano grotte e
nascondigli inaccessibili a tutti, fuorch ai pastori che ne
conoscevano i laberinti. Ziu Castigu, poi, era tanto pratico di
quei luoghi, che egli stesso qualche volta si vantava d'essere il
re delle grotte (su re de sas concheddas). Senza dubbio Paulu,
poich non era tornato in paese, s'indugiava lass, in attesa che
la calunnia, messa in giro dagli amici del morto, venisse
smentita.
Ripassando dietro la chiesetta, dove cominciava il sentiero della
montagna, Annesa si ferm ancora ad ascoltare e a guardare verso
il villaggio. Le pareva d'essere inseguita ma non sent nulla, non
vide nessuno. La luna, limpidissima, illuminava le casette nere e
grigie che parevano fatte di carbone e di cenere: il vasto
orizzonte, tutto d'un azzurro latteo, sembrava uno sfondo di mare
lontano. Le ombre delle roccie e dei cespugli si disegnavano sui
terreno giallognolo, tutto appariva dolce e misterioso. Ella si
rassicur.
Le parve che la notte, la luna, le ombre, il silenzio le fossero
amici: tutte le cose tristi ed equivoche oramai le davano
coraggio, perch tutto era triste ed equivoco nella sua anima.
Cammina, cammina; cominci la salita dipartendosi dal punto
preciso dove era morto il mendicante suo primo compagno di
viaggio, che l'aveva condotta l, in quell'angolo di mondo, come
il vento porta il seme sull'orlo dell'abisso: la fatalit
continuava ad incalzarla, un vento di morte la spingeva. Avanti,
avanti: ella andava e non sapeva dove sarebbe arrivata, come non
sapeva donde era venuta.
Su, su, di pietra in pietra, di macchia in macchia. Qua e l
brillavano, tristi e glauche fra i giunchi neri, larghe e rotonde
chiazze d'acqua che parevano gli occhi melanconici della montagna
non ancora addormentata. D'un tratto il sentiero s'insinu tra le
felci e i rovi che coprivano i fianchi del monte, poi fra macchie
di ginepro, poi nel bosco e fra le roccie. La luna penetrava qua e
l fra gli alberi altissimi; ma spesso le roccie la nascondevano,
e l'ombra s'addensava sul sentiero. Fantasmi mostruosi sbarravano
allora lo sfondo della strada: in lontananza apparivano edifizi
neri misteriosi; muraglie fantastiche sorgevano di qua e di l del
sentiero; le macchie sembravano bestie accovacciate, e dai rami
degli elci si protendevano braccia nere, teste di serpenti: tutto
un mondo di sogno, ove le cose incolori e informi destavano paura
per la loro stessa immobilit.
Annesa camminava, e le pareva di essere passata altre volte
attraverso quelle tenebre, in mezzo a quei fantasmi e di
conoscerli, e di non aver pi timore dei pericoli ignoti che la
precedevano e la seguivano: eppure di tanto in tanto bastava il
frusco dei suoi passi sulle foglie secche per farla trasalire.
A met strada, sull'alto di una china apparve una figura strana,
che si muoveva davvero: sembrava una figurina umana, ma con una
enorme testa di Medusa, nera nel chiarore lunare. Annesa si gett
dietro una roccia: e vide passare e sparire, a lunghi passi
silenziosi, una ragazzetta scalza con un fascio di legna sul capo.
Era una bimba che viveva vendendo legna rubate: i suoi piedini
coperti di una crosta di fango sembravano calzati di leggeri
sandali adatti alla fuga. Annesa riprese la strada. E su, e su.
Un'altra figura apparve, nera sulle bianche lontananze di un
pianoro; un centauro che fischiava e galoppava verso le vaporosit
dell'orizzonte. Poi pi nulla: il mare apparve, come una nuvola
d'argento azzurrognolo, sull'ultima linea del cielo lattiginoso: e
la chiesetta nera si disegn, alla destra del sentiero, sulla
china petrosa. S'udiva il tintinnio monotono e argentino dei
sonagli d'un gregge al pascolo. Dovevano essere le pecore di ziu
Castigu. Guidata dal tintinnio melanconico, Annesa attravers il
pianoro sottostante alla china, e giunse fino alla capanna del
vecchio pastore. Non trov nessuno; ma il cane cominci ad
abbaiare, e ziu Castigu non tard ad apparire, avanzandosi
rapidamente dal bosco.
"Annesa, che c'! Sei tu, anima mia?", grid con voce spaventata.
"Che  accaduto?"
"Dov'?", ella domand con voce bassa e anelante. "Dov'?"
Il pastore la guard da vicino: gli parve che ella fosse
invecchiata e impazzita.
"Chi?", domand.
"Chi? Paulu!", ella disse quasi con dispetto.
"Paulu! E chi lo ha veduto?"
Sulle prime ella credette che il vecchio mentisse.
"Ditemi dov'! A me potete dirlo, credo! Son venuta per lui: devo
parlare con lui."
"Ma che  accaduto, Anna? Ti giuro che non ho veduto don Paulu."
Allora Annesa vacill, parve impazzire davvero.
"Dove sar? Ma dove?", grid: e pareva rivolgesse la sua domanda
al cielo, alla notte, al destino fatale che la spingeva, sempre
ingannandola e prendendosi crudele giuoco di lei.
"Ma che cosa accade, Annesa?"
"Ah, che disgrazia! Io credevo che Paulu fosse qui... nascosto. Lo
cercano, ziu Castigu mio, lo cercano! Cercano anche me. Hanno
arrestato don Simone, zio Cosimu Damianu, donna Rachele: e devono
arrestare anche Paulu, anche me. Ci accusano di aver assassinato
zio Zua. Dov' Paulu, dov'?"
Anche il vecchio impallid e si turb.
"Mio nipote Ballore venuto qui stamattina, mi raccont che don
Paulu s'era ripreso il cavallo dicendo che doveva andare in
campagna. Io non l'ho veduto, purtroppo", disse. "Raccontami
tutto: mi pare di sognare.  mai possibile ci che tu dici? Non
sei... malata?"
"No, non sono pazza, zio Castigu. Vorrei esserlo, ma non lo sono",
ella disse con disperazione. E raccont ci che sapeva
dell'arresto dei suoi "benefattori".
"Anche donna Rachele! Anche don Simone! Ma in che mondo siamo? Ma
 impazzita la giustizia? E tu, Annesa, tu non sai altro?"
Ella protest: non sapeva altro. Ma d'un tratto fu riassalita
dalla paura; pens che ella sola era veramente in pericolo, mentre
gli altri, innocenti, avrebbero trovato modo di salvarsi; e si
aggrapp al vecchio, e gli disse con voce sommessa:
"Cuademi! Cuademi! per l'anima dei vostri morti, nascondetemi!
Dove sono le grotte? Portatemi l. Bisogna che io stia nascosta,
bisogna che nessuno senta la mia voce finch loro non sono
salvi...".
Gli strinse le braccia, poi si gett per terra, gli abbracci le
ginocchia, si raggomitol: pareva gli si volesse nascondere sotto
i piedi. Egli la guard, dall'alto, e un pensiero gli balen in
mente, luminoso e tetro come un lampo.
"S, ti nasconder. Tu sai, per... Hai fatto o hai veduto", disse
severo.
"Non so niente: non ho veduto niente. Nascondetemi. Tutti mi hanno
consigliato di non lasciarmi arrestare. Nascondetemi,
nascondetemi, ziu Castigu!"
"Tutti...", egli insist. "Chi, tutti?"
"Tutti, tutti, ziu Castigu mio! Ed anche voi non permetterete...
no... no... nascondetemi."
"Ora ti metto subito dentro la mia tasca!", egli disse con
impazienza, toccandole una spalla.
Ella trem tutta. Il vecchio sent dentro di s come la
ripercussione di quel fremito, e di nuovo intese la verit. Ma pi
che orrore sent una profonda tristezza: e la sua anima semplice e
timida d'uomo solitario divent pietosa ed eroica davanti al
dolore della donna piegata ai suoi piedi come un agnello ferito.
"Alzati e vieni con me", disse semplicemente. "Se non sei
colpevole non devi temere."
Ella si alz, si guard attorno, e sent il bisogno di domandargli
consiglio: un cuore pietoso, in quell'ora di miseria, valeva pi
che tutti gli avvocati del mondo.
"Ziu Castigu, ditemi voi, che cosa devo fare?"
"Tacere, figlia", egli rispose portandosi una mano alla bocca.
"Tacere, per il momento. Ora ti nasconder, secondo il tuo
desiderio. E tu resterai l dove ti condurr, e starai zitta come
le roccie, finch non torner io. Ti metter fra due pietre",
aggiunse, avviandosi verso la capanna, "ti nasconder in modo che
anche se ti cercheranno come si pu cercare una spilla nel mare
non ti troveranno certo. Ti porter da mangiare e da bere: far il
corvo che portava il pane ad Elia."
Entr nella capanna e prese un vaso di sughero e un pane d'orzo,
poi s'avvi nuovamente verso il bosco. Ella lo segu: ricordava di
aver percorso altra volta quella radura senz'alberi, coperta di
cardi secchi e di fieno, di aver veduto altra volta quella linea
di bosco che stendeva una nuvola nera sul cielo d'argento.
La luna brillava limpidissima; ma in lontananza cominciavano a
salire larghi nastri di vapori luminosi, e quando i due giunsero
di l della radura videro, attraverso i tronchi, un mare di nebbia
argentea, dal quale emergeva, come uno scoglio azzurro, la
piramide di Monte Gonare. Ella trasal. S, era la stessa strada
percorsa con Paulu quel giorno, il primo del loro amore.
"Noi eravamo in peccato mortale: Dio grava la sua mano sopra di
noi e ci castiga", pens, chinando la testa.
Quando furono sotto la tomba del gigante, grande e misteriosa nel
silenzio lunare, ziu Castigu prese a salire di pietra in pietra,
tirandosi dietro la donna cieca di dolore e di lagrime.
"Perch piangi ancora? Non aver paura, ti dico: vedrai. Cammina
piano, bada di non cadere. Gli occhi ce li hai, eh? E buoni,
anche."
Ella sentiva le pietre oscillare sotto i suoi piedi, come allora,
e le pareva di dover di momento in momento precipitare in un
abisso. Sfiorarono infatti un precipizio: salirono fino alla
pietra che sembrava una bara; ridiscesero l'altro versante della
cima, e s'inoltrarono fra due muraglie di rupi. La luna allo zenit
illuminava lo stretto passaggio; tuttavia il pastore procedeva
cauto, sfiorando le muraglie. D'improvviso le rupi s'aprirono;
apparve tutto l'altro versante della montagna, e valli e valli e
altre montagne e altre montagne ancora: ombre e vapori, e il
chiarore della luna rendevano pi fantastico il panorama. Annesa
s'asciug gli occhi e guard dall'alto: zio Castigu salt sulla
roccia sottostante e l'aiut a scendere. Di nuovo passarono lungo
una specie di gradino sospeso su un precipizio, e finalmente si
fermarono davanti all'apertura bassa e larga d'una grotta.
"Qui, vedi, dopo che tu sei entrata, io metter una pietra e un
po' di fronde", disse il pastore. "Nessuno potr scovarti."
"Ho paura", disse Annesa.
"Di che hai paura? Solo il diavolo potrebbe scovarti. Andiamo."
Si chin e sparve. Annesa, a sua volta, si mise carponi, e il
pastore, dall'interno, la prese per le braccia e la tir dentro.
Ella vide allora non un antro basso e tenebroso come di solito
sono le grotte delle montagne, ma una specie di camera formata da
roccie mirabilmente collocate. Oltre il buco d'entrata uno
spiraglio abbastanza largo per lasciar passare una testa d'uomo,
s'apriva fra due macigni; e Annesa vi s'affacci diffidente. Sotto
di s vide una cascata spaventosa di roccie, precipitante fin
quasi in fondo alla valle: qua e l, fra i crepacci delle rupi
livide alla luna, nereggiavano ciuffi d'elci e cespugli che
parevano chiome selvaggie di mostri pietrificati. Un chiarore vago
penetrava dall'apertura; tuttavia zio Castigu accese un
fiammifero, lo sollev, lo abbass; allora Annesa distinse, in
fondo alla grotta, un avanzo di cenere, e accanto a questo segno
di passaggio umano una pietra addossata alla roccia. Altre
creature erano dunque passate in quel luogo di mistero, portandovi
e lasciandovi qualche cosa del loro dolore e della loro paura. Ed
ella sedette sulla pietra, come su un trono di espiazione, e
quando il pastore se ne fu andato, le parve di non restare
completamente sola, poich col piede sfiorava l'avanzo d'un fuoco
che aveva illuminato un dolore o un errore simile al suo.

Le ore passarono. Ella pensava:
"S, s, non sono io sola colpevole. Quanti altri, uomini e donne,
hanno peccato, hanno commesso delitti, hanno fatto del male. E non
tutti sono castigati come lo sono e lo sar io. Perch questa
sorte a me, perch questa sorte?".
Ma era gi quasi rassegnata: sapeva ci che doveva fare.
Aspettare: null'altro. Zio Castigu le darebbe un consiglio. E se
occorreva presentarsi alla giustizia, ella si sarebbe presentata.
E poi? Non poteva pi pensare al poi; era stanca, il sonno la
vinceva; ma le pareva di non poter dormire, su quella pietra,
dentro quel nascondiglio dove altri assassini, altri malfattori
avevano portato la loro ansia, il loro anelito di belve
sanguinarie inseguite da cacciatori implacabili.
"Come posso dormire, qui, mentre i miei benefattori sono anch'essi
rinchiusi in una tana peggiore di questa?", pensava, e dimenticava
subito questa domanda, e le pareva che la pietra si movesse,
l'apertura si spalancasse, e una figura barbuta apparisse dietro
la roccia.
Allora cercava di muoversi, ma non poteva; poi dimenticava tutto,
rivedeva la nebbia argentea, in fondo al bosco, la piramide di
Gonare, la tomba del gigante.
Cos le parve di non dormire; ma d'un tratto, dopo aver veduto
mille cose strane e aver viaggiato e corso affannosamente su per
montagne paurose, spalanc gli occhi e rabbrivid.
L'alba violacea rischiarava il nascondiglio. Ella si alz e guard
dall'apertura. Silenzio profondo. Il cielo era velato: larghe
striscie di nebbia bianca che parevano fiumi, solcavano qua e l
le valli e i monti.
Dalla profondit del burrone sal uno strido lamentoso: ella si
ritrasse, sedette di nuovo, pietra fra le pietre, e attese: e come
nel sogno aveva creduto di muoversi e di vedere cose reali per
quanto spaventose, ora, nella realt, credeva di sognare.
Immagini vaghe e confuse le passavano davanti agli occhi smarriti:
in un profilo della roccia dell'apertura le pareva di riconoscere
il profilo grigiastro della sua vittima. Il vecchio era vivo
ancora, ancora sano, e stava seduto di fuori della porta di casa,
assieme con don Simone e con zio Cosimu: e con la sua voce
dispettosa raccontava le sue avventure di guerra.
"Ecco, ad un tratto, un tamburo rull; poi un altro, poi mille...
parve il finimondo, il giorno del giudizio universale, quando Ges
Cristo scender a piedi in terra e le montagne si spaccheranno.
Tutti furono in piedi, come anime pronte al giudizio..."
Annesa, seduta sul limitare della porta, ascoltava e provava un
vago sentimento di terrore. Ella non credeva in Dio, non credeva
nel giudizio universale: ma le parole del vecchio la spaventavano.
Finalmente ziu Castigu ritorn.
"Ehi, bandita", disse scherzando, mentre penetrava carponi nello
speco, e spingeva avanti a s un recipiente chiuso, "ecco i
soldati!"
"Zio mio", supplic Annesa, premendosi le mani sul petto, "non
parlate cos; non  tempo di scherzare. Ditemi, ditemi..."
Egli si sollev e le porse il recipiente che era colmo di latte
coagulato.
"Ditemi... ditemi..."
"Don Paulu non  stato ancora arrestato, ma lo cercano da per
tutto. Cercano anche te; hanno perquisito tutte le case del
vicinato, la casa di zia Anna, la casa di prete Virdis, la casa di
Franchisca Perra."
Annesa ascoltava, con gli occhi spalancati, come svegliata di
soprassalto da un sonno profondo.
"Dove sar Paulu? Dove credete che sia?"
"Eh, colomba, l'ho dentro la mia saccoccia", disse il pastore,
mettendosi una mano in tasca. "Che posso saper io? Bevi un po' di
latte. Mangia questo pezzo di pane."
"Raccontatemi", ella insist. "Siete stato laggi?"
"Sono stato laggi: ho parlato con prete Virdis. Egli crede che
non risulter nulla, poich vi ritiene innocenti tutti. Oggi
arriveranno due medici da Nuoro, per la perizia medica del
cadavere. Se niente  accaduto niente risulter. Fra qualche ora
verr su mio nipote Ballore che mi porter notizie. Torner."
Ella mise il latte e il pane sulla roccia e non mangi.
Con le mani in grembo, gli occhi fissi in lontananza, stette di
nuovo immobile, ma non sogn pi.
"Se niente  accaduto niente risulter."
Potevano ben sperare, gli altri: ella non sperava pi.
"Essi mi cercano, mi cercano", pensava, con raccapriccio quasi
fisico, "e finiranno per trovarmi, qui od altrove.  forse meglio
che io vada. Che aspetto? Egli, il vecchio, egli oramai parler:
dir il segreto ai medici sapienti. Lo hanno dissotterrato per
questo. Egli parler, egli parler."
E sentiva di odiarlo ancora.
"Mi cercano, mi cercano. Mi hanno cercato anche l, dalla vecchia
zia Franchisca. Povera vecchia, che penser di me?"
Rivedeva allora la figura d'una vecchia inferma, alla quale spesso
ella portava da mangiare e ripuliva la stamberga miserabile. Era
una vecchia buona e paziente, quanto l'asmatico era dispettoso e
cattivo; ogni volta che Annesa le portava da mangiare, le baciava
la mano e piangeva di riconoscenza.
"S'egli fosse stato cos!", pensava la disgraziata. "E ora che
dir zia Franchisca? Ella pianger d'orrore ricordandosi d'aver
baciato la mia mano."

Pi tardi, arsa dalla sete, bevette un po' di latte, e
incoraggiata dal silenzio profondo del luogo sporse la testa fuori
dell'apertura e guard a lungo sul precipizio. Era un giorno
velato e caldo: le montagne calcaree della costa sembravano
vicine; nella grande vallata si distingueva nettamente ogni
strada, ogni macchia, ogni filo d'acqua, ma sul versante della
montagna ondulavano ombre e vapori, simili a grandi veli distesi
sulle roccie; lo strido lamentoso che ella aveva sentito fin
dall'alba saliva pi acuto e distinto, e pareva un sibilo umano.
Ed ella cominciava a crederlo veramente il grido di qualche
pastore, quando distinse due nibbi che avevano fatto il nido fra
le roccie. I due uccelli si inseguivano volando d'albero in
albero, gi in fondo al burrone; ma d'un tratto il nibbio maschio
vol in alto, fece come un giro di esplorazione, ripiomb gi e
riprese a svolazzare intorno alla compagna che lo richiamava col
suo strido lamentoso, d'una tenerezza selvaggia.
Poi i due uccelli in amore salirono fino all'elce vicino allo
speco; e il loro strido di piacere parve animare tutta la
solitudine del grande paesaggio austero.
E Annesa ripens al suo amante, nascosto come lei in luogo ignoto,
e sent tutta l'angoscia del bene perduto.
"Mi condanneranno, mi porteranno lontano lontano, in una
reclusione oscura."
L ella avrebbe ricordato il suo Paulu come gli angeli maledetti
ricordano il Signore. E pi nulla, pi nulla di lui ella avrebbe
posseduto; forse neppure il pensiero, perch egli non poteva certo
pensare a lei, assassina.
"Perch ho fatto questo?", si domand cadendo in ginocchio. "Dio
disse: non ammazzare, non fornicare... Io ho chiuso gli occhi alla
luce di Dio, e sono caduta come cadono tutti coloro che non
guardano dove passano."
E di nuovo pianse e batt la fronte sulla roccia; ma gi una luce
vaga la richiamava verso un punto lontano e la guidava come la
luce del faro richiama e guida il navigante attraverso le tenebre
e l'ira feroce del mare in tempesta.


VIII.

Zio Castigu ritorn solo verso il tramonto: Annesa s'accorse che
egli era serio e turbato.
"Lo hanno preso?", domand.
"Si  costituito. Ha fatto male!"
Ella divent livida in viso, ma si anim febbrilmente.
"Perch male? Credete forse ch'egli sia colpevole? Anche voi lo
credete? Ebbene, vedremo, allora, quando i medici faranno la
perizia e il morto parler. Vedremo se il vecchio  stato
bastonato, vedremo cosa dir."
"Annesa, tu vaneggi; fammi sentire il polso: tu hai la febbre. Tu
non hai toccato cibo; perch?"
Egli le strinse i polsi e la guard fisso: anche lei lo fissava,
coi grandi occhi beffardi e tristi, chiari di debolezza e
d'angoscia; liber le sue mani dalle mani di lui, gliele mise sul
petto, lo respinse, e cominci a gridare:
"Anche voi li credete colpevoli? Voi, voi, miserabile, voi che
avete mangiato il loro pane, che avete dormito nella loro casa?
Chi pi creder dunque alla loro innocenza?".
"Calmati, donna", disse zio Castigu, agitando le mani. "Tu sei
arrabbiata e hai ragione, ma non prendertela con me. Sentimi,
invece: ragioniamo un poco. Nessuno pi di me crede all'innocenza
dei miei padroni: io ho pianto tutta la notte, vedi, ed anche
tutto il giorno: ho pianto sulla loro sorte come si piange sui
morti. Ascoltami, figlia: io direi una cosa; tu dovresti parlare
con prete Virdis."
Ella si calm, si rimise a sedere sulla pietra, e non rispose:
anzi strinse le labbra, come per impedirsi di parlare
involontariamente. L'uomo le mise una mano sulla testa.
"Cosa dici, Annesa? Io direi..."
Ella fece cenno di no.
"Prima gridavi, ora stai troppo zitta:  vero, io stesso ti dissi
di tacere come le pietre. Ma da ieri ad oggi molte cose sono
accadute."
"N ieri, n oggi, n mai io ho da dire niente a nessuno", ella
grid con voce rauca. "Perch volete che parli col prete?"
"Cos per combinare sul da farsi."
Ella scosse ancora il capo.
"Ad ogni modo io, stanotte o domani mattina scender in paese, e
sapr qualche cosa."
"Non dite ch'io sono qui. Mi avete accolta: non mi tradirete.
Sarebbe il tradimento di Giuda."
"Alle tue parole neppure rispondo!", egli disse sdegnosamente: poi
s'intener, le tocc la fronte, avvicin a lei il recipiente del
latte. "Tu hai la febbre: senti, ti lascio qui il mio cappotto,
poi ti porter un sacco. Non temere; qui sei sicura come eri
sicura nel ventre di tua madre."
Nonostante queste parole ella non si sentiva sicura. Se mai, le
pareva di trovarsi nel ventre di un mostro di pietra, o dentro una
tomba di roccia simile alla tomba che chiudeva il gigante morto.
Anche lei era stata condotta l dentro dall'astuzia e dalla
malignit della sua misera sorte. Ma finch poteva, voleva
ribellarsi e combattere.
"Zio Castigu ha indovinato tutto", pensava "e vuole farmi
confessare, vuol farmi dire tutto al prete. Ma io non voglio...
non ancora."
E un'altra notte di febbre e di angoscia pass. Ella si sentiva
sfinita: le pareva che le pietre la schiacciassero, e si domandava
se la reclusione era cos, un nascondiglio per tutta la vita. Le
smanie della febbre la incitavano a fuggire; incubi paurosi la
soffocavano: le pareva di trovarsi sotto una coperta nera, e sopra
c'era la vittima, e piegati su lei i tre dottori che mormoravano
parole strane. Fuggire, fuggire! Ma dove andare? Tutto il mondo,
oramai, era per lei un luogo di pericolo e di affanno.
Sorse di nuovo il giorno e di nuovo tramont. Le notizie che
portava zio Castigu erano sempre tristi: non si sapeva nulla della
perizia medica, n dei lunghi interrogatorii coi quali il pretore
tormentava gli accusati.
"Domani, forse, i miei padroni saranno condotti nelle carceri di
Nuoro. Pensa, Annesa, pensa!", disse zio Castigu, giungendo le
mani con disperazione. "Don Simone Decherchi e donna Rachele
legati e messi su un carro come volgari malfattori. Anche le
pietre piangeranno."
"Che fare?", ella domand.
"Che fare?", ripet il vecchio.
Si guardarono disperati: poi ella proruppe:
"Ma i parenti, che fanno? Perch non si muovono e non cercano
degli avvocati?".
"I parenti? Gente tua, morte tua! Nessuno si  mosso. Solo prete
Virdis cerca di aiutarli. Ma che pu fare? Vedi, donna, io sono
quasi tentato di accusarmi del delitto, per salvar loro."
"Direbbero che siete stato soltanto complice", ella disse con
tristezza.
La sera del terzo giorno l'uomo semplice che non possedendo altro
voleva sacrificare la sua libert per gli amati padroni, penetr
nel nascondiglio e sedette accanto ad Annesa.
"Che avete da raccontarmi?", ella domand subito, con voce sempre
pi cavernosa. "Che c' di nuovo?"
"C' questo: tutti dicono che tu dovresti presentarti alla
giustizia. Se ella si nasconde, dicono, ella deve sapere qualche
cosa. Anche prete Virdis  di questo parere.  stato lui a
consigliar Paulu a costituirsi, e vorrebbe che anche tu ti
presentassi."
"Che sa lui di me?"
"Annesa, egli sa che io ti vedo..."
"Voi, voi mi avete tradito", ella grid, alzandosi. "Giuda, Giuda,
peggio ancora di Giuda. Voi avete tradito una povera donna. Ora
non vi resta che legarmi e consegnarmi alla giustizia."
"Non vaneggiare", riprese il vecchio, calmo e triste. "Sentimi. Io
non ti ho tradito: io sono andato da prete Virdis, perch  la
sola persona che si cura dei nostri poveri padroni e vuol salvarli
a tutti i costi. Tu sai che egli, a sue spese, ha fatto venire da
Nuoro un avvocato. Tu sai che  stato lui a consigliare Paulu di
presentarsi alla giustizia. Egli mi disse: "Darei dieci anni di
vita per poter parlare con Annesa: ella sola, forse, pu salvare i
suoi benefattori. Il loro destino  nelle sue mani come un
giocattolo nelle mani di un fanciullo". Annesa, figlia del
Signore, ascolta la parola di due uomini onesti. N io, n prete
Virdis abbiamo mai commesso una cattiva azione: e non vogliamo
cominciare a commettere il male, perseguitando una donnicciuola
sventurata. Del resto, tu dici che non pensi ad altro che a
salvarli: e questo  il nostro scopo. Bisogna salvarli, Annesa:
bisogna salvarli."
Ella piangeva, con la testa appoggiata alla roccia. Sentiva che il
vecchio aveva ragione. Che aspettava ancora? Tre giorni erano
trascorsi, ed ella non aveva fatto niente, ella non aveva tentato
niente per loro: bisognava muoversi, vincere l'istinto selvaggio
che la costringeva a nascondersi come una bestia ferita.
"Se tu hai paura di ritornare al paese, prete Virdis verr qui.
Del resto nessuno ti costringe a fare quello che non vuoi. Hai
pure una coscienza, Annesa: che ti consiglia?"
"Ebbene, non devo dirlo a voi!", ella rispose. sollevandosi con
fierezza. "Fate pure venire il prete."

Il loro incontro avvenne nel portico della chiesetta. Era quasi
notte ancora; la luna saliva sull'orizzonte d'un azzurro cinereo,
solcato di nuvole scure, ma ad oriente si distingueva gi il mare,
bianco e vaporoso: sarebbe parso un crepuscolo serale se qua e l
nel bosco silenzioso, la rugiada non avesse rese lucide e umide le
foglie.
Prete Virdis era venuto su a piedi, ed era anche caduto facendosi
male a una mano. Pazienza: egli era abituato a questi piccoli
incidenti. Se camminava a piedi, specialmente di notte, cadeva in
malo modo; se montava a cavallo, il cavallo scivolava, o qualche
ruvida fronda d'elce graffiava il viso del prete, o gli portava
via la parrucca. I maligni, i miscredenti, dicevano che queste
piccole disgrazie accadevano a prete Virdis dopo che egli aveva
pranzato o cenato: fatto sta, per, che questa volta egli non
aveva n pranzato n cenato, eppure, nonostante il chiaror della
luna e la valida compagnia di zio Castigu, era caduto egualmente.
Annesa lo trov seduto sulla muriccia, sotto il portico, con la
sottana sollevata fin sulle ginocchia e la mano fasciata col
solito fazzoletto rosso e turchino. Egli pregava a voce alta e
guardava in lontananza, verso l'orizzonte di l della radura, dove
la luna saliva pallida e melanconica.
Quando Annesa apparve, egli la fiss coi suoi piccoli occhi grigi,
ma parve non vederla, perch continu a pregare. Anche lei lo
guard con stupore: egli sembrava un altro; era meno gonfio del
solito, col viso pallido, quasi bianco, cascante; e intorno al suo
mento, dagli angoli della bocca in gi, si disegnavano due nuove
rughe, profonde. Sembrava un uomo disgustato e addolorato, ma d'un
disgusto e di un dolore ingenui, di bambino infelice.
"Va bene", disse a un tratto, raccogliendo entro il pugno il suo
piccolo rosario nero, "eccoci qui! Avanti, siediti qui."
Annesa prese posto accanto a lui, sulla muriccia; e da quel
momento non si guardarono pi, entrambi con gli occhi fissi fuori
del portico, verso quella lontananza triste ove la luna
impallidiva e il cielo pareva coperto di veli che uno dopo l'altro
cadevano lentamente dietro le ultime montagne dell'orizzonte.
Annesa disse:
"Mi dispiace che lei sia venuto quass. Si  fatto anche male? Ah,
se avessi saputo! Ma fino a ieri sera ho avuto paura; sono una
debole donna, prete Virdis, mi perdoni. Stanotte per ho pensato
ai casi miei, e sarei ritornata in paese, se zio Castigu non mi
avesse detto di non muovermi dal luogo ove ero nascosta. Voglio
presentarmi alla giustizia, giacch vogliono arrestare anche me".
"Raccontami ogni cosa, per filo e per segno", preg il vecchio
prete; "raccontami tutto."
Ella raccont come era fuggita.
"Non questo solo. Raccontami come  avvenuta la morte del
vecchio."
"Ma ella lo sa gi..."
"Non importa. Racconta."
Ella riprese a parlare, con la sua voce assonnata e fredda: ripet
quanto aveva detto ai suoi "benefattori".
"Questa  la pura verit. La mia colpa  di non aver subito
chiamato, appena il vecchio  morto."
Prete Virdis ascoltava e respirava forte, quasi ansando. Ella non
lo guardava, ma sentiva quel respiro d'uomo stanco, e le pareva
che egli s'interessasse poco a ci che ella diceva.
"Tu non dici la verit, Annesa", egli osserv, finalmente, senza
muoversi, con le spalle e la testa sempre appoggiate al muro. "Ed
io sono qui per sentire la verit, non per altro."
Ella non rispose.
"Sentimi, Annesa. Io non sono n un giudice n un confessore. Il
giudice sapr farti dire la verit tuo malgrado, perch questa 
la sua arte: te la strapper di bocca come un dente cariato, e tu
neppure te ne accorgerai. Al confessore ricorrerai da te, quando
vorrai. Io qui sono soltanto un uomo: un uomo che ama i suoi
simili e vorrebbe aiutarli. Se tu vedi un povero vecchio caduto
per terra vuoi sollevarlo, vero? Se non lo facessi ti parrebbe
d'essere non una creatura umana, ma una bestia senza ragione.
Basta, lasciamo le prediche. Volevo dirti soltanto che voglio
aiutare i tuoi benefattori a sollevarsi dalla loro caduta: e tu
devi aiutarmi."
"So tutto questo; e sono pronta. Che devo fare? Non ho finora
seguito i consigli degli amici dei miei benefattori? Mi hanno
detto di nascondermi e mi sono nascosta: mi han detto di tacere e
l'ho fatto."
"Ebbene, ora parlerai. Dirai la verit. Null'altro."
"L'ho detta... l'ho detta...", ella insist.
Allora egli abbass la voce.
"No, Annesa, tu non l'hai detta. Io per la so, e la so prima di
te, da lunghi e lunghi anni, e l'ho veduta crescere assieme con
te, ed  una verit spaventosa;  come un serpente, che 
cresciuto con te, che si  avviticchiato a te, al tuo corpo, alle
tue braccia, al tuo collo, e forma con te una stessa cosa. Donna e
serpente. Una stessa cosa che si chiama Annesa."
"Prete Virdis", ella disse, spalancando gli occhi, e alzando la
voce, tra offesa e spaventata, "non parli cos! Che ho fatto, io?"
"Che hai fatto? Tu lo sai, senza che io te lo dica. Sai appunto la
storia del serpente, che morsic e avvelen l'uomo che l'aveva
raccolto nel suo seno. Basta, ripeto, non voglio far prediche: una
sola cosa ti dico: Paulu  corso a rifugiarsi da me, quando
qualcuno lo avvert del pericolo. Io lo accolsi come zio Castigu
accolse te. Nell'ora del dolore m'ha detto tutto."
"Ebbene, che pu averle detto? Che ci siamo amati. Ma non sono
stata sempre al mio posto, io? Che ho fatto di male?"
"Ecco il serpente che parla! Che hai fatto di male? Hai peccato,
null'altro? Ti par poco?"
"Ebbene, sia pure: ho peccato. Ma il male l'ho fatto a me stessa
soltanto."
"Ma tu non dovevi farlo a te stessa, il male: a te stessa meno che
agli altri. Dio ti ha dato un'anima pura, e tu l'hai insozzata e
tu la vuoi ripresentare al Signore come uno straccio lurido. Tu ti
sei calpestata, ti sei coperta di fango, ti sei trattata come la
tua peggiore nemica."
" vero.  vero."
"Questo  il tuo maggiore delitto. Dio ti aveva dato un'anima
umana e tu l'hai deformata. a poco a poco, anzi hai fatto peggio
ancora, l'hai uccisa l'anima tua, l'hai soffocata, e l'anima tua
si  imputridita entro di te come un cadavere in una tomba; e ti
ha corrotto e ti ha reso immonda. Sepolcro imbiancato: che di
fuori par bello alla gente e dentro  pieno d'ossa e di
putredine."
"Prete Virdis! Prete Virdis!", ella gemette, portandosi le mani al
viso.
"Lasciami continuare. Se ti parlo cos  perch so che mi capisci.
Un'altra donna non mi avrebbe capito, ma tu sei diversa dalle
altre, tu sei intelligente e forse hai gi detto a te stessa,
molte volte, quello che io adesso ti ripeto. Ricordati, Annesa,
quante volte ti ho sgridato perch non venivi alla messa, perch
non ti accostavi pi a Dio. Sono anni e anni che tu hai smarrito
la giusta via, e io ti seguivo, o meglio aspettavo il tuo ritorno.
Ah, ma non credevo che tu cadessi cos ciecamente nell'abisso. Chi
pu salvarti, ora?"
Ella non rispose. Le parole del vecchio prete erano semplici,
rozze, anche comuni: egli del resto gliele aveva dette altre
volte; ma il suo accento era grave, convinto, e nella sua voce
vibrava, pi che il rimprovero, la piet, e pi che la piet una
infinita tristezza. E ogni sua parola cadeva nel cuore di Annesa
come pietra dentro una palude, stracciando il velo torbido e
fetido della superficie melmosa.
"Dio solo pu salvarti", egli continu sempre pi abbassando la
voce. "Tu hai commesso una colpa dopo l'altra perch questo  il
destino di chi si mette sulla via dell'errore. Solo i morti non
possono sollevarsi: i vivi cadono e si rialzano, i malati possono
guarire. Annesa, poco fa ho detto che la tua anima  morta, ma ho
detto male, poich l'anima non muore; ma  malata, l'anima tua, e
d'un male pestilenziale, d'un morbo che avvelena l'aria intorno.
Cerchiamo di guarirla. Anna, rispondi alla mia domanda: credi tu
pi in Dio? Non rispondi? Ti ripeto: io non sono ora n il tuo
confessore n il tuo giudice: sono il tuo medico."
"Non so", rispose Annesa. " vero; da molti e molti anni non
credevo pi in Dio, perch troppe sventure cadevano sulla nostra
famiglia, come fulmini sullo stesso albero. Troppo, troppo! E i
miei benefattori sono gente onesta, timorosa di Dio. Perch dunque
il Signore li martoriava e continua a tormentarli tanto? In questi
giorni, per, ho pensato a Dio, qualche volta: e ora penso che
ella ha ragione, prete Virdis, ma io non sono malvagia come lei
crede; io ho fatto male a me stessa,  vero, ma l'ho fatto per far
del bene agli altri. E sono pronta ancora, le ripeto: mi dica che
cosa devo fare. Devo accusarmi d'aver ucciso il vecchio? Sono
pronta. Dir: lo odiavo e l'ho ucciso; legatemi, buttatemi nella
reclusione nera come si butta una pietra in un pozzo, e che di me
non si parli pi. Ma mi crederanno?"
"Non ti crederanno perch questa non  la verit. Tu non devi
parlare cos, no, no! Questa non  la verit."
"Ah", grid allora Annesa, con voce aspra. "Qual  dunque la
verit? Che si vuole da me? Me lo dica lei, prete Virdis."
"Sicuro, te lo dir io. Ecco, tu devi parlare cos: "Sono io sola
la colpevole; io, io che ho ucciso non per odio, non per amore, ma
per interesse. Io sono il serpente e la donna, e ho strisciato
anni e anni intorno all'albero del frutto proibito, e ho indotto
l'uomo debole a peccare con me. E quando mi sono stancata del
peccato della carne, ho rivolto i miei desideri ad altre cose: ho
detto a me stessa: voglio avvincere a me l'uomo con altri
lacci..."."
"Non capisco, non capisco niente", ella mormor. "Me lo dica con
altre parole."
"Insomma, ecco tu devi dire cos: "Ho ucciso il vecchio in modo da
far credere, se il delitto si scopriva, che Paulu era il colpevole
e io sua complice. Di questo delitto volevo farmene un'arma e un
laccio contro Paulu, per tenerlo sempre avvinto a me..."."
"Io devo dire cos? E sar creduta?"
"Certo, perch  la verit."
Ella balz in piedi, rigida, livida, con le mani contratte: i suoi
occhi si spalancarono, si fissarono sul prete, con uno sguardo
vitreo e feroce.
"Prete Virdis", balbett, " Paulu che le ha detto questo?  lui,
 lui? Voglio saperlo subito: mi dica subito che non  vero. Se
no... io..."
Il prete non si mosse, e neppure la guard. Ma con voce alta, che
pareva ironica ed era triste, ben diversa dalla voce tenue e
pietosa con la quale aveva fino a quel momento parlato, domand
lentamente:
"Se no? Mi farai quello che hai fatto a Zua Decherchi?".
Allora ella credette di capire una cosa spaventevole: che il prete
avesse paura di lei, come di una bestia, come di un cane idrofobo,
e che cercasse di colpirla cautamente, fingendo di non temerla: e
in quel momento intese tutto l'orrore del suo delitto, e le parve
di essere davvero simile al serpente al quale prete Virdis l'aveva
paragonata.
"Mi guardi, prete Virdis, mi guardi, in nome di Dio!", disse rauca
e anelante, mettendosi davanti a lui e costringendolo a guardarla.
"Ripeta se crede in sua coscienza a quanto ha detto. Se lo crede
lei, prete Virdis, se lo ha creduto Paulu... lo creder anch'io...
Creder d'essere al di sotto delle bestie feroci, creder d'essere
simile al maiale che divora il bambino nella culla. Lo dica, ma lo
dica! Lo ripeta. Se me lo ripete un'altra sola volta io non
esiter; correr gi, in paese, mi inginocchier davanti alla
porta del carcere e supplicher che mi venga aperta, questa porta,
che mi venga spalancata come la porta d'una chiesa."
Il prete aveva sollevato la testa, e guardava la disgraziata con
occhi pietosi, ma anche investigatori. Gli occhi disperati di lei,
il suo viso invecchiato, la sua esile persona vibrante, non erano
gli occhi, il viso, la persona d'una delinquente astuta e feroce.
"Calmati, Anna", le disse, sollevando la mano fasciata, "pu darsi
che io mi sia ingannato: siamo tutti soggetti all'errore. E ora
sentimi. Riprendi il tuo posto e ascoltami. Paulu, come ti dissi,
rimase da me una notte, nascosto cos bene che i carabinieri nella
loro perquisizione non poterono trovarlo. Quando si fu tranquilli
si parl a lungo. Egli mi confid tutto; mi disse d'essere tornato
la sera prima e di aver avuto un colloquio con te, mentre il
vecchio dormiva. Egli ti disse di aver trovato i denari, e ti
confid i suoi progetti per l'avvenire. E promise di sposarti: ma
tu non l'hai creduto, tu hai espresso il timore che egli,
andandosene, ti dimenticasse. E dopo questo convegno, il vecchio
mor: non si potrebbe dunque credere che tu abbia commesso il
crimine per impedire a Paulu di partire?"
"Ma Paulu che cosa diceva? Che cosa?", ella domand.
"Egli ti crede innocente. Almeno lo dice."
"Prete Virdis", ella disse allora, coprendosi gli occhi con una
mano, "lei mi ha giudicato come i fanciulli giudicano le streghe:
peggiore di quello che sono. Il vecchio era morto quando Paulu
torn. Ebbene, s" riprese dopo un attimo di silenzio, scoprendosi
gli occhi e alzando la voce, "le dir tutto, prete Virdis: l'ho
ucciso perch credevo di salvare Paulu. E Paulu pass di fuori e
non mi avvert: e la stessa sorte, che mi port in questo paese
maledetto, mi costrinse a diventare quello che sono diventata.
L'ho voluto io, forse? No, no, prete Virdis, io ho fatto strazio
di me perch cos ha voluto la sorte. Io avrei voluto essere una
donna come tutte le altre; avere un padre, una madre, vivere
onestamente. Perch Dio, se  vero che c', ha voluto altrimenti?"
"Dio ti ha dato la ragione, Annesa: non senti tu, in questo
momento, che hai la ragione e che la tua sorte te la sei creata da
te? Perch non hai ragionato sempre come ragioni ora? Ecco, perch
credevi d'essere padrona di te stessa e di far di te quello che
volevi: tutto ti sembrava permesso perch non avevi padrone. Ed
ora, ora che ti accorgi d'essere invece schiava di quella che tu
chiami la sorte, ora ti lamenti. E non ti accorgi, Anna, non ti
accorgi che chi ti guida  Dio."
"Dio! Non lo dica, prete Virdis! Egli non avrebbe voluto la morte
del vecchio."
Prete Virdis cominci a irritarsi e a sbuffare.
"Tu non puoi giudicare i decreti di Dio. Vuol dire che l'ora del
vecchio era giunta, e non spetta a noi giudicare la sua sorte.
Pensa a te, Anna; la tua ora non  ancora arrivata, e non importa
il modo col quale essa arriver: che tu muoia in un modo o
nell'altro non devi preoccupartene. Pensa solo a comparire davanti
al Signore con l'anima guarita da ogni male."
"Che devo fare? Sono pronta ad accusarmi", ella disse con slancio,
"e dir tutto quello che lei vorr."
"Quello che vorr io? Che c'entro io? Tu dirai la verit, ripeto;
null'altro."
"Ma mi crederanno?", ella ripet, riassalita dai suoi dubbi. "Non
diranno che io sono stata complice soltanto? Io ho sempre fatto
male quello che ho fatto, prete Virdis! Non vorrei ancora
nuocere... a loro."
Non osava pi chiamarli i suoi "benefattori".
Il prete scosse la testa: guardava fuori, con occhi tristi, e
pareva dicesse di no ad una persona lontana.
"Tu non mi hai ancora capito, Anna. La verit, la verit! Ecco
tutto. Bisogna dire la verit, e non preoccuparsi d'altro. Sarai
castigata, o non lo sarai? Soffriranno ancora gli altri, per causa
tua? Tutto questo non importa. Importa soltanto che tu vada dritta
per la tua via."
"Far quello che lei mi consiglier", ripet Annesa.
Ma egli parve non sentirla: si alz, fece una smorfia di
stanchezza e di sofferenza, e continu a guardar lontano.
"Oh, e adesso non si tratta solo di questo", riprese. "Il maggior
castigo, Annesa, devi importelo da te. Vedi, il Signore non 
crudele come son crudeli gli uomini. Egli dice a colui che 
caduto: sollevati e bada di non ricadere. Egli dice a te, Annesa:
donna, ti ho aperto gli occhi, ho sgombrato la tua anima dalle
tenebre come all'alba sgombro il cielo dai vapori notturni.
Cammina, e non peccare mai pi."
Ella sospir e giunse le mani.
"Non peccare pi. Non peccare pi."
Le ultime parole del prete la turbarono pi che le minacce e i
paragoni coi quali egli aveva infiorato il suo discorso.
"Non peccare pi...", ripet. "Ci ho pensato tanto in questi
giorni, prete Virdis! Ho pensato che non voglio pi peccare: non
voglio pi ingannare nessuno, non voglio pi far del male a
nessuno."
"Va bene, va bene!"
"Se sar condannata..."
"Aspetta ancora! Aspetta ancora!", egli disse, con impazienza,
sollevando la mano fasciata. "C' tempo. Forse le cose andranno
meglio del come pensiamo. Pensa intanto all'anima tua."
Ed egli continu a parlare, ripetendo che la vita  breve e piena
d'inganni, e che la nostra sola felicit consiste nei credere a
un'altra vita, eterna, a un mondo ove tutto  vero, tutto  puro,
e dove la giustizia  diffusa come l'aria intorno alla terra; ma
Annesa, oramai, non aveva pi bisogno di ascoltare sermoni: una
voce interna le mormorava parole di conforto e le indicava la via
da tenere.
Egli le disse:
"Perch la tua presenza non provochi inutili chiacchiere, tornerai
in paese stasera, che nessuno ti veda. Verrai a casa mia, e
combineremo sul da farsi. Intanto io celebrer qui la messa
secondo la tua intenzione. Ho portato con me la particola".
Chiamarono zio Castigu, che aveva in consegna la chiave della
chiesetta, e aprirono. Il sole non era spuntato ancora, ma
l'oriente brillava gi, tutto d'oro rosso, e questa vivida luce
d'aurora penetrava dal finestrino della chiesetta e indorava le
pareti polverose. Tutto era umile e dolce l dentro; la Madonnina,
con l'abito giallo scolorito, col suo bambino paffuto e
sonnolento, pareva una piccola madre mendicante che si fosse
ritirata in quell'eremo per cibarsi di ghiande e vivere coi poveri
pastori della montagna. N quadri, n statue, ornavano le pareti:
molti topi, invece, fuggirono davanti a zio Castigu, quando egli
apr la porta; e prete Virdis, che aveva una infantile paura dei
pi innocui animaletti, si spavent e parve provar pi orrore per
quel piccolo esercito fuggente che per i peccati di Annesa.
"Non abbia timore", disse zio Castigu. "Sono topi selvaggi. Si
figuri, prete Virdis mio, l'altro giorno lasciai qui una bisaccia
colma di pane e di formaggio, ed essi rosicchiarono la bisaccia,
ma non toccarono n il pane n il formaggio. Si vede che non ne
avevano veduto mai."
Prete Virdis tuttavia proced cauto, e si lasci vestire dal
pastore che trov, in fondo a una cassa posta dietro l'altare, un
camice e una pianeta rosicchiata appunto dai topi selvaggi. Mentre
per accendere l'unico cero dell'altare zio Castigu adoprava
l'acciarino e l'esca, Annesa vide il prete guardarsi intorno
inquieto.
"Non abbia paura", disse il pastore, "suoner il campanello per
farli scappare."
La messa cominci: niente di pi pittoresco e comico di quel
grosso ufficiante dalla pianeta bucata, e del vecchio preistorico
che assisteva la messa suonando ripetutamente il campanello come
per far scappare un popolo di spiriti maligni.
In fondo alla chiesetta deserta, sulle cui pareti la polvere e i
fili dei ragni diventavano sempre pi rosei e dorati al riflesso
dell'aurora, Annesa mormorava brani di preghiere dimenticate, e di
tanto in tanto si piegava e baciava il pavimento con passione e
furore. Non erano la fede e il timor di Dio che la piegavano fino
a terra e le facevano baciar la polvere con un sentimento di
amore, pi che di umiliazione; tuttavia la sua anima piangeva e
clamava, e la sua persona pareva contorta da una specie di furore
religioso.
Zio Castigu scampanellava. L'unico cero, sull'altare melanconico,
guardava col suo occhio d'oro, immobile: d'un tratto per la
fiammella si allung, si mosse, divent una piccola lingua
giallognola e parve dire qualche cosa al bambino sonnolento che la
guardava fisso.

Annesa rimase tutto il giorno nella chiesetta. Continuava a
mormorare preghiere, ma pensava ad altre cose.
"Mi condanneranno a trent'anni di reclusione", pensava. "Forse
morr prima di finirli. Forse mi condanneranno a vent'anni. Quando
ritorner sar vecchia: che far? Vivr d'elemosine. Forse nella
reclusione potr lavorare, potr accumulare qualche piccola somma.
Matteu Piras, che rimase quindici anni nel reclusorio di
Civitavecchia, port a casa, quando ritorn, quattrocento scudi e
mise su un bel negozio. E Paulu che dir? Che far? Mi aiuter? Mi
rinnegher? Faccia egli quel che crede: io far il mio dovere.
Sar buona, sar buona, Dio, Dio mio."
E piangeva, pensando a Paulu, ma non pi con lagrime di vergogna e
di disperazione: poi si proponeva di non pensare oltre a lui: le
pareva di peccare ancora, ricordandolo; e non voleva peccare mai
pi. E Gantine? Che farebbe, che direbbe Gantine? Egli era
giovane, leggero: si sarebbe presto confortato.
Verso mezzogiorno zio Castigu batt alla porta. Ella usc nel
portico, mangi un pezzo di pane d'orzo e un po' di latte
coagulato, e scambi qualche parola col pastore.
"Sei ferma nel tuo proposito?", egli le domand. "Vai gi stasera?
Vuoi che ti accompagni?"
"Non occorre: non ho paura."
Egli la guardava. Ella era pallida, ma aveva ripreso la sua solita
fisionomia, il suo solito sguardo, un po' beffardo, un po'
ingenuo. Zio Castigu cominciava a credere di essersi ingannato,
ritenendola colpevole.
"Stanotte ho sognato che era venuta su, fin qui, Anna Decherchi.
Aveva sul capo un cestino pieno d'uva, e una lettera in mano. Ma
non era Anna Decherchi; era invece Paulu travestito, ma travestito
cos bene che sembrava la vecchia. Appena mi vide si mise a ridere
e mi domand: dov' Annesa? Voglio farle uno scherzo."
"Uva, lagrime", disse Annesa; ma il pastore ribatt:
"Per don Paulu rideva: buon segno. Ah, vedi, Anna, il cuore mi
dice che entro oggi riceveremo una buona notizia. Ah, se ci
fosse, Maria Santissima mia! Tutti i giorni, tutti i giorni verrei
qui, m'inginocchierei su questa sacra soglia, e bacerei la terra.
In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo".
Egli s'inginocchi, baci la terra, si fece il segno della croce:
Annesa trasal al solo pensiero che "una buona notizia" potesse
giungere. Ah, la vita l'attraeva ancora, con tutte le sue
seduzioni; e la speranza di potersi salvare era cos dolce e
ardente che la faceva soffrire.
Rientr nella chiesetta e si rimise in ginocchio, nell'ombra,
sulla polvere. Meglio non sperare: salvarsi significava ricadere
nel peccato, dimenticare, perdersi per sempre. Ed ella non voleva
peccare mai pi, mai pi.
"Dio, Dio mio, aiutatemi voi! S'io devo ritornare nel mondo
aiutatemi voi: non voglio pi mentire, pi ingannare, pi far del
male. Non sposer Gantine, per non ingannarlo, non sposer Paulu,
non peccher pi con lui. Non sono degna di nessuno: vivr sola,
curer i malati, lavorer, porter da me, sola, il peso dei miei
delitti."
Si curv e baci ancora il pavimento: e nel sollevarsi le parve di
veder un'ombra dietro il finestrino.
"Mi vedono?" Si ritrasse, ebbe paura. L'idea della prigione, della
condanna, della reclusione la domin ancora. Ricominci a pregare,
ma con tristezza infinita. Il Dio al quale ella era ritornata
nell'ora della disperazione, come il bambino ritorna in grembo
alla madre che lo ha castigato, era un Dio severo, inesorabile.
Egli poteva perdonare, ma non dimenticare: e domandava penitenza,
penitenza.
"No, io non potr salvarmi dalla condanna", ella pensava,
piangendo silenziosamente, con la fronte sulla parete. "Non 
possibile. Si salveranno, loro, e questo mi baster: e la buona
notizia sar quella del loro scarceramento; null'altro."
E le pareva di veder Paulu nella stanzetta del piccolo carcere di
Baruni; lo vedeva piegato su se stesso, livido di umiliazione e
di rabbia, pentito d'essersi dato inutilmente in mano alla
giustizia umana stupida e cieca. Egli aveva sperato d'esser
rimesso in libert dopo qualche ora, assieme coi suoi: egli s'era
costituito per dimostrare la sua innocenza, e non era stato
creduto; e le ore passavano invano, e passavano i giorni, e forse
egli non sperava pi.
"E io sono ancora qui, sono ancora libera! Paulu mio, Paulu, Paulu
mio! Che dirai di me quando saprai? E donna Rachele, cosa dir?
Ella pianger, e i nonni diranno: "ella non aveva timor di Dio, e
ci ha condotto sull'orlo dell'abisso. Per colpa sua abbiamo
sofferto il pi grande dolore, la pi grande umiliazione della
nostra vita". Poi si conforteranno, e dimenticheranno. E la vita
passer: io vivr lontano, lontano, in una galera sconosciuta, e
vedr sempre, davanti a me, il viso orribile, il sorriso
vendicativo di zio Zua. Egli solo, egli solo non mi dimenticher:
egli verr con me, sempre, sempre. Ah, egli lo sapeva gi che si
sarebbe vendicato: egli lo sapeva, e io non sapevo niente.
Sappiamo mai quello che pu succedere? So io quello che accadr
domani? Ah, Dio mio, Signore misericordioso, perdonatemi: ecco che
vaneggio ancora: ecco che spero ancora! Ah, no, no."
Ella non voleva sperare, e intanto aspettava: ogni piccolo rumore
le dava un brivido: dal finestrino penetrava la luce azzurra e
chiara del meriggio; il cielo era tutto in colore di zaffiro, il
bosco mormorava intorno alla chiesetta con un rumorio breve e
sonnolento di api intorno all'alveare. Una pace infinita, una
dolcezza triste, riempivano il ricovero solitario di quella
Madonnina selvaggia, di quel bambino languido, che parevano cos
tranquilli nella loro povert, cos lontani dalla donna che
piangeva ai loro piedi.
Verso il tramonto arriv, al solito, il nipote di zio Castigu, che
ogni sera portava gi in paese il prodotto del gregge.
"Prete Virdis m'ha mandato a chiamare", disse "e mi ha incaricato
di dirvi che desidera parlare con voi solo, stanotte. Mi ha
avvertito di ripetere: con voi solo."
Il pastore corse da Annesa e le rifer l'ambasciata.
"Anna", disse con voce commossa, "credo che il mio sogno si
avveri!  segno che prete Virdis desidera che tu non ti muova: 
segno che c' qualche speranza."
Ella tremava tutta.
"Non illudetemi, zio Castigu, non fatemi sperare, no, no, non
voglio..."
"Perch non vuoi sperare? Dopo la notte viene il giorno. Prega,
prega, Anna; io corro gi in paese. Vuoi andare nella capanna?"
Ella per volle restare nella chiesetta: nella furia, il pastore
si dimentic di portarle da mangiare, ma ella non sent la fame,
non si addorment, non si mosse dal suo angolo. Vide attraverso il
finestrino apparire una stella rossastra sul cielo verdognolo del
crepuscolo, poi altre stelle ancora: e il bosco tacque, e tutto fu
silenzio, silenzio misterioso di attesa.
Zio Castigu ritorn verso la mezzanotte.
Quando ella sent il suono della chiave nella toppa arrugginita
prov una strana impressione: le parve che un essere invisibile,
un fantasma che veniva dalla profondit d'un mondo ignoto,
cercasse d'introdursi nella chiesetta, per avere un colloquio con
lei e rivelarle il mistero del suo avvenire. Invece, nel buio,
s'avanz il vecchio pastore: ella ne riconobbe il passo, ne
riconobbe la testa selvaggia che si disegn nera sul quadrato
cenerognolo e stellato del finestrino; ma dal modo con cui egli
disse: "Annesa, sai?..." ella sent subito che il vecchio pastore
le avrebbe rivelato, come il fantasma d'un mondo occulto, il
segreto del suo avvenire.
"Zio Castigu?"
"Domani... domani, saranno rimessi in libert. L'avvocato ha detto
a prete Virdis che dalla perizia medica risulta che il vecchio 
morto soffocato dal suo male. E che nessuno l'ha percosso, che
nessuno, tranne il Signore, l'ha fatto morire."
Ella cadde in ginocchio, nelle tenebre: ma una luce ardente,
simile allo splendore del sole, le rischiarava l'anima.
"Il Signore ha perdonato: il Signore ha veduto il mio cuore, ha
misurato il mio errore e il mio dolore; ha veduto che questo era
pi grande del mio errore."
Zio Castigu sentiva, nel silenzio, i denti di lei battere forte.
"Anna, che fai ora? Vieni fuori con me? Prete Virdis ti consiglia
di non muoverti finch essi non saranno rimessi in libert. Hai
sentito?"
"Ho sentito."
"Ma che fai, ora?"
"Prego."
"Ora puoi stare tranquilla", egli disse, ingenuamente. "Puoi
venire di l, nell'ovile."
"No, sto qui: voglio pregare."
"Puoi pregare anche l, nella capanna. Dio ti sentir egualmente.
E tu non hai mangiato, pili brunda."
Nel sentirsi chiamare col suo nomignolo, ella prov un impeto di
gioia: zio Castigu non l'aveva pi chiamata cos, durante tutti
quei giorni di terrore.
Tutto era dunque passato? Era possibile? Non era un sogno? Per
convincersene si alz, dimentic le sue preghiere, diede retta al
vecchio che insisteva:
"Andiamo, andiamo!".
Uscirono. La notte era chiara, vivida di stelle: l'orizzonte
sembrava vicino, appena dietro le linee nere dei boschi e i
profili delle roccie; le pecore di zio Castigu pascolavano
nascoste fra le macchie in fondo alla radura, e il tintinnio
cadenzato dei loro campanacci pareva una musica misteriosa, quasi
magica, un coro di vocine tremule sgorganti dalle pietre, dai
tronchi, dai cespugli.
Molte stelle filanti attraversavano il cielo biancastro, e zio
Castigu, al quale non sfuggiva mai nessun fenomeno celeste, disse
guardando in alto:
"Pare che le stelle grandi piangano, stanotte. Guarda quante
lagrime!".
Annesa sollev il viso. Anche lei piangeva. Ricordava la sera
della festa di San Basilio, i razzi che attraversavano il cielo
scolorito, di l del cortile silenzioso. Quindici giorni erano
trascorsi: quindici giorni lunghi e terribili come anni di peste e
di carestia. Ora tutto era finito: e tutto doveva ancora
incominciare.
"Che altro ha detto prete Virdis?", domand, seguendo a passi
cauti il vecchio che camminava spedito e svelto fra i sassi e i
cardi.
"Di star tranquilla; di non muoverti finch..."
"Io vorrei ancora parlare con lui, prima", ella interruppe; poi,
dopo un momento di silenzio, aggiunse, piano: "prima di ritornare
dai miei "benefattori"".
Ella pronunci ancora l'usata parola; ma subito dopo ricominci a
piangere. Non erano lagrime di rancore e di rimorso, ma non erano
pi lagrime di gioia: erano lagrime di pentimento e di speranza,
che nella notte infinita della sua anima cadevano e brillavano
come nella notte le stelle filanti.


IX.

Cadeva la sera del terzo giorno dopo lo scarceramento della
famiglia Decherchi. Nel villaggio oramai non si parlava pi
dell'avvenimento se non per commentare la scomparsa di Annesa.
Ella non era pi tornata in paese.
Dove sar andata? Molti dicono che sta nascosta nell'ovile di zio
Castigu. Per lo spavento  caduta malata; ha la febbre e non pu
muoversi. Altri assicurano di averla veduta in paese, in casa di
prete Virdis:  sempre stata l: altri dicono che il vetturale,
quello della corriera postale, ha portato da Nuoro una lettera di
Annesa indirizzata a donna Rachele. Perch ella non torna? Perch
ha paura di essere arrestata. Voci vaghe e strane circolano ancora
sul suo conto, fra le persone meglio informate. La perizia medica
ha concluso che il vecchio  morto di morte naturale, in seguito
ad un accesso di asma, ma l'accesso, aggiungono le persone bene
informate,  stato provocato dai mali trattamenti di Annesa, la
quale, inoltre, non ha fatto i suffumigi e non ha somministrato
all'infermo i calmanti prescritti dal medico. La colpa non 
grave, ma le colpe, anche le pi piccole, devono scontarsi con un
castigo. Annesa ha paura e non torna: vedrete che tarder a
ritornare, a ricomparire. I Decherchi affermano che non sanno
nulla di lei: i due nonni, che nonostante il male che ha loro
causato, vogliono portare il lutto per Zua Decherchi, non escono
di casa e ricevono poca gente. Anche donna Rachele non si lascia
vedere; Paulu  intrattabile, ed a chi gli domanda notizie di
Annesa risponde:
"Ficcatevi nei fatti vostri. Ella  dove le pare e piace".
Chi chiacchiera volentieri  Gantine: quando ha saputo il fatto 
ritornato in paese; Paulu, appena uscito dal carcere, gli ha
domandato:
"Perch sei venuto? Riprendi subito il tuo bagaglio e ritorna
nella foresta".
"Come, perch son venuto? E Annesa? Non devo pensare a lei?"
"Annesa s'aggiuster, anche senza il tuo aiuto. Vattene."
Ma Gantine s' ribellato. Egli gira per il paese, chiacchiera,
domanda e d notizie.  corso nell'ovile di zio Castigu, ha
bussato alla porta di prete Virdis. Annesa non c'. La gente
comincia a prenderlo in giro; molti gli dicono:
"Ma se Annesa  venuta da te, nella foresta! Forse avete fatto
diverse strade".
Allora Gantine, che in fondo soffre ma non vuole dimostrarlo, fa
credere di sapere dove Annesa si nasconde.
" andata a Nuoro.  partita con la corriera, il giorno dopo
l'arresto dei miei padroni. Sta in casa di una nipote di prete
Virdis, che  maritata con un negoziante nuorese."
"Ma perch non torna?"
"Perch ha paura delle vostre maldicenze, gente stupida e
cattiva!"
E il povero Gantine va, va, di casa in casa, ascoltando le
chiacchiere, e poi corre da donna Rachele, e le domanda consiglio,
e davanti a lei, che ha il viso magro e pallido ma alquanto beato
di una martire (sia fatta la volont di Dio!), piange di rabbia e
di inquietudine come un bambino malato.

Prete Virdis, in corpetto, pantaloni e scarpine, senza parrucca,
senza fazzoletto in mano, stava seduto sul balcone di legno della
sua casetta e finiva di leggere il breviario. Pareva un altro:
dava l'idea di un uccello al quale fossero state strappate le
migliori piume.
Il piazzale, un triangolo di terreno roccioso davanti alla
casetta, era deserto come un lembo di montagna: in fondo si
delineava un profilo di paesaggio lontano, una cima violacea
sull'orizzonte roseo del crepuscolo. Il cielo, sopra il piazzale e
le casette cineree e silenziose, si scoloriva come un velluto
azzurrognolo vecchio e sciupato: un alito fresco, odoroso di
basilico, veniva dal fondo della strada; tuttavia prete Virdis
smaniava, come oppresso dal caldo, e in mancanza del fazzoletto
agitava la mano, scacciando un nugolo di mosche immaginarie.
Che fare? Che fare? Da due giorni Annesa era nascosta in casa sua.
Due sere prima, mentre egli ritornava da casa Decherchi, ella, che
lo aveva aspettato nascosta dietro un muricciuolo del piazzale,
gli era comparsa davanti all'improvviso.
"Prete Virdis..."
"Anghelos santos! Sei tu? Sei tu?"
"Sono io. Eccomi. Ho bisogno di parlarle."
"Vieni."
La casetta era silenziosa. Paula Virdis, la sorella del prete,
dormiva, a quell'ora, in una stanza terrena attigua alla cucina.
Al buio, tastoni, Annesa segu il vecchio, del quale sentiva il
respiro un po' affannoso: attraversarono un andito, salirono su
per una scaletta ripida, entrarono nella stanza dal balcone di
legno: la finestra era aperta; fino alla camera giungeva il canto
di un grillo, un odor di basilico, lo splendore lontano d'una
stella.
Prete Virdis accese il lume. Annesa conosceva gi quella stanzetta
povera, arredata come la camera d'un contadino. Stanca, sfinita,
ma con gli occhi illuminati da una fiamma interna, ella cadde a
sedere pesantemente sulla vecchia cassapanca che pareva
rosicchiata dai topi. E chin la testa, quasi vinta dalla
stanchezza e dal sonno. Prete Virdis chiuse le imposte: si volse,
pareva adirato.
"Dunque?"
"Sono qui", ella disse, scuotendosi. "Sono passata l, ho
ascoltato alla finestra."
"Dove, l?"
"L", ella indic con un gesto vibrato, come per significare che
non poteva esserci altro l, altro posto davanti al quale ella
potesse fermarsi. "Dov'era lei, poco fa! Allora...: sono venuta
qui, l'ho preceduta, l'ho aspettata. Ha veduto?"
"Va bene. Va bene. Ho veduto."
Egli si mise a passeggiare attraverso la camera. Che fare? Che
voleva da lui quella donna? Voleva aiuto; voleva essere salvata da
lui. Come salvarla? Non bastavano le buone intenzioni, le buone
parole. Occorreva l'azione. Che fare?
"Da due giorni penso a te", egli disse, senza guardarla. "E penso
che l'aria di questo paese non  pi buona per te."
"S, voglio andarmene."
"Dove, per, dove?"
"Ci pensi lei!"
"Io?", egli disse, puntandosi un dito sul petto. "Giusto io? Ah,
s, s: voi combinate le magagne; dopo devo pensarci io."
"Lei  il pastore", mormor Annesa. "No, non si arrabbi, prete
Virdis, non mi abbandoni. Lei pensa a tutti, e deve pensare anche
a me."
" tardi,  tardi", egli osserv con voce triste; ma ella finse di
non sentirlo e prosegu:
"Sua sorella Paula un giorno si lamentava con me: diceva: mio
fratello non pensa mai a lui; perci la nostra casa sembra una
tana, e la gente lo calunnia e dice che egli  avaro e che
nasconde i suoi denari. Invece egli pensa sempre agli altri:  il
padre dei malfattori, dei cattivi figliuoli, degli sventati, dei
disperati...".
Prete Virdis andava su e gi, sbuffava, agitava il fazzoletto.
"Paula  una pettegola: ecco che cosa ; una chiacchierona."
"Io voglio andar via, prete Virdis: non voglio pi tornare in
quella casa. Ah, mi aiuti lei! Stasera ho avuto il coraggio di non
entrare l, bench la tentazione mi spingesse. Ma domani, prete
Virdis, domani? Che accadr di me, domani? Io voglio andarmene.
Andr a Nuoro. Mi raccomandi a sua nipote: andr serva, lavorer,
vivr onestamente."
"Paulu verr a cercarti: tu ricadrai egualmente."
"No, no", esclam Annesa, intrecciando le mani e scuotendole con
gesto supplichevole. "Non lo dica neppure! Lei, prete Virdis, lei
parler con Paulu: gli dir tutto, se occorre."
"Io? Le mie labbra si disseccheranno prima di rivelare il tuo
segreto. Spetta a te."
"Io?", disse a sua volta Annesa. "Io..."
Picchiarono al portone. Ella s'interruppe e spalanc gli occhi:
nonostante ci che era accaduto, ella aveva paura; le sembrava
impossibile che il suo delitto dovesse restare segreto e impunito.
Poi una speranza triste e ardente le trem in cuore.
"Se fosse Paulu!", disse sottovoce.
"Tu vorresti, magari! Sta zitta."
Ella abbass gli occhi, pens a quello che avrebbe fatto se Paulu
le fosse ricomparso davanti all'improvviso: si sarebbe gettata per
terra, con gli occhi chiusi, le mani sulle orecchie, la bocca
sulla polvere, per non vederlo, non ascoltarlo, non rivolgergli la
parola.
Eppure, quando prete Virdis apr il balcone e una voce di
fanciullo, quasi piangente, supplic: "Prete Virdis, mio padre sta
male e vuole confessarsi", ella sospir disillusa.
"Si  aggravato?", domand il prete.
"Molto: pare un cadavere. Dalla bocca gli  venuto fuori tanto
sangue, tanto sangue..."
La voce del ragazzetto tremava: ad Annesa parve di vedere l'uomo
che vomitava sangue, e ricord il suo voto:
"Voglio assistere gli ammalati: chiuder gli occhi ai moribondi".
Si alz, vide che prete Virdis si metteva il cappello e si
dirigeva verso l'uscio dimenticandosi di chiudere il balcone, e
senza badare pi a lei.
"Prete Virdis, posso assistere quel malato."
"Anghelos santos! Non muoverti, tu: sta l. Quel malato non ha
bisogno di te. Torner presto."
"Se zia Paula mi trova qui?"
L'altro aveva fretta; non le rispose, ma prese il lume, usc e
chiuse l'uscio a chiave. Ella ricadde seduta sulla cassapanca e
non si mosse pi: l'odore del basilico, il canto del grillo, lo
scintillo della stella penetravano per il balcone aperto, e dopo
un momento ella ebbe l'impressione di trovarsi ancora seduta sullo
scalino della porta che dava sull'orto di don Simone. E la
dolcezza, la tristezza, il desiderio di tutte le cose perdute la
riassalirono.
"Chi mi impedisce di tornare l? Se fossi entrata! Perch, perch
non devo tornare? Chi me lo proibisce? Prete Virdis che mi ha
chiuso a chiave? Perch non devo tornare?"
Il desiderio s'acuiva: ella era stanca, aveva sonno, aveva la
febbre. Era tempo di ritornare a casa, di ricoricarsi sul suo
lettuccio. Aveva camminato tanto, nell'ombra, fra le pietre, fra
le spine: era tempo di riposarsi. Ecco, ella chiude gli occhi, si
assopisce. Una figura balza subito davanti a lei:  zia Paula, la
sorella borbottona di prete Virdis.
"Chi sei? Che fai qui? Una donna qui? Ah, quel Micheli sta
diventando matto davvero: matto del tutto, perch un poco lo 
sempre stato. Vattene."
"Sono Annesa, zia Paula mia."
"Che zia Paula o non zia Paula! Vattene; sono stufa dei malanni
degli altri! Ne ho abbastanza dei miei."
Annesa si alza, se ne va. Cammina, cammina, per le straducole
scure, arriva l, davanti alla casa di don Simone. La porta 
chiusa: ella spinge il portone, e il portone si apre. Si vede che
Gantine  uscito di nascosto dei suoi padroni, ed ha lasciato il
portone aperto. Ella entra nel cortile, entra nella cucina, entra
nella camera: dietro l'uscio arde il lumino da notte; zio Zua sta
seduto sul lettuccio e respira affannosamente. Ella si butta sul
canap e sta per addormentarsi. Ma d'un tratto si solleva e guarda
spaventata il vecchio. Come, non era morto? Non lo aveva ucciso
lei? Che fa adesso il vecchio? Perch lo hanno rimesso l?  vivo?
 risorto? Parler? L'accuser? Bisogna fuggire: bisogna camminare
ancora; andarsene lontano.
Si svegli tremando: pens subito:
"Bisogna camminare, camminare ancora".

Poco dopo sent prete Virdis rientrare: lo aspett, ma egli tard
alquanto a salire.
"Deve essere entrato da zia Paula, per avvertirla che sono qui.
Quanto borbotter, quella donna."
Zia Paula, invece, non borbott. Ella dormiva in una cameretta
terrena, poveramente arredata come la camera del balcone: quando
prete Virdis entr, e la svegli dicendo che bisognava tener
nascosta Annesa almeno per qualche giorno, zia Paula si content
di rispondere:
"Adesso ti prende la mania di nasconder la gente, poich non puoi
nasconder tesori. Falla venir qui quella donna".
Prete Virdis condusse Annesa nella cameretta terrena e lasci sole
le due donne. Zia Paula rassomigliava molto al vecchio prete, col
quale erano vissuti sempre assieme.
"Spogliati e vieni a letto con me: se non vuoi coricarti a fianco
mio, cricati a pi del letto", disse semplicemente.
Annesa obbed: il letto era abbastanza largo, e, sebbene non molto
morbido, le parve un letto di piume.
"Da tante notti dormivo per terra", disse. "Ah, mi pare di essere
entro una barca, e di andare lontano, lontano..."
"Dov'eri, Annesa, si pu sapere?"
"Se sapeste! Ero nascosta nella sagrestia della chiesa di San
Basilio."
"San Basilio mio!", esclam l'altra facendosi il segno della
croce. "Sar mai vero? Ed ora, perch non sei ritornata a casa
tua?"
"Io non ho casa, zia Paula. Non sono tornata perch la gente
dice..."
" vero,  vero. La gente dice che tu hai fatto morire Zua
Decherchi: lo hai fatto arrabbiare e non gli hai dato il calmante.
 vero?"
Annesa non rispose.
"Dove andrai, Annesa? Non tornerai pi dai tuoi padroni?"
"Chi sa? Ora ho sonno: lasciatemi dormire."
"E Gantine? non l'hai riveduto? Egli gira per il paese,
cercandoti; sembra un pazzo."
"Povero Gantine.  tanto giovane!"
La vecchia insist, ma Annesa chiuse gli occhi e ricadde nei suoi
sogni tristi. E rimase altri tre giorni nascosta in quella
cameretta melanconica, che riceveva luce da un finestrino
praticato sul tetto. Di l sentiva la voce di Gantine che
domandava notizie di lei.
"Figlio mio", diceva zia Paula, "Annesa deve essere scappata
lontano, molto lontano. Ed ha fatto bene. Io me ne sarei andata in
capo al mondo: sarei scappata come un gatto che ha toccato il
fuoco."
"Ma perch? ma perch?", domandava Gantine con voce lamentosa.
"Perch? Perch cos! Va', mettiti il cuore in pace, Annesa forse
non torner mai pi in questo paese."
"Ah, quel vecchio! Se fosse ancora vivo lo ammazzerei io. Anche
dopo morto ci tormenta."
" vero,  vero!", singhiozz Annesa, nella penombra della triste
cameretta.
"Ella non mi vuol bene", riprese Gantine. "Da molto tempo non mi
vuol pi bene. Me ne sono accorto io, s. Altrimenti non avrebbe
fatto cos, zia Paula, non avrebbe fatto cos. Capisco che ella
serbi rancore contro i nostri padroni e non voglia pi ritornare
in una casa dove ha tanto sofferto. Perch  per causa loro."
"L, l, taci, linguacciuto", impose Zia Paula. "Che causa loro!
Sono loro, invece, che dovrebbero dire..."
"Che cosa dovrebbero dire?"
"Insomma, se Annesa avesse dato il calmante al malato, egli non
sarebbe morto."
"Il calmante? Doveva strangolarlo, invece, doveva."
"L, l, linguacciuto, taci!"
Annesa si domandava:
"Se Gantine sapesse, mi scuserebbe? Forse s. Anche lui lo odiava.
Ma egli non sapr mai. No, no, no; vattene, Gantine, vattene. Io
non voglio pi ingannarti, non voglio pi ingannare nessuno".
Finito di leggere il suo breviario, prete Virdis s'alz, si
affacci al balcone. Il cielo s'era fatto cinereo; la stella che
mandava il suo scintillo verdognolo fin dentro la cameretta, era
apparsa sopra la montagna lontana: il grillo cantava. Prete Virdis
aspettava Paulu, e il vetturale zio Sogos, che doveva portargli
una lettera da Nuoro. Ma entrambi tardavano: eppure la corriera
doveva essere arrivata da oltre un'ora. Finalmente un vecchio,
miseramente vestito, attravers il piazzale e batt al portoncino
sotto il balcone.
"Venite su. Era tempo", disse prete Virdis, ritirandosi.
Accese il lume, cerc la parrucca che stava ad asciugare sopra una
sedia, e se la rimise ancora umida di sudore; poi chiuse il
balcone e apr l'uscio. Zio Sogos saliva la scaletta e sospirava.
"Siamo vecchi, prete Virdis, siamo vecchi: si cammina piano,
adesso."
Entr. Alto, curvo, col viso rugoso e ispido di peli grigi, il
vetturale sembrava un mendicante.
"Ebbene, avete veduto mia nipote?"
"L'ho veduta, le ho portato la lettera. Ecco qui la risposta."
"Sedetevi l un momento. Aspettate", disse prete Virdis, mentre
apriva la lettera, senza accorgersi che la busta era stata gi
aperta.
"Va bene, va bene", disse poi, ripiegando il foglietto e lasciando
la busta sulla tavola. "E adesso sentite, voi dovete farmi un
favore."
Il vecchio, seduto sulla cassapanca davanti alla tavola, fissava i
piccoli occhi umidi e tristi sulla busta e allungava lentamente la
mano.
"Comandi, prete Virdis. Lei mi ha tante volte aiutato. Sempre le
ho detto: prete Virdis mi comandi; sono il suo servitore."
"Bisogna che domani, no, posdomani, voi conduciate a Nuoro, nella
vostra carrozza, una persona che non vuol esser veduta partire da
Baruni."
"Va bene; ho capito", rispose prontamente il vecchio. "Basta che
questa persona vada a piedi fino al ponte, posdomani mattina,
presto, e mi aspetti l."
"E se c' qualcuno che vuol partire?"
"Si sapr domani sera: verr ad avvertirla, se mai."
"Va bene, E... silenzio, non  vero? Voi mi capite, non  vero?"
"Va bene: non dubiti."
Il vecchio si alz e mise la mano sopra la busta.
"Paula, porta da bere", grid prete Virdis, affacciandosi
all'uscio. Ma poich nessuno rispondeva scosse la testa e disse:
"Andiamo gi: vi far dare un bicchiere di vino. O volete
acquavite?".
"Vino, vino", rispose zio Sogos, stringendo la busta dentro il
pugno. "L'acquavite non  mia amica."
Dal suo cantuccio Annesa sent la voce del vecchio carrozziere e
sospir. Finalmente! Doveva esser giunta la risposta da Nuoro. Ah,
partire, partire! Arrivare in un luogo ignoto, fra gente nuova:
cominciare una nuova vita, lavorare, soffrire, dimenticare, ella
non pensava ad altro.
Appena uscito zio Sogos, prete Virdis entr da lei e disse:
"Come, al buio? Ah, che fa quella donna benedetta, che ti lascia
al buio? E che quest'anno non si trovano olive? Non si trova
olio?".
"Per quello che ho da fare!", mormor Annesa. "Eppoi il lume 
qui."
Si alz e cerc i fiammiferi.
"Ecco qui la risposta di Maria Antonia mia nipote. Dice che ha
trovato un posto per te, presso una famiglia nuorese."
Nel sentire la buona notizia, ella prov quasi un impeto di gioia,
ma d'improvviso trem spaventata, e lasci cadere il fiammifero
acceso. La piccola fiamma violacea brill e si spense: prete
Virdis tacque; e nel silenzio, nelle tenebre, Annesa dimentic
ogni cosa passata, ogni cosa presente, per ascoltare la voce di
Paulu Decherchi.
"Che fate, zia Paula? Dov' prete Virdis?"
La sua voce era seria, quasi dispettosa. "Ah, ah,  lei, don
Paulu? Micheli verr adesso. Venga su, in camera."
"Dov'? dov'?"
"Venga, venga su."
Zia Paula lo precedette col lume: egli la segu.
"Che vuole?", domand Annesa, piano, e prete Virdis rispose
sottovoce:
"Non so. Credo che egli dubiti, come lo dubitano tutti, che tu sii
qui. Ecco ti lascio qui la lettera, leggila. Vado. Coraggio!".
Ella accese un altro fiammifero e lesse le poche righe scritte
malamente.

Caro zio,
Mi sono subito occupata della vostra commissione. Ci sarebbe un
posto buono per la donna che mi raccomandate. Il padrone sarebbe
un proprietario benestante di Nuoro, che ha la moglie vecchia e
non ha figli. C' per da lavorare: fare molto pane d'orzo per
servi, e lavorare anche in campagna. Per questi padroni sono
persone caritatevoli, e tratterebbero molto bene la serva da voi
raccomandata. Se questa vuole pu venire anche da domani. Noi
siamo sani, ecc. Vostra nipote
Maria Antonia

Annesa lesse e rilesse, ma il suo pensiero era l, nella cameretta
dove prete Virdis e Paulu parlavano certo di lei. Che cosa
dicevano? Che voleva Paulu? Ella avrebbe dato dieci anni del resto
della sua miserabile vita per poter ascoltare il colloquio fra i
due uomini. E ripeteva a se stessa l'ultima parola di prete
Virdis: coraggio! S, coraggio, Annesa, coraggio, coraggio.
Coraggio, per lottare, per vincere, per non ricadere nell'abisso
molle e tenebroso del peccato.
In cucina non si sentiva pi alcun rumore: senza dubbio zia Paula,
curiosa, stava ad origliare su, all'uscio della cameretta del
balcone. Purch i due uomini non accennassero all'orribile
segreto. No, non era possibile: Paulu non sapeva, non dubitava,
non poteva credere. E prete Virdis aveva detto: "Prima ch'io parli
di ci le mie labbra si disseccheranno".
No, essi discutevano forse sulla scomparsa di lei: Paulu forse
diceva:
"So che ella  qui: voglio rivederla, voglio costringerla a
tornare a casa".
E prete Virdis sbuffava e rispondeva:
"Anghelos santos, quanto sei cocciuto, figlio caro. Non hai capito
che Annesa  andata via lontano, e che le conviene di non
ritornare pi in casa tua?".
Un passo in cucina: poi di nuovo silenzio. Ah, s senza dubbio,
zia Paula era salita su, fino all'uscio della cameretta, e stava
ad origliare; Annesa ne provava dispetto ed invidia: anche lei
avrebbe desiderato salire la scaletta, mettersi ad ascoltare.
Quasi vinta dalla tentazione, ripieg il foglietto, s'avvicin
all'uscio e cominci ad aprirlo, senza far rumore.
E subito vide Gantine, seduto immobile sulla panca in fondo alla
cucina. Egli fissava gli occhi sulla porta d'ingresso, ma dovette
accorgersi di qualche cosa perch subito si alz e si guard
attorno. Non vide nulla. Annesa s'era ritirata rapidamente e aveva
chiuso l'uscio, appoggiandovisi tutta, quasi per impedire al
giovine di penetrare nella cameretta. Passarono alcuni momenti: la
voce di zia Paula la richiam dal suo stupore e dal suo
turbamento.
"Gantine, che fai qui?", domandava inquieta la vecchia.
"Vi aspettavo. Adesso per stavo pensando di portar via la pentola
che bolle sul vostro focolare", rispose il giovine, sforzandosi a
mostrarsi disinvolto. "Avresti fatto un magro affare! Credi che
contenga fave con lardo, la mia pentola? No, guarda: contiene
patate. Siediti, Gantine. Come, non sei ripartito per la foresta?"
"Dal momento che son qui non posso essere ripartito", egli disse,
acremente.
E di nuovo, per qualche momento il silenzio regn nella cucina:
Annesa ascoltava, palpitando; aveva paura che Paulu, andandosene,
entrasse e nel vedere Gantine provocasse una scena.
"S", disse il servo, dopo un momento, "don Paulu voleva che io
partissi: ma io m'infischio di lui. Egli  arrabbiato, questi
giorni; sembra il diavolo in persona: ma sono arrabbiato anch'io.
Sono arrabbiato con tutti: e con voi, anche, soprattutto con voi."
"Maria Santissima!", esclam la vecchia, non senza ironia. "E
perch sei cos arrabbiato, Gantine?"
"Lo sapete il perch, zia Paula. Annesa  qui:  nascosta qui,
forse  l, dietro quella porta. Ebbene, che ella mi senta, se 
l; bisogna che io parli."
"Parla piano", supplic la vecchia. "Parla pure, ma non alzare la
voce. Annesa non pu sentirti. Cos sia lontano da noi il diavolo,
come ella  lontana di qui."
"Ella  qui,  qui, in questa casa", ripet Gantine, con voce
triste, ma ferma. "Non mentite, non bestemmiate, zia Paula!
Abbastanza sono oggetto di riso e di compassione. Ma che io
taccia, che io non parli, ah, no, perdio. Troppo a lungo ho fatto
lo stupido. Ora ho capito tutto, tutto ho compreso, zia Paula, e
voglio farlo sapere a chi tocca."
"A me? Tocca a me?"
"Anche a voi, s: e diteglielo, a quella donna, ditele che ho
capito tutta la commedia. Non far scandali, ripeto: non son
cattivo, io. Altri, altri son pi cattivi di me."
Egli quasi piangeva. Per un momento Annesa, vinta da quel
sentimento di tenerezza quasi materna che la giovinezza e la bont
d'animo di Gantine le avevano sempre destato, ebbe l'idea di
aprire l'uscio, e dire al giovine qualche parola di conforto: ma
l'altro poteva sorprenderli e lei, lei non voleva pi rivederlo,
l'altro.
"Stasera", prosegu Gantine, "ho veduto Paulu confabulare con zio
Sogos; leggevano una lettera; dovevano senza dubbio combinare la
partenza di Annesa: gi tutti questi giorni essi stanno sempre
assieme. E lui, Paulu, il mio padrone, lui crede che io non sappia
nulla, mentre so tutto. Ho le orecchie per sentire, gli occhi per
vedere."
"E io non so niente, figlio del cuor mio; io non so proprio
niente."
"Allora ve lo dir io, quello che succede. Paulu vuole sposare
Annesa, ed Annesa forse non  contraria a questo progetto. Da
lungo tempo non  pi l'Annesa di una volta: non mi ama pi, non
pensa pi a me. Quando partii per la foresta non mi volle neppure
baciare. Io partii con un brutto presentimento in cuore. E dopo 
accaduto quello che doveva accadere. Adesso Paulu vuole sposarla,
perch dice che ella  perseguitata e calunniata per colpa della
famiglia Decherchi."
"Come sai queste cose, Gantine? La fantasia ti trascina", disse la
vecchia curiosa e turbata. "Non t'inganni? Non t'inganni?"
"Non m'inganno, non m'inganno, zia Paula. Il fatto  cos. Perch
Annesa non torna a casa? Perch Paulu non vuole. Perch egli ha
avuto ed ha continuamente lunghe e acerbe discussioni coi suoi
nonni e con sua madre? Essi credono Annesa colpevole, ed anche
Paulu lo crede. Egli dice che vuol sposare Annesa per dovere; essi
lo chiamano pazzo. Egli dice che vuol andarsene via, lontano,
nelle miniere, e condurre Annesa con s: donna Rachele piange
sempre, don Simone pare moribondo, moribondo per la rabbia e il
dolore. Le cose stanno cos, zia Paula, stanno cos, purtroppo."
"Ma Annesa forse non ne sa niente."
"No, no! No, no! Essa  d'intesa con Paulu. Altrimenti sarebbe
tornata a casa. Essa non torna perch  quello che . La donna
degli inganni e delle perfidie, il gatto selvatico traditore. Io
oramai l'odio, io non la sposerei pi, neanche se avesse due
tancas, da mille scudi l'una."
"Ma allora perch la cerchi? Che t'importa pi di lei? Lasciala
tranquilla."
"Io l'odio", ripet Gantine, ma con voce monotona e triste.
Dietro l'uscio Annesa mormorava fra s:
"Meglio. Meglio. Meglio cos!".
"Io la cerco?", riprese Gantine. "Non  vero; non m'importa pi
nulla di lei; solo, vorrei vederla per dirle che non sono uno
stupido, per dirle che io non voglio essere un uomo ridicolo, per
dirle che ho piet di lei. Povera disgraziata! Ella non ha mai
veduto il chiodo che le forava gli occhi; la stupida  sempre
stata lei, non io. Io sono un uomo: soffro e soffrir, ma forse
vincer la prova, e mi dimenticher di lei, e trover un'altra
donna che mi vorr bene. Ma lei, lei che far? Anche se sposa il
padrone, che far? Sar sempre la serva: Paulu la bastoner fin
dal primo giorno della loro unione; far ricadere sopra di lei
tutti i guai che l'hanno perseguitato. Annesa  stata sempre
tormentata e sfruttata da loro, e continuer ad essere il loro
zimbello, la loro vittima. E io rider: vedrete che rider, zia
Paula."
Intanto per, non rideva: la sua voce lamentosa e dispettosa
pareva la voce d'un bimbo pronto a piangere.
Zia Paula non sapeva che dirgli, e andava e veniva per la cucina,
preparando la tavola per la cena; e cominciava ad inquietarsi
anche lei al pensiero che Paulu potesse da un momento all'altro
scendere e sentire le cattive parole del servo.
"Del resto", egli prosegu, "vi assicuro che non m'importa proprio
niente. Ne trovo io delle donne! E pi belle, pi oneste, pi
giovani di lei. Ella ha quasi quarant'anni, io non ne ho neppure
ventisette: vada al diavolo. Quando lei sar vecchia io sar
ancora giovane."
"Ma giusto:  quello che dico io. Perch ti inquieti tanto,
dunque? Guardati un'altra donna; non perder tempo, giglio mio, Ci
sarebbe Ballora, la nipote di Anna Decherchi, che ti converrebbe:
ha qualche cosetta, anche."
Ma Gantine batt le mani, e disse con un grido di rabbia:
"State zitta! Perch mi parlate di queste cose? Io non penso a
questo, adesso".
"Non gridare; senti. Mi pare che scendano."
"Chi?"
"Micheli e don Paulu."
"Don Paulu  qui!", egli disse, abbassando la voce. "Bisogna
allora che me ne vada."
Si alz, stette in ascolto. Dietro l'uscio Annesa cercava invano
di reprimere la sua ansia.
"Io vado", disse Gantine, dopo un momento, con la voce mutata.
"Zia Paula, buona notte. Non so se domani potr ritornare. Se
vedete Annesa, come certamente la vedrete, ditele cos da parte
mia: "Annesa, fai male a trattarmi cos: fai male, perch se c'
una persona che ti vuole veramente bene sono io. Annesa, mandami a
dire qualche cosa: far quello che tu vorrai". Poi le direte cos:
"Anche se  vero quello che la gente dice che tu hai fatto morire
il vecchio a me non importa. Io l'avrei fatto morire un anno prima
d'oggi: l'avrei strangolato, l'avrei buttato sul fuoco"."
"Bei sentimenti, hai, giglio d'oro", esclam zia Paula. "Andrai
all'inferno vivo e sano."
"L'inferno  qui, in questo mondo, zia Paula."
Quando fu per uscire aggiunse:
"Le direte poi cos: "Annesa, non fidarti di Paulu: egli  una
vipera, null'altro. Egli non ti vuol bene: se ti vuole sposare 
perch crede che tu abbi ammazzato il vecchio per lui, e non vuole
avere rimorsi". Eh,  uomo di coscienza, don Paulu! Oh, un'altra
cosa, che ho saputo stamattina", concluse, ritornando indietro di
qualche passo. "Le direte cos, poi: "Annesa, c' una donnaccia di
Magudas, una vedova facile e denarosa, la quale l'altro giorno s'
vantata che Paulu Decherchi  innamorato pazzo di lei, e che lei
gli ha prestato molti denari, il giorno prima che zio Zua morisse;
e che glieli ha prestati perch egli ha promesso di sposarla".
Buona notte, zia Paula".
"Aspetta, aspetta", implor la vecchia, curiosa, correndogli
appresso: ma egli and via, promettendo di ritornare.
Annesa, appoggiata all'uscio, con le braccia tremanti abbandonate
lungo i fianchi, si sentiva soffocare, come quando, nella notte
del delitto, aveva saputo che Paulu era passato nella via senza
avvertirla: e si sforzava a non credere alle parole di Gantine, ma
in fondo al cuore sentiva ch'egli non aveva mentito. Ubriaca di
dolore ripeteva a se stessa:
"Meglio, meglio. Meglio cos!".


X.

Andato via Paulu, prete Virdis, nonostante i replicati richiami
della vecchia, non si mosse dalla cameretta del balcone. Coi
gomiti sulla tavola, le dita fra i peli rossicci della parrucca,
sbuffava e ripeteva a voce alta:
"Che fare? Che fare?".
Paulu gli aveva dichiarato che voleva a tutti i costi e contro la
volont di tutti sposare Annesa. Egli la riteneva colpevole, e
appunto per questo voleva sposarla. Ma in questa sua decisione
c'era tanta rabbia, tanto rancore, che prete Virdis ne provava
sgomento.
"Sarebbe il matrimonio del diavolo", pensava, strappando i capelli
della parrucca.
Poi si sollev e cominci a contare sulle dita.
"Primo: non credo alla decisione di Paulu. Egli  per capace di
perseguitare Annesa, e di andare a raggiungerla a Nuoro. Secondo:
credo poco anche al pentimento e alla conversione della
disgraziata. Mi spaventa, sopratutto, in lei, la mancanza di
rimorso. Ella, ora,  invasa da una specie di mania religiosa; ma
se rivede Paulu scommetto che gli ricade subito fra le braccia.
Terzo: se questo avviene, siamo tutti perduti; perduti loro, i due
disgraziati, perduti i vecchi nonni, l'infelice madre, perduto io
davanti al Signore, io che non sar stato buono di salvare
un'anima disgraziata. Perduti, perduti."
"Micheli, non si cena, stasera? Vieni gi, tutto  pronto."
Zia Paula stava sull'uscio: egli la guard, senza vederla, e
ripet desolatamente:
"Perduti!".
"Che cosa hai perduto?", domand la vecchia, inquieta, guardando
per terra.
"Fammi venir su quella donna, va", egli disse, levandosi la
parrucca un'altra volta e andando su e gi per la camera.
"Ma come, non vieni gi, Micheli? Parlerai con lei mentre
ceneremo."
"Non  tempo di cenare: va."
"Mi pare sia tempo di portare qualcuno al manicomio", borbott zia
Paula; e scese le scale sbuffando e sospirando anche lei.
Annesa sal, muta e triste, ma rassegnata: prete Virdis continu
ad andare su e gi per la camera e, al solito, non la guard.
"Annesa, hai letto la lettera? Che hai deciso?"
"Di partire."
"Paulu era qui: abbiamo parlato a lungo. Sai cosa vuol fare? Vuole
sposarti: la sua famiglia non vuole, ma egli  deciso. Ah, ah,
ora, ora! Ora s' deciso, angeli santi! Che ne dici, Annesa? Vuoi
sposarlo?"
"No", ella rispose subito.
"Perch non vuoi sposarlo?"
"Prete Virdis, lei lo sa meglio di me."
"Io lo so? S, tu lo hai detto: vuoi fare una vita di penitenza.
Cos parli oggi, ma fra un mese, fra un anno, parlerai cos
ancora? Se rivedi Paulu non ricadi con lui in peccato mortale? E
non  meglio, forse, che vi sposiate?"
"No, no, mai", ella disse con forza.
"Egli vuole vederti. Egli sa che sei qui, sa dove andrai, sa
tutto, insomma. Dice che ti seguir, che ti perseguiter.  meglio
che tu lo veda e gli dica quello che pensi."
"No, no", ella ripet supplichevole. "Non voglio vederlo. Prete
Virdis mio, non glielo permetta."
"Ecco! Tu hai paura di rivederlo.  meglio, allora, che tu lo
riveda; e fra voi v'intenderete. E se vuoi sposarlo sposalo pure,
Annesa. Questa sar forse la tua maggior penitenza: ma una
penitenza che coster molte lagrime anche ad altri innocenti. E
Dio, vedi, Dio, ti ripeto,  misericordioso: Egli ti ha perdonato,
e non t'impone di castigarti oltre misura: ma ti impone di non far
pi male agli altri, hai capito?"
Ella lo seguiva con gli occhi; lo vedeva irritato, capiva che egli
diffidava sempre di lei. Che fare? Che dire per convincerlo?
"Prete Virdis", rispose semplicemente. "Il tempo risponder per
me."
"Il tempo, il tempo", ripet con voce monotona, volgendo gli occhi
verso il balcone, quasi per scrutare, fuori, nell'orizzonte buio,
il mistero dell'avvenire.
Prete Virdis si ferm, la guard di sfuggita, scosse la testa.
"Tu dunque non vuoi vederlo? Pensaci bene: hai tempo tutto
domani."
"Ho gi pensato: non voglio vederlo."
"Allora andiamo gi e ceniamo."
Scesero. Zia Paula aveva chiuso il portone, ed era andata a
prendere il vino in cantina.
Prete Virdis pranzava e cenava in cucina, come un contadino; i
suoi pasti erano frugali, ma inaffiati da abbondante e generoso
vino. Anche quella sera bevette discretamente, poi cominci a
chiacchierare e a discutere con zia Paula, la quale ripeteva le
cose dette da Gantine.
Prete Virdis s'irritava contro il servo "chiacchierone e leggero
come una donnicciuola", ma non difendeva Paulu: Annesa ascoltava e
taceva, come se i suoi ospiti non parlassero di lei, ma d'una
persona che ella non avesse mai conosciuto o fosse morta da lungo
tempo. D'un tratto per, mentre zia Paula andava di nuovo in
cantina, ella sollev gli occhi e disse:
"Prete Virdis, le domando una grazia: mi faccia partire domani
mattina".
"Anghelos santos, hai ben fretta, Anna. Fino a posdomani mattina
non  possibile."
"Mi faccia partire! Altrimenti mi avvier a piedi, stanotte:
bisogna che vada;  tempo."
Zia Paula rientr, con la bottiglia in mano, e ricominci a
borbottare:
"La botte  in agonia: vien gi appena un filo di vino. La nostra
casa  diventata un'osteria".
"Stureremo l'altra botte, cara mia: tutti i mali fossero come
questo!"
Dopo cena prete Virdis usc, e quando rientr batt all'uscio
della cameretta di zia Paula. Annesa era gi a letto: aveva la
febbre e sonnecchiava, immersa in una nebbia di sogni affannosi.
Sent benissimo la voce del prete, ma le parve di continuare a
sognare.
"Annesa, domani mattina all'alba trovati vicino al ponte, e
aspetta la vettura postale. Prima di andar via vieni su da me.
Paula, vieni, ho da dirti una cosa."
Zia Paula, in cuffia e sottanino, ricominci a borbottare.
"Cosa vuoi? Neppure la notte mi lasci in pace! Non riposi e non
lasci riposare. Devo andare a letto."
"Vieni, anima mia; due parole sole."
E quando furono nel cortile le disse:
"Bisogna prepararle un fagotto, mi pare; non bisogna mandarla via
cos. Avresti qualche sottana e qualche camicia da darle?".
"Tu diventi matto davvero, Micheli. Adesso vuoi anche spogliarmi,
strapparmi la camicia, strapparmi anche la pelle!"
"Davanti al Signore compariremo senza camicia ed anche senza
pelle", egli disse severamente, sebbene poco a proposito. "Meno
chiacchiere, Paula; pensa a far un'opera di carit."
"Ma non capisci che dentro una delle mie camicie ci stanno tre
Annese?"
Questa ragione parve convincerlo; non insist, e sal al buio la
scaletta. E zia Paula chiuse la porta di cucina, rientr nella sua
cameretta, ma invece di coricarsi apr la cassa, cerc qualche
cosa, fece un fagotto: e nella cocca d'un fazzoletto annod una
moneta d'argento e mise il fazzoletto dentro il fagotto.
Prete Virdis, intanto, acceso il lume e chiuso l'uscio, guardava
anche lui nel suo cassetto, contando il poco denaro che aveva. Fra
questo poco c'era una monetina d'oro, da dieci lire, che egli
aveva ricevuta da donna Rachele per la celebrazione di cinque
messe funebri in suffragio dell'anima di Zua Decherchi. E poich
il resto del poco denaro era in rame e pesava troppo, egli decise
di dare ad Annesa la monetina d'oro.

L'alba cominciava a rischiarare il cielo, sopra il monte San
Giovanni. La grande vallata dormiva ancora, con le rupi, i
muraglioni di granito, i cumuli di macigni, chiari appena fra il
verde scuro delle fratte: e nel silenzio dell'alba triste, pareva,
coi suoi monumenti fantastici di pietra e le sue macchie
melanconiche, un cimitero ciclopico, sotto le cui rocce dormissero
i giganti delle leggende paesane.
Il cielo era grigio; cinereo-violaceo in fondo all'orizzonte,
sparso di nuvolette giallastre sopra i monti di Nuoro e di Orune
velati di vapori color fiore di malva.
Annesa scendeva verso il ponte, con un fagotto in mano, e pareva
timorosa di rompere il silenzio del luogo e dell'ora; il suo viso
grigio e immobile, e gli occhi chiari dalla pupilla dilatata,
riflettevano la serenit funebre del grande paesaggio morto, del
grande cielo solitario.
Arrivata vicino al ponte, sotto il quale non scorreva pi un filo
d'acqua, si mise dietro una roccia; e poich c'era da aspettare un
bel po', prima che la vettura di zio Sogos riempisse col suo
fragore il silenzio dello stradale, sedette su una pietra e depose
il fagotto per terra.
Poco distante sorgeva un elce con la cima inaridita, e alcune
fronde d'edera, strappate dal tronco dell'albero, stavano sparse
al suolo, non ancora secche ma gi calpestate da qualche passante.
Ella le vide e ricord che molte volte Paulu l'aveva rassomigliata
all'edera. Addio, addio! Ora tutto  finito davvero. Ella ha
ripreso il suo fatale cammino, che deve condurla lontano per
sempre da quei luoghi dove un giorno  giunta cos, come adesso
parte, con un fagotto in mano e guidata da un vecchio misterioso
che era forse il suo triste Destino.
Il cielo si copriva di vapori rossastri che annunziavano una
giornata torbida e calda. Un'allodola cant, da prima timidamente,
poi sempre pi vivace e lieta: un roteare di carrozza rison nello
stradale. Annesa balz in piedi, ascoltando. La carrozza
s'avvicinava. Era la vettura di zio Sogos? Era presto ancora, ma
il vecchio carrozziere aveva probabilmente anticipato l'ora della
partenza; la vettura infatti, arrivata vicino al ponte rallent la
corsa e si ferm. Ella prese il fagotto, e si avanz verso lo
stradale: ma appena fatto qualche passo si ferm e un rossore
lividognolo le accese il volto. Paulu Decherchi era li, a pochi
passi, fermo davanti a un carrozzino a due posti.
"Annesa!"
Annesa non si mosse; lo guardava spaventata, vinta da un
sentimento di paura e di gioia. Egli le fu vicino e le disse
qualche parola: ella non sent. Per un attimo dimentic ogni altra
cosa che non fosse lui: se durante quel momento d'incoscienza egli
le avesse preso la mano dicendo "torniamo a casa", ella lo avrebbe
seguito docilmente.
Ma Paulu non le prese la mano, non le propose di tornare a casa ed
ella si riebbe, vide che egli era invecchiato, imbruttito, e che
la guardava in modo strano, con occhi cattivi.
"Che vuoi?", domand, come svegliandosi da un sogno.
"Te lo dir in viaggio. Cammina, su; montiamo sul carrozzino.
Avremo tempo di parlare in viaggio."
"Che vuoi? Che vuoi? Dove vuoi andare?", ella ripet, ridiventata
pallida e triste.
"Andremo dove vorrai. Ma cammina, andiamo; bisogna partire."
"Io non partir con te."
Gli occhi di lui s'accesero d'ira.
"Tu partirai con me. E subito! Andiamo. Vieni."
Allung la mano, ma la ritir subito, quasi che una forza e un
disgusto superiori alla sua volont gli impedissero di toccare
Annesa; ed ella se ne accorse come sulla montagna s'era accorta
della paura istintiva di prete Virdis. Tuttavia indietreggi,
scostandosi sempre pi da lui.
"Io voglio partire, ma non con te", disse con tristezza, ma senza
rancore, fissando sempre negli occhi dispettosi di lui i suoi
occhi spalancati. "Perch sei venuto? Sapevi che io non ti avrei
obbedito. Non te lo ha detto prete Virdis? Io non verr con te,
non verr pi."
"Tu verrai invece. tu verrai! Ti legher!"
"Puoi legarmi, trascinarmi: io scapper appena potr, te ne
avverto."
Egli incroci le braccia nervosamente, come per comprimere un
possibile scoppio di violenza; tremava tutto, e si avvicinava a
lei, e se ne allontanava spinto e risospinto da sentimenti
opposti, da ira e da passione, da piet e da orrore. Ella non lo
aveva mai veduto cos, neppure nei momenti pi disperati, quando
egli diceva di volersi uccidere; lo guardava, anche lei vinta suo
malgrado da un sentimento di piet e di umiliazione.
"Tu verrai con me", egli disse, seguendola fin sotto l'elce,
dietro il cui tronco ella s'era rifugiata "tu verrai con me, senza
dubbio: se non oggi domani, verrai con me. Parti sola, adesso, se
vuoi, ma bada bene a quanto ora ti dico: ti proibisco di fare la
serva. Non sono un vile io, capisci, non sono un vile. Sono Paulu
Decherchi, e so il mio dovere. Io non ti abbandono. Hai capito?"
"Ho capito. Tu non sei un vile e non mi abbandoni. Sono io che
devo fare il mio dovere. E lo far."
"Lascia le parole inutili, Anna. Lasciamo le parole inutili, anzi:
n io ti abbandono, n tu devi tormentarmi oltre. Sono stanco, hai
capito, sono stanco! Sono stanco delle pazzie di prete Virdis, e
delle idee che egli ti ha messo in mente. Sono stanco di tutto; 
tempo di finirla!"
"S,  tempo di finirla, Paulu. Non gridare, non alzare la voce.
Prete Virdis non ha che vederci nei nostri affari. Anche gli
altri, i tuoi, si inquietano inutilmente: lasciatemi in pace e
ritornate in pace. Non andare contro la volont di nessuno e
neppure contro la tua stessa volont."
"E allora  proprio contro la tua volont che devo combattere?"
"Sicuro."
"E perch?"
"Il perch tu lo sai: non farmelo dire."
E d'un tratto gli occhi smorti di lei s'animarono, di un dolore
quasi fisico.
"Tu lo sai", ripet sottovoce. "Te lo leggo negli occhi. Va, non
tormentarmi oltre. Tu ci hai pensato un po' tardi, al tuo dovere.
Ma del resto  meglio cos: quello che  accaduto sarebbe accaduto
lo stesso, e tu mi avresti maledetto. Anche adesso, vedi, sei
cambiato con me, Paulu! Io non sono pi Annesa: sono una donna
malvagia. Ma vedi, cuore mio, io sono contenta che tu non mi
maledica. Avevo paura di questo. Sono contenta che sei venuto, e
non ti domando altro. Tu non hai, come credi, obblighi verso di
me: io ho fatto quello che ho fatto perch era il mio destino: non
l'ho fatto solo per te: l'ho fatto per tutti... per tutti voi...
Ho fatto male, certo, ma ero come pazza, ero fuori di me: non
capivo niente. Dopo, dopo, ho capito: e ho fatto un voto. Ho
detto: se loro si salveranno, se io mi salver, voglio castigarmi
da me, voglio andarmene, voglio vivere lontano da lui, per non
peccare pi. Ecco tutto: e ho fatto bene, perch tanto, tanto tu,
Paulu, tu sei cambiato: tu ora hai paura di me, ed hai ragione."
"Tu vaneggi; tu sei fuori di te", egli disse, stringendosi la
testa fra le mani. "Non  vero niente! Non  vero! Non  vero!",
grid poi, come fuori di s, rabbiosamente.
"Invece tutto  vero. Quello che  stato  stato."
Ella scosse la testa, scosse le mani, quasi per scacciar via
lontano da s il passato. Egli parve calmarsi, convinto delle
parole di lei. Chin la testa e fiss le fronde appassite
dell'edera: nel silenzio, dall'alto dell'elce, il trillo
dell'allodola si spandeva sempre pi lieto.
"Che farai?", egli domand. "Dove andrai? Tu sei malata, sei
invecchiata. Che farai? La serva. Sai cosa vuol dire far la serva?
Sai com' la famiglia presso la quale devi andare? Io li conosco,
i tuoi padroni. Gente avara, gente pretensiosa: essi non ti
ameranno certo. Ti ammalerai, cadrai e ti seccherai inutilmente,
come queste foglie qui."
"L'edera stava per soffocare l'albero: meglio che sia stata
strappata", ella rispose, intenerita dalla piet che egli
finalmente le dimostrava. E cadde a sedere sulla pietra, e nascose
il viso fra le mani.
Paulu continu a parlare: ella stava immobile, seduta sulla
pietra, coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani, come
quando, seduta sul gradino della porta che dava sull'orto,
svolgeva nella mente il filo dei suoi tenebrosi pensieri: capiva
che Paulu, in fondo, era contento di liberarsi di lei, e Paulu a
sua volta, sentiva che le sue parole erano vane e non arrivavano
fino all'anima di lei.
In lontananza rison il roteare pesante della corriera.
"Vattene", ella supplic. "Per amor di Dio, vattene! Lasciamoci in
pace. Stringimi la mano: saluta i tuoi, don Simone, zio Cosimu,
donna Rachele. Di' loro che non sono un'ingrata: disgraziata s,
ma ingrata no. Va: addio."
Egli non si mosse.
La corriera s'avanzava, doveva aver gi oltrepassato la svolta
prima del ponte.
Annesa si alz, riprese il suo fagotto.
"Paulu, addio. Stringimi la mano."
Ma egli, pallidissimo, evidentemente combattuto fra il desiderio
di lasciarla partire, e l'umiliazione che la generosit di lei gli
imponeva, volse il viso dall'altra parte e ricominci ad agitarsi.
"No, no! Io non ti voglio dire addio, n stringerti la mano. Ci
rivedremo! Ti pentirai amaramente di quello che oggi tu fai.
Vattene pure: non te lo impedisco; ma non ti perdono. Annesa, non
ti posso perdonare: perch tu oggi mi offendi, come nessuno mai mi
ha offeso. Va pure, va."
"Paulu, cuore mio", ella grid con disperazione. "Perdonami:
guardami! Non farmi partire disperata. Perdonami, perdonami."
"Vieni con me. Andiamo. Vado ad avvertire zio Sogos che passi
diritto."
Allora ella gli si avvinghi al collo, per impedirgli di muoversi:
e fra le braccia di lui, che l'accoglieva sul suo petto con un
impeto di vera piet, trem tutta come un uccellino ferito.
"Andiamo, andiamo", egli ripeteva, "andiamo dove tu vuoi. Dovunque
si pu fare penitenza: abbiamo peccato assieme, faremo penitenza
assieme."
La corriera arriv, si ferm sul ponte. Annesa sentiva che Paulu
le parlava con dolcezza e con piet perch era certo che ella
sarebbe partita: non le venne neppure in mente di metterlo alla
prova: si stacc da lui, le parve di aver peccato col solo
toccarlo. Senza dirgli pi una parola riprese il suo fagotto e si
diresse verso lo stradale.
Egli non la segu.


XI.

E anni e anni passarono.
I vecchi morirono: i giovani invecchiarono.
Conosciuta la storia di Annesa, la famiglia presso la quale ella
doveva andare a servire, non volle pi saperne di lei. Ella
dovette aspettare un bel po' prima di trovare servizio, e
finalmente fu accolta in una famiglia di piccoli possidenti
borghesi: il padrone tent di sedurla, la padrona ogni volta che
tornava dalla predica o dal passeggio e aveva veduto qualche
signora pi ben vestita di lei, se la prendeva con la serva: un
giorno la baston.
Non era la vita di penitenza sognata dalla donna colpevole, ma
neppure una vita molto allegra; ad ogni modo, il tempo pass;
Gantine venne a cercare la sua ex fidanzata, Paulu le scrisse: poi
Gantine prese moglie, e Paulu parve rassegnarsi.
Annesa cambi di padrone: capit finalmente presso un vecchio
sacerdote che tutti chiamavano canonico Farfalla perch camminava
cos lesto che pareva volasse. Canonico Farfalla godeva fama di
astrologo perch ogni notte, dalle piccole finestre della sua
casetta posta al confine del paese, guardava a lungo le stelle:
quando accadeva qualche fenomeno celeste tutti ricorrevano a lui
per spiegazioni.
Era un uomo colto, ma anche molto distratto. In breve Annesa
divent padrona della casetta e pot fare tutto quello che volle.
Allora si acquist fama di donna pietosa: fu veduta dietro tutti i
funerali, fu chiamata ad assistere i moribondi, a lavare e vestire
i cadaveri; tutti i malati poveri, le partorienti povere, i
paralitici poveri, ebbero da lei qualche assistenza.
E cos gli anni passarono. Una volta donna Rachele venne a Nuoro
per la festa del Redentore; and a trovare Annesa, l'abbracci, e
piansero assieme; poi la vecchia dama, pallida e triste nel suo
scialle nero come la Madonna in cerca del Figliuolo morto, prese
la mano della serva e cominci a lamentarsi.
"I vecchi, tu lo sai, i vecchi sono morti. Rosa  sempre malata;
Paulu  invecchiato; soffre di insonnia e di altri malanni.
Anch'io, di giorno in giorno, mi curvo sempre pi, cercando il
posto dov' la mia fossa. Abbiamo bisogno di una donna fedele, in
casa, di una donna affezionata e disinteressata. Abbiamo avuto una
serva che ci rubava tutto: Paulu non  buono a niente: Rosa 
invalida. Che accadr di loro, se io morr?"
Annesa credette che donna Rachele volesse proporle di tornare da
lei, e sebbene decisa di rifiutare si sent battere il cuore. Ma
la vecchia non prosegu.
Qualche tempo dopo Annesa seppe che Paulu era ammalato di tifo:
poi un giorno, verso la fine di autunno se lo vide comparire
davanti come un fantasma. Era diventato davvero il fantasma di se
stesso: vecchio, magro, coi capelli bianchi, gli occhi infossati e
i denti sporgenti. Durante tutti quegli anni aveva sempre
continuato a vivere di ozio, di imbrogli, di vizi: il tifo, poi,
gli aveva un po' ottenebrato la mente, lasciandogli una strana
mana: egli credeva di essere stato complice di Annesa,
nell'uccisione del vecchio, e ne provava rimorso. Ella si
spavent, nel vederlo. Egli le raccont i suoi mali.
"Tutte le notti sogno il vecchio: qualche volta egli mi sembra il
nonno Simone, il quale mi impone di venirti a trovare e di
costringerti a sposarmi. Che facciamo, Annesa? Non hai rimorsi,
tu? Non sogni il vecchio?"
Ella non era mai stata troppo tormentata dai rimorsi: s'era
pentita, credeva d'essersi castigata abbastanza con l'abbandonare
l'amante e la famiglia dei suoi benefattori, ma dopo i primi tempi
non aveva pi sognato o veduto il vecchio.
"Che facciamo?", ripet Paulu. "In casa mia c' bisogno di una
donna fedele e paziente: mia madre  vecchia, anche lei malandata:
Rosa  tanto infelice, io sono un cadavere ambulante. Anna,
ritorna, se vuoi fare penitenza."
"Donna Rachele ha paura di me", rispose Annesa; "se ella vuole
posso ritornare, ma finch  viva lei non parlarmi di matrimonio."
"Allora  inutile che tu ritorni", egli rispose tormentato dalla
sua idea fissa.
E se ne and, senza neppure stringerle la mano. L'uno per l'altro,
oramai, erano gelidi fantasmi. Un altro anno pass. Egli non la
molest oltre, ma coi suoi rimorsi, le sue paure, la sua idea
fissa dovette impressionare donna Rachele, perch un giorno Annesa
ricevette una lettera con la quale la vecchia dama la pregava di
"ritornare".
Ella abbandon con dolore la tranquilla casetta dalle cui finestre
il canonico Farfalla parlava alle stelle e ritorn. La vecchia
casa Decherchi pareva una rovina: la porta tarlata, i balconcini
arrugginiti, sfondati, il cornicione coperto di erbe selvatiche,
tutto, all'esterno, come nell'interno della casa, tutto era
decrepito, pronto a cadere e a seppellire le tre meschine creature
che l'abitavano.
Annesa rientr piangendo in quel luogo di pena: vide donna Rachele
coricata sul lettuccio, nella camera da pranzo, e trasal: accanto
al lettuccio stava seduta una vecchietta giallognola, un po'
gobba, con due grandi occhi metallici che avevano uno sguardo
strano, diffidente e felino.
"Rosa? Rosa mia!"
Ma Rosa non la riconobbe; e quando seppe che quella piccola donna
che sembrava pi giovane di lei era Annesa, l'antica figlia di
anima, la sua futura matrigna, la guard con maggiore diffidenza.
"Rosa", preg donna Rachele, "va in cucina e fa scaldare un po' di
caff."
"Posso andare io. Conosco la cucina, mi pare!", esclam Annesa.
Ma Rosa trasse di saccoccia, con ostentazione, un mazzo di chiavi,
apr il cassetto della tavola, prese lo zucchero e disse:
"Tu non sai, non sai dove sono le provviste. Ora vado io, in
cucina; sta l con la nonna".
E rimise le chiavi in saccoccia. Rimaste sole, donna Rachele disse
alla sua antica figlia d'anima:
"Non contrariare la povera Rosa. Ella ci tiene, ad essere la
padrona del poco che ancora abbiamo. Non contrariarla, Annesa,
figlia mia. Quando ha qualche dispiacere la povera Rosa cade in
convulsioni. Non contrariarla".
In quel momento rientr Paulu: egli era stato a messa: qualcuno
l'aveva avvertito dell'arrivo di Annesa.
"Che nuove a Nuoro?", le domand semplicemente stringendole la
mano. "Fa molto caldo?"
"Non molto", ella rispose.
Lo guard. In un anno egli aveva finito d'invecchiare: aveva i
capelli bianchi, i baffi grigi: pareva zio Cosimu Damianu.
"Paulu", disse sottovoce donna Rachele, "avvertivo Annesa di non
contrariare la povera Rosa. Pregala, anche tu. Dille che...".
"Ma s, ma s!", egli disse con impazienza. "Annesa lo sa gi che
 tornata qui per far penitenza. Te l'ho gi detto, Anna, mi pare.
Te l'ho detto, s o no?"
"S, s", ella rispose.
Come in una sera lontana, ella apre la porta che d sull'orto e
siede sullo scalino di pietra.
La notte  calda, tranquilla, rischiarata appena dal velo
biancastro della via lattea; l'orto odora di basilico, il bosco 
immobile; la montagna col suo profilo di dorso umano, par che
dorma distesa sul deserto infinito del cielo stellato.
Tutti dormono: anche Paulu che soffre di lunghe insonnie nervose.
Da qualche giorno, per, egli  tranquillo: la sua coscienza sta
per acquetarsi. Domani Annesa avr un nome: si chiamer Anna
Decherchi. Tutto  pronto per le nozze modeste e melanconiche.
Annesa ha preparato tutto, e adesso siede, stanca, sul gradino
della porta.
E pensa, o meglio non pensa, ma sente che la sua vera penitenza,
la sua vera opera di piet  finalmente cominciata. Domani ella si
chiamer Annesa Decherchi: l'edera si riallaccer all'albero e lo
coprir pietosamente con le sue foglie. Pietosamente, poich il
vecchio tronco, oramai,  morto.

FINE


Note:

 [1] Babbo.
 [2] Figlia adottiva.
 [3] Battorina, quartina.
 [4] Buona notte, donosa (ricca di doti naturali)
     Come te la passi, ricco mare?
 [5] Che ama i divertimenti.
 [6] Allevata per carit.
 [7] Pilu brunda, capelli biondi. Mudre, silenziosa.
 [8] Fiume silenzioso [] travolgente.
 [9] Corporandi.
[10] Angeli santi.
[11] Banditore.
[12] O uccelli, che volate per l'aria
     Mi porterete un'ambasciata...
[13] Dagli occhi grandi.
[14] Zitelle.
[15] Pettina, pettina, capello,
     capello biondo come seta...
[16] La fame.
[17] Matteu, ventre di leone,
     che sembri una balena,
     di notte [fai] due cene
     e una colazione.
[18] Se le montagne fossero di maccheroni,
     E le valli di formaggio grattugiato...

