TESTO ADATTATO ALLA LETTURA PER NON VEDENTI

Cenere
di Grazia Deledda

PARTE PRIMA

I.

Cadeva la notte di San Giovanni. Ol [1] usc dalla cantoniera
biancheggiante sull'orlo dello stradale che da Nuoro conduce a
Mamojada, e s'avvi pei campi. Era una ragazza quindicenne, alta e
bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po' obliqui, e la
bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo,
pareva composto da due ciliegie. Dalla cuffietta rossa, legata
sotto il mento sporgente, uscivano due bende di lucidi capelli
neri attortigliati intorno alle orecchie: questa acconciatura ed
il costume pittoresco, dalla sottana rossa e il corsettino di
broccato che sosteneva il seno con due punte ricurve, davano alla
fanciulla una grazia orientale. Fra le dita cerchiate di anellini
di metallo, Ol recava striscie di scarlatto e nastri coi quali
voleva segnare [2] i fiori di San Giovanni, cio i cespugli di
verbasco, di timo e d'asfodelo da cogliere l'indomani all'alba per
farne medicinali ed amuleti.
D'altronde Ol pensava che anche non segnando i cespugli che
voleva cogliere, nessuno glieli avrebbe toccati: i campi intorno
alla cantoniera dove ella viveva col padre ed i fratellini, erano
completamente deserti. Solo in lontananza una casa campestre in
rovina emergeva da un campo di grano, come uno scoglio in un lago
verde. Nella campagna intorno moriva la selvaggia primavera sarda:
si sfogliavano i fiori dell'asfodelo e i grappoli d'oro della
ginestra; le rose impallidivano nelle macchie, l'erba ingialliva,
un caldo odore di fieno profumava l'aria grave.
La via lattea e l'ultimo splendore dell'orizzonte, fasciato da una
striscia verdastra e rosea che pareva il mare lontano, rendevano
la notte chiara come un crepuscolo. Vicino al fiume, la cui acqua
scarsissima rifletteva le stelle e il cielo violaceo, Ol trov
due dei suoi fratellini che cercavano grilli.
"A casa! Subito!", ella disse con la sua bella voce ancora
infantile.
"No!", rispose uno dei bimbi.
"Allora voi non vedrete spalancarsi il cielo, stanotte! I bimbi
buoni, nella notte di San Giovanni vedono aprirsi il cielo e poi
vedono il paradiso e il Signore e gli angeli e lo Spirito Santo...
Ma voi vedrete un cornino se non andate a casa subito."
"Andiamo", disse pensieroso uno dei bimbi. L'altro protest ancora
un po', ma fin col lasciarsi condurre via dal fratello.
Ol and oltre: oltre l'alveo del fiume, oltre il sentiero, oltre
le macchie di olivastro: qua e l si curvava e legava con un
nastro le cime di qualche cespuglio, poi si rizzava e scrutava la
notte con lo sguardo acuto dei suoi occhi felini.
Il cuore le balzava forte, d'ansia, di timore e di gioia. La notte
fragrante invitava all'amore e Ol amava, Ol aveva quindici anni
e con la scusa di segnare i fiori di San Giovanni andava ad un
convegno amoroso.
Sei mesi prima, una sera d'inverno, un giovane contadino, mezzadro
d'un ricco proprietario nuorese a cui appartenevano i campi
intorno alla casa in rovina, era entrato nella cantoniera per
chiedere un po' di fuoco. Era un giovane alto, con lunghi capelli
neri lucidi d'olio: i suoi occhi nerissimi non si lasciavano quasi
guardare, tanto erano luminosi, e soltanto Ol poteva fissarli con
i suoi, che non si abbassavano davanti a nessuno.
Il cantoniere, uomo ancora giovane ma gi grigio, stanco di
fatiche, di affanni e di miseria, accolse benevolmente il
contadino, gli diede una pietra focaia, lo interrog sul suo
padrone e lo invit a tornare sempre che voleva.
Da quella sera il contadino frequent assiduamente la cantoniera:
nelle sere piovose raccontava storielle ai bambini raccolti
intorno al focolare fumoso, e ad Ol insegn i posti ove meglio
crescevano i funghi e le erbe mangereccie.
Un giorno egli trasse la fanciulla fin verso un avanzo di nuraghe,
sopra un'altura, fra macchie coperte di bacche rosse, e le disse
che fra i blocchi della tomba gigantesca stava nascosto un tesoro.
"Eppoi so di tanti altri accusorgios [3]", egli disse con voce
grave, mentre Ol coglieva finocchi selvatici; "io finir bene col
trovarne uno, ed allora..."
"E allora?", chiese Ol, un po' beffarda, sollevando gli occhi che
al riflesso del paesaggio parevano verdi.
"Allora me ne andr lontano; e se tu vorrai venir con me ti
porter via, in Continente. Io conosco bene il Continente, perch
 da poco tempo che ho finito il servizio militare. Sono stato a
Roma e poi in Calabria ed in altri posti ancora. L tutto 
bello... Se tu verrai..."
Ol rise, piano piano, lusingata e felice, sebbene un po' ironica.
Dietro il nuraghe due dei suoi fratellini, nascosti in una
macchia, fischiavano richiamando un passero: per l'immensit del
paesaggio non s'udiva voce umana, non passava nessuno.
Il servo prese Ol per la vita, la sollev, chiuse gli occhi e la
baci; e da quel giorno i due giovani s'amarono selvaggiamente,
diffondendo il segreto della loro passione alle macchie pi
silenziose, ai cespugli della riva, ai neri nascondigli dei
nuraghes solitar.
Oppressa dalla solitudine e dalla miseria Ol amava il giovine per
ci che egli rappresentava, per le cose e le terre maravigliose
che egli aveva vedute, per la citt dalla quale veniva, per il
ricco padrone che serviva, per i fantastici disegni che egli
tracciava nell'avvenire; ed egli amava Ol perch era bella ed
ardente: entrambi incoscienti, primitivi, impulsivi ed egoisti, si
amavano per esuberanza di vita e per bisogno di godimento.
Anche la madre di Ol, a quanto narrava la figliuola, era stata
una donna fantastica e ardente.
"Ella era di famiglia benestante", raccontava Ol, "ed aveva
parenti nobili che volevano maritarla con un vecchio possidente.
Mio nonno, il padre di mia madre, era un poeta: in una notte
improvvisava tre o quattro canzoni, e tanto erano belle che,
appena un cantastorie le ripeteva per la strada, tutto il popolo
le apprendeva e le ripeteva con entusiasmo. Ah, s, mio nonno era
un gran poeta! Alcune sue poesie le so anch'io, insegnatemi da mia
madre. Aspetta, senti questa."
Ella recitava qualche strofa in dialetto logudorese, poi
riprendeva: "Il fratello di mia madre, zio Merziro Desogos,
dipingeva nelle chiese e scolpiva i pulpiti: per si uccise perch
aveva da scontare una condanna. S, i parenti di mia madre erano
nobili ed istruiti: tuttavia ella non volle sposare il vecchio
proprietario. Vide invece mio padre, che allora era bello come una
bandiera, se ne innamor e fuggi con lui. Ella soleva dire, mi
ricordo: "Mio padre mi ha diseredata, ma non importa; gli altri si
tengano le loro ricchezze, io mi tengo il mio Micheli e basta!"".

Un giorno il cantoniere si rec a Nuoro per comprare del frumento,
e ritorn pi triste e disfatto del solito.
"Ol, bada a te, Ol!", disse alla figlia minacciandola con la
mano. "Guai se quel servo rimette ancor piede qui! Egli ci ha
ingannati persino sul suo nome. Disse di chiamarsi Quirico ed
invece si chiama Anania.  oriundo di Orgosolo, razza di pastori,
parente di banditi e di galeotti. Bada a te, donnicciuola: egli ha
moglie!"
Ol pianse e le sue lagrime caddero, assieme col frumento, entro
l'arca di legno nero; ma appena l'arca fu chiusa e zio Micheli
torn al lavoro, la fanciulla and in cerca del servo.
"Tu ti chiami Anania! Tu hai moglie!", gli disse, e gli occhi le
fiammeggiavano di rabbia.
Anania finiva di seminare il grano sul prato smosso: due merli
cantavano dondolandosi su una fronda d'olivastro; grandi nuvole
bianche rendevano pi intenso l'azzurro del cielo. Tutto era
dolcezza, silenzio, oblo.
"Ecco", disse il giovane, che teneva ancora la bisaccia sulla
spalla, "io ho una moglie vecchia. Ah, me la diedero per forza...
come i parenti volevano dare a tua madre il vecchio possidente...
perch io sono povero ed ella ha molti soldi. Ma che cosa importa?
Ella  vecchia e morr presto; noi siamo giovani, Ol, ed io
voglio bene soltanto a te. Se tu mi abbandoni io muoio."
Ol s'intener e credette.
"E che faremo ora?", domand. "Mio padre mi bastoner se
continueremo ad amarci."
"Abbi pazienza, agnellino mio. Mia moglie morr presto; ma anche
non morisse io trover il tesoro e ce ne andremo in Continente".
Ol protest, pianse, non sper molto nel tesoro, ma continu ad
amoreggiare col servo.
La seminagione era terminata, ma Anania andava spesso in campagna
per osservare se il grano spuntava, e per estirpare le male erbe
dal seminato: nelle ore di riposo, invece di coricarsi, egli
diroccava il nuraghe, con la scusa di costruire un muro con le
pietre divelte dal monumento, ma in realt per cercare il tesoro.
"Se non qui altrove, ma lo trover!", diceva ad Ol. "Ebbene, a
Maras un servo come me trov un fascio di verghe d'oro. Egli non
si avvide che erano d'oro e le consegn ad un fabbro. Stupido! Ma
io mi accorger bene... Nei nuraghes", raccontava poi, "abitavano
i giganti che usavano le masserizie d'oro. Persino i chiodi delle
loro scarpe erano d'oro. Oh, si trovano sempre dei tesori,
cercandoli bene! A Roma, quando io ero soldato, vidi un luogo dove
si conservano ancora le monete d'oro e gli oggetti nascosti dagli
antichi giganti. Anche ora, del resto, nelle altre parti del
mondo, vivono ancora i giganti, e sono cos ricchi che usano gli
aratri e le falci d'argento."
Egli parlava sul serio, con gli occhi splendenti di sogni aurei;
se per gli avessero chiesto che avrebbe fatto dei tesori che
sperava ritrovare, forse non avrebbe saputo dirlo. Per allora
progettava soltanto la fuga con Ol: all'avvenire non pensava che
in modo fantastico.
Verso Pasqua la fanciulla ebbe occasione di recarsi a Nuoro, e
domandate notizie della moglie di Anania seppe che costei era una
donna anziana, ma niente affatto benestante.
"Ebbene", egli disse, appena Ol gli rinfacci la sua menzogna,
"s, ella adesso  povera, ma quando la sposai era ricca. Dopo le
nozze io andai al servizio militare, mi ammalai, spesi molto;
anche mia moglie si ammal. Oh, tu non sai cosa vuol dire una
lunga malattia! Poi prestammo dei denari e non ce li restituirono.
Poi credo un'altra cosa; che mia moglie tenga i denari nascosti.
Ecco, ti giuro che  cos."
Egli parlava seriamente, ed Ol credeva. Credeva perch aveva
bisogno di credere e perch Anania l'aveva abituata a ritener vere
le cose pi inverosimili, suggestionato egli stesso dalle sue
fantasie. Cos, verso i primi di giugno, zappando in un orto del
padrone, egli trov un grosso anello di metallo rossiccio e lo
credette d'oro.
"Qui ci deve essere certamente un tesoro", pens, e subito and a
raccontare le sue nuove speranze ad Ol.
La primavera regnava nella campagna selvaggia; il fiume
azzurrognolo rifletteva i fiori del sambuco, i narcisi esalavano
voluttuose fragranze; nelle notti rischiarate dalla luna o dalla
via lattea, tiepide e silenti, pareva che nell'aria ondeggiasse un
filtro inebbriante.
Ol vagava qua e l, con gli occhi velati di passione; nei lunghi
crepuscoli luminosi e nei meriggi abbaglianti, quando le montagne
lontane si confondevano col cielo, ella seguiva con uno sguardo
triste i fratellini seminudi, neri come idoletti di bronzo, e
mentre essi animavano il paesaggio con le loro grida di uccelli
selvatici, ella pensava al giorno in cui avrebbe dovuto
abbandonarli per partire con Anania.
Ella aveva veduto l'anello ritrovato dal giovine, e sperava e
aspettava, col sangue arso dai veleni della primavera.

"Ol!", chiam la voce di Anania, dietro una macchia.
Ol trem, avanz cauta, cadde fra le braccia del giovine.
Sedettero sull'erba ancora tiepida, accanto ad un fascio di
puleggi e d'alloro selvatico che esalava un forte profumo.
"Quasi quasi non venivo", disse il giovine. "La padrona deve
sgravarsi stanotte, e mia moglie, che sta ad assisterla, voleva
che io restassi in casa. "No", le dissi, "stanotte devo cogliere
il puleggio e l'alloro; non sai che  San Giovanni?" E son venuto.
Ecco."
Si frugava in seno, mentre Ol toccava l'alloro chiedendo a che
serviva.
"Non lo sai, dunque? L'alloro colto stanotte serve per medicina e
per tante altre cose: se, per esempio, tu spargi le foglie di
quest'alloro qua e l sui muri intorno ad una vigna o ad un ovile,
gli animali rapaci non potranno penetrarvi, n rosicchiar l'uva,
n rapire gli agnelli."
"Ma tu non sei pastore."
"Io per guarder la vigna del padrone: poi queste foglie le
metter anche intorno all'aia, perch le formiche non rubino il
grano. Verrai tu, quando io batter il grano? Ci sar molta gente;
faremo festa e alla notte canteremo."
"Oh, mio padre non vorr!", ella disse sospirando.
"Ma  curioso quell'uomo! Si vede che non conosce mia moglie: ella
 decrepita come le pietre", disse Anania, sempre frugandosi in
seno. "Ma dove l'ho messa?"
"Che cosa? Tua moglie?", chiese maliziosamente Ol.
"Ebbene, una croce! Ho trovato anche una croce d'argento."
"Anche una croce d'argento? Dove era l'anello? E tu non me lo
dicevi?"
"Ah, eccola. S,  d'argento vero."
Egli trasse di sotto l'ascella un involtino: Ol lo svolse, palp
la crocetta e domand ansiosa:
"Ma  dunque vero? Il tesoro c'?".
E pareva cos felice che Anania, sebbene avesse trovato la
crocetta in campagna, credette bene di lasciarla nella sua
illusione.
"Si, l, nell'orto. Chiss quanti oggetti preziosi ci saranno! Ma
bisogner che io frughi di notte."
"Ma il tesoro  del padrone."
"No,  di chi lo trova!", rispose Anania; e quasi per avvalorare
questo suo principio egli cinse Ol con un braccio e cominci a
baciarla.
"Se io trover il tesoro tu verrai?", le chiese tremando. "Verrai,
dimmi, fiore? Bisogna che io lo trovi subito perch non posso pi
vivere lontano da te. Ah, vedi, quando vedo mia moglie sento
voglia di morire, mentre vorrei vivere mille anni con te. Fiore
mio!"
Ol ascoltava e tremava. Intorno era profondo silenzio; le stelle
brillavano sempre pi perlate, come occhi sorridenti d'amore, e
sempre pi dolci erravano nell'aria i profumi delle erbe
aromatiche.
"Mia moglie morr presto, Ol, cuoricino mio! S, che fanno i
vecchi sulla terra? Chiss? Fra un anno, forse, noi saremo sposi."
"San Giovanni lo voglia!", sospir Ol. "Ma non bisogna desiderare
la morte di nessuno. Ed ora lasciami andare."
"Rimani ancora un po'", egli supplic con voce infantile, "perch
vuoi andartene cos presto? Che far io senza di te?"
Ma ella si alz tutta vibrante.
"Forse ci rivedremo domani mattina, perch coglier le erbe prima
che sorga il sole: ti far un amuleto contro le tentazioni..."
Ma egli non aveva paura delle tentazioni: s'inginocchi, cinse Ol
con ambe le braccia e si mise a gemere.
"No, non andartene, non andartene, fiore; rimani ancora un poco,
Ol, agnellino mio; tu sei la mia vita; ecco, io bacio la terra
dove tu posi i piedi, ma rimani ancora un poco; altrimenti io
muoio."
Egli gemeva e tremava, e la sua voce commoveva Ol fino alle
lagrime. Ella rimase.

Solo in autunno zio Micheli si accorse che sua figlia aveva
peccato. Una collera feroce invase allora l'uomo stanco e
sofferente che aveva conosciuto tutti i dolori della vita, fuorch
il disonore. A questo si ribell. Prese Ol per un braccio e la
cacci via di casa.
Ella pianse, ma zio Micheli fu inesorabile. Egli l'aveva avvertita
mille volte; e forse avrebbe perdonato se ella avesse peccato con
un uomo libero; ma cos no, non poteva perdonare.
Per qualche giorno Ol visse nella casa in rovina intorno alla
quale Anania aveva seminato il grano; i fratellini le portavano
qualche tozzo di pane, ma zio Micheli se ne accorse e li baston.
Allora Ol, per non morire di fame e di freddo, giacch l'autunno
copriva di grandi nubi livide il cielo, e il vento umido soffiava
attraverso le macchie arrossate dal gelo, s'avvi verso Nuoro per
chiedere aiuto all'amante. Fosse caso od avvertenza, a met strada
incontr Anania che la confort, la copr col suo gabbano e la
condusse a Fonni, paese di montagna, al di l di Mamojada.
"Non aver paura", disse il giovine, "ora ti conduco da una mia
parente, presso la quale starai benissimo; sta tranquilla, ch io
non ti abbandoner mai."
La condusse in casa di una vedova che aveva un figliolino di
quattro anni. Nel vedere questo bambino, nero, lacero, tutto
orecchie ed occhi, Ol pens ai fratellini e pianse. Ah, chi si
sarebbe pi curato dei poveri orfanelli? Chi avrebbe dato loro da
mangiare e da bere; chi preparerebbe il pane nella cantoniera, chi
laverebbe pi i panni nel fiume azzurro? E che avverrebbe mai di
zio Micheli, il povero vedovo febbricitante ed infelice? Basta,
Ol pianse un giorno ed una notte; poi si guard attorno con occhi
foschi.
Anania era partito; la vedova fonnese, pallida e scarna, con un
viso di spettro, circondato da una benda giallastra, filava seduta
davanti ad un fuocherello di fuscelli: tutto intorno era miseria,
stracci, fuliggine. Dal tetto di scheggie annerite dal fumo
pendevano, tremolanti, grandi tele di ragno; pochi arnesi di legno
formavano le masserizie della misera casa. Il bimbo dalle grandi
orecchie, vestito gi in costume, con un berrettone di pelle
lanosa, non parlava n rideva mai: soltanto si divertiva ad
arrostire castagne fra la cenere ardente.
"Abbi pazienza, figlia", disse la vedova alla fanciulla, senza
sollevare gli occhi dal fuso. "Sono cose del mondo. Oh, ne vedrai
delle peggiori, se vivrai. Siamo nati per soffrire: anch'io da
ragazza ho riso, poi ho pianto; ora tutto  finito."
Ol si senti gelare il cuore. Oh, che tristezza, che tristezza
immensa! Fuori cadeva la notte, faceva freddo, il vento rombava
con un fragore di mare agitato. Al chiarore giallognolo del fuoco
la vedova filava e ricordava; ed anche Ol, accoccolata per terra,
ricordava la notte calda e voluttuosa di San Giovanni, il profumo
dell'alloro, la luce delle stelle sorridenti.
Le castagne del piccolo Zuanne scoppiavano fra la cenere che si
spargeva sul focolare. Il vento batteva furiosamente alla porta
come un mostro scorrazzante nella notte cupa.
"Anch'io", disse la vedova, dopo un lungo silenzio, "anch'io ero
di buona famiglia. Il padre di questo moscherino si chiamava
Zuanne; perch, vedi, sorella cara, ai figli bisogna sempre
mettere il nome del padre affinch gli somiglino. Ah, s, era
molto abile mio marito. Alto come un pioppo, vedi l, il suo
gabbano  ancora appeso al muro."
Ol si volse e sulla parete color terra vide infatti un lungo
gabbano d'orbace nero, fra le cui pieghe i ragni avevano tessuto i
loro veli polverosi.
"Non lo toccher mai", riprese la vedova, "anche se dovr morire
di freddo. I miei figli lo indosseranno quando saranno abili come
il padre loro."
"Ma cosa era il padre?", chiese Ol.
"Ebbene", disse la vedova, senza cambiar tono di voce, ma col viso
spettrale lievemente animato, "egli era un bandito. Dieci anni
stette bandito, s, dieci anni. Egli dovette darsi alla campagna
pochi mesi dopo le nostre nozze: io andavo a trovarlo sui monti
del Gennargentu, egli cacciava mufloni, aquile, avoltoi, ed ogni
volta ch'io andavo a trovarlo, egli faceva arrostire una coscia di
muflone. Dormivamo all'aperto, sotto il vento, sulle cime dei
monti; ma ci coprivamo con quel gabbano l e le mani di mio marito
ardevano sempre, anche quando nevicava. Spesso si stava in
compagnia..."
"Con chi?", domand Ol, che ascoltando la vedova dimenticava le
sue pene.
Anche il bimbo ascoltava, con le grandi orecchie intente: sembrava
una lepre quando sente il grido della volpe lontana.
"Ebbene, con altri banditi. Erano tutti uomini abili, svelti,
pronti a tutto e specialmente alla morte. Tu credi che i banditi
siano gente cattiva? Tu ti inganni, sorella cara: essi sono uomini
che hanno bisogno di spiegare la loro abilit; null'altro. Mio
marito soleva dire: "Anticamente gli uomini andavano alla guerra:
ora non si fanno pi guerre, ma gli uomini hanno ancora bisogno di
combattere, e commettono le grassazioni, le rapine, le bardanas
[4] non per fare del male, ma per spiegare in qualche modo la loro
forza e la loro abilit!"."
"Bella abilit, zia Grathia! E perch non si battono la testa al
muro, se non hanno altro da fare?"
"Tu non capisci, figlia", disse la vedova, triste e fiera. " il
destino che vuole cos. Ora ti racconter perch mio marito si
fece bandito."
Ella disse si fece con una certa fierezza, non priva di vanit.
"S, raccontate", rispose Ol, con un lieve brivido per le spalle.
L'ombra addensavasi, il vento urlava sempre pi forte, con un
continuo rombo di tuono: pareva di essere in una foresta sconvolta
dall'uragano, e le parole e la figura cadaverica della vedova, in
quell'ambiente nero, illuminato solo a sprazzi dalla fiamma
lividognola del misero fuoco, davano ad Ol una infantile volutt
di terrore, e pareva di assistere ad una di quelle paurose fiabe
che Anania aveva narrato ai suoi fratellini: ed ella, ella stessa,
con la sua miseria infinita faceva parte della triste storiella.
La vedova raccont:
"Eravamo sposi da pochi mesi; eravamo benestanti, sorella cara:
avevamo frumento, patate, castagne, uva secca, terre, case,
cavallo e cane. Mio marito era proprietario; spesso non aveva che
fare e s'annoiava. Allora diceva: "Voglio diventar negoziante;
cos ozioso non posso vivere, perch sono sano, forte, abile, e
mentre sto in ozio mi vengono le cattive idee". Per non avevamo
capitali abbastanza perch egli potesse fare il negoziante. Allora
un suo amico gli disse: "Zuanne Atonzu, vuoi prender parte ad una
bardana? Si andr in gran numero, guidati da banditi abilissimi, e
si assalter, in un paese lontano, la casa di un cavaliere che ha
tre casse piene d'argenteria e di monete. Un uomo di quel paese 
venuto apposta nel Capo di Sopra [5] per raccontare la cosa ai
banditi, invitandoli a fare una bardana; egli stesso ci indicher
la via. Ci son foreste da attraversare, montagne da salire, fiumi
da guadare. Vieni". Mio marito mi svela l'invito del suo amico.
"Ebbene", dico io, "che bisogno hai tu dell'argenteria di quel
cavaliere?" "No", risponde mio marito, "io sputo sulla forchetta
che pu spettarmi dopo il bottino, ma ci son foreste e montagne da
attraversare, cose nuove da vedere, ed io mi divertir. Sono poi
curioso di vedere come i banditi se la caveranno. Non accadr
niente di male, via; tanti altri giovani verranno, come me, per
dar prova di abilit e per passare il tempo. Ebbene, non  peggio
se vado alla bettola e mi ubriaco?" Io piansi, scongiurai",
continu la vedova, sempre torcendo il filo con le dita scarne, e
seguendo con gli occhi cupi il movimento del fuso, "ma egli part.
Disse di recarsi a Cagliari per affari... Egli part," ripet la
donna, con un sospiro, "ed io rimasi sola: ero incinta. Dopo seppi
come andarono i fatti. La compagnia era composta di circa sessanta
uomini: viaggiavano a piccoli gruppi, ma di tanto in tanto si
riunivano in certi punti stabiliti, per deliberare sul da farsi.
Serviva da guida l'uomo del paese verso cui erano diretti.
Capitano della bardana era il bandito Corteddu, un uomo dagli
occhi di fuoco e col petto coperto di pelo rosso; un gigante
Golia, forte come il lampo. Nei primi giorni del viaggio piovette,
si scatenarono uragani, i torrenti strariparono, il fulmine colp
uno della compagnia. Di notte procedevano al fulgore dei lampi.
Allora, arrivati in una foresta vicina al Monte dei Sette
Fratelli, il capitano riun i capi della bardana e disse:
"Fratelli miei, i segni del cielo non sono per noi propizi.
L'impresa riuscir male; inoltre sento l'odore del tradimento;
credo che la guida sia una spia. Facciamo una cosa: sciogliamo la
compagnia; vuol dire che l'impresa si far un'altra volta". Molti
approvarono la proposta, ma Pilatu Barras, il bandito d'Orani, che
aveva il naso d'argento perch il vero glielo aveva portato via
una palla, sorse e disse: "Fratelli in Dio", egli usava sempre
dire cos, "fratelli in Dio, io respingo la proposta. No. Se piove
non vuol dire che il cielo non ci protegga: anzi un po' di disagio
fa bene, abitua i giovani a vincere la mollezza. Se la guida ci
tradisce la ammazzeremo. Avanti, puledri!". Corteddu scosse la
testa di leone, mentre un altro bandito mormorava con disprezzo:
"Si vede che colui non pu fiutare!". Allora Pilatu Barras grid:
"Fratelli in Dio, sono i cani che fiutano, non i cristiani! Il mio
naso  d'argento e il vostro  di osso di morto. Ebbene, ecco che
cosa io vi dico: se noi sciogliamo ora la compagnia sar un brutto
esempio di vilt; pensate che fra noi ci sono dei giovani alle
prime armi; essi non chiedono che di spiegare la loro abilit come
si spiega una bandiera nuova; se ora invece voi li mandate via,
date loro esempio di vigliaccheria, ed essi ritorneranno fra la
cenere dei loro focolari, resteranno oziosi e non saranno pi
buoni a niente. Avanti, puledri!". Allora altri capi diedero
ragione a Pilatu Barras e la compagnia and avanti. Corteddu aveva
ragione, la guida li tradiva. Entro la casa del ricco cavaliere
stavano nascosti i soldati: si combatt e molti banditi rimasero
feriti, altri vennero riconosciuti, uno fu ucciso. Perch non lo
riconoscessero, i compagni lo denudarono, gli tagliarono la testa,
la portarono via con le vesti e la seppellirono nella foresta. Mio
marito fu riconosciuto e perci dovette farsi bandito... Io
abortii".
Mentre parlava la donna aveva cessato di filare e aveva steso le
mani al fuoco. Ol rabbrividiva di freddo, di terrore e di
piacere: come il racconto della vedova era orribile e bello! Ah!
Ed essa, Ol, aveva sempre creduto che i banditi fossero gente
malvagia! No, erano poveri disgraziati, spinti al male dalla
fatalit, come era stata spinta lei.
"Ora ceniamo", disse la donna, scuotendosi. Si alz, accese una
primitiva candela di ferro nero, e prepar la cena: patate e
sempre patate: da due giorni Ol non mangiava altro che patate e
qualche castagna.
"Anania  vostro parente?", chiese la fanciulla dopo un lungo
silenzio, mentre cenavano.
"S, mio marito era parente di Anania, ma in ultimo grado, poich
anche lui non era fonnese nato. I suoi avi erano di Orgosolo.
Per Anania non rassomiglia punto al beato [6]", rispose la donna
scuotendo il capo con disprezzo. "Ah, sorella cara, mio marito si
sarebbe appiccato ad una quercia prima di commettere l'azione vile
di Anania."

Ol si mise a piangere; fece chinare la testa del piccolo Zuanne
sulle sue ginocchia, gli strinse una manina sporca e dura, e pens
ai suoi fratellini abbandonati.
"Essi saranno come gli uccellini nudi entro il nido, quando la
madre, ferita dal cacciatore, non torna da loro. Chi dar loro da
mangiare? Chi far loro da madre? Pensate che l'ultimo, il pi
piccolo, non si sa ancora vestire n spogliare."
"Dormir vestito, allora!", rispose la vedova per confortarla.
"Perch piangi, idiota? Dovevi pensarci prima: ora  inutile. Abbi
pazienza. Iddio Signore non abbandona gli uccelli del nido."
"Che vento! Che vento!", si lament poi Ol. "Credete voi ai
morti?"
"Io?", disse la vedova, spegnendo la candela e riprendendo il
fuso. "Io non credo n ai morti n ai vivi..."
Zuanne sollev il capo, disse piano piano: "Io c!" e nascose
ancora il viso in grembo ad Ol.
La vedova riprese i suoi racconti:
"Io poi ebbi un altro figlio, che ora ha otto anni ed  gi
servetto in un ovile. Poi ebbi questo. Ah, siamo ben poveri
adesso, sorella cara; mio marito non era un ladrone, no; viveva
del suo e perci dovemmo vendere tutto, tranne questa casa".
"Come mor?", domand la fanciulla, accarezzando la testa del
bimbo che pareva addormentato.
"Come mor? In un'impresa. Egli non stette mai in carcere",
osserv con fierezza la vedova, "sebbene la giustizia lo
ricercasse, come il cacciatore ricerca il cinghiale. Egli per
sfuggiva abilmente ad ogni agguato, e mentre la giustizia lo
cercava sui monti, egli passava la notte qui, s, proprio qui,
davanti a questo focolare, dove stai seduta tu..."
Il bimbo sollev la testa, con le grandi orecchie improvvisamente
accese, poi la riabbass sul grembo di Ol.
"S, proprio l. Una volta, due anni or sono, seppe che una
pattuglia doveva percorrere la montagna ricercandolo. Allora mi
mand a dire: "Mentre i dragoni mi ricercheranno, io prender
parte ad una impresa; al ritorno passer la notte in casa;
mogliettina mia, aspettami". Io aspettai, aspettai, tre, quattro
notti: filai un rotolo di lana nera."
"Dove era andato?"
"Non te lo dissi? Ad una impresa, ad una bardana, ecco!" esclam
la vedova con una certa impazienza: poi riabbass la voce: "Io
aspettai quattro notti, ma ero triste: ogni passo che udivo mi
faceva battere il cuore; e le notti passavano, il mio cuore si
stringeva, si faceva piccolo come il seme d'una mandorla. Alla
quarta notte udii battere alla porta e aprii. "Donna, non
aspettare pi", mi disse un uomo mascherato. E mi diede il gabbano
di mio marito. Ah!".
La vedova diede un sospiro che parve un grido, poi tacque; e Ol
la fiss a lungo, ma ad un tratto il suo sguardo segu lo sguardo
atterrito di Zuanne. Le manine del bimbo, dure e brune come zampe
d'uccello, si agitavano e additavano la parete.
"Che hai? Che cosa vedi?"
"Un motto...", egli sussurr.
"Ma che morto!...", ella disse ridendo, improvvisamente allegra.
Ma quando fu a letto, sola, in una specie di soffitta grigia e
fredda, sul cui tetto il vento urlava ancora pi tonante,
smuovendo e sbattendo le assi, ella ripens ai racconti della
vedova, all'uomo mascherato che le aveva detto: "donna, non
aspettare pi!", al lungo gabbano nero, al bimbo che vedeva i
morti, agli uccellini nudi del nido abbandonato, ai suoi poveri
fratellini, ai tesori di Anania, alla notte di San Giovanni, a sua
madre morta; ed ebbe paura e si sent triste, cos triste che,
sebbene si ritenesse dannata all'inferno, desider di morire.


II.

Il figlio di Ol nacque a Fonni, al cominciare della primavera.
Per consiglio della vedova del bandito, che lo tenne a battesimo,
fu chiamato Anania: egli pass a Fonni la sua infanzia, e ricord
sempre con nostalgia quel bizzarro paese adagiato sulla cima d'un
monte come un avoltoio in riposo. Durante il lungo inverno tutto
era neve e nebbia; ma in primavera l'erba invadeva anche i ripidi
viottoli del paese, selciati di grosse pietre, dove gli scarafaggi
si addormentavano beatamente al sole, e le formiche uscivano dalle
loro buche, e vi rientravano e vi si aggiravano attorno
indisturbate. Le casupole di pietra bruna, coi tetti di scandule
[7] sovrapposte a guisa di squame di pesce, aprivano sui viottoli
le porticine nere, i balconi di legno corroso, le scalette
talvolta inghirlandate di vite; il pittoresco campanile della
Basilica dei Martiri, emergente dal verde delle quercie del
vecchio cortile del convento, dominava il quadretto del paese,
disegnato sul cielo di cristallo azzurrino.
Un orizzonte favoloso circonda il villaggio: le alte montagne del
Gennargentu, dalle vette luminose quasi profilate d'argento,
dominano le grandi valli della Barbagia, che salgono, immense
conchiglie grigie e verdi, fino alle creste ove Fonni, con le sue
case di scheggia e i suoi viottoli di pietra, sfida i venti e i
fulmini.
D'inverno il paese era quasi deserto, perch i numerosi pastori
nomadi che lo popolavano (uomini forti come il vento e astuti come
volpi) scendevano con le greggie nelle tiepide pianure
meridionali; ma durante il bel tempo un bizzarro viavai di
cavalli, di cani, di pastori vecchi e giovani, animava le
straducole.
Anche Zuanne, il figlio della vedova, a undici anni era gi
pastore. Durante la giornata conduceva al pascolo attraverso i
selvaggi dintorni del paese un certo numero di capre appartenenti
a diverse famiglie fonnesi; all'alba egli passava fischiando lungo
le vie, e le capre, che ne conoscevano il fischio, uscivano dalle
case e lo seguivano mansuete. Verso sera egli le riconduceva fino
all'entrata del villaggio; di l le intelligenti bestie
s'avviavano da sole alle case dei loro padroni.
Il piccolo Anania seguiva quasi sempre il suo amico e fratello
Zuanne dalle grandi orecchie: entrambi costantemente scalzi, con
ghette e giubboncino di orbace, lunghi e sucidi calzoni di grossa
tela, berretto di pelo di montone. Anania aveva sempre gli occhi
malaticci, e in conseguenza cisposi; dal suo nasino rosso colava
continuamente un umore salato che egli non esitava a leccarsi, od
a spandere con la manina sporca, di qua e di l dal naso,
formandosi in tal modo due baffi di crosta d'una materia
indefinibile.
Mentre le capre pascolavano nei dintorni montuosi del paese, fra i
cespugli aromatici e le roccie verdi di caprifoglio, i due bambini
girovagavano, scendevano verso la strada per lanciare sassolini a
chi passava, penetravano nelle piantagioni di patate, dove
lavoravano le donne solerti, cercavano all'ombra umida dei noci
giganteschi qualche frutto sbattuto dal vento. Zuanne era alto e
svelto, Anania pi forte e pi ardito. Entrambi bugiardi di una
forza unica e agitati da fantasie barbare, Zuanne parlava sempre
di suo padre, lodandolo e proponendosi di seguirne l'esempio e di
vendicarne la memoria, e Anania voleva diventar soldato.
"Io t'arrester", diceva tranquillamente; e Zuanne rispondeva con
ardore:
"Ed io t'ammazzer".
Quindi giocavano spesso ai banditi, armati di fucili di canna.
Avevano certo uno sfondo adatto, ed Anania non riusciva mai a
scovare il bandito, sebbene Zuanne, dalla macchia dove si celava,
imitasse la voce del cuculo. Un cuculo vero rispondeva in
lontananza, e spesso i due bambini, smessi i feroci propositi,
s'avviavano in cerca del melanconico uccello; ricerca non meno
infruttuosa di quella del bandito. Quando sembrava loro di esser
vicini al covo misterioso, il grido triste singhiozzava pi
lontano, pi lontano ancora. Allora i due fratellini di sventura,
affondati fra l'erba e sdraiati sul musco delle roccie, si
contentavano di interrogare il cuculo.
Zuanne era modesto; chiedeva soltanto:

      Cuccu bellu agreste,
      Narami itte ora est; [8]


e l'uccello rispondeva con sette gridi, mentre invece potevano
esser le dieci. Ci nonostante Anania slanciava le sue coraggiose
domande:

      Cuccu bellu 'e mare
      Cantos annos bi cheret a m'isposare? [9]

"Cu-cu-cu-cu..."
"Quattro anni, diavolo! Ti sposi presto!..." canzonava Zuanne.
"Sta zitto, ch non ha sentito bene."

      Cuccu bellu 'e lizu
      Cantos annos bi cheret a fagher fizu? [10]

Qualche volta il cuculo dava un numero ragionevole; e i due bimbi,
nel silenzio immenso del luogo, interrotto solo dalla voce del
melanconico oracolo, continuavano le domande non sempre allegre:

      Cuccu bellu 'e sorre,
      Cantos annos bi cheret a mi morrer? [11]

Una volta Anania si avvi solo per la montagna, e sal e sal per
la strada bianca, attraverso le macchie e i blocchi di granito, su
per le chine coperte dai fiorellini violetti del serpillo, finch
gli parve d'esser giunto ad una cima altissima. Il sole era
scomparso, ma dietro le montagne turchine dell'orizzonte pareva
che grandi fuochi ardessero mandando in alto, sul cielo tutto
rosso, una luce ardentissima. Anania ebbe paura di quel cielo
ardente, dell'altezza ove era giunto, del silenzio terribile che
lo circondava. Pens al padre di Zuanne, e si guard attorno con
terrore: ah, bench si proponesse la carriera delle armi aveva
paura dei banditi, - mentre Zuanne desiderava vivamente di
vederli, - ed il lungo gabbano nero sulla parete fuligginosa gli
faceva spavento. Ridiscese quasi rotolando dalla cima dove aveva
veduto il cielo tutto rosso e le montagne turchine, e a Zuanne,
che lo chiamava urlando, raccont dove era stato e che li aveva
veduti. Il figlio della vedova, dapprima irritatissimo, si
commosse e guard Anania con rispetto; poi entrambi rientrarono in
paese pensierosi e taciturni, seguiti dalle capre i cui campanacci
risonavano tristemente nel silenzio del crepuscolo.
Quando non seguiva Zuanne, il piccolo Anania passava la giornata
nel grande cortile della chiesa dei Martiri, coi figli del
fabbricante di ceri, il cui laboratorio era in uno stambugio
addossato alla chiesa. Grandi alberi ombreggiavano il cortile
melanconico, circondato di tettoie in rovina: una scalinata di
pietra conduceva alla chiesa, sulla cui facciata semplicissima
stava dipinta una croce. Su questa scalinata Anania ed i figli del
fabbricante di ceri passavano ore ed ore, al sole appena tiepido,
giocando con qualche pietruzza, o fabbricando piccoli ceri di
creta. Alle finestre dell'antico convento s'affacciava qualche
carabiniere annoiato: nell'interno delle celle si scorgevano
stivali e giubbe militari, e si udiva una voce cantare in
falsetto, con accento napoletano:

      A te questo rosario...

Qualche fraticello, - degli ultimi rimasti nell'umido e decadente
luogo, - lacero, sporco, coi sandali rotti, passava nel cortile,
pregando in dialetto: spesso il carabiniere dalla finestra, il
frate dalla scalinata, s'intrattenevano in puerili discorsi coi
bimbi del cortile; qualche volta il carabiniere si rivolgeva
direttamente ad Anania chiedendogli notizie di sua madre:
"E cosa fa tua madre?".
"Fila."
"E altro?"
"Va alla fonte."
"Dille che venga qui, ch ho da parlarle."
"Sissignore", rispondeva il piccolo innocente.
E riferiva la cosa ad Ol, ed Ol gli somministrava in risposta
qualche paio di schiaffi e gli proibiva di tornare nel cortile
(eppure una volta egli la vide discorrere con un carabiniere) ma
egli naturalmente non obbediva, perch non sapeva vivere se non
con Zuanne o coi figli del fabbricante di ceri.
Tranne la domenica e i giorni della gran festa dei Martiri, in
primavera, una solitudine triste regnava nel grande cortile
soleggiato, sotto le tettoie in rovina, piene d'odor di cera,
sotto l'enorme noce che ad Anania sembrava pi alto del
Gennargentu, e nell'interno della Basilica, le cui pitture e gli
stucchi pareva si consumassero per l'abbandono e l'oblio in cui
erano lasciati; eppure egli ricord sempre con dolcezza nostalgica
quel luogo deserto, dove in primavera l'avena cresceva fra le
pietre, ed in autunno le foglie rugginose del noce cadevano come
ali d'uccelli morti, Zuanne, che si struggeva per il desiderio di
giocare nel cortile, e s'annoiava quando Anania non lo seguiva,
era geloso dei figli del ceraiuolo e faceva di tutto perch
l'amico non li frequentasse.
"Vieni domani con me", diceva ad Anania, mentre arrostivano le
castagne sulle brage del focolare. "T'insegner dove si trova un
nido di lepri. Ce ne sono tante, vedi, cos piccole che sembrano
le dita di una mano: e sono nude, con le orecchie lunghe. Eh, come
sono lunghe quelle orecchie, diavolo!", concludeva, fingendo
meraviglia.
Anania andava in cerca delle lepri e naturalmente non le trovava.
L'altro giurava che prima c'erano, che dovevano essere scappate, e
peggio per Anania che non era andato prima.
"Tu vai con quelli", diceva con disprezzo. "Peggio per te: ora le
lepri fattele di cera! Vedi, se venivi ieri con me!"
"E perch non le hai prese tu?"
"Volevo prenderle con te, ecco; ora vediamo se troviamo il nido
della cornacchia."
Il piccolo pastore faceva di tutto per trattenere Anania, ma il
bimbo cominciava ad aver freddo lass, ai piedi del monte gi
coperto di nebbia, e tornava in paese. Di sua madre, in quel
tempo, egli serb pochi ricordi perch la vedeva di rado; ella
stava sempre fuori; lavorava a giornata per le case o pei campi,
nelle coltivazioni di patate, e ritornava verso sera, lacera,
livida dal freddo, affamata. Da lungo tempo il padre di Anania non
era pi tornato a Fonni, anzi il bambino non si ricordava di
averlo mai veduto.
Chi faceva un po' da madre al piccolo bastardo era la vedova del
bandito: essa lo aveva cullato, lo aveva addormentato tante volte
con la nenia melanconica di strane canzoni; tante volte gli aveva
pulito la testa, tante volte tagliato le unghie dei piedini e
delle manine terrose, e gli aveva soffiato violentemente il naso.
Ogni sera, filando accanto al fuoco, ella narrava le gesta eroiche
del bandito; i bambini ascoltavano avidamente, ma Ol non si
commoveva pi, anzi spesso rintuzzava la vedova, o abbandonava il
focolare e andava a coricarsi nel suo giaciglio. Anania dormiva
con lei, ai piedi del letto: spesso trovava sua madre gi
addormentata, ma fredda, gelida, e cercava di riscaldarle i piedi
coi suoi piedini caldi.
Talvolta la sentiva singhiozzare, nel silenzio della notte, ma non
osava chiederle che avesse, perch aveva soggezione di lei: per
si confid con Zuanne, che a sua volta gli spieg certe cose.
"Devi sapere che tu sei un bastardo, cio tuo padre non  marito
di tua madre. Ce ne sono molti cos, sai."
"E perch non l'ha sposata?"
"Perch ha un'altra moglie: la sposer quando questa muore."
"E quando muore, questa?"
"Quando Dio vuole. Devi sapere che tuo padre prima veniva a
trovarci, io lo conosco, sai."
"Com'?" chiedeva Anania, corrugando le ciglia, con un impeto di
odio istintivo verso quel padre sconosciuto che non veniva a
trovarlo, e certo che sua madre piangeva per il suo abbandono.
"Ecco", diceva Zuanne, interrogando i suoi ricordi, " bello,
alto, sai, con gli occhi come lucciole. Ha un cappotto da
soldato."
"Dove si trova?"
"A Nuoro. Nuoro  una citt grande, che si vede dal Gennargentu.
Io conosco il Monsignore di Nuoro perch mi ha cresimato."
"Ci sei stato tu, a Nuoro?"
"S, io ci sono stato", mentiva Zuanne.
"Non  vero, tu non ci sei stato. Io mi ricordo che tu non ci sei
stato."
"Io ci sono stato prima che tu nascessi; ecco, se vuoi saperlo!"
Anania, dopo questi discorsi, seguiva volentieri Zuanne anche
quando aveva freddo, e continuamente gli domandava notizie di suo
padre, di Nuoro, della strada che bisognava percorrere per
arrivare alla citt. E quasi ogni notte sognava questa strada, e
vedeva una citt con tante chiese, con palazzi, circondata da
montagne ancora pi alte del Gennargentu.
Una sera, agli ultimi di novembre, Ol, dopo essere stata a Nuoro
per la festa delle Grazie, litig con la vedova; gi da qualche
tempo ella si bisticciava con tutte le persone che incontrava, e
percuoteva i bambini.
Anania la sent piangere tutta la notte, e sebbene il giorno prima
ella lo avesse bastonato, prov una grande piet per lei: avrebbe
voluto dirle: "Tacete, mamma mia: Zuanne dice che se fosse come
me, quando sarebbe grande andrebbe a Nuoro per cercare il padre e
imporgli di venirvi a trovare: io ci voglio andare ora, invece:
lasciatemi andare, mamma mia...".
Ma non osava fiatare.
Era notte ancora quando Ol si alz: scese in cucina, risal,
ritorn a scendere, rientr con un fagotto.
"Alzati", disse al ragazzetto.
Poi lo aiut a vestirsi e gli mise intorno al collo una catenella
dalla quale pendeva un sacchettino di broccato verde, fortemente
cucito. [12]
"Cosa c' dentro?" chiese il bimbo, palpando il sacchettino.
"Una ricetta che ti porter fortuna; me la diede un vecchio frate
che incontrai in viaggio... Tieni sempre il sacchettino sul seno
nudo; non perderlo mai."
"Come era il vecchio frate?", chiese Anania, pensieroso. "Aveva
una lunga barba? Un bastone?"
"S, una lunga barba, un bastone..."
"Che fosse lui?"
"Chi lui?"
"Ges Cristo Signore..."
"Forse...", disse Ol. "Ebbene, promettimi che non perderai n
darai mai a nessuno il sacchettino. Giuramelo."
"Ve lo giuro, sulla mia coscienza!", rispose Anania gravemente. "
forte la catenella?"
" forte."
Ol prese il fagotto, strinse nella sua la manina del fanciullo e
lo condusse in cucina dove gli diede una scodellina di caff e un
pezzo di pane. Poi gli gett sulle spalle un sacchetto logoro e lo
trascin fuori.
Albeggiava. Faceva un freddo intensissimo; la nebbia riempiva la
valle, copriva l'immensa chiostra dei monti: solo qualche alta
cresta nevosa emergeva argentea simile al profilo d'una nuvola
bianca, ed il monte Spada appariva or s or no come un enorme
blocco di bronzo tra il velo mobile della nebbia.
Anania e la madre attraversarono le viuzze deserte, passarono
davanti al grande panorama occidentale sommerso nella nebbia,
cominciarono a scendere lo stradale grigio e umido che si
sprofondava gi gi, in una lontananza piena di mistero. Anania si
sent battere il cuoricino: quella strada grigia, vigilata dalle
ultime case di Fonni i cui tetti di scheggie parevano grandi ali
nerastre spennacchiate, quella strada che scendeva continuamente
verso un abisso ignoto colmo di nebbia, era la strada per Nuoro.
Madre e figlio camminavano frettolosi: spesso il bambino doveva
correre, ma non si stancava. Era abituato a camminare, ed a misura
che scendeva si sentiva pi agile, caldo, vispo come un uccello.
Pi volte chiese:
"Dove andiamo, mamma mia?".
"A cogliere castagne", diss'ella una volta, e poi: "in campagna:
lo vedrai".
Anania scendeva, correva, inciampava, rotolava: ogni tanto si
palpava il petto in cerca del sacchettino. La nebbia diradavasi;
in alto il cielo appariva d'un azzurro umido solcato come da
grandi pennellate di biacca: le montagne si delineavano livide
nella nebbia. Un raggio giallo di sole illuminava finalmente la
chiesetta di Gonare sulla cima del monte piramidale, che sorgeva
su uno sfondo di nuvole color piombo.
"Andiamo l?", domand Anania, additando un bosco di castagni,
umidi di nebbia e carichi di frutti spinosi spaccati. Un uccellino
strideva nel silenzio dell'ora e del luogo.
"Pi avanti", disse Ol.
Anania riprese le sue corse sfrenate: mai s'era spinto tanto
avanti nelle sue escursioni, ed ora questo continuo scendere a
valle, la natura diversa, l'erba che copriva le chine, i muri
verdi di musco, le macchie di nocciuoli, i cespugli coperti di
bacche rosse, gli uccellini che pigolavano, tutto gli riusciva
nuovo e piacevole.
La nebbia svaniva, il sole trionfante schiariva le montagne; le
nuvole sopra monte Gonare avevano preso un bel colore giallo-
roseo, sul cui sfondo la chiesetta appariva chiara e sembrava
vicina a chi la guardava.
"Ma dov' questo diavolo di luogo?", chiese Anania, volgendosi a
sua madre con le manine aperte, e fingendosi sdegnato.
"Subito. Sei stanco?"
"Non sono stanco!", egli grid, rimettendosi a correre.
Arriv per il momento in cui egli cominci a sentire un piccolo
dolore alle ginocchia: allora rallent la corsa, si pose a fianco
di Ol e cominci a chiacchierare; ma la donna, col suo fagotto
sul capo, il viso livido e gli occhi cerchiati, gli badava appena
e rispondeva distratta.
"Torneremo stanotte?", egli chiedeva. "Perch non me lo avete
lasciato dire a Zuanne?  lontano il bosco?  a Mamojada?"
"S, a Mamojada."
"Ah, a Mamojada? Quando c' la festa a Mamojada?  vero che Zuanne
 stato a Nuoro? Questa  la strada di Nuoro, io lo so, e ci
vogliono dieci ore, a piedi, per arrivare a Nuoro. Voi siete stata
a Nuoro? Quando  la festa a Nuoro?"
" passata, era l'altro giorno", disse Ol, scuotendosi. "Ti
piacerebbe stare a Nuoro?"
"Altro che! E poi... e poi..."
"Tu sai che a Nuoro c' tuo padre", rispose Ol, indovinando il
pensiero del fanciullo. "Ti piacerebbe stare con lui?"
Anania ci pens; poi disse con vivacit, corrugando le
sopracciglia:
"S!."
A che pensava egli dicendo quel "s"? La madre non indag oltre;
chiese soltanto:
"Vuoi che ti conduca da lui?".
"S!"
Verso mezzogiorno si fermarono presso un orto dove una donna, con
le sottane cucite fra le gambe a guisa di calzoni, zappava
vigorosamente: un gatto bianco le andava dietro, slanciandosi di
tanto in tanto contro una lucertola verde che appariva e
scompariva fra le pietre del muro.
Anania ricord sempre questi particolari. La giornata s'era fatta
tiepida, il cielo azzurro; le montagne, come asciugantisi al sole,
apparivano grigie, chiazzate di boschi scuri; il sole, quasi
scottante, riscaldava l'erba e faceva scintillare l'acqua dei
ruscelli.
Ol sedette per terra, apr il fagotto e chiam Anania che si era
arrampicato sul muro per guardare la donna ed il gatto.
In quel momento apparve allo svolto della strada la corriera
postale di Fonni, guidata da un omone rosso coi baffi gialli.
Ol avrebbe voluto nascondersi; ma l'omone, che pareva ridesse
continuamente perch aveva le guancie gonfie, la vide e grid:
"Dove vai, donnina?".
"Dove mi pare e piace", ella rispose a voce bassa.
Anania, ancora arrampicato sul muro, guard entro la vettura, e
vedendola vuota disse al carrozziere:
"Prendetemi, zio Battista, prendetemi nella vettura, prendetemi".
"Dove andate? Dunque?", grid l'omone, rallentando la corsa.
"Ebbene, che tu sii sbranato, andiamo a Nuoro. Vuoi farci la
carit di prenderci un po' in vettura?", disse Ol, mangiando.
"Siamo stanchi come asini."
"Senti", rispose l'omone, "va al di l di Mamojada, intanto che io
faccio la fermata. Vi prender."
Egli tenne la promessa: giunto al di l di Mamojada fece sedere in
serpe accanto a lui i due viandanti e cominci a chiacchierare con
Ol.
Anania, veramente stanco, sentiva un vivo piacere nel trovarsi
seduto fra sua madre e l'omone che scuoteva la frusta, davanti ai
freschi paesaggi dallo sfondo azzurrino che si disegnavano
nell'arco del mantice.
Le grandi montagne erano scomparse, scomparse per sempre, ed il
bambino pensava a quello che avrebbe detto Zuanne sapendo di
questo viaggio. "Quando torner quante cose avr da dirgli!",
pensava. "Gli dir: io sono stato in carrozza e tu no."
"Perch diavolo vai a Nuoro?", insisteva l'omone, rivolto ad Ol.
"Ebbene, vuoi saperlo?", ella rispose finalmente. "Vado per
mettermi a servire. Ho gi fatto il contratto con una buona
signora. A Fonni non potevo pi vivere; la vedova di Zuanne Atonzu
mi ha cacciato di casa."
"Non  vero", pens Anania. Perch sua madre mentiva? Perch non
diceva la verit, che cio andava a Nuoro per cercare il padre di
suo figlio? Basta, se ella diceva le bugie doveva aver le sue
buone ragioni; e Anania non indag oltre, tanto pi che aveva
sonno. Chin la testina sul grembo della madre e chiuse gli occhi.
"Chi c' ora nella cantoniera?", chiese ad un tratto Ol. "Mio
padre non c' pi?"
"Non c' pi."
Ella diede un profondo sospiro: la vettura si ferm un momento,
poi riprese la sua corsa, ed Anania fin di addormentarsi.
A Nuoro egli prov una forte delusione. Era questa la citt? S,
le case erano pi grandi di quelle di Fonni, ma non tanto come
egli s'era immaginato: le montagne poi, cupe sul cielo violaceo
del freddo tramonto, erano addirittura piccole, quasi per far
ridere. Inoltre i bambini che s'incontravano per le strade, le
quali, a dire il vero, gli parevano molto larghe, lo
impressionavano stranamente perch vestivano e parlavano in modo
diverso dai bambini fonnesi.
Madre e figlio girovagarono per Nuoro fino al cader della sera, ed
infine entrarono in una chiesa. C'era molta gente; l'altare ardeva
di ceri, un canto dolce s'univa ad un suono ancor pi dolce che
veniva non si sa da dove. Ah, ci parve veramente bello ad Anania,
che pensava a Zuanne ed al piacere di narrargli quanto ora vedeva.
Ol gli disse all'orecchio:
"Vado a vedere se c' l'amica presso cui andremo a dormire; non
muoverti di qui finch non torno io...".
Egli rimase solo in fondo alla chiesa; sentiva un po' di paura, ma
si distraeva guardando la gente, i ceri, i fiori, i santi. Eppoi
l'incoraggiava il pensiero dell'amuleto nascosto sul suo seno. Ad
un tratto si ricord di suo padre. Ah, dov'era egli? Perch dunque
non andavano a trovarlo?
Ol torn presto; attese che la novena fosse terminata, prese
Anania per la mano e lo fece uscire per una porta diversa da
quella ov'erano entrati. Camminarono per diverse vie, finch non
vi furono pi case: era gi sera, faceva freddo, Anania aveva fame
e sete, si sentiva triste e pensava al focolare della vedova ed
alle castagne ed alle chiacchiere di Zuanne.
Arrivarono in un viottolo chiuso da una siepe, dietro la quale si
vedevano le montagne che avevano colpito il bimbo per la loro
piccolezza.
"Senti", disse Ol, e la voce le tremava, "hai visto quell'ultima
casa con quel gran portone aperto?"
"S."
"L dentro c' tuo padre: tu vuoi vederlo, non  vero? Senti: ora
torniamo indietro, tu entri nel portone, di fronte al quale vedrai
una porta pure aperta: tu entri l e guardi; c' un molino ove
fanno l'olio; un uomo alto, con le maniche rimboccate, a capo
scoperto, va dietro al cavallo. Quello  tuo padre."
"Perch non venite dentro anche voi?", domand il bimbo.
Ol cominci a tremare.
"Io entrer dopo di te: tu va innanzi; appena entrato dici: "Io
sono il figlio di Ol Derios". Hai capito? Andiamo."
Ritornarono indietro; Anania sentiva sua madre tremare e battere i
denti. Giunti davanti al portone ella si chin, accomod il
sacchetto sulle spalle del bimbo, e lo baci.
"Va, va", disse, spingendolo.
Anania entr nel portone; vide l'altra porta, illuminata, ed
entr: si trov in un luogo nero nero, dove una caldaia bolliva
sopra un forno acceso, e un cavallo nero faceva girare una grande
e pesante ruota oleosa entro una specie di vasca rotonda. Un uomo
alto, con le maniche rimboccate, a capo scoperto, con le vesti
sudice, nere di olio, andava appresso al cavallo, rimuovendo entro
la vasca, con una pala di legno, le olive frantumate dalla ruota.
Altri due uomini andavano e venivano, spingendo in avanti e
indietro una spranga infilata in un torchio, dal quale colava
l'olio nero e fumante.
Davanti al fuoco stava seduto un ragazzetto con un berretto rosso;
e fu questo ragazzetto che primo si accorse del bimbo straniero.
Lo fiss bene, e credendolo un mendicante gli impose aspramente:
"Va via!".
Anania, timido, immobile sotto il suo sacchetto, non rispose.
Vedeva tutto confuso ed aspettava che sua madre entrasse.
L'uomo dalla pala lo guard con occhi lucenti, poi s'avanz e
chiese:
"Ma che cosa vuoi?".
Quello era suo padre? Anania lo guard timidamente, pronunziando
con vocina sottile le parole suggeritegli da sua madre:
"Io sono il figlio di Ol Derios".
I due uomini che giravano il torchio si fermarono di botto, e uno
di essi grid:
"Tuo figliooo!".
L'uomo alto gett per terra la pala, si curv su Anania, lo fiss,
lo scosse, gli chiese:
"Chi... chi ti ha mandato? Cosa vuoi? Dove  tua madre?".
" fuori... adesso verr..."
Il mugnaio corse fuori, seguto dal ragazzetto col berretto rosso;
ma Ol era scomparsa e nulla pi si seppe di lei.

Avvertita del caso accorse zia Tatna, la moglie del mugnaio, una
donna non pi giovane, ma ancora bella, grassa e bianca, con dolci
occhi castanei circondati di piccole rughe, e un po' di baffi
biondi sul labbro rialzato. Ella era tranquilla, quasi lieta;
appena entr nel molino prese Anania per gli omeri, si chin, lo
esamin attentamente.
"Non piangere, poverino", gli disse con dolcezza. "Or ora ella
verr. E voi zitti!", impose agli uomini e al ragazzetto che si
immischiava forse un po' troppo nella faccenda e fissava Anania
con due piccoli occhi turchini cattivi e un sorriso beffardo nel
rosso visino paffuto.
"Dov' andata? Non viene dunque? Dove la ritrover?", si domandava
con disperazione il piccolo abbandonato, piangendo
sconsolatamente.
Ella avr avuto paura. Dove sar adesso? Perch non viene? E
quell'uomo lurido, oleoso, cattivo, quello  suo padre?
Le carezze e le dolci parole di zia Tatna lo confortarono
alquanto; cess di piangere, si lecc le lagrime e se le sparse di
qua e di l delle guance, col gesto che gli era abituale; poi
subito pens alla fuga.
La donna, il mugnaio, gli uomini, il ragazzetto, tutti gridavano,
imprecavano, ridevano e si bisticciavano.
" proprio tuo figlio. Tale e quale!", diceva la donna, rivolta al
mugnaio.
E il mugnaio gridava:
"Non lo voglio, no, non lo vogliooo!...".
"Sei ben scomunicato, sei senza viscere. Santa Caterina mia, 
possibile che vi sieno uomini cos malvagi?", diceva zia Tatna,
un po' scherzando, un po' sul serio. "Ah, Anania, Anania, sei
sempre tu!"
"E chi dunque vuoi ch'io sia? Ora vado subito in Questura."
"Tu non andrai in nessun posto, stupido! Tu vuoi tirar fuori di
tasca le tue corna per mettertele sul capo!" [13], osserv
energicamente la donna.
Ma siccome egli insisteva, ella disse:
"Ebbene, andrai domani. Ora finisci il tuo lavoro, e ricordati ci
che diceva il re Salomone: "La furia della sera lasciala alla
mattina..."".
I tre uomini tornarono al lavoro: ma spingendo sotto la ruota la
pasta delle olive frante, il mugnaio gridava, borbottava,
imprecava, mentre gli altri lo deridevano e la moglie gli diceva
tranquillamente:
"Via, non prenderti poi la porzione pi grande. [14] Dovrei
arrabbiarmi io, Santa Caterina mia! Ricordati, Anania, che Dio non
paga il sabato".
"Taci, figliolino mio", disse poi al bimbo, che singhiozzava
nuovamente, "domani aggiusteremo tutto. Ecco, cos gli uccelli
volano dal nido appena hanno le ali."
"Ma sapevate voi che quest'uccellino esisteva?", chiese ridendo
uno dei due uomini che spingevano la spranga.
"Dove sar andata tua madre? Com' fatta, dimmi?", domand il
ragazzetto, mettendosi davanti ad Anania.
"Bustianeddu", grid il mugnaio, "se non te ne vai ti mando via a
calci..."
"E provate un po'!", diss'egli, spavaldo.
"E diglielo dunque tu come  fatta Ol!", esclam uno dei due
uomini.
L'altro rise tanto che dovette abbandonar la spranga e premersi il
petto.
Intanto zia Tatna, premurosa e carezzevole, interrogava il bimbo,
esaminandogli le povere vestine. Egli raccont tutto con vocina
incerta e lamentosa, ogni tanto interrotta da singhiozzi.
"Poverino, poverino! Uccellino senz'ali: senz'ali e senza nido!",
diceva pietosamente la donna. "Taci, anima mia; tu avrai fame, non
 vero? Adesso andiamo a casa, e zia Tatna ti dar da mangiare, e
poi ti mander a letto, con l'angelo custode, e domani
aggiusteremo tutte le cose."
Con questa promessa ella lo condusse in una casetta vicina al
molino, e gli diede da mangiare pane bianco e formaggio, un uovo
ed una pera.
Mai Anania aveva mangiato tanto bene: e la pera, dopo le carezze
materne e le dolci parole di zia Tatna, fin di confortarlo.
"Domani...", diceva la donna.
"Domani...", ripeteva il fanciulletto.
Mentre egli mangiava, zia Tatna, che preparava la cena per il
marito, lo interrogava e gli dava buoni consigli, avvalorandoli
con l'affermare che erano gi stati dettati dal re Salomone ed
anche da Santa Caterina.
Ad un tratto, sollevando gli occhi ella scorse alla finestruola il
visetto paffuto di Bustianeddu.
"Va via", disse, "va via, piccola rana. Fa freddo."
"Lasciatemi dunque entrare", egli supplic. "Fa freddo davvero."
"Va dunque al molino."
"No, c' mio padre che mi ha mandato via. Ih, quanta gente 
venuta l!"
"Entra dunque, povero orfano, anche tu senza madre! Che cosa dice
zio Anania? Grida ancora?"
"E lasciatelo gridare!", consigli Bustianeddu, sedendosi accanto
ad Anania, e raccogliendo e rosicchiando il torso della pera,
abbastanza rosicchiato e gi buttato via dal piccolo straniero.
"Son venuti tutti", raccont poi, parlando e gestendo come un uomo
maturo. "Maestro Pane, mio padre, zio Pera, quel bugiardone di
Franziscu Carchide, zia Corredda, tutti vi dico insomma..."
"Che cosa dicevano?" chiese la donna con viva curiosit.
"Tutti dicevano che dovete adottare questo bambino. E zio Pera
diceva ridendo: "Anania, e a chi dunque lascerai i tuoi beni, se
non tieni il bambino?". Zio Anania lo rincorse con la pala; tutti
ridevano come pazzi."
La donna dovette esser vinta dalla curiosit, perch ad un tratto
raccomand a Bustianeddu di non lasciar solo Anania ed usc per
tornare al molino.
Rimasti soli, Bustianeddu cominci a fare qualche confidenza al
piccolo abbandonato.
"Mio padre ha cento lire nel cassetto del canterano, ed io so dove
 la chiave. Noi abitiamo qui vicino, e abbiamo un podere per il
quale paghiamo trenta lire di imposta: ma l'altra volta venne il
commissario e sequestr l'orzo. Cosa c' qui, dentro il tegame,
che fa cra-cra-cra? Ti pare che prenda fumo?", sollev il
coperchio e guard. "Diavolo, ci son patate. Credevo fosse altro.
Ora assaggio."
Con due ditina prese una fetta bollente, ci soffi sopra pi
volte, se la mangi; ne prese un'altra...
"Che cosa fai?", disse Anania, con un po' di dispetto. "Se viene
quella donna!..."
"Noi sappiamo fare i maccheroni, io e mio padre", riprese
imperturbato Bustianeddu. "Tu li sai fare? E il sugo?"
"Io no", disse Anania, melanconico.
Pensava sempre a sua madre, assediato da tristi domande. Dove era
andata? Perch non era entrata nel molino? Perch lo aveva
abbandonato e dimenticato? Adesso che aveva mangiato e sentiva
caldo, egli aveva voglia di piangere ancora, di fuggire. Fuggire!
Cercar sua madre! Questa idea lo afferr tutto e non lo lasci
pi.
Poco dopo rientr zia Tatna, seguta da una donna lacera,
barcollante, che aveva un gran naso rosso ed una enorme bocca
livida dal labbro inferiore penzolante.
" questo...  questo... l'uccellino?...", chiese balbettando
l'orribile donna: e guard con tenerezza il piccolo abbandonato.
"Fammi vedere la tua faccina, che tu sii benedetto!  bello come
una stella, in verit santa! E lui non lo vuole? Ebbene, Tatna
Atonzu, raccoglilo tu, raccoglilo come un confetto..."
Si avvicino e baci Anania, che torse il viso con disgusto perch
l'enorme bocca della donna puzzava d'acquavite e di vino.
"Zia Nanna", disse Bustianeddu, facendo cenno di bere, "oggi
l'avete presa giusta!"
"Co... co... cosa sai tu? Che fai qui? Moscherino, povero orfano,
va a letto."
"Anche tu dovresti andare a letto!", osserv zia Tatna. "Andate,
andate via tutti e due:  tardi."
Spinse dolcemente l'ubriaca, ma prima d'uscire ella chiese da
bere. Bustianeddu riemp d'acqua una scodella e gliela porse: ella
la prese con buona grazia, ma appena v'ebbe guardato dentro,
scosse il capo e la rifiut. Poi and via traballando. Zia Tatna
mand via anche Bustianeddu e chiuse la porta.
"Tu sarai stanco, anima mia; adesso ti metter a dormire", disse
ad Anania, conducendolo in una grande camera attigua alla cucina e
aiutandolo a spogliarsi. "Non aver paura, sai; domani tua madre
verr, o andremo a cercarla noi. Sai farti il segno della croce?
Sai il Credo? S, bisogna recitare il Credo tutte le notti. Poi io
ti insegner tante altre preghiere, una delle quali per San
Pasquale che ci avvertir dell'ora della nostra morte. E cos sia.
Ah, tieni anche la rezetta? E come  bella! S, bravo, San
Giovanni ti protegger: s, egli era un bimbo ignudo come te,
eppure battezz Ges Signore Nostro. Dormi, anima mia: in nome del
Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Amen."
Anania si trov in un gran letto dai guanciali rossi; zia Tatna
lo copr bene ed usc, lasciandolo al buio. Egli mise la manina
sull'amuleto, chiuse gli occhi e non pianse, ma non pot dormire.
Domani... Domani... Ma quanti anni erano trascorsi dopo la
partenza da Fonni? Che pensava Zuanne non vedendo ritornare
l'amico? Pensieri confusi, immagini strane gli passavano nella
piccola mente; ma la figura della madre non lo abbandonava mai.
Dov'era andata? Aveva freddo? Domani la rivedrebbe... Domani... Se
non lo conducevano da lei egli fuggirebbe... Domani...
Sent il mugnaio rientrare e litigare con la moglie: il cattivo
uomo gridava:
"Non lo voglio! Non lo voglio!".
Poi tutto fu silenzio. Ad un tratto qualcuno apr l'uscio, entr,
cammin in punta di piedi, s'avvicin al letto e sollev
cautamente la coperta. Un baffo ispido sfior lievemente la
guancia di Anania, ed egli, che fingeva di dormire, socchiuse
appena appena un occhio e vide che chi l'aveva baciato era suo
padre.
Pochi momenti dopo zia Tatna entr e si coric nel gran letto, a
fianco di Anania, che la sent lungamente pregare bisbigliando e
sospirando.


III.

Nessuno denunzi alle autorit l'abbandono del piccolo Anania, ed
Ol pot scomparire indisturbata. Non si seppe mai precisamente
dove ella fosse andata: ma qualcuno disse di averla veduta sul
piroscafo che faceva il servizio fra la Sardegna e Civitavecchia:
e qualche tempo dopo un negoziante fonnese, ch'era stato in
continente per affari, assicur di aver incontrato Ol a Roma,
vestita da signora, in compagnia di allegre donnine, e di aver
passato qualche ora con lei.
Tutte queste cose si dicevano nel molino, presente il fanciulletto
che ascoltava avidamente. Simile ad una bestiola selvatica, in
apparenza addomesticata, egli meditava continuamente la fuga: come
a Fonni, mentre viveva con la madre, desiderava di fuggire per
andare alla ricerca del padre, ora che il suo sogno s'era
avverato, non pensava che ad un viaggio per ritrovare Ol. Tanto
meglio se ella era lontana, al di l del mare; pi ella era
lontana, pi egli si sentiva capace di ritrovarla. Eppure egli non
la amava: non la amava perch da lei aveva sempre ricevuto pi
busse che carezze, e l'affronto dell'abbandono, di cui sentiva
istintivamente tutta la vergogna; ma non amava neppure suo padre,
quell'uomo oleoso che, nei primi istanti dell'abbandono, lo aveva
accolto con odio e quindi gli aveva destato un senso di terrore e
di repugnanza; quell'uomo infine che lo baciava in segreto e
davanti alla gente lo maltrattava e lo umiliava continuamente.
Zia Tatna, per, lo proteggeva e lo amava, ed egli a poco a poco
le si affezion: ella lo lavava, lo pettinava, lo vestiva, gli
insegnava le preghiere e i precetti del re Salomone, lo conduceva
in chiesa, lo faceva dormire con lei, gli dava cose buone da
mangiare. In poco tempo egli si trasform, ingrass e divent
addirittura un signore, abbandonando il rozzo costume fonnese per
un abituccio di fustagno scuro. Inoltre cominci a parlar nuorese
e ad assumere i modi spigliati di Bustianeddu.
Ma il suo cuoricino non cambiava, non poteva cambiare. Strani
sogni di fughe, di avventure, di avvenimenti straordinari si
confondevano, nella piccola anima, con l'istintiva nostalgia per
il luogo nato, per le persone e le cose perdute; col desiderio
della libert selvaggia fino allora goduta, ed infine col
sentimento arcano di piet e di vergogna, col pensiero costante,
col segreto anelito per la madre lontana.
Egli anelava a qualche cosa d'ignoto, voleva sua madre perch
tutti avevano la madre, e perch il non averla gli causava, pi
che dolore, umiliazione. Capiva che ella non poteva stare col
mugnaio, perch costui aveva un'altra moglie; ma fra i due, egli
avrebbe preferito vivere con lei. Forse istintivamente intuiva gi
che ella era la pi debole, e anche per ci si sentiva dalla sua
parte.
A misura che il tempo passava, questi sentimenti si attenuavano,
ma non scomparivano dal piccolo cuore; come nella piccola memoria
si trasformava ma non spariva la figura fisica e morale della
madre lontana.
Un giorno poi egli venne a sapere da Bustianeddu, che lo
perseguitava con la sua amicizia subta pi che accettata, una
cosa straordinaria.
"Mia madre non  morta", gli confid il ragazzetto, quasi
vantandosene. "Si trova anch'essa in continente, come la tua:
scapp una volta che mio padre stette in carcere. Ma quando sar
grande andr a trovarla; eh, s, te lo giuro! Eppoi io ho anche
uno zio, che studia in continente; ed egli scrisse d'aver veduto
mia madre passare in una via, e voleva bastonarla, ma la gente lo
tenne fermo. Ecco, questo berretto rosso era di mio zio."
Questa breve storia confort Anania, e lo leg di viva amicizia
con Bustianeddu. Essi trascorsero molti anni assieme: nel
frantoio, nella casa di zia Tatna, per le straducole del
vicinato. Bustianeddu aveva quasi la stessa et di Zuanne, l'amico
perduto, e in fondo era generoso e ardente. Andava o diceva
d'andare a scuola, ma spesso il maestro scriveva un bigliettino al
padre per chiedere notizie dell'invisibile scolaro: allora il
genitore, che era un piccolo negoziante di lana e di pelli, legava
il bimbo con una corda di pelo e lo chiudeva in una stanza,
imponendogli di studiare. Come i delinquenti dal carcere,
Bustianeddu usciva da questa specie di prigionia pi astuto e
indurito di prima. Solo durante le lunghe e frequenti assenze del
padre, egli, solo in casa, diventava serio: pareva sentisse la
responsabilit della sua posizione; guardava la casa, scopava,
preparava da mangiare, lavava la biancheria. Spesso Anania lo
aiutava di gran cuore; in cambio Bustianeddu gli dava qualche
consiglio e gli insegnava molte cose buone e moltissime cattive.
Passavano buona parte delle giornate e delle lunghe sere fredde
nel molino, ove Anania grande, - come lo chiamavano per
distinguerlo dal figlio, - lavorava per conto del ricco signor
Daniele Carboni, al quale il frantoio apparteneva.
Il mugnaio, - che secondo le stagioni si trasformava in contadino,
in ortolano, in vignaiuolo, - dava al signor Carboni il rispettoso
titolo di padrone perch lo serviva da lunghi anni, ma in realt
il suo lavoro era molto indipendente, ben rimunerato e non privo
di incerti.
Il frantoio dava da una parte su un cortile e dall'altra su un
orto che scendeva fino allo stradale sopra la valle; un bell'orto
alquanto selvatico, con roccie, siepi di biancospino e di fichi
d'India, peschi e mandorli e una quercia dal tronco corroso, nido
di grosse termiti, di cavallette, di bruchi e d'uccelli.
Anche quest'orto apparteneva al signor Carboni, ed era il sogno di
tutti i monelli del vicinato; ma zio Pera Sa Gattu [15], il
vecchio ortolano sempre armato d'un randello, non lasciava mai
penetrare nessuno. Da quest'orto si vedevano le belle ed agili
fanciulle nuoresi scendere alla fontana con l'anfora sul capo come
le donne bibliche: e zio Pera le sbirciava con occhi da satiro
mentre seminava le fave e i fagiuoli, mettendo tre semi per buco,
e gridando per spaventare i passeri.
Dal finestrino del molino Anania e Bustianeddu guardavano
anch'essi con intenso desiderio l'orto soleggiato, aspettando che
l'ortolano si assentasse: ma zio Pera, ch'era un ometto secco, dal
viso rosso-terreo, sbarbato e sarcastico, amava troppo le sue fave
e i suoi cavoli per abbandonarli durante la giornata: solo verso
sera saliva al molino per riscaldarsi e chiacchierare.
Era un'annata abbondante di olive; anche i proprietari dei paesi
vicini s'affannavano per ottenere l'opera del frantoio che
funzionava giorno e notte; per ogni macinata di circa due
ettolitri d'olive si lasciavano due litri d'olio. Accanto alla
porta c'era una latta per l'olio da alimentar la lampada di questa
e quella Madonna, e le persone devote non mancavano mai di
versarvi un po' del prodotto delle olive macinate durante la
giornata. Sacchi d'olive nere lucenti, sansa fumante, barili ed
altri recipienti sporchi ingombravano sempre l'ambiente nero,
caldo e sucido del molino; e in questo ambiente, intorno alla
ruota trainata dal lungo cavallo baio, davanti alla caldaia
bollente, accanto al torchio sempre in moto, sempre stillante
olio, fra l'odore non sgradevole ma troppo forte della sansa e dei
rifiuti dell'olio, muovevasi di continuo una folla di tipi
caratteristici. La sera, poi, si riunivano intorno al fuoco della
caldaia le persone pi freddolose del vicinato: per lo pi la
compagnia veniva composta, oltre che dal mugnaio e dai clienti,
che aiutavano a spingere la sbarra del torchio, da cinque o sei
individui sempre alticci. Uno di questi, Efes Cau, gi ricco
possidente, ridotto in estrema miseria dal vizio del vino, dormiva
quasi ogni notte nel molino, infestando di insetti l'angolo dove
si coricava.
Una sera, appunto, sorse questione fra il mugnaio ed un ricco
contadino che aveva trovato un brutto insetto in un sacco di
olive.
"Dovresti vergognarti, per Dio!", gridava il contadino. "Perch
lasci entrare qui tutti i vagabondi di Nuoro?"
"Dopo tutto egli era ricco, pi ricco di te!", grid il mugnaio,
difendendo il Cau.
"Questo non impedisce che ora egli viva di elemosine e sia pieno
di insetti", rispose l'altro con disprezzo.
Allora zio Pera l'ortolano, che stava seduto accanto al fuoco col
suo randello fra le ginocchia, recit una canzonetta:

      Onzi pessone bia
      Nde juchet de munnia.
      - E tue chi lu ses nende
      Nde juches unu andende
      Issu collette! [16]

Il contadino si tocc istintivamente il colletto e tutti risero.
Anche il contadino rise, si calm ed anzi fece portare da casa sua
un bottiglione di vino.
Anania e Bustianeddu, seduti in un angolo, sulle sanse calde, si
divertivano nell'udire i discorsi dei grandi: e quando arriv
Efes, come sempre ubriaco, barcollante, vestito d'un vecchio abito
da caccia del signor Carboni, Bustianeddu gli and incontro e gli
cant la canzonetta di zio Pera.

      Onzi pessone bia...

Efes lo guard coi suoi occhi vitrei, rotondi e sporgenti, e
mentre sulle sue guancie gialle e cascanti passava come un brivido
di disgusto, la sua mano palpava il lurido collo della giacca
abbottonata.
La gente ricominci a ridere, e l'infelice si guard attorno e
barcoll; poi si mise a piangere accorgendosi che lo deridevano.
"Efes!", grid zio Pera, mostrandogli un bicchiere colmo che al
riflesso del fuoco pareva di rubino.
L'ubriaco si avanz, sorridendo fra le lagrime con un sorriso
ebete.
"No", disse Franziscu Carchide, il giovane calzolaio, nonch
ricamatore di cinture, bel giovine galante, dal viso roseo, "se tu
non balli non bevi."
E preso il bicchiere dalle mani del vecchio lo sollev in alto,
mentre Efes guardava e tendeva le braccia animato dal brutale
desiderio del vino.
"Dammi, dammi..."
"No, se non balli, no."
Egli fece un giro intorno a s, reggendosi in equilibrio.
"Bisogna anche cantare, Efes!"
Ed egli apr la bocca puzzolente ed emise una nota rauca:

      Quando Amelia s pura e s candida...

Egli tentava sempre questo motivo; ma arrivato all'ultima parola
contorceva la bocca come spasimando per la vana ricerca dell'altro
verso che non ricordava.
Anania e Bustianeddu ridevano sgangheratamente, accoccolati sulle
sanse, simili a due pulcini.
"Senti", propose Bustianeddu, "mettiamogli delle spille, nel posto
dove si corica".
"Perch vuoi mettergli delle spille?"
"Perch si punga, ecco: allora baller davvero. Io ho le spille."
"Mettiamole", rispose l'altro, sebbene a malincuore.
L'ubriaco ballava ancora, barcollante, cascante, tendendo le mani
verso il bicchiere; e la gente rideva.
Ma l'allegria giunse al colmo quando entr nel molino Nanna,
l'ubriacona. Quella sera, per, ella era sana, aveva le vesti
pulite e la faccia meno ripugnante del solito; i suoi occhietti
brillavano d'una certa intelligenza. Era stata durante il giorno a
cogliere erbe mangereccie selvatiche, e veniva a domandare un po'
d'olio per condirle. Vedendo Efes in quello stato, fatto ludibrio
della gente, ella ebbe un lampo negli occhi; si avanz, prese
l'infelice per un braccio e nonostante le comiche proteste del
ricco contadino, lo costrinse a sedersi su un sacco di olive.
"Non ti vergogni, Efes Cau? Non hai occhi? Non vedi che tutti
questi mendicanti, tutte queste immondezze ridono di te? E perch
hanno raddoppiato le risa vedendomi? Eppure oggi io ho lavorato,
come  vero Dio, ho lavorato. Ah, Efes, Efes! Ricordati come era
ricca la tua casa! Io venivo per portare l'acqua dalla fontana, e
mi ricordo che tua madre aveva bottoni d'oro della camicia grossi
come il mio pugno: la tua casa sembrava una chiesa, tanto era
ricca e lucente. Se tu ti fossi guardato dal vizio, ora tutti
avrebbero cercato di raccoglierti come si raccoglie un confetto.
Invece tu ora sei schernito dai pi miserabili pezzenti; e tutti
ridono di te come dell'orso che balla per le strade... Ecco che
ridono ancora, eppure essi sono pi ubriachi di noi, come  vero
Dio. Suvvia, mugnaio, dammi un po' d'olio: tua moglie  una santa,
ma tu sei un diavolo: quando lo trovi il tesoro?"
"Veramente egli lavora un po' pi di te; perch te la prendi con
lui?" chiese zio Pera, accennando al mugnaio.
"Vecchio peccatore", rispose la donna, "voi state zitto, quando ci
sono io..."
"Poh! Poh!" disse il vecchio con disprezzo. "Tu fai la predica,
oggi, perch non hai vino in corpo."
"Io so tenere in corpo il vino ed altre cose ancora... Dammi
l'olio, Anania Atonzu; oggi nella valle ho visto una cosa;
sembrava una moneta d'oro."
"Tu non l'hai raccolta?", grid il mugnaio, rizzandosi sulla sua
pala nera.
"Eccola", rispose Nanna, frugandosi in tasca e avvicinandosi al
mugnaio, che si pul le mani passandosele sulle ginocchia, e poi
esamin la moneta di rame fatta nera-verde dal tempo.
Bustianeddu ed Anania corsero anch'essi a vedere.
Intanto Efes, seduto sul sacco, piangeva ricordando la madre e la
ricca casa paterna e invano il Carchide cercava di consolarlo
offrendogli il bicchiere. No, neppure il vino poteva lenire il
dolore di quei ricordi. Tuttavia egli prese il bicchiere e bevette
piangendo.
Il ricco contadino ed il padre di Bustianeddu, giovine olivastro
con gli occhi turchini e la barba rossa, congiuravano per far
ubriacare Nanna onde ella dicesse ci che sapeva sul conto di zio
Pera; e intanto l'ortolano gridava contro i due uomini che
spingevano la spranga perch, secondo lui, essi non spiegavano
abbastanza le loro forze.
"Che una palla vi trapassi il fegato; conservatevi bene, ragazzi",
diceva con ironia. "Come sono poltroni i giovani d'oggi!"
"Provate un po' a mettervi qui, voi, al posto delle olive, per
sentire la nostra forza."
"Che una palla vi trapassi la milza, che una palla vi trapassi il
calcagno", continuava ad imprecare zio Pera.
"Bene!", esclam Maestro Pane, il vecchio falegname gobbo, che
aveva un solo baffo grigio sulla gran bocca sdentata; poi egli
and e mise il chiodo sotto.
Seduto contro il muro sotto il finestruolo, egli si batteva di
tanto in tanto i pugni sulle ginocchia, ma nessuno badava a lui,
che usava parlare fra s ad alta voce.
"Nanna", disse il contadino, "ora si porta la cena da casa mia.
Resta."
"Tu vuoi divertirti?", disse la donna, guardandolo maliziosamente.
"Non ti basta Efes?"
Tuttavia ella rest; and presso il poveretto che piangeva sempre,
e ricominci a rimproverarlo, consigliandolo di non bere pi, di
non essere pi il disonore dei suoi parenti; ma intanto avveniva
una cosa strana. Il Carchide le mostrava il bicchiere colmo,
facendo dei cenni con la bocca, invitandola silenziosamente a
bere, ed ella guardava il vino affascinata.
"E dammelo!", proruppe alfine.
Bustianeddu ed Anania, ritti dietro i due disgraziati ubriaconi,
ridevano a pi non posso.
"Perdio, come sei brutto!", disse Maestro Pane, sempre parlando
fra s.
Nanna prese il bicchiere, bevette e cominci a raccontare brutte
storielle sul conto di zio Pera. S, il vecchio ortolano aspettava
la mattina per tempo che qualche ragazzetta passasse nello
stradale; la chiamava promettendole fave e insalata, e quando
l'aveva attirata entro l'orto cercava...
"Ah, otre schifosa!", grid zio Pera, minacciandola col randello.
"Aspetta, aspetta un po'..."
"Ebbene, cosa dico io? Voi cercavate d'insegnarle l'ave-maria..."
Tutti ridevano, ed anche Anania rideva, sebbene non capisse perch
zio Pera volesse insegnare per forza l'ave-maria alle ragazzette
che andavano alla fontana.
Intanto Bustianeddu aveva seminato le spille sul posto ove Efes
soleva coricarsi, Anania se ne accorse e non si oppose, ma appena
fu a casa, coricato nel gran letto di zia Tatna, prov un impeto
di rimorso. Non poteva dormire; si voltava e rivoltava,
sembrandogli d'esser anche lui tormentato da migliaia di spille.
"Che hai, bambino?", chiese zia Tatna, con l'usata dolcezza. "Ti
fa male il ventre?"
"No, no..."
"Ma che hai dunque?"
Egli non rispose subito, ma dopo qualche momento rivel il
segreto.
"Abbiamo sparso tante spille sul posto ove dorme Efes Cau..."
"Ah, cattivi ragazzi! Perch avete fatto ci?"
"Perch egli si ubriaca..."
"Ah! Santa Caterina mia!", sospir la donna. "Come sono cattivi i
ragazzi d'oggi! E se qualcuno mettesse delle spille dove dormite
voi? Vi piacerebbe? No, vero? Eppure voi siete pi cattivi di
Efes. Tutti nel mondo siamo cattivi, agnellino mio, ma bisogna che
ci compatiamo a vicenda: altrimenti guai, ci divoreremmo come i
pesci del mare. Re Salomone disse che spetta soltanto a Dio
giudicare... Hai capito?"
E Anania pens a sua madre, a sua madre che era stata cos cattiva
da abbandonarlo.


IV.

Un giorno, verso la met di marzo, Bustianeddu invit Anania a
pranzo.
Il negoziante di pelli era dovuto partire improvvisamente per
affari, e il ragazzetto trovavasi solo a casa, solo e libero dopo
due giorni di prigionia per una delle solite assenze dalla scuola:
inoltre serbava sulla guancia destra il segno d'un poderoso
schiaffo somministratogli dal genitore.
"Vogliono che io studi!", disse ad Anania, aprendo le mani, col
solito fare da uomo serio. "E se io non ne ho voglia? Io desidero
fare il pasticciere: perch non me lo lasciano fare?"
"S, perch?", chiese Anania.
"Perch  vergooogna!", esclam l'altro, allungando la parola con
accento ironico. " vergogna lavorare, apprendere un mestiere,
quando si pu studiare! Cos dicono i miei parenti: ma ora voglio
far loro una burletta. Aspetta, aspetta!"
"Che cosa vuoi fare?"
"Te lo dir poi: ora mangiamo."
Egli aveva preparato i maccheroni: cos egli chiamava certi
gnocchi grossi e duri come mandorle, conditi con salsa di pomidoro
secchi. I due amici mangiarono in compagnia d'un gattino grigio
che con lo zampino bruciacchiato prendeva famigliarmente i gnocchi
dal piatto comune e se li portava furbescamente in un angolo della
cucina.
"Come  curioso!", diceva Anania, seguendolo con gli occhi. "A noi
ce l'hanno rubato, il gatto."
"Anche a noi. Ce ne hanno rubati tanti! Scompaiono e non si sa
dove vadano a finire."
"Scompaiono tutti i gatti del vicinato! Chi li ruba cosa ne fa?"
"Ebbene, li fa arrostire. La carne  buona, sai; sembra carne di
lepre. In continente la vendono per lepre: cos dice mio padre."
"Tuo padre  stato in continente?"
"S. Ed anch'io ci andr, e presto."
"Tu?!", disse Anania, ridendo con un po' d'invidia.
Bustianeddu allora cred giunto il momento di svelare all'amico i
suoi pericolosi progetti.
"Io non posso pi viver qui", cominci a lamentarsi; "no, io
voglio andar via. Cercher mia madre e far il pasticciere; se
vuoi venire, vieni anche tu."
Anania arross d'emozione, e sent il suo cuore battere forte
forte.
"Non abbiamo denari", osserv.
"Ecco, noi prendiamo le cento lire che sono nel cassetto del com;
se vuoi, le prendiamo subito; poi le nascondiamo, perch se
partiamo subito mio padre si accorge che le ho prese io;
aspettiamo finch passa il freddo, poi partiamo. Vieni."
Condusse Anania in una camera sucida e disordinata, ingombra di
pelli d'agnello puzzolenti; cerc la chiave del cassettone in un
nascondiglio e si fece aiutare ad aprire il cassetto: oltre il
biglietto rosso delle cento lire c'erano altre carte-monete e
denari in argento, ma i due ladruncoli domestici presero soltanto
il biglietto rosso, richiusero, rimisero la chiave.
"Ora lo tieni tu", disse Bustianeddu, ficcando il biglietto in
seno ad Anania; "stanotte lo nasconderemo nell'orto del molino,
nel buco della quercia, sai; poi aspetteremo."
Ancor prima che avesse potuto opporsi, Anania si trov col
biglietto nel seno, sotto l'amuleto di broccato; e pass una
giornata febbrile, piena di rimorsi, di paura, di speranze e di
progetti meravigliosi.
Fuggire! Fuggire! Come e quando non sapeva, ma oramai sentiva che
il sogno stava per avverarsi, e ne provava gioia e terrore.
Fuggire, passare il mare, penetrare nel regno fantastico di quel
continente misterioso dove si nascondeva sua madre! Che ansie, che
sogni, che gioia! Le cento lire gli sembravano un tesoro
inesauribile; ma intanto sentiva d'aver commesso un grave delitto,
rubandole, e non vedeva l'ora che arrivasse la notte per
liberarsene.
Non era la prima volta che i due amici penetravano nell'orto
coltivato da zio Pera, scavalcando la finestruola che dalla stalla
attigua al molino dava nell'orto; di notte, per, non c'erano
stati mai, quindi spiarono a lungo prima d'azzardarsi. Cadeva una
sera chiara e fredda; la luna piena sorgeva fra le roccie nere
dell'Orthobene, illuminando l'orto con un chiarore d'oro. Giungeva
ai due bimbi affacciati alla finestruola un disperato miagolo di
gatto che pareva un lamento umano.
"Che cosa ? Pare il diavolo!", disse Anania. "Io non scendo, no,
io ho paura."
"E rimani qui, allora!  un gatto, non senti?", rispose l'altro
con disprezzo. "Scendo io; nascondo il denaro entro la quercia,
dove zio Pera non guarda mai; poi torno. Tu resta qui a guardare;
se c' pericolo, fischia."
In che consistesse poi questo pericolo i due amici non sapevano;
ma entrambi provavano un acuto piacere a render fantastica
l'avventura, alla quale il chiarore della luna e quel lamento
straziante di gatto davano un sapore ancor pi piccante.
Bustianeddu salt nell'orto, ed Anania rimase alla finestra, un
po' avvilito dalla paura che lo rendeva tremante, ma tutto occhi e
tutto orecchi. Ed ecco, appena il compagno fu scomparso in
direzione della quercia, due ombre passarono sotto la finestruola;
Anania sussult, emise un fischio sottile sottile, e si nascose
sotto il davanzale. Che impeto di terrore e di piacere strano
prov in quel momento! Come si sarebbe salvato Bustianeddu? Che
avveniva laggi? Ecco, i lamenti del gatto raddoppiarono, si
fusero tutti in un gemito rabbioso e straziante; poi cessarono.
Silenzio. Che mistero, che orrore! Anania sentiva il cuore
spezzarglisi in seno. Che accadeva all'amico? L'avevano preso,
l'avevano arrestato? Ora lo porterebbero in prigione; ed anche
lui, anche lui subirebbe la sua parte di guai.
Tuttavia non pens un solo istante a mettersi in salvo, ed attese
coraggiosamente sotto la finestra.
Ed ecco un passo, un respiro ansante, una voce sommessa e tremula.
"Anania? Dove diavolo sei?"
Anania balz su, porse la mano al compagno salvo.
"Diavolo", disse Bustianeddu, ansante, "l'ho scampata bella."
"Hai sentito il fischio? Eppure ho fischiato forte."
"Niente. Ho sentito invece il passo di due uomini, e mi sono
nascosto sotto i cavoli. Ecco, sai chi erano i due uomini? Zio
Pera e Mastru Pane. Sai che hanno fatto? Ebbene, c' un laccio pei
gatti; il gatto che miagolava era preso al laccio, e zio Pera lo
ha ammazzato col randello. Maestro Pane prese la povera bestia
sotto il mantello e disse, tutto contento: "Per Dio, come 
grasso! Meno male", disse zio Pera, "quello di avantieri sembrava
uno stecco". Poi andarono via."
"Oh!", esclam Anania a bocca aperta.
"Ora lo fanno arrostire, capisci, e cenano. Sono loro che rubano i
gatti, cos, prendendoli al laccio! Meno male che non mi hanno
veduto!"
"E i denari?"
"Nascosti. Andiamo, mammalucco; non sei buono a niente."
Anania non si offese: chiuse la finestra e rientr nel molino,
dove si svolgeva la solita scena. C'era Efes che si grattava le
spalle contro il muro, cantando

      Quando Amelia si pura e si candida...

e il Carchide che raccontava d'essere stato in un paese vicino,
per certi suoi affari.
"Il sindaco era amico di mio padre, quando noi eravamo ricchi",
diceva il bel giovine, la cui famiglia era stata sempre
miserabile. "Appena sa che io arrivo nel paese, mi manda a
chiamare e mi ospita in casa sua. Accidenti, che gente ricca!
Trenta servi e sette serve: per arrivare alla casa bisogna
attraversare tre cortili, uno dentro l'altro, con muri altissimi:
i portoni di ferro, le finestre della casa tutte munite
d'inferriate."
"E perch?", chiese il mugnaio.
"Per i ladri, caro mio. Perch il sindaco  ricco come il Re."
"Boumh! Boumh!", grid un uomo che spingeva la spranga.
"Cosa ne sai tu?", riprese il Carchide, guardando l'uomo con
disprezzo.
"Il sindaco ed i suoi fratelli, quando mor il loro padre, si
divisero le monete d'oro con una misura capace d'un ettolitro! La
moglie del sindaco, poi, ha otto tancas in fila, irrigate da
fiumi, con pi di cento fontane! Ebbene, dicono che il padre del
sindaco trov un ascusorju [17], dove il re di Spagna, quando fece
la guerra con Eleonora d'Arborea, nascose pi di cento mila scudi
in oro."
"Ah!", esclam il mugnaio, con un fremito d'emozione,
appoggiandosi sulla pala nera.
"Quelli s, quelli son signori ricchi", riprese il Carchide. "E
dunque i rognosi Nuoresi?"
"Il mio padrone  ricco!" protest il mugnaio. "Possiede pi lui
nell'angolo della scopa che tutti i tuoi sindaci pulciosi."
"E va!", grid il giovine, facendo le fiche. "Tu non sai quel che
dici."
"Tu, non sai quel che dici, tu!"
"Il tuo padrone  pieno di debiti: ne vedremo la fine, ne
vedremo."
"Che tu possa diventar cieco, prima!"
"Che tu possa schiantare prima!"
Per poco il mugnaio ed il giovane calzolaio non vennero alle mani:
ma la loro lite fu interrotta da un assalto di delirium tremens
che colp il povero Efes Cau. Egli cadde sulle sanse,
avvoltolandosi, contorcendosi, saltando come un verme, con gli
occhi spaventosamente aperti e i lineamenti contratti.
Anania si gett in un angolo, gridando e piangendo per lo
spavento, mentre Bustianeddu corse, assieme col mugnaio ed altri,
per aiutare il disgraziato. A poco a poco Efes torn in s, si
sedette sulle sanse sparse, guard attorno con quei suoi grandi
occhi sporgenti pieni di terrore, ancora tutto contorto e
tremante. Gli diedero da bere, lo confortarono.
"Chi... chi mi ha assalito? Perch mi avete bastonato? Ah, non mi
ha abbastanza castigato Dio perch abbiate a bastonarmi anche
voi?"
Poi si mise a piangere.
Lo fecero coricare, ed egli si assop, delirando, chiamando sua
madre ed una sorellina morta.
Anania lo guardava con terrore e piet: avrebbe voluto fare
qualche cosa per aiutarlo, ed intanto provava un istintivo
disgusto per quell'uomo una volta ricco, ora ridotto ad un involto
di cenci puzzolenti, buttato sulla sansa come un mucchio di
immondezze.
Chiamata da Bustianeddu venne zia Tatna: si chin pietosamente
sul malato, lo tocc, lo interrog, gli mise un sacco sotto il
capo. "Bisogna dargli un po' di brodo", disse sollevandosi. "Ah,
il peccato mortale, il peccato mortale!"
"Figliolino mio", disse ad Anania, "va dal signor padrone a
chiedere un po' di brodo per Efes Cau. Va: vedi come riduce il
peccato mortale? Va, prendi questa scodella, va."
Egli and con piacere, e Bustianeddu lo accompagn. La casa del
padrone non era lontana, ed Anania vi si recava spesso per farsi
dare la prebenda del cavallo, i lucignoli per la candela del
molino, e per altre commissioni.
Le strade erano qua e l illuminate dalla luna; gruppi di paesani
passavano cantando un coro melanconico ed appassionato. Davanti
alla casa bianca del signor Carboni si stendeva un cortile
quadrato recinto d'alti muri e con un grande portone rosso. I due
ragazzetti dovettero picchiar forte per farsi aprire; ed Anania
porse la scodella, esponendo il caso di Efes Cau alla domestica
che dischiuse il portone.
"Non sar per voi, il brodo, eh?", sogghign la serva, squadrando
sospettosa i due amici.
"Va al diavolo, Maria Iscorronca, [18] noi non abbiamo bisogno di
brodo", grid Bustianeddu.
"Animaletto, ora ti pago gli insulti", disse la serva,
rincorrendolo per la strada. Ma egli fugg, mentre Anania
penetrava nel cortile illuminato dalla luna.
"Chi : cosa vogliono?", chiedeva una vocina sottile, dall'ombra
di una tettoia sotto cui aprivasi la porta della cucina.
"Sono io!", grid Anania, avanzandosi, con la scodella fra le
mani. "Efes Cau  malato, nel molino, e mia madre prega la signora
padrona che dia un po' di brodo al disgraziato."
"Oh, vieni!", rispose la vocina.
In quel momento rientr la serva, che non avendo potuto
raggiungere Bustianeddu prese a spintoni il piccolo Anania. Allora
la bimba che aveva detto "vieni" balz fuori e difese il figlio
del mugnaio.
"Lascialo: che ti ha fatto?", disse, tirando la sottana alla
serva. "Dagli subito il brodo. Subito!"
Questa protezione, quel tono da padrona, quella figurina grassa e
rossa, vestita di flanellina turchina, quel nasetto prepotente
rivolto all'ins fra due guancie molto paffute, quei due occhi
scintillanti alla luna, fra due bende ricciolute di capelli
rossicci, piacquero immensamente ad Anania. Egli conosceva gi la
figlia del padrone, Margherita Carboni, come la chiamavano tutti i
bimbi che frequentavano il molino; qualche volta ella gli aveva
dato i lucignoli ed anche l'orzo per il cavallo, e quasi tutti i
giorni egli la vedeva nell'orto e ad intervalli anche nel molino,
dove essa si recava con suo padre; ma mai s'era immaginato che
quella signorina grassa e rossa e dall'aria superba fosse cos
affabile e buona.
Mentre la serva entrava in cucina per prendere il brodo,
Margherita domand ad Anania qualche particolare sulla malattia di
Efes Cau.
"Egli oggi ha mangiato qui, in questo cortile", ella disse con
seriet. "Pareva sano."
" un male che viene agli ubriaconi", spieg Anania. "Si
contorceva come un gatto..."
Appena dette queste parole egli arross ricordando il gatto preso
al laccio da zio Pera, e le cento lire rubate e nascoste
nell'orto. Cento lire rubate! Che avrebbe detto Margherita Carboni
se avesse saputo che lui, Anania, lui, il figlio del mugnaio, lui,
l'abbandonato, lui, il servo, verso cui la piccola padrona si
degnava mostrarsi affabile e buona, aveva rubato cento lire e che
queste cento lire erano nascoste nell'orto? Ladro! Egli era un
ladro, e di una somma enorme! Solo in quel momento percep tutta
la vergogna della sua azione, e sent dolore, umiliazione,
rimorso.
"Come un gatto, ah!", disse Margherita stringendo i denti e
torcendo il nasino; "Dio mio, Dio mio;  meglio che egli muoia."
La serva torn, con la scodella colma di brodo. Anania non pot
pi aprir bocca: prese la scodella e and via piano piano, badando
di non versare il brodo. Sentiva una strana voglia di piangere, e
quando raggiunse Bustianeddu, nello svolto della strada, ripet le
parole di Margherita:
" meglio che egli muoia".
"Chi?  caldo quel brodo? Ora lo assaggio...", disse l'altro,
allungando il collo verso la scodella. Ma Anania si irrit.
"Non toccare!", grid. "Tu sei cattivo; tu diventerai come Efes.
Perch hai preso i denari?" aggiunse, abbassando la voce. "
peccato mortale, rubare. Va a riprenderli e rimettili nel
cassetto."
"Poh! Poh! Sei matto?"
"Ed io lo dico a mia madre!"
"Tua madre!", disse l'altro con ironia. "Va a cercarla!"
Intanto camminavano lentamente, ed Anania guardava sempre la
scodella.
"Siamo ladri!", disse a bassa voce.
"Il denaro  di mio padre, e tu sei un mammalucco. Andr via io
solo, io solo ed io solo!"
"Va, che tu non possa pi ritornare! Ma io... io lo dir a... a
zia Tatna" (s, ora si vergogn di dire mia madre!).
"Spia!", proruppe Bustianeddu, minacciandolo coi pugni stretti.
"Se tu parli ti ammazzo come una lucertola, ti rompo i denti con
una pietra, ti faccio cacciar le viscere per gli occhi."
Anania abbass le spalle, pauroso di rovesciar il brodo e di
ricevere i pugni dell'amico, ma non ritir la minaccia di rivelare
ogni cosa a zia Tatna.
"Che diavolo ti han detto dentro quel cortile?", prosegu l'altro,
fremente. "Che ti ha detto quella servaccia? Parla."
"Niente. Ma io non voglio essere un ladro."
"Tu sei un bastardo", grid allora Bustianeddu, "ecco cosa sei. Ed
io ora vado, riprendo i denari e non ti guardo pi in faccia."
S'allontan di corsa, lasciando Anania colpito da un dolore
profondo. Ladro, bastardo, abbandonato! Era troppo, era troppo!
Egli pianse e le sue lagrime caddero entro la scodella. "Ed ora
anche Bustianeddu mi abbandona e va via solo! Ed io, quando potr
partire io? Quando potr ricercarla? Quando sar grande!", rispose
a se stesso, rianimandosi. "Ora non m'importa."
Tuttavia, appena consegn la scodella a zia Tatna, corse al
finestruolo della stalla. Silenzio. Non si vedeva nessuno, non
s'udiva nulla nel grande orto umido e chiaro sotto la luna. Le
montagne si delineavano azzurre sullo sfondo vaporoso del cielo;
tutto era silenzio e pace.
Ad un tratto giunse dal molino la voce di Bustianeddu.
"Egli non ha ripreso i denari?", pens Anania. "Non  entrato
nell'orto. Se andassi io?"
Ma ebbe paura; rientr nel molino e cominci ad aggirarsi come un
gattino affamato intorno a zia Tatna che curava il malato. Ella
gli fece la solita domanda:
"Che hai? Ti fa male il ventre?".
"S, andiamo a casa."
Zia Tatna cap che egli voleva dirle qualche cosa e lo accompagn
fuori.
"Ges, Ges, Santa Caterina bella!", proruppe, appena seppe tutto.
"In che mondo siamo noi! Anche gli uccelli, anche i pulcini dentro
l'uovo commettono il male!"
Anania non seppe mai come zia Tatna avesse persuaso Bustianeddu a
rimettere il denaro nel cassetto: per d'allora in poi i due amici
si guardarono un po' in cagnesco, e per ogni piccola cosa si
insultavano e venivano alle mani.
L'inverno pass, ma anche in aprile il frantoio continu a
funzionare perch l'abbondanza delle olive era quell'anno
straordinaria. Qualche volta per, Anania il mugnaio chiudeva il
frantoio, andava nei campi a zappare il frumento del padrone e
conduceva con s il piccolo Anania, del quale voleva fare un
contadino; ed il bimbo lo seguiva tutto lieto di rendersi utile,
recando con alterezza sulle spalle la zappa e la bisaccia delle
provviste. In mezzo ai campi quell'anno coltivati dal mugnaio,
sorgevano due pini alti, sonori come due torrenti. Era un
paesaggio dolce e melanconico, qua e l sparso di vigne solitarie,
senza alberi, n macchie. La voce umana vi si perdeva senza eco,
quasi attratta e ingoiata dall'unico mormoro dei pini, le cui
immense chiome pareva sovrastassero le montagne grigie e paonazze
dell'orizzonte.
Mentre il padre zappava, curvo sulla distesa verde-chiara del
frumento tenero, Anania si perdeva attraverso i campi nudi e
melanconici, cantando con gli uccelli, cercando funghi ed erbe.
Qualche volta il padre, sollevandosi, lo vedeva in lontananza e
provava una stretta al cuore, poich il luogo, il lavoro, la
figurina del bimbo, tutto gli ricordava Ol, i suoi fratellini,
l'errore commesso, l'amore, le gioie perdute.
Dov'era Ol? E chi lo sapeva? Ella s'era perduta, s'era smarrita
come l'uccellino nei campi: ebbene, peggio per lei; Anania il
mugnaio credeva di compiere abbastanza il proprio dovere allevando
il figliuolo; se trovava il tesoro che sempre sognava, manderebbe
il bimbo agli studi, se no ne farebbe un buon contadino: che
pretendere di pi? E quelli che non riconoscono i propri figli, e
che invece di raccoglierli ed allevarli cristianamente, come egli
faceva, li abbandonavano alla miseria ed alla mala sorte? S,
anche certe persone ricche, anche certi signori facevano cos. S,
anche il padrone... s, anche il signor Carboni... Basta, Anania
grande si consolava pensando a ci; tuttavia gli rimaneva in cuore
un senso di tristezza, e guardando in lontananza gli pareva di
scorgere i nuraghi che circondavano la cantoniera di Ol; e
durante l'ora dei pasti, o mentre si riposava all'ombra dei pini
sonori, interrogava il figliuolo sulle sue vicende passate. Anania
aveva soggezione del padre, e non osava mai guardarlo negli occhi;
ma una volta spinto nella via dei ricordi chiacchierava
volentieri, abbandonandosi al piacere nostalgico di raccontare
tante cose passate. Ricordava tutto; Fonni, la casa e i racconti
della vedova, il buon Zuanne dalle grandi orecchie, i carabinieri,
i frati, il cortile del convento, le castagne, le capre, le
montagne, la fabbrica dei ceri. Ma parlava pochissimo di sua
madre, mentre il mugnaio lo tirava sempre su quell'argomento.
"Ebbene, ti bastonava tua madre?"
"Mai, mai!", protestava Anania.
"Io so invece che ti bastonava."
"Possiate vedermi senza occhi, se  vero!", spergiurava il
ragazzetto.
"E dimmi... che cosa faceva essa?"
"Lavorava sempre..."
" vero che un carabiniere la voleva in isposa?"
"Non  vero! Essi i carabinieri, mi dicevano: "Di' a tua madre che
venga; abbiamo da parlarle..."."
"Ed essa?", chiedeva un po' ansioso il mugnaio.
"Ah, essa si arrabbiava come un cane!"
"Ah!"
Il mugnaio sospirava: provava un senso di sollievo nel sentire che
ella non andava dai carabinieri. Ebbene, s; egli le voleva ancora
bene, egli ricordava con tenerezza gli occhi chiari e ardenti di
lei, ricordava i fratellini, il povero e sofferente cantoniere; ma
che poteva farci? Se fosse stato libero l'avrebbe certamente
sposata; invece aveva dovuto abbandonarla: adesso tornava inutile
pensarci.
"Va", diceva ad Anania, finito il pasto frugale; "l dove c' quel
fico, vedi, c'era una casa antichissima. Va e fruga per terra,
chiss che tu trovi qualche cosa."
Il fanciullo partiva di corsa, mentre il padre pensava:
"Le anime innocenti trovano pi facilmente i tesori. Se trovassimo
qualche cosa! Passerei un tanto ad Ol, e, morta mia moglie, la
sposerei. Dopo tutto sono stato io il primo ad ingannarla".
Ma Anania non trovava niente. Verso sera padre e figlio tornavano
lentamente in paese, attraversando lo stradale chiaro nei cui
sfondi ardeva il crepuscolo d'oro. Zia Tatna li aspettava con la
cena pronta ed il fuoco cigolante nel focolare pulito. Ella
soffiava il naso al piccolo Anania, gli puliva gli occhi, narrava
al marito gli avvenimenti della giornata.
Nanna l'ubriacona era caduta sul fuoco, Efes Cau aveva un paio di
scarpe nuove, zio Pera aveva bastonato un bambino; il signor
Carboni era stato al molino per vedere il cavallo.
"Dice che  orribilmente dimagrato."
"Diavolo, ha lavorato tanto: cosa vuole il padrone? Anche le
bestie son di carne e d'ossa."
Dopo cena il mugnaio andava alla bettola, perfettamente dimentico
di Ol e delle sue avventure; e zia Tatna filava e raccontava una
fiaba al suo figlio d'adozione, qualche volta assisteva anche
Bustianeddu.
""Dicono che una volta c'era un re con sette occhi d'oro in fronte
che sembravano sette stelle.""
Oppure la fiaba dell'Orco e di Mariedda. Mariedda era fuggita
dalla casa dell'Orco:
""...Ella fuggiva, fuggiva, gittando dei chiodi che si
moltiplicavano, si moltiplicavano, coprivano tutta la pianura. Zio
Orco la inseguiva, la inseguiva, ma non riusciva a prenderla
perch i chiodi gli foravano i piedi..."" Dio, Dio, che brivido di
piacere destava nei bimbi la fuga di Mariedda!
Che differenza fra la cucina, la figura e i racconti della vedova
di Fonni, e la cucina pulita e calda e la figura soave e le
storielle meravigliose di zia Tatna! Eppure qualche volta Anania
si annoiava, o almeno non provava l'emozione fremente che i
racconti della vedova gli avevano un tempo destato; forse perch
al posto del buon Zuanne, del fratellino amato, c'era Bustianeddu
cattivo e maligno, che gli dava dei pizzicotti e lo chiamava spia
e bastardo anche davanti alla gente e nonostante gli ammonimenti
di zia Tatna. Una sera lo chiam bastardo davanti a Margherita
Carboni, che assieme con la serva era venuta per una commissione
in casa del mugnaio. Zia Tatna gli si gett sopra e gli tur la
bocca, ma troppo tardi. Ella aveva udito, ed Anania prov un
dolore indicibile, non raddolcito neppure dal pezzo di pane
intinto nel miele che zia Tatna diede a lui ed a Margherita. A
Bustianeddu niente. Ma che cosa era un pezzo di pane intinto nel
miele dopo la profonda amarezza di sentirsi chiamato bastardo
davanti a Margherita Carboni? Ella era vestita di verde, con calze
violette ed aveva intorno al capo una sciarpa di lana rossa che
coloriva ancor pi le sue guancie paffute e faceva risaltare
l'azzurro degli occhi lucenti. Quella notte Anania la sogn cos,
bella e colorita come l'arcobaleno, ed anche nel sogno provava il
dolore d'essere stato chiamato bastardo davanti a lei.

Nella Settimana Santa, per, - quell'anno la Pasqua ricorreva agli
ultimi d'aprile, - il mugnaio compi il precetto pasquale ed il
confessore gli impose di riconoscere legalmente il figliuolo.
Nello stesso tempo Anania, che compiva gli otto anni, venne
cresimato: padrino il signor Carboni. Fu un grande avvenimento per
il ragazzo e per la citt tutta che s'era data convegno nella
cattedrale, ove Monsignor Demartis, il bel vescovo imponente,
impartiva la cresima a centinaia di fanciulletti. Per le porte
spalancate, che ad Anania parevano grandissime, la primavera con
la sua viva luce e il suo tepore fragrante penetrava nella chiesa
gremita di donne dai costumi di porpora, di signore, di bimbi
lieti. Il signor Carboni, grosso, rosso in viso, con gli occhi
azzurri e i capelli rossicci, col gil di terziopelo attraversato
da una enorme catena d'oro, veniva salutato, riverito, ricercato
dai personaggi pi cospicui, dai paesani e dalle paesane, dalle
signore e dai bimbi che gremivano la chiesa, Anania si sentiva
altero e felice di tanto padrino;  vero che il signor Carboni
doveva cresimare altri diciassette bambini; ma ci non toglieva
importanza al singolo onore di tutti i diciotto figliocci.
Dopo la cerimonia questi diciotto figliocci, coi rispettivi
parenti, accompagnarono a casa il padrino, ed Anania pot ammirare
la sala di Margherita, di cui aveva sentito dir mirabilia, - una
vasta stanza tappezzata di carta rossa, con seggioloni del secolo
scorso e cassettoni ornati di fiori artificiali sotto lampade di
cristallo, nonch di alzatine con frutta di marmo e piattini con
fette di salame e di cacio pure di marmo.
Furon serviti liquori, caff, biscotti e amaretti; e la bella
signora Carboni, che aveva due profonde fossette sulle guancie e i
capelli neri tirati tirati sulle tempie, graziosamente adorna d'un
vestito da camera, d'indiana a quadretti azzurri e rossi, con
volante e merletto in fondo, fu amabile con tutti e baci i bimbi
consegnando a ciascuno di loro un involtino.
Lungamente Anania ricord questi particolari. Ricord che invano
aveva ardentemente desiderato che Margherita entrasse nella sala e
notasse il suo costumino nuovo, di fustagno gialliccio, duro come
la pelle del diavolo, e ricord che la signora Cicita Carboni,
baciandolo e battendogli lievemente la mano inanellata sulla
testina orribilmente rasa, aveva detto al mugnaio:
"Ah, compare, perch l'avete conciato cos? Sembra calvo...".
"Lasciate, comare", aveva risposto Anania grande, secondando il
benevolo scherzo della signora, "la testa di questo buon pulcino
sembrava un bosco..."
"Ebbene", riprese la signora, "avete dunque fatto il vostro
dovere?"
"Fatto! Fatto!"
"Me ne rallegro. Credete pure, solo i figli legittimi sono il
sostegno dei padri nella vecchiaia."
Poi s'avvicin il signor Carboni.
"Che occhi indiavolati ha questo montanaro!", disse, guardando il
bimbo negli occhi. "Ebbene, perch li abbassi? Ridi? Ah,
diavoletto..."
Anania rideva di gioia nel vedersi osservato dal padrino, e
guardato con affetto dalla signora Carboni.
"Che cosa diventerai, diavoletto?"
Egli abbassava e sollevava gli occhi lucenti (che le cure di zia
Tatna avevano guarito perfettamente), e cercava di nascondersi
dietro del padre.
"Dunque, rispondi al padrino!", esclam il mugnaio scuotendolo.
"Che cosa ti farai, diavoletto?"
"Mugnaio?", chiese la signora.
Egli accenn di no, di no.
"Ah, non ti piace? Contadino?"
No, e sempre no.
"Ebbene, vuoi studiare?", chiese astutamente il mugnaio.
"S."
"Ah, bravo!", disse il signor Carboni, "tu vuoi studiare? ti farai
prete?"
"Ancora no."
"Avvocato?", chiese il mugnaio.
"S."
"Diavolo! Diavolo! Lo dicevo io che ha gli occhi vivi! Vuol farsi
avvocato il piccolo topo!"
"Ah, caro mio, siamo poveri", osserv sospirando il mugnaio.
"Se il bimbo ha voglia di studiare la provvidenza non mancher",
disse il padrone.
"Non mancher!", ripet come eco la padrona, queste parole
decisero il destino di Anania: ed egli non le dimentic mai pi.

Il frantoio venne definitivamente chiuso, - per quell'anno, - ed
il mugnaio si trasform del tutto in contadino.
Una primavera ardente ingialliva gi le campagne; le vespe e le
api ronzavano intorno alla casetta di zia Tatna; il grande
sambuco del cortiletto coprivasi di un meraviglioso merletto di
fiori giallognoli.
Nel cortile d'Anania conveniva quasi sempre tutti i giorni la
compagnia che gi usava riunirsi nel molino: zio Pera col
randello, Efes e Nanna costantemente ubriachi, il bel calzolaio
Carchide, Bustianeddu ed il padre, nonch altre persone del
vicinato. Inoltre Maestro Pane aveva messo su bottega in un
bugigattolo in faccia al cortiletto; tutto il santo giorno era un
viavai di gente che rideva, gridava, s'insultava, diceva male
parole.
Il piccolo Anania passava le sue giornate fra questa gente
meschina e violenta, dalla quale apprendeva atti e parole sconcie,
abituandosi allo spettacolo dell'ubriachezza e della miseria
incosciente.
A fianco della bottega di Maestro Pane, in un altro bugigattolo
nero di fuliggine e di ragnatele, marciva una misera ragazzetta
inferma, del cui padre, partito per lavorare in una miniera
africana, non s'era saputo pi nulla: l'infelice creatura,
soprannominata Rebecca, viveva sola, abbandonata, piagata, su una
stuoia lurida, fra nugoli d'insetti e di mosche.
Pi in l abitava una vedova con cinque bambini che mendicavano;
lo stesso Maestro Pane chiedeva spesso l'elemosina. Con tutto ci
la gente era allegra: i cinque bimbi mendicanti ridevano sempre,
Maestro Pane parlava con se stesso ad alta voce, raccontandosi
storielle amene e ricordandosi fatti allegri della sua giovent.
Solo nei meriggi luminosissimi, quando il vicinato taceva e le
vespe ronzavano tra i fiori del sambuco, conciliando il sonno al
piccolo Anania coricato supino sul limitare della porta, vibrava
nel silenzio caldo il lamento acuto di Rebecca, che saliva, si
spandeva, si spezzava, ricominciava, slanciavasi in alto,
sprofondavasi sotterra, e per cos dire pareva trafiggesse il
silenzio con un getto di freccie sibilanti. In quel lamento era
tutto il dolore, il male, la miseria, l'abbandono, lo spasimo non
ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle
cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una ad una dai muri
neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano,
delle scalette esterne e dei poggiuoli di legno tarlato che
minacciavano rovina, delle euforbie che crescevano nelle
straducole rocciose, delle gramigne che coprivano i muri, della
gente che non mangiava, delle donne che non avevano vesti, degli
uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne
ed i fanciulli e le bestie perch non potevano percuotere il
destino, delle malattie non curate, della miseria accettata
incoscientemente come la vita stessa. Ma chi ci badava?
Lo stesso piccolo Anania, coricato supino sul limitare della
porta, scacciava le mosche e le vespe agitando un fiore di
sambuco, e pensava istintivamente:
"Uh! Perch grida sempre quella l? Cosa la fa gridare? Non ci
devono essere gli ammalati nel mondo?".
Egli s'era fatto tondo tondo, ingrassato dai cibi abbondanti, dal
dolce far niente, e sopratutto dal sonno.
Dormiva sempre. Ed anche nei meriggi silenziosi, nonostante il
grido continuo di Rebecca, egli finiva con l'addormentarsi, col
fior di sambuco nella manina rossa, e il naso coperto di mosche. E
sognava di trovarsi ancora lass, nella casa della vedova, nella
cucina vigilata dal gabbano nero che pareva un fantasma appiccato:
ma sua madre non c'era pi, era fuggita, lontano, in una terra
ignota. Ed un frate veniva dal convento, ed insegnava a leggere e
scrivere al piccolo abbandonato, che voleva studiare per mettersi
in viaggio alla ricerca di sua madre. Il frate parlava, ma Anania
non riusciva a sentirlo, perch dal gabbano usciva un lamento
acuto e straziante che assordava. Dio mio, che paura! Era la voce
dello spirito del bandito morto. Ed oltre alla paura, Anania
provava un gran fastidio al naso ed agli occhi. Erano le mosche.


V.

Finalmente il suo sogno s'avver.
Una mattina di ottobre egli s'alz pi presto del solito, e zia
Tatna lo lav, lo pettin, gli fece indossare il vestitino nuovo,
quello di fustagno duro come la pelle del diavolo.
Anania grande, che divorava gi la sua colazione, - un arrosto di
viscere di pecora, - quando vide il fanciullo pronto per recarsi
alla scuola rise di gioia, e gli disse, minacciandolo con un dito:
"Ohi, ohi, se non fai da bravo! Ti mando da Maestro Pane a far le
casse da morto...".
Bustianeddu venne a prendere Anania e lo accompagn con una certa
aria di sprezzante protezione. La mattina era splendida; nell'aria
limpida passava un dolce odore di mosto, di caff, di vinaccia in
fermentazione; le galline ed i galli cantavano per le strade; i
contadini si recavano in campagna coi lunghi carri coperti di
pampini, preceduti dai cani allegri e frementi.
Anania si sentiva felice, bench il compagno parlasse male della
scuola e dei maestri.
"Il tuo maestro, Anan, pare un gallo, col berretto rosso e la
voce rauca. Io l'ho dovuto sopportare per un anno, che il diavolo
gli roda il calcagno."
Le scuole erano all'altra estremit di Nuoro, in un convento
circondato da orti melanconici; la classe di Anania, al
pianterreno, guardava sulla strada solitaria; molta polvere
copriva le pareti, la cattedra del maestro sembrava rosicchiata
dai topi; macchie d'inchiostro, incisioni e graffiti, nomi che
parevano geroglifici, decoravano i banchi.
Anania prov una vera delusione nel veder comparire, invece del
maestro descrittogli da Bustianeddu, una maestra vestita in
costume, piccola e pallida, con due baffetti neri sul labbro
superiore come li aveva anche zia Tatna.
Quaranta bambini animavano la classe. Anania era il pi grande di
tutti, e forse per ci la piccola maestra, che aveva anche due
terribili occhi neri, si rivolgeva a lui di preferenza,
chiamandolo col solo cognome e parlandogli un po' in dialetto
sardo, un po' in lingua italiana.
Quest'attenzione ostinata non gli piaceva, ma gli giov: dopo tre
sole ore di scuola egli sapeva gi leggere e scrivere due vocali;
 vero che una era la vocale o, ma ci non toglieva importanza al
suo merito.
Verso le undici, per, egli era gi stufo della scuola e della
maestra, nonch del vestito nuovo che lo impacciava assai:
sbadigliava e pensava al cortiletto, al sambuco, al cestino dei
fichi d'India ove ogni tanto egli usava cacciar le manine
agguerrite contro le spine.
Non veniva mai l'ora d'andar via, dunque? Molti compagni
piangevano, e la maestra si sfiatava invano, predicando l'amor
della scuola e la tranquillit.
Finalmente l'uscio s'apr: comparve e disparve come un lampo la
figura sbarbata del bidello, - anche lui vestito in costume, -
risuon la sua voce:
" ora!"
I bambini si precipitarono verso la porta spingendosi, gridando,
ed Anania rimase ultimo accanto alla maestra che lo accarezz
sulla testa con la piccola mano scarna.
"Bravo", gli disse: "sei il figlio di Anania Atonzu?".
"Sissignora."
"Bravo. Tanti saluti a tua madre."
Egli naturalmente cap che questi saluti erano per zia Tatna: e
subito la maestra, che lo lasci per mischiarsi alla folla dei
bambini schiamazzanti, gli divent cara.
"Ma che modo  questo?", ella gridava agli scolaretti afferrandoli
e fermandoli. "A due a due! In riga!"
A due a due, in riga, essi percorsero un buon tratto di strada:
dopo furono lasciati liberi, e si dispersero per lo spiazzo come
uccellini scappati dalla rete, correndo e girando. Anche dalle
altre classi uscivano in ordine gli alunni via via pi adulti e
pi seri. Bustianeddu piomb sopra Anania, battendogli i quaderni
sul capo, e lo trasse con s.
"Ti piace, dunque?"
"S", rispose Anania, "ma ho fame. Non finiva mai."
"Oh, che credevi fosse un minuto? Aspetta, e vedrai! Ti caler il
moccio e la bava, ti verr la fame e la sete. Oh, oh, guarda
Margherita Carboni."
La bimba, con le calze violette, la sciarpa rossa, i polsini di
lana verde, s'avanzava fra un nugolo di scolarette, - uscite dalla
scuola dopo i maschi, - e pass davanti ai due amici senza
degnarsi di guardarli. Dopo il gruppo che la circondava venivano
altri gruppi di ragazzette, povere e ricche, paesane e borghesi,
alcune gi alte e civettuole.
I ragazzi di quarta e di quinta si fermavano a guardarle e
ridevano fra loro.
"Fanno all'amore", disse Bustianeddu. "Se i maestri li vedono!..."
Anania non rispose, convinto che gli scolari e le scolare di
quarta e quinta fossero abbastanza grandi per far all'amore.
"Si scambiano anche delle lettere!" riprese Bustianeddu, con
grande importanza.
"Anche noi, quando saremo in quarta, faremo all'amore!" disse
Anania con semplicit.
"Che cosa fai tu, mammalucco! Impara prima a pulirti il naso."
E si presero per mano e si misero a correre.
Dopo quel giorno altri ed altri ne passarono; torn l'inverno,
venne riaperto il molino, ricominciarono le scene dell'anno
avanti. Anania era il primo della classe e fin d'allora tutti
dissero che egli sarebbe diventato medico o avvocato o magari
giudice.
Tutti sapevano che il signor Carboni aveva promesso di assisterlo
negli studi; ed anche lui lo sapeva, ma ancora non riusciva a
farsi una giusta idea del valore di questa promessa. Solo pi
tardi cominci in lui la gratitudine; per allora provava una
soggezione invincibile e nello stesso tempo una vera felicit
quando vedeva la florida ed affabile persona del padrino. Spesso
veniva invitato a pranzo dal signor Carboni, ma, strano invito,
egli doveva mangiare in cucina, con le serve ed i gatti; del che
non si lamentava perch gli pareva che a tavola, coi signori, non
avrebbe potuto aprir bocca per la soggezione e per la gioia.
Dopo il pranzo Margherita usciva in cucina e s'intratteneva con
lui, per lo pi chiedendogli informazioni sulle persone che
frequentavano il molino; poi lo conduceva di qua e di l, nel
cortile, nei granai, in cantina, compiacendosi quando egli
esclamava col fare di Bustianeddu: "eh, diavolo, quanta roba
avete!", ma non si abbassava mai a giocare con lui.
Gli anni passarono.
Dopo la maestrina dai baffi venne la volta del maestro che pareva
un gallo; poi d'un vecchio maestro tabaccone che additando l'isola
di Spitzberg diceva piangendo: "qui fu imprigionato Silvio
Pellico"; poi di un piccolo maestro dalla testa rotonda, pallido,
molto allegro, che si suicid. Tutti gli scolari rimasero
morbosamente impressionati dal fatto doloroso; per molto tempo non
pensarono e non parlarono d'altro, ed Anania, che non sapeva
persuadersi come il maestro si fosse potuto uccidere mentre era un
uomo allegro, dichiar in piena scuola che era pronto a suicidarsi
alla prima occasione.
Fortunatamente l'occasione mancava; egli in quel tempo non aveva
dispiaceri; era sano; amato dai suoi, sempre primo nella scuola.
Intorno a lui la vita si svolgeva sempre eguale, con le stesse
figure ed i meschini avvenimenti, - un giorno simile all'altro, un
anno simile all'altro, - come la stoffa a disegni eguali che il
mercante svolge dall'interminabile pezza.
D'inverno convenivano nel frantoio sempre le stesse persone, gli
stessi tipi, e si rinnovavano le stesse scene.
In primavera il sambuco fioriva nel cortiletto, le mosche e le api
ronzavano nell'aria luminosa; nelle strade e nelle case si
delineavano sempre le stesse figure; zio Barchitta il pazzo, con
gli occhi azzurri fissi e la barba ed i capelli lunghi, simile ad
un vecchio Ges mendicante, continuava nelle sue innocue
stravaganze, - Maestro Pane segava le assi, e parlava fra s a
voce alta. - Efes passava barcollando, - Nanna lo seguiva, - i
bambini laceri giocavano coi cani, i gatti, le galline, i
porcetti, - le donnicciole si bisticciavano, - i giovanotti
cantavano cori melanconici nelle notti serene illuminate dalla
luna, il lamento di Rebecca vibrava nell'aria simile al canto del
cuculo nella tristezza d'un paesaggio desolato.
Come appare il sole in uno squarcio improvviso di cielo velato,
qualche volta appariva nel misero vicinato ove Anania viveva, la
florida figura del signor Carboni. Le donne uscivano sulla porta
per salutarlo e sorridergli; gli uomini disoccupati, sdraiati
indolentemente al sole, balzavano in piedi arrossendo; i bambini
gli correvano dietro, baciandogli le mani ch'egli teneva
bonariamente intrecciate dietro la schiena.
Durante un rigido inverno di carestia egli provvide di polenta e
d'olio tutto il vicinato. Tutti ricorrevano a lui per piccoli
prestiti che non venivano mai restituiti: qua e l, per tutte le
stradette dove il vento portava foglie, paglia e immondezze, egli
incontrava bambini e ragazzi che lo chiamavano "padrino" e donne
ed uomini che lo chiamavano "compare"; ormai non ricordava pi il
numero dei suoi figliocci, e zio Pera affermava malignamente che
non poche persone si fingevano compari e comari del padrone per
carpirgli danari.
"Eppoi molti sperano che egli aiuti negli studi i loro
figliuoli!", disse un giorno il vecchio ortolano, seduto davanti
al forno del frantoio, col randello sulle ginocchia.
"Eh, qualcuno ne aiuter bene!", osserv il mugnaio, con evidente
compiacenza, guardando Anania che stava affacciato alla finestra.
"Non pi d'uno! Il padrone  un po' vano, ma non si rovina, poi!"
"Che dite voi, vecchia cavalletta!", esclam il mugnaio,
adirandosi. "Come il diavolo, voi, pi invecchiate, pi diventate
maligno."
"Andiamo!", riprese il vecchio raschiando e tossendo. "E le cose
forse non si sanno? Ebbene, solo i cani riescono a nascondere le
loro immondezze. Perch il padrone non fa studiare i suoi
bastardi?"
Anania, che guardava alla finestra, sotto la quale odorava un
mucchio di sanse fumanti, sent un fremito di dolore, come se
qualcuno l'avesse percosso.
Il mugnaio raschi e toss a sua volta, e avrebbe voluto che
Anania non udisse le parole sacrileghe dell'ortolano, ma anche lui
non pot contenersi, e cominci ad inveire contro zio Pera.
"Schifoso, maligno, topo morto, che modo di parlare  il vostro?"
"E che le cose non si sanno?", ripet il vecchio, prendendo il
randello in mano, come per difendersi da un possibile attacco. "Il
bambino che lavora nella bottega di Franziscu Carchide  forse
figlio di Ges Cristo'? Ebbene, perch il padrone non fa studiare
quel bambino, che  suo?"
" il figlio d'un prete", disse il mugnaio, abbassando la voce.
"Non  vero.  del padrone. Osservalo;  tal e quale a Margarita."
"Ecco", rispose il mugnaio completamente disarmato, "quel bambino
 cattivo come il diavolo: non si pu far studiare. Si pu
combattere contro le pietre?"
"Ah, bene!", mormor zio Pera, ripreso da un attacco di tosse.
Anania stette ancora alla finestra, sputando sul mucchio di sanse,
oppresso da una misteriosa tristezza. Egli conosceva il ragazzetto
che lavorava presso il Carchide, e sapeva che era discolo, ma non
pi di Bustianeddu e d'altri ragazzi che frequentavano la scuola.
Perch il signor Carboni non lo prendeva in casa sua, se era suo
figlio, come lui era stato preso dal mugnaio? Poi pens: "Ha
madre, quel ragazzetto?". Ah, la madre, la madre! A misura che
egli cresceva, che la sua mente aprivasi e le sue idee e le sue
percezioni prendevano forma, il pensiero della madre delineavasi
sempre pi chiaro nel crepuscolo della sua coscienza nascente. In
quel tempo egli frequentava la quarta elementare, tra fanciulli di
ogni condizione e di ogni carattere, e cominciava ad aver sentore
della scienza del bene e del male. Si vergognava gi
coscientemente se qualcuno alludeva a sua madre, e ricordava di
essersene sempre vergognato per istinto; e nello stesso tempo
provava un desiderio struggente di sapere ove ella era, di
rivederla, di rimproverarle la sua fuga. Gi la terra ignota,
lontana e misteriosa, ove ella s'era rifugiata, prendeva ai suoi
occhi linee e parvenze decise, come la terra che tra i vapori
dell'alba s'avvicina al naviglio viaggiante.
Egli studiava con piacere la geografia, e sapeva gi perfettamente
l'itinerario da percorrere per arrivare dall'isola a quel
continente dove si nascondeva sua madre. E come un tempo, nel
villaggio dell'alta montagna, sognava la citt dove viveva suo
padre, adesso pensava alle grandi citt di cui leggeva notizie nei
libri di scuola, ed in una di esse, ed in tutte, vedeva sua madre.
L'immagine fisica di lei si scoloriva sempre pi nella sua memoria
come una vecchia fotografia, ma egli se la figurava sempre vestita
in costume, scalza, svelta e triste.
Un fatto accaduto qualche anno appresso sconvolse per le sue
fantasticherie. Fu il ritorno della madre di Bustianeddu.
In quel tempo Anania frequentava il ginnasio ed era segretamente
innamorato di Margherita Carboni: si credeva quindi gi una
persona seria, e finse di non interessarsi al fatto che commoveva
tutti i suoi vicini di casa, mentre invece vi pensava giorno e
notte. Oppresso da un cumulo d'impressioni dolorose.
Egli non vide presto la donna, nascosta in casa di una sua
parente, ma giorno per giorno riceveva le confidenze di
Bustianeddu, che era diventato un giovinetto serio ed astuto.
Siccome zio Pera perdeva le forze, s'era associato il mugnaio
nella coltivazione delle fave e dei cardi. Anania aveva quindi
libero ingresso nell'orto, e amava studiare seduto sull'erba del
ciglione, nella corta ombra dei fichi d'India, davanti al
selvaggio panorama dei monti e della vallata. Qui Bustianeddu
veniva a trovarlo ed a confidargli i suoi pensieri.
" tornata!", diceva, steso a pancia a terra sull'erba, e muovendo
le gambe in aria. "Era meglio che non tornasse. Mio padre voleva
ammazzarla, ma poi s' calmato."
"L'hai veduta?"
"Sicuro che l'ho veduta. Mio padre non vuole che io vada da lei,
ma io ci vado egualmente.  grassa, vestita da signora. Io non
l'ho riconosciuta, diavolo!"
"Tu non l'hai riconosciuta!", esclamava Anania, palpitando,
meravigliandosi di Bustianeddu e pensando a sua madre. Ah, egli
l'avrebbe riconosciuta subito! Ma poi diceva a se stesso: "Anche
lei sar vestita da signora, pettinata alla moda... Dio, Dio, come
sar?".
"In tutti i modi la riconoscerei, oh, ne sono certo!", pensava
poi, confidando nel suo istinto.
"Perch  tornata tua madre?", chiese un giorno a Bustianeddu.
"Perch? Oh, bella, perch questo  il suo paese. Essa cuciva a
macchina, in una sartoria di Torino; era stanca ed  tornata."
Un grave silenzio segu a queste parole: i due ragazzi sapevano
che la storia della sartoria era una menzogna, ma l'accettavano
incondizionatamente. Anzi, dopo un momento, Anania osserv:
"Ed allora tuo padre dovrebbe far la pace".
"No!", disse Bustianeddu, fingendo di dar ragione a suo padre.
"Ella non aveva bisogno di lavorare per vivere!"
"Oh, che tuo padre non lavora?  vergogna lavorare?"
"Mio padre  un negoziante!", corresse l'altro.
"Che far ora tua madre? E tu con chi andrai a stare?"
"Chi lo sa!"
Di giorno in giorno, per, le notizie diventavano sempre pi
emozionanti.
"Se tu sapessi quanta gente viene da mio padre per pregarlo di far
la pace con lei! Anche il deputato, s. Poi venne la nonna, ieri
notte, e disse a mio padre: "Ges perdon alla Maddalena; ebbene,
figlio mio, pensa che siamo nati per morire; pensa che al di l
noi rechiamo con noi solo le buone azioni. Guarda come  desolata
la tua casa; i topi vi fanno continuamente festa"."
"E tuo padre?"
""Andate via", disse arrabbiandosi, "andate via subito;
vergognatevi.""
"Ed ora", disse Bustianeddu il giorno appresso, "ora s'
immischiata anche zia Tatna! Che sermone ha fatto! "Ecco" ha
detto a mio padre, "figurati di prendere in casa un'amica.
Prendila: ella  pentita, si emender. Se tu rifiuti chiss che
cosa avverr di lei! Re Salomone aveva settanta amiche in casa sua
ed era l'uomo pi savio del mondo "".
"E lui?"
"Duro come la pietra; anzi disse che le amiche fecero perder la
testa a Salomone."
Infatti il negoziante non si pieg mai; e la donna and ad abitare
dall'altra parte del paese, verso il convento ov'erano le scuole;
rivest il costume, ma un costume un po' falsato, arricchito di
nastri e di merletti, e dal quale si riconosceva subito la donna
di fama equivoca. Il marito non perdon, ed ella continu la sua
vita.
Anania la vide un giorno, e poi sempre, mentre si recava al
ginnasio; ella abitava una casa nerastra, intorno alle cui
finestre biancheggiava una striscia di calce che terminava in una
croce. Sotto la porta c'erano quattro scalini, e spesso la donna,
che era alta e bella, sebbene non pi giovanissima e molto bruna
di viso, stava seduta sugli scalini, cucendo o ricamando una
camicia paesana. In estate rimaneva a testa nuda, coi capelli
nerissimi rialzati un po' a ciuffo sulla breve fronte, e teneva un
fazzolettino di seta grigia intorno al lungo collo.
Anania arrossiva ogni volta che la vedeva; provava una morbosa
simpatia per lei, e nello stesso tempo gli pareva di odiarla.
Avrebbe voluto cambiar strada per non vederla, ma una forza
occulta e maligna lo attirava sempre in quella via.


VI.

Erano le vacanze pasquali.
Un giorno, mentre Anania studiava la grammatica greca,
passeggiando in un piccolo viale solcato tra il verde cinereo
d'una distesa di cardi, ud picchiare al cancello.
Nell'orto c'era anche il mugnaio, che zappava canticchiando una
poesia amorosa del poeta Luca Cubeddu; Nanna estirpava male erbe,
aiutata da zio Pera; ed Efes Cau, naturalmente ubriaco, stava
coricato sull'erba.
Faceva quasi caldo; nuvolette rosee correvano sul cielo latteo,
perdendosi dietro i ceruli picchi dei monti d'Oliena; dalla
vallata salivano, quasi da una immensa conchiglia colma di verde,
profumi e suoni sfumati nell'aria calda.
Ogni tanto Nanna si sollevava, con una mano sulla schiena, con
l'altra gettando baci allo studente.
"Anima mia", diceva con tenerezza. "Dio ti benedica. Eccolo l che
studia come un piccolo canonico. Chiss cosa diventer! Diventer
giudice istruttore; tutte le ragazze della citt lo vorranno
raccogliere come un confetto. Ah, la mia povera schiena!"
"Lavora!", rispondeva zio Pera. "Che una palla ti trapassi il
fegato, lavora, e lascia tranquillo il ragazzo..."
"Che voi siate pelato; se fossi stata una ragazzetta di tredici
anni non mi avreste parlato cos..." ella insinuava malignamente,
curvandosi: poi tornava a sollevarsi e ad inviar baci ad Anania,
che non se ne accorgeva affatto.
"Che ?" grid il mugnaio, udendo picchiare al cancello.
Anania ed Efes sollevarono il viso, l'uno dal libro, l'altro
dall'erba, quasi con la stessa espressione d'attesa angosciosa.
Che fosse il signor Carboni? S, Anania e l'ubriacone provavano
quasi la stessa soggezione vergognosa quando il signor Carboni li
sorprendeva nell'orto: Efes Cau sentiva tutto il peso della sua
abbiezione quando l'uomo benefico, con uno sguardo dolce e triste,
senza rivolgergli - unico fra tanti - inutili parole di
rimprovero, lo salutava e si intratteneva con lui; Anania
ricordava sua madre e sentiva vergogna di se stesso che osava
pensare a Margherita; eppure entrambi, lo studente e il vizioso,
dopo aver veduto la figura bonaria dell'uomo retto, provavano una
gioia timida e grata.
Picchiarono ancora.
"Ebbene, chi ?", grid il mugnaio, smettendo di cantare e di
zappare.
"Vado io", disse Anania, mettendosi a correre e agitando il libro
in aria, mentre zio Pera diceva:
"Se  il padrone bisogna che Efes si alzi e finga di lavorare: 
una vergogna che lo si trovi sempre l, buttato per terra come un
cane morto".
Nanna emise una specie di grugnito, raccogliendosi fra le gambe
rosse seminude le sottane lacere. Zio Pera grid, rivolto
all'ubriaco:
"E dunque, palandrone, alzati e fingi di aiutarci...".
Efes fece atto di sollevarsi, ma subito Nanna si ribell:
"Ed io me ne vado! Perch deve egli fingere di lavorare? Perch lo
insultate, zio Pera Sa Gattu, che voi siate pelato? Non sapete che
egli era ricco, e che anche cos come  vale sempre pi di voi?".
"Tu lo difendi! Corvo con corvo non si cavan gli occhi!" sogghign
il vecchio, alludendo al vizio della donna: ma la contesa fu tosto
troncata dal ritorno di Anania. Lo seguiva un giovinetto in
costume di Fonni, magro e pallido e con un visetto da topo.
"Conoscete costui?", chiese lo studente, rivolgendosi al padre.
"Neppur io l'ho riconosciuto."
"Chi sei?", chiese il mugnaio, pulendosi le mani con un ciuffo
d'erba. Il giovinetto rise timidamente e guard Anania.
"Eh, Zuanne Atonzu!", grid lo studente. "Guardate come si  fatto
grande!"
"Salute! Noi siamo parenti", esclam il mugnaio abbracciando il
fonnese. "Che tu sii il benvenuto; come sta tua madre?"
"Bene."
"Perch sei venuto?"
"Sono testimonio in una causa in Tribunale."
"Dove hai lasciato il cavallo? Nella locanda? Non ricordavi che
noi siamo parenti? Eh che, dunque? Perch siamo poveri non vuoi
ospitare da noi?"
"Siccome io son ricco!...", osserv sorridendo il giovinetto.
"Ebbene, andiamo e conduciamo il cavallo a casa nostra", disse
Anania cacciandosi il libro in tasca.
Uscirono assieme; Anania puerilmente felice di rivedere l'umile
pastorello in rozzo costume, che gli ricordava tutto un mondo
lontano e selvaggio, Zuanne vinto da una grande timidezza davanti
al bel signorino pallido e fresco, dalla cravatta fiammeggiante
sul colletto lucido.
"Mamma, dateci il caff", grid Anania dalla strada; poi
introdusse l'ospite nella sua cameretta e cominci come un bimbo a
fargli vedere le sue cose.
Mobili strani riempivano la camera lunga e stretta, dal soffitto
di canne coperte di calce, e il pavimento di terra: due arche di
legno, rassomiglianti agli antichi cofani veneziani, sulle quali
un primitivo artista aveva scolpito grifi ed aquile, cinghiali e
fiori fantastici; un cassettone piramidale, canestri appesi alle
pareti accanto a quadretti con la cornice di sughero; in un angolo
un'olla per olio, nell'altro il lettino di Anania, coperto da una
stoffa di lana grigia filata da zia Tatna; e fra il lettino e la
finestruola, che guardava sul sambuco del cortile, un tavolino con
un tappeto di percalle verde, ed una scansa di legno bianco nei
cui angoli la fantasia artistica di Maestro Pane aveva traforato,
forse ad imitazione delle arche, foglie e fiori antidiluviani. Sul
tavolino e nella scansa stavano pochi libri e molti quaderni;
tutti i quaderni scritti da Anania; parecchie scatole legate
misteriosamente, calendari e pacchetti di giornali sardi. Tutto
era pulito ed ordinato: dalla finestra penetravano onde d'aria
profumata, sul pavimento bruno qua e l screpolato volteggiavano,
quasi inseguendosi e scherzando, due foglie di sambuco; sul
tavolino stava aperto un volume dei Miserabili.
Quante, quante cose Anania avrebbe potuto e voluto far vedere al
giovinetto straniero, come ad un fratello lungamente atteso! Ma
mentre egli apriva e richiudeva qualcuna di quelle scatole legate
misteriosamente, Zuanne taceva, e il suo contegno gelido spense la
gioia puerile di Anania.
A che serviva? Perch aveva egli introdotto quel mandriano nella
cameretta ove assieme con la fragranza del miele, delle frutta e
dei mazzi di spigo che zia Tatna conservava entro le arche, si
spandeva il profumo dei suoi sogni solitari? In quella cameretta
dalla cui finestruola sul sambuco, sui tetti erbosi delle casette
di pietra, il mondo s'apriva per lui vergine e fiorito come i
monti granitici del vicino orizzonte?
Dopo la gioia prov un impeto di tristezza: gli sembr che il
villaggio nato, il passato, i primi anni della sua vita, i
ricordi nostalgici, l'affetto poetico per il fratellino
d'adozione, tutto fosse stato un sogno.
"Andiamo", disse quasi con dispetto. E trasse il pastorello per le
vie di Nuoro, scansando i compagni di scuola, pauroso che lo
fermassero e gli chiedessero chi era il paesano che gli camminava
goffamente accanto.
Ma passando davanti alla casa del signor Carboni, videro
affacciarsi al portone un viso grassotto, colorito e quasi
illuminato dal riflesso di una fiammante camicetta rossa.
Anania si tolse rapidamente il cappello, mentre pareva che il
riflesso della camicetta illuminasse anche il suo viso: Margherita
gli sorrise, e mai guancie tonde di signorina furono segnate da
pi irresistibili fossette.
"Chi  quella donna?", chiese rozzamente Zuanne, appena
oltrepassata la casa.
"Donna!  una ragazza della mia et!", osserv un po' bruscamente
Anania. "Ha solo nove mesi pi di me."
Al che Zuanne fu clto da grande imbarazzo e non os pi fiatare
mentre Anania, come se la volont non gli bastasse per tener ferma
la lingua, mentiva pur sapendo di mentire, ma provando una
struggente felicit al pensare che ci che diceva potesse esser
vero.
"Quella  la mia innamorata", disse.
La notte, mentre in cucina il mugnaio, coricato su una stuoia, si
faceva raccontare da Zuanne la scoperta delle rovine di Sorrabile,
l'antica citt dissotterrata nei dintorni di Fonni, e domandava se
vi si potevano trovare ancora tesori, Anania guardava dalla sua
finestruola il lento sorgere della luna fra i denti neri
dell'Orthobene.
Finalmente era solo! La notte regnava, piena di fremiti e di
dolcezza, e gi il cuculo riempiva di gridi palpitanti la
solitudine della valle. Ah, cos tristemente Anania sentiva
gridare e palpitare il suo cuore, in una solitudine infinita.
Perch aveva mentito? E perch quello stupido pastore aveva
taciuto nell'udire la grande rivelazione? Non capiva dunque che
cosa era l'amore, l'amore senza confine e senza speranza?
Ma perch s'era egli abbassato fino alla menzogna? Ah, vergogna,
vergogna! Gli pareva di aver calunniato Margherita, tanto si
credeva ignobile e lontano da lei: e che lo stesso spirito di
vanit e il desiderio dell'inverosimile, che una volta gli avevano
fatto dire a Zuanne l'incontro dei banditi sulla montagna, in un
lontano tramonto, l'avessero ora spinto a rivelargli quest'amore
impossibile.
Attacc le mani fredde alle guancie ardenti, con gli occhi rivolti
al viso melanconico della luna, e rabbrivid. Ricordava un freddo
e luminoso plenilunio d'inverno, la vergogna e la rivelazione del
furto delle cento lire, la figura di Margherita che spandeva luce
nell'ombra, come la luna nella notte. Ah, forse il suo amore
datava da quella sera; ma soltanto adesso, dopo anni ed anni,
scaturiva irrefrenabile come una sorgente che non vuole pi
scorrere sotterra.
Questi paragoni, - dell'ombra e della sorgente improvvisa, -
venivano fatti da lui; ed egli si compiaceva delle sue immagini
poetiche, ma non cancellava con esse la vergogna ed il rimorso che
lo tormentavano.
"Come sono vile", pensava, "vile fino alla menzogna. Io potr
studiare e diventare avvocato, ma anche moralmente rester sempre
il figlio d'una donna perduta..."
Rimase lungo tempo alla finestra: un canto triste pass e dilegu,
lontano, ridestando nell'anima dell'adolescente i ricordi della
patria selvaggia, i tramonti sanguigni, le memorie d'infanzia.
E sogni melanconici e luminosi come la luna gli sorsero
nell'anima. S'immagin di trovarsi ancora a Fonni; non aveva
studiato, non aveva mai sentito la vergogna della sua condizione
sociale; lavorava, faceva il mandriano, era anche lui un po'
semplice come Zuanne. Ed ecco che si trovava sull'orlo della
strada, in un rosso crepuscolo d'estate e vedeva Margherita
passare, - povera anch'essa ed esiliata sull'alto paesello - coi
fianchi stretti dalla gonna d'orbace, l'anfora sul capo, simile
alle donne bibliche come lo sono ancora tutte le Barbaricine. Egli
la chiamava ed essa volgeva il viso illuminato dal bagliore del
crepuscolo, e gli sorrideva voluttuosamente.
"Dove vai, bella?", egli chiedeva.
"Vado alla fontana."
"Posso venire con te?"
"Vieni pure, Nana."
Egli andava: e scendevano assieme alla fontana, camminando
sull'orlo della strada, sull'alto delle immense valli, nella cui
profondit la sera gi si stendeva, mentre il cielo porpureo si
scoloriva e veli d'ombra cadevano su tutte le cose. Margherita
deponeva l'anfora sotto il filo argenteo della fontana
gorgogliante, e il mormorio dell'acqua cambiava di tono, e di
monotono pareva diventasse allegro, come se il cader dentro la
brocca interrompesse la sua eterna noia. I due giovanetti allora
si sedevano su una pietra, davanti alla fontana, e parlavano
d'amore. L'anfora si riempiva, l'acqua traboccava e per qualche
istante taceva, quasi ascoltando ci che i due innamorati
dicevano. Ed ecco che il cielo si scoloriva e i veli dell'ombra si
stendevano anche sulle falde pi alte della montagna, come il
desiderio di Anania invocava. Egli allora cingeva con un braccio
la vita della fanciulla; Margherita posava il capo sulla spalla di
lui; egli la baciava...

In quel tempo Anania, poco pi che diciassettenne, non aveva
amici, e coi compagni di scuola andava poco d'accordo perch era
diffidente e scontroso. Temeva continuamente che qualcuno gli
rinfacciasse la sua origine, e un giorno, avendo sorpreso un brano
di dialogo fra due studenti: "tu cosa faresti?" "nelle sue
condizioni io non resterei col padre" credette accennassero a lui.
Non salut pi i ricchi compagni che avevano pronunziato quelle
parole, ma nel profondo del cuore diede loro ragione.
"S", pensava, "perch rimango presso quest'uomo sucido che ha
ingannato mia madre e l'ha gettata nella via del male? Io non lo
amo e non lo odio, ma non lo disprezzo come dovrei. Egli non 
cattivo e neppure completamente triviale come tutti i nostri
vicini: coi suoi sogni bambineschi di tesori e di cose
meravigliose, col suo affetto rispettoso verso la vecchia moglie,
con la sua fedelt costante per la famiglia del padrone, egli mi
riesce talvolta simpatico, e questo mi dispiace, perch io dovrei
e vorrei disprezzarlo. Che cosa  per me lui? Gli ho chiesto io di
farmi nascere? Io dovrei abbandonarlo, ora che sono cosciente..."
Ma un po' d'affetto e molta confidenza lo univano a zia Tatna.
Essa non era riuscita a far di lui quello che aveva sognato, cio
un ragazzo religioso e obbediente, ma anche cos come egli era,
indifferente a Dio, maldicente dei preti e del re, protervo e
spregiudicato, lo amava egualmente, convinta che egli, nonostante
i suoi difetti, sarebbe diventato un grande uomo. Egli rideva e
scherzava con lei, la faceva ballare, le raccontava tutti gli
avvenimenti del paese. Ogni mattina ella gli portava a letto una
tazza di caff, e gli annunziava se la giornata era bella o
brutta; tutte le domeniche, poi, gli prometteva denari se egli
andava a messa.
"No, ho sonno", egli rispondeva; "ho studiato tanto ieri notte."
"Allora andrai pi tardi", ella insisteva. Egli non prometteva, ma
zia Tatna gli dava egualmente i denari.
E sempre intorno a lui svolgevasi la stessa scena, con gli stessi
personaggi: ancora il sambuco profumava l'aria e gettava foglie
nella cameretta silenziosa; il vento portava dalle valli il soffio
della selvaggia primavera nuorese; le api ronzavano nell'aria
tiepida, e ancora, a intervalli, vibrava il lamento di Rebecca.
Anania frequentava tutte le case del vicinato, e specialmente la
domenica s'indugiava qua e l, portando nei miseri ambienti neri
l'eleganza del suo vestito bleu, della cravatta rossa e del
colletto alto, sotto il quale celavasi il cordoncino dell'amuleto
di Ol.
L'indomani del sogno idilliaco fatto al chiaro di luna sul
davanzale della sua finestruola, appena Zuanne ritorn dal
Tribunale egli lo condusse fuori, con la buona intenzione di
fargli bere un calice di anisetta nella bettola del vicinato.
"Chiss quando ci rivedremo!", disse il mandriano, "quando dunque
verrai a trovarci? Vieni per la festa dei Martiri."
"Non posso. Ho tanto da studiare: quest'anno devo prendere la
licenza ginnasiale."
"E poi dove andrai? In continente?"
"S!", rispose Anania con impeto. "Andr a Roma."
"Ci sono tanti conventi a Roma, e pi di cento chiese, non 
vero?"
"Oh! pi di cento, certamente."
"Ieri notte tuo padre raccontava che quando era soldato..."
"Dovrai fare il servizio militare, tu?", interruppe Anania, che
non badava all'espressione del volto di Zuanne.
"Lo far mio fratello. Io..."
Tacque. Entrarono nella bettola. Un nugolo di mosche ronzava
attorno ad una fanciulla bruna e bella, ma spettinata e sucida,
seduta al banco.
"Buon giorno, Agata; come hai passato la notte?"
Ella si alz e si rivolse ad Anania con triviale famigliarit.
"Che vuoi, bello?"
"Che vuoi?", ripet egli a Zuanne.
"Quello che vuoi tu", disse impacciato il pastorello.
La fanciulla si mise a rifare la voce e l'atteggiamento di Zuanne.
"Quello che vuoi tu... E tu cosa vuoi, agnellino mio?"
Guard sfacciatamente Anania, ed anche Anania la guard. Dopo
tutto egli non era un santo; ma si avvide che Zuanne arrossiva e
chinava gli occhi, e quando uscirono si sent chiedere
timidamente:
"Anche quella  tua innamorata?".
"Perch?", egli domand un po' irritato, un po' allegro. "Perch
mi guardava? Oh, bella, a che servono gli occhi? Ti farai frate,
tu?"
"S", rispose l'altro semplicemente.
"E va a farti frate!", esclam Anania, ridendo. "E adesso andiamo
a vedere il Camposanto: cos staremo allegri."
"Eppure dobbiamo andarci tutti!", disse gravemente l'altro.
Mentre ritornavano verso casa, incontrarono un compagno di scuola
di Anania, un brutto ragazzo che s'era gi fatto crescere i baffi
e la barba a forza di strofinarsi e radersi il volto.
"Atonzu, vengo da te. Ti vuole il direttore. Tu dunque farai da
donna", egli disse, fermando Anania.
"Io? Macch donna d'Egitto! Non far niente, io!", rispose Anania
con molto sussiego.
"Come si fa, allora? Sei l'unico tipo adatto! Non  vero che
rassomiglia a una donna? Guarda!", esclam lo studente brutto
rivolgendosi a Zuanne.
"Sei bello...", disse timidamente il giovinetto.
Anania si inchin, levandosi il cappello.
"Grazie, altrettanto!"
"S, dunque, non fare il modesto: sei bello!" ripet lo studente
brutto: "vieni dunque dal direttore".
"Pi tardi, ma io non far da donna, parola d'onore, no!"
"Perch deve far da donna?", domand con meraviglia Zuanne.
"In una commedia, capisci: ed  per beneficenza... per gli
studenti poveri..."
"Io sono povero, fatela dunque voi in mio favore, la commedia!",
disse Anania.
"Povero! Sentilo! Il diavolo ti porti, tu sei pi ricco di noi!"
"Che cosa vuoi dire?", chiese Anania minaccioso, rabbuiandosi al
pensiero che il compagno accennasse alla protezione del signor
Carboni.
"Tu sei bello, sei il primo, tu diventerai giudice istruttore e
tutte le fanciulle ti vorranno raccogliere come un confetto..."
Questa espressione, che Nanna ripeteva dappertutto, fece ridere e
calm Anania; ma egli tenne la parola e non prese parte alla
commedia. E non se ne pent, perch la sera della rappresentazione
egli pot assistervi seduto in seconda fila, subito dietro la
sedia del padrino (in quel tempo sindaco di Nuoro) al cui fianco
Margherita, in abito rosso e cappello bianco, risplendeva come una
fiamma.
Il capitano dei carabinieri, il segretario della Sottoprefettura,
l'assessore anziano ed il direttore del Ginnasio sedevano in prima
fila, accanto al sindaco ed alla sua splendida signorina;
Margherita, per, non sembrava soddisfatta di tanta compagnia,
perch si voltava indietro guardando con dignit gli studenti e
gli ufficiali.
In fondo alla sala adorna di ghirlande d'edera e di vitalba, il
sipario di percalle qua e l rattoppato ondulava e lasciava
scorgere coppie di studenti che ballavano allegramente. Alla fine
il tendone fu tirato su con grande stento e la commedia cominci.
La scena risaliva al tempo delle Crociate, e si svolgeva in un
castello molto turrito e vetusto all'esterno, per quanto
all'interno fosse arredato con un solo tavolino rotondo e mezza
dozzina di sedie di Vienna.
La fida Ermenegilda, uno studentino dal viso tinto con carta
rossa, indossava un largo vestito da camera della signora Carboni;
seduta presso il balcone, con le gambe accavalcate indecentemente,
ricamava una sciarpa per il non meno fido Goffredo, guerriero
lontano.
"Ora si punge le dita", mormor Anania, chinandosi verso
Margherita.
Ella si chin a sua volta, portando il fazzoletto alla bocca per
soffocare una risata.
Il capitano dei carabinieri, seduto accanto a lei, volse
lentamente il capo, dando un bieco sguardo allo studente. Ma
Anania si sentiva tanto felice, aveva una pazza voglia di ridere e
voleva comunicare a Margherita tutta la gioia che la vicinanza di
lei gli destava.
Nel secondo atto il conte Manfredo, padre di Ermenegilda, voleva
costringere la fanciulla ad obliare Goffredo e sposare un ricco
barone di Castelfiorito.
"Padre mio!", diceva la donzella, aprendo le gambe in modo
sguaiato. "A che mi vuoi tu costringere? Mentre il prode Goffredo
langue forse in una prigione orrenda, tormentato dalla fame, dalla
sete e da..."
"...dagli insetti", mormor Anania, chinandosi nuovamente verso
Margherita.
Il capitano si volse di botto e disse con disprezzo:
"La finisca, dunque!".
Anania sussult, si ritrasse, gli parve d'essere umile e pauroso
come la chiocciola che appena disturbata si ritira nel guscio; e
per qualche minuto non vide e non ud pi nulla.
"La finisca, dunque!" S, egli non poteva scherzare, non poteva
parlare: s, egli aveva capito benissimo; non poteva sollevare
neppure gli occhi: egli era povero, era figlio della colpa... "La
finisca, dunque!" Che faceva, lui, fra tutti quei signori, fra
tutti quei giovani ricchi ed onorati? Come gli avevano permesso di
entrare? Come aveva potuto chinarsi all'orecchio di Margherita
Carboni e sussurrarle frasi volgari? Perch ora sentiva tutta la
volgarit delle osservazioni fatte. Ma non poteva parlare
altrimenti il figlio d'un mugnaio e di una donna... "La finisca,
dunque!"
Ma a poco a poco riprese animo, e guard con odio la nuca rossa e
la testa calva del capitano.
Non udendolo pi ridere n parlare, Margherita si volse alquanto e
lo guard: i loro occhi si incontrarono ed ella s'offusc
vedendolo triste, ed egli se ne accorse e le sorrise.
Immediatamente tornarono allegri tutti e due; ella rivolse il viso
al palcoscenico, ma sent che gli occhi lunghi e socchiusi di
Anania non cessavano di guardarla e di sorriderle. Una sottile
ebbrezza li avvolse entrambi.
Verso mezzanotte Anania accompagn i Carboni fino alla loro casa:
l'assessore anziano, un vecchio medico chiacchierone, camminava a
fianco del sindaco: Anania e Margherita andavano avanti, ridendo e
inciampando sui ciottoli della strada buia e diruta. Gruppi di
persone passavano, ridendo e chiacchierando.
La notte era scura, ma tiepida, vellutata: di tanto in tanto
arrivava un soffio di levante, profumato da un odore di bosco
umido. Stelle e pianeti, infiniti come le lagrime umane,
oscillavano sul cielo profondo; sopra l'Orthobene Giove brillava
vivissimo.
Chi non ricorda nella sua prima giovinezza una notte, un'ora cos?
Stelle oscillanti nell'oscurit d'una notte pi luminosa d'un
tramonto, stelle pronte a cadere sovra la nostra fronte, come un
diadema regale; l'Orsa brillante, a guisa d'un carro d'oro che ci
attenda per condurci in un lontano paese di sogni; una strada
buia, la Felicit vicina, cos vicina da poterla afferrare e non
lasciarla mai pi.
Due o tre volte Anania sent la mano di Margherita sfiorare la
sua; ma il solo pensiero di poterla prendere e stringere gli parve
un delitto. Egli parlava e gli pareva di tacere e di pensare a
cose ben lontane da quelle che diceva; camminava e inciampava e
gli sembrava di non sfiorare la terra; rideva e si sentiva triste
fino alle lagrime: vedeva Margherita cos vicina da poterle
stringere la mano, e gli pareva lontana e inafferrabile come il
soffio del vento che veniva e passava.
Ella rideva e scherzava, ed egli aveva ben veduto negli occhi di
lei il riflesso della sua sdegnosa tristezza; ma gli sembrava che
ella non potesse badare a lui che come ad un cane fedele. "Se
ella", pensava, "potesse immaginare che io mi struggo dal
desiderio di stringerle la mano, griderebbe d'orrore come al morso
di un cane arrabbiato."
Ad un certo punto la voce alta e nasale dell'assessore tacque;
Margherita ed Anania si fermarono, salutarono, ripresero la via,
ma lo studente parve destarsi da un sogno; torn a sentirsi solo,
triste, timido, barcollante nel vuoto della strada scura.
"Bravo, bravo!", disse il sindaco che si era messo fra i due
ragazzi; "ti  piaciuta la commedia?"
" una stupidaggine", sentenzi Anania con tono sicuro.
"Braaavo!", ripet meravigliato il padrino. "Sei un critico
acerbo, tu!"
"Ma son cose da farsi quelle? Gi, il direttore  un fossile; non
poteva scegliere altro. La vita, la vita non  quella, non  stata
mai quella!"
"Potevano dare una commedia moderna: una cosa commovente: queste
stupide contesse han fatto il loro tempo!", disse Margherita,
prendendo il tono e l'accento d'Anania.
"Brava! Anche tu! S, davvero, dovevano dare una cosa pi
commovente: per esempio la commedia di quegli indiani che quando
la moglie partorisce si mettono a letto e si fanno trattare da
puerpere anche loro... avete sentito l'assessore?"
Margherita rise: rise anche Anania, ma il suo riso si spense
subito, come troncato da un improvviso pensiero triste.
Camminarono in silenzio.
"Ebbene, questi lampioni; bisogner provvedere", disse piano,
parlando a se stesso, il signor Carboni; poi a voce alta: "Cosa
hai detto per il direttore?".
"Che  un fossile."
"Bravo! E se vado a dirglielo?"
"Che mi fa? Tanto l'anno venturo me ne vado."
"Ah, te ne vai? E dove?"
Anania arross, ricordandosi che non poteva andar via senza
l'aiuto del signor Carboni. Che significava ora la sua domanda?
Non ricordava pi? O si burlava di lui? O voleva fargli pesare gi
la sua protezione?
"Non lo so", disse a bassa voce.
"Ah!", riprese il sindaco, "tu vuoi andar via? Non vedi l'ora di
andar via? Andrai, andrai: tu vuoi volare gi, tu scuoti gi le
ali, uccellino! Ebbene, ssssst, vola!" Fece atto di lanciare in
aria un uccello, poi batt la mano sulle spalle del figlioccio. Ed
Anania sospir, e si sent leggero, lieto e commosso come se
veramente avesse spiccato il volo.
Margherita rideva: e nel silenzio della notte, il riso vibrante di
lei pareva ad Anania, fattosi uccello, il fremito arcano d'un ramo
fiorito sul quale egli poteva posarsi e cantare.


VII.

S'avanzava l'autunno.
Erano gli ultimi giorni che Anania passava in famiglia, ed egli si
sentiva sempre pi lieto, come l'uccello che sta per volare, ma
una vaga tristezza velava talvolta la sua gioia, un trepido timore
dell'ignoto lo inquietava. Mentre si chiedeva come era fatto il
mondo verso cui si slanciava gi col pensiero, doveva dire addio,
lentamente, giorno per giorno, al mondo umile e triste nel quale
s'era svolta la sua fanciullezza incolore, non oscurata che dal
dolore dell'abbandono di sua madre, non rischiarata che dal
fantastico amore per Margherita. La stagione languida e dolce
contribuiva a renderlo sentimentale. L'autunno incipiente velava
il cielo d'infinita dolcezza; l'orizzonte si copriva d'un vapore
latteo e roseo, che pareva velasse ma lasciasse intravedere un
mondo di sogni ineffabili.
Nei crepuscoli verdognoli, rischiarati da nuvole rosse che
serpeggiavano, svanivano e ricomparivano continuamente sul cielo
glauco, Anania sentiva negli orti il crepito e l'odore delle erbe
secche bruciate dagli agricoltori, e gli sembrava che qualche cosa
dell'anima sua svanisse col fumo di quei fuochi melanconici.
Addio, addio, orti guardanti la valle; addio scroscio lontano del
torrente che annunzia il tornar dell'inverno; addio canto del
cuculo che annunzia il tornar della primavera; addio grigio e
selvaggio Orthobene dagli elci disegnati sulle nuvole come capelli
ribelli d'un gigante dormente; addio rosee e cerule montagne
lontane; addio focolare tranquillo e ospitale, cameretta odorosa
di miele, di frutta e di sogni! Addio umili creature inconscie
della propria sventura, vecchio zio Pera vizioso, Efes e Nanna
disgraziati, Rebecca infelice, Maestro Pane stravagante, pazzi,
mendicanti, delinquenti, fanciulle belle e inconsapevoli, bambini
votati al dolore, gente tutta infelice o spregevole che Anania non
ama ma sente attaccata alla sua esistenza come il musco alla
pietra, gente tutta che egli abbandona con gioia e con dolore!
E addio dolcezza e luce sopra tanti oscuri dolori, arcobaleno
incurvato come cornice di perle sul quadro screpolato di una
miseria antica ed eterna - Margherita, addio!
Il giorno della partenza si avvicinava, Zia Tatna preparava una
infinit di cose, ed altre teneva pronte nella memoria: camicie,
calze, dolci, frutta, focaccie lucide come avorio, pezze di
formaggio, e un pollo e dodici uova col sale e vino e miele e uva
passa, riempivano mano mano bisaccie, cestini e scatole.
"Diavolo", osservava Anania, "pare debba partire un intero
esercito."
"Silenzio, figlio mio! quando sarai l vedrai come tutto sar
necessario. L nessuno penser a te, poverino: ah, come farai tu?"
"Non dubitate, ci penser io."
Il mugnaio e sua moglie tenevano lunghi colloqui segreti, ed
Anania ne indovinava il motivo; una sera poi li vide uscire
assieme e attese ansioso il loro ritorno.
Zia Tatna rientr sola.
"Anania", disse, "dove dunque hai deciso di andare? A Cagliari o a
Sassari?"
Egli veramente aveva fino a quel momento accarezzato il sogno di
attraversare il mare; ma dalle parole della donna cap che
qualcuno aveva stabilito di non lasciarlo ancora andar oltre le
coste sarde.
"Siete stata dal signor Carboni?", chiese con fiera amarezza. "Non
negate. C' bisogno di far segreti con me? Io so tutto, io. Perch
dunque non mi lascia partire pel Continente? Gli restituir tutto,
io!"
"Bah! bah!", esclam zia Tatna, mortificata e addolorata
dall'impeto di fierezza dello studente. "Santa Caterina mia, che
cosa ti passa in mente, adesso?"
Anania sbuff, sospir, curv il viso su un libro senza vederne
una parola. La donna gli si avvicin e gli pos una mano sulla
spalla.
"Che cosa mi dici, dunque, figliuolo mio? Cagliari o Sassari? Non
hai detto fino a ieri che volevi andare a Cagliari o a Sassari?
Perch vuoi andare pi in l? Ges Maria, il mare  una brutta
cosa: dicono che si soffre e che si pu morire. E le tempeste poi?
Non pensi alle tempeste?"
"Voi non capite niente...", disse Anania, irritato, guardando e
svolgendo le pagine come se leggesse vertiginosamente.
"Se l'hai detto tu! Che capricci son questi? Non si studia lo
stesso tanto in Sardegna che in continente? Perch vuoi andare
l?..."
Ah, perch voleva andare l? Che ne capivano loro? Era forse per
studiare? Fin dal primo giorno, quel dolce giorno d'autunno, in
cui Bustianeddu l'aveva condotto alla scuola nel convento, non
aveva egli pensato ad un'altra cosa che non era lo studio?
Le ragioni di zia Tatna calmarono alquanto la sua impazienza.
"Vedi dunque, tu sei ancora un bambino; a diciassette anni tu vuoi
gi correre solo pel mondo? Vuoi morire in mare, solo, lontano da
tutti, o vuoi smarrirti in una citt che tu stesso dici grande
come una foresta? Va dunque a Cagliari, adesso: il signor Carboni
ti dar tante lettere di raccomandazione: egli conosce tutta
Cagliari: anche un marchese conosce. Ebbene, abbi pazienza. Santa
Caterina mia! Andrai, andrai anche l, quando sarai pi grande. Tu
ora sei come la lepre appena slattata: ecco che essa lascia il
covo e fa un piccolo giro fino al muro della tanca: poi torna,
cresce, poi s'arrischia pi in l, pi in l ancora, guarda dove
deve andare, vede la via da percorrere. Abbi pazienza. Pensa che
siamo vicini, pensa che potrai tornare con pi facilit ad ogni
occorrenza. Nelle vacanze di Natale potrai tornare..."
"Vado dunque a Cagliari!", decise Anania, rasserenato.
L'indomani cominci a far le visite di congedo. And dal direttore
del Ginnasio, da un canonico amico di zia Tatna, dal medico, dal
deputato, ed infine dal sarto, dal pasticciere e dal calzolaio
Franziscu Carchide, il bel giovinotto che un tempo frequentava il
molino. Ora il Carchide aveva fatto fortuna, non si sapeva n come
n perch; possedeva una bella bottega, con cinque o sei
lavoranti, vestiva in borghese, parlava affettato, e si permetteva
di fare il galante con le signorine che serviva!
"Addio", disse Anania entrando nella bottega, "posdomani parto per
Cagliari: desideri qualche cosa?"
"S," rispose uno dei giovani, sollevando il volto sorridente,
"mandagli un anello col diamante, perch egli deve sposarsi con la
figlia del sindaco!"
"E perch no?" esclam boriosamente il Carchide. "Accomodati,
dunque."
Ma Anania, disgustato per lo scherzo che gli pareva un'ingiuria a
Margherita, s'accomiat subito.
Uscendo incontr sulla porta il giovinetto che la voce pubblica
diceva figlio del Carboni; un ragazzo molto alto per la sua et,
un po' curvo, pallido, con le mascelle sporgenti e gli occhi
tristi e cerchiati, azzurri come quelli di Margherita.
"Addio, Antonino", salut lo studente, mentre l'altro lo guardava
con un baleno d'odio nelle pupille melanconiche.
Rientrato a casa Anania rifer ogni cosa a zia Tatna, mentre la
donna, seduta davanti a un braciere, preparava un dolce di scorze
d'arancio, mandorle e miele, [19] da portare in regalo ad un
importante personaggio cagliaritano.
"Sentite", disse Anania, "il vostro canonico mi ha regalato uno
scudo, e due lire il medico. Io non volevo..."
"Ah, cattivo figliuolo!  uso, questo, di regalare denari agli
studenti che partono la prima volta", osserv la donna, rimovendo
e rimescolando delicatamente con due forchette i sottili fili
della scorza d'arancio entro la lucida casseruola di stagno.
Un acuto odore di miele bollente profumava la cucina tranquilla:
qua e l facevano capolino i piccoli cestini gialli colmi di
provviste per lo studente.
Anania sedette presso la donna, prese il gatto sulle ginocchia e
cominci ad accarezzarlo.
"Dove sar tra otto giorni?", chiese pensieroso. "Sta fermo,
Mussittu, gi la coda. Il vostro canonico mi ha fatto una lunga
predica."
"E ti consigli di confessarti e comunicarti prima di partire?"
"Ci si faceva venti anni fa, quando si partiva a cavallo per
Cagliari, e s'impiegavano tre giorni per arrivarci. Adesso non si
usa pi", rispose maliziosamente Anania.
"Cattivo figliuolo, tu non credi pi in Dio!"
"Col cuore, s!"
Queste parole consolarono alquanto la buona donna che gli narr
l'episodio biblico di Eli; dopo gli chiese:
"Dove dunque sei stato?".
Egli ricominci a narrare: il gattino gli si era arrampicato sulle
spalle e gli leccava le orecchie, dandogli un solletico strano che
lo faceva, egli non sapeva perch, pensare a Margherita.
Mentre raccontava il volgare scherzo del Carchide entr Nanna, che
zia Tatna aveva mandata a comperare droghe e confetti per ornare
il dolce: ella puzzava di vino, aveva le sottane lacere, in modo
che le si scorgevano le gambe legnose e violacee, ed era
ributtante pi del solito.
"Ecco qui", disse, estraendo dal seno i pacchettini delle droghe,
e fermandosi ad ascoltare i discorsi di Anania.
"Hai sentito?", esclam ingenuamente zia Tatna. "quell'immondezza
di Franziscu Carchide vuole sposare Margherita Carboni."
"Non  cos!", disse Anania, irritato. "Non capite niente!"
"S," disse Nanna, "io lo so; egli  pazzo. Ha chiesto la mano
delle figlie del medico; voleva o l'una o l'altra! L'hanno
cacciato via col manico della scopa. Ora vuole Margheritina,
perch prendendole la misura delle scarpine le ha stretto il
piede..."
"Doveva dargli un calcio!", grid Anania, balzando in piedi, col
gattino intorno al collo. "Un calcio sul viso!"
Nanna lo guard: i suoi piccoli occhi rifulgevano stranamente.
"Ecco", disse, svolgendo i pacchettini con le mani tremolanti, "
quel che dissi io. Eppoi c' anche un militare, un ufficiale o un
generale, non so, che vuole sposare Margherita. Ma io dissi: no,
ella  una rosa e deve sposare un garofano; freschi entrambi...
Prendine dunque uno..." S'avvicin ad Anania, porgendogli i
confetti; ma egli balz indietro gridando:
"Puzzate come una botte! Lontana da me!".
Nanna traball; qualche confetto cadde e rotol sul pavimento.
"Il garofano mio!", diss'ella carezzevole, nonostante le cattive
parole di Anania. "Sei tu il garofano di Margherita! Tu dunque
parti? Va, studia, diventa dottore."
Anania si curv, raccolse i confetti; poi rise e disse tutto
felice:
"Mi raccatteranno cos, le ragazze: non  vero?".
E si mise a ballare col gattino fra le braccia. Ma d'improvviso
ridivent cupo.
Chi era il militare che voleva sposar Margherita? Forse quel
capitano dal collo rosso, che a teatro gli aveva detto con
disprezzo: "La finisca, dunque"? Improvvisamente gli balen al
pensiero una visione tormentosa: Margherita sposa d'un uomo
giovane e ricco, Margherita perduta eternamente per lui!
Depose il gattino per terra, e fugg, si chiuse nella sua
cameretta, s'affacci alla finestra. Gli pareva di soffocare. Non
era stato mai geloso, n aveva mai pensato che Margherita potesse
sposarsi cos presto.
"No, no", pensava, stringendo e scuotendo la testa fra le mani,
"non si deve sposare. Bisogna che aspetti, finch... Ma perch
dovrebbe aspettare? Io sono un bastardo, io sono il figlio d'una
donna perduta. Io non ho altra missione che quella di cercare mia
madre e di ritrarla dall'abisso del disonore... Margherita non pu
abbassarsi a me; ma finch non avr compiuto la mia missione ho
bisogno di lei come di un faro. Dopo posso morire contento."
E non pensava che la sua missione poteva prolungarsi
indeterminatamente e senza esito; e l'idea che rinunziando alla
sua missione avrebbe potuto sperare nell'amore di Margherita gli
sembrava mostruosa.
Il pensiero di ritrovare sua madre cresceva e si sviluppava con
lui, palpitava col suo cuore, vibrava coi suoi nervi, scorreva col
suo sangue; solo la morte poteva sradicarlo, questo pensiero, ed
appunto alla morte di sua madre egli pensava quando desiderava che
il loro incontro non si avverasse; ma anche questa soluzione, o il
desiderio di questa soluzione, gli sembrava una grande vilt.
Pi tardi egli si domand se era stata la sua natura sentimentale
a creargli il pensiero della sua missione, o se questo pensiero
aveva formato la sua natura sentimentale: ma alla vigilia della
sua partenza egli accettava ancora le sue sensazioni ed i suoi
sentimenti senza analizzarli; ed accettandoli cos, come da
bambino, non faceva che meglio radicarli nella sua anima e nella
sua carne, in modo che nessuna logica e nessun ragionamento
cosciente avrebbero poi potuto strapparglieli.
Pass una notte febbrile. Ah, era gi lontano il tempo quando egli
si contentava di veder Margherita nei piccoli viali dell'orto,
senza badare al colore dei suoi capelli e alla forma del suo
busto. Allora egli sognava cose fantastiche, rapimenti, incontri,
fughe in luoghi misteriosi, magari nelle bianche pianure della
luna; ma se gli avessero dato la notizia delle nozze di lei non
avrebbe sofferto. Una volta aveva progettato di convincerla a
seguirlo su una montagna; l si avvelenavano, d'un veleno che non
deformava i cadaveri; si stendevano sulle roccie, fra l'edera ed i
fiori, e morivano assieme: ed in questo sogno non s'era delineato
neppure il desiderio di un bacio o di una stretta di mano.
Ma dopo era venuto il sogno idilliaco della fontana di Fonni, il
bacio, l'abbandono di Margherita; e durante la sera della
rappresentazione, il profumo dei capelli di lei, lo splendore dei
suoi occhi, il calore che pareva emanasse dalla sua persona
fiorente gli avevano dato ebbrezze ineffabili.
Ed ora soffriva al pensiero che ella potesse diventare d'altri; e
nel sonno febbrile si affannava, sognando, a scriverle una lettera
disperata, alla quale univa un sonetto, uno dei molti sonetti
dialettali che egli aveva gi composto per lei.
Si svegli, s'alz ed apr la finestra. L'alba gli parve vicina;
il cielo era limpido, sopra una guglia nera dell'Orthobene
tremolava una stella rossastra, simile ad una fiammella su un
candelabro di pietra; i galli cantavano, rispondendosi l'un
l'altro con una gara di gridi rauchi, e parevano indispettiti
reciprocamente di ci che gridavano e tutti contro la luce che non
arrivava. Anania guardava il cielo e sbadigliava: ad un tratto un
brivido di freddo lo invest dai piedi alla testa. Oh, Dio, che
accadeva in lui? Gli pareva che qualche cosa volesse staccarglisi
dall'anima, restare sotto quel cielo, davanti al monte selvaggio
le cui creste servivano da candelabri alle stelle. Come il
viandante oppresso da un carico troppo grave vuol liberarsene in
parte onde poter continuare la sua strada, cos egli sentiva il
bisogno di lasciare un po' del suo segreto a Margherita. Chiuse la
finestra e sedette davanti al tavolino, tremando e sbadigliando.
"Che freddo!", disse a voce alta.
Il sonetto che egli voleva mandare a Margherita era gi copiato a
stampatello, su un foglio di carta rosea rigata traversalmente di
viola: eccone la traduzione in prosa:
"Una bellissima margherita cresceva in un verde prato. Tutti i
fiori l'ammiravano, ma specialmente un ranuncolo pallido ed umile,
cresciutole accanto, moriva di amore per lei. Ed ecco, in una
splendida giornata di primavera, una bellissima fanciulla andava a
passeggiare nel prato, coglieva la margherita, la baciava, la
poneva sul morbido seno, mentre senza avvedersene schiacciava
l'infelice ranuncolo che, d'altronde, privato dell'adorata vicina,
si sentiva beato di morire".
Rileggendo i versi il poeta prov una tristezza dispettosa;
vedeva, al posto della simbolica fanciulla, un capitano dei
carabinieri dai baffi provocanti; ripieg il foglio, ma rest a
lungo indeciso se doveva chiuderlo o no nella busta. Che avrebbe
pensato Margherita? Avrebbe ricevuto lei il sonetto? S, perch
quando il postino batteva al portone tre colpi terribili che
parevano picchiati dalla ferrea mano del destino, Margherita
correva lei a ricever la posta. Bisognava per che ella fosse in
casa nelle ore in cui passava il postino, cio verso mezzogiorno
ed a sera. A mezzogiorno ella certamente era in casa; occorreva
dunque impostar subito il sonetto.
Un'agitazione febbrile invase Anania; senza esitare oltre usc e
cammin come un sonnambulo per le straducole buie e deserte.
Dietro i muri dei cortili, nelle rozze tettoie delle case paesane,
i galli continuavano i loro canti dispettosi; l'aria umida odorava
di stoppia; una povera infornatrice di pane d'orzo, che tornava
dal compiere il suo faticoso mestiere, attravers una viuzza; il
passo di due alti carabinieri risuon sinistramente sul lastrico
del Corso: poi pi nessuno, pi nulla.
Anania rasentava i muri, pauroso d'esser riconosciuto nonostante
il buio, e appena impostata la lettera si mise a correre. Ma non
pot rientrare in casa; gli pareva di soffocare, aveva bisogno
d'aria, di immensit. Scese verso lo stradale di Orosei, risal il
ciglione, e solo quando si trov ai piedi dell'Orthobene respir,
aprendo le narici come un puledro sfuggito al laccio. Avrebbe
voluto gridare di gioia e di spasimo. Albeggiava; tenui veli
azzurrognoli coprivano le grandi valli umide, le ultime stelle
svanivano. Non sapeva perch, Anania ripeteva i versi:

      Care stelle dell'Orsa, io non credea...

e cercava di ricacciare da s il pensiero di ci che aveva fatto,
mentre se ne sentiva felice fino allo spasimo.
Prese a salire l'Orthobene, strappando fronde, ciuffi d'erba,
lanciando pietre e ridendo; pareva pazzo. I cespugli odoravano, il
cielo dietro l'enorme scoglio cerulo di monte Albo diventava in
color di ciclamino; Anania si ferm su una roccia, guard
l'immensa chiostra azzurra delle montagne lontane battute dal
riflesso delicato dell'aurora, e ridivent pensieroso.
Addio! Domani egli sarebbe al di l delle montagne, e Margherita
penserebbe invano all'ignoto ranuncolo che l'amava e che era lui.
Ed ecco, una cinzia cant nel suo nido selvaggio, nel cuore d'un
elce, e nella sua nota tremol tutta la poesia del luogo
solitario; Anania ricord allora il canto di un altro uccellino
entro l'umido fogliame d'un castagno, in una lontana mattina
d'autunno, lass, lass, in una di quelle montagne dell'orizzonte,
e rivide un bimbo che scendeva lieto la china, ignaro del proprio
triste destino.
"Anche adesso", pens rattristandosi, "anche adesso sono lieto di
partire, e chiss invece che cosa mi aspetta!"

Rientr a casa pallido e triste.
"Ma dove sei stato, galanu meu? [20] Perche sei uscito prima
dell'alba?", chiese zia Tatna.
"Datemi il caff!", diss'egli, aspro.
"Ecco il caff, ma che cosa hai, cuoricino amato? Sei pallido;
rimettiti, riprendi colore prima di recarti dal padrino. Come?
Scuoti il capo? Non andrai stamattina dal padrino? Cosa guardi?
C' qualche formica nel caff?"
Egli guardava fisso la piccola scodella rossa filettata d'oro, che
serviva esclusivamente per lui: addio piccola scodella; ancora
domani e poi addio. Le lagrime gli salivano agli occhi.
"Andr pi tardi dal padrino; ora finisco di preparare la roba",
disse piano piano, come parlando alla scodella.
"E se non ci rivedessimo pi?", chiese poi alla donna. "S'io
dovessi morire prima del ritorno? E forse sarebbe meglio... Perch
dobbiamo vivere a lungo? Giacch si deve morire  meglio morir
presto."
Zia Tatna lo guard; fece un segno di croce per aria, e disse:
"Tu hai fatto cattivi sogni, stanotte? Perch parli cos,
agnellino senza lana? Ti fa male il capo?".
"Voi non capite niente!", proruppe egli, balzando in piedi.
Entr nella sua cameretta e cominci a riporre in una piccola
valigia i libri e gli oggetti pi cari; e di tanto in tanto
volgeva gli occhi alla finestra aperta, nel cui sfondo si scorgeva
un lembo di cielo autunnale che pareva una tela graziosamente
dipinta: una pianura bianchiccia con un laghetto azzurro.
Che avrebbe egli veduto dalla finestra della cameretta che
l'aspettava a Cagliari? Il mare? Il mare vero, le lontananze
infinite dell'acqua azzurra sotto le infinite lontananze del cielo
azzurro? Tutto quell'azzurro, veduto e desiderato, lo rasseren:
si pent d'aver contristato zia Tatna, ma che poteva farci? S,
egli sentiva d'essere ingrato, ma i nervi son nervi e non si pu
loro comandare. Per egli non vuole essere completamente ingrato,
no! Lascia la valigia, i libri, le scatole, si precipita in
cucina, dove la buona donna scopa con aria tra melanconica e
filosofica, forse pensando alle parole funebri dell'"agnellino
senza lana", le va sopra, stringe lei e la scopa in uno stesso
abbraccio, e le trascina in un giro vorticoso di ballo.
"Ah, cattiva lana, che cosa c'?", grida la vecchia, palpitando di
gioia; ma sul pi bello Anania scappa, correndo e imitando lo
sbuffare del treno.
Chiusa la valigia egli and a congedarsi dai vicini di casa,
cominciando da Maestro Pane. La bottega del vecchio falegname, di
solito piena di gente, era deserta, e lo studente dovette
attendere alquanto, seduto sullo scalino interno della porta, coi
piedi fra gli abbondanti trucioli che coprivano il pavimento. Un
leggero soffio di vento entrava per la porta, agitando le grandi
ragnatele del tetto, cosparse di fili di segatura.
Finalmente Maestro Pane arriv: indossava una vecchia tunica da
soldato, della quale curava molto i bottoni lucidissimi, e sorrise
con infantile compiacenza quando Anania gli disse che sembrava un
generale.
"Ho anche il kep!", disse con seriet. "Vorrei metterlo, ma i
ragazzi ridono. E cos tu parti, caro bambino? Dio ti accompagni e
ti aiuti. Io non ho niente da regalarti!"
"Ma vi pare, Maestro Pane?"
"Il cuore non manca, ma il cuore non basta! Ebbene, io ti far una
scrivania quando sarai dottore: ho gi il modello, vedi?"
Cerc un catalogo di mobili, gelosamente nascosto sotto il banco,
e fece vedere allo studente una splendida scrivania a colonnine e
trafori.
"Ti pare impossibile?", disse, risentito, accorgendosi che Anania
sorrideva. "Tu non conosci Maestro Pane! Io non ho mai lavorato
mobili preziosi e fini perch non avevo fondi, ma sarei buono..."
"Lo credo, lo credo, Maestro P! Ed io, quando sar dottore e
ricco, vi far eseguire tutti i mobili del mio palazzo..."
"Davvero? e quanti anni ci vorranno ancora?"
"Eh, chi lo sa? Dieci, quindici..."
"Troppo! Sar in cielo, allora, nella bottega di San Giuseppe
glorioso" (nonostante lo scherzo si fece devotamente il segno
della croce). "E, dimmi", riprese, fissando una pagina del
catalogo, "cosa vuol dire mobili al-la-Lui-gi-de-ci-mo-quin-to?"
"Era un re...", cominci Anania.
"Questo lo so", rispose vivacemente Maestro Pane, con un malizioso
sorriso sulla gran bocca sdentata, "era un re al quale piacevano
le ragazzine..."
"Maestro Pane", grid Anania, strabiliato, "come sapete ci?"
Il vecchietto cominci a ridere, togliendosi la giubba e
piegandola accuratamente.
"Ebbene", disse, fingendo un ingenuo stupore per non turbare oltre
l'innocenza di Anania, "perch siamo ignoranti non dobbiamo saper
nulla? A quel re piaceva giocare e divertirsi coi bambini, come
alla regina Ester piaceva andar pei campi a cogliere spighe, ed a
Vittorio Emanuele zappare l'orto..."
Ma Anania la sapeva pi lunga di Maestro Pane, e chiese anche lui
con finta ingenuit:
"Avete dunque studiato, voi?".
"Io? Avrei voluto, ma non ho potuto; fiore mio, non tutti nascono
sotto una buona stella come te."
"E dunque, come sapete queste storie?"
"Si raccontano, diavolo! La storia della Regina Ester l'ho udita
da tua madre, e quella del Re da Pera Sa Gattu..."
Anania and via inorridito, ricordando una storiella raccontata
molti anni prima da Nanna, una sera d'inverno, nel molino delle
olive...
Buss alla porticina chiusa di Nanna, ma il vecchio pazzo, seduto
su una pietra, disse che la donna non c'era.
"L'aspetto anch'io", aggiunse, "perch Ges Cristo ieri sera mi
disse che ha bisogno d'una serva."
"Dove l'avete incontrato?"
"Nel viottolo... laggi", indic il pazzo; "aveva un cappotto
lungo e le scarpe rotte. Ebbene, perch tu non mi dai un paio di
scarpe vecchie, Anania Atonzu?"
"Vi starebbero strette", disse lo studente, guardandosi i piedi.
"E perch non vai scalzo, che una palla ti trapassi la milza?",
chiese minaccioso il pazzo, corrugando le irte sopracciglia
grigie.
"Addio", disse Anania, senza rispondere alla minacciosa domanda,
"io parto per gli studi."
Gli occhioni azzurri del vecchio presero una espressione
maliziosa.
"Tu vai ad Iglesias?"
"No, a Cagliari."
"Ad Iglesias ci sono i vampiri e le faine. Addio, dunque: toccami
la mano. Cos, bravo; non aver paura, non ti mangio. E tua madre
dove si trova ora?"
"Addio, state bene", disse Anania, ritirando la sua piccola mano
dalla manaccia dura del pazzo.
"Anch'io devo partire", annunzi il vecchio. "Andr in un luogo
dove si mangiano sempre cose buone: fave, lardo, lenticchie,
viscere di pecora."
"Buon pro vi faccia!"
"Eh!", grid il pazzo, quando lo studente si fu allontanato. "Bada
alle coreggie gialle! E scrivimi."
Anania si conged dagli altri vicini, ed anche dalla donna
mendicante, che lo ricevette in una cameretta discretamente pulita
e gli offr una tazza di buonissimo caff.
"Tu andrai anche da Rebecca?", gli domand, con invidia, "quella
stupida si  data a mendicare, adesso! Non  una vergogna, una
ragazza come lei? Diglielo, dunque!"
" piagata! pu appena camminare..."
"No,  guarita. Cosa guardi lass?  una falce da mietitore."
"Perch sta appesa sulla porta?"
"Per il vampiro, che quando penetra di notte nella camera si ferma
a contare i denti della falce, e siccome non arriva che al sette
ricomincia sempre. Cos arriva l'alba, e appena vede la luce il
vampiro fugge. Tu ridi? Eppure  vero. Che Dio ti benedica", disse
poi la mendicante, accompagnandolo fin sulla strada. "Buon
viaggio; e fa onore al vicinato."
Anania entr da Rebecca: ella pareva ancora una bambina, sebbene
avesse pi di venti anni, livida, calva, accoccolata nel suo buco
nero come una fiera malata nella sua tana. Vedendo lo studente
arross, e tutta tremante gli offr, su un primitivo vassoio di
sughero, un grappolo d'uva nera.
"Lo prenda, dunque...", balbett. "Non ho altro..."
"E dammi dunque del tu!", esclam Anania, strappando un acino dal
grappolo.
"Non ne sono degna! Io non sono Margherita Carboni; sono una
povera immondezza!", rispose animandosi la fanciulla. "Lo prenda
dunque questo grappolo!  pulito; io non l'ho neppure toccato! Me
lo port zio Pera Sa Gattu."
"Zio Pera?", chiese Anania, ricordando con disgusto la storiella
di Maestro Pane.
"S, poveretto! Egli si ricorda sempre di me, e tutti i giorni mi
porta qualche cosa: il mese scorso sono stata malata perch mi si
sono riaperte le piaghe, e zio Pera fece venire il medico e port
le medicine. Ah, egli fa per me ci che farebbe mio padre se... Ma
egli mi ha abbandonata! Basta!" disse poi Rebecca, accorgendosi di
aver toccato un tasto doloroso per Anania. "Lei dunque non vuole
il grappolo?  pulito, per."
"E dallo qui! Ma dove lo metto? Aspetta: lo avvolgo in questo
giornale. Io dunque parto, sai. Vado a Cagliari per gli studi.
Arrivederci; sta bene e curati."
"Addio!", diss'ella, con gli occhi pieni di lagrime. "Anch'io
vorrei partire!"
Anania usc e vedendo sulla porta della bettola la bella Agata si
avvicin per congedarsi anche da lei.
Appena lo scorse, la ragazza cominci a sorridergli, con gli
occhioni lucenti, ed a fargli segni d'addio con la mano.
"Tu facevi all'amore con quel mucchietto di marcia!", chiese
accennando Rebecca affacciatasi alla porta. "Allontanati, che
puzzi orribilmente."
Anania fece un gesto di raccapriccio, pensando istintivamente a
Margherita.
"Eppure", prosegu l'altra, ridendo e guardandolo languidamente,
"essa  gelosa di me. Osserva come guarda! Stupida! Ella pensa
sempre a te perch l'ultima notte dell'anno scorso, quando
sorteggiammo gli innamorati, il tuo nome venne fuori assieme col
suo!"
"Lo so, dunque! Finiscila!", diss'egli infastidito. "Io parto
domani; addio. Desideri qualche cosa?"
"Prendimi con te!", ella propose con ardore.
Un pastore, che aveva finito di sorseggiare un calice d'acquavite,
usc dalla bettola e pizzic la fanciulla.
"Sas manos siccas, [21] lepre pelata!", grid Agata; poi attir
Anania entro la bettola e gli chiese che cosa desiderava bere.
"Niente, addio, addio."
Ma Agata gli vers un calice di vino bianco, e mentre egli beveva,
ella, appoggiatasi languidamente al banco, guardava fuori e
diceva:
"Anch'io verr presto a Cagliari; appena avr un costume nuovo e i
bottoni d'oro per la camicia, verr a Cagliari e cercher
servizio. Cos ci rivedremo... Oh, diavolo, ecco che viene
Antonino; egli mi vuole in isposa ed  molto geloso di te. Ah,
gioiello mio, addio, vattene...".
Dicendo cos si gett su lui con uno slancio felino e lo baci
sulla bocca; poi lo spinse ad uscire, ed egli and via sbalordito
e turbato; e incontrando Antonino cap finalmente perch costui lo
guardava con odio.
Per qualche minuto cammin senza avvedersi dove andava: gli pareva
d'aver baciato Margherita e il desiderio di vederla lo rendeva
fremente.
"Ah", grid ad un tratto, trovandosi fra le braccia d'una donna.
"Figliuolino del mio cuore", disse Nanna, piangendo comicamente e
porgendogli un involtino, "tu dunque parti? Il Signore ti
accompagni e ti benedica come benedice la spiga del frumento. Noi
ci rivedremo ancora, ma intanto ecco... non rifiutare, sai, perch
io ne morrei di dolore..."
Per impedire la morte di Nanna egli prese l'involtino; poi trasal
sentendo sulla sua guancia qualcosa di viscido e un pestilenziale
soffio di acquavite.
"Ebbene", balbett Nanna, dopo averlo baciato, "non ho potuto
resistere. Pulisciti la guancia: no, essa non deve restar
macchiata pei baci odorosi come garofani, delle fanciulle d'oro
che ti raccatteranno come un confetto."
Anania non protest, ma quel terribile urto con la realt lo
rimise in equilibrio, cancellando la sensazione ardente del bacio
d'Agata. Rientrato a casa svolse l'involtino e trov tredici soldi
che cominci a far risonare fra le mani.
"Sei stato dal padrino?", chiese zia Tatna.
"Andr fra poco, dopo mangiato."
Ma appena mangiato usc nel cortile e si sdrai sopra una stuoia,
sotto il sambuco. L'aria era tiepida; attraverso i rami Anania
vedeva grandi nuvole bianche passare sul cielo turchino; egli
guardava e sentiva una dolcezza infinita calare da quelle nuvole;
pareva una pioggia di latte tiepido. Ricordi lontani, erranti e
cangianti come le nuvole, gli sfioravano la mente, confusi con le
impressioni recenti. Ecco, egli rivede il paesaggio melanconico
vigilato dai pini sonori, dove suo padre ara la terra per seminare
il frumento del padrone. I pini hanno un rombo che pare la voce
del mare; il cielo  profondamente e tristemente azzurro. Anania
ricorda due versi... "I suoi occhi sono azzurri, vuoti e profondi
come il cielo." Gli occhi di Margherita? No; egli offende
Margherita pensando cos; ma intanto  felice di ripetere versi
cos originali... "I suoi occhi sono azzurri, profondi e vuoti
come il cielo."
Chi passa dietro il pino? Il portalettere dai baffi rossi: una
cornacchia, con le ali aperte, batte forte il becco sulla fronte
del povero uomo. Dun, dun, dun! Margherita corre ad aprire, prende
la lettera rosea a fili verdi, e comincia a volare. Anania
vorrebbe seguirla, ma non pu: non pu muoversi, non pu parlare;
ecco per il portalettere che si avvicina e lo scuote...
"Sono le tre, figlio mio; quando dunque andrai dal padrino?",
chiese zia Tatna, scuotendolo.
Egli balz in piedi con un occhio chiuso e l'altro aperto, una
guancia pallida e rossa l'altra.
"Che sonno!", disse stirandosi. " che stanotte non ho dormito per
niente. Ora vado."
And a lavarsi, si pettin, perdette mezz'ora a farsi la
scriminatura da una parte, poi nel mezzo, poi a farla scomparire
del tutto. Il cuore gli batteva con angoscia.
"Che  questo? Che diavolo ho?", pensava, e voleva dominarsi ma
non ci riusciva.
"Sei ancora l? quando dunque andrai?", grid la vecchia dal
cortile.
Egli si affacci alla finestra.
"Cosa dunque gli dir!"
"Che parti domani; che farai da bravo; che sarai sempre un figlio
rispettoso."
"Amen! E lui cosa mi dir?"
"Ti dar dei buoni consigli."
"Non mi parler di quella cosa..."
"Di quale cosa?"
"Dei denari!", diss'egli, abbassando la voce e portandosi le mani
alla bocca.
"Oh, benedetto!", rispose la vecchia sollevando le braccia. "Che
ci hai da veder tu? Tu non sai nulla!"
"E allora vado..."
Ma invece and da Bustianeddu, poi nell'orto per congedarsi da zio
Pera ed anche dai fichi d'India, dai cardi, dal panorama,
dall'orizzonte... Trov il vecchio sdraiato sull'erba col randello
posato anch'esso sull'erba con attitudine di riposo.
"Dunque parto zio Pera, addio: state bene e divertitevi!"
"Eh?", chiese il vecchio, che diventava sordo e cieco.
"Parto!", grid Anania. "Vado a Cagliari per studiare..."
"Il mare? S, a Cagliari c' il mare. Dio ti accompagni e ti
benedica, figlio mio. Il vecchio zio Pera non ha nulla da darti,
ma pregher per te..."
"Avete niente da comandarmi?", chiese Anania, curvandosi, con le
mani sulle ginocchia.
Il vecchio si sollev, lo guard fisso e sorrise:
"Che vuoi che ti comandi? Anch'io devo partire!".
"Anche voi?", esclam lo studente, sorridendo per la smania che
tutti, anche i vecchi decrepiti, avevano di partire.
"Anch'io."
"E per dove, zio Pera?"
"Ah, per un paese lontano!", disse il vecchio stendendo la mano
verso l'orizzonte. "Per l'Eternit!"

Soltanto sul tardi, dopo esser passato e ripassato sotto le
finestre di Margherita senza poter scorgere la fanciulla, Anania
entr e chiese del padrino.
"Non c' nessuno in casa. Se attendi rientreranno fra poco", disse
la serva con arroganza. "Perch non sei venuto prima?"
"Perch faccio quel che mi pare e piace", diss'egli entrando.
" giusto, meglio perdere il tempo con quella schifosa d'Agata che
venire a riverire i benefattori."
"Auff!", egli sbuff, appoggiandosi alla finestra dello studio.
Ah, la serva lo umiliava come in quella notte lontana quando egli
con Bustianeddu eran venuti per chiedere una scodella di brodo:
nulla era cambiato; egli era sempre un servo, un beneficato.
Lagrime di rabbia gli inumidirono gli occhi.
"Ma io sono un uomo!", pens. "Posso rinunziare a tutto, lavorare
la terra, fare il soldato, ma non esser vile. Ora me ne vado."
E si stacc dalla finestra, ma sfiorando la scrivania gi
illuminata dalla luna, scorse fra le carte buttate su alla rinfusa
una busta rosea a righe verdi.
Il sangue gli sal al capo; le orecchie gli arsero, percosse da
una vibrazione metallica; incoscientemente si curv e prese la
busta.
S, era quella, squarciata e vuota. Gli parve di toccare la
spoglia di una cosa per lui sacra, ch'era stata violata; ah,
tutto, tutto era finito per lui, l'anima sua era vuota e sbranata
come quella busta.
D'un tratto una viva luce inond la stanza; egli vide Margherita
entrare, ed ebbe appena il tempo di lasciar cadere la busta, ma si
accorse che la fanciulla aveva indovinato il suo atto, ed una viva
vergogna si un al suo dolore.
"Buona sera", disse Margherita deponendo il lume sulla scrivania,
"ti hanno lasciato al buio."
"Buona sera", egli mormor, deciso a spiegarsi e poi fuggire e non
lasciarsi vedere mai pi.
"Siedi."
Egli la fissava con occhi attoniti; s, quella era Margherita, ma
in quel momento egli la odiava.
"Scusa", cominci a balbettare. "Non l'ho fatto apposta, non sono
un vile, io, ma ho veduta quella... questa busta", la tocc col
dito, "e non ho potuto... L'ho guardata..."
" tua?"
" mia."
Margherita arross e si confuse, mentre Anania, come liberato da
un peso, cominciava a distinguere le cose e a ragionare. Il suo
orgoglio, offeso dalla vergogna patita, lo consigliava a dire che
l'invio del sonetto era stato uno scherzo; ma Margherita, nel suo
vestito da passeggio, con la vita stretta da un nastro verde
lucente, era cos bella e pura che mentire con lei sarebbe stato
come mentire con un angelo! Anania avrebbe voluto spegnere il lume
e restare al chiaro di luna, solo con lei, e caderle ai piedi, e
chiamarla coi pi dolci nomi; ma non poteva, non poteva, sebbene
s'accorgesse che anche lei sollevava e abbassava gli occhi con
delizioso terrore, in attesa del suo grido d'amore.
"Ha letto, tuo padre?", egli chiese a bassa voce.
"S, ha letto; e rideva", ella rispose, commossa.
"Rideva?"
"S, rideva. Alla fine mi diede il foglio e disse: "Chi diavolo
sar?"."
"E tu? E tu?"
"Ed io..."
Essi parlavano piano, ansiosi, gi avviluppati dal mistero di una
complicit deliziosa; ma improvvisamente Margherita cambi voce ed
aspetto.
"Oh, ecco pap. C' Anania!", esclam correndo verso l'uscio; e
usc rapidamente, mentre Anania ricadeva nel massimo turbamento.
Egli sent la mano calda e molle del padrino stringere la sua, e
vide gli occhi azzurri e la catena d'oro scintillare, ma non
ricord mai precisamente i buoni consigli e le barzellette che il
padre di Margherita quella sera gli prodig.
Un dubbio amaro lo tormentava. Aveva o no capito Margherita il
vero significato del sonetto? E che ne pensava? Ella non aveva
detto nulla a proposito, nei preziosi istanti che egli s'era cos
stupidamente lasciato sfuggire. L'aspetto turbato di lei non gli
bastava; no; ed egli voleva sapere di pi, voleva sapere tutto...
"Che cosa?", si domand con tristezza. Niente. Era tutto inutile.
Anche se ella aveva capito, anche se ella gli voleva bene... Ma
questa era una stupidaggine. Eppoi tutto era inutile! Un vuoto
immenso lo circondava, e in questo vuoto la voce del signor
Carboni si perdeva senza essere ascoltata, come in un abisso
deserto.
"Sta lieto e non pensare ad altro che a studiare!", concluse il
padrino, vedendo che Anania sospirava. "Allegro dunque! Sii uomo e
fatti onore!"
Margherita rientr accompagnata dalla madre, che prodig allo
studente la sua parte di consigli e d'incoraggiamenti. La
fanciulla andava e veniva per la stanza; s'era ravviata i capelli
in modo civettuolo, lasciando un ciuffetto sulla tempia sinistra,
e, quel che pi importa, s'era incipriata. I suoi occhi
scintillavano; era bellissima, ed Anania la seguiva con uno
sguardo delirante, ripensando al bacio di Agata. Come attirata dal
fascino di quello sguardo, quando egli and via ella lo segu e lo
accompagn fino al portone. La luna illuminava il cortile, come in
quella sera lontana, quando la visione altera eppur soave di lei
aveva destato nel bimbo la coscienza del dovere: anche adesso ella
appariva altera e soave, e camminava leggera, con un frusco
d'ali, pronta a volare: ed Anania credeva ancora di sognare, di
vederla sollevarsi davvero e sparire nell'infinito, e di non
poterla raggiungere mai pi; e il desiderio di stringerle la vita
sottile, cinta dal nastro lucente, gli dava le vertigini.
"Non la vedr pi! Cadr morto appena ella avr chiuso il
portone", pens, quando giunsero al limite fatale.
Margherita tir il catenaccio, poi si volse e porse la mano allo
studente. Era pallidissima.
"Addio... Ti scriver... Anania..."
"Addio", egli disse, tremando di gioia; ma invece di andarsene si
ritrasse nell'ombra e attir a s Margherita.
E parve ad entrambi che il contatto delle loro labbra facesse
scoppiare qualche cosa di terribile e di grandioso nell'aria,
perch, mentre si baciavano perdutamente, sentirono come il rombo
e l'ardore e la luce del fulmine.


VIII.

A Cagliari Anania frequent il Liceo e per due anni l'Universit:
studiava leggi.
Quegli anni furono come un intermezzo, nella sua vita; un
intermezzo pieno di dolcezza e di armonia.
Gi in treno, mentre attraversava i solitari paesaggi sardi resi
pi tristi dall'autunno egli sentiva una nuova vita. Gli pareva di
esser un altro; di aver cambiato vestito, smettendone uno lacero e
stretto per uno nuovo, soffice e comodo. Era il bacio di
Margherita che lo rendeva felice, o l'addio a tutte le piccole e
misere cose del passato, o la gioia un po' paurosa della libert,
o il pensiero del mondo ignoto verso cui correva?
Egli non sapeva, n cercava sapere.
Un'ebbrezza profonda, fatta di orgoglio e di volutt, lo avvolgeva
come un vapore odoroso, attraverso il cui velo egli intravedeva
orizzonti mai prima sognati. Come era bella e facile la vita! Egli
si sentiva forte, bello, vittorioso: tutte le donne lo amavano,
tutte le porte della vita si aprivano davanti a lui.
Lungo il viaggio da Nuoro a Macomer stette sempre sul terrazzino
del vagone, scosso fortemente dall'urto dispettoso del piccolo
treno. Poca gente saliva o scendeva nelle stazioni desolate, e le
acacie, lungo la linea, pareva aspettassero il treno per gettargli
contro nembi di foglioline gialle.
"Ecco", dicevano le acacie al treno, "prendi, piccolo mostro
dispettoso: noi stiamo sempre ferme e tu cammini. Che cosa
pretendi di pi?"
"S", pensava lo studente, "la vita  nel moto."
E gli pareva di sentire la forza gioconda dell'acqua agitata,
mentre fino a quel giorno la sua anima era stata una piccola
palude con le sponde soffocate da erbe fetide. S, le acacie
smarrite nelle immote solitudini sarde avevano ragione: s,
muoversi, andare, correre vertiginosamente, questa era la vita.
Eppure!... passando sotto un nuraghe nero su un'alta roccia,
simile ad un nido d'uccelli giganteschi, Anania desider di
trovarsi lass con Margherita, soli tra le rovine e i ricordi che
spiravano col selvaggio odor del lentischio; soli, suggestionati
da ombre e da fantasmi di et epiche. Ah, come si sentiva grande!
Ma ecco che le cerule montagne della Barbagia nata svaniscono
all'orizzonte: una sola cresta dell'Orthobene appare ancora,
dietro altre cime, violacea sul cielo pallido; ancora un lembo,
una punta, una pietra... pi niente. Anche i monti tramontano come
il sole e la luna, lasciando un triste crepuscolo nell'anima di
chi si allontana dal paese nato.
Addio, addio. Anania si sent triste, ma per scuotersi pens
intensamente al bacio di Margherita, il cui ricordo, del resto,
non lo abbandonava un istante.
A momenti per trasaliva. Non era stato tutto un sogno? Se ella
dimenticava o si pentiva? Ma subito l'orgoglio gli ridonava la
speranza.
La sua ebbrezza dur parecchi giorni, finch dur lo stordimento
della nuova esistenza.
Tutte le cose gli andavano a seconda; appena arrivato a Cagliari
trov una bellissima camera con due balconi, da uno dei quali si
godeva un paesaggio chiuso da colline e dal mare luminoso,
talvolta cos calmo che i piroscafi ed i velieri si disegnavano
come incisi sull'acciaio, e dall'altro il panorama della rosea
citt, che coi suoi bastioni, il suo Castello, i palmizi, i
giardini, rassomigliava ad una citt moresca.
Di fronte al palazzo nuovo dove egli abitava, sorgeva una fila di
casette antiche ritinte di rosa, con balconi spagnuoli pieni di
garofani e di stracci stesi ad asciugare al sole; ma egli non
guardava laggi; i suoi occhi ammaliati correvano sullo stupendo
scenario della citt, e si fermarono sulla linea dei bastioni e
dei palazzi medioevali che chiudevano l'orizzonte grandioso. Tutto
lass era leggenda e poesia.
Agli ultimi di ottobre faceva ancora caldo: l'aria odorava di
alghe e di fiori; e le signore che passavano sotto il balcone
d'Anania vestivano di mussolina e di stoffe leggere. Allo studente
pareva di essere in un paese incantato, e l'aria fragrante e
snervante, e le comodit nuove della sua camera, e le dolcezze
della nuova vita, gli davano un senso di mollezza e di languore.
Fu preso da una specie di sonnolenza voluttuosa: tutto gli
sembrava bello e grande; e ricordando il molino e le sudice figure
che vi si raccoglievano, si domandava come aveva potuto per tanto
tempo vivere laggi. La vita umile del povero vicinato proseguiva
certamente il suo corso melanconico, mentre qui, nei caff
lucenti, nelle vie luminose, nelle alte case battute dal sole, dal
riflesso del mare, tutto era luce, gioia, poesia.
L'arrivo della prima lettera di Margherita accrebbe la sua gioia
di vivere: era una lettera semplice e tenera, scritta su un gran
foglio bianco, con caratteri rotondi, quasi maschili. Veramente
Anania si aspettava una letterina azzurra, con un fiore dentro; e
sul principio gli parve che Margherita volesse fargli sentire la
sua superiorit e volesse dominarlo; ma poi, dalle espressioni
semplici e affettuose della fanciulla, che pareva continuasse con
quella lettera una lunga e ininterrotta corrispondenza, s'accorse
che ella lo amava sinceramente, con ingenuit e con forza, e ne
prov una dolcezza inesprimibile.
Ella gli scriveva: "Ogni sera sto lunghe ore alla finestra, e mi
sembra che tu debba da un momento all'altro passare, come usavi
prima di partire; mi dispiace molto la nostra lontananza, ma mi
conforto pensando che tu studi e prepari il nostro avvenire".
Poi gli indicava dove indirizzare la risposta, e lo pregava del
pi gran segreto, perch naturalmente la famiglia di lei, venendo
a sapere del loro amore, vi si sarebbe opposta.
Anania rispose subito tutto vibrante d'amore e di felicit,
sebbene un tantino oppresso dal rimorso di tradire il suo
benefattore. Per sofisticava gi:
"Se amandola io rendo felice la figlia, non faccio male al
padre...".
Le descrisse le meraviglie della citt e della stagione.
"Mentre scrivo sento le rane gracidare ancora negli orti lontani,
e vedo la luna salire come un volto d'alabastro sul cielo
verdognolo del crepuscolo tiepido.  la stessa luna che vedevo
salire sul solitario orizzonte nuorese,  lo stesso viso rotondo e
melanconico che vedevo affacciarsi sopra le roccie dell'Orthobene,
ma come ora mi sembra pi dolce, diverso, quasi sorridente!"
E di nuovo, appena impostata questa prima epistola, egli sent un
impetuoso desiderio di correre all'aperto, e sal sul colle di
Bonaria.
Una dolcezza orientale calava con la sera splendida; il viale che
conduce al Santuario era deserto, e la luna cominciava a brillare
attraverso gli alberi immobili: il cielo di un azzurro verdastro
prendeva, sopra la linea madreperlacea del mare, una tinta d'un
verde inverosimile, e nuvole rosse e violette lo solcavano.
Pareva un sogno.
Anania si ferm davanti al Santuario, e guard il mare: le onde
riflettevano la luminosit del cielo, delle nuvole colorate e
della luna, e venivano ad infrangersi sotto il colle, come enormi
conchiglie di madreperla che arrivate alla riva si scioglievano in
liquido argento. E le barche veliere, allineate sullo sfondo
luminoso, parevano ad Anania immense farfalle scese a riposarsi
sull'acqua.
Mai egli si sent felice come in quell'ora: gli pareva che la sua
anima fosse luminosa come il cielo, grande come il mare.
Al bagliore della luna e dell'estremo crepuscolo decifr qualche
frase della lettera di Margherita; poi baci il foglio, ed a
malincuore si decise a ritornare in citt. La luna seminava il
viale di monete e disegni argentei; s'udivano ancora le rane e i
canti dei pescatori; tutto era dolcezza, ma arrivato davanti alla
sua casa, Anania ud grida, urli, strilli di donne, e voci
d'uomini che pronunziavano parole infami: si volse e vide, davanti
alle casette rosee che si scorgevano dal suo balcone, un gruppo di
persone accapigliate. Alle finestre dei palazzi non si affacciava
nessuno; pareva che gli abitanti del quartiere fossero abituati
alla scena, all'ossessione di quella gente che si accapigliava in
una mischia infernale, gridando le pi luride ingiurie che l'uomo
possa pronunziare contro il suo simile.
Davanti al giardino un grosso uomo vestito di velluto nero,
immobile alla luna, si godeva la scena con aria quasi beata.
"Ma le guardie? Perch non vengono le guardie?", gli chiese
Anania, turbato.
"Che fanno le guardie?", rispose l'uomo senza guardare lo
studente.
"Ogni settimana son qui le guardie! Spintoni di qua, spintoni di
l, tutto finisce e poi tutto ricomincia il giorno dopo. Bisogna
mandar via quelle donne", riprese l'omone, minacciando da lontano
i rissanti. "Aspettate, ve la do io, adesso! Aspettate che tutti
abbiano firmato il ricorso alla questura!"
"Ma che cosa ?"
L'omone lo guard con disprezzo.
"Son donne perdute, dunque!"
Anania rientr a casa pallido e ansante, e la padrona si accorse
del suo turbamento.
"Ma che cosa ha?", gli disse. "Si  spaventato? Son donne allegre,
coi loro... giovanotti; e si azzuffano per gelosia. Ma le faranno
andar via; abbiamo ricorso alla questura."
"Di che paese sono?", egli domand.
"Una  cagliaritana; l'altra, credo, del Capo di Sopra."
Le urla raddoppiavano; si distingueva la voce d'una donna che si
lamentava quasi l'avessero ferita a morte... Dio, che orrore!
Anania tremava, e attratto da una forza irresistibile corse ad
aprire il balcone. In alto, sul cielo purissimo, la luna e le
stelle: in basso, ai piedi del vaporoso quadro della citt, quel
gruppo di demoni, quelle grida di rabbia, quelle parole
abbominevoli... Ed Anania stette a guardare angosciosamente, con
l'anima oppressa da un tremendo pensiero...
"Fate che ella sia morta, Dio mio, Dio mio! Abbiate piet di me,
Signore!", singhiozzava egli a tarda notte, tormentato
dall'insonnia e dai tristi pensieri.
L'idea che una delle due donne che abitavano le casette rosee
potesse essere sua madre era svanita, dopo le informazioni date,
durante il pranzo, dalla padrona di casa; ma che importava? Se non
qui, l, in un punto ignoto ma reale, a Cagliari, a Roma od
altrove, ella viveva e conduceva, o aveva condotto, una vita
simile a quella delle donne che gli abitanti di Via San Lucifero
volevano scacciare dal loro quartiere.
"Perch Margherita mi ha scritto?", egli pensava, "e perch le ho
risposto? Quella donna ci divider per sempre. Perch ho sognato?
Domani scriver a Margherita, le dir tutto. Ma che posso dirle? E
se quella donna fosse morta? Perch devo rinunziare alla felicit?
Non lo sa, forse, Margherita, che io sono figlio del peccato? Se
si fosse vergognata di me non mi avrebbe scritto. S, ma
certamente ella crede che mia madre sia morta, o che per me sia
come morta; mentre io sento che  viva, e non rinunzio al mio
dovere, che  quello di cercarla, trovarla, trarla dal vizio... E
se si  emendata? No, essa non si  emendata. Ah,  orribile; io
la odio... La odio, la odio!"
Visioni truci gli attraversavano la mente: vedeva sua madre
accapigliata con altre donne, con uomini luridi e bestiali, udiva
grida terribili, e tremava d'odio e di disgusto.
Verso mezzanotte ebbe una crisi di lagrime; soffoc i singhiozzi
mordendo il guanciale, torse le braccia, si graffi il petto; si
strapp dal collo l'amuleto datogli da Ol il giorno della loro
fuga da Fonni, e lo scaravent contro il muro: oh, cos avrebbe
voluto strappare e buttare lontano da s il ricordo di sua madre!
Ad un tratto si meravigli d'aver pianto; s'alz e cerc
l'amuleto, ma non lo rimise pi al collo: poi si domand se, senza
il suo amore per Margherita, avrebbe sofferto egualmente al
pensiero di sua madre: si rispose di s.
Di tanto in tanto avveniva una specie di vuoto nella sua mente;
stanco di tormentarsi, allora egli vagava col pensiero dietro
visioni estranee al crudele problema che lo urgeva: la voce del
mare gli pareva il muggito di mille tori cozzanti invano contro la
scogliera; e per contrapposto pensava ad una foresta scossa dal
vento e inargentata dalla luna, e ricordava i boschi
dell'Orthobene dove tante volte, mentre egli coglieva viole, il
rumore del vento sugli elci gli aveva dato appunto l'illusione del
mare. Ma all'improvviso il crudele problema tornava.
"...E se si fosse emendata?  lo stesso;  lo stesso. Io devo
cercarla, trovarla, aiutarla. Ella mi ha abbandonato per il mio
bene, perch altrimenti io non avrei avuto mai un nome, mai un
posto nella societ. Rimanendo con lei sarei andato a mendicare;
sarei vissuto nella vergogna, forse; forse sarei diventato un
ladro, un delinquente... S... e cos come sono non  la stessa
cosa? Non sono perduto lo stesso?... No, no! Non  lo stesso! Cos
sono figlio delle mie azioni. Per Margherita non vorr esser mia,
perch... Ma perch? ma perch? Perch non vorr esser mia? Sono
io forse disonorato? Che colpa ho io? Ella mi vuole, s, ella mi
vuole, appunto perch sono figlio delle mie azioni. Chi sa, del
resto, che quella donna non sia morta? Ah, perch mi illudo? Essa
non  morta, lo sento;  viva,  giovane ancora, quanti anni ha
adesso? Trentatr anni, forse; ah,  ben giovane!"
Quest'idea lo inteneriva alquanto.
"Se ella avesse cinquant'anni non potrei perdonarle. Ma perch mi
ha ella abbandonato? Se mi avesse tenuto con s non sarebbe pi
caduta: io avrei lavorato, a quest'ora sarei un servo, un pastore,
un operaio. Non conoscerei Margherita, non sarei infelice... Mio
Dio, mio Dio, fate che ella sia morta! Ma perch faccio questa
stupida preghiera? No, ella non  morta. Ma perch dovrei io
cercarla? Non mi ha ella abbandonato? Io sono un pazzo, e
Margherita riderebbe se sapesse ch'io combatto una cos stupida
lotta. Ebbene, sono io forse il primo o l'ultimo figlio della
colpa, che si innalza e si fa stimare? S, ma lei  l'ombra. Io
devo cercarla e farla vivere con me, e una donna onesta non vorr
mai vivere con noi: io e lei saremo la stessa persona. Domani io
devo scrivere a Margherita. Domani. Se ella mi volesse
egualmente?"
Questo pensiero lo colm di dolcezza; ma subito dopo ne sent
tutta l'assurdit e ricadde nella disperazione.
N l'indomani n poi egli pot svelare a Margherita il segreto
proposito che lo incalzava, lo sollevava e lo avviliva
continuamente.
"Glielo dir a voce" pensava, ma sentiva che tanto meno a voce
avrebbe avuto il coraggio di spiegarsi, e s'adirava per la sua
vilt, ma nello stesso tempo si confortava nella vergognosa
certezza che la sua vilt appunto gli avrebbe impedito di compiere
quella che egli chiamava la sua missione. A volte, per, questa
missione gli appariva cos eroica che l'idea di rinunziarvi lo
rattristava.
"La mia vita sarebbe inutile, come per la maggior parte degli
uomini, se io rinunziassi a ci!" pensava. Ed in quei momenti di
romanticismo non gli dispiaceva la lotta fra il suo dovere
terribile e il suo amore ingrandito morbosamente dalla lotta.
Dopo la sera della rissa non s'affacci pi al balcone sulla
strada; la vista delle casette, dalle quali neppure i ricorsi alla
questura riuscivano a snidare le triste inquiline, gli faceva
male; tuttavia, rientrando a casa, egli vedeva spesso le due
donne, o sul balcone, fra i garofani e gli stracci, o sedute sul
limitare della porta.
Una specialmente quella del Capo di Sopra alta e snella, coi
capelli nerissimi e gli occhi d'un turchino vivo, attirava la sua
attenzione. Si chiamava Maria Rosa; era quasi sempre ubriaca e a
giorni vestiva miseramente e girava per le strade scarmigliata,
scalza o in ciabatte rosse, a giorni usciva elegantemente vestita,
in cappello, in mantellina di velluto viola guarnita di piume
bianche, qualche volta si metteva sul balcone, fingendo di cucire,
e cantava, con voce rauca, graziosi stornelli del suo paese,
interrompendosi per gridare insolenze ai passanti che la
molestavano coi loro scherzi, o alle vicine con le quali litigava
continuamente perch ne seduceva i mariti ed i figli.
La sua voce giungeva fino alla camera di Anania, ed egli
l'ascoltava con dolore.
Maria Rosa gli destava rabbia e piet, e sebbene la sapesse del
tal paese, della tale famiglia, qualche volta egli tornava nella
folle supposizione che ella potesse essere sua madre. S, dovevano
per lo meno rassomigliarsi... Ah, che triste e terribile
ossessione!
Una sera poi, Maria Rosa e la compagna lo fermarono in mezzo alla
strada, invitandolo a seguirle; egli fugg, preso da un tremito di
disgusto e d'orrore. Dio! Dio! Gli pareva fosse stata lei a
fermarlo...
Egli studiava con ardore e scriveva lunghe lettere a Margherita.
Il loro amore era perfettamente simile a centomila altri amori fra
studenti poveri e signorine ricche: ma ad Anania pareva che
nessuna coppia al mondo potesse amarsi come si amavano loro, e che
nessun uomo avesse mai amato con l'ardore con cui egli amava.
Nonostante il dubbio che Margherita potesse abbandonarlo se egli
ritrovava sua madre, era felice del suo amore; la sola idea di
riveder la fanciulla gli dava vertigini di gioia.
Contava i giorni e le ore; in tutto il suo avvenire misterioso e
velato non scorgeva che un punto luminoso: l'incontro con
Margherita, al suo ritorno per Pasqua.
Anche a Cagliari, durante il primo anno di liceo, egli non ebbe
amici e neppure conoscenti; quando non studiava o non vagava
solitario in riva al mare, sognava sul balcone, come una
fanciulla.
Un giorno, verso il tramonto, sal sulle colline di monte Urpino,
al di l dei campi ove i mandorli fiorivano dal gennaio, e
s'inoltr nella pineta. Sul musco dei viali abbandonati il sole
calante tra i pini rosei gettava riflessi delicati; a sinistra
s'intravedevano prati verdi, mandorli in fiore, siepi rosse al
tramonto; a destra boschetti di pini, e chine ombrose coperte di
iris.
Egli non sapeva dove fermarsi, tanto i posti erano deliziosi;
colse un fascio d'iris, e infine sal sopra una cima verde di
asfodeli, dalla quale si godeva la triplice visione della citt
rossa al tramonto, degli stagni azzurrognoli e del mare che pareva
un immenso crogiuolo d'oro bollente. Il cielo ardeva; la terra
esalava delicate fragranze; le nuvole azzurrastre, che disegnavano
sull'orizzonte d'oro profili di cammelli e figure bronzee, davano
l'idea d'una carovana e ricordavano l'Africa vicina.
Anania si sentiva cos felice che sventol il fazzoletto e si mise
a gridare salutando un essere invisibile, - che era l'anima del
mare, del cielo, lo spirito dei sogni: Margherita.
D'allora in poi le pinete di monte Urpino diventarono il regno dei
suoi sogni: a poco a poco egli si consider talmente padrone del
luogo che si irritava quando incontrava qualche persona nei viali
solitari: spesso rimaneva nella pineta fino al cader della sera,
assisteva ai rossi tramonti riflessi dal mare, o seduto fra le
iris guardava il sorgere della luna, grande e gialla, fra i pini
immobili. Una sera, mentre stava seduto sull'erba di una china, al
di l di un piccolo burrone, ud un tintinnio di greggie pascenti,
e fu assalito da un impeto di nostalgia.
Davanti a lui, al di l del burrone, il viale perdevasi in una
lontananza misteriosa: i pini rosei sfumavano sul cielo puro, il
musco aveva riflessi di velluto; Venere splendeva sull'orizzonte
roseo, sola e ridente, quasi affacciatasi prima delle altre stelle
per godersi la dolcezza della sera senza essere disturbata.
A che pensava la solitaria stella? Aveva un amante lontano? Anania
os rassomigliarsi all'astro radioso, cos solo nel cielo come
egli era solo nella pineta. Forse in quell'ora Margherita guardava
la stella della sera. E che faceva zia Tatna? Il fuoco ardeva nel
focolare, e la buona vecchia preparava melanconicamente il pasto
della sera, pensando al suo caro fanciullo lontano. Ed egli, egli
non pensava quasi mai a lei; egli era un ingrato, un egoista. Ah,
ma che poteva farci? Se al posto di zia Tatna ci fosse stata
un'altra donna, il suo pensiero sarebbe volato costantemente a
lei. Invece quella donna... Dove era quella donna? Che faceva in
quell'ora? Scorgevano anche i suoi occhi la stella della sera? Era
morta? Era viva? Era ricca o mendicante? E se fosse in carcere?
Egli si meravigli di non arrossire a questo pensiero. Per la
prima volta, dopo tanti anni, prov un senso di piet, come
quando, bambino, cercava di scaldare coi suoi piedini i piedi
gelati di Ol...
Finalmente il giorno del ritorno arriv. Egli part, quasi
oppresso dalla sua felicit: aveva paura di morire in viaggio, di
non arrivare a rivedere le care montagne, la nota strada, il dolce
orizzonte, il viso di Margherita...
"Se per io morissi ora", pensava, con la fronte appoggiata alla
mano, "se morissi ora ella non mi dimenticherebbe mai pi..."
Fortunatamente arriv sano e salvo; rivide le care montagne, le
valli selvaggie, il dolce orizzonte, il viso paonazzo di Nanna
venuta ad incontrarlo alla stazione.
Ella aspettava da pi di un'ora; appena vide il bel volto di
Anania apr le braccia e cominci a piangere.
"Figliuolino mio! Figliuolino mio!"
"Come la va? Prendi!", egli grid, e per impedirle di abbracciarlo
le gett addosso la valigia, un involto, un cestino. "Avanti!
Avanti! Va avanti, passa di qui; io devo passar di l. Andiamo."
Si mise quasi a correre, e sparve, lasciando la donna stupefatta.
Ecco, ecco. Egli deve rivedere la nota strada: ella lo aspetta
alla finestra, e non hanno bisogno di testimoni per rivedersi.
Come le case di Nuoro sono piccole e le strade strette e deserte!
Meglio! Fa quasi freddo, a Nuoro! La primavera c', ma  ancora
pallida e delicata come una fanciulla convalescente. Ah, ecco
alcune persone che s'avanzano: fra esse  Franziscu Carchide che,
riconoscendo lo studente, comincia a far gesti di gioia. Che
rabbia!
"Ebbene, come stai? Ben tornato! Come ti sei fatto grande! Ed
elegante, poi! E che scarpette da damerino! quanto le hai pagate?"
Finalmente Anania  libero. Avanti, avanti! Il suo cuore batte,
batte sempre pi forte. Una donna s'affaccia al limitare di una
porta, guardando curiosamente; ma Anania passa, fugge, e da
lontano sente esclamare: " lui, s, proprio lui!". Ebbene, s, 
proprio lui, che vi importa? Ah, ecco, ecco; ecco la strada che
conduce all'altra, alla nota, alla cara strada. Finalmente: non 
un sogno? Anania sente dei passi e si stizzisce;  un bambino che
attraversa di corsa la strada, lo urta, vola via. Egli vorrebbe
correre cos, ma non pu, non deve. Prende anzi un aspetto rigido,
composto, si accomoda la cravatta, si sbatte con due dita i
risvolti del soprabito. Gi; egli ha un soprabito lungo, chiaro,
elegante che lei non ha ancora veduto. Lo riconoscer subito con
quel soprabito? Forse no. Ecco finalmente la nota strada! Ecco il
portone rosso, ecco la casa bianca con le finestre verdi.
Margherita non c'! Perch? Perch, Dio mio?
Egli si ferma, palpitando. Fortunatamente la strada  deserta:
solo una gallina nera passeggia, alzando molto le zampe prima di
posarle per terra, e si diverte a battere il becco sul muro...
Basta, bisogna passare oltre, a scanso di essere notato da qualche
occhio curioso. Egli comincia a camminare lentamente come la
gallina; e bench le finestre rimangano vuote egli non cessa di
fissarle un istante, e si commuove e sente il cuore saltargli in
gola.
Ad un tratto gli parve di svenire. Margherita s'era affacciata,
pallida di passione, e lo guardava con occhi ardenti. Egli
impallid e non pens neppure a salutare, a sorridere; non pens a
nulla, e per parecchi istanti non vide che quegli occhi ardenti
dai quali gli pioveva una volutt ineffabile.
Cammin automaticamente, voltandosi ad ogni passo, seguito da
quegli occhi inebbrianti; e solo quando Nanna, con la valigia sul
capo, l'involto in una mano e il cestino nell'altra, apparve
ansante in fondo alla strada, egli trasecol, sorpreso, e affrett
il passo.



PARTE SECONDA


I.

Era nell'ora che volge il deso ai naviganti ed a quelli che
stanno per salpare verso ignoti lidi.
Anania  fra questi. Il treno lo trasporta verso il mare; cade una
limpida sera d'autunno, grave di melanconia; i dentellati monti
della Gallura sfumano nelle lontananze violacee, l'aria odora di
brughiere; un ultimo paesetto appare, grigio e nero su uno sfondo
di cielo rossastro. Anania guarda gli strani profili dei monti, il
cielo colorato, le macchie, le roccie, e solo il timore di
apparire ridicolo agli altri due viaggiatori, un prete e uno
studente gi suo compagno di scuola, gli impedisce di piangere.
Eppoi, ormai, egli  un uomo.  vero che egli si credeva un uomo
fin da quando aveva quindici anni: ma allora si credeva un uomo
giovane, mentre adesso si crede un giovine vecchio. Eppure la
salute e la giovent brillano nei suoi occhi; egli  alto, svelto,
con due seducentissimi baffetti castanei dalle punte d'oro.
La sera cadeva; gi qualche stella appariva "sovra i monti di
Gallura" e qualche fuoco rosseggiava tra il verde-nero delle
brughiere. Addio dunque, terra nata, isola triste, antica madre
amata ma non abbastanza perch una voce potente d'oltre mare non
strappi i tuoi figli migliori dal tuo grembo, incitandoli a
disertare, come aquilotti, il nido materno, la roccia solitaria.
Lo studente guardava l'orizzonte ed i suoi occhi si offuscavano a
misura che s'offuscava il cielo. Da quanti anni egli aveva sentito
la voce che lo attirava lontano!
Ricordava l'avventura con Bustianeddu, il progetto della fuga
infantile; poi i continui sogni, il desiderio mai spento di un
viaggio verso la terre d'oltre mare: eppure sul punto di lasciar
l'isola egli si sentiva triste, e si pentiva di non aver
proseguito gli studi a Cagliari. Era stato cos felice laggi!
Nell'ultimo maggio Margherita gli era apparsa tra lo splendore
fantastico delle feste di Sant'Efes, e insieme con lei, fra
allegre brigate di compaesani, egli aveva trascorso ore
indimenticabili. Ella era elegante, molto alta e formosa; i suoi
capelli splendenti e gli occhi turchini solcati dall'ombra delle
lunghe ciglia nere attiravano l'attenzione dei passanti che si
voltavano a guardarla. Anania, meno alto e pi sottile di lei, le
camminava al fianco, trepidante di piacere e di gelosia; gli
pareva impossibile che la bella creatura regale e taciturna, nei
cui occhi sdegnosi brillava tutta la fierezza d'una razza
dominatrice, si abbassasse ad amarlo e neppure a guardarlo.
Margherita parlava poco; non era civetta, non cambiava aspetto n
voce, quando gli uomini le rivolgevano lo sguardo o la parola; e
Anania l'amava anche per questo, e non vedeva che lei, non
guardava altra donna che per paragonarla a lei e trovarla
inferiore; e pi egli diventava uomo e lei donna, e pi la
passione lo infiammava: spesso gli sembrava impossibile che anni
ed anni dovessero ancora passare prima che ella diventasse sua.
Durante le ultime vacanze si erano spesso trovati soli, nel
cortile di Margherita, favoriti dalla serva che facilitava la loro
corrispondenza.
Di solito essi tacevano, ma mentre Margherita, o per paura o per
pudore tremava, vigile e melanconica, Anania sorrideva
completamente dimentico del tempo, dello spazio, delle cose e
delle vicende umane.
"Perch non mi ripeti le parole che mi scrivi?", le domandava.
"Taci!... Ho paura..."
"Di che? Se tuo padre ci sorprende io mi getter per terra, gli
dir: "no, non facciamo del male; siamo gi uniti per
l'eternit...". Non aver paura; io sar degno di te, io ho un
avvenire davanti... Io sar qualche cosa!"
Margherita non rispondeva, e vedendola cos bella e gelida, con
gli occhi illuminati dalla luna come gli occhi di perla d'un
idolo, egli non osava baciarla, ma la fissava silenzioso e
sussultava, non sapeva bene se di angoscia o di felicit.

"Il mare  calmo. Dio sia lodato!", disse uno dei viaggiatori.
Anania si scosse dai suoi ricordi e guard la distesa verde-dorata
del mare, che nel crepuscolo pareva una pianura illuminata dalla
luna. Le rovine d'una chiesetta, un sentiero attraverso le
macchie, perduto sull'estremo limite della costa, quasi tracciato
da un sognatore che l'avesse condotto fin laggi con la speranza
di proseguirlo sul velluto marezzato delle onde, attirarono gli
sguardi di Anania. Egli pens a Renato del quale gli parve
intravedere il triste profilo su una roccia guardante il mare...
No, non  lui,  un altro eroe di Chateaubriand, Eudoro, che sulle
roccie marine della Gallia selvaggia sogna le rose dell'Ellade
lontana... Ebbene, no, non  neppure Eudoro...  un poeta che si
domanda:

      Questa roccia granitica erta sul mar che fa?

...Ma la roccia, la chiesetta ed il sentiero sono gi spariti e
con essi il profilo dell'incerto personaggio...
La tristezza dello studente aumentava: domande gravi e inutili gli
attraversavano la mente, cadevano senza risposta, come pietre
buttate nell'acqua.
Perch non poteva egli fermarsi su quella costa selvaggia,
dolcemente melanconica, e perch il profilo intraveduto sulla
roccia non poteva essere il suo? Perch non poteva egli costrurre
una casa sulle rovine della chiesetta? Perch pensava a queste
stupide romanticherie, perch andava a Roma, perch studiava,
perch studiava leggi? Chi era lui? Che cosa era la vita, la
nostalgia, l'amore, la tristezza? Che cosa faceva Margherita?
Perch egli l'amava? E perch suo padre era servo? E perch suo
padre lo aveva replicatamente avvertito di visitare, appena giunto
a Roma, quei luoghi dove si conservano monete d'oro ritrovate
sotterra o nelle antiche rovine? Suo padre era o no un
delinquente, o un pazzo affetto dall'idea fissa dei tesori? Che
aveva egli ereditato da suo padre? L'idea fissa in forma diversa?
Era dunque soltanto un'idea fissa, una malattia mentale, il
pensiero costantemente rivolto a quella donna? Ma trovavasi ella
veramente a Roma, e la ritroverebbe egli?
"Anninia", [22] disse con voce beffarda l'altro studente, dando ad
Anania il nomignolo che i compagni gli avevano affibbiato, "fai la
nanna? Su, via, non piangere, la vita  fatta cos: un biglietto
per viaggio circolare, con diritto di fermate pi o meno lunghe.
Consolati almeno che il mal di mare non verr a interrompere i
tuoi sogni d'amore..."
Infatti il mare era calmissimo e la traversata cominci coi
migliori auspici. La luna nuova calava illuminando fantasticamente
le coste e la roccia enorme di Capo Figari, sentinella ciclopica
vigilante il melanconico sonno dell'isola abbandonata.
Addio, addio, terra d'esilio e di sogni! Anania rimase immobile,
appoggiato al parapetto del piroscafo, finch l'ultima visione di
Capo Figari e delle isolette, sorgenti azzurre dalle onde come
nuvole pietrificate, svanirono tra i vapori dell'orizzonte; poi
sedette sulla panchina, battendosi dispettosamente un pugno sulla
fronte per ricacciar dentro le lagrime che gli velavano gli occhi;
e rimase l, pallido e sconvolto, intirizzito dalla brezza umida,
finch vide la luna, rossa come un ferro rovente, calare in una
lontananza sanguigna. Finalmente si ritir, ma tard ad assopirsi;
gli pareva che il suo corpo s'allungasse e si restringesse
incessantemente, e che una interminabile fila di carri passasse
sopra il suo petto indolenzito; i pi tristi ricordi della sua
vita gli tornarono in mente: gli sembrava di udire, nello scroscio
delle acque frante dal piroscafo, il rumore del vento sopra la
casetta della vedova, a Fonni... Oh, come, come la vita era
triste, inutile e vana! Che cosa era la vita? Perch vivere?
Cos, tristemente, si assop; ma svegliandosi si sent un altro,
agile, forte, felice. Si era addormentato in un tetro paese di
dolore, fra onde livide vigilate da una luna sanguigna: si
svegliava in mezzo ad un paese d'oro, in un paese di luce, -
vicino a Roma.
"Roma!", pens, palpitando di gioia. "Roma, Roma! Patria eterna,
abisso d'ogni male e fonte d'ogni bene!"
Gli pareva di poterla abbracciare tutta, di muovere alla conquista
del mondo intero. Gi a Civitavecchia, attraversando la citt
umida e nera sotto il cielo mattutino, tutto gli sembrava bello, e
diceva allo studente Daga: "Vedi, mi par d'essere nel vestibolo
d'una grotta marina meravigliosa".
Il Daga, che aveva gi vissuto un anno a Roma, sorrideva beffardo,
invidiando l'entusiasmo enfatico del suo compagno.
L'arrivo rombante del diretto diede al giovane provinciale sardo
un senso di terrore, la prima impressione vertiginosa d'una
civilt quasi violenta e distruggitrice. Gli parve che il mostro
dagli occhi rossi lo portasse via, come il vento porta la foglia,
lanciandolo nel turbine della vita.

A Roma i due studenti andarono ad abitare al terzo piano di una
casa in Piazza della Consolazione, presso una vedova, madre di due
graziose ragazze telegrafiste, maestre, dattilografe, civette.
I due studenti dormivano nella stessa camera, vasta, ma poco
allegra, divisa da una specie di paravento formato con una coperta
gialla; la loro finestra guardava su un cortile interno.
La prima volta che Anania guard da quella finestra prov un senso
disperato di sgomento. Non vedeva che muri altissimi, d'un giallo
sporco, bucati da lunghe finestre irregolari, e panni miseri, d'un
candore equivoco, appesi a fili di ferro; uno di questi fili, con
anelli scorrevoli, dai quali pendevano laccetti di spago
attorcigliati, passava davanti alla finestra degli studenti.
Mentre Anania guardava con disperata tristezza i muri perdentisi
sul pallido cielo della sera, Battista Daga scosse il filo e
cominci a ridere:
"Guarda, Anninia, guarda come gli anelli e i laccetti di spago
ballano. Sembrano vivi. Cos  la vita: un filo di ferro
attraverso un cortile sporco: gli uomini si agitano, sospesi sopra
un abisso di miserie".
"Non rompermi le scatole", disse Anania, "sono abbastanza
melanconico! Usciamo, mi par di soffocare."
Uscivano, camminavano, si stancavano, storditi dal rumore delle
carrozze e dallo splendore dei lumi, dal passaggio violento e dal
rauco urlo delle automobili.
Anania si sentiva triste, tra la folla; gli pareva d'essere solo
in un deserto, e pensava che se si fosse sentito male e avesse
gridato nessuno lo avrebbe udito e soccorso. Ricordava Cagliari
con nostalgia struggente; oh, balcone incantato, orizzonte marino,
dolce occhio di Venere! qui non esistevano pi n stelle, n luna,
n orizzonte: solo un disgustoso ammasso di pietre, un
pullulamento di uomini che allo studente barbaricino parevano
d'una razza diversa e inferiore alla sua.
Veduta attraverso lo sbalordimento, la stanchezza dei primi
giorni, la suggestione melanconica del buio appartamentino di
Piazza della Consolazione, Roma gli dava una tristezza quasi
morbosa; nella citt vecchia, dalle vie strette, dalle botteghe
puzzolenti, dagli interni miserabili, dalle porte che parevano
bocche di caverne, dalle scalette che sembrava si perdessero in un
tenebroso luogo di dolore, egli ricordava i pi miseri villaggi
sardi; nella Roma nuova si sentiva smarrito, tutto gli appariva
grande, le strade tracciate dai giganti per giganti, le case
montagne, le piazze tancas sarde; anche il cielo era troppo alto e
troppo profondo.
Anche all'Universit, dove egli cominci a frequentare
assiduamente i corsi di Diritto civile e penale e le lezioni di
Enrico Ferri, lo aspettava una delusione. Gli studenti non
facevano altro che rumoreggiare e ridere e beffarsi di tutto.
Pareva si beffassero della vita stessa. Specialmente nell'aula IV,
mentre si aspettava il Ferri, il chiasso e il divertimento
oltrepassavano il limite; qualche studente saliva sulla cattedra e
cominciava una parodia di lezione accolta da urli, fischi,
applausi, grida di "Viva il Papa", "Viva Sant'Alfonso de'
Liguori", "Viva Pio IX". Qualche volta lo studente, dalla
cattedra, con una faccia tosta indescrivibile imitava il miagolar
del gatto o il canto del gallo. Allora le grida e i fischi
raddoppiavano; venivano lanciate pallottole di carta, pennine,
fiammiferi accesi, finch l'arrivo del professore, accolto da
applausi assordanti, metteva fine alla scena.
Anania si sentiva solo, triste fra tanta gioia, e gli sembrava di
appartenere ad un mondo diverso da quello ove era costretto a
vivere. Solo quando il professore cominciava a parlare, egli
provava una commozione profonda, quasi un senso di gioia. Fantasmi
di delinquenti, di suicidi, di donne perdute, di maniaci, di
parricidi, passavano, evocati dalla voce possente del professore,
davanti al pensiero turbato di Anania. E fra tante figure egli ne
distingueva una, che passava e ripassava davanti a lui, ad occhi
bassi. Ma invece di fissarla con orrore egli la guardava con
piet, col desiderio di stenderle la mano.
Una sera lui e il Daga attraversavano Via Nazionale: lo splendore
delle lampade elettriche si fondeva col chiarore della luna: le
finestre del palazzo della Banca erano tutte vivamente illuminate.
"Sembra, che tutto l'oro racchiuso nella Banca brilli attraverso
le finestre", disse Anania.
"Ma bbraaavooo! Si vede che la mia compagnia ti dirozza."
"Sono pi che mai romantico stasera. Andiamo al Colosseo!"
Andarono. Si aggirarono a lungo nel divino mistero del luogo,
guardando la luna attraverso ogni arco; poi sedettero su una
colonna lucente e sospirarono entrambi.
"Io sento una gioia simile al dolore," disse Anania.
Il Daga non rispose, ma dopo un lungo silenzio disse:
"Mi sembra d'essere nella luna. Non ti pare che nella luna si
debba provare ci che si prova qui, in questo gran mondo morto?".
"S", disse Anania, con voce flebile. "Questa  Roma."
Al ritorno passarono ancora per Via Nazionale. Chiacchieravano in
dialetto. Era tardi, e su e gi, attraverso i marciapiedi quasi
deserti vagavano molte farfalle notturne, cos le chiamava il
Daga. A un tratto una di esse pass accanto a loro e li salut in
dialetto sardo.
"Bonas tardas, pizzoccheddos!"
Era alta, bruna, con grandi occhi cerchiati: la luce elettrica
dava al suo piccolo viso, emergente dal collo di pelo d'un
soprabito chiaro, un pallore cadaverico.
Come a Cagliari, la sera in cui Rosa e la compagna lo avevano
fermato, Anania sussult, preso da un senso d'orrore, e trascin
via il Daga che rispondeva insolentemente alla donna.
Era lei? Poteva esser lei? Era una sarda... poteva esser lei!


II.

Sdraiato sul suo lettuccio, dopo ore ed ore di amarezza, di
dubbio, di opprimente melanconia, egli pensava:
" inutile illudermi: non sono pazzo, no; ma non posso pi vivere
cos; bisogna ch'io sappia... Oh, fosse morta! fosse morta!
Bisogna che io cerchi. Non sono venuto a Roma per questo? Domani!
domani! Dal giorno che arrivai ripeto questa parola, e l'indomani
arriva ed io non faccio niente. Ma che posso fare? Dove devo
andare? E se la trovo?".
Ah, era di questo che egli aveva paura. Non voleva neppur pensare
a quanto poteva accadere dopo...
Improvvisamente si domand: "E se mi confidassi col Daga? Se io
ora gli dicessi: "Battista, devo uscire, devo recarmi in questura
per chiedere informazioni...". Ah, non ne posso pi! Sono tanti e
tanti anni che io trascino con me questo peso: ora vorrei
liberarmene, gettarlo via come si getta un carico opprimente...
liberarmene, respirare... Bisogna snidarlo questo verme roditore.
Mi diranno che sono uno stupido, mi convinceranno che lo sono, mi
diranno di smettere... Ebbene, tanto meglio se mi convinceranno...
Che giornata triste! Il cielo si abbassa... si abbassa sempre
pi... Avrei sonno? Bisogna ch'io vada subito".
Pioveva dirottamente. Anche il Daga sonnecchiava sul suo
lettuccio, al di l del paravento.
"Battista", disse Anania, sollevandosi, col gomito sul guanciale,
"tu non esci?"
"No."
"Mi presti il tuo ombrello?"
Sperava che il compagno gli chiedesse dove voleva andare, con quel
tempo orribile, ma il Daga disse:
"Non potresti farmi il piacere di comprartene uno?"
Anania sedette sul letto, rivolto al paravento, e mormor:
"Devo andare in questura...".
E sper ancora che una voce fraterna gli chiedesse il suo
segreto... Ecco, egli palpitava gi pensando come cominciare...
Ma attraverso il paravento una voce beffarda chiese:
"Vai a far arrestare la pioggia?".
Il segreto gli ripiomb sul cuore, pi amaro e grave di prima. Ah,
non un paravento, ma una muraglia insuperabile lo divideva dalla
confidenza e dalla carit del prossimo. Non doveva chiedere n
aspettare aiuto da nessuno; doveva bastare a se stesso.
S'alz, si pettin accuratamente e cerc nel cassetto la sua fede
di nascita.
"Prendilo pure, l'ombrello. Ma perch vai?", chiese l'altro,
sbadigliando.
Egli non rispose.
Sulle scale buie si ferm un momento, ascoltando lo scroscio
sonoro dell'acqua sull'invetriata del tetto: pareva il rombo d'una
cascata, che dovesse di momento in momento precipitarsi entro la
casa, gi inondata dal fragore dell'imminente rovina. Una
tristezza mortale gli strinse il cuore. Usc e vag lungamente per
le strade lavate dalla pioggia: sal su per una viuzza deserta,
pass sotto un arco nero, guard con infinita tristezza i
chiaroscuri umidi di certi interni, di certe piccole botteghe,
nella cui penombra si disegnavano pallide figure di donne, di
uomini volgari, di bimbi sudici: antri ove i carbonari assumevano
aspetti diabolici, dove i cestini di erbaggi e di frutta
imputridivano nell'oscurit fangosa, ed il fabbro e il ciabattino
e la stiratrice si consumavano nei lavori forzati, in un luogo di
pena pi triste della galera stessa.
Anania guardava: ricordava la catapecchia della vedova di Fonni,
la casa del mugnaio, il molino, il misero vicinato e le
melanconiche figure che lo animavano; e gli pareva d'esser
condannato a viver sempre in luoghi di tristezza e tra immagini di
dolore.
Dopo un lungo ed inutile vagabondare rientr a casa e si mise a
scrivere a Margherita.
"Sono mortalmente triste: ho sull'anima un peso che mi opprime e
mi schiaccia. Da molti anni io volevo dirti ci che ti scrivo
adesso, in questo triste giorno di pioggia e di melanconia. Non so
come tu accoglierai la rivelazione che sto per farti; ma qualunque
cosa tu possa pensare, Margherita, non dimenticare che io sono
trascinato da una fatalit inesorabile, da un dovere che  pi
terribile d'un delitto..."
Arrivato alla parola "delitto" si ferm e rilesse la lettera
incominciata. Poi riprese la penna, ma non pot tracciare altra
parola, vinto da un gelo improvviso. Chi era Margherita? Chi era
lui? Chi era quella donna? Cosa era la vita? Ecco che le stupide
domande ricominciavano. Guard lungamente i vetri, il filo di
ferro, gli anellini ed i lacci bagnati e saltellanti su uno sfondo
giallastro, e pens:
"Se mi suicidassi?",
Lacer lentamente la lettera, prima in lunghe striscie, poi in
quadrettini che dispose in colonna, e torn a fissare i vetri, il
filo di ferro, i laccetti che parevano marionette. Rimase cos
finch la pioggia cess, finch il compagno lo invit ad uscire.
Il cielo si rasserenava; nell'aria molle vibravano i rumori della
citt rianimatasi, e l'arcobaleno s'incurvava, meravigliosa
cornice, sul quadro umido del Foro Romano.
Al solito, i due compagni salirono per Via Nazionale e il Daga si
ferm a guardare i giornali davanti al Garroni, mentre Anania
proseguiva distratto, andando incontro ad una fila ciangottante di
chierici rossi, uno dei quali lo urt lievemente. Allora egli
parve destarsi da un sogno, si ferm e aspett il compagno, mentre
i chierici s'allontanavano, e il riflesso dei loro abiti scarlatti
dava uno splendore sanguigno al lastrico bagnato.
"Nella mia infanzia ho conosciuto il figliuolino d'un bandito
famoso; il bimbo era gi arso da passioni selvaggie, e si
proponeva di vendicare suo padre. Ora invece ho saputo che si 
fatto frate. Come tu spieghi questo fatto?", domand Anania.
"Quell'individuo  pazzo!", rispose il Daga con indifferenza.
"Ebbene, no!", riprese Anania animandosi. "Noi spieghiamo o
vogliamo spiegare molti misteri psicologici, dando il titolo di
matto all'individuo che ne  soggetto."
"Per lo meno, per,  un monomaniaco. D'altronde anche la pazzia 
un mistero psicologico complicato; un albero il cui ramo pi
potente  la monomania."
"Ebbene, ammetto. Ma l'individuo in questione aveva la monomania
del banditismo; aggiungi, monomania atavica. Facendosi frate egli,
sebbene uomo quasi primitivo, ha voluto liberarsi dal suo male..."
"E finir con l'impazzire davvero, quel frate. Un uomo cosciente,
colto dal malanno di un'idea fissa qualunque, deve liberarsene
secondandola."
"Tu forse hai ragione", disse Anania, pensieroso. E non parl pi
finch non arrivarono all'angolo di Via Agostino Depretis. Allora
disse, svoltando strada: "Voglio prendere... mi hanno incaricato
di prendere l'indirizzo di una persona... Devo andare in
questura".
Il compagno lo segu, curioso.
"Chi  questa persona? Chi ti ha incaricato?  del tuo paese?"
Ma Anania non si spiegava. Arrivati davanti a Santa Maria Maggiore
il Daga dichiar che non sarebbe andato oltre.
"Allora aspettami qui", disse Anania, senza fermarsi, "ti dir
poi..."
Messo in curiosit il Daga lo segu per un tratto, poi lo aspett
sulla gradinata della chiesa.
"Il dado  gettato?" chiese con enfasi, quando Anania ricomparve.
Ma nonostante le sue domande e i suoi scherzi non riusc a sapere
che cosa il suo compagno era andato a fare in questura. Appoggiato
al muro Anania guardava l'orizzonte e ricordava la sera in cui,
bambino, era salito sulle falde del Gennargentu ed aveva veduto un
pauroso cielo tutto rosso, animato da spiriti invisibili.
Anche adesso sentiva un mistero aleggiargli intorno, e la citt
gli sembrava una foresta di pietra attraversata da fiumi
pericolosi, e sentiva paura.


III.

S, come si legge nelle vecchie storie romantiche, il dado era
gettato. La questura, dopo la domanda e le indicazioni di Anania,
fece ricerca di Rosalia Derios, e verso la fine di marzo inform
lo studente che al numero tale di Via del Seminario, all'ultimo
piano, abitava una donna sarda, affitta-camere, il cui passato e i
connotati corrispondevano a quelli di Ol.
Questa signora si chiamava, o si faceva chiamare, Maria Obinu,
nativa di Nuoro. Abitava in Roma da quattordici anni, e nei primi
tempi aveva vissuto un po' irregolarmente. Da qualche anno, per,
menava vita onesta - almeno in apparenza - affittando camere
mobiliate e facendo pensione.
Anania non si commosse troppo nel ricevere queste informazioni. I
connotati combinavano; egli non ricordava precisamente la
fisonomia di sua madre, ma ricordava che ella era alta, coi
capelli neri e gli occhi chiari: e la Obinu era alta, coi capelli
neri e gli occhi chiari.
Inoltre egli sapeva che a Nuoro non esisteva alcuna famiglia
Obinu, e che nessuna donna nuorese viveva e affittava camere a
Roma. Evidentemente quindi la Obinu falsava il suo nome e la sua
origine...
Tuttavia egli sent che la donna indicatagli dalla questura non
era, non poteva essere sua madre; questa non viveva a Roma dal
momento che la questura non riusciva a scoprirla. Dopo giorni e
mesi di attesa e di ansia, egli prov come un senso di
liberazione.
La primavera penetrava anche nel cortile melanconico di Piazza
della Consolazione, in quell'enorme pozzo giallo esalante odori di
vivande, animato dal canto delle serve e dal gorgheggio dei
canarini prigionieri. L'aria era tiepida e dolce; sul cielo
azzurro passavano nuvolette rosee, e il vento portava fragranze di
rose e di viole.
Affacciato alla finestra, Anania si abbandonava ai suoi sogni
nostalgici. L'odore delle viole, le nuvole rosee, il tepore della
primavera, tutto gli ricordava la terra nata, i vasti orizzonti,
le nuvole che dalla finestra della sua cameretta egli vedeva
affacciarsi o tramontare fra gli elci dell'Orthobene. Poi
ricordava la pineta di monte Urpino, il silenzio delle cime
coperte d'asfodeli e di iris violette, il mistero dei viali
vigilati dal puro sguardo delle stelle. E la figura diletta di
Margherita dominava i freschi paesaggi natii, circondata di
asfodeli e di gigli selvatici, coi capelli di rame sfumati nel
fulgore del cielo metallico.
La primavera romana non lo commoveva che per le rimembranze: gli
sembrava una primavera artificiale, troppo ardente e luminosa,
troppo abbondante di fiori e di profumi. Piazza di Spagna, ornata
come un altare, con la scalinata coperta di petali di rose mosse
dalla brezza, il Pincio con gli alberi avvolti di fiori violacei,
le vie profumate dai cestini di narcisi e di ranuncoli che le
fioraie, ferme sull'orlo dei marciapiedi, offrivano ai passanti, -
tutta questa ostentazione, tutto questo mercato della primavera,
dava allo studente l'idea di una festa banale, che a lungo andare
rattristava e disgustava.
La primavera palpitava al di l dell'orizzonte; giovinetta
selvaggia e pura ella scorrazzava attraverso le tancas coperte
d'erbe alte aromatiche, e cantava con gli uccelli palustri in riva
ai torrenti, e scherzava coi mufloni e con le lepri, fra i
ciclamini, sotto le immense quercie sacre ai vecchi pastori della
Barbagia, e si addormentava all'ombra delle roccie fiorite di
musco, nei voluttuosi meriggi, mentre intorno al suo letto di
felci e di pervinche gli insetti dorati ronzavano amandosi, e le
api suggevano le rose canine estraendone il miele amaro; amaro e
dolce come l'anima sarda.
Anania amava e viveva in questa primavera lontana; seduto accanto
alla finestra guardava le nuvolette rosee, e s'immaginava di
essere un prigioniero innamorato. Una sonnolenza piacevole gli
velava lo spirito, togliendogli la forza e la volont di pensare a
determinate cose. Le idee venivano e passavano nella sua mente, -
cos come le persone passano per la via; lo interessavano per un
attimo, ma non si fermavano ed egli le dimenticava subito.
Pi che mai amava la solitudine; e persino la presenza del
compagno lo irritava, anche perch il Daga lo derideva
continuamente.
"Noi vediamo la vita sotto aspetti ben diversi", gli diceva, "cio
io la vedo e tu non la vedi. Io sono miope e vedo, attraverso
lenti fortissime, le cose e le umane vicende, nitidamente,
rimpicciolite; tu sei miope e non possiedi neppure un paio
d'occhiali."
Talvolta infatti pareva ad Anania di aver un velo davanti agli
occhi; egli viveva di diffidenza e di dolore. Anche la sua
passione per Margherita, in fondo, era composta di tristezza e di
paura.

Un giorno, agli ultimi di maggio, egli sorprese il compagno
stretto in tenero amplesso con la maggiore delle padroncine.
"Sei un bruto", gli disse con disprezzo. "Non amoreggi anche con
l'altra sorella? Perch ti burli di entrambe?"
"Scusami, stupido: son loro che vengono a buttarmisi fra le
braccia, le posso respingere?", chiese cinicamente il Daga.
"Poich il mondo  diventato un gambero, profittiamone. Ora son le
donne che seducono gli uomini; ed io sarei pi stupido di te se
non mi lasciassi sedurre... fino ad un certo punto..."
"Ma perch certe cose non accadono che a certi tipi? A me no, per
esempio."
"Perch agli asini non pu succedere ci che succede agli uomini:
eppoi le nostre soavi padroncine hanno, in fondo, l'onesto
desiderio di trovarsi un marito e sanno che tu sei fidanzato."
"Io fidanzato?...", grid Anania, "chi lo ha detto?"
"Chi lo sa? E di una Margherita, anche, che questa volta, meno
male, va gettata ante asinos."
"Ti proibisco di ripetere quel nome!", proruppe Anania, andando
addosso al Daga. "Capisci, te lo proibisco!"
"Abbassa le dita, ch mi cavi gli occhi! Il tuo amore  feroce!"
Fremente di collera Anania si mise a impacchettare i suoi libri e
le sue carte.
"Ah", diceva, a denti stretti, "me ne vado subito, subito. Io non
so vivere fra gente curiosa e volgare."
"Addio, dunque!", disse Battista, gettandosi sul letto. "Ricordati
almeno che nei primi giorni che siamo giunti, se non c'ero io
rimanevi vilmente schiacciato da una carrozza."
Anania usc, col cuore gonfio di fiele: si diresse automaticamente
verso il Corso, e quasi senza avvedersene si trov in Via del
Seminario. Era un pomeriggio ardente; lo scirocco sbatteva le
tende dei negozi: l'aria odorava di vernici, di droghe e di
vivande.
Anania sentiva i suoi nervi fremere come corde metalliche. In Via
del Seminario pass in mezzo a uno stormo di chierici e di preti
dalle mantelline svolazzanti e mormor dispettosamente:
"Corvi!",
A un tratto, accanto a una piccola porta che dava su un andito
buio, egli vide un numero, il numero della casa ove abitava Maria
Obinu. Entr, sal all'ultimo piano e suon. Una donna alta e
pallida, vestita di nero, apr: egli si turb, sembrandogli di
aver veduto altra volta i grandi occhi verdastri di lei.
"La signora Obinu?"
"Sono io", rispose la donna con voce grave,
"No", egli pens, "non  lei; non  la sua voce."
Entr. La Obinu gli fece attraversare un piccolo vestibolo buio e
lo introdusse in un salottino grigio e triste; egli si guard
attorno, vide una testa di cervo e una pelle di muflone attaccate
al muro, e immediatamente sent i suoi dubbi rinascere.
"Vorrei una camera; io sono sardo, studente", disse, esaminando la
donna da capo a piedi.
Ella era pallida e scarna, col collo lungo, il naso affilato quasi
trasparente; ma i folti capelli neri, pettinati ancora alla sarda,
cio a trecce strette appuntate fortemente sulla nuca, le davano
un'aria graziosa.
"Lei  sardo? Ho piacere...", rispose disinvolta. "Adesso non ho
camere disponibili, ma se lei pu pazientare una quindicina di
giorni, ho una signorina inglese che deve partire..."
Egli chiese ed ottenne di veder la camera; il letto stava al
centro, fra due cataste di libri vecchi e d'oggetti antichi; entro
una vasca di gomma, ancora piena d'acqua insaponata, olezzava un
fascio di gaggie; dalla finestra si scorgeva un giardinetto
melanconico. Sul tavolino Anania vide, fra gli altri, un volumetto
che egli amava con passione dolorosa. Erano i versi di Giovanni
Cena: Madre.
"Ho bisogno di andar subito via dalla casa dove sto; prender
questa camera, ma intanto, non potrebbe darmene un'altra, fosse
anche un buco?..."
Rientrarono nel salottino, ed egli si ferm a guardare la testa
imbalsamata del cervo.
" un ricordo di mio padre, che era cacciatore", disse la donna,
sorridendo con bont.
" di Nuoro, lei?"
"S, ma sono nata l per caso."
"Anch'io sono nato per caso nel villaggio di Fonni", egli disse,
guardandola in viso. "S, sono nato a Fonni; mi chiamo Anania
Atonzu Derios."
Ella non batt palpebra.
"No, non  lei!", egli pens, e si sent felice.
"Per questi quindici giorni le dar la mia camera", disse
finalmente la Obinu, cedendo alle insistenze di lui, ed egli
accett.
La cameretta pareva la cella d'una monaca; il lettino candido,
odorante di spigo, ricordava i semplici giacigli di certe
patriarcali abitazioni sarde. E come in quelle abitazioni, Maria
Obinu aveva appeso lungo le pareti grigie della sua camera una
fila di quadretti e di immagini sacre; tre ceri, poi, e tre
crocefissi, un ramo d'olivo e un rosario che pareva di confetti,
pendevano in capo al letto; in un angolo ardeva una lampadina
davanti ad una immagine dove le Sante Anime del Purgatorio, tinte
di livido da un lapis turchino, pregavano tra fiamme insanguinate
da un lapis rosso.
Anania prese possesso della camera, e ben presto fu riassalito dai
suoi dubbi.
Perch la Obinu gli cedeva la sua camera? perch si mostrava cos
premurosa con lui?
Mentre egli metteva a posto i suoi libri, Maria buss e, senza
avanzare, gli domand se desiderava che la lampadina delle "Sante
Anime" venisse spenta.
"No", egli rispose con voce forte, "venga avanti, anzi, che le
faccio vedere una cosa."
Ella entr, pallida, sorridente; pareva avesse sempre conosciuto
il suo inquilino e gli volesse bene.
Egli teneva fra le mani uno strano oggetto, un sacchettino di
stoffa unta, attaccato ad una catenina annerita dal tempo. Disse,
mettendosi l'amuleto al collo:
"Veda, anche io sono devoto, questa  la ricetta di San Giovanni,
che allontana le tentazioni."
La donna guardava. Improvvisamente cess di sorridere, ed Anania
sent il suo cuore battere forte.
"Lei non crede a queste cose?", domand Maria. "Ebbene, se non ci
crede, almeno non se ne burli. Sono cose sacrosante."

Steso sul lettino odorante di spigo, Anania pensava continuamente
al suo segreto.
...E se Maria Obinu era Ol? Se era lei? Cos vicina e cos
lontana! qual filo misterioso lo aveva condotto fino a lei, fino
al guanciale su cui ella doveva qualche volta piangere ricordando
il figliuolo abbandonato? Che strana cosa la vita!
Egli era dunque giunto cos al suo destino, solo per forza di una
volont misteriosa che lo aveva guidato quasi a sua insaputa. Ma
non era pazzo, dunque? Che sciocchezze, che puerilit! No, non era
lei, non poteva esser lei. Ma se lo era? Se ella gi sapeva di
essere vicina a suo figlio, mentre egli si dibatteva nel dubbio?
No, non poteva essere lei. Una madre non pu non tradirsi, non pu
non gridare nel rivedere suo figlio. Era assurdo. - Sciocchezze,
idee convenzionali. Una donna sa dominarsi anche tra le pi
violente emozioni. Essa, poi, che aveva abbandonato e buttato via
la sua creatura! Appunto per questo doveva tradirsi, gridare,
sussultare. Una madre  sempre una madre. Eppoi Ol, una
selvaggia, una semplice figlia della natura, non poteva aver
assimilato la perfidia delle donne di citt, tanto da fingere come
una commediante, da sapersi dominare cos! Impossibile. Era
assurdo, Maria Obinu era Maria Obinu, simpatica donna, mite e
incosciente, che aveva avuto la fortuna, pi che la forza, di
emendarsi. Non poteva esser lei.
Ma intanto egli ricordava la prima notte passata a Nuoro e il
bacio furtivo di suo padre, e di momento in momento aspettava che
l'uscio s'aprisse, e un'ombra si avanzasse, nel chiarore della
lampadina, e un bacio rivelatore gli sfiorasse la fronte!...
"E se ci fosse... che farei io?" si chiedeva trepidando.
I rumori della citt si affievolivano, s'allontanavano, quasi
ritirandosi anch'essi, stanchi, verso un luogo di riposo. Anania
sent rientrare i tardivi inquilini, poi tutto fu silenzio, nella
casa, nella via, nella citt. Ed egli vegliava ancora! Ah, forse
quella lampadina?...
"Ora la spengo..." Si alz. Un rumore, un fruscio...  l'uscio che
si apre? Oh, Dio! Egli si gett nuovamente sul letto, chiuse gli
occhi e attese. Il cuore e la gola gli pulsavano febbrilmente.
Ma l'uscio rimase chiuso, ed egli si calm e rise di s. Per non
spense la lampadina.


IV.

Roma, 1 giugno
Margherita mia

Ricevo in questo momento la tua lettera e rispondo subito. Sono un
po' stordito; in questi giorni ho almeno una ventina di volte
preso in mano la penna per scriverti, senza riuscirci. Eppure ho
tante cose da dirti. Ho cambiato casa: sto presso una signora
sarda che dice di esser nata a Nuoro,  una buona donna,
simpatica, molto devota; ha per me delle cure veramente materne,
tanto che mi ha dato la sua camera in attesa della partenza d'una
bellissima signorina inglese che deve cedermi la sua.
Questa Miss rassomiglia a te in modo straordinario; ti scongiuro
per di non esser gelosa: 1. - perch io sono pazzamente
innamorato di una signorina nuorese; 2. - perch Miss deve partire
fra otto giorni; 3. - perch  matta da legare; 4. - perch 
fidanzata; 5. - perch io sono sotto la salvaguardia di tutte le
sante ed i santi del cielo appesi alle pareti della mia camera,
nonch delle Anime Sante del Purgatorio illuminate giorno e notte
da una mariposa.
Presso la mia nuova padrona abitano altri stranieri che vanno e
vengono, e un sarto piemontese, elegantissimo e coltissimo, e un
commesso viaggiatore, che per le bugie che dice mi ricorda il
colendissimo signor Francesco Carchide di Nuoro, tuo sfortunato
pretendente.
La signora Obinu tiene poi una vecchia cuoca sarda, che sta a Roma
da oltre trent'anni ed ancora non ha appreso l'italiano. Povera
vecchia zia Varvara! Essa  nera e piccina come una jana [23]:
conserva gelosamente nel baule il suo costume nato, ma veste un
ridicolo abito comprato a Campo dei Fiori. Spesso io vado a
trovarla, nella cucina buia e torrida, ed essa mi domanda notizie
delle persone del suo paese, e crede che il mare sia sempre in
tempesta come l'unica volta in cui ella lo attravers. Per lei
Roma  un luogo dove tutte le cose son care, e dove si pu morire
da un momento all'altro investiti da una vettura. Mi domand se da
noi si fa ancora il pane in casa; risposi di s ed essa si mise a
piangere, ricordando gli scherzi e il divertimento dei giorni nei
quali si cuoceva il pane, a casa sua. Poi volle sapere se i
pastori mangiano ancora seduti per terra, sotto gli alberi. Come
sospirava ricordando un banchetto di Pasqua, a cui prese parte
quarant'anni or sono, in un ovile del Goceano!
Qui fa gi molto caldo, ma verso sera, di solito, l'aria si
rinfresca: io passeggio lungo le rive del Tevere, e sto ore ed ore
a guardare l'acqua corrente, rivolgendo a me stesso delle domande
perfettamente inutili. Nelle sere tranquille il gran fiume  tutto
latteo, e riflette i lumi, i ponti, la luna, come un marmo
levigato. Io rassomiglio il corso perenne dell'acqua al mio amore
per te; cos, continuo, silenzioso, travolgente, inesauribile.
Perch, perch tu non sei qui con me, Margherita mia? Gi tutte le
cose mi sembrano pi interessanti quando io le guardo pensando a
te; ah, come dunque mi parrebbero belle se potessi vederle
riflesse dai tuoi occhi adorati! Ma quando dunque, ma quando si
potr avverare il sogno tormentoso e delizioso delle anime nostre?
In certi momenti mi pare impossibile che io possa vivere ancora
tanto tempo diviso da te, ed uno spasimo indicibile mi fa tremare
il cuore; poi trasalisco di gioia al pensare che fra due mesi ci
rivedremo.
O mia Margherita, mio fiore adorato, io non so esprimerti ci che
sento, e mi pare che nessuna parola umana potrebbe esprimerlo. 
un fuoco continuo che mi arde e mi divora,  una sete
inesprimibile che una sola fontana potr estinguere. Io sono cos
solo nel mondo, Margherita! Tu sei tutto il mio mondo, e quando io
mi smarrisco tra la folla, in un mare di gente sconosciuta, basta
che pensi a te perch l'anima mia vibri d'amore per tutti gli
ignoti esseri che mi circondano, e intorno a me senta vibrare
l'anima della moltitudine, come un mare sonoro.
Quando ricevo le tue lettere, provo una felicit cos intensa che
mi d le vertigini; mi pare d'essere giunto alla cima d'una
montagna, e che debba appena stender la mano per sfiorare le
stelle.  troppo...  troppo... ho quasi paura; paura di
precipitare in un abisso, paura di essere incenerito dal contatto
degli astri vicini. Che accadrebbe di me se tu mi venissi a
mancare? Ah, tu non sai, tu non puoi capire che bestemmia pronunzi
quando mi scrivi che sei gelosa delle donne che io posso
incontrare qui a Roma. Nessuna donna pu essere, pu rappresentare
per me ci che tu sei e rappresenti. Sei la mia vita stessa, sei
il passato, la patria, la razza, il sogno.

      * * *

Riprendo la lettera, tutto stordito da una confidenza fattami da
zia Varvara pochi minuti or sono. La vecchietta entr qui con la
scusa di portare dell'acqua: era tutta arrabbiata con la padrona e
cominci a parlar male di lei. Mi disse che la Obinu ha un passato
tenebroso, che ha abbandonato in Sardegna due suoi figliuoli, e
che adesso continua ad avere qualche relazione equivoca...

Egli interruppe di nuovo la lettera, di cui aveva scritto le
ultime righe sotto l'impulso d'un improvviso stordimento.
"S", pens, "io sono troppo vicino alle stelle... e non vedo
l'abisso dove ineluttabilmente devo cadere..." "No, no, no!",
disse poi a voce alta, disperatamente, scuotendo la testa. "Perch
mi ostino? Essa pu essere mia madre, e non si rivela a me per
continuare a vivere nel vizio!"
Egli singhiozzava senza lagrime, balbettando parole sconnesse e
scuotendo follemente il capo; ma ad un tratto balz in piedi,
pallido, rigido, con gli occhi vitrei.
"Bisogna uscirne, bisogna che io sappia. Ma perch questa lampada
accesa, perch questi quadretti, perch le continue preghiere?
Ebbene, appunto per ci. Ma io ti sapr smascherare, anima
perduta, io ti uccider!"
I suoi occhi balenavano d'odio, ma all'improvviso trem, si lasci
nuovamente cadere seduto e batt la fronte sul tavolo: oh, avrebbe
voluto spaccarsi la testa, non pensare pi, dimenticare,
annullarsi...
Si sent vile, gli parve d'essere viscido e nero; d'essere carne
della carne venduta di sua madre, anch'egli delinquente, misero,
abbietto. Ricordi tumultuosi gli passarono nella mente; ramment i
generosi propositi tante volte accarezzati, il sogno di cercarla e
di redimerla, la piet infinita per l'incoscienza e la
irresponsabilit di lei, l'orgoglio che egli provava nel sentirsi
cos pietoso, la sete di sacrifizio...
Tutto menzogna. Basta un vago indizio, dato da una vecchia
rimbambita, per ridestargli nell'anima una tempesta di fango, e
suggerirgli l'idea del delitto!
Tutto illusione, tutto sogno in "questa cosa strana" che  la
vita.
"E se fosse illusione anche ci che penso adesso? Se io mi
ingannassi? Se Maria non fosse lei? Ebbene, se non Maria 
un'altra", concluse disperato; "vicina o lontana, ella esiste e mi
chiama, ed io devo ritornare sui miei passi, ricominciare,
ritrovarla, viva o morta. Oh, fosse morta!".
Attese il ritorno della padrona, e per calmarsi cerc di
analizzare la strana passione che lo tormentava, ripetendo a se
stesso che la maggior sua pena proveniva dal crudele contrasto dei
due esseri che formavano lo sdoppiamento del suo io.
Uno di questi due esseri era un bambino fantastico, appassionato e
triste, col sangue malato; era ancora lo stesso bambino che
scendeva la montagna nata sognando un mondo misterioso; lo stesso
che nella casa del mugnaio aveva per lunghi anni meditato la fuga
senza compierla mai; lo stesso che a Cagliari aveva pianto
credendo che Maria Rosa potesse essere sua madre: l'altro essere,
normale e cosciente, cresciuto accanto al bambino incurabile,
vedeva la inconsistenza dei fantasmi e dei mostri che tormentavano
il suo compagno, ma per quanto combattesse e gridasse non riusciva
a liberarlo dalla sua ossessione, a guarirlo dalla sua follia.
Una lotta continua, un crudele contrasto agitava notte e giorno i
due esseri; e il bambino fantastico e illogico, vittima e tiranno,
riusciva sempre vincitore. Egli voleva sapere, voleva scoprire,
voleva raggiungere il suo intento; e soffriva della vanit della
sua ricerca e della speranza di arrivare al suo scopo. Molte volte
Anania si era chiesto se, libero dall'amore per Margherita, egli
avrebbe sofferto egualmente in questa sua triste ricerca. E sempre
s'era risposto di s.
La Obinu rientr verso sera.
"Signora Maria", disse Anania, aprendo l'uscio, "venga; devo dirle
una cosa".
Ella entr e si butt a sedere accanto a lui: ansava per le scale
salite di corsa, era insolitamente rossa, con la fronte lucente di
sudore.
"Perch sta al buio? Che cosa ha da dirmi, signor Anania? Si sente
male?"
La sua voce era tranquilla: e di nuovo egli sent cadere i suoi
sospetti, e gli parve ridicolo fare una scena a quella donna
stanca che doveva apparecchiare la tavola per i suoi pensionanti.


V.

Era vicino il giorno della partenza.
"Zia Varvara", diceva lo studente alla vecchia serva che preparava
il caff, "come sono felice! Fra pochi giorni... addio! Mi pare di
aver le ali. Adesso salto sulla finestra, faccio zsss... e via,
spicco il volo e sono in Sardegna".
"Aaah!", grid la vecchia, comicamente spaventata. "Non montare
sulla finestra, cuore mio! Bada che caschi..."
"Ebbene, datemi una tazza di caff, allora! Come  buono il vostro
caff! Solo mia madre, a Nuoro, riesce a farlo altrettanto buono.
Volete venire con me, a Nuoro?"
La vecchia sospir: ah, se non ci fosse stato il mare!
"Sei molto ricco?"
"Eh, altro!"
"Quante tanche hai?"
"Sette od otto, non ricordo bene."
"E alveari ne hai? E servi pastori?"
"Tutto, tutto, zia Varvara, ho tutto!"
"Ma allora perch studi?"
"Perch la mia innamorata vuole ch'io diventi dottore."
"E chi  la tua innamorata?"
"La figlia del barone di Baronia."
"Ah, vivono ancora i baroni di Baronia? Io ho sentito narrare che
nel loro castello s'aggirano i fantasmi. Una volta un taglialegna
pass la notte sotto le mura del castello e vide una dama con una
lunga coda d'oro che pareva una cometa. Oh, Nostra Signora mia del
Buon Consiglio, tu mi rovini... bada che ti far male tutto questo
caff!"
"Raccontate dunque, zia Varvara. Quando il taglialegna vide la
dama cosa fece?"
Zia Varvara raccontava. Confondeva le leggende del castello di
Burgos con le leggende del castello di Galtell, mischiava ricordi
storici, diventati oramai tradizioni popolari, con avvenimenti
accaduti durante la sua lontana infanzia.
"E i nuraghes, poi! Quanti tesori nascosti! Sai, quando i mori
venivano in Sardegna per rapire le donne e gli armenti, i Sardi
nascondevano le monete nei nuraghes."
Anania pensava a suo padre, che anche ultimamente gli aveva
scritto pregandolo di visitare i musei "dove si conservano le
antiche monete d'oro".
"Una volta", ricominciava zia Varvara, "io andai a cogliere spighe
intorno ad un nuraghe; mi ricordo come fosse oggi. Avevo la
febbre, e verso sera dovetti coricarmi fra le stoppie, aspettando
che passasse qualche carro che mi conducesse in paese. Ed ecco
cosa vedo. Il cielo, dietro il nuraghe, era tutto color di fuoco:
pareva un drappo di scarlatto; ad un tratto un gigante sorse sul
patiu [24] e cominci a cacciar fumo dalla bocca. In breve tutto
il cielo si oscur. Che paura, Nostra Signora mia del Buon
Consiglio! Ma ad un tratto vidi San Giorgio con in testa la luna
piena, ed in mano una leppa lucente come l'acqua. Tiffeti,
taffati!", concluse la vecchia, roteando un coltello da cucina.
"San Giorgio tagli la testa al gigante, e il cielo ritorn
sereno."
"Era la febbre."
"Ebbene, sar stata la febbre, ma io vidi il gigante e Santu
Jorgj: s, li vidi con questi occhi."
Anania ascoltava con piacere i suggestivi racconti di zia Varvara.
Sentiva, nelle parole nostalgiche della vecchia esiliata, l'aroma
della terra nata, il soffio carico delle essenze selvagge
dell'Orthobene e del Gennargentu.
"Ah, come mi divertir, queste vacanze!", diceva alla vecchia.
"Voglio recarmi a tutte le feste, voglio visitare il mio paesello
nato: voglio salire sul Gennargentu, su Monte Rasu, sui monti di
Orgosolo."
"E lei non viene pi in Sardegna?", chiese una sera a Maria Obinu.
"Io?", ella rispose, un po' cupa. "Mai pi!"
"Perch? Venga qui alla finestra, signora Maria, guardi che bella
luna! Ebbene, non le piacerebbe fare un pellegrinaggio alla
Madonna di Gonare, cos, con una luna splendida? Salire a cavallo
piano piano, pei boschi, pei dirupi, avanti, sempre avanti, mentre
la chiesetta si disegna sul cielo, in alto, in alto, in alto!..."
Maria scuoteva la testa con indifferenza; zia Varvara, al
contrario, sussultava tutta e sollevava gli occhi, quasi per
cercare con lo sguardo la chiesetta campeggiata sull'azzurro
tenero del cielo lunare, in alto, in alto, in alto!...
"Salvo lei e le persone che le vogliono bene...", maled Maria, "e
salvo le chiese e i devoti di Maria Santissima!... ma il fuoco
passi per la Sardegna prima che io ci ritorni".
Anania interrogava spesso zia Varvara sul passato di Maria, e sul
perch dell'odio di questa per il paese nato.
"Ah, cuoricino mio, ella ha ben ragione! Laggi l'hanno
assassinata..."
"Ma se  ancora viva, zia Varvara!"
"Ah, tu non sai!  meglio assassinare una donna che tradirla..."
Egli pensava a sua madre, e il dubbio, la chimera e il sogno lo
riafferravano tutto.
"Zia Varvara, voi avete detto che ella  stata tradita da un
signore... Ditemi, dunque, come si chiama quel signore... cercate
di saperlo... Ditemi, ha delle carte la signora Maria? Io potrei
aiutarla, cercare il suo seduttore."
"Perch?"
"Perch la aiuti..."
"Ma essa non ha bisogno d'aiuto: ha dei soldi, sai! Lasciala in
pace, piuttosto, perch ella non vuole che si ricordi la sua
sventura. Non una parola, sai! Mi strangolerebbe se sapesse che io
parlo di lei con te..."
"E dei suoi figli non si sa niente?"
"Ma pare sia una figlia, solo. Credo stia coi parenti di lei.
Maria manda spesso denari, in Sardegna."
Ma Anania non abbandonava l'idea che Maria e Ol potessero formare
la stessa persona.
"Eppure bisogna sapere", pensava, camminando distratto per le vie
animate da una folla sempre pi scarsa. "Se non  lei perch mi
tormento? Ma dove, dove  lei? Che fa?  vicina o lontana? Al
fragore della citt, a questo rombo che mi sembra la voce di un
mostro dalle mille e pi mila teste,  mescolato il respiro, il
gemito, il riso di lei? E se non qui, dove?"
Una notte egli ebbe un po' di febbre, e nell'incubo gli parve di
vedere pi volte la figura di Maria curva sul suo guanciale. Era
delirio o realt? Il chiarore della lampada rischiarava la camera.
Egli vedeva altre figure fantastiche, ma pensava "ho la febbre" e
solo la figura di Maria Obinu gli sembrava reale.
Visioni apocalittiche sorgevano, s'incalzavano, si mescolavano,
sparivano, come nuvole mostruose, intorno a lui. Fra le altre cose
egli vedeva il nuraghe col gigante ed il San Giorgio del sogno
febbrile di zia Varvara; ma la luna si staccava dalla figura del
Santo e volava sul cielo; altre due lune, rosse e immense, la
seguivano. Era imminente un cataclisma. Una folla enorme si
pigiava su una spiaggia di mare in tempesta. Le onde erano cavalli
marini che lottavano contro spiriti invisibili. Ad un tratto un
urlo sal dal mare, Anania sussult d'orrore, apr gli occhi e gli
parve di averli azzurri.
"Che stupidaggini!", pens. "Ho la febbre."
Maria Obinu riapparve nella camera, si avanz, silenziosa, si
curv sul lettuccio. Allora Anania cominci a delirare.
"Ti ricordi, mamma, tu mi insegnavi la piccola poesia:

      Luna luna
      Porzedda luna

Perch non vuoi dirmi che sei la mia mamma, tu? Dimmelo dunque;
tanto io lo so, che tu sei la mia mamma, ma devi dirmelo anche tu.
Ricordi l'amuleto? Possibile che tu non ricordi quella mattina,
quando scendevamo... e il fringuello cantava fra i castagni umidi
e le nuvole volavano via dietro il monte Gonare? Ma s che ti
ricordi! dimmelo dunque... non aver paura... Io ti voglio bene,
vivremo assieme. Rispondi."
La donna taceva. Il sofferente fu assalito da un vero spasimo di
tenerezza e d'angoscia.
"Madre... madre, parla; non farmi soffrire oltre: sono stanco
ormai. Se tu sapessi che pena! Tu sei Ol, non  vero? E inutile
che tu dica il contrario; tu sei Ol. Che cosa hai fatto sinora?
Dove sono le tue carte? Ebbene, non parliamo del passato; tutto 
finito. Ora non ci lasceremo pi... ma tu vai via? No, no, Dio,
aspetta... non andartene..."
E si sollev sul letto, con gli occhi spalancati, mentre la figura
si allontanava lentamente e scompariva...

Soltanto pochi minuti prima di partire prese la solenne decisione
di lasciare in sospeso, fino al ritorno, tutte le ricerche e tutti
i vani progetti. Si sentiva stanco, disfatto; il caldo, gli esami,
la febbre, le fantasticherie lo avevano esaurito.
"Mi riposer", pensava, preparando rapidamente la valigia e
ricordando i lunghi preparativi della sua prima partenza da Nuoro.
"Ah, quanto vorr dormire queste vacanze! Non voglio diventare
nevrastenico. Salir sulle montagne nate, sul Gennargentu vergine
selvaggio. Da quanto tempo sogno quest'ascensione! Visiter la
vedova del bandito, il fraticello Zuanne, il figlio del
fabbricante di ceri. E il cortile del convento?... E quel
carabiniere che cantava A te questo rosario?"
Il pensiero poi di riveder fra poco Margherita, di immergersi
tutto nel fresco amore di lei come in un bagno profumato, gli dava
una felicit cos intensa che lo faceva spasimare.
Pochi momenti prima della partenza zia Varvara gli consegn un
piccolo cero, perch lo offrisse per lei alla Basilica dei
Martiri, a Fonni, e Maria gli diede una medaglia benedetta dal
pontefice.
"Se lei non la vuole, miscredente, la porti alla sua mamma", gli
disse, sorridendo, un po' commossa. "Addio, dunque, e buon viaggio
e buon ritorno. Si ricordi che la camera resta a sua disposizione.
E faccia da bravo, e mi scriva subito una cartolina."
"Arrivederci!", egli grid dal basso della scala, mentre Maria,
curva sulla ringhiera, lo salutava ancora con la mano.
"Figlio del cuoricino mio", disse zia Varvara, accompagnandolo
fino alla porta, "saluta per me la prima persona che incontri in
terra sarda. E buon viaggio e ricordati del cero."
Lo baci lievemente sulla guancia, piangendo, ed egli fu tentato
di risalire le scale per vedere se anche Maria Obinu piangeva: poi
sorrise della sua idea, abbracci zia Varvara, chiedendole scusa
se qualche volta l'aveva fatta stizzire, e si allontan.
Tutto sparve; la vecchia che piangeva il suo esilio dalla patria
diletta, la strada melanconica, la piazza in quell'ora deserta e
ardente, il Pantheon triste come una tomba ciclopica; e Anania,
col viso accarezzato dal vento di ponente, prov un senso di
sollievo, come svegliandosi da un incubo.


VI.

Prima di scendere a cena, egli s'affacci al finestruolo della sua
cameretta e rimase colpito dal silenzio profondo che regnava nel
cortile, nel vicinato, nel paese. Gli parve d'essere diventato
sordo. Ma la voce di zia Tatna risuon nel cortile, sotto il
sambuco.
"Nania, figlio mio, scendi."
Egli scese in cucina e sedette davanti al piccolo tavolo
apparecchiato solo per lui, mentre i suoi "genitori", al solito,
cenavano seduti per terra, intorno ad un canestro colmo di focacce
e di vivande.
La cucina era sempre la stessa, povera e scura, ma pulita, col
focolare nel centro, i muri adorni di spiedi e di taglieri, di
grandi canestri, di vagli e di setacci e d'altri arnesi per pulir
la farina; in un angolo c'erano due sacchi di lana colmi d'orzo;
accanto alla porticina spalancata stava appesa la tasca di cuoio
per le sementi e le provviste da campagna del contadino.
Un porchetto grugniva lievemente e sbuffava e sospirava, legato al
sambuco del cortile.
Un gattino rossastro and tranquillamente a mettersi accanto al
piccolo tavolo, e cominci a sbadigliare, sollevando i grandi
occhi gialli verso Anania. Egli si guardava attorno quasi con
stupore. Ah, nulla era mutato; eppure egli provava l'impressione
di trovarsi per la prima volta in quell'ambiente, con quel
contadinone dagli occhi ancora fosforescenti e i lunghi capelli
oleosi, e con quella graziosa vecchia, grassa e bianca come una
colomba.
"Finalmente siamo soli", disse Anania grande, che mangiava
l'insalata prendendola e stringendola fra due pezzi di focaccia.
"Ora non ti lasceranno pi in pace, vedrai! Atonzu di qua, Atonzu
di l. S, oramai tu sei un uomo importante, perch sei stato a
Roma. Anche io quando tornai dal servizio militare..."
"Eh, che paragoni son questi!" protest un po' scandolezzata zia
Tatna.
"Ebbene, lasciami dire! Mi ricordo che provavo difficolt a
parlare in dialetto. Mi pareva d'essere in un mondo nuovo!"
Lo studente guard suo padre e sorrise.
"Anch'io!", disse.
"Oh, meno male! Io per, dopo, mi abituai di nuovo, mentre fra tre
giorni tu sarai stufo di restare in questo paese pettegolo... e...
e..."
La vecchia lo guard corrugando le sopracciglia, ed egli cambi
discorso.
"Che c' dunque? Raccontatemi: che cosa dicono di me?", domand
Anania.
"Ma niente, ma niente! Lascia gracchiare le cornacchie...",
rispose la vecchia.
Egli si turb; per un momento dubit che si sapesse a Nuoro
qualche cosa di Maria Obinu. Depose la forchetta attraverso il
piatto e dichiar che non avrebbe continuato a mangiare se non
parlavano...
"Come sei impetuoso! Sempre tu", osserv la vecchia. "Diceva re
Salomone che l'uomo impetuoso  simile al vento..."
"Oh, c' ancora re Salomone!", disse Anania con voce acerba.
La vecchia tacque, addolorata: il marito la guard, poi guard
Anania e volle castigarlo:
"Re Salomone diceva sempre la verit". Indi aggiunse: "Eh, dicono
a Nuoro che tu fai all'amore con Margherita Carboni".
Anania arross: riprese la forchetta, ricominci a mangiare e
borbott:
"Che stupidi!".
"Senti, no, non sono stupidi," riprese il mugnaio guardando entro
il bicchiere a met colmo di vino. "Se la cosa  vera, hanno
ragione di mormorare, perch tu devi dichiararti francamente al
padrone e dirgli: "Benefattore mio, io oramai sono un uomo; mi
perdoni se finora le ho nascosto le mie speranze come le ho
nascoste ai miei stessi genitori"."
"Tacete! Voi non sapete nulla!", proruppe adirato ed infiammato il
giovine.
"Ah, santa Caterina mia!", sospir zia Tatna, "lascialo dunque in
pace quel povero ragazzo stanco. C' sempre tempo a parlare di
queste cose, e tu sei un contadino e sei un uomo ignorante che non
capisce niente."
Il contadino bevette, scosse la mano per accennare "calma, calma",
poi parl con voce tranquilla:
"S, io sono ignorante e mio figlio  istruito, va bene. Ma io
sono pi vecchio di lui. I miei capelli, ecco qui (se ne tir un
ciuffo sugli occhi, cerc e strapp un capello bianco), cominciano
ad incanutire. L'esperienza della vita, moglie mia, rende l'uomo
pi istruito d'un dottore. Ebbene, figlio mio, io ti dico una sola
cosa: interroga la tua coscienza e vedrai che essa ti risponder
che non si deve ingannare il proprio benefattore".
Lo studente batt sul tavolo il bicchiere, cos forte che il
gattino trasal.
"S, figlio", prosegu il contadino, ricacciandosi indietro sulla
testa i capelli oleosi, "tu devi andare dal padrone, devi
baciargli la mano e dirgli: "Io sono figlio di contadini, ma per
grazia vostra e del mio talento diventer dottore, ricco e
signore. Io amo Margherita e Margherita mi ama: io la render
tanto felice, che essa dimenticher di essersi abbassata a
scegliere per isposo il figlio del suo servo. La Signoria Vostra
ci benedica, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito
Santo"".
"E se invece di benedirlo lo scaccia via come un cane!", domand
la vecchia.
"Va l, femminuccia", esclam il contadino, versandosi ancora da
bere, "il tuo re Salomone diceva che le donne non sanno quel che
dicono! Se io invece parlo ho gi pesato le mie parole. Il padrone
benedir".
"Ma se non  vero niente!", proruppe Anania, pieno di gioia. Si
alz, s'avvicin alla porta e si mise a fischiare: non capiva pi
nulla, sentiva il cuore battergli forte. "Il padrone benedir!" Se
il contadino parlava cos doveva avere le sue ragioni. Ma perch
Margherita non aveva mai accennato alle buone disposizioni di suo
padre? E se le ignorava lei, come poteva conoscerle il servo?
"La vedr fra poco", pens Anania, e tutti i suoi dubbi, le ansie,
la stanchezza del viaggio, la gioia stessa delle nuove speranze,
tutto dilegu davanti al dolce pensiero: "La vedr fra poco".

Al lieve tocco della sua mano il portone s'apr silenziosamente.
"Ben tornato", mormor la serva che favoriva la corrispondenza dei
due innamorati. "Ella verr subito."
"Come stai?" egli chiese con voce commossa. "Ecco, prendi un
ricordo che ti ho portato da Roma."
"Ma che cosa hai fatto!", ella disse, prendendo subito
l'involtino. "Ti disturbi sempre, tu! Aspetta."
Egli attese, appoggiato al muro ancora tiepido del cortile, sotto
il cielo velato della notte silenziosa. Margherita apparve, ma pi
che vederla, egli la sent: sent la guancia liscia e calda, il
cuore balzante contro il suo, la vita agile, le labbra molli, e
gli sembr di svenire.
Follemente, cominci a baciarla sui capelli, sul volto, accecato
da una inestinguibile sete di baci.
"Basta e basta!", ella disse, riavendosi per la prima. "Come stai,
dunque? Sei guarito?"
"S, s! Ah, Dio, finalmente! Senti come mi batte il cuore. Ah",
prosegu, respirando a stento, e stringendosi la mano di lei al
petto, "non posso neppure parlare... E neppure ti vedo! Ah, se tu
portassi un lume!"
"Che dici, Nino! Ci vedremo poi domani; ora ci sentiamo", ella
rispose, ridendo piano piano, mentre sotto la palma della mano che
Anania si premeva sul petto sentiva il cuore di lui palpitare
convulso. "Come batte il tuo cuore! sembra quello d'un uccello
ferito. Ma sei guarito davvero, dimmi?"
"Guarito, guarito!... Margherita, dove sei? Ma siamo davvero
assieme?"
Egli cercava di distinguere i lineamenti di lei nell'oscurit
della notte velata. Grandi nuvole nere passavano incessantemente
sul cielo grigiastro; di tanto in tanto un lembo ovale di
firmamento chiaro, circondato di cupe vaporosit, appariva come un
viso misterioso, con due stelle rossastre per occhi, e pareva
spiasse gl'innamorati. Anania sedette sulla panchina e attir la
fanciulla sulle sue ginocchia.
"Lasciami", ella disse, "peso troppo; sono troppo grassa..."
"Sei leggera come una piuma", egli afferm. "Ma  dunque vero che
ti ho con me? Ah, mi pare un sogno! Quante volte ho sognato questo
momento, che mi pareva non dovesse giungere pi! Ed ora eccoci
assieme, uniti, uniti, capisci, uniti! Mi pare d'impazzire. Ma sei
davvero tu, Margherita? ma  proprio vero che ti ho qui, sul mio
cuore? Parla, dimmi qualche cosa, altrimenti mi par di sognare."
"Tocca a te raccontare. Io ti scrissi tutto, tutto; parla tu,
Nino; sai parlare cos bene tu! Raccontami di Roma; parla tu, io
non so parlare...", ella mormor, turbata.
"No, invece! no, tu sai parlare benissimo. Tu hai una voce cos
dolce! Io non ho mai sentito una donna parlare come parli tu..."
"Non dir bugie..."
"Ti giuro che non mentisco. Perch dovrei mentire? Tu sei la pi
bella, tu sei la pi gentile, la pi dolce tra le fanciulle. Se tu
sapessi come pensavo a te quando le mie padroncine, a Roma, nei
primi tempi, si buttavano addosso a me ed a Battista Daga! Mi
pareva d'essere accanto a creature appestate, e pensavo a te come
a una santa, soave, pura, fresca e bella."
"Ma anche io, adesso..."
"Non bestemmiare, Margherita", egli proruppe. "Noi siamo sposi:
non  dunque vero che siamo sposi? Dimmi di s."
"S."
"Dimmi che mi ami."
"S."
"Non s soltanto. Dimmi cos: Ti... amo!"
"Ti... a... mo... Se non ti amassi sarei forse qui?" ella chiese
poi, animandosi. "Ti amo, sicuro! Io non so esprimermi, ma ti amo,
forse pi di quanto mi ami tu."
"Non  possibile! Ma anche tu mi ami, lo so", egli riprese, "tu
che sei bella e ricca...".
"Ricca... chiss! E se non lo fossi?"
"Sarei pi contento."
Tacquero seri entrambi quasi dividendosi per seguire ciascuno il
proprio pensiero.
"Sai dunque", egli disse ad un tratto, timidamente, seguendo il
filo delle sue idee, "mi han riferito che la tua famiglia sa del
nostro amore.  vero?"
"Vero", ella rispose, dopo breve esitazione.
"Ah, cosa mi dici? Tuo padre dunque non sarebbe contento?"
Margherita esit di nuovo; poi sollev il capo e rispose con
freddezza: "Non lo so", e dall'accento di lei Anania intu qualche
cosa di triste, d'insolito; e la sua mente corse a lei, al
fantasma che forse si intrometteva fra lui e la famiglia di
Margherita.
"Senti", disse, pensieroso, carezzandole distrattamente le mani:
"devi rispondermi con franchezza. Che cosa succede? Posso o no
aspirare a te? Posso sempre sperare? Tu sai bene quello che io
sono: un povero, un beneficato dalla tua famiglia, il figlio d'un
tuo servo".
"Ma che cosa dici!", ella esclam, impaziente pi che addolorata.
"Tuo padre non  affatto un servo, e quando lo fosse  un uomo
onorato e basta!"
"Un uomo onorato!", ripet fra s Anania, colpito nell'anima. "Oh,
Dio, ma lei non  una donna onorata." "Margherita", insist
sforzandosi invano a restar calmo, "bisogna che tu mi apra tutta
l'anima tua, e che mi guidi e mi consigli. Dimmi tu che cosa devo
fare. Devo aspettare? Devo agire? Il mio orgoglio e la mia
coscienza mi imporrebbero di presentarmi a tuo padre e dirgli
tutto: altrimenti egli pu considerarmi come un traditore, un uomo
senza onore e senza lealt. Per io seguir i tuoi consigli, tutto
fuorch perderti. Sarebbe la mia morte questa, la mia morte
morale. Io sono ambizioso, vedi, e lo dico altamente, perch, ove
tu non venga a mancarmi, la mia non sar un'ambizione sterile. Tu
sei lo scopo della mia vita! Se tu mi venissi a mancare, io non
avrei pi forza n volont di far bene... Se tu per mi dicessi:
"Io amo un altro", ebbene, io...".
"Basta! Taci ora!", comand Margherita. "Sei tu che bestemmi,
adesso! Piove?"
Una goccia d'acqua era caduta sulle loro mani intrecciate.
Entrambi sollevarono il viso e guardarono le nuvole che ora
passavano pi lente, pi dense, mostri nebulosi e torpidi.
"Senti, dunque", disse Margherita, parlando un po' distratta e
frettolosa, come per paura che la pioggia interrompesse il
convegno. "Noi non siamo pi ricchi come prima. Gli affari di mio
padre vanno male. Egli, poi, ha prestato denari a tutti quelli che
glieli hanno chiesti e che... non glieli restituiranno mai. Egli 
troppo buono. La nostra lite col comune di Orlei, quell'eterna
lite per le foreste incendiate, va male per noi: se la perderemo,
e purtroppo pare cos, io non sar pi ricca."
"Perch non mi hai scritto mai questo?"
"Perch dovevo scrivertelo? Eppoi io stessa, fino a pochi giorni
fa, ignoravo certe cose. Oh, ma piove davvero! Vattene, adesso..."
Si alzarono e si rifugiarono sotto la tettoia. I lampi brillarono
fra le nuvole, e al loro chiarore violetto Anania pot finalmente
veder Margherita, pallida come la luna.
"Che hai? Che hai?", chiese stringendola a s. "Non aver paura
dell'avvenire. Se non sarai pi tanto ricca sarai per felice. Non
temere."
"Oh no! Tremo perch mia madre, che ha paura dei fulmini, pu
alzarsi da letto. Vattene, adesso...", ella rispose, respingendolo
dolcemente. "Vattene...".
Egli dovette ubbidire, ma rimase un bel po' sotto il portone
aspettando che la pioggia cessasse. Impeti di gioia gli
illuminavano l'anima, a intervalli, violentemente, come la luce
dei lampi illuminava la notte. Ricord quel giorno di pioggia, a
Roma, quando il pensiero della morte gli aveva solcato l'anima
come il guizzo d'una folgore. S: il dolore e la gioia si
rassomigliano: tutti e due bruciano.
Ma mentre si dirigeva a casa sua sotto gli ultimi spruzzi di
pioggia, egli pens:
"Come sono vile! Mi rallegro della sventura del mio benefattore.
Che cosa lurida  il cuore umano!".
L'indomani mattina per tempo scrisse a Margherita esponendole
molti progetti, uno pi eroico dell'altro. Voleva dare lezioni per
proseguire gli studi senza essere oltre di peso al suo
benefattore; voleva presentarsi al signor Carboni per fargli la
domanda di matrimonio; voleva infine far capire alla famiglia di
Margherita che egli sarebbe stato il suo conforto ed il suo
orgoglio.
Mentre finiva di scrivere la lettera, davanti alla finestra aperta
donde penetrava la fragranza delle campagne rinfrescate dalla
pioggia notturna, sent alle sue spalle uno scoppio di riso
represso. Nanna, lacera e tentennante, con gli occhi pieni di
lagrime e l'orribile bocca livida spalancata al riso, s'avanzava,
con una tazza in mano.
"Buon giorno, Nanna, come va? Sei viva ancora?"
"Buon giorno alla Vossignoria. Ecco che non mi  riuscito di
sorprenderla! Ho chiesto in grazia a zia Tatna di portarle il
caff. Eccolo qui. Ho le mani pulite, Vossignoria. Oh, che
consolazione, che consolazione!"
"Dov' l'Eccellenza con cui parli? Da' qui il caff, e dammi tue
notizie."
"Ah, noi viviamo nelle tane, come bestie feroci che siamo. Come
posso dare del tu alla Vossignoria, che  un sole risplendente?"
"Oh, non sono pi un confetto?", egli disse, sorbendo il caff
dall'antica chicchera filettata d'oro.
"Che tu sii benedetto!... Ah, mi scusi! Ah, ricorda la prima volta
che ritorn da Cagliari? S, Margheritina aspettava alla finestra.
Come la luna non pu aspettare il sole?"
Anania si alz e depose la chicchera sul davanzale della finestra;
poi respir forte. Come si sentiva felice! Come il cielo era
azzurro, come l'aria odorava! Che grandiosit nel silenzio delle
umili cose, nell'aria non ancora sfiorata dal soffio e dal rombo
della civilt! Anche zia Nanna non era pi la donna orribile e
nauseante di un tempo; sotto l'involucro immondo di quel corpo
nero e puzzante, palpitava un'anima poetica...
"Senti questi versi!", egli grid agitando le braccia:

      Ella era assisa sopra la verdura,
      Allegra; e ghirlandetta avea contesta:
      Di quanti fior creasse mai natura
      Di tanti era dipinta la sua vesta.
      E come in prima al giovin pose cura
      Alquanto paurosa alz la testa:
      Poi con la bianca man ripreso il lembo
      Levossi in pi con di fior pieno un grembo.

Nanna ascoltava, senza capire una parola, e apriva la bocca per
dire... per dire... lo disse infine:
"Li ho sentiti altra volta".
"Da chi?", grid Anania.
"...Da Efes Cau!"
"Non dire bugie; raccontami piuttosto tutto ci che  accaduto a
Nuoro durante quest'anno."
Nanna cominci, ritornando ogni tanto a Margherita. Ella era la
rosa delle rose il garofano, il confetto. E i suoi vestiti! Oh,
Dio non se n'erano visti mai di pi meravigliosi: quando ella
passava la gente la guardava come si guarda una stella filante. Un
signore aveva incaricato lei, Nanna, di rubare il laccio della
scarpa di Margherita; la serva della famiglia Carboni diceva che
tutte le mattine la sua padroncina trovava sulla finestra lettere
d'amore legate con nastrini azzurri...
"Ma la rosa  una sola e non pu unirsi che al garofano... Ebbene,
dammi qui la chicchera... ah!", concluse l'ubriacona, dandosi un
pugno sulla bocca. " inutile, perdio! io ho visto la Vossignoria
quando aveva la coda ed ora non posso abituarmi a darle del
lei..."
"Ma quando  che io avevo la coda?", grid Anania minaccioso.
La donna scapp, tentennando, ridendo, turandosi la bocca; e dal
cortile disse, rivolta alla finestra di Anania:
"La coda della camicia...".
Egli continu a minacciarla; ella continu a barcollare ed a
ridere. Il porchetto, slegatosi, and a fiutarle i piedi; una
gallina salt sul collo del porchetto, piluccandogli le orecchie;
un passero si pos sul sambuco, dondolandosi elegantemente
sull'estremit d'una fronda.
E lo studente si sent cos felice che si mise a cantare altri
versi del Poliziano:

      Portate, venti, questi dolci versi
      Dentro all'orecchio della Ninfa mia...

E gli sembrava di essere agile e leggero come il passero
sull'estremit della fronda. Pi tardi and nell'orto, dove pot
consegnare alla serva di Margherita la lettera gi preparata.
L'orto ancora umido per la pioggia notturna esalava un forte odore
di terra bagnata e di vegetazione secca. I bruchi avevano ridotto
i cavoli a mazzi di strani merletti grigiastri; le altee,
filogranate di bocciuoli e adorne di fiori violacei senza stelo,
tagliavano lo sfondo azzurro del cielo coi loro disegni bizzarri.
Sull'orizzonte perlato le montagne sorgevano vaporose, coi picchi
pi lontani immersi in nuvole d'oro. In un angolo dell'orto Anania
trov Efes Cau ubriaco, invecchiato, ridotto ad un mucchio di
stracci, e lo tocc col piede: l'infelice sollev il volto, che
pareva una maschera di cera affumicata, apr un occhio vitreo e
mormor il suo verso favorito:

      Quando Amelia s pura e s candida;

poi ricadde, senza aver riconosciuto lo studente. Pi in l zio
Pera, cieco del tutto, si ostinava ad estirpare le male erbe, che
riconosceva al tatto e all'odore.
"Come state?", grid Anania.
"Sono morto, figlio mio", rispose il vecchio. "Non vedo pi. Non
sento pi."
"Coraggio, guarirete..."
"Nell'altro mondo, nel mondo della verit, dove tutti guariremo,
dove tutti vedremo e sentiremo; ah, figlio mio, non importa,
quando io vedevo con gli occhi del corpo la mia anima era cieca;
adesso invece io vedo, vedo con gli occhi dell'anima. Ma
raccontami: hai veduto il papa?"
Uscito dall'orto Anania girovag per il vicinato: s, quel
cantuccio di mondo era sempre lo stesso; ancora il pazzo, seduto
sulle pietre addossate ai muri cadenti, aspettava il passaggio di
Ges Cristo, e la mendicante guardava di sbieco la porta di
Rebecca, sul cui limitare la misera creatura tremava di febbre e
fasciava le sue piaghe; e maestro Pane fra le sue ragnatele segava
le tavole e parlava fra s ad alta voce, e nella bettola la bella
Agata civettava coi giovani e coi vecchi, ed Antonino e
Bustianeddu si ubriacavano e di tanto in tanto scomparivano per
qualche mese e ricomparivano con volti un po' sbiancati dal
servizio del re. [25] E zia Tatna preparava ancora i dolci per il
suo diletto "ragazzino", sognando il giorno della sua laurea e gi
numerando col desiderio i presenti che amici e parenti gli
avrebbero inviato; ed Anania grande, nei giorni di riposo,
ricamava una cintura di cuoio, seduto in mezzo alla strada, e
pensava ai tesori nascosti nei nuraghes.
No, niente era cambiato; ma lo studente vedeva le cose e gli
uomini come ancora non li aveva veduti, e tutto gli sembrava
bello, d'una bellezza triste e selvaggia. Passava e guardava come
uno straniero; e nel quadro di quei tuguri neri e cadenti, in
mezzo a quelle figure semplici primitive, gli sembrava di essere
un gigante di passaggio. S, gigante ed uccello: gigante per la
sua superiorit, uccello per la sua gioia.

Agli ultimi di agosto, dopo vari convegni, Margherita permise che
Anania rivelasse il loro amore al signor Carboni.
"Dunque posso sperare!", egli esclam colpito, quasi avesse fino a
quel momento disperato. " proprio vero? Sar vero?"
"Ma sii!", ella disse, vezzeggiando, accarezzandogli i capelli
con affetto quasi materno.
Egli la strinse a s, chiuse gli occhi, nascose il viso sull'omero
di lei, concentrandosi per vedere tutta l'immensit della sua
fortuna. Era mai possibile? Margherita sarebbe diventata sua? Sua
davvero? Sua nella realt come lo era sempre stata nel sogno?
Ricord il tempo in cui egli non osava confessare il suo amore
neppure a se stesso: ed ora?
"Quante cose succedono nel mondo!", cominci a pensare. "Ma che
cosa  il mondo? Che cosa  la realt? Dove finisce il sogno e
dove comincia la realt? E non pu essere tutto sogno? Chi 
Margherita? Chi sono io? Siamo vivi? E che cosa  la vita? Che
cosa  questa gioia misteriosa che mi solleva tutto, come la luna
solleva le onde? E il mare che cosa ? Sente il mare?  vivo? E la
luna che cosa ? Ed  vero tutto questo?"
Sollev la testa e sorrise delle sue domande. La luna illuminava
il cortile, e nella notte diafana il canto tremulo dei grilli
faceva pensare ad un popolo di folletti minuscoli, ciascuno dei
quali suonasse un violino scordato, accompagnando con quel motivo
monotono il mormorio delle foglie umide di rugiada.
Tutto era sogno e tutto era realt. Anania credeva di vedere i
folletti suonatori e nello stesso tempo scorgeva distintamente la
camicetta rosea, la catenella e gli anellini di Margherita. Le
strinse il polso, prem un dito sulla perla di uno dei suoi
anelli, le guard le unghie, distinguendone le macchiette bianche:
s, tutto era vero, visibile, tangibile. La realt ed il sogno non
avevano confine: tutto si poteva vedere, toccare, raggiungere, dal
sogno pi folle all'oggetto meno visibile...
In quel momento pareva ad Anania che, come toccava l'anellino di
Margherita, avrebbe potuto, stendendo il braccio, sfiorare la luna
o stringere nel pugno il canto dei grilli...
Ma poche parole pronunziate da Margherita gli segnarono nuovamente
i confini tra il sogno e la realt.
"Cosa dirai a mio padre?", ella chiese, sempre un po'
canzonandolo. "Dimmi dunque che cosa gli dirai. "Signor padrino...
io... e... e sua figlia... sua figlia Margherita... fa... facciamo
una... una cosa...""
Egli arross: cap che non avrebbe mai avuto il coraggio di
presentarsi al padrino per rivelargli il suo amore.
"Io non potr mai...", confess subito. "Gli scriver."
"Oh, questo poi no!", disse Margherita, facendosi seria. "Bisogna
assolutamente parlargli: egli si piegher di pi. Se non puoi tu,
mandagli qualcuno."
"Ma chi?"
Margherita disse timidamente:
"Tua madre".
Egli cap che ella alludeva a zia Tatna, ma il suo pensiero corse
all'altra e gli parve che anche Margherita ci pensasse. L'ombra lo
riavvolse: ah, s, la realt ed il sogno erano ben divisi da
terribili confini: un vuoto, eguale a quello che divide la terra
dal sole, li separava.
"Tuttavia...", egli pens, "se potessi in questo momento parlare!
Questo  l'attimo: se me lo lascio sfuggire forse non lo ritrover
mai pi. Il vuoto si pu varcare..."
Apr le labbra. Sent il cuore battergli forte, ma non pot
parlare: l'attimo pass.
Qualche sera dopo zia Tatna, molto sbalordita, ma altrettanto
orgogliosa, e fiduciosa nell'aiuto del Signore, dopo aver
lungamente pregato e fatta la salita trascinandosi ginocchioni
dalla porta all'altare della chiesa del Rosario, fece la sua
ambasciata.
Anania rimase a casa, aspettando con ansia il ritorno della
vecchia. Per un bel po' stette sdraiato sul letticciuolo, leggendo
un libro di cui non ricordava assolutamente il titolo.
"Ma io sono tranquillo!" pensava. "Che posso temere? La cosa  pi
che sicura..."
Intanto leggeva, senza capire una sillaba, e il suo pensiero
seguiva la vecchia.
"Zia Tatna cammina lentamente, tutta compresa dalla solennit
della sua missione. Ha anche un po' di paura, la buona vecchia
colomba candida e soave; ma, pazienza! Con l'aiuto del Signore e
di Santa Caterina e di Maria Santissima del Rosario qualche cosa
si far... Per l'occasione ella ha indossato le sue vesti pi
belle; la tunica orlata da tre nastrini, - verde-bianco-verde - il
corsetto di broccato verdolino, la cintura d'argento, il grembiule
ricamato, la benda tinta con lo zafferano. E non ha dimenticato
gli anelli, no; i grandi anelli preistorici, ornati di cammei, di
pietre gialle e verdi, di cornole incise. Cos, grave e adorna,
simile ad una vecchia madonna, ella si avanza lentamente,
salutando con solenne compostezza le persone che incontra. Cade la
sera; l'ora sacra a queste gravi missioni d'amore. Al cader della
sera la paraninfa  sicura di trovare a casa il capo della
famiglia al quale reca il messaggio arcano."
"Zia Tatna va... va sempre pi grave e lenta... Pare che abbia
paura di arrivare; e giunta al fatale limite, davanti al portone
chiuso, silenzioso e scuro come la porta del destino, esita un
momento, si accomoda gli anelli, il nastro del grembiule, la
cintura; cinge il mento col lembo della benda, e infine si decide
e batte al portone..."
Parve ad Anania che quel colpo si ripercotesse sul suo petto.
Balz in piedi, sollev la candela e si guard nello specchio.
"L'ho detto io! Sono pallido. Guarda che stupido! Ebbene, non
voglio pensarci pi..."
S'affacci alla finestra. Nel cortile chiuso, illuminato
dall'ultimo barlume del giorno, il sambuco immobile disegnava una
macchia scura. Silenzio perfetto. Le galline dormivano gi, ed
anche il porchetto dormiva. Le stelle scaturivano, scintille
d'oro, fra la cenere azzurrognola del caldo crepuscolo. Al di l
del cortile, nella straducola, passava un piccolo mandriano a
cavallo, cantando in dialetto:

      Inoche mi fachet die
      Cantende a parma dorata...

Anania pens alla sua infanzia, alla vedova, a Zuanne. Che faceva
il fraticello sul suo alto convento?
"E dire che voleva diventare un bandito! Sarei curioso di vederlo!
Lo vedr. Entro questo mese mi recher certamente a Fonni."
Ah! D'un colpo il suo pensiero torn l, dove si decideva il suo
destino. "La vecchia colomba  nello studio semplice e ordinato
del signor Carboni. Ecco, quella  la scrivania dove una sera lo
studente ha frugato e... Oh, Dio,  mai possibile che egli abbia
commesso una cos vile azione? S, quando si  ragazzi non s 
coscienti; tutto  facile, tutto  possibile. Come siamo pazzi, da
fanciulli! Potremmo anche commettere un delitto con la massima
incoscienza! Basta; zia Tatna  l. Ed anche il signor Carboni 
l, grasso, tranquillo, con la catena d'oro scintillante
attraverso il petto."
"Ma che cosa dunque dice quella vecchietta?", pens Anania,
sorridendo nervosamente. "Sarei curioso di vedere come se la cava.
S'io potessi esser l, non veduto! Se avessi l'anello che rende
invisibili; ecco, lo infilerei al dito e... via... subito l... Ma
se il portone fosse chiuso, come farei? Ebbene, picchierei,
diamine! Mariedda aprirebbe, stizzita contro i ragazzi che
picchiano al portone e scappano. Io... Ma come sono pazzo a pensar
queste cose puerili! Uff! non voglio pensarci pi!..."
Si tolse dalla finestra, prese la candela, scese in cucina, and a
sedersi davanti al focolare acceso. Ma d'un tratto ricord che era
d'estate e si mise a ridere: poi guard a lungo il gattino rosso
che stava davanti al forno, immobile e pronto, coi baffi irti e la
coda tesa, aspettando il passaggio di un topo.
"No", disse Anania, pensando allo strazio del topolino, "per
stasera non te lo lascio prendere: neppure un topolino, deve
stasera soffrire in questa casa. Usciu, usssciuu!", [26] grid
balzando in piedi e correndo verso il gattino che vibr tutto e
salt sopra il forno.
Sempre agitato da una inquietudine nervosa, Anania si mise a
camminare su e gi per la cucina; di tanto in tanto palpava i
sacchi ricolmi d'orzo e mormorava:
"Mio padre non  poi tanto povero; egli  un mezzadro del signor
Carboni, non il suo servo. No, egli non  povero; ma non potrebbe
certo restituire quello... che spendo io, se non avvenisse ci
che... deve avvenire. Ma avverr poi? Che cosa si combina in
questo momento?
Ecco, zia Tatna ha parlato... Che ha detto? Ah, no, no, no, non
bisogna neppure pensarci... Bisogna piuttosto pensare alla
risposta che dar, che d, il benefattore... Che dir egli, l'uomo
pi leale del mondo, sapendo che il suo protetto ha osato tradire
cos la sua buona fede? Ecco, egli cammina pensieroso attraverso
la stanza: zia Tatna lo guarda, pallida, oppressa...".
"Dio, Dio, che accade mai?", gem Anania, stringendosi il capo fra
le mani. Gli pareva di soffocare; usc nel cortile, si sporse sul
muricciuolo di cinta, attese, ascolt... Niente, niente.
Solo, dopo un quarto d'ora circa, due voci risuonarono dietro il
muricciuolo; poi una terza, una quarta: erano i vicini che si
riunivano cos ogni notte davanti alla bottega di maestro Pane,
per godersi il fresco e chiacchierare.
"Nostra Signora mia", diceva la voce stridula di Rebecca, "ho
visto cinque stelle cadere sul cielo. Ah, ci non  invano... Deve
succedere qualche disastro..."
"Che tu stii per mettere al mondo l'anticristo?", chiese la voce
ironica di un contadino. "Dicono che deve nascere da un animale."
"L'anticristo lo metter al mondo tua moglie, animale schifoso!",
rispose adirata la ragazza.
"Prenditi questa, garofano!", disse la bella Agata che mangiava
rideva e parlava nello stesso tempo.
Il contadino cominci a dire parole insolenti; il vecchio
falegname s'irrit e grid:
"Se non la finisci ti butto un sasso, faina pelata".
Ma il contadino prosegu nella sua bella impresa: allora le donne
si allontanarono e andarono a sedersi sotto il muricciuolo del
cortile, e zia Sorichedda - una vecchietta che quaranta anni prima
era stata serva in casa dell'Intendente, - cominci a raccontare
per la millesima volta la storia della sua padrona.
"Era una marchesa. Suo padre era amico intimo del re di Spagna, e
le aveva dato in dote mille scudi in oro. Quanto fanno mille
scudi?"
"E cosa sono mille scudi?", disse Agata con disprezzo. "Margherita
Carboni ne ha quattro mila..."
"No", osserv Rebecca, "altro che quattro mila! Quaranta mila".
"Voi non sapete quel che dite!", grid zia Sorichedda. "Mille
scudi in oro non li possiede neppure don Franceschino."
"E andate! Siete rimbambita!", grid Agata, accalorandosi. "Che
cosa contano mille scudi? Se li ha Franziscu Carchide in suole di
scarpe!"
La questione divent seria; le donne cominciarono a ingiuriarsi:
"Lo sai tu perch vanti il tuo Franziscu Carchide, questa
immondezza rifatta!...".
"Immondezza siete voi, vecchia peccatrice."
"Ah!"

      Foglia di gelso,
      Chi la fa la pensa...

Anania ascoltava, e ad un tratto, nonostante l'inquietudine che lo
agitava, scoppi a ridere.
"Oh", grid Agata, affacciandosi al muricciuolo, "buona notte alla
Vossignoria. Che cosa fai l al buio, pipistrello? Fa vedere il
tuo bel viso".
"Prego!" egli rispose, avvicinandosi e pizzicandola al braccio,
mentre Rebecca, che all'udire la risata del giovane s'era
accoccolata per terra, quasi volendo nascondersi, pizzicava Agata
alla gamba.
"Al diavolo chi vi ha formati!", imprec la bella ragazza. "Questo
 un po' troppo! Lasciatemi o... svelo!"
Ma i due la pizzicarono pi forte.
"Ahi! ahi! Al diavolo! Rebecca,  inutile che tu faccia la
gelosa... ahi! zia Tatna stasera...  andata a chiedere... parlo
o no? Ah!..."
Anania si ritrasse, chiedendosi come mai la indiavolata Agata
sapeva...
"Cuoricino mio, un'altra volta rispetta zia Agata!", ella disse
sogghignando, mentre Rebecca, che aveva capito, taceva,
impietrita, e zia Sorichedda domandava:
"Fammi il piacere, Nania Atonzu, dimmi, chi a Nuoro pu avere
mille scudi in oro?".
Anche il contadino s'avvicin e chiese:
"Dimmi, Nania,  vero che il papa ha settantasette donne ai suoi
comandi?...".
Anania non rispose, forse non intese neppure: vedeva una figura
avanzarsi dal fondo della straducola e si sentiva venir meno. Era
lei, la vecchia colomba messaggera, era lei che tornava portando
fra le pure labbra, come un fiore di vita o di morte, la parola
fatale.
Egli si ritir e chiuse la porticina che dava sul cortile, mentre
zia Tatna rientrava dall'altra parte e chiudeva la porta di
strada. Ella sospirava ed era ancora un po' pallida e oppressa;
s'avvicin al focolare, e i suoi primitivi gioielli, i suoi
ricami, la cintura, gli anelli, scintillarono al riflesso del
fuoco.
Anania le corse incontro e la guard ansioso, e siccome ella
taceva le domand con impazienza:
"Che cosa vi hanno detto?".
"Pazienza, figlio del Signore! Ora ti dir..."
"No, Dite subito. Mi vogliono?"
"S! Ti vogliono, s, ti vogliono!", annunzi la vecchia, aprendo
le braccia.
Egli sedette, sbalordito, e si prese la testa fra le mani: zia
Tatna lo guard e scosse la testa, mentre con le mani un po'
tremule si slacciava la cintura.
"Mi vogliono! Mi vogliono!  mai possibile?", ripeteva fra s
Anania.

Davanti al forno il gattino aspetta ancora il passaggio del topo,
e deve gi sentire qualche rumore perch la sua coda freme:
infatti, dopo un momento, Anania sente uno stridio, un piccolo
grido di morte. Ma adesso la sua felicit  cos completa che egli
non ricorda pi che nel mondo esiste il dolore.

La relazione particolareggiata di zia Tatna gett un po' d'acqua
fredda su quel grande incendio di gioia.
La famiglia di Margherita non si opponeva all'amore dei due
giovani, ma, naturalmente, non dava ancora un consentimento pieno,
irrevocabile. Il "padrino" aveva sorriso, aveva battuto le mani e
scosso la testa come per dire: "me l'hanno fatta quei due!". Aveva
anche detto: "Fanno presto a metter le ali questi ragazzi!", ma
poi era diventato serio e pensieroso.
"Ma, infine, che avete concluso?", grid Anania, facendosi
anch'egli serio e pensieroso.
"Che bisogna aspettare, Santa Caterina bella! Non hai ancora
capito? Ma la padrona disse: "Bisognerebbe interrogare anche
Margherita". "Eh, credo proprio che non occorra", rispose il
padrino, battendo le mani. Io sorrisi."
Anche Anania sorrise.
"Abbiamo dunque concluso... Va via, gatto!", grid zia Tatna,
tirando il lembo della tunica, sul quale il gattino s'era
comodamente adagiato leccandosi i baffi con orribile
soddisfazione. "Abbiamo concluso che bisogna aspettare. Il padrone
mi disse: "Che il `fanciullo' pensi a studiare ed a farsi onore.
Quando egli avr un posto onorevole noi gli daremo la nostra
figliuola: intanto si amino pure, e che Dio li benedica". Ecco, tu
ora cenerai, spero!"
"Ma, infine, posso presentarmi in casa loro come fidanzato?"
"Per adesso no: per quest'anno no! Tu corri troppo, galanu meu! La
gente direbbe che il signor Carboni  rimbambito, se permettesse
una tal cosa: bisogna che tu prenda la laurea, prima..."
"Ah", grid Anania, adirandosi, " dunque meglio..." Stava per
dire: " dunque meglio che ci vediamo di notte, di nascosto, per
non urtare la falsa suscettibilit della gente?"; ma subito pens
che vedersi di notte, di nascosto da soli, era forse meglio che
vedersi di giorno e alla presenza dei genitori, e si calm
completamente. Peggio per loro, dunque!
Per consolarsi ricominci le visite la notte stessa: la fantesca,
appena socchiuse il portone gli augur la "buona fortuna" come se
le nozze fossero gi celebrate, ed egli le diede la mancia e
attese trepidando la sposa. Essa venne, cauta e silenziosa,
profumata d'ireos, con un abito chiaro biancheggiante nella notte
diafana. Si abbracciarono a lungo, silenziosi, vibrando assieme,
ebbri di gioia: il mondo era loro.
Per la prima volta Margherita, ormai sicura di potersi abbandonare
senza paure n rimorsi all'amore del bel giovane che impazziva per
lei, si mostr appassionata e ardente, quale Anania non osava
sognarla: ed egli usc dal convegno barcollando, cieco, fuori di
s.
La notte appresso, il convegno fu ancora pi lungo, pi delirante.
La terza notte la serva, che vigilava nella cucina, forse stanca
di vegliare, fece il segno convenuto in caso di sorpresa e
gl'innamorati si lasciarono alquanto spaventati.
L'indomani Margherita scrisse: "Ho paura che ieri notte il babbo
si sia accorto di qualche cosa. Badiamo di non comprometterci, ora
appunto che siamo tanto felici:  bene, quindi, che per qualche
giorno non ci vediamo. Abbi pazienza, e sii anzi coraggioso come
lo sono io, che faccio un enorme sacrifizio rinunziando, per
qualche tempo, alla immensa felicit di vederti: mi pare di
morire, perch ti amo ardentemente, perch mi sembra di non poter
pi vivere senza i tuoi baci, ecc., ecc.".
Egli rispose: "Adorata mia, tu hai ragione: tu sei una santa, per
bont e per saviezza, mentre io non sono che un pazzo, pazzo
d'amore per te. Non so, non vedo pi quel che faccio. Ieri notte
potevo compromettere tutto il nostro avvenire e non me ne
accorgevo neppure. Perdonami: quando sono vicino a te perdo la
ragione. Ho la febbre; mi consumo tutto, mi pare che entro di me
arda un fuoco distruttore. Rinunzio con spasimo alla suprema
felicit di vederti per qualche sera; e siccome ho bisogno di
moto, di svago, di un po' di lontananza, per attutire alquanto
questo fuoco che mi divora e mi rende incosciente e malato, penso
di fare un'escursione sul Gennargentu. Tu vuoi, non  vero?
Rispondimi subito, cara, adorata, mio spasimo e mia gioia. Ti
porter sul cuore: dalla pi alta cima sarda ti mander un saluto,
grider ai cieli il tuo nome e il mio amore, come vorrei gridarlo
dalla pi eccelsa cima del mondo affinch tutta la terra ne
restasse attonita. Ti abbraccio, ti porto con me, unita a me, per
tutta l'eternit".
Margherita diede graziosamente il suo permesso.
Altra lettera di Anania: "Parto domani mattina con la corriera per
Mamojada-Fonni. Passer sotto la tua finestra alle nove. Vorrei
vederti stanotte... ma voglio essere prudente. Vieni, vieni con
me, Margherita, adorata mia, non lasciarmi un solo istante, vieni
qui, sul mio cuore, ardi del mio fuoco d'amore, fammi morire di
passione".


VII.

La corriera attraversava le tancas selvaggie, gialle di stoppie e
di sole ardente, qua e l ombreggiate da macchie di olivastri e di
querciuoli.
Anania, seduto in serpe, a fianco del vetturale che scuoteva la
frusta (entro la vettura si soffocava dal caldo), dimenticava le
impressioni febbrili dei giorni scorsi per rivivere in un giorno
lontano. Rivedeva il carrozziere dai baffi gialli e dalle guancie
gonfie; ed a misura che la corriera si avvicinava a Mamojada, la
suggestione dei ricordi diventava quasi dolorosa. Nell'arco del
mantice si disegnava lo stesso paesaggio che egli aveva
intraveduto quel giorno, mentre abbandonava la testolina sulle
ginocchia di lei, e stendevasi lo stesso cielo di un azzurro
chiaro melanconico.
Ecco la cantoniera: nel paesaggio, a linee forti, ondulato, verde
di macchie selvaggie, s'intravede qua e l qualche filo d'acqua
violacea; s'odono fischi d'uccelli palustri; un pastore, bronzeo
su uno sfondo luminoso, guarda l'orizzonte.
La corriera si ferm un momento davanti alla cantoniera. Seduta
sul gradino della porta, una donna in costume tonarese, tutta
fasciata nelle ruvide vesti come una mummia egiziana, scardassava
un mucchio di lana nera con due pettini di ferro: poco distante
tre bimbi laceri e sporchi giocavano, o meglio si accapigliavano
fra loro. Ad una finestra apparve un viso scarno e giallo di donna
ammalata, che guard la vettura con due grandi occhi verdognoli,
pieni di stupore. La cantoniera desolata pareva l'abitazione della
fame, della malattia e del sudiciume. Anania si sent stringere il
cuore: egli conosceva perfettamente il dramma tristissimo svoltosi
ventitr anni prima in quel luogo solitario, in quel paesaggio
rude e fresco, che sarebbe stato cos puro senza l'immondo
passaggio dell'uomo.
La corriera riprese il viaggio: ecco Mamojada, emergente tra il
verde degli orti e dei noci, col campanile chiaro disegnato
sull'azzurro tenero del cielo; da lontano il quadretto aveva le
tinte delicate d'un acquerello, ma appena la corriera si inoltr
su per lo stradale polveroso, il profilo del paesetto prese tinte
cupe, ancor pi forti di quelle del paesaggio. Davanti alle
casette nere costrutte sulla roccia s'aggruppavano caratteristiche
figure di paesani: donne graziose, coi capelli lucenti
attortigliati intorno alle orecchie, scalze, sedute per terra,
cucivano, allattavano, ricamavano. Due carabinieri, uno studente
annoiato, un vecchio nobile, che era anche contadino,
chiacchieravano davanti alla bottega d'un falegname, intorno alla
cui porta stavano appesi molti quadretti sacri dipinti a vivi
colori.
Dopo mezz'ora di fermata la corriera ripart.
Ecco le rovine della chiesetta, ecco gli orti, ecco la piantagione
di patate dove l'altra volta Ol ed Anania si erano fermati.
Egli ricord la donna che zappava, con le sottane cucite fra le
gambe, e il gatto bianco che si slanciava contro la lucertolina
verde guizzante sul muro. Nell'arco del mantice i paesaggi si
disegnavano sempre pi freschi, con sfondi luminosi: la piramide
grigiastra di monte Gonare, le linee cerule e argentee della
catena del Gennargentu apparivano come incise sul metallo del
cielo, sempre pi vicine, sempre pi maestose. Ah, s: ora davvero
Anania respirava l'aria nata, e sentiva tutti gli istinti
atavici..
"Vorrei balzare gi dalla vettura, correre su per le chine, fra
l'erba ancora fresca, tra le macchie e le roccie, gridando di
gioia selvaggia, imitando il puledro sfuggito al laccio e
ritornato alla libert delle tancas. S", egli pensava, mentre la
corriera rallentava la corsa su per la strada in salita, "io ero
nato per fare il pastore. Sarei stato un poeta, forse un
delinquente, forse un bandito fantasioso e feroce. Oh, contemplare
le nuvole dall'alto d'un monte! Figurarsi d'essere il pastore
d'una torma di nuvole: vederle errare sul cielo argenteo,
incalzarsi, svolgersi, passare, scomparire!" Poi pens: "E non
sono un pastore di nuvole? Fra le nuvole ed i miei pensieri che
differenza c'? Ed io stesso non sono una nuvola? Se fossi
costretto a vivere in queste solitudini mi dissolverei, diventerei
una stessa cosa con l'aria, col vento, con la tristezza del
paesaggio. Sono io vivo? Che cosa , dopo tutto, la vita?".
Come sempre, egli non seppe rispondere alla sua domanda: la
corriera saliva lentamente, sempre pi lentamente, con moto dolce,
quasi cadenzato; il cocchiere sonnecchiava, e pareva che anche il
cavallo camminasse dormendo. Dal sole alto verso lo zenit calava
uno splendore eguale, melanconico; le macchie ritiravano le loro
ombre; un silenzio profondo e una sonnolenza ardente pervadevano
l'immenso paesaggio. Ad Anania pareva in realt di dissolversi, di
diventare una stessa cosa con quel panorama sonnolento, con quel
cielo luminoso e triste. Ecco, egli aveva sonno; e come l'altra
volta fin col chiudere gli occhi e addormentarsi infantilmente.
"Zia Grathia? Nonna! [27]", chiam con voce ancora assonnata,
entrando nella casetta della vedova.
La cucina era deserta: la straducola soleggiata; deserto tutto il
villaggio che nella desolazione del meriggi pareva una stazione
preistorica da secoli abbandonata.
Anania guard curiosamente intorno. Nulla era cambiato: miseria,
stracci, fuliggine, un po' di cenere sul focolare, grandi tele di
ragno fra le scheggie del tetto; e, imperatore truce di quel luogo
di leggende, il lungo e vuoto fantasma del gabbano nero appeso al
muro terreo.
"Zia Grathia, dove siete?", grid Anania, aggirandosi intorno.
"Zia Grathia?"
Finalmente la vedova, ch'era andata ad attingere acqua ad un pozzo
vicino, rientr, con un malune [28] sul capo e la secchia in mano.
Era sempre la stessa, stecchita, giallastra, col viso spettrale
circondato da una benda di tela sporca: gli anni erano passati
senza invecchiare oltre quel corpo gi disseccato ed esaurito
dalle emozioni della lontana giovinezza.
Nel vederla Anania si turb: un fiotto di ricordanze gli sal
dalle profondit dell'anima; gli parve di ricordare tutta una
esistenza anteriore, di rivedere uno spirito che aveva gi
albergato nel suo corpo prima dello spirito che lo animava al
presente.
"Bonas dies!", salut la vedova, guardando meravigliata il bel
giovine sconosciuto. E depose prima la secchia, poi il malune,
lentamente, guardando sempre lo straniero. Ma appena egli sorrise
chiedendole: "Ma non mi riconoscete dunque?", zia Grathia diede un
grido ed apr le braccia: Anania l'abbracci, la baci, la invest
di domande.
E Zuanne? Dov'era? Perch si era fatto monaco? Veniva a trovarla?
Era felice? E il figlio maggiore? E i figli del fabbricante di
ceri? E questo e quell'altro? E come era trascorsa la vita a Fonni
durante quei quindici anni? E chi era il pretore? E si poteva
l'indomani far la gita sul Gennargentu?
"Figlio mio caro!", cominci la vedova, dandosi attorno. "Ah, come
trovi la mia casa! Nuda e triste come un nido abbandonato! Siediti
dunque, lavati; ecco l'acqua pura e fresca, vero argento puro;
lavati, bevi, riposati. Io ora ti preparer un boccone: ah, non
rifiutare, figlio delle mie viscere; non rifiutare, non umiliarmi.
Per cibarti io vorrei darti il mio cuore; ma tu accetta quel che
posso offrirti; ecco, asciugati, ora, anima mia! Come sei grande e
bello! Dicono che tu debba sposare una ricca e bella fanciulla:
ah, non  stata stupida quella fanciulla. Ma perch non mi hai tu
scritto prima di venire? Ah, figlio caro, tu almeno non hai
dimenticato la vecchia abbandonata!"
"Ma Zuanne, Zuanne?", insisteva Anania, lavandosi con l'acqua
freschissima della secchia.
La vedova divent cupa. Disse:
"Ebbene, non parlarmene! Egli mi ha fatto tanto soffrire! Era
meglio che... egli avesse seguito l'esempio del padre... Ebbene,
no, non parliamone. Egli non  un uomo; sar un santo, come
dicono, ma non  un uomo! Se mio marito sollevasse il capo dalla
tomba e vedesse suo figlio scalzo, col cordone, con la bisaccia,
frate mendicante e stupido, che direbbe mai? Ah, lo fustigherebbe,
in verit".
"Dove si trova ora frate Zuanne?"
"In un convento lontano; sulla cima d'un monte. Almeno fosse
rimasto nel convento di Fonni! ma no,  destino che tutti debbano
abbandonarmi; anche Fidele, l'altro figliuolo, ha preso moglie e
raramente si ricorda di me: il nido  deserto, abbandonato; la
vecchia aquila ha veduto volar via i suoi poveri aquilotti e morr
sola... sola..."
"Venite a viver con me!", disse Anania. "Quando sar dottore vi
prender con me, nonna."
"In che potrei servirti? Almeno un tempo ti lavavo gli occhi e ti
tagliavo le unghie; ora invece tu dovresti fare altrettanto a
me..."
"Mi raccontereste delle storie... a me ed ai miei bambini..."
"Anche le storie non so pi raccontarle, adesso. Sono rimbambita
del tutto: il tempo, vedi, il tempo s' portato via il mio
cervello come il vento porta via la neve dai monti. Ebbene,
ragazzino mio, mangia; non ho altro da offrirti, accetta di buon
cuore. Oh, questo cero,  tuo? Dove lo porterai?"
"Alla Basilica, nonna, davanti all'immagine dei santi Proto e
Gianuario. Viene di lontano, nonna; me lo diede una vecchia donna
sarda che vive a Roma: anch'essa mi narrava delle storie, ma non
belle come le vostre."
"Vive a Roma? E come fece ad andarci? Ah, io morr senza aver
veduto Roma!..."
Dopo il modestissimo pasto, Anania cerc la guida, con la quale
combin per l'indomani l'ascensione sul Gennargentu: poi si avvi
alla Basilica.
Nell'antico cortile, sotto i grandi alberi, susurranti, sui
gradini corrosi, nelle loggie rovinate, entro la chiesa odorante
d'umido come una tomba, da per tutto silenzio e desolazione.
Anania depose il cero di zia Varvara sopra un altare polveroso,
poi guard i primitivi affreschi delle pareti, gli stucchi dorati
da una luce melanconica, le rozze figure dei santi sardi, tutte le
cose infine che un tempo gli avevano destato meraviglia e terrore,
e sorrise, ma col cuore oppresso da una languida tristezza.
Ritornato nel cortile vide, attraverso una finestra aperta, il
cappello d'un carabiniere e un paio di stivali appesi al muro
d'una cella, e nella memoria gli risuon ancora l'aria della
Gioconda: "A te questo rosario".
L'odor della cera vagava nel cortile solitario; dov'erano i bimbi,
compagni d'infanzia, gli uccelletti seminudi e selvatici, che un
tempo animavano i gradini della chiesa? Anania non desiderava di
rivederli; ma con quanta dolcezza ricordava i giuochi fatti con
loro, mentre dagli alberi le foglie secche cadevano come ali
d'uccelli morti!
Una donna scalza, con un'anfora sul capo, pass in fondo al
cortile. Anania trasal, sembrandogli di riconoscere sua madre.
Dove era sua madre? Perch egli non aveva osato, pur
desiderandolo, parlarne alla vedova, - e perch questa non aveva
accennato alla sua ingrata ospite? Per sfuggire ai ricordi amari
egli and alla posta e invi una cartolina illustrata a
Margherita; poi visit il Rettore, e verso il tramonto percorse la
strada che guardava sulla immensit delle valli. Vedendo le donne
fonnesi che andavano alla fontana, strette nelle tuniche bizzarre,
egli ripens ai suoi primi sogni di amore, quando desiderava
d'esser lui un mandriano e Margherita una paesana, fine ed
elegante sebbene con l'anfora sul capo, simile alla figurina d'uno
stucco pompejano. Come il passato era lontano e come diverso dal
presente!
Un tramonto meraviglioso illuminava l'orizzonte: pareva un
miraggio apocalittico. Le nuvole disegnavano un paesaggio tragico;
una pianura ardente solcata da laghi d'oro e da fiumi porpurei, e
sul cui sfondo sorgevano montagne di bronzo profilate d'ambra e di
neve perlata, qua e l squarciate da aperture fiammanti che
sembravano bocche di grotte e dalle quali sgorgavano torrenti di
sangue dorato. Una battaglia di giganti solari, di formidabili
abitanti dell'infinito, si svolgeva entro quelle grotte aeree:
balenava il corruscare delle armi intagliate nel metallo del sole,
ed il sangue sgorgava a torrenti, inondando le infuocate pianure
del cielo.
Col cuore balzante di gioia Anania rimase assorto nella
contemplazione del magnifico spettacolo, finch le ombre della
sera, fugato il miraggio, stesero un drappo violaceo su tutte le
cose: allora egli rientr nella casa della vedova e sedette
accanto al focolare.
I ricordi lo riassalirono. Nella penombra, mentre la vecchia
preparava la cena e parlava con voce tetra, egli rivedeva Zuanne
dalle grandi orecchie, intento a cuocer le castagne, ed un'altra
figura silenziosa e incerta come un fantasma.
"Dunque hanno ammazzato tutti i banditi nuoresi?", chiedeva la
vecchia. "Ma credi tu che passer lungo tempo prima che nuove
compagnie sorgano qua e l? Tu ti inganni, figlio mio. Finch
vivranno uomini dal sangue ardente, abili al bene ed al male,
esisteranno banditi.  vero che ora essi sono cos cattivi,
talvolta vili, ladroni e spregevoli! Ah, ai tempi di mio marito
era altra cosa, sai! Come erano coraggiosi allora! Coraggiosi e
benefici. Una volta mio marito incontr una donna che piangeva
perch..."
Anania s'interessava mediocremente ai ricordi di zia Grathia:
altri pensieri gli passavano per la mente.
"Sentite", egli disse, appena la vedova ebbe finito la pietosa
storia della donna che piangeva, "non avete saputo mai nulla di
mia madre?"
Zia Grathia era intenta a rivoltare una piccola frittata, e non
rispose.
"Ella sa qualche cosa!", pens Anania, turbandosi. Ma dopo un
istante di silenzio zia Grathia osserv:
"Se niente ne sai tu, come vuoi che ne sappia qualche cosa io? E
adesso, figlio, mettiti qui, davanti a questa sedia, ed accetta il
buon cuore".
Anania sedette davanti al canestro che la vedova aveva deposto
sopra una sedia, e cominci a mangiare.
"No", disse, confidandosi con la vecchia come non s'era mai potuto
confidare con nessuno, "per lungo tempo io non seppi nulla di lei.
Ora per credo di essere sulle sue traccie. Dopo che mi ebbe
abbandonato ella part dalla Sardegna, ed un uomo la vide a Roma,
vestita da signora."
"Ma la vide davvero?", chiese vivacemente zia Grathia. "Le parl?"
"Altro che le parl!", rispose amaramente Anania. "Egli disse
d'aver passato qualche ora con lei. Dopo non si seppe pi nulla;
ma io, mesi fa, la feci ricercare dalla Questura e venni a sapere
che ella vive a Roma, sotto un falso nome. Per si  emendata, s,
si  emendata, e adesso vive onestamente lavorando."
Zia Grathia era venuta a porsi davanti alla sedia, ed a misura che
Anania parlava ella spalancava gli occhietti foschi, e si curvava
e trasaliva, e apriva le mani come per raccogliere le parole di
lui.
Egli si rasserenava pensando a Maria Obinu: quando disse "ella ora
si  emendata" prov un impeto di gioia, sicuro, in quel momento,
di non ingannarsi supponendo che Maria e Ol fossero la stessa
persona.
"Ma sei sicuro, ma sei proprio sicuro?", chiese la vecchia,
sbalordita.
"Ma s! Ma sii!...", egli rispose, imitando Margherita nel
pronunziare quel s lieto e un po' canzonatore. "Ho vissuto due
mesi in casa sua."
Si vers da bere, guard il vino attraverso la luce rossastra
della lucerna di ferro, e sembrandogli torbido lo assaggi appena;
poi nel pulirsi la bocca vide che il vecchio tovagliolo grigiastro
era bucato, e se ne copr scherzosamente il viso.
"Ricordate quando io e Zuanne ci mascheravamo?", chiese, guardando
attraverso il buco. "Io mettevo sul viso questo tovagliolo. Ma che
avete?", esclam subito con voce mutata, scoprendosi il volto
lievemente impallidito.
Egli vedeva il viso della vedova, di solito impassibile e
cadaverico, animarsi in modo strano, e dopo una profonda
meraviglia esprimere la piet pi intensa; e cap immediatamente
che l'oggetto di questa piet quasi violenta era lui.
Di un colpo l'edifizio del suo sogno rovin.
"Nonna! Zia Grathia! Voi sapete!", grid con aria spaventata,
stirando nervosamente il tovagliuolo quanto era lungo.
"Finisci di mangiare, adesso: parleremo poi, figlio. Non ti piace
quel vino?"
Ma Anania la guard con rabbia e balz in piedi.
"Parlate!", le impose.
"Ah, Santissimo Signore", si lament zia Grathia, sospirando e
schioccando le labbra, "che cosa vuoi ch'io ti dica? Perch non
finisci di cenare, Anania, figlio caro?... Parleremo poi..."
Egli non sentiva e non vedeva pi nulla.
"Parlate! Parlate! Voi sapete tutto, dunque? Dov'?  viva, 
morta, dov'? Dov'? Dov'?"
Quel "dov'?" lo ripet almeno venti volte, mentre s'aggirava
automaticamente intorno alla cucina, piegando, spiegando, stirando
il tovagliuolo, mettendolo sul viso, guardando attraverso il buco:
pareva un po' impazzito, ma pi irritato che commosso.
"Calmati", cominci a dirgli la vecchia, andandogli appresso, "io
credevo che tu sapessi... S, ella  viva, ma non  la donna che
ti ha ingannato fingendosi tua madre."
"Non  stata lei a ingannarmi, nonna! L'ho creduto io... Ella non
sa neppure che io abbia supposto... Ah, dunque non  lei?",
aggiunse a bassa voce, con meraviglia, come se fino a quel momento
fosse stato certo che Maria Obinu era sua madre. "Ma parlate
dunque!", esclam poi. "Perch mi tenete cos sulla corda? Perch
non mi avete parlato ancora di lei? Dov'? dov'?"
"Ma se non ha mai lasciato la Sardegna!", disse la vedova,
camminandogli sempre a fianco. "In verit, io credevo che tu lo
sapessi. Io l'ho riveduta quest'anno, ai primi di maggio; ella
venne a Fonni per la festa dei Santi Martiri, e conduceva un
cantastorie, un giovine cieco suo amante. Essi erano venuti a
piedi da un villaggio lontano, da Neoneli; ella soffriva le febbri
di malaria, e sembrava una vecchia di sessanta anni. Terminate le
feste, il cieco, che aveva guadagnato assai, abbandon Ol per
seguire una comitiva di mendicanti diretti ad un'altra festa
campestre. So che ella, in giugno e luglio, fece la mietitrice
nelle tancas di Mamojada. La febbre la distruggeva: stette
lungamente malata nella cantoniera e ci sta ancora..."
Anania si ferm, sollev il viso e apr le braccia con atto
disperato.
"Ed io... io... l'ho... vista!", grid. "Io l'ho vista! L'ho
vista!... Siete certa di quanto mi dite?", chiese poi fissando la
vedova.
"Certissima: perch dovrei ingannarti?"
"Ditemi", egli insist, "ma c' davvero? Io vidi alla finestra una
donna febbricitante, gialla, terrea, con due occhi da gatto... Era
lei? Ne siete certa?"
"Certissima, ti dico. Era lei certamente."
"Ed io... io l'ho vista!", egli ripet, e si strinse il capo fra
le mani, torcendoselo, preso da una collera violenta contro se
stesso che si era cos lungamente, cos stupidamente ingannato;
che aveva cercato sua madre al di l dei monti e dei mari, mentre
ella trascinava la sua miseria e il suo disonore attraverso
l'isola nata; che si era commosso davanti a tanti volti stranieri
e non aveva sentito un palpito nello scorgere il volto della
mendicante, della miseria viva, di sua madre, incorniciato dalla
finestruola tetra della cantoniera.
Che cosa dunque era l'uomo? E il cuore umano? E la vita,
l'intelligenza, il pensiero? Ah, s, ora che queste domande gli
salivano non pi oziosamente alle labbra, ora che la realt
batteva intorno a lui le sue ali funebri e squarciava i vapori
dell'illusione, ora egli rispondeva alle sue domande e sapeva che
cosa era l'uomo, il suo cuore, la sua vita: inganno, inganno,
inganno.

A un tratto zia Grathia lo prese per un braccio e lo costrinse a
sedersi: poi gli si accoccol davanti, gli strinse una mano, e lo
guard di sotto in su, lungamente, pietosamente.
"Bambino mio", gli disse, "piangi, piangi. Ti far bene. Come sei
freddo!".
Anania strapp la mano dal morso duro delle mani della vedova.
"Ma per chi mi prendete?" domand offeso. "Non sono un ragazzino,
io! Perch devo piangere?"
"Eppure ti farebbe bene, figlio! Ah, s, io so quanto fa bene
piangere! Quanto fu picchiato alla mia porta, una notte, ed una
voce che pareva quella della Morte mi disse: "Donna, non aspettare
pi!" io diventai di pietra. Per ore ed ore non potei piangere; e
furono le ore pi terribili per me: mi pareva che il cuore, dentro
il petto, fosse diventato di ferro rovente, e mi bruciasse, mi
bruciasse le viscere, mi lacerasse il petto con la sua punta
acuta. Ma poi il Signore mi conced le lagrime, ed esse
rinfrescarono il mio dolore come la rugiada rinfresca le pietre
arse dal sole. Figlio, abbi pazienza! Siamo nati per soffrire: e
cosa  mai questo tuo dispiacere in confronto di tanti altri
dolori?".
"Ma io non soffro!", egli protest. "Dovevo aspettarmelo, questo
colpo; me lo aspettavo anzi, vedete! Sono stato spinto a venir qui
quasi da una forza misteriosa; una voce mi diceva: va, va, l
saprai qualche cosa! Certo, ho provato un colpo... un po' di
sorpresa... ma adesso  passato: non datevi pena."
Ma la vedova lo fissava, lo vedeva livido in viso, con le labbra
pallide contratte, e scuoteva il capo. Egli prosegui:
"Ma perch nessuno mi ha detto mai nulla? Eppure qualche cosa
dovevano sapere. Il carrozziere, per esempio, possibile che non
sapesse nulla?".
"Forse. Ella sola poteva farti sapere qualche cosa; ma no, essa ha
paura di te. Quando venne qui, per la festa, con quel miserabile
cieco che si fece condurre da lei e poi la abbandon, nessuno qui
la riconobbe, tanto sembrava vecchia, piena di stracci, istupidita
dalla miseria e dalla febbre. Del resto, neppure tu l'hai
riconosciuta. Il cieco la chiamava con un brutto nomignolo:
soltanto a me ella confid il suo vero essere, mi raccont la sua
triste storia e mi scongiur di non farti mai saper nulla di lei.
Essa ha paura di te."
"Perch ha paura?"
"Ha paura che tu la faccia mettere in prigione perch ti ha
abbandonato. Ha anche paura dei suoi fratelli che sono cantonieri
della ferrovia ad Iglesias."
"E suo padre?", domand Anania, che non aveva mai pensato a questi
suoi parenti.
"Oh!  morto da tanti anni, morto maledicendola. E Ol crede sia
stata questa maledizione a perseguitarla."
"S!  lei che  pazza! Ma che ha ella fatto durante tutti questi
anni? Come ha vissuto? Perch non ha lavorato?"
Egli sembrava di nuovo calmo, e faceva le sue domande senza
curiosit, pensando alle conseguenze di questo disastroso
avvenimento. Ma quando la vedova sollev un dito e disse
solennemente: "Tutto sta nelle mani di Dio! Figlio, c' un filo
terribile che ci tira e ci tira... Forse che mio marito non
avrebbe voluto lavorare, e morire sul suo letto, benedetto dal
Signore? Eppure!... Cos di tua madre! Ella certo avrebbe voluto
lavorare e vivere onestamente... Ma il filo l'ha tirata...", egli
s'accese in volto, e di nuovo contorse le dita e si sent
soffocare da un impeto di vergogna e di spasimo.
"Tutto... tutto  finito per me, dunque!", singhiozz. "Che
orrore, che orrore! Che miseria, che onta! Ma raccontatemi,
dunque, ditemi tutto. Come ha vissuto?... Voglio sapere tutto...
tutto... tutto, capite! voglio morire di vergogna, prima ancora
che... Basta!", disse poi scuotendo la testa, come per scacciare
via da s ogni turbamento. "Raccontatemi."
Zia Grathia lo guardava con infinita piet: avrebbe voluto
prenderselo sulle ginocchia, cullarlo, cantargli una nenia
infantile, calmarlo, addormentarlo; ed invece lo torturava. Ma...
sia fatta la volont del Signore: siamo nati per soffrire, e non
si muore di dolore! Tuttavia la vedova cerc di raddolcire
alquanto il calice amaro che Dio porgeva per le sue mani al
disgraziato fanciullo. Disse:
"Io non so raccontarti precisamente come ella visse e ci che
fece. So che ella, dopo averti lasciato, e fece benissimo, perch
altrimenti tu non avresti avuto mai un padre e non saresti stato
fortunato come lo sei...".
"Zia Grathia! Non fatemi arrabbiare!...", egli interruppe
impetuosamente.
"Tranquillit! Pazienza!", grid la donna. "Non disconoscere la
bont del Signore, ragazzo mio! Se tu fossi rimasto qui, che
avresti fatto? Forse avresti finito vilmente col farti anche tu
frate... frate mendicante... frate poltrone!... Basta, non
parliamone pi! Meglio morire che finire cos! E tua madre avrebbe
seguto egualmente la sua via, perch quello era il suo destino.
Anche qui, prima di partire, credi tu ch'ella menasse una vita
santa? Ebbene, no: era questo il suo destino. Ella aveva qui,
negli ultimi tempi, un amante carabiniere che fu trasferito a
Nuraminis pochi giorni prima della vostra fuga. Dopo che ti ebbe
abbandonato, almeno cos la disgraziata mi raccont, ella part
per Nuraminis, a piedi, nascondendosi di giorno, camminando di
notte, attraversando met della Sardegna. Raggiunse il carabiniere
e la loro relazione continu per qualche mese; egli aveva promesso
di sposarla, ma invece si stanc presto di lei, la maltratt, la
percosse, poi l'abbandon. Ella segu la sua fatale via. Mi disse,
- e piangeva, poveretta, piangeva da commuovere le pietre, - che
cerc sempre del lavoro, ma che non pot trovarne mai.  il
destino, te lo dissi! Il destino che priva del lavoro certi esseri
disgraziati, come ne priva altri della ragione, della salute,
della bont. L'uomo e la donna inutilmente si ribellano. No,
avanti, morite, crepate, ma seguite il filo che vi tira! Basta,
ultimamente per ella si era emendata: s'era unita con un cieco
cantastorie e vivevano da due anni come marito e moglie: ella lo
conduceva per i paesi, per le feste campestri, da un luogo
all'altro; camminavano quasi sempre a piedi, qualche volta soli,
qualche volta in compagnia di altri mendicanti girovaghi. Il cieco
cantava certe poesie che egli stesso componeva: aveva una
bellissima voce. Qui, mi ricordo, cant la Morte del re, una
poesia che faceva piangere la gente. Il Municipio gli diede venti
lire, il Rettore lo invit a pranzo. Raccolse, in tre giorni che
stette qui, pi di venti scudi. Ed era un'immondezza! Anche lui
prometteva di sposare la disgraziata; invece, quando la vide
ammalata, che non poteva trascinarsi oltre, la piant, per paura
che lo costringessero a spendere per curarla. Di qui partirono
assieme; andarono alla festa di Sant'Elia; l il cieco schifoso
incontr una compagnia di mendicanti campidanesi che dovevano
recarsi ad una festa campestre nella Gallura, e and via con loro,
mentre la disgraziata moriva di febbre in una capanna di pastori.
Dopo, come ti dissi, sentendosi meglio, ella vag di qua e di l,
mietendo, raccogliendo spighe, finch la febbre l'atterr del
tutto. L'altro giorno, per, mi mand a dire che stava meglio..."
Un fremito, invano represso, percorreva tutte le membra di Anania.
Quanta miseria, quanta vergogna, quanto dolore, e che iniquit
divina ed umana nel racconto della vedova!
Nessuno dei sanguinosi e tristi racconti ch'egli aveva sentito
narrare nella sua infanzia dalla strana donna, gli era mai parso
pi spaventoso di questo: nessuno lo aveva mai fatto tremare come
questo. Ad un tratto ricord il pensiero balenatogli una volta in
mente, in una dolce sera lontana, nel silenzio della pineta
interrotto appena dal canto del galeotto pastore.
" stata anche in carcere?", domand.
"S, credo, una volta. Furon trovati in casa sua certi oggetti,
che un suo amico aveva preso da una chiesa campestre; ma fu
rilasciata perch prov di non sapere neppure di che si
trattasse..."
"Voi mentite!", disse Anania con voce cupa. "Perch non dite tutta
la verit? Essa  stata anche ladra... ebbene, perch non dirlo!
Credete che mi importi niente? Proprio niente, vedete, neppure
cos", aggiunse, mostrandole la punta del mignolo.
"Che unghie, Signore!", osserv la vecchia. "Perch ti lasci
crescere cos le unghie?"
Egli non rispose, ma balz in piedi e cammin su e gi, furioso,
mugolando come un toro.
La vedova non si mosse, ed egli, dopo pochi istanti, torn a
calmarsi, e fermandosi davanti alla donna chiese con voce dolente
ma rassegnata:
"Ma perch son nato io? Perch mi hanno fatto nascere? Vedete, io
ora sono un uomo rovinato: tutta la mia vita  distrutta. Non
potr proseguire gli studi, e la donna che dovevo sposare, e senza
la quale non potr pi vivere, ora mi lascer... cio devo
lasciarla io".
"Ma perch? Non sa chi sei tu?"
"S, lo sa, ma crede che quella donna sia morta o cos lontana da
non udirne pi neanche il nome. Ed ora invece ecco che essa
ritorna! Come volete voi che una fanciulla pura e delicata possa
vivere vicino ad una donna infame?"
"Ma che cosa vuoi fare? Non hai tu stesso detto che non ti importa
nulla di lei?"
"E voi che cosa mi consigliate?"
"Io? Che cosa ti consiglio? Di lasciarle proseguire la sua via",
rispose ferocemente la vedova: "non ti ha abbandonato lei? Se tu
lo vorrai, la tua sposa non incontrer mai la disgraziata, e tu
stesso non la vedrai mai pi...".
Anania la guard, a sua volta pietoso ma anche sprezzante.
"Voi non capite, non potete capire!" disse. "Lasciamo andare; ora
bisogna pensare al modo di vederla; bisogna ch'io vada l domani
mattina."
"Tu sei matto..."
"Voi non capite..."
Si guardarono; entrambi reciprocamente sdegnati e pietosi. Allora
cominciarono a discutere e quasi a litigare. Anania voleva partire
subito, o al pi tardi la mattina dopo; la vedova proponeva di far
venire Ol a Fonni senza dirle il perch.
"Giacch ti ostini! Ma va l! io la lascerei tranquilla; come ha
camminato sinora camminer d'ora in avanti... Lasciala stare...
Mandale qualche soccorso..."
"Nonna, pare che anche voi abbiate paura. Quanto siete semplice!
Io non le torcer un capello; io la prender con me; ella vivr
con me ed io lavorer per lei: le voglio fare del bene, non del
male, perch tale  il mio dovere..."
"S, questo  il tuo dovere; ma d'altronde, figlio, pensa,
rifletti. Come vivrete voi? Come camperete?"
"Non pensateci!"
"Come, come farete?"
"Non pensateci!"
"Bene, allora! Ma ti ripeto che essa ha una folle paura di te, e
se tu vai ad affrontarla cos, improvvisamente,  capace di
commettere qualche pazzia."
"Ed allora facciamola venir qui: ma subito, domani mattina."
"S, subito, sulle ali d'un corvo! Come sei impaziente, figlio
delle mie viscere! Va e riposati, adesso, e non pensare a niente.
Domani notte a quest'ora ella sar qui, non dubitare. Dopo, tu
farai quel che vorrai. Domani tu salirai sul Gennargentu: io direi
anzi di rimanerci fino a posdomani..."
"Vedr io!"
"Ora va... va a riposarti", ella ripet, dolcemente spingendolo.
Anche nella stanzetta ove egli aveva dormito con sua madre nulla
era cambiato; vedendo il misero giaciglio, sotto cui c'era un
mucchio di patate ancora odoranti di terra, egli ricord il
lettino di Maria Obinu e le illusioni ed i sogni che lo avevano
per tanto tempo perseguitato.
"Come ero bambino!", pens amaramente. "E dicevo di esser uomo!
Ah, soltanto adesso sono uomo! Ah, soltanto ora la vita mi ha
spalancato le sue orribili porte! S, sono un uomo, ora, e voglio
essere un uomo forte! No, vile vita, tu non mi vincerai; no,
mostro, tu non mi abbatterai! Tu mi perseguiti, tu mi hai finora
combattuto a viso coperto, vigliacca, miserabile, e solo oggi, in
questo giorno lungo come un secolo, solo oggi hai svelato il tuo
volto orrendo! Ma non mi vincerai, no, non mi vincerai!"
Apr le imposte tentennanti che davano su un balcone di legno, del
quale rimanevano appena i sostegni; si afferr a questi e si
sporse fuori.
La notte era limpidissima, fresca, chiara e diafana come sono in
montagna le notti sul finir dell'estate. Nel silenzio indicibile
che regnava, la visione delle montagne vicine e le linee vaghe
delle montagne lontane sembravano pi solenni e grandiose.
Ad Anania, che vedeva quasi ai suoi piedi le valli profonde,
pareva di star sospeso sopra un abisso: e mentre le linee delle
montagne lontane gli destavano in cuore una dolcezza strana, e gli
davan l'idea di versi immensi scritti dalla mano onnipotente d'un
divino poeta sulla pagina celeste dell'orizzonte, il vicino
colosso nero-turchiniccio di Monte Spada, protetto dalla
formidabile muraglia del Gennargentu, lo opprimeva, gli sembrava
l'ombra del mostro al quale poco prima aveva lanciato la sua
sfida.
E pensava a Margherita lontana, a Margherita sua, non pi sua, che
in quell'ora sognava certamente di lui guardando anch'essa
l'orizzonte; e sentiva una grande piet per lei, pi che per se
stesso, e lagrime soavi e amare come il miele amaro gli salivano
agli occhi; ma egli le respingeva, queste lagrime, le respingeva
come un nemico felino e sleale che tentasse vincerlo a tradimento.
"Son forte!", ripeteva, fermo sul balcone senza ringhiera.
"Mostro, sono io che ti vincer, ora che mi stai davanti!"
E non si accorgeva che il mostro gli stava alle spalle,
inesorabile.


VIII.

Nella lunga notte insonne egli decise, o credette decidere, il
proprio destino.
"Io la costringer a viver qui, presso zia Grathia, finch non
avr trovato la mia via. Parler francamente al signor Carboni e a
Margherita. Ecco, dir loro, le cose stanno cos: io ho intenzione
di far vivere mia madre presso di me, appena la mia posizione me
lo permetter: questo  il mio dovere, ed io lo compio, caschi
l'universo. Essi mi scacceranno come si scaccia una bestia
immonda; io non mi illudo. Allora io cercher un impiego, e lo
trover bene, e prender con me la disgraziata, e vivremo assieme
di miseria, ma pagher i miei debiti, e sar un uomo. Un uomo!"
pens amaramente. "O un cadavere vivente!"
Gli pareva d'esser calmo, freddo, gi morto alla gioia di vivere;
ma in fondo al cuore sentiva una crudele ebbrezza d'orgoglio, una
smania di stolto combattimento contro la fatalit, contro la
societ e contro se stesso.
"L'ho voluto io, dopo tutto!", pensava. "Sapevo bene che doveva
finir cos: mi sono lasciato trascinare dalla fatalit. Guai a me!
Devo espiare io: espier."
Questa illusione di coraggio lo sostenne tutta la notte, ed anche
il giorno dopo, durante l'ascensione al Gennargentu. La giornata
era triste, annuvolata e nebbiosa, ma senza vento: egli volle
partire egualmente, con la speranza, diceva, che il tempo si
rasserenasse, ma in realt per cominciare a dar a se stesso una
prova di fermezza, di coraggio e di noncuranza.
Che gli importava oramai delle montagne, degli orizzonti, del
mondo intero? Ma egli voleva fare ci che aveva stabilito di fare.
Solo un momento, prima della partenza, esit.
"E se ella, avvertita della mia presenza, non venisse e fuggisse
ancora? E io non prendo forse del tempo perch ci avvenga?"
La vedova lo rassicur impegnandosi a far venire Ol al pi presto
possibile, ed egli part. La guida, su un cavallino forte e
paziente, precedeva per gli erti sentieri, talvolta dileguandosi
fra la nebbia argentea delle lontananze silenziose, talvolta
disegnandosi sullo sfondo del sentiero come una figura dipinta a
guazzo sopra una tela grigia. Anania seguiva: tutto era nebbia
intorno a lui, dentro di lui, ma egli distingueva attraverso quel
velo fluttuante il profilo ciclopico del Monte Spada, e dentro di
s, fra le nebbie che gli avvolgevano l'anima, scorgeva
quest'anima come scorgeva il monte, grande, immensa, dura,
mostruosa.
Un silenzio tragico circondava i viaggiatori, interrotto soltanto,
a intervalli, dal grido degli avoltoi. Forme strane apparivano qua
e l fra la nebbia, ai lati del sentiero roccioso, e il grido
degli uccelli carnivori sembrava la voce selvaggia di quelle
misteriose parvenze, disturbate dal passaggio dell'uomo. Anania
credeva di camminare fra le nuvole, sentiva qualche volta il senso
del vuoto, e per vincere la vertigine doveva guardare intensamente
il sentiero, sotto i piedi del cavallo, fissando le lastre umide e
lucenti dello schisto e i piccoli cespugli violetti del serpillo
la cui acuta fragranza profumava la nebbia. Verso le nove,
fortunatamente pei viaggiatori che in quell'ora percorrevano un
sentiero strettissimo tagliato sul dorso immenso di Monte Spada,
la nebbia dirad: Anania diede un grido di ammirazione, quasi
strappatogli violentemente dalla bellezza magnifica del panorama.
Tutto il monte apparve coperto da un manto violetto di serpillo
fiorito; e al di l, la visione delle valli profondissime e delle
alte cime verso cui si avvicinavano i viaggiatori, pareva, tra il
velo squarciato della nebbia luminosa, fra giuochi di sole e
d'ombra, sotto il cielo turchino dipinto di strane nuvole che si
diradavano lentamente, un sogno d'artista impazzito, un quadro
d'inverosimile bellezza.
"Come la natura  grande, e come  bella e come  forte!", pens
Anania, intenerito. "Nel suo cuore immenso tutto  puro: ah, se ci
trovassimo qui soli, tutti e tre, io, Margherita e lei, chi pi
penserebbe alle cose impure che ci separano?"
Un soffio di speranza gli attravers lo spirito: e se Margherita
lo amasse davvero tanto quanto aveva dimostrato d'amarlo in quegli
ultimi giorni, e se acconsentisse?...
Con questa folle speranza in cuore cammin lungo tratto, finch
raggiunse il fondo del versante di Monte Spada per ricominciare la
salita verso la pi alta cima del Gennargentu. Un torrente passava
in fondo alla valle, fra enormi roccie e boschi di ontani che un
improvviso soffio di vento scuoteva. Nel silenzio profondo del
luogo misterioso il mormorio degli ontani diede ad Anania una
bizzarra impressione; gli parve che la sua speranza animasse le
cose intorno, e che gli alberi tremassero, come sorpresi da una
gioia arcana.
Ma ad un tratto ricadde nelle sue cupe idee e un progetto
stravagante gli attravers la mente: farsi romito.
"Se mi nascondessi su queste montagne e vivessi solo, cibandomi
d'erbe e di uccelli? Perch l'uomo non pu viver solo, perch non
pu spezzare i lacci che lo avvincono agli altri uomini e lo
strangolano? Zarathustra? S, ma anch'Egli una volta scrisse: "Oh,
quanto sono solo! Non ho pi nessuno con cui possa ridere, nessuno
che mi consoli dolcemente...""
Per tre ore l'ascesa continu, lenta e pericolosa. Il cielo si
rasseren completamente, il vento soffi: le cime schistose
brillarono al sole, profilate di argento sull'azzurro infinito;
l'isola svolse i suoi cerulei panorami, disegnati di montagne
chiare, di paesi grigi, di stagni lucenti, e qua e l sfumati
nella linea vaporosa del mare.
Ogni tanto Anania si distraeva, ammirava, seguiva con interesse le
indicazioni della guida e guardava col binocolo; ma appena egli
cercava di godere la dolcezza del panorama magnifico, il dolore
gli dava come una zampata da tigre per riafferrarlo interamente a
s.
Verso mezzogiorno arrivarono alla vetta Bruncu Spina. Appena
smontato, Anania s'arrampic fino al mucchio di lastre schistose
del punto trigonometrico, e si gett per terra onde sfuggire alla
furia del vento che lo assaltava d'ogni parte. Sotto il suo
sguardo irrequieto stendevasi quasi tutta l'isola, con le sue
montagne azzurre e il suo mare argenteo, rischiarata dal sole allo
zenit: sopra il suo capo brillava il cielo turchino, vuoto e
infinito come il pensiero umano. Il vento rombava furiosamente nel
vuoto, e le sue raffiche investivano Anania con rabbia pazza:
pareva l'ira violenta d'una belva formidabile che cercasse di
scacciare ogni altro essere dall'antro aereo dove voleva dominare
sola.
Anania resist a lungo: la guida gli si trascin accanto,
gettandosi anch'essa carponi sulle lastre schistose, e cominci a
indicare le principali montagne ed i paesi ed i borghi dell'isola.
Il vento rapiva le parole e mozzava il respiro ai due uomini.
"Quella  Nuoro?", grid Anania.
"S: la collina di Sant'Onofrio la divide in due."
"S,  vero. Si vede distintamente."
"Peccato che questo vento sia cos rabbioso! Va al diavolo, vento
maledetto!", url la guida. "Altrimenti si poteva mandare un
saluto a Nuoro, tanto oggi sembra vicina!"
Anania ripens alla promessa fatta a Margherita:
"...Dalla pi alta cima sarda ti mander un saluto; grider ai
cieli il tuo nome ed il mio amore, come vorrei gridarlo dalla pi
eccelsa cima del mondo affinch tutta la terra ne restasse
attonita...".
E gli sembr che il vento gli portasse via il cuore, sbattendolo
contro i colossi granitici del Gennargentu.

Al ritorno egli credeva di trovare sua madre presso la vedova, e
ansiosamente, dopo aver lasciato il cavallo presso la guida,
attravers il paese deserto e si ferm davanti alla porticina nera
di zia Grathia. La sera scendeva triste, un vento gagliardo
soffiava per le straducole erte, rocciose: il cielo era pallido:
pareva d'autunno. Anania, fermo davanti alla porticina, ascoltava.
Silenzio. Attraverso le fessure scorgevasi il chiarore rosso del
fuoco. Silenzio.
Anania entr e vide soltanto la vecchia, che filava seduta sul
solito sgabello, tranquilla come uno spettro. Sulle brage
gorgogliava la caffettiera, e da un pezzo di carne di pecora,
infilato in uno spiedo di legno, sgocciolava il grasso sulla
cenere ardente.
"E dunque?... Nonna, dunque?"
"Pazienza, gioiello d'oro! Non ho trovato una persona fidata che
potesse andare laggi. Mio figlio non  in paese."
"Ma il carrozziere?"
"Pazienza, ti ho detto, oh!", esclam la vedova, alzandosi e
deponendo il fuso sullo sgabello. "Ho pregato appunto il
carrozziere di dirle che venga assolutamente, domani. Gli dissi:
"La pregherai a nome mio che venga, poich ho da comunicarle cose
importantissime che la riguardano. Non le dirai che qui c' Anania
Atonzu; va, figlio, che Dio ti ricompensi perch fai un'opera di
carit"."
"E lui? E lui?"
"Lui ha promesso di condurla qui in vettura."
"Ella non verr! Vedrete che non verr", disse Anania, inquieto.
"Purch non fugga ancora. Ho fatto male a non recarmi io stesso...
ma sono ancora a tempo..."
E voleva partire subito: ma poi si lasci facilmente convincere a
rimanere, e attese.
Un'altra triste notte pass. Nonostante la stanchezza che gli
fiaccava le membra, egli dorm pochissimo, - su quel duro
giaciglio dove era tristamente nato e sul quale avrebbe voluto
quella notte stessa morire.
Il vento urlava sul tetto, con boati da mare in tempesta, e la sua
voce rombante , ricordava ad Anania l'infanzia melanconica, i
terrori lontani, le notti d'inverno, il contatto di sua madre che
lo stringeva a s pi per paura che per amore. No, ella non lo
aveva amato: perch illudersi? ella non lo aveva amato; ma forse
questa era stata la pi orrenda sventura e la perdita inesorabile
di Ol. Egli lo sentiva, lo sapeva; e provava una tristezza
mortale, un'improvvisa piet per lei che era vittima del destino e
degli uomini.
S'ella fosse arrivata quella notte, mentre la voce del vento
destava nel cuore di Anania impeti di terrore e di piet, egli
l'avrebbe accolta con tenerezza; ma la notte pass, e spunt una
giornata che il vento rendeva melanconica, ed egli trascorse ore
che mise fra le pi tristi e irrequiete della sua vita. Durante
quelle ore egli gir per le viuzze, come spinto dal vento, and in
qualche casa, bevette molta acquavite, ritorn dalla vedova e
sedette accanto al fuoco, assalito da brividi di febbre e da una
acuta irritazione nervosa.
Anche zia Grathia non trovava pace; vagava su e gi per la casa, e
un'ora prima che arrivasse la corriera s'avvi per andare incontro
ad Ol. Prima di uscire preg Anania di tenersi calmo.
"Bada che ella ha paura di te..."
"Andate, santa donna!", egli disse con disprezzo. "Non la guarder
neppure: le dir soltanto poche parole."
Pass pi di un'ora. Anania ricordava con amarezza la dolce ora
passata nell'attendere zia Tatna: e mentre anelava l'arrivo di
Ol, il triste arrivo che doveva una buona volta porre fine ai
suoi tormenti, si sentiva divorato da un cupo desiderio: che ella
non arrivasse, che fosse di nuovo fuggita, scomparsa per sempre!
"Ma  anche malata", pensava con triste conforto, "morr ben
presto!"
La vedova rientr, sola, frettolosa.
"Zitto, non arrabbiarti!", disse a voce bassa, rapidamente.
"Viene! Viene!  qui: io le ho detto tutto. Zitto! Ha una paura
terribile. Non farle del male, figlio!"
Usc di nuovo, lasciando aperta la porticina che il vento cominci
a sbattere, spingendola, attirandola, quasi trastullandosi con
essa. Anania attese, pallido, incosciente.
Ogni volta che la porta si apriva il sole ed il vento penetravano
nella cucina, illuminavano e scuotevano ogni cosa, e sparivano per
ricomparire subito. Per uno o due minuti Anania segu
incoscientemente il gioco del sole e del vento, ma ad un tratto
s'irrit contro la porta e mosse per chiuderla, nervoso e col
volto cupo d'ira.
Egli apparve cos alla misera donna che si avanzava tremando,
timida e lacera come una mendicante. Egli la guard: ella lo
guard: lo spavento e la diffidenza era negli occhi d'entrambi. N
l'uno n l'altra pensarono neppure a stendersi la mano, neppure a
salutarsi: tutto un mondo di dolore e di errore era fra loro e li
divideva inesorabilmente, come due mortali nemici.
Anania tenne ferma la porta, appoggiandovisi, tutto inondato di
sole e di vento, e segu con gli occhi la misera figura di Ol,
mentre ella, quasi spinta da zia Grathia, si avanzava verso il
focolare. S, era ben lei, la pallida e scarna apparizione
intravveduta nella finestra nera della cantoniera; nel viso giallo-
grigiastro i grandi occhi chiari, sbiaditi dalla debolezza e dalla
paura, parevano gli occhi d'un gatto selvatico ammalato. Appena
ella si fu seduta, la vedova ebbe una magnifica idea: lasci soli
i suoi ospiti! Ma Anania sbatt la porta e corse irritatissimo
dietro zia Grathia.
"Dove andate? Venite, tornate subito, altrimenti vado via
anch'io!" disse aspramente, raggiungendo la vecchia su per la
scaletta.
Ol dovette sentire la minaccia, perch quando Anania e la vedova
rientrarono in cucina ella piangeva presso la porta, pronta ad
andarsene. Cieco di vergogna e di dolore, Anania le si slanci
sopra, l'afferr per un braccio e la spinse contro il muro, poi
chiuse a chiave la porta.
"Nooo!", egli grid, mentre la donna s'accoccolava per terra,
restringendosi tutta come un riccio e piangendo convulsa. "Non
partirete pi! Non farete pi un passo senza il mio consentimento.
Rimanete, piangete finch volete, ma di qui non vi muoverete pi.
I tempi allegri son finiti."
Ol pianse pi forte, tutta scossa da un fremito di spasimo; ma
nello scoppio del suo pianto risuon quasi una frenetica irrisione
alle ultime parole di Anania; ed egli lo sent, e la vergogna
subitanea per le mostruose parole pronunziate accrebbe il suo
furore.
Ah, il pianto della donna lo irritava, invece di commuoverlo;
tutti gli istinti dell'uomo primitivo, barbaro e feroce, vibravano
nei suoi nervi frementi: ed egli lo sentiva, ma non sapeva
dominarsi.
Zia Grathia lo guardava atterrita, domandandosi se Ol non avesse
ragione a temerlo; e scuoteva la testa, minacciava con ambe le
mani, s'agitava, pronta a tutto pur d'impedire una scena violenta;
ma non sapeva che dire, non poteva parlare. Ah, era indiavolato
quel bel ragazzo ben vestito: era pi terribile d'un pastore
orgolese con la mastrucca, pi terribile dei banditi che ella
aveva conosciuti sulla montagna. Ella s'era immaginata una scena
ben diversa da quella!
"S", egli riprese, abbassando la voce, e fermandosi davanti a
Ol, "i vostri viaggi son finiti. Ragioniamo un po':  inutile
piangere, anzi dovete rallegrarvi perch avete ritrovato un buon
figliuolo che vi restituir bene per male: quindi dovete
aspettarvi da lui molto bene. Di qui voi non vi muoverete pi,
finch non l'ordiner io. Capite? capite?", ripet, sollevando di
nuovo la voce, e battendosi la mano sul petto. "Adesso sono io il
padrone: non sono pi il bimbo di sette anni, che voi avete
vilmente ingannato e abbandonato; non sono pi l'immondezza che
voi avete buttato via; sono un uomo ora, capite? e sapr
difendermi, s, sapr difendermi, sapr, perch voi finora non
avete fatto altro che offendermi, uccidermi giorno per giorno,
sempre a tradimento, sempre! sempre! e rovinarmi, capite,
rovinarmi sempre pi, sempre pi, come si rovina una casa, un
muro, cos, pietra per pietra, cos..."
Egli faceva atto di buttar gi un muro; si curvava, sudava, quasi
oppresso da una vera fatica fisica; ma d'un tratto,
improvvisamente, guardando Ol che piangeva sempre, sent la sua
ira sbollire, svanire. Un senso di gelo lo invase. Chi era quella
donna che egli ingiuriava? Quel mucchio di stracci, quella lurida
lumaca, quella mendicante, quell'essere senza anima? Poteva ella
capire ci che egli le diceva? ci che ella aveva fatto? E
d'altronde che poteva esserci di comune fra lui e quella creatura
immonda? Era poi davvero sua madre, quella? E se lo era, che
significava, che importava? Madre non  la donna che d
materialmente alla luce una creatura, frutto d'un momento di
piacere, e poi la butta nel mezzo della strada, in grembo al
perfido Caso che l'ha fatta nascere. No, quella donna l non era
sua madre, non era una madre, sia pure incosciente: egli non le
doveva nulla. Forse non aveva diritto di rimproverarle i suoi
errori, ma non doveva neppure sacrificarsi per lei.
Sua madre poteva essere zia Tatna, poteva essere zia Grathia, e
magari Maria Obinu, e magari zia Varvara o Nanna l'ubriacona;
tutte, fuorch la miserabile creatura che gli stava davanti.
"Avrei fatto bene a non occuparmene, davvero, come consigliava zia
Grathia", pens. "E forse  meglio che essa riprenda la sua via.
Che pu importarmi di lei? No, non me ne importa niente."
Ol continuava a piangere.
"Finitela", diss'egli freddamente, ma non pi irato; e siccome
ella piangeva pi forte, egli si volse alla vedova e le fece cenno
di confortarla e farla tacere.
"Non vedi che ha paura?", mormor la vedova, passandogli vicina.
"Su! su!", disse poi, battendo una mano sulle spalle di Ol.
"Finiscila, figlia. Fatti coraggio, abbi pazienza.  inutile
piangere; egli non ti divorer, poi;  figlio delle tue viscere,
dopo tutto. Su! su! Adesso prendi un po' di caff, poi
discorrerete meglio. Fammi il piacere, figlio, Anania, va un po'
fuori: poi ragionerete meglio. Va fuori, gioiello d'oro."
Egli non si mosse, ma Ol si calm alquanto, e quando zia Grathia
le port il caff, ella prese tremando la tazza e bevette
avidamente, guardandosi attorno con occhi ancora spaventati,
diffidenti, eppure attraversati da balenii di piacere. Ella era
avida del caff, come quasi tutte le donnicciuole sarde, ed
Anania, che aveva un po' ereditato questa passione, la guardava e
la studiava, ridiventato perfettamente cosciente; e gli pareva di
scorgere una bestia selvatica e timida, una lepre rosicchiante
l'uva nella vigna, trepida per il piacere del pasto e per la paura
di venir sorpresa.
"Ne vuoi ancora?", domand zia Grathia, chinandosi e parlando ad
Ol come ad una bambina. "S? No? Se ne vuoi ancora dimmelo pure.
Da' qui la chicchera, e alzati, su, lavati gli occhi, sta
tranquilla! Hai sentito? Su, figlia!"
Ol si alz, aiutata dalla vecchia, e and diritta alla tinozza
dell'acqua dove usava lavarsi venti anni prima: volle pulire la
chicchera, poi si lav, e s'asciug col grembiale bucherellato. Le
sue labbra tremavano, qualche singhiozzo le gonfiava ancora il
petto, i suoi occhi arrossati e cerchiati, enormi nel viso
piccolo, sfuggivano lo sguardo freddo di Anania.
Egli guardava il grembiale bucherellato e pensava:
"Bisogner subito farle una veste:  veramente lurida. Ho ancora
sessanta lire delle lezioni date a Nuoro: ho fatto bene a fare
quelle ripetizioni... Ne trover anche altre. Vender anche i
libri... S, occorre subito vestirla e calzarla... Avr anche
fame...".
Quasi indovinando il suo pensiero, zia Grathia disse ad Ol:
"Hai fame? Se hai fame dimmelo pure, subito: non star l
vergognosa; chi si vergogna patisce. Hai fame? No?".
"No", rispose Ol con voce rauca.
Anania si turb nell'udire quella voce: era ancora la voce d'un
tempo, s, la voce lontana, la voce di lei. S, quella donna era
lei, era lei, la madre, la sola, la vera, l'unica madre! Era la
carne della sua carne, il membro malato, il viscere fracido che lo
straziava, ma dal quale non poteva staccarsi senza lasciar la
vita.
"Ebbene, allora siedi qui", disse zia Grathia avvicinando due
sgabelli al focolare, "siedi qui, figlia, e tu siedi qui, gioiello
mio. Sedete qui entrambi e discorrete...".
Fece sedere Ol, e pretendeva di fare altrettanto con Anania, ma
egli si scosse bruscamente.
"Lasciatemi dunque; non sono un bimbo, vi ho detto! D'altronde",
egli riprese, camminando su e gi per la cucina, "c' poco da
discorrere. Ho gi detto quanto dovevo dire. Ella rimarr qui
finch io non ordiner altrimenti: voi ora le comprerete le scarpe
e un vestito... vi dar i danari..., ma di questo parleremo poi...
Intanto", e alz la voce, per significare che si rivolgeva ad Ol,
"rispondete voi: che cosa rispondete dunque?"
Credendo che egli parlasse con la vedova, Ol non rispose.
"Hai sentito?", le disse zia Grathia, con voce dolce. "Che cosa
rispondi?"
"Io?", ella chiese a bassa voce.
"S, tu."
"Io... nulla."
"Avete debiti?", domand Anania.
"No."
"Verso il cantoniere, no?".
"No. Si hanno tenuto tutto quanto avevo."
"Che cosa avevate?"
"I bottoni d'argento della camicia, le scarpe nuove, dodici lire
in argento."
"Che cosa possedete ora?"
"Nulla. Come mi vedi, mi scrivi [29]", diss'ella, toccandosi il
grembiale. La sua voce era cupa, cavernosa.
"Avete qualche carta?"
"Cosa?"
"Qualche carta", spieg zia Grathia. "S, la fede di nascita?"
"S, la fede di nascita", ella rispose toccandosi il petto. "L'ho
qui."
"Fate vedere".
Ella trasse una carta gialliccia, macchiata d'olio e di sudore,
mentre Anania ripensava amaramente alle ricerche e alle indagini
fatte per scoprire se Maria Obinu possedeva carte rivelatrici.
Zia Grathia prese la carta e gliela diede; egli la svolse, la
lesse, la restitu.
"Perch ve la siete procurata?", domand.
"Per sposarmi con Celestino..."
"Il cieco", spieg la vedova, e aggiunse borbottando:
"quell'immondezza vile".
Anania tacque, e continu a camminare su e gi per la cucina: il
vento sibilava incessantemente intorno alla casetta; dalle fessure
del tetto piovevano alcune striscie di sole che disegnavano
fantastiche monete d'oro sul pavimento nero. Anania camminava
divertendosi automaticamente a mettere i piedi su quelle monete,
come usava una volta, da bambino: si domandava che cosa gli
restava da fare e gli sembrava d'aver gi esaurito una parte del
suo grave compito.
"Io ora chiamer di l zia Grathia", pensava, "e le consegner i
danari perch le compri le vesti e le scarpe e le dia da mangiare,
poi partir e vedr... Qui non mi resta altro da fare:  tutto
fatto...  tutto fatto!", ripet fra s con infinita tristezza.
"Tutto  finito."
Gli venne in mente di sedersi accanto a sua madre, di chiederle
come aveva vissuto, di rivolgerle una sola parola di dolcezza e di
perdono: ma non poteva, non poteva: il solo guardarla lo
disgustava; gli pareva che ella puzzasse (e in realt ella emanava
quello sgradevole odore tutto speciale dei mendicanti), e non
vedeva l'ora di andarsene, di fuggire, di togliersi dagli occhi
quella vista dolorosa. Eppure qualche cosa lo tratteneva; egli
sentiva che la scena non poteva terminare cos, dopo poche frasi;
pensava che Ol forse, fra la sua paura e la sua vergogna, gioiva
d'aver un figlio bello, forte, civile; e nel suo disgusto, nel suo
dolore anch'egli provava un meschino conforto dicendo a se stesso:
"Almeno non  sfrontata: forse si pu redimere ancora. 
incosciente, ma non sfrontata. Non si ribeller".
Eppure ella si ribell.
"Ecco", egli ricominci, dopo un lungo silenzio, "voi rimarrete
qui finch non avr aggiustato i miei affari. Zia Grathia comprer
le vesti e le scarpe..."
La voce rauca e dolente risuon forte:
"Io non voglio nulla. Io no...".
"Come no?", egli chiese, fermandosi di botto davanti al focolare.
"Io non resto."
"Che cosa?", egli grid sporgendosi in avanti, coi pugni stretti e
gli occhi spalancati. "Spiegatevi meglio."
Ah, dunque non era tutto finito? Ella osava? perch osava? Ah,
ella dunque non capiva che suo figlio aveva sofferto e lottato
durante tutta la sua vita per raggiungere uno scopo: quello di
ritirarla dalla via della colpa e del vagabondaggio, anche
sacrificandole tutto il suo avvenire? Perch ora ella osava
ribellarglisi, perch voleva sfuggirgli ancora? Non capiva che
egli le avrebbe impedito di far ci, anche a costo d'un delitto?
"Spiegatevi!", egli ripet, dominando a stento la sua collera.
E stette ad ascoltare, fremente, esaltato, ficcandosi le unghie
puntute sulle palme delle mani, mentre il suo viso andava di
momento in momento deformandosi sotto la pressione di un dolore
senza nome.
Zia Grathia lo fissava, pronta anch'essa a gettarglisi sopra se
egli osava toccare Ol. Fra le tre creature selvagge, riunite
intorno al focolare, la fiamma di un tizzo sorgeva azzurrognola e
cigolava: pareva piangesse.
"Ascoltami", disse Ol animandosi, "non adirarti, tanto oramai la
tua collera  inutile. Il male  fatto e nulla pi lo pu
rimediare: tu puoi uccidermi, ma non ne ritrarrai alcun benefizio.
L'unica cosa che tu possa fare  di non occuparti di me. Io non
posso restare qui: me ne andr e tu non udrai pi mie notizie.
Figurati di non avermi mai incontrata..."
"Dove vuoi andare?", chiese la vedova. "Anch'io gli ho detto
queste cose, ma egli non capisce la ragione: ci sarebbe per un
mezzo... Rimani qui egualmente, invece di andar per il mondo: non
diremo chi tu sei ed egli vivr tranquillo come se tu fossi
lontana. Perch, povera te, se vai via di qui, dove andrai?"
"Dove Dio vuole..."
"Dio?", proruppe Anania, dandosi forti pugni sul petto. "Dio ora
vi comanda di obbedirmi. Non osate neppur pi ripetere che non
volete restare qui. Non osate", egli disse come in delirio.
"Credete che io scherzi, forse? Non osate muovere un passo senza
ordine mio; altrimenti sar capace di tutto..."
"Per il tuo bene", ella insist. "Ascoltami almeno: non essere
feroce con me, mentre sei indulgente con tuo padre, con quel
miserabile che fu la mia rovina."
"Ella ha ragione!", disse la vedova.
"Tacete!", impose Anania.
Ol prese ancor pi coraggio.
"Io non so parlare, Anan... io ora non so parlare perch le
disgrazie mi hanno reso stupida; ma una sola cosa ti domando: non
avrei tutto da guadagnare restando qui? Se voglio andar via non 
per il tuo bene? Rispondi. Ah, egli neppure mi ascolta!", disse
poi, rivolta alla vedova.
Anania camminava nuovamente su e gi per la cucina, e pareva non
udisse davvero le parole di Ol; ma a un tratto trasal e grid:
"Ascolto!".
Ella riprese umilmente:
"Perch dunque vuoi che io rimanga qui? Lasciami andare per la mia
via: come un giorno ti feci del male, lascia che ora possa farti
del bene. Lasciami andare: io non voglio esserti d'impedimento:
lasciami andare... per il tuo bene...".
"No!", egli ripet.
"Lasciami andare, te ne supplico: sono ancor buona a lavorare. Tu
non saprai pi nulla di me: sparir come la foglia portata dal
vento..."
Egli s'aggir su se stesso; una terribile tentazione lo insidi:
lasciarla andare! Per un minuto secondo una folle gioia gli brill
nell'anima, al pensiero che tutto poteva considerarsi come un
sogno maligno: una sola parola e il sogno svaniva e tornava la
dolce realt... Ma subito ebbe vergogna di se stesso: la sua ira
crebbe, il suo grido echeggi nuovamente nella tetra cucina.
"No!"
"Tu sei una belva", mormor Ol, "non sei un cristiano: sei una
belva che morde le sue stesse carni. Lasciami andare, fanciullo di
Dio, lasciami..."
"No!"
"Una belva davvero!", conferm zia Grathia, mentre Ol taceva e
pareva vinta. "C' bisogno di urlare cos? Nooo! Nooo! Nooo!
Fuori, se sentono, crederanno che c' un toro selvatico, chiuso
qui dentro. Son queste le cose che ti hanno insegnato a scuola?"
"A scuola mi hanno insegnato questa ed altre cose", egli disse,
abbassando la voce che gli si era fatta rauca. "Mi hanno insegnato
che l'uomo non deve lasciarsi disonorare, a costo di morirne... Ma
voi non potete capire certe cose! Infine, tagliamo corto, e state
zitte tutt'e due..."
"Io non capisco? Io capisco benissimo", protest la vecchia.
"Nonna, voi capite davvero. Ricordatevi... Ma basta, basta!",
esclam egli, agitando le mani, stanco, nauseato.
Le parole della vecchia lo avevano colpito; egli ritornava
cosciente, ricordava che si era sempre ritenuto un essere
superiore, e voleva porre fine alla scena dolorosa e volgare.
"Basta", ripet a se stesso, lasciandosi cader seduto in un angolo
della cucina e prendendosi la testa fra le mani. "Ho detto no e
basta. Finitela ora", aggiunse con voce affranta.
Ma Ol s'accorse benissimo che era invece il momento di
combattere: ella non aveva pi paura, e os tutto.
"Senti", disse con voce umile, sempre pi umile, "perch vuoi
rovinarti, "figlio mio?" (S, ella ebbe il coraggio di dir cos,
ed egli non protest). Io so tutto... Tu devi sposarti con una
fanciulla ricca e bella: se ella viene a conoscere che tu non mi
rinneghi, ti rifiuter. Ed ha ragione: perch una rosa non pu
stare vicina ad una immondezza... Fallo per lei; lasciami andare,
ella creder sempre che io non esista pi. Ella  un'anima
innocente; perch dovrebbe soffrire? Io andr lontano, cambier
nome, sparir portata via dal vento. Basta il male che ti feci
involontariamente... s... involontariamente; figlio mio, io non
voglio farti pi del male, no. Ah, come una madre pu fare il male
a suo figlio? Lasciami andare".
Egli ebbe desiderio di gridare: "Eppure voi non mi avete fatto
altro che del male", ma si vinse. A che serviva gridare? Era
inutile e indecoroso; no, egli non voleva pi gridare: solo, col
capo sempre stretto fra le mani, con voce nello stesso tempo
lamentosa e rabbiosa, continu a rispondere: "No, no, no".
In fondo sentiva che Ol aveva ragione, e capiva che ella
veramente voleva andarsene per non renderlo infelice, ma appunto
l'idea che in quel momento ella era pi generosa e pi cosciente
di lui lo irritava e gliela rendeva odiosa. Ella si era
trasformata: i suoi occhi illuminati lo guardavano supplichevoli e
amorosi; quando ripeteva: "lasciami andare" la sua voce vibrava e
tutto il suo volto esprimeva una tristezza senza nome.
Forse un sogno soave, che giammai prima d'allora aveva rischiarato
l'orrore della sua esistenza, le sfiorava l'anima: restare, vivere
per lui, trovar finalmente pace. Ma dal profondo dell'anima
primitiva un istinto di bene, - la scintilla che si cela anche
nella selce, - la spingeva a non badare a quel sogno. Una sete di
sacrifizio la divorava, ed Anania lo capiva, e sentiva finalmente
che ella voleva a modo suo compiere il proprio dovere, come egli a
modo suo voleva compiere il suo. Egli per era il pi forte e
voleva e doveva vincere con tutti i mezzi, anche con la violenza,
anche con la necessaria crudelt del medico che per guarire il
malato gli apre la carne coi ferri.
Ad un tratto ella si gett per terra, ricominci a piangere,
supplic, grid. Anania rispose sempre no.
"Che far dunque io?", ella singhiozz. "Nostra Signora mia, cosa
far io? Bisogna che ti abbandoni ancora con inganno, per farti il
bene per forza? S, io ti lascer, io me ne andr. Tu non sei il
mio padrone. Io non so chi tu sei... Io sono libera... e me ne
andr..."
Egli sollev il volto e la guard.
Non era pi irato; ma i suoi occhi freddi e il suo viso livido,
improvvisamente invecchiato, incutevano spavento.
"Sentite", disse con voce ferma, "finiamola.  deciso tutto, e non
c' da discutere oltre. Voi non muoverete un passo senza che io lo
sappia. E badate bene, e tenete a mente le mie parole come se
fossero le parole di un morto: se finora ho sopportato il disonore
della vostra vita vergognosa era perch non potevo impedirlo, e
perch speravo di por fine a tale obbrobrio. Ma d'ora in avanti
sar altra cosa. Se voi vi permettete di andar via di qui vi
seguir, vi uccider e mi uccider! Tanto non mi importa pi nulla
di vivere!"
Ol lo guardava con terrore: in quel momento egli era
rassomigliantissimo a zio Micheli, il padre, quando l'aveva
cacciata via dalla cantoniera; gli stessi occhi freddi, lo stesso
volto calmo e terribile, la stessa voce cavernosa, lo stesso
accento inesorabile. Le parve di vedere il fantasma del vecchio,
che risorgeva per castigarla, e sent l'orrore della morte intorno
a s.
Non disse pi parola, e si accoccol per terra, tutta tremante di
spavento e di disperazione.

Una triste notte cadde sul villaggio desolato dal vento. Anania,
che non aveva potuto trovare un cavallo per ripartire subito,
dovette passare la notte a Fonni, e dorm d'un sonno inquieto,
simile al sonno di un condannato nella prima notte dopo la
sentenza.
Ol e la vedova vegliarono lungamente accanto al fuoco: Ol aveva
il freddo foriero della febbre e batteva i denti, sbadigliava e
gemeva. Come in una notte lontana, il vento rombava sopra la
cucina vigilata dalla spoglia nera del bandito, e la vedova
filava, alla luce giallognola del fuoco, impassibile e pallida
come uno spettro: ma questa volta ella non narrava alla sua ospite
le storie del marito, e non osava confortarla. Solo, di tanto in
tanto, la supplicava inutilmente di andare a letto.
"Andr se mi fate una carit", disse finalmente Ol.
"Parla."
"Chiedetegli se egli ha ancora la rezetta che gli diedi il giorno
che siamo fuggiti di qui; e pregatelo di farmela vedere."
La vecchia promise, e Ol si alz: tremava tutta, e sbadigliava
tanto che le sue mascelle scricchiolavano. Tutta la notte
vaneggi, arsa dalla febbre; ogni tanto chiedeva la rezetta e si
lamentava infantilmente perch zia Grathia, coricatale a fianco,
non si alzava e non andava da Anania per chiedergliela.
Un dubbio le attraversava la mente in delirio: che Anania non
fosse suo figlio. No, egli era troppo crudele e spietato; ella,
che era stata la vittima di tutti non poteva convincersi che suo
figlio dovesse torturarla pi degli altri.
Nel delirio raccont a zia Grathia che aveva attaccato al collo di
Anania quel sacchettino per riconoscerlo quando sarebbe stato
grande e ricco.
"Io volevo andare a trovarlo un giorno, vecchia vecchia, col
bastone. Dun! Dun! picchiavo alla sua porta. "Io sono Maria
Santissima trasformata in mendicante!" I servi ridevano e
chiamavano il padrone. "Vecchia, che cosa vuoi?" "Io so che tu hai
un sacchettino cos e cos: io so chi te lo ha dato; se tu oggi
hai tante tancas e servi e buoi lo devi a quella povera anima che
ora  ridotta a sette once di polvere. Addio, dammi un po' di pane
col miele. E perdona alla povera anima." "Servi, segnatevi, questa
vecchia che indovina ogni cosa  Maria Santissima..." Ah, ah, ah,
la rezetta, la voglio... Quel giovine non ... lui! La rezetta...
la rezetta..."
All'alba zia Grathia entr da Anania e gli raccont ogni cosa.
"Ah", diss'egli con un sorriso amaro, "ci voleva anche questa! che
ella dubitasse! Gliela far vedere io... se sono io!"
"Figlio, non essere snaturato: contentala almeno in questa piccola
cosa...", supplic zia Grathia.
"Ma io non l'ho pi quel sacchettino; l'ho buttato via: se lo
ritrover ve lo mander."
Zia Grathia insist inoltre per sapere l'esito del colloquio che
Anania avrebbe avuto con la fidanzata.
"Se ella veramente ti vuol bene, si rallegrer della tua buona
azione", gli disse, per confortarlo. "No non ti rifiuter, anche
se tu le dici che non rinneghi tua madre. Ah, l'amore vero non
bada ai pregiudizi del mondo: io amavo pazzamente mio marito
quando tutto il resto del mondo lo disprezzava..."
"Vedremo", disse melanconicamente Anania, "vi scriver..."
"Per carit, non scrivermi, gioiello d'oro! Io non so leggere, lo
sai, e non voglio far sapere a nessuno i fatti tuoi. Piuttosto
mandami un segno. Senti, se ella non ti rifiuta mandami la rezetta
avvolta in un fazzoletto bianco; se ti rifiuta, mandala avvolta in
un fazzoletto di colore..."
Egli promise di contentare la vecchia.
"Ma tu quando tornerai?"
"Non so; fra non molto certamente, appena avr aggiustato i miei
affari."
Egli part senza aver riveduto Ol; un'angoscia infinita
l'opprimeva; il viaggio gli sembrava eterno, e sebbene un tenue
filo di speranza lo guidasse, non avrebbe voluto arrivare mai a
Nuoro.
"Ella mi ama", pensava, "forse mi ama come nonna amava suo marito.
La sua famiglia mi disprezzer, mi caccer; ma ella mi dir: "Ti
aspetter, ti amer sempre...". S, ma che posso io prometterle?
Oramai il mio avvenire  distrutto".
Un'altra speranza inconfessabile, egli sentiva per in fondo al
cuore: che Ol fuggisse ancora: egli non osava palesare a se
stesso questa speranza, ma la sentiva, la sentiva; e se ne
vergognava, e ne calcolava tutta la vilt, ma non poteva
scacciarla... Nel momento in cui aveva gridato: "Vi uccider e mi
uccider", era stato sincero, ma ora gli pareva che tutto fosse
stato un orribile sogno; e nel rivedere la strada e i paesaggi che
tre giorni prima aveva attraversato con tanta gioia nell'anima, e
nell'avvicinarsi a Nuoro, il senso della realt lo stringeva
acerbamente.
Appena arrivato cerc il sacchettino, e per un'idea superstiziosa,
- poich egli credeva che le cose prevedute non avvengono, - lo
avvolse in un fazzoletto di colore. Ma poi pens che i tristi
avvenimenti di quei giorni egli li aveva sempre attesi e
preveduti, e si irrit contro la sua puerilit.
"Del resto, perch debbo mandare il sacchettino? Perch debbo
contentarla?", disse fra s, sbattendo l'involto contro il muro.
Ma subito lo raccatt, pensando: "Per zia Grathia. Alle quattro
vado dal signor Carboni e gli dico tutto", decise poi. "Bisogna
finirla oggi stesso. Bisogna esser uomini. Ed Ora dormiamo."
Si butt sul letto e chiuse gli occhi. Eran circa le due; un
meriggio caldissimo e silenzioso. Egli aveva ancora nelle orecchie
il rombo del vento, ricordava il freddo della notte passata a
Fonni, e provava una strana impressione. Gli pareva d'esser caduto
in un abisso roccioso, fra montagne erte desolate che soffocavano
il breve orizzonte; ricordi lontani gli risalivano dal profondo
dell'anima: le notti di febbre a Roma, il fragore del vento su
Bruncu Spina, una poesia del Lenau: I Masnadieri nella Taverna
della landa, la canzone del mandriano che era passato nella
straducola la sera in cui zia Tatna aveva chiesto la mano di
Margherita. Ma nello sfondo della sua immaginazione nereggiava
sempre la cucina della vedova, col cappotto nero e vuoto come un
simbolo, con la figura di Ol dai grandi occhi di gatto selvatico.
Che dolore e che tristezza gli causavano ora quegli occhi!
Cos rimase a lungo, senza poter dormire, ma con gli occhi
ostinatamente chiusi, immerso in un cupo torpore. A un tratto
pens alla morte, meravigliandosi che questo pensiero non gli
fosse ancora balenato in mente.
"Nessuna cosa  pi certa della morte; eppure ci tormentiamo tanto
per cose che passano inesorabilmente. Tutto passer: tutti
morremo: perch soffrire cos?... E se alle quattro mi suicidassi?
S."
Per qualche momento l'impressione della fine lo gel tutto. Pass,
ma gli lasci una oppressione cos spaventosa che egli sent il
bisogno di scuotersi per liberarsene. Solo allora si accorse che,
in fondo, mentre gli pareva d'esser in preda alla pi cupa
disperazione, egli sperava sempre.
"Margherita! Margherita! Parler con lei stanotte; ella mi dir di
tacere ogni cosa a suo padre, di aspettare, di fingere. No, non
voglio essere vile. Voglio essere uomo. Alle quattro sar dal
signor Carboni."
Alle quattro, infatti, egli pass davanti alla porta di
Margherita, ma non pot fermarsi, non pot suonare. E pass oltre
avvilito, pensando di ritornare pi tardi, ma convinto, in fondo,
che non sarebbe riuscito giammai di aver il colloquio col padrino.
Due giorni e due notti trascorsero cos in una vana battaglia di
pensieri cangianti come onde agitate. Nulla pareva mutato nella
sua vita e nelle sue abitudini; egli aveva ripreso a dar lezioni
agli studentelli in vacanza, leggeva, mangiava, passava sotto le
finestre di Margherita e vedendola la guardava ardentemente: ma
durante la notte zia Tatna lo udiva camminare per la camera,
scendere nel cortile, uscire, rientrare, vagare: pareva un'anima
in pena, e la buona vecchia lo credeva ammalato.
Che aspettava egli? Che sperava?
Il giorno dopo il suo ritorno, vedendo un uomo di Fonni
attraversare la viuzza, impallid mortalmente.
S, egli aspettava qualche cosa... qualche cosa d'orribile: la
notizia che ella fosse scomparsa nuovamente; e si accorgeva
benissimo della sua vilt, ma nello stesso tempo era pronto ad
eseguire la sua minaccia: "vi seguir, vi uccider, mi uccider".
In certi momenti gli pareva che niente fosse vero; nella casa
della vedova c'era soltanto la vecchia, col suo cappotto e le sue
leggende: niente altro... niente altro...
La seconda notte dopo il suo ritorno ud zia Tatna raccontare una
fiaba ad un bimbo del vicinato: "...La donna fuggiva, fuggiva,
gettando dei chiodi che si moltiplicavano, si moltiplicavano,
coprivano tutta la pianura. Zio Orco la inseguiva, la inseguiva,
ma non arrivava a prenderla perch i chiodi gli foravan i
piedi...".
Che piacere angoscioso aveva destato quella fiaba in Anania
bambino, specialmente nei primi giorni dopo il suo abbandono!
Quella notte egli sogn che l'uomo di Fonni gli aveva portato la
novella: ella era fuggita... egli la inseguiva, la inseguiva...
attraverso una pianura coperta di chiodi... Eccola, ella  l,
all'orizzonte: fra poco egli la raggiunger e la uccider; ma egli
ha paura, ha paura... perch ella non  Ol,  il mandriano
passato nella viuzza mentre zia Tatna era dal signor Carboni...
Anania corre, corre; i chiodi non lo pungono, eppure egli vorrebbe
che lo pungessero... Ol, trasformata in mandriano, canta: canta i
versi del Lenau: I Masnadieri nella Taverna della landa; ecco,
egli sta per raggiungerla e ucciderla, e un gelo di morte lo
agghiaccia tutto...
Si svegli coperto da un sudore freddo, mortale; il cuore non gli
batteva pi, ed egli scoppi in un pianto d'angoscia violenta.
Il terzo giorno Margherita, meravigliata che egli non scrivesse,
lo invit al solito convegno. Egli and, raccont la gita, si
abbandon alle carezze di lei come un viandante stanco si
abbandona alle carezze del vento, all'ombra d'un albero, sull'orlo
della via; ma non pot dire una sola parola sul cupo segreto che
lo divorava.


18 settembre, ore due di notte
Margherita,
Sono rientrato a casa adesso, dopo aver pazzamente errato per le
strade. Mi pare d'impazzire da un momento all'altro ed  anche
questa paura che mi spinge a confidarti, - dopo una lunga
inenarrabile indecisione, - il dolore che mi uccide. Ma voglio
esser breve. Margherita, tu sai chi io sono: figlio della colpa,
abbandonato da una madre pi disgraziata che colpevole, io sono
nato sotto un astro terribile e devo espiare delitti non miei.
Inconsapevole del mio triste destino, spinto dalla fatalit, io ho
trascinato con me, nell'abisso dal quale io non potr mai uscire,
la creatura che ho amato sopra tutte le creature della terra. Te,
Margherita... Perdonami, perdonami! Questo  il mio pi immenso
dolore, il rimorso terribile che mi strazier per tutto il resto
della vita, se pure vivr... Senti. Mia madre  viva: dopo una
esistenza di colpe e di dolori, ella  risorta davanti a me come
un fantasma. Essa  miserabile, malata, invecchiata dal dolore e
dalle privazioni. Il mio dovere, tu stessa lo dici a te stessa in
questo momento,  di redimerla. Ho deciso di riunirmi con lei, di
lavorare per sostenerla, di sacrificare la vita stessa, se
occorre, per compiere il mio dovere.
Margherita, che dirti altro? Mai come in questo momento ho sentito
il bisogno di aprirti tutta l'anima mia, simile ad un mare in
tempesta, e mai ho sentito mancarmi le parole come mi mancano in
quest'ora decisiva della mia vita.
La ragione stessa mi manca; ho ancora sulle labbra il profumo dei
tuoi baci e tremo di passione e di angoscia... Margherita,
Margherita, la mia vita  nelle tue mani! Abbi piet di me ed
anche di te. Sii buona come io ti ho sempre sognata! Pensa che la
vita  breve, e che la sola realt della vita  l'amore, e che
nessun uomo della terra ti amer come ti amo e ti amer io. Non
calpestare la nostra felicit per i pregiudizi umani, i pregiudizi
che gli uomini invidiosi inventarono per rendersi scambievolmente
infelici. Tu sei buona, sei superiore: dimmi almeno una parola di
speranza per l'avvenire.
Ma che dico? Io divento pazzo; perdonami, e ricordati che,
qualunque cosa accada, io sar sempre tuo per l'eternit. Scrivimi
subito...

A.


19 settembre
Anania,
La tua lettera mi sembra un orrendo sogno. Anch'io non trovo
parole per esprimermi. Vieni stanotte, alla solita ora, e
decideremo assieme il nostro destino. Sono io che devo dire: la
mia vita  nelle tue mani. Vieni, ti aspetto ansiosamente...

M.


19 settembre
Margherita,
Il tuo bigliettino mi ha gelato il cuore; sento che il mio destino
 gi deciso, ma un filo di speranza mi guida ancora. No, non
posso venire; anche volendolo non potrei venire. Non verr se tu
non mi dirai prima una parola di speranza. Allora correr a te per
inginocchiarmi ai tuoi piedi e per ringraziarti e adorarti come
una santa. Ma ora no, non posso, e non voglio. Quanto ti scrissi
la notte scorsa  la mia irrevocabile decisione; scrivimi, non
farmi morire in questa attesa terribile.
Il tuo infelicissimo

A.


19 settembre, mezzanotte
Anania, Nino mio,
Ti ho aspettato fino a questo momento, palpitante di dolore e di
amore, ma tu non sei venuto, tu forse non verrai mai pi, ed io ti
scrivo, in quest'ora soave dei nostri convegni, con la morte nel
cuore e le lagrime negli occhi non ancora stanchi di piangere. La
luna smorta cala sul cielo velato, la notte  melanconica e quasi
lugubre e mi pare che tutto il creato si rattristi per la sventura
che opprime il nostro amore.
Anania, perch mi hai tu ingannato?
Io sapevo s, come tu dici, quello che tu sei, e ti amai appunto
perch sono superiore ai pregiudizi umani, perch volevo
ricompensarti delle ingiustizie che la sorte aveva tramato a tuo
danno, e sopratutto perch credevo che anche tu, anche tu fossi
superiore ai pregiudizi, e avessi riposto in me, come io avevo
riposto in te, tutta la tua vita.
Invece mi sono ingannata; o meglio sei stato tu ad ingannarmi,
tacendomi i tuoi veri sentimenti. Ho sempre creduto che tu sapessi
che tua madre viveva, e dove si trovava, e la vita che conduceva;
ma ero certa che tu, vilmente abbandonato da lei, non facessi pi
caso d'una madre snaturata, tua sventura e disonore, e la
ritenessi come morta per te e per tutti... Non solo, ma ero certa
che se ella osava presentarsi a te, come pur troppo  accaduto, tu
non ti saresti degnato neppure di guardarla... E invece, invece!
Invece tu ora scacci chi ti ha lungamente amato e ti amer sempre,
per sacrificare la tua vita e il tuo onore a chi ti ha
abbandonato, bambino inconsapevole; a chi ti avrebbe ucciso o
lasciato in un bosco, in un deserto, pur di liberarsi di te.
Ma  inutile che io ti scriva queste cose, perch tu certamente le
capisci meglio di me; ed  inutile che tu continui ad illudermi e
ad invocare sentimenti che io non posso avere dal momento che
neppure tu li hai.
Perch, vedi, io capisco benissimo che tu vuoi sacrificarti non
per affetto, e neppure per generosit, - perch probabilmente tu
odii giustamente la donna che fu la tua rovina, - ma spinto da
quei pregiudizi umani inventati dagli uomini per rendersi
scambievolmente infelici.
S, s: tu vuoi sacrificarti per il mondo; tu vuoi rovinarti e
rovinare chi ti ama, solo per la vanit di sentir dire: "hai fatto
il tuo dovere!".
Tu sei un fanciullo, e il tuo  un sogno pericoloso ma anche,
permettimi di dirtelo, anche ridicolo.
La gente, sapendolo, ti loder, s, ma in fondo rider della tua
semplicit.
Anania, torna in te, sii buono, con te e con me, come tu dici, e
sopratutto sii uomo.
No, io non dico di abbandonare tua madre, debole e infelice, come
essa ti ha abbandonato: no, noi l'aiuteremo, noi lavoreremo per
lei, se occorre, ma che essa stia lontana da noi, che essa non
venga a mettersi fra noi, a turbare la nostra vita con la sua
presenza. Mai! mai! Perch dovrei ingannarti, Anania? Io non posso
neppure lontanamente ammettere la possibilit di vivere assieme
con lei... Ah, no! Sarebbe una vita orrenda, una continua
tragedia; meglio morire una buona volta che morire lentamente di
rancore e di disgusto. Io non ho mai amato quella disgraziata; ora
ne sento piet, ma non posso amarla; e ti scongiuro di non
insistere nel tuo pazzo progetto, se non vuoi farmela nuovamente
odiare mille volte pi di prima. Questa la mia ultima decisione;
s, aiutarla, ma tenerla lontana, che io non la veda mai, che
possibilmente il mondo dove vivremo noi ignori che ella esiste.
Pensa che anche lei, forse, sar pi contenta di vivere lontana da
te, la cui presenza le causerebbe un continuo rimorso. Tu dici che
 invecchiata dal dolore, dalle privazioni, miserabile e malata;
ma di chi la colpa se non sua? Per te, ed anche per lei,  meglio
che ella si trovi in quello stato; cos cesser di vagabondare, e,
non ti disonorer pi; ma che ella, dopo averti oltraggiato quando
era sana e giovane, non si faccia un'arma della miseria e della
debolezza per richiedere il sacrifizio della tua felicit!... Ah,
questo no, non devi permetterlo mai!
No, non  possibile che tu compia una aberrazione fatale! A meno
che tu non mi ami pi e colga l'occasione per... Ma no, no, no!
Neppure voglio dubitare di te, della tua lealt e del tuo amore!
Anania, ritorna in te, ti ripeto, non essere malvagio e crudele
con me, che ti diedi tutti i miei sogni, tutta la mia giovinezza,
tutto il mio avvenire, mentre vuoi essere generoso verso chi ti ha
odiato e rovinato.
Abbi piet... vedi... io piango, io ti imploro, anche per te, che
vorrei veder felice come sempre sognai... Ricordati tutto il
nostro amore, il nostro primo bacio, i giuramenti, i sogni, i
progetti, tutto, tutto ricorda! Fa che tutto non si risolva in un
pugno di cenere; fa che io non muoia di dolore; fa che tu stesso
non abbi a pentirti del tuo pazzo procedere. Se non vuoi dar retta
ai miei consigli interroga persone serie, persone di Dio, e vedrai
che tutti ti diranno qual  il tuo vero dovere, che tutti ti
diranno di non essere ingrato, n malvagio.
Ricorda, Anania, ricorda! Anche ieri notte mi dicevi che dalla
vetta del Gennargentu gridasti il tuo amore, proclamandolo eterno.
Dunque mentivi; anche ieri notte mentivi? E perch?... Perch mi
tratti cos! Che ho fatto io per meritarmi tanto dolore? Possibile
che tu non ricordi come ti ho sempre amato? Ricordi una sera che
io stavo alla finestra e tu mi buttasti un fiore, dopo averlo
baciato? Io conservo quel fiore per ornarne il mio vestito da
sposa; e dico conservo perch son certa che tu sarai il mio sposo
diletto, che tu non vorrai far morire la tua Margherita (e il tuo
sonetto lo ricordi?), che saremo tanto felici, nella nostra
casetta, soli soli col nostro amore ed il nostro dovere. Sono io
che aspetto da te, subito, una parola di speranza. Dimmi che tutto
fu un sogno tormentoso; dimmi che la ragione  ritornata in te, e
che ti penti d'avermi fatto soffrire.
Domani notte, o meglio stanotte, perch  gi passata la una, ti
aspetto; non mancare; vieni, adorato, vieni, diletto mio, mio
amato sposo, vieni: io ti aspetter come il fiore aspetta la
rugiada dopo una giornata di sole ardente; vieni, fammi rivivere,
fammi dimenticare; vieni, adorato, le mie labbra, ora bagnate
d'amaro pianto, si poseranno sulla tua bocca amata come...


"No! no! no!", disse convulso Anania, torcendo la lettera senza
leggerne le ultime righe. "Non verr! Sei vile, vile, vile! Morr
ma non mi vedrai mai pi."
Coi fogli stretti nel pugno si gett sul letto, e nascose il viso
sul guanciale, mordendolo, comprimendo i singhiozzi che gli
gonfiavano la gola.
Un fremito di passione lo percorreva tutto, dai piedi alla nuca;
le invocazioni di Margherita gli davano un desiderio cupo dei baci
di lei, e a lungo lott acerbamente contro il folle bisogno di
rileggere la lettera sino in fondo.
Ma a poco a poco riprese coscienza di s e di ci che provava. Gli
parve di aver veduto Margherita nuda, e di sentire per lei un
amore delirante e un disgusto cos profondo che annientava lo
stesso amore.
Come ella era vile! Vile sino alla spudoratezza. Vile e
coscientemente vile. La Dea ammantata di maest e di bont aveva
sciolto i suoi veli aurei ed appariva ignuda, impastata d'egoismo
e di crudelt; la Minerva taciturna apriva le labbra per
bestemmiare; il simbolo s'apriva, si spaccava come un frutto,
roseo al di fuori, nero e velenoso all'interno. Ella era la Donna,
completa, con tutte le sue feroci astuzie.
Ma il maggior tormento di Anania era il pensare che ella
indovinava i suoi pi segreti sentimenti e che aveva ragione:
sopratutto ragione di rimproverargli l'inganno usatole, e di
pretendere da lui il compimento dei suoi doveri di gratitudine e
d'amore.
" finita!", pens. "Doveva finire cos."
Si rialz e rilesse la lettera: ogni parola lo offendeva, lo
disgustava e lo umiliava. Margherita dunque lo aveva amato per
compassione, pur credendolo vile come era vile lei. Ella forse
aveva sperato di farsi di lui un servo compiacente, un marito
umile; o forse non aveva pensato a nulla di tutto questo; ma lo
aveva amato solo per istinto, perch era stato il primo a
baciarla, il solo a parlarle d'amore.
"Ella non ha anima!", pens il disgraziato. "Quando io deliravo,
quando io salivo alle stelle e mi esaltavo per sentimenti
sovrumani, ella taceva perch nella sua anima era il vuoto, ed io
adoravo il suo silenzio che mi sembrava divino; ella ha parlato
solo quando si destarono i suoi sensi, e parla ora che la minaccia
il pericolo volgare del mio abbandono. Non ha anima n cuore. Non
una parola di piet: non il pudore di mascherare almeno il suo
egoismo. Eppoi come  astuta! La sua lettera  copiata e
ricopiata, sebbene riveli la grossolana ignoranza di lei: quanti
"che", ci sono! Mi sembrano martelli, pronti a fracassarmi il
cranio. Le ultime righe, poi, sono un capolavoro... ella sapeva
gi, prima di scriverle, l'effetto che dovevano produrre... ella 
pi vecchia di me... ella mi conosce perfettamente, mentre io
comincio appena adesso a conoscerla... ella vuole attirarmi al
convegno perch  sicura che se io ci vado mi inebrio e divento
vile... Inganno! inganno! inganno! Come la disprezzo ora! Non una
parola buona, non uno slancio generoso, niente, niente! Ah, che
rabbia!" (torse di nuovo la lettera) "Vi odio tutti; vi odier
sempre! Voglio essere cattivo anch'io; voglio farvi soffrire,
schiantare, morire... Cominciamo!"
Prese il sacchettino ancora avvolto nel fazzoletto di colore, e
poco dopo lo mand a zia Grathia.
"Tutto  finito!", ripeteva ogni momento. E gli pareva di
camminare nel vuoto, fra nuvole fredde, come sul Gennargentu; ma
adesso invano guardava sotto, intorno a s: non via di scampo;
tutto nebbia, vertigine, orrore.
Durante la giornata pens cento volte al suicidio; s'inform se
poteva presentarsi subito agli esami per maestro elementare o per
segretario comunale; and nella bettola e presa fra le braccia la
bella Agata (gi fidanzata con Antonino), la baci sulle labbra.
Turbini di odio e di amore per Margherita gli attraversavano
l'anima; pi rileggeva la lettera pi ella gli sembrava perfida;
pi sentiva d'allontanarsele pi l'amava e la desiderava.
Baciando Agata ricordava l'impressione violenta che il bacio della
bella paesana gli aveva destato un giorno; anche allora Margherita
era tanto lontana da lui, un mondo di poesia e di mistero li
divideva; e questo stesso mondo, crollato, li divideva ancora.
"Che hai?", gli chiese Agata, lasciandosi baciare. "Vi siete
bisticciati, con lei? Perch mi baci?"
"Perch mi piaci... Perch sei puzzolente..."
"Tu hai bevuto", diss'ella, ridendo. "Se ti piacciono le donne
cos, puoi andare da Rebecca... Se per Margherita viene a
saperlo!"
"Taci!", diss'egli, adirandosi. "Non pronunziar neppure il suo
nome..."
"Perch?", chiese Agata, freddamente maligna. "Non diverr mia
cognata?  forse diversa da noi?  una donna come noi. Perch noi
siamo povere? Chiss poi se anch'ella sar ricca! Se fosse stata
certa di ci, forse ti avrebbe tenuto sempre a bada finch trovava
un partito migliore di te!"
"Se non la finisci ti batto...", diss'egli furibondo.
Ma l'insinuazione di Agata accrebbe i suoi sentimenti: oramai egli
riteneva Margherita capace di tutto.
Verso sera si mise a letto, con la febbre, deciso a non alzarsi,
l'indomani, affinch Margherita venisse a sapere ch'egli era
malato, e ne soffrisse. Giunse ad immaginarsi una segreta visita
di lei; e pensando alla scena che ne sarebbe seguita, tremava di
dolcezza.
Ma ad un tratto questo sogno gli apparve qual era, puerilmente
sentimentale, e ne prov vergogna. Si alz ed usc.
Alla solita ora si trov davanti al portone di Margherita. Ella
stessa apr. Si abbracciarono e si misero entrambi a piangere; ma
appena Margherita cominci a parlare, egli sent un invincibile
disgusto per lei, poi un senso di gelo.
No, egli non l'amava pi, non la desiderava pi. Si alz e and
via senza pronunziar parola.
Giunto in fondo alla strada torn indietro, s'appoggi al portone
e chiam:
"Margherita!".
Ma il portone rimase chiuso.


IX.

20 settembre
Il tuo procedere d'ieri notte mi ha finalmente rivelato il tuo
carattere ed i tuoi sentimenti. Crederei inutile dirti che tutto 
finito e inesorabilmente fra noi, se tu non prendessi il mio
silenzio per un segno di attesa umiliante. Addio dunque e per
sempre.

M.
PS Desidero riavere le mie lettere: - io ti restituir le tue.


Nuoro, 20 settembre
Caro padrino,
Volevo io stesso venire da Lei per dichiararle a voce quanto sto
per scriverle, ma in questo momento ricevo da Fonni la notizia che
mia madre trovasi l gravemente malata e sono costretto a partire
immediatamente. Ecco dunque quanto volevo dirle.
Sua figlia mi avverte che ritira la promessa di matrimonio,
stretta fra noi con consentimento Suo. Margherita Le spiegher
meglio, se gi non lo ha fatto, il perch di questa sua decisione,
da me pienamente accettata. I nostri caratteri sono troppo diversi
perch noi possiamo andare d'accordo; per fortuna nostra, ed anche
delle persone che ci amano, abbiamo fatto in tempo questa triste
scoperta, che se ci rende infelici adesso, impedisce per un
errore che poteva causare la disgrazia di tutta la nostra vita.
Sua figlia sar certamente fortunata quanto merita, e incontrer
un uomo degno di lei; nessuno pi di me le augura ogni felicit;
io... seguir il mio destino...
Ah, caro padrino, rileggendo questa mia lettera, dopo le
spiegazioni che Le dar Sua figlia, non mi accusi d'ingratitudine
e d'orgoglio. No, qualunque cosa succeda, resti io libero o no di
compiere gravissimi doveri verso una madre infelice, io considero
finito ogni rapporto fra me e la Sua famiglia; ma nel mio cuore
conserver sempre, fino all'ultimo soffio di vita, la riconoscenza
e sopratutto la venerazione per Lei.
In quest'ora dolorosa della mia vita, mentre gli avvenimenti mi
spingono a disperare di tutto e di tutti, e specialmente di me
stesso, la sua figura, padrino, la sua figura onesta e buona mi
guida ancora, come mi guid fin dal primo giorno che La conobbi; e
mi fa ancora credere che esista la bont umana. E il dovere della
riconoscenza verso di Lei mi anima ancora a vivere, mentre la luce
della vita mi manca intorno... Altro non so dirle: ma l'avvenire
Le dimostrer meglio i miei sentimenti, e, spero, non le
permetter di pentirsi di avermi fatto del bene.
Suo sempre riconoscentissimo

Anania Atonzu


Verso le tre del pomeriggio Anania era gi in viaggio verso Fonni,
su un vecchio cavallo cieco d'un occhio, che in verit non
procedeva come l'occasione avrebbe richiesto. Ma, ahim, perch
nasconderlo? Anania non aveva fretta, sebbene il carrozziere, per
mezzo del quale zia Grathia aveva mandato la notizia del grave
stato di Ol, avesse detto:
"Bisogna che vost parta subito; forse trover la donna gi
morta".
Per un pezzo Anania pens solamente alla lettera ch'egli stesso,
passando a cavallo, aveva consegnato alla serva del signor
Carboni.
"Egli mi disprezzer", pensava. "Dar ragione a sua figlia quando
essa gli avr esposto le mie strane pretese. S, qualunque donna
avrebbe agito come ha agito lei; io ho avuto torto, ma con
qualunque donna anch'io avrei agito come ho agito con lei."
Poi ripens alle ultime righe della sua lettera.
"Faranno buona impressione. Forse dovevo aggiungere che il torto 
tutto mio, ma che non potevo agire altrimenti: ma no, essi non
potrebbero capirmi, come non potranno mai perdonarmi. Tutto 
finito."
E all'improvviso sent un impeto di gioia ricordandosi che sua
madre moriva; ma subito cerc di inorridire di se stesso.
"Sono un piccolo mostro", pens; ma la sua gioia era cos profonda
e crudele che le stesse parole "piccolo mostro" gli parvero
qualche cosa di buffo e lo esilararono.
Dopo un momento, per, sent davvero orrore di ci che provava.
"Ella muore", pens, "e sono io che la uccido: ella muore di
paura, di rimorso, di dolore. S, io l'ho vista l'altro giorno
ripiegarsi, restringersi, con gli occhi pieni di disperazione: le
mie parole l'hanno ferita come pugnalate. Che cosa lurida  il
cuore umano! Ecco che io gioisco del mio delitto, e godo come un
prigioniero che riacquista la libert dopo aver ucciso il
carceriere, - mentre accuso di vilt Margherita e la disprezzo
perch ella dice sinceramente di non potere amare una donna
perduta. Ah, io sono ben pi vile; cento volte pi vile di lei. Ma
posso io sentire altrimenti? Qual turbine di contraddizioni
spaventevoli, qual forza malvagia trascina e contorce l'anima
umana? E perch, anche comprendendo e aborrendo questa forza, non
possiamo vincerla? Il Dio che governa l'universo  il Male, un Dio
mostruoso che vive entro di noi come il fulmine nell'aria. E
chiss, forse, mentre io mi rallegro per la probabile morte di
quella disgraziata, questa potenza infernale che ci opprime e ci
deride fa migliorare l'infelice, e la far guarire per mio
castigo".
Questo pensiero lo rattrist di nuovo; ed egli sent orrore della
sua tristezza, come aveva sentito orrore della sua gioia: ma non
pot vincere n l'una n l'altra.
Il tramonto lo avvolse mentre egli saliva da Mamojada a Fonni: un
velo di dolcezza stendevasi sul grande paesaggio roseo: le ombre
che si allungavano soavemente sul tappeto dorato delle stoppie
davano l'idea di persone dormienti, e le montagne rosee si
fondevano col cielo roseo, ove la luna mostrava gi la sua unghia
di perla.
Anania cominci a sentirsi meno cattivo; anche l'anima sua
s'elevava verso un paesaggio mistico e puro.
"Un tempo ho creduto di esser buono", egli pensava: "inganno,
sempre inganno. Pensando a lei mi esaltavo come quando pensavo a
Margherita: mi pareva di amarla e di poterla redimere, e di
rendere cos la mia esistenza utile. Invece l'ho uccisa. Che far
ora? Che ne far della mia libert? Della mia "miserabile
tranquillit"? Non sar mai pi felice; non creder pi n agli
altri n a me stesso. Ora s, ora capisco che cosa  l'uomo:  una
vana fiamma che passa nella vita e incenerisce tutto ci che
tocca, e si spegne quando non ha pi nulla da distruggere...".
A misura che egli saliva, il sole calava: era un tramonto
meraviglioso. Passando sotto un albero egli ferm il cavallo per
contemplare uno squarcio di paesaggio che sembrava un quadro
simbolico: le montagne s'eran fatte violette; una lunga nuvola
dello stesso colore oscurava l'orizzonte in alto: fra la nuvola e
le montagne il cielo d'oro e un grande sole cremisi senza raggi.
In quel momento, non seppe perch, Anania si sent buono buono e
triste. Arriv a desiderare sinceramente la guarigione di sua
madre: gli parve di provare una infinita piet per lei, e il bel
sogno infantile, d'una vita di sacrifizio dedicata interamente
alla redenzione dell'infelice, gli brill nell'anima, grande e
melanconico come quel sole morente.
Ma ad un tratto s'accorse che egli faceva quel sogno
esclusivamente per s, - perch ormai non gliene restava altro, -
e paragon la sua tardiva generosit ad un arcobaleno incurvato
sopra una campagna devastata dall'uragano; splendore inutile.
"Che far io?", ripet disperandosi nuovamente. "Non amer pi,
non creder pi. Il romanzo della mia vita  finito. Finito a
ventidue anni, quando per gli altri i romanzi cominciano."

Arriv a Fonni ch'era gi notte.
La luna nuova cadeva sul cielo lucido frastagliato dal profilo
nero dei tetti di scheggia; l'aria era freschissima, profumata; si
udivano distintamente i tintinnii delle capre ritornanti dal
pascolo, il passo dei cavalli, i latrati dei cani; ed Anania pens
a Zuanne e ricord l'infanzia lontana come non l'aveva ricordata
durante la sua prima gita a Fonni.
Il suo arrivo davanti alla casa della vedova richiam ai
finestrini, alle porticine, ai poggiuoli di legno delle casette
attigue, molte teste curiose. Dovevano aspettarlo: un bisbiglo
misterioso sorse intorno, ed egli se ne sent come avvolto, e gli
parve che una rete pesante lo stringesse tutto e lo attirasse gi,
in un abisso di tenebre.
"Deve esser morta!", pens, smontando dal vecchio cavallo che
rimase immobile.
Zia Grathia apparve subito sulla porticina, con un lume in mano:
era pi cadaverica del solito, con gli occhietti rossi affondati
in un gran cerchio livido.
Anania la guard inquieto.
"Come sta?", chiese, sforzandosi a render la sua voce desolata.
"Ah, sta bene! Ha finito la sua penitenza terrestre!", rispose la
vecchia con tragica solennit.
Anania cap che sua madre era morta: non se ne rattrist troppo,
ma non ne prov neppure sollievo.
"Dio! Dio! Ma perch non avvertirmi? A che ora  spirata? Posso
almeno vederla?", chiese, con ansia in parte vera e in parte
finta, entrando nella cucina illuminata da un gran fuoco. Seduto
accanto al focolare vide un paesano che pareva un sacerdote egizio
pallido, con una lunga barba nerissima quadrata, e due occhi neri
rotondi spalancati. Lo strano tipo, che teneva fra le mani un
grosso rosario nero, guard ferocemente Anania, e il giovine se ne
accorse e cominci a sentire una misteriosa inquietudine. Una idea
terribile gli balen in mente. Ricord l'aria impacciata del
carrozziere che gli aveva recato la notizia della grave malattia
di sua madre; ripens che pochi giorni prima Ol era sofferente,
ma non malata, e cap che gli si voleva nascondere qualche cosa di
truce. Intanto la vedova, rimasta accanto alla porta, diceva al
paesano:
"Fidele, bada al cavallo: ecco, la paglia  l. Muoviti".
"A che ora  morta?", chiese Anania, rivolgendosi anch'egli al
paesano, i cui occhi neri rotondi come due buchi lo
suggestionavano stranamente.
"Alle due!", rispose una voce di basso profondo.
"Alle due! Ho ricevuto la notizia a quell'ora, io! Ah, perch non
avvertirmi prima?"
"Che potevi fare?", osserv la vedova, che badava sempre al
cavallo. "Muoviti, Fidele, figlio" aggiunse con un po' di
impazienza.
"Perch non avvertirmi?", ripet Anania con voce lamentosa,
curvandosi automaticamente per togliersi lo sprone. "Ma che cosa
ha avuto? Ma il medico, dunque?... Dio, Dio mio... io non sapevo
niente! Ora vado a vederla."
Si avanz verso la scaletta; ma zia Grathia, sempre col lume in
mano, lo rincorse e lo afferr per un braccio.
"Che cosa, figlio?... Ma che cosa tu vuoi vedere?... Un
cadavere!", grid, quasi spaventata.
Allora egli si turb profondamente.
"Nonna! Nonna mia; credete che io abbia paura? Andiamo!"
"Bene, andiamo... Aspetta!", disse la vecchia, e lo precedette su
per la scaletta di legno: la sua ombra deforme tremol sul muro,
allungandosi fino al tetto.
Davanti all'uscio della cameretta ove giaceva la morta, zia
Grathia si ferm esitando, e strinse nuovamente il braccio di
Anania; egli si accorse che la vecchia tremava, e, non seppe
perch, anch'egli sent un brivido.
"Figlio", disse zia Grathia a bassa voce, quasi in segreto, "non
spaventarti."
Egli impallid; il pensiero che da qualche momento lo tormentava,
deforme e mostruoso come le ombre tremolanti sui muri, prese forma
e gli riemp l'anima di terrore.
"Che ?", grid, indovinando intera l'orrenda verit.
"Sia fatta la volont del Signore..."
"Si  uccisa?"
"S..."
"Oh, Dio! Oh, che orrore!"
Egli grid due volte, e gli parve che i capelli gli si rizzassero
sul capo, e sent la sua voce risonare nel lugubre silenzio della
casetta. Ma subito si domin, e spinse l'uscio.
Sul lettuccio, dove egli aveva dormito, vide il cadavere di Ol,
delineato dal lenzuolo che lo copriva; per le imposte aperte
entrava l'aria fresca della sera, e la fiammella di un cero, che
ardeva accanto al letto, pareva volesse volar via, fuggirsene per
la notte fragrante.
Anania s'avvicin subito al letto, e cautamente, quasi temendo di
svegliarlo, scopr il cadavere. Una benda coperta di macchie gi
secche di sangue nerastro fasciava il collo, passava sotto il
mento e sulle orecchie e si annodava tra i folti capelli neri
della morta; in questo cerchio tragico il viso di lei si disegnava
grigiastro, con la bocca ancora contorta per lo spasimo:
attraverso le grandi palpebre socchiuse si scorgeva la linea
vitrea degli occhi.
Anania cap subito che Ol s'era recisa la carotide. Colpito
sinistramente dalle macchie di sangue, ricopr il viso della
morta, lasciando solo scoperti i capelli che si aggrovigliavano
sull'alto del guanciale: i suoi occhi s'erano riempiti di terrore,
la sua bocca si contorse alquanto, quasi imitando la contrazione
spasmodica della bocca di Ol.
"Dio! Dio! Che orrore, che orrore!", egli disse, intrecciando
disperatamente le dita e scuotendo le mani. "Il sangue! Ha sparso
il sangue! Ma come ha fatto, dunque, come ha potuto? Ma come ha
fatto? Ma si  dunque tagliata la gola? Che orrore! Che errore fu
il mio! Dio! Dio!... No, zia Grathia, non chiudete... io soffoco.
Sono stato io a dirle di uccidersi... Ah! ah! ah!"
Egli singhiozz, senza lacrime, soffocato da un impeto di rimorso
e di orrore.
"Ella  morta disperata", disse poi, "ed io non le ho detto una
sola parola di conforto. Dopo tutto ella era mia madre, ed ha
sofferto nel mettermi al mondo. Ed io... l'ho uccisa... ed io
vivo!"
Mai, come in quel momento, davanti al terribile mistero della
morte, egli aveva sentito tutta la grandezza ed il valore della
vita. Vivere! Non bastava soltanto vivere, muoversi, sentire la
brezza profumata mormorare nella notte serena, per essere felici?
La vita! La cosa pi bella e pi sublime che una volont eterna ed
infinita abbia potuto creare! Ed egli viveva; ed egli doveva la
vita alla misera creatura che ora gli stava davanti immobile e
priva di questo sommo bene. Perch egli non aveva mai pensato a
questo? Ah, egli non aveva mai capito il valore della vita, perch
non aveva mai veduto da vicino l'orrore e il vuoto della morte. Ed
ecco ella, ella sola s'era riserbata il compito di rivelargli col
dolore della sua morte, la gloria suprema di vivere: ella, a
prezzo della sua propria vita, lo faceva nascere una seconda
volta, e questa nuova vita era incommensurabilmente pi grande
della prima.
Come un velo gli cadde dagli occhi; egli vide tutta la meschinit
delle sue passioni, dei suoi odi e dei suoi dolori passati. Egli
aveva sofferto perch sua madre aveva peccato, perch lo aveva
abbandonato ed era vissuta nella colpa! Sciocco! Che importava
tutto ci? Che importavano queste sfumature nel quadro grandioso
della vita? Non bastava che Ol lo avesse fatto nascere, perch
ella rappresentasse per lui la pi meritevole delle creature, la
madre, ed egli dovesse amarla ed esserle riconoscente?
Egli singhiozz ancora: ma attraverso la sua angoscia sentiva
sempre pi intensa la gioia di vivere. S, egli soffriva: dunque
viveva.
La vedova gli si avvicino, prese fra le sue le mani di lui,
strette convulsivamente, lo confort, gli fece coraggio, poi lo
supplic d'allontanarsi.
"Andiamo gi, figlio, andiamo. No, non tormentarti: ella  morta
perch doveva morire. Tu hai fatto il tuo dovere, ed essa... forse
anch'essa fece il suo, sebbene il Signore ci abbia dato la vita
per penitenza, imponendoci di vivere... Andiamo gi."
"Era giovane ancora!", disse Anania, calmandosi alquanto e
fissando i capelli neri della morta. "No, non ho paura, zia
Grathia, aspettate, restate un momento. Quanti anni aveva?
Trentotto? Ditemi", chiese poi, "a che ora  morta? Come ha fatto?
Raccontatemi tutto.  stato qui il pretore?".
"Andiamo; ti dir tutto, vieni", ripeteva zia Grathia, dirigendosi
verso l'uscio.
Ma egli non si mosse: guardava sempre i capelli della morta,
meravigliandosi che fossero cos neri ed abbondanti, ed avrebbe
voluto ricoprirli col lenzuolo, ma provava una strana paura ad
avvicinarsi nuovamente al cadavere.
La vedova torn presso il letto, ricopr i capelli, e preso Anania
per la mano lo trascin fuori. Egli si volt per guardare il
tavolinetto appoggiato al muro, ai piedi del letto; poi, quando
furono usciti, si mise a sedere su un gradino della scala.
La vedova depose il lume per terra, sedette anch'essa sulla
scaletta, e cominci a narrare una lunga storia, della quale
Anania serb sempre nella memoria questi tristi frammenti:
"Ella diceva sempre, sempre: "Oh, me ne andr, vedrete, me ne
andr, anche se egli non vuole. Gli feci abbastanza del male, zia
Grathia mia: ora bisogna che lo liberi di me, in modo che egli non
senta pi il mio nome. Lo abbandoner una seconda volta, ora che
non vorrei lasciarlo pi... lo abbandoner nuovamente per espiare
la colpa del primo abbandono..."".
"Ella fece arrotare il coltello a serramanico, che teneva sempre
con s..."
"...Quando ricevemmo il sacchettino entro il fazzoletto colorato,
ella divent livida; poi squarci un po' il sacchettino e
pianse..."
"...S, ella s' tagliata la gola. S, stamattina alle sei, mentre
io ero alla fontana. Quando rientrai la trovai in un lago di
sangue: era ancora viva, con gli occhi spalancati orribilmente..."
"...Tutta la giustizia, - il brigadiere, il pretore, il
cancelliere, - invase la casa. Ah, pareva l'inferno! Il popolo
s'affoll nella strada, le donne piangevano come bambine. Il
pretore sequestr il coltello, mi guard con occhi terribili, mi
chiese se tu avevi minacciato tua madre. Poi vidi che anch'egli
aveva le lagrime agli occhi..."
"Ella visse fin quasi a mezzogiorno; agonia per tutti. Figlio, tu
sai se nella mia vita io vidi cose terribili; ma nessuna come
questa. No, non si muore di dolore e di piet, poich io oggi non
sono morta. Ah, perch siamo nati?" ella concluse, piangendo.
Anania prov un indicibile turbamento nel veder piangere quella
donna strana, che il dolore pareva avesse da lungo tempo
pietrificato; ma egli, egli che la notte prima aveva pianto
d'amore fra le braccia di Margherita, egli non pot piangere di
rimorso e d'angoscia: solo qualche singhiozzo convulso gli
stringeva ogni tanto la gola.
Si alz e preg la vedova di lasciarlo rientrare un momento nella
camera.
"Voglio vedere una cosa..." disse, con voce tremula da bambino.
La vedova riprese il lume, riaperse l'uscio, lasci passare
Anania, e attese: cos triste e nera, con quell'antica lucerna di
ferro in mano, ella pareva la figura della Morte in attesa
vigilante. Anania si avvicin in punta di piedi al tavolinetto,
sul quale aveva notato il suo sacchettino, squarciato, deposto su
un piatto di vetro. Prima di toccarlo lo guard quasi con
diffidenza, poi lo prese e lo vuot. Ne usc fuori una pietruzza
gialla, e cenere, cenere annerita dal tempo.
Cenere!
Anania palp a lungo, con tutte e due le mani, quella cenere nera
che forse era l'avanzo di qualche ricordo d'amore di sua madre;
quella cenere che aveva posato lungamente sul suo petto,
sentendone i palpiti pi profondi.
E in quell'ora memoranda della sua vita, della quale capiva di non
sentire ancora tutta la solenne significazione, quel mucchiettino
di cenere gli parve un simbolo del destino. S, tutto era cenere:
la vita, la morte, l'uomo; il destino stesso che la produceva.
Eppure, in quell'ora suprema, vigilato dalla figura della vecchia
fatale che sembrava la Morte in attesa, e davanti alla spoglia
della pi misera delle creature umane, che dopo aver fatto e
sofferto il male in tutte le sue manifestazioni era morta per il
bene altrui, egli ricord che fra la cenere cova spesso la
scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sper, e
am ancora la vita.

FINE


Note:

 [1] Rosalia.
 [2] Segnare i cespugli, cio legarli con un nastro affinch
nessuno li tocchi.
 [3] Tesori nascosti.
 [4] bardana, da gualdana, impresa brigantesca per la quale si
radunavano in gran numero malfattori armati che andavano cos
uniti ad assaltare un ovile, una casa, a rapire un armento, a
commettere una grassazione.
 [5] La provincia di Sassari.
 [6] Al morto.
 [7] Scheggie.
 [8] Cuculo bello agreste,
     Dimmi che ora .
 [9] Cuculo bello del mare,
     Dimmi quanti anni ci vogliono ancora perch io mi sposi?
[10] Cuculo bello del giglio,
     Quanti anni ci vogliono ancora perch io abbia un figlio?
[11] Cuculo bello di sorella,
     Quanti anni ci vogliono perch io muoia?
[12] La rezetta: questi sacchettini-amuleti contengono o scongiuri
o preghiere scritte su un foglietto di carta, o erbe e fiori
raccolti la notte di San Giovanni, o pezzetti di carbone, cenere,
frammenti della vera croce, ecc.
[13] Espressione locale. Fare scandalo a proprio danno.
[14] Espressione locale. Offendersi, mentre si ha torto.
[15] Il Gatto.
[16] Ogni persona viva
     Porta pidocchi
     E tu che lo stai dicendo
     Ce ne hai uno che cammina
     Sul colletto.
[17] Nascondiglio contenente un tesoro.
[18] Nomignolo spregiativo che equivale a strega o a qualcosa di
simile.
[19]  l'aranciata, con la quale forse il Sardo primitivo ha
voluto imitare o riprodurre il favo del miele, del quale realmente
l'aranciata prende la forma, il colore ed anche un po' la
sostanza.
[20] Bello mio.
[21] Ti si rattrappiscano le mani.
[22] Ninna-nanna.
[23] Fata nana delle tradizioni sarde.
[24] Il cortile, o meglio una specie di terrapieno che circonda
quasi tutti i nuraghes.
[25] Il carcere.
[26] Voce per allontanare i gatti.
[27] Madrina.
[28] Recipiente di sughero.
[29] Espressione locale: "Non ho altro che quel che ho indosso".
