TESTO ADATTATO ALLA LETTURA PER NON VEDENTI

Nell'azzurro
di Grazia Deledda



INDICE
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Vita silvana
Sulla montagna
Memorie infantili
Una terribile notte
La casa paterna




VITA SILVANA

Vi parr un romanzo, o mia bionda e piccola lettrice, ma  una
storia vera: tanto vera che io, per narrarvela, cambio i nomi
delle persone e dei luoghi alle quali e nei quali accadde.
Figuriamoci in Sardegna, nella mia verde e sconosciuta Sardegna, e
cominciamo.

Si chiamava Cicytella, nome che nei nostri dialetti sardi
significa Franceschina: niente altro che Cicytella, perch non
aveva famiglia, non aveva nome: probabilmente era una trovatella,
ma nessuno era anche certo di ci. Dieci o dodici anni prima un
vecchio pastore che cambiava il gregge dalla pianura alla
montagna, all'entrata dei boschi, sul musco verde di un masso,
aveva trovato una piccola bambina, riccamente vestita, ma quasi
morta dalla fame. Figuratevi la sua meraviglia e un po' anche il
suo dispetto: perch quel vecchio pastore, che si chiamava zio
Bastiano, era un uomo a cui i bambini davano orribilmente ai
nervi, se vi potevano essere nervi sotto l'epidermide nera del suo
corpo.
In giovent Bastiano aveva molto sofferto per causa degli uomini:
la sua vita di sventure era stata un vero romanzo, uno di quei
romanzi sardi tutti pieni di odio e d'amore, d'inimicizie e di
sangue, un romanzo che qui tornerebbe inutile e troppo lungo il
raccontare: alla fine Bastiano, lasciato il suo villaggio per non
pi ritornarvi, venduti i suoi averi, si era comperato cento
pecore e due grossi cani - chiamati Nigheddu e Biancu, [1] dal
loro colore - e aveva cominciato la vita del pastore, calma,
tranquilla, senza sventure e senza passioni, nei nostri boschi,
sulle montagne di granito, nelle valli fertili, striate di
torrenti d'argento, nelle pianure verdi dai pascoli
lussureggianti, fra i placidi silenzi del cielo e delle campagne
solitarie... Aveva finito col dimenticare tutto e tutti, e si
trovava tanto bene in quella vita quasi selvaggia, lontano dagli
uomini e dalle donne, che s'era deciso di vivere sempre cos: non
andava nei villaggi e nelle piccole citt se non per vendere i
suoi prodotti, comprare le cose pi necessarie alla sua vita
errante, ed affittare le pasture per il suo gregge.
Il suo gregge, i suoi cani! Era tutta la sua famiglia ed egli
l'amava svisceratamente; e forse ne era ugualmente amato, almeno
dai cani: conosceva, chiamava con cento nomi, una per una, le sue
pecore, ed allorquando ne moriva qualcuna, per malattia o per
vecchiezza, egli provava un immenso dolore.
Ed ecco ad un tratto quella piccola signorina veniva a turbargli
l'anima e la vita.
Appena la vide, Bastiano si domand se doveva o no scendere da
cavallo - aveva anche un cavallo, un cavallino grigio dai grandi
occhi languidi, chiamato Murrittu - e si decise per il s quando
la sent piangere.
La prese fra le mani e l'esamin come un oggetto curioso: la
piccina poteva avere un anno, ma era mingherlina mingherlina,
pallida, con gli occhi grandi castanei come i capelli, il profilo
sottile e delicato.
Era vestita signorilmente, con biancheria fra i cui ricami si
notavano due lettere: V. L. Ma Bastiano non conosceva neppure
l'alfabeto.
- Si chiamer Francesca - pens macchinalmente. - Franceschina,
Cicita... s, Cicytella...
Era quello il secondo battesimo della bambina.
Intanto essa piangeva, piangeva sempre, spalancando gli occhi, e
Bastiano, accorgendosi che quel pianto era desto da una gran fame,
cominci a sentire piet della povera smarrita, e pi che piet
interessamento, come scosso dal fascino innocente e supplicante di
quei grandi occhi velati dalle lagrime.
- Perdeu! - sacrament. - Cosa devo fare?
Per tutta risposta una grande pecora dalle mammelle piene di latte
si avvicin alquanto: il pastore depose la bimba per terra e l,
su due piedi, munse la pecora; e caldo caldo fece bere il latte a
Cicytella: due minuti dopo essa dormiva saporitamente, davanti a
zio Bastiano, su una morbida pelle nera - sul cavallino che
saliva, saliva, fra le ombre verdognole del bosco, su per il
sentiero assiepato di felci color d'oro e di liane color di
smeraldo - mentre le pecore, guidate dai cani, procedevano, sempre
avanti.
Zio Bastiano aveva pensato subito di scendere al villaggio per
restituire la bimba, che egli credeva fosse stata dimenticata (?!)
in campagna da qualche comitiva di signori e signore venuti per
divago, ma in quel momento gli era impossibile lasciare il suo
gregge solo, sulla strada: quindi pens di condurre prima questo
ai pascoli destinati, poi ridiscendere al villaggio.

Zio Bastiano aveva settant'anni, ma era ancora vigoroso e svelto
come un uomo di cinquanta.
I suoi capelli lunghi e inanellati erano bianchi come la neve, il
suo viso, d'un bruno oscurissimo, fatto pi scuro ancora da quella
bianca e fluente cornice, era tutto increspato, specialmente agli
angoli degli occhi e della bocca grande, pulitissimo, senza baffi,
senza barba, senza macchie di sorta; i suoi occhi erano fulgenti,
grandi e neri come in giovent, il suo profilo regolarissimo, la
fronte alta, il naso greco e il mento sporgente: in giovent
Bastiano doveva essere stato bellissimo; adesso l'insieme del suo
viso aveva una strana espressione, l'espressione dell'uomo buono
fatto insociabile dalle avversit e dalle sventure, che si sente
cattivo pensando al male che ha sofferto; che si sente buono
pensando all'avvenire, confidando nella sua coscienza e in Dio.
Cos era lo zio Bastiano, il vecchio pastore dalle vesti pulite
che ricordavano in lui il ricco e azzimato proprietario dei
villaggi sardi; il vecchio pastore che non amava punto i bimbi,
nelle cui mani era caduta Cicytella. Che cosa pens durante il
resto di quella giornata, speso da lui nel dar nuovamente da
mangiare alla bimba, nel rimettere a nuovo e arredare una vecchia
capanna che trov lass, nelle terre dove durante l'estate, doveva
nascere il suo gregge?
Non sappiamo: ma la sera, quando accese il fuoco e alla sua luce
rossastra vide Cicytella che dormiva su una stuoia, in un angolo
ben riparato della capanna, pens:
- Far tutte le possibili ricerche per ritrovare i suoi parenti,
ma se nessuno s'incarica di lei io non la consegner punto al
Municipio, no; l'allever io e ne far una brava donnetta che mi
aiuti nella vecchiaia...
Quale mai doveva essere la sua vecchiaia se a settant'anni si
sentiva ancora forte e pieno di vita?
- Cicytella! -. Probabilmente a quel nome il pastore univa anche
un ricordo, perch il suo viso s'alterava ogni volta che egli lo
pronunziava. Bastiano non poteva prendere sonno. Usc dalla
capanna e guard le campagne sottostanti velate dalle ombre della
notte. Tutto dormiva, anche le chiome del bosco che scintillavano
in silenzio ai raggi della luna, anche il cielo sereno, verdognolo
e trasparente, senza sfumature, chiuso fra le alte siepi fiorite,
anche i grandi fiori della montagna dal forte profumo, e i grandi
massi bruni e le roccie coperte d'ellera e di muschio che nella
penombra della luna parevano castelli e torri rovinate.
Bastiano gust a lungo l'incanto di quella notte di argento, poi
si ritir: guard ancora la piccina e si stese sulla stuoia
mormorando:
- Cicytella!
L'indomani scese al villaggio con la bambina, e in breve tutti
furono informati dello strano modo in cui il pastore l'aveva
trovata: figuratevi il subbuglio, la confusione, le ipotesi, le
opinioni, i pareri di tutta quella buona gente che per due o tre
giorni non pens pi ai fatti suoi parlando di Cicytella. Ma
nessuno l'aveva perduta, nessuno la conosceva, nessuno aveva
sentito parlare, neanche nei vicini villaggi, di quello
smarrimento madornale.
In questi tempi si sarebbe subito ricorso ai giornali, ma allora i
giornali erano cosa rara nel centro della Sardegna e Bastiano
ignorava del tutto la loro esistenza. Quindi compr un completo
corredino per la bambina e se la riprese alla montagna.

Passarono dieci anni.
Bastiano mantenne la parola: in capo a quel tempo Cicytella era
gi una brava donnetta, una completa massaia, una bambina
coraggiosa come un uomo, senza esagerazione. Il pastore aveva
gelosamente conservato gli abitini che ella indossava il giorno in
cui l'aveva ritrovata, affinch ci facilitasse la sua
ricognizione; ma dieci anni erano scorsi e i genitori di Cicytella
non erano ancora comparsi; forse non comparirebbero mai pi.
Impossibile narrare minutamente l'infanzia della bambina trascorsa
nei boschi ombrosi e solitari, nelle ardenti pianure, nelle valli
dirupate ove il torrente impetuoso rumoreggia in eterno fra gli
ulivi, i salici e i pioppi dalla foglia argentea; sulle montagne
nere flagellate dal sole, attraverso gli ampi e silenziosi
paesaggi delle campagne sarde; luoghi che avevano formato il suo
carattere ardente e coraggioso, che avevano influito a formare la
sua anima e la sua fantasia, serie, forti, assennate. Nessuna
bambola, nessun giocattolo era venuto nella sua vita: i suoi fidi
amici d'infanzia erano stati gli agnellini bianchi e i grandi cani
di zio Bastiano; i suoi divertimenti l'arrampicarsi sugli alberi
per cogliere i nidi, sulle roccie, attraverso le liane e le
macchie di lentischio, l'esplorare i nuraghes per ritrovare i
favolosi tesori che i giganti vi lasciarono, o per cogliervi i
fiori delle eriche e delle rose selvaggie, e suonare le leoneddas.
Zio Bastiano non sapeva suonare questo armonioso e semitico
strumento, ma Cicytella aveva preso lezioni da un pastore del
Campidano e non solo suonava stupendamente arie che lo stesso
Meyerbeer avrebbe ammirato, ma sapeva persino fabbricare quel
flauto di canne.
Nei meriggi ardenti, quando zio Bastiano e Cicytella avevano
finito di mugnere le pecore, di fare il formaggio e la ricotta e
il latte coagulato - l'avreste vista la piccina con le maniche
rimboccate, il fazzoletto legato sulla nuca, tutta affaccendata,
come se fosse stata lei a fare tutte quelle operazioni - zio
Bastiano si coricava sull'erba molle, all'ombra degli alberi o
delle grandi rupi ricoperte di muschio, e Cicytella gli suonava
un'aria triste, armoniosa, sonnolenta, guardandolo furbamente come
per dirgli: "Ti far dormire anche se non ne hai voglia!" mentre
lei stessa, come cullata dal mormorio del torrente, dal venticello
che scuoteva intorno a lei gli alti pascoli di smeraldo, finiva
col chiudere gli occhi al sonno.
Cos d'estate, di primavera e d'autunno: ma nell'inverno quando la
nebbia velava l'orizzonte e sui boschi brulli fischiava il vento e
cadeva la neve, Cicytella non vagava per la campagna, non aiutava
lo zio Bastiano, perch questi, sapendo che il freddo le avrebbe
fatto male e un soffio impetuoso di vento avrebbe potuto sbatterla
a qualche rupe o precipitarla in un burrone, glielo proibiva
assolutamente. Ella rimaneva nell'ampia e ben coperta cucina,
davanti al fuoco, e... cuciva!
S, Cicytella cuciva e tagliava meravigliosamente, e nell'inverno
rattoppava e preparava per s e Bastiano le vesti per tutto
l'anno.
Era stato lui ad insegnare alla sua "figliuola" tante belle cose,
altre ella le aveva apprese da una donna del villaggio nella cui
casa aveva trascorso tutto il tempo da zio Bastiano impiegato a
recarsi al sud dell'isola per vendere i prodotti, di due anni,
delle sue pecore. Durante quel tempo Cicytella aveva un po'
sofferto, un po' goduto, e molto imparato.
Sofferto perch si sentiva come imprigionata in quella casa, fra
le pareti brune e i poveri mobili, lei ch'era avvezza allo
sconfinato orizzonte, al verde, all'azzurro, ai molli seggioloni
di muschio, alle amache di liane ed ai letti di felce e di eriche
molli e profumate; perch non era vicina ai suoi amici, a Bastiano
specialmente, di cui non aveva notizie: goduto perch, bench la
donna dove stava non avesse figli, godeva la compagnia di altre
bambine del vicinato, che le narravano tante cose strane e
meravigliose, e che a loro volta si maravigliavano dei racconti
che ella faceva loro della sua vita selvaggia; tante bambine fra
le quali si aveva fatto qualche amica che giungeva a prometterle
di visitarla spesso nei suoi boschi, nelle sue pianure, in casa
sua, infine. Aveva goduto nel visitare le case vedute solo da
lontano, le chiese povere e brune che a lei sembravano
incantevoli; era andata in estasi nel sentire il suono
melanconico, la musica divina dell'organo - lei che amava tanto,
istintivamente, la musica - nell'aspirare il profumo della mirra e
dell'incenso, quel mistico profumo tanto diverso dagli odori delle
erbe e dei fiori, nel gustare i dolci che non aveva mai gustato,
nel vedere da vicino gli svariati costumi degli uomini e delle
donne, specialmente quello di qualche signora e signorina, nel
vedere in qualche quadro dipinti i paesaggi che rassomigliavano ai
luoghi dov'ella viveva e i mobili di qualche casa ricca e
signorile.
A proposito per di queste ultime Cicytella aveva provato qualche
delusione: spesso dalla cima di una montagna, nel guardare il
profilo lontano

      Sfumato nell'azzurro e nella luce,

di qualche grande casa di campagna, di qualche palazzo, di qualche
villa, cinti dalla verzura del giardino, veniva colpita da strane
idee - forse indistinti e misteriosi ricordi - sull'interno di
quelle case, di quei giardini, e s'immaginava mobili di velluto,
di legno scolpito, grandi specchi dalla cornice d'oro, statue di
marmo e cortine di lampasso e fontane artistiche e fiori assai
diversi da quelli ch'era avvezza a vedere: vedeva infine con lo
sguardo della fantasia tutto il lusso e l'agiatezza delle case dei
ricchi signori, e ora invece nel visitare i palazzi del villaggio
non ritrovava nulla, proprio nulla, di tutto ci.
Aveva molto imparato perch la donna le aveva molto insegnato.
Dopo venti o trenta lezioni sapeva tagliare e cucire bravamente la
sua camicia e quella di Bastiano, la sua gonnella e i calzoni di
tela di Bastiano, il suo corpetto e le ghette di albagio di zio
Bastiano. Per gli altri indumenti le sue manine non erano ancora
adatte essendo essi di scarlatto, di velluto grosso, e di
grossissimo albagio, ma col tempo avrebbe fatto anche quelli.
Figuratevi la sorpresa di zio Bastiano, quando al ritorno dal suo
lungo viaggio Cicytella gli mostr tante belle cose fatte da lei;
egli le propose di rimanere nel villaggio per seguitare i suoi
studi, per viverci sempre se cos le fosse piaciuto, ma a quella
proposta ella si fece seria, triste. No, non avrebbe potuto vivere
l, fra quelle pareti nere, in quelle stradicciuole scoscese, in
quell'aria gelida in inverno, ardente d'estate, in quei luoghi
senza verde, senza poesia!
Si ribell all'idea del pastore, che fu costretto a ripigliarsela
in campagna, in groppa al piccolo cavallo.
Nel tempo che era stata nel villaggio Cicytella era diventata
magra, pallida, ma all'avvicinarsi di nuovo alla campagna,
nell'aspirare di nuovo i profumi dei pascoli fioriti, del fieno
fresco, quando i suoi occhi vagarono ancora sul vasto orizzonte
sfumato in color rosa, il giocondo sorriso torn sulle sue labbra,
il suo viso s'imporpor e le narici del suo nasino si aprirono
frementi, come in segno di gioia.
Torn, ridendo, ad accarezzare i suoi grossi cani che l'accolsero
festevolmente, a visitare i suoi agnellini favoriti, i suoi
uccelli, tutti i suoi amici, infine, e da allora in poi non
ritorn al villaggio che le domeniche per ascoltare la Messa -
poich zio Bastiano s'era fatto un dovere d'istruirla ed allevarla
nella Religione cristiana, ed ella ne seguiva le massime con una
divozione ed una intelligenza ammirabile - e per visitare le sue
amiche che di tratto in tratto venivano anch'esse a trovarla, a
trascorrere con lei giornate deliziose che non dimenticarono
giammai. Bastiano approvava tutto ci che alla piccina piaceva di
fare: era come affascinato da lei e l'amava tanto che spesso si
domandava se davvero non era sua figlia. Se Cicytella gli fosse
mancata, sarebbe morto di dolore. Essa riempiva tutto il vuoto
della sua anima, della sua vita, e, piccola fata dei boschi, con
un solo sorriso faceva svanire dal suo pensiero i tristi ricordi e
le ultime disperazioni.

Cos erano dunque passati dieci anni.
Impossibile fare perfettamente con la penna il ritratto di
Cicytella: a prima vista, coi suoi abitini puliti s ma quasi
poveri, essa non mostrava una grande bellezza, qualcosa di
rimarchevole; ma guardata attentamente, destava meraviglia e un
artista sarebbe rimasto delle ore intiere a guardarla. Non era
bionda, non era bruna. Il suo profilo, le forme eleganti della sua
personcina piccola e sottile erano di un'estrema finezza,
aristocratiche, regolarissime. I suoi capelli erano d'un biondo
opaco, ondeggianti, quasi color rame, ma senza riflessi; la sua
pelle morbida era anch'essa opaca, anch'essa di un colore
bizzarro, calda, dorata dal sole; le labbra carnose, rossissime,
la bocca piccola e i denti smaglianti; gli occhi... di che colore
erano gli occhi?
Avete visto il cielo all'occidente, nel crepuscolo, dopo il
tramonto del sole? Quella striscia splendida ma indefinita che lo
fascia, mista di azzurro e di verde, di giallo e di viola, di
color rosa e di oro come la madreperla? Gli occhi di Cicytella
erano di quel colore che in una parola si potrebbe dire glauco,
con una strana espressione, come quella degli occhi di un gatto
alla luce delle candele: erano bellissimi e in loro si leggeva
tutta l'anima della bambina, coi suoi affetti, i suoi sorrisi e le
sue melanconie...

Un giorno d'autunno Bastiano rientr nella capanna pallido come un
morto, tremante di febbre, e si lasci cadere sulla stuoia
chiedendo acqua. Cicytella ne fu spaventata e gli chiese quasi
piangendo che cosa aveva.
- Sono malato! Mi sento morire! - esclam il vecchio pastore. -
Vorresti farmi un favore, o mia piccola Cicytella? Scendi al
villaggio e ritorna con un sacerdote. Ho anch'io i miei peccati...
La bimba impallid anche lei, sent una tremenda angoscia, pure si
fece coraggio. Vide in lontananza un pastore e lo chiam.
- Zio Francesco, - gli disse, - il mio babbo si sente male. Volete
rimanere presso di lui finch io non ritorni dal villaggio con un
sacerdote? Se potessi trovare anche il medico condotto!
Il pastore voleva scendere lui, ma Cicytella esclam:
- No, no, io sono pi agile e far pi presto!
Prese il suo piccolo mantello foderato di pelo, se lo gett sulle
spalle e part dopo aver baciato Bastiano.
Durante il cammino non fece che piangere, mentre ogni tanto
mormorava: - Che sar di me, se il mio babbo muore?
Arriv a stento presso l'unico prete del villaggio, la cui casa
era ingombra di gente. Quella mattina era arrivato da Sassari un
giovane medico militare, cugino del prete, e tutti i notabili del
villaggio erano l, a stringergli la mano, ad ammirare la sua
brillante divisa. Non s'era mai visto in quei luoghi un simile
signore e tutti lo riverivano come se fosse stato il re in
persona. Il giovine era commosso di quell'accoglienza, bench in
fondo sorridesse dell'ingenuit di quella gente, ed anche lui a
sua volta ammirava le belle fanciulle del paese che passavano
sotto le finestre della casa.
Ne faceva anzi di tanto in tanto i complimenti alla vecchia serva,
che in quel giorno, non ostante il trambusto che regnava in tutta
la casetta, era la serva pi felice del villaggio. D'un tratto
ella disse al giovine:
- Dottor Azzo, ecco una bambina che si far una bella, ma bella
fanciulla!
E gli addit, attraverso la finestra che guardava nell'orto,
Cicytella che era giunta a scoprire il vecchio sacerdote sotto un
pesco, mentre leggeva tranquillamente, in un momento di quiete, il
suo Breviario.
Il giovine la guard fissamente e trasal. Non era certo la
bellezza della bimba che lo turbava in quella strana guisa: era
qualche altra cosa che sulle prime egli non si seppe spiegare.
La guard a lungo, attentamente. D'un tratto il prete e la bimba
rientrarono in casa.
- Cugino Azzo, - esclam il primo, - vuoi fare una buona azione?
Questa bambina ha il padre malato;  venuta per pregarmi d'andare
a trovarlo ed io volo. Vuoi venire anche tu, nella tua qualit di
medico? Fra un'ora saremo di ritorno.
- Fra un'ora?  dunque un villaggio vicino?
- No, signor dottore - esclam Cicytella avanzandosi tutta rossa,
contenta all'idea di ritornare dal malato con un medico -  lass
sul monte, perch il mio povero babbo  un vecchio pastore. La
malattia lo colse di repente, cos che non gli lasci neanche la
forza di ripararsi nel villaggio.
Il giovine medico ascolt la vocina tremula di Cicytella con somma
attenzione, poi disse con premura:
- Andiamo pure.
- Oh, grazie, signor dottore!
Quando arrivarono alla capanna, zio Bastiano pareva moribondo, e
la sola parola che ogni tanto mormorava era: - Cicytella,
Cicytella.
Azzo l'esamin.
- Febbre tifoidea! - disse. - Niente di grave, ma questa bimba
bisogna che stia lontana.
Cicytella ebbe un lampo negli occhi e sent sfumare dalla sua
anima la gratitudine verso il giovine.
- Lontana! - grid. - Lontana dal mio babbo? E chi lo guarder,
chi lo curer, chi gli dar da bere e mangiare?
- Ed io non sono qui? - domand zio Francesco.
Intanto Bastiano, porgendo la mano al sacerdote, chiedeva di
confessarsi.
Cicytella, il pastore e il giovine medico lasciarono la capanna:
Bastiano e il prete rimasero soli.
Azzo scrisse col lapis una ricetta e preg zio Francesco di
scendere al villaggio e comprare le medicine. Zio Francesco aveva
accettato la parte d'infermiere perch il pi affezionato amico di
Bastiano: prese la ricetta e part. Azzo e la bambina sedettero
lontani dalla capanna, sui massi coperti di muschio, all'ombra dei
grandi alberi. Il sole volgeva al tramonto, Cicytella singhiozzava
e il giovine si domandava se non sognava. Dalla sua infanzia in
poi non era pi stato in campagna.
- Come ti chiami? - domand a Cicytella.
- Cicytella!
- Vuol dire Franceschina, non  vero?
- Non lo so, mi chiamo Cicytella e il mio babbo che muore si
chiama zio Bastiano! Oh, come far, come far io se il mio babbo
muore?
- Non morr, via, non piangere cos, bambina: non  forse stato
altra volta malato?
- No mai, mai! Babbo muore; non  vero che muore?
- Ma non hai mamma, non hai parenti? Vivete sempre in campagna?
- S, viviamo sempre in campagna. Non ho mamma, io, i nostri
parenti sono pochi e non li conosco, eppoi il nostro villaggio 
lontano.
- Come potete vivere in campagna? Sempre? - domand il medico
guardando melanconicamente la verde solitudine della montagna,
ricordando le citt ove sino ad allora aveva trascorso la sua
vita, tra la folla e i rumori.
La bimba lo guard con stupore.
- E lei, - esclam, - come pu vivere in citt? Sempre?
Si alz, gettando uno sguardo innamorato al bosco, al musco, al
cielo scintillante, poi abbass tristamente il capo mormorando:
- Se il mio babbo muore! Ah, s, allora questa vita mi sar
dolorosa. Sempre sola!
Azzo la guard in quell'atteggiamento, e pens:
-  una bimba divina! Bisogna che ne scriva a Giacomo, se non per
altro, perch venga a farne il ritratto. Ma no, forse rinnoverei
il suo dolore!
- Cicytella, - disse poi, - andiamo a vedere il vostro gregge?
La bambina trasal. Da un'ora non pensava pi alle sue pecore, ai
suoi cani, ai suoi agnelli.
- Venga, signor medico! -. E lo condusse un po' pi gi, dove
pascolavano le pecore, vicino al ruscello che mormorava fra gli
alti giunchi e le felci.
Zio Francesco ritorn presto. Il giovine dottore gl'insegn come
somministrare le medicine al malato e rinnov l'avvertenza a
Cicytella di stare lontana.
- Puoi venire con noi, in casa mia - le disse il prete con
dolcezza, accarezzandole i capelli.
- No, rimarr qui. Non entrer dal mio povero babbo, ma rimarr
qui...
Essi partirono, e appena furono lontani la piccina entr nella
capanna e baci la fronte ardente del pastore.
- Cicytella! - esclam Bastiano. - Sta lontana da me, ma
ascoltami. Sento che morr, e in questi estremi momenti, mia
povera bambina, una voce segreta mi dice che ritroverai i tuoi
genitori.
- Siete voi il mio babbo, voi solo! Non morirete, no, fate di non
morire perch anch'io morr di dolore...
Bastiano sorrise, e facendo uno sforzo per dominare il caos che la
febbre apportava alla sua mente, riprese:
- No, Cicytella, non son io il tuo babbo! Tu sai la tua storia, tu
sai come eri vestita riccamente, e che forse sei figlia di genti
ricche e civili, non di un povero e rozzo pastore come me. Ho
conservato gelosamente le tue vesti: sono sotterrate in questo
angolo di capanna, qui, sotto il mio capo. Per mezzo loro potrai
rinvenire la persona che ti smarr, i tuoi parenti, ma siccome
ci, non essendo accaduto dopo tutte le mie ricerche in tutta la
Sardegna, in dieci anni, non accadr forse pi, cos ho pensato al
tuo avvenire. Tutta la tanca che ora occupiamo col nostro bestiame
 mia e sar tua, come  mio e sar tuo l'ubertoso pascolo che
lasciammo nella pianura, prima di venir qui. Tu sai leggere. Ecco
qui, in questa scatola di latta, il mio testamento.
- Ma allora siete ricco! - esclam Cicytella giungendo le mani. -
Ed io credevo che non avessimo che il cavallino, le pecore e i
cani!
- Non  ancora tutto l, cara Cicytella. Tu sei forte, vigorosa,
istruita, sicch col prodotto delle tue pecore, senza pagare
affitti di pascoli, potrai vivere bene, anche dando, se cos
vorrai, le tue pecore ad un altro pastore col quale dividere le
rendite: inoltre ho pensato a procurarti qualcosa per il giorno in
cui ti avrei lasciata sola. Ecco i miei risparmi. Sono duecento
scudi!
Trasse dalle sue vesti una cassettina di ferro, una specie di
salvadanaio, e gliela diede, mentre ella passava di meraviglia in
meraviglia. Sino a quel giorno si era creduta poverissima, ed
invece vedeva che poteva brillare fra le pi ricche fanciulle del
villaggio. Due tanche, cento pecore, duecento scudi, un cavallo,
due cani!
Zio Bastiano fece chiamare l'altro pastore, e stendendogli la mano
esclam:
- Francesco, sei stato sempre il solo mio amico, il solo uomo che
io, oltre don Martino (era il prete che lo aveva confessato) e
Cicytella, abbia riconosciuto per persona buona, leale,
affettuosa. Permetti che ti lasci un legato? Cicytella vuol
seguitare la vita del pastore, la vita della campagna, non 
vero?...
- Oh, s, s! - grid la bambina.
- Ebbene, Francesco, tu che sei ancora giovine, tu, che Dio
conserver per lunghi anni, vuoi promettermi di vegliare su
Cicytella come un padre, finch un altr'uomo, facendola sua
moglie, non assuma la sua protezione?
Zio Francesco, estremamente commosso, pos la sua grossa mano sul
capo biondo della bambina.
- Bastiano, ti giuro di vegliare su lei!
Il vecchio pastore gli rivolse un lungo sguardo di riconoscenza,
poi richiuse gli occhi e mormor:
- Ora, Cicytella, te ne prego, allontanati da me, come prescrisse
il medico...
- Oh, babbo, babbo mio! - esclam la bambina con accento
straziante inginocchiandosi davanti a lui. - Tu non morrai, Dio
nol vorr!
- Son vecchio, addio, tuttavia speriamo... addio! - disse Bastiano
a cui la febbre non lasciava pi forza di parlare. Guard a lungo
la bambina: pens che quella piccola creatura lo aveva preservato
forse da molti peccati, lo aveva reso per dieci anni felicissimo:
pens che moriva con un solo dispiacere, lasciarla cio quasi sola
sulla terra, e rivolgendo uno sguardo a Francesco, per
raccomandargliela un'ultima volta, fece un gesto perch si
allontanasse.
Per tre giorni Cicytella pianse e preg, fece altarini di musco e
di fiori ai suoi santi prediletti, accese la lampada alla
Madonnina che adorava, ma il Cielo non ascolt le sue fervide
preghiere. L'ora di Bastiano era suonata e Bastiano mor, non
ostante le cure del dottor Azzo; mor da cristiano, raccomandando
a Dio ed a zio Francesco la sua diletta Cicytella.
Il corpo del vecchio pastore fu portato al villaggio e sepolto
onorevolmente nel cimitero. Cicytella si mostr forte nel dolore:
pareva fosse lei a far di tutto perch le esequie del suo vecchio
amico riuscissero imponenti: compr la terra che doveva ricoprirlo
e vi fece piantare una croce di ferro.
Poi ritorn, non ostante le preghiere di don Martino che voleva
ritirarla in casa sua, alle sue montagne, alla sua capanna, fra le
sue pecore, alla sua vita solitaria e tranquilla, fra i silenzi
azzurri del cielo e della campagna.
Ogni domenica per veniva al villaggio: faceva le sue divozioni,
le sue visite, poi pregava vicino alla croce del vecchio pastore,
ricoprendola di corone di musco, d'edera e di fiori campestri.

Due anni dopo. Era una bella mattina di autunno: sul cielo
limpidissimo, d'un azzurro profondo e dorato, splendeva il sole:
sulle pianure le messi bionde ondeggiavano come un mare d'oro:
sulle montagne la nebbia cerula e profumata disegnava bizzarri
meandri, dietro cui scintillava il verde dei boschi. Un pittore
era lass, fra quei vapori, ritto fra le rupi e i lentischi e
ammirava il paesaggio fatto incantevole dai colori smaglianti di
quell'ora. Aveva ad armacollo la sua scatola da pittore e un
grosso binoccolo, ma non pareva pronto a servirsi n dell'una n
dell'altro. Si rodeva lentamente l'unghia del dito mignolo e
pensava:
- Oh, amico Azzo, perch mi facesti venire qui? Tu mi scrivesti:
"Caro Giacomo, tu dici sempre che sei disperato, che non trovi pi
nulla che ti sembri degno del tuo pennello di paesista. Ebbene, io
torno da un viaggio nell'interno della Sardegna e... ti consiglio
di andarvi anche tu". Poi mi descrivevi a lungo questo paese.
Ricordo ancora alcuni brani. S! S! Eccoli: "E caldo di poesia,
scorrendo sui poggi e sulle valli e levandomi sulle creste
rocciose dei monti mi svagai alle alpestri giogaie su cui eterno
verdeggia il lentischio; a quelle selvose costiere, cui la scure
sacrilega non avea ancora profanato: e coll'acceso pensiero
volgeasi il mio occhio al lontano mare che nelle sue onde placide
rifletteva la serenit dei cieli, tinti di rose nelle aurore
primaverili, e di porpore smaglianti nei tramonti incantevoli".
Cos pensava il pittore, ritto sul musco della montagna, guardando
l'esteso panorama che gli si presentava davanti. Poi svolse il
binoccolo e mormor: - Bellezza e solitudine! Ma non c' dunque
nessuno in questa Sardegna? -. Questo signore poteva avere
trentacinque o trentasei anni, ma non li dimostrava. Pareva
giovanissimo ed era anche bello, biondo, con gli occhi bruni,
velati da eleganti occhialetti montati in oro, le mani
bianchissime, il portamento aristocratico, dal quale s'indovinava
subito in lui l'artista ricco ed anche nobile che esercitava
l'arte solo per divago, per vocazione, ma di tanto in tanto una
strana ruga si disegnava sulla sua fronte, spiccata, nervosa, e
allora su quel viso si leggevano non solo gli anni, ma anche un
passato triste, doloroso.
Nel villaggio era andato subito da don Martino, raccomandato dal
suo giovine amico Azzo, e aveva detto di chiamarsi semplicemente
signor Giacomo Viola, venuto per dipingere qualche paesaggio delle
montagne sarde.
Don Martino l'aveva accolto festosamente, contentissimo che
qualcuno venisse a cercarlo nella sua solitudine. Il pittore si
era messo subito al lavoro, girovagando nei dintorni, senza volere
neanche una guida.
Quella mattina, mentre diceva: - Ma non c' dunque nessuno in
questa Sardegna? - quasi a smentire le sue parole si sent una
voce sottile che cantava in dialetto uno stornello, uno di quei
bizzarri stornelli che chiamiamo mutos.
Quella vocina, fatta tremula dalla lontananza, impression
stranamente il signor Giacomo. Rimase immobile per un momento e
ascolt attentamente.

      Iscarpittas de bridu
      Giuchet su visur
      Chin solos de cristaglio
      Iscarpittas de bridu:
      De m - ses su abbagliu,
      Mai ti ere bidu.
      Giuchet su visur:
      Mai ti ere bidu,
      S'abbagliu - ses de m.
      Chin solos de cristaglio:
      Mai ti ere bidu,
      De m - ses su abbagliu!

Il pittore non capiva una parola, pure la voce, il tono, il ritmo
grazioso dello stornello, scendente dal folto del bosco come un
canto d'uccello, quasi confuso col profumo dei lentischi e delle
rose montane, lo colpirono in fondo all'anima; cento confusi
ricordi, come d'arie suonate al pianoforte da una mano a lui cara,
vennero al suo pensiero.
Alz la testa. In alto, in alto, fra le rupi verdi disegnate sul
fondo azzurro del cielo come i merli di un rovinato castello, vide
un punto nero che si muoveva speditamente come in una strada
piana. Il pittore non udiva pi nulla ma era sicuro che quella
voce era scesa di lass. Riprese il binoccolo, lo apr e guard.
Quel punto nero era una piccola creatura, vestita di bruno, coi
capelli biondi saettati dal sole, i piedini ben calzati, il viso
sorridente fra i ricci cadenti e le rose che adornavano gli
occhielli della camicia bianchissima ed increspata. All'infuori di
questa camicia, tutte le altre vesti erano oscure, dalla
gonnellina al corsetto aperto sul davanti, dal grembiale al
fazzoletto appuntato sul sommo del capo, ma i cui lembi
svolazzavano liberamente sugli omeri. Si ferm d'un tratto, i suoi
occhi glauchi e profondi spaziarono per l'immenso paesaggio;
mentre il pittore la fissava come una apparizione soprannaturale -
forse un angelo della montagna - invaso da un brivido, come colto
dalla vertigine.
Prima era stata la voce a colpirlo, adesso il sembiante,
l'espressione degli occhi. La vide allontanarsi rapidamente,
sparire fra l'ellera delle rupi confinanti col cielo, e abbass il
binoccolo, passandosi una mano sulla fronte diventata pallida,
molle di sudore.
- Mio Dio, mio Dio! - pens. - Che sia lei?... Oh, che pazzia! -.
Rise forte, apr la sua borsa e schizz rapidamente il paesaggio:
e fra le rupi, sullo sfondo cerulo e verdognolo del cielo e
dell'ellera disegn la figura della bambina: la disegn cos bene,
cos perfettamente, che don Martino, quando al ritorno nel
villaggio gli fu mostrato quello schizzo, esclam:
- Oh, ecco qui Cicytella!

- Cicytella? Chi  questa Cicytella? - domand il pittore.
Non era quello precisamente il villaggio dove Bastiano aveva fatto
le sue prime ricerche, e d'altronde era corso molto tempo perch
si ricordasse bene la storia della bambina; quindi don Martino si
content di rispondere che Cicytella era una bambina trovatella,
adottata da un vecchio pastore, che era morto dopo averla abituata
a vivere nei campi, nei boschi.
Giacomo chin penosamente la testa, e durante il resto della
giornata rimase distratto, come occupato da un grave pensiero. Pi
spesso degli altri giorni la ruga si disegnava sulla sua ampia
fronte, ma pi spesso ancora strani lampi di una gioia infondata,
misteriosa, gli attraversavano i grandi occhi oscuri e profondi,
come se un raggio di sole, fatto pi fulgido dal riflesso degli
occhiali, venisse a rischiararli.
Il giorno dopo riprese la via della montagna, ma se poco aveva
lavorato negli altri giorni, quel giorno non lavor affatto: vag
l'intera giornata attraverso il bosco e le rupi, sal in cima,
esplor col suo binoccolo tutta la montagna; infine ridiscese
scontento al villaggio. Aveva cercato invano Cicytella.
- Don Martino, - disse, - vorrei ben dipingere la bambina che vidi
avant'ieri; dove posso trovarla?
- Domani, se vuole, - rispose don Martino, - se lei vuole, far
discendere Cicytella al villaggio.
- No! Voglio trovarla io, fra le sue pecore, fra l'erba della
boscaglia ed il musco dei monti.
- Le dar una guida, allora.
Ma l'indomani n Giacomo n don Martino pensarono pi a ci: il
villaggio fu di nuovo sottosopra.
Azzo, il brillante Azzo, ancor pi brillante e rumoroso di prima
col suo titolo di tenente, era arrivato d'improvviso.
Appena poterono trovarsi soli, sotto il verdeggiante pergolato
dell'orticello di don Martino, Azzo afferr le mani di Giacomo, e
scuotendolo vigorosamente, esclam: - Ebbene? Ebbene? Ebbene?
Sembri pentito d'aver lasciato la tua Roma, la tua grande, la tua
sublime, la tua rumorosa e splendida Roma, per venire qui, in
questa povera e selvaggia e disabitata Sardegna, che non possiede
che il verde delle sue terre, l'azzurro dei suoi cieli e
l'ospitalit dei suoi abitanti.
- Non ne sono pentito! - esclam sorridendo Giacomo.
- Hai visto quanto assurda  la triste fama che godono i Sardi,
come uomini dal sangue ardente, dalle passioni feroci, propensi
all'odio ed al delitto?...
- Ho veduto che qui quasi quasi non vi sono abitanti, e che i
pochi che vi sono sono gente buona, forse troppo ignorante, ma
ospitale ed inoffensiva.
- Va bene! Vedi il cielo...
- Immenso l'azzurro dei vostri cieli, - disse il pittore ripetendo
la frase della lettera, - il verde eterno delle vostre convalli;
ineffabili i vostri panorami.
- Dunque hai finalmente trovato?
Al signor Giacomo si illumin ancora una volta il viso: balz in
piedi ed esclam:
- S s! Credo d'aver trovato!  una pazzia la mia, ne convengo,
ma vedrai,  perfettamente eguale... Oh, che pazzia! Aspetta,
aspetta!
Corse nella camera che aveva a sua disposizione in casa di don
Martino e ritorn con lo schizzo della montagna. Azzo lo guard un
istante.
- Cicytella! - esclam vivamente indietreggiando.
Giacomo lo guard con stupore. Azzo ripet:
- Cicytella!
- Dimmi, dimmi, non  vero che si rassomiglia?
- S, s, rassomiglia...
Entrambi chinarono per alcuni istanti penosamente il capo:
entrambi lo rialzarono ad un tempo e si guardarono fissi.
- Se fosse lei? - domand con voce tremante Giacomo.
- Impossibile! Da Roma a qui...
- Tutto era possibile per quel vigliacco!
Un lampo d'odio e di dolore attravers i grandi occhi profondi
dell'artista. Quali terribili memorie ridestavano nel suo pensiero
il piccolo viso dorato e gli occhi di Cicytella?
Probabilmente Azzo lo sapeva, perch gli prese le mani, gliele
strinse fra le sue e mormor:
- Amico, anch'io notai e da molto, la strana, perfetta
rassomiglianza di questa bambina con Fosca: presi informazioni, e
furono tali che mi fecero decidere a scriverti per farti venire
qui, per farti incontrare con Cicytella. Giammai avrei fatto
notarti questa bambina se tu stesso non l'avessi incontrata;
giammai ti avrei fatto la minima allusione al suo viso se tu
stesso non l'avessi notato; giammai ti avrei dato la bench minima
speranza se tu stesso non avessi detto: "Tutto era possibile per
quel vigliacco...". E giacch dici cos, anch'io voglio
ammetterlo...
Giacomo si strinse la testa fra le mani, come se stesse per
impazzire, come se con quell'atto volesse rattenere la sfuggente
ragione.
- Dio mio, Dio mio, Dio mio!
- Le duole il capo, le duole la testa, caro signore? - domand da
lontano don Martino, avanzandosi verso i due giovani.
- Ma no! Ma no! Tante grazie - disse il pittore rimettendosi.
- Tanto meglio. Bisogna che domani, domani  domenica, non  vero?
lei stia bene, per venire con me. Verrai anche tu, Azzo... verr
tutto il villaggio...
- Cospetto! - esclam il medico, allarmato. - E dove?
- E dove, e dove? Domani  domenica, venticinque settembre, festa
solennissima in tutti i villaggi qui vicini. In cima alla nostra
montagna c' una chiesa: c' una madonnina: domani  la sua festa.
Io sono il cappellano. Domani andremo sulla montagna e vi
resteremo tutta la giornata, e lei signor Giacomo, trover larga
messe per i suoi quadri, fra i costumi e i paesaggi.
- Ci sar Cicytella? - pens il pittore.
Si riparl di quella strana fanciulla: don Martino ripet tutto
ci che sapeva sul suo conto, e soggiunse:
- Ma che bimba, che bimba  quella! Ha il coraggio d'un uomo, la
bont d'una santa. Se studiasse, col suo vivissimo ingegno, con la
sua ardente fantasia, in pochi anni diventerebbe la donna pi
istruita di tutto il mondo, senza esagerazioni. I pensieri della
sua mente sono sconfinati come gli orizzonti fra cui vive: la sua
intelligenza  limpida, profonda, illimitata come i suoi cieli,
come i mari che i suoi sguardi di lince scorgono in lontananza
dalle alte cime ove passeggia... Ma non  una bambina quella:  un
fenomeno. Bastiano le pu aver dato tutto il coraggio, la
fermezza, la poca istruzione che ha, ma gli altri sentimenti...
gli altri sentimenti, buon Dio, chi pu averglieli dati se non
Voi? Sentite, l'ultima volta che scese al villaggio, dopo aver
ascoltato in estasi la Messa cantata al suono dell'organo, mi
chiese il permesso di vedere questo strumento, di farlo suonare in
sua presenza: mentre il signor Luigi, il maestro di scuola,
suonava, ella guardava i movimenti della sua persona sull'organo,
con gli occhi ardenti, fissi, scintillanti... Dopo sorrise: si
sedette e... suon. S, suon quasi meglio del signor Luigi.
Il signor Giacomo scambi uno sguardo con Azzo, un lungo sguardo
in cui si poteva sorprendere questo pensiero: anche Fosca andava
pazza per la musica.

L'indomani mattina per tempissimo, don Martino, i suoi due giovani
ospiti e tutta l'aristocrazia del villaggio partirono a cavallo
per la montagna.
Don Martino non s'era ingannato: molta gente, molti costumi, molti
tipi caratteristici.
Eppure Giacomo non s'interess al quadro.
Nella penombra del bosco, nella luce argentea che gettava una
specie d'aureola sul profilo delle rupi lontane, tra la folla, tra
i cespugli fioriti, sul musco, fra l'ellera e le liane, per tutto
il giorno, egli cerc un viso color d'oro, con gli occhi glauchi,
dalle ciglia lunghissime, che gli faceva dimenticare o trascurare
tutto il resto.
Azzo l'aiut, ma quel piccolo viso non lo trovarono che dopo molte
ricerche.
Cicytella era seduta, con altre bambine del villaggio, vicino alla
spianata ove si ballava il ballo tondo paesano, e parlava
allegramente con una sua piccola amica.
Azzo e Giacomo le si avvicinarono.
Una delle bambine diceva: - Andiamo noi pure a ballare.
- Impossibile: sono in lutto... - rispose Cicytella: poi si volse,
vide Azzo e balz in piedi, colpita dalla fisionomia e dalle vesti
del giovine.
- Cicytella! - diss'egli con un sorriso. - Mi riconosci?
- Signor... signor...
- Signor Azzo!
- Oh, giusto! Signor Azzo, il cugino di don Martino.  di nuovo
qui? Come sta?
Gli porse la mano con disinvoltura, come una vera e spiritosa
signorina, mentre le sue compagne stralunavano gli occhi... Azzo
la baci teneramente esclamando: - Sono felice di rivederti, mia
piccola amica. Io sto bene; grazie, e tu? Sei diventata ben
grande. Vivi sempre in campagna?
- Sempre. E don Martino? Non l'ho ancora veduto.  qui? Oh, -
esclam sorridendo, - volete oggi visitarmi? Sto a due passi di
qui. L, fra quegli alberi  la mia casa!
Vide Giacomo che la guardava stupefatto, pallido, tremante di
nuovo al suono della sua voce, delle sue parole che non capiva,
poich ella parlava il dialetto che Azzo conosceva e parlava; e
additandolo disse: - Avant'ieri ho visto questo signore, dalla
montagna.  forse suo fratello, signor Azzo?
- Che dice? - domand il pittore avanzandosi vivamente, perch
capiva che la fanciulla parlava di lui.
- Dice d'averti veduto avant'ieri, dalla montagna...
L'ammirazione di Giacomo crebbe: egli non l'aveva veduta bene se
non col binoccolo: essa l'aveva visto con i suoi grandi occhi,
senza aiuto, e lo riconosceva.
- Non  mio fratello - disse Azzo. -  un signore che dipinge; tu
sai che voglia dire dipingere?
Cicytella sorrise. Dallo sbattere frequente ed inquieto delle sue
ciglia, Azzo s'accorse che Cicytella s'interrogava se mai sapeva
il significato di quella parola.
- Non so come si fa a dipingere - ella disse con semplicit - ma
so che dipingere significa fare le figure che si vedono nei
quadri...
- Ma bene: bene! Questo signore vorrebbe dipingere la tua capanna,
le tue pecore, i tuoi alberi. Lo vuoi anche tu? Ne hai piacere?
- Ma s, immenso piacere! Verr anche don Martino?
- S, ma per oggi  impossibile.  tardi e don Martino deve
cantare il vespro. Domani verremo a cavallo alla tua capanna.
- Oh, che piacere!
Giacomo la guardava sempre: tutto lo colpiva; dalla espressione
degli occhi al movimento delle labbra; dal colore strano dei
capelli, al pi strano accento della favella di lei.
Don Martino li raggiunse. Un'infinit di complimenti segu fra lui
e la bambina che egli chiamava "figlia mia". D'un tratto disse:
- Questo signor Giacomo  ricco, non ha figli e vorrebbe averne:
non  vero, signor Giacomo? Vuoi andare con lui, Cicytella? - e
ammicc con malizia, per far capire al pittore che Cicytella
s'arrabbiava quando le parlavano di lasciare la campagna. - Nella
sua citt, grande come tutta l'estensione di terra che tu vedi
dalla cima pi alta delle montagne, vi sono palazzi grandi come
questa stessa montagna; vi son giardini che rassomigliano all'Eden
ove Iddio pose Adamo ed Eva; vi son chiese tanto grandi che se tu
ti collochi sulla porta pi lontana non distingui quasi,
nonostante la luce immensa che vi , il sacerdote, che celebra la
messa; tanto belle che ci si domanda se realmente fu l'uomo ad
inalzarle, tanto ricche e maestose che ci si domanda se non siano
esse il vero paradiso promesso ai credenti: vi son piazze che sono
grandi come le nostre piccole pianure: vi ... vi  tutto ci che
realmente deve solo circondare le genti istruite, o che bramano di
istruirsi, come la piccola figliuola mia. L troverai professori
che t'insegneranno a suonare, che t'insegneranno a dipingere, a
render viva sempre dinanzi a te la memoria dei luoghi, citt o
paesaggi che ti colpiscono per la loro bellezza, a scrivere, a
descrivere in prosa o in versi - perch credo che tu t'intenda
anche di ci - le tue montagne, le tue pianure, le gole dirupate,
belle d'una fantastica ed orrida bellezza, le tue foreste verdi, i
tuoi poveri villaggi, tutta infine la tua povera e selvaggia
Sardegna.
Don Martino sedette sul musco di un masso, appoggi vicino il suo
bastone, si lev il cappello e lo pul col suo grande fazzoletto
azzurro a fiorami bianchi, poi guard che effetto avevano fatto le
sue parole sulla bambina.
Ai suoi tempi don Martino era stato a Roma, era giunto fino al
Papa, aveva avuto da lui un rosario che conservava come una
reliquia e, appena di ritorno al suo villaggio, poeta come era sin
da bambino, aveva composto un poema in Logudorese, narrando le
bellezze della Eterna Citt, la sontuosa maest del Vaticano e la
bont del Pontefice.
Cicytella l'ascolt attentamente, guard, sorridendo, il signor
Azzo e il signor Giacomo che non cessava di fissarla; poi, senza
scomporsi, disse:
- Don Martino, io non lascerei la mia capanna per mille palazzi...
- Neanche per vedere come son fatti? - domand Azzo.
Cicytella trasal, chin la testa e mormor: - Ma se lo so! -. E
con la sua ingenuit confess le strane idee che spesso
l'assalivano nella sua verde solitudine, come lontane ed
indistinte ricordanze che non poteva afferrare.
Ancora uno sguardo, a quelle parole, fu scambiato fra Azzo ed il
pittore, un lungo sguardo pieno d'interrogazioni e di speranze.
- Oh, se ci fosse?... - pens Giacomo. - Se ci fosse?...
Conversarono ancora a lungo con la fanciulla: fra le altre cose
Azzo le chiese se giudicava tanto male gli uomini per stare sempre
lontana da loro.
- Zio Bastiano me li dipinse a foschi colori - diss'ella con un
lampo negli occhi - ma se tutti sono buoni come quelli che conosco
io, davvero che zio Bastiano s'ingannava.
- Allora, perch persisti nella tua idea di viverne separata?
- Ma... ora ci sono avvezza! Potrebbe lei, avvezzo a vivere nelle
citt, vivere in campagna? Ma no! Le piace venirci qualche volta,
ma non restarci: anche a me piacerebbe di venire qualche volta in
queste grandi, in queste belle citt, ma non restarci!
- Oh, - esclam Giacomo dopo che Azzo gli spieg queste ultime
parole, - chiedile se le piacerebbe vivere in citt nel caso che
ritrovasse i suoi parenti, il suo babbo...
Azzo domand: Cicytella divent triste.
- Il mio babbo  morto! Io non ho parenti, non ho babbo! Oh, la
mia mamma! Spesso sogno la mia mamma, bella, pallida, bionda, la
mia mamma morta che mi dice: "Dormi, dormi, io veglio su te!".
Chi potrebbe descrivere il triste e melanconico accento delle sue
parole? Lo sguardo che sollev al cielo, limpido, sereno,
confidente, e azzurro come appunto era il cielo che s'intravedeva
tra le foglie degli elci scintillanti fra la brezza e i bagliori
del tramonto?
Il giovine tenente ne fu commosso, nonostante la sua gaiezza, la
sua indifferenza. Don Martino, l'ammon, in italiano, per non
esser ben inteso dalla bimba che non capiva se non imperfettamente
quella lingua: - Perch l'attristate cos, la mia povera
figliuola? -. Pass la sua mano tremula, col pollice e l'indice
imbruniti dal tabacco, sulla testolina di Cicytella e le chiese se
restava per la novena.
Essa rispose di s. Prima di separarsi Azzo, il pittore e don
Martino le regalarono un'infinit di dolci ed altre cosette che la
fecero andare in estasi; la baciarono, le promisero che l'indomani
salirebbero senz'altro a visitarla nel suo dominio.
A poco a poco tutti lasciarono la montagna: quando sul mare
lontano, sul confine del cielo glauco, fatto splendente dalle
fulgide sfumature color viola del crepuscolo, s'alz la luna,
grande, purpurea, Cicytella era in chiesa e pregava. E quando il
custode entr per chiudere le porte e la vide inginocchiata nel
cerchio d'ombra descritto dalla lampada tremolante, colla bionda
testina china sulla balaustrata di legno, e le disse: - Che fai
ancora qui, bambina? - ella fu per rispondergli:
- Pregavo per la mamma!
Usc dalla chiesetta, e, attraverso il bosco illuminato
fantasticamente dalla luna, ritorn alla sua capanna.
Il suo gregge s'era ritirato nella mandria assiepata dell'ovile: i
grandi cani vegliavano attentamente. Accolsero con festa la
piccola padrona, ma essa non era allegra come sempre, ma essa non
fece che passare la sua manina bruna e nervosa sul loro dorso, poi
li lasci.
Era molto triste; checch avesse detto, le parole di don Martino,
le parole di Azzo le echeggiavano ancora nell'anima, vi destavano
una bizzarra impressione. Famiglia, parenti, citt!...
Cicytella amava la sua vita silvana, pure, dopo la morte di
Bastiano, aveva sentito vaghi desideri di vivere in compagnia, con
altre fanciulle, con un altro babbo; di madre non poteva
desiderarne, perch era convinta che la sua era in cielo.
Si mise a passeggiare lungo la spianata, ove era posta la sua
capanna, con le manine incrociate sul petto, ripensando alle
parole di don Martino, rivolgendo ogni tanto uno sguardo alla sua
casa, al suo gregge, al suo cielo, d'un azzurro argenteo e
profondo, come fosse sul punto di abbandonarli.
La sua casa! S, era una casa bella e buona, fabbricata dal
muratore, col tetto rosso sul quale cresceva il musco verde-giallo
e delicato, con due stanzette e la sua buona porta e le sue
buonissime finestre. Cicytella, trovandosi ricca, aveva pensato di
crearsi una vita agiata, aveva comunicato la sua idea a zio
Francesco, senza i cui consigli non faceva mai nulla, e lui
l'aveva approvata. Aveva fatto di pi; aveva cercato lui il
muratore, aveva lui diretto i lavori. E un mese dopo Cicytella,
agli altri possedimenti aggiungeva la sua casa! Aveva,  vero,
speso assai, ma che festa quando pot affacciarsi alla sua
finestra, quando pot contemplare da lontano l'effetto pittoresco
di quella casetta grigia e rossa fra il verde del suolo e il verde
degli alberi. Ed era sua. Non contenta di ci, volle anche
ammobiliarla.
La prima stanzetta la lasci per cucina, con gli arredi della
vecchia capanna; nella seconda vi mise il suo bravo letto, la sua
brava sedia, il tavolino e gli eleganti quadretti regalati da don
Martino; e sul davanzale della finestra una cassettina di legno
con una pianta di garofani che in breve divent grandissima.
L la sua vita trascorreva felice, tranquilla, fra gli azzurri ed
immensi silenzi del bosco, solitaria, senza ricordi dolorosi del
passato, senza inutili speranze per l'avvenire. Cicytella si
sentiva forte, abituata ai lavori del pastore, contenta della sua
vita, contentissima della sua casa, dove riceveva di tratto in
tratto le sue amiche vecchie e giovani che l'amavano tanto, e alle
quali era lieta di preparare una tazza di caff; ma pure aveva
qualche volta strane melanconie, un infinito desiderio di affetti
pi forti e di compagnia durevole. Vicino a s, intorno a s,
avrebbe voluto sentire voci umane, ogni giorno, ogni momento: non
le bastava pi il mormorio del ruscello, lo stormire delle fronde,
il belare del suo gregge e il canto degli uccelli; non le
bastavano pi, no, quegli indistinti rumori che parevano
acquietarsi paurosamente quando il suono delle sue leoneddas e il
ritmo bizzarro delle sue poesie risonavano argentini e
melanconici. Finiva col ridere graziosamente di queste melanconie,
ma esse tornavano sempre, pi frequenti a misura che ella
cresceva; tanto che quella notte, ripensando alle parole di don
Martino, non poteva pigliar sonno e pi che mai rimpiangeva il suo
stato di bimba sola, senza famiglia e senza villaggio natio. Si
ritir a notte alta, quando la luna splendeva nel mezzo del cielo
e sogn la bionda e bianca figura della donna ch'essa chiamava la
"sua mamma". Senza parlare, il fantasma le addit un punto
lontano: attraverso la nebbia che velava l'orizzonte, Cicytella
cred di vedere il maestoso profilo d'una citt immensa,
bellissima: Roma! Attraverso le tende di una finestra spalancata,
di un grande e ricco palazzo, Cicytella vide un signore che
dipingeva un quadro: la montagna ove ella stava: ed in cima, fra i
lentischi velati d'azzurro, una piccola pastorella.
Il pittore era Giacomo.
Cicytella guard la donna bionda come per chiederle spiegazioni,
ma essa spar senza parlare e la fanciulla si svegli con la
strana impressione che il sogno sarebbe diventato realt.
Albeggiava e Cicytella si alz: e pensando che quel giorno doveva
ricevere una grande visita, si diede premurosamente a pulire la
sua stanzetta, la sua cucina. Poi attese impazientemente l'arrivo
di don Martino.
Don Martino e i suoi due giovani ospiti arrivarono verso le nove.
Era una magnifica giornata. Il pittore, nonostante la sua eterna e
misteriosa preoccupazione, non pot far a meno di ammirare, lungo
il tortuoso sentiero che serpeggiava pei fianchi boscosi della
montagna, le fulgide tinte del nostro bellissimo cielo, le
smaglianti ondulazioni delle lontane vallate immerse in un mare di
sole e di solitudine, e i cangianti aspetti dei boschi che
attraversavano. Gli alti alberi, dai tronchi nodosi, coperti di
musco fiorito, scintillavano al sole, sul fondo dorato del cielo,
dorati pur essi dalle prime sfumature di ambra dell'autunno.
I piccoli cavalli passavano agilmente e facilmente lungo il
sentiero dirupato, sulle felci dall'acre profumo, sul tappeto
color cioccolata delle foglie morte degli anni scorsi. D'un tratto
don Martino diede loro l'alto. Si fermarono: Azzo e Giacomo
guardarono davanti a loro, poi guardarono don Martino.
Il buon prete sorrise della loro sorpresa ed esclam:
- Ecco la capanna, ovvero il castello di Cicytella!
Figuratevi la sorpresa dei giovani! Credevano che la capanna di
Cicytella fosse come tutte le capanne dei pastori sardi, ed invece
vedevano un palazzetto in miniatura, tinto di grigio, col tetto
rosso, sotto il quale passava la brava ed elegante cornice dei
veri palazzi! E che effetto quella pianta di garofani
lussureggiante di foglie dal verde cinereo, fra cui sfavillavano i
grandi fiori color rosa orlati di velluto!
E l'ovile; l'ovile l accanto, pulito, circondato di una siepe
anch'essa verde, addossato ad un alto mucchio di massi di granito
ricoperti di muschio, d'eriche, di rovi verdi dalle more color
viola! Quanta poesia, come ragione avea Cicytella di vivere l fra
l'incantevole calma della natura e la musica degli uccelli.
Cicytella spiava l'arrivo dei suoi amici dall'alto dei massi
vicini all'ovile; appena li vide corse loro incontro. Fu baciata e
ribaciata. Quando il signor Giacomo pose le sue labbra sulla
fronte di lei, provarono entrambi una strana sensazione, che li
costrinse a guardarsi fissamente per alcuni istanti.
- Signor Giacomo - disse alfine Cicytella con semplicit -
stanotte ho sognato di lei!
E mentre aiutava Azzo a levar le selle ai cavalli, raccont il suo
sogno.
- Ma qui c' la mano di Dio! - esclam il pittore, che cominciava
a capire il cattivo italiano di Cicytella.
- La mano di Dio! - esclamarono don Martino e la bimba ad una
voce. - Ma perch?
- Perch? Il perch lo dir pi tardi... Oh, se questo  vero -
aggiunse con enfasi sincera alzando gli occhi al cielo - se questo
 vero, io, che dubitai sempre della vostra esistenza, o mio Dio,
per cui forse fui castigato, diventer il vostro pi fervido
credente, il vostro pi fervido adoratore!
- Signor Giacomo - disse severamente don Martino, tuttavia
commosso per quelle strane parole - non si deve dubitare
dell'esistenza di Dio!  peccato!  follia! Non lo sente lei forse
nell'ammirare gl'incanti della natura? Chi altri se non Lui pu
aver create tutte queste cose belle, cos perfette che, se non
altro, ci riconciliano con la vita?
Gli addit il cielo, il bosco, Cicytella. Giacomo chin
pensosamente la testa. Si convertiva? Forse...
Don Martino, per distrarlo, gli offr una presa di tabacco, che
egli si credette in dovere di accettare, poi seguirono Cicytella
nell'interno della sua casetta.
Il caff e latte era pronto.
Dopo la colazione uscirono. Giacomo fece alcuni schizzi: Cicytella
fra le sue pecore; Cicytella che, sorridendo bonariamente, faceva
il formaggio; Cicytella che si lavava al ruscello, Cicytella che
suonava deliziosamente le leoneddas... Don Martino ogni tanto lo
interrogava circa le misteriose parole che aveva rivolto a Dio, ma
egli rispondeva sempre: - Pi tardi! Pi tardi.
A mezzogiorno ritornando alla casetta vi trovarono un'altra
sorpresa: un magnifico pranzo preparato da zio Francesco. La
mattina Cicytella aveva detto al pastore:
- Oggi don Martino e due signori che vogliono conoscere la nostra
montagna verranno a visitarmi - e calc con importanza su questa
parola: - zio Francesco, volete farmi il piacere di venire da me a
prepararci il pranzo?
Zio Francesco aveva accettato. Quando Cicytella e gli ospiti erano
usciti, egli aveva ucciso una pecora. E quando essi ritornarono
trovarono la mensa imbandita al rezzo dei grandi alberi
susurranti.
Il profumo dell'arrosto e del sanguinaccio cotto fra le ceneri
calde saliva fino al cielo; il signor Giacomo trov pi deliziosi
i maccheroni preparati da zio Francesco che quelli che aveva
mangiato a Napoli; Azzo trov pi saporite le costolette preparate
da Francesco che quelle mangiate a Milano; don Martino mangi pi
ricotta in quel giorno che in tutta la sua vita, dichiarando
ch'era migliore di quella... dell'isola d'Elba... Immaginatevi la
contentezza del pastore.
Cicytella rideva sempre, saporitamente, convinta che tutte quelle
lodi venivano tributate a zio Francesco per farlo insuperbire.
- Volete venire con me a Sassari, oppure a... Firenze? - domand
Azzo al pastore. - Sarete accettato come cuoco nei primari
alberghi e sarete pagato come un generale! Volete venire?
Zio Francesco ebbe un lampo negli occhi, poi guardando Cicytella
disse: - Oh, verrei... ma, a chi lascio in custodia la mia
bambina?
Cicytella rise ancora; quel zio Francesco credeva a tutto!
Quando la tavola fu sparecchiata, quando Cicytella ebbe servito il
caff, Azzo e il signor Giacomo, sdraiandosi mollemente sull'erba,
si scambiarono un lungo sguardo. Un perfetto silenzio, l'azzurro e
scintillante silenzio degli ardenti meriggi, regnava sulla
montagna.
Il pittore provava uno strano peso alla testa, come se il sonno,
un sonno profondo e voluttuoso, lo costringesse a chiudere gli
occhi. E li chiudeva infatti, ma d'un tratto si scosse tutto,
spalanc gli occhi e si drizz a sedere. Aveva veduto Cicytella
rivolgergli uno sguardo, forse istintivo, ma l'espressione di
quello sguardo l'aveva colpito profondamente. Guard a lungo il
viso della bambina, si pass una mano sulla fronte ed esclam:
- Vieni qui, Cicytella, siedi accanto a me: e lei, don Martino,
ascolti la spiegazione delle mie parole circa l'esistenza di
Dio... -. Sorrise, accarezz le guancie della bambina, e chiamato
zio Francesco gli fece alcune domande.

Un quarto d'ora dopo ecco il bizzarro quadro che tutti quei
personaggi rappresentavano.
Giacomo era svenuto: steso sull'erba, col capo appoggiato alla
sella del cavallo, i capelli biondi e ricciuti sparsi in disordine
sulla fronte bianca e fredda come il marmo, le labbra gelide e
leggermente contratte, egli pareva morto.
Il cappello e gli occhiali erano sparsi per terra insieme a varii
altri oggetti, fra i quali una fascia, una piccola camicia, una
cuffietta ed altre vestine da bimba un po' ingiallite dal tempo,
ma riccamente e magnificamente ricamate. Tra le foglie ed i fiori
dei ricami si osservavano due lettere rosse intrecciate: V. L. Le
vestine erano quelle indossate da Cicytella il giorno ch'era stata
ritrovata da Bastiano, gelosamente conservate prima da lui poi
dalla bambina stessa.
Azzo, chino sul suo amico, pallido come lui, di gioia, d'una
profonda e sincera commozione, cercava di farlo rinvenire
applicandogli sulla fronte un fazzoletto bagnato d'acqua ed aceto.
Cicytella pareva pietrificata: appoggiata ad un tronco, i piedini
in avanti, la testolina bionda da cui era volato il fazzoletto
rigettata indietro, le dita intrecciate ad un nastro che s'era
staccato dalla cuffietta, guardava fisso il viso del pittore.
Sulle sue labbra spuntava un sorriso, nei suoi grandi occhi
glauchi spuntava una lagrima. Cercava di muoversi, di parlare, ma
non poteva.
Don Martino stava seduto. Sul suo viso calmo, su cui un ramo
sporgente proiettava una lunga penombra tremula e verdognola
striata dai fili d'oro della luce del sole, non si scorgeva che un
benevolo sorriso. Anche a lui il venticello del meriggio
scompigliava gli ultimi capelli d'argento biancastro e il suo
grande e nero cappello era sepolto fra l'alta erba giallastra. La
sua tabacchiera passava da una mano all'altra, semiaperta,
irrequieta, mobile come lo sguardo limpido e sorridente del suo
buon sacerdote.
L'avvenimento non stupiva don Martino: da lungo tempo egli lo
aveva preveduto: cos almeno pensava.
Cicytella era figlia del signor Giacomo.
Ed era stata questa scoperta a far svenire il giovine. Le
informazioni da zio Francesco minutamente date circa il misterioso
modo in cui la bimba era stata ritrovata, avevano finito col
confermare nella mente del pittore il pensiero che Cicytella fosse
una sua figlia smarrita, o rapitagli dodici anni prima. Azzo, che
aveva conosciuto la madre della bambina, sin dal primo incontro
avuto con quest'ultima era stato profondamente colpito dalla
perfetta rassomiglianza delle due donne.
Gli stessi occhi, dal bizzarro ed indefinito colore, la stessa
espressione dello sguardo, la stessa voce, lo stesso profilo, la
stessa tinta dei capelli e della carnagione! Azzo sapeva la storia
della bambina rapita e, chieste informazioni su Cicytella, era
stato da queste colpito. Allora aveva pensato di far venire
Giacomo in Sardegna, attirandovelo con descrizioni forse un po'
esagerate, ma affascinanti per un pittore di paesaggi vergini e
silvestri; e Giacomo era venuto.
La rassomiglianza di Cicytella con la moglie, aveva destato in lui
una pazza speranza, un delirio che lo aveva privato del sonno,
della pace, quasi della ragione.
E anche lui aveva sentito ingrandire la sua speranza nel sentir
zio Francesco narrare come Bastiano aveva trovato Cicytella, le
sue lunghe ed infruttuose ricerche in tutta l'isola, la ricchezza
degli abitini che Cicytella indossava.
- Zio Francesco - disse Azzo, commosso al pari del suo amico -
potete ricordarvi la forma di questi abiti, il loro colore, la
loro guarnizione, le cifre ed i ricami che avevano? Tu, Giacomo,
te ne ricorderai benissimo, non  vero?
- Oh s!
- Oh no! - disse il pastore con rammarico.
Cicytella s'alz e spar e ritorn, automaticamente, come se
operasse in sogno. Essa infatti credeva di sognare. Depose innanzi
a Giacomo un fagottino di roba e l'apr: fece vedere al pittore i
suoi abitini e lo guard ansiosamente.
Giacomo guard a sua volta ansiosamente le vesti e mandando un
leggero grido svenne.
Aveva riconosciuto gli abitini che aveva sua figlia quando era
stata rapita, quando si chiamava Luisina Viola.

Non  possibile descrivere la scena che segu quando Giacomo
rinvenne dopo il suo lunghissimo svenimento.
Si guard attorno meravigliato, non ben memore di ci che era
accaduto, e l'atteggiamento dei compagni, per un momento immobili
sullo sfondo abbagliante del cielo e dei boschi smaltato dal sole,
lo colp tanto che pi tardi ne fece un bellissimo quadro ammirato
in una delle ultime esposizioni d'Italia.
Ma quando vide Cicytella si ricord di tutto: balz in piedi,
roseo in viso, palpitante, e le tese le braccia, come se non
avesse potuto avanzare verso di lei. La bambina vi si precipit
esclamando:
- Babbo, babbo mio!... Non  vero che sei il mio babbo? S, perch
da un'ora sento nel mio cuore riempirsi rapidamente il vuoto che
vi regnava dalla morte del mio primo, ovvero del mio secondo
babbo, di zio Bastiano!... S, tu sei il mio babbo; io ti amo...
Dov' la mia mamma? La mia mamma  morta?...
Guard ansiosamente gli occhi dell'artista quasi per apprendere
pi presto la risposta, ed in essi infatti, prima che le labbra si
fossero aperte, spunt una lagrima.
- La mia mamma  morta!...
Giacomo accenn di s, poi, per appagare le insistenti richieste
di don Martino, raccont perch Cicytella gli era stata rapita. Il
vero nome della piccola era Luisina, ma rispettando la volont di
zio Bastiano, Giacomo seguit a chiamarla con quel nome sardo.
Giacomo era figlio d'una ricca famiglia romana, e solo per
vocazione, per l'amore al bello, all'arte, aveva preso lezioni di
disegno, era diventato un bravo ed anche noto pittore.
Quindici anni prima aveva conosciuto la madre di Cicytella. La
signorina Fosca M... e il pittore s'erano veduti la prima volta in
un concerto, in casa d'una ricca e nobile signora. Fosca aveva
venti anni. Bellissima, bionda, gli occhi glauchi sfolgoranti,
quella sera Fosca aveva suonato, aveva cantato, era stata
applaudita: e quella sera stessa Giacomo s'era pazzamente
innamorato di lei.
Per qualche mese il giovine non tocc che due o tre volte i suoi
pennelli, e queste due o tre volte i suoi pennelli schizzarono
sulla tela il profilo di angelo della fanciulla.
Allora Giacomo li depose del tutto, convinto che non avrebbe
trovato pi nulla in fondo all'anima sua se non quando Fosca fosse
stata la compagna della sua vita.
Ebbe a lottare con la volont della sua famiglia, perch la
fanciulla apparteneva ad una modesta, quasi povera famiglia
borghese, mentre lui era nobile e ricchissimo; ma riusc a vincere
questa volont.
Chiese Fosca in isposa. Fu accettato con gioia, tanto pi che la
fanciulla lo amava.
Otto giorni prima delle nozze la trov triste, cupa, con gli occhi
rossi di pianto, e le chiese il perch.
- Giacomo - ella rispose - temo una grande sventura.
E gli mostr una lettera anonima giuntale la mattina.
Nella lettera, fra mille parole violente, fra mille minacce le si
ingiungeva di rifiutare Giacomo.
- Ma costui  qualche pazzo - disse lui sorpreso, poi con un
sorriso: - a meno che non sia qualche amica invidiosa...
Fosca si mise a piangere mormorando:
- No, no!  un uomo, capace di uccidermi, di ucciderti, se non
obbedisco alla sua volont. Si chiama... - e disse il nome di un
giovine. - Mi ha chiesta in isposa, e poich l'ho sdegnosamente
rifiutato, cos ora minaccia di vendicarsi.
- Ma sei sicura che sia lui?
- S! Riconosco la scrittura. Lo temo... ho paura!
Giacomo la rassicur, convinto invece che quella lettera fosse di
qualche amica invidiosa; tuttavia, una settimana dopo, due giorni
prima delle nozze, ebbe lui stesso qualche timore, perch a tarda
sera, nel ritornare a casa sua, fu fermato per strada da un uomo
grande, pallido, con gli occhi neri scintillanti.
- Cos dunque - disse questi con voce bassa, ma minacciosa - lei 
deciso a sposare la signorina Fosca?
- Sicuro, fra due giorni!  forse lei che scrisse la lettera
anonima alla mia fidanzata?
- S! E son fortunato di ripetere a lei, a voce, ci che la
lettera dice. Se Fosca diventa la signora Viola mi vendicher
terribilmente. Glielo giuro...
Giacomo trasal d'ira, quasi spaventato dal feroce accento di
quelle parole, e ricordandosi dei sanguinosi insulti che la
lettera conteneva a suo riguardo, spinto da un impeto
d'indignazione, diede uno schiaffo al suo rivale; ma uno schiaffo
cos potente, cos sonoro, cos nervoso, che tutta la sua persona
fu agitata come da una scossa elettrica.
Per fortuna impugn rapidamente la sua rivoltella, altrimenti
l'altro lo avrebbe strozzato, poi si sfidarono a duello per
l'indomani, indicando il luogo e le armi.
L'indomani ebbe luogo il duello, ad insaputa di Fosca. Giacomo,
espertissimo nelle armi, fer il suo nemico, sebbene leggermente.
Da quel giorno il rivale lasci Roma, e Giacomo, rassicurato,
spos Fosca.
Nacque Luisina: pass un anno e mezzo.
Giacomo e Fosca erano felicissimi; amavano pazzamente la loro
bambina, si credevano i giovani pi beati di tutta la terra, ma un
giorno, ovvero una notte, accadde loro una tremenda sventura.
Allorch ritornarono da teatro, entrando nella stanza della
bambina per rivederla, trovarono la finestra spalancata, il
lettino disfatto, la piccina... sparita!
E la nutrice che dormiva nella camera attigua, pronta ad ogni
chiamata della bambina, non aveva veduto n sentito nulla.
Fosca, presaga del vero, era caduta in deliquio: Giacomo, con la
morte nell'anima e la febbre nel sangue aveva frugato per tutta la
casa, il giardino, la via, chiamando disperatamente la
figliuolina. Cerc nelle case attigue, ma tutto fu inutile.
Luisina era sparita, forse per sempre.
All'alba si rec alla polizia. Quando ritorn, Fosca gli porse una
lettera giunta allora allora. La giovane signora in quel momento
personificava davvero il suo nome: livida in viso, gli occhi
appannati, la fronte contratta, pareva la statua della sventura.
La lettera diceva:
"Vostra figlia  sparita, rapita da me. Inutile ricercarla; non la
ritroverete mai pi. Ella non sapr mai di chi  figlia, e
lontanissima da voi, vivr una vita di miseria e di stenti...
Perch mi schiaffeggiaste?...".
Fosca cadde malata: un mese dopo era morta. Il povero Giacomo fu
sull'orlo del tremendo abisso del suicidio e forse avrebbe
consumato questo delitto se l'idea di vendicarsi, di ritrovare la
sua bambina, non lo avesse sostenuto in vita. Anch'egli si ammal,
ma a furia di tempo e di cure guar e, sulle prime aiutato dalla
polizia e dagli amici, poi da solo, col suo denaro e la sua
energia, riprese le ricerche.
Ma, come diceva la lettera, tutto fu inutile. Per dieci anni non
ritrov il bench minimo vestigio di sua figlia e del suo
rapitore.
Allora stanco, disperato, chin il capo e per trovare un
refrigerio al suo dolore sempre vivo, ritorn, o cerc di
ritornare alla sua arte: ma i suoi ideali erano infranti. Fosca
era morta! Luisina forse era morta anche lei, o se viveva era una
vita "di stenti e di miserie". E chiss qual vita l'artista
avrebbe anche lui trascinato, nonostante le sue ricchezze, la sua
gloria, la sua famiglia e i suoi amici se un giorno sulle vette
rocciose delle montagne sarde, fra l'ellera e i lentischi sfumati
sul cielo scintillante come l'acciaio, non avesse veduto il
profilo bruno di Cicytella, i suoi occhi glauchi e i capelli
biondi come quelli di Fosca!

Un mese dopo Cicytella, irriconoscibile nel suo vestito da
signorina, di seta nera e merletto crema, coi capelli pettinati
alla moda - i capelli che sembravano cambiati di tinta, ora pi
chiara e delicata, ma sempre profumati dall'odore silvestre delle
foglie e dei fiori montani - lasciava con suo padre la Sardegna,
diretti a Civitavecchia.
Imbruniva. Il cielo limpido, immenso, smaltato dalle tremule
trasparenze del crepuscolo proiettava le sue tinte verdognole, le
sue sfumature violacee sul Mediterraneo azzurro dalle onde
scintillanti: la luna nuova cadeva sulle montagne sarde, alte,
grigie, frastagliate, striate di nebbia cerula, coi fianchi
coperti di boschi frementi alla brezza del mare: la costa si
dileguava lentamente, bruna e solitaria, e da lontano gli alti
scogli neri flagellati dalle onde argentee parevano piccoli
castelli in rovina.
Giacomo, sul ponte, conversava animatamente con altri passeggieri,
ma di tanto in tanto gettava uno sguardo inquieto su Cicytella che
china sul parapetto, il viso appoggiato alla mano, i ricci
scompigliati dalla brezza, guardava fisso il profilo dell'isola
che si allontanava, bruno ed immobile fra le onde bianche ed il
cielo glauco.
Ella cercava ancora la sua casetta, i suoi massi le sue siepi
verdi, il bosco e le rupi dalle cui cime aveva spesso guardato
questo mare che ora la trasportava a luoghi ignoti a lei, cercava
le sue pecore, i suoi cani, il suo cavallino grigio, ascoltava
attentamente se mai udiva il mormorio del ruscello, il fremito
delle foreste e il canto degli uccelli, vedeva con la fantasia il
villaggio nel cui modesto camposanto nereggiava la croce del suo
vecchio babbo, del buon Bastiano, e sussultava pensando che
nessuno pi avrebbe deposto su quella croce le corone di fiori di
musco, di rose montane e d'ellera olezzante...
Si ha un bell'essere felicissimi, vicini ad un padre che ci adora,
in viaggio verso una terra divina, fatta meravigliosa da Dio e
dagli uomini, promettente una vita di delizie, la vera vita,
ardente e piena di piaceri e di meravigliose sorprese: fa sempre
impressione, desta nell'anima una desolata malinconia il dire
addio alla povera, deserta e solitaria terra ove si  passata
l'infanzia, il lasciare per sempre i luoghi che conoscevamo in
tutta la loro estensione, in ogni cespuglio, in ogni rupe, nei
quali vagavamo liberamente, come se la loro azzurra e verde
solitudine, animata solo da noi, ci appartenesse, fosse il lembo
della terra destinato alla nostra esistenza.
Due lagrime spuntarono negli occhi di Cicytella, caddero nel
mare... Il bruno profilo dell'isola che la fanciulla considerava
come sua patria era diventato indistinto... anche i cespugli
anneriti avevano tremolato un'ultima volta sul cielo, fatto color
d'oro dai raggi della luna falcata, come per restituirle l'addio:
poi tutto era sparito.
- Addio, addio, Sardegna...
Giacomo si avvicin alla melanconica bambina.
- Cicytella - le disse posandole una mano sul capo - perch sei
cos triste, perch piangi?
Cicytella si sollev, e stese la mano verso l'isola.
-  sparita, babbo,  sparita! La rivedr forse? Rivedr le mie
pianure ondulate, le mie valli coperte di vigneti, d'ulivi, di
mandorli, di pervinche dai fiori azzurri e d'alte canne
susurranti? Rivedr le mie montagne, i miei boschi, il mio cielo?
E le mie piccole amiche? E don Martino, e zio Francesco? E la mia
casetta, il mio gregge, e... la croce di zio Bastiano?...
L'artista l'abbracci commosso: dal lampo degli occhi di Cicytella
vedeva ancora una volta che ella era una fanciulla perfettamente
buona: nell'accento delle sue parole riconosceva una fanciulla
perfettamente artista.
- Mia piccola, mia cara Cicytella - esclam - non disperarti! Ogni
autunno verremo in Sardegna. Lo promisi a don Martino, a zio
Francesco, ad Azzo che verr anche lui, lo prometto a te.
Verremo...
Allora Cicytella sorrise, e per dimostrare a suo padre che non era
triste, discese insieme a lui nella sala, e mentre una signorina
suonava il piano, ella cant una poesia in dialetto sardo.
Poi a sua volta suon le leoneddas, applauditissima...

Il signor Giacomo mantenne la promessa.
Ogni autunno Cicytella, alta, elegante, bellissima, viene nel
Logudoro e, vestita d'amazzone, seduta arditamente a cavallo,
visita le nostre valli, le nostre montagne, i nostri villaggi,
prega nelle piccole chiese dei nostri monti, canta i nostri
stornelli, parla il nostro dialetto, suona le leoneddas e chiama
la Sardegna "il mio paese".
Suo padre l'accompagna sempre.



SULLA MONTAGNA

 una mattina d'agosto. Sull'ampio cielo, chiuso dalle linee
sottili e frastagliate delle montagne, rese turchine dalla
lontananza, passano grandi nuvole cenerine, come mandre di nebbia,
che svaniscono sui lembi ancora limpidi d'azzurro.
Siamo sul sentiero che mena alla montagna, prima di arrivare ai
boschi. Nella notte ha piovuto: il terreno umido, ma senza fango,
ha preso dei toni oscuri color tabacco;  attraversato da solchi
serpeggianti lasciati dai rigagnoli, e da linee di pietruzze che
sembrano di lavagna. Grandi massi di granito, nudi, bruciati dal
sole, chiudono il sentiero. Nessun albero ancora: solo grandi
macchie di lentischio, e campi di felci dalle foglie dentellate,
ingiallite dal sole ardente.
La gente sale lentamente il sentiero, a gruppi, o sparpagliata.
V' di tutto: uomini e donne, signore e paesane dal costume a
colori fiammeggianti, con canestri ed involti: e bambini, quanti
bambini! Tutti allegri, chiassosi, perch non sono ancora stanchi.
Tutti su, su, a poco a poco, badando di non inciampare, di non
lacerarsi le vesti, di non rompersi le scarpette, volgendosi ogni
tanto ad ammirare il vasto paesaggio, ripigliando fiato.
La brezza fresca, pregna di profumi di boschi umidi, scende
dall'alto, viene a scompigliarci i capelli e le vesti.
E si sale, si sale sempre: sotto quel cielo cinereo, nella luce
opaca che vi scende, nessuna cosa, nessun colore ha una sfumatura,
un luccichio; tutte le gradazioni sono distinte, tutti i profili
sono nettamente disegnati: solo una piccola chiesa bianca, alle
falde del monte, pare che mandi delle ombre chiare intorno
intorno.
Entriamo nel bosco:  un bosco di elci secolari, grandissimi, che
ergono al cielo le loro chiome maestose, lussureggianti di
verzura, con un susurro che pare mormori una sfida a tutti gli
elementi, dalla procella furiosa dell'inverno al sole di fuoco
dell'estate.
Ci che ci colpisce vivamente all'entrata del bosco  l'inebriante
profumo che prima ci veniva leggero con la brezza:  un profumo
forte, quasi acre, come di fieno o di polvere bagnata. Certi
sbuffi paiono di sigaro, di caff versato sul fuoco, di vernice
umida: certi altri sono invece dolcissimi, come d'incenso e di
mirra bruciati.
Come sono belli e pittoreschi i grandi alberi dai tronchi nodosi
incavati, ricoperti di muschio, dalle chiome che, riunendosi,
formano una vlta mobile con tante gradazioni ondeggianti, dal
verde giallo al verde rossastro, dal verde chiaro quasi bianco al
verde scuro quasi nero! Tra le foglie dal dorso e dalle venature
grigiastre, che cambiano di tono ad ogni scossa di vento, scendono
grandi rami d'ellera con le foglie eleganti di un verde molle e
dorato, e da esse grosse gocciole d'acqua che scavano piccole
fosse dove cadono.
Ora i grandi massi di granito sono rivestiti da un mantello di
muschio e le felci sono verdi, e un ruscello passa fra i giunchi,
serpeggiante, come una trina di meandri verdognoli; ora il terreno
 coperto da alte erbe e da radici muscose di alberi. L'orizzonte
 tutto l, rinchiuso dal bosco, ove la luce piove dall'alto, come
una penombra bianca, e le gocce d'acqua tremolanti su tutte le
cose hanno un bizzarro scintillo, ma fuggente, ma cupo, come
fossero di bronzo.
Cominciamo ad essere stanchi: qualche bimbo geme, le paesane in
costume hanno sciolto il loro fazzoletto, di cui rigettano
indietro i lembi; i visi sono tutti rosei; il vento ha disfatto i
ricci delle signore.

Finalmente si  in cima! Sempre bosco: per la chiesetta, che  la
nostra meta, non  fra gli alberi, ma su un terreno arido, sparso
di pietre, di felci, di fieno secco e macchie di lentischio.
Davanti alla chiesa, in basso, vi  una casetta bianca, e dietro
il bosco.
Sull'alto del cielo passa una nuvola strana, lunga, con linee
rosse: pare un miraggio con le sue forme di cupole, di case e di
alberi. Ad est, prima di ricominciare il bosco, vi  ancora un
campo di pietre aride, un pozzo, una capanna rovinata e massi,
sempre massi di granito; poi, in fondo, all'ultimo limite
dell'orizzonte, quasi velata dall'immensa lontananza, una linea
pura, disegnata sul confine del cielo; una linea che azzurreggia
mollemente col suo colore glauco senza riflessi.  il
Mediterraneo!
Il sole brilla di tanto in tanto negli squarci del mantello di
nuvole che copre il cielo e getta un bagliore d'oro su tutte le
cose, un rapido luccichio che pare un lampo.

Entriamo in chiesa:  una povera chiesetta col pavimento
polveroso, con le pareti polverose, avvolta in una triste penombra
cenerognola nella quale si disegna il cerchio di luce rossastra
che getta una lampada ad olio; la linea bruna della balaustrata di
ferro divide l'altare dal resto della chiesa. I gradini
dell'altare sono ricoperti da una grossa stoffa a linee gialle.
A destra v' un piccolo cassettone rosso e una panca di legno
bianco. L'altare non  arredato con ricchezza, ma l tutto 
pulito, lucido, e sul davanti, ombreggiate dal pizzo della
tovaglia bianca, si notano due lettere a colori: V. M.: Vergine
Maria.
Lass la Madonnina bruna bruna sorride tra i fiori vecchi, dietro
un vetro reso opaco dal chiaro-scuro: sulla parete  dipinta una
tenda, e fiori dai colori e dal disegno sbiaditi.
C' un'ombra vagolante in un angolo:  quella di un vecchio, un
poveretto dalle gambe lunghe lunghe, col dorso ricurvo; un corpo
che vive in equilibrio, ricoperto di poveri abiti grigi.
Egli prega, con le grandi mani secche giunte, col corpo
dondolante. Un bimbo gli tira il grosso piede: egli non si muove.
Gli tira il lembo lacero della giacchetta, e non si muove neppure.
Dondola sempre: ha chiuso gli occhi: prega, pensa o dorme?

Siamo in una cumbissia (cos si chiamano le stanzette terrene che
circondano la chiesa). La stanza  lunga, irregolare, bianca. Un
pezzo di grossa tela ingiallita sta inchiodato al finestrino,
perch non penetri il vento: la luce  scialba, fumosa, pregna
degli odori caldi delle vivande: si pranza.
Di solito si pranza sempre fuori, al fresco degli alberi; ma
questa volta, poich minaccia di piovere, si  apparecchiata la
tavola dentro. Le tovaglie sono stese per terra; i piatti
scintillano come se contenessero acqua; il vino tremola e
rosseggia nei bicchieri, nelle bottiglie di vetro; colonnine di
fumo caldo si alzano dai grandi vassoi colmi di vivande. Fra le
masserizie, accanto a qualche cuscino bianco che pare damascato,
stanno grandi cocomeri dal verde lucido e cupo, dalle piccole
venature gialle, e grappoli d'uva dal verde-oro e dal nero
turchiniccio. Siamo diciassette intorno a questa mensa
democratica: nell'ombra della porta risplende un visino di bimba
pallida, bionda, dagli occhi azzurri: un tipo di madonnina, mentre
in piena luce, vicino al suo fucile dalla canna lucente, c' un
viso barbuto e bruno di pastore.

Nel pomeriggio si balla. Il cielo  ancora cinereo, la brezza
fresca passa sugli alberi, che si scuotono con un fruscio d'acqua
scrosciante. Intorno intorno stanno legati, ai tronchi, cavalli di
tinte diverse, dal nero al color caff e latte: cavalli alti ed
eleganti e ronzini dagli occhi di ciuco, semichiusi e melanconici.
Un giovine, semisdraiato fra due pietre, suona una fisarmonica
dalle note stridenti, tristi od allegre secondo i passi. Ci sono
gruppi di signori e signorini e gruppi di paesane con la bocca
schiusa al sorriso; e una fila di signore e signorine dalle alte
pettinature; un arcobaleno di vestiti, costumi, scialletti avvolti
intorno alla vita.
Le coppie danzanti per sono poche, e la polvere quasi indistinta
che sollevano i loro piedi striscianti si sperde gi, tra il fitto
degli alberi. Il cielo getta un cupo pallore sui visi, sulle
vesti; niente animazione; solo un leggero bisbiglio e il suono
della fisarmonica; e il susurro del vento che passa sull'alto del
bosco.
Ma ogni tanto passa come un guizzo di luce rosea e tremolante:
forse  il riflesso della larga e graziosa gonnellina color rosa
di una ballerina.

E si ritorna.
Siamo di nuovo nel bosco: e si scende allegramente, perch  stata
una giornata quasi noiosa. Il cielo pare una lugubre vlta di
bronzo, immobile, senza una linea che varii. Dalla cima della
montagna scendono le ultime note della fisarmonica, mentre l'eco
triste ripete il cupo brontolio dei tuoni lontani. Fra gli squarci
del bosco si vedono le cime delle montagne che chiudono
l'orizzonte, flagellate da lampi rossi che s'incrociano come lame
di spade di fuoco. Piove: eppure tutto  bello cos, perch velato
come da una garza d'argento: sembra un paesaggio lontano di cui
non si distinguano bene che le more nere luccicanti tra i rovi, e
le foglie delle felci che paiono di vetro giallo. La pioggia
passa, le nuvole si sciolgono, grandi nembi di cielo azzurro
illuminano l'atmosfera.
Un occhio di fuoco appare in lontananza.  il sole fra le nubi
che, prima di tramontare, ci manda un ultimo sorriso, un ultimo
scintillo cos vivido che pare una pioggia di diamanti. Sul
cielo, sul bosco, sulle montagne passa un bagliore di fiamma che
incanta.
Poi il sole tramonta, lasciando dietro di s un solco luminoso; un
mantello di porpora e d'argento.
E viene il crepuscolo con le sue ombre cineree: nella valle
brillano i fuochi di lontani pastori, e sul cielo, ove al raggio
del sole sparvero le nubi, appaiono le prime stelle della sera. I
cavalli scendono galoppando dalla montagna e spariscono gi come
macchie brune. I grilli mandano il loro primo strido dal ritmo
monotono, e i massi, gli alberi, le macchie di lentischio assumono
nell'ombra strane forme nebbiose, d'immensi fantasmi, di rovine,
di giganteschi nuraghes, di torri nere e misteriose. Siamo scese:
ci sediamo stanche e silenziose, ravvolte nei nostri scialli e
guardiamo la montagna, la valle, l'orizzonte. Il cielo  limpido,
la terra bruna, e su tutte le cose regnano i primi silenzi della
notte.



MEMORIE INFANTILI (Frammenti)

Infanzia!...  forse questa una parola magica e misteriosa, un
geroglifico orientale, inteso indistintamente dall'anima, dalla
mente, dal cuore, nei quali desta ricordi soavi, dolcissimi,
bench sfumati tra le nebbie del passato, e sorrisi vagolanti e
dolci come quei ricordi, e sussulti di rimpianto e dimenticanze
del presente?
Io non lo so: ci che so si  che se avessi per un giorno la penna
di uno dei nostri pi grandi scrittori, - del De Amicis, per
esempio, - io l'adopererei e rapidamente per scrivere le memorie
della mia infanzia.
Quante gradite impressioni desta in me questa parola! Ricordi di
piccole amiche e di maestre, di piccoli odii e di piccoli amori;
rimembranze della scuola, di giuochi, di gioie e di dolori;
paesaggi fuggenti, tremuli nella verde nebbia di un passato
indistinto; ricordi di figure tipiche nella loro bruttezza o
bellezza: mille ricordi, mille nonnulla che formarono l'insieme
della mia prima et; ricordi che spesso agitano la mente nelle ore
di veglia notturna, fra i misteriosi luccichii della lampada che
muore, e della luna che sorge sul profilo della montagna.

... Laggi laggi, in fondo alla memoria, vi  l'Asilo Infantile,
la prima scuola, quella scuola coi banchi a gradinata, divisi in
due parti: una per le donnine, l'altra per gli omini biondi e
bruni, belli e brutti, buoni e cattivi, la parte pi rumorosa e
pi castigata: perch l non si contentavano delle parole, ma
venivano ai fatti, consistenti in morsi, pugni, e rotoloni fra un
caos di carta lacerata e di penne in aria... E che sgridate di
maestre allora, e che fila di bimbi in ginocchio, graffiati, rossi
come tanti rivoluzionari ch'erano, pieni d'umiliazione e di
rabbia; e che risatine e che occhiate dalla nostra parte, la parte
dei deboli, delle silenziose!
Perch da noi tutto avveniva in silenzio, senza scandali e
raramente: qualche graffiatura sotto il banco, qualche urto che,
in caso di scoperta, poteva passare per involontario. Le cause
erano grosse: per un pennino, per una macchia di inchiostro, per
una castagna rifiutata... Ma le vendette erano pi grosse ancora,
pi belle... per chi poteva profittarne per la prima.
- Signora maestra, Maria mi ha mostrato la lingua!
- Maria, su, al banco alto!
Era il banco pi alto, quello delle correzioni, quando la mancanza
non era grave; e dove ci si stava sole sole.
Maria cercava di protestare, ma invano; e trottava su, dopo aver
mostrato davvero la lingua alla accusatrice con la quale diventava
nemica acerrima per tutta la mattina. Del resto si era sempre, o
quasi sempre, tranquille nelle ore della scuola, chine sui
quaderni a disegnare figurine, casette, fiori, geroglifici
inesplicabili, che ci procuravano anche essi dei buoni rabbuffi
dalle maestre.
Fu appunto per uno di questi figurini che disegnai arbitrariamente
sul quaderno di una compagna, che una volta la maestra mi mand
su, all'alto!
Non vi ero mai stata! Non potrei narrarvi tutte le meditazioni
filosofiche che vi feci, fra cui non ultima quella della mia
strana posizione sopra tutte le compagne, mentre nella qualit di
castigata ero moralmente al di sotto di tutte.
Di laggi intanto mi si lanciavano certi sguardi ironici che
mettevano in sussulto il mio cuore; poi tutta la mia attenzione
venne assorbita dall'altezza di Clelia. Clelia era la pi grande
bambina della scuola; ci sorpassava tutte e, quella mattina,
quando si alz per dire la lezione, mi sembr pi alta ancora del
solito, d'un'altezza fenomenale, esorbitante. Come faceva ad
essere alta cos?
Non riuscivo a indovinarlo, ma ero certa che Clelia aveva sempre i
punti migliori, le lodi, le carezze delle maestre e delle
ispettrici, perch... era cos alta!
Oh, bisognava che sapessi come faceva a diventarlo. Per qualche
giorno quel pensiero mi martell in testa, mi fece sognare:
interrogai le compagne di banco di Clelia, ispezionai il suolo; ma
non scoprii nulla. Allora mi venne un'idea. Domandai ed ottenni il
permesso di mettermi vicino a Clelia, e quando ella si alz per
dire la lezione, mi ficcai sotto il banco, ma nella prima oscurit
non distinsi nulla.
- Che cosa cerchi l sotto? - mi grid severa la maestra. Mi vidi
perduta, perch chi stava disattenta mentre le altre recitavano la
lezione, veniva punita: e mormorai: - Cercavo i piedi di Clelia!
- Non hanno bisogno d'essere cercati da te - esclam la maestra,
trattenendo a stento il riso.
E anche questa volta, accompagnata da un formidabile scroscio di
riso di tutte le compagne, dovetti salire in alto, dove rinnovai
le mie meditazioni. Ora per Clelia non mi sembrava pi tanto
alta!

... E nell'ora della ricreazione?
Allora s che ci si divertiva. Facevamo colazione e poi uscivamo
nel cortile, dove la fusione dei partiti, (perch nella scuola
eravamo divise in gruppi, le aristocratiche colle vestine belle e
i capelli ricciuti, le democratiche col grembiule dell'asilo e la
cuffia che si lasciava vedere sotto il fazzoletto nero a piselli
rossi), la fusione dei partiti diventava generale; un chiasso, un
cicalo assordante. Quando sorgevano battibecchi, per fortuna le
parti avverse erano sempre riconciliate da Salomoni in miniatura e
gonnella.
Oh, ditemi voi, mie antiche amiche a cui cadranno in mano queste
pagine, amiche di cui non ricordo pi quasi neanche il nome, ma
che amo ancora, o piuttosto mi ricordo ancora di aver amate con
tutta l'affezione della mia piccola anima, ditemi voi, ve le
ricordate quelle ore di gioia infantile, immensa, pura, godute fra
il sole e l'azzurro invadenti il cortile dell'Asilo, nelle ore di
ricreazione?
... O Bonaria dalle lunghe trecce nere, dagli occhioni neri
tagliati all'orientale, e tu, mia piccola e bionda Teresina, dagli
occhi ceruli guardanti sempre il cielo, voi che amai pi di tutte
le altre, voi che siete morte senza aver conosciuto i piccoli
dolori, le piccole miserie della vita dopo l'infanzia - che fanno
pi dolci i ricordi di allora - perch dall'alto dove siete non
m'ispirate come scrivere la nostra vita d'allora, i nostri
pensieri, le nostre passioni, la nostra amicizia?...
E dire che anche allora si avevano ricordi di un'et ancora pi
infantile, e si guardavano sorridendo gli altri bambini pi
piccoli, non ancora fermi in gamba, sorridendo alle loro
fanciullaggini ed ai loro spropositi! Precisamente come, quando
avr venti anni di pi, penser sorridendo ai ricordi di adesso.

... E i primi danari che vennero in mio possesso, in mio esclusivo
possesso? Quale immensa ambizione soddisfatta, quanti sogni e
progetti su quella piccola moneta scintillante, pi bella di tutte
le altre, grandi e piccole, perch mia!
Che scintillo di masserizie di stagno, di occhi di bambole dallo
smalto affascinante, che volutt di dolci color rosa, gialli,
bianchi, con la carta ricamata e raggiante d'oro e d'argento!
Ma quei miraggi svanivano tutti, e con la sparizione della moneta
si avverava un solo sogno: la bambola nuova.

... La bambola! Ecco un altro nome che non si pu staccare da
quello dell'infanzia.
Quante dilettissime figlie ho avuto!
Una intera generazione viveva nel mio palazzo: nonna, madre,
figlia e spesso anche nipote, tutte coi loro nomi, coi loro
corredi forse un po' mal tagliati e cuciti, ma ricchissimi e
sfarzosi.
Come erano felici le mie piccine! In inverno vestite pesantemente,
sedute sempre intorno al braciere, tutte affaccendate, chi con la
calza, chi col libro, chi col ricamo, sempre nel voluttuoso tepore
del loro salotto, senza mai pensare neanche alla scuola: d'estate
in villa, ove nelle ore calde passeggiavano, vestite con vaporosi
abiti all'ombra dei grandi alberi del giardino fatto apposta per
loro, e di notte si sdraiavano sulle panchine, all'argenteo
chiarore della luna, cicalando allegramente nella loro misteriosa
favella. Non so se esse mi volevano bene per tutte le cure materne
che loro prodigavo, per gli agi ed il lusso principesco con cui le
circondavo: io mi ricordo per di averle amate tutte
svisceratamente, sopra tutto quella che rappresentava sempre la
madre; la signora, la padrona di casa: era una bambola di cera,
rosea, con gli occhioni neri neri, nel cui fondo brillante vedevo
il mio viso che credevo fosse la sua anima; mentre tutte le altre
erano di legno, con gli occhi smorti.
Quella di cera era la mia favorita; le davo nomi carini, la
vestivo pi di lusso che le altre, e nei giorni di ricevimento, di
pranzo, di festa da ballo, quando intervenivano le figlie ceree
delle mie amiche, essa rappresentava la parte di padrona, mentre
le sue povere parenti erano costrette a fare le serve. Ma s che
mi amavano! Altrimenti perch mi avrebbero obbedito sempre senza
parlare, senza mormorare quando torcevo loro le braccia, le gambe,
il corpo tutto, per vestirle?
Mi amavano, e specialmente la signora, la quale per finiva col
darmi grandi dispiaceri. Poveretta! Essa si ammalava, deperiva
lentamente di una misteriosa malattia; il suo corpo si vuotava, le
sue mani, i suoi piedi si deformavano, cadevano pezzo a pezzo,
lacerandomi il cuore; il suo bel viso impallidiva, i suoi capelli
cadevano, il suo naso spariva insieme col rosso delle labbra e col
nero delle sopracciglia; solo gli occhi rimanevano vividi,
sfolgoranti, sorridenti fra tutto quello squallore; e quando, dopo
una lunga agonia, la mia bambola moriva, prima di sotterrarla con
gli onori dovuti, nel camposanto tutto ombreggiato da un elce,
vicino alle sue ave morte nelle sue stesse condizioni, io le
cavavo gli occhi e li conservavo religiosamente assieme con gli
occhi delle stesse sue ave: erano per me le anime delle mie
bambole.
... E veniva la bambola nuova, ma che tristezza nel cuore, che
vuoto, che desolazione nei primi tempi! Quella era una estranea a
cui spesso dovevo rimpicciolire od ingrandire gli abiti della
morta, e la sua fulgida bellezza non leniva che leggermente il mio
dolore. Quando finalmente, posta in religioso oblo la morta, me
le affezionavo, pur troppo, un punto nero era gi apparso sulla
punta del suo nasino!



UNA TERRIBILE NOTTE

Ardo era un bambino disobbediente.
Aveva nove anni e si trovava con suo padre nella Gallura, che 
una regione montuosa e pittoresca, al nord della Sardegna. In
Gallura vi sono villaggi ed anche citt, ma la maggior parte degli
abitanti vive sparpagliata nelle campagne, in case certo non di
lusso e artistiche come le ville, ma comode e pittoresche,
formanti microscopici villaggi chiamati, nel dialetto di quelle
forti ed ardenti popolazioni: stazzos.
Un giorno di ottobre il padre di Ardo mand il bambino ad un
villaggio vicino affinch vi comprasse una forma di cacio.
- Bambino mio, - gli disse, - la strada  corta, ma difficile, e
di notte ci si pu smarrire. Perci appena comprato il formaggio
non fermarti al paese, ma ritorna subito. Arrivederci qui a sole
alto.
Ardo promise di s, ma arrivato al villaggio, fatta la sua
commissione, pens tanto ad obbedire il padre che si mise a
giocare coi bimbi finch non tramont il sole.
Venne il crepuscolo, reso triste ed oscuro da un immenso
cortinaggio di nuvole che si stendeva lentamente all'est, e solo
allora Ardo pens al ritorno.
- Vi  ancora una mezz'ora di luce - disse fra s - ed io arriver
fra un quarto d'ora.
Lasci con rimpianto i suoi piccoli ed improvvisati amici e
cominci a trottare allegramente, col formaggio avvolto in un
fazzoletto sotto il braccio, cantarellando:

      - Candu lu soli in lu mari
      Getta li raj sereni;

ma d'un tratto si ferm, stese la manina e aggrott la fronte: poi
guard in su.
Una goccia d'acqua gli era caduta in viso, giusto sulla punta del
naso: le nuvole si erano dilatate, balzanti, color di piombo a
venature rosse, s'avanzavano sul cielo, rapidamente, come le onde
della marea spinte dalla tempesta. Solo all'occidente, dove era
scomparso il sole, dietro le alte e dirupate montagne, rimaneva
una striscia di cielo limpido, d'un verde scintillante, la cui
luce illuminava ancora il sentiero che Ardo percorreva.
Il piccino riprese la via, lesto lesto, ma senza pi cantare: dopo
cinque minuti si ferm ancora: la striscia di cielo limpido era
scomparsa e con essa la luce.
Il buio s'avanzava, la pioggia diventava fitta, grossa, il vento
cominci a soffiare impetuosamente, minacciando di spingere Ardo
in qualche burrone, in qualche macchia spinosa: il tuono brontol
fra le gole delle montagne sulle cui cime i lampi s'incrociavano
danzando una fantastica ridda di fuoco.
Sulle prime Ardo ebbe freddo, ebbe paura: temeva i tuoni, i lampi;
gli pareva che i massi, le macchie fossero, cos avvolti di nebbia
e d'oscurit, tanti grandi bobbois - fantasmi - pronti a
mangiarselo, per castigo della sua disobbedienza: ma poi si fece
coraggio e aguzz lo sguardo se mai vedesse un lume, un pastore, o
almeno una grotta per ripararsi.
Nulla... assolutamente nulla: neanche un albero!
Ritornare al villaggio? Ma se era distante quanto lo stazzo ove si
trovava suo padre! Ardo ebbe desiderio di piangere: poi pens:
- Bah! Sono troppo grande per piangere, e poi... a che servirebbe?
Riprese filosoficamente e rapidamente la via: un acre profumo di
terra e di foglie secche bagnate gli sconvolgeva i nervi pi che
l'acqua che inzuppava le sue vesti: il vento lo faceva tremare
verga a verga, i fantasmi, col crescere del buio, si
moltiplicavano, non rimanevano pi fermi, ma danzavano, correvano,
urlavano, gli venivano dietro, alle spalle.
Pareva fossero i loro sguardi a produrre i lampi; e i tuoni la
musica che li faceva ballare.
E Ardo tremava di terrore, ma visto che nessuno lo molestava da
vicino, proseguiva la via, a passi precipitosi, ansante,
inciampando ad ogni passo, pensando come mai non raggiungeva la
sua meta se era da un'ora almeno in marcia.
Ma se aveva, senza accorgersene, smarrito il sentiero?
Come Dio volle arriv ad uno stazzo.
Batt forte: una testa apparve al finestrino illuminato, ma una
testa cos sconfortante, dal profilo adunco, dagli occhi cos
piccoli e cattivi, che Ardo ne ebbe paura. Era donna o uomo? Aveva
s il fazzoletto in testa, ma fra lei e il finestrino Ardo vide
anche luccicare la canna d'un fucile.
- Chi va l?
Ardo raccont la sua storia: la vecchia guard fisso sotto il
braccio del piccino, poi sparve dalla finestra.
E la porta fu aperta: Ardo entr in una cucina ampia, nera come
l'inferno, poveramente arredata. Il fuoco ardeva nel focolare di
pietra, un paiolino nero nero bolliva tra le fiamme; e tre altre
donne stavano intorno al focolare, sedute coi piedi in croce:
preparavano la cena. Erano giovani ed anche belle, ma guardarono
Ardo con un viso cos strano che il disgraziato si sent crescere
ancora l'agitazione dei nervi.
Pure lo fecero gentilmente sedere su uno sgabello, vicino al
fuoco, gli asciugarono le vesti e gli chiesero se aveva fame. A
quella domanda Ardo trasal.
Perbacco! S'accorgeva per la prima volta che quella che egli aveva
qualificato per "agitazione di nervi" non era altro che un
formidabile appetito...
- Ma s!... - disse arditamente.
- Qui bollono i maccheroni, - disse la vecchia, - ma abbiamo
appena il formaggio per condirli per noi quattro. Siamo gente cos
povera...
Cos dicendo rivolse un lungo sguardo al magnifico formaggio che
Ardo aveva deposto per terra accanto a s; ed egli intese il
desiderio della vecchia: disse quindi, dopo qualche esitanza,
vinto dai consigli del suo stomaco vuoto:
- Prendete pure un pezzettino del mio...
La vecchia non si fece pregare. Prese tutto il formaggio e
cominci a grattugiare...
Le altre parlavano fra di loro: Ardo guardava la vecchia con
inquietudine. Non era pi per lui solo il formaggio che quella
strega grattugiava, no, era per tutti: oh, si faceva dunque pagare
l'ospitalit?... Che avrebbe detto il suo babbo?
E la vecchia grattugiava... grattugiava sempre...
Ma aveva dunque intenzione di non lasciarne proprio nulla?
- Buona zia, - fece Ardo, guardando sempre il suo formaggio che
si... squagliava, - ma credo che quello basti...
- Ancora un po' - disse la vecchia.
Seguit inesorabilmente a grattugiare, mentre Ardo, maledicendo il
momento in cui era entrato in quella casa, si sentiva tentato di
strapparle il formaggio, la grattugia ed anche i capelli...
Alla fine, quando non rimaneva che un terzo del formaggio, la
vecchia smise la sua faccenda: e i maccheroni furono copiosamente
conditi a spese di Ardo, senza che apparisse neanche per sogno il
formaggio della vecchia.
Fu apparecchiata la tavola... per terra. Con immenso stupore Ardo
vide che le cinque porzioni fatte dalla vecchia erano una pi
piccola dell'altra, e pens:
- Stiamo a vedere che, dopo ci che  accaduto, mi dia la parte
pi piccola, quella strega!...
Decise di protestare in tal caso, ma la vecchia, mettendosi le
mani sui fianchi, gli domand severa:
- Sei Gallurese?
- Niente affatto - disse Ardo con dispetto.
- Allora non sai le nostre usanze?
- Niente affatto! - ripet Ardo sempre con dispetto: e stava per
aggiungere: "Belle, le vostre usanze... ladre": ma non lo fece; e
la vecchia riprese:
- Allora devi sapere che prima di cenare da noi si... salta!
- Oh, oh, oh! - esclam il bambino, ridendo suo malgrado.
- Ma sicuro! Si salta dal centro della cucina in direzione della
porta: chi fa il salto pi lungo piglia la pi grossa porzione...
- Quando  cos - pens Ardo - vuoto e leggero come sono, far
certo il salto pi lungo.
Si alz: la vecchia apr la porta, perch?... Ardo non se lo seppe
spiegare, ma salt... salt cos agilmente, con tanto slancio e
passione che and a cadere due metri fuori della porta.
Rimase stordito, poi si accorse che pioveva sempre e che... la
porta era stata richiusa! Si avvicin, la spinse, ma non pot
aprirla e sent che dentro, le donne mangiavano e bevevano
allegramente.
- Belle burle! - pens picchiando nuovamente.
Non aprirono: anzi raddoppiarono le risate.
- Ma aprite, aprite! Son tutto bagnato! Ho fatto il salto pi
lungo!
Le risate scoppiarono di nuovo, ma la porta rimase chiusa. Ardo la
spinse con le spalle, gridando:
- Oh, oh, fate sul serio! Restituitemi il mio formaggio!
- Vattene via - disse la vecchia - o se no le prendi.
- Mio Dio, mio Dio, che cattiva gente!
Prese una manciata di ciottoli e cominci a sbatterli alla porta e
alla finestra.
- Vattene via! - ripet la vecchia, sempre mangiando.
Ardo prosegu l'assalto, ma d'un tratto si ferm, colto da
terrore.
Alla finestra era ricomparsa la vecchia, con gli occhiolini
scintillanti, col fucile teso.
- O te ne vai o ti sparo!
Figuratevi lo spavento di Ardo, che prese sul serio la minaccia.
Lasci andare l'ultimo ciottolo in direzione della finestra, sul
nasone della vecchia, e, come dice la canzone:

      Via per dirupi e balzi marcia coi venti al par...

... E corse, corse, per quasi un'ora, non pi inseguito da
fantasmi, ma dal ricordo del fucile la cui vista lo aveva fatto
fuggire, e del lungo ed adunco naso di "quella strega".
Uno strano suono, vibrante nell'aria umida, trasportato dal vento,
lo fece finalmente fermare. Ascolt attentamente e s'avvide che
era il rintocco d'un orologio che scoccava le ore: aguzz lo
sguardo e riusc a vedere su un'altura il nero profilo di qualche
casa fabbricata fra i massi frastagliati che dominavano per un
lunghissimo tratto la valle inondata dall'acquazzone, e il profilo
di un campanile piccolo piccolo, nero nero.
- Una chiesa! Un villaggio - esclam Ardo rianimandosi e
riprendendo fiato. - Se mi vi riparassi? Forse non avendo pi con
me quel maledetto formaggio, vi sar ospitato... lealmente!
Si fece animo, sal a stento, ansante, bagnato sino alle ossa,
stremato di forze, la piccola, ma dirupata china, e batt alla
prima porta che trov, accanto alla chiesa.
Venne ad aprire una donna: Ardo non ne fu contento, perch ormai
aveva poca fiducia nelle donne: pure, vedendola giovine, grassa,
rossa, con due occhioni che pareva leggessero in fondo all'anima,
le espose le sue sventure.
- Don Marco, - ella disse con voce grossa, rivolgendosi
all'interno, - v' qui un monello che chiede l'elemosina... Ma che
brutto vizio battere alle porte altrui alle nove ore! Mi sento
tentata di dargli una... pedata...
Ardo divent rosso d'ira, d'umiliazione, e se ne sarebbe andato
per dimostrare a "quell'altra strega" che lui non voleva punto
l'elemosina, se una voce dolce, tremula, non avesse detto:
- Sei di malumore stanotte, Andriana! Sar qualche povero bimbo
smarrito. Fallo entrare subito!
La porta si apr del tutto e Ardo entr, levandosi il berretto
bagnato. Anche questa era una cucina, ma una cucina cos
deliziosa, piccola, pulita, con le pareti bianche coperte di
casseruole di rame scintillanti al riflesso del lume e del gran
fuoco che crepitava nel caminetto, che pareva un salotto.
Un prete, un vecchio prete piccolino piccolino, tutto roseo sotto
una parrucca bionda che faceva a schiaffi con le infinite rughe
del suo viso, era mollemente seduto su un seggiolone di legno col
fondo di paglia, davanti al fuoco. Aveva le scarpine con le
fibbie, e indossava una specie di frack.
Un grosso gatto dormiva ai suoi piedi. Quando entr Ardo, don
Marco depose il giornale che leggeva, depose gli occhiali, e lo
guard.
- Oh, povero piccino - esclam con compassione. - Vieni vicino al
fuoco.
Ardo non si fece pregare: raccont ancora una volta la sua storia
e mise in curiosit don Marco, e specialmente Andriana, circa la
vecchia che "l'aveva fatto saltare".
Poi don Marco ordin alla serva di spogliare il ragazzo affinch
la sua giacchetta, i suoi pantaloni, le sue scarpe e il suo
berretto fossero bene asciugati al fuoco: nel mentre Ardo avrebbe
indossato una giacchetta e un paio di scarpine di don Marco.
Andriana obbed subito, trattando Ardo con somma attenzione e
cortesia: era forse per riguardo al suo padrone? Ardo non seppe
dirselo, ma osserv che Andriana, da qualche minuto, lo guardava
fissamente, gli sorrideva, gli si mostrava gentile quanto prima
villana: pure vi fu un momento che mancando di nuovo al galateo
diede in una formidabile risata all'indirizzo di Ardo.
Ma questa volta Ardo non si offese, anzi rise anche lui, rise
anche don Marco.
Andriana l'aveva spogliato, gli aveva tolto anche le calze; poi
gli aveva messo un paio di calze di lana nera e un paio di
scarpini con la fibbia che gl'ingrossavano enormemente le gambe e
i piedi: e invece della giacchetta, una specie di frack a coda di
rondine che davanti lasciava vedere tutte le gambe di Ardo dal
ginocchio in gi, e dietro gli veniva assolutamente a strascico; e
infine in testa una calotta nera di don Marco che gli scendeva gi
delle orecchie...
Se Ardo, su quella calotta avesse avuto un po' di cipria, se il
frack fosse stato un po' pi corto e attillato, sarebbe sembrato
un cavaliere della Corte di Luigi XVI; per allora rappresentava
una cosa cos strana, cos ridicola, che lo fece ridere tanto da
scordarsi persino la fame - ormai era fame davvero - che lo
tormentava.
Passata l'ilarit, don Marco pens anche a ci e fece dare ad Ardo
un piatto di fagioli al burro: ad Ardo non erano mai piaciuti i
fagioli, pure quella notte, le quattro o cinque porzioni che
divor, gli sembrarono portate divine. Don Marco fin di leggere
il giornale e si ritir. Andriana stese avanti al caminetto una
stuoia, invit il piccino a coricarvisi, non avendo in casa alcun
letto disponibile, e si ritir anch'essa. Ardo si stese sulla
stuoia.
Fuori imperversava sempre la bufera: Ardo pens a lungo
all'inquietudine del suo babbo che l'aspettava, che forse lo
ricercava con l'angoscia nel cuore, credendolo morto; ma alla
fine, vinto dalla stanchezza, fin col chiudere gli occhi,
mormorando:
- Oh la disobbedienza... la disobbedienza!...

Quanto tempo dorm?... Probabilmente molto poco, perch quando si
svegli il fuoco ardeva ancora vivissimo nel caminetto. E alla sua
luce vide, china su lui, la grossa Andriana che l'aveva scosso per
svegliarlo. Aveva in mano una lanterna e accennava ad accenderla.
- Cosa volete? - disse Ardo. - Perch mi svegliaste?
- Eh, per chiederti di aiutarmi in una faccenda che m'ero scordata
di ultimare.  un momentino, e siccome non sono ancora le undici,
cos potrai dormire di nuovo, per tutta la notte...
- Son pronto! - rispose Ardo bench in fondo sentisse una vaga e
misteriosa inquietudine causata dal tono bizzarro che Andriana
dava alle sue parole.
- Ah, bravo! Eppoi, saresti contento domani di portare a tuo padre
il formaggio di cui ti aveva incaricato, dicendogli semplicemente
che, avendoti colto il temporale, ti riparasti, durante la notte,
qui?
- Contentissimo! Ma questo formaggio?
- Te lo dar io, basta che mi aiuti in questa faccenda.
- Eccomi dunque qui! - disse Ardo alzandosi, pronto, contento
davvero della strana promessa.
Andriana accese la lanterna.
- Vieni, - disse, -  qui, in una stanza attigua. Non far
rumore... potresti svegliare don Marco!
Ardo, ingenuo com'era, non fece pi alcun caso del mistero con cui
Andriana si circondava, pensando che quella famosa faccenda fosse
qualche faccenda domestica; ma quando, dopo aver attraversato un
andito e una stanza che assomigliava ad una sagrestia, si
fermarono nell'interno d'una povera chiesa, e Andriana, senza mai
dirgli nulla, si chin in un angolo e lev dal suolo una lastra di
pietra, tanto grande da lasciare un vuoto in cui potevano passare
due uomini... Ardo divent bianco bianco e indietreggi con
spavento.
Aveva riconosciuto quell'angolo, quel sotterraneo.
Era una tomba! Vicino alla colonna ove Andriana aveva appiccata la
lanterna stava un cesto, un largo cesto a cui era attaccata una
fune.
Impossibile descrivere con vere tinte quel lugubre quadro: Ardo
cos stranamente vestito, cos spaventato, Andriana che levava la
lastra dalla tomba, l'arco della chiesa illuminato dalla luce
tremula e violacea della lanterna appesa sotto un quadro vecchio,
nero; la colonna scintillante al riflesso di quella luce, il suolo
lambito da lunghe e tremule striscie di penombra, d'ombra e di
luce, a guisa di ventaglio!
- Ma che cosa  questa... faccenda?... - domand Ardo con terrore
sempre pi crescente.
- Hai paura? - chiese Andriana, accarezzandolo. - Ma che pazzo che
sei. Non hai temuto i fantasmi della valle, non la bufera e tremi
qui? Ecco di che si tratta: oggi, qui, hanno sotterrato una
signora, una giovine dama, ricchissima, nobile, sposa... L'hanno
appunto vestita da sposa e nel dito anulare della mano destra le
misero un anello coi diamanti, che vale almeno mille scudi.
- Mille scudi? - disse Ardo riprendendo animo. - Ma  gente pazza
quella l...
- No,  gente ricca, gente che spende pi lei in un pranzo che io
in tutto l'anno!
Ardo cap finalmente ci che Andriana voleva fare.
- Ah, voi volete che io scenda nel sotterraneo, le levi l'anello e
ve lo porti su?
Gli occhioni di Andriana scintillarono vivamente.
- Ma bravo, bravo, bravo, come sei intelligente!  appunto ci che
voglio da te! Scenderai in questo cesto - il sotterraneo  alto
appena due metri - piglierai con te la lanterna, leverai l'anello
e risalirai, ed io ti dar una grandissima forma di formaggio.
Ardo ebbe un sorriso: un magnifico sorriso che esprimeva ribrezzo,
disprezzo, superstizione.
- Io non discender - disse, allontanandosi ancora di un passo.
Andriana gli afferr le mani, con un moto d'ira, e mormor a denti
stretti, frenandosi a stento:
- Perch non scenderai?... Dovevi dirmelo prima, in cucina, che
non t'avrei preso con me. Ora devi scendere...
- Voi non mi diceste nulla... - mormor Ardo tremando anche lui -
non sarei venuto... La dama, la morta non mi lascer uscire dalla
tomba... Mi manger.
- Se  per ci - disse Andriana ridendo - non temere punto. Donna
Antonina non si muover; ma nel caso le venga il capriccio di
destarsi dal suo ultimo sonno, allora tu aggrappati bene alla
corda che io ti tirer su subito. Se poi donna Antonina non vorr
lasciarti uscire, oh, allora ci sono io, vedi, non li vedi dunque
i miei pugni?... Su, via, piccino, non temere di nulla...
- No! No! Io ho paura. Io non scender... voglio andarmene...
lasciatemi andare... siete peggio di quella strega che mi fece
saltare i piatti...
Ardo cerc di svincolarsi dalla stretta della serva, ma non pot,
e apr la bocca per gridare.
- Bambino, ti dar dieci, cinquanta lire.
- No, no! Il formaggio, il denaro cravaebollu in s'ocru! [2] ...
Io non scender!
- Ti dar cento lire.
- Nulla, non voglio nulla! Io non scender.
Andriana perd la pazienza: lo prese per la vita con un braccio,
con una mano gli chiuse la bocca, e lo libr al di sopra della
tomba spalancata, dicendogli con furore:
- Bada bene! Devi scendere con le buone, altrimenti ti butto l
dentro, richiudo e... non uscirai pi... te lo giuro...
Poco manc che Ardo non svenisse. Si calm a poco a poco, ed entr
nel cesto dicendo:
- Calatemi pure. Ma se donna... come si chiama?... si sveglia,
grider tanto che accorrer tutto il villaggio. Ve lo giuro
anch'io.
- Non aver paura. Vedrai che no.
Diede la lanterna al ragazzo, e presa la fune la cal lentamente
nel sotterraneo, mentre Ardo mormorava:
- Nostra Signora bella! Nostra Signora de su Chelu!...
- Bada bene - gli disse Andriana china sull'orlo dell'apertura -
la cassa non  inchiodata, ma chiusa a chiave. La chiave d'argento
 ancora nella serratura, girala, alza il coperchio e... piglia
l'anello.
Ardo arriv! Fece come Andriana gli disse. La morta era vestita
con uno splendido costume gallurese e aveva in dito il ricco
anello che Ardo prese, quasi senza toccarla, livido in viso,
pauroso che ella si svegliasse. Quando ebbe richiuso la cassa,
ripose l'anello in un taschino della sua ridicola giacchetta, e
alz la testa. Andriana era sempre l, china, fremente, rossa, con
gli occhi fiammeggianti nell'ombra... Ardo ebbe pi paura di lei
che della morta; rientr nel cesto e mormor:
- L'ho preso... Tiratemi su.
Andriana non rispose subito, e la risposta che diede fece gelare
il povero ragazzo.
- Metti l'anello nel cesto... io l'esaminer... puoi esserti
sbagliato... poi rimander il cesto e risalirai.
- Oh, mamma mia - disse Ardo fra s - sta a vedere che l'idea di
questa ladra  di pigliarsi l'anello, poi richiudermi qui dentro,
per tema che io sveli la sua cattiva azione, come certamente far.
Me ne infischio io del suo formaggio.
- Ma se non ne aveva altro di anello! - esclam a voce alta.
E l cominci una seconda disputa; Andriana voleva vedere prima
l'anello, adducendo mille ragioni che non reggevano punto. Ardo
diceva:
- Vengo anch'io! Se l'anello non  quello, ridiscender.
Andriana lo minacci di richiudere la tomba. Ardo si mise a
gridare a squarciagola... Andriana divent furente; lasci calare
la corda, richiuse la tomba e se ne and!
Ardo grid lungo tempo, chiedendo aiuto e misericordia, grid come
un dannato, finch ebbe fiato, ma nessuno comparve, nessuno
sarebbe mai pi comparso; si vide perduto, sepolto vivo, destinato
a morire di fame dopo una lunga e terribile agonia, e cadde seduto
sulla cassa, stringendosi il capo fra le mani, col sangue bollente
di febbre, con la gola arida, gridando:
- Mamma mia! Mamma mia!...
La lanterna si spense... Allora fra il lugubre e nero buio della
tomba, davanti ad Ardo, si rizz una figura spaventosa, coi
capelli irti, con la fronte marchiata da una parola di fuoco, e
sorridendo diabolicamente, disse:
- Eccomi qui, figlio mio!
Ardo svenne... Sulla fronte della donna aveva letto un nome:
Disobbedienza!

... Quanto tempo rest svenuto? Probabilmente molto tempo, perch
quando i sensi si risvegliarono completamente in lui, sent una
voce bassa, grossa, che diceva:
- Suonano le due...
Ricordandosi dov'era, Ardo ebbe un brivido d'orrore e apr la
bocca per chiedere nuovamente aiuto, ma dalle sue labbra gelide,
aride, dalla sua gola chiusa, non pot uscire una parola. Guard
in alto.
La tomba era nuovamente aperta, e chini su quella bocca ampia e
nera Ardo vide tre bruni profili: erano tre profili di visi
d'uomini dagli occhi scintillanti, dalla barba nera, tre profili
duri, ma perfetti, nervosamente disegnati.
Che cercavano? Venivano forse a liberare il povero piccino? Sulle
prime cos credette Ardo, ma dopo qualche parola scambiata fra
loro dai tre uomini, si accorse che erano tre ladri, tre banditi
forse, tre violatori di sepolcri, introdottisi furtivamente nella
chiesa per spogliare, come Andriana aveva anch'essa tentato, la
ricca dama morta.
- Se parlo, costoro sono capaci di fuggire, di richiudere la tomba
e lasciarmici. Mi crederanno uno spirito.
- Chi di noi scende? - chiese una voce. - Tu, Simone, sei
abbastanza alto per calarvi senza aiuto...
- Io? - disse un'altra voce dopo un momento di lugubre silenzio. -
Io non scender punto...
- Ma perch? - domand la terza voce.
- Temo i morti e specialmente la morte...
- Tu scherzi? - ripet la terza voce, tremando leggermente.
- No, ma ho abbastanza peccati perch possa avventurarmi in questa
tomba, donde donna Antonina pu farmi calare... all'inferno.
- O salire al cielo... - disse la prima voce, ironicamente. -
Scendi tu, Badore...
- Io? - rispose la terza voce, dopo un lungo momento di silenzio.
- Anch'io temo la morte, anch'io...
- Possibile che siate tanto vigliacchi? - interruppe il primo,
pestando i piedi.
- Vigliacchi? - dissero gli altri due con furore. - Non temiamo
nessun vivo, ma i morti... vedi, li temi anche tu, Gianmaria...
Scendi un po' tu.
- Io? - disse questi dopo un lunghissimo momento di silenzio. -
Sono cos piccolo... non arrivo gi...
- Ti legheremo una corda sotto le ascelle - dissero i due - a meno
che anche tu non sii un vigliacco...
Gianmaria non rispose. La scena era cos comica nel suo terrore,
che Ardo sorrise.
- Sei vigliacco anche tu? - esclamarono gli altri ridendo.
Gianmaria si sent forse troppo offeso da quel riso, perch disse
con dispetto:
- Vigliacco?... Ebbene, scender per dimostrarvi che non temo n i
vivi, n i morti.
- Le morte, le morte, caro mio... - mormor Simone legandogli la
corda sotto le ascelle.
Poco dopo Gianmaria scendeva nella tomba mormorando: - Tenete bene
la corda; dammi il lume.
- Ecco il lume. Non temere; donna Antonina non ti trasciner punto
all'inferno.
Cal, cal lentamente... D'un tratto un grido usc dalla tomba, ma
un grido cos potente, un urlo cos straziante, cos pieno di
terrore e di spavento che i due banditi si sentirono gelare: trem
la vlta della chiesa, quasi colta anch'essa dalla paura.
I due banditi tirarono, come mal poterono, il loro sciagurato
compagno, e quando, attaccato fortemente ai suoi piedi, videro
uscire dalla tomba un piccolo omino tutto nero, col viso livido,
contratto da un riso strano, infernale, con una calotta da prete
in capo, che appena arrivato su, si sciolse dalle gambe di
Gianmaria e balz in mezzo a loro, si misero a urlare anch'essi e
fuggirono come lampi, gridando a squarciagola:
- Il diavolo!... Il diavolo!... Il diavolo!...
Gianmaria, pi morto che vivo, con la corda sempre legata, li
segu, deciso di credere anch'esso ai morti.
E Ardo rise di tutto cuore, come non sperava pi di ridere, poi
usc fuori anche lui.
Il villaggio si svegliava, desto da quelle grida; molti lumi
apparivano in vicinanza della chiesa; Andriana aveva spalancato la
porta.
Allora Ardo si allontan anch'esso dal villaggio, correndo verso
la campagna, pazzamente allegro per essere scampato da quella
terribile morte. Non pioveva pi, ma sul cielo correvano ancora le
nubi, fra i cui squarci la luna proiettava di tanto in tanto un
pallido e triste raggio sulla campagna fangosa, devastata dal
vento che soffiava sempre.
Ardo riprese la sua corsa notturna, e, sembrandogli di essere
inseguito dalle genti del villaggio, galoppava come il Ruello
della leggenda di Giovanni Prati.

      Portateci a volo, bufere dei ciel...

E trascinava a stento le sue, ovvero le larghe scarpine di don
Marco, attraverso i ciottoli e il fango. Il vento allargava le
code di rondine del suo frack, le faceva svolazzare fin sopra il
suo capo, e cos, allargate, svolazzanti, nere, parevano due ali.
Ardo sembrava un uccello, un grande uccello di rapina, vagante
nella notte, in cerca di uomini uccisi dalla bufera.
Quando si credette lontano ben bene dal villaggio pens di
riposarsi un poco... dove? Non certo in una casa, in uno stazzo...
oh, no, no, mille volte no. Conosceva abbastanza la cattiveria
della gente.
Ma bisognava pur cercarsi un rifugio, tanto pi che ricominciava a
piovere. Si guard attorno e balz allegro in piedi.
Aveva veduto vicino a s un recinto di alveari, grandi, solidi,
alcuni dei quali vuoti. Ne scoperchi uno, il pi grande, vi si
pose a sedere dentro, lo richiuse ben bene.
- Qui almeno nessuno mi molester...
La pioggia riprese fitta fitta, ma neppure una goccia venne a
bagnarlo. Era cos stanco che fin col chiudere gli occhi,
pensando:
- Ecco, la disobbedienza mi ha trasformato in ape...

Ahim, neanche questa volta pot dormire.
Una voce lo svegli, lo spavent: era la voce di Gianmaria.
Diceva:
- Per santa Maria, che spavento, che orrore, tremo ancora come una
foglia... Credete che fosse proprio davvero il diavolo? Oh, se mi
viene fra le mani, uomo o diavolo, quell'omino la pagher cara.
- Dov' la nostra capanna? Non vedo la nostra capanna! - esclam
Badore con voce burbera.
-  ancora lontana - rispose Simone, poi vedendo gli alveari,
esclam: - Ecco qui degli alveari... io ne cercavo appunto, uno
almeno.
- Perch?
- Ne ho tredici e quel numero mi dispiace: prender uno di questi
per far sparire quel numero.
- Sempre superstizioso tu!
Simone non bad a queste parole, si avvicin agli alveari e li
esamin tutti.
- Ecco il pi grande, piglier questo; oh, come  pesante! La
pioggia ha ingrossato il sughero...
Cos dicendo si caric sulle spalle l'alveare che conteneva Ardo.
Per Ardo quello l fu il momento pi terribile di quella terribile
notte. Aveva ben inteso le parole di Gianmaria e sapeva che questi
era capace di ucciderlo.
Si ficc disperatamente le mani in tasca mormorando: - Oh, la
disobbedienza... la disobbedienza - e in fondo vi trov una
piccola forbice dalla punta acutissima che gli fer la mano.
Invece di piangere sorrise a quel dolore acuto e accarezzando la
forbicina pens:
- Ho detto d'esser diventato ape: perch non faccio le mie
funzioni?
Introdusse la punta della forbice in un foro dell'alveare e punse
forte il collo di Simone.
- Perdinci! - esclam il ladro deponendo a terra l'alveare e
passandosi una mano sulla piccola ferita - si fanno rispettare
codeste api.
- Oh, oh! - fece Badore che nervoso e irritato com'era non sapeva
con chi pigliarsela. - Simone non teme n i vivi n i morti e teme
le api!
- Hai voglia di scherzare, stasera, Badore. Ebbene, fammi il
piacere di pigliar tu, un momento sulle spalle l'alveare...
Badore lo prese: seguitarono a camminare. Ardo punse nuovamente,
ma Badore non si diede per inteso, punse pi forte e provoc un
brivido per le spalle ampie del bandito, punse pi forte ancora, e
Badore fin con lasciarsi scappare l'alveare gridando:
- Per tutti i diavoli! Simone, ti do ragione.
- Vogliamo abbandonare l'alveare?
Prov a pigliarlo Gianmaria, ridendosi dei suoi compagni, e soffr
a lungo le punture di Ardo-ape, ma alla fine anche lui gett gi
l'alveare e prosegu coi compagni la via.
Quando sparvero di nuovo Ardo usc, pesto, malconcio dalla sua
stanza di sughero, pensando:
- Se mi trovano qui possono accusarmi di aver rubato l'alveare e
possono benissimo imprigionarmi... Ma grazie, grazie tante. Non ci
mancherebbe altro!
La pioggia era nuovamente cessata. Grandi lembi di cielo azzurro,
indorati dalla luna, illuminavano la triste solitudine della
montagna e della vallata.
Ardo si riallacci ben bene le scarpine di don Marco e prese la
via opposta a quella presa dai banditi, in cerca di uno stazzo,
non per entrarvi, ma per chiedere d'indicargli la via che
conduceva allo stazzo donde era partito.
Cammina, cammina, cammina, vide alla fine due muri screpolati,
neri, coperti da un tetto di siepe e di pietre: li credette la
capanna di qualche pastore, e v'entr. Ma vide ch'era una capanna
rovinata. C'era soltanto una vecchia botte in un angolo ed in un
altro un gran mucchio di fieno secco sul quale si sedette per
riposarsi.
La calma pi perfetta regnava ora al di fuori: il cielo diventava
sempre pi limpido, e solo il muggito del torrente ingrossato
dalla pioggia, interrompeva il silenzio della notte che sfumava. E
Ardo, vinto dalla stanchezza, dalla febbre, cullato da quel
monotono mormorio, si stese quasi automaticamente sul fieno della
deserta capanna e chiuse gli occhi, domandandosi se tutto ci che
gli accadeva non fosse un sogno.

... Ahim, neanche questa volta pot dormire.
Una voce lo svegli, lo spavent: era la voce di Gianmaria!...
Diceva:
- Ho una fame da lupo. Accendiamo presto il fuoco, arrostiamo la
carne e mangiamo, poi dormiremo.
- Ecco la legna, ma i miei fiammiferi sono umidi, si spengono
subito.
- Qui v' del fieno secco, - riprese la voce di Gianmaria, - ne
piglier una manata.
E si avvicin, si avvicin e mand un urlo: perch, steso sul
fieno, pallido e tremante, rivide l'omino nero, dalla calotta di
prete, dalle scarpine di prete, che s'inginocchi e mormor: -
Grazia!... Grazia!...
Quel pazzo di Ardo! Se fosse fuggito avrebbe spaventato i banditi,
si sarebbe salvato una seconda volta: facendo cos si perdeva.
Gianmaria, che sulle prime aveva indietreggiato, si mise a ridere
clamorosamente e battendo il suo pugno sulla spalla di Ardo
esclam: - Ecco qui il nostro diavolo.
Gli altri due si avvicinarono, coprirono Ardo di domande, di
esclamazioni, di minacce, ma quando sentirono le sue avventure,
fuorch quella dell'alveare s'intende, risero tanto che Ardo si
cred salvo.
Accesero il fuoco, cenarono, bevettero fin troppo, parlando sempre
di Ardo, a cui diedero da mangiare.
Il piccolo cominciava a rimettersi, ma qual non fu il suo spavento
quando Gianmaria si lev e ribattendogli la spalla gli disse col
tono pi serio del mondo: - Piccolo diavolo, mi hai troppo
spaventato, mi hai inflitto una grande umiliazione perch io possa
perdonarti... Scegli la tua morte: o sepolto vivo o pugnalato...
Ardo mand un urlo e si gett ai piedi del bandito, ma per quanto
pregasse e piangesse, Gianmaria si mostr inflessibile.
- Gianmaria, - disse alfine Ardo, come colpito da una improvvisa e
salvatrice idea, - e se vi dessi cinquemila lire mi lasciereste
vivo?...
- Cinquemila lire? Davvero che le vali, piccolo diavolo, e... a
quel prezzo potrei perdonarti. Mostrale un po'...
Allora Ardo cav dal taschino del suo frack un magnifico anello
d'oro col diamante: l'anello di donna Antonina; e lo fece
scintillare avanti agli occhi dei banditi.
Il patto fu concluso: l'anello pass nelle tasche di Gianmaria e
Ardo, ancora una volta, si credette salvo.
Per quasi un'ora i tre uomini rimasero ancora nella capanna,
intorno al fuoco, bevendo all'impazzata dalle loro grosse
fiaschette che erano zucche secche lavorate artisticamente,
dipinte, appese ad armacollo con cordoncini fatti con pelle
conciata e colorata: e durante quell'ora Ardo vide pi d'una volta
gli occhi neri ed ardenti di Gianmaria fissarlo con uno sguardo
che lo faceva rabbrividire. Tristi presentimenti gli torturavano
la piccola anima spaventata: aveva la febbre, aveva paura e si
pentiva di non aversi fatta dare la parola d'onore, la formale
promessa di esser lasciato vivo da Gianmaria.
E pur troppo i suoi presentimenti, le sue paure non l'ingannavano.
Venne l'alba: un'alba fresca e profumata di autunno. Il cielo si
tingeva d'argento, grandi sfumature metalliche, scintillanti,
tremolavano sull'oriente facendo impallidire la stella del
mattino, e la nebbia cerula delle aurore autunnali copriva le
chine delle grandi montagne azzurre. Allora i banditi lasciarono
la capanna: quando i loro passi, le loro voci si perdettero in
lontananza Ardo si alz per andarsene.
Era tutto indolenzito, pesto, lacero, pieno di fango e di spine.
Si avanz sino alla porta, ascoltando attentamente il frusco
delle foglie scosse dalla brezza, il mormorio del torrente... Che
cosa temeva?
Nulla, certo; pure, arrivato alla porta impallid mortalmente e
diede un passo indietro. Davanti a lui, con un feroce sorriso sul
viso bruno, negli occhi neri dal truce splendore, stava Gianmaria.
- Piccolo diavolo, - diceva con feroce sarcasmo, - hai creduto che
io ti perdonassi?... Oh, pazzo che sei: ho giurato che hai da
pagarmela e la pagherai...
- E l'anello?... - domand Ardo con voce spenta.
- L'anello era forse tuo? Ohib, se tu non fossi stato l ad
aggrapparmiti alle gambe, altro che l'anello avrei preso.
E intanto l'implacabile sapete che faceva? Sfondava la vecchia
botte...
Ardo cap il terribile pensiero di Gianmaria: pianse e preg di
nuovo, ma tutto fu inutile: cerc di fuggire, ma gli fu
impossibile; lott corpo a corpo col bandito, strappandogli i
capelli, la barba, graffiandolo in viso, morsicandolo come un cane
arrabbiato, ma alla fine, stremato di forze, pazzo, delirante, si
trov rinchiuso nella botte, nuovamente inchiodata, facendo le
funzioni di vino come aveva fatto quelle di ape, sepolto vivo
infine.
Grid anche questa volta, pianse, preg, ma nessuno accorse, e
disperato, convinto che doveva morire l, si ficc le mani nei
capelli mentre al di fuori il mormorio del torrente pareva dicesse
con un sogghigno:
- Disobbedienza... disobbedienza... sobbedienza... bedienza...
enza... za... a... a... a...

... Attraverso il gran buco della botte Ardo vide il cielo
imbiancarsi sempre pi, farsi splendido, smagliante: vide il sole
levarsi lontano lontano, dal suo letto di rose e d'oro, cinto di
porpora come un imperatore romano: vide le montagne indorarsi al
suo raggio: vide le foglie gialle dell'autunno, scintillanti
d'ambra come immensi fiori di ginestra, adornarsi di perle... vide
tutta la poesia dei mattini d'autunno in montagna, e pensando alla
sua posizione ridicola e disperata, pensando che doveva morire l
dentro, di fame e di dolore, os innalzare gli occhi al cielo e
pregare fervorosamente Iddio perch gli mandasse aiuto.
Le ore passavano, ma l'aiuto non veniva, forse non sarebbe venuto
mai pi; e il povero Ardo, stanco di pregare, nauseato
dall'orrendo odore della feccia disseccata che tappezzava le
pareti della sua tomba cominci a perdere i sensi.
Ma Dio grande, Dio buono, Dio giusto, non permise che Ardo morisse
in quella ridicola tomba.
D'un tratto sembr al fanciullo che la luce si oscurasse: guard
attraverso la sua microscopica finestra e sulla porta vide fermo
un grossissimo cinghiale, un cinghiale selvaggio, feroce,
dall'irto pelame a striscie brune, a striscie bianche e color
caff; gli occhi erano rossi e scintillanti...
Fu sulle prime un nuovo spavento per Ardo: il cinghiale entr
nella capanna e si diede a frugare col muso fra la cenere, tra il
fieno, grugnendo in un modo terribile: aveva fame.
- Eccomi spacciato - pens Ardo ridiventando vivo. - Il cinghiale
sfascer la botte e mi manger... Ma tanto meglio dunque! Mi
risparmier una morte ben pi crudele.
Incroci le braccia sul petto, sempre pronto a morire, e aspett.
Ma perch ad un tratto quella croce si sfece, perch le guancie di
Ardo diventarono rosee, ardenti, e i suoi occhi scintillarono di
speranza?
Aveva forse veduto venire qualcuno in suo aiuto, suo padre forse?
No: solo il cinghiale passando vicino alla botte aveva introdotto
nel suo buco la coda arricciata, l'aveva sbattuta in viso ad Ardo
facendolo fremere di spavento, poi si era ancora allontanato...
Una pazza idea, un'ultima e pazza speranza era venuta nell'anima
disperata del piccino: aspett ansiosamente che il cinghiale si
riavvicinasse, ma per alcuni minuti, che gli parvero secoli, il
cinghiale rimase lontano.
Una volta accenn ad andarsene e Ardo divent freddo freddo;
sperava tanto nel grosso animale quanto prima ne aveva avuto
paura.
Grid involontariamente: - Rimani... avvicinati!
E il cinghiale rimase, si avvicin...
Il cuoricino di Ardo batteva forte forte, come un orologio; grosse
stille di sudore gli imperlavano la fronte. Il cinghiale si
allontan di nuovo.
- Mio Dio, - esclam Ardo, - aiutatemi, ed io, s, io sar sempre
obbediente al mio babbo.
Il cinghiale si avvicin: la sua coda arricciata si introdusse
un'altra volta nel buco della botte, sferz il viso di Ardo.
Ardo afferr con ambe le mani, con tutto il resto delle sue forze,
quella coda salvatrice, e si raccomand a Dio: poi chiuse gli
occhi.
Quando li riapr era salvo: era libero!
Il cinghiale aveva urlato come un dannato, si era messo a correre
fuori della capanna, attraverso massi, siepi e burroni,
trascinandosi dietro la botte ed Ardo: e Ardo l'aveva seguito
volentieri per lungo tratto, l'aveva lasciato libero solo
allorquando s'era sentito rotolare sulla china della montagna.
Allora, naturalmente, la botte aveva finito con lo sbattersi
contro un masso e sfasciarsi: Ardo ne usc tutto pesto, malconcio,
ferito, sanguinante, con la febbre nell'anima e nel corpo, ma ne
usc.
Ringrazi Iddio e prese la via verso lo stazzo di suo padre.



LA CASA PATERNA

27 Luglio.

... A R... - mia piccola citt natia - siamo arrivati verso le
otto. Impossibile descrivere la strana impressione che provai, nel
rivedere, dopo tanti anni di lontananza, le mie campagne, la mia
valle, il mio cielo.
Appoggiata allo sportello del vagone, io non badavo pi ai miei
compagni di viaggio, intenta solo ad ammirare i paesaggi che si
attraversava.
- Signora Jole, - mi disse Matilde con premura, - si sente forse
male?  bianca bianca.
- Grazie, sto benissimo, - diss'io con un sorriso, - sar
l'imbrunire che far bianchi i nostri visi. Anche lei  bianca pi
del solito.
Oh, certo, l'imbrunire se non fa tutti i visi bianchi getta per
su tutte le anime una bizzarra melanconia, un velo di ricordi e di
speranze, di desider infiniti verso una felicit che 
impossibile raggiungere.
Io ero felice, felicissima di rivedere la mia terra natia e se
fossi arrivata nelle ore calde e lucenti del giorno, quando il
sole splendente sul cielo di oro illumina tutto, ogni masso, ogni
filo di erba, avrei anch'io riso e parlato coi miei compagni di
viaggio; ma arrivando in quell'ora mesta del crepuscolo, quando
l'ombra tremula della sera vela le cose, e d loro un aspetto di
infinita e melanconica bellezza; quando i profili dei paesaggi si
disegnano, bruni, bruni, sullo sfondo del cielo trasparente e
splendido come una lastra di smeraldo, mi sentivo infinitamente
triste: ricordavo i miei primi anni passati in quei luoghi,
ricordavo i miei parenti morti, la mia mamma, il mio babbo, morti,
dormenti nel cimitero che vedevo biancheggiare sull'orlo della
valle, il mio fratello lontano, le mie amiche che non avrei
ritrovato, che non avrebbero pi riconosciuto nell'alta, elegante
e ricca signora che veniva dalla capitale, la loro piccola e
allegra amica d'un tempo!
E il treno correva, rapido, e rumoroso, adempiendo il suo dovere
di "bello e orribile mostro" che

      I monti supera,
      Divora il piano,

mentre io avrei voluto che andasse lentamente, per lasciarmi
rivedere bene, palmo per palmo, le mie ubertose campagne, la
pianura arsa dal sole, la valle da cui salivano i primi profumi
delle notti di estate, le montagne ergentesi al cielo, verdi e
scoscese, i boschi scossi dalla brezza...
Ecco, ad un tratto il mio cuore batte forte, forte: vedo le prime
case di R... - le ultime che vidi quando partii, alle quali
diressi il mio addio - vedo i campanili, i miei poveri campanili
bruni, immobili sul fondo del glauco firmamento: i miei occhi si
velano, la mia mente  sconvolta, i miei sguardi non vedono pi
nulla di distinto, di riconoscibile.
 l'effetto del crepuscolo che cresce, o di ci che volgarmente
chiamasi pianto? Non lo so di sicuro...
Il treno fischia; i passeggieri si dispongono a scendere: fischia
ancora: ecco la stazione circondata di fiori e di gente: fischia
la terza volta: sono fra le braccia di mia zia, delle mie cugine,
di cento conoscenze che... non riconosco pi, trasformate dagli
anni. Tutti mi abbracciano e mi baciano come se io venga
dall'altro mondo.

Domani la prima visita che far sar alla mia casa paterna.


30 Luglio.

Oggi, solo dopo tre giorni ho fatto quella santa visita.
La nostra casa - dico ancora la nostra bench non lo sia pi,
essendo stata venduta da mio fratello ad un signore di R... prima
ch'egli lasciasse e per sempre la nostra citt -  posta quasi sul
limite di R... in una via deserta e solitaria, accanto ad altre
piccole palazzine, tutte circondate di orti ai quali, per i grandi
alberi che li ombreggiano, danno qui il nome pomposo di giardini,
non ostante i grossi cavoli e le cipolle che vi crescono.
Attualmente nessuno abita la nostra casa: dalla famiglia che la
possiede, ma che l'affitta ad altri, ottenni subito le chiavi, e
mi ci volli recare sola.
Trovai quasi irriconoscibile la via, allargata, selciata, pulita,
piena d'aria e di sole, ma sempre deserta e disabitata perch,
come dissi, fuori del centro; vi sono case nuove, alte, colorate:
tutto  trasformato, anche la nostra casa, s, anch'essa! La
lasciai tinta d'azzurro, vecchio azzurro a cui il tempo aveva dato
un velo di sfumature color rame e verdognole, con le finestre
piuttosto piccole dalle imposte azzurre anch'esse, coi davanzali
di lavagna e di granito: la trovo tinta a varii colori, a striscie
rilevate, tinte di giallo su fondo d'un grigio oscuro: le finestre
sono, o almeno mi sembrano, pi grandi, alcune trasformate in
balconi.
 bella, bella, non c' che dire, ma come avrei preferito trovarla
come la lasciai, vecchia, bruna, modesta. Oh, se dentro  lo
stesso, irriconoscibile, a che mi serve entrare? Sono tentata di
tornarmene indietro: ma no, ecco tre cose ancora nel loro primo
stato: mille ricordi, un palpito del mio cuore! La porta d'entrata
 ancora la stessa, grande, solida, verniciata di marrone, con lo
stesso battente, una mano chiusa di ferro con un braccialetto
d'ottone, con la stessa serratura: ecco, ecco un ricordo che mi fa
sorridere. Una volta al babbo era venuta l'idea di farmi imparare,
durante le vacanze, un po' di... latino, niente di meno! Le
lezioni le pigliavo da un professore nostro vicino, ma sin dai
primi giorni provai una noia, un'uggia tremenda nell'apprendere
quella lingua gloriosissima, antichissima, famosissima, ma anche
noiosissima. Tuttavia, non volli dispiacere al babbo col
rinunziare, per dal fondo del mio cuore, coi miei fervidi voti,
affrettavo la fine delle vacanze, contavo i giorni, e per essere
pi sicura che essi passavano li segnavo... sulla porta! Eccoli
ancora l: sono quasi novanta forellini, fatti con la punta delle
forbici, lungo l'estremo limite della porta.
Gli altri due ricordi, ovvero le altre due cose non mutate, sono
il marciapiede intorno alla casa e una panchina di pietra
addossata al muro, fra la porta e la prima finestra a pian
terreno.
Nel marciapiede vi sono trentadue lastre di pietra, le ultime
dieci pi piccole delle altre: la panchina  pi grossa da una
parte: perch mi chino, quasi involontariamente, e guardo al di
sotto? Forse per vedere se vi  ancora, crescente tra le fessure
del marciapiede, una piccola pianticella di ranuncolo campestre
che coltivai per tanti anni, di cui conservo ancora un fiorellino
secco fra le pagine di un libro che mi fu regalato appunto da una
mia piccola amica, mentre stavamo sedute su quella panchina,
godendoci il fresco di una sera d'estate, parlando del mio
ranuncolo che appassiva, pronto per a rinascere la seguente
primavera?...
Ma il ranuncolo non c'. E se vi fosse, a che servirebbe?
Mi siedo un po' sulla panchina: non passa nessuno nella via. Oh,
le belle ore che altre volte passai qui seduta insieme con le mie
piccole amiche, parlando della scuola, dei cmpiti, delle lezioni,
delle bambole, mentre Franceschino passeggiava per il marciapiede,
contando le lastre, o facendovi trottare Clam, il nostro cane
favorito, attaccato ad una carrozzella di legno su cui stava la
mia bambola coi suoi bagagli che partiva per i bagni.
Nelle piccole citt, nei villaggi, i bambini anche ricchi godono
una grande libert; non sono tenuti rinchiusi, con le ore fisse ad
una od un'altra occupazione, come lo studio, la ricreazione, il
passeggio, ecc., come nelle grandi citt: e cos noi si stava
quasi tutto il giorno davanti alla casa, coi nostri amici.
Poi entrai nella casa. Che oscurit, che odore soffocante! Apro la
finestra e nell'aprirla mi ricordo che il giorno che partii - era
un ardente meriggio d'estate - Giannina, la mia governante, dopo
avermi baciato ed augurato buon viaggio si volse vivamente come
per semi-chiudere quella finestra, ma in realt per nascondere il
suo pianto... Povera Giannina! Forse una voce segreta in
quell'istante le diceva che non mi avrebbe riveduto mai pi.
Il vestibolo comincia a dissipare le mie paure:  sempre lo
stesso, piccolo, con le pareti tinte di grigio e fiorami, qualche
mensola ed eleganti sedie di legno scuro. V' persino la stessa
lampada di porcellana verde, le stesse portiere, oramai vecchie.
Mi fermo un momento indecisa se debba visitare prima le stanze od
il piccolo giardino: mi decido per questo. Attraverso l'andito che
mi vi conduce, stringendo nervosamente in mano la chiave della
porticina, la stessa che la mamma mi accordava solo al prezzo d'un
bacio, che io non potevo ottenere per nei giorni di castigo:
quell'andito debolmente illuminato da un'alta finestrina, che
diventava buio buio appena scomparso il sole, che temevo di
attraversare sola, allora, perch pi d'una volta mi era sembrato
di vedere lunghi fantasmi dai mantelli, dai panneggiamenti di
neve; e dove Giannina minacciava di rinchiudermi se facevo da
cattiva. Una volta a Franceschino un malvagio compagno fece
leggere ad insaputa del babbo e della mamma nostra, un libro
proibito in cui si narravano storie false e spaventose
dell'Inquisizione, e Franceschino me le ripeteva a bassa voce,
conchiudendo: - Quei sotterranei dovevano essere come... il nostro
andito!...
Adesso, dopo molti stenti, ecco aperta la porta dell'orticello.
Anche qui c' poco di mutato.
Il pergolato, lussureggiante di pampini, ombreggia i viali: una
vite si arrampica sul muro, dando alla casa un aspetto sommamente
pittoresco. Anche i pochi alberi sono verdeggianti, molto
cresciuti; ma al di sotto tutto  secco ed inaridito. Qui  la mia
aiuola favorita: il muro  caduto, le pianticelle dei fiori,
d'altronde tutte diverse da quelle che coltivavo io, sono secche,
rachitiche, circondate di male erbe: solo qualche fiorellino,
dalle foglie sbiadite, sorride tristemente fra tanta desolazione.
Che stretta al cuore!
Poich qui era tutta la mia gioia, tutta la mia campagna: qualche
cosa di delizioso: in quei due metri di terreno, proprio miei,
c'era un lembo di Eden, un giardino in miniatura, coi suoi rosai
dalle rose di ogni colore, colle sue siepi di gelsomini, coi suoi
giacinti e i gigli e i giaggioli e le viole e i garofani e persino
la ginestra.
Lo coltivavo con cura, con passione, tanto che mio padre mi
chiamava la giardiniera: provavo una gioia indescrivibile quando
nei giorni onomastici potevo offrire un mazzolino di fiori fatti
nascere e crescere da me: quando conducevo con orgoglio le mie
compagne, per far loro vedere la mia aiuola come altri mostra i
suoi lavori, offrendo loro una rosa, un giacinto, miei! Il
giacinto! Era il mio fiore prediletto: nelle tiepide giornate di
febbraio rimanevo lunghe ore contemplando quei fiori cos gentili
e perfetti che paiono scolpiti in marmo azzurro, in marmo rosa: li
amavo tanto che una volta mi fecero diventare poetessa.
Oh, le deliziose ore passate nel nostro giardino, giocando con le
mie amiche, passeggiando con la mamma, o col babbo da cui esigevo
mille spiegazioni; seduta con Franceschino sulle panchine di
pietra, facendo mille progetti, parlando di mille cose, sdraiata,
nei tiepidi meriggi di primavera o di autunno, negli ardenti
meriggi d'estate, all'ombra del pergolato, leggendo, fantasticando
con gli occhi immersi nella serenit dei cieli azzurri, nelle
lontananze velate dai pulviscoli del sole, sulle montagne che si
stendevano innanzi a me addormentate anch'esse nel silenzio d'oro
dei meriggi, col cuore pieno di affetti, con la fantasia piena
d'indistinti e infiniti sogni colmi d'azzurro e di sorrisi, con
l'anima inebbriata dalle speranze della vita.
E cento ricordi, cento rimpianti, mi costringono ad assidermi l,
col capo stretto fra le mani, ove un giorno mi assidevo
sorridendo, cantando l'inno della gioia e della speranza,
guardando la vita col sorriso negli occhi, questa vita che sarebbe
felice solo se non esistessero l'invidia, l'ignoranza, la
maldicenza e l'ipocrisia...

Ecco la sala da pranzo: le due finestre, alte, gotiche, guardano
sul giardino: sono all'esterno incorniciate di pampini verdi che
vengono fin sul davanzale, gettando nella stanza una deliziosa e
fresca penombra. L, in una di quelle finestre era appesa la
piccola gabbia azzurra di Pipy, il mio canarino, il mio piccolo
amico gentile, morto per me, s per me, perch, qualche tempo dopo
la mia partenza, Franceschino in una sua lettera scriveva: "Pipy 
morto! Dopo la tua partenza era sempre malinconico, non cantava
pi, e ieri mattina lo trovai morto, stecchito nella sua palazzina
azzurra. Che sia morto di dolore o di vecchiaia? L'avevamo da
quasi dieci anni; non  vero?".
"Di dolore o di vecchiaia? N per l'uno n per l'altra; forse -
gli risposi - sar morto di fame o di sete, perch non vi curavate
di lui". E credo d'aver pianto...
Accanto a Pipy, fra le due finestre, c'era il mio pianoforte: oh,
quante volte non cercai d'imitare la musica di Pipy, quante volte
questo non accompagn le mie suonate con le sue, spesso vincendomi
in lunghezza e soavit! Quando ero sola mi compiacevo di quella
suonata a "due mani ed un becco" come diceva Franceschino, ma
quando dovevo suonare davanti ad altri, la mia prima cura era di
allontanare Pipy: quel dannato faceva uno scandalo ogni volta che
mi vedeva posar le mani sulla tastiera...
Ora non v' pi nulla nella nostra sala da pranzo, n un mobile,
n un lembo di tenda; ma io rivedo tutti gli oggetti che conoscevo
s bene, che avevo tanta cura di mantenere sempre lucidi, sempre
nuovi.
E fra quei mobili, intorno alla mensa decentemente imbandita, nei
simpatici desinari di famiglia a cui spesso interveniva o un amico
o un parente, intorno al caminetto acceso, nelle lunghe serate
d'inverno - perch la sala da pranzo ci serviva anche da salotto
di famiglia - nei caldi giorni d'estate, quando attraverso le
tende abbassate penetrava una dolce luce verdognola, quella mezza
luce estiva tutta scintillii e silenzio, cos deliziosa e calma,
nelle notti incantate, allorch saliva sino a noi il profumo dei
campi e del giardino, e la luna passava pei firmamenti
inargentati, ed io, china sul davanzale, ascoltavo il canto del
grillo o il muggito del fiume lontano, o suonavo un'aria mesta
come l'ora, rivedo tutte le persone a me care, le persone che mi
circondavano allora, che venivano in questa casa, amandosi a
vicenda, nella felicit, nella modestia di una famiglia che non
chiede altro a Dio se non di prolungare la sua tranquilla
felicit. Ma Dio non sempre ascolta! La mia mamma, il mio babbo
sono morti giovani: la nostra casa  d'altri, e anche se fosse
nostra non servirebbe pi: non possiamo viverci soli...
Rivedo mio padre, cos dolce, cos buono, nonostante la severit
ostinata di tutti i padri, dai grandi occhi neri affettuosi, dalle
mani bianche e fini come quelle di una donna. La mia mamma era
bionda: alta e bionda con gli occhi castanei. Franceschino mi
diceva: - Jole, la nostra mamma ha gli occhi in colore del miele!
-. E le sue labbra, l'anima sua, gli occhi suoi erano dolci come
il miele...
... Mille altre figurine passano nella mia mente: il mio nonno
bianco, ma cos lontano e indistinto che pare un sogno: come un
triste sogno  pure il ricordo di Annina, una mia sorellina morta
da molto tempo: era cos buona, cos carina, e la mamma l'amava
tanto che alla sua morte quasi impazz dal dolore... Eppoi le mie
zie, le mie cugine, i miei zii, tutti gli amici di famiglia...
Quel don Antonio, il vecchio prete nostro vicino, quanti dolci,
quanti libriccini, quanti rosari ci dava!
Appena facevo una mancanza dicevo a me stessa: - Che direbbe don
Tonio se lo sapesse? -. Perch era anche il confessore mio e di
Franceschino, e certo i miei peccati dovevano essere pi gravi e
numerosi di quelli di mio fratello perch don Tonio, trovata
appena l'occasione, battendomi dolcemente una mano sulla spalla,
diceva con un mezzo sorriso: - Eh, sei pi vispa e intelligente di
Franceschino - la faccia di questo allora diveniva fosca - ma
anche pi birbona! - e il viso del piccino si rischiarava.
E il dottor S...? Quello era proprio terribile, ci faceva paura
co' suoi enormi baffi rossi, con la sua voce grossa: ci sgridava
in eterno, trovando malfatti tutti i nostri lavori, tutte le
nostre azioni... Conoscevo il suo passo, e Franceschino mi diceva:
- Ecco il Dottor Diavolo! Scappa, scappa!

Anche nel salotto non c' pi nulla: che ne avranno fatto
dell'elegante, bench non ricchissimo, mobilio del nostro salotto?
Se potessi ricomprarlo lo pagherei al doppio, al triplo.
Tutto  desolazione, oscurit, tanfo in questa stanza, una volta
s gaia, s ricca di luce e di fiori.
La tappezzeria cade a brandelli dalle pareti, le cornici sono
tutte guaste, i mattoni lucenti del pavimento sono screpolati,
pieni di muffa, sporchi.
Ma perch i padroni lasciano cos deperire questa casa? Sulle
prime avevo sentito una specie di gioia nel sapere che non v'era
nessuno: ora per sento che non avrei provato una cos triste
impressione se avessi trovato queste stanze abitate, mobiliate,
pulite, piene di vita e di luce... almeno il salotto, mio Dio, la
stanza che esigeva tutte le nostre cure d'un tempo, che veniva
ammirata da tutti i nostri visitatori, che raccoglieva tante
memorie di mia madre...
Oh, se la mamma, se il babbo rivedessero in questo stato il
salotto si caccerebbero le mani nei capelli: a me questa
devastazione pare un sacrilegio.
Ah, Franceschino, Franceschino, non avrei mai creduto che la
vendita della nostra casa dovesse recarmi tanto dolore...
Esco corrucciata, sbattendo l'uscio, quasi non avessi preveduto di
ritrovare tutto cos: getto uno sguardo alla cucina, alla
dispensa, oscure, nude anch'esse, e salgo su...
Ecco un sorriso sulle mie labbra: questa stanzetta posta al di
sopra del vestibolo era la camera da letto di Franceschino, era la
nostra stanza di ricreazione!
Qui stava il lettino bianco, quel lettino che anche lui,
Franceschino, fra gli svaghi della sua vita brillante e chiassosa,
ricorder con affetto, forse con rimpianto...
Qui era il suo tavolino da lavoro, pieno di libri, di quaderni, di
calamai, di penne: il tavolino dello scolaro... L, dietro, c'era
la tentazione, la grande tentazione che spesso, nelle ore pi
faticose del suo studio, quando non poteva trovare la soluzione di
un problema, le date di un racconto storico, i confini di una
nazione, gli faceva rivolgere la testa con un sospiro... forse lo
aiutava sussurrandogli: "Fa presto e bene che t'aspetto!".
Erano i nostri giocattoli vecchi e nuovi, grandi e piccoli,
disposti sopra e sotto una grande tavola.
Posso ricordarmeli tutti?  impossibile!  un mondo. Bambole e
fucili, mobilie microscopiche e animali lillipuziani, palazzi,
vesti, strumenti di musica, batterie di cucina in miniatura,
diavoli e santi, ferrovie, palloni, alberi, quadri, macchine e...
cento altre cose che assorbivano le nostre ore di ricreazione.
Socchiudo gli occhi: rivedo tutto quel caos, quel mondo piccino,
rivedo due bambini che vi si trastullano sempre, contenti,
ridenti, spesso visitati da amici che salivano per la scala come
Dio voleva, qualche volta rotolandovi, chiamando sempre:
- Ehi, Jole...
- Ohi, Franceschino...
Che scenette graziose! Ecco l, davanti al tavolino da lavoro due
studentini coi calzoni corti, chini su un libro, tanto serii
quanto due avvocati su un codice antico e prezioso.
- Carlomagno fu padre di quattordici figliuoli...
- No, quindici...
- Ma no, quattordici...
- No, quindici...
E l a sfogliare, a sfogliare il libro, borbottando una scommessa
sul numero dei figli di Carlomagno.
Pi in qua, sedute a gambe in croce, due bambine dalle vestine
bianche, dalle vestine azzurre fanno la toeletta ad una bambola
pi grande di loro, e intanto sorridono per la disputa di due
studenti mormorando sottovoce:
- I figli di Carlomagno erano tredici!
Anche la vasta camera nuziale dei miei genitori  deserta, oscura,
spoglia...
L'ampio letto di ferro, cos ricco, cos elegante, dalle seriche
coperte ricamate, dalle nivee lenzuola ricamate, dai cuscini
ricamati... tutto  sparito. Sparita la toilette d'ebano
intarsiata a legno bianco, spariti i cassettoni davanti ai quali,
rimettendo la biancheria pulita, profumata da foglie odorose
sparsevi sopra, la mamma s'occupava pi a lungo e pi
profondamente che non davanti alla prima; sparito il divano dalla
spalliera alta; lo specchio dalla ricca cornice, davanti al quale
mi trattenevo spesso a lungo, contemplando, nella mia innocente
vanit di bimba, non il viso, ma il vestito, davanti, dietro, sui
fianchi, sulle spalle... sino al giorno in cui fui sorpresa da mia
madre, che mi disse seriamente:
- Jole, non va bene guardarsi a lungo nello specchio... Basta uno
sguardo...
Non andava bene! La mamma me lo disse con tanta seriet che
m'impensier.
Ne feci parola a Franceschino. Il furbo rattenne il riso e mi
disse: - Credo che sia peccato!
Il pensiero divent inquietudine: vidi in sogno una infinit di
specchi che riflettevano mille mie immagini, tutte vestite di
nuovo, che mormoravano:
-  peccato!  peccato!  peccato.
Allora l'inquietudine divent rimorso: me ne confessai, e don
Antonio mi disse:
- S,  peccato, peccato, figliuolina mia. Ditemi, durante il
tempo che state a contemplarvi nello specchio, non sentite la
corda della vanit agitarvisi nell'anima? Non sentite una gioia
proibita nel pensare che molte vostre amiche, pi povere, pi
brutte, non possono sfoggiare un abbigliamento ricco al pari del
vostro, non possono sfoggiare i vostri bei capelli, i vostri begli
occhi, la vostra fresca carnagione... tutte cose caduche, figlia
mia: non sentite una grande e velenosa invidia nel ricordarvi la
ricchezza dei vestiti, la bellezza di altre vostre amiche pi
ricche e belle di voi? E tutto questo non  peccato?
E l'ozio? S, figliola mia, il tempo che consumate durante queste
ore di mondana contemplazione - perch certo non state davanti
allo specchio con la calza in mano - non  il pi grave peccato?
L segu un lungo sermone sull'ozio, che io ascoltai con la faccia
china, ardente di vergogna.
Non vorrete crederlo, eppure vi assicuro che da quel giorno, per
tre mesi almeno... non gettai sullo specchio che qualche sguardo
fuggitivo e feci un'infinit di calze e di cuffiette da notte
magnificamente guarnite con merletti pure eseguiti da me.
Sparita  pure la larga tenda della finestra, di percalle rasato,
a figurine chinesi, dietro la quale mi compiacevo di stare,
allorch non avevo compagnie di visite, nei crepuscoli estivi -
perch quella finestra aveva pi di tutte un largo spazio di case
e di vie adiacenti innanzi a s - fantasticando al mio solito,
immersa in un mondo s diverso e lontano dal vero, gli occhi fissi
sul cielo di smeraldo e di viola, l'anima cullata dalla
melanconica musica di un organetto che un nostro vicino suonava
eternamente appena vedeva stendersi sul cielo le prime tinte della
sera.
Nessuno passava nella nostra via eccetto i giorni di feste solenni
nei quali sfilavano, davanti alle nostre finestre, le processioni
di ritorno alla cattedrale, poco distante da noi; ma i bimbi dei
nostri vicini giocavano sempre nella via, e quando io non potevo
assolutamente unirmi a loro, irrequieta e birichina qual ero,
salivo alla camera della mamma, mi affacciavo alla sua finestra e
fantasticavo, sognando un mondo in cui tutti i bimbi giocano
sempre, e mormoravo di tanto in tanto:
- Come sono infelice.
Perch non stavo a scorrazzare nella via!
Apro quella finestra: la prima cosa che mi colpisce  l'assenza
d'un vecchio muro che stava davanti a noi: era il mio orologio. In
estate il sole alle otto antimeridiane batteva appena sulla sua
cima; alle dieci lo illuminava a met; a mezzogiorno tutto! Da
quel muro conoscevo anche le stagioni. In inverno tutto fangoso,
umido e nero; in primavera grandi fiori, gramigne, erbe dalle
lunghe foglie d'un verde gaio e brillante lo coprivano quasi
tutto, e fra esse un mondo d'insetti; in estate tornava a lui lo
squallore, ma uno squallore arido, bianco: il muro si screpolava,
le erbe si disseccavano e gli insetti sparivano. In autunno, dopo
le prime pioggie, si copriva di musco dai fiorellini rossi e
bianchi: rinasceva qualche altro fiore, qualche filo d'erba, ma
cos pallidi e piccoli che parevano dire:
- L'anno muore!
Sparito anch'esso! C' una casa nuova, alta, bianca, abbagliante,
che m'impedisce di vedere oltre.
Guardo nella via: l'ora  tarda, il venticello dell'imbrunire
comincia a rinfrescare l'aria calda e colorata, ma nessuno,
neppure un bimbo, appare nella strada.
Spariti anch'essi! Tutto, tutto  sparito, ed io son rimasta
sola... in questa casa, in questa via.

La camera di mia madre! Quanti altri ricordi mi apporta alla
memoria. In questa camera nacqui io, nacque mio fratello, vi
nacque e mor Annina, vi mor mia madre, vi mor mio padre.
Soavi e tristi ricordi del mio passato! Io, da questa finestra
spalancata guardo il cielo della mia fanciullezza e sul suo sfondo
d'oro, attraverso il crepuscolo, tremulo e splendente come la
garza serica che vela le Ur dei cieli orientali, vi rileggo, come
scritti a caratteri d'argento, tutti gli avvenimenti di quei tempi
beati.
Perch, dal momento che entrai in questa casa, tutti gli altri
ricordi della mia vita dopo la partenza dalla casa paterna, i
grandi ricordi dei grandi avvenimenti che mi accaddero,
rimpicciolirono, sparvero dalla mia mente?... Ed  possibile che
tutti ricordino con le stesse impressioni che provo io, la casa
paterna?

Qui, in quest'altra stanza ampia, bene illuminata da due finestre
che guardano sul giardino, era lo studio del babbo: il babbo era
medico. Camminava l'intero giorno, sempre gaio ed instancabile, e
le ore che poteva rapire ai suoi malati, agli amici, alla
famiglia, le passava qui. Rude il suo dovere, le sue fatiche
quotidiane gravi; ma egli non si lamentava mai: pure di tratto in
tratto io vedevo una ruga disegnarsi sulla sua fronte: un triste
lampo di sofferenza fisica e morale attraversargli gli occhi; un
gesto involontario di disgusto quando ritornava, stanco, assetato
o gelato dalle sue interminabili visite, nel levarsi il cappello,
il soprabito o il mantello.
Un giorno osai fargliene parola: e osservai:
- Ora basta, hai lavorato troppo; perch non ti riposi? Non
abbiamo pi bisogno di nulla, pap, e possiamo vivere con le
nostre rendite. Perch affaticarti di pi? Finirai con
l'ammalarti!
Mi guard sulle prime severamente, poi, rimettendosi, mi disse
dolcemente:
- Jole, Jole, hai s poca stima di me da credere che io mi
affatichi tanto, come dici, semplicemente per guadagnare? Oh no,
carina mia,  perch ho piet degli ammalati, dei miei compaesani
poveri, di tutti quelli che soffrono.
- Ma vi sono altri medici ad R...
Il babbo scosse tristemente la testa.
- Sono giovani, Jole, e non si curano degli ammalati perch...
forse perch tutti sono ricchi e, come dicevi tu, non hanno
bisogno di lavorare per vivere. Basta loro aver il titolo di
medici!... Eppoi, nessuno ha fiducia in loro.  il dottor Giorgio
che vogliono, che chiamano, che amano... Posso io abbandonarli?
No, in nome della carit, dell'amore per il prossimo, specialmente
i poveri. Sarei egoista, ecco. Jole, sai che l'egoismo  il pi
grande peccato?
E seguit per la sua via, seguit, buono ed instancabile, sino al
giorno che cadde malato, forse in causa delle sue fatiche, martire
volontario e sconosciuto del dovere.
Io, piccina com'ero, non compresi del tutto le parole del babbo e
ne feci parola a mia madre.
- Giorgio ha ragione, - diss'ella, - la sua missione  codesta.
Procuriamo di rendergliela meno penosa col nostro amore e le
nostre cure.
Allora ebbi un pensiero. A mio padre piacevano i fiori. Corsi in
giardino, feci un mazzo e lo portai nello studio, lo posi
sull'immensa tavola coperta di libri per me terribili e misteriosi
perch Franceschino m'aveva detto che contenevano la vita e la
morte degli uomini, che d'altronde non avevo mai sfogliato, di cui
non capivo neanche i titoli perch scritti tutti in tedesco;
coperta di astucci pi tremendi ancora, i cui strumenti, sempre al
dire di Franceschino, erano destinati a cucinare solo carne
umana... e quando il babbo ritorn al suo lavoro, respirando il
profumo delicato dei miei fiori, ebbe un limpido sorriso negli
occhi che mi incant.
Da quel giorno i fiori non mancavano pi nel vaso di porcellana
della sua tavola: in estate mi affaticavo per rendere fresca e
deliziosa quella stanza, in inverno il fuoco ardeva sempre nel
caminetto per mia cura: ogni giorno il babbo trovava una nuova
sorpresa nella stanza dei suoi lavori, e il giorno innanzi che
lasciassi per sempre la nostra casa, nel farvi l'ultima visita,
nel portarvi l'ultimo mazzo di fiori, egli mi disse con un mezzo
sorriso:
- E d'ora innanzi chi fiorir il mio studio?
Anch'io sorrisi. Ahim, le nostre labbra sorridevano: i nostri
cuori piangevano!...

Poich la sera si avanza non mi fermo in qualche altra stanza
della casa, ma corro alla camera di Giannina, la nostra balia, la
nostra governante. Per caso, questa camera, come il vestibolo, 
ancora ammobiliata, press'a poco come allorch abitata dalla
nostra governante.
Giannina! Mi pare di vederla ancora, bianca, con gli occhi buoni,
i capelli neri sostenuti da una aureola di spilloni d'argento -
era lombarda - con un costume simile a quello che avevo veduto
alla Lucia del Manzoni in un quadro che rappresentava una scena
dei Promessi Sposi. Giammai avevamo potuto indurre Giannina a
lasciare il suo costume per gli abiti signorili. Diceva:
- E allora che cosa mi distinguer dalla mia padrona?
Rimase vestita cos: il che non impediva che ella fosse una donna
gentile, educata ed istruita: l'amavamo molto, ma le procuravamo
un'infinit di dispiaceri. Quando questi raggiungevano un supremo
grado d'impertinenza, Giannina ci minacciava di lasciarci e
partirsene per il suo paese.
Io allora l'abbracciavo stretta stretta e le dicevo:
- Se tu vai via io mi vestir a lutto.
E l'avrei fatto perch l'amavo molto, l'amavo tanto che un giorno
dissi a mia madre, sottovoce, mostrandole un regalo fattomi dalla
governante:
- Mi perdonerai? Mi pare di amare Giannina quasi come amo te!
Prevedevo un rimprovero: ma non fu nulla, anzi la mamma rispose
che sarei stata indegna di perdono se non avessi amato Giannina in
quel modo. Come era buona la mamma!
Ecco il caminetto. Vi  un po' di cenere, giallastra, umida, che
mi ricorda i bei fuochi accesi da Giannina nelle lunghe serate
d'inverno, quando la mamma e il babbo non erano in casa; allora
Giannina ci conduceva nella sua camera, davanti al caminetto
acceso, ci metteva al suo fianco, su due sgabelli, e ci raccontava
una storia, fiabe allegre e leggende terribili, storielle del suo
paese, racconti letti o inventati da lei e persino le novelle
delle Mille e una notte che sapeva a memoria. E noi zitti allora,
- zitti solo a quel patto, - tanto zitti che la voce di Giannina
vibrava nel silenzio, come se ella fosse sola in quella camera. Mi
ricordo ancora: io chinavo la testa sulle sue ginocchia e guardavo
il fondo ardente del camino, sembrandomi che le brage colle loro
bizzarre positure, colle loro ombre, coi loro profili, fossero i
castelli, le grotte, i boschi, i paesaggi, le persone di cui
Giannina narrava.
Vengono cento altre memorie che sarebbe troppo lungo narrare:
pure, a proposito di leggende raccontate nelle sere invernali,
vicino al caminetto, non posso passar oltre senza raccontarvene
una.
Avevo pubblicato i miei primi lavori, i miei primi bozzetti, a
quindici anni: prima di veder il mio nome stampato, fulgidi sogni,
larve dai mantelli di raso, incoronate di fiori, avevano popolato
la mia mente: erano i fantasmi della Gloria!
Figuratevi dunque il mio dolore, la mia rabbia, la mia delusione
quando, nella mia citt natia i miei primi lavori furono accolti
in una scoraggiante guisa e mi valsero le risa, la maldicenza, la
censura di tutti e specialmente delle donne.
Fu un terribile colpo per me; piansi e mi pentii di questo passo,
e confusa, scoraggiata, delusa, decisi di non scrivere mai pi.
Confidai tutto a Giannina: ella scosse la testa guardandomi con
meraviglia, poi mi prese per mano dicendomi:
- Sei ancora bambina, Jole. Ebbene, vieni nella mia camera che
voglio raccontarti una leggenda araba, per dissipare il tuo
dispiacere.
La seguii: ci sedemmo davanti al camino e, come otto o dieci anni
prima, Giannina mi raccont questa leggenda:
- C'era una volta al Cairo un povero giovine chiamato Assan. E una
notte vide in sogno Allah, il quale additandogli in lontananza una
splendida moschea circondata da giardini e palazzi, gli disse:
"Alzati e va! Su quell'altezza  la Gloria! Incontrerai spine e
sterpi per la via, ma la tua coscienza in vita e i posteri dopo ti
rimunereranno dei tuoi dolori...".
E Assan si pose in cammino: a lui dinanzi si stendeva il deserto,
pieno di sabbia ardente, di spine e sterpi: sopra il suo capo
scintillava l'infinito cielo di acciaio fatto di fuoco dai raggi
del sole del sud; ma Assan non si spavent e continu il suo
cammino. Le sue scarpe si consumarono, il sole arse la sua chioma
e la sua pelle, e Assan si sedette sulla sabbia, assetato e
morente, ma una goccia di rugiada apparve su un fiorellino bianco
a lui vicino: egli la bevette, raccolse il fiorellino, lo ripose
sul suo seno e si rianim; una voce gli disse: "Avanti": ed egli
riprese la via con gli occhi fissi allo splendido miraggio che
tremolava sul confine del cielo d'oro e di smeraldo.
Cammina, cammina: il vento del deserto gli fischiava nelle
orecchie, gli bruciava le carni: la sabbia ardente come cenere
calda lo accecava, il sole metteva una febbre di fuoco nel suo
sangue e gli sterpi e le spine e le serpi gli dilaniarono i piedi
e le mani. Pi d'una volta Assan si butt sulla sabbia credendo di
morire, affranto e disperato, tentato di retrocedere - come gli
gridavano cento voci malefiche, ch'erano i fischi di cento serpi -
pentito di aver intrapreso quella via fatale verso una meta che
gli pareva impossibile raggiungere; ma pi di una volta una rosa
spunt fra le spine, ed egli la ripose nel suo seno e si rianim.
Pi di una volta una voce buona gli disse: "Avanti! Avanti! Guarda
e passa"; ed egli si rialz e riprese la via verso il miraggio che
tremolava sul confine del cielo d'oro e di smeraldo.
E Assan arriv!
Arriv affranto, coi capelli brizzolati di bianco, col cuore
lacero da mille dolori, ma arriv.
E l una Ur bianca, bella e gentile, gli porse da bere in un
nappo di argento: Assan bevette, e scord i suoi dolori: poi
divent signore di quell'Eden profumato ed azzurro; e l'Ur bianca
come la luna, bella e gentile, che si chiamava Gloria, divent la
compagna indivisibile della sua vita felice.
Allah avea voluto provare la costanza di Assan: Allah premiava la
sua costanza.
E quando Assan divent il signore della moschea e dei giardini, il
deserto si cangi in un prato di fiori, le siepi in rose, le serpi
in uccelli che cantavano le sue glorie, adulandolo...
Ma Assan non bad pi a loro, non calc pi quel suolo maledetto,
disprezz le adulazioni e gli incensi di coloro che l'avevano
tanto addolorato; ma Assan si ricord sempre del fiorellino che
l'aveva dissetato, delle rose che gli avevano sorriso, delle voci
che l'avevano incoraggiato, e nel ringraziare Allah, l'altissimo,
il giusto, baciava quel fiorellino e quelle rose che teneva sul
suo seno.

L'ultima a visitare  una piccola camera ovale, dalla vlta alta,
dalla finestra piuttosto piccola, ma elegante, col suo arco acuto,
che guarda sul giardino...
Indovinerete voi il tremito della mia mano nel sospingere
quell'uscio, il tremito del mio cuore nel ritrovarmi in quella
camera quando vi dir che questa era la mia camera?
S, voi che ricordate la vostra cameretta lasciata da tanti anni,
che, fra le sue pareti, lasciaste tanti sogni, tante illusioni,
tante rose che il tempo sfogli; nel ricordare questi sogni,
queste illusioni, queste rose voi intenderete la profonda emozione
che provo nel rimettere il piede in questa camera.
Sempre oscurit e odore di chiuso.
Il mio primo moto  di correre alla finestra ed aprirla: una volta
c'erano otto passi dall'uscio alla finestra, li contavo ogni
giorno: ora i passi sono ridotti a cinque.
Hanno forse rimpicciolito la mia camera? No,  che io sono
cresciuta! Una volta arrivavo a stento al davanzale, alto alto,
onde davanti alla finestra tenevo sempre uno sgabello; ora
sovrasto di molto il davanzale. Hanno forse abbassato la finestra?
No, son io che sono cresciuta! E come son cresciuta! Ma son
vecchia! Dio mio, un tempo questa camera mi sembrava grandissima,
mi sembrava un impero, un mondo: ora  piccola piccola: mi sembra
che alzando le braccia tocchi la vlta, che allargando entrambe le
braccia tocchi tutte le pareti a me d'intorno. Come sono diventata
grande!
Ecco aperta la finestra. Il paesaggio  sempre lo stesso: non ha
nulla di straordinario, di sublime,  un paesaggio campestre
qualsiasi, valli, montagne, campi, giardini, orti, bosco... pure
io lo guardo immobile e muta, con gli occhi sbarrati, col cuore
sempre palpitante, come se innanzi a me stesse un paesaggio delle
Alpi svizzere o il panorama di un lago lombardo.
La sera si avanza sempre: le splendide tinte dei crepuscoli estivi
fasciano il cielo, rendendolo abbagliante all'occidente,
proiettando un riflesso di porpora sulle montagne vicine, con
riflessi d'oro sul fiume che balza di rupe in rupe, fra gli
squarci del bosco.
All'oriente il cielo  opaco, come coperto da un velo d'argento, e
fra le penombre della lontananza le montagne si disegnano azzurre,
eguali, con grandi meandri color viola...
O mio cielo! O miei monti! O notti passate a questo davanzale,
quando

      La notturna reina alto levando
      In nubilosa maest la fronte,
      La sua discopre incomparabil luce
      E dispiega sull'ombre un vel d'argento...

O giorni trascorsi fra lo studio e il lavoro, o sogni, o realt, o
gioie e dolori vi ricordo tutti: perch egualmente non posso
raccontarvi?
I miei occhi corrono di rupe in rupe, di cima in cima, di bosco in
bosco; i miei pensieri volano di memoria in memoria, ai giorni nei
quali anch'io vagai fra quelle rupi, in quelle campagne, farfalla
spensierata, compagna d'altre fanciulle, forti ed allegre come lo
ero io, che forse ripensano a quei giorni, guardando queste
montagne con gli stessi rimpianti che lacerano il mio cuore.
La sera si avanza: una forza arcana mi inchioda in questa camera,
in questa finestra che non ho il coraggio di lasciare. L'ombra
vela tutto. Tanto meglio! Fra le tremule ed oscure ombre mi pare
di rivedere la mia camera come lo era dieci anni fa: mi pare che
io non sia pi cos grande come sulle prime mi pareva, che tutta
la mia vita sia un sogno, un'immaginazione: che sia ancora la
piccola bambina d'un tempo, che mormorava la preghiera della sera
inginocchiata sullo sgabello, vicino alla finestra, con gli occhi
immersi sulla profondit dei cieli azzurri e tranquilli come
l'anima sua: la fanciulla che meditava un bozzetto al chiaro di
luna, sempre accanto alla finestra, sullo stesso sgabello, non pi
gli occhi fissi sui firmamenti, ma vaganti fra le ombre del bosco,
sulle montagne brune...

Eccola l ancora innanzi a me la mia cameretta. Non era bianca,
come tutte le camere delle bimbe e delle fanciulle vengono
descritte: non c'era quasi nulla di bianco, perch io, col mio
carattere bizzarro, direi volubile, di ragazza chiassosa e
fantastica, non amavo i colori uniformi, languidi, sbiaditi. Se
avessero dato retta a me quando addobbarono questa cameretta
destinandola alla signorina, che ero io, ne avrebbero fatto un
arcobaleno. Volevo le pareti verdi, il soffitto color viola, il
lettino con le coperte azzurre, il tappeto giallo, le tende rosse,
il tavolino da lavoro di legno nero, le sedie grigie e color
rosa...
Mi lasciarono dire e tinsero la vlta d'un azzurro chiaro,
delicato, con fiorami bruni agli angoli, e tappezzarono le pareti
con una carta dello stesso colore, quasi del tutto coperta da un
mondo di piccoli fiori, piccole farfalle, piccole foglie colorate,
intrecciate, infinite...
Le tende erano di merletto bianco.
Il letto poi era tutto color rosa: una vera meraviglia! E le
sedie, gli sgabelli, la toilette, il tappeto, il tavolino da
lavoro... tutto infine era intonato ai colori dello sfondo.
Il tavolino! Come lo avevo desiderato, il mio tavolino era di
legno nero. Franceschino pretendeva che fosse d'ebano, ma un
giorno, per una scommessa, io lo raschiai un po' e sotto la
vernice nera trovai del legno ordinario: allora lo ricoprii con un
tappeto chiaro.
Non mi metto una volta davanti a un tavolino da scrivere, senza
ricordarmi quello: quel tavolino ove scrissi i miei cmpiti, ove
studiai le mie lezioni, china sul quale masticai le maledette
novanta lezioni di latino senza poterle mai digerire; ove lessi
tanti libri, tanti giornali, ove scrissi le mie prime lettere, ove
schizzai tante figurine, tanti paesetti, ove, finalmente scrissi
le mie prime novelle! Caro e benedetto tavolino! Allorch mi
assidevo innanzi a te scordavo tutto il resto del mondo che mi
circondava: tu eri il mio confidente, il mio inspiratore, il mio
compagno di studio e di lavoro, ed io t'amavo come un amico
d'infanzia, come un essere vivente...
Sparito anche tu! Ove sei? Ove sei? Oh, non narrare a nessuno gli
arcani, i dolori, le gioie e le fantasie che un tempo ti confidai!
Sveleresti tutti i segreti del mio cuore, tutta la mia vita di
bambina e di fanciulla.
Tanti altri oggetti addobbavano la mia cameretta, ed io li rivedo
fra la crescente penombra che la invade. Il mio crocefisso
d'argento, la pila dell'acqua santa di porcellana dorata, le
medaglie, i rosari, i quadretti incorniciati a lamine dai colori
smaglianti che facevano corona al mio capezzale: i quadri che
pendevano lungo le pareti: lo stipo che occupava un angolo intiero
della camera e che racchiudeva tutti i miei gingilli, i miei libri
prediletti, i miei vecchi quaderni, i miei vecchi giornali...
La prima notte che dormii sola in questa cameretta fu davvero una
strana notte, popolata di fantasmi, di larve, di mostri. Le tende
mi sembravano i bianchi e gelidi panneggiamenti coi quali i
pittori sogliono avvolgere lo scheletro rappresentante la Morte:
ogni piccolo scricchiolio mi pareva un lamento, una minaccia...
Pure mi feci coraggio e non gridai perch prima di coricarmi
Franceschino mi aveva detto:
- Stanotte avrai paura nel dormir sola... Vuoi che vegli dietro la
tua porta?
Ed io facendo la coraggiosa, la spregiudicata, avevo riso dei
fantasmi e di chi ci crede!
La seconda notte, bisogna pur confessarlo, ebbi ancora un po' di
paura ma la terza notte dormii magnificamente... forse perch
volli il lume da notte sempre acceso, ed alla sua languida luce
potevo distinguere, ogni volta che mi svegliavo, tutti gli
oggetti.

La sera si avanza sempre pi: ritta ed immobile, con le spalle
appoggiate al davanzale, io guardo sempre l'interno della mia
cameretta e, come la prima notte che vi dormii, vedo fra le sue
ombre, nei suoi angoli nudi e freddi rischiarati da qualche
sprazzo di luce siderea, mille fantasmi, mille figurine che vi si
muovono, palpitano, vivono, sorridono e piangono - vestite di
bianco, vestite d'azzurro, vestite di rosa - che mi protendono le
braccia, mi sorridono, danzano intorno una fantastica carola,
dicendomi con dolcezza:
- Siamo Jole, la piccola Jole; Jole che visse tanti anni felice in
questa cameretta azzurra e profumata.

FINE

Note:

[1] Nigheddu e Biancu: Nero e Bianco
[2] cravaebollu in s'ocru!: cacciatevelo nell'occhio!
