VERSIONE ELETTRONICA ADATTATA ALLA LETTURA PER I NON VEDENTI

La Giustizia
di Grazia Deledda


I.

Un giorno d'autunno, ritornando da una caccia in palude, don
Stefano Arca fu assalito da febbre cos violenta che quasi batt
la fronte sul lastrico del cortile quando, giunto a casa, smont
da cavallo. A stento si mise a letto.
"Stene, Stene, cos'hai avuto?", gli chiese il vecchio padre,
avvicinandosi a piccoli passi incerti, e chinandosi a mani giunte
sul letto.
Nel far con esile voce l'ansiosa domanda, la piccola persona del
vecchio tremava. Stefano, con gli occhi chiusi e il volto grigio,
non rispose; don Piane (1) rest a lungo davanti al letto, sempre
pi curvandosi, con le dita nodose intrecciate, e le pupille
velate da una triste visione di morte.
Dopo qualche istante si mosse; sempre con i passi incerti delle
sue esili gambe che lasciavano vuoti e rigonfi sui ginocchi i
pantaloni di panno nero lucente, attraverso la corsa rossa e
socchiuse gli sportelli del balcone.
Una tenue e dolce penombra si diffuse subito per la camera; al
disopra del rosso panneggio delle tende, su cui si contorceva una
testa di drago color d'oro, trem, stendendosi sul grigio
soffitto, un ventaglio di luce a raggi bianchi, la cui striscia
centrale s'avanzava soavemente fin sopra il letto di Stefano. E
don Piane, tornando indietro e sedutosi su un'antica seggiola
dall'alta spalliera a punta, s'affiss in quella striscia di luce
e s'abbandon al suo tormentoso pensiero.
Gi, quando egli si fissava una cosa in mente, fosse ragionevole o
no, fosse per improvvisa o lenta intuizione, nessuno avrebbe
potuto convincerlo del contrario.
Era don Piane Arca una singolare figura di vecchio oltre
l'ottantina; indossava un costume fra il paesano ed il signorile,
con giubba e pantaloni di panno nero finissimo, corpetto accollato
di velluto color bronzo-verdastro, adorno di una doppia fila di
bottoncini d'argento brunito; portava la berretta sarda, ma
piccola e corta come si usa in certi villaggi del Nuorese. Gli
occhietti e la bocca sdentata gli sfuggivano entro le profonde
rughe del viso incartapecorito e raso, privo di sopracciglia e
circondato da lunghi riccioli serpentini di capelli d'un bianco
metallico; e le piccole mani nodose, candide, solcate da grosse
vene verdastre, tremavano sempre, facendo dondolare il rosario di
madreperla bruna avvolto intorno all'esile polso.
Sotto il gil, che sembrava un giustacuore antico, don Piane
celava una collana di medaglie, crocette, reliquie, scapolari e
persino un frammento di vera croce, acquistato a prezzo di
diamante dalla vedova di un bandito; pregava continuamente e
faceva elemosine, ma del resto era avaro, caparbio, odioso, ancora
circondato di nemici e d'inimicizie.
Dopo aver preso tre mogli ricche e veduta sparire intorno a s
quasi tutta la sua generazione, aveva anche pianto il pi giovane
dei suoi ultimi figliuoli, Carlo, assassinato tre settimane dopo
le sue nozze. Ora s'istruiva il processo, e gli Arca accusavano
del delitto due pastori, di cui uno latitante, e come mandatore un
certo Filippo Gonnesa, al quale era stata gi negata la mano di
sposa di Silvestra, ultima e sola figlia di don Piane; la quale
dopo la morte del fratello si era fatta monaca di casa,
rinchiudendosi in quattro stanzette edificate appositamente a
fianco della casa paterna.
Cos a don Piane, perduti gli ultimi figliuoli, restava soltanto
Stefano; ma, forte ancora di ci, il vecchio sperava di viver fino
a veder sterminati tutti i suoi nemici; e pregava la giustizia
divina e aiutava la giustizia umana per l'adempimento delle sue
vendette.
Ma ora, pensando che anche Stefano poteva morire, un terrore
profondo e un dolore violento e indicibile l'investivano: tutto
l'universo gli rovinava d'intorno, accrescendo il buio del suo
cervello gi stanco. Pensava:
"Se Stene muore io resto solo e assassineranno anche me! Gi,
quante volte non me l'hanno minacciato? E Silvestra mia?
Assassineranno anche lei, povera colomba! E il processo come
andr? E i beni miei a chi resteranno? I beni, i beni miei?".
Specialmente quest'ultima paura lo angustiava.
Ma Stefano non mor, ed anzi, verso sera, riavendosi, rise
nell'assistere ad una graziosa scenetta.
Per non disturbarlo era stata accesa la lampada nell'attiguo
salotto; quindi la luce entrava solo pel vano della porta
spalancata, e, seduto in quella larga striscia di luce gialla, don
Piane s'ostinava a voler vegliare il figliuolo, ch, nonostante le
ampie e complete assicurazioni del medico, temeva sempre di
vederlo morire da un momento all'altro.
Quando Stefano cominci a riaversi, entr piano piano una
domestica, animata dalla buona intenzione di condur via il
vecchio.
"Andiamo, don Piane", gli disse con tono persuasivo; e,
chinandosi, volle afferrargli le mani per aiutarlo ad alzarsi.
"Andiamo, via; vede che non  nulla: rester io poi.  tardi;
venga a cenare, poi ritorner, se le fa piacere. Ma meglio sarebbe
andare a letto, don Pi..."
"Vattene!", impose il vecchio.
"No, andiamo, don Pi..."
"Vattene!", ripet egli minaccioso, "vattene, figlia del diavolo!"
E siccome l'altra insisteva, le diede due pugni sul volto
reclinato; ella li evit agilmente.
"Ah, questo, don Piane, questo non lo dovete fare!", diss'ella,
minacciandolo scherzosa come s'usa coi bimbi.
Ed egli, rallegrandosi della sua prodezza, rise un risolino
curioso ed ingenuo che lasci finalmente scorgere la sua bocca
vuota di bambino lattante. Fu allora che anche Stefano rise. Il
vecchio si volse stupito e commosso, sembrandogli impossibile che
suo figlio dovesse ridere ancora; poi si alz, si sent rinascere,
fece portare il lume e si lasci dolcemente condur via, sicuro che
Stefano era risanato.
Ma l'indomani e nei giorni seguenti la febbre perniciosa, sebbene
benigna, continu a tormentare il giovane; e una mattina si sparse
persino la voce che egli stesse per morire.
Quel giorno Maria, la cognata, bench sofferente anch'essa e dal
suo lutto rigorosissimo costretta a vivere ritirata, si decise a
visitare il malato.
Maria era nobile, ma non ricca. Carlo Arca l'aveva sposata contro
la volont dei suoi, tanto pi avidi di ricchezze, quanto pi ne
possedevano; e, se non odio, freddezza e disamore regnava fra gli
Arca e la giovine vedova che mai cercavano e mai veniva a
visitarli.
Quando ella venne a visitare il cognato creduto moribondo, don
Piane, che pur recitava il Rosario a Nostra Signora della Salute e
a Nostra Signora della Misericordia, l'accolse con una visibile
smorfia, e poco manc che non le proibisse d'entrare dal malato. E
anche Stefano non doveva essere poi molto aggravato, perch si
sent contrariato e chiuse gli occhi nel veder Maria.
Ella per, sebbene per il suo gravissimo duolo assumesse un
contegno rigido e duro, vedendo Stefano mal ridotto, si commosse.
Per pi d'un'ora tenne un'affettuosa compagnia al malato, lo
distrasse, gli parl amabilmente di cento piccole cose come se
fossero stati sempre in ottima relazione; sicch egli, da prima
infastidito e pi sofferente in apparenza che in realt, a poco a
poco cominci a sentir dolcezza per quella visita non attesa, n
desiderata. Gli parve la miglior visita ricevuta in tutti quei
giorni d'incubi tormentosi, e avrebbe voluto prolungarla; e quando
Maria fu per andarsene le disse supplichevole:
"Ritorna domani!".
Ma ella non ritorn, perch dall'indomani appunto egli miglior,
usc da ogni possibile pericolo ed entr in convalescenza. Don
Piane, fra le sue preghiere e i suoi scongiuri, per otto o dieci
giorni ebbe di che mormorare della visita di Maria, facendone poco
benevoli commenti con le domestiche e le persone che venivano a
trovarlo: Stefano invece parve presto dimenticarsene.
Egli trascorse una breve convalescenza, poi riprese le sue
cavalcate e le sue caccie, spingendosi attraverso l'altipiano fino
alle solitarie montagne d'Orune e di Lula; ma non si rimetteva mai
perfettamente. Era di un umore triste ed inquietante; l'autunno
gli pesava sul capo e sulla persona debole ancora; e ogni sera, a
misura che svaniva la luce, i pensieri gli si annebbiavano, una
vertigine cupa e pesante lo tormentava. La vita gli sembrava buia
e desolata, e ogni abitudine, prima cara, lo infastidiva; ogni
pensiero, che prima poteva essere stato dolce o piacevole, ora gli
si mutava in misterioso tormento: gli pareva talvolta d'essere
profondamente infelice e che in nessun luogo, in nessun uomo
esistesse pi la felicit; e sentiva gran compassione, mista a
disprezzo, per tutte le persone e le cose. Spesso desiderava di
morire; ma appena formulato questo desiderio se ne disgustava
angosciosamente, e del resto, per quanto si sforzasse a immaginar
la fine d'ogni sua vitalit, gli sembrava impossibile il poter
morire ancor cos giovane e forte.
Ma appunto pensando alla vita, al tempo indeterminato che ancora
gli restava da vivere, un'altra sorta di disgusto, meno
angoscioso, ma pi desolato, lo assaliva: era la noia e
l'indifferenza profonda per ogni cosa, per il passato, il presente
e l'avvenire; era l'orrenda domanda del poeta dei Fiori del male:

      Oggi, domani e posdomani ancora
      Viver dovr?...

In queste grigie ore di sconforto, pi fisico che morale, Stefano
vedeva attraverso un velo d'uggiosi vapori la sua vita trascorsa
inutilmente, gli studi compiuti di mala voglia, l'esistenza
brillante e vuota e viziosa di studente ricco, che di anno in anno
aveva trascinato per le grandi Universit del continente, il suo
tedio, la sua nostalgia, la posa del suo scetticismo e la sincera
nervosit di montanaro sardo, spostato in un ambiente ove non
erano i soffi ardenti dei partiti nemici, le caccie vere ed ardite
(non le irrisorie caccie alla volpe), le cavalcate, la prepotenza
e la preponderanza della sua figura di primate da villaggio. Ma
ora anche questa figura, le sue passioni violente, i viaggi, i
selvaggi piaceri, tutta la vita strana condotta sino allora, ogni
memoria in fine gli appariva disgustosa attraverso il fumoso velo
che gli annebbiava il pensiero. E, oltre il disgusto, provava
compassione per quanto lo circondava nella realt, nei sogni e nei
ricordi.
La casa ch'egli stesso, al ritorno dagli studi, aveva fatto
rimodernare e arredare con quel lusso chiassoso dei ricchi sardi,
gli sembrava brutta e barocca; e dava ragione a don Piane che,
borbottando contro le innovazioni, se ne stava sempre in cucina o
sotto i portici del cortile.
Cos'erano questi ninnoli, questi quadri, questi pezzi di stoffa
per terra e per le finestre? Sciocchezze, sciocchezze...
Eppure la casa degli Arca, che si ergeva sull'estremo limite del
paese, era una bella costruzione pisana del secolo XIV, in pietra
schistosa, a cui il tempo accresceva lo smalto bruno rossastro,
scintillante al sole ed alla luna: sorgeva esile e forte, non
priva di una certa eleganza antica, con piccole finestre bifore,
dai nuovi davanzali di lavagna, munite di inferriata quelle del
pian terreno; e con una gradinata rossastra che metteva alla porta
di legno bianco lavorato.
Dietro la casa si elevava un noce, la cui poderosa chioma pareva
sovrastasse le cerule montagne dell'orizzonte: ad ovest si
stendeva il grosso villaggio, steso al sole come un cane
accidioso, dalle casette di schisto, intersecate da orti,
ombreggiate da noci e da radi pioppi, le cui cime chiare
rabbrividivano sull'azzurro denso dell'aria come ciuffi di piume
grigie su esili canne di platino.
Sempre magnifica era parsa a Stefano la posizione della sua casa,
che godeva tutti i vantaggi della campagna e del villaggio, ben
soleggiata e poco esposta alle curiosit dei vicini: ora invece lo
infastidiva quella serena solitudine campestre, quell'abbondanza
di luce, d'aria e di silenzio che lo circondava. Del resto
meschina, noiosa e ridicola gli pareva la vita del nato paese:
ogni cosa, che prima lo interessava, ora gli causava strane
sensazioni di compassione e d'indifferenza; i suoi compaesani,
uomini ruvidi e bronzini, donnine baroccamente adorne di lunghe
cuffie e di corte sottane orlate di panno verde, gli sembravano
presso a poco tante povere bestiuole, talvolta innocue, tal'altra
velenose. Ma neppur lontano, nelle grandi citt, nell'alta vita
dei felici e dei consapevoli, dei gentiluomini profumati e delle
dame miniate e vestite di seta, neppure l scorgeva nulla di
buono, di serio o di piacevole.
Una suprema indifferenza poi lo assaliva se pensava ai suoi affari
urgenti ed incalzanti, ai suoi cavalli, ai servi, ai cani, a
quanto lo circondava. Eppure in certe dolci sere di quel
melanconico autunno, costretto a starsene rinchiuso in casa con
l'infinita tristezza che lo intorpidiva, desiderii misteriosi di
cose ignote, introvabili, che l'annebbiato pensiero non riusciva a
definire, gli davano come una ineffabile volont di piangere.
In una di quelle sere, vestito di nero, era sdraiato sulla bassa
ottomana turchina del salottino attiguo alla camera da letto, e
scorreva alcuni giornali posti sopra un tavolinetto di sughero
traforato. La sua bella e fiera testa dai biondi capelli irti
affondava dolcemente e spiccava sul velluto nero di un cuscino,
lavoro e dono della figlia d'un suo parente accasato oltremare. Il
cuscino era morbido e tiepido, e il velluto carezzava la nuca e la
guancia di Stefano con la dolcezza d'una mano femminile. Egli
vedeva i giornali e i caratteri attraverso una tenue nebbia
giallastra; ci che leggeva lo interessava, ma nonostante, la mano
lasciava con stanca indifferenza cadere i fogli sul tappeto
formato da una gran pelle bionda di cerva, orlata di scarlatto
dentellato e adorna d'alte e ramose corna color bronzo.
Sonnecchiava, sdraiato con eleganza sulla pelle, un bellissimo
cane da caccia, nero, lucente, chiazzato sul dorso di larghe
macchie lattee; al contatto dei fogli lasciati cader dal padrone,
scuoteva un po' la larga coda morbida e provava un brivido che
lasciava scorgere il lieve ondulamento delle vertebre. A un certo
punto per i giornali cessarono di cadere e Josto pot dormire in
pace, mentre il padrone che non leggeva pi, cadeva nella
tristezza de' suoi sogni indecifrabili, sul cui sfondo grigio
passava, nube sottile, qualche pensiero distinto.
Una notizia della citt ove risiedeva il parente lontano, letta in
fondo all'ultimo giornale, gli richiamava al pensiero la giovine
nipote. I parenti e gli amici gliela assegnavano per isposa, non
essendovi in paese alcun partito degno di lui. Egli, che non
pensava ad ammogliarsi, non s'era mai fermato a considerare la
proposta dei parenti e degli amici; ma in quella sera, in
quell'istante di desideri anormali pens con improvvisa dolcezza
alla elegante fanciulla lontana e si domand se l'avrebbe sposata.
Gli parve di s, e per questa improvvisa decisione volse un po' la
guancia per sentir meglio la tiepida morbidezza del cuscino;
allora pi distinto e soave ebbe il desiderio di una mano giovane
e delicata che, posandoglisi sull'ardente fronte, gliene
assorbisse i torbidi umori. L'avrebbe forse risanato, o almeno gli
avrebbe dato una dolcezza cos profonda da farlo addormentare.
Si sentiva solo, profondamente, desolatamente solo. La malattia
aveva fugato anche il suo ultimo capriccio per una bella e facile
paesana, il cui ricordo ora gli riusciva disgustoso.
La sera avanzava con la triste dolcezza dei vesperi d'autunno. Dai
limpidi vetri del balcone, attraverso le cortine arabescate, il
cielo d'occidente, solcato da striscie rosse che sembravano strade
tracciate in una cerula lontana pianura, gettava nel salotto una
dolce luminosit d'oro pallido. A questo riflesso splendevano di
luce rosso-dorata, sempre pi dolce e morente, il pianoforte, le
cornici dei quadri, i quadri stessi e gli angoli del pavimento a
mosaico; un paesaggio ad olio, una pianura in autunno, dalle tinte
secche, giallastre, senza figure n alberi, dal cielo diafano ed
alto, s'animava, assumendo ombreggiature e lumeggiature indefinite
che gli davano perfetta illusione di realt.
Fuori soffiava il vento, e il fremito sonoro del noce pareva la
voce d'una intera foresta gemente al bacio triste dell'autunno;
dietro le cortine, in una lontananza di sogno, le montagne
melanconiche si profilavano di viola in quello sfondo di freddo
crepuscolo.
Una mosca dal corsetto diafano, che pareva un grano di frumento,
dalle ali di velo nero, sfumate in verde ed in violetto, sbatteva
contro i vetri con monotono mormoro. La mosca moriva, moriva la
luce, la natura, il giorno.
Stefano sentiva una inenarrabile tristezza di agonia in tutte le
cose che vedeva, e con gli occhi socchiusi, con tutta la persona
abbandonata al dormiveglia d'un sogno melanconico, si lasciava
tuttavia andare a tenerezze, a desideri, a rimpianti infiniti. E
sopratutto lo vinceva la sensazione della sua grande solitudine.
Suo padre non era che un'ombra, e spesso un'ombra molesta: egli lo
amava, lo venerava per tutto ci che il vecchio aveva sofferto, ma
sentiva che spesso don Piane pi che a confortarlo lo rattristava.
Silvestra poi era come morta per lui e per il mondo.
Improvvisamente ricord l'ultima disgrazia domestica; la morte di
Carlo: l'orrenda visione del sanguinoso avvenimento gli pass
nitida e triste nella memoria, dando una leggera contrazione
nervosa al pallido volto gi composto come a sonno nel momentaneo
riposo. Per liberarsi dall'improvviso amaro ricordo riapr gli
occhi, e subitamente pens a Maria, malata per il terrore e il
dolore della morte di Carlo.
"Donna Maria sta molto male."
Da chi, quel giorno stesso, Stefano aveva sentito queste parole?
Forse da qualche domestico; non ricordava bene; ma ricord la
visita della cognata e la soavit provata; in un impulso di
tardiva riconoscenza desider di restituire l'atto pietoso. Non
avendo mai varcato la soglia della casa di Maria, dapprima egli si
domand un po' ironicamente: "Cosa ne penser donna Maurizia? E
mio padre?...".
Ma a poco a poco lo strano desiderio lo riprese, e gli parve
naturale, anzi doveroso soddisfarlo. Che gli importava del
giudizio dei parenti? Nel cerchio della sua indifferenza per il
passato parve sfumare anche il puntiglioso e sciocco disamore per
Maria: rest solo la sensazione buona della visita, e: "Andr
assolutamente", disse una voce interna con insolita energia.
Cosa dunque accadeva? Nel periodo strano che attraversava, Stefano
non aveva desideri definiti; perch dunque questa volta il
desiderio di visitar Maria gli si fissava energicamente in testa?
Si rizz a sedere, e nel movimento che fece dest il cane che
stir una zampa in avanti, scosse la testa e sbadigli con un
leggiero guaito, mostrando i bianchi denti e la grossa lingua
color rosa. Poi sollev gli occhi e fiss Stefano in volto.
Spirava tanto intelligente affetto dallo sguardo di Josto, che il
padrone sent improvvisamente rinascere l'affetto per il fedele
compagno delle sue caccie, che durante la malattia l'aveva
vegliato assiduamente; e chinandosi gli accarezz il dorso nero e
gli tir lievemente le larghe orecchie.
"Josto, povero Josto!", disse piano, piano, con voce un po' rauca.
"E i tuoi compagni dove sono?"
Lietissimo, il cane scodinzol e gli pose le zampe sulle
ginocchia; egli gli carezz la testa, poi si alz e si diede a
passeggiare lentamente per il salotto.
La luce diventava sempre pi tenue e dorata; il vento cessava col
cader della sera, e, circondato dal suo frusco lieve e monotono,
l'ambiente del salotto si rendeva ancor pi intimo, pi raccolto e
soave.
Stefano rialz le cortine e guard fuori. Il balcone dava sugli
orti, pieni di silenzio e di vaga tristezza; al di l i prati
ondulati sfumavano nella soave luminosit del crepuscolo, e gli
alberi semispogli si disegnavano rossi e vanescenti sullo sfondo
delle lontane montagne. Sopra un'altura rocciosa, fra roveti e
macchie, una chiesetta campestre, da quel fondo di cielo cremisino
guardava con infinita dolcezza sul piano arato.
Tenendo sempre stretta la cortina entro la bianca, scarna mano,
Stefano sent anche dentro di s la dolcezza triste e ineffabile
delle cose crepuscolari. Dunque i suoi sentimenti, le sue
sensazioni rinascevano? Ebbe persino desiderio di aprire il
cembalo, che non toccava da tre mesi; un tintinno di capre che
tornavano dai pascoli, gli ricordava una sinfonia di Meyerbeer
(2), nella quale risuona una caratteristica melodia di leoneddas o
pifferi sardi. Fu spinta la porta e apparve la bella testa di
Serafina avvolta in una benda color di miele.
"C' il suo compare Arcangelo Porri", disse la domestica con voce
sommessa, senza avanzare.
"Fallo salire qui", rispose il padrone.
Mettendo timidamente i grossi piedi ferrati sul tappeto della
porta, di l a poco entr un paesano altissimo, dalla smisurata
faccia color di lievito macchiata di rosso, con un'ibrida e lunga
barba a ciocche in parte nere, in parte color pelo di volpe.
"Come sta, compare don Istene? Buona sera!", disse avanzandosi.
Stefano stese freddamente la mano; il Porri gliela strinse
goffamente, e scuotendolo tutto esclam:
"Sono contento che sia guarito, Dio la guardi! Ho veduto don
Piane: sembra un giovane di quindici anni, Dio lo conservi!".
"Sedetevi", disse Stefano; e richiam Serafina perch accendesse
un lume.
La bella fantesca depose sul tavolino di sughero un'antica lampada
ad olio d'ulivo, d'argento arabescato e adorna di catenelle:
Stefano sedette sull'ottomana, e con le palpebre basse, fissandosi
le mani intrecciate, ascolt pazientemente il lungo discorso del
Porri, che si lamentava della cattiva annata e di cento altri
malanni.
Alla fine, avendo Stefano rialzato gli occhi come per dire:
"Basta!" il paesano trasse di tasca una borsa di cuoio nero e ne
apr un'altra di cuoio giallo ricamata e attaccata alla sua
cintura. Frugandovi lungamente dentro, a testa china, da
quest'ultima borsa trasse un pacchetto di biglietti di banca,
quasi tutti laceri e sporchi: poi dalla borsa nera vuot un
mucchietto di monetine d'argento e di rame. E si mise a contarle,
mentre Stefano guardava tranquillamente il movimento di quelle
grosse mani, livide alla bionda luce della lampada.
Il Porri teneva in affitto una immensa tanca degli Arca, che
subaffittava ad altri pastori, e veniva a pagarne il prezzo
semestrale, scaduto fin dall'ultimo giorno di settembre.
Siccome egli contava e ricontava sotto voce, imbrogliandosi
maledettamente e ricominciando ogni tanto, Stefano cominci a
impazientirsi.
"Lasciate fare a me!", disse, tendendo le mani; e sotto gli
attenti occhi del pastore cont spigliatamente e con noncuranza il
denaro, gettando le monete sui biglietti, che in breve ne furono
ricoperti.
"Mille", disse fermandoli e guardando Arcangelo come per
chiedergli: "e le altre cinquecento?".
"Sicuro", rispose il pastore con disinvoltura, "sono duecento
scudi, o non  cos? Il resto? eh, il resto quando lo busco: il
pi presto possibile. Che ella, don compare, possa vedermi cieco
se ho potuto raccogliere altro... e quest'anno ci rimetto il
collo, lo sa..."
E ricominci a lamentarsi.
"Ma, diavolo!", disse Stefano, "noi pure dobbiamo pagare le
imposte, lo sapete bene! Ho avuto tanta pazienza!"
"S, lo riconosco e la ringrazio: ma, com' vero Cristo, non ho
potuto trovar altro! Cio, s, se ne avessi voluto, eh, ma..."
Un sorriso misterioso gli sfior il volto bluastro. Abbass la
voce e disse che i Gonnesa gli volevano dar mille lire per deporre
il falso nel processo dell'assassinio di Carlo Arca.
Stefano ebbe negli occhi un lampo d'ira, ma subito cap che il
compare mentiva. Perch mentiva? Lo comprese dalle parole del
pastore:
"Io non sono teste, non ci risulter, ma se risulter, dir la
verit, magari caschi il mondo e apparisca Ges Cristo a piedi in
terra! Eh, Arcangelo Porri non si vende per duecento scudi, e
neppure per trecento, e neppure per tutto il denaro di questo
mondo e dell'altro!".
Stefano aggrott le sopracciglia, quelle energiche sopracciglia
color di corvo che facevano un s vago contrasto sul suo volto di
bimbo, e domand:
"E cosa sapete voi?".
Dopo qualche riluttanza Arcangelo rivel il segreto: Saturnino
Chessa, il bandito processato, gli aveva un giorno confidato che i
Gonnesa volevano incaricarlo di dare una archibugiata a don Carlo
Arca.
Stefano cap che ci era perfettamente falso; tuttavia si mostr
interessato e disse gravemente:
"E perch non ne parlaste prima? Ne terr parola con mio padre".
"Don Piane lo sa; ne parlavamo poco fa; anzi", aggiunse il Porri
con disinvoltura, "mi disse che in tal caso potevo dire tutto e
che, visto i danni che potevo soffrirne, mi avrebbe lasciato
ancora un po' di tempo per il resto del fitto..."
"Ha detto questo mio padre?...", domand vivamente Stefano,
fissando il Porri.
"Sicuro che l'ha detto!"
"Allora ne parler anche con mia cognata Maria. Sta bene!"
Arcangelo Porri cap che non c'era altro da fare, e se n'and
sicuro del fatto suo.
In fondo Stefano prov un violento disgusto contro quest'uomo che
voleva deporre il falso e vender l'anima per cento scudi; ma per
togliersi ogni scrupolo pens: "Dopo tutto  affar suo; e poi
chiss? pu essere anche vero...".
Depose il denaro entro un cestino di asfodelo ed ebbe piacere di
aver una scusa per recarsi da Maria.
Dopo cena infatti, nonostante le proteste di don Piane che,
circondato da cani e gatti, stava pregando davanti al camino
acceso, Stefano indoss un soprabito invernale foderato di
pelliccia, mise la rivoltella in tasca, un pugno di ferro
nell'altra, e usc. Sulle prime sent un po' di freddo, ma ben
presto, camminando con passo rapido e svelto, si riscald.
Il vento era del tutto cessato; grandi striscie di nuvolette
bianche si stendevano a ventaglio sul cielo chiaro, d'un azzurro
d'oltremare; pareva una immensa raggiera di argento filogranato
che attendesse la luna per incoronarla. E la luna piena spuntava
sopra una lontana e immobile linea di alberi neri, in una zona
purissima di cielo chiaro come l'acqua d'un fiume. Dapprima
apparve un diamante sulla cima d'una quercia, poi brill un fuoco
d'argento e tutta l'immobile linea della lontana foresta parve
incendiarsi, ma d'un freddo e bianco incendio, al cui riflesso la
raggiera delle nuvole cominci a impallidire e dissolversi.
Stefano guardava, fermatosi quasi suo malgrado, sulla piazzetta
della chiesa: le pietre dei paracarri dello stradale che
attraversava il paese scintillavano ai primi riflessi lunari: un
cane tigrato e melanconico contemplava la sorgente luna e abbaiava
lamentosamente; altri cani rispondevano in lontananza e niun altro
rumore saliva dal villaggio gi addormentato. Stefano riprese la
strada e, per giungere pi presto alla casa di Maria situata
all'opposta estremit del paese, prese a percorrere lunghi
viottoli stretti, oscuri e ripidi, fiancheggiati da miserabili
casette di pietra; qualche raggio di luce gialla sfuggiva da
piccole finestre di legno tarlato e dalle fessure di porticine mal
connesse, ma non si scorgeva un'anima, e il gran disco d'oro della
luna saliente sul cristallo del cielo illuminava a poco a poco e
con infinita tristezza i vecchi tetti di tegole sarde rse e
arrugginite dal tempo.
Uscito dalla sua casa relativamente sontuosa, nel tepore del suo
elegante soprabito grigio, foderato di martora, Stefano sentiva la
tristezza misera di quelle viuzze, che conosceva pietra per
pietra.
Arrivato picchi con leggera trepidanza la porta d'una vecchia
casa di buona apparenza ove abitava Maria, la cui famiglia viveva
sulla rendita del molino e dei circostanti orti. Riconoscendo il
giovane, la vecchia domestica che apr con circospezione la porta,
si spavent e fu per farsi il segno della croce e gridare: "Cos'
accaduto?".
Ma egli se ne accorse e disse, sorridendo:
"Non vi spaventate, zia Larenta (3): buona notte. Sono venuto per
vedere come sta Maria: ci hanno detto che stava un po' male".
"Non  vero, grazie a Dio! Chi ha detto questa bugia? Ma guardi
come vanno a spaventare la gente; perch certamente le loro
signorie si saranno spaventate!"
Pensava precisamente il contrario l'astuta donna; ma era tutta
commossa, e, fatto entrare con premura l'insolito visitatore, si
mise, contro la sua abitudine, a camminare rapidamente, gridando:
"Donna Maria? Donna Maria?".
Stefano la segu, osservando con curiosit intorno: attraversarono
un andito, poi una stanza tutta occupata da un antico telaio
latino da tessere, nel quale il giovane intravide un lavoro gi
inoltrato, una coperta da letto, a fondo bianco ed a rose rosse,
intessuta da soli ritagli di stoffa candidi e porpurei.
Senza dubbio era quello un lavoro di Maria, ed egli pens ai
lavori frivoli e leggeri della sua elegante nipote e delle signore
di citt: arrivato in fondo alla stanza si volt, sembrandogli di
scorgere una muta e triste figura china sull'antico telaio.
Zia Larenta lo lasci nell'attigua stanza, non meno caratteristica
della prima, arredata da grandi guardaroba di legno oscuro,
bizzarramente incisi, da un divano di legno bianco fornito di
cuscini e adorno di un volante di percalle rosso, da sedie di
paglia e d'alti sgabelli antichi a due piedi. Sulle pareti un po'
gialle, una fila di quadretti sacri; per terra un braciere ricolmo
di brage velate di cenere bianca; sul tavolo la fiamma di una
lucerna di vetro ad olio d'olivo metteva in piena luce un
cofanetto d'asfodelo pieno di lavori femminili, un giornale
spiegato e una piccola Imitazione di Cristo con un nastro nero per
segnalibro, e illuminava le scialbe pareti; ma sul pavimento si
allargava l'ombra del tavolo con quella del cofanetto da lavoro.
Stefano cap di trovarsi in una stanza da pranzo, ma, bench la
rassomigliasse a tante altre stanze del villaggio, si sent subito
qualche cosa d'insolito; una gran pace e una grande innocenza,
velate da rigidit mistica e dolorosa. E guard avidamente ogni
cosa, cercando la causa che dava quella speciale fragranza
all'ambiente; poi si sedette stanco su uno sgabello e, per la
corsa fatta, per il fresco sentito fuori e per il tepore del fuoco
che ora lo avvolgeva, prov un lieve, ma doloroso peso al capo; le
tempia gli batterono e una leggera vertigine sonnolenta ricominci
a offuscargli lo sguardo. Tuttavia, quando Maria entr,
visibilmente sorpresa e spaventata per la strana visita, egli
nitidamente percep in lei la causa del mistico e melanconico
raccoglimento della vecchia casa patriarcale: s'avvide anche del
turbamento della cognata e sorrise, ma quasi inconsapevolmente,
come si sorride sognando.
"Buona sera: ti sei forse meravigliata?", chiese alzandosi.
"Sicuro!", diss'ella francamente. " una cosa insolita. E tu come
stai? E come sta... tuo padre?" (Non sapeva con qual nome chiamare
il suocero.)
"Non c' male, anzi sta bene, lui: io per non sono ristabilito
del tutto. Ma mi dissero che tu pure stavi un po' male, e sono
venuto per questo ed anche per un affare..."
Pronunzi queste ultime parole in modo da lasciar capire di essere
venuto pi per l'affare che per altro; e Maria prov lieve
puntura, ma preg gentilmente:
"Siediti!".
Ella sedette sul divano, in piena luce, ed egli, guardandola
curiosamente, quasi non l'avesse mai veduta, riprese posto sullo
sgabello, allargandosi il colletto del soprabito, sulla cui
pelliccia il suo volto appariva pi smorto e affilato del solito.
"L'affare dunque  questo e va cos...", cominci; e parl del
nuovo e importante testimonio che s'offriva contro il Gonnesa.
Maria s'interessava assai del processo, e quindi ascolt
attentamente, col gomito poggiato sul tavolo e un dito affondato
sulla guancia destra; mentre Stefano, che socchiudeva gli occhi
per la luce vicina della lucerna, parlando, non cessava di
fissarla in volto.
Un volto straordinariamente caratteristico, di un bel tipo sardo-
saraceno dal fine profilo, leggermente aquilino, gli occhi lunghi
ed oscuri, quasi obliqui e socchiusi per lieve miopa e la bocca
grande, ma d'un taglio perfetto. I neri e lucenti capelli rialzati
sulla breve fronte lasciavano scorgere le cos dette sette punte
delle capigliature, che dnno un ammirabile contorno al viso
femminile; ma le cose che pi colpivano Stefano erano un neo
nell'angolo dell'occhio sinistro, e la bocca, quella bocca
misteriosa, di cui ogni moto era un'espressione. Il labbro
superiore un po' rialzato dava al bianco e delicato volto una
fisionomia lieta e infantile; ma il labbro inferiore, spaccato nel
mezzo, rivelava con la sua linea pura e raccolta un'amarezza
segreta e continua, un dolore senza nome e senza confine, una
tristezza che dominava anche nel pi sincero sorriso. Del resto
Maria sorrideva poco, e il sorriso, breve e dolce, le moriva
improvvisamente.
Stefano osservandola sentiva una profonda impressione. Cosa mai
era stato il dolore suo e di don Piane in confronto a quello
ineffabile e incessante di Maria? A un certo punto calcol lo
spasimo che doveva aver provato la giovanissima sposa nel vedersi
ucciso il suo adorato pochi giorni dopo le nozze contrastate, e
prov un terrore. Allora, improvvisamente, ebbe la percezione
della piccolezza, della bassezza dei sentimenti suoi e del padre
contro Maria, e lo invest un'ondata di gelo e di vergogna. E
vergogna sent anche per non aver potuto confessare il vero e
delicato motivo della sua visita.
Intanto la conversazione proseguiva piana e cordiale; ma ad un
tratto Maria disse con semplicit:
"Io credo che il Porri dica il falso. Gli avete forse promesso
qualche cosa voi, tu o tuo padre? Ha la vostra tanca di Nuraghe
ruju in affitto...".
Stefano, che poche ore prima riteneva la cognata capace di tutto
per vendicare il marito, ora ebbe scrupolo di palesarle ogni cosa
e disse:
"Non credo sia falso: almeno noi non gli abbiamo promesso
nulla...".
"Io credo sia falso invece!", ripet ella pi convinta. "Sarebbe
meglio lasciarlo stare; non  un tipo che mi va."
"Neanche a me; ma parlane con tua madre tuttavia..."
Il padre di lei contava poco: in casa faceva e disfaceva tutto la
madre, donna Maurizia, un altro tipo caparbio e ostinato, sulla
cui fisionomia maschile non mancava neppure un paio di baffetti
neri. Quella sera aveva malamente permesso a Maria di ricevere il
cognato, ma, ardendo di curiosit, aveva mandato zia Larenta ad
origliare.
"Ne parler", disse Maria, chinando gli occhi.
Stefano cap che era impossibile violentarle la coscienza e tacque
senza insistere oltre. La sua visita cos pareva finita, e,
credendo ch'egli non s'indugiasse pi, ella s'alz e volle
offrirgli il rituale bicchiere di vino. Ma egli protest e: "Non
bevo; grazie: mi fa male", disse, respingendo dolcemente il
bicchiere non ancora empito.
Ella parve mortificata nel veder respinto il segno della buona
ospitalit; ma tosto ebbe una idea, e, tornando verso il
guardaroba, ne estrasse una bottiglia a forma d'anfora.
"Bevi", disse, chinandosi sulla tavola, " moscato di cinque anni,
dolce come il miele. Questo fa bene."
E, sorridente, con l'alta persona snella, curva davanti a Stefano,
vers nel calice il vino color d'oro e trasparente come ambra.
"Basta!", esclam egli, prendendo il calice; e, sollevandolo, lo
urt contro la bocca della bottiglia. Egli alz ancora pi il
calice, seguendolo con gli occhi, poi lo avvicin alle labbra e,
incontrando lo sguardo di Maria, sorrise e bev. Bev e non pens
ad andarsene: bev troppo, mescendosi egli stesso il vino, e ogni
volta che sollevava il bicchiere lo guardava attraverso la luce,
quasi cercando nella dorata trasparenza del fragrante moscato una
luminosa visione, forse la realt di quegli archi di perla gialla,
di quelle tremolanti gallerie di cristallo e d'oro, di quegli atr
splendenti che conducevano a un incantato palazzo di gata, che il
riverbero del lume produceva sulle sfaccettature del calice.
Non sapendo cosa altro dire, domand con insistenza a Maria come
ella stesse e cosa facesse durante la giornata.
"Cos!", esclam essa un po' stupita. "Ora sto meglio; anzi sto
bene."
Ma Stefano cap ch'ella diceva cos solo per bont, per non dare
sfogo a vani lamenti, e, pensando al ruvido e monotono ambiente in
cui ella viveva, ne sent compassione e disgusto: egli vi sarebbe
morto di melanconia; ella invece, delicata e debole, non solo ci
viveva rinchiusa come una monaca, circondata d'usi funebri, quasi
barbari e inesorabili, ma con la sua bont illuminava e raddolciva
tutta la casa. Come mai ci? Ella dolcemente glielo spieg.
Tesseva, lavorava, pregava e taceva. Ed egli pens a chi sa quali
invisibili, tormentosi fili di tristezza, di sogni morti, di
dolori fisici e morali, di ricordi il cui miele si cangiava in
assenzio, di disperazioni immense e vuote come l'infinito, che
certo seguivano la trama della bianca coperta stesa sul telaio.
Quante lagrime bagnavano il cuore di quelle rose vermiglie, e
quale ineffabile fragranza di dolore le rose cos irrorate
esalavano? Eppure non una parola d'odio, di vendetta o di
ribellione usciva dalle dolci labbra che serbavano il ricordo
struggente dei baci e dei singhiozzi; una rassegnazione profonda
spirava nell'armoniosa e stanca voce di lei.
Ora finalmente Stefano capiva ci che esprimevano e cercavano gli
occhi e le labbra della delicata creatura, a cui le pi intense
gioie e i pi grandi dolori della vita avevano sfiorato e
amareggiato il cuore senza per toglierle la purezza e la fede.
Esprimevano un profondo mistero di forza e di bont, e cercavano
un punto ignoto, perduto in regioni invisibili ad occhi profani.
Da pi d'un'ora egli sedeva davanti alla tavola, su cui erano
aperti i pallidi fogli dell'Imitazione di Cristo, e ancora non
pensava ad andarsene; anzi, ogni tanto, continuava a versarsi un
po' di quel vino color miele ed a cercarvi, dentro ed attraverso,
qualche cosa indefinita ed ammaliante. Maria lo guardava con un
po' di inquietudine, e avrebbe voluto dirgli: "Bada che ti fa
male"; ma non osava.
Lentamente i pensieri di Stefano si velavano, e un torpore caldo,
serenamente dolce, gli serpeggiava per le vene: una dolcezza mai
provata lo vinceva, ridonandogli l'ineffabile e puro desiderio di
sentire sul volto una soave carezza femminile. Ma era da Maria che
ora distintamente desiderava questa carezza, e guardandole le mani
lunghe e bianche, sentiva le sue rallentarglisi dolcemente stanche
e calde sulla pelliccia delle falde rivoltate del soprabito.
Avrebbe voluto afferrare le mani di lei e portarsele al volto, e
poi stringerle fra le sue e lasciarle cos unite per sempre, fino
a morir di dolcezza nel tepore di quella stanza, che spirava tutta
la pace severa ed eterna d'un'arca mortuaria. Ma non si muoveva,
sebbene questa strana felicit gli sembrasse facile a
raggiungersi. La realt gli sfuggiva: il fratello morto, il cui
ricordo dava tanto fascino al dolore di Maria e don Piane con le
sue domestiche e i suoi gatti e i suoi od e le sue preghiere e le
vicende del passato e le cure del presente, tutto gli sembrava una
lontana e inafferrabile ombra.
Solo Maria egli vedeva, e gli pareva che la figura di lei
basterebbe d'ora innanzi a colmare tutto il suo passato, il
presente e l'avvenire.
Ella intanto, inconscia dell'improvvisa passione che destava,
continuava a guardarlo serenamente, col mento poggiato sulla mano
chiusa e il gomito sulla tavola; ma gli occhi le si cerchiavano,
la voce le si faceva sempre pi languida e il volto le diveniva
cos pallido che pareva d'alabastro. Ella si sentiva mancare per
l'ora tarda e per la stanchezza dei troppo prolungati discorsi.
Stefano non capiva ancora che oramai la sua visita riusciva
importuna, e solo quando vide la piccola anfora mostrare tutto il
bianco colore del cristallo, decise d'andarsene.
"Com' tardi!", disse alzandosi e guardando Maria. "Tu sei
stanca."
"No", rispose ella; ma aveva gli occhi velati di sonno e di
febbre.
"Addio, Maria, buona notte!"
Le prese la mano, gliela strinse forte; non si muoveva. Che
voleva? Maria gli vide negli occhi, eguali a quelli del morto, lo
stesso raggio di profonda luce che avevano i cari occhi spenti
allorch nelle pi intime ore di passione le davano e chiedevano
tutta l'anima con lo sguardo.
"Addio!", rispose con voce sommessa.
Accompagn Stefano fino alla porta, ed egli, invece di andarsene
subito, si ferm sulla soglia, nel vano bianco di luna, e
riprendendole la mano le ripet con la stessa tenace stretta, col
medesimo sguardo profondo:
"Addio, Maria".
Non solo nello sguardo, ma anche nella voce e nel tepore della
stretta appassionata, ora ella trov qualche cosa del morto e del
suo amore: e rientr tremando.
Fatti pochi passi, Stefano si ferm stupito e incantato sullo
stradale: la luna alta e purissima illuminava gli orti e il
fiumicello; l'acqua glauca scintillava sotto i chiari pioppi
vanescenti e scorreva nel silenzio lunare cantando, cantando
dolcissimamente. "Domani ritorner", disse Stefano fra s,
guardando con un pazzo desiderio il cielo, quasi invocando l'alba
lontana; e rimase a lungo cos, davanti ai grigi pioppi sfumati
nelle trasparenze lunari, sopra il ruscello corrente, che nella
sua monotona melodia forse cantava: "Don Stene, don Stene,
ritiratevi, svegliatevi! la notte  limpida, ma fredda e
insidiosa; dal cielo di platino stillano le gemme velenose della
brina e qualche vostro nemico pu passare! Chi sa se domani
potrete levarvi con l'alba, chi sa se domani potrete
ritornare!...".


II

Il ruscello non mentiva.
L'indomani mattina per tempissimo Serafina batt alla porta di
donna Maurizia; siccome nessuno apriva, la domestica spinse con
insolenza la porta ed entr nell'andito, ov'era un acuto e grato
odore di caff bollente.
"Donna Maria? Donna Maria?", grid la bella ragazza, che nella
serena frescura del mattino aveva il volto d'un color di pesca.
La voce echeggi sonoramente per l'andito; un gattino grigio dai
grandi occhi verdi e diafani come due acini d'uva, sporse le
orecchie frementi dall'uscio a mano sinistra, ma appena vide
Serafina fugg e si nascose vigliaccamente sotto il telaio.
"Son tutti morti!", pens la ragazza avanzando. Tutti gli usci
erano aperti, ed ella, dopo aver curiosamente messo la testa entro
la stanza del telaio, infil la porta di faccia e si trov nella
cucina. Una caffettiera bolliva sui carboni accesi di un fornello;
da un'altra porta spalancata si scorgeva l'orto verde, fresco e
luminoso.
Serafina fece un giro intorno a se stessa, esaminando ogni cosa,
poi credette bene di chiamare nuovamente: "Donna Maria? Donna
Maria?".
Il bel gattino grigio, tornato cautamente sull'uscio dell'andito,
scapp di nuovo, e donna Maurizia comparve sulla porta dell'orto.
Era una donna sulla cinquantina, alta, pallidissima, con due
formidabili occhi turchini sormontati dal minaccioso arco delle
foltissime sopracciglia nere, e con il labbro superiore peloso
come quello di un adolescente.
"Cosa vuoi?", domand con arroganza.
"Dov' donna Maria?", disse la domestica con non meno insolenza. E
intanto si scambiarono uno sguardo di sfida e di curiosit.
" ancora a letto", rispose donna Maurizia, togliendo la
caffettiera dal fuoco, "se vuoi vederla torna pi tardi."
"Non posso tornare. Le dica lei che don Stene stanotte  ricaduto
malato, che ora  a letto e sta male, e mi ha mandato perch
desidera assolutamente che donna Maria venga in casa nostra."
"In casa tua! un corno! tu non hai n casa n vicinato!", le
rispose mentalmente donna Maurizia.
"Perch deve venire?", chiese a voce alta ed irosa.
"Ne so molto io!", disse l'altra, guardando sfacciatamente
nell'orto. "E zia Larenta?  al mulino?"
"Maria  a letto", ripet con sussiego donna Maurizia, senza
badare alle ultime domande. "Quando si lever glielo dir."
"Non se ne dimentichi. Il padrone vuol vederla e presto."
"Presto o tardi!", esclam l'altra con sprezzo; e siccome
Serafina, sporgendosi sulla porta, guardava sempre verso il
molino, fu per scacciarla col manico della scopa, tant'ira e
disprezzo ne provava.
"E zia Larenta?", ripet la ragazza.
Nessuna risposta.
" al molino? Ah, s, eccola l!" E salut con la mano. "Se mi
permette scendo laggi."
Siccome il permesso tardava, la ragazza prese improvvisamente il
piccolo viale che conduceva al molino, e and laggi con la scusa
di salutar zia Larenta; ma in realt per veder la gente che recava
il grano da macinare.
Donna Maurizia le imprec dietro a voce sommessa; poi guard
intorno, caso mai mancasse qualche oggetto, pur sapendo di
malignare, e si domand quale altro accidente fosse capitato a
Stefano. "Chi sa che voglia morire e chiami Maria per combinare
sul testamento da far eseguire a quel vecchio pazzo di don Piane!"
Rasserenata da questa pietosa speranza cominci a preparar lo
spirito d'uovo (4) per Maria, mentre il caff stillava a goccia a
goccia entro la macchinetta di latta rosseggiante per il riflesso
del fuoco.
Preso un uovo dall'armadio e guardatolo attraverso la luce, lo
batt sull'orlo di una scodella, e versato in questa il tuorlo,
lasci l'albo entro la met del guscio, che adagi contro una
chicchera. Strinse poi la scodella fra le ginocchia, vers molto
zucchero sul tuorlo dorato e cominci a sbatter il tutto con un
fuso, girandone il cannello fra le palme delle mani inumidite di
saliva. Al noto, sebben lieve romore, accorse soltanto il gattino,
e con la coda dritta venne a fregar la testina sulle sottane di
donna Maurizia.
"Lasciami in pace, Mima", disse ella; ma la bestiola le mise le
zampette sulle ginocchia e cos ritta sollev i grandi occhi verdi
e sbadigli mostrando la linguetta rosea.
"E cosa vuoi ora? Aspetta che ti dar da leccare il fuso."
Ma Mima voleva di pi, e cerc di ficcare entro la scodella i
lunghi baffi argentei.
"Questo poi no! Va via!", grid donna Maurizia; e il gattino,
visto inutile ogni tentativo, con le unghie le tir fortemente la
sottana, poi s'accomod elegantemente sul pavimento, a coda tesa,
aspettando e seguendo con gli occhi il movimento del fuso.
Quando il tuorlo e lo zucchero furon ridotti ad una specie di
crema, donna Maurizia si alz e vers nella scodella il caff
bollente, limpido e rosso come vino.
In quel punto entr Maria, e il gattino le and incontro
miagolando.
"Perch ti sei levata?", rimprover donna Maurizia.
"Non vi pare ora? E poi ho sentito che mi chiamavano: chi era?"
"Prendi", disse la madre porgendole la scodella scintillante.
"Chi  venuto?", ripet Maria guardando lo spirito d'uovo senza
sorbirlo; e il gattino le si arrampicava sul grembiale.
"Scendi gi, Mima", impose donna Maurizia con l'indice teso. "Era
quella sciocca di Serafina. Tuo cognato pare che ieri notte,
andatosene di qui, abbia fatto qualche stravizio ed ha la febbre
di nuovo."
"Dio mio, il vino!", pens Maria, e per il rimorso e per il calore
interno della bevanda che lentamente sorbiva, arross fin sulle
mani. "Ma che stravizio poteva fare?", osserv timidamente.
"E che stravizio fanno i viziosi?", grid severa donna Maurizia.
"Egli lo sapr! Ed ora vuole che tu vada da lui."
"Perch mi vuole?", pens Maria turbandosi. "Perch mi vuole?",
chiese.
"Egli lo sapr. Cosa ne so io? Ma tu non andrai, non  vero?"
"Andr", rispose Maria chinandosi per deporre in terra la
scodella, entro cui il gattino mise subito i baffi e le lunghe
sopracciglia.
E chiusa nel suo semplice vestito nero, di stoffa rigida e opaca,
ella and. Don Piane faceva colazione con cafflatte e biscotti,
dividendola con Josto e con due neri gatti lucenti che sembravano
manicotti. Quando sent arrivar Maria fece chiudere l'uscio del
salotto da pranzo in modo ch'ella s'accorgesse dello sgarbo. Ed
ella se ne avvide, ma dritta e rigida sal le scale con passo
leggero, entr da Stefano preceduta da Serafina, e s'avvicin al
letto con disinvolta confidenza.
"Ebbene, cosa c' di nuovo?", domand curvandosi un poco.
Stefano sollev le palpebre guardandola, e vista cos, di sotto in
su, in modo che i suoi occhi sembravano ancor pi obliqui e
profondi, gli parve bellissima.
"Siediti", disse.
Serafina, che spiava avidamente ogni cosa, cap che doveva
andarsene, e non pot neppur mettersi in ascolto perch il padrone
le impose di lasciar la porta aperta.
Maria rimase in piedi, e siccome egli, invece di parlare, chinava
le palpebre con grave espressione di sofferenza, gli tast il
polso e disse:
"Mi pare che tu sia soltanto molto debole. Non hai preso nulla?
Che vuoi?".
"Voglio che tu rimanga qui!"
Ella lo guard stupita, ma credendo che egli vaneggiasse non lo
contraddisse.
"Rester: sta quieto."
"Sai", diss'egli vivamente, comprendendo ch'ella lo riteneva
febbricitante, "ieri notte ho bevuto troppo, ho preso troppa aria
e mi ha fatto male: ho passato un'orribile notte, e solo ora la
febbre mi ha lasciato. Il medico me lo diceva per che mi
guardassi, che se ricadevo guai! Ora invece son ricaduto ed ho
paura, e desidero che tu resti qui, capisci, perch nessuno si
cura di me...", e la voce si abbass in una sommessa vibrazione
d'amarezza, "e non solo per me, ma anche per la casa..."
"Ma... tuo padre non c'?"
"Oh, mio padre!...", e sorrise guardando in alto; ma l'amarezza
della voce passava al sorriso ed allo sguardo.
"Riposati per ora. Penser", disse Maria commossa.
"Non posso riposare se tu non rispondi. Pensaci subito."
Ella ci pens subito, chinando la testa, e una voce maligna del
suo mondo interno le ricord subito tutti i rancori, le tristezze,
i dolori, le umiliazioni che gli Arca le avevano dato.
"Perch dovr rimanere?", si domand. "Perch per quindici giorni
o pi devo abbandonare la mia casa per questa gente?"
Si mosse, attravers la camera, apr un poco il verone e sollev
la fronte. Voleva pensar meglio. Sul paesaggio giallo e rorido il
cielo d'autunno s'incurvava con freschezze e trasparenze
indescrivibili; sul noce le allodole e le foglie umide scosse
dalla brezza eseguivano una sonora mattinata musicale. Con
l'aprirsi del verone tutta la freschezza e l'azzurra luminosit
del mattino invasero la camera, e Maria pens instintivamente
quanto, quando sarebbe stata felice in quella casa e...
"Maria?", chiam Stefano con supplichevole voce di bambino.
Ella lasci il balcone: gi l'amara voce taceva.
"Rester", disse, "purch tuo padre sia contento."
" contento", rispose Stefano, ed entrambi si contentarono della
pietosa menzogna.
"Sta bene allora."
"Chiama Serafina, fa il piacere."
Maria s'avvicin alla porta e chiam, ma Serafina non venne
subito, e pi tardi Stefano seppe che don Piane proibiva alle
domestiche di risponder alla chiamata della nuora.
Intanto Maria, per prendere possesso della casa, si tolse il
fazzoletto, lo stese a pi del letto di Stefano, e mise in ordine
la camera. Camminava con passo lieve, ma naturale, e nel seguirla
con gli occhi Stefano notava una certa disinvolta eleganza ne'
suoi movimenti e nel suo modo di camminare.
La camera era gi rimessa in ordine, quando sull'uscio
dell'attiguo salotto apparve il viso rosso di Serafina.
"Che vuole?", grid la ragazza.
Maria le fe' cenno di avanzarsi, ed ella attravers le stanze con
passo pesante e rumoroso.
Stefano, che cominciava ad assopirsi, apr lentamente gli occhi,
guard la domestica e parve ricordarsi.
"Va da donna Maurizia e dille che per oggi non aspetti donna
Maria."
Serafina lo fiss fra meravigliata e beffarda, ma egli la guard
duramente negli occhi e le accenn di andarsene.
"Non comanda altro?"
"Va!"
"Be'!", disse Serafina, e volt i tacchi rumorosi, battendosi una
mano sulla guancia come per schiacciarvi una mosca.
Maria le si mise dietro, e quando furono nel salotto le disse
piano:
"Cammina e parla piano. Dirai a mia madre che ti consegni la mia
blusa e la calzetta cominciata".
"Che il diavolo mi abbruci, che idea ha costei? Di rimanersi
qui?", pens Serafina con dispetto; e, scese rumorosamente le
scale, and a riferir tutto a don Piane, che leggeva gli annunzi
di un giornale sardo.
Ogni mattina don Piane, che leggeva senza occhiali, ma
stentatamente, scorreva il giornale, cominciando dagli annunzi e
fermandosi particolarmente sulle corrispondenze dei villaggi e
specialmente su quelle che descrivevano feste con corse di cavalli
o che contenevano polemiche elettorali. Spesso i suoi due grossi
gatti gli salivano sulle ginocchia, allungandogli la testa sul
petto e spargendogli di pelo le vesti; li grattava sotto il mento,
comunicando loro ad alta voce i commenti sulle cose lette.
"Eh, cosa ne dici tu, Speranza?", domand alla gatta pi piccola,
quando Serafina ebbe spiegato la commissione da far presso donna
Maurizia. Speranza apr la bocca nera e miagol; ma se questa era
una risposta, don Piane non riusc a capirla.
"E la lasci andare!", esclam Serafina, dando un manrovescio alla
gatta, che salt in mezzo alla stanza. "Non vede che le sporca
tutto l'abito?"
"Figlia di...", grid don Piane. "La sporca sei tu! Se torni a
toccar il gatto ti mando fuori a pedate."
"E provi un po'!", disse l'altra ridendo e sfidando. "Ma vado o
non vado in quella casa?"
"Va in casa del diavolo!"
"Vado dunque, e obbedisco la padrona nuova!", concluse ella
amaramente.
La padrona vecchia era lei, ed ora l'addolorava che il suo dominio
finisse: intanto, per profittare delle ultime occasioni, prima di
recarsi da donna Maurizia entr in dispensa e rubacchi qualche
cosa.
Maria trepidava pensando al suo primo decisivo incontro col
suocero; e tutta la mattina, mentre Stefano, assopito dopo la
lunga notte insonne, riposava in una dolcezza di sogno, ella vag
in punta di piedi fra la camera e il salotto, guardando ogni cosa
con occhi timidi e stupiti, prendendo silenziosamente possesso di
ogni angolo. Sulle prime prov uno sbalordimento quasi spiacevole
nel trovarsi fra tanta ricchezza ed eleganza di mobili e di
stoffe, intravedute appena in un tempo lontano, quando il marito
le parlava della casa paterna. Ricordando l'ambiente grave e
misero di casa sua, la gaiezza e lo splendore del salottino di
Stefano l'umiliavano e la rattristavano: temeva quasi di porre i
piedi sui bei tappeti biondi di cerva dagli orli sanguigni e dalle
corna bronzate; e di toccare gli artistici ninnoli (fra gli altri
c'erano due bellissimi capretti di Vincenzo Jerace, a Stefano
personalmente donati dall'esimio autore) disposti disordinatamente
sulle mensole velate di polvere grigia. Non pensava neppur
lontanamente ch'ella potesse aver diritto su quanto vedeva: dopo
che Carlo Arca era morto, ogni diritto le pareva cessato con la
dolorosa perdita di lui; ma non era abbastanza ingenua per non
deplorare che i grossolani piedi di Serafina passassero
sguaiatamente con volgare e illegale padronanza sulle pelli orlate
di scarlatto, e per non accorgersi che le mani della domestica-
padrona potevano benissimo servire ad altre faccende.
Ritorn nella camera e socchiuse le imposte. Stefano dormiva
sempre, ed ella si ferm vicino al balcone, pensando con desiderio
al suo orto che, almeno quello, era pi fresco e pi gaio degli
orti che si stendevano dietro la casa Arca. Nel dolce orto
paterno, all'ombra dei noci e dei pioppi, traverso cui il sole
gettava larghi occhi d'oro sulle verdi acque del ruscello, ella si
godeva le lunghe mattine soleggiate, tutta raccolta nelle memorie
del suo breve sogno. A quando a quando cadeva sulla trasparenza
smeraldina del ruscello una foglia argentea e lunga di pioppo, o
una larga foglia di noce; foglie morte, orlate di rosso e
bucherellate dal sole, che s'aggiravano sull'acqua bassa e
diafana, poi passavano lente e tranquille sopra le gialle, tremule
macchie del sole e sparivano sotto la lucida ruota del molino. Non
cos era caduto, passato e sparito il dolce sogno di lei?
Ora nell'orto degli Arca era una tristezza quasi invernale, con
quegli alberi semispogli e rossastri, col pergolato secco da cui
pendeva solo qualche rada foglia di vite d'un giallo acceso
sfumato in violetto, con quel melanconico e vaporoso sfondo
d'orizzonte.
Solo il noce sonoro metteva un po' di verde cupo su tanta
melanconia, spandendo ombra su una distesa piantata a cavoli
rachitici e bluastri, e invasa da alte erbe secche e rossastre.
Maria s'accorse tosto che l'andamento dell'orto, come quello della
casa, era pessimo. Galline bianche dalla cresta pallida, e nere
picchiettate di rosso, e grigie striate di giallo, magre e mal
tenute, raspavano sotto i pergolati, scavando larghe righe,
avvoltolandosi nella polvere che poi scuotevano sbattendo le ali e
piluccandosi sulla schiena, e spandevano per tutto l'orto
un'infinit di piume d'ogni colore.
"Ma non c' il cortile? Che bisogno c' di lasciarle guastar
l'orto?...", si domand Maria. Si volse disgustata e prov un
lieve sentimento di timidezza vedendo don Piane sulla porta. Lo
guard con grandi occhi paurosi; ma il vecchietto, la cui bocca
era pi che mai serrata ed invisibile, fissava Stefano,
dimostrando una evidente ed offensiva noncuranza per lei. Tuttavia
ella si fece coraggio, attravers la camera col suo lieve passo
elastico, e con l'alzar le sopracciglia accennando il malato,
disse piano, piano: "Dorme".
Don Piane sporse un po' le labbra bianche, ma subito le restrinse.
Sempre pi intimidita Maria non trov altro che dire, e rimase
impalata vicino alla porta, mentre il vecchietto, passo passo e
lentamente, si accost al letto ed esamin il dormente, che non si
svegli, o non volle svegliarsi.
Poi don Piane gir lentamente il viso intorno e s'avvi per
andarsene, ma passando davanti a Maria inciamp e sporse le
piccole labbra con tale infantile paura che la giovane sorrise ed
ebbe piet di quella minuscola vecchiaia cos debole e cos
caparbia. Stese le mani, e prima che il vecchio protestasse, lo
sostenne afferrandogli il braccio sottile e corto come quello d'un
bimbo, e lo trasport nel salottino senza quasi lasciargli toccar
coi piedi il suolo. Se a fargli un'azione simile fosse stata
Serafina, don Piane avrebbe strepitato e alzato il piccolo pugno;
ora invece provava una lieve vertigine; arross di vergogna e di
piacere, e finalmente sporse le labbra dicendo:
"Non  nulla, non  nulla".
"Non  nulla", ripet ella convinta, "sedetevi un po' qui, finch
Stene si svegli." E lo fece sedere sul sof turchino. "Si
sveglier presto, credo io: dorme da molto. Mi pare che la
malattia sia niente, sapete: un po' di chinino, nutrizione adatta
e basta.  molto debole, Stene: non ve ne siete accorto?"
"Altro che me ne sono accorto! Ma lui fa tutto a modo suo. Io gli
dico: non uscire! e lui esce a cavallo e va a cacciare nelle
paludi, cosa diavolo! Io gli dico: non uscire di notte, e lui
invece esce e fa stravizi..."
" vero!", pens Maria, ricordando con rimorso l'anfora del vino
giallo.
"Io dico: guarda la ricetta del dottore, leggila!", e don Piane
mostrava alla giovane la palma della mano destra, battendovi su le
dita della sinistra. "Cosa dice la ricetta? Rafforzarsi con
vivande adatte e bere il ferro-china. Niente, niente, lui non fa
nulla e... pumh!" Fece atto di chi piomba sul letto; si sent
tutto confortato nel veder Maria dargli ampiamente ragione.
"Quando  venuto il dottore?", di nuovo chiese lei, non sapendo
che altro dire.
"Questa mattina, presto, presto."
"Ha detto che tornava?"
"Sicuro che torna! Oh che gli d il salario per i suoi begli
occhi?"
"Bisogna, appena Stene si sveglia, fargli prendere qualche cosa, e
poi vedrete che non  nulla. Non temete. E voi avete fatto
colazione?"
"Altro! cafflatte e biscotti, cos!", esclam il vecchio,
accennando con le mani ad una grande scodella.
Maria rise piano, e pens che dopo tutto il suocero non era la
persona terribile ch'ella si figurava; anzi gli scopr subito il
debole pi evidente, ch'era un formidabile egoismo infantile; e
s'avvide che per conquistare quella piccola anima bisognava
lusingarla e darle sempre ragione.
" andata Serafina in casa mia?"
" andata."
La conversazione, fatta a voce sommessa, pareva nuovamente
esaurita, quando s'ud un lieve raspare alla porta. Don Piane tese
le orecchie.
"Dev'essere Speranza", disse.
Credendo che si trattasse di persona che invece di picchiare
usasse raspar gli usci, Maria si fece premura d'aprire, ma la
porta era appena tirata che balz nel salotto la gatta nera!
"L'ho detto io!", fece don Piane sorridendo. "Mi viene sempre
dietro, la strega! Musci, musci...", chiam poi, e Speranza gli fu
sopra. "Non piacciono a te i gatti, Maria?"
"Altro! Ne ho uno cos piccino, color cenere, con gli occhi...
mostrate, ecco, ha gli occhi eguali a questi!", esclam,
sollevando la testolina di Speranza, che serenamente la fiss coi
suoi grandi occhi verdi cristallini. "Oh che bella gatta, oh, che
bella!"
Don Piane sorrise ancora: almeno per il momento egli era
pienamente conquistato.
Poco dopo ritorn Serafina con la blusa e con la calzetta di
Maria, e avvedendosi della buona relazione stabilitasi fra il
vecchio padrone e la padrona nuova, sporse tanto di muso.
"Cosa ti disse la mamma?", domand Maria infilandosi la blusa.
"A me? Niente!", rispose l'altra sgarbatamente, andandosene.
"Ti ho detto di camminare e parlar piano", disse Maria, e
rivoltasi al suocero gli impose: "Diteglielo voi. Ecco che Stene
si sveglia".
"Oh, Dio!", esclam il vecchio tutto mortificato, e gli parve
d'odiar Serafina quanto prima odiava la nuora.
Maria intanto s'avvicinava a Stefano, che domandava piano, piano,
ma con qualche inquietudine:
"Che cosa c'? Chi c'?".
"Nulla. C' di l tuo padre che aspettava il tuo risveglio. Come
stai?"
"Bene assai", e le sorrise.
Don Piane si sollev puntando i piccoli pugni sul sof, e
camminando presso la parete arriv a sporger la testa nella porta.
"Venite", disse Maria, accennando con la mano: "Stene  guarito".
"Oh, non ancora!", esclam il malato, e sollev le palpebre,
meravigliato di trovar tant'aria di improvvisa buona relazione
nelle fisonomie del padre e di Maria.
Il vecchio s'avvicin e stette zitto, ma con una espressione di
gran dolcezza nei piccoli occhi.
"Sedetevi l", disse Stefano, e don Piane si sedette appoggiando
una mano sulla coltre azzurra, una piccola mano che leggermente
tremava, solcata di vene azzurrastre pi che mai turgide sotto la
bianca pelle raggrinzita.
Stettero tutti e tre in silenzio, il vecchio seduto, Maria ritta
ed attenta, Stefano con le palpebre nuovamente chine. S'udiva il
ronzo delle ultime mosche, il sussurro del noce, qualche trillo
d'uccello smarrito nell'aria trasparente della tiepida mattinata.
Rimasta nel salottino, Speranza allungava ogni tanto le orecchie
nere e metteva una zampina nell'orlo della porta, ma non osava
avanzare.
Stefano pensava: "Perch ho fatto venire Maria? Rester lungo
tempo qui?". E provava una confusa dolcezza nel vedersi vicini e
riuniti il padre e Maria; e s'avvedeva che anche il vecchio subiva
l'irresistibile fascino della giovane donna; ma fino a quando?
Certo, finch non ricadeva sotto l'insidiosa e pettegola
suggestione delle domestiche e specialmente di Serafina.
"Vuoi qualche cosa ora?", domand Maria. " tardi."
"Come vuoi."
Ella and verso la porta del salottino, chiam, e siccome nessuno
rispondeva, s'azzard a scender le scale, ansando lievemente,
quasi s'avventurasse nell'improvvisa esplorazione di un mondo
sconosciuto e pieno di occulti pericoli.
Stefano ud l'armoniosa voce, che chiamava Serafina, allontanarsi,
scendere, risuonare per tutta la casa; e solo allora pot, nella
mente annebbiata da una gran debolezza fisica, rispondere alla
domanda che faceva a se stesso: "Perch ho fatto venir Maria?".
La vibrazione della voce armoniosa, che si perdeva nel grigio
silenzio della scala e negli angoli delle stanze deserte, gli
diede la sincera risposta, ed egli sent nitidamente che aveva
mentito a se stesso ed agli altri dicendo d'aver desiderato la
presenza di Maria soltanto per curarlo e guardar la casa durante
le sue ore di febbre.
Arross, provando una sensazione di caldo alle orecchie e alle
palpebre, e un tenue sudore gli inumid le palme delle mani,
appena egli fece a se stesso la rivelazione del suo desiderio: e
il desiderio ineffabile e indistinto che gli aveva fatto chiamar
Maria era di sentir la voce di lei vibrare appunto cos per la
triste casa piena di tedio e di disordine, vivificandola nei suoi
angoli pi segreti e abbandonati.
"Babbo", disse con la sua voce sommessa un po' rauca, guardando il
vecchio con gli occhi socchiusi, "cosa vi sembra?"
"Sembra buona."
"Fatemi un piacere: restate a pranzare qui sopra con lei. Fatemi
compagnia."
Don Piane pens ai cani ed ai gatti, e stette indeciso sulla
compagnia da preferire. Farli salire, almeno i gatti?
Acconsent, ma per aver la compagnia dei gatti cominci con fine
accorgimento a riferir la simpatia che anche la nuora diceva di
provare per quelli.
"Che c'entra?", si domand Stefano, ma non fece alcuna
osservazione, tutto beato che almeno per il momento Serafina non
avesse campo di sobillare don Piane contro Maria.
Con l'ultima linea di sole che si spegneva sul pavimento,
penetrava un caldo e fragrante alito di brezza che scompigliava i
capelli di Maria, ai quali la vivissima luce del verone dava
un'irradiazione di rame.
Per tener lieto il vecchio ella parlava e rideva come una
fanciulla, ma continuamente volgeva ogni tanto gli occhi verso
Stefano: e in quello sfondo di luce vivissima che le bruniva i
capelli e le lumeggiava i fini lineamenti, la linea delicata e
ridente del labbro superiore dava a tutto il grazioso volto una
gaia espressione infantile; e il neo nell'angolo dell'occhio,
sprofondandosi nella fossetta che ad ogni sorriso si fermava,
accresceva l'incanto del novello fascino.
Sollevato dai cuscini accomodati dietro le sue spalle, con un
caldo tepore di convalescente nel sangue rianimato, Stefano
guardava: e Maria, che egli la sera prima aveva ritenuta incapace
di un giocondo sorriso, ora gli appariva sotto un nuovo aspetto,
palpitante di giovinezza e di vita. Era forse l'ambiente,
l'effetto della nuova luce che la trasformava? Egli non seppe
spiegarselo, ma le si sent pi vicino; gli parve che il fantasma
del morto si dissolvesse nella vivida luminosit del balcone, e si
lasci nuovamente prendere dagli ineffabili desideri della sera
prima.
Dopo il pranzo Maria indusse don Piane a far un po' di siesta
sulla ottomana del salottino.
"Va bene?", domand poi rientrando e rivolgendosi a Stefano.
"S, s", diss'egli come destandosi.
La seconda domestica, che aveva servito a tavola, una donna di
media et, dal volto pallido, molle e vaiuolato, e con occhi
azzurri loschi, che si rivolgevano sempre al punto contrario a
quello ove realmente fissavano, sparecchi sgarbatamente e col
piede respinse i gatti che si leccavano il musetto scuotendo la
testina da una parte all'altra.
"Ortensia", disse don Piane con voce imperativa, "cammina e parla
sottovoce."
"Cominci lei a non gridare!", osserv Ortensia: tuttavia, pi
obbediente di Serafina, cammin piano, portando via i piatti sul
braccio, e chiuse con sommo garbo le porte.
Maria socchiuse allora il balcone e torn presso Stefano
chiedendogli:
"Che vuoi? da leggere forse?".
Ma egli aveva letto la sera innanzi tutti i suoi giornali, e la
posta non arrivava fino al pomeriggio. Avrebbe voluto le mani di
lei, avrebbe voluto portarsele alla fronte, e sollevando gli occhi
leggere negli occhi di lei la spiegazione dei misteriosi
sentimenti ch'ella destava nel suo cuore di ammalato e nei suoi
nervi ancor vibranti per le scosse della febbre notturna. Il
desiderio lo vinceva talmente, che stese la mano per afferrar
quella di Maria; ma pens paurosamente: "E se poi se ne va?", e
chiuse gli occhi per sfuggire alla tentazione.
Tutta la sera pass tranquilla; don Piane dorm e disse,
svegliandosi, di aver sognato il gattino grigio di Maria; poi
volle scender con lei nell'orto, e le mostr, con improvvisa
tristezza negli occhi, l'alto muro giallo del cortile di
Silvestra; poi la condusse in fondo, presso una larga vasca
ombreggiata da due salici e vicina al muro occidentale, assiepato
da rovi, che divideva l'orto dalla campagna.
Ella si ferm sotto i salici, colpita da uno straziante ricordo.
L'acqua bassa che rabbrividiva nella vasca, d'un bel color glauco
luminoso, rifletteva i pallidi salici, perlati dall'argenteo
tramonto. Pareva un quadro di cristallo, su cui, dipinti
misteriosamente, tremassero alberi dai rami argentei e dalle
foglie di perle.
Al disopra del pittoresco muro, verde per l'umidit e pei rovi, si
stendeva il cielo, un dolce e pigro cielo autunnale, tutto bianco
solcato da lunghe e stagnanti linee d'argento, da striscie grigio
perla, da pennellate d'un bigio soave e sbiadito: sembrava una
lontana pianura intraveduta fra vapori, e il sole calante, pallido
e senza raggi in quella bianca luminosit, somigliava a un grande
e radioso disco di luna al tramonto.
Dai salici stillavano grosse e rade gocce e cadendo sulla vasca
insieme a qualche silenziosa foglia descrivevano rapidi e
molteplici cerchi che turbavano la tremula superficie del quadro
cristallino; in un angolo un insetto acquatico s'aggirava attorno
a se stesso muovendo rapidamente la piccola coda, e circondandosi
cos di una ruota argentea.
Maria s'affacci sulla vasca e vide il suo viso, illuminato dal
pallido sole, riflesso dalla glauca specchiera; guard
curiosamente, come una bimba, e chiese alla sua immagine: "Perch
siamo qui?".
Don Piane aveva col piede crudelmente schiacciato una cavalletta
verde, e con la punta del bastone scavava una piccola fossa per
seppellirla.
"Perch siamo qui... ora?", amaramente ripet Maria, china sullo
specchio dell'acqua.
Ricord che una volta il morto le aveva dato dei versi, intitolati
La vasca, nei quali le narrava come da bimbi la passione sua e del
fratello era quel piccolo lago verde, dove pescavano con ami di
canna e gettavano al soffio dei venti fragili flotte di carta, o
di sughero o ferula, destinate a misteriose navigazioni ed a
facili naufragi. Pi tardi, durante le vacanze estive, egli era
venuto, adolescente studioso, ad assidersi all'ombra dei salici,
con un libro di idilli latini fra le mani; pi tardi ancora aveva
fantasticato al riflesso del cielo sopra il muro smeraldino, e in
certi vesperi glauchi e liquidi come l'acqua della vasca, mentre
fra le pallide fronde dei salici palpitavano le scintille della
luna nuova, il poeta aveva con un sottile gambo d'asfodelo
tracciato sulla diafana pagina delle acque un nome caro: Maria.
Conchiudeva la poesia:

      Se tu un giorno verrai sotto i paterni
      salici, guarda: forse l'amoroso
      sguardo de l'acque nel misterioso
      seno il pio nome ancora legger!

I versi non erano molto eleganti, ma per Maria erano un capolavoro
d'arte, e, rileggendoli ora nel "misterioso seno delle acque"
sotto il riflesso del pallido cielo autunnale, ripeteva
amaramente: "Perch son venuta? e perch egli non  pi qui, ora
che ci son io?".
L'angoscia inesprimibile del desiderio di ci che non era pi,
desiderio struggente nella sua disperazione, la riprese: a poco a
poco i versi sparvero nella trasparenza dell'acqua, l'immagine si
copr di un velo grigio, e sul capovolto riflesso dei salici pass
un bagliore di nuvole vitree. Ella piangeva.
Don Piane intanto fin di seppellire la sua vittima, vi calc
sopra un piede, mormorando parole di maledizione contro tutte le
cavallette del mondo.
Quando rientrarono in casa Maria aveva di nuovo l'espressione
stanca e dolente della sera prima.
Stefano rabbrividiva di freddo, invaso dal disgusto e dall'ansia
affannosa della febbre imminente; e nella luce dello smorto
tramonto vide Maria cos muta e triste che ne prov una grande
melanconia.
Venne il medico, un vecchio robusto e vermiglio che non trovava
grave alcuna malattia, e vennero poche persone amiche; ma il
malato taceva, col volto grigio pieno di una espressione dolorosa
di ribrezzo e paura; Maria era raccolta in rigido riserbo e don
Piane pregava.
Dopo una mezz'ora di imbarazzo i visitatori se ne andarono, e la
camera rest immersa nel silenzio e nella luce morente del
vespero.
Era ancor presto per accendere i lumi, ma la penombra invadeva gi
il letto, e Stefano gemeva sommessamente nel primo incubo della
febbre: a misura che l'ombra cresceva gli sembrava che il volto
gli diventasse nero e la testa gli si ingrossasse e aggravasse
enormemente: era uno spasimo sottile, esteso, indicibile, che gli
serpeggiava per tutte le membra, slogandogli dolorosamente ogni
giuntura e scuotendogli ogni nervo; una puntura senza tregua che
gli frugava tutti i pori.
A un tratto gli sembr che un uomo altissimo, con un grande occhio
rosso in mezzo alla fronte, fissandolo acutamente, si avanzasse
fino al centro della camera; e ne prov terrore.
"Levtelo... Levtelo...", disse piano.
"Chi?", domand Maria.
"Quell'uomo... quell'occhio... levtelo, mandatelo via presto...",
ripet alzando la voce, e si dimenava, e faceva schioccare le
labbra. Poi grid con angoscia: "Levtelo!".
Maria cap che l'uomo spaventoso era il lume e lo port via: nella
penombra il febbricitante parve calmarsi e si abbandon col viso
rivolto al soffitto e la bocca aperta.
Allora Maria pens di recarsi un momento in casa sua, e lasci
Ortensia a vigilar il malato; al ritorno per trov don Piane
tutto cambiato a suo riguardo, e cap che Serafina, profittando
della sua assenza, lo aveva nuovamente sobillato. Suocero e nuora
cenarono freddamente nella stanza da pranzo, severa e un po'
triste con la sua tappezzeria rossa e i mobili di noce cui la luce
della lampada dava riflessi d'oro brunito. Davanti alla musoneria
del vecchio, e sotto il maligno sguardo di Serafina, Maria si
sentiva nuovamente a disagio, e l'andirivieni della giornata e lo
spostamento delle sue abitudini le causavano un vago capogiro, una
debolezza estrema che non le permetteva neppure di essere amabile
per cattivarsi la benevolenza del suocero. Forse aveva la febbre,
perch sentiva le piante dei piedi ardere e pulsare fortemente.
Con indifferenza si lasci portar via don Piane, che non le diede
neanche la buona notte, e risal ansando le scale. Stefano gemeva
e sudava per la febbre gi alta e per il brodo bollente che
Ortensia gli aveva fatto sorbire. Maria gli porse da bere, poi gli
tocc la fronte, e ritraendo la mano lievemente umida per il
sudore, prov un profondo senso di ribrezzo fisico: e tutta la
figura di lui, disfatta, traspirante l'alito impuro della febbre,
le diede un acuto, invincibile disgusto.
Coricata sull'ottomana del salottino ridotta a letto continu a
sentire una nausea, una stanchezza, nervoso irritamento contro gli
altri e contro se stessa che era venuta a curare questa gente
sciocca ed egoista fino allora avversa e che ricompensava con
sgarbi e antipatia i suoi fastidi, come se ella fosse venuta a
recare disturbo. Nel penoso dormiveglia tutti i passati rancori
l'assalsero; tutte le impressioni della giornata le si
riprodussero confusamente nel pensiero; e sopra tutte rivide la
vasca e l'acqua a scaglie verdognole, il cui tremolo pareva un
sorriso di scherno.
"Perch son venuta?", si ripeteva. Il cambiamento e quindi il
disagio del letto, l'affanno del malato nell'attigua camera, il
rosso chiarore della lampada notturna non la lasciarono riposare.
Due volte, Stefano si lament ed ella, piuttosto che chiamar
Ortensia, che per l'occasione dormiva in un attiguo stanzino, si
alz, e gli porse da bere. E sempre provava un profondo disgusto
fisico e morale nell'avvicinarsi e nel toccare il febbricitante.
La seconda volta apr il balcone per guardare se albeggiava: ma
era ancor notte, la luna splendeva verso lo zenit in una zona di
luminosit celeste-mare, e uno strato diafano e ondulato di
nuvole, dietro cui s'intravedeva il cielo azzurro, velava tutto il
resto del firmamento: nell'orto addormentato era un albore bianco
e gelido di neve.
Ella torn a letto rabbrividendo, pi che mai triste e disperata,
e preg che Stefano guarisse l'indomani o che si ammalasse anche
lei, onde aver una scusa per andarsene e non tornare pi in casa
Arca.


III.

Per una settimana prosegu questa vita. Don Piane s'alzava da
letto con tanto di muso, e passava le giornate suggestionato or da
Maria, or dalle domestiche.
Gli Arca avevano soltanto servi pastori, che, specialmente in
autunno, ritornavano raramente in paese.
Il gran patrimonio di don Piane consisteva in vastissime tancas,
delle quali una parte era occupata dal proprio bestiame, parte era
affittata e parte infine era data a mezzadria per le seminagioni.
Quindi ben poche erano le faccende domestiche, mentre in altri
tempi, essendo numerosa la famiglia e straordinario il numero
delle persone di servizio, la casa pareva un piccolo inferno senza
requie, animata da un viavai indescrivibile e dal forno sempre
acceso per la cottura del pane.
Ora, dopo la morte di Carlo ed il ritiro di Silvestra, la casa
sembrava caduta in una silenziosa atonia piena di segreti dolori e
di misteriose paure, appena svegliato dai gridi delle domestiche,
dalle corse e dai giuochi dei cani favoriti e dal muto andirivieni
dei gatti.
Di solito Stefano sbrigava i suoi affari in uno studio al pian
terreno; e le persone da lui ricevute passavano poi nel salotto da
pranzo per salutare e confabulare con don Piane.
Dopo una settimana Maria aveva quasi preso possesso della casa,
vincendo la stanchezza, il malessere, il fastidio che quella vita
le dava, e spinta dall'irritazione per il fare e disfare insolente
delle fantesche. Solo verso sera ella si poteva recare un
momentino a casa sua, dove riposava fra le soavi parole del padre,
gli arditi consigli della madre e le carezze del gattino, che,
salendole sulla spalla, sfregandole il velluto grigio del dorso
sulle guancie e sul collo e leccandole le orecchie con la rosea
linguetta aspra, le dava un bizzarro piacere.
"Me lo piglio?", disse una notte.
"No, che lo strangolano quelle streghe!", osserv zia Larenta
adirata.
Rientrando in casa Arca, accompagnata dalla vecchia domestica, una
sera Maria vide Serafina uscire con un involto nel grembiale.
"Vorrei sapere che ha e dove va", disse ritirandosi vicino al
muro.
Cosa fece zia Larenta? pedin la domestica, e l'indomani sera,
quando Maria fu a casa sua, la vecchia disse, chiudendo
malignamente un occhio:
"Sa dov' andata quella donna? A casa sua. E sa cosa portava? Una
pezza di formaggio".
"Come lo sai?"
"Ho ascoltato alla sua porta", disse semplicemente zia Larenta,
che aveva una speciale abilit di origliare per conto suo e degli
altri.
"Lasciate fare a me, ora!", esclam Maria sollevando la mano
aperta.
L'indomani Stefano lasci il letto: era quasi guarito, e della sua
malattia il porpureo medico diede questa semplice spiegazione:
"Donna Maria, senta bene. Prima di tutto la perniciosa colse il
nostro malato, che, naturalmente, gli lasci uno strascico di
debolezza e di disturbi viscerali. Ma se lui si fosse attenuto
alle mie prescrizioni la convalescenza sarebbe stata breve e
completa: no, lui invece di nuovo a cavallo, a caccia, a pigliar
aria cattiva, a far cattive digestioni, ed a... quello che sa
lei!", e portandosi furbescamente il pollice destro alle labbra
accenn l'azione del bere. Maria sorrise, ricordando il suo vino
giallo. "Naturalmente doveva venir questa orribile settimana di
febbri gastriche: ma, sa,  come il tempo in questa stagione;
vede, dopo l'estate c' stato un periodo di fresco, ora c'
l'estate di San Martino, poi ritorna il fresco e non se ne parla
pi. Lei mi capisce benissimo."
"Ma s!", assicur ella, bench veramente non avesse capito bene.
"Ora", conchiuse il dottore, "lascio Stefano in mani sue: lo
faccia star in regola per qualche giorno ancora e tutto passer.
Del resto era cosa da nulla,"
Maria, lo stesso giorno, sorridendo, rifer tutto a Stefano, che
s'era messo a scrivere una lettera nella sua camera.
Era diventato magrissimo, con gli occhi infossati, fissi,
circondati da un lividore che gli saliva fino alle tempie; la sua
mano tremante stentava a scrivere; tutto il suo aspetto era cos
cadaverico che Maria, pur vedendolo alzato e vestito, faceva
grandi sforzi per celare il disgusto fisico ch'egli ancora le
causava.
Vedendogli tremar la mano, sul cui bianchissimo dorso si
scorgevano i tendini attraversati dalle vene verdastre, ella cess
di sorridere.
"Lascia stare", disse, "scriverai pi tardi; i tuoi corrispondenti
sanno che sei malato, e avranno pazienza. Ora t'indebolisci di
pi, e non va bene."
Egli ferm la mano, e avvicin alla bocca pensierosa la punta
della cannuccia.
"Lascia stare", ripet ella dolcemente, chiuse e allontan la
cartella.
Egli non protest, non disse molto; solo avvicin la penna alla
fronte e parve volesse appoggiarsi con estrema debolezza a quel
fragile appoggio. Ed ella gli tolse facilmente anche la penna,
port via tutto, e rientrando depose sul tavolino un involto di
carta bianca, un calice d'acqua e un cucchiaino d'argento.
Vide Stefano contorcer le labbra con un atto di disgusto, e per
animarlo e distogliergli l'attenzione da quanto ella stava per
fare, esclam gravemente:
"Ho da dirti una cosa: m'ascolti?".
"S", e gli occhi smorti si animarono, seguendo macchinalmente i
movimenti delle mani di lei.
Ella raccont la storiella del formaggio rubato da Serafina; e
intanto bagn nell'acqua del calice una diafana ostia, la pose
sulla palma della mano sinistra; sopra vi vers una cartina di
chinino, ne ripieg i lembi e infine la depose cos piegata sulla
punta del cucchiaino.
Egli arross lievemente di dispetto nel sentir le prodezze della
domestica, e quasi senza accorgersene ingoi prima l'ostia, poi
due lunghi sorsi d'acqua.
"Spero", disse Maria, riprendendo il calice, l'involto e il
cucchiaino, "non sar tuo padre a permetterlo."
"Oh, mio padre! oh, mio padre!...", sospir Stefano, e non disse
di pi.
Dopo un momento ella lo convinse a scender nell'orto, e passando
pel salotto da pranzo si condussero dietro anche don Piane col suo
giornale e il suo gatto.
Nell'orto tutto soleggiato, ove le galline per ordine di Maria non
penetravano pi, regnava una calda dolcezza di mattino estivo: don
Piane volle andare a sedersi sotto i salici. L'acqua della vasca
(le domestiche avevano lavato), era leggermente livida di sapone,
ma rifletteva con egual dolcezza i salici tremanti. Al di l del
muro assiepato cantava una cingallegra, e i suoi rapidi, freschi
gorgheggi parea salissero dal profondo dell'acqua azzurrastra.
Maria rivide, ma come appannate da quel velo azzurrognolo, le
immagini della prediletta poesia; don Piane batteva il suo bastone
sul tronco filamentoso d'un salice; Stefano taceva sempre
ostinatamente.
Maria lo credeva smarrito in qualche strana fantasticheria, forse
in qualche memoria dell'infanzia lontana; egli invece parl
prosaicamente delle male azioni di Serafina.
"Chi ti riporta questi pettegolezzi? Io non ci credo!", disse don
Piane dando una formidabile bastonata al salice.
La giovine arross, comprendendo l'offesa, tacque, ed anzi,
vedendo Stefano alterarsi fanciullescamente, lo calm con buone
parole.
"Sta quieto: ti far male: sta quieto", conchiuse.
Nella sua voce egli sent quasi una carezza materna, e si calm,
appoggiando la testa al salice. Solo allora cadde in confuse e
dolci fantasticherie: s'udiva soltanto il fresco gorgheggio della
cingallegra e il picchiar del bastone di don Piane sul salice;
neppure il noce stormiva, e tutte le allodole e i passeri che vi
si davano convegno, quel giorno parevano migrati oltre le montagne
azzurre del nitido orizzonte.
Ma per tutto il giorno, ed anche nel seguente, pur pranzando col
padre e con Maria, egli ricadde nel suo ostinato silenzio. Se lo
interrogavano si scuoteva come da un sogno, e faceva: "Ah", e
rispondeva confusamente alla ripetizione della domanda.
Maria non osava dirgli che, essendo egli oramai guarito, ella
intendeva di ritornare a casa, si trovava pi che mai a disagio
per l'alternarsi degli umori di don Piane e le insidie e le
malignit delle domestiche.
Ma il terzo giorno egli parve a un tratto rianimarsi
completamente, ed espresse un suo desiderio.
"Vorrei fare una passeggiata in campagna", disse guardando il
cielo, "ma camminare piano piano, che possa accompagnarci anche il
babbo."
"Accompagnarci?", pens Maria.
"Dunque?", domand Stefano verso le undici, dopo che don Piane
ebbe letto nel giornale l'ultimo avviso, nel quale si promettevano
due lire di mancia a chi riportava un cagnolino smarrito. "Si va o
non si va stasera?"
"Dove?"
"Non ve lo ha detto Maria? Io, lei e voi andremo al vigneto."
"Chi? Io?", domand Maria.
"Ma sicuro. E chi dunque?"
"Oh, bella!", esclam ella fra s.
Ma don Piane per fortuna era di buon umore e accett.
Dopo pranzo Maria si rec a casa sua per chieder consiglio: donna
Maurizia si scandolezz della proposta, ma intervenne zia Larenta:
"Vada, vada! Se non va  una sciocca, con rispetto a vossignoria.
Vada, ch Serafina schianter dalla rabbia. E poi le far bene."
"A chi, a Serafina?"
"A lei, far due passi!"
Tuttavia ella non si decideva; ma ritornando trov il suocero e
Stefano che, pronti ad uscire, l'aspettavano e non la lasciarono
neppure rientrare. Cos, per la prima volta, con somma meraviglia
di tutto il paese, si vede la famiglia Arca attraversare riunita
lo stradale.
"Tre ruderi, avanzi d'una rovina!", pens malignamente il notaio
che lucertolava al sole del pomeriggio, sull'alta piazzetta della
chiesa.
Josto, che seguiva con la coda ritta e la schiena lucente al sole,
sollev il capo e abbai.
"Buona passeggiata!", disse allora il notaio, sporgendo sul
parapetto gli occhiali turchini e il doppio mento raso. "
guarita, don Stene? Mi rallegro."
"Grazie."
"Non di cuore!", borbott don Piane.
E tranquillamente proseguirono a piccoli passi, sostando di tratto
in tratto, parlando di raro e di cose indifferenti.
Al ritorno, vedendo Stefano un po' colorito in volto, Maria decise
di comunicargli che quella sera ella pensava di ritornarsene da
sua madre.
Un po' stanchi camminavano silenziosi tutti e tre, don Piane chino
su un fianco e molto appoggiato al bastone, Stefano col cappello
bianco a cencio gettato indietro, in modo che le falde gli
descrivevano quasi un'aureola intorno alle orecchie, lasciando
scoperti i capelli; e Maria con le mani abbandonate, con l'orlo
della gonnella nera fatto grigio dal leggero polvero che
sollevava.
L'aperta e larga strada un po' rocciosa rasentava vigneti; dai
muri guardavano i rami snelli e sottili di giovani melograni. A un
certo punto tutta la strada apparve ingombra di pampini
calpestati, rigettati dai vigneti. Stillava dai tralci recisi un
umore che esalava intorno la fragranza selvatica della vite
tagliata; e le foglie larghe e bucherellate, talune d'un verde
ossidato, altre gialle o color rosa vecchio, lentigginate e
sfumate in violetto, si staccavano dai corti steli gi vecchi,
coperti di peluria grigia.
Quattro buoi dalle corna biancastre, due neri del tutto, uno nero,
ma con il muso e le zampe bianche e la schiena profilata di
grigio, e il quarto cenerognolo chiaro, fittamente spruzzato di
bianco, quasi per l'effetto d'una spessa brinata, ingombravano la
strada.
L'aria era d'una trasparenza, di una purezza indicibili: sullo
sfondo della strada e al di sopra dei muri, sull'azzurro perlato
dell'orizzonte, stagnavano lunghissime e sottili striscie d'un
rosso liquido, vivo come corallo, che non turbavano ma anzi
rendevano pi nitida la tinta celeste dello sfondo. E i buoi,
specialmente i due dal chiaro profilo, si disegnavano nitidamente
su quel fondo cerulo, solcato di corallo: gli eleganti melograni
dal vivissimo verde e dai frutti sanguinanti lasciavano intraveder
l'orizzonte attraverso un sogno di intensa luce.
Ma sopra tutto dominava la purissima e fragrante scena campestre
un ragazzo, il guardiano de' buoi, ritto sul muro: la sua
personcina, ergendosi nera e sottile, pareva campeggiar
sull'orizzonte, sul fondo marmoreo delle lontane montagne.
Don Piane si ferm e sollevando il viso domand:
"Di chi sono questi buoi?".
"I nostri!", grid il ragazzo, e la sua voce parve scendere da una
grande altezza.
"E tu di chi sei?"
"Di mio padre!"
"Oh, di', parla bene, o con chi ti credi?", grid Stefano con voce
rauca, sollevando la testa e il bastoncino.
"Son figlio di Simone Sacco vuoto", rispose il guardiano
intimorito.
Don Piane rivolse altre domande, e mentre egli confabulava col
ragazzo, dall'opposto lato della strada Maria diceva a Stefano,
sollevando il viso ed il braccio:
"Batti il bastone su quella melagrana".
Stefano alz il bastone, ma lo riabbass tosto ridendo:
"Non arrivo:  poi un furto!".
"Oh", disse Maria con semplicit, guardando sempre verso l'albero:
"stasera ritorno in casa mia, non  vero?".
"Come?", fece egli volgendo il viso; e, forse per il riflesso del
cielo, divent rosso fin nella nuca.
"Come? Ritorno a casa perch non c' pi bisogno di me."
"Il bisogno c', c'!", afferm egli, battendo due volte il
bastone sopra una foglia di vite.
"Non c', non c'! tu stai benissimo."
"Io sto benissimo...", cominci egli, e tacque: e in un istante,
durante il quale Maria parl di cose che egli non intese, pens
che mai pi, meglio che in quel momento, in quell'ora e in quel
luogo, gli sarebbe capitata l'occasione di rivelarle il segreto
sentimento che da tre giorni, col rifiorir dal sangue e della
vita, lo teneva ansioso e concentrato in desideri indefiniti. Ma,
attraversando i pampani co' suoi passettini da pulcino, don Piane
s'avvicinava.
"Io sto benissimo", ripet Stefano, "ma almeno fino a domani tu
devi restare."
"Non posso."
"Devi. Non farmi adirare. Ho da parlarti, stasera, appena il babbo
sar a letto. Resterai?"
Maria non disse n s n no, ma egli parlava cos
supplichevolmente, rosso e turbato in viso, che ella, per la
seconda volta, dopo la sera della visita, ebbe l'intuizione del
vero, e internamente si commosse.
Guardando in lontananza con occhi indifferenti, di nuovo
camminarono silenziosi nella dolcezza del vespero luminoso, al cui
riflesso le pietre chiare dei muri e le roccie della strada
luccicavano.
Josto precedeva correndo, con un brivido pei fianchi, e ogni tanto
la sua macchia nera svaniva nel fondo della via.
Arrivarono al paese che imbruniva; il paesaggio si velava di
leggere nebulosit violacee, e lo stradale su cui sboccava la
strada campestre appariva come un largo nastro carnicino gettato
sull'erba autunnale.
"Dunque?", domand Maria fissa nella sua idea. "Cosa si fa?"
"Si ritorna, si va a casa."
Nuovo silenzio. Ma quando vide i noci del suo orto ella si rivolse
a don Piane, dicendogli con voce grave:
"Ma fategliela intender voi la ragione a vostro figlio. Ora 
guarito, non ha pi bisogno di infermiera; non vuole ch'io ritorni
a casa mia!".
Don Piane era stanco morto, i suoi passi diventavano microscopici,
e soltanto per orgoglio non si appoggiava alla nuora.
"Perch non vuole?", domand con una vocetta dispettosa. "Deve
volere. Siamo vicini a casa tua, non  vero?"
"Siamo davanti!", disse Stefano, ricordando la notte in cui s'era
fermato sullo stradale mentre il ruscello cantava arcane parole.
E cerc di passar oltre, ma Maria si ferm decisa.
"Scherzi?", diss'egli vivacemente. "Andiamo dunque, che diavolo?
Ritornerai domani mattina. Ora devi venir con noi, prima di tutto
perch non devi lasciarci soli, e poi... se ci vedono rientrar
soli le serve dicono che per via abbiamo avuto qualche malanno."
Ella si fece ancor pi pensierosa, poi si rivolse nuovamente al
suocero.
"Cosa ne dite voi?"
"Io? Cosa c'entro io? Se vuoi venire vieni, se vuoi restare,
resta."
"Siete molto stanco?"
"No!", afferm con orgoglio.
"Altro che no! Non state in piedi!", osserv Stefano sorridendo.
Maria ebbe un ardito pensiero, ma alz gli occhi meravigliati
sentendosi preceduta da Stefano, che diceva:
"Entriamo un momentino da te, e mentre babbo si riposa, decideremo
se puoi o non puoi venire... almeno a cena! Andiamo, babbo,
appoggiatevi a me".
Gli prese la manina e se la mise sul braccio, ma don Piane
arross, trem d'ira, si ribell.
"Macch! macch! Io non vengo..., io non vengo... io... Andiamo a
casa nostra, andiamo..., io non vengo..."
"Venite!", disse Stefano con voce persuasiva. "Ci riposiamo un
momento, un momento solo": e lo trascinava riluttante e fremente.
Maria seguiva meravigliata e confusa: la porta era aperta, e
Stefano l'infil volgendosi sul fianco per far entrare il
vecchietto, che, attraversando l'andito, continuava a protestare e
dibattersi.
Il giovane ricordando ove zia Larenta l'aveva fatto passare entr
nella stanza del telaio, illuminata appena da una piccola
finestra.
"Mamma, mamma?", chiam Maria sulla porta di cucina.
Ma donna Maurizia apparve dalla parte opposta, cio sull'uscio
verso cui si dirigeva Stefano, e alla incerta luce del crepuscolo
si videro i peli de' suoi baffi rizzarsi minacciosamente.
Che cercava don Piane Arca in casa sua?
E don Piane, che sempre aveva nutrito una grande, segreta paura
per quella donna, si sent gelare e tacque.
Contemporaneamente Mima, la bella gattina grigia, vedendo Josto
aggirarsi fiutando i bastoni del telaio, sbuff spalancando la
bocca, ingross la coda e, attraversando le sottane di donna
Maurizia, spari sotto un guardaroba.
"Inimicizia completa!", pens Stefano, sorridendo con ironica
indulgenza.
"Buona sera, donna Maurizia. Abbiamo dunque fatto una passeggiata
lunga lunga; il babbo non ne pu pi, e siamo entrati per
riposarci e per decidere se Maria debba piantarci a mezza strada."
Egli scherzava, ma donna Maurizia si ritrasse senza sorridere,
senza salutare, senza pronunziar parola.
"Sedetevi, sedetevi", disse Maria; e rosea, confusa, timorosa
della collera materna e dell'ira di don Piane, mise in iscompiglio
tutte le sedie e tutti gli sgabelli. Ma, lieto e disinvolto,
Stefano fece sedere il padre sul canap, e gli si abbandon
accanto ridendo come un fanciullo.
"Sa, donna Maurizia, abbiamo fatto una bella passeggiata?"
"Maria", impose ruvidamente Maurizia con la sua grossa voce
maschile, "fa andar via quel cane, altrimenti si ammazzano con
Mima."
"T, t, Josto, vieni", preg Maria, e siccome, invece di
seguirla, il cane fiutava il guardaroba sotto cui si celava la
gattina, lo prese dolcemente per il collare e, trascinatolo fuori,
lo consegn a zia Larenta, accorsa nell'andito per origliare.
"Dov' il babbo?", domand sommessamente la padroncina.
"Se c', lo fai venir dentro subito."
"Subito."
Maria rientr e chiuse la porta.
"Abbiamo fatto una bellissima passeggiata", ripeteva Stefano;
donna Maurizia accendeva la lucerna, e don Piane, abbandonato e
pallido, chini gli occhi al suolo, non sapeva in che mondo fosse.
Maria prese uno sgabello e gli si assise accanto per rincuorarlo.
"Una bellissima passeggiata", afferm anch'ella, ma evitando gli
occhi di sua madre. "Non faceva n caldo n fresco, e la via 
tanto buona. Quanto tempo non passavo per quella via!"
"Pare che ti abbia fatto bene", disse Stefano, guardandola alla
chiara luce della lucerna. "Sei rossa come da molto tempo non ti
vedevo."
"Da molto?", pens donna Maurizia. "Ma  da dodici giorni che la
vedi, scimunito!"
Silenzio di nuovo. Giungeva da lontano il mormoro del villaggio,
delle acque, dei noci sussurranti nel vespero sereno, la lucerna
crepitava mandando una viva luce per la stanza sempre seria e
pura.
Stefano si mise ancora a ridere fanciullescamente, senza un
plausibile motivo; lo divertiva la curiosa e imbarazzante
situazione e sentiva i nervi scossi, ma gaiamente, quasi vibranti
per la dolce stanchezza della passeggiata, per il presentimento
della nuova vita forte e salutare che fra poco lo avrebbe
rinvigorito.
"Cosa avete, babbo? Siete molto stanco? Volete qualche cosa? Di',
Maria, hai ancora di quel vino famoso?"
E rideva maliziosamente, chinando il viso per guardar meglio suo
padre.
"Sa, donna Maurizia, l'ho pagata cara, pu dirglielo Maria; ma la
colpa  stata tutta di sua figlia..."
"Perch di mia figlia?", domand freddamente donna Maurizia.
" stata lei a farmi bere! Il vino scendeva gi limpido e dolce
come il miele, ed io credevo si facesse per burla. Invece..."
"Io? Io? Che colpa ne avevo io? Se tu non avessi voluto! Che dite
voi?", si difese Maria, rivolta al suocero.
Don Piane aveva il viso illuminato: da qualche momento vedeva la
zampetta chiara di Mima sporgersi e ritirarsi di sotto il
guardaroba. Lentamente apparvero il musetto roseo e la fronte
vellutata, sotto cui brillarono due liquidi smeraldi.
Dimentico d'ogni altra cosa, il vecchio guardava, incantato dal
desiderio di veder avvicinare la graziosa gattina, di afferrarla e
carezzarla; ma dietro la porta s'ud il raschiare del cane, e
Mima sparve di nuovo, velocemente e coi baffi irti.
"Va via, Josto!", grid Maria alzandosi; e socchiudendo la porta
vide sparir nella penombra della stanza attigua la coda del cane e
il lembo verde della gonna di zia Larenta.
Don Piane chiamava:
"Vieni fuori, bellina, vieni, che il cane non c' pi. Mima,
gattina, vieni fuori...".
Dopo molte preghiere la gattina si degn di mostrare il nasino
schiacciato, su cui pareva errasse un sorriso di ironia.
"Prendila ora!", disse don Piane.
Maria l'afferr per il collo e la trasse fuori tutta fremente, coi
grandi occhi spauriti, non pi verdi, ma color di madreperla e le
iridi nere dilatate.
"Eccola qui! La volete?", domand portandola sul canap e
affidandola all'entusiasmo del suocero.
In quel momento entr sorridendo e rinchiudendo delicatamente la
porta don Costantino Arthabella, il padre di Maria.
Stese la mano a Stefano, che s'alz premuroso e serio, e
facendogli cenno di sedersi preg:
"Sta comodo, sta!". Poi si chin verso don Piane.
Don Costantino aveva il portamento disinvolto e il passo lieve di
Maria; era un bell'uomo sulla cinquantina, alto e scarno, col
volto fresco e roseo e con una lunga barba bianchissima divisa in
due: sembrava un gentiluomo antico, dalla cui dolce e serena
fisionomia spirasse tutta la nobilt di una stirpe, d'una razza
leale e incontaminata. Vestiva signorilmente, ma intorno al
colletto rivoltato della camicia non inamidata, invece della
cravatta portava un fazzoletto di seta nera, avvolto e annodato
secondo la moda del Primo Impero. Appena entrato lui, sparve
l'imbarazzo; Stefano lasci la sua infantile allegria e donna
Maurizia si fece un po' conciliante.
Un tempo don Piane e Kantine, come sua moglie lo chiamava, erano
stati amici; ed ora, sebbene non si parlassero da circa tre anni,
merc la delicatezza di Arthebella parve che si fossero lasciati
da pochi giorni.
"Come la va, Piane Arca?"
"Siamo andati lontani stasera; questi ragazzi mi han fatto
trottare come un puledro!", disse il vecchietto, passando la mano
sulla schiena di Mima, che dopo le prime riluttanze gli graffiava
e mordeva i bottoncini splendenti del corpetto.
"Ti far bene."
"E chi lo sa? Non ne posso pi, sai, non ne posso pi!" E
dall'accento si cap che accennava alla stanchezza di tutta la
vita. Poi cambi tono: "Nella vigna di Pietro Farina c'erano
ancora i pampani: bene; li han tagliati e buttati sulla strada
invece di farli brucare dalle pecore".
"Sai, li ho veduti anch'io stamattina, passando lass. Ed ho
domandato: "Pietro, perch non hai fatto entrare le pecore nella
vigna?". Mi rispose che un continentale lo ha consigliato di non
lasciar mai entrare alcun bestiame tra le viti."
"Macch continentali d'Egitto!", esclam don Piane, e fermava la
zampetta di Mima che, non pi contenta dei bottoni, voleva
graffiargli il mento. "Cosa fa la pecora alle viti! La pecora
entra nelle vigne e bruca i pampini con tanta delicatezza che...
che infine non s' mai inteso che le vigne, dopo la vendemmia, non
debbano esser spogliate dalle pecore."
"Ma va e predica agli sciocchi!", disse don Costantino con
rassegnazione. "Moda nuova sciocco l'adotta!"
Stefano diceva a donna Maurizia:
"Suo marito sembra pi giovane di me: non invecchia mai; un
giorno, sar un mese, lo vidi a cavallo guardar il fiume ch'era
torbido e gonfio. Io, lo confesso, avevo paura: egli nulla; sprona
il cavallo, e tuf! in due passi  all'altra riva. Io invece!"
Maria vide finalmente sorrider sua madre, di cui Stefano trovava
senza dubbio la via del cuore, come ella, Maria, indovinava i
puerili gusti di don Piane.
La conclusione di tutto fu l'adempimento del segreto desiderio di
Stefano, poich suo padre e donna Maurizia si divisero
completamente riconciliati, e Maria non pot rifiutare al suocero
il piacere di accompagnarlo a casa.
Dopo cena il giovane guard acutamente la cognata; ma sulle labbra
le rivide la solita linea di rassegnato e gelido dolore. Tanta
stanchezza le scorse sulla fronte, che si turb, e gli parve
impossibile quanto sino allora gli era sembrato facile e naturale.
Guard l'orologio; attraverso il cristallo scintillante la
lancetta camminava palpitando, verso le nove.
"Ancora un quarto: alle nove precise", pens rimettendo l'orologio
nel taschino. Ma fissando nuovamente Maria le not tra le fini
sopracciglia una piccola ruga, e sent pi acuta una sensazione di
freddo, di timore, un'oppressione ansiosa che quasi gli toglieva
il respiro. Per liberarsene e poter parlare francamente, dovette
muoversi.
"Raggiungimi nel mio salotto; devo parlarti", disse alzandosi e
respingendo la sedia. E usc rapido, temendo ch'ella gli
rispondesse no.
Salito nel suo salotto l'attese sul balcone, stringendo fra i
denti una sigaretta egiziana appena accesa. Dal vuoto del balcone,
nella notte chiara e fresca, si scorgeva il cielo d'un azzurro
cinereo e trasparente, segnato sul confine occidentale da una
striscia ancora lucida e bianca.
Dal Sud veniva la via lattea, chiara e diafana come una lunga e
tenue nuvola argentea; e le stelle brillavano vividissime, con
bagliori di perle azzurre. Null'altro si scorgeva, null'altro che
il cielo e gli astri; e nulla s'udiva; ma Stefano sentiva il
cammino eguale e incessante dei secondi battuti dalla lancetta del
suo orologio, e per un momento gli sembr che quello fosse il
palpito delle stesse che segnavano nello spazio il corso infinito
del tempo.
E Maria non veniva.
Dopo un tempo indefinito si spense la sigaretta, e questo semplice
incidente richiam Stefano nella realt. Voltosi, vide Maria, e
allora gli sembr ch'ella fosse venuta troppo presto, prima che
egli avesse preparato le parole da rivolgerle.
"Vieni qui", disse.
Maria avanz.
"Siediti". Ella sedette, muta e rassegnata. Egli evit di
guardarla per non essere nuovamente colto da timore, e rimase
ritto, dando le spalle alle tende del balcone, sul cui sfondo
bianco arabescato il suo viso, contro la luce del lume, appariva
pi smorto del solito.
"Veramente", cominci con fine sorriso, guardando la sigaretta,
"la tua ciera non m'incoraggia molto, ma non fa nulla; ti parler
francamente lo stesso. Non rispondermi per; se  possibile, non
aprir bocca, perch, se tu rispondi, stanotte sento che sono un
uomo perduto. Bisogna che tu mediti bene prima di rispondermi,
bisogna che tu, savia e accorta e prudente" (Maria, non
meravigliata dello strano preambolo, si degn di sorridere, ma
ironicamente), "consideri ogni cosa sotto aspetto umano. Senza
dubbio hai indovinato perch mi  venuto il desiderio d'andar
stasera alla vigna. Lo hai indovinato?"
"Tu vuoi ch'io non risponda!", diss'ella.
"A quello che ti dir in fine."
"A questo dunque s? Ma vuoi che ti risponda proprio
sinceramente?"
"Credo che tu non possa farlo altrimenti."
"Grazie. Dunque", e senza sollevar il volto un po' chino, alz gli
occhi guardandolo con malizia, "tu avevi voglia di passeggiare
quanto ne avevo io; ma hai voluto uscire per trarti dietro tuo
padre e me... affinch ci vedessero tutti e tre insieme."
"Questo  un motivo."
"Questo  un motivo, s, lasciami dire. L'altro era quello di
condurre tuo padre in casa mia, o non  vero? affinch si
riconciliasse co' miei."
"Con tua madre..."
"S, con mamma e con babbo."
"Con tua madre", ripet egli, e stette un momento silenzioso,
troncando in due la sigaretta. Poi proruppe: "E il motivo di
tutto?".
"Quello non lo indovino", disse lei; ma lo indovinava benissimo,
perch riprese l'aria oscura e fredda di prima. E siccome Stefano
taceva, ella riprese freddamente, come per toglierlo d'imbarazzo:
"Se  per farmi rimaner qui, te lo dissi,  inutile; non posso
assolutamente, ora che sei guarito. Cosa ci faccio? Con quelle due
vespe che ci sono, specialmente! E non sai tu le infamie che hanno
gi cominciato a sparger per il paese?".
"Che hanno detto?", grid egli sdegnandosi. Guardandola la vide
rossa in volto. "Voglio saperlo subito, Subito, capisci?"
"Lo saprai pi tardi, invece! Intanto..."
"Intanto, senti, o Maria, ritorniamo al principio!", esclam egli
risoluto. "Come ti dicevo, tu sei prudente e capisci ogni cosa.
Permettimi un esempio. Se tu, quando mor Carlo" (ella chin il
volto fin quasi sui ginocchi, con un atto doloroso e pio), "se tu
ti fossi trovata qui non saresti rimasta?"
"Forse. Ma ora tutto  diverso. Io non posso restare appunto
perch allora non mi avete voluta...", e la triste frase mor in
un accoramento di voce dolente e fiera. Ma ci bast perch la
passione di Stefano, si animasse e prorompesse ardente e
riparatrice in poche parole:
"Ma ora ti vogliamo!... Ora ti voglio io, ti voglio io!...".
Ella divent pallidissima; egli se ne avvide, e ripet
supplichevole:
"Ti voglio, Maria, e se tu pure mi vorrai, ti dar tutto me stesso
in riparazione di quanto ti facemmo soffrire. Non rispondermi ora,
non rispondermi!  questo che volevo dirti: cio di non
rispondermi finch tu non abbia pensato settanta volte sette! Un
po' troppo? Non offenderti intanto se ti ho indotto ad ascoltarmi
qui e se ti ho detto che sarebbe una riparazione... Sar una
riparazione anche, s, perch sapr renderti tanto felice che
scorderai ogni cosa, ogni dolore passato; ma non credere che io ti
voglia solo per ci. Ti voglio perch ti amo, come ti avrei amata
conoscendoti prima".
"E credi...", cominci Maria; ma egli la interruppe:
"Non credo nulla, non rispondermi. So tutto quello che vorresti
dirmi, ma so anche che tu sei giovane, tanto giovane... quanti
anni hai?".
"Ventisei."
"Bene, ventisei. Fra due o tre anni sarai ancora giovanissima e
avrai dimenticato. Non dirmi di no, Maria; io conosco la vita
meglio di te. Se vuoi, non ne riparleremo fino ad allora, ma
pensaci bene. Se tuo marito risorgesse per un momento, io credo
che ti consiglierebbe di cogliere quella felicit che egli non
pot darti. Se veramente ti amava..."
"Lasciamo in pace i morti!", diss'ella, gelida e severa.
"Io amai mio fratello anche pi di mio padre", cred allora bene
di spiegar Stefano, avvicinandosi e posando una mano aperta sul
tavolino. "Ma credi, Maria, neppur per sogno m' passata l'idea di
offenderlo con l'amar te e proporti la felicit. Anzi, s'egli
veramente t'amava, se veramente sussiste lo spirito nostro dopo la
morte, egli, al di l, vorr saperti felice e serena. O non ha
ragione? Quindi io credo d'onorar la sua memoria, di seguire un
suo vivo desiderio dicendoti: Maria, sei giovane e dimenticherai e
amerai ancora: lascia che sia io colui che deve renderti felice. E
di questo argomento, non parliamone pi."
"Non parliamone pi", ripet ella alzandosi. "Hai altro da dirmi?"
Se aveva altro da dirle? La guard a lungo, e mai, come in quel
momento che gli sfuggiva, gli parve pi bella e delicata. Avrebbe
voluto ancora dirle tutto il desiderio straziante e ineffabile che
sentiva, non pi delle sue mani soltanto, ma delle sue labbra, del
suo viso, di tutta la sua anima; avrebbe voluto dirle tutto ci,
ma senza parlare, chiudendola fra le braccia desiose e portandola
sul verone, sotto la bianca luce della via lattea e dei grandi
astri azzurri della notte autunnale.
Ma ella gli sfuggiva, e fra loro s'ergeva l'insuperabile fantasma
del morto che a lei gelava il sangue, e che l'avrebbe fatta
gridare di orrore se in quel momento la mano del vivo avesse osato
sfiorarla. Egli lo sentiva bene; tacque e non si mosse.
"Giacch vuoi che ora non risponda nulla, me ne vado", disse ella.
"Ora va e riposati, ch sei stanco, e la veglia potr nuocerti.
Buona notte."
S'allontan, ed egli rimase con la mano sempre aperta sul
tavolino, e gli occhi splendenti.
"Ci rivedremo domani mattina, prima che me ne vada. Buona notte",
ella ripet, uscendo senza voltarsi.
"Buona notte."
Stefano accese un'altra sigaretta e torn sul balcone. Non sperava
pi, e sentiva una profonda impressione di vuoto, un disgusto di
se stesso e di tutto, una sensazione simile a quella provata nelle
tristi e tediose sere della sua prima convalescenza. Lo irritava
dolorosamente la freddezza di Maria; egli aveva sperato di vederla
almeno commuoversi nel sentirsi nuovamente e grandemente amata; ed
invece ella s'era quasi offesa e sdegnata; non aveva pronunziato,
ma fatto capire ancor pi che a parole, un freddo e inesorabile
rifiuto. Non era ella forse simile alle altre donne del paese,
ignorante e schiava di falsi pregiudizi, ipocrita e piccola? Ed
egli s'era chinato, ed egli, credendola diversa, buona e fine,
s'era invaghito per l'apparente delicatezza di lei. Invece!
Pose le mani sul ferro del balcone, e al freddo contatto sent che
per orgoglio calunniava Maria, e ch'ella aveva rifiutato appunto
per delicatezza.
"Sono io il piccolo! Non mi sono spiegato bene!", pens, e si
strinse la fronte fra le mani, ripreso da un profondo disgusto di
se stesso.
Rientr assai tardi e guard l'orologio. Segnava le nove: s'era
fermato nel momento preciso in cui Maria aveva ascoltato la nuova
parola di amore, ed ora Stefano, preso da un bizzarro pensiero, lo
pose in un angolo, condannandolo a non pi palpitare finch egli
non avesse vinto la cominciata battaglia.
L'indomani mattina Maria usc nell'orto al levarsi del sole: era
un limpido e colorato mattino d'autunno; la terra e i muri umidi
di rugiada vaporavano lentamente; sul noce brillavano lunghi fili
di bianche perle, di cui talune, scivolando sulle foglie, cadevano
al suolo in gocciole luminose. Stagnava in lontananza un basso
lago di nebbia diafana e azzurra; e una fila di vecchi mandorli
protendeva su quel delicato sfondo vaporoso i suoi rami dritti e
oscuri, coronati da pennacchi di foglie d'un bel giallo-rosso
sfumato.
Pi in qua un pesco secco e giallo, sotto l'obliqua irradiazione
del sole pareva un trasparente albero d'oro, cosparso di smeraldi
e rubini.
Pi in qua ancora, dietro il noce, un piccolo ciliegio dalle
grandi e rade foglie rosse, tremava come un albero di corallo,
sanguinante.
E da per tutto, su gli alberi colorati, sui muri fumanti,
sull'erba rinascente negli angoli umidi dell'orto, la rugiada e i
sottilissimi fili violetti dei ragni brillavano iridati.
Maria prese il piccolo viale di mezzo, qua e l fiancheggiato di
rosai e di gialle viti e cosparso di secche foglie umide, e and
dritta alla vasca. I salici stillavano acqua; dietro il muro
assiepato cantava sempre la cingallegra, e il cielo s'ergeva
azzurro e fresco.
Alta e limpida l'acqua della vasca rifletteva nella sua verde
trasparenza le striscie di sole che attraversavano i salici.
Maria aveva una forte simpatia per quel dolce angolo dell'orto,
che ogni mattina veniva a salutare: nei brividi dell'acqua e nel
gorgheggio della cingallegra trovava un'eco dei versi del morto,
una struggente dolcezza di memorie unita a una indistinta, triste
e delicata gioia di vivere, di sperare, di amare ancora.
Ella avea ventisei anni e aveva tanto e sempre sofferto: l'ultimo
suo grande e rassegnato dolore era il rimpianto dei pochi giorni
felici goduti come in sogno; ma sempre, nei silenzi melanconici
della vecchia casa, al ritmico rumore della spola, o davanti al
corso delle foglie naviganti sul ruscello, un misterioso
sentimento di speranza l'aveva sorretta, parlandole sommessamente
dal fondo dell'anima. Era forse la voce del Signore che parlava
dalle pagine della Imitazione di Cristo, promettendo una lontana
felicit oltre terrena, o la voce della giovinezza che presentiva
e vaticinava un lieto e vicino evento, l'amore di un uomo giovane
e forte?
Ora, in quel luminoso mattino d'autunno, dopo una notte di
proponimenti rigidi, gelati, quasi sdegnosi, ella sollev il viso
al sole, alla luce, alla rugiada stillante dai salici, e sent
nell'alito puro e inebbriante dell'aria tutta la nobile e
refrigerante passione di Stefano Arca: questo, senza dubbio, era
l'evento annunziatole dalla dolcezza della rassegnazione, nelle
ore pi profonde del suo dolore.
Stefano aveva negli occhi tutta l'espressione degli occhi del
morto: non era forse qualcosa dell'anima trapassata, che riviveva
e riamava?
Maria guard la verde acqua, e ancor le parve che il canto della
cingallegra gorgheggiasse nella muscosa profondit della vasca,
ripetendo i dolci versi:

      Ama, riamata: quando s'ama molto,
      La vita  come un delicato fiore,
      Che profuma col suo pi dolce odore
      Il vento che i suoi petali strapp!

"Ella invece", si domand, "doveva trascorrere una vita sterile e
inutile, consumandosi in un egoistico dolore?"
In quel momento Stefano apriva il suo balcone; vedendola, scese
nell'orto e la raggiunse presso la vasca: anche su lui l'azzurra e
lieta trasparenza del mattino operava una vaga mala di vita e di
speranza.
"Buon giorno", salut, avanzandosi senza far rumore.
"Buon giorno!", rispose ella, voltandosi, lievemente imbarazzata.
"Che bella giornata!", esclam egli, chinandosi per raccogliere
una fronda di salice inargentata di rugiada.
"Una bella giornata!", ella ripet, seguendo con gli occhi il
movimento della persona di lui. Com'egli s'inchin, il sole gli
rifulse sui capelli irti, sulla nuca forte e sul fiero volto; e
nel risollevarsi, Maria gli not negli occhi la stessa limpida e
verdognola trasparenza dell'acqua, quella trasparenza cos pura e
profonda ch'ella tanto aveva amato in due chiari occhi spenti.
Ed ebbe paura di se stessa.
"E tuo padre?", chiese, timorosa che Stefano le rivolgesse domanda
sull'argomento della sera innanzi.
"Ho sentito che chiamava Serafina per aiutarlo a vestirsi."
E la pericolosa domanda venne.
"Resterai, Maria?"
"Non posso."
"Non puoi, o non vuoi?"
Intanto s'era avanzato fino al parapetto, e con la fronda
tracciava qualche linea nell'acqua, che s'apriva rabbrividendo e
scintillando.
Maria cred di scorgere un M in quelle linee vanescenti, ed ebbe
desiderio di piangere e ridere nello stesso tempo.
La cingallegra cantava:

      Se tu un giorno verrai sotto i paterni
      Salici, guarda: forse l'amoroso
      Sguardo de l'acque nel misterioso
      Seno un pio nome ancora legger...

"Ti ho offeso, Maria?", domand Stefano, sollevando la fronda, che
gocciol stille di argento. "Che hai?"
"Nulla! Mi dispiace solo la tua insistenza. Dici d'amarmi e
intanto vorresti farmi del male: non mi offendi, ma mi
addolori..."
"Senti, Maria", diss'egli dopo un istante: " mio destino farmi
sempre fraintendere. Perch? Non so; ma forse, s,  meglio che tu
te ne vada, perch mi sembra che da lontano ci comprenderemo di
pi. Se non altro, resteremo buoni amici, e tu verrai qualche
volta a trovarci, a rallegrare la piccola vecchiaia di nostro
padre. Verrai?".
"Verr", diss'ella, e provava un dolore crescente, un dolore
sottile e pauroso.
Rimasero nuovamente silenziosi, imbarazzati come due ragazzini.
"Tu mi fai diventare bambino", disse, con voce che sembrava
naturale, mentre era forzata, "e non mi permetti di spiegarmi come
vorrei. Ti scriver."
"Mai pi!", esclam ella spaventata.
"E perch? Sei strana... eppure..."
Gli venne in mente che Carlo le scriveva ed ella gli rispondeva:
ma non os dirglielo: solo espresse un ricordo venutogli per
concatenazione d'idee.
"Di', a proposito: tu devi aver dei versi che parlano di questa
vasca."
"S. Li hai tu pure?", rispose ella, dopo qualche esitazione.
"S, li ho anch'io."
Maria cred di salvarsi volgendo il breve discorso su questa
pagina del passato che li separava; invece si trov impigliata in
una rete ancor pi pericolosa, perch Stefano ricord con voce
grave e sommessa i versi che rievocavano l'infanzia
affettuosamente trascorsa col fratello. Poi parve di rammentarsi
qualche particolare commovente, ebbe un rapido splendore negli
occhi, e rivolgendosi tutto a lei, col viso lumeggiato dai
riflessi splendidi dell'acqua, disse:
"Senti, me lo ricordo come se fosse ieri: eravamo qui,
intagliavamo due tubetti, tagliati da un ramo di sambuco, per
formarne due tiranti: c'era il sole, come oggi, e la cingallegra,
che cercavamo sempre invano lass tra i rovi, cantava. Non so se
era proprio questa, ma forse era la madre. Eravamo qui, avevamo io
dieci, lui dodici anni: io pensavo di ammogliarmi, gi,
d'ammogliarmi, ed anche lui ci pensava.,. forse perch in quel
tempo si parlava del matrimonio di Grazia, nostra sorella, morta
poco dopo, tu lo sai. Basta, pensavamo d'ammogliarci; ma ci
amavamo tanto che avremmo voluto prender la stessa sposa per
entrambi: forse la cingallegra... E mi ricordo una cosa; che
volevamo una sola sposa perch, nel caso morisse uno di noi due,
l'altro le restasse... Vedi se volevamo bene alla nostra
futura..."
"E se fosse morta lei prima?", domand Maria, e pretendeva
scherzare; ma il pallido sorriso le mor rapidamente sulle labbra
all'intenso e penetrante sguardo che Stefano le rivolse.
"Ma ella non  morta..."
" come lo fosse!", sospir lei, e, come sentendo un pericolo
vicino, si mosse, facendo forza a se stessa per vincere il senso
di dolce e insidiosa mala che da qualche momento la tratteneva
l, davanti all'acqua trasparente, nel magico cerchio di quei
riflessi d'oro, di quel canto appassionato di cingallegra, di
quegli occhi limpidi e profondi come un abisso equoreo, di quel
cielo autunnale che invitava ad amare e godere prima del vicino,
imminente tramonto.
Ritorn per il viale fiancheggiato di rosai e di viti dalle rade
foglie gialle. Stefano la segu, e sorridendo le disse:
"Ella non  morta: ha semplicemente dimenticato la vita. Perch,
poi, non so: forse perch  un po' egoista".
"Chi? la vita?"
"No, ella. Mi ricordo quei versi:

      Ama, riamata: quando s'ama molto,
      La vita  come un delicato fiore,
      Che profuma col suo pi dolce odore
      Il vento che i suoi petali strapp..."

Ella si turb maggiormente sentendogli ripetere i versi, ma
camminava avanti ed egli non s'avvide.
"Tu, invece, Maria cara, non solo neghi il tuo profumo a chi ti fa
del male, e sei tu stessa che ti fai del male, ma anche a chi
vorrebbe irrorare e baciare i tuoi petali..."
Ella non rispose, non protest contro l'ardito linguaggio poetico,
ma affrett la sua partenza perch soffriva; soffriva molto, ma
d'un dolore a cui era frammischiata una strana paura di ignoti
pericoli...


IV.

Davanti al piccolo convento di Silvestra Arca si stendeva un
cortiletto cinto da altissimi muri, al di sopra dei quali si
scorgeva solo un quadrato di cielo. Occhio umano non penetrava
laggi: durante l'estate solo le rondini riposavano i voli
spensierati tra il verde luccicho dei frammenti di vetro
tempestati sulla cresta del muro; e i piccoli occhi rotondi
guardavano curiosamente in fondo, le testoline piumate si
dondolavano irrequiete; le sottili code s'aprivano a ventaglio, i
grigi petti fremevano con metallici splendori; ma le rondini non
cantavano, e volavano via con stridi acuti e vibranti che parevano
di disapprovazione, proiettando le loro rapide ombre sul selciato
del cortile.
Solo i corvi, il cui triangolo nero navigava lentamente nell'aria
alta e fumigante, nelle tristi giornate autunnali, guardavano in
fondo al piccolo cortile, mentre il loro cr cr prolungato e
stridente si fondeva con la grigia e melanconica pace dei
silenziosi vapori di novembre.
Nella voce dei corvi era tutta la tristezza di lontane pianure
solitarie, e Silvestra, ascoltandola, si credeva rinchiusa in un
chiostro perduto nelle vaste e desolate solitudini dell'altipiano
sovrastante al paese.
Due volte al giorno la giovane e strana monaca ritirava dalla
ruota, comunicante con uno stanzino attiguo al salotto da pranzo
degli Arca, la colazione, il desinare, il caff, la biancheria, e
infine tutto ci che abbisognava. Nessun'altra comunicazione ella
aveva con la famiglia; solo in caso estremo di malattia avrebbe
suonato un campanello che dava sullo stanzino, e i suoi sarebbero
entrati per una porticina rossa praticata a fianco della ruota,
che si doveva aprire solo in tali urgenti casi e per lasciar
passare il vecchio zio prete, confessore di Silvestra.
Per ottenere da Roma il privilegio di questa strana monacazione,
assai comune del resto in certi paesi sardi, gli Arca avevano
faticato e speso assai, mettendo in moto molte persone influenti
nelle alte sfere religiose.
Silvestra aveva i capelli rasi e indossava un costume monacale,
non privo per d'una certa eleganza; e passava le giornate
pregando e lavorando per i poveri.
Alle finestre delle quattro scialbe cellette di quel chiostro in
miniatura non mancavano le inferriate verso il melanconico
cortiletto. Silvestra viveva per lo pi al pian terreno, fra la
cameretta ove dormiva e lavorava, - arredata di un semplice
lettuccio, d'un tavolino, di due sedie e un paniere d'asfodelo;
col camino di pietra e il pavimento di mattoni rossi, su cui per
qualche ora del mattino l'inferriata gettava gli scacchi del sole,
- e la attigua stanzetta accomodata ad uso di cappella.
La vlta e le pareti di questo strano oratorio erano tinte di
granato cupo, vellutato, con ramificazioni di sottilissime palme
d'oro che, assumendo l'illusione d'antica e preziosa tappezzeria,
davano all'ambiente una fisionomia calma e severa, di salotto e di
chiesa.
Occupava tutta la parete di fondo un altarino di marmo sormontato
da una nicchia, entro cui si ergeva, immobile e lilialmente
diafana, una Madonnina d'alabastro, artistico lavoro del secolo
XVII, memoria di famiglia, dalla quale don Piane si era separato
piangendo. E sull'elegante vlta della nicchia sorretta da due
colonnine toscane di marmo grigio, la cui oleosa opacit faceva
meglio risaltare la trasparenza alabastrina della statuetta,
posava un piccolo sarcofago di marmo bianco che pareva un'urna di
gesso, e che sosteneva un fiammeggiante cuore di pietra rossa.
Giacch Silvestra si era dedicata al Sacro Cuor di Maria.
Adornavano l'altare due candelabri d'argento con mazzi di pallide
rose carnicine; tristi rose di seta diafana, aperte, languide, dai
petali rivoltati, che parevano pronti a cadere; e vi era anche una
lampada d'argento e di cristallo granato, entro cui la fiammella
sempre accesa sembrava un tremolante rubino. Sotto la grave luce
dell'alta finestruola semicircolare, dai vetri smerigliati,
l'inginocchiatoio di noce, lucido e duro, in una continua
immobilit di preghiera e di sogno, sembrava una persona
eternamente inginocchiata e resa rigida da profonde suggestioni
ascetiche.
In quel chiarore di fuoco mistico che s'accendeva porpureo col
sole, e al cader della sera moriva in una prolungata agonia
d'ombre silenziose, le ramificazioni delle pareti scintillavano
tenuemente, quasi un riflesso di luna smuovesse davvero le palme
d'oro; e riposavano le vanescenti figure di antichi quadri ad
olio, appesi un po' bassi con cordoni di seta granata.
Queste tele, dalle cornici nere e rozze, erano pur esse vecchie
memorie di famiglia: due erano dipinti chiaro-scuri, appannati da
una patina grigiastra e alquanto screpolati; una si diceva copia
del Guercino, e rappresentava un Cristo incoronato di spine, al
cui volto giovanile, solcato da grosse lagrime sanguigne, la corta
e riccioluta barba rossastra dava una grazia nordica assai
delicata. Un altro quadro, meglio tenuto, chiaro ancora e
luminoso, squisitissima opera d'arte di gran valore, da cui
Stefano a sua volta si era separato con grande rimpianto, per
tradizione famigliare lo si assicurava un Carpaccio autentico, e,
certo, se non al Maestro, apparteneva alla sua scuola; era forse
una vaga imitazione del famoso Sogno di Sant'Orsola.
La tela degli Arca, larga un metro e venti ed alta quasi due
metri, non aveva titolo e solo una data: Venetia, 1503, e due
iniziali: V. C.; ma probabilmente era un'Annunziazione.
Vi s'osservava un dappiedi da letto a baldacchino, lumeggiato da
una bifora, sul cui davanzale si ergeva un vasetto di metallo
contenente una lunga e rigida pianticella fiorita di rose.
Prostrata su un inginocchiatoio gotico, a sinistra, pregava e
aspettava, presa da estasi e da arcano timore, una giovinetta il
cui peplo oscuro lasciava intravedere forme modellate, snelle ed
esili, s, ma non rigide e diafane come nelle vergini
preraffaellite degli altri due antichi quadri.
Una viva luminosit di sole, fulgida e dorata, invadeva tutto il
piano sinistro della tela, lumeggiando vivissimamente l'angolo del
soffitto di legno, piovendo sui piccoli mobili, che quasi
svanivano sullo sfondo della camera e nella irradiazione della
luce. Donde veniva lo splendore? Da una finestra invisibile o
dall'Angelo che s'avvicinava?
Silvestra restava ore ed ore inginocchiata davanti a questo
quadro, e fra lei e la figura dipinta esisteva una vaga
rassomiglianza, specialmente nel bianco scorcio del volto e nella
tinta castana dei capelli che le crescevano di nuovo a ciocche
folte e morbide dalle finissime punte dorate.
Ma nessuna luce, tranne quella del passato, ardente e melanconica
come il rosso chiarore del piccolo oratorio, irradiava il viso
smorto e i freddi, limpidi occhi verdognoli della giovane monaca
di casa. Ella non aspettava nulla, e non aveva estasi, non ardori
divini; solo talvolta, per semplice autosuggestione, s'infervorava
nella preghiera, e per qualche istante le sembrava di esser
sommersa in un'onda di viva luce, vicina a Dio ed alla Grazia; ma
pi che estasi era questa una sensazione di benessere fisico,
nella cui momentanea dolcezza la mente obliava il passato e il
cuore perdonava e si sentiva egoisticamente tranquillo per
l'avvenire. Infatti provava questi momenti spirituali, non
nell'oratorio, davanti alla Vergine del Carpaccio e sotto la
porpurea luce del Sacro Cuore, ma quando stava a letto o lavorava
quietamente al sole del cortile, nella luce azzurra de' bei giorni
sereni.
Nel mangiare, nel dormire, nel vestire, e infine in tutta la sua
esistenza materiale, ella non s'imponeva n sacrifizio n
penitenza convinta che per guadagnarsi il cielo bastasse la
volontaria solitudine, la continua preghiera ed il lavoro per i
poveri.
Durante l'inverno l'indifferenza e il suo distacco dal mondo
parvero aumentare; anche la luce melanconica dei ricordi svaniva
nel biancore fosco e continuo dell'aria gelata.
Nel cortiletto s'ammucchiava la neve cristallizzata dal gelo; in
alto incombeva un quadrato di cielo basso e bianco, e a quel
freddo riflesso nivale anche l'aria e la luce dell'oratorio
impallidavano freddamente.
L'anima di Silvestra gel e parve cristallizzarsi come la neve;
eppure nella cella, ove il caminetto restava acceso notte e
giorno, spirava un tepore intimo e grato; nessun rumore giungeva,
e solo le voci sonore dei venti raccontavano nella notte strane
storie, e avevano gridi lontani e richiami misteriosi.
Diceva il vento:
"Silvestra, Silvestra,  possibile mai che tu dimentichi, che
l'anima tua dorma, che dorma il tuo pensiero, che dorma il tuo
cuore e dormano i tuoi occhi?
L'altipiano  tutto coperto di neve: spuntano appena gli
olivastri, i cespugli, le siepi dei muri; e il cielo  grigio e
bianco e su questo smorto sfondo dilagano nuvole e vapori fumosi
che vanno, che vanno, che vanno, come vado io. Sai tu chi sono io?
Non ti ricordi di me? Io mi ricordo di te attraversando la bianca
desolazione dell'alta pianura; e al vento che mi schiaffeggia
violentemente e mi toglie il respiro e rende violette le labbra
che t'hanno baciato, al vento gitto la mia voce. E nel vento  la
mia voce che ti parla.  dunque possibile che tu mi dimentichi
nella serenit del tuo piccolo chiostro, se io ti ricordo fra i
pericoli e le minaccie del tempo, degli uomini e della natura?
Silvestra, Silvestra Arca,  mai possibile che tu dorma, che tu
riposi? Che mistero  nell'anima tua, se non ti scuote la mia voce
incarnata nella violenta sonorit dei venti?  il mistero felino
della tua razza?  la superbia di tuo fratello,  la sciocca
crudelt di tuo padre che mi perseguitano perch osai amarti?".
E cos dicendo gemeva larghi singulti sonori il vento marino, che
veniva dalla costa portando seco tutto il gelo delle nevi
azzurrognole di Monte Bardia e di Monte Pizzinnu; e il vento di
tramontana, che gettava sull'altipiano nevoso la livida
desolazione di Monte Albo, piangeva con sibili acuti che svanivano
lentamente nella notte; e tutte le voci, i gridi, i gemiti e le
sonore melodie selvaggie dei venti raccontavano ognuna qualche
cosa, implorando, ricordando e insistendo.
Silvestra ascoltava e sentiva, s, ma nel tepore del piccolo letto
bianco, nel benessere del dormiveglia la sua anima non rispondeva
alle rumorose voci della notte: solo, e raramente, pregava per la
pace dello spirito errante il cui grido veniva col soffio dei
venti marini e col sibilo dei venti del Nord.
Nel caminetto di pietra ardeva una sottile lingua violetta orlata
di alluminio, e le brage si velavano di pallidi merletti cenerini;
la lampada granata dell'oratorio oscillava silenziosamente, e la
luminosit irradiante la Vergine del Carpaccio si colorava di
sprazzi scarlatti, quasi al riflesso d'un freddo ma rosso tramonto
autunnale.
In alto, nel cinereo pallore della nicchia, la Madonnina svaporava
assumendo una trasparenza incorporea; pi in alto, sul sarcofago
di neve opaca, il cuore non aveva pi raggi d'amore e di carit, e
le fiammelle si restringevano spegnendosi. Il pensiero s'elevava a
Dio, ringraziando per l'indifferenza e l'oblio sonnolento che
l'inverno stendeva sulle cose e sulle anime; e il cuore
dimenticava e taceva.
Ma venne la primavera. Sul cielo ancora freddo, ma alto e
nitidissimo, riapparve qualche rapido volo di rondine e il sole
scese nel cortiletto, indugiandosi negli angoli umidi, verdognoli
di museo, ove era rimasto qualche rimasuglio di neve ghiacciata;
sulle creste dei muri luccicarono verdi e lavati i frantumi di
vetro; i davanzali di granito resi bruni dall'umido riprendevano
la prima tinta chiara; e sulle grigie cime del noce dell'orto
attiguo gli estremi rami sottili si squarciarono per lasciar
uscire le gemme.
Di mattina, all'aurora, la brezza ancora fredda portava sottili
fragranze di mandorli fioriti, di siepi rinverdite lungo i margini
del fiume, di sambuchi galleggianti sulle acque, e di grani
nascenti; nei tiepidi meriggi giungevano timidi gorgheggi di
cingallegre, lontane grida di bimbi in cerca di nidi; nella notte
i venti non parlavano pi, ma nell'indicibile silenzio dei cieli
cristallini le stelle doppie oscillavano con rapidi splendori
d'acqua marina e viola iridata, di giallo-oro e di perla turchina;
la luna calava in nitide spiagge d'argento fuso, e le cose
dormienti, ma rinate alla vita, parlavano in sogno e la loro voce
silenziosa si imponeva pi dei sonori gridi del vento.
Silvestra non dormiva pi tanto profondamente; i silenzi delle
notti di marzo le narravano cose sottili e arcane, filtrandosi nel
sangue come spille di cristallo; l'aurora nitidamente violacea
batteva sui vetri, svegliandola, con improvvisi riflessi di nuova
luce; e lungo le tiepide giornate, quando i soffusi e lattei
ondeggiamenti delle prime nuvole primaverili passando sul cielo
come immense gregge attraverso cerulee pianure, proiettavano la
dolcezza della stagione rinascente, ella provava un'inquietudine,
un non confessato desiderio d'aria e di vita. E indistinte le
tornavano alla mente le memorie dei paterni ovili, le brevi
residenze primaverili nelle case coloniche delle tancas dagli alti
pascoli aromatici, le feste pastorali, le selvagge canzoni antiche
dei pastori, che, tosando le pecore legate e stese sui paleggi
fioriti, inneggiavano al verde 'eranu (5) sardo.
Una sera, ai primi d'aprile, le fu introdotto sul vassoio del
caff un foglietto del calendario, su cui a lapis rosso, era
segnato il giorno sette, Pasqua di resurrezione. Cap che doveva
prepararsi per il precetto pasquale, e prov un insolito
sentimento di piacere al pensiero di rivedere lo zio prete, che,
ad ogni modo, avrebbe portato qualche cosa del di fuori, qualche
pallido riflesso della vita esterna. Poi, accorgendosi di questa
sensazione profana, si rattrist e cerc di rimediarvi colla
mistica gioia della vicina Comunione. Entr subito nell'oratorio,
s'inginocchi per terra, rivolta all'altare, e prima di cominciare
l'esame preg.
Fuori cadeva la sera, e l'aria era leggermente velata; i vetri, un
po' sbiaditi dalle piogge, lasciavano penetrare una rosea e
delicata luce, la lampada oscillava sempre, le smorte rose
sembravano languire per stanchezza; e al di sopra della diafana
Madonnina, il cuore risplendeva nuovamente, ma d'un fuoco ancora
pallido, che gettava tutta la rosea luminosit delle sue fiamme
trasparenti di sole rinascente sulla Vergine del Carpaccio.
Per tutta la piccola cappella sembrava salisse la delicata luce di
una mistica aurora; ma Silvestra era inenarrabilmente triste, e
s'incurvava muovendo le belle labbra scarlatte e battendosi
ritmicamente sul petto la palma della mano destra. Si sentiva in
peccato. Aveva dato ascolto alle voci della natura, che le parlava
con gli astri e le notturne fragranze. Aveva desiderato notizie
del mondo. Aveva trascurato la preghiera ed il lavoro.
Si era forse pentita dei suoi voti?
"Questo no!", grid fra s, sollevando la testa. Ma aveva sentito
rancore per coloro che indirettamente l'avevano costretta a
pronunziare il voto. E coloro erano i suoi parenti. Aveva
rimpianto vagamente la sua vita passata. Aveva segretamente pianto
la morte della sua vita. Desiderava dunque il passato?
"No; ma non posso certe volte allontanarne i ricordi. La
tentazione  pi forte di me, la tentazione mi vince. Aiutatemi
voi, o sacro Cuore di Maria, ridonatemi la pace, illuminatemi..."
Reclin la testa e chiuse gli occhi. Quando cess di pregare e
d'esaminarsi era quasi buio; s'alz e, sentendosi stanca,
s'appoggi un momento all'inginocchiatoio. E nella nuova
posizione, fra l'oscurit crescente, prov un gelido e calmo senso
di sollievo. L'ultimo roseo raggio del sacro Cuore, trasfondendosi
nell'oscillante luce della lampada, le parl:
"Che credi tu di ritrovare nel triste mondo ove desideri
ritornare? Non c' nulla per te: il tuo amore  morto, la tua casa
 triste: ti aspetta il dolore e il barbaro lutto sardo per la
vicina morte di tuo padre; t'aspetta l'indifferenza, forse l'odio
di tuo fratello, che non desidera rivederti, t'aspetta la
derisione del prossimo. La vita  breve, e il mondo che desideri 
pi indicibilmente triste di come lo lasciasti".
E si trov nuovamente forte contro la tentazione e la stoltezza
dei profani desider, e una gran serenit la invase. Fece alcuni
passi e, curvatasi dietro l'altare, prese una fiala, del cui
limpido olio giallo riforn la lampada.
Alla luce della fiammella, che tosto si ravviv, il suo viso
spiccava illuminato sul fondo gi oscuro della parete. Era un
volto infantile, dalle guance brevi e piene, con la bocca rossa
sporgente e le sopracciglia e le ciglia lunghe e bionde. La
persona piuttosto piccola, ma sottile, dal collo lungo, il busto
svelto e i fianchi eleganti, apparve alta nella lunga veste nera e
nel rossastro chiaroscuro dell'oratorio.
Rimessa la fiala, Silvestra usc, inchinandosi prima di chiuder la
porta.
Dalla ruota saliva un leggero vapore odoroso di selvaggina,
accomodata con aceto e rosmarino.
"Stefano  stato a caccia!", pens.
Nell'altro piatto era una piccola e sottile torta di pasta e
formaggio fresco ingiallito con lo zafferano.
"Hanno gi fatto i dolci per Pasqua", osserv, e il pensiero torn
con insidiosa dolcezza ai ricordi.
Dopo cena and a chiuder la porticina che dava sul cortile, e
sporse la testa al di fuori: l'aria era cos tiepida e fragrante,
che l'invit ad uscire. Si sedette sul davanzale esterno della
finestra, e appoggiando la testa all'inferriata, volle pregare: ma
se le belle labbra scarlatte pronunziavano mistiche parole, il
pensiero tornava nella dolce via delle domande insidiose.
Che accadeva al di l degli alti muri, che, sotto la bianca luce
degli astri, lievemente velati da chiare nebulosit, apparivano di
una incerta tinta pallidi e vanescenti? Erano rifiorite le
selvatiche aiuole dell'orto paterno, cos vicino e tanto lontano?
E la fragranza della notte era forse il profumo dell'acqua della
vasca, dei salici rinascenti, delle prime foglie chiare e lucide
del noce?
Che accadeva l dietro? Come forse andava in rovina la casa, sotto
il pernicioso regime delle serve avide e infedeli? Pensava Stefano
ad ammogliarsi? Lasciava don Piane le sue strane idee? Svanivano
dal suo cuore, assieme al calore della vita, le passioni, i
puntigli, le crudelt, e inconsapevoli e volute? Si ricordavano
della reclusa?
A questa domanda ella abbandon la testa sull'inferriata e sent
la gola un po' stretta; la riprese il senso di tristezza profonda
da cui la preghiera l'aveva liberata, e chiuse gli occhi per
sfuggire anche la bianca e velata luce degli astri, tremolanti
dietro i fini vapori notturni.
Il pensiero continu le domande.
Erano sopiti i rancori e gli od? Aveva trionfato l'innocenza e la
persecuzione e gli spergiuri pagati? Che ne era di lui?
Formulata appena quest'ultima richiesta, le mani di Silvestra
cominciarono a tremare, poi il tremito sal fino agli omeri, fino
al delicato collo, che si gonfi lievemente, fino al mento, che si
aggrupp, fino alle palpebre, che si sollevarono e si richiusero,
facendo palpitare le ciglia.
E fra le ciglia filtrarono ardenti lacrime, che scesero lungo le
guance, e diedero alle labbra tutto il gusto acre ed ineffabile
d'una volutt immensamente dolce e indicibilmente dolorosa.
In quel momento di debolezza tutte le sue sensazioni si
sollevarono ribelli per abbandonarsi senza freno ai ricordi, ai
rimpianti ed anche ai desideri; il raggio oscillante degli astri
le scese sul volto con una pioggia di baci ardenti, tanto pi
avidi quanto pi sino allora obliati; e la fragranza delle erbe,
dei fiori e delle foglie olezzanti nella notte le rec la visione
d'un luogo indimenticabile, della marcita selvatica, tra il cui
fieno era avvenuto l'ultimo doloroso colloquio.
Allora ritorn nitido anche il ricordo di quanto i venti dicevano
nelle notti invernali, e il cuore ripet a se stesso: "No, non 
possibile dimenticare!"
Ma dopo questo grido, ella balz in piedi, spaventata di ci che
aveva osato ricordare e desiderare; e continuando a piangere, ma
di pentimento e d'orrore contro se stessa, rientr nell'oratorio,
s'inginocchi, si prostr sul pavimento freddo, battendosi la
fronte e le labbra, piangendo in alto con gemiti acuti e selvaggi,
percuotendosi il petto con le mani e poi stringendo i pugni fino a
sentir lo strazio delle unghie conficcate nelle palme.
Ella si pentiva, ella chiedeva perdono, aiuto e misericordia; ma
sentiva la sua speranza e la sua fede scosse violentemente, e
aveva paura di se stessa.
And a letto sfinita, con le palpebre ardenti, e vegli a lungo;
l'indomani mattina mise sulla ruota un biglietto per lo zio prete,
pregandolo d'anticipare la sua visita spirituale, e pass tutto il
giorno in orazioni, esami e lagrime sincere di pentimento.
Fuori, le diafane nuvole della sera prima s'erano addensate;
spirava un venticello frizzante, e quel cielo d'un lilla carico e
smorto, quel freddo improvviso ridonavano all'oratorio il gelato
riflesso invernale.
Silvestra sentiva freddo e si meravigliava della debolezza avuta,
della violenta sopraffazione usatale dal demonio.
L'indomani mattina la porticina verniciata di scarlatto s'apr
lentamente e apparve l'alta figura curva, il collo rosso e il
volto vaiuolato di don Arca, che s'inchin per entrare.
Silvestra, che aspettava ritta e con le mani sullo schienale d'una
seggiola, arross e prov una sensazione di spavento; negli otto
mesi della sua clausura il vermiglio volto di prete Arca era il
secondo viso umano che vedeva. Il primo era stato il paffuto volto
roseo di un monello, apparsole un giorno sull'inferriata che
chiudeva il buco per lo scolo delle acque piovane del cortile.
Ella si era chinata, udendo un piccolo strido, e, visto il
monello, gli aveva rudemente gridato: "Cosa fai l?". Il ragazzo
era scappato.
Vedendo sua nipote rosea e forte, prete Arca le fece dei benevoli
complimenti.
"Non ti domando come stai neppure. Si vede che stai benone."
"Non tanto!", ella pens, "specialmente in questi ultimi
giorni!..."
Ma glielo disse soltanto in confessione, dopo che lo zio s'ebbe
cinta con ambe le mani una vecchia stola violetta, ricamata di
croci di oro falso, che col tempo si era fatto rosso per la
vergogna.
Prete Arca preg un momento davanti all'altarino, tirando in
avanti la sottana per inginocchiarsi. Silvestra gli era venuta
dietro silenziosamente, portando una sedia, e quando egli si
sollev e, ancor pi vermiglio nella rossa luce dell'oratorio, si
guard attorno curioso, con quella sua parrucca color pelo di
volpe, con quella sua lunga sottana verdognola, la nipote arross
nuovamente, e sent una soggezione, una vergogna indicibile,
ricordando i suoi turbamenti di spirito. Ma il vecchio prete Arca
era tutta una personalit stranamente suggestiva; mostrava un gran
pessimismo contro le vicende del mondo, e convinceva i suoi
confidenti a non pensarci pi...
Quando Silvestra gli ebbe rivelato il desiderio avuto di ritornare
nel mondo e saper di lui:
"Ma cosa ci faresti tu nel mondo?", esclam egli, sorridendo
amaramente, a capo chino. "Oh, benedetto Iddio, cosa puoi tu
ritrovare nel mondo? Derisione soltanto e nessun buon profitto
della tua debolezza. O tu torneresti per viver semplicemente con i
tuoi, pur seguitando a far la monaca di casa, e non sfuggiresti
alle cure, ai fastidi, ai dispiaceri domestici, e il contatto
della servit e d'altre persone a cui non potresti sottrarti
t'indurrebbero in tentazione: tentazione di pettegolezzi, d'ire,
di vanit, menzogne, giudizi temerari, mormorazioni ecc.; o tu
torneresti ad esser donna Silvestra Arca, e peggio che peggio.
Desteresti scandalo rompendo i tuoi voti, desteresti derisioni e
mormorazioni, ti farebbero cadere nel dolore e nel peccato. E
dopo, cosa ti aspetterebbe? Non uno stato famigliare, perch gli
uomini, dopo il tuo voto, avrebbero paura di rifiuto nel
domandarti in isposa".
Silvestra ascolt e volle protestare, ma non os interrompere lo
zio, che proseguiva animandosi d'un sorriso sempre pi amaro ed
ironico:
"D'altronde? Non c' alcun partito per te, tu lo sai, son tutti
spiantati e nessuno ti converrebbe: c' soltanto tuo fratello,
ricco nobile e potente, e tu non puoi sposare Stefano! E da Nuoro,
ora che sanno del tuo voto, chi vuoi che venga? Di lui, poi
(Silvestra chin il volto, e per qualche momento vide solo tre
spicchi grigi del mosaico che s'aggiravano come tre raggi su un
livido sfondo),  inutile parlarne. La stessa suddetta ragione
della poca convenienza, ora, tu lo sai,  impossibile. Calcola per
bene questa parola. Se prima il vostro matrimonio era difficile,
ora  im-pos-si-bile! Tu, figlia cara, domandi ancora di lui; non
domandarne pi, perch, oltre la debolezza di abbandonarti ancora
a pensieri mondani, fai male a te stessa creandoti illusioni che
turbano la tua pace. Vinci la tentazione, e quando ti viene il
pensiero di lui, prega per la sua salute spirituale, e non
altro...".
Un triste pensiero venne a Silvestra, il cuore le martell forte,
e subito mostr allo zio di non far gran conto dei suoi consigli
perch gli chiese, col volto sollevato ed intento:
"Lo hanno condannato?".
Ma prete Arca era dopo tutto uomo, e uomo che aveva attraversato
il mondo (mare di pece ardente, egli lo chiamava), e la sua
parrucca rossa sapeva com'egli un tempo aveva molto pensato di
combinare il matrimonio sognato dalla nipote.
"Non  condannato, non  arrestato neppure...", Silvestra sospir
e sent la nuca sudata per commozione e sollievo; "ma  come se lo
fosse. Un uomo solo poteva salvarlo, il Chessa, e il Chessa 
morto!"
"Morto?", disse Silvestra, e impallid, e il sudore le si gel.
"Morto!", ripet il prete, e il suo volto riprese un'espressione
che proibiva le mondane curiosit della confidente.
Ella nascose il volto fra le mani e non domand altro; don Arca
percep che ella non l'ascoltava, tuttavia prosegu, tirando in
alto la sottana in modo che apparvero le fibbie lucenti delle sue
lunghissime scarpe:
"Che faresti tu dunque nel mondo, figlia mia? Il mondo  un mare
di pece bollente, che si attacca e brucia e macchia coloro che lo
attraversano. Beata te che ne sei lontana, beata te che sei stata
illuminata a tempo dall'ineffabile grazia di Dio. Nel mondo non
c' che menzogna, vilt, dolore. E tu sai bene le parole di
Matteo, riportate anche nell'Imitazione di Cristo: "Il nemico
dell'uomo  l'uomo stesso, e specialmente quello che gli sembra
pi amico e pi domestico, imperocch il vero fondo dell'uomo  la
menzogna". Non gioie dunque di fanciulla di sposa e di madre ti
attendono: tu invecchierai nella sterilit del cuore, e, credi a
me, niuno  pi indotto in tentazione di quello che lo sia la
donna zitella, n amante, n riamata. Resta dunque qui, dove il
peccato non trover albergo, perch quando gli occhi non vedono
non peccano, quando la bocca tace non pecca, quando si  soli la
tentazione resta lontana" ("Oh, non  vero!", gem Silvestra fra
s); "e la tua preghiera sia un continuo inno di ringraziamento al
Signore per la grazia che ti accord. "Signore mio Dio", tu devi
dire" (e prete Arca sollev la testa, gli occhi e le mani aperte),
""io Vi ringrazio e Vi lodo ogni momento, imperocch mi faceste
vedere le vanit del mondo e mi toglieste dal dolore e dal
peccato! Io vivo con Voi e per Voi, io sollevo gli occhi e Vi
scorgo nei cieli, nella profondit degli astri, nello splendore
del sole. Voi siete sempre davanti al mio sguardo, ed oh,
meraviglia, qual pace, qual purezza, qual gaudio  dentro di
me!"".
Per qualche istante rimase a mani sollevate ed aperte, ad occhi
aperti, a bocca aperta, con espressione di sovrana meraviglia su
tutto il volto, suggestionando Silvestra pi col gesto che colle
parole.
Anch'ella sollev inconsapevolmente il viso, e sent una pace, una
purezza, un gaudio sovrumano scenderle per la gola al cuore, come
un liquido filo di miele e d'ambrosia.
Questo gaudio le dur parecchi giorni, non pi offuscato da
rimorsi od incertezze. Pass una Pasqua adorabile, in digiuni ed
intense preghiere, ch'erano proprio un inno di ringraziamento e
d'amore al Signore; non era l'amore isterico e morboso delle
pulcelle bigotte, ma un puro amore intenso, una diretta relazione
intima con Dio, che le inondava i pensieri ed i sensi di grandiosa
serenit.
L'oblio e l'indifferenza per il mondo, i propositi monastici le
sembravano pi forti che durante il passato inverno, nelle cui
notti ventose, se non ascoltava, sentiva per la lontana voce di
lui: ora nessuna voce poteva pi giungerle n in realt, n in
sogno; ora udiva soltanto la voce della eternit, che
continuamente e nitidamente le faceva percepire la vanit moritura
del tempo e delle cose.
Ogni notte, andando a letto, e coricandosi con le mani piamente
incrociate sul seno, diceva:
"Cos mi metteranno entro la bara, e questa mia carne sparir, e
rester solo questo mio scheletro, questo stesso che ora io sento,
che  qui dentro di me. Ogni giorno che passa mi avvicina alla
morte; fra venti, fra cinquant'anni io non sar pi qui, n in
alcun posto del mondo. Si dir - forse - : "Qui visse Silvestra
Arca", ma passeranno indifferenti, continuando a rodersi in
passioni vane, senza pensare che anch'essi spariranno come sono
scomparsa io. Stolti!".
Il pensiero della morte l'accompagnava continuamente, ed ella non
ne provava terrore, ma neppure la triste consolazione dei
disperati. Era la certezza d'un giorno che doveva venire, giorno
non di gioia, n di dolore, ma aspettato con la rassegnata attesa
delle cose inevitabili, che vuotava la vita e gettava sopra ogni
cosa la desolazione del nulla. L'uniformit dell'esistenza,
dell'abitudine, del ristretto ambiente solitario contribuiva ad
aggravare l'arcano sogno funereo; ma bast un piccolo segno del
mondo esteriore perch la naturale legge della realt, per quanto
fugace, riprendesse il suo impero.
Un bel mattino, agli ultimi di aprile, - c'era nell'aria un pi
denso profumo di fiori, d'erbe gi alte, e tra i frammenti vitrei
del muro che sprizzavano scintille di gemme verdi e violette, una
irrequieta, lunga fila di rondini si dondolava, cantando, con gli
occhietti fissi al cielo turchino, - fu introdotto nella ruota un
cartoncino nuziale:

        Nob. Stefano Arca
      Maria Arthabella-Arca
           oggi sposi

Sull'altro lato, nel tenue splendore eburneo del cartoncino, sotto
una corona d'oro, un M e un S d'oro s'intrecciavano in tenace
amplesso d'amore felice.
Silvestra cerc di non meravigliarsi, di non scandolezzarsi e
neppure sdegnarsi per l'infrazione dei suoi al desiderio e al voto
suo di non aver notizie mondane.
"Forse  stata Maria a metterlo", pens, e respinse il cartoncino.
Respinse il cartoncino, ma da quel giorno la tentazione la
riprese. Erano lunghe fantasticherie fatte al sole dell'aprile,
sulla panchina di pietra del cortile; erano i ricordi che
tornavano, era la percezione della morte che si allontanava,
dissolvendosi nell'aria voluttuosa delle tiepide notti olezzanti,
quando la luna batteva sui lunghi ciuffi di erba nati sul muro, e
l'usignuolo, dalle verdi cime del noce, gittava le sue argentee
sinfonie ai primi ranuncoli dell'orto.
Che accadeva, oh, che accadeva al di l dei muri gialli incoronati
di false gemme? Che accadeva nella casa pisana, dai veroni aperti
al sole ed all'amore?
Un'altra era l, nelle quiete stanze eleganti, un'altra che, se
aveva sofferto, aveva per anche goduto, ed ora rinasceva alla
vita con la vita dei fiori, mentr'ella, Silvestra, inaridiva come
erba sterile strappata dalle aiuole paterne.
Era giusto ci?
E, senza volerlo, senza saperlo, cominci a pensare male di Maria,
a scandolezzarsi per il fragile carattere della vedova, che non
solo mancava di fede all'amore morto, ma si dava all'antico
persecutore dello stesso amore. E, senza volerlo, senza saperlo,
cominci a chiedersi come ci era avvenuto. Come Stefano si era
innamorato della donna prima odiata e vilipesa? Come questa si era
piegata? E don Piane? E i parenti di Maria?
Oh, che cosa, che cosa mai accadeva al di l dei muri gialli, che
cosa accadeva sotto i noci vigilanti sul villaggio?
Ogni evento dunque mutava; si spegnevano dunque gli od e i
rancori, e sulle inimicizie domestiche spuntavano le rose
dell'amore e della felicit, spuntavano pure e roride come quei
delicati alabastrini steli che nascono sui terreni immobili,
fecondati dalla rugiada? Solo per lei, per l'erba sterile e
maledetta, gli eventi non mutavano, n cangierebbero mai: per lei
l'odio era rimasto odio, il rancore rancore, e il fragrante
terreno dell'amore aveva germogliato fiori di sventura e di morte.
Era giusto ci?
"Vergine Santa, sacro Cuor di Maria, salvatemi dalla tentazione,
vigilate su di me che sono cosa vostra, che a Voi mi diedi perch
mi salvaste dalle ire e dalle amarezze del mondo", pregava
Silvestra, curva sui gradini dell'altare baciando il freddo
pavimento e battendosi la mano sul petto. "Salvatemi, perch se
Voi mi abbandonate io sono perduta, perch l'odio e il rancore
crescon a ogni ora in me e la solitudine, ov'io credeva trovare
salvezza, non fa che accrescere le mie male passioni."
E piangeva, e in certi momenti le sembrava di riunirsi ancora a
Dio e risentir la grazia e riaver la percezione del nulla umano;
ma appena lasciato l'oratorio e tornata alla gaudiosa luce del
sole, le tentazioni l'assalivano di nuovo. Ogni cosa contribuiva
alla facile vittoria della tentazione, e l'aria olezzante di erbe
e di fiori, e i vertiginosi voli circolari delle rondini amanti, e
il sussurro voluttuoso delle prime mosche dalle ali di nero
iridato, che venivano a sbattersi contro i vetri della finestra.
Venne il mese di maggio. Silvestra si propose di pregare con pi
fervore, digiunando e rimanendo fino a tarda notte nell'oratorio,
recitando con intensit il rosario, le litanie e le antiche laudi
sarde, che avevano un dolce ritornello:

      A Tie, Mama de amore,
      Costu mese consacramus. (6)

Di notte, sfinita dai digiuni e dalle preghiere, andava a letto
con una lieve vertigine che le velava i pensieri e le percezioni,
e se talvolta aveva un desiderio ben definito, era questo il
desiderio della morte.
Agli ultimi di maggio cominci a piovere dirottamente, e per pi
d'una settimana Silvestra non vide che un cielo color di lavagna,
sul cui triste sfondo passavano grandi nuvole squarciate da linee
metalliche e da bagliori fumosi.
Sembravano livide montagne orlate di neve, e immensi piatti
d'acciaio colmi di vapori bianchi e grigi. E la pioggia cadeva
dirotta, con lunghi filamenti argentini; e fra il suo continuo e
monotono fragore s'udiva un disperato coro di uccelli ricoverati
sul noce, un concerto di imprecazioni cristalline e di lamenti.
Silvestra sentiva freddo, ma, sebbene conservasse ancora un cesto
di legna, non accese il fuoco per penitenza.
Per un'interminabile settimana rimase cos, con le mani esangui,
gelide, col volto pallido; e il freddo, l'umido dell'oratorio, i
digiuni, la sottile febbre che la estenuava, accrebbero la sua
mortale tristezza. Il cuore le nuotava in uno stagno d'ignote,
indefinite amarezze, e l'intima ribellione cresceva di giorno in
giorno, d'ora in ora.
Ai primi di giugno la pioggia cess, e il cielo apparve alto,
altissimo, d'una purezza e d'una turchina profondit infinita; e,
subito dopo, il sole cominci il suo impero, dilagando per l'aria
con ardori sfibranti. Ora, non pi la fragranza delle erbe e dei
ranuncoli, ma il profumo sonnolento dei papaveri campestri, e il
largo, caldo e rorido olezzo delle rose in piena fioritura
arrivavano con soffi penetranti e avvolgenti.
Fin dal primo giorno di sole, quando l'aria profondamente tiepida
le port la fragranza delle rose, Silvestra prov un fatale
smarrimento, e un'onda d'indimenticabili ricordi la travolse.
Poi, quando al profumo delle rose che dovevano, al di l dei muri
gialli, sfogliarsi, pallide nell'ebbrezza del sole, e spargersi
pei viali come larghe gocce di sangue sbiadito, s'un
sottilissimo, ma penetrante, l'odore del fieno, l'ultimo e pi
struggente dei ricordi, che a quell'odore di fieno si riallacciava
potentemente, si impose quale ossessione al pensiero ed al cuore,
gi ribelli e gi vinti.

Un anno prima, verso il principio di giugno, Filippo Gonnesa si
svegli una sera tra il fieno d'una marcita naturale, dove
sapendosi protetto dai pastori d'un vicino ovile, aveva parecchie
ore dormito sotto le carezze profonde del tiepido tramonto.
Riaprendo gli occhi prov un senso di dolce benessere che
prolungava la soavit del sonno; e non si mosse, restando con le
mani aperte e molli abbandonate sul fieno caldo, non iscorgendo,
al di sopra di lui, che il firmamento, di un'infinita dolcezza; il
tramonto era l, dietro la tiepida testa di Filippo, nella chiara
zona di cielo argenteo, solcata dai lunghi e tremuli raggi d'oro
del sole calante.
La diffusa e rosea luminosit dell'occidente allagava la marcita:
i verdi cespugli filamentosi, gli asfodeli che fiorivano ancora
agli ultimi soffi primaverili, gli alti giunchi cosparsi di fiori
rossastri, le lucide filigrane dell'erba sardnica e i lunghi,
diafani steli del fieno gettavano sottili ombre, che s'allungavano
visibilmente di minuto in minuto.
Filippo non vedeva attorno a s che la distesa del fieno folto
morbido, biondo alla base, sfumato in cima da un verde rossastro,
che cangiava la marcita in un campo di vegetazione rosea e
luminosa.
Egli fissava sempre le cime rosse dell'elce: un nuovo soffio di
brezza, pi forte e fresco, gli batt la nuca, dandogli non pi
raccapriccio, ma una sensazione piacevole e indefinita come quella
d'un profumo. Sent sopravvenire qualche cosa d'ignoto, ma non
d'inquietante. Che cosa era? Forse la sensazione della realt dopo
il lento risveglio dal sonno; forse la frescura della sera; forse
la sera stessa che veniva e lo invitava a sorgere, a incamminarsi,
a riprender la sua via fatale? No; perch era una sensazione
piacevole, un'indistinta percezione dei sensi e dello spirito, che
lo tenne fermo, lo rassicur, gli fece chinare gli occhi. Sent
l'ombra delle brune e fini ciglia allungarglisi sulle guance, e
gli sembr che quell'ombra calasse, calasse, allargandosi,
oscurandogli una lunga striscia del fieno su cui posava: rialzando
le palpebre vide infatti un'ombra sottile, e, senza voltarsi,
riconobbe la persona che il suo cuore aveva sentito venire.
"Silvestra!", disse dolcemente.
Una mano gli si pos sul capo; egli alz la destra, afferr quella
mano tremante, la strinse tenacemente, poi appoggi la sinistra
sul fieno e si sollev.
Per un momento i due giovani si guardarono intensamente, quasi
meravigliati di trovarsi tanto vicini: egli appariva pi alto e
pi robusto nel suo costume; ella, volgendo il viso al sole
morente, era tutta rosea, e una dolce fiamma pensosa le brillava
negli occhi, che al chiarore del tramonto sembravano di
madreperla.
"Ti ringrazio. Ma come sei venuta?", domand egli, ansando
leggermente. E prima le strinse le mani, poi la prese fra le
braccia senza baciarla: l'elce guardava, e le sue cime sempre pi
rosee ora tremavano, come ondulate da un sorriso appassionato.
Silvestra fu la prima a sciogliersi dal doloroso amplesso: Filippo
la fece sedere sul fieno, e stettero cos, nascosti come due
uccellini fra l'erba fiorita.
"Come sei potuta venire?"
"Come? Come meglio ho potuto, giacch l'hai voluto assolutamente.
Ma forse ho fatto male."
Ella parlava risentita e paurosa; ma in quel momento egli non
ricordava pi alcun pericolo; avrebbero potuto venire,
circondarlo, legarlo come un agnello, ed egli non avrebbe inteso
nulla, non si sarebbe neppur mosso.
"Come, male? Perch male?", domand sorridendo. "Come hai fatto?"
"Come? Quando ho ricevuto la tua lettera, che diceva di volermi
assolutamente rivedere un'ultima volta qui, dove ci siamo
conosciuti la prima volta, qui, in questo giorno e in quest'ora,
non sapevo proprio come fare, se non che lasciarti dire..."
"Questo non l'hai pensato neppure", interruppe egli dolcemente.
"Oh, se l'ho pensato! Tu sai il rischio..."
"Lo so, e ti ringrazio..."
"Basta. Dissi al babbo: "Babbo, prima di rinchiudermi voglio
riveder un'ultima volta... le nostre campagne. Andiamo alla casa
colonica del Latte dolce". Egli si mise a piangere come un
bambino, ma acconsent. E siamo da ieri nella tanca. Ieri sera,
per non dar sospetti, andai verso il tramonto alla chiesetta di
Nostra Signora del Latte dolce e vi rimasi fino all'imbrunire:
oggi son venuta qui, mentre mi credono di l. Ma forse ho fatto
male, ho fatto male. Perch hai voluto che io venissi?..."
Ella parlava sempre con pauroso risentimento; ma egli non sentiva
che la sua voce, non provava che la grande e dolorosa felicit di
vederla vicino a s.
"Perch hai voluto ch'io venissi?", ella ripet quasi rudemente,
strappando una manata di fieno.
"Silvestra!", diss'egli, e voleva rimproverarla, ma non pot; e di
nuovo rimasero stretti nella dolorosa catena che li avvinceva,
sentendo scambievolmente le pulsazioni dei loro cuori e vedendosi
riflessi l'uno negli occhi dell'altro.
"Perch ti ho voluto? Come puoi domandarmelo dunque? Ti ho voluto
per vederti un'ultima volta, per dirti a voce ci che tu sai:
ch'io sono innocente, ch'io sono perseguitato perch t'amo; che
soffro immensamente, non per me, non per la calunnia che i tuoi
m'hanno sguinzagliato dietro come un cane arrabbiato, non per i
pericoli che, sia o no fatta giustizia, mi attendono, non per i
danni civili e morali che io ed i miei subiamo e subiremo, non per
nulla infine che mi riguardi... ma per te, per te, Silvestra cara,
per quello che fanno soffrire a te, per quello che ti costringono
a fare... e che io, io, io non posso impedire... Ecco perch ho
voluto che tu venissi, Silvestra, ecco perch... perch non so se
ci rivedremo pi mai in questa vita... perch avevo bisogno di
rivederti ancora una volta onde farmi coraggio, onde non odiare
chi tu ami, onde non esser tratto a quel delitto che mi si vuole
addossare..."
Ella gli chin il volto sulla spalla e si mise a piangere
disperatamente. Allora egli sent davvero tutta la forza che
invocava dalla presenza di lei; le sollev il volto, volle che i
grandi occhi di madreperla si fissassero ne' suoi, ed ebbe il
triste coraggio di sorridere.
"Ma dunque! Non piangere, non voglio! Dopo tutto, il cuore mi dice
che non dobbiamo completamente disperarci. Io sar assolto, questo
 certo. Basta che piglino Saturnino Chessa e che egli dica la
verit: allora io mi costituir e vedrai che sar nulla: non
disperarti, via! Tu sai quante prove io ho e sai che non ho paura
di nulla. Non ho voluto che tu venissi per vederti piangere! E poi
a che servono le lagrime?"
Silvestra, intuendo la delicatezza di lui, che, per confortarla,
fingeva un coraggio e una sicurezza maggiore di quella che
sentiva, volle imitarlo, e sorrise fra le lagrime.
"Parliamo ora di te: quando dunque ti rinchiudi, bella monaca?",
domand egli, e sembrava scherzare.
"Fra poco: appena sar tutto all'ordine..."
Il sorriso mor ad entrambi sulle labbra: ella strapp un altro
ciuffo di fieno, ed egli segu con gli occhi la mano di lei.
"E dimmi", chiese dopo breve silenzio, "s'io tornassi ad esser
libero e... come prima; s'io mi presentassi a te, o cio ti
facessi sapere d'esser in grado di sposarti, e tu, compiuta l'et
legale, fossi padrona di te... potresti sciogliere il tuo voto?
Vorresti?"
"S!", rispose Silvestra, appunto perch sentiva che quel giorno
non sarebbe giunto mai.
Egli le strinse le mani con amore e riconoscenza.
"Grazie", disse, e una gran tristezza gli passava su gli occhi.
"Perch non posso renderti felice da oggi? Perch, mentre vorrei
renderti la pi felice fra le donne, non ti ho sempre recato altro
che dolore?"
"Ed io? ed io? Cosa ho fatto io?"
Per non farla nuovamente piangere, Filippo svi ancora il
discorso:
"Dove sei passata venendo? Come ti sei ricordata precisamente del
luogo?".
"Mi ricordavo di quei rovi l: son venuta direttamente, passando
davanti la chiesetta; poi c' la piccola salita ed ecco i rovi: ho
costeggiato la marcita, ho seguito la linea di sentiero che porta
alla fontana, e di l, vedendo una traccia nel fieno, ho pensato:
deve esser passato qui! e camminai, ma non vedendoti cominciavo a
disperarmi quando son capitata proprio qui, senza avvedermene. E
tu dormivi."
"No, ti aspettavo", diss'egli con piccola menzogna, e siccome
Silvestra tendeva ancora la mano, movendola in giro per indicare
la via percorsa, le prese il polso, lo baci e se lo port sul
petto.
"Sei coraggiosa!", le disse con ammirazione. "Come mi duole il
cuore nel renderti tanto infelice, Silvestra mia! Chi l'avrebbe
creduto, la prima volta che c'incontrammo qui; te ne ricordi?"
Le appoggi la fronte sulla spalla, con tutto l'abbandono e la
stanchezza della sua triste giovinezza, e Silvestra chiuse gli
occhi per non piangere. E per un momento i due spiriti amanti
rivissero nel passato, nel giorno lontano in cui, - trovandosi le
due famiglie, allora amiche, a festeggiare la Madonna campestre
del Latte dolce, - essi ancor adolescenti e ignari dei pregiudizi
di classe, s'erano spinti sino alla fontana della marcita e fra i
giunchi odorosi e i fieni imperlati di fiori, ridendo s'erano
detto d'amarsi.
In quel giorno non avevano pensato che gli Arca possedevano
quindici tancas: fra queste quella che confinava ai terreni della
chiesa del Latte dolce conteneva una ricca casa colonica e cento
vacche nere macchiate in fronte da una stella gialla, e cento
torelli color di latte con la schiena e la coda fulve; mentre
Filippo Gonnesa aveva interrotto i suoi studi per mancanza di
mezzi e non possedeva che poche giovenche sarde, rosse e scarne, e
un puledro grigio dall'antica sella di velluto viola.
Ma il bell'adolescente dalle lunghe ciglia brune caracollava cos
diritto e fiero sul puledro cenerino, che quando Silvestra Arca lo
vedeva passar nella sua via aveva la visione d'un giovane
cavaliere, il pi ricco e nobile del Logudoro.
"O Pippo", disse riaprendo gli occhi alla realt, "non pensare a
me; anch'io non soffro per me, e ti ho tanto amato" (diceva gi ti
ho tanto amato!), "che sono felice del piccolo sacrifizio che
compio per amor tuo. E se ritornassimo indietro e vedessi tutto
nell'avvenire, ricomincierei lo stesso, ti amerei lo stesso, per
guardandomi dal farti incontrare le disgrazie che per amor mio hai
incontrato."
Egli rialz la fronte e parve calmo: fiss gli occhi e il doloroso
colloquio prosegu sommessamente.
Il sole tramont rapido e pallido: la zona argentea dell'occidente
prese allora una tinta luminosa sfumata in delicato rosa, che and
mano mano smorzandosi in glauco. Un glauco liquido e trasparente
che con un ampio semicircolo invase quasi tutto l'orizzonte. Solo
l'oriente rest cerulo, opaco; sembrava una lontana spiaggia
deserta. Ogni ombra dilegu dalla marcita, cess la brezza, e
nella prima gialla luminosit diffusa dal vespero una profonda
pace addorment i cespugli, gli steli, il fieno e i fiori. L'odore
dei giunchi si rese pi distinto, e la voce sommessa dei due
innamorati si perd tra il fieno come un leggero soffio.
"Tu hai freddo", disse alla fine il giovine, accostandosi alle
labbra le dita di Silvestra e soffiandovi lievemente. "Hai freddo?
Bisogna che te ne vada.  tardi..."
" tardi", ripet lei. Ma non si mossero, e tacquero.
Egli la guardava con disperazione; le consigliava d'andarsene e la
tratteneva; avrebbe voluto gridare tutto il dolore che lo
straziava e si sforzava a sorridere per non addolorarla. Ma ella
sentiva bene tutto ci, e, a sua volta, non piangeva per non
accrescere l'angoscia di lui. Una triste domanda fremeva sulle
labbra d'entrambi: "Ci rivedremo mai?", ma non fu pronunziata.
"Fa davvero fresco! Forse mi cercano e temono che qualche bandito
m'abbia rapita!", disse Silvestra sorridendo; e sentendo un
brivido alle tempie si tir sul capo il fazzoletto di seta nera
che aveva lasciato scivolare sulle spalle. Egli glielo leg sotto
il mento, poi la baci mestamente, e ripresero a parlar di cose
indifferenti, ma con voce stanca e triste che invano celava lo
scambievole sforzo di non addolorarsi a vicenda, tacendo ci che
pensavano.
L'ombra cresceva, e s'addensava nei cespugli resi grigi dal
crepuscolo, sul cielo e sulle due anime amanti che tacitamente si
dicevano addio.
"Andiamo?", domand Silvestra, e trem tutta improvvisamente, come
corda spezzata.
Egli sent in quel brivido tutta la grande angoscia che li urgeva,
e avrebbe voluto scattare, gridare con voce ribelle:
"No, non andiamo. Rimaniamo insieme, che ne abbiamo il diritto!".
Ma non fece che trattenerla tutta tremante vicina a lui e dirle:
"No, aspetta ancora un po', aspetta... non andartene ancora...".
Ella aveva paura, pensava all'inquietudine di suo padre, ma non si
mosse. E rimasero ancora, silenziosi, inquieti, vigilanti nel
melanconico silenzio che li circondava.
Con l'addensarsi dell'ombra anche la lontana spiaggia dell'oriente
assunse un bagliore prima bianco, poi tenuemente giallo e lucido:
era l'alba della luna.
Qualche vago rumore s'udiva in lontananza; prolungati e tremuli
stridii di grilli, smorti latrati di cani e tintinnii di pecore
sbandate. La luna non tard a sorgere; apparve prima come una
gialla scintilla sulla nera e frastagliata linea dei rovi che
sembravano lontanissimi, e crebbe, crebbe, radiosa e tremula,
finch sorse tutta, immenso disco d'oro d'una indicibile purezza.
Tutto il cristallino cielo si schiar, e gli astri, qua e l gi
apparsi, tremarono pi chiari e limpidi, simili a diamanti: il
fieno, i cespugli, gli alti steli si cangiarono in misteriosa
vegetazione d'argento brunito; s'incrociarono di nuovo, ma verso
occidente, i filamenti delle ombre sottili, e le lame dei giunchi
e degli asfodeli luccicarono come spade d'acciaio.
Ritorn la brezza freschissima, quasi pungente, e Silvestra
rabbrividendo disse:
"Ora me ne vado davvero".
Egli non cerc pi di trattenerla, anzi la aiut ad alzarsi, e
quando furono ritti se la strinse ancora al petto; e siccome ella
taceva le volse il viso verso la luna, per vederla meglio forse
per l'ultima volta. Al riflesso lunare una scintilla d'oro arse
nei grandi occhi chiari e la fronte ebbe splendore d'avorio.
"Addio, Silvestra. Quando potremo rivederci?"
"Lo sa Dio!", diss'ella, ed anche i suoi denti brillarono alla
luna.
Era cos bella, cos delicata e fine, che Filippo sent pi che
mai acuta l'angoscia di doverla lasciar andar sola allora e per il
resto della vita.
"Se Dio  giusto ci rivedremo!", afferm, e la baci
disperatamente, pensando tutto il contrario di quanto diceva.
Poi, ad onta d'ogni pericolo per entrambi, volle accompagnarla un
tratto: brancicando sul fieno gi freddo raccolse il fucile e la
berretta, strinse Silvestra quasi sollevandola dal suolo, e cos
se ne andarono silenziosi fra gli alti steli argentei, seguiti
dalle loro lunghe ombre oblique.

Silvestra pianse, dopo aver rievocati in tutti i suoi minimi
particolari questa estrema rimembranza.
"Se Dio  giusto ci rivedremo!", aveva ripetuto Filippo,
baciandola un'ultima volta davanti alla chiesetta sulla cui
spianata le rose selvatiche olezzavano alla luna.
E non s'erano riveduti, e non si rivedrebbero mai pi, e non
dovevano rivedersi neppure in sogno.
"Perdonatemi, Vergine Santa, inaridite queste labbra che
bestemmiano, infrangete questo mio cuore..."
Ma mentre l'io superficiale cos pregava, l'io interno e profondo
gridava ancora la ribelle bestemmia.
La fragranza delle rose riportava la visione della spianata della
chiesetta, ove le rose selvatiche avevano assistito agli ultimi
addii: e le stelle limpide guardando dagli altissimi cieli
parevano pianger lagrime di perla.
Silvestra rientr nell'oratorio e prov ancora a prostrarsi, a
baciare il suolo e battersi il petto; ma la Grazia non tornava
pi; e nella porpurea irradiazione della lampada, la percezione
velata dalla febbre vide passare una lunga fila di puledri grigi
dalla sella di velluto violetto, montati da adolescenti che
avevano gli occhi e le lunghe ciglia neri. Sui vasi dell'altare
crescevano folti roveti selvatici coperti di rose sbiadite, e le
colonnine di marmo grigio sorgevano come fusti di pioppi solitari
sopra un fondo di cielo lunare; la Madonnina d'alabastro
cangiavasi nella Vergine di legno smaltato, dal manto di broccato
verde, che dal silenzio della chiesetta campestre aveva vigilato
sul triste idillio.
Gli adolescenti caracollanti sui puledri dalla sella violetta
sfilavano sempre e svanivano dietro l'altare, fra i roseti
fioriti, ove si trasformavano in alti, eleganti paesani dal fucile
rilucente.
La Madonnina guardava, con infinita piet entro i lunghi occhi
socchiusi, e dall'alto scendeva un ineffabile splendore d'aurora.
Tutto il latte dolce, tutta l'ambrosia della divina piet del suo
cuore, rosso come brage eppur candido come latte appena munto,
inondava il manto, la tunica, i piedi della Madonna; era una marea
di piet, di misericordia, di sovrana dolcezza, che invadeva le
rose, l'altare, l'aria, la vlta e il pavimento dell'oratorio,
penetrando fino al cuore di Silvestra. Era il lontano plenilunio a
cui Filippo aveva gettato il suo grido:
"Se Dio  giusto ci rivedremo!".
E Silvestra, coi gomiti sull'inginocchiatoio e il volto fra le
mani, sentiva tacere in s ogni ribellione, ogni angoscia; e
s'abbandonava alla inenarrabile dolcezza dei ricordi, dell'amore
rinato, della vita trionfante.
Il suo pensiero rispondeva finalmente ai quesiti prima s
tormentosi ed oscuri.
La luce rossa piovente dall'alto era luce d'amore, di carit e
perdono.
Al di l degli alti muri gialli fiorivano le rose, e gli uomini
amavano.
La Vergine del Carpaccio attendeva l'amor suo lontano, forse
contrastato, che combatteva e anelava per giungere a lei; e la
luce che le irradiava la fronte sognante era la speranza.
Anche Silvestra sent in s questa luce misteriosa, splendida come
il vermiglio bagliore dell'Amor divino, bianca e dolce come il
latte della divina Misericordia; e nei vaneggiamenti della strana
febbre che le faceva confondere il Cielo col Mondo, il suo cuore
prov un vago sentimento d'attesa. Egli Sarebbe tornato, egli
veniva!
Come e quando si sarebbero riveduti ella non giungeva a
immaginarlo, per quanti sforzi la mente facesse; ma il cuore
sentiva che ci doveva accadere, e presto.
Nella profonda dolcezza di questa speranza i pensieri si lenirono
soavemente, si raddolc la tensione dei nervi; le braccia si
piegarono sull'inginocchiatoio, e priva di sostegno la testa si
reclin. Confuse visioni le attraversaron la mente; dai roseti
dell'altare che parevano chiudere un misterioso orizzonte,
cominci a fumare una tenue nebbia bianca, ed erano le rose che si
sfogliavano, ma invece di cadere, i petali salivano, salivano. A
poco a poco l'impalpabile vapore copr ogni cosa; la sua faccia
cadde sulle braccia e il pensiero s'addorment.
Nel silenzio alto della notte s'ud un grillo che strideva al di
sopra del muro; poco dopo un rumore insolito, come di scalpello
sulla pietra, risuon timidamente al di sotto del muro, intorno
all'inferriata che chiudeva il buco per lo scolo delle acque
piovane nel cortile; spaventato, il grillo tacque sul suo rifugio.
Le grandi stelle bianche di giugno scendevano verso l'Ovest, e una
sola, d'un azzurro di opale, stava come acuto occhio celeste,
ferma al di sopra della torretta nera del piccolo monastero.
La fragranza dell'orto saliva pi fresca e rorida, come se tutte
le rose si fossero sfogliate sulla vasca e l'acqua svaporasse
olezzando.
Il rumore timido e lento continuava, e cambiando vibrazione pareva
il raschiare d'un piccone sul muro aspro. L'inferriata vibrava con
lunghi tremiti metallici, ma cos tenui che solo il grillo li
udiva. Un momento tutto tacque, e il grillo riprese a cantare una
nota acuta e tremolante che pareva fondersi con l'oscillazione
azzurra ed iridata dell'astro opalino fermo sulla torretta nera.
Ma il misterioso rumore seguit ancora e l'inferriata vibr pi
scossa e pi tremula: il grillo tacque di nuovo, e di nuovo non
s'ud, sotto il bianco corso degli astri e tra la liquida
fragranza delle rose, che lo sgretolarsi aspro del muro e la
vibrazione dell'inferriata.
Poi, ad un tratto, la vibrazione cess; si ud un colpo secco e
duro.
Poi profondo silenzio.
Ma il grillo attese a lungo prima di riprendere la sua sottile
sinfonia tremolante, e quando dopo alcuni timidi accordi la
riprese per non pi tacersi, le grandi stelle bianche erano vicine
all'Ovest, ed anche l'astro dalle perlate vibrazioni azzurre era
sparito dall'alto della torretta nera.


V.

Seduto al piano Stefano suonava per ingannare il tempo
dell'interminabile sera d'agosto. Il gran disordine del salottino
accennava la recentissima visita di amici poco delicati: sedie
spostate, indecenti macchie di saliva sul pavimento, un vassoio
con caraffe e bicchieri dal fondo rosso di vino, mozziconi di
sigarette sul portacenere, e infine un denso odor di fumo che
appestava anche le camere attigue.
Disgustato ancora per la rumorosa visita dei quattro amici, fra i
quali un ricco e triviale paesano, ch'erano venuti per tentarlo a
ripresentarsi candidato nelle prossime elezioni comunali, Stefano
suonava nervosamente il brindisi di Gluck.
"Sciocchi", pensava: "siete cos piccoli che mi verrebbe voglia di
pestarvi la testa come gli scarafaggi".
E senza muovere un muscolo del viso rideva internamente col riso
sonoro del pianoforte: rideva di quegli uomini rozzi e ignoranti
ch'erano venuti a sputar nel suo salotto come sputavano in piazza,
e che parlavano di Crispi e di Di Rudin come del sindaco del
paese, al cui avverso partito appartenevano (quei quattro erano
anzi i capi, o meglio il partito stesso, non essendo gli altri che
poveri seguaci).
Entr Maria, chiudendo la porta senza voltarsi. Poco cambiata dal
nuovo matrimonio, certo pi felice del primo, serbava la stessa
seriet semplice e infantile, la stessa primitiva e naturale
eleganza; una blusa color rosa pallido ornata sul petto da
striscie di velluto nero dava al collo e al bianco volto una
leggiadra sfumatura; cos vestita, a capo scoperto, coi capelli
rialzati sulla fronte, ella sembrava assai giovane, freschissima e
bella; ma l'espressione degli occhi e delle labbra conservava
l'antica seriet.
Entrando nel salotto vide Stefano cos rigido e tediato, non
ostante la sua apparente occupazione artistica, che invece
d'avanzarsi fino a lui si diede attorno a riordinar le sedie,
indugiandosi in quest'operazione con la speranza ch'egli
sollevasse il capo e s'accorgesse di lei. Ma l'ultima sedia era
rimessa a posto e la sonora e quasi irritante allegria del piano
proseguiva ancora.
Maria prese il vassoio e portandolo sul tavolino d'angolo ebbe
occasione di passare vicinissima a Stefano; ma egli rimase a
fronte china, e il suo anulare destro continu a premer
nervosamente un tasto nero. Allora ella, vedendolo cos poco
disposto ad accorgersi di lei, s'affacci al balcone, con aria
tutt'altro che di sposa felice. Capiva poco di musica, ma s'era
accorta che il marito suonava solamente nelle ore di malumore o di
cattiva inspirazione; forse perci il suono del cembalo le
riusciva sgradito, e quasi sempre veniva a interromper le nervose
sinfonie di Stefano, che s'acquietava volentieri nella musica
delle parole di lei.
Ma quella sera la noia e il malumore erano cos forti che non gli
permisero di sollevare la fronte e chiamare Maria con lo sguardo;
ed ella, vedendosi trascurata, pass oltre.
"Cos'ha?", dimand egli a se stesso, "Perch non s'avvicina?"
E l'anulare svelto e nervoso prem sopra un si, che rispose
acutamente.
"S, s, siamo di malumore."
"Lascer il balcone? Che pensa? Perch non s'avvicina?", grid poi
un'altra fuga di note.
Ma tosto una grave semicadenza rispose con profondit:
"Anch'io non le ho badato! Ma doveva avvicinarsi lo stesso. Non 
gi venuta per mettersi semplicemente al balcone. Devo alzarmi?"
"No, no, che venga lei...", disse una dispettosa nota dell'alto
registro.
Lei non venne; e dopo una singolare tenzone di accordi e di
pensieri, parte dolci e parte dispettosi, la sonata, che non era
pi n di Gluck n d'altro maestro, fin in un improvviso acuto,
met gemito e met sbadiglio.
Sul balcone Maria respir; sent Stefano alle spalle. Ah, veniva
lui! Era dunque giusto che ella mettesse il muso.
"Cos'hai?"
"Nulla."
Egli guard l'orologio, lo rimise nel taschino e battendo poi le
dita sulla cortina, come per far cadere una mosca morta che non
c'era, si domand se gli conveniva meglio uscire o restar a casa
con la moglie che rispondeva di non aver nulla appunto perch
aveva qualche cosa. In entrambi i casi lo aspettava una noia
infinita; prefer il secondo per farsi maggior dispetto; poich
nel paese non esisteva persona che meglio di Stefano Arca
conoscesse l'arte di tormentar se stesso e farsi del male.
Cominci col tirarsi crudelmente i baffi, e ripet, ma senza
insistenza e quasi lo dicesse la prima volta:
"Cos'hai?".
"Ma nulla, ti ho detto!"
"Va e vestiti ch usciamo."
"Io non esco."
"Perch?"
"Perch non esco!"
"Cos'hai?", ripet egli ancora, e sempre con l'indifferenza d'una
inutile domanda.
Allora Maria si volse e lo fiss:
"Cosa ho? Nulla. Perch son venuti quei quattro?".
Stefano fece un gesto di noia, domandandosi mentalmente se sua
moglie doveva sapere tutti i suoi affari. Si rispose di no.
"Perch son venuti? Per bere!"
"Per bere?", e la fronte di Maria si aggrott. "Perci tuo padre
ne ha fatto una delle sue. Scende Serafina: "Don Stene vuol che
porti da bere". Prendi una bottiglia sigillata, dico io. E lei:
"Perch una bottiglia sigillata? Non  poi gente d'importanza. Io
porto su del vino semplice". Fa come ti dico io, insisto. Ma gi,
cosa conto io in questa casa? Mentre Serafina fa per obbedirmi suo
malgrado, salta su tuo padre: "Gente d'importanza, gente di...!
Serafina, Serafina? Non toccar le bottiglie sigillate! Che si
bevano l'acqua dell'abbeveratoio quelli l! Prendi una caraffa di
vino rosso...". E vino rosso Serafina ha servito e ancora una
volta si vede il rispetto e l'obbedienza che per me si nutre...
Oh!"
In quell'oh! ella mise tutta la sua amarezza; e voltando le spalle
al marito gli lasci ancora una volta tutto il peso e la
responsabilit dei continui dissapori che, per causa delle
domestiche, turbavano l'armonia famigliare. Stefano si sent
subito umiliato e il suo dispetto crebbe.
"Ma perch volevi si servisse vino vecchio?"
"Per la tua buona figura."
"Per la mia buona figura? Ma quella gente l... davvero..."
"Ah, va bene!  giusto.  giusto che si continui cos!..."
"Maria!", esclam egli. "Sarebbe tempo di finirla! Manda via
quella pettegola di Serafina; quante volte te l'ho detto?"
Ella si volse a mezzo, e continu a guardar lontano.
"Ma son forse io la padrona? Io sono nulla, io non conto nulla. I
padroni siete voi,  tuo padre, sei tu, e se tu volessi..."
"Io?", egli domand, e rise, ma senza muover un muscolo del volto.
"Sta a vedere che debba toccarmi anche ci! Immischiarmi nei
vostri pettegolezzi..."
Maria si volse tutta e torn a fissarlo, dichiarando recisamente:
"Io non faccio pettegolezzi".
"Cio, volevo dire, negli affari delle donne, delle fantesche...
Ma perch ho preso moglie, se non perch le serve non fossero pi
padrone in casa mia?"
"Ah, per ci hai preso moglie?"
I grandi occhi buoni di Maria lo fissavano fra il malizioso e il
severo, ed egli sent in cuore il desiderio di stender le braccia
per afferrare il cerchio rosa della vita di Maria, dichiarando che
per ben altra ragione s'era ammogliato; ma in altra parte
dell'anima, che non era nel cuore, in un luogo ove fermentava
l'acre lievito della noia, del disgusto e del dispetto d'una
esistenza sfaccendata e inutile e piena solo di piccole miserie
domestiche e paesane, naufrag il desiderio dolce e buono.
"Per questo appunto!", disse la dispettosa voce del maligno luogo.
"Va bene, dunque!", afferm allora Maria, e gli occhi si fecero
seri e la voce divent fredda. "Da oggi voglio esser proprio la
padrona... delle serve: ricorda le tue parole, per, e non venirmi
poi a rimproverare se tuo padre..."
"Mio padre! mio padre! Ma lascialo in pace, poveretto!"
Fu bussato alla porta.
"Avanti", disse Stefano volgendosi e guardando l'uscio.
Anche Maria sporse il capo, ma vista la rossa faccia di Serafina
volse ancora le spalle per non adirarsi: e si consol udendo
Stefano gridar rudemente:
"Cosa vuoi?".
Con lui Serafina non alzava la voce, quindi gli rispose sommessa e
rispettosa:
"C' il Porri che la vuole".
Egli non aveva ragione alcuna per rendersi invisibile al suo
grosso dipendente, ma per pigliarsela in qualche modo con Serafina
disse:
"Potevi benissimo dire che non c'ero".
"Posso dirlo ancora!", osserv la ragazza,
"Oh, di', sciocca, puoi far a meno di alzar la voce! Non mi costa
nulla farti saltar gli scalini in una volta!"
Maria sorrise tutta consolata.
Serafina rimase un momento con gli occhi arditamente fissi sul
volto del padrone, poi domand tranquilla:
"Scende lei, o faccio salire il Porri?".
"Fallo salire", sugger piano Maria.
"Fallo salire!", grid egli.
Ma ci volle del tempo perch il Porri mettesse sul chiaro e gaio
sfondo del salotto la macchia della sua larga faccia cenericcia
chiazzata di rosso.
"Sedetevi!", gli impose Stefano con alterigia e noia. Il pastore
si lasci cadere sulla prima sedia che gl'imped il passo, e a mo'
di saluto si tir la berretta su una tempia.
"Buona sera, don Istene, come sta lei? Vedo che sta benissimo,
come rosa in primavera. Eh, cosa le manca, grazie a Dio? Forse le
manca il pane bianco o il latte la mattina e la sapa la notte?"
Maria, sempre sul balcone, fece una smorfia, sebbene nella sua
casa paterna non mancasse mai il vaso della sapa nelle patriarcali
cene; ma Stefano rise apertamente, e appoggiandosi con le mani
allo schienale d'una seggiola rispose con un crudele scherzo:
"E a voi cosa manca? Forse lo schidone della carne rubata? Ohi,
compare, avete la barba ancora pi lunga e pi selvatica ancora!".
"Io non ho bisogno di saziarmi con carne rubata", rispose il
Porri; e voleva sorridere, ma solo una scintilla verde gli brill
negli occhietti felini. Poi si pass una mano sulle ciocche nere e
rossastre della barba, e ne strinse l'estremo ciuffo entro il
grosso pugno bronzino.
"Eh! lo so bene", disse Stefano; "voi potete far comparire sul
vostro canestro il pane di grano e di latte e la sapa pi di
qualunque cavaliere. Mi avete portato del danaro?"
"No", fece l'altro, e, lasciando andar la barba, apr le larghe
mani, accennando che non aveva nulla.
Stefano ricominci ad irritarsi.
"E allora perch siete venuto?"
Il pastore s'accomod sulla sedia e cominci le solite
lamentazioni: l'annata cattiva, met dei pascoli rimasti vacui o
pascolati abusivamente; e i pastori a cui l'altra parte era
subaffittata non pagavano neanche a pigliarli a colpi
d'archibugio.
"Bancarotta!", concluse, mostrando sempre le mani vuote. "Io sono
un uomo rovinato, e se l'anno scorso ci ho rimesso cento scudi,
che non mi possiate riveder vivo" ("Dio lo voglia!", augur
Stefano fra s), "quest'anno ci rimetto la testa."
"La punta della barba, volete dire? Eh! via", proruppe il padrone,
"perch venite a raccontarmi queste bugie? Se non vi fosse
convenuto non avreste rinnovato il contratto."
"Credevo..."
"Credevate un corno! Dite meglio che non avete voglia di pagare.
Cos faceste l'anno scorso, lasciando una coda di cinquecento
lire; ed ora non solo non saldate quelle, ma siamo quasi alla fine
dell'anno e mi mostrate le mani vuote. Che diavolo! Credete che
anche noi campiamo d'aria?"
"Pazienza, pazienza, compare don Istene", disse il pastore,
agitando le mani per accennare a Stefano di calmarsi. "Se ella
fosse al posto di noi poveri..."
"Pazienza..., ma ora ne ho le tasche piene di pazienza... Se non
pensate ai vostri affari vedrete voi la pazienza. Mando i miei
pastori a cavallo e faccio scacciar tutte le greggie dalla tanca."
"Lei non lo far questo..." E il Porri rise goffamente, sempre con
una scintilla verde nei piccoli occhi.
"Non lo far? Vedrete che lo far!", afferm Stefano, facendo
molinar vorticosamente la sedia sopra un solo dei quattro piedi
neri attorcigliati, che nel giro si cambiarono in quattro piccoli
serpenti.
Visto l'inesorabile malumore del padrone, il pastore si pent
d'essere venuto in s sfavorevole ora; ma, poich ci era, volle
tentare il colpo.
"Basta", disse, curvando il viso in modo che la barba gli tocc la
cintura di cuoio, "ella faccia quel che vuole, compare don Istene;
ma come ebbe pazienza per il pi, l'abbia per il meno. Sono
venuto..., oh! sono venuto... per questo..." Frug entro la borsa
di pelle della cintura e ne trasse un foglietto sucido, piegato in
quattro. "Guardi un po'", conchiuse, rialzando il viso e porgendo
il foglietto stretto fra l'indice e il medio della mano sinistra,
mentre con la destra riabbottonava la borsa.
"Cosa  questo? Uno chque?", ironicamente domand Stefano che,
molinando sempre la sedia, aveva seguito tutti i movimenti del
Porri. Ma non prese il biglietto.
"Cosa  uno schek? Una citazione forse?"
"S; giusto; una citazione al Tribunale!", esclam Stefano,
ridendo; e compreso a volo di che si trattava, lasci in pace la
sedia e prese il foglietto.
Maria venne vivamente avanti e stette a osservare, guardata
acutamente dal Porri.
"Buona sera, donna Maria; e come sta? Grazie a Dio, si vede che
sta meglio di me. Quando verr a farmi una visita all'ovile? Le
consegner la ricotta tra le foglie fresche dell'asfodelo, la
giuncata e la panna di dieci litri di latte."
"Troppo!", ella rispose, ridendo e osservando sempre suo marito,
che restitu il foglietto, chiedendo:
"Ebbene?".
"E non ha veduto cosa ? Una citazione del Giudice istruttore di
Nuoro per cose penali. Deve essere per quell'affare; si ricorda?
Gliene parlai l'anno scorso, in ottobre mi pare..."
"Non ricordo", disse Stefano freddamente.
Maria e il Porri capirono benissimo ch'egli non voleva ricordare;
quindi la prima tacque e il secondo disse:
"Si ricordi bene. Anzi credevo fosse stato lei a farmi citare per
teste".
Si sedette, concentrandosi un po' come per ricordarsi. Anche Maria
s'assise sul bracciale del divano, guardando or l'uno or l'altro
dei due uomini, che, pur sapendolo scambievolmente,
rappresentavano una piccola commedia. (Scrivendo a Nuoro una
lettera anonima al procuratore del re, il Porri s'era fatto citare
da s; e gli Arca lo sapevano.)
"Ricordo", disse Stefano dopo un momento di silenzio. "Voi mi
diceste una volta che il Chessa v'aveva confidato che..."
"Parli piano...", preg il pastore, guardando il balcone aperto.
"Sta bene. Avete detto ci con altre persone?"
"Con nessuno; neppure con Ges Cristo."
"Egli non ha bisogno che gli si dica nulla, perch sa tutto",
Stefano osserv solennemente e con doppia intenzione.
"Ma allora come vi hanno citato?"
"Credevo fosse lei."
"Macch, io! Se non ricordavo neppure! Eppoi avrei aspettato un
anno?"
Il Porri parve colpito da questa osservazione; curv nuovamente la
testa e si pass una mano sul petto. Allora Maria cred bene
entrare nell'argomento:
"Ma cos' questa citazione?".
"L'anno scorso", cominci il Porri, volgendosele tutto e sperando
di intendersi meglio con lei, "io dissi a don Stene qui presente
che il Chessa, una notte che dorm nel mio ovile, mi confid che i
Gonnesa volevano incaricarlo d'uccidere don Carlo. Dio l'abbia in
gloria..."
E raccont minutamente ogni cosa, con certi particolari che l'anno
prima, essendo ancor vivo il Chessa, non aveva ardito rivelare.
"Ora", concluse, "non mi torna a conto l'andare a ripetere tutto
questo al Giudice istruttore; il diavolo gli cavi un occhio! Se i
Gonnesa vengono a saperne, io sono un uomo rovinato. E loro, don
Stene e donna Maria, dovevano ben considerare i danni che possono
venire da certi fatti a un padre di famiglia..."
"Sentite", scatt allora Stefano, balzando in piedi; "spiegatevi
bene. Perch siete venuto qui? Io non ho mai pronunziato il vostro
nome; ma quand'anche l'avessi fatto, non me ne deste
autorizzazione voi stesso l'anno scorso?"
"S, ma credevo..."
"Credevate che vi perdonassi il fitto di Nuraghe ruju, non 
vero?"
"O, questo poi!", grid il Porri; e le macchie rosse del volto gli
si allargarono fino a stendere un cerchio vermiglio sulla fronte
pelosa.
"Questo o non questo, infine che volete voi?"
"Un consiglio."
"Ma che consiglio?", osserv mitemente Maria, che nella sua bont
credette il rossore del Porri fiamma di sdegno, non di dispetto.
"Dite la verit e basta. Noi vogliamo soltanto la verit, dalla
quale la giustizia dev'essere illuminata. Del resto, scusatemi, ma
questo fatto, che dite d'aver comunicato solamente a Stefano, lo
sanno molti. Lo sa perfino Serafina."
"Serafina lo sa? Chi  Serafina e cosa sa quella?...", disse il
Porri con sdegnoso disprezzo, tirandosi la berretta sull'orecchio.
"Avr origliato alla porta! Io giuro, che non riveda i miei figli,
se ne parlai mai con altri."
"Basta!", esclam Stefano, mantenendosi calmo a stento. "Mia
moglie ha ragione: dite la verit e basta!"
"Dite la verit e basta! Altro che bastare, compare don Istene! Io
sono un uomo rovinato!"
"E allora non dite nulla!", concluse Stefano, voltandogli le
spalle.
Cos il Porri dovette andarsene senza aver nulla conchiuso; ma,
congedandosi, aveva ancora negli occhi la maligna scintilla verde
e rifiut il bicchiere di vino che Maria voleva versargli.
Appena uscito lui, lo sdegno, la collera, il malumore di Stefano
scoppiarono inesorabili e contro il Porri che voleva pagata la sua
falsa testimonianza e contro tutte le vilt del mondo e della
vita. Maria, chiudendo prudentemente il balcone e le porte, lasci
che si sfogasse e s'aggirasse intorno al salotto come leone
ferito. La sera termin melanconicamente.
Informato del cattivo esito della visita del Porri, e credendo che
n'avesse colpa Maria, a cena don Piane fu di un terribile
malumore: per far dispetto alla nuora bevette il brodo dal piatto,
versandoselo tutto addosso; fece salire il gatto sulla mensa e gli
diede da leccare le forchette.
Maria stette pazientemente zitta, ma Stefano, non volendo mancar
di rispetto al padre, si alz, sbatt il tovagliolo sui piatti e
lasci la tavola, sbuffando. Ma rientr appena don Piane, seguito
da Serafina col lume e dai gatti che lo accompagnavano sempre a
coda ritta e schiena inarcata, si fu ritirato; e chiese a Maria
se, come usavano quasi ogni notte, volevano recarsi dagli
Arthabella. Glielo chiese per cos svogliatamente che ella
rispose, timida:
"Se tu non hai piacere...".
"Andiamo", diss'egli con freddezza.
Uscirono. Era una bellissima notte: la nuova luna, sottile arco di
perla gialla, scendeva su un limpidissimo sfondo di cristallo
turchino; e per un poetico fenomeno l'astro di Venere, azzurro
come una splendida turchese, rasentissimo ne accompagnava il lento
tramonto. Nelle viuzze del villaggio, discretamente illuminate
dalla tenue luce d'ambra del novilunio, molte donnicciuole, sedute
sui limitari delle piccole case nere, guardavano con certo terrore
il fenomeno celeste.
Stefano e Maria camminavano silenziosi, distanti l'uno dall'altra,
e pareva che, non congiunti da alcun intimo filo, andassero
ciascuno per conto proprio sotto la falce d'oro della luna, sotto
l'occhio azzurro di Venere; ma, scesi sullo stradale, ella sent
il bisogno d'avvicinarsi al marito e fargli osservare con voce un
po' tremula:
"Guarda, la luna ha vicinissima una stella. Che accadr? Qualche
grande sventura certamente".
"Sciocchezza!", diss'egli, alzando le spalle e sollevando il
volto.
Per alcuni momenti cammin, guardando in alto, assorto nella
ineffabile bellezza del fenomeno: la luna e l'astro gareggiavano
di splendore; un profondo silenzio era nell'aria, e i noci degli
orti, e i pioppi, e tutti i cespugli si ergevano immobili fra un
dorato chiarore, quasi anch'essi assorti nella contemplazione del
doppio tramonto astrale. Ma tosto, e come sempre, Stefano sent il
suo sentimento estetico avvelenato da un sottile disgusto; sent
che sua moglie non scorgeva nella finissima bellezza di quel
novilunio incoronato dall'azzurro tramonto di Venere, che una
volgare superstizione, e reclin la fronte corrugata.
"Cos, cos dunque bisognava camminare col muso a terra, come
quelli animali immondi che..."
"Cos'hai?", domand ella, udendolo mormorare.
Egli non rispose; ma arrivati alla casa del molino e venuta zia
Larenta ad aprire, dovette un'altra volta stizzirsi, perch anche
la vecchia domestica alz il braccio verso la luna, predicendo
disgrazie.
"Oh, zia Larenta mia!", si lament Maria, spaventata.
"Bisogna vedere con quanta seriet lo dite!", esclam egli. "Pare
impossibile ch'esistano ancora paesi barbari come questo!"
"Don Costantino!", disse poi entrando nella stanza da pranzo. "Ha
lei veduto la luna con la stella vicina? Tutte queste donne sono
mezzo morte per la paura."
"Certo, qualche disgrazia deve accadere!", sentenzi donna
Maurizia.
"Che altro accidente pu succedere, se non la completa dispersione
di paesi ignoranti e malvagi come questo?"
"Oh, Stene! oh, Stene!", guardandolo col suo buon sguardo soave,
dolcemente rimprover don Costantino.
"Lasciatelo dire! Questa sera  d'un terribile umore...", disse
Maria, e, sorridendo, sedette nel suo antico posto favorito,
davanti alla tavola ancora apparecchiata.
Deposti sulla tovaglia di lino un po' azzurrognola stavano un
vassoio con noci secche e un piccolo piatto con alcuni fichi
lunghi, d'un cupo violetto appannato da una lievissima spruzzatura
grigia; e non mancava il vaso della sapa scura e densa, su cui
galleggiavano ovali fette di scorza d'arancio.
"Si figuri", disse Stefano, sedendosi, rivolto al suocero. "Si
figuri a che punto siamo!"
E raccont della visita del Porri; per conclusione diede un
formidabile pugno ad una noce che si frantum, schizzando sulla
tavola i pezzetti giallognoli e farinosi del gariglio secco.
Coi baffi un po' irti donna Maurizia ascolt attentamente; e,
quando Stefano concluse, aggrott le temibili sopracciglia.
"Hai fatto male", osserv. E voltasi alla figlia: "E tu non
c'eri?".
"E se c'era lei?", grid Stefano. "Voleva forse che tenessi
bordino a quel farabutto? Che gli dicessi: ma s, bellino, tienti
pure il fitto di Nuraghe ruju e deponi tutte le menzogne che
vuoi?..."
"E poi", disse don Costantino, ammucchiando con due dita i
frantumi della noce e guardandovi sopra, "chi ci assicura che non
siano i Gonnesa a mandare il Porri per tentarci e poi provar con
lui che noi paghiamo i testimoni?"
"Anch'io dicevo questo", osserv timidamente Maria.
"A chi l'hai detto?", domand Stefano guardandola.
"Veramente non l'ho detto, vedendoti nell'umore in cui eri
stasera; ma l'ho pensato..."
"Ed io non ci ho pensato, ma pu essere benissimo anche cos..."
"Ad ogni modo", ripet la suocera, "hai fatto male a maltrattare
il Porri".
"Perch? Mi pento anzi di non averlo fatto ruzzolare per le
scale."
"Meglio! Sta attento, Stefano Arca!"
"Stefano Arca non teme nessuno, e tanto meno un animale vile, che
altro non , come il Porri. Cosa pu farmi lui? Sono stufo!",
grid poi, battendosi la mano sulla fronte. "Sono stufo di tutte
queste miserie che vedo, che sento, che...; e infine non sar gi
io che aiuter i furfanti!"
"Tu non sai vivere, figlio caro", predic donna Maurizia; "tu vuoi
cambiare il mondo, ma il mondo cambia noi; e da grandi cose che ci
crediamo ci riduce come spugne spremute e buttate via."
"Lasciamo le prediche!", disse Stefano. "Maria, dammi un fico."
Maria spinse il piatto ed egli, preso un fico, lo spezz in due e
stette a guardarne le lunghe fibre rosee sfumate in bianco.
"Arcangelo Porri!", esclam. "Voi non sapete che pecora mala 
Arcangelo Porri. Lo conosco io, e se questa volta si permette di
non filar dritto lo far stare cos, dentro il mio pugno." Lasci
cadere le due parti del fico e strinse il pugno come se dentro vi
comprimesse davvero qualche cosa; poi disse abbassando la voce
minacciosa: "Lo so io come va la storia della morte di Saturnino
Chessa!  che non voglio compromettermi con simil gente,
altrimenti guai!"
Dopo qualche insistenza e dopo che Maria si fu assicurata che zia
Larenta non stava dietro l'uscio, egli narr la triste storia
della morte del Chessa, sul quale c'era stata una taglia di mille
lire e la promessa, non formulata ma compresa, d'una medaglia
d'onore al carabiniere che avrebbe cacciato il cinghiale
dell'altipiano.
"Ella ricorder il Chessa", disse Stefano rivolto al suocero, che
accenn di s; "era un uomo piccolino, magro, con una fisionomia
buona di donna vecchia, sbarbato e bianco. Che abbia fatto del
bene o del male, specialmente a noi, questo lo avr giudicato
Iddio. Ad ogni modo al Porri, col quale era amico, e s'avevano
giurato fede nella notte di San Giovanni, il che equivale quasi ad
esser fratelli, aveva fatto pi bene che male. Dormiva e mangiava
spesso nell'ovile del Porri, e questo fatto Pennini, l'appuntato
che poi s'ebbe la medaglia al valore per aver sparato e... ucciso
il Chessa, lo sapeva benissimo. Ora, non potendo cacciar vivo il
cinghiale, si pens di prenderlo, in pi nobile modo. E nell'ovile
di Arcangelo Porri il Chessa bevette del latte avvelenato, e fu
sul cinghiale gi morto che Pennini spar...".
Maria non disse nulla, perch forse sapeva gi la storia, ma i
baffi di donna Maurizia si rizzarono per raccapriccio, e don
Costantino chin la buona fronte sulle mani, gemendo.
"Oh, Dio! Dio santissimo!"
"E poi!", grid Stefano con occhi brillanti. "E poi volete che io
non mi sdegni, ch'io non gridi contro questo miserabile mondo, ove
tutto, cominciando dalla giustizia, tutto  commedia e vilt?
Donde dovrebbe piover la luce viene il buio, donde si spera
giustizia viene l'iniquit. E voi volete che se il Porri torna a
insozzare la porta di casa mia non lo getti dalle scale a pedate?
Ah, don Stefano Arca non  don Piane Arca a cui tutto sembra
facile e buono."
"Tutto facile e buono!", sorridendo malignamente, disse fra s
donna Maurizia. "Altro che cose facili e buone ha fatto don Piane
Arca!"
"Ma se non operi con prudenza", disse ad alta voce, "non certo
vivrai gli anni di tuo padre!"
"Che importa? Tanto la vita  cos stupida!", rispose egli alzando
le spalle e versandosi da bere. "Beviamo!"
Maria lo guardava e l'ascoltava; e udendo cos parlare provava una
indefinita sensazione di dolore e di gioia. Come sempre, sentiva
la strana superiorit di lui; che era ella mai davanti a
quell'uomo giovane e forte, nobile ed elevato, che amatala finch
gli aveva resistito, ora, dopo le prime ebbrezze del trionfo, la
trascurava e s'annoiava di lei come di tutte le altre cose che lo
circondavano?
Non era ancora un anno da che Stefano Arca era entrato per la
prima volta in quella semplice stanza severa, nella quale ella gli
aveva versato il vino giallo e soave dal cui ardente miele era
spuntato il germe di un inebbriante amore, e pareva che molti e
moltissimi anni fossero trascorsi.
E l'antico dolore, che or pareva un lontano sogno, era scomparso
come un tempo sparivano le larghe foglie lucenti dei noci e le
lunghe foglie pallide dei pioppi trasportate dai soleggiati
meandri del ruscello; e forse Stefano non provava pi per Maria
l'ineffabile mistero di attrazione che a lei lo aveva unito,
perch ella non possedeva pi quel sottile fascino di dolore che
un tempo l'avvolgeva tutta in un velo di ignote dolcezze.
Ma da qualche settimana a questa parte, ella spesse volte
sorprendeva il suo labbro inferiore increspato dall'antica linea
di rassegnato e doloroso rimpianto; e scendendo nell'orto, nelle
lunghe sere estive il cui riflesso rendeva d'oro le basse acque
della vasca, domandava segretamente ai salici se, vivendo, Carlo
Arca avrebbe potuto renderla pi felice di Stefano.
Immobili rabeschi di pallido smeraldo sul fondo alluminato
dell'occidente, i salici tacevano; ma a misura che cadeva la sera
e l'occaso diventava roseo, un tenue fremito li agitava, e a quel
brivido tremolava l'acqua fatta rosea; allora col timido sussurro
dell'ondeggiar dell'acqua salivano i buoni versi del morto:

      ...quando s'ama molto
      La vita  come un delicato fiore,
      Che profuma col suo pi dolce odore
      Il vento che i suoi petali strapp.

La sposa allora imponeva alle sue labbra il sorriso, e tornava
nella dolce tormentosa casa, dove si sentiva sempre come
straniera, per combattere a forza d'amore le bizze del vecchietto
rimbambito, le perfidie delle domestiche e la terribile e spesso
invincibile noia del marito.

Uscendo dalla casa del suocero, Stefano diede un gran sospiro. Lo
sollevava alquanto l'essersi sfogato, sia pure con gente ch'egli
riteneva molto inferiore a s.
La luna era tramontata e il paese caduto in un profondo silenzio;
i noci stormivano lievemente, e in quella dolce oscurit, appena
schiarita dalla via lattea e dalle stelle, fatti pochi passi sullo
stradale, Stefano sent una improvvisa tenerezza di memorie,
ricordando la notte in cui aveva gridato ai pioppi, al ruscello,
agli astri ed alla casa del molino:
"Domani ritorner!".
Silenziosa Maria lo seguiva col suo lieve passo aristocratico; e
nella vaga oscurit egli ne scorgeva, come attraverso un leggero
velo di nebbia, l'alta figura snella, pi chiara dal busto in su,
e bianca, sebbene non distinta, in viso.
Nella improvvisa tenera onda di ricordi, egli prese la mano di lei
e se la pose sul braccio: ella vibr lievemente per tutta la
persona, ed egli, avvedendosene, si pent di averla pi che mai
quella sera ingiustamente rattristata col suo tedio.
Camminarono un tratto silenziosi, poi, come poche ore prima, egli
domand "Che hai?", ma intensamente, e volgendole tutto il volto e
lo sguardo affettuoso.
Ed ella rispose ancora:
"Nulla!", ma con voce nella cui commossa vibrazione palpit una
infinita tenerezza.
"Nulla, no. Hai qualche cosa... con me! Cosa ho fatto? Me lo vuoi
dire?"
"Nulla, davvero, nulla."
"E allora perch quando suonavo non ti sei avvicinata?"
"Temevo... credevo..."
"Che cosa credevi? che cosa temevi? dimmelo..."
Avvicin ancor pi il volto al viso di lei; le prese e strinse la
mano appoggiata al suo braccio: allora anch'ella si pent, dandosi
tutto il torto per la cattiva sera ch'entrambi avevano passato.
"Scusami, Stene. Ero adirata per l'affronto di..." (stava per dire
tuo padre, ma nella delicatezza del momento disse:) "Serafina.
Entrando poi ti vidi cos accigliato che ho creduto di
disturbarti..."
"Perch non la mandi via quella ragazza?", domand egli con
dolcezza ed insistenza. "Mandala dunque via: staremo pi
tranquilli qualche volta. La temi forse? Vuoi che la mandi via io?
Vuoi?"
Maria prov un forte sentimento di riconoscenza, ma pi e pi
delicata disse con sincerit:
"Non  che la tema;  per risparmiare un dispiacere a tuo
padre...".
Egli sent tanta bont in questa osservazione che per esprimerle
la sua subitanea ammirazione si ferm e le baci la mano.
Poi ripresero a camminar lentamente.
"Macch dispiacere! Sar un momento, poi se ne dimenticher e si
trover meglio anche lui."
"Oh, questo  certo!"
"Ebbene, lascia fare a me. Domani."
Ma n il domani n nei seguenti giorni, egli ebbe il coraggio di
scacciar la domestica.
"Dopo tutto sono affari di donne; che c'entro io, corpo del
diavolo?", pensava umiliato.
Maria taceva e aspettava.
Dopo le tenerezze dell'altra notte, egli la trascurava ogni giorno
di pi, passando le ore al piano e suonando uno spartito,
arrivatogli da poco, che sembrava ammaliarlo.
Era il Tannhuser di Wagner. Nel nuovo spartito, nuovo per modo di
dire, poich egli non l'aveva prima n eseguito n sentito mai,
Stefano ritrovava qualche cosa di profondamente misterioso che lo
assorbiva dandogli vaghe rimembranze arcane e intimi piaceri fino
allora invano cercati negli scherzi di Brull, il cui riso
argentino anzi talvolta lo infastidiva, o negli studi sinfonici di
Schumann, che spesso lo lasciavano indifferente.
Nelle nuove melodie egli ritrovava qualche cosa di se stesso;
sebbene in fondo al suo piccolo paese egli non sentisse dell'ozio
che le noje, senza provarne, come Tannhuser nelle profondit del
Venusberg, i corrosivi piaceri, aveva per occulto e potente un
desiderio di vita, di lotta, e di lavoro. E nelle note della
musica wagneriana fra gli interludi orchestrali, egli metteva
tutta l'anima sua: certe voci profonde e gradi del basso registro
gridavano cupamente tutta la sonora domanda del suo cuore:
"Che devo far io?".
"Lavorare, amare, redimerti!", rispondeva tosto la canora voce
acuta dell'alto registro.
Era forse la voce di Elisabetta che spingeva l'amante al mistico
pellegrinaggio?
Ma dopo suonato lungamente, Stefano si sentiva ancor pi triste e
depresso del solito: nessuna voce lo spingeva in alcuna via, fosse
pur pericolosa ed aspra, ma che lo traesse dal morto stagno in cui
viveva.
Maria non sapeva dargli che scialbe carezze che non potevano
arrivargli all'anima; Maria, nonch spingerlo fuor dello stagno,
ve lo affondava di pi con la sua semplice ignoranza.
Di mattina, poco male, egli occupava il tempo ricevendo molte
persone per il disbrigo dei suoi affari, e rispondeva a qualche
lettera, aspettando l'ora del pranzo.
Come tutti i possidenti sardi, gli Arca pranzavano a mezzogiorno,
il che naturalmente portava l'ora della siesta. I padroni andavano
a letto: le domestiche si coricavano in cucina, sul nudo
pavimento, e dormivano bocca a terra come pecore meriggianti; i
cani si accucciavano negli angoli ombrosi del cortile,
raggomitolandosi col muso fra le zampe; i gatti si sdraiavano
sibariticamente fra le erbe dell'orto, a pancia in aria, le gambe
aperte e la testina vezzosamente reclinata sulla spalla; le
galline, stupidi animali, s'appisolavano al sole ardente, fra la
polvere, con le zampe gialle distese e un'ala spiegata a terra:
infine, un sonno afoso, pesante, mortale e voluttuoso nello stesso
tempo, gravava su tutta la casa.
Dopo letti i giornali, Stefano dormiva; ed era quella l'ora pi
bella della sua giornata. Vaghi sogni gli venivano col dolcissimo
stormire del noce, che portava nel suo lento sussurro la visione
di cieli azzurri sconfinati, di infiniti sfondi cerulei, ove il
pensiero naufragava in un lago di dolcezze senza nome. Era la voce
insidiosa d'un'invisibile sirena campestre; la mala delle sieste
meridionali, e che portava tutta una sottile ebbrezza sonnolenta.
In quel dormiveglia, in quel sonno ch'era un piacere squisito e
indicibile, tutte le facolt sensitive di Stefano s'acquietavano
profondamente: egli cercava quindi di prolungar quest'ora di
riposo, nel quale i suoi nervi, le sue aspirazioni, le sue
irrequiete noie s'assopivano obliando la realt.
Il noce stormiva pi e pi dolcemente, e nel suo fremito diffuso e
continuo, sonnolento e canoro, parea dilagasse la musicale mala
dell'altipiano steso al sole, sotto il metallico e chiarissimo
cielo del pomeriggio sardo. Era la bionda linea delle stoppie
sfumate nell'ossidato orizzonte, la fragranza amarognola degli
alti oleandri fioriti magicamente sul marmoreo alveo del fiume
disseccato, le dolci ombre dei muri assiepati, i rossastri fieni
delle tancas, l'acqua argentea delle fontane, gli arieti dalle
grigie corna, i tori dal bianco viso e le greggie tutte
meriggianti fra i lentischi dell'ardente profumo; gli agili
puledri che stanchi per corse sfrenate traverso le macchie or
sognavano in fiero riposo; era infine tutta la sonnolenza dolce e
fatale della natura sarda, un misterioso sogno di nostalgica
passione rievocante le voluttuose estasi del patrio oriente.
Nel primo dormiveglia o nei velati intervalli di sonno, Stefano
sentiva una profonda felicit; tutta la percezione delle sue
fortune, ricchezza, amore, giovent, forza, bellezza e
intelligenza, gli passava nel pensiero, e le sensazioni
addormentate provavano una dolcezza ineffabile di sogno; lo stagno
della piccola esistenza paesana, torbido nelle ore di realt, si
cambiava in lago di latte dolce. Come in quell'ora erano profonde
e soavi le carezze di Maria! Come risuonavano inebbrianti e
perfette le sonore melodie del cembalo; come erano buoni gli
abitanti del paese, e come questo appariva pittoresco! Si
appianava ogni cosa; ogni persona sfilava sorridente e luminosa;
tutte le contrariet si dissolvevano in soavi sfumature. E la vita
e l'avvenire erano dolcissimi sogni, orientali fantasie; erano il
suadente stormire del noce, l'affascinante visione di limpidi
orizzonti azzurri, di tranquilli paesaggi dormenti al sole di
meriggio...
Ma questa sublime illusione dei sensi, al lento e velato risveglio
si cambiava in repentina e affannosa amarezza; restava nelle aride
labbra qualcosa di salato e disgustoso; il pensiero rientrava d'un
tratto nella solita orbita di tedio, e le sensazioni tutte si
svegliavano, stupite, addolorate, quasi umiliate per essersi
lasciate ammaliare dalla svanita chimera.
Stefano si stiracchiava sul gran letto splendido, da cui Maria era
silenziosamente sparita dopo breve siesta, sbadigliava, alzava le
braccia coi pugni stretti, le lasciava ricadere, e richiudendo gli
occhi cercava di riaddormentarsi. Ma l'incanto era rotto e il sole
declinava. Bisognava levarsi, muoversi, tornare alla realt; e
l'idea dell'interminabile sera sfaccendata dava a Stefano un
disgusto pi profondo di quello che le ore gli preparavano.
Si scuoteva; sollevava la testa e la lasciava ricader sulla calda
impronta del guanciale, sbadigliando con sospiri che parevan
gemiti; alfine si decideva, infilava le pantofole di panno
ricamato, e silenziosamente vagando sui tappeti della camera si
lavava, si spazzolava ferocemente la testa, chiedendosi a fronte
china, coi capelli irti spruzzati di forfora, col viso pallido e
gli occhi gonfi: "Ed ora?".
Tremendo quesito, acuito e avvalorato da interminabili sbadigli.
Scendendo nel salotto da pranzo trovava Maria a lavorar accanto
all'aperta finestra, e don Piane a giocarellar con Speranza,
strisciando il bastone sul pavimento e facendo disperatamente
correr in circolo la gattina.
"Oh!", diceva Maria guardando suo marito. E si levava, e serviva
il bel caff bollente, densamente vermiglio come vino, versando
prima nella chicchera del suocero, poi in quella di Stefano, e in
ultimo nella sua.
Sotto l'impressione benefica della squisita bevanda, per un
momento Stefano ritrovava un po' di buon umore; di nuovo le cose
gli sembravano belle e facili, e si degnava talvolta di trovar
grazioso il giochetto di Speranza che, saltando sulla spalla di
don Piane, allungava la zampetta per afferrare il cucchiarino che
il vecchietto si portava alle labbra.
Ma naturalmente egli non poteva indugiarsi molto nel salotto da
pranzo: che doveva farci laggi?
E tranne le rare volte in cui ordinava a Serafina di sellargli il
cavallo (uscendo poco in campagna, per tema delle febbri, durante
i grandi calori), doveva risalir sopra, a far toeletta, a
decidersi sul modo di passar la sera.
Metteva la camicia di finissima seta a fondo paglierino, sparso di
carnicine roselline sfogliate, o magari la camicia di percalle
rasato, azzurro pallido a pisellini gialli, ma poi pensava
amaramente:
"Perch? Uscire, o non uscire? Perch uscire? Dove andare?".
Era completa, in quei caldi pomeriggi polverosi, la desolazione
del villaggio: i noci che alla spietata luce del sole apparivano
grigi di polvere, non fremevano pi, stanchi e sonnolenti;
sonnecchiava l'acqua del ruscello nella sua desolata scarsit; dal
confine dell'abitato, il concio, a cui i monelli attaccavano
malvagiamente dei fiammiferi accesi, fumava, spandendo su tutto il
paese una densa, soffocante e poco amabile fragranza di stoppie e
d'immondezze brucianti.
Per narici delicate come quelle di Stefano, in quell'odore
abbominevole era condensata tutta l'immonda miseria del paese;
sulle cui viuzze il vento lasciava larghi marezzi di paglia e
d'altre cose indecifrabili; dalle cui porticine spalancate si
scorgevano oscuri e sucidi interni di casette popolate da neri
bimbi ignudi, da donnicciuole in iscuffiotto lungo e gonnella
cortissima, da gatti spelati e cani rognosi.
In quell'ora era deserta la cos detta birreria, sul cui nero
banco umido di vino dominava un uomo - dalla grande faccia rossa
tagliata da una linea gialla, i baffi, e punteggiata da due
margheritine turchine, gli occhi, - vestito di pelle fulva
puzzolente; e la farmacia, donde usciva un pestilenziale odore di
droghe stante, non ancora era onorata dalla presenza del sindaco
e del suo partito.
Dove dunque andare?
Stefano sentiva il cuore stretto al solo pensiero d'attraversare
in quell'ora il paese; e restava a casa, e... suonava.
S'egli fosse stato un artista, o almeno un compositore, o almeno
uno studioso, avrebbe trovato qualche sollievo nella musica; ma
egli non era neppure un dilettante, e suonando solo per divagarsi
metteva nel suo svago un riflesso delle sue passioni, tanto pi
violente e fugaci quanto pi superficiali e improvvise.
Dopo due settimane in cui il lied del Tannhuser, la vaporosa
canzone alle stelle, il fresco e limpido canto del pastore
inneggiante alla primavera, ebbero tratto tutti i gridi sonori e
fini, e le gravi e melodiose voci dell'alto e del basso registro,
pienando la casa e l'orto delle aspirazioni, dei desideri, delle
rapide elevazioni e delle profonde tristezze di chi suonava, si
annoi anche dell'affascinante spartito, e lo abbandon.
Per fortuna era di settembre, e, spentosi un po' di caldo e
riaperta la caccia, pot riprendere il suo forte svago favorito:
ogni sera, e spesso anche la mattina per tempissimo, Serafina
sellava il cavallo, legandogli in groppa una piccola bisaccia
rossa a bianchi fiorami, ricolma di provviste, vino e munizioni.
Il cavallo era un bellissimo ed elegante animale nero, di pelo
lucente, con lunga e larga coda, la testa fina macchiata in
fronte, sotto un ciuffo di morbidi crini, da una stella bianca: e
bei denti forti e la schiena non ancor depressa dalla montatura ne
dimostravano la giovinezza; i grandi occhi umidi e violacei e le
piccole orecchie frementi rivelavano irrequieta fierezza di buona
razza. Stefano, che possedeva nelle sue tanche cavalli e puledri,
lo amava assai e preferiva, e andando a caccia con quello e coi
cani favoriti, gli sembrava d'esser in lieta e amabile compagnia.
Cos mancava intere giornate, e talvolta non riportava nulla, ma
rientrava a casa di buon umore, e Maria, dopo aver trascorse molte
ore melanconiche, si rallegrava tutta.
Anch'ella s'annoiava sovente.
Dopo i primi due mesi di matrimonio aveva espresso il desiderio
d'impiantare un telaio, o trasportar da casa sua quello che
conteneva ancora interrotta la bella coperta bianca a rose rosse;
ma Stefano, che per un tempo aveva ammirato e apprezzato l'umile
patriarcale lavoro, s'oppose.
"Macch! Macch! Tu non hai bisogno di questi melanconici
passatempi."
"Il lavoro", osserv Maria, "non  un melanconico passatempo."
"Lavori preadamitici, che diavolo! Lasciali stare alle dame
pietrificate: o che! ti viene anche il desiderio di filare?"
"E perch no?"
Egli rise, stizzito in fondo e mortificato nei suoi moderni
istinti aristocratici; ma siccome la luna di miele, grande,
gialla, stillante dolcezze di latte e di pervinca, brillava ancora
sul cielo tutto roseo, tutto costellato di baci, lo sposo fu soave
per vincere il semplice capriccio della sposa. E le prese la testa
fra le calde mani, e con grazia di lusinghe e di carezze, le
disse:
"Ma tu ora sei una signora; tu sei donna Maria Arca! Donna Maria
Arca! Tu sei una dama e non devi pi filare n tessere altro che
la tela d'oro della mia felicit, come la dama d'oro, che fila con
fuso d'oro e tesse su telaio d'oro nelle grotte del monte".
Ella sorrise, e non le venne il pensiero che sua madre, pur
essendo dama, filava e tesseva; e il telaio non infastid
l'eleganza di casa Arca.
Recandosi per nella sua antica dimora patriarcale, non resisteva
alla tentazione d'aggiunger qualche trama alla bianca coperta
fiorita di rose; ma tesseva segretamente, perch le vicine non
s'accorgessero e Stefano non venisse a saperne.
Dopo tutto, le ore pi belle della sua giornata, quando il marito
andava a caccia o era di malumore, erano per lei le ore passate
presso i genitori. Si ritrovava nel suo ambiente; e se nei salotti
di casa Arca ella non era precisamente la dama sognata da Stefano,
nella vecchia dimora paterna, nella rustica cucina, nel fresco
orto ombroso animato dalla vita del molino, nella severa stanza da
pranzo e nella stanza del telaio, ritornava ad esser la semplice e
sincera creatura che Stefano Arca aveva improvvisamente amata.
Ella scendeva nell'orto, e negli scarsi meandri del ruscello,
rivedendo navigar e sparire le larghe foglie verdi del noce e le
lunghe foglie bianche dei pioppi, ritrovava la dolce melanconia
che dava al suo volto una cos soave espressione pensosa:
rientrava nella cucina soleggiata, si sedeva davanti al focolare,
e mentre donna Maurizia le preparava il caff o la frollata, ella
fissava il verdeggiante sfondo della porta, su cui, quasi in vago
quadro, apparivano l'orto, gli alberi, il muro, e il viale giallo
che portava al molino. Il vetro della porta aperta rifletteva il
quadro con vanescente mala: l dentro, il verde pareva pi
intenso, il sole pi mite, il cielo pi dolce: un sogno di
inafferrabile dolcezza.
Mima veniva dall'orto, lentamente, aristocraticamente,
attraversando il viale con passettini silenziosi, scuotendo ogni
tanto le zampette che parevano calzate di velluto chiaro; e con
lampeggiamenti di smeraldo nei grandi occhi verdi come due acini
d'uva, saliva i gradini, entrava e leccava la scodella. Se qualche
donnicciuola veniva allora per affari o per far della maldicenza,
vedendo Maria in cucina, seduta presso zia Larenta che filava e la
gattina che scuotendo la zampettina leccava la scodella, diceva
fra s:
"Oh, com' affabile donna Maria Arca! Pare impossibile!".
Nella severa stanza da pranzo Maria s'indugiava a rimettere in
ordine le stoviglie e la biancheria della guardaroba; e provava
dispiacere se rinveniva qualche oggetto o guasto, o rotto, o
semplicemente mal governato. Amava sempre ogni angolo ed ogni cosa
della vecchia dimora, e talvolta si stupiva del suo affetto per
questi umili e modesti oggetti, mentre della ricca mobilia
elegante, degli arredi e della fine biancheria di casa Arca non
aveva che superficiale conoscenza, e se ne scordava facilmente.
Lontana dalla ricca casa pisana, ella si sentiva estranea, e le
camere eleganti le sembravano vuote e desolate; casa Arca non
apparteneva pi a nessuno; non a Silvestra che era fuggita, non a
don Piane che aveva cessato d'amar il suo nido dopo che Stefano
l'aveva trasformato, non a quest'ultimo che vi restava s, ma
tediato e senza amore, come uccello in nido di passaggio, non alle
serve che vi spadroneggiavano, s, ma come serve; non a lei infine
che non era padrona, che non v'era amata e rispettata, che non ci
aveva ancora provato quell'intima possessione, derivata dalla
completa felicit che fa amare la casa e regnarvi dolcemente.
La casa pisana non apparteneva a nessuno: forse aspettava nella
sposa la nuova padrona, ma ella era tuttora la semplice e modesta
regina della vecchia casetta del molino; e il segreto pensiero
tormentoso che la seguiva sotto i noci ed i pioppi dell'orto, e
nelle brevi ore passate al telaio, nella grigia stanzetta tutta
illuminata dal candore della coperta fiorita di rose, era questo:
"Qui forse Stefano mi avrebbe amata di pi, come mi amava
l'altro".
Pi volte, nelle ore pi tenere di confidenze amorose, egli stesso
le aveva detto che, se l'avesse incontrata la prima volta in un
diverso ambiente, o in campagna o in uno dei barocchi salotti del
villaggio, o in chiesa o in casa di povera gente, forse non
l'avrebbe cos completamente ed esclusivamente amata, come l'aveva
amata trovandola in quella semplice cornice antica, in quella
stanza severa come arca mortuaria e serena come nido di rondine.
Ma usciti di l, l'incanto s'era rotto: ritornandovi, qualche
volta, pareva che il buon fascino di amore riallacciasse i due
sposi; e Maria ricordava la sera dal tramonto di Venere e della
luna, ed altre notti ancora, quando, dopo esser stati nella
vecchia casa, Stefano ridiventava tenero e appassionato.
Eppure, ella lo sapeva, egli non amava la suocera e nutriva appena
un poco di simpatia per il soave e buon don Costantino; egli,
amante di gente superiore che non parlasse di cose volgari e di
piccolezze e di pettegolezzi, sentiva ripugnanza per gli ambienti
poveri e semplici, popolati di persone ignoranti: perch dunque
quella patriarcale dimora esercitava in lui uno special fascino
che lo riallacciava alla sposa con l'ineffabile vincolo d'amore,
cominciato nella limpida notte d'autunno tanto vicina eppur tanto
lontana?
Maria non sapeva spiegarselo; ma bench Stefano fra s la
giudicasse poco intelligente, ella, senza spiegarselo, capiva il
segreto fascino della vecchia casa paterna, e sempre cercava di
attirarvi il marito; e spingendo la spola per intessere un nuovo
filo alle rose della coperta, pensava:
"Qui forse egli avrebbe amato di pi".


VI.

Una mattina d'autunno Serafina sell il cavallo, leg alla sella
la piccola bisaccia bianca a fiorami rossi, e sal per avvertire
il padrone che tutto era pronto.
Nel salottino sent don Stefano e la moglie in intimo colloquio, e
naturalmente si ferm un momento ad origliare. "Se lo incontro lo
frusto, come  vero Dio!", diceva il padrone sdegnosamente,
andando di qua e di l per completare la sua toeletta da
cacciatore, e facendo molto chiasso con le sue polacche gialle
scricchiolanti.
"No, no, per carit, no, no...", ripeteva Maria, supplicando
paurosa.
"Chi diavolo frusta?", pens malignamente Serafina.
"Se lo incontro in un luogo deserto che nessuno ci veda, ti
assicuro che gli faccio la festa...", disse Stefano, e aggiunse un
energico aggettivo.
"No, no, che sciocco che sei..."
"Sciocco davvero!", pens Serafina, "se volesse frustarlo potrebbe
farlo pi vicino di quel che crede."
Ma probabilmente ella si sbagliava sulla persona minacciata,
perch cambi fisonomia quando Stefano, ch'era entrato nella
camera attigua, ritorn dicendo:
"Se viene ancora sua moglie gettala gi per le scale...".
"Ecco una cosa che non sapr fare!", rispose ridendo Maria.
" Arcangelo Porri che frusta!", pens la serva, e picchi,
dicendo: "Il cavallo  pronto".
"Addio, cara", disse Stefano alla moglie, sollevandosi per
staccare il fucile dalla panoplia delle sue armi. Si mise ad
armacollo il fucile e baci Maria.
"A che ora sarai qui?"
"Non so. Far una bella giornata. Addio, Maria."
Ella lo accompagn per le scale tenendogli la mano e pregandolo di
non far sciocchezze; ma appena fuori del paese egli prese appunto
la via che conduceva a Nuraghe ruju, la tanca ov'era l'ovile del
Porri.
Scuotendo le piccole orecchie, inarcando elegantemente la coda, il
cavallo trottava a testa alta; i tre cani, di cui due color
cafflatte, con occhi castani limpidissimi, si rincorrevano,
mordicchiandosi per gioco, fiutando per terra e abbaiando:
talvolta restavano indietro, si fermavano, infilavano sentieri
diversi da quello percorso, e allora Stefano fermava il cavallo,
fischiava e li richiamava.
"T, t, Josto! Jostooo?... Va avanti, che diavolo? Non la
finiremo pi, oggi? Gelsomina? T, Gelsomina, t, t, psss,
psssiii! Se smonto ti d una pedata che ti tronco le reni."
I cani ritornavano, s'aggiravano attorno al cavallo, rizzandosi
sulle zampe; e visto il frustino del padrone sollevarsi con
minaccia, ripigliavano la giocosa corsa in avanti, salvo a
sbandarsi ancora dopo pochi istanti.
La giornata era splendida, il cielo purissimo, le lontananze cos
azzurre da confondersi col cielo. La fine e breve erba d'autunno
stendeva lunghi tappeti di felpa verde nei lati ombrosi delle
strade campestri, i cespugli soleggiati brillavano di rugiada, sui
sassosi argini rivestiti di musco, fra cui stillavano freschi
rivoletti d'acqua, qualche bianca margherita sfumata in violetto,
qualche tralcio di vitalba dai bottoni verde-argento, tremavano
vivificati da un invisibile soffio. Passava nell'aria un largo,
indefinibile profumo di freschezza selvaggia e pura, un lontano
fragore di torrente, qualche vago tintinno di greggi erranti,
qualche nota canora d'uccello silvestre, distinta appena
nell'intenso silenzio della solitudine che smorzava ogni suono.
Lasciatosi alle spalle il lontano profilo delle ultime case
pietrose del villaggio, Stefano prov una piacevole sensazione
fisica e morale.
Pi che con l'intenzione di cacciar pernici o lepri, o scovare
magari qualche cinghiale, egli quella mattina era partito col
desiderio d'incontrare Arcangelo Porri e violentemente
rimproverargli la sua vilt.
Il giorno prima la moglie del pastore, recatasi dagli Arca, aveva
detto a Maria:
"Mi manda mio marito. Lei sa ch' stato citato per testimonio; 
andato a Nuoro e disse che Saturnino Chessa gli confid una volta
di voler uccidere don Carlo, buon'anima...".
"E chi l'aveva incaricato?"
"Questo, mio marito non l'ha detto. Dio ne scampi e liberi; se
egli dice cos  un uomo perduto..."
"Ma la verit?"
"La vita  prima della verit! Mio marito  padre di famiglia.
Per..."
"Per?"
"Mio marito  nuovamente citato: l'hanno fatto citare loro?"
"Chi, noi? Nient'affatto. Ma sar forse perch si far il
dibattimento in contumacia."
Visibilmente spaventata, la donnicciuola si fece il segno della
croce, mettendosi un po' di saliva sotto il mento.
"E mio marito dovr giurare?"
"Infine!", proruppe Maria. "Che cosa siete venuta a dirmi, buona
donna?"
"Che, a costo di perder l'anima, mio marito non pu pregiudicare
s e la famiglia, se..."
" una storia che sappiamo a memoria", disse Maria sdegnosa ed
infastidita. "Ad ogni modo ne parler con mio marito. Ritornate
domani."
Ora, dopo il suo sdegno, galoppando attraverso la campagna
autunnale, Stefano pensava:
"Dopo tutto, se quel vecchio diavolo avesse ragione?. Se si
potesse pigliarlo con le buone, oppure se si potesse giocar
d'astuzia con lui? T, Gelsomina, dove vai? Oh, che c' l?".
C'erano tre pernici su un pero selvatico, dietro un muro rovinato:
ferm di botto il cavallo, smont; e mentre i cani s'acquetavano
fremendo, spian il fucile, mir con la testa bassa e un occhio
chiuso, e spar.
Due pernici volarono via, una cadde: il cavallo diede un balzo, i
cani si slanciarono a coda ritta verso il muro, che sveltamente
saltarono, e lo sparo si perdette in lontananza, echeggiando. Col
fucile in mano, ed i piedi in un cespuglio d'erba bagnata, Stefano
ferm il cavallo e stette ad aspettare.
Primo a ricomparir sul muro fu Josto, con in bocca la pernice
dalle variopinte ali picchiettate di grigio scuro, bianco, nero,
giallo cupo e color cannella, ancora spiegate, e il rosso becco
aperto: il cane ritorn correndo, con occhi scintillanti, seguito
dagli altri due cani, che a met strada si fermarono, quasi
umiliati dalla prodezza del compagno.
Stefano tolse la pernice, le pieg l'ali sul petto ferito ancor
palpitante, e la gett entro la bisaccia; e rimont in sella,
facendo camminar passo passo il cavallo, con la speranza che i
cani scovassero altre pernici nelle macchie di bassi peri
selvatici e di olivastri; ma per un buon tratto di strada, per
quanto Josto fiutasse e frugasse, non si scorse altro volatile che
qualche corvo perduto nelle azzurre trasparenze del cielo sereno.
Rasa e deserta la campagna; si susseguivano solo in lunghe linee
d'un verde cupo e melanconico le scapigliate macchie degli
olivastri, dei peri selvatici, dei rovi, schiarite qua e l da
qualche verdissimo cespuglio di brusco: e cos intenso ed esteso
era il silenzio che l'eco dei passi del cavallo risuonava lontano.
Dopo un buon tratto di galoppo, Stefano mise capo nella regia
strada che attraversava la bassa montagna al di l della quale
erano le tancas di Nuraghe ruju. Sotto lo stradale scendeva rapida
una valle, sul cui fondo scorreva un torrente, detto anch'esso di
Nuraghe ruju perch una sciocca tradizione popolare affermava che
quelle povere acque raccogliticcie scaturivano sotto il nuraghe
del versante opposto e attraversavano tutto il seno della montagna
per canali scavati dai giganti.
Percorso un tratto del pittoresco stradale, Stefano doveva salir
la montagna; ma essendo forse le undici, volle prima scender e far
colazione in un angolo soleggiato della sottostante china. Il
luogo, l'ora, il cielo, il paesaggio, avevano qualche cosa di
ineffabilmente dolce. Sotto ai piedi di Stefano scendevano per la
china soleggiata vecchi ulivi nodosi, cespugli e macchie spioventi
dalle roccie; e le fronde e le foglie brillavano smaltate
d'argento. Quasi nero nell'ombra saliva in faccia a lui l'opposto
versante della valle, sul cui orizzonte una fila di lentischi
stendeva una frastagliata linea verde; negli sfondi pianure e
montagne azzurre; al di sopra della sua testa la muraglia dello
stradale, di pietra schistosa, scintillava al sole come acciaio
brunito, e sulla linea del paracarri, sul fondo inenarrabilmente
turchino del cielo, alcuni cespugli sfumavano guardando la valle.
E sopra ogni cosa due grigi fili telegrafici solcavano nettamente
l'aria, quasi vigilanti sull'insidioso sogno e le selvaggie
solitudini della valle e della montagna deserta. Invisibile, il
torrente correva incessantemente, roteando nello stretto alveo di
pietra: e sul cupo sfondo della sua nota bassa e fragorosa, sempre
monotonamente e melanconicamente eguale, risuonava, or distinta,
ora sfumata, or vicina ed or lontana, l'acuta squilla d'una
campana di chiesetta campestre.
Qualche festa doveva esserci dietro la valle, dietro la metallica
linea degli ultimi lentischi; e in quell'ora, mentre le cavalle
bianche e i sauri puledri nitrivano fra le macchie, le fanciulle
dai grembiuli di damasco e i giovani dai giustacuori di porpora
lasciavano il circolo dell'antico ballo sardo per entrare
all'ultima messa; e le donne mature preparavano la minestra colla
giuncata e gli uomini arrostivano i lombi degli arieti per
l'omerico banchetto.
Stefano ebbe la visione della festa, che sotto la doppia
appariscenza di quadro biblico e d'antica rappresentazione
ellenica, celava un indomito spirito selvaggio; e sorridendo fra
s disse:
"Beviamo!".
Bevette, rovesciando la testa sotto la stretta bocca del
fiaschetto di legno inciso, e sent il vino scendergli fresco per
la gola un po' arsa, poi spanderglisi caldo e vibrante per
l'interno del petto; e la piacevole sensazione di benessere e
d'ottimismo cominciata a provare poche ore prima crebbe e lo vinse
tutto dolcemente.
I cani, scesi sino al fiume, risalirono correndo, ansando, e
s'accovacciarono con la rossa lingua penzoloni; legato ad un
ulivo, il cavallo strappava ciuffi d'erba.
Stefano si sdrai sulla rada erba della china, e stette cos,
riscaldato internamente dal vino ed esternamente dal sole, immerso
nella visione del cielo azzurro, nella musica dell'acqua e della
campana, nella fragranza dei cespugli e delle erbe. Era un
piacere: era ancora la voluttuosa sensazione delle sieste estive,
ma goduta nel pieno possedimento e nel completo risveglio dei
sensi; era anzi il senso stesso della vita, l'ineffabile piacere
dell'esistenza sentita fra le sane visioni e le misteriose voci
della Natura.
Era il continuo e sonoro stormire d'immense foreste, nella cui
voce gemente prorompeva il grido d'un popolo intero, d'una
solitaria razza inneggiante patetiche e selvaggie melodie,
mescolate d'antiche preghiere e d'antiche maledizioni, di pianti
sommessi e superbi e di risate dolcissime e sardoniche, - grido di
guerra e grido d'amore che s'alzava verso idoli ignoti, verso
occulti nemici, verso simboli strani, verso il Sole, la Luna, il
Fuoco, il Ferro, la Passione e l'Odio; - era la voce della razza
sarda, trasfusa nel fragore del torrente, simile al mormorar delle
patrie selve da cui il popolo, discendente dagli Jolei, avea
tratto il motivo triste e solenne delle sue musiche e dei suoi
canti. E il sottile e metallico squillare, or vicino ed or
lontano, della campana librata sul corroso portico della
invisibile chiesetta campestre, ricamava su quel sonoro sfondo una
trama di fili iridescenti, diafani e brillanti come tela di ragno,
dando a sua volta l'illusione di tenere voci infantili, di gridi
d'uccelli, di cristalline risate, di fiori selvatici che
sfogliandosi sull'alto della valle spandessero diafani petali
rosei e cremisini sulla vitrea e spumosa acqua del torrente, che
li stravolgeva e affogava nel suo incessante fragore.
Stefano ascoltava affascinato; nei suoni delle acque e nel
selvaggio splendore del cielo ritrovava il mistero di s e della
sua razza, della sua anima e del sangue che gli pulsava nella nuca
e nelle mani e nel petto. Era egli, egli stesso la sua natura
felina, la voce degli avi che potente gli risuonava in fondo
all'essere; erano i suoi istinti, i suoi desideri insoddisfatti, i
suoi bisogni di passione, d'amore, d'odio, di bene e di male, i
suoi ted profondi, la sua insidiosa indifferenza che, come cenere
sulle brage, velava sogni tanto pi tormentosi quanto pi
inafferrabili.
Egli si vide piccolo, ingiusto e debole. Sent che il suo stesso
carattere e non la gretta vita stagnante del paese lo rendeva
scontento e cattivo: anche nelle grandi citt, nei focolari di
civilt, di attivit, di lusso e piacere, sarebbe stato un imbelle
indolente. Povero e costretto al lavoro e alla lotta, sarebbe
diventato perverso. Quando dietro alle note del Tannhuser
s'illudeva di trovare in s un germe d'ideali che lo spronavano
all'opera, mentiva.
Egli non desiderava lavorare, e sentiva disgusto per coloro che
dicendosi socialisti non erano che egoisti invidiosi del bene
altrui; e mai egli s'era doluto delle sue ricchezze, appunto
perch il suo istinto atavico, dominato dall'atarassia naturale
della razza sarda, lo portava all'ozio e al disprezzo d'ogni sorta
di lavoro richiedente opera manuale o sforzo intellettuale.
Lavorare? Ma come e perch? Il lavoro, tanto pi se spronato dal
bisogno, avrebbe acuito il suo pessimismo, forse rendendolo
malvagio. Egli dunque mentiva a se stesso. Mentiva su tutto.
Mentiva affermando segretamente che non amava pi Maria perch in
lei non aveva trovato la donna superiore e spirituale dei suoi
sogni. Ella era buona ed onesta, ed aveva finezze che niuna donna
clta poteva superare. Egli cessava d'amarla perch la sua mala
indole, ora che Maria lo amava e gli si era tutta data, lo portava
al fastidio delle cose possedute; ed altrettanto avrebbe fatto con
qualsiasi donna superiore e clta.
Egli mentiva allorch si sdegnava contro le vigliaccherie e le
infamie umane: il suo non era il nobile sdegno d'uno spirito puro,
ma la collera dell'uomo che dalle vilt e dalle menzogne altrui
vede attraversati i suoi disegni. Avrebbe forse gridato contro il
Porri se questo non avesse preteso denaro in cambio della sua
falsit? "No!", grid la coscienza. Ed egli sorrise amaramente, ma
senza pi sdegnarsi n contro il Porri, n contro se stesso.
Sent che quella mattina si era avviato verso le sue tancas per
castigare il Porri, non della falsit, ma della verit detta al
giudice. E sino a pochi momenti prima egli non aveva chiaramente
distinto la debolezza della sua azione; anzi, uscendo da casa sua,
gli era parso d'andar a compiere un atto di giustizia.
Sempre cos nella vita!
Inconsapevolmente o per malignit, individualmente o riuniti in
consesso civile, gli uomini errano nel giudicare s stessi e gli
altri.
Nel formulare questo pensiero, egli si cred illuminato da una
gran luce di verit; ma invece di provarne amarezza sent
aumentare il senso di gioia che tutto lo animava; gli parve che il
suo spirito si purificasse, diventando incorporeo e luminoso; e
neppur rapidamente lo sfior il dubbio che anche in quel momento
egli s'ingannasse, e, giusta la sua teoria, fosse fallibile
giudice di s e degli altri.
Ma un incidente abbastanza volgare lo scosse. Era il rotare d'una
carrozza sullo stradale: s'udiva lo schioccar della frusta e il
grido del vetturino.
I cani si levarono abbaiando. Stefano si sollev e volse la testa;
ma la vettura pass rapidamente, e al disopra del parapetto egli
non vide che il serpentino volteggiar della frusta grigia: poi il
rumore delle ruote and smorzandosi lentamente; e di nuovo imper
per tutta la valle la selvaggia e triste corsa del torrente.
Ma l'incanto era rotto, Stefano perdette quell'intima superiorit
di sensazioni che per qualche istante l'aveva reso felice e puro;
e rimontato a cavallo riprese la sua via un po' pensieroso e
triste, ma tuttavia invaso da un resto di dolcezza, da un ben
forte e ben formulato desiderio di giustizia e di bene.
Sullo stradale ferm il cavallo vicino al paracarri, ascoltando
ancora il romore delle acque, e guardando il soleggiato angolo ove
si era riposato, quasi ad imprimersi negli occhi la fisionomia del
luogo che aveva operato in lui il meraviglioso incanto.
Dall'alto il luogo gli parve diverso, e nella musica del torrente
non sent pi che una nota monotona e melanconica; ma non ne prov
dolore, perch entro di s sentiva ancor indelebile la profonda
impressione di quell'alto cielo, di quel motivo musicale che
svelava tutte le dolcezze e le grandezze, i sentimenti di
scontentezza e le aspirazioni di giustizia, i grandi dolori e le
fiere gioie della grande anima sarda.
I cani correvano sempre; un momento sparvero, poi ricomparirono
pi in alto, pi in alto ancora, finch si fermarono sull'estremo
gradino del sentiero, campeggianti sull'azzurro del cielo.
Sentendoli abbaiare, Stefano pens che qualche persona saliva
forse l'altro versante, e guard. Due dei cani sparvero, ma Josto,
dal nero profilo, rimase lass, abbaiando e aspettando il padrone.
Chi saliva, al di l?
Egli batt il fianco del cavallo, e l'animale affrett il passo;
ancora una breve giravolta, ancora un'aspra salita ed ecco la
cima. Josto abbaiava sempre, e Stefano fischi per farlo tacere,
pensando che a quell'altezza, in quell'ora radiosa del mezzod,
fra tanto splendore di paesaggio e d'orizzonti, chiunque fosse che
veniva incontro, o un pastore a piedi o un ricco viandante a
cavallo, aveva diritto di salutare e d'esser salutato. Josto
tacque.
Contemporaneamente a Stefano, apparve sulla scintillante linea
dell'ultimo gradino, prima la testa, poi il busto e infine tutta
la persona forte e snella di un paesano: e le due figure, di cui
quella a cavallo parve una equestre statua di bronzo,
campeggiarono sul vuoto turchino del cielo, poi sparvero, calarono
dalla parte contraria ond'erano salite.
Appena vedutisi, il paesano e Stefano impallidirono, e il rapido
sguardo che si scambiarono fu un tragico poema.
Ma di tutte le sensazioni Stefano giunse a afferrarne una sola, e
precisamente quella buona e nobile di pace e d'equit che l'aveva
seguito su dalla valle sottostante: e bench sotto il
travestimento da paesano riconoscesse Filippo Gonnesa, salut.
Ma lo colse tale un turbamento, un forte palpitare, che non
s'avvide se il nemico aveva o no risposto al saluto; e solo dopo
un certo tratto di strada ritrov perfettamente tutte le sue
percezioni. Allora si stup, si sdegn, sent tutto il sangue
salirgli ardente al volto: e di nuovo le sensazioni feline e
violente vollero levarsi ribelli, rinfacciandogli quel saluto come
una vilt; ma ancora una volta s'impose, solenne e limpida come
l'estesa visione del gran cielo sereno, del gran paesaggio or
confinante con le cerule montagne della costa, la nobile idea di
giustizia e di pace che lo aveva conquiso nella valle e seguito su
per la Scala dei gigli. Ianna 'e bentos (Porta dei venti), com'era
chiamata l'estrema cima del sentiero, s'allontanava ancora.
Scendendo lentamente il versante orientale, mentre il cavallo
andava ancor pi cautamente, Stefano pens per la prima volta che
il Gonnesa poteva essere innocente del delitto imputatogli. Gli
restava vivissima negli occhi l'impressione del limpido e profondo
sguardo direttogli rapidamente da lui.
Era egli innocente?
Doveva forse esserlo, perch, se colpevole una volta, ora sarebbe
rimasto lass, sulla Porta dei venti, e avrebbe fulminato il suo
nemico e persecutore.
Invece s'era tirato da una parte per lasciar passare colui il cui
saluto non poteva che inasprirgli le pi sanguinanti piaghe del
cuore, e poi era disceso senza voltarsi, senza diffidare, senza
porsi in atto d'offesa o di difesa; e il suo sguardo, bench
rapido e sorpreso, era stato cos limpido e sereno, che anche
Stefano, nel suo turbamento, era sceso senza ombra di diffidenza o
di timore.
Dopo circa mezz'ora egli pass il varco della sua grandissima
tanca, che scendendo gi per tutto il resto della montagna si
stendeva poi in fertilissimi pascoli per un tratto della
sottostante pianura. Meno aspro e meno arido dell'opposto, questo
versante era vlto ad oriente, in faccia alle lontane montagne che
guardavano il mare, fra le quali spiccava, dolcemente azzurro
nella sua chiara tinta calcarea, Monte Barda: boschi d'elci e
fitte brughiere coronavano la tanca degli Arca, chiusa da muriccie
di schisto le cui lastre brillavano come frammenti di metallo
bruno; il nuraghe, che dava il nome al territorio, consisteva
solamente in un mucchio di grossi macigni neri che parevano
passati al fuoco.
Il Porri, che aveva subaffittato la tanca ritenendo per il
bestiame i pascoli meno fertili e meno facili, stava appollaiato
come un avvoltoio in una capanna vicina al nuraghe: di l dominava
regalmente su tutta la tanca e i sottoposti pastori: aveva porci,
capre e pecore; aveva una fila d'alveari addossati al muro
dell'ovile, e inoltre dissodava certi aspri pendii per seminarvi
orzo e frumento.
I cani di Stefano si diedero a scorrazzare allegramente fra le
macchie, e dopo un poco Josto penetr nella capanna, fiutando la
pietra del focolare, e sollev la cenere polverosa. Il grosso cane
fulvo legato presso la capanna cominci ad abbaiare cupamente, con
un latrato rauco che dest gli echi sonori dell'aspro paesaggio;
ma nessuno apparve.
"Dove diavolo  quel mascalzone?", domand Stefano smontando.
Senza togliergli la sella perch sudato, leg il cavallo ad un
elce: fischi, attese, ma nonostante i continui e potenti latrati
del cane, nessuno compariva. Allora avanz per una breve radura in
cerca del pastore: sulle roccie apparivano le capre bianche dalla
lunga barba appuntita; guardavano con grandi occhi neri umidi, e
vedendo il giovane signore si arrampicavano ancor pi in alto,
andando a brucare gli estremi cespugli dei dirupi: anche un branco
di porci magri, neri, grigi e gialli, che rovistavano col muso un
tratto della radura, sparirono grugnendo.
Finalmente s'ud una voce che gridava per radunare i porci
sbandati: "Oh, oh! Och, och! 'Zo, 'zo!".
"Ecco l'amico", pens Stefano, "vediamo che viso fa nel vedermi."
Poco dopo incontr il Porri, pi che mai sporco, con la barba che
sembrava proprio una foresta arrossata e ingiallita dai venti
autunnali, e la berretta calata fin sugli occhi.
"Oh, compare don Istene, oh, che Dio lo salvi, oh, che buon vento
l'ha portato qui!", cominci a gridare, cessando di batter le mani
e di radunar i porci; ma bast a Stefano un'alzata di ciglio per
accorgersi che la sua presenza turbava il pastore.
" un'ora che vi cerco!", disse rudemente. "Dove diavolo v'eravate
ficcato? Vi  della caccia da queste parti?"
Accorgendosi, a sua volta, della poco lieta cera del padrone, che
forse aveva incontrato e indovinato donde proveniva Filippo
Gonnesa, il pastore volse l'argomento in suo favore.
"Se fosse venuto un'ora fa, s che ne avrebbe trovato buona
caccia!", disse ridendo malignamente. "Non ha incontrato nessuno?"
"Io? Nessuno!", rispose Stefano freddamente.
"Non sa chi c' stato? L'aquila nuova" (s'abile noa, cos si
chiamava il Gonnesa, il cui padre era soprannominato l'aquila
antica.) " venuto a minacciarmi che guai se pronunziavo il suo
nome assieme a quello di Saturnino Chessa, buon'anima, il diavolo
l'abbia sotto il suo uncino. E cosa mi puoi fare, gli dissi,
facendomi pi piccolo d'un capretto. S'abile non cassat muscas
(7). E risi, ma in coscienza mia che il mio riso era giallo come
lo zafferano. Egli mi disse: "L'aquila t'insegner il modo di
vivere, vecchio falco!", e se ne and tuonando e lampeggiando. Lo
vede bene, compare don Istene, io sono un uomo rovinato, in
qualunque modo mi comporti."
Stefano l'aveva ascoltato svogliatamente, voltandosi di qua e di
l, buttando lontano col piede una pietruzza, fischiando e
chiamando i cani.
Sicuro della falsit e malignit del pastore, si sforzava invano
di crederlo sincero per tenersi sulla via dei buoni sentimenti
provati in quel giorno; ma faceva grave violenza a se stesso per
tenersi calmo.
"Infine", disse, "vostra moglie non  venuta a dirci che avete
deposto in modo da non procurarvi malanni? Che diavolo volete che
vi dica? Comportatevi come meglio vi piace. Son venuto per
cacciare, oggi: non mi rompete le tasche con queste storie, delle
quali ne ho gi abbastanza quando sono in paese. Non vi  dunque
nulla quass? Neppur un'aquila davvero?"
"Ah! Ah!", rise il pastore; ma probabilmente con un altro genere
di riso giallo. "Altro che ce ne sono! Ma se avesse incontrato
quella, eh?"
"Gelsomina!", grid acutamente Stefano, vedendo il cane correr
dietro un povero porcellino spaventato.
"Lo prende per un cinghiale! Ohc! ohc! t! t!", grid il pastore
battendo le mani. Poi si volse ancora al padrone: "Se avesse
incontrato quell'aquila?...".
"Avrei fatto quel che mi pare e piace. E cos vi prego di far voi.
Il resto lo far la giustizia. Andate e date qualche cosa al
cavallo. Ma non c' dunque nessuno, da queste parti?"
"I miei compagni son tutti dispersi qua e l, che il diavolo li
disperda. Io dissodavo l sotto; ma ho un bue malato e temo mi
muoia. Ho mandato mio figlio nei salti d'Orgosolo, in cerca del
lentischio vero, e credo torner stasera."
"Cosa  questo "lentischio vero"?"
"Oh che non lo sa?", disse il Porri convinto. " una delle poche
macchie di lentischio sacro che si trovano nell'isola di Sardegna:
ha le foglie grandi e lucenti, che guariscono le malattie del
bestiame."
"Oh chi diavolo l'ha consacrato? Chi gli diede tanta virt?",
chiese Stefano, ma non rise, tanto sapeva inveterate nel Porri e
negli altri pastori le antiche superstizioni tramandate dalle
tradizioni popolari.
"Chiss se mio figlio lo trover!", disse il pastore, guardando in
lontananza verso le falde del monte Atha. "Io ci passai cinque
anni fa e ne tolsi un mazzo di foglie che conservai, e mi
servivano efficacemente; ma poche, che ancora ne possedevo, mi
furono rubate, che il demonio gli rubi l'anima e il corpo a chi le
prese. Ho mandato mio figlio Bore, ma temo non che trovi il
lentischio, perch i maligni pastori delle vicinanze non solo non
lo indicano, ma sviano quelli che son presso a trovarlo. Dorme qui
lei, stanotte?", domand poi, vedendo Stefano poco attento al suo
discorso.
"Se potessi trovar qualche cosa, s! Ho buscato solo una pernice
ed ho vergogna a tornarmene cos."
Il Porri si trov mortificato di non potergli offrire buona
caccia: per mezzo di magici scongiuri (verbos); egli e i
sottostanti pastori avevano legato, cio impedito le aquile e gli
avvoltoi di avvicinarsi alla tanca per rapire gli agnelli, i
capretti e i porchetti: con i medesimi scongiuri, e deponendo di
tratto in tratto sui muri foglie d'oleandro colte la notte di San
Giovanni, avevano allontanati i cinghiali, le volpi e le faine che
venivano negli ovili per compiervi la stessa rapina.
Stefano si trovava dunque in pieno impero di superstizione, di
magie e malie pastorali pi o meno efficaci; era quindi inutile
sperare buona caccia, a meno che non si contentasse di querule
gazze che mettevano la nota azzurra delle loro ali sulle cime
verdi giallastre degli elci selvaggi, o di grossi mosconi iridati
e di larghe strane farfalle nere macchiate di sangue e di bronzo
che volteggiavano intorno ai cespugli intricati di fresche
vitalbe.
Tuttavia non part. Il luogo lo incantava, proseguendo ad operare
in lui il misterioso fascino incominciato a sentire nell'opposta
valle. Egli continuava a sentirsi felice e sereno, si obliava,
godeva, amava la vita e gli uomini, rappresentati in quel momento
dal selvaggio e ipocrita pastore, poche ore prima odiato e
disprezzato. Pi che mai Stefano sentiva che il Porri, in tutto
ci che diceva, esagerava con malignit, adulazioni e falsit;
tuttavia non si sdegnava, talvolta lo ascoltava con piacere, tal
altra lo credeva sincero.
Essendosi il pastore allontanato per accomodare il cavallo, egli
richiam a s i cani e prosegu per il sottilissimo sentiero
tracciato attraverso il verde tenero e le pietre della radura,
finch giunse presso le macchie che il Porri estirpava per
dissodare il terreno da seminare, e dove, sotto un riparo di
frasche, giaceva steso su uno strato di paglia il bue malato.
L'altro bue pascolava un po' pi gi, ma di tratto in tratto
scuoteva le corte orecchie pelose, e mandando un leggero vapore
dalle narici e dalla bocca ruminante volgeva la testa, quasi per
guardare pietosamente l'infermo compagno.
Rasentando col capo le frasche del riparo, Stefano si curv e
stette a guardare. Vedendo che il bue, un magnifico animale giallo
dal muso bianco, respirava affannosamente, con gli occhi socchiusi
e la bocca orlata di bava, egli indovin che la malattia era una
forte infiammazione viscerale, e appena il Porri si fece vedere
gli disse:
"Fareste bene a dargli un po' di olio, invece di praticare certe
sciocchezze".
Ma il pastore aveva dato al bue e l'olio e tante altre cose.
Invano.
"Sa lei, don compare, da quando  malato? Le dico la verit, come
se mi trovassi alla presenza di Dio."
"Se pure a Dio direste la verit!", disse Stefano, sollevando una
mano; e si prepar ad udire un' altra sciocchezza. Infatti il
Porri gli confid che, dieci giorni prima, mentre usciva dal
villaggio col giogo che trascinava l'aratro, aveva incontrato il
vecchio Gonnesa.
"Dove vai, Arcangelo Porri?"
"In campagna."
"E questo giogo color di miele dalla faccia bianca come latte te
l'hanno dato forse i tuoi padroni per la tua testimonianza falsa?"
"Aquila antica, io non ho padroni, e non vendo l'anima mia per due
bestie cornute."
L'altro rise stridendo, il Porri disse degli insulti e il vecchio
imprec:
"Che tu lasci le ossa delle tue bestie e le tue agli avvoltoi di
Nuraghe ruju".
Subito arrivati, il bue s'era ammalato.
Il Porri raccont questa storia lagrimosa con tanta passione,
guardando con tale accoramento la povera bestia, che Stefano non
sapeva se doveva sdegnarsi, o ridere, o aver piet. Per tutta la
sera, mentre il pastore attendeva con ansia il figliuolo, egli
percorse la vasta tanca, sparando inutili fucilate che
spaventarono le capre e facevano correr disperatamente i porci:
visit tutti gli ovili, e verso il tramonto risal la montagna,
fermandosi ogni tanto per contemplare il meraviglioso quadro che
lo circondava. Il nitido tramonto autunnale accendeva di rosso le
montagne della costa. I boschi giallastri, le macchie, i cespugli,
le roccie, e ogni macigno, ogni pietra, ogni stelo, proiettavano
lunghe ombre dolci e melanconiche gi per le chine solitarie.
Stefano seguiva la riva del ruscello, le cui acque, gialle al
tramonto, passavano in un alveo di argento brunito; cento piccoli
rumori sfumati - il lieve mormoro del ruscello, il tintinno
delle capre e delle pecore, l'acuto gracchiare delle gazze,
qualche latrato di cane, il rumore cadenzato della zappa del Porri
che estirpava le radici legnose del lentischio - animavano
l'immenso silenzio, la gran pace solenne del tramonto.
Egli saliva sempre: era stanco, preso dalla misteriosa melanconia
del luogo e dell'ora; non aveva trovato caccia, non aveva fatto
nulla, eppur non si pentiva della giornata trascorsa. Anzi,
confrontandola agli altri suoi innumerevoli giorni perduti, gli
sembrava una giornata di lavoro e di lotta; non sapeva di che
lavoro, non sapeva di che lotta, ma sentiva d'aver acquistato e
conquistato qualche cosa di grande e buono che viva gli manteneva
nel petto la calda e forte soddisfazione di se stesso, cominciata
a provare sotto i selvaggi ulivi della valle opposta.
A un certo punto vide camminargli davanti un ragazzo alto e
tarchiato, le cui forme robustissime gonfiavano le vesti un po'
lacere e strette; aveva gli scarponi in mano e i grossi piedi
avvolti in stracci; camminava a lunghi passi, e la sua figura
oscura risaltava vivamente sullo sfondo verdognolo della china.
Poco prima d'arrivare alla radura, il ragazzo si ferm, fischi, e
spinse in avanti un gruppo di pecore pascolanti, che s'avviarono
stupidamente l'una presso l'altra, col muso a terra, e dopo aver
formato una lunga fila si fermarono, si ristrinsero, si
aggrupparono di nuovo, formando una macchia giallastra a chiazze
nere; poi ripartirono a rilento, spandendo per la china la rustica
melodia dei campanacci. E Stefano, che in quel gruppo guidato
dalla oscura figura del mandriano, in quel fondo di paesaggio
alpestre, in quell'ora dolcemente rossa del tramonto, ritrovava
profonda e viva la suggestione artistica dei bei quadri del
Segantini, and dietro il ragazzo finch lo raggiunse e lo
riconobbe.
Era Bore Porri, un bellissimo adolescente rosso, ritornato poco
prima dalla ricerca del sacro lentischio. Il pastore attendeva la
completa scomparsa del sole per applicare al bue malato le foglie
miracolose; raggiuntolo, Stefano stette a guardare curiosamente
con le mani intrecciate sulla schiena.
Il sole scomparve, lasciando una zona d'oro dietro le vette; un
tepore profondo dilagava per l'aria, sulle macchie e le pietre
calde; e il rosso delle lontane montagne si smorzava in tiepide
tinte pavonazze.
Salirono altri due pastori e aiutarono il Porri a spalancare la
bavosa bocca del bue per introdurvi alcune manate di orzo
macinato, fra cui eran state pestate poche foglie del sacro
lentischio. Stefano si curv per guardar meglio entro la bocca
dell'animale, ma uno dei pastori gli chiese rudemente:
"Lei non ci crede, non  vero?".
"Non molto!", diss'egli, sempre curvo.
"Allora, se mi permette, la prego d'allontanarsi. In queste cose
ci vuol fede, ed  la fede che fa tutto. Se una sola delle persone
assistenti deride il rimedio, questo non ha efficacia."
"Ma io non derido nulla!"
"Se non crede  come che derida!"
"Sta bene!", disse Stefano sollevando la persona. "Dio vi aiuti."
E si allontan, un po' stizzito, un po' mortificato, ma sopratutto
sorpreso della misteriosa potenza che le semplici cose, dette
volgarmente superstizioni, avevano su quegli uomini selvaggi,
rotti ad ogni passione e scevri da tanti altri pregiudizi ben pi
pericolosi.
Presso la capanna trov il figlio del Porri, che si disponeva a
partire per il villaggio.
"Aspetta", gli disse, "ti d un biglietto per mia moglie, ma lo
porterai appena arrivato. A che ora arrivi? Presto? Il tuo ronzino
ha, come te, le gambe lunghe come pioppi."
Il ragazzo rise gaiamente del bel complimento, e mentre si
allacciava gli sproni sui piedi ignudi, Stefano stacc un
foglietto dal taccuino, e curvo sopra una pietra, portando ogni
tanto alle labbra la punta del lapis, scrisse quasi una letterina
amorosa.

Mia cara Maria,

Non inquietarti se non ritorno fino a domani. Sono a Nuraghe ruju
e bench i pastori dicano che non c' nulla, spero stanotte di far
grossa caccia. La sera  calda e bella: sembra d'estate. Penso a
te. Se tu vedessi che bel luogo  questo e come ispira buoni
sentimenti! Riguardo al P... ho seguito i tuoi consigli. Ti
desidero, ti vorrei qui vicina, per sentir completamente la
felicit di questo luogo e di quest'ora cos bella. Vieni col
pensiero e ricevi sulle labbra un affettuoso bacio del tuo

      Stene

Rileggendolo trov il biglietto troppo intimo per esser spedito
aperto.
"Avete qualche po' di ceralacca nella capanna?", chiese
scherzando.
"Perch?", disse il ragazzo maliziosamente. "Per chiuder la
lettera? Ma la chiuda con un po' di pane masticato!..."
"Puh!", grid Stefano, e frug diligentemente le grandi tasche
della cacciatora: ne trasse una scatola di cerini, una candeletta
di cera, due coltelli a serramanico, un paio di forbici chiuse in
astuccio, un portasigari, l'immancabile pugno box, spago,
giornali, ecc., ma niente ceralacca.
"Faccia presto", disse il ragazzo, salendo sopra una pietra e
tirando il cavallo per montarvi.
"Come diavolo devo fare?", pens Stefano guardando tutti gli
inutili oggetti tratti di saccoccia. Il giovinetto s'accomod
sulle spalle la tasca, specie di bisaccia di cuoio con due
cinghie, e mise un piede nella staffa.
"Faccia presto, ch' tardi!"
"Eureka!", esclam Stefano, e con un fiammifero accese la
candeletta, la lasci un poco ardere, poi la reclin e chiuse la
lettera con tre gocce di cera.
Il ragazzo balz sveltamente in sella: prese la lettera, se la
mise in seno e s'avvi cantando. Il suo ronzino rosso sparve ben
presto dietro i muri di schisto, il cui splendore impallidiva col
morire delle lontane luminosit vesperali, e la voce si spense fra
i boschi. Il mastino del pastore sonnecchiava e gli altri cani
fiutavano silenziosamente l'erba attorno al cavallo, che pascolava
ancora dietro la capanna.
Rimasto solo, Stefano accese una sigaretta, mise il piede sul
fiammifero, e, fumando tranquillamente, attese il ritorno del
pastore, mentre la luce dileguavasi e i rumori della montagna si
rendevano pi distinti e melanconici nell'immenso silenzio
dell'alta solitudine.
Il Porri ritorn accompagnato da uno dei pastori; le capre e i
porci si ritirarono nei recinti di siepi, il fuoco brill nella
capanna e a Polluce e alla Capra, gialle come pupille di ambra,
fecero tremula corona altre ed altre stelle bianche, azzurre e
verdi, apparse nel cielo, la cui luminosit di madreperla s'era
cambiata in un dolcissimo e diffuso color di pervinca.
Per cena il Porri tir fuori del lardo e pane d'orzo e un po' di
latte di capra; quest'ultimo, cosa assai rara in quella stagione,
fu offerto a Stefano; porgendogli un corto cucchiaio grigiastro,
fatto con l'unghia di una pecora, il pastore gli consigli:
"Ci metta dentro del pane".
Ed egli, ch'era squisitissimo nel mangiare, si adatt tuttavia
alla pastorale cena e non ne prov disgusto. I due pastori intanto
sfregarono vigorosamente il lardo sul pane, finch la sua grigia
superficie divenne bianca; poi misero sulle brage il pane cos
unto, e, allentito dal calore, lo attortigliarono e se lo
divorarono beatamente a grandi bocconi. Stefano li guard come
trasognato; dopo cena accese un sigaro e usc nuovamente sulla
radura. Il mastino ringhiava perch due dei cani del signore, non
contenti del pane avuto nella capanna, si degnavano di
rubacchiargli destramente la cena (Gelsomina aveva in giornata
dato la caccia ad una gazza, l'aveva sepolta, e verso sera
disseppellita e divorata, lasciandone appena il becco e le piume
rigate d'azzurro); il cavallo brucava e ruminava un fascio d'erba
fragrante; vaghi bagliori guizzavano nell'imponente oscurit della
montagna, e alla luce vaga delle limpide stelle autunnali le
pecore ancor pascolavano, ripienendo il gran silenzio notturno con
la lenta e continua vibrazione argentina delle loro campanelle.
Stefano pens vagamente alla fresca dolcezza solenne di un idillio
di Teocrito, e canterell:

      Candida Galatea, perch rifiuti
      Chi t'ama?...

ripensando ai primi giorni del suo amore per Maria, ai rifiuti e
alle ripulse di lei; e mille memorie giovanili, di ricordi
perduti, di piccole cose lontane, di tenerezze dimenticate, gli
vennero in quell'ora misteriosa, nel cerchio magico di quella
oscurit rischiarata appena dagli astri, dal cielo chiaro, dai
lontani orizzonti allagati ed immersi in vapori infinitamente
dolci e diafani.
Fu in quell'ora, dopo quella giornata d'arcane sensazioni, che
forse per la prima volta egli pens intensamente al destino di sua
sorella Silvestra e misteriosamente percep le sottili angoscie e
le ribellioni che le infinite voci della natura, battenti sui muri
alti del cortile come onde di mare infuriato, dovevano suscitare
nello spirito giovanile di lei sepolta viva.
Amava ella ancora?
Quasi lampi incrociantisi, rapidamente gli passarono nella mente
due figure e due sensazioni: Filippo e Maria; e il ricordo degli
stolti sdegni, dell'odio feroce che nella ragione e nel cuore
l'amore di Silvestra e di Gonnesa gli destavano; e il ricordo
della vittoriosa passione che aveva indotto quello stesso cuore e
quella medesima ragione alla completa dedizione verso l'umile
vedova del fratello. Pens amaramente:
" ben facile combattere negli altri le passioni, dalle quali noi
medesimi ci lasciamo vincere!". E chiusi gli occhi, chin la testa
fra le mani.
Nel gran buio che allora intimamente lo invase, mentre pi vibrate
e melanconiche s'avvicinavano le note delle greggie pascenti, e
pi larghe si spandevano le selvaggie fragranze delle macchie, lo
riprese la profonda dolcezza di sentirsi superiore a se stesso, di
giudicare gli uomini e le cose con sentimenti d'umanit e
giustizia. Ma per la suggestiva oscurit della notte, per la
stanchezza delle membra, per quella stessa cullante armonia di
suoni e profumi che gli causava dolcezza di sonno, le sensazioni
cominciarono a velarglisi, sent il sigaro spegnersi fra le
labbra, e ricord la notte in cui, fumando sul verone una
sigaretta egiziana, aveva atteso Maria con ansia tale da smarrir
la percezione del tempo e dello spazio.
Ora vagamente rivide nel ricordo, i muri del cortile di Silvestra.
Maria era entrata, aveva parlato e se ne era andata, lasciandogli
in cuore una angoscia indicibile: se Silvestra ancora amava,
doveva, dietro quei muri, continuamente provare una simile
angoscia. Ancora ecco la figura di Filippo Gonnesa in vetta alla
montagna e l'impressione del suo rapido, limpido sguardo.
E s'egli era innocente?
In fondo in fondo, nelle incoscienti regioni dello spirito,
Stefano si meravigli per la strana calma con cui pensava a cose
che solitamente gli procuravano sdegni violentissimi. E rialz la
testa, si scosse, balz in piedi. Ma per lunghe ore della notte,
mentre invano spiava il passaggio di qualche cinghiale o di
qualche faina - in mancanza di meglio si sarebbe contentato d'una
miserabile volpe - il pensiero del nemico e il dubbio della sua
innocenza gli tornarono a intervalli, passandogli nella mente come
saette rapide, ma luminosissime.
Verso mezzanotte, stanchissimo, vinto dal sonno e anche un po' dal
freddo, ritorn nella capanna e si sdrai, avvolto nel suo lungo
cappotto d'albagio foderato di panno rosso. Per un momento, nel
breve e pesante dormiveglia, rivide tutti i luoghi percorsi
durante quella giornata, che gli appariva come uno spazio lungo e
indeterminato di tempo, e gli sembr d'essere sdraiato sull'erba
della valle soleggiata, cullato ancora dalla misteriosa melodia
del torrente. Poi improvvisamente risent il rude ondeggiare della
groppa del cavallo che lo trasportava su per la Scala dei gigli, e
di nuovo rivide, nitida e decisa, la figura di Filippo Gonnesa che
lo fissava. Sollev la testa e riapr gli occhi, vitrei e un po'
spaventati, guardando l'apertura della capanna; ma nel breve
spazio nero non scorse che tre stelle rosse brillanti; e,
ripiegata la testa sulla piccola bisaccia che gli serviva da
guanciale, si addorment.
Svegliandosi, si trov solo; il fuoco era spento e l'acuta
frescura dell'alba inondava la capanna. Usc: i cani si
svegliarono e lo circondarono guaiendo e sbadigliando: con la
prima luce argentina la tanca s'animava, le capre uscivano dalla
mandria, cozzandosi l'una coll'altra; vivida e pura come diamante
la stella Diana brillava ancora sopra le montagne della costa,
azzurre sul metallico sfondo dell'alba saliente dal mare.
Ma in questa luce sempre pi vivida, mentre le gazze
ricominciavano a gorgheggiare nel bosco rabbrividente, e sulle
macchie le gocce della rugiada riflettendo i bagliori dell'iride
sembravano le stelle scomparse dal firmamento, Stefano assist ad
una scena dolorosa e volgare.
Il bue del Porri era morto pochi momenti prima; la gran massa
gialla, abbandonata su uno strato di paglia appena pi chiara,
pareva respirasse ancora, ma gli occhi erano vitrei e alcune
mosche impunemente passavano fra le immobili palpebre bionde: il
pastore lo guardava, lo palpava e chiamava con cos sincero e
desolato dolore che Stefano s'intener.
"Dopo tutto", disse, "che volete farci? Non  poi un cristiano che
vi disperiate cos. Scuoiatelo ora che  caldo ancora e profittate
almeno del cuoio."
Il Porri credette, e trov interesse nel credere ch'egli parlasse
ironicamente, e si di un pugno sulla fronte.
"Invece di burlarsene dovrebbe pensare che la causa della mia
disgrazia ... quello che sa lei! Oh, questo  il principio;
chiss cosa ancora deve accadermi!", disse quasi piangendo. E
torn a palpare il bue, chiamandolo coi pi dolci nomi: "Povero
agnello, cuor mio, aiuto mio! L'imprecazione t' piombata come una
saetta; che tutte le saette del cielo piombino su chi ti ha
augurato la morte! Cosa far io senza di te ch'eri la mia mano
destra? Cosa far io senza di te, cuor mio? Senza di te sono un
uomo perduto, sono un inutile fuscello, perch eri tu il mio
aiuto, l'anima del mio lavoro. Cuor mio, cuor mio, tu non le
vedrai le messi dell'anno venturo! Non ti muoverai pi? Non lo
vedi il tuo compagno che ti guarda dolorosamente? Non ti muovi,
cuore mio?"
"Suvvia!", esclam Stefano. "Fatevi coraggio, che alla fine ne
avete del ben di Dio!"
"Non  tanto la perdita che mi addolora, quanto il pensare che
sono stato imprecato e che le imprecazioni s'avverano sopra di
me."
"Sciocchezze!", grid Stefano, allontanando con una fronda i cani
che fiutavano e leccavano il dorso della bestia morta.
Fieramente il Porri si rizz, e negli occhi felini, umidi di
lagrime, brill la verde scintilla che li animava allorch un
cattivo sentimento lo urgeva.
"Se ne vada, per carit, don compare, se ne vada!", disse,
stendendo il braccio. "Non basta l'altro, che lei viene a
deridermi e dirmi che sono sciocco? Eh, s, io sono sciocco, ma
lei, con rispetto parlando,  un uomo senza cuore!"
"Porri", rispose Stefano dopo un momento di silenzio, "poich il
vostro bue  morto per causa... mia, andate, prendete una soga
(8), recatevi nel mio ovile e sceglietevi la pi bella coppia di
tori spagnuoli."
La verde scintilla si spense negli occhi del pastore, che ai
flebili lamenti di prima fece seguire una litania di salamelecchi
e di sviscerati ringraziamenti.
"Sentite", disse Stefano pochi momenti dopo, rimontando a cavallo,
mentre il Porri gli teneva umilmente la staffa; "ora che siete
riuscito a strapparmi qualche cosa - e ci lo faccio non per voi,
ma per la creatura innocente che v'ho battezzato - ora venite a
dirmi che deporrete quel ch'io vorr nel processo di Filippo
Gonnesa. Quel che io voglio  la verit; null'altro. E vedete
questa frusta?" (e agitava in aria il frustino) "Ringraziate
qualche buon santo che ve n'ha liberato ieri. Se deporrete il
falso per l'assaggerete, e bene, un altro giorno!"
Per il momento si content di sbatterla sulla groppa del cavallo,
che preceduto dai cani part galoppando. Il Porri pens:
"L'ho sempre detto io che don Stene  un po' matto!".
E torn presso la povera bestia morta per scuoiarla e lasciarla
preda alle aquile, nonostante tutto il bene che le aveva voluto.
Dietro le montagne, d'un denso azzurro bronzino, saliva dal mare,
come un immenso petalo di glicina, la delicata e violacea aurora
autunnale.


VII.

Nonostante l'irrisoria cacciagione che portava nella piccola
bisaccia, Stefano rientr a casa sua sereno e lieto; ma trov
Maria triste, don Piane cupo, e le domestiche d'umore terribile.
Inoltre Ortensia, che da qualche tempo non andava pienamente
d'accordo con la compagna, aveva di tratto in tratto un breve
sorriso ironico negli occhietti slavati e loschi.
"Burrasca!", pens Stefano; e sent anch'egli svanire la limpida
serenit portata dalla campagna.
"Cos'hai?", domand a Maria, che lo segu nelle camere di sopra.
"Nulla."
"Nulla! E gi! non trovi mai altra parola!", diss'egli
inquietandosi; "Cosa c' stato? Sei pallida."
"Proprio nulla, ti assicuro. Ma ho dormito poco stanotte. Ti
aspettai sino alla mezzanotte, e avevo paura, tanta paura, non
vedendoti rientrare."
"Come?", esclam egli stupito. "E il figlio di Arcangelo Porri non
ti ha portato un biglietto?"
"No!", rispose Maria guardandolo un po' meravigliata. Poi scoppi
a piangere come una bimba, e gli narr ci che era accaduto. Ah,
il figlio del Porri? Giusto, quel ragazzo alto e robusto, quel
bellissimo adolescente dai capelli rossi, glauchi occhi obliqui e
i denti di perla? Bel soggetto! La notte prima, verso le undici,
mentre aspettava suo marito, Maria aveva inteso piccoli rumori nel
salotto da pranzo. E per scuotersi dal sonno, e pensando fosse
stata Serafina e lasciar dispettosamente i gatti nella stanza,
scese pian piano. Altro che gatti! Trov Serafina fra le braccia
di Bore Porri, il bel ragazzo a cui tutte le paesane dai tredici
ai diciotto anni andavano pazzamente appresso.
"Ma Serafina ha dieci anni pi di lui! E si arriva a questo
punto?", grid Stefano. E tutto il limpido orizzonte dei
sentimenti puri e sereni torn ad offuscarglisi.
"Ecco a qual punto  ridotta casa Arca!", disse non meno
amaramente Maria. "Questa notte volevo mandar via Serafina, ma tuo
padre mi disse di andarmene piuttosto io."
Si rimise a piangere desolatamente, mettendo ne' suoi singulti
tutta l'intensit dell'ira sua, della sua umiliazione e del suo
giusto dolore.
"Finiscila!", disse Stefano irritato. Poi si raddolc. "Non sei
pi una bimba; e sai che babbo non ha la testa a posto."
"S,  finita...,  finita...", ella rispose, continuando a
piangere, " finita..., ed io non ne posso pi! Tuo padre mi odia,
ed io devo andarmene, s, devo andarmene... Devo lasciarvi tutti
tranquilli" (che amarezza ella mise in quel tutti); "ma sebbene
tuo padre me lo rinfacci ogni giorno, che io sono un'intrusa, tu
lo sai bene, Stefano..., tu lo sai... che io non volevo venir
qui... Il cuore mi diceva ci... che ora accade."
"Maria!", grid egli, pallido d'ira e d'emozione, guardandola
intensamente. "Eppure non ti credevo cos sciocca, cos imprudente
e bambina! Oh, chi ci ha maledetto in tal modo che la nostra casa
debba andar sempre pi in malora!", esclam poi, battendosi
disperatamente le mani sul volto.
"Se la causa delle discordie son io,  giusto che me ne vada...",
continu Maria, piangendo infantilmente, ma nel suo accento
vibrava tal fermezza ribelle che Stefano ebbe paura d'uno scandalo
sciagurato. E in quell'istante, dinanzi alla ribelle e angosciosa
desolazione della moglie, e ricordando tutte le disgrazie piombate
in pochi anni sulla sua famiglia, si domand se Arcangelo Porri
non aveva ragione di credere che le maledizioni dei perseguitati
s'avveravano sui persecutori.
"Non sei tu la causa", disse andando su e gi per la camera, a
passi concitati, " la maledizione,  la malasorte o il diavolo
che ci perseguita. Ma questa volta voglio farla finita con
quella...", e qui scaravent una trafila di energici aggettivi,
accompagnati da imprecazioni ed esclamazioni cos violente che
Serafina, la quale naturalmente origliava alla porta, impallid e
pens:
" finita!". E sembrandole che il padrone stesse per uscire e
gettarla gi per le scale, s'allontan spaventata, digrignando i
denti per rabbia. "Guai se mi manda via, guai, guai! Dir cosa che
mander in perdizione lui e tutta la sua stirpe!", disse ad
Ortensia, che incontr per le scale.
"Cosa puoi dir tu?", fece l'altra con un po' di sprezzo, fissando
gli occhi loschi sulla vlta, mentre voleva guardar il viso di
Serafina, contro la quale, sentendola perder terreno, apertamente
si schierava.
"Cosa posso far io? Lo vedrai, bella mia, e lo vedr anche donna
Corcuzza (Donna Zucca, spregiativo nomignolo che dava a Maria.)
"Serafina, Serafina!", ammon l'altra, facendo la savia. "Ti stai
procurando il pane!"
"Il mio pane  procurato. Procuratelo bene tu, ora, guercia..."
Le due donne alzavano la voce, e forse l'avrebbero finita male se
una lunga scampanellata, proveniente dal salotto di Stefano, non
avesse riempito la scala di forti vibrazioni argentine.
"Va, il padrone ti chiama", disse Ortensia, sorridendo beffarda e
trionfante.
"Se mi chiama non  con lo scopo per cui talvolta chiam te...", e
Serafina risal stridendo come una vipera.
Ancora vestito da caccia, il padrone aspettava ritto vicino alla
porta, guardandosi le unghie con calma forzata. Maria s'era
ritirata nell'attigua camera.
"Serafina, fra due giorni compiono i tre anni che sei qui. Siccome
le faccende domestiche ora non sono poi tante, e gli affari non
prosperano, abbiamo pensato mandar via, con nostro dispiacere, una
domestica."
Le guance color albicocca della bella Serafina cominciarono a
diventar livide, e la lingua guizz in bocca, pronta a dir parole
avvelenate, ma il padrone parlava cos calmo, cos benigno, che
non era possibile rispondergli male.
"Serafina, per non dire che ti mandiamo via malamente, prima
d'andartene, stasera, avrai una buona mancia; ma prepara subito le
tue robe e vattene."
"Dunque son io che devo andarmene?"
"E chi dunque?"
"Credevo fosse Ortensia...  inutile mi guardi cos, lei, don
Istene; e certe scuse le dica alle galline..."
"Macch scuse!", diss'egli con disprezzo. "Perch devo farti poi
delle scuse?"
"E allora dica semplicemente che mi manda via a pedate..."
"Macch pedate!", Stefano rise, ma d'un riso tale che a Serafina
fece appunto l'effetto d'una pedata.
"Senta don Istene; penso e so la causa per cui le viene l'estro di
mandarmi via senza neppur cambiarsi la giacchetta..."
"Che mi cambi o no, ci non ti riguarda. O vuoi aiutarmi tu a
levarmela?"
"Chi l'ha aiutata a levarsela la giacchetta, qualche volta, 
stata Ortensia...", disse Serafina a voce alta e stridente,
sapendo che Maria ascoltava: "per cui...".
"Serafina, non farmi uscire dai gangheri!", avvert Stefano, ma
ridendo forzatamente. "E va via in pace. Del resto so che sei
sposa e quindi non ti conviene restar serva..."
Le parole e il riso del padrone la pungevano crudelmente, ma egli
continuava a parlare cos scherzosamente, con tal grazia felina,
che ella, per quanta pazza voglia ne avesse, non poteva dire la
cosa terribile che sapeva. Del resto, appunto perch il padrone
pareva scherzasse, ella sperava che il suo licenziamento fosse per
burla, e dopo un vivace ma rispettoso battibecco usc sicura di
s.
Il resto della mattina pass relativamente sereno, ma nel dopo
pranzo, mentre i padroni stavano ritirati nelle stanze di sopra,
ecco Ortensia con aria altera e beffarda piombar in cucina.
"Serafina, il padrone ti manda queste venticinque lire."
"Qual padrone?"
"Don Istene!"
"Allora le avr date a te, non a me."
"Le ha date a me per darle a te. E ti prega d'andartene prima
ch'egli scenda."
"Che il diavolo lo faccia scendere nel profondo dell'inferno!",
grid Serafina, battendosi i pugni sulle anche. E cominci a
imprecare con maledizioni e spergiuri mai uditi.
"Serafina", disse l'altra con prudenza, cercando di calmarla, e
piegando e spiegando il foglio da venticinque lire, "Serafina, fa
la savia! Perch te la pigli cos? La colpa  tutta tua, e
riconoscila, e sta zitta, invece di pigliarti la parte maggiore,
come fai. Se ieri notte avessi fatto entrare quel moccioso di Bore
Porri dalla parte dell'orto..."
"Mocciosa sei tu! E del resto io non ho mai fatto entrar nessuno,
n dalla parte dell'orto, n dalla parte dell'inferno... Chi fa
entrare gli amanti sotto i muri non son io..."
Ortensia se la prese per s, arross, stese il braccio col foglio
da venticinque spiegato e grid:
"Bada bene come parli, oh! Io non conosco n muri, n porte...,
del resto non l'hai con me e ti compatisco! Certo  che ieri notte
non dicevi il rosario col figlio di Arcangelo Porri. Almeno avessi
tu dato il biglietto alla padrona; ma neppur ci hai fatto, e ci
spinse don Istene a licenziarti".
Serafina parve finalmente capir la ragione, e cominci a
pigliarsela contro se stessa, imprecandosi, battendosi i pugni sul
capo e singhiozzando senza lagrime.
No, non le pareva possibile che il suo regno fosse finito, ch'ella
dovesse abbandonar quella casa dove s'era creduta padrona, ove da
tre anni viveva nell'abbondanza, e ritornare fra l'indicibile
miseria della sua famiglia.
"Cosa ho fatto io? Cosa ho fatto io?", piangendo confid ad
Ortensia, che cercava di confortarla. "Ma  lui che, venuto per
portare quella maledetta lettera,  voluto entrare ad ogni costo.
Io non volevo, io non volevo! Ma se stasera lo rivedo, come  vero
che son viva, lo piglio a schiaffi e graffi, che se ne ricorder
fin che vivr."
"Avresti fatto bene a fargli prima d'ora questa faccenda!",
osserv l'altra ironicamente saggia.
Ad ogni modo Serafina dovette far fagotto, e tutto pareva
irremissibilmente perduto, quando, entrata da don Piane, lo trov
piangendo.
"Ebbene, don Piane? Ebbene, don Piane?", chiese sinceramente
meravigliata, chinandosi sopra. "Cosa ha?"
Nel vederla aument il dolore del vecchietto; le piccole mani
rugose tremolarono come due foglie di passiflora, e le sottili
labbra si sporsero angosciosamente senza poter pronunziare parola.
Serafina s'inginocchi, si sedette sui calcagni, guard di sotto
in su insistentemente il padrone.
Per qualche istante non s'ud che il breve ansare del vecchietto e
i singulti di lei, troppo acuti e prolungati per esser verosimili.
Alla fine ella parl, e fu uno schianto per entrambi.
" per questo,  per questo che piange lei, don Piane mio? Perch
io me ne vado! E per questo che piange? Non pianga, non pianga;
gi lo sa lei che l'immondezza deve esser buttata via..., ed io
non sono che immondezza... io... Non pianga, don Piane mio; abbia
pazienza, lo faccia per amor mio, per me che forse sono l'unica a
volerle tanto bene! Gi lo sa lei che io avrei dato la vita per
don Piane Arca, per il mio padrone, gi lo sa lei che io volevo
consacrargli tutta la mia vita, fino all'ultimo giorno" (non
pensava la bella Serafina ch'ella aveva ventisei anni e il diletto
padrone pi d'ottanta?); "ma non hanno voluto, non hanno voluto
gli eroni! (9) Hanno meglio voluto separarci, come si separa
l'agnello dalla madre, ed io devo lasciare il mio padrone, il mio
padrone buono, il mio padrone amato; devo lasciarlo per sempre..."
Che schianto, Dio santissimo! Pareva che a Serafina stesse l l
per venire un accidente; e bevendosi le lagrime, don Piane
l'ascoltava in estasi. S, ella, poveretta, ella sola gli voleva
bene; ora egli se ne accorgeva pi che mai. Gli altri,
specialmente Maria, lo odiavano; ed ora, sobillato da lei, Stefano
gli voleva dunque rapire quest'ultimo affetto puro ed ardente,
disinteressato e immenso? Perfidi, malvagi, eroni, mai, mai pi!
"Serafina, tu devi restare", disse.
"Padrone mio, padrone mio! Che mai pensa lei? Don Istene mi ha
mandato via, don Istene in persona..."
"Tu devi restare..., se no me ne vado anch'io!"
Ella si vide salva, e copr di baci e lagrime le manine del
padrone; poi, dopo un commovente scambio di ringraziamenti ed
affettuose espressioni, lo aiut a salir le scale e lo lasci
davanti alla porta del salotto di Stefano.
Stefano, raramente lasciando don Piane il pian terreno, immagin
subito la gran cagione che lo spingeva l sopra; ma fu
inesorabile, mentre le preghiere e le minaccie del vecchietto
commovevano e impaurivano Maria.
"Sar capace di tutto!", ella disse quando don Piane and via
indignato e barcollante.
"Faccia quel ch'egli vuole, ma ella deve andare via!", rispose
Stefano, e usc pian pianino per far attenzione a che il
vecchietto non cascasse dalle scale.
E Serafina and via, piangendo, strepitando, giurando vendetta;
come ultimo trofeo, port via tre posate d'argento, ma per non
acuire lo scandalo, Maria preg Ortensia di non rivelare a nessuno
il fatto.
"E ora", disse poscia con energico accento, "vedi bene, Ortensia,
che quando una serva vuol uscire dal suo regolar posto rischia di
perderlo e d'incontrare ogni brutto incidente. Il fatto di
Serafina ti sia d'esempio, se vuoi lungamente mangiare il pane
degli Arca."
"Monsignora", disse Ortensia, guardando i muri, mentre invece
voleva umilmente fissare il suolo, "se ho avuto qualche torto, mi
creda, come  giusta l'anima di Dio, la colpa era di quella
sciagurata... Ma vedr d'ora in avanti, vedr, monsignora, vedr.
E mi scusi e mi perdoni."
Dopo di che ella divent, almeno in apparenza, la pi fida e
devota domestica che si possa immaginare: per dare alla padrona
una prova della sua fedelt cominci col raccontarle tutte le
mancanze di Serafina e ripet le imprecazioni e le minaccie
proferite dalla ragazza nell'andarsene. Fra le altre fece a Maria
un po' d'effetto la misteriosa minaccia del segreto che, se
rivelato, poteva mandar Stefano in perdizione; ma, sempre con
prudente intenzione di attutire lo scandalo, non indag e tacque.
Per tre giorni don Piane pianse, imprec sotto voce, non volle
sedere a tavola, e caric Stefano e Maria d'improperi e
maledizioni.
"Stia zitto, stia zitto!", gli diceva Ortensia, mettendosi una
mano in bocca.
"Ora ci mancavi tu sola a impormiti, figlia di uno scarafaggio!",
gli grid don Piane il terzo giorno, minacciandola col bastone. "A
buon punto sono ridotto! A questo punto  ridotto Cipriano Arca!
Ma ve lo far vedere io chi sono; ve lo far vedere a tutti,
animali che altro non siete!"
E non piccolo fu lo spavento di Maria e della domestica quando
verso sera invano per la casa e per l'orto cercarono il
vecchietto. Dove e come egli era sparito? Maria ebbe il dubbio
doloroso ch'egli si fosse buttato nel pozzo o nella vasca, poi che
fosse scappato da Serafina, e s'angosciava e mandava Ortensia a
farne ricerca, quando per fortuna rientr Stefano.
"Forse  da Silvestra", diss'egli, corrugando la fronte.
Messo infatti un biglietto nella ruota, tosto Silvestra rispose
che suo padre era l dentro da due ore. Non fu facile cosa il
trarnelo fuori; bisogn far venire prete Arca; e, solo dopo molte
preghiere ed esortazioni, la solitaria monaca fu lasciata in pace.
Ma dopo questo incidente ella si chiuse dall'interno.
A poco a poco don Piane si acquiet, ed anzi parve scordar
Serafina, immergendosi tutto nell'affetto profondo ed entusiastico
per quattro gattini dati felicemente alla luce da Speranza;
quattro cosette bianche e rotonde come gomitoli di seta, dagli
occhi celesti-lattei e le orecchie, la lingua, il muso e le palme
delle zampette che sembravano foglie di rosa. Dei dentini poi, dei
giochetti, dei salti sul dorso della madre, che non finiva di
leccarli per ogni verso,  inutile parlarne, perch sono cose
indescrivibili. Don Piane ne restava contento e felice, tanto che,
pur recitando il Rosario e leggendo sulla Nuova le importantissime
corrispondenze degli arrivi e delle partenze dei brigadieri ed
uscieri e le corse dei cavalli nei villaggi, sorrideva di
beatitudine.
I quattro gattini lo ricompensavano del perduto affetto di
Serafina; tuttavia un giorno, Maria e Stefano assenti, fece da
Ortensia ricolmar di frumento una corba e impose di portarlo dalla
ragazza, con questa affettuosa ambasciata:
"Serafina, don Piane ti saluta e ti prega di credere che egli non
ti ha dimenticata un solo istante. Quanto prima sarai nuovamente
da lui; intanto accogli benigna questo piccolo dono".
"Ma", osserv Ortensia, "se donna Maria mi vede, o viene a
saperne, mi caccia via..."
"Macch donna Maria, o donna asina! Il padrone sono io: va e
obbedisci, altrimenti ti caccio io a pedate."
"Non sia mai! Potrebbe cader dall'altra parte!", disse Ortensia
beffarda; e prese il frumento, ma lo port da donna Maurizia.
Veramente avrebbe voluto portarlo a casa sua, ma ebbe paura
d'esser spiata ed accusata ai padroni.
D'allora in poi, nonostante la sua estrema avarizia, ogni volta
che poteva, don Piane inviava a Serafina regali d'ogni sorta, che,
sciente Maria, finivano da donna Maurizia.
Ortensia rifer questo fatto ridendo a molte persone; e Serafina,
che sempre sperava di rientrar in casa Arca, venutolo a sapere,
arse di rancore.
Intanto, rappacificatosi don Piane, Maria cominci a godere una
relativa felicit: ella finalmente portava in seno il fiore del
suo mite amore, e pareva che la gioia di questo evento avesse
cambiato anche il carattere e i modi di Stefano.
Egli sembrava un altro.
Era tornato spesso in campagna, e cacciava sull'altipiano; luogo
forse ancor pi suggestivo e grandioso della montagna. Smarrendosi
fra le paludi e gli argentei canneti, fra le stoppie imbrunite
dall'umido e fra le macchie bruciate a sera dai dissodatori, egli
aveva trascorso intere giornate con un profondo oblo di se
stesso, occupato pi del volo d'una tardiva quaglia che del
processo Gonnesa; ma, o per la crescente malinconia autunnale, o
per l'aria gi troppo fredda e il cielo vaporoso, se aveva gustato
le forti emozioni del cacciatore, non aveva per ritrovato pi
quel complesso di profonde sensazioni per le quali s'era sentito
sollevar al disopra di se stesso.
Eppure, spesso, anzi ogni volta che usciva in campagna, anelava
segretamente ad un nuovo incontro con Filippo Gonnesa. Era un
desiderio strano, quasi morboso, senza scopo n perch, non
confessato, ma pungente e vivo. Mentre per la sterminata
solitudine dell'altipiano, sotto la grave tristezza del cielo,
dalle cui nebulosit metalliche il sole nascosto gettava per
sottili squarci d'argento lunghi raggi pallidi, descriventi un
enorme ventaglio d'oro sbiadito sulle chiare nebbie
dell'orizzonte, cavalcando incontro al vento che rigettava
indietro spartita la criniera del cavallo e apriva le falde del
suo cappotto, Stefano provava un lieve brivido fra piacere e
timore, se pel cupo verde dei cisti umidi o nel grigio chiarore
degli sfondi del sentiero scorgeva la figura nera e bianca di un
paesano.
Era lui? Chi? Filippo Gonnesa travestito. E se egli era, che
intendeva Stefano di fare? Salutarlo come in cima alla montagna e
ricercar nei limpidi occhi nemici il mistero dell'innocenza
perseguitata; o inseguirlo quale selvaggina e far da s quella
giustizia che le autorit non riuscivano a compiere? Stefano non
sapeva, ma sentiva il sangue pulsargli forte sulla nuca, e
raggiunto o incontrato il paesano, e avvedutosi dell'inganno,
provava un inesplicabile dolore.
Non ritrovandole dunque nella realt, ricercava nella musica le
profonde impressioni dell'indimenticabile giornata trascorsa nella
tanca; ma non gli riusciva perfettamente. Lo sforzo che poneva nel
fondere le varie melodie sarde, spezzava qua e l la suggestione
sinfonica ch'egli s'imponeva; il passaggio, per quanto sfumato, da
un motivo all'altro, riproduceva l'effetto di quel rotare di
vettura, di quello schioccare di frusta che avevano interrotto il
magnifico sogno musicale del torrente e della campana.
Restava ancora la pura ed intima dolcezza della salita su per la
Scala dei gigli, del saluto al nemico, della sera e della notte
trascorsa all'ovile, ma invano l'anima di Stefano ricercava
avidamente la superiorit di percezione e di sentimenti che gli
aveva lasciato una indelebile orma, un desiderio quasi angoscioso
di bene.
Qualche cosa mancava ancora alle sue note; un filo, una sfumatura,
un inafferrabile colore: ma egli sperava di ritrovarli un giorno o
l'altro, forse in qualche melodia popolare non ancora sentita, e
s'acquetava in questo desiderio.
Cos, fra la caccia e la musica, pass l'autunno e venne
l'inverno, un inverno straordinariamente mite e verde.
Nella misera quiete del villaggio, l'elegante casa pisana, con a
fianco il vigilante muro giallo del ritiro di Silvestra,
sonnecchiava al tepore del sole smorto; pareva una regina
assopita, nelle cui pupille (i limpidi vetri chiusi) dilagavano
tranquilli sogni di felicit. L'orto verdeggiava di chiare erbe
invernali, sotto le tenui ombre dei rami spogli, rossi quelli dei
peschi, dei ciliegi e degli albicocchi, grigi argentei quelli del
noce e dei salici; in fondo la vasca luccicava ad intervalli con
rapidi riflessi metallici.
Nell'angolo del camino, entro cui ardeva odorando il ginepro, don
Piane viveva tranquillo nella contemplazione dei quattro gattini,
che se crescevano come "quattro fate" diceva il vecchio,
mangiavano come altrettanti cristiani. (In media, fra gatti, cani,
galline, cavalli, maiali ed altre bestie gli Arca spendevano circa
otto lire al giorno.)
Seguiva la burletta dei regali a Serafina, ed ella, dimagrita e
impallidita per la bile e la misera esistenza di casa sua, passava
e ripassava come un amante sotto le finestre di casa Arca, con la
speranza di veder don Piane e di insultare Ortensia, verso la
quale in mancanza di meglio sfogava il suo odio.
Ma appunto per farle dispetto Ortensia cercava di mantenersi forte
presso i padroni, diventando d'una devozione, d'una fedelt e
d'una puntualit a tutta prova. Accudiva da sola alle pi gravose
faccende domestiche, e nel paese si raccontava per miracolo che in
una casa come quella degli Arca bastasse una serva sola. Ma
Stefano si rallegrava pensando che quel miracolo lo operava Maria,
ora ch'era la vera padrona di casa sua.
Dopo tutto, poich ella non sapeva far la signora, era bene che si
fosse stabilita decisamente e fortemente nel suo posto di massaia.
Sotto il suo occhio vigile le stanze, se non elegantemente
disposte, erano almeno in ordine e pulite; l'orto coltivato; gli
animali ben trattati; i servi pastori contenti del pane che loro
si forniva; e il formaggio era finalmente ben manipolato e le
provviste ben conservate. Ai bei tempi di Serafina il cacio, non
abbastanza affumicato, non mosso, non esposto all'aria, si
muffiva, per cui prima di venderlo si doveva raschiarlo e poi
tingerlo con una certa miscela che dava alle forme un bel colore
di formaggio stagionato; inoltre non era raro il caso che qualche
grosso sorcio, e una volta anche un gatto, andasse a naufragare
nella vasca della salamoia ove galleggiava il cacio fresco, e
persino nelle grandi olle d'olio di uliva.
Ora nulla di tutto ci accadeva; e nonostante le incalzanti
faccende domestiche, Maria trovava il tempo di recarsi talvolta
nella sua casa paterna ed aggiunger qualche trama alla bianca
coperta dalle rosse rose; ma ora queste visite si facevan pi
rare, forse perch le eleganti camere della casa pisana, sui cui
pavimenti a mosaico e sui tappeti il passo leggero di lei
cominciava a farsi lento e grave, la circondavano finalmente con
quella tenera e profonda dolcezza delle pareti amate e conosciute;
forse perch, appunto rendendosi grave e lento il passo, ella
sentiva bisogno di raccogliersi in se stessa, di sedersi accanto
al camino e tagliarvi e cucirvi qualche cosa di cos piccolo e
cos grande da richiamare tutta la sua attenzione.
Quando don Piane, che non ostante la sua apparente tranquillit
covava amaro astio contro Maria, ed evitava di rivolgerle parola,
s'avvide dei piccoli preparativi, prov un senso di tenerezza
improvvisa: per un momento, dileguatasi la nebbia senile che
velava il piccolo cervello in dissoluzione, il vecchio pens e
sent, soffr e gio normalmente.
E in quel momento mille sensazioni diverse gli passarono dietro la
piccola fronte, entro il piccolo petto incartapecorito.
Era una mite sera di gennaio; Maria teneva a portata di mano un
canestro d'asfodelo guarnito di nastri, ricolmo di tela e piqu e
trine, e tagliava piccolissime cuffiette. Al fuoco, le forbici
brillavano; un gattino allungava la zampetta sul canestro,
cercando d'afferrar furbescamente un gomitolo di filo.
Dietro, nella quieta luminosit della finestra, sui cui ultimi
vetri moriva il sole, Ortensia, seduta per terra, davanti a un
bassissimo tavolo, faceva ravioli e sebadas, focaccie di pasta e
formaggio fresco passato al fuoco. Ella stirava la bianca pasta
oleosa con un piccolo cilindro di legno che produceva un lieve e
monotono rumore: un gattino le stava coricato sul lembo della
sottana, con la rosea pancia in aria; e Speranza, seduta sulle
zampe posteriori, muovendo la coda sul pavimento per divertire gli
altri due gattini, guardava con occhi intenti sul tavolo, quasi
contemplando il lavoro della domestica.
Don Piane guard intorno e rivisse in un tempo lontano - forse
oltre il mezzo secolo - in un invernale pomeriggio velato e
tiepido; e rivide le fini mani sofferenti della sua prima sposa,
donna Maria Grazia Dossuni, ricca giovinetta del paese di Mores,
la cui grossa dote aveva dato principio all'attuale fortuna degli
Arca. Le fini mani sofferenti, adorne di rozzi anelli con corniole
e coralli incisi, tagliavano e cucivano cuffiette di damasco rosso
guarnite di trine d'oro.
Allora, in quel tempo lontano, la casa pisana conservava il suo
primiero aspetto, e gli arredi somigliavano a quelli che ora
mobiliavano la casa paterna di Maria Arthabella: allora le donne
dei villaggi sardi tessevano ancora arazzi, coperte a trame
d'argento, bisaccie fiorite e tappeti di lino; posavano il nobile
capo su guanciali di broccato annodati di rossi nastri, e i bimbi
scuotevano la ancor crostosa testolina entro cuffie di damasco
vermiglio, e venivano coperti di mantiglie di scarlatto orlate di
seta turchina.
Tutto questo ricord don Piane nitidamente, con tale intensit che
perdette per alcuni istanti la percezione della realt, e rivisse
nel lontanissimo passato.
Egli aveva amato Maria Grazia Dossuni su tutte le donne della
terra, e ne aveva avuto un solo figlio, il primo Stefano. Poi ella
era morta, morto il fanciullo. Anche le altre due spose, Dorotea
Figus e Minnna Ledda, erano morte; morti, rinati, morti ancora
gli altri figliuoli; ma di questo succedersi di nascite e funerali
don Piane ricordava solo nitidamente la morte della prima sposa e
del primo figlio; il resto gli si confondeva dolorosamente nella
memoria, in una fuga di giorni oscuri che mettevano nere macchie
sullo sfondo scialbo del passato.
Ora un'altra donna sedeva presso il fuoco e tagliava le cuffiette
di un bimbo futuro. Chi era colui che doveva venire?
Solo in quel momento il vecchio cap la grandezza della promessa,
e cap il sorriso, prima accolto indifferentemente, con cui il
giorno prima Stefano, suo ultimo e solo vivente figliuolo, gliela
aveva annunziata.
Ci ch'egli, il vecchio, aveva teneramente sognato in quel lontano
pomeriggio della sua giovinezza s'avverava dunque ora? Il ramo
degli Arca non si disseccherebbe sterilmente e - ci che pi
premeva al vecchio - le ricchezze accumulate con tante ansie non
andrebbero disperse.
In questi pensieri, che gli diedero tutta la dolcezza triste dei
ricordi e lo struggimento del rimpianto delle cose morte, e la
speranza per le cose da venire, stette don Piane a guardar
lungamente Maria, seguendo col moto delle sbiadite pupille i
movimenti delle mani di lei e la trasformazione della tela, e il
riflesso infuocato delle lucide forbici.
Ella sent con piacere questa intensa attenzione; sollev gli
occhi sereni e, incontrando lo sguardo del suocero, vide nelle
piccole pupille un'espressione cos insolitamente tenera e limpida
che volle tentar la riconciliazione.
"Non ci credevate forse?", domand, sorridendo e accennando alla
cuffietta che tagliava.
Egli sporse le labbra per rispondere, ma le ritir e tacque.
"Eppure  vero, proprio vero. Gli metteremo nome Stefano, come il
padre?"
Egli parve contrariato, e solo alla inopportuna osservazione di
Ortensia:
"E se sar femmina?".
"Tu, zitta, stupida!", rispose.
Ed ella zitt. Breve silenzio, solo interrotto dal rumore del
cilindro, dallo strido delle forbici e dal miagolo del gattino,
che introdottosi nel canestro volteggiava attorno al gomitolo.
Maria si volse, si chin e afferrata la bestiolina la tir fuori.
"Va via, va via, cattivo."
E come ella s'indugiava curva ad avvolgere il filo del gomitolo,
don Piane, non vedendosi guardato, ard sporger le piccole labbra
per esprimere il suo egoistico parere:
"Stefano! Stefano! Macch Stefano! Cosa ci ha da veder il nome del
padre! Si devono ricordare i vecchi, il nonno paterno, prima di
tutti, poi il nonno materno, poi la nonna paterna, ecc.".
" vero...", cominci Ortensia, ma un pi vibrato: "Sta zitta tu,
marmotta!", la richiam a posto.
"Se il padre vuole..., per me fa lo stesso chiamarlo Piane o
Stene", disse Maria, sollevando il busto.
"Il padre, il padre!", ripicchi don Piane, "Macch padre! Cosa se
ne intende egli degli antichi usi? Devi volerlo tu, non lui..."
La vocetta si fece aspra, dispettosa: il momento di lucidit, di
tenerezza e soavit era passato.
Maria pens che doveva contentare il suocero a scanso di altri
malumori. Grazie a Dio se egli sembrava finalmente riconciliante!
"Ma io lo voglio di certo, ma sicuramente, sicuramente..."
Rientrando dopo qualche momento, Stefano sent l'ancora animata
discussione; ma al suo apparire si fece silenzio.
"Cosa c'?", domand.
Don Piane e Maria tacevano, quasi vergognosi, ma intervenne
Ortensia:
"Il padrone vuole...".
"Zitta, zitta, zitta tu, sciocca!...", grid il vecchio.
"E mi lasci dire una buona volta!", grid ella, minacciandolo col
cilindro. "Il padrone vuol metterci Piane, donna Maria vuol
metterci Stefano... A chi? Ma a suo figlio! Ma facciano una cosa
per non adirarsi nessuno. Ci mettano un nome che non sia n l'uno,
n l'altro. Per esempio... Mos!"
Don Piane ebbe una delle sue rarissime infantili risate, e Stefano
stette a guardarlo affettuosamente, con tutta la pietosa tenerezza
che gli destava nell'anima quella piccola vecchiaia ricondotta
alle debolezze dell'infanzia; poi, per troncar la questione senza
pronunziarvisi, annunzi ch'era nominato giurato delle Assise di
Sassari.
Part pochi giorni dopo, e le due quindicine che pass a Sassari
furono fra i giorni pi gai e felici della sua vita. Sapeva Maria
e don Piane in pace, sereni nella tranquilla gaiezza della casa
pisana; aveva molti denari nel portafogli e in conseguenza molti
amici, coi quali le serate gli trascorrevano veloci, al teatro,
nei caff, giocando, ridendo e chiacchierando. Se in quelle ore di
godimento spensierato lo spirito si raccoglieva qualche momento in
se stesso, cercando d'interpretare le proprie sensazioni, queste
gli rispondevano con un pieno ardente inno alla vita, e tutto
l'essere suo si sentiva leggero, agile, sano e perfetto come in
quell'indimenticabile istante di benessere provato nella valle.
Allora, con la stessa larghezza, se non con la medesima intensit
di vedute umanitarie, egli giudicava il prossimo suo.
E con questa indulgenza, e con l'idea fissa, quasi trasformata in
monomania, che l'umana giustizia errasse ne' suoi verdetti; che la
giustizia ufficiale fosse composta solo d'uomini sani, ma inetti;
o da uomini illusi che, spinti da istintivo desiderio di
progredire nella loro carriera, vedevano in ogni accusato un
delinquente da condannare; o da uomini malati di corpo e quindi
non sereni, n imparziali di spirito; o da uomini infelici nella
vita privata e quindi spinti da incosciente reazione di crudelt
verso il prossimo; o infine da uomini non superiori, non integri,
non sollevati al loro posto da vocazione n conscienziosamente
scelti nella societ da chi, governando i popoli, dovrebbe
specialmente tutelarne i giustizieri; ma innalzati ad un posto
tanto alto e delicato dal materiale bisogno della vita e dalla
scelta d'una carriera, Stefano, - quando sedeva nel banco dei
giurati - vedeva volentieri un innocente in ogni accusato, era
proclive a credere falso ogni teste contrario (ricordava sempre il
Porri), e quanto pi il Pubblico Ministero incrudeliva, esponendo
cavilli spaventosi, tanto pi egli provava strano piacere
nell'assolvere l'imputato.
Se poi questo veniva condannato, egli lo riteneva assolutamente
innocente, e se ne rattristava e avrebbe provato rimorso se, come
Pilato, non avesse creduto compiuto tutto il suo dovere nell'aver,
per parte sua, riconosciuta la verit.
Solo nell'estremo dibattimento dell'ultima quindicina diede voto
di condanna ad un reo confesso. Ma al ritorno da Sassari, mentre
viaggiava nelle secondarie, essendo passato un momento in terza,
giacch nella prime classi era una desolante solitudine, rivide la
moglie del condannato; una donnina curva, gialla, cieca d'un
occhio, imbacuccata in una gonna d'orbace gettata sul capo, e
tremante di freddo e d'angoscia. Ritto, le mani in tasca, egli
stette a guardarla cos intensamente che ella sollev fino a lui
il suo unico occhio fisso, scuro e lucente come un'uliva, e
anch'ella, riconoscendo il giurato, ebbe nello sguardo il fiero
baleno di una imprecazione.
E se ne accorse; e, non per piet, n per interesse, ma per
semplice impulso di curiosit, domand:
"Voi siete la moglie del tale?".
"Sicuro!", disse la donna; e il suo occhio olivastro rimase
sollevato, fisso e ardente d'odio e dolore. "E tu sei uno dei
giurati?"
"S."
"Me l'hai fatta la camicia tu; mi hai aiutato ad allevar i miei
figli: che Dio t'aiuti secondo la tua intenzione!", disse ella
amarissimamente; poi, sempre dandogli il latino tu usato nelle
fiere libere montagne nuoresi, gli raccont il fatto del marito,
un delitto per passione; e narr l'estrema miseria in cui ora
restava la sua famiglia. Ella, era andata a piedi fino a Sassari
con in mano le scarpe e sul capo un involto di pane di orzo; non
ostante la neve sarebbe ritornata nello stesso modo, se la carit
di molti testimoni, ora viaggianti nello stesso vagone, non le
avesse procurato un biglietto ferroviario.
Stefano ascolt e non prov piet e neppur compassione, forse
perch l'occhio fisso della donna lo disgustava; ma si pent del
suo unico voto e pens che anche questa volta la giustizia aveva
commesso un errore sociale, togliendo a un dato numero di esseri
il sostegno dell'esistenza, condannando un uomo non malvagio, che
forse si sarebbe riabilitato nella libert, mentre dal castigo
riporterebbe un cumulo di vizi corporali e morali. Ed anche nella
giovanissima famiglia di questo uomo, abbandonata a se stessa ed
alla miseria, fecondato dall'infelicit e dal bisogno spunterebbe
il germe della delinquenza e del male.
La stessa malvagit, tanto pi profonda ed amara, quanto pi
impotente, che riluceva nell'occhio livido della donna, era un
immediato effetto della condanna del marito. Prima quell'occhio
non splendeva certamente cos; e chi sa ora qual segreto di male
la donna riportava entro il suo petto. Certo una fiala di veleno
che stillerebbe sui figli aspettanti sulla spenta pietra del
focolare, sui fratelli, sui cognati, su tutta la stirpe pronta a
vendetta: e forse nel fiero villaggio montano genererebbe una di
quelle sarde inimicizie tanto dannose al progresso della umana
civilt.
Dunque, anche condannando il reo confesso, la giustizia aveva
commesso un errore sociale? Ma allora dove si andrebbe?
Stefano non trov subito risposta, e forse non volle trovarla,
perch negativa riguardo alla sua tesi; ma sent un improvviso
malumore, uno spirituale e fisico disgusto, e lo attribu
all'ambiente di quello scompartimento, zeppo di misere donne
insolentemente curiose, che lo guardavano come bestia rara, e di
uomini dai capelli unti e dalle vesti puzzolenti di cuoio.
Pens quindi d'andarsene; e nell'uscire ebbe un'idea; si ferm,
ostruendo con la sua persona la porta del vagone, cav il
portafogli, ne prese qualche biglietto di banca, li arrotol e,
volgendosi, li porse alla donna:
"Buona femmina, pigliatevi un caff".
Ella protest e imprec, con l'occhio scintillante: non voleva
elemosine, non ne voleva da nessuno e tanto meno da chi avevale
gettato il marito in galera. Ma poi si lasci facilmente
convincere dalle compagne di viaggio, prese i denari e ringrazi,
chinando l'occhio; ma appena Stefano scomparve gli lanci dietro
una fiera maledizione e, fra l'invidiosa attenzione delle altre
viaggiatrici, cont i biglietti.
Stefano non vide, ma intu questa scena, e, solo nel piccolo,
incomodo scompartimento di prima classe, s'abbandon a un profondo
malumore: il freddo intenso, il disagio, la melanconica visione
dei fuggenti paesaggi nevosi contribuirono a renderlo triste.
La neve stendevasi fino all'orizzonte, e sul suo desolato candore
i radi alberi selvaggi, le macchie e gli alti cespugli, da cui il
vento aveva scosso il bianco mantello, apparivano d'un umido verde
giallastro e cupo, che accresceva l'impressione solennemente
triste del paesaggio.
In lontananza, sulle marmoree altezze delle montagne, si
scorgevano nitide le fosche macchie dei boschi; il cielo era tutto
un'apocalittica visione di viaggianti nuvole di un grigio
chiarissimo, dissolventisi in misteriose figure di mostri
profilati d'argento. Solo sopra le montagne nuoresi si apriva uno
squarcio di cielo azzurro e sereno, un lungo aereo lago, la cui
liquida purezza rifletteva l'oro d'un invisibile tramonto. E
questo tranquillo, misterioso riflesso calava sulle nevi, gettando
sulla desolazione del paesaggio un bagliore d'indicibile
tristezza.
Sui vetri del finestrino alcune stille di neve liquefatta avevano
pur esse il tenue riflesso d'oro del lontano orizzonte: Stefano
stette a guardarle, poi i suoi occhi vagarono sul paesaggio, sulle
montagne, sui cieli; e la sua tristezza aument, si acu, si
estese e per un momento divenne intensa cos da raggiungere il
senso della disperazione. Gli parve di esser solo, smarrito,
portato violentemente da un'occulta forza malefica attraverso
ignote e sconfinate solitudini fredde e morte. Quel lembo di cielo
azzurro, quel moribondo riflesso di luce lontana non erano forse
il vano desiderio di beni sempre sognati e mai raggiunti? E
l'anima umana non forse somigliava alla stilla di neve liquefatta
che, tremolando sui vetri, rifletteva il lontano bagliore del
sogno, ma che fra un istante sarebbe evaporata e scomparsa del
tutto?
Chi parlava nella triste, tranquilla luce delle nevi, nella
immensa solitudine dei cieli e delle montagne lontane? Una voce
muta, triste. Parlava la vanit della vita, l'impotenza dei sogni;
parlavano i cari morti e sorgevano le memorie dei dolori
trascorsi, delle perdute illusioni, di ci che non torna, di ci
che passa per non tornare mai pi.
Stefano curv il viso fra le mani e con queste melanconiche idee
rimpianse il mese inutilmente passato a Sassari; si meravigli di
avere potuto godere per s vuoti e piccoli piaceri; e ancora si
pent dell'unico voto con cui s'era permesso, egli debole, egli
imperfetto, egli gaudente e felice, di condannare un povero...
Pi la sera avanzava, pi cresceva la tristezza sua e quella dei
fuggenti paesaggi: si addensavano i grigi velari del cielo, e il
tenue riflesso dell'unico lontano lembo di luce smorzavasi,
cangiandosi in chiarore come di luna.
Egli prov a scuotersi, cercando conforto nel pensare che
l'indomani, a quell'ora, sarebbe a casa sua: ma, prima di
raggiungere tanta dolcezza, ei doveva passar la notte a Nuoro e
poi nuovamente viaggiare per cinque ore entro una incomoda
vettura. Con quel tempo e con quell'umore! Oh, Dio! Chiuse gli
occhi con raccapriccio e, quasi ci non bastasse, ricord che
l'indomani mattina - certo, una noiosissima, orrenda mattina -
doveva calpestar la fangosa neve delle vie di Nuoro per recarsi da
avvocati e magistrati onde sollecitare il processo Gonnesa.
"Oh, Dio mio, Dio mio!", gem, rialzando le palpebre; e di nuovo,
trovando tanta contraddizione fra ci che sentiva e quello che
doveva operare, prov un disperato scontento. Come nella
indimenticata mattina d'autunno, egli sentiva tutta la sua
debolezza, tutta l'imperfezione del suo carattere; ma ora, nel
freddo e morto cerchio di quel vespero nevoso, disperava di trovar
la sua via.
Avvicinando il volto ai vetri, tanto che il suo fumante alito li
appann, torn ad immergersi nella visione del fuggente panorama
nivale: le nuvole invadevano anche il lontano lembo sereno, le
gocce del vetro tremavano grigie, ogni luce, ogni estrema
speranza, ogni sogno moriva nell'uniforme, sconfinato, gelido
squallore delle nevi. Tutta la vita, tutta la natura era un
immenso cimitero marmoreo, e i morti, solo i morti parlavano nel
lento avanzarsi delle nuvole cineree e nell'immacolato silenzio
dei pallidi orizzonti.
Stefano pens a Carlo, l'ultimo e il pi amato de' suoi morti, e
fu in quella sera di supremo sconforto che vagamente, mentre
disperava della vita e di se stesso, ebbe l'idea di porre il nome
del defunto al figlio nascituro. Il pensiero dei morti lo spingeva
verso coloro che dovevano nascere; e mai come in quella triste
sera pens pi intensamente al figlio che fra pochi mesi, forse al
maturar del grano, Maria gli avrebbe dato. Oh, se i morti
parlavano nelle dilaganti nuvole nevose, i nascituri avevan
sorriso nel lembo di cielo sereno, e il loro sorriso d'oro restava
ancora occulto, ma potente e benefico, sulla tristezza dell'anima
turbata.
Lass, nella fulgida visione, era la salvezza di tutta una
esistenza. Nell'educare suo figlio, il gentiluomo fannullone e
annoiato avrebbe trovato lo scopo della sua vita: e questo scopo
sarebbe di far del bimbo sano un fanciullo educato, un adolescente
puro, un uomo forte e sicuro di s e di quanto voleva, o tutto
artista o tutto lavoratore, ma ad ogni modo giusto ed onesto, non
ibrido, non felino, non incerto e scontento di s e degli altri,
come l'educazione aveva reso il padre suo.
Il piccolo treno si ferm un poco nella livida stazione del Prato
di San Michele.
Stefano non si mosse: quanto v' di tristezza, di dolore, di
desolazione nella vita pareva dilagasse sul cielo di quella sera
invernale e nel cuore dell'unico viaggiatore di prima classe.
Eppure, come sotto le nevi, nella indicibile desolazione della
pianura, germinavano i grani, l'erbe ed i fiori, nel cuore sepolto
da tristi sogni, inconsciamente spuntava una speranza salvatrice,
dolce e solenne come il motivo sentito nella valle e invano
avidamente ricercato nelle note sonore del cembalo.


VIII.

I grani maturavano sull'altipiano e la speranza di Stefano era
vicina a compiersi.
Ancora una settimana, e forse meno, e l'aspettato sarebbe
finalmente giunto. Di giorno in giorno Maria era diventata per suo
marito qualche cosa di sovranamente sacro. La circondava quindi di
cure e riguardi infiniti; la conduceva dolcemente attraverso i
viali dell'orto, e le parlava come neppure durante la luna di
miele le aveva parlato: ed ella ascoltava un po' stupita, un po'
commossa.
Era nell'orto una calda fioritura di rose, di ranuncoli, di sproni
da cavaliere, di sanguinanti verbene, d'altri fiori e di erbe
aromatiche un po' inselvatichite per la nessuna cura che s'aveva
nel coltivarle: l'acqua della vasca brillava cristallina
attraverso i tronchi dei salici, e sui muri sporgevano gi, fra le
gialle ombrelle della cicuta e dell'anice odoranti al sole, le
diafane e coralline coppe dei papaveri. Sui rustici pergolati
fiorivano i tralci della vite, dai riccioli ancora teneri e le
estreme foglioline gialle ancor piegate e ricoperte di
delicatissima peluria. Al di l dell'orto, nei campi invasi da
erbe selvatiche, la malva innalzava i suoi trasparenti fiori d'un
pallido violetto, e qualche alto gambo d'avena stendeva ricami
d'oro nell'aria azzurra.
Anche dopo i rosei tramonti, nei caldi vespri, qualche lontana
falda di montagna pareva, per i marezzi biondi dell'orzo maturo,
ancora invasa dal sole; il vermiglio fiore carnoso del musco
copriva le rupi e nei pascoli il tirtillo, fiorito di minuscole
infinite stelle violacee, acutamente olezzava. Era infine
nell'aria e nei profondissimi cieli azzurri tutta la fragranza e
la pura volutt della primavera morente in un'apoteosi di fiori,
di erbe, di vita, di rigoglio fecondo e potente.
I nuovi uccelli dal becco giallo, ancor pallido e molle,
scendevano dai nidi. Nonostante l'efferata caccia di Speranza, sul
noce e sugli albicocchi dalle foglie gi rosse e dai frutti appena
cerei, gi forati da avidi becchi, risuonava sempre una squillante
orchestra di passeri, rondini e tordi.
Nel sentiero dietro l'orto, tornavano dal pascolo ogni sera le
pecore e le capre gi tosate; qualche contadino aveva mietuto il
suo orzo, qualche pastore di alveari avea estratto i primi favi di
miele dolce. (Il miele amaro, specialit del paese, si ricavava in
autunno.)
Nei meriggi luminosi e un po' ardenti don Piane usciva nell'orto a
leggere il giornale alla delicata ombra d'una clematide
arrampicata sui sostegni del pergolato. I quattro gattini,
stupendamente grassi e belli nonostante l'abbandono della madre,
lo seguivano docili, fermandosi un momento nel cortile a guardarsi
in cagnesco con le galline; ma usciti nell'orto si arrampicavano
di qua e di l, sugli alberi e sul pergolato, donde non eran buoni
a scendere; e don Piane disperato li chiamava da prima dolcemente,
poi minaccioso; ma essi correvano sui rami sporgendo furbescamente
il musino, e soltanto allorch si provavano a scendere senza
riuscirvi, miagolavano flebilmente e partecipavano alla
disperazione del vecchio. Allora Ortensia era costretta a
intervenire con una scala a piuoli per ricondurre nelle basse
sfere i piccoli avventurieri: ella saliva imprecando, li afferrava
per il collo e senza piet li scaraventava al suolo; e se don
Piane protestava, ella gli si rivolgeva contro dicendogli delle
insolenze. Dopo di che i gattini, un po' storditi, scuotendosi e
leccandosi, si sdraiavano al sole, e il vecchietto poteva legger
tranquillo le amene corrispondenze dei villaggi sardi.
Dopo il breve risveglio delle antiche memorie e la rapida
tenerezza per la madre del futuro erede, egli era ricaduto nel suo
rimbambimento capriccioso e talvolta crudele: appena con qualche
persona, egli sparlava del figlio e di Maria, lamentando che lo
maltrattavano, che lo rendevano infelice: certi giorni si chiudeva
in desolante mutismo, e rifiutava le usuali vivande per cibarsi di
pane d'orzo inzuppato nell'acqua calda e condito con formaggio
grattugiato; pietanza che rivoltava tutti i gusti aristocratici di
Stefano e gli dava maledettamente ai nervi.
Non potendo pi Maria occuparsi di certe faccende domestiche, ai
primi di giugno si ricerc un'altra fantesca. Serafina, che ora
guadagnava assai recandosi alle mietiture, interpose tuttavia
molte persone per esser riaccolta: faceva umili patti e mille
buone promesse. E Maria, la cui indole mite e poco decisa la
spingeva a dimenticare e a perdonare, si sentiva propensa a
riaccoglier la domestica; don Piane smaniava; forte della sua
posizione, Ortensia pensava con certo gusto malvagio alle
umiliazioni da infliggere alla antica compagna; ma Stefano si
oppose formalmente e Serafina rest fuori e senza pi speranza.
In quei giorni s'apr a Nuoro la Corte d'Assise, e il secondo
dibattimento fu assegnato contro Martino Felix, detenuto, accusato
di complicit col defunto Saturnino Chessa nell'assassinio di
Carlo Arca; mandatore Filippo Gonnesa contumace.
Da qualche tempo tutto il paese pareva invaso dai demoni: di altro
non si parlava, nei crocchi, in farmacia, nelle famiglie agiate e
attorno ai polverosi focolari dei pastori, che del processo
famoso. Solo Stefano si manteneva in riserbo glaciale e
ingiustificabile, lasciando che i parenti intrigassero fra loro e
donna Maurizia affilasse le spade, o meglio la lingua dei
testimoni veri e falsi. Anche il buon don Costantino veniva
travolto dalla corrente; lo tiravano di qua e di l, gli
imponevano passi contrari alla sua coscienza. Solo quando intese
che anche sua moglie sarebbe andata a Nuoro per assistere ai
dibattimenti os opporsi:
"Faresti meglio a restar qui per assister Maria!", le disse
amaramente. "Non basteranno Stefano e gli avvocati della parte
civile?"
"Stefano!", rispos'ella con non minore amarezza. "Non vedi che sta
diventando un cretino? Non voleva ritirar la parte civile? 
meglio che resti lui, qui, ad assister la moglie, poich mi sta
diventando pi sciocco e timido d'una donna. Se ci vado io, a
Nuoro, ci vado appunto perch egli, son certa, imbroglier le
cose!..."
E anche prima del genero ella part alla volta di Nuoro,
fieramente seduta a cavalcioni sulla sella d'una vecchia giumenta,
armata di revolver e con un immenso parapioggia di seta cremis
minacciosamente aperto contro il sole. Avea la bisaccia ricolma di
regali per gli avvocati della parte civile, e teneva in seno un
portafogli con dei biglietti di banca tagliati in due: una met di
questi era stata distribuita a molti testimoni che, solo deponendo
quanto donna Maurizia desiderava, avrebbero avuto il resto del
biglietto a dibattimento finito. Quando Stefano giunse a Nuoro il
terreno era gi preparato e bene; anzi osserv che tanto gli
avvocati come i testimoni usavano con lui una certa diffidenza, o
almeno lo consideravano come uno di pi.
Ma anche i Gonnesa non restavano inerti; era giunto il padre di
Filippo, l'aquila vecchia dagli acuti occhi turchini e dalla
pronta favella; lo circondava un codazzo di testimoni non tutti
puri.
Il primo e il secondo giorno lo svolgimento del processo parve
favorevole agli accusati: il Felix, un bell'uomo alto, roseo,
sbarbato, e con lunghi capelli neri, persisteva nel dichiararsi
innocente; non sapeva nulla; poco aveva conosciuto il Chessa e mai
avuto relazione coi Gonnesa.
I testimoni procedevano timidi, impacciati e svogliati,
accordandosi solo nell'accusare vilmente il Chessa, morto e
sepolto; e i giurati cominciavano a lasciarsi pi o meno
suggestionare dagli amici dei Gonnesa, quando il terzo giorno
apparve la selvatica barba di Arcangelo Porri. Egli giur di
avergli il Chessa confidato dover uccidere Carlo Arca per incarico
di Filippo Gonnesa: la deposizione fu subito contestata dalla
difesa, ma il Porri prov, con altri due testimoni (di quelli che
possedevano la met dei biglietti di donna Maurizia), che la prima
volta, non essendovi giuramento, aveva deposto ambiguamente perch
il Gonnesa lo minacciava di morte. Nello stesso modo prov come il
giogo di buoi da lui attualmente posseduto lo aveva avuto dagli
Arca, s, ma pagandolo!
Stefano allib udendo questa deposizione confermata da tre prove:
e anche non avendo altri motivi sarebbe bastato ci per
convincerlo della falsit del Porri e degli altri testimoni.
La difesa prov poi come Gonnesa si recava spesso nell'ovile del
Porri (Stefano ricord l'incontro in vetta alla montagna) non per
minacciarlo, ma invitato dallo stesso pastore, che gli proponeva,
dietro ricompensa, di difenderlo non solo, ma di deporre che gli
Arca cercavano di corromperlo.
Il Porri fu trattenuto in arresto per falsa testimonianza: ma dopo
la sua deposizione le cose precipitarono e i testimoni parvero
prender coraggio, accumulando accuse su accuse, infamie su
infamie.
Stefano ascoltava rigido e pallido; pareva impassibile, e solo
allorch il nome di sua sorella risuonava fra quel cumulo di
falsit e spergiuri, destando un senso d'imprudente curiosit
nella folla, egli lampeggiava collera dai socchiusi occhi, e le
orecchie gli ardevano.
Tuttavia anche la parte civile dovette accennare al fatto intimo
che aveva generato l'odio fra gli Arca e i Gonnesa; ma lo fece con
tanta sottigliezza e tatto, dicendo come da Silvestra, tratta
verso propositi monastici, era partito il rifiuto, che Stefano
volle convincersi esser avvenuto cos e non altrimenti.
La difesa sfoder il vero, e, abbandonandosi a un certo
sentimentalismo, dipinse con frasi comuni, non prive per
d'efficacia teatrale, l'infelice stato dei due giovani amanti cos
crudelmente e inesorabilmente separati.
Visibilmente Stefano s'alter, perch, dopo tutto, bench
ritenesse Filippo innocente, ancora il suo nobile sangue si
rivoltava all'idea di Silvestra innamorata d'un uomo povero e
plebeo: e soprattutto lo avviliva il sentir il nome puro di sua
sorella pronunziato per le aule da immonde bocche della folla. E
appunto intorno a lui la folla commentava, e se taluno si
commoveva, la maggior parte per, con quell'acuto e talvolta
maligno spirito caustico dei Nuoresi, volgeva la cosa in ridicolo
e peggio.
Per un momento egli sent tutto il sangue salirgli alla testa,
sent acuto desiderio e prepotente bisogno di pigliarsela con
qualcuno di quei curiosi sfaccendati, per sfogare tutta l'ira, lo
sdegno, il mal animo che da tanti giorni gli avvelenavano il
sangue; e volgendosi verso un paesano disse rudemente:
"Zitto voi! Che c' da ridere e commentare?".
"Mudu sia bost!" (10), l'altro rispose insolentemente. "Rido
perch non sono in casa sua! Che gliene importa?"
Ma qualcuno gli tir dietro la falda del cappotto, dicendo
sommessamente un nome, e il paesano si chet guardando Stefano con
una certa curiosit mista a timore, ma non priva d'ironia; anche
altri astanti si volsero, guardando con la stessa espressione il
giovine signore: egli si sent scoppiare, e per non compromettersi
usc.
Il famoso orologio di Santa Maria, gloria e vanto di Nuoro,
segnava le due: il sole di giugno, caldo abbastanza ma non
ardente, e temperato da un gradevole venticello spirava nel
piazzale e nelle deserte adiacenze della cattedrale: scintillavano
puliti e chiari i gradini e il lastricato di granito; ondeggiavano
lentamente alla brezza i verdissimi alberi del giardinetto
vescovile, da cui saliva un forte profumo di fiori caldi; e in
lontananza, sullo sfondo del luminoso orizzonte, una linea di
fresco paesaggio verde chiudeva la pacifica e soleggiata visione.
Concitatamente Stefano si mise a passeggiare sul piazzale,
socchiudendo gli occhi contro il barbaglio del sole e lo
scintillo del granito; ma a poco a poco, come dissipata
dall'olezzante soffio del venticello e dalla suggestione di
profonda pace che emanava da quel lembo di piccola citt deserta e
dal luminoso sfondo dell'orizzonte, la velenosa collera che lo
urgeva s'acquet. Tuttavia egli continu a passeggiare a lunghi
passi, su e gi, tirandosi sulla fronte il cappello di paglia: a
un tratto, udendo un leggero cantero, scese i gradini a sinistra
della chiesa, e guard. Seduto per terra e addossato al muro un
bimbo cantava; poteva aver quattro anni, vestiva di bianco, aveva
i piedini scalzi, grasse e rosse le manine e la faccia, i capelli
d'un biondo acceso, e intorno al collo una ghirlanda di margherite
gialle e di rosei piselli odorosi. E cantava al sole, ma con
vocina piana piana, come distratta, come saliente da un sogno
sereno e dolcissimo. Gli occhioni neri chini e fissi con indolenza
sulle mani abbandonate in grembo, non videro o non vollero
accorgersi di Stefano; ed egli sorrise ed ascolt.
Anche la canzoncina, poco ben pronunziata, era fresca e olezzante
come il piccolissimo cantore inghirlandato di margherite e di
fiori di pisello odoroso:

      Puzoneddu 'e beranu,
      Naschidu in tuppa 'e rosa,
      Nazelo a comar Rosa
      A mi toccare sa manu,
      Puzoneddu 'e beranu. (11)

Il bimbo non pronunciava le parole perfettamente, ma dava al
grazioso stornello nuorese la giusta intonazione musicale, un po'
monotona ma dolcemente cadenzata, cos che Stefano ne fu colpito;
e in quell'esile cadenza infantile, sperduta nella serenit
silenziosa di quel soleggiato angolo dallo sfondo campestre,
l'acuta percezione di Stene ritrov qualche cosa d'interessante ed
originale. Non era forse quella l'ultima semplice nota che ancora
gli mancava per completare la riproduzione della melodia sarda
udita nella valle? Quel bimbo rosso, inghirlandato di fiori
campestri, gi indolente e sognatore, quella ingenua e vaga
preghiera d'amore, uscente dalle fresche labbra vermiglie come
fior di melograno, non rappresentavano il sentimento puerile, s,
ma puro e sano, del primo timido amore poetico del sardo? E la
cadenza primitiva di quel semplice motivo non esplicava bene tatto
ci?
Stefano stette ad ascoltare e a guardare con profondo piacere. Un
momento ebbe desiderio d'avvicinarsi, chinarsi e baciare quelle
lucide labbra che doveano aver fragranza di rose come i fiori del
pisello odoroso; ma pens che il suo intervento, per quanto
affettuoso, avrebbe turbato il felice canto del piccolo sognatore,
e s'allontan, serbando impressa nella memoria la delicata visione
del quadretto veduto e della piccola melodia udita.
Rientr calmo e freddo nella sala delle udienze. Il momento era
solenne. Si stava per pronunziar la sentenza; la folla taceva;
divenuto pallidissimo, l'accusato tremava; e sopra ogni cosa parve
a Stefano distinguere la rigida persona del vecchio Gonnesa, i cui
occhi turchini brillavano nella luce intensa del pomeriggio.
E nuovamente, appena fu l dentro, davanti alla immane
rappresentazione (egli disse fra s commedia) che decideva il
destino di pi persone, Stefano smarr la sua serenit di spirito,
e un'angosciosa sensazione d'ansia, di attesa e di inquietudine
gli strinse il cuore.
La sentenza fu letta.
Egli ascolt e sent; ma in pari tempo gli risuon entro le
orecchie una vibrazione metallica, e l'angosciosa sensazione gli
sal dal cuore alla gola. Attratti magneticamente, i suoi occhi si
sollevarono incontro a quelli del vecchio Gonnesa, e per un
istante, che gli parve lunghissimo, non vide che l'azzurro
bagliore di quelle acute pupille. E per suggestione di colore, per
rassomiglianza di sguardo, per il recente ricordo suscitatogli in
quell'ora suprema dal canto del bimbo, ramment vivamente il gran
cielo solitario della valle, lo sguardo di Filippo, l'impressione
d'equit e superiorit provata in quell'indimenticabile giorno.
Il Felix fu condannato a venti anni di lavori forzati per provata
complicit nell'assassinio di Carlo Arca; e, come mandatore del
delitto, il contumace Filippo Gonnesa a quindici anni, tre mesi e
due giorni di reclusione, spese del giudizio, risarcimento di
danni alla famiglia dell'estinto, perdizione di diritti civili,
interdizione dai pubblici uffici, ecc. ecc.
"Egli  innocente!", pens Stefano. "Egli  innocente! Egli 
innocente!", gli gridarono entro il cuore, entro il pensiero, in
ogni pulsazione del sangue commosso, mille voci sonore, salienti
dal profondo dell'anima convinta.
La gente che usciva lo urtava e stringeva; per qualche momento
egli di nulla s'accorse, e soltanto vide un gran buio, un
tenebroso sfondo sul quale brillavano gli occhi azzurri del
vecchio padre di Filippo, e indistintamente si profilava il volto
cadaverico e i lunghi capelli neri dell'altro condannato.
Quando riebbe piena la lucidit dei suoi pensieri si trov ancora
nel piazzale della chiesa, nel sole un po' dolce del pomeriggio,
davanti al luminoso orizzonte chiuso dalla verde linea del
paesaggio. Ma una querula turba d'avvocati, di testimoni e curiosi
lo attorniava; le vie, prima deserte, formicolavano di gente che
parlava, rideva e gestiva; e come d'intorno spariva la chiara
quiete del pomeriggio, cos nel suo cuore, nel sangue e in ogni
fibra serpeggiava una indescrivibile sensazione d'angoscia.
Verso sera, essendo stata telegrafata al paese la notizia, giunse
un dispaccio di risposta.

Non comunicata notizia a Maria che sta per dare alla luce sua
creatura. Urge ritorno.

      Costantino

"Io parto subito!", disse Stefano alla suocera, levandosi da
tavola col tovagliolo in una mano e il dispaccio nell'altra. "La
notte  bella; prendo la vostra cavalla e voi domani ritornerete
in vettura."
"Sei tu matto?", grid donna Maurizia, e gli espose i pericoli a
cui andava incontro, mettendosi in viaggio proprio quella notte e
solo.
"Io non ho fatto male a nessuno", egli disse con occhi
lampeggianti, "quindi non temo nessuno. Io parto."
"Tu non partirai!"
"Io parto!", grid sbattendo il tovagliolo sulla parete.
Ma donna Maurizia fece nascondere la giumenta, e un po' colle
buone, un po' colle cattive riusc a persuaderlo di attendere
almeno fino all'alba. Dopo breve sonno inquieto, all'alba part.
Lo urgeva per qualcosa di strano, un indefinibile sentimento di
angosciosa inquietudine, come se davvero lo attendessero per via
gli occulti pericoli temuti da donna Maurizia. Era il disgusto del
giorno prima, era il pensiero di Maria, era il disagio della
cattiva cavalcatura, ai cui fianchi gli sproni davano crudeli
punture, buone solo a provocare un maledetto trotto, e in
conseguenza un rombo entro le viscere dell'animale.
Per buon tratto di strada non apparve nessuno. Nell'alba gi calda
e limpidissima, non passava alito di vento: dalle macchie fiorite,
dai radi alberi, dai gialli grani immobili nell'argentea
luminosit dell'oriente, da tutta la grande selvaggia vallata che
lo stradale costeggiava, salivano acute fragranze aromatiche. Nei
brevi corsi d'acqua, fra profumi di giunchi, di ligustri e di
menta peperita, dagli alti fusti verdi dei sambuchi e degli
oleandri, freschi gorgheggi di uccelli palustri vibravano nel
limpido silenzio mattutino.
Intorno, in grandioso semicircolo, le montagne salivano pel
chiarissimo orizzonte; fra monte Albo e monte Pizzinnu l'alba
s'indugiava in fulgidi candori di perla. Stefano trottava con gli
occhi sempre fissi alle svolte ed alle lontananze dello stradale.
Umida di rugiada la ghiaia azzurrognola scintillava, e troppo
lentamente le pietre miliari apparivano e scomparivano.
E mai nessuno passava.
A un certo punto, sopra un ponticello, Stefano ferm la giumenta,
che profitt della sosta per scuoter la briglia e fiutar la
ghiaia; tagli, attirandola a s, una lunga foglia d'oleandro, e
strappate le foglie dure, form un frustino che scosso in aria si
pieg fischiando. E sbattendolo sulla groppa della cavalla,
riprese la via.
A poco a poco i pensieri gli si chiarivano come l'orizzonte; le
ansie e la misteriosa inquietudine provate durante la notte e nel
crepuscolo mattutino svanivano al crescer della luce; e la solenne
cala dei tiepidi paesaggi fioriti, delle macchie, dei cespugli,
dei grani dei fiori e delle erbe erette al fulgore dell'aurora, il
cadenzato grido dell'assiolo e il gorgheggio degli uccelli
acquatici gl'infondevano una gradevole sensazione di vita e di
serenit.
Dopo tutto, sempre pi forti e vibranti gli risalivano dal fondo
dell'anima le parole dette la sera prima a donna Maurizia:
"Io non ho fatto male a nessuno: io non temo nessuno".
E cerc d'acquetarsi pensando che egli era passato soltanto come
una comparsa, nel tragico quadro del fatale processo.
"Una comparsa?", disse in fondo alla coscienza una voce ironica ed
amara; "non sarai mai altro che una comparsa, o uomo scialbo, o
uomo debole e vuoto? Non potevi tu esser ben altro?..."
E questa voce, forse la stessa che un giorno, un momento suscitata
dalla musica del selvaggio torrente, sotto gli ulivi della lontana
valle, aveva gridato imponendosi, voleva anche ora sollevarsi e
chiamare; ma egli, non volendo n potendo sentirla, la ricacci in
fondo alla coscienza; e quella, spegnendosi in triste mormoro,
tacque.
La luce cresceva; l'orizzonte si fasciava di ametiste liquefatte
in un lago d'oro; gi per le chine scoscese, sopra e sotto lo
stradale, dalle ginestre piovevano grappoli di accesi fiori
gialli; campi di puleggi fioriti impregnavano il paesaggio d'acute
fragranze palustri; e in alto, al di l dei cespugli di rose
canine gi sfogliate, garofani violacei, vilucchi e margherite
svanivano nell'aria.
Perch crucciarsi in vane fantasie? Dopo tutto egli non poteva
cambiar l'aspetto secolare delle cose e delle istituzioni: dopo
tutto egli, se non impedito, non aveva neppur commesso il male; e
se errore c'era si poteva ancor rimediare, aiutando Filippo
Gonnesa ad andarsene lontano, magari nelle libere Americhe, e col
tempo appurare e rimediare le cose.
E le cose ora gli parevano tutte facili e rimediabili. Da qualche
momento non provava pi inquietudine sullo stato di Maria; gli
sembrava ch'ella stesse bene, che la creatura fosse nata
felicemente, e non dubitava non fosse un maschio. Il trotto della
giumenta lo avvicinava alla perfetta felicit.
Con mai provata dolcezza pens alla sua casa, e mai come in quel
momento la vecchia casa pisana scintillante al sole, eretta su uno
sfondo di cielo deserto che le dava illusione di villa perduta in
campagna, gli parve pi pittoresca e comoda.
Come nella lontana sera d'autunno, dopo la malattia che tanto
aveva influito sul suo fisico e sul suo morale, egli parve
risvegliarsi all'affetto delle cose famigliari. Ripens l'orto coi
rosai ed i fiori che, piantati al tempo in cui veniva rimodernata
la casa, s'erano poi inselvatichiti per mancanza di cure, e
ricord specialmente i lunghissimi fusti delle altee, coperti,
all'ombra delle grandi foglie villose, dalle piccole coppe rosse,
alabastrine e cremisine dei fiori senza stelo.
E i cavalli? E i cani? E i libri? E il cembalo? Ripensando a
quest'ultimo ricord la piccola melodia del bimbo dalla collana di
fiori campestri, e la ripet fra s. Suscitata dal breve motivo
dello stornello, gli sorse allora nella memoria, altro ricordo
lontanissimo, ma stranamente distinto, la rimembranza d'una ninna-
nanna logudorese.
Dove mai l'aveva udita? Forse, anzi certamente intorno alla sua
culla, perch nel rapido momento d'incoscienza causato
dall'improvviso ricordo, il moto della cavalla che ora camminava
al passo gli diede l'impressione del dondolo d'una culla; e
rivide l'antica culla di famiglia, di legno scolpito con strani
bassorilievi rappresentanti draghi, chimere, sirene, foglie e
frutta: immagini misteriose che avevano colpito le sue prime
sensazioni infantili.
Dove si trovava ora la vecchia culla? Egli lo ignorava; ma forse
doveva fra poco rivederla, perch Maria, economa e scevra di
modernit, l'aveva forse scoperta, tratta fuori, spolverata e
rifornita di cuscini e coperte.
Ancor pi distinta gli ritorn al pensiero l'antica ninna-nanna.

      A nninnia a ssa nninna:
      Bellu trattende pinna,
      In banca su gappellu,
      Trattende pinna, bellu,
      Cun manu dresta e mmanca,
      Cu ssu gappellu in banca,
      Cun bonu gradu e sa
      Posadu i-ssa cadra,
      Cun sea e bonu gradu
      I-ssa cadrea posadu.
      E ti vttana gortha
      Torrende su rispostha.
      Ti tocchene sas manos
      Tottu sos capitanos.
      E ti fttana unore
      Primo Superiore.
      Chi ti la facat Ddeu:
      A nninna, frore meu. (12)

Di tutte queste e d'altre superbe profezie della sua balia,
rimasta lungamente al servizio della casa Arca (ora ricordava
anche la giovane balia dalle floride guance bianche e i fulvi
capelli divisi sulla fronte), nessuna s'era avverata. Era un bene
o un male? Forse un bene.
 la tenera ambizione della madre popolana per il suo bambino.
Per concatenazione d'immagini vide Maria curva sulla culla del
figlio, addormentandolo con la monotona cantilena dell'augurante
ninna-nanna; e riprov egli stesso la suadente dolcezza
d'assopirsi nel sogno di luminosi vaticin.
Cammin un tratto cos; sorgeva il sole: ora le montagne sparivano
in un mare di azzurre vaporosit; entro di s Stefano sent pi
intenso tutto lo splendore del mattino; per qualche tempo perd la
sensazione dello spazio percorso, tanto era immerso nel suo
fulgido sogno interno, e non distinse i pochi viandanti che
incontrandolo salutavano.
Ma uno di questi attir finalmente la sua attenzione. Era Bore, il
giovane figlio del Porri. Vestito a nuovo, posate sull'arcione le
mani bronzine tra cui teneva il freno, il bel ragazzo cavalcava
tristemente, con la berretta tirata sulla fronte, e le gambe
abbandonate sul ventre rigonfio del misero cavallino rosso.
Stefano socchiuse gli occhi per distinguer meglio il giovinetto;
questo invece impallidiva e fremeva nell'avanzarsi verso il
signore, e quando furono vicinissimi fece atto di passar
sdegnosamente oltre, senza salutare. Stefano lo fiss
meravigliato.
"O che non ci conosciamo?", domand fermando la cavalla.
L'altro si ferm di botto, come paralizzato. Il signore fece
rinculare la giumenta. Egli e Bore si trovarono cos vicini che le
cavalcature allungarono il muso per annusarsi vicendevolmente i
fianchi.
"Dove vai?", chiese Stefano volgendosi tutto verso Bore.
"E dove vado?", proruppe questo. "Dove vuole la nostra malasorte,
e dove vuol lei!..."
"Io? Cosa c'entro io?", esclam l'altro, fra lo stupito e
l'ironico.
Il giovine arross; si sent il cuore scoppiare, gli occhi
velarsi; e tutto il rancore che da vari giorni animava la famiglia
Porri contro il padrone che non aveva impedito ma quasi provocato
l'arresto del pastore, gli boll nel sangue, dandogli un coraggio
rabbioso ed imprudente.
Svanita la speranza di veder il padre rilasciato in libert, Bore
si recava a Nuoro per veder come le cose erano andate ed
interessarne qualche avvocato.
"Cosa c'entra lei?", grid. "Meno male che al danno aggiunge la
beffa: ma buon pro le faccia, perch'ella  nato calzato e
vestito..."
"No, ti assicuro, nudo, nudo come te, come tutti...", disse
ridendo Stefano.
"Volevo dire che lei  ricco e noi poveri, e che quindi  giusto
che ella rovini chi meglio le pare e piace; ma..."
"Ragazzo, oh, ragazzo!", disse l'altro, sempre con quel maledetto
tono di sarcastica superiorit. "Che logica  la tua? Cosa diavolo
vi siete fissi in testa? Peggio per tuo padre che non disse la
verit!"
"Peggio per mio padre? Ma appunto perch disse la verit, per far
piacere a lei, s' rovinato! E lei doveva aiutarlo... lei non
doveva permettere... lei non doveva fare... lei... infine, se lei
non diceva al babbo: "sta pi che sicuro!" il babbo non si sarebbe
rovinato!..."
"Cosa mi stai dicendo, moccioso? Scommetto che neppur tu ti
capisci."
"Oh, io mi capisco troppo!"
"Tanto meglio allora, per te e per gli altri! E perci passavi
senza salutarmi? Forse che gliele misi io le manette a tuo padre?
Se le  messe lui medesimo, imbecille! Io gli dissi di dire la
verit, e di star sicuro dicendo la verit. Pare che egli abbia
fatto il contrario... e che colpa ne ho io? Mi dispiace per tua
madre, per i tuoi fratellini ed anche un po' per te, manica di
canaglia, che accenni gi ad esser figlio di babbo tuo...", e lo
guard da capo a piedi, "ma del resto?... Vuoi forse che afferri
tuo padre per il ciuffo e lo liberi io?..."
Nuovamente Bore impallid. Istigato da Serafina egli detestava
Stefano anche precedentemente; ed ora che lo riteneva causa della
disgrazia domestica lo odiava addirittura ferocemente con
l'imprudente irruenza delle passioni dell'adolescente.
Udendolo ora parlare con tanto sarcasmo, anzi con fredda e crudele
beffa, gli veniva una pazza voglia felina di slanciarglisi sopra e
ficcargli le unghie nella gola.
"Meno male!", ripet guardandolo minacciosamente. "Meno male che
al danno aggiunge la beffa! Buon pro gli faccia, buon pro! Ma stia
attento anche lei, ch il denaro non sempre salva dalla morte e
dal disonore... E Filippo Gonnesa  ancora fuori!..."
"Cosa vuoi dire, tu?", grid Stefano, facendosi serio e alzando il
frustino d'oleandro.
Istintivamente, temendo un colpo, Bore curv gli occhi e le
spalle, e cerc di allontanarsi, ma la giumenta di Stefano rincul
ancora, e ancora i due si trovarono vicini.
"Cosa vuoi dunque dire con le tue sciocchezze?", ripet il
signore, scuotendo in aria il ramoscello. "Bada bene che io non
soffro scherzi di cattivo genere, giovinotto! Finch si tratta di
burlare, sta bene, burliamo pure, ma quando poi si passa il
limite! Con chi ti credi tu, con le tue pecore forse? Parrebbe
vero!", esclam poi come fra s; "che sia stato io a pigliar
quella buona lana per il collo e gridargli: o dici il falso, o ti
affogo! Ah, ah! ma bravi! Ed ora siete capaci di spargere questa
voce per il paese?"
" gi sparsa..."
Vi fu un breve silenzio, durante il quale Stefano guard con
profondo sdegno il giovinotto.
" gi sparsa?", proruppe poi. "E chi l'ha sparsa? tu, forse?"
"Io?", ed ora tocc al paesano di sorridere beffardo. "Ci valgo
ben poco io! Si spargono in altro modo le voci, in altro modo si
spargono..."
"Vattene!", interruppe Stefano stendendo il braccio. "Non voglio
trattenermi con te, ragazzaccio. Altrimenti questa sarebbe
l'occasione per farti aggiustare un piccolo conto che tu hai con
me..."
"Che conto? che conto?", grid l'altro con arroganza.
"Un certo bigliettino dato e non consegnato... E certe violazioni
di domicilio che... ma cio, no, non erano veramente tali perch
la porta te l'apriva quella..."
Bore sorrideva; ma l'ignobile parola che Stefano pronunzi a
proposito di Serafina lo indispett nuovamente. E cominci:
"Se Serafina m'apriva la porta aveva la speranza di sposarmi...".
Stefano rise tanto di cuore, che la lieta vibrazione della risata
tremol per lungo tratto nel silenzio dello stradale.
"Tu, moccioso, tu? Tu pensi di pigliar moglie? E che moglie! E
come ti prepari bene a diventar..."
Un'altra ignobile parola, il pi sanguinoso insulto che ad un uomo
si possa dare. Bore sent salirgli al collo ed al volto un'onda di
sangue infuocato: e per colmo Stefano piuttosto rudemente gli
batt il frustino sulla nuca.
"Vattene! Vattene subito, piccolo..."
E due. Era troppo. Bore sollev il volto infuocato, e gli occhi
scintillarono verdi e velenosi come due pezzi di vetro.
"E lei?", url. "E lei  la stessa cosa! Ed  sua sorella che ogni
notte apre la porta a Filippo Gonnesa!"
E spron ferocemente il cavallo, che spar un calcio alla
giumenta; le due bestie, una in direzione opposta, si diedero a
correr disperatamente.
Come colto da vertigine, Stefano si pieg sul collo della cavalla
ed imprec. Solo dopo qualche istante tir il freno; la bestia
alz la testa, poi cess di correre. Allora egli rallent il
freno, e macchinalmente port una mano alla nuca bagnata d'ardente
sudore.
"Fosse vero l'orribile insulto di Bore Porri?"
"No, non  vero!", acutamente grid la voce dell'orgoglio.
Egli si sent sollevato; gli occhi velati dall'ira e dallo spasimo
del dubbio videro; si raddrizz.
Ma fu un rapido momento. E subito cento acri sensazioni lo
investirono, velandogli ancora lo sguardo e bagnandogli di sudore
la radice dei capelli. Fra tutte lo strinse distinta l'umiliazione
per essersi abbassato ad insultare ed essere insultato da un
ragazzaccio corrotto ed ignorante. Come ci era potuto accadere?
Egli se ne meravigli tanto che vinse il prepotente desiderio di
rincorrere Bore, gettarlo di sella, frustarlo, calpestarlo,
passargli sopra. E poi? Se egli avesse detta la verit?
"No!", url nuovamente l'orgoglio. "Non  possibile! Non 
possibile mai!"
E addusse per ottima ragione un semplice particolare: il monastero
di Silvestra mancava di comunicazioni esterne.
Nuovo breve sollievo.
Ma per tutto l'essere di Stefano dilagava lo spasimo del dubbio e
pi veniva respinto, pi insorgeva feroce.
Tutta la serenit e la luce di mezz'ora prima si cambiava in
angosciosa tenebria; tutto ci che mezz'ora innanzi pareva grande
e superiore ad ogni altra cosa, ora non solo rimpiccioliva, ma
scompariva.
Che contava il sogno paterno e il gaudio d'un dolce evento
domestico, e tutte le gioie e le speranze del mondo, e tutti i
mondi dell'universo, che contavano davanti ad un orgoglio che
sopraffatto dal dubbio gemeva come mostro ferito?
E dall'istante che anche l'orgoglio mormor: "S, pu esser vero,
s, Bore Porri era l'amante di Serafina, e Serafina o Bore, nei
lor convegni notturni nell'orto e pei viottoli, possono aver
veduto!...", da quel momento l'orizzonte si chiuse, ogni splendore
di sole, ogni fragranza di paesaggio, ogni luce di vita dilegu.
Tutto fu buio. Fuori e dentro l'anima. Ma un buio non silenzioso,
non morto, ove naufragarono, fragili vele in nero mar procelloso,
i puri sentimenti d'umanit e di morale eguaglianza sociale, le
miti candide teorie di giustizia che il benessere, la felicit, la
serenit della propria esistenza aveano da qualche tempo dato a
Stefano Arca.
Tutto il basso fondo del suo carattere, la parte infima, l'atavico
istinto della sua razza felina, violenta e debole, crudele e
selvaggia, - istinto ch'egli non avea saputo vincere neppure
nell'incontro con Bore Porri, - insorgeva implacabile, fomentato
dall'amarezza di profonde umiliazioni.
"Ed io pensavo d'aiutarlo ad andarsene lontano!", disse a voce
alta, amaramente. Batt sull'arcione un pugno cos forte che la
mano chiusa gli dolor; e sollev il volto in aria, con una
vibrante invocazione di vendetta.
Gli parve finalmente di risvegliarsi dal doloroso smarrimento
quando cominciarono ad apparire le selvaggie campagne del suo
paese. Il sole alto le allagava di splendori ardenti che traevano
dalla fiorente vegetazione acute e snervanti fragranze.
Egli prese ad attraversare le scorciatoie, esili traccie gialle
perdute fra i pascoli e i seminati, tratto tratto ombreggiate da
alberi selvaggi, sotto cui egli doveva curvarsi per non esser
sfiorato dalle ruvide fronde.
Fu allora, fra caldi soff di vento profumato, ch'egli nitidamente
ricord l'incontro del nemico sulla vetta del monte, il saluto
dato e ricevuto, lo strano desiderio d'un nuovo incontro,
desiderio che tante volte l'aveva seguto per quei medesimi
sentieri, sotto quegli stessi alberi, per quelle scorciatoie dai
lontani sfondi solitari. E al ricordo del saluto e del desiderio,
l'umiliazione e l'ira lo investirono pi potenti ancora. Ora
finalmente comprendeva lo sguardo e la generosit del nemico che
l'aveva lasciato passar oltre incolume: e di nuovo, come prima
dell'incontro, nonostante le prove che il suo cuore e la sua
ragione possedevano per ritenere il contrario, cred Filippo
Gonnesa colpevole.
A questo pensiero gli parve di smarrir la ragione in una vertigine
d'odio e d'umiliazione, di rancore e d'ira contro se stesso, per
ci che aveva provato e pensato da parecchi mesi, per gli sciocchi
disgusti, per le strane inquietudini e gli stolti rimorsi sentiti
la sera prima e la mattina stessa.
"Ed io pensavo d'aiutarlo ad andarsene lontano!", ripet ad alta
voce, quasi gridando.
"Oh, lontano, oh, molto lontano! Cammina, bestia maledetta!",
disse poi, crudelmente spronando la cavalla.
"Oh, lontano, oh, molto lontano!", grid ancora muovendo appena le
labbra. E per tutto il resto del viaggio la violenta affermazione
che determinava la morte di Filippo Gonnesa, gli echeggi in ogni
pulsazione del sangue che in questo estremo sogno di vendetta si
calmava.
Arriv al paese verso le dieci antimeridiane; ma gli sembrava
fosse il pomeriggio e che un determinato tratto di tempo - non
percepiva bene se lungo o corto, ma ad ogni modo non composto di
ore, ma di giorni e mesi - fosse trascorso dal momento della sua
partenza da Nuoro.
Qualcuno lo salut, lo ferm, gli chiese notizie della sentenza; e
all'udirla cos grave se ne congratul con occhi splendidi di
malvagia contentezza. Ed egli trov ci tutto naturale, mentre il
giorno innanzi se ne sarebbe adirato.
Prima d'arrivare a casa sua apprese a sua volta la lieta novella:
tre ore innanzi, forse nello stesso momento ch'egli per istintivo
impulso sentiva tutta la luminosa gioia della fiorente natura
riverberarsi su lui, Maria lo avea reso padre d'un maschio. Ma la
notizia non lo commosse, non pot penetrare lo strato di folta
caligine che gli attoscava il cuore. Non s'affrett, quindi; e
giunto picchi al portone con la punta del piede. Entrato nel
cortile smont con una certa pesantezza, non parl alla fantesca
che lo guardava sorridendo, e non bad ai cani che gli facevano
festa e gli guaivano intorno.
Entr prima di tutto nel salotto da pranzo e bevve avidamente un
bicchiere d'acqua: poi, istintivamente, come un bambino spinto da
un selvaggio desiderio, si trov davanti alla porticina rossa
dell'attiguo stanzino, e prov ad aprirla: ma oramai l'uscio era
chiuso dall'altra parte, e ci, nello stato d'acuta irritazione in
cui egli fremeva, bast perch il dubbio si cambiasse quasi in
certezza. Forse per la certezza sarebbe stata meno angosciosa di
quel dubbio giunto all'estremo. Sent tutti i suoi nervi tendersi
come corde pronte a spezzarsi, e gli parve che per lo spasimo di
quella dolorosissima tensione il suo cuore urlasse.
Rientr nel salotto, e sentendo qualcuno scender le scale si
rimise a bere, per scusare in qualche modo il suo breve indugio
nel salir da Maria. Apparve tosto la figura serena e il roseo
volto di don Costantino.
"Che sete hai!", disse sorridendo; "ti far male quell'acqua!"
"E Maria?", domand egli premurosamente, posando il bicchiere.
"Sta benissimo. Ti aspetta."
"Andiamo."
"E mia moglie, non torna?", chiese un po' ironico don Costantino,
andando avanti. "Meno male che lasci me a far da donna. E gi!
c'era poi don Piane ad aiutarmi!..."
Sent Stefano ridere, ma d'un riso cos stonato che si volse.
"Meno male, che te ne ridi!", disse fingendosi stizzito. "Sopra il
danno la beffa."
"E mio padre che dice?"
"E tuo padre che dice? Povero me!", esclam don Costantino; e
narr le prodezze di don Piane che avea vegliato tutta la notte
piangendo come un bimbo, pregando e accendendo candelette di cera.
Poi, appena nato il bimbo, s'era calmato; ma ora non voleva
muoversi dalla camera di Maria, e gi tre o quattro volte avea
preso il neonato per accostarlo alla luce e vedere il colore dei
suoi occhi non ancora aperti.
Stefano rise di nuovo, ma con pi naturalezza.
Attraversavano il salotto, e don Costantino camminava e parlava
piano:
"Ora rimette gi all'ordine del giorno la questione del nome!",
disse con la sua bonaria ironia. "Fa un po' il piacere tu di
dirgli che c' tempo, e lasciargli stare un po' in pace tua
moglie, poveretta..."
Spingendo la portiera vide che don Piane, profittando della sua
assenza, s'era ancora impossessato del bimbo.
"Eh, diavolo!", disse a voce bassa, ma adirandosi davvero.
"Finirai col fargli del male!"
Stefano and dritto da Maria, la guard, le pos una mano sulla
fronte: e la fronte era fresca, ma il viso pallidissimo e gli
occhi smorti enormemente dilatati.
"Hai dormito?"
"S, un poco. E la mamma?"
"Torner stasera."
Don Costantino riport il bimbo, fece scostare Stefano, e
delicatamente rimise nel letto il piccolo tesoro fasciato dal
collo ai piedi. Il padre si chin, lo guard a lungo, fissandone i
chiusi occhi dalle brevissime palpebre bionde, l'invisibile bocca
e il rosso visetto rugoso, sommerso nel pizzo ondulato della
cuffietta; ma non ebbe desiderio di baciarlo.
"A chi somiglia?", domand Maria.
"Al babbo!", sentenzi Stefano senza esitazione.
" vero."
Allora don Piane non ebbe pi soggezione di don Costantino;
s'avvicin, stese sul bimbo i braccini tremanti, in atto di
possesso, e baciando Maria si mise a pianger di gioia.
Nel veder suo padre per sempre stretto a Maria, Stefano, anzi che
trovar ridicolo quel puerile pianto di gioia, prov un principio
di dolcezza.
"Che matto!", disse don Costantino curvo a pi del letto,
accomodando la coperta. "Sicuro che ti somiglia! Ti mancano solo
le fasce, Piane Arca!"
Stefano segu con gli occhi i movimenti delle mani del suocero, e
s'avvide che la coperta del letto, a fondo bianco sparso di rose
vermiglie, era quella stessa tessuta da Maria, cominciata nel
dolore della disperazione e terminata nel gaudio di una speranza;
e non seppe come, e non seppe perch; ma questo particolare fin
d'intenerirlo. Nella penombra della camera, fra lo stordimento che
continuava a velargli la mente, il letto nuziale gli parve coperto
da una splendida profusione di rose; rose create dalle pure
delicate mani della sposa per adagiarvi la vivente rosa del suo
amore.
Infatti, mentre il pallidissimo volto di lei svaniva nel candore
delle lenzuola e dei guanciali, il rosso visetto del bimbo
appariva come una delle grandi rose sparse sul letto e pioventi
gi, gi, fino al tappeto pur esso fiorito di rose, ove parea si
versassero e giacessero.
Un impeto di tenerezza, d'ammirazione e di rispetto per Maria
prese il cuore di Stefano; gli parve tramutata in qualcosa di
infinitamente sacro; e provando in un rapido istante mille diversi
sentimenti, si pent di non averla sempre amata e venerata come
nella lontana sera in cui le rose fiorenti sull'umile telaio gli
avean rivelato le ascose fragranze dell'anima della tessitrice: e
si propose di amare cos, per sempre, la madre di suo figlio.
"E a me, dunque, non me lo lasciate baciare?", disse ridendo; e
avvicin le labbra al molle e caldo visino che contraendosi
lievemente da roseo si fece vermiglio. Poi s'allontan ancora; e
improvvisamente lo riassal il ricordo, l'angoscia, lo spasimo
della piaga chiusa in quei brevi istanti d'oblo. Come s'era
potuta chiudere? C'era dunque qualche cosa che poteva chiuderla?
Egli grid fra s queste due domande, e come risposta gli sal al
cuore e gli dilag per le vene un doloroso stupore. Era una
sensazione di vilt o il supremo coraggio del sacrifizio?
Egli non sapeva: ma davanti all'estrema gioia del vecchio padre,
davanti a quell'ara fiorita di rose, che oramai conteneva due
idoli, egli sentiva che le sue mani non si sarebbero mai macchiate
di sangue, neppure per compiere una doppia famigliare giustizia.
Ma l'odio lo divorava; e anche spezzato, il suo orgoglio non
poteva dare il perdono, la misteriosa nota che mancava nella
selvaggia armonia della sua anima.
Per la stessa esile vecchiaia del padre, per la stessa sacra
purezza della sposa e madre, per il medesimo superbo avvenire del
figlio, per la memoria dei morti, per l'onore dei discendenti,
Stefano Arca doveva compiere la vendetta.
Prima per volle riposarsi, calmarsi, vincere l'ira affannosa che
lo stordiva; e dorm quasi tutto il pomeriggio, ma senza provare,
in quella lunga sera serena che avea tutte le fragranze della
primavera e gl'incantesimi dei meriggi estivi, la mala delle
sieste dell'anno passato: anche nel dormiveglia e nel sonno il
dolore lo feriva come una lama avvelenata.
Verso le nove di sera entr da sua moglie e vi si trattenne, senza
parlare, senza far rumore. Maria e il bimbo stavano sempre meglio;
anzi questo aveva perduto il colore troppo acceso del visino, che
ora, fra le morbide ombre traforate dei pizzi della cuffietta,
appariva roseo ed immoto, col nasino bianco e le sopracciglia di
peluria biondiccia ben disegnate; la madre, meno pallida,
riposava.
E nel suo sogno forse anch'ella scorgeva vive e olezzanti le rose
che la circondavano; forse rivedeva il vecchio telaio, l'antica
casa paterna, e le argentee foglie dei pioppi e le oscure foglie
del noce che volteggiando nei meandri del ruscelletto non pi si
smarrivano, ma fermandosi sulle rive fecondavano, crescendo in
freschi cespugli, dove trillavano le cingallegre in amore.
Stefano usc pian piano, accese una sigaretta nella fiamma del
lume, e disse ad Ortensia di vegliare e suonar forte caso mai
bisognasse la sua presenza.
Poi scese nell'orto, and diritto al muro che dava sul viottolo e
attese. Gli sembrava di essere calmo e risoluto, ma tratto tratto
il cuore gli cessava di battere, e l'oscurit notturna, bench
serena e stellata, gli dava una oppressione e una irresolutezza.
Cantavano i grilli; incessantemente, sottilmente cantavano; e in
quel tremolo fine argentino, egli, chiudendo gli occhi, percepiva
un continuo scintillo di lamine metalliche, vibranti fra la
misteriosa opacit dei grandi alberi dormenti.
I minuti, i quarti, le ore passarono. Egli le sent, le cont; ud
tacere l'ultimo cane sveglio del villaggio, e prov un po' di
freddo umido alle mani: sent la siepe, l'erba e i fiori del muro
e i gigli dell'orto, incolori nella notte, inumidirsi e olezzare
sempre pi distintamente; vide le stelle scintillare attraverso
l'immobile e scura trasparenza degli alberi dormenti. Poi nel
perfetto silenzio delle lontananze solitarie ud il grido
cadenzato dell'assiolo: solo questo grido, sottile, distinto,
eguale, che nelle sue ritmiche cadenze aveva un senso di
solitudine indicibile.
Egli ne fu suggestionato: prov una profonda tristezza, si sent
stanco, affranto, ed ebbe desiderio di stendersi sull'erba,
d'affondarvi il volto, e dormire e dimenticare. Ma ecco che un
gallo cant, e un passo risuon nel viottolo. Tutte le sue potenze
vitali si svegliarono fremendo e aspettando.
"Serpe!", url fra s, quando intravide il nemico gittarsi a terra
e strisciando penetrar nel cortile di Silvestra.
Sent un dolore iracondo, umiliante, inenarrabile, mille volte pi
acuto di quello sin allora provato, perch in fondo, fino a quel
momento, avea dubitato; e tutto vibrante d'ira and dall'uomo che
pi disprezzava, dallo sbirro Pennini, e gli disse che se voleva
rendere un nuovo servizio alla giustizia ed alla societ, con
l'arrestare Filippo Gonnesa, s'appostasse all'alba in fondo al
viottolo.

FINE.


Note:

 1 Cipriano.
 2 Le sedici famose battute dell'Africana.
 3 Lorenza.
 4 Frollata.
 5 Eranu o Veranu, primavera.
 6 A te, Madre d'amore, consacriamo questo mese.
 7 Come il noto proverbio latino: aquila non captat muscas,
"l'aquila non cattura le mosche".
 8 Striscia di cuoio.
 9 Erone, vocabolo senza dubbio proveniente da Nerone; significa
persona crudele e malvagia.
10 "Che ella sia muto!"
11 Uccellino di primavera,
   Nato in (una) macchia di rose,
   Diteglielo a comar Rosa
   Di stringermi la mano,
   Uccellino di primavera.
12 Ninna-nanna, ninna-nanna:
   O bello, (che io possa vederti) adoprando la penna,
   Con sul tavolo il cappello,
   Adoprando la penna, bello,
   Con mano destra e manca.
   Col cappello sul tavolo,
   Con alti gradi e cariche
   Posato sulla sedia (questa frase significa: "possa io vederti
   in alta posizione").
   Con carica e alto grado
   Sulla sedia posato.
   E ti faccian omaggio
   Quando tu darai i tuoi responsi.
   Ti stringano la mano
   Tutti i capitani (alti personaggi),
   E ti faccian onore
   (Come lor) primo superiore.
   Tutto ci ti conceda Iddio:
   Ninna-nanna, fior mio.

- FINE -
