Grazia Deledda.
IL PAESE DEL VENTO.


Nonostante tutte le precauzioni e i provvedimenti del caso, il
nostro viaggio di nozze fu disastroso.
Ci si spos di maggio, e si part subito dopo. Rose, rose, ci
accompagnavano: le fanciulle le gettavano dalle loro finestre, con
manciate di grano e sguardi d'invidia amorosa: la stazione ne era
tutta inghirlandata; e rosseggianti anche le siepi della valle.
Rose e grano: amore e fortuna: tutto ci sorrideva.
La mta del nostro viaggio era sicura, adatta alla circostanza:
una casetta fra la campagna e il mare, dove il mio sposo aveva gi
qualche volta villeggiato: una donna anziana, discreta, brava per
le faccende domestiche, da lui gi conosciuta, doveva incaricarsi
di tutti i nostri bisogni materiali. E noi si sarebbe andati a
spasso, lungo la riva del mare, o fra i prati stellati di
ligustri, o pi in l fra i meandri vellutati di musco della
pineta canora.
Apposta io mi ero provveduta di una paglia di Firenze, flessibile
e alata come una grande farfalla, col nastro cremisi svolazzante,
simile a quelle che portavano le eroine di Alessandro Dumas
figlio.
E fino alla prima fermata del nostro trenino tranquillo, il
viaggio si svolse secondo le tradizioni: lagrimuccie dapprima, per
le persone e le cose lasciate: poi sorrisi nostri reciproci, mani
intrecciate, occhi con dentro all'infinito il riflesso degli occhi
amati: cuori pieni della certezza che il mondo  tutto un paradiso
terrestre, di nostra esclusiva propriet. Petali di rose e chicchi
di grano rimanevano ancora fra le pieghe del mio vestito.
La realt incrin il sogno presuntuoso alla prima fermata del
piccolo treno.
No, il mondo non  tutto nostro: tanta gente se lo contende! La
stazioncina in mezzo ai prati  come invasa da un gregge e il
piccolo treno  preso d'assalto, come quelli che in estate partono
dalla citt per le stazioni balnearie; ma da una folla ancora pi
prepotente ed ingrata.
Sono tutti uomini, giovani tutti, quasi ragazzi: paesani,
contadini, mandriani, vestiti in modo grottesco, con scarponi da
montagna, fagotti, bastoni, odore di armento e di umanit a
contatto con la terra.
Sulle prime mi parvero emigranti; ma per essere esuli volontari,
erano troppo giovani, tutti, troppo allegri, sebbene di
un'allegria forzata e selvatica.
Sono reclute, spiega mio marito, non vedi il sergente che li
conduce?
Questi infatti sale nel nostro scompartimento, e, poich la terza
classe non basta per tutti,  seguito da alcuni suoi subalterni.
E addio felicit.
La nostra presenza  subito notata, la nostra situazione giudicata
e condannata: poich una coppia di sposi, nel loro primo giorno di
nozze,  votata al ridicolo anche dalla gente tranquilla:
figuriamoci poi da una simile masnada.

Le nostre mani si sciolsero, e cos parvero separarsi anche le
nostre anime.
Mio marito era, ed , un uomo civile: vale a dire socievole, di
carattere diritto: ottimista, inoltre, e quindi fiducioso del suo
prossimo, che egli ritiene onesto perch onesto  lui. I suoi
occhi sono come le finestre aperte della sua anima: tutti vi
possono guardare dentro, poich dentro non c' un angolo buio che
possa nascondere un mistero.
 un uomo, per, che pretende altrettanto dal suo simile: per
questo, anche, vuole che si rispettino le forme: per riguardo a s
stessi e agli altri. Egli quindi fu il primo a intuire la nostra
situazione di fronte a quel branco di umanit giovane, sensuale e
anche, in quell'occasione, alquanto brutale: si stacc quindi da
me, apparentemente si intende, per salvarci entrambi dall'atmosfera
perversa che si era d'improvviso formata intorno a noi. Si mise,
anzi, a parlare col sergente, e poi con le reclute stesse: era
stato anche lui militare, e aveva raggiunto il grado di capitano
della riserva: e ci teneva. Il contatto con la nuova compagnia
parve anzi rallegrarlo ed eccitarlo: cominci a raccontare per
filo e per segno tutta la storia della sua carriera militare,
comprese le avventure galanti: e per non essere da meno di lui, il
sergente narr le sue.
I giovani, adesso, ascoltavano e ridevano, senza pi badare a me:
finirono col mettersi a cantare tutti assieme il coro di una
canzonetta soldatesca: e anzi fu lui, il mio compagno, che la
inton.

Sembra niente; eppure, a tanti anni di distanza, non posso
ricordare quell'ora senza un senso di sgomento.
Mi parve di essere sola al mondo e, peggio che sola, schiava di
una sorte equivoca, trascinata, come una schiava autentica, da
un'orda di soldati, dopo una razzia guerresca.
Il temperamento ce l'avevo: nata in un paese dove la donna era
considerata ancora con criteri orientali, e quindi segregata in
casa con l'unica missione di lavorare e procreare, avevo tutti i
segni della razza: piccola, scura, diffidente e sognante, come una
beduina che pur dal limite della sua tenda intravede ai confini
del deserto i miraggi d'oro in un mondo fantastico, raccoglievo
negli occhi il riflesso di questa vastit ardente, di
quest'orizzonte che al cadere della sera ha i colori liquidi della
mia iride.
Tutto nella mia mente si assimilava in fantasia: i pi piccoli
avvenimenti si svolgevano in temi grandiosi; i minimi segni della
realt prendevano forma di simboli, di profezie, di auguri. E
tutto mi esaltava, per deprimermi dopo, appena la fantasia si
spegneva.
Il mio istinto, pur esso di razza, era quello di nascondermi:
anche per le cose e i bisogni pi semplici. Nessuno doveva vedere
la mia carne, i miei capelli sciolti; anche le mani, nascondevo. A
volte, come i deboli animali selvatici, mangiavo di nascosto,
negli angoli della casa. Perch? Per il primordiale istinto di
salvare il mio cibo dall'altrui bramosia, o perch l'atto stesso
di nutrirsi mi pareva una cosa impura e volgare?
Il mio corpo, infine, non doveva esistere, per gli altri, forse
neppure per me stessa: ma i sensi, appunto per questa volontaria
costrizione, erano vivissimi, tutti, e le cose esterne, belle e
brutte, mi afferravano con violenza di piacere o di disgusto.
Sopratutto gli occhi nascondevo, sotto le palpebre larghe e le
ciglia lunghe: per celare il bisogno intenso di vita e l'ardore
che componevano il fondo del mio essere: e anche, forse, per
fuggire alla luce violenta dei mie stessi sogni, come gli occhi
degli uccelli dal forte e lungo volo, che sono forniti di doppie
palpebre per non essere, nell'impeto dei loro viaggi, accecati dal
vento e dal sole.
Ma quello che io volevo nascondere mi apparteneva esclusivamente:
quindi, negli scrupolosi esami di coscienza prima di andare a
confessarmi, non mi consideravo ipocrita o, meno ancora,
ambiziosa: tutt'altro: sapevo anzi che era un tesoro ereditario,
quello che costudivo in me, cio la ricchezza meravigliosa delle
stirpi vergini, l'elevarsi dello spirito fra gli ardori della
carne, come la luce della fiamma: e insieme all'istinto della
purezza e quindi della conservazione fisica, la ricerca di un
punto non raggiungibile, che  la stessa ricerca di Dio.
Per questo avevo scelto l'uomo che adesso mi accompagnava nel mio
primo viaggio sulla terra: perch nei suoi occhi che nulla
nascondevano, trovavo un principio del mistero che cercavo.
Ma l'orrendo viaggio con le reclute, che dur fino alla nostra
stazione d'arrivo, il contatto con una umanit tutta carnale,
della quale anche lui mi pareva far parte, cominciavano a
mostrarmi il viso materiale della realt.
Accovacciata nell'angolo dello scompartimento, senza godere i
paesaggi primaverili che parevano portati via del vento, facevo,
con lucida desolazione, il mio piano di vita.
"Sono condannata a vivere sola: adesso lo capisco; ma non mi
sgomento. Sempre sola ho vissuto, anche accanto a mia madre ed ai
miei fratelli. Credevo di aver trovato un compagno anche
spirituale in mio marito; mi sono ingannata. Questo forse  il
destino di tutti: essere soli."
In fondo sentivo un dolore freddo e duro; come se mio marito, che
ancora non era tale, mi avesse gi tradito. E non mi accorgevo
che, a creare il mio dramma, erano la mia ignoranza della vita e
la diffidenza atavica di tutto quello che  nuovo.
Si scende dunque dal treno, fra gli hurr, gli urli, gli scherzi e
gli auguri equivoci dei compagni di viaggio. Lo stesso saluto
deferente e cortese del sergente mi sembra ironico: e forse lo 
davvero, per la mia scontrosa selvatichezza. Tutte le teste
demoniache delle reclute sono affacciate a grappoli ai finestrini
degli scompartimenti, e poich non c' altro diversivo, nella
piccola stazione deserta, intorno alla quale continua a rombare un
vento impetuoso simile a quello destato dalla corsa del treno,
tutti gli occhi sono fissati sulla giovane coppia che tira gi le
sue valigie e, in mancanza di facchini, si dispone a
trasportarsele di persona.
Mio marito saluta tutti: pare quasi gli dispiaccia di lasciare
l'allegra compagnia per seguire la piccola sposa corrucciata sul
serio. E il treno malaugurato finalmente si muove, se ne va verso
l'orizzonte di smalto turchino: ma per ultimo scherno le reclute
intonano una specie di inno nuziale, con le solite allusioni; un
coro magari benevolo, e quasi anzi nostalgico - poich tutto
quello che si lascia  buono, anche per l'uomo che concepisce la
poesia solo in modo animalesco -, ma che colpisce le mie spalle
come un vento gelato.
In realt questo vento soffia davvero, da nord-ovest, e, usciti
noi dal riparo della stazione, ci spinge con dispettosa violenza.
Ho ancora l'impressione che fossero gli spiriti della solitudine
intorno ad accoglierci ostili, e che, senza il contrappeso delle
valigie, ci avrebbero cacciati via, lontano, come nemici.
Ma dove siamo?
Non doveva venire una donnaa portar via questa roba?
Mio marito si scuote, al fischio della voce irata: e d'un tratto
ritorna tutto a me.
Adesso vediamo: forse la Marisa  in ritardo.
Ma non ci crede neppure lui. Preoccupato mi fa deporre la valigia
su una panchina addossata a un piccolo chiosco chiuso, nello
spiazzo davanti alla stazione, e guarda di qua, di l, nelle
lontananze dei viali che vi si partono in triangolo attraverso i
prati fino al mare, e nei quali nessuno si vede.
Le dev'essere accaduto qualche guaio; che non abbia ricevuto il
mio espresso?
O per una cosa o per l'altra, la donna non appare: dentro il
chiosco fischia con ironia un gruppo di folletti. Intorno a noi
vedo una specie di landa, folta di erbe alte e di cespugli fioriti
di bianco che sembrano teste di vecchie scarmigliate dal vento: in
fondo, gi nera sul rosso vivo del tramonto, si profila una
pineta, e il campanile del paesetto si alza sopra le cupole dei
pini come il pastore sul gregge.
Mio marito mi fa coraggio.
Non credere che andiamo fin laggi, bambina. La casetta nostra 
qui a due passi. Andiamo, su.
Si carica lui le valigie sulle spalle con la sveltezza lieve di un
facchino di professione, e lascia a me solo gli involti. Io lo
seguo; ma  il cuore che mi pesa, adesso, e ho la stanca
impressione di salire su un monte, invece che scendere verso il
mare.

La primavera pareva si fosse di un tratto mutata in autunno:
dell'autunno il freddo verde delle erbe, e il colore giallo-rosso
dei fiori delle siepi, delle foglie di certi alberi, del cielo
stesso: forse era effetto del vento; certo, effetto del vento
erano lo scompiglio e il mormorio ostile coi quali ci accolsero i
salici e i pioppi intorno alla casetta, che vi si rifugiava in
mezzo, grigia, chiusa; e mi parve, anche essa, inospitale e quasi
arcigna.
Mio marito, deposte le valigie davanti alla porta, and a prender
le chiavi e a vedere che cosa era successo della Marisa; la quale,
a quanto egli continuava ad affermare, abitava l a pochi passi.
Io per non ne vedevo la casa, e cominciavo a crederla un
personaggio fantastico. Tutto, del resto, mi sembrava fantastico:
la mia presenza in quel luogo, l'essere io seduta sulle valigie,
come una emigrante alla prima tappa del suo viaggio verso
l'ignoto: gli stessi sentimenti di angoscia e di agitazione che mi
sbattevano pi che il vento gli alberi intorno. E questi alberi,
di un verde insolito, pallido quello dei salici, cupo quello dei
pioppi, che nel mescolarsi aveva toni azzurri sull'azzurro marino
del cielo, davano un senso d'irreale, come riflessi dall'acqua o
dai vetri di una finestra.
Passano i minuti e mio marito non torna: sta a vedere che non
ricomparir mai pi. Tutto ormai mi sembra possibile, in
quest'avventura straordinaria che  stata il mio matrimonio:
avventura che mi ha sradicato dalla mia terra, dalla mia casa, e
mi porta in giro per il mondo.
Fra le altre cose sentivo di aver fame, ma sebbene a portata di
mano avessi un cestino di provviste, mi pareva di non potermi
nutrire mai pi: e poich un dolore infantile si mischiava al
fondo di compiacenza romantica che la mia situazione mi destava,
infine mi misi a piangere, con un lieve strido di uccellino
smarrito, che si sperdeva nel grande lamento delle cose intorno.
Ma no, che non sono pi sola e smarrita nel mondo. Un lamento pi
intenso di quello degli alberi e del mare stesso, risponde al mio.
Non  una voce umana, eppure parla per volere di un uomo, e ne
esprime la tristezza e la desolazione simili alle mie:  il pianto
di un'anima arrivata in un luogo sconosciuto e solitario, senza
sapere come la notte imminente maturer il suo destino, e se
l'alba far sbocciare di nuovo per lei il fiore della speranza;
anima che non chiede aiuto, ma si lamenta con se stessa.
Era il suono di un violino.
Chi suonava lo strumento faceva dei semplici esercizi, come
cercando un motivo creatore che desse forma ai suoi sentimenti:
eppure questi trasparivano attraverso la sola vibrazione delle
note, come l'acqua che sprizza dalle fessure della roccia, e
si intonavano stranamente a quelli che il mio pianto esprimeva.
Non solo; ma avevo l'impressione che il suono fosse del tutto
fantastico, o scaturisse da un angolo oscuro del mio essere, dal
subcosciente.
Ed ecco che tutto il resto, il mio fidanzamento, il mio
matrimonio, il trovarmi io in quel posto ed in quella situazione,
tutto diventava davvero un sogno fra il tragico e il ridicolo. La
realt era un'altra. Io stavo ancora nella mia casa paterna, al
limite tra la valle e un paese che, per quanto capoluogo di
provincia, conservava tutti gli aspetti, il colore e il clima di
un villaggio dell'epoca del ferro.
La mia casa, stretta, quadrata e grezza come una torre, con un
pianerottolo e due sole stanze ad ogni piano, era una delle pi
alte: e fin da bambina io avevo stabilito la mia particolare
residenza all'ultimo piano, in una specie di soffitta riparata dal
solo tetto sostenuto da grosse travi e da uno spesso graticolato
di canne.
Dalle travi pendevano grappoli di uva e di frutta, di cipolle e di
pomidoro; ed anche trecce di agli che sembravano ex voto in
cera, e salami marmorizzati: con tutto questo la stanza non poteva
dirsi veramente una soffitta, perch era alta, con le pareti
candide di calce, il pavimento di legno; non solo, ma aveva due
belle finestre, con accanto a una di esse uno scaffale pieno di
libri, e vicino all'altra uno scrittoio antico, che pareva un
mobile moresco, tutto di ebano autentico, intarsiato d'avorio.
Dalla finestra presso lo scaffale si dominava il paese: una
scacchiera di tetti rossi e verdastri, alti e bassi, dai quali
emergevano tre campanili tutti eguali, sottili e bianchi, mentre
in fondo, quasi all'orizzonte, le torri della cattedrale si
innalzavano scure e massicce.
D'inverno era scuro e umido anche il colore del paese: bruciato e
rossiccio d'estate: di primavera, invece, e dopo le prime pioggie
di autunno, i vecchi tetti coperti di musco ricordavano qualche
cosa di preistorico, come appunto un villaggio costruito di
macigni, sui quali rinasceva il verde di una vegetazione tenace e
vergine di alta montagna.
Anche la strada stretta e pietrosa che vedevo sporgendomi dalla
finestra, pareva un viottolo di montagna: e montagne e montagne
apparivano nel vano dell'altra finestra, verdi, azzurre, bianche,
grigie e viola, secondo il piano della lontananza: tutto
l'orizzonte ne era cinto, eppure rimaneva ampio, aereo, come se le
montagne fossero nuvole. Le pi vicine, sorgenti dalla valle che
io non vedevo perch un argine di orti e di giardini mi ci
separava, erano in parte verdi di boschi, con larghe macchie
argentee di granito e zone dorate di felci e di asfodelo.
Le roccie, all'ombra delle cime pi alte che parevano monoliti,
coperte di un musco folto come una corteccia vellutata, in
primavera si arrossavano di fiorellini porpurei: poi, fino
all'estate, una festa di colori scoppiava su tutto il monte. Le
chine biancheggiavano di asfodelo fiorito, il verbasco argenteo
striava il verde vivo delle felci, il bosco di lecci diventava
tutto d'oro.
L'autunno guastava la festa; i colori impallidivano, si
scomponevano, si oscuravano; finch, d'inverno, tutto si faceva
nero, nuvole e roccie si mescolavano in un continuo subbuglio
quasi sinistro; e l'ansito ogni giorno pi forte del torrente
raccontava una storia di dolore che andava a perdersi nella valle.
La valle, dunque, io non la vedevo, ma la sentivo, in tutte
le stagioni, con quella tragica nenia di torrente, coi boati del
vento che in certe notti d'inverno vi salivano come dalla
profondit di un vulcano, e che a me piacevano quasi fisicamente,
perch mi sembravano il grido della terra tormentata dagli
elementi, un'eco stessa della mia adolescenza turbinosa di sogni e
desideri inappagati; sogni e desideri che poi, a primavera, si
ripetevano col canto del cuculo, sempre pi chiaro a misura che si
spegneva quello del torrente, e si assopivano quando dalla valle
veniva su l'alito ardente e profumato della stagione estiva.
Nella valle la mia famiglia possedeva un piccolo podere, coltivato
e vigilato da un vecchio contadino che ci viveva come un eremita,
e dell'eremita aveva l'aspetto autentico: solo di tanto in tanto
egli veniva su, a casa nostra, con un cestino di canna, ricoperto
misteriosamente di foglie di acanto: sollevate le quali,
apparivano i frutti primaticci dai colori delle pietre preziose; e
d'inverno le olive, e, quando non c'era altro, le bacche nere
lucenti del mirto e i frutti sanguinanti del corbezzolo. Il
vecchio allora rappresentava davvero un essere aderente alla
natura, il mito della terra che offre tutti i suoi doni, anche i
pi selvatici, all'uomo che sa apprezzarli.
Ed io li apprezzavo, pi che per il loro sapore, per ci che
rappresentavano, per i giorni e le notti, il clima, i pericoli, la
poesia tutta che li aveva maturati: la figura lineare e granitica
del vecchio campeggia ancora nel fondo della mia memoria simile a
una di quelle pietre monumentali con vaghe forme umane, che i
popoli preistorici ergevano nelle loro solitudini rocciose, come
idolisignificativi.
Ma non ero golosa, e non profittavo neppure delle frutta attaccate
alle travi della camera alta, che mi era facile tirar gi: non ero
golosa e, oltre alla coscienza di non commettere azioni illecite,
avevo anche la mana delle privazioni.
Eppure mi abbandonavo a quello che la mia mamma considerava il pi
grosso peccato: la continua avida lettura di libri non adatti alla
mia et e sopratutto alla mia educazione. Naturalmente leggevo di
nascosto, giorno e notte. In quella camera, dove i topolini
rosicchiavano le carte, e le rondini facevano i loro primi
esercizi di volo, anche la mia anima si apriva lentamente, da
sola, ora per ora, foglio per foglio di libro, come la rosa
centifoglia che pare aperta del tutto mentre conserva fino in
ultimo, nel suo centro, qualche petalo ancora chiuso.
Bisogna dire che il sontuoso scrittoio e l'antico scaffale di noce
erano pervenuti alla mia famiglia per l'eredit di un parente: un
vecchio vescovo, uomo colto e studioso, morto in odore di santit.
E il ricordo di lui spandeva davvero, nella camera dove io mi
rifugiavo, un senso di profumo. Era, certo, l'odore delle frutta
appese alle travi, e quello che veniva di fuori, dagli orti pieni
di violacciocche, di maggiorana e di salvia; ma dentro di me
fanciulla esercitava a ogni modo un incantesimo speciale.
I libri, del resto, per quanto ne pensasse mia madre, erano
ottimi: tutti i grandi classici, nostri o tradotti in lingua
italiana; molti volumi in lingua latina, e libri ascetici, vite di
santi, Bibbie, monografie religiose: queste per non mi
attiravano. Sentivo, s, l'odore di santit del vescovo di
famiglia, ma confondendolo troppo coi profumi della terra e della
realt circostante.
Nel santo vescovo che, si diceva, era morto vergine, dopo una vita
di astinenze, di studio e di meditazione, io vedevo solo la figura
dell'uomo straordinario che ha il coraggio e la forza di
sollevarsi sopra gli altri, e li attira a s, come Cristo sulla
croce, con la potenza della rinunzia e del dolore; ma pi che
amarlo, lo ammiravo; e se pensavo di diventare santa pur io, ne
sentivo l'impossibilit.
Santi si nasce; non lo si diventa completamente se il Signore non
ci ha segnato nel seno materno col crisma della grazia. Per  gi
un segno della bont divina verso di noi se si riesce a intendere
il mistero di quella grazia.
Essere almeno buoni! O almeno tentare di esserlo. Chi non pu
capire questo bene non sapr mai il perch della sua esistenza. E
nelle notti lunari d'inverno, quando ascoltavo la voce dell'acqua
che nasceva dai monti e camminava come un essere vivente gi per
le chine e lungo le valli, fino a trovare la sua meta, mi sembrava
che un suono d'organo l'accompagnasse, simile a quello che in
chiesa accompagna il rito dell'Elevazione: allora intuivo la
potenza superiore che muove a sua insaputa ogni essere del mondo,
e gli fa percorrere il suo destino: e dicevo a me stessa:
"Il tuo destino sarebbe bello se rassomigliasse a quello del tuo
santo parente: ma Dio comanda altrimenti: tu dovrai scendere da
questa camera e attraversare il mondo, per ritornare a Lui. Vivrai
con gli uomini, con essi, non sopra di essi; e tutti i loro
errori, i loro peccati, i loro affanni, saranno i tuoi: ma,
almeno, non dimenticarti che sopra di te c' la forza di Dio che
ti conduce."

Bisogna confessare che questi insegnamenti mi venivano suggeriti
anche dall'ambiente famigliare.
Mia madre era una donna religiosa e austera: non parlava mai, non
dava confidenza ai figli: lavorava sempre e usciva di casa solo
per andare in chiesa. Mio padre era buono, generoso, di carattere
allegro e fermo nello stesso tempo: suo unico pensiero la
famiglia.
Era impresario di strade provinciali, e guadagnava molto.
Procedendo bene gli affari, pens, fra le altre cose, di riattare
la nostra bicocca. Con mio grave dispiacere fu messo il solito
anche alla camera alta, e questa fu destinata agli ospiti;
fornita, quindi, anche di un bel letto, con la testiera, per non
essere da meno degli altri mobili, incrostata di vera madreperla.
Quando fu tutta ripulita ed in ordine, io vi ripresi possesso: ma
mi ci sentivo a disagio, come fossi io l'ospite, sempre con
l'orecchio teso ad ascoltare se un passo di cavallo risonava nella
strada.
Molti erano gli amici di mio padre, che, nelle sue necessarie
peregrinazioni per i paesi ed i luoghi della provincia, veniva
anche lui cordialmente ospitato nelle case dei notabili e anche
dei contadini: da un momento all'altro ne poteva arrivare
qualcuno, costringendomi a sloggiare.
Anche i topolini, che prima si infilavano di sotto l'uscio, e
lunghi e lucidi come lucertole nere attraversavano il pavimento
polveroso, anche le rondinine, che entravano da una finestra e
uscivano dall'altra, con un volo ondeggiante e un frullo d'ali
dal quale pareva scaturisse il loro trillo infantile, adesso
avevano soggezione della camera per gli stranieri.
Ed io pensavo: si vive male, quando si  ricchi. Si vive pi per
gli altri che per s stessi; per gli altri, che ci stimano solo in
misura di quanto noi possiamo loro dare.

Il primo ad abitare la camera fu un notaio, gi compagno di studi
di mio padre. Egli veniva per vidimare le sue carte, e rimaneva da
noi due giorni.
Scortato da un servo, scendeva da un paese di montagna, ma pareva
arrivassero, lui e il suo compagno, dalla Mesopotamia. Sembravano
dipinti a carbone; tutti neri, con gli occhi a mandorla, i bambini
penduli; tutti e due coperti di caratteristici mantelli di lana,
specie di lunghi scialli buoni a riparare la testa, le spalle, il
petto e le gambe di chi usa viaggiare a cavallo.
Sotto il mantello, il servo indossava un costume sul cui tenebrore
spiccava qualche nota rossa o verde; mentre il notaio vestiva da
borghese, inappuntabilmente di nero, con al collo una sciarpa come
ai tempi del Direttorio. Era alto e pesante, tutto quadrato: non
sorrideva mai; e fu l'uomo che pi mi inspir soggezione in tutta
la mia vita.
A tavola non parl che di suo figlio, studente in medicina,
magnificandone, senza parerlo, la bellezza, la vivacit, la
passione allo studio, e soprattutto l'ingegno.
Se si parlava di altre cose, egli trovava il modo di riapplicarle
al suo Gabriele.
Gabriele corre anche lui a cavallo, come un diavolo. Quando aveva
tredici anni volle a tutti i costi prender parte a una corsa di
barberi, e vinse il primo premio.
Si parlava di mare?
Anche il mio Gabriele va tutti gli anni al mare, ed  campione di
nuoto.
Si parlava di mode?
Anche Gabriele veste alla moda: in quanto a questo, anzi,  un
po' stravagante e pretende di crearla lui, la moda. Almeno in
paese, quando viene per le vacanze, aggiunse, sollevando l'angolo
del grosso labbro superiore. E fu l'unica volta che sorrise, fra
compiacente e beffardo, forse accorgendosi che i miei fratelli
frenavano a denti stretti una risata di beffa.
Il suo Gabriele, infine, sapeva far di tutto, da esperimenti
chimici di sua iniziativa a composizioni musicali per pianoforte e
violino: suonava, cantava, ballava, scriveva poesie, faceva
collezione di monete antiche, ed aveva persino inventato un
aeroplano. E tirava di scherma, e mai falliva un colpo al
bersaglio.
Generoso, poi, pronto a spogliarsi per rivestire un povero.
Presa la laurea contava di andare in Germania per perfezionarsi
nello studio della medicina e specializzarsi nella cura della
tubercolosi.
Mio padre dava qualche occhiataccia ai miei fratelli, che si
toccavano le gambe sotto la tavola e fingevano di ridere per cose
loro speciali; mentre per conto suo ascoltava l'amico con seriet,
poich all'ospite deve essere usata cortesia anche se esagera fino
alla noia ed al ridicolo le belle qualit della sua prole; ma
l'attenzione di tutti si fece cordiale quando si parl di
carnevale e di mascherate, e il notaio disse:
Oh, per questo, da noi il carnevale , negli ultimi giorni,
movimentato e rumoroso. La gente, che per mesi e mesi rimane
tappata in casa e quasi sepolta dalla neve, ha bisogno di
sgranchirsi le gambe e di scaldarsi. Si balla in tutte le case. Il
gioved grasso, i giovanotti pi aitanti si vestono di pelli, si
mettono le corna e i sonagli dei buoi: e bovi si chiamano,
queste maschere infernali. Montati a cavallo percorrono urlando le
strade e battono alle porte delle case, domandando le salsicce.
C' da averne paura. Gabriele combatte queste forme di carnevale
selvatico, sebbene anche lui ami travestirsi. Per questo 
insuperabile: non ha neppure bisogno di maschera per rendersi
irriconoscibile: ed imita alla perfezione ogni personaggio.
E il notaio soprapensiero seguit:
Vestito da prete, una volta and a visitare una famiglia, e fu
scambiato davvero per il nuovo parroco. Questo scorso carnevale,
quando venne in vacanza, ne fece una straordinaria. La domenica,
dunque, unica persona che scese dalla diligenza, fu una giovane
straniera, una di quelle che capitano ogni tanto nel nostro paese
per visitare l'antica basilica. Questa signorina, per, non aveva,
al solito, gli occhiali, e non era vestita goffamente: era bella,
elegante, pitturata, con la pelliccia ed i veli. Deposit la
valigia nella locanda ed and subito a visitare la basilica; poi
domand dove si poteva veder ballare all'uso del paese.
L'accompagnarono in una casa dove si ballavano danze antiche e
moderne: e fu subito un grande subbuglio, non solo per la presenza
di lei, ma per il suo modo di comportarsi. Ella cominci a
guardare i giovanotti borghesi, in modo che essi abbandonarono le
loro dame per occuparsi di lei. Ball, anche, e ricevette subito
parecchie dichiarazioni d'amore. Finch, avvertito da un amico,
non sopraggiunse un mio giovane nipote, il quale, osservata bene
la straniera, grid: "Ma non vedete, babbei, che quello  il mio
cugino Gabriele?".

Neppure nel raccontare questa prodezza del suo Gabriele, il notaio
sorrideva; e, fra l'ilarit degli altri, comprese le serve, che si
fermavano sull'uscio coi piatti in mano e gli occhi scintillanti
di ammirazione, neanche io sorridevo; sia per soggezione del
grande uomo nero, sia perch la figura del giovane studente mi
appariva, attraverso i racconti del padre, fatti con quella voce
dura e quasi tetra, tutt'altro che allegra; pensavo:
"Dev'essere mezzo matto, questo signorino Gabriele".
E mi pareva di vederlo, in mezzo alla folla selvaticamente sana
dei suoi compaesani, vestito da donna, dipinto e tragico, ballare
una danza macabra: o suonare sulla chitarra e cantare una strofa
di dolore. E non riuscivo che ad immaginarmelo travestito, in un
modo o nell'altro, con un viso che era di per s stesso una
maschera. Anche lui non rideva mai; e la sua mana di tentare ogni
arte e ogni scienza, lo tingeva, ai miei occhi, di un colore di
follia.
Eppure cominciai a pensare a lui come ad un personaggio
straordinario, assolutamente diverso da quelli che conoscevo;
destinato, in tutti i modi, ad un grande avvenire: e le
chiacchiere delle domestiche, alle quali il servo del notaio aveva
confidato i progetti del padrone, d'imbastire cio un matrimonio
fra me e il figlio, mi destarono un malessere torbido e luminoso
assieme: qualche cosa come il subbuglio delle nuvole sul Monte,
nei tramonti di marzo, che mescolavano il rosso dell'occidente
ventoso al nero dell'inverno che se ne andava.
Essere amata da un giovine come Gabriele doveva essere una cosa
fantastica, un vero incantesimo: vivere con lui, per, nella
realt di tutti i giorni, era, certo, spiacevole e penoso.
E cominciai ad aspettare questo Gabriele, che, avendo ormai noi
disponibile una camera per gli ospiti, doveva pure lui un giorno o
l'altro profittarne.
Ma tanti ospiti andavano e venivano; lui non arrivava mai.
Ritorn ancora il padre, col servo fedele; e mi parve gi qualche
cosa. Anche questa volta egli parl del figlio, ma con qualche
preoccupazione.
Gabriele non intendeva pi di aspettare a laurearsi per andare
all'estero e perfezionarsi nei suoi studi; voleva partire presto,
ed iscriversi all'Universit di Monaco o di Berlino: occorrevano
quindi molti denari, per accontentarlo, ed il notaio, a quanto lo
stesso servo raccontava, era piuttosto avaro.
Mah, bisogna pure sacrificarsi, per il bene dei figli, disse mio
padre: eppoi il tuo Gabriele  diverso dagli altri, destinato
certamente ad uno splendido avvenire. Allarga, allarga i cordoni,
caro Alfonso Maria.
A me parve di sentire una lieve eco di sarcasmo in queste parole:
eco che risonava forse dentro di me; tuttavia trovai giusto che il
notaio chinasse il viso sul piatto, e dopo aver trangugiato, come
del resto usava sempre, un cucchiaio di minestra bollente, lo
risollevasse alquanto colorito e turbato, accettando la profezia
ed i consigli dell'ospite.
Speriamo, disse, convinto: e mi guard, rapidamente; poi guard
gli altri commensali, dai grandi ai piccoli, come per assicurarsi
che tutti dividevano la sua lieta certezza. E per ricambiare la
cordiale irrisione delle ultime parole di mio padre, o forse con
una riposta intenzione, aggiunse:
E quando la mia borsa sar vuota, ricorrer alla tua, caro Gian
Francesco.

Poi stette alcuni mesi senza farsi vedere. Ospiti andavano; ospiti
venivano: mia madre era sempre occupata ad arrostire capretti, a
preparare ripieni, a cuocere maccheroni. Mandava la serva al
podere della valle, per portar su erbaggi e frutta. Qualche volta
l'accompagnavo anche io, ed erano i giorni miei pi felici. Laggi
c'era il nostro buon eremita, nella sua capanna di pietra e di
frasche, in mezzo ai suoi cavoli e alle altre coltivazioni
primitive, alimentate da un filo d'acqua, ultima vena del torrente
invernale, che egli deviava di qua, deviava di l, conducendolo
docile come un suo servetto. E gli parlava, davvero come a un
essere vivente, benedicendolo, consigliandosi con lui,
minacciandolo, e anche tentando di punirlo se quello gli sfuggiva
dal solco e pretendeva di andare per conto suo.
Al nostro arrivo si sollevava sulla zappa e diceva:
Ospiti? E quando ti sposi, signorina?.
Io arrossivo: mi pareva che egli indovinasse il mio pensiero
segreto e, con la sua chiaroveggenza di solitario, associasse la
parola ospiti con la sua domanda innocente.
Un giorno, poi, accadde un fatto strano. Un pallone volante, di
carta rossa, che il sole faceva parer di fuoco, si sollev sopra i
monti dell'orizzonte, vag qua e l, fino a sera, cadde,
incendiandosi, sul confine del podere. Il vecchio non aveva mai
veduto una cosa simile: lo credette un mostro misterioso; e quando
lo vide cadere si inginocchi, con terrore e adorazione.
 il Signore,  il Signore, gridava.
Noi vedemmo gli avanzi del pallone: frammenti di carta bruciata
che volavano fra i cespugli come uccelli neri; e l'ossatura di
canne, in parte anche esse bruciate.
Era il pallone inventato da Gabriele?
Non l'ho mai saputo: ma sentivo qualche cosa di significativo,
d'ironico e crudele, nella caduta dell'involucro di carta che il
vecchio aveva adorato come un astro, segno di Dio.

Un altro giorno, in ottobre, durante una delle solite assenze del
babbo, io stavo a leggere nella camera degli ospiti, davanti allo
scrittoio antico.
Leggevo, o meglio rileggevo, uno dei miei libri preferiti di quel
tempo: I Martiri di Chateaubriand. Era in una edizione
rarissima, rilegato in pelle bianca con fregi d'oro: una cosa
bella, come del resto tutto era bello in quella giornata che dava
quasi un senso d'irreale: tutto azzurro, anche il granito del
Monte, anche le ombre degli alberi; un azzurro che si rifletteva
sulle pareti della camera, e sullo scrittoio che luccicava come
fosse di cristallo.
Tanta bellezza, e l'incanto stesso della lettura, mi destavano
un'impressione di sogno. Avevo quasi timore a svolgere la pagina,
come si trattasse di aprire una porta dalla quale poteva penetrare
un'atmosfera diversa: e quando, infatti, l'uscio della camera
venne socchiuso dal di fuori, il mondo cambi aspetto per me. Un
uomo, del quale non avevo sentito l'arrivo, appariva nel vano; i
suoi occhi neri mi fissavano curiosi e stupiti; e pareva che la
mia presenza gli impedisse di muovere oltre i piedi.
Dietro di lui stava la servetta, con una valigia sulla testa; e mi
guardava sporgendo il viso scimmiesco e malizioso dietro il
braccio del giovine.
Disse:
Ah, signorina! Non sapevo che lei fosse qui.
Poi invit e quasi spinse l'ospite a entrare: ma egli non
avanzava.
Anche io, che mi ero subito alzata, non osavo parlare n muovermi:
i miei occhi, per, erano andati incontro ai suoi, e sentivo che
entrambi ci eravamo gi riconosciuti e che quell'attimo
doveva segnare un punto forse decisivo del nostro destino.
Egli fu il primo a riprendersi: sorrise, un sorriso ironico e
triste che lasci vedere i suoi denti bellissimi ma spettrali, e
con una voce dura che gi conoscevo disse:
La prego di scusarmi se, involontariamente, la ho disturbata.
S, era la voce del notaio, con una vibrazione pi viva, ma
egualmente sarcastica.
S, questo era dunque Gabriele, alto e bello, vestito con eleganza
correttissima, serio e beffardo.
Io mormorai qualche cosa, spaventata dall'accento di lui, da quei
denti luminosi, che rischiaravano il suo viso scuro e glabro, ma
sopratutto dal suo sorriso: ed il pensiero che egli dunque sapeva
sorridere mi pareva quasi la rivelazione di un mistero.

Scivolai fuori della camera, a testa bassa, quasi fossi stata
sorpresa a compiere qualche cosa di proibito, ed andai a
nascondermi nella mia.
Era questa una camera che guardava sul cortile, alquanto tetra e
poco preferita da me. Passato il primo stordimento, mi affaccio
alla finestra, e spio se nel cortile ci sono i cavalli degli
ospiti, immaginando che il figlio del notaio sia arrivato come il
padre, scortato dal servo.
Il cortile  deserto, triangolare e un po' umido sotto gli alti
muri rivestiti di musco e di erbe grasse: pare l'angolo dello
spalto di un castello, col grande cielo in alto laccato di
turchino d'oltremare. Passano stridendo, in quell'altezza
solitaria, le cornacchie che hanno il nido sui campanili, e quello
strido mi comunica uno strano senso di volo: di un volo
pericoloso, come nei sogni.
In realt, la mia vita di quei tempi era cos sola e immobile, che
ogni pi piccolo avvenimento mi pareva un fatto straordinario.
L'arrivo dell'ospite atteso, in fondo gi amato, arrivo avvenuto
in quel modo, non poteva quindi non turbarmi fino alle radici
dell'anima: tuttavia il mio carattere gi formato, e la coscienza
anche troppo sviluppata, mi portavano a guardare quasi duramente
in fondo a me stessa e alle cose intorno.
Quindi mi scossi, con diffidenza, e cercai di riafferrare anche
fisicamente la realt.

Mi guardo nello specchio, e ancora una volta vedo che non sono
bella: solo gli occhi rivelano l'anima fatta di sole: Gabriele ha
colto col suo primo sguardo questo segreto e ne  rimasto sorpreso
e incantato.
Ma poi ha sorriso; e quel suo sorriso  tinto di beffa, forse per
il mio smarrimento, per la mia figura, per tutto l'insieme
insolito e di una bellezza grottesca, od almeno provinciale. Egli
forse sa dei progetti delle nostre famiglie; sa che io sogno di
lui, che lo aspetto; e l'anima mia gli piace, attraverso i miei
occhi; ma ben altre sono le donne di carne e di sangue, che egli a
sua volta desidera. Egli vuole andare nelle grandi citt, anzi 
gi in viaggio verso queste grandi citt, dove la vita  tumulto,
lotta, piacere; dove l'oro e le passioni umane circolano assieme,
e l'uomo fa a meno di Dio.
L  il posto di Gabriele, l il destino lo invita e lo vuole. Se
egli adesso si degna di guardarmi  per curiosit, forse anche per
scherno.
"Ma tu non ti riderai di me; tu, i miei occhi smarriti non li
rivedrai mai pi. E poi te ne andrai, anche, e forse non ci
rivedremo mai pi", gli dico, ancora davanti allo specchio,
parlandogli come se egli sia rimasto dentro la mia pupilla.
Egli per vi  gi pi che dentro;  in fondo all'anima mia; e mi
pare di sentirlo ridere e poi rifarsi subito buio e rispondermi:
"Sai, non voglio andarmene pi".

Quando scesi nella stanza a pian terreno, dove si pranzava e si
lavorava, mia madre e le serve parlavano di lui. O meglio erano le
serve, che ne parlavano, con quel loro modo di contrastare e
sbeffeggiarsi a vicenda, perch mia madre di solito poco prendeva
parte ai loro discorsi, taciturna e pensierosa, col viso
bianchissimo su cui gli occhi celesti spandevano una luce
azzurrognola, reclinato sul lavoro. Erano sempre abiti per i miei
fratelli che ella cuciva o riaggiustava, e anche in quel momento
ne aveva uno fra le mani sottili dove il solo anello matrimoniale
brillava modesto.
La serva che aveva portato su la valigia ed una lunga misteriosa
scatola di Gabriele, nel vedermi cominci ad ammiccare; poi rise e
disse:
 gi uscito, sa, il signorino, Ma che sorpresa le abbiamo fatto,
eh, padroncina!.
Tu l'hai fatto apposta, scimmia, disse l'altra serva; ed anche
lei mi guardava e rideva.
Io le misi subito a posto.
Che c' da ridere? Ero in casa sua, forse, o in casa vostra?
Sarebbe stato meglio che tu ti fossi trovata qui.
Era mia madre che parlava, senza smettere di lavorare. No, non era
contenta davvero, mia madre, che io stessi tutto il giorno
nascosta qua e l, a leggere, a fantasticare, a far nulla:
e sarebbe stato meglio, secondo lei, che Gabriele mi avesse
trovato a lavorare, a sorvegliare le domestiche.
Cattiva impressione doveva egli averne provato; tanto che,
nell'uscire, il suo annunzio che non sarebbe rientrato a pranzo,
aveva deluso e rattristato mia madre. A me la notizia diede invece
un senso di sollievo: tutto avrei sopportato in vita mia, fuorch
farmi vedere a mangiare da Gabriele.
Ma il suo contegno mi convinceva della sua indifferenza per me, e
mi umiliava profondamente, tanto pi che mi accorgevo della
tristezza di mia madre. La gioia di lei, quando arrivavano ospiti,
consisteva nel preparare per loro dei veri banchetti; ed adesso,
inoltre, ella aveva timore dei rimproveri di mio padre, al suo
ritorno, per non aver ella trovato il modo di trattenere il
giovane ospite.
Bisognava scusarla, per, poich Gabriele era un ospite diverso
degli altri; neppure i miei fratelli, che da ragazzi sbarazzini
quali erano, scorrazzavano continuamente per il paese e i
dintorni, riuscivano a sapere dove egli era andato: e solo sul
tardi uno dei loro amici disse di averlo veduto gi nello stradone
della valle, quasi sopra il nostro podere, seduto sul paracarri, a
scrivere appunti.
E proprio toccato al cervello, disse mia madre: e sospir, forse
sollevata al pensiero che Gabriele non era un partito per me.
Tuttavia prepar una cena squisita, e fece apparecchiare la tavola
col servizio di Fiandra, quello che pareva di raso bianco
intessuto di garofani fantastici, e col bordo ricamato: servizio
che si usava solo nelle grandi occasioni; e che, specialmente alla
sera, sotto il chiarore rossiccio del lampadario di cristallo che
come una stalattite in una grotta marina pendeva dal soffitto
grigio della grande stanza un po' buia, dava alla mia chiusa
sensibilit un piacere quasi carnale. Toccavo gli orli della
tovaglia e passavo le dita sulle salviette con l'impressione che
la tela fosse quasi una specie di pelle, fresca e viva; e mi
pareva che i garofani bianchi della trama, intrecciati in una
danza geometrica che a fissarla dava un senso di vertigine,
mandassero un misterioso odore di festa nuziale.
L'idea che il servizio venisse macchiato, che i miei fratelli
l'avrebbero profanato coi loro musi unti, mi faceva male. Ma
quella sera tutto poteva essere permesso, purch l'ospite
tornasse.
Egli ritorna, finalmente: io finisco di apparecchiare la tavola, e
non lo guardo; ma lo sento e lo vedo, in ogni sua linea, come se
lo conoscessi da anni e fossi in grande dimestichezza con lui. Non
 pi vestito di un colore neutro, come al suo arrivo: si 
cambiato, prima di uscire; indossa un vestito blu scuro, con la
cravatta dello stesso colore: ha un cappello di feltro nero.
Qualche cosa del padre  adesso in lui, qualche cosa di grave,
d'irriducibile; e la sua presenza spande quasi un senso di
minaccia e di pericolo. Eppure, in fondo, una gioia mai provata
illumina tutto il mio essere, e quando riesco a sollevare gli
occhi e incontrare una seconda volta i suoi, ricordo il sorgere
del sole sui monti.
Questo  il vero Gabriele, non quello che la mia fantasia creava.
Tutto  bello in lui; le mani lunghe, le dita affusolate di
artista, i capelli morbidi e quasi iridati, come le piume dei
corvi giovani, le sopracciglia alate, sullo spazio della fronte
quadrata, la bocca sensuale e triste; il suo modo di muoversi, di
sedersi, di guardare le cose, composto, lento, e quasi rigido, ma
non indifferente: tutto mi piaceva, e mi destava orgoglio, come se
egli mi appartenesse gi.
Anche lui parve rallegrarsi per la buona accoglienza mia e di
tutta la famiglia; i miei fratelli, specialmente, che sembravano
tre piccoli leopardi, gli si erano stretti intorno, e lo
sbirciavano, lo misuravano, lo guardavano di sotto in su come uno
scoglio al quale si vuol dare l'assalto.
Egli lasciava fare, con aria seria ma non severa, senza dar loro
confidenza: finch il pi piccolo ed ardimentoso domand a voce
alta:
 vero che lei sa inghiottire i coltelli?.
Gli altri presero a spintoni l'imprudente: Gabriele per rise,
d'istinto; poi torn a guardarmi e si rabbui.
Ebbi l'impressione che egli indovinasse come io me lo ero
immaginato prima di conoscerlo, e volesse cancellare in me quel
fantasma: e mi parve che intendesse anche lui punire per la sua
insolente domanda il mio fratellino, perch lo prese forte per le
spalle e gli disse con voce veramente minacciosa:
Se voglio posso inghiottire pure te.
Spalanc la bocca, piegandosi sulla testa del bambino, e rote gli
occhi, fatti diabolici: ed un'altra impressione io ebbi, che i
suoi denti masticassero i capelli del colpevole.
Adesso cadeva nel tragico: la sua figura si scomponeva di nuovo;
di nuovo mi destava un turbamento d'angoscia.
Tutti gli altri, invece, ridevano: ed ai loro taciti inviti, o
forse per farmi soffrire, egli cominci a fare il giocoliere.
Ingoi i coltelli, fece camminare, ridotta ad imbuto capovolto,
una delle mie preziose salviette; fece crescere, nel vaso posato
sul davanzale della finestra, la pianticina di geranio che fioriva
allegra sullo sfondo melanconico del cortile.
La pianticina, veramente, io non la vidi crescere, come
affermavano i miei suggestionati fratelli e le serve accorse ad
assistere ai miracoli dell'ospite: ma egli non lavorava per
me, se non in senso crudele: per me non aveva che qualche sguardo
fugace e anche, mi sembrava, strano, come se la mia presenza desse
ombra alla scena confidenziale e lieta.
Anche durante la cena (al mio paese si chiamava pranzo il pasto
del mezzogiorno e cena quello della sera), egli non fece che
scherzare coi miei fratelli e chiacchierare con la mamma,
lamentandosi, sempre per in tono burlesco per l'avarizia del
padre. Diceva:
 una malattia che nella mia famiglia  stata per secoli
ereditaria. Il mio nonno digiunava sei giorni ogni settimana, con
la scusa di averne fatto voto durante una grave malattia: era
secco e magro come un bastone, anche perch alla notte non dormiva
per paura che gli rubassero i quattrini. E mio padre, a sua volta,
 sempre ossessionato dall'idea che il Signore conceda all'uomo i
denari, non per serbarli ma per spenderli. La malattia, per, si
fermer in lui, glielo assicuro io, Gabriele, se malattia ha, 
quella di essere nato con le mani bucate.
Si guard le mani attraverso la luce, ed i ragazzi assicurarono di
vederne davvero i buchi.
Io sentivo un malessere quasi fisico, un senso di soffocamento; ed
avrei voluto andarmene fuori, nella notte scura ricinta di stelle,
o arrampicarmi sul tetto della casa: poich quello che avevo
davanti, che mangiava, e mangiava forte, e beveva, rideva, si
beffava anche dei suoi parenti, era proprio il Gabriele da me
immaginato in seguito ai racconti, per quanto benevoli, anzi
orgogliosi, del padre: un giovane, insomma, stravagante e
funambulesco, che faceva ridere la gente, ma per divertirsi
dell'ingenuit altrui.
Bisogna dire che, oltre il resto, provavo una perversa
preoccupazione per la salvietta che egli, nei suoi giuochi, aveva
fatto sparire. Lasciai cadere la mia, per guardare sotto la
tavola; ma non vidi che le salviette pendenti dalle ginocchia dei
commensali; e nel sollevarmi mi accorsi che il viso di Gabriele di
nuovo si era oscurato, quasi tragicamente, e che i suoi occhi
adesso mi fissavano ostili.
Sento ancora una fitta al cuore ripensando al dubbio che egli
avesse indovinato la mia supposizione maligna: e quando mi avvidi
che finalmente egli stava per rivolgermi la parola, mi parve che
volesse dirmi:
"Ma, signorina, mi crede un ladro di salviette?".
Domand, invece, e forse per vendicarsi:
Tu studii?.
Quel tu paterno e protettore fin per esasperarmi: vidi gli
occhi dei miei fratelli scintillare beffardi, mentre invece il
viso di mia madre si faceva triste e umiliato: e per meglio
difendermi dall'attacco, mi armai anche io di una corazza
rifulgente di riso.
Perch ridi?, egli insist, ma ormai anche i miei fratelli mi
aiutavano, col coro delle loro risate; e le parti si capovolsero:
il beffato era lui.
Ci guard uno dopo l'altro, un po' sorpreso, e credette bene di
riprendere il tono famigliare.
Si potrebbe sapere perch la mia semplice domanda ha destato
tanto successo d'ilarit?
Io sento qualche cosa fondersi nel mio cuore; sento di essere
entrata anche io nel cerchio delle sue conoscenze e di poter
rivolgermi liberamente a lui. Ho adesso la forza di guardarlo
negli occhi senza misteri, di parlargli, di non aver pi paura di
lui.
Io non ho mai studiato: non so quasi neppure scrivere e leggere.
Il fatto della mattina mi smentisce: tuttavia egli non ricorda: e
questo torna a ferirmi.
Non sai neppure suonare?
Suonare? Che cosa? Nulla: neppure le campane.
I miei fratelli cominciarono a tirare corde immaginarie,
riproducendo i rintocchi delle campane quando suonavano per
accompagnare i funerali: egli per adesso bada solamente a me, ed
alza la voce per dominare il frastuono.
Ed allora, che fai, tutto il giorno?
Io guardo la mamma, quasi supplicandola a non smentirmi.
Lavoro. Si  tanti, in casa, e le serve non fanno mai quanto
occorre.
I miei fratelli pretendono di continuare l'ostruzionismo, urlando
e ridendo: ma la mamma, visto che le cose si avviano verso il
serio, li fa sgombrare anche dalla stanza, e lei stessa va in
cucina con la scusa di assicurarsi se il caff  preparato bene.
Ed eccoci soli, l'una di fronte all'altro, attraverso lo spazio
della tavola sulla quale gli oggetti in disordine mi pare
partecipino allo sgomento che mi riafferra l'anima.
La voce di Gabriele adesso  diversa, quasi cupa, risonante nel
silenzio intorno.
Tu non hai sorelle?
E non ha visto?
Credevo ce ne fosse qualcuna sposata. Ma perch mi dai del lei?
Quanti anni tu credi che io abbia?
Lo sapevo, che aveva ventidue anni, ma tanti di pi, almeno per
me, ne dimostrava, che mi sembrava un uomo anziano: ci nonostante
mi sorprendeva e mi lusingava la famigliarit alquanto severa con
cui egli riprese a parlarmi. Si era anche adagiato con una certa
padronanza, volgendo la sedia di traverso ed appoggiando il gomito
alla tavola, in modo che adesso la luce del lampadario lo
illuminava di scorcio, ed io vedevo come due sue faccie, una
bianca l'altra scura, sotto i capelli lucidi che di nuovo mi
ricordavano le ali dei corvi in primavera. Si vedevano le ombre
delle lunghe ciglia fin sotto gli occhi, e le labbra, nell'aprirsi
e chiudersi, rivelavano e nascondevano i denti in un gioco
volontario.
Egli voleva piacermi: lo faceva istintivamente, ed istintivamente
io lo sentivo e me ne compiacevo fino a soffrirne. Guardando
davanti a s, come se rivedesse il panorama del suo passato, egli
diceva:
Quest'inverno sono stato malato di febbri reumatiche. Mio padre
si ostinava a farmi studiare a Bologna, perch in quella citt
abbiamo un parente e, abitando nella casa di questi, qualche cosa
si risparmiava nella pensione. Ma era una casa umida, senza
riscaldamento: nella mia camera l'acqua si gelava nella catinella.
La citt poi , d'inverno, freddissima, e quando si esce di casa
gelati, gelati si rimane per tutto il giorno. E cos, sebbene
montanaro, io mi sono preso le febbri reumatiche ed ancora ne
sento gli effetti: per questo sono sciupato e sembra che abbia
trent'anni. Ma ne ho solo ventidue, grazie a Dio, e voglio
conservarli per tutta la vita.
Si lisci il viso con la mano sinistra, quasi per assicurarsi che
diceva la verit, poi riprese:
E fra tre o quattro anni sar dottore. Il tempo passa presto,
per, oh, come passa presto. Mi sembra ieri che avevo otto anni e
frequentavo la scuola del mio paese. Eppure non vorrei tornare
indietro. La fanciullezza  melanconica, specialmente in certe
case ed in certi paesi. Il mio divertimento era di fermarmi nelle
straducole, dove l'erba ancora cresce fra le pietre, per guardare
ed invidiare le lucertole che non fanno altro che godersi il
sole.
Anche io!, esclamo d'impeto.
Egli si volge a guardarmi, poi riprende:
S, nei fanciulli  istintiva l'invidia per gli animali liberi e
felici. Chi non ha desiderato essere un uccello? Eppure gli
uccelli, e tutti gli animali che ci sembrano felici, forse
patiscono pi di noi. Sentono di continuo la paura ed il pericolo,
mentre l'uomo si illude di essere forte, di crearsi il proprio
destino. La felicit, invece, scaturisce dal nulla, al nulla
ritorna, e non  in nostro potere il crearla.
Io mi sentivo battere il cuore, come se egli vi picchiasse su le
dita. Ogni sua parola mi sembrava la verit stessa, ed ero
orgogliosa che egli parlasse con me. Senza dubbio egli sapeva che
io potevo capirlo; e volevo dimostrarglielo, ma avevo paura di
rompere l'incanto. Egli, d'altronde, non pareva desideroso che io
parlassi: parlava lui per conto mio.
Anche tu sei una creatura felice: hai diciassette anni, un padre
che lavora per te, una mamma santa, una bella casa, tanti libri
che... non sai leggere. Eppure ne leggevi uno, stamattina, e come
bello.
Io non leggevo.
Egli non voleva contraddirmi: si guardava ogni tanto le unghie
della mano sinistra e volgeva or di l or di qua la spilla della
cravatta che pareva un piccolo girasole.
E ti ho persino invidiato, questa mattina, quando ho veduto lo
sfondo della tua finestra, e quei libri, e quel mobile arabo da
museo. Ma dove lo avete pescato?
L'abbiamo avuto in eredit da uno zio vescovo, rispondo io con
noncuranza, come se tutti i miei antenati siano stati vescovi e
baroni.
Sebbene egli non badi molto alla mia risposta, adesso le sue
parole mi pungono.
Quando sar ricco non far altro che comprare bellissime cose:
mobili antichi, sopratutto del Cinquecento, ferri battuti, statue,
quadri, cristalli e miniature. Ma ci arriver, a essere ricco? Mio
padre, ripeto, afferma che ho le mani come un crivello. Di nuovo
si guard le mani, facendo loro uno scherzoso cenno di rimprovero.
Del resto, a che serve il denaro, se non per soddisfare i nostri
desideri, le nostre passioni? La vita di mio padre, oh no, io non
voglio ripeterla. Lavorare, sfidare il sole e la neve come un
pastore, vivere in una casa tetra e povera, per mettere da parte
qualche moneta, che poi gli altri si godono, oh no, davvero: si
offende anche Dio a vivere cos.
Io avrei voluto difendere il notaio, la cui figura austera mi
sembrava degna di ogni rispetto; ma in quel momento rientr mia
madre, precedendo la serva che portava il caff, e Gabriele cambi
discorso.
Tutti i suoi discorsi di quella sera rimasero stampati nella mia
memoria come in un libro: non posso riferirli oltre perch ancora
mi destano, nel rievocarli, un senso di malessere.
Poi venne l'ora di ritirarsi. Egli doveva ripartire all'alba:
salut quindi i ragazzi, e rivolgendosi a me disse:
Ti mander qualche libro, e cartoline con le vedute della
Germania.
Io non osavo pi guardarlo: e neppure lui mi guardava: non gli
porsi la mano, n egli la cerc: ma le sue promesse mi strinsero
la gola con un collare d'oro, come se egli mi avvinghiasse a s
per sempre.
"Io rester qui con te, e tu verrai con me, per sempre"; cos mi
pareva mi dicesse: e quando egli fu sparito, nel grande vuoto
intorno vidi solo gli occhi della mamma, anche essi felici e
spauriti per l'intesa che - ella lo capiva benissimo - si era gi
stabilita fra me e Gabriele.

Ma no, egli ancora non mi aveva detto tutto, e voleva dirmelo
prima di andarsene tanto lontano.
Agitata, triste ed ebbra di una passione che ancora neppur io
sapevo ben definire, riuscii a scivolare fuori, nell'orto, col
bisogno prepotente di vedere le stelle, e, pi luminosa di esse,
la finestra della camera che d'ora in avanti sar la nostra
camera.
Ho l'illusione folle che egli mi veda, che trovi il modo di
raggiungermi, di parlarmi ancora, di portarmi via con s in un
turbine di amore.
Il profumo della maggiorana, destato dal contatto delle mie vesti
col cespuglio, mi fa trasalire; tutto ha qualche cosa di prensile,
che mi attira verso la terra. E per terra, sull'erba nuova di
ottobre, mi buttai davvero, quando una voce rispose a quella
dell'anima mia.
Non  una voce umana; eppure risona per volere di un uomo, e ne
esprime il gemito di passione simile al mio:  il lamento di un
violino. Il suonatore eseguiva dei semplici esercizi, come
cercando un motivo creatore, che desse forma ai suoi sentimenti;
eppure questi trasparivano attraverso la sola vibrazione delle
note, intonandosi miracolosamente ai miei.
"Noi ci amiamo, fanciulla, ma non osiamo rivelarcelo con parole
mortali, perch il nostro amore ha gi qualche cosa che ci
spaventa, che ci unisce e ci divide con un colore di odio.
Io ho paura di te, perch sei pura e mite: ho paura di farti del
male, mentre vorrei che tutta la tua vita fosse lieve e fresca
come l'erba sulla quale palpita il tuo cuore nuovo: tu hai paura
di me perch capisci che io conosco il male, e ho gi intaccato e
morso la vita coi miei denti selvaggi. Eppure, se io scendessi
adesso fino a te, con la mia carne gi impura, e ti tendessi le
braccia, tu saresti la cosa pi mia, e ti radicheresti in me come
il bulbo del giglio nel concio che  mischiato alla terra.
Ma io non voglio; non posso scendere: anche perch il tuo piccolo
corpo, acerbo e freddo come il ramo appena in germoglio, non mi
piace. Mi piace l'anima tua vasta, profonda e scintillante come
questa notte stellata: e con l'anima mia gi scura e nebbiosa
voglio parlarti.
Noi forse non c'incontreremo mai pi sulla terra; ma saremo uniti
lo stesso: questo  il vero amore, e tu, fanciulla, devi
appagartene.
Quello che non me ne appagher sar io. Ti cercher negli occhi
delle altre donne, ma non ti ritrover quale tu sei. Ti cercher
fuori di me, mentre tu sarai sempre dentro di me: e tu, per
questo, non avrai pi bisogno di cercarmi."

Cos, dopo tanti anni e tante esperienze, io traduco il canto
incerto ed ambiguo del violino di Gabriele.
Il fatto  che egli part senza che io lo rivedessi, e la sua
visita, fra le altre cose, lasci in casa nostra quasi un senso di
mistero.
La salvietta che egli aveva fatto sparire, non fu pi ritrovata:
nessuno, neppure i ragazzi, neppure le serve maligne, dubitarono
che egli se l'avesse portata via: dicevano piuttosto che se l'era
mangiata! Ad ogni modo il bel servizio rimase mutilato, ed ogni
volta che io lo vedevo ne provavo dolore: mi pareva che qualche
cosa, un membro della mia persona, un'ala dell'anima mia, mancasse
pure a me.
Per lungo tempo, tutte le notti, i gemiti balbettanti eppure tanto
espressivi del violino di Gabriele risonarono dentro di me,
intorno a me. Quasi mi perseguitavano: li sentivo anche nelle
notti di vento, attraverso l'ansito del torrente, nel silenzio, da
vicino e da lontano: sprizzavano dall'erba dell'orto, dalle note
dei grilli, dallo scricchiolo dei mobili. E tutto mi pareva
amasse e soffrisse, perch amavo e soffrivo io.
Non arrivarono le cartoline e i libri promessi da lui: neppure un
saluto suo; mai. Solo, in inverno, anzi in tempo di neve, scesero
ancora dai monti il notaio e il servo, intabarrati, coi cappucci
orlati di nevischio.
Grandi accoglienze furono fatte loro, - poich mia madre trovava
naturale, anzi corretto, il contegno silenzioso di Gabriele: -
alto brill il fuoco nel camino, tutti i fornelli furono accesi,
le serve corsero per la citt in cerca di robe buone. Ma il
notaio, pallido e freddo, non si accostava alla fiamma, non
sorrideva mai: anzi pareva fosse specialmente arcigno contro di
me, quasi indovinasse la mia passione e la disapprovasse.
Poco parl di Gabriele, e senza il solito entusiasmo: solo disse
che frequentava l'Universit di Monaco di Baviera, che spendeva
molti quattrini e studiava anche pittura.
Il servo a sua volta raccont alle donne che le somme richieste
dallo studente erano favolose, che il notaio si inquietava, anche
perch Gabriele scriveva di essere sempre malaticcio; si inquietava
fino a farsi venire anche lui male di fegato.
Infatti mor l'anno seguente. Io mi ostinavo ad aspettare il
giovine, ma senza farmi illusioni. Dopo tutto, egli non aveva
scambiato con me che poche parole, e si era divertito a
strimpellare il suo violino nella camera degli ospiti, nel modo
col quale eseguiva tutte le cose, cio come esercizi, oltre i
quali non andava.
Anche con me, forse, povera creatura incontrata per caso nella sua
strada, si era divertito a tentare il principio di un'avventura,
della quale si era subito dimenticato.
Eppure le vibrazioni del mio cuore non cessavano: e poich erano
innocenti, e nessuno le conosceva, io non cercavo di reprimerle.
Vaghe notizie di lui ci giungevano: dopo essersi mangiato il
patrimonio paterno non era pi ritornato al suo paese, ma,
giovanissimo ancora, aveva in parte realizzato i suoi sogni
ambiziosi, acquistandosi fama di valente specialista delle
malattie tubercolari; e dissipava i suoi guadagni con le amanti di
prezzo. La mia passione quindi parve spegnersi: in fondo mi
rimaneva per un senso di umiliazione, quasi di odio, e il
desiderio di incontrarlo di nuovo, un giorno, e farlo soffrire.
Ma anche questa era un'illusione. Gli anni intanto passavano, e
non mi portavano neppure la speranza di trovare marito. Anche
perch le cose di famiglia si mutavano e in peggio. Mio padre era
morto quasi d'improvviso, lasciando sospesi gli affari dai quali
traeva largo guadagno: i miei fratelli studiavano, e molti denari
occorrevano per loro: mia madre lavorava e piangeva. Io stessa le
proposi di licenziare una delle serve e di affittare una parte
della casa, e anche la camera degli ospiti, per la quale, dopo il
periodo del sogno e della vana attesa, nutrivo un astio speciale.
E fu essa invece che mi port fortuna.
Si present un giorno una donna del vicinato, chiedendo in affitto
la camera per un segretario della prefettura: lei stessa si
sarebbe incaricata dei servizi per lui. Disse:
 un signore di una trentina d'anni, sano, elegante, di buona
famiglia. Pare sia anche ricco: adesso abita all'albergo, dove
tutti gli vogliono bene. Le ragazze ne sono tutte innamorate.
Mia madre ci pens a lungo: ma visto che non si dovevano avere
rapporti famigliari con lui, le informazioni essendo ottime, il
compenso per la camera alto, fu concluso l'affitto. L'inquilino si
present; ma lo ricevette solo mia madre, che poi non seppe dirmi
altro:
Eh, sembra un brav'uomo.
E nei primi tempi parve come se egli neppure ci fosse. Usciva alla
mattina, tornava alla sera tardi: noi si evitava d'incontrarlo. Ma
la nostra servetta, curiosa e intrigante, era naturalmente al
corrente di tutti gli affari di lui; quando ne parlava arrossiva:
Vedesse, signorina, che vestiti, che camicie fini egli possiede.
E le maglie e le calze di seta. E poi diventer prefetto, e poi
ministro: perch non cerca di sposarlo?.
Io la respingevo. Dopo la prima delusione, sebbene riconosciuta in
parte volontaria, ero diventata pi dura, quasi selvatica: non
leggevo pi: lavoravo in casa, e pi il lavoro era aspro e umile,
pi mi ci immergevo, come per castigarmi dei miei passati
vaneggiamenti. Mi accanivo a ripulire gli angoli pi oscuri e
trascurati della casa, i cassetti pieni di oggetti inutili, i
ripiani degli armadi dove i miei fratelli, da piccoli, avevano
nascosto le loro cartacce e gli avanzi dei giocattoli: e buttavo
via tutto. Cos scendevo nelle profondit buie della mia
coscienza, cercando di rischiararle a furia di confessioni a me
stessa e di proponimenti austeri.
Ma sentivo la vita che se ne andava in melanconia, e che cos,
senza amore, senza speranze e senza peccato, mi pareva un vaso di
cristallo che contenesse solo il vuoto.
La venuta dello straniero in casa nostra non mutava il colore dei
miei giorni: diffidavo di lui come del resto degli uomini, ed
evitavo di guardarlo, se per caso lo vedevo, quando usciva o
rientrava. Ma ne sentivo il passo lieve ed elastico, l'odore che
lasciava per le scale; qualche volta la voce calda e vibrante: e
se per me egli era "l'inquilino", davanti al quale avrei dovuto
sentirmi umiliata come per un segno di decadenza di famiglia, le
parole della serva: "egli sar prefetto" (escludiamo pure
l'altezza di ministro) - lo rivestivano di rispetto e quasi di
grandezza nella mia fantasia di ragazza provinciale.
La serva non smetteva di parlare di lui, e altrettanto con lui
doveva far di me, perch mi accorsi che egli tentava di avvicinarmi
e conoscermi. Finito il mese, egli stesso cerc di mia madre, per
pagare l'affitto della camera, e si interess ai fatti nostri: la
mamma per gli fece capire che noi si desiderava vivere in
solitudine, per il lutto recente e per le nostre disgrazie
finanziarie.
Ed ecco un giorno lo incontro in casa di certi miei parenti, sola
famiglia della citt che una o due volte l'anno andavo a visitare.
Erano cugini in secondo grado del mio babbo; gente benestante, ma
oppressa da una numerosa figliolanza femminile: sette ragazze, una
pi bella dell'altra: tutte civette gagliarde, continuamente
affacciate alle loro finestre, aspettavano il passaggio del
Principe Azzurro, o di un semplice pretendente. Attiravano
l'attenzione dei forestieri, degli ufficiali appena arrivati, dei
commessi viaggiatori; ma di matrimoni non se ne concludevano mai.
La madre le conduceva con santa e sonnolenta pazienza a tutte le
feste da ballo, alle prediche, alle messe cantate, dovunque ci
fosse folla: lei stessa combinava gite in campagna e ricevimenti
in casa sua, per attirare i merli; e di donne invitava quelle che
non solo non potessero far concorrenza alle figliuole, ma ne
facessero risaltare la bellezza, la statura, la freschezza.
Io capitai da loro, quel giorno, senza sapere che c'era
ricevimento, e sarei tornata indietro con piacere, se le ragazze,
che si affacciavano egualmente alla finestra, non mi avessero
scorta, chiamata, portata su nel turbine dei loro vestiti dei
sette colori dell'iride. E mi portarono proprio nel centro della
riunione, cordialmente, ma anche con un certo senso di beffa: e
sulle prime mi sentii davvero un po' umiliata, piccola e scura
com'ero, e fredda e melanconica: ma dopo il primo stordimento vidi
i vivi occhi dei giovanotti intorno fissarmi con sguardo ben
diverso di quello che rivolgevano alle mie cugine, e ripresi
animo; non solo, ma cominciai a sentire a mia volta un benevolo
calore di derisione per la scena che mi si svolgeva intorno.
Si giocava al gioco del perch.
Perch, signor Attilio, oggi si  messo la cravatta turchina?
Mi piaceva quella.
E perch le piaceva quella?
Speravo piacesse anche a lei.
E perch sperava piacesse anche a me?
Credevo che il colore turchino fosse, per le cravatte, quello da
lei preferito.
E perch sperava..., ecc.
Finch il disgraziato pronunziava la fatale parola: un coro di
voci lo lapidava:
Penitenza! Penitenza!.
Le frasi pi sciocche venivano accolte da risate interminabili;
eppure il gioco minacciava di languire, forse perch sotto non
c'era il vero scopo di questi esercizi, che  l'eccitamento
all'amore, quando sopraggiunse il nostro inquilino.
La sua apparizione port nella stanza quasi uno sfolgoro di sole:
tutte le ragazze si alzarono e i loro vestiti colorati palpitarono
come ali di farfalle. Egli invero aveva qualche cosa di chiaro, di
luminoso, nel vestito grigio elegante, nel viso fresco, nei
capelli castanei ondulati, e sopratutto negli occhi pieni di gioia
furbesca ma schietta. Quel senso di festa che animava gli astanti,
e specialmente le ragazze, vinse anche il mio cuore. E mi sentii
ardere anche io, tutta, per l'orgoglio di essere notata da lui,
quando, indicandomi da lontano, come se da lungo tempo ci si
conoscesse, egli esclam:
Anche lei qui?.
Venne diritto verso di me e tenne la mia mano riluttante nella
sua, che era liscia e morbida come quella di un bambino.
I suoi occhi lunghi, limpidi e dorati, cercarono i miei: ma come
diverso il suo sguardo da quello dell'altro! Sguardo che si dava
tutto, fino alla profondit dell'anima, e non si ritraeva pi. E
la sua mano dolce ma ferma mi diceva:
"Ti ho preso, e non ti lascer mai pi".
Sopratutto mi avvinse il senso di confidenza e di amicizia che
egli subito dest in me. Fu come se la porta chiusa della dimora
notturna, dentro la quale amavo nascondermi, d'un tratto si
spalancasse, e la luce del mattino arrivasse finalmente anche per
me.

Il gioco fu ripreso: e con un colore ben pi intenso di quello di
prima. Una catena magica stringeva adesso l'uno all'altro gli
invitati; e tutti, specialmente le ragazze, si protendevano verso
di me e il mio compagno di gioco, quasi dovesse dalle nostre
parole sgorgare il raggio che rivelasse il vero perch
della riunione.
E c' invidia, malizia, ma anche gioia, nello sguardo di tutti: la
stessa madre delle ragazze, il cui viso esprime sempre una
sofferenza segreta, adesso sorride e mi guarda benevola, quasi per
incoraggiarmi a dar l'esempio alle sue figliuole sul modo di
accalappiare il marito.
Il mio futuro marito si rivolge a me, lisciandosi l'una con
l'altra le mani, e scuote la testa quasi per dire a s stesso:
vediamo se l'indovino.
Signorina, dice con voce insinuante, tendendo l'orecchio verso
il mio viso, come per incoraggiarmi a parlare, sia pure in
segreto; mi faccia la grazia di confidarmi perch lei oggi si
trova miracolosamente qui.
Il gioco, si sa, consiste nell'evitare, rispondendo, la parola
perch. Io, invece, risposi d'impeto:
Perch....
Non mi lasciarono proseguire: le ragazze si sollevarono, con la
gola gonfia di riso; i giovanotti guardarono con beffa il mio
compagno. Ah, disgraziato, con una sola parola ti lasci prendere
al laccio?
Penitenza! Penitenza!.
Fu un grido generale.
Penitenza, a chi? A me che goffamente avevo risposto con la parola
fatale, o penitenza a entrambi i giocatori che si impegnavano
nella terribile partita dell'amore e del matrimonio?
Io per non sopportavo la decisione, anche se accompagnata da
simpatia: e decisi di vincere io, con coraggio.
Cos, quando il mio compagno di gioco, per penitenza mi impose di
confessare come desideravo fosse il mio futuro sposo, risposi con
accento che pareva leggero e invece risonava dal profondo del
cuore:
Come lei.
Il giorno dopo egli mi scrisse una lettera d'amore: e nel maggio
seguente fu celebrato il nostro matrimonio.

Tu hai pianto, sciocchina: hai ragione, per: tutto ci va di
traverso, oggi. La Marisa  andata in paese ad assistere al parto
della sua nuora, e il marito dice che ancora non hanno ricevuto la
lettera con l'annunzio del nostro arrivo. La donna verr domani
mattina. Per questa sera faremo alla meglio: o vuoi che si vada
all'albergo del paese?
Cos parlava mio marito, che dalla casa di Marisa aveva portato un
involto, mentre con una chiavona che pareva quella di un carcere
apriva la porta resta della nostra nuova abitazione.
L'idea di andare all'albergo, piuttosto che passare la notte in
quell'eremo flagellato dal vento, era lontana dal dispiacermi; ma
avevo voglia di far dispetto al mio compagno, al quale facevo
risalire la causa di tutti i nostri guai; e senza rispondere, e
tanto meno dirgli di quel suono di violino che si era gi spento,
attesi che egli aprisse la porta e la vetrata interna.
Con sorpresa piacevole vidi una graziosa stanza, d'improvviso
illuminata dalla luce di fuori: le pareti verdognole e il soffitto
di legno della stessa tinta, pareva riflettessero il colore degli
alberi: certo lo rifletteva la cristalliera, in fondo, i cui vetri
e le stoviglie colorate scintillavano lieti di passare dall'ombra
alla luce. E tutto, la tavola ovale ricoperta di una striscia di
trina, le sedie e le poltrone di vimini, con larghi ospitali
cuscini, le ingenue stampe appese alle pareti, tutto in questa
stanza che serviva da ingresso, da salotto da pranzo e di
ricevimento, mentre il suo odore di chiuso se ne andava fuor della
porta, quasi fuggendo per non aumentare la mia scontentezza, parve
salutarmi con gioia, con amicizia. Nel penetrarvi, io vi sentii
infatti qualche cosa di mio, come avessi mandato avanti un
folletto per preparare il luogo a ben ricevermi.

Ah, s, adesso lo so: era l'alito del sogno, col quale per tanto
tempo avevo pensato a questo rifugio d'amore, che salutava benigno
il nostro arrivo. Anche la camera da letto mi piacque subito, col
suo caminetto all'antica, i mobili semplici, il letto con la
tenera e innocente sopraccoperta bianca: quando per aprii il
cassetto del canterano, per deporvi le mie robe, diedi un balzo
indietro spaventata: poich avevo veduto un topolino, nero e
lucido come quelli che si vendono per bambini, apparire e sparire
fra un mucchio di carta rosicchiata.
Mio marito, che con la sua santa pazienza era andato a prendere
due brocche d'acqua alla fontanina dietro la casa, mi trov di
nuovo tutta scombussolata.
Per un topolino! Ma, si capisce, in tutte le case di campagna ce
ne sono. Trover io il modo di farli sparire: il farmacista, mio
amico, mi preparer un buon boccone per loro.
Ma intanto la roba non si pu mettere a posto: eppoi ci
rosicchieranno anche le lenzuola.
Oh, che esagerazione! Eppoi, egli disse, rifacendo il tono della
mia voce desolata, il suono dei nostri baci li far scappare.
La frase, detta cos in quel momento, fin d'irritarmi: ancora una
volta pensai:
"No, no, io sono sola, io voglio restare sola: non ho nulla di
comune con quest'uomo sconosciuto, che mi ha condotto qui con
inganno, come l'orco nella sua casa nel bosco".
Ma non parlavo: avevo deciso di non parlare pi. La mia valigia
restava aperta sul letto, e le mie cose pi intime sparse qua e
l, sotto la luce della finestra dietro i cui vetri si sbattevano
disperatamente le fronde dei salici; cos mi sembravano sparsi e
smarriti in un deserto desolato i miei giorni migliori, quando
preparavo il mio piccolo corredo con tante illusioni sulla punta
delle dita.
Egli intanto versava l'acqua nel catino e preparava il sapone e
gli asciugatoi: poi apr l'armadio e disse che, per quella sera,
le nostre robe si potevano riporre l dentro.
Me ne incarico io. Intanto, prendi: bevi, su, non fare la
capricciosa.
Per forza mi fece bere un po' del caff che si era conservato
caldo nel tubo apposito: e non mi accarezzava, non mi diceva
parole dolci: anzi mi trattava quasi con durezza: pareva
intendesse il senso di ostilit e di rancore che io provavo contro
di lui.
Cos mi impose di togliermi lo spolverino da viaggio che ancora
indossavo, e di lavarmi.
Egli gi metteva le robe a posto.
"Oh, metti pur via le mie cose; attacca nell'armadio i miei
vestiti, fa' sparire gli oggetti nuovi, coi quali m'illudevo di
cominciare una nuova vita. Fa' pure; tu sei il padrone: tu puoi
comandarmi come una serva, fare di me quello che ti pare e piace.
Anche il mio corpo  tuo; ma l'anima ferita no, no,  ancora mia."

Ma si potrebbe sapere che hai?, domand egli infine, quando ebbe
riposto tutta la roba, e messa via anche la valigia in un camerino
della casa.
Nulla. Ho freddo.
Avevo freddo davvero. Il vento soffiava sempre pi inesorabile,
penetrava dalle aperture, diventava il padrone assoluto del luogo
e dell'ora. Ora triste, di crepuscolo quasi invernale, con una
luce bianca e fredda che pareva agonizzasse. Ed avevo
l'impressione di trovarci, io ed anche il mio compagno, in un
luogo di esilio, di castigo, per non so quale colpa commessa.
Adesso mangeremo, e ti riscalderai, egli riprese, remissivo. Il
marito di Marisa mi ha regalato un pane casalingo e un salame: per
dono di nozze non c' male. Abbiamo ancora del pollo, e il vino.
Adesso apparecchio.
Egli conosceva a menadito la casa, che in precedenza era stata
dalla Marisa ripulita e provvista di cose necessarie. Ma la cosa
pi necessaria, quando la luce venne meno, non si trov. La
lampada a petrolio era vuota, le candele mancavano.
Un po' mi venne da ridere, per le premure inutili che mio marito
si dava; un po' mi sgomentai al pensiero di dover passare la notte
al buio, in quella casa sconosciuta, con quell'uomo che non era
pi il mio fidanzato e che di momento in momento diventava per me
quasi un nemico. Eppure, quando egli annunzi che voleva fare una
nuova corsa dalla Marisa per provvedersi di un lume, sentii bene
che la sua presenza mi era necessaria pi della luce stessa.
Io non sono stata mai paurosa, ma quel giorno tutto il mio essere
era come capovolto: la bambina risaliva a galla nella sposa, la
fantasia prendeva il sopravvento sulla realt. Non era invero
questa la realt che avevo attesa dal mio viaggio di nozze; e le
pi piccole contrariet, come gli oggetti nella penombra della
sera, prendevano forme grottesche.
A nessun costo sarei rimasta sola un minuto, io che mi vantavo con
me stessa della mia superba solitudine interiore: sola, in quelle
stanze che mi erano apparse cos intime, ma che di momento in
momento si riempivano sempre pi di ombre e di fantasmi.
Non andare, non andare, prego ed impongo a mio marito; non
voglio stare qui sola: adesso basta; adesso sono stanca.
Egli non risponde: pare si domandi il significato delle mie
parole: forse lo intende, ma lo travisa volontariamente.
Ebbene, va a letto, se sei stanca. Ci si vede ancora. Io vado e
torno.
Esasperata, comincio a gridare:
No, no, no!.
Ma che hai, Nina? (Egli usa chiamarmi con questo nome, che
nessun altro mi d: e in quel momento mi parve rivolto appunto ad
una persona che non ero io.) Per queste piccole cose ti disperi?
 la stanchezza: domani tutto sar passato. Va a letto, fammelo
per piacere. Andiamo, su, cara.
Mi prese per il braccio, mi accarezz le spalle. Io l'odiavo. Mi
scossi tutta, lo respinsi.
Lasciami. Non voglio andare a letto; voglio stare alzata tutta la
notte.
Egli si mise a ridere ed a parlare come fra di s.
Si comincia bene! Era molto meglio se si andava all'albergo: e
molto meglio ancora se si stava a casa. Ma era lo stesso.
Tent di pigliarmi ancora con le buone, in fondo indispettito
anche lui; anche lui trovava nella sua piccola sposa irragionevole
una donna che ancora non conosceva; che lo avrebbe fatto soffrire,
che infine, non era pi la dolce fidanzata di ieri, ma l'acre
moglie dell'avvenire. Egli era uomo, per: ed uomo di esperienza:
aveva quasi dieci anni pi di me, e conosceva la vita. E conosceva
gi anche le mie debolezze.

Mi lasci quindi sola nella saletta da pranzo, davanti alla tavola
ancora apparecchiata, sulla quale batteva desolatamente l'ultima
luce verdognola della porta a vetri.
Ma non usc. Lo sentivo frugare nella camera da letto e nella
cucina; and anche fuori, dalla porticina dietro la casa, ma senza
allontanarsi.
Sentivo il vento irrompere nella cucina e penetrare dall'uscio di
comunicazione: arrivava fino ai miei piedi con un guizzo di
serpente: e io m'irritavo sempre di pi, pure vinta da una
tristezza che rasentava la disperazione.
Mi pareva di essere legata e buttata come un sacco nella stiva di
un bastimento che andava, andava, fra il rombo del mare in
tempesta.
D'un tratto, per, sento un odore di fumo. E quest'odore di casa
viva, di gente viva, profumo di famiglia, di calore, di poesia, mi
richiam in me stessa: le lagrime tornarono a bagnarmi gli occhi,
ma come diverse dalle prime!
Mi sembr di svegliarmi da un incubo, d'ingoiare, col mio pianto,
tutta quella giornata tenebrosa e malvagia. Il mio compagno
accendeva il fuoco. Quando spalanc l'uscio della camera da letto,
vidi la fiamma nel camino; e sullo sfondo come di sole sorgente la
figura di lui mi riapparve quella che era stata fino al momento in
cui il sacerdote aveva congiunto le nostre mani: l'immagine
vivente dell'amore.
La mattina seguente venne Marisa. Mio marito si alz per aprirle
la porta; e li sentii ridere e confabulare nella cucina,
mentr'ella accendeva il fornello e preparava il caff. Egli
domandava notizie del paese, del farmacista, delle cose del
Comune. Le cose del Comune non andavano troppo bene: Marisa lo
sapeva, perch tutti in paese ne parlavano: si era pieni di debiti
e il Consiglio comunale, poich in quel tempo non c'erano ancora i
podest, doveva essere sciolto.
Verr un commissario prefettizio: perch non si fa nominare lei?
"Non ci manca altro", penso io, allarmata, ma non eccessivamente.
Le cose avevano cambiato aspetto, dalla sera prima, e adesso mi
sembrava di sognare, o meglio che le vicende del giorno avanti
fossero state solo un brutto sogno: e io stessa ero diventata
completamente un'altra donna.
Cessato il vento, di fuori e intorno a me, nella camera grande e
tiepida, regnava un silenzio eguale solo a quello che si
sente quando un treno rombante si ferma in una stazione
solitaria di montagna.
Avevo l'impressione che la terra avesse cessato di camminare, e
tutto e tutti si stesse sospesi nello spazio, infinitamente
azzurro e puro. Gli alberi, davanti alla finestra, della quale mio
marito aveva aperto le persiane e gli scurini, mi parevano incisi
sulla lacca dorata del cielo: e lo stesso pigolo degli uccelli
aveva una vibrazione meccanica, come quella degli usignoli finti.
Le parole che il mio compagno, sporgendo il viso dall'uscio,
pronunzi sottovoce, non turbarono, anzi accrebbero quel senso di
incanto:
Vuoi che la Marisa ti porti il caff? Ha gi comprato anche il
latte, il pane, una gallina, pesce, frutta e verdura.
Ben venga, dunque, questa Marisa, che oltre alla cornucopia
dell'abbondanza, pare abbia recato il dono della pace e della
serenit.
E invero, quando ella apparve sull'uscio, col vassoio del caff,
badando a non rovesciare i recipienti, ma nello stesso tempo
sbirciandomi subito con gli occhi di gatto, mi sembr una di
quelle fate travestite da vecchie storpie, che girano per i boschi
delle fiabe in cerca di bambini dal cuore generoso. E storpia lo
era infatti, con una spalla gi, una su, col petto duro
prominente, i piedi che pareva fossero in collera fra di loro e
camminassero ciascuno per conto proprio, volgendosi i calcagni: la
testa, per, bellissima, per i colori pastosi che l'animavano:
bianco dorato di lentiggini il viso, le labbra rosse, gli occhi di
smeraldo: i capelli abbondanti, crespi e del colore acceso della
saggina matura. Pareva la testa di una ragazza; ma quando ella
apr la bocca per salutarmi, vidi che le mancavano quasi tutti i
denti, e la voce forte ne risentiva, sibilando un po' come il
vento quando non trova ostacoli.
Mi scuser signora, se ieri sera ho fatto quella brutta figura.
Ma la loro lettera, pensi, ancora non  arrivata. Oh, qui,
riguardo a servizi, tutti fanno il comodo loro. Lei dir: anche
voi avete fatto lo stesso: ma, capir, c'era la mia ragazza che
doveva partorire. E la gente viene al mondo, e se ne va quando
meno lo si pensa. E in questo caso si pu dire proprio la
gente perch la mia nuora ha partorito due gemelli.
Bene! Sono i primi?
Eh, no. La mia Pierina  brava: ne ha gi fatti altri due: due e
due fanno quattro: tutti maschi, se Dio vuole. Lei ha venti anni e
il mio figliuolo venticinque: cos faranno a tempo a vedere i
figli grandi.
Ella pareva soddisfatta, quasi orgogliosa: eppure il mestiere dei
suoi uomini non era facile: gente tutta di mare, aspra, sempre in
faccia al pericolo e alla morte pi cruda.
Del marito, per, non era completamente contenta, e quando gliene
domandai notizie me le diede malvolentieri.
Mio marito  un santo uomo, ma ha le sue idee strambe. Ha
viaggiato per tutti i mari, su piroscafi mercantili, senza mai
salire di grado n trovare fortuna. Da tre anni  venuto a casa,
senza un centesimo, tutto lacero e pesto come un pellegrino; e non
accetta un soldo da nessuno; non saluta nessuno, con certe sue
idee in testa. Insomma le devo dire che ?  un anarchico. Si
figuri, a quell'et, con la bocca vuota peggio della mia, e
l'artrite addosso. Ma non fa male ad una mosca, non solo, ma
poich si  messo a fare il pescatore alla lenza, quando piglia i
pesciolini piccoli li ributta in mare. Per questo, non  preso sul
serio nemmeno dalla Polizia.
Io seguivo i suoi discorsi, ma pensavo ad altra cosa. Ecco, ella
aveva socchiuso la finestra, e nell'aria incantata del mattino
vibravano di nuovo, ma lontani e come sotterranei, gli accordi di
un violino: gli stessi della sera avanti.
Chi ci sta, qui accanto?, domando, ripresa da un senso di
mistero.
Qui, a destra, verso l'arenile, in una casetta di sua propriet,
ci sta un cieco di guerra, con la moglie. D'estate fanno pensione
ai villeggianti, ma adesso, che io sappia, non ci sta nessuno.
Sar lui che strimpella lo strumento. Non si allarmi, per,
signora;  gente tranquilla, e la siepe alta li divide
completamente di qui.
Ecco subito il quadro davanti a me: vedo il cieco nella sua
camera, illuminata come questa mia dal sole che sembra stupito del
suo stesso splendore: l'infelice sente penetrare fino al suo cuore
avvolto di tenebre questa luce di Dio, e la saluta con la voce
commossa del suo violino.
No, Marisa, non mi allarmo di questa vicinanza: piuttosto penso
che sar la nostra vicinanza, cio quella della nostra felicit, a
turbare la triste quiete di quei due sposi gi avvolti dallo
stesso velo funebre.

Quando mi affacciai alla finestra, vidi, distesovi sotto, un
miracoloso tappeto verde ricamato di margheritine rosee: e fra
l'uno e l'altro dei salici che l'ombreggiavano, aprirsi un
viottolo in fondo al quale brillava lo specchio azzurro del mare.
Mi feci il segno della croce: tanto il senso di gioia che provavo
mi arrivava alle radici dell'anima. Poi scrissi alla mamma: e per
impostare la lettera si and alla stazione, rifacendo la strada
solitaria del giorno prima. Non volevo ancora visitare il paese:
avevo paura di veder gente, di uscire cio dal cerchio magico di
solitudine che Dio aveva segnato intorno a noi per la nostra
felicit. Solo, nel ritornare indietro fino alla spiaggia,
sbirciai la villetta rossa del cieco di guerra, nascosta fra due
siepi di tamerici: e acconsentii di andare a vedere l'abitazione
della Marisa, tanto pi che a quell'ora non doveva esserci
nessuno.
Infatti, solo un cagnolino giallastro, che pareva una volpe, gi
amico di mio marito, stava sdraiato sulla sabbia, davanti al
recinto preistorico di sassi, rami e tamerici, che difendeva la
casa. Casa? In realt era una grande capanna, di muri a secco, in
un secondo tempo rivestiti di fango e di calce, col tetto di assi,
la porta e due finestre nuove, che per il loro bel colore verde
ramarro stonavano nella costruzione trogloditica.
Oltre il cane, che si era alzato e poi comodamente rimesso gi
sulla rena dov'era stampata la sua impronta, numerose galline
animavano il cortiletto sabbioso che cingeva col suo anello chiaro
la casupola nera. Il cancello di rami, fermato con un gancio di
legno, fu da noi facilmente aperto; e da una finestra socchiusa
si intravide subito l'interno pittoresco della stanza, che serviva
da camera da letto, da cucina, da ripostiglio per gli arnesi da
pesca. Tutto vi era pulito e in ordine: sulla mensola del camino
le caffettiere, e altri recipienti di rame, sembravano nuovi: e
sulla scranna accanto alla porta distinsi il fuso e la rocca
gonfia di canapa, nonch una rete da rammendare. Un senso di vita
antichissima, di vita ancora all'alba dei tempi e dell'umanit, si
sprigionava da tutto l'ambiente: e io stetti a guardare dentro la
casa dell'anarchico come i bambini guardano dentro il pozzo dove
si riflette la luna.
Questo  proprio il paese della luna di miele. Si scende verso il
mare: la spiaggia  in pendio, e in questo punto assai larga, con
una sabbia finissima e mobile, che il vento ammucchia in vere
dune. Bisogna alquanto faticare, poich non si  scalzi, per
raggiungere la striscia solida lambita dalle onde chiare come
acqua di fiume.
Eccoci dunque nel cerchio del sogno tanto sognato: fra mare e
terra; fiorito di vele rosse il primo, l'altra di croco e di
ranuncoli. Dopo la zona dorata dell'arenile, si vedevano spesso
gruppi di alberi, quasi tutti pioppi e platani, e in mezzo a essi
piccole graziose ville con le finestre chiuse. Nessuno le abitava,
in quella stagione; e infatti sulla spiaggia davanti a noi si
notavano solo le impronte di piccole zampe di uccelli che pareva
fossero scesi a bagnarsi nel mare: erano invece le impronte delle
rondini marine che di tanto in tanto scendevano a riposarsi fra i
giunchi delle dune.
Solo noi due, di gente viva, si andava lungo la spiaggia,
nell'infinita pace di quel giorno divino, col sole tutto nostro,
il cielo, il mare e la terra creati solo per noi: coppie di
farfalle d'oro venivano dalla brughiera, e ci seguivano, come
attirate da un comune effluvio d'amore, ed ogni tanto io mi
piegavo, con meraviglia veramente infantile, a raccogliere qualche
conchiglia che pareva un fiorellino pietrificato.
Ma la vita  sempre la vita, con le sue pause ingannevoli, con le
sue grazie e le sue crudelt a volte intrecciate assieme.
Ed ecco che mio marito, come il giorno avanti per riguardo alle
reclute selvatiche, anche adesso si scosta alquanto da me, per un
istinto di rispetto al prossimo, e pare voglia nascondere la
nostra intensa felicit.
Un uomo vestito di nero appariva in fondo all'arenile, la sua
figura mi sembr dapprima altissima, fra la linea gialla della
duna e lo sfondo grigio delle tamerici; poi si rimpicciol d'un
tratto, come sprofondandosi nella sabbia, si risollev alquanto,
prese forma precisa nell'avvicinarsi obliquamente a noi. Era
quella di un uomo giovane ancora, ma evidentemente malato. Il suo
viso giallognolo, con gli occhi cavernosi, circondato dalla
cornice di una barbetta a collare e dai capelli neri radi e
crespi, mi ricord qualche antico ritratto dei miei nonni di
origine moresca: e a misura che egli si avvicinava a noi, qualche
cosa d'impressionante, come appunto un ricordo atavico sepolto
nelle fondamenta del mio essere, mi balz su per le vene, fino a
colpirmi il cuore e a ottenebrarmi le idee. C'incontrammo: anche i
suoi occhi, dalla loro nicchia livida, guardarono quasi spaventati
le nostre figure; poi egli prosegu in senso inverso al nostro,
senza fermarsi, senza voltarsi.
Anche noi si prosegu, in silenzio. Io guardavo la sabbia ai miei
piedi, come prima, nell'innocente ricerca delle conchiglie, ma
stringevo le labbra, quasi per impedire che il mio compagno
sentisse, attraverso il mio respiro, l'ansito del mio cuore
stravolto. Poich nell'uomo avevo riconosciuto Gabriele.

Gabriele, o un fantasma che mi ricordava Gabriele? Nell'uomo
incontrato non c'era pi nulla del giovane ventenne che io avevo
veduto o appena intraveduto - nella mia casa paterna: eppure,
perch si rassomigliavano tanto? Forse perch, negli anni che
seguirono alla mia attesa delusa, il rancore, l'umiliazione, anche
la rabbia verso me stessa, m'inducevano a immaginare la figura
morale di Gabriele sinistra e malata come quella dell'uomo adesso
incontrato sulla spiaggia.
E mi domandavo se dovevo o no parlarne al mio compagno. Durante il
nostro fidanzamento, io gli avevo appena accennato alla mia prima
ed unica vicenda d'amore, senza insistere, poich egli si era
mostrato alquanto geloso. Adesso, poi, mi vergognavo di dire che
il brutto e quasi grottesco uomo incontrato, era forse il
fantastico Adone della mia fanciullezza. Forse, poi, non lo era.
E perch allora turbare, sia pure per un momento, la serenit del
mio compagno? Non ne avevo il diritto. Le mie fantasie e le mie
allucinazioni dovevo tenermele per me, tanto pi che erano i
rimasugli torbidi di un passato da liquidarsi completamente.
Del resto, appena l'uomo fu lontano, mio marito mi riprese
sottobraccio, esclamando:
Che brutta ghigna, quel disgraziato. Dev'essere malato di
fegato.
Tu, domando io, sempre guardando la sabbia ai miei piedi, non
l'avevi ancora incontrato?
E dove?
Qui, l'estate scorsa.
Mai visto, mai conosciuto, mai sentito nominare.
Speriamo non abiti vicino a noi.
Perch. Hai paura?
Paura di che?
Che ci venga a disturbare.

Io rido: sollevo gli occhi e guardo i limpidi perlati occhi di
lui. Rido, ma il cuore mi trema, e in ogni nostra parola trovo un
significato misterioso. S,  vero, ho paura dell'uomo incontrato,
della sua vicinanza, del suo male. E ricordo la casa del cieco di
guerra, il gemito del violino: s,  lui,  Gabriele, che dopo la
sua vita di ambizione e di stravizi, gi malato fin dalla prima
giovinezza, forse adesso vicino a morire,  venuto a rifugiarsi in
quest'angolo di mondo dove la fatalit ha condotto anche noi.
Ma io voglio assicurarmi e andare subito in fondo: sapere se nella
pensione del cieco di guerra ci sta un inquilino, e se questo 
Gabriele: e se lo , dico tutto a mio marito e andiamo subito via
di qui. Mi sembra per di sentire gi le sue parole di risposta:
"Scioccherella, ma davvero hai paura di quello spaventapasseri? E
che c' poi stato, fra voi due? Quante ragazze non incontrano, il
giorno stesso del loro matrimonio, i loro ex spasimanti?".
D'altronde, io stessa mi domandavo se, dopo tutto, Gabriele mi
aveva riconosciuto, e se, riconoscendomi, si era turbato e
intendeva molestarmi. In fondo sentivo che, s, egli mi aveva
riconosciuto e ne provava un turbamento pi intenso del mio: ma
volevo illudermi ancora. No, egli non mi aveva riconosciuta, forse
neppure veduta: i suoi occhi erano quelli di uno che  gi sulla
via della morte e non vede pi nulla delle cose che non riguardano
la sua tragedia.
Il pensiero che egli era appunto un semplice passante, uno che se
ne va per conto suo, e che forse non rivedremo mai pi, mi procur
un sollievo crudele. Fra pochi mesi egli sar morto, spezzato e
portato via dall'onda del tempo, come una di queste conchiglie
vuote della spiaggia; mentre davanti a me, invece, la vita si
stende e si incurva pi cerula e pi luminosa di questo mare e di
questo cielo che sono anche essi, per me, l'interno di una infinita
conchiglia, della quale la mia felicit  la perla.
Un senso di gioia panica torna a sollevarmi: ho dentro il cuore
tutto il tremolio e il fulgore del mare e del cielo: e gli occhi
guardano il sole, per cercarvi Dio e ringraziarlo di avermi dato
la vita.
L'inizio della mia vita di sposa ebbe davvero un non so che di
fantastico, pur nella sua semplicit, come una delle innumerevoli
piccole cose create da Dio, che a guardarle sembrano niente ed
esaminate riempiono l'anima di meraviglia. Cos io guardavo le
conchiglie, gli uccelli, le farfalle, i cristalli salini, i fiori
della riva. Non avevo ancora vissuto cos vicino al mare, e nel
suo sfondo mi sentivo piccola e fragile eppure con un respiro
ampio; e felice e bella come le rondini marine che lo sfioravano e
parevano tingersi del colore dell'onda.
L'uomo nero, il fantasma incontrato il primo giorno, non era pi
riapparso, n pi avevo sentito il suono del violino. Nel nostro
nido tutto procedeva bene. La Marisa arrivava al mattino, presto,
carica di provviste, e pretendeva che gli sposi si alzassero tardi
e lasciassero a lei tutte le cure materiali della loro vita.
Entrando nella nostra camera, col vassoio del caff fra le grandi
mani nodose, pareva fiutasse l'aria, come una belva gi anziana
che sente l'odor d'amore delle giovani coppie della sua razza.
Quando apriva le imposte, i suoi capelli arrossavano il vano
azzurro della finestra, e i suoi occhi, volgendosi a noi ci
portavano il riflesso della bella giornata.
Odore di rosa entrava con la prima aria: era il profumo dei
pioppi, ma nel sentirlo io avevo l'impressione che un giardino
fiabesco, con laghi, cigni, tempietti e statue, circondasse la
nostra dimora: una scala di marmo scendeva al mare, un viale
alberato conduceva al bosco. In realt si sentiva il canto del
cuculo, che mi ricordava la fanciullezza acerba, quando ancora non
conoscevo Gabriele, e domandavo all'uccello melanconico quanti
anni mi separavano dallo sposo, dai figli, dalla morte.
Lo sposo  qui, i figli verranno, la morte  lontana. Eppure la
voce del cuculo mi attira ancora e, come da bambina, vorrei
trovarne il nido, o almeno interrogare di nuovo l'oracolo.
Mentre mio marito si diverte a stuzzicare la Marisa, domandandole
se il consorte  stato finalmente messo in carcere, se la nuora ha
intenzione di fabbricare altri due gemelli, se il Comune ha fatto
nuovi debiti, io scivolo dal letto nuziale, e a piedi nudi esco
nel praticello davanti alla casa: in fondo al vialetto vedo il
mare, fermo come una muraglia di cristallo turchino: i gabbiani lo
rasentano, soffusi di azzurro; i fiori del prato, tutti rivolti al
sole, si piegano in atto di saluto; l'aria  cos trasparente e i
colori intorno cos iridati, che si ha l'impressione di trovarsi
dentro un diamante.
Mio marito, la cui toeletta  molto pi lunga e complicata della
mia, sporge dalla finestra il viso coperto di una barba bianca di
sapone, e mi richiama dentro energicamente.
Ma che fai, scalza? Ti piglierai un malanno. Vieni subito
dentro.
Vengo.
Come i bambini disubbidienti, proseguo invece la passeggiata
proibita: l'erba  fresca e si ha quasi voglia di piegarsi a
sorbirne la rugiada: sulla siepe del viale i ragni hanno tessuto
piccoli arcobaleni; le farfalle mi sfiorano con famigliarit i
capelli, e una lucertolina di bronzo fa altrettanto coi miei
piedi. Oh, tu, sposo, hai un bel chiamarmi: io non sono pi tua:
sono ancora una bambina di sette anni che corre sull'erba del
prato e dei sentieri dove la mamma le ha proibito di andare.
"Non andare lontano, bambina: l in fondo c' l'orco, c' l'uomo
nero."

L'uomo nero infatti, era l in fondo, dove il muro azzurro del
mare ricingeva la terra.
Camminava a testa bassa, come cercando un oggetto smarrito: non mi
vide, certamente, ma io mi gettai lo stesso indietro, nell'angolo
della siepe, per meglio nascondermi ed aspettare che egli si
allontanasse: e mi pareva che l'erba tremasse con me, ai miei
piedi, che i ragni sospendessero l'opera loro e le farfalle
fuggissero: tutto per paura di lui. Di lui che velava la luce del
sole, e che forse cercava sulla sabbia, al limite fra la vita e la
morte, le orme dei suoi giorni perduti.

Nel rientrare a casa dovevo avere il viso spaventato e nello
stesso tempo sornione del ragazzo disubbidiente al quale 
capitata qualche inconfessabile disavventura, perch mio marito,
gi seduto a tavola davanti alla tazza di caffelatte che Marisa
gli aveva preparato, mi guard fra l'inquieto e il severo.
Andai a mettermi le calze e le scarpe, domandandomi ancora una
volta se dovevo parlargli di Gabriele; s, dovevo: ma il modo
ostile col quale egli mi accolse a tavola, come appunto si
accoglie un ragazzo che si vuole punire, mi chiuse le parole in
bocca.
E di nuovo una ingiustificabile melanconia sorse fra noi quella
mattina, in apparenza perch io non ero tornata subito indietro
appena egli mi aveva chiamato, e perch pi tardi non volli fare
con lui la solita passeggiata lungo la spiaggia: in realt perch
io mi sentivo profondamente turbata e preoccupata per la macabra
riapparizione di Gabriele, e sopratutto perch mio marito, senza
spiegarsene la ragione, sentiva a sua volta che qualche
cosa d'insolito e di grave ci separava.
Ma anche lui taceva, perch non c'era nulla da dirci o da
rimproverarci: nulla: e tuttavia l'ombra ci separava.

Ma no, nulla ci separava. Anzi, pensando a quella che sarebbe
stata la mia vita accanto all'altro, e ritrovandomi nella realt
presente, l'anima mia esultava come l'allodola nell'alto dei
cieli.
Eppure, perch dunque quest'ombra, questo indefinibile peso,
questa linea misteriosa di silenzio, questo rifiutarsi fisico
della bocca a pronunziare un nome che non era nemico n amico per
noi? L'ho capito pi tardi, passata la burrasca. Io non volevo
appunto intorbidare, neppure con una nuvola che passa, l'atmosfera
limpida dei nostri primi giorni di vita in comune: giorni che in
avvenire dovevano sempre apparirci come i primi della creazione di
un mondo nuovo, tutto luce e trasparenza, non macchiato da un solo
filo d'ombra.
Quando, dunque, mio marito rientr dopo la sua solitaria
passeggiata mattutina, gli corsi incontro e lo abbracciai come se
egli ritornasse da un lungo viaggio: anche lui mi strinse a s con
gioia, e la pace fu fatta.
Nel pomeriggio si and al paese.
Tutti, nel paese, conoscevano mio marito, ed egli conosceva tutti,
mentre io ero guardata con curiosit dalle donne sedute davanti
alle porte delle innumerevoli bottegucce della via principale, e
dagli uomini riuniti in gruppi qua e l nella piazza.
Si entr nella farmacia per comprare un dentifricio, e il
giovane del farmacista, che era poi un bel vecchio grasso e
ridanciano, mi fece un profondo inchino, guardando alla sfuggita e
con malizia il mio compagno.
Signora, i miei rispettosi e sinceri auguri. Come le piace il
nostro borgo?
Oh, molto.  uno dei pi ridenti paesi che io conosco.
A dire il vero non ne conoscevo molti; ma in quel momento mi
pareva di aver viaggiato mezzo mondo.
Onoratissimi, signora! Peccato che il clima non sia costante: a
volte fa un freddo siberiano, al quale segue un caldo d'inferno.
Poi ci sono i periodi di vento violentissimo, quali, dicono, ci
siano solo in Cina: allora bisogna chiudersi dentro casa,
aspettando che questa crolli.
Amico mio, interviene mio marito, lei non fa una piacevole
rclame al suo paese natio.
L'uomo sollev in alto l'indice, che pareva un salsicciotto.
La verit innanzi tutto, illustre amico. La signora giudicher:
poich uno di questi periodi si avvicina a grandi passi: lo sento
da certi scricchioli delle mie vecchie ossa.
Speriamo che tali scricchioli dipendano solo dalle conseguenze
dei lauti banchetti che lei si gode da solo, carissimo signor
Nele, ribatte mio marito, facendo atti di scongiuro. Siamo in
maggio.
L'uomo mi porse con grande gentilezza, quasi con galanteria, il
pacchetto del dentifricio.
A lei, signora, sebbene constati che i suoi denti brillano come
perle. Del resto, aggiunse frenando un sorriso di malizia, loro,
signori sposi, non hanno da temere gran che, pur restando chiusi
tre giorni e tre notti nel loro nido. Piuttosto questo
cormorano...
Le ultime parole le pronunzi sottovoce, e io feci appena in tempo
a tirar mio marito per il braccio e costringerlo a seguirmi fuori
della farmacia, quando il fantasma nero che aveva oscurato il vano
della porta si avanz, evitandoci, verso il banco.
Che faccia hai fatto, disse mio marito, guardandomi preoccupato.
Sei verde.
Allora io proruppi:
Quell'uomo mi fa paura: mi sembra un fantasma di cattivo augurio.
Se torna il vento ce ne andiamo davvero. Io non voglio stare in
questo paese, quando c' il vento. Ho paura.
Egli mi riprese sottobraccio e, meno male, cominci a scherzare.
Ma si potrebbe sapere con precisione di chi o di che cosa hai
paura? Di quel barbagianni, o del vento?
Di tutti e due, risposi. Eppure in fondo mi sentivo offesa
perch prima l'uomo della farmacia, e adesso lui chiamavano
Gabriele col nome di due uccellacci.
Ma che t'importa? Se quel disgraziato ci ha i suoi malanni, se li
tenga per s. E se torna il vento stiamo davvero dentro e
accendiamo il fuoco come quella sera. Ricordi?
Egli mi stringeva il braccio, per riaccendere in me il ricordo di
quella prima sera, quasi io me ne fossi dimenticata: e in realt
mi parve di riveder la fiamma guizzare nel camino e sciogliere
l'ombra intorno. No, nulla di male ci pu accadere, quando siamo
sicuri di voler solo il bene.
Ecco dunque, verso sera, l'orizzonte si copr di nuvole simili a
montagne di lava, con viottoli rossi che vi serpeggiavano
fiammeggiando: il vento cominci solo il giorno dopo, verso
mezzogiorno, e la stessa Marisa annunzi che sarebbe stato
violentissimo.
Ma nulla avevamo noi da temere, poich in casa c'erano provviste
per otto giorni, e legna, e candele, e petrolio.
Ci mancava solo da leggere, e mentre la donna finiva di
rigovernare, mio marito fece una corsa al paese per procurarsi
giornali e qualche libro.
Io uscii sullo spiazzo davanti la casa, dove il vento arrivava
attenuato, poich soffiava da nord-ovest, e sconvolgeva i salici e
i pioppi solo a sinistra della nostra abitazione, traversandoli
con la sua fiumana violenta che andava a sfogarsi nel mare. Si
vedeva la sabbia dell'arenile sollevarsi come un vapore giallo, e
uccelli e farfalle mischiarsi al turbine, quasi sfidandolo con la
loro leggerezza.
Non so per quale istinto, mi venne il desiderio di imitarli. Il
vento, non arrivato ancora al massimo della sua forza, aveva una
voce d'invito, come una musica che eccita alla danza o alla
marcia: e doveva essere di nuovo qualche cosa di atavico, quel
desiderio di mescolarsi e combattere con gli elementi, che mi
spingeva verso la spiaggia.
Ma allo sbocco del sentiero mi fermai incerta, anzi sbigottita: il
vento adesso mi passava davanti, portandosi via la sabbia, con una
folla di rapina; sollevava le mie vesti e i miei capelli, quasi
tentando di strapparmeli; mi penetrava nelle orecchie, mi riempiva
gli occhi di rena e la bocca del suo sapore di funghi e di
muschio, che dava l'impressione di un suo luogo d'origine, cio
delle grotte donde era sgorgato come un gigante troglodita che
vuole sconvolgere la pace della natura.
Eppure il desiderio di misurarmi con lui mi riprende: sento di
essere anche io una forza naturale, e voglio attraversarlo come lui
attraversa gli alberi e i cespugli. Mi stringo le vesti con una
mano, con l'altra tengo fermi i capelli, e scendo verso la riva.
Il mare  tranquillo, azzurro, appena increspato dalla furia del
mostro: anzi pare ne sorrida, mentre sulla spiaggia sconvolta la
rena fugge spaurita, rifugiandosi a ridosso delle dune.
Io mi fermo di nuovo al limite dell'acqua, e ripenso a certe mogli
di pescatori, quando fra la bufera aspettano a riva il ritorno
delle barche.
Le barche, per, le vedo andare calme al largo, con le vele
gonfie, colorite come tulipani: vanno laggi, dove il mare e il
cielo si confondono in uno stesso vapore violaceo, mentre a riva
le onde si portano via il vento, giocando con esso come i delfini
fra loro.

Quando mi volsi per tornare indietro, il respiro mi manc davvero.
Ho ancora l'impressione che un muro si alzasse davanti a me,
troncandomi il passo: una figura nera vi stava attaccata, sinistra
come un pipistrello, pietosa come un Cristo senza croce. Era
Gabriele.

Si lev il cappello, che teneva fermo con le mani e mi salut: i
suoi occhi sorridevano, un poco ironici, e adesso lo riconobbi
davvero, ma con una nuova strana impressione.
Mi pareva che egli fosse ancora l'antico Gabriele, il giovane, il
mutabile e affascinante Gabriele, e che si fosse camuffato cos,
come un tempo usava, da moribondo errante, per farmi paura.
Mi tornarono in mente i racconti del padre: mi parve di essere
ancora seduta alla nostra tavola, sotto la lampada di cristallo:
Gabriele era la figura evocata dal vecchio notaio, la figura che
ancora io non avevo incontrato, ma che gi dallo sfondo irreale
della fantasia esercitava su di me un potere fatale.
Ed ecco che egli si avvicina, spinto anche lui dal vento della
fatalit: mi guarda fisso negli occhi, e ancora una volta gli
occhi parlano per conto loro, mentre le labbra si rifiutano a
pronunziare le parole della verit. Egli, infatti, che mi ha
benissimo riconosciuto fin dal primo incontro, domanda, con
accento che vuol essere semplicemente cortese ed  invece quasi
tragico:
Signora, mi permette di chiederle se veramente lei  la signorina
che io ebbi il piacere di conoscere otto anni or sono, nella sua
casa paterna?.
Il suono sordo ma cordiale della sua voce rompe l'ostacolo
misterioso e pauroso che nei nostri recenti incontri ci separava:
io ritrovo di un colpo tutta la mia sicurezza e tendo la mano allo
spauracchio.
Anche a me pareva di riconoscerla, signor Gabriele. Come mai lei
si trova qui?
E lei, come mai si trova qui?
Io mi metto a ridere.
Gi, le stravaganze della vita!
Ma la mia letizia offusca subito i suoi occhi: la sua bocca si
contrae ad un sorriso pi triste di un grido di dolore, e anche io
ricado nell'impressione che tutto sia un brutto sogno.
Si  sposata da molto?, egli riprende senza cambiar tono di
voce.
Da quindici giorni appena.
 contenta del suo matrimonio?
S, felicissima. Mio marito  tanto buono e gentile.
Ed  anche un bel giovane, S, ha fatto bene a sposarsi.
Certamente lascer il suo paese per una citt.
Per qualche tempo no, cio fino a quando non avverr il
trasferimento di mio marito. Ma io sto volentieri nel mio paese,
nella mia casa.
Di nuovo gli si rischiar il viso, come per un riflesso luminoso.
La ricordo sempre, la sua casa: ricordo la camera dove lei,
quando la serva mi fece entrare senza chiedere permesso, leggeva
I Martiri di Chateaubriand, davanti al meraviglioso
scrittoio antico. Ricordo la lampada della stanza da pranzo, la
figura francescana della sua mamma, e i suoi fratellini che mi
saltavano addosso come cagnolini scherzosi. Tutto ricordo. E lei?
Egli si era fatto severo: la breve pausa fra le sue ultime parole
aveva un tono d'inquisizione: come se la colpevole del nostro
distacco dopo quella sera indimenticabile fossi stata io!
Ed io arrossivo, infatti: ma sentivo il vento spazzarmi il viso, e
speravo che egli non si accorgesse del mio turbamento. Avrei
voluto dirgli che anche io ricordavo tutto, e difendermi, e
domandargli il perch del suo lungo silenzio; ma avevo
paura.
Paura di che? Di far male, o di fargli male? Oramai non doveva
esserci pi posto per altre sofferenze, nella vita di lui; e io
sentivo che lo avrei fatto soffrire, raccontandogli il mio amore e
la mia vana attesa di lui. Eppure avevo voglia di vendicarmi; e in
fondo sapevo che il miglior modo era appunto quello di
nascondergli il mio passato. Anzi, l'istinto della malvagit mi
port d'un tratto, con una violenza insana come quella del vento
che ci turbinava attorno, fino al punto di chiedergli con finta
sorpresa:
Come fa a ricordarsi tutti questi particolari? Che buona memoria
ha, lei!.
Allora anche lui si fece cattivo, e parlando mi mostr i denti
gialli che gi sapevano il sapore della morte.
Che vuole? Quando si  malati si ricordano i giorni di salute.
Anche lei un giorno se ne accorger: non si  sempre in luna di
miele.
Offesa, colpita, col desiderio di esclamare, facendo cenni di
scongiuro: "Crepi l'astrologo!", mi irrigidii, anche per un senso
di superstizione, come quando si incontra una donna gobba: poi
dissi perfidamente:
 vero, pur troppo. Ma lei non  poi tanto malato, o si cura poco
della sua malattia se va in giro con questo tempo.
Egli cominci a tossire. Lo fece apposta? O, pi che il tempo, la
mia cattiveria stuzzic il suo male? Quell'istinto di paura che la
sua sola vicinanza mi destava, si fece quasi terrore: terrore di
essere raggiunta anche io dal suo male, o che egli, per vendicarsi,
potesse farmi del male ancora peggiore. Avevo letto che i malati
del suo genere sono cattivi, e, nell'ultimo stadio della loro
infermit, possono diventare delinquenti.
Ma di che cosa Gabriele poteva accusarmi, se non della mia
felicit presente? Non era stato lui ad apparire e sparire nella
mia vita come una meteora sfolgorante, o meglio come una cometa
che aveva avvelenato l'atmosfera della mia fanciullezza?
Quando per egli si tolse di bocca il fazzoletto col quale cercava
di soffocare la tosse, e dentro vi chiuse una macchia di sangue,
il mio turbamento e i miei cattivi pensieri si mutarono in una
piet ardente e angosciosa.
Gabriele, dissi, tendendogli la mano, le chiedo scusa. Lei per
fa male davvero, a starsene fuori con questo ventaccio. E come
mai, poi, ha scelto questo paese per suo soggiorno?
Egli fece un gesto con la mano che stringeva il fazzoletto: non
toccava, anzi pareva respingere la mia. Non parlava, forse per non
riprendere a tossire; ma il gesto diceva: "Questo o un altro
paese,  lo stesso, oramai, per me. E poi, chi sa nulla del nostro
destino?".
Gabriele non creda, che io mi sia davvero dimenticata di lei. Ho
aspettato i suoi libri, si ricorda? Ho aspettato che lei tornasse.
Venne invece il suo babbo, e poi seppi che lei era sempre
all'estero, fortunato e celebre. Con la mia mamma si parlava
sempre di lei. Mai avrei creduto di incontrarla qui, in queste
circostanze. Ma voglio sperare che ella si rimetta: glielo auguro
di tutto cuore.
Egli abbass la testa, come un fanciullo umiliato, e pareva
aspettasse che io continuassi a parlare, e che dicessi di pi. Io
non potevo dire di pi.
Allora riprese lui, senza pi guardarmi in viso.
Ricorda i miei giochi? Ho fatto sparire la salvietta...
Oh, questo lo ricordo bene! Che rabbia, quando tiravo fuori il
servizio mutilato. Perch, sa, la salvietta non si trov pi.
Mi pentii subito di aver detto queste parole, e a ragione; perch
egli rispose:
Lo so bene. L'avevo portata via io.
Lei?
Egli scosse la testa indietro, come volesse respingere il vento
che lo stroncava, e ritrovare la forza di un tempo: e quando torn
a fissarmi negli occhi rividi davvero in lui l'ospite di quella
lontana notte di autunno.
S, io. E lei lo sa benissimo, come sa tante altre cose. Ma
bisogna che noi c'incontriamo ancora, e che io le dica quello che
lei ancora non sa. Sono venuto qui per questo, oggi, per chiederle
un colloquio. Oh, non abbia paura afferm, col suo sinistro
eppure rassegnato sorriso, sar il colloquio con un morto.
Che dovevo rispondergli?
Ella dir: ai morti non importa pi nulla dei vivi. Chi lo pu
sapere? C' una parte di noi che non muore, o che almeno vive o
si illude di vivere finch ci dura il respiro. Lei lo sa, del
resto: lei sa tante cose.
Questo suo ritornello mi ricordava il lamento del suo violino. Era
vero: sapevo tante cose, sapevo tutto ma che cosa potevo
oramai fare per lui? Eravamo forse sempre allo stesso punto:
l'incontro dello spirito con la materia; solo che le parti si
erano invertite, e se adesso in lui parlava l'anelito dell'anima
che non voleva andarsene via dal mondo solitaria e sconsolata, in
me sopravincevano le ragioni pi gagliarde della vita.
Il pensiero di mio marito non mi abbandonava un istante: mi pareva
di tradirlo solo col dare ascolto al suono della voce di Gabriele;
e nello stesso tempo lo sentivo ridere alle mie spalle, beffandosi
di me.
L'infelice riprese:
Venga qui un giorno che  sola; io la vedr, poich vedo tutti i
suoi passi. Ma non scelga un giorno di vento concluse, quasi
scherzando; anzi, faccia una cosa anche lei: non esca di casa,
quando c' questo demonio divoratore in giro.
Torn a salutarmi e si avvi per andarsene: io lo seguii per alcuni
passi, poi mi allontanai di traverso, col vento che beveva le
lagrime dei miei occhi.

Fu davvero una specie di tifone, quello che per tre giorni
impervers intorno a noi. Solo alla notte si placava, come stanco
del suo furore insensato; ma poi riprendeva con pi forza la sua
opera disperata. E pareva che piangesse, il vento angoscioso,
ululando un suo dolore terribile; e che avesse una folla di
vendetta contro le cose che tentava distruggere e che invero
distruggeva. Anche dal nostro tetto volavano via gli embrici: due
alberi si stroncarono.
La sera del primo giorno mio marito tent ancora di andare in
paese per comprare i giornali, ma torn indietro mortificato: non
si poteva camminare. Per fortuna, nella sua prima gita, era
riuscito ad avere alcuni libri, e io non smettevo di leggere,
quasi nascondendomi fra le pagine per nascondere il mio pensiero.
Il mio pensiero continuo era questo: "Perch non dico a mio marito
che Gabriele mi ha fermato e vuole un colloquio da me? Che ha da
comunicarmi, quel disgraziato, che io gi non sappia? Lui stesso
lo ha detto".
La mia pena non era per lui, certamente: in fondo egli continuava
a destarmi un po' di paura e molta ripugnanza: la mia pena era per
me, che non riuscivo a liberarmi dalla sua ombra, e ritrovavo
qualche cosa di torbido nel mio istinto di silenzio e di inganno
verso la sola persona che realmente, dopo la mia mamma, mi voleva
bene.
Mi sentivo spinta da una fatalit simile a quella che spingeva i
personaggi del libro che leggevo; ed era sempre il fondo romantico
del mio temperamento, quello che agiva, lo sapevo benissimo; ma
tentavo di spiegarlo con ragioni mistiche.
"Qui c' un uomo che deve morire fra poco, e sa di morire.  gi
un'anima sospesa sull'abisso del tutto, o del nulla. Quello che
Gabriele ha da dirmi lo aiuter forse a morire in pace: forse
anche salver l'anima sua, che invece di precipitare nel vuoto si
sollever fino a Dio. Io non devo negargli questo conforto. Forse
egli si confesser con me: mi dir i suoi peccati, gli errori
della sua giovinezza, il mistero che gli ha impedito di tornare a
me. Io gli dir che ho perdonato, come infatti ho gi perdonato:
sar la sua assoluzione. Ma perch non posso farlo se non in
segreto?".
Cos mi domandavo: e la coscienza mi rispondeva:
"Appunto perch si tratta di un'opera di religione, che trascende
la vicenda umana".
Eppure non ero contenta di me.

Intanto avevo davanti a me tempo per decidermi. La mattina del
terzo giorno venne la Marisa, tutta scarmigliata e sconvolta,
dicendo che il vento aveva mezzo fracassata la loro abitazione,
asportandone una parte del tetto.
 l'inferno, con tutti i diavoli scatenati: non si  mai visto un
tempo eguale, di questa stagione.
 perch mia moglie  uscita di casa sua, afferm mio marito. Il
tempo stesso ne  sbalordito.
Poi, fra le altre notizie, la donna disse che anche il villino del
Fanti, il cieco di guerra, esposto al vento, era stato
danneggiato, e che l'inquilino, vinto da una crisi del suo male,
forse dovuta al tempo, si era messo a letto.
La signora Fanti  molto inquieta: capir, non  conveniente
tenere in una pensione che fra poco sar frequentata dai
villeggianti, un malato di quel genere. A meno che non muoia
subito.
Di solito i malati di polmoni muoiono in autunno, osserv mio
marito. A meno che il tempo non continui cos.
Egli parlava in questo modo per farmi stizzire: io per pensavo
che con l'aggravarsi di Gabriele, Dio forse segnava una
risoluzione al mio dramma. Domandai a Marisa:
Ma quel malato non ha parenti? E, se li ha, sono stati
avvertiti?.
Pare che non ne abbia, o che non voglia farlo sapere.
Se si aggrava di pi voglio andare a visitarlo, dissi allora,
sottovoce, come parlando a me stessa.
E subito il cuore generoso della donna mi approv:
Sarebbe un'opera di carit. Anche la Regina va a visitare i
malati.
Mio marito non disse nulla. Ed io mi sentivo sollevata e felice al
pensiero della prossima fine di Gabriele.

Finalmente, verso sera, il vento cess: ma la terra ne rimaneva
ancora stordita, e il cielo si tingeva di un color verde
invernale: non ricordo un crepuscolo pi triste di quello.
Mentre mio marito andava in paese per la solita ricerca dei
giornali, io mi avventurai nei dintorni della nostra casa.
Il terreno era sparso di rami stroncati, di foglie, di pezzi di
carta sudicia; e un silenzio quasi pauroso seguiva al fracasso di
prima. Anche il mare, sbiadito e freddo, sonnecchiava; e gli
alberi, succhiati dal vento, pareva non dovessero mai pi
scuotersi per la loro stanchezza.
Come la farfalla attirata dal lume, io andavo verso la casa del
cieco di guerra; ed essa, invero, rossa arancione fra il grigiore
delle tamerici, era la sola nota colorita dei dintorni.
D'altronde era vicinissima alla nostra, un poco pi gi verso il
mare, separata solo dalle siepi e dagli alberi: ma per arrivarci
bisognava appunto fare il giro delle siepi di cinta e penetrare
nello spazio che la circondava. Io non volevo andare tanto oltre,
e mi contentai di guardarla dalla siepe. Era una villetta modesta,
con una loggia d'angolo e due orribili leoni di gesso adagiati uno
per parte degli scalini davanti alla porta d'ingresso: ma d'un
tratto prese per me una parvenza fantastica perch una finestra
venne socchiusa e il suono del violino di Gabriele tremol
nell'aria incantata; sempre con gli stessi accordi, quasi di un
fanciullo che comincia a studiare eppure ha gi pretese di saperne
molto. Era per il suono stesso dello strumento, che mi rammolliva
il cuore, riportandomi ancora alla notte indimenticabile passata
nella nostra casa dall'ospite stravagante.
Invano cercavo di scuotermi, e di rallegrarmi al pensiero che
dunque, se suonava il violino, Gabriele non stava tanto male:
sentivo una nenia di morte, in quelle vibrazioni che arrivavano
come tentacoli fino a me; e che ancora una volta egli mi
parlava cos come poteva, con un balbettio delirante, per
dirmi l'inesprimibile.
E la mia idea fissa non mi abbandonava.
"Egli muore disperato: e mi chiama per consegnarmi l'anima sua.
Bisogna che io vada."

Prima per corsi gi dalla parte opposta, verso l'abitazione di
Marisa, col proposito di pregare la donna che ritornasse su, nella
nostra casetta, per avvertire mio marito che andavo a visitare il
malato.
Marisa non c'era: solo il pescatore, arrampicato come uno
scimmione sul tetto devastato, vi rimetteva in ordine le assi e
gli embrici sconvolti.
Mi fermai incuriosita a guardarlo: aveva davvero un aspetto
primordiale, con la barba rossa ispida, il naso corto e gli occhi
del colore di quel cielo triste sul cui sfondo egli si moveva.
Accorgendosi di me si sporse sull'orlo del tetto e mi disse, con
una voce petrosa ma risonante:
Cerca la Marisa? Non c'. Vattelapesca dove  andata quella
vagabonda:  sempre in giro.
Io lo sapevo, che egli avrebbe parlato male di lei, come lei
parlava male di lui; e in un altro momento mi sarei divertita a
stuzzicarlo; ma adesso mi sentivo troppo triste per farlo. Egli
credette bene di spiegare il perch stava a lavorare a quell'ora:
Questa notte piover: e allora faremo il bagno a letto.
Piover?, dico io, guardando il cielo.
Piover: poi ricomincer il vento.
Ges. Maria! Allora bisogna proprio scappare.
Egli sembrava tutto contento del mio terrore: ma di una
contentezza di bambino cattivo.
Sicuro, disse, sollevandosi di nuovo, con un embrice in mano:
da questo paese o si scappa, o chi ci rimane muore. Dopo una
lunga vita, si intende, aggiunse, per rassicurarmi.

Io tornai su, rassegnata, convinta anzi che, per quella sera, Dio
non mi permetteva di avvicinarmi a Gabriele: la finestra di lui
era ancora aperta, il suono non si sentiva pi: ma mi pareva che
nell'aria e nelle cose che si oscuravano si spandesse la
desolazione mortale di lui.
Andai incontro a mio marito, e mi attaccai al suo braccio con una
tenerezza puerile: una volont superiore alla mia mi spingeva a
confidarmi in qualche modo con lui, a chiedergli, senza parerlo,
aiuto e consiglio.
Sono andata gi fino alla spiaggia, dico sottovoce, ed ho
veduto il marito di Marisa, che accomodava il tetto, perch
assicura che questa notte piover e poi, Dio ci scampi,
ricomincer il vento; poi ho sentito il malato suonare il violino:
mi sono commossa e volevo andare a visitarlo.
Ma  proprio una fissazione la tua, per quel disgraziato, egli
risponde, sbattendomi lievemente i giornali sul braccio. Se ci si
dovesse commuovere per tutti gli infelici del mondo non si
respirerebbe pi.
Ma questo  a due passi da noi: e noi siamo felici, mentre egli
muore.
Se suona il violino non muore.
Muore, muore. Ed  solo al mondo.
E che ne sai, tu?
La sua padrona di casa lo ha detto alla Marisa.
E allora gli faccia compagnia la sua padrona di casa.
Tu sei cattivo, sai; cattivo ed egoista.
Sta a vedere che ti innamori di quello spauracchio. Eppure il
tempo in cui i malati di quel genere andavano di moda  da molto
passato.
Non credo che quei malati abbiano mai destato altra passione che
la piet, appunto perch il male li colpisce nel fiore della
vita.
Mio marito, per, come al solito, aveva voglia di scherzare.
Dalla piet all'amore  un sol passo.
Ma va!, gli dissi, respingendolo sul serio. Se mai  troppo
presto, per tradirti.
Eh, non si sa mai nulla di preciso, con voi donne...
Le sue parole mi facevano male: avrei voluto che egli intendesse
lo scopo religioso del mio proposito: ma non riuscivo a
spiegarglielo.
Egli per doveva sentire il fluido misterioso che avvolgeva e
trasportava l'anima mia, perch d'un tratto disse:
Gi, nella tua famiglia c' un santo: quel vescovo che, mi pare,
 morto assistendo i colerosi.
Allora anche a me torn in mente la mia adolescenza mistica, e
intesi meglio il perch del mio trasporto per Gabriele malato e
condannato a morte.
Spero non vorrai pigliarlo in burletta, quel nostro santo. 
stato santo davvero: al culmine della sua sapienza, e anche della
sua carriera ecclesiastica, voleva partire missionario, per curare
i lebbrosi. Non glielo permisero, ed egli obbed. Forse davvero
rivive in me qualche cosa della sua fiamma.
Mio marito sporse il viso verso il mio, per guardarmi bene negli
occhi.
Oh, piccolina, speriamo che pure tu, a tua volta, non parli
troppo sul serio. C' oramai la Croce Rossa, che si incarica degli
infermi: noi adesso abbiamo altro da fare.
E tent di baciarmi, mentre io lo respingevo ancora, perch in
verit, quella sera, mi sentivo un poco santa.

Ad ogni modo, adesso che avevo espresso il mio desiderio, anzi la
decisione di andare, non di nascosto, da Gabriele, sentivo una
grande gioia triste entro di me. Mi accorsi per subito che mio
marito, certo suo malgrado, provava a sua volta un senso di
gelosia: era una gelosia istintiva, come la sentono anche i
bambini, anche certi animali domestici, quando si vedono un po'
traditi, o trascurati; ed egli cercava di nascondermela, senza
riuscirvi del tutto. Non mi lasciava pi un minuto sola, e la sera
stessa parl di andar via, dal nostro rifugio, anzi dal luogo
stesso, tanto pi se il vento doveva ricominciare.
Ma un avvenimento inatteso ci ferm sul posto pi di quanto si
credeva. Era stato in quei giorni sciolto il Consiglio comunale
del paese, e mio marito, senza che egli ne avesse fatto domanda,
forse per suggerimento di qualche suo estimatore, fu nominato
Commissario prefettizio. Si discusse a lungo, fra noi, se
accettare o no. La nomina era indubbiamente onorifica, e avrebbe
giovato alla carriera di mio marito: inoltre era accompagnata da
una discreta indennit che ci poteva permettere una villeggiatura
gratis.
Un'ombra per offuscava la piccola fortuna: quell'ombra.
D'improvviso io mi sento un'altra: ho per la prima volta la
coscienza precisa e profonda del mio dovere di donna e di moglie;
fisso dunque gli occhi limpidi in quelli del mio compagno e gli
dico:
Io, per me, sarei del parere di restare. Ti daranno certo un
alloggio in paese: l ci metteremo tranquilli e io comincer a
fare sul serio la moglie e la padrona di casa. Di passeggiate ne
abbiamo fatte abbastanza, e io voglio cambiare vita.
Egli m'interrompe: ha gi capito tutto.
Non pigliamo le cose alla tragica: e se io accetto l'incarico, lo
accetto appunto col proposito di continuare questa vita. Non 
abbastanza bella?
Mi prese sotto braccio e mi condusse fuori, a passeggio, ma,
osservai, evitando i luoghi dove si sarebbe potuto incontrare lo
spauracchio. Si and a comprare alcuni oggetti nel bazar del
paese, poich, dovendosi prolungare il nostro soggiorno nella
casetta, io gi desideravo abbellirla e fornirla di tante piccole
cose necessarie.
Una tendina, un tappeto, un ricamo colorito, sopra un mobile, un
vasetto di ceramica, sono spesso, nella casa, come i fiori in un
giardino. E anche le cose di cucina mi piacevano un po'
infantilmente: il frullino per la maionese, con la sua forma
complicata di mulino, i piccoli tegami di smalto, lucidi come
specchietti da toeletta; la caffettiera che va bene da una parte e
dall'altra, le forbici per il pesce, e infine le tazze con le
coppie di pavoni iridati che non smettono mai di fare all'amore.
La padrona baffuta del bazar ci serviva di persona, lusingata
dell'onore che le toccava, ma gi ferma nel proposito di farci
pagare tutto il doppio. In cambio mi fece dono di un rotolo di
fettuccia, del quale non sapevo invero che farmene, che tuttavia
presi con segni di riconoscenza.
Intanto il bazar si affollava di donne curiose. La voce che mio
marito doveva diventare il capo del paese, si era gi diffusa nella
popolazione, e tutti ci guardavano con rispetto e speranza, quasi
che il nuovo Commissario prefettizio dovesse compiere il miracolo
di pagare i debiti del Comune e togliere le tasse ai ricchi e ai
poveri.
Quando si torn nella piazza, il signor Nele, il vecchio giovane
della farmacia, usc nella strada col suo candido costume, per
meglio salutarci, con un inchino fino a terra, quasi noi si fosse
una coppia regale.
Pi gi si incontr l'arciprete gigantesco, con le nappine rosse
sul cappello, accompagnato da un codazzo di preti e pretini
contadineschi: e tutti, mentre prima non badavano a noi, ci
salutarono con deferenza: anche i contadini che lavoravano dietro
le siepi, si sollevavano, con gli occhi azzurri sorridenti rivolti
a noi; e infine Marisa ci disse che persino il suo irriducibile
marito approvava la nomina di un galantuomo a capo del governo del
paese, e che gli stessi membri del Consiglio comunale disciolto,
avevano intenzione di offrirci un banchetto, a loro spese,
si intende.

Con tutti questi diversivi, la nostra vita dovette cambiare per
forza. Mio marito andava tutti i giorni alla casa del Comune, e vi
lavorava lunghe ore, poich gli affari vi erano in realt
imbrogliatissimi.
Io restavo in casa, poich ancora non avevo e non desideravo
conoscenze; e non uscivo mai sola, per evitare l'incontro con
Gabriele. Lavoravo con Marisa, imparando a cucinare: fu lei che mi
fece conoscere le varie qualit del pesce, e il modo di cuocerlo.
Il marito di lei lo pescava apposta per me, poich, sebbene egli
non si degnasse mai di venirci a trovare, al dire della moglie
aveva una vera devozione per i giovani sposi.
Toh, mi pare che sia innamorato di lei. Dalla sera che le ha
parlato di sul tetto, non fa altro che ricordare quel colloquio, e
pentirsi di averla spaventata col dire che tornava il turbine.
Oggi le manda queste triglie: guardi, sembrano angioletti nudi.
E dal cestino che pareva intessuto di alghe, sollevava una per una
le grasse triglie che parevano davvero di tenera carne fresca e
rosea.
Era lei, poi, che mi portava, senza che io gliele chiedessi,
notizie di Gabriele.
La signora Fanti  molto preoccupata, e lo vorrebbe mandar via;
il marito, per, non vuole.  un santo, lui, il povero cieco.
Tiene compagnia al malato, e gli parla sempre di Dio. E lei,
signorina, non va pi a trovarlo?
Ma, veramente, ho cambiato intenzione. Che ci vado a fare?
Cos, per opera di carit. C' scritto anche nei comandamenti:
visitare gli infermi.
E insisteva nel raccontarmi che il malato non voleva pi n medici
n medicine, perch sapeva di essere spacciato; che non dormiva
quasi mai; che non parlava se non per rispondere qualche parola al
suo pietoso padrone di casa; ed era cosi mite e rassegnato alla
sua sorte che anche la signora Fanti non solo non osava mandarlo
via, ma lo curava e lo trattava come un fratello.
Sono davvero buona gente, marito e moglie, e Dio li compenser:
forse il malato stesso lascer loro qualche cosa. Ma chi pu
sapere se  ricco?
Non credo, dico io, imprudentemente: e arrossisco, invano
cercando di ritirare le mie parole. Almeno non ne ha
l'apparenza.
Ma la donna, intelligente e maliziosa, aveva gi anche lei fiutato
l'odore di mistero del mio interessamento per Gabriele: mi
sbirci, quindi, senza replicare, e, solo, nell'andarsene mi
domand se non avevo paura a stare nella casetta senza la
compagnia di mio marito.
Perch? Chi ci pu venire?
Nessuno,  vero. E poi devo dirle una cosa che la far ridere.
Mio marito le fa la guardia. Ogni tanto fa qui un giro, alla
larga.
Ma perch? Che pericolo c'? Tu mi metti paura.
Niente, niente, facevo per scherzare: e poi, dacch suo marito 
al Comune, le vere guardie sono sempre qui attorno.
Era vero; e quindi non ci feci pi caso. Eppure, s, qualche
giorno dopo, due personaggi quasi fantastici salirono dal
viottolo, attraversarono lo spiazzo, e si avvicinarono alla nostra
casetta.
Erano Gabriele e il cieco. Questo, io non lo conoscevo, non
l'avevo mai veduto, ma facilmente lo riconobbi dal suo modo di
camminare, appoggiandosi al bastone, col quale prima tastava il
terreno; e dai grandi occhiali neri che gli nascondevano gli occhi
vuoti. Era del resto un bel giovane, un po' tarchiato, colorito e
pieno in viso, e dall'aspetto sereno e quasi ilare che contrastava
con quello del suo funebre compagno.
Io stavo alla finestra, e il mio primo istinto fu quello di
ritirarmi, di nascondermi; Gabriele per mi aveva gi veduto e mi
accorsi che anche il suo viso si rischiarava, quasi che la mia
presenza gli infondesse un senso di gioia, di vita.
Entrambi mi fecero un segno di rispettoso saluto e svoltarono
lungo la siepe, verso la strada maestra. Nulla di pi semplice: io
tuttavia ne rimasi turbata. Sentivo che Gabriele, appena rimessosi
dalla sua ultima crisi, era uscito per vedermi; e poich doveva
sapere che io non uscivo pi sola di casa, aveva trascinato il
cieco fino a passare sotto la mia finestra.
Verso sera torn mio marito, e fregandosi le mani, con quell'aria
furbesca di quando voleva farmi una burla o una sorpresa, annunzi
grandi novit.
Hai scovato un tesoro, da pagare i debiti del Comune?
Di meglio, di meglio.
Sapendo gi che la cosa sarebbe andata per le lunghe, finsi di non
interessarmene oltre; finch, quando si fu seduti a tavola, egli
conferm la notizia, gi del resto annunziata da Marisa, di un
grande banchetto che le autorit e i notabili del luogo, e anche
persone del popolo, volevano offrire a lui e a me.
Anche a me? Che c'entro?
Tu, qui, rappresenti la signora prefettessa: bisogna quindi
accettare l'invito.
Accetteremo.
L'invito era per il sabato sera, nelle sale da pranzo di un
albergo sul lido, ancora vuoto di villeggianti. Marisa adesso,
dimenticati il marito, i gemelli, il malato, non parlava che di
questo banchetto, tutta eccitata e orgogliosa di essere stata lei
a preannunziarlo, e forse anche a suggerirne la prima idea.
Preparativi grandi si facevano: doveva essere uno di quei classici
banchetti della regione: regione famosa per i suoi formidabili e
buongustai mangiatori. Si conosceva gi la lista dei piatti, e mi
veniva male allo stomaco solo a pensarci. Ma la vita porta le sue
soddisfazioni e le sue penitenze tutte assieme: bisogna scansarle
o accettarle.
Tutti ci andranno, quelli che potranno pagare, si intende, disse
Marisa, scalmanata e affannata come se i preparativi del banchetto
pesassero su lei. Ci andr persino il povero signor Fanti, che 
poi cognato dell'albergatore, perch le mogli sono sorelle. E la
signora Fanti aiuta a preparare bene le cose.
Per burlarmi di lei, io ribatto:
Mi piacerebbe ci venisse anche tuo marito.
E lei spalanca gli occhi, ride, si fa seria.
Lui non ce lo vogliono: sarebbe cosa troppo scandalosa. E lui,
poi, non ci verrebbe davvero.
Speriamo, almeno, non venga a buttarmi una bomba...
Oh, se accadranno disastri saranno di altro genere, e alla fine
del banchetto. Vedr, ella annunzi con malizia. Intanto ci
saranno cinquanta fiaschi di vino da pasto, trenta bottiglie di
vino vecchio, venti di spumante. Intanto ci saranno cento polli,
mezzo quintale di pesce, una vitellina da latte, cinque zuppe
inglesi. Intanto...

Intanto, la sera del mercoled, dopo una giornata precocemente
calda, il cielo si copr del suo minaccioso mantello, che non era
di nuvole ma di vapori quasi vulcanici, a strati rossi e color
malva, che scaturivano da un lago di fuoco all'orizzonte. Anche il
mare partecipava al malumore del tempo, rifrangendo con
esasperazione i colori del cielo. Come quadro era piacevole,
specialmente quando la luna piena si alz dalle spume sanguigne
del mare, con un placido viso di Venere grassa, e per un momento
parve placare il cielo, ben presto per velata e ingoiata
anche essa dai vapori sempre pi cupi e densi.
Fu una notte gi estiva, calda, senza respiro: finch all'alba
torn il nemico. Come al solito, venne lieve, quasi a tradimento;
ma una volta preso possesso del luogo ricominci la sua opera
vandalica.
Per fortuna adesso mio marito aveva a sua disposizione
l'automobile modesta ma sempre buona del Comune: io restai a casa,
ben chiuse porte e finestre, in compagnia della Marisa,
divertendomi a predire che il tempo faceva cos per dispetto ai
promotori del banchetto.
Certo che, per tre giorni, le notizie di questo arrivarono
affievolite, mentre Marisa, non potendo neppure per un minuto
tener ferma la lingua in bocca, riprendeva a parlare di suo
marito, o dei gemelli, o di Gabriele.
Quel disgraziato si  rimesso a letto. Ma perch non se ne va, da
questo paese? Non  luogo adatto per lui, questo. Ci vorrebbe
qualche persona pietosa che gli consigliasse di andarsene.
E perch non glielo consiglia il suo stesso padrone di casa?
Eh, no: parrebbe volerlo cacciar via. E il signor Fanti  troppo
buono per osare tanto. Piuttosto...
Esit un momento, poi disse quello che gi mi era balenato nel
pensiero.
Perch non glielo consiglia lei?
Io volevo protestare, ripetere che non conoscevo Gabriele: non lo
feci, non solo, ma come vinta da una suggestione che non sapevo
donde scaturisse, promisi ancora una volta di andare a visitare il
malato.
Quando?
Non lo so, quando capita; quando ne ho voglia.
S, brava, signorina. E lo consigli di andarsene, in luogo dove
possa guarire.
S, nell'altro mondo!
Far opera di bene, anche per i Fanti, che sono poveri e vivono
solo dei proventi della pensione: la quale dovrebbe aprirsi a
giorni, e dove nessuno vorr andare, se il malato ci rimane.
Lo sappiamo. Va bene, ma adesso basta, rompo io, infastidita.
Non m'importava niente dei signori Fanti: anzi dubitavo fosse la
moglie del cieco a suggerire alla Marisa tutti quei discorsi, per
indurmi a persuadere Gabriele ad andarsene; la signora Fanti, che
qualche cosa doveva sapere, forse per confidenze dello
stesso malato: ma sentivo che era lui, a chiamarmi, a chiedermi
quel colloquio dal quale l'anima sua avrebbe tratto l'estrema
forza per partirsene tranquilla da questo al paese dove il vento
della vita tace in eterno.
E cos sia.
Da quel momento mi parve che un suono d'organo accompagnasse i
miei pensieri: marcia funebre, certo, ma nella quale risonavano
note grandiose di speranza, di fede, di ritorno a Dio.
Il sabato mattina il vento cess, d'improvviso, come era venuto, e
i fiori, i fili d'erba, le cose tutte si sollevarono dal loro
martirio.
Il mare si stese latteo e buono come un bambino che si addormenta:
e le vele colorate sospese sul velo dell'orizzonte erano i suoi
sogni innocenti.
Mentre Marisa accudiva alle faccende e riprendeva a parlare del
banchetto, io misi la mia paglia di Firenze col bel nastro
infantile, e me ne andai a girovagare nei dintorni. Un uccellino
giallognolo, col becco e le zampine ancora molli, venne gi da un
nido: lo presi, lo tenni palpitante fra le mani, col desiderio di
portarmelo a casa, anche per salvarlo da qualche gatto. Ma no,
uccellino, devi imparare a salvarti da te, con la volont di Dio.
Lo misi sulla siepe: vi si dondol un momento, incerto e spaurito:
poi diede un piccolo trillo e vol su, raggiungendo il nido.
Con gioia proseguo la passeggiata: vado per una strada alberata,
chiusa da fossi dove l'acqua verde  ricamata di foglie strappate
dal vento: sui margini crescono fiorellini di ogni colore, che mi
ricordano quelli del nostro podere e tutta l'infanzia e
l'adolescenza fresche e selvatiche simili ad essi. Ho voglia di
coglierne un mazzo, e portarmelo a casa: eppure non oso stroncare
uno stelo, perch mi pare che i fiori debbano soffrirne.
Tutto oggi ha diritto a vivere, intorno a me, poich viva sono pur
io, e felice e piena di gioia come non lo sono mai stata. E come
tutto  davvero colmo di gioia intorno a me, nell'aria trasparente
e senza temperatura, nel silenzio solo attraversato, a intervalli
precisi, da una lunga nota flautata, un gorgheggio pi sostenuto e
appassionato di quello dell'usignolo. Mi torna in mente l'accordo
del violino di Gabriele, ma questo che adesso pare sgorghi
dall'acqua e ne rifletta il tremolo verde,  un suono pi
spasimante e reciso; e vuole, s, l'indefinibile, ma concretato
nella felicit concessa da Dio a ogni creatura terrena.  il
rospo, che chiede amore alla sua compagna.

Nel ritornare indietro passai davanti alla casa di Marisa, come al
solito aperta e deserta: poi, continuando per la mia strada, mi
volsi a guardare il villino dei Fanti. La finestra di Gabriele era
socchiusa; socchiusa la porta d'ingresso vigilata dai leoni di
gesso, pi orribili dei leoni veri.
"Perch", mi domandai "non vado subito a visitarlo?"
E lo avrei fatto, se sulla balaustrata della loggetta d'angolo,
attigua alla camera di lui, non avessi veduto stese coperte e
lenzuola: probabilmente la padrona di casa, o la cameriera,
rifacevano il letto del sofferente, e quindi non era quella l'ora
opportuna per la mia visita. D'altra parte ricordavo il desiderio
di lui, che dividevo anche io, di parlarci da soli, sebbene nulla
di men che innocente si avesse da dire. Col pensiero di andare a
trovarlo in un momento di assenza dei padroni di casa, proseguo
dunque la strada, ma non ho voglia di tornare al nostro rifugio:
ho bisogno di aria e di spazio, oggi, e vado lungo il sentiero
erboso che striscia fra l'arenile e i giardinetti dei villini di
prima linea. Arrivo cos fino all'Albergo del Lido, luogo della
festa imminente: sulle terrazze e nelle verande che guardano il
mare, non si vede nessuno; e neppur sento i prodromi dei grandi
preparativi dei quali parla Marisa: per le tende arancione che si
gonfiano come vele e danno un riflesso caldo alle colonne candide
della grande terrazza, e la stessa letizia del luogo, mi offrono
un saluto di promessa, un arrivederci festoso.
Continuando, oltrepassato lo stabilimento balneare ancora tutto
sottosopra come una nave in costruzione, arrivai alla palizzata
del molo. Mare da una parte e dall'altra, fino alla piattaforma di
assi, dove giocavano alcuni ragazzi che al mio arrivo,
conoscendomi gi per un personaggio importante, se la svignarono
come sorci, nascondendosi fra i macigni che sostengono la
palizzata.
Di nuovo sola, sedetti sul parapetto della piattaforma: adesso
vedevo davanti a me la distesa placida del mare, ornata, sul
cerchio turchino dell'orizzonte, di paranze che sembravano
azzurre: e mi pareva di essere anche io a prua di un'imbarcazione
primitiva.
"Ecco il posto dove vorrei parlare un'ultima volta con Gabriele";
confessai ingenuamente a me stessa, quando un frusco di passi, o
meglio di un lieve bastone strisciato per terra, mi fece voltare
la testa con la speranza che davvero il disgraziato mi avesse
seguito e indovinasse il mio pensiero. Ma subito risi della mia
non insolita allucinazione; poich l'uomo che veniva a
raggiungermi in quella serenit indicibile, fra mare e cielo, era
il marito della nostra domestica.
Scalzo coi piedi che sembravano radici, i pantaloni rimboccati
fino alle ginocchia, tutto rosso di pelo e di colore contro lo
sfondo smeraldino del canale, egli si appoggiava con fierezza alla
canna da pesca, aggrottando le sopracciglia sopra gli occhi, dei
quali invano tentava di smorzare il sorriso.
Nonostante le prevenzioni che avevo sul suo conto, mi parve che
quel giorno anche lui fosse un uomo felice: e lo salutai con un
cenno benevolo del capo, quasi invitandolo a mettersi accanto a
me. Egli intese, e si avvicin, deferente ma intrepido: depose da
un lato il cestino per la pesca, che pareva un grande nido, e
tenne la canna in mano. Le sue sopracciglia barbariche si misero
d'accordo con gli occhi; tutto si spian in un sorriso marino.
Osservai che egli, poich si era raso la barba, aveva una piccola
bocca ancora fresca e la fossetta sul mento: doveva essere stato
un bell'uomo, e glielo dissi, cordialmente.
Come uno che, ricevendo un regalo inatteso, cerca subito, nella
sua mente, il modo di ricambiarlo, l'uomo fiss gli occhi davanti
a s, nel vuoto, distaccandosi da tutto il resto; poi si riprese,
e m'inond d'azzurro il viso, col suo sguardo confidente. Aveva
trovato. Disse, piano:
La signorina, come la mia mogliastra la chiama, dovrebbe fare una
cosa; girare alla larga dalla villa rossa.
Io rimasi colpita, quasi offesa. Che era? Anche lui sapeva della
mia avventura? Tutti lo sapevano, dunque? Ma perch? Mi guizz
subito nella memoria, come una frustata, il ricordo del versetto
biblico: "Non c' nell'uomo cosa nascosta che non venga
discoverta".
"Ma che c' di colpevole nel mio segreto", mi domando ancora una
volta; e d'impeto ho il desiderio di raccontare al pescatore le
cose come stanno. Comincio col domandargli:
Perch mi parlate cos?.
Un po' con frasi dialettali, che ancora non capisco, un po' coi
gesti delle mani crostacee, un po' con parole intelligibili, egli
mi spiega:
Perch la persona che sta in quella casa non  da avvicinarsi. Il
suo male attacca col semplice alito, col solo stringersi la mano:
il vento lo porta intorno, e bisogna starne lontani. E lei dir:
come va che i padroni di casa si tengono caro quell'inquilino? Io
non m'impiccio nei fatti altrui, ma ho sentito dire che se il
padrone  un bravo, un santo uomo, la moglie  una mezza arpa, e
forse spera che il malato, a quanto pare ricco, le lasci la roba.
C' poi questo: che il male in questione non si attacca alle
persone pi vecchie del malato, mentre acchiappa le pi giovani.
Le sue dita si allargavano e si stringevano, uncinandosi come le
branche dei gamberi: e io, al solito, ascoltandolo, davo un
significato nascosto ai suoi gesti e alle sue parole. Osservai
per, non senza malizia:
Come va, allora, che vostra moglie mi consiglia sempre di andare
a visitare il malato?.
Ecco l'uomo ridere, e nello stesso tempo accigliarsi di nuovo. Si
batte l'indice sulla fronte e risponde:
Il male di mia moglie  peggiore di quell'altro, e la signorina
se ne sar accorta: la mia Marisa  una scervellata.
Ma no:  tanto buona.
Troppo buona, anzi: ma  nata senza cervello. La verit  la
verit.
Poi, con uno slancio di fiducia, mi confida che la fama di
anarchico egli se l'era procurata perch un tempo diceva a tutti,
in faccia, la verit.
A tutti!, conferm, battendo la canna sul parapetto, col
pericolo di farne volar via l'amo: poi si plac di nuovo. Adesso
per non parlo pi con nessuno. Chi se ne importa?
Con me parlate ancora.
Con lei  un'altra cosa.
Pausa. Egli tace, con la canna nel pugno, issata come uno scettro:
sotto di noi, nell'acqua di smeraldo, ove pare galleggi una rete
d'oro, i pesciolini giocano un loro gioco fantastico che
rassomiglia a quello delle rondini nel crepuscolo glauco e dorato
delle sere estive.
Come sono felici! Come tutto  felice, nella natura, mentre l'uomo
solo si affanna nei suoi vani tormenti.
Io mi piego, coi gomiti sulle ginocchia, il viso tra le mani, e mi
confesso al pescatore.
S, lo so, quell'uomo  malato, e anche cattivo.  la malattia,
che, a volte, rende persino crudeli quelli che ne sono colpiti. Ho
sentito raccontare che un operaio tisico, in una grande citt, di
quelle dove sono cattivi anche gli uomini sani, sputava sui
bambini che incontrava, per infettarli. Io per, da ragazza, ho
conosciuto l'inquilino dei Fanti; le nostre famiglie desideravano
un matrimonio fra noi due; il giovine part per l'estero e non se
ne fece niente. Io l'ho riveduto qui per caso, e se andr a
visitarlo  per dirgli una parola di conforto; poich so che fra
poco egli dovr andarsene all'altro mondo.
Mi accorsi che l'uomo, senza dimostrare d'interessarsene molto,
non metteva in dubbio una sola delle mie parole. Non fece
commenti, ma si pieg anche lui, battendo e ribattendo la canna
sull'asse ai nostri piedi; infine, dopo averci ben pensato e
ripensato, disse:
Ad ogni modo la signora deve tenersi molto riguardata.
Cos parve concedermi anche lui il permesso di andare da Gabriele.
Dopo, tentai d'interrogarlo su altri argomenti: sui pretesi suoi
principi politici, sui viaggi che aveva fatto, sui nipotini
gemelli. Era come parlare alla sua canna: non gli importava niente
di niente; e tutto quello che pensava lo aveva gi detto. Piegato
sempre a guardare dentro il cestino vuoto, continuava a battere la
canna sull'asse, con una specie di ritmo musicale; finch gli
domandai:
E oggi non si pesca?.
Parve ricordarsi: si sollev e finalmente disse:
Poca speranza, oggi:  troppo chiaro.
Ma ci sono tanti pesciolini, qui, non li vedete?
Egli scuoteva la testa, come non li vedesse davvero; e io ricordai
le parole di Marisa: "Egli  tanto buono che quando prende un
pesciolino troppo piccolo lo ributta in mare".
Allora io vi saluto, dissi, alzandomi. Arrivederci.
Si alz anche lui di scatto, e mi restitu il saluto con una
garbatezza da gentiluomo. Scendendo dalla palizzata nell'arenile,
vidi che i ragazzi, sbucati di nuovo dai mucchi di macigni, lo
circondavano e lo molestavano: egli li lasciava fare, limitandosi
a minacciare di prenderli per i capelli con l'amo della sua canna.

Il banchetto era fissato per le ore venti; e poich dopo tutto si
trattava di una festa alla buona, quasi in famiglia, mio marito
disse che vi si sarebbe recato direttamente dal suo ufficio: io
sarei andata a raggiungerlo.
Ad ogni modo feci un po' di toeletta, aggiustandomi alla meglio i
capelli e indossando un leggero vestito bianco che avevo fin da
ragazza, ed era anzi il primo dopo i lunghi anni di lutto per la
morte di mio padre: quasi un annunzio di alba dopo una notte di
duolo.
Era presto per recarmi all'Albergo del Lido, e quindi pensai di
fare una passeggiata sulla spiaggia. La spiaggia era gi
frequentata da bagnanti: casotti colorati e tende bianche e
arancione, che facevano concorrenza a quelle delle paranze in
pesca, si staccavano sullo sfondo glauco del mare.
Ancora una volta vado gi per il viottolo e guardo la casa rossa,
pi rossa del solito, quasi cremisi, per il riverbero del sole al
declino: e pensando che dentro c' un uomo che soffre, ho un po'
di rimorso per la nostra festa.
Pi gi, nel cortile della Marisa, fra i polli, i gatti, le oche
monumentali, col cane giallo accucciatogli ai piedi, vedo l'amico
anarchico intento ad una faccenda che stona grottescamente con la
fama di lui. Dalle sue ginocchia pende una rete da rammendare; e
poich gli manca il refe, egli ha in mano la conocchia e il fuso e
se lo fila da s.
Lo saluto con un cenno della mano: tanto lui che il cane si alzano
per farmi atto di omaggio, e mi seguono con gli occhi.
Ritornai indietro, e ripassando davanti al villino dei Fanti,
sulla loggia, adagiato su una sedia a sdraio, triste e solo, vidi
Gabriele. Anche lui mi vide, e non si mosse, non mi salut; pareva
indifferente a tutto, anche a me, anche a s stesso. Invano il
sole, che attraversava la loggia con un fascio di luce, lo
ricopriva pietoso: neppure il sole esisteva pi per lui.
Esaltata da un impeto di piet pi luminoso di quello del sole,
entrai nello spiazzo, bussai due volte alla porta, che era
socchiusa e si apr da s per lasciarmi entrare. Entrai, bussai
anche alla vetrata dell'ingresso pulito e ornato di vasi con
pianticelle verdi. Nessuno apparve. Mi volsi a guardare i leoni,
quasi per chieder loro il permesso di proseguire; poi arditamente
salii la scaletta di finto marmo e bussai di nuovo alla vetrata
del primo piano.
Come un fantasma, o meglio come un morto che cammina, nel suo
pigiama di seta bianca, che gli era largo da tutte le parti, mi
venne ad aprire Gabriele. La cartapecora attaccata alle ossa del
suo viso si era lievemente venata di viola; ma gli occhi, oh gli
occhi, erano quelli di una volta!
Eppure mi diedero un senso di terrore, appunto come quelli di un
morto momentaneamente resuscitato.

Come sta?, gli domando con voce amica, tendendogli generosamente
la mano. E questa volta egli la prende, la mia mano leale e
pietosa, nella sua che  fredda e secca come un artiglio: e mi
trae dentro con forza, quasi per paura che io voglia andar via
subito.
Intorno al pianerottolo chiuso dalla vetrata si aprivano alcuni
usci: in fondo c'era quello della sua camera, spalancato. Sempre
tenendomi per mano, egli per mi fece entrare in un salottino che
dava anche esso sulla loggia: un salottino con pretese di eleganza,
con un divano e con tappeti turchi, a parte i quali un tavolino
con vecchi numeri di riviste illustrate, lo specchio coi fiori a
smalto, e gli altri mobili, ricordavano le sale d'aspetto dei
dentisti di second'ordine.
Egli m'invit a sedere sul divano, e prese posto davanti a me, su
una poltrona di vimini: non sembrava pi lui, animato ed
evidentemente commosso, tanto che quando mi disse con voce
turbata:
La ringrazio: sto meglio, e questa sua visita mi rianima; mi
rallegrai sinceramente, per lui e per me, scacciando anche la
prima impressione di angosciosa diffidenza che l'aspetto di lui e
del luogo mi avevano destato.
Dissi, semplice e cordiale:
Ho piacere di trovarla cos: e sono venuta appunto perch l'ho
veduta sulla loggia. Ma come va che non c' nessuno in questa
casa?.
Non so. La signora credo sia andata dalla sorella, all'Albergo
del Lido, e avr condotto con s il marito: e la ragazza di
servizio, al solito, quando i padroni sono assenti, se la sar
svignata.
Ah, gi, alle otto c' il banchetto, riprendo io, guardando il
mio orologino d'oro all'antica: erano le sette e trenta: avevo
dunque un po' di tempo da stare con lui. Un banchetto che i
notabili del paese offrono a mio marito, e quindi anche a me,
spiegai, credendo che egli non lo sapesse.
Egli lo sapeva benissimo: e un suo lieve sogghigno d'ironia mi
avrebbe ricordato il sorriso diabolico dell'antico Gabriele, se i
suoi denti gialli e i solchi mortali intorno alla bocca non
avessero accentuato, sul suo viso, il rilievo di teschio.
Ma io volevo essere allegra, e veder solo la vita anche in
quell'uomo che, dopo tutto, vivo lo era ancora, e ancora forse,
con la volont di Dio, poteva salvarsi. Tentai quindi, sempre con
buone intenzioni, di parlare scherzosamente del banchetto,
riferendo le notizie pantagrueliche della Marisa.
Mi accorsi che egli non se ne interessava, pure ascoltando
intensamente il suono della mia voce: tuttavia comment, non senza
beffa:
Sar allora come il banchetto di Nerone, narrato da Petronio nel
Satyricon, o meglio ancora come quelli di Bonifacio II,
padre della celebre contessa Matilde, che mentre i duchi della sua
Corte sedevano a tavola, permetteva che il popolo attingesse vino
dai pozzi colmati apposta per l'occasione. Per, aggiunse,
mutando voce e accento, e ripiegandosi dal suo momentaneo
eccitamento, io preferisco ricordare il banchetto che la sua
mamma mi offr quella sera.
"Ci siamo", pensai; e di nuovo un malessere quasi fisico mi
stord; ma volli subito affrontare il fantasma dei vani ricordi:
Povera mamma! Era la sua unica ambizione, quella di fare bella
figura, con gli ospiti: ma lo faceva di tutto cuore.
Io poi ero un ospite speciale, dica la verit: oramai la si pu
dire.
Io rispondo quasi suggestionata:
 vero.
E posso dirle anche io, adesso, che come tale venni. Per consiglio
di mio padre, che desiderava un matrimonio fra noi due, ma
sopratutto per volont mia.
Storditamente confermai.
Anche i miei desideravano un nostro matrimonio.
Egli si pieg ancora di pi, protendendosi verso di me: mi guard
di sotto in su, con quei suoi occhi che parevano brillare per
qualche iniezione di liquido malefico; poi mi domand sottovoce:
E allora?.
Nonostante tutto, ebbi voglia di ridere; ma l'alito suo, che mi
sfiorava, e il tono misterioso della domanda, ridestarono la mia
paura. E forse fu per paura che risposi con quella che mi pareva
la semplice verit:
Allora? Lei non si fece pi vivo, e tutto fin l.
No, che tutto non fin l: io avevo portato la mia anima nella
sua casa, e l l'ho lasciata. Il giorno trascorso presso di lei 
stato il culmine della mia esistenza: dopo  cominciata la
discesa. E adesso sono qui, come uno straccio sudicio che lei ha
paura di calpestare: mentre una sua sola parola avrebbe potuto
fare di me un uomo forte e grande. Adesso...
Adesso, s, il terrore del mistero pi inesplicabile mi travolge
nel suo vortice. Ma subito mi solleva il pensiero che Gabriele
reciti ancora una commedia.
Gabriele, la prego di dirmi che lei non crede a quello che adesso
afferma. Che parola potevo dirle, io?.
 vero, s; forse non era necessaria, questa parola; ma bastava un
diverso suo comportarsi con me.
Ero una bambina, mai uscita di casa.
E questo fu il guaio. Io venivo a lei come appunto verso un'anima
ancora infantile, come verso una rosa appena sbocciata. Invece mi
trovai davanti a una creatura complicata; gi, direi, matura,
diffidente e quasi malvagia.
Anche malvagia?
S, anche, egli ribatt, sdegnato. Lei vedeva in me un
mascalzone, un ladro, quasi...
Gabriele! Lei si sbaglia.
Anche io ero sdegnata: ma egli prosegu, senza ricredersi:
Lei vedeva in me un giocoliere, un commediante. E ancora tale,
adesso, mi crede. Ma sopratutto un vizioso, con l'anima gi
corrotta, io le apparivo. Ha creduto, persino, che le avessi
rubato la salvietta. E gliel'ho rubata davvero, non per portarmi
via un ricordo sentimentale, ma perch mi ha creduto capace di
furto. Invano ho tentato, quella sera, di parlarle di me, dei miei
sogni, delle mie inquietudini. Ella non credeva a nessuna delle
mie parole. Ed ero buono, sa, ero un fanciullo fantastico ma puro.
Non conoscevo ancora l'amore, non conoscevo nulla della vera
vita.
Io nascosi il viso fra le mani: egli le scost, le prese fra le
sue, mi strinse i polsi: e mi parve di essere allacciata da due
manette infernali. Con voce rauca egli disse:
Piange?  tardi. Lei ha distrutto un uomo.
Debolmente io cerco di difendermi:
Lei esagera. E del resto erano stati i racconti del suo babbo a
creare nella mia fantasia un personaggio fiabesco.
Lasci stare mio padre:  morto, sia pace all'anima sua. Ma lei ha
veduto i miei occhi, quella sera, e doveva credere solo ad essi.
Perch non ci si  fermati a quel primo sguardo? L'atmosfera della
nostra vita sarebbe rimasta sempre eguale a quella della giornata
del nostro primo incontro. Giornata che si rassomigliava a questa:
solo che la sua camera alta, era ben diversa da questa.
Ora tutto  passato, ed  inutile ritornarci su. Mi lasci andare,
Gabriele riprendo io, conciliante, sebbene sempre pi spaurita,
pi che dalle parole, dagli occhi pazzeschi e dal contatto di lui.
La vita, quella che appunto lei chiama la vera vita, 
fatta di questi malintesi. Anche lei non ha veduto in me i
sentimenti buoni che l'educazione e la tradizione della mia razza
soffocavano. E poi come fa a sapere che io diffidassi e pensassi
tanto male di lei?
Ero come un veggente. Tutto indovinavo, di lei, poich le
penetravo nell'anima con un possesso violento. Lei per non si
abbandonava, non sentiva il mio spirito: vedeva in me solo il
corpo, l'uomo mortale, pieno, secondo lei, di vizi e di errori.
Mi par di sognare, nel sentirlo parlare cos, insisto io, invano
tentando di liberarmi dalla sua stretta. Io credevo invece fosse
tutto il contrario, e che lei vedesse in me solo una povera
creatura ignorante. Malinteso, da entrambe le parti: cosa che
avviene spesso in simili casi.  inutile, ripeto, ritornarci su.
Inutile per lei, che  felice, che ha una vita di gioia avanti a
s. Ma io...
Lei guarir:  giovane, si dimenticher di quest'avventura.
Lei la chiama avventura? Ah, si ricorda di quando mi piegai per
mordere i capelli del suo fratellino che mi chiedeva d'ingoiare i
coltelli? Altrettanto vorrei fare con lei, adesso.
E infatti si sporse, e sentii il suo alito di malato violare i
miei capelli. Il ricordo di mio marito mi diede una forza
violenta. Strappai i miei polsi dalle mani di Gabriele, e lo
respinsi. Riuscii anche ad alzarmi, appoggiandomi forte al
tavolino che stava rasente al divano. Accorata, ma non ancora
offesa, dissi con voce sicura:
Senta, Gabriele, mi duole vivamente che il colloquio da lei
desiderato sia questo. Io ero venuta qui come una sua sorella, a
dirle parole buone; a dirle, anche, s, se vuole, che per lungo
tempo l'ho aspettata, con un amore che Dio solo sa quanto fu puro
e grande. Dio, appunto, non ha voluto la nostra unione; ma il
ricordo di questo amore doveva esserci ancora oggi, nell'aria,
perch il solo pensiero di accostarmi a lei, di darle un momento
di sollievo, mi recava tanta gioia. Mi sono sbagliata anche io: non
importa. Adesso mi lasci andare, e restiamo buoni amici.
Anche lui si alz, parve volesse esaudirmi. Volse il viso di qua,
di l, come cercando qualche cosa: poi d'impeto mi afferr e mi
fece di nuovo sedere sul divano, sul quale sedette anche lui: e mi
ci tenne ferma, ma non aggressivo, anzi supplichevole. Disse:
La prego di restare ancora un momento, e di rispondere ad una mia
domanda. Perch, quella sera, i suoi fratelli maleducati si
beffavano di me?.
Appunto perch erano maleducati.
Quando le chiesi se studiava, lei rise e ment. Tante bugie mi
disse, quella sera, che neppure adesso posso credere alle sue
parole buone. Eppure vorrei che lei le ripetesse: non ho altro che
lei, nella vita. E a momenti lei se ne andr, e forse io non la
rivedr mai pi.
Anche io penso che fra un minuto me ne andr e non lo avviciner
mai pi: cerco quindi di tenerlo buono e ripeto la lezione:
S, le ho voluto bene: ho sempre ricordato quella sera
fantastica, le sue parole, le sue promesse. E se adesso sono
qui...
Se lei  qui  perch mi crede moribondo, dica la verit, egli
riprende con voce quasi rabbiosa, e invece non lo sono, o almeno
sono ancora vivo, e ho sete di vita, ho sete di amore. Anche io
l'ho aspettata, per troppo tempo: tutti i giorni, tutte le ore: e
se lei  qui  forse davvero il suo Dio che l'ha mandata, per
darmi ancora un sorso di vita.
Mentre rantolava le ultime parole, mi aveva afferrato alle spalle,
e tentava di baciarmi. Io cominciai a gridare, respingendolo con
terrore.
Lei bestemmia. Mi lasci!
Egli non mi lasciava; anzi si avvinghiava sempre pi a me, come
una piovra, e io tremavo tutta, col raccapriccio indicibile di uno
che annega e gi si sente avviluppato dai mostri marini. E in
quella nebbia di vertigine mortale rividi il nostro podere della
valle, l'acqua corrente, il vecchio eremita col suo cestino di
frutta primaticce. Fu il suo spirito a pregare per me?
Dio, Dio, gridavo. E Dio fece spingere silenziosamente l'uscio
del luogo spaventoso, e mi apparve negli occhi vuoti del cieco.

Vidi quelli del mio aggressore spalancarsi atterriti, e il suo
viso rifarsi grigio e duro. Mi lasci, si alz, si scosse tutto
come un uccellaccio bagnato dalla pioggia. D'un balzo io fui
accanto al cieco: anelante gli dissi:
Ci sono io, qui, signor Fanti: mi conosce?.
Come se mi conoscesse da lungo tempo egli rispose calmo:
Le chiedo scusa, signora. Ed anche a te, Gabriele: non sapevo che
avevi visite.
L'altro non risponde: con la testa bassa, le mani appoggiate al
tavolino, pare debba da un momento all'altro cadere tramortito: ma
oramai io non sento per lui che orrore e ripugnanza; e senza darmi
la pena di fingere mi rivolgo solo al Fanti.
Mi dispiace, signor Fanti, di doverla subito salutare: devo andar
via.
Egli tende la mano, per trattenermi: con famigliarit cortese
domanda:
Va al Lido?.
S.
Se non le dispiace l'accompagno. Devo andarci anche io per il
banchetto.
"Mi accompagna? Se mai  lui, che si fa accompagnare da me", penso
io, e sto per rifiutare sgarbatamente, perch, nonostante l'impeto
di gratitudine che provo per lui, sento di odiarlo, come tutte le
cose e le persone che hanno contatto col mio nemico.
Addio, egli dice allo sciagurato, hai bisogno di niente? Ti
mander su quella scimunita di Adelia.
Questa nostra cameriera, mi spiega poi, mentre io infilo l'uscio
e corro verso le scale, appena la padrona  via, se la svigna e
lascia la casa aperta. Cos lei avr suonato un pezzetto.
Io corro: non m'importa altro che di fuggire. Ma egli mi viene
appresso con sveltezza pari alla mia, quasi ci veda meglio di me.
E invero io vedevo tutto scuro, tutto capovolto, fuori e dentro di
me: e io stessa ero un'altra.
Nell'ingresso mi guardai d'istinto nella specchiera
dell'attaccapanni: poich avevo l'impressione di essere
scarmigliata, graffiata e morsa, col mio vergineo vestito
macchiato e offeso.
No, grazie a Dio: il vestito  ancora bianco e liscio: i capelli
sono a posto, il viso per  davvero un altro, come stanco per un
lungo viaggio; e gli occhi, che adesso conoscono l'ombra terribile
del male, mi pare riflettano ancora l'ombra del mio nemico.
Ma il ricordo del piccolo specchio che raccolse il mio viso, e gli
occhi miei, dopo il primo incontro con lui, illumina l'opaco
affanno del mio cuore: io sono ancora come quel giorno, senza
colpa e senza responsabilit; e se, involontariamente, ho fatto
del male,  perch il male  nella vita stessa, come il bene.
Basta la ferma volont di voler solo quest'ultimo: e questo io
voglio, adesso come allora, come sempre, con l'aiuto di Dio.

Andiamo, io e il signor Fanti, per il sentiero rasente i
giardinetti dei villini; e in realt  lui che mi accompagna. Il
suo gesto, di tastar le cose col bastone,  pi che altro
un'abitudine: egli conosce tutti i sassi della strada, tutti gli
odori dei giardini, tutti i miei pensieri. Gli domando, quasi
rudemente:
Lei stava in casa, mentre c'ero io?.
Egli si ferma; risponde netto:
No.
Dov'era?
Senza esitare risponde che era gi all'Albergo del Lido, quando una
persona lo avvert che io mi trovavo a casa sua.
So chi , replico io.  il marito della Marisa.
Il Fanti non parla pi: non c' pi nulla da dire, fra noi due;
poich io capisco che egli sa tutto di me, e tutto egli si spiega:
ma il pensiero che il pescatore ha vigilato i miei passi, che un
cieco  corso a salvarmi, mi solleva di nuovo e rischiara il mondo
intorno a me.

Cos arrivammo calmi e sorridenti al luogo della festa. Mio marito
mi aspettava nel portico dell'albergo, verso il mare, e quando mi
vide arrivare col Fanti mi fece un cenno con la testa, come per
dirmi:
"Belle compagnie ti cerchi!".
Ma io presi il braccio del cieco, e cos insieme si sal la bella
scalea dell'albergo, che per l'occasione, ornata di tappeti e di
piante, sembrava quella di una reggia. Anche la veranda e le
terrazze erano trasformate in giardini pensile. Azalee imbevute
dalla trasparenza rosea del tramonto e, per contrasto, cinerarie
di un azzurro pallido di sera invernale; fiamme purpuree di fiori
di canna e rose di ambra, si slanciavano dai vasi di terra cotta,
dipingendo coi loro mazzi fantastici lo sfondo di lacca degli
intercolunni, sui quali erano state sollevate le tende di tela di
vela.
Dentro, nelle sale, si vedevano le tavole apparecchiate con un
certo sfarzo sgargiante, con servizi e cristalli dorati, e grandi
vasi di fiori: e le molte bottiglie smeraldine e opaline di acque
minerali, coi loro minareti di tappi metallici, smentivano le
previsioni maligne della nostra Marisa.
Il profumo delle rose, che vinceva ogni altro profumo, mi ricord
il giorno delle nostre nozze; nozze che, mi parve, questa festa
doveva rinnovare e confermare.
Presento il Fanti a mio marito, e dico con voce sicura:
Sono stata a visitare il malato.
Nessun commento. In attesa che giungano tutti gli invitati ci
sediamo al fresco della veranda, subito raggiunti e circondati
dagli estimatori di mio marito, curiosi di conoscere anche la sua
signora. Uno dei pi insistenti a farsi avanti  il signor Nele,
con la sua lucida faccia di melagrana, tutto vestito di nero,
camicia bianca, cravatta bianca, una doppia catena d'oro sul
panciotto, i cui bottoni tendono a scappare.
Dopo un profondo religioso inchino al commissario e a me, si
rivolge al cieco.
Come va, caro Fanti?
Questi se ne sta rigido e composto sulla sua sedia, fra due esili
palmizi, con la bella testa eretta sull'azzurro dello sfondo, le
mani rosee, dalle unghie lucenti, appoggiate una sull'altra sul
pomo del bastone. Ha qualche cosa di decorativo, quasi di
ieratico; sembra uno straniero, assolutamente staccato
dall'ambiente intorno.
E con la sua voce calma, che un po' d'accento straniero lo ha,
risponde che sta benissimo.
L'altro ammicca verso di noi, mentre domanda:
E il suo cormorano, come va?.
Il Fanti aggrotta lievemente le sopracciglia, come sforzandosi a
ricordare di che si tratta: vorrebbe prendere la cosa alla tragica
e forse rispondere con parole severe; ma forse, anche, pensando a
me, al mio male solo momentaneamente placato, e al luogo, alla
circostanza in cui ci troviamo, si accende tutto di un sorriso
malizioso e risponde:
Egregio signor Emanuele, il cormorano  tanto mio che suo.
La gente intorno capisce, e, senza badare alla drammaticit della
cosa, ride: per approvazione, il signor Nele, che ha venduto ben
parecchie medicine al disgraziato di cui si parla, batte la
soffice mano sulla spalla del cieco; e io, ricordando di avere una
volta provato dispiacere nel sentir chiamare con nomi di
uccellacci il mio ideale malato, adesso ne provo una malvagia
soddisfazione.
Ma bisogna oramai pensare ad altro: e invano il demone della
recente disillusione mi suggerisce di guardare con occhi
diffidenti l'umanit sana e festosa che mi circonda, e, sempre pi
facendosi numerosa, diventa quasi folla.
Ne sono colme la veranda, la scalea, le loggie, la sala. Visi e
visi, uno dietro l'altro, uno sopra l'altro, nei quali predominano
i due tipi diversi di questa forte razza di sangue caldo, di carne
muscolosa e sensuale, d'impeti sentimentali e generosi, e nello
stesso tempo di carattere arguto e pratico: visi pieni, il cui
colore acceso  smorzato dal biondo dei capelli e dall'azzurro
verdastro degli occhi: visi acuti e bruni, con sagome quasi
lineari, con vivi occhi neri: fra tutte, poi, si distinguono
alcune figure moresche, con grandi capelli crespi, mascelle ampie,
occhi divoratori; forse ultime discendenti di invasori barbareschi
rimasti in queste fertili contrade marine.
Non senza un lieve sgomento di pudore, ma anche di vanit, mi
accorgo che tutti guardano verso la mia umile persona: con
curiosit, benevolenza, deferenza, e anche una certa volontaria
ammirazione. In fondo sento che questi omaggi sono offerti, non a
me personalmente, ma alla signora del commissario; e per la prima
volta conosco la lusinga dell'adulazione: adulazione
disinteressata, per, anzi in buona fede, anzi entusiasta, che
dopo tutto  l'ossequio dell'uomo alla compagna di un uomo pi
forte di lui.
Riconosco, del resto, che quel giorno io non ero in grado di
giudicare con limpida coscienza il mio prossimo: ma le persone che
riuscivano ad avvicinarmi ed a parlare con me distruggevano subito
le mie prevenzioni.
Ecco un vecchio signore, con un prominente profilo bacchico e un
diadema di ricciolini bianchi intorno alla sommit del cranio
d'avorio, che, asciugandosi il sudore, riesce a piegarsi sulla mia
spalla, e ansando come un innamorato dice:
Permetta, signora, che mi presenti da me. Lusignani, colonnello
dei Reali Carabinieri, a riposo, Ho avuto la fortuna di risiedere
due anni nel suo paese, dove mi ci sono trovato come in un
paradiso terrestre.
Lusingata, ma anche intimorita, mi volgo a guardarlo meglio, con
la paura che egli abbia conosciuto mio padre e sappia qualche cosa
del mio nemico.
Credo di aver conosciuto suo padre, ma lei forse non era neppure
nata, egli mi rassicura subito, con galanteria. Sono gi venti
anni che, come capitano dei Reali Carabinieri, sono stato nella
sua bella citt.
Avr conosciuto le mie cugine, allora; quelle sette graziose
signorine che abitavano al Corso, in faccia al Caff della Posta,
e stavano sempre alla finestra, gli dico storditamente, non
ricordando che le sette civette sono poco pi vecchie di me.
No, signora: almeno non distinguo; poich tutte le donne, nella
sua citt, sono belle come le Madonne di Raffaello.
Boumh!, fa qualcuno alle sue spalle. Ed io per la prima volta
scoppio sinceramente a ridere; ma non meno schietto di me  il
nobile colonnello, che rotea intorno gli occhi d'onice, ancora
fulgenti dell'antica bravura, e sfida l'insolente interruttore.
Io, dice con voce sonora ho sempre usato la carabina; mai
sparato a vuoto il cannone. E del resto la testimonianza pi
lampante delle mie affermazioni l'abbiamo qui presente.
Con gesto ampio indica la mia persona: il signor Nele applaude:
Braavo!.
E un applauso generale risona come uno scroscio di grandine sulle
vetrate dell'albergo.
Cos conosco anche io la vana gloria del mondo, senza per
insuperbirne, perch non me ne credo degna. E che in complesso
tutti quelli del pubblico non siano convinti delle lodi del
colonnello, lo afferma la voce di uno che grida:
Sentiamo il parere del signor commissario.
Eppure anche mio marito mi guarda con una certa ammirazione, o
meglio con vanitosa commozione; ma poi si sfrega le mani con quel
suo gesto monellesco che significa tante cose, e, fra il silenzio
improvviso degli astanti, declama:
Dichiaro sinceramente che io ancora non mi ero accorto di aver
sposato la Madonna della Seggiola: persuaso per di aver
certamente impalmato una Madonnina.
Questa volta gli applausi furono davvero teatrali: finch io mi
ribellai a quella che mi sembrava una canzonatura: e rivolta al
signor Nele, quasi fosse lui il colpevole di tutto, gli dissi
supplichevole:
Adesso basta, signor Nele.
E il signor Nele, che con la sua alta persona supera la folla
intorno al nostro tavolino, si volge di qua, di l, batte le mani,
che di tanto che son grasse non fanno suono, e con cipiglio
minaccioso grida:
Signori, a tavola!.
Mi offr il braccio, all'uso antico, l'ex sindaco del paese. Era
un ometto pi piccolo di me, di quelli della razza bruna, anzi,
moresca, tutto occhi, bocca e capelli: le infinite rughe del suo
viso contrastavano coi denti forti e intatti, e sopratutto con la
voce potente e prepotente. Per molti anni capitano di lungo corso,
dopo essersi arricchito coi suoi traffici, adesso viveva con le
rendite delle sue interminabili piantagioni di barbabietole:
insomma un perfetto discendente dei pirati arabi.
Mi trascin con una certa padronanza; tuttavia io feci a tempo a
prendere la mano del signor Fanti e rimorchiarmelo appresso.
Poich lo volevo vicino a me, come finora lo era stato, composto,
benefico e protettore. Ancora mi par di sentire nella mia il
fremito della sua mano calda e viva: un fremito che voleva dire:
"Sono qui, con lei, signora, come un cane fedele. Le appartengo
per tutta la vita".
Si fa ala al nostro passaggio; l'albergatore in persona, maestoso
come un re ospitale, in mezzo alla sua corte di camerieri in frac,
guanti bianchi, salvietta sul braccio, tiene pronta la mia sedia,
e appena io mi ci sono seduta la spinge davanti alla tavola. Gli
dico:
Desidero che il signor Fanti prenda posto accanto a me.
Il mio desiderio  comando: il cieco a sinistra, il sindaco a
destra: di fronte mio marito, con altri due importanti personaggi,
uno dei quali, arrivato in ritardo, si permette di salutare da una
parte all'altra della tavola alcuni suoi amici. Il che osservando,
il mio cavaliere di destra mi dice sottovoce:
Ecco una cosa che il galateo degli ufficiali di marina non
permette.
Perch?
Perch?, egli spiega, ficcandosi dentro il colletto la cocca del
tovagliolo, l'ufficiale di marina, a mensa, non deve mai parlare
con altri commensali se non co' suoi vicini di destra e sinistra.
Non deve osservare quello che gli altri mangiano; non deve
adoperare il coltello per tagliare il pesce; non deve...
Qui per non siamo in marina, osservo io, benevola.
Tuttavia par di essere nella sala da pranzo di un transatlantico:
mare da tutte le parti, e pareti laccate, e fiori e arbusti che
tremolano sui vani delle vetrate, sul cielo sempre pi acceso di
colori sfarzosi.
La nostra tavola era naturalmente la pi aristocratica, se non la
pi animata. Non si osservavano certo i rigidi capitoli del
galateo di marina, ma una contenutezza cortese c'era per riguardo
al commissario ed alla sua signora, mentre giusto il commissario
cercava di fomentare intorno un senso di famigliarit e
d'allegria; e fu il primo a dare segni di contentezza e di
approvazione quando arriv, dondolandosi con passo quasi di danza,
un cameriere agile nero e bianco come una rondine, col vassoio
delle fettuccine la cui piccola montagna sembrava arrossata dal
tramonto.
Ripensai a Marisa ed alle sue preventive descrizioni; ma mentre
queste mi avevano destato una saziet anticipata, l'odore delle
fettuccine, adesso, nonostante le avventurose emozioni della
giornata, mi ricordarono che ero giovine, che si era al mare e
bisognava nutrirsi: infine che avevo appetito.
Mi servo tuttavia parcamente.
Via, via, prenda, prenda, insiste il cavaliere di destra. Gi,
gi, coraggio, altrimenti ci fa vergognare.
Ma io scosto il piatto, che lui stesso vuole colmare.
Grazie, basta. Pensi, anche, al galateo dell'ufficiale di
marina...
I vicini, che tendono l'orecchio, ammiccano e ridono: e cos,
incrinata la sostenutezza di prima, con letizia, cordialit e buon
appetito si inizia il banchetto.

Chi si serviva senza essere aiutato e sollecitato, e mangiava con
religioso silenzio, con casta ma tenace volutt, piegando il viso
sul piatto e nutrendosi anche dell'odore delle vivande, era il mio
vicino di sinistra. La sua mano di grande fanciullo strisciava
quasi furtiva sulla tovaglia, cercava, trovava il bicchiere,
sempre pieno a met, lo tirava a s piano piano, fra le punte
delle dita, con un senso fisico di amore.
La sua lontananza dall'umanit circostante era pi che mai
precisa, o almeno io la vedevo intorno a lui come un alone: e mi
accorgevo che egli era il pi felice di noi tutti, solo, in
contatto col suo cibo, con s stesso, con Dio, che gli concedeva
tanta grazia.
Anche di me pareva essersi dimenticato: e io rispettavo il suo
rito, divertendomi ad osservare gli altri commensali.
Anche il mio vicino di destra non scherzava, in fatto di mangiare,
ma con modi tempestosi. Trovava tutto cattivo: le fettuccine
troppo cotte, il pesce mal condito, il vino asprigno.
Schioccando le dita chiam di lontano il cameriere, e quando
questi accorse, gli impose:
Porta un po' questa bottiglia a condire l'insalata.
E lei, mi chiese poi, sempre alquanto in tono di comando, che
fa di bello durante la giornata? In paese non la si vede mai.
Per lo pi vado a passeggio lungo la spiaggia o per i viottoli
della campagna. Nei giorni di vento, poi, e sono frequenti, non
esco di casa.
Abituato anche ai tifoni, egli parve colpito da quella mia
tremebonda soggezione del tempo: ammise per che il clima del
paese era veramente eccezionale.
Dipende dalla mancanza di ripari: siamo al limite di una grande
zona scoperta, fertile, s, ma priva, all'interno, di boschi. Le
colline non bastano a frenare i venti, e questi girano di
continuo, dalla terra al mare e viceversa: il luogo, quindi,  in
pieno dominio della cosiddetta loro rosa.
Poco gradita: anzi molto spinosa. Quando c' il vento insisto
io, sento una grande melanconia nervosa.
E vero,  vero, interviene il commensale seduto appresso al mio
vicino di destra. Perci corre una leggenda; che tutti i
forestieri che vengono in questo paese e tentano di stabilirsi
qui, o si ammalano, o impazziscono, o muoiono.
Fra le smorfie, i sogghigni, i segni di scongiuro che l'antico
capitano faceva per conto mio, l'interlocutore sgarbato riprese:
Non c' da meravigliarsi: la signora stessa dice che il vento la
rende triste e nervosa: e a lungo andare questo stato di
eccitamento pu produrre, a chi non c' abituato, l'esaurimento
nervoso, che  il padre di tutti gli altri malanni. Questo afferma
la scienza.
L'interlocutore parla con intenzioni scherzose, pi per far
stizzire l'ex sindaco che per altro: io per trovo nelle sue
parole quasi la spiegazione del mio dramma. Convinta e grave dico:
Allora bisogna andarsene presto, da questo paese.
Il mio vicino allora scatta: d un lieve pugno sulle spalle
dell'altro commensale ed esclama:
Ma non sa, signora, che questo stoccafisso  un forestiere,
venuto a stabilirsi nel nostro paese trentacinque anni fa?.
Per questo, appunto, son diventato matto, dice l'altro,
mordendosi le labbra per non ridere; e continuerebbe, se il mio
vicino, di nuovo esclusivamente rivolto a me, non parlasse
d'altro.
Speriamo, signora, di vederla sabato venturo all'inaugurazione
del nuovo stabilimento balneare, e poi anche a teatro. A teatro,
s, signora. Noi abbiamo anche un teatro. Non  la Scala di
Milano, ma poco ci manca. Si figuri che il primo di luglio,
appunto per l'apertura della stagione estiva, avremo la
Norma.
Ma i nostri discorsi erano spiati da quasi tutti i commensali, e
qualcuno si mise a canticchiare con beffa:
Mira, Norma, ai tuoi ginocchi....
Del resto la tavola, adesso, si era animata; e tutti parlavano ad
alta voce, sempre per con un certo ritegno, mentre gli invitati
delle altre mense discutevano con impeto: risate omeriche finivano
con accordare le diverse opinioni; e gi erano cominciati i
brindisi.
Anche il mio vicino di sinistra cominciava a dar segni di
partecipazione alla vita comune. Mangiato il quarto piatto, che
consisteva in un fritto di pesci finissimi, egli si era fermato di
un colpo: tale uno che arriva alla sua mta e di l non intende
pi muoversi.
Signor Fanti, non prende un po' di arrosto?
No. grazie, basta.
Badi,  fagiano.
Egli ne ha gi sentito l'odore, ma non si lascia tentare.
Grazie, grazie: io sono satisf.
Scherza, se Dio vuole: la sua statuaria impassibilit si 
rallentata, e il suo viso  davvero raggiante di soddisfazione:
quello che non approvo, in lui,  il suo inutile stuzzicarsi i
denti: segno di perfetta ignoranza nonch del galateo degli
ufficiali di marina, di quello dei comuni mortali.
Chi non  mai soddisfatto  il mio vicino di destra.
Fagiano? Gli hanno appiccicato la coda, ma  un vecchio gallo di
pollaio. Oh, Fanti, se vuol riferire, al suo esimio signor
cognato, riferisca pure.
Il cieco continua a frugarsi i denti, e non risponde.
E quest'insalata? Con tutti gli ettari dei nostri orti, coltivati
a lattughe, siete andati proprio a cogliere il radicchio. Attenta,
signora, se gliene va un gambo in gola c' pericolo di
strozzarsi.
I brontolii dell'antico capitano, la cui natura conservava ancora
l'irrequietudine oceanica del suo passato, si perdevano
fortunatamente nell'atmosfera satura di allegria, di musica e
anche di poesia: poich da tutte le parti arrivavano suoni e
canti, e il giorno pareva spegnersi come un fuoco di festa.
Tanto che anche il viso di lui fin con lo spianarsi: le rughe
sparvero, gli occhi ebbero il riflesso dorato della coppa che egli
sollevava. Con la mano sinistra, esageratamente grande per quel
piccolo corpo, si lisci i capelli, come per ricomporli; poi
aggrott forte le sopracciglia irsute, sporse il mento, balz in
piedi.
Silenzio generale. Quelli delle altre tavole, che ci davano le
spalle, si volsero tutti in qua; i camerieri si fermarono come
statue sul vano delle vetrate, l'albergatore apparve sull'uscio.
L'ex sindaco rivolgeva il discorso di rito al suo successore: e
sollevandosi sulla punta dei piedi pareva volesse slanciarsi a
volo dietro le sue rombanti parole. Rombanti, ma anche piene di
buon senso, di cordialit, di ammirazione e sopratutto di fiducia
per il nuovo capo del paese. Concluse poi con una modestia
ammirabile:
Quello che per il bene del nostro Comune e della nostra laboriosa
onesta popolazione non abbiamo saputo far noi, uomini di mare e di
campagna, abituati a dominare gli elementi pi che le cifre e le
statistiche, pratici dei nostri affari privati, ma non in quelli
d'interesse pubblico, pieni di affetto per i nostri concittadini,
ma scarsi di senso politico e diplomatico, lo saprete fare voi,
uomo di governo, conoscitore profondo delle leggi con le quali va
guidata la societ, amministrati i beni comuni, rese felici e
disciplinate le popolazioni; voi che, alla competenza economica e
politica, unite un'altra volont di miglioramento sociale, una
visione ampia dei bisogni speciali di una regione come la nostra,
e sopratutto un intelletto ed un cuore rifulgenti della pi
diamantina onest.
Gli applausi non avevano fine: applaudiva anche il commissario,
visibilmente lusingato e commosso; sebbene sorridente di un
sorriso che respingeva l'esagerazione di alcune lodi prodigategli
dall'oratore: applaudiva anche quest'ultimo; battevo le mani pure
io, senza osservare che egli, come sarebbe stato conveniente, non
mi aveva rivolto n un saluto n un augurio.
Ma a questo ci pens il colonnello Lusignani, dopo che mio marito
ebbe risposto al suo predecessore con un discorsetto cordialmente
diplomatico: e fu una vera per quanto grottesca apoteosi.
Lo scoppio delle bottiglie di sciampagna accompagnava i nuovi
applausi: pareva un'allegra battaglia. Era gi notte; ma le
lampade elettriche, con paralumi rossi e verdi, continuavano le
luci calde del tramonto: un faro, di tanto in tanto, spandeva sul
mare la sua cometa di raggi: la luna nuova si posava come un
uccello d'oro su un ramoscello che attraversava la vetrata.
E d'improvviso, dopo aver bevuto la mia coppa di sciampagna, mi
parve di essere riafferrata dalle mani di Gabriele. Era il ricordo
di lui, che ritornava. Come uno spettro nella festa, mi parve di
vedere la sua ombra aggirarsi fra quelle degli invitati. Nello
stesso momento il Fanti, che aveva appena accostato le labbra alla
sua coppa, senza bere, solo per accompagnare i brindisi in mio
onore, mi disse sottovoce:
Bisogna che io vada, signora: mi permetta di salutarla.
Ancora avvolta dal pensiero di quell'ombra, gli domandai, anche io
sottovoce:
Perch vuole andarsene?.
Sto in pensiero per l'inquilino.
Ebbi desiderio di pronunziare cattive parole: non lo feci: non mi
ero gi proposta di perdonare e dimenticare?
D'altronde siamo gi da due ore a tavola, egli riprese, col suo
bel sorriso scintillante, mi pare che basti. Lei sar stanca.
Oh, no, in cos bella compagnia. Ma come fa a sapere che siamo da
due ora a tavola?
Tutto si sa, da chi ha buona volont.
Chi l'accompagna a casa?
L'angelo, se mia moglie non si decide a farlo.
Si alz; e pareva davvero guidato da un angelo invisibile, perch
and dritto verso l'uscio d'ingresso della sala, che un cameriere
apr e richiuse dopo che egli fu uscito.

Poi si and via anche noi, e invece di ritornare per il sentiero
dell'arenile, in quell'ora poco illuminato, si segu la strada
larga, che si incrociava col viale della stazione. Un po' stanca
davvero, ma sopratutto stordita e ancora disorientata per la mia
triste avventura, mi appoggiai al braccio del mio compagno, col
solo desiderio di arrivare presto a casa e mettermi a dormire.
Dormire, un lungo sonno profondo, e risvegliarmi come quella prima
mattina del nostro soggiorno nella casetta, con l'impressione di
avere sognato, e di rinascere ad una nuova fresca realt.
Anche mio marito taceva e, contro il suo solito, camminava lento:
pareva che la festa ci avesse lasciato scontenti, e tali fossero
le nostre idee in proposito, da preferire di non comunicarcele.
Solo, quando si fu a casa, e io, dopo essermi spogliata e lavata,
gettandomi tra le fresche lenzuola come in un bagno di mare,
dissi: Finalmente! Mi pare di essere tornata da un lungo
viaggio, mio marito domand con una voce ambigua, incerta, che mi
parve quella di un altro uomo:
Si potrebbe sapere perch?.
Ma perch sono stanca.
Anche lui si spogliava, con lenta indolenza: poi d'un tratto si
rimise la giacca, si riannod la cravatta, come dovesse uscire di
nuovo. Si appoggi invece al dappiede del letto e disse, con
quella strana voce che ancora non gli conoscevo:
Dovrei parlarti. Avevo deciso di farlo domani; ma  meglio
adesso. Dove sei stata, oggi, prima di venire all'albergo?.
Come i bambini impauriti io mi nascosi sotto il lenzuolo: subito
per ricacciai fuori il viso infiammato, ma senza agitarmi,
tranquilla nella mia coscienza, contenta, anzi, che tutto fosse
chiarito.
Te l'ho gi detto, quando si arriv col signor Fanti: sono stata
a visitare il suo disgraziato inquilino.
 vero, egli ammise, ma devi dirmi adesso come si  svolto il
vostro colloquio.
Come rispondere? Con la verit:
Male: tanto che io sono ben pentita di esserci andata, e spero di
non riveder pi in vita mia quell'infelice. Ed  tempo che ti dica
chi egli .
 inutile che tu me lo dica, perch lo so benissimo.
Le sue parole lente, gravi, mi colpivano come ceffate: ma la mia
contentezza e il mio sollievo aumentavano: dicevo a me stessa:
"Ben ti sta:  il castigo per le tue sciocche romanticherie".
E avrei voluto anche scherzare, dicendo che non invano l'ex
sindaco aveva attribuito tanta virt di sapere e di perspicacia al
compagno della mia vita; ma sentivo che non eravamo pi in
un'atmosfera di leggerezza e di commedia; e quasi contro la mia
volont, mormorai quindi una sola parola:
Meglio.
Egli allora sollev la voce, non irata ma chiara e dura.
Era meglio per che tu fossi stata pi sincera e leale con me:
avresti risparmiato tanto dolore a tutti e due.
Ardente di sdegno, ma anche di paura, senza tuttavia agitarmi,
penso:
"Sta a vedere che anche lui, adesso, mi crede colpevole di inganno
e di tradimento".
Che dolore? Che dolore?, protesto, fiera e quasi ironica. Se
qualcuno ha da soffrire sono io sola, per aver stupidamente
creduto che si possa fare un po' di bene ad un uomo. E se tu parli
di poca sincerit, da parte mia, forse hai ragione, ma non di
slealt. Ho conosciuto quel disgraziato quando ero quasi ancora
bambina:  stato un giorno ospite a casa nostra e ci siamo
scambiate solo poche frasi innocenti: poi  sparito. Che cosa
dovevo raccontarti, di lui? Quando ti ho conosciuto non pensavo
pi a lui.
Te ne sei ricordata qui, per.
Per forza. L'ho riveduto in quello stato e mi ha inspirato piet,
ma anche ripugnanza. Ed ho avuto soggezione, quasi vergogna, a
dirti che un giorno egli mi aveva inspirato amore, se amore poteva
chiamarsi quella mia fantasticheria di giovinetta provinciale.
Egli non risponde subito: raccoglie, esamina, studia le mie
parole: poi, sempre con quella voce dura e gelida che mi spaventa
pi che se ardesse di odio, dice:
Non so se devo crederti:  difficile credere ad una donna come
te.
Sebbene in fondo alla mia coscienza, come nel fitto di una selva
notturna sconvolta dalla tempesta, ardesse un punto di luce che
solo la morte poteva spegnere, io sentii un impeto di pianto, un
bisogno di buttarmi gi, di rotolarmi per terra e urlare.
Ricordai il giorno del nostro viaggio di nozze, il senso di
lontananza dall'uomo col quale dovevo trascorrere la vita; e,
nella mia solitudine interiore, il proposito di vivere di me
stessa. Infinitamente pi grande era la distanza che adesso ci
separava: ma la forza e la volont di poter vivere senza di lui,
senza la sua fede, erano abolite in me.
Morire: non mi restava altro, e pensai di farlo subito, se egli
subito non si ricredeva.
Misi la testa sotto il guanciale, e mi allacciai il collo col
fazzoletto che tenevo accanto: con calma egli mi scopr, mi
strapp il fazzoletto, lasci che io singhiozzassi a lungo,
convulsa e strozzata.
Vomitai tutto il dolore, la rabbia, il veleno, i cibi e il vino
altrui, ingoiati in quel giorno. Mi pareva di essere in alto
oceano, col mal di mare, e di dover morire, anche senza uccidermi.
E mio marito non mi confortava, non mi domandava perdono, come io
anelavo: solo, quando ebbi cacciato fuori anche la bile, egli, con
la pazienza della prima sera di nozze, port fuori il tappeto
sudicio, poi mi fece bere un sorso d'acqua.
Ascolta, disse infine, io ho seguito e studiato, giorno per
giorno, la tua stravagante passione per quello sciagurato. E
poich, prima e meglio di te, seppi chi egli , ti ho anche
sorvegliata. Molti dubbi ho avuto: persino quello che tu sapessi
gi, prima ancora di venire in questo paese, che egli ci si
trovava. E cos mi spiegavo il tuo bisbetico modo di contenerti,
durante il nostro viaggio e al nostro arrivo, e di poi ancora. Non
negherai che sei stata molto strana.
Non pensavo di negarlo, e neppure di spiegarlo, il mio contegno di
quel tempo, tanto pi che non riuscivo a spiegarlo neppure a me
stessa; e se oggi scrivo questo libro  per giustificarmi, di
fronte ai vivi ed ai morti, e sopratutto di fronte alla mia
coscienza.
Riprendendo la sua voce solita, calda e leale, mio marito
prosegu:
Fin dal primo incontro sulla spiaggia, mi accorsi che il sinistro
personaggio aveva un misterioso legame con te: poi, via via, a
misura che lo si incontrava e che tu ne parlavi, sentivo il
fascino malvagio e l'ascendente perverso che egli esercitava su di
te. Piet, tu dici; e non sai ancora, disgraziata ingenua, che
molti mascalzoni, in questo basso mondo, si valgono di tale
sentimento, per perdere una donna?.
Egli aveva ragione: cruda, laida ragione: perch dunque io sentivo
ancora il desiderio di difendere Gabriele? Ma le mie labbra erano
chiuse oramai da un sigillo amaro, e mai pi avrebbero pronunziato
quel nome.
Il mio compagno per indovinava i miei pensieri.
Tu dicevi:  un malato, uno che ha i giorni contati. Non tanto,
come tu credevi, se ha avuto la volont e la forza di attirarti a
casa sua. Ed io sapevo che ci saresti andata oggi: apposta ti
lasciai libera. Sempre libera ti ho lasciata, del resto, anche
perch volevo vedere la fine dell'avventura. E l'ho veduta. E
sarebbe stata una brutta fine, per tutti, se non avessi mandato il
Fanti a cercarti.
Adesso, finalmente, le lagrime sgorgarono silenziose dai miei
occhi e mi purificarono il viso. Ma le labbra rimasero chiuse:
poich solo il pianto che scaturisce dall'anima meravigliata del
mistero che guida le vicende umane pu esprimere questa
meraviglia.
Solo allora egli mi sfior con le dita le palpebre, come a un
morto del quale si chiudono pietosamente gli occhi: e invero
qualche cosa moriva in me, quella notte: la parte cattiva e
orgogliosa del mio essere; quella che credeva di fare il bene e
invece seminava il male.
Egli concluse:
Adesso basta: non si parli mai pi di questo.
E non se ne sarebbe parlato pi, e ancora forse conserverei il
dubbio di aver sognato quel definitivo colloquio con mio marito,
se la mattina dopo, appena egli fu andato al suo ufficio, la
Marisa non mi avesse detto:
Il Signor Fanti desidera di parlarle, un momento solo. Pu
venire?.
Aspramente le chiesi:
Perch non me lo hai accennato prima, mentre c'era il padrone?.
Fredda e insolitamente triste, ella replic che il Fanti voleva
parlare a me sola.
Che venga, dunque.
Io avevo una disgustosa paura che egli conducesse con s Gabriele,
decisa a non uscire dalla mia camera, se ci avveniva; ma dalla
finestra vidi il cieco avanzarsi solo, col suo fido bastone, e gli
andai incontro, lo presi per mani, lo feci entrare nel salottino.
Era calmo, vestito di scuro, coi capelli lisciati e la cravatta
bene annodata; ma il suo viso non era pi quello della sera prima,
invecchiato, rigido e pallido. L'ombra del nostro dramma sfiorava
anche lui; e anche di questo io sentii sinceramente la
responsabilit e il rimorso.
Lo pregai di accomodarsi sul divano di vimini, e sedetti accanto a
lui: egli, a sua volta, sent che gli ero vicina anche col cuore e
ne vibr tutto: vidi le sue mani tremare lievemente, stringendosi
una sull'altra sul pomo del bastone: e tremula era pure la sua
voce quando mi disse:
Signora, le domando scusa se vengo a disturbarla, a quest'ora; ma
penso che ella prover sollievo nel sapere che il mio inquilino 
partito.
Subito, con accento cattivo, io rispondo:
Buon viaggio.
S, un buon viaggio egli ha fatto.
Che dice, signor Fanti?
 morto: ieri notte, alle dieci precise. Ha avuto un terribile
sbocco di sangue; e la cosa pi tragica  che egli  morto solo,
senza domandare aiuto, forse senza poterlo.
Ricorda, signora, come ieri sera io sentivo che una disgrazia
succedeva in casa mia? Per questo mi alzai di tavola: ma quando io
e mia moglie si arriv a casa, l'infelice era gi partito.
Ho veduto anche io la sua ombra, dissi, ripresa da un brivido di
terrore e di mistero: ma presto l'anima riaffior al senso della
realt; ed era una realt luminosa, fatta di spazio, di sollievo,
di gioia. S, anche di gioia. A costo di apparire al Fanti dura e
crudele, dissi:
Meglio cos.  la volont di Dio.
E vidi anche il suo viso illuminarsi di nuovo, e poi piegarsi in
atto di preghiera.
Sia fatta sempre la Sua volont.

