





    Traduzioni telematiche a cura di
    Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
    (Casa di Reclusione - Opera)




    Grazia Deledda.
    LA VIA DEL MALE.







    INDICE.

    Nota biobibliografica: pagina 4.
    Capitolo primo: pagina 17.
    Capitolo secondo: pagina 30.
    Capitolo terzo: pagina 48.
    Capitolo quarto: pagina 68.
    Capitolo quinto: pagina 84.
    Capitolo sesto: pagina 97.
    Capitolo settimo: pagina 110.
    Capitolo ottavo: pagina 122.
    Capitolo nono: pagina 135.
    Capitolo decimo: pagina 144.
    Capitolo undicesimo: pagina 160.
    Capitolo dodicesimo: pagina 169.
    Capitolo tredicesimo: pagina 191.
    Capitolo quattordicesimo: pagina 212.
    Capitolo quindicesimo: pagina 226.
    Capitolo sedicesimo: pagina 244.
    Capitolo diciassettesimo: pagina 260.
    Capitolo diciottesimo: pagina 265.
    Capitolo diciannovesimo: pagina 273.
    Capitolo ventesimo: pagina 284.
    Capitolo ventunesimo: pagina 296.
    Capitolo ventiduesimo: pagina 312.
    Capitolo ventitreesimo: pagina 326.


















    Nota biobibliografica.

    LA VITA.
    Grazia Deledda nacque a Nuoro il 27 settembre del 1871 da  Giovanni  e
    Francesca Cambosu.  Il padre, che aveva studiato legge, non esercitava
    la professione,  ma si occupava di  commercio  e  di  agricoltura;  si
    interessava di poesia,  cimentandosi in componimenti dialettali; aveva
    impiantato  una  piccola  tipografia  e  stampava  a  sue   spese   un
    giornaletto.
    Grazia  frequent  soltanto  le scuole elementari,  ripetendo anche un
    anno non per scarso  profitto,  ma  per  continuare  in  qualche  modo
    un'attivit  educativa.  Ebbe  poi  in casa un precettore da cui prese
    qualche lezione  di  lingua.  Da  autodidatta,  quindi,  port  avanti
    frequenti e disordinate letture di romanzi e poesie: Dumas,  Ponson du
    Terrail,  Balzac,  Sue,  Carolina Invernizio;  pi  tardi  i  veristi,
    D'Annunzio e i grandi romanzieri russi.
    Una  serie  di  disgrazie familiari segnarono gli anni dell'infanzia e
    dell'adolescenza trascorsi a  Nuoro,  insieme  allo  sviluppo  di  una
    precoce vocazione di scrittrice. Un fratello, Santus, era alcolizzato,
    un  altro,  Andrea,  fu  arrestato  per piccoli furti: il padre non ne
    sopport la vergogna e mor per crisi cardiaca.
    Alle sopraggiunte difficolt economiche si  assommarono  altri  lutti,
    dispiaceri familiari,  e umiliazioni per i pregiudizi che condannavano
    e irridevano il suo impegno letterario.
    Nel 1888 il racconto  "Sangue  sardo",  inviato  alla  rivista  romana
    "Ultima   moda"   fu   accettato   e  l'autrice  esordiente  ricevette
    incoraggiamenti a continuare la collaborazione.  Segu  infatti  sullo
    stesso   periodico   un  altro  racconto  "Remigia  Helder"  e  l'anno
    successivo il primo romanzo "Memorie di Fernanda".  Altri suoi scritti
    furono  giudicati positivamente dal De Gubernatis e dal Bonghi che nel
    1895 firmer la prefazione  al  romanzo  familiare  "Anime  oneste",
    edito dal Cogliati di Milano.
    La  positiva  recensione  del Capuana a "La via del male" (1896) segn
    l'inizio di una notoriet letteraria non pi circoscritta alle riviste
    di moda. Ne deriv lo stimolo ad una frenetica e copiosa produzione di
    novelle  ("L'ospite"),   poesie  ("Paesaggi  sardi")  e  romanzi  ("Il
    tesoro",  "La  giustizia",  "Il  vecchio  della montagna"),  mentre si
    acuiva il desiderio di evadere dalla soffocante vita nuorese.
    Nel 1899 la Deledda soggiorn a Cagliari,  ospite della direttrice  di
    una  rivista  locale.  In quell'occasione incontr l'impiegato statale
    Palmiro Madesani che spos di  l  a  poco.  Le  fu  quindi  possibile
    lasciare la Sardegna per Roma,  dove trascorse un'esistenza tranquilla
    e ritirata,  dedicandosi all'educazione dei figli  e  alla  produzione
    letteraria cui attese con pi pacata attenzione.
    Al primo romanzo elaborato a Roma, "Elias Portolu", edito sulla "Nuova
    antologia"  nel  1900,  seguirono  con ritmo costante "Cenere" (1903),
    "Nostalgia" (1905),  "L'edera" (1906),  "L'ombra del passato"  (1907),
    "Colombi  e  sparvieri"  (1912),  la raccolta di novelle "Chiaroscuro"
    dello stesso anno, "Canne al vento" (1913),  "Le colpe altrui" (1914),
    "Marianna  Sirca" (1915),  "Il fanciullo nascosto" (novelle) del 1916,
    "L'incendio nell'uliveto"  (1917),  "La  madre"  (1919),  "Il  segreto
    dell'uomo  solitario" (1921),  "Il Dio dei viventi" (1922),  "La danza
    della collana" (1924). "La fuga in Egitto" (1925).
    Ai riconoscimenti nazionali di critici come Cecchi, Pancrazi, Baldini,
    si  aggiunse  nel  1926  il   premio   Nobel   per   la   letteratura;
    l'assegnazione avvenne il 10 settembre del 1927.
    Seguirono  altri  romanzi,  "Annalena  Bilsini" (1927),  "Il paese del
    vento" (1931), "L'argine" (1934), "La chiesa della solitudine" (1935).
    Il 16 agosto del 1936 la Deledda mor a Roma,  lasciando incompleto un
    romanzo  autobiografico  "Cosima",  relativo  ai  difficili anni della
    giovinezza.   Il  Baldini  ne  cur  la  pubblicazione  sulla   "Nuova
    antologia", col titolo "Cosima, quasi Grazia".


    LE OPERE.
    Narrativa:
    "Nell'azzurro",   novelle,   Milano-Roma,   Trevisani,  1890  (con  lo
    pseudonimo di Ilia di Saint Ismail).
    "Stella d'Oriente",  Cagliari,  Tipografia dell'Avvenire di  Sardegna,
    1891.
    "Amore regale", novella, Roma, Perino, 1891.
    "Fior di Sardegna", Roma, Perino, 1892.
    "La regina delle tenebre",  racconto, Torino, Origlia, 1892. "Racconti
    sardi", Sassari, Dessy, 1894.
    "Anime  oneste",  con  una  prefazione  di  Ruggero  Bonghi,   Milano,
    Cogliati, 1895.
    "La via del male", Torino, Speirani, 1896.
    "Il tesoro", Torino, Speirani, 1896.
    "L'ospite", novelle, Rocca San Cresciano, Cappelli, 1897.
    "I tre talismani", fiaba, Palermo, Sandron, 1899.
    "Nostra Signora del buon consiglio", leggenda sarda, Palermo, Sandron,
    1899.
    "La giustizia", Torino, Speirani, 1899.
    "Giaffah", novella, Palermo, Sandron, 1899.
    "Le disgrazie che pu cagionare il denaro",  favola, Palermo, Sandron,
    1899.
    "Le tentazioni", novelle, Milano,  Cogliati,  1899.  "Il vecchio della
    montagna",  in  "Nuova Antologia" numero 168,  novembre-dicembre 1899;
    Torino, Roux e Viarengo, 1900.
    "Elias Portolu", in "Nuova Antologia", numeri 172-174, agosto-dicembre
    1900; Torino, Roux e Viarengo, 1903.
    "Dopo il divorzio", Torino, Roux e Viarengo, 1902.
    "Cenere",  in "Nuova Antologia",  numeri 187-188,  gennaio-marzo 1903;
    Roma, Ripamonti e Colombo, 1904.
    "Nostalgie",  in "Nuova Antologia" numeri 199-200, gennaio-marzo 1905;
    Roma, Ripamonti, 1906.
    "I giuochi della vita", novelle, Milano, Treves, 1905.
    "Amori moderni", Roma, Voghera, 1907.
    "L'ombra del passato", in "Nuova Antologia", numeri 211-212,  gennaio-
    marzo 1907.
    "L'edera",  in "Nuova Antologia",  numero 217,  gennaio-febbraio 1908;
    Roma, Edizioni "Nuova Antologia", 1908.
    "Il nonno", novelle, Roma, Edizioni "Nuova Antologia", 1908.
    "Sino al confine",  in "Nuova  Antologia",  numeri  227-228,  ottobre-
    dicembre 1909; Milano, Treves, 1910.
    "Il nostro padrone", Milano, Treves, 1910.
    "Nel deserto",  in "Nuova Antologia",  numeri 235-236, febbraio-aprile
    1911; Milano, Treves, 1911.
    "Colombi e sparvieri", in "Nuova Antologia", numeri 241-242,  gennaio-
    marzo 1912, Milano, Treves, 1912.
    "Chiaroscuro", novelle, Milano, Treves, 1912.
    "Canne al vento",  in "L'Illustrazione Italiana", Milano, 12 gennaio -
    27 aprile 1913; Milano, Treves, 1913.
    "Le colpe altrui", in "Nuova Antologia",  nn.  253-254,  gennaio-marzo
    1914; Milano, Treves, 1914.
    "Marianna Sirca",  in "La lettura",  numeri 1-8,  gennaio-agosto 1915;
    Milano, Treves, 1915.
    "Il fanciullo nascosto", novelle, Milano, Treves, 1916.
    "L'incendio nell'uliveto", in "La lettura", diciassettesimo,  numer 6,
    1 giugno 1917;  diciottesimo, numero 4, 1 aprile 1918; Milano, Treves,
    1918.
    "Il ritorno del figlio e la bambina rubata", novelle, Milano,  Treves,
    1919.
    "La madre", in "Il Tempo", settembre 1919 ss.; Milano, Treves, 1920.
    "Naufraghi in porto", seconda edizione riveduta di "Dopo il divorzio",
    Milano, Treves, 1920.
    "Cattive compagnie", novelle, Milano, Treves, 1921.
    "Il segreto dell'uomo solitario", Milano, Treves, 1921.
    "Il  Dio dei viventi",  in "Nuova Antologia",  numeri 301-302,  marzo-
    maggio 1922; Milano, Treves, 1922.
    "Il flauto nel bosco", novelle, Milano, Treves, 1923.
    "La danza della collana", Milano, Treves, 1924.
    "La fuga in Egitto",  in "Il  Secolo  ventesimo",  gennaio  1925  ss.;
    Milano, Treves, 1925.
    "Il sigillo d'amore", novelle, Milano, Treves, 1926.
    "Il  cieco  di  Gerico",  novella,  in "Nuova Antologia",  numero 333,
    settembre 1927; Roma, Edzioni "Nuova Antologia", 1927.
    "Annalena Bilsini", Milano, Treves, 1927.
    "Il vecchio e i fanciulli", Milano, Treves, 1928.
    "Il dono di Natale", novelle, Milano, Treves, 1930.
    "La casa del poeta", novelle, Milano, Treves, 1930.
    "Il paese del vento", in "Nuova Antologia",  numeri 353-354,  gennaio-
    marzo 1931; Milano, Treves, 1931.
    "La vigna sul mare", novelle, Milano, Treves, 1932.
    "Sole d'estate", novelle, Milano, Treves, 1933.
    "L'argine",  in  "Nuova  Antologia",  numeri  370-371,  novembre  1933
    febbraio 1934; Milano, Treves, 1934.
    "La chiesa della solitudine", Milano, Treves, 1936.
    "Cosima, quasi Grazia", opera postuma,  in "Nuova Antologia",   numero
    387, settembre-ottobre 1936.
    "Cosima", Milano, Treves, 1937.
    "Il cedro del Libano", novelle, Milano, Garzanti, 1939.

    Saggistica:
    "Tradizioni  popolari  di  Nuoro  in  Sardegna",   in  "Rivista  delle
    Tradizioni popolari italiane", agosto 1894-maggio 1895; Roma,  Forzano
    e C., 1895.
    "Le  pi  belle  pagine  di  Silvio Pellico scelte da Grazia Deledda",
    Milano, Treves, 1923.
    "Il libro della terza elementare",  Roma,  La  Libreria  dello  Stato,
    1930.

    Teatro:
    "L'edera",  in collaborazione con C.  Antona Traversi, Milano, Treves,
    1912.
    "La Grazia", in collaborazione con C. Guastalla e V. Michetti, Milano,
    Ricordi, 1921.

    Poesia.
    "Paesaggi sardi", Torino, Speirani, 1897.

    Traduzioni:
    "Eugenia Grandet" (da H. de Balzac), Milano, Mondadori, 1930.

    Raccolte di opere:
    "Versi e prose giovanili",  a cura di ANTONIO SCANO,  Milano,  Treves,
    1938.
    "Romanzi e novelle",  con un'introduzione di EMILIO CECCHI,  5 volumi;
    primo, Milano, Mondadori, 1941; secondo, ibidem,  1945;  111,  ibidem,
    1950; quarto, ibidem, 1955; quinto, ibidem, 1969.
    "Opere  scelte",  a  cura di EURIALO DE MICHELIS,  Milano,  Mondadori,
    1964, 2 volumi.
    "Romanzi e novelle",  a cura di NATALINO SAPEGNO,  Milano,  Mondadori,
    1971.
    "Romanzi  sardi",  a cura di VITTORIO SPINAZZOLA,  Milano,  Mondadori,
    1981.

    Epistolario:
    Le lettere pi importanti della Deledda sono raccolte in:
    "Versi e prose giovanili", citato, pagine 231-70.
    "Onoranze a Grazia Deledda",  a cura di MARIO  CIUSA  ROMAGNA,  Nuoro,
    1959, pagine 49-115.
    "Opere scelte", citato, 1, pagine 923-1120.
    "Lettere  a Marino Moretti",  Padova,  Rebellato,  1959 (poi in "Opere
    scelte", citato, secondo).
    "Grazia Deledda,  premio Nobel per la letteratura"  1926,  a  cura  di
    FRANCESCO Dl PILLA, Milano. Fabbri. 1966, pagine 239-595.

    BIBLIOGRAFIA.
    LUIGI CAPUANA, "Gli ismi contemporanei", Catania, Giannotta, 1898.
    GIUSEPPE ANTONIO BORGESE, "La vita e il libro", Torino, Bocca, 1911.
    LORENZO GIGLI,  II romanzo italiano da Manzoni a D'Annunzio,  Bologna,
    Zanichelli, 1914.
    RENATO SERRA, "Le Lettere", Roma, Bontempelli, 1914, poi in "Scritti",
    Firenze, Le Monnier, 1958.
    GIUSEPPE ANTONIO BORGESE, "Tempo di edificare", Milano, Treves, 1923.
    PIETRO PANCRAZI,  "Venti uomini,  un satiro e un burattino",  Firenze,
    Vallecchi, 1923; poi in "Ragguagli di Parnaso", Bari, Laterza, 1941.
    LUIGI TONELLI, "Alla ricerca della personalit", Milano, Modernissima,
    1923.
    LUIGI RUSSO, "I narratori", Roma, Fondazione Leonardo, 1923.
    FRANCESCO FLORA,  "Dal romanticismo al futurismo",  Milano, Mondadori,
    1925.
    E. PILIA, "La letteratura narrativa in Sardegna",  Cagliari "Nuraghe",
    1926.
    FEDERIGO TOZZI, "Realt di ieri e di oggi", Milano, Alpes, 1928.
    GIUSEPPE ANTONIO BORGESE, in "Corriere della Sera", 27 gennaio 1929.
    GIUSEPPE RAVEGNANI,  "I contemporanei",  Torino,  Bocca,  1930;  prima
    serie.
    ARNALDO BOCELLI, in "Nuova Antologia", 1 agosto 1931.
    ANTONIO  SCANO,   "Viaggio  letterario  in  Sardegna",   Foligno-Roma,
    Campitelli.
    BONAVENTURA TECCHI, "Maestri e amici", Pescara, Tempo Nostro, 1934.
    FRANCESCO BRUNO, "Grazia Deledda", Salerno, Di Giacomo, 1935.
    ARNALDO BOCELLI, in "Nuova Antologia", 1 settembre 1936.
    LUIGI FALCHI, "L'opera di Grazia Deledda", Milano, La Prora, 1937.
    PIETRO  PANCRAZI,  "Scrittori  italiani  dal  Carducci al D'Annunzio",
    Bari, Laterza, 1937.
    ARNALDO BOCELLI, in "Nuova Antologia", 1 agosto 1937.
    EURIALO DE MICHELIS, "Grazia Deledda e il decadentismo",  Firenze,  La
    Nuova Italia, 1938.
    REMO BRANCA, "Bibliografia deleddiana", Milano, L'Eroica, 1938.
    FRANCESCO   FLORA,   "Storia  della  letteratura"  italiana,   Milano,
    Mondadori, 1940, volume quinto.
    EMILIO CECCHI,  "Introduzione a Romanzi e Novelle di Grazia  Deledda",
    Milano, Mondadori, 1941, 4 volumi.
    BENEDETTO CROCE,  "La letteratura della Nuova Italia",  Bari, Laterza,
    1945, volume sesto.
    ARNALDO BOCELLI, in "Ulisse", novembre 1947.
    ATTILIO MOMIGLIANO,  "Storia della letteratura italiana dalle  origini
    ai nostri giorni, Milano-Messina, Principato, 1948.
    LICIA RONCARATI,  "L'arte di Grazia Deledda", Messina-Firenze, D'Anna,
    1949.
    NELLA ZOIA, "Grazia Deledda", Milano, Garzanti, 1949.
    ENRICO FALQUI, "Prosatori e narratori del Novecento italiano", Torino,
    Einaudi, 1950.
    LUIGI RUSSO, "I narratori", Milano-Messina, Principato, 1951,1958.
    GIANCARLO BUZZI, "Grazia Deledda", Torino, Bocca, 1953.
    ATTILIO MOMIGLIANO, "Ultimi studi", Firenze, La Nuova Italia, 1954.
    GIUSEPPE RAVEGNANI, "Uomini visti", Milano, Mondadori, 1955, volume 1.
    GIACINTO SPAGNOLETTI, "Romanzieri italiani del nostro secolo", Torino,
    E.R.I., 1957.
    "Scritti in onore di Crazia Deledda" in, Il Convegno, luglio 1959.
    NATALINO SAPEGNO,  "Pagine di storia letteraria",  Palermo,  Manfredi,
    1960.
    GIUSEPPE PETRONIO,  "Letteratura italiana.  I Contemporanei",  Milano,
    Marzorati 1963, volume 1.
    LUIGI SORU,  "Narratori dell'Ottocento e del primo Novecento" (a  cura
    di Aldo Borlenghi), Milano-Napoli, Ricciardi, 1963, tomo terzo.
    EURIALO DE MICHELIS,  Introduzione a "Opere scelte" di Grazia Deledda,
    Milano Mondadori, 1964, 2 volumi.
    OLGA LOMBARDI,  "Enciclopedia della  donna",  Roma,  Editori  Riuniti,
    1965, volume secondo.
    WALTER MAURO,  "Cultura e societ nella narrativa meridionale",  Roma,
    Edizioni dell'Ateneo. 1965.





















    Capitolo primo.

    Pietro Benu si ferm un momento davanti alla chiesetta del Rosario.
    "E' appena la una" pens. "Forse  troppo presto per andare dai Noina.
    Dormiranno, forse. Quella gente  ricca e si prende tutti i comodi."
    Dopo  un  momento  d'esitazione  riprese  la  strada,  dirigendosi  al
    vicinato di Sant'Ussula, che  all'estremit di Nuoro.
    Era  ai  primi  di settembre;  il sole ancora ardentissimo saettava le
    straducce deserte;  solo qualche cagnolino affamato passava  lungo  le
    strisce  d'ombra  merlata  che  si  stendevano davanti alle casette di
    pietra.
    Il roteare d'un  molino  a  vapore  interrompeva,  in  lontananza,  il
    silenzio meridiano;  e quel rumore ansante e palpitante pareva l'unica
    pulsazione della piccola citt arsa dal sole.
    Pietro, seguito dalla sua corta ombra, anim per qualche momento,  col
    rumore  dei  suoi  scarponi,  la  solitudine della strada desolata che
    dalla chiesetta del Rosario va al cimitero;  di l egli s'intern  nel
    vicinato di Sant'Ussula, indugiandosi a guardare i piccoli orti invasi
    da  una  vegetazione  selvaggia,  i  cortiletti ombreggiati da qualche
    caprifico,  da qualche mandorlo e da meschini pergolati;  e finalmente
    si  ferm  ed  entr in una bettola sulla cui insegna stava issata una
    scopa.
    Il bettoliere, un toscano ex-carbonaio,  che aveva sposato una paesana
    di cattivi costumi,  stava coricato sull'unica panca della Rivendita -
    com'egli chiamava dignitosamente il suo buco  e  dovette  alzarsi  per
    lasciar sedere l'avventore.
    Lo  guard,  lo riconobbe,  gli sorrise coi suoi grandi occhi chiari e
    maliziosi.
    Salute, Pietro gli disse, con un bizzarro linguaggio,  nel quale sul
    puro  senese il dialetto sardo s'era impresso come la patina sull'oro;
    che cosa cerchi da queste parti?
    Qualche cosa cerco!  Dammi da  bere  rispose  Pietro  con  un  certo
    disprezzo.
    Il  toscano gli diede da bere,  guardandolo coi grandi occhi infantili
    sempre sorridenti.
    Scommettiamo che so dove vai?  Vai da Nicola Noina,  al cui  servizio
    vuoi entrare. Ebb, ti avr per cliente e ne sar contento.
    Come diavolo lo sai? domand Pietro.
    Ma...  l'ho saputo da mia moglie: le donne sanno tutto. L'avr saputo
    dalla tua Sabina...
    Pietro s'accigli alquanto, pensando Sabina in relazione con la moglie
    del toscano;  ma poi  scosse  la  testa,  obliquamente,  da  destra  a
    sinistra,  con  un  gesto  sprezzante  che  gli era abituale,  e torn
    sereno;  una serenit  incosciente  che  tuttavia  aveva  qualcosa  di
    sarcastico.
    Anzitutto  Sabina  non era affatto sua.  L'aveva incontrata durante le
    ultime mietiture,  e una notte  di  luna  piena,  mentre  nell'aia  le
    formiche,   in  lunghe  file  silenziose,  rapivano  il  grano,  egli,
    addormentato a bocca a terra,  aveva sognato di sposare la  fanciulla.
    Sabina  era  graziosa:  bianca,  con un ciuffo di capelli biondi sulla
    fronte pura.  E si  mostrava  tenera  con  Pietro  e  l'avrebbe  amato
    volentieri; ma egli, svegliandosi dal suo sogno, aveva preso tempo per
    risolversi, e ancora non s'era deciso a dichiararle la sua simpatia.
    Chi  questa Sabina? domand,  guardando il bicchiere vuoto rosso di
    vino.
    Bah,  non fare lo sciocco!  La nipote di zio Nicola Noina! disse  il
    toscano.
    Egli  dava  il  titolo  di  zio  e zia,  che i nuoresi danno solo alle
    persone anziane del popolo,  anche ai bambini,  alle fanciulle  ed  ai
    signori.
    Non  lo  sapevo,  in  verit  ment Pietro.  Sabina ha detto che io
    voglio entrare al servizio dello zio?
    Non so: l'ho pensato io.
    Eh, tu hai poco da fare, piccolo forestiero riprese Pietro,  col suo
    gesto sprezzante,  e pensi quello che ti pare e piace.  Ebbene, se io
    volessi davvero entrare al servizio di Nicola  Noina,  che  importa  a
    te?
    Ne sarei contento, ripeto.
    E allora, dimmi, che razza di gente  la famiglia Noina?
    Tu  che  sei nuorese lo devi saper meglio d'un forestiere si scherm
    il bettoliere,  che aveva preso in  mano  una  specie  di  piumino  di
    ritagli  di  carta e scacciava le mosche da un cestino di frutta messo
    in mostra vicino alla porta.
    Un forestiere vicino ne sa pi di un compaesano lontano.
    Senza  smettere  di  scacciare  le  mosche,   il  bettoliere  prese  a
    chiacchierare come una donnicciuola.
    I Noina sono i re del vicinato,  lo sai, sebbene siano nuoresi quanto
    me...
    Cosa dici,  diavolo?  Se la moglie  appartiene  ad  una  famiglia  di
    "principali" (1) nuoresi?
    La moglie s,  ma lui? Chi lo sa di dov'? Neppure lui lo ricorda. E'
    venuto a Nuoro con suo padre,  uno di quei negozianti  errabondi,  che
    comprano olio da ardere e poi lo rivendono per buono.
    Cos  si  fanno  le fortune!  E tu non battezzi il tuo vino? esclam
    Pietro, versando al suolo le ultime gocce del bicchiere.
    Sentiva gi un istintivo bisogno di difendere,  per amor  proprio,  il
    suo futuro padrone.
    Nessun  bettoliere,  a  Nuoro,  vi  d  il vino schietto come il mio
    prosegu  l'altro.   Domanda  allo  stesso  zio  Nicola  che  se   ne
    intende...
    Ah,    vero,  egli    un ubriacone? domand Pietro.  Dicono fosse
    ubriaco quando, il mese scorso, cadde da cavallo e si ruppe una gamba,
    ritornando da Oliena.
    Non so;  forse aveva assaggiati molti campioni di  vino!  Perch  era
    andato per comprare del vino.  Fatto sta che s' rotta la gamba ed ora
    cerca un servo abile e fidato,  perch egli non pu  pi  badare  alle
    cose sue.
    E la moglie che donna ?
    Una donna che non ride mai,  come il diavolo.  Una vanitosa.  Il vero
    prototipo delle vostre "principalesse", che credono
    d'aver il mondo entro la loro cuffia perch posseggono una  vigna,  un
    chiuso, una tanca, cavalli e buoi.
    E ti par poco, piccolo forestiere? E la figlia, come ? Superba?
    Zia Maria?  Una bella ragazza. Ma bella!  disse l'altro gonfiando le
    guance. Quella  buona,  umile,  buona massaia.  Dicono!  Io la credo
    ancor  pi  superba della madre.  Devono poi essere avare,  quelle due
    donne,  avare quanto zio Nicola  allegro e  prodigo.  Ma  lo  tengono
    dentro il pugno, cos, veh, il povero zio Nicola!
    Questo  non  m'importa  disse Pietro,  guardando il pugno chiuso del
    bettoliere. Basta che non siano avare con me.
    Ah,  dunque  vero che ci vai?  chiese  l'altro,  smettendo  la  sua
    faccenda.
    Se mi pagano bene, s. Hanno una serva?
    Niente.  Non hanno avuto mai n servi, n serve. Fanno tutto da loro.
    Maria lavora come una bestia; va alla fontana, va a lavare,  spazza il
    cortile e la strada davanti al cortile.  Una vergogna, per gente ricca
    come loro.
    Lavorare non  vergogna. E poi, non dicevi tu, poco fa,  che non sono
    ricchi?
    Si credono,  per. Si credono ricchi perch vivono in questo vicinato
    di miserabili.  L'essere cresciute,  specialmente  le  donne,  fra  la
    perpetua miseria della gente che le circonda,  d loro l'idea d'essere
    delle regine. Anzi nella zia Maria la vanit ha un limite, o almeno, 
    un po' nascosta, ma la zia Luisa ad ogni parola fa sentire di non aver
    bisogno di alcuno, di esser ricca, d'aver la casa piena di provviste e
    il cassetto colmo di monete. E' una donna schiacciante.  Zio Nicola la
    chiama  "Madama  reale".  Non si degna neppure di uscire a prendere il
    fresco nello spiazzo, assieme alle altre vicine, come fa la zia Maria.
    Se ne sta nel suo cortile, accanto al portone spalancato, e se qualche
    donnicciuola le si avvicina bisogna  vedere  che  arie  la  sua  Luisa
    assume!...
    Ah,  dunque  interruppe  Pietro,  pensieroso,  guardando fuori della
    porta, verso lo sfondo ardente della straducola, lui,  il padrone non
     superbo?
    Gli  un burlone ciarliero; niente altro. Si beffa un po' di tutti, e
    si mostra bisognoso di denari. E un furbone, caro mio!
    E in famiglia vanno d'accordo?
    Si  capiscono  a vicenda come gli uccelli dello stesso nido disse il
    forestiere. Pare che vadano d'accordo: del resto non fanno mai sapere
    agli altri i fatti loro.
    Tu per sembri bene  informato;  quasi  quanto  una  donnicciuola...
    osserv Pietro, col suo gesto sprezzante.
    Cosa vuoi?  Qui  un luogo di chiacchiere; tutti convengono qui, come
    le api all'alveare riprese il toscano,  con un bel paragone che  fece
    sorridere Pietro. Io ascolto e ripeto...
    Quando avr bisogno di saper qualche cosa, allora, verr qui...
    Mi pare che ci sei gi venuto...
    Pietro  sbotton  una specie di borsetta applicata alla sua cintura di
    cuoio, e trasse una moneta d'argento.
    Pago. E tua moglie dov'?
    L' andata a cogliere fichi d'India rispose l'altro,  sbattendo  sul
    banco la moneta, per accertarsi che non era falsa.
    Pietro  pens  alla  moglie  del bettoliere,  una bellissima donna dai
    grandi occhi neri,  presso la quale anch'egli una volta aveva  passato
    qualche ora; e per concatenazione d'idee domand:
    E cosa si dice di Maria Noina? E' onesta?
    Ostia,  son cose neppure da domandarsi! grid l'altro. La figlia di
    zio Nicola Noina? Lo specchio dell'onest.
    E fa all'amore, almeno questo specchio?
    Niente. Vuole un partitone, quella...
    Ebb,  glielo porteremo dal continente disse  Pietro  guardando  con
    beffe il forestiere.
    Avrebbe  voluto  sapere  altre cose,  ma ebbe timore che il bettoliere
    andasse poi a riferire le sue domande ai Noina, e si alz.
    Spero rivederci,  Pietro.  Fa il contratto con zio Nicola,  sai:  un
    buon  uomo,  dopo tutto.  Tieni duro e vedrai che ti dar tutto quello
    che vorrai.
    Grazie del consiglio; ma io non vado l ment ancora Pietro.
    Invece, appena fuori, volt a destra e s'avvicin alla casa dei Noina.
    Invero,  la casetta,  bianca e quieta dietro l'alto muro del  cortile,
    pareva  guardasse  con  disprezzo  le catapecchie ammucchiate qua e l
    intorno allo spiazzo e lungo la straducola  polverosa.  Pietro  spinse
    senz'altro il portone rosso socchiuso ed entr.
    A  destra  del vasto cortile,  lastricato di ciottoli,  arso dal sole,
    pulito e ordinato,  Pietro vide una tettoia che funzionava da stalla e
    da rimessa: a sinistra biancheggiava la casa, con la scala esterna, di
    granito,  rallegrata da ciuffi freschi di campanule attorcigliate alla
    ringhiera di ferro.
    Con ordine quasi simmetrico stavano qua e l disposti  molti  attrezzi
    contadineschi: un carro sardo,  vecchie ruote,  aratri, zappe, gioghi,
    pungoli, bastoni.
    Sotto la scala s'apriva una porta;  pi in l un'altra porta di  legno
    affumicato,  con  uno  sportello  in  alto,  indicava l'ingresso della
    cucina.
    Pietro si diresse l, guard dallo sportello aperto e salut.
    "E ite fachies?" Che fate? 
    Entra rispose senz'altro una donna bassa e pingue,  dal  lungo  viso
    bianco  e  calmo,  incorniciato  da  una  benda  di  tela tinta con lo
    zafferano.
    Pietro Benu spinse la porta ed entr.
    Volevo parlare con zio Nicola.
    Ora lo chiamer. Siediti.
    Il giovane sedette davanti al focolare spento, mentre zia Luisa usciva
    nel cortile e saliva le scale col suo passo lento e grave.
    La cucina rassomigliava a tutte le cucine sarde: larga,  col pavimento
    di mattoni,  il soffitto di canne annerite dal fumo; grandi casseruole
    di rame lucenti, arnesi per fare il pane,  spiedi enormi e taglieri di
    legno pendevano dalle pareti brune.  Su uno dei fornelli praticati sul
    grande forno semicircolare bolliva una piccola caffettiera di rame.
    Sopra uno sgabello,  vicino alla porta,  Pietro  osserv  un  canestro
    d'asfodelo  col  necessario  per  cucire e una camicia da donna con un
    ricamo sardo appena incominciato.  Doveva essere il lavoro  di  Maria.
    Dov'era  a  quell'ora  la  fanciulla?  Forse era andata a lavare,  nel
    torrente della valle,  perch durante il tempo che  Pietro  stette  l
    ella non si lasci vedere.
    Solo,  dopo un momento, rientr zia Luisa, bianca, impassibile, con la
    bocca stretta e il corsetto allacciato nonostante il caldo soffocante;
    e il passo d'un uomo zoppo risuon nel cortile.
    Appena il giovine servo vide la figura bonaria, il viso colorito e gli
    occhi brillanti di zio Nicola, si rallegr tutto.
    Come va? chiese il proprietario, sedendosi con qualche stento su una
    larga sedia di paglia.
    Bene rispose Pietro.
    Zio Nicola allung la gamba sana, fece una lieve smorfia di dolore, ma
    subito si ricompose.  Zia Luisa scost la caffettiera dal fuoco,  e si
    rimise  a filare,  col piccolo fuso sardo gonfio di lana bianca.  Cos
    bassa e tonda, quasi solenne nell'antico costume nuorese, con la gonna
    di orbace orlata di verde, con la benda gialla intorno al grande volto
    enigmatico,  con le labbra strette e gli occhi chiari e  freddi,  ella
    pareva  un  idolo e incuteva una soggezione religiosa quanto il marito
    ispirava confidenza.
    So che cercate un servo disse Pietro,  spiegando e ripiegando la sua
    lunga berretta nera.  Se mi volete, vengo io. Finisco ora a settembre
    il servizio da Antoni Ghisu, e se volete...
    Giovinotto rispose zio Nicola,  fissandolo coi suoi occhi brillanti,
    non  ti  offenderai  se  ti  dico  una  cosa:  tu  non  godi una fama
    spiccata...
    Anche  Pietro  aveva  gli  occhi  grigi  luminosi  e  sostenne   quasi
    insolentemente  lo  sguardo di zio Nicola: bench sentisse le orecchie
    ardergli per l'offesa, disse pacatamente:
    E informatevi, allora....
    Non offenderti disse zia Luisa,  parlando a denti  stretti  e  quasi
    senza aprire bocca. Son voci che corrono, e Nicola  un burlone.
    Ma che voci,  zia Luisa mia? Che possono dire di me? Non ho mai avuto
    che fare con la giustizia,  io.  Lavoro di giorno e  dormo  di  notte.
    Rispetto il padrone,  le donne,  i bambini. Considero come mia la casa
    ove spezzo il pane e bevo il vino.  Non ho mai rubato un'agugliata  di
    filo. Che possono dire di me? egli chiese, accendendosi in volto.
    Zio Nicola non cessava di guardarlo, e sorrideva. Fra la sua
    barba  rossigna  e  i  baffi neri spiccavano le sue labbra fresche e i
    denti giovanili.
    Eh,  dicono soltanto che sei manesco e rabbioso esclam,  e infatti
    mi pare che ti arrabbi, ora. Vuoi il bastone?
    Gli  porse il bastone,  accennandogli di bastonare qualcuno,  e Pietro
    rise.
    Ecco  confess  non  nego  che  sono  stato  un  ragazzo   discolo;
    scavalcavo  tutti  i  muri,  salivo  su tutti gli alberi,  bastonavo i
    compagni e correvo sul dorso nudo  di  cavalli  indomiti.  Ma  chi  da
    ragazzo  non    stato cos?  Qualche volta mia madre,  poveretta,  mi
    legava e mi chiudeva in casa; io rosicchiavo la cordicella e scappavo.
    Ma ben presto conobbi il dolore. Mia madre mor, il tetto della nostra
    casetta  profond;  conobbi  il  freddo,  la  fame,  l'abbandono,   la
    malattia.  Le  mie due vecchie zie mi aiutarono,  ma sono cos povere!
    Allora compresi la vita. Eh, diavolo; la fame  una buona maestra!  Mi
    misi  a  servire,  imparai  ad obbedire e a lavorare.  E ora lavoro: e
    appena potr rifare la mia casetta rovinata, e comprarmi un carro,  un
    paio di buoi, un cane, prender moglie...
    Ah, diavolo, diavolo per prender moglie ci vogliono delle vivande...
    disse zio Nicola, servendosi di un vecchio proverbio sardo.
    Zia  Luisa  filava  e ascoltava,  e una piccola piega le increspava la
    guancia destra, intorno alla bocca.
    "Questi pezzenti! Muoiono di fame e sognano di ammogliarsi!" pensava.
    Basta disse  zio  Nicola,  battendo  il  bastone  sulla  pietra  del
    focolare, ora parliamo del nostro affare e vediamo di combinare.
    E combinarono.

    NOTE.
    Nota 1: Le famiglie distinte del popolo.


















    Capitolo secondo.

    Il quindici settembre Pietro entr al servizio dei Noina. Era di sera;
    una sera nuvolosa e tetra,  il cui ricordo rimase impresso nella mente
    del giovine servo come il ricordo di un triste sogno.
    Le donne lo accolsero con freddezza, quasi con diffidenza,  ed egli si
    sent  triste  quando  entr nella cucina ancora buia e attacc il suo
    cappotto nell'angolo vicino alla porta.
    Maria accese il lume e vers da bere al nuovo venuto.
    Bevi gli disse, guardandolo acutamente.
    Salute a tutti rispose Pietro; e mentre beveva il vino rossastro, il
    vino di media qualit riservato ai servi ed alle persone povere, anche
    egli fiss la giovine padrona.
    Cos vicini,  bellissimi entrambi,  nei loro  costumi  caratteristici,
    servo  e padrona apparivano,  ed erano campioni magnifici d'una stessa
    razza; eppure una distanza enorme li divideva.
    Pietro era alto e  pieghevole;  indossava  un  giubbone  di  scarlatto
    scolorito dall'uso, foderato di grosso velluto turchino, e al di sopra
    del  giubbone  una specie di giacca senza maniche,  di pelle d'agnello
    conciata rozzamente,  ma ben tagliata e lavorata e adorna  di  filetti
    rossi.  La  sua  figura era elegante e pittoresca,  nonostante la poca
    nettezza delle sue  vesti  da  lavoratore.  Anche  il  suo  volto  era
    bronzino,  con un profilo purissimo, allungato dalla linea dei capelli
    neri dritti sulla fronte e dalla barbetta nera a punta.
    I grandi occhi  grigi,  assai  dolci  e  luminosi,  contrastavano  con
    l'espressione  selvaggia  delle sopracciglia folte e riunite,  e delle
    labbra sprezzanti.
    Anche la giovine padrona era alta,  bruna,  agile;  coi  suoi  capelli
    nerissimi  e  crespi,   raccolti  in  grosse  trecce  sulla  nuca,  la
    carnagione dorata, i lunghi occhi neri che brillavano sotto la
    fronte bassa, i cerchi d'oro coi pendenti di corallo che parevano nati
    assieme con le piccole orecchie diafane, ella ricordava le donne arabe
    nate dal sole e dalla terra voluttuosa,  dolci e aspre come  i  frutti
    selvatici.
    Una  linea  d'impareggiabile  bellezza  segnava  la delicata punta del
    naso, il labbro inferiore e il mento di Maria. Quando ella rideva, due
    fossette scavavano le sue guance e altre due, pi piccole,  gli angoli
    degli occhi: perci rideva spesso.
    Con tutto questo Maria dispiacque a Pietro, e Pietro dispiacque a lei.
    Zia  Luisa,  col  corsetto  allacciato  e  il capo avvolto nella benda
    gialla, preparava la cena; zio Nicola non era ancora rientrato.
    Pietro sedette in un angolo, dietro la porta,  e cominci ad osservare
    le due donne con curiosit diffidente.
    Domani tu andrai nel nostro chiuso della valle; tu sai dov'? chiese
    Maria.
    Altro  che  rispose  Pietro,  sollevando  la  testa col solito gesto
    sprezzante.
    Il chiuso confina con la vigna  disse  zia  Luisa,  senza  voltarsi.
    Saprai anche questo.
    Lo so, lo so. Chi non conosce la vostra vigna?
    S,  la pi bella vigna di Baddemanna disse la vecchia padrona. Ci
    costa, e Nicola Noina ha speso, oltre i suoi soldi, tutto il suo tempo
    per coltivarla; ma almeno sappiamo che abbiamo una vigna!
    Lo sappiamo rispose il servo, come una eco, ma con voce triste.
    Verr  spesso  a  trovarti  disse Maria,  curvandosi per deporre una
    bottiglia vicino a Pietro.
    Poi gli mise davanti, su uno sgabello, un canestro col pane d'orzo, il
    formaggio, un piatto con carne e pomi di terra, e aggiunse:
    Mangia. Ecco il babbo che viene.
    Nel cortile silenzioso s'ud il passo  zoppicante  di  zio  Nicola,  e
    Pietro si rallegr pensando al padrone.
    Salute,  e  benvenuto  salut  questi,  entrando nella cucina.  Che
    brutta sera: la mia gamba soffre come  una  donna  in  parto.  Ebbene,
    mangiamo anche noi.  E sta allegro,  Pietro Benu; sei fra gente amica,
    tra persone oneste e allegre. S: poveretti ma allegretti.
    Zio Nicola sedette davanti a un  piccolo  tavolo  senza  tovaglia;  le
    donne misero un canestro per terra, sedettero e cenarono.
    La  conversazione continu,  poco animata.  Dopo cena Pietro chiese il
    permesso di uscire;  incontr altri giovini paesani  coi  quali  s'era
    dato appuntamento, e tutti insieme formarono il coro del canto nuorese
    e andarono a cantare davanti alla porta delle loro innamorate.
    Anche  Pietro  volle  cantare sotto le finestre della casa dove Sabina
    serviva:

    "Furadu m 'as su coro, pili brunda..."

    Nei giorni seguenti Pietro fu mandato  a  lavorare  nel  chiuso  ed  a
    guardare l'uva e i frutti che maturavano nella vigna.
    Come  aveva  annunziato,  Maria  scendeva  nella  valle  quasi tutti i
    giorni, a piedi od a cavallo,  e pareva non curarsi del giovine servo;
    talvolta ella ripartiva senza avergli rivolta una parola.
    Pietro, che costruiva una specie di argine lungo il ruscello, in fondo
    al podere,  vedeva Maria vagare tra i filari della vite,  lass, nella
    vigna illuminata dal sole ancora violento.  Al di  sopra  della  vigna
    sorgevano  le rocce chiare dell'Orthobene,  battute dal sole,  e al di
    sopra delle rocce sul cielo azzurro  abbagliante,  gli  elci  immobili
    pareva guardassero pensosi l'orizzonte opposto.
    Una vegetazione selvaggia copriva i fianchi della valle;  tra il verde
    cinereo dei fichi d'India e degli olivi brillava il  verde  smeraldino
    della vite, e la vitalba s'intrecciava al lentischio lucente.
    Qualche  roccia,  forse un giorno precipitata dalla montagna,  sorgeva
    qua e l negli anfratti e in riva al  torrentello  che  rinfrescava  i
    piccoli  orti in fondo alla valle.  L'edera e la pervinca coprivano le
    rocce; i sentieri appena tracciati scendevano e salivano, tra i rovi e
    i cespugli; macchie gigantesche di fichi d'India, dalle foglie pesanti
    nate le une sulle altre,  incoronate  di  frutti  e  di  fiori  d'oro,
    sorgevano sui ciglioni e s'arrampicavano sulle chine.
    Maria,  in  semplice  gonnella  d'indiana  grigiastra,  col bustino di
    velluto verde che appariva come una macchia un po' morbida e viva  fra
    il  verde della vigna e dell'oliveto,  vagava qua e l a passi svelti,
    agile e pieghevole;  si curvava ad esaminare i grappoli;  si allungava
    per  toccare  un  frutto quasi maturo,  spiccava con una canna i fichi
    d'India dorati.  Come certi insetti verdi che prendono il  colore  del
    cespuglio  ove son nati ella pareva un'emanazione della valle feconda;
    aveva la flessibilit della  vite  e  la  maturit  carnosa  del  fico
    d'India.
    Ma,  appunto come il fico d'India, non sapeva nascondere le sue spine,
    e Pietro la  guardava  con  occhi  torvi,  accorgendosi  che  ella  lo
    disprezzava, non solo, ma diffidava di lui.
    "Ella viene qui per vigilarmi" pensava.  "Ha paura che le porti via la
    sua roba; se mi provoca le insegno io la creanza. Le do uno schiaffo."
    Ma ella non lo provocava;  solo qualche volta gli rivolgeva la parola,
    accennandogli i lavori da eseguire.
    Era  fredda  e  dignitosa: Pietro cominciava ad odiarla,  e desiderava
    andarsene presto dal chiuso per non veder pi il viso ipocrita  e  gli
    occhi scrutatori che lo insultavano tacitamente.
    "Si  vede  che  questa  gente  non  ha  mai  avuto dei servitori" egli
    pensava,  e  per  dispetto,   per  puntiglio,   lavorava  alacremente,
    vegliava, non toccava un solo frutto.
    Un giorno,  in ottobre,  mentre egli tagliava i pampini perch il sole
    penetrasse meglio fino ai grappoli, Maria gli pass vicino e disse:
    Perch non mangi mai uva, Pietro?.
    Conti i grappoli,  dunque? egli rispose,  curvo,  ma sollevando  gli
    occhi per guardarla e scuotendo la testa col suo gesto sprezzante.
    Maria arross: capiva d'essersi tradita, ma cambi abilmente discorso.
    Pietro  disse,  riparandosi gli occhi con la mano per guardar meglio
    verso il confine della vigna,  dove s'allineavano i peri dalle  foglie
    gialle, carichi di frutti maturi che al sole parevano di cera pronti a
    liquefarsi, dopodomani coglieremo le pere.
    Anch'egli guard verso i peri.
    Come volete.
    Senti:  tu,  dopodomani  mattina cogli le pere,  ed io nel pomeriggio
    vengo qui col cavallo e le porto via.  Credi tu  che  bastino  quattro
    cestini? Far due viaggi.
    Siccome Pietro s'allontanava tra i filari con un fascio di pampini fra
    le braccia, ella gli and dietro.
    Che  annata  di  pere!  L'anno  scorso  ce  le  hanno  tutte  rubate.
    Quest'anno le venderemo e ne ricaveremo almeno una  ventina  di  lire.
    Cosa dici tu Pietro?
    Io? Non so. Non ho mai venduto pere.
    S,  ce  le  hanno  rubate,  l'anno scorso.  Quest'anno tu le hai ben
    guardate: ti regaler mezza dozzina di sigari.
    Io non fumo egli disse, quasi beffardo.
    Ma la giovine padrona si mostrava cos espansiva e buona, quel giorno,
    ch'egli si domand se non s'era ingannato giudicandola cattiva.
    Ma mentre egli gettava un altro fascio di pampini in fondo al  filare,
    Maria gli disse:
    Senti,  Pietro.  Meglio,  dopodomani  verr  prestino,  verso  le due
    pomeridiane. Coglieremo assieme le pere e le porteremo via in una sola
    volta.
    "Ecco, ella ha paura che nel coglierle io ne metta a parte un mucchio.
    Ah! avarona, sorniona indiavolata..."
    Ma d'improvviso ella pronunzi tre parole magiche, che lo rallegrarono
    tutto.
    Far venir Sabina...
    E "verr Sabina", e "verr Sabina", continu a ripetere Pietro fra s,
    anche dopo l'invocata partenza di Maria.
    Le mosche, gli insetti nascosti fra i pampini,  il picchio che batteva
    il  becco sul pioppo bianco del ruscello,  l'usignolo che gorgheggiava
    sul noce,  le foglie che sussurravano,  ogni  pietruzza  che  rotolava
    sulla china, ripetevano le due buone parole.
    Solo nella serenit chiara del crepuscolo, il giovine servo sentiva il
    suo cuore palpitare di gioia. Tutto ci che v'era di torbido nella sua
    anima  ardente  e  scontrosa dileguavasi come la nebbia al sorgere del
    sole.
    "Verr Sabina."
    Fra le macchie giallognole dorate dall'ultimo  riflesso  del  tramonto
    appariva  e spariva un ciuffo di capelli biondi...  Versi appassionati
    d'antiche canzoni echeggiavano nelle lontananze azzurre,  fra le rocce
    dove ancora vagano gli spiriti dei vecchi poeti selvaggi.
    Quando  alla  luminosit  cerula  del  crepuscolo  si  fusero  i primi
    bagliori della luna nuova  che  declinava  dietro  gli  olivi,  e  una
    scintilla brill tra il pioppo e il noce,  nell'acqua corrente, Pietro
    risal verso la capanna,  e si stese su un muricciuolo,  con gli occhi
    perduti verso lo sfondo della montagna.
    La  brezza  spirava  cos  leggera  che  le  foglie non avevano pi un
    sussurro;  solo un brivido silenzioso cangiava soavemente la tinta dei
    pampini e degli olivi,  che il riflesso della luna spruzzava di perle.
    Un coro di grilli saliva dai cespugli;  s'udiva il rumore  uguale  del
    ruscello,  e  un  carro,  lontano,  roteava nello stradale bianco alla
    luna,  sospeso quasi fra la valle e la montagna: e quei rumori  vaghi,
    melanconici,  sempre  eguali,  accrescevano  il senso di silenzio e di
    solitudine  dominante  intorno  al   giovine   servo.   Egli   gustava
    inconsapevolmente  la  dolcezza dell'ora.  Il sonnolento benessere del
    riposo e del fresco, dopo una calda giornata di lavoro, gli copriva la
    persona come una coltre di velluto;  qualche cosa di vaporoso,  simile
    alla  luce  vaga  del  novilunio gli irrorava l'anima primitiva: erano
    sogni semplici di paesano, desideri d'uomo giovine,  immagini di poeta
    contadino.
    "Verr Sabina." E il mondo dei sogni,  dei desideri, delle immagini si
    allargava, si allargava in grandi cerchi crepuscolari;  il presente si
    confondeva con l'avvenire, il bisogno ardente di baci impetuosi con la
    speranza  di  mangiare  un giorno nello stesso canestro con la donnina
    bionda e buona massaia.
    "Ella  verr"  pensava  il  servo  con  un  brivido  di  volutt.  "Se
    quell'altra  indiavolata  ci lascer soli,  io la prender e la bacer
    cos. come un pazzo. Ella ha la bocca fresca come una ciliegia...
    Il desiderio ardente si smorzava in un sogno positivo:
    "Avremo una casetta, un carro, un paio di buoi: ella far il pane,  io
    andr  in  qualche  "lavorazione"  per guadagnare di pi...".  La luna
    sorrideva ai sogni di Pietro, come sorrideva ai sogni e buoni e rei di
    altri sognatori dispersi nei campi,  simile a una regina che sorride a
    tutti senza veder nessuno.

    L'indomani  Maria  non  venne al podere.  Pietro si inquiet alquanto,
    sebbene  lo  confortasse  la  speranza  poco  pietosa  d'un  accidente
    sopravvenuto alla giovine padrona: sal fino allo stradale e scrut la
    lontananza.  Passavano  donne  e fanciulli carichi di cestini di fichi
    d'India,  carri colmi d'uva,  paesani  d'Oliena  sui  piccoli  cavalli
    rassegnati: Maria non venne.
    "Diavolo" pens Pietro,  ritornando alla vigna,  "ecco, la prima volta
    che l'aspetto ella non viene. Vada al diavolo!"
    Anche l'indomani, anima viva non turb la solitudine del podere;  ma a
    misura che le ore passavano, Pietro sentiva una inquietudine insolita.
    Verranno?  Non verranno?  Il sole varc il centro del cielo,  le ombre
    degli olivi cominciarono ad allungarsi. Ed ecco, il cane, legato sotto
    i peri dorati, cominci ad abbaiare, ergendosi sulle zampe posteriori,
    coi piccoli occhi rossi rivolti allo stradale. Pietro indovin, ancora
    prima di guardare.
    Maria e Sabina,  entrambe a cavallo,  scendevano galoppando  come  due
    spiritate:  fra  un  nembo  di  polvere  grigia apparivano i loro visi
    rossi,  illuminati dal sole del pomeriggio,  e i  cavalli  lucenti  di
    sudore che si sbattevano furiosamente la coda sui fianchi.
    Giunte davanti al cancello smontarono, e scesero nella vigna tirandosi
    dietro i cavalli che allungavano il collo per strappare qualche foglia
    dagli alberi. Pietro non s'era mosso, nonostante il suo vivo desiderio
    di andare incontro alle fanciulle,  ma il cuore gli batteva,  e appena
    Maria varc il limite della vigna egli si alz e salut.
    Ebbene, Pietro, che nuove? grid Sabina,  tirando forte la corda del
    cavallo. Da quando non ci vediamo!
    Egli la guard fisso e le sorrise.
    Da'  qui  disse,  aiutandola  a  legare  il cavallo ed a scaricar la
    bisaccia gonfia che conteneva due  grandi  cestini  di  canna,  mentre
    Maria  si arrabattava a legare l'altro cavallo,  che aveva cacciato il
    muso entro un cespuglio e si scuoteva tutto.
    Sabina era molto ben vestita,  con un bustino di velluto  rosso  e  la
    camicia bianchissima; il fazzoletto slegato lasciava scorgere il collo
    nudo, lungo e bianco, circondato da cordoncini di seta nera.
    La  sua  bellezza  delicata  e  pura non offuscava certo la voluttuosa
    bellezza di Maria;  ma pi che bella Sabina era graziosa,  e la ciocca
    di  capelli  che  le  sfuggiva  dal fazzoletto e le velava la fronte e
    talvolta anche gli occhi le dava un'aria infantile.
    Come ella piaceva a Pietro!  Gli occhi di lei,  chiari e languidi,  un
    po' socchiusi, lo affascinavano.
    Legato  il  cavallo,  ella  sedette per terra e si lev le scarpe.  Il
    servo la guardava con insistenza, ed ella se ne accorgeva con piacere;
    ma ad un tratto Maria, rossa e sudata, si volse e grid sdegnosamente:
    Pietro,  sei  incantato?  Potresti  venire  a  legare  questa  bestia
    infernale che ti somiglia.
    Egli  non  rispose.  S'avvicin e leg il cavallo.  Un'ombra gli aveva
    oscurato il viso.
    Anche Maria si lev le scarpe e ricominci  a  gridare,  incitando  il
    servo a sbrigarsi.
    Presto, presto, presto. Tu hai del tempo, Pietro Benu, ma noi abbiamo
    fretta. Presto, che il diavolo ti comandi.
    Allora  egli s'arrampic su una pianta,  con un cestino al braccio,  e
    cominci a staccare le pere.
    Le due cugine coglievano i frutti dai rami bassi, e ridevano fra loro,
    ammiccandosi e spingendosi. Qualche volta tendevano il grembiale gi a
    met colmo e Pietro lasciava  cadere  qualche  pera  meno  matura  che
    rimbalzava fra le altre.
    A me, ora.
    No, a me.
    Sempre a te disse Maria,  tendendo il suo grembiale.  Pietro, a me,
    ora: attento! Ecco.
    No, a me grid Sabina, spingendo la cugina.  Su,  quella l,  vedi,
    quella pera che sembra d'oro.
    S,  a te; attenta, te la butto sul seno! egli rispose, sorridendo e
    fissando il viso sollevato di lei.
    Infatti il bel frutto maturo le sfior il petto,  balz sul grembiale,
    ne fece cadere il contenuto.
    Ah  grid Sabina,  infantilmente spaventata,  mentre Maria curvavasi
    gi a raccogliere le pere cadute per terra. Maria, non sgridarmi!
    Col viso tra il fogliame d'oro  Pietro  rideva  come  un  bambino.  Un
    momento si ferm e guard le due cugine che si bisticciavano.
    Tu mi hai spinto...
    No, sei stata tu, tu che hai lasciato andar le cocche del grembiale.
    Pietro, chi  stato? chiesero, sollevando entrambe il viso.
    Ebbene, sono stato io!
    Esse  risero,  e per la prima volta Pietro s'accorse delle fossette di
    Maria,  e vide che vicino al viso ardente e al  busto  agile  e  colmo
    della cugina, Sabina appariva pallida e magra.
    Uno    fatto  egli disse,  scivolando agilmente dal pero.  Giunto a
    terra salut l'albero spoglio facendo un  segno  di  addio.  All'anno
    venturo, se vivremo!
    Maria  gli  tolse  il  cestino  dal braccio e s'allontan alquanto per
    vuotare le pere nella bisaccia.
    Perch mi guardi cos? domand Sabina,  incontrando  lo  sguardo  di
    Pietro.
    Ho  da  dirti  due parole egli rispose,  abbracciando il tronco d'un
    altro pero.
    Ella intese: ella  sapeva  gi  quali  erano  queste  "due"  grandi  e
    misteriose  parole.  Da tempo le aspettava,  e avrebbe voluto sentirle
    subito.  Ma la cugina ritornava.  Un fugace  rossore  color  il  viso
    pallido  della giovine serva;  i suoi occhi languidi brillarono,  e la
    sua voce trem di desiderio:
    Dimmele ora, Pietro....
    Un altro giorno egli disse,  piano,  accennando Maria con gli occhi.
    Verrai alla vendemmia, non  vero?
    Ella  non rispose;  ma a Pietro che s'arrampicava sul pero,  pareva di
    salire verso il cielo.  S,  ella lo amava,  poich aveva arrossito  e
    tremato. I loro occhi avevano parlato.
    Da  quel  momento  i  due  giovani  non risero,  non scherzarono,  non
    parlarono pi.  Pietro coglieva le pere dai rami alti;  le due  cugine
    quelle dai rami bassi. Qualche pera cadeva da s. Il sole attraversava
    il  fogliame  lucente,  e i bei frutti,  tiepidi e molli,  profumavano
    l'aria d'intorno.
    Invano Maria cerc di  riaccender  la  conversazione:  gli  altri  due
    tacevano.  Sabina,  ridiventata  pallida,  non  osava pi sollevare il
    volto e nascondeva tra le foglie del pero le  mani  tremanti;  Pietro,
    con le gambe aperte e i piedi appoggiati su due rami, sentiva nel viso
    tutto  il  calore  del  sole  pomeridiano,   e  i  suoi  occhi  pareva
    riflettessero lo scintillio degli olivi ondeggianti sulla china.
    Terminata la raccolta delle pere,  egli caric le bisacce colme  sulla
    groppa dei cavalli,  e le due cugine si rimisero le scarpe.  Maria non
    si allontan una sola volta; pareva lo facesse apposta.  Al momento di
    partire disse:
    Vogliamo fare il giro del podere, cugina?.
    Sicuro rispose Sabina.
    Vuoi girare anche tu,  Pietro Benu? chiese allora Maria deridendo il
    giovine servo che si affannava intorno ai cavalli scalpitanti.
    Il diavolo vi raggiri egli rispose, indispettito.
    Le ragazze si misero a ridere,  e corsero  via,  gi  per  il  piccolo
    sentiero soleggiato, spingendosi per le spalle.
    Non  seppe  veramente  perch,  Pietro divent triste.  Seguiva con lo
    sguardo le due cugine e  le  vedeva  scendere  gi  per  il  sentiero,
    correndo e ridendo.  Poi esse scomparvero fra le macchie,  riapparvero
    vicino al ruscello,  coi loro corsetti colorati come  fiori.  Il  riso
    sonoro  di  Maria  si fondeva col rumorio dell'acqua corrente: Sabina,
    curva sulla piccola cascata sotto il  noce,  si  lav  il  viso  e  lo
    asciug col lembo della sottana.
    D'un  tratto  ella  guard  in  alto,  lontano,  verso il punto ov'era
    Pietro,  e sollev una mano: poi disse qualche cosa a Maria.  Entrambe
    scoppiarono a ridere. "S" pens Pietro "devono parlare di me!" Sabina
    forse  confidava  alla  ricca  cugina  la  mezza dichiarazione d'amore
    ricevuta dal servo, ed entrambe ne ridevano.  No,  Sabina non l'amava;
    egli  s'era scioccamente ingannato.  Anche lei doveva essere ambiziosa
    come la cugina  ricca,  ed  egli  era  povero,  non  aveva  casa,  non
    possedeva neppur un carro, un paio di buoi, un aratro.
    E  Maria,  ora  che  sapeva  il  segreto  del  suo  cuore,  lo avrebbe
    continuamente deriso.
    Quasi certo che le due ragazze si beffavano di lui,  Pietro  volse  le
    spalle indispettito e s'allontan.
    Addio  gli  disse  Sabina,  tirandosi  dietro,  su per la china,  il
    cavallo carico.
    Egli la guard,  ma non rispose.  Ella si  volse  parecchie  volte,  e
    giunta  sullo  stradale  s'affacci  sul paracarri.  Poi le macchiette
    colorate delle due cugine,  coi loro cavalli  carichi,  sparvero  allo
    svolto dello stradale, nella luce rossa del tramonto che incendiava le
    rocce  della  montagna,  e  Pietro rimase solo nell'ombra della valle.
    Anche sull'anima sua era caduto un velo d'ombra.
    "Ho fatto male a indispettirmi" pensava.  "No,  ella non rideva di me;
    ella  mi vuol bene.  Ma io son povero,  e il povero  come l'ammalato;
    ogni piccolo urto lo fa soffrire.  Basta,  rimedier.  Ella verr alla
    vendemmia; io la pregher di venire con me, nel filare ove io coglier
    l'uva. Andremo avanti, avanti, lontani dagli altri, e mentre io con la
    falciuola spiccher i grappoli ed ella li raccoglier, ci diremo tante
    cose.  Poi  io  l'aiuter  a  caricarsi  il  cestino  sul  capo,  e ci
    guarderemo: forse potr anche baciarla...  S,  Maria  pi bella,  ma
    Sabina  pi buona."
    "Ah,  l'altra"  pens  dopo  un  momento,  rivedendo con un impulso di
    desiderio la figura voluttuosa della giovine padrona, "come  cattiva!
    Non ci ha lasciato soli un momento! Vorrei fosse qui, ora; la butterei
    per terra, la bacerei morsicandola. Ecco,  vipera: tu non vuoi che gli
    altri si amino,  tu non hai voluto che io baciassi tua cugina. Ecco, a
    te questi baci cattivi;  a  Sabina  i  baci  buoni...  Perch  tu  sei
    cattiva, e Sabina  buona."
    Ecco,  qui, forse qui. Qui va bene disse poi a voce alta, fermandosi
    sotto una specie di pergolato,  dietro una roccia in fondo alla vigna.
    "Qui potremo baciarci..."
    L'immagine insidiosa di Maria era scomparsa; restava, dietro la roccia
    coperta  di  vite,  la dolce figurina della serva bionda,  col cestino
    dell'uva sul capo.
    Ma intanto  nella  vigna  erano  scese  molte  cutrettole  dalla  coda
    fremente,  e  piluccavano  l'uva prima di andarsene a dormire nei loro
    nidi di foglie.  E Pietro dovette svegliarsi dal suo sogno amoroso per
    correre verso la vigna, battendo le mani e fischiando. Lo stormo delle
    cutrettole si sollev,  rumoroso e allegro, sperdendosi nell'aria pura
    del primo crepuscolo: la brezza trasportava  gi,  fino  ai  piedi  di
    Pietro, le foglie cadute dai peri.
















    Capitolo terzo.

    Ma  il  giorno  della  vendemmia  Sabina non scese alla vigna.  E tua
    cugina, perch non  venuta? chiese Pietro a Maria.
    La giovine padrona lo guard con gli occhi maliziosamente socchiusi, e
    scosse la testa.
    Il padrone non glielo ha permesso.
    Poi Maria sal alla capanna per cuocere i maccheroni: a mezza china si
    ferm con  una  piccola  ragazza  dal  visetto  roseo,  chiamata  Rosa
    "spinosa",  e Pietro le vide entrambe ridere e accennare verso di lui.
    Una tristezza rabbiosa lo assal come una febbre maligna: per tutta la
    giornata  egli  tacque  o  pronunzi  solo  qualche  parola  sgarbata.
    Passando  vicino  alla  roccia,  dove aveva sognato di baciare Sabina,
    stringeva i pugni e sputava.
    S, le donne lo deridevano. Perch? perch era povero. Ebbene, egli si
    rideva delle donne, ecco!
    O lavori,  o do una pedata a te e al tuo cestino disse rozzamente  a
    Rosa  "spinosa",  che gli andava dietro scherzando e non raccoglieva i
    grappoli spiccati da lui.
    Ella si offese,  si allontan,  e dal fondo  della  vigna  cominci  a
    gridare:
    Eccolo  l,  il  puledro  che d i calci;  se sei di malumore,  oggi,
    ebbene appiccati a quel fico come Giuda. Lo vuoi il legaccio della mia
    scarpa, di', tu, occhi di gatto selvatico?.
    Egli non rispose,  curvo,  intento a spiccare i grappoli  con  la  sua
    falciuola.
    Gli altri vendemmiatori erano tutti allegri;  i giovinotti pizzicavano
    le ragazze ed esse ridevano e strillavano, agili e dritte, coi cestini
    colmi d'uva violacea sul cercine che incoronava le loro graziose teste
    di arabe provocanti.  Qualcosa di pagano era in quella semplice  festa
    campestre:  un'aria  di  gioia  e di volutt avvolgeva i bei contadini
    sani che parlavano come sentivano,  e le  vendemmiatrici  che  avevano
    solo  la  coscienza  di  quel giorno di sole,  della dolcezza dell'uva
    matura,  del contatto  coi  maschi  desiderosi.  Solo  Pietro  taceva,
    scontento, lontano. E nessuno si curava di lui.
    Due   giovinotti   presero  a  cantare,   senza  smettere  il  lavoro,
    improvvisando una gara estemporanea  sulla  bellezza  delle  fanciulle
    presenti:  ma  pi  tardi la gara degener in un battibecco personale;
    dai versi si venne alla prosa,  e verso il tramonto i due poeti rivali
    si  azzuffarono.  Solo  allora  Pietro sorrise,  ma d'un sorriso quasi
    feroce;  poi aggiog i buoi ad un carro colmo d'uva,  sleg  il  cane,
    prese il pungolo.
    Una colonna di nebbia bianca saliva dietro la montagna, sopra i boschi
    di  "Monte  Bidde",  e  un  vago  umidore  errava  nell'aria profumata
    dell'aspro  odore   dei   pampini.   L'estremo   autunno   s'avanzava,
    annebbiando   l'orizzonte   e   tingendo   di   violetto  il  tramonto
    melanconico.
    Varcando il rozzo cancello di rami che dava sullo stradale, Pietro non
    degn neppure d'un ultimo  sguardo  la  vigna  spogliata,  la  capanna
    deserta, dove aveva trascorso tanti giorni sereni e fantasticato tanti
    sogni umili e ardenti.  Si sentiva triste,  irritato; mai come in quel
    giorno aveva sentito tutta la desolazione della sua povert e del  suo
    abbandono.  Oramai  era  convinto  che Sabina non lo amava: altrimenti
    sarebbe venuta. Le altre donne, per il momento, gli riuscivano odiose;
    gli sembravano tutte civette, fatue, o sensuali e cattive. Nessuno gli
    voleva bene;  nessuno gliene aveva mai voluto.  Non aveva una sorella,
    una parente giovine con la quale volersi bene e confortarsi a vicenda.
    Niente;  solo quei due vecchi stracci di zie curve sotto il peso d'una
    vita di miseria: due piccoli fantasmi senza voce.
    Egli si sentiva solo nel mondo,  e gli pareva che tutti i suoi affetti
    rientrati,  ammucchiati  sul  suo  cuore,  marcissero  come frutti che
    nessuno aveva voluto cogliere.
    Quella sera lo stradale era animato pi del solito;  carri carichi  lo
    attraversavano,  lenti  e gravi,  seguiti o guidati dal conduttore che
    trascinava il pungolo sulla polvere e cantava canzoni popolari.

    "Rosa ses pelegrina in sa Sardigna..."

    Gruppi di  contadini  e  di  paesane  tornavano  chiacchierando  dalle
    vendemmie, qualche vecchio a cavallo si disegnava sul fondo grigiastro
    della montagna, nella vaga nebbia del crepuscolo.
    Nell'aria  sentivasi  sempre  pi  l'odore  dei  pampini,  del  mosto,
    dell'erba umida;  l'uva sui carri aveva vaghi  riflessi  violacei;  le
    ruote tracciavano solchi profondi sulla polvere bianca dello stradale;
    qualche  fuoco  brillava  gi nella valle,  qualche tintinnio di capra
    smarrita vibrava al di sopra delle rocce,  fra i burroni che  dominano
    il ponte di Caparedda.  E le voci dei guidatori risuonavano sempre pi
    sonore, fra il roteare monotono e sordo dei carri pesanti.
    Pietro solo non cantava, istintivamente assorto in quella triste calma
    di crepuscolo autunnale: vedeva il solco dei carri che lo precedevano,
    respirava l'aria umida, sentiva le voci melanconiche della valle, e la
    sua anima s'oscurava sempre pi come il cielo e le cose intorno.
    E, al solito,  nessuno si curava di lui: solo Malafede,  il lungo cane
    nero  e  scarno dalle reni tremanti e la fronte segnata da una macchia
    bianca, lo accompagnava, serio, con la coda e le orecchie pendenti. Il
    cane seguiva il segno lasciato sulla polvere dal pungolo che Pietro si
    trascinava dietro; ma ogni tanto guardava il giovine servo coi piccoli
    occhi rossi, dimenava la coda e sbadigliava con un piccolo guaito.
    Che vuoi? gli chiese Pietro, arrivati che furono a met strada. Hai
    fame? Anch'io. Mangeremo appena saremo arrivati. E domani, via ancora!
    Intanto, andiamo: sta buono.
    Il cane gua pi forte, sollev le orecchie, un po' confortato.
    Non era la prima volta che servo e cane discorrevano,  ciascuno a modo
    suo, e s'intendevano. Spesso Pietro gli diceva:
    Che differenza c' fra me e te?  Nessuna.  Soltanto,  io sono un cane
    che parla.
    Quella sera, poi, egli aggiunse, fra s:
    "Arrivare, mangiare, ripartire, guardare la roba altrui; io e Malafede
    siamo nati per questo.  Nessuno pretende altro da  noi.  Chi  ci  vuol
    bene?  Nessuno.  Se Malafede ha un'avventura amorosa,  un momento dopo
    non se ne ricorda pi;  s'io vado dalla moglie del bettoliere toscano,
    il giorno dopo incontrandola non la guardo neanche in faccia,  ed ella
    fa altrettanto. Cane e servo, servo e cane:  lo stesso".
    D'un tratto, vicino alla fonte sotto lo stradale, Rosa "spinosa" prese
    un ciottolo e lo lanci sulla schiena del cane.
    Malafede abbai dolorosamente,  si mise a correre  in  avanti  poi  si
    ferm e tent di leccarsi la ferita.
    Pietro si ferm, si volse, cogli occhi lucenti d'ira.
    Chi  stato? grid.
    Io rispose la ragazza, spavalda.
    Ah,  tu. Sciocca! prova ad avvicinarti e t'aggiuster io la testa; ti
    far schizzar l'acqua dal cervello.
    Ella gli si avvicin sfidandolo.
    Prova!
    Egli strinse il pungolo in mano;  poi scosse la testa  col  suo  gesto
    sprezzante.
    Non    niente!  disse allora la ragazza.  Facciamo pace.  Cos'hai,
    Pietro Benu?  Hai mangiato delle  cavallette,  oggi?  T,  Malav;  t
    Malav!
    Il cane ritorn, correndo, e Rosa cerc di accarezzarlo.
    Accidenti,  servo  e cane,  siete poco superbi!  Ecco che Malafede mi
    abbaia sul viso. Lo so, s, che cosa hai, Pietro Benu; so a che pensi.
    Me lo ha detto Maria.
    Che sai  tu?  Che  pu  averti  detto  "quella"?  egli  mormor  con
    disprezzo.
    Allora, eccitata e perfida, la ragazza gli disse:
    Maria  mi  ha  detto  che  sei  di  cattivo umore perch Sabina non 
    venuta. Ma Sabina si beffa di te:  innamorata cotta d'un giovine meno
    miserabile e selvatico di te...  Ella mi ha consigliato di dirtelo,  e
    di molestarti e provocarti....
    Chi, Sabina?
    No. Maria.
    Al diavolo chi l'ha fatta venire sulla terra!
    No, non imprecare, Pietro Benu. Maria  gelosa di Sabina.
    Per cosa?
    Per te, stupido!
    Egli  rise,  come  aveva  riso  nel partire dalla vigna,  quando i due
    cantori estemporanei si erano azzuffati.  E gli parve di  non  credere
    alle malignit della piccola paesana.
    Questo fu il seme.

    La sera cadeva,  sempre pi vaporosa e melanconica. Ecco le prime case
    di Nuoro, sopra gli orti erbosi; ecco, fra due muri alti,  il viottolo
    ripido e sporco, dove Pietro doveva passare.
    I  buoi avanzavano,  prudenti e gravi nella loro stanchezza taciturna;
    un gruppo di monelli seminudi si gett sul carro tremolante.
    Da' qui un grappolo, da' un piccolo grappolo!
    Va via, va via, url Pietro, destandosi dal suo sogno.
    I ragazzetti si arrampicavano sul carro come scarafaggi.
    Andate via o vi pungo grid Pietro,  feroce,  agitando  il  pungolo.
    Malafede  abbai;  i  monelli  si ritrassero verso il muro,  urlando e
    ridendo.
    Una stella brillava sull'alto  del  viottolo,  sopra  le  povere  case
    velate dalla vaporosit della sera.  Pietro ricadde nei suoi pensieri.
    No,  egli non credeva alle malignit della gente,  e soprattutto  alle
    chiacchiere  delle  donne: eppure...  Era assurdo che Maria...  basta,
    neanche bisognava pensarci!...  Il suo sogno tormentoso lo riconduceva
    sempre  a  Sabina.  Ella sola poteva aver divulgato il segreto del suo
    cuore,  quel segreto che egli non osava quasi neppure confidare  a  se
    stesso.
    Sciocca,  cento volte sciocca! Ah, ella aveva un altro amante? Ebbene,
    andassero al  diavolo  tutt'e  due!  Egli  non  voleva  pensarci  pi.
    Eppure...  Una  figura  di  donna,  svelta  e  sottile,  in maniche di
    camicia,  passava  sull'alto  del  viottolo.  Era  lei?  Ah,  vederla,
    gridarle un'insolenza, un vituperio; chiudere cos il breve sogno nato
    nell'aia,  morto  nella  vigna!  Ma  non  era  lei.  Era la moglie del
    bettoliere toscano, che passava di l per caso.
    Oh, Pietro Benu, sei tu? Mi dai un grappolo d'uva?
    Ma dieci, cuore mio.  Prendine,  prendine ancora.  Fa presto;  c' l
    dietro la mia padrona giovine. Dove posso vederti, Franzischedda?
    lo sono una donna maritata, ora disse la donna; e mentre riempiva il
    grembiale di grappoli guardava Pietro coi grandi occhi neri cerchiati.
    Pieni di un ardente languore.
    Verr da te,  stasera egli insist con voce ardente. Prendi ancora,
    prendi: ti darei tutto, il carro, l'uva, il mio cuore...
    Sta zitto;  c'  l  zio  Nicola  che  t'aspetta,  nella  piazza  del
    Rosario.
    Pietro spinse i buoi; la donna scomparve.
    Ecco infatti avanzarsi zio Nicola, col suo bastone, il suo berrettone,
    il barbone rossastro di fiera addomesticata.
    Salute,   Pietro   Benu;   stanotte   canteremo   un  po'  di  strofe
    improvvisate disse, guardando l'uva del carro.
    Perch non siete venuto?
    La mia gamba non lo ha permesso, figlio caro.
    Ah,  anche voi siete servo  della  vostra  gamba  disse  Pietro  con
    ironia.
    Zio  Nicola  volse  il suo barbone rosso verso il giovine e sollev il
    bastone.
    Ah,  tu ridi di me,  giovinotto?  Perch sono un povero  diavolo,  mi
    deridi? Se fossi stato un ricco padrone...
    Ma voi siete ricco, padrone mio!
    Padrone, padrone! Bisogna vedere chi  il padrone, fra me e te...
    Intanto erano giunti. Il cane, andato avanti, raschiava il portone con
    le unghie e guaiva allegramente.
    Zia Luisa apr.
    Eccovi  finalmente  disse,  gettandosi  indietro sull'omero il lembo
    della benda. E Maria dov'?
    E' rimasta indietro con le vendemmiatrici.
    Poca roba! disse  zia  Luisa,  guardando  con  degnazione  il  carro
    dell'uva,  mentre Pietro slegava i buoi. Poca roba. Meno male che non
    abbiamo bisogno di questa miseria per vivere!

    Svegliandosi,  dopo un breve sonno pesante,  sulla stuoia della cucina
    dei Noina,  Pietro prov una sensazione dolorosa, come se un masso gli
    premesse il cuore. Era avvezzo a svegliarsi pensando a due occhi dolci
    velati da un ciuffo di  capelli  biondi;  ora  la  buona  visione  non
    tornava,   non   sarebbe  tornata  pi.   E  invece  della  luminosit
    dell'aurora nella valle,  lo circondava  l'oscurit  silenziosa  della
    cucina;  appena  un  chiarore  biancastro irradiava la tegola di vetro
    infissa nel tetto ad uso di finestrino.
    Ma ecco un rumore di passi nel cortile silenzioso.  Chi ?  Zia  Luisa
    che  s'alza  all'alba,  perch  di  buon'ora si deve alzare la massaia
    benestante?
    La porta fu spinta  lievemente,  s'apr,  lasci  scorgere  lo  sfondo
    grigio del cortile.
    Maria entr, scalza, agile e silenziosa.
    Pietro finse di dormire ancora,  ma ogni tanto apriva un po' un occhio
    e seguiva con curiosit i movimenti della giovine padrona.  Ella  apr
    lo  sportello della porta e la luce sempre pi nitida dell'alba invase
    la cucina. Poi Maria si tolse il fazzoletto, si lav,  e a testa nuda,
    con  le  maniche  della camicia rimboccate fino ai gomiti,  prepar il
    caff. Mentre la caffettiera sussultava forte sui carboni accesi, ella
    macin il caff,  e solo  allora  parve  accorgersi  di  Pietro.  Egli
    intravide i begli occhi di lei,  un po' socchiusi e ancora sonnolenti,
    fissarlo a lungo, e prov un indefinibile senso di benessere. A poco a
    poco questo vago piacere si fece intenso,  ardente,  divent  fascino,
    desiderio.  Pietro  sent  il sangue animarsi nelle sue vene,  caldo e
    palpitante; ma appena ebbe coscienza del suo desiderio se ne vergogn,
    arross e chiuse le palpebre.
    Per alcuni istanti non ud che il  rumore  monotono  del  macinino  da
    caff, e gli parve un rombo risuonante entro il suo cervello.
    Maria gelosa della cugina povera?  Ebbene,  perch no? Questo segreto,
    che la sera prima, nel crepuscolo, nella stanchezza, nel rancore,  gli
    era  parso assurdo,  ora lo inebbriava come un liquore amaro.  Nel suo
    desiderio c'era ancora un po' d'odio;  un impeto  di  ribellione,  una
    segreta smania di vendetta; meno feroce del primo assalto di desiderio
    provato il giorno della raccolta delle pere, ma sempre un po' crudele.
    "Ella    ricca,    ambiziosa"  pensava egli,  ad occhi chiusi,  "non
    vorrebbe certo sposarmi,  ma amarmi perch  no?  Son  bello  io;  sono
    forte,  io. S, mi ricordo, un giorno, laggi nella vigna, la sorpresi
    a guardarmi le labbra. Ella non deve aver mai baciato un uomo. Ed ora,
    anche ora mi guarda. Se mi alzassi e la baciassi?"
    Maria continuava  a  macinare  lentamente  il  caff;  la  caffettiera
    brontolava,  i  carboni  accesi scoppiettavano scherzosi.  D'un tratto
    ella si alz e si avvicin al finestruolo;  Pietro apr gli occhi e la
    guard, ma non os balzare in piedi e correre a baciarla.
    Nella  luce  sempre  pi  rosea  del  finestrino,  i  capelli  di  lei
    sembravano pi neri e lucenti del solito, e il busto flessuoso e pieno
    si disegnava provocante nel  corsetto  slacciato.  Pietro  l'accarezz
    tutta  con  lo sguardo,  ma si vergogn ancora del suo desiderio e dei
    suoi pensieri. Ah, no;  una distanza immensa lo separava da lei;  egli
    era un pezzente, un immondo servo, uno che la notte strisciava lungo i
    muri  per  arrivare al convegno con la moglie impura di un bettoliere;
    Maria era bella e pura,  doveva essere  anche  buona,  era  il  frutto
    squisito serbato per la bocca d'un uomo ricco e distinto.
    Ti sei svegliato?  Stavo per chiamarti.  Alzati, Pietro: c' tanto da
    fare.
    La voce era calma, le parole ordinavano. Egli si svegli completamente
    dal suo pazzo sogno, anzi le orecchie gli diventarono scarlatte per la
    vergogna.
    Balz in piedi,  ripieg la stuoia  e  fattone  un  grosso  rotolo  lo
    sollev  e  lo appoggi alla parete;  poi usc nel cortile per lavarsi
    con l'acqua del pozzo,  mentre Maria batteva la mano sul macinino  per
    scuoterne il caff che vuotava entro la caffettiera bollente.

    Il  sole era appena spuntato,  che gi il lavoro ferveva nel cortile e
    nella cantina. Si pigiava l'uva, e la fatica pi grave toccava appunto
    al giovine servo.
    Sotto la tettoia,  sopra il grosso tinaccio nero,  stava il pigiatoio,
    entro  il quale Pietro,  nude le gambe e le braccia,  la testa rasente
    alle  trave  del  tetto  e  una  mano  appoggiata  al  muro,   pestava
    vigorosamente  l'uva.  Due donne salivano su per una scaletta a piuoli
    fissata davanti al tinaccio,  e vuotavano entro il pigiatoio i cestini
    dell'uva scelta.  Le chiazze violacee del mosto macchiavano le vesti e
    il viso un  po'  pallido  di  Pietro;  anche  i  suoi  occhi  parevano
    cerchiati  dal  succo  dell'uva.  Ma  egli sembrava allegro;  rideva e
    gridava, e ogni tanto si curvava per veder meglio nel cortile.
    Intorno al carro colmo d'uva due ragazze e un giovinetto,  aiutati  un
    po'  da zio Nicola,  pulivano i grappoli e li gettavano nei cestini di
    canna che le donne si caricavano sul capo e  vuotavano  nel  pigiatoio
    sui piedi saltellanti di Pietro.
    Come il giorno prima nella vigna,  uomini e donne parlavano e ridevano
    gaiamente. Zio Nicola pareva il pi spensierato di tutti.
    Il sole invadeva lentamente il cortile;  l'odore del mosto  richiamava
    rumorosi sciami di mosche e di api.
    Di tanto in tanto zio Nicola pizzicava la sua vicina,  con la scusa di
    scacciare  le  api  che  la  molestavano:  la   fanciulla   imprecava,
    minacciava di chiamare zia Luisa, e poi rideva.
    Vecchio vizioso, vi possa toccare il fuoco; lasciatemi tranquilla...
    Ah,  tu  non avresti parlato cos se invece di un vecchio fossi stato
    un giovine,  anche vizioso;  ma vedi,  ecco un'ape  che  ti  punge  il
    collo...
    Lasciatela  pungere,  barba  di  caprone...  Vuol  dire che trova del
    miele.
    Come,  dall'ape ti lasci pungere e da  me  non  ti  lasci  toccare...
    perch sono sciancato?  Altrimenti...  Vedi la tua compagna come  pi
    docile!...
    Ah,  vecchio barbuto,  chiamo  vostra  moglie...  strillava  l'altra
    ragazza, verso la quale zio Nicola aveva steso la mano.
    Uva,  qui! gridava Pietro,  curvandosi sul pigiatoio. Padrone, cos
    incitate a lavorare? E cosa fa la padrona?
    Che vuoi? Neppure lei sa cosa farsene di me! sospirava il padrone.
    Invece di zia Luisa ogni tanto veniva fuori Maria, con un fazzolettino
    giallo sul capo. La sua camicia e il suo corsetto verde smagliavano al
    sole e richiamavano lo sguardo di Pietro. Egli guardava il bel viso di
    lei,  le labbra lucenti aperte  al  riso,  e  una  fiamma  fugace  gli
    attraversava la fronte.
    Ma se qualche volta ella, inquieta per il disordine del cortile, e per
    le  mosche  che  penetravano  anche  nella  cucina,  si  avvicinava al
    tinaccio e al carro e sollecitava l'opera, Pietro le parlava beffardo.
    Presto, presto: son gi le dieci; se a mezzogiorno non  tutto finito
    m'appicco...
    Appiccicati pure,  ma non  tanto  in  alto,  che  non  si  vedano  le
    gambe...
    Una  volta  ella  sal  la  scaletta  e guard entro il tinaccio;  poi
    sollev  gli  occhi  e  guard  tranquillamente  le  gambe  bianche  e
    muscolose  di  Pietro.  Anch'egli  la guardava dall'alto,  e mentre le
    diceva con voce sospettosa:
    No,  non sono di ferro le mie gambe:  quando  ho  finito  ho  finito
    sentiva una strana gioia sollevargli il cuore.
    Perch?  Che  aveva in s la giovane padrona,  quel giorno,  perch al
    solo vederla egli si rallegrasse tutto come dopo aver bevuto bicchiere
    di vino d'Oliena?

    In cucina zia Luisa,  col corsetto allacciato e la  benda  intorno  al
    viso  impassibile,  preparava  il  desinare per i lavoratori: carne di
    pecora con patate.
    In una pentolina a parte bolliva la carne di bue per zio Nicola.
    "Povero Nicola" pensava zia Luisa  che  era  stata  sempre  una  donna
    gelosa,  "bisogna  trattarlo  bene,  ora  che    cos  infelice.  Gli
    piacciono le donne, beve un po' troppo,  dopo la sua disgrazia,  ma in
    fondo    un  buon uomo.  Bisogna compatirlo: anch'io sembro una donna
    superba, ma in fondo sono buona. Soltanto... penso sia bene imporsi al
    mondo; altrimenti il mondo ci calpesta."
    "S" continu a pensare rimescolando le patate nel tegame,  "imponenti
    bisogna  essere.  Imponenti!  Ch  siamo forse nati tutti eguali?  No,
    ciascuno al suo posto; da una parte i ricchi, dall'altra i poveri. Far
    del bene, s, questo lo approvo, ma non umiliarsi, non abbassarsi.  Il
    povero  Nicola,  invece,  si  umilia  troppo.  Ma anche lui non  nato
    ricco; ah,  una triste cosa non nascer ricchi,  da razza potente;  si
    rimane sempre umili. Anche la mia Maria ha ereditato un po' del padre;
    non  sente  tutto  il decoro della sua posizione;  ma  tanto giovine,
    eppoi  anche furba. Ah,  ella far certo un buon matrimonio.  Eppoi 
    cos istruita!  Tiene i conti e i registri come un notaio;  ella ne sa
    quanto un avvocato.  Senza di lei come avremmo fatto io e  suo  padre,
    che  non sappiamo leggere n scrivere?  Ah,  s" concludeva sempre zia
    Luisa Noina,  "ella sposer un uomo ricco,  magari un laureato,  ma un
    laureato  ricco,  non  uno  di  quelli  che  cercano un appoggio nella
    famiglia della sposa."
    A mezzogiorno la pigiatura era finita; il desinare pronto.  Maria mise
    per  terra,  nel  mezzo  della  cucina,  un  canestro colmo di pane di
    frumento,  e intorno al canestro depose dei piatti concavi,  di  creta
    rossa,  entro i quali zia Luisa aveva distribuito le patate e la carne
    di pecora.  Poi la giovine padrona chiam le ragazze,  che si lavavano
    con  l'acqua  del  pozzo.  Anche zio Nicola s'avvicin zoppicando alla
    "bejone",  vuot l'acqua sporca,  ne vers una secchia di pulita e  si
    lav: poi, col barbone stillante entr in cucina, s'asciug, e sedette
    al  suo  posto distinto,  vicino al tavolo.  Gli altri mangiavano gi,
    avidamente,  seduti per terra intorno al canestro,  coi volti rosei  e
    lieti velati dal fumo delle vivande.
    Buon  appetito  disse il padrone,  allungando la sua gamba.  Moglie
    mia,  cos' questo brodino che m'hai preparato?  Almeno  oggi  che  ho
    lavorato dammi da mangiare quello che mangiano gli altri: dammi un po'
    di  quella  carne  di  pecora.  S,  s:  di pecora,  figliuoli miei;
    credevate fosse di vitella?
    Maria gli porse il piatto desiderato.
    Avete dei buoni denti,  figliuoli miei,  ch potete masticare  questa
    roba  qui;  la carne del diavolo non pu esser pi dura...  basta,  in
    casa del tale egli nomin una persona ricca vi daranno  da  mangiare
    meglio...
    O peggio rispose zia Luisa, che neppure per mangiare s'era slacciata
    il corsetto. Finiscila, chiacchierone.
    Appena si furono alquanto sfamati, i giovani ripresero a scherzare.
    Zia Luisa, me li prestate cento scudi? diceva il giovinotto.
    Se  ti  procuri  una  buona  garanzia  rispose  la  vecchia padrona,
    proseguendo lo scherzo, ma senza scomporsi.
    Eccola qui! disse il giovine,  battendo la mano sulla  spalla  d'una
    delle ragazze, poverissima.
    Tutti risero.
    Eppoi,  se  non vi basta,  vi porter in pegno tutti i gioielli della
    mia famiglia e le posate d'argento egli riprese, beffandosi della sua
    povert.
    La salute  il pi bel gioiello,  con quel pegno l tu  puoi  trovare
    non cento,  ma mille scudi sentenzi zio Nicola,  dall'alto della sua
    sedia: la sua figura quasi maestosa, dal barbone ieratico, dominava il
    quadro.
    Maria, per, era diventata nervosa.
    Certo disse con ironia, meglio sani e ricchi che poveri e malati.
    Versa da bere le ordin sua madre.
    Ella si alz e vers da bere a Pietro.
    Che hai,  che sei di malumore? egli le  domand,  guardandola  negli
    occhi.
    E anche lei lo guard, e gli rispose con la sua solita ironia:
    Quando sono sazia mi assale il malumore....
    Figuriamoci allora quando hai fame;  ma gi,  tu non sai che cosa sia
    la fame egli aggiunse;  e bevette,  poi vers  lontano  alcune  gocce
    rimaste  in fondo al bicchiere.  Ricordava la fame sofferta durante la
    sua selvaggia infanzia.
    Quel giorno non si faceva economia di vino,  e parecchie  volte  Maria
    pass  con  la  caraffa  in  mano  e  si curv per versare il vino nel
    bicchiere del servo. Egli beveva e diventava allegro, ma d'un'allegria
    cattiva. L'immagine di Sabina,  che durante tutte quelle ore di lavoro
    e di chiacchiere egli aveva allontanato da s,  gli risorgeva davanti,
    bionda, traditrice, beffarda.
    Ah, ella aveva riso di lui; anch'egli voleva ridersi di lei, di Maria,
    di tutte le donne.  Ebbene,  e se riusciva a far credere  a  Maria  di
    essersi innamorato stoltamente di lei?
    No,  ella non lo avrebbe scacciato, era troppo furba per commettere un
    simile errore: non si scaccia un servo  innamorato  che  domanda  solo
    d'essere compatito. Tutto al pi la giovine padrona avrebbe profittato
    di lui e della sua sciocca passione per farsi servire meglio. Ed egli,
    dal  canto suo,  avrebbe profittato della benevolenza e della furberia
    di lei.
    E avrebbe riso.  Le donne si beffavano di  lui;  egli  voleva  ridersi
    delle donne.
    Ma d'un tratto divent taciturno e cupo. Curv la testa, poi la rialz
    vivacemente, sollev ancora il bicchiere.
    Maria avvicin la caraffa.
    Ma  io ho sofferto la fame egli disse,  incoscientemente,  gi mezzo
    ubriaco, cercando ancora gli occhi di lei. Ma ella non lo guard pi.
    Da quel momento egli perdette la coscienza di ci che avveniva in lui:
    solo si accorgeva di seguire con gli occhi ogni movenza  di  Maria,  e
    aveva  paura  che i padroni si accorgessero del fuoco di desiderio che
    gli ardeva nel sangue; ma non poteva staccare lo sguardo dalla persona
    di lei.
    Ebbe per l'accortezza di lasciare i compagni e sdraiarsi in un angolo
    del cortile, non lontano dalla porta della cucina. Il vino e il calore
    del meriggio gli davano una specie di febbre; il ronzio delle mosche e
    delle api si fondeva col ronzio interno della sua testa in fiamme.
    Cos egli vide il giovinotto  e  le  ragazze  andarsene  e  i  padroni
    ritirarsi per far la siesta nella loro camera. Maria rimase in cucina.
    Attraverso  il  suo  dormiveglia  da  ebbro,  Pietro  udiva la giovine
    padrona andare e venire,  rimettere in ordine la cucina,  macinare  il
    caff.  E  gli  pareva  di  seguire  ancora  con  lo  sguardo l'alta e
    attraente persona di lei.
    Egli aveva bisogno di amare una donna,  e ora che il suo amor  proprio
    ferito  respingeva  la  figura  mite  della  povera serva,  ora il suo
    desiderio lo spingeva verso la ricca padrona. Ma v'era qualche cosa di
    amaro e di vendicativo in questo desiderio.
    "Io rider... rider..." pensava, addormentandosi.
    Capitolo quarto.

    Per due  settimane  egli  rimase  in  paese,  aiutando  zio  Nicola  a
    rimettere il vino nelle botti, o lavorando in un orto vicino; poi sal
    sulla montagna e fece la provvista delle legna per l'inverno.
    In  quelle lunghe ore di solitudine,  nell'orto solitario o sui boschi
    dell'Orthobene,  egli pensava sempre alla giovine padrona.  Gli pareva
    di non esserne innamorato, ma sebbene Maria gli piacesse immensamente,
    pensando  a  lei  non  osava  pi  accarezzare i desideri stolti,  gli
    sciocchi propositi di vendetta amorosa,  che lo avevano qualche  volta
    assalito.
    Maria  non  era  donna  da  invitare  gli uomini allo scherzo amoroso:
    Pietro arrossiva ricordando  d'essersi  per  un  attimo  illuso  sulle
    intenzioni di lei a suo riguardo, e divertito all'idea di piacerle.
    Ora  egli  la vedeva sempre nel suo alto posto di padrona benestante e
    dignitosa: lo sguardo di lei,  acuto e  luminoso,  tagliava  come  una
    lama.
    Anche nelle pi umili faccende, o ridesse o si mostrasse insolitamente
    seria,  ella era sempre una creatura d'una razza boriosa e superba. Ma
    al servo piaceva appunto  cos.  Qualche  volta  egli  pensava  ancora
    all'altra, alla cugina povera, e desiderava rivederla e venire con lei
    ad una spiegazione; ma a poco a poco anche questo desiderio dispettoso
    svan.  Per  due  settimane  il cuore di Pietro tacque,  ma assopito e
    gonfio come la terra durante il periodo invernale.
    Qualche sera il padrone si tratteneva a lungo nella cucina ove gi  il
    fuoco  ardeva,  e  invitava  Pietro a bere e cantare.  Se le donne non
    vigilavano,  padrone e servo  bevevano  oltre  misura,  e  zio  Nicola
    narrava,  in versi estemporanei,  gli episodi pi caratteristici della
    sua vita.  Anch'egli era stato povero,  aveva girovagato in  cerca  di
    fortuna, aveva amato e sognato.
    Povero o ricco, sempre allegro per; "Zente allegra il ziel l'aiuta"
    diceva in italiano. Una volta avevo le scarpe rotte; e pensai: appena
    incontro un proprietario, mi levo una scarpa e gliela sbatto sul muso.
    Indovina chi ho incontrato!
    Il padre di zia Luisa! disse Pietro, beffardo.
    Il padrone lo guard con occhi brillanti.
    Sei  il  diavolo  tu?  Come hai fatto a indovinare? grid,  battendo
    lievemente il bastone sulle spalle del servo.
    Ma  davvero? chiese Pietro meravigliato.
    Sicuro;  vero. Verissimo come  vero Dio.
    E la scarpa gliela avete scaraventata sul muso?
    Ah, ah, ah, come sei furbo!
    Pietro non riusc mai a sapere se zio Nicola avesse o no  lanciato  la
    sua  scarpa  sul  muso  di  qualche  ricco proprietario.  Del resto il
    padrone si vantava sempre di atti pi o meno eroici  da  lui  compiuti
    durante la sua giovinezza,  ed esagerava le sue avventure amorose; una
    volta lasci capire di aver sposato zia Luisa  senza  amore,  soltanto
    per fare un buon matrimonio.
    Lei per era innamorata,  oh, s, come  vero Dio. Io ero povero, s,
    ma ero un bel giovine. Non faccio per vantarmi.
    Eh, si vede ancora! lo adulava Pietro.
    Bellezza  met dote, ragazzo mio...
    Questi discorsi esaltavano Pietro.
    "Se non ci fosse quel nibbio ingordo di zia Luisa..." egli pensava.
    E il vino, il tepore del fuoco,  il benessere della cucina,  sulle cui
    pareti le innumerevoli casseruole di rame luccicavano e ricordavano al
    servo la ricchezza dei padroni, destavano in lui un'ebbrezza d'amore e
    di ambizione.
    "Ah,  s,  bella  cosa  esser  benestanti,  con  una moglie piacente e
    giovine: sposarsi senz'amore, no, ma sposarsi bene, avere l'amore e la
    roba, questa  davvero la felicit."
    "Chi sposer Maria?" egli pensava sovente. "Il tale, o il tale?  Forse
    un signore, un laureato, forse un paesano ricco. Non un povero, certo,
    e tanto meno un servo! Per ora ella non ama nessuno.
    Questo  pensiero  lo  rallegrava  tutto.   Poi,   qualche  volta,   si
    sorprendeva a pensare che dopo tutto egli, sebbene servo,  apparteneva
    ad una famiglia di razza per lo meno non straniera,  non girovaga come
    la razza di zio Nicola.
    "Se avessi un  piccolo  capitale!"  desiderava.  "Non  so  leggere  n
    scrivere,  ma il senso pratico ce l'ho.  Se ne son visti tanti che han
    fatto fortuna! Ma no" pensava poi. "Quelli che han fatto fortuna hanno
    rubato, oppure hanno,  come zio Nicola,  sposato una donna benestante.
    Anch'io potrei sposarla..."
    Ma  diceva  a  se stesso che questa "donna benestante" non sarebbe mai
    stata Maria Noina,  e delle altre poco  gli  importava.  E  dopo  aver
    scrollato la testa col suo solito gesto sprezzante,  s'allungava sulla
    stuoia e si coricava, col berretto ripiegato sotto l'orecchio.

    Cos venne il tempo dell'aratura e della seminagione del grano.
    Il terreno che Pietro doveva dissodare e seminare  era  assai  lontano
    dal paese,  al di l della vallata di Marreri, quasi vicino a Lollovi,
    miserabile gruppo di case perduto fra i  monti  e  gli  altipiani  pi
    deserti e melanconici del Nuorese.
    Il   giovine   servo   doveva  passare  lass  tutto  il  tempo  della
    seminagione,  solo coi buoi e col  cane.  Ma  la  solitudine  non  gli
    dispiaceva;  egli vi era abituato,  e d'altronde,  in quei giorni,  un
    oscuro istinto lo spingeva a desiderare la lontananza da  quella  casa
    tiepida,  ove  la  sua  fibra  si rammolliva e la sua anima si perdeva
    dietro sogni insidiosi.
    Prima di partire and nella bettola del toscano, anche con la speranza
    di trovarvi la moglie,  la facile Francesca.  Ma nella  bettola  c'era
    solo il toscano, tranquillo, curioso e maldicente.
    Come va, Pietro?
    Bene, Dammi da bere.
    Accidenti,  come  sei  assetato.  Eppure  i  tuoi padroni del vino ne
    hanno.
    Lascia stare in pace i miei padroni.
    Oh,  oh;  non difenderli cos.  Credi tu che loro non parlino male di
    te?
    Se parlano male, lasciali parlare. Dov' tua moglie?
    La    andata  a  lavare.  Eh,  so  perch  la  vuoi  disse l'altro,
    ammiccando coi suoi occhi infantili.  L'hai  incaricata  di  cercarti
    moglie, dopo che Sabina ti ha dato "corcofica" (1).
    Oh, va al diavolo disse Pietro, ridendo sinceramente all'idea che il
    toscano  avesse  tanta stima di Francesca da ritenerla degna di cercar
    moglie ad un giovine onesto.
    S,  lo so;  tu vuoi sposare una donna ricca.  L'ha detto zio Nicola,
    l'altra sera, mentre era ubriaco fracido.
    Ah,  s,  ha detto questo? esclam Pietro,  sollevando la testa.  E
    poi?
    E poi... niente! Perch non sposi la Maria?
    Ah,  tu ti beffi di me?  Io non verr mai pi  a  bere  qui,  piccolo
    forestiere disse Pietro con disprezzo, alzandosi.
    Ma,  non  seppe  perch,  sent un'improvvisa gioia per lo scherzo del
    bettoliere.
    Rientr a casa e aggiog i buoi;  zia Luisa mise sul carro,  oltre  le
    sementi,  una buona provvista di pane d'orzo, formaggio, olio, patate;
    e Maria una grossa zucca piena di vino rosso e un sacco perch  Pietro
    si coprisse bene nelle notti fredde dell'altipiano ventoso.
    E  un  crocifisso non glielo date?  E un rosario? chiese zio Nicola,
    ridendo sguaiatamente.
    Di fichi secchi?
    Zia Luisa strinse la bocca, perch non amava si scherzasse sulle sante
    cose, e Maria spalanc il portone.
    Bada,  va a messa a Lollovi,  ma non  innamorarti  di  qualche  bella
    lollovese...
    In  altri  tempi  Pietro si sarebbe un po' piccato per questo scherzo,
    perch le donne di Lollovi sono le pi  misere  del  circondario;  ora
    quasi si commosse e non os guardare Maria.
    Il  padrone lo accompagn per un tratto di strada,  zoppicando pi del
    solito.  Era una giornata umidiccia,  e la gamba di zio Nicola  se  ne
    risentiva.
    Ah,  Pietro,  Pietro,  che  bella  cosa la salute,  che bella cosa la
    giovent! Non sciupartele, sai; tienile bene, come si tiene una moneta
    dentro la cintura. Va, buon viaggio. Se hai bisogno di
    qualche cosa,  mandalo a dire per qualche viandante.  Tieni le sementi
    in luogo ben asciutto e semina al pi presto possibile. Addio.
    "Come  buono quell'uomo!" pensava Pietro.
    Gli pareva di voler bene a zio Nicola come ad un padre,  e quasi quasi
    sentiva di voler bene anche a quella boriosa della padrona.
    Immerso nei suoi pensieri, di tanto in tanto egli pungeva forte il bue
    rosso dalla schiena coperta di chiazze bianche - segno evidente che la
    bestia era passata in luogo ove stava nascosto un tesoro,  - e il  bue
    rosso  trottava  pesantemente.  Malafede abbaiava per incitare l'altro
    bue,  e cos Pietro arriv presto al sentiero dirupato che scende alla
    valle di Marreri.
    La  giornata  era umida e tiepida,  il cielo lattiginoso.  Sulla punta
    dell'aratro,  capovolto sul carro,  il vomero brillava  con  un  tenue
    splendore d'argento nuovo.  Nella lontananza vaporosa gli occhi lincei
    di Pietro scorgevano la chiesetta di  Valverde,  nera  sull'orlo  d'un
    dirupo,  e  pi  in l ancora la chiesa di San Francesco,  bianchiccia
    sullo sfondo delle montagne selvagge: e fra queste Monte Albo  che  si
    staccava  azzurro  come una bandiera di velluto,  e Monte Pizzinnu che
    sorgeva come uno  scoglio  grigiastro  avvolto  da  ondate  di  nebbia
    azzurrognola.
    Pietro ricord che sua madre,  come tutte le donnine nuoresi,  nutriva
    una  profonda  devozione  per  il  piccolo   San   Francesco,   "Santu
    Franzischeddu", e, sebbene con poca fede, si fece il segno della santa
    croce.
    Egli  credeva  in Dio e nei Santi,  andava a messa,  e si confessava e
    comunicava per la santa Pasqua,  ma non era divoto,  non pregava  mai,
    non pensava mai alla morte e all'eternit: in quei giorni,  per,  era
    un po' sentimentale, un po' mistico e pi credente del solito.
    Una sera, infatti, quando fu lass,  nel suo "aronzu" (2),  egli sent
    bisogno di pregare, come una donnicciuola.
    Intorno  a  lui  il paesaggio,  sublime di tristezza,  taceva sotto il
    crepuscolo  argenteo.   Era  un  luogo  desolato:  prati   melanconici
    sovrastavano  alle  chine  coperte di folte macchie di lentischio,  di
    ginepro,  di cisto selvatico,  il cui verdissimo ondulare veniva qua e
    l  rotto  da  rocce  grige  e nere che nell'incerto crepuscolo davano
    l'idea di mostri pietrificati.
    Tutto  il  paesaggio,  del  resto,  pareva  un  deserto,  mai  abitato
    dall'uomo  e  vigilato soltanto da una deit selvaggia o dallo spirito
    di un eremita preistorico.
    Pietro s'inginocchi per terra,  si fece il segno della croce e preg:
    gli  sembrava d'essere in una chiesa senza pareti;  le stelle ardevano
    sull'orizzonte, ceri lontani accesi da spiriti invisibili;  il ginepro
    esalava un odore d'incenso.
    Pietro  aveva paura come fosse per morire: una malattia mortale  s'era
    sviluppata in lui, ed egli ne sentiva tutto il pericolo.
    "Dio mio, San Francesco mio, toglietemela dalla mente. Misericordia di
    me; toglietemela dalla mente.  Ella non fa per me,  e il mio desiderio
    pu farmi commettere delle pazzie...  Anima della madre mia,  aiutami;
    liberami dalle cattive idee. Cos sia."
    E mentre pregava pensava a "lei",  col  desiderio  ardente  di  averla
    vicina, di vederla in realt come la vedeva in sogno, e di circondarla
    con  le sue braccia come le montagne velate dalla sera circondavano la
    valle fumigante, sotto gli occhi complici delle stelle.

    S, dopo la sua partenza,  dopo il segno di croce col quale egli aveva
    salutato  il  "piccolo  San Francesco" per renderselo amico e complice
    come lo desiderano  tutte  le  donnine,  tutti  gli  amanti,  tutti  i
    delinquenti  nuoresi,  la figura della giovine padrona non l'aveva pi
    abbandonato un solo istante.
    Lontano da Maria,  aveva istintivamente sperato  di  dimenticarla;  la
    lontananza,  invece,  e  soprattutto  la solitudine gliela rimettevano
    dentro il cuore,  gliela offrivano tutta,  pi seducente e  bella  che
    mai. Arriv un momento in cui egli non ebbe pi la forza di combattere
    la  sua  passione: essa cresceva e si sviluppava nel suo cuore come un
    innesto su un giovine tronco selvatico.  I  giorni  passavano.  Pietro
    lavorava dalla mattina alla sera,  dissodando, abbruciando le macchie,
    estraendo le radici dei lentischi,  arando  e  seminando  i  lembi  di
    terreno liberi di vegetazione.
    Nei  vaporosi crepuscoli si scorgeva ancora la sua figura sullo sfondo
    del paesaggio melanconico.  Egli arava ore ed ore,  andando lentamente
    dietro  i  pazienti buoi rossi che trascinavano l'antico aratro sardo.
    Giunto alla fine del lungo solco batteva il pungolo sul fianco del bue
    picchiettato  di  bianco  e   lo   costringeva   ad   una   giravolta.
    Ridiscendendo la china,  fra la terra smossa,  umida e quasi nera, che
    fumava esalando un odore di erba  in  fermentazione,  egli  tirava  la
    corda  perch  i  buoi  non corressero;  giunto al basso,  ripeteva la
    giravolta e risaliva, sempre taciturno, col pungolo in mano.
    I buoi respiravano faticosamente;  le loro  corte  palpebre  rosse  si
    abbassavano quasi con dolore sui grandi occhi tristi, e le loro narici
    nere fumavano come fumava la terra smossa.
    Il  profilo dell'alta persona del servo spiccava tra i vapori violacei
    della sera. La solitudine del paesaggio immenso e triste,  coi confini
    perduti  in una lontananza indecisa,  contribuiva a render pi intenso
    il raccoglimento del giovine lavoratore.
    La passione smuoveva il suo cuore come il vomero la terra: e  come  la
    terra egli non se ne domandava il perch.
    Qualche volta si disperava ancora,  ma non invocava pi l'aiuto di San
    Francesco o dell'anima beata di sua madre perch  lo  liberassero  del
    desiderio che lo vinceva tutto.

    Raramente  qualche  mandriano,  qualche  paesano  a  cavallo,  qualche
    donnicciuola di Lollovi con un canestro colmo di formaggio sul capo  e
    una  gallina in mano,  attraversavano il sentiero a fianco del terreno
    lavorato da Pietro. Un saluto semplice,  rozzo,  animava per un attimo
    la  solitudine;   poi  il  cavallo  si  perdeva  fra  i  ginepri,   la
    donnicciuola fra i radi olivastri del pendio; poi ancora silenzio.
    E  Pietro  lavorava  e  sognava,   sotto  il  cielo  autunnale  sempre
    ineffabilmente triste e velato dalle nebbie grigio-rosate, dalle tarde
    aurore,  dai vapori violacei della sera, dalle nuvole gravi dei giorni
    cattivi,  quando le macchie verdi e rossastre  pareva  si  gonfiassero
    d'umido, e le rocce bagnate diventavano pi grige e tristi.
    Per  quasi  un  mese,  egli  non  fece altro che smuovere e vincere la
    terra, e lasciarsi smuovere e vincere dall'amore.
    Di sera si ritirava in una capanna;  si sdraiava su  un  giaciglio  di
    fronde e si copriva col sacco datogli da Maria.  Anche per mangiare si
    ritirava lass: qualche giorno  faceva  cuocere  delle  patate,  altre
    volte  si  contentava  di abbrustolire il pane sul quale versava poche
    gocce d'olio.  I buoi pascolavano sulla china;  Malafede,  non  avendo
    altro  da  fare,  starnutiva  ogni momento e abbaiava contro le foglie
    portate dal vento.
    Di notte la solitudine, per uno strano effetto, si animava alquanto, o
    almeno non era cos estesa e completa come di giorno.
    Fuochi  di  altri  contadini  brillavano  nella   vallata;   s'udivano
    tintinnii  di  gregge;  qualche  voce  umana e qualche latrato di cane
    risuonavano nel silenzio della notte, portati dal vento.
    E una  figura  di  donna,  un  fantasma  di  bellezza  e  di  piacere,
    illuminava  e rallegrava i sogni di Pietro come il fuoco profumato del
    ginepro illuminava e rallegrava la capanna desolata.

    La terra fu tutta arata e quasi tutta  seminata.  L'inverno  lucido  e
    freddo dissip le nebbie autunnali.
    A  giorni  pioveva,  ma  per  lo  pi  il  tempo  mantenevasi freddo e
    asciutto.
    La tramontana sbatteva le sue grandi  ali  ghiacciate,  su  dai  monti
    d'Orune;  Pietro spandeva intorno a s la semente che il vento portava
    lontano e la terra accoglieva sempre.
    Anche i suoi pensieri si sparpagliavano cos, ma cadevano sempre sullo
    stesso terreno.
    Da qualche giorno egli si sentiva allegro; aveva ripreso a parlare con
    Malafede,  aveva sorriso passando davanti alla pietra sulla  quale  si
    era una volta inginocchiato.
    Coraggio  diceva ai buoi,  fra poco avremo finito il lavoro.  Verr
    Natale; canteremo con zio Nicola e ci prenderemo una sbornia solenne.
    A voce alta non osava dire altro;  ma  siccome  non  poteva  pi  star
    zitto, si metteva a cantare.
    Cantava  a voce spiegata,  qualche volta cercando di ripetere anche il
    coro che accompagna i canti nuoresi;  dal tenore passava al basso e da
    questo  alla "mezza voce";  poi riprendeva la strofa.  Erano le stesse
    canzoni d'amore che aveva  cantato  per  Sabina;  ora  volavano  verso
    Maria.
    In  quei  giorni,  in quelle ore di gioia quasi puerile,  egli sperava
    ancora.  Non era pi la speranza di un amore capriccioso  e  sensuale,
    inspirato  alla giovine padrona dal servo bello e ardito,  ma il sogno
    d'una gioia ignota,  al di l di ogni desiderio  impuro,  la  speranza
    infine dell'amore vero e casto.
    Chi  conosce  l'avvenire?  Egli  ricadeva  nelle  sue  fantasticherie;
    sognava di diventar ricco, di poter un giorno sollevare gli occhi fino
    agli occhi di lei, e spiegarsi con un solo sguardo.
    Allora cantava,  e la sua voce volava lontano,  al di l della  valle,
    perch  giusto  in quei momenti di speranza,  quando egli tornava puro
    come un  fanciullo  e  il  pensiero  di  Maria  lo  faceva  arrossire,
    l'immagine  ardente  di  lei,  che di solito lo accompagnava,  migrava
    lontano, tornava nella cornice della casa paterna.

    Ma a misura che s'avvicinava il giorno del  ritorno,  il  senso  della
    realt riafferrava il giovine innamorato.
    Qualche  viandante  gli  portava  le  notizie  dei suoi padroni,  e le
    sementi e le provviste inviate da zia Luisa.
    Zio Nicola non  venuto a trovarti,  perch  stato quindici giorni a
    letto, con forti dolori alla gamba.
    E il medico cosa dice? Possibile che egli non trovi un rimedio?
    Eh, altro che vorrebbe trovarlo; tanto pi che, dicono, vuole sposare
    Maria.
    Chi, il medico? Ah, ah ah!
    Perch ridi?
    Perch la mia padrona non sposer certo un medico.
    Sposer il figlio del re, allora!
    Eh, s; sposer un pastore ricco, ecco tutto!
    Medico  o  pastore,  certo  per  non avrebbe mai sposato un servo.  E
    Pietro ritornava cupo, ricordando con sarcasmo verso se stesso i sogni
    stolti che accompagnavano le sue canzoni.  Avrebbe  voluto  darsi  dei
    pugni, allora, tanto la sua passione lo umiliava. Ma oramai non poteva
    pi  disperdere ci che egli stesso aveva seminato nel suo cuore;  era
    pi facile togliere ad uno ad uno i granelli sparsi sulla terra arata.
    I giorni continuavano a passare freddi e limpidi, o freddi e nuvolosi:
    ancora uno o due notti e Pietro sarebbe ritornato a dormire nella casa
    dei padroni.  Zio Nicola gli avrebbe ancora raccontato le sue  storie;
    lui...  che  avrebbe  fatto  lui?...  Non  lo  sapeva e non ci pensava
    neppure.
    Avrebbe continuato a vivere, a lavorare per gli altri.
    Cos arriv l'ultima sera.
    Prima di ritirarsi nella capanna,  Pietro sedette  su  una  pietra  in
    mezzo alla terra seminata, e stette a lungo immobile, quasi piegato in
    due.  Pareva  che  sentisse  finalmente  la stanchezza di tutto il suo
    lungo lavoro.
    Intorno a lui anche  la  terra  taceva,  addormentata,  in  un  riposo
    fecondo.
    La  sera cadeva;  grandi nuvole bluastre macchiavano il cielo pallido;
    piegato sulle ginocchia, Pietro stette a lungo immobile, con gli occhi
    chiusi, formando una macchia stessa,  una cosa stessa con la pietra su
    cui  stava  seduto,  con  le  onde  brune  della  terra  smossa che lo
    circondava. Dormiva.
    Dorm cos a lungo, come il granello fra le zolle,  granello anche lui
    buttato  a caso su una terra misteriosa e selvaggia,  germogliato alla
    ventura, abbandonato al capriccio del tempo e del destino.
    Si svegli ch'era gi notte e si ritir nella capanna. Fuori la notte,
    coi suoi grigi vapori,  incombeva sull'altipiano,  sulle  valli,  fino
    alle montagne della costa, donde veniva un rombo di vento che sembrava
    l'urlo  del  mare;  e  se  un  pezzetto di luna gialla appariva fra le
    nuvole correnti,  Malafede non mancava  di  abbaiargli  contro,  forse
    credendolo l'occhio maligno di un ladro.


    NOTE:

    NOTA 1: Zucca, rifiuto di domanda di matrimonio.
    NOTA 2: Il luogo dove si ara.










    Capitolo quinto.

    Maria,  a quell'ora, dormiva il suo sonno pieno e piacevole di ragazza
    sana: avesse anche vegliato,  non avrebbe per pensato a  Pietro  Benu
    pi che al grano ch'egli seminava.
    Ella  lo  stimava  come  servo,  ma  non di pi;  anche la salute e la
    sveltezza di lui le  piacevano  in  ragione  dell'utile  che  potevano
    rappresentare.
    In  famiglia  si  parlava  spesso  del  nuovo  servo:  tutti  ne erano
    contenti,  ma la padrona giovine si sarebbe strappati i capelli per la
    vergogna, se avesse dubitato di ci che accadeva nell'anima di Pietro.
    Un giorno si parl di lui anche in presenza di Sabina.  Era la vigilia
    di Tutti i Santi, pochi giorni dopo la partenza di Pietro.
    Sabina aveva lasciato il servizio,  e aiutava le sue ricche parenti  a
    fare  il  pane  e i dolci di pasta,  sapa e uva passa,  che ogni buona
    massaia nuorese non manca di preparare per la festa di Tutti i Santi.
    Fin dall'alba Maria accese il forno,  prepar la farina lievitata,  le
    mandorle, la sapa e il miele; poi venne Sabina e tutte insieme, le due
    cugine  e  zia  Luisa,  gramolarono  la  pasta inginocchiate per terra
    intorno ad una tavola bassa.  Zia Luisa sudava per lo sforzo,  le  due
    cugine chiacchieravano e ridevano,  ma non risparmiavano i loro polsi,
    dimenandosi avanti e indietro,  con le cocche dei fazzoletti rigettate
    al sommo della testa.
    Un  dolce tepore riscaldava l'ambiente,  e dalla piccola finestra e da
    ogni spiraglio del tetto penetravano  raggi  di  sole,  che  gettavano
    lunghe  strisce  di  pulviscolo  azzurrognolo  attraverso  la cucina e
    macchie d'oro sulle pareti e sul pavimento.
    Dopo una notte di pioggia ritornava il sereno autunnale;  per tutto il
    vicinato  intorno  alla  casa dei Noina,  rinfrescato e ripulito dalla
    pioggia e dal vento,  si spandeva una frescura,  un profumo campestre.
    Qua e l giacevano rami stroncati dal vento;  i tetti coperti di musco
    giallognolo fumavano.  Verso la montagna gruppi di piccole nubi di  un
    grigio-rosato  si  scioglievano  sul  cielo inondato di sole;  i galli
    cantavano ancora,  le galline erranti per le viuzze scuotevano le  ali
    umide,  fregavano il becco per terra,  sui ciottoli bagnati e lucenti,
    lo immergevano nell'acqua delle pozzanghere e poi sollevavano la testa
    quasi per respirare meglio l'aria del mattino.
    Gi  le  donnine  d'Oliena  dai  capelli  attorcigliati  intorno  alle
    orecchie  passavano  vendendo l'uva passa e la sapa;  col loro costume
    barocco, scalze, con le scarpe in mano,  rassomigliavano nei movimenti
    alle  galline  vagabonde.  La  loro  vocetta  stridula,  che chiedeva:
    "Papascja pjaes e f ju?  Binu 'ottu pjaes?"  (1),  annunciava  che  le
    vendemmie erano terminate e che l'inverno s'avvicinava.
    Maria  e  Sabina  chiacchieravano  e  ridevano:  la prima specialmente
    sembrava allegra e  serena:  dalla  sua  bella  gola  dorata  il  riso
    sgorgava come il canto dalla gola d'un uccello.
    Anche  Sabina  scherzava e rideva: raccontava che il suo ex-padrone le
    aveva fatto la corte e per  sedurla  le  aveva  promesso  un  paio  di
    scarpe.
    Molto splendido, davvero!
    Aspetta, ora ti racconter. Io gli dissi: "Me le faccia dunque vedere
    queste  scarpe".  Ed  egli  mi  fece  vedere  un paio di scarpe di sua
    moglie! diceva Sabina,  sollevando ogni tanto la mano bianca di pasta
    per  raccogliere  sotto  il  fazzoletto  i capelli che le coprivano la
    fronte.
    Qualche volta,  per il troppo ridere,  le due cugine  rallentavano  il
    lavoro;  allora  zia  Luisa  apriva la piccola bocca sdegnosa e diceva
    severamente:
    Le fanciulle oneste non si vantano di certe cose, fossero pur vere.
    E che sono disonesta, io?
    Io non so niente: so che una fanciulla di buona  famiglia,  come  sei
    tu, non apre la bocca senza prima averci pensato bene.
    Zia Luisa mia, la mia bocca si apre senza che io me ne accorga.
    Oppure   la   severa   "principalessa"  minacciava  le  fanciulle  col
    matterello.
    O la finite o vi bastono!
    Ma le due cugine continuavano a ridere: ogni tanto  Maria  balzava  in
    piedi,  guardava  se  la  pentola  bolliva  e riattizzava con un lungo
    bastone il fuoco del forno.
    Mentre le tre donne impastavano la farina con la sapa  per  farne  dei
    piccoli pani dolci,  rientr zio Nicola, ch'era stato alla bettola per
    bere  il  solito  bicchierino  di  acquavite,   e  port  una  notizia
    interessante:
    Ho visto passare un prete che recava la santa Comunione ad un malato,
    laggi,  al Corso.  Ho domandato chi era il malato grave e mi dissero:
    zia Tonia Benu.
    La zia di Pietro! esclam Sabina, sollevando le mani gialle di sapa.
    E lui non sa niente?
    E anche se lo sa,  credi tu che gliene  importi  niente?  disse  zio
    Nicola, voltandosi e rivoltandosi davanti alla bocca del forno.
    Eh, dicono abbia dei soldi, quella donna!
    Davvero? chiese Maria.
    Sciocchezze grid zio Nicola. Favole da donicciuole.
    Il  marito  di  zia  Tonia  era  un ladro famoso: mor in reclusione
    afferm  zia  Luisa.   Dicono  che  abbia  lasciato  alla  moglie  un
    recipiente pieno di monete d'oro.
    Donnicciuole!  rispose  zio  Nicola,  battendo  il bastone contro il
    forno.   Storielle!   Intanto  quella  povera  vecchia  ha  solo  una
    catapecchia e un pezzetto di terreno con due macchie di lentischio.
    Ad ogni modo l'erede sar forse Pietro! disse vivacemente Sabina.
    Allegra, dunque! le sussurr Maria, ridendo maliziosamente.
    Sabina, alquanto turbata, la urt col gomito.
    Tu sta zitta!
    Pietro!  Pietro!  Un corno!  E gli altri nipoti,  che son forse delle
    immondezze? grid zio Nicola, curvandosi per riattizzare il fuoco del
    forno.  E poi Pietro rifiuterebbe forse l'eredit:  l'eredit  di  un
    ladrone! E' onesto, Pietro!
    Ma egli vive con la zia, quando non  al servizio osserv Maria. Ma
    lasciate stare il fuoco, babbo; ecco che il fumo vien tutto fuori.
    Sabina  non osava pi parlare,  per timore che zio Nicola s'accorgesse
    del suo turbamento.  S,  ella voleva sempre bene  a  Pietro,  sebbene
    egli, dopo il breve colloquio nella vigna, l'avesse trascurata e quasi
    disprezzata.
    Per,  chi mai conosceva l'avvenire? Forse Pietro, diventando erede di
    una piccola casa e  di  un  pezzetto  di  terra,  avrebbe  pensato  ad
    ammogliarsi. Sabina sperava.
    Zio  Nicola prese uno sgabello e sedette davanti al forno,  attizzando
    ogni tanto il fuoco,  nonostante le proteste di Maria.  Fra  le  altre
    cose egli raccont la storia del marito di zia Tonia Benu,  un vecchio
    ladro morto venti anni prima in "quei luoghi" tristi,  dove gli uomini
    si riducono a far la calza e lavorare all'uncinetto.
    S,  era  un  famoso  ladro;  l'anima  sua  non  fu  accolta  neppure
    nell'inferno,  ed ora vaga per  il  mondo,  assieme  con  altri  sette
    spiriti  di  preti  malvagi,  coi  quali talvolta penetra nel corpo di
    qualche creatura innocente.  Una volta,  parlando appunto per bocca di
    un fanciullo indemoniato, disse che per redimere l'anima sua bisognava
    celebrare  mille  messe e cento processioni.  Basta,  certo  stato un
    ladro astuto,  spauracchio di proprietari e di pastori.  Tutto ci che
    vedeva era suo.
    Passava  vicino  ad  un gregge,  adocchiava la pi grossa pecora e il
    giorno dopo questa spariva; pareva che egli rubasse con gli occhi. Una
    volta pass vicino ad un ovile e adocchi una grossa  pecora  nera  di
    razza spagnola: il pastore lo vide e per sottrarre la pecora nera agli
    artigli del ladro,  la uccise,  la sventr e l'appese ad un ramo della
    capanna. Ma il ladro trov il modo di farla sparire egualmente.
    Pietro non  gode  buona  fama  appunto  perch  parente  d'un  simile
    avvoltoio  osserv zia Luisa,  intenta a fare dolci di pasta e di uva
    passa, ai quali dava forme strane: anelli, scacchi, piramidi,  croci e
    persino cappelli da prete.
    Zio Nicola s'arrabbi, batt il bastone contro il forno.
    Venga davanti a me qualcuno che osi parlar male di Pietro Benu; venga
    avanti,  se pu; venga avanti, se ha fegato ! Venga; gli risponder io
    con questo qui.
    E brand il bastone, pronto a colpire i calunniatori del suo servo.
    Verso il tramonto le donne smisero di lavorare dopo  aver  deposto  il
    pane e i dolci entro i canestri d'asfodelo; la cucina calda odorava di
    sapa e d'uva passa cotta.
    Ora  dovrei  andare  alla  fontana  disse Maria,  scuotendo l'anfora
    vuota. Se vuoi venire,  Sabina,  passeremo davanti alla tua casa;  tu
    prenderai la tua anfora e andremo assieme.
    Indoss la tunica (2), mise sul capo l'anfora rovesciata e usc con la
    cugina,  alla  quale  zia  Luisa  aveva  colmato  di  pane  e dolci il
    grembiale.
    Nella casetta di Sabina la vecchia nonna filava,  badando alla piccola
    mola tirata da un asinello grigio bendato e silenzioso.
    La  pietra  della  macina,  l'asinello  e  il  viso  affumicato di zia
    Caderina avevano  lo  stesso  colore  cenerognolo,  e  parevano  d'una
    medesima sostanza;  e in realt formavano una stessa cosa.  I pensieri
    della vecchia erano sempre corsi dietro l'asinello e l'asinello  aveva
    sempre  tirato  la  mola;  la mola ogni giorno sgretolava un quarto di
    frumento e rendeva cos mezza lira:  tanto  bastava  a  zia  Caderina.
    Sabina lavorava e si sosteneva da se.
    Come va? chiese Maria alla vecchia,  mentre Sabina attorcigliava uno
    straccio per farne un cercine.
    Si cammina,  si cammina. rispose la donnina,  accennando una  strada
    invisibile.
    Andiamo disse Sabina, chinandosi per passare sotto la porticina.
    L'asinello  s'era  fermato,  come per ascoltare,  e zia Caderina grid
    invano: Va, va!.
    Solo quando le due cugine furono uscite l'animale riprese il suo  giro
    paziente intorno alla mola.
    Andiamo dunque alla "Funtanedda"  disse Maria.
    Andarono. L'una a fianco dell'altra, slanciate ed eleganti.
    vestite nello stesso modo,  con le anfore rovesciate sul capo,  le due
    cugine parevano due sorelle bibliche,  Rachele e Lia,  Marta e  Maria,
    dirette alla fontana.
    Chiacchierando  scesero  sino  allo stradale di Orosei,  lo stesso che
    Pietro aveva percorso ritornando dalla vigna.
    Qualche borghese passeggiava,  lento e tranquillo,  respirando  l'aria
    profumata  della valle;  qualche donna scendeva alla fontana,  qualche
    paesano conduceva i buoi  o  i  cavalli  all'abbeveratoio:  fuochi  di
    dissodatori  che  incendiavano le brughiere cominciavano a rosseggiare
    nello sfondo azzurrastro dei monti d'Oliena.
    Sabina e Maria,  giunte alla fonte,  sedettero su un masso  aspettando
    che  altre  donne  prima  arrivate colmassero le loro anfore.  La sera
    calava splendida e  molle;  l'Orthobene  sorgeva  al  di  sopra  dello
    stradale,  grigio  e roseo sul cielo cinereo;  l'ombra si addensava in
    fondo alla valle,  i profili  delle  ultime  case  di  Nuoro  e  della
    cattedrale fantastica spiccavano sul cielo d'oro.
    Vorrei  una  "pala"  (3)  di  velluto  in colore di quel cielo disse
    Maria, guardando in alto.
    Ma Sabina guardava l'ombra in fondo alla  china,  e  ricordava...  Che
    faceva  ora  Pietro,  al  di l della valle e dell'altra valle ancora?
    Ricordava la promessa di "dire una cosa" alla povera serva?  O si  era
    pentito e pensava ad un'altra donna meno povera?
    Intanto  le  donne  chiacchieravano  intorno alla fontana: una piccola
    bruna,  con un occhio bendato,  si lavava  i  piedi  nel  rigagnolo  e
    imprecava  contro  la  padrona  lontana;  dall'alto  del muraglione un
    monello, arrampicato sul paracarri dello stradale, sputava sulle donne
    che sollevavano la testa e gli  mandavano  energiche  maledizioni.  Un
    uomo  scendeva  alla fonte per abbeverare tre porcellini di latte.  Le
    tre graziose bestioline dal pelo morbido a strisce nere e gialle  come
    quelle  dei  cinghiali,  col  musino  roseo  imbrattato  di terra,  si
    rincorrevano,  grugnivano,  rotolavano;  e giunte presso il  rigagnolo
    annusarono  i  piedi della piccola serva bruna,  poi,  invece di bere,
    continuarono a rincorrersi fra i cespugli.  Il  guardiano  cominci  a
    fischiare  per  richiamarli;  il  monello cess di sputare,  e cos le
    donne finirono di riempire le anfore,  e  venne  il  turno  delle  due
    cugine.  Poi anche loro se ne andarono, con le anfore colme dritte sul
    capo; e la fontana gorgogli nel silenzio vaporoso del crepuscolo.
    Sabina continuava nel suo sogno sentimentale.  Quando tornava  Pietro?
    Avrebbero occasione di incontrarsi ancora?  Ah,  se ella avesse potuto
    aver le ali come un uccello e volare vicino  a  lui  per  scrutarne  i
    pensieri!
    Se la zia muore, egli torner, non  vero?
    Chi?
    Ma Pietro Benu!
    Ah,  tu pensi a lui! Chi sa se torner! Ad ogni modo glielo mander a
    dire.  Ma credo che quella vecchia sia sempre inferma,  e di tanto  in
    tanto si confessi e comunichi.
    Andate d'accordo con Pietro?
    Certo  disse  l'altra  sorridendo  un po' sdegnosa.  Egli  un buon
    servo; io sono una buona padrona!
    Ma non  bravo davvero?
    Sicuro, un bravissimo giovine.
    Sabina si sentiva tanto felice quando qualcuno lodava Pietro Benu;  il
    che veramente non accadeva troppo spesso.
    Ad ogni modo insist, egli torner presto?
    Ma non so.  Egli disse che sarebbe tornato solo a lavoro finito.  Del
    resto tu dovresti saperlo meglio di me.
    In fede mia,  no! afferm Sabina,  timidamente.  Io non so  niente.
    Egli non mi disse pi nulla dopo quel giorno,  ti ricordi? Credo abbia
    soggezione di voi.
    Egli non  un uomo da aver soggezione di nessuno.
    Allora non so perch non m'ha pi cercata,  mentre son certa  che  mi
    vuol bene.
    E tu? e tu? domand Maria, volgendosi con curiosit verso la cugina.
    Ma...  anch'io... mormor Sabina,  incoraggiata dalla benevolenza di
    Maria e dal silenzio e dal crepuscolo che la circondavano.  Dopo quel
    giorno...  ho sempre atteso.  Quando lo sento nominare, vedi, il cuore
    mi batte forte. Se egli almeno si spiegasse!...
    E poi? insist Maria.
    E poi? Se egli mi vuol veramente bene, ci sposeremo... Maria tacque.
    E per la prima  volta  la  sua  cugina,  povera  e  semplice,  che  si
    contentava di cos poco, di nulla quasi, ma che poteva diventar felice
    cos  facilmente,  le  dest  un  senso  d'invidia  non scevro per di
    compassione.
    Perch taci? domand l'altra.  Dispiacerebbe a te  e  agli  zii  se
    avvenisse... ci che io spero? Io sono povera. Che aspetto?
    Ma no,  anzi! esclam Maria, pensierosa. Pietro  un bravo giovine.
    E poi  anche bello! E poi, se la zia gli lascia il suo avere...
    Che mi importa? Io voglio lui, non i beni della zia!
    Ebbene, se lo vuoi, prenditelo! Ma parla piano, bella mia!
    Dopo un breve silenzio Maria riprese:
    Ma sei proprio sicura che egli ti voglia bene?.
    S rispose Sabina, quasi offesa.
    Intanto  erano  giunte.   Attraverso  una  fessura  illuminata   della
    porticina  si  vedeva  la vecchia nonna che filava ancora e il vecchio
    asinello che girava sempre intorno alla mola.
    Maria  sent  un  impeto  di  compassione,  rivedendo  il  melanconico
    quadretto.
    "Povere creature!" pens,  guardando la vecchia e l'asinello;  "stanno
    sull'orlo della fossa e lavorano ancora. Che triste cosa esser poveri!
    + vero, per, che si contentano di poco, come Sabina..."
    Addio disse quest'ultima,  chinandosi sotto la porticina.  Stanotte
    dormir come un sacco. A domani.
    Addio. Addio, zia Caderina.
    Addio  rispose  la vecchia,  mentre l'asinello si fermava ancora per
    ascoltare.
    "Voglio aiutare Sabina;  parler con Pietro per vedere se veramente le
    vuol  bene"  pens  Maria,  allontanandosi  a passi tranquilli,  nella
    oscurit sempre pi densa della sera.
    Le pareva di prender la cugina e il servo sotto la sua protezione, con
    benevola piet da regina.
    E avrebbe arrossito se le avessero detto che  in  quell'ora  medesima,
    nella melanconia dell'altipiano selvaggio,  Pietro Benu pensava a lei,
    non a Sabina. Le sarebbe anzi parso impossibile. Poteva mai l'asinello
    di zia Caderina scorgere, attraverso la sua maschera di stracci, nello
    sfondo della sua strada interminabile, un lontano sogno di gioia?


    NOTE.

    NOTA 1: Uva passa comprate e fichi? Sapa comprate?
    NOTA 2: Gonna di orbace orlata di nastro cremisino.
    NOTA 3: Bustino.










    Capitolo sesto.

    Pietro ritorn a  Nuoro  dopo  circa  cinque  settimane  d'assenza,  e
    precisamente la vigilia di Natale.
    Avanti,  avanti,  per  gli aspri sentieri che scendevano in fondo alla
    vallata e poi risalivano  fino  a  Nuoro,  egli  pungeva  i  buoi  con
    crudelt, spingendoli rapidamente al ritorno. Il vomero era consumato,
    il carro colmo di radici di lentischio.
    Nonostante  la  sua  fretta  e la sua ansia,  il giovine servo avrebbe
    voluto arrivare alla casa dei padroni a notte gi  fatta.  Sentiva  un
    vago  timore  del  primo incontro con Maria;  aveva paura che ella gli
    leggesse sul volto i sentimenti  che  lo  agitavano:  il  braccio  gli
    cadeva inerte,  il pungolo cessava la sua opera crudele; allora i buoi
    rallentavano il passo e Malafede frugava  qua  e  l  per  le  macchie
    imbrullite, nere e rosse come mucchi di carboni semispenti.
    Soffiava  la  tramontana acuta;  il cielo basso e plumbeo prediceva la
    neve;  ma Pietro sentiva un calore interno ardergli il petto:  le  sue
    mani  nere  scottavano,  una  vena gli pulsava forte forte alla tempia
    sinistra.
    Gli pareva di aver la febbre; desiderava cantare,  ma le labbra aride,
    serrate,  rifiutavano di aprirsi,  un cerchio ardente gli stringeva la
    fronte,  e la pulsazione continua alla  tempia  sinistra  sembrava  il
    picchiare di un martello che fermasse quel cerchio invisibile.
    Egli camminava,  desideroso di incontrare qualcuno con cui parlare, ma
    la strada selvaggia era pi che mai deserta;  tutta la valle,  con  le
    sue macchie rugginose, le pietre lividognole, gli sfondi grigi, pareva
    morta sotto quel gran cielo oscuro e pesante.
    Arrivato  davanti  alla  chiesetta  della  Solitudine,   nella  strada
    dominante le due vallate,  Pietro si scosse dal  suo  sogno  febbrile.
    Ecco, Nuoro era l, vicina, circondata dal vento, nella sera tetra. Le
    sue prime case apparivano gi; qualche donna avvolta nella tunica, con
    l'anfora  sul capo,  e contadini,  coll'immancabile cavallo o coi buoi
    sonnolenti,  passavano spinti dal vento.  Pietro volse  le  spalle  ai
    monti  velati  di  nebbia,  alla  vallata fumosa,  e rientr in paese.
    Nonostante il suo desiderio di attaccar discorso con qualcuno,  non si
    ferm,  non salut i pochi passanti,  finch non giunse alla porta dei
    suoi padroni.  Il roteare del suo carro riemp la  straducola  con  un
    rumore di torrente. Malafede si slanci in avanti, con la coda dritta,
    e abbai.
    Passando davanti alla bettola illuminata,  Pietro intravide, dietro il
    banco, il viso soave e ardente della bella Francesca,  e una fiamma di
    desiderio  gli  brill  negli occhi;  ma subito pens a Maria e per la
    prima volta in vita sua si vergogn d'aver  desiderato  una  donna  di
    mali costumi.
    Oh,  no:  anche se Francesca lo avesse chiamato,  egli non sarebbe pi
    andato da lei; gli sarebbe parso di tradire Maria.
    Il portone era  chiuso:  egli  picchi  col  pungolo,  e  subito,  nel
    silenzio improvviso,  s'ud,  al di l del muro,  la voce fresca della
    giovine padrona.
    Dev'esser Pietro!
    "Dev'esser Pietro!" Come ella lo diceva!  pareva  che  lo  aspettasse!
    Solo  questa supposizione,  che pure egli sentiva vana,  gli riemp il
    cuore di gioia.
    Malafede fiutava e raspava il portone:  e  come  tardavano  ad  aprire
    cominci a guaire,  sollevandosi e cercando di introdurre una zampa in
    una fessura.  Qualcosa di simile all'impazienza e alla gioia del  cane
    fremeva nel cuore di Pietro.
    Finalmente  zia  Luisa apr,  e Pietro intravide Maria ritta sul primo
    gradino della scala; ma non os guardarla subito.
    Buona sera disse, spingendo i buoi dentro il cortile.
    E solo quando zia Luisa si volse per chiudere il portone,  egli guard
    la giovine padrona e le chiese:
    Ebbene, che nuove abbiamo?.
    Buone,  grazie a Dio.  Fa freddo,  ma la nostra pelle non  fina come
    quella dei signori...
    Qual migliore signora di te! egli disse, sospirando.
    Ma tu,  Pietro,  sei stato ammalato?  Sei magro e giallo osserv zia
    Luisa,  quando egli,  slegati i buoi e rimesso a posto il carro, entr
    in cucina, dove Malafede fiutava ogni angolo.
    Macch! macch!  Ho avuto un po' di febbre,  queste ultime sere,  ma,
    come dice Maria, la mia pelle non  fina tanto da risentirsi di simili
    cose. E il padrone dov'?
    Febbre!  febbre!  Febbre  interna,  forse!  esclam  Maria,  un  po'
    benevola,  un  po'  beffarda.   Star  cinque  settimane  senza  veder
    l'innamorata... ecco la febbre!
    Pietro  la guard,  ma tosto chin gli occhi,  tanto il sorriso di lei
    gli faceva male. Ah, quanto,  quanto ella era lontana da lui!  Lontana
    come una donna savia da un pazzo, al quale ella rivolge la parola solo
    per compassione!
    Ridiventato  triste,  egli  sedette  davanti  al fuoco,  accanto a zia
    Luisa, e cominci a ragguagliarla sull'andamento del suo lavoro.
    Maria andava e veniva per la cucina, preparando la cena di magro della
    vigilia di Natale.
    Fuori le campane suonavano l'Ave con rintocchi di gioia.
    Zio Nicola non tard a rientrare;  anch'egli era dimagrito e  pallido,
    insolitamente  melanconico;  ma appena vide Pietro,  che si era alzato
    rispettoso e sorridente, rise e batt il bastone per terra.
    Ah, bravo disse, sedendosi al posto di zia Luisa, e battendo la mano
    aperta sul ginocchio di Pietro,  ti aspettavo!  Stanotte veglieremo e
    canteremo a "disputas". Se le donne vogliono andare alla messa, vadano
    pure;  per me ci rinunzio con piacere. La messa di mezzanotte  per me
    stata sempre odiosa,  perch tutti ci vanno per divertirsi,  per  fare
    degli scandali. Tu non vorrai andarci, spero...
    Io  no  disse  Pietro,  lusingato.  Vi  far compagnia,  giacch lo
    volete, sebbene pensi che voi potreste passare questa notte coi vostri
    amici.
    Alla larga! grid il padrone,  allargando  le  braccia.  Gli  amici
    vengono, oggi per bere il vostro vino, e parlar male di voi domani. Il
    miglior  amico    il  servo fedele.  Ed anche il cane,  non dico: qua
    Malav! Diavolo, sei brutto come un cane!
    Malafede gli si era rifugiato fra le gambe e gli leccava le mani.
    Qui, da bere, donne disse poi zio Nicola.
    Maria s'avvicin, con la caraffa e il bicchiere.
    Tu non andrai alla messa? domand Pietro.
    Io? Io no, davvero! Me ne vado subito a letto, appena avr cenato. Io
    non ho da incontrare nessuno, alla messa. E anche voi, babbo,  fareste
    bene d'andare a letto...
    Pietro non ud ci che il padrone rispose. Maria non aveva dunque "chi
    incontrare alla messa".  Ella dunque non aveva un amante, un fidanzato
    pi o meno segreto.  Ah,  come ella era  buona!  Egli  la  guard  con
    riconoscenza, e bevette quasi con volutt il vino offerto da lei.
    Le donne vanno a letto;  tanto meglio riprese il padrone.  Di notte
    le donne non devono far altro che andare a  letto;  questa    la  mia
    opinione.  Noi,  dunque,  Pietro  Benu,  chiuderemo  il  portone e non
    apriremo neanche se viene  il  diavolo.  Accenderemo  un  gran  fuoco,
    metteremo accanto a noi una bottiglia di vino, e canteremo...
    Ma io non so cantare osserv Pietro. Invitate qualche altro...
    Ma  sei  sordo?  Non ascolti le parole che ti dico? grid allora zio
    Nicola,  irritandosi.  Ti dico che gli amici miei sono il  servo,  il
    cane,  il bastone! S, anche il bastone! Ecco per un amico che l'anno
    scorso non avevo! concluse,  rattristandosi e chinando  il  capo.  Ma
    tosto  lo sollev,  scosse il barbone.  Ebbene,  se anche tu non vuoi
    restare, va pure! Canter da solo!
    Rester, rester! disse Pietro, ridendo.
    Le donne, infatti, dopo cena, si ritirarono. Pietro avrebbe voluto che
    Maria restasse;  egli non osava guardarla,  ma la sola presenza di lei
    gli  dava  un  dolce  piacere.  Non  era  l'ebbrezza  ch'egli  provava
    allorch,  pur essendo lontano da lei,  credeva di  vedersela  davanti
    viva e palpitante; ma ella era cos bella, la sua voce cos armoniosa,
    la  sua  persona  emanava tale fluido di giovinezza e di piacere,  che
    egli sentiva la sua presenza come in quella  sera  fredda  sentiva  il
    calore piacevole del fuoco.

    Ecco,  il  servo  mise  tre grossi tronchi sul focolare,  e spieg due
    stuoie di giunco sul pavimento caldo; il padrone prepar due bottiglie
    di  vino,   una  delle  quali,   pi  rossa  dell'altra,   risplendeva
    riflettendo la fiamma; e la scena omerica cominci.
    Zio Nicola e il servo sedettero sulle stuoie, e il padrone sollev una
    delle  bottiglie,  guardandola  attraverso la fiamma.  Poi guard cos
    anche il bicchiere,  entro il quale al  riflesso  del  fuoco  il  vino
    scintillava come un rubino; e cominci a cantare.
    "Questo  il sangue ardente della botte,  e bevendolo noi scaldiamo il
    nostro cuore. Beviamo, dunque,  e riscaldiamoci,  poich fuori cade la
    neve  ed  anche  su di noi cade la neve degli anni.  Non fidarti,  tu,
    giovinotto;  anche per te passeranno gli anni,  il tuo cuore diventer
    freddo e occorrer molto vino per riscaldarlo. Che cosa ne dici tu?"
    Pietro rispose:
    "Il  mio cuore  gi freddo,  perch io sono un povero servo e nessuna
    donna mi guarda, e nessun piacere pu sorridermi. Io bevo,  ma neppure
    il vino pu riscaldare il mio cuore".
    "Tu  sei  un  bugiardo  e un vanitoso" rimbecc zio Nicola,  nella sua
    seconda ottava dai versi pi o meno sbagliati,  "e mentisci affermando
    che  le  donne  non  ti guardano e i piaceri non ti sorridono.  Ora ti
    prover il contrario..."
    Fuori soffiava una violenta tramontana; grandi nuvole,  chiare e dense
    come  enormi blocchi di neve,  s'avanzavano dai monti d'Orune: qualche
    falda di neve cominciava a cadere;  nessun rumore,  tranne  il  soffio
    rabbioso del vento, giungeva fino ai due cantori.
    Talvolta Zio Nicola,  infervorato,  si alzava a sedere, e con un cenno
    della mano indicava a Pietro di non interromperlo:  e  invece  di  una
    componeva due e persino tre strofe, una peggiore dell'altra.
    Pietro  lo  ascoltava  religiosamente,  poi  anch'egli  cantava la sua
    ottava, e beveva e beveva.
    Verso  le  undici,   mentre  le  campane  suonavano  con  una  letizia
    esagerata,  tanto  che  parevano  scrollate  dal vento pazzo,  servo e
    padrone  cantavano  ancora;  le  bottiglie  erano  vuote;  e  il  loro
    splendore era passato negli occhi dei due cantori.
    Qualche  volta  Pietro  riusciva a comporre delle ottave con argomenti
    cos vivaci e stringenti che zio Nicola si dichiarava vinto. Ma invece
    di offendersi guardava l'avversario con una certa ammirazione,  e  gli
    diceva:
    Bravo! Cos ti voglio.
    Continuarono a bere, ma cessarono di cantare.
    Verso  mezzanotte  gli  occhi  del padrone,  che al riflesso del fuoco
    parevano di cristallo, s'aprivano e si chiudevano incoscienti;  quelli
    del  servo,  pieni  di languore,  si smarrivano dietro sogni e visioni
    inverosimili.
    Pietro, figlio mio, tu canti bene ed io ti voglio bene.  A che pensi?
    Dimmelo, su, tanto lo immagino...
    Diceva proprio cos?  E Pietro, doveva parlare, dire veramente ci che
    pensava?
    "Ah,  padrone mio,  se sapeste!  Se sapeste che serpente ho nel cuore!
    Voi  dite di volermi bene;  ma se sapeste che io penso a vostra figlia
    vi gettereste sopra di me come un cane arrabbiato.
    Eh, anch'io... disse a un tratto zio Nicola, sollevando la testa.
    E ricominci  a  raccontare  in  prosa  le  avventure  che  aveva  gi
    ricordato nelle sue ottave.  Oramai Pietro le sapeva a memoria; quindi
    cominci a distrarsi,  e in breve le parole del padrone gli arrivarono
    confuse alle orecchie, come un ronzio di api.
    Tuttavia gli pareva di non essere ubriaco,  e che non lo fosse neppure
    il padrone;  e la confidenza che zio Nicola gli dava lo rendeva felice
    e ardito.  E perch no? Ecco, ora apriva la bocca e parlava. Tutto era
    facile, tutto possibile. S, s, bisognava parlare; ma prima occorreva
    cercar le parole adatte.
    Nascose il viso fra le mani, pens a lungo: d'un tratto stacc le mani
    dal volto ardente e fiss come un pazzo, attraverso le dita aperte, lo
    splendore rosso del fuoco... Le parole venivano:
    Zio Nicola,  io non sono ricco,  ma se voi mi aiuterete lo diventer.
    Mia zia sta per morire e so che ha fatto testamento in mio favore... +
    poca cosa,  lo so; una casetta in rovina e un pezzetto di terra, ma io
    vender subito ogni cosa e col piccolo capitale metter su un  negozio
    di buoi.  Me ne intendo io,  di buoi,  sapete.  Chi lo sa?  potr fare
    fortuna. Anche voi, padrone mio,  avete cominciato con niente.  Datemi
    Maria,  zio Nicola,  datemela in moglie.  Vedrete, diventer ricco. ..
    Padrone, zio Nicola?... chiam dolcemente, abbassando le mani.
    Ma zio Nicola, col capo reclinato sulla mano,  non rispose.  Pietro lo
    guard e si accorse che il padrone dormiva.
    Allora  avvenne in lui una brusca reazione;  come spesso gli accadeva,
    arross fino alle orecchie e sent una profonda umiliazione.
    "S,  sono davvero ubriaco" pens,  scrollando il capo col  suo  gesto
    sprezzante. "Dormiamo, dormiamo..."
    Si sdrai sulla stuoia, poi si sollev e guard ancora il padrone.
    "Non  sarebbe  meglio svegliarlo e dirgli che vada a letto?...  Ma no,
    che s'aggiusti da s..."
    Ancora una scrollatina di capo,  poi si sdrai nuovamente: le orecchie
    gli ardevano, le palpebre, sebbene pesanti, non volevano chiudersi del
    tutto: strisce rosse solcavano le pareti, il tetto, il pavimento, e su
    queste   straducole  luminose  passavano  lunghe  file  di  chiocciole
    verdastre mettendo fuor del guscio le piccole corna rosee  tremolanti:
    poi tutto scoppiava e si sperdeva in mille e mille scintille d'oro.
    Era il fuoco che scoppiettava.

    Che bel cantare avete fatto stanotte, Pietro disse Maria l'indomani,
    con una smorfia di disgusto.
    Bellissimo. Che hai da dire? rispose Pietro, fissandola.
    Ah,  s,  vi siete ubriacati come due animali!  Io non posso soffrire
    gli uomini viziosi.  Pazienza mio  padre,  poveretto:  egli  ha  molti
    dispiaceri  e  naturalmente  cerca  di  svagarsi...   Ma  tu,  Pietro!
    Vergogna!  Sembravi un cane,  quando sono entrata qui,  stamattina: un
    cane  davvero,  buttato  di  traverso  sulla  stuoia,  coi piedi sulla
    cenere.
    Pietro s'accorse ch'ella esagerava,  ma si pent d'aver bevuto e nello
    stesso tempo sent piacere per l'interesse ch'ella gli dimostrava.
    Che  t'importa se io bevo o no?   le disse,  sollevando la testa col
    suo gesto sprezzante. Bada a te,  piuttosto;  bada,  con tutta la tua
    superbia, di non prender per marito un ubriacone, pi ubriacone di me
    Ges! ella esclam,  digrignando i denti,  me lo mangio!  Meglio un
    bandito che un ubriacone!
    Ebbene disse  con  tristezza  il  servo,  guardandola,  io  non  mi
    ubriacher mai pi, te lo prometto!
    Questa  promessa  non  commosse  Maria,  ma  Pietro la mantenne.  Quel
    giorno, infatti,  egli and alla bettola,  ma non bevette e non guard
    la  moglie  del  bettoliere: stette l a chiacchierare e a difendere i
    suoi padroni, dei quali il toscano parlava male.
    Nei giorni seguenti egli lavor in un orto  che  i  Noina  possedevano
    vicino  al paese: all'imbrunire rientrava a casa e cenava coi padroni.
    Nei momenti ch'egli stava a casa,  zia Luisa si  serviva  di  lui  per
    certe  piccole  faccende domestiche,  e una sera lo mand persino alla
    fonte con l'anfora sull'omero.
    Egli,  che in altri  tempi  si  sarebbe  ribellato,  poich  un  servo
    contadino lavora soltanto la terra, obbediva, e si umiliava con gioia,
    pur di far piacere a Maria.
    Non sapeva perch, da qualche tempo si sentiva buono: talvolta triste,
    d'una tristezza dolce,  ma pi spesso allegro come un fanciullo. Certe
    volte si abbandonava tutto al suo sogno,  come nella sera  di  Natale.
    Ecco,  una  sera  egli  rientrava  a  casa tardi e trovava Maria sola,
    seduta accanto al fuoco: anch'egli si sedeva  davanti  al  focolare  e
    guardava  con  insistenza la giovine padrona.  "Perch mi guardi cos,
    Pietro?  " "Perch mi piaci,  Maria." Ella  rideva,  egli  balzava  in
    piedi, le si curvava sopra, le arrovesciava la testa e la baciava.
    Questo sogno bastava per renderlo felice,  di una felicit ardente,  e
    di giorno in giorno si mutava in progetto, in idea fissa.
    Egli s'era poi procurato un  pettine  ed  uno  specchio  tascabile,  e
    appena  si  trovava  solo  non  rifiniva  di  lisciarsi i capelli e la
    barbetta, guardandosi a lungo gli occhi, le labbra e la fronte.
    Si trovava bello, e se ne rallegrava.




















    Capitolo settimo.

    Di solito i padroni andavano a letto presto; qualche volta,  per,  se
    un  bel  fuoco  ardeva  nel focolare,  zia Luisa e Maria s'indugiavano
    nella cucina, e chiacchieravano con Pietro. Seduta su un'alta scranna,
    la vecchia padrona filava: la luce gialla  azzurrognola  del  lume  ad
    olio dava un placido risalto,  quasi una tinta di biacca, al suo largo
    viso bianco.  Maria invece,  un po' stanca  dopo  una  lunga  giornata
    d'attivit, si rannicchiava in un angolo del focolare, e parlava poco,
    invasa  dal  torpore  del  caldo e del riposo.  Cos seduta per terra,
    spesso coi piedi scalzi,  ella pareva una serva,  ma  non  cessava  di
    essere  meravigliosamente bella.  Pietro la guardava alla sfuggita,  e
    ogni volta che incontrava gli occhi di lei sentiva uno smarrimento  di
    desiderio.
    Discorsi  quasi  puerili  si  svolgevano  fra la vecchia padrona e  il
    giovine servo: zia Luisa vantava la sua roba,  Pietro si  divertiva  a
    lodare la roba degli altri.
    Ho   visto   oggi   il  servo  di  Franziscantoni  Careddu:  scendeva
    all'abbeveratoio coi buoi del padrone.  Quelle sono bestie!  Hanno  la
    schiena lucida come specchio e sono forti come leoni.
    Cosa dici?  Ma se volevano venderli a me, quei buoi? Non li ho voluti
    perch troppo vecchi.  E' da paragonarsi col mio "giogo"  (1),  forse,
    quello l?
    Mi pare pi bello del vostro!...
    Tu  sei  pazzo.  Si  vede  che  non  distingui  il bestiame bello dal
    bestiame brutto.  Il mio  "giogo",  devi  sapere,  costa  cento  scudi
    sonanti...
    Ed  ecco  zio  Nicola rientrava trascinando la sua gamba e battendo il
    bastone per terra: al solito era mezzo brillo e pretendeva che  Pietro
    cantasse  con  lui  una  gara  estemporanea.  Per  contentarlo  Pietro
    cantava,  ma si seccava,  tanto pi accorgendosi che anche le donne si
    annoiavano.
    Fatemi  il  santissimo  piacere  di  finirla  disse  Maria una sera,
    sollevando il viso, indispettita. Almeno tu, Pietro, finiscila!
    Donnicciuola! grid zio Nicola, sollevando il bastone.
    Maria glielo strapp di mano e si mise a ridere. D'un tratto per vide
    che Pietro,  improvvisamente ammutolito,  le guardava il collo con uno
    sguardo  da  pazzo:  e portandosi la mano al petto s'accorse d'aver la
    camicia sbottonata.  Senza dubbio Pietro vedeva il neo bruno  con  tre
    peli d'oro,  grande quanto una lenticchia, che ella aveva un po' sotto
    la fossetta della gola. Ella rimise entro l'occhiello il bottone d'oro
    della sua camicia, ma Pietro non cant pi,  nonostante le preghiere e
    le minacce del padrone.
    I giorni passavano;  una sera zio Nicola usc con Pietro e lo condusse
    nella bettola del toscano.  Solo Maria Franzisca con la sua figura  di
    madonna  un po' sciupata animava la melanconica osteria: appena vide i
    due uomini s'avvicin premurosa e sorrise a Pietro.
    Eh, ti piace questo giovinotto? chiese zio Nicola, battendo la punta
    del bastone sulle spalle di Pietro.
    E' un bel giovine, certo!
    E io non sono un bell'uomo? Dov' tuo marito?
    E' andato ad Oliena per provvedersi di vino.
    Zio Nicola non scherz oltre;  chiese del vino  forte  e  bevette  due
    bicchieri uno dopo l'altro.  Maria Franzisca era tornata al banco,  ma
    Pietro s'accorse che il padrone fissava la donna  con  occhi  lucenti,
    senza curarsi di lui.
    Pietro  Benu disse infine zio Nicola,  mi sono scordato di mandarti
    da Salvatore Brindis per dirgli che domani  lo  aspetto  a  casa,  per
    l'affare delle capre. Va: dopo puoi fare quel che vuoi.
    Subito  Pietro  s'alz  e and via,  ma invece di recarsi da Salvatore
    Brindis s'avvi verso casa.  Gli pareva  d'esser  ubriaco:  pensava  a
    Maria  come  nei  primi  giorni  della sua passione,  quando l'istinto
    incosciente lo spingeva a desiderarla con un desiderio quasi crudele.
    Rientr e trov la giovine padrona sola in cucina,  seduta al posto di
    zia Luisa,  sull'alta scranna vicina al lume ad olio. Era un'illusione
    del suo desiderio?  Ella cuciva  tranquillamente  e  non  accennava  a
    ritirarsi.
    E  la padrona? domand Pietro,  attaccando il suo cappotto al solito
    chiodo.
    Si sentiva stanca,  andata a letto. E il babbo dov'? domand Maria
    serenamente, senza neppure sollevar la testa.
    Rientrer fra poco;  l'ho lasciato con Salvatore  Brindis  ment  il
    servo,  staccando  il  cappotto  dal solito chiodo per appenderlo allo
    spigolo della porta.
    Egli non sapeva che fare per nascondere il suo turbamento;  si sentiva
    impallidire  e  tremare,  quasi  stesse per compiere un delitto;  e la
    tranquillit di Maria,  la  cui  mano  si  sollevava  e  si  abbassava
    lentamente,  col  ditale  di  argento  sulla  punta  del  dito  medio,
    aumentava la sua commozione.
    Usc nel cortile e cautamente chiuse il portone,  affinch zio Nicola,
    rientrando,  non  sorprendesse il colloquio pericoloso che egli voleva
    aver con Maria.
    La notte invernale  era  limpida  e  fredda;  la  luna  illuminava  il
    cortile,  dove  le zappe e i vomeri brillavano come fossero d'argento;
    l'orologio  di  Santa  Maria  suon  le  ore,  con  lunghe  vibrazioni
    tremolanti: tutto era silenzio e gelo.  Solo il cuore di Pietro ardeva
    e tumultuava.
    Egli afferr un grosso tronco nero coperto di musco gelato, lo sollev
    sul suo petto,  rientr in cucina e lo  depose  sul  focolare.  Quello
    sforzo fisico lo calm alquanto; sedette per terra, con la solita posa
    pittoresca, batt le mani una sull'altra per pulirle dai fili di musco
    lasciati  dal  tronco,  si accomod e poi si lev la berretta.  Ma non
    seppe che dire.
    Pensava confusamente che gli sarebbe  stato  facile  alzarsi,  balzare
    sulla  giovine  padrona  e cogliere sulle sue labbra il bacio che egli
    desiderava come il febbricitante desidera un  frutto  fresco;  ma  non
    osava muoversi.
    Per  un po' i due giovani tacquero;  poi Maria,  vedendo Pietro seduto
    quasi ai  suoi  piedi,  disse  una  cosa  che  lo  colp  e  lo  turb
    maggiormente.
    Pietro, ti aspettavo. Ho da parlarti.
    Egli sollev il viso e la guard; ma ella continuava a cucire, con gli
    occhi  fissi  sull'ago  e  le ciglia abbassate,  e non vide lo sguardo
    lampeggiante di lui.
    Senti,  Pietro.  Volevo  parlartene  prima,   ma  non  ho  mai  avuto
    l'occasione.  Devi  per  promettermi  che,  qualunque  cosa  tu possa
    decidere, non dirai mai che io te ne ho parlato. Me lo prometti?
    Egli scosse la testa col suo gesto sprezzante: intuiva gi quanto ella
    voleva dirgli. Tuttavia rispose:
    Te lo giuro sulla mia coscienza.
    Senti, Pietro: che pensi di Sabina? Ti sei spiegato con lei? Ti hanno
    raccontato qualche storia sul conto suo,  che l'hai  cos  trascurata?
    Ella ti vuol bene... Che dici tu?
    Maria  non  smise il suo lavoro;  parlava con calma,  e non dimostrava
    d'interessarsi oltre misura alla causa da  lei  perorata;  neppure  si
    scosse per il prolungato silenzio di Pietro.
    Egli non sapeva che dire;  pareva colto da stupore e fissava gli occhi
    quasi smarriti sulla fiamma che cominciava a bruciare il  tronco,  del
    quale aveva gi incendiato la scorza muschiosa.
    Che dire? Sabina gli voleva bene? Chi se ne ricordava pi? Quell'amore
    era  stato  per lui simile alla fiamma fugace del musco secco,  mentre
    l'ardore che ora lo bruciava era come il fuoco che si  sarebbe  spento
    solo dopo aver incenerito il tronco.
    Finalmente Maria sollev la testa, ma senza troppa curiosit. Prese il
    rotolo  del refe,  fece scorrere il filo attraverso le dita,  lo ruppe
    coi denti, e mentre infilava l'ago sollevandolo verso la fiammella del
    lume, domand:
    Non dici nulla, Pietro? Parla.
    Pietro aveva anch'egli sollevato gli occhi e la investiva  da  capo  a
    piedi  con uno sguardo disperato.  Quella sera Maria era pi bella del
    solito,  o almeno tale appariva al servo.  La tela ch'ella  cuciva  le
    copriva  il  grembo  e  cadeva  fino al pavimento;  la camicia di lei,
    bianchissima,  aveva riverberi di neve;  fra tutto questo  candore  il
    collo di lei pareva pi roseo, e il viso pi affascinante; e la fiamma
    del   lume  e  il  chiarore  del  fuoco  la  circondavano  d'una  luce
    suggestiva.
    Gli angoli della cucina si perdevano nell'ombra:  fuori  era  notte  e
    silenzio,  e in quello sfondo di mistero la figura di Maria appariva a
    Pietro come gli appariva nel sogno, vicina, sua, solamente sua.
    Egli non aveva che a stender le braccia per stringerla a s.
    Ma non parli, dunque?  Perch mi guardi cos,  Pietro? ella domand,
    cominciando a inquietarsi.
    Che  vuoi che ti dica?  Che cosa vuole da me tua cugina? egli chiese
    allora con accento sincero.  Io non le dissi mai di volerle bene;  io
    non le voglio bene. Che vuole da me?
    Pietro  Benu!  esclam  con orgoglio la cugina ricca,  offesa per la
    cugina povera.  Non si parla cos!  Non si tratta  cos  una  ragazza
    onesta!  Non mentire;  io stessa vidi,  laggi nella vigna,  che tu la
    corteggiavi e le parlavi in segreto!
    Ma Pietro ebbe un'astuzia da innamorato.
    Le parlai in segreto? Ebbene, s,  vero disse, chinando gli occhi e
    prendendo in mano  il  bastone  di  ferro,  bucato,  che  serviva  per
    soffiare e attizzare il fuoco.
    E' vero, s? Vedi dunque, Pietro...
    Egli fece un segno sulla cenere con la punta del bastone.
    S,  dissi a Sabina che dovevo confidarle una cosa...  ebbene, s, il
    mio amore... ma non per lei,  per un'altra donna.  Volevo chiederle un
    parere.
    A chi? A Sabina? E perch a lei? domand meravigliata Maria.
    Pietro fece un altro segno di croce sulla cenere: in quel momento egli
    si sentiva astuto, eppure timido come un fanciullo.
    Perch? Perch Sabina  parente dell'"altra".
    Dell'"altra"! ripet Maria.
    Tacquero. Lo sguardo di lei s'oscur, le sue mani si fermarono.
    Una  parente...  una  parente  di  Sabina? domand come a se stessa,
    pensierosa,  chinando il capo,  col gomito sul ginocchio e il dito col
    ditale sulle labbra.
    Pietro  provava  un'angosciosa  sensazione  di  paura;  eppure in quel
    momento non ricordava affatto zio Nicola, zia Luisa, e che egli era il
    servo della donna  alla  quale  stava  per  svelare  la  sua  passione
    insensata. Maria si batt tre volte i denti col ditale.
    Una parente? Una parente? Una parente?
    Ebbene, sei tu! egli disse, quasi irritato.
    Ella lo guard senza stupore, senza indignazione; ma arross e rise.
    Scherzi, Pietro Benu?
    Egli  riacquist  subito  il  senso  della  realt;  ricord ancora il
    padrone,  la padrona,  la distanza sociale che lo separava dalla bella
    fanciulla  beffarda,  alla quale aveva finalmente aperto il suo cuore;
    ma non ebbe pi paura.
    Oramai erano di fronte: il segreto non li separava pi.
    Ebbene, s,  tu !  Perch ridi?  perch son povero e servo?  E se son
    povero  e  servo  non  posso volerti bene lo stesso?  pi degli altri,
    anzi, Maria; perch gli altri possono guardarti con secondo fine,  per
    sposarti,  per  avere  i  tuoi beni,  mentre io ti guardo cos come si
    guarda una cosa che non si pu toccare; io ti voglio bene per te sola,
    senza altra speranza che di esser ben voluto da te. Del resto,  chi lo
    sa  che anch'io non possa diventar padrone,  chi lo sa che anch'io non
    possa diventar ricco...
    Senti disse Maria, seria, troppo seria,  tutto questo  pazzia!  Io
    ho riso,  cos, non per offenderti, ma perch... ti sei spiegato in un
    modo curioso! Se tu sei povero,  che colpa ne hai?  Siamo tutti eguali
    davanti a Dio.
    Egli cap che ella parlava cos perch aveva paura d'irritarlo;  ma si
    fece pi ardito.
    E allora, dunque? Perch...
    Ebbene, sii savio,  Pietro.  Pensa che se anch'io volessi,  gli altri
    non vorrebbero...
    Ma tu... ma tu?...
    Io non posso volerti bene.
    Vuoi bene ad un altro?
    No, non voglio bene a nessuno; non penso di voler bene a nessuno.
    Dici cos perch non sai che cosa voglia dire voler bene,  vedi egli
    insist, con coraggio disperato.  Ma potrai volermi bene,  vedi;  ora
    che sai come io ti amo, ora mi guarderai con occhi diversi...
    Maria allora guard con la coda dell'occhio, presa da un vago terrore.
    Egli s'animava troppo.
    Era  forse diventato pazzo?  Che pretendeva da lei?  Ella lo ascoltava
    benevolmente, un po' per paura,  un po' anche perch ci provava gusto,
    ma  ora bastava.  Egli parlava bene,  questo s;  mai nessuno le aveva
    diretto una pi calda e viva  dichiarazione  d'amore,  ma  ella  aveva
    troppa  coscienza  del  suo  dovere  per permettersi oltre il gusto di
    ascoltarlo.
    Con ostentata lentezza ripieg la tela,  ficc l'ago  nel  rotolo  del
    refe, si tolse il ditale e si dispose ad andarsene.
    Un  velo  oscur  gli  occhi  di  Pietro.  Ella si ritirava;  egli non
    l'avrebbe veduta mai pi cos,  sola davanti a  lui,  nel  silenzio  e
    nell'ombra della notte.
    Con uno slancio balz e sedette vicino a lei, e le afferr una mano.
    Resta: ho da parlarti ancora...
    Lasciami! grid Maria, scuotendosi tutta con fiero sdegno. Lasciamo
    o chiamo la mamma. Rimani al tuo posto!
    Egli ricevette la frustata in pieno viso.
    Lasci  subito  libera  la mano di Maria,  e sent come uno spasimo di
    pianto,  e forse si sarebbe umiliato e avrebbe  domandato  scusa  alla
    fanciulla,  se ella,  d'improvviso,  non fosse balzata su, tentando di
    scappare.
    D'un balzo fu anch'egli  in  piedi,  la  rincorse  e  l'afferr  quasi
    brutalmente.
    Non gridare le disse per con voce supplichevole.  Non voglio farti
    del male. Voglio solo che tu mi ascolti.  Ti tengo,  appunto per dirti
    che  tu  non devi aver paura di me...  Ecco,  vedi,  ti potrei far del
    male, ma non voglio, non ci penso neppure.
    Lasciami,   allora,   lasciami,   Pietro  ella   disse   minacciosa,
    svincolandosi.
    Egli le recinse la vita con un braccio, avvicin il viso di lei al suo
    e la baci sulle labbra; poi la lasci.
    Tremava  tutto,  e  come  in  sogno  sent ch'ella piangeva convulsa e
    diceva: Vile, vile... dir al babbo... ti far mandar via....
    E quando si trov solo nella cucina silenziosa,  davanti  alla  fiamma
    cigolante  del  tronco  che  pareva  cosa viva,  ripet a voce alta le
    parole di Maria:
    Vile, vile... dir tutto al babbo... ti far mandar via....
    Tutto era perduto.  Era forse meglio andarsene prima di venir cacciato
    via come un cane.  Che avrebbe fatto dopo? Dove sarebbe andato? La sua
    vita, oramai, non aveva pi scopo.
    Rimise in ordine il cucito di Maria, ch'ella nella fuga aveva lasciato
    sparso per terra,  e sedette sulla scranna,  aspettando il ritorno del
    padrone.
    "Appena rientra gli racconto tutto,  poi vado via.  Ebbene, egli forse
    mi perdoner. Gli dir: sono un uomo anch'io;  la passione mi ha tolto
    il senno.  Voi che siete uomo di mondo,  padrone mio,  voi che stasera
    stessa avete peccato,  scusatemi e perdonatemi se  ho  baciato  vostra
    figlia... Baciata! L'ho baciata!" pens rianimandosi.
    E un brivido di volutt, come non l'aveva sentito nell'atto del bacio,
    gli  serpeggi per tutta la persona.  Allora,  nonostante tutti i suoi
    timori e le sue incertezze,  chin il viso fra le mani e si  sprofond
    in  un  sogno  di  amore:  aveva  qualche cosa da ricordare,  e fra il
    ricordo e il desiderio, entrambi disperati,  la sua passione diventava
    pi che mai forte e feroce.


    NOTE.

    NOTA 1: Coppia di buoi.
    Capitolo ottavo.

    Maria pianse di rabbia e d'umiliazione, ma poi il sonno profondo della
    giovinezza la vinse e le raddolc il cuore.
    Svegliandosi,  la mattina all'alba, ella ricord subito la scena della
    sera avanti, e le parve di aver sognato.
    Ma s,  aveva anche  sognato:  era  scesa  nella  vigna,  dove  Pietro
    guardava l'uva.  Faceva caldo,  ma una vegetazione primaverile copriva
    le  chine,  e  l'erba  e  la  vitalba  fiorita  invadevano  la  vigna,
    nascondendo le viti cariche di grappoli gi neri.  Ella aveva sgridato
    Pietro:
    "Che fai dunque?  Perch non strappi via tutta  quest'erbaccia?  Vedi,
    bisogna curvarsi e cercar l'uva come si cerca un oggetto smarrito...".
    Si  curvava,   infatti,  quando  due  forti  braccia  l'avvinsero,  la
    sollevarono, la strinsero. Era Pietro. Come aveva fatto la sera prima,
    egli avvicin il viso di lei al suo,  tenendole la testa ferma con  la
    mano, e la baci sulle labbra...
    Uno,  due,  infiniti baci. Ella avrebbe voluto gridare, ma non poteva;
    d'altronde nessuno l'avrebbe sentita,  nella  solitudine  della  valle
    deserta.  Egli  la  baciava e taceva,  e teneva gli occhi chiusi: ella
    aveva paura,  ma a poco a poco le ginocchia le si piegavano,  l'ardore
    delle labbra di Pietro si comunicava al suo sangue; le pareva di dover
    morire...
    Svegliandosi  e ricordando che Pietro l'aveva veramente baciata,  ella
    confuse l'impressione della realt con quella del sogno;  un senso  di
    dolcezza  mai provato le invase il cuore.  Ma subito dopo sopraggiunse
    la reazione.
    Pietro Benu, il suo servo, l'aveva baciata!  Ella era stata baciata da
    un  servo!  Vergogna suprema!  Non esistono imprecazioni e insulti che
    ella fra s e s non prodig quella mattina al servo sfacciato e vile.
    Come gli sarebbe ricomparsa davanti?  Oramai egli poteva guardarla con
    occhi  da  padrone  e  mancarle  ogni momento di rispetto.  Via,  via,
    cacciamolo  via,   come  un  cane  appestato...   Egli  per  potrebbe
    vendicarsi; potrebbe spargere calunnie sul conto dei suoi padroni, far
    loro  dei  dispetti  e  dei  danni,  tagliare  gli alberi della vigna,
    ammazzare i buoi, incendiare le messi.  Un uomo offeso  pi terribile
    della  tempesta  e del fuoco.  Eppoi,  non si sa mai,  gli uomini sono
    tanto imprudenti e focosi!  Che farebbe zio Nicola sapendo...  Dio  ne
    liberi, potrebbe provocare uno scandalo, forse un fatto di sangue...
    Meglio  tacere,  essere prudenti,  evitare i guai,  con la dolcezza si
    ottiene ci che non si ottiene con la violenza.
    Eppoi...  Le parole di Pietro le  ritornavano  in  mente:  "Vedi,  non
    voglio farti del male. Se volessi...".
    Infatti avrebbe potuto; invece s'era contentato appena di baciarla una
    volta sola.  S, laggi nella vigna - poich era innamorato di lei fin
    da quel tempo,  almeno cos egli affermava,- quante volte non  avrebbe
    potuto  farle del male?  Quante volte non s'erano trovati soli,  nella
    valle deserta,  nei recessi  dell'orto,  dove  nessuno  sguardo  umano
    poteva arrivare?
    Egli l'aveva sempre rispettata...  Ora bisognava evitare le occasioni:
    intanto ella avrebbe  trovato  un  mezzo  per  farlo  congedare  senza
    scandalo.
    Maria  si  alz,  apr  la finestra e stette lungamente a guardare nel
    cortile silenzioso.  Nuvole scure salivano sull'orizzonte e  coprivano
    il  cielo  freddo  e chiaro;  un gallo cantava,  Malafede abbaiava nel
    cortile.
    Ella si sent triste  e  contrariata,  dimenticando  alquanto  la  sua
    sgradevole  avventura  per  ricordarsi che doveva fare il bucato!  Con
    quel tempaccio l!  Venisse una buona volta il bel tempo;  il  cortile
    ritornerebbe pulito e gaio come una sala,  la campagna rifiorirebbe. E
    Pietro non sarebbe pi in paese; ritornerebbe in campagna,  passerebbe
    il tempo a mietere e raccogliere il grano: ella,  certo,  non andrebbe
    pi a trovarlo!
    Sospir,  ricadendo nel ricordo della scena accaduta la sera prima,  e
    quasi  per  sfogare  il  suo  dispetto  si  mise a rifare il letto e a
    rimetter in ordine la sua camera, pestando i piedi nervosamente.
    Hai i diavoli in corpo,  stamattina? grid zio Nicola  dalla  camera
    attigua.
    Allora  ella  usc  nella  scaletta e scese nel cortile.  Lo sportello
    della porta di cucina era aperto, ma non si sentiva alcun rumore.  Che
    Pietro fosse uscito?
    L'idea che il giovine, per non subire lo sfratto minacciato da lei, se
    ne fosse gi andato, le sollev il cuore. Ma entrando in cucina, trov
    Pietro addormentato in una posa insolita,  seduto per terra e col capo
    appoggiato ad una  sediolina.  Egli  doveva  aver  passato  una  notte
    insonne  e  tormentosa,  non  aveva  neppure spiegato la stuoia,  e al
    barlume livido che penetrava  dal  finestrino  il  suo  viso  appariva
    pallido come il viso di un malato.
    "Egli  non ha dormito" pens Maria;  e,  suo malgrado,  prov piet di
    lui.
    Le parole di Pietro le tornavano in mente.  "Non sono un uomo come gli
    altri?... Perch son povero?..."
    "Ecco,  egli mi ha baciato qui, proprio qui" ella pensava. "Egli mi ha
    baciato  perch  volevo  fuggire...  Che  far  ora,   svegliandosi  e
    vedendomi?...  S'egli balzasse su e m'afferrasse e mi baciasse ancora,
    come nel sogno?"
    Dispetto, umiliazione,  piet,  desiderio di vendicarsi,  desiderio di
    non  provocare  il  servo,  ed  anche  una  certa soddisfazione d'amor
    proprio, le agitavano il cuore: guardava con disprezzo il viso pallido
    del dormente;  ma,  senza volerlo,  i suoi occhi  si  fermavano  sulle
    labbra di lui,  e sentiva ancora sulla bocca il gusto dei baci ch'egli
    le aveva dato in sogno.
    Intanto accudiva silenziosamente  alle  faccende  solite;  non  voleva
    svegliare il giovine, ma non sapeva se per vergogna di farsi vedere da
    lui, o per non interromperne il sonno...
    Ma  Pietro  dovette  sentire  la presenza di lei,  perch,  mentr'ella
    frugava  fra  la  cenere  cercando  una  brage,  egli  si  svegli  di
    soprassalto e la guard spaurito.
    Perch hai lasciato spegnere il fuoco? disse Maria, senza guardarlo.
    Egli si sollev, s'inginocchi e si curv per riaccendere il fuoco.
    Poco  fa ardeva ancora...  non so come s' spento;  ora lo riaccendo,
    aspetta,  non inquietarti balbett,  ancora assonnato,  ma  timido  e
    quasi pauroso di lei.
    "Poco  fa  ardeva  ancora...  Egli  dunque  non  ha  mai  dormito fino
    all'alba" pens Maria, ferma ritta presso il focolare.
    Egli batt l'acciarino sulla pietra focaia e riaccese  il  fuoco,  poi
    balz in piedi e si scosse tutto.
    Maria disse,  ti prego di scusarmi se...  sono stato pazzo. Non dir
    niente a tuo padre. Me ne andr appena trover una scusa. Tu sei tanto
    buona  e  mi  perdonerai:  io  non  sollever  pi   gli   occhi   per
    guardarti...
    Ella gli volse le spalle, e per il momento Pietro non disse altro.

    Ma egli non mantenne le sue promesse, e tanto meno pens ad andarsene.
    Per  qualche settimana non os veramente sollevare gli occhi davanti a
    Maria e non le rivolgeva la parola se non interrogato.  Lavorava nella
    vigna, e spesso non ritornava in paese neppure alla sera.
    Una domenica,  per,  agli ultimi di carnevale, egli si trov solo con
    Maria nel cortile caldo e allegro di sole.
    Entrambi si disponevano ad uscire,  Maria vestita a festa  per  andare
    alla predica, egli bellissimo in un costume nuovo fiammante.
    Dove vai? ella domand, allacciandosi il corsetto.
    Io vado a veder le maschere.
    Faresti meglio ad ascoltar la predica.
    Pietro  la  guard;  i  suoi  occhi  ardevano  e la fissarono a lungo,
    insistenti e avidi. Ella ne arross.
    Se tu vuoi, vengo... Non mi importa niente del carnevale, Maria. Dove
    non sei tu io non vivo...
    Comincia a finirla, Pietro...
    Egli la guardava  sempre  con  occhi  fascinatori.  Maria  s'allontan
    rapidamente  da  lui  e  usc,  e  Pietro  ebbe  l'impressione ch'ella
    fuggisse.
    Altri giorni passarono; la primavera, la grande complice degli amanti,
    sopraggiungeva tiepida,  eccitante.  Dopo quella domenica di carnevale
    Pietro  continu  a  rivolgere  qualche frase ardente alla sua giovine
    padrona,  ogni volta che si trovavano soli;  ed ella non  si  sdegnava
    pi,  non  fuggiva  pi.  Pareva si fosse abituata a considerar Pietro
    come un suo fervido ammiratore, e non avesse pi timore di lui.
    Del resto, ella non aveva altri adoratori o almeno adoratori coi quali
    potesse avere un contatto immediato e pericoloso.  Era nota a tutti  i
    ricchi  paesani  scapoli  di  Nuoro la superbia della bellissima Maria
    Noina; tutti dicevano:
    Ella pretende per marito  un  borghese,  un  avvocato,  non  un  uomo
    vestito di pelli.
    I giovinotti poveri non osavano sollevar gli occhi fino a lei, e per i
    borghesi, per gli avvocati, ella non era abbastanza ricca.
    Solo  un  proprietario  di buona famiglia,  Francesco Rosana,  paesano
    ricco e intelligente,  ma assai brutto,  guardava  con  insistenza  la
    bella figliuola di Nicola Noina.  Ella lo sapeva, ma per pi d'un anno
    aveva atteso invano una dichiarazione amorosa da parte  di  Francesco,
    ed ora non l'aspettava pi.  D'altronde il giovine proprietario non le
    piaceva affatto; le piaceva di pi un giovinotto alto e svelto,  ricco
    pastore,  che per doveva sposare una fanciulla orfana, meno bella, ma
    pi ricca di lei.
    Un  giorno  il  giovine  fidanzato  venne  a  cercare  zio  Nicola,  e
    guardandolo  bene,  Maria  prov una strana impressione;  le parve che
    egli rassomigliasse a Pietro.  Non seppe perch,  ella sospir,  e per
    tutto il giorno prov una vaga tristezza.

    Sogni  d'amore  turbarono  allora  le  sue notti,  e in quei sogni era
    sempre la figura di  Pietro,  e  a  volte  anche  quella  del  paesano
    fidanzato, che la stringevano e la coprivano di inesprimibili carezze.
    Quasi  sempre  sfondo  a questi sogni era la vigna silenziosa e verde,
    lontana dal mondo pieno  di  pregiudizi,  come  un'oasi  dove  l'amore
    soltanto  regnava,  l'amore  che  domanda  la bellezza e la forza,  la
    dolcezza e il piacere,  e non  la  ricchezza  e  le  altre  vane  doti
    dell'uomo.
    Una  sera  ella  attendeva  che  zio  Nicola  rientrasse  dalle solite
    scorribande per le osterie  del  vicinato,  quando  ud  picchiare  al
    portone. Usc e domand chi era.
    Io  rispose  la  voce di Pietro.  Maria credeva che egli tornasse la
    sera del sabato,  e nel sentire improvvisamente la sua voce si  turb.
    Apr subito ed egli entr.
    La  notte era oscura,  ma tiepida e stellata;  non giungeva al cortile
    silenzioso alcun rumore, alcuna luce.
    Perch sei tornato? domand Maria con voce cauta,  quasi indovinando
    gi la risposta.
    Son  tre  giorni  che non ti vedo... egli disse,  immobile accanto a
    lei.  Son venuto per vederti  soltanto.  Se  vuoi,  me  ne  vado  via
    subito.
    Ella  non seppe che cosa rispondere,  ma istintivamente si avvi verso
    la scaletta. Egli la segu, ma timido e rispettoso.
    No,  fammi vedere almeno il tuo viso,  Maria;  vieni  un  momento  in
    cucina, poi me ne andr...
    Ella  non  rispose;  Pietro  allora,  vinto  un'altra  volta dalla sua
    passione,  la prese per la vita e la trascin,  un po' riluttante,  ma
    silenziosa, fin verso la cucina, la cui porta era socchiusa.
    Non c' nessuno? mormor.
    No ella rispose sottovoce.
    Entrarono,  e  alla  luce del lume egli la guard come un pazzo,  cos
    vicina a lui,  palpitante e quasi smarrita,  ma non os baciarla: anzi
    la lasci e disse:
    Ora sono contento; se vuoi, vado via.
    No,   meglio che tu resti; possono averti veduto. Aprirai tu, quando
    il babbo ritorna... Buona notte.
    Ella usc,  e appena fu nella sua  camera  cominci  a  tremare  senza
    rendersi ragione del suo turbamento.
    Pass una notte agitata,  sogn,  si svegli che era buio ancora e non
    pot riaddormentarsi.  Ma una gioia fino allora ignota le gonfiava  il
    cuore al pensiero che fra pochi istanti avrebbe riveduto Pietro.
    Ella  non  sapeva bene il perch di questa gioia,  n si domandava che
    cosa sarebbe accaduto,  ma il pensiero di corrispondere alla  passione
    del servo era ben lontano da lei.  Solo... lasciarsi amare, ebbene s,
    che male c'era? Pietro era cos buono e rispettoso: la presenza di lui
    non solo non le dava pi timore, ma le procurava un acuto piacere.
    Bastava mostrarglisi gentile per renderlo mansueto e tremante come  un
    agnello;  e  perch non dargli questa felicit,  che procurava anche a
    lei tanto piacere?
    All'alba si vest,  si pettin accuratamente  e  scese:  il  cuore  le
    batteva  d'ansia e di un desiderio che ella non voleva confessare a se
    stessa.
    Pietro era gi in piedi, pronto a partire, ma pareva l'aspettasse.
    Vado disse;  oggi  davvero una bella giornata.  Perch  non  vieni
    pi, laggi, Maria?
    Che  vengo  a farci,  ora? ella rispose,  con finta durezza.  Verr
    quando sar tempo di venire.
    Allora verrai?
    Sicuro verr: perch non dovrei venire?
    Intanto accudiva alle solite faccende.
    Bene, buon giorno diss'egli, avviandosi.
    Ella non rispose, ma quasi senza accorgersene si volse.
    Egli le si avvicin, acceso di desiderio.
    Maria, dammi almeno la mano.
    Ma  va;   tu  diventi  pazzo  davvero!   Lasciami  una  buona   volta
    tranquilla!
    Non  adirarti,  Maria!  No,  io  non  voglio  turbarti;  ebbene,  non
    stringermi neppure la mano, se vuoi. Ma la mia mano non  sporca,  no,
    Maria! Solo  la mano di un povero, e tu perci...
    Taci,  taci, vattene ella preg, indicando la porta e allontanandosi
    da lui.
    Guardami almeno!  Perch chini  gli  occhi?...  Almeno  uno  sguardo,
    Maria! Perch, perch son povero? egli insist, avvicinandosele. S,
    per  questo.  Ma  te  lo dissi,  Maria: chi sa che anch'io non diventi
    ricco!...  D'altronde...  che cosa  ti  domando  io?  Niente;  ma  non
    trattarmi male, ma dammi almeno uno sguardo. Solleva la testa...
    Maria  pareva  affascinata.  S,  ecco,  era  questa la gioia che ella
    agognava; sentirsi adorata umilmente e supplicata d'un solo sguardo.
    Pietro le prese una mano, gliela strinse forte;  un brivido li invest
    entrambi, al solo contatto delle loro mani.
    Addio; verrai alla vigna?
    Chi sa!
    Egli part,  ma l'aspett invano,  e il sabato sera rientr nella casa
    dei padroni con l'ansia e la febbre di un affamato che cerca di rubare
    un pane. I padroni per vegliavano e si ritirarono tutti insieme.
    Egli attese l'alba attraverso un sonno  pieno  di  inquietudini  e  di
    sussulti.  No,  non poteva pi lottare;  non poteva pi vivere cos. O
    Maria si abbandonava al suo amore, o lui...  che avrebbe fatto lui?...
    Non sapeva; ma era deciso a tutto.
    Ella scese pi tardi del solito.
    Pareva tranquilla, impassibile: appena entrata si curv sul focolare e
    mise la caffettiera sul fuoco.
    Perch non sei venuta?  Ti ho aspettato,  ti ho aspettato sempre.  Il
    tempo era bello... Hai avuto paura di venire?
    Non ho avuto tempo ella rispose con voce fredda.
    Ma d'improvviso si anim, lo guard,  parve prendersi il perfido gusto
    di provocarlo, di fargli sentire che non aveva paura di lui.
    Verr quest'altra settimana.  Ci devono essere dei finocchi e verr a
    coglierli. La vigna  gi lavorata? Hai cominciato a potare?
    S, sto a potare. No, tu non verrai, me ne accorgo...
    Ma cosa vuoi che venga a fare?
    Cos, per vederti, per... vederci... Perch anche tu mi vuoi bene, lo
    so, s, ora mi vuoi bene; dimmelo...
    Ella scosse la testa un po' con sdegno, un po' con tristezza.
    Anche se io ti volessi bene...
    Ebbene?
    Niente.
    Egli s'alz;  ella s'avvicin alla  porta  e  guard  fuori;  il  sole
    batteva  gi  sul  muro  del cortile;  zia Luisa poteva scendere da un
    momento all'altro.
    Cautamente Pietro si avvicin a Maria e l'abbracci.
    Se tu mi volessi bene... ebbene, ebbene?... insist.  Che t'importa
    degli altri?... Ma tu... tu mi vuoi bene?
    Lasciami, Pietro, lasciami... Possono vederci...
    S, ti lascio, subito; ma dimmi prima che mi vuoi bene.
    Lasciami andare, Pietro...
    Ella  diceva  cos,  ma  non si dibatteva pi.  Non sembrava pi Maria
    Noina, e Pietro credeva di sognare. S, ti lascio...  te lo prometto;
    ma  prima  dimmi...  S,  ti  voglio  bene. Ma egli non mantenne la
    promessa.







    Capitolo nono.

    Per qualche mese Pietro Benu visse come in un  sogno,  al  quale  per
    fin  d'abituarsi.  I  primi  giorni,  specialmente,  visse  stordito,
    febbricitante,   sospeso  fra  cielo  e  terra.   Si  svegliava  e  si
    addormentava  sempre  con  la stessa gioia in cuore: non era stato mai
    cos felice, e neppure aveva mai sognato tanta fortuna.
    Maria si mostrava tenera e ardente,  nei brevi convegni che  seguirono
    dopo  il  primo  colloquio  d'amore;  ella  gli  si  abbandonava quasi
    completamente, con passione spontanea e fiduciosa.
    Oh,  ella non dubitava di  lui,  ed  anch'egli  non  era  geloso,  non
    diffidava,  ma  si  sentiva sempre un po' timido,  sempre un po' servo
    davanti a lei.
    Del  resto  passavano  intere  settimane  senza  che  essi   potessero
    rivedersi;  e  rivedendosi  davanti a persone estranee,  assumevano un
    contegno gelido quasi ostile.  Maria anzi coglieva ogni occasione  per
    lamentarsi di lui,  e sgridarlo per cose da nulla; egli la rimbeccava,
    e spesso si bisticciavano cos bene che zio Nicola interveniva e quasi
    sempre prendeva le parti del servo.
    Tutto questo, per,  oscurava alquanto la gioia di Pietro.  Gli pareva
    che Maria,  cos tenera e affascinante nelle ore d'amore,  volesse poi
    ricordargli in qualche modo la sua condizione e  la  distanza  che  li
    separava.
    Ah,  egli lo sapeva bene d'essere un servo, ma sperava sempre! L'amore
    pu far miracoli.
    Mia zia ha finalmente fatto testamento in mio favore egli disse  una
    notte  a  Maria,  nella  cucina  ov'ella  era  scesa cauta e vibrante.
    Vedrai,  mia zia  tanto vecchia.  Ah,  se tu vorrai  aspettarmi!  Io
    vender  subito  la casetta,  la terra,  tutto,  e far il negoziante.
    Vedrai... vedrai...
    Maria si lasciava baciare,  ma non incoraggiava le speranze di Pietro.
    Fra loro non si parlava mai apertamente di matrimonio, ma ad ogni modo
    Maria  prometteva  fedelt  al  suo giovine innamorato.  Qualche volta
    un'ombra turbava le loro ore di dolcezza; Pietro si rattristava, Maria
    s'irrigidiva.
    Che hai, cuore mio?
    Nulla, Pietro. Ma sono di malumore, stanotte. Non badarci.
    Anch'io.
    Non osavano dire ci che pensavano, ma si scambiavano baci che avevano
    un sapore di lagrime.  Poi dimenticavano la loro tristezza per  godere
    istintivamente l'ora presente,  l'attimo che fuggiva per non ritornare
    pi.
    Si vedevano quasi sempre di notte,  e  durante  il  convegno  chi  pi
    tremava  d'una sorpresa era Pietro.  Ogni tanto egli s'affacciava alla
    porta e spiava,  e in quei brevi istanti Maria  pareva  ritrovasse  il
    senso  della  realt perch cambiava fisionomia,  s'oscurava,  qualche
    volta piangeva.
    "No,  io non sar mai sua" pensava.  "Che faccio  io  qui?  perch  lo
    inganno?"
    Ma  egli  ritornava  verso di lei e la riavvolgeva nel fascino del suo
    sguardo e delle sue parole.
    Ella era abbastanza intelligente per comprendere che Pietro non era un
    seduttore;  vedeva benissimo ch'egli stesso era stato  travolto  dalla
    passione  e  l'aveva  trascinata  con  s,  in  un vortice pericoloso,
    spintovi da una forza fatale; tuttavia qualche volta ella si ribellava
    a questa potenza misteriosa e incolpava  il  giovine  servo  d'essersi
    fatto amare.
    "Che  vuole  da  me?" si domandava.  "Io non posso sposare un servo...
    Egli stesso lo sa,  tanto che non osa parlarmene.  Egli non   onesto,
    no;  non si tenta cos una ragazza di buona famiglia.  Egli mi avrebbe
    corteggiato anche se avessi avuto marito..."
    Egli invece la rispettava perch di giorno in giorno cresceva  in  lui
    la  speranza  di  farla sua moglie;  e voleva sposarla pura,  o almeno
    baciata solo da lui.  Non osava parlarle di  matrimonio  anche  perch
    temeva ch'ella credesse il suo amore interessato.
    E  di  giorno  in giorno,  mentre in lui la passione diventava calma e
    profonda,  e la sua anima si  rasserenava  davanti  alla  luce  di  un
    avvenire  felice,  il  capriccio di Maria s'intorbidiva,  si mutava in
    passione fosca.
    La curiosit di sapere che cos'era l'amore l'aveva spinta verso l'uomo
    giovine e bello;  e l'amore  si  era  rivelato,  avvincendola  ma  non
    penetrandola fino al cuore.
    Era  lei  che  non  sapeva,  o  non  voleva  sapere lo scopo della sua
    passione.  In fondo  al  suo  cuore  regnava  una  nebbia  torbida;  i
    sentimenti perfidi dei quali accusava Pietro vibravano invece in lei.
    Un  giorno ella scese nella valle,  dove Pietro finiva di coltivare la
    vigna.  Si rividero sotto i peri,  dove per la prima volta egli  aveva
    notato la bellezza di lei.
    Il cielo era azzurro,  la valle tutta verde e morbida come una immensa
    culla di velluto; tutto invitava all'amore, e per un momento Pietro si
    credette perduto.  Maria lo aveva attirato dietro  la  roccia  ov'egli
    aveva  sognato  di  baciare  Sabina;   l'edera  odorava,  due  passeri
    s'amavano su una fronda.  Gli occhi di Maria diventavano  incoscienti;
    Pietro tremava, soffriva, ma ricordava la sua promessa:
    "Non ti far del male...".
    No,  non  voleva ch'ella si pentisse di averlo amato: ma ebbe il torto
    di farglielo capire.
    Maria ripart,  e quando fu sola nello stradale rabbrivid pensando al
    pericolo scampato.
    "Egli  crede  sempre  di  potermi  un giorno sposare;  vuol essere ben
    voluto dai miei genitori; ed io... io non oso dirgli che  pazzo.  Oh,
    Dio mio, Dio mio, son io la pazza; oh, la mia povera testa; che faccio
    io?  Perch  sono venuta oggi qui?  Non sarebbe tempo di finirla?  S,
    bisogna finirla. Stanotte glielo dico: 'Pietro,  smetti ogni speranza,
    non  tormentarmi  pi'.  Fra giorni egli va lontano,  va a trasportare
    carbone e cenere da una foresta alla riva del mare;  dopo cominceranno
    le  messi,  e cos non ci vedremo che una o due volte ogni tre mesi ed
    egli potr dimenticare. S,  tempo di finirla."
    Per tutta la sera ella stette inquieta e triste;  si butt sul  letto,
    in  attesa  che  i  genitori si addormentassero,  e pianse di rabbia e
    d'amore. Si morsicava le labbra e sentiva ancora il fuoco delle labbra
    di Pietro;  si ficcava le unghie nelle palme delle mani fino a sentire
    una pulsazione dolorosa, ma ricordava le carezze di Pietro.
    "No, vattene, Maria mia; non facciamo del male; vattene per carit..."
    Ella  se  n'era  andata,  e  avrebbe voluto non rivederlo mai pi;  ma
    ancora una volta bisognava rivederlo.
    "Non facciamo del male..."
    E non facevano gi del male?  Era forse bene che  si  amassero,  cos,
    senza  speranza?  Finalmente  ella  si  accorgeva d'essere in peccato;
    peccato di desiderio, di menzogna,  di disubbidienza verso i genitori,
    d'inganno verso il suo inferiore.  Ma Dio era grande e misericordioso:
    con una buona confessione l'anima si lava come un panno alla  fontana.
    Per bisognava prima troncare la relazione disonesta e indegna di lei;
    ora,  subito.  Si  alz e usc nella loggia sopra la scaletta.  Pietro
    attendeva in cucina, ansioso, fiducioso, buono e carezzevole... Povero
    Pietro!
    Per un momento Maria esit, s'appoggi alla ringhiera, sotto il raggio
    pietoso della luna.
    Poi rientr nella sua cameretta e pianse ancora.  Perch egli  era  un
    servo?  E  perch  aveva osato innalzare gli occhi fino a lei?  Se ora
    soffrivano entrambi, la colpa era tutta di Pietro. Pazzo, spensierato,
    sciocco! Ebbene, che il male ricada sopra di lui. E' tempo di finirla.
    Riassalita da un impeto di collera, Maria ritorn fuori, scese,  entr
    nella cucina. Pietro aspettava, ancora tutto commosso per la visita di
    lei e dei baci che si erano scambiati dietro la roccia; appena la vide
    la  prese  fra  le  sue  braccia e la baci.  Ed ella dimentic i suoi
    perfidi proponimenti: ma da quella sera pi che mai,  la lotta  tra  i
    suoi sensi e la sua ragione si fece aspra e felina.
    Giunse un momento in cui ella non si domand pi che cosa voleva;  non
    os pi esplorare i bassi fondi del suo  cuore  e  si  abbandon  agli
    eventi,  sperando che un giorno o l'altro l'avvenire si schiarisse. Di
    Pietro non aveva pi timore: egli era un fanciullo,  non un uomo;  era
    anzi un servo, umile e obbediente anche in amore.
    Ma  da  qualche  tempo Maria dimagriva,  si sciupava,  non era pi una
    massaia   interessata   e   meticolosa;    distrazioni   inesplicabili
    intorpidivano le sue mani, oscuravano i suoi occhi.
    Zio Nicola le rimproverava sovente il disordine in cui ella teneva ora
    i  registri  e  le  carte;  zia  Luisa ricordava la sua giovinezza,  e
    pensava:
    "Maria ha bisogno di marito;  tempo che qualcuno si decida".
    E poich gli avvocati e i ricchi borghesi non si decidevano a domandar
    la mano di Maria, zia Luisa parlava male di loro e cominciava a lodare
    i ricchi paesani.
    Gli avvocati! Pezzenti, imbroglioni: uomini di mala fede, che vendono
    l'anima loro per un pugno di soldi: chi di loro  degno  di  legar  le
    scarpe  a Francesco Rosana?  Soldi ci vogliono,  in una casa per bene,
    non chiacchiere e scarpe lucide sopra e rotte sotto. Francesco Rosana,
    e qualche altro, quelli s,  sono uomini: uomini forniti di tutto;  di
    sapienza  e  di beni;  gli avvocatucci e i piccoli borghesi muoiono di
    fame.
    Le chiacchiere di zia Luisa arrivavano fino al Rosana,  il  quale  non
    cessava  di  guardare  Maria  quando  l'incontrava  in chiesa o per la
    strada.
    Quell'anno Maria non fece neppure il precetto pasquale;  non aveva  la
    forza  di confessarsi,  e temeva che il sacerdote non l'assolvesse dal
    peccato di amare e baciare un uomo che ella non intendeva sposare.
    "Io sono doppiamente peccatrice" ella pensava,  "poich inganno i miei
    genitori e inganno Pietro."
    Intanto  arriv  il  tempo  della  mietitura.   Pietro  stette  lunghe
    settimane lontano,  ma ottenne da Maria la promessa che  ella  sarebbe
    andata  a  trovarlo  lass,  sull'altipiano,  ove  il suo cuore si era
    aperto all'amore  come  la  terra  alla  semente.  Maria  mantenne  la
    promessa,  e  Pietro  pot  vedere la bella persona di lei ergersi fra
    l'oro delle spighe come un papavero fiammante.
    La valle esultava di messi,  all'ombra dei monti  selvaggi;  il  cielo
    ardeva;  i  mietitori curvi,  stanchi,  ma compresi da una gioia quasi
    religiosa,  tagliavano le spighe e tacevano.  Solo  qualche  fanciulla
    cantava  e  rideva,  e  il gorgheggio del suo riso fondevasi col canto
    delle quaglie, col trillo delle cicale.
    Maria stette qualche giorno lass, nella sua terra, della quale pareva
    un fiore vivente, e il sole abbronz e indor anche il suo viso.
    Fra le mietitrici c'era anche Sabina, che in quel tempo perd l'ultima
    speranza dell'amore di Pietro.
    Nel silenzio del meriggio,  quando le  falci  abbandonate  sui  covoni
    brillavano come d'argento,  e tutto il paesaggio, giallo di messi e di
    sole,  pareva assopito in  una  sonnolenza  febbrile,  e  le  montagne
    lontane  si  fondevano  con  le vaporosit bluastre dell'orizzonte,  i
    mietitori dormivano  all'ombra  delle  macchie,  dispersi  qua  e  l,
    stanchi, frustati dalla fatica e dal caldo.
    Un  giorno  Sabina,  che  s'era  anch'essa  addormentata  con  le  sue
    compagne,  all'ombra di una macchia,  si svegli di soprassalto,  e si
    guard attorno. Maria non c'era.
    Un  pensiero,  prima  vago  e informe,  pass in mente alla mietitrice
    innamorata. Silenziosa strisci fra le stoppie,  sal le chine,  cauta
    come una lucertola,  nascondendosi ogni tanto fra le macchie,  e vide,
    non vista,  che Pietro e Maria,  dietro  il  muro  della  capanna,  si
    baciavano perdutamente, obliosi d'ogni prudenza. Pareva che si fossero
    rifugiati l solo per l'ombra.
    E  soli,  nel  cerchio del paesaggio fiammeggiante,  essi coglievano i
    baci,  l'uno sulle labbra dell'altra,  al cospetto del cielo  e  della
    terra come i mietitori coglievano le spighe mature.







    Capitolo decimo.

    La  notte  tra  il  sette  e  l'otto  settembre un gruppo di fanciulle
    nuoresi percorreva i sentieri mal tracciati che,  attraverso "tancas",
    pascoli  aperti e boschi di querce,  conducono dalle campagne di Nuoro
    al monte Gonare.
    Le graziose pellegrine notturne si recavano a piedi al  santuario  che
    sorge sulla cima del monte Gonare; alcune intendevano di sciogliere un
    voto,  altre  domandare  una  grazia,  le  pi  volevano semplicemente
    divertirsi.  L'indomani si celebrava la festa: gente di ogni paese del
    circondario sarebbe salita a Gonare;  c'era da vedere,  da ballare, da
    divertirsi.
    Ciascuna delle pellegrine portava  seco  un  piccolo  involto  con  la
    colazione e il desinare,  e teneva gettata sul braccio o sull'omero la
    "tunica" di gala da indossarsi  solo  lass  nel  luogo  della  festa.
    Alcune camminavano scalze, per voto; una aveva i capelli sciolti sulle
    spalle e un cero dipinto in mano.  Era Maria Noina,  che scioglieva un
    antico voto.
    I lunghi capelli neri le ondeggiavano sulle  spalle,  inumiditi  dalla
    rugiada;  la  brezza talvolta glieli scompigliava,  gettandoglieli sul
    viso,  ma questo fastidio le veniva poi compensato dalla soddisfazione
    di sentirsi lodare dalle sue compagne di viaggio.
    Sembri una fata, Maria Noina, coi tuoi capelli sciolti.
    Sembrano i capelli di Mariedda, i tuoi capelli, Maria Noina.
    Mariedda  la fanciulla delle favole, rapita dall'orco; i suoi capelli
    erano  cos  lunghi  ch'ella  gitt la sua treccia dalla finestra e il
    figlio del re se ne serv come d'una corda per salire fino a lei.
    Dio guardi i tuoi capelli,  Maria Noina: lascia ch'io li  tocchi  Per
    evitarti il malocchio...
    Preghiamo  propose  Rosa  "S'ispina",  invidiosa  delle  lodi che le
    compagne rivolgevano a Maria.
    Questa guard una stella che tremolava sopra il  santuario  del  monte
    Gonare, e inton a voce alta il rosario.
    Ma la prima a ridere scioccamente fu Rosa,  e le compagne non poterono
    proseguire.  Allora Maria propose  che  ciascuna  pregasse  per  conto
    proprio, e tutto fu silenzio.
    La  luna  illuminava  il vasto paesaggio desolato,  le grandi "tancas"
    inaridite dall'estate e qua e l annerite da recenti incendi.  Qualche
    fuoco  di  pastore  perduto in quelle solitudini melanconiche appariva
    misterioso come un fuoco fatuo,  come una lingua rossa emergente dalla
    terra  nera,  dietro  i muricciuoli o fra le stoppie rase e l'asfodelo
    secco;  e in lontananza,  da qualche piccola palude formatasi dopo  le
    prime  piogge  di  settembre,  saliva  una  nebbiolina azzurrastra che
    pareva l'alito della  terra  febbricitante.  Intorno,  pel  vastissimo
    circolo dell'orizzonte, le montagne svanivano azzurre nella vaporosit
    lunare,  e  su  tutte le cose arcanamente tacite vegliavano le stelle,
    vive sul cielo chiaro e profondo.
    Le ragazze camminavano e camminavano,  bianche di luna,  silenziose  e
    raccolte;  i capelli di Maria volavano alla brezza, e pareva volessero
    staccarsi,  seguire il soffio che li accarezzava;  ma  poi  ricadevano
    sulle  spalle  della  giovine  donna,  come stanchi e pentiti del loro
    capriccio.
    D'un tratto le ragazze si fermarono, ascoltando. Nel profondo silenzio
    che precedeva l'alba s'udiva il trotto di parecchi cavalli.  Un'eco di
    voce  umana  giungeva  con la brezza.  Chi sar,  chi non sar?  Ecco,
    sull'ultima linea azzurrognola della  "tanca"  si  profila  una  lunga
    macchia nera che a poco a poco s'avvicina, si divide; ombre di cavalli
    e di uomini s'allungano sulle stoppie illuminate dalla luna.
    E' gente che va alla festa disse Maria.
    Uomini e donne in costume,  i primi con l'archibugio ad armacollo,  le
    altre sedute sulla groppa  o  in  sella  o  a  cavalcioni  di  piccole
    "achettas"  (1),  apparvero  e  circondarono  le  ragazze ferme fra le
    stoppie.
    Nella carovana si  distingueva  fra  tutti  un  giovine  paesano,  che
    montava una "calabrina" (2) bianca, alta, irrequieta, dalla testa fina
    e la coda abbondante.
    Il  giovinotto  non  era  bello,  ma  aveva  una  cert'aria  di  fiera
    distinzione: col cappottino nero di orbace e di velluto, dal cappuccio
    rigettato sulle spalle,  il fucile scintillante alla luna,  la cintura
    ricamata,  gli  sproni  sopra  le  ghette  che  disegnavano  due gambe
    nervose,  la sua figura ricordava i cavalieri  erranti,  o  i  boriosi
    "hidalghi" spagnuoli.
    Era infatti un principale, cio uno di quei ricchi paesani che formano
    tutta  una razza caratteristica,  vantano una certa nobilt di sangue,
    ed anche un po' di coltura.
    Salute, le nuoresi cominciarono a gridare i sopraggiunti, fermando i
    cavalli vicino alle fanciulle.
    Salute, Nuoro!
    Volete venire in groppa?  Volete da bere? chiese un vecchio galante,
    piegandosi su un fianco per estrarre dalla bisaccia una zucca piena di
    vino.
    Grazie disse vivacemente Maria. Il vino bevetelo voi, o datelo alle
    vostre  donne,  che  possano  cascare dalla groppa dei vostri cavalli!
    Cos al ritorno potrete pigliar noi.
    Brava! grid il vecchio.  Vedi che seguo il tuo consiglio! E  mise
    la  zucca  sulla bocca e arrovesci la testa fin sulle spalle per bere
    meglio,  mentre le donne sedute sui  cavalli  rimbeccavano  Maria  con
    parole argute.
    Salute,  Maria Noina;  vai tu pure alla festa?  chiese il giovinotto
    dalla cavalla bianca, curvandosi sulla sella,  e parlando piano.  Che
    bel manto ti copre le spalle;  Dio guardi i tuoi capelli.  Mi dispiace
    non poterli toccare.
    Salute, Francesco Rosana ella disse,  sollevando il viso e scuotendo
    indietro i capelli che le arrivarono fino alle anche. E finse di veder
    solo allora il giovine.
    Egli  la  guardava  dall'alto  con due occhi avidi;  ma incontrando lo
    sguardo un po'  malevolo  e  beffardo  di  lei,  si  fece  timido,  si
    raddrizz in sella e rallent il freno alla cavalla.
    Cavalla.  Franziscu disse allora Maria, provocandolo, al ritorno mi
    prenderai in groppa al tuo cavallo?
    Francesco si volse di scatto e grid con impeto:
    Magari subito! Vieni?.
    Ora no: al ritorno.
    Va bene! Buona festa, ragazze egli disse, raggiante di felicit.
    La cavalla sparava calci, si sbatteva la coda sui fianchi,  mordeva il
    freno. Francesco dovette allontanarsi, seguire i suoi compagni; ma per
    lungo tratto tenne il viso sorridente rivolto verso Maria.
    La cosa  fatta! disse malignamente Rosa.
    Che cosa?
    Il matrimonio. Non vedi che egli  innamorato come una donna?
    E' brutto disse Maria.
    Chi disprezza compra.
    E' consigliere comunale.
    E' ricco.
    Ha quattro "tancas": fra poco ne attraverseremo una.
    E' brutto,   brutto.  Ha gli occhi belli, ma non guarda mai in viso:
    ha il naso che sembra il becco d'un avvoltoio.
    Chi disprezza compra...
    Maria pensava a Pietro,  lontano,  solo l nella vigna.  E sentiva che
    era giunto il momento di sacrificarlo, e provava piet di lui, ma come
    d'una vittima necessaria. Che colpa ne aveva lei? Sapeva forse lei che
    Francesco  Rosana  le  sarebbe  apparso  quella  notte  in  mezzo alle
    "tancas", mandatole incontro dal destino?
    Cammina, cammina. Ecco,  cos si cammina nella vita,  senza sapere chi
    si deve incontrare nella propria strada.
    L'alba  di  cristallo  perlato  risplende  dietro  le  creste  lontane
    dell'Orthobene,  dietro le azzurre montagne  d'Oliena;  lentamente  si
    colorisce  di  rosa,  e  le  stoppie cominciano a scintillare umide di
    rugiada: la brezza tace, l'allodola canta nascosta fra le macchie.
    Le fanciulle tacevano,  e si fermarono ancora una  volta  nella  tetra
    spianata  che circonda la vecchia e misteriosa chiesetta dello Spirito
    Santo;  alcune si lavarono nell'acqua di una pozzanghera stagnante fra
    giunchi umidi,  poi ripresero la via,  sempre silenziose,  avvolte dal
    vago splendore dell'ora mattutina.
    Cammina,  cammina.  Maria pensava sempre a Pietro ed a  Francesco:  il
    primo  s'allontanava  dietro  di lei,  sempre pi,  sempre pi,  nello
    spazio silenzioso; Francesco s'avvicinava,  la chiamava,  l'aspettava,
    lass sulla montagna, avido e avvincente come un avvoltoio.
    Cos  ella  seguiva  sognando  le  sue  compagne,  senza  guardare  il
    paesaggio. Attraversarono campi coperti di macchie di rovi e di prugni
    selvatici,  cariche le prime di more lucenti  e  le  altre  di  bacche
    violette:  passarono  fra  gruppi  di  rocce enormi dalle cime forate,
    battute dal luminoso chiarore dell'aurora. Maria si scosse quando vide
    le falde della montagna, coperte di boschi che ondeggiavano dorati dal
    sole nascente.  In cima al monte il santuario si profilava grigio  fra
    le rocce rosee di sole, sul cielo azzurro.
    Le ragazze s'inginocchiarono e fecero una breve preghiera.
    Maria trasse di tasca un pettine, e aiutata dalle compagne si distric
    e  lisci  i  capelli;   poi  ripresero  tutte  assieme  la  salita  e
    s'internarono nel bosco di querce rade e nane.
    Soltanto allora  cominciarono  a  incontrar  gente:  gruppi  d'uomini,
    donne,  fanciulli di Bitti e d'Orune,  a piedi o a cavallo, scendevano
    dopo aver ascoltato la prima messa  e  ritornavano  ai  loro  paesetti
    lontani,  perduti  fra i monti selvaggi al nord di Nuoro.  Gli uomini,
    scuri in viso, con fieri occhi neri,  vestiti di orbace,  di saia,  di
    cuoio,  ricordavano  i  "mastruccati,  ladroni" di Cicerone;  le donne
    indossavano costumi ruvidi,  di orbace e di panno  giallo,  non  privi
    per d'una primitiva eleganza.
    Salute, Nuoro! dissero i bittesi con la loro pronunzia latina.
    Salute, Orune; salute, Bitti risposero le ragazze.
    Pi   in  alto  incontrarono  gente  di  Olzai,   paese  noto  per  il
    caratteristico sentimento  religioso  dei  suoi  abitanti;  una  donna
    olzaese,  pallida e severa come una monaca, raccontava a una deliziosa
    fanciulla di Gavoi, dal cappuccio rosso, la leggenda di Santa Barbara.
    La Madonna di Gonare e la nostra Santa Barbara (in  nome  del  Padre,
    del  Figlio  e  dello  Spirito  Santo,  cos  sia)  diceva l'olzaese,
    segnandosi,  si sono incontrate proprio  qui,  in  questo  punto.  Si
    guardarono, si strinsero la mano, poi la Madonna disse:

    "Barbaredda de Orzai,
    Ube nos an a ponner
    No nor bidimus mai" (3)

    Infatti  il  santuario  della  Madonna  di  Gonare si vede da tutto il
    circondario fuorch dalla chiesa di Olzai, dov' Santa Barbara.
    A poco a poco la montagna si popolava;  su per i sentieri  saliva  una
    folla variopinta: i paesani, le donne, i pastori d'Orane, il villaggio
    pi vicino, formavano quasi una processione.
    Sotto le querce nane,  nel bosco un po' arido e selvatico, risuonavano
    mille voci,  dall'alto arrivavano grida  di  fanciulli,  di  venditori
    ambulanti, di gente allegra.
    Maria  si  trov  fra  la  calca,  in  mezzo  a un gruppo d'uomini che
    ammirandola  oltre  il  necessario  le  rivolgevano  frasi  galanti  e
    scherzavano a proposito dei suoi capelli sciolti.
    Sembrano  la  coda  della  mia  cavalla  nera;  guarda,  Predu Maria,
    guarda.
    "Custa pizzinna" (4) sembra davvero la tua cavalla quando  le  mosche
    la molestano.
    Peccato che non si lasci mettere il freno.
    Predu Maria, prova a montare in sella.
    Maria arrossiva, ma fingeva di pregare, e non rispondeva.
    La  folla  aumentava:  da  tutti i sentieri,  da ogni sfondo di bosco,
    affluivano cavalli, pedoni,  carri tirati da buoi,  cani,  mendicanti;
    era  gente della Barbagia,  erano nuoresi superbi,  belle fanciulle di
    Orane,  rosee nella loro benda bianca,  donne di Mamojada dal corsetto
    rosso,  pastori  d'Orgosolo  col  costume lanoso e primitivo dei Sardi
    pelliti:  erano  azzimati  Dorgalesi  dai  lunghi  riccioli,  e  donne
    d'Oliena con gl'immancabili cavalli carichi di vino.  E salivano anche
    i Baroniesi dalle calzature di pelle,  e tra la folla  si  distingueva
    qualche donna del Goceano, pallida e coi grandi occhi arabi, e qualche
    donna del Campidano, col fazzoletto giallo spiegato sul capo, dorata e
    rosea in viso come una Madonna bizantina.
    Il  sole era gi alto e penetrava nel bosco quando Maria e le compagne
    arrivarono all'accampamento dei venditori,  intorno  alle  catapecchie
    ove  qualche  famiglia  di  Nuoro  e  di  Orane passava il tempo della
    novena.
    Prima di fare l'ultima salita fino alla chiesa le fanciulle deposero i
    loro fardelli e sedettero a piedi d'un albero.  Maria guard se vedeva
    Francesco,  ma  fra  i numerosi cavalli legati agli alberi non vide la
    "calabrina" bianca.
    Allora si distrasse alquanto,  scosse indietro i capelli e  si  guard
    attorno.
    Il  luogo  non era bello;  gli alberi gettavano ombre rade sulla china
    sparsa di macchie aride,  di cespugli grigiastri;  fra queste ombre  e
    queste  macchie  tutto  un popolo si agitava,  e credeva di divertirsi
    soltanto perch era convenuto lass.
    I venditori  ambulanti  vigilavano  le  loro  mercanzie  di  latta,  e
    gridavano  i  prezzi  e lanciavano scherzi grossolani alle ragazze che
    passavano;  donne di Tonara,  strette fasciate in un  ruvido  costume,
    insensibili  al  sole e ai rumori della folla,  misuravano nocciuole o
    segavano e vendevano i loro torroni bianchi  che  si  scioglievano  al
    caldo.
    Sotto  capanne  di  frasche  i  negozianti  esponevano  le loro stoffe
    d'occasione;   lo   scarlatto   sanguinava   al   sole,   i   broccati
    scintillavano; tutta una flora inverosimile sbocciava sui fazzoletti e
    gli scialli paesani.
    E  intorno  alle  botti  e  alle  bottiglie dei liquori si accalcavano
    comitive d'uomini,  di amici nuovi e d'amici vecchi  incontratisi  per
    caso lass, e fra i quali spiccava con bizzarro contrasto la figura di
    qualche borghese. E il vino e i liquori rallegravano l'anima dei fieri
    paesani: e l'acquavite odorava con un profumo di fiore fatale.
    Maria  e  le  compagne  mangiarono  e poi indossarono la "tunica" e si
    avviarono nuovamente verso la chiesa.
    Il sentiero s'allargava,  aspro,  a scalinata,  quasi  tutto  tagliato
    sulla roccia,  fra massi enormi e macchie e alberi sempre pi selvaggi
    e contorti.  I costumi colorati delle donne sfolgoravano sullo  sfondo
    luminoso  della  salita;  le voci si perdevano nel silenzio puro delle
    cime incoronate d'azzurro.
    Ma intorno a s Maria  continuava  a  sentire  delle  frasi  sciocche,
    qualche  volta  indecenti;  i  giovinotti  correvano  per vederla,  si
    fermavano,  la  fissavano;  era  tutta  un'esplosione  di  ammirazione
    primitiva, che offendeva e lusingava la bella dai capelli sciolti.
    Qualcuno domandava:
    Di dove  quella ragazza?.
    Di Nuoro.
    No,  d'Orane.
    No,  d'Orotelli.
    Di dove sei, bella?
    Di casa del diavolo rispose Rosa, seccata e invidiosa.
    Tutti risero e si misero a gridare:
    Viva Nuoro!.
    I mendicanti,  fermi presso le croci che sorgevano di tratto in tratto
    ai lati del sentiero, tendevano la mano e cantavano con voce cadenzata
    una specie di lamentazione dolorosa. Nessuno ascoltava le loro parole,
    ma quasi tutti buttavano monete nei berretti deposti per terra.
    Maria gettava anch'essa una moneta ad ogni mendicante.
    Appena raggiunta la vetta,  le ragazze nuoresi entrarono nella vecchia
    chiesa,  gi  gremita di fedeli,  e Maria pot appena aprirsi un varco
    tra la folla e arrivare fino all'altare.
    Il caldo era intenso,  e il volto della fanciulla  ardeva,  bellissimo
    nella cornice dei capelli sciolti.
    Francesco Rosana,  appoggiato alla balaustrata dell'altare,  si scosse
    tutto nel vederla, e la ferm toccandole dolcemente il braccio.
    Sei arrivata adesso? le domand con voce sommessa.
    Adesso ella rispose, avanzandosi senza guardarlo.
    Depose il cero, s'inginocchi e volle pregare.
    Maria mia di Gonare,  ecco sciolto il voto che feci quando mio  padre
    cadde da cavallo.  Tu lo hai salvato,  Maria, ed io sono venuta scalza
    ed a capelli sciolti,  e ti ho portato un cero di tre libbre...  Maria
    di Gonare. sii lodata...
    Non  seppe  dir  altro,  sebbene  nel  cuore  le  fremesse  un'onda di
    preghiera.  Ma non osava formulare gli oscuri desideri del suo  cuore.
    Avrebbe  voluto  chiedere  alla  Madonna  di Gonare la grazia di farle
    dimenticare subito Pietro ed amare colui che la fissava  ardentemente,
    l, pochi passi distante; ma non osava.
    Tre  sacerdoti  vestiti  di  bianco  e  d'oro  intonarono la messa: un
    adolescente con una giubba rossa si mise vicino a Maria,  col turibolo
    acceso che oscillava e fumava.
    Allora  la  folla  si  accalc  fin  sui gradini dell'altare,  e Maria
    dovette alzarsi in piedi.  Qualcuno le sfior la mano;  ella si volse,
    vide  Francesco  alle sue spalle e sorrise;  allora egli fece di tutto
    per mettersele vicino, e quasi la cinse e l'abbracci.
    La folla aumentava sempre.  Volgendosi,  Maria scorgeva un'ondulazione
    di teste variopinte, e attraverso la porta spalancata, in un quadro di
    luce  vivissima,  vedeva  altra  folla,  altra folla ancora,  stretta,
    pigiata sulla spianata della chiesa e sui  dirupi  intorno.  Ella  non
    aveva mai veduto uno spettacolo pi importante, un quadro pi luminoso
    e colorato,  neppure nei giorni della settimana santa nella cattedrale
    di Nuoro.  Erano costumi e tipi di quindici o venti villaggi;  vecchie
    teste  ieratiche  di  pastori;  figure di nobili,  aristocratiche come
    figure di duchi autentici; profili bronzini di isolani delle montagne;
    lunghe capigliature preistoriche;  visini di  cammeo,  occhi  saraceni
    neri  e profondi come la notte;  bocche rosse e guance pallide;  teste
    avvolte  in  bende  gialle,  nere,   bianche,   coperte  da  cappucci,
    acconciate  all'orientale,  nascoste  da  larghi fazzoletti frangiati,
    velate di merletti, inquadrate da bende dure inamidate.
    Qualche altra donna coi capelli sciolti  appariva  tra  la  folla,  ma
    nessuna  aveva  la magnifica chioma di Maria: quando,  all'Elevazione,
    ella si inginocchi,  spingendosi verso  il  sacrista  rosso,  i  suoi
    capelli sfiorarono il suolo.
    Francesco non cessava un momento di guardarla, e talvolta i loro occhi
    s'incontravano.   Ella  pensava  sempre  a  Pietro;   nei  momenti  di
    distrazione e di sogno vedeva davanti a s i dolci  occhi  chiari  che
    l'avevano   guardata   come  nessun  altro  uomo  avrebbe  saputo  pi
    guardarla; ma volgendosi incontrava gli occhi neri e vivi di Francesco
    e li fissava con abbandono e con tristezza.  S,  il sogno era finito;
    la realt cominciava. D'altronde ella si sentiva triste, ma non molto.
    Francesco  era  brutto,  ma  aveva  una fisionomia dolce,  buona,  che
    inspirava confidenza.  Tutto non si pu  avere,  nella  vita:  bisogna
    sapersi contentare...
    I fedeli cantavano i "Gosos" (5), con un motivo melanconico che pareva
    il lamento di un popolo abbandonato:

    "Sas roccas distillan perlas,
    Sas mattas grassias e donos;
    Cun milli boghes e tonos
    T'acclaman sas aes bellas
    Sas relughentes istellas
    Falan pr t'incoronare." (6)


    NOTE.

    NOTA 1: Cavalle.
    NOTA 2: Cavalla.
    NOTA 3: Barbarina di Olzai - Dove ci metteranno - Non ci vedremo mai.
    NOTA 4: Questa ragazza.
    NOTA 5: Laudi sacre in onore della Madonna.
    NOTA 6: Le rocce stillano perle - Le macchie grazie e doni;  Con mille
    voci ed accenti - T'acclamano i vaghi uccelli: - Le rilucenti stelle -
    Scendono per incoronarti.





















    Capitolo undicesimo.

    Appena uscita dalla chiesetta,  Maria raccolse i capelli in due grosse
    trecce,  che  attortigli  sulla  nuca,  e  s'avvolse  la testa con un
    fazzoletto scuro.
    Francesco la seguiva e vedendo che le compagne di lei s'erano smarrite
    tra la folla le disse:
    Vieni con me, laggi, fra quelle rocce.  I Nuoresi sono tutti laggi.
    Guarderemo la corsa dei cavalli.
    Maria  accett  l'invito,  e sorrise quando egli ricominci a farle la
    corte.  Scesero assieme fino alle rocce,  un po'  al  di  sotto  della
    spianata,  e  trovarono  un  gruppo  di  Nuoresi  intenti a guardare i
    cavalli che correvano nel sottostante altipiano.  Da  quell'altezza  i
    cavalli  sembravano  topi,  montati da fantini lillipuziani.  La folla
    s'era sparsa sulla spianata e fra i dirupi; grida selvagge risuonavano
    intorno.  Tutti parlavano dei  premi,  consistenti  in  buoi,  denaro,
    drappi di velluto e di broccato.
    Maria  si  divertiva  assai;  vicino  a lei alcune donne d'Orotelli si
    porgevano di mano in mano una fiala, nella quale introducevano il dito
    mignolo che poi si passavano religiosamente sulle palpebre.
    Cos'? domand Maria.
    E' il miracoloso olio della lampada di Nostra Signora,  che  preserva
    dal mal d'occhi rispose Francesco con ironia.
    Ma ella non rise: anzi chiam una delle Orotellesi.
    Mi  dai  quella  fiala d'olio benedetto?  Mia madre soffre spesso mal
    d'occhi.
    No, bella mia, non posso; se vuoi, puoi servirtene tu, ora...
    I suoi occhi non han bisogno di medicine disse Francesco.  Non vedi
    come son belli; o sei cieca?
    Ti do una lira insist Maria.
    Anche se tu mi dessi mille scudi non accetterei, bella mia...
    Va in pace, allora...
    Maria disse Francesco, vuoi che domandi il binocolo a quel signore?
    Guarderemo verso Nuoro.
    Ma s, Francesco ella rispose, sorridendogli.
    Francesco  domand  il  binocolo  e  lo avvicin agli occhi di lei;  e
    mentre ella guardava le cinse le spalle con un braccio e le disse:
    Guarda: quel villaggio qui sotto  Sarule; vedi quel bosco pi in l?
    Due anni fa, io ci stetti tre mesi, in quel bosco, dove pascolavano le
    mie vacche. Guarda da questa parte lontano: vedi,  quella  la pianura
    di Macomer.  Peccato che oggi ci sia un po' di nebbia;  la giornata si
    guasta. Ma un altro anno verremo assieme, non  vero?.
    Ella non rispose.
    Le compagne di viaggio le si avvicinarono e cominciarono a scherzare e
    fare allusioni maliziose.  Poi tutta la comitiva dei Nuoresi ridiscese
    verso il bosco. A met strada Maria si ferm presso un masso calcareo,
    sul  quale  si appoggiavano alcune donne di Al;  altre avvolgevano in
    pezzetti di  carta  e  serbavano  religiosamente  alcuni  pizzichi  di
    polvere che raschiavano dal masso.
    Qui spieg una vecchietta,  cieca di un occhio,  qui s' appoggiata
    Nostra Signora Santissima quando saliva la montagna.  L'appoggiarsi su
    questo  masso preserva dai dolori alle spalle,  e la polvere qui sopra
    raccolta guarisce la febbre.
    Se non erro disse allora Francesco, parlando in italiano,  questo 
    il monte dei miracoli.
    Miscredente! esclam Maria, appoggiandosi al masso.
    Ma vedendo che anche lui s'appoggiava vicino a lei,  cominci a ridere
    e domand:
    Ma insomma, credi o non credi?.
    Credo in te, Maria, e vado dove tu vai.
    Questa galanteria le piacque molto; s, certo,  Francesco era grazioso
    e gentile.
    Da quel momento non si lasciarono pi.
    Ritornati  nel  bosco,  i Nuoresi s'indugiarono alquanto intorno a una
    comitiva di paesani che ballavano il ballo sardo;  poi  fecero  alcune
    compre  e  s'avviarono  al ritorno,  proponendosi di fermarsi ancora a
    met strada, nella tanca di Francesco Rosana.
    Come aveva  promesso,  Maria  sedette  sulla  groppa  del  cavallo  di
    Francesco,  e  cinse  col  suo  braccio  la  vita del cavaliere.  E la
    comitiva si avvi.
    Il  giovine  proprietario  sentiva  il  busto  di  Maria   appoggiarsi
    lievemente  alle  sue spalle,  stringeva nella sua la mano cara,  e si
    sentiva felice come non lo era stato mai.
    Mi sembra d'essere ubriaco disse sottovoce;  meno male  che  tu  mi
    sostieni...
    Rosa "S'ispina", in groppa a un ronzino montato da un vecchio paesano,
    guardava  ogni  tanto  la  cavalla  bianca  di  Francesco e faceva una
    smorfia maligna.
    Prima di arrivare alla chiesetta dello Spirito Santo tutti  smontarono
    e pranzarono all'ombra di un boschetto di querce.
    Guarda  disse  Rosa  a una compagna,  additandole Maria e Francesco,
    fanno all'amore in modo scandaloso.
    Sei gelosa? chiese l'altra.
    Di chi? Di quel porco spino?
    Chi  il porco spino? domand uno della comitiva.
    Tu rispose la ragazza.
    Maria indovin di chi si trattava e arross di stizza.  S,  Francesco
    era  brutto  davvero;  pi lo guardava meno le piaceva,  cos pallido,
    terreo,  con le mascelle sporgenti e la rada barbetta nera,  la fronte
    bassa,  corrugata,  il naso aquilino che gli dava un'aria d'uccello da
    preda.  Ma i suoi occhi eran  dolci,  il  sorriso  buono;  eppoi  egli
    vestiva   con   eleganza,   calzava   stivaletti  signorili,   portava
    l'orologio, il fazzoletto bianco con la cifra;  era insomma un giovine
    distinto, un uomo ricco, e Rosa poteva ben schiantare d'invidia.
    Inoltre  le  "tancas"  vastissime  che  circondano  la chiesetta dello
    Spirito Santo appartenevano a Francesco;  era suo  il  bosco  dove  la
    comitiva  s'indugiava  a  meriggiare,  suo il ruscello,  sue le vacche
    pascolanti;  e tutto questo formava come una magnifica cornice intorno
    alla figura non bella del giovine possidente.
    Il  sole cominciava a declinare quando la comitiva riprese il viaggio.
    Il pasto, il vino, l'ora, rendevano allegri, ma d'un'allegria alquanto
    sentimentale, i cavalieri e le fanciulle. Queste,  sedute in groppa ai
    cavalli  un po' stanchi,  si abbandonavano mollemente sulle spalle dei
    giovinotti, e questi stringevano loro la mano con dolcezza.
    Il sole calava sul  cielo  turchino;  una  dolcezza  ardente  era  nel
    paesaggio deserto, sul cui sfondo dorato le ombre degli alberi e delle
    macchie  spiccavano  vivamente;   i  ruscelli  e  le  acque  stagnanti
    riflettevano i roveti e i giunchi della riva e  sprizzavano  scintille
    verdi al passar dei cavalli.
    Francesco  spronava  la  sua  bella  "calabrina"  e precedeva sempre i
    compagni di viaggio;  poi,  con la scusa  di  attenderli,  fermava  la
    cavalla  e  si  volgeva  indietro  per  guardare.  E  i  suoi occhi si
    fermavano sempre sul viso di Maria, ardenti e avidi.  Ella chinava gli
    occhi,  ma  spesso rideva,  e le fossette delle sue guance finivano di
    entusiasmare l'innamorato cavaliere.
    Finalmente Francesco,  durante  un'ultima  tappa  prima  d'arrivare  a
    Nuoro, dichiar il suo amore alla fanciulla.
    Maria  disse,  vorrei  farti  una  domanda.  Oggi tu sei stata cos
    gentile con me,  che finalmente ho il coraggio d'aprirti tutto il  mio
    cuore.
    Parla ella rispose semplicemente.
    La  voce  per le tremava alquanto,  e un velo di tristezza le copriva
    gli occhi.
    Senti Maria, e scusami se oso tanto. Sei libera?  Hai qualche impegno
    amoroso?
    Ella pens a colui che,  sebbene scacciato,  tornava sempre nell'anima
    sua.  E un impeto di piet e di umiliazione la assal: piet per  lui,
    umiliazione per se stessa che si era abbassata ad amare un servo.  Che
    avrebbe detto Francesco Rosana s'ella confessava la verit?
    Ma ella taceva e il  giovine  le  strinse  la  mano,  sollecitando  la
    risposta.  Ella si morsic il labbro inferiore,  guard lontano, e per
    un  istante  ebbe  l'idea  generosa  di  confessare  la  sua  passione
    disgraziata; ma subito arross di questa idea pericolosa.
    Sono libera rispose.
    Vuoi allora diventare mia sposa? Lo dir subito a tuo padre.
    Francesco ella disse con seriet,  io ti ringrazio molto dell'onore
    che mi fai,  ma capirai che  non  posso  subito  darti  una  risposta.
    Lasciami un po' pensare; fra due settimane ti far sapere qualcosa.
    Quindici giorni! egli esclam. Quanto sono lunghi! Ma sia pure.
    Egli non disse altro;  ma strinse forte la mano che ella teneva sempre
    appoggiata alla cintura di lui, e sospir pi volte.
    S,  egli le voleva bene,  forse quanto gliene voleva quel disgraziato
    servo...  Ella chin il viso,  e due lagrime di dolore caddero sul suo
    seno commosso.  Ma fu un istante.  Gi si scorgevano le prime case  di
    Nuoro,   nel   luminoso   crepuscolo  di  settembre.   I  paesani  che
    attraversavano lo stradale si fermavano  e  salutavano  Francesco  con
    rispettosa deferenza;  i compagni di viaggio spronavano i cavalli e si
    riunirono per rientrare tutti assieme in citt.
    Maria scosse la testa,  quasi per  scacciarne  i  pensieri  tristi,  e
    sollev  fieramente  il  viso.  La  comitiva  rientr trionfalmente in
    citt,  e Francesco propose ai cavalieri di condurre  a  cavallo  fino
    alle  rispettive  case  le  donne  che  li  avevano onorati della loro
    compagnia. Cos egli attravers tutta la citt, e pot passare davanti
    alla sua casa.
    Vedi egli disse,  additando a Maria  una  casa  bianca  con  quattro
    finestre aperte,  tu sai che quella  la mia casa.  Dietro c' l'orto
    con un bel mandorlo, un melograno, un pergolato. Ti piace?
    Non l'ho mai visitata,  la  tua  casa  ella  rispose,  guardando  le
    finestre.
    In estate c' fresco nell'orto egli riprese.  E aggiunse, sottovoce:
    Prenderemo il fresco sotto il pergolato, non  vero, Maria?.
    Non so ancora... ella rispose timidamente.
    Ma la casa ti piace,  non  vero?  La strada  bella;  di carnevale 
    sempre piena di maschere e di gente allegra...
    Salude  sos  festaresos  salutavano le vicine di Francesco,  uscendo
    sulle porte. Vi siete divertiti? Ci avete portato del torrone?
    Comare mia, l'abbiamo perduto per via, poich i sorci hanno bucate le
    nostre bisacce! diceva scherzando  il  giovine  proprietario,  mentre
    Maria salutava col capo, sorridendo alle sue future vicine.
    Intanto zia Luisa aspettava, filando, ritta sul limitare del portone.
    Qualcuno  pass  e  le annunzi che Maria ritornava,  seduta in groppa
    alla cavalla di Francesco Rosana.  Un lieve  rossore  color  il  viso
    scialbo  di zia Luisa: poi ella si tocc il corsetto,  per assicurarsi
    che era allacciato, si ricompose la benda intorno al volto, strinse le
    labbra e attese,  solenne e imponente.  Appena vide i  due  giovani  e
    distinse  la  mano di Francesco posata su quella di Maria,  disse a se
    stessa che il matrimonio era bell'e concluso e  si  sent  giustamente
    assalita da un impeto di gioia.
    Salude sos festaresos salut agitando il fuso .  Non smonti dunque,
    Francesco Rosana?
    No,  tardi egli rispose, aiutando Maria a smontare. Verr un altro
    giorno.
    Ebbene,  ti degnerai almeno di attendere un  momento?  Accetterai  un
    bicchiere di vino?
    Date pure.
    Zia  Luisa  and a prendere il vino,  e Maria rimase ancora un momento
    sola con Francesco.
    Fra due settimane, non  vero?
    Fra due settimane...









    Capitolo dodicesimo.

    Le due settimane passarono.
    Francesco Rosana frequentava la casa di Maria,  andava spesso in  giro
    con  zio  Nicola,  passava  qualche  volta  nella  via.  Era veramente
    innamorato, tutti se ne accorgevano ed egli non lo nascondeva.
    Ma,  trascorsi i quindici giorni,  Maria ne  chiese  altri  sette  per
    decidersi.
    Ancora! disse Francesco, quasi offeso. Ma questo  un martirio.
    Credeva per che Maria lo tormentasse cos per provare il suo amore: e
    attese, sempre pi impaziente. Gi i regali fioccavano, da casa Rosana
    a  casa  Noina;  quasi  ogni  giorno le vicine e il bettoliere curioso
    vedevano arrivare una donna  di  servizio,  che  teneva  sul  capo  un
    canestro ben coperto da un tovagliolo bianco.
    Sar  un  canestro  di  frutta  diceva il bettoliere,  scacciando le
    mosche dalla sua botteguccia.
    No,  saranno dei biscotti con la "cappa" (1) rispondeva  una  vicina
    dalla porta di contro.
    Scommettiamo?
    Peccato  non  sia  in  paese  Pietro  Benu;  lui avrebbe saputo dirci
    qualche cosa. Perch poi, dopo tutto, non si sa nulla: non si sa se si
    sposano o no.
    Maria ha  domandato  un  mese  di  tempo  per  decidersi  diceva  il
    bettoliere,  che  pareva molto bene informato.  Non si capisce perch
    quella donna non si decida. Voglio domandarglielo.
    Un giorno infatti entr dai Noina per comprare una misura di  grano  e
    chiese a Maria:
    Zia, quando vi sposate?.
    Dio solo lo sa.
    Come  Dio?  Voi  lo  dovete  sapere.  Francesco  Rosana  si  consuma,
    aspettando la vostra risposta.
    Come sapete ci? chiese l'altra, meravigliata.
    Me lo ha detto un uccello!  Anche  gli  uccelli  lo  sanno!  Chi  non
    conosce il segreto?... Misurate bene il grano, zia!
    Ella pens a Pietro, che in quei giorni si trovava nella vigna. Sapeva
    anche lui? Un lieve involontario spavento l'assal.
    No,   no  disse,   versando  il  grano  polveroso  nella  sacca  del
    bettoliere.  Io  non  mi  sposo,   non  mi  sposer  mai.   La  gente
    chiacchiera, ma io non so nulla.
    Chi volete dunque per marito,  se Francesco Rosana non vi piace? Cos
    ricco,  cos simpatico,  cos gentile?  Sembra un cavaliere vestito in
    costume.  Degno  di  voi,  zia!  Una  coppia  cos bella!  Decidetevi,
    decidetevi...
    Anche  gli  altri  vicini,  specialmente  le  donnicciuole,   lodavano
    continuamente Francesco, e consigliavano Maria d'accettarlo per sposo.
    Intanto  Pietro  aveva compiuto il suo anno di servizio e rinnovato il
    contratto per un altro anno.
    Maria, veramente, aveva cercato di convincere il padre a non rinnovare
    il contratto,  ma zio Nicola l'aveva guardata  da  capo  a  piedi  con
    disprezzo e meraviglia.
    Come sono sciocche le donne!  Sciocche tutte!  Perch vuoi licenziare
    quel servo?  Dove ne troverai uno migliore?  Se Pietro Benu  la perla
    dei servi?  Ecco,  tu sei come colui che cercava del pane migliore del
    pane di frumento...
    Pietro  lavorava  nella  vigna  e  sognava.  Qualche  voce  vaga,  sul
    possibile fidanzamento di Maria,  era giunta fino a lui,  ma gi altre
    volte egli aveva sentito chiacchiere e notizie false,  a proposito del
    matrimonio di Francesco con la sua giovine padrona,  e non credeva pi
    a nulla.  Egli era cieco e sordo;  viveva tutto  della  sua  passione,
    lontano dalla realt, come relegato in un'isola di sogni.
    Il tempo era dolce, sereno; la vigna maturava all'ombra della montagna
    cinerea  sulle  cui  falde  i lentischi abbruciati da qualche incendio
    sembravano melanconiche macchie di ruggine.
    Pietro guardava sempre in su,  verso lo stradale,  con la speranza  di
    veder  giungere  Maria;  Maria  invece  pensava  a lui quasi con odio.
    Perch si era fatto amare,  quel servo?  Perch si era messo sulla sua
    via, come una pietra che bisognava saltare con pericolo?
    Spesso,  bisogna dirlo,  bastava il ricordo degli occhi e dei baci del
    povero servo perch Maria rivolgesse il suo rancore contro  Francesco;
    quel  ricordo  destava in lei un tumulto di passione e di rimorso,  la
    incatenava al passato,  la faceva piangere di angoscia e di desiderio.
    Ma  poi  una  vicina  veniva  per comprare orzo o frumento o mandorle,
    guardava sorridendo servilmente la giovine proprietaria e le diceva:
    L'hai visto passare?...  Fa pena davvero!  E' diventato magro...  Eh,
    via,  sei pi dura di queste mandorle: hai il cuore nero,  tu!  E dire
    che egli  cos ricco, cos grazioso! Il pi bel giovine di Nuoro;  il
    pi ben vestito! Bada di non pentirti Maria!.
    Ed ella ricadeva nei suoi sogni ambiziosi.
    Vennero  i giorni della vendemmia.  Pietro ritorn in paese,  e a mala
    pena ottenne da Maria un breve colloquio notturno.
    Sono malata ella gli disse.  Ho la febbre: senti  come  brucio.  Ho
    paura di morire.
    Scottava davvero,  era pallida e tremava.  Pietro la ferm un momento,
    poi la preg di ritirarsi, di mettersi a letto e di curarsi.
    Ella s'avvi barcollando: quando fu  vicina  alla  porta  si  volse  e
    disse:
    Pietro,  bisogna  esser  prudenti.  In  questi giorni ho rifiutato un
    grosso partito,  e mio padre e  mia  madre  sospettano  che  io  abbia
    qualche  passione  in  cuore.  Sarai prudente?  Farai tutto quello che
    vorr io?
    Tutto,  tutto,  cuore mio!  Dimmi di buttarmi  sul  fuoco,  dimmi  di
    tagliarmi le mani...
    Non tanto! Basta che non cerchi di vedermi e di parlarmi spesso...
    Come tu vorrai egli esclam, esaltato.
    Avrebbe  voluto  chiederle  chi era il "grosso partito" rifiutato,  ma
    pens  a  Francesco  Rosana,  e  non  os  trattenerla  pi  a  lungo.
    Poveretta, aveva la febbre.
    La segu con gli occhi, mentre ella attraversava il cortile illuminato
    dalla luna, e gli parve che ella piangesse.
    Per segreta suggestione di Maria,  zia Luisa fece partir Pietro subito
    dopo la vendemmia.
    Come  l'anno  passato,   egli  si  recava   sull'altipiano,   per   la
    seminagione:  il  suo  carro era carico di sementi e di provviste;  il
    vomero intatto brillava sulla punta dell'aratro.
    Era una sera di luna, una sera di ottobre, dolce e tiepida. Pietro era
    ripartito senza aver riabbracciato Maria,  e spasimava  d'amore  e  di
    tristezza.   Ella  non  era  pi  la  stessa,  no;  ella  era  mutata,
    sofferente, infelice. Tutto per lui, s, tutto per lui. Perch egli se
    n'era ben accorto: zia Luisa e zio Nicola la trattavano con  freddezza
    sdegnosa  perch ella non voleva accettare la domanda di matrimonio di
    Francesco Rosana.
    "Per paura dei suoi genitori ella non mi ha pi  permesso  di  vederla
    durante la notte" pensava Pietro. "Ed ora passer tanto tempo..."
    No,  egli  non  poteva  proseguire  la strada.  Si ferm in un podere,
    raccomand ad un contadino il suo carro ed i buoi, leg il cane perch
    non lo seguisse, e rifece la via...
    Camminava come un sonnambulo, spinto da una forza misteriosa. Il cuore
    gli batteva d'angoscia e di amore.  S'aggir cautamente  intorno  alla
    casa  dei  padroni,  vide zio Nicola nella bettola,  batt al portone.
    Maria venne ad aprire.
    Pietro! ella disse con spavento. Perch sei tornato?
    Non ho potuto... non ho potuto proseguire... egli rispose anelante e
    fremente. Perdonami: non ho potuto. Son tornato per vederti...  Dimmi
    che cosa succede, Maria, dimmelo subito .. Dimmi che hai, e perch non
    possiamo vederci pi come prima...
    Supplicava e basiva e pareva dovesse cader fulminato ai piedi di lei.
    Ella  lo guardava,  tremante di paura e di piet.  Ah,  s,  il povero
    servo la amava,  la amava pi che non l'amasse il ricco  proprietario;
    ma  che  poteva  ella  fare?  Per  un  attimo  ebbe l'idea generosa di
    rivelare a Pietro tutta la verit;  ma il  coraggio  le  manc.  Ment
    ancora, ment sempre.
    Ma non lo sai,  dunque disse con voce dolce,  non lo sai che i miei
    genitori vigilano?  Non te  lo  dissi  gi?  Ho  rifiutato  pi  d'una
    proposta  di  matrimonio...  e  loro dubitano che io sia innamorata...
    Innamorata  di  te...  Vattene,  Pietro,   sii  prudente;   non  farmi
    soffrire...
    Mai;  vorrei  piuttosto  morire  che  farti  soffrire...  egli disse
    fervidamente.  Ma ho bisogno di vederti,  qualche  volta,  Maria;  ho
    bisogno  di te come del pane e dell'acqua.  Ritorner,  qualche volta.
    Qualche volta, Maria!
    No, no, in segreto mai! Sii buono, Pietro, non farmi soffrire. Ed ora
    vattene, vattene...
    Ella lo spingeva, davvero paurosa che venissero sorpresi;  ma egli non
    poteva  allontanarsi,  non  poteva  muoversi.  Avrebbe  voluto morire,
    sentiva una grande sventura pesargli sul capo.
    Lascia almeno, Maria! E' tanto tempo...
    Con impeto folle la strinse a s;  la baci sulle labbra con l'avidit
    di  un  affamato.   Ella  non  pot  resistere;   lo  baci  e  pianse
    disperatamente.
    Da circa due settimane Pietro aveva ripreso possesso  del  melanconico
    altipiano, e lavorava alacremente.
    Una  sera,  ai  primi  di  novembre,  pass di l un giovine contadino
    nuorese che gli port un cestino di provviste.
    Pietro lo invit ad entrare nella capanna ed a  riposarsi  accanto  al
    fuoco;  anche Malafede s'aggirava intorno al viandante, fiutandogli le
    vesti e leccandogli  le  mani.  Ma  il  giovine  aveva  fretta.  Curvo
    sull'apertura della capanna, porgeva il cestino e salutava.
    Dammi almeno qualche notizia dei miei padroni disse Pietro.
    Maria  s'  finalmente  decisa a fidanzarsi con Francesco Rosana.  Il
    toscano dice ch' stato lui a convincerla rispose l'altro, ridendo.
    Cosa mi racconti? grid Pietro, slanciandosi violentemente contro il
    viandante.
    Oh, come, non lo sapevi?... disse una voce.
    Oh,  che era?  Una voce umana,  o la voce del vento,  o il latrare del
    cane?  Pietro non seppe: sent un urlo,  poi un rumore stridente, come
    d'una sega che gli aprisse il cranio,  che gli  penetrasse  fino  alla
    gola,  al petto,  alle viscere... Le sue labbra si schiusero, fredde e
    pesanti come labbra di marmo;  i suoi occhi videro l'ombra d'un mostro
    che gli si avventava addosso per strozzarlo.
    Fu  un attimo.  Il viandante non finiva di pronunziare la frase "come,
    non lo sapevi?" che gi la vertigine era cessata.
    No, non  possibile egli mormor come fra s;  tu t'inganni.  Maria
    ha rifiutato Francesco. Lo disse a me.
    L'altro  aveva fretta d'andarsene;  nella penombra non aveva veduto il
    viso sconvolto di Pietro, e quindi rispose tranquillamente:
    Non so.  Certo  che tutte le sere Francesco  Rosana  va  a  visitare
    Maria,  e quasi ogni giorno manda regali. Tutti dicono che gli  stata
    concessa l'"entrata" (2) in casa Noina.  E del resto,  cosa c'importa?
    Addio. Mettiti a bagno (3).
    Il viandante s'allontan, ma Pietro fischi per richiamarlo.
    Senti, tu! Mi dimenticavo. Io volevo stasera ritornare a Nuoro per un
    mio  affare;  se  zia  Luisa  t'interrogher,  le dirai che io ero gi
    partito, quando tu sei passato. Hai capito?  Cos dir che ritorno per
    rifornirmi di viveri.
    Va bene, buona notte.
    Pietro s'avvi,  pi cieco e triste della notte.  Perch andava?  Dove
    andava? Che avrebbe fatto? Egli non lo sapeva, ma andava.  Andava come
    l'ariete  che spinto dal prurito della sua testa rosa da un verme va a
    sbatterla contro una pietra, un tronco, un ostacolo qualunque.
    Bisognava camminare, vedere, cercare un sollievo peggiore del male.
    Per un buon tratto di strada cammin cos, spinto da un impulso cieco:
    le tempie gli battevano forte,  gli pareva di sentire  un  galoppo  di
    cavalli  su  una  strada  rocciosa;  vedeva  grandi  macchie  violette
    volteggiare nell'aria fredda della notte.
    Ma a poco a poco si riebbe. Guard il cielo,  per indovinare l'ora dal
    corso  delle  stelle,   vide  Giove,  verde  e  brillante,  poco  alto
    sull'orizzonte cristallino, e pens:
    "Saranno le sette: fra un'ora e mezzo sar l.  Oggi  sabato.  Se  la
    notizia    vera  trovo  Francesco Rosana ancora l...  Se lo trovo mi
    metto su di lui e lo strozzo...  No,  Maria non lo ama,  non lo vuole!
    Ella non pu tradirmi, cos, come Giuda trad Cristo. Dev'essere stata
    la famiglia a imporle il fidanzamento.  Ed ella,  timida e paurosa, ha
    ceduto... Come ella deve soffrire!  Chi sa,  forse  stata lei a farmi
    avere la notizia, ed ora mi aspetta...
    Pi andava,  pi il dubbio del tradimento si dileguava dalla sua anima
    smarrita: in fila serrata i ricordi gli ripassavano nella mente;  ogni
    sguardo,  ogni  promessa,  ogni  parola  di  Maria gli ritornava nella
    memoria, destandogli un sentimento di profonda tenerezza.
    In meno di due ore attravers e  risal  la  valle;  correva,  ansava,
    smaniava;  gli pareva di andare verso un luogo pericoloso, per salvare
    Maria da un incendio,  per  strapparla  ad  un  destino  abbominevole.
    Stendeva le braccia in avanti,  e stringeva i pugni quasi per misurare
    la sua forza ed esercitarsi per la prossima  lotta  contro  un  nemico
    ignoto. Tutti gli istinti dell'uomo primitivo risorgevano in lui.
    "Lo  uccider...  lo  strozzer,  lo  getter a terra e come un albero
    schiantato dall'uragano. Lo uccider, lo uccider!..."
    Per lungo tratto di strada non fece che ripetere  queste  parole:  gli
    sembrava  di  urlarle,  le sentiva ripetute dal rumore dei suoi passi,
    dal palpito delle sue tempia,  dalla pulsazione violenta del suo cuore
    e della sua gola.
    E pi s'avvicinava a Nuoro pi sentiva di odiare Francesco,  pi Maria
    gli appariva come una vittima...
    Giunto davanti alla chiesetta della  Solitudine  si  ferm  di  botto,
    ripreso bruscamente dal senso della realt.  L,  davanti a lui, Nuoro
    stendeva le sue  casette  nere  e  silenziose;  qualche  fanale  rosso
    brillava  nel  buio;  una campana annunziava il coprifuoco,  l'ora del
    riposo, dei sogni e dei delitti...
    "Dove, dove vado io?" si domand Pietro.
    Un soffio di vento veniva gi  dall'Orthobene  nero;  gli  batt  alle
    spalle,  gli  gel  il  sudore,  lo  avvolse tutto come in un lenzuolo
    funebre.
    S, dove andava? Fra pochi istanti sarebbe arrivato, sarebbe rientrato
    nella casa dei padroni.  Francesco Rosana forse era  gi  partito;  ma
    fosse pure ancora l, che avrebbe fatto egli, il povero servo? Avrebbe
    salutato, niente altro che salutato...
    "Ebbene"  pens,  avviandosi,  "io non rientrer: spier,  e dopo aver
    visto uscire quell'immondezza  cercher  di  rientrare  e  di  riveder
    Maria.  Bisogna prima intenderci con lei;  poi vedr che cosa conviene
    fare".
    Ma d'un tratto sent un respiro ansante,  un anelito  quasi  umano,  e
    prima  ancora  ch'egli  avesse  avuto  tempo di voltarsi,  Malafede lo
    raggiunse e gli pass avanti.
    C' il cane egli disse a voce alta; come si fa ora?
    Imprec, fischi, ma il cane, tutto fremente di gioia e di stanchezza,
    correva dritto verso il paese.
    Allora Pietro pens che doveva rientrare subito a casa:  ma  a  misura
    che  s'avvicinava  il cuore gli tornava a battere forte,  e i pensieri
    gli si confondevano nella mente.
    "Se io lo trovo l lo uccido,  mi getto sopra  di  lui  come  un  cane
    arrabbiato.  Come  si  fa?  E'  meglio  che aspetti fuori;  non voglio
    perdermi... no... perch Maria, ne son certo,  mi ama ancora...  Devo,
    devo frenarmi, devo vincermi... per amor suo."
    Davanti alla casa dei padroni si ferm.  Malafede raschiava il portone
    e guaiva;  egli lo afferr per il collare  e  lo  trascin  fino  allo
    svolto del muro.
    Il  cane  si scuoteva tutto e abbaiava;  Pietro,  curvo e ansante,  lo
    accarezzava, lo supplicava:
    Sta zitto, diavolo; sii buono, sta zitto....
    Quanto tempo lui e il cane stettero l dietro il muro,  agitati da una
    lotta  innocua  ma ostinata?  Egli non calcol il tempo,  ma gli parve
    lunghissimo.
    D'improvviso un quadrato di luce rossastra tremol sulla via,  davanti
    al portone che si apriva: un uomo usc,  si ferm un momento,  fin di
    dire qualche cosa, poi salut:
    Buona notte, Maria.
    Addio, Francesco.
    Pietro si sent morire: il cane gli sfugg di  mano;  egli  si  rizz,
    s'avvicin, si ferm anche lui sul quadrato di luce, e vide come in un
    sogno  la  figura  di Maria.  Ella teneva la candela in mano;  vedendo
    Pietro impallid e lo guard spaventata,  ma il cane era gi in cucina
    e zio Nicola s'affacciava alla porta gridando:
    C' qui Malafede!  Oh,  che diavolo vuol dire?  Ah,  ci sei anche tu.
    bello mio?.
    Pietro non l'ascoltava: guardava Maria,  e Maria  si  allontanava  dal
    portone.
    Non  una  parola  fu  scambiata;  ma egli intese che tutto per lui era
    finito. Entr e chiuse il portone.
    Buona notte disse  poi,  attraversando  il  cortile.  Ah,  voi  non
    m'aspettavate certo?
    Maria  sent  che egli si rivolgeva a lei: ebbe paura;  istintivamente
    spense la candela e si rifugi in cucina,  dietro  le  spalle  di  Zio
    Nicola.
    Ma Pietro non le rivolse pi neppure lo sguardo.
    Egli  entr  e  sedette  accanto  al  fuoco,  nell'angolo  dove  aveva
    trascorso tante ore felici,  sullo sgabello forse abbandonato dal  suo
    rivale...  Sentiva  un  desiderio  feroce  di  urlare,  di  rompere  e
    devastare tutto intorno a  s;  avrebbe  voluto  prendere  un  tizzone
    ardente dal focolare, scuoterlo in giro, appiccare il fuoco a tutto, a
    tutti, perire in questo incendio d'odio e di disperazione. E non mosse
    una mano, non sollev gli occhi. Il dolore lo paralizzava.
    Tu  sembri un cadavere disse zia Luisa,  guardandolo con uno sguardo
    meno indifferente del solito. Sei malato?
    S,  sono malato.  Son tornato per ci.  Ho  la  febbre.  Datemi  del
    chinino e ripartir subito.
    Hai  fatto  bene.  Ma  giacch  sei qui,  riposati: ripartirai domani
    mattina. S,  ti dar il chinino;  ne ho comprato giusto una boccetta;
    anche Maria ha avuto la febbre.
    Anche lei! disse Pietro, come fra s.
    Sollev gli occhi,  si guard attorno. Nulla era mutato intorno a lui:
    le figure erano  sempre  le  stesse,  zia  Luisa  filava,  zio  Nicola
    stringeva   il  bastone  fra  le  gambe,   Maria  volgeva  le  spalle,
    riordinando alcuni bicchieri in un vassoio deposto sopra il forno.
    Ma egli aveva l'impressione di trovarsi in un mondo nuovo, in un luogo
    triste e quasi lugubre: gli pareva di esser  morto;  s,  qualcuno  lo
    aveva percosso con una pietra, sul cranio, e l'aveva ucciso; il Pietro
    che ora respirava in lui era un altro, e riviveva in un luogo di morte
    e di dolore.
    S, tu sembri un cadavere ripet zia Luisa. Prendi subito un po' di
    chinino. Avrai fame, anche.
    Vi dico che ho la febbre: non ho fame.
    Febbre  d'amore  disse zio Nicola,  battendo sul pomo del bastone la
    tabacchiera di corno turata con un tappo di sughero intagliato.
    Vi dico che ho la febbre ripet Pietro, irritato.
    Eh, diavolo, mi pare che hai anche il delirio, bello mio! Non gridare
    cos!  Se hai la febbre,  coricati disse il padrone.  Ma  almeno  un
    bicchiere lo bevi,  eh? Da' qui da bere, Maria. Voltati dunque; oh che
    vedi ancora la figura di Francesco Rosana dentro quel bicchiere?
    Maria si scost,  ma non si volse: allora Pietro vide i  bicchieri  in
    uno  dei  quali  doveva appunto aver bevuto Francesco.  E respinse con
    ribrezzo quello che Maria venne lentamente a porgergli.
    Ah,  il cuore gli si infrangeva: avrebbe dato tutto il resto della sua
    vita per trovarsi solo con Maria e domandarle la spiegazione di quello
    che a lui pareva un abominevole mistero.
    Ma ella porse il bicchiere a zio Nicola, poi si allontan ancora, fece
    lentamente il giro della cucina, usc e non rientr pi.
    "Ha paura di me" pens il servo.  "Perch,  perch ha paura? Che posso
    farle io?  Non ho giurato di non farle mai del male?  Ella   vile;  
    vile,  vile;  ma  io  l'amo  pi  di me stesso e se ella mi domandasse
    perdono..."
    Non sapeva perch, pensando a lei diventava debole come un bambino; ma
    d'improvviso sent nuovamente come un lontano galoppo di cavalli,  una
    fiamma  gli  bruci  il  viso,  una  nube rossa gli pass davanti agli
    occhi.
    Uccidere, uccidere! Bisognava uccidere qualcuno, bisognava bere un po'
    di sangue umano per estinguere la sete terribile che gli  bruciava  la
    gola.
    "Stanotte strangolo zio Nicola, questo cinghiale rosso e sciocco..."
    Ma dopo che zia Luisa si fu ritirata,  il padrone sollev il bastone e
    lo batt lievemente sulle spalle del servo.
    Pietro trasal; parve svegliarsi da un sogno.
    Che c'?
    Buone notizie disse  zio  Nicola,  con  voce  ironica.  Ora  te  le
    racconto.
    Spieg un gran fazzoletto turchino, lo scosse sul fuoco, poi si soffi
    rumorosamente il naso.
    S,  buone  notizie,  almeno si dice cos.  - Prendi tabacco,  Pietro
    Benu? No?  Allora,  buona notte!  S,  anch'io ho cominciato a prender
    tabacco: invecchio.  E lasciamo andare!  Dunque mia figlia Maria sposa
    Francesco Rosana.
    Pietro ascoltava e taceva.  Le ultime parole del padrone lo  colpirono
    come bastonate. Ah, ebbene, s, fino a quel momento egli aveva sperato
    d'ingannarsi!
    Come  si  fa? prosegu zio Nicola.  Si poteva aspettare ancora,  si
    poteva sposare un bel giovine;  ma alle  donne,  oramai,  credi  pure,
    piacciono gli uomini brutti.  Tu sei un bel giovine,  per esempio;  ma
    credi tu che piacerai alle donne?  Passati quei tempi,  bello mio!  Il
    cuculo non canta pi...  S,  bello mio,  zia Luisa lo vuole, Maria lo
    vuole, tutto il mondo lo vuole...
    Chi?
    Chi?  Sei sordo?  Non ho nominato Francesco  Rosana?  Giovine  ricco,
    spaccone,  consigliere  comunale.  E' vero che Maria poteva sposare un
    borghese,  un medico,  un avvocato;  ma gli avvocati,  dice zia Luisa,
    sono spiantati.  Dunque, sai tu chi ha fatto la domanda di matrimonio?
    Indovina un po'.
    Pietro sollev il capo, fece il suo solito gesto sprezzante.
    Il sindaco,  bello mio;  il sindaco in pelle  ed  ossa  annunzi  il
    padrone:  e  voleva  essere ironico,  ma non riusciva a nascondere una
    certa  soddisfazione  vanitosa.  Benissimo  prosegu,  levandosi  la
    berretta  e  rimettendosela  un  po'  di sbieco sul testone arruffato.
    Faremo come vorrete voi. Soldi ci sono, in casa Rosana!  E Maria pare
    fatta apposta per contar denari.
    Dicono per... cominci Pietro;  ma ripet il suo gesto sprezzante e
    s'interruppe.
    Dicono? Che cosa dicono? Rispondi, eh! Dicono?...
    Dicono che Maria non  innamorata di Francesco...
    Innamorata? Peuh, chi lo sa?  Le donne,  ti ripeto,  non s'innamorano
    pi. Per nessuno la costringe. Lei lo vuole, lei se lo piglia. Io non
    ho neppure tentato d'esprimere la mia opinione.
    "+ finita!" pens Pietro.
    L'accento  sincero  e le confidenze del padrone gli mostravano le cose
    nella loro brutta realt.  Maria lo aveva tradito  volontariamente:  e
    chi sa da quanto tempo ella covava il tradimento!
    S,  ella  lo  aveva  tradito baciandolo,  come Giuda aveva tradito il
    Signore.
    Tutto era finito.

    Rimasto solo,  Pietro si abbandon tutto alla sua rabbia  e  alla  sua
    disperazione.  Usc  nel cortile e s'avvicin alla scaletta;  s'aggir
    qua e l, spiando il modo di poter arrivare fino alla camera di Maria.
    Impossibile; tutto era chiuso,  tutto era silenzio.  Sopra il muro del
    cortile una stella verdognola,  luminosa come una piccola luna,  forse
    la stessa che aveva accompagnato col suo  raggio  la  corsa  pazza  di
    Pietro attraverso la vallata di Marreri,  scintillava e pareva ridesse
    di lui e delle sue smanie.
    Egli rientr  nella  cucina  e  si  butt  per  terra.  I  ricordi  lo
    stringevano,   lo  soffocavano.  L,  proprio  l,  accanto  al  sacro
    focolare,  davanti al fuoco che  pareva  cosa  viva,  Maria  lo  aveva
    baciato,  aveva  promesso,  aveva  spasimato...  Come ogni cosa poteva
    svanire?
    Chiudendo gli occhi,  egli credeva di sentire ancora la voce  sommessa
    di lei: la cara mano si posava ancora sulla sua...  Tutto il resto era
    un sogno crudele. Ma d'un tratto la voce mutava; diventava quella d'un
    uomo,  una voce alquanto nasale che pronunziava parole ricercate;  s,
    il rivale era l, seduto davanti al fuoco; un sogghigno di scherno gli
    sollevava il labbro superiore, l'ombra del suo profilo aquilino vagava
    sulla parete come il profilo d'un uccello di rapina.
    Maligne  visioni apparivano: ecco,  zia Luisa rideva di gioia;  il suo
    insolito riso aveva qualcosa di lugubre,  quasi d'osceno;  il suo fuso
    cigolava,  emetteva  uno  stridio  misterioso come di porta che s'apra
    lentamente sui cardini  arrugginiti:  zio  Nicola  raccontava  le  sue
    antiche  avventure  amorose,  con particolari licenziosi,  e Pietro si
    sentiva ardere di desiderio.  Ma d'improvviso tutto taceva: le  figure
    dei  padroni  sparivano,  il fuoco si spegneva a poco a poco.  E nella
    penombra rossastra si  delineava  un  gruppo:  un  uomo  e  una  donna
    avvinti, con le labbra unite.
    Erano "loro": Maria e Francesco.
    Pietro  balz  coi  pugni stretti,  si slanci attraverso il focolare,
    verso l'insopportabile apparizione.
    Ma dal pavimento alla parete sprazzata dal chiarore  rosso  del  fuoco
    semispento  si  mosse solo,  gigantesca e deforme,  un'ombra che parve
    battere e spezzarsi la testa contro il tetto.
    Pietro torn a sedersi per terra e si port le mani  alla  testa:  s,
    gli  pareva  davvero d'aversela fracassata.  Di nuovo sent il galoppo
    lontano di molti cavalli, un rumore di pietre cadenti su pietre;  e il
    sangue gli vel ancora gli occhi.
    Un lieve rumore nel cortile lo richiam in s.
    "E'  lei?  Oh,  se venisse,  se mi dicesse:  tutto un sogno,  Pietro:
    eccomi, son tua ancora..."
    Ella non venne,  ma bast questo momento di speranza per intenerire il
    cuore del disgraziato.  Perch disperarsi cos presto?  Dopo tutto, il
    matrimonio non era celebrato ancora!  Eppoi,  fosse anche tutto finito
    con Maria, non esistevano altre donne nel mondo?
    "Potr dimenticare; son giovine, son forte..."
    Ricord  Sabina,  ripens a tante altre fanciulle povere che avrebbero
    potuto amarlo perdutamente. Perch impazzire per una che lo tradiva?
    Ma al pensiero del tradimento di Maria il dolore riafferr l'anima del
    tradito: e Maria  era  l'amata,  era  l'unica;  era  l'aria  che  egli
    respirava, il sangue che lo animava, il dolore che lo urgeva. Senza di
    lei nulla esisteva, tutto era tenebre.
    Le  ore  passarono.  Egli  fece  anche  un  severo esame di coscienza,
    domandandosi se aveva  commesso  qualche  colpa,  qualche  errore  che
    giustificasse  il  tradimento  di Maria.  Nulla.  Egli non aveva fatto
    altro che amarla.
    E neppure nei momenti di rabbia pot indovinare la  vera  ragione  del
    repentino  mutamento  di  lei.  Egli  l'aveva collocata tanto in alto,
    tanto in alto, come una stella; non ne vedeva quindi che lo splendore.
    "Ella mi lascia perch non mi ama pi" pens.  "Mi lascia perch tutti
    davanti a lei hanno lodato Francesco Rosana,  ed ella ha cominciato ad
    amarlo... Francesco  brutto" pens poi, "ma  istruito,  astuto,  sa
    parlare come un avvocato. Chi sa quali arti seduttrici, quali malie di
    sguardi e di parole avr egli adoperato per rubarmi il cuore di Maria.
    Ah,  quella festa di Gonare,  mai non fosse arrivata!  Maria  donna e
    debole: me l'hanno rubata, me l'hanno ammaliata; mi hanno assassinato.
    Che siano tutti maledetti! Guai, guai a loro! guai a Francesco Rosana,
    falco maledetto, assassino, guai..."
    Mille progetti di vendetta gli attraversarono la mente.
    "Lo ammazzer qui, qui,  davanti a questo sacro focolare" disse a voce
    alta,  stendendo la mano verso il fuoco.  "Qui,  qui,  il giorno delle
    nozze,  prima che ella diventi sua!  Sangue e lagrime:  di  questo  ho
    bisogno."
    Di  nuovo  un  rombo  di  rovina gli risuon entro le orecchie,  e una
    nuvola di sangue gli pass davanti agli occhi: poi tutto tacque, tutto
    sparve.  Il ricordo dei giorni oramai spariti per sempre gli  raddolc
    il cuore. Ed egli scoppi in pianto.
    Dopo  la  morte  di sua madre non aveva pi pianto: e queste furono le
    ultime lagrime della sua vita.


    NOTE.

    NOTA 1: Coperti di zucchero.
    NOTA 2: L'"entrata", permesso di visitare la fidanzata.
    NOTA 3: Saluto scherzoso.











    Capitolo tredicesimo.

    L'indomani mattina egli attese invano  Maria.  Scese  zia  Luisa,  gli
    diede un po' di chinino e lo incit alla partenza.
    anche Maria ha avuto la febbre, stanotte. Non ha riposato un momento.
    Febbre d'amore. disse Pietro,  accingendosi alla partenza. Spero mi
    farete ritornare per le nozze.
    Va l, per le nozze faremo il pane col grano che tu semini!
    Allora io sar morto disse Pietro, avviandosi.
    Curati; hai davvero una brutta cera,  figlio caro rispose zia Luisa,
    senza  che  il  suo  viso  scialbo esprimesse la minima espressione di
    affetto per il servo sofferente.  Curati,  hai capito?  Per  lavorare
    occorre della gente sana.
    Per  via  Pietro  fu  ripreso  dalle  sue  smanie.   Dunque  Maria  si
    nascondeva: era decisa a non accordargli pi un colloquio. Come fare?
    "Ritorner,  qualche altra volta;  ma ella star in  guardia.  Ah,  se
    sapessi scrivere!  Che lettera le manderei, scritta col mio sangue!...
    Come far dunque?" pensava, disperato. "Come far, come vivr?"
    Gli venne in mente di nascondersi in qualche  casa  vicina,  e  di  l
    mandare a chiamar Maria.
    "Ma come scusarmi coi vicini?  Eppoi ella star in guardia, non verr,
    e si offender del mio procedere."
    Ma poi ricordava le parole della padrona vecchia:  "Per  le  nozze  di
    Maria  faremo  il  pane  col  grano  che  tu semini",  e un barlume di
    speranza gli rischiarava la mente.
    "C' tempo, dunque. Aspettiamo."
    E cos ritorn al suo posto di lavoro,  e semin con amarezza il grano
    che "doveva servire per fare il pane delle nozze".
    Ah, avrebbe voluto avvelenare o gettare al vento la semente!
    I  giorni  passarono,   lenti,   eguali,   tristissimi.  Nei  violacei
    crepuscoli dell'altipiano la figura del servo tradito appariva  sempre
    pi  cupa,  dura  e  nera;  quando egli si fermava su qualche roccia e
    scrutava l'orizzonte con occhi  melanconici  e  selvaggi  sembrava  la
    statua dell'odio.
    Odiava tutti: zia Luisa, la grassa adoratrice del denaro, per la quale
    un uomo povero era un essere incompleto;  zio Nicola, che aveva saputo
    conquistare con la sua bellezza e la sua audacia una  donna  come  sua
    moglie;  Francesco, "l'avvoltoio", Maria, che s'era lasciata afferrare
    da questo uccello di rapina. Anche lei, s; lei pi di tutti, in certi
    momenti; ma anche durante questi impeti d'odio,  che gli ricordavano i
    suoi  primi  giorni d'amore quando aveva desiderato Maria con l'ardore
    selvaggio di un predone, la passione lo dominava, feroce.  Allora egli
    ritornava  l'uomo primitivo: tutto quanto v'era di generoso in lui,  e
    quell'istinto di bont quasi femminea che lo aveva ingentilito durante
    il periodo felice del suo amore,  tutto cadeva,  come al cessare della
    primavera cadono le ali delle farfalle. Resta solo il bruco, immondo e
    devastatore.
    Sogni  tormentosi  turbavano  il  suo  riposo:  le sue notti erano pi
    tristi dei suoi tristi giorni.
    Quasi sempre sognava un corteo di nozze che attraversava l'altipiano e
    calpestava il grano nascente: egli s'adirava,  prendeva  un  fucile  e
    colpiva lo sposo.  Una notte,  poi, sogn una lunga strada grigia, fra
    due siepi nere;  una via senza fine,  che attraversava tutto il mondo.
    Egli  la percorreva,  con un fascio di legna sulle spalle,  come usava
    portarlo da bambino,  quando per aiutare in  qualche  modo  sua  madre
    andava a raccogliere rami d'elce sulla montagna.
    Cammina,  cammina,  veniva la notte, la strada non terminava mai. Egli
    aveva fame,  sudava,  tremava di stanchezza;  la strada non finiva,  e
    d'altronde egli non sapeva dove era diretto.
    Laggi,  in fondo, dove il cielo scuro confinava con le siepi nere, si
    nascondeva un fantasma terribile come i fantasmi dei quali egli  aveva
    paura da bambino,  al cader della sera, quando scendeva col suo carico
    di legna dall'Orthobene.
    Dopo questi sogni da febbricitante si  sentiva  debole,  languido;  ma
    allora  gli  pareva  di  diventare  astuto,  la sua mente si affinava,
    progetti da delinquente esperto gli fermentavano nella mente.
    Appunto in uno di questi momenti di languore fisico,  dopo aver ucciso
    Francesco  Rosana  in  sogno,  egli  previde  ci che sarebbe accaduto
    "dopo".
    "Mi arresteranno, mi condanneranno;  passer la vita in reclusione.  A
    che  servir la vendetta?  Sar peggiore della sventura.  No,  bisogna
    essere astuti; astuti come le donne.  Vedi" diceva a se stesso,  "vedi
    come  stata furba e maligna Maria?  Mi ha tradito,  ha tessuto la sua
    tela senza farmi sospettare di  niente.  Io  non  riuscir  neppure  a
    chiederle: 'perch hai fatto cos?'. Eppure mangio il suo pane e dormo
    sotto  il  suo  tetto.  Mi  ha  tradito senza che io me ne accorgessi.
    Bisogna che anch'io diventi maligno, calcolatore, astuto..."
    E diventava maligno, calcolatore,  astuto;  e il suo dolore aumentava,
    cresceva nella solitudine,  liberamente, come era gi cresciuto il suo
    amore: come una pianta selvatica...
    Una notte egli ritorn in paese: questa volta per non lo spingeva  un
    impulso  cieco,  ma  un  desiderio  angoscioso  di  riveder Maria,  di
    muoversi, di combattere contro il destino.
    Leg il cane e part;  arriv in paese verso le nove.  Il portone  dei
    Noina era chiuso.  Egli picchi, con la speranza che aprisse Maria; un
    barlume infatti illumin la facciata della casa,  al di sopra del muro
    del cortile, ma subito si spense: nessuno venne ad aprire.
    Senza  dubbio  Maria,  uscita  nel  cortile,  indovinando  chi era che
    picchiava, si era ritirata senza aprire.
    Un impeto di rabbia assal Pietro: gli venne il desiderio di abbattere
    il portone a colpi di pietra; ma poi pens:
    "A che serve? Uno scandalo inutile. Bisogna essere astuti. Vedi come 
    astuta, lei? Ah, come  astuta!".
    Allora s'avvi verso la casetta delle zie,  evitando i  radi  passanti
    per  non  essere riconosciuto.  Anche la casetta delle sue parenti era
    circondata da un cortile aperto;  le  due  vecchie  vegliavano  ancora
    nella cucina appena illuminata da un fuocherello di sarmenti.
    Pietro  conosceva  la  casa  a  menadito:  sal cautamente la scaletta
    esterna ed entr nella cameretta da letto che dava  sul  ballatoio  di
    legno.  Al  buio  trov  l'arca  di  legno  nero,  ove  le due vecchie
    riponevano i loro stracci. Egli l'apr e cerc la pistola del bandito.
    Zia Tonia conservava quest'arma  come  una  reliquia;.  Pietro  gliela
    port via senza scrupolo. Fu il suo primo passo.
    Ma,  non seppe perch,  quando si trov nella valle,  lungo i sentieri
    selvaggi appena rischiarati dal fantastico chiarore della luna che  or
    s  or  no appariva fra grandi nubi livide,  egli ricord vagamente il
    sogno della via grigia senza fine, animata da fantasmi.
    "Dove andr, dove finir?" si chiese istintivamente.
    La strana notte autunnale, in quella valle nuda e desolata,  rinnovava
    la  misteriosa  suggestione  del sogno.  Pietro palpava la pistola e a
    momenti, fermandosi dietro qualche macchia, aveva l'impressione che il
    suo rivale gli  passasse  davanti,  nel  chiarore  vago  del  sentiero
    silenzioso: egli sollevava l'arma e sparava.  Un grido interrompeva il
    silenzio pauroso della valle; poi di nuovo tutto taceva.
    Egli sentiva il cuore battere violentemente: gli sembrava di aver  gi
    commesso  il delitto.  Ma poi si scuoteva,  si svegliava dal suo sogno
    malvagio e riprendeva la via.
    "Che accadr di me? Dove andr? Dove finir?"
    E camminava,  camminava,  sotto quel  cielo  misterioso  e  macchiato:
    camminava  su  pei  sentieri selvaggi,  ora bui,  ora illuminati da un
    chiarore azzurrognolo di luna fuggente.  Anche nella sua anima regnava
    una  luce vaga,  che talvolta si estingueva completamente: e davanti a
    lui si stendeva, interminabile e misteriosa come nel sogno, la via del
    male.
    L'indomani,  dopo aver esaminata l'arma ancora servibile,  la  nascose
    fra due pietre concave,  in una macchia folta e inesplorata. E riprese
    il lavoro.  Gli pareva di essere un altro,  di essersi svegliato da un
    lungo sogno.
    "Come  ero  stupido!"  pensava.  "Avrei  potuto  esser felice e non ho
    voluto.  Ah,  il giorno in cui ella venne nella  vigna!  Avrei  potuto
    diventare  il  suo  amante,  costringere  i  suoi  parenti a lasciarci
    sposare, e invece... invece sono stato stupido come un fanciullo... Ma
    guai,  guai!  Io ero simile al cane che dorme: voi mi avete  svegliato
    con una sassata...  Ah,  tu non hai voluto aprire la tua porta,  Maria
    Noina:  giusto,  tu sei la padrona,  io sono il servo.  Ma bada a te,
    donna:  tu  ti sei presa gioco di me,  ti sei divertita;  hai voluto i
    miei baci,  ed ora mi chiudi la porta.  Furba  sei  stata,  ma  adesso
    m'insegni... Sar astuto anch'io...
    Ma mentre pensava cos sperava ancora. Ah, se avesse saputo scrivere!
    "Ritorner" pensava. "Verr l'inverno, dormir ancora sotto quel tetto
    fatale.  Riuscir  a  parlarle,  le  dir  tutto  ci  che  mi rode il
    cuore..."
    Intanto lavorava. Era una giornata triste, livida e fredda. Verso sera
    soffi il vento di tramontana, ed egli volle accendere il fuoco. Ma si
    accorse di aver smarrito l'acciarino,  probabilmente  durante  la  sua
    gita  a  Nuoro,  e si avvi verso una capanna di contadini nuoresi che
    lavoravano un terreno attiguo al terreno seminato da lui.
    Voleva domandare in prestito un acciarino  o  farsi  dare  un  tizzone
    ardente.
    La  notte  era  fredda  e  buia;  gi dai monti di Orune la tramontana
    gelata soffiava con impeto pazzo.  Pietro trov  i  contadini  riuniti
    intorno  ad  una  fiammata di ginepro,  al cui profumo si mischiava un
    odore di grasso bruciato.
    Il fumo riempiva la capanna,  scossa da un vento  furioso  che  pareva
    volesse portarla via: i contadini,  seduti accanto al fuoco,  facevano
    arrostire due intere cosce di pecora infilate in lunghi  schidioni  di
    legno.
    Vedendo Pietro si confusero alquanto,  ma poi risero e lo invitarono a
    cena.
    Che odore di carne rubata egli disse, prendendo un tizzone.
    E stava per andarsene, ma i contadini dissero:
    Se non accetti il nostro invito crederemo che  vuoi  farci  la  spia.
    Resta: la carne rubata fa ingrassare.  Eh, che, non abbiamo il diritto
    di mangiar bene anche  noi,  qualche  volta?  Solo  i  padroni  devono
    mangiar bene?.
    Pietro rimase. I contadini dissero d'aver rubato la pecora da un ovile
    poco distante. Ma uno esclam:
    No,    venuta  fin  qui;  pareva dicesse: "prendetemi e mangiatemi".
    Mangia,  Pietro Benu;  hai un viso  d'affamato.  Perch  diventi  cos
    magro? Non ti danno da mangiare i tuoi padroni?.
    Poi parlarono di Maria.
    Ah,  se l'avessi qui diceva uno, strappando coi denti da lupo lunghi
    brani di carne dalla porzione che teneva fra le mani. Se l'avessi qui
    me la mangerei come questo pezzo di carne.  Io non ho mai  veduto  una
    donna pi bella! Ah, Pietro, se fossi al tuo posto!
    Pietro fremeva, ma taceva. Ah, egli era stato cos stupido, invece!
    Anche dopo il pasto pantagruelico egli rimase nella capanna: si sdrai
    vicino  all'apertura  otturata  con  rami  e  con  pietre,  e fin con
    l'addormentarsi.  Ogni tanto si  svegliava,  sembrandogli  di  sentire
    Malafede ad abbaiare; tendeva l'orecchio, pensava:
    "Qualcuno  pu rubare i miei buoi.  Ebbene,  che li rubi pure: qui c'
    caldo,  non mi muovo.  Dopo tutto i buoi sono dei  padroni  maledetti.
    Vadano tutti al diavolo".
    E si riaddormentava.
    Ma  verso  l'alba  si  svegli  di  soprassalto.  Questa volta s'udiva
    davvero,  attraverso il vento,  il caratteristico  urlo  di  Malafede:
    pareva una voce umana,  rauca e lamentosa,  e "Marianedda", la piccola
    cagna dei contadini,  simile ad  una  volpicina,  tremava  e  abbaiava
    furiosamente.
    Che c'? grid Pietro inquieto.
    Strapp  i  rami  dall'apertura  della  capanna  e  impallid: quattro
    carabinieri,  rigidi e bruni nel  primo  chiarore  cinereo  dell'alba,
    salivano l'erta.
    Egli  balz  fuori,  ma  ancor  prima che si rendesse conto esatto del
    pericolo a cui voleva sfuggire, si trov preso.
    Anche gli altri contadini furono subito arrestati;  la carne  cruda  e
    cotta, avanzo della malaugurata cena, venne sequestrata, avvolta nella
    pelle della pecora rubata, e messa sulle spalle ad uno dei colpevoli.
    Pietro  urlava,  si  morsicava le mani.  Invano egli e i suoi compagni
    protestavano la sua innocenza.
    Cammina, intanto gli disse uno dei carabinieri, urtandolo col calcio
    del fucile. Se sei innocente si vedr.
    Egli dovette avviarsi: gli pareva di fare un brutto sogno. Rifaceva la
    strada tante volte percorsa cos dolorosamente,  e imprecava  come  un
    dannato.
    "Sono  dunque  maledetto?" si domandava.  "Chi mi ha scomunicato?  Che
    diranno i miei padroni quando sapranno?  E lei?  Mi creder davvero un
    ladro?"
    Pi gi incontrarono il padrone della pecora, il quale aveva avvertito
    i carabinieri.
    Bobre grid Pietro,  minacciando e supplicando, io sono innocente!
    Fammi rilasciare o te ne pentirai! Io non ti ho mai offeso, Bobre, te
    lo giuro, come  vero Dio. Lasciami libero: io sono un uomo perduto.
    Pietro disse il pastore,  io ti credo,  ma non ho colpa se ti hanno
    arrestato.  Io  sono  un  povero diavolo:  la terza pecora che questi
    demoni qui mi hanno rubato; ora non ne potevo pi.
    I contadini dissero:
    L'abbiamo trovata  morta,  vicino  alla  siepe...  Morta  di  mal  di
    Dio....
    Che il diavolo vi impicchi; questo si vedr.
    Io sono innocente gridava Pietro.
    Cammina, intanto ripeteva il carabiniere, spingendolo col calcio del
    fucile.
    Bobre supplic Pietro, va almeno dai miei padroni; va, per l'anima
    di tua madre, e racconta come sono andate le cose...
    Per fortuna giunsero presto a Nuoro, e quasi nessuno li vide.
    Interrogati dal giudice, i contadini dissero che Pietro era innocente;
    tuttavia  egli  attese  invano,  per  tutto  il  giorno,  l'ora  della
    liberazione.
    Zio Nicola, avvertito, si mise in moto: and dal giudice,  consult un
    avvocato.
    Che  volete  rispose l'uomo della legge,  i cavilli della Giustizia
    sono intricati come i capelli di Medusa...
    "Va al diavolo,  con le tue parole difficili" disse zio Nicola fra s;
    e continu a darsi attorno.
    Ma verso sera Pietro fu dalla camera di sicurezza condotto in carcere.
    Vi rimase tre mesi.

    Pietro sapeva benissimo che un accusato, anche se gli indizi del reato
    son vaghi, soffre spesso una lunga prigionia preventiva: ma non poteva
    rassegnarsi;  l'ingiustizia  gli  pareva  enorme.  Di giorno in giorno
    cresceva nel suo cuore un tumulto di ribellione e di cattivi  istinti.
    V'erano  giorni  in  cui egli credeva di impazzire.  Che faceva Maria?
    L'idea che ella forse si  sarebbe  sposata  mentre  egli  languiva  in
    carcere, inacerbiva la sua pena e la sua ira.
    Da  casa  Noina gli mandavano qualche volta un po' di cibo e bottiglie
    di vino: zio Nicola spinse la sua  benevolenza  fino  ad  ottenere  un
    colloquio  col  carcerato,  e  lo  confort  e  gli raccont storielle
    allegre. Egli aveva dovuto far surrogare il servo, ma disse a Pietro:
    L'anno venturo ti riprender al mio servizio.
    Pietro non rispose, cupo e triste; pensava a Maria, alle nozze che zio
    Nicola diceva prossime,  e la sola idea di  dover  rientrare  in  casa
    Noina e assistere alla felicit degli sposi lo rendeva folle.
    Qualche  giorno  dopo  fu introdotto nella camerata di Pietro un nuovo
    prigioniero,  non nuorese.  Era un giovine svelto,  sbarbato,  con una
    fisionomia  da  ragazzo  maligno  e  intelligente.  Si chiamava Zuanne
    Antine.  Appena entrato nella camerata salut i compagni di  sventura,
    stringendo  loro  la  mano,  chiedendo  il  loro  nome ed informandosi
    minutamente dei loro affari.
    Pareva volesse scegliersi un compagno, un amico, e Pietro fu quello.
    Dimmi gli chiese l'Antine, hai tu rubato davvero?
    No rispose Pietro.
    Hai fatto male! Se tu avessi rubato,  ora non avresti sofferto.  Cos
    avresti avuto l'utile e il conforto.
    Pietro sorrise.
    Chi non ruba non  uomo! rispose l'altro. Dimmi una cosa. C' o non
    c' Dio? se c', ed  giusto, egli deve aver fatto il mondo perch gli
    uomini se lo godano. Quindi tutta la roba che c' nel mondo appartiene
    a tutti gli uomini: basta sapersela prendere, la roba...
    Ma vedi osserv Pietro, poi ci mettono in prigione.
    Bisogna  essere  astuti,  perci disse l'Antine;  bisogna sapersela
    prendere, la roba!
    Ma anche tu ti sei lasciato prendere  rispose  Pietro,  al  quale  i
    discorsi del compagno, met seri met scherzosi, riuscivano ripugnanti
    e divertenti nello stesso tempo.
    L'Antine socchiuse gli occhi maligni.
    Che  ne sai tu disse,  che io non mi sia lasciato prendere apposta?
    Io uscir dal carcere pi bianco d'una colomba.  Io sono innocente del
    reato del quale ora mi accusano,  e prover la mia innocenza; un'altra
    volta potr essere davvero colpevole,  ma potr dire al  giudice:  "Io
    sono perseguitato, io sono odiato e calunniato: sono innocente come lo
    ero l'altra volta e confido nella giustizia imparziale".  E il giudice
    mi creder, in fede mia, mi creder.
    Ma io potr deporre contro di te,  e ripetere quanto tu ora mi dici!
    esclam Pietro.
    L'altro  lo  fiss  e  sorrise;  i suoi bellissimi denti scintillavano
    nella penombra della camerata, come denti di lupo in agguato.
    Tu sarai mio amico e non mi tradirai! disse  l'Antine.  Gli  uomini
    sono  tutti  fratelli  e  devono  aiutarsi  a vicenda,  non tradirsi e
    offendersi.
    Pietro non rilev le contraddizioni delle selvagge teorie dell'Antine.
    D'altronde pareva che il giovine carcerato scherzasse;  e poi egli era
    cos simpatico ed insinuante,  col suo visino da bimbo malizioso,  coi
    suoi occhi furbi,  con la sua voce  sonora,  che  tutti  l'ascoltavano
    volentieri, quasi lasciandosi suggestionare da lui.
    Poco  dopo il suo arrivo egli incominci a raccontare storie terribili
    di banditi,  colorandole poeticamente;  gli  altri  carcerati  gli  si
    raccolsero intorno, silenziosi e attenti.
    E  Pietro sentiva il suo cuore palpitare,  acceso da un ardore feroce.
    Cos gli uomini primitivi dovevano infiammarsi ascoltando  i  racconti
    di guerra, le gesta epiche, le narrazioni favolose dei padri selvaggi.
    L'Antine si vantava di conoscere tutti i latitanti del Nuorese (allora
    infestato dai banditi),  e fece vedere,  estraendola dalla suola della
    scarpa, una lettera del famoso Corbeddu,  che gli dava un appuntamento
    su una cima dei monti d'Oliena.
    Gli  altri  carcerati  provarono  un  senso d'invidia,  e cominciarono
    anch'essi a vantarsi d'avere relazioni coi banditi.
    La lettera del Corbeddu pass di mano in  mano;  qualcuno  non  sapeva
    leggere,  tuttavia  esaminava  attentamente il foglio del bandito e lo
    toccava con rispetto.  Anche Pietro guard  lungamente  la  lettera  e
    sospir.
    Questo  un uomo! disse battendo due dita sul foglio.
    E  parve volesse aggiungere qualche cosa,  ma improvvisamente tacque e
    si fece cupo.
    "Ah" pens,  "quest'uomo,  questo Corbeddu,  non si sarebbe certamente
    lasciato  offendere  come mi sono lasciato offendere io!  Egli avrebbe
    spazzato ogni ostacolo,  come il vento spazza la paglia.  Mentre io...
    io sono vile!"
    Ecco  disse,  restituendo la lettera,  bisogna che anch'io impari a
    leggere e a scrivere,  perch se diventer  bandito  avr  bisogno  di
    scrivere qualche lettera!...
    Egli scherzava: ma l'Antine torn a fissarlo stranamente.
    Se  vuoi  gli  disse,  poich  qui ci avanza tempo,  ti insegner a
    scrivere e a leggere!
    Pietro accett con entusiasmo,  e la nuova occupazione,  a cui egli si
    dedic  con  intensit  profonda,  gli  rese  meno  lunghe le ore,  lo
    assorb, lo confort.
    Un vecchio guardiano,  al quale l'Antine  dava  qualche  bicchiere  di
    vino,  forn ai carcerati l'occorrente per scrivere, e un sillabario e
    qualche numero di giornale.  In pochi  giorni  Pietro  fece  progressi
    meravigliosi.
    Alla  vigilia  della  sua  liberazione  egli  pot  leggere  e  capire
    un'intera colonna di giornale e scrivere  il  suo  nome  e  quello  di
    Maria.
    E  ne  prov una gioia velenosa;  gli parve d'aver acquistato un'arma,
    buona per difesa e per offesa!
    I giorni intanto passavano monotoni ed incerti;  Pietro perdeva  quasi
    la  nozione  del  tempo;  a  momenti gli pareva d'essere in carcere da
    pochi giorni, a momenti gli pareva di essere recluso da anni ed anni.
    Di notte, nel silenzio lugubre del carcere,  rotto soltanto dalla voce
    sonora  del  vento  e  dai gridi acuti delle sentinelle,  ricordava le
    notti passate accanto al fuoco, nella calda cucina dei padroni.  E nel
    sonno rivedeva Maria, la baciava, spasimava d'amore.
    Signore!  Era dunque tutto passato, tutto finito davvero? Svegliandosi
    pensava a Francesco Rosana con un delirio d'odio: pronunziando il nome
    del rivale digrignava i denti.  Accusava Francesco persino  della  sua
    presente  disgrazia,  pensando  che  se  non fosse tornato una notte a
    Nuoro  per  rubare  la  pistola  della  zia,   non  avrebbe   smarrito
    l'acciarino  e non sarebbe andato poi in cerca di fuoco dai contadini,
    coi quali l'avevano arrestato.
    Una rabbia cupa e concentrata,  un rancore  profondo,  un  istinto  di
    ribellione contro il mondo e contro la sorte gli fermentavano in fondo
    all'anima. E sul terreno vergine di quest'anima sconvolta, le perverse
    teorie del compagno di carcere cadevano come semi di erbe velenose,  e
    germogliavano subito.
    Gli uomini, siamo tutti uguali! diceva l'Antine,  talvolta scherzoso
    e talvolta serio, siamo tutti eguali come i figli d'uno stesso padre.
    Dio    il  padre di tutti,  e quando fece il mondo disse agli uomini:
    "Ecco,  figli miei,  io ho fatto  una  focaccia:  a  ciascuno  la  sua
    porzione: prendetevela,  figli miei" .  Gli uomini sono stati in parte
    astuti ed in parte stupidi,  perch gli uni si son presa una  porzione
    grossa,  gli altri sono rimasti senza. A questi ultimi, poi, quando si
    lamentano,  Dio dice: "Arrangiatevi,  figli miei;  ognuno per s e Dio
    per tutti! Peggio per chi non si arrangia!".
    Ma  osserv  allora  Pietro  non  basta  aver  della roba per esser
    felici.
    Chi te l'ha  detto?  esclam  l'altro  con  disprezzo.  Te  lo  sei
    immaginato tu,  idiota?  Io ti dico invece che chi ha roba ha tutto: 
    rispettato,  amato,  temuto.  Persino le donne,  che tante  volte  non
    capiscono  niente,  amano  e  preferiscono  gli  uomini che posseggono
    qualche cosa, anche se essi sono brutti, loschi, sciancati...
    E' vero! disse Pietro, poi domand:
    Perch tutto questo?.
    Perch siamo stupidi,  perch non vogliamo  capire  che  siamo  tutti
    eguali  e che il mondo appartiene a tutti.  Guarda,  per esempio,  gli
    uccelli dell'aria; essi sono tutti coperti all'istesso modo e prendono
    il cibo dove lo trovano e fanno il nido dove loro  piace.  Perch  gli
    uomini  non  dovrebbero  imitarli?  Perch gli uomini sono pi stupidi
    degli uccelli, ecco tutto!
    Ma infine c' chi  astuto,  come tu dici,  e c' chi  stupido.  Io,
    per esempio,  sono stupido;  mi lascio offendere senza reagire,  e non
    sono capace di prendere il bene dove lo trovo. Che colpa ne ho io?  Ah
    s!  disse  Pietro con rabbia,  pensando che se avesse voluto avrebbe
    potuto posseder Maria e goderne l'amore e la fortuna. S,  sono stato
    stupido sempre.
    Si pu diventare astuti, per.
    Come si fa?
    S'impara. Hai visto come s'impara a leggere ed a scrivere? Cos!
    E  a  volte  Pietro era tentato di rivelare all'Antine la sua passione
    disperata; ma non osava. In fondo conservava un barlume di speranza.
    Speranza e sogno che un ostacolo qualunque potesse sorgere ed impedire
    il matrimonio di Maria: Francesco poteva  ammalarsi  e  morire;  Maria
    poteva pentirsi,  ricordare, ritornare al passato. Ma intanto l'ordine
    di scarcerazione non arrivava mai! Perch tanta ingiustizia nel mondo?
    La notizia che Maria e Francesco  dovevano  sposarsi  presto  mise  il
    colmo  al  calice amaro che Pietro cercava invano di allontanare dalle
    sue labbra. Egli divent furente; scosse con violenza l'inferriata del
    carcere quasi volesse infrangerla, e gli parve di soffocare.
    Lo avessero almeno liberato!  Avrebbe  potuto  fare,  tentare  qualche
    cosa; avrebbe pregato, minacciato, ucciso...
    L'ultima  settimana  che  pass  in carcere fu un continuo martirio di
    rabbia. Fuori pioveva, pioveva sempre: dalla finestruola sbarrata egli
    non vedeva che una fetta di cielo livido, uniforme,  dove solo passava
    qualche corvo dal grido rauco.
    "Non  v'  Dio!  Non v' Dio!" pensava il carcerato.  "Se ci fosse non
    farebbe soffrire cos un innocente!"
    Un giorno,  per,  la giustizia riconobbe il suo errore,  ed  egli  fu
    rilasciato libero.
    Appena  anch'io  uscir  dal  carcere  verr  a  cercarti  gli disse
    l'Antine. Ti proporr un affare.  Sta allegro,  divertiti e ricordati
    di me.
    Quando Pietro rivide le note strade gli parve di destarsi da un brutto
    sogno, e prov la gioia del convalescente che  stato vicino a morire.
    Coi  nervi vibranti e il volto sbiancato dalla prigionia e dal dolore,
    egli s'avvicin a casa Noina. Maria non c'era; zia Luisa lo accolse un
    po' freddamente,  e gli annunzi  che  le  nozze  della  figlia  erano
    vicine.
    Rientrerai  al  nostro  servizio?  ella chiese.  Ho sentito dire da
    Francesco ch'egli ha bisogno di un servo.
    Pietro fremette. Servo di Francesco Rosana? Mai!
    Dov' Maria? domand.
    Non so;  credo sia andata alla novena...  Bevi  dunque,  Pietro:  sei
    bianco  come un agnello.  Bevi;  il vino ti ridoner un po' di colore.
    Verrai alle nozze?
    Egli bevette, ma il vino gli parve veleno.
    Usc e attese Maria girovagando attorno alla casa, ma ella non torn e
    l'ombra della sera cadde sulle cose e sull'anima di lui.
    "Ella doveva essere a casa,  e non mi ha neanche voluto vedere!" pens
    amaramente. "Tutto, tutto  finito davvero."
    Ricord  i  suoi  progetti  di vendetta,  l'idea di uccidere Francesco
    prima delle nozze: e pens che  avrebbe  potuto  farlo  quella  stessa
    sera, mettendosi in agguato dietro il portone dei Noina...
    Ecco,  gli  pareva  di  veder giungere il fidanzato,  felice e sicuro;
    bastava un po' di coraggio per gettarsi sopra di lui e strangolarlo. E
    poi ancora il carcere,  la reclusione,  il buio  eterno  in  questo  e
    nell'altro mondo. Ah, no!
    L'idea  di  ritornare  in carcere era cos spaventosa,  che vinceva la
    passione e l'odio  di  Pietro.  Egli  ricord  le  parole  di  Antine:
    "Bisogna  aspettare  l'occasione e profittarne!...".  "S" ripet a se
    stesso, "bisogna aspettare!..."
    E col cuore gonfio e l'anima avvolta d'ombra,  si allontan dalla casa
    fatale.




















    Capitolo quattordicesimo.

    Era la vigilia delle nozze di Maria.
    La facciata e le stanze della casetta erano state imbiancate e messe a
    nuovo.  Nella cucina le masserizie splendevano,  accuratamente pulite;
    le casseruole sembravano d'oro e i  coperchi  d'argento,  cos  almeno
    affermava zia Luisa.
    Anche la balaustra della scala e del ballatoio,  strofinata con cenere
    ed olio, luccicava al riflesso del tiepido sole di febbraio.
    Dopo le ultime piogge,  il tempo s'era raddolcito;  si sentiva gi  la
    primavera,  e  nel  cortile  e  nella  casetta gaia degli sposi l'aria
    pareva ancor pi tiepida, piena di carezze e di promesse.
    Nel focolare e sui fornelli le caffettiere  grillavano,  nelle  stanze
    superiori  della  casa  spandevasi  un  forte  profumo  di  dolci e di
    liquori;  sui tavolini,  sui letti,  sulle sedie,  su tutti  i  mobili
    stavano  grandi  vassoi  contenenti  torte dai vivi colori e "gatts",
    specie di piccole costruzioni moresche di mandorle e miele.
    Nel cortile e nelle stanze terrene era un continuo  viavai  di  gente;
    ogni momento il portone s'apriva per lasciar entrare donne in costume,
    attillate,  che recavano sul capo torte e "gatts" e soprattutto corbe
    (1) d'asfodelo ricolme di frumento,  dal cui oro polveroso  emergevano
    bottiglie di vino rosso e giallo turate con mazzolini di fiori.
    Questi presenti venivano mandati agli sposi dai parenti, dagli amici e
    dai servi dei Noina e dei Rosana.
    Sabina  prendeva  garbatamente i vassoi e le corbe,  e mentre un'altra
    parente dei Noina conduceva le  donne  in  una  stanza  dove  venivano
    serviti  dolci  e  liquori,  ella  entrava nella dispensa e vuotava il
    grano, riponeva le torte,  e nei recipienti da restituirsi ai donatori
    metteva  un  bel  pezzo di carne bovina,  un cuore di pasta dolce e di
    mandorle ed altri  pasticcini  in  forma  di  uccelli,  di  fiori,  di
    triangoli.
    Una  ragazza dai capelli rossi,  seduta davanti ad una tavola ingombra
    di pezzi di carne e di mazzolini di fiori, scriveva su una striscia di
    carta i nomi dei donatori.
    Sabina entrava, dettava, vuotava il frumento ed il vino:
    Zia Maria Rosana una torta di mandorle.
    Il signor Antonio Maria Zoncheddu un presente di grano.
    Donna Grazia Casula un presente di  grano  e  un  "gatt"...  presto,
    scrivi, svelta, Caderin; sembri una gatta morta.
    Caderinedda  scriveva con calma e non rispondeva: ma appena si trovava
    sola balzava di qua e di l,  rubacchiava quanti pi dolci poteva e se
    ne riempiva le tasche, il seno, le calze...
    Maria  in quei giorni aveva l'obbligo,  per lei intollerabile,  di non
    far niente: tutta vestita a nuovo,  con una  camicia  bianca  come  la
    neve,  un fazzoletto a fiorami, e un cordoncino nero intorno al collo,
    ella se ne stava seduta accanto  ad  un  braciere  colmo  di  brage  e
    chiacchierava con le parenti dello sposo.
    Le  donne che recavano i doni le stringevano la mano,  si curvavano su
    lei augurandole "tanti 'punti' di  buona  fortuna  quanti  chicchi  di
    grano le portavano", poi andavano a bere il caff.
    Maria  ringraziava  con  sussiego,  dicendo  fra  s che non tutti gli
    auguri  erano  sinceri;   zia  Luisa  invece  riceveva  le  donne  con
    affabilit aristocratica, costringendole a servirsi abbondantemente di
    dolci, caff e liquori.
    Maria  disapprovava  questo  "fare  splendido" della madre;  anzi a un
    certo momento attir zia Luisa nella camera attigua e le disse:
    Ma lasciate che prendano quel che vogliono e non vuotate  il  vassoio
    nel loro grembiale!.
    Lascia fare,  figlia disse zia Luisa, accomodandosi la benda intorno
    al capo. Questi son giorni rari nella vita: bisogna festeggiarli...
    Non aggiunse che giusto in quei giorni occorreva "mostrarsi splendidi"
    per far capire alla gente che la famiglia Noina era ricca; ma la sposa
    lo indovin e non insist.
    Maria chiam una graziosa fanciulla, cugina del fidanzato.
    Maria le and incontro e le strinse la  mano,  poi  l'accompagn  fino
    alla scala,  la segu con gli occhi e la vide fermarsi a chiacchierare
    con Sabina.
    Sei lieta, Sabina disse la fanciulla.
    Sicuro che son lieta l'altra rispose.
    Eh, domani verr anche Pietro Benu.
    Lascia che venga disse Sabina con finta indifferenza.
    Non ti fa piacere che venga?
    Venga o no, per me  la stessa cosa!
    Come sei furba, Sab! Come sai fingere bene...
    Sabina  sorrise,  poi  and  incontro  ad  un'altra  donna,  prese  la
    "crbula",  entr nella dispensa.  Un'ombra le oscur il viso.  Pietro
    sarebbe venuto? Perch? Che voleva?
    "Ah" pensava Sabina, "vorr ben vederlo!"
    Piet,  paura,  rancore  e  speranza  la  animavano.  Ella  non  osava
    confessare a se stessa che, dopo il fidanzamento di Maria, la speranza
    e la piet avevano di nuovo acceso in lei la fiamma di un amore pronto
    al perdono ed all'oblio.
    Per  un tacito accordo il nome di Pietro non era pi stato pronunziato
    fra lei e Maria;  e Sabina scusava la ricca cugina per  il  suo  breve
    errore, e perdonava perch sperava.
    Ora egli tornava.  Da mesi Sabina non l'aveva pi riveduto. La notizia
    della sua visita ai padroni,  nel giorno  delle  nozze  di  Maria,  la
    inquietava,  ma in fondo al cuore le ridestava una vaga speranza. Ella
    sarebbe stata l pronta a guardarlo  con  occhi  pietosi;  forse  egli
    sarebbe ritornato a lei.
    Con  questi  pensieri  per  la mente ella continu fino a tarda sera a
    raccogliere i  presenti;  le  toccava  anche  di  segnarli  perch  la
    ragazzetta,  sazia  e  imbottita  di  dolci,  aveva abbandonato il suo
    posto.
    Verso l'imbrunire giunse il fidanzato.  Sbarbato,  attillato,  con  le
    scarpette che scricchiolavano,  le brache bianchissime. Sembrava quasi
    bello: i suoi occhi splendevano di gioia e di desiderio.
    Ma la sposa era alquanto turbata e lo accolse quasi con freddezza.
    La notizia della visita di Pietro l'inquietava e la  rattristava.  Che
    voleva, che veniva a fare il disgraziato?
    Dopo  la sera della sua scarcerazione Pietro non era pi tornato.  Con
    sua grande meraviglia Maria aveva un giorno ricevuto,  per  mezzo  del
    bettoliere toscano,  una lettera, con la quale Pietro la supplicava di
    dargli un convegno.
    "Tutte le sere,  alle undici,  io  passer  davanti  al  tuo  portone;
    aprimi, se hai ancora un cuore di donna."
    Ella non aveva risposto, non aveva aperto: egli non s'era pi lasciato
    vedere.  Che  veniva  ora  a fare?  Che voleva?  Si era rassegnato,  o
    coltivava progetti di vendetta?
    "Forse"  pensava  Maria,   "forse   era   meglio   lasciarmi   vedere,
    convincerlo,  domandargli scusa...  D'altronde,  se egli avesse voluto
    vendicarsi avrebbe potuto farlo prima.  Forse  domani  neppure  verr:
    sar stato uno scherzo di Tatana a Sabina."
    Ma  intanto  aveva  paura  e  suo malgrado un pensiero poco pietoso le
    attraversava la mente:
    "Ah,  non potevano tenerlo dentro ancora un po'?  Come c'  stato  tre
    mesi poteva starci quattro. Non per desiderargli del male... ma per la
    pace  di  tutti...  Se  usciva di carcere dopo le mie nozze,  forse si
    sarebbe rassegnato pi facilmente".
    Ecco,  quattro mesi di lontananza avevano finito di smorzare il  fuoco
    indegno  che  le  aveva  acceso  disgraziatamente il cuore.  Non amava
    Francesco,  ma le pareva d'aver  dimenticato  Pietro:  il  suo  cuore,
    guarito dal terribile male dell'amore, sonnecchiava con dolcezza, come
    un convalescente.
    "No" diceva a se stessa,  "non devo aver paura. Pietro non  capace di
    fare del male. Io, meglio d'ogni altro, lo so."
    Mille piccole cure, d'altronde,  la occupavano e la distraevano.  Dopo
    lunghe discussioni,  ella e Francesco avevano deciso di restare presso
    la famiglia di lei: in tal modo la casa dello sposo, affittata, poteva
    rendere un centinaio di scudi,  e Maria,  restando presso  i  parenti,
    avrebbe goduto meglio la sua felicit. C'era l'utile e il dolce.
    Francesco fin con l'accettare.
    La  camera di Maria fu rimessa a nuovo,  tinta d'azzurro e di rosa: il
    letto nuziale  fatto  venire  da  Sassari,  le  sedie,  i  quadri,  lo
    specchio, formavano la meraviglia di tutto il vicinato.
    Per mesi e mesi non si parl d'altro.
    Del  resto la fama della camera e del corredo di Maria varc i confini
    del misero  vicinato;  dest  persino  l'invidia  e  le  critiche  dei
    borghesi,  tanto  pi che le cose venivano esagerate: si diceva che la
    sposa di Francesco Rosana avrebbe  indossato  il  costume  delle  dame
    paesane,  cio gonna di panno ricamata in oro,  e corsetto con bottoni
    d'oro; e che si sarebbe messa i guanti e su "junchillu" (2).
    Tutto ci era falso; ma queste dicerie lusingavano Maria.  Ella viveva
    di queste piccole vanit.
    La  mattina  delle  nozze ella si alz pi presto del solito e si lav
    tutta,  chiudendo forte la bocca per non  inghiottire  qualche  goccia
    d'acqua,  poich doveva comunicarsi durante la cerimonia nuziale;  poi
    si vest,  e calz un paio di stivaletti lucidi,  che le strinsero  un
    po' i piedi, ma glieli resero piccoli ed eleganti.
    E  per qualche momento stette a guardarseli con compiacenza infantile,
    poi chiam Sabina e sollev alquanto le sottane.
    Guarda come sono bellini i miei piedi le disse,  con la  sua  solita
    voce un po' ironica.
    Sabina  spalanc  la  finestra  e  si  volse  pensierosa a guardare la
    cugina.  La luce di una limpida giornata inond la vasta camera rosea;
    i  paesaggi  incrostati  di  madreperla,  dipinti  sulla  testiera del
    magnifico letto,  si  tinsero  d'un  riflesso  d'aurora.  Nel  cortile
    garrivano le rondini,  i galli cantavano ancora. Tutto annunziava pace
    e letizia.
    Nella camera attigua  zio  Nicola  sbadigliava  rumorosamente.  E  gi
    qualcuno picchiava al portone.
    Presto,  puliamo  la  camera disse Sabina,  gi rimettendo in ordine
    ogni cosa. E' una bellissima giornata. Buon augurio.
    Senti  come  scricchiolano  riprese  la  sposa,   intenta  ai   suoi
    stivaletti. Sembrano le scarpe di Francesco. Come sono stretti, per!
    La  gente  mormorer,  vedendomi calzata con stivalini lucidi!  Che ne
    pensi?
    Sabina sorrise, un po' sdegnosa.  Possibile che Maria non avesse altre
    preoccupazioni, quella mattina? Perch era cos leggera? Beata lei che
    poteva dimenticare, e vivere di piccolezze!
    Ma  no;  d'un  tratto  il  bel  viso calmo e sorridente della sposa si
    oscur,  i suoi occhi diventarono quasi tristi.  Sabina la guard e le
    chiese con ironia:
    Ti fanno male i piedi?.
    No, ma pensavo...
    A che pensavi?  Tira un po' la coperta,  cos: ecco il guanciale. Non
    s' visto mai un pi bel letto di sposi.
    Pensavo...  Francesco vuol  condurmi  al  suo  ovile,  in  primavera.
    Resteremo  l una quindicina di giorni.  Verrai tu a tener compagnia a
    mia madre?
    Vedremo.  Togliti di l che spruzzo  d'acqua  il  pavimento.  Presto,
    presto; levati di l. 'Sci, 'sci' (3)...
    Sabina  spazz e Maria pass nella camera attigua.  Zio Nicola intanto
    s'era alzato,  aveva indossato il costume delle feste,  e gi andava e
    veniva, attraverso il cortile e la cucina, strascicando il suo bastone
    e dando ordini e contrordini che non venivano eseguiti.  In cucina zia
    Luisa, pi impassibile e solenne del solito, chiacchierava con qualche
    donnicciuola del vicinato.
    Che meraviglia di presenti,  zia Luisa le  dicevano  queste  vicine,
    adulandola;  non s' mai visto una cosa simile. Ma che "trattamento",
    il vostro, anche! Siete veramente splendidi.
    Eh, queste occasioni capitano raramente nella vita. Eppoi,  quando la
    roba c', perch mostrarsi avari? Grazie a Dio la roba c'.
    Ah, certo, Dio ve la benedica.
    Rimesse  in  ordine  le  camere,  Maria  e  Sabina  scesero in cucina,
    inseguendosi per le scale e ridendo come bambine. Le vicine ammirarono
    subito i piedi della sposa.
    Sembrano  due  penne  da  scrivere,   tanto  sono  piccini   dissero
    chinandosi per veder meglio.
    Sabina offr scherzando a Maria una tazza di caff e latte.
    Non lo vuoi? Allora lo bevo io.
    E siccome Maria sbadigliava, una vicina le disse maliziosamente:
    Va l, stanotte non digiunerai.
    Ella  arross  e  scapp  via.  Ritorn  nella sua camera e cominci a
    preparare le vesti da sposa.  Intanto zio Nicola e un fratello di  zia
    Luisa  erano  andati  a  prendere  lo sposo per condurlo in casa della
    fidanzata.
    Le sorelle di Francesco,  che dovevano vestire Maria,  non tardarono a
    giungere,  e  bench  fossero  vestite da spose,  con ricche "tunicas"
    pesanti e cinture e corsetti strettissimi,  e con le mani  coperte  di
    anelli, compirono il loro obbligo.
    Ritta  davanti  allo  specchio,   Maria  non  rifiniva  di  guardarsi,
    girandosi e rigirandosi, torcendo il collo per vedersi alle spalle; ma
    la luce dello specchio era falsa,  rendeva l'immagine rimpicciolita  e
    irregolare,  ed  ella  non  rimaneva soddisfatta della sua bellezza ed
    eleganza.
    Ma pi che lo specchio,  ne la  persuase  lo  sposo  quando,  entrando
    d'improvviso, si ferm a guardarla con occhi scintillanti.
    Come sei bella! esclam.
    Vestita da sposa,  coi fianchi prominenti,  la vita fortemente stretta
    da una cintura d'oro,  e il busto ben disegnato dal corsetto  di  raso
    bianco ricamato,  ella era davvero d'una bellezza splendente: la benda
    bianca che lasciava trasparire il colore roseo della cuffietta,  e non
    nascondeva i lunghi pendenti di corallo, le circondava il viso come di
    un'aureola lunare.
    Solo  un'altra  volta  Francesco  l'aveva  veduta  altrettanto  bella,
    sebbene d'una diversa bellezza: la notte di Gonare.
    E glielo disse, avvicinandosele,  carezzevole,  e aggiustandole con le
    mani un po' tremanti il nastro del ricco grembiale.
    Che  matto!  ella rispose,  dandogli un colpettino sulla mano con la
    medaglia d'oro del suo rosario di madreperla.
    Andiamo disse la sorella di Francesco. Scherzerete dopo.
    Ma egli cinse la vita di Maria, e volle baciarla.
    Ah ella disse, svincolandosi, tu vuoi dunque comunicarti in peccato
    mortale?
    Se i baci sono peccati, quanti ne faremo!
    Ella s'avvi: un'ombra le oscur nuovamente il viso:  il  ricordo  dei
    baci  di  Pietro  le  attraversava  la mente.  Ma subito altre cure la
    richiamarono alla realt,  e il sorriso della  sposa  felice  torn  a
    illuminarle gli occhi. Il corteo nuziale fu ordinato da zia Luisa.
    Prima voi ella disse,  consegnando ad un bambino e ad una bambina in
    costume due ceri adorni di nastri azzurri.
    Avanti, camminate, come due sposini; e non litigate, eh!
    Poi veniva la sposa fra le due cognate, poi Francesco fra zio Nicola e
    il fratello di zia Luisa. Seguivano altri parenti ed amici.
    Zia Luisa,  ferma sul portone,  guard  allontanarsi  il  corteo,  poi
    rientr in cucina, e col lembo della benda si asciug una lagrima.
    Nelle  straducole  che le vicine avevano accuratamente spazzato per la
    circostanza, le donnicciuole,  i bimbi,  le galline,  i cani e i gatti
    fecero  ala  al  corteo:  ma  nelle  altre  vie  poco animate la gente
    arrivava in ritardo per godersi lo spettacolo.
    Suo malgrado Maria si turbava sempre pi: non vedeva,  non sentiva pi
    nulla:  le  gambe  le  tremavano e il cuore le saltava in gola.  Ecco,
    aveva voglia di piangere e di ridere nello stesso tempo.  Pensava  che
    fra  un'ora  avrebbe  ripercorso quelle vie,  non pi libera,  non pi
    fanciulla, ma legata eternamente ad un uomo che non amava.  Eppure non
    si  sentiva  infelice;  ma  un  arcano  sentimento  di paura le faceva
    battere il cuore.
    E inoltre temeva di veder  da  un  momento  all'altro  ricomparire  la
    figura  minacciosa  e  dolente  di  Pietro  Benu.  Ma il corteo arriv
    felicemente in chiesa;  ed ella si rasseren.  Le parve  che  la  pace
    silenziosa  delle  grige  arcate  scendesse nell'anima sua: s,  tutto
    oramai era finito;  non c'era pi nulla  da  temere;  il  passato  era
    morto.
    Dai  finestroni  della  chiesa deserta pioveva qualche chiazza di sole
    sulle panche polverose;  si sentivano gli  uccelli  garrire  nell'aria
    tiepida e pura.
    Maria e Francesco s'inginocchiarono sui gradini dell'altare, sotto gli
    sguardi  severi d'un Padre Eterno dipinto sulla volta: un Padre Eterno
    che pareva un vecchio pastore sardo,  circondato di  nuvole  verdicce.
    Maria  si  raccolse,  preg,  promise a Dio d'essere una buona moglie;
    disse il s con voce ferma e forte,  e solo quando  furono  usciti  di
    chiesa os guardare lo sposo.
    Sua, per tutta la vita. Il suo nome non era pi Maria Noina, era Maria
    Rosana. Amen.
    Quasi  felice,  cammin  a  fianco  dello  sposo  che  non  cessava di
    guardarla.
    Parla,  Maria  egli  le  diceva  dolcemente.  Dimmi  qualche  cosa,
    sorridi; vedi, tutti ci guardano...
    Ella sorrise e rispose:
    Non so cosa dire: sono tutta turbata.
    La   gente,   intanto,   sapendo   che  doveva  ripassare  il  corteo,
    s'affacciava alle finestre, alle porte, usciva nelle vie. Una torma di
    monelli circond gli sposi.  E all'uscita dal Municipio  cominci  per
    questi e per il loro seguito uno strano tormento.
    Dalle  finestre  e  dalle porte pioveva su loro una fitta gragnuola di
    frumento,  di  confetti,  di  fiori;  e  ci  non  bastando  le  donne
    scaraventavano davanti alla sposa qualche piatto che si frantumava con
    fracasso.  Quest'atto,  che ha un significato, e non si compie davanti
    alle spose vedove o non vergini,  faceva arrossire Maria  e  sorridere
    Francesco.
    Nelle  straducole  del  vicinato  dei Noina,  la pioggia di grano e il
    fracasso dei piatti diventarono furiosi; grida di donne e di fanciulli
    risuonarono:
    Buona fortuna! Buona fortuna!.
    Zia Luisa attendeva davanti al portone; appena vide gli sposi cominci
    a piangere, e piangendo li abbracci e li baci.
    Anche lungo la guancia di Maria scese  una  lagrima;  il  lembo  della
    benda  l'assorb  lentamente,  e  la  piccola  macchia non era peranco
    asciugata che la sposa sorrideva di nuovo.


    NOTE.

    NOTA 1: Crbulas.
    NOTA 2: Catena d'oro con orologio.
    NOTA 3: Voce per allontanare le galline.

    Capitolo quindicesimo.

    Spinto dal suo destino Pietro rientr  in  casa  Noina.  Da  giorni  e
    giorni  egli  combatteva  contro  l'ossessione di riveder Maria sposa,
    Maria irreparabilmente perduta per lui. Perch rivederla?  Neppure lui
    lo sapeva. Cos, per disperazione.
    Egli  adesso  viveva  presso  le  sue  vecchie zie e lavorava nel loro
    piccolo podere. La mattina delle nozze di Maria si svegli prestissimo
    e si mise a lavorare con pi ardore del solito;  ma  il  suo  pensiero
    volava lontano, penetrava nella casa degli sposi, li accompagnava alla
    cerimonia.  Egli  vedeva  Maria  vestita  da  sposa;  vedeva Francesco
    sorriderle;  seguiva il corteo rumoroso e lieto.  Maria  splendeva  di
    bellezza,  Francesco di felicit.  Ed egli... egli era l, curvo sulla
    terra che alle prime carezze primaverili s'adornava  come  una  sposa;
    egli era l, solo, schiavo tradito e dimenticato...
    Un  sudore  freddo  gli bagnava la nuca;  le tempia gli pulsavano;  il
    desiderio di ritornare in paese e di recarsi in casa  degli  sposi  lo
    vinceva come una suggestione maligna.
    "Ho  la febbre,  non posso pi lavorare" disse fra s,  per scusare la
    sua debolezza. Si tast il polso, s'asciug il sudore; poi s'avvi. Ma
    giunto a Nuoro, invece di coricarsi si lav,  indoss il costume delle
    feste e si diresse al luogo fatale. Un impulso cieco lo spingeva; egli
    ritornava  nella casa dei Noina come l'assassino ritorna nel luogo ove
    ha commesso il delitto.
    Arrivato davanti al portone esit ancora un  momento,  poi  scosse  la
    testa  col  suo solito gesto sprezzante ed entr: ma si ferm sotto la
    tettoia.  Era circa la una: il sole inondava il cortile;  dalla cucina
    usciva un acuto odore di carni arrostite e di caff tostato. S'udivano
    risate,  tintinnii  di  bicchieri,  tutto  il  chiasso  del  banchetto
    nuziale.
    Pietro guardava verso il ballatoio con occhi ardenti.  Doveva  salire?
    Doveva entrare in cucina, sedersi al suo posto di servo? I ricordi gli
    affluivano al cuore, con impeto angoscioso; per un momento rivisse nel
    passato,  ricord  il primo convegno d'amore,  e strinse i denti quasi
    per reprimere un grido di rabbia e di dolore.
    Una donna apparve sulla porta della cucina, con in mano un gran piatto
    bianco che scintill al sole.
    Oh, Pietro ella salut gaiamente, buon giorno. Vieni avanti.  Vieni
    su.
    C' molta gente? egli domand, attraversando il cortile.
    Non tanta. Vieni: zio Nicola sar contento di vederti!
    Egli la segu su per la scala.
    Guardate  chi  viene  disse  la  donna,  entrando  nella  stanza del
    banchetto.  E tutti lo guardarono.  Egli si  tocc  la  berretta,  poi
    s'avvicin a zio Nicola e gli mise una mano sulla spalla.
    Il  padrone,  gi  mezzo brillo,  si scost e lo fece sedere accanto a
    lui; poi gli pose un piatto davanti e gli disse qualche parola.
    Pietro non sent: non vedeva,  non udiva nulla:  gli  pareva  d'essere
    penetrato in un luogo sconosciuto,  tra una folla di ignoti, e sentiva
    solo il battito del suo cuore. Ma a poco a poco si calm: vide davanti
    a s il piatto, lo spinse, poi si guard attorno.
    I convitati erano circa una trentina  fra  uomini  e  donne:  sedevano
    intorno  a  tavole  apparecchiate alla buona,  con piatti variopinti e
    bicchieri di diverse forme, certo presi a prestito da qualche famiglia
    amica.
    Gli sposi mangiavano  nello  stesso  piatto,  seguendo  l'uso  nuziale
    sardo, e Francesco serviva Maria con esagerata premura.
    Ella aveva smesso il costume da sposa, ma sotto il bustino di broccato
    conservava la splendida camicia ricamata; un fazzoletto scuro, dipinto
    di  rose  e  di  giacinti,  le avvolgeva la testa.  Era bellissima,  e
    Francesco,  ebbro d'amore e anche un po' di vino,  pareva non  vedesse
    altro  che  lei,  sordo  alle  chiacchiere e alle grida dei convitati.
    Parve non accorgersi dell'arrivo di  Pietro:  anche  Maria  non  batt
    palpebra, non smise di sorridere.
    "Ella non mi vede neppure: perch son venuto?" si domand Pietro. Eh,
    sei ancora bianco come una donnicciuola gli disse zio
    Nicola,  rimettendogli  il  piatto  davanti.  Il  carcere ti ha fatto
    diventar bello! Ma perch diavolo non vuoi mangiare?
    Ho gi mangiato.  Ah,  son diventato bello,  dunque?  Meglio: cos le
    donne mi verranno dietro ancor pi di prima...
    Ah, donnaiuolo! grid zio Nicola, ora mi alzo e ti bastono.
    Maria  volse  rapidamente  gli occhi in giro,  guard per un attimo il
    viso ridente di Pietro,  poi abbass le palpebre e si  chin  sul  suo
    piatto.
    "Egli non pensa pi a me:  venuto per farmelo capire. Va bene" pens;
    ma non seppe perch, aggrott le sopracciglia.
    La mano ardente di Francesco si pos sulla sua;  ella sollev la testa
    e rise, egli le cinse la vita col braccio...
    Pietro adesso non poteva staccare gli occhi  da  loro:  ah,  ecco,  la
    visione  intraveduta  e  respinta  nei  momenti  pi  acerbi della sua
    disperazione,  era diventata realt;  quello che un giorno gli  pareva
    impossibile persino in sogno, ora accadeva davanti ai suoi occhi.
    Dunque era vero? Tutto era finito per lui; tutto, tutto era passato...
    Ed  egli non reagiva?  A momenti sentiva ancora entro le orecchie quel
    rombo lontano che pareva un galoppo sfrenato di  cavalli,  e  un  velo
    sanguigno gli cadeva sugli occhi.
    Ma solo Sabina badava a lui, e s'accorgeva dello sguardo selvaggio che
    egli  rivolgeva  agli  sposi.  Pallida,  quasi  sofferente,  ella  non
    nascondeva la sua ansia e  la  sua  delusione.  Aveva  atteso  Pietro;
    l'aveva  sentito  venire:  adesso  s'accorgeva che egli era venuto per
    disperazione.
    "E' finita" pensava anche lei,  "non  c'  pi  speranza.  Egli  l'ama
    sempre  e  neppure  si  accorge  di me.  Come la guarda!  I suoi occhi
    sembrano di vitriolo: mi fanno paura."
    Che hai,  cuore mio? le  chiese  un  giovinotto.  Perch  sei  cos
    pallida? Che hai veduto?
    Ella  alz  le  spalle: il giovinotto gir lo sguardo attorno,  ma non
    vide che volti sorridenti e rosei.
    La festa era al colmo;  tutti ridevano  e  parlavano,  con  le  labbra
    lucenti di grasso,  gli occhi lustri,  le mani sollevate;  barzellette
    amene,  frasi equivoche guizzavano da un capo all'altro  della  mensa;
    qualcuno imprecava.
    Ritto accanto alla sposa, col volto color rame a met lumeggiato da un
    raggio  di  sole,  un  pastore alto,  dai capelli rossastri e la barba
    selvaggia,  tagliava destramente a  piccoli  pezzi  un  bel  porchetto
    arrostito.  Il coltello a serramanico, che egli aveva tratto dalla sua
    saccoccia, e quasi spariva nella sua mano nodosa enorme,  trovava ogni
    giuntura,  tagliava  ogni nervo,  scorreva scricchiolando sulla crosta
    rossa del porchetto.  Quando questo fu trinciato,  il pastore si lecc
    con  disinvoltura  le  dita,  pul  il  coltello col tovagliuolo,  poi
    sospir e si guard attorno soddisfatto.
    Qualche invitato lo applaud. Lo sposo si rivolse a guardarlo e grid,
    in lingua italiana:
    Ma bravo! Bravo, compare;  se il re fosse qui presente vi eleggerebbe
    scalco dei suoi gatti.
    Tutti risero,  fuorch Sabina per dolore, zia Luisa per decoro e Maria
    per dispetto; s, ella cominciava a stizzirsi nel veder Francesco bere
    un po' troppo. Pietro ne avrebbe certamente riso.
    Il largo piatto col porchetto fece il giro della tavola;  e Francesco,
    frugandovi  a lungo,  trov i rognoni che tagli a pezzetti,  copr di
    sale e offr a Maria.
    Ella respinse con grazia la forchetta che egli le porgeva.
    Non ho voglia: basta.
    Ma egli le  mise  in  bocca  un  pezzetto  di  rognone:  ella  dovette
    mangiarlo, ma si stizz alquanto.
    Va, lasciami in pace!
    Maria,  ti sei offesa? egli le chiese, fingendo un grave dispiacere.
    Maria!...
    Eh, non piangere per questo! Piuttosto... ella mormor,  fermando la
    mano  ch'egli tendeva verso il bicchiere,  mi farai il piacere di non
    bere oltre...
    Ah,   tu  hai  paura  che  m'addormenti?  egli  disse,   guardandola
    maliziosamente. Ebbene, no, non berr pi. Pi, per oggi, pi, pi!
    E mise la sua mano su quella di lei, e non volle pi mangiare n bere,
    ma  aveva  gi  bevuto  abbastanza,  e  i suoi occhi si socchiudevano,
    appannati dal vino e dal desiderio.
    D'un tratto si sollev e disse in italiano:
    Evviva l'amore! e baci prima una vecchia parente sedutagli accanto,
    poi Maria.
    Di nuovo tutti risero e applaudirono.
    Com' allegro quel Francesco;  un mattacchione disse zia Luisa  alla
    sua vicina di tavola.
    Pietro  guardava Maria,  e Sabina guardava Pietro;  entrambi pallidi e
    cupi,  parevano intorno a  quella  mensa  i  cui  vini  e  le  vivande
    succulente avevano colorito persino il viso scialbo di zia Luisa,  due
    spettri convenuti al  banchetto  per  portarvi  il  malaugurio.  Ma  i
    convitati non badavano a loro;  Pietro usciva dal carcere,  Sabina era
    una povera  servente  malaticcia;  chi  poteva  occuparsi  della  loro
    tristezza? L'allegria degli altri aumentava; i piatti delle vivande si
    seguivano,  facevano il giro della tavola,  sparivano senza che alcuno
    pensasse pi a servirsi;  le parenti di Francesco,  che  contavano  le
    portate,  fecero  scorrere  due  volte  le dita delle mani: s,  venti
    portate, non c'era male.
    Ecco finalmente il caff ed i liquori: le donne che servivano a tavola
    si fermarono dietro le sedie degli  invitati,  e  presero  parte  alla
    conversazione. Ed ecco, ad un tratto, un giovine "istranzu", cio d'un
    paese  vicino,  si alz,  col bicchiere in mano.  Tutti aspettarono un
    brindisi,  ma il  giovinotto  sollev  il  bicchiere,  mosse  la  mano
    sinistra  con  la  punta  dell'indice  e  quella del pollice unite,  e
    cominci a declamare una strofa  del  poema:  "Su  triunfu  d'Eleonora
    d'Arborea", d'un poeta sardo:

    "Cando s'amore cun sas frizzas d 'oro,
    Sa prima olta m'hat fertu su sinu...

    Che matto disse Maria,  nascondendo il viso nel tovagliuolo, per non
    lasciarsi scorgere a ridere. E' ubriaco.
    Zio Nicola s'alz,  fece un cenno  al  giovine  "istranzu",  e  questo
    tacque.  Allora  il  padre  della sposa sedette a cavalcioni sulla sua
    sedia,  batt il bastone sulla tavola,  e cominci la disputa nuziale.
    Invit  i  poeti  presenti  a rispondergli,  poi fece un brindisi agli
    sposi e inneggi al "santo matrimonio e alle sue gioie".
    Rispose un giovine poeta estemporaneo,  assai noto per le  sue  poesie
    improvvisate.  Egli  cominci  a  lodare  la bellezza della sposa e le
    virt dello sposo;  zio Nicola mise una mano sull'orecchio e stette ad
    ascoltare, preparandosi a rispondere.
    Dalla porta spalancata penetrava il sole al declino; si scorgevano sul
    cielo  intensamente  azzurro  gruppi di nuvolette bianche che salivano
    lente sull'orizzonte,  come agnellini su per una china,  e  davano  al
    pomeriggio una dolcezza, una calma soave.
    A  poco  a  poco  i  commensali,  annoiati  dalla  disputa  dei  poeti
    estemporanei,  si alzarono e scesero nel cortile.  A  tavola  rimasero
    solo i "cantadores",  due vecchi contadini e un fanciullo, Pietro e un
    giovine proprietario.
    Questi due ultimi parlavano a voce bassa, senza por mente ai poeti.
    S diceva Pietro,  ho un piccolo capitale e fra poco  comprer  dei
    buoi  che rivender.  Ho anche un socio,  un proprietario assai ricco;
    hai tu qualche coppia di buoi da vendere?
    Il  possidente  non  si  meravigliava  che  l'ex-servo  possedesse  un
    "piccolo  capitale".  Pietro  non aveva famiglia da mantenere e la sua
    vecchia zia era da tutti creduta una donna denarosa nonostante la  sua
    apparente miseria.
    S, ho da vendere parecchie coppie di buoi e di giovenche rispose il
    proprietario.
    Vedremo disse Pietro,  pensieroso; in aprile forse non avremo tutto
    il denaro necessario, ma combineremo lo stesso. Dove hai le vacche?
    Nella Serra. Come si chiama il tuo socio?
    Giovanni Antine: un giovine svelto.
    Diavolo, lo conosco! Ma ora  in carcere.
    Oh,  per cosa da niente;  ha bastonato una  guardia  daziaria  disse
    subito Pietro. Ma uscir a giorni.
    Cos,  zia  tua  ha  scovato  l'"aschisorju"  (1)  esclam  l'altro.
    Diventerai ricco, Pietro. Te l'auguro perch lo meriti.
    Grazie disse Pietro,  ma,  credi pure,  io  non  ho  trovato  alcun
    "aschisorju": son quindici anni che faccio il servo, ed ho risparmiato
    qualche cosa: ecco tutto.
    Egli mentiva, e non sapeva perch: d'un tratto s'alz, rise, gli parve
    d'esser diventato allegro.
    Andiamo gi anche noi propose.
    Affacciandosi   sul  ballatoio  vide  che  nel  cortile  gli  invitati
    ballavano il ballo sardo.  Seduta sui gradini della scala,  una  bella
    fanciulla  in costume suonava la fisarmonica e guardava il circolo dei
    ballerini che saltellavano tenendosi per mano.
    Ma quando Pietro e il giovine proprietario  scesero  nel  cortile,  la
    suonatrice  rallent  le  note,  sollev  il  mento  roseo  che teneva
    appoggiato alla fisarmonica, e grid:
    Oh, chi suona, ora? Voglio ballare anch'io.
    Continua,  Paska;  ballerai poi la supplicarono;  ma ella  si  alz,
    depose  lo  strumento  sullo  scalino,  e  afferr la mano del giovine
    proprietario; poi si un con lui al circolo dei ballerini,  e cominci
    a saltellare.
    Allora Sabina sollev gli occhi tristi e guard Pietro.
    Un tempo tu sapevi suonare gli disse con seriet. Suona, Pietro.
    Pareva gli domandasse un favore molto triste; ma egli neppure rispose.
    Suona,  Pietro Benu;  ti fa male la pancia che sei cos di malumore?
    grid il giovine "istranzu" ubriaco.
    Non so suonare egli rispose allora, infastidito.
    Ebbene,  al diavolo la fisarmonica: cantiamo  propose  un  ballerino
    anziano, un bell'uomo roseo dalla lunga barba nera.
    Almeno ballerai ard mormorare Sabina, afferrando la mano di Pietro.
    Egli  si  lasci  trascinare  nel circolo saltellante,  ma la sua mano
    senza vita pareva a Sabina la mano di un morto.
    Tre giovinotti riuniti nel centro del cortile  intonarono  a  voce  il
    motivo del ballo sardo;  la nota del tenore, d'una sonorit selvaggia,
    pareva venir di lontano,  da una foresta  primordiale,  ove  un  fauno
    s'era svegliato cantando. Intorno ai cantori, il circolo dei ballerini
    eccitati  dalla  caratteristica  musica vocale,  saltava e strisciava,
    serpeggiante, ora restringendosi, ora allargandosi; qualche giovinotto
    emetteva di tanto in  tanto  un  grido  selvaggio,  di  gioia  un  po'
    beffarda, e i cantori proseguivano il loro strano:

    "Bimbarmbra mbi, bimbarambi"

    Ma a misura che il sole declinava dietro il portone e l'ombra invadeva
    il   cortile,   gl'invitati  diventavano  pensierosi;   ognuno  d'essi
    ricominciava a pensare ai fatti suoi e pareva svegliarsi dall'ebbrezza
    di quel giorno di nozze.  A poco a poco il ballo,  i  canti,  i  suoni
    cessarono;  molte  persone  partirono.  Francesco  attir  Maria in un
    cantuccio; sedettero ed egli le prese la mano.  Il moto del ballo e la
    digestione  avevano  fatto  svanire  la mezza sbornia dello sposo: ora
    egli tornava ad esser galante e innamorato,  ma coi suoi  soliti  modi
    insinuanti e un po' affettati.
    La  gente  andava  e  veniva:  le  giovinette e qualche adolescente si
    divertivano a stringer patti di fede e  d'amicizia  (2),  annodando  e
    snodando  sette  volte le cocche d'un fazzoletto e stringendosi poi la
    mano, dandosi del voi e chiamandosi compari e comari;  nelle camere di
    sopra  si udiva il tintinnio dei bicchieri e le voci rauche ed allegre
    degli amici di zio Nicola,  ma nell'angolo ove  s'erano  ritirati  gli
    sposi,  sotto  la  volta  della scala,  regnava una pace soave,  quasi
    triste.  Il sole era scomparso: l'ombra aveva invaso il  cortile;  sul
    cielo  limpidissimo  si  stendevano i primi veli rosei del crepuscolo;
    non un alito di vento,  non un  canto  di  uccello,  non  una  nuvola,
    turbavano  l'armonia melanconica e dolce di quell'ora,  e gli sposi si
    sentivano vagamente turbati.  Maria era diventata un  po'  pallida;  i
    suoi occhi sembravano pi grandi del solito.
    Ti diverti? domand Francesco,  palpando con un dito le pietre degli
    anelli che le coprivano le mani.
    Se non mi diverto oggi,  quando potrei divertirmi? ella  disse,  con
    lieve ironia.
    Francesco  le  cinse  la  vita col braccio,  la guard negli occhi con
    desiderio ardente. Com'ella era bella cos,  un po' languida e stanca,
    con gli occhi smarriti,  rivolti al cielo roseo!  No,  nessun re della
    terra poteva esser felice come  in  quel  momento  si  sentiva  felice
    Francesco Rosana.  Egli fremeva lievemente,  come l'albero accarezzato
    dalla brezza;  guardava la  bocca  della  sposa  e  provava  la  gioia
    dell'assetato che avvicina le labbra allo zampillo della fontana...
    Ma ella guardava lontano, ed i suoi occhi splendevano d'una luce vaga,
    che  sembrava il riflesso del cielo e forse era il riflesso d'un sogno
    triste...
    Pietro intanto era risalito nella stanza ove zio Nicola  s'ostinava  a
    tentare ancora qualche verso.
    I  tempi  cambiano  disse  il  contadino anziano dal viso roseo e la
    barba nera. Un tempo si cantava fino alla mezzanotte, o almeno finch
    gli sposi si ritiravano, e si ballava molto, anche.  Ora i giovani son
    fiacchi,  la  gente   stanca e non ama divertirsi.  Le nozze sembrano
    funerali.
    Ho anche osservato una cosa disse il pastore che aveva trinciato  il
    porchetto arrostito. Un tempo si usava baciare la sposa sulle guance,
    e  qualche  burlone la baciava anche sulla bocca.  Ora niente: pare si
    abbia paura. Nessuno ha baciato Maria.
    Voglio baciarla io esclam il contadino, battendo le mani.
    E' vero che bisogna baciarla mentre le si fa  un  dono.  Il  dono  io
    gliel'ho gi fatto, ma il bacio lo voglio ancora...
    Ebbene,   se   la   baci  tu  la  bacio  anch'io  disse  il  giovine
    proprietario.
    Francesco Rosana vi romper le costole.
    Un corno! E che non  usanza antica? Sua madre,  quando si spos,  fu
    baciata da tutti gl'invitati.
    Vuoi  farmi  un  piacere? disse allora Pietro al giovine possidente.
    Devo anch'io regalare una moneta alla sposa: non mi piace  darle  una
    carta   da  dieci  lire.   Potresti  cambiarmela  e  darmi  due  scudi
    d'argento?
    Fai le cose a dovere, perdio! osserv l'altro.  Mi dispiace,  per,
    non ho gli scudi.
    Ma  Pietro  ebbe  un'idea  felice,  chiam  zia Luisa in disparte e le
    domand se poteva cambiargli in argento le dieci lire.
    Se vuoi anche in oro, figlio mio disse zia Luisa.  Tutto quello che
    vuoi.
    Bene, datemi mezzo marengo.
    Zia  Luisa  cambi il denaro e Pietro tenne entro il pugno la monetina
    d'oro.
    Andiamo disse poi al giovine proprietario. Addio, zio Nicola.
    Come, te ne vai, Pietro? Bevi almeno.
    Ebbene, date qua.
    Bevette un bicchiere di vino forte,  poi si  avvi,  seguito  dal  suo
    nuovo  amico.  Nel cortile si ferm un momento,  ridendo;  sentiva una
    dolce vertigine,  e gli pareva che dentro il  suo  pugno  la  monetina
    d'oro palpitasse forte come cosa viva.
    Addio,  zia Luisa grid, mettendo la testa entro la porta di cucina.
    Addio, Sabina bella...
    Addio rispose Sabina, correndo come una pazza fino al limitare della
    porta.
    Ma quando fu l,  ella vide una scena strana.  Pietro  e  il  compagno
    s'avvicinavano  agli sposi: Francesco,  che si era alquanto chinato su
    Maria,  si sollev e sorrise.  Il giovine proprietario  disse  qualche
    parola, e si chin e baci la sposa sulla fronte.
    E subito dopo Pietro l'imit,  ma invece di baciare Maria sulla fronte
    la baci sulla guancia,  quasi all'angolo della bocca;  poi le strinse
    la mano dandole la moneta d'oro.
    Sabina sussult le parve di svenire.
    I  due  giovinotti  attraversarono  il cortile e se ne andarono: Maria
    mostrava a Francesco la monetina donatale da Pietro;  egli sorrideva e
    diceva scherzando:
    Ah, me l'hanno fatta! Guai per se gli altri cercano d'imitarli!.
    "Stupido"  pens Sabina,  voltando le spalle agli sposi.  "Il bacio di
    Pietro  stato il bacio di Giuda; e tu sorridi!"

    Pietro vag tutta la sera in compagnia del suo nuovo  amico.  Andarono
    nella  bettola del "forestiere" e la bella Maria Franzisca li inebbri
    di vino e di sguardi provocanti.
    Poi il toscano s'avvicin e sedette accanto a loro.
    Che belle nozze esclam,  come  vero Dio,  non se ne vedranno pi,
    in questo vicinato, nozze cos di lusso.
    Abbiamo  baciato la sposa disse il giovine proprietario.  Io non ci
    ho trovato nessun gusto, per...
    Ci trover pi gusto lo sposo disse la moglie del  bettoliere,  alla
    quale   il   marito  voltava  le  spalle;   e  il  suo  sguardo  nero,
    scintillante,  attirava con una specie di fascino magnetico gli  occhi
    di Pietro. Egli taceva e la guardava.
    Per  la  prima  volta  s'accorse  che  la  giovine donna,  della quale
    soltanto la voce un po' rauca  riusciva  sgradevole,  rassomigliava  a
    Maria.
    E  mentre  il  toscano  e  il  giovine  possidente  parlavano  male di
    Francesco, burlandosi delle sue maniere affettate,  l'ex-servo si alz
    e s'avvicin al banco per pagare.
    Che fai? grid l'altro.
    Lascia   egli  rispose.   Hai  da  cambiarmi  cinque  lire,   Maria
    Franzisca?
    Ella apr il cassetto e disse con intenzione:
    Stanotte mio marito va ad Oliena.  Ho messo tutti gli spiccioli nella
    sua borsa.
    Pietro  s'era  chinato  sul  banco e quando ella si sollev le fece un
    cenno cogli occhi. Ella contava gli spiccioli e fece cenno di s.
    Fino a tarda sera Pietro e il compagno vagarono per  le  bettole;  poi
    l'ex-servo  incontr  altri suoi conoscenti e tutti assieme andarono a
    cantare davanti alle porte delle fanciulle  delle  quali  pi  o  meno
    erano  innamorati.  La  notte  era dolce,  tiepida.  Pietro,  ubriaco,
    pensava sempre agli sposi e per stordirsi cantava, e di tanto in tanto
    si sfogava con quel grido caratteristico, col quale talvolta i paesani
    nuoresi vogliono esprimere la loro  gioia.  Ma  sembrava  un  urlo  di
    angoscia dispettosa.
    Tutta la notte egli fece baldoria.
    Maria  Franzisca  lo  attese a lungo,  e quando egli arriv ed ella lo
    accolse ubriaco fra le sue braccia,  lo sent gemere e lamentarsi come
    un malato.


    NOTE.

    NOTA 1: Tesoro.
    NOTA 2: Comparia.















    Capitolo sedicesimo.

    Passarono due mesi.
    In  casa  Noina tutto era rientrato nell'ordine e nella pace di prima;
    le rendite s'erano triplicate: zia Luisa scoppiava di pinguedine e  di
    boria;  anche Maria ingrassava e pareva felice.  Adesso non andava pi
    scalza  e  non  accudiva  alle  pi  basse  faccende  domestiche:  era
    diventata  quasi  una signora.  Aveva una fantesca svelta e diligente;
    altre donne venivano a lavorare in casa, quando si doveva preparare il
    pane d'orzo per i servi di Francesco. Nel cassetto del canterano Maria
    serbava una scatola colma di biglietti di banca e un  piccolo  cestino
    di  monete;  tutte le donne dei "principali" nuoresi la guardavano con
    invidia quando la domenica ella  si  recava,  splendidamente  vestita,
    alla  messa  di  mezzogiorno.  Insomma  tutti  i  suoi  sogni  s'erano
    avverati.
    Francesco,  sempre  pi  innamorato,   la  circondava  di  cure  e  di
    adorazione, cortese fino alla noia.
    Nelle  belle giornate di primavera gli sposi montavano sulla magnifica
    cavalla bianca,  che gi li aveva ricondotti dal monte Gonare a Nuoro,
    e visitavano l'oliveto, la vigna, l'ovile di Francesco.
    Nell'ovile,  anzi,  avevano  divisato  di  passarci  tutto  il mese di
    maggio, come usano certi pastori nuoresi allorch si sposano.
    Francesco veramente non era un pastore: era un possidente ed aveva una
    discreta  rendita;   ma  siccome  il  bestiame   e   i   pascoli   (1)
    rappresentavano la sua pi grossa propriet,  egli passava buona parte
    del suo tempo nell'ovile,  coi suoi pastori,  i suoi  cani,  le  belle
    vacche  alte  e fiorenti che lo riconoscevano e che pareva lo amassero
    in modo speciale. Anche lui le amava, le chiamava con nomi poetici, le
    accarezzava, s'accorgeva se stavano pi o meno bene.
    Queste vacche pascolavano  liberamente  tutto  l'anno  nelle  ubertose
    "tancas"  di  Francesco:  si  abbeveravano  nell'acqua  corrente  d'un
    ruscello,  meriggiavano sotto i boschetti di querce millenarie,  e  la
    sera  si  ritiravano  entro  una  mandria circondata di siepi.  Nessun
    riparo per l'inverno: durante le lunghe nevicate i  pastori  nutrivano
    il  bestiame  con  la  "sida",  cio  con  le fronde e le foglie della
    quercia.
    Maria batt infantilmente le mani alla proposta di passare  il  maggio
    nell'ovile,  tanto  pi  che  cominciava  ad  annoiarsi della sua vita
    sfaccendata di sposa ricca.
    "Sono troppo felice,  ho fin quasi paura" pensava,  mentre  trapuntava
    una "collana" (2) per il suo Francesco, con una pazienza ed un'abilit
    da  Aracne.  "Non mi manca niente.  Mio padre ora sta bene,  mia madre
    anche: entrambi vanno  d'accordo  ed  amano  Francesco  come  un  loro
    figlio. Tutto va bene; l'annata si promette buona, abbiamo provviste e
    danari,  non  siamo  tormentati n da liti n da inimicizie.  Tutti ci
    vogliono bene. Anche quel "disgraziato" non s' fatto pi vivo;  mi ha
    dimenticata, non pensa pi a me. Sia lodato Iddio."
    Ella  ricamava,  seduta  all'ombra  del  portone: zia Luisa e la serva
    lavoravano in cucina.  Francesco era in  campagna,  zio  Nicola  nella
    bettola.
    La  casa  dei Noina,  pi che mai tranquilla e sicura come una piccola
    fortezza,  dominava sul  povero  vicinato,  nelle  cui  viuzze  l'erba
    cresceva fresca ed alta,  nei cui cortiletti,  invasi dalla farinella,
    dal giusquiamo e dalle euforbie,  i pergolati e le siepi fiorivano con
    la melanconica poesia delle cose umili e abbandonate.
    "Una  sola  cosa manca" pensava la giovine sposa,  sollevando la testa
    per infilare l'ago; "ma verr anche quella! E' presto ancora: due mesi
    appena! Verr, verr..."
    E provava un impeto di gioia al  pensiero  di  poter  presto  diventar
    madre.
    "Senza figli,  Maria Santissima, a che serve la vita, il benessere, il
    denaro?"
    Ah,  senza confessarlo apertamente,  ella finiva col dire a se  stessa
    che  qualche  cosa  le  mancava: la scatola dei biglietti,  il cestino
    delle monete, le vesti di lusso, i servi,  l'invidia delle donne della
    sua classe, non bastavano dunque a riempire la sua vita.
    E l'amore dello sposo, dunque?
    Mi  vuoi bene,  Maria? egli le domandava,  nei momenti della sua pi
    ardente adorazione. Sei contenta, sei felice come sono felice io?
    S, s ella rispondeva.
    Non hai voluto bene ad altri uomini?
    Mai ad altri ella affermava, ed i suoi occhi si velavano.
    Una statua si sarebbe commossa pi di lei alle carezze dello sposo: ma
    lo sposo l'amava,  la voleva appunto cos,  casta e  ignara,  con  gli
    occhi coperti da un velo di pudore.

    Una mattina di maggio i due sposi montarono dunque a cavallo e presero
    la via dell'ovile.
    Era  la  stessa  strada,  i medesimi luoghi da loro attraversati pochi
    mesi prima nel recarsi al monte Gonare. Ora per le campagne, inondate
    di sole, si stendevano verdi e fiorite; sulla pianura, arsa d'estate e
    pantanosa d'inverno,  ondulava alla brezza una vegetazione  selvaggia,
    un  mare  d'erbe  alte,  di cardi dal verde argenteo,  di asfodeli dai
    fiori lucenti di  rugiada;  le  ferule  innalzavano  i  loro  ombrelli
    diafani;  manti di fiori rosei coprivano le macchie;  il puleggio e la
    rosa selvatica imbalsamavano l'aria tiepida e pura.
    Le montagne lontane coronavano il panorama come d'un  immenso  diadema
    di zaffiro, pi azzurro del cielo stesso.
    "Maseda" (3),  la cavalla,  procedeva tranquilla per i sentieri aperti
    fra l'erba delle "tancas";  bench non fosse tormentata da mosche,  si
    sbatteva  la coda ora su un fianco,  ora sull'altro,  annusando l'erba
    ogni volta che Francesco rallentava il freno. Pareva sentisse la gioia
    della bella giornata, il piacere dell'aria libera; quando attraversava
    qualche piccolo corso d'acqua,  vicino al quale i narcisi e  la  menta
    esalavano  un profumo eccitante,  apriva le narici e fremeva tutta;  e
    rispondeva con un nitrito se qualche vacca sporgeva il muso  bianco  e
    nero sulla muriccia della "tanca" e muggiva bonariamente.
    Maria,  abbandonata sulle spalle di Francesco, si lasciava cullare dal
    passo tranquillo e cadenzato della cavalla,  e  provava  una  dolcezza
    quasi triste: il tepore del sole,  il profumo delle erbe, e tutto quel
    fascino di solitudine e d'azzurro,  le davano un torpore voluttuoso di
    sogno.
    Tra  le  fratte  coperte  di  rose  selvatiche  ella udiva gli uccelli
    trillare d'amore,  le vacche muggire,  qualche mosca  iridata  ronzare
    ebbra di sole e di miele;  vedeva le piccole farfalle diafane, verdi e
    rosse,  nere e violacee,  che parevano nate dai fiori,  incrociarsi  e
    amarsi  pazzamente  per  aria;  e  un  filtro  d'amore,  un  desiderio
    indistinto la illanguidiva tutta. Eppure la stretta ardente della mano
    di Francesco non riusciva a far divampare il fuoco del  desiderio  che
    le covava entro il cuore;  s'egli si fosse voltato e l'avesse baciata,
    ella avrebbe pianto di tristezza.
    Ma finalmente giunsero all'ovile:  Maria  si  scosse,  scivol  svelta
    dalla  groppa di Maseda,  e guard se il sudore della cavalla le aveva
    macchiato la sottana.
    Mi pare d'aver dormito disse,  facendo qualche passo per sgranchirsi
    le gambe.
    Francesco  si  mise ad armacollo il fucile che aveva sempre tenuto sul
    davanti della sella,  e fischi  per  avvertire  del  loro  arrivo  il
    pastore.
    Ben presto giunsero, saltando ed abbaiando, i cani dell'ovile, e tutta
    la  "tanca",  poco  prima  silenziosa,  risuon  di  voci  amiche.  Le
    giovenche muggivano,  quasi indovinando l'arrivo del padrone;  i  cani
    degli ovili vicini rispondevano all'abbaiare dei cani di Francesco;  i
    pastori accorrevano.
    Maria s'avvi verso la capanna.
    La vasta "tanca" era chiusa da muricce assiepate;  al nord s'elevavano
    grandi rocce,  al di l delle quali,  coperto da alti rovi e da querce
    selvagge, insinuavasi un sentiero che pareva un antro.
    La capanna e le mandrie, fatte con muri a secco e coperte di rami e di
    frasche,  sorgevano quasi nel centro della "tanca",  addossate ad  una
    roccia e circondate da una breve radura.
    Maria  si  curv per entrare nella capanna,  della quale conosceva gi
    l'interno.  Una pietra fissata al suolo serviva da  focolare;  qualche
    primitivo  sgabello  di  ferula,  fatto dai pastori,  formava tutto il
    mobilio dell'abitazione preistorica.
    Sopra un'asse disposta sotto il tetto di frasche, stavano le provviste
    del pastore;  dai rami sporgenti pendevano vasi di sughero col  manico
    di  legno pieghevole,  ed altri arnesi necessari per la confezione del
    formaggio e della ricotta; qualche tagliere di legno,  qualche spiedo,
    unghie   di  pecora  ridotte  a  cucchiai,   formavano  le  masserizie
    dell'abitazione ove gli sposi volevano veder tramontare la  loro  luna
    di miele.
    Maria guard e frug in ogni angolo; mise tutto in ordine, poi sedette
    su uno sgabello,  finch arriv il servo pastore,  verso il quale ella
    nutriva un'istintiva antipatia.
    Era un grosso e rozzo giovinotto dal nome duro:  Zizzu  Croca,  e  dal
    nomignolo  poco  rassicurante:  "Turulia"  (4)  -  una  figura di uomo
    primordiale, con grossi occhi azzurri iniettati di sangue,  in un viso
    nero,  arso e aquilino d'arabo: la "mastrucca" (5),  completava il suo
    aspetto d'uomo selvaggio.
    Nonostante questo aspetto,  Zizzu Croca aveva maniere garbate  ed  una
    voce dolce, quasi femminea.
    Lasciate fare a me disse,  poich Maria e Francesco si preoccupavano
    per il giaciglio,  vi far un letto pi bello  del  vostro  letto  di
    sposi.  Io dormir fuori sotto la siepe, o costruir un'altra capanna:
    qui,  in quest'angolo,  faremo un bel giaciglio di felci,  sulle quali
    stenderemo  il  materasso,  i  cuscini e le coperte che arriveranno da
    Nuoro.
    Infatti s'avvi verso il ruscello,  sulle cui rive le felci spiegavano
    i  loro ventagli dentellati,  ne falci un mucchio e prima di portarle
    nella capanna lasci che il sole ne assorbisse la rugiada.
    Verso mezzogiorno arriv  il  servo  con  un  carro  carico  di  roba:
    materassi, cuscini, coperte, provviste.
    Maria mise in ordine ogni cosa: Poi i due sposi se ne andarono a veder
    le  vacche  e  a  visitare  tutta  la  "tanca".  Il sole quasi ardente
    inondava i pascoli;  le alte querce scintillavano;  i prati coperti di
    reseda  e  di  ranuncoli parevano spruzzati d'oro;  ogni cosa brillava
    nella luminosit di quel limpido e silenzioso meriggio.  Le locustelle
    saltellavano sui rovi fioriti;  farfalle in colore dei fiori,  insetti
    in colore dell'erba,  animavano la solitudine divina  del  bosco.  Nei
    ceruli  sfondi,  dietro  le  rocce e i muricciuoli verdi di musco,  il
    cielo pareva un mare lontano: un mare di sogni.
    Francesco Rosana aveva un sentimento istintivo della natura.  Col  suo
    modo  d'esprimersi  un  po' affettato,  diceva alla sua giovine sposa,
    cingendole la vita col braccio, e guardandola con occhi amorosi:
    Una volta ho visto una  Bibbia  con  le  figure  colorate:  c'era  il
    paradiso  terrestre  con  alti  alberi  e campi fioriti,  cos come in
    questa "tanca". Adamo ed Eva camminavano sull'erba; ecco,  mi pare che
    anche noi siamo nel paradiso terrestre. Quante volte ti ho desiderata,
    qui, quando ero scapolo. Ah, vedi, mi pare un sogno ora....
    E  la  stringeva  a  s,  quasi  pauroso  di vederla sparire.  Ella lo
    lasciava fare, calma e sorridente come una dea;  e passava calpestando
    i  fiorellini  e  gli insetti,  e strappando le rose selvatiche che le
    sfioravano la mano.
    E le giovenche bianche macchiate di nero,  i  tori  rossi  dai  grandi
    occhi umidi e come sognanti,  i vitellini color caff-latte,  col muso
    roseo e le corna nascenti,  volgevano lentamente il capo e  scuotevano
    la coda, quasi salutando i loro giovani padroni.

    Anche  Maria  si sentiva contenta di quella vita idilliaca,  e avrebbe
    voluto che quel maggio durasse eternamente.
    Si levava all'alba,  quando le cime delle querce  rabbrividivano  alla
    brezza,  inargentate  dal  riflesso del cielo chiaro,  e assisteva con
    Francesco al mungere delle vacche e  alla  confezione  del  formaggio,
    aiutando i pastori a versare il latte ed a preparare i recipienti.  Le
    vacche uscivano una dopo l'altra dalle mandrie, e si fermavano accanto
    al pastore  quando  Francesco  le  chiamava  per  nome.  Dalle  grandi
    mammelle  rosee il latte pioveva tiepido e fumante entro il paiuolo di
    rame o nei recipienti di sughero.
    Attraverso la siepe i vitelli guardavano  curiosi,  coi  grandi  occhi
    attenti,   e   dall'estremit   della  radura  anche  gli  alti  steli
    dell'avena,  le ombrelle della ferula,  gli occhi d'oro dei ranuncoli,
    umidi  di  rugiada,  pareva  guardassero,  commossi e tremuli,  quella
    funzione cos sacra e solenne nella sua semplicit.
    Pi tardi Maria passava nuovamente al fuoco il formaggio  dopo  averlo
    lasciato alquanto fermentare,  e lo riduceva a caciuole dalla forma di
    pera.  Ella era molto graziosa quando  sbrigava  questa  faccenda;  si
    rimboccava  le  maniche della camicia fino al gomito,  ripiegava sulla
    sommit del capo i lembi del fazzoletto,  in modo che si scorgevano  i
    suoi pendenti di corallo, si piegava sul focolare acceso e rimescolava
    destramente  il  formaggio  entro  la casseruola di rame.  E quando il
    cacio diventava tutto  una  pasta  elastica  e  giallognola,  ella  lo
    estraeva,  lo metteva entro un piatto concavo,  gli dava,  lisciandolo
    con le mani bagnate,  la  forma  di  una  grossa  pera  e  lo  gettava
    nell'acqua fresca: poi ne cominciava subito un altro.
    Francesco ed il pastore eseguivano anch'essi,  col cacio cos ridotto,
    graziosi formaggelli in  forma  di  uccelli,  di  piccole  vacche,  di
    cinghiali,  di cervi; ed anche trecce e statuine che parevano idoletti
    indigeni,  e microscopici cavallini con sella  e  briglia  e  relativo
    cavaliere.
    Questi  giocattoli  mangiabili  venivano  poi da zia Luisa regalati ai
    bambini degli amici e dei parenti.
    Maria preparava il pranzo,  ed il pastore veniva spesso  ammesso  alla
    mensa   patriarcale  dei  padroni;   il  pi  delle  volte  pranzavano
    all'aperto,  sotto una quercia,  e dopo il pasto i due sposi  vagavano
    per la tanca, visitavano gli ovili vicini, talvolta si spingevano fino
    alla  chiesetta dello Spirito Santo,  solitaria e nera come una roccia
    tra il verde dei campi silenziosi.
    Se non si allontanavano dal loro ovile, Maria e Francesco meriggiavano
    nel bosco,  e talvolta finivano  coll'addormentarsi  sotto  le  querce
    scosse dalla brezza e indorate dal sole,  sopra un letto di fieno e di
    margherite, davanti a quegli sfondi cos azzurri e luminosi che davano
    l'illusione di un mare lontano.
    Quando si svegliava Maria preparava il caff,  poi sedeva davanti alla
    capanna,  all'ombra  della  roccia,  e trapuntava una camicia,  mentre
    Francesco leggeva un numero arretrato della  "Nuova  Sardegna",  o  il
    poema  sardo  "Su  triunfu  d'Eleonora  d'Arborea",  del poeta Dore di
    Posada.
    La solitudine era dolce e profonda; i cani sonnecchiavano;  sul prato,
    in fondo alla raduna, i vitellini si rincorrevano e giocavano; s'udiva
    qualche  fischio,  qualche  voce  lontana;  l'ombra  delle  querce  si
    allungava sull'erba e il sole declinava con dolcezza infinita.
    Verso l'imbrunire Maria preparava la cena;  poi,  se la sera  non  era
    troppo  fresca,  i due sposi vagavano ancora un po' qua e l.  Qualche
    lucciola  brillava,  immobile  sull'erba,  come  un  misterioso  fiore
    notturno,  e  pareva  riflettesse  lo splendore verdognolo delle prime
    stelle tremolanti sul cielo ancora violaceo.  Tutto taceva e  odorava;
    le  estreme  foglie  delle querce tremolavano,  vicine agli astri;  il
    pastore  dalle  vesti  selvagge,  accoccolato  davanti  alle  mandrie,
    recitava  il rosario.  Poi i due sposi si raccoglievano nel loro letto
    di felci,  e la notte soave spiegava  le  ali  di  velo  sulla  natura
    addormentata.

    Cos i giorni passavano.
    Uno dei pastori,  il pi giovine,  un ragazzo malaticcio e silenzioso,
    recava ogni sera a Nuoro il prodotto giornaliero delle  vacche,  e  la
    mattina  dopo  ritornava  con  le provviste che zia Luisa mandava agli
    sposi.  Ogni giorno zio Nicola  mandava  a  dire  che  sarebbe  presto
    venuto, ma non arrivava mai.
    Nulla  turbava  l'idillio  primaverile  dei  due  sposi:  solo qualche
    pastore  vicino  veniva  a  visitarli  e  qualche  viandante   nuorese
    s'indugiava  un  momento  nel loro ovile.  Per "Turulia",  il pastore
    anziano, litigava spesso con Francesco per cose da nulla. Con Maria si
    mostrava affettuoso e premuroso,  lamentandosi spesso con lei  per  la
    pedanteria  e  le esigenze del padrone: di notte si accovacciava sotto
    un riparo di frasche, a pochi passi dalla capanna,  e vigilava come un
    cane.
    Una sera,  nel ritirare le vacche, Francesco si accorse che ne mancava
    una.  Al solito,  una breve questione sorse tra padrone e  servo,  poi
    entrambi  s'allontanarono  per  cercare la vacca.  Maria rimase per la
    prima volta sola nell'ovile:  Francesco  per  le  aveva  promesso  di
    ritornare  presto;  e  per  ingannare il tempo ella s'avanz fino alle
    rocce che dominavano il sentiero.
    La luna illuminava gi la "tanca";  ad occidente il  cielo  conservava
    una tinta rossa infocata.
    Appoggiata  ad  una  roccia,  Maria  vedeva  ai suoi piedi il viottolo
    assiepato e pi in l un  angolo  del  sentiero  che  attraversava  la
    "tanca" limitrofa.
    D'un tratto le parve di udire i passi di un uomo in fondo al viottolo;
    credendo fosse Francesco,  si sporse alquanto,  ma non vide nessuno: i
    passi cessarono.
    Franziscu? ella chiam.
    Nessuno rispose. Allora Maria sollev gli occhi,  e guardando di nuovo
    verso  la  "tanca"  vicina vide un uomo alto e snello che attraversava
    rapidamente il tratto di sentiero che si scorgeva dalla  roccia.  Ella
    credette  di  riconoscerlo,  e  se  un  fantasma  le  fosse apparso in
    quell'istante non le avrebbe causato pi spavento.
    Istintivamente si nascose dietro la  roccia,  e  per  qualche  momento
    stette immobile, fredda, palpitante; mille confusi pensieri di terrore
    le  passarono  nella  mente.  Che  cercava Pietro da quelle parti?  Le
    pareva d'averlo ben riconosciuto; s, era lui,  alto e svelto,  con la
    sua  sopravveste  di  pelle giallognola;  nessun altro paesano nuorese
    aveva  il  portamento  fiero  di  Pietro  Benu,  ed  ella  poteva  ben
    riconoscerlo anche al chiaro di luna e in lontananza.
    -  Ma  dopo  un  momento si scosse,  guard ancora,  ascolt.  Niente,
    nessuno. La pace infinita della notte lunare stendevasi sulle "tancas"
    solitarie: all'ombra delle macchie le lucciole verdognole splendevano:
    fra l'erbe i grilli trillavano la loro interminabile serenata.
    "No, mi sono ingannata" pens Maria; e ritorn verso la capanna.
    Una vaga inquietudine la spingeva: accese il lume e prepar tutto  per
    la cena, ma ogni piccolo rumore la turbava.
    - Francesco non tard a ritornare.
    Nessuna  traccia  della  vacca  disse,  adirato.  Vedrai che non si
    ritrover.  Ah,  la finiremo male con "Turulia";  egli  veramente  un
    nibbio.
    Che colpa ne ha lui?
    Che colpa? Glielo spiegher io. Girano certe figure da queste parti!
    Maria non os dire che aveva creduto di veder Pietro.
    Francesco disse:
    Anche  ai pastori vicini sono stati,  in questi ultimi tempi,  rubati
    tori e vacche.  Ci  deve  essere  una  vera  associazione:  banditi  e
    malfattori   che  se  la  intendono  con  qualche  servo  pastore,   e
    naturalmente anche con questo famoso nibbio....
    Oh, e tu che intendi di fare?
    Lascia che passino questi giorni;  quando saremo ritornati  in  paese
    vedrai.
    Ma  a  notte  alta il servo ritorn con la vacca zoppicante e disse di
    averla trovata in fondo ad una "perca" (6).
    Altri giorni passarono: da tre settimane gli  sposi  trascorrevano  la
    loro  luna  di  miele nella pace dell'ovile;  zio Nicola era venuto un
    giorno  a  trovarli;  un  altro  giorno  eran  venute  le  parenti  di
    Francesco.
    Il  tempo  mantenevasi  sereno;  il  cielo conservava quella limpidit
    luminosa che talvolta, in Sardegna, diventa implacabile e fatale;  gi
    l'erba ingialliva, l'acqua dei ruscelli diminuiva sempre pi.
    Un  giorno  anche  Sabina,  in groppa al cavallo del servo giovinetto,
    venne a trovare gli sposi.
    Ti faccio sapere che ho un pretendente disse a Maria. E accorgendosi
    subito che un'ombra  passava  negli  occhi  della  giovine  sposa,  si
    affrett  a  soggiungere: S,  lo conosci,   un contadino,  Giuseppe
    Pera: non  bello,  ma  buono,  ed ha anche qualche po' di  terra  al
    sole. Suo fratello ha l'ovile qui vicino.
    Buona fortuna, allora.
    Non  cos presto: io non gli voglio bene disse Sabina;  e se ne and
    fra le macchie in cerca di fiori, dai quali succhiava il miele.
    Durante il  meriggio  ella  si  sdrai  fra  l'erba,  e  nel  silenzio
    profumato del bosco ud gli sposi ridere e baciarsi sotto un albero.
    Ricord  i baci di Maria e di Pietro,  lass,  fra le distese di grano
    maturo, nel silenzio dell'altipiano, e fremette.
    Spezz coi denti uno stelo d'avena e pens a  Pietro:  ella  lo  amava
    sempre, lo amava pi che mai; perch egli non ritornava a lei, ora che
    Maria dava i suoi baci ad un altro?


    NOTE.

    NOTA 1: Tancas.
    NOTA 2: Colletto per camicia.
    NOTA 3: Mansueta.
    NOTA 4: Nibbio.
    NOTA 5: Sopraveste di pelle lanosa.
    NOTA 6: Burrone.
    Capitolo diciassettesimo.

    Il giorno dopo altre due vacche mancarono dalla "tanca".
    Francesco non s'incoller,  ma divent pallido,  e guard il servo con
    occhi torvi.
    Andiamo gli disse; anche questa volta le vacche saranno precipitate
    nel burrone!  Va da quella parte: io vado da questa.  Maria aggiunse,
    rivolgendosi alla moglie,  vado fino all'ovile dei Pera per domandare
    se han visto le vacche: torno subito.
    Servo e padrone partirono. Maria prepar la cena, poi usc fuori della
    capanna e attese.  Si sentiva  un  po'  inquieta  per  l'affare  delle
    vacche,  ma  sperava  che  tutto  procedesse  come l'altra volta e che
    Francesco non la lasciasse sola pi d'una mezz'ora.
    Seduta davanti alla capanna,  ella guardava davanti a  s,  al  di  l
    della radura, verso il bosco, dal quale Francesco doveva tornare.
    Pensava:
    "Fra due o tre giorni ritorneremo a Nuoro:  tempo: ora comincia a far
    caldo:  cominciano  le raccolte:  tempo di lavorare e di far la buona
    massaia. Mia madre sar stanca, poveretta; s, bisogna ritornare".
    Ricordi vaghi, ombre fuggenti, le sfioravano il pensiero. S,  un anno
    era  trascorso,  dopo  le ultime mietiture...  Quante cose in un anno!
    Come s'invecchia  presto!  S,  l'anno  scorso  ella  era  sventata  e
    capricciosa come una fanciulla di quindici anni;  adesso si vergognava
    delle sciocchezze commesse: si vergognava,  ma non  si  pentiva.  Dopo
    tutto,  chi  non    stato  giovine?  Chi  non ha cercato di aprire il
    misterioso libro dei sogni?
    "Chi  senza peccato scagli la prima pietra" pensava Maria,  che s'era
    portata  nell'ovile  anche  la  "Filotea".  "Dopo tutto,  ora sono una
    moglie fedele, sono savia come una vecchia: che volete di pi?"
    Eppure, mentre pensava cos,  guardava davanti a s,  e dimenticava le
    vacche  smarrite,   i  sospetti  di  Francesco,   e  che  la  mezz'ora
    dell'assenza di lui era trascorsa.
    La sera cadeva,  dolce e profonda,  una sera quasi  estiva;  il  cielo
    aveva gi perduto la trasparenza primaverile: incurvavasi un po' denso
    e  cinereo  sulle  querce  immobili,  e sembrava di velluto,  qua e l
    trapuntato dalle prime stelle.
    Quel silenzio melanconico,  quell'estrema luce smorta che  rischiarava
    la  cima grigia della roccia sovrastante alla capanna,  cominciarono a
    inquietare Maria. Gi le lontananze s'offuscavano,  il bosco diventava
    sempre  pi  nero sotto il cielo cinereo,  e Francesco non tornava.  A
    poco a poco,  ai pensieri dolci e vaghi segu in lei un sentimento  di
    tristezza, di paura quasi infantile.
    Perch Francesco non tornava? Egli aveva promesso: chi lo tratteneva?
    "Io son qui sola,  egli lo sa: se non torna vuol dire che qualche cosa
    glielo impedisce."
    Si alz, attravers la radura, fiss gli occhi in lontananza. Nessuno.
    Il grosso cane dell'ovile abbai: il  suo  latrato  di  cane  giovine,
    chiaro come una voce umana, riemp per un momento il silenzio profondo
    della sera calda. Maria si rattrist ancora di pi.
    Francesco? Francesco?
    La  sua  voce  si  perd,  piccola,  nella vastit della radura.  Ella
    s'inoltr fra l'erba,  si ferm ancora,  si guard attorno.  Non aveva
    mai,  come  in quella sera,  sentito il mistero del crepuscolo,  delle
    ombre invadenti.  Che accadeva laggi,  dietro i boschi gi neri?  Che
    vedevano  le  pietre  posate con misterioso equilibrio sopra le rocce,
    ancora lievemente chiare nell'estremo barlume del  crepuscolo?  Perch
    l'erba ed i fiori scuri e l'asfodelo sussurravano al suo passaggio?
    "Nostra  Signora  mia del Monte,  Nostra Signora mia del Monte,  che 
    accaduto?"
    Ella cammin, cammin, varc il ruscello, attravers il bosco. L'ombra
    s'addensava sotto le querce, nera,  quasi palpabile.  Ella provava una
    strana  impressione:  le  pareva  che dei veli si squarciassero al suo
    passaggio: e il zirlare dei grilli che s'interrompeva d'improvviso,  e
    qualche  gemito  indistinto di uccello notturno,  le sembravano deboli
    voci emesse dalle querce addormentate.
    Cos arriv al confine della "tanca", salt la muriccia, attravers un
    altro  prato:  il  suo  turbamento  cresceva,   il  cuore  le  batteva
    violentemente.
    Francesco? Francesco?
    Silenzio. Un punto rosso brillava in lontananza. Ella si diresse verso
    quel punto;  ogni tanto si fermava,  sembrandole di udire voci e passi
    umani. Un cane abbai, un altro rispose in lontananza.
    "Francesco deve essere tornato all'ovile: non ci siamo incontrati.  Ho
    fatto male a muovermi."
    Ma giacch era avviata, prosegu verso l'ovile di Antonio Pera.
    Antoni, Antoni cominci a gridare.
    Il punto rosso per un momento si spense: una figura nera attravers di
    corsa il prato.
    Chi ?
    Sono io, Antoni Pera ella grid con voce ansante.
    Maria! Che  accaduto?
    Ah,  Antoni,  che paura!  Francesco non  venuto al tuo ovile?  Dov'
    andato? Ho tanta paura.
    E' venuto qui,  mezz'ora fa,  circa:  ripartito subito,  dicendo che
    faceva  il  giro della "tanca" e poi ritornava subito da te.  Sar gi
    all'ovile. Andiamo, ti accompagno.
    Tornarono indietro,  ma nonostante le  parole  del  pastore  Maria  si
    sentiva assalita da un tremito nervoso.
    Non aver paura;  forse han trovato le tracce dei ladri, e tardano per
    questo.
    Come possono veder le tracce, con questo buio?
    Nella capanna non c'era nessuno:  il  cane  abbaiava  furiosamente,  e
    Maria  credette  di  sentire  qualcosa  di triste e di lugubre in quel
    latrato.
    Che fare? Che fare? Andiamo, cerchiamo ella disse, disperata.  Deve
    essere accaduta una disgrazia.
    Ma no,  Maria; che ti salta in mente? Forse Francesco  ritornato, ed
    ora ti cerca.
    Allora Maria ritorn nella radura e ricominci a gridare:
    Francesco? Francesco?
    Solo i cani rispondevano.
    Il pastore accese il fuoco nella capanna, poi usc e disse:
    Se non hai paura di star sola un momento,  vado  e  guardo  se  posso
    trovarlo.
    Va, va, per l'anima dei tuoi morti, va!
    Il  pastore  s'allontan  a  grandi passi.  Maria sedette ancora sullo
    sgabello di ferula, davanti alla capanna, e attese.



    Capitolo diciottesimo.

    Pass  qualche  tempo  prima  che  Antoni  tornasse.   Maria   tendeva
    l'orecchio  ai  minimi  rumori  della  "tanca",  ed a misura che l'ora
    passava la sua tristezza e la sua inquietudine crescevano.
    La luce del fuoco descriveva un  semicerchio  rossastro  al  di  fuori
    dell'apertura della capanna: sopra la nera linea dei boschi brillavano
    le stelle.
    I cani s'erano calmati; soltanto uno, in lontananza, abbaiava ancora.
    Finalmente il pastore torn.
    Dev'essere  proprio come ho detto io: devono aver trovato le tracce e
    inseguono i ladri disse; ma la sua voce era incerta.
    No, no,  dev'essere accaduta una disgrazia;  lo sento gemette Maria,
    balzando in piedi e torcendosi le mani con disperazione.
    Il  pastore cercava di rassicurarla,  ma ella non sentiva le parole di
    lui: e aveva un'angosciosa impressione,  le pareva d'esser cieca o che
    la  notte  dovesse prolungarsi eterna.  A chi rivolgersi per implorare
    soccorso? Le pietre, l'erba,  le piante,  non si sarebbero mosse;  gli
    uomini  non  potevano  nulla  contro  il  fato  mostruoso  che  doveva
    avvolgere Francesco.
    Francesco? Francesco?
    Egli non rispondeva: nessuno rispondeva.
    Se non mi avesse promesso di ritornare!  Ma egli ha promesso;  e poi,
    forse  che  una  vacca  pu premergli pi di me?  Egli sa che sono qui
    sola, di notte...
    Il pastore sentiva che ella aveva ragione, ma la confortava:
    Non  poi tardi: guarda  le  stelle;  saranno  le  dieci.  Perch  ti
    disperi cos? Non sei poi una bambina.
    Andiamo, cerchiamo ancora; voglio venire anch'io.
    Ritornarono  verso  l'ovile  di  Antoni: Maria barcollava e il pastore
    doveva sostenerla.  Nella capanna trovarono  un  pastore  anziano,  il
    quale persuase Maria a riposarsi e a stare tranquilla.
    Vedrai disse, fra poco Francesco sar di ritorno. Perch hai paura?
    Certo,  egli ha fatto male a lasciarti sola; ma chi sa, il puntiglio o
    l'idea di acciuffare i ladri gli ha fatto dimenticare il  suo  dovere.
    Per punirlo,  sta qui: cos quando egli ritorna nel vostro ovile e non
    ti ritrova prover un po'  d'inquietudine.  Sdraiati  qui,  su  questo
    sacco.  Antoni andr ancora in giro,  io veglier. Non aver paura; chi
    pu far del male a Francesco Rosana?
    Maria sedette sul sacco; il suo viso sembrava di cera.
    Chi poteva far del male a Francesco Rosana? Ella sola lo sapeva.
    Oggi disse il pastore mentre Antoni si allontanava ancora,  oggi ho
    sentito Francesco questionare col servo. E che, non vanno d'accordo?
    No;  ed    appunto  di  "Turulia" che io temo.  Francesco diceva che
    questo brutto ceffo  ha  cattive  relazioni,  e  che  probabilmente  
    d'accordo coi ladri delle vacche. Ve lo dico in confidenza...
    Sta  tranquilla;  non  lo ripeter;  ma anche gli altri pastori hanno
    sentito Francesco e "Turulia" litigare.
    Maria tacque e chiuse gli occhi.
    Il pastore la credette assopita e usc fuori. Ma ella non dormiva;  la
    disperazione  cresceva  in lei,  la invadeva tutta,  l'affogava,  come
    un'acqua silenziosa che salisse, salisse implacabile.
    "Francesco  morto,  ed  Pietro  che  lo  ha  ucciso...  Ed  io  devo
    tacere..."
    Questo   pensiero   non   l'abbandon   pi;   tuttavia  ella  sperava
    d'ingannarsi,  ed aspettava,  aspettava...  A momenti le  sembrava  di
    udire  il  passo leggero di Francesco avvicinarsi;  apriva gli occhi e
    guardava, ma al barlume giallognolo del fuoco scorgeva solo il profilo
    nero del  pastore  che  vigilava  seduto  accanto  all'apertura  della
    capanna.
    Zio Andria, non si vede nessuno?
    Nessuno ancora. Sta tranquilla e dormi; verranno fra poco.
    Ella richiuse gli occhi, mentre grosse lagrime ardenti le solcavano il
    viso e le bagnavano le labbra tremanti.
    "Sta tranquilla e dormi" che ironia!
    S,  Francesco  doveva esser morto;  forse era soltanto ferito,  forse
    chiedeva aiuto.  Ed ella era l,  immobile,  coi denti  stretti  e  le
    unghie  ficcate  nelle  palme  delle  mani  pulsanti...  Perch non si
    muoveva?  Perch non gridava?...  Ah,  le pareva  che  il  rimorso  la
    paralizzasse tutta.
    "Francesco  morto, e la colpa  mia..." pensava.
    Riapr gli occhi lagrimosi.
    Zio Andria,  non si vede nessuno? Bisogna muoverci, andiamo: io muoio
    se sto qui... Voglio andare in paese, avvertire mio padre...
    Ma va,  sei pazza?  Dove vuoi andare?...  Ora  verranno  vedrai.  Sta
    tranquilla. Verranno!
    Ah, se ci fosse. Se tutto non fosse che un brutto sogno!
    Ora  tutto  taceva:  l'oriente  s'imbiancava,  il  bosco  rabbrividiva
    lievemente, in attesa della luna,  le stelle parevano pi grandi e pi
    brillanti,  e  la  notte  seguiva il suo corso,  insensibile al dolore
    delle creature smarrite nella terra silenziosa.
    Maria piangeva e pensava:
    "Che accadr se Francesco  morto, come io temo?  Io devo tacere,  per
    il  mio,  per  l'onore  della  sua  memoria.  Le mie labbra non devono
    aprirsi,  e questo sar il mio pi terribile castigo.  Ma che accadr,
    mio  Dio,  che  accadr?  Ah,  avevo ben ragione di temere: ero troppo
    felice!".
    E ricordava tutti i particolari del suo romanzo d'amore,  tutti i baci
    che  Pietro  le aveva dato,  la promessa del giovine servo: "io non ti
    far mai del male".
    "A me no,  ma a lui,  a Francesco...  Ah,  che giorno funesto  fu  mai
    quello  in  cui  si  decise  di accogliere Pietro nella nostra casa...
    Per,  e se  io  m'inganno?  Forse  ha  ragione  zio  Andria:  nessuna
    disgrazia    accaduta.  All'alba  Francesco  torner;  che  dir  non
    trovandomi nel nostro ovile?..."
    La stanchezza la vinceva: il sonno cadeva su lei come una  coperta  di
    velluto, morbida e tiepida.
    "Bisogna che io vada" ella pensava; ma non poteva muoversi.
    D'altronde,  dove andare?  La luna non era spuntata ancora; Antoni non
    tornava,  il pastore  anziano  andava  e  veniva  dalla  capanna  alla
    muriccia della "tanca".
    Zio Andria,  zio Andria, nessuno viene; che notte dolorosa mormorava
    Maria,  quando la figura  del  pastore  appariva  sull'apertura  della
    capanna. Io voglio muovermi, cercare, andare a Nuoro...
    Ma dormi,  figlia mia!  Se nessuno viene,  buon segno.  Vuol dire che
    sono tutti sulle tracce dei ladri.
    Ritorniamo nel nostro ovile ella propose.
    Aspetta almeno che sorga la luna.
    Ella chin ancora la testa e s'assop.
    Le parve di aver dormito appena un momento,  ma quando si scosse  vide
    la luna alta sul cielo, e balz in piedi rabbrividendo.
    Zio Andria! Zio Andria...
    Nessuno   rispose.   L'avevano   dunque   lasciata   sola,   l'avevano
    abbandonata! Sent voglia di gridare come una bambina smarrita, ma poi
    si scosse, usc fuori della capanna, si guard attorno e s'avvi.
    La luna,  al suo ultimo quarto,  illuminava le "tancas" con un barlume
    giallognolo, quasi funereo.
    "Se  anche  zio  Andria  s'  allontanato  deve  essere  accaduta  una
    disgrazia" ella pens.
    E d'un tratto sent un coraggio supremo animarla: affrett  il  passo,
    varc  la  muriccia,  si inoltr nel bosco e segu il piccolo sentiero
    sul quale la luna,  attraverso i rami delle querce,  gettava un ricamo
    giallognolo, un chiarore vago e triste.
    Spinta  dal  suo  dolore  e  dal  coraggio  della disperazione,  Maria
    camminava sotto il bosco,  nella notte morente,  come  una  figura  da
    leggenda;  le  cose pi tragiche,  il chiarore della luna calante,  le
    ombre misteriose, la paura, il presentimento, il rimorso, la disgrazia
    e il delitto la circondavano;  ma ella passava fra tutte  queste  cose
    con  quella  sua  forza  di  volont  inconsapevole che formava il suo
    carattere e la guidava attraverso la vita  come  attraverso  un  bosco
    tenebroso.
    Non  piangeva  pi: voleva sapere,  voleva convincersi: il suo maggior
    dolore era l'incertezza.
    Arriv davanti alla capanna e si ferm qualche tempo ad ascoltare.
    La radura taceva;  tacevano i prati d'un  grigio  verdastro  sotto  la
    luna;  taceva  il  bosco e tutta la "tanca": la luna saliva,  saliva e
    l'oriente diventava chiaro, vitreo.
    Maria si diresse  verso  l'altra  estremit  della  "tanca",  a  nord,
    dov'era  il  cancello.  Le  pareva  di udire,  a intervalli,  una voce
    lontana;  attravers il letto  del  ruscello,  dove  correva  un  filo
    d'acqua giallo sotto lo smorto chiarore della luna, e si ferm ancora,
    ascoltando, con gli occhi fissi ad oriente come per invocare la luce.
    La  sfumatura  bianca  dell'orizzonte  diventava sempre pi lucida: la
    stella del mattino tremolava come una lagrima d'argento sopra i  monti
    lontani.  E  la brezza finalmente scuoteva la melanconica serenit del
    paesaggio;  l'erba e le foglie si svegliavano;  un'allodola  cant  in
    lontananza,  sopra le rocce,  e le sue note parvero unirsi al tremolio
    della stella del mattino.
    Maria riprese il  suo  triste  viaggio:  si  sentiva  tutta  umida  di
    rugiada,  tutta  fredda di angoscia e di stanchezza,  ma la volont la
    sosteneva, la spingeva.
    Di nuovo ud qualche voce lontana: i cani ricominciavano ad  abbaiare,
    la "tanca" si svegliava.
    Quando arriv al cancello sent le voci vibrare pi distinte ma ancora
    lontane, e le parve che giungessero dal sentiero assiepato.
    Allora  si  mise  a  correre,  s'inoltr  nel  sentiero ed arriv allo
    svolto, sotto le rocce dalle quali un giorno aveva creduto scorgere la
    figura di Pietro Benu.
    Tre uomini stavano fermi fra le pietre e l'erba: nel sentire  i  passi
    di lei si volsero,  emisero esclamazioni di sorpresa e di dolore,  poi
    si unirono tentando d'impedirle il passo. Ma ella vedeva...
    Non grid,  non disse parola: respinse uno degli uomini che la  teneva
    per le braccia, s'avanz e cadde in ginocchio.
    Francesco  Rosana era l,  steso sull'erba calpestata,  col viso quasi
    del tutto nascosto da un cespuglio d'asfodelo.  Si scorgevano solo  le
    sue  orecchie,  la  nuca,  i  capelli irti,  una guancia bianchissima.
    Larghe chiazze di sangue nerastro macchiavano le sue vesti,  le pietre
    e l'erba;  anche la sua mano destra,  con la palma rivolta in su,  era
    coperta di sangue.
    Accorgendosi ch'egli era morto  i  pastori  non  l'avevano  mosso,  in
    attesa delle Autorit che uno di loro era andato ad avvertire.
    La  luce argentina dell'alba penetrava attraverso le querce ed i rovi;
    sulla siepe gi  i  fili  dei  ragni,  sparsi  di  gocce  di  rugiada,
    brillavano  simili  a  fili  di perle;  e l'allodola proseguiva il suo
    canto,  e dall'alto delle rocce la luna pareva vigilasse il  cadavere,
    come un cero funebre.
    Capitolo diciannovesimo.

    L'indomani,  verso le dieci del mattino,  una ventina di donne, sedute
    in  circolo  nella  cucina  dei  Noina,  piangevano  e  bisbigliavano,
    aspettando  che  i  sacerdoti  venissero  a  portar  via  la  salma di
    Francesco.  La sventura ed il lutto erano piombati come fulmini  sulla
    casa  dei  felici;  e  le  cose  tutte,  in  quell'ambiente  gi  cos
    tranquillo e ordinato,  pareva ne restassero sbalordite.  Il disordine
    regnava  in  tutte  le  camere;  levate le tende,  velati gli specchi;
    chiusi gli scurini delle finestre, i pavimenti polverosi. Nella camera
    degli sposi,  intorno alla cassa mortuaria foderata di velluto nero  e
    di trine d'oro,  ardevano otto lunghi ceri: nella camera attigua, dove
    s'era dato il pranzo nuziale, zio Nicola,  col viso terreo e gli occhi
    cerchiati,  riceveva  le  condoglianze  dei parenti e degli amici.  La
    penombra giallastra della camera chiusa rendeva  pi  tristi  i  volti
    bruni,  tragicamente  pensierosi,  di  quegli  uomini  fieri  che  non
    mentivano il loro dolore.
    Tutti avevano amato Francesco;  la sua morte pareva a tutti  un  sogno
    spaventoso.  Qualcuno piangeva silenziosamente, cercando di nascondere
    le lagrime,  che non stanno bene negli occhi di  un  uomo  coraggioso;
    nessuno  osava  parlare  forte,  e  i  gridi  e i singulti delle donne
    riunite in cucina giungevano affievoliti,  come da un luogo remoto.  E
    fuori il sole di maggio splendeva, avvolgendo con la sua gioia la casa
    tragica, dove tutti soffrivano come dentro un luogo di pena.
    Nella  cucina si svolgeva la "ria",  l'antica scena funebre,  resa pi
    caratteristica dal chiaroscuro dell'ambiente.  Il focolare era spento,
    la  finestra  chiusa;  solo dalla porta entrava un filo di luce,  e un
    sottile raggio di sole si ostinava a penetrare  per  una  fessura  del
    finestrino, descrivendo una striscia di pulviscolo nel vuoto e andando
    a finire in un occhio d'oro sulla parete opposta.
    In  fondo alla cucina,  nell'angolo pi buio,  stava la giovine vedova
    vestita di nero,  con un costume preso a prestito da una  vicina:  era
    pallidissima,   aveva   gli  occhi  gonfi;   sembrava  invecchiata  di
    vent'anni,  stordita da un male pi fisico che morale.  Zia Luisa e le
    pi strette parenti del morto la circondavano; le altre donne sedevano
    per terra,  con le gambe incrociate,  tutte avvolte nelle loro pesanti
    "tuniche" e il viso seminascosto dalle bende nere e gialle di lutto.
    Ogni tanto la porta s'apriva.  La viva luce del  mattino  inondava  la
    cucina,  illuminava le donne piangenti,  alcune delle quali guardavano
    fuori con occhi foschi,  quasi meravigliate  che  il  sole  splendesse
    ancora e il cielo fosse ancora puro; entrava qualche altra parente che
    aveva  cura di richiudere subito la porta e tutto ritornava pi triste
    e grigio di prima.
    La nuova  arrivata  attraversava  in  punta  di  piedi  la  cucina,  e
    chinandosi sulla vedova le diceva quasi in tono di comando:
    Ma!  Abbi  pazienza!  Son cose del mondo,  e Dio solo  padrone della
    nostra vita. Abbi pazienza, Maria!.
    Dio s,  non gli uomini!  Ah,  me lo hanno ucciso  come  un  agnello
    rispondeva Maria;  e piangeva,  e ricominciava a raccontare alla nuova
    venuta, come gi l'aveva dovuta raccontare alle altre donne, la storia
    della sua sventura.
    Oramai tutte sapevano questa storia,  e la vedova la raccontava sempre
    con le stesse parole, come una spaventosa lezione; tuttavia una specie
    d'accompagnamento  di  singulti  e  un  triste mormorio si levava ogni
    volta che  Maria  parlava.  Nell'angolo  dietro  la  porta  due  donne
    commentavano a bassa voce il racconto della giovine vedova.
    Com'  stata  coraggiosa!  Io  sarei  morta  mille  volte se mi fossi
    trovata in simili frangenti.
    S,  ma guardala bene: sembra una vecchia  di  cento  anni;  ella  ha
    resistito come la quercia alla bufera, ma ora ne risente...
    E  quei  pastori  che  l'hanno  lasciata sola,  l,  nella capanna di
    Antonio Pera! Era cosa da farsi?
    Ma credevano  che  dormisse:  zio  Andria  quando  non  vide  tornare
    nessuno,  si  allontan  un momento,  esplorando anche lui i dintorni.
    Dice che gli parve di  sentire  un  grido;  quando  ritorn  verso  la
    capanna Maria era gi uscita...
    Lo  so,  lo so disse l'altra;  ma egli non doveva lasciarla sola un
    momento. Cos ella non avrebbe veduto il cadavere...
    Oh,  l'avrebbe veduto egualmente: non  donna da lasciarsi ingannare,
    Maria! E che coraggio, dopo! Volle aspettare le Autorit, e disse loro
    tutto ci che sapeva.
    Questa mattina ho sentito dire che "Turulia"  stato arrestato mentre
    fuggiva  verso  le  foreste  di  Orgosolo,  voleva  unirsi  con  altri
    banditi.
    No, non  vero; non  stato ancora raggiunto, purtroppo...
    Ah, assassino, immondezza...
    Ma non v' alcun dubbio? insinu l'altra,  mentre Maria raccontava i
    sospetti che Francesco nutriva contro il servo.
    Eh,  no,  sorella  cara!  Ci  sono  i  pastori  che  li hanno sentiti
    questionare.  Vedendosi scoperto,  il servo ha  ucciso  Francesco.  Le
    ferite   sono  del  suo  coltello,   che  fu  rinvenuto  in  fondo  al
    sentiero...
    Zesus,  Zesus (1) sospir l'altra,  e si asciug gli  occhi  con  la
    manica della camicia.
    In  quel momento s'ud il canto funebre dei sacerdoti che venivano per
    portar via la salma;  una  campana  squillava,  lenta  e  lugubre,  in
    lontananza.
    Nella  cucina  le donne si misero a piangere con frenesia: due parenti
    del morto cominciarono "sos attitidos" (2). Cantavano una per volta, e
    ad ogni versetto le donne rispondevano con un coro di gemiti, singulti
    e grida.
    Maria divent livida: le sue labbra ed i suoi  occhi  si  chiusero;  e
    quando  i  sacerdoti si fermarono salmodiando nella via,  e la bara fu
    portata gi,  ella si pieg e cadde come morta sulle ginocchia di  zia
    Luisa.
    I  gemiti  e le grida raddoppiarono;  molte donne si avvicinarono alla
    giovine vedova svenuta,  altre uscirono nel cortile.  Solo  zia  Luisa
    conserv il suo contegno solenne; sput lievemente sul viso cadaverico
    della figlia e le slacci il corsetto.
    La vedova rinvenne subito,  si sollev, rigida, ma accorgendosi che il
    suo sposo veniva portato via per  sempre,  cominci  a  mandare  acute
    grida.
    Nel  cortile  Sabina,  col  viso  bianchissimo circondato da una benda
    nera,  distribuiva  i  ceri  alle  persone  che  volevano  seguire  il
    funerale.  Altre  donne  l'aiutavano  in questa pietosa faccenda.  Ben
    presto  i  sacerdoti,   sui  cui  paludamenti  neri  le  trine   d'oro
    scintillavano al sole,  s'allontanarono salmodiando;  la bara, portata
    da confratelli vestiti di bianco,  sparve  all'angolo  della  via;  il
    portone  fu  chiuso.  Sulla  casa  tragica  risuonante  di grida,  sul
    cortile,  sulla scala fiorita,  il sole giocondo brillava  sempre  pi
    caldo,  e  le  rondini si posavano sul muro o s'inseguivano stridendo.
    Sabina rientr in cucina e s'accocol dietro  l'uscio.  Non  piangeva,
    non  si  guardava  attorno: un pensiero fisso e tetro le offuscava gli
    occhi gi cos dolci.
    Nonostante la perizia dei medici,  l'affermazione  dei  testimoni,  le
    conclusioni  della giustizia illuminata,  ella sola scrutava,  col suo
    mite sguardo, il mistero della tragedia, e sentiva la triste verit.
    Colta da un altro svenimento,  Maria fu portata  nella  sua  camera  e
    stesa sul suo letto.  In cucina allora le donne ricomposero la "ria" e
    proseguirono i canti funebri,  abbandonandosi,  ora che la vedova  non
    era pi l, a tutta la foga della loro inspirazione poetica.
    Le  prefiche erano due: la balia e una zia del morto;  la prima era un
    piccola vecchia vestita di nero,  con due grandi occhi azzurri  in  un
    visino  bianco  e  molle;  l'altra  vestiva  con  lusso,  e la cintura
    d'argento sul bustino di velluto verde si sprofondava nella  sua  vita
    grassa.
    Questa  prefica  aveva  una bella voce sonora,  e godeva fama pei suoi
    "attitidos";  finch Maria aveva assistito alla  "ria"  le  due  donne
    s'erano limitate a ricordare le virt del morto, le sue nozze recenti,
    l'infanzia  lontana.  Ora  invece descrivevano la scena orribile della
    sua  morte,  la  desolazione  della  vedova;   invocavano  vendetta  e
    imprecavano contro l'assassino.
    "Nostra  Signora  del  Monte"  cantava  la  balia  che  sembrava molto
    commossa e si asciugava ogni tanto  gli  occhi  con  la  manica  della
    camicia,  "tu  che  sei misericordiosa coi buoni,  sii implacabile coi
    malvagi.  Punisci in questa vita e nell'altra colui che ha assassinato
    l'uomo pi mite della terra, il mio figlio di latte, il garofano mio."
    "Francesco Rosana" diceva la zia del morto, "oh, tu che eri il pi bel
    sogno di tutte le fanciulle nuoresi,  tu che eri il fiore dei giovani,
    quando baldo e fiero sulla tua  cavalla  bianca  attraversavi  le  tue
    "tancas"  e  facevi  mille  progetti  per  l'avvenire,  pensavi che tu
    saresti morto in modo cos orribile?  Ma chi di ferro ferisce di ferro
    perisce. Maledetto colui che ti ha colpito; maledetto.
    "Maledetto:  quante  gocce di latte ho dato al morto,  tante ferite ti
    trapassino il cuore, assassino! Ah, figlio mio di latte, tu dunque non
    rivedrai pi la tua sposa; tu non cullerai i tuoi figli, come io,  che
    non ero tua madre, ti ho cullato..."
    "Oh,  sorte  tremenda;  i  nipoti  ricorderanno  la morte di Francesco
    Rosana,  imprecheranno contro l'assassino.  Non vedeste?  Ieri il sole
    era  pallido  e  le  nubi  coprivano  i  monti,  perch anche il cielo
    piangeva la morte di questo giovine amato e generoso.
    "Eri giusto e fedele, eri l'orgoglio della tua stirpe, l'appoggio e la
    stella dei tuoi parenti.  Ora la tua sposa pianger,  vestita di  nero
    come  la  Madonna  dei Sette dolori,  ed i tuoi parenti cammineranno a
    testa china per tutto il resto della loro vita."
    "Ma perch sei tu andato nel tuo ovile,  conducendovi la tua sposa che
    doveva poi ritornare sola alla sua casa desolata?"
    "Invano  ora  le  tue  terre  ed  i  tuoi  armenti e i tuoi pascoli ti
    attenderanno; la messe ingiallir,  ma il padrone non benedir pi col
    suo sguardo l'abbondanza della raccolta."
    "Eri  onesto  e giusto,  bianco come l'agnello appena nato;  perci ti
    hanno sgozzato, ed il tuo sangue color i rovi dello 'Spirito Santo'."
    "Persino i banditi s'inchinavano davanti a te; eri onorato da tutti, o
    gioiello  d'oro,  bellissima  viola,   che  lasciasti  tutti  i  cuori
    spezzati...
    "Noi  ci  strappiamo  i  capelli,  chiedendo  vendetta  al cielo.  Sia
    maledetto il latte che nutr il tuo assassino;  spuntino rovi sul  suo
    cammino; che la giustizia lo afferri e ne faccia strazio."
    "Con  sette  colpi  di  pugnale  bucarono il tuo cuore come si buca un
    pezzo di sughero;  settanta anni ed altri sette duri la pena di  colui
    che ti ha ucciso a tradimento."
    "Dio    buono;  egli chiam a s il padre tuo e la madre tua prima di
    questo giorno nefasto;  ma chi conforter la tua sposa,  o nipote  mio
    bello, o fiore mio, o nipote mio, che non rivedr mai pi?"

    Verso  mezzogiorno  la  gente cominci ad andarsene;  anche Sabina che
    aveva ottenuto mezza giornata di permesso dalla sua  padrona,  dovette
    lasciare la cugina e gli zii. Rimasero presso la vedova alcuni parenti
    del morto.
    Il  fuoco  non  fu  quel giorno acceso in casa Noina e nessuno pens a
    preparare il pranzo: ma verso  mezzogiorno  tre  donne  portarono  tre
    grandi  cestini,  entro  i  quali  i  parenti  e  gli  amici dei Noina
    mandavano il desinare bell'e pronto.  Zia Luisa ringrazi,  solenne  e
    maestosa  nel  suo  dolore;  tutti  finsero  di non toccar cibo,  ma i
    cestini furono egualmente vuotati.
    Maria aveva la febbre; al coraggio ed al sangue freddo,  che l'avevano
    sostenuta  nei  giorni  prima,  seguiva  in lei un accasciamento quasi
    morboso. Le pareva d'essere ancora nella "tanca", accoccolata entro la
    capanna dei pastori amici; aspettava Francesco,  ma sapeva ch'egli non
    sarebbe ritornato mai pi.
    Visioni   terribili   la   tormentavano;   vedeva  Francesco  assalito
    dall'assassino; il coltello si affondava nelle carni dell'infelice, il
    suo sangue sprizzava lontano...
    Un buio misterioso e denso come  un  velo  nero  avvolgeva  la  figura
    dell'assassino. Chi era? Il servo o Pietro Benu? Questo mistero era il
    maggior tormento della vedova.
    Poi ella si scuoteva,  si guardava attorno, cercava di rientrare nella
    realt. Ora le pareva di aver amato Francesco di vero amore; ricordava
    i suoi occhi, i suoi baci, le sue carezze.
    Come egli era stato buono!
    S, avevano ragione le prefiche; egli era stato buono come un agnello,
    e come un agnello era stato sgozzato.
    Da chi? Da chi?
    La figura misteriosa dell'omicida vagava nel buio;  a momenti  per  i
    ricordi della vedova si schiarivano; ella rivedeva la figura di Pietro
    Benu,  in  una  chiara  sera di maggio,  nello sfondo del sentiero che
    attraversava le "tancas"... Egli aveva in mano un coltello e procedeva
    cauto come un bandito...
    Nei suoi sogni tormentosi ella  faceva  ipotesi  spaventevoli:  Pietro
    aveva ucciso il servo,  poi,  col pugnale di questo, aveva compiuto la
    sua vendetta...  Egli aveva dei complici;  forse i  banditi,  che  non
    mancavano in quei dintorni;  forse gli stessi pastori che si fingevano
    amici...
    Un delirio di sospetti, di dubbi, di pensieri atroci,  di rimorso e di
    terrore,  la  torment per giorni e giorni.  Ma le sue labbra rimasero
    chiuse;  ella non accus  nessuno,  e  non  imprec  contro  il  servo
    scomparso.  La fama della sua bont,  del suo coraggio, del suo dolore
    rassegnato, la cinse di un'aureola poetica.
    Per tre giorni una lunga  processione  di  gente  sfil  davanti  alla
    giovine vedova. Tutti le ripetevano:
    Abbi  pazienza,  fatti  coraggio  ed  ella  fin col convincersi che
    bisognava aver pazienza e farsi coraggio.
    Poi tutto ritorn calmo intorno a lei: il focolare venne riacceso, zio
    Nicola, serio e triste come un vecchio fauno annoiato,  riprese le sue
    gite, le sue visite alle bettole, i suoi brontolii, trascinando la sua
    gamba malata e annusando la sua tabacchiera di corno.
    Le  donne  ripresero  le  loro faccende: comprarono bende e fazzoletti
    neri per tutte le parenti povere che volevano  portare  il  lutto  per
    Francesco;  distribuirono  copiose  elemosine  in suffragio dell'anima
    dell'assassinato.  E attesero la luna nuova per tingere di  nero,  con
    polveri e scorza di ontano, le vesti di Maria. Durante l'interlunio la
    tintura non riesce bene!
    Le finestre ed il portone rimasero lungo tempo chiusi.


    NOTE.

    NOTA 1: Ges.
    NOTA 2: Canti funebri improvvisati.



    Capitolo ventesimo.

    Una sera,  otto o nove giorni dopo i funerali di Francesco, mentre zia
    Luisa e Maria stavano in cucina aspettando che zio Nicola  rientrasse,
    qualcuno picchi al portone.
    Fu zia Luisa che usc nel cortile per aprire.
    Poco dopo rientr seguita da Pietro Benu.
    Ave Maria egli salut con voce ferma, avanzandosi.
    Un  vivo  rossore  color  il  viso pallido di Maria: Pietro prese uno
    sgabello, sedette e la guard fisso.
    Perdonatemi disse con voce sommessa,  ma  calma.  Non  venni  prima
    perch  ero troppo lontano.  Viaggiavo;  ero assente da oltre quindici
    giorni.  Solo oggi,  al ritorno,  seppi  della  disgrazia;  ne  rimasi
    stordito. Ma come, come accadde?
    Maria sollev gli occhi,  li fiss negli occhi di Pietro.  Una freccia
    non avrebbe ferito come feriva lo sguardo di lei, cupo e profondo;  ma
    il giovine non si turb.
    Stavano seduti entrambi nel medesimo posto ove s'erano scambiati tanti
    baci,  chiusi  dalla medesima cerchia ove s'era svolto il loro romanzo
    di passione; qualche cosa del passato gravava nell'aria: la fiamma del
    focolare,  che strideva come cosa viva,  e tutti gli oggetti  intorno,
    fedeli  testimoni,  ricordavano e ripetevano ai due antichi innamorati
    ci che era accaduto...
    "E' mai possibile ch'egli mentisca cos?" si  domandava  Maria.  "Qui,
    qui, dov'egli ha giurato di non farmi mai male?..."
    S ella ricominci a raccontare,  ripetendo la triste lezione, della
    quale oramai non cambiava pi una parola,  s,  me lo hanno  sgozzato
    come  un  agnello!  La  sera del ventidue maggio egli usc per recarsi
    all'ovile vicino.
    Mentre raccontava, non cessava di fissare lo sguardo su Pietro.
    Anche lui la guardava, ma i suoi occhi erano freddi e indifferenti,  e
    Maria sentiva in cuore un grande sollievo.
    Pensava:
    "Si,  egli  non mi ama pi;  mi ha da lungo tempo dimenticata.  Il mio
    dubbio  stato un delirio".
    Pietro era mutato anche fisicamente;  sembrava pi alto,  pi vecchio;
    scarno,  coi  capelli  irti  e gli occhi freddi e indifferenti: il suo
    viso abbronzato era quasi duro,  aveva una espressione che  Maria  non
    conosceva ancora.
    Ma  a misura che ella raccontava lentamente,  con voce bassa ancora un
    po' rauca per il lungo pianto,  e rievocava con particolari suggestivi
    la  terribile scena della scoperta del cadavere di Francesco,  il viso
    di Pietro pareva rammollirsi,  la  bocca  esprimeva  una  piet  quasi
    infantile,  un  desiderio di pianto,  e gli occhi vitrei s'accendevano
    come al riflesso del fuoco.
    Maria lo guardava e sempre pi si convinceva dell'innocenza di lui.
    Egli era sempre il fanciullo d'una volta, apparentemente fiero,  buono
    e  pietoso  in  fondo.  La  sua  fisionomia,  fosse  quella  d'un uomo
    indifferente o quella d'un amico pietoso,  non era la fisionomia  d'un
    colpevole. Ella aveva sognato.
    Dopo quella sera egli ritorn spesso dai suoi ex-padroni.
    Un  giorno anzi acquist da Maria,  che aveva ereditato solo una parte
    del patrimonio di Francesco,  alcuni tori  e  un  paio  di  buoi.  Per
    combinare  l'affare  egli venne in compagnia di un giovine "istranzu",
    Zuanne Antine, che present come suo socio.
    A proposito di vacche l'Antine ricord il  servo  "Turulia".  In  quel
    tempo  tutti credevano che il presunto assassino di Francesco si fosse
    rifugiato con altri banditi, sulle montagne della Corsica.
    Una volta ho  acquistato  una  vacca,  da  questo  "Turulia".  Me  la
    vendette a buon prezzo,  tanto ch'io dubitai fosse rubata;  ma egli mi
    present due testimoni disse l'Antine.
    Chi erano? domand Maria.
    Egli nomin due giovani nuoresi; e realmente pi tardi il fatto da lui
    narrato risult vero,  e tutti i  proprietari  ai  quali  erano  stati
    rubati  tori  e vacche ne incolparono il servo di Francesco Rosana e i
    suoi amici latitanti.
    Maria era convinta oramai che  il  vero  assassino  di  Francesco  era
    "Turulia";  tuttavia qualche volta si sentiva assalita da scrupoli, da
    sospetti strani.  Come fare per liberarsene?  Pietro continuava le sue
    visite,  offriva  i  suoi servigi a zio Nicola ed alla giovine vedova.
    Anche con zia Luisa andavano d'accordo.
    Un giorno ella gli domand:
    Ebbene, come vanno i tuoi affari? Dicono che tu sei bene avviato.
    E che volete?   egli rispose,  scrollando la testa  col  suo  solito
    gesto sdegnoso.  Il bisogno, dicono, fa correre il vecchio. Tanto pi
    dovrebbe far correre il giovine!  Ho avuto la fortuna d'incontrare  un
    uomo  che  mi  vuol  bene,  e che ha voluto in me non un servo,  ma un
    socio.  Cammino per conto suo ed un pochino anche per conto mio.  Vado
    qua e l,  per tutti i paesi del circondario,  tanto per guadagnare la
    vita...
    Come stanno le tue zie?
    Sempre peggio: sono tanto vecchie;  c' zia Tonia che va consumandosi
    come  una  candela  egli  rispose,  fingendo una grande tristezza,  e
    scuotendo la testa come per togliersi una mosca dal naso. Ma... siamo
    nati per morire.
    S, siamo nati per morire convenne zia Luisa.
    Tuttavia riprese a parlare d'affari:
    Senti,  Pietro;  tu che ora giri,  sapresti dirmi  dove  si  potrebbe
    collocare  qualche  migliaio  di lire,  con garanzie valide e discreti
    interessi?.
    Lo dir al mio socio: potremmo prenderli noi,  i vostri denari disse
    Pietro,  quasi  con degnazione.  Garanzie?  Tutte quelle che vorrete.
    Oramai abbiamo del credito.
    E quando ti ammoglierai? chiese poi zia Luisa.
    Oh, c' tempo! Quando sar ricco! rispose scherzando il giovine;  ed
    i suoi occhi corsero a Maria.
    Ella  ascoltava e taceva,  coi gomiti sulle ginocchia e il viso fra le
    mani. Ogni parola di Pietro la colpiva.
    "Chi pu sapere?" pensava.  "S,  egli pu diventar ricco: non  forse
    diventato ricco anche mio padre?  Ah, forse era meglio che io l'avessi
    atteso: Francesco non sarebbe  forse  morto,  io  non  avrei  sofferto
    tanto... Ora tutto  finito..."
    In quel momento la voce fresca e quasi infantile di Sabina risuon nel
    cortile.
    Zia Luisa? Ci siete?
    Siamo qui, vieni.
    Appena  vide  Pietro,  la  ragazza  si turb alquanto;  ma la sua voce
    risuon ancora pi alta e allegra, d'un'allegria forzata:
    Sei qui,  Pietro Benu?  Come stai?...  Zia Luisa,  venite,  datemi un
    litro d'olio.  Presto,  la padrona m'aspetta, e poi devo andare a casa
    mia, dove m'attende il fidanzato.
    Tu scherzi? chiese zia Luisa, alzandosi pesantemente.
    In fede mia, no: vedrete fra pochi giorni se scherzo o no... Andiamo,
    fate  presto  ripet  Sabina,  battendo  lievemente  sulla  porta  la
    bottiglia. Addio, ragazzi...
    Pietro  e  Maria  rimasero  soli,  e istintivamente si guardarono;  ma
    subito Maria chin la testa.
    Pietro disse con voce tremante, devo chiederti un piacere. Da tanto
    tempo desideravo parlarti a quattr'occhi. Senti.  Sono convinta che la
    morte  del "beato" (1) sia stata pi che altro una disgrazia: l'impeto
    brutale di "Turulia" mi ha reso vedova.  Ma vedi,  la notte non dormo,
    colta da sogni spaventosi: sar un delirio,  ma non posso liberarmene.
    Un pensiero terribile mi tormenta. Senti, Pietro: per l'anima dei tuoi
    morti, giurami qui, su questa santa croce,  che tu non ha consigliato,
    n fatto, n voluto l'uccisione di Francesco...
    Sollev  la  mano,  tenendo  sulla  palma un rosario nero;  ma non os
    guardare Pietro.
    Ma poich egli taceva, dopo un momento di ansia ella sollev gli occhi
    e lo vide cos pallido che istintivamente ritir la mano.
    Pietro fu pronto ad afferrargliela e gliela strinse quasi ferocemente;
    ella sent i grani del rosario premerle la palma, conficcandosi fra la
    sua e la mano del giovine.
    Maria egli disse a denti stretti, con voce anelante, non ti credevo
    cos cattiva... No, non a questo punto... No...
    Appunto perch sono cattiva, ho paura...
    Egli si tolse rapidamente la berretta,  fiss gli occhi ardenti  negli
    occhi di lei.
    Ti giuro...  ti giuro su quanto c' di pi sacro...  Io non so nulla.
    Dimmi che mi credi: dimmi...
    S, ti credo ella rispose convinta.
    E sospir: le parve d'essersi liberata da un incubo.
    Pietro le lasci libera la mano, si rimise la berretta e prosegu:
    Perch questo pensiero? Se avessi voluto fargli del male avrei potuto
    farglielo prima.  Dopo a che mi serviva?  Tanto tu non sarai  mai  pi
    mia: io per te sar sempre un servo....
    Taci, taci... ella supplic. Non parliamone pi.
    Egli s'alz e la guard ancora,  cos ardentemente che ella dovette di
    nuovo abbassare gli occhi.
    Bisogna che me ne vada;  altrimenti tua madre potrebbe accorgersi del
    mio  turbamento...  Vedi  come  tremo...  come un bamboccio...  Tremo,
    perch il dolore che tu ora mi hai dato supera tutti gli altri...  Ah,
    no,  non  credevo...  Ed  io,  io che venivo qui,  solo per vederti...
    perch questo  ancora l'ultimo conforto che mi resta...
    Taci, taci ella ripet. Non tormentarmi.  Ti credo,  ho detto;  ora
    sono tranquilla. S, vattene.
    S, me ne vado. Se vuoi non ritorno pi... Dimmelo, dimmelo...
    Ella  non rispose,  immobile nella posizione di prima.  Egli raggiunse
    Sabina che attraversava la viuzza,  ma la salut appena e pass oltre.
    La fanciulla lo segu con lo sguardo e scosse la testa.

    E  l'indomani  mattina  Sabina  si  rec ad un appuntamento che il suo
    pretendente le aveva chiesto. Diceva a se stessa:
    "E' tempo di pensare ai fatti miei;  Giuseppe   un  buon  giovine,  e
    qualunque  ragazza  della  mia  condizione si chiamerebbe fortunata di
    sposarlo. Che altre speranze ho io?".
    Il dubbio che Pietro fosse complice nell'assassinio  di  Francesco  la
    tormentava  ancora;  in  tutti  i  casi  Pietro non pensava pi a lei;
    perch dunque ostinarsi in questa vana passione?  Ma per  quanto  ella
    fosse  mite  e  ragionevole,  un  segreto  desiderio  di  vendetta  la
    spingeva. Il suo pretendente era fratello di Antonio Pera,  il Pastore
    il cui ovile era vicino all'ovile Rosana.
    Qualche  parola sfuggita a Giuseppe a proposito di Pietro Benu,  aveva
    destato la curiosit di Sabina, e aumentato i suoi dubbi.
    "Maria e Pietro non si sposeranno mai; no,  non si sposeranno..." ella
    pensava con triste soddisfazione.
    Era appena l'alba,  un'alba nitida e fredda di dicembre.  Sabina,  con
    l'anfora sul capo,  si diresse alla fontana di Gurgurigi,  ma  giunta
    davanti  alla  chiesetta  della  Solitudine  si  ferm.  Era  il luogo
    dell'appuntamento. Giuseppe non era ancora giunto,  ed ella,  alquanto
    vergognosa, pens:
    "Che dir?  Che ho avuto fretta?  Ebbene,  pensi quel che vuole, tanto
    sar mio marito. Eccolo!".
    Giuseppe Pera s'avanzava sul suo cavallino rosso.  Appena vide  Sabina
    balz di sella, leg il cavallo e corse sorridendo verso la fanciulla.
    "Non    pi tanto giovine,  ma ha l'aspetto d'uomo bonaccione: ha bei
    denti e begli occhi" pens Sabina; e anche lei sorrise.
    Eccomi disse gentile, ma non tenera; che vuoi da me?
    Che voglio?  Lo sai!  Sai che devo partire.  Ho finito di seminare il
    grano,  e  vado  a  lavorare  in una foresta;  star lontano due mesi.
    Sabina, non mi dici niente?...
    Egli la guardava, ed i suoi occhi esprimevano un'adorazione profonda.
    Sabina abbass gli occhi: era davvero  graziosa,  col  viso  arrossato
    dall'aria fredda, con l'anfora sulla testa e la tunica avvolta intorno
    alla persona snella.
    Che vuoi che ti dica? Non ho gi promesso di... volerti bene?
    Non basta, Sabina. Bisogna che tu prometta di essere mia moglie.
    Ebbene, te lo prometto...
    Sabina, senti. Ci non mi basta ancora. Bisogna che tu me lo prometta
    davanti  all'altare:  ecco  perch ti ho dato appuntamento qui: mi son
    fatto dare la chiave della chiesa. Eccola...
    Sabina si scolor lievemente in viso; mille pensieri le attraversarono
    in un attimo la mente.  La cerimonia proposta da Giuseppe  ,  per  il
    popolino nuorese, valida quasi quanto il matrimonio: orribili sventure
    castigano lo spergiuro.
    Lasciami  pensare  un momento ella disse,  passandosi una mano sulla
    fronte. Va ed apri la chiesa, intanto...
    Ah, tu dunque acconsenti?...
    Va, ti dico.
    Egli and verso la porta della chiesetta: Sabina depose  l'anfora  per
    terra  e  guard  se  si vedeva gente nella strada.  Nessuno;  solo il
    cavallino rosso,  immobile  e  paziente,  aspettava  il  suo  padrone.
    L'aurora  disegnava  gi  i  suoi  archi  rosei  dietro  la  chiesetta
    solitaria.
    La fanciulla raggiunse il fidanzato  e  con  lui  entr  nella  povera
    chiesetta  grigia.   Giuseppe  si  lev  la  berretta,   se  la  gett
    sull'omero, si fece il segno della croce.
    Giuseppe disse Sabina, fermandosi in mezzo alla chiesa,  aspetta...
    Ho  da dirti una cosa.  Io adesso giurer;  sar d'ora in poi come tua
    moglie; ma tu devi dirmi una cosa...
    Chiedi pure.
    Tu devi dirmi, perch tu lo sai, chi ha ammazzato Francesco Rosana.
    Io? egli esclam, balzando indietro come spaventato. Tu vaneggi...
    No, non vaneggio. Vedi, se tu non avessi saputo qualche cosa, avresti
    subito pronunciato il nome di "Turulia"...
    Appunto,  lui...
    No, non  lui disse Sabina, scuotendo la testa. E tu e tuo fratello
    e forse altri ancora lo sapete. Ed io pure lo so...
    Taci, taci, non parlare cos.
    No, lo dico solo a te.  Anche a me,  dopo tutto,  non importa nulla e
    non voglio,  come non vuoi tu,  come non vuole tuo fratello,  come non
    vogliono  gli  altri,  aver  delle  seccature  e  crearmi  degli  odi.
    S'arrangi la giustizia;  se essa non trov gli assassini, tanto meglio
    per questi... Nel mondo c' posto per tutti. Per...
    Per?...
    Per...  dimmi...  Ora non  insisto;  ma  se  ti  domander  il  nome
    dell'assassino, quando saremo marito e moglie, me lo dirai?...
    Te lo dir egli promise.
    Allora Sabina insist:
    E anche prima,  se occorre, non  vero? Per esempio, se Maria Noina e
    Pietro Benu dovessero sposarsi....
    Il contadino spalanc gli occhi e strinse rapidamente le labbra, quasi
    per impedire alla sua bocca di parlare;  ma Sabina non  aveva  bisogno
    d'altro.
    Ora taci pure; andiamo.
    S'avvicinarono all'altare nudo e polveroso;  Giuseppe accese due ceri,
    s'inginocchi a fianco di Sabina e le strinse la mano.
    Io giuro che sar tuo marito.
    Io giuro che sar tua moglie.
    Null'altro;  ma quando Sabina ritir la sua mano,  che la stretta  del
    giovine aveva riscaldato,  si sent triste fino alle lagrime. Ella non
    si pentiva del giuramento, ma un velo funebre copriva l'anima sua,  un
    tempo cos serena e buona.


    NOTE.

    NOTA 1: Del defunto.







    Capitolo ventunesimo.

    Passarono cinque anni.
    Una  dopo  l'altra  erano morte le due zie decrepite di Pietro e l'ex-
    servo abitava adesso la loro casetta da lui ingrandita e restaurata.
    Come mutano le cose di questo mondo! dicevano le  vicine  invidiose.
    E le cose passate si dimenticano!
    Infatti  Pietro  non  era  pi  un servo,  ma un negoziante che faceva
    fortuna;  e tutti lo rispettavano,  anche perch egli era  un  giovine
    serio,  non  vanaglorioso,  che non molestava nessuno.  Contava adesso
    trentatr anni: in tutto il vigore della sua giovinezza matura,  sano,
    agile,  meno  scarno  e  bruno d'un tempo,  egli era bellissimo,  e le
    domeniche,  allorch tutto vestito a  nuovo  e  con  l'orologio  e  il
    fazzoletto  bianco  in  tasca  si  recava  alla  messa di mezzogiorno,
    qualche ragazza benestante si degnava di guardarlo teneramente.
    Ma egli aveva una sola speranza in  cuore,  una  sola  ambizione.  Gli
    pareva che altro scopo non gli restasse nella vita; e per questo scopo
    egli  da  anni  ed  anni  combatteva,  e quest'ambizione lo aveva reso
    astuto, paziente, fine.
    Non frequentava  le  bettole,  non  andava  in  compagnia  di  persone
    sospette.  Invano la moglie del bettoliere toscano correva sulla porta
    ogni volta che egli passava di l per recarsi dai Noina: egli  non  la
    guardava  neppure.  Passati  quei  tempi!  In casa dei suoi ex-padroni
    veniva accolto con deferenza,  come un  amico:  solo  zia  Luisa,  pur
    mostrandosi   affabile   quanto   il   suo  carattere  solenne  glielo
    permetteva,  non mancava qualche volta di ricordargli la sua origine e
    la sua antica condizione.
    Un giorno,  poche settimane dopo la morte delle zie, mentre egli se ne
    stava davanti alla  sua  casa,  badando  all'opera  dei  muratori  che
    fabbricavano un muro, venne a cercarlo l'Antine.
    Il  piccolo  uomo  intraprendente  s'era vestito da borghese;  aveva i
    capelli grigi,  ma  il  suo  viso  sbarbato  conservava  l'espressione
    giovanile  che  lo rendeva tanto simpatico.  Gi da oltre un anno egli
    aveva sposato una ragazza  povera,  ma  di  buona  famiglia,  e  s'era
    stabilito a Nuoro, dove fra le altre cose faceva lo strozzino.
    Da qualche tempo Pietro e l'Antine avevano sciolto la loro societ,  e
    ciascuno negoziava per proprio conto: ma non cessavano  di  vedersi  e
    rendersi dei servigi.
    L'Antine  si  ferm con Pietro davanti al muro in costruzione: era una
    bella giornata di febbraio, faceva piacere starsene al sole.
    Mia moglie ha partorito: una bambina. No,  non credevo che mia moglie
    mi  facesse  questo  torto!  esclam l'Antine,  un po' serio,  un po'
    scherzoso.
    Bisogna vedere se il torto  suo rispose Pietro maliziosamente.
    Sarai il padrino, come hai promesso?
    E la madrina chi ?
    Sceglila tu stesso...
    Ah, quella che io sceglierei non accetterebbe!
    Prova: ad ogni modo,  pregala tu,  Pietro;  forse a te  non  dar  un
    rifiuto.  Se ella vorr,  faremo il battesimo di sera.  Sar una buona
    occasione perch la gente cominci a dire: "quei due si sposano!".
    Non amo che la gente dica queste  cose:  ci  sono  tanti  invidiosi!
    disse Pietro a bassa voce. Vuoi un bicchiere di vino?
    Beviamo pure! Ma perch fai costruire questo muro?
    Voglio fare una tettoia.
    Entrarono  in  una  stanzetta sporca e disordinata,  e Pietro riusc a
    mala pena a trovare due bicchieri e una bottiglia.
    Ecco disse,  curvandosi e sturando una damigiana,  ora  la  casa  
    tutta  in  disordine:  anche  la servetta  andata via;  i parenti non
    hanno voluto lasciarla con un uomo solo... Sebbene...
    Non vantarti tanto: non sei uno stinco di  santo,  poi!  Bene,  versa
    pure dalla damigiana, diavolo, non far complimenti.
    Pietro vers il vino,  un po' del quale si sparse per terra.  L'Antine
    esclam:
    Allegria! Dunque, domanderai a Maria Noina se vuol essere la madrina.
    Buona fortuna.
    Pietro scosse la testa  e  sollev  il  bicchiere:  il  suo  viso  era
    diventato triste.
    Non scherzare,  diavolo;  sai che non mi piace...  Piuttosto,  dimmi:
    puoi prestarmi altri duecento scudi?...
    Io volevo chiederli a te!
    Lasciamo gli scherzi ripet Pietro,  ho davvero bisogno di  denaro.
    Tu sai che il mio capitale  ben meschino, mentre la gente crede ch'io
    stia per diventar ricco...
    Tu puoi diventarlo: perch non ti decidi a sposarla?... Ora parlo sul
    serio, Pietro!
    lo? Ma io l'avrei sposata un milione di volte. Per ho paura. Non che
    ella mi rifiuti! Oh, no ; se io volessi! Ella  ora come la fogliolina
    ancora  piegata  che aspetta un po' di sole per aprirsi disse Pietro,
    riunendo  e  poi  spiegando  le  dita.  Se  io  volessi!   Basterebbe
    guardarla,  e tante,  tante volte io tremo vicino a lei, ma non oso...
    E' presto ancora.
    Bene,  aspetta allora a quando la foglia sar secca!  A quando sarete
    vecchi  entrambi!...  Vedi,  tu  mi  fai rabbia,  Pietro Benu esclam
    l'altro, battendo il bicchiere sul tavolo. Vedrai, anche questa volta
    ti accadr...  come la prima volta.  Tu mi hai raccontato  quanto  sei
    stato stupido...
    Non ricordarmelo... disse Pietro, morsicandosi il pugno. Taci.
    Ah, s, Pietro Benu, tu sei nato per aver fortuna e... invece! Basta;
    tu sei un mezzo uomo, un uomo di ferula! Hai sempre avuto paura. Anche
    "allora" avevi paura;  invece tutto and bene. Bei tempi erano quelli!
    Mi davi ascolto,  ti facevi coraggio,  superavi te stesso: l'odio e la
    passione ti spingevano.  Poi tutto fin.  Paura!  Paura!  Ecco, tu hai
    avuto sempre paura di  tutto  e  di  tutti,  anche  di  me,  d'un  tuo
    fratello!  E  te  lo  dissi  tante  volte: l'uomo pauroso non sar mai
    fortunato.
    Pietro guardava fuori e scuoteva la testa.
    Fortunato! disse con voce triste e sommessa. Non c' stato uomo pi
    sfortunato di me. Io ero nato onesto e son diventato ladro. Io non ero
    nato per uccidere ed ho ucciso... Eppoi, vedi, come dicevo,  son forse
    diventato  ricco?  Per  poche  migliaia  di lire puzzolenti!  E quanti
    pericoli corsi; e quanta povera gente rovinata!
    E che!  Se non volevi rubare qualche  bue  e  qualche  vacca,  volevi
    rubare  dei  milioni?  Eh,  i  grandi furti non si possono fare che in
    Continente.
    Basta impose Pietro, che guardava sempre fuori della porta,  pauroso
    che  i  muratori potessero avvicinarsi e sentire qualche parola.  Non
    parliamone pi.  Ora faremo questo battesimo:  che  nome  daremo  alla
    bambina?
    Maria. Insisto nella preghiera di rivolgerti a Maria Noina...
    In  tutti  i  casi toccherebbe a te;  per me,  ti ripeto,  non amo si
    facciano chiacchiere.  Maria una volta ricevette una lettera  anonima,
    nella quale si diceva: "Sarebbe molto bene che Pietro non frequentasse
    la  tua  casa".  Dopo questo fatto sono stato molto guardingo.  Basta,
    usciamo; andiamo a veder la bambina.
    Uscirono.  Strada facendo l'Antine fece vedere a Pietro una lettera di
    uno  speculatore,  il  quale  lo  incaricava di reclutare "scorzini" e
    "carriolanti" per una "lavorazione", cio per il taglio di una foresta
    in Algeria.  "Vorrei anche delle donne per la pulitura  della  scorza;
    potrebbero  venire  le  mogli  degli  scorzini e dei carriolanti.  C'
    alloggio sufficiente."
    Pu darsi disse Pietro,  che qualche povera diavola voglia  seguire
    il marito. Possiamo cercare.
    La  moglie dell'Antine espresse anche lei il desiderio di veder la sua
    bambina tenuta a battesimo da Maria.
    Pietro,  allora,  per non destare  sospetti  nella  giovine  puerpera,
    promise di "esplorare il terreno".
    Dopo far la richiesta ufficiale disse scherzando l'Antine.
    Uscirono di nuovo assieme e si avviarono verso la casa di zio Nicola.
    Va  l,  fa  tu  da  paraninfo ora;  dopo lo far io per te disse il
    piccolo negoziante.  Vedrai che  finirai  col  darmi  quest'incarico.
    Deciditi, via. Sai che cosa mi ha detto l'altro giorno il Toscano? che
    Franzisc'Antoni  Mureddu  frequenta la casa di zio Nicola...  Attento,
    Pietro: ricordati la prima volta...
    Maria ha rifiutato tanti partiti disse Pietro,  che si turbava  ogni
    volta che vedeva la casa dei Noina. E ne rifiuter ancora.
    Sta  attento,  ragazzo.  Pu  anche  darsi  che  ella  si  stanchi di
    aspettare.  Eccoci arrivati.  Ti  aspetter  qui,  nella  bettola  del
    Toscano. Va.
    Pietro  entr  dai  Noina,  senza neppure accorgersi che la moglie del
    bettoliere correva sulla porta per guardarlo.

    Maria, naturalmente, rifiut di far da madrina alla bimba dell'Antine.
    Bench fossero passati tanti anni,  il  lutto  pi  stretto  opprimeva
    ancora  la giovine vedova.  Ella usciva di rado,  passava nelle viuzze
    pi solitarie,  sempre stretta nel costume nero di vedova.  Anche  coi
    parenti  si  mostrava seria e spesso triste: le sembrava di aver fatto
    quasi un voto monastico,  d'essersi sottratta  alla  vita,  mentre  la
    giovinezza e il desiderio di amore le vibravano nel sangue.
    Qualche  volta  si  domandava se voleva nuovamente bene a Pietro.  Non
    sapeva, o meglio non osava confessarlo;  ma la presenza di lui le dava
    una gioia ardente. Nessun altro uomo sapeva guardarla come la guardava
    lui;  sotto  il  suo  sguardo  ella  si sentiva quasi mancare.  La sua
    volont, sempre cos ferma e vigile, si piegava solo davanti a lui.
    La mattina del battesimo,  una domenica gaia di sole  e  di  scampanii
    argentini,  l'ex-servo  entr  improvvisamente nella cucina dei Noina.
    Zio Nicola e zia Luisa erano andati alla messa cantata nella chiesetta
    del Rosario,  dove si  celebrava  la  festa  di  San  Giuseppe;  Maria
    preparava il desinare, sola, scalza e modestamente vestita.
    Buon giorno, Maria disse Pietro entrando e avvicinandosele.
    Ella si volse, un po' turbata. Egli era vestito con lusso; con la mano
    bianca come la mano d'un borghese, si accomodava la berretta sul capo.
    Maria  s'affrett  a  mettere  i  piedi  dentro le babbucce nere;  poi
    sorrise e disse: Mio padre  andato alla Messa  del  Rosario.  Volevi
    parlare con lui?.
    No, voglio parlare con te.
    Siediti dunque,  avete fatto gi il battesimo? ella disse, prendendo
    una sedia e spolverandola,  sebbene l'avesse gi spolverata fin  dalla
    mattina presto. Siediti qui; ecco, non l:
    puoi sporcarti.
    Mise  la sedia vicino alla porta e torn verso i fornelli;  non sapeva
    come nascondere il suo turbamento.
    Nella cucina pulitissima,  il cui pavimento era  qua  e  l  spruzzato
    d'acqua, regnava una dolcezza, un tepore di focolare acceso; una pace,
    un silenzio di casetta tranquilla.  Pietro si fece coraggio; ricordava
    solo i bei momenti vissuti in quell'ambiente famigliare. Disse:
    Maria,  tu indovini perch son venuto...  Vieni qui vicino,  volgiti,
    ascoltami. Quanto tempo  passato! Ma volgiti, vieni qui.
    Ella si avvicin.
    Dammi la mano,  Maria!  No? Perch abbassi gli occhi? Perch non vuoi
    darmi la mano? No, non aver timore; tu sai che ho giurato di non farti
    mai del male. Vieni.
    Ella scosse la testa, senza sollevare gli occhi.
    Spiegati bene, Pietro; che vuoi da me?
    Allora Pietro afferr con ambe le mani la  spalliera  della  seggiola,
    quasi per vincere la tentazione di stringere le mani di Maria;  poi si
    chin alquanto e disse:
    Cosa voglio da te?  Tu lo sai.  Voglio che tu diventi mia!  E' tempo!
    Credo  bene  che tu non baderai al passato,  che non ricorderai la mia
    bassa condizione d'un tempo,  come io non ricordo il tuo tradimento...
    Ricominciamo una nuova vita.  Io ti voglio bene,  vivo per te,  per te
    sola sono diventato ci che sono.  Ed anche tu mi  vuoi  bene.  Quante
    volte ce lo siamo detto con gli occhi! Parla, guardami, almeno....
    Ella lo guard: fremettero entrambi, ma egli seppe vincersi ancora.
    Vedi disse, stringendo nervosamente la spalliera della seggiola, tu
    mi vuoi bene;  i tuoi occhi non mentiscono.  Perch tormentarci oltre?
    Io  m'ero  proposto  di  non  parlarti  d'amore  finch   non   potevo
    domandarti:  Maria,  ricordi ci che ti promettevo?  Ho tenuto o no la
    promessa?
    L'hai tenuta!
    Ella non sapeva pi staccare gli occhi  dagli  occhi  affascinanti  di
    lui.
    E dunque,  mantieni anche tu la tua! Non rispondi? Perch? Hai paura?
    S, tu hai paura di tua madre,  che non vorr per genero un suo antico
    servo;  hai paura della gente, hai paura di te stessa. O io mi inganno
    o i tuoi occhi mentiscono.  Non mi vuoi  pi  bene?  Non  ricordi  pi
    niente?  Queste  pareti,  questo focolare,  questo fuoco non ti dicono
    niente?  Ricordati,  Maria: allora promettevi che  mi  avresti  atteso
    anche  dieci  anni;  invece ne sono passati appena sette;  e dunque mi
    respingi?  Non mi vuoi?  Non hai piet di  me?  Maria...  Maria...  Tu
    piangi?
    Le si avvicin, le prese le mani, la scosse.
    Parla!  Parla! Perch piangi? Hai qualche grave motivo per disperarti
    cos?
    Ella scuoteva la testa: egli le  mise  una  mano  sulla  fronte  e  la
    costrinse  a sollevare il viso ed a guardarlo.  Anche lui era pallido,
    con le labbra gonfie e tremanti di desiderio e di paura.
    Hai qualche motivo? Hai qualche motivo?
    No ella disse, chiudendo gli occhi come una fanciulla. Ma io oramai
    sono come una morta;  perch vuoi risuscitarmi?  Tu sei giovine...  tu
    puoi...
    Io voglio te sola egli rispose con un anelito quasi selvaggio.
    E  la baci,  e si baciarono;  e sulle loro labbra trem quanto v' di
    pi tragico e dolce al mondo: il rimorso e la volutt,  l'ambizione  e
    l'amore.

    Nel  pomeriggio  di  quella  domenica,  Pietro e l'Antine si trovarono
    assieme.
    Voglio  cominciare  a  cercare  i  "lavoranti"  per  lo   speculatore
    d'Algeri; oggi  festa e i contadini sono in paese disse l'Antine.
    Pietro l'accompagn.  Si fermarono davanti alla chiesetta del Rosario,
    dove un gran numero di contadini e di artigiani assisteva alla scalata
    d'un albero di cuccagna,  tentata invano da parecchi monelli ed  anche
    da qualche uomo serio.
    In cima all'albero,  un altissimo fusto di pioppo, liscio e per di pi
    levigato  col  sapone,  oscillava  un  cerchio,  dal  quale  pendevano
    fazzoletti rossi e gialli,  formaggelli freschi, una borsa, un paio di
    scarpe.  I fazzoletti  svolazzavano  al  venticello  fresco  del  puro
    tramonto; parevano allegri di trovarsi lass e di attirare gli sguardi
    di tanta gente.
    I monelli s'arrampicavano,  su su,  uno dopo l'altro, ma arrivati a un
    certo punto scivolavano e non ritentavano pi la scalata.
    La gente urlava e rideva.
    Quando Pietro e l'Antine giunsero nella piazzetta,  un uomo  piuttosto
    anziano, coi piedi fasciati con stracci, s'arrampicava sull'albero.
    In alto i fazzoletti non sventolavano pi; solo le scarpe, la borsa ed
    i formaggelli,  illuminati ancora dal sole,  oscillavano lievemente in
    attesa della mano vincitrice.
    Nonostante la passione e i gravi e dolci pensieri che  lo  occupavano,
    Pietro  s'interess alla bizzarra scena,  mentre l'Antine parlamentava
    qua e l coi paesani di sua conoscenza.
    Fra gli altri c'era Giuseppe,  il marito di Sabina,  vestito a  festa,
    con  la  barba  gi  un  po'  grigia,  ma  accuratamente  pettinata: i
    contadini e gli artigiani suoi amici lo circondavano e lo incitavano a
    festeggiare il suo Santo conducendolo a bere.
    L'uomo dai piedi fasciati si arrampicava sempre  pi  su;  era  giunto
    quasi  a met del "pinnne" (1).  Ma ad un tratto un grido risuon tra
    la folla:
    Ha due pezzi di falce  attaccati  ai  piedi:  ed    perci  che  non
    scivola.
    Tutti si misero a gridare ed a ridere;  i monelli si strinsero intorno
    all'albero,  lo scossero,  protestando e cercando  di  far  cadere  il
    campione fraudolento.
    Oh, tu, diavolo! abbasso! Non bisogna far cos. Gi, gi!...
    Ma l'altro continuava a salire;  la sua persona magra ma non svelta si
    ripiegava e s'allungava sul fusto con mosse lente, ma sicure.  In alto
    il bizzarro trofeo tremolava tutto, il cerchio s'aggirava intorno alla
    cima  dell'albero e il sole traeva ancora una scintilla dalla molla di
    metallo della borsa.
    Fra le risate e gli urli della folla  l'Antine  faceva  i  suoi  bravi
    contratti coi "carriolanti" e i contadini, la maggior parte ubriachi.
    S'avvicin anche a Giuseppe.
    E tu, di', vuoi andare alla lavorazione d'Africa?
    E' molto lontana dalla costa?
    Non tanto. Vuoi condurre anche tua moglie? C' l'alloggio.
    Mia  moglie non ha bisogno di raschiare scorza rispose il contadino.
    Tuttavia, vedremo... Glielo dir.
    Eccola l: domandaglielo subito,  perch mi occorre sapere il  numero
    delle persone che vogliono andare alla lavorazione.
    Sabina,  infatti,  con una bambina in braccio, guardava "su pinnne" e
    chiacchierava con altre donnicciuole.
    Senza preoccuparsi delle proteste e dei fischi,  l'uomo magro  saliva,
    saliva  sull'albero;  ancora  uno  slancio ed eccolo arrivato.  Per un
    momento la folla ansiosa tacque;  il sole  scomparve;  il  cerchio  si
    ferm.
    Bravo! grid l'Antine,  agitando il braccio verso il vincitore,  che
    era arrivato a toccare il cerchio e ne aveva strappato la borsa.
    Per  reazione,   allora,   tutti  applaudirono:  l'uomo  scivol  gi,
    tirandosi  dietro  il  cerchio,  e  arrivato  a  terra,  nonostante le
    proteste,   gli  spintoni,   le  grida  dei  ragazzacci  che  volevano
    esaminargli i piedi,  strapp i fazzoletti,  i formaggelli, le scarpe,
    fece di tutto un fagotto e se ne and.
    L'Antine, seguito da Giuseppe Pera,  s'avvicin a Pietro,  e lo guard
    sorridendo.
    Hai veduto? gli disse con intenzione. Cos si fa!
    Pietro  scosse  la  testa  col  suo  gesto sdegnoso.  "Cos si fa!" Lo
    sapeva. Le sue labbra, ancora ardenti dei baci di Maria,  sorridevano;
    i suoi occhi scintillavano di gioia.
    Segu l'amico e con lui e col contadino s'avvicin a Sabina.
    La giovine donna aveva perduto la sua freschezza d'un tempo; i capelli
    biondastri  le  sfuggivano  ancora,  qua  e  l,  sulla fronte e sulle
    orecchie, incorniciando un visetto magro e giallognolo; il naso pareva
    trasparente;  gli occhi soltanto,  limpidi e chiari,  conservavano  lo
    sguardo infantile d'un tempo.
    Ella non era infelice, ma era povera. "Mossi Giuanne" (2) non batteva
    veramente  alla  sua  porta,   ma  ella  doveva  lavorare,  procreare,
    allattare,  e le donne che fanno tutte queste cose si sciupano presto.
    Dopo  il suo matrimonio,  le sue relazioni con la famiglia Noina erano
    quasi cessate;  ella non aveva tempo di andare  a  trovare  i  parenti
    ricchi, e questi non si ricordavano di lei.
    Sabina  aveva  dimenticato il passato.  Quando verso sera attendeva il
    marito,  seduta sul limitare della  porta,  e  vedeva  in  fondo  alla
    straducola  avanzarsi  l'onesto  contadino con la bisaccia sull'omero,
    seguito dai suoi buoi stanchi,  ella faceva battere le manine alla sua
    bambina,  dicendo:  "ecco  babbo,  ecco  babbo!" e le pareva di essere
    felice.
    Eppure,  nel veder Pietro  avvicinarsele,  un  lievissimo  rossore  le
    color il viso.  Egli era cos bello,  cos ben vestito, con gli occhi
    ardenti di felicit!  Quanti anni,  quanti secoli erano trascorsi dopo
    quel giorno d'autunno, in cui egli le aveva promesso di "dirle qualche
    cosa"! Come il mondo cammina e le sorti umane mutano! Chi va su con le
    falci attaccate ai piedi, arriva dove vuole; chi cerca di arrampicarsi
    a  piedi  scalzi,  scivola  malamente!  Basta;  speriamo vi sia almeno
    giustizia nell'altro mondo: in questo non ce n' davvero.
    Dunque disse l'Antine,  mentre Sabina baciava  la  sua  bambina  per
    nascondere il lieve turbamento che la trionfante presenza di Pietro le
    destava;  vuoi  o  no  andare con tuo marito?  Sei troppo giovine per
    restare sola tre mesi a casa.
    Ad ogni modo non cercherei te per farmi  compagnia!  rispose  pronta
    Sabina.
    Poi  s'inform  se  per il tempo della raccolta la lavorazione sarebbe
    finita.
    Tu hai seminato soltanto frumento disse a Giuseppe. Potremmo quindi
    restar laggi fino a luglio.
    Va bene,  fino a luglio  accett  l'Antine.  E  fece  un  segno  sul
    taccuino.

    I  "lavoranti" partirono pochi giorni dopo;  con Sabina,  altre povere
    donne seguirono i loro uomini.


    NOTE.

    NOTA 1: L'albero di cuccagna.
    NOTA 2: La fame.







    Capitolo ventiduesimo.

    Il secondo matrimonio di  Maria  si  combinava  nel  massimo  segreto.
    Nessuno  ne  sapeva nulla;  neppure i pi stretti parenti,  neppure le
    vicine abituate a veder Pietro andar tutti i giorni in casa  dei  suoi
    ex-padroni.
    Da  lungo  tempo  Maria  aveva  licenziato  la  serva,  e  neppure  il
    bettoliere toscano era riuscito, fino agli ultimi giorni,  a sapere le
    novit di casa Noina.
    Grandi meraviglie, quindi, e molti pettegolezzi, quando, verso i primi
    di  maggio,  gli  sfaccendati  lessero  le pubblicazioni di matrimonio
    attaccate alla porta del Municipio.
    E' per  questo!  osserv  il  bettoliere,  che  gi  ricominciava  a
    scacciar  le mosche col pennacchio di carta.  Un giorno ho sentito la
    zia Luisa e lo zio Nicola litigare aspramente.  Sentivo pronunziare il
    nome di Pietro Benu, e la zia Luisa diceva al marito: "E' naturale che
    ti sia simpatico.  'Corvo con corvo non si cavan gli occhi!'".  Voleva
    dire che si somigliano.  Si vede che la zia Luisa non vuole Pietro per
    genero.
    Il  bettoliere indovinava.  Quando Maria aveva annunziato il suo fermo
    proposito di sposar Pietro Benu,  zia  Luisa  aveva  arrossito.  Poche
    volte  in  vita  sua  ella  aveva dimostrato cos evidentemente la sua
    collera e la sua vergogna.  Dopo,  madre e figlia,  marito  e  moglie,
    s'erano  bisticciati  e  ingiuriati.  Zio Nicola per poco non si disse
    onorato della domanda di Pietro;  zia Luisa dimentic il suo  "decoro"
    fino a piangere con vere lagrime.
    Pietro Benu? Il mio servo, sposare mia figlia, la vedova di Francesco
    Rosana?  Pietro  Benu,  un  uomo della peggiore "linna" (1),  un cane
    randagio che ha finalmente trovato un osso da rosicchiare? Ma ti hanno
    ammaliata,   Maria?   Che  direbbe  Francesco  Rosana  se  risorgesse?
    Figliolino  mio,  fiore  mio,  ecco  che ti piango come se ti avessero
    ammazzato una seconda volta!
    Il diavolo ti pianga! grid zio  Nicola,  battendo  il  bastone  per
    terra. Non lo hai pianto la prima volta e lo piangi la seconda!
    Lasciamo in pace i morti disse Maria.  E' inutile far scandali.  Ho
    deciso.  Son tanti anni che ci penso,  e se non fossi stata sicura del
    fatto  mio  non  avrei  aperto  bocca.  Dunque   inutile gridare: voi
    conoscete la  mia  volont.  Ci  sposeremo  subito;  andremo  via,  se
    vorrete: fra poco la casa di Pietro sar ultimata.
    La gente...  che dir la gente?... singhiozzava la vecchia. Non per
    me... ma per la gente, per il decoro della famiglia!
    Calmati,  madama reale le disse zio Nicola che  spesso  la  chiamava
    ironicamente  cos.  Maria  non  deve  sposarsi  con  la gente,  deve
    sposarsi con Pietro Benu, che  un giovine intraprendente e fortunato.
    Ecco, prendi una presa di tabacco: uno starnuto ti far bene.
    Zia Luisa afferr la tabacchiera e la scaravent nel cortile.
    Tacete tutti e due, svergognati! Vedremo come andr a finire!
    Ma poi si rassegn e preg che le usassero almeno due  favori.  Primo:
    che il matrimonio si facesse nel massimo segreto.  Secondo: che Pietro
    non l'annoiasse con visite frequenti.
    D'altronde, fin dalla sua prima visita Pietro parl chiaro:
    Zia Luisa,  so che la mia presenza vi dispiace.  Non vi do torto;  vi
    rispetto  e  venero.  Desidero  che il matrimonio avvenga subito.  Che
    dobbiamo aspettare?  Da tanti anni abbiamo atteso ci che pi premeva:
    il consenso di Maria. Dunque? La mia casa non  ultimata, ma ci si pu
    abitare.  Fra giorni io parto per Cagliari; l acquister i mobili per
    la casa e i regali per la sposa: al ritorno faremo le pubblicazioni.
    Benissimo: questi sono uomini che sanno parlare! grid zio Nicola.
    Zia Luisa tacque.
    Maria,  che sedeva lontana dal fidanzato e quasi neppure lo  guardava,
    pens:
    "Vuol fare degli acquisti a Cagliari! Lo imbroglieranno certamente".
    Ma non os parlare.
    Pietro  fece  altre due visite alla fidanzata,  sempre di notte;  ogni
    volta si parl di cose indifferenti.
    Una sera Maria nomin per caso il suo defunto marito, e not una lieve
    espressione di disgusto sulle labbra di Pietro. Appena egli fu uscito,
    zio Nicola le disse:
    Bada,  non si deve mai ricordare  il  primo  sposo  in  presenza  del
    secondo; non farlo pi.
    Ma se prima ne parlavo sempre!
    Allora  Pietro  non  era  tuo  fidanzato.  Credi tu forse che un uomo
    libero sia come un fidanzato? No, vedi; l'uomo  come un'arma, innocua
    se  scarica, pericolosa s' carica...  Il fidanzato  un'arma carica:
    non bisogna urtarla...
    Alla quarta visita "l'arma carica" insist per fissare il giorno delle
    nozze.
    Ardeva  e spasimava d'incertezza e di passione: ogni volta che entrava
    guardava Maria con occhi avidi,  scrutando se sul viso  della  giovine
    vedova appariva qualche segno d'inquietudine.
    Ella  lo  guardava  appena  alla  sfuggita,  ma bastava quello sguardo
    carico di  desiderio  perch  egli  dimenticasse  ogni  altra  cosa  e
    vibrasse  tutto  di  piacere  selvaggio.  Dopo  il primo colloquio non
    s'erano trovati pi  soli:  zia  Luisa  accompagnava  Pietro  fino  al
    portone quando egli se ne andava, e pareva vigilasse e si prendesse il
    gusto crudele di separare i due pericolosi fidanzati.
    Una  domenica mattina Pietro entr all'improvviso,  con la speranza di
    trovar Maria sola;  ma zia Luisa era gi stata alla  prima  messa  del
    Rosario.
    Io  parto  oggi per Cagliari annunzi Pietro.  Mi fermer stasera a
    Macomer per sbrigare un affare; fra quattro giorni sar di ritorno. Fa
    preparare le tue carte per le pubblicazioni, Maria.
    Invece di quattro stette assente otto giorni. Maria si sentiva triste,
    inquieta; pensava a lui come mai, neppure durante i primi mesi del suo
    amore, aveva pensato.  Qualche volta il suo antico orgoglio risorgeva:
    l'idea di dover sposare un ex-servo, dopo essere stata la moglie di un
    ricco   principale,   la   umiliava  profondamente:  ma  poi  ella  si
    riabbandonava tutta alla sua passione,  al  desiderio  ardente  di  un
    amore  sfrenato.  I lunghi anni di vedovanza avevano come rinnovellato
    la sua verginit e smussato il suo carattere primitivo.  Le pareva  di
    aver  provato  tutte  le gioie e tutti i dolori,  tranne l'amore.  Era
    stata  invidiata,   adulata;   aveva  pagato  a  caro  prezzo  il  suo
    tradimento; ora i suoi trent'anni ardevano di desiderio.
    Ella  smaniava di godere,  voleva riacquistare tutto il tempo perduto,
    la giovinezza sprecata inutilmente: ma in tutto ci v'era qualche cosa
    d'impulsivo. Il caldo primaverile, il benessere, la quiete della casa,
    la solitudine,  acuivano in lei questo improvviso trionfo  dei  sensi,
    questo risveglio della giovinezza stanca di dormire.
    Ma  quando  il  desiderio non l'accecava,  ella provava ancora un vago
    malessere;  un rimasuglio di rancore le fermentava in fondo all'anima:
    non  poteva  perdonare  a  Pietro  la  sua  origine  volgare,   e  gli
    rimproverava ogni pi piccola mancanza.  L'antica padrona risorgeva in
    lei, prepotente e beffarda.
    Cos si sdegn perch al quarto giorno egli non ritorn da Cagliari.
    "Eccolo  che comincia a mentire!  C'era bisogno di promettere,  se non
    poteva mantenere?  Che fa ora laggi?  Si  diverte,  ecco  tutto;  chi
    sa..." pensava.
    Il sesto giorno cominci ad inquietarsi.
    "E  Pietro  che  non  torna  e  non scrive!...  Deve essergli accaduta
    qualche disgrazia.  Stanotte ho sognato una lettera listata  di  nero,
    che  non potevo leggere;  mi fece una triste impressione;  mi svegliai
    tremando."
    Quella sera ricevette infatti una lettera di Pietro. Prima di leggerla
    la palp a lungo,  con una specie di  volutt;  poi  per  leggerla  si
    ritir  nella  sua camera.  Egli le domandava perdono del ritardo e le
    esprimeva il suo amore con frasi rozze ma ardenti.  "Ti abbraccio e ti
    bacio mille volte,  come quella domenica;  ti stringo forte, muoio dal
    desiderio di starti vicino e di baciarti ardentemente."
    Bast questo perch ella ricadesse nel suo delirio amoroso.
    Vedi,  madama reale? grid zio Nicola,  battendo lievemente la punta
    del bastone sulla lettera che Maria teneva stretta fra le dita.  Egli
    sa anche scrivere!
    Per, dove lo ha imparato!... esclam zia Luisa. Ed a Maria,  che le
    domandava  consiglio  se  doveva o no rispondere a Pietro,  la vecchia
    disse con dignit: Davvero;  sei ammaliata!  Perch vuoi  rispondere?
    Perch  alla  posta  vedano  la tua lettera?  Un po' di decoro almeno,
    figlia mia; serba almeno un po' di decoro.
    Per serbare un po' di decoro Maria non rispose.
    Pietro ritorn due giorni dopo: port alla sposa magnifici doni,  ed a
    zia  Luisa  un  corsetto di ricchissimo broccato;  e questa gentilezza
    intener alquanto la futura suocera.

    Ebbene ella disse a Pietro,  il giorno dopo le pubblicazioni,  come
    faremo queste nozze? Inviterai i tuoi parenti?
    Egli scosse la testa sdegnosamente.
    Io non ho parenti.  Se volete invitare qualche persona,  fatelo pure;
    per me desidero si facciano le cose modestamente, in intimit.
    Va benissimo rispose zia Luisa; e si volse per nascondere le lagrime
    che le inumidivano gli occhi al ricordo delle prime nozze di Maria.
    Ora Pietro andava e veniva liberamente e rimaneva lunghe ore presso la
    fidanzata,  mentre si facevano gli ultimi preparativi  per  le  nozze.
    Sebbene  Maria serbasse tutte le sue vesti da sposa,  aveva acquistato
    un nuovo costume,  molto modesto,  quale si conviene ad una vedova che
    riprende marito.
    Siccome  la  casa  di Pietro non era ultimata e le nozze erano fissate
    per la seconda met di maggio,  zio Nicola ed anche zia Luisa  avevano
    proposto  agli  sposi  di  passare la luna di miele in famiglia.  Dopo
    tutto zia Luisa non era cattiva, e prima del denaro e del decoro della
    famiglia ella amava Maria di sviscerato affetto. Le vicine poi, con le
    loro adulazioni, e Pietro,  con le sue continue gentilezze,  l'avevano
    alquanto rabbonita.
    Fate  vedere  il  corsetto  che Pietro vi ha regalato le dicevano le
    vicine. Ges, Maria, che bella cosa! E' un broccato antico; un regalo
    degno di voi e di Pietro Benu. E a quando le nozze?
    Ah,  non sappiamo rispondeva zia Luisa,  ripiegando  il  broccato  e
    avvolgendolo nella carta velina.
    Fino  alla vigilia del matrimonio tutti ne ignorarono la data precisa:
    taceva anche zio Nicola,  che rispettava gli  antichi  usi  e  trovava
    giusto che una vedova,  in omaggio alla memoria del primo marito,  non
    festeggiasse le seconde nozze.  Pietro era il pi  impenetrabile.  Non
    parlava con nessuno del suo matrimonio,  sollecitava i muratori perch
    terminassero la casa,  e soffriva all'idea di passare la luna di miele
    presso i Noina e di occupare il posto del morto.
    "Nel suo letto..." pensava rabbrividendo.
    L'antivigilia delle nozze Maria lo guard sorridendo e gli chiese:
    Ti sei preparato?.
    A che?
    A confessarti!
    Egli non rispose subito, e come un'ombra gli offusc gli occhi.
    Sono  molti  anni  che  io non compio il precetto pasquale disse con
    tristezza. Ho tanto sofferto che non credo pi in Dio.
    Tu sai che non bisogna sposarsi in peccato mortale disse  Maria  con
    voce  insinuante.  Peccati  ne  avrai  commessi  in  questi anni!  E'
    necessario che tu ti confessi.  Non dare quest'ultimo dispiacere a mia
    madre, Pietro...
    Egli si chin, poi sollev e scosse la testa.
    Ebbene,  sia.  Ma  anche  tu  mi  devi  fare un piacere: non ho osato
    domandartelo prima. Per il tempo che abiteremo qui,  nella casa di tuo
    padre,  lascia che faccia portare nella camera dove dormiremo il letto
    che ho acquistato a Cagliari.
    A sua volta Maria si fece pensierosa e triste. Era la sposa che doveva
    fornire il letto nuziale,  e Pietro quasi la offendeva proponendole un
    letto suo;  ma d'altra parte egli aveva ragione.  Ecco, la perspicacia
    di zio Nicola non aveva preveduto il caso,  e  Maria,  stordita  dalla
    passione e dall'incalzarsi degli avvenimenti,  non aveva indovinato il
    giusto desiderio di Pietro di non dormire dove Francesco Rosana  aveva
    dormito.
    Allora  vennero  ad  un  accordo: Pietro si sarebbe confessato e Maria
    avrebbe messo un altro letto nella sua camera!

    Un giorno di  maggio,  alle  tre  del  mattino,  nella  chiesetta  del
    Rosario, vennero celebrate le nozze.
    Maria  non  aveva chiuso occhio durante la notte.  A un'ora era gi in
    piedi,  pallida e stanca: le pareva di sognare;  ricordava il chiasso,
    la  magnificenza,  il  lusso  e l'allegria delle sue prime nozze;  ora
    tutto procedeva  in  silenzio,  in  segreto.  Non  era  stata  neppure
    ripulita la casa,  non invitato un parente,  un amico, all'infuori dei
    due testimoni indispensabili.
    Eppure questa volta il cuore della sposa palpitava di  gioia,  le  sue
    mani tremavano nel preparare il letto nuziale.
    Scese in cucina,  spazz, accese il fuoco e prepar il caff: un lieve
    rossore le color il viso stanco.
    Verso le due risal nella sua camera e  cominci  a  svestirsi,  ed  a
    misura  che  si  levava e riponeva nella cassa gli indumenti da vedova
    provava una strana emozione,  un impeto di gioia e di  tristezza.  S,
    ella  si  spogliava  e  si  liberava  d'una veste dolorosa;  un triste
    periodo della sua vita cadeva e spariva con quelle vesti nere  che  le
    avevano   stretto   il  corpo  e  l'anima  tragicamente.   Le  pareva,
    strappandosi da quell'involucro funereo,  di metter  le  ali  come  la
    farfalla  uscente  dal bozzolo;  ma quando sopra il "corittu" d'orbace
    ripose il giubboncello di panno, e ripieg la "pala" e chiuse la cassa
    lievemente,  quasi paurosa di svegliare qualcuno  che  dormisse  nella
    penombra della camera, lagrime di vero dolore le solcarono il viso.
    S'inginocchi, mise i gomiti sul coperchio della cassa e preg.
    Una  visione  tragica  le  apparve  ancora  una  volta,  con  evidenza
    spaventosa: un uomo  abbandonato  sull'erba,  nella  pace  rorida  del
    mattino  primaverile,  con una mano insanguinata che pareva domandasse
    piet...  E un grido d'allodola,  puro e tranquillo come un raggio  di
    luna, scendeva dalle rocce, tremolava sulle siepi fiorite...
    Un  brivido la scosse;  s,  un'allodola cantava davvero,  di l dalla
    casetta tranquilla: il cielo cominciava a schiarirsi: un passo  d'uomo
    risuon nel cortile...
    Ella balz in piedi e cominci a indossare il costume da sposa.

    Per  un  po'  la comitiva,  composta dei due sposi,  di una parente di
    Pietro,  dei testimoni e di zio Nicola,  proced in silenzio,  per  le
    viuzze  solitarie rischiarate dai primi barlumi dell'alba.  Pareva che
    tutti avessero paura di svegliare la gente e di esser veduti.
    Ma ad un tratto Maria,  che camminava  appoggiandosi  alla  parete  di
    Pietro,  si  pose una mano sulla bocca e soffoc un piccolo scoppio di
    riso.
    Che hai? domand lo sposo.
    Ecco, rido perch sembriamo ladri ella rispose senza voltarsi.
    Da quel momento tutti cominciarono a ridere e  chiacchierare,  e  cos
    giunsero davanti alla chiesetta silenziosa.
    La cerimonia fu lunga.  Il sacerdote,  assistito da un vecchio paesano
    che sembrava un apostolo,  calvo  come  era  e  con  una  lunga  barba
    giallastra,  celebr  la  messa  per gli sposi.  Le sue parole lente e
    dolci risuonavano nel silenzio melanconico della  chiesetta  profumata
    di rose, dove la luce dell'alba si fondeva col chiarore dei ceri.
    Inginocchiati  sui gradini nudi dell'altare,  gli sposi stavano muti e
    raccolti;  solo di tanto in tanto  Pietro  sollevava  la  testa,  come
    scuotendosi  da  un  sogno,  guardava  Maria  e  poi  ricadeva nel suo
    raccoglimento quasi triste. Quell'ora solenne,  che era stata il sogno
    e lo spasimo di tutta la sua giovinezza,  non lo commoveva troppo; gli
    pareva d'esserci arrivato cos, naturalmente, come qualsiasi sposo che
    ha scelto senza ostacoli una donna della  sua  condizione:  ma  se  la
    gioia  profonda della vittoria non gli agitava il cuore,  una dolcezza
    profonda e un senso di pace lo rendevano felice.
    Ecco,  finalmente  era  giunto,   come  il  viandante  che  dopo  aver
    attraversato una foresta piena di agguati e di pericoli, arriva stanco
    ad  un  luogo  ospitale  e  sicuro.   Via  ogni  paura,  ogni  ricordo
    spaventoso; il fuoco brilla nel focolare,  il vino aromatico scintilla
    nel bicchiere capace:  tempo di riposarsi, di bere e inebbriarsi.
    Solo,  di tanto in tanto, la voce cadenzata e dolce del sacerdote e la
    voce profonda del vecchio apostolo lo  risvegliavano  dal  suo  sogno:
    memorie   confuse  gli  passavano  allora  in  mente,   vaghi  terrori
    attraversavano la sua felicit un po' melanconica;  ma bastava ch'egli
    sollevasse la testa,  come scacciando sdegnosamente lontano da s ogni
    timore,  e guardasse il viso innamorato della sposa,  perch la  gioia
    della   realt   lo  riavvolgesse  tutto.   Maria  pregava:  anch'ella
    ricordava; rivedeva al suo fianco la triste figura dell'ucciso, ma non
    si turbava per questo.  Non l'aveva pianto abbastanza?  Anche per  lei
    era  tempo  di  risorgere e di godere.  Vedeva Pietro senza voltarsi a
    guardarlo, lo sentiva vicino a lei, giovine, forte, ardente.
    Dio aveva voluto la loro unione: sia lodato Iddio!  Tutto  accade  per
    suo volere.  Per riconoscenza verso questo Dio compiacente e buono, la
    sposa cercava di assistere alla cerimonia con animo tranquillo;  via i
    ricordi,  i  pensieri  molesti,  le inquietudini!  Resti solo l'amore,
    l'amore avido e ardente.
    Anche al ritorno dalla chiesa il corteo pass inosservato:  gli  sposi
    precedevano,  silenziosi, commossi, a testa china; soffiava un leggero
    vento di levante, che li avvolgeva col suo alito caldo e voluttuoso.
    Erano belli e  degni  di  stare  assieme:  una  coppia  perfetta.  Gli
    "accompagnatori", la parente e zio Nicola li seguivano guardandoli con
    ammirazione. Anche il prete diceva:
    Dio li benedica; sembran due fiori dello stesso cespuglio.
    Zia  Luisa aspettava dietro il portone: non pianse n baci gli sposi,
    come l'altra volta,  ma gett su di loro una manata di grano e augur,
    senza scomporsi troppo:
    Buona fortuna! Buona fortuna!.
    Anche le due donne, che erano venute per aiutarla a servire il caff e
    i dolci, gettarono manate di grano sugli sposi; poi corsero a prendere
    i vassoi e salirono nella camera di zia Luisa.
    Il  sacerdote,   appena  entrato,  s'affrett  a  benedire  il  letto,
    scambiandolo per quello degli sposi.  Zio Nicola prov un tale  impeto
    d'ilarit,  che  dovette  piegarsi  ed  appoggiarsi al bastone: rideva
    fragorosamente.
    Chi sa che faccia un altro figlio, ora, mia moglie! Ah, ah, un altro,
    ora!
    Tutti risero; Maria attir il sacerdote nella sua camera:
    Scusi, scusi, "pride Pascale"; venga di qui!.


    NOTE.

    NOTA 1: Lignaggio.

    Capitolo ventitreesimo.

    Otto giorni trascorsero.  Mai luna di miele fu pi ardente e  completa
    di quella di Maria e di Pietro.
    Zio  Nicola  e  zia  Luisa  se  ne  andarono  quasi  tutti i giorni in
    campagna,  dalla mattina alla sera,  per lasciare  in  libert  i  due
    giovani sposi.
    Maggio morente, con tutte le sue dolcezze ed i suoi ardori, completava
    l'idillio: i due sposi si abbandonavano senza freno alla loro passione
    selvaggia,  e  si  amavano  come  dovevano amarsi le coppie primitive,
    nelle foreste giovani del mondo appena abitato.
    Una volta Maria ebbe quasi paura di Pietro,  perch egli  la  guardava
    con uno sguardo feroce,  con gli occhi verdognoli, iridati come quelli
    della tigre: ma quella paura del maschio,  del predatore violento,  la
    illanguidiva,  accresceva in lei il piacere della dedizione. Le pareva
    d'essere portava via  da  un  vento,  da  un  turbine  di  volutt;  e
    diventava anche lei selvaggia, perdeva facilmente la leggera scorza di
    civilt che l'avvolgeva in tempi ordinari; ritornava ad esser la ninfa
    ignuda che aspettava il fauno tra l'erba a cui era ignota la falce.
    Egli  arrivava:  un velo cadeva intorno a loro,  spariva il mondo,  la
    casa,  il passato e  l'avvenire.  Qualche  volta  Pietro  si  mostrava
    inquieto, melanconico, specialmente se, rientrando, non trovava subito
    Maria pronta a sorridergli ed a guardarlo con passione. La cercava, la
    chiamava,  le  domandava  se  avesse  veduto  qualcuno  durante la sua
    assenza. Ella cominciava a credere ch'egli fosse geloso. Ma per lo pi
    egli si mostrava tenero,  dolce,  quasi rispettoso;  pareva non avesse
    dimenticato la sua antica condizione di servo.  Ed a lei piaceva anche
    cos: le sembrava di rivivere in  tempi  lontani,  quando  Pietro  non
    osava  dimostrarle  tutta  la  sua passione.  Ma dopo una settimana di
    ubriacatura violenta  ella  cominci  a  sentirsi  stanca:  la  nebbia
    ardente che la circondava cominci a diradarsi.

    Un giorno ella se ne stava seduta presso la porta di cucina, all'ombra
    della casa, e trapuntava una camicia di Pietro. Era sola. Zio Nicola e
    zia  Luisa  erano  andati  alla  vigna;  Pietro sollecitava gli ultimi
    lavori della sua casetta.
    Nel cortile pulito e innaffiato regnava la solita pace: si sentiva  un
    gran  calore  primaverile,  un  odor  di  garofani  e di basilico,  un
    incessante garrire di rondini innamorate. Maria cuciva e pensava.
    Sentiva un lieve peso alla  testa,  ma  i  suoi  pensieri  erano  meno
    torbidi e il suo respiro meno ansante del solito;  ella ricominciava a
    curarsi dei suoi affari,  rivedeva le  cose  intorno,  ripensava  alle
    chiacchiere delle sue vicine.
    Era  come  convalescente,  ancora  un po' languida e spossata,  ma gi
    libera della febbre che l'aveva resa per tanti giorni incosciente.
    "S" pensava,  "mia madre  gi pentita del suo proposito di  mandarmi
    via,  ma oramai Pietro  deciso.  S, bisogna cambiar casa, almeno per
    un po' di tempo.  Dopo sono certa  che  ritorneremo  qui.  Pietro  non
    rassomiglia  al "beato": se stiamo qui ancora un po',  egli finir col
    questionare con mia madre...  Anche ieri sera,  come egli si   offeso
    perch  "mama"  disse,  veramente  con poca delicatezza: 'Se avrete un
    bambino lo chiameremo Francesco!'. S, egli  ancora geloso del morto.
    Ah, cosa succede in cucina?"
    S'alz e and a vedere.  Era  il  gatto  che  aveva  fatto  cadere  un
    coperchio: ella rimise tutto a posto, rincorse il gatto che attravers
    di corsa il cortile, poi sedette nuovamente e guard fin dove arrivava
    l'ombra della casa, per indovinare l'ora.
    "Sono le dieci: Pietro rientrer forse a mezzogiorno."
    Le  pareva  di vederlo: egli spingeva il portone,  entrava e se non la
    vedeva subito la chiamava.  Ella gli andava  incontro:  si  guardavano
    smarriti,  come  due  amanti  al  primo  momento  d'un convegno,  e si
    baciavano perdutamente.
    Per qualche minuto,  al solo ricordo dello  sposo,  Maria  ricadde  in
    quella specie di ossessione amorosa che da tanti giorni la turbava; un
    nodo  le  strinse  la  gola,  il suo respiro si fece ansante;  ella si
    rimise a cucire, ma l'ago le tremava fra le dita.
    Da questo sogno la scosse un forte colpo battuto al portone.
    Ella mise per terra la camicia, ed and ad aprire.
    Era il portalettere,  un omone rosso dai grandi baffi gialli,  che  la
    guard da capo a piedi, quasi per assicurarsi che era lei. E quando se
    ne  fu assicurato trasse lentamente dalla borsa una lettera con cinque
    grossi  sigilli,  sui  quali  si  notava  l'impronta  d'un  bottone  a
    filigrana.
    Una  raccomandata  per  la  signora  Maria  Noina vedova Rosana egli
    disse, leggendo l'indirizzo. Viene dall'Algeria.
    Dia preg Maria, porgendo la mano e pensando a Sabina che si trovava
    ancora laggi.
    Firmi qui disse l'altro, porgendole uno scartafaccio. Ecco qui.
    Ella dovette salire nella sua camera,  firm,  guard  una  firma  che
    seguiva la sua e si domand:
    "Che cosa vorr da me Sabina? Dei soldi, forse? Ella non sa ancora che
    mi sono sposata?".
    Ridiscese,  richiuse  il  portone e apr subito la lettera.  Era senza
    firma;  ma ella riconobbe la  calligrafia  di  Sabina.  D'altronde  la
    lettera cominciava cos:

    Cara Maria,
    tu sai chi sono;  non mi firmo per prudenza, ma tu sai che io sono una
    persona che ti vuol bene.  Solo oggi,  da una persona  che  arriva  da
    Nuoro, ho saputo del tuo prossimo matrimonio; voglio pregare Iddio che
    la  mia  lettera  non  ti  arrivi  troppo  tardi.  Sarebbe un'orribile
    sventura per te,  ed io scrivo questa lettera  solo  per  salvarti  da
    questa sventura.  Senti,  Maria, non sposare Pietro Benu:  lui che ha
    ucciso Francesco Rosana. Prima,  egli e un suo complice,  che  Zuanne
    Antine,  hanno  ucciso  Zizzu Croca,  poi col coltello di questo hanno
    ucciso Francesco.  Il cadavere di "Turulia" fu nascosto fra  le  rocce
    della tua "tanca" dello "Spirito Santo", in un nascondiglio che solo i
    pastori  conoscono.  Tu,  se vorrai,  potrai assicurarti ch'io dico la
    verit facendo ricercare i miseri avanzi di "Turulia".  I pastori  dei
    dintorni,  Antonio  Pera,  zio Andria ed altri,  conoscono il segreto:
    essi videro i due assassini, che sono pure due ladri,  perch tutte le
    vacche  scomparse  in  quel tempo dagli ovili nuoresi furono rubate da
    loro.  Cos cominci la fortuna di Pietro  Benu,  e  solo  per  questo
    fatto,  anche  se  non  esistessero le prove del suo orribile delitto,
    egli non  degno di sposarti. I pastori tacquero per paura, per vilt;
    anch'io avevo fatto voto di tacere se tu non ti decidevi a sposare  il
    tuo antico servo.  Prego Maria Santissima che questa lettera ti arrivi
    in tempo: fa quello che credi, ma sii prudente,  perch Pietro sarebbe
    capace di ucciderti se si accorgesse che sai.

    Senza avvedersene Maria attravers il cortile e si lasci cadere sulla
    seggiolina  dove poco prima stava seduta.  Il suo viso si fece livido,
    si contrasse; le sue mani e la sua testa tremarono.  Per qualche tempo
    ella  rimase  cos,  come  sopraffatta da una leggera convulsione e da
    completa  incoscienza,  poi  sollev  il  capo  e  si  guard  attorno
    meravigliata.  In  quei  momenti d'incoscienza la sua anima s'era come
    assentata da lei e aveva fatto un viaggio misterioso: era stata in  un
    paese ignoto,  dove aveva veduto cose terribili e grandi,  e ritornava
    mutata e vedeva intorno a s ogni cosa mutata e ne provava terrore.
    Solo dopo qualche istante, pure convinta della verit terribile e come
    stringendola nel pugno con quella  lettera  che  era  pi  inesorabile
    d'una  sentenza  di  morte,  ella  cominci  a  dubitare.  E  nel  suo
    smarrimento,  dimenticandosi di se stessa e delle sue forze gi  messe
    alla  prova,  ella  sent  un  istintivo  bisogno  di  protezione,  di
    sollievo, e desider il ritorno di Pietro.
    "S'egli venisse subito!" pens,  guardando la lettera.  "Gliela  farei
    leggere e...  tutto sarebbe finito. E' una vendetta di Sabina, questa.
    S, ella lo amava, un tempo, ed anche lui le voleva bene... Allora..."
    In un attimo ella ricord tutto il suo triste romanzo, cominciato come
    un idillio e finito in tragedia.  Ricord  tutto.  Rivide  Pietro  che
    attaccava il suo cappotto alla parete di cucina, dietro l'angolo della
    porta...  Era una giornata fosca e triste... Ella gli aveva versato da
    bere e lo aveva guardato con diffidenza,  poich egli  godeva  cattiva
    fama,  sebbene  nulla giustificasse allora le brutte voci correnti sul
    conto di lui.
    Poi i giorni erano passati,  cos,  come passano le nuvole  nell'aria,
    senza  lasciar  traccia...  Che  aveva  ella fatto durante quel tempo?
    Aveva sognato: era bella e beffarda, lo ricordava, s,  ed era superba
    come una figlia di re.
    Perch era poi caduta tanto in basso? Aveva ascoltato il suo servo, ed
    a poco a poco s'era abbandonata a lui come l'ultima delle donne.  Egli
    era buono, allora; ella lo aveva creduto docile e mite come un bambino
    e ne aveva fatto od aveva creduto farne un  suo  trastullo...  Ma  ora
    ricordava le parole e le promesse di lui, in quel tempo.
    "Io   diventer   ricco,   io   sar  fortunato...   per  te...   Far
    l'impossibile... "
    Ah,  fin d'allora egli doveva essere un ladro o pensava di diventarlo.
    E lei, cieca, non vedeva; sorda, non udiva: sentiva solo il sapore dei
    baci di lui, e non si accorgeva che quei baci le avvelenavano la vita.
    Eppure, se egli tornasse! Se egli tornasse e con uno di quei suoi baci
    selvaggi le facesse dimenticare quest'ora di spaventoso tormento!
    "Come,  io  dubito  di  lui?"  grida  una voce dal profondo dell'anima
    sgomentata.
    E una voce pi forte e pi profonda risponde:
    "Tu non dubiti; sei certa! La verit  nel tuo cuore".

    Di secondo in secondo la lotta si faceva pi aspra. Per la prima volta
    ella considerava le cose passate  con  intensit  di  pensiero,  e  le
    pareva  che un velo cadesse dai suoi occhi.  Ricord l'inquietudine di
    Pietro,  ogni volta che egli rientrava in casa e non la trovava pronta
    a sorridergli.  Particolari minimi le ritornarono al pensiero: ricord
    la figura dell'amico di Pietro,  di quel  Zuanne  Antine  arricchitosi
    anch'egli misteriosamente: e la testimonianza di lui,  l'accusa contro
    il servo scomparso, le parve una rivelazione.
    "Egli  il suo complice" pens, "non c' dubbio..."
    Non c' dubbio! S, d'un tratto le parve di non dubitare pi.
    Quasi timidamente spieg ancora la lettera e la rilesse.  Ogni  parola
    la feriva come un pugnale.
    Quando  ebbe  riletta  l'ultima  frase  trasal,  colta  da  un  nuovo
    sentimento.  Ebbe paura del ritorno di Pietro.  Egli era capace di  un
    nuovo delitto per coprire gli altri.

    Allora  ella  nascose la lettera nel seno e guard con un vago terrore
    la linea scura dell'ombra che si accorciava, avvicinandosele ai piedi.
    L'ora passava,  correva col  sole;  quella  linea  d'ombra  lentamente
    mobile aveva qualche cosa di vivo, era un nemico che s'avanzava...
    E una domanda echeggi finalmente nell'anima sua.
    "Che fare? Che fare?"
    Fra poco egli sarebbe rientrato.  Ella lo vedeva,  come l'aveva veduto
    pochi  momenti  prima  nel  suo  sogno  amoroso:  egli  la   chiamava,
    s'avvicinava, si gettava su di lei, e il suo abbraccio la soffocava...
    Ecco,  egli  aveva perduto la sua spoglia di amante;  appariva nel suo
    vero aspetto d'omicida e di ladro...
    Che fare? Che fare?
    Di nuovo ella  divent  incosciente.  S'alz,  pens  di  fuggire,  di
    correre alla vigna per domandare protezione a suo padre; s'avanz fino
    al portone, ma la stessa frase della lettera, che aveva destato il suo
    delirio  di  paura,  le  ritorn  in  mente  e la calm.  "Maria,  sii
    prudente."
    Chiuse il portone con la spranga e si aggir intorno al  cortile  come
    una belva assediata nel suo covo dal cacciatore inesorabile.
    Che fare? Che fare?
    I ricordi la riassalirono con violenza,  sovrapponendosi, mischiandosi
    ai suoi terrori, alla sua angoscia, alla sua speranza,  e rendendo pi
    torbido il caos della sua mente.
    Ella rivedeva la figura di Pietro,  nel crepuscolo lunare, in fondo al
    sentiero della tanca;  ricordava tutti i particolari  della  morte  di
    Francesco,  tutti gli avvenimenti dei suoi anni di vedovanza;  i dubbi
    che l'avevano tormentata dopo la tragedia; il giuramento di Pietro, la
    sua lunga attesa,  la sua evidente astuzia,  la sua crescente fortuna,
    il  desiderio  di  tener nascosto il loro matrimonio,  la ripugnanza a
    sentir nominare l'ucciso,  ad abitare dove Francesco aveva abitato,  a
    dormire nel letto dove Francesco aveva dormito...
    Ma,  giurando,  egli  era  parso  cos sincero,  cos offeso,  che nel
    ricordare quella  scena  Maria  sentiva  ancora  un  impeto  di  gioia
    sollevarle il cuore. Allora respirava, per un attimo, come il naufrago
    che  riesce  a  metter la testa fuori delle onde;  ma poi ricadeva nel
    mare pauroso dei dubbi, nella disperazione che la affogava.
    "Egli ha giurato, sulla santa croce ha giurato...  ed io l'ho creduto!
    Perch,  Signore, perch avete ritirato da me il raggio di luce che mi
    rischiarava l'anima? Che ho fatto io per meritarmi questo castigo?"
    Ella agitava in alto le mani intrecciate, fissando disperatamente quel
    profondo cielo di primavera che un'ora prima rallegrava i  suoi  sogni
    di  sposa  felice;  ma  dall'alto  non rispondevano al suo grido che i
    garriti, quasi beffardi, delle rondini in amore.

    E il sole proseguiva il suo corso,  e la linea  dell'ombra  s'avanzava
    sempre, fatale.
    Pietro  poteva  tornare  da  un  momento  all'altro,  anche  prima  di
    mezzogiorno.
    Che fare? Che fare? Come fingere, come sfuggire al suo sguardo, al suo
    bacio mostruoso?
    Fu picchiato al portone.
    Eccolo,   lui!  Per qualche  istante  Maria  stette  immobile,  senza
    respiro; ma una voce di bambina grid:
    Zia Luisa, aprite. Eh, che, siete tutti morti o malati?.
    Maria  non  apr,  ma le parole della bambina le suggerirono l'idea di
    fingersi ammalata per non insospettire Pietro col suo turbamento. Lev
    la spranga e lasci  il  portone  chiuso  come  al  solito,  col  solo
    saliscendi,  poi si ritir nella sua camera.  Nello scorgere il letto,
    bianco nella penombra della camera silenziosa,  un impeto di pianto la
    soffoc.
    Alla  paura  e all'istinto di difesa,  che fino a quel momento avevano
    reso il suo dolore feroce,  segu la disperazione per il bene perduto.
    La sua angoscia si fece pi cosciente e pi profonda.
    Ella  si  butt  ginocchioni davanti ad un quadretto della Madonna del
    Rosario,  e agitando di nuovo le mani  supplicanti,  balbett  confuse
    preghiere.
    Che  voleva?  Non  sapeva bene.  Voleva che Pietro fosse innocente,  o
    desiderava  che  le  potenze  divine  l'aiutassero  a  vendicarsi,   a
    liberarsi di lui? Non sapeva, non sapeva.
    La preghiera tuttavia riusc a confortarla;  si alz,  sollevata, e le
    parve che tutto fosse un brutto sogno.
    "Ecco" pens,  palpandosi sul petto la lettera,  "ora la  strappo,  la
    butto via,  e tutto  finito.  E' una calunnia, una menzogna. Anche la
    finzione di chi  l'ha  scritta,  di  credermi  ancora  vedova,    una
    perfidia... Come sono stata stupida a spaventarmi!"
    Di  nuovo  ricord la fama di violento e di poco scrupoloso che Pietro
    godeva  prima  di  entrare  al  loro  servizio.  Nulla,   mai,   aveva
    giustificato questa mala fama di lui.  Calunniato: allora come adesso.
    Egli invece era cos buono e mite!
    Ella tir fuori la lettera,  calda e come palpitante,  e la guard.  E
    tutt'ad un tratto ripiomb nel suo terrore.
    Quel  pezzo  di  carta,  quei  cinque sigilli di un rosso cupo,  color
    sangue coagulato,  le davano un'impressione misteriosa,  erano come un
    segno  mnemonico che le ricordava orrende cose.  Ella rivide il sangue
    di Francesco coagulato sull'erba e sulle pietre del  sentiero;  rivide
    la mano rivolta all'ins, implorante piet...
    La paura e l'angoscia la riafferrarono tutta.
    I morti risorgono disse a voce alta,  nascondendo la lettera in modo
    che Pietro non potesse vederla.  Francesco  risorto:   lui  che  ha
    inspirato questa lettera;  lui, l'agnello sgozzato...
    Lagrime  di tenerezza le solcarono il viso al ricordo di Francesco.  E
    quel ricordo la turb come  forse  mai;  e  per  la  prima  volta,  in
    quell'ora di verit spaventosa, ella pens a Francesco con giustizia e
    con affetto.
    I versetti delle prefiche,  le parole che ella aveva un tempo ripetuto
    come una lezione,  le tornarono in mente con insistenza e  le  parvero
    nuove, sgorgate dal profondo dell'anima sua.
    "Egli era buono come un agnello e come tale lo hanno sgozzato..."
    Come era tenero, casto, affettuoso!
    L'anima gli traspirava dagli occhi: vivendo con lui si diventava buoni
    e  leali.  Pietro  invece  bruciava  dove  toccava,  portando con s e
    spandendo intorno a s la maledizione del suo destino.
    Se Francesco fosse vissuto ella lo avrebbe amato di vero amore, - ella
    pensava, - di quell'amore comandato da Dio,  casto e profondo,  eterno
    come il tempo,  sempre eguale e sempre dolce, e non dell'amore carnale
    che l'aveva bassamente unita ad un servo...
    "Egli, il servo vile,  egli mi ha perduto,  mi ha assassinato..." ella
    gemette,  gettandosi sul letto e affondando disperatamente il viso fra
    i guanciali.  "Ha ragione mia madre;  egli mi ha  stregato.  Cosa  son
    diventata io;  io,  Maria Noina,  io,  Maria Rosana! Son diventata una
    donna perduta,  la serva di un servo;  ho peccato  contro  mia  madre,
    contro  la memoria del morto,  contro tutta la mia razza;  ho raccolto
    nel mio letto un servo,  un'immondezza vile.  Sono stata castigata per
    questo?  Oh, no, Signore, il castigo sarebbe troppo orribile... Che ho
    fatto io?..."
    Dalle tenebrose lontananze della sua coscienza,  una voce  accusatrice
    cominciava  a salire: ma ella si difendeva disperatamente e riusciva a
    farla tacere.
    Pensava che Pietro aveva seguita la via del male per lei sola,  ma che
    colpa ne aveva lei?  Era forse stata la prima a guardarlo?... Anche se
    ella non avesse sposato Francesco, Pietro sarebbe diventato egualmente
    un ladro e all'occasione un omicida,  pur di raggiungere il suo scopo:
    arricchirsi,  sposarla.  Ah,  s,  ella ricordava bene le promesse che
    egli le faceva,  nei primi tempi del loro amore: "Io diventer  ricco,
    io cercher la fortuna... far di tutto... per te!..."
    E lo aveva fatto!  Egli era nato col suo destino sulle spalle.  Misera
    lei che era caduta fra i suoi artigli come il passero fra gli  artigli
    del nibbio!

    L'ora passava.  Ella piangeva e ricordava, e mentre in fondo all'anima
    sperava ancora, i peggiori istinti di lei insorgevano e la dominavano.
    Cos le parve di ritornare a poco a poco  padrona  di  s,  della  sua
    volont, della sua astuzia.
    S,  ora le sembrava di veder Pietro nel suo vero aspetto,  come tante
    volte lo aveva confusamente intraveduto.
    Ella era ancora  la  padrona:  egli  il  servo,  ma  il  servo  ladro,
    grassatore,  nemico;  era  il  servo  che  rubava  al padrone,  che lo
    uccideva per usurpargli il posto.  Anche in amore era un violento,  un
    predatore;  ed  ella  ora  lo sentiva,  e tutto il suo rancore d'altri
    tempi, il suo profondo odio di razza si sviluppava in lei come un male
    nascosto che finalmente aveva il suo sfogo.
    "Che fare, ora, che fare?"
    Ed a misura che il male aumentava, la domanda risonava pi forte.
    L'idea di perdonare neppure le pass per la mente.  Per lei non  v'era
    che  la  speranza  dell'innocenza  di  Pietro:  se  egli era colpevole
    bisognava colpirlo.
    Colpirlo? Ma come?  Ma come,  anzi tutto,  riuscire ad assicurarsi del
    suo delitto?
    Da  sola,  per  quanto  abile e astuta,  ella non si sentiva capace di
    indagare,  cercare,  scoprire.  Bisognava o tacere o cercare un  aiuto
    potente  e  colpire  Pietro  a  tradimento,  prima  che  egli  potesse
    difendersi e sottrarsi al castigo.
    Ma a chi rivolgersi?  A chi domandare consiglio?  A sua madre?  Per il
    decoro  della  famiglia,  nonostante il rancore nutrito contro Pietro,
    zia Luisa sarebbe stata capace di  consigliarle  il  silenzio.  A  suo
    padre?  Egli era uomo,  ma vuoto e leggero: egli forse avrebbe riso di
    lei, rimproverandole di non aver sposato Pietro prima di Francesco.
    A chi dunque rivolgersi?  Ella non aveva amici,  non  parenti  di  cui
    fidarsi.
    Ma  aveva molti denari.  Aveva un cofanetto d'asfodelo colmo di monete
    d'oro e d'argento...

    S,  col denaro si ottiene tutto.  Col denaro ella poteva far  parlare
    anche  le pietre della sua "tanca",  poteva scavare,  trarre la verit
    dalla sua profonda sepoltura.  Col denaro si arriva a tutto.  Ma  poi?
    Che fare, poi? Che fare? Che fare?
    La  parola  che  del  resto  le fremeva fin dal primo momento in fondo
    all'anima, minacciosa e cupa come un tuono lontano, le sal finalmente
    alle labbra amare di lagrime:
    "Andr dal giudice".

    Il giudice era la colonna,  l'unica colonna del  suo  mondo  crollato,
    contro la quale ella potesse appoggiarsi.
    Era il padre,  l'amico, il difensore e il giustiziere; l'unico che non
    l'avrebbe tradita. Egli solo,  con la sua potenza formidabile,  poteva
    far parlare i morti, frugare tra le rocce, squarciare il mistero; egli
    solo  poteva  costringere  i  vivi e i morti a pronunziare la verit e
    punire i colpevoli o salvare gl'innocenti.
    In un momento Maria fece il suo piano.
    "Andr segretamente dal giudice. Dopo tutto egli  un uomo e capir la
    mia dolorosa posizione. Egli far subito arrestare Pietro,  e non dir
    certo chi ha fatto la denunzia. Se Pietro  colpevole sar condannato.
    E  di  me  che  accadr?...  E  mia  madre?  E  mio padre?  Noi saremo
    disonorati per tutta la vita;  la gente  si  rallegrer  della  nostra
    sventura. Ogni persona pi vile potr buttare su noi la sua pietra."

    D'un tratto fu riassalita da una cupa incertezza. Si gett dal letto e
    riprese  ad  aggirarsi disperatamente per la camera,  come aveva fatto
    nel cortile.  Che fare?  Che fare?  Era mai  possibile  che  lei,  lei
    stessa,  andasse  dal  giudice ed accusasse Pietro,  l'uomo che fino a
    poche ore prima ella aveva amato ciecamente?
    Ogni oggetto, in quella camera bianca e tranquilla, piena di madonnine
    e di santi rustici sorridenti dalle pareti,  le ricordava quegli  otto
    giorni  di ebbrezza: la sua carne ne fremeva ancora.  Come fare?  Come
    rinunziare alla gioia afferrata avidamente come  un  frutto  da  tempo
    agognato?
    Ella si gett ancora per terra,  davanti alla Madonnina rossa e gialla
    che giocherellava col suo rosario di perle, e implor ci che in fondo
    al cuore sentiva impossibile.
    "Fate che risulti la sua innocenza. Piet di me, Maria Santissima."
    E ripet a voce alta:
    E' tutto un sogno.  Non  vero niente:    una  calunnia.  Perch  ho
    creduto? Sono pazza?.
    Si  mise  una mano sul petto e sent la lettera,  i cui cinque sigilli
    pareva le marchiassero la carne:  "...  sii  prudente,  perch  Pietro
    sarebbe capace di ucciderti se si accorgesse che sai...".
    Si alz,  ricominci a vagare qua e l intorno alla camera, si accost
    allo specchio e quasi non riconobbe il suo viso alterato e verdognolo.
    Sembrava una maschera.
    L'ombra del dubbio la circond ancora: e la figura del giudice  cambi
    aspetto, da amica divent nemica e minacciosa.
    Il  giudice  come lo scavatore d'un pozzo,  che non riposa finch non
    ha trovato la sorgente.
    E per quanto ella si difendesse con se stessa,  sapeva dov'era e quale
    era la sorgente del suo male.
    Troppe   cose  contro  di  lei  potevano  risultare,   se  il  giudice
    investigava bene.  Gli  uomini  della  giustizia  potevano  condannare
    Pietro;  ma la gente avrebbe condannato lei.  La gente!  No,  la gente
    doveva ignorare il dramma come aveva ignorato l'idillio: per la  gente
    ella doveva sacrificarsi ancora, per tutta la vita...

    Sembrandole  di  nuovo  che  Pietro  attraversasse il cortile si gett
    ancora sul letto, ripresa da un terrore infantile.
    Le pareva di esser ridiventata bambina e di trovarsi sola  nel  letto,
    al  buio,  nel  mistero  pauroso  d'una notte invernale,  con la mente
    ancora piena di storie terribili udite accanto al focolare.
    Per lunghi anni, nella sua infanzia, l'essere che pi le aveva destato
    terrore era stato il "ladrone".  Ella se lo  figurava  alto  come  una
    quercia, con due grandi occhi di gatto e due mani simili ad artigli di
    nibbio.
    Egli  viveva  nelle  grotte  della  montagna,  dove  nascondeva i suoi
    tesori; di l scendeva, la notte, armato di sette coltelli,  coi piedi
    enormi fasciati per non destar rumore...
    Passava tacito e lieve,  rompeva le porte...  penetrava nelle case dei
    ricchi...

    Ma Pietro non viene,  ed ella si calma  di  nuovo,  pronta  e  vigile,
    decisa a combattere da sola il nemico. Ella  nata per combattere, per
    lottare,  per ferire a tradimento.  Ella ha sempre tradito. Ha tradito
    Pietro, tradito i parenti, tradito Sabina. Anche Francesco ha tradito,
    non confessandogli la verit.  Forse egli non sarebbe  morto  se  ella
    avesse  parlato.  Ma il mondo tutto  pieno di tradimenti e d'insidie:
    l'uomo deve lottare con l'uomo per avere la sua parte  di  sole  e  di
    terra!  Che  colpa  ne  ha  lei  se ha dovuto lottare e se ancora deve
    lottare per non essere vinta e presa al laccio nell'agguato  terribile
    della vita?
    Ecco, l'essere primordiale risorge in lei; non pi per amare, come nei
    giorni  passati,  ma  per lottare e difendersi.  Ed a misura che l'ora
    passa e il pericolo si avvicina, ella si munisce di tutte le sue armi,
    che sono i suoi  istinti  femminili,  dominati  per  da  una  volont
    implacabile.  Ella torna ad essere la donna che ha veduto intorno a s
    i fantasmi pi misteriosi,  le ombre  spaventevoli  della  morte,  del
    delitto,  del  dolore;  ed    passata  come  una  figura  leggendaria
    attraverso il bosco nero, nella notte tragica, ed  andata incontro al
    suo triste destino, pronta a sfidarlo.

    Un passo nel cortile.
    Maria, dove sei?
    Eccolo!  Egli saliva,  egli veniva,  lieve e sicuro  come  una  tigre:
    eccolo, egli si avanzava, pronto all'assalto, egli il "ladrone".
    Nel  vederla a letto Pietro si spavent.  Le si curv sopra,  le prese
    una mano.
    Maria! Che hai? Che c'? Perch sei a letto?
    La baci,  la guard.  I suoi occhi inquieti parevano gli occhi di  un
    bambino spaventato.
    Ella lo guard, lo respinse.
    Mi  sento  male.  Dolori...  dolori  di  testa  fortissimi:  ora  sto
    meglio... Lasciami.
    Egli si guard intorno inquieto, poi fiss di nuovo, su lei, gli occhi
    chiari, pieni di un misterioso spavento.
    Dolori di testa? Che sar? E non hai chiamato nessuno.  Non hai fatto
    niente?  Neppure  un po' di aceto ti sei messa?  Sei come una bambina!
    Ora vado... prendo un po' d'aceto...
    Usc: ella non disse nulla, non si mosse.
    "Egli ha paura" pens. "Come mi ha guardato! Ha paura di me!"
    Egli ritorn, con l'aceto. Cerc un fazzoletto, lo inzupp,  e lo mise
    sulla fronte di Maria.  Ella lo lasci fare.  Curvo, ansioso, egli non
    cessava di guardarla,  e parlava,  parlava;  ma parlava troppo,  ma si
    affannava troppo per un cos piccolo male.
    Ti senti meglio,  ora?  Un poco,  s,  vero? Ma cosa  stato? Ma cosa
    sar? E da molto? Il fuoco  spento...  Chi  venuto,  stamattina?  Ti
    senti meglio?
    Si,  meglio.  Va,  lasciami.  Va e cercati da mangiare. Va, lasciami,
    ora.
    Ma egli insisteva: voleva sapere chi era venuto, quella mattina,  e se
    il  male  era  cominciato  da  molto  tempo,  e che cosa poteva averlo
    causato.
    D'un tratto, i suoi occhi sempre pi inquieti s'illuminarono.
    Che tu sii incinta, Maria?
    Ella chiuse gli occhi, scosse la testa: e non pronunzi parola,  ma la
    domanda  di  Pietro,  che  ella  ancora  non  s'era fatta,  le ricolm
    nuovamente l'anima di dolore furibondo.
    Un figlio di lui! Bel rampollo doveva nascere! Eppure!...
    Riapr gli occhi, li fiss sul volto dell'uomo. E le parve che,  in un
    attimo,  il  viso  di  lui  si  fosse trasformato: s'era fatto docile,
    infantile,  con due occhi non pi turbati,  ma teneri,  supplichevoli.
    Quando ella lo aveva veduto cos? Quando, quando? Non ricordava: forse
    in  un  giorno  lontano,  nel  tempo del loro primo amore;  forse quel
    giorno,  nella vigna,  quando egli avrebbe potuto farle  del  male,  e
    invece l'aveva pregata di andarsene: forse la prima sera,  quando egli
    l'aveva abbracciata e le aveva detto: non ti far del male!
    E invece,  quanto gliene aveva fatto.  Quanto gliene faceva  e  gliene
    farebbe  ancora!  La sola sua presenza,  oramai,  le recava un mortale
    dolore.  Ella non aveva pi paura di lui,  e  anzi  sentiva  che  egli
    medesimo,   con  la  sua  cieca  passione,  era  per  lei  il  miglior
    protettore. Egli l'avrebbe difesa anche contro se stesso, egli che per
    arrivare a lei aveva percorso una via piena di pericoli e di orrori.
    Curvo su di lei Pietro le parlava con dolcezza,  insistendo per sapere
    se ella si sentiva meglio,  proponendole di farsi visitare dal medico,
    di chiamare qualche vicina che le preparasse un po' di caff.
    Ella rispondeva sempre  no,  con  rabbia  mal  repressa.  Non  potersi
    liberare di lui!  Averlo sempre cos vicino,  attento,  investigatore!
    Restare con lui,  sempre,  come la bambina della favola nella tana del
    "ladrone".
    Ella  sentiva  che  questo era il suo maggior dolore: restare con lui!
    averlo sempre vicino, sempre con s, entro di s, come un male fisico,
    come un cancro inguaribile! S'alz a sedere sul letto,  si strinse con
    le  mani  la  fronte coperta dal fazzoletto bagnato: l'aceto le scorse
    sulle guance, le bagn le labbra, mescolato a lagrime d'ira affannosa.
    E le parve che qualcuno le desse da bere il fiele e  l'aceto,  come  a
    Ges.
    Pietro  s'era scostato e la guardava sempre: ma il suo sguardo non era
    pi desolato e inquieto.  Anche lui capiva,  o credeva di  capire.  Il
    male di Maria era troppo esagerato.
    Piangi? le disse, riavvicinandosele. E' cos forte il dolore? E non
    vuoi  che chiami il medico!...  Io vado,  mando una vicina.  Puoi star
    sola un momento? Maria, rispondi!
    Col busto ripiegato, le mani intorno alla fronte,  gli occhi fissi sul
    pavimento,  ella pareva intenta solo al suo terribile male. Pietro non
    osava pi toccarla.
    Vado? ripet.
    Ella disse a denti stretti:
    Va pure! Va tu; non chiamare le vicine.
    Egli usc. Ella pens:
    "Egli ha paura: egli ha capito: egli non chiamer  il  medico:  nessun
    medico della terra pu guarire il nostro male.  Dio mio,  Dio mio, che
    faremo noi?".
    "Che faremo noi?  " Per la prima volta,  dopo quelle due lunghe ore di
    incubo,  ella associ al suo il dolore di Pietro.  La presenza di lui,
    per quanto odiosa ed insopportabile, le aveva ricordato molte cose. Lo
    sguardo di lui tenero e selvaggio,  sguardo da schivo e da condannato,
    le aveva spiegato molte cose.
    "Che faremo noi?"
    Ed  ella  previde  lucidamente  ci che doveva avvenire.  Ella avrebbe
    taciuto,  ella avrebbe sperato ancora;  ma come un giorno era riuscita
    ad  arrivare  fino  al cadavere di Francesco,  un altro giorno sarebbe
    arrivata a scoprire gli avanzi dell'altra vittima ed a farli  parlare.
    S,  anche i morti parlano.  Ed anche i vivi,  talvolta. Col denaro, e
    con la volont si arriva a  tutto.  Il  denaro,  ch'ella  aveva  amato
    tanto,  amato pi di se stessa,  le avrebbe dato almeno il conforto di
    arrivare fin dove ella voleva: fino alla verit.
    "Solo Pietro tacer" ella pensava,  morsicando il fazzoletto  imbevuto
    di aceto.  "Egli finger e tacer sempre.  I morti, i vivi, le pietre,
    gli alberi,  ogni cosa potr parlare,  ma non lui!  No,  no,  egli non
    parler..."
    E  quando anche lui avesse parlato,  ella non l'avrebbe certo accusato
    al giudice.  Come nessun medico poteva guarire il  loro  male,  nessun
    giudice  poteva condannarli ad una pena maggiore di quella a cui erano
    condannati.
    Ella ricordava  appunto  di  aver  veduto,  una  volta,  una  fila  di
    condannati  diretti  ad  una colonia penale.  Procedevano a due a due,
    incatenati assieme.  Ella e Pietro erano simili  a  quei  disgraziati;
    legati da una stessa catena, diretti allo stesso luogo di castigo.
    Da anni ed anni essi procedevano assieme per una via grigia,  vigilata
    dal fantasma del male: ed  erano  giunti  ad  un  crocicchio,  adesso,
    intorno  al  quale s'aprivano altre strade,  tutte eguali,  tortuose e
    buie.
    Tanto valeva prenderne l'una o l'altra: tutte conducevano allo  stesso
    luogo di espiazione.

