LA MAESTRINA DEGLI OPERAI

di

EDMONDO DE AMICIS



Una delle pi belle scuole suburbane di Torino, che son tutte nuove e di bell'aspetto,  quella del piccolo sobborgo di Sant'Antonio, posto un miglio fuor di porta e abitato in gran parte da contadini e da operai di due grandi fabbriche di ferramenti e di acido solforico, che lo riempion di rumore e lo copron di fumo. Il sobborgo  formato da una sola strada diritta, fiancheggiata di piccole case e d'orticelli, dalla quale si spicca un largo viale, che corre nella campagna aperta: in fondo a questo v' la chiesa, solitaria, e dall'un dei lati, sul confine d'un campo, la scuola. L'edifizio, piccolo e grazioso, ha cinque stanzoni al pian terreno, per le cinque classi elementari, e due camerette per il cantoniere e sua moglie che servon da bidelli, e al pian di sopra, i quartierini per le quattro maestre e un maestro, che hanno ciascuno due camerette e una cucina. Agli insegnanti appartengono cinque orti minuscoli, chiusi nel muro di cinta del cortile, e coltivati dal bidello, che tien per s i legumi e d al primo piano le fragole e i fiori. Questa piccola famiglia scolastica, non visitata che rare volte dall'ispettore di Torino, se ne vive l come in una villetta, tranquilla e libera; senonch le delizie della villeggiatura le sono molto scemate da quattro mesi di freddo e di nebbia, durante i quali il luogo  uggioso e la solitudine triste.
Era appunto una giornata grigia e cruda della fin di novembre, e la giovine maestra Varetti stava guardando con maggior tristezza del solito, dalla finestra della sua cameretta, i tetti bassi del sobborgo, al di sopra dei quali fumavano i camini altissimi delle officine, e la vasta pianura coperta di neve, chiusa lontano dalle Alpi bianche, velate dalla nebbia. L'uggia della stagione e del luogo le era accresciuta dal pensiero molesto di dover incominciare il giorno dopo la scuola serale degli adulti a cui l'aveva destinata la Direzione delle scuole di Torino, essendosi fatta dispensare da quell'ufficio, dopo un mese e mezzo di lezioni, la moglie del maestro Garallo, per indebolimento improvviso della vista. Ella non sarebbe stata cos inquieta se avesse dovuto far quella scuola in un altro villaggio qualsiasi; ma le davan pensiero quei contadini del suburbio; guasti dalla vicinanza della citt, dove andavano a passar la domenica, e donde ogni giorno di festa veniva l uno sciame di barabba a giocare e a straviziar nelle osterie, triplicate di numero dopo che v'era il tranvai; la intimidivano anche di pi gli operai, meno rispettosi dei contadini e meno maneggevoli, fra i quali si diceva che ci fossero dei socialisti; e pi ancora che gli uomini fatti, tutti quei ragazzi tra i dieci e i sedici anni, ch'essa vedeva uscire a frotte dalle fabbriche, maneschi, sboccati, insolenti e, a quel che le dicevano, pi sfrontatamente corrotti e viziosi dei grandi. Ma la sua inquietudine derivava pure da ragioni particolari della sua natura e della sua vita. Figliuola d'un maggiore di fanteria, di famiglia nobile, morto alla battaglia di Custoza, vissuta fino di diciott'anni in un collegio severo di provincia, timida e gentile di natura, aveva avuto fin da bambina una specie di terrore fantastico della plebe, effetto d'una malattia grave, che le era nata da una violenta commozione di spavento, per aver visto dalla finestra di casa sua una rissa sanguinosa d'operai minatori. Essa credeva assai pi numerosa, e anche pi malvagia che non sia, quella parte infima del popolo che vive in uno stato di ribellione perpetua a tutte le leggi sociali, e che d la maggior folla alle carceri e alle galere: questa, nella sua immaginazione, era quasi la plebe intera; e il pensiero di quel vasto sotterraneo tenebroso, ch'ella si figurava aperto sotto i suoi piedi, nel quale correvano rigagnoli di vino e di sangue e lampeggiavan coltelli e sonavan grida d'assassinati e bestemmie orrende e canti osceni di malfattori e di donnacce, l'affannava quasi di continuo come una visione orribile, da cui non si poteva liberare. Quando qualcuno le passava accanto, che le paresse di quella gente, le correva un brivido per le vene; a una frase del loro gergo, che le venisse per caso all'orecchio, le si accapponava la pelle; e al solo veder per la strada un principio di rissa, impallidiva come una morta, si sentiva fuggire le forze, rientrava in casa tremante da capo a piedi, sconfortata dell'umanit e della vita. Sentiva non di meno per quegli esseri una curiosit viva ed inquieta, che la forzava a guardarli; quando poteva, di nascosto, a meditar le loro frasi colte a volo, come manifestazioni parziali del loro animo, a rintracciar particolari della vita e della natura loro nelle cronache dei giornali, dov'eran raccontate le loro gesta. E questo terrore morboso cercava in ogni modo di vincerlo, poich, buona e religiosa com'era, sentiva che derivava da fonte impura, da una insufficiente comprensione, da un sentimento non abbastanza profondo dell'ingiustizia sociale, della miseria, dell'ignoranza e del malo esempio, cagioni prime dell'abbrutimento e del delitto. E quand'era chiusa nelle sue meditazioni, capiva e sentiva tutto ci vivamente, s'impietosiva per coloro che l'atterrivano, li amava d'amor cristiano, sognava anzi un'opera redentrice, una legione di signore missionarie di bont e di gentilezza tra la plebe, immaginava se stessa dedicata a quell'opera, entrava col pensiero nei luoghi pi abbietti a tentar d'aprire e di ammollire i cuori, e le pareva che ci sarebbe riuscita, e si eccitava in questa immaginazione fino a piangerne di tenerezza, e s'illudeva d'aver acquistato, come per un miracolo, il coraggio, tanto da fermar nell'animo di mettersi alla prova, alla prima occasione. Ma un'ora dopo, se le accadeva di passar davanti a una delle fabbriche del sobborgo mentre n'usciva l'onda nera e tumultuosa degli operai, la riprendeva con tutta la sua forza il sentimento consueto, e ogni sforzo ch'ella facesse per resistervi, era vano. Quando la sera della domenica, stando alla finestra, vedeva in fondo al viale la lanterna rossa e l'uscio illuminato dell'osteria della Gallina, al primo suono delle voci sformate e minacciose che annunziavano una baruffa, all'immagine esecrata, che le si presentava subito, dei coltelli branditi e d'un cadavere steso sulla via, le pigliava una debolezza mortale dalla nuca alle reni, un senso inesprimibile d'impotenza, come una paralisi improvvisa del corpo e dell'anima, che le lasciava appena la forza di chiudere le imposte. E non potendo far altro cercava di fortificarsi l'animo prendendo familiarit coi suoi piccoli alunni della seconda classe, pensando che molti di essi, fatti grandi, sarebbero pur stati come quegli uomini che le mettevan tanto terrore, bevitori, rissosi, pronti al coltello, feroci. E con questo pensiero li osservava curiosamente, li interrogava, s'ingegnava, di scoprire in loro i germi delle passioni violente e brutali che li avrebbero agitati pi tardi. Ma i suoi studi le giovavan poco. La pi parte erano apatici a segno che non si cacciavan neppure le mosche dal naso e dagli occhi mentre leggevano, e quanto al penetrar nel loro cuore, l'impresa era cos difficile, che in un anno e pi da che si trovava a Sant'Antonio, essa non era ancora riuscita a farne piangere un solo. La classe sociale che le turbava l'anima rimaneva sempre davanti alla sua immaginazione misteriosa e terribile come prima.

Tutta compresa di quel pensiero, ella seguitava con l'occhio un treno lontano della strada ferrata, che rigava la pianura bianca, quando fu distratta da una visita, che a quell'ora non s'aspettava pi . Era la maestra Mazzara, arrivata da Torino col tranvai: veniva una volta il mese a trovar la sua amica suburbana, come la chiamava, quasi sempre il dopo pranzo del gioved. Era maggiore di lei di dieci anni, alta e secca, tutta nervi, con una carnagione di un rosso di prosciutto crudo, e aveva due begli occhi grigi curiosissimi, scintillanti sopra un naso a falcetto, di sotto al quale s'apriva una fontana di parole inesauribile, che qualche volta pareva che s'ingorgasse all'orifizio, e non potesse uscire per la troppa furia.
Baciata l'amica, le disse quello che aveva gi fatto nella giornata: aveva girato l'ingirabile: s'era levata alle sette, era andata a trovare una sua amica francese, monaca, maestra nell'istituto del SacrCur, a chieder notizie d'un'altra, malata, maestra nell'Istituto Faconti, a raccomandare un ragazzo a don Bosco, all'oratorio di via Cottolengo; poi aveva portato un articolo d'un'amica alla direzione dell'"Unione degl'insegnanti" e dato una corsa, per un suo affare, alla Societ del canto corale, di cui faceva parte. "Dopo questo" concluse "ho ancora voluto venire a veder la mia Enrica." Ma, avvicinandosi per ribaciarla, s'accorse della sua tristezza, e cambiando improvvisamente viso, voce e atteggiamento: "Che c'?" le domand. "Cos'hai? Che  accaduto?".
La Varetti la fece sedere davanti a s, nel vano della finestra, e le disse della scuola serale e dei suoi timori.
"Non  altro?" domand vivamente l'amica, sorridendo. "Oh povera bambina! Tu dovresti esser contenta! Lasciamo andare che sono ottanta lire al mese di pi ... Ma tu ti crei dei fantasmi. Ti assicuro che ti troverai benissimo, invece. La gente del popolo  buona; non bisogna badare alla scorza; ci scoprirai delle qualit di cui non hai idea. Vedrai, vedrai. Gi, tu lo sai, io sono mezza socialista."
Era anche socialista, infatti; era un po' di ogni cosa. Religiosa con le famiglie religiose, democratica con le famiglie del popolo, aristocratica con l'aristocrazia, fautrice dell'"emancipazione" della donna con le amiche "emancipate", e affettuosamente piaggiera con tutti, aveva relazione con mezza Torino, bazzicava cento case, dove dava lezioni e accettava pranzi, conosceva preti, deputati, giornalisti, gente bisognosa, che raccomandava da tutte le parti; aveva amiche in tutti gli istituti signorili, era confidente di cinque o sei direttrici, scriveva lettere d'ammirazione, per aver degli autografi, a uomini e donne illustri, andava agli accompagnamenti funebri dei morti ragguardevoli, cacciandosi in mezzo ai parenti per farsi credere amica di casa, presentava gli uni agli altri i suoi conoscenti del mondo scolasticoletterario, rendeva servizi a tutti, risapeva tutto, s'intendeva di tutto. Soltanto, non scriveva perch le mancava il tempo; anzi non parlava mai di letteratura, che le premeva poco; non era nata che per l'azione, non aveva alcuna vanit letteraria; la sua suprema ambizione era di diventar direttrice d'una scuola municipale.
Ma la Varetti non fu punto rassicurata dalle sue parole. Sapeva, per esempio, che a una maestra della scuola serale di Sant'Andrea gli alunni avevano perfin disegnato delle figure oscene sulla lavagna, e fatto tali scandali in classe, ch'era stata costretta a far venire suo padre a assistere alle lezioni. Un'altra aveva trovato una lettera piena di sudicierie sotto il calamaio, e s'era quasi ammalata dallo spavento perch le avevano messo un topo vivo nel cassetto del tavolino. Infine, una maestra d'un altro sobborgo, avendo denunciato all'autorit due alunni grandi che disturbavano la scuola, questi s'erano appostati di notte sulla strada dove doveva passare e l'avevan buttata in un fosso.
La Mazzara scroll le spalle. Erano invenzioni, esagerazioni: le maestre facevano una tragedia d'ogni bazzecola. "Credi" disse "il popolo, gli operai specialmente, son gente di buona pasta, di cui si fa quello che si vuole, basta saperli prendere pel loro verso; e chi ne sparla, non li conosce. Parlo degli uomini, per. Quanto alle donne...  un altro affare."
E anche per confortare l'amica col proprio esempio, le prese a raccontare le fatiche che durava lei a far la scuola festiva nella Sezione Norberto Rosa. "Figurati, cinquanta alunne di tutte le et, dai dieci anni ai cinquanta, sartine, serve, operaie, bottegaie, ostesse, giovani di negozio, piene di malizia... e di peggio. Entrano in scuola facendo un baccano indiavolato, si disputano perfino a pugni i posti vicino alle finestre, per poter vedere gli amanti nella strada. E poi, un amor proprio! Le donne d'et non vogliono che io corregga i componimenti a voce alta, e rispondono impertinenze se le rimprovero; le giovani ridono quando faccio la morale; questa non vuol che imparare a far dei conti per la sua osteria, quella non vorrebbe che scriver lettere, per esercitarsi alle corrispondenze amorose; una vuole uscir prima perch ha la cucina che l'aspetta, un'altra s'addormenta perch ha passato la notte a cucire, o chi sa come. Credi, Enrica, che  molto meglio aver che fare coi baffi."
Mentre essa discorreva, l'amica osserv un bel vestito di lana bigia finissima, che non le aveva mai visto, un po' troppo appariscente per lei; e le domand quanto le costasse. Quella arross un poco, e rispose di sfuggita: "Roba vecchia". Ma alla Varetti pass per la mente un sospetto spiacevole: che anche quello, come gi un altro dell'estate scorsa, fosse un vestito smesso d'una bella ragazza che aveva fatto fortuna senza maritarsi, e che prendeva lezioni private d'ortografia dalla Mazzara, per "mettersi all'onore del mondo".
La maestra riprese il suo discorso. "Bisogna vederle uscire, poi. Al suono della campanella scappan tutte con tanta furia, che alle volte cadono l'una addosso all'altra, ed  un miracolo se non seguon disgrazie. Nella strada si tiran delle palle di neve, si rincorrono.  uno scandalo, se tu vedessi. Ma non  il peggio. C' sempre un branco d'uomini alla porta. A sentirle, son tutti fratelli e cugini. C' anche dei caporali. E si pigliano a braccetto senza complimenti, in faccia alla direttrice. Ce n' una, fra l'altre, una servetta, un serpente, che bisogner finire con cacciarla, da tanto che ci fa disperare. Non s' mai visto un'impudenza simile. Ha anche lei un cugino, come l'altre. Tu vedessi che bel giovane! Uno che viene di fuori di Torino apposta per aspettarla, un'anima persa, uno di questi barabba, tu sai, che non han paura di nulla e che ti freddano un uomo per una parola. E il bello  che mentre fa all'amore con lei,  geloso anche delle altre. Lui le vorrebbe tutte. Ha gi attaccato lite con mezzo mondo. Ma tutti lo temono perch  gi stato un anno in prigione per una coltellata. Bisogna veder che faccia: degli occhi che mettono i brividi. E quella sfrontata se ne vanta, capisci, vorrebbe imporne alle compagne come una regina, e minaccia di far bucare la pelle ai loro fratelli e amorosi. Domenica scorsa egli tir uno schiaffo a uno, ci fu un parapiglia, accorsero le guardie. Un giorno o l'altro l'ammazzano. Ma di' pure un bel giovane. L'anno passato andava a far le gare di lotta all'Arena torinese e dicono che buttava gi tutti. Non tanto alto, ma forte e svelto, dei bei capelli neri, con un ciuffo sulla fronte, una bella vita. Quand' impostato l alla cantonata, durante la lezione, c' una dozzina d'alunne, tutte quelle vicine alle finestre, che non c' pi verso di tenerle. Non capisco... A me farebbe paura."
Ma dicendo questo, rise, e quel riso spiacque alla Varetti, la quale ci vedeva sotto un sentimento discordante dalle parole, e ne comprendeva il perch. Figliuola d'un brentatore tristo soggetto, cresciuta in mezzo a tre fratelli discoli, legati con la peggior bordaglia di Torino e stati in carcere pi volte per disordini e risse, la Mazzara s'era levata al di sopra della propria famiglia a forza di studio, e in grazia di una naturale bont d'animo e di certe aderenze signorili; ma le era rimasta per quella gente una specie di simpatia di razza; la quale, pur non osando di esprimersi apertamente, si lasciava indovinare in una certa indulgenza sorridente, spinta talvolta fino ad un'ammirazione volgare delle loro gesta, che offendeva la delicatezza della sua amica. Questa dimentic in quel momento la loro buona amicizia di tre anni, e un servigio importante che le aveva reso la Mazzara in una congiuntura dolorosa, e s'alz, impazientita da quei discorsi.
L'amica le domand se aveva da uscire. Essa rispose di s, che andava alla "benedizione" come tutti i giorni. Allora quella cambi tutt'a un tratto viso ed accento, e le disse con dolcezza di divota: "Fai bene, bimba mia. Anch'io sento il bisogno d'andar in chiesa ogni giorno, a dedicare un pensiero a Dio. Dopo, mi sento meglio".
D'altra parte doveva lei pure tornare a Torino. Doveva ancora far visita a un'amica, parente d'una maestra che era stata istitutrice in casa del principe di Carignano, doveva fare una commissione al parroco della Consolata, un monte di cose.
"Dunque" le disse, prendendole il mento con due dita "va' di buon animo a far la scuola serale. Son sicura che ci troverai della gente di cuore, rozza, ma schietta, e anche rispettosa. Basta trattarli senza sussiego, semplicemente, alla loro maniera. Tu vedrai. Fra un mese t'adoreranno."
La Varetti tentenn il capo. "Ho dei cattivi presentimenti" rispose.
"Fantasie!" disse l'altra. "Il popolo  come il diavolo; molto, ma molto meno brutto di quello che si dipinge."
Poi le espresse una sua idea: per le prime sere, avrebbe potuto far assistere alle lezioni il cantoniere.
Ma la Varetti sorrise. Il cantoniere era un povero vecchietto, che faceva il coraggioso, ma ch'era pien di paura, tanto che quando si sentivano le grida d'un alterco sul viale, non c'era pi modo di trovarlo: pareva che sparisse a traverso ai muri come uno spettro.
"Insomma" concluse la Mazzara "tutto andr per il meglio, te lo assicuro io. Torner presto a vederti e tu mi dirai che sei contenta."
La Varetti usc con lei per accompagnarla fin sul viale, e quella, mentre scendevano, parlando a precipizio, le diede ancora notizie d'una diecina di amiche.
Arrivate sull'uscio del cortile, incontrarono un giovanotto col cappello a cencio e con la pipa in bocca, il quale, fissatele tutte e due, si scans per lasciarle passare, e poi entr nella scuola voltandosi a guardar la Varetti.
La Mazzara fece un segno di gran maraviglia, ed esclam: " lui!".
"Chi, lui?" domand la sua amica, turbata.
"Lui, quello di cui t'ho parlato poco fa, che viene ogni domenica a aspettar la cugina. Non sapevo che stesse a Sant'Antonio. Tu lo devi conoscere".
La Varetti, balbettando, rispose che lo conosceva di vista.
"Sar alunno della scuola serale" disse l'altra.
Ma la Varetti sapeva di certo che non era.
"Allora" disse la sua amica " certo che  venuto per farsi iscrivere. Che vuoi che venga a far qui?"
La Varetti impallid. Ma l'amica non se n'accorse, e le disse allegramente: "Toccher dunque a te a convertirlo. Non trattenerti a pigliare il freddo. Addio, Enrica!".
E datole un bacio, scapp per la neve.

La Varetti rientr in casa col batticuore. Era veramente venuto a farsi iscrivere per la scuola serale? E perch aveva aspettato che vi fosse destinata lei? Ebbe subito l'idea d'andare ad accertarsi della cosa dal maestro Garallo, che, facendo da direttore, riceveva le iscrizioni; ma la rattenne il timore ch'egli indovinasse la sua inquietudine, e la tacciasse di pusillanime. Perdette ogni dubbio un minuto dopo vedendo dalla finestra del cortile il giovane che discorreva col maestro, il quale l'accomiat con un cenno delle dita aperte, che le parve volesse dire:"Alle otto." Essa conosceva colui pi che di vista, poich nel sobborgo tutti ne parlavano. Era un tal Muroni, soprannominato Saltafinestra, perch, da ragazzo, per sfuggire a una furia di suo padre che lo voleva ammazzare, era saltato gi dalla finestra di casa sua, rompendosi una gamba sul ciottolato della strada. Suo padre, operaio in una delle fabbriche di Sant'Antonio, era morto d'un colpo ricevuto da una correggia di trasmissione, a cui s'era cacciato sotto, essendo briaco; dopo aver fatto per dieci anni patir morte e passione a sua moglie, una povera donna tutta chiesa, che lavorava a una conceria. Il figliuolo lavorava da un fabbro ferraio, quando n'aveva voglia; passava delle giornate intere a Torino; era stato un anno in carcere per ferimento, e aveva fatto ammattire per un mese i carabinieri, sguisciando loro di mano dieci volte; praticava la feccia dei malviventi della citt e dei dintorni; giocatore, briacone, accattabrighe, prepotente; spietato con sua madre, a cui strappava fino all'ultimo centesimo minacciando d'andare a far delle scenate in chiesa o di sfregiare le immagini sacre che avevano in casa; infine, accusato dalla voce pubblica di tutte le birbonate e di tutte le violenze che si commettevan la notte in Sant'Antonio, delle quali non fossero scoperti i colpevoli. La maestra Varetti aveva sempre avuto orrore di lui, e n'aveva anche di pi da qualche tempo, perch, fosse per simpatia, fosse per il piacere di intimorirla e di confonderla col suo sguardo, egli aveva preso a fissarla ogni volta che la incontrava, e a soffermarsi per guardarla ancora, dopo ch'era passata; e infatti sotto lo sguardo dei suoi occhi neri e lampeggianti di luce sinistra, ella mutava colore e perdeva il fiato. Perch era venuto a farsi iscrivere alla scuola serale? si domandava la maestra. Non per istruirsi, certamente. E le passavan pel capo le pi tristi idee: che, offeso dall'avversione ch'essa gli dimostra a malgrado suo, volesse venire alla scuola per vendicarsene, o che, prendendo per commozione di simpatia il suo turbamento, le si volesse avvicinare per conquistarla; e i due sospetti la sgomentavano in egual maniera.
Le pareva ora irragionevole d'essersi tanto inquietata prima, quando pure sapeva che colui non faceva parte della scolaresca. Ora s, aveva ragione davvero d'essere in affanno. Dio mio, che cosa sarebbe accaduto? Come ne sarebbe uscita? E agitata da questi pensieri, prese a girar per la camera. Si sofferm un momento davanti a un ritratto di suo padre in divisa, appeso alla parete, come per prender consiglio e coraggio dalla sua immagine. Poi si arrest davanti allo specchio, quasi per interrogar la propria persona, se avrebbe imposto rispetto o incoraggiato l'impertinenza, o frenata questa con una ispirazione di simpatia, o anche di piet. Ma lo specchio non le diceva nulla che la confortasse. Sui ventiquattro anni, bench alta di statura, ne dimostrava diciotto; era esile; aveva un corpo gentile di fanciulla adolescente, il viso d'una bianchezza lattea e d'una minutezza di lineamenti da bambina, e una piccola bocca scolorita, da cui usciva una voce debole e dolce di malata. Che autorevolezza avrebbe potuto avere? Perfino quel difetto leggerissimo di strabismo che dava allo sguardo dei suoi occhi celesti una indeterminatezza fantastica, la quale a molti riusciva seducente, le pareva che si dovesse prestare a scherzi e a dileggi, come la sua carnagione delicata e la sua grazia signorile, che facevano troppo vivo contrasto con l'aspetto della scolaresca. E stette un po' di tempo davanti allo specchio, lisciandosi distrattamente con la mano lunga e bianca i capelli castagni che le scendevan sulle tempie, e cercando con quale atteggiamento del viso avrebbe dovuto presentarsi alla classe la sera dopo, per guadagnarsi alla prima un po' di benevolenza. Ma si lev di l tutt'a un tratto, pi inquieta che mai, e si avvicin alla finestra, a fissar l'occhio indagatore in fondo al viale, dove a traverso alla nebbia della sera splendeva gi la lanterna rossa di quella terribile osteria, che la faceva tanto fantasticare e tremare. Due colpi che sent nel muro, dall'altra parte della camera, la riscossero dai suoi pensieri.

Era la maestra Baroffi che la chiamava a desinare in camera sua. Da un mese desinavano insieme, loro due e la maestra Latti, contentandosi della cucina agreste della cantoniera, la quale le serviva qualche volta anche a tavola, tra una scopata e l'altra. La Varetti, desiderosa di distrazione, corse subito, e trov le sue commensali gi sedute a una piccola tavola rotonda, dove la zuppiera e il lume a petrolio si contendevan lo spazio, fumando insieme. Ma, con suo rammarico, la conversazione cadde immediatamente sulla scuola serale. La Latti, passando poco prima per il paese, aveva inteso un garzone muratore dire al suo compagno, strizzando un occhio: "Di', domani abbiamo la maestrina". E scherz con l'amica a quel proposito.
Ma il suo buon umore era un'eccezione alla regola. La piccola Latti aveva una monomania malinconica, che non lasciavan punto sospettare il suo corpicciolo grassotto e il suo visetto nero e vivo di gitanella: si credeva sempre malata, d'una malattia che cambiava ogni quindici giorni; aveva in camera sua un'intera farmacia, portava sempre in tasca pillole e polveri, sapeva a mente Il medico di se stesso, cercava le ricette nelle quarte pagine dei giornali, teneva corrispondenza epistolare con un clinico di Torino, e, fra gli altri malanni, era tormentata da una tosse perpetua, o meglio da un sospetto perpetuo d'aver la tosse, che le faceva far dei continui sforzi d'esperimento, come un cantante che abbia perduto la voce. Alle sue alunne dava spesso per tema delle lettere in cui si doveva consolare dei malati lontani o parlare d'una malattia propria. Ogni tanto, cominciando la lezione, diceva: "Bambine, questa  una delle ultime lezioni che vi d la vostra povera maestra!". Passando con le amiche davanti al camposanto, sospirava: "L sono aspettata!". Le scolare astute non avevan che a andarle attorno e dirle: "Cos'ha, stamani, signora maestra, che  cos pallida?" e lei, anche stando bene, era presa da un'orribile agitazione. Del resto, buona come il pane e superiore a tutte le piccole miserie e passioncelle del mondo scolastico, come chi crede d'esser gi pi di l che di qua. Era figliuola d'una guardia civica.
La Varetti non rispose ai suoi scherzi.
Allora la confort la maestra Baroffi.
"Io t'invidio" le disse con la voce grossa, alzando il suo viso paffuto e sbiancato di madre nobile, coronato d'una capigliatura poeticamente scomposta, e guardando sopra il capo all'amica, come se parlasse a una persona ritta dietro di lei. "Tu potrai studiare il popolo: un bel soggetto di studio, che non fu mai sviscerato. Potrai fare del gran bene. Io vorrei essere al tuo posto e credo che ne farei quello che vorrei di quella classe. La Garallo non li capiva, non sapeva toccare le corde... Non ha il dono della parola, insomma. Ma una ragazza d'ingegno e di cuore deve riuscire a dominarli in quattro lezioni."
La Varetti scosse il capo in atto incredulo.
"Tu sei troppo teorica" le disse.
Era cos. Non ostante le sue trent'otto primavere, quella credeva ancora all'operaio dei libri di lettura che canta le gioie della povert onesta e compiange i ricchi affollati di cure. Tutta immersa nella letteratura, non aveva alcuna conoscenza pratica della vita, nessun fondamento d'osservazione fatta direttamente sugli uomini e sulle cose; ma solo un emporio disordinato e bizzarro di sentenze di libri, di concetti convenzionali e di frasi coniate, che combinava continuamente in mosaico per le sue conferenze ideali. La conferenza era in lei un vero furore cefalico, a cagion del quale avendo trascurato la scuola, s'era fatta relegare dalla citt a Sant'Antonio, dove soffriva di nostalgia letteraria, con l'animo sempre rivolto a Torino, campo delle sue piccole glorie passate, come a un paradiso perduto. Giungeva a tal segno la sua passione, ch'essa non poteva vedere un tavolino e una seggiola senza pensar subito a una conferenza; avrebbe tenute delle conferenze agli alberi del viale; faceva degli esperimenti oratori da s, nella sua camera; non pensava quasi ad altro; tutto quello che le entrava nel capo dalla conversazione o dai libri vi pigliava forzatamente la forma di un discorso accademico, come certe materie pigliano una data forma in una data macchina. E in questo ella offriva un caso davvero curioso di cleptomania letteraria, poich per istinto, innocentemente, non faceva che levar la marca ai pensieri altrui e metterci la propria, come la cosa pi naturale del mondo: pigliava, per esempio, una conferenza d'un altro, la rovesciava, e la faceva sua, senza metterci altro di suo che una certa tinta uniforme liricopedagogica, che soleva dare a ogni cosa, e l'intonazione affannosamente drammatica con cui la leggeva, quando poteva, gesticolando come un naufrago che chieda soccorso. Aveva, anni addietro, pubblicato un polpettone di libro di lettura che era da capo a fondo un vero e proprio magazzino d'oggetti di furtiva provenienza, sul quale aveva fatto stampare: "diritti di propriet riservati" ed ora, in quel suo romitaggio, andava accumulando i frutti d'un vasto e infaticato saccheggio, per quando sarebbe ritornata a Torino. Era soltanto impensierita della pinguedine crescente e del raffittire dei capelli grigi, che, secondo lei, avrebbero nociuto alquanto ai suoi buoni successi avvenire.
L'osservazione della Varetti la punse un poco.
"Non son teorica" rispose. "Ho pi esperienza di te e conosco il popolo meglio di te, e ho osservato che al popolo, agli operai particolarmente, non si sa insegnare. L'operaio  ingenuo perch  incolto, e buono perch lavora, e per questo  facile a tutti gli entusiasmi. Bisogna dunque toccarlo nel sentimento patrio, nell'amore del bello e del grande; bisogna fargli brillare alla mente gli ideali della giovent , col linguaggio della fanciullezza. Ed  questo che non si sa fare, e che io farei, cara amica."
"Dio mio!" rispose con tristezza la Varetti. "Quando ti fanno un insulto sul viso, serve di molto rispondere con gli ideali!"
"A me," ribatt l'altra, "l'insulto non lo farebbero."
La discussione, che s'inaspriva un po', fu interrotta in buon punto dalla maestra Latti, la quale dopo aver mangiato come un lupicino, lasci cadere a un tratto la forchetta esclamando: "Quest'appetito mi sar fatale!".
Le sue compagne sorrisero.
"A proposito," disse la Baroffi, "m'ha detto il Garallo che s' venuto a far iscrivere Saltafinestra."
Lo conoscevan tutte di fama.
La Varetti accenn che lo sapeva.
"Eccone uno, per esempio," soggiunse la conferenziera "che io mi sentirei di far piangere come un bambino."
"Ti vorrei vedere" disse la Varetti
"E mi vedresti" rispose quella, scotendo la capigliatura. "Alle volte, quei demoni scatenati, che fanno paura a tutti, hanno dei cuori di fanciulli. Non c' che a trovar la via d'arrivarci, e la parola pu tutto. Guarda come li tiene il Garallo."
Questi faceva la seconda classe della scuola serale. Ma l'esempio non calzava perch nella seconda non c'erano uomini fatti. La Varetti, d'altra parte, non credeva punto c'egli tenesse la disciplina come se ne vantava. Egli soleva dire: "Nella mia classe si sentirebbe il volo d'una mosca," e lei, la sera, dalla sua camera, sentiva un baccano dell'altro mondo.
" un'altra cosa," entr a dire la maestra Latti, che aveva ricominciato a mangiare; "il Garallo  repubblicano; gli  pi facile di tenerli; il popolo ha simpatia per i repubblicani."
Ma la Mazzara neg. Il Garallo era repubblicano di principii e di cuore; aveva in casa i ritratti del Mazzini, di Aurelio Saffi e di Alberto Mario; suo padre era stato mazziniano; egli si serbava fedele agli ideali di suo padre; ma in iscuola non faceva propaganda; si asteneva soltanto dalle adulazioni e dalle bugiarderie obbligatorie.
"Gi,  un repubblicano silenzioso," osserv la Varetti, "che si guarda bene dal compromettersi. La propaganda non entra nei suoi conti."
Quel gioco di parole involontario fece ridere le altre due. Il maestro Garallo e sua moglie eran conosciuti come i due pi appassionati computisti del corpo magistrale, facevan calcoli infiniti sugli stipendi e sugli aumenti quinquennali propri e degli altri, erano occupati di continuo in questioni di contenzioso scolastico finanziario, studiano sui bollettini del Monte delle pensioni, su quelli della Cassa Societ degl'insegnanti, sulle relazioni della Cassa pensioni del Municipio, meditando proposte e osservazioni da far nelle adunanze, registrando le "liquidazioni" dei loro colleghi, discutendo il bilancio del Ministero d'istruzione pubblica, movendo lamentazioni interminabili, a due voci, sopra ogni aumento di spesa che si facesse sugli altri bilanci dello Stato. Non uscivan quasi mai dalla loro buca, e si diceva che impiegassero tutte le serate in cmputi e ragionamenti di quella natura, sgranocchiando in mezzo alle cifre i salami e le ricotte che ricevevano in dono dai parenti dei loro scolari.
Le maestre Latti e Baroffi celiarono per un pezzo su quell'argomento e stavano appunto dicendo che i due coniugi sapevano a menadito stipendi, indennit ed incerti di tutti i maestri del mondo, da Pietroburgo alla California, quando la Varetti sent nel corridoio il passo del Garallo che s'arrest davanti all'uscio del suo quartierino.
Mentre essa s'alzava per andare da lui, sentirono picchiare invece all'uscio della Baroffi, la quale corse ad aprire e fece entrare il maestro, che aveva un gran foglio tra le mani.
Era una strana figura: poco pi che quarantenne; piccolo di statura e tarchiato, una enorme testa con una gran capigliatura nera arruffata, la faccia pallida e seria, con due baffi corti e irsuti, gli occhiali affumicati, una voce di basso.
Non volle sedere. Veniva, mandato dalla moglie, a portare alla Varetti l'elenco degli iscritti alla sua scuola serale.
La maestra prese il foglio e vi diede un'occhiata: eran quaranta. Guard l'ultimo nome. Ahim! Era il Muroni, Saltafinestra.
Il Garallo tir fuori un altro foglio pi piccolo, nel quale eran divisi gli alunni in due sezioni: quelli che sapevan gi leggere e scrivere alla meglio e quelli che incominciavano. "Sapr" disse "che c' un nuovo iscritto."
La maestra rispose che l'aveva visto.
"Non se ne dia pensiero" le disse il maestro con voce burbera, notando il suo viso inquieto; "quello l e gli altri si fanno rigar dritto tutti a un modo. Non bisogna far delle frasi, n lasciarsi andare al sentimento. Ci vuol franchezza e energia, e mostrar di non temer nessuno. Il popolo ama i caratteri forti e franchi. Io li tengo tutti nel pugno, i miei, e non rifiatano. In ogni caso, se succedesse qualche cosa, mi mandi a chiamare: non avr che a farmi vedere."
La Varetti lo ringrazi, con un leggerissimo sorriso ironico; il maestro augur la buona sera e s'avvi per uscire. Arrivato all'uscio, si volt a dare alle colleghe una buona notizia. Pareva che, finalmente, il Ministero si fosse deciso ad accordare una riduzione sui biglietti ferroviari agli insegnanti elementari. "Era tempo," disse, e usc.
La Varetti e la Latti diedero la buona notte all'amica e rientrarono nelle loro camere nel momento che il cantoniere sprangava l'uscio del cortile; e la casa solitaria rimase in un profondo silenzio.
La mattina dopo, mentre stava per scendere alla scuola dei bimbi, la Varetti ricevette una visita inaspettata: la madre di Saltafinestra.
Questa entr timidamente nella camera, inchinandosi, come davanti a una gran signora, e, nel girare gli occhi intorno in aria di curiosit rispettosa, parve un momento stupita di vedere appeso a una parete il ritratto d'un ufficiale. Era una piccola donna tozza, con un fazzoletto giallo sul capo, che lasciava vedere i capelli grigi; vestita da contadina, pulita: un viso d'anima in pena, con una ruga diritta in mezzo alla fronte, e due occhi inquieti e luccicanti, in cui pareva avesse due lacrime fisse, come cristallizzate.
Cominci con una domanda singolare, a bassa voce, come se parlasse in un confessionale: domand alla maestra se sapesse per qual motivo il suo figliuolo si fosse deciso ad andar alla scuola serale. La maestra si maravigli della domanda. Che ne poteva saper lei? E il sospetto che la donna supponesse una relazione, anche solo di parole, tra lei ed il giovane, le fece salire il sangue alle guance.
Allora, con voce tremola, parlandole piano, quasi nell'orecchio, la vecchia le raccomand il figliuolo caso mai non si fosse portato bene e avesse commesso qualche... imprudenza, pregava la signorina di compatire, fin che poteva, di non prenderlo di punta... per via del suo carattere. Con tutte quelle ch'ei le aveva fatto, ella mostrava ancora di credere che fosse piuttosto pervertito dalle cattive compagnie, che tristo di fondo. Ma la verit le usc di bocca a malgrado suo, quando vide nella ragazza un'espressione fuggevole di compassione. "Ah! Signora maestra!" esclam, giungendo le mani. "Se sapesse che vita  la mia! Quel figliuolo che gli darei tutto il mio sangue! Santa Maria benedetta! Dire che dai tredici anni in su non s' pi voluto confessare n comunicare!".
E si mise a piangere. S, le sarebbe parso poca cosa tutto il resto, se solamente fosse voluto andare a messa la domenica. Anzi, era venuta apposta per questo. Se la signora maestra, facendo lezione, cos alla lontana, a poco a poco, gli avesse potuto insinuare un po' di religione, un poco di timor di Dio, con quelle parole che le persone istruite sanno trovare, avrebbe fatto un'opera santa, e lei l'avrebbe benedetta per tutta la vita.
Qui s'interruppe per avvicinarsi alla finestra e guardar sul viale, senza mettere il viso alla vetrata, perch temeva che il figliuolo l'avesse vista entrare o potesse vederla uscire. E il suo aspetto e ogni suo movimento rivelavano un affanno abituale ed antico, che s'era fatto come una malattia cronica in lei, e lasciava indovinare una storia miseranda di dolori e di stenti, le notti vegliate ad aspettare il figliuolo, col tremacuore di vederselo portar ferito o cadavere, le persecuzioni e le busse toccate dal marito, il terrore continuo della giustizia umana e divina, venticinque anni di vita ch'erano stati un lungo martirio senza conforto e senza requie. Poi torn a raccomandare il figliuolo con parole umili, dalle quali trapelava nondimeno una certa alterezza paurosa dell'avvenenza, del coraggio, e perfino della celebrit trista di lui. Cattivi compagni e cattive donne lo cercavano, lo volevano tutti, lo tiravano a bere e a giuocare, egli era orgoglioso, s'offendeva per una mezza parola, non aveva paura di niente al mondo... Ma da bambino era stato buono come gli altri. E questo ricordo la fece dare in pianto un'altra volta. "Chi me l'avesse detto" esclam, piangendo nelle mani aperte, "quando lo portavo in collo, che m'avrebbe straziato il cuore in questo modo!" E mentre la maestra le diceva qualche parola di consolazione, essa lev le mani dal viso e stette a guardarla in atto di gratitudine e d'ammirazione, come osservando per la prima volta la sua figura signorile e la sua voce soave. Espresse poi il suo pensiero nell'andar via, guardandola di nuovo da capo a piedi. "Ah! poverina!" disse "una signorina cos... dover far la scuola a tutti quegli indemoniati!" E se n'and, dopo aver lanciato un altro sguardo sospettoso dalla finestra.

La scuola serale doveva incominciare alle otto. Un quarto d'ora prima la maestra Varetti, guardando traverso alla vetrata, vide gi nella nebbia del viale dei gruppi neri d'operai che con le pipe e coi sigari accesi picchiettavano l'oscurit come di tanti occhi di fuoco. S'era messa quella sera un vestito di lana color caff, un po' grande, che le pareva il pi adatto a non attirar gli sguardi sulla sua persona. Dieci minuti avanti l'ora, venne a prenderla il maestro Garallo per presentarla alla scolaresca.
Passando pel corridoio, incontrarono il cantoniere, un vecchietto secco e nasuto, con una faccia petulante. Il Garallo gli ordin di tener d'occhio la classe della Varretti...
"Dentro?" domand quegli, rannuvolandosi.
Il maestro gli rispose: "Di fuori" e l'uomo respir. "Dentro o fuori" disse "per me  lo stesso."
La maestra entr col Garallo nella scuola, ch'era quella dove la Baroffi faceva lezione ai bimbi, di giorno. Non c'erano ancora, che sei o sette alunni nei banchi in fondo; gli altri venivano entrando. Il maestro e la maestra salirono sul palco, dov'era il tavolino, e stettero in piedi davanti alla lavagna, sotto la fiammella del gas, assistendo all'entrata.
Entravano a uno a uno, a tre, a cinque in fila, coi libri e coi quaderni in mano, gli uomini pestando i piedi per il freddo, i ragazzi facendo un gran rumore di zoccoli, e tutti, nell'entrare, volgevano uno sguardo di viva curiosit alla nuova maestra; alcuni anche si soffermavano un momento; e via via che s'infilavano nei banchi, esprimevano a bassa voce ai vicini, sorridendo, la loro impressione. Erano alunni di ogni et, dai dodici ai cinquant'anni: operai della fabbrica di ferramenti e di quella d'acido solforico, operai d'una conceria, muratori, contadini, pastori, di quelli che scendono dalle Alpi a svernare a Torino con le bestie, per vendere latte e formaggi, o spalar la neve: capigliature irte o arruffate, barbe incolte, visi neri, cravatte rosse, camice sudicie, rozze giacchette gonfiate dalle doppie sottovesti e dalle grosse maglie, che uscivan fuor dalle maniche. Gli uomini maturi, un po' vergognosi di venir a scuola, s'andavano a metter quasi tutti negli ultimi banchi, con le schiene contro la parete, sulla quale si vedevan delle enormi chiazze d'inchiostro, fin quasi alla vlta.
Quando furon tutti al posto e quieti, il maestro Garallo fece con la sua voce di toro, ma con tono molto garbato, la presentazione: "Vi presento la vostra nuova maestra. Raccomando l'ubbidienza e il rispetto".
Detto questo, usc in fretta senz'aggiungere altro, e la maestra rimase un momento immobile, ritta in faccia alla sua scolaresca, che la guardava in silenzio.
Un osservatore estraneo avrebbe indovinato che facevan tutti un paragone mentale della nuova maestra con la precedente, la signora Garallo, una piccola e grassa trentenne, che pareva la sorella di suo marito; e avrebbe capito pure che il paragone tornava tutto a vantaggio della prima. In quasi tutti gli occhi luccicava un sorriso, che esprimeva dei pensieri difficili ad esprimersi.
La maestra stette un po' confusa, con la vista torbida, non sapendo come principiare. Poi sedette al suo tavolino.
In quel momento entr Saltafinestra.
S'ud un lungo mormorio, e tutti gli occhi si rivolsero a guardar lui e la maestra; la quale, argomentando da quell'atto che tutti sapessero ch'egli veniva a scuola per lei, impallid leggermente.
Il giovane, disinvolto e tranquillo, pass davanti al tavolino, dando alla maestra una rapida occhiata di sbieco, and dinanzi al primo banco a destra, dov'era un posto vuoto contro il muro, e messavi una mano sopra, con una mossa agilissima vi salt dentro, e sedette.
Per prima cosa la maestra avrebbe dovuto fare un breve esame al nuovo venuto per accertarsi che potesse stare nella sezione dei pi avanzati, dove s'era messo di moto proprio; ma l'aspettazione appunto di quell'esame, che ella vide negli occhi della scolaresca, le tolse il coraggio di farlo. Incominci subito la lezione.
La Garallo le aveva accennato il suo metodo e il punto a cui eran rimasti. Seguitando le sue tracce, essa si mise a scrivere sulla lavagna, con mano malferma, una serie di sillabe semplici, per farle prima leggere e poi scrivere alla sezione di sinistra: mentre questi scrivevano, ella avrebbe fatto leggere agli altri il libro di lettura.
La lezione pareva che cominciasse bene: per un po' di tempo non s'intese alcun mormorio: quelli che non stavano attenti alla lettura, parevano assorti nell'osservazione della sua persona.
Timidamente, mentre leggevano i primi a uno a uno, essa esamin con sguardi furtivi i suoi scolari. I pi grandi stavan quasi tutti alla sua sinistra, con quelli che eran pi addietro. Le diede nell'occhio avanti gli altri, nel banco pi vicino a lei, una specie d'Ercole raccorciato e ingobbito, con una testa smisurata e deforme, dalla fronte bassissima e dalla bocca di bove: una faccia stupida, in cui appariva un'ostinazione di bruto, ma che, nonostante l'espressione torva degli occhi, lasciava trapelare non so che rettitudine d'animo. Egli prestava una profonda attenzione alle sue parole e alla lettura degli altri. La maestra osserv che aveva per penna una chiave, con la punta per scrivere confitta nel buco.
Quando venne la sua volta di leggere, gli domand il nome. Quegli rispose in modo appena intelligibile: "Carlo Maggia". Era un garzone macellaio, che aveva trentacinque anni, e ne mostrava dieci di pi . Alle prime sillabe che lesse, con una voce che pareva d'un can mastino, alcuni ragazzi dell'altra sezione cominciavano a ridere; ma a uno sguardo lento ch'egli gir sopra di loro, tacquero. Attir l'attenzione della maestra un altro alunno, della sezione di destra, che doveva essere il pi attempato di tutti: un uomo sulla cinquantina, alto, con una folta barba brizzolata, un viso benevolo e stanco di onesto lavoratore, che la confort. Era un certo Perotti, operaio della conceria, che aveva nella stessa scuola, due banchi pi sotto, un suo figliuolo d'undici anni, lavorante nella sua fabbrica, serio e simpatico come lui. Scendendo con lo sguardo trov la testa bionda d'un altro operaio, pi pulito degli altri, che le fece impressione: un uomo sulla trentina, lunghicrinito e ben pettinato, con un viso signorile dal gran naso aquilino, e cert'occhietti turchini in cui brillava l'intelligenza, mista a una espressione d'orgoglio, che si fece pi viva quando i loro sguardi s'incontrarono. Da quella parte il maggior numero erano ragazzi: dei visi vivaci, irrequieti, sporchi, impertinenti, dai quali si capiva alla prima che venivano alla scuola pi per godere il caldo e per fare il chiasso che per imparare. Fra questi le dest una vera inquietudine un ragazzo sui quattordici anni, seduto all'estremit del secondo banco, un muratorino, pareva, il quale sorrise apertamente, con un'aria di familiarit punto rispettosa, quand'essa lo guard. Delle molte grinte di monelli ch'ella aveva visto uscir dalle fabbriche quella era senza dubbio la pi invetriata: aveva degli occhi in cui scintillavano tutti i vizi, un mezzo naso voltato in su, che era un'insolenza incarnata, una bocca su cui s'indovinavano le oscenit, senza che parlasse, la pelle cinerea, il corpo lungo e scarnito, un po' curvo, e il sorriso cinico del ragazzo che ha gi percorso un gran tratto su tutte le vie che menano allo spedale e alla prigione. Da costui ella scese con l'occhio al primo banco; ma, veduto appena di sfuggita il Muroni, gir lo sguardo dalla parte opposta, volgendo l'attenzione agli alunni che leggevan tutti insieme le sillabe della lavagna, compitando e cantando come bambini che mettessero la voce in un imbuto. S'era intanto diffuso per la scuola un odor forte che le cominciava a offender le narici: il puzzo delle pipe e dei mozziconi di sigaro spenti da poco, un tanfo misto di vino, di grasso di macchina, di pelli conce, di stalla, di scarpe fracide. Nel coro della lettura, ella sent che alcuni ragazzi forzavan la voce per far la burletta; ma finse di non badarvi.
Quando ebbero finito ordin che scrivessero le sillabe sui quaderni, e si volt all'altra sezione. Ma prima che incominciasse, scesero dai banchi in fondo tre alunni grandi col quaderno in mano, fra i quali il Perotti, e vennero da lei, come facevano con la Garallo, a farsi chiarire dei dubbi sul componimento che quella aveva assegnato. Un pittore avrebbe potuto fare un quadro nuovo e bellissimo col gruppo che form per qualche momento il viso gentile di quella maestrina timida e un po' vergognosa, china sui quaderni, in mezzo alle teste rozze e scapigliate dei tre operai, chinati essi pure per osservare le correzioni. La maestra Garallo aveva dato per lavoro una lettera di commiato d'un operaio al suo capo di fabbrica. Quando i tre alunni grandi furon tornati al loro posto, essa ne chiam uno a caso, scorrendo l'elenco, per far leggere un componimento ad alta voce. Al nome Lamagna Luigi s'alz l'operaio biondo, dai capelli lunghi. Tutti fecero silenzio, anche nell'altra sezione, e si voltarono a guardarlo, come se aspettassero ch'egli leggesse qualche cosa di singolare. Quegli cominci a leggere con una certa correntezza e con un'aria di trascuranza affettata, quasi che volesse fingere di pensare ad altro. V'eran nella sua lettera delle frasi che avevan poco che fare col soggetto, e incastratevi quasi per forza, nelle quali si mostrava pi aperto l'orgoglio che la maestra gli aveva gi letto negli occhi. Questa gli fece qualche appunto grammaticale, a cui egli oppose delle obbiezioni, non con mal garbo, ma con un tono da far capire che egli voleva esser tenuto in un conto particolare, non messo a mazzo con altri. La lettera era sottoscritta: "Lamagna Luigi, suo eguale, non servo". Queste parole, per la maestra, furono un lampo.
Il Lamagna doveva essere certo quell'operaio socialista della fabbrica di ferramenti, del quale essa aveva inteso parlare molte volte, come d'un giovane d'ingegno ardito e bizzarro, tenuto in grande stima dai suoi compagni, a cui predicava il verbo nuovo nei crocchi, terminando ogni discorso col raccomandare l'orgoglio di classe, come principio e fondamento necessario della emancipazione avvenire. La maestra gli fece ancora un appunto sopra una parola della chiusa, ed egli sedette, mormorando le sue obiezioni al vicino, con un sorriso dignitoso.
Fin qui, salvo qualche leggero bisbiglio, la classe si portava bene, e la maestra prendeva animo. Fece aprire il libro di lettura, l'Artiere italiano, che tutti gli alunni di destra avevano, e lesse ella prima un periodo. Leggendo, pensava che avrebbe dovuto a ogni costo far legger dopo di lei il Muroni, sia per rompere il ghiaccio, sia per non destare nella classe il sospetto ch'ella ne avesse paura: d'altra parte, prendendo dalla destra del banco pi vicino, egli era il primo. Fece dunque uno sforzo, appena ebbe finito di leggere, e voltandosi verso di lui, gli disse: "Rilegga".
Tutti tacquero.
Il giovane s'alz, col libro in mano, sorridendo con l'aria vanitosa di chi sa d'essere oggetto di curiosit e di aspettazione.
Era la prima volta ch'ella fissava gli occhi sopra di lui, e n'ebbe pi ripugnanza che non n'avesse mai avuta. Quella piccola testa coi capelli femminilmente spartiti nel mezzo, quel viso quasi di ragazzo precoce, di una pallidezza livida, con due piccoli occhi neri acutissimi, d'una espressione dura e risoluta, in cui s'indovinava un'ira vendicativa senza piet, con quella bocca stretta e senza labbra, che pareva una ferita di coltello, non guernita che di due baffetti arricciati a punta, avevan qualche cosa di feroce insieme e di lezioso, che faceva peggior senso della faccia d'un rozzo malfattore abbrutito. Tutto il suo corpo ben proporzionato e asciutto mostrava d'aver dei muscoli d'acciaio e una sveltezza di saltimbanco. Alla capigliatura impomatata, alla cravatta col nodo allentato che lasciava scoperto il collo fino alla fontanella della gola, ai calzoni stretti che s'allargavano a campana sul piede, ai larghi polsini di colore che coprivan mezze le mani, si riconosceva il tipo del barabba ambizioso, misto di bellimbusto e di brigante, divorato da mille appetiti e non contenuto da altro freno che da quello della povert, pronto in qualsiasi ora a qualunque cimento e a ogni pi audace birbonata. L'atteggiamento della sua persona, impostata di sghembo, con una spalla pi alta dell'altra, il balenio intermittente degli occhi, l'intonazione della voce rauca manifestavano un orgoglio smodato e selvaggio, che, non trovando altra via, si sfogava in un disprezzo beffardo di tutti e d'ogni cosa; di quei disprezzi di malfattori che vanno di sotto in su, crescendo gradatamente, dalla polvere della via dove nascono fino alla sommit d'ogni grandezza umana. Leggendo a stento, egli fingeva d'intaccare per capriccio, non per ignoranza, e nell'alzare il viso dal libro, lanciava ogni tanto un'occhiata alla maestra, che non gli vedeva che il bianco degli occhi, e n'aveva un senso di freddo alle vene. E bench si sforzasse, quando lo doveva correggere, non osava guardarlo nel viso; non guardava che la sua mano destra, con la quale ei teneva il libro, pensando con raccapriccio ch'era quella che aveva immerso il coltello nel fianco d'un amico. Quando finita la lettura, egli si rimise a sedere, ella si sent come liberata da un'oppressione del cuore.
Venuta la volta di leggere al ragazzo del secondo banco, che le aveva fatto una cos trista impressione, ella cap dal modo come s'alz e dal movimento di curiosit dei suoi compagni ch'egli doveva esser solito a provocar l'ilarit e lo scandalo nella classe; e avendo letto nell'elenco Pietro Maggia, gli domand, con la speranza d'ingraziarselo un poco in quella maniera, se fosse parente dell'altro Maggia, quella specie di grosso bruto, ch'era nell'altra sezione.
"A l' me barba" ( mio zio), rispose il ragazzo, con una smorfia buffa, che fece ridere i vicini. Lo zio, intento a scrivere con la sua chiave, non si volt. E quegli cominci a leggere con voce contraffatta, ch'era una sua valentia artistica, con cui imitava la voce d'un povero sciancato del sobborgo, che chiedeva l'elemosina. Tutti i ragazzi si misero a ridere. Ma tre o quattro degli uomini fecero segno di disapprovazione; fra i quali il Perotti, dal suo banco in fondo, gli disse aspramente: "Finiscila!".
"Perch mi manca di rispetto?" gli domand la maestra incoraggiata da quegli aiuti.
Il ragazzo sedette, facendo l'atto d'arricciarsi un baffo. La maestra pass ad un altro. Quando tocc al Lamagna, avendogli detto: "Faccia sentir meglio la doppia t" quegli rispose con dignit: "Mi par d'averla fatta sentire". Gli altri si contennero bene. Allora essa diede il periodo da scrivere e torn alla prima sezione.
Intanto, furtivamente, guardava di tratto in tratto il Muroni per indovinar dal suo contegno le sue intenzioni. Egli scriveva; ma guardando lei molto spesso; e i suoi sguardi, pure non palesandole chiaramente il suo pensiero, la confermavan pur troppo nella certezza che con un pensiero egli fosse venuto, o spinto da una simpatia brutale, o per far qualche bravata, forse per una scommessa fatta coi suoi compagni, o col solo proponimento d'impaurirla e di farle dispiacere, per malvagit; o chi sa che altro. Ogni volta ch'ei la guardava, gli guizzava un sorriso su quella bocca senza labbra, come il luccicho d'una lama, il sorriso bieco, subdolo, fuggente di chi cova un proposito maligno. E a ciascuno di quei sorrisi ella si turbava, tanto che doveva fare uno sforzo per non perdere il filo della lezione, e quegli se n'accorgeva, e mandava dagli occhi un lampo di compiacenza trionfante, che la turbava anche peggio. Egli tenne per per tutta la lezione un contegno corretto, non voltandosi mai a parlar coi vicini, come se fosse tutto assorto nella sua idea.
Quelle due lunghissime ore passarono, come Dio volle. Essendovi la doppia vacanza del sabato e della domenica, la maestra diede per compito alla sezione pi avanzata una lettera a una supposta sorella lontana. Poi raccomand timidamente a tutti di uscire in silenzio. All'ultime sue parole il piccolo Maggia mise un fischio sottile, che, per fortuna, pass inosservato tra il suono della campanella e il rumore che facevan tutti per apparecchiarsi ad uscire.
Uscirono in gran disordine. Passandole davanti, il Muroni le lanci uno sguardo, ch'essa sfugg. Molti degli uomini la salutarono. Ma il maggior chiasso scoppi di fuori. Uscivano anche gli alunni del Garallo. Pareva un'uscita d'un teatro popolare una sera di marted grasso: strilli, salve di fischi, zufolii, urlate, un fracasso di zoccoli, un chiamarsi per nome a squarciagola, uno schiamazzo di domande e di risposte, in cui la maestra sent pi volte il proprio nome e dei commenti sulla sua persona, seguiti da risate clamorose, da canti, da versi d'animali, da esclamazioni buffe e da scaracchi sonori; e da tutte le parti fiammelle di zolfanelli e di carte accese sulle pipe, che offrirono per un momento lo spettacolo d'una luminaria nella nebbia. Poi il baccano s'allontan a poco a poco, non si udirono pi che grida e canti nel sobborgo, e infine segu un silenzio profondo.

La Varetti usc dalla scuola assai tranquillata. La sua classe era meno peggio di quello che si fosse immaginata; c'eran dei visi di galantuomini, che le parevan disposti a tenere in briglia i ragazzacci; e la confortava sopra tutto l'immagine di quel Perotti, sul cui viso onesto essa aveva visto quasi una promessa di protezione paterna. Chiese poi notizie di lui al Garallo, che raggiunse per la scala, e le ebbe eccellenti. Era un buon operaio e un ottimo padre di famiglia, che aveva lavorato da falegname prima d'entrare alla conceria, e fatto due o tre piccoli mobili assai graziosi per il museo pedagogico che il maestro si proponeva di mettere assieme. Avevan tanta buona volont d'istruirsi, lui e il suo figliuolo, che appena usciti dalla conceria andavano alla scuola senza mangiare, restando cos digiuni per dieci ore; e il piccino, che aveva fatto la seconda elementare, correggeva ancora i lavori al padre, dopo cena. "Vedr" concluse il Garallo "che col popolo si sta bene. Se poi seguiranno dei disordini, lei mi mander a chiamare dal cantoniere, e non avr che da affacciarmi all'uscio: tutti rientreranno nel dovere."
La maestra si ripresent dunque alla scuola, bench turbata sempre dal timore di Saltafinestra, con assai miglior animo che non si fosse presentata tre giorni avanti. Ma s'accorse pur troppo fin da principio che, non pi distratti dalla curiosit ch'essa aveva destata la prima sera, e anche perch avevano indovinato la sua indole timida, i ragazzi non si sarebbero pi frenati come l'altra volta. Ella sent delle risate represse, e cap che qualcuno doveva far dei gesti sconvenienti alle sue spalle, mentre stava alla lavagna a scriver le sillabe. I ragazzi cominciarono a parlar forte; alcuni si addormentavano; uno russava, e lo dovette svegliare. Fu costretta due o tre volte a interrompersi, sgomenta, aspettando che i grandi, stizziti d'esser disturbati, imponessero silenzio. Il piccolo Maggia distraeva i vicini con una ginnastica continua delle mani e dei piedi, di sotto al banco, e quando essa lo guardava, le fissava gli occhi in viso con una espressione di finto stupore, cos impertinente, che le faceva voltare il capo da un'altra parte.
Ammutolirono tutti quando, terminata la lettura della prima sezione, videro Saltafinestra uscir dal suo banco col quaderno in mano per salir sul palco a chiedere spiegazioni sul suo lavoro.
La maestra trem, presa dal presentimento di qualche atto di audacia.
Il giovane le s'avvicin perfettamente tranquillo, simulando anzi una grande seriet, e messole davanti il quaderno aperto, le rivolse una domanda intorno a una frase. Vinta la ripugnanza che sentiva a stargli cos vicino, tremando, e quasi restringendosi in s come per scansare il suo contatto, ella chin il viso sul quaderno, e lesse le prime righe del componimento: una lettera a una sorella.
Tutt'a un tratto, mossa da uno sdegno pi pronto d'ogni timore, afferr il foglio con due mani, lo fece in due pezzi, e respinse il quaderno da s.
Aveva letto il principio d'una dichiarazione amorosa.
Il giovane riprese il quaderno e torn al suo posto, col capo basso, sorridendo sinistramente. La maestra rimase qualche momento bianca come un cencio. Poi, con molta fatica, ricominci la lezione.
Quell'avvenimento misterioso, commentato subito da un vivo mormorio, valse a tenere nella scolaresca un breve silenzio di curiosit e di aspettazione. Ma verso la fine, mentre la maestra voltava un'altra volta le spalle alla classe per scrivere le sillabe col gessetto, fu riscossa dal colpo d'una grossa palla di carta masticata che batt nel mezzo della lavagna e ricadde ai suoi piedi.
Si volt con una fiamma nel viso, per cercare il colpevole: il quale non poteva essere il Muroni, poich la palla era venuta d'in mezzo alla scuola. Guard il piccolo Maggia; ma aveva una faccia impassibile. Guard gli altri ragazzi; eran tutti come statue.
"Chi  stato?" domand con voce commossa.
Nessuno rispose.
Cerc il viso dei tre o quattro uomini pi attempati, che credeva disposti a proteggerla; quello del Perotti fra gli altri; ma tutti abbassarono il capo. Allora, scoraggiata, fece uno sforzo per rimandare indietro le lacrime, e continu la lezione.
Quel nuovo affronto che le era stato fatto in faccia a tutti le stringeva il cuore pi di quell'altro, che pure l'aveva offesa pi addentro come donna; e la sua commozione visibilissima giov a tenere in certo riserbo gli alunni, eccetto il piccolo Maggia, che tent due o tre volte di far rider la classe. Ma i grandi, indignati, lo zittirono. Triste, ella seguit a far leggere, non guardando pi il Muroni che verso la fine della lezione. Ma gli occhi ch'ella gli vide in quel punto, le rimescolarono il sangue: non era pi lo sguardo tra curioso e beffardo della prima sera: era uno sguardo acuto e freddo, lampeggiante fra le palpebre socchiuse, nel quale traspariva l'orgoglio offeso, un proponimento risoluto di vendetta, una aperta minaccia. Sull'atto ella si vide assalita, percossa, ferita, stesa a terra sulla neve, e si sent correre il sangue caldo gi per il fianco, e le tremaron le ginocchia come per febbre.
All'uscita, vide molti alunni affollarsi nel corridoio intorno al Muroni per domandargli la rivelazione del mistero. Uno degli ultimi a uscire fu il Perotti.
La maestra lo chiam.
Quegli le si accost in atto rispettoso, col cappello in mano.
"Lei ha visto" disse la maestra con la voce ancora tremante "l'affronto che m'hanno fatto, alla lavagna. Se non faccio punire il colpevole, faranno di peggio. Perch non mi dice chi  stato, lei che  un galantuomo?"
Il Perotti abbass il viso, un po' vergognato, senza rispondere.
"Perch non mi denuncia il colpevole?" ripet la maestra.
"Eh, cara signora" rispose francamente l'operaio "per non buscarmi una coltellata."
La maestra fece un atto di ribrezzo.
"Ma non pu essere stato che un ragazzo!" disse.
"Giusto" rispose l'altro "quelli sono peggio dei grandi."
La maestra non disse pi nulla, e il Perotti se n'and col capo basso.

Il suo primo pensiero fu di cessare le lezioni. Ma poi prevalse in lei il sentimento della dignit. Sarebbe stata una vilt il ceder cos subito all'insolenza d'una piccola parte, ch'era la peggiore, della classe. E decise di persistere, non solo; ma di tenere chiusi in s i suoi affanni e le sue paure. La maestra Baroffi, peraltro, la tir su quel discorso la mattina dopo, a colazione, lagnandosi con lei che i suoi alunni serali avessero bucato in fondo i calamai fissi nei banchi, in modo che quella mattina era colato tutto l'inchiostro sui vestiti delle ragazze. Allora la Varetti le parl delle sue angustie. Ma quella, con la sua voce grassa di madre nobile, ribatteva sempre lo stesso chiodo: "Ma parla loro una volta! Fa' loro un bel discorso, che li commova! Fin che non ti farai sentire, non farai nulla. Ti scrivo una parlata io, se ti pare. Il tuo motto deve essere: Sursum corda! Ah se fossi io al tuo posto! Me li farei venire a baciarmi le mani, come schiavi riconoscenti. La parola  tutto, mia cara!". La Varetti, per, non le disse verbo dell'atto del Muroni perch, in fondo, sebbene l'avesse offesa, l'aveva tolta almeno da un'affannosa incertezza, svelandole con che fine era venuto a scuola; e anche il nuovo timore ch'ella aveva ora di una vendetta del suo orgoglio ferito, essendo qualche cosa di determinato, l'angustiava meno della paura misteriosa di prima.
Senonch la terza lezione fu anche pi burrascosa della seconda. Ella s'accorse fin dai primi momenti che ci doveva essere un'intesa per far del chiasso fra i peggiori ragazzi della classe. Anche il contegno del Muroni le apparve mutato di proposito fin dal principio. Egli prese nel suo banco un atteggiamento spavaldo, con le mani nelle tasche della sottoveste e una gamba sull'altra, guardando lei con uno sguardo che andava senza posa dal viso ai piedi e dai piedi in su, accompagnato da un dondolio del capo e da un sorriso continuo, come se volesse farle capire il desiderio sensuale che gli faceva accarezzar cos con occhio insolente tutta la sua persona. Ella scoperse un accordo fra lui e il piccolo Maggia, al quale dava delle occhiate per incoraggiarlo alle impertinenze. Resse non di meno fin che pot, senza far rimproveri. Ma, senza volerlo, il socialista Lamagna suscit il disordine. Quando un alunno di destra lesse ad alta voce una proposizione dell'Artiere italiano che diceva: "Il galantuomo, anche se  povero,  sempre contento e onorato" il Lamagna fece un riso ironico, e disse forte: "Che pastocchie da venir a contare a noi!". E tutti i ragazzi risero in coro. Ci non ostante, ad ogni interruzione o monelleria di costoro, la confortava il veder la maggior parte degli uomini, e in specie i contadini e i pastori, far segno di maraviglia e di riprovazione, e dare anche sulla voce ai disturbatori; e alcuni di essi, dei visi onesti e gravi, mostrare un sincero rammarico. Questo le diede coraggio fino a minacciare qualcuno di espulsione perpetua; ma la sua voce gentile e tremola dava cos poca forza a quelle minacce, che nessuno se ne diede per inteso. A un certo punto, a un'interruzione chiassosa del piccolo Maggia, s'alz quella specie di bruto di suo zio, rabbioso come un giumento molestato, e gli mostr il pugno enorme e gli occhi bianchi; ma la paura di quel pugno non lo racquet che pochi minuti. Egli non faceva propriamente nulla da potere esser colto e scacciato; la maestra non riusciva mai a prenderlo sul fatto. Con una variet e rapidit maravigliosa di gesti, di smorfie e di lazzi egli eccitava e disturbava vicini e lontani, facendo sempre in tempo a ricomporre la faccia ad un'espressione di stupore buffonesco quando essa lo guardava. Infine, nacque uno scandalo. Avendo la maestra chiamato a leggere Saltafinestra, questi, finita la lettura, per rimettersi al sedere fece un giro sopra se stesso, voltando la schiena a lei. Stando col viso chino sul libro, essa non vide l'atto, ma a una risata di tutta la ragazzaglia sospett l'ingiuria, e mut colore.
Scoppiarono varie voci d'indignazione, fra le quali s'ud distinta quella del Perotti, che grid: " una vergogna!".
Il Muroni si volt di scatto verso di lui e gli fiss in viso due occhi terribili, in cui balenava la risoluzione d'una vendetta. Poi disse fra i denti: "A pi tardi!".
Alla maestra s'agghiacci il sangue: le parve di veder per aria un coltello, tutto le si oscur dinanzi, non ebbe pi la forza di pronunciare una parola di rimprovero.
L'aspettazione d'una rissa tenne la classe in silenzio.
La povera ragazza avrebbe voluto che la lezione non finisse mai. Quando fu alla fine, ebbe ancora tanta forza da dire con un filo di voce: "Escano in silenzio, mi raccomando; vadano subito a casa: non mi diano dei dispiaceri".
Saltafinestra aspett il Perotti sul viale, davanti alla scuola. Tremando come una foglia, la maestra mise il viso allo spiraglio dell'uscio, dopo aver esortato inutilmente il cantoniere a correr fuori a intromettersi: questi diceva che sarebbe accorso, quando fossero venuti alle mani, e non si muoveva di dietro a lei. Essa vide gli alunni disporsi in cerchio come per assistere ad una lotta. Il Perotti ed il Muroni si misero l'uno di fronte all'altro, al lume del lampione, coi visi alti, che quasi si toccavano. Nel silenzio della folla, ud le loro voci.
"Torni un po' a dire quello che ha detto!" disse il Muroni.
In quel momento si ud la voce piangente del figliuolo del Perotti che supplicava il padre d'andarsene, e pareva che si sforzasse di tirarlo via.
La maestra si sent un sudore freddo alla fronte.
Ma alle prime parole del Perotti, cap ch'egli dava indietro. Gl'intese dire confusamente: "...tra camerati... non val la pena... quando uno dice il suo sentimento...".
Tutta la ragazzaglia mise fuori quell'ah! prolungato, con cui si piglia atto d'una ritrattazione.
Il Muroni disse forte, fra il mormoro: "A me non si fanno osservazioni" e continu, senza che la maestra capisse, in tono risentito, fischiando quasi le parole. La voce del Perotti rispose anche pi blanda di prima. La rissa era scansata. I due contendenti e la folla si cominciarono a movere.
La ragazza respir. Ma cap che non avrebbe pi avuto nessun protettore coraggioso contro chi l'insultava.

Ora, come poteva continuare a far la scuola senza ristabilir la disciplina? E in qual modo ristabilirla? Pens a chiedere aiuto al Garallo; ma lo conosceva: egli l'avrebbe esortata a pazientare ancora, ripetendole la promessa di farsi vedere quando le cose fossero andate pi in l. Poteva ricorrere al soprintendente, il cavalier Sanis, proprietario della grande fabbrica di ferramenti; ma era un benedett'uomo irreperibile, sempre a Torino quando lo cercavano a Sant'Antonio, sempre qui quando lo volevano l; oltrech s'era fatta una legge comoda, di non mai immischiarsi con operai fuori della fabbrica. La maestra era ancora in quest'incertezza la sera dopo, quando vennero a pregarla di dare una corsa al sobborgo, a visitare uno dei suoi piccoli alunni, gravemente malato.
Non c'era che a percorrere il viale della chiesa e fare un altro centinaio di passi nel paese, e poich, essendo ancor giorno, non aveva nulla da temere dal Muroni, and subito. Ma fu trattenuta in casa del malato pi che non s'aspettasse, e quando usc, imbruniva. Ebbe l'idea di cercar qualcuno che l'accompagnasse; ma si vergogn: avrebbero riso di lei. Tir dunque innanzi a rapidi passi. Quando fu all'imboccatura del viale, vedendo che era deserto, s'arrest. Poi riprese risolutamente il cammino per un piccolo sentiero aperto tra la neve gelata, volgendo lo sguardo sospettoso a destra e a sinistra. Non aveva mai trovato il viale cos lungo e le pareva di non arrivar mai alla met, ch'era segnata da un sedile di pietra. E c'era appena arrivata quando vide un uomo uscire improvvisamente di dietro al tronco d'uno dei grandi alberi del lato sinistro, e piantarsele davanti a cinque passi. Le corse un brivido per le vene. Aveva riconosciuto ai contorni Saltafinestra.
S'arrest come paralizzata.
Quegli fece un passo avanti; essa, inchiodata a terra, non si pot movere.
Il giovane domand con voce rauca e bassa: "Perch mi ha stracciato il quaderno?".
La maestra non rispose.
"Non si fa una figura cos ad un uomo" disse quegli.
Ella tacque ancora, tremando da capo a piedi.
"Io la potrei far pentire" soggiunse lui.
Ella tremava cos forte che il giovane se n'accorse.
"Perch ha tanta paura?..." domand guardandosi intorno. "Non c' nessuno... Mi dia un bacio."
E allung una mano.
La maestra diede in uno scoppio di pianto.
In quel momento comparve un'ombra in fondo al viale.
"Ho detto per ridere" disse il giovane. E soggiunse con accento di minaccia: "Non parli!".
La maestra si diresse a passi precipitosi verso la scuola.

Rientr in casa cos spaventata che non pens neppure un momento a denunciare il fatto all'autorit, e quando si fu un poco ricomposta, al pensiero d'essere scampata da quell'incontro con null'altro di peggio che un grande spavento, le parve di dover ringraziare Iddio come d'una buona fortuna. E decise fermamente di non uscir mai pi di sera che accompagnata; ma cerc insieme di confortarsi pensando che quegli non avrebbe pi osato di affrontarla una seconda volta in quel modo, che il suo terrore e il suo pianto gli avevano forse destato un po' di piet, o eran bastati, se non altro, alla soddisfazione del suo rancore. E infatti essa not in lui, alla lezione di quella stessa sera, un cambiamento: non provoc pi disordini, non fece pi alcun atto di scherno. Ma v'era nel suo contegno qualche cosa, che quasi le faceva desiderare che non si fosse mutato: pareva ch'egli avesse fatto un ritorno ai pensieri di prima, quando non aveva ancora cominciato a tormentarla, e che in quelli fosse pi raccolto e risoluto d'allora. Il suo sguardo non correva pi sulla sua persona con quell'espressione di curiosit sensuale e insolente; ma, lungi dall'esprimere benevolenza, sembrava che spirasse un odio che prima non aveva. Egli la guardava e pensava, rodendosi le unghie. Pareva che macchinasse qualche cosa, una serie di cose, col dispetto di non trovarne alcuna che lo soddisfacesse. E cos fece altre sere, ma sempre pi pensieroso e accigliato. Quel suo aspetto era intollerabile alla maestra. Avrebbe voluto qualche volta rivolgersi a lui arditamente, e interrogarlo, ordinargli di spiegarsi, supplicarlo anche, perch la liberasse dall'oppressione di quella perpetua minaccia muta, parendole che qualunque cosa egli fosse per minacciarle, dovesse essere meno peggio di quello che le passava confusamente nell'immaginazione.
E quand'era sola, ragionando, cercava di penetrare nei suoi pensieri con l'aiuto di quella scarsa e vaga cognizione dello spirito della sua classe ch'ella aveva di seconda mano. Per esempio, egli doveva ad un tempo desiderarla per brutalit, come un'altra qualsiasi, e odiarla per l'avversione ch'essa gli dimostrava; doveva odiare in lei la classe signorile, a cui stimava che appartenesse, e del cui abborrimento pei giovani suoi pari essa era certo la pi manifesta e viva espressione ch'egli avesse mai veduto; doveva desiderare di vendicarsi di quell'abborrimento facendole sfregio o violenza, ed essere eccitato in quel desiderio dalla sua stessa paura, che gli solleticava orgoglio della malvagit e della prepotenza; doveva esser tormentato da una curiosit feroce di vedere come si sarebbe dibattuta, come avrebbe supplicato, chiesto grazia, gridato, singhiozzato, sofferto, inorridito sotto le sue mani. Egli doveva insieme desiderarla e insultarla in cuor suo, cercar di disonorarla nel proprio concetto, dandole i pi sconci nomi del suo orribile linguaggio, godere a immaginarsi di percoterla e di avvilirla in presenza di tutti. Questo si vedeva nei suoi occhi biechi, che divampavano alle volte, biancheggiando come gli occhi d'una fiera, e dal modo con cui ribeveva l'aria, di tratto in tratto, con quella sua bocca senza labbra, come per rattenere uno scoppio  credeva lei  di dispetto e di rabbia. E a questo pensiero rabbrividiva, e lo scacciava, ma vi ricadeva, suo malgrado.

Per, non essendo pi aizzati da lui, i ragazzi si contennero un po' meglio per alcune lezioni. La pietra dello scandalo era sempre il piccolo Maggia. Una sera la maestra lo dovette cacciar dalla scuola perch aveva messo un'assicella a traverso alla corsia, per far inciampare i ragazzi che andavano alla lavagna, ed uno, inciampandovi, era stramazzato malamente. I grandi seguitavano a non darle fastidio, se non in quanto s'irritavano delle canzonature dei piccoli, quando facevano grossi errori di lettura o di scrittura, ed essa temeva che li picchiassero fuori. Ma questo non avvenne. Il grosso Maggia continuava a studiare con una ostinazione mulesca. I pastori si mostravano molto diligenti. Essa ebbe una volta sola una breve discussione col Lamagna; il quale, peraltro, non le mancava mai di rispetto: voleva solo farle comprendere che non riconosceva in lei alcuna superiorit sociale, che la considerava, per esempio, come una popolana sua pari, che invece di spacciar derrate da un banco, spacciava cognizioni da un tavolino. Essa fu molto maravigliata di un'idea espressa da lui in un componimento sul lavoro ricompensato dalla coscienza: a modo suo, egli aveva voluto dire che nella societ, secondo giustizia, chi ha pi ingegno d'un altro non dovrebbe per questo guadagnar di pi , anzi dovrebbe di meno, perch l'ingegno agevola il lavoro ed  ricompensa a se stesso. La maestra, pure comprendendo che quella non doveva essere un'idea del suo capo, gli fece con bel modo qualche obiezione, a cui egli rispose asciuttamente: " la mia maniera di pensare". Ma non ci fu altro. E la ragazza credette incominciato un periodo di quiete durevole.

Senonch, man mano che la classe pigliava con lei familiarit, essa notava, specialmente nei grandi, un cambiamento. Pareva che, a poco a poco, sentissero l'influsso sessuale della sua persona, e che questo s'andasse comunicando dai pi giovani ai pi attempati. Cominciava a veder negli sguardi delle fissit prolungate, dei bagliori di simpatia, delle espressioni di rispetto e di sollecitudine, in cui si capiva l'intenzione di cattivarsi la sua benevolenza, e anche dei lampeggiamenti di pensieri amorosi o lubrici, che alcuni si esprimevano l'un l'altro nell'orecchio, sogghignando. Osserv in alcuni grandi il manifesto proposito di entrarle in grazia fingendo di prestarle una profonda attenzione, acconsentendo col capo alle sue parole, facendo i lavori con grande diligenza; parecchi venivano a chiederle spiegazioni al tavolino, senza sapere bene quello che si volessero; molti, che l'avevan guardata da principio con tutta indifferenza, la guardavano ora da capo a piedi, arrestando l'occhio su tutte le parti della sua persona, come per prenderle la misura d'un vestito; altri, dei pi maturi, assumevano con lei un fare di protezione benigna, disapprovando ostentatamente i disturbatori, ed ella vedeva passare come un chiarore sul loro viso a certe inflessioni dolci della sua voce, e indovinava, pi che non vedesse in loro, qualche cosa d'insolito, un movimento, quasi la scossa d'un pensiero improvviso, quando s'avvicinava al banco per veder la scrittura. E tutti questi segni la inquietavano: titubava ad entrar nella corsia, doveva misurare i gesti e gli atteggiamenti, esitava con una timidit di bambina a dare una lode dovuta, a pronunciar certe frasi che potevano presentare un doppio senso, a leggere certi passi del libro che richiedevano un'intonazione di affetto. E non di meno, in quella medesima espressione di pensieri e di desideri che la turbavano, vedeva come luccicare in molti delle qualit buone dell'animo, certe delicatezze che non aveva mai immaginate, quasi un rimescolio lento e confuso di sentimenti gentili, nascosti abitualmente dalla rozzezza dei modi, dall'uso del linguaggio grossolano, da una volgarit pi voluta che naturale. I soli incorreggibili erano la pi parte dei ragazzi, e il Muroni l'unico dei grandi che le destasse una repugnanza che non poteva vincere. Questa le fu anche accresciuta da un fatto. Una sera di domenica le arriv fin nella camera un suono di grida lontane che uscivano dall'osteria della Gallina. Corse alla finestra e vide folla in fondo al viale: era una rissa. Da quella massa nera si spicc un uomo, come un'ombra, e prese pel viale con la rapidit di una freccia; un altro gli si lanci dietro. Quando il primo pass davanti alla scuola, la maestra sent un grido acutissimo: "Aiuto! Aiuto!" che le suon nel pi profondo dell'anima: l'uomo svolt dietro la chiesa, e l'altro, velocissimo, sulle sue tracce. Il cantoniere, che guardava di dietro all'uscio, riconobbe nell'insecutore Saltafinestra. La ragazza rimase col sangue sossopra, aspettando la notizia d'un delitto. Non accadde nulla; l'inseguito non era stato raggiunto. Ma quel grido di aiuto, in cui essa aveva sentito il terrore disperato della morte, le lasci nell'animo un nuovo e violento orrore per il suo nemico.

Le durava ancor vivo questo sentimento quando il giorno dopo, attraversando il campo coperto di neve dietro alla scuola, per andar in paese a far delle compere, mentre pensava appunto ch'era impossibile che il Muroni la fermasse l di pieno giorno, a pochi passi dalle case, se lo vide venir incontro dall'angolo opposto del campo. Atterrita, si guard intorno: non vide che una fila di bambini che facevan gli sdruccioloni lungo il viale, a un cento passi da lei. Non era pi in tempo a tornare indietro se non correndo; ma le parve una vilt disonorante. Fu presa allora da un coraggio disperato, nato dall'eccesso della paura, e and diritta verso di lui, a passi malfermi, ma col capo alto.
Dovevano incontrarsi sopra lo stretto sentiero tracciato sulla neve.
A tre passi l'un dall'altro si fermarono tutti e due. Egli si lev la pipa di bocca e se la mise in una tasca della giacchetta, tenendovi il pollice su, e la guard con un sorriso che la fece fremere. Pareva che cercasse una frase per incominciare.
La maestra ebbe uno slancio d'indignazione...
"Che cosa vuole, insomma? Perch mi ferma? Che cosa le ho fatto?"
Il giovane guard rapidamente intorno al campo: essa temette una violenza.
"Perch non mi rispetta?" grid con voce di pianto, dando un passo indietro... "Perch offende una donna che non si pu vendicare?... Rispetti almeno la memoria di mio padre!... Io sono figliuola d'un soldato, morto sul campo di battaglia!"
E in quel momento, sul suo viso contratto da un singhiozzo, disparve il terrore sotto l'espressione dello sdegno altero e della santa memoria invocata.
Il Muroni la guard attentamente; poi disse a bassa voce, con un tono che pareva tranquillissimo: "Non voglio mica farle del male."
Quella risposta le scem la paura, e le sue lacrime poterono uscire. Quegli continuava a guardarla, come stupito.
"Non voglio esser fermata!" disse la maestra.
"Io non l'ho fermata" rispose lui, guardandosi intorno.
"Allora mi lasci passare!"
Il giovane si fece in l nella neve, e mentre ella passava, con accento pi di lagnanza, che di rancore, disse piano, come tra s: "Non son mica un assassino."
Temendo che il silenzio gli potesse parere un'ingiuria, ella si volt, e con una voce che aveva ancora il tremito del pianto, e che suon, suo malgrado, quasi supplichevole: "No" disse... "ma non mi fermi mai pi !".
E nel dir questo fu stupita di non incontrare il suo sguardo, che la sfugg. Ella tir innanzi a passi lesti, e quando fu in fondo al campo, involontariamente, si gir indietro. Il giovane voltava allora le spalle. Non s'era pi mosso fino a quel punto.

Insomma, torn a casa spaurita ancora e tremante, ma quasi confortata dalla coscienza d'una vittoria, e pi dal pensiero d'aver mostrato un coraggio, che non credeva d'avere. Il fatto ch'egli avesse sfuggito il suo sguardo, quando s'era voltata, le parve sulle prime un segno di ravvedimento e di vergogna, che desse a sperar bene per l'avvenire; e si ricord dei consigli del Garallo, che diceva che col popolo ci voleva ardimento e vigore, e delle idee della maestra Baroffi, secondo la quale bastava una parola nobile e appassionata ad aprire i cuori pi duri. Ma rinvenne ben presto da queste illusioni ripensando il passato orrendo del giovane, la sua crudelt con la madre, la sua cinica scostumatezza, quell'indimenticabile grido di aiuto di quel disgraziato che, essendo inseguito da lui, si sentiva alle calcagna la morte, e non vide pi nel suo contegno di poc'anzi che il timore d'una resistenza vigorosa di lei, che avrebbe dato luogo a una lotta e chiamato gente. E nondimeno and quella sera a far scuola con minor trepidazione che curiosit di vedere in qual nuovo atteggiamento egli se le sarebbe presentato.
L'atteggiamento fu nuovo, infatti; ma non per l'appunto quale essa lo immaginava.
Egli non mostrava pi odio, n pareva che rimuginasse pi dei propositi tristi; mostrava, come se la vedesse per la prima volta, una certa curiosit attenta, nella quale appariva smorzato il risentimento del suo orgoglio per la ripugnanza ch'ella gli manifestava. E s'ella avesse potuto penetrar nel cervello di lui, avrebbe scoperto ch'erano appunto la sua indignazione di poche ore prima, il suo pianto strozzato, la sua altera invocazione della memoria paterna, che l'avevano mutato in quel modo. Non perch l'aspetto e le parole di lei gli avessero toccato il cuore; ma perch eran stati per lui una cosa nuova, una rivelazione di sentimenti e di forze sconosciute, ch'egli non aveva mai visto, n immaginato nell'animo di una donna. Egli la guardava con curiosit come una creatura al tutto diversa da quella che s'era raffigurata, e oscura in parte alla sua intelligenza; la guardava come se capisse per la prima volta che sotto alle ragioni, ch'egli poteva spiegarsi, della sua avversione per lui, ce ne fosse una pi profonda, pi delicata, pi forte, radicata pi addentro nell'anima, che non gli riusciva bene di comprendere. Oltrech egli pure, sebbene pi tardi degli altri, cominciava a sentire 1'influsso della presenza, ch'era quasi una compagnia, di quella donna, tanto diversa d'aspetto, d'animo e di modi da tutte le donne ch'egli aveva conosciuto fino allora. Signore, egli non ne aveva mai viste che passare per la strada e non gli era anche occorso di esperimentare ch'esse fossero diverse dal concetto che egli e i suoi pari, secondo la propria natura, se ne formavano: che  quanto dire di creature fra le quali e quelle praticate da loro, non ci fosse che la differenza del vestito e delle maniere; ch se un'altra ce ne fosse stata, doveva essere nelle prime un pi raffinato pervertimento, una, bench nascosta, pi sfacciata corruzione dell'anima e della carne, prodotta dalla mollezza e dalla facilit maggiore della vita. Ma questa che aveva davanti correggeva alquanto le sue idee. Era la prima signora ch'egli vedeva da vicino e a suo agio, tutte le sere; la prima che gli discorresse sovente e che, in un certo senso, si curasse di lui; la prima di cui egli sentiva, per dir cos, il soffio e il calore, e di cui poteva notare a suo agio, come in casa sua, per due lunghe ore tutti i giorni, ogni gesto, ogni moto del viso, ogni inflessione di voce. Egli cominci a notar tutto questo, non appena l'orgoglio quetato gli lasci un po' libera la facolt dell'osservazione, e tutto questo gli riusciva singolare e gli cominciava a far pensare che tutta quella gentilezza non fosse soltanto vernice o artifizio d'educazione, come prima credeva. Era veramente una creatura d'una nuova specie per lui. Nonostante il suo orgoglio selvaggio, nato come quello dei pochi compagni della sua tempra, da una prepotente e indeterminata ambizione, e da una coscienza confusa di facolt non comuni, soffocate dalla povert e dall'ignoranza, egli principiava a riconoscere vagamente in lei qualche cosa di superiore a s, che lo umiliava senza inasprirlo. Egli prese a seguitare attentamente, con l'occhio e col pensiero, tutti gli atti di lei, e le espressioni del viso, e gli accenti, quasi cercando il perch dell'effetto che gli facevano, come si cerca ci che vuol dire una musica. E gli accadeva spesso di ribellarsi a quell'effetto con lo scherno, ritornando al sospetto abituale d'un'arte finissima di civetteria; ma non si poteva arrestar pi a lungo in questo sospetto. Provava anche a ribellarsi a se medesimo, suscitandosi nella mente delle immagini oscene, mettendo l'immagine di lei in luoghi e scene vive nella sua memoria, fra le quali essa le apparisse come trasformata e tinta del loro sozzo colore, cercando con la fantasia quanto ci potesse essere in lei di meno lontano dalla natura propria, i pensieri pi occulti, delle debolezze, delle aberrazioni, delle vergogne. Ma per quanto facesse, la sua figura finiva sempre con sollevarsi dall'ombra e dalla mota in cui si sforzava di immergerla e gli si ripresentava sempre cos, come appariva dietro a quel tavolino, con quella fronte bianca, con quella grazia fanciullesca, con quella timidit dignitosa, con quel non so che di strano e soggiogante, di cui non poteva comprendere la vera essenza, e che insieme gli piaceva e lo stizziva, lo maravigliava, lo avviliva, lo ammansava, gli faceva, all'uscita, sputar delle bestemmie pi grosse e delle oscenit pi brutali, come per rieccitare la forza della sua natura contro l'ammollimento che si sentiva entrare nel sangue.

Quest'effetto fu lento, e la maestra non se n'accorse da prima, anche perch pareva che di tanto in tanto egli mirasse a tener viva tra la scolaresca la sua reputazione di rompicollo senza riguardi e senza paure con qualche bravata che desse scandalo o suscitasse baccano. Ma faceva questo in una nuova maniera, pi per chiamar l'attenzione sopra di s, che per recare offesa alla maestra; la quale, trapelando il suo pensiero, non si adontava di quegli atti come per l'addietro. A capo di pochi giorni, peraltro, not in lui altre novit: una certa diligenza calligrafica nei lavori di casa, un leggero mutamento d'intonazione nella lettura, come s'egli si sforzasse di vincere la sua raucedine e di modular meglio la voce, e un modo d'ascoltare e d'accettare le sue correzioni che non era pi quello di prima; oltrech cercava quasi di prolungarle, con obbiezioni e domande monosillabiche, come avrebbe fatto d'una conversazione gradita. Una sera, essendo caduta alla maestra la penna, che rotol fino a pi del primo banco, egli pass di sotto con un movimento rapidissimo, la raccolse e gliela porse; e questo dest nella classe un mormorio di stupore. Le rese un altro servigio anche pi cortese. Si affacciavano qualche volta alla buca del calorifero dei topi enormi, che venivano dalla vicina concera, passando per i condotti d'acqua; e la scolaresca, senza che si movesse nessuno a cacciarli, si divertiva degli atti di ribrezzo che faceva la maestra a sentirli strepitare contro la reticella di ferro. Una sera, essendo i topi ricomparsi, e mostrando la maestra il ribrezzo solito in mezzo alle risate dei ragazzi, egli guizz di sotto il banco e and a dare un calcio nella reticella; dopo di che, per mascherare la cortesia dell'atto, torn al suo posto lanciando alla classe una facezia in gergaccio, che provoc nuove risa. Ci non di meno, anche quell'atto fu notato e, messo insieme con gli altri indizi, cominci a destare un certo sospetto negli scolari pi astuti. Uno dei primi a darne segno fu il piccolo Maggia. Egli prese a vigilare la maestra e il giovane, correndo continuamente coi suoi occhi di faina, con una rapidit fulminea, dall'uno all'altra, tossendo leggermente quando essa interrogava lui, dando del gomito al vicino e ammiccando agli altri quando gli pareva che il Muroni stesse in troppa attenta contemplazione della signorina: con le debite cautele, per, perch conosceva l'amico, e non c'era da scherzare. Ma la Varetti se n'accorse, e sebbene, per istinto, ora che lo vedeva mutato, fosse disposta a guardare il giovane con minor diffidenza e a interrogarlo pi spesso, pure faceva l'una e l'altra cosa il pi raramente possibile, intimidita, tormentata dalla continua vigilanza di quei due occhi sorridenti e maligni del ragazzo, che le frugavan nell'anima. Ma, insomma, dal peggior tormento era liberata e viveva pi tranquilla.

Viveva pi tranquilla perch, non conoscendo l'indole dei giovani di quella classe e di quella fibra, pensava che il suo mutamento si sarebbe arrestato l. Ma quando egli s'accorse che, cessando in lei, per effetto del suo nuovo contegno, la paura e la ripugnanza antica, non vi sottentrava gi la simpatia, ma una indifferenza eguale a quella che essa mostrava per gli altri, allora fu come colpito da una delusione, che lo accese meglio. Nell'avversione paurosa ch'ella aveva prima per lui, egli trovava almeno una certa soddisfazione d'amor proprio, poich gli pareva un effetto della sua trista celebrit, della sua reputazione d'uomo capace di ogni audacia; allora, se non altro, non andava confuso con gli altri; aveva, anche nella scuola, davanti ad essa, la supremazia di cui si gloriava di fuori; infine, godeva di produrre in lei una impressione forte, qualunque fosse. Ora, cessato quel suo potere, egli si trovava come disarmato, senz'alcun mezzo di attirare la sua attenzione e di toccarle l'animo, e nella sua crescente simpatia, sentiva pi rabbiosamente la diversit di condizione sociale, l'inferiorit della cultura, la differenza d'educazione, di maniere, d'ogni cosa, che gli toglievano di sperare una corrispondenza. E cos si veniva insinuando in lui, a poco a poco, un nuovo e pi acre fastidio del suo stato, una nuova e confusa ambizione, volta a tutt'altre mire che a quelle di prima, quando cercava la gloria nelle birbonate, nella prepotenza, nelle vittorie delle risse. Ma l'ambizione nuova non avendo sfogo possibile, divampava in lui come una fiamma chiusa, raddoppiando l'ardore dell'altra passione Nondimeno, per istinto, cercava d'avvicinarsi a lei in qualche maniera, quasi senza pensarvi. Un occhio attento avrebbe osservato in lui, da un giorno all'altro, il ciuffo rimosso dalla fronte, la faccia e le mani pi pulite, una nettezza pi accurata dei panni, qualche cosa nei suoi atteggiamenti in scuola, e perfino certe singolarit in mezzo alle grosse scorrezioni dei suoi lavori, che annunziavano un'intenzione di raffinamento della persona e della mente, e quasi l'imitazione d'un modello ideale. Di tutto questo non s'avvide la maestra quanto d'un cambiamento nel suo modo di guardarla, per il quale essa avrebbe quasi sospettato in lui dei sentimenti opposti a quelli che l'animavano. Era una guardatura accigliata, insistente, ma pi rivolta a tutta la sua persona, che ai suoi occhi, ch'egli pareva sfuggire; un'attenzione dissimulata, ma fissa e indagatrice, che si appuntava anche sul pi piccolo dei suoi movimenti, come se ciascuno avesse avuto per lui il significato d'una parola scritta, non bene intelligibile, di qualche lingua straniera; una visibile meditazione di tutte le frasi, ch'ella dicesse, che uscissero per poco dal giro del consueto linguaggio didattico, come se fossero altrettanti spiragli, per cui egli le potesse penetrar col pensiero nell'animo, e guardar che cosa vi fosse di nuovo e di strano, che mandasse fuori quei suoni, ch'ei non aveva mai intesi. Ma non crescevan punto da parte sua le manifestazioni della cortesia e del rispetto: era ancora tanto calmo da badare a non farsi scorgere apertamente. All'uscita e all'entrata, per, nei momenti in cui egli credeva di poterla guardare senz'esser visto, la maestra incontrava il suo sguardo acuto, scintillante, non pi audace, ma severo, inquieto, avido, scontento, velato da un'ombra di vergogna; la quale non era la vergogna delle insolenze passate, ma della passione nascente. Ma la maestra credeva la prima cosa, e non sospettando altro, si rassicurava.

Eran le cose a questo punto quando una mattina, mentre passeggiava al sole del cortile, durante la ricreazione dei suoi bambini, la Varetti vide affacciasi all'uscio la madre del Muroni, che cercava di lei. Essa fece un atto di rincrescimento come se la soverchia familiarit di quella donna mettesse qualche cosa di comune fra lei e il suo figliuolo. La povera vecchia venne innanzi con le mani sotto il grembiule, girando in atto guardingo i suoi dolci occhi di vittima, in cui pareva che fossero congelate due lagrime, s'avvicin alla signorina con un sorriso, come se fosse gi avviata fra loro una buona amicizia, e le disse a bassa voce, in aria di mistero, con accento di timida soddisfazione: "Va meglio, sa. Va un poco meglio da un po' di tempo. Pare che si sia quetato un po'. Non mi tratta pi male, non va pi alla Gallina. Mi par di sognare, in verit. La sera sta al lavoro. Io ringrazio il buon Dio giorno e notte!".
E guard con sospetto verso l'uscio. Essa attribuiva quel mutamento alla scuola, e veniva appunto per ringraziar la maestra, e anche per farle una preghiera.
"Sarebbe," le disse "mi perdoni tanto la libert, signorina; ma sarebbe di approfittare del buon momento, che par disposto cos bene, per tentare quello che le ho detto il primo giorno, di fargli entrare in cuore un po' di religione, che si decidesse una buona volta a fare i suoi doveri, che son dieci anni che non si avvicina ai Sacramenti, Dio di misericordia, dieci anni, lei m'intende! E dire che gli devo dare di tanto in tanto i miei ultimi soldi, per fargli recitare un pater e un ave, che non vada a letto come un cane, e ho ancora nell'idea che dica tutt'altre cose, dal modo che fa con la bocca! Se lei volesse far quest'opera di carit, signora maestra, gi che gl'insegna tante altre belle cose, di fargli ben capire che la prima cosa  di salvar l'anima, e che io avessi questa consolazione, prima di chiuder gli occhi, di vederlo riconciliato col Signore! Perch se non si prende questo momento, creda, un altro cos non ritorna pi ; io non l'ho visto mai cos buono, dopo che il buon Dio me l'ha mandato, in fede dell'anima mia!"
La maestra guard da un'altra parte per non mostrare la soddisfazione d'amor proprio che le davan le ultime parole. E rispose che avrebbe fatto quello che poteva, ma che poteva fare ben poco.
"In ogni modo" disse la donna, dando un'altra occhiata all'uscio socchiuso "bisogna dire che  una gran benedizione la scuola, se fa del bene anche al mio figliuolo. Perch  la scuola, non c' che dire."
Qui, come colta da un'idea nuova, stette un po' pensierosa, guardando a terra; poi disse piano, rialzando gli occhi: "Salvo il caso...".
La maestra la guard.
"Salvo il caso" continu la donna, guardando a terra da capo, "che sia qualche simpatia di sentimento... come l'anno scorso, per la macellarina."
La maestra ebbe un sospetto, ma istantaneo: si vedeva che il pensiero della madre era a mille miglia da lei.
"Eppure," soggiunse questa, riflettendo "per quanto io abbia cercato e domandato, non mi son potuta accorger di nessuna."
Poi torn tutt'a un tratto alla religione. La maestra le domand perch non ricorresse al parroco. Signore Iddio benedetto, quel buon vecchino, alto cos, tanto alla mano con tutti, era un sant'uomo; ma non se ne voleva immischiare. Ella sospettava che avesse un po' di "suggezione" del suo figliuolo. E quella "suggezione" che voleva dir paura, era una parola di ripiego, in cui l'amor materno metteva pure un'ombra di vanit. Ed era lo stesso degli altri: il cavalier Sanis, padrone della fabbrica, il dottore, che gli avrebbero potuto far delle ammonizioni e dar dei consigli, tutti quanti pareva ne avessero un po' di "suggezione"; scherzavano perfin con lui, incontrandolo; nessuno lo voleva urtare. "In fine" disse "Nostro Signore mi continuer ad aiutare, poich ha cominciato."
E andandosene, mentre ringraziava la maestra con una espressione umile e affettuosa d'ammirazione, il suo sguardo s'arrest e s'avvi un momento sopra di lei, come al sorgere d'un pensiero... Ma il pensiero pass.
"Vado a pregar per lei, signorina" le disse di sull'uscio, e voltandole la sua povera schiena corta e incurvata di vecchia martire, s'avvi verso la chiesa.

"Insomma,  domato!" disse in cuor suo la maestra. Non aveva pi da temere n insulti n violenze, poteva girar tranquillamente per il paese, era libera, era contenta, ed anche un poco altera dell'opera sua. E con questi pensieri non titub un momento a uscir di casa sola il giorno dopo sull'imbrunire, quando venne un ragazzo con le chiavi del quartierino della maestra Latti e con un biglietto, scritto a matita, col quale la sua amica la pregava di prender nella camera certi medicinali e di portarglieli subito in paese, in casa del fornaio, dov'era ricoverata, essendole preso male per la strada. Ella si ficc in tasca le boccette, si mise il cappellino e il mantello, e se n'and a passi lesti, sotto una neve che veniva gi a larghe falde, e aveva gi imbiancato ogni cosa. Trov la maestra Latti distesa sopra un sof, assistita dalla moglie del fornaio e dalle sue figliuole, che sorridevano a fior di labbra.
"Ah Enrica!" esclam quella, tendendole languidamente la mano. "Ti vedo ancora!"
Il suo viso, per, non giustificava la tristezza mortale di quel saluto. Avendo mal di capo, ed essendo scivolata per la strada per aver messo un piede in falso, essa credeva d'esser caduta per una portata di sangue al cervello, con la quale le si fossero scatenati addosso, cogliendo l'occasione, tutti gli altri suoi mali. Trasportata su, s'era indispettita col medico  un grosso biondo burlone  che, per tutta cura, le aveva consigliata l'aria di Massaua, e poi era ricaduta in un grande abbattimento... "Va" disse con voce fioca alla Varetti, dopo aver inghiottito in furia le medicine, "non ho pi bisogno di te. Questa buona gente mi porter a casa pi tardi... viva o morta."
Quando la Varetti, nascondendo un sorriso, s'accomiat da lei, era quasi notte. Continuava a nevicare. Sul viale c'era gi un palmo di neve. Ella indugi un momento prima d'entrarvi, poi affrett il passo. I due lampioni del gas, velati dalla nevicata, rompevano appena l'oscurit con due dischi di luce pallida; lo strepito delle macchine degli opifici vicini arrivava l affiacchito, come se uscisse di sotterra, e il suon dell'incudine del fabbro ferraio, ch'era all'entrata del paese, pareva che venisse da una gran lontananza.
Arrivata a un terzo del viale, parve alla maestra di veder muovere un'ombra dietro a un albero; si sofferm, col respiro oppresso; poi si fece animo e prese la corsa.
A due passi dall'albero le si par davanti il Muroni.
Ella stava per gittare un grido, ma lo rattenne vedendo ch'egli si levava il cappello.
"Ancora lei!" esclam, sdegnata. "Cosa vuole?... Mi lasci passare."
Quegli rispose con la sua voce rauca, ma in tuono rispettoso:
"C' la neve, io le faccio la strada... se permette".
"Non voglio!" rispose la maestra. "Si faccia in l, o grido aiuto."
"Perch?..." domand lui, a voce bassa. "Mi crede proprio... Crede che non abbia anch'io un po' di cuore?... Non ha mica da lamentarsi di me, da un po' di giorni."
E senza darle tempo a rispondere, salt a cinque passi davanti a lei, e si mise in cammino verso la scuola, col corpo chino, strisciando rapidamente i piedi l'uno stretto all'altro, per aprirle un sentiero in mezzo alla neve.
La maestra, rassicurata un po', gli tenne dietro per un tratto, senza perderlo d'occhio; ma poi, ripresa da una paura improvvisa, slanciandosi avanti per fuggire, in un momento ch'egli rallentava il passo, l'urt col ginocchio. Quegli perdette i lumi, e mettendo un ah! soffocato, voltatosi bruscamente, l'afferr a due mani per la vita e cerc il suo viso con la bocca.
La maestra si dibatt furiosamente sotto il suo alito acceso, che sentiva l'acquavite e la pipa.
"Mi dia un bacio" disse lui, con voce arrantolata, "un bacio e la lascio andare... un bacio e la lascio andare..."
Dicendo questo, furioso, le lev le mani dalla vita per afferrarle il capo: essa gli sfugg dalle braccia con un guizzo e si diede a correre disperatamente verso la scuola gridando: "Aiuto! Aiuto!" ma con voce cos fioca, che nessuno l'avrebbe intesa. Egli la insegu, anelando, pronunciando parole incomprensibili, con voce sibilante. Nel terrore che la levava di senno, le parve di sentir dire: "Ca scusa! ca scusa!" (Mi scusi, mi scusi). Poi non ud pi nulla, nemmeno il suo passo.
Arriv trafelata alla scuola, entr barcollando nel corridoio, e incontrando la bidella col lume, si lasci andare con la spalla al muro, smorta, quasi svenuta.
"Cosa c'?" domand la donna, spaventata.
"Un ladro!" rispose lei.
Il cantoniere accorse. "Un ladro? un ladro?" E, afferrato un randello, si slanci fuori, attravers il cortile... e chiuse l'uscio.

La povera maestra pass la notte con la febbre, cercando quale fosse la miglior via per ricorrere alla giustizia, poich vedeva oramai la cosa necessaria: se riferire il fatto al maestro Garallo, come direttore, perch scacciasse il Muroni dalla scuola e lo denunciasse ai carabinieri, o andar senz'altro dal cavalier Sanis, ch'era il personaggio pi autorevole del sobborgo, perch provvedesse lui nel modo che avrebbe stimato pi opportuno. A fare un passo, comunque fosse, era risoluta, non reggendole l'animo all'idea che le potesse toccare un'altra volta un affronto e uno spavento come quelli che aveva avuti, e al cui pensiero tremava ancora. Si lev la mattina dopo, decisa d'andar dal soprintendente, dopo averne avvertito, per dovere di delicatezza, il maestro. Era domenica: essa contava d'andar prima alla messa e poi alla fabbrica del cavalier Sanis.
Ma mentre stava terminando di vestirsi, eccoti l la maestra Mazzara, ansante e affaccendata, come sempre, col sorriso sulla bocca e un pacco di carte fra le mani. Era gi stata dalla Baroffi a chiedere un articolo per una Strenna che volevan pubblicare varie maestre a benefizio d'una loro collega, vedova d'una guardia daziaria. Non poteva trattenersi che pochi minuti. Aveva da galoppare tutto il giorno a Torino per preparare una recita di dilettanti al teatro Scribe, per la fondazione d'un asilo infantile alla Crocetta; doveva fare una visita alla scuola d'Orticoltura in via Garibaldi, dove una sua compagna insegnava a scrivere a quaranta giardinieri; voleva andare ancora all'istituto del Buon Pastore a vedere che cosa ci fosse di vero in una voce messa in giro da un giornale, che le maestre monache facessero apparire il diavolo di notte per spaventare le ragazze riottose. Quand'ebbe detto tutto questo, riprese fiato; poi domand notizie della scuola serale all'amica, e si mostr addolorata di vederla triste. "Cos'hai? Che c' stato? Perch sei pallida? Che t'hanno fatto?".
Veramente, essa non pareva alla Varetti la confidente pi opportuna per le cose che le aveva da dire; ma non avendone altra, raccont tutto a lei, fino alla scena della sera avanti.
"Ma dunque l'hai innamorato!" esclam quella con grande vivacit. "... Per questo non s' pi visto alle scuole festive!"
E stette un po' pensando, come per gustare quello che vi era di romanzesco nell'avventura.
"E cos'hai deciso di fare?" domand poi.
La Varetti le disse risolutamente la sua intenzione.
L'amica rimase assorta qualche momento. Poi rispose con gravit, tentennando il capo: "Io non ti darei questo consiglio".
E richiesta del perch, spieg il suo pensiero.
"Perch tu non conosci l'animo di quella gente. Tu provocherai una vendetta."
"Ma che vendetta vuoi ch'io provochi?" domand la Varetti, scrollando una spalla. "Che cosa mi pu far di peggio di quello che ha fatto?... Ammazzarmi?"
"Eh, a te non far nulla" rispose l'altra "si capisce. Ma se non si vendicher su di te, si vendicher su quelli che lo puniranno, di questo puoi star sicura, come se fosse gi fatto. No, non ti metter sulla coscienza questo rimorso."
"Ma dunque" esclam la Varetti con risentimento "io devo ingoiarmi l'affronto e starne ad aspettare degli altri?"
L'amica tacque un mezzo minuto. "Ma, insomma" disse "non t'ha neppure baciata!"
La Varetti fece un atto di maraviglia e di sdegno. Ma quella non la lasci parlare. "Capisco, l'affronto c' stato egualmente. Per... dici che t'ha chiesto scusa... Infine, devi anche considerare che uomo , od era, piuttosto.  gi una bella vittoria d'averlo ridotto a quel modo, d'avergli ispirato un sentimento... Che t'ho da dire? Nei tuoi piedi, io starei ancora a vedere. Vorrei compir l'opera, finire di convertirlo...  un caso raro, davvero." E dopo aver fissato un po' la sua amica: "Ah! la mia povera Enrichetta" le disse sorridendo e pigliandole il mento con due dita "con quel visetto di principessina!".
La Varetti si asciug due lacrime.
"Segui il mio consiglio" riprese l'altra "perdona ancora una volta. Io son certa che non accadr pi nulla. Tu non conosci questi giovani del popolo. Basta non irritarli o avvilirli, se ne fa quello che si vuole, anche dei peggiori. Quello l, vedrai, diventer un agnello! T'ha fatto la strada coi piedi, te la far coi ginocchi."
La Varetti rimase perplessa.
"Ah! il popolo!" continu l'amica. "Credi, il popolo  mal conosciuto. Per questo non  amato. E se par malvagio qualche volta,  appunto perch non  amato. Basta. Ti verr presto a rivedere. Son curiosa di sapere come andr a finire. Cos'hai deciso?"
"Non so" rispose la Varetti, fissando per la finestra i camini delle fabbriche, come se fossero un dato del problema che la teneva in dubbio.
La Mazzara, andandosene, le diede ancora in fretta in fretta un sacco di notizie torinesi: c'era un matrimonio nella scuola Sclopis; la contessa Di Rosa aveva invitato a uno dei suoi magnifici balli le due maestre delle sue figliuole: nel ritiro della Visitazione aveva tentato di avvelenarsi una ragazza perch le era stata sequestrata una lettera amorosa; a San Filippo, nella prossima quaresima, avrebbe predicato don Calandra. E glien'aggiunse ancor una sull'uscio: Il Malon, quel famoso socialista francese, doveva tenere una conferenza agli operai di Torino: essa sperava di potervi andare.
"Animo" le disse infine sulla via, con un sorriso adulatorio "bella domatrice!"

Dopo molta esitazione, la Varetti si decise ad aspettare ancora, e ritorn alla scuola serale, il luned sera, un po' turbata dentro, ma tranquilla di fuori, come se nulla fosse accaduto. Seduta appena a tavolino, essa s'accorse, senza guardare il Muroni, che questi stava in un atteggiamento in cui non l'aveva mai veduto, coi pugni appoggiati sul banco e il mento sui pugni; e le bast, un minuto dopo, dargli uno sguardo di sfuggita, per riconoscere che aveva bevuto. Aveva daccapo il ciuffo in mezzo alla fronte, gli occhi imbambolati e sonnolenti, la cravatta scomposta, e parve alla maestra di rivedergli a traverso al velo denso dell'ebbrezza l'espressione trista e bieca dei primi giorni, come se fosse tornato al proposito di schernirla e di farle paura. Ma non fece alcun disordine quella sera, n mut nemmeno l'atteggiamento, ed essa non lo interrog n lo fece leggere. La sera dopo venne a scuola intieramente in s, col viso consueto, e d'allora in poi lo rivide stare attento, guardarla, ascoltarla con quell'aria d'ammirazione meditabonda e quasi cupa, ch'egli aveva mostrato prima dell'ultimo incontro sul viale. Soltanto non appariva pi alcun segno d'ambizione o di vanit nella sua condotta, n sulla sua persona: tornava a mostrare il viso e le mani poco puliti, leggeva con trascuranza, faceva il lavoro alla diavola, o non lo faceva, e pareva che desiderasse di non essere interrogato, di esser lasciato tranquillo nel suo canto, a guardarla in silenzio, come un cane da caccia. Ma questa sua contemplazione, cos prolungata alle volte che egli non seguitava pi sul libro la lettura degli altri, e metteva le spalle al muro, voltandosi in pieno verso destra, per meglio vederla, quando lei era dalla parte della prima sezione, fin con dar nell'occhio anche agli alunni meno osservatori. Grandi e piccoli, di tanto in tanto, se lo accennavan l'un l'altro col capo, e se ne parlavan negli orecchi. Toh! Era dunque proprio vero: Saltafinestra era innamorato della maestrina. Era un bel caso! Questa volta, per, l'avrebbe avuta a far con la voglia. S'aveva bell'avere il muso di Saltafinestra, ci voleva una buona dose di pretensione. Nessuno avrebbe mai pensato che quel lestofante l, che n'aveva gi fatte e provate di tutte le tinte, avrebbe dato un tuffo nella bambinaggine a quella maniera. E gli uomini pei primi gli avrebbero dato la berta, se non avesser saputo che con lui c'era da correr dei rischi. Ma i ragazzi, pi maligni e meno prudenti, non si moderavano tanto. Nondimeno, grazie al timore che incuteva, non sarebbe nato nessun scandalo, s'egli non si fosse lasciato andare a provocarlo.

Il Muroni che, nei primi giorni, aveva eccitato la classe alle risa e al disordine in odio alla maestra, vedeva male ora che altri le desse noia o le facesse offesa. Cominci a guardare a traverso quelli che facevan del chiasso, prima quasi involontariamente, come un uomo frastornato in un pensiero fisso; poi col proposito manifesto di farli smettere, fissando l'un dopo l'altro i disturbatori. Quando costoro se ne accorsero, incoraggiandosi a poco a poco al vedersi concordi, presero a far peggio; e allora, alla stizza di prima, s'aggiunse in lui il risentimento dell'ingiuria a lui diretta. La cosa, per alcune sere, non pass i termini; ma poi egli s'inaspr. I disturbatori ostinati non eran che i ragazzi, ma tanto pi egli si sentiva ferito nell'orgoglio, che non riusciva a farsi temere da un pugno di monelli, lui che aveva fatto tremare degli uomini. Principi, quando s'arrischiavano a qualche monelleria pi sfacciata, a dire delle impertinenze fuor dei denti, a minacciare di saldare i conti all'uscita. E proprio sul viso nessuno osava di rispondergli; ma rispondevan tutti insieme facendo la voce sorda del cane rugliante o il rantolo dei gatti che fan le fusa; il che lo metteva fuor dei gangheri. Il pi accanito era il piccolo Maggia, una buona stoffa di Saltafinestra futuro, capace d'affrontare anche un uomo. Doveva essere opera sua una strofetta in dialetto, che la Varetti gli ud cantare una sera coi suoi compagni, nella quale rimavano maestra e Saltafinestra a capo di due versi che la fecero arrossire. Ella si trovava in un impiccio penoso e difficile, non potendo accettare in nessun modo n sapendo con qual mezzo far cessare quella troppo aperta protezione di chi era in pi mala fama fra i suoi scolari. Ma c'era anche di peggio. Quella aperta passione del Muroni per lei, quella sua continua ammirazione avida e muta, venivan ravvivando negli altri, per virt di simpatia, quella fiammella mista di sensualit e di sentimento, di cui s'era accorta dopo i primi giorni. Ella si vedeva ora, anche da vari degli uomini pi seri, guardata con occhi pi intenti e pi arditi; indovinava dei commenti pi liberi sulla sua persona; coglieva a volo delle piccole manifestazioni di gelosia, perfin sulla faccia di bronzo di quel piccolo Maggia; dal quale, passando una sera in mezzo ai banchi, le parve di sentirsi strisciar la veste con la mano. I soli che rimanessero immutabili erano il Perotti, con la sua onesta barba di buon padre di famiglia, che trattava sempre la maestra col rispetto d'un vecchio servitore; quella specie di bruto dello zio Maggia, sempre ostinato a studiare, e curvo sul banco come un animale affamato alla greppia, e il socialista Lamagna. Questi, senza dimostrare alcun ossequio alla maestra, che considerava come una compagna di officina, pareva che fosse infastidito della mala condotta dei suoi condiscepoli, e dava dei segni di disgusto alle loro escandescenze pi grossolane; perch, secondo lui, l'operaio avrebbe dovuto insegnar l'educazione ai signori, e invece di farsi disprezzare da loro con la villania, farli arrossire con la sua dignit.

Finalmente, il disordine and tant'oltre una sera che la maestra decise di ricorrere al maestro Garallo. Dieci minuti dopo la lezione, mentre si sentivano ancora sul viale i fischi e i canti sgangherati degli alunni, piena di tristezza e fremente di collera, and a picchiare all'uscio del suo quartierino. Le risposero insieme: "Avanti!" due voci gravi. Ella trov marito e moglie seduti dalle due parti d'una tavola coperta di fogli, tutti e due con le grosse teste arruffate, piccoli e corpulenti, che parevan fratello e sorella. Il salottino, repubblicanamente austero, non aveva altro ornamento che i ritratti in stampa del Mazzini, del Saffi e di Alberto Mario, appesi a una parete; dall'altra pendeva un gran quadro calligrafico, diviso in scompartimenti colorati, nei quali erano segnati gli stipendi dei maestri elementari di tutti gli Stati civili; la tavola era rischiarata da un lumino da cucina, posto sopra una scatola di zucchero, vuota.
"Ah! lei  qui!" disse il maestro, ed entr senz'altro nel suo discorso prediletto, a proposito d'un memoriale che stava scrivendo, perch il municipio di Torino accettasse come validi, pei diritti alla pensione, gli anni di servizio prestati dai maestri negli altri comuni. "Perch  una sacrosanta giustizia!" esclam.
Ma la Varetti lo interruppe e, con voce concitata, gli espose i casi suoi. Aveva pazientato fin allora, per non dargli noia; ma non poteva pi andare avanti con quella classe indisciplinata, che le mancava di rispetto in tutte le maniere, e faceva della scuola un mercato. Era assolutamente necessario che il maestro andasse la sera dopo a dare un ammonimento solenne a tutti, e una lezione particolare ai pi tristi.
Il maestro si gratt un orecchio; parve seccato da quella domanda.
"Verr" rispose; "ma... gliel'avevo detto che in quella scuola ci vuole energia."
"Ma che energia vuol che abbia una ragazza sola davanti a quaranta uomini?" domand la Varetti.
"Io li tenevo" disse con una nota di trombone la signora Garallo.
"Io non ho la sua virt " rispose piccata la signorina. "Lei ne imponeva di pi , anche con l'aspetto..."
La Garallo la fiss.
"Io non riesco a farmi temere" continu l'altra "non so come fare, ai miei rimproveri non badano, faccio tutto quello che posso, mi riducono alla disperazione.  un supplizio a cui non posso pi reggere."
" inutile" disse il maestro, impazientito "il popolo vuol esser trattato in un modo particolare, bisogna saperlo prendere... Non bisogna presentarglisi, con maniere, non dico aristocratiche, non  il caso, ma nemmeno, che so io? troppo signorili; non bisogna lasciargli vedere che si ha quasi... orrore di lui."
La Varetti si scosse a quelle parole. "Chi le ha detto che io usi dei modi aristocratici?" domand con risentimento. "Chi le ha detto che io abbia orrore del popolo?"
"Il popolo vuol essere amato!" sentenzi la maestra Garallo.
"E io l'amo!" esclam la ragazza, con uno slancio vigoroso d'affetto e di sdegno. "Che cosa le pu far pensare il contrario?"
"Andiamo" concluse il Garallo, in tuono conciliante "faremo cos. Per ora dar ordine al cantoniere di assistere alle lezioni. La sua presenza baster a tenere a segno i ragazzi. Lei, dal canto suo, mi dar sera per sera i nomi dei disturbatori. Se poi seguir qualche cosa di grave, il cantoniere mi verr a chiamare, e allora... non avr che da farmi vedere. Intanto, si faccia coraggio."
La maestra, indispettita, stava per rispondergli: "Se lo faccia lei" ma rattenne la parola sulla punta delle labbra. Si content di fare un saluto asciutto e se n'and.
Uscendo, ud la voce del maestro che diceva piano:
"Non capisce il popolo; non sa star col popolo" e la curiosit la ritenne un momento con l'orecchio teso. Ma quegli parlava gi dei maestri del Brasile i quali, oltre alla casa e al giardino, hanno un tanto di guadagno per ciascun alunno promosso.

Rassegnata, torn la sera dopo alla scuola. Nevicava fitto da varie ore; gli alunni arrivavano coi cappelli e con le spalle coperti di neve, scotendosi i panni e pestando i piedi con grande strepito. A met del corridoio, la maestra fu fermata dal cantoniere che le domand il permesso di dirle una parola in confidenza. Il maestro Garallo gli aveva ordinato di assistere alle lezioni per mantenere il buon ordine; ma egli aveva una proposta da fare: gli pareva pi politico di star nel corridoio, con l'orecchio all'uscio, e d'entrar poi all'improvviso, quando avesse inteso rumore, perch, in quella maniera, avrebbe potuto cogliere in flagrante i colpevoli. E dicendo questo strizz un occhio, per far comprender meglio la sua furberia. Ancora un altro che aveva paura! La maestra gli diede uno sguardo di piet, dicendogli che facesse quel che voleva, ed egli, dissimulando la sua soddisfazione, prese un'impostatura risoluta accanto all'uscio.
Mancavano quella sera pi d'una dozzina d'alunni. La maestra ne domand conto e seppe che erano andati con molta altra gente a passar la serata in una stalla, dove un vecchio contadino reduce dall'America, uno spirito faceto e bizzarro, aveva invitato mezzo il sobborgo a sentir la storia delle sue avventure. Era un po' di sollievo per lei; ma della ragazzaglia, pur troppo, non mancava un solo.
Fin dai primi momenti ella s'avvide che il Muroni era pi cupo del solito: dovevano esser corse parole fra lui e gli altri prima dell'entrata. E vide anche su quei dieci o quindici visi degli alunni pi audaci come un pensiero comune, l'apparenza d'un accordo che avessero fatto fra di loro; forse per sostenersi a vicenda quando uno di essi, dopo la scuola, fosse stato assalito da Saltafinestra, che avevano deciso di provocare. Infatti, non appena ella si volt alla lavagna per scrivere, si sent dietro alle spalle un fremito di risa e di mormorii pi impertinente dell'usato; ed ebbe una stretta al cuore, indovinando dal suono particolare di quel riso le smorfie laide e gli atti e le parole licenziose che dovevan correre pei banchi. A un certo punto, facendosi pi alto il rumore, il cantoniere mise il viso allo spiraglio dell'uscio e disse: "Silenzio! Non  la maniera!" ma disparve con una cos comica rapidit, che mezza la classe fece una risata. Pochi momenti dopo, mentre essa scriveva ancora, le cadde una freccia di carta ai piedi, poi una buccia di castagna. Ma quegli affronti non la ferirono pi . Non sentiva pi sdegno oramai, ma una profonda tristezza, e insieme non so che forza nuova nell'animo, che la teneva l ferma e intrepida, quasi a una mortificazione meritata, ad un'espiazione volontaria, come una monaca al letto d'un infermo di malattia ributtante. Voleva resistere e soffrir fino all'ultimo, vedere fino a che segno sarebbero giunti, e se la sua pazienza di santa non avrebbe finito con farli vergognare della loro condotta.
Ma a un tratto sent un Ooooh! forte e prolungato di molte voci, in suono di scherno e di sfida, e, voltandosi, vide il Muroni ritto sul banco, con gli occhi fiammeggianti e i denti stretti, che mostrava il pugno alla classe. Ella apr la bocca per gettare un grido al cantoniere...
In quel momento si spalanc l'uscio, e un personaggio sconosciuto entr nella scuola.
Segu un profondo silenzio.
Era il nuovo ispettore generale di Torino, che la maestra non aveva mai visto. Egli faceva spesso quella prodezza, d'andar a visitare le scuole dei suburbi nelle serate peggiori dell'inverno, quando meno era aspettato. La sua carrozza s'era avvicinata senza rumore, a cagion della neve; egli era entrato bruscamente nel corridoio facendo cenno al cantoniere spaurito di non annunziarlo, e, appeso il mantello incerato ad un gancio, dopo esser stato un po' all'uscio a sentire il chiasso smodato, aveva fatto quell'entrata da palcoscenico. La sua alta figura di vecchio ufficiale, coi baffi e col pizzo bianco, vestito, di scuro, coi panni stretti come un'uniforme, ispirava simpatia e imponeva rispetto. In una tasca sporgente del suo fianco si disegnavano le forme d'una rivoltella. Era indignato.
"Che luogo  questo?" domand, rivolto alla scolaresca, dopo aver detto chi era. "In questo modo rispettate la vostra scuola e chi v'insegna? Siete onesti operai voialtri, o che cosa siete? Non posso credere che siano gli uomini che facciano questo baccano; ma mi fa maraviglia, mi fa sdegno che lo sopportino senza arrossir di vergogna, che lascino insultare in cos indegna maniera la scuola del popolo." Poi, voltandosi alla maestra, con accento severo, senza abbassare abbastanza la voce: "E lei, signorina, in che modo tollera una condotta simile? Come tiene la disciplina? Ma per dignit sua, quando non fosse per dovere d'ufficio, ella non dovrebbe permettere che le si manchi di rispetto fino a questo punto! Mi dica:  cos tutte le sere?".
La povera ragazza, ritta davanti al suo giudice, pallidissima, mosse le labbra per discolparsi; ma la mente le si turb, la voce non le venne: le venne invece un'onda di lagrime, che non pot trattenere: tir fuori il fazzoletto e si mise a piangere come una bambina.
"Si ricomponga" le disse con voce un po' pi mite l'ispettore; "questo non giova a ridarle l'autorit che ha perduta." Poi rivolse daccapo alla scolaresca alcune vigorose parole, che tutti ascoltarono in silenzio, con quell'attenzione fissa e stupita che il popolo presta agli attori; eccettuato il socialista Lamagna, che guardava per la finestra, con simulata distrazione, un albero carico di neve, rischiarato dal lampione della scuola.
Finita l'intemerata, l'ispettore fece un cenno alla maestra, la quale, con gli occhi rossi e con voce tremante, riprese il filo della lezione, mentre egli vigilava gli alunni con occhi severi. Tutto a un tratto le domand: "Quali sono i suoi disturbatori abituali?".
La maestra li conosceva tutti; ma per pura bont d'animo, non per paura, non parendole nobile di far castigare da altri quelli ch'essa non aveva saputo contenere, rispose con voce dolce, che pareva sincera:
"Nessuno, signor ispettore. Il disordine di questa sera  stato un caso".
Mentre ella diceva questo, lo sguardo dell'ispettore si fiss sul Muroni, attratto dal contrasto della dura fierezza di quel viso col sentimento che v'era dipinto in quel punto, e che pareva ispirato dalla risposta generosa della maestra, della quale egli aveva compreso il pensiero gentile.
"Sta bene, signorina!" disse. "L'aspetto dopo la scuola" e dato un ultimo avvertimento agli alunni, usc a passi di soldato.
La scolaresca, frenata dal sospetto d'una riapparizione improvvisa del personaggio, si contenne decentemente fino alla fine, e usc con ordine insolito, non facendo che un sordo mormorio.
Ma mentre assisteva all'uscita degli ultimi alunni dal cortile, prima d'andar a prendere il monito dall'ispettore, la maestra sent sul viale la voce rauca e furiosa del Muroni, che grid: "Vigliacchi!" e altre voci, smorzate dal nevischio fitto, che gli risposero degli insulti, di lontano.

Dopo quella sera parve che nel Muroni crescessero insieme la passione per lei e l'odio contro i suoi nemici, e che meditasse di sfogar questo, non potendo quella. Ma la passione si manifestava in maniera tutta sua. La maestra non vide mai sul suo viso l'espressione propria dell'amore o della benevolenza: il suo viso non faceva che intorbidarsi sempre pi , e il suo sguardo diventava pi fisso e pi sinistro, come se col sentimento ch'essa gl'ispirava maturasse gradatamente in lui il proposito di un delitto. Un gran tumulto di idee e di sentimenti seguiva nel suo piccolo cranio e nel suo cuore esasperato di ribelle al mondo: un fastidio crescente di s; un disprezzo sempre pi iroso dei propri eguali; un'acre ambizione d'essere educato, istruito, ben vestito, ricco per effetto di un colpo di fortuna o d'audacia, o d'un miracolo; un mostruoso avvicendarsi, quand'era davanti a lei, di concupiscenze violente, di impulsi di piet, di fantasie affettuose o feroci o lascive, di subitanei rivolgimenti dell'animo, per cui ora l'avrebbe insultata e percossa come una donna da trivio, ora si sarebbe umiliato, avrebbe baciato, forbito con la lingua la suola dei suoi stivaletti. Egli aveva l'aria d'un uomo a volte stupito, a volte rabbioso e vergognoso di quello che accadeva dentro di s. Ma qualunque cosa passasse nell'animo suo, manteneva inalterate le forme del rispetto per lei. Pareva anzi che le rendesse pi visibili per far nascere il sospetto d'una corrispondenza dissimulata, che avrebbe dato almeno un pascolo apparente al suo amor proprio. E infatti, il sospetto nacque nella scolaresca, che li osservava assiduamente tutti e due. Quello studio che poneva la maestra a non guardarlo quasi mai, a mostrar di non accorgersi dello zelo iracondo con cui la proteggeva, non pareva naturale a molti, i quali cominciavano a pensare che fosse uno sforzo fatto per velare la simpatia. Del resto, egli era un bel giovane, noto per le sue conquiste amorose nel proprio ceto; n i suoi compagni potevan capire che ci che principalmente attirava a lui le donne sue pari, la sua trista fama, dovesse essere per la signorina una cagione fortissima di repugnanza, e neppure erano in grado di comprender bene quale distanza mettesse fra di loro la diversit dell'educazione. La maestra s'avvide chiaramente di questo sospetto dall'atto improvviso e ostentato con cui tutti si voltavano verso di lei e di lui, ogni volta ch'essa lo interrogava, e dal tossire affettato, dai sogghigni, dalle mezze parole che si lasciavano sfuggire, guardandola con occhi ridenti, anche i pi savi; e questo la turb a segno, che doveva far violenza sopra di s prima di chiamarlo a leggere, e preparar quasi l'animo e i nervi a ricacciare il rossore che le sarebbe salito alla fronte, s'egli le avesse rivolto una domanda all'improvviso. E stava in continua ansiet che non le riuscisse una volta di nascondere il suo turbamento, perch, senza dubbio, la scolaresca non l'avrebbe creduto effetto di timidit o di vergogna dei suoi sospetti, ma rivelazione d'amore. Per sua fortuna, una sera che essa pi temeva egli non venne, e non si fece pi vedere a scuola per vari giorni.
Lo vide una mattina dalla finestra gironzolare nel prato di l dal viale, col capo basso e con le mani in tasca, come chiuso nei suoi pensieri. Alcune ore dopo lo rivide ancora l, seduto sopra un mucchio di ghiaia, coi gomiti sulle ginocchia e i pugni sotto il mento, rivolto verso la scuola; ma cos lontano che non gli pot distinguere il viso. La sera stessa, verso notte, passando davanti all'osteria della Gallina, sent la sua voce roca e avvinazzata in mezzo a un grido assordante di giocatori di morra, e riseppe la mattina dopo dal cantoniere che s'eran picchiati ferocemente dopo la mezzanotte, lui e certi barabba di Torino, mettendo per aria l'osteria, donde perfino l'oste era fuggito; e si vedevano ancora per la strada dei brandelli di cravatte e delle ciocche di cappelli, sparsi sulla neve. Si diceva anzi che il Muroni fosse a letto per una randellata. Infine, la mattina del terzo giorno, scendendo per la strada maestra, la Varetti lo vide ad una cantonata, seduto sopra un paracarro, col cappello rovesciato indietro, col ciuffo tra gli occhi, con le mani nelle tasche dei calzoni, immobile e smorto, col mento insudiciato dal sugo nero d'un mozzicone di sigaro, che gli pendeva dalle labbra, e spettorato come in piena state. Guardandolo di sfuggita prima d'esser vista, gli lesse scritti sulla faccia tre giorni e tre notti d'ozio, d'alterchi, di gioco e d'ubbriacature, un abbrutimento che le strinse l'anima e la fece rabbrividire al solo pensiero di dover incontrare il suo sguardo. Non potendo tornare indietro, pens di passar oltre senza voltare il capo; ma quando s'accorse ch'ei l'aveva veduta e che s'alzava lentamente, senza osare di avvicinarsi, fu vinta da un senso di compassione, e lo guard. Era briaco; a stento pot levar la mano al cappello, che non trov subito, e scoprendosi, senza riuscire ad alzare il viso, le diede uno sguardo lungo e profondo, accompagnato da un sorriso strano, triste, stupido, tenero, orribile, che le fece ribrezzo e piet, e la lasci tutta sconvolta.
La sera del d seguente torn alla scuola, sbriacato e pulito, e al primo riveder la maestra e pi al risentir la sua voce, come se tutti i sentimenti che aveva addormentati per tre giorni gli si ravvivassero a un tratto con maggior vigore, riprese l'antico atteggiamento di contemplazione immobile e cupa; con la quale ricominciarono gli scherzi e i disordini della ragazzaglia. Ma questa volta pareva ch'egli avesse mutato idea. Non minacciava pi : si voltava soltanto a guardar ora l'uno ora l'altro, come per fissarsi nella memoria i nomi e gl'insulti, e in quel momento la sua faccia fredda e tranquilla era pi sinistra e pi inquietante di quando minacciava. E cos fece per due o tre sere. Poi manc alla scuola altre due volte.
Alla maestra giunse notizia d'una nuova rissa seguita la notte in un'osteria in fondo al paese, tra lui e certi contadini della borgata vicina: s'eran viste la mattina delle tracce di sangue sullo scalino esterno d'una cappella. Una notte ella riconobbe la sua voce in mezzo a quelle di vari altri, che passarono cantando nel campo dietro la scuola, e s'allontanarono nell'aperta campagna; e la mattina dopo, appena levata, fu tutta stupita di vederlo seduto nel fosso del viale, sotto la sua finestra, con la schiena appoggiata all'albero e il mento sul petto, che dormiva, in mezzo al ghiaccio. Poi torn a scuola una sera, ubbriaco e insonnolito, e stette per due ore immobile, con gli occhi lustri, in una specie d'ammirazione stupida e infantile d'un suo nuovo vestito color cinerino. Si riscosse verso la fine, furibondo contro un ragazzo che aveva lanciato una pelle di topo sul palco, ai piedi della maestra. Questa, all'uscita, sent un gran tumulto, e riseppe la mattina dopo ch'egli aveva preso a schiaffi e a calci il ragazzo. Poi disparve per altri due giorni, e le dissero ch'era stato arrestato.

Non era vero; ma non lo vedevano da un giorno e una notte: qualcuno diceva che fosse a Torino. La Varetti lo seppe una mattina da sua madre, che la venne a trovare tutta piangente, in uno stato d'agitazione febbrile, con un viso che pareva l'immagine dello spavento.
"Ah! signora maestra" esclam, entrando, nella camera "dove sar il mio figliuolo che non si vede pi ! Cosa gli sar accaduto! Come posso io durar questa vita, Dio di misericordia, quel figliuolo che pareva gi rinsavito!" E si mise le mani nei capelli, dicendo che le pareva che diventasse matto, che non c'era pi modo di averne bene, che l'aveva minacciata con un martello. "Mi dica un po', signora maestra" le domand con voce affannosa "son nati dei guai coi compagni della scuola, non  vero? Cos' successo? Cos'hanno con lui?"
La povera donna veniva la sera di nascosto, all'ora dell'uscita degli alunni, ad appostarsi dietro gli alberi del viale, e varie volte, dai gruppi che passavano, aveva sentito delle minacce, dei propositi di vendetta contro il suo figliolo. La maestra, per compassione, credette di doverle dire che non sapeva nulla, e cerc di rassicurarla; ma non trovava le parole, essendo distratta da una certa espressione che vedea negli occhi della donna, supplichevole e scrutatrice insieme, che non le aveva mai visto.
Questa ricominci ad esclamare: "Ah! signorina, il cuore mi dice che deve seguir qualche disgrazia! Signore Iddio, se me lo avessi a veder portare una notte con una coltellata, mi fa sangue l'anima, mi va via la ragione a pensarci!".
E nello schianto di dolore che risent a quel pensiero trov il coraggio d'aprir tutto l'animo suo.
"L'avevo bene avuto io il sospetto" disse a bassa voce, prendendo una mano alla maestra, senza osare di guardarla in viso "l'avevo ben pensato io che tutto fosse per motivo d'una simpatia; non m'ero ingannata..."
E tutt'a un tratto, giungendo le mani, con un accento d'ardente supplicazione: "Oh signorina" mormor, fissandola negli occhi "se lei volesse far la carit di dirgli qualche buona parola, una sola buona parola...".
Ma s'interruppe, come interdetta, a uno sguardo di lei.
"Che discorsi son questi?" le domand la ragazza, arrossendo. "Che parte  quella che fate?"
La donna diede in uno scoppio di pianto.
"Ah!  vero" disse poi "mi perdoni, signorina... perdoni a una povera mamma che non sa pi quello che si dica!" e le prese e le baci le mani con uno slancio di affetto cos umile e cos doloroso, che la maestra, improvvisamente commossa, svincol la destra e glie la mise in atto di carezza pietosa sul capo bianco, da cui era caduto il fazzoletto, dicendole: "Fatevi animo, povera donna, fatevi animo; vedrete che non seguir nulla... E poi... io vedr... gli dir qualche cosa...".
"Dio la benedica!" rispose la vecchia rialzando il viso "Dio la benedica! Anche una sola parola... alle volte... che non faccia morir di disperazione sua madre, che ha gi penato tanto, che non si metta a nessun brutto rischio, per compassione dei miei ultimi giorni, che salvi l'anima sua!"
Ma nell'andarsene fu ripresa dal suo terribile presentimento. "Ho paura che me lo ammazzino!" esclam, rimettendosi a piangere. "Mi dice il cuore che ha da finir male, ho paura che me lo ammazzino! Che Dio ci tenga le sue sante mani sul capo!"
Ed era gi sull'uscio, quando torn indietro con impeto a baciar la mano alla ragazza. Poi se n'and, con le mani sul viso.

La Varetti, per piet di quella povera vecchia, decise di farsi forza e di mantener la sua promessa, di dare qualche ammonimento amorevole al giovane, per indurlo, se non altro, a non incrudelire contro sua madre. Ma non sapeva quando n dove parlargli, non passandole neppur per la mente, con gli umori di quella scolaresca, di chiamarlo in disparte all'entrata o all'uscita. Questa incertezza le dur tutto quel giorno. La sera Saltafinestra venne a scuola.
Aveva il viso pi livido degli altri giorni e un'alterazione di lineamenti che annunziavano un'ubbriacatura d'acquavite non ancor svaporata. La sua entrata fu accolta con un mormoro, che egli fece cessar subito, soffermandosi in mezzo alla scuola, e girando lo sguardo sui banchi. Poi and al suo posto, dove prese l'atteggiamento solito, ma con un viso torvo, chiuso, fermo, come se avesse risoluto di far qualche colpo la sera stessa.
La piet di sua madre, il timore ch'egli trascendesse a qualche atroce provocazione e la speranza di prevenirla, indussero la maestra a tentare una prova, che a lei parve arditissima. Dopo averci pensato un pezzo, col batticuore, colto il momento in cui le parve che tutta la classe fosse raccolta e non badasse a lei, ella si volt verso il Muroni, del quale era certa d'incontrar sempre lo sguardo, e lo fiss per qualche secondo, come non aveva fatto mai, con una espressione velata di indulgenza, di bont, di preghiera.
Il giovine rest un momento col viso immobile, nell'atteggiamento di chi senta all'improvviso la voce d'una persona invisibile, da cui gli paia d'udir pronunziare il suo nome; poi guard intorno e torn a guardar la maestra, che non lo guardava pi ; e si pass una mano sulla fronte. E da quel punto parve che si destasse in lui un'agitazione nuova, un nuovo ordine di pensieri. I ragazzi ricominciarono a fare il chiasso e gli scherni soliti alla maestra, per offender lui. Egli non vi bad per un po' di tempo. Ma tutt'a un tratto, avendo udito mormorare dal piccolo Maggia una sconcia parola diretta a lei, che non l'intese, si volt di slancio come una tigre, e gli disse: "Maggia, ti taglier la gola".
Varie voci risposero: "Un momento!" "Troppa furia!" "Vedremo!" e un vocione dall'altra parte della scuola mugg: "Ci sono io!".
Era lo zio Maggia, che s'era alzato col suo testone deforme, tutto infiammato. Pur non avendo alcun affetto per il ragazzo, che lo infastidiva con le sue monellerie, egli sorgeva in difesa del parente minacciato, senza sapere il perch della minaccia, senza domandare n riflettere, come un bruto, perch aveva inteso il suo nome.
"Bucher anche te!" gli rispose il Muroni.
La maestra gli fece un cenno di comando.
"Sapete chi sono" disse ancora il giovane a tutta la classe, e risedette, mandando dei baleni lividi dagli occhi.
La maestra, stentando a raccoglier la voce, impose silenzio, e tutti si quetarono, non per rispetto a lei, ma pel presentimento di qualche cosa di grave, che annunziavano la risolutezza dei visi e l'entrata in lizza dello zio Maggia, conosciuto per la sua forza e pei suoi furori di toro.
La Varetti stette col cuore sollevato fino alla fine, facendo lezione con un fil di voce. Tutti uscirono in silenzio.
Essa corse nel cortile, dove cerc invano il cantoniere, e s'avvicin all'uscio, tutta tremante, in aspettazione d'una rissa terribile. Ud infatti varie voci che dicevano: "Largo! Largo!" per fare spazio per la lotta; poi la voce del Muroni: "A noi!" e quella dello zio Maggia: "Son qui!" E s'appoggi al muro per non cadere.
Ma invece dei colpi e delle grida che s'aspettava, sent un bisbiglio improvviso, come un avvertimento che corresse di bocca in bocca, e poi lo stropicco dei piedi della folla, che si sparpagliava in silenzio.
In quel silenzio ud ancora la voce del Muroni, gi lontana: "A rivederci domani".
Varie voci ripeterono: "A domani".
Ed altre, pi vicine, in tono d'ammonimento: "A casa, giovanotti, a casa".
Era la pattuglia dei carabinieri che faceva sgombrare la via.

La Varetti non s'era mai risentita cos vicina come quella sera al terrore che l'aveva messa a rischio di morire nella sua fanciullezza, quando era stata spettatrice di quella rissa sanguinosa degli operai minatori. Essa aveva sentito passar nell'aria il soffio d'un delitto. E le dur per tutta la notte un ribrezzo, un affanno angoscioso, che accumul nei suoi sogni tutte le pi spaventevoli immagini che l'avevano oppressa nel corso della vita, e si svegli accasciata, piena di neri presentimenti, cercando ansiosamente, senza trovarlo, un mezzo d'impedire quello che stava per accadere. Tir un gran respiro di consolazione vedendo apparir sull'uscio la maestra Mazzara.
Essa veniva cos entusiasmata dei propri disegni che dimentic l per l di chieder notizie della scuola serale e di Saltafinestra, ch'era ci che l'aveva spinta fin l, nonostante il freddo intenso e la nebbia. Voleva far scrivere alla Baroffi un articolo sul cattivo nutrimento dei bambini degli Asili, dove si faceva un abuso di fagioli intollerabile; stava cercando aderenti per invocare una riforma dell'insegnamento del canto nelle scuole elementari, dove, con la illusione che i ragazzi imparassero la musica, li ammaestravano faticosamente a cantar dei cori senza ispirazione e senza vita, delle nenie funebri, che addormentavano cantori e uditori; voleva promuovere una sottoscrizione per fare un dono d'onore a una maestra cieca, bellissima, dell'Istituto d'Azeglio, un angelo di grazia e di bont... Infine, quando si fu sfogata, interrog e stette a sentire con grande attenzione l'amica, che le disse minutamente tutto quello che era accaduto e che essa temeva.
Ma, ahim! fosse per una cattiva disposizione segreta di lei, o per la natura pericolosa dell'argomento, la conversazione doveva durar poco e finir male.
Quand'ebbe inteso tutto, ella mise fuori un consiglio, che la Varetti sospett fosse preparato, da tanto che le venne pronto. "Mia cara" le disse, in tono di sorella maggiore "il mio parere  questo: che la cosa si deve far finire a ogni costo, e che il farla finita sta in te. Tu non devi permettere che si commetta un delitto per causa tua. E c' un mezzo solo. Tu devi valerti dell'"ascendente" che hai su di lui, pigliarlo in disparte e ordinargli risolutamente di desistere da qualunque reazione o provocazione, di fare sacrifizio del suo orgoglio, di cedere e di rassegnarsi, per l'interesse tuo. In questo modo non accadr nulla ed egli si muter. Se gliel'ordini tu, t'obbedir. Non c' altra via. Tu lo devi far per coscienza. Questo  il mio sentimento.
"Ma perch credi che m'obbedir?" domand la Varetti, non comprendendo ancora il suo pensiero.
La Mazzara esit. Poi rispose con franchezza: "Sta a te farlo obbedire, alla fin dei conti".
"Oh mia cara!" esclam l'amica con un sorriso altero, levandosi in piedi "per evitare una disgrazia son disposta a fare qualunque sacrifizio, fuor che quello d'avvilirmi."
La Mazzara fu punta, e sent il suo sangue popolano rimescolarsi, pensando che la Varetti avrebbe dato la stessa risposta anche per uno dei suoi fratelli. E, frenando il dispetto, rispose con un sorriso forzato: "Pregiudizi sociali".
"Pregiudizi sociali?" ribatt l'altra con vivacit "Ma sono i pregiudizi della dignit e dell'onore! Arrossirei davanti al ritratto di mio padre se mi venisse solo il pensiero di mancarvi."
"Oh Dio mio!" esclam la Mazzara, fremendo senza farsi scorgere. "Gli uomini di tutte le classi sociali si valgono, salvo che i loro vizi e le loro colpe hanno un diverso colore: i signori bevon del vino pi fino, frequentano delle male donne meglio vestite, e danno dei colpi di sciabola invece che dei colpi di coltello."
La Varetti fren un impeto d'indignazione, e le disse con alterezza: "Tu non sei in te. Mio padre s' battuto in duello, e tu lo metteresti a paro con gli accoltellatori delle taverne?...  un obbrobrio!".
"Un obbrobrio?..." rispose quella, con la voce soffocata dalla collera "un obbrobrio?... Ebbene, io ti dico che mi vanto d'esser figliuola del popolo, che sono altera della mia famiglia, e che disprezzo i fumi dell'aristocrazia e non so che farmi delle amiche aristocratiche!"
E detto questo, con le lacrime agli occhi, usc a grandi passi. La Varetti le corse dietro, chiamandola per nome, pregandola di rientrare. Ma quella si volt irritata, e le rispose: "Verr un'altra volta: oggi non  aria!". E disparve.
La ragazza si lasci andare sopra una seggiola, profondamente scoraggita. Anche la sua amica l'abbandonava quel giorno in cui aveva tanto bisogno di distrazione e di conforto. Non potendo regger sola, and a cercar la compagnia della maestra Baroffi. La trov a tavolino coi capelli scomposti, col suo largo viso scialbo di vecchia attrice, curva sopra una diecina ai quaderni aperti, dov'ella trascriveva frasi e sentenze di letterati, di giornalisti e di conferenzieri, le quali, dopo un mese di stagionatura nel suo magazzino, diventavan sue, e le teneva cos coscienziosamente per sue che, se le avveniva di rileggerle altrove, le credeva roba rubata a lei. La Varetti le disse le sue tristezze e le sue paure. "Ah benedetta creatura" le rispose quella con la voce grossa ed enfatica "che t'ostini a non darmi retta! Ma parla dunque, commovili. Leggi loro qualche bel brano commovente del Thouar o del Lambruschini, e te li vedrai mutare sott'occhio da cos a cos! Ah se ci fossi io!" Ma non ostante la tristezza della sua amica, non si trattenne in quel discorso. Era tutta eccitata dalla descrizione d'una solennit seguta all'Universit di Londra, dove, nell'aula magna, in presenza del cancelliere, di tutto il corpo dei professori e d'una gran folla di studenti e d'altri cittadini, una giovine signora era stata insignita del grado di dottore in scienze. Quello sarebbe stato il sogno supremo della sua ambizione. "Figurati, mia cara" esclam con entusiasmo "quella bella signora con l'assisa rossa e dorata di dottore, in quel luogo, davanti a tutta quella gente, in mezzo a quegli applausi, e Londra intera che ne parla! Io vorrei aver quella gloria e morire un'ora dopo!"
La Varetti la lasci ai suoi sogni, pi triste di prima, e and a cercare la Latti. La trov che scriveva, davanti a una specie di altarino di ampolle e di scatolette di spezieria, e le cadevan le lacrime sul foglio. Essa non fece misteri. Sentiva da due giorni dei sintomi cos sicuri della sua fine che s'era decisa a scrivere le sue disposizioni testamentarie. La Varetti sorrise allora per la prima volta nella giornata. Ma se il testamento era comico, la testatrice era spaventata e afflitta davvero, e la sua compagnia non le poteva giovare. Essa la lasci e torn nella propria camera, a contare il tempo quarto d'ora per quarto d'ora, ai rintocchi dell'orologio della chiesa.
Si riscosse verso le quattro e and dal maestro Garallo per esporgli lo stato delle cose e domandargli se non credesse opportuno d'avvertire i carabinieri che passassero anche quella sera davanti alla scuola. Lo trov che trincava tutto solo, un po' eccitato, forse meno dal vino che da qualche buona notizia finanziaria del mondo scolastico. Egli non si mostr del suo avviso.
"Se noi" disse "diamo alla scolaresca l'abitudine di vedere i reali carabinieri alla porta, faremo indubbiamente seguire un disordine la prima volta che non verranno. E poi ne andrebbe del prestigio della scuola. Non bisogna mostrar diffidenza del popolo."
Per, non disconosceva la gravit delle cose. E dopo cinque minuti d'incertezza, prese una risoluzione eroica.
"Questa sera" disse alzandosi, e piantandosi l'indice al petto "comparir io."
E la maestra se n'and, alquanto riconfortata.

Ma sul far della notte le rinacquero l'ansiet, la tristezza e la paura. Non poteva staccarsi dalla finestra, di dove guardava quel viale solitario, come per domandargli che cosa sarebbe accaduto quella sera sotto i suoi alberi, e le pareva di mal augurio quella nebbia folta che copriva ogni cosa, non lasciando che veder confusamente l'albero pi vicino alla scuola. I rintocchi della campana che suonava le ore, lo strepito cupo delle macchine degli opifici, il suono lontano dell'officina del fabbro, la lanterna rossa della Gallina che ardeva in fondo come un occhio sanguigno, tutto le pareva tetro e minaccioso, e le rammentava quei paesaggi sinistri dei cartelloni dei mercati, dove son dipinte scene d'assassinio, che le facevano una cos profonda impressione quand'era bambina. A una cert'ora sent il bisogno d'andar a pregare. Non si mise che un cappuccio, attravers il viale a passi furtivi, entr nella chiesa e s'inginocchi accanto a un pilastro. La chiesa era oscura: non luccicava che una lampada davanti all'altar maggiore: alcune donne erano inginocchiate qua e l: si sentiva in fondo il passo sonoro del sacrestano. Essa preg, ricord sua madre, invoc suo padre che le desse animo, e le parve che egli l'esaudisse. Pens dopo ai tanti esempi di fortezza e di coraggio, tolti dalla religione e dalla storia, che ella aveva tante volte raccontati o letti ai suoi piccoli alunni, con l'ardore di chi si sente capace di imitarli, e si vergogn, pensando che era una cos misera cosa appetto a quelle la virt che a lei occorreva; che non aveva se non da tener con dignit il posto suo; che non correva nessun pericolo nella sua persona, e che, infine, la paura era vilt in un insegnante quanto in un soldato. "Coraggio!" disse risolutamente rialzandosi, e rinfrancata, impaziente d'affrontar la paura, s'avvi per uscire.
Arrivata alla bussola, mentre alzava la cortina pesante di quella specie di camerino ch'era tra lei e la porta, si vide davanti un uomo. Riconobbe subito il Muroni e trem all'idea d'esser sola con lui in quel luogo chiuso ed oscuro. Ma si rincor sull'atto, pensando ch'era impossibile ch'egli tentasse una violenza l, nella chiesa. E and innanzi.
"Signora maestra" disse il giovane con voce triste e ferma ad un tempo "preghi per me."
Essa voleva rispondere; ma non le venne la voce.
Nello stesso punto si sent prendere una mano, con riguardo, come da chi non vuol altro che dare un saluto; ma nel fare uno sforzo per svincolarla, ella ebbe una contrazione alle dita, che strinsero quelle di lui, e le rimase ancora tanta chiarezza di mente da comprendere che l'atto ch'egli fece subito dopo non era premeditato, ma imposto da un improvviso ribollimento del sangue, suscitatogli dalla sua stretta. In un baleno, si sent serrata alla vita, poi alle braccia, poi alle spalle, e respir l'alito di quella bocca che cercava il suo viso: resist con tutte le sue forze puntandogli le mani sul petto, si contorse, si dibatt, cerc di sfuggirgli inginocchiandosi, ud la sua voce rauca: "Un bacio... un bacio... un bacio, nel nome di Cristo!" La lotta dur qualche momento disperata, in quel buio odorato d'incenso, rotta da aneliti ardenti e da singhiozzi strozzati... Quando son un passo vicino, dentro la chiesa: egli la lasci, ella si lanci fuori.
Aveva appena infilato il viale, raggiustandosi il cappuccio con le mani convulse, che risent la voce di lui nella nebbia, dietro di s, una voce angosciata e supplichevole: "Mi perdoni. Sono stato un vigliacco. Non lo far mai pi ; lo giuro sull'anima mia!".
Ma essa non si volt, corse alla scuola, sal in furia nella sua camera, cadde in ginocchio davanti al ritratto di suo padre, e scoppi in singhiozzi.

Ma un presentimento confuso che quello dovesse essere il loro ultimo incontro, e che ci fosse per aria qualche cosa di pi grave di quella nuova violenza fatta a lei, la distolsero anche questa volta dal fare qualunque passo. Non solo, ma al momento di presentarsi alla scuola, ella si ritrov assai pi coraggio che non avesse sperato, forse per effetto appunto di quel presentimento, che le annunziava una fine, qualunque fosse, dei suoi affanni. Nel corridoio, mentre gli alunni entravano, il cantoniere la ferm, e le disse con la faccia inquieta: "Si riguardi, signora maestra, perch... ho sentito certi discorsi: ha da essere una serataccia". Entr: la classe era completa, nonostante il freddo e la nebbia fittissima che copriva la campagna come un'immensa nuvola di fumo. Ella sent un tanfo pi forte del solito di pipa, di grasso di macchina e di liquori. Quando sal sul palco e si volt verso la scolaresca, si fece un silenzio inusitato, e tutti la guardarono con un'espressione nuova di curiosit. E in fatti, il turbamento di tutta quella giornata, il pianto di poco prima, la stanchezza che da vari giorni l'opprimeva avevano affinato e ingentilito ancora il suo bel viso di grande bambina, del quale faceva apparir pi pura la bianchezza delicatissima un vestito di lana nera; e v'era nella sua persona alta ed esile come una grazia languida di malata, che la rendeva pi bella delle altre sere. Girando uno sguardo rapido sulla scolaresca, vide che non mancava nessuno dei suoi tormentatori, compreso il Muroni.
Era appena seduta quando s'aperse l'uscio e si present il maestro Garallo. La maestra, che disperava gi ch'ei mantenesse la sua promessa, si rallegr.
Al modo com'egli entr scotendo la grossa testa chiomata, pestando i piedi e fulminando occhiate sui banchi, c'era da prevedere che avrebbe fatto alla scolaresca un'ammonizione terribile. Salito sul palco, infatti, parve per qualche momento quasi soffocato dallo sdegno e dal peso delle parole solenni che doveva dire. Poi disse col tono della pi affabile familiarit: "Cosa ho inteso dire, figliuoli, che ci sono dei malumori fra voialtri? Questo mi dispiace... e non dev'essere. Che diavolo! Chi ha da esser d'accordo a questo mondo, se non sono d'accordo gli operai? E poi, pare che non vi portiate abbastanza bene. Non capisco perch. Nella mia classe stanno che  un incanto. (In quel momento si sentiva il baccano dei suoi scolari.) Tanto meglio vi dovreste portar voi per rispetto e per riguardo alla signora maestra. Andiamo dunque, state buoni e non ci date dei dispiaceri... se non ne volete avere anche voialtri. E ricordatevi bene" concluse con uno sguardo molto espressivo "che soltanto con la concordia e con l'istruzione la classe operaia potr maturare i suoi destini".
Lanciata questa frase che nessuno cap, egli se n'and con quattro salti. Qualcuno dei ragazzi rise; i grandi rimasero muti e indifferenti. La maestra, un po' delusa, incominci la lezione.
Con suo stupore, la classe stette in un silenzio insolito e da principio essa ne fu contenta. Ma poco dopo s'inquiet appunto di quel silenzio. Vide su molti visi come un'aspettazione meditabonda di qualche cosa che dovesse accadere tra poco, e che fosse immancabile, il pensiero fisso d'un'azione concertata da un certo numero di alunni; fra i quali e il Muroni, pi stravolto dell'usato, s'incrociavano continui sguardi indagatori. Perfino quel bruto di zio Maggia, cos cocciutamente attento alla lezione tutte le altre sere, le pareva divagato e inquieto. Pur troppo, dunque, i suoi presentimenti non l'avevano ingannata. Ma quello che le dava pi pensiero era la faccia di bronzo del piccolo Maggia, sulla quale appariva un'aria di sfida, il riso spavaldo e tristo del discolo senza coscienza e senza cuore, che si sente spalleggiato e aizzato a commettere una cattiva azione, e che ne pregusta la gioia velenosa e la gloria infame. Per la prima volta egli scansava il suo sguardo, abbassando gli occhi diabolici quando ella lo fissava, e nascondendo il sorriso malvagio dietro la mano sporca, con cui si tormentava la lanugine del labbro di sopra. Pass per la mente alla maestra che la combriccola avesse incaricato lui di farle a un certo momento un'offesa grave, per provocare Saltafinestra. Nondimeno, una gran parte della lezione pass senza disordini. Avevan forse fissato di fare il colpo verso la fine, perch il conflitto inevitabile potesse seguire quasi immediatamente la provocazione. Non ci fu che un incidente notevole, una breve discussione letteraria fra la maestra e il Lamagna, a proposito d'una parola che quei aveva usato nel componimento. Aveva scritto: ""Entr in quel momento un altro sfruttato"." Alla maestra, digiuna del linguaggio socialistico, quel participio buttato l come sostantivo, per esprimere il concetto di "operaio salariato, sfruttato dal padrone" non riusciva intelligibile; e alla spiegazione che il Lamagna le diede, ella fece qualche obbiezione, puramente grammaticale, che quegli accolse con un sorriso di compatimento rispettoso. Infine, quando non mancava pi che un quarto d'ora all'uscita, visto che da vari banchi si facevano dei cenni d'incitamento al piccolo Maggia, presa da timore, ebbe l'idea di prevenire quel che doveva succedere, scendendo coraggiosamente tra i banchi e avvicinandosi in aria benevola al ragazzo, per guardare il suo quaderno. Pensava che quell'atto cortese l'avrebbe forse distolto dal suo proposito. Riusc infatti a impedire quello che era stato disegnato, ch'era di gettare un oggetto indecente sul suo tavolino; ma avvenne di peggio. Mentre essa stava china sul banco, toccando quasi col capo il capo di lui, questi le pass un braccio intorno alla vita.
Son una gran risata su vari banchi.
Ella si svincol, mettendo un leggiero grido; il Muroni balz ritto sul banco per avventarsi sul ragazzo.
"Muroni!" grid la maestra con tutta la forza che pot raccogliere. "Stia al suo posto!"
Il Muroni si rimise a sedere, addentandosi un pugno. La maestra ordin al ragazzo d'uscir dalla scuola. Questi prese i suoi libri, e se n'and dimenando le spalle: ma si volt ancora sull'uscio a lanciare uno sguardo di scherno al Muroni che, digrignando i denti, gli fece un cenno con la mano tesa: "Aspetta".
La maestra torn al suo posto, senza sangue nelle vene, e presa da un violento tremito, non tanto per l'affronto ricevuto, quanto per le conseguenze immediate che ne prevedeva. Un silenzio profondo, che la impaur, succedette nella classe. Tutti i visi s'eran fatti seri. Il Muroni aveva un'espressione d'odio e di risoluzione, da cui si capiva che nessuna parola umana l'avrebbe potuto rimuovere. Il rimanente della lezione pass per lei come un sogno angoscioso. Sent sul viale lo zufolo canzonatorio del piccolo Maggia, che doveva esser poco lontano dall'uscio. Avrebbe voluto mandare il cantoniere a chiamare i carabinieri, avrebbe voluto mandare a chiamare il maestro, avrebbe voluto ordinare al Muroni di rimanere nella scuola; ma non pot far nessuna di queste cose: il suo male organico, quella terribile debolezza della spina che le toglieva la volont, il movimento, la voce, l'aveva presa dalla nuca alle reni e la paralizzava e la istupidiva e le dava il senso d'un'agonia. Il tintinnio della campanella che annunci la fine le fece l'effetto d'una squilla che annunciasse il momento della sua morte. Si lasci cader sulla seggiola e appoggi il capo sopra una mano.
Il Muroni fu il primo ad uscire o piuttosto a sparire, attraversando la scuola come un fulmine. Tutti gli altri si precipitarono fuori in gran disordine, gli uni per andar a difendere il Maggia, gli altri per andar a vedere, i pi prudenti per non trovarsi sul terreno della lotta. La maestra vide passar fra questi, come un'ombra, il Perotti e il suo figliuolo, ed ebbe la forza di chiamarlo: "Perotti!" per raccomandargli che s'intromettesse; ma quegli scapp senza rispondere, tirandosi dietro il ragazzo spaventato.
In quel punto sent delle grida acute sul viale, e un momento dopo vide entrare nella scuola gi vuota il cantoniere, col viso bianco, forse per rifugiarsi.
"Cos' stato?" domand la maestra.
"Saltafinestra ha rotto la faccia al piccolo Maggia" rispose lui, e scapp via per non ricevere l'ordine d'accorrere fuori.
Si sentiva intanto sul viale un frastuono confuso di grida e di passi concitati. La maestra usc dalla scuola, tenendosi ai muri, e sal nella sua camera, dove ud le voci di spavento della Baroffi e della Latti dalla camera vicina. Le grida e i passi di fuori pareva che s'allontanassero. Riprendendo animo, corse ad aprir la finestra e s'affacci. La nebbia fittissima nascondeva ogni cosa. Essa vide per terra, davanti alla scuola, al chiarore del lampione, dei cappelli sparsi e un randello. Pi in l era un'oscurit densa e misteriosa, da cui uscivano delle grida come spente, che ora parevan lontane ora vicine, come di gente che s'inseguisse girando "Di qui!" "Piglia di l!" "Addosso!" "Boia!" "Avanti!" "Bucatelo!" Tre o quattro ombre passarono correndo davanti alla scuola e disparvero dietro la chiesa. La maestra sent dei colpi secchi e sinistri come di randellate sopra un cranio; poi un grido altissimo, lamentoso, furibondo come il ruggito d'una belva trafitta: "Assassini!" poi altre grida affannose: "Via!" "Alla larga!" e vide altre ombre passar di volo nella nebbia, sotto la sua finestra, ed altre un momento dopo, in cui le parve di distinguere i cappelli dei carabinieri. Poi non vide pi nulla, e segu un silenzio di morte. Allora si spicc dal davanzale, senza pensare a chiudere i vetri, e barcollando e premendosi una mano sul cuore, corse al suo letto e vi si lasci cadere, sfinita.
Un momento dopo sent entrare la Baroffi, affannata, che le fece con accento drammatico molte domande, a cui essa non rispose. Quella l'aiut ad alzarsi, e andarono insieme all'altra finestra, che dava sul cortile, dove suonavano varie voci: apersero: udirono il maestro Garallo che incoraggiava il cantoniere ad andar a prender notizie, ripetendogli che tutto era finito. Ma quegli ricalcitrava, rispondendo: "Eh s, mi possono ancora prendere... come testimonio." Il maestro bestemmiava, dandogli ogni specie di titoli, ma non il buon esempio.
Tornarono all'altra finestra. Sul viale, nella nebbia, si vedeva un andare e venire di lumi, si sentiva il mormorio di molta gente. A un tratto scoppiarono le grida e i singhiozzi disperati d'una donna. La Varetti riconobbe quella voce e s'abbandon fra le braccia della sua amica che la port quasi sul letto.
Di l a pochi minuti si rifece un gran silenzio.
La maestra Baroffi torn alle sue domande: dovevano aver ferito o ammazzato qualcuno. " accaduto qualche cosa nella scuola? Come  cominciata la lite? Chi  stato?..."
"Non so nulla" rispose la Varetti tremando; "non posso parlare, non mi dir nulla!"
La sua amica torn ad affacciarsi alla finestra del viale ed esclam: "Oh Dio mio!... Hanno mandato a chiamare il parroco!".
La Varetti si mise a piangere.
In quel punto picchiarono all'uscio. Erano il maestro e la maestra Garallo che domandavano il permesso d'entrare per dare e chieder notizie. La Baroffi li avvert che tacessero, accennando la sua amica curva sul letto. Ma il maestro disse con la sua voce di basso: "Hanno ferito Saltafinestra. Ci son vari feriti".
Per, udendo pianger la Varetti, si ritirarono tutti e due per andare ad assister la Latti che s'era messa in letto, dicendo che era venuta la sua ora.
Le due maestre rimasero un po' di tempo in silenzio. Tre colpi vigorosi battuti sull'uscio del cortile le riscossero tutte e due. Sentirono la voce del cantoniere che parlamentava di dentro prima di decidersi ad aprire. "Presto!" grid una voce di donna impaziente. "Una missione del signor parroco!"
La Varetti sent per istinto che la commissione era per lei, e indovin quale fosse, e per uno di quei rivolgimenti istantanei che seguono nelle anime buone e nobili alla voce d'un grande dovere, si sent fuggire tutt'a un tratto debolezza, paura, ribrezzo, e con uno slancio generoso grid: "Vado!" e afferrato il suo cappuccio, discese correndo, seguita a fatica dalla sua compagna.
Era quello che aveva pensato. La donna veniva da parte del parroco e della madre del Muroni a supplicarla d'andare al letto del ferito.
"Son qui!" rispose la ragazza, e lasciando il cantoniere stupito del suo coraggio, senza rispondere alla Baroffi che le raccomandava di dir qualche bella parola, si slanci sul viale, con la donna.

Essa correva tanto, che la donna, con la lanterna alla mano, stentava a tenerle il passo. Correvano senza parlare. Passarono nella nebbia vicino a vari gruppi di curiosi, che giravano qua e l per il viale, guardando in terra, in cerca delle traccie di sangue, e commentando l'avvenimento. Arrivate in fondo, videro una folla davanti all'osteria della Gallina, e svoltando nella strada, capannelli alle cantonate e davanti agli usci aperti e rischiarati. Di fronte alla macelleria incontrarono due carabinieri che conducevano uno ammanettato, accompagnati da molta gente, che faceva un gran mormorio. La Varetti volt il viso da un'altra parte; la nebbia imped alla donna di riconoscere l'arrestato. "Ah! ne hanno preso un altro!" esclam. "Assassini! Dieci contro uno si son messi!" La casa del Muroni era accanto alla tabaccheria. La maestra la riconobbe, prima di vederla, dalla molta gente che v'era aggruppata davanti, e che s'aperse in due ali, guardandola con viva curiosit, per lasciarle il passaggio. Passando, ud alcune parole che la fecero rabbrividire. "La punta del coltello" diceva una voce "ha intaccato il midollo della spina, capisci; non c' pi niente da fare." Messo appena il piede sulla scaletta, essa intese su al primo piano i singhiozzi della vecchia, e fu per mancarle l'animo; ma vinse quel momento di debolezza. Sal affrettatamente, vide un uscio aperto ed un lume, entr difilata. La vecchia le corse incontro come una pazza, agitando le mani, singhiozzando: "Mi muore! Mi muore! Dio di misericordia! Provi lei! Ha buttato via il crocifisso! Mi muore come un disperato! Gli salvi l'anima lei, per l'amore di Ges , per l'amore dei suoi morti, gli salvi l'anima lei se la riconosce ancora!".
La maestra si slanci in una piccola camera nuda e bassa, e vide il ferito sul letto, stravolto e bianco, coi segni della morte nel viso, coi capelli scarmigliati, con la camicia macchiata di sangue; il quale si dibatteva, furioso, sacrando, arrotando i denti, respingendo da s il parroco che gli porgeva il crocifisso, vibrando i pugni per aria, trafelato, gi preso dalla paralisi che gli levava il respiro. In un angolo, il grosso medico biondo si lavava tranquillamente le mani in un secchiolino. Per tutta la camera v'era un orribile disordine di coperte e di cenci sanguinosi. Il piccolo vecchio prete, con un'aria rassegnata, fra un tentativo e l'altro di far baciare la croce al morente, l'andava ripulendo con una mano dalla polvere che le si era attaccata sull'ammattonato, dove quegli l'aveva sbattuta con un manrovescio.
La maestra s'avvicin arditamente al capezzale.
Appena la vide, il giovane si quet tutt'a un tratto e le fiss in viso gli occhi gi velati come da una sottilissima foglia di vetro inumidito, e stette a guardarla con un'espressione di profondo stupore.
La madre, ritta accanto a lei, disse singhiozzando: "Figliuol mio! Guarda, figliuol mio:  la tua maestra. Non la riconosci?".
Il parroco colse quel momento per riavvicinare il crocifisso al suo viso; ma egli lo respinse con un atto iroso della mano, senza staccar gli occhi dalla maestra.
Un leggerissimo sorriso gli brill negli occhi e sulla bocca, e, ansando, tendendo una mano incerta verso di lei, pronunci qualche parola confusa.
"Mio Dio!" esclam la madre giungendo le mani. "Ha detto mio Dio!"
Non aveva detto mio Dio. La maestra sola aveva capito le sue parole perch, con tutt'altra voce, in tutt'altri momenti, gliele aveva gi udite dire pi volte. "Mi dia un bacio" aveva voluto dire.
E in quel momento la prese una immensa piet e una tenerezza infinita pensando ch'egli moriva per lei. Essa pigli con una mano la sua mano sinistra, e posandogli l'altra sulla fronte, si chin, e lo baci sulla bocca.
Quando rialz il capo, lo vide mutato. Egli aveva sul viso una espressione quieta e buona di riconoscenza.
Lentamente, senza lasciar la mano della maestra, n cessar di guardarla, stese l'altra mano verso il prete, prese il crocifisso, se lo avvicin alla bocca, e lo baci; poi se lo strinse al petto.
La madre gett un grido di gratitudine a Dio e cadde in ginocchio, abbandonando il capo sul fianco della ragazza.
E il ferito, continu a tener la mano di lei nella sua e a fissarle gli occhi negli occhi, fin che spir.
