    Edmondo De Amicis.
    CUORE.
    Il Bivacco, Melegnano, 2000.



















    INDICE.

    OTTOBRE: pagina 3.
    NOVEMBRE: pagina 25.
    DICEMBRE: pagina 61.
    GENNAIO: pagina 91.
    FEBBRAIO: pagina 124.
    MARZO: pagina 175.
    APRILE: pagina 216.
    MAGGIO: pagina 261.
    GIUGNO: pagina 329.
    LUGLIO: pagina 361.










    OTTOBRE.

    Il primo giorno di scuola.
    17, luned.

    Oggi primo giorno di scuola.  Passarono come un sogno quei tre mesi di
    vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione
    Baretti  a  farmi  inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla
    campagna e andavo di mala  voglia.  Tutte  le  strade  brulicavano  di
    ragazzi;  le  due  botteghe  di  libraio erano affollate di padri e di
    madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola
    s'accalcava tanta gente che il bidello e  la  guardia  civica  duravan
    fatica a tenere sgombra la porta. Vicino alla porta, mi sentii toccare
    una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi
    capelli  rossi  arruffati,  che  mi  disse:  - Dunque,  Enrico,  siamo
    separati per sempre? - Io lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle
    parole. Entrammo a stento. Signore, signori, donne del popolo, operai,
    ufficiali, nonne,  serve,  tutti coi ragazzi per una mano e i libretti
    di  promozione  nell'altra,  empivan  la  stanza d'entrata e le scale,
    facendo un ronzio che pareva d'entrare in un  teatro.  Lo  rividi  con
    piacere  quel  grande  camerone  a  terreno,  con le porte delle sette
    classi, dove passai per tre anni quasi tutti i giorni. C'era folla, le
    maestre andavano e venivano.  La mia maestra della prima superiore  mi
    salut  di  sulla  porta della classe e mi disse: - Enrico,  tu vai al
    piano di sopra,  quest'anno;  non ti vedr nemmen pi passare!  - e mi
    guard  con  tristezza.  Il  Direttore aveva intorno delle donne tutte
    affannate perch non c'era pi posto per i loro figliuoli,  e mi parve
    ch'egli avesse la barba un poco pi bianca che l'anno passato.  Trovai
    dei ragazzi cresciuti,  ingrassati.  Al pian terreno,  dove s'eran gi
    fatte  le ripartizioni,  c'erano dei bambini delle prime inferiori che
    non volevano entrare nella  classe  e  s'impuntavano  come  somarelli,
    bisognava  che  li  tirassero dentro a forza;  e alcuni scappavano dai
    banchi; altri, al veder andar via i parenti,  si mettevano a piangere,
    e questi dovevan tornare indietro a consolarli o a ripigliarseli, e le
    maestre si disperavano.  Il mio piccolo fratello fu messo nella classe
    della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano. Alle
    dieci eravamo tutti in classe:  cinquantaquattro:  appena  quindici  o
    sedici  dei miei compagni della seconda,  fra i quali Derossi,  quello
    che ha sempre il primo premio.  Mi parve  cos  piccola  e  triste  la
    scuola pensando ai boschi,  alle montagne dove passai l'estate!  Anche
    ripensavo al mio maestro di seconda, cos buono, che rideva sempre con
    noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e mi rincresceva di non
    vederlo pi l, coi suoi capelli rossi arruffati.  Il nostro maestro 
    alto,  senza  barba coi capelli grigi e lunghi,  e ha una ruga diritta
    sulla fronte;  ha la voce grossa,  e ci guarda tutti fisso,  l'un dopo
    l'altro, come per leggerci dentro; e non ride mai. Io dicevo tra me: -
    Ecco il primo giorno.  Ancora nove mesi.  Quanti lavori,  quanti esami
    mensili,  quante fatiche!  - Avevo proprio bisogno di trovar mia madre
    all'uscita  e  corsi  a  baciarle  la mano.  Essa mi disse: - Coraggio
    Enrico! Studieremo insieme. - E tornai a casa contento.  Ma non ho pi
    il  mio  maestro,  con quel sorriso buono e allegro,  e non mi par pi
    bella come prima la scuola.


    Il nostro maestro.
    18, marted.

    Anche il mio nuovo maestro mi  piace,  dopo  questa  mattina.  Durante
    l'entrata,  mentre  egli era gi seduto al suo posto,  s'affacciava di
    tanto in tanto alla porta  della  classe  qualcuno  dei  suoi  scolari
    dell'anno  scorso,  per  salutarlo;  s'affacciavano,  passando,  e  lo
    salutavano: -  Buongiorno,  signor  maestro.  -  Buon  giorno,  signor
    Perboni; - alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.
    Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornare con lui.
    Egli rispondeva: - Buon giorno, - stringeva le mani che gli porgevano;
    ma  non  guardava nessuno,  ad ogni saluto rimaneva serio,  con la sua
    ruga diritta sulla fronte,  voltato verso la finestra,  e guardava  il
    tetto  della  casa di faccia,  e invece di rallegrarsi di quei saluti,
    pareva che  ne  soffrisse.  Poi  guardava  noi,  l'uno  dopo  l'altro,
    attento.  Dettando,  discese a passeggiare in mezzo ai banchi, e visto
    un ragazzo che aveva il  viso  tutto  rosso  di  bollicine,  smise  di
    dettare,  gli  prese il viso fra le mani e lo guard;  poi gli domand
    che cos'aveva e gli pos una mano sulla fronte per sentir s'era calda.
    In quel mentre,  un ragazzo dietro di lui si rizz sul banco e si mise
    a  fare  la  marionetta.  Egli  si volt tutt'a un tratto;  il ragazzo
    risedette d'un colpo,  e rest l,  col capo basso,  ad  aspettare  il
    castigo.  Il  maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: - Non lo
    far pi. - Nient'altro. Torn al tavolino e fin di dettare. Finito di
    dettare,  ci guard un momento in silenzio;  poi disse adagio  adagio,
    con  la  sua  voce  grossa,  ma  buona: - Sentite.  Abbiamo un anno da
    passare insieme. Vediamo di passarlo bene. Studiate e siate buoni.  Io
    non  ho  famiglia.  La mia famiglia siete voi.  Avevo ancora mia madre
    l'anno scorso: mi  morta.  Son rimasto solo.  Non ho pi che  voi  al
    mondo,  non ho pi altro affetto,  altro pensiero che voi.  Voi dovete
    essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene,  bisogna che vogliate bene
    a me.  Non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi
    di cuore;  la nostra scuola sar una famiglia  e  voi  sarete  la  mia
    consolazione e la mia alterezza. Non vi domando una promessa a parole;
    son  certo  che,  nel  vostro  cuore,  m'avete  gi detto di s.  E vi
    ringrazio. - In quel punto entr il bidello a dare il "finis". Uscimmo
    tutti dai banchi zitti zitti.
    Il ragazzo che s'era rizzato sul banco s'accost  al  maestro,  e  gli
    disse con voce tremante: - Signor maestro, mi perdoni. - Il maestro lo
    baci in fronte e gli disse: - V, figliuol mio.


    Una disgrazia.
    21, venerd.

    L'anno    cominciato con una disgrazia.  Andando alla scuola,  questa
    mattina,  io ripetevo a mio padre quelle parole  del  maestro,  quando
    vedemmo  la  strada piena di gente,  che si serrava davanti alla porta
    della Sezione.  Mio  padre  disse  subito:  -  Una  disgrazia!  L'anno
    comincia  male!  -  Entrammo  a  gran  fatica.  Il grande camerone era
    affollato di parenti e di ragazzi,  che i  maestri  non  riuscivano  a
    tirar  nelle  classi,  e  tutti  eran  rivolti  verso  la  stanza  del
    Direttore,  e s'udiva dire: - Povero ragazzo!  Povero  Robetti!  -  Al
    disopra  delle teste,  in fondo alla stanza piena di gente,  si vedeva
    l'elmetto d'una guardia civica e la testa  calva  del  Direttore:  poi
    entr un signore col cappello alto,  e tutti dissero: -  il medico. -
    Mio padre domand a un maestro: - Cos' stato?  -  Gli    passata  la
    ruota sul piede, - rispose. - Gli ha rotto il piede, - disse un altro.
    Era un ragazzo della seconda, che venendo a scuola per via Dora Grossa
    e vedendo un bimbo della prima inferiore, sfuggito a sua madre, cadere
    in  mezzo  alla  strada,  a  pochi  passi da un omnibus che gli veniva
    addosso, era accorso arditamente,  l'aveva afferrato e messo in salvo;
    ma non essendo stato lesto a ritirare il piede,  la ruota dell'omnibus
    gli era passata su.  E' figliuolo d'un capitano d'artiglieria.  Mentre
    ci raccontavano questo, una signora entr nel camerone come una pazza,
    rompendo  la  folla:  era  la  madre di Robetti,  che avevan mandato a
    chiamare; un'altra signora le corse incontro, e le gett le braccia al
    collo, singhiozzando: era la madre del bambino salvato.
    Tutt'e due si slanciarono nella stanza,  e s'ud un grido disperato: -
    Oh  Giulio mio!  Bambino mio!  - In quel momento si ferm una carrozza
    davanti alla porta,  e poco dopo comparve il Direttore col ragazzo  in
    braccio,  che  appoggiava il capo sulla sua spalla,  col viso bianco e
    gli occhi chiusi.  Tutti stettero zitti:  si  sentivano  i  singhiozzi
    della madre. Il Direttore si arrest un momento, pallido, e sollev un
    poco il ragazzo con tutt'e due le braccia per mostrarlo alla gente.  E
    allora maestri, maestre, parenti, ragazzi,  mormorarono tutti insieme:
    - Bravo, Robetti! - Bravo, povero bambino! - e gli mandavano dei baci;
    le  maestre e i ragazzi che gli erano intorno,  gli baciaron le mani e
    le braccia.  Egli aperse gli occhi,  e disse: - La mia cartella!  - La
    madre del piccino salvato gliela mostr piangendo e gli disse: - Te la
    porto  io,  caro  angiolo,  te la porto io.  - E intanto sorreggeva la
    madre del ferito,  che si copriva  il  viso  con  le  mani.  Uscirono,
    adagiarono  il  ragazzo  nella carrozza,  la carrozza part.  E allora
    rientrammo tutti nella scuola, in silenzio.


    Il ragazzo calabrese.
    22, sabato.

    Ieri sera,  mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti,  che
    dovr  camminare  con  le  stampelle,  entr il Direttore con un nuovo
    iscritto,  un ragazzo di viso molto bruno,  coi capelli neri,  con gli
    occhi  grandi  e  neri,  con  le  sopracciglia folte e raggiunte sulla
    fronte,  tutto vestito di scuro,  con una cintura di  marocchino  nero
    intorno  alla vita.  Il Direttore,  dopo aver parlato nell'orecchio al
    maestro, se ne usc, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi
    con quegli occhioni neri,  come spaurito.  Allora il maestro gli prese
    una  mano,  e  disse  alla classe: - Voi dovete essere contenti.  Oggi
    entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio  di  Calabria,  a
    pi  di  cinquecento  miglia di qua.  Vogliate bene al vostro fratello
    venuto di lontano.
    Egli  nato in una terra gloriosa,  che diede all'Italia degli  uomini
    illustri,  e  le  d dei forti lavoratori e dei bravi soldati;  in una
    delle pi belle terre della nostra patria,  dove son grandi foreste  e
    grandi  montagne,  abitate da un popolo pieno d'ingegno,  di coraggio.
    Vogliategli bene,  in maniera che non s'accorga di esser lontano dalla
    citt  dove    nato;  fategli  vedere  che  un  ragazzo italiano,  in
    qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Detto
    questo s'alz e segn sulla  carta  murale  d'Italia  il  punto  dov'
    Reggio di Calabria.  Poi chiam forte: - Ernesto Derossi! - quello che
    ha sempre il primo premio.  Derossi s'alz.  - Vieni qua,  - disse  il
    maestro.
    Derossi  usc  dal  banco  e s'and a mettere accanto al tavolino,  in
    faccia al calabrese.  - Come  primo  della  scuola,  -  gli  disse  il
    maestro,  - d l'abbraccio del benvenuto,  in nome di tutta la classe,
    al nuovo compagno; l'abbraccio dei figliuoli del Piemonte al figliuolo
    della Calabria.  - Derossi abbracci il calabrese,  dicendo con la sua
    voce chiara: - Benvenuto!  - e questi baci lui sulle due guancie, con
    impeto. Tutti batterono le mani. - Silenzio! - grid il maestro, - non
    si batton le mani in iscuola! - Ma si vedeva che era contento.
    Anche il calabrese era contento.  Il maestro gli assegn il posto e lo
    accompagn  al  banco.  Poi disse ancora: - Ricordatevi bene di quello
    che vi dico.  Perch questo fatto potesse  accadere,  che  un  ragazzo
    calabrese  fosse  come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino
    fosse come a casa propria a Reggio di Calabria,  il nostro paese lott
    per   cinquant'anni   e  trentamila  italiani  morirono.   Voi  dovete
    rispettarvi,  amarvi tutti fra voi;  ma chi di voi  offendesse  questo
    compagno  perch  non    nato  nella nostra provincia,  si renderebbe
    indegno di alzare mai pi gli occhi da terra quando passa una bandiera
    tricolore. - Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli
    regalarono delle penne e una stampa,  e un altro ragazzo,  dall'ultimo
    banco, gli mand un francobollo di Svezia.


    I miei compagni.
    25, marted.

    Il ragazzo che mand il francobollo al calabrese  quello che mi piace
    pi di tutti, si chiama Garrone,  il pi grande della classe ha quasi
    quattordici anni,  la testa grossa, le spalle larghe;  buono, si vede
    quando sorride; ma pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco
    gi molti dei miei compagni.  Un altro mi  piace  pure,  che  ha  nome
    Coretti,  e porta una maglia color cioccolata e un berretto di pelo di
    gatto: sempre allegro,  figliuolo d'un rivenditore  di  legna,  che  
    stato soldato nella guerra del 66,  nel quadrato del principe Umberto,
    e dicono che ha tre medaglie. C' il piccolo Nelli, un povero gobbino,
    gracile e col viso smunto.  C' uno molto ben  vestito,  che  si  leva
    sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini.
    Nel  banco  davanti  al mio c' un ragazzo che chiamano il muratorino,
    perch suo padre  muratore;  una faccia tonda come una  mela  con  un
    naso a pallottola: egli ha un'abilit particolare, sa fare il .muso di
    lepre.,  e tutti gli fanno fare il muso di lepre,  e ridono;  porta un
    piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in  tasca  come  un
    fazzoletto.  Accanto al muratorino c' Garoffi,  un coso lungo e magro
    col naso a becco di civetta e gli occhi molto  piccoli,  che  traffica
    sempre con pennini,  immagini e scatole di fiammiferi,  e si scrive la
    lezione sulle unghie, per leggerla di nascosto.  C' poi un signorino,
    Carlo Nobis, che sembra molto superbo, ed  in mezzo a due ragazzi che
    mi  son simpatici: il figliuolo d'un fabbro ferraio,  insaccato in una
    giacchetta che gli arriva al ginocchio,  pallido che par malato  e  ha
    sempre l'aria spaventata e non ride mai;  e uno coi capelli rossi, che
    ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre  andato in
    America e sua madre va attorno a vendere erbaggi.  E'  anche  un  tipo
    curioso il mio vicino di sinistra,  - Stardi, - piccolo e tozzo, senza
    collo, un grugnone che non parla con nessuno, e pare che capisca poco,
    ma sta attento  al  maestro  senza  batter  palpebra,  con  la  fronte
    corrugata  e  coi denti stretti: e se lo interrogano quando il maestro
    parla,  la prima e la seconda volta non risponde,  la terza volta tira
    un calcio.  E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama
    Franti,  che fu gi espulso da un'altra Sezione.  Ci  sono  anche  due
    fratelli,  vestiti  eguali,  che  si somigliano a pennello,  e portano
    tutti e due un cappello alla calabrese,  con una penna di fagiano.  Ma
    il pi bello di tutti, quello che ha pi ingegno, che sar il primo di
    sicuro anche quest'anno,   Derossi; e il maestro, che l'ha gi capito
    lo interroga sempre. Io per voglio bene a Precossi,  il figliuolo del
    fabbro ferraio,  quello della giacchetta lunga,  che pare un malatino;
    dicono che suo padre lo batte;    molto  timido,  e  ogni  volta  che
    interroga  o tocca qualcuno dice: - Scusami,  - e guarda con gli occhi
    buoni e tristi. Ma Garrone  il pi grande e il pi buono.


    Un tratto generoso.
    26, mercoled.

    E si diede a conoscere appunto questa mattina, Garrone.  Quando entrai
    nella scuola,  - un poco tardi, ch m'avea fermato la maestra di prima
    superiore per domandarmi a che ora poteva venir a casa a  trovarci,  -
    il  maestro non c'era ancora,  e tre o quattro ragazzi tormentavano il
    povero Crossi,  quello coi capelli rossi,  che ha un braccio morto,  e
    sua madre vende erbaggi. Lo stuzzicavano colle righe, gli buttavano in
    faccia  delle  scorze  di  castagne,  e  gli davan dello storpio e del
    mostro, contraffacendolo, col suo braccio al collo. Ed egli tutto solo
    in fondo al banco,  smorto,  stava a sentire,  guardando ora l'uno ora
    l'altro con gli occhi supplichevoli, perch lo lasciassero stare.
    Ma gli altri sempre pi lo sbeffavano,  ed egli cominci a tremare e a
    farsi rosso dalla rabbia.  A un tratto Franti,  quella brutta  faccia,
    sal sur un banco, e facendo mostra di portar due cesti sulle braccia,
    scimmiott la mamma di Crossi,  quando veniva a aspettare il figliuolo
    alla porta,  perch ora  malata.  Molti si  misero  a  ridere  forte.
    Allora  Crossi  perse  la  testa  e  afferrato  un  calamaio  glie  lo
    scaravent al capo di tutta  forza,  ma  Franti  fece  civetta,  e  il
    calamaio and a colpire nel petto il maestro che entrava.
    Tutti scapparono al posto, e fecero silenzio, impauriti.
    Il maestro, pallido, sal al tavolino, e con voce alterata domand:
    - Chi  stato?
    Nessuno rispose.
    Il maestro grid un'altra volta, alzando ancora la voce: - Chi ?
    Allora Garrone,  mosso a piet del povero Crossi, si alz di scatto, e
    disse risolutamente: - Son io.
    Il maestro lo guard,  guard gli scolari stupiti;  poi disse con voce
    tranquilla: - Non sei tu.
    E dopo un momento: - Il colpevole non sar punito. S'alzi!
    Il Crossi s'alz, e disse piangendo: - Mi picchiavano e m'insultavano,
    io ho perso la testa, ho tirato...
    - Siedi, - disse il maestro. - S'alzino quelli che lo han provocato.
    Quattro s'alzarono col capo chino.
    -  Voi,  - disse il maestro,  - avete insultato un compagno che non vi
    provocava, schernito un disgraziato, percosso un debole che non si pu
    difendere.  Avete commesso una delle azioni pi basse,  pi vergognose
    di cui si possa macchiare una creatura umana. Vigliacchi!
    Detto  questo,  scese  tra  i  banchi,  mise una mano sotto il mento a
    Garrone, che stava col viso basso, e fattogli alzare il viso, lo fiss
    negli occhi, e gli disse: - Tu sei un'anima nobile.
    Garrone, colto il momento,  mormor non so che parole nell'orecchio al
    maestro,   e  questi,  voltatosi  verso  i  quattro  colpevoli,  disse
    bruscamente: - Vi perdono.


    La mia maestra di prima superiore.
    27, gioved.

    La mia maestra ha mantenuto la promessa,   venuta oggi  a  casa,  nel
    momento  che  stavo per uscire con mia madre,  per portar biancheria a
    una donna povera,  raccomandata dalla "Gazzetta".  Era un anno che non
    l'avevamo pi vista in casa nostra.  Tutti le abbiamo fatto festa.  E'
    sempre quella,  piccola,  col suo  velo  verde  intorno  al  cappello,
    vestita alla buona e pettinata male,  ch non ha tempo di rilisciarsi;
    ma un poco pi scolorita  che  l'anno  passato,  con  qualche  capello
    bianco, e tosse sempre. Mia madre glie l'ha detto: - E la salute, cara
    maestra?  Lei  non  si riguarda abbastanza!  - Eh,  non importa,  - ha
    risposto,  col suo sorriso allegro insieme e malinconico.  - Lei parla
    troppo forte,  - ha soggiunto mia madre,  - si affanna troppo coi suoi
    ragazzi. -  vero;  si sente sempre la sua voce,  mi ricordo di quando
    andavo  a  scuola da lei: parla sempre,  parla perch i ragazzi non si
    distraggano, e non sta un momento seduta. N'ero ben sicuro che sarebbe
    venuta, perch non si scorda mai dei suoi scolari;  ne rammenta i nomi
    per anni;  i giorni d'esame mensile, corre a domandar al Direttore che
    punti  hanno  avuto;  li  aspetta  all'uscita,  e  si  fa  mostrar  le
    composizioni  per  vedere  se  hanno fatto progressi;  e molti vengono
    ancora a trovarla dal  Ginnasio,  che  han  gi  i  calzoni  lunghi  e
    l'orologio.  Quest'oggi tornava tutta affannata dalla Pinacoteca, dove
    aveva condotto i suoi ragazzi come gli anni passati,  che ogni gioved
    li conduceva tutti a un museo, e spiegava ogni cosa. Povera maestra, 
    ancora  dimagrita.  Ma   sempre viva,  s'accalora sempre quando parla
    della sua scuola.  Ha voluto rivedere il  letto  dove  mi  vide  molto
    malato  due  anni fa,  e che ora  di mio fratello,  lo ha guardato un
    pezzo e non poteva parlare.  Ha dovuto  scappar  presto  per  andar  a
    visitare un ragazzo della sua classe,  figliuolo d'un sellaio,  malato
    di rosolia; e aveva per di pi un pacco di pagine da correggere, tutta
    la serata da  lavorare,  e  doveva  ancor  dare  una  lezione  privata
    d'aritmetica a una bottegaia, prima di notte. - Ebbene, Enrico, - m'ha
    detto,  andandosene,  -  vuoi  ancora  bene  alla  tua maestra ora che
    risolvi i problemi difficili e fai  le  composizioni  lunghe?  -  M'ha
    baciato,  m'ha  ancora detto d'in fondo alla scala: - Non mi scordare,
    sai, Enrico! - O mia buona maestra, mai, mai non ti scorder.
    Anche quando sar grande, mi ricorder ancora di te e andr a trovarti
    fra i tuoi ragazzi;  e ogni volta che passer vicino a  una  scuola  e
    sentir  la  voce  d'una  maestra,  mi parr di sentir la tua voce,  e
    ripenser ai due anni che passai nella scuola tua,  dove imparai tante
    cose,  dove ti vidi tante volte malata e stanca,  ma sempre premurosa,
    sempre indulgente disperata quando uno pigliava  un  mal  vezzo  delle
    dita a scrivere, tremante quando gli ispettori c'interrogavano, felice
    quando  facevamo buona figura,  buona sempre e amorosa come una madre.
    Mai, mai non mi scorder di te, maestra mia.


    In una soffitta.
    28, venerd.

    Ieri sera con mia madre e con mia sorella Silvia andammo a  portar  la
    biancheria  alla  donna povera raccomandata dal giornale: io portai il
    pacco,  Silvia  aveva  il  giornale,   con  le  iniziali  del  nome  e
    l'indirizzo.  Salimmo  fin  sotto  il  tetto  d'una  casa alta,  in un
    corridoio lungo,  dov'erano molti usci.  Mia madre picchi all'ultimo:
    ci aperse una donna ancora giovane,  bionda e macilenta, che subito mi
    parve d'aver gi visto  altre  volte,  con  quel  medesimo  fazzoletto
    turchino che aveva in capo. -
    Siete voi quella del giornale, cos e cos? - domand mia madre. - S,
    signora,  son io. - Ebbene, v'abbiamo portato un poco di biancheria. -
    E quella a ringraziare e a benedire,  che non finiva pi.  Io  intanto
    vidi  in  un angolo della stanza nuda e scura un ragazzo inginocchiato
    davanti a una seggiola,  con la schiena volta verso di noi,  che parea
    che scrivesse: e proprio scriveva,  con la carta sopra la seggiola,  e
    aveva il calamaio sul pavimento.  Come faceva a scrivere cos al buio?
    Mentre dicevo questo tra me,  ecco a un tratto che riconosco i capelli
    rossi  e  la  giacchetta  di  frustagno  di   Crossi,   il   figliuolo
    dell'erbivendola,  quello  del braccio morto.  Io lo dissi piano a mia
    madre, mentre la donna riponeva la roba. - Zitto! - rispose mia madre,
    - pu esser che si vergogni a vederti,  che fai  la  carit  alla  sua
    mamma,  non  lo  chiamare  -.  Ma in quel momento Crossi si volt,  io
    rimasi imbarazzato,  egli sorrise,  e allora mia madre  mi  diede  una
    spinta perch corressi a abbracciarlo.  Io l'abbracciai, egli s'alz e
    mi prese per mano.  - Eccomi qui,  - diceva in quel mentre  sua  madre
    alla mia, - sola con questo ragazzo, il marito in America da sei anni,
    ed  io  per  giunta  malata,  che  non posso pi andare in giro con la
    verdura a guadagnare quei pochi soldi.  Non ci   rimasto  nemmeno  un
    tavolino per il mio povero Luigino, da farci il lavoro.
    Quando  ci avevo il banco gi nel portone,  almeno poteva scrivere sul
    banco; ora me l'han levato.  Nemmeno un poco di lume da studiare senza
    rovinarsi gli occhi.
    E' grazia se lo posso mandar a scuola, ch il municipio gli d i libri
    e i quaderni. Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! Povera
    donna  che  sono!  -  Mia  madre le diede tutto quello che aveva nella
    borsa, baci il ragazzo, e quasi piangeva, quando uscimmo. E aveva ben
    ragione di dirmi: - Guarda quel  povero  ragazzo,  com'  costretto  a
    lavorare,  tu  che  hai  tutti  i  tuoi comodi,  e pure ti par duro lo
    studio! Ah! Enrico mio,  c' pi merito nel suo lavoro d'un giorno che
    nel tuo lavoro d'un anno. A quelli l dovrebbero dare i primi premi!


    La scuola.
    28, venerd.

    "S,  caro Enrico,  'lo studio ti  duro', come ti dice tua madre, non
    ti vedo ancora andare alla scuola con quell'animo risoluto e con  quel
    viso ridente,  ch'io vorrei.  Tu fai ancora il resto. Ma senti: pensa
    un p che misera,  spregevole cosa sarebbe la tua giornata se  tu  non
    andassi a scuola!  A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti
    di ritornarci,  roso dalla noia e dalla vergogna,  stomacato dei  tuoi
    trastulli  e della tua esistenza.  Tutti,  tutti studiano ora,  Enrico
    mio.  Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver  faticato
    tutta  la  giornata,  alle donne,  alle ragazze del popolo che vanno a
    scuola la domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana,  ai soldati
    che  metton  mano ai libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli
    esercizi, pensa ai ragazzi muti e ciechi, che pure studiano, e fino ai
    prigionieri, che anch'essi imparano a leggere e a scrivere. Pensa,  la
    mattina  quando esci;  che in quello stesso momento,  nella tua stessa
    citt,  altri trentamila ragazzi vanno come te a chiudersi per tre ore
    in una stanza a studiare.  Ma che! Pensa agli innumerevoli ragazzi che
    presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i paesi,  vedili con
    l'immaginazione,  che vanno,  vanno, per i vicoli dei villaggi quieti,
    per le strade delle citt rumorose,  lungo le  rive  dei  mari  e  dei
    laghi,  dove sotto un sole ardente,  dove tra le nebbie,  in barca nei
    paesi intersecati da canali,  a cavallo  per  le  grandi  pianure,  in
    slitta sopra le nevi, per valli e per colline, a traverso a boschi e a
    torrenti,  su per sentier solitari delle montagne,  soli,  a coppie, a
    gruppi,  a lunghe file,  tutti coi libri sotto il braccio,  vestiti in
    mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole della Russia
    quasi perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia ombreggiate
    dalle  palme,  milioni  e  milioni,  tutti  a  imparare in cento forme
    diverse le medesime cose,  immagina questo  vastissimo  formicolo  di
    ragazzi di cento popoli,  questo movimento immenso di cui fai parte, e
    pensa: - Se questo  movimento  cessasse,  l'umanit  ricadrebbe  nella
    barbarie,  questo movimento  il progresso, la speranza, la gloria del
    mondo.  - Coraggio dunque,  piccolo soldato dell'immenso  esercito.  I
    tuoi libri son le tue armi,  la tua classe  la tua squadra,  il campo
    di battaglia  la terra intera, e la vittoria  la civilt umana.  Non
    essere un soldato codardo, Enrico mio".
    Tuo padre.


    Il piccolo patriota padovano.
    Racconto mensile.
    29, sabato.

    Non  sar  un soldato codardo,  no;  ma ci andrei molto pi volentieri
    alla scuola,  se il maestro ci facesse ogni giorno  un  racconto  come
    quello di questa mattina. Ogni mese, disse, ce ne far uno, ce lo dar
    scritto, e sar sempre il racconto d'un atto bello e vero, compiuto da
    un ragazzo. "Il piccolo patriotta padovano" s'intitola questo. Ecco il
    fatto.  Un piroscafo francese part da Barcellona, citt della Spagna,
    per Genova, e c'erano a bordo francesi, italiani, spagnuoli, svizzeri.
    C'era, fra gli altri,  un ragazzo di undici anni,  mal vestito,  solo,
    che  se  ne  stava  sempre  in  disparte,  come  un animale selvatico,
    guardando tutti con l'occhio torvo.  E aveva ben ragione  di  guardare
    tutti  con  l'occhio  torvo.  Due  anni prima,  suo padre e sua madre,
    contadini nei dintorni di Padova,  l'avevano  venduto  al  capo  d'una
    compagnia di saltimbanchi;  il quale,  dopo avergli insegnato a fare i
    giochi a furia di pugni,  di calci e di digiuni,  se l'era  portato  a
    traverso  alla  Francia  e  alla  Spagna,  picchiandolo  sempre  e non
    sfamandolo mai.  Arrivato a Barcellona,  non potendo pi reggere  alle
    percosse e alla fame,  ridotto in uno stato da far piet,  era fuggito
    dal suo aguzzino, e corso a chieder protezione al Console d'Italia, il
    quale, impietosito, l'aveva imbarcato su quel piroscafo,  dandogli una
    lettera  per  il  Questore  di  Genova,  che doveva rimandarlo ai suoi
    parenti;  ai parenti che l'avevan venduto come una bestia.  Il  povero
    ragazzo  era  lacero  e  malaticcio.  Gli avevan dato una cabina nella
    seconda classe. Tutti lo guardavano;  qualcuno lo interrogava: ma egli
    non  rispondeva,  e  pareva  che  odiasse e disprezzasse tutti,  tanto
    l'avevano inasprito  e  intristito  le  privazioni  e  le  busse.  Tre
    viaggiatori,  non  di  meno,  a  forza  d'insistere  con  le  domande,
    riuscirono a fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze,  miste
    di  veneto,  di spagnuolo e di francese,  egli raccont la sua storia.
    Non erano italiani quei tre viaggiatori;  ma capirono,  e un poco  per
    compassione,  un poco perch eccitati dal vino, gli diedero dei soldi,
    celiando e stuzzicandolo perch raccontasse  altre  cose;  ed  essendo
    entrate nella sala,  in quel momento,  alcune signore, tutti e tre per
    farsi vedere,  gli diedero  ancora  del  denaro,  gridando:  -  Piglia
    questo!  -  Piglia  quest'altro!  -  e  facendo  sonar le monete sulla
    tavola.
    Il ragazzo intasc ogni cosa, ringraziando a mezza voce,  col suo fare
    burbero,   ma  con  uno  sguardo  per  la  prima  volta  sorridente  e
    affettuoso. Poi s'arrampic nella sua cabina, tir la tenda,  e stette
    queto,  pensando  ai  fatti  suoi.  Con  quei danari poteva assaggiare
    qualche buon boccone a bordo,  dopo due anni  che  stentava  il  pane;
    poteva  comprarsi una giacchetta,  appena sbarcato a Genova,  dopo due
    anni che andava vestito di cenci;  e poteva anche,  portandoli a casa,
    farsi  accogliere  da  suo padre e da sua madre un poco pi umanamente
    che non l'avrebbero accolto se fosse arrivato  con  le  tasche  vuote.
    Erano  una  piccola  fortuna  per  lui  quei  denari.  E a questo egli
    pensava, racconsolato, dietro la tenda della sua cabina,  mentre i tre
    viaggiatori discorrevano,  seduti alla tavola da pranzo, in mezzo alla
    sala della seconda classe.  Bevevano e discorrevano dei loro viaggi  e
    dei  paesi  che  avevan veduti,  e di discorso in discorso,  vennero a
    ragionare dell'Italia.  Cominci uno a  lagnarsi  degli  alberghi,  un
    altro  delle  strade  ferrate,  e  poi tutti insieme,  infervorandosi,
    presero a dir male d'ogni cosa.  Uno avrebbe preferito di viaggiare in
    Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori
    e briganti; il terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.
    - Un popolo ignorante, - ripete il primo.
    - Sudicio, - aggiunse il secondo.
    - La...  - esclam il terzo;  e voleva dir ladro, ma non pot finir la
    parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesci  sulle  loro
    teste e sulle loro spalle, e saltell sul tavolo e sull'impiantito con
    un fracasso d'inferno.
    Tutti  e  tre s'alzarono furiosi,  guardando all'in su,  e ricevettero
    ancora una manata di soldi in faccia.
    - Ripigliatevi i vostri soldi,  -  disse  con  disprezzo  il  ragazzo,
    affacciato  fuor  della  tenda  della  cuccetta;   -  io  non  accetto
    l'elemosina da chi insulta il mio paese.
    NOVEMBRE.

    Lo spazzacamino.
    1, marted.

    Ieri sera andai alla Sezione femminile, accanto alla nostra,  per dare
    il racconto del ragazzo padovano alla maestra di Silvia, che lo voleva
    leggere.
    Settecento  ragazze  ci  sono!  Quando  arrivai cominciavano a uscire,
    tutte allegre per le vacanze d'Ognissanti e dei  morti;  ed  ecco  una
    bella  cosa  che vidi.  Di fronte alla porta della scuola,  dall'altra
    parte della via,  stava con un braccio  appoggiato  al  muro  e  colla
    fronte contro il braccio,  uno spazzacamino, molto piccolo, tutto nero
    in viso, col suo sacco e il suo raschiatoio,  e piangeva dirottamente,
    singhiozzando.  Due  o  tre ragazze della seconda gli s'avvicinarono e
    gli dissero: - Che hai che piangi a quella  maniera?  -  Ma  egli  non
    rispose,  e continuava a piangere. - Ma d che cos'hai, perch piangi?
    - gli ripeterono le ragazze. E allora egli lev il viso dal braccio, -
    un viso di bambino,  - e disse piangendo che era stato in varie case a
    spazzare,  dove s'era guadagnato trenta soldi,  e li aveva persi,  gli
    erano scappati per la sdrucitura d'una tasca,  -  e  faceva  veder  la
    sdrucitura,  -  e  non  osava  pi tornare a casa senza i soldi.  - Il
    padrone mi bastona,  - disse singhiozzando,  e riabbandon il capo sul
    braccio,  come  un disperato.  Le bambine stettero a guardarlo,  tutte
    serie.  Intanto s'erano avvicinate altre  ragazze  grandi  e  piccole,
    povere  e  signorine,  con  le  loro cartelle sotto il braccio,  e una
    grande,  che aveva una penna azzurra sul cappello,  cav di tasca  due
    soldi,  e  disse:  - Io non ho che due soldi: facciamo la colletta.  -
    Anch'io ho due  soldi,  -  disse  un'altra  vestita  di  rosso;  -  ne
    troveremo ben trenta fra tutte. - E allora cominciarono a chiamarsi: -
    Amalia!  - Luigia!  - Annina!  - Un soldo. - Chi ha dei soldi? - Qua i
    soldi! - Parecchie avevan dei soldi per comprarsi fiori o quaderni,  e
    li portarono,  alcune pi piccole diedero dei centesimi;  quella della
    penna azzurra raccoglieva tutto, e contava a voce alta: - Otto, dieci,
    quindici!  - Ma ci voleva altro.  Allora comparve una  pi  grande  di
    tutte,  che pareva quasi una maestrina,  e diede mezza lira, e tutte a
    farle festa. Mancavano ancora cinque soldi. - Ora vengono quelle della
    quarta che ne hanno,  - disse una.  Quelle della quarta  vennero  e  i
    soldi  fioccarono.  Tutte  s'affollavano.  Ed  era bello a vedere quel
    povero spazzacamino in mezzo a tutte quelle vestine di tanti colori, a
    tutto quel rigiro di penne, di nastrini, di riccioli.  I trenta soldi
    c'erano  gi,  e  ne venivano ancora,  e le pi piccine che non avevan
    denaro,  si facevan largo tra le grandi porgendo i  loro  mazzetti  di
    fiori,  tanto  per  dar  qualche  cosa.  Tutt'a  un  tratto  arriv la
    portinaia gridando: - La signora Direttrice!  - Le ragazze  scapparono
    da  tutte  le  parti  come uno stormo di passeri.  E allora si vide il
    piccolo spazzacamino,  solo in mezzo alla  via,  che  s'asciugava  gli
    occhi,   tutto  contento,  con  le  mani  piene  di  denari,  e  aveva
    nell'abbottonatura della giacchetta, nelle tasche,  nel cappello tanti
    mazzetti di fiori, e c'erano anche dei fiori per terra, ai suoi piedi.


    Il giorno dei morti.
    2, mercoled.

    "Questo  giorno    consacrato  alla  commemorazione  dei morti.  Sai,
    Enrico,  a quali morti dovreste tutti dedicare un pensiero  in  questo
    giorno,  voi  altri  ragazzi?  A  quelli  che morirono per voi,  per i
    ragazzi,  per i bambini.  Quanti ne morirono,  e quanti ne muoiono  di
    continuo!  Pensasti mai a quanti padri si logoraron la vita al lavoro,
    a quante madri discesero nella fossa innanzi  tempo,  consumate  dalle
    privazioni a cui si condannarono per sostentare i loro figliuoli?  Sai
    quanti uomini si piantarono un coltello nel cuore per la  disperazione
    di vedere i propri ragazzi nella miseria,  e quante donne s'annegarono
    o moriron di dolore o impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a
    tutti quei morti, in questo giorno,  Enrico.  Pensa alle tante maestre
    che  son  morte giovani,  intisichite dalle fatiche della scuola,  per
    amore dei bambini,  da cui non ebbero cuore  di  separarsi,  pensa  ai
    medici che morirono di malattie attaccaticcie, sfidate coraggiosamente
    per curar dei fanciulli;  pensa a tutti coloro che nei naufragi, negli
    incendi, nelle carestie, in un momento di supremo pericolo,  cedettero
    all'infanzia  l'ultimo  tozzo di pane,  l'ultima tavola di salvamento,
    l'ultima fune per scampare alle fiamme,  e spirarono contenti del loro
    sacrificio,   che   serbava   in  vita  un  piccolo  innocente.   Sono
    innumerevoli,  Enrico,  questi  morti;   ogni  cimitero  ne  racchiude
    centinaia  di  queste  sante  creature,  che  se  potessero levarsi un
    momento dalla fossa griderebbero il  nome  d'un  fanciullo,  al  quale
    sacrificarono i piaceri della giovent,  la pace della vecchiaia,  gli
    affetti, l'intelligenza, la vita: spose di vent'anni,  uomini nel fior
    delle  forze,  vecchie  ottuagenarie,  giovinetti,  - martiri eroici e
    oscuri dell'infanzia,  - cos grandi e cos gentili,  che non fa tanti
    fiori la terra,  quanti ne dovremmo dare ai loro sepolcri. Tanto siete
    amati, o fanciulli!  Pensa oggi a quei morti con gratidudine,  e sarai
    pi  buono e pi affettuoso con tutti quelli che ti voglion bene e che
    fatican per te, caro figliuol mio fortunato,  che nel giorno dei morti
    non hai ancora da piangere nessuno!"
    Tua madre.

    Il mio amico Garrone.
    4, venerd.

    Non  furon  che  due  giorni di vacanza e mi parve di star tanto tempo
    senza rivedere Garrone.  Quanto pi lo conosco,  tanto pi gli  voglio
    bene,  e cos segue a tutti gli altri,  fuorch ai prepotenti, che con
    lui non se la dicono,  perch egli non  lascia  far  prepotenze.  Ogni
    volta che uno grande alza la mano su di uno piccolo, il piccolo grida:
    - Garrone! - e il grande non picchia pi.
    Suo  padre  macchinista della strada ferrata;  egli cominci tardi le
    scuole perch fu malato due anni.  E' il pi alto e il pi forte della
    classe,  alza un banco con una mano, mangia sempre,  buono. Qualunque
    cosa gli domandino, matita,  gomma,  carta,  temperino,  impresta o d
    tutto;  e  non  parla e non ride in iscuola: se ne sta sempre immobile
    nel banco troppo stretto per lui,  con la  schiena  arrotondata  e  il
    testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un sorriso con gli
    occhi socchiusi come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici?
    -  Ma fa ridere,  grande e grosso com',  che ha giacchetta,  calzoni,
    maniche, tutto troppo stretto e troppo corto,  un cappello che non gli
    sta in capo,  il capo rapato,  le scarpe grosse, e una cravatta sempre
    attorcigliata come una corda.  Caro Garrone,  basta guardarlo in  viso
    una volta per prendergli affetto.
    Tutti  i  pi  piccoli gli vorrebbero essere vicini di banco.  Sa bene
    l'aritmetica.  Porta i libri a castellina,  legati con  una  cigna  di
    cuoio rosso.
    Ha  un  coltello  col manico di madreperla che trov l'anno passato in
    piazza d'armi, e un giorno si tagli un dito fino all'osso, ma nessuno
    in iscuola se n'avvide,  e a casa non rifiat  per  non  spaventare  i
    parenti. Qualunque cosa si lascia dire per celia e mai non se n'ha per
    male;  ma  guai se gli dicono: - Non  vero,- quando afferma una cosa:
    getta fuoco dagli occhi allora, e martella pugni da spaccare il banco.
    Sabato mattina diede  un  soldo  a  uno  della  prima  superiore,  che
    piangeva in mezzo alla strada,  perch gli avevan preso il suo,  e non
    poteva pi comprare il quaderno. Ora sono tre giorni che sta lavorando
    attorno a una lettera di otto pagine con ornati a  penna  nei  margini
    per l'onomastico di sua madre, che spesso viene a prenderlo, ed  alta
    e grossa come lui,  e simpatica.  Il maestro lo guarda sempre,  e ogni
    volta che gli passa accanto gli batte la mano sul collo come a un buon
    torello tranquillo.  Io gli voglio bene.  Son contento quando  stringo
    nella  mia  la sua grossa mano,  che par la mano d'un uomo.  Sono cos
    certo che rischierebbe la vita per salvare un compagno, che si farebbe
    anche ammazzare per difenderlo, si vede cos chiaro nei suoi occhi;  e
    bench paia sempre che brontoli con quel vocione,  una voce che viene
    da un cor gentile, si sente.
    Il carbonaio e il signore.
    7, luned.

    Non l'avrebbe mai detta Garrone,  sicuramente, quella parola che disse
    ieri mattina Carlo Nobis a Betti.  Carlo Nobis   superbo  perch  suo
    padre    un  gran signore: un signore alto,  con tutta la barba nera,
    molto serio, che viene quasi ogni giorno ad accompagnare il figliuolo.
    Ieri mattina Nobis si  bisticci  con  Betti,  uno  dei  pi  piccoli,
    figliuolo d'un carbonaio,  e non sapendo pi che rispondergli,  perch
    aveva torto,  gli disse forte: - Tuo padre  uno straccione.  -  Betti
    arross fino ai capelli,  e non disse nulla, ma gli vennero le lacrime
    agli occhi, e tornato a casa ripet la parola a suo padre;  ed ecco il
    carbonaio,  un  piccolo uomo tutto nero,  che compare alla lezione del
    dopopranzo col ragazzo per mano, a fare le lagnanze al maestro. Mentre
    faceva le sue lagnanze al maestro,  e  tutti  tacevano,  il  padre  di
    Nobis,  che  levava  il mantello al figliuolo,  come al solito,  sulla
    soglia dell'uscio,  udendo pronunciare il suo nome,  entr,  e domand
    spiegazione.
    -  E' quest'operaio,  - rispose il maestro,  - che  venuto a lagnarsi
    perch il suo figliuolo Carlo disse al suo ragazzo: Tuo  padre    uno
    straccione.
    Il padre di Nobis corrug la fronte e arross leggermente. Poi domand
    al figliuolo: - Hai detto quella parola?
    Il figliuolo, - ritto in mezzo alla scuola, col capo basso, davanti al
    piccolo Betti, - non rispose.
    Allora  il  padre  lo  prese  per un braccio e lo spinse pi avanti in
    faccia a Betti,  che quasi si toccavano,  e gli  disse:  -  Domandagli
    scusa.
    Il carbonaio volle interporsi,  dicendo: - No, no. - Ma il signore non
    gli bad,  e ripet al figliuolo: - Domandagli scusa.  Ripeti  le  mie
    parole.  Io  ti  domando  scusa  della  parola ingiuriosa,  insensata,
    ignobile che dissi contro tuo padre,  al  quale  il  mio...  si  tiene
    onorato di stringere la mano.
    Il  carbonaio  fece  un  gesto risoluto,  come a dire: Non voglio.  Il
    signore non gli di retta, e il suo figliuolo disse lentamente, con un
    fil di voce,  senza alzar gli occhi da terra: - Io ti domando scusa...
    della parola ingiuriosa... insensata... ignobile, che dissi contro tuo
    padre, al quale il mio... si tiene onorato di stringer la mano.
    Allora il signore porse la mano al carbonaio,  il quale gliela strinse
    con forza,  e poi subito con una spinta gett il suo  ragazzo  fra  le
    braccia di Carlo Nobis.
    -  Mi  faccia  il  favore  di  metterli vicini,  - disse il signore al
    maestro. - Il maestro mise Betti nel banco di Nobis.  Quando furono al
    posto, il padre di Nobis fece un saluto ed usc.
    Il  carbonaio  rimase qualche momento sopra pensiero,  guardando i due
    ragazzi  vicini;  poi  s'avvicin  al  banco,   e  fiss  Nobis,   con
    espressione d'affetto e di rammarico, come se volesse dirgli qualcosa;
    ma non disse nulla; allung la mano per fargli una carezza, ma neppure
    os,  e  gli  strisci soltanto la fronte con le sue grosse dita.  Poi
    s'avvi all'uscio, e voltatosi ancora una volta a guardarlo, spar.
    - Ricordatevi bene di quel  che  avete  visto,  ragazzi,  -  disse  il
    maestro, - questa  la pi bella lezione dell'anno.


    La maestra di mio fratello.
    10, gioved.

    Il  figliuolo  del  carbonaio  fu  scolaro della maestra Delcati che 
    venuta oggi a trovar mio fratello malaticcio,  e ci ha fatto ridere  a
    raccontarci che la mamma di quel ragazzo, due anni fa, le port a casa
    una grande grembialata di carbone, per ringraziarla, che aveva dato la
    medaglia  al  figliuolo;   e  s'ostinava,  povera  donna,  non  voleva
    riportarsi il  carbone  a  casa,  e  piangeva  quasi,  quando  dovette
    tornarsene  col grembiale pieno.  Anche d'un'altra buona donna,  ci ha
    detto, che le port un mazzetto di fiori molto pesante, e c'era dentro
    un gruzzoletto di soldi.  Ci siamo molto divertiti a sentirla,  e cos
    mio  fratello  trangugi  la  medicina,  che prima non voleva.  Quanta
    pazienza debbono avere con quei ragazzi della prima  inferiore,  tutti
    sdentati come vecchietti,  che non pronunziano l'erre e l'esse,  e uno
    tosse,  l'altro fila sangue dal naso,  chi perde gli zoccoli sotto  il
    banco,  e chi bela perch s' punto con la penna,  e chi piange perch
    ha comprato un quaderno numero due invece di numero uno.
    Cinquanta in una classe, che non san nulla,  con quei manini di burro,
    e dover insegnare a scrivere a tutti!  Essi portano in tasca dei pezzi
    di regolizia,  dei bottoni,  dei turaccioli di boccetta,  del  mattone
    tritato,  ogni  specie di cose minuscole,  e bisogna che la maestra li
    frughi;  ma nascondon gli oggetti  fin  nelle  scarpe.  E  non  stanno
    attenti: un moscone che entra per la finestra, mette tutti sottosopra,
    e  l'estate portano in iscuola dell'erba e dei maggiolini,  che volano
    in giro o cascano nei calamai e poi rigano i quaderni d'inchiostro. La
    maestra deve far la mamma con loro,  aiutarli a vestirsi,  fasciare le
    dita  punte,  raccattare  i  berretti  che cascano,  badare che non si
    scambino i cappotti, se no poi gnaulano e strillano. Povere maestre! E
    ancora vengono le mamme a lagnarsi: come va,  signorina,  che  il  mio
    bambino ha perso la penna?  com' che il mio non impara niente? perch
    non d la menzione al mio,  che sa tanto?  perch non  fa  levar  quel
    chiodo  dal  banco  che ha stracciato i calzoni al mio Piero?  Qualche
    volta s'arrabbia coi ragazzi la maestra di mio fratello,  e quando non
    ne pu pi,  si morde un dito, per non lasciar andare una pacca; perde
    la pazienza,  ma poi si pente,  e carezza il bimbo  che  ha  sgridato;
    scaccia un monello di scuola, ma si ribeve le lacrime, e va in collera
    coi parenti che fan digiunare i bimbi per castigo. E' giovane e grande
    la maestra Delcati, e vestita bene, bruna e irrequieta, che fa tutto a
    scatto di molla,  e per un nulla si commove, e allora parla con grande
    tenerezza.  - Ma almeno i bimbi le si affezionano?  - le ha detto  mia
    madre.  - Molti s, - ha risposto, - ma poi, finito l'anno, la maggior
    parte non ci guardan pi. Quando sono coi maestri, si vergognano quasi
    d'essere stati da noi, da una maestra. Dopo due anni di cure, dopo che
    s' amato tanto un bambino,  ci fa tristezza separarci da lui,  ma  si
    dice:  -  Oh  di quello l son sicura;  quello l mi vorr bene.  - Ma
    passano le vacanze, si rientra alla scuola, gli corriamo incontro: - O
    bambino, bambino mio!  - E lui volta il capo da un'altra parte.  - Qui
    la maestra s' interrotta.
    -  Ma  tu  non farai cos piccino?  - ha detto poi,  alzandosi con gli
    occhi umidi,  e baciando mio fratello,  - tu non la volterai la  testa
    dall'altra parte, non  vero? non la rinnegherai la tua povera amica.


    Mia madre.
    10, gioved.

    "In  presenza  della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a
    tua madre!  Che questo non avvenga mai pi,  Enrico,  mai pi!  La tua
    parola irriverente m' entrata nel cuore come una punta d'acciaio.  Io
    pensai a tua madre quando,  anni sono,  stette chinata tutta una notte
    sul  tuo  piccolo letto,  a misurare il tuo respiro,  piangendo sangue
    dall'angoscia e battendo i denti dal terrore, ch credeva di perderti,
    ed io temevo che smarrisse la ragione;  e a quel  pensiero  provai  un
    senso  di  ribrezzo  per  te.  Tu,  offender tua madre!  tua madre che
    darebbe un anno di felicit per risparmiarti  un'ora  di  dolore,  che
    mendicherebbe  per  te,  che si farebbe uccidere per salvarti la vita!
    Senti,  Enrico.  Fissati bene in mente questo pensiero.  Immagina pure
    che  ti  siano  destinati  nella  vita molti giorni terribili;  il pi
    terribile di tutti sar il giorno in cui  perderai  tua  madre.  Mille
    volte, Enrico, quando gi sarai uomo, forte, provato a tutte le lotte,
    tu  la  invocherai,  oppresso  da un desiderio immenso di risentire un
    momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte per gettarviti
    singhiozzando,  come un povero  fanciullo  senza  protezione  e  senza
    conforto.  Come  ti  ricorderai  allora  d'ogni  amarezza che le avrai
    cagionato, e con che rimorsi le sconterai tutte, infelice!  Non sperar
    serenit  nella  tua  vita,  se avrai contristato tua madre.  Tu sarai
    pentito,   le  domanderai  perdono,   venererai  la  sua  memoria;   -
    inutilmente,  - la coscienza non ti dar pace, quella immagine dolce e
    buona avr sempre per te un'espressione di tristezza e  di  rimprovero
    che ti metter l'anima alla tortura.  O Enrico,  bada: questo  il pi
    sacro degli affetti umani,  disgraziato chi lo  calpesta.  L'assassino
    che  rispetta  sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel
    cuore, il pi glorioso degli uomini, che l'addolori e l'offenda, non 
    che una vile creatura.
    Che non t'esca mai pi dalla bocca una dura parola per  colei  che  ti
    diede la vita.  E se una ancora te ne sfuggisse,  non sia il timore di
    tuo padre,  sia l'impulso dell'anima che ti getti  ai  suoi  piedi,  a
    supplicarla  che  col  bacio  del  perdono ti cancelli dalla fronte il
    marchio dell'ingratitudine. Io t'amo, figliuol mio, tu sei la speranza
    pi cara della mia vita; ma vorrei piuttosto vederti morto che ingrato
    a tua madre.  V,  e per un po' di  tempo  non  portarmi  pi  la  tua
    carezza; non te la potrei ricambiare col cuore".
    Tuo padre.


    Il mio compagno Coretti.
    13, domenica.

    Mio padre mi perdon;  ma io rimasi un poco triste, e allora mia madre
    mi mand col figliuolo grande del portinaio a fare una passeggiata sul
    corso.  A met circa del corso,  passando  vicino  a  un  carro  fermo
    davanti  a  una  bottega,  mi  sento chiamare per nome,  mi volto: era
    Coretti, il mio compagno di scuola, con la sua maglia color cioccolata
    e il suo berretto di pelo di gatto tutto sudato e allegro,  che  aveva
    un  gran  carico  di  legna sulle spalle.  Un uomo ritto sul carro gli
    porgeva una bracciata di legna  per  volta,  egli  le  pigliava  e  le
    portava  nella  bottega  di  suo  padre,  dove in fretta e in furia le
    accatastava.
    - Che fai, Coretti? - gli domandai.
    - Non vedi? - rispose,  tendendo le braccia per pigliare il carico,  -
    ripasso la lezione.
    Io  risi.  Ma  egli parlava sul serio,  e presa la bracciata di legna,
    cominci a dire correndo: - Chiamansi "accidenti del verbo...  le  sue
    variazioni secondo il numero... secondo il numero e la persona"...
    E poi,  buttando gi la legna e accatastandola: - "secondo il tempo...
    secondo il tempo a cui si riferisce l'azione"...
    E tornando verso il carro a prendere un'altra bracciata: - "secondo il
    modo in cui l'azione  enunciata".
    Era la nostra lezione di grammatica per il giorno dopo. - Che vuoi,  -
    mi  disse,  -  metto  il tempo a profitto.  Mio padre  andato via col
    garzone per una faccenda. Mia madre  malata.  Tocca a me a scaricare.
    Intanto  ripasso  la  grammatica.  E' una lezione difficile oggi.  Non
    riesco a pestarmela nella testa.
    - Mio padre ha detto che sar qui alle sette  per  darvi  i  soldi,  -
    disse poi all'uomo del carro.
    Il  carro  part.  - Vieni un momento in bottega,  - mi disse Coretti.
    Entrai: era uno stanzone pieno di cataste di legna e di  fascine,  con
    una stadera da una parte. - Oggi  giorno di sgobbo, te lo accerto io,
    - ripigli Coretti;  - debbo fare il lavoro a pezzi e a bocconi. Stavo
    scrivendo le proposizioni,  venuta gente a comprare. Mi son rimesso a
    scrivere,  eccoti il carro.  Questa mattina ho gi fatto due corse  al
    mercato delle legna in piazza Venezia.  Non mi sento pi le gambe e ho
    le mani gonfie.  Starei fresco se avessi il lavoro  di  disegno!  -  E
    intanto  dava  un  colpo di scopa alle foglie secche e ai fuscelli che
    coprivano l'ammattonato.
    - Ma dove lo fai il lavoro, Coretti? - gli domandai.
    - Non qui di certo,  - riprese;  - vieni a vedere;  - e mi condusse in
    uno  stanzino  dietro  la bottega,  che serve da cucina e da stanza da
    mangiare,  con un tavolo in un canto,  dove  ci  aveva  i  libri  e  i
    quaderni,  e  il lavoro incominciato.  - Giusto appunto,  disse,  - ho
    lasciato la  seconda  risposta  per  aria:  "col  cuoio  si  fanno  le
    calzature,  le cinghie"...  Ora ci aggiungo "le valigie". - E presa la
    penna, si mise a scrivere con la sua bella calligrafia.
    - C' nessuno? - s'ud gridare in quel momento dalla bottega.  Era una
    donna che veniva a comprar fascinotti.  - Eccomi, - rispose Coretti; e
    salt di l,  pes i fascinotti,  prese i soldi,  corse in un angolo a
    segnar  la  vendita  in  uno  scartafaccio  e  ritorn  al suo lavoro,
    dicendo: - Vediamo un po' se mi riesce  di  finire  il  periodo.  -  E
    scrisse: "le borse da viaggio, gli zaini per i soldati".
    -  Ah  il  mio  povero caff che scappa via!  - grid all'improvviso e
    corse al fornello a levare la caffettiera dal fuoco.  -  il caff per
    la mamma,  - disse;  - bisogn bene che imparassi a farlo.  Aspetta un
    po' che glie lo portiamo;  cos ti vedr,  le far piacere.  Son sette
    giorni che  a letto...  Accidenti del verbo! Mi scotto sempre le dita
    con questa caffettiera. Che cosa ho da aggiungere dopo gli zaini per i
    soldati?  Ci vuole qualche altra cosa e  non  la  trovo.  Vieni  dalla
    mamma.
    Aperse  un uscio,  entrammo in un'altra camera piccola: c'era la mamma
    di Coretti in un letto grande,  con un fazzoletto  bianco  intorno  al
    capo.
    - Ecco il caff,  mamma, - disse Coretti porgendo la tazza; - questo 
    un mio compagno di scuola.
    - Ah! bravo il signorino, - mi disse la donna; - viene a far visita ai
    malati, non  vero?
    Intanto Coretti accomodava i  guanciali  dietro  alle  spalle  di  sua
    madre,  raggiustava  le  coperte  del  letto,  riattizzava  il  fuoco,
    cacciava il gatto dal cassettone. - Vi occorre altro, mamma? - domand
    poi,  ripigliando la tazza.  - Li avete  presi  i  due  cucchiaini  di
    siroppo?  Quando  non ce ne sar pi dar una scappata dallo speziale.
    Le legna sono scaricate. Alle quattro metter la carne al fuoco,  come
    avete  detto,  e quando passer la donna del burro le dar quegli otto
    soldi. Tutto andr bene, non vi date pensiero.
    - Grazie, figliuolo, - rispose la donna; - povero figliuolo, v!  Egli
    pensa a tutto.
    Volle  che pigliassi un pezzo di zucchero,  e poi Coretti mi mostr un
    quadretto, il ritratto in fotografia di suo padre, vestito da soldato,
    con la medaglia al valore,  che guadagn nel  '66,  nel  quadrato  del
    principe Umberto;  lo stesso viso del figliuolo, con quegli occhi vivi
    e quel sorriso cos allegro.  Tornammo nella cucina.  - Ho trovato  la
    cosa,  -  disse  Coretti,  e  aggiunse sul quaderno: "si fanno anche i
    finimenti dei cavalli". - Il resto lo far stasera,  star levato fino
    a  pi  tardi.  Felice  te  che hai tutto il tempo per studiare e puoi
    ancora andare a passeggio!
    E sempre gaio e lesto,  rientrato in bottega,  cominci a mettere  dei
    pezzi  di  legno  sul  cavalletto  e a segarli per mezzo,  e diceva: -
    Questa  ginnastica!  Altro che  la  "spinta  delle  braccia  avanti".
    Voglio  che  mio  padre trovi tutte queste legna segate quando torna a
    casa: sar contento.  Il male  che dopo aver segato faccio dei "t"  e
    degli  "l",  che  paion serpenti,  come dice il maestro.  Che ci ho da
    fare?  Gli dir che ho dovuto menar le braccia.  Quello che importa  
    che la mamma guarisca presto,  questo s.  Oggi sta meglio,  grazie al
    cielo.  La grammatica la studier domattina al canto  del  gallo.  Oh!
    ecco la carretta coi ceppi! Al lavoro.
    Una  carretta  carica di ceppi si ferm davanti alla bottega.  Coretti
    corse fuori a parlar con l'uomo poi torn. - Ora non posso pi tenerti
    compagnia, - mi disse; - a rivederci domani.  Hai fatto bene a venirmi
    a trovare. Buona passeggiata! Felice te.
    E  strettami la mano,  corse a pigliar il primo ceppo,  e ricominci a
    trottare fra il carro e la bottega,  col viso  fresco  come  una  rosa
    sotto al suo berretto di pel di gatto,  e vispo che metteva allegrezza
    a vederlo Felice te! egli mi disse. Ah no, Coretti,  no: sei tu il pi
    felice,  tu  perch studi e lavori di pi,  perch sei pi utile a tuo
    padre e a tua madre, perch sei pi buono, cento volte pi buono e pi
    bravo di me, caro compagno mio.


    Il Direttore.
    18, venerd.

    Coretti era contento questa mattina perch  venuto  ad  assistere  al
    lavoro d'esame mensile il suo maestro di seconda, Coatti, un omone con
    una grande capigliatura crespa,  una gran barba nera, due grandi occhi
    scuri,  e una voce da bombarda;  il quale minaccia sempre i ragazzi di
    farli a pezzi e di portarli per il collo in Questura, e fa ogni specie
    di facce spaventevoli; ma non castiga mai nessuno, anzi sorride sempre
    dentro  la  barba,  senza  farsi scorgere.  Otto sono,  con Coatti,  i
    maestri,  compreso un supplente piccolo e senza  barba,  che  pare  un
    giovinetto. C' un maestro di quarta, zoppo, imbacuccato in una grande
    cravatta di lana, sempre tutto pieno di dolori, e si prese quei dolori
    quando   era  maestro  rurale,   in  una  scuola  umida  dove  i  muri
    gocciolavano. Un altro maestro di quarta  vecchio e tutto bianco ed 
    stato maestro dei ciechi. Ce n' uno ben vestito, con gli occhiali,  e
    due baffetti biondi,  che chiamavano l'"avvocatino", perch facendo il
    maestro studi da avvocato e prese la laurea,  e fece anche  un  libro
    per  insegnare  a  scriver le lettere.  Invece quello che c'insegna la
    ginnastica  un tipo di soldato,  stato con Garibaldi, e ha sul collo
    la cicatrice d'una  ferita  di  sciabola  toccata  alla  battaglia  di
    Milazzo.
    Poi c' il Direttore, alto, calvo con gli occhiali d'oro, con la barba
    grigia  che  gli  vien  sul  petto,  tutto  vestito  di  nero e sempre
    abbottonato fin sotto il mento;  cos buono coi  ragazzi,  che  quando
    entrano tutti tremanti in Direzione,  chiamati per un rimprovero,  non
    li sgrida,  ma li piglia per le mani,  e dice tante ragioni,  che  non
    dovevan  far  cos,  e  che  bisogna che si pentano,  e che promettano
    d'esser buoni,  e parla con tanta buona maniera e con  una  voce  cos
    dolce  che  tutti  escono  con gli occhi rossi,  pi confusi che se li
    avesse puniti. Povero Direttore,  egli  sempre il primo al suo posto,
    la mattina, a aspettare gli scolari e a dar retta ai parenti, e quando
    i maestri son gi avviati verso casa,  gira ancora intorno alla scuola
    a vedere che i ragazzi non si caccino sotto  le  carrozze,  o  non  si
    trattengan  per  le  strade  a  far querciola,  o a empir gli zaini di
    sabbia o di sassi; e ogni volta che appare a una cantonata,  cos alto
    e nero,  stormi di ragazzi scappano da tutte le parti, piantando l il
    giuoco dei pennini e delle biglie, ed egli li minaccia con l'indice da
    lontano,  con la sua aria amorevole e triste.  Nessuno l'ha pi  visto
    ridere,  dice  mia  madre,  dopo  che  gli  morto il figliuolo ch'era
    volontario nell'esercito;  ed egli ha sempre il suo  ritratto  davanti
    agli occhi,  sul tavolino della Direzione.  E se ne voleva andare dopo
    quella disgrazia;  aveva  gi  fatto  la  sua  domanda  di  riposo  al
    Municipio,  e  la teneva sempre sul tavolino,  aspettando di giorno in
    giorno a mandarla, perch gli rincresceva di lasciare i fanciulli.  Ma
    l'altro  giorno  pareva  deciso,  e  mio  padre  ch'era  con lui nella
    Direzione, gli diceva: - Che peccato che se ne vada, signor Direttore!
    - quando entr un uomo a fare iscrivere un  ragazzo,  che  passava  da
    un'altra  sezione  alla nostra perch aveva cambiato di casa.  A veder
    quel ragazzo il Direttore fece un atto di  meraviglia,  lo  guard  un
    pezzo,  guard il ritratto che tien sul tavolino e torn a guardare il
    ragazzo,  tirandoselo fra le ginocchia e facendogli  alzare  il  viso.
    Quel  ragazzo  somigliava  tutto al suo figliuolo morto.  Il Direttore
    disse: - Va bene; - fece l'iscrizione, conged padre e figlio, e rest
    pensieroso. - Che peccato che se ne vada! - ripet mio padre. E allora
    il Direttore prese la sua domanda di riposo,  la fece in due  pezzi  e
    disse: - Rimango.


    I soldati.
    22, marted.

    Il  suo figliuolo era volontario nell'esercito quando mor: per questo
    il Direttore va sempre sul corso a veder  passare  i  soldati,  quando
    usciamo  dalla  scuola.  Ieri  passava  un  reggimento di fanteria,  e
    cinquanta ragazzi si misero a saltellare intorno alla banda  musicale,
    cantando e battendo il tempo colle righe sugli zaini e sulle cartelle.
    Noi  stavamo  in  un  gruppo,  sul  marciapiede  a  guardare: Garrone,
    strizzato nei suoi vestiti troppo stretti, che addentava un gran pezzo
    di pane; Votini, quello ben vestito,  che si leva sempre i peluzzi dai
    panni;  Precossi,  il  figliuolo del fabbro,  con la giacchetta di suo
    padre,  e il calabrese,  e il muratorino,  e Crossi con la  sua  testa
    rossa, e Franti con la sua faccia tosta, e anche Robetti, il figliuolo
    del capitano d'artiglieria,  quello che salv un bambino dall'omnibus,
    e che ora cammina con le stampelle.
    Franti fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava. Ma subito
    si sent la mano d'un uomo sulla spalla: si volt: era il Direttore. -
    Bada,  - gli disse il Direttore;  - schernire un soldato quand' nelle
    file,  che  non  pu n vendicarsi n rispondere,   come insultare un
    uomo legato:  una vilt.  - Franti scomparve.  I soldati passavano  a
    quattro  a  quattro,   sudati  e  coperti  di  polvere,   e  i  fucili
    scintillavano al sole.  Il Direttore disse: - Voi dovete voler bene ai
    soldati,  ragazzi.  Sono  i nostri difensori,  quelli che andrebbero a
    farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il
    nostro paese. Sono ragazzi anch'essi,  hanno pochi anni pi di voi;  e
    anch'essi vanno a scuola;  e ci sono poveri e signori,  fra loro, come
    fra voi, e vengono da tutte le parti d'Italia. Vedete, si posson quasi
    riconoscere al viso: passano dei Siciliani, dei Sardi, dei Napoletani,
    dei Lombardi. Questo poi  un reggimento vecchio,  di quelli che hanno
    combattuto  nel 1848.  I soldati non son pi quelli,  ma la bandiera 
    sempre la stessa. Quanti erano gi morti per il nostro paese intorno a
    quella bandiera venti anni prima che voi nasceste!  -  Eccola  qui,  -
    disse  Garrone.  E  infatti  si  vedeva poco lontano la bandiera,  che
    veniva innanzi, al di sopra delle teste dei soldati.  - Fate una cosa,
    figliuoli,  - disse il Direttore,  - fate il vostro saluto di scolari,
    con la mano alla fronte,  quando passano i tre colori.  - La bandiera,
    portata da un ufficiale,  ci pass davanti, tutta lacera e stinta, con
    le medaglie  appese  all'asta.  Noi  mettemmo  la  mano  alla  fronte,
    tutt'insieme.  L'ufficiale  ci  guard,  sorridendo,  e ci restitu il
    saluto con la mano. - Bravi,  ragazzi,  - disse uno dietro di noi.  Ci
    voltammo  a  guardare:  era  un  vecchio  che  aveva all'occhiello del
    vestito il nastrino azzurro della campagna  di  Crimea:  un  ufficiale
    pensionato.  - Bravi, - disse, - avete fatto una cosa bella. - Intanto
    la banda del reggimento svoltava in fondo al corso,  circondata da una
    turba  di  ragazzi,  e  cento  grida allegre accompagnavan gli squilli
    delle trombe come un canto di guerra.  - Bravi,  - ripet  il  vecchio
    ufficiale, guardandoci; - chi rispetta la bandiera da piccolo la sapr
    difender da grande.


    Il protettore di Nelli.
    23, mercoled.

    Anche Nelli,  ieri, guardava i soldati, povero gobbino, ma con un'aria
    cos, come se pensasse: - Io non potr esser mai un soldato!  - Egli 
    buono,  studia;  ma  cos magrino e smorto, e respira a fatica. Porta
    sempre un lungo grembiale di tela nera lucida. Sua madre  una signora
    piccola a bionda,  vestita di nero,  e  vien  sempre  a  prenderlo  al
    "finis",  perch  non  esca  nella  confusione,  con  gli altri;  e lo
    accarezza.  I primi giorni,  perch ha quella disgrazia d'esser gobbo,
    molti  ragazzi  lo  beffavano  e  gli picchiavan sulla schiena con gli
    zaini;  ma egli non si rivoltava mai,  e non diceva mai  nulla  a  sua
    madre,  per  non  darle  quel  dolore  di sapere che suo figlio era lo
    zimbello dei compagni;  lo schernivano,  ed egli  piangeva  e  taceva,
    appoggiando  la  fronte  sul banco.  Ma una mattina salt su Garrone e
    disse: - Il primo che tocca Nelli  gli  do  uno  scapaccione  che  gli
    faccio far tre giravolte! - Franti non gli bad, lo scapaccione part,
    l'amico  fece  le  tre  giravolte,  e  dopo d'allora nessuno tocc pi
    Nelli. Il maestro gli mise Garrone vicino, nello stesso banco. Si sono
    fatti amici. Nelli s' affezionato molto a Garrone. Appena entra nella
    scuola,  cerca subito se c' Garrone.  Non va mai via  senza  dire:  -
    Addio,  Garrone.  -  E  cos  fa Garrone con lui.  Quando Nelli lascia
    cascar la penna o un libro sotto il banco,  subito,  perch non faccia
    fatica a chinarsi, Garrone si china e gli porge il libro o la penna; e
    poi l'aiuta a rimetter la roba nello zaino, e a infilarsi il cappotto.
    Per  questo  Nelli  gli  vuol  bene,  e lo guarda sempre,  e quando il
    maestro lo loda  contento,  come se  lodasse  lui.  Ora  bisogna  che
    Nelli,  finalmente, abbia detto tutto a sua madre, e degli scherni dei
    primi giorni e di quello che gli facevan patire,  e poi  del  compagno
    che  lo  difese  e che gli ha posto affetto,  perch,  ecco quello che
    accadde questa mattina.  Il maestro mi mand a portare al Direttore il
    programma  della  lezione,  mezz'ora  prima  del  "finis",  ed  io ero
    nell'ufficio quando entr una signora bionda e  vestita  di  nero,  la
    mamma di Nelli,  la quale disse: - Signor Direttore,  c' nella classe
    del mio figliuolo un ragazzo che si chiama Garrone?  - C',  - rispose
    il Direttore. - Vuol aver la bont di farlo venire un momento qui, che
    gli ho da dire una parola? - Il Direttore chiam il bidello e lo mand
    in  iscuola,  e  dopo  un minuto ecco l Garrone sull'uscio con la sua
    testa grossa e rapata, tutto stupito.  Appena lo vide,  la signora gli
    corse incontro,  gli gett le mani sulle spalle e gli diede tanti baci
    sulla testa dicendo: - Sei tu, Garrone, l'amico del mio figliuolo,  il
    protettore del mio povero bambino,  sei tu,  caro,  bravo ragazzo, sei
    tu!  - Poi frug in furia nelle tasche e nella borsa,  e non  trovando
    nulla, si stacc dal collo una catenella con una crocina, e la mise al
    collo di Garrone,  sotto la cravatta, e gli disse: - Prendila, portala
    per mia memoria, caro ragazzo,  per memoria della mamma di Nelli,  che
    ti ringrazia e ti benedice.
    Il primo della classe.
    25, venerd.

    Garrone s'attira l'affetto di tutti;  Derossi, l'ammirazione. Ha preso
    la prima medaglia, sar sempre il primo anche quest'anno,  nessuno pu
    competer  con  lui,  tutti  riconoscono la sua superiorit in tutte le
    materie. E' il primo in aritmetica, in grammatica, in composizione, in
    disegno,  capisce ogni cosa al  volo,  ha  una  memoria  meravigliosa,
    riesce  in  tutto  senza  sforzo,  pare che lo studio sia un gioco per
    lui...  Il maestro gli disse ieri: - Hai avuto dei grandi doni da Dio,
    non  hai  altro  da  fare che non sciuparli.  - E per di pi  grande,
    bello,  con una gran corona di riccioli biondi,  lesto  che  salta  un
    banco appoggiandovi una mano su; e sa gi tirare di scherma. Ha dodici
    anni,   figliuolo d'un negoziante,  va sempre vestito di turchino con
    dei bottoni dorati, sempre vivo, allegro, grazioso con tutti,  e aiuta
    quanti  pu  all'esame,  e  nessuno  ha  mai osato fargli uno sgarbo o
    dirgli una brutta parola.  Nobis e Franti  soltanto  lo  guardano  per
    traverso  e  Votini  schizza  invidia  dagli  occhi;  ma  egli  non se
    n'accorge neppure.  Tutti gli sorridono e lo pigliano per una  mano  o
    per  un  braccio quando va attorno a raccogliere i lavori,  con quella
    sua  maniera  graziosa.  Egli  regala  dei  giornali  illustrati,  dei
    disegni,  tutto  quello  che  a  casa regalano a lui,  ha fatto per il
    calabrese una piccola carta geografica  delle  Calabrie;  e  d  tutto
    ridendo,  senza badarci,  come un gran signore, senza predilezioni per
    alcuno. E' impossibile non invidiarlo,  non sentirsi da meno di lui in
    ogni cosa.  Ah!  io pure, come Votini, l'invidio. E provo un'amarezza,
    quasi un certo dispetto contro di lui, qualche volta,  quando stento a
    fare  il  lavoro a casa,  e penso che a quell'ora egli l'ha gi fatto,
    benissimo e senza fatica. Ma poi, quando torno alla scuola,  a vederlo
    cos  bello,   ridente,   trionfante,  a  sentir  come  risponde  alle
    interrogazioni del maestro franco e sicuro,  e com'  cortese  e  come
    tutti gli voglion bene,  allora ogni amarezza, ogni dispetto mi va via
    dal cuore,  e mi  vergogno  d'aver  provato  quei  sentimenti.  Vorrei
    essergli  sempre vicino allora;  vorrei poter fare tutte le scuole con
    lui;  la sua presenza,  la sua  voce  mi  mette  coraggio,  voglia  di
    lavorare,  allegrezza,  piacere.  Il maestro gli ha dato da copiare il
    racconto mensile che legger domani:  La  piccola  vedetta  lombarda.;
    egli lo copiava questa mattina,  ed era commosso da quel fatto eroico,
    tutto acceso nel viso, cogli occhi umidi e con la bocca tremante; e io
    lo guardavo,  com'era bello e nobile!  Con che piacere gli avrei detto
    sul viso,  francamente: - Derossi,  tu vali in tutto pi di me! Tu sei
    un uomo a confronto mio! Io ti rispetto e ti ammiro!


    La piccola vedetta lombarda.
    Racconto mensile.
    26, sabato.

    Nel 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia,  pochi
    giorni  dopo  la  battaglia  di  Solferino  e  San Martino,  vinta dai
    Francesi e dagli Italiani contro gli Austriaci, in una bella mattinata
    del mese di giugno,  un piccolo drappello di cavalleggieri di  Saluzzo
    andava  di  lento passo,  per un sentiero solitario,  verso il nemico,
    esplorando attentamente la campagna.
    Guidavano il drappello un ufficiale e un sergente,  e tutti guardavano
    lontano, davanti a s, con occhio fisso, muti, preparati a veder da un
    momento  all'altro  biancheggiare  fra  gli  alberi  le  divise  degli
    avamposti nemici. Arrivarono cos a una casetta rustica, circondata di
    frassini,  davanti alla quale se ne stava tutto solo un ragazzo  d'una
    dozzina d'anni,  che scortecciava un piccolo ramo con un coltello, per
    farsene un bastoncino; da una finestra della casa spenzolava una larga
    bandiera tricolore; dentro non c'era nessuno: i contadini, messa fuori
    la bandiera, erano scappati, per paura degli Austriaci. Appena visti i
    cavalleggieri, il ragazzo butt via il bastone e si lev il berretto.
    Era un bel ragazzo,  di viso ardito,  con gli occhi grandi e  celesti,
    coi capelli biondi e lunghi;  era in maniche di camicia, e mostrava il
    petto nudo.
    - Che fai qui?  - gli domand  l'ufficiale,  fermando  il  cavallo.  -
    Perch non sei fuggito con la tua famiglia?
    -  Io  non  ho famiglia,  - rispose il ragazzo.  - Sono un trovatello.
    Lavoro un po' per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra.
    - Hai visto passare degli Austriaci?
    - No, da tre giorni.
    L'ufficiale stette un poco pensando;  poi  salt  gi  da  cavallo,  e
    lasciati  i  soldati l,  rivolti verso il nemico,  entr nella casa e
    sal sul tetto...  La casa era bassa;  dal tetto non si vedeva che  un
    piccolo  tratto  di  campagna.  - Bisogna salir sugli alberi,  - disse
    l'ufficiale,  e  discese.  Proprio  davanti  all'aia  si  drizzava  un
    frassino  altissimo  e  sottile,  che dondolava la vetta nell'azzurro.
    L'ufficiale rimase un po' sopra pensiero, guardando ora l'albero ora i
    soldati; poi tutt'a un tratto domand al ragazzo:
    - Hai buona vista, tu, monello?
    - Io? - rispose il ragazzo. - Io vedo un passerotto lontano un miglio.
    - Saresti buono a salire in cima a quell'albero?
    - In cima a quell'albero? io? In mezzo minuto ci salgo.
    - E sapresti dirmi quello che vedi di lass,  se c' soldati austriaci
    da quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?
    - Sicuro che saprei.
    - Che cosa vuoi per farmi questo servizio?
    -  Che  cosa voglio?  - disse il ragazzo sorridendo.  - Niente.  Bella
    cosa!  E poi...  se fosse per i "tedeschi",  a nessun patto;  ma per i
    nostri! Io sono lombardo.
    - Bene. Va su dunque.
    - Un momento, che mi levi le scarpe.
    Si lev le scarpe,  si strinse la cinghia dei calzoni, butt nell'erba
    il berretto e abbracci il tronco del frassino - Ma bada...  - esclam
    l'ufficiale,  facendo  l'atto di trattenerlo,  come preso da un timore
    improvviso.
    Il ragazzo si volt a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto
    interrogativo.
    - Niente, - disse l'ufficiale; - va su.
    Il ragazzo and su, come un gatto.
    - Guardate davanti a voi, - grid l'ufficiale ai soldati.
    In pochi momenti il ragazzo fu sulla cima  dell'albero,  avviticchiato
    al fusto, con le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole
    gli batteva sul capo biondo,  che pareva d'oro.  L'ufficiale lo vedeva
    appena, tanto era piccino lass.
    - Guarda dritto e lontano, - grid l'ufficiale.
    Il ragazzo,  per veder meglio,  stacc la mano destra dall'albero e se
    la mise alla fronte.
    - Che cosa vedi? - domand l'ufficiale.
    Il  ragazzo  chin  il viso verso di lui,  e facendosi portavoce della
    mano, rispose: - Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.
    - A che distanza di qui?
    - Mezzo miglio.
    - Movono?
    - Son fermi.
    - Che altro vedi? - domand l'ufficiale,  dopo un momento di silenzio.
    - Guarda a destra.
    Il ragazzo guard a destra.
    Poi disse: - Vicino al cimitero,  tra gli alberi, c' qualche cosa che
    luccica.
    Paiono baionette.
    - Vedi gente?
    - No. Saran nascosti nel grano.
    In quel momento un fischio di palla acutissimo pass alto per l'aria e
    and a morire lontano dietro alla casa.
    - Scendi,  ragazzo!  - grid l'ufficiale.  - T'han visto.  Non  voglio
    altro. Vien gi.
    - Io non ho paura, - rispose il ragazzo.
    - Scendi... - ripet l'ufficiale, - che altro vedi, a sinistra?
    - A sinistra?
    - S,  a sinistra Il ragazzo sporse il capo a sinistra;  in quel punto
    un altro fischio pi acuto e pi basso del  primo  tagli  l'aria.  Il
    ragazzo si riscosse tutto.  - Accidenti!  - esclam. - L'hanno proprio
    con me! - La palla gli era passata poco lontano.
    - Scendi! - grid l'ufficiale, imperioso e irritato.
    - Scendo subito,  - rispose il ragazzo.  - Ma l'albero mi ripara,  non
    dubiti. A sinistra, vuole sapere?
    - A sinistra, - rispose l'ufficiale; - ma scendi.
    - A sinistra,  - grid il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte,
    - dove c' una cappella, mi par di veder...
    Un terzo fischio rabbioso pass in alto,  e quasi ad un punto si  vide
    il ragazzo venir gi, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami,
    e poi precipitando a capo fitto colle braccia aperte.
    - Maledizione! - grid l'ufficiale, accorrendo.
    Il  ragazzo  batt la schiena per terra e rest disteso con le braccia
    larghe,  supino;  un rigagnolo di sangue gli  sgorgava  dal  petto,  a
    sinistra.   Il  sergente  e  due  soldati  saltaron  gi  da  cavallo;
    l'ufficiale si chin e gli apr la camicia: la palla gli  era  entrata
    nel polmone sinistro. - E' morto! - esclam l'ufficiale. - No, vive! -
    rispose  il sergente.  - Ah!  povero ragazzo!  bravo ragazzo!  - grid
    l'ufficiale; - coraggio!  coraggio!  - Ma mentre gli diceva coraggio e
    gli premeva il fazzoletto sulla ferita,  il ragazzo stralun gli occhi
    e abbandon il capo: era morto.  L'ufficiale impallid,  e  lo  guard
    fisso  per  un momento;  poi lo adagi col capo sull'erba;  s'alz,  e
    stette a guardarlo;  anche il sergente e i due soldati,  immobili,  lo
    guardavano: gli altri stavan rivolti verso il nemico.
    - Povero ragazzo!  - ripet tristemente l'ufficiale.  - Povero e bravo
    ragazzo!
    Poi s'avvicin alla casa, lev dalla finestra la bandiera tricolore, e
    la distese come un drappo funebre sul piccolo morto,  lasciandogli  il
    viso scoperto.  Il sergente raccolse a fianco del morto le scarpe,  il
    berretto, il bastoncino e il coltello.
    Stettero ancora un momento silenziosi;  poi l'ufficiale si rivolse  al
    sergente  e  gli  disse:  - Lo manderemo a pigliare dall'ambulanza;  
    morto da soldato: lo seppelliranno i soldati.  - Detto questo mand un
    bacio al morto con un atto della mano,  e grid: - A cavallo.  - Tutti
    balzarono in sella, il drappello si riun e riprese il suo cammino.
    E poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra.
    Al tramontar  del  sole,  tutta  la  linea  degli  avamposti  italiani
    s'avanzava  verso  il  nemico,  e  per  lo  stesso cammino percorso la
    mattina dal drappello di cavalleria,  procedeva su due file un  grosso
    battaglione  di  bersaglieri,  il quale,  pochi giorni innanzi,  aveva
    valorosamente rigato di sangue il colle di  San  Martino.  La  notizia
    della  morte  del  ragazzo  era  gi  corsa fra quei soldati prima che
    lasciassero  gli  accampamenti.  Il  sentiero,   fiancheggiato  da  un
    rigagnolo,  passava  a  pochi  passi di distanza dalla casa.  Quando i
    primi ufficiali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso  ai
    piedi  del frassino e coperto dalla bandiera tricolore,  lo salutarono
    con la sciabola; e uno di essi si chin sopra la sponda del rigagnolo,
    ch'era tutta fiorita, strapp due fiori e glieli gett. Allora tutti i
    bersaglieri,  via via  che  passavano,  strapparono  dei  fiori  e  li
    gettarono al morto.  In pochi minuti il ragazzo fu coperto di fiori, e
    ufficiali e soldati gli mandavan tutti un saluto  passando:  -  Bravo,
    piccolo lombardo!  - Addio,  ragazzo!  - A te,  biondino!  - Evviva! -
    Gloria!  - Addio!  - Un ufficiale gli gett la sua medaglia al valore,
    un  altro  and  a  baciargli  la  fronte.  E  i  fiori continuavano a
    piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo.  Ed
    egli se ne dormiva l nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso
    bianco  e  quasi  sorridente,  povero  ragazzo,  come se sentisse quei
    saluti, e fosse contento d'aver dato la vita per la sua Lombardia.


    I poveri.
    29, marted.

    "Dare la vita per il proprio paese,  come il ragazzo lombardo,    una
    grande virt, ma tu non trascurare le virt piccole, figliuolo. Questa
    mattina,  camminando  davanti  a  me  quando  tornavamo  dalla scuola,
    passasti accanto a una povera,  che teneva fra le ginocchia un bambino
    stentito e smorto, e che ti domand l'elemosina. Tu la guardasti e non
    le desti nulla,  e pure ci avevi dei soldi in tasca. Senti, figliuolo.
    Non abituarti a passare indifferente davanti alla miseria che tende la
    mano,  e tanto meno davanti a una madre che chiede un soldo per il suo
    bambino.  Pensa che forse quel bambino aveva fame!  pensa allo strazio
    di quella povera donna.  Te lo immagini il singhiozzo disperato di tua
    madre,  quando  un  giorno ti dovesse dire.  - Enrico,  oggi non posso
    darti nemmen del pane? - Quand'io do un soldo a un mendico, ed egli mi
    dice.  - Dio conservi la salute a lei e alle sue creature!  -  tu  non
    puoi  comprendere la dolcezza che mi danno al cuore quelle parole,  la
    gratitudine che sento per quel povero.  Mi par davvero che  quel  buon
    augurio debba conservarsi in buona salute per molto tempo, e ritorno a
    casa contento.  e penso: Oh! quel povero m'ha reso assai pi di quanto
    gli ho dato!  Ebbene,  fa ch'io senta qualche volta quel buon  augurio
    provocato,  meritato  da  te,  togli  tratto tratto un soldo dalla tua
    piccola borsa per lasciarlo  cadere  nella  mano  d'un  vecchio  senza
    sostegno,  d'una  madre senza pane,  d'un bimbo senza madre.  I poveri
    amano l'elemosina dei  ragazzi  perch  non  li  umilia,  e  perch  i
    ragazzi,  che han bisogno di tutti, somigliano a loro. Vedi che ce n'
    sempre intorno alle scuole,  dei poveri.  L'elemosina d'un uomo    un
    atto di carit, ma quella d'un fanciullo  insieme un atto di carit e
    una  carezza,  capisci?   come se dalla sua mano cadessero insieme un
    soldo e un fiore. Pensa che a te non manca nulla,  ma che a loro manca
    tutto;  che  mentre tu vuoi esser felice,  a loro basta di non morire.
    Pensa che  un orrore che in mezzo a tanti palazzi,  per le  vie  dove
    passan  carrozze  e bambini vestiti di velluto,  ci siano delle donne,
    dei bimbi che non hanno da mangiare.  Non aver da mangiare,  Dio  mio!
    Dei ragazzi come te, buoni come te, intelligenti come te, che in mezzo
    a  una  grande  citt  non  han da mangiare,  come belve perdute in un
    deserto! Oh mai pi,  Enrico,  non passare mai pi davanti a una madre
    che mndica senza metterle un soldo nella mano!"
    Tua madre.









    DICEMBRE.

    Il trafficante.
    1, gioved.

    Mio  padre vuole che ogni giorno di vacanza io mi faccia venire a casa
    uno d miei compagni,  o che vada a trovarlo,  per farmi a poco a poco
    amico di tutti.
    Domenica  andr a passeggiare con Votini,  quello ben vestito,  che si
    liscia sempre,  e che ha tanta invidia  di  Derossi.  Oggi  intanto  
    venuto  a  casa  Garoffi,  quello  lungo e magro,  col naso a becco di
    civetta e gli occhi piccoli e furbi,  che par che frughino per  tutto.
    E' figliuolo d'un droghiere. E' un bell'originale. Egli conta sempre i
    soldi  che ha in tasca,  conta sulle dita lesto lesto,  e fa qualunque
    moltiplicazione senza tavola  pitagorica.  E  rammucchia,  ha  gi  un
    libretto della Cassa scolastica di risparmio. Sfido, non spende mai un
    soldo,  e  se  gli  casca  un  centesimo  sotto i banchi,   capace di
    cercarlo per una settimana.  Fa come le  gazze,  dice  Derossi.  Tutto
    quello che trova,  penne logore,  francobolli usati, spilli, colaticci
    di candele,  tutto raccatta.  Son gi pi di due  anni  che  raccoglie
    francobolli,  e  n'ha  gi delle centinaia d'ogni paese,  in un grande
    album, che vender poi al libraio, quando sar tutto pieno. Intanto il
    libraio gli d i quaderni gratis perch  egli  conduce  molti  ragazzi
    alla sua bottega.  In iscuola traffica sempre,  fa ogni giorno vendite
    d'oggetti,  lotterie,  baratti;  poi si pente del baratto e rivuole la
    sua roba; compra per due e smercia per quattro; gioca ai pennini e non
    perde  mai;  rivende giornali vecchi al tabaccaio,  e ha un quadernino
    dove nota i suoi affari,  tutto pieno di somme e di sottrazioni.  Alla
    scuola  non  studia che l'aritmetica,  e se desidera la medaglia non 
    che per aver l'entrata gratis al teatro delle marionette.  A me piace,
    mi diverte. Abbiamo giocato a fare il mercato, coi pesi e le bilancie:
    egli sa il prezzo giusto di tutte le cose, conosce i pesi e fa dei bei
    cartocci  spedito,  come i bottegai.  Dice che appena finite le scuole
    metter su un negozio,  un commercio nuovo,  che ha inventato lui.  E'
    stato  tutto  contento ch gli ho dato dei francobolli esteri,  e m'ha
    detto appuntino quando si rivende  ciascuno  per  le  collezioni.  Mio
    padre,  fingendo  di  legger  la  gazzetta,  lo stava a sentire,  e si
    divertiva.
    Egli ha sempre le tasche  gonfie  delle  sue  piccole  mercanzie,  che
    ricopre con un lungo mantello nero, e par continuamente sopra pensiero
    e affaccendato,  come un negoziante. Ma quello che gli sta pi a cuore
     la sua collezione di francobolli: questa  il suo tesoro, e ne parla
    sempre,  come se dovesse cavarne una fortuna.  I  compagni  gli  danno
    dell'avaraccio,  dell'usuraio.  Io non so.  Gli voglio bene, m'insegna
    molte cose, mi sembra un uomo.  Coretti,  il figliuolo del rivenditore
    di  legna,  dice  ch'egli  non  darebbe i suoi francobolli neanche per
    salvar la vita a sua madre. Mio padre non lo crede. - Aspetta ancora a
    giudicarlo, - m'ha detto; - egli ha quella passione; ma ha cuore.


    Vanit.
    5, luned.

    Ieri andai a far la passeggiata per il viale di Rivoli  con  Votini  e
    suo padre.
    Passando per via Dora Grossa, vedemmo Stardi, quello che tira calci ai
    disturbatori,  fermo impalato davanti a una vetrina di librario, cogli
    occhi fissi sopra una carta geografica;  e chi sa da quanto tempo  era
    l,  perch  egli  studia  anche per la strada: ci rese a mala pena il
    saluto, quel rusticone.
    Votini era vestito bene, anche troppo: aveva gli stivali di marocchino
    trapunti di rosso,  un vestito  con  ricami  e  nappine  di  seta,  un
    cappello di castoro bianco e l'orologio.  E si pavoneggiava. Ma la sua
    vanit doveva capitar male questa volta.  Dopo aver corso un bel pezzo
    su  per  il  viale,  lasciandoci molto addietro suo padre,  che andava
    adagio,  ci fermammo a un sedile  di  pietra,  accanto  a  un  ragazzo
    vestito modestamente, che pareva stanco, e pensava, col capo basso. Un
    uomo,  che doveva essere suo padre,  andava e veniva sotto gli alberi,
    leggendo la gazzetta. Ci sedemmo.  Votini si mise tra me e il ragazzo.
    E  subito  si ricord d'essere vestito bene,  e volle farsi ammirare e
    invidiare dal suo vicino.
    Alz un piede e mi disse: - Hai visto i miei stivali da  ufficiale?  -
    Lo disse per farli guardar da quell'altro. Ma quegli non gli bad.
    Allora  abbass  il  piede,  e mi mostr le sue nappine di seta,  e mi
    disse, guardando di sott'occhio il ragazzo, che quelle nappine di seta
    non gli piacevano,  e che le volea far cambiare in bottoni  d'argento.
    Ma il ragazzo non guard neppure le nappine.
    Votini  allora  si  mise  a  far girare sulla punta dell'indice il suo
    bellissimo cappello di castoro bianco.  Ma il ragazzo,  pareva che  lo
    facesse per punto, non degn d'uno sguardo nemmeno il cappello.
    Votini,  che si cominciava a stizzire, tir fuori l'orologio l'aperse,
    mi fece veder le rote.  Ma quegli non volt la testa.  - E'  d'argento
    dorato?  - gli domandai.  - No,  - rispose,  -  d'oro.  - Ma non sar
    tutto d'oro, - dissi,  - ci sar anche dell'argento.  - Ma no!  - egli
    ribatt; - e per costringere il ragazzo a guardare gli mise l'orologio
    davanti al viso e gli disse: - D tu,  guarda,  non  vero che  tutto
    d'oro?
    Il ragazzo rispose secco: - Non lo so.
    - Oh! oh! - esclam Votini, pien di rabbia, - che superbia!
    Mentre diceva questo,  sopraggiunse suo padre,  che sent:  guard  un
    momento  fisso  quel  ragazzo,  poi  disse bruscamente al figliuolo: -
    Taci; - e chinatosi al suo orecchio soggiunse: - E' cieco.
    Votini balz in piedi,  con un fremito,  e guard il ragazzo nel viso.
    Aveva le pupille vitree, senza espressione, senza sguardo.
    Votini  rimase  avvilito,  senza  parola,  con gli occhi a terra.  Poi
    balbett: - Mi rincresce... non lo sapevo.
    Ma il cieco,  che aveva capito tutto,  disse con un  sorriso  buono  e
    malinconico:
    - Oh! non fa nulla.
    Ebbene,    vano;  ma  non ha mica cattivo cuore Votini.  Per tutta la
    passeggiata non rise pi.


    La prima nevicata.
    10, sabato.

    Addio passeggiate a Rivoli.  Ecco la bella amica dei ragazzi!  Ecco la
    prima  neve!  Fin  da ieri sera vien gi a fiocchi fitti e larghi come
    fiori di gelsomino.  Era un piacere questa mattina alla scuola vederla
    venire contro le vetrate e ammontarsi sui davanzali;  anche il maestro
    guardava e si fregava le mani,  e tutti eran contenti pensando a  fare
    alle palle,  e al ghiaccio che verr dopo,  e al focolino di casa. Non
    c'era che Stardi che non ci badasse, tutto assorto nella lezione,  coi
    pugni  stretti  alle  tempie.  Che bellezza,  che festa fu all'uscita!
    tutti a scavallar per la strada,  gridando e sbracciando,  e a pigliar
    manate  di  neve  e a zampettarci dentro come cagnolini nell'acqua.  I
    parenti che aspettavan fuori avevano gli ombrelli bianchi,  la guardia
    civica  aveva l'elmetto bianco,  tutti i nostri zaini in pochi momenti
    furon bianchi.
    Tutti  parevan  fuor  di  s  dall'allegrezza,  perfino  Precossi,  il
    figliuolo  del fabbro,  quello pallidino che non ride mai,  e Robetti,
    quello che salv il bimbo dall'omnibus,  poverino,  che saltellava con
    le sue stampelle.  Il calabrese, che non aveva mai toccato neve, se ne
    fece una pallottola e si mise a mangiarla come una pesca;  Crossi,  il
    figliuolo  dell'erbivendola,  se  n'emp lo zaino;  e il muratorino ci
    fece scoppiar da ridere,  quando mio padre lo invit a venir domani  a
    casa  nostra:  egli  aveva  la  bocca  piena di neve,  e non osando n
    sputarla n mandarla gi,  stava  l  ingozzato  a  guardarci,  e  non
    rispondeva.
    Anche le maestre uscivan dalla scuola di corsa,  ridendo; anche la mia
    maestra  di  prima  superiore,   poveretta,   correva  a  traverso  al
    nevischio,  riparandosi  il  viso  col  suo velo verde,  e tossiva.  E
    intanto centinaia di ragazze della sezione vicina passavano strillando
    e galoppando su quel tappeto candido,  e i maestri e i  bidelli  e  la
    guardia  gridavano:  - A casa!  A casa!  - ingoiando fiocchi di neve e
    imbiancandosi i baffi e la barba.  Ma  anch'essi  ridevano  di  quella
    baldoria di scolari che festeggiavan l'inverno...


    "Voi  festeggiate l'inverno...  Ma ci son dei ragazzi che non hanno n
    panni,  n scarpe,  n fuoco.  Ce ne son migliaia i quali scendono  ai
    villaggi,  con  un lungo cammino,  portando nelle mani sanguinanti dai
    geloni un pezzo di legno per riscaldare la scuola.  Ci sono  centinaia
    di scuole quasi sepolte fra la neve, nude e tetre come spelonche, dove
    i  ragazzi soffocano dal fumo o battono i denti dal freddo,  guardando
    con  terrore  i  fiocchi  bianchi  che  scendono   senza   fine,   che
    s'ammucchiano senza posa sulle loro capanne lontane,  minacciate dalle
    valanghe. Voi festeggiate l'inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di
    creature a cui l'inverno porta la miseria e la morte".
    Tuo padre.


    Il muratorino.
    11, domenica.

    Il muratorino  venuto oggi,  in cacciatora,  tutto  vestito  di  roba
    smessa di suo padre, ancora bianca di calcina e di gesso. Mio padre lo
    desiderava anche pi di me che venisse.  Come ci fece piacere!  Appena
    entrato,  si lev il cappello a cencio ch'era tutto bagnato di neve  e
    se lo ficc in un taschino; poi venne innanzi, con quella sua andatura
    trascurata d'operaio stanco, rivolgendo qua e l il visetto tondo come
    una  mela,  col  suo  naso  a  pallottola;  e  quando fu nella sala da
    desinare, data un'occhiata in giro ai mobili,  e fissati gli occhi sur
    un quadretto che rappresenta Rigoletto, un buffone gobbo, fece il muso
    di  lepre.  E'  impossibile  trattenersi dal ridere a vedergli fare il
    muso di lepre.  Ci mettemmo a giocare coi legnetti: egli ha un'abilit
    straordinaria a far torri e ponti,  che par che stian su per miracolo,
    e ci lavora tutto serio,  con la pazienza di un uomo.  Fra una torre e
    l'altra,  mi  disse  della  sua famiglia: stanno in una soffitta,  suo
    padre va alle scuole serali a imparar a leggere, sua madre  biellese.
    E gli debbono voler bene, si capisce,  perch  vestito cos da povero
    figliuolo,  ma ben riparato dal freddo,  coi panni ben rammendati, con
    la cravatta annodata bene dalla mano  di  sua  madre.  Suo  padre,  mi
    disse,    un  pezzo  d'uomo,  un gigante,  che stenta a passar per le
    porte;  ma buono,  e chiama sempre il  figliuolo  muso  di  lepre;  il
    figliuolo,  invece,   piccolino. Alle quattro si fece merenda insieme
    con pane e zebibbo,  seduti sul sof,  e quando  ci  alzammo,  non  so
    perch,  mio  padre  non  volle  che  ripulissi  la  spalliera  che il
    muratorino aveva  macchiata  di  bianco  con  la  sua  giacchetta:  mi
    trattenne la mano e ripul poi lui, di nascosto.
    Giocando,  il  muratorino perdette un bottone della cacciatora,  e mia
    madre glie l'attacc,  ed egli si fece rosso e stette a vederla cucire
    tutto meravigliato e confuso,  trattenendo il respiro. Poi gli diedi a
    vedere degli album di caricature ed egli, senz'avvedersene, imitava le
    smorfie di quelle facce,  cos bene,  che anche mio padre rideva.  Era
    tanto contento quando and via, che dimentic di rimettersi in capo il
    berretto a cencio,  e arrivato sul pianerottolo,  per mostrarmi la sua
    gratitudine mi fece ancora una volta il muso di lepre.  Egli si chiama
    Antonio Rabucco, e ha otto anni e otto mesi...


    "Lo  sai,  figliuolo,  perch non volli che ripulissi il sof?  Perch
    ripulirlo,  mentre  il  tuo  compagno  vedeva,  era  quasi  un  fargli
    rimprovero d'averlo insudiciato. E questo non stava bene, prima perch
    non l'aveva fatto apposta, e poi perch l'aveva fatto coi panni di suo
    padre,  il  quale  se  li    ingessati lavorando;  e quello che si fa
    lavorando non  sudiciume:  polvere,   calce,    vernice,    tutto
    quello che vuoi,  ma non sudiciume.  Il lavoro non insudicia.  Non dir
    mai d'un operaio che vien dal lavoro: - E' sporco.  - Devi dire: -  Ha
    sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli bene
    al  muratorino,  prima  perch  tuo compagno,  poi perch  figliuolo
    d'un operaio".
    Tuo padre.


    Una palla di neve.
    16, venerd.

    E sempre nevica, nevica. Segu un brutto caso, questa mattina,  con la
    neve,  all'uscir dalla scuola.  Un branco di ragazzi,  appena sboccati
    sul Corso, si misero a tirar palle, con quella neve acquosa, che fa le
    palle sode e pesanti come pietre. Molta gente passava sul marciapiedi.
    Un signore grid: - Smettete,  monelli!  - e proprio in quel punto  si
    ud un grido acuto dall'altra parte della strada, e si vide un vecchio
    che aveva perduto il cappello e barcollava,  coprendosi il viso con le
    mani, e accanto a lui un ragazzo che gridava: - Aiuto! Aiuto! - Subito
    accorse gente da ogni parte.  Era stato colpito da  una  palla  in  un
    occhio.  Tutti i ragazzi si sbandarono fuggendo come saette.  Io stavo
    davanti alla bottega del libraio,  dov'era entrato mio padre,  e  vidi
    arrivar  di  corsa  parecchi  miei compagni che si mescolarono fra gli
    altri vicini a me, e finsero di guardar le vetrine: c'era Garrone, con
    la sua solita pagnotta in tasca,  Coretti,  il muratorino,  e Garoffi,
    quello dei francobolli.
    Intanto  s'era fatta folla intorno al vecchio,  e una guardia ed altri
    correvano qua e l minacciando e domandando: - Chi ? chi  stato? Sei
    tu? Dite chi  stato!  - e guardavan le mani ai ragazzi,  se le avevan
    bagnate  di  neve.  Garoffi  era  accanto  a me: m'accorsi che tremava
    tutto, e che avea il viso bianco come un morto. - Chi ?  Chi  stato?
    -  continuava  a  gridare la gente.  - Allora intesi Garrone che disse
    piano a Garoffi: - Su,  vatti a presentare;  sarebbe una vigliaccheria
    lasciar  agguantare qualcun altro.  - Ma io non l'ho fatto apposta!  -
    rispose Garoffi,  tremando come una foglia.  - Non importa fa  il  tuo
    dovere,  - ripet Garrone.  - Ma io non ho coraggio! - Fatti coraggio,
    t'accompagno io. - E la guardia e gli altri gridavan sempre pi forte:
    - Chi ? Chi  stato?  Un occhiale in un occhio gli han fatto entrare!
    L'hanno  accecato!  Briganti!  -  Io  credetti che Garoffi cascasse in
    terra. - Vieni, - gli disse risolutamente Garrone, - io ti difendo,  -
    e afferratolo per un braccio lo spinse avanti,  sostenendolo,  come un
    malato.  La gente vide e cap subito,  e parecchi accorsero coi  pugni
    alzati.  Ma Garrone si fece in mezzo,  gridando: - Vi mettete in dieci
    uomini contro un ragazzo?  - Allora quelli ristettero,  e una  guardia
    civica pigli Garoffi per mano e lo condusse,  aprendo la folla, a una
    bottega di pastaio,  dove avevano  ricoverato  il  ferito.  Vedendolo,
    riconobbi subito il vecchio impiegato, che sta al quarto piano di casa
    nostra, col suo nipotino.
    Era  adagiato sur una seggiola,  con un fazzoletto sugli occhi.  - Non
    l'ho fatto apposta! - diceva singhiozzando Garoffi,  mezzo morto dalla
    paura,  -  non  l'ho  fatto  apposta!  - Due o tre persone lo spinsero
    violentemente nella bottega,  gridando: - La fronte a  terra!  Domanda
    perdono!  - e lo gettarono a terra.  Ma subito due braccia vigorose lo
    rimisero in piedi e una voce risoluta disse: - No,  signori!  - Era il
    nostro Direttore,  che avea visto tutto. - Poich ha avuto il coraggio
    di presentarsi, - soggiunse - nessuno ha il diritto di avvilirlo.
    Tutti stettero zitti.  - Domanda  perdono,  -  disse  il  Direttore  a
    Garoffi.
    Garoffi,  scoppiando in pianto,  abbracci le ginocchia del vecchio, e
    questi,  cercata con la mano la testa di lui,  gli carezz i  capelli.
    Allora tutti dissero: - V,  ragazzo,  v, torna a casa! - E mio padre
    mi tir fuori della folla e mi disse strada facendo: - Enrico,  in  un
    caso  simile,  avresti  il coraggio di fare il tuo dovere,  di andar a
    confessare la tua colpa?  - Io gli risposi di s.  Ed egli: - Dammi la
    tua  parola  di ragazzo di cuore e d'onore che lo faresti.  - Ti do la
    mia parola, padre mio!

    Le maestre.
    17, sabato.

    Garoffi stava tutto  pauroso,  quest'oggi,  ad  aspettare  una  grande
    risciacquata  del  maestro;  ma  il  maestro non  comparso,  e poich
    mancava anche il supplente,  venuta a far scuola la signora Cromi, la
    pi attempata  delle  maestre,  che  ha  due  figliuoli  grandi  e  ha
    insegnato  a  leggere e a scrivere a parecchie signore che ora vengono
    ad accompagnare i loro ragazzi alla Sezione Baretti. Era triste, oggi,
    perch ha un figliuolo malato.  Appena che la videro,  cominciarono  a
    fare  il  chiasso.  Ma  essa  con  voce  lenta  e  tranquilla disse: -
    Rispettate i miei capelli bianchi: io non sono soltanto  una  maestra,
    sono una madre;  - e allora nessuno os pi di parlare, neanche quella
    faccia di bronzo di Franti,  che si content  di  farle  le  beffe  di
    nascosto.  Nella classe della Cromi fu mandata la Delcati,  maestra di
    mio fratello,  e al  posto  della  Delcati,  quella  che  chiamano  la
    monachina,  perch  sempre vestita di scuro, con un grembiale nero, e
    ha un viso piccolo e bianco,  i capelli sempre lisci gli occhi  chiari
    chiari,  e una voce sottile,  che par sempre che mormori preghiere.  E
    non si capisce, dice mia madre:  cos mite e timida, con quel filo di
    voce sempre eguale, che appena si sente, e non grida, non s'adira mai:
    eppure tiene i ragazzi quieti  che  non  si  sentono,  i  pi  monelli
    chinano il capo solo che li ammonisca col dito, pare una chiesa la sua
    scuola,  e  per  questo  anche  chiamano  lei la monachina.  Ma ce n'
    un'altra che mi piace pure: la maestrina della prima inferiore  numero
    3,  quella  giovane col viso color di rosa,  che ha due belle pozzette
    nelle guancie,  e porta una gran penna  rossa  sul  cappellino  e  una
    crocetta di vetro giallo appesa al collo.  E' sempre allegra,  tien la
    classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina
    che par che canti,  picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le
    mani  per  impor silenzio;  poi quando escono,  corre come una bambina
    dietro all'uno e all'altro, per rimetterli in fila; e a questo tira su
    il bavero,  a quell'altro abbottona il cappotto perch non infreddino,
    li segue fin nella strada perch non s'accapiglino, supplica i parenti
    che non li castighino a casa,  porta delle pastiglie a quei che han la
    tosse,  impresta il suo manicotto  a  quelli  che  han  freddo;  ed  
    tormentata  continuamente  dai  pi  piccoli che le fanno carezze e le
    chiedon dei baci tirandola pel velo e per la  mantiglia;  ma  essa  li
    lascia  fare e li bacia tutti,  ridendo,  e ogni giorno ritorna a casa
    arruffata e sgolata, tutta ansante e tutta contenta,  con le sue belle
    pozzette  e  la  sua  penna  rossa.  E' anche maestra di disegno delle
    ragazze, e mantiene col proprio lavoro sua madre e suo fratello.


    In casa del ferito.
    18, domenica.

    E' con la maestra dalla penna rossa il nipotino del vecchio  impiegato
    che  fu  colpito all'occhio dalla palla di neve di Garoffi: lo abbiamo
    visto oggi,  in casa di suo zio,  che lo tiene come un  figliuolo.  Io
    avevo  terminato  di  scrivere  il  racconto  mensile per la settimana
    ventura,  "Il piccolo scrivano fiorentino",  che il maestro mi diede a
    copiare;  e  mio  padre  mi ha detto: - Andiamo su al quarto piano,  a
    veder come sta dell'occhio quel signore. - Siamo entrati in una camera
    quasi buia,  dov'era il vecchio a letto,  seduto,  con  molti  cuscini
    dietro le spalle;  accanto al capezzale sedeva sua moglie,  e c'era in
    un canto il nipotino che  si  baloccava.  Il  vecchio  aveva  l'occhio
    bendato.  E'  stato  molto  contento  di veder mio padre,  ci ha fatto
    sedere e ha detto che stava meglio, che l'occhio non era perduto,  non
    solo,  ma  che  a  capo  di  pochi  giorni  sarebbe guarito.  - Fu una
    disgrazia,  - ha soggiunto;  - mi duole dello spavento che  deve  aver
    avuto quel povero ragazzo.  - Poi ci ha parlato del medico, che doveva
    venir a  quell'ora,  a  curarlo.  Proprio  in  quel  punto,  suona  il
    campanello.  - E' il medico,  - dice la signora.  La porta s'apre... E
    chi vedo? Garoffi col suo mantello lungo, ritto sulla soglia, col capo
    chino,  che non aveva coraggio di entrare.  -  Chi  ?  -  domanda  il
    malato.  - E' il ragazzo che tir la palla,  - dice mio padre.  - E il
    vecchio allora: -  O  povero  ragazzo!  vieni  avanti;  sei  venuto  a
    domandar notizie del ferito, non  vero? Ma va meglio, sta tranquillo,
    va meglio, son quasi guarito. Vieni qua. - Garoffi, confuso che non ci
    vedeva pi, s' avvicinato al letto, forzandosi per non piangere, e il
    vecchio l'ha carezzato, ma egli non poteva parlare. - Grazie, ha detto
    il  vecchio,  -  va pure a dire a tuo padre e a tua madre che tutto va
    bene, che non si dian pi pensiero. - Ma Garoffi non si moveva, pareva
    che avesse qualcosa da dire, ma non osava.  - Che mi hai da dire?  che
    cosa vuoi dire?  - Io... nulla. - Ebbene, addio, a rivederci, ragazzo;
    vattene pure col cuore in pace.  Garoffi  andato fino alla porta,  ma
    l  s'  fermato,  e  s'  volto  indietro  verso il nipotino,  che lo
    seguitava,  e lo guardava curiosamente.  Tutt'a un tratto,  cavato  di
    sotto al mantello un oggetto,  lo mette in mano al ragazzo, dicendogli
    in fretta: - E' per te,  - e via  come  un  lampo.  Il  ragazzo  porta
    l'oggetto  allo  zio;  vedono  che c' scritto su: "Ti regalo questo";
    guardan dentro,  e  fanno  un'esclamazione  di  stupore.  Era  l'album
    famoso,  con  la sua collezione di francobolli,  che il povero Garoffi
    aveva portato,  la collezione di cui  parlava  sempre,  su  cui  aveva
    fondato  tante speranze,  e che gli era costata tante fatiche;  era il
    suo tesoro, povero ragazzo, era met del suo sangue, che in cambio del
    perdono egli regalava!
    Il piccolo scrivano fiorentino.
    Racconto mensile.

    Faceva la quarta elementare.  Era un  grazioso  fiorentino  di  dodici
    anni,  nero  di  capelli  e  bianco  di viso,  figliuolo maggiore d'un
    impiegato delle strade ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco
    stipendio,  viveva nelle strettezze.  Suo padre lo amava ed era  assai
    buono  e indulgente con lui: indulgente in tutto fuorch in quello che
    toccava la scuola: in questo pretendeva molto  e  si  mostrava  severo
    perch  il  figliuolo  doveva  mettersi  in grado di ottener presto un
    impiego per aiutar la famiglia;  e per valer presto qualche  cosa  gli
    bisognava faticar molto in poco tempo.  E bench il ragazzo studiasse,
    il padre lo esortava sempre a studiare.  Era gi avanzato negli  anni,
    il  padre,  e  il  troppo  lavoro  l'aveva anche invecchiato prima del
    tempo. Non di meno, per provvedere ai bisogni della famiglia, oltre al
    molto lavoro che gl'imponeva il suo impiego,  pigliava ancora qua e l
    dei  lavori  straordinari di copista,  e passava una buona parte della
    notte a tavolino.  Da ultimo aveva preso da  una  Casa  editrice,  che
    pubblicava  giornali  e libri a dispense,  l'incarico di scriver sulle
    fasce il nome e l'indirizzo degli abbonati e guadagnava tre  lire  per
    ogni  cinquecento di quelle strisciole di carta,  scritte in caratteri
    grandi e regolari. Ma questo lavoro lo stancava, ed egli se ne lagnava
    spesso con la famiglia,  a desinare.  - I miei occhi se  ne  vanno,  -
    diceva,  - questo lavoro di notte mi finisce. - Il figliuolo gli disse
    un giorno: - Babbo, fammi lavorare in vece tua; tu sai che scrivo come
    te, tale e quale.  - Ma il padre gli rispose: - No figliuolo;  tu devi
    studiare;  la  tua  scuola    una cosa molto pi importante delle mie
    fasce; avrei rimorsi di rubarti un'ora; ti ringrazio, ma non voglio, e
    non parlarmene pi.
    Il figliuolo sapeva che con suo padre,  in quelle  cose,  era  inutile
    insistere,  e non insistette. Ma ecco che cosa fece. Egli sapeva che a
    mezzanotte in punto suo padre smetteva di scrivere,  e usciva dal  suo
    stanzino  da  lavoro  per andare nella camera da letto.  Qualche volta
    l'aveva sentito: scoccati i dodici colpi  al  pendolo,  aveva  sentito
    immediatamente il rumore della seggiola smossa e il passo lento di suo
    padre.  Una notte aspett ch'egli fosse a letto, si vest piano piano,
    and a tentoni nello stanzino,  riaccese il lume a  petrolio,  sedette
    alla  scrivania,  dov'era un mucchio di fasce bianche e l'elenco degli
    indirizzi, e cominci a scrivere,  rifacendo appuntino la scrittura di
    suo padre. E scriveva di buona voglia, contento, con un p di paura, e
    le  fasce  s'ammontavano,  e  tratto tratto egli smetteva la penna per
    fregarsi le mani,  e  poi  ricominciava  con  pi  alacrit,  tendendo
    l'orecchio, e sorrideva.
    Centosessanta ne scrisse: una lira!  Allora si ferm,  rimise la penna
    dove l'aveva presa,  spense il lume,  e torn a  letto,  in  punta  di
    piedi.
    Quel giorno,  a mezzod,  il padre sedette a tavola di buon umore. Non
    s'era accorto di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo
    a ore e pensando ad altro,  e non contava  le  fasce  scritte  che  il
    giorno dopo.  Sedette a tavola di buonumore, e battendo una mano sulla
    spalla al figliuolo: - Eh,  Giulio,  -  disse,  -    ancora  un  buon
    lavoratore  tuo  padre,  che tu credessi!  In due ore ho fatto un buon
    terzo di lavoro pi del solito, ieri sera.  La mano  ancora lesta,  e
    gli  occhi fanno ancora il loro dovere.  - E Giulio,  contento,  muto,
    diceva tra s: Povero babbo,  oltre al  guadagno,  io  gli  d  ancora
    questa soddisfazione, di credersi ringiovanito. Ebbene, coraggio.
    Incoraggiato  dalla  buona  riuscita,  la  notte appresso,  battute le
    dodici, su un'altra volta, e al lavoro. E cos fece per varie notti. E
    suo padre non s'accorgeva di nulla.  Solo una volta,  a cena,  usc in
    quest'esclamazione: - E' strano,  quanto petrolio va in questa casa da
    un p di tempo! Giulio ebbe una scossa; ma il discorso si ferm l.  E
    il lavoro notturno and innanzi.
    Senonch,  a  rompersi  cos il sonno ogni notte,  Giulio non riposava
    abbastanza, la mattina si levava stanco, e la sera,  facendo il lavoro
    di scuola, stentava a tener gli occhi aperti. Una sera, - per la prima
    volta in vita sua,  - s'addorment sul quaderno. - Animo! animo! - gli
    grid suo padre, battendo le mani,  - al lavoro!  - Egli si riscosse e
    si rimise al lavoro.  Ma la sera dopo, e i giorni seguenti, fu la cosa
    medesima,  e peggio: sonnecchiava sui libri,  si levava pi tardi  del
    solito,  studiava  la  lezione  alla  stracca,  pareva svogliato dello
    studio.  Suo padre cominci a osservarlo,  poi a impensierirsi,  e  in
    fine  a  fargli dei rimproveri.  Non glie ne aveva mai dovuto fare!  -
    Giulio, - gli disse una mattina, - tu mi ciurli nel manico, tu non sei
    pi quel d'una volta. Non mi va questo. Bada,  tutte le speranze della
    famiglia riposano su di te.  Io son malcontento,  capisci!  - A questo
    rimprovero,  il primo veramente severo ch'ei ricevesse,  il ragazzo si
    turb.  E s,  - disse tra s,  -  vero;  cos non si pu continuare;
    bisogna che l'inganno finisca.  Ma la sera di quello stesso giorno,  a
    desinare,  suo padre usc a dire con molta allegrezza: - Sapete che in
    questo mese ho guadagnato trentadue lire di pi che nel mese scorso, a
    far fasce! - e dicendo questo,  tir di sotto alla tavola un cartoccio
    di  dolci,  che  aveva  comprati per festeggiare coi suoi figliuoli il
    guadagno straordinario,  e che tutti accolsero  battendo  le  mani.  E
    allora Giulio riprese animo, e disse in cuor suo: No, povero babbo, io
    non cesser d'ingannarti;  io far degli sforzi pi grandi per studiar
    lungo il giorno;  ma continuer a lavorare di notte per te e per tutti
    gli  altri.  E  il  padre  soggiunse:  -  Trentadue  lire di pi!  Son
    contento...  Ma  quello l,  - e indic  Giulio,  -  che  mi  d  dei
    dispiaceri.  - E Giulio ricev il rimprovero in silenzio,  ricacciando
    dentro due lagrime che volevano uscire;  ma sentendo ad un  tempo  nel
    cuore una grande dolcezza.
    E seguit a lavorare di forza. Ma la fatica accumulandosi alla fatica,
    gli riusciva sempre pi difficile di resistervi. La cosa durava da due
    mesi. Il padre continuava a rimbrottare il figliuolo e a guardarlo con
    occhio sempre pi corrucciato.  Un giorno and a chiedere informazioni
    al maestro,  e il  maestro  gli  chiese:  -  S,  fa,  fa,  perch  ha
    intelligenza. Ma non ha pi la voglia di prima. Sonnecchia, sbadiglia,
     distratto.  Fa delle composizioni corte,  buttate gi in fretta,  in
    cattivo carattere. Oh! potrebbe far molto,  ma molto di pi.  - Quella
    sera  il  padre  prese  il  ragazzo in disparte e gli disse parole pi
    gravi di quante ei ne avesse mai  intese.  -  Giulio,  tu  vedi  ch'io
    lavoro,  ch'io mi logoro la vita per la famiglia. Tu non mi assecondi.
    Tu non hai cuore per me, n per i tuoi fratelli,  n per tua madre!  -
    Ah no!  non lo dire, babbo! - grid il figliuolo scoppiando in pianto,
    e apr la bocca per confessare ogni cosa.  Ma suo padre  l'interruppe,
    dicendo: - Tu conosci le condizioni della famiglia; sai se c' bisogno
    di  buon  volere  e di sacrifici da parte di tutti.  Io stesso,  vedi,
    dovrei raddoppiare il mio lavoro.  Io contavo questo  mese  sopra  una
    gratificazione di cento lire alle strade ferrate,  e ho saputo stamani
    che non avr nulla! - A quella notizia,  Giulio ricacci dentro subito
    la  confessione  che  gli  stava  per  fuggire  dall'anima,  e  ripet
    risolutamente a s stesso:  No,  babbo,  io  non  ti  dir  nulla;  io
    custodir  il segreto per poter lavorare per te;  del dolore di cui ti
    son cagione,  ti compenso altrimenti;  per la scuola  studier  sempre
    abbastanza  da  esser  promosso;  quello  che  importa  di aiutarti a
    guadagnar la vita,  e di alleggerirti la fatica che t'uccide.  E  tir
    avanti, e furono altri due mesi di lavoro di notte e di spossatezza di
    giorno,  di  sforzi  disperati del figliuolo e di rimproveri amari del
    padre.  Ma il peggio era che questi s'andava via via raffreddando  col
    ragazzo,  non gli parlava pi che di rado,  come se fosse un figliuolo
    intristito, da cui non restasse pi nulla a sperare,  e sfuggiva quasi
    d'incontrare il suo sguardo.  E Giulio se n'avvedeva, e ne soffriva, e
    quando suo padre voltava le spalle, gli mandava un bacio furtivamente,
    sporgendo il viso, con un sentimento di tenerezza pietosa e triste;  e
    tra per il dolore e per la fatica, dimagrava e scoloriva, e sempre pi
    era  costretto  a  trasandare i suoi studi.  E capiva bene che avrebbe
    dovuto finirla un giorno, e ogni sera si diceva: - Questa notte non mi
    lever pi;  - ma allo scoccare  delle  dodici,  nel  momento  in  cui
    avrebbe dovuto riaffermare vigorosamente il suo proposito,  provava un
    rimorso,  gli pareva,  rimanendo a letto,  di mancare a un dovere,  di
    rubare una lira a suo padre e alla sua famiglia. E si levava, pensando
    che  una  qualche  notte  suo  padre  si sarebbe svegliato e l'avrebbe
    sorpreso,  o che  pure  si  sarebbe  accorto  dell'inganno  per  caso,
    contando   le   fasce  due  volte;   e  allora  tutto  sarebbe  finito
    naturalmente, senza un atto della sua volont,  ch'egli non si sentiva
    il coraggio di compiere. E cos continuava.
    Ma una sera, a desinare, il padre pronunci una parola che fu decisiva
    per lui.
    Sua madre lo guard, e parendole di vederlo pi malandato e pi smorto
    del solito, gli disse: - Giulio, tu sei malato. - E poi, voltandosi al
    padre,  ansiosamente: - Giulio  malato.  Guarda com' pallido! Giulio
    mio,  cosa ti senti?  - Il padre gli diede uno sguardo di sfuggita,  e
    disse:  -  E' la cattiva coscienza che fa la cattiva salute.  Egli non
    era cos quando era uno scolaro studioso e un figliuolo di cuore. - Ma
    egli sta male! - esclam la mamma. - Non me ne importa pi!  - rispose
    il padre.
    Quella  parola  fu una coltellata al cuore per il povero ragazzo.  Ah!
    non glie ne importava pi. Suo padre che tremava, una volta, solamente
    a sentirlo tossire!
    Non l'amava pi dunque,  non c'era pi dubbio ora,  egli era morto nel
    cuore di suo padre...  Ah!  no,  padre mio, - disse tra s il ragazzo,
    col cuore stretto dall'angoscia,  - ora  finita davvero,  io senza il
    tuo affetto non posso vivere,  lo rivoglio intero,  ti dir tutto, non
    t'inganner pi, studier come prima; nasca quel che nasca,  purch tu
    torni a volermi bene, povero padre mio! Oh questa volta son ben sicuro
    della mia risoluzione!
    Ci non di meno,  quella notte si lev ancora,  per forza d'abitudine,
    pi che per altro;  e quando fu levato,  volle andare  a  salutare,  a
    riveder  per  qualche minuto,  nella quiete della notte,  per l'ultima
    volta,  quello stanzino dove aveva tanto  lavorato  segretamente,  col
    cuore  pieno  di soddisfazione e di tenerezza.  E quando si ritrov al
    tavolino,  col lume acceso,  e vide quelle fasce bianche,  su cui  non
    avrebbe  scritto  mai  pi  quei nomi di citt e di persone che oramai
    sapeva a memoria,  fu preso da una grande tristezza,  e  con  un  atto
    impetuoso ripigli la penna,  per ricominciare il lavoro consueto.  Ma
    nello stender la mano urt un libro,  e il libro cadde.  Il sangue gli
    diede un tuffo.
    Se  suo padre si svegliava!  Certo non l'avrebbe sorpreso a commettere
    una cattiva azione,  egli stesso aveva ben  deciso  di  dirgli  tutto;
    eppure...  il sentir quel passo avvicinarsi,  nell'oscurit; - l'esser
    sorpreso a quell'ora,  in quel silenzio;  - sua madre che  si  sarebbe
    svegliata e spaventata, - e il pensar per la prima volta che suo padre
    avrebbe  forse  provato  un'umiliazione in faccia sua,  scoprendo ogni
    cosa... tutto questo lo atterriva, quasi. - Egli tese l'orecchio,  col
    respiro sospeso...
    Non  sent  rumore.  Origli  alla serratura dell'uscio che aveva alle
    spalle: nulla. Tutta la casa dormiva.  Suo padre non aveva inteso.  Si
    tranquill.  E  ricominci a scrivere.  E le fasce s'ammontavano sulle
    fasce.  Egli sent il passo cadenzato delle guardie civiche gi  nella
    strada deserta;  poi un rumore di carrozza che cess tutt'a un tratto;
    poi,  dopo un pezzo,  lo strepito d'una fila di  carri  che  passavano
    lentamente;  poi  un  silenzio  profondo,  rotto a quando a quando dal
    latrato lontano d'un cane. E scriveva,  scriveva.  E intanto suo padre
    era  dietro  di lui: egli s'era levato udendo cadere il libro,  ed era
    rimasto aspettando il buon punto;  lo strepito dei carri aveva coperto
    il  fruscio  dei  suoi  passi  e  il  cigolio  leggiero  delle imposte
    dell'uscio; ed era l, - con la sua testa bianca sopra la testina nera
    di Giulio,  - e aveva visto correr la penna sulle fasce,  -  e  in  un
    momento aveva tutto indovinato,  tutto ricordato, tutto compreso, e un
    pentimento disperato, una tenerezza immensa, gli aveva invaso l'anima,
    e  lo  teneva  inchiodato,   soffocato  l,   dietro  al  suo   bimbo.
    All'improvviso,  Giulio di un grido acuto, - due braccia convulse gli
    avevan serrata la testa. - O babbo!  babbo,  perdonami!  perdonami!  -
    grid, riconoscendo suo padre al pianto.
    - Tu,  perdonami!  - rispose il padre,  singhiozzando e coprendogli la
    fronte di baci,  - ho capito tutto,  so tutto,  son io,  son io che ti
    domando  perdono,  santa  creatura mia,  vieni,  vieni con me!  - E lo
    sospinse, o piuttosto se lo port al letto di sua madre, svegliata,  e
    glielo  gett  tra  le  braccia  e  le disse: - Bacia quest'angiolo di
    figliuolo che da tre mesi  non  dorme  e  lavora  per  me,  e  io  gli
    contristo  il cuore,  a lui che ci guadagna il pane!  - La madre se lo
    strinse e se lo tenne sul petto,  senza poter raccoglier la voce;  poi
    disse: - A dormire,  subito,  bambino mio,  v a dormire,  a riposare!
    Portalo a letto!  - Il padre lo pigli fra le braccia,  lo port nella
    sua  camera,  lo  mise a letto,  sempre ansando e carezzandolo,  e gli
    accomod i cuscini e le coperte. - Grazie,  babbo,  - andava ripetendo
    il figliuolo,  - grazie;  ma v a letto tu ora; io sono contento; v a
    letto,  babbo.  - Ma suo padre voleva  vederlo  addormentato,  sedette
    accanto al letto, gli prese la mano e gli disse:
    -  Dormi,  dormi  figliuol  mio!  - E Giulio,  spossato,  s'addorment
    finalmente, e dorm molte ore,  godendo per la prima volta,  dopo vari
    mesi,  d'un  sonno tranquillo,  rallegrato da sogni ridenti;  e quando
    apr gli occhi, che splendeva gi il sole da un pezzo, sent prima,  e
    poi si vide accosto al petto, appoggiata sulla sponda del letticciolo,
    la testa bianca del padre,  che aveva passata la notte cos, e dormiva
    ancora, con la fronte contro il suo cuore.


    La volont.
    28, mercoled.

    C' Stardi, nella mia classe,  che avrebbe la forza di fare quello che
    fece  il piccolo fiorentino.  Questa mattina ci furono due avvenimenti
    alla scuola:
    Garoffi,  matto dalla contentezza,  perch gli han restituito  il  suo
    album,   con   l'aggiunta  di  tre  francobolli  della  repubblica  di
    Guatemala,  ch'egli cercava da tre mesi;  e Stardi che ebbe la seconda
    medaglia. Stardi, primo della classe dopo Derossi!
    Tutti ne rimasero meravigliati.  Chi l'avrebbe mai detto,  in ottobre,
    quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel  cappottone
    verde,  e  disse  al  maestro,  in  faccia  a  tutti: - Ci abbia molta
    pazienza perch  molto duro di comprendonio!  - Tutti gli davan della
    testa di legno da principio.  Ma egli disse: - O schiatto, o riesco, -
    e si mise per morto a studiare,  di  giorno,  di  notte,  a  casa,  in
    iscuola,  a passeggio,  coi denti stretti e coi pugni chiusi, paziente
    come un bove, ostinato come un mulo, e cos,  a furia di pestare,  non
    curando  le  canzonature  e  tirando calci ai disturbatori,   passato
    innanzi agli altri,  quel testone.  Non capiva un'acca di  aritmetica,
    empiva di spropositi la composizione,  non riesciva a tener a mente un
    periodo, e ora risolve i problemi,  scrive corretto e canta la lezione
    come  un  artista.  E s'indovina la sua volont di ferro a veder com'
    fatto, cos tozzo, col capo quadro e senza collo,  con le mani corte e
    grosse  e  con  quella  voce  rozza.  Egli  studia perfin nei brani di
    giornale e negli avvisi dei teatri, e ogni volta che ha dieci soldi si
    compera un libro: s' gi messo insieme una piccola biblioteca,  e  in
    un  momento di buon umore si lasci scappar di bocca che mi condurr a
    casa a vederla. Non parla a nessuno,  non gioca con nessuno,   sempre
    l al banco coi pugni alle tempie,  fermo come un masso,  a sentire il
    maestro. Quanto deve aver faticato,  povero Stardi!  Il maestro glielo
    disse  questa mattina,  bench fosse impaziente e di malumore,  quando
    diede le medaglie: - Bravo Stardi; chi la dura la vince. - Ma egli non
    parve affatto inorgoglito, non sorrise,  e appena tornato al banco con
    la  sua  medaglia,  ripiant  i  due  pugni  alle  tempie e stette pi
    immobile e pi attento di prima.
    Ma il pi bello fu all'uscita, che c'era a aspettarlo suo padre,  - un
    flebotomo,  -  grosso e tozzo come lui,  con un faccione e un vocione.
    Egli non se l'aspettava quella medaglia,  e  non  ci  voleva  credere,
    bisogn  che  il maestro lo assicurasse,  e allora si mise a ridere di
    gusto, e diede una manata sulla nuca al figliuolo, dicendo forte: - Ma
    bravo,  ma bene,  caro zuccone mio,  v!  -  e  lo  guardava  stupito,
    sorridendo.  E tutti i ragazzi intorno sorridevano, eccettuato Stardi.
    Egli ruminava gi nella cappadoccia la lezione di domani mattina.


    Gratitudine.
    31, sabato.

    "Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del  suo  maestro,  ne  son
    certo.  - Il maestro era di malumore,  era impaziente; - tu lo dici in
    tono di risentimento.
    Pensa un p quante volte fai degli atti d'impazienza tu,  e  con  chi?
    con  tuo  padre  e  con  tua  madre,  coi quali la tua impazienza  un
    delitto.  Ha ben ragione  il  tuo  maestro  di  essere  qualche  volta
    impaziente!  Pensa  che  da tanti anni fatica per i ragazzi;  e che se
    n'ebbe molti affettuosi e gentili, ne trov pure moltissimi ingrati, i
    quali abusarono della sua bont, e disconobbero le sue fatiche;  e che
    pur troppo, fra tutti, gli date pi amarezze che soddisfazioni.
    Pensa  che  il  pi  santo  uomo della terra,  messo al suo posto,  si
    lascerebbe vincere qualche volta dall'ira.  E poi,  se sapessi  quante
    volte  il maestro va a far lezione malato,  solo perch non ha un male
    grave abbastanza da farsi dispensar  dalla  scuola,  ed    impaziente
    perch soffre, e gli  un grande dolore il vedere che voi altri non ve
    n'accorgete  o ne abusate!  Rispetta,  ama il tuo maestro,  figliuolo.
    Amalo perch tuo padre lo ama e lo rispetta;  perch egli consacra  la
    vita al bene di tanti ragazzi che lo dimenticheranno,  amalo perch ti
    apre e t'illumina l'intelligenza e ti educa l'animo; perch un giorno,
    quando sarai uomo,  e non saremo pi al mondo n io  n  lui,  la  sua
    immagine  ti  si  presenter  spesso  alla  mente accanto alla mia,  e
    allora, vedi, certe espressioni di dolore e di stanchezza del suo buon
    viso di galantuomo,  alle quali ora non badi,  te le ricorderai,  e ti
    faranno  pena,  anche  dopo  trent'anni;  e  ti vergognerai,  proverai
    tristezza di non avergli voluto bene,  d'esserti portato male con lui.
    Ama  il  tuo  maestro,  perch  appartiene a quella grande famiglia di
    cinquantamila insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia,  i quali
    sono come i padri intellettuali dei milioni di ragazzi che crescon con
    te, i lavoratori mal riconosciuti e mal ricompensati, che preparano al
    nostro  paese  un  popolo  migliore del presente.  Io non son contento
    dell'affetto che hai per me,  se non ne hai pure per tutti coloro  che
    ti fanno del bene, e fra questi il tuo maestro  il primo, dopo i tuoi
    parenti.  Amalo  come  ameresti  un  mio  fratello,  amalo  quando  ti
    accarezza e quando ti rimprovera,  quando  giusto e quando ti par che
    sia ingiusto,  amalo quando  allegro e affabile, e amalo anche di pi
    quando lo vedi triste.
    Amalo sempre. E pronuncia sempre con riverenza questo nome - .maestro.
    - che dopo quello di padre,   il pi nobile,  il pi dolce  nome  che
    possa dare un uomo a un altro uomo".
    Tuo padre.

    GENNAIO.

    Il maestro supplente.
    4, mercoled.

    Aveva  ragione  mio padre: il maestro era di malumore perch non stava
    bene, e da tre giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello
    piccolo e senza barba, che pare un giovinetto. Una brutta cosa accadde
    questa mattina.  Gi il primo e il secondo giorno avevan fatto chiasso
    nella scuola,  perch il supplente ha una gran pazienza,  e non fa che
    dire: - State zitti,  state zitti,  vi prego.  - Ma questa mattina  si
    pass  la  misura.  Si faceva un ronzo che non si sentivan pi le sue
    parole, ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato sprecato. Due volte il
    Direttore s'affacci all'uscio e  guard.  Ma  via  lui,  il  sussurro
    cresceva,  come  in  un  mercato.  Avevano  un  bel voltarsi Garrone e
    Derossi a far dei cenni ai compagni che stessero buoni,  che  era  una
    vergogna.
    Nessuno ci badava.  Non c'era che Stardi che stesse quieto, coi gomiti
    sul banco e i pugni  alle  tempie,  pensando  forse  alla  sua  famosa
    libreria,  e Garoffi,  quello del naso a uncino e dei francobolli, che
    era tutto occupato a far l'elenco dei sottoscrittori a  due  centesimi
    per  la  lotteria  d'un  calamaio  da  tasca.  Gli  altri cicalavano e
    ridevano,  sonavano con punte di pennini  piantate  nei  banchi  e  si
    tiravano dei biascicotti di carta con gli elastici delle calze.
    Il  supplente  afferrava  per  un braccio ora l'uno ora l'altro,  e li
    scrollava, e ne mise uno contro il muro: tempo perso. Non sapeva pi a
    che santo votarsi,  pregava: - Ma perch fate in codesto modo?  volete
    farmi rimproverare per forza?  - Poi batteva il pugno sul tavolino,  e
    gridava con  voce  di  rabbia  e  di  pianto:  -  Silenzio!  Silenzio!
    Silenzio!  -  Faceva  pena  a sentirlo.  Ma il rumore cresceva sempre.
    Franti gli tir una frecciuola di carta,  alcuni facevan la  voce  del
    gatto,   altri   si   scappellottavano;   era  un  sottosopra  da  non
    descriversi; quando improvvisamente entr il bidello e disse: - Signor
    maestro, il Direttore la chiama. - Il maestro s'alz e usc in fretta,
    facendo un atto disperato. Allora il baccano ricominci pi forte.  Ma
    tutt'a  un  tratto  Garrone  salt  su  col viso stravolto e coi pugni
    stretti,  e grid con la voce strozzata dall'ira:  -  Finitela.  Siete
    bestie.  Abusate perch  buono.  Se vi pestasse le ossa stareste mogi
    come cani.  Siete un branco di vigliacchi.  Il primo che gli fa ancora
    uno  scherno  lo  aspetto fuori e gli rompo i denti,  lo giuro,  anche
    sotto gli occhi di suo padre!  - Tutti tacquero.  Ah!  Com'era bello a
    vedere,  Garrone,  con  gli  occhi  che mandavan fiamme!  Un leoncello
    furioso, pareva. Guard uno per uno i pi arditi,  e tutti chinaron la
    testa.  Quando  il  supplente  rientr,  con  gli occhi rossi,  non si
    sentiva pi un alito. - Egli rimase stupito.  Ma poi,  vedendo Garrone
    ancora tutto acceso e fremente,  cap,  e gli disse con l'accento d'un
    grande affetto,  come avrebbe detto a un  fratello:  -  Ti  ringrazio,
    Garrone.


    La libreria di Stardi.

    Sono  andato  da Stardi,  che sta di casa in faccia alla scuola,  e ho
    provato invidia davvero a veder la sua libreria. Non  mica ricco, non
    pu comprar molti libri;  ma egli conserva con gran cura i suoi  libri
    di  scuola,  e quelli che gli regalano i parenti,  e tutti i soldi che
    gli danno,  li mette da parte e li spende dal libraio: in questo  modo
    s'  gi messo insieme una piccola biblioteca,  e quando suo padre s'
    accorto che aveva quella passione,  gli ha comperato un bello scaffale
    di  noce  con  la  tendina verde,  e gli ha fatto legare quasi tutti i
    volumi coi  colori  che  piacevano  a  lui.  Cos  ora  egli  tira  un
    cordoncino,  la  tenda  verde scorre via e si vedono tre file di libri
    d'ogni colore, tutti in ordine, lucidi, coi titoli dorati sulle coste;
    dei libri di racconti, di viaggi e di poesie;  e anche illustrati.  Ed
    egli  sa  combinar  bene  i colori,  mette i volumi bianchi accanto ai
    rossi,  i gialli accanto ai neri,  gli azzurri accanto ai bianchi,  in
    maniera che si vedan di lontano e facciano bella figura;  e si diverte
    poi a variare le combinazioni.  S' fatto il suo catalogo.  E' come un
    bibliotecario.  Sempre  sta  attorno ai suoi libri,  a spolverarli,  a
    sfogliarli,  a esaminare le legature;  bisogna vedere con che cura gli
    apre,  con  quelle  sue mani corte e grosse,  soffiando tra le pagine:
    paiono ancora tutti nuovi.  Io che ho sciupato tutti i miei!  Per lui,
    ad ogni nuovo libro che compera,   una festa a lisciarlo,  a metterlo
    al posto e a riprenderlo per guardarlo per tutti i versi e a covarselo
    come un tesoro. Non m'ha fatto veder altro in un'ora.  Aveva male agli
    occhi  dal  gran  leggere.  A  un certo momento pass nella stanza suo
    padre,  che  grosso e tozzo come lui,  con un testone come il suo,  e
    gli  diede due o tre manate sulla nuca,  dicendomi con quel vocione: -
    Che ne dici,  eh,  di questa testaccia di bronzo?  E una testaccia che
    riuscir  a  qualcosa,  te lo assicuro io!  - E Stardi socchiudeva gli
    occhi sotto quelle ruvide carezze come un grosso cane  da  caccia.  Io
    non  so;  non  osavo scherzare con lui;  non mi pareva vero che avesse
    solamente un anno pi di me,  e  quando  mi  disse  -  A  rivederci  -
    sull'uscio,  con quella faccia che par sempre imbronciata,  poco manc
    che gli rispondessi: - La riverisco - come a un uomo.
    Io lo dissi poi a mio padre,  a casa: - Non  capisco,  Stardi  non  ha
    ingegno,  non  ha belle maniere,   una figura quasi buffa;  eppure mi
    mette soggezione.  - E mio padre rispose: - E' perch ha carattere.  -
    Ed  io soggiunsi: - In un'ora che son stato con lui non ha pronunciato
    cinquanta parole,  non m'ha mostrato un giocattolo,  non ha  riso  una
    volta;  eppure  ci  son stato volentieri.  - E mio padre rispose: - E'
    perch lo stimi.


    Il figliuolo del fabbro ferraio.

    S, ma anche Precossi io stimo, ed  troppo poco il dire che lo stimo.
    Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello piccolo, smorto, che
    ha gli occhi buoni e tristi, e un'aria di spaventato cos timido,  che
    dice a tutti: scusami; sempre malaticcio, e che pure studia tanto. Suo
    padre rientra in casa ubriaco d'acquavite,  e lo batte senza un perch
    al mondo, gli butta in aria i libri e i quaderni con un rovescione; ed
    egli viene a scuola coi lividi sul viso,  qualche volta col viso tutto
    gonfio e gli occhi infiammati dal gran piangere.  Ma mai,  mai che gli
    si possa far dire che suo padre l'ha battuto.  - E' tuo padre che t'ha
    battuto!  - gli dicono i compagni. Ed egli grida subito: - Non  vero!
    Non  vero!  - per non far disonore a suo padre.  - Questo foglio  non
    l'hai bruciato tu, - gli dice il maestro, mostrandogli il lavoro mezzo
    bruciato.  - S,  - risponde lui,  con la voce tremante;  - son io che
    l'ho lasciato cadere sul fuoco.  - Eppure noi lo sappiamo bene  che  
    suo  padre  briaco  che  ha  rovesciato  tavolo e lume con una pedata,
    mentr'egli faceva il suo lavoro. Egli sta in una soffitta della nostra
    casa, dall'altra scala,  la portinaia racconta tutto a mia madre;  mia
    sorella  Silvia  lo sent gridare dal terrazzo un giorno che suo padre
    gli fece far la scala a capitomboli perch gli aveva chiesto dei soldi
    da comperare la Grammatica. Suo padre beve, non lavora,  e la famiglia
    patisce  la  fame.  Quante  volte  il  povero  Precossi viene a scuola
    digiuno,  e rosicchia di nascosto un panino che gli d Garrone,  o una
    mela che gli porta la maestrina della penna rossa,  che fu sua maestra
    di prima inferiore!  Ma mai ch'egli dica: - Ho fame,  mio padre non mi
    d  da  mangiare.  - Suo padre vien qualche volta a prenderlo,  quando
    passa per caso davanti alla scuola, pallido, malfermo sulle gambe, con
    la faccia torva, coi capelli sugli occhi e il berretto per traverso; e
    il povero ragazzo trema tutto quando lo vede nella  strada;  ma  tanto
    gli corre incontro sorridendo, e suo padre par che non lo veda e pensi
    ad altro. Povero Precossi! Egli si ricuce i quaderni stracciati, si fa
    imprestare  i libri per studiare la lezione,  si riattacca i brindelli
    della camicia con degli spilli,  ed   una  piet  a  vederlo  far  la
    ginnastica con quelli scarponi che ci sguazza dentro, con quei calzoni
    che  strascicano,  e  quel  giacchettone troppo lungo,  con le maniche
    rimboccate sino ai gomiti. E studia, s'impegna;  sarebbe uno dei primi
    se  potesse  lavorare a casa tranquillo.  Questa mattina  venuto alla
    scuola col segno d'un'unghiata sopra una gota,  e tutti a dirgli: - E'
    stato  tuo padre,  non lo puoi negare sta volta,   tuo padre che t'ha
    fatto quello. Dillo al Direttore,  che lo faccia chiamare in questura.
    -  Ma  egli s'alz tutto rosso con la voce che tremava dallo sdegno: -
    Non  vero! Non  vero! Mio padre non mi batte mai! - Ma poi,  durante
    la  lezione,  gli cascavan le lacrime sul banco,  e quando qualcuno lo
    guardava, si sforzava di sorridere,  per non parere.  Povero Precossi!
    Domani  verranno a casa mia Derossi,  Coretti e Nelli;  lo voglio dire
    anche a lui, che venga. E voglio fargli far merenda con me, regalargli
    dei libri, metter sossopra la casa per divertirlo e empirgli le tasche
    di frutte,  per vederlo una volta contento,  povero  Precossi,  che  
    tanto buono e ha tanto coraggio!


    Una bella visita.
    12, gioved.

    Ecco  uno dei gioved pi belli dell'anno,  per me.  Alle due in punto
    vennero a casa Derossi e Coretti, con Nelli, il gobbino; Precossi, suo
    padre non lo lasci venire.  Derossi e  Coretti  ridevano  ancora  ch
    avevano incontrato per strada Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, -
    quello del braccio morto e dei capelli rossi,  - che portava a vendere
    un grossissimo cavolo,  e col soldo del  cavolo  doveva  poi  andar  a
    comperare una penna; ed era tutto contento perch suo padre ha scritto
    dall'America che lo aspettassero di giorno in giorno.  Oh le belle due
    ore che abbiamo passate insieme!  Sono i due pi allegri della  classe
    Derossi  e Coretti;  mio padre ne rimase innamorato.  Coretti aveva la
    sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pel di gatto.  E'  un
    diavolo,  che sempre vorrebbe fare,  rimestare, sfaccendare. Aveva gi
    portato sulle spalle una mezza carrata di legna,  la  mattina  presto;
    eppure galopp per tutta la casa,  osservando tutto e parlando sempre,
    arzillo e lesto come uno scoiattolo, e passando in cucina domand alla
    cuoca quanto ci fanno pagare le legna il miriagramma, ch suo padre le
    d a quarantacinque centesimi. Sempre parla di suo padre, di quando fu
    soldato nel Quarantanovesimo reggimento,  alla battaglia  di  Custoza,
    dove si trov nel quadrato del principe Umberto;  ed  cos gentile di
    maniere!
    Non importa che sia nato e cresciuto  fra  le  legna:  egli  l'ha  nel
    sangue,  nel  cuore la gentilezza,  come dice mio padre.  E Derossi ci
    divert molto: egli sa la geografia  come  un  maestro:  chiudeva  gli
    occhi  e  diceva:  - Ecco,  io vedo tutta l'Italia,  gli Appennini che
    s'allungano sino al Mar Jonio, i fiumi che corrono di qua e di l,  le
    citt bianche,  i golfi,  i seni azzurri, le isole verdi; - e diceva i
    nomi giusti,  per ordine,  rapidissimamente,  come se  leggesse  sulla
    carta;  e a vederlo cos con quella testa alta, tutta riccioli biondi,
    con gli occhi chiusi,  tutto vestito di turchino coi  bottoni  dorati,
    diritto  e  bello  come una statua,  tutti stavamo in ammirazione.  In
    un'ora egli aveva imparato a mente quasi tre pagine che deve  recitare
    dopo domani,  per l'anniversario dei funerali di re Vittorio.  E anche
    Nelli lo guardava con meraviglia e con affetto, stropicciando la falda
    del suo grembialone di tela nero, e sorridendo con quegli occhi chiari
    e melanconici.  Mi fece un grande piacere  quella  visita,  mi  lasci
    qualche cosa,  come delle scintille,  nella mente e nel cuore. E anche
    mi piacque, quando se n'andarono, vedere il povero Nelli in mezzo agli
    altri due,  grandi e forti,  che lo  portavano  a  casa  a  braccetto,
    facendolo  ridere  come  non  l'ho visto ridere mai.  Rientrando nella
    stanza da  mangiare,  m'accorsi  che  non  c'era  pi  il  quadro  che
    rappresenta  Rigoletto,  il  buffone  gobbo.  L'aveva levato mio padre
    perch Nelli non lo vedesse.


    I funerali di Vittorio Emanuele.
    17, marted.

    Quest'oggi alle due,  appena entrato nella scuola,  il maestro  chiam
    Derossi,  il  quale s'and a mettere accanto al tavolino,  in faccia a
    noi,  e cominci a dire col suo accento vibrato,  alzando via  via  la
    voce limpida e colorandosi in viso:
    - Quattro anni sono,  in questo giorno,  a quest'ora, giungeva davanti
    al Pantheon,  a Roma,  il carro funebre che  portava  il  cadavere  di
    Vittorio  Emanuele  Secondo,  primo re d'Italia,  morto dopo ventinove
    anni di regno, durante i quali la grande patria italiana,  spezzata in
    sette  Stati e oppressa da stranieri e da tiranni,  era risorta in uno
    Stato solo,  indipendente e libero,  dopo un regno di ventinove  anni,
    ch'egli aveva fatto illustre e benefico col valore, con la lealt, con
    l'ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la costanza
    nelle sventure. Giungeva il carro funebre, carico di corone, dopo aver
    percorso  Roma  sotto  una  pioggia  di fiori,  tra il silenzio di una
    immensa  moltitudine  addolorata,  accorsa  da  ogni  parte  d'Italia,
    preceduto  da  una legione di generali e da una folla di ministri e di
    principi, seguito da un corteo di mutilati,  da una selva di bandiere,
    dagli  inviati  di  trecento  citt,  da  tutto ci che rappresenta la
    potenza e la gloria d'un popolo,  giungeva dinanzi al  tempio  augusto
    dove  l'aspettava  la  tomba.  In  questo  momento  dodici  corazzieri
    levavano il  feretro  dal  carro.  In  questo  momento  l'Italia  dava
    l'ultimo addio al suo re morto,  al suo vecchio re,  che l'aveva tanto
    amata, l'ultimo addio al suo soldato, al padre suo,  ai ventinove anni
    pi fortunati e pi benedetti della sua storia. Fu un momento grande e
    solenne.  Lo  sguardo,  l'anima di tutti trepidava tra il feretro e le
    bandiere abbrunate degli ottanta  reggimenti  dell'esercito  d'Italia,
    portate  da  ottanta  ufficiali,  schierati sul suo passaggio;  poich
    l'Italia era l,  in quegli  ottanta  segnacoli,  che  ricordavano  le
    migliaia di morti, i torrenti di sangue, le nostre pi sacre glorie, i
    nostri pi santi sacrifici,  i nostri pi tremendi dolori. Il feretro,
    portato dai corazzieri, pass,  e allora si chinarono tutte insieme in
    atto di saluto,  le bandiere dei nuovi reggimenti, le vecchie bandiere
    lacere di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia,  di Novara,  di Crimea,
    di  Palestro,  di  San  Martino,  di Castelfidardo,  ottanta veli neri
    caddero,  cento medaglie urtarono contro la cassa,  e quello  strepito
    sonoro e confuso,  che rimescol il sangue di tutti,  fu come il suono
    di mille voci umane che dicessero tutte insieme:  -  Addio,  buon  re,
    prode  re,  leale  re!  Tu  vivrai  nel  cuore  del  tuo popolo finch
    splender il sole sopra  l'Italia.  -  Dopo  di  che  le  bandiere  si
    rialzarono  alteramente  verso  il  cielo,  e  re Vittorio entr nella
    gloria immortale della tomba.


    Franti, cacciato dalla scuola.
    21, sabato.

    Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali  del  Re,  e
    Franti  rise.  Io detesto costui.  E' malvagio.  Quando viene un padre
    nella scuola a fare una partaccia al figliuolo,  egli ne gode;  quando
    uno  piange,  egli  ride.  Trema  davanti  a  Garrone,  e  picchia  il
    muratorino perch  piccolo;  tormenta Crossi  perch  ha  il  braccio
    morto;  schernisce  Precossi,  che  tutti  rispettano;  burla  perfino
    Robetti,  quello della seconda,  che cammina con le stampelle per aver
    salvato un bambino.  Provoca tutti i pi deboli di lui,  e quando fa a
    pugni,  s'inferocisce e tira a far male.  Ci  ha  qualcosa  che  mette
    ribrezzo  su  quella fronte bassa,  in quegli occhi torbidi,  che tien
    quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino di tela cerata. Non
    teme nulla, ride in faccia al maestro,  ruba quando pu,  nega con una
    faccia invetriata,  sempre in lite con qualcheduno, si porta a scuola
    degli  spilloni per punzecchiare i vicini,  si strappa i bottoni dalla
    giacchetta,  e ne strappa agli altri,  e  li  gioca,  e  ha  cartella,
    quaderni,   libro,   tutto  sgualcito,  stracciato,  sporco,  la  riga
    dentellata,  la penna mangiata,  le unghie rose,  i vestiti  pieni  di
    frittelle  e di strappi che si fa nelle risse.  Dicono che sua madre 
    malata dagli affanni ch'egli le d,  e che suo padre lo cacci di casa
    tre volte;  sua madre viene ogni tanto a chiedere informazioni e se ne
    va sempre piangendo.  Egli odia la scuola,  odia i  compagni  odia  il
    maestro.  Il  maestro  finge  qualche  volta  di  non  vedere  le  sue
    birbonate, ed egli fa peggio. Prov a pigliarlo con le buone,  ed egli
    se ne fece beffe.  Gli disse delle parole terribili,  ed egli si copr
    il viso con le mani,  come se piangesse,  e rideva.  Fu sospeso  dalla
    scuola  per  tre giorni,  e torn pi tristo e pi insolente di prima.
    Derossi gli disse un giorno: - Ma finiscila,  vedi che il  maestro  ci
    soffre  troppo,  -  ed  egli  lo  minacci di piantargli un chiodo nel
    ventre. Ma questa mattina, finalmente, si fece scacciare come un cane.
    Mentre il maestro dava  a  Garrone  la  brutta  copia  del  "Tamburino
    sardo", il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gitt sul
    pavimento  un petardo che scoppi facendo rintronar la scuola come una
    fucilata.  Tutta la classe ebbe un riscossone.  Il  maestro  balz  in
    piedi  e grid: - Franti!  fuori di scuola!  - Egli rispose: - Non son
    io!  - Ma rideva.  Il maestro ripet: - V fuori!  - Non mi  muovo,  -
    rispose.  Allora il maestro perdette i lumi, gli si lanci addosso, lo
    afferr per le braccia,  lo strapp  dal  banco.  Egli  si  dibatteva,
    digrignava i denti;  si fece trascinar fuori di viva forza. Il maestro
    lo port quasi di peso dal Direttore,  e poi torn in  classe  solo  e
    sedette al tavolino,  pigliandosi il capo fra le mani,  affannato, con
    un'espressione cos stanca e afflitta,  che faceva male a  vederlo.  -
    Dopo trent'anni che faccio scuola! - esclam tristamente, crollando il
    capo.  Nessuno  fiatava.  Le  mani  gli tremavano dall'ira,  e la ruga
    diritta che ha in mezzo alla fronte, era cos profonda, che pareva una
    ferita. Povero maestro!  Tutti ne pativano.  Derossi s'alz e disse: -
    Signor maestro, non si affligga. Noi le vogliamo bene. - E allora egli
    si rasseren un poco e disse: - Riprendiamo la lezione, ragazzi.


    Il tamburino sardo.
    Racconto mensile.

    Nella  prima  giornata  della  battaglia di Custoza,  il 24 luglio del
    1848, una sessantina di soldati d'un reggimento di fanteria del nostro
    esercito,  mandati sopra un'altura a occupare una casa  solitaria,  si
    trovarono   improvvisamente  assaliti  da  due  compagnie  di  soldati
    austriaci,  che tempestandoli  di  fucilate  da  varie  parti,  appena
    diedero  loro  il  tempo  di  rifugiarsi  nella  casa  e  di  sbarrare
    precipitosamente le porte,  dopo aver lasciato alcuni morti  e  feriti
    pei campi. Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre
    del  pian  terreno  e del primo piano,  e cominciarono a fare un fuoco
    fitto sopra gli assalitori,  i quali,  avvicinandosi a grado a  grado,
    disposti  in  forma  di  semicerchio,  rispondevano vigorosamente.  Ai
    sessanta soldati italiani comandavano due ufficiali  subalterni  e  un
    capitano,  un  vecchio  alto,  secco e austero,  coi capelli e i baffi
    bianchi;  e c'era con essi un tamburino sardo,  un ragazzo di poco pi
    di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi, piccolo, di viso
    bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano.
    Il  capitano,  da  una  stanza  del  primo piano,  dirigeva la difesa,
    lanciando dei comandi che parean colpi di pistola,  e  non  si  vedeva
    sulla sua faccia ferrea nessun segno di commozione.  Il tamburino,  un
    p pallido, ma saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino,  allungava
    il collo, trattenendosi alla parete, per guardar fuori dalle finestre;
    e  vedeva  a  traverso  al  fumo,  pei campi,  le divise bianche degli
    Austriaci,  che venivano avanti lentamente.  La casa era  posta  sulla
    sommit d'una china ripida, e non aveva dalla parte della china che un
    solo  finestrino alto,  rispondente in una stanza a tetto;  perci gli
    Austriaci non minacciavan la casa da quella  parte,  e  la  china  era
    sgombra: il fuoco non batteva che la facciata e i due fianchi.
    Ma  era  un  fuoco  d'inferno,  una grandine di palle di piombo che di
    fuori screpolava i muri e sbriciolava i tegoli,  e  dentro  fracassava
    soffitti,  mobili,  imposte,  battenti,  buttando  per aria schegge di
    legno e nuvoli di calcinacci e  frantumi  di  stoviglie  e  di  vetri,
    sibilando,  rimbalzando,  schiantando  ogni  cosa  con  un  fragore da
    fendere il cranio.  Di tratto in tratto uno dei  soldati  che  tiravan
    dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in
    disparte.  Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani
    sopra le ferite.  Nella cucina c'era  gi  un  morto,  con  la  fronte
    spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva.
    A un certo punto fu visto il capitano,  fino allora impassibile,  fare
    un segno d'inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza,  seguito
    da un sergente.
    Dopo  tre  minuti  ritorn di corsa il sergente e chiam il tamburino,
    facendogli cenno che lo seguisse.  Il ragazzo lo segu correndo su per
    una scala di legno ed entr con lui in una soffitta nuda, dove vide il
    capitano,  che scriveva con una matita sopra un foglio,  appoggiandosi
    al finestrino,  e ai suoi piedi,  sul pavimento,  c'era una  corda  da
    pozzo.
    Il  capitano  ripieg  il  foglio e disse bruscamente,  fissando negli
    occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i
    soldati tremavano: - Tamburino!
    Il tamburino si mise la mano alla visiera.
    Il capitano  disse:  -  Tu  hai  del  fegato  Gli  occhi  del  ragazzo
    lampeggiarono.
    - S, signor capitano, - rispose.
    - Guarda laggi, - disse il capitano, spingendolo al finestrino, - nel
    piano,  vicino  alle  case  di  Villafranca,  dove c' un luccicho di
    baionette. L ci sono i nostri, immobili.  Tu prendi questo biglietto,
    t'afferri alla corda,  scendi dal finestrino,  divori la china,  pigli
    pei campi, arrivi fra i nostri,  e dai il biglietto al primo ufficiale
    che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino.
    Il  tamburino si lev il cinturino e lo zaino,  e si mise il biglietto
    nella tasca del petto; il sergente gett la corda e ne tenne afferrato
    con due mani l'uno dei capi;  il capitano aiut il ragazzo  a  passare
    per il finestrino, con la schiena rivolta verso la campagna.
    -  Bada,  -  gli  disse,  -  la  salvezza  del distaccamento  nel tuo
    coraggio e nelle tue gambe.
    - Si fidi di me, signor capitano - rispose il tamburino, spenzolandosi
    fuori.
    - Crvati nella discesa,  - disse ancora il  capitano,  afferrando  la
    corda insieme al sergente.
    - Non dubiti.
    - Dio t'aiuti.
    In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tir su la corda
    e  disparve;  il  capitano s'affacci impetuosamente al finestrino,  e
    vide il ragazzo che volava gi per la china.
    Sperava gi che fosse riuscito a fuggire inosservato quando  cinque  o
    sei  piccoli  nuvoli  di polvere che si sollevarono da terra davanti e
    dietro al ragazzo,  l'avvertirono che era stato visto dagli Austriaci,
    i  quali  gli tiravano addosso dalla sommit dell'altura: quei piccoli
    nuvoli eran terra  buttata  in  aria  dalle  palle.  Ma  il  tamburino
    continuava a correre a rompicollo.
    A un tratto, stramazz. - Ucciso! - rugg il capitano, addentandosi il
    pugno.
    Ma non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. -
    Ah!  una  caduta soltanto!  - disse tra s,  e respir.  Il tamburino,
    infatti,  riprese a  correre  di  tutta  forza;  ma  zoppicava.  -  Un
    torcipiede, - pens il capitano.
    Qualche  nuvoletto  di  polvere  si  lev  ancora  qua e l intorno al
    ragazzo,  ma sempre pi lontano.  Egli era in salvo.  Il capitano mise
    un'esclamazione di trionfo. Ma seguit ad accompagnarlo con gli occhi,
    trepidando,  perch  era un affar di minuti: se non arrivava laggi il
    pi presto possibile col biglietto che chiedeva immediato soccorso,  o
    tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli doveva arrendersi e darsi
    prigioniero  con  loro.  Il  ragazzo  correva  rapido  un tratto,  poi
    rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre pi
    affaticato,  e ogni tanto incespicava,  si soffermava.  - Lo ha  forse
    colto una palla di striscio,  pens il capitano, e notava tutti i suoi
    movimenti, fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse
    potuto sentirlo; misurava senza posa, con l'occhio ardente,  lo spazio
    interposto  fra il ragazzo fuggente e quel luccicho d'armi che vedeva
    laggi nella pianura in mezzo ai campi di frumento dorati dal sole.  E
    intanto  sentiva  i  sibili  e il fracasso delle palle nelle stanze di
    sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufficiali e dei sergenti, i
    lamenti acuti dei feriti,  il rovino dei mobili e dei  calcinacci.  -
    Su!  Coraggio!  -  gridava,  seguitando  con  lo  sguardo il tamburino
    lontano, - avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa.
    Un ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici,  senza  interrompere
    il fuoco,  sventolavano un panno bianco per intimare la resa. - Non si
    risponda! - egli grid, senza staccar lo sguardo dal ragazzo,  che gi
    era  nel  piano,  ma  che pi non correva,  e parea che si trascinasse
    stentatamente.  - Ma v!  ma corri!  - diceva il capitano stringendo i
    denti e i pugni;  - ammazzati,  muori,  scellerato, ma v! - Poi gett
    un'orribile imprecazione. - Ah!  l'infame poltrone,  s' seduto!  - Il
    ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva visto sporgere il capo
    al  disopra  d'un  campo  di  frumento,  era scomparso,  come se fosse
    caduto. Ma dopo un momento,  la sua testa venne fuori daccapo;  infine
    si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide pi.
    Allora discese impetuosamente;  le palle tempestavano; le stanze erano
    ingombre di feriti,  alcuni dei  quali  giravano  su  s  stessi  come
    briachi,  aggrappandosi  ai  mobili;  le  pareti  e il pavimento erano
    chiazzati di sangue; dei cadaveri giacevano a traverso alle porte;  il
    luogotenente aveva il braccio destro spezzato da una palla;  il fumo e
    il polverio avvolgevano  ogni  cosa.  -  Coraggio!  Arrivan  soccorsi!
    Ancora  un p di coraggio!  - Gli Austriaci s'erano avvicinati ancora;
    si vedevano gi tra il fumo i loro visi stravolti,  si sentiva tra  lo
    strepito  delle  fucilate  le  loro  grida selvagge,  che insultavano,
    intimavan la resa, minacciavan l'eccidio. Qualche soldato,  impaurito,
    si ritraeva dalle finestre;  i sergenti lo ricacciavano avanti.  Ma il
    fuoco della difesa infiacchiva,  lo scoraggiamento appariva su tutti i
    visi,  non  era  pi  possibile  protrarre  la  resistenza.  A un dato
    momento,  i colpi degli Austriaci rallentarono,  e  una  voce  tonante
    grid prima in tedesco,  poi in italiano: - Arrendetevi!  - No! - url
    il capitano da una finestra.  E il fuoco ricominci pi  fitto  e  pi
    rabbioso  dalle  due  parti.  Altri  soldati  caddero.  Gi  pi d'una
    finestra era senza difensori.  Il momento  fatale  era  imminente.  Il
    capitano  gridava con voce smozzicata fra i denti: - Non vengono!  Non
    vengono! - e correva intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano
    convulsa,  risoluto a morire.  Quando  un  sergente,  scendendo  dalla
    soffitta, gett un grido altissimo:
    - Arrivano!  - Arrivano! - ripet con un grido di gioia il capitano. -
    A quel grido tutti, sani, feriti,  sergenti,  ufficiali si slanciarono
    alle finestre,  e la resistenza inferoc un'altra volta. Di l a pochi
    momenti,  si not come un'incertezza e un principio di disordine fra i
    nemici. Subito, in furia, il capitano radun un drappello nella stanza
    a  terreno,  per  far impeto fuori,  con le baionette inastate.  - Poi
    rivol di sopra.  Era appena arrivato,  che  sentirono  uno  scalpito
    precipitoso,  accompagnato  da  un  urr  formidabile,  e videro dalle
    finestre venir innanzi  tra  il  fumo  i  cappelli  a  due  punte  dei
    carabinieri  italiani,  uno  squadrone  lanciato ventre a terra,  e un
    baleno fulmineo di lame mulinate per aria,  calate  sui  capi,  sulle
    spalle,  sui  dorsi;  -  allora il drappello irruppe a baionette basse
    fuor della porta; - i nemici vacillarono,  si scompigliarono,  diedero
    di volta,  il terreno rimase sgombro,  la casa fu libera,  e poco dopo
    due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni occupavan l'altura.
    Il capitano,  coi soldati che gli rimanevano,  si ricongiunse  al  suo
    reggimento,  combatt  ancora,  e  fu  leggermente  ferito  alla  mano
    sinistra da una palla rimbalzante, nell'ultimo assalto alla baionetta.
    La giornata fin con la vittoria dei nostri.
    Ma il giorno dopo,  essendosi ricominciato a combattere,  gli italiani
    furono   oppressi,   malgrado  la  valorosa  resistenza,   dal  numero
    soverchiante degli Austriaci,  e la  mattina  del  ventisei  dovettero
    prender tristamente la via della ritirata, verso il Mincio.
    Il capitano,  bench ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati,
    stanchi e silenziosi,  e arrivato sul cader del giorno  a  Goito,  sul
    Mincio,  cerc subito del suo luogotenente, che era stato raccolto col
    braccio spezzato dalla nostra Ambulanza,  e  doveva  esser  giunto  l
    prima  di  lui.  Gli fu indicata una chiesa,  dov'era stato installato
    affrettatamente un ospedale da campo. Egli v'and. La chiesa era piena
    di feriti,  adagiati su due file di letti e di materassi  distesi  sul
    pavimento;   due  medici  e  vari  inservienti  andavano  e  venivano,
    affannati; e s'udivan delle grida soffocate e dei gemiti.
    Appena entrato,  il capitano si ferm,  e gir lo sguardo all'intorno,
    in cerca del suo ufficiale.
    In  quel  punto  si  sent chiamare da una voce fioca,  vicinissima: -
    Signor capitano!
    Si volt: era il tamburino. Era disteso sopra un letto a cavalletti, -
    coperto fino al petto da una rozza  tenda  da  finestra,  a  quadretti
    rossi e bianchi, - con le braccia fuori; pallido e smagrito, ma sempre
    coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere.
    - Sei qui,  tu? - gli domand il capitano, stupito ma brusco. - Bravo.
    Hai fatto il tuo dovere.
    - Ho fatto il mio possibile, - rispose il tamburino.
    - Sei stato ferito, - disse il capitano, cercando con gli occhi il suo
    ufficiale nei letti vicini.
    - Che vuole!  - disse il ragazzo,  a cui dava coraggio  a  parlare  la
    compiacenza  altiera  d'esser per la prima volta ferito,  senza di che
    non avrebbe osato d'aprir bocca in faccia a quel capitano;  - ho avuto
    un bel correre gobbo,  m'han visto subito. Arrivavo venti minuti prima
    se non mi coglievano. Per fortuna che ho trovato subito un capitano di
    Stato Maggiore da consegnargli il biglietto.  Ma    stato  un  brutto
    discendere  dopo  quella  carezza!  Morivo  dalla sete,  temevo di non
    arrivare pi,  piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni  minuto  di
    ritardo se n'andava uno all'altro mondo, lass. Basta, ho fatto quello
    che  ho  potuto.  Son  contento.  Ma guardi lei,  con licenza,  signor
    capitano, che perde sangue.
    Infatti dalla palma mal fasciata del capitano colava gi per  le  dita
    qualche goccia di sangue.
    - Vuol che le dia una stretta io alla fascia,  signor capitano?  Porga
    un momento.
    Il capitano porse la mano sinistra, e allung la destra per aiutare il
    ragazzo a sciogliere il nodo e a rifarlo;  ma il ragazzo,  sollevatosi
    appena dal cuscino, impallid, e dovette riappoggiare la testa.
    - Basta,  basta, - disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano
    fasciata,  che quegli volea ritenere: - bada ai fatti tuoi,  invece di
    pensare agli altri, ch anche le cose leggiere, a trascurarle, possono
    farsi gravi.
    Il tamburino scosse il capo.
    -  Ma tu,  - gli disse il capitano,  guardandolo attentamente,  - devi
    aver perso molto sangue, tu, per esser debole a quel modo.
    - Perso molto sangue?  - rispose il ragazzo,  con un sorriso.  - Altro
    che sangue.
    Guardi.
    E tir via d'un colpo la coperta.
    Il capitano di un passo indietro, inorridito.
    Il  ragazzo  non  aveva  pi  che una gamba: la gamba sinistra gli era
    stata amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato  di
    panni insanguinati.
    In quel momento pass un medico militare, piccolo e grasso, in maniche
    di camicia. - Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il
    tamburino,  -  ecco  un  caso  disgraziato;  una  gamba che si sarebbe
    salvata con  niente  s'egli  non  l'avesse  forzata  in  quella  pazza
    maniera;  un'infiammazione maledetta;  bisogn tagliar l per l.  Oh,
    ma...  un bravo ragazzo,  gliel'assicuro io;  non ha dato una lacrima,
    non  un  grido!  Ero  superbo  che  fosse un ragazzo italiano,  mentre
    l'operavo, in parola d'onore. Quello  di buona razza, perdio!
    E se n'and di corsa.
    Il capitano corrug le grandi sopracciglia bianche,  e guard fisso il
    tamburino,  ristendendogli addosso la coperta;  poi, lentamente, quasi
    non avvedendosene, e fissandolo sempre, alz la mano al capo e si lev
    il chepp.
    - Signor capitano!  - esclam il  ragazzo  meravigliato.  -  Cosa  fa,
    signor capitano? Per me!
    E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad
    un  suo  inferiore,  rispose  con una voce indicibilmente affettuosa e
    dolce: - Io non sono che un capitano; tu sei un eroe.
    Poi si gett con le braccia aperte sul tamburino, e lo baci tre volte
    sul cuore.


    L'amor di patria.
    24, marted.

    "Poich il racconto del Tamburino t'ha scosso il cuore ti doveva esser
    facile,  questa mattina,  far bene il componimento d'esame: -  'Perch
    amate l'Italia'.
    Perch  amo l'Italia?  Non ti si son presentate subito cento risposte?
    Io amo l'Italia perch mia madre  italiana,  perch il sangue che  mi
    scorre  nelle  vene    italiano  perch   italiana la terra dove son
    sepolti i morti che mia madre piange e che mio padre venera, perch la
    citt dove son nato,  la lingua che  parlo,  i  libri  che  m'educano,
    perch mio fratello,  mia sorella, i miei compagni, e il grande popolo
    in mezzo a cui vivo,  e la bella natura che mi circonda,  e tutto  ci
    che vedo,  che amo, che studio, che ammiro,  italiano. Oh tu non puoi
    ancora sentirlo intero quest'affetto.  Lo  sentirai  quando  sarai  un
    uomo, quando ritornando da un viaggio lungo, dopo una lunga assenza, e
    affacciandoti   una  mattina  al  parapetto  del  bastimento,   vedrai
    all'orizzonte le grandi montagne azzurre del tuo  paese;  lo  sentirai
    allora  nell'onda  impetuosa  di  tenerezza  che t'empir gli occhi di
    lagrime e ti strapper un grido dal  cuore.  Lo  sentirai  in  qualche
    grande  citt lontana,  nell'impulso dell'anima che ti spinger fra la
    folla sconosciuta verso un operaio sconosciuto dal quale avrai  inteso
    passandogli  accanto,  una parola della tua lingua.  Lo sentirai nello
    sdegno doloroso e superbo che ti getter il sangue alla fronte, quando
    udrai ingiuriare il tuo paese dalla bocca d'uno straniero. Lo sentirai
    pi violento e pi altero il giorno in cui  la  minaccia  d'un  popolo
    nemico  sollever  una  tempesta  di fuoco sulla tua patria,  e vedrai
    fremere armi d'ogni parte,  i giovani accorrere  a  legioni,  i  padri
    baciare  i  figli,  dicendo:  -  Coraggio!  - e le madri dire addio ai
    giovinetti,  gridando: - Vincete!  - Lo sentirai come una gioia divina
    se  avrai  la  fortuna di veder rientrare nella tua citt i reggimenti
    diradati,  stanchi,  cenciosi,  terribili,   con  lo  splendore  della
    vittoria negli occhi e le bandiere lacerate dalle palle, seguiti da un
    convoglio  sterminato  di  valorosi  che  leveranno  in  alto le teste
    bendate e i moncherini,  in mezzo a una folla pazza che li coprir  di
    fiori,  di  benedizioni  e  di baci.  Tu comprenderai allora l'amor di
    patria,  sentirai la patria allora,  Enrico.  Ella  una cos grande e
    sacra  cosa,  che  se  un  giorno  io  vedessi  te tornar salvo da una
    battaglia combattuta per essa,  salvo te,  che sei la carne e  l'anima
    mia,  e sapessi che hai conservato la vita perch ti sei nascosto alla
    morte, io tuo padre,  che t'accolgo con un grido di gioia quando torni
    dalla  scuola,  io  t'accoglierei con un singhiozzo d'angoscia,  e non
    potrei amarti mai pi, e morirei con quel pugnale nel cuore".
    Tuo padre.


    Invidia.
    25, mercoled.

    Anche il componimento sulla patria chi l'ha fatto meglio  di  tutti  
    Derossi.  E  Votini che si teneva sicuro della prima medaglia!  Io gli
    vorrei bene a Votini, bench sia un p vanesio e si rilisci troppo; ma
    mi fa dispetto, ora che gli son vicino di banco, veder com' invidioso
    di Derossi. E vorrebbe gareggiare con lui,  studia;  ma non ce ne pu,
    in  nessuna  maniera,  ch  l'altro lo rivende dieci volte in tutte le
    materie; e Votini si morde le dita.  Anche Carlo Nobis lo invidia;  ma
    ha  tanta  superbia  in  corpo  che,  appunto per superbia,  non si fa
    scorgere. Votini invece si tradisce,  si lamenta dei punti a casa sua,
    e dice che il maestro fa delle ingiustizie;  e quando Derossi risponde
    alle interrogazioni cos pronto  e  bene,  come  fa  sempre,  egli  si
    rannuvola,  china  la  testa,  finge  di  non sentire,  o si sforza di
    ridere,  ma ride verde.  E siccome tutti  lo  sanno,  cos  quando  il
    maestro  loda  Derossi tutti si voltano a guardar Votini,  che mastica
    veleno, e il muratorino gli fa il muso di lepre. Stamani, per esempio,
    l'ha fatta  bigia.  Il  maestro  entra  nella  scuola  e  annunzia  il
    risultato dell'esame: - Derossi,  dieci decimi e la prima medaglia.  -
    Votini fece un grande starnuto. Il maestro lo guard: ci voleva poco a
    capire. - Votini,  - gli disse,  - non vi lasciate entrare in corpo il
    serpe  dell'invidia:    un  serpe  che rode il cervello e corrompe il
    cuore.   -  Tutti  lo  guardarono,   fuorch  Derossi;   Votini  volle
    rispondere,  non pot;  rest come impietrato,  col viso bianco.  Poi,
    mentre il  maestro  faceva  lezione,  si  mise  a  scrivere  a  grossi
    caratteri  sopra  un  foglietto: - Io non sono invidioso di quelli che
    guadagnano la prima medaglia con le protezioni e  le  ingiustizie..  -
    Era un biglietto che voleva mandare a Derossi. Ma intanto vedevo che i
    vicini  di Derossi macchinavano fra loro,  parlandosi all'orecchio,  e
    uno ritagliava col temperino una gran medaglia di carta, su cui avevan
    disegnato un serpe nero. E Votini pure se ne accorse.  Il maestro usc
    per pochi minuti.  Subito i vicini di Derossi s'alzarono per uscir dal
    banco e venire a presentar solennemente la medaglia di carta a Votini.
    Tutta la classe si preparava a una scenata.  Votini tremava gi tutto.
    Derossi grid: - Datela a me!  - S, meglio, - quelli risposero, - sei
    tu che gliela devi portare.  Derossi pigli la medaglia e la  fece  in
    tanti  pezzetti.  In  quel  punto  il  maestro  rientr,  e riprese la
    lezione.
    Io tenni d'occhio Votini; - era diventato rosso di bragia;  - prese il
    foglietto  adagio  adagio,   come  se  facesse  per  distrazione,   lo
    appallottol di nascosto, se lo mise in bocca, lo mastic per un poco,
    e poi lo sput sotto il banco...
    Nell'uscir dalla scuola passando davanti a Derossi,  Votini ch'era  un
    p confuso,  lasci cascar la carta asciugante.  Derossi,  gentile, la
    raccatt e gliela mise nello zaino e l'aiut ad agganciare la cinghia.
    Votini non os alzare la fronte.


    La madre di Franti.
    28, sabato.

    Ma Votini   incorreggibile.  Ieri,  alla  lezione  di  religione,  in
    presenza del Direttore, il maestro domand a Derossi se sapeva a mente
    quelle  due  strofette  del  libro  di lettura: "Dovunque il guardo io
    giro,  immenso Iddio ti vedo".  - Derossi  rispose  di  no,  e  Votini
    subito:  -  Io  le  so!  -  con  un  sorriso come per fare una picca a
    Derossi. Ma fu piccato lui,  invece,  che non pot recitare la poesia,
    perch  entr  tutt'a  un  tratto  nella  scuola  la  madre di Franti,
    affannata,  coi capelli  grigi  arruffati,  tutta  fradicia  di  neve,
    spingendo  avanti  il  figliuolo  che  stato sospeso dalla scuola per
    otto giorni.  Che triste scena ci tocc di vedere!  La povera donna si
    gett  quasi  in  ginocchio davanti al Direttore giungendo le mani,  e
    supplicando: - Oh signor Direttore, mi faccia la grazia,  riammetta il
    ragazzo  alla  scuola!  Son  tre  giorni  che    a casa,  l'ho tenuto
    nascosto,  ma Dio ne guardi se suo padre scopre la cosa,  lo  ammazza;
    abbia piet, che non so pi come fare! mi raccomando con tutta l'anima
    mia!  -  Il  Direttore  cerc  di condurla fuori;  ma essa resistette,
    sempre pregando e piangendo.  - Oh!  se sapesse le pene che m'ha  dato
    questo  figliuolo avrebbe compassione!  Mi faccia la grazia!  Io spero
    che cambier. Io gi non vivr pi un pezzo,  signor Direttore,  ho la
    morte  qui,  ma vorrei vederlo cambiato prima di morire perch...  - e
    diede in uno scoppio di pianto, -  il mio figliuolo, gli voglio bene,
    morirei disperata; me lo riprenda ancora una volta,  signor Direttore,
    perch non segua una disgrazia in famiglia,  lo faccia per piet d'una
    povera donna! - E si coperse il viso con le mani singhiozzando.
    Franti teneva il viso basso,  impassibile.  Il  Direttore  lo  guard,
    stette un p pensando,  poi disse: - Franti, v al tuo posto. - Allora
    la donna lev le mani dal viso,  tutta racconsolata,  e cominci a dir
    grazie,  grazie,  senza lasciar parlare il Direttore,  e s'avvi verso
    l'uscio, asciugandosi gli occhi,  e dicendo affollatamente: - Figliuol
    mio,  mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore,
    che ha fatto un'opera di carit.  Buono,  sai figliuolo.  Buon giorno,
    ragazzi.  Grazie,  a rivederlo,  signor maestro.  E scusino tanto, una
    povera mamma.  - E data ancora di sull'uscio un'occhiata supplichevole
    a  suo  figlio,  se  n'and,  raccogliendo lo scialle che strascicava,
    pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire
    gi per le scale.  Il Direttore  guard  fisso  Franti,  in  mezzo  al
    silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare:
    - Franti,  tu uccidi tua madre! - Tutti si voltarono a guardar Franti.
    E quell'infame sorrise.


    Speranza.
    29, domenica.

    "Bello Enrico lo slancio con cui ti sei gettato sul cuore di tua madre
    tornando dalla scuola di religione. S, t'ha detto delle cose grandi e
    consolanti il maestro.  Dio che ci  ha  gettati  l'uno  nelle  braccia
    dell'altro,  non ci separer per sempre;  quando io morir, quando tuo
    padre morr,  non ce le diremo quelle tremende e disperate  parole:  -
    mamma,  babbo,  Enrico,  non  ti vedr mai pi!  - Noi ci rivedremo in
    un'altra vita,  dove chi ha molto sofferto in questa sar  compensato,
    dove  chi  ha molto amato sulla terra ritrover le anime che ha amate,
    in un mondo senza colpe,  senza pianto  e  senza  morte.  Ma  dobbiamo
    rendercene degni,  tutti,  di quell'altra vita. Senti, figliuolo: ogni
    tua azione buona,  ogni tuo moto d'affetto per coloro  che  ti  amano,
    ogni tuo atto cortese per i tuoi compagni, ogni tuo pensiero gentile 
    come  uno  slancio in alto verso quel mondo.  E anche ti solleva verso
    quel  mondo  ogni  disgrazia,  ogni  dolore,   perch  ogni  dolore  
    l'espiazione d'una colpa, ogni lacrima cancella una macchia. Proponiti
    oggi  giorno  di essere pi buono e pi amoroso che il giorno innanzi.
    D ogni mattina: oggi voglio far qualche cosa di cui la  coscienza  mi
    lodi  e mio padre sia contento;  qualche cosa che mi faccia voler bene
    da questo o da quel compagno,  dal maestro,  da  mio  fratello,  o  da
    altri.  E  domanda a Dio che ti dia la forza di mettere in atto il tuo
    proposito.  Signore,  io  voglio  essere  buono,  nobile,   coraggioso
    gentile,  sincero,  aiutatemi, fate che ogni sera, quando mia madre mi
    d l'ultimo saluto,  io possa dirle.  Tu baci questa sera un fanciullo
    pi  onesto  e pi degno di quello che baciasti ieri.  Abbi sempre nel
    tuo pensiero quell'altro Enrico sovrumano  e  felice,  che  tu  potrai
    essere dopo questa vita.  E prega. Tu non puoi immaginare che dolcezza
    provi, quanto si senta migliore una madre quando vede il suo fanciullo
    con le mani giunte.  Quando io vedo te che preghi mi pare  impossibile
    che non ci sia nessuno che ti guardi e ti ascolti. Io credo allora pi
    fermamente che c' una bont suprema e una piet infinita, io t'amo di
    pi,  lavoro con pi ardore,  soffro con pi forza,  perdono con tutta
    l'anima e penso  alla  morte  serenamente.  Oh  Dio  grande  e  buono!
    Risentir  dopo  morte la voce di mia madre,  ritrovare i miei bambini,
    rivedere il mio  Enrico,  il  mio  Enrico  benedetto  e  immortale,  e
    stringerlo  in un abbraccio che non si scioglier mai pi,  mai pi in
    eterno! Oh prega, preghiamo,  amiamoci,  siamo buoni,  portiamo quella
    celeste speranza nell'anima, adorato fanciullo mio".
    Tua madre.














    FEBBRAIO.

    Una medaglia ben data.
    4, sabato.

    Questa  mattina  venne a dar le medaglie il Sovrintendente scolastico,
    un signore con la barba bianca, vestito di nero.  Entr col Direttore,
    e sedette accanto al maestro.  Interrog parecchi,  poi diede la prima
    medaglia a Derossi, e prima di dar la seconda,  stette qualche momento
    a  sentire il maestro e il Direttore,  che gli parlavano a voce bassa.
    Tutti domandavano: - A chi dar la seconda?  - Il Sovrintendente disse
    a  voce  alta:  -  La  seconda medaglia l'ha meritata questa settimana
    l'alunno Pietro Precossi: meritata  per  i  lavori  di  casa,  per  le
    lezioni,  per la calligrafia,  per la condotta,  per tutto. - Tutti si
    voltarono a guardar Precossi,  si vedeva che ci avevan tutti  piacere.
    Precossi s'alz, confuso che non sapeva pi dove fosse. - Vieni qua, -
    disse  il Sovrintendente.  Precossi salt gi dal banco e and accanto
    al tavolino del maestro.  Il sovrintendente guard con attenzione quel
    visino  color  di  cera,  quel  piccolo  corpo insaccato in quei panni
    rimboccati e disadatti, quegli occhi buoni e tristi,  che sfuggivano i
    suoi,  ma  che lasciavano indovinare una storia di patimenti,  poi gli
    disse con voce  piena  di  affetto,  attaccandogli  la  medaglia  alla
    spalla:  - Precossi,  ti d la medaglia.  Nessuno  pi degno di te di
    portarla.  Non la d soltanto alla tua  intelligenza  e  al  tuo  buon
    volere, la d al tuo cuore, la d al tuo coraggio, al tuo carattere di
    bravo e buon figliuolo.  Non  vero,  - soggiunse, voltandosi verso la
    classe, - che egli la merita anche per questo? - S,  s,  - risposero
    tutti a una voce.
    Precossi  fece  un  movimento  del  collo come per inghiottire qualche
    cosa,  e gir sui banchi uno sguardo  dolcissimo,  che  esprimeva  una
    gratitudine immensa. - V, dunque, gli disse il Sovrintendente, - caro
    ragazzo!  E  Dio ti protegga!  - Era l'ora d'uscire.  La nostra classe
    usc avanti le altre. Appena siamo fuori dell'uscio...  chi vediamo l
    nel camerone,  proprio sull'entrata?  Il padre di Precossi,  il fabbro
    ferraio, pallido,  come al solito,  col viso torvo,  coi capelli negli
    occhi,  col berretto per traverso, malfermo sulle gambe. Il maestro lo
    vide subito e parl  nell'orecchio  al  Sovrintendente;  questi  cerc
    Precossi in fretta e,  presolo per mano,  lo condusse da suo padre. Il
    ragazzo tremava. Anche il maestro e il Direttore s'avvicinarono, molti
    ragazzi si fecero intorno. - Lei  il padre di questo ragazzo,  vero?
    - domand il Sovrintendente al  fabbro,  con  fare  allegro,  come  se
    fossero  amici.  E  senz'aspettar  la risposta: - Mi rallegro con lei.
    Guardi: egli ha guadagnato la seconda medaglia, sopra cinquantaquattro
    compagni; l'ha meritata nella composizione, nell'aritmetica, in tutto.
    E' un ragazzo pieno d'intelligenza e di buona volont,  che far molto
    cammino: un bravo ragazzo, che ha l'affezione e la stima di tutti; lei
    ne  pu andar superbo,  gliel'assicuro.  - Il fabbro,  che era stato a
    sentire con la bocca aperta,  guard  fisso  il  Sovrintendente  e  il
    Direttore,  e poi fiss il suo figliuolo,  che gli stava davanti,  con
    gli occhi bassi,  tremando;  e come se ricordasse e capisse allora per
    la  prima  volta  tutto  quello che aveva fatto soffrire a quel povero
    piccino, e tutta la bont, tutta la costanza eroica con cui egli aveva
    sofferto,  mostr a un tratto nel viso una certa  meraviglia  stupida,
    poi  un dolore accigliato,  infine una tenerezza violenta e triste,  e
    con un rapido gesto afferr il ragazzo per il capo e se lo strinse sul
    petto.  Noi gli passammo tutti davanti;  io l'invitai a venir  a  casa
    gioved, con Garrone e Crossi; altri lo salutarono; chi gli faceva una
    carezza,  chi gli toccava la medaglia, tutti gli dissero qualche cosa.
    E il padre guardava stupito, tenendosi sempre serrato al petto il capo
    del figliuolo, che singhiozzava.


    Buoni propositi.
    5, domenica.

    M'ha destato un rimorso quella medaglia data a Precossi. Io che non ne
    ho ancora guadagnata una!  Io da un p di tempo  non  studio,  e  sono
    scontento di me,  e il maestro,  mio padre e mia madre sono scontenti.
    Non provo pi  neppure  il  piacere  di  prima  a  divertirmi,  quando
    lavoravo  di  voglia,  e poi saltavo su dal tavolino e correvo ai miei
    giochi pieno d'allegrezza,  come se non avessi pi giocato da un mese.
    Neanche  a  tavola  coi miei non mi siedo pi con la contentezza d'una
    volta. Sempre ho come un'ombra nell'animo, una voce dentro che mi dice
    continuamente: - non va,  non va.  - Vedo la sera passar per la piazza
    tanti ragazzi che tornan dal lavoro,  in mezzo a gruppi d'operai tutti
    stanchi ma allegri,  che allungano il passo,  impazienti di arrivar  a
    casa a mangiare,  e parlano forte,  ridendo, e battendosi sulle spalle
    le mani nere di carbone o bianche di calce, e penso che hanno lavorato
    dallo spuntar dell'alba fino a quell'ora;  e con  quelli  tanti  altri
    anche pi piccoli, che tutto il giorno son stati sulle cime dei tetti,
    davanti alle fornaci,  in mezzo alle macchine,  e dentro all'acqua,  e
    sotto terra, non mangiando che un p di pane;  e provo quasi vergogna,
    io  che  in  tutto  quel tempo non ho fatto che scarabocchiare di mala
    voglia quattro paginuccie. Ah sono scontento, scontento!  Io vedo bene
    che mio padre  di malumore,  e vorrebbe dirmelo,  ma gli rincresce, e
    aspetta ancora; caro padre mio, che lavori tanto!  Tutto  tuo,  tutto
    quello  che  mi  vedo intorno in casa,  tutto quello che tocco,  tutto
    quello che mi veste e che mi ciba,  tutto quello che mi ammaestra e mi
    diverte,  tutto  frutto del tuo lavoro,  ed io non lavoro,  tutto t'
    costato pensieri, privazioni, dispiaceri, fatiche, e io non fatico! Ah
    no,   troppo ingiusto e mi fa troppa pena.  Io voglio  cominciare  da
    oggi, voglio mettermi a studiare, come Stardi, coi pugni serrati e coi
    denti  stretti,  mettermici con tutte le forze della mia volont e del
    mio cuore;  voglio vincere il sonno la  sera,  saltar  gi  presto  la
    mattina,  martellarmi  il cervello senza riposo,  sferzare la pigrizia
    senza piet, faticare, soffrire anche, ammalarmi;  ma finire una volta
    di  trascinare  questa  vitaccia fiacca e svogliata che avvilisce me e
    rattrista gli altri.
    Animo, al lavoro! Al lavoro con tutta l'anima e con tutti i nervi!  Al
    lavoro che mi render il riposo dolce, i giochi piacevoli, il desinare
    allegro;  al lavoro che mi ridar il buon sorriso del mio maestro e il
    bacio benedetto di mio padre.


    Il vaporino.
    10, venerd.

    Precossi venne a casa ieri, con Garrone. Io credo che se fossero stati
    due figliuoli di principi non sarebbero stati accolti con  pi  festa.
    Garrone era la prima volta che veniva,  perch  un p orso,  e poi si
    vergogna di lasciarsi vedere,  che  cos grande e fa ancora la terza.
    Andammo  tutti ad aprir la porta,  quando suonarono.  Crossi non venne
    perch gli  finalmente arrivato il padre dall'America, dopo sei anni.
    Mia madre baci  subito  Precossi,  mio  padre  le  present  Garrone,
    dicendo: - Ecco qui;  questo non  solamente un buon ragazzo; questo 
    un galantuomo e un gentiluomo.  - Ed egli abbass la sua grossa  testa
    rapata, sorridendo di nascosto con me. Precossi aveva la sua medaglia,
    ed era contento perch suo padre s' rimesso a lavorare,  e son cinque
    giorni che non beve pi,  lo  vuol  sempre  nell'officina  a  tenergli
    compagnia, e pare un altro.
    Ci  mettemmo  a  giocare,  io tirai fuori tutte le cose mie;  Precossi
    rimase incantato  davanti  al  treno  della  strada  ferrata,  con  la
    macchina  che  va  da  s,  a  darle la corda;  non n'aveva visto mai;
    divorava con gli occhi quei vagoncini rossi e gialli.  Io gli diedi la
    chiavetta  perch giocasse,  egli s'inginocchi a giocare,  e non lev
    pi la testa.  Non l'avevo mai visto contento cos.  Sempre diceva:  -
    Scusami,  scusami,  -  a ogni proposito,  facendoci in l con le mani,
    perch non fermassimo la  macchina,  e  poi  pigliava  e  rimetteva  i
    vagoncini con mille riguardi, come se fossero di vetro, aveva paura di
    appannarli col fiato,  e li ripuliva, guardandoli di sotto e di sopra,
    e sorridendo da s.  Noi,  tutti in piedi,  lo guardavamo;  guardavamo
    quel  collo  sottile,  quelle  povere orecchine che un giorno io avevo
    visto sanguinare, quel giacchettone con le maniche rimboccate,  da cui
    uscivano  due  braccini di malato,  che s'erano alzati tante volte per
    difendere il viso dalle percosse...  Oh!  in quel momento io gli avrei
    gettato  ai  piedi  tutti  i miei giocattoli e tutti i miei libri,  mi
    sarei strappato di bocca l'ultimo pezzo di pane per darlo  a  lui,  mi
    sarei  spogliato  per  vestirlo,  mi  sarei  buttato  in ginocchio per
    baciargli le mani - Almeno il treno glielo voglio dare,  - pensai;  ma
    bisognava chiedere il permesso a mio padre.  In quel momento mi sentii
    mettere un pezzetto di carta in una mano;  guardai: era scritto da mio
    padre col lapis; diceva: - "A Precossi piace il tuo treno. Egli non ha
    giocattoli.  Non  ti  suggerisce  nulla  il  tuo  cuore?"  - Subito io
    afferrai a due mani la macchina e i vagoni e gli misi ogni cosa  sulle
    braccia dicendogli: - Prendilo,  tuo. - Egli mi guard, non capiva. -
    E' tuo,  - dissi, - te lo regalo. - Allora egli guard mio padre e mia
    madre, ancora pi stupito, e mi domand: - Ma perch?  - Mio padre gli
    disse:  -  Te  lo  regala  Enrico  perch  tuo amico,  perch ti vuol
    bene...   per  festeggiare  la  tua  medaglia.   -  Precossi   domand
    timidamente:  -  Debbo  portarlo  via...   a  casa?  -  Ma  sicuro!  -
    rispondemmo tutti. Era gi sull'uscio, e non osava ancora andarsene.
    Era felice!  Domandava scusa,  con la  bocca  che  tremava  e  rideva.
    Garrone  lo aiut a rinvoltare il treno nel fazzoletto,  e chinandosi,
    fece crocchiare i grissini che gli empivan le tasche.  - Un giorno,  -
    mi disse Precossi, - verrai all'officina a veder mio padre a lavorare.
    Ti  dar  dei  chiodi.  -  Mia madre mise un mazzettino nell'occhiello
    della giacchetta a Garrone perch lo portasse alla mamma in nome  suo.
    Garrone  le  disse col suo vocione: - Grazie,  - senza alzare il mento
    dal petto. Ma gli splendeva tutta negli occhi l'anima nobile e buona.


    Superbia.
    11, sabato.

    E dire che Carlo Nobis si pulisce la manica  con  affettazione  quando
    Precossi lo tocca, passando! Costui  la superbia incarnata perch suo
    padre  un riccone.
    Ma anche il padre di Derossi  ricco! Egli vorrebbe avere un banco per
    s solo,  ha paura che tutti lo insudicino,  guarda tutti dall'alto al
    basso,  ha sempre un sorriso sprezzante sulle labbra: guai a  urtargli
    un piede quando s'esce in fila a due a due! Per un nulla butta in viso
    una  parola ingiuriosa o minaccia di far venire alla scuola suo padre.
    E s che suo padre gli ha dato la sua brava polpetta quando tratt  da
    straccione  il figliuolo del carbonaio!  Io non ho mai visto una muffa
    compagna! Nessuno gli parla, nessuno gli dice addio quando s'esce, non
    c' un cane che gli suggerisce quando non sa la lezione. E lui non pu
    patir nessuno, e finge di disprezzar sopra tutti Derossi,  perch  il
    primo,  e  Garrone  perch  tutti gli voglion bene.  Ma Derossi non lo
    guarda neppure quant' lungo,  e Garrone,  quando gli riportarono  che
    Nobis sparlava di lui, rispose: - Ha una superbia cos stupida che non
    merita nemmeno i miei scapaccioni.  - Coretti pure,  un giorno ch'egli
    sorrideva con disprezzo del suo berretto di pel di gatto, gli disse: -
    V un poco da Derossi a imparare a far il signore!  - Ieri si  lament
    col  maestro  perch  il  calabrese gli tocc una gamba col piede.  Il
    maestro domand al calabrese: - L'hai fatto apposta? - No, signore,  -
    rispose  franco.  E il maestro: - Siete troppo permaloso,  Nobis.  - E
    Nobis, con quella sua aria: - Lo dir a mio padre. - Allora il maestro
    and in collera: - Vostro padre vi dar torto,  come fece altre volte.
    E poi non c' che il maestro,  in iscuola,  che giudichi e punisca.  -
    Poi soggiunse con dolcezza: - Andiamo,  Nobis,  cambiate  modi,  siate
    buono  e  cortese coi vostri compagni.  Vedete,  ci sono dei figliuoli
    d'operai e di signori,  dei ricchi e dei poveri,  e tutti  si  voglion
    bene,  si  trattan da fratelli,  come sono.  Perch non fate anche voi
    come gli altri?  Vi costerebbe cos poco farvi benvolere da  tutti,  e
    sareste  tanto  pi contento voi pure!...  Ebbene,  non avete nulla da
    rispondermi?  - Nobis,  ch'era stato a sentire col suo solito  sorriso
    sprezzante,  rispose freddamente: - No, signore. - Sedete, - gli disse
    il maestro.  - Vi compiango.  Siete un ragazzo senza  cuore.  -  Tutto
    pareva finito cos;  ma il muratorino, che  nel primo banco, volt la
    sua faccia tonda verso Nobis, che  nell'ultimo, e gli fece un muso di
    lepre cos bello e cos buffo, che tutta la classe diede in una sonora
    risata.  Il maestro lo sgrid;  ma fu costretto a  mettersi  una  mano
    sulla bocca per nascondere il riso.  E Nobis pure fece un riso;  ma di
    quello che non si cuoce.


    I feriti del lavoro.
    13, luned.

    Nobis pu fare il paio con Franti:  non  si  commossero  n  l'uno  n
    l'altro,  questa  mattina,  davanti  allo  spettacolo terribile che ci
    pass sotto gli occhi.
    Uscito dalla scuola,  stavo con mio padre a guardar certi  birbaccioni
    della  seconda,  che si buttavan ginocchioni per terra a strofinare il
    ghiaccio con le mantelline e con le berrette, per far gli sdruccioloni
    pi lesti,  quando vedemmo venir d'in fondo alla strada una  folla  di
    gente, a passo affrettato, tutti seri e come spaventati, che parlavano
    a  voce bassa.  Nel mezzo c'erano tre guardie municipali,  dietro alle
    guardie, due uomini che portavano una barella.
    I ragazzi accorsero da ogni parte.  La folla s'avanzava verso di  noi.
    Sulla barella c'era disteso un uomo,  bianco come un cadavere,  con la
    testa  ripiegata  sopra  una   spalla,   coi   capelli   arruffati   e
    insanguinati,  che  perdeva  sangue  dalla  bocca e dalle orecchie;  e
    accanto alla barella camminava una donna con un bimbo in  braccio  che
    pareva  pazza  e gridava di tratto in tratto: - E' morto!   morto!  
    morto!  - Dietro alla donna veniva un ragazzo,  che aveva la  cartella
    sotto il braccio, e singhiozzava.
    -  Cos'  stato?  -  domand  mio padre.  Un vicino rispose che era un
    muratore,  caduto da un quarto piano,  mentre  lavorava.  I  portatori
    della  barella  si  soffermarono  un  momento.  Molti  torsero il viso
    inorriditi.  Vidi la maestrina della penna rossa che sorreggeva la mia
    maestra di prima superiore quasi svenuta. Nello stesso tempo mi sentii
    urtare nel gomito: era il muratorino,  pallido,  che tremava da capo a
    piedi. Egli pensava a suo padre, certo. Anch'io ci pensai.  Io sto con
    l'animo in pace, almeno, quando sono a scuola, io so che mio padre  a
    casa,  seduto  a  tavolino,  lontano da ogni pericolo;  ma quanti miei
    compagni pensano che i loro padri lavorano sopra un ponte altissimo  o
    vicino alle ruote d'una macchina,  e che un gesto,  un passo falso pu
    costar loro la vita! Sono come tanti figliuoli di soldati, che abbiano
    i loro padri in battaglia. Il muratorino guardava, guardava, e tremava
    sempre pi forte,  e mio padre se n'accorse e gli disse: -  Vattene  a
    casa,  ragazzo,  va  subito  da  tuo  padre,  che  lo  troverai sano e
    tranquillo;  v!  - Il muratorino se n'and voltandosi indietro a ogni
    passo.  E intanto la folla si rimise in moto,  e la donna gridava,  da
    straziar l'anima: - E' morto!  morto!  morto! - No, no, non  morto,
    - le dicevan da tutte la parti. Ma essa non ci badava e si strappava i
    capelli.  Quando sentii una voce sdegnata che disse: - Tu  ridi!  -  e
    vidi nello stesso tempo un uomo barbuto che guardava in faccia Franti,
    il  quale  sorrideva  ancora.  Allora  l'uomo  gli  cacci in terra il
    berretto con un ceffone, dicendo: - Scopriti il capo, malnato,  quando
    passa  un  ferito del lavoro!  - La folla era gi passata tutta,  e si
    vedeva in mezzo alla strada una lunga striscia di sangue.


    Il prigioniero.
    17, venerd.

    Ah! questo  certamente il caso pi strano di tutto l'anno!  Mio padre
    mi  condusse  ieri  mattina  nei dintorni di Moncalieri,  a vedere una
    villa da prendere a pigione per l'estate prossima,  perch  quest'anno
    non  andiamo  pi a Chieri;  e si trov che chi aveva le chiavi era un
    maestro, il quale fa da segretario al padrone.  Egli ci fece vedere la
    casa, e poi ci condusse nella sua camera, dove ci diede da bere. C'era
    sul tavolino,  in mezzo ai bicchieri,  un calamaio di legno,  di forma
    conica,  scolpito in una maniera singolare.  Vedendo che mio padre  lo
    guardava,  il  maestro gli disse: - Quel calamaio l mi  prezioso: se
    sapesse, signore, la storia di quel calamaio! - E la raccont:
    Anni sono,  egli era maestro a Torino,  e and per tutto un inverno  a
    far lezione ai prigionieri,  nelle Carceri giudiziarie. Faceva lezione
    nella chiesa delle carceri, che  un edificio rotondo, e tutt'intorno,
    nel muri alti e nudi, ci son tanti finestrini quadrati,  chiusi da due
    sbarre di ferro incrociate, a ciascuno dei quali corrisponde di dentro
    una piccolissima cella. Egli faceva lezione passeggiando per la chiesa
    fredda e buia, e i suoi scolari stavano affacciati a quelle buche, coi
    quaderni  contro  le  inferriate,  non  mostrando  altro  che  i  visi
    nell'ombra,  dei visi sparuti e accigliati,  delle barbe  arruffate  e
    grigie,  degli occhi fissi d'omicidi e di ladri. Ce n'era uno, fra gli
    altri, al numero 78, che stava pi attento di tutti, e studiava molto,
    e  guardava  il  maestro  con  gli  occhi  pieni  di  rispetto  e   di
    gratitudine.  Era  un  giovane con la barba nera,  pi disgraziato che
    malvagio,  un ebanista,  il quale,  in un  impeto  di  collera,  aveva
    scagliato  una  pialla  contro  il  suo  padrone,  che  da un pezzo lo
    perseguitava,  e l'aveva ferito mortalmente al capo;  e per questo era
    stato  condannato  a  vari anni di reclusione.  In tre mesi egli aveva
    imparato a leggere e a scrivere, e leggeva continuamente, e quanto pi
    imparava,  tanto pi pareva che diventasse buono e che  fosse  pentito
    del suo delitto.  Un giorno, sul finire della lezione, egli fece cenno
    al maestro che  s'avvicinasse  al  finestrino,  e  gli  annunzi,  con
    tristezza, che la mattina dopo sarebbe partito da Torino, per andare a
    scontare  la sua pena nelle carceri di Venezia;  e dettogli addio,  lo
    preg con voce umile e commossa che si lasciasse toccare la  mano.  Il
    maestro  ritir la mano: era bagnata di lacrime.  Dopo d'allora non lo
    vide pi. Passarono sei anni.
    - Io pensavo a tutt'altro che a quel disgraziato,  - disse il maestro,
    - quando ieri l'altro mattina mi vedo capitare a casa uno sconosciuto,
    con una gran barba nera,  gi un p brizzolata,  vestito malamente; il
    quale mi dice: - E' lei signore,  il maestro  tale  dei  tali?  -  Chi
    siete?  -  gli  domando  io  -  Sono il carcerato del numero 78,  - mi
    riponde; - m'ha insegnato lei a leggere e a scrivere,  sei anni fa: se
    si rammenta,  all'ultima lezione m'ha dato la mano: ora ho scontato la
    mia pena e son qui...  a pregarla che mi faccia la grazia  d'accettare
    un  mio  ricordo,  una  cosuccia che ho lavorato in prigione.  La vuol
    accettare per mia memoria,  signor maestro?  -  Io  rimasi  l,  senza
    parola. Egli credette che non volessi accettare, e mi guard, come per
    dire:  -  Sei  anni di patimenti non sono dunque bastati a purgarmi le
    mani!  - ma con espressione cos viva di dolore mi  guard,  che  tesi
    subito la mano e presi l'oggetto.  Eccolo qui.  Guardammo attentamente
    il calamaio: pareva stato lavorato  con  la  punta  d'un  chiodo,  con
    lunghissima  pazienza;  c'era  su  scolpita  una penna a traverso a un
    quaderno, e scritto intorno: "Al mio maestro.  - Ricordo del numero 78
    - Sei anni". - E sotto, in piccoli caratteri: - "Studio e speranza"...
    Il maestro non disse altro;  ce n'andammo. Ma per tutto il tragitto da
    Moncalieri a Torino, io non potei pi levarmi dal capo quel prigionero
    affacciato al finestrino, quell'addio al maestro, quel povero calamaio
    lavorato in carcere, che diceva tante cose, e lo sognai la notte, e ci
    pensavo ancora questa mattina...  quanto  lontano  dall'immaginare  la
    sorpresa  che  m'aspettava  alla scuola!  Entrato appena nel mio nuovo
    banco,   accanto  a  Derossi,   e  scritto  il  problema  d'aritmetica
    dell'esame  mensile,  raccontai  al  mio  compagno tutta la storia del
    prigioniero e del calamaio e come il calamaio era fatto,  con la penna
    a  traverso  al quaderno,  e quell'iscrizione intorno: - "Sei anni!" -
    Derossi scatt a quelle parole,  e cominci  a  guardare  ora  me  ora
    Crossi,  il figliuolo dell'erbivendola, che era nel banco davanti, con
    la schiena rivolta a noi, tutto assorto nel suo problema.  - Zitto!  -
    disse poi, a bassa voce, pigliandomi per un braccio. - Non sai? Crossi
    mi  disse avant'ieri d'aver visto di sfuggita un calamaio di legno tra
    le mani di suo  padre  ritornato  dall'America:  un  calamaio  conico,
    lavorato a mano,  con un quaderno e una penna: -  quello; "sei anni!"
    - egli diceva che suo padre era in America: - era invece in  prigione;
    - Crossi era piccolo al tempo del delitto,  non si ricorda,  sua madre
    lo ingann, egli non sa nulla; non ci sfugga una sillaba di questo!  -
    Io  rimasi  senza  parola,  con  gli  occhi fissi su Crossi.  E allora
    Derossi risolvette il problema e lo pass sotto il banco a Crossi; gli
    diede un foglio di carta; gli lev di mano "L'Infermiere di Tata",  il
    racconto  mensile,  che  il  maestro  gli aveva dato a ricopiare,  per
    ricopiarlo lui in sua vece;  gli regal dei pennini,  gli accarezz la
    spalla,  mi  fece promettere sul mio onore che non avrei detto nulla a
    nessuno;  e quando uscimmo dalla scuola mi disse in fretta: - Ieri suo
    padre    venuto  a  prenderlo,  ci sar anche questa mattina: fa come
    faccio io. Uscimmo nella strada,  il padre di Crossi era l,  un p in
    disparte:  un  uomo con la barba nera,  gi un p brizzolata,  vestito
    malamente, con un viso scolorito e pensieroso. Derossi strinse la mano
    a Crossi; in modo da farsi vedere,  e gli disse forte: - A riverderci,
    Crossi,  -  e  gli  pass la mano sotto mento,  io feci lo stesso.  Ma
    facendo quello, Derossi divent color di porpora, io pure;  e il padre
    di Crossi ci guard attentamente,  con uno sguardo benevolo; ma in cui
    traluceva un'espressione d'inquietudine e di  sospetto,  che  ci  mise
    freddo nel cuore.


    L'infermiere di Tata.
    Racconto mensile.

    La  mattina  d'un  giorno  piovoso  di  marzo,  un  ragazzo vestito da
    campagnuolo,  tutto inzuppato d'acqua e infangato,  con un involto  di
    panni  sotto  il  braccio,  si  presentava  al portinaio dell'Ospedale
    maggiore di Napoli e domandava di suo padre,  presentando una lettera.
    Aveva un bel viso ovale d'un bruno pallido, gli occhi pensierosi e due
    grosse  labbra semiaperte,  che lasciavan vedere i denti bianchissimi.
    Veniva da un villaggio dei dintorni di Napoli.  Suo padre,  partito di
    casa  l'anno  addietro  per  andare  a  cercar lavoro in Francia,  era
    tornato in Italia e sbarcato pochi d prima a Napoli, dove, ammalatosi
    improvvisamente,  aveva appena fatto in tempo a scrivere un rigo  alla
    famiglia   per   annunziarle   il  suo  arrivo  e  dirle  che  entrava
    all'ospedale.  Sua moglie,  desolata di quella  notizia,  non  potendo
    moversi  di  casa  perch  aveva una bimba inferma e un'altra al seno,
    aveva mandato a Napoli il figliuolo maggiore,  con qualche  soldo,  ad
    assistere suo padre,  il suo .Tata., come l si dice; il ragazzo aveva
    fatto dieci miglia di cammino.
    Il portinaio,  data un'occhiata alla lettera,  chiam un infermiere  e
    gli disse che conducesse il ragazzo dal padre.
    - Che padre? - domand l'infermiere.
    Il  ragazzo,  tremante  per  il timore d'una trista notizia,  disse il
    nome.
    L'infermiere non si rammentava quel nome.
    - Un vecchio operaio venuto di fuori? - domand.
    - Operaio s,  - rispose il ragazzo,  sempre pi ansioso;  - non tanto
    vecchio. Venuto di fuori, s.
    - Entrato all'ospedale quando? - domand l'infermiere.
    Il ragazzo diede uno sguardo alla lettera. - Cinque giorni fa, credo.
    L'infermiere  stette  un  p  pensando;  poi,  come  ricordandosi a un
    tratto: - Ah! - disse, - il quarto camerone, il letto in fondo.
    - E' malato molto? Come sta? - domand affannosamente il ragazzo.
    L'infermiere lo guard, senza rispondere. Poi disse: - Vieni con me.
    Salirono due branche di scale,  andarono in fondo a un largo corridoio
    e  si  trovarono  in  faccia  alla  porta  aperta d'un camerone,  dove
    s'allungavano due file di  letti.  -  Vieni,  -  ripet  l'infermiere,
    entrando.  Il  ragazzo  si  fece animo e lo seguit,  gettando sguardi
    paurosi a destra e a sinistra,  sui visi bianchi e smunti dei  malati,
    alcuni  dei  quali  avevan gli occhi chiusi,  e parevano morti,  altri
    guardavan per aria con gli occhi  grandi  e  fissi,  come  spaventati.
    Parecchi  gemevano,  come  bambini.  Il  camerone  era oscuro,  l'aria
    impregnata d'un  odore  acuto  di  medicinali.  Due  suore  di  carit
    andavano attorno con delle boccette in mano.
    Arrivato in fondo al camerone, l'infermiere si ferm al capezzale d'un
    letto, aperse le tendine e disse: - Ecco tuo padre.
    Il  ragazzo  diede  in  uno  scoppio  di  pianto,  e  lasciato  cadere
    l'involto,  abbandon la testa sulla spalla del malato,  afferrandogli
    con  una mano il braccio che teneva disteso immobile sopra la coperta.
    Il malato non si scosse.
    Il ragazzo si rialz e guard il padre,  e ruppe  in  pianto  un'altra
    volta.
    Allora  il  malato  gli  rivolse  uno  sguardo  lungo  e  parve che lo
    riconoscesse. Ma le sue labbra non si muovevano. Povero "Tata", quanto
    era mutato!  Il figliuolo non l'avrebbe mai riconosciuto.  Gli s'erano
    imbiancati  i  capelli,  gli  era  cresciuta  la barba,  aveva il viso
    gonfio, d'un color rosso carico,  con la pelle tesa e luccicante,  gli
    occhi  rimpiccioliti,   le  labbra  ingrossate,  la  fisionomia  tutta
    alterata:  non  aveva  pi  di  suo  che  la  fronte  e  l'arco  delle
    sopracciglia.
    Respirava con affanno. - Tata, tata mio! - disse il ragazzo. - Son io,
    non mi riconoscete? Sono Cicillo, il vostro Cicillo, venuto dal paese,
    che m'ha mandato la mamma. Guardatemi bene, non mi riconoscete? Ditemi
    una parola.
    Ma il malato, dopo averlo guardato attentamente, chiuse gli occhi.
    - Tata! Tata! che avete? Sono il vostro figliuolo, Cicillo vostro.
    Il malato non si mosse pi, e continu a respirare affannosamente.
    Allora,  piangendo,  il  ragazzo prese una seggiola,  sedette e stette
    aspettando,  senza levar gli occhi dal viso di suo padre.  - Un medico
    passer bene a far la visita,  - pensava. - Egli mi dir qualche cosa.
    - E s'immerse n suoi pensieri tristi,  ricordando tante cose del  suo
    buon padre,  il giorno della partenza,  quando gli aveva dato l'ultimo
    addio sul bastimento,  le speranze che aveva fondato  la  famiglia  su
    quel  suo  viaggio,  la  desolazione  di  sua  madre  all'arrivo della
    lettera; e pens alla morte,  vide suo padre morto,  sua madre vestita
    di nero,  la famiglia nella miseria. E stette molto tempo cos. Quando
    una mano leggiera gli tocc una spalla,  ed ei si  riscosse:  era  una
    monaca. - Che cos'ha mio padre? - le domand subito. - E' tuo padre? -
    disse la suora, dolcemente. - S,  mio padre, son venuto. Che cos'ha?
    - Coraggio,  ragazzo,  - rispose la suora;  - ora verr il medico. - E
    s'allontan, senza dir altro.
    Dopo mezz'ora,  sent il tocco d'una campanella,  e  vide  entrare  in
    fondo al camerone il medico, accompagnato da un assistente; la suora e
    un infermiere li seguivano.  Cominciaron la visita,  fermandosi a ogni
    letto.  Quell'aspettazione pareva eterna al ragazzo,  e ad ogni  passo
    del medico gli cresceva l'affanno.
    Finalmente  arriv  al  letto vicino.  Il medico era un vecchio alto e
    curvo, col viso grave. Prima ch'egli si staccasse dal letto vicino, il
    ragazzo si lev in piedi, e quando gli s'avvicin, si mise a piangere.
    Il medico lo guard.
    - E' il figliuolo del malato - disse la suora;  -    arrivato  questa
    mattina dal suo paese.
    Il medico gli pos una mano sulla spalla, poi si chin sul malato, gli
    tast  il  polso,  gli  tocc  la fronte,  e fece qualche domanda alla
    suora, la quale rispose: - Nulla di nuovo.  - Rimase un p pensieroso,
    poi disse: - Continuate come prima.
    Allora il ragazzo si fece coraggio e domand con voce di pianto: - Che
    cos'ha mio padre?
    - Fatti animo,  figliuolo, - rispose il medico, rimettendogli una mano
    sulla spalla.  - Ha una risipola facciale.  E' grave,  ma  c'  ancora
    speranza. Assistilo. La tua presenza gli pu far del bene.
    - Ma non mi riconosce! - esclam il ragazzo in tuono desolato.
    - Ti riconoscer... domani, forse. Speriamo bene, fatti coraggio.
    Il ragazzo avrebbe voluto domandar altro;  ma non os. Il medico pass
    oltre.  E allora egli cominci la sua vita d'infermiere.  Non  potendo
    far  altro accomodava le coperte al malato,  gli toccava ogni tanto la
    mano, gli cacciava i moscerini, si chinava su di lui ad ogni gemito, e
    quando la suora portava da bere,  le levava di mano il bicchiere o  il
    cucchiaio,  e  lo  porgeva in sua vece.  Il malato lo guardava qualche
    volta;  ma non dava segno di riconoscerlo.  Senonch il suo sguardo si
    arrestava  sempre  pi  a  lungo sopra di lui,  specialmente quando si
    metteva agli occhi il fazzoletto.  E cos pass il  primo  giorno.  La
    notte il ragazzo dorm sopra due seggiole,  in un angolo del camerone,
    e la mattina riprese il suo ufficio pietoso. Quel giorno parve che gli
    occhi del malato rivelassero un  principio  di  coscienza.  Alla  voce
    carezzevole  del ragazzo pareva che un'espressione vaga di gratitudine
    gli brillasse un momento nelle pupille,  e una volta mosse un poco  le
    labbra come se volesse dir qualche cosa.  Dopo ogni breve assopimento,
    riaprendo gli occhi,  sembrava che cercasse il suo piccolo infermiere.
    Il medico, ripassato due volte, not un poco di miglioramento.
    Verso  sera,  avvicinandogli  il  bicchiere  alle  labbra,  il ragazzo
    credette di veder guizzare sulle sue  labbra  gonfie  un  leggerissimo
    sorriso.  E  allora  cominci  a  riconfortarsi,  a sperare.  E con la
    speranza  d'essere  inteso,  almeno  confusamente,  gli  parlava,  gli
    parlava  a lungo,  della mamma,  delle sorelle piccole,  del ritorno a
    casa,  e lo esortava a farsi animo,  con parole  calde  e  amorose.  E
    bench dubitasse sovente di non esser capito, pure parlava, perch gli
    pareva che,  anche non comprendendo, il malato ascoltasse con un certo
    piacere la sua  voce,  quell'intonazione  insolita  di  affetto  e  di
    tristezza.  E in quella maniera pass il secondo giorno, e il terzo, e
    il quarto, in una vicenda di miglioramenti leggieri e di peggioramenti
    improvvisi;  e il ragazzo era cos tutto assorto nelle sue  cure,  che
    appena  sbocconcellava  due  volte  al giorno un p di pane e un p di
    formaggio,  che gli portava la suora,  e non  vedeva  quasi  quel  che
    seguiva  intorno  a  lui,  i malati moribondi,  l'accorrere improvviso
    delle suore  di  notte,  i  pianti  e  gli  atti  di  desolazione  dei
    visitatori che uscivano senza speranza,  tutte quelle scene dolorose e
    lugubri della vita d'un ospedale,  che in  qualunque  altra  occasione
    l'avrebbero sbalordito e atterrito.
    Le  ore,  i  giorni  passavano,  ed egli era sempre l col suo "Tata",
    attento,  premuroso,  palpitante ad ogni suo sospiro  e  ad  ogni  suo
    sguardo,  agitato  senza  riposo  tra  una  speranza che gli allargava
    l'anima e uno sconforto che gli agghiacciava il cuore.
    Il quinto giorno, improvvisamente, il malato peggior.
    Il medico, interrogato, scroll il capo, come per dire che era finita,
    e il ragazzo  s'abbandon  sulla  seggiola,  rompendo  in  singhiozzi.
    Eppure una cosa lo consolava. Malgrado che peggiorasse, a lui sembrava
    che il malato andasse riacquistando lentamente un poco d'intelligenza.
    Egli  guardava  il  ragazzo sempre pi fissamente e con un'espressione
    crescente di dolcezza,  non voleva pi prender bevanda o medicina  che
    da  lui,  e  sempre  pi  spesso  faceva  quel movimento forzato delle
    labbra,  come se volesse pronunciare una  parola;  e  lo  faceva  cos
    spiccato qualche volta,  che il figliuolo gli afferrava il braccio con
    violenza,  sollevato da una speranza  improvvisa,  e  gli  diceva  con
    accento  quasi  di gioia: - Coraggio,  coraggio,  Tata,  guarirai,  ce
    n'andremo, torneremo a casa con la mamma, ancora un p di coraggio!
    Erano le quattro  della  sera,  e  allora  appunto  il  ragazzo  s'era
    abbandonato a uno di quegli impeti di tenerezza e di speranza,  quando
    di l dalla porta pi vicina del camerone ud un rumore  di  passi,  e
    poi una voce forte,  due sole parole: - Arrivederci,  suora!  - che lo
    fecero balzare in piedi,  con un grido  strozzato  nella  gola.  Nello
    stesso momento entr nel camerone un uomo,  con un grosso involto alla
    mano, seguito da una suora.
    Il ragazzo gett un grido acuto e rimase inchiodato al suo posto.
    L'uomo si volt,  lo guard un momento,  gitt un grido  anch'egli:  -
    Cicillo! - e si slanci verso di lui.
    Il  ragazzo  cadde fra le braccia di suo padre,  soffocato.  Le suore,
    gl'infermieri,  l'assistente  accorsero,  e  rimasero  l,   pieni  di
    stupore.
    Il ragazzo non poteva raccogliere la voce.
    -  Oh Cicillo mio!  - esclam il padre,  dopo aver fissato uno sguardo
    attento sul malato,  baciando e  ribaciando  il  ragazzo.  -  Cicillo,
    figliuol mio,  come va questo? T'hanno condotto al letto d'un altro. E
    io che mi disperavo di non  vederti,  dopo  che  mamma  scrisse:  l'ho
    mandato. Povero Cicillo! Da quanti giorni sei qui? Com' andato questo
    imbroglio?  Io me la son cavata con poco. Sto bene in gamba, sai! E la
    mamma?  E Concettella?  E "'u nennillo",  come  vanno?  Io  me  n'esco
    dall'ospedale.  Andiamo  dunque.  O  signore Iddio!  Chi l'avrebbe mai
    detto!
    Il ragazzo stent a spiccicar quattro parole  per  dar  notizie  della
    famiglia.  - Oh come sono contento!  - balbett. - Come sono contento!
    Che brutti giorni ho passati! E non rifiniva di baciar suo padre.
    Ma non si muoveva.
    - Vieni dunque - gli disse  il  padre.  -  Arriveremo  ancora  a  casa
    stasera. Andiamo. - E lo tir a s.
    Il ragazzo si volt a guardare il suo malato.
    - Ma... vieni o non vieni? - gli domand il padre, stupito.
    Il  ragazzo  diede  ancora  uno sguardo al malato,  il quale,  in quel
    momento, aperse gli occhi e lo guard fissamente.
    Allora gli sgorg dall'anima  un  torrente  di  parole.  -  No,  Tata,
    aspetta...  ecco...  non posso. C' quel vecchio. Da cinque giorni son
    qui.  Mi guarda sempre.  Credevo che fossi tu.  Gli  volevo  bene.  Mi
    guarda, io gli do da bere, mi vuol sempre accanto, ora sta molto male,
    abbi pazienza,  non ho coraggio,  non so, mi fa troppo pena, torner a
    casa domani,  lasciami star qui un altro p,  non va mica bene che  lo
    lasci,  vedi in che maniera mi guarda, io non so chi sia, ma mi vuole,
    morirebbe solo, lasciami star qui, caro Tata!
    - Bravo, "piccerello"! - grid l'assistente.
    Il padre rimase perplesso, guardando il ragazzo; poi guard il malato.
    - Chi ? - domand.
    - Un contadino come voi - rispose l'assistente,  -  venuto  di  fuori,
    entrato all'ospedale lo stesso giorno che c'entraste voi.  Lo portaron
    qui ch'era fuor di senso, e non pot dir nulla.  Forse ha una famiglia
    lontana, dei figliuoli. Creder che sia un dei suoi, il vostro.
    Il malato guardava sempre il ragazzo.
    Il padre disse a Cicillo: - Resta.
    - Non ha pi da restar che per poco, - mormor l'assistente.
    - Resta -,  ripet il padre.  - Tu hai cuore.  Io vado subito a casa a
    levar di pena la mamma. Ecco uno scudo pei tuoi bisogni. Addio,  bravo
    figliuolo mio. A rivederci.
    Lo abbracci, lo guard fisso, lo ribaci in fronte, e part.
    Il ragazzo torn accanto al letto,  e l'infermo parve racconsolato.  E
    Cicillo ricominci a far l'infermiere,  non piangendo pi,  ma con  la
    stessa premura,  con la stessa pazienza di prima;  ricominci a dargli
    da bere,  ad  accomodargli  le  coperte,  a  carezzargli  la  mano,  a
    parlargli  dolcemente,  per fargli coraggio.  Lo assistette tutto quel
    giorno,  lo assistette tutta la notte,  gli rest  ancora  accanto  il
    giorno seguente.  Ma il malato s'andava sempre aggravando; il suo viso
    diventava color violaceo,  il suo  respiro  ingrossava,  gli  cresceva
    l'agitazione,  gli  sfuggivan  dalla  bocca  delle grida inarticolate,
    l'enfiagione si faceva mostruosa.  Alla visita della sera,  il  medico
    disse che non avrebbe passata la notte.  E allora Cicillo raddoppi le
    sue cure e non lo perdette pi d'occhio un  minuto.  E  il  malato  lo
    guardava,  lo guardava, e muoveva ancora le labbra, tratto tratto, con
    un grande sforzo,  come se volesse dir qualche cosa,  e un'espressione
    di  dolcezza  straordinaria  passava a quando a quando nei suoi occhi,
    che sempre pi si rimpiccolivano e s'andavano velando.  E quella notte
    il ragazzo lo vegli fin che vide biancheggiare alle finestre il primo
    barlume di giorno, e comparire la suora. La suora s'avvicin al letto,
    diede  un'occhiata al malato e and via a rapidi passi.  Pochi momenti
    dopo ricomparve col medico assistente e con un infermiere, che portava
    una lanterna.
    - E' all'ultimo momento, - disse il medico.
    Il ragazzo afferr la mano del  malato.  Questi  apr  gli  occhi,  lo
    fiss,  e  li  richiuse.  In  quel  punto parve al ragazzo di sentirsi
    stringere la mano.
    - M'ha stretta la mano! - esclam.
    Il medico rimase un momento chino sul malato,  poi  s'alz.  La  suora
    stacc un crocifisso dalla parete.
    - E' morto! - grid il ragazzo.
    - V,  figliuolo,  - disse il medico. - La tua santa opera  compiuta.
    V e abbi fortuna, che la meriti. Dio ti protegger. Addio.
    La suora che s'era allontanata un momento,  torn con un mazzettino di
    viole,  tolte  da un bicchiere sulla finestra,  e lo porse al ragazzo,
    dicendo:  -  Non  ho  altro  da  darti.   Tieni  questo  per   memoria
    dell'ospedale.
    - Grazie, - rispose il ragazzo, - pigliando il mazzetto con una mano e
    asciugandosi  gli  occhi  con l'altra;  - ma ho tanta strada da fare a
    piedi...  lo sciuperei.  - E sciolto il mazzolino sparpagli le  viole
    sul  letto,  dicendo:  -  Le  lascio  per ricordo al mio povero morto.
    Grazie, sorella. Grazie, signor dottore. - Poi, rivolgendosi al morto:
    - Addio... - E mentre cercava un nome da dargli, gli rivenne dal cuore
    alle labbra il dolce nome che gli aveva  dato  per  cinque  giorni:  -
    Addio, povero Tata!
    Detto questo,  si mise sotto il braccio il suo involtino di panni, e a
    lenti passi, rotto dalla stanchezza, se n'and. L'alba spuntava.


    L'officina.
    18, sabato.

    Precossi venne ieri sera a rammentarmi che andassi  a  vedere  la  sua
    officina,  che  sotto nella strada, e questa mattina, uscendo con mio
    padre,  mi ci feci condurre un momento.  Mentre  noi  ci  avvicinavamo
    all'officina,  ne  usciva  di  corsa  Garoffi,  con  un pacco in mano,
    facendo svolazzare il suo gran mantello,  che copre le mercanzie.  Ah!
    ora  lo  so dove va a raspare la limatura di ferro,  che vende per dei
    giornali vecchi, quel trafficone di Garoffi! Affacciandoci alla porta,
    vedemmo Precossi,  seduto sur una torricella di mattoni,  che studiava
    la  lezione,  col  libro  sulle  ginocchia.  S'alz  subito  e ci fece
    entrare: era uno stanzone pien di polvere  di  carbone,  colle  pareti
    tutte irte di martelli,  di tanaglie,  di spranghe, di ferracci d'ogni
    forma,  e in un angolo ardeva il fuoco d'un fornello,  in cui soffiava
    un  mantice,   tirato  da  un  ragazzo.   Precossi  padre  era  vicino
    all'incudine,  e un garzone teneva una spranga di ferro nel  fuoco.  -
    Ah!  eccolo  qui,  -  disse  il  fabbro  appena ci vide,  levandosi la
    berretta,  - il bravo ragazzo che regala i treni delle strade ferrate!
    E'  venuto  a  vedere un p lavorare,  non  vero?  Eccolo servito sul
    momento.  - E dicendo questo sorrideva,  non aveva pi  quella  faccia
    torva,  quegli occhi biechi dell'altre volte. Il garzone gli porse una
    lunga spranga di ferro arroventata da un capo,  e il fabbro l'appoggi
    sull'incudine. Faceva una di quelle spranghe a voluta per le ringhiere
    a  gabbia  dei  terrazzini.  Alz  un  grosso  martello  e  cominci a
    picchiare,  spingendo la parte rovente ora di qua ora di  l  tra  una
    punta dell'incudine e il mezzo, e rigirandola in vari modi, ed era una
    meraviglia  a vedere come sotto ai colpi rapidi e precisi del martello
    il ferro s'incurvava, s'attorceva,  pigliava via via la forma graziosa
    della foglia arricciata d'un fiore, come un cannello di pasta, ch'egli
    avesse modellato con le mani.  E intanto il suo figliuolo ci guardava,
    con una cert'aria altera,  come per dire: -  Vedete  come  lavora  mio
    padre!
    -  Ha  visto  come  si  fa,  il  signorino?  -  mi  domand il fabbro,
    quand'ebbe finito,  mettendomi  davanti  la  spranga,  che  pareva  il
    pastorale  d'un  vescovo.  Poi la mise in disparte e ne ficc un'altra
    nel fuoco. - Ben fatto davvero, - gli disse mio padre.  E soggiunse: -
    Dunque... si lavora, eh? La buona voglia  tornata. - E' tornata, s -
    rispose l'operaio,  asciugandosi il sudore,  e arrossendo un poco. - E
    sa chi me l'ha fatta tornare? - Mio padre finse di non capire.  - Quel
    bravo ragazzo,  - disse il fabbro, accennando il figliuolo col dito, -
    quel bravo figliuolo l,  che studiava e  faceva  onore  a  suo  padre
    mentre  suo  padre...  faceva  baldoria e lo trattava come una bestia.
    Quando ho visto quella medaglia... Ah! il piccinetto mio, alto come un
    soldo di cacio,  vieni un p qua che ti guardi bene  nel  muso!  -  Il
    ragazzo   corse  subito,   il  fabbro  lo  prese  e  lo  mise  diritto
    sull'incudine,  tenendolo sotto le ascelle,  e gli disse: - Pulite  un
    poco  il frontespizio a questo bestione di babbo.  - E allora Precossi
    copr di baci il viso nero di suo padre fin che  fu  anche  lui  tutto
    nero.  - Cos va bene, - disse il fabbro, e lo rimise in terra. - Cos
    va bene davvero, Precossi!  - esclam mio padre,  contento.  E detto a
    rivederci al fabbro e al figliuolo,  mi condusse fuori. Mentre uscivo,
    Precossino mi disse: - Scusami, - e mi cacci in tasca un pacchetto di
    chiodi;  io l'invitai a venir a vedere il carnevale da casa mia.  - Tu
    gli hai regalato il tuo treno di strada ferrata,  - mi disse mio padre
    per la strada;  - ma se fosse stato d'oro e pieno  di  perle,  sarebbe
    stato ancora un piccolo regalo per quel santo figliuolo che ha rifatto
    il cuore a suo padre.


    Il piccolo pagliaccio.
    20, luned.

    Tutta  la citt  in ribollimento per il carnevale,  che  sul finire,
    in ogni piazza si rizzan baracche di saltimbanchi  e  giostre,  e  noi
    abbiamo  sotto  le  finestre un circo di tela,  dove d spettacolo una
    piccola compagnia veneziana, con cinque cavalli.  Il circo  nel mezzo
    della  piazza,  e  in  un angolo ci son tre carrozzoni grandi,  dove i
    saltimbanchi dormono e si travestono;  tre casette con le  ruote,  coi
    loro  finestrini  e  un  caminetto  ciascuna,  che fuma sempre;  e tra
    finestrino e finestrino sono stese delle fasce  da  bambini.  C'  una
    donna che allatta un putto, fa da mangiare e balla sulla corda. Povera
    gente! Si dice "saltimbanco" come un'ingiuria; eppure si guadagnano il
    pane onestamente,  divertendo tutti;  e come faticano! Tutto il giorno
    corrono tra il circo e i carrozzoni,  in maglia,  con  questi  freddi;
    mangian   due   bocconi   a  scappa  e  fuggi,   in  piedi,   tra  una
    rappresentazione e l'altra,  e a volte,  quando  hanno  gi  il  circo
    affollato,  si  leva  un vento che strappa le tele e spegne i lumi,  e
    addio spettacolo!  debbon rendere i denari e lavorar tutta la  sera  a
    rimetter su la baracca. Ci hanno due ragazzi che lavorano; e mio padre
    riconobbe il pi piccolo mentre attraversava la piazza:  il figliuolo
    del  padrone,  lo  stesso  che  vedemmo fare i giochi a cavallo l'anno
    passato, in un circo di piazza Vittorio Emanuele.  E' cresciuto,  avr
    otto  anni,    un  bel  ragazzo,  un  bel  visetto rotondo e bruno di
    monello,  con tanti riccioli neri che gli scappan fuori dal cappello a
    cono. E' vestito da pagliaccio, ficcato dentro a una specie di saccone
    con le maniche, bianco ricamato di nero, e ha le scarpette di tela. E'
    un diavoletto.  Piace a tutti. Fa di tutto. Lo vediamo ravvolto in uno
    scialle,  la mattina presto,  che porta il latte alla sua  casetta  di
    legno;  poi va a prendere i cavalli alla rimessa di via Bertola; tiene
    in braccio il bimbo piccolo;  trasporta  cerchi,  cavalletti,  sbarre,
    corde; pulisce i carrozzoni, accende il fuoco, e nei momenti di riposo
      sempre  appiccicato  a sua madre.  Mio padre lo guarda sempre dalla
    finestra,  e non fa che parlar di lui e dei suoi,  che han  l'aria  di
    buona gente,  e di voler bene ai figliuoli.  Una sera ci siamo andati,
    al circo;  faceva  freddo,  non  c'era  quasi  nessuno;  ma  tanto  il
    pagliaccino si dava un gran moto per tener allegra quella p di gente:
    faceva dei salti mortali, s'attaccava alla coda dei cavalli, camminava
    con le gambe per aria,  tutto solo,  e cantava, sempre sorridente, col
    suo visetto bello e bruno;  e suo padre che aveva un vestito rosso e i
    calzoni  bianchi,  con  gli  stivali  alti  e  la  frusta in mano,  lo
    guardava; ma era triste.  Mio padre n'ebbe compassione,  e ne parl il
    d dopo col pittore Delis,  che venne a trovarci.  Quella povera gente
    s'ammazza a lavorare e fa cos  cattivi  affari!  Quel  ragazzino  gli
    piaceva  tanto!  Che  cosa  si  poteva fare per loro?  Il pittore ebbe
    un'idea. - Scrivi un bell'articolo sulla "Gazzetta", - gli disse, - tu
    che sai scrivere: tu racconti i miracoli del piccolo pagliaccio  e  io
    faccio  il suo ritratto;  la "Gazzetta" la leggon tutti,  e almeno per
    una volta accorrer gente.  - E cos  fecero.  Mio  padre  scrisse  un
    articolo,  bello  e pieno di scherzi,  che diceva tutto quello che noi
    vediamo dalla finestra,  e metteva voglia di conoscere e di  carezzare
    il  piccolo artista;  e il pittore schizz un ritrattino somigliante e
    grazioso,   che   fu   pubblicato   sabato   sera.   Ed   ecco,   alla
    rappresentazione di domenica, una gran folla che accorre al circo. Era
    annunziato:  "Rappresentazione  a  beneficio  del  pagliaccino";   del
    pagliaccino, com'era chiamato nella "Gazzetta".  Mio padre mi condusse
    nei primi posti. Accanto all'entrata avevano affisso la "Gazzetta". Il
    circo era stipato;  molti spettatori avevano la "Gazzetta" in mano,  e
    la mostravano al pagliaccino,  che rideva e  correva  or  dall'uno  or
    dall'altro,  tutto felice.  Anche il padrone era contento.  Figurarsi!
    Nessun giornale gli aveva mai fatto tanto onore,  e  la  cassetta  dei
    soldi  era  piena.  Mi padre sedette accanto a me.  Tra gli spettatori
    trovammo delle persone di conoscenza.
    C'era  vicino  all'entrata  dei  cavalli,  in  piedi,  il  maestro  di
    Ginnastica,  quello che  stato con Garibaldi;  e in faccia a noi, nei
    secondi posti, il muratorino, col suo visetto tondo,  seduto accanto a
    quel  gigante  di  suo padre...  e appena mi vide,  mi fece il muso di
    lepre.  Un p pi in l vidi  Garoffi,  che  contava  gli  spettatori,
    calcolando  sulle  dita  quanto  potesse  aver incassato la Compagnia.
    C'era anche nelle seggiole dei primi posti,  poco lontano da  noi,  il
    povero  Robetti,  quello  che salv il bimbo dall'omnibus,  con le sue
    stampelle fra le ginocchia,  stretto al fianco di suo padre,  capitano
    d'artiglieria,   che   gli   teneva   una   mano   sulla  spalla.   La
    rappresentazione cominci. Il pagliaccino fece meraviglie sul cavallo,
    sul trapezio e sulla corda,  e ogni volta che saltava gi,  tutti  gli
    battevan  le  mani  e  molti  gli tiravano i riccioli.  Poi fecero gli
    esercizi vari altri, funamboli, giocolieri e cavallerizzi,  vestiti di
    cenci e scintillanti d'argento. Ma quando non c'era il ragazzo, pareva
    che  la  gente  si  seccasse.  A  un  certo  punto  vidi il maestro di
    ginnastica, fermo all'entrata dei cavalli, che parl nell'orecchio del
    padrone del circo,  e questi subito gir lo sguardo sugli  spettatori,
    come  se  cercasse  qualcuno.  Il suo sguardo si ferm su di noi.  Mio
    padre se ne accorse,  cap che  il  maestro  aveva  detto  ch'era  lui
    l'autor  dell'articolo,  e per non esser ringraziato se ne scapp via,
    dicendomi: - Resta, Enrico; io t'aspetto fuori. - Il pagliaccino, dopo
    aver scambiato qualche parola col suo babbo, fece ancora un esercizio:
    ritto sul  cavallo  che  galoppava,  si  travest  quattro  volte,  da
    pellegrino,  da marinaio, da soldato, da acrobata, e ogni volta che mi
    passava vicino,  mi guardava.  Poi,  quando scese,  cominci a fare il
    giro  del  circo  col  cappello da pagliaccio tra le mani,  e tutti ci
    gettavan dentro soldi e confetti. Io tenni pronti due soldi; ma quando
    fu in faccia a me, invece di porgere il cappello, lo tir indietro, mi
    guard e pass avanti.
    Rimasi  mortificato.   Perch  m'aveva   fatto   quello   sgarbo?   La
    rappresentazione termin, il padrone ringrazi il pubblico, e tutta la
    gente  s'alz,  affollandosi  verso  l'uscita.  Io  ero confuso tra la
    folla, e stavo gi per uscire,  quando mi sentii toccare una mano.  Mi
    voltai:  era  il  pagliaccino,  col  suo  bel  visetto  bruno e i suoi
    riccioli neri,  che mi sorrideva: aveva le  mani  piene  di  confetti.
    Allora  capii.  -  "Voresistu"  -  mi disse - "agradir sti confeti del
    pagiazzeto?" - Io accennai di s, e ne presi tre o quattro. - "Alora",
    - soggiunse - "ciapa anca un baso".  - Dammene due -,  risposi,  e gli
    porsi  il  viso.  Egli si pul con la manica la faccia infarinata,  mi
    pose un braccio intorno al collo,  e mi stamp due baci sulle  guance,
    dicendomi: - "T, e portighene uno a to pare".


    L'ultimo giorno di carnevale.
    21, marted.

    Che triste scena vedemmo oggi al corso delle maschere!  Fin bene;  ma
    poteva seguire una  grande  disgrazia.  In  piazza  San  Carlo,  tutta
    decorata  di festoni gialli,  rossi e bianchi,  s'accalcava una grande
    moltitudine; giravan maschere d'ogni colore;  passavano carri dorati e
    imbandierati, della forma di padiglioni di teatrini e di barche, pieni
    d'arlecchini  e di guerrieri,  di cuochi,  di marinai e di pastorelle;
    era una confusione  da  non  saper  dove  guardare;  un  frastuono  di
    trombette,  di corni e di piatti turchi che lacerava le orecchie; e le
    maschere dei carri trincavano e cantavano,  apostrofando  la  gente  a
    piedi e la gente alle finestre,  che rispondevano a squarciagola, e si
    tiravano a furia arancie e confetti;  e al di sopra delle  carrozze  e
    della  calca,  fin  dove  arrivava  l'occhio,  si  vedevano  sventolar
    bandierine, scintillar caschi,  tremolare pennacchi,  agitarsi testoni
    di  cartapesta,  gigantesche  cuffie,  tube enormi,  armi stravaganti,
    tamburelli,  crotali,  berrettini rossi  e  bottiglie:  parevan  tutti
    pazzi.  Quando la nostra carrozza entr nella piazza, andava dinanzi a
    noi  un  carro  magnifico,   tirato  da  quattro  cavalli  coperti  di
    gualdrappe  ricamate d'oro,  e tutto inghirlandato di rose finte,  sul
    quale  c'erano  quattordici  o   quindici   signori,   mascherati   da
    gentiluomini  della  corte di Francia,  tutti luccicanti di seta,  col
    parruccone bianco,  un cappello piumato sotto il braccio e lo spadino,
    e  un  arruffio di nastri e di trine sul petto: bellissimi.  Cantavano
    tutti insieme una canzonetta francese, e gettavan dolci alla gente,  e
    la gente batteva le mani e gridava.  Quando a un tratto,  sulla nostra
    sinistra,  vedemmo un uomo sollevare sopra le teste  della  folla  una
    bambina   di   cinque   o   sei  anni,   una  poverella  che  piangeva
    disperatamente,  agitando le braccia,  come presa  dalle  convulsioni.
    L'uomo  si  fece  largo  verso il carro dei signori,  uno di questi si
    chin,  e quell'altro disse forte: - Prenda questa bimba,  ha  perduto
    sua  madre nella folla,  la tenga in braccio;  la madre non pu essere
    lontana,  e la vedr,  non c' altra maniera.  - Il signore  prese  la
    bimba  in  braccio;  tutti  gli  altri cessarono di cantare,  la bimba
    urlava e si dibatteva,  il signore si  tolse  la  maschera;  il  carro
    continu  a andare lentamente.  In quel mentre,  come ci fu detto poi,
    all'estremit opposta della piazza,  una povera donna mezzo  impazzita
    rompeva  la  calca a gomitate e a spintoni,  urlando: - Maria!  Maria!
    Maria!  Ho perduto la mia  figliuola!  Me  l'hanno  rubata!  Mi  hanno
    soffocato  la  mia  bambina!  -  E  da  un  quarto d'ora smaniava,  si
    disperava a quel modo,  andando un p di qua e un p di  l,  oppressa
    dalla folla,  che stentava ad aprirle il passo.  Il signore del carro,
    intanto,  si teneva la bimba stretta contro i nastri e  le  trine  del
    petto,  girando  lo  sguardo per la piazza,  e cercando di quietare la
    povera creatura, che si copriva il viso con le mani,  non sapendo dove
    fosse,  e  singhiozzava  da  schiantarsi  il  cuore.  Il  signore  era
    commosso, si vedeva che quelle grida gli andavano all'anima; tutti gli
    altri offrivano alla bimba arancie e confetti;  ma  quella  respingeva
    tutto, sempre pi spaventata e convulsa. - Cercate la madre! - gridava
    il  signore alla folla,  - cercate la madre!  - E tutti si voltavano a
    destra e a sinistra; ma la madre non si trovava.  Finalmente,  a pochi
    passi dall'imboccatura di via Roma, si vide una donna slanciarsi verso
    il carro...
    Ah!  mai pi la dimenticher! Non pareva pi una creatura umana, aveva
    i capelli sciolti,  la faccia sformata,  le vesti lacere,  si  slanci
    avanti  mettendo  un  rantolo  che  non  si  cap  se  fosse di gioia,
    d'angoscia o di rabbia,  e  avvent  le  mani  come  due  artigli  per
    afferrar  la figliuola.  Il carro si ferm.  - Eccola qui -,  disse il
    signore,  porgendo la bimba,  dopo averla baciata,  e la mise  tra  le
    braccia di sua madre,  che se la strinse al seno come una furia...  Ma
    una delle due manine rest un minuto secondo tra le mani del  signore,
    e  questi  strappatosi  dalla  destra  un  anello  d'oro con un grosso
    diamante,  e infilatolo con un  rapido  movimento  in  un  dito  della
    piccina: - Prendi, - le disse, - sar la tua dote di sposa. - La madre
    rest l come incantata,  la folla proruppe in applausi, il signore si
    rimise la maschera,  i suoi compagni ripresero il canto,  e  il  carro
    ripart lentamente in mezzo a una tempesta di battimani e d'evviva.


    I ragazzi ciechi.
    23, gioved.

    Il maestro  molto malato e mandarono in vece sua quello della quarta,
    che  stato maestro nell'Istituto dei ciechi; il pi vecchio di tutti,
    cos bianco che par che abbia in capo una parrucca di cotone,  e parla
    in un certo modo, come se cantasse una canzone malinconica; ma bene, e
    sa molto.  Appena entrato nella scuola,  vedendo  un  ragazzo  con  un
    occhio  bendato,  s'avvicin  al banco e gli domand che cos'aveva.  -
    Bada agli occhi, ragazzo, - gli disse. - E allora Derossi gli domand:
    - E' vero, signor maestro, che  stato maestro dei ciechi?  - S,  per
    vari anni,  - rispose. E Derossi disse a mezza voce: - Ci dica qualche
    cosa.
    Il maestro s'and a sedere a tavolino.
    Coretti disse forte: - L'istituto dei ciechi  in via Nizza.
    - Voi dite ciechi, ciechi,  - disse il maestro,  - cos,  come direste
    malati  e poveri o che so io.  Ma capite bene il significato di quella
    parola?  Pensateci  un  poco.  Ciechi!  Non  veder  nulla,  mai!   Non
    distinguere il giorno dalla notte, non veder n il cielo n il sole n
    i  propri  parenti,  nulla  di  tutto quello che s'ha intorno e che si
    tocca;  essere immersi in una oscurit perpetua,  e come sepolti nelle
    viscere della terra!  Provate un poco a chiudere gli occhi e a pensare
    di dover rimanere per sempre cos: subito vi  prende  un  affanno,  un
    terrore,  vi  pare  che  vi  sarebbe impossibile di resistere,  che vi
    mettereste a gridare, che impazzireste o morireste.  Eppure...  poveri
    ragazzi,  quando  s'entra per la prima volta nell'Istituto dei ciechi,
    durante la ricreazione, a sentirli suonar violini e flauti da tutte le
    parti,  e parlar forte e ridere,  salendo e scendendo le scale a passi
    lesti,  e  girando liberamente per i corridoi e pei dormitori,  non si
    direbbe mai che son quegli sventurati  che  sono.  Bisogna  osservarli
    bene. C' dei giovani di sedici o diciott'anni, robusti e allegri, che
    portano  la cecit con una certa disinvoltura,  con una certa baldanza
    quasi; ma si capisce dall'espressione risentita e fiera dei visi,  che
    debbono  aver  sofferto  tremendamente  prima  di rassegnarsi a quella
    sventura. Ce n' altri,  dei visi pallidi e dolci,  in cui si vede una
    grande rassegnazione;  ma triste,  e si capisce che qualche volta,  in
    segreto,  debbono piangere ancora.  Ah!  figliuoli miei.  Pensate  che
    alcuni di essi hanno perduto la vista in pochi giorni, che altri l'han
    perduta  dopo  anni  di  martirio,   e  molte  operazioni  chirurgiche
    terribili,  e che molti son nati cos,  nati in una notte che non ebbe
    mai alba per loro,  entrati nel mondo come in una tomba immensa, e che
    non sanno come sia fatto il volto  umano!  Immaginate  quanto  debbono
    aver   sofferto   e  quanto  debbono  soffrire  quando  pensano  cos,
    confusamente, alla differenza tremenda che passa fra loro e quelli che
    ci vedono,  e domandano a s medesimi: - Perch questa  differenza  se
    non  abbiamo  alcuna  colpa?  -  Io  che son stato vari anni fra loro,
    quando mi ricordo quella classe,  tutti quegli  occhi  suggellati  per
    sempre,  tutte quelle pupille senza sguardo e senza vita, e poi guardo
    voi altri... mi pare impossibile che non siate tutti felici.  Pensate:
    ci  sono  circa ventisei mila ciechi in Italia!  Ventisei mila persone
    che non vedono luce,  capite;  un esercito che c'impiegherebbe quattro
    ore a sfilare sotto le nostre finestre!
    Il  maestro  tacque;  non  si  sentiva un alito nella scuola.  Derossi
    domand se era vero che i ciechi hanno il tatto pi fino di noi.
    Il maestro disse: - E' vero.  Tutti gli altri sensi  si  raffinano  in
    loro, appunto perch, dovendo supplire fra tutti a quello della vista,
    sono  pi  e meglio esercitati di quello che non siano da chi ci vede.
    La mattina, nei dormitori, l'uno domanda all'altro: - C' il sole? - e
    chi  pi lesto a vestirsi scappa subito nel cortile ad agitar le mani
    per aria,  per sentire se c' il tepore del sole,  e corre  a  dar  la
    buona  notizia:  -  C'  il sole!  - Dalla voce d'una persona si fanno
    un'idea della statura;  noi giudichiamo l'animo d'un uomo dall'occhio,
    essi  dalla  voce;  ricordano  le  intonazioni e gli accenti per anni.
    S'accorgono se in una stanza c' pi d'una persona,  anche se una sola
    parla,  e  le  altre  restano  immobili.  Al  tatto  s'accorgono se un
    cucchiaio  poco o molto pulito. Le bimbe distinguono la lana tinta da
    quella di color  naturale.  Passando  a  due  a  due  per  le  strade,
    riconoscono quasi tutte le botteghe all'odore, anche quelle in cui noi
    non sentiamo odori.  Tirano la trottola,  e a sentire il ronzo che fa
    girando,  vanno diritti a pigliarla senza sbagliare.  Fanno correre il
    cerchio,  giocano  ai  birilli,  saltano con la funicella,  fabbricano
    casette coi sassi, colgono le viole come se le vedessero, fanno stuoie
    e canestrini intrecciando paglia di vari colori,  speditamente e bene;
    tanto hanno il tatto esercitato!  Il tatto  la loro vista,   uno dei
    pi  grandi  piaceri  per  loro  quello  di  toccare,   di  stringere,
    d'indovinare  la  forma delle cose tastandole.  E' commovente vederli,
    quando li conducono al museo  industriale,  dove  li  lascian  toccare
    quello  che  vogliono,  veder  con  che  festa  si  gettano  sui corpi
    geometrici,  sui modellini di case,  sugli strumenti,  con  che  gioia
    palpano, stropicciano, rivoltano fra le mani tutte le cose, per vedere
    come son fatte.
    Essi dicono "vedere"!
    Garoffi  interruppe  il  maestro  per  domandargli  se  era vero che i
    ragazzi ciechi imparano a far di conto meglio degli altri.
    Il maestro rispose: - E' vero.  Imparano a far di conto e  a  leggere.
    Hanno dei libri fatti apposta,  coi caratteri rilevati;  ci passano le
    dita  sopra,  riconoscon  le  lettere,  e  dicon  le  parole;  leggono
    corrente.  E  bisogna  vedere,  poveretti,  come  arrossiscono  quando
    commettono uno sbaglio.  E scrivono pure,  senza inchiostro.  Scrivono
    sur  una carta spessa e dura con un punteruolo di metallo che fa tanti
    punticini incavati e aggrappati secondo un alfabeto speciale;  i quali
    punticini  riescono  in  rilievo sul rovescio della carta per modo che
    voltando il foglio e strisciando le dita su quei rilievi, essi possono
    leggere quello che hanno scritto,  ed anche la  scrittura  d'altri,  e
    cos  fanno delle composizioni,  e si scrivono delle lettere fra loro.
    Nella stessa maniera scrivono i numeri e fanno i calcoli.  E calcolano
    a mente con una facilit incredibile, non essendo divagati dalla vista
    delle  cose,  come siamo noi.  E se vedeste come sono appassionati per
    sentir leggere,  come  stanno  attenti,  come  ricordano  tutto,  come
    discutono  fra loro,  anche i piccoli,  di cose di storia e di lingua,
    seduti quattro o cinque sulla stessa panca,  senza voltarsi l'un verso
    l'altro,  e conversando il primo col terzo,  il secondo col quarto, ad
    alta voce e tutti insieme, senza perdere una sola parola, da tanto che
    han l'orecchio acuto e pronto!  E danno pi importanza  di  voi  altri
    agli  esami,  ve lo assicuro,  e s'affezionano di pi ai loro maestri.
    Riconoscono il maestro al passo e all'odore; s'accorgono se  di buono
    o cattivo umore,  se sta bene o male,  nient'altro che dal suono d'una
    sua parola; vogliono che il maestro li tocchi, quando gli incoraggia e
    li  loda,  e  gli  palpan le mani e le braccia per esprimergli la loro
    gratitudine.  E si voglion bene anche fra loro,  sono buoni  compagni.
    Nel tempo della ricreazione sono quasi sempre insieme quei soliti.
    Nella  sezione  delle  ragazze,  per  esempio,  formano  tanti gruppi,
    secondo lo strumento che  suonano,  le  violiniste,  le  pianiste,  le
    suonatrici  di  flauto,  e non si scompagnano mai.  Quando hanno posto
    affetto a uno,  difficile che se ne stacchino.
    Trovano un gran conforto nell'amicizia.  Si giudicano rettamente,  fra
    loro. Hanno un concetto chiaro e profondo del bene e del male. Nessuno
    s'esalta  come  loro  al  racconto  d'un'azione  generosa o d'un fatto
    grande.
    Votini domand se suonano bene.
    - Amano la musica ardentemente,  - rispose il maestro.  - E'  la  loro
    gioia,   la loro vita la musica.  Dei ciechi bambini,  appena entrati
    nell'Istituto,  son capaci di star tre ore immobili in piedi a  sentir
    sonare.  Imparano facilmente,  suonano con passione. Quando il maestro
    dice a uno che non ha disposizione alla musica,  quegli  ne  prova  un
    grande dolore, ma si mette a studiare disperatamente. Ah! se udiste la
    musica  l  dentro  se li vedeste quando suonano colla fronte alta col
    sorriso sulle labbra,  accesi nel  viso,  tremanti  dalla  commozione,
    estatici  quasi ad ascoltar quell'armonia che rispandono nell'oscurit
    infinita che li circonda,  come  sentireste  che    una  consolazione
    divina la musica!  E giubilano, brillano di felicit quando un maestro
    dice loro: - Tu diventerai un artista.  -  Per  essi  il  primo  nella
    musica,  quello che riesce meglio di tutti al pianoforte o al violino,
     come un re;  lo amano,  lo venerano.  Se nasce un litigio fra due di
    loro, vanno da lui; se due amici si guastano,  lui che li riconcilia.
    I pi piccini,  a cui egli insegna a sonare, lo tengono come un padre.
    Prima d'andare a dormire,  vanno tutti a  dargli  la  buona  notte.  E
    parlano  continuamente  di  musica.  Sono gi a letto,  la sera tardi,
    quasi tutti stanchi dallo studio e dal lavoro,  e mezzo  insonniti;  e
    ancora  discorrono  a bassa voce di opere,  di maestri,  di strumenti,
    d'orchestre.
    Ed  un castigo cos grande per essi l'esser privati della  lettura  o
    della lezione di musica,  ne soffrono tanto dolore, che non s'ha quasi
    mai il coraggio di castigarli in quel modo. Quello che la luce  per i
    nostri occhi, la musica  per il loro cuore.
    Derossi domand se non si poteva andarli a vedere.
    - Si pu,  - rispose il maestro;  - ma voi,  ragazzi,  non  ci  dovete
    andare per ora. Ci andrete pi tardi, quando sarete in grado di capire
    tutta la grandezza di quella sventura, e di sentire tutta la piet che
    essa  merita.  E'  uno  spettacolo  triste,  figliuoli.  Voi vedete l
    qualche volta dei ragazzi seduti di contro a una finestra  spalancata,
    a  godere  l'aria fresca,  col viso immobile,  che par che guardino la
    grande pianura verde e le belle montagne azzurre che vedete voi...;  e
    a  pensare  che  non vedon nulla,  che non vedranno mai nulla di tutta
    quella immensa  bellezza,  vi  si  stringe  l'anima  come  se  fossero
    diventati ciechi in quel punto. E ancora i ciechi nati, che non avendo
    mai  visto  il mondo,  non rimpiangono nulla,  perch hanno l'immagine
    d'alcuna cosa,  fanno meno compassione.  Ma c' dei ragazzi ciechi  da
    pochi  mesi,  che  si ricordano ancora di tutto,  che comprendono bene
    tutto quello che han perduto,  e questi hanno  di  pi  il  dolore  di
    sentirsi  oscurare nella mente,  un poco ogni giorno,  le immagini pi
    care, di sentirsi come morire nella memoria le persone pi amate.
    Uno  di  questi  ragazzi  mi  diceva  un  giorno  con  una   tristezza
    inesprimibile:  -  Vorrei ancora aver la vista d'una volta,  appena un
    momento, per rivedere il viso della mamma,  che non lo ricordo pi - E
    quando la mamma va a trovarli, le mettono le mani sul viso, la toccano
    bene dalla fronte al mento e alle orecchie,  per sentir com' fatta, e
    quasi non si persuadono di non poterla vedere,  e la chiamano per nome
    molte  volte come per pregarla che si lasci,  che si faccia vedere una
    volta.  Quanti escono di l piangendo,  anche uomini di cuor  duro!  E
    quando s'esce, ci pare un'eccezione la nostra, un privilegio quasi non
    meritato di veder la gente,  le case, il cielo. Oh! non c' nessuno di
    voi,  ne son certo,  che uscendo di l non sarebbe disposto a privarsi
    d'un  p  della propria vista per darne un barlume almeno a tutti quei
    poveri fanciulli,  per i quali il sole non ha luce e la madre  non  ha
    viso!


    Il maestro malato.
    25, sabato.

    Ieri  sera,  uscendo  dalla  scuola,  andai  a visitare il mio maestro
    malato.  Dal troppo lavorare s' ammalato.  Cinque ore di  lezione  al
    giorno,  poi un'ora di ginnastica, poi altre due ore di scuola serale,
    che vuol dire dormir poco,  mangiare di  scappata  e  sfiatarsi  dalla
    mattina  alla sera: s' rovinata la salute.  Cos dice mia madre.  Mia
    madre m'aspett sotto il portone,  io salii solo,  e incontrai per  le
    scale il maestro della barbaccia nera, - Coatti, - quello che spaventa
    tutti  e  non  punisce nessuno,  egli mi guard con gli occhi larghi e
    fece la voce del leone, per celia,  ma senza ridere.  Io ridevo ancora
    tirando il campanello,  al quarto piano; ma rimasi male subito, quando
    la serva mi fece entrare in una povera camera,  mezz'oscura,  dove era
    coricato  il mio maestro.  Era in un piccolo letto di ferro,  aveva la
    barba lunga.  Si mise una mano alla fronte,  per  vederci  meglio,  ed
    esclam  con la sua voce affettuosa: - Oh Enrico!  - Io m'avvicinai al
    letto,  egli mi  pose  una  mano  sulla  spalla,  e  disse:  -  Bravo,
    figliuolo. Hai fatto bene a venir a trovare il tuo povero maestro. Son
    ridotto  a mal partito,  come vedi,  caro il mio Enrico.  E come va la
    scuola? come vanno i compagni? Tutto bene, eh?  anche senza di me.  Ne
    fate  di  meno  benissimo,   vero?  del vostro vecchio maestro.  - Io
    volevo dir di no;  egli m'interruppe: - Via,  via,  lo so che  non  mi
    volete  male.  -  E  mise  un  sospiro.  Io  guardavo certe fotografie
    attaccate alla parete.  - Vedi?  - egli mi disse.  - Son tutti ragazzi
    che m'han dato i loro ritratti,  da pi di vent'anni in qua. Dei buoni
    ragazzi, son le mie memorie quelle.  Quando morir,  l'ultima occhiata
    la dar l, a tutti quei monelli, fra cui ho passata la vita. Mi darai
    il  ritratto tu pure,  non  vero,  quando avrai finito le elementari?
    Poi prese un'arancia sul tavolino da notte e me la mise in mano. - Non
    ho altro da darti, - disse, -  un regalo da malato.  - Io lo guardavo
    e avevo il cuor triste, non so perch.
    -  Bada  eh...  -  riprese  a dire - io spero di cavarmela;  ma se non
    guarissi pi...  vedi di fortificarti nell'aritmetica,  che   il  tuo
    debole;  f  uno  sforzo!  non si tratta che d'un primo sforzo perch,
    alle volte, non  mancanza di attitudine,  un preconcetto,  come chi
    dicesse una fissazione.  - Ma intanto respirava forte,  si vedeva  che
    soffriva.  -  Ho  una  febbraccia,  - sospir,  - son mezz'andato.  Mi
    raccomando, dunque. Battere sull'aritmetica, sui problemi.  Non riesce
    alla prima?  Si riposa un p e poi si ritenta.  Non riesce ancora?  Un
    altro p di riposo e poi daccapo. E avanti, ma tranquillamente,  senza
    affannarsi,  senza montarsi la testa. V. Saluta la mamma. E non rifar
    pi le scale,  ci rivedremo  alla  scuola.  E  se  non  ci  rivedremo,
    ricordati  qualche  volta  del  tuo maestro di terza,  che t'ha voluto
    bene. - A quelle parole mi venne da piangere. - China la testa, - egli
    mi disse.  Io chinai la  testa  sul  cappezzale;  egli  mi  baci  sui
    capelli.  Poi  mi disse: - V,  - e volt il viso verso il muro.  E io
    volai gi per le scale perch avevo bisogno d'abbracciar mia madre.


    La strada.
    25, sabato.

    "Io t'osservavo dalla finestra,  questa sera,  quando tornavi da  casa
    del maestro,  tu hai urtato una donna.  Bada meglio a come cammini per
    la strada.
    Anche l ci sono dei doveri.  Se misuri i tuoi passi e i tuoi gesti in
    una casa privata,  perch non dovresti far lo stesso nella strada, che
     la casa di tutti? Ricordati, Enrico.  Tutte le volte che incontri un
    vecchio  cadente,  un  povero,  un donna con un bimbo in braccio,  uno
    storpio con le stampelle, un uomo curvo sotto un carico,  una famiglia
    vestita a lutto, cedile il passo con rispetto: noi dobbiamo rispettare
    la vecchiaia,  la miseria,  l'amor materno, l'infermit, la fatica, la
    morte.
    Ogni volta che vedi una persona a cui  arriva  addosso  una  carrozza,
    tiralo via, se  un fanciullo, avvertilo, se  un uomo; domanda sempre
    che  cos'ha al bambino che piange,  raccogli il bastone al vecchio che
    l'ha lasciato cadere. Se due fanciulli rissano,  dividili,  se son due
    uomini  allontnati,  non  assistere  allo  spettacolo  della violenza
    brutale,  che offende e indurisce il cuore.  E quando  passa  un  uomo
    legato  fra due guardie,  non aggiungere la tua alla curiosit crudele
    della folla: egli pu essere un innocente.  Cessa di  parlar  col  tuo
    compagno  e  di sorridere quando incontri una lettiga d'ospedale,  che
    porta forse un moribondo,  o un convoglio mortuario,  ch ne  potrebbe
    uscir uno domani di casa tua.  Guarda con riverenza tutti quei ragazzi
    degli istituti che passano a due a due: i cechi, i muti,  i rachitici,
    gli  orfani,  i  fanciulli  abbandonati:  pensa che  la sventura e la
    carit umana che  passa.  Fingi  sempre  di  non  vedere  chi  ha  una
    deformit ripugnante o ridicola.  Spegni sempre ogni fiammifero acceso
    che tu trovi sui tuoi passi,  che potrebbe costar la vita a  qualcuno.
    Rispondi sempre con gentilezza al passeggiero che ti domanda la via.
    Non guardar nessuno ridendo,  non correre senza bisogno,  non gridare.
    Rispetta la strada.  L'educazione d'un popolo si giudica innanzi tutto
    dal contegno ch'egli tien per la strada. Dove troverai la villania per
    le  strade,  troverai la villania nelle case.  E studiale,  le strade,
    studia la citt dove vivi;  se domani tu ne fossi sbalestrato lontano,
    saresti  lieto  d'averla  presente  bene  alla  memoria,   di  poterla
    ripercorrere tutta col pensiero,  -  la  tua  citt,  la  tua  piccola
    patria,  - quella che  stata per tanti anni il tuo mondo,  - dove hai
    fatto i  primi  passi  al  fianco  di  tua  madre,  provato  le  prime
    commozioni,  aperto  la mente alle prime idee,  trovato i primi amici.
    Essa  stata una madre per te: t'ha istruito, dilettato, protetto.
    Studiala nelle sue strade e nella sua gente, - ed amala, - e quando la
    senti ingiuriare, difendila".
    Tuo padre.




    MARZO.

    Le scuole serali.
    2, gioved.

    Mio padre mi condusse ieri a vedere  le  scuole  serali  della  nostra
    sezione  Baretti,   che  eran  gi  tutte  illuminate,  e  gli  operai
    cominciavano ad entrare.
    Arrivando,  trovammo il Direttore e i maestri in gran  collera  perch
    poco  prima era stato rotto da una sassata il vetro d'una finestra: il
    bidello,  saltato fuori,  aveva acciuffato un ragazzo che passava;  ma
    allora s'era presentato Stardi, che sta di casa in faccia alla scuola,
    e  aveva detto: - Non  costui,  ho visto coi miei occhi:  Franti che
    ha tirato, e m'ha detto: - Guai se tu parli!  - ma io non ho paura.  E
    il  Direttore  disse  che  Franti  sar scacciato per sempre.  Intanto
    badava agli operai che entravano a due a tre  insieme,  e  n'eran  gi
    entrati  pi di duecento.  Non avevo mai visto come  bella una scuola
    serale! C'eran dei ragazzi da dodici anni in su, e degli uomini con la
    barba, che tornavano dal lavoro, portando libri e quaderni; c'eran dei
    falegnami,  dei fochisti con la faccia nera,  dei muratori con le mani
    bianche  di  calcina,  dei  garzoni fornai coi capelli infarinati e si
    sentiva odor di vernice, di coiami, di pece, d'olio,  odori di tutti i
    mestieri.  Entr  anche  una squadra d'operai d'artiglieria vestiti da
    soldati, condotti da un caporale. S'infilavano tutti lesti nei banchi,
    levavan l'assicella di sotto,  dove noi mettiamo  i  piedi,  e  subito
    chinavan  la  testa  sul lavoro.  Alcuni andavan dai maestri a chieder
    spiegazioni coi quaderni aperti.  Vidi  quel  maestro  giovane  e  ben
    vestito  -  l'avvocatino  -  che aveva tre o quattro operai intorno al
    tavolino,  e faceva delle correzioni con  la  penna;  e  anche  quello
    zoppo,  il  quale  rideva  con  un  tintore  che  gli aveva portato un
    quaderno tutto conciato di tintura rossa e turchina. C'era pure il mio
    maestro, guarito, che domani torner alla scuola.
    Le porte  delle  classi  erano  aperte.  Rimasi  meravigliato,  quando
    cominciarono le lezioni,  a vedere come tutti stavano attenti, con gli
    occhi fissi. Eppure la pi parte, diceva il Direttore, per non arrivar
    troppo tardi, non eran nemmeno passati a casa a mangiare un boccone di
    cena,  e avevano fame.  I  piccoli,  per,  dopo  mezz'ora  di  scuola
    cascavan dal sonno,  qualcuno anche s'addormentava col capo sul banco;
    e il maestro lo svegliava, stuzzicandogli un orecchio con la penna. Ma
    i grandi no, stavano svegli, con la bocca aperta, a sentir la lezione,
    senza batter palpebra;  e mi faceva specie  veder  nei  nostri  banchi
    tutti quei barboni.  Salimmo anche al piano di sopra,  e io corsi alla
    porta della mia classe,  e vidi al mio posto un uomo  con  due  grandi
    baffi  e  una mano fasciata,  che forse s'era fatto male attorno a una
    macchina; eppure s'ingegnava di scrivere,  adagio adagio.  Ma quel che
    mi piacque di pi fu di vedere al posto del muratorino,  proprio nello
    stesso banco e nello stesso cantuccio, suo padre, quel muratore grande
    come un gigante,  che se ne stava l stretto aggomitolato,  col  mento
    sui pugni e gli occhi sul libro,  attento che non rifiatava.  E non fu
    mica un caso,   lui proprio che la prima sera che venne  alla  scuola
    disse  al  Direttore:  -  Signor  Direttore,  mi  faccia il piacere di
    mettermi al posto del mio muso di lepre; - perch sempre chiama il suo
    figliuolo a quel modo...  Mio padre mi trattenne l fino alla fine,  e
    vedemmo  nella strada molte donne coi bambini in collo che aspettavano
    i mariti,  e all'uscita facevano il cambio: gli operai  pigliavano  in
    braccio  i bambini,  le donne si facevan dare i libri e i quaderni,  e
    andavano a casa cos.  La strada fu per qualche momento piena di gente
    e di rumore.  Poi tutto tacque e non vedemmo pi che la figura lunga e
    stanca del Direttore che s'allontanava.


    La lotta.
    5, domenica.

    Era da aspettarsela: Franti,  cacciato dal Direttore volle vendicarsi,
    e  aspett  Stardi  a  una  cantonata,  dopo  l'uscita  della  scuola,
    quand'egli passa con sua sorella,  che va a prendere ogni giorno a  un
    istituto  di  via Dora Grossa.  Mia sorella Silvia,  uscendo dalla sua
    sezione, vide tutto e torn a casa piena di spavento.  Ecco quello che
    accadde.  Franti,  col  suo berretto di tela cerata schiacciato sur un
    orecchio, corse in punta di piedi dietro di Stardi,  e per provocarlo,
    diede  una  strappata alla treccia di sua sorella,  una strappata cos
    forte che quasi la gitt in terra riversa. La ragazzina mise un grido,
    suo fratello si volt.  Franti,  che  molto pi alto e pi  forte  di
    Stardi pensava:
    -  O  non  rifiater,  o gli dar le croste.  - Ma Stardi non stette a
    pensare,  e cos piccolo e tozzo com',  si lanci d'un salto su  quel
    grandiglione,  e cominci a mescergli fior di pugni.  Non ce ne poteva
    per, e ne toccava pi di quel che ne desse.
    Nella strada non c'eran che ragazze, nessuno poteva separarli.  Franti
    lo butt in terra;  ma quegli su subito,  e addosso daccapo,  e Franti
    picchia come sur un uscio: in un momento  gli  strapp  mezz'orecchia,
    gli ammacc un occhio, gli fece uscir sangue dal naso. Ma Stardi duro;
    ruggiva: - M'ammazzerai,  ma te la f pagare.  - E Franti gi, calci e
    ceffoni,  e Stardi sotto,  a capate e a pedate.  Una donna grid dalla
    finestra: - Bravo il piccolo!
    - Altre dicevano: - E' un ragazzo che difende sua sorella. - Coraggio!
    Dagliele sode. - E gridavano a Franti: - Prepotente, vigliaccone. - Ma
    Franti  pure s'era inferocito,  fece gambetta,  Stardi cadde,  ed egli
    addosso: - Arrenditi! - No! - Arrenditi! - No!  - e d'un guizzo Stardi
    si  rimise  in  piedi,  avvinghi  Franti  alla  vita e con uno sforzo
    furioso lo stramazz sul selciato e gli casc  con  un  ginocchio  sul
    petto.  - Ah!  l'infame che ha il coltello! - grid un uomo accorrendo
    per disarmare Franti. Ma gi Stardi, fuori di s,  gli aveva afferrato
    il braccio con due mani e dato al pugno un tal morso,  che il coltello
    gli era cascato,  e  la  mano  gli  sanguinava.  Altri  intanto  erano
    accorsi,  li  divisero,  li  rialzarono;  Franti  se la dette a gambe,
    malconcio; e Stardi rimase l, graffiato in viso,  con l'occhio pesto,
    -  ma  vincitore,  - accanto alla sorella che piangeva,  mentre alcune
    ragazze raccoglievano i libri e i quaderni sparpagliati per la strada.
    - Bravo il piccolo, - dicevano intorno, - che ha difeso sua sorella! -
    Ma Stardi,  che si dava pi pensiero  del  suo  zaino  che  della  sua
    vittoria, si mise subito a esaminare uno per uno i libri e i quaderni,
    se  non c'era nulla di mancante o di guasto,  li ripul con la manica,
    guard il pennino, rimise a posto ogni cosa, e poi, tranquillo e serio
    come sempre,  disse a sua sorella: - Andiamo  presto,  che  ci  ho  un
    problema di quattro operazioni.



    I parenti dei ragazzi.
    6, Luned.

    Questa  mattina c'era il grosso Stardi padre a aspettare il figliuolo,
    per paura che incontrasse Franti un'altra volta,  ma Franti dicono che
    non verr pi perch lo metteranno all'Ergastolo. C'eran molti parenti
    questa mattina.  C'era fra gli altri il rivenditore di legna, il padre
    di Coretti, tutto il ritratto del suo figliuolo, svelto, allegro,  coi
    suoi  baffetti  aguzzi e un nastrino di due colori all'occhiello della
    giacchetta.  Io li conosco gi quasi tutti i parenti  dei  ragazzi,  a
    vederli  sempre  l.  C' una nonna curva,  con la cuffia bianca,  che
    piova  o  nevichi  o  tempesti,   viene  quattro  volte  al  giorno  a
    accompagnare  e  a prendere un suo nipotino di prima superiore,  e gli
    leva il cappotto,  glie  lo  infila,  gli  accomoda  la  cravatta,  lo
    spolvera,  lo  riliscia,  gli guarda i quaderni: si capisce che non ha
    altro pensiero, che non vede nulla di pi bello al mondo.  Anche viene
    spesso  il  capitano  d'artiglieria,  padre  di Robetti,  quello delle
    stampelle, che salv un bimbo dall'omnibus; e siccome tutti i compagni
    del suo figliuolo, passandogli davanti, gli fanno una carezza,  egli a
    tutti rende la carezza o il saluto, non c' caso che ne scordi uno, su
    tutti  si  china,  e quanto pi son poveri e vestiti male,  e pi pare
    contento,  e li ringrazia.  Alle volte,  pure,  si vedono  delle  cose
    tristi:  un signore che non veniva pi da un mese perch gli era morto
    un figliuolo,  e mandava a prender l'altro  dalla  fantesca,  tornando
    ieri  per  la prima volta,  e rivedendo la classe,  i compagni del suo
    piccino morto,  and in un canto e ruppe in singhiozzi con tutt'e  due
    le  mani  sul  viso,  e  il  Direttore  lo  pigli per un braccio e lo
    condusse nel suo ufficio. Ci son dei padri e delle madri che conoscono
    per nome tutti i compagni dei loro figliuoli.  Ci  son  delle  ragazze
    della  scuola  vicina,  degli  scolari  del  ginnasio  che  vengono  a
    aspettare i fratelli.  C' un signore vecchio,  che era colonnello,  e
    che  quando un ragazzo lascia cascare un quaderno o una penna in mezzo
    alla strada, glie la raccoglie.
    Si vedono anche delle signore ben vestite che  discorrono  delle  cose
    della scuola con le altre,  che hanno il fazzoletto in capo e la cesta
    al braccio,  e dicono:  -  Ah!    stato  terribile  questa  volta  il
    problema!  - C'era una lezione di grammatica che non finiva pi questa
    mattina!  - E quando c' un malato in  una  classe,  tutte  lo  sanno;
    quando  un  malato sta meglio,  tutte si rallegrano.  E appunto questa
    mattina c'erano otto o dieci,  signore e operai,  che stavano  attorno
    alla madre di Crossi,  l'erbivendola, a domandarle notizie d'un povero
    bimbo della classe di mio fratello,  che sta di casa nel suo  cortile,
    ed    in  pericolo  di vita.  Pare che li faccia tutti eguali e tutti
    amici la scuola.
    Il numero 78.
    8, mercoled.

    Vidi  una  scena  commovente  ieri  sera.   Eran   vari   giorni   che
    l'erbivendola,  ogni volta che passava accanto a Derossi, lo guardava,
    lo guardava con una espressione di  grande  affetto;  perch  Derossi,
    dopo  che  ha  fatto  quella  scoperta  del calamaio e del prigioniero
    numero 78,  ha preso a benvolere il suo figliuolo Crossi,  quello  dei
    capelli  rossi  e  del  braccio  morto,  e l'aiuta a fare il lavoro in
    iscuola,  gli suggerisce le risposte,  gli d  carta  pennini,  lapis:
    insomma,  gli  fa come a un fratello,  quasi per compensarlo di quella
    disgrazia di suo padre, che gli  toccata, e ch'egli non sa. Eran vari
    giorni che  l'erbivendola  guardava  Derossi,  e  pareva  gli  volesse
    lasciar  gli occhi addosso,  perch  una buona donna,  che vive tutta
    per il suo ragazzo;  e Derossi che glie l'aiuta e  gli  fa  far  bella
    figura,  Derossi che  un signore e il primo della scuola,  le pare un
    re,  un santo a lei.  Lo guardava sempre e pareva che  volesse  dirgli
    qualcosa,  e  si  vergognasse.  Ma ieri mattina,  finalmente,  si fece
    coraggio e lo ferm davanti a un portone e gli disse:  -  Scusi  tanto
    lei,  signorino,  che  cos buono, che vuol tanto bene al mio figlio,
    mi faccia la grazia d'accettare questo piccolo  ricordo  d'una  povera
    mamma;  -  e  tir  fuori  dalla cesta degli erbaggi una scatoletta di
    cartoncino bianco e dorato. Derossi arross tutto, e rifiut,  dicendo
    risolutamente: - La dia al suo figliuolo;  io non accetto nulla.  - La
    donna rimase mortificata e domand scusa, balbettando:
    - Non pensavo mica  d'offenderlo...  non  sono  che  caramelle.  -  Ma
    Derossi ridisse di no,  scrollando il capo.  - E allora,  timidamente,
    essa lev dalla cesta un mazzetto di ravanelli,  e  disse:  -  Accetti
    almeno questi che son freschi,  da portarli alla sua mamma.  - Derossi
    sorrise, e rispose: - No, grazie, non voglio nulla; far sempre quello
    che posso per Crossi, ma non posso accettar nulla; grazie lo stesso. -
    Ma non  mica offeso? - domand la donna, ansiosamente.
    Derossi le disse no,  no,  sorridendo,  e  se  ne  and,  mentre  essa
    esclamava  tutta contenta: - Oh che buon ragazzo!  Non ho mai visto un
    bravo e bel ragazzo cos!  - E pareva finita.  Ma eccoti la sera  alle
    quattro,  che invece della mamma di Crossi,  s'avvicina il padre,  con
    quel viso smorto e malinconico.  Ferm Derossi,  e dal  modo  come  lo
    guard  capii  subito ch'egli sospettava che Derossi conoscesse il suo
    segreto;  lo guard fisso e gli disse con voce triste e affettuosa:  -
    Lei  vuol  bene  al  mio  figliuolo...  Perch gli vuole cos bene?  -
    Derossi  si  fece  color  di  fuoco  nel  viso.  Egli  avrebbe  voluto
    rispondere: - Gli voglio bene perch  stato disgraziato; perch anche
    voi,  suo  padre,  siete stato pi disgraziato che colpevole,  e avete
    espiato nobilmente il vostro delitto,  e siete un uomo di cuore.  - Ma
    gli  manc  l'animo  di  dirlo perch,  in fondo,  egli provava ancora
    timore,  e quasi ribrezzo davanti a quell'uomo  che  aveva  sparso  il
    sangue  d'un  altro,  ed  era  stato  sei anni in prigione.  Ma quegli
    indovin tutto,  e abbassando la voce,  disse nell'orecchio a Derossi,
    quasi tremando: - Vuoi bene al figliuolo; ma non vuoi mica male... non
    disprezzi mica il padre,  non  vero? - Ah no! no! Tutto al contrario!
    - esclam Derossi Con uno slancio dell'anima.  E allora l'uomo fece un
    atto impetuoso come per mettergli un braccio intorno al collo;  ma non
    os,  e invece gli prese con due dita  uno  dei  riccioli  biondi,  lo
    allung e lo lasci andare; poi si mise la mano sulla bocca e si baci
    la  palma  guardando Derossi con gli occhi umidi,  come per dirgli che
    quel bacio era per lui.  Poi prese il figliuolo per mano e se n'and a
    passi lesti.


    Un piccolo morto.
    13, luned.

    Il  bimbo  che  sta  nel cortile dell'erbivendola,  quello della prima
    superiore, compagno di mio fratello,  morto. La maestra Delcati venne
    sabato sera,  tutta afflitta,  a dar la notizia al maestro;  e  subito
    Garrone  e  Coretti si offersero di aiutare a portar la cassa.  Era un
    bravo ragazzino,  aveva guadagnato la medaglia  la  settimana  scorsa;
    voleva bene a mio fratello, e gli aveva regalato un salvadanaio rotto,
    mia  madre  lo  carezzava  sempre,  quando  lo incontrava.  Portava un
    berretto con due strisce di panno rosso.  Suo padre    facchino  alla
    strada ferrata. Ieri sera, domenica, alle quattro e mezzo siano andati
    a  casa  sua,  per  far l'accompagnamento alla chiesa.  Stanno al pian
    terreno.  Nel cortile c'eran gi molti ragazzi della prima  superiore,
    con  le  loro madri,  e con le candele;  cinque o sei maestre,  alcuni
    vicini.  La maestra della penna  rossa  e  la  Delcati  erano  entrate
    dietro,  e  le  vedevamo  da  una finestra aperta,  che piangevano: si
    sentiva la mamma del bimbo che singhiozzava forte. Due signore,  madri
    di due compagni di scuola del morto,  avevano portato due ghirlande di
    fiori. Alle cinque in punto ci mettemmo in cammino.  Andava innanzi un
    ragazzo che portava la croce,  poi un prete,  poi la cassa,  una cassa
    piccola piccola,  povero bimbo!  coperta d'un panno  nero,  e  c'erano
    strette  intorno  le  ghirlande  di fiori delle due signore.  Al panno
    nero, da una parte,  ci avevano attaccato la medaglia,  e tre menzioni
    onorevoli, che il ragazzino s'era guadagnate lungo l'anno. Portavan la
    cassa  Garrone,  Coretti  e  due ragazzi del cortile.  Dietro la cassa
    veniva prima la Delcati,  che piangeva come se il morticino fosse suo;
    dietro  di  lei  le altre maestre;  e dietro alle maestre,  i ragazzi,
    alcuni fra i quali molto piccoli,  che avevan dei mazzetti di viole in
    una mano,  e guardavano il feretro,  stupiti,  dando l'altra mano alle
    madri,  che portavan le candele per loro.  Sentii uno che diceva: -  E
    adesso non verr pi alla scuola?  - Quando la cassa usc dal cortile,
    si sent un grido disperato dalla finestra: era la mamma del bimbo, ma
    subito  la  fecero  rientrar  nelle  stanze.  Arrivati  nella  strada,
    incontrammo i ragazzi d'un collegio,  che passavano in doppia fila,  e
    visto il feretro con la medaglia e le maestre,  si  levaron  tutti  il
    berretto.
    Povero  piccino,  egli  se  n'and  a  dormire  per  sempre con la sua
    medaglia. Non lo vedremo mai pi il suo berrettino rosso.  Stava bene;
    in quattro giorni mor.
    L'ultimo  si  sforz  ancora  di  levarsi  per fare il suo lavorino di
    nomenclatura,  e volle tener la sua medaglia sul letto,  per paura che
    glie la pigliassero.
    Nessuno  te  la  piglier  pi,   povero  ragazzo!  Addio,  addio.  Ci
    ricorderemo sempre di te alla Sezione Baretti. Dormi in pace, bambino.


    La vigilia del 14 marzo.

    Oggi  stata una giornata pi allegra di ieri. Tredici marzo!  Vigilia
    della  distribuzione  dei premi al teatro Vittorio Emanuele,  la festa
    grande e bella di tutti gli anni. Ma questa volta non sono pi presi a
    caso i ragazzi che debbono andar  sul  palcoscenico  a  presentar  gli
    attestati dei premi ai signori che li distribuiscono.
    Il  Direttore  venne  questa mattina alfine,  e disse: - Ragazzi,  una
    bella notizia.  - Poi chiam: - Coraci!  - il calabrese.  Il calabrese
    s'alz.  -  Vuoi  essere di quelli che portano gli attestati dei premi
    alle Autorit, domani al teatro?
    - Il calabrese rispose di s. - Sta bene, - disse il Direttore; - cos
    ci sar anche un rappresentante della Calabria. E sar una bella cosa.
    Il municipio,  quest'anno,  ha voluto che i dieci o dodici ragazzi che
    porgono i premi siano ragazzi di tutte le parti d'Italia,  presi nelle
    varie sezioni delle scuole pubbliche. Abbiamo venti sezioni con cinque
    succursali: settemila alunni: in un numero cos grande non si stent a
    trovare un ragazzo per ciascuna regione italiana.  Si trovarono  nella
    sezione  Torquato  Tasso due rappresentanti delle isole: un sardo e un
    siciliano,   la  scuola  Boncompagni  diede  un  piccolo   fiorentino,
    figliuolo  d'uno scultore in legno;  c'era un romano,  nativo di Roma,
    nella sezione Tommaseo,  veneti,  lombardi,  romagnoli se ne trovarono
    parecchi;  un  napoletano ce lo d la sezione Monviso,  figliuolo d'un
    ufficiale;  noi diamo un genovese e  un  calabrese,  te,  Coraci.  Col
    piemontese,  saranno dodici.  E' bello,  non vi pare? Saranno i vostri
    fratelli di tutte le parti d'Italia che vi daranno  i  premi.  Badate:
    compariranno sul palcoscenico tutti e dodici insieme. Accoglieteli con
    un  grande applauso.  Sono ragazzi;  ma rappresentano il paese come se
    fossero uomini: una piccola bandiera tricolore   simbolo  dell'Italia
    altrettanto  che  una  grande  bandiera,   non    vero?  Applauditeli
    calorosamente,  dunque.  Fate vedere che anche i vostri piccoli  cuori
    s'accendono,  che  anche  le  vostre  anime  di  dieci anni s'esaltano
    dinanzi alla santa immagine della patria. - Ci detto, se n'and, e il
    maestro disse sorridendo: - Dunque,  Coraci,  tu sei il deputato della
    Calabria.  - E allora tutti batterono le mani, ridendo, e quando fummo
    nella strada, circondarono Coraci, lo presero per le gambe, lo levaron
    su, e cominciarono a portarlo in trionfo, gridando: - Viva il deputato
    della Calabria!  - cos,  per chiasso,  s'intende,  ma  non  mica  per
    ischerno,  tutt'altro,  anzi  per  fargli  festa,  di cuore,  ch  un
    ragazzo che piace a tutti; ed egli sorrideva.  E lo portaron cos fino
    alla cantonata dove s'imbatterono in un signore con la barba nera, che
    si  mise  a ridere.  Il calabrese disse: - E' mio padre.  - E allora i
    ragazzi gli misero il figliuolo tra le braccia e scapparono  da  tutte
    le parti.


    La distribuzione dei premi.
    14, marzo.

    Verso  le due il teatro grandissimo era affollato;  platea,  galleria,
    palchetti,  palcoscenico,  tutto  pieno  gremito,  migliaia  di  visi,
    ragazzi,  signore,  maestri,  operai, donne del popolo, bambini era un
    agitarsi di teste e di mani,  un tremolio di penne,  di  nastri  e  di
    riccioli,  un  mormorio  fitto e festoso,  che metteva allegrezza.  Il
    teatro era tutto addobbato a festoni di panno rosso,  bianco e  verde.
    Nella  platea avevan fatto due scalette: una a destra,  per la quale i
    premiati dovevan salire sul palcoscenico; l'altra a sinistra,  per cui
    dovevan  discendere,  dopo  aver  ricevuto il premio.  Sul davanti del
    palco c'era una fila di seggioloni rossi, e dalla spalliera di quel di
    mezzo pendevano due coroncine d'alloro;  in fondo al palco,  un trofeo
    di  bandiere;  da  una  parte  un  tavolino  verde,  con  su tutti gli
    attestati di premio legati coi nastrini tricolori.  La banda  musicale
    stava  in  platea,  sotto il palco;  i maestri e le maestre riempivano
    tutta una met della prima galleria, che era stata riservata a loro; i
    banchi e le corsie della platea erano stipati di centinaia di ragazzi,
    che dovevan cantare, e avevan la musica scritta tra le mani.  In fondo
    e  tutto  intorno  si  vedevano  andare e venire maestri e maestre che
    mettevano in fila i premiati,  e c'era pieno di parenti che davan loro
    l'ultima ravviata ai capelli e l'ultimo tocco alle cravattine.
    Appena entrato coi miei nel palchetto,  vidi in un palchetto di fronte
    la maestrina della penna rossa, che rideva,  con le sue belle pozzette
    nelle  guancie,  e con lei la maestra di mio fratello,  e la monachina
    tutta vestita di nero,  e la mia buona maestra di prima superiore;  ma
    cos  pallida,  poveretta e tossiva cos forte,  che si sentiva da una
    parte all'altra del teatro. In platea trovai subito quel caro faccione
    di Garrone e il piccolo capo biondo di Nelli, che stava stretto contro
    la sua spalla.  Un p pi in l vidi Garoffi,  col suo naso a becco di
    civetta, che si dava un gran moto per raccogliere gli elenchi stampati
    dei premiandi,  e n'aveva gi un grosso fascio,  per farne qualche suo
    traffico... che sapremo domani. Vicino alla porta c'era il venditor di
    legna con sua moglie, vestiti a festa, insieme al loro ragazzo, che ha
    un terzo premio di seconda: rimasi  stupito  a  non  vedergli  pi  il
    berretto  di  pel  di gatto e la maglia color cioccolata: questa volta
    era vestito come un signorino.
    In una galleria vidi per un momento Votini,  con un gran  colletto  di
    trina;  poi  disparve.  C'era in un palchetto del proscenio,  pieno di
    gente,  il capitano d'artiglieria,  il padre di Robetti,  quello delle
    stampelle, che salv un bambino dall'omnibus.
    Allo  scoccar  delle due la banda son,  e salirono nello stesso tempo
    per la scaletta di destra il sindaco,  il  prefetto,  l'assessore,  il
    provveditore,  e  molti  altri  signori,  tutti  vestiti di nero,  che
    s'andarono  a  sedere  sui   seggioloni   rossi,   sul   davanti   del
    palcoscenico. La banda cess di suonare.
    S'avanz il Direttore delle scuole di canto con una bacchetta in mano.
    A un suo cenno, tutti i ragazzi della platea s'alzarono in piedi; a un
    altro  cenno,  cominciarono a cantare.  Erano settecento che cantavano
    una  canzone  bellissima,  settecento  voci  di  ragazzi  che  cantano
    insieme, com' bello! Tutti ascoltavano, immobili: era un canto dolce,
    limpido, lento, che pareva un canto di chiesa.
    Quando tacquero, tutti applaudirono: poi tutti zitti. La distribuzione
    dei  premi stava per cominciare.  Gi s'era fatto innanzi sul palco il
    mio piccolo maestro di seconda,  col suo capo rosso  e  i  suoi  occhi
    vispi,  che  doveva  leggere  i  nomi  dei  premiati.  S'aspettava che
    entrassero i dodici ragazzi per  porgere  gli  attestati.  I  giornali
    l'avevan  gi  detto che sarebbero stati ragazzi di tutte le provincie
    d'Italia.  Tutti lo sapevano e li aspettavano,  guardando curiosamente
    dalla  parte  donde  dovevano entrare,  anche il sindaco,  e gli altri
    signori, e il teatro intero taceva...
    Tutt'a un tratto arrivarono di corsa fin  sul  proscenio,  e  rimasero
    schierati l,  tutti e dodici,  sorridenti.  Tutto il teatro,  tremila
    persone, saltaron su, d'un colpo, prorompendo in un applauso che parve
    uno scoppio di tuono. I ragazzi restarono un momento come sconcertati.
    - Ecco l'Italia! - disse una voce sul palco.  Riconobbi subito Coraci,
    il calabrese,  vestito di nero, come sempre. Un signore del municipio,
    ch'era con noi, e li conosceva tutti,  li indicava a mia madre: - Quel
    piccolo biondo  il rappresentante di Venezia. Il romano  quello alto
    e ricciuto.  - Ce n'eran due o tre vestiti da signori;  gli altri eran
    figliuoli d'operai,  ma tutti messi  bene  e  puliti.  Il  fiorentino,
    ch'era  il  pi piccolo,  aveva una sciarpa azzurra intorno alla vita.
    Passarono tutti davanti al sindaco,  che li baci in  fronte  uno  per
    uno,  mentre  un signore accanto a lui gli diceva piano e sorridendo i
    nomi delle citt: - Firenze, Napoli, Bologna, Palermo...  - e a ognuno
    che  passava,  tutto  il teatro batteva le mani.  Poi corsero tutti al
    tavolino verde a pigliar gli attestati,  il maestro cominci a leggere
    l'elenco,  dicendo  le  sezioni,  le  classi  e i nomi,  e i premiandi
    principiarono a salire e a sfilare.
    Erano appena saliti i primi,  quando si sent di dietro alle scene una
    musica  leggiera  leggiera di violini,  che non cess pi per tutta la
    durata dello sfilamento,  un'aria gentile e sempre eguale,  che pareva
    un  mormoro  di  molte voci sommesse,  le voci di tutte le madri e di
    tutti i maestri e le maestre, che tutti insieme dessero dei consigli e
    pregassero e facessero dei rimproveri amorevoli.  E intanto i premiati
    passavano  l'un  dopo  l'altro  davanti  a  quei  signori seduti,  che
    porgevano gli attestati,  e a ciascuno dicevano una parola o  facevano
    una carezza. Dalla platea e dalle gallerie i ragazzi applaudivano ogni
    volta  che  passava  uno molto piccolo,  o uno che dai vestiti paresse
    povero,  e anche quelli che avevano delle gran capigliature ricciolute
    o  eran vestiti di rosso o di bianco.  Ne passavano di quelli di prima
    superiore che arrivati l,  si confondevano e non  sapevano  pi  dove
    voltarsi,  e tutto il teatro rideva.  Ne pass uno alto tre palmi, con
    un gran nodo di nastro rosa sulla schiena,  che a mala pena camminava,
    e  incespic  nel tappeto,  cadde,  il Prefetto lo rimise in piedi,  e
    tutti risero e batteron le mani. Un altro ruzzol gi per la scaletta,
    ridiscendendo in platea;  si sentiron delle grida;  ma non s'era fatto
    male.  Ne  passaron d'ogni sorta,  dei visi di birichini,  dei visi di
    spaventati, di quelli rossi in viso come ciliegie,  dei piccini buffi,
    che  ridevano  in faccia a tutti quanti,  e appena ridiscesi in platea
    erano acchiappati dai babbi e dalle mamme che  se  li  portavano  via.
    Quando venne la volta della nostra sezione, allora s che mi divertii!
    Passarono molti che conoscevo. Pass Coretti, vestito di nuovo da capo
    a  piedi,  col  suo  bel  sorriso allegro,  che mostrava tutti i denti
    bianchi: eppure chi sa quanti miriagrammi di legna aveva  gi  portati
    la  mattina!  Il  sindaco,  nel  dargli  l'attestato,  gli domand che
    cos'era un segno rosso che aveva sulla fronte,  e intanto  gli  teneva
    una  mano sopra una spalla: io cercai in platea suo padre e sua madre,
    e vidi che ridevano,  coprendosi la bocca  con  una  mano.  Poi  pass
    Derossi,  tutto vestito di turchino, coi bottoni luccicanti, con tutti
    quei riccioli d'oro,  svelto,  disinvolto,  con la fronte  alta,  cos
    bello,  cos simpatico,  che gli avrei mandato un bacio,  e tutti quei
    signori gli vollero parlare e stringer le mani.  Poi il maestro grid:
    - Giulio Robetti! - e si vide venire innanzi il figliuolo del capitano
    d'artiglieria, con le stampelle.
    Centinaia di ragazzi sapevano il fatto, la voce si sparse in un attimo
    scoppi  una  salva  d'applausi e di grida che fece tremare il teatro,
    gli uomini s'alzarono in piedi,  le signore si misero a  sventolare  i
    fazzoletti,  e  il  povero  ragazzo si ferm in mezzo al palcoscenico,
    sbalordito e tremante...
    Il Sindaco lo tir a s,  gli diede il premio e un bacio,  e  staccata
    dalla spalliera del seggiolone la coroncina d'alloro che v'era appesa,
    glie  la infil nella traversina d'una stampella...  Poi lo accompagn
    fino al palchetto del proscenio,  dov'era il  capitano  suo  padre,  e
    questi  lo  sollev di peso e lo mise dentro,  in mezzo a un grido di
    "bravo" e d'"evviva".  E intanto continuava quella musica  leggiera  e
    gentile  di  violini,  e i ragazzi seguitavano a passare: quelli della
    Sezione della Consolata, quasi tutti figli di mercatini;  quelli della
    Sezione  di  Vanchiglia,  figliuoli  d'operai;  quelli  della  Sezione
    Boncompagni,  di cui molti son figliuoli di  contadini;  quelli  della
    scuola Raineri, che fu l'ultima.
    Appena  finito,  i  settecento ragazzi della platea cantarono un'altra
    canzone bellissima,  poi parl il Sindaco,  e dopo di lui l'assessore,
    che  termin il suo discorso dicendo ai ragazzi: - ...Ma non uscite di
    qui senza mandare un saluto a quelli che faticano tanto per  voi,  che
    hanno  consacrato  a  voi tutte le forze della loro intelligenza e del
    loro cuore,  che vivono e muoiono per voi.  Eccoli l!  - E  segn  la
    galleria  dei  maestri.  E  allora dalle gallerie,  dai palchi,  dalla
    platea tutti i ragazzi s'alzarono e tesero le braccia  gridando  verso
    le  maestre  e  i  maestri,  i  quali  risposero  agitando le mani,  i
    cappelli, i fazzoletti, tutti ritti in piedi e commossi.
    Dopo di che la banda son ancora una volta  e  il  pubblico  mand  un
    ultimo  saluto  fragoroso  ai  dodici  ragazzi  di  tutte le provincie
    d'Italia,  che si presentarono al proscenio  schierati,  con  le  mani
    intrecciate, sotto una pioggia di mazzetti di fiori.


    Litigio.
    20, luned.

    Eppure, no, non fu per invidia ch'egli abbia avuto il premio ed io no,
    che mi bisticciai con Coretti questa mattina.  Non fu per invidia.  Ma
    ebbi torto. Il maestro l'aveva messo accanto a me, io scrivevo sul mio
    quaderno di calligrafia: egli mi urt col gomito e mi  fece  fare  uno
    sgorbio e macchiare anche il racconto mensile, "Sangue romagnolo", che
    dovevo  copiare  per il muratorino che  malato.  Io m'arrabbiai e gli
    dissi una parolaccia.  Egli mi rispose sorridendo: -  Non  l'ho  fatto
    apposta.  -  Avrei dovuto credergli perch lo conosco;  ma mi spiacque
    che sorridesse,  e pensai: - Oh!  adesso che ha avuto il premio,  sar
    montato  in  superbia!  -  e poco dopo,  per vendicarmi,  gli diedi un
    urtone che gli fece sciupare la  pagina.  Allora,  tutto  rosso  dalla
    rabbia: - Tu s che l'hai fatto apposta! - mi disse, e alz la mano, -
    il maestro vide,  - la ritir.  Ma soggiunse: - T'aspetto fuori!  - Io
    rimasi male, la rabbia mi sboll,  mi pentii.  No,  Coretti non poteva
    averlo fatto apposta.  E' buono, pensai. Mi ricordai di quando l'avevo
    visto in casa sua, come lavorava,  come assisteva sua madre malata,  e
    poi  che festa gli avevo fatto in casa mia,  e come era piaciuto a mio
    padre. Quanto avrei dato per non avergli detto quella parola,  per non
    avergli  fatto  quella villania!  E pensavo al consiglio che m'avrebbe
    dato mio padre.
    - Hai torto?  - S.  - E allora domandagli scusa.  - Ma questo io  non
    osavo   di   farlo,   avevo  vergogna  d'umiliarmi.   Lo  guardavo  di
    sott'occhio,  vedevo la sua maglia scucita alla spalla,  forse  perch
    aveva  portato  troppe  legna,  e  sentivo  che gli volevo bene,  e mi
    dicevo: - Coraggio!  - ma la parola - scusami - mi restava nella gola.
    Egli  mi  guardava  di  traverso,  di tanto in tanto,  e mi pareva pi
    addolorato che arrabbiato.  Ma allora anch'io lo guardavo  bieco,  per
    mostrargli che non avevo paura.
    Egli mi ripet: - Ci rivedremo fuori! - Ed io: - Ci rivedremo fuori! -
    Ma  pensavo  a  quello che mio padre m'aveva detto una volta: - Se hai
    torto difenditi;  ma non  battere!  -  Ed  io  dicevo  tra  me:  -  mi
    difender, ma non batter. - Ma ero scontento, triste, non sentivo pi
    il maestro.  Infine, arriv il momento d'uscire. Quando fui solo nella
    strada,  vidi ch'egli mi seguitava.  Mi fermai,  e lo aspettai con  la
    riga in mano. Egli s'avvicin, io alzai la riga. - No, Enrico, - disse
    egli,  col  suo  buon  sorriso,  facendo in l la riga con la mano,  -
    torniamo amici come prima.  - Io rimasi  stupito  un  momento,  e  poi
    sentii  come  una  mano  che mi desse uno spintone nelle spalle,  e mi
    trovai tra le sue braccia.  Egli mi baci e disse: - Mai  pi  baruffe
    tra di noi, non  vero? - Mai pi! mai pi! - risposi. E ci separammo,
    contenti.  Ma  quando  arrivai  a  casa e raccontai tutto a mio padre,
    credendo di fargli piacere,  egli si rabbrusc e disse: - Dovevi esser
    tu il primo a tendergli la mano,  poich avevi torto. - Poi soggiunse:
    - Non dovevi alzar la riga sopra un compagno migliore di te,  sopra il
    figliuolo  d'un soldato!  - E strappatami la riga di mano,  la fece in
    due pezzi e la sbatt nel muro.



    Mia sorella.
    24, venerd.

    "Perch,  Enrico,  dopo che  nostro  padre  t'aveva  gi  rimproverato
    d'esserti  portato male con Coretti,  hai fatto ancora quello sgarbo a
    me?  Tu non immagini la pena che n'ho provata.  Non sai che  quand'eri
    bambino  ti  stavo  per  ore  e  ore  accanto  alla  culla,  invece di
    divertirmi con le mie compagne,  e che quand'eri  malato  scendevo  da
    letto ogni notte per sentire se ti bruciava la fronte?  Non lo sai, tu
    che offendi tua sorella, che se una sventura tremenda ci colpisse,  ti
    farei da madre io,  e ti vorrei bene come a un figliuolo?  Non sai che
    quando nostro padre e nostra madre non ai saranno pi,  sar io la tua
    migliore  amica,  la  sola  con  cui potrai parlare dei nostri morti e
    della tua infanzia,  e che se  ci  fosse  bisogno  lavorerei  per  te,
    Enrico,  per  guadagnarti  il  pane  e farti studiare,  e che ti amer
    sempre quando sarai grande,  che ti seguir col  mio  pensiero  quando
    andrai  lontano,  sempre,  perch siamo cresciuti insieme e abbiamo lo
    stesso sangue? O Enrico, stanne pur sicuro,  quando sarai un uomo,  se
    t'accadr  una  disgrazia,  se  sarai  solo,  sta  pur  sicuro  che mi
    cercherai, che verrai da me a dirmi: - Silvia, sorella, lasciami stare
    con te,  parliamo di quando eravamo felici,  ti ricordi?  parliamo  di
    nostra madre, della nostra casa, di quei bei giorni tanto lontani. - O
    Enrico, tu troverai sempre tua sorella con le braccia aperte. S, caro
    Enrico,  e perdonami anche il rimprovero che ti faccio ora.  Io non mi
    ricorder di alcun torto tuo, e se anche tu mi dessi altri dispiaceri,
    che m'importa?  Tu sarai sempre mio fratello  lo  stesso,  io  non  mi
    ricorder  mai d'altro che d'averti tenuto in braccio bambino,  d'aver
    amato padre e madre con te,  d'averti visto crescere,  d'essere  stata
    per  tanti  anni  la  tua pi fida compagna.  Ma tu scrivimi una buona
    parola sopra questo stesso quaderno e io ripasser a leggerla prima di
    sera. Intanto,  per mostrarti che non sono in collera con te,  vedendo
    che  eri  stanco,  ho  copiato  per  te  il  racconto  mensile  Sangue
    romagnolo, che tu dovevi copiare per il muratorino malato: cercalo nel
    cassetto di sinistra del tuo tavolino. L'ho scritto tutto questa notte
    mentre dormivi. Scrivimi una buona parola, Enrico, te ne prego".
    Tua sorella Silvia.


    "Non sono degno di baciarti le mani".
    Enrico.


    Sangue romagnolo.
    Racconto mensile.

    Quella sera la casa di Ferruccio era pi quieta del solito.  Il padre,
    che teneva una piccola bottega di merciaiolo, era andato a Forl a far
    delle  compere,  e  sua  moglie l'aveva accompagnato con Luigina,  una
    bimba,  per portarla da un  medico,  che  doveva  operarle  un  occhio
    malato;  e  non  dovevano ritornare che la mattina dopo.  Mancava poco
    alla mezzanotte.  La donna che veniva a far dei servizi di  giorno  se
    n'era  andata  sull'imbrunire.  In  casa  non  rimaneva  che la nonna,
    paralitica delle gambe, e Ferruccio,  un ragazzo di tredici anni.  Era
    una casetta col solo piano terreno, posta sullo stradone, a un tiro di
    fucile da un villaggio, poco lontano da Forl, citt di Romagna; e non
    aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi innanzi da un
    incendio,  sulla quale si vedeva ancora l'insegna d'un'osteria. Dietro
    la casetta c'era un piccolo orto circondato da una  siepe,  sul  quale
    dava una porticina rustica;  la porta della bottega, che serviva anche
    da porta di casa, s'apriva sullo stradone.
    Tutt'intorno si stendeva la campagna solitaria,  vasti campi lavorati,
    piantati di gelsi.
    Mancava poco alla mezzanotte,  pioveva,  tirava vento.  Ferruccio e la
    nonna, ancora levati, stavano nella stanza da mangiare, tra la quale e
    l'orto c'era uno stanzino ingombro di mobili vecchi. Ferruccio non era
    rientrato in casa che alle undici,  dopo una scappata di molte ore,  e
    la nonna l'aveva aspettato a occhi aperti, piena d'ansiet, inchiodata
    sopra un largo seggiolone a bracciuoli,  sul quale soleva passar tutta
    la giornata,  e spesso anche l'intera notte,  poich un'oppressione di
    respiro non la lasciava star coricata.
    Pioveva e il vento sbatteva la pioggia contro le vetrate: la notte era
    oscurissima.   Ferruccio  era  rientrato  stanco,  infangato,  con  la
    giacchetta lacera,  e col livido d'una  sassata  sulla  fronte;  aveva
    fatto  la  sassaiola coi compagni,  eran venuti alle mani,  secondo il
    solito;  e per giunta aveva giocato e perduto tutti i  suoi  soldi,  e
    lasciato il berretto in un fosso.
    Bench  la  cucina  non fosse rischiarata che da una piccola lucerna a
    olio,  posta sull'angolo d'un tavolo,  accanto al seggiolone,  pure la
    povera  nonna  aveva visto subito in che stato miserando si trovava il
    nipote,  e in  parte  aveva  indovinato,  in  parte  gli  aveva  fatto
    confessare le sue scapestrerie.
    Essa amava con tutta l'anima quel ragazzo.  Quando seppe ogni cosa, si
    mise a piangere.
    - Ah! no, - disse poi, dopo un lungo silenzio;  - tu non hai cuore per
    la  tua  povera  nonna.  Non  hai  cuore  a profittare in codesto modo
    dell'assenza di tuo padre e di tua madre per darmi dei  dolori.  Tutto
    il  giorno  m'hai  lasciata sola!  Non hai avuto un p di compassione.
    Bada, Ferruccio!  Tu ti metti per una cattiva strada che ti condurr a
    una  triste fine.  Ne ho visti degli altri cominciar come te e andar a
    finir male. Si comincia a scappar di casa, a attaccar lite cogli altri
    ragazzi, a perdere i soldi; poi, a poco a poco, dalle sassate si passa
    alle coltellate, dal gioco agli altri vizi, e dai vizi... al furto.
    Ferruccio stava a ascoltare, ritto a tre passi di distanza, appoggiato
    a una dispensa,  col mento sul petto,  con le sopracciglia aggrottate,
    ancora  tutto  caldo  dell'ira  della  rissa.  Aveva una ciocca di bei
    capelli castagni a traverso alla fronte e gli occhi azzurri immobili.
    - Dal gioco al furto,  - ripet la nonna,  continuando a  piangere.  -
    Pensaci,  Ferruccio.  Pensa a quel malanno qui del paese,  a quel Vito
    Mozzoni,   che  ora    in  citt  a  fare   il   vagabondo;   che   a
    ventiquattr'anni    stato due volte in prigione,  e ha fatto morir di
    crepacuore quella povera donna di sua madre,  che io conoscevo,  e suo
    padre    fuggito  in  Svizzera per disperazione.  Pensa a quel tristo
    soggetto, che tuo padre si vergogna di rendergli il saluto,  sempre in
    giro con dei scellerati peggio di lui,  fino al giorno che cascher in
    galera.  Ebbene,  io l'ho conosciuto ragazzo,  ha cominciato come  te.
    Pensa  che  ridurrai  tuo  padre  e tua madre a far la stessa fine dei
    suoi.
    Ferruccio taceva.  Egli non era mica tristo di cuore,  tutt'altro;  la
    sua  scapestrataggine  derivava  piuttosto da sovrabbondanza di vita e
    d'audacia che da mal animo; e suo padre l'aveva avvezzato male appunto
    per questo,  che ritenendolo capace,  in  fondo,  dei  sentimenti  pi
    belli,  ed anche,  messo a una prova, d'un'azione forte e generosa gli
    lasciava la briglia sul collo e aspettava che mettesse giudizio da s.
    Buono era, piuttosto che tristo; ma caparbio, e difficile molto, anche
    quando aveva il cuore stretto dal  pentimento,  a  lasciarsi  sfuggire
    dalla  bocca  quelle  buone  parole  che ci fanno perdonare: - S,  ho
    torto,  non lo far pi,  te lo prometto,  perdonami.  - Aveva l'anima
    piena di tenerezza alle volte; ma l'orgoglio non la lasciava uscire.
    - Ah Ferruccio!  - continu la nonna,  vedendolo cos muto.  - Non una
    parola di pentimento mi dici!  Tu vedi in che stato mi trovo  ridotta,
    che  mi  potrebbero  sotterrare.  Non  dovresti  aver  cuore  di farmi
    soffrire,  di far piangere la mamma della  tua  mamma,  cos  vecchia,
    vicina  al  suo  ultimo giorno;  la tua povera nonna,  che t'ha sempre
    voluto tanto bene;  che ti cullava per notti e notti intere  quand'eri
    bimbo di pochi mesi, e che non mangiava per baloccarti, tu non lo sai!
    Io dicevo sempre: - Questo sar la mia consolazione! - E ora tu mi fai
    morire!  Io  darei  volentieri  questo  p  di vita che mi resta,  per
    vederti tornar buono,  obbediente come  a  quei  giorni...  quando  ti
    conducevo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? che mi empivi le tasche
    di  sassolini  e  d'erbe,  e  io  ti  riportavo  a  casa  in  braccio,
    addormentato? Allora volevi bene alla tua povera nonna. E ora che sono
    paralitica e che avrei bisogno della tua affezione come dell'aria  per
    respirare,  perch non ho pi altro al mondo, povera donna mezza morta
    che sono, Dio mio!...
    Ferruccio stava per lanciarsi verso la nonna,  vinto dalla commozione,
    quando gli parve di sentire un rumor leggiero,  uno scricchiolo nello
    stanzino accanto, quello che dava sull'orto. Ma non cap se fossero le
    imposte scosse dal vento, o altro.
    Tese l'orecchio.
    La pioggia scrosciava.
    Il rumore si ripet. La nonna lo sent pure.
    - Cos'? - domand la nonna dopo un momento, turbata.
    - La pioggia, - mormor il ragazzo.
    - Dunque, Ferruccio, - disse la vecchia, asciugandosi gli occhi,  - me
    lo  prometti  che  sarai buono,  che non farai mai pi piangere la tua
    povera nonna...
    Un nuovo rumor leggiero la interruppe.
    - Ma non mi pare la pioggia!  -  esclam,  impallidendo  -  ...  v  a
    vedere!
    Ma  soggiunse  subito: - No,  resta qui!  - e afferr Ferruccio per la
    mano.
    Rimasero tutti e due col respiro sospeso.  Non sentivan che il  rumore
    dell'acqua.
    Poi tutti e due ebbero un brivido.
    All'uno e all'altra era parso di sentire uno stropicco di piedi nello
    stanzino.
    - Chi c'? - domand il ragazzo, raccogliendo il fiato a fatica.
    Nessuno rispose.
    - Chi c'? - ridomand Ferruccio, agghiacciato dalla paura.
    Ma aveva appena pronunciato quelle parole, che tutt'e due gettarono un
    grido di terrore. Due uomini erano balzati nella stanza; l'uno afferr
    il  ragazzo  e  gli  cacci  una mano sulla bocca;  l'altro strinse la
    vecchia alla gola; il primo disse: - Zitto,  se non vuoi morire!  - il
    secondo: - Taci! - e lev un coltello.
    L'uno  e  l'altro  avevano una pezzuola scura sul viso,  con due buchi
    davanti agli occhi.
    Per un momento non si sent altro che il respiro affannoso di tutti  e
    quattro  e lo scrosciar della pioggia;  la vecchia metteva dei rantoli
    fitti, e aveva gli occhi fuor del capo.
    Quello che teneva il ragazzo,  gli disse nell'orecchio: - Dove tiene i
    danari tuo padre?
    Il  ragazzo  rispose con un fil di voce,  battendo i denti: - Di l...
    nell'armadio.
    - Vieni con me, - disse l'uomo.
    E lo trascin nello stanzino,  tenendolo stretto alla gola.  L  c'era
    una lanterna cieca, sul pavimento.
    - Dov' l'armadio? - domand.
    Il ragazzo, soffocato, accenn l'armadio.
    Allora,  per  esser sicuro del ragazzo,  l'uomo lo gitt in ginocchio,
    davanti all'armadio,  e serrandogli forte  il  collo  fra  le  proprie
    gambe,  in modo da poterlo strozzare se urlava,  e tenendo il coltello
    fra i denti e la lanterna da una mano,  cav di tasca con  l'altra  un
    ferro accuminato,  lo ficc nella serratura,  frug, ruppe, spalanc i
    battenti,  rimescol in furia ogni cosa,  s'emp le tasche,  richiuse,
    torn ad aprire,  rifrug: poi riafferr il ragazzo alla strozza, e lo
    risospinse di l,  dove l'altro teneva ancora agguantata  la  vecchia,
    convulsa, col capo arrovesciato e la bocca aperta.
    Costui domand a bassa voce: - Trovato?
    Il compagno rispose: - Trovato.
    E soggiunse: - Guarda all'uscio.
    Quello  che  teneva  la vecchia corse alla porta dell'orto a vedere se
    c'era nessuno,  e disse dallo stanzino,  con una  voce  che  parve  un
    fischio: - Vieni.
    Quello  che  era  rimasto,  e  che  teneva  ancora Ferruccio mostr il
    coltello al ragazzo e alla vecchia che riapriva gli occhi,  e disse: -
    Non una voce, o torno indietro e vi sgozzo!
    E li fisso un momento tutti e due.
    In  quel  punto si sent lontano,  per lo stradone,  un canto di molte
    voci.
    Il ladro volt rapidamente il capo  verso  l'uscio,  e  in  quel  moto
    violento gli cadde la pezzuola dal viso.
    La vecchia gett un urlo: - Mozzoni!
    - Maledetta! - rugg il ladro, riconosciuto. - Devi morire!
    E  si  avvent  a  coltello  alzato  contro  la  vecchia,  che  svenne
    sull'atto.
    L'assassino men il colpo.
    Ma  con  un  movimento  rapidissimo,   gettando  un  grido  disperato,
    Ferruccio  s'era  lanciato sulla nonna,  e l'aveva coperta col proprio
    corpo.
    L'assassino fugg urtando il tavolo e  rovesciando  il  lume,  che  si
    spense.
    Il  ragazzo  scivol  lentamente  di  sopra  alla  nonna,  e  cadde in
    ginocchio,  e rimase in quell'atteggiamento,  con le  braccia  intorno
    alla vita di lei e il capo sul suo seno.
    Qualche momento pass; era buio fitto; il canto dei contadini s'andava
    allontanando per la campagna. La vecchia rinvenne.
    - Ferruccio! - chiam con voce appena intelligibile, battendo i denti.
    - Nonna, - rispose il ragazzo.
    La  vecchia fece uno sforzo per parlare;  ma il terrore le paralizzava
    la lingua.
    Stette un pezzo in silenzio,  tremando  violentemente.  Poi  riusc  a
    domandare:
    - Non ci son pi?
    - No.
    - Non m'hanno uccisa, - mormor la vecchia con voce soffocata.
    - No... siete salva, - disse Ferruccio, con voce fioca. - Siete salva,
    cara nonna.  Hanno portato via dei denari.  Ma il babbo... aveva preso
    quasi tutto con s.
    La nonna mise un respiro.
    - Nonna,  - disse Ferruccio,  sempre in ginocchio,  stringendola  alla
    vita, - cara nonna... mi volete bene, non  vero?
    - Oh Ferruccio!  povero figliuol mio! - rispose quella, mettendogli le
    mani sul capo,  - che spavento  devi  aver  avuto!  Oh  Signore  Iddio
    misericordioso!  Accendi  un p di lume...  No,  restiamo al buio,  ho
    ancora paura.
    - Nonna, - riprese il ragazzo, - io v'ho sempre dato dei dispiaceri...
    - No, Ferruccio, non dir queste cose; io non ci penso pi, ho scordato
    tutto, ti voglio tanto bene!
    - V'ho sempre dato dei dispiaceri, - continu Ferruccio, a stento, con
    la voce tremola;  - ma...  vi ho sempre voluto bene.  Mi perdonate?...
    Perdonatemi,  nonna - S,  figliuolo, ti perdono, ti perdono con tutto
    il cuore.  Pensa un p se  non  ti  perdono.  Levati  d'in  ginocchio,
    bambino  mio.  Non  ti sgrider mai pi.  Sei buono,  sei tanto buono!
    Accendiamo il lume. Facciamoci un p di coraggio.
    Alzati, Ferruccio.
    - Grazie, nonna, - disse il ragazzo, con la voce sempre pi debole.  -
    Ora...  sono contento.  Vi ricorderete di me,  nonna... non  vero? vi
    ricorderete sempre di me... del vostro Ferruccio.
    - Ferruccio mio! - esclam la nonna,  stupita e inquieta,  mettendogli
    le mani sulle spalle e chinando il capo, come per guardarlo nel viso.
    -  Ricordatevi  di  me,  -  mormor ancora il ragazzo con una voce che
    pareva un soffio.  - Date un bacio a mia madre...  a  mio  padre...  a
    Luigina... Addio, nonna...
    -   In  nome  del  cielo,   cos'hai!   -  grid  la  vecchia  palpando
    affannosamente il capo del ragazzo che le  si  era  abbandonato  sulle
    ginocchia;  e  poi  con  quanta  voce  avea  in gola disperatamente: -
    Ferruccio! Ferruccio!  Ferruccio!  Bambino mio!  Amor mio!  Angeli del
    paradiso, aiutatemi!
    Ma  Ferruccio  non  rispose pi.  Il piccolo eroe,  il salvatore della
    madre di sua madre, colpito d'una coltellata nel dorso,  aveva reso la
    bella e ardita anima a Dio.



    Il muratorino moribondo.
    18, marted.

    Il  povero muratorino  malato grave;  il maestro ci disse d'andarlo a
    vedere, e combinammo d'andarci insieme Garrone, Derossi ed io.  Stardi
    pure  sarebbe  venuto,  ma  siccome  il maestro ci diede per lavoro la
    descrizione del "Monumento a Cavour", egli ci disse che doveva andar a
    vedere il monumento, per far la descrizione pi esatta. Cos per prova
    invitammo anche quel gonfionaccio di Nobis,  che ci rispose: -  No,  -
    senz'altro.  Votini  pure  si scus,  forse per paura di macchiarsi il
    vestito di calcina. Ci andammo all'uscita delle quattro.
    Pioveva a catinelle.  Per la strada Garrone si ferm e  disse  con  la
    bocca  piena  di pane: - Cosa si compera?  - e faceva sonare due soldi
    nella tasca.  Mettemmo due soldi ciascuno  e  comperammo  tre  arancie
    grosse. Salimmo alla soffitta.
    Davanti  all'uscio  Derossi si lev la medaglia e se la mise in tasca:
    gli domandai perch: - Non so,  rispose,  - per non aver l'aria...  mi
    par  pi delicato entrare senza medaglia.  - Picchiammo,  ci aperse il
    padre,  quell'omone che pare un gigante: aveva la faccia stravolta che
    pareva spaventato.  - Chi siete? - domand. - Garrone rispose: - Siamo
    compagni di scuola d'Antonio,  che gli portiamo  tre  arancie.  -  Ah!
    povero Tonino,  - esclam il muratore scotendo il capo, - ho paura che
    non le manger pi le vostre arancie!  - e si asciug  gli  occhi  col
    rovescio  della  mano.  Ci fece andar avanti: entrammo in una camera a
    tetto,  dove vedemmo il muratorino che dormiva in un piccolo letto  di
    ferro: sua madre stava abbandonata sul letto col viso nelle mani, e si
    volt  appena  a  guardarci:  da  una parte pendevan dei pennelli,  un
    piccone e un crivello da calcina;  sui piedi del malato era distesa la
    giacchetta  del  muratore,  bianca  di  gesso.  Il  povero ragazzo era
    smagrito, bianco bianco, col naso affilato, e respirava corto.  O caro
    Tonino,  tanto  buono  e allegro,  piccolo compagno mio,  come mi fece
    pena,  quanto avrei dato per rivedergli fare il muso di lepre,  povero
    muratorino!  Garrone gli mise un'arancia sul cuscino, accanto al viso:
    l'odore lo svegli,  la pigli subito,  ma poi  la  lasci  andare,  e
    guard fisso Garrone. - Son io, - disse questi, - Garrone: mi conosci?
    -  Egli fece un sorriso che si vide appena,  e lev a stento dal letto
    la sua mano corta e la porse a Garrone,  che la prese fra le sue e  vi
    appoggi sopra la guancia dicendo: - Coraggio,  coraggio,  muratorino;
    tu guarirai presto e tornerai alla scuola  e  il  maestro  ti  metter
    vicino a me,  sei contento?  - Ma il muratorino non rispose.  La madre
    scoppi in singhiozzi: - Oh  il  mio  povero  Tonino!  il  mio  povero
    Tonino!  Cos bravo e buono, e Dio che ce lo vuol prendere! - Chtati!
    - le grid il muratore, disperato, - chetati per amor di Dio,  o perdo
    la testa! - Poi disse a noi affannosamente: - Andate, andate, ragazzi;
    grazie;  andate;  che volete far qui?  Grazie; andatevene a casa. - Il
    ragazzo aveva richiuso gli occhi e  pareva  morto.  -  Ha  bisogno  di
    qualche servizio?  - domand Garrone.  - No,  buon figliuolo,  grazie,
    rispose il muratore;  - andatevene a casa.  - E cos dicendo ci spinse
    sul  pianerottolo  e  richiuse  l'uscio.  Ma  non eravamo a met delle
    scale,  che lo sentimmo gridare: - Garrone!  Garrone!  - Risalimmo  in
    fretta tutti e tre.  - Garrone! - grid il muratore col viso mutato, -
    t'ha chiamato per nome, due giorni che non parlava,  t'ha chiamato due
    volte, vuole te, vieni subito. Ah santo Iddio, se fosse un buon segno!
    - A rivederci,  - disse Garrone a noi,  - io rimango, - e si lanci in
    casa col padre.  Derossi aveva gli occhi  pieni  di  lacrime.  Io  gli
    dissi:  -  Piangi per il muratorino?  Egli ha parlato,  guarir.  - Lo
    credo,  - rispose Derossi;  - ma non pensavo a  lui...  Pensavo  com'
    buono, che anima bella  Garrone!


    Il conte Cavour.
    29, mercoled.

    "E'  la  descrizione  del  monumento al conte Cavour che tu devi fare.
    Puoi farla.
    Ma chi sia stato il conte Cavour non lo puoi capire per ora.  Per  ora
    sappi  questo  soltanto.  egli fu per molti anni il primo ministro del
    Piemonte,   lui che mand l'esercito piemontese in Crimea a  rialzare
    con  la vittoria della Cernaia la nostra gloria militare caduta con la
    sconfitta  di   Novara;      lui   che   fece   calare   dalle   Alpi
    centocinquantamila Francesi a cacciar gli Austriaci dalla Lombardia, 
    lui  che  govern  l'Italia  nel  periodo  pi  solenne  della  nostra
    rivoluzione,  che diede in quegli anni il  pi  potente  impulso  alla
    santa  impresa  dell'unificazione  della  patria,  lui  con  l'ingegno
    luminoso, con la costanza invincibile,  con l'operosit pi che umana.
    Molti generali passarono ore terribili sul campo di battaglia; ma egli
    ne  pass di pi terribili nel suo gabinetto quando l'enorme opera sua
    poteva rovinare di momento in momento come un fragile  edifizio  a  un
    crollo  di  terremoto,  ore,  notti  di  lotta e d'angoscia pass,  da
    uscirne con la ragione stravolta o con la morte nel cuore. E fu questo
    gigantesco e tempestoso lavoro che gli accorci di vent'anni la vita.
    Eppure,  divorato dalla febbre che lo doveva gettar nella fossa,  egli
    lottava  ancora  disperatamente con la malattia,  per far qualche cosa
    per il suo paese.  - 'E' strano',  diceva con dolore dal suo letto  di
    morte,  -  'non so pi leggere,  non posso pi leggere'.  - Mentre gli
    cavavan sangue e la febbre aumentava, pensava alla sua patria,  diceva
    imperiosamente:  -  'Guaritemi,  la mia mente s'oscura,  ho bisogno di
    tutte le mie facolt per trattare dei gravi affari'.  - Quando era gi
    ridotto agli estremi, e tutta la citt s'agitava, e il Re stava al suo
    capezzale,  egli diceva con affanno.  - 'Ho molte cose da dirvi, Sire,
    molte cose da farvi vedere; ma son malato, non posso, non posso';  - e
    si  desolava.  E  sempre il suo pensiero febbrile rivolava allo Stato,
    alle nuove provincie italiane che s'erano unite a noi; alle tante cose
    che rimanevan da  farsi.  Quando  lo  prese  il  delirio.  -  'Educate
    l'infanzia,'  - esclamava fra gli aneliti,  - 'educate l'infanzia e la
    giovent... governate con la libert'. - Il delirio cresceva, la morte
    gli era sopra,  ed  egli  invocava  con  parole  ardenti  il  generale
    Garibaldi,  col  quale aveva avuto dei dissensi,  e Venezia e Roma che
    non erano  ancor  libere,  aveva  delle  vaste  visioni  dell'avvenire
    d'Italia  e d'Europa,  sognava un'invasione straniera,  domandava dove
    fossero i corpi dell'esercito e i generali,  trepidava ancora per noi,
    per il suo popolo.  Il suo grande dolore, capisci, non era di sentirsi
    mancare la vita,  era di vedersi sfuggire la patria,  che aveva ancora
    bisogno  di lui,  e per la quale aveva logorato in pochi anni le forze
    smisurate del suo miracoloso organismo. Mor col grido della battaglia
    nella gola,  e la sua morte fu grande come la sua vita.  Ora pensa  un
    poco, Enrico, che cosa  il nostro lavoro, che pure ci pesa tanto, che
    cosa sono i nostri dolori,  la nostra morte stessa,  a confronto delle
    fatiche,  degli affanni formidabili,  delle agonie tremende di  quegli
    uomini;  a  cui  pesa un mondo sul cuore!  Pensa a questo,  figliuolo,
    quando passi davanti a quell'immagine di marmo,  e dille: - Gloria!  -
    in cuor tuo".
    Tuo padre.



















    APRILE.

    Primavera.
    1, sabato.

    Primo  d'aprile!  Tre  soli mesi ancora.  Questa  stata una delle pi
    belle mattinate dell'anno.  Io  ero  contento,  nella  scuola,  perch
    Coretti  m'aveva  detto  d'andar  dopo  domani a veder arrivare il Re,
    insieme con suo padre che  lo  conosce;  e  perch  mia  madre  m'avea
    promesso  di  condurmi lo stesso giorno a visitar l'Asilo infantile di
    Corso Valdocco. Anche ero contento perch il muratorino sta meglio,  e
    perch ieri sera,  passando,  il maestro disse a mio padre: - Va bene,
    va bene. - E poi era una bella mattinata di primavera.  Dalle finestre
    della scuola si vedeva il cielo azzurro, gli alberi del giardino tutti
    coperti  di  germogli,  e  le  finestre  delle case spalancate,  colle
    cassette e i vasi gi verdeggianti. Il maestro non rideva,  perch non
    ride mai,  ma era di buon umore,  tanto che non gli appariva quasi pi
    quella ruga diritta in mezzo alla fronte; e spiegava un problema sulla
    lavagna,  celiando.  E si vedeva che provava piacere a respirar l'aria
    del  giardino che veniva per le finestre aperte,  piena d'un buon odor
    fresco di terra e di foglie,  che faceva pensare alle  passeggiate  in
    campagna.  Mentre  egli  spiegava,  si sentiva in una strada vicina un
    fabbro ferraio che batteva sull'incudine,  e nella casa di faccia  una
    donna che cantava per addormentare il bambino: lontano,  nella caserma
    della Cernaia, suonavano le trombe.  Tutti parevano contenti,  persino
    Stardi.  A un certo momento il fabbro si mise a picchiar pi forte, la
    donna a cantar pi alto.  Il maestro s'interruppe e prest l'orecchio.
    Poi  disse  lentamente  guardando  per  la  finestra:  -  Il cielo che
    sorride,  una madre che canta,  un galantuomo che lavora,  dei ragazzi
    che studiano...  ecco delle cose belle. - Quando uscimmo dalla classe,
    vedemmo che anche tutti gli altri erano allegri;  tutti camminavano in
    fila  pestando i piedi forte e canticchiando,  come alla vigilia d'una
    vacanza di quattro giorni; le maestre scherzavano;  quella della penna
    rossa  saltellava  dietro i suoi bimbi come una scolaretta;  i parenti
    dei ragazzi discorrevano fra loro  ridendo,  e  la  madre  di  Crossi,
    l'erbaiola, ci aveva nelle ceste tanti mazzi di violette, che empivano
    di profumo tutto il camerone. Io non sentii mai tanta contentezza come
    questa  mattina  a  veder  mia madre che mi aspettava nella strada.  E
    glielo dissi andandole incontro: - Sono contento: cos' mai che mi  fa
    cos contento questa mattina?  - E mia madre mi rispose sorridendo che
    era la bella stagione e la buona coscienza.



    Re Umberto.
    3, luned.

    Alle dieci  in  punto  mio  padre  vide  dalla  finestra  Coretti,  il
    rivenditore di legna,  e il figliuolo, che m'aspettavano sulla piazza,
    e mi disse: - Eccoli, Enrico; v a vedere il tuo re.
    Io andai gi lesto come un razzo.  Padre e figliuolo erano  anche  pi
    vispi  del  solito e non mi parve mai che si somigliassero tanto l'uno
    all'altro come questa mattina:  il  padre  aveva  alla  giacchetta  la
    medaglia  al  valore  in  mezzo  alle due commemorative,  e i baffetti
    arricciati e aguzzi come due spilli.
    Ci mettemmo subito in cammino verso la stazione della strada  ferrata,
    dove il re doveva arrivare alle dieci e mezzo. Coretti padre fumava la
    pipa e si fregava le mani. - Sapete, - diceva - che non l'ho pi visto
    dalla  guerra  del  sessantasei?  La  bagatella di quindici anni e sei
    mesi.  Prima tre anni in Francia,  poi a Mondov;  e qui  che  l'avrei
    potuto  vedere,  non s' mai dato il maledetto caso che mi trovassi in
    citt quando egli veniva. Quando si dice le combinazioni.
    Egli chiamava il re: - Umberto - come un camerata. - Umberto comandava
    la Sedicesima divisione,  Umberto aveva ventidue anni e tanti  giorni,
    Umberto montava a cavallo cos e cos.
    -  Quindici anni!  - diceva forte,  allungando il passo.  - Ho proprio
    desiderio di rivederlo.  L'ho  lasciato  principe,  lo  rivedo  re.  E
    anch'io ho cambiato: son passato da soldato a rivenditor di legna. - E
    rideva.
    Il figliuolo gli domand: - Se vi vedesse, vi riconoscerebbe?
    Egli si mise a ridere.
    - Tu sei matto,  - rispose. - Ci vorrebbe altro. Lui, Umberto, era uno
    solo;  noi eravamo come le mosche.  E poi s che ci stette a  guardare
    uno per uno.
    Sboccammo sul corso Vittorio Emanuele; c'era molta gente che s'avviava
    alla  stazione.   Passava  una  compagnia  d'Alpini,  con  le  trombe.
    Passarono due carabinieri a cavallo,  di galoppo.  Era un  sereno  che
    smagliava.
    - S!  - esclam Coretti padre, animandosi; - mi fa proprio piacere di
    rivederlo,  il mio generale di divisione.  Ah!  come sono  invecchiato
    presto!  Mi  pare  l'altro giorno che avevo lo zaino sulle spalle e il
    fucile tra le mani in mezzo  a  quel  tramestio,  la  mattina  del  24
    giugno,  quando s'era per venire ai ferri. Umberto andava e veniva coi
    suoi  ufficiali,  mentre  tonava  il  cannone,  lontano;  e  tutti  lo
    guardavano e dicevano: - Purch non ci sia una palla anche per lui!  -
    Ero a mille miglia dal pensare che di l a poco me gli  sarei  trovato
    tanto vicino,  davanti alle lance degli ulani austriaci;  ma proprio a
    quattro passi l'un dall'altro, figliuoli.  Era una bella giornata,  il
    cielo come uno specchio, ma un caldo! Vediamo se si pu entrare.
    Eravamo  arrivati  alla  stazione;  c'era  una  gran folla,  carrozze,
    guardie, carabinieri,  societ con bandiere.  La banda d'un reggimento
    suonava.  Coretti padre tent di entrare sotto il porticato; ma gli fu
    impedito.  Allora pens di cacciarsi in prima  fila  nella  folla  che
    facea  ala  all'uscita,  e  aprendosi  il  passo coi gomiti,  riusc a
    spingere innanzi anche noi. Ma la folla,  ondeggiando,  ci sbalzava un
    p  di  qua  e  un p di l.  Il venditor di legna adocchiava il primo
    pilastro del porticato,  dove le guardie non lasciavano stare nessuno.
    -  Venite  con  me,  -  disse  a  un tratto,  e tirandoci per le mani,
    attravers in due salti lo spazio vuoto e s'and a piantar l,  con le
    spalle al muro.
    Accorse subito un brigadiere di Polizia e gli disse:
    - Qui non si pu stare.
    - Son del quarto battaglione del '49, - rispose Coretti, toccandosi la
    medaglia.
    Il brigadiere lo guard e disse: - Restate.
    -  Ma  se  lo  dico io!  - esclam Coretti trionfante;  -  una parola
    magica quel "quarto del quarantanove!" Non ho diritto di vederlo un p
    a mio comodo il mio generale,  io che son stato nel quadrato!  Se l'ho
    visto da vicino allora,  mi par giusto di vederlo da vicino adesso.  E
    dico generale!  E' stato mio comandante di battaglione,  per una buona
    mezz'ora,  perch  in  quei  momenti  lo comandava lui il battaglione,
    mentre c'era in mezzo, e non il maggiore Ubrich, sagrestia!
    Intanto si vedeva nel salone dell'arrivo e fuori un gran rimescolio di
    signori  e  d'ufficiali,  e  davanti  alla  porta  si  schieravano  le
    carrozze, coi servitori vestiti di rosso.
    Coretti  domand  a suo padre se il principe Umberto aveva la sciabola
    in mano quand'era nel quadrato.
    - Avr ben avuto la sciabola in mano,  - rispose,  -  per  parare  una
    lanciata,  che  poteva  toccare  a lui come a un altro.  Ah!  i demoni
    scatenati! Ci vennero addosso come l'ira di Dio, ci vennero.  Giravano
    tra  i  gruppi,  i  quadrati,  i  cannoni,  che parevan mulinati da un
    uragano,  sfondando ogni cosa.  Era  una  confusione  di  cavalleggeri
    d'Alessandria,  di  lancieri  di  Foggia,  di fanteria,  di ulani,  di
    bersaglieri,  un inferno che non se ne capiva pi  niente.  Io  intesi
    gridare: - Altezza! Altezza! - vidi venir le lancie calate, scaricammo
    i  fucili,  un  nuvolo  di polvere nascose tutto...  Poi la polvere si
    dirad...  La terra era coperta di cavalli e di ulani feriti e  morti.
    Io mi voltai indietro,  e vidi in mezzo a noi Umberto,  a cavallo, che
    guardava intorno,  tranquillo,  con l'aria di domandare: - C' nessuno
    graffiato  dei miei ragazzi?  - E noi gli gridammo: - Evviva!  - sulla
    faccia,  come matti.  Sacro Dio che  momento!...  Ecco  il  treno  che
    arriva.
    La banda suon,  gli ufficiali accorsero,  la folla s'alz in punta di
    piedi.
    - Eh,  non esce mica subito,  - disse una guardia;  - ora gli fanno un
    discorso.
    Coretti  padre  non stava pi nella pelle.  - Ah!  quando ci penso,  -
    disse, - io lo vedo sempre l. Sta bene tra i colerosi e i terremoti e
    che so altro: anche l  stato bravo;  ma io l'ho sempre in mente come
    l'ho visto allora, in mezzo a noi, con quella faccia tranquilla. E son
    sicuro  che  se ne ricorda anche lui del quarto del '49,  anche adesso
    che  re, e che gli farebbe piacere di averci una volta a tavola tutti
    insieme,  quelli che s' visto intorno in quei momenti.  Adesso ci  ha
    generali  e  signoroni  e galloni;  allora non ci aveva che dei poveri
    soldati. Se ci potessi un p barattare quattro parole, a quattr'occhi!
    Il nostro generale di ventidue  anni,  il  nostro  principe,  che  era
    affidato alle nostre baionette...  Quindici anni che non lo vedo... Il
    nostro Umberto, v. Ah!  questa musica mi rimescola il sangue,  parola
    d'onore.
    Uno scoppio di grida l'interruppe,  migliaia di cappelli s'alzarono in
    aria, quattro signori vestiti di nero salirono nella prima carrozza. -
    E' lui! - grid Coretti, e rimase come incantato.
    Poi disse piano: - Madonna mia,  come s' fatto grigio!  - Tutti e tre
    ci scoprimmo il capo: la carrozza veniva innanzi lentamente,  in mezzo
    alla folla che gridava e agitava i cappelli. Io guardai Coretti padre.
    Mi parve un altro: pareva diventato pi alto,  serio,  un p  pallido,
    ritto appiccicato contro il pilastro.
    La carrozza arriv davanti a noi, a un passo dal pilastro.
    - Evviva!  - gridarono molte voci. - Evviva! - grid Coretti, dopo gli
    altri.
    Il re lo guard in viso e arrest un  momento  lo  sguardo  sulle  tre
    medaglie.
    Allora  Coretti  perd  la  testa  e  url:  -  Quarto battaglione del
    quarantanove!
    Il re,  che s'era gi voltato da un'altra parte,  si rivolt verso  di
    noi,  e  fissando  Coretti  negli  occhi,  stese  la  mano  fuor della
    carrozza.
    Coretti fece un salto avanti e gliela strinse.  La carrozza pass,  la
    folla irruppe e ci divise,  perdemmo di vista Coretti padre.  Ma fu un
    momento.  Subito lo ritrovammo,  ansante,  con gli  occhi  umidi,  che
    chiamava per nome il figliuolo,  tenendo la mano in alto. Il figliuolo
    si slanci verso di lui, ed egli grid: - Qua, piccino,  che ho ancora
    calda  la  mano!  -  e  gli pass la mano intorno al viso,  dicendo: -
    Questa  una carezza del re.
    E rimase l come  trasognato,  con  gli  occhi  fissi  sulla  carrozza
    lontana,  sorridendo, con la pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di
    curiosi che lo guardavano. - E' uno del quadrato del '49,  - dicevano.
    - E' un soldato che conosce il re. - E' il re che l'ha riconosciuto. -
    E' lui che gli ha teso la mano.  - Ha dato una supplica al re, - disse
    uno pi forte.
    - No,  - rispose Coretti,  voltandosi bruscamente;  - non gli ho  dato
    nessuna supplica, io. Un'altra cosa gli darei, se me la domandasse...
    Tutti lo guardarono.
    Ed egli disse semplicemente: - Il mio sangue.


    L'asilo infantile.
    4, marted.

    Mia  madre,  come  m'aveva  promesso,  mi condusse ieri dopo colazione
    all'asilo  infantile  di  Corso  Valdocco,   per   raccomandare   alla
    direttrice una sorella piccola di Precossi.  Io non avevo mai visto un
    asilo. Quanto mi divertirono!
    Duecento c'erano tra bimbi e bimbe,  cos piccoli,  che i nostri della
    prima  inferiore  sono uomini appetto a quelli.  Arrivammo appunto che
    entravano in fila nel refettorio,  dove erano due  tavole  lunghissime
    con  tante buche rotonde,  e in ogni buca una scodella nera,  piena di
    riso e fagioli,  e un cucchiaio di  stagno  accanto.  Entrando  alcuni
    piantavano un melo, e restavan l sul pavimento, fin che accorrevan le
    maestre  a  tirarli  su.  Molti  si  fermavano davanti a una scodella,
    credendo che fosse quello il loro  posto,  e  ingollavano  subito  una
    cucchiaiata,  quando  arrivava  una  maestra  e diceva: - Avanti!  - e
    quelli avanti tre o quattro passi e gi un'altra cucchiaiata, e avanti
    ancora,  fin che arrivavano al proprio  posto,  dopo  aver  beccato  a
    scrocco una mezza minestrina.
    Finalmente, a furia di spingere, di gridare: - Sbrigatevi! Sbrigatevi!
    -  li  misero in ordine tutti,  e cominciarono la preghiera.  Ma tutti
    quelli delle file di dentro,  i quali per pregare  dovevan  voltar  la
    schiena  alla  scodella,   torcevano  il  capo  indietro  per  tenerla
    d'occhio, che nessuno ci pescasse,  e poi pregavano cos,  con le mani
    giunte  e  con  gli  occhi al cielo,  ma col cuore alla pappa.  Poi si
    misero a mangiare.  Ah che ameno  spettacolo!  Uno  mangiava  con  due
    cucchiai, l'altro s'ingozzava con le mani, molti levavano i fagioli un
    per  uno  e  se  li  ficcavano in tasca;  altri invece li rinvoltavano
    stretti nel grembiulino e ci picchiavan  su,  per  far  la  pasta.  Ce
    n'erano  anche che non mangiavano per veder volar le mosche,  e alcuni
    tossivano e spandevano una pioggia di riso tutto intorno.  Un pollaio,
    pareva.  Ma era grazioso.  Facevano una bella figura le due file delle
    bambine,  tutte coi capelli legati sul cocuzzolo  con  tanti  nastrini
    rossi, verdi, azzurri. Una maestra domand a una fila di otto bambine:
    -  Dove  nasce  il  riso?  Tutte  otto  spalancaron  la bocca piena di
    minestra, e risposero tutte insieme cantando: - Na-sce nel-l'ac-qua, -
    Poi la maestra comand: - Le mani in alto!  - E allora fu bello vedere
    scattar su tutti quei braccini,  che mesi fa erano ancor nelle fascie,
    e agitarsi tutte quelle  mani  piccole,  che  parevan  tante  farfalle
    bianche e rosate.
    Poi andarono alla ricreazione; ma prima presero tutti i loro panierini
    con  dentro  la  colazione,  che  erano  appesi ai muri.  Uscirono nel
    giardino e si sparpagliarono, tirando fuori le loro provvigioni: pane,
    prune cotte,  un pezzettino di formaggio,  un  ovo  sodo,  delle  mele
    piccole,  una  pugnata di ceci lessi,  un'ala di pollo.  In un momento
    tutto il giardino fu coperto di bricioline come se ci avessero  sparso
    del becchime per uno stormo d'uccelli.
    Mangiavano in tutte le pi strane maniere,  come i conigli,  i topi, i
    gatti,  rosicchiando,  leccando,  succhiando.  C'era un bimbo  che  si
    teneva  appuntato  un  grissino  sul petto e lo andava ungendo con una
    nespola,  come se lustrasse una sciabola.  Delle bambine spiaccicavano
    nel  pugno  delle  formaggiole molli,  che colavano fra le dita,  come
    latte, e filavan gi dentro alle maniche; ed esse non se n'accorgevano
    mica.  Correvano e s'inseguivano con le mele e i panini  attaccati  ai
    denti, come i cani. Ne vidi tre che scavavano con un fuscello dentro a
    un ovo sodo credendo di scoprirvi dei tesori,  e lo spandean mezzo per
    terra,  e poi lo  raccoglievano  briciolo  per  briciolo,  con  grande
    pazienza,  come  se  fossero perle.  E a quelli che avevan qualcosa di
    straordinario,  c'erano intorno otto o dieci col capo chino a  guardar
    nel  paniere,  come  avrebber  guardato la luna nel pozzo.  Ci saranno
    stati venti intorno a un batuffoletto alto cos,  che aveva in mano un
    cartoccino di zucchero,  tutti a fargli cerimonie per aver il permesso
    d'intingere il pane, e lui a certi lo dava, ed ad altri, pregato bene,
    non imprestava che il dito da succhiare.
    Intanto mia madre era venuta nel giardino e accarezzava ora l'uno  ora
    l'altro.
    Molti le andavano intorno, anzi addosso, a chiederle un bacio col viso
    in  su,  come se guardassero a un terzo piano,  aprendo e chiudendo la
    bocca,  come per domandare la cioccia.  Uno le  offerse  uno  spicchio
    d'arancia  morsicchiato,  un altro una crostina di pane,  una bimba le
    diede una foglia; un'altra bimba le mostr con grande seriet la punta
    dell'indice  dove,   a  guardar  bene,   si  vedeva   un   gonfiettino
    microscopico,  che  s'era  fatto il giorno prima toccando la fiammella
    della candela.  Le mettevan sotto gli occhi,  come grandi  meraviglie,
    degl'insetti  piccolissimi,  che  non  so come facessero a vederli e a
    raccoglierli,  dei mezzi tappi di sughero,  dei bottoncini di camicia,
    dei  fiorellini strappati dai vasi.  Un bambino con la testa fasciata,
    che voleva esser sentito a ogni costo,  le tartagli non so che storia
    d'un capitombolo,  che non se ne cap una parola; - un altro volle che
    mia madre si chinasse,  e le disse nell'orecchio: - Mio  padre  fa  le
    spazzole.  -  E in quel frattempo accadevano qua e l mille disgrazie,
    che facevano accorrere le maestre: bambine che piangevano  perch  non
    potevano  disfare  un nodo del fazzoletto,  altre che si disputavano a
    unghiate e a strilli due semi di mela, un bimbo che era caduto bocconi
    sopra un panchettino rovesciato,  e  singhiozzava  su  quella  rovina,
    senza potersi rialzare.
    Prima  d'andar  via,  mia  madre ne prese in braccio tre o quattro,  e
    allora accorsero da tutte le parti per farsi pigliare,  coi visi tinti
    di torlo d'ovo e di sugo d'arancia,  e chi a afferrarle le mani, chi a
    prenderle un dito per veder l'anello,  l'uno a  tirarle  la  catenella
    dell'orologio,  l'altro a volerla acchiappare per le trecce. - Badi, -
    dicevano le maestre,  - che le sciupan tutto il vestito.  - Ma  a  mia
    madre non importava nulla del vestito, e continu a baciarli, e quelli
    sempre  pi a serrarlesi addosso,  i primi con le braccia tese come se
    volessero arrampicarsi,  i lontani cercando di farsi  innanzi  tra  la
    calca,  e tutti gridando: - Addio! Addio! Addio! - infine le riusc di
    scappar dal giardino.  E allora corsero tutti a mettere il viso tra  i
    ferri  della cancellata,  per vederla passare,  e a cacciar le braccia
    fuori per salutarla,  offrendo ancora tozzi  di  pane,  bocconcini  di
    nespola  e  croste  di  formaggio,  e gridando tutti insieme: - Addio!
    Addio!  Addio!  Ritorna domani!  Vieni un'altra volta!  -  Mia  madre,
    scappando,  fece ancora scorrere una mano su quelle cento manine tese,
    come sopra una ghirlanda di rose vive,  e finalmente riusc  in  salvo
    sulla  strada,  tutta  coperta  di briciole e di macchie,  sgualcita e
    scarmigliata,  con una mano piena  di  fiori  e  gli  occhi  gonfi  di
    lacrime,  contenta,  come  se fosse uscita da una festa.  E si sentiva
    ancora il voco di dentro,  come un gran  pispigliare  d'uccelli,  che
    dicevano: - Addio! Addio! Vieni un'altra volta, madama!.


    Alla ginnastica.
    5, mercoled.

    Il  tempo  continuando  bellissimo,   ci  hanno  fatto  passare  dalla
    ginnastica del camerone a quella degli attrezzi, in giardino.  Garrone
    era  ieri  nell'ufficio  del Direttore quando venne la madre di Nelli,
    quella signora bionda  e  vestita  di  nero,  per  far  dispensare  il
    figliuolo  dai  nuovi esercizi.  Ogni parola le costava uno sforzo,  e
    parlava tenendo una mano sul capo del suo ragazzo. - Egli non pu... -
    disse al Direttore.  Ma Nelli si  mostr  cos  addolorato  di  essere
    escluso dagli attrezzi,  d'aver quella umiliazione di pi... - Vedrai,
    mamma, - diceva,  - che far come gli altri.  - Sua madre lo guardava,
    in  silenzio,  con  un'aria  di  piet  e di affetto.  Poi osserv con
    esitazione: - Temo dei suoi compagni.  - Voleva dire: -  Temo  che  lo
    burlino. -
    Ma Nelli rispose: - Non mi fa nulla... e poi c' Garrone. Mi basta che
    ci sia lui che non rida.  - E allora lo lasciaron venire.  Il maestro,
    quello della ferita al collo,  che  stato con Garibaldi,  ci condusse
    subito  alle  sbarre  verticali,  che  sono  alte  molto,  e bisognava
    arrampicarsi fino in cima, e mettersi ritti sull'asse trasversale.
    Derossi e Coretti andaron su  come  due  bertucce;  anche  il  piccolo
    Precossi  sal svelto,  bench impacciato da quel giacchettone che gli
    d alle ginocchia,  e  per  farlo  ridere,  mentre  saliva  tutti  gli
    ripeteano il suo intercalare: - Scusami,  scusami!  - Stardi sbuffava,
    diventava rosso come un tacchino, stringeva i denti che pareva un cane
    arrabbiato; ma anche a costo di scoppiare sarebbe arrivato in cima,  e
    ci   arriv   infatti;   e  Nobis  pure,   e  quando  fu  lass  prese
    un'impostatura  da  imperatore,   ma  Votini  sdrucciol  due   volte,
    nonostante il suo bel vestito nuovo a righette azzurre,  fatto apposta
    per la ginnastica.  Per salir pi facile s'eran tutti  impiastrati  le
    mani di pece greca,  colofonia,  come la chiamano;  e si sa che  quel
    trafficone di Garoffi che la provvede a tutti, in polvere,  vendendola
    un soldo al cartoccio e guadagnandoci un tanto.
    Poi tocc a Garrone, che sal masticando pane, come se niente fosse, e
    credo che sarebbe stato capace di portar su un di noi sulle spalle, da
    tanto ch' tarchiato e forte,  quel toretto. Dopo Garrone, ecco Nelli.
    Appena lo videro attaccarsi alla  sbarra  con  quelle  mani  lunghe  e
    sottili molti cominciarono a ridere e a canzonare; ma Garrone incroci
    le  sue  grosse  braccia sul petto,  e saett intorno un'occhiata cos
    espressiva,  fece intender cos chiaro che  avrebbe  allungato  subito
    quattro  briscole anche in presenza del maestro,  che tutti smisero di
    ridere sul momento. Nelli cominci a arrampicarsi stentava,  poverino,
    faceva il viso pavonazzo,  respirava forte, gli colava il sudore dalla
    fronte.  Il maestro disse: - Vieni gi.  - Ma egli  no,  si  sforzava,
    s'ostinava: io m'aspettavo da un momento all'altro di vederlo ruzzolar
    gi mezzo morto.
    Povero  Nelli!  Pensavo  se  fossi stato come lui e m'avesse visto mia
    madre, come n'avrebbe sofferto, povera mia madre, e pensando a questo,
    gli volevo cos bene a Nelli, avrei dato non so che perch riuscisse a
    salire,  per poterlo sospinger io per  di  sotto,  senz'esser  veduto.
    Intanto Garrone, Derossi, Coretti dicevano:
    - Su,  su,  Nelli,  forza,  ancora un tratto, coraggio! - E Nelli fece
    ancora uno sforzo violento, mettendo un gemito, e si trov a due palmi
    dall'asse.  - Bravo!  - gridarono gli altri.  - Coraggio!  Ancora  una
    spinta!  - Ed ecco Nelli afferrato all'asse. Tutti batteron le mani. -
    Bravo!  - disse il maestro,  - ma ora basta;  scendi pure.  - Ma Nelli
    volle salir fino in cima come gli altri, e dopo un p di stento riusc
    a mettere i gomiti sull'asse, poi le ginocchia, poi i piedi: infine si
    lev ritto,  e ansando e sorridendo,  ci guard. Noi tornammo a batter
    le mani,  e allora egli guard nella strada.  Io mi voltai  da  quella
    parte, e a traverso alle piante che copron la cancellata del giardino,
    vidi sua madre che passeggiava sul marciapiede, senz'osar di guardare.
    Nelli  discese  e  tutti  gli fecero festa: era eccitato,  roseo,  gli
    splendevan gli occhi, non pareva pi quello. Poi,  all'uscita,  quando
    sua   madre   gli  venne  incontro  e  gli  domand  un  p  inquieta,
    abbracciandolo:
    - Ebbene,  povero figliuolo,  com' andata?  com' andata?  - tutti  i
    compagni risposero insieme: - Ha fatto bene!  - E' salito come noi.  -
    E' forte, sa. - E' lesto. - Fa tale e quale come gli altri.  - Bisogn
    vederla,  allora,  la gioia di quella signora!  Ci volle ringraziare e
    non pot, strinse la mano a tre o quattro, fece una carezza a Garrone,
    si port via il figliuolo,  e li vedemmo per  un  pezzo  camminare  in
    fretta,  discorrendo e gestendo fra loro,  tutti e due contenti,  come
    non li avea mai visti nessuno.


    Il maestro di mio padre.
    11, marted.

    Che bella gita feci ieri con mio padre!  Ecco come.  Ieri  l'altro,  a
    desinare, leggendo il giornale, mio padre usc tutt'a un tratto in una
    esclamazione di meraviglia.  Poi disse: - E io che lo credevo morto da
    vent'anni!  Sapete che  ancora vivo il mio primo maestro  elementare,
    Vincenzo  Crosetti,  che  ha  ottantaquattro  anni?  Vedo  qui  che il
    Ministero gli ha dato la  medaglia  di  benemerenza  per  sessant'anni
    d'insegnamento. Ses-san-t'an-ni, capite? E non son che due anni che ha
    smesso di far scuola.  Povero Crosetti! Sta a un'ora di strada ferrata
    di qui,  a Condove,  nel paese della nostra antica  giardiniera  della
    villa di Chieri.  - E soggiunse: - Enrico,  noi andremo a vederlo. - E
    per tutta la sera non parl pi che di lui.  Il nome del  suo  maestro
    elementare  gli  richiamava  alla  memoria  mille  cose  di  quand'era
    ragazzo, dei suoi primi compagni, della sua mamma morta. - Crosetti! -
    esclamava.  - Aveva quarant'anni quando ero con lui.  Mi pare ancor di
    vederlo.  Un  ometto  gi  un p curvo,  cogli occhi chiari,  col viso
    sempre sbarbato. Severo, ma di buone maniere,  che ci voleva bene come
    un  padre  e  non ce ne perdonava una.  Era venuto su da contadino,  a
    furia di studio e di privazioni.  Un galantuomo.  Mia  madre  gli  era
    affezionata  e  mio  padre  lo trattava come un amico.  Com' andato a
    finire a Condove, da Torino? Non mi riconoscer pi,  certamente.  Non
    importa,   io  riconoscer  lui.  Quarantaquattro  anni  son  passati.
    Quarantaquattro anni, Enrico, andremo a vederlo domani.
    E ieri mattina alle nove eravamo alla stazione della strada ferrata di
    Susa.  Io avrei voluto che venisse anche Garrone;  ma  egli  non  pot
    perch  ha  la mamma malata.  Era una bella giornata di primavera.  Il
    treno correva fra i prati verdi e le siepi  in  fiore,  e  si  sentiva
    un'aria  odorosa.  Mio padre era contento,  e ogni tanto mi metteva un
    braccio intorno al collo,  e mi parlava come a un amico,  guardando la
    campagna.  - Povero Crosetti!  - diceva. - E' lui il primo uomo che mi
    volle bene e che mi fece del bene dopo mio padre.  Non li ho  mai  pi
    dimenticati  certi  suoi  buoni  consigli,  e  anche  certi rimproveri
    secchi, che mi facevan tornare a casa con la gola stretta. Aveva certe
    mani grosse e corte.  Lo vedo ancora quando entrava nella scuola,  che
    metteva la canna in un canto e appendeva il mantello all'attaccapanni,
    sempre  con  quello stesso gesto.  E tutti i giorni il medesimo umore,
    sempre coscienzioso,  pieno di buon volere e  attento,  come  se  ogni
    giorno facesse scuola per la prima volta.  Lo ricordo come lo sentissi
    adesso quando mi gridava: - Bottini, eh, Bottini!  L'indice e il medio
    su quella penna! - Sar molto cambiato, dopo quarantaquattro anni.
    Appena  arrivati  a  Condove,  andammo  a  cercare  la  nostra  antica
    giardiniera di Chieri,  che ha  una  botteguccia,  in  un  vicolo.  La
    trovammo  coi suoi ragazzi,  ci fece molta festa,  ci diede notizie di
    suo marito,  che deve tornare dalla Grecia,  dov' a lavorare  da  tre
    anni, e della sua prima figliuola, che  nell'Istituto dei sordomuti a
    Torino.  Poi  c'insegn  la  strada  per  andar  dal  maestro,  che  
    conosciuto da tutti.
    Uscimmo  dal  paese,   e  pigliammo  per  una  viottola   in   salita,
    fiancheggiata di siepi fiorite.
    Mio  padre non parlava pi,  pareva tutto assorto nei suoi ricordi,  e
    ogni tanto sorrideva e poi scoteva la testa.
    All'improvviso si ferm, e disse: - Eccolo. Scommetto che  lui.
    Veniva gi verso di noi, per la viottola,  un vecchio piccolo,  con la
    barba  bianca,  con  un  cappello  largo,  appoggiandosi a un bastone:
    strascicava i piedi e gli tremavan le mani.
    - E' lui, - ripet mio padre, affrettando il passo.
    Quando gli fummo vicini,  ci fermammo.  Il vecchio pure  si  ferm,  e
    guard  mio padre.  Aveva il viso ancora fresco,  e gli occhi chiari e
    vivi.
    - E' lei - domand mio padre,  levandosi il  cappello,  -  il  maestro
    Vincenzo Crosetti?
    Il  vecchio  pure  si lev il cappello e rispose: - Son io,  - con una
    voce un p tremola, ma piena.
    - Ebbene,  - disse mio padre,  pigliandogli una mano,  - permetta a un
    suo antico scolaro di stringerle la mano e di domandarle come sta.  Io
    son venuto da Torino per vederla.
    Il vecchio lo guard stupito.  Poi disse: - Mi fa troppo onore...  non
    so...
    Quando, mio scolaro? mi scusi. Il suo nome, per piacere.
    Mio padre disse il suo nome, Alberto Bottini, e l'anno che era stato a
    scuola da lui,  e dove;  e soggiunse: - Lei non si ricorder di me,  
    naturale. Ma io riconosco lei cos bene!
    Il maestro chin il capo e guard in terra, pensando,  e mormor due o
    tre volte il nome di mio padre; il quale, intanto, lo guardava con gli
    occhi fissi e sorridenti.
    A un tratto il vecchio alz il viso, con gli occhi spalancati, e disse
    lentamente:  -  Alberto Bottini?  il figliuolo dell'ingegnere Bottini?
    quello che stava in piazza della Consolata?
    - Quello, - rispose mio padre, tendendo le mani.
    - Allora...  - disse il vecchio,  -  mi  permetta,  caro  signore,  mi
    permetta,  -  e  fattosi  innanzi,  abbracci  mio padre: la sua testa
    bianca gli arrivava appena alla spalla.  Mio padre appoggi la guancia
    sulla sua fronte.
    - Abbiate la bont di venir con me, - disse il maestro.
    E  senza  parlare,  si  volt e riprese il cammino verso casa sua.  In
    pochi minuti arrivammo a un'aia,  davanti a una piccola casa  con  due
    usci, intorno a uno dei quali c'era un p di muro imbiancato.
    Il  maestro aperse il secondo,  e ci fece entrare in una stanza.  Eran
    quattro pareti bianche: in un canto un  letto  a  cavalletti  con  una
    coperta  a  quadretti bianchi e turchini,  in un altro un tavolino con
    una piccola libreria;  quattro seggiole e una vecchia carta geografica
    inchiodata a una parete: si sentiva un buon odore di mele.
    Sedemmo tutti e tre.  Mio padre e il maestro si guardarono per qualche
    momento, in silenzio.
    - Bottini! - esclam poi il maestro,  fissando gli occhi sul pavimento
    a mattoni,  dove il sole faceva uno scacchiere. - Oh! mi ricordo bene.
    La sua signora madre era una cos buona signora! Lei, il primo anno, 
    stato per un pezzo nel primo banco a sinistra,  vicino alla  finestra.
    Guardi un p se mi ricordo.  Vedo ancora la sua testa ricciuta.  - Poi
    stette un p pensando. - Era un ragazzo vivo,  eh?  molto.  Il secondo
    anno    stato  malato di crup.  Mi ricordo quando lo riportarono alla
    scuola, dimagrato, ravvolto in uno scialle.  Son passati quarant'anni,
    non  vero?  E' stato buono tanto a ricordarsi del suo povero maestro.
    E ne vennero degli altri, sa, gli anni addietro,  a trovarmi qui,  dei
    miei antichi scolari: un colonnello,  dei sacerdoti,  vari signori.  -
    Domand a mio padre qual'era la  sua  professione.  Poi  disse:  -  Mi
    rallegro, mi rallegro di cuore. La ringrazio. Ora poi era un pezzo che
    non  vedevo  pi  nessuno.  E ho ben paura che lei sia l'ultimo,  caro
    signore.
    - Che dice mai! - esclam mio padre. - Lei sta bene,   ancora vegeto.
    Non deve dir questo.
    - Eh no,  - rispose il maestro,  - vede questo tremito?  - e mostr le
    mani. - Questo  un cattivo segno. Mi prese tre anni fa, quando facevo
    ancora scuola. Da principio non ci badai; credevo che sarebbe passato.
    Ma invece rest,  e and crescendo.  Venne un giorno che non potei pi
    scrivere. Ah! quel giorno, quella prima volta che feci uno sgorbio sul
    quaderno d'un mio scolaro,  fu un colpo al cuore per me, caro signore.
    Tirai bene ancora avanti per un p di tempo;  ma poi  non  potei  pi.
    Dopo  sessant'anni  d'insegnamento  dovetti dare un addio alla scuola,
    agli scolari, al lavoro. E fu dura,  sa,  fu dura.  L'ultima volta che
    feci  lezione mi accompagnarono tutti a casa,  mi fecero festa;  ma io
    ero triste, capivo che la mia vita era finita.  Gi l'anno prima avevo
    perso  mia  moglie  e  il mio figliuolo unico.  Non restai che con due
    nipoti contadini.  Ora vivo di qualche centinaio di lire di  pensione.
    Non faccio pi nulla; le giornate mi par che non finiscano mai. La mia
    sola occupazione,  vede,  di sfogliare i miei vecchi libri di scuola,
    delle raccolte di giornali scolastici,  qualche  libro  che  mi  hanno
    regalato.  Ecco  l,  - disse accennando la piccola libreria;  - l ci
    sono i miei ricordi,  tutto il mio passato...  Non mi resta  altro  al
    mondo.
    Poi in tono improvvisamente allegro: - Io le voglio fare una sorpresa,
    caro signor Bottini.
    S'alz,  e  avvicinatosi  al  tavolino,  aperse  un cassetto lungo che
    conteneva molti piccoli pacchi tutti legati con un  cordoncino,  e  su
    ciascuno c'era scritta una data di quattro cifre. Dopo aver cercato un
    poco,  ne  aperse  uno,  sfogli  molte  carte,  tir  fuori un foglio
    ingiallito e lo porse a mio padre.
    Era un suo lavoro di scuola  di  quarant'anni  fa!  C'era  scritto  in
    testa:
    "Alberto Bottini.  Dettato. 3 Aprile 1838". Mio padre riconobbe subito
    la sua grossa scrittura di ragazzo,  e si mise a leggere,  sorridendo.
    Ma a un tratto gli si inumidirono gli occhi. Io m'alzai, domandandogli
    che cos'aveva.
    Egli  mi  pass  un  braccio  intorno  alla vita e stringendomi al suo
    fianco mi  disse:  -  Guarda  questo  foglio.  Vedi?  Queste  sono  le
    correzioni della mia povera madre.  Essa mi rinforzava sempre gli elle
    e i ti.  E le ultime righe son tutte sue.  Aveva imparato a imitare  i
    miei  caratteri,  e  quando io ero stanco e avevo sonno,  terminava il
    lavoro per me. Santa madre mia!
    E baci la pagina.
    - Ecco,  - disse il maestro,  mostrando gli altri  pacchi,  -  le  mie
    memorie. Ogni anno io ho messo da parte un lavoro di ciascuno dei miei
    scolari,  e son tutti qui ordinati e numerati.  Alle volte li sfoglio,
    cos, e leggo una riga qua e una l, e mi tornano in mente mille cose,
    mi par di rivivere nel tempo  andato.  Quanti  ne  son  passati,  caro
    signore!  Io chiudo gli occhi,  e vedo visi dietro visi, classi dietro
    classi,  centinaia e centinaia di ragazzi,  che chi sa quanti sono gi
    morti.  Di molti mi ricordo bene.  Mi ricordo bene dei pi buoni e dei
    pi cattivi,  di quelli che m'han dato molte soddisfazioni e di quelli
    che  m'han fatto passare dei momenti tristi;  perch ci ho avuto anche
    dei serpenti, si sa, in un cos gran numero! Ma oramai,  lei capisce 
    come se fossi gi nel mondo di l, e voglio bene a tutti egualmente.
    Si rimise a sedere e prese una delle mie mani fra le sue.
    -  E di me,  - domand mio padre sorridendo,  - non si ricorda nessuna
    monelleria?
    - Di lei, signore? - rispose il vecchio, sorridendo pure. - No, per il
    momento.  Ma questo non vuol mica dire che non me n'abbia  fatte.  Lei
    per  aveva  giudizio,  era serio per l'et sua.  Mi ricordo la grande
    affezione che le aveva la sua signora madre...  Ma  stato ben  buono,
    ben  gentile  a  venirmi  a  trovare!  Come  ha potuto lasciare le sue
    occupazioni per venire da un povero vecchio maestro?
    - Senta,  signor Crosetti,  - rispose mio padre,  vivamente.  - Io  mi
    ricordo  la  prima volta che la mia povera madre m'accompagn alla sua
    scuola.  Era la prima volta che doveva separarsi da me per due ore,  e
    lasciarmi fuori di casa,  in altre mani che quelle di mio padre; nelle
    mani d'una persona sconosciuta, insomma.  Per quella buona creatura la
    mia entrata nella scuola era come l'entrata nel mondo, la prima di una
    lunga  serie  di separazioni necessarie e dolorose: era la societ che
    le strappava per la prima volta il figliuolo, per non renderglielo mai
    pi tutto intero. Era commossa, ed io pure. Mi raccomand a lei con la
    voce che le tremava,  e poi,  andandosene,  mi salut  ancora  per  lo
    spiraglio  dell'uscio,  con  gli occhi pieni di lacrime.  E proprio in
    quel punto lei fece un atto con una mano, mettendosi l'altra sul petto
    come per dirle: Signora, si fidi di me.  Ebbene,  quel suo atto,  quel
    suo  sguardo,  da  cui  mi  accorsi  che  lei  aveva  capito  tutti  i
    sentimenti,  tutti i pensieri di mia madre,  quello sguardo che voleva
    dire:  Coraggio!  quell'atto che era un'onesta promessa di protezione,
    d'affetto, d'indulgenza, io non l'ho mai scordato m' rimasto scolpito
    nel cuore per sempre;  ed  quel ricordo  che  m'ha  fatto  partir  da
    Torino.  Ed  eccomi qui,  dopo quarantaquattro anni,  a dirle: Grazie,
    caro maestro.
    Il maestro non rispose: mi accarezzava i capelli con la mano, e la sua
    mano tremava,  tremava,  mi saltava dai capelli  sulla  fronte,  dalla
    fronte sulla spalla.
    Intanto mio padre guardava quei muri nudi, quel povero letto, un pezzo
    di  pane  e  un'ampollina d'olio ch'eran sulla finestra,  e pareva che
    volesse dire: - Povero maestro, dopo sessant'anni di lavoro,   questo
    tutto il tuo premio?
    Ma  il  buon  vecchio era contento e ricominci a parlare con vivacit
    della nostra famiglia, di altri maestri di quegli anni, e dei compagni
    di scuola di mio padre; il quale di alcuni si ricordava e di altri no,
    e l'uno dava all'altro delle notizie di questo e di quello; quando mio
    padre ruppe la conversazione per pregare il  maestro  di  scendere  in
    paese  a  far  colazione  con  noi.  Egli rispose con espansione: - La
    ringrazio,  la ringrazio;  - ma pareva incerto.  Mio padre  gli  prese
    tutt'e due le mani e lo ripreg. - Ma come far a mangiare, - disse il
    maestro - con queste povere mani che ballano in questa maniera? E' una
    penitenza anche per gli altri!  - Noi l'aiuteremo, maestro - disse mio
    padre. E allora accett, tentennando il capo e sorridendo.
    - Una bella giornata questa, - disse chiudendo l'uscio di fuori, - una
    bella giornata,  caro signor Bottini!  Le accerto che me ne  ricorder
    fin che avr vita.
    Mio  padre  diede il braccio al maestro,  questi prese per mano me,  e
    discendemmo per la viottola.  Incontrammo  due  ragazzine  scalze  che
    conducevan  le  vacche,  e un ragazzo che pass correndo,  con un gran
    carico di paglia sulle spalle.  Il  maestro  ci  disse  che  eran  due
    scolare  e uno scolaro di seconda,  che la mattina menavan le bestie a
    pasturare e lavoravan nei campi a piedi nudi,  e la sera si  mettevano
    le scarpe e andavano a scuola.  Era quasi mezzogiorno. Non incontrammo
    nessun altro. In pochi minuti arrivammo all'albergo,  ci sedemmo a una
    gran tavola,  mettendo in mezzo il maestro, e cominciammo subito a far
    colazione.
    L'albergo era silenzioso  come  un  convento.  Il  maestro  era  molto
    allegro,  e la commozione gli accresceva il tremito;  non poteva quasi
    mangiare. Ma mio padre gli tagliava la carne, gli rompeva il pane, gli
    metteva il sale nel tondo. Per bere bisognava che tenesse il bicchiere
    con due mani, e ancora gli batteva nei denti. Ma discorreva fitto, con
    calore,  dei libri di lettura  di  quando  era  giovane,  degli  orari
    d'allora,   degli  elogi  che  gli  avevan  fatto  i  superiori,   dei
    regolamenti di quest'ultimi anni, sempre con quel viso sereno, un poco
    pi rosso di prima, e con una voce gaia, e il riso quasi d'un giovane.
    E mio padre lo guardava,  lo guardava,  con la stessa espressione  con
    cui lo sorprendo qualche volta a guardar me,  in casa,  quando pensa e
    sorride da s,  col viso inclinato da una parte.  Il maestro si lasci
    andar del vino sul petto; mio padre s'alz e lo ripul col tovagliolo.
    - Ma no,  signore,  non permetto! - egli disse, e rideva. Diceva delle
    parole in latino.  E in fine alz il bicchiere,  che  gli  ballava  in
    mano,  e  disse  serio serio: - Alla sua salute,  dunque,  caro signor
    ingegnere,  ai suoi figliuoli,  alla memoria della sua buona madre!  -
    Alla vostra,  mio buon maestro!  - rispose mio padre, stringendogli la
    mano.  E in fondo  alla  stanza  c'era  l'albergatore  ed  altri,  che
    guardavano,  e sorridevano in una maniera, come se fossero contenti di
    quella festa che si faceva al maestro del loro paese.
    Alle due passate uscimmo e  il  maestro  ci  volle  accompagnare  alla
    stazione.  Mio  padre gli diede di nuovo il braccio ed egli mi riprese
    per la mano: io gli portai  il  bastone.  La  gente  si  soffermava  a
    guardare,  perch  tutti  lo conoscevano,  alcuni lo salutavano.  A un
    certo punto della strada  sentimmo  da  una  finestra  molte  voci  di
    ragazzi,  che  leggevano  insieme,  compitando.  Il vecchio si ferm e
    parve che si rattristasse.
    - Ecco,  caro signor Bottini,  - disse,  - quello che mi fa  pena.  E'
    sentir  la voce dei ragazzi nella scuola,  e non esserci pi,  pensare
    che c' un altro.  L'ho sentita per sessant'anni questa musica,  e  ci
    avevo fatto il cuore... Ora son senza famiglia. Non ho pi figliuoli.
    - No, maestro, - gli disse mio padre, ripigliando il cammino, - lei ce
    n'ha ancora molti figliuoli,  sparsi per il mondo, che si ricordano di
    lei, come io me ne son sempre ricordato.
    - No, no,  - rispose il maestro,  con tristezza,  - non ho pi scuola,
    non ho pi figliuoli.  E senza figliuoli non vivr pi un pezzo. Ha da
    sonar presto la mia ora.
    - Non lo dica,  maestro,  non lo pensi,  - disse mio padre.  - In ogni
    modo, lei ha fatto tanto bene! Ha impiegato la vita cos nobilmente!
    Il  vecchio maestro inclin un momento la testa bianca sopra la spalla
    di mio padre, e mi diede una stretta alla mano.
    Eravamo entrati nella stazione. Il treno stava per partire.
    - Addio, maestro! - disse mio padre, baciandolo sulle due guancie.
    - Addio,  grazie,  addio,  - rispose il maestro,  prendendo con le sue
    mani tremanti una mano di mio padre, e stringendosela sul cuore.
    Poi  lo baciai io,  e gli sentii il viso bagnato.  Mio padre mi spinse
    nel vagone,  e al momento di salire lev rapidamente il rozzo  bastone
    di  mano  al  maestro,  e  gli mise invece la sua bella canna col pomo
    d'argento e le  sue  iniziali,  dicendogli:  -  La  conservi  per  mia
    memoria.
    Il  vecchio tent di renderla e di riprender la sua;  ma mio padre era
    gi dentro, e aveva richiuso lo sportello.
    - Addio, mio buon maestro!
    - Addio, figliuolo, - rispose il maestro, mentre il treno si moveva, -
    e Dio la benedica per la consolazione  che  ha  portato  a  un  povero
    vecchio.
    - A rivederci! - grid mio padre, con voce commossa.
    Ma il maestro croll il capo come per dire: - Non ci rivedremo pi.
    - S, s, - ripet mio padre, - a rivederci.
    E quegli rispose alzando la mano tremola al cielo: - Lass.
    E disparve al nostro sguardo cos, con la mano in alto.


    Convalescenza.
    20, gioved.

    Chi  m'avrebbe  detto quando tornavo cos allegro da quella bella gita
    con mio padre che per dieci giorni non avrei pi visto n campagna  n
    cielo!  Son  stato molto malato,  in pericolo di vita.  Ho sentito mia
    madre singhiozzare,  ho  visto  mio  padre  pallido  pallido,  che  mi
    guardava fisso, e mia sorella Silvia e mio fratello che discorrevano a
    bassa voce,  e il medico, con gli occhiali, che era ogni momento l, e
    mi diceva delle cose che non capivo. Proprio, son stato a un punto dal
    dare un addio a tutti.  Ah povera mia madre!  Son passati almeno tre o
    quattro giorni di cui non mi ricordo quasi nulla, come se avessi fatto
    un  sogno imbrogliato e oscuro.  Mi sembra d'aver visto accanto al mio
    letto la mia buona maestra di  prima  superiore  che  si  sforzava  di
    soffocar la tosse col fazzoletto, per non disturbarmi; ricordo cos in
    confuso  il  mio maestro che si chin a baciarmi e mi punse un poco il
    viso con la barba;  e ho visto passare come in  una  nebbia  la  testa
    rossa di Crossi, i riccioli biondi di Derossi, il calabrese vestito di
    nero,  e  Garrone  che  mi  port  un mandarino con le foglie e scapp
    subito perch sua madre stava male.  Poi mi destai come  da  un  sonno
    lunghissimo,  e  capii  che stavo meglio vedendo mio padre e mia madre
    che sorridevano,  e sentendo Silvia che canterellava.  Oh  che  triste
    sogno  stato!  Poi ho cominciato a migliorare ogni giorno.  E' venuto
    il muratorino che m'ha rifatto ridere per la prima volta col suo  muso
    lepre;  e  come lo fa bene ora che gli s' allungato un p il viso per
    la  malattia,  poveretto!  E'  venuto  Coretti,    venuto  Garoffi  a
    regalarmi  due  biglietti  della sua nuova lotteria per un temperino a
    cinque sorprese che compr da un rigattiere di via Bertola.  Ieri poi,
    mentre dormivo,   venuto Precossi, e ha messo la guancia sopra la mia
    mano,  senza svegliarmi,  e come veniva dall'officina di suo padre col
    viso  impolverato di carbone,  mi lasci l'impronta nera sulla manica,
    che mi ha fatto un gran piacere a vederla,  quando mi sono  svegliato.
    Come  son  diventati  verdi  gli alberi in questi pochi giorni!  E che
    invidia mi fanno i ragazzi che  vedo  correre  alla  scuola  coi  loro
    libri, quando mio padre mi porta alla finestra! Ma fra poco ci torner
    io pure.  Sono tanto impaziente di rivedere tutti quei ragazzi, il mio
    banco,  il giardino,  quelle strade;  di sapere  tutto  quello  che  
    accaduto  in  questo  tempo;  di  rimettermi  ai  miei libri e ai miei
    quaderni,  che mi pare un anno che non li vedo pi!  Povera mia madre,
    com'  dimagrata  e  impallidita.  Povero  padre  mio,  come ha l'aria
    stanca.  E i  miei  buoni  compagni,  che  son  venuti  a  trovarmi  e
    camminavano  in  punta  di  piedi  e  mi  baciavano  in fronte!  Mi fa
    tristezza ora a pensare che un giorno ci separeremo. Con Derossi,  con
    qualche altro,  continueremo a far gli studi insieme,  forse; ma tutti
    gli altri? Una volta finita la quarta, addio; non ci vedremo pi;  non
    li  vedr  pi  accanto  al  mio  letto  quando sar malato;  Garrone,
    Precossi, Coretti,  tanti bravi ragazzi,  tanti buoni e cari compagni,
    mai pi!


    Gli amici operai.
    20, gioved.

    "Perch,  Enrico, 'mai pi?' Questo dipender da te. Finita la quarta,
    tu andrai al Ginnasio ed essi faranno gli operai,  ma rimarrete  nella
    stessa citt, forse per molti anni. E perch, allora, non v'avrete pi
    a  rivedere?  Quando  tu sarai all'Universit o al Liceo,  li andrai a
    cercare nelle loro botteghe o nelle loro officine, e ti sar un grande
    piacere il ritrovare i  tuoi  compagni  d'infanzia,  -  uomini,  -  al
    lavoro.  Vorrei vedere che tu non andassi a cercar Coretti e Precossi;
    dovunque  fossero.  Tu  ci  andrai,  e  passerai  delle  ore  in  loro
    compagnia,  e vedrai, studiando la vita e il mondo, quante cose potrai
    imparare da loro,  che nessun altri ti sapr insegnare,  e sulle  loro
    arti  e  sulla  loro  societ  e  sul  tuo  paese.  E  bada che se non
    conserverai queste amicizie,  sar ben difficile che  tu  ne  acquisti
    altre  simili in avvenire,  delle amicizie,  voglio dire,  fuori della
    classe a cui appartieni;  e cos vivrai in una classe sola,  e  l'uomo
    che pratica una sola classe sociale,   come lo studioso che non legge
    altro che un libro.  Proponiti quindi fin d'ora  di  conservarti  quei
    buoni  amici  anche  dopo che sarete divisi;  e coltivali fin d'ora di
    preferenza,  appunto perch son figliuoli d'operai.  Vedi: gli  uomini
    delle classi superiori sono gli ufficiali, e gli operai sono i soldati
    del  lavoro,  ma  cos  nella societ come nell'esercito,  non solo il
    soldato non  men nobile dell'ufficiale,  perch la  nobilt  sta  nel
    lavoro e non nel guadagno,  nel valore e non nel grado,  ma se c' una
    superiorit di merito  dalla parte del soldato, dell'operaio, i quali
    ricavan dall'opera propria minor profitto. Ama dunque,  rispetta sopra
    tutti,  fra i tuoi compagni, i figliuoli dei soldati del lavoro; onora
    in essi le fatiche e  i  sacrifici  dei  loro  parenti;  disprezza  le
    differenze  di  fortuna  e  di  classe,  sulle  quali  i vili soltanto
    regolano i sentimenti e la cortesia;  pensa che usc quasi tutto dalle
    vene dei lavoratori delle officine e dei campi il sangue benedetto che
    ci ha redento la patria,  ama Garrone,  ama Precossi, ama Coretti, ama
    il tuo muratorino che nei loro petti di piccoli  operai  chiudono  dei
    cuori  di  principi,  e  giura a te medesimo che nessun cangiamento di
    fortuna potr mai strappare queste sante amicizie infantili dall'anima
    tua. Giura che se fra quarant'anni; passando in una stazione di strada
    ferrata,  riconoscerai nei  panni  d'un  macchinista  il  tuo  vecchio
    Garrone col viso nero... ah, non m'occorre che tu lo giuri: son sicuro
    che  salterai  sulla  macchina e che gli getterai le braccia al collo,
    fossi anche Senatore del Regno".
    Tuo padre.


    La madre di Garrone.
    29, sabato.

    Tornato alla scuola, subito una triste notizia. Da vari giorni Garrone
    non veniva pi perch sua madre era malata grave. Sabato sera  morta.
    Ieri mattina,  appena entrato nella scuola,  il maestro ci disse: - Al
    povero  Garrone  toccata la pi grande disgrazia che possa colpire un
    fanciullo. Gli  morta la madre.  Domani egli ritorner in classe.  Vi
    prego  fin  d'ora,  ragazzi:  rispettate  il  terribile dolore che gli
    strazia l'anima.  Quando entrer,  salutatelo  con  affetto,  e  seri:
    nessuno  scherzi,  nessuno  rida  con lui,  mi raccomando.  - E questa
    mattina,  un p pi tardi degli altri,  entr il  povero  Garrone.  Mi
    sentii  un  colpo  al cuore a vederlo.  Era smorto in viso,  aveva gli
    occhi rossi,  e si reggeva male sulle gambe: pareva che fosse stato un
    mese  malato: quasi non si riconosceva pi: era vestito tutto di nero:
    faceva  compassione.  Nessuno  fiat;  tutti  lo  guardarono.   Appena
    entrato,  al primo riveder quella scuola,  dove sua madre era venuta a
    prenderlo quasi ogni giorno,  quel banco sul quale s'era  tante  volte
    chinata  i  giorni  d'esame a fargli l'ultima raccomandazione,  e dove
    egli aveva tante volte pensato a lei, impaziente d'uscire per correrle
    incontro, diede in uno scoppio di pianto disperato. Il maestro lo tir
    vicino a s, se lo strinse al petto e gli disse:
    - Piangi, piangi pure,  povero ragazzo;  ma fatti coraggio.  Tua madre
    non  pi qua,  ma ti vede,  t'ama ancora, vive ancora accanto a te, e
    un giorno tu la rivedrai, perch sei un'anima buona e onesta come lei.
    Fatti coraggio. - Detto questo, l'accompagn al banco, vicino a me. Io
    non osavo di guardarlo. Egli tir fuori i suoi quaderni e i suoi libri
    che non aveva aperti da molti giorni;  e aprendo il libro  di  lettura
    dove  c'  una  vignetta  che  rappresenta una madre col figliuolo per
    mano, scoppi in pianto un'altra volta, e chin la testa sul banco. Il
    maestro ci fece segno di lasciarlo stare cos, e cominci la lezione.
    Io avrei voluto dirgli qualche cosa, ma non sapevo.  Gli misi una mano
    sul braccio e gli dissi all'orecchio: - Non piangere,  Garrone. - Egli
    non rispose,  e senz'alzar la testa dal banco,  mise la sua mano nella
    mia  e  ve  la tenne un pezzo.  All'uscita nessuno gli parl tutti gli
    girarono intorno, con rispetto,  e in silenzio.  Io vidi mia madre che
    m'aspettava e corsi ad abbracciarla,  ma essa mi respinse,  e guardava
    Garrone. Subito non capii perch,  ma poi m'accorsi che Garrone,  solo
    in   disparte,   guardava   me;   e   mi   guardava  con  uno  sguardo
    d'inesprimibile tristezza, che voleva dire: - Tu abbracci tua madre, e
    io non l'abbraccer pi! Tu hai ancora tua madre, e la mia  morta!  -
    E  allora  capii perch mia madre m'aveva respinto e uscii senza darle
    la mano.


    Giuseppe Mazzini.
    29, sabato.

    Anche questa mattina Garrone venne alla scuola pallido e con gli occhi
    gonfi di pianto;  e diede appena un'occhiata ai piccoli regali che gli
    avevamo  messi  sul banco per consolarlo.  Ma il maestro aveva portato
    una pagina d'un libro,  da  leggergli,  per  fargli  animo.  Prima  ci
    avvert  che andassimo tutti domani al tocco al Municipio a veder dare
    la medaglia del valor civile a un ragazzo che ha  salvato  un  bambino
    dal  Po,  e  che  luned  egli ci avrebbe dettato la descrizione della
    festa, in luogo del racconto mensile.  Poi,  rivoltosi a Garrone,  che
    stava col capo basso,  gli disse: - Garrone,  fa uno sforzo,  e scrivi
    anche tu quello che io detto.  - Tutti pigliammo la penna.  Il maestro
    dett.
    Giuseppe  Mazzini,  nato  a  Genova  nel 1805,  morto a Pisa nel 1872,
    grande anima di patriotta, grande ingegno di scrittore,  ispiratore ed
    apostolo  primo  della rivoluzione italiana;  il quale per amore della
    patria  visse  quarant'anni  povero,  esule,  perseguitato,   ramingo,
    eroicamente immobile nei suoi principii e nei suoi propositi; Giuseppe
    Mazzini che adorava sua madre, e che aveva attinto da lei quanto nella
    sua  anima fortissima e gentile v'era di pi alto e di pi puro,  cos
    scriveva a un suo fedele amico,  per consolarlo della pi grande delle
    sventure.  Son presso a poco le sue parole: "Amico,  tu non vedrai mai
    pi tua madre su questa terra. Questa  la tremenda verit.  Io non mi
    reco a vederti, perch il tuo  uno di quei dolori solenni e santi che
    bisogna  soffrire e vincere da s soli.  Comprendi ci che voglio dire
    con queste parole: - "Bisogna vincere il dolore"? - Vincere quello che
    il dolore ha di meno santo, di meno purificatore;  quello che,  invece
    di  migliorare l'anima,  la indebolisce e l'abbassa.  Ma l'altra parte
    del dolore, la parte nobile, quella che ingrandisce e innalza l'anima,
    quella deve rimanere con te,  non lasciarti pi mai.  Quaggi nulla si
    sostituisce a una buona madre.  Nei dolori,  nelle consolazioni che la
    vita pu darti ancora,  tu non la dimenticherai mai pi.  Ma  tu  devi
    ricordarla,  amarla,  rattristarti della sua morte in un modo degno di
    lei. O amico, ascoltami. La morte non esiste, non  nulla.  Non si pu
    nemmeno comprendere.  La vita  vita,  e segue la legge della vita: il
    progresso.  Tu avevi ieri una madre  in  terra:  oggi  hai  un  angelo
    altrove.  Tutto ci che  bene sopravvive,  cresciuto di potenza, alla
    vita terrena.  Quindi anche l'amore di tua madre.  Essa t'ama ora  pi
    che  mai.  E  tu sei responsabile delle tue azioni a Lei pi di prima.
    Dipende da te, dalle opere tue d'incontrarla, di rivederla in un'altra
    esistenza. Tu devi dunque, per amore e riverenza a tua madre, diventar
    migliore e darle gioia di te.  Tu dovrai d'ora innanzi,  ad ogni  atto
    tuo,  dire  a  te  stesso:  -  Lo  approverebbe  mia  madre?  - La sua
    trasformazione ha messo per te nel mondo un angelo  custode  al  quale
    devi  riferire  ogni  cosa tua.  Sii forte e buono;  resisti al dolore
    disperato e volgare;  abbi la tranquillit dei grandi patimenti  nelle
    grandi anime:  ci che essa vuole.
    -  Garrone!  - soggiunse il maestro: - "sii forte e tranquillo,   ci
    che essa vuole". Intendi?
    Garrone accenn di s col capo,  e intanto gli cadevan  delle  lacrime
    grosse e fitte sulle mani, sul quaderno, sul banco.


    Valor civile.
    Racconto mensile.

    Al  tocco  eravamo  col  maestro davanti al Palazzo di citt per veder
    dare la medaglia del valor civile al ragazzo che salv il suo compagno
    dal Po.
    Sul terrazzo della facciata sventolava una grande bandiera tricolore.
    Entrammo nel cortile del Palazzo.
    Era gi pieno di gente.  Si vedeva in  fondo  un  tavolo  col  tappeto
    rosso, e delle carte sopra, e dietro una fila di seggioloni dorati per
    il  Sindaco  e per la Giunta: c'erano gli uscieri del Municipio con la
    sottoveste azzurra e le calze bianche.  A  destra  del  cortile  stava
    schierato un drappello di guardie civiche, che avevano molte medaglie,
    e accanto a loro un drappello di guardie daziarie;  dall'altra parte i
    pompieri,  in divisa festiva,  e molti soldati senz'ordine,  venuti l
    per  vedere:  soldati  di  cavalleria,  bersaglieri,  artiglieri.  Poi
    tutt'intorno dei signori,  dei popolani,  alcuni ufficiali,  e donne e
    ragazzi,  che si accalcavano. Noi ci stringemmo in un angolo dov'erano
    gi affollati molti alunni d'altre sezioni, coi loro maestri,  e c'era
    vicino  a  noi  un  gruppo  di  ragazzi  del  popolo,  tra i dieci e i
    diciott'anni,  che ridevano e parlavan forte,  e  si  capiva  ch'erano
    tutti di Borgo Po,  compagni o conoscenti di quello che doveva aver la
    medaglia. Su, a tutte le finestre,  c'erano affacciati degli impiegati
    del Municipio; la loggia della biblioteca pure era piena di gente, che
    si premeva contro la balaustrata;  e in quella del lato opposto, che 
    sopra il portone d'entrata,  stavano pigiate un gran numero di ragazze
    delle  scuole pubbliche,  e molte ragazze militari,  coi loro bei veli
    celesti.  Pareva un teatro.  Tutti discorrevano allegri,  guardando  a
    ogni  tratto dalla parte del tavolo rosso,  se comparisse nessuno.  La
    banda musicale suonava piano  in  fondo  al  portico.  Sui  muri  alti
    batteva il sole. Era bello.
    All'improvviso  tutti  si  misero a batter le mani dal cortile,  dalle
    logge, dalle finestre.
    Io m'alzai in punta di piedi per vedere.
    La folla che stava dietro al tavolo rosso s'era aperta, ed eran venuti
    avanti un uomo e una donna. L'uomo teneva per mano un ragazzo.
    Era quello che aveva salvato il compagno.
    L'uomo era suo padre, un muratore,  vestito a festa.  La donna,  - sua
    madre,  - piccola e bionda,  aveva una veste nera.  Il ragazzo,  anche
    biondo e piccolo, aveva una giacchetta grigia.
    A veder tutta quella gente e  a  sentir  quello  strepito  d'applausi,
    rimasero l tutti e tre,  che non osavano pi n guardare n muoversi.
    Un usciere municipale li spinse accanto al tavolo, a destra.
    Tutti stettero zitti un momento,  e poi un'altra volta scoppiarono gli
    applausi  da tutte le parti.  Il ragazzo guard su alle finestre e poi
    alla loggia delle "Figlie dei militari";  teneva il  cappello  fra  le
    mani,  sembrava  che  non  capisse  bene  dove  fosse.  Mi  parve  che
    somigliasse un poco a Coretti, nel viso; ma pi rosso. Suo padre e sua
    madre tenevan gli occhi fissi sul tavolo.
    Intanto tutti i ragazzi di  borgo  Po,  che  eran  vicini  a  noi,  si
    sporgevano avanti, facevano dei gesti verso il loro compagno per farsi
    vedere,  chiamandolo a voce bassa: - "Pin!  Pin!  Pinot!" - A furia di
    chiamarlo si fecero sentire.  Il  ragazzo  li  guard,  e  nascose  il
    sorriso dietro il cappello.
    A un dato punto tutte le guardie si misero sull'attenti.
    Entr il Sindaco, accompagnato da molti signori.
    Il Sindaco,  tutto bianco,  con una gran sciarpa tricolore, si mise al
    tavolino, in piedi; tutti gli altri dietro e dai lati.
    La banda cess di suonare, il Sindaco fece un cenno, tutti tacquero.
    Cominci a parlare.  Le prime parole non le intesi bene;  ma capii che
    raccontava il fatto del ragazzo.  Poi la sua voce s'alz,  e si sparse
    cos chiara e sonora per tutto il cortile,  che non perdetti  pi  una
    parola. - ...Quando vide dalla sponda il compagno che si dibatteva nel
    fiume,  gi preso dal terrore della morte,  egli si strapp i panni di
    dosso  e  accorse  senza  titubare  un  momento.   Gli  gridarono:   -
    T'anneghi!,  - non rispose;  lo afferrarono, si svincol; lo chiamaron
    per nome,  era  gi  nell'acqua.  Il  fiume  era  gonfio,  il  rischio
    terribile,  anche per un uomo.  Ma egli si slanci contro la morte con
    tutta la forza del suo piccolo corpo e del suo grande cuore; raggiunse
    e afferr in tempo il disgraziato, che gi era sott'acqua, e lo tir a
    galla;  lott furiosamente con l'onda che  li  volea  travolgere,  col
    compagno che tentava d'avvinghiarlo; e pi volte spar sotto e rivenne
    fuori  con  uno  sforzo  disperato;  ostinato,  invitto  nel suo santo
    proposito, non come un ragazzo che voglia salvare un altro ragazzo, ma
    come un uomo, come un padre che lotti per salvare un figliuolo,  che 
    la  sua speranza e la sua vita.  Infine,  Dio non permise che una cos
    generosa prodezza fosse inutile.  Il nuotatore  fanciullo  strapp  la
    vittima  al  fiume gigante,  e la rec a terra,  e le di ancora,  con
    altri,  i primi conforti;  dopo di che se  ne  torn  a  casa  solo  e
    tranquillo,  a  raccontare  ingenuamente l'atto suo.  Signori!  Bello,
    venerabile  l'eroismo nell'uomo.  Ma nel fanciullo,  in  cui  nessuna
    mira d'ambizione o d'altro interesse  ancor possibile;  nel fanciullo
    che tanto deve aver pi d'ardimento  quanto  ha  meno  di  forza;  nel
    fanciullo  a cui nulla domandiamo,  che a nulla  tenuto,  che ci pare
    gi tanto  nobile  e  amabile,  non  quando  compia,  ma  solo  quando
    comprenda e riconosca il sacrificio altrui;  l'eroismo nel fanciullo 
    divino.  Non dir altro,  signori.  Non voglio ornar di lodi superflue
    una  cos  semplice  grandezza.  Eccolo qui davanti a voi il salvatore
    valoroso e gentile.
    Soldati,  salutatelo come  un  fratello;  madri,  beneditelo  come  un
    figliuolo;  fanciulli, ricordatevi il suo nome, stampatevi nella mente
    il suo viso,  ch'egli non si cancelli mai pi dalla vostra  memoria  e
    dal vostro cuore.  Avvicinati, ragazzo. In nome del Re d'Italia, io ti
    do la medaglia al valor civile.
    Un evviva altissimo,  lanciato insieme da molte voci,  fece echeggiare
    il palazzo.
    Il  Sindaco  prese  sul  tavolo  la  medaglia e l'attacc al petto del
    ragazzo. Poi lo abbracci e lo baci.
    La madre si mise una mano sugli occhi,  il padre teneva il  mento  sul
    petto.
    Il  Sindaco  strinse  la mano a tutti e due,  e preso il decreto della
    decorazione, legato con un nastro, lo porse alla donna.
    Poi si rivolse al ragazzo e disse: - Che il ricordo di  questo  giorno
    cos  glorioso per te,  cos felice per tuo padre e per tua madre,  ti
    mantenga per tutta la vita sulla via della virt e dell'onore. Addio!
    Il Sindaco usc,  la banda  son  e  tutto  parea  finito,  quando  il
    drappello  dei  pompieri  s'aperse,  e un ragazzo di otto o nove anni,
    spinto innanzi da una donna che subito si nascose, si slanci verso il
    decorato e gli casc fra le braccia.
    Un altro scoppio d'evviva e d'applausi  fece  rintronare  il  cortile;
    tutti  avevan  capito  alla prima: quello era il ragazzo stato salvato
    dal Po,  che veniva  a  ringraziare  il  suo  salvatore.  Dopo  averlo
    baciato, gli si attacc a un braccio per accompagnarlo fuori. Essi due
    primi,  e  il  padre  e  la madre dietro,  s'avviarono verso l'uscita,
    passando a stento fra la gente  che  faceva  ala  al  loro  passaggio,
    guardie,  ragazzi,  soldati,  donne, alla rinfusa. Tutti si spingevano
    avanti e s'alzavano in punta di piedi per vedere  il  ragazzo.  Quelli
    che  eran sul passaggio gli toccavan la mano.  Quando pass davanti ai
    ragazzi delle scuole,  tutti agitarono i berretti per aria.  Quelli di
    borgo  Po fecero un grande schiamazzo,  tirandolo per le braccia e per
    la giacchetta, e gridando: - Pin, viva Pin! Bravo Pinot!  - Io lo vidi
    passar  proprio  vicino.  Era  tutto  acceso  nel  viso,  contento: la
    medaglia aveva il nastro bianco, rosso e verde.
    Sua madre piangeva e rideva;  suo padre si torceva un  baffo  con  una
    mano,  che  gli  tremava forte,  come se avesse la febbre.  E su dalle
    finestre e dalle logge seguitavano a sporgersi fuori e ad  applaudire.
    Tutt'a un tratto, quando furono per entrar sotto il portico, venne gi
    dalla loggia delle "Figlie dei militari" una vera pioggia di pensieri,
    di  mazzettini  di viole e di margherite,  che caddero sulla testa del
    ragazzo,  del padre,  della madre,  e si sparsero in terra.  Molti  si
    misero a raccoglierli in fretta e li porgevano alla madre.  E la banda
    in fondo al cortile sonava piano piano un'aria bellissima,  che pareva
    il canto di tante voci argentine che s'allontanassero lente gi per le
    rive d'un fiume.



    MAGGIO.

    I bambini rachitici.
    5, venerd.

    Oggi ho fatto vacanza perch non stavo bene, e mia madre m'ha condotto
    con s all'istituto dei ragazzi rachitici, dov' andata a raccomandare
    una bimba del portinaio; ma non mi ha lasciato entrar nella scuola...
    "Non  hai  capito  perch,  Enrico,  non  ti lasciai entrare?  Per non
    mettere davanti a quei disgraziati,  l nel mezzo della scuola,  quasi
    come in mostra,  un ragazzo sano e robusto: troppe occasioni hanno gi
    di trovarsi a dei paragoni dolorosi.
    Che triste cosa!  Mi venne su il pianto dal cuore a entrar l  dentro.
    Erano una sessantina,  tra bambini e bambine... Povere ossa torturate!
    Povere mani, poveri piedini rattrappiti e scontorti!  Poveri corpicini
    contraffatti!  Subito osservai molti visi graziosi;  degli occhi pieni
    d'intelligenza e di affetto: c'era  un  visetto  di  bimba,  col  naso
    affilato  e  il mento aguzzo,  che pareva una vecchietta,  ma aveva un
    sorriso d'una soavit celeste.  Alcuni,  visti davanti,  son belli,  e
    paion  senza  difetti,  ma  si  voltano...  e  vi  danno  una  stretta
    all'anima.  C'era il medico,  che li visitava.  Li metteva  ritti  sui
    banchi,  e  alzava  i  vestitini  per  toccare  i  ventri enfiati e le
    giunture grosse,  ma non si vergognavano punto,  povere  creature;  si
    vedeva  ch'eran  bambini  assuefatti  a  essere  svestiti,  esaminati,
    rivoltati per tutti i  versi.  E  pensare  che  ora  son  nel  periodo
    migliore  della loro malattia,  ch quasi non soffron pi.  Ma chi pu
    dire quello che soffrirono durante  il  primo  deformarsi  del  corpo,
    quando col crescere della loro infermit, vedevano diminuire l'affetto
    intorno a s, poveri bambini, lasciati soli per ore ed ore nell'angolo
    d'una stanza o d'un cortile, mal nutriti, e a volte anche scherniti, o
    tormentati  per  mesi  da bendaggi e da apparecchi ortopedici inutili!
    Ora  per,   grazie  alle  cure,   alla  buona  alimentazione  e  alla
    ginnastica,  molti migliorano. La maestra fece fare la ginnastica. Era
    una piet,  a certi comandi,  vederli distender sotto i  banchi  tutte
    quelle gambe fasciate,  strette fra le stecche, nocchierute, sformate,
    delle gambe che si sarebbero coperte di baci!  Parecchi  non  potevano
    alzarsi  dal  banco,  e rimanevan l,  col capo ripiegato sul braccio,
    accarezzando le stampelle con la mano; altri,  facendo la spinta delle
    braccia,  si  sentivan  mancare  il  respiro,  e ricascavano a sedere,
    pallidi, ma sorridevano, per dissimulare l'affanno.  Ah!  Enrico,  voi
    altri  che non pregiate la salute,  e vi sembra cos poca cosa lo star
    bene! Io pensavo ai bei ragazzi forti e fiorenti, che le madri portano
    in giro come in trionfo, superbe della loro bellezza, e mi sarei prese
    tutte quelle povere teste,  me  le  sarei  strette  tutte  sul  cuore,
    disperatamente,  avrei detto,  se fossi stata sola: non mi movo pi di
    qui; voglio consacrare la vita a voi, servirvi, farvi da madre a tutti
    fino al mio ultimo giorno... E intanto cantavano,  cantavano con certe
    vocine  esili,  dolci,  tristi,  che andavano all'anima,  e la maestra
    avendoli lodati, si mostraron contenti; e mentre passava tra i banchi,
    le baciavano le mani e le braccia, perch senton tanta gratitudine per
    chi li benefica,  e sono molto  affettuosi.  E  anche  hanno  ingegno,
    quegli  angioletti;  e  studiano,  mi  disse  la maestra.  Una maestra
    giovane  e  gentile,  che  ha  sul  viso  pieno  di  bont  una  certa
    espressione  di  mestizia,  come  un  riflesso delle sventure che essa
    accarezza e consola. Cara ragazza!  Fra tutte le creature umane che si
    guadagnan  la  vita col lavoro,  non ce n' una che se la guadagni pi
    santamente di te, figliuola mia".
    Tua madre.


    Sacrificio.
    9, marted.

    Mia madre  buona, e mia sorella Silvia  come lei, ha lo stesso cuore
    grande e gentile.  Io stavo copiando ieri sera una parte del  racconto
    mensile  "Dagli  Appennini  alle  Ande",  che  il maestro ci ha dato a
    copiare un poco a tutti,  tanto  lungo;  quando Silvia entr in punta
    di piedi e mi disse in fretta e piano: - Vieni con me dalla mamma.  Li
    ho sentiti stamani che discorrevano: al babbo  andato male un affare,
    era addolorato, la mamma gli faceva coraggio;  siamo nelle strettezze,
    capisci?  non  ci sono pi denari.  Il babbo diceva che bisogner fare
    dei sacrifici per rimettersi.  Ora bisogna che ne facciamo  anche  noi
    dei sacrifici,  non  vero?  Sei pronto?  Bene, parlo alla mamma, e tu
    accenna di s e promettile sul tuo onore che farai  tutto  quello  che
    dir  io.  Detto  questo,  mi prese per mano,  e mi condusse da nostra
    madre,  che stava cucendo,  tutta pensierosa;  io sedetti da una parte
    del sof,  Silvia sedette dall'altra,  e subito disse: - Senti, mamma,
    ho da parlarti. Abbiamo da parlarti tutti e due.  - La mamma ci guard
    meravigliata.  E Silvia cominci: - Il babbo  senza denari,  vero? -
    Che dici? - rispose la mamma arrossendo, - Non  vero!  Che ne sai tu?
    Chi te l'ha detto?  - Lo so,  disse Silvia, risoluta. - Ebbene, senti,
    mamma;  dobbiamo fare dei sacrifici anche noi.  Tu m'avevi promesso un
    ventaglio  per la fin di maggio,  e Enrico aspettava la sua scatola di
    colori; non vogliamo pi nulla; non vogliamo che si sprechino i soldi;
    saremo contenti lo stesso, hai capito? - La mamma tent di parlare, ma
    Silvia disse: - No, sar cos. Abbiamo deciso.  E fin che il babbo non
    avr dei denari,  non vogliamo pi n frutta n altre cose; ci baster
    la minestra,  e la mattina a colazione mangeremo  del  pane;  cos  si
    spender meno a tavola, ch gi spendiamo troppo, e noi ti promettiamo
    che  ci vedrai sempre contenti ad un modo.  Non  vero,  Enrico?  - Io
    risposi di s.  -  Sempre  contenti  ad  un  modo,  -  ripet  Silvia,
    chiudendo la bocca alla mamma con una mano; - e se c' altri sacrifici
    da  fare,  o  nel  vestire,  o in altro,  noi li faremo volentieri,  e
    vendiamo anche i nostri regali: io do tutte le mie cose,  ti servo  io
    di cameriera,  non daremo pi nulla a fare fuor di casa,  lavorer con
    te tutto il giorno,  far tutto quello che  vorrai,  sono  disposta  a
    tutto!  A tutto! - esclam gettando le braccia al collo a mia madre; -
    pur che il babbo e la mamma non abbian pi dispiaceri, pur ch'io torni
    a vedervi tutti e due tranquilli,  di buon umore come prima,  in mezzo
    alla vostra Silvia e al vostro Enrico, che vi vogliono tanto bene, che
    darebbero la loro vita per voi!  - Ah!  io non vidi mai mia madre cos
    contenta come a sentir quelle parole;  non ci baci mai  in  fronte  a
    quel modo,  piangendo e ridendo,  senza poter parlare.  E poi assicur
    Silvia che aveva capito male,  che non eravamo mica ridotti come  essa
    credeva,  per  fortuna,  e  cento volte ci disse grazie,  e fu allegra
    tutta la sera, fin che rientr mio padre, a cui disse tutto.  Egli non
    aperse bocca,  povero padre mio! Ma questa mattina sedendo a tavola...
    provai insieme un gran piacere e una gran tristezza: io  trovai  sotto
    il tovagliolo la mia scatola, e Silvia ci trov il suo ventaglio.

    L'incendio.
    11, gioved.

    Questa  mattina  io  avevo finito di copiare la mia parte del racconto
    "Dagli  Appennini  alle  Ande",  e  stavo  cercando  un  tema  per  la
    composizione  libera  che ci diede da fare il maestro,  quando udii un
    voco insolito per le  scale,  e  poco  dopo  entrarono  in  casa  due
    pompieri,  i  quali  domandarono a mio padre il permesso di visitar le
    stufe e i camini,  perch bruciava un fumaiolo sui  tetti,  e  non  si
    capiva di chi fosse.  Mio padre disse: - Facciano pure, - e bench non
    avessimo fuoco acceso da nessuna parte,  essi cominciarono a girar per
    le  stanze  e  a  metter  l'orecchio  alle  pareti,   per  sentire  se
    rumoreggiasse il foco dentro alle gole che vanno su agli  altri  piani
    della casa.
    E mio padre mi disse,  mentre giravan per le stanze: - Enrico, ecco un
    tema per la tua composizione: i pompieri.  Provati un  p  a  scrivere
    quello che ti racconto. Io li vidi all'opera due anni fa, una sera che
    uscivo dal teatro Balbo,  a notte avanzata. Entrando in via Roma, vidi
    una luce insolita,  e un'onda di gente che accorreva: una casa era  in
    fuoco: lingue di fiamma e nuvoli di fumo rompevan dalle finestre e dal
    tetto;  uomini  e donne apparivano ai davanzali e sparivano,  gettando
    grida disperate,  c'era gran tumulto  davanti  al  portone;  la  folla
    gridava: - Brucian vivi!  Soccorso! I pompieri! - Arriv in quel punto
    una carrozza,  ne saltaron fuori quattro pompieri,  i primi che s'eran
    trovati al Municipio,  e si slanciarono dentro alla casa. Erano appena
    entrati,  che si vide una cosa orrenda: una donna s'affacci urlando a
    una finestra del terzo piano, s'afferr alla ringhiera, la scavalc, e
    rimase  afferrata  cos,  quasi  sospesa nel vuoto,  con la schiena in
    fuori,  curva sotto il fumo e le fiamme che fuggendo dalla  stanza  le
    lambivan  quasi la testa.  La folla gett un grido di raccapriccio.  I
    pompieri,  arrestati per isbaglio al  secondo  piano  dagli  inquilini
    atterriti,  avevan  gi  sfondato  un muro e s'eran precipitati in una
    camera; quando cento grida li avvertirono: - Al terzo piano!  Al terzo
    piano!  - Volarono al terzo piano. Qui era un rovinio d'inferno, travi
    di tetto che  crollavano,  corridoi  pieni  di  fiamme,  un  fumo  che
    soffocava.  Per  arrivare alle stanze dov'eran gl'inquilini rinchiusi,
    non restava altra via che passar pel tetto.
    Si lanciaron subito su, e un minuto dopo si vide come un fantasma nero
    saltar sui coppi, tra il fumo. Era il caporale, arrivato il primo.  Ma
    per  andare  dalla  parte  del  tetto che corrispondeva al quartierino
    chiuso dal fuoco, gli bisognava passare sopra un ristrettissimo spazio
    compreso tra un abbaino e la grondaia; tutto il resto fiammeggiava,  e
    quel  piccolo  tratto  era coperto di neve e di ghiaccio,  e non c'era
    dove aggrapparsi.  -  impossibile che passi!  - gridava la  folla  di
    sotto.   Il   caporale   s'avanz   sull'orlo   del   tetto:  -  tutti
    rabbrividirono,  e stettero a guardar col respiro sospeso: - pass:  -
    un  immenso  evviva  sal  al cielo.  Il caporale riprese la corsa,  e
    arrivato al punto minacciato, cominci a spezzare furiosamente a colpi
    d'accetta coppi,  travi,  correntini,  per aprirsi una buca da scender
    dentro.  Intanto  la donna era sempre sospesa fuor della finestra,  il
    fuoco le infuriava sul capo,  un minuto ancora,  e sarebbe precipitata
    nella via.  La buca fu aperta: si vide il caporale levarsi la tracolla
    e calarsi gi; gli altri pompieri, sopraggiunti, lo seguirono.
    Nello  stesso  momento  un'altissima  scala  Porta,  arrivata  allora,
    s'appoggi  al  cornicione  della  casa,  davanti alle finestre da cui
    uscivano fiamme e urli da pazzi.  Ma si credeva  che  fosse  tardi.  -
    Nessuno si salva pi,  - gridavano. - I pompieri bruciano. -  finita.
    - Son morti.  - All'improvviso si vide apparire  alla  finestra  della
    ringhiera  la  figura  nera  del caporale,  illuminata di sopra in gi
    dalle fiamme,  - la donna gli si avvinghi al collo;  - egli l'afferr
    alla vita con tutt'e due le braccia, la tir su, la depose dentro alla
    stanza.
    La  folla  mise  un  grido  di  mille  voci,  che  copr  il  fracasso
    dell'incendio. Ma e gli altri? e discendere?  La scala,  appoggiata al
    tetto  davanti  a  un'altra  finestra,  distava  dal davanzale un buon
    tratto.  Come avrebbero potuto attaccarvisi?  Mentre questo si diceva,
    uno  dei  pompieri si fece fuori della finestra,  mise il piede destro
    sul davanzale e il sinistro  sulla  scala,  e  cos  ritto  per  aria,
    abbracciati ad uno ad uno gli inquilini, che gli altri gli porgevan di
    dentro,  li  porse a un compagno,  ch'era salito su dalla via,  e che,
    attaccatili bene ai  pioli,  li  fece  scendere,  l'un  dopo  l'altro,
    aiutati  da  altri  pompieri  di  sotto.  Pass  prima  la donna della
    ringhiera,  poi una bimba,  un'altra donna,  un  vecchio.  Tutti  eran
    salvi.  Dopo il vecchio,  scesero i pompieri rimasti dentro;  ultimo a
    scendere fu il caporale, che era stato il primo ad accorrere. La folla
    li accolse tutti  con  uno  scoppio  d'applausi;  ma  quando  comparve
    l'ultimo,  l'avanguardia  dei  salvatori,  quello che aveva affrontato
    innanzi agli altri l'abisso,  quello che sarebbe morto,  se uno avesse
    dovuto  morire,  la  folla  lo salut come un trionfatore,  gridando e
    stendendo le braccia con uno slancio  affettuoso  d'ammirazione  e  di
    gratitudine,  e in pochi momenti il suo nome oscuro - Giuseppe Robbino
    - suon su mille bocche... Hai capito? Quello  coraggio,  il coraggio
    del  cuore,  che  non ragiona,  che non vacilla,  che va diritto cieco
    fulmineo dove sente il grido di chi muore.  Io ti condurr  un  giorno
    agli  esercizi  dei  pompieri,  e  ti far vedere il caporale Robbino;
    perch saresti molto contento di conoscerlo, non  vero?
    Risposi di s.
    - Eccolo qua, - disse mio padre.
    Io  mi  voltai  di  scatto.  I  due  pompieri,  terminata  la  visita,
    attraversavan la stanza per uscire.
    Mio padre m'accenn il pi piccolo, che aveva i galloni, e mi disse: -
    Stringi la mano al caporale Robbino.
    Il  caporale  si  ferm  e  mi  porse  la mano,  sorridendo: io gliela
    strinsi; egli mi fece un saluto ed usc.
    - E ricordatene bene,  - disse mio padre,  - perch delle migliaia  di
    mani  che  stringerai  nella  vita,  non ce ne saranno forse dieci che
    valgono la sua.


    Dagli Appennini alle Ande.
    Racconto mensile.

    Molti anni fa un ragazzo genovese  di  tredici  anni,  figliuolo  d'un
    operaio, and da Genova in America, da solo, per cercare sua madre.
    Sua  madre  era  andata due anni prima a Buenos Aires,  citt capitale
    della Repubblica Argentina,  per mettersi al servizio di qualche  casa
    ricca,  e  guadagnar cos in poco tempo tanto da rialzare la famiglia,
    la quale,  per effetto di varie disgrazie,  era caduta nella povert e
    nei debiti. Non sono poche le donne coraggiose che fanno un cos lungo
    viaggio  per  quello  scopo,  e che grazie alle grandi paghe che trova
    laggi la gente di servizio,  ritornano in patria a capo di pochi anni
    con qualche migliaio di lire.  La povera madre aveva pianto lacrime di
    sangue al separarsi  dai  suoi  figliuoli,  l'uno  di  diciott'anni  e
    l'altro di undici;  ma era partita con coraggio,  e piena di speranza.
    Il viaggio era stato felice: arrivata appena  a  Buenos  Aires,  aveva
    trovato  subito,  per  mezzo  d'un  bottegaio genovese,  cugino di suo
    marito, stabilito l da molto tempo, una buona famiglia argentina, che
    la pagava molto e la trattava  bene.  E  per  un  p  di  tempo  aveva
    mantenuto   coi  suoi  una  corrispondenza  regolare.   Com'era  stato
    convenuto fra loro,  il marito dirigeva le lettere al cugino,  che  le
    recapitava  alla donna,  e questa rimetteva le risposte a lui,  che le
    spediva a Genova, aggiungendovi qualche riga di suo.
    Guadagnando ottanta lire al mese e non spendendo nulla per s, mandava
    a casa ogni tre mesi una bella somma, con la quale il marito,  che era
    galantuomo,   andava   pagando  via  via  i  debiti  pi  urgenti,   e
    riguadagnando cos la sua buona reputazione. E intanto lavorava ed era
    contento dei fatti suoi,  anche per la speranza che la moglie  sarebbe
    ritornata  fra  non molto tempo,  perch la casa pareva vuota senza di
    lei,  e il figliuolo minore in special modo,  che amava moltissimo sua
    madre, si rattristava, non si poteva rassegnare alla sua lontananza.
    Ma  trascorso  un  anno  dalla partenza,  dopo una lettera breve nella
    quale essa diceva di star poco bene di salute, non ne ricevettero pi.
    Scrissero due volte al cugino;  il cugino non rispose.  Scrissero alla
    famiglia argentina,  dove la donna era a servire; ma non essendo forse
    arrivata la lettera perch avean storpiato il nome sull'indirizzo, non
    ebbero risposta.  Temendo  d'una  disgrazia,  scrissero  al  Consolato
    italiano di Buenos Aires,  che facesse fare delle ricerche; e dopo tre
    mesi fu risposto loro  dal  Console  che,  nonostante  l'avviso  fatto
    pubblicare  dai  giornali,  nessuno  s'era presentato,  neppure a dare
    notizie.  E non  poteva  accadere  altrimenti,  oltre  che  per  altre
    ragioni,  anche  per  questa:  Che con l'idea di salvare il decoro dei
    suoi,  ch le pareva di macchiarlo a far la serva,  la buona donna non
    aveva  dato  alla  famiglia  argentina  il  suo vero nome.  Altri mesi
    passarono, nessuna notizia. Padre e figliuolo erano costernati; il pi
    piccolo, oppresso da una tristezza che non poteva vincere. Che fare? A
    chi ricorrere? La prima idea del padre era stata di partire,  d'andare
    a cercare sua moglie in America. Ma e il lavoro? Chi avrebbe mantenuto
    i  suoi  figliuoli?  E  neppure  avrebbe  potuto  partire  il figliuol
    maggiore,  che cominciava appunto allora a guadagnar qualche cosa,  ed
    era necessario alla famiglia.  E in questo affanno vivevano, ripetendo
    ogni giorno gli stessi discorsi dolorosi,  o guardandosi l'un l'altro,
    in  silenzio.  Quando  una  sera  Marco,  il pi piccolo,  usc a dire
    risolutamente: - Ci vado io in America a cercar mia madre.  - Il padre
    croll  il  capo,  con  tristezza,  e  non  rispose.  Era  un pensiero
    affettuoso,  ma una cosa impossibile.  A tredici anni,  solo,  fare un
    viaggio in America,  che ci voleva un mese per andarci!  Ma il ragazzi
    insistette,  pazientemente.  Insistette quel giorno,  il giorno  dopo,
    tutti  i  giorni  con una grande pacatezza,  ragionando col buon senso
    d'un uomo. - Altri ci sono andati, - diceva - e pi piccoli di me. Una
    volta che son sul bastimento,  arrivo l come un altro.  Arrivato  l,
    non  ho  che a cercare la bottega del cugino.  Ci sono tanti italiani,
    qualcheduno m'insegner la strada.
    Trovato il cugino,  e trovata mia madre,  se non trovo  lui  vado  dal
    Console, cercher la famiglia argentina. Qualunque cosa accada, laggi
    c'  del  lavoro  per  tutti;  trover del lavoro anch'io,  almeno per
    guadagnar tanto da ritornare a casa. - E cos,  a poco a poco,  riusc
    quasi a persuadere suo padre.  Suo padre lo stimava,  sapeva che aveva
    giudizio  e  coraggio,   che  era  assuefatto  alle  privazioni  e  ai
    sacrifici,  e  che  tutte  queste buone qualit avrebbero preso doppia
    forza nel suo cuore per quel santo scopo di trovar sua madre,  ch'egli
    adorava.  Si aggiunse pure che un Comandante di piroscafo,  amico d'un
    suo conoscente,  avendo inteso parlar della cosa,  s'impegn di fargli
    aver  gratis  un biglietto di terza classe per l'Argentina.  E allora,
    dopo un altro p di esitazione,  il padre acconsent,  il  viaggio  fu
    deciso.  Gli empirono una sacca di panni,  gli misero in tasca qualche
    scudo,  gli diedero l'indirizzo del cugino,  e una bella sera del mese
    di aprile lo imbarcarono. - Figliuolo, Marco mio, - gli disse il padre
    dandogli l'ultimo bacio, con le lacrime agli occhi, sopra la scala del
    piroscafo che stava per partire: - fatti coraggio.  Parti per un santo
    fine e Dio t'aiuter.
    Povero Marco! Egli aveva il cuor forte e preparato alle pi dure prove
    per quel viaggio;  ma quando vide sparire all'orizzonte la  sua  bella
    Genova, e si trov in alto mare, su quel grande piroscafo affollato di
    contadini  emigranti,  solo,  non  conosciuto  da  alcuno,  con quella
    piccola sacca che racchiudeva tutta  la  sua  fortuna,  un  improvviso
    scoraggiamento  lo  assal.  Per  due giorni stette accucciato come un
    cane a prua,  non mangiando quasi,  oppresso da  un  gran  bisogno  di
    piangere. Ogni sorta di tristi pensieri gli passava per la mente, e il
    pi  triste,  il  pi  terribile  era  il  pi  ostinato a tornare: il
    pensiero che sua madre fosse morta.  Nei suoi sogni  rotti  e  pensosi
    egli vedeva sempre la faccia d'uno sconosciuto che lo guardava in aria
    di compassione e poi gli diceva all'orecchio: - Tua madre  morta. - E
    allora si svegliava soffocando un grido. Nondimeno, passato lo stretto
    di Gibilterra, alla prima vista dell'Oceano Atlantico, riprese un poco
    d'animo  e  di speranza.  Ma fu un breve sollievo.  Quell'immenso mare
    sempre eguale,  il calore crescente,  la  tristezza  di  tutta  quella
    povera gente che lo circondava, il sentimento della propria solitudine
    tornarono  a  buttarlo  gi.  I  giorni,  che  si  succedevano vuoti e
    monotoni,  gli si confondevano nella memoria,  come accade ai  malati.
    Gli  parve d'esser in mare da un anno.  E ogni mattina,  svegliandosi,
    provava un nuovo stupore di esser l solo,  in mezzo a quell'immensit
    d'acqua,  in  viaggio per l'America.  I bei pesci volanti che venivano
    ogni tanto a cascare sul bastimento,  quei meravigliosi  tramonti  dei
    tropici,  con  quelle  enormi  nuvole  color di bragia e di sangue,  e
    quelle fosforescenze notturne che fanno parer  l'Oceano  tutto  acceso
    come un mare di lava,  non gli facevan l'effetto di cose reali,  ma di
    prodigi veduti in sogno. Ebbe delle giornate di cattivo tempo, durante
    le quali rest chiuso continuamente nel dormitorio, dove tutto ballava
    e  rovinava,   in  mezzo  a  un  coro  spaventevole   di   lamenti   e
    d'imprecazioni;  e  credette che fosse giunta la sua ultima ora.  Ebbe
    altre giornate di mare quieto e giallastro, di caldura insopportabile,
    di noia infinita;  ore interminabili e sinistre,  durante le  quali  i
    passeggeri  spossati,  distesi  immobili  sulle tavole,  parevan tutti
    morti. E il viaggio non finiva mai: mare e cielo,  cielo e mare,  oggi
    come ieri,  domani come oggi, - ancora, - sempre, eternamente. Ed egli
    per lunghe ore stava appoggiato al parapetto a guardar quel mare senza
    fine,  sbalordito,  pensando vagamente a sua madre,  fin che gli occhi
    gli  si chiudevano e il capo gli cascava dal sonno;  e allora rivedeva
    quella faccia sconosciuta che lo guardava in  aria  di  piet,  e  gli
    ripeteva  all'orecchio:  -  Tua  madre   morta!  - e a quella voce si
    risvegliava in sussulto, per ricominciare a sognare a occhi aperti e a
    guardar l'orizzonte immutato.
    Ventisette giorni dur il viaggio! Ma gli ultimi furono i migliori. Il
    tempo era bello e l'aria fresca.  Egli aveva fatto conoscenza  con  un
    buon  vecchio lombardo,  che andava in America a trovare il figliuolo,
    coltivatore di terra vicino alla citt di
    Rosario; gli aveva detto tutto di casa sua,  e il vecchio gli ripeteva
    ogni tanto,  battendogli una mano sulla nuca: - Coraggio,  "bagai", tu
    troverai  tua  madre  sana  e  contenta.   -   Quella   compagnia   lo
    riconfortava,  i  suoi  presentimenti  s'erano  fatti di tristi lieti.
    Seduto a prua, accanto al vecchio contadino che fumava la pipa,  sotto
    un  bel  cielo stellato,  in mezzo a gruppi d'emigranti che cantavano,
    egli si rappresentava cento volte al pensiero il suo arrivo  a  Buenos
    Aires,  si  vedeva  in  quella  certa strada,  trovava la bottega,  si
    lanciava incontro al cugino: - Come  sta  mia  madre?  Dov'?  Andiamo
    subito!  -  Andiamo subito;  - correvano insieme,  salivano una scala,
    s'apriva una porta... E qui il suo soliloquio muto s'arrestava, la sua
    immaginazione si perdeva in un sentimento  d'inesprimibile  tenerezza,
    che  gli  faceva  tirar  fuori  di  nascosto  una piccola medaglia che
    portava al collo, e mormorare, baciandola, le sue orazioni.
    Il ventisettesimo giorno dopo quello della partenza,  arrivarono.  Era
    una  bella aurora rossa di maggio quando il piroscafo gittava l'ncora
    nell'immenso fiume della Plata,  sopra una riva del quale si stende la
    vasta citt di Buenos Aires, capitale della Repubblica Argentina. Quel
    tempo splendido gli parve di buon augurio.  Era fuor di s dalla gioia
    e dall'impazienza.  Sua madre era a poche miglia di distanza  da  lui!
    Tra  poche  ore l'avrebbe veduta!  Ed egli si trovava in America,  nel
    nuovo mondo,  e aveva avuto l'ardimento di venirci  so]o!  Tutto  quel
    lunghissimo  viaggio  gli pareva allora che fosse passato in un nulla.
    Gli pareva d'aver volato,  sognando,  e di essersi svegliato  in  quel
    punto.  Ed  era  cos  felice,  che quasi non si stup n si afflisse,
    quando si frug nelle tasche,  e non ci trov pi uno dei due gruzzoli
    in cui aveva diviso il suo piccolo tesoro, per esser pi sicuro di non
    perdere  tutto.  Gliel'avevan  rubato,  non gli restavan pi che poche
    lire; ma che gli importava, ora ch'era vicino a sua madre.  Con la sua
    sacca  alla  mano  scese insieme a molti altri italiani in un vaporino
    che li port fino a poca distanza dalla riva, cal dal vaporino in una
    barca che portava il nome di "Andrea  Doria",  fu  sbarcato  al  molo,
    salut  il suo vecchio amico lombardo,  e s'avvi a lunghi passi verso
    la citt.
    Arrivato all'imboccatura della prima via ferm un uomo che  passava  e
    lo  preg di indicargli da che parte dovesse prendere per andar in via
    de los Artes.
    Aveva fermato per l'appunto un operaio italiano.  Questi lo guard con
    curiosit e gli domand se sapeva leggere. Il ragazzo accenn di s. -
    Ebbene, - gli disse l'operaio, indicandogli la via da cui egli usciva;
    -  va  su  sempre  diritto,  leggendo  i  nomi  delle  vie  a tutte le
    cantonate;  finirai con trovare la tua.  - Il ragazzo lo  ringrazi  e
    infil la via che gli s'apriva davanti.
    Era  una via diritta e sterminata,  ma stretta;  fiancheggiata da case
    basse e  bianche,  che  pareva  tanti  villini;  piena  di  gente,  di
    carrozze, di grandi carri, che facevano uno strepito assordante; e qua
    e  l  spenzolavano  enormi bandiere di vari colori,  con su scritto a
    grossi  caratteri  l'annunzio  di  partenze  di  piroscafi  per  citt
    sconosciute.  A  ogni  tratto  di  cammino,  voltandosi  a  destra e a
    sinistra,  egli vedeva due altre vie che fuggivano diritte  a  perdita
    d'occhio, fiancheggiate pure da case basse e bianche, e piene di gente
    e  di carri,  e tagliate in fondo dalla linea diritta della sconfinata
    pianura americana, simile all'orizzonte del mare.  La citt gli pareva
    infinita;  gli  pareva  che  si  potesse  camminar  per giornate e per
    settimane vedendo sempre di qua e di l altre vie come quelle,  e  che
    tutta l'America ne dovesse esser coperta. Guardava attentamente i nomi
    delle  vie: dei nomi strani che stentava a leggere.  A ogni nuova via,
    si sentiva battere il cuore, pensando che fosse la sua. Guardava tutte
    le donne con l'idea di incontrare sua madre. Ne vide una davanti a s,
    che gli diede una scossa al sangue: la raggiunse,  la guard: era  una
    negra. E andava, andava, affrettando il passo. Arriv a un crocicchio,
    lesse, e rest come inchiodato sul marciapiede Era la vita delle Arti.
    Svolt,  vide il numero 117 dovette fermarsi per riprender respiro.  E
    disse tra s: - O madre mia! madre mia!   proprio vero che ti vedr a
    momenti!  -  Corse innanzi,  arriv a una piccola bottega di merciaio.
    Era quella.  S'affacci.  Vide una  donna  coi  capelli  grigi  e  gli
    occhiali.
    - Che volete, ragazzo? - gli domand quella, in spagnuolo.
    -  Non    questa,  -  disse,  stentando a metter fuori la voce,  - la
    bottega di Francesco Merelli?
    - Francesco Merelli  morto, - rispose la donna in italiano.
    Il ragazzo ebbe l'impressione d'una percossa nel petto.
    - Quando morto?
    - Eh, da un pezzo, - rispose la donna; - da mesi. Fece cattivi affari,
    scapp. Dicono che sia andato a Bahia Blanca, molto lontano di qui.  E
    mor appena arrivato. La bottega  mia.
    Il ragazzo impallid.
    Poi  disse  rapidamente: - Merelli conosceva mia madre,  mia madre era
    qua a servire dal signor Mequinez. Egli solo poteva dirmi dov'era.  Io
    sono  venuto  in  America  a  cercar mia madre.  Merelli le mandava le
    lettere. Io ho bisogno di trovar mia madre.
    - Povero figliuolo, - rispose la donna,  - io non so.  Posso domandare
    al  ragazzo  del  cortile.   Egli  conosceva  il  giovane  che  faceva
    commissioni per Merelli. Pu darsi che sappia dir qualche cosa.
    And in fondo alla bottega e chiam il ragazzo,  che venne  subito.  -
    Dimmi un poco, - gli domand la bottegaia; - ti ricordi che il giovane
    di Merelli andasse qualche volta a portar delle lettere a una donna di
    servizio, in casa di "figli del paese"?
    -  Dal  signor  Mequinez,  - rispose il ragazzo,  s signora,  qualche
    volta. In fondo a via delle Arti.
    - Ah, signora, grazie!  - grid Marco.  - Mi dica il numero...  non lo
    sa? Mi faccia accompagnare, - accompagnami tu subito, ragazzo; - io ho
    ancora dei soldi.
    E disse questo con tanto calore,  che senz'aspettar la preghiera della
    donna,  il ragazzo rispose: - Andiamo;  - e usc  pel  primo  a  passi
    lesti.
    Quasi correndo, senza dire una parola, andarono fino in fondo alla via
    lunghissima,  infilarono l'andito d'entrata d'una piccola casa bianca,
    e si fermarono davanti a un bel cancello di ferro, da cui si vedeva un
    cortiletto, pieno di vasi di fiori.
    Marco diede una strappata al campanello.
    Comparve una signorina.
    - Qui sta la famiglia Mequinez, non  vero?  - domand ansiosamente il
    ragazzo.
    -  Ci  stava,  -  rispose  la signorina,  pronunziando l'italiano alla
    spagnuola. - Ora ci stiamo noi, Zeballos.
    - E dove sono andati i Mequinez? - domand Marco, col batticuore.
    - Sono andati a Cordova.
    - Cordova! - esclam Marco. - Dov' Cordova?  E la persona di servizio
    che avevano?  la donna, mia madre! La donna di servizio era mia madre!
    Hanno condotto via anche mia madre?
    La signorina lo guard e disse: - Non so.  Lo sapr forse  mio  padre,
    che li ha conosciuti quando partirono. Aspettate un momento.
    Scapp e torn poco dopo con suo padre,  un signore alto, con la barba
    grigia.
    Questi guard fisso un momento quel tipo simpatico di piccolo marinaio
    genovese,  coi capelli biondi e il naso aquilino,  e  gli  domand  in
    cattivo italiano: - Tua madre  genovese?
    Marco rispose di s.
    -  Ebbene  la  donna di servizio genovese  andata con loro,  lo so di
    certo.
    - Dove sono andati?
    - A Cordova, una citt.
    Il ragazzo mise un sospiro;  poi disse con rassegnazione: -  Allora...
    andr a Cordova.
    - Ah pobre Nino! - esclam il signore, guardandolo in aria di piet. -
    Povero ragazzo! E' a centinaia di miglia di qua, Cordova.
    Marco  divent  pallido come un morto,  e s'appoggi con una mano alla
    cancellata.
    - Vediamo,  vediamo,  - disse allora il signore,  mosso a compassione,
    aprendo la porta,  - vieni dentro un momento,  vediamo un p se si pu
    far qualche cosa. - Sedette, gli di da sedere,  gli fece raccontar la
    sua  storia,  lo  stette  a  sentire  molto  attento,  rimase un pezzo
    pensieroso; poi gli disse risolutamente:
    - Tu non hai denari, non  vero?
    - Ho ancora... poco, - rispose Marco.
    Il signore pens altri cinque minuti,  poi  si  mise  a  un  tavolino,
    scrisse una lettera,  la chiuse, e porgendola al ragazzo, gli disse: -
    Senti, "italianito".
    V con questa lettera alla Boca.  E' una piccola citt mezza genovese,
    a due ore di strada di qua.  Tutti ti sapranno indicare il cammino. V
    l e cerca di questo signore,  a cui  diretta la  lettera,  e  che  
    conosciuto da tutti.
    Portagli  questa lettera.  Egli ti far partire domani per la citt di
    Rosario,  e ti raccomander a qualcuno  lass,  che  penser  a  farti
    proseguire  il  viaggio  fino  a  Cordova,  dove  troverai la famiglia
    Mequinez e tua madre.  Intanto,  piglia questo.  - E gli mise in  mano
    qualche  lira.  -  V,  e  fatti  coraggio;  qui  hai da per tutto dei
    compaesani, non rimarrai abbandonato. "Adios".
    Il ragazzo gli disse: - Grazie, - senza trovar altre parole,  usc con
    la  sua  sacca,  e  congedatosi  dalla  sua  piccola  guida,  si  mise
    lentamente in cammino verso la Boca,  pieno di tristezza e di stupore,
    a traverso alla grande citt rumorosa.
    Tutto quello che gli accadde da quel momento fino alla sera del giorno
    appresso  gli  rimase  poi  nella  memoria confuso ed incerto come una
    fantasticheria di febbricitante,  tanto egli era stanco,  sconturbato,
    avvilito.  E il giorno appresso,  all'imbrunire,  dopo aver dormito la
    notte in una stanzuccia d'una casa della Boca,  accanto a un  facchino
    del porto,  - dopo aver passata quasi tutta la giornata,  seduto sopra
    un mucchio di travi,  e come  trasognato,  in  faccia  a  migliaia  di
    bastimenti,  di  barconi  e  di  vaporini,  - si trovava a poppa d'una
    grossa barca a vela,  carica di frutte,  che partiva per la  citt  di
    Rosario, condotta da tre robusti genovesi abbronzati dal sole; la voce
    dei  quali,  e  il  dialetto  amato  che parlavano gli rimise un p di
    conforto nel cuore.
    Partirono,  e il viaggio dur tre giorni e quattro  notti,  e  fu  uno
    stupore  continuo  per  il  piccolo viaggiatore.  Tre giorni e quattro
    notti su per quel meraviglioso fiume  Paran,  rispetto  al  quale  il
    nostro  grande Po non  che un rigagnolo,  e la lunghezza dell'Italia,
    quadruplicata,  non raggiunge quella del suo corso.  Il barcone andava
    lentamente  a  ritroso  di quella massa d'acqua smisurata.  Passava in
    mezzo a lunghe isole,  gi  nidi  di  serpenti  e  di  tigri,  coperte
    d'aranci  e  di salici,  simili a boschi galleggianti;  e ora infilava
    stretti canali, da cui pareva che non potesse pi uscire; ora sboccava
    in vaste distese d'acque, dell'aspetto di grandi laghi tranquilli; poi
    daccapo fra le isole, per i canali intricati d'un arcipelago, in mezzo
    a mucchi enormi di vegetazione.  Regnava  un  silenzio  profondo.  Per
    lunghi  tratti,  le  rive  e  le  acque  solitarie  e vastissime davan
    l'immagine d'un fiume sconosciuto,  in cui quella povera vela fosse la
    prima al mondo ad avventurarsi.  Quanto pi s'avanzavano,  e tanto pi
    quel mostruoso fiume lo sgomentava.  Egli immaginava che sua madre  si
    trovasse  alle  sorgenti,  e  che  la navigazione dovesse durare degli
    anni. Due volte al giorno mangiava un p di pane e di carne salata coi
    barcaioli,  i quali,  vedendolo triste,  non  gli  rivolgevan  mai  la
    parola.  La  notte  dormiva sopra coperta,  e si svegliava ogni tanto,
    bruscamente, stupito della luce limpidissima della luna che imbiancava
    le acque immense e le rive lontane;  e allora il cuore gli si serrava.
    - Cordova!  - Egli ripeteva quel nome: - Cordova! - come il nome d'una
    di quelle citt misteriose,  delle quali aveva  inteso  parlare  nelle
    favole.  Ma poi pensava: - Mia madre  passata di qui, ha visto queste
    isole,  quelle rive,  - e allora non gli parevan pi  tanto  strani  e
    solitari quei luoghi in cui lo sguardo di sua madre s'era posato... La
    notte,  uno  dei  barcaiuoli  cantava.  Quella  voce gli rammentava le
    canzoni di sua madre,  quando l'addormentava bambino.  L'ultima notte,
    all'udir quel canto,  singhiozz.  Il barcaiuolo s'interruppe. Poi gli
    grid: - Animo, animo, "figioeu!" Che diavolo!  Un genovese che piange
    perch    lontano  da  casa!  I  genovesi  girano il mondo gloriosi e
    trionfanti!  - E a quelle parole egli si riscosse,  sent la voce  del
    sangue genovese,  e rialz la fronte con alterezza,  battendo il pugno
    sul timone.  - Ebbene,  s - disse tra s,  - dovessi  anch'io  girare
    tutto  il  mondo,  viaggiare  ancora  per  anni  e anni,  e fare delle
    centinaia di miglia a piedi,  io andr avanti,  fin  che  trover  mia
    madre.  Dovessi arrivare moribondo,  e cascar morto ai suoi piedi! Pur
    che io la riveda una volta! Coraggio!  - E con quest'animo arriv allo
    spuntar  d'un mattino rosato e freddo di fronte alla citt di Rosario,
    posta sulla riva alta del Paran,  dove si specchiavan nelle acque  le
    antenne imbandierate di cento bastimenti d'ogni paese.
    Poco  dopo sbarcato,  sal alla citt,  con la sua sacca alla mano,  a
    cercare un signore argentino per cui il suo protettore della Boca  gli
    aveva   rimesso   un   biglietto  di  visita  con  qualche  parola  di
    raccomandazione.  Entrando in Rosario gli parve d'entrare in una citt
    gi conosciuta. Erano quelle vie interminabili, diritte, fiancheggiate
    di  case  basse  e  bianche,  attraversate  in tutte le direzioni,  al
    disopra dei tetti,  da grandi fasci di fili telegrafici e  telefonici,
    che  parevano  enormi  ragnateli;  e  un  gran trepestio di gente,  di
    cavalli,  di carri.  La testa gli si  confondeva:  credette  quasi  di
    rientrare a Buenos Aires, e di dover cercare un'altra volta il cugino.
    And attorno per quasi un'ora, svoltando e risvoltando, e sembrandogli
    sempre di tornar nella medesima via;  e a furia di domandare, trov la
    casa del suo nuovo protettore.
    Tir il campanello.  S'affacci alla  porta  un  grosso  uomo  biondo,
    arcigno,   che   aveva   l'aria  d'un  fattore,   e  che  gli  domand
    sgarbatamente, con pronunzia straniera:
    - Che vuoi?
    Il ragazzo disse il nome del padrone.
    - Il padrone,  - rispose il fattore,  -  partito ieri sera per Buenos
    Aires con tutta la sua famiglia.
    Il ragazzo rest senza parola.
    Poi balbett: - Ma io...  non ho nessuno qui!  Sono solo! - E porse il
    biglietto.
    Il fattore lo prese,  lo lesse e disse  burberamente:  -  Non  so  che
    farci. Glielo dar fra un mese, quando ritorner.
    - Ma io, io son solo! io ho bisogno! - esclam il ragazzo, con voce di
    preghiera.
    - Eh!  andiamo,  - disse l'altro; - non ce n' ancora abbastanza della
    gramigna del tuo paese a Rosario! Vattene un p a mendicare in Italia.
    - E gli chiuse il cancello sulla faccia.
    Il ragazzo rest l come impietrato.
    Poi riprese lentamente la sua sacca,  ed usc,  col cuore  angosciato,
    con  la  mente  in  tumulto,  assalito  a  un tratto da mille pensieri
    affannosi.  Che fare?  dove andare?  Da Rosario a  Cordova  c'era  una
    giornata di strada ferrata.  Egli non aveva pi che poche lire. Levato
    quello che gli occorreva di spendere  quel  giorno,  non  gli  sarebbe
    rimasto  quasi  nulla.  Dove  trovare i denari per pagarsi il viaggio?
    Poteva lavorare. Ma come, a chi domandar lavoro?  Chieder l'elemosina!
    Ah!  no,  essere respinto, insultato, umiliato come poc'anzi, no, mai,
    mai pi, piuttosto morire! - E a quell'idea, e al riveder davanti a s
    la lunghissima via che si perdeva lontano nella pianura sconfinata, si
    sent  fuggire  un'altra  volta  il  coraggio,   gett  la  sacca  sul
    marciapiede,  vi sedette su con le spalle al muro, e chin il viso tra
    le mani, senza pianto, in un atteggiamento desolato.
    La gente l'urtava coi piedi  passando;  i  carri  empivan  la  via  di
    rumore;  alcuni ragazzi si fermarono a guardarlo. Egli rimase un pezzo
    cos.
    Quando fu scosso da una voce che  gli  disse  tra  in  italiano  e  in
    lombardo: - Che cos'hai, ragazzetto?
    Alz  il  viso  a  quelle  parole,  e  subito  balz in piedi gettando
    un'esclamazione di meraviglia: - Voi qui!
    Era il vecchio contadino lombardo,  col quale aveva fatto amicizia nel
    viaggio.
    La meraviglia del contadino non fu minore della sua. Ma il ragazzo non
    gli lasci il tempo d'interrogarlo,  e gli raccont rapidamente i casi
    suoi. - Ora son senza soldi, ecco;  bisogna che lavori;  trovatemi voi
    del lavoro da poter mettere insieme qualche lira;  io faccio qualunque
    cosa;  porto roba,  spazzo le strade,  posso  far  commissioni,  anche
    lavorare in campagna; mi contento di campare di pan nero; ma che possa
    partir  presto,  che possa trovare una volta mia madre,  fatemi questa
    carit, del lavoro, trovatemi voi del lavoro, per amor di Dio, che non
    ne posso pi!
    - Diamine,  diamine,  - disse  il  contadino,  guardandosi  attorno  e
    grattandosi il mento.  - Che storia  questa!... Lavorare... E' presto
    detto. Vediamo un po'.  Che non ci sia mezzo di trovar trenta lire fra
    tanti "patriotti"?
    Il ragazzo lo guardava, confortato da un raggio di speranza.
    - Vieni con me, - gli disse il contadino.
    - Dove? - domand il ragazzo, ripigliando la sacca.
    - Vieni con me.
    Il  contadino  si  mosse,  Marco  lo segu,  fecero un lungo tratto di
    strada insieme,  senza parlare.  Il  contadino  si  ferm  alla  porta
    d'un'osteria  che  aveva per insegna una stella e scritto sotto: - "La
    estrella de Italia";  - mise il viso  dentro  e  voltandosi  verso  il
    ragazzo disse allegramente: - Arriviamo in buon punto.  - Entrarono in
    uno stanzone,  dov'eran varie  tavole,  e  molti  uomini  seduti,  che
    bevevano,  parlando  forte.  Il vecchio lombardo s'avvicin alla prima
    tavola, e dal modo come salut i sei avventori che ci stavano intorno,
    si capiva ch'era stato in loro compagnia fino a  poco  innanzi.  Erano
    rossi in viso e facevan sonare bicchieri, vociando e ridendo.
    -  Camerati,  -  disse  senz'altro il lombardo,  restando in piedi,  e
    presentando Marco; - c' qui un povero ragazzo nostro "patriotta", che
     venuto solo da Genova a Buenos Aires a cercare sua madre.  A  Buenos
    Aires  gli  dissero:  - Qui non c',   a Cordova.  - Viene in barca a
    Rosario,  tre d e  tre  notti,  con  due  righe  di  raccomandazione;
    presenta  la  carta:  gli  fanno una figuraccia.  Non ha la croce d'un
    centesimo.  E' qui solo come un disperato.  E'  un  "bagai"  pieno  di
    cuore.  Vediamo un poco. Non ha da trovar tanto da pagare il biglietto
    per andare a Cordova a trovar sua madre? L'abbiamo da lasciar qui come
    un cane?
    - Mai al mondo, perdio! - Mai non sar detto questo! - gridarono tutti
    insieme,  battendo il pugno sul tavolo.  - Un  "patriotta"  nostro!  -
    Vieni qua,  piccolino. - Ci siamo noi, gli emigranti! - Guarda che bel
    monello. - Fuori dei quattrini, camerati.  - Bravo!  Venuto solo!  Hai
    del fegato! - Bevi un sorso, "patriotta". - Ti manderemo da tua madre,
    non pensare. - E uno gli dava un pizzicotto alla guancia, un altro gli
    batteva la mano sulla spalla,  un terzo lo liberava dalla sacca; altri
    emigranti s'alzarono dalle tavole vicine e s'avvicinarono;  la  storia
    del ragazzo fece il giro dell'osteria;  accorsero dalla stanza accanto
    tre avventori argentini;  e in  meno  di  dieci  minuti  il  contadino
    lombardo che porgeva il cappello,  ci ebbe dentro quarantadue lire.  -
    Hai visto, - disse allora,  voltandosi verso il ragazzo,  - come si fa
    presto  in  America?  -  Bevi  -  gli  grid un altro,  porgendogli un
    bicchiere di vino: - Alla salute di tua  madre!  -  Tutti  alzarono  i
    bicchieri. - E Marco ripet: - Alla salute di mia...
    - Ma un singhiozzo di gioia gli chiuse la gola, e rimesso il bicchiere
    sulla tavola, si gett al collo del suo vecchio.
    La  mattina seguente,  allo spuntare del giorno,  egli era gi partito
    per Cordova, ardito e ridente,  pieno di presentimenti felici.  Ma non
    c'  allegrezza  che  regga  a  lungo davanti a certi aspetti sinistri
    della natura.  Il tempo era chiuso e  grigio;  il  treno,  presso  che
    vuoto,  correva  a  traverso  a  un'immensa pianura priva d'ogni segno
    d'abitazione.  Egli si trovava solo  in  un  vagone  lunghissimo,  che
    somigliava  a  quelli  dei  treni  per  i  feriti.  Guardava a destra,
    guardava a sinistra,  e non vedeva  che  una  solitudine  senza  fine,
    sparsa di piccoli alberi deformi, dai tronchi e dai rami scontorti, in
    atteggiamenti   non  mai  veduti,   quasi  d'ira  e  d'angoscia;   una
    vegetazione scura,  rada e triste,  che dava alla pianura  l'apparenza
    d'uno sterminato cimitero.  Sonnecchiava mezz'ora, tornava a guardare:
    era sempre lo stesso spettacolo. Le stazioni della strada ferrata eran
    solitarie, come case di eremiti; e quando il treno si fermava,  non si
    sentiva  una voce;  gli pareva di trovarsi solo in un treno,  perduto,
    abbandonato in mezzo a un deserto.  Gli  sembrava  che  ogni  stazione
    dovesse  essere  l'ultima,  e  che  s'entrasse dopo quella nelle terre
    misteriose e spaurevoli dei selvaggi. Una brezza gelata gli mordeva il
    viso.  Imbarcandolo a Genova sul finir d'aprile,  i  suoi  non  avevan
    pensato  che  in  America  egli avrebbe trovato l'inverno,  e l'avevan
    vestito da estate. Dopo alcune ore, incominci a soffrire il freddo, e
    col freddo,  la stanchezza dei giorni  passati,  pieni  di  commozioni
    violente,  e delle notti insonni e travagliate.  Si addorment,  dorm
    lungo tempo,  si svegli intirizzito;  si sentiva male.  E allora  gli
    prese  un  vago  terrore  di  cader  malato e di morir per viaggio,  e
    d'esser buttato l in mezzo a quella pianura  desolata,  dove  il  suo
    cadavere  sarebbe  stato dilaniato dai cani e dagli uccelli di rapina,
    come certi corpi di cavalli e  di  vacche  che  vedeva  tratto  tratto
    accanto alla strada, e da cui torceva lo sguardo con ribrezzo. In quel
    malessere  inquieto,  in mezzo a quel silenzio tetro della natura,  la
    sua immaginazione s'eccitava e volgeva al nero.
    Era poi ben sicuro di trovarla,  a Cordova,  sua madre?  E se  non  ci
    fosse stata?  Se quel signore di via delle Arti avesse sbagliato? E se
    fosse morta?  In questi pensieri si  riaddorment,  sogn  d'essere  a
    Cordova  di notte,  e di sentirsi gridare da tutte le porte e da tutte
    le finestre: - Non c'! Non c'! Non c'!  - si risvegli di sobbalzo,
    atterrito,  e vide in fondo al vagone tre uomini barbuti,  ravvolti in
    scialli di vari colori, che lo guardavano, parlando basso tra di loro;
    e gli  balen  il  sospetto  che  fossero  assassini  e  lo  volessero
    uccidere,   per  rubargli  la  sacca.  Al  freddo,  al  malessere  gli
    s'aggiunse la paura; la fantasia gi turbata gli si stravolse; - i tre
    uomini lo fissavano sempre, - uno di essi mosse verso di lui; - allora
    egli smarr la ragione,  e correndogli incontro con le braccia aperte,
    grid: - Non ho nulla.  Sono un povero ragazzo. Vengo dall'Italia vo a
    cercar mia madre,  son solo;  non mi fate del male!  - Quelli capirono
    subito,  n'ebbero piet,  lo carezzarono e lo racquetarono, dicendogli
    molte parole che non intendeva;  e vedendo che  batteva  i  denti  dal
    freddo,  gli misero addosso uno dei loro scialli, e lo fecero risedere
    perch  dormisse.  E  si  riaddorment,   che  imbruniva.   Quando  lo
    svegliarono, era a Cordova.
    Ah!  che  buon  respiro  tir,  e  con  che impeto si cacci fuori del
    vagone!  Domand a un impiegato della stazione  dove  stesse  di  casa
    l'ingegner  Mequinez: quegli disse il nome d'una chiesa: - la casa era
    accanto alla chiesa;  - il ragazzo scapp via.  Era  notte.  Entr  in
    citt.  E  gli  parve  d'entrare  in Rosario un'altra volta,  al veder
    quelle strade  diritte,  fiancheggiate  di  piccole  case  bianche,  e
    tagliate da altre strade diritte e lunghissime. Ma c'era poca gente, e
    al  chiarore  dei  rari  lampioni incontrava delle facce strane,  d'un
    colore sconosciuto,  tra nerastro e verdognolo,  e alzando il  viso  a
    quando  a  quando,  vedeva delle chiese d'architettura bizzarra che si
    disegnavano enormi e nere  sul  firmamento.  La  citt  era  oscura  e
    silenziosa;  ma  dopo  aver  attraversato  quell'immenso deserto,  gli
    pareva allegra. Interrog un prete,  trov presto la chiesa e la casa,
    tir  il  campanello con una mano tremante,  e si premette l'altra sul
    petto per comprimere i battiti del cuore, che gli saltava alla gola.
    Una vecchia venne ad aprire, con un lume in mano.  Il ragazzo non pot
    parlar subito.
    - Chi cerchi? - domand quella, in spagnuolo.
    - L'ingegnere Mequinez, - disse Marco.
    La  vecchia  fece  l'atto  d'incrociar le braccia sul seno,  e rispose
    dondolando  il  capo.  -  Anche  tu,  dunque,  l'hai  con  l'ingegnere
    Mequinez! E mi pare che sarebbe tempo di finirla. Son tre mesi oramai,
    che  ci seccano.  Non basta che l'abbiano detto i giornali.  Bisogner
    farlo stampare sulle cantonate che il signor Mequinez  andato a stare
    a Tucuman!
    Il ragazzo fece un gesto di disperazione.  Poi diede in uno scoppio di
    rabbia.  -  E'  una maledizione dunque!  Io dovr morire per la strada
    senza trovare mia madre! Io divento matto, m'ammazzo! Dio mio! Come si
    chiama quel paese? Dov'?
    A che distanza ?
    - Eh,  povero ragazzo,  -  rispose  la  vecchia,  impietosita,  -  una
    bagattella! Saranno quattrocento o cinquecento miglia, a metter poco.
    Il  ragazzo  si  copr  il  viso  con  le  mani;  poi  domand  con un
    singhiozzo: - E ora... come faccio?
    - Che vuoi che ti dica, povero figliuolo, - rispose la donna; - io non
    so.
    Ma subito le balen un'idea e soggiunse in fretta: - Senti, ora che ci
    penso.  Fa una cosa.  Svolta a destra per la via,  troverai alla terza
    parte  un  cortile;  c'  un  "capataz",  un  commerciante,  che parte
    domattina per Tucuman con le sue "carretas" e i suoi bovi; va a vedere
    se ti vuol prendere,  offrendogli i tuoi servizi;  ti  dar  forse  un
    posto sur un carro; v subito.
    Il ragazzo afferr la sacca, ringrazi scappando, e dopo due minuti si
    trov  in  un vasto cortile rischiarato da lanterne,  dove vari uomini
    lavoravano a caricar sacchi di  frumento  sopra  certi  carri  enormi,
    simili  a  case  mobili di saltimbanchi,  col tetto rotondo e le ruote
    altissime;  ed un uomo alto e  baffuto,  ravvolto  in  una  specie  di
    mantello a quadretti bianchi e neri,  con due grandi stivali, dirigeva
    il lavoro.  Il ragazzo s'avvicin a questo,  e gli fece timidamente la
    sua domanda, dicendo che veniva dall'Italia e che andava a cercare sua
    madre.
    Il "capataz",  che vuol dir capo (il capo conduttore di quel convoglio
    di  carri),  gli  diede  un'occhiata  da  capo  a  piedi,   e  rispose
    seccamente: - Non ci ho posto.
    - Io ho quindici lire,  - rispose il ragazzo,  supplichevole,  - do le
    mie quindici lire. Per viaggio lavorer.  Andr a pigliar l'acqua e la
    biada per le bestie,  far tutti i servizi.  Un poco di pane mi basta.
    Mi faccia un p di posto, signore!
    Il "capataz" torn a guardarlo, e rispose con miglior garbo: - Non c'
    posto... e poi... noi non andiamo a Tucuman, andiamo a un'altra citt,
    Santiago dell'Estero. A un certo punto ti dovremmo lasciare, e avresti
    ancora un gran tratto da far a piedi.
    - Ah! io ne farei il doppio! - esclam Marco;  - io camminer,  non ci
    pensi;  arriver in ogni maniera,  mi faccia un p di posto,  signore,
    per carit, per carit non mi lasci qui solo!
    - Bada che  un viaggio di venti giorni!
    - Non importa.
    - E' un viaggio duro!
    - Sopporter tutto.
    - Dovrai viaggiar solo!
    - Non ho paura di nulla. Purch ritrovi mia madre. Abbia compassione!
    Il "capataz" gli accost al viso una lanterna e lo guard.  Poi disse:
    - Sta bene.
    Il ragazzo gli baci la mano.
    -   Stanotte   dormirai  in  un  carro,   -  soggiunse  il  "capataz",
    lasciandolo; - domattina alle quattro ti sveglier. "Buenas noches".
    La mattina alle quattro, al lume delle stelle, la lunga fila dei carri
    si mise in movimento con grande strepitio: ciascun carro tirato da sei
    bovi,  seguiti tutti da un gran numero  di  animali  di  ricambio.  Il
    ragazzo,  svegliato  e  messo  dentro a un dei carri,  sui sacchi,  si
    raddorment subito, profondamente. Quando si svegli, il convoglio era
    fermo in un luogo solitario,  sotto il sole,  e tutti gli uomini  -  i
    "peones"  -  stavan  seduti in cerchio intorno a un quarto di vitello,
    che arrostiva all'aria aperta,  infilato  in  una  specie  di  spadone
    piantato  in  terra,  accanto  a  un  gran  foco  agitato  dal  vento.
    Mangiarono tutti insieme,  dormirono e  poi  ripartirono;  e  cos  il
    viaggio continu, regolato come una marcia di soldati. Ogni mattina si
    mettevano in cammino alle cinque,  si fermavano alle nove, ripartivano
    alle cinque della sera,  tornavano a fermarsi alle dieci.  I  "peones"
    andavano  a cavallo e stimolavano i buoi con lunghe canne.  Il ragazzo
    accendeva il fuoco  per  l'arrosto,  dava  da  mangiare  alle  bestie,
    ripuliva  le lanterne,  portava l'acqua da bere.  Il paese gli passava
    davanti come una visione indistinta: vasti boschi  di  piccoli  alberi
    bruni; villaggi di poche case sparse, con le facciate rosse e merlate;
    vastissimi  spazi,   forse  antichi  letti  di  grandi  laghi  salati,
    biancheggianti di sale fin dove arrivava la vista;  e da ogni parte  e
    sempre, pianura, solitudine, silenzio. Rarissimamente incontravano due
    o tre viaggiatori a cavallo,  seguiti da un branco di cavalli sciolti,
    che passavano di galoppo, come un turbine. I giorni eran tutti eguali,
    come sul mare;  uggiosi  e  interminabili.  Ma  il  tempo  era  bello.
    Senonch i "peones",  come se il ragazzo fosse stato il loro servitore
    obbligato,  diventavano di giorno in giorno pi  esigenti:  alcuni  lo
    trattavano  brutalmente,  con minacce;  tutti si facevan servire senza
    riguardi; gli facevan portare carichi enormi di foraggi; lo mandavan a
    pigliar acqua a grandi distanze;  ed egli,  rotto  dalla  fatica,  non
    poteva  neanche  dormire  la notte,  scosso continuamente dai sobbalzi
    violenti del carro e dallo scricchiolo assordante delle ruote e delle
    sale di legno.  E per giunta,  essendosi levato il  vento,  una  terra
    fina,  rossiccia  e  grassa,  che  avvolgeva ogni cosa,  penetrava nel
    carro, gli entrava sotto i panni, gli empiva gli occhi e la bocca, gli
    toglieva la vista e il respiro, continua, opprimente,  insopportabile.
    Sfinito  dalle  fatiche  e  dall'insonnia,  ridotto  lacero e sudicio,
    rimbrottato e malmenato dalla mattina alla  sera,  il  povero  ragazzo
    s'avviliva ogni giorno di pi, e si sarebbe perduto d'animo affatto se
    il  "capataz" non gli avesse rivolto di tratto in tratto qualche buona
    parola.
    Spesso,  in un cantuccio del carro,  non  veduto,  piangeva  col  viso
    contro  la sua sacca,  la quale non conteneva pi che dei cenci.  Ogni
    mattina si levava  pi  debole  e  pi  scoraggiato,  e  guardando  la
    campagna, vedendo sempre quella pianura sconfinata e implacabile, come
    un  oceano  di  terra,  diceva  tra  s: - Oh!  fino a questa sera non
    arrivo, fino a questa sera non arrivo! Quest'oggi muoio per la strada!
    - E le fatiche  crescevano,  i  mali  trattamenti  raddoppiavano.  Una
    mattina,  perch  aveva  tardato  a  portar  l'acqua,  in  assenza del
    "capataz", uno degli uomini lo percosse. E allora cominciarono a farlo
    per vezzo, quando gli davano un ordine,  a misurargli uno scapaccione,
    dicendo: - Insacca questo, vagabondo! - Porta questo a tua madre! - Il
    cuore gli scoppiava;  ammal;  - stette tre giorni nel carro,  con una
    coperta addosso, battendo la febbre, e non vedendo nessuno,  fuori che
    il  "capataz",  che veniva a dargli da bere e a toccargli il polso.  E
    allora si credette  perduto,  e  invocava  disperatamente  sua  madre,
    chiamandola cento volte per nome: - Oh mia madre!  madre mia! Aiutami!
    Vienmi incontro che muoio!  Oh povera madre mia,  che non ti vedr mai
    pi!  Povera  madre  mia,  che  mi  troverai morto per la strada!  - E
    giungeva le mani sul petto e pregava.  Poi miglior,  grazie alle cure
    del  "capataz",  e guar;  ma con la guarigione sopraggiunse il giorno
    pi terribile del suo viaggio,  il giorno in cui doveva rimaner  solo.
    Da  pi di due settimane erano in cammino.  Quando arrivarono al punto
    dove dalla strada di Tucuman  si  stacca  quella  che  va  a  Santiago
    dell'Estero,  il  "capataz"  gli annunci che dovevano separarsi.  Gli
    diede qualche indicazione intorno al cammino,  gli leg la sacca sulle
    spalle in modo che non gli desse noia a camminare,  e tagliando corto,
    come se temesse di commuoversi,  lo salut.  Il ragazzo fece appena in
    tempo a baciargli un braccio.
    Anche  gli  altri  uomini,  che lo avevano maltrattato cos duramente,
    parve che provassero un p di piet a vederlo rimaner cos solo, e gli
    fecero un cenno d'addio,  allontanandosi.  Ed egli restitu il  saluto
    con  la  mano,  stette  a guardar il convoglio fin che si perdette nel
    polvero rosso della campagna, e poi si mise in cammino, tristamente.
    Una cosa,  per altro,  lo riconfort un poco,  fin da principio.  Dopo
    tanti  giorni  di  viaggio  a  traverso  a quella pianura sterminata e
    sempre eguale  egli  vedeva  davanti  a  s  una  catena  di  montagne
    altissime, azzurre, con le cime bianche, che gli rammentavano le Alpi,
    e  gli  davan  come un senso di ravvicinamento al suo paese.  Erano le
    Ande, la spina dorsale del continente Americano, la catena immensa che
    si stende dalla Terra del fuoco fino al mare glaciale del polo  artico
    per  cento  e  dieci  gradi  di latitudine.  Ed anche lo confortava il
    sentire che l'aria si  veniva  facendo  sempre  pi  calda;  e  questo
    avveniva  perch,   risalendo  verso  settentrione,   egli  si  andava
    avvicinando alle regioni tropicali.  A  grandi  distanze  trovava  dei
    piccoli gruppi di case,  con una botteguccia;  e comprava qualche cosa
    da mangiare.  Incontrava degli uomini a  cavallo;  vedeva  ogni  tanto
    delle  donne  e dei ragazzi seduti in terra,  immobili e gravi,  delle
    faccie nuove affatto per lui, color di terra,  con gli occhi obbliqui,
    con l'ossa delle guance sporgenti;  i quali lo guardavano fisso,  e lo
    accompagnavano con  lo  sguardo,  girando  il  capo  lentamente,  come
    automi.  Erano Indiani. Il primo giorno cammin fin che gli ressero le
    forze, e dorm sotto un albero.  Il secondo giorno cammin assai meno,
    e con minor animo. Aveva le scarpe rotte, i piedi spellati, lo stomaco
    indebolito dalla cattiva nutrizione.
    Verso sera s'incominciava a impaurire. Aveva inteso dire in Italia che
    in  quei  paesi  c'eran  dei serpenti: credeva di sentirli strisciare,
    s'arrestava, pigliava la corsa, gli correvan dei brividi nelle ossa. A
    volte lo  prendeva  una  grande  compassione  di  s,  e  piangeva  in
    silenzio,  camminando.  Poi pensava: - Oh quanto soffrirebbe mia madre
    se sapesse che  ho  tanta  paura!  -  e  questo  pensiero  gli  ridava
    coraggio. Poi, per distrarsi dalla paura, pensava a tante cose di lei,
    si richiamava alla mente le sue parole di quand'era partita da Genova,
    e l'atto con cui soleva accomodargli le coperte sotto il mento, quando
    era a letto,  e quando era bambino,  che alle volte se lo pigliava fra
    le braccia,  dicendogli: - St un p qui con me,  - e stava cos molto
    tempo,  col capo appoggiato sul suo,  pensando,  pensando. E le diceva
    tra s: - Ti rivedr un giorno, cara madre? Arriver alla fine del mio
    viaggio,  madre mia?  - E camminava,  camminava,  in mezzo  ad  alberi
    sconosciuti,  a  vaste  piantagioni  di canne da zucchero,  a praterie
    senza fine,  sempre con quelle grandi montagne  azzurre  davanti,  che
    tagliavano il cielo sereno coi loro altissimi coni.
    Quattro  giorni  - cinque - una settimana pass.  Le forze gli andavan
    rapidamente scemando, i piedi gli sanguinavano.  Finalmente,  una sera
    al cader del sole,  gli dissero: - Tucuman  a cinque miglia di qui. -
    Egli gitt un grido di gioia,  e affrett il  passo,  come  se  avesse
    riacquistato  in  un  punto  tutto il vigore perduto.  Ma fu una breve
    illusione.  Le forze lo abbandonarono a un tratto,  e cadde  sull'orlo
    d'un fosso, sfinito. Ma il cuore gli batteva dalla contentezza.
    Il cielo,  fitto di stelle splendidissime,  non gli era mai parso cos
    bello.
    Egli le contemplava,  adagiato sull'erba per dormire,  e  pensava  che
    forse  nello  stesso tempo anche sua madre le guardava.  E diceva: - O
    madre mia,  dove sei?  che cosa fai in questo momento?  Pensi  al  tuo
    figliuolo? Pensi al tuo Marco, che ti  tanto vicino?
    Povero  Marco,  s'egli  avesse potuto vedere in quale stato si trovava
    sua madre in quel  punto,  avrebbe  fatto  uno  sforzo  sovrumano  per
    camminare ancora,  e arrivar da lei qualche ora prima.  Era malata,  a
    letto,  in una camera a terreno d'una casetta signorile,  dove abitava
    tutta la famiglia Mequinez; la quale le aveva posto molto affetto e le
    faceva  grande  assistenza.  La povera donna era gi malaticcia quando
    l'ingegnere Mequinez aveva dovuto partire  improvvisamente  da  Buenos
    Aires,  e non s'era punto rimessa colla buon'aria di Cordova.  Ma poi,
    il non aver pi ricevuto risposta alle sue lettere n  dal  marito  n
    dal cugino,  il presentimento sempre vivo di qualche grande disgrazia,
    l'ansiet continua in cui era vissuta,  incerta tra il  partire  e  il
    restare,  aspettando ogni giorno una notizia funesta,  l'avevano fatta
    peggiorare fuor di modo. Da ultimo,  le s'era manifestata una malattia
    gravissima:  un'ernia  intestinale  strozzata.  Da quindici giorni non
    s'alzava  da  letto.   Era  necessaria  un'operazione  chirurgica  per
    salvarle  la vita.  E in quel momento appunto,  mentre il suo Marco la
    invocava,  stavano accanto al suo letto il padrone  e  la  padrona  di
    casa,  a ragionarla con molta dolcezza perch si lasciasse operare, ed
    essa persisteva nel rifiuto, piangendo. Un bravo medico di Tucuman era
    gi venuto la settimana prima, inutilmente. - No,  cari signori - essa
    diceva,  -  non  mette conto;  non ho pi forza di resistere;  morirei
    sotto i ferri del chirurgo.  E' meglio che mi lascino morir cos.  Non
    ci  tengo pi alla vita oramai.  Tutto  finito per me.  E' meglio che
    muoia prima di sapere cos' accaduto alla mia famiglia.  - E i padroni
    a  dirle  di  no,  che  si  facesse coraggio,  che alle ultime lettere
    mandate a  Genova  direttamente  avrebbe  ricevuto  risposta,  che  si
    lasciasse  operare,  che  lo  facesse  per  i suoi figliuoli.  Ma quel
    pensiero dei suoi figliuoli non faceva che aggravare di maggior  ansia
    lo  scoraggiamento profondo che la prostrava da lungo tempo.  A quelle
    parole scoppiava in  un  pianto.  -  Oh,  i  miei  figliuoli!  i  miei
    figliuoli!  - esclamava, giungendo le mani; - forse non ci sono pi! 
    meglio che muoia anch'io. Li ringrazio, buoni signori, li ringrazio di
    cuore.  Ma    meglio  che  muoia.  Tanto  non  guarirei  neanche  con
    l'operazione,  ne sono sicura. Grazie di tante cure, buoni signori. E'
    inutile che dopo domani torni il medico.  Voglio  morire.  E'  destino
    ch'io  muoia  qui.  Ho  deciso.  -  E  quelli  ancora a consolarla,  a
    ripeterle: - No,  non dite questo;  - e a pigliarla per le  mani  e  a
    pregarla.  Ma essa allora chiudeva gli occhi,  sfinita, e cadeva in un
    assopimento,  che pareva morta.  E i padroni restavano  l  un  p  di
    tempo,  alla  luce  fioca  d'un lumicino,  a guardare con grande piet
    quella madre ammirabile,  che per salvare la sua famiglia era venuta a
    morire  a  sei mila miglia dalla sua patria,  a morire dopo aver tanto
    penato, povera donna, cos onesta, cos buona, cos sventurata.
    Il giorno dopo, di buon mattino, con la sua sacca sulle spalle,  curvo
    e zoppicante,  ma pieno d'animo, Marco entrava nella citt di Tucuman,
    una delle pi giovani e  delle  pi  floride  citt  della  Repubblica
    Argentina. Gli parve di rivedere Cordova, Rosario, Buenos Aires: erano
    quelle  stesse  vie  diritte  e  lunghissime,  e  quelle  case basse e
    bianche;  ma da ogni parte una vegetazione nuova e magnifica,  un'aria
    profumata,  una luce meravigliosa,  un cielo limpido e profondo,  come
    egli non l'aveva mai visto, neppure in Italia.  Andando innanzi per le
    vie,  riprov l'agitazione febbrile che lo aveva preso a Buenos Aires;
    guardava le finestre e le porte di tutte le case;  guardava  tutte  le
    donne  che  passavano,  con  una  speranza  affannosa di incontrar sua
    madre;  avrebbe voluto interrogar tutti,  e non osava fermar  nessuno.
    Tutti  di  sugli  usci,  si  voltavano  a  guardar quel povero ragazzo
    stracciato e polveroso,  che mostrava di venir di  tanto  lontano.  Ed
    egli  cercava  fra  la  gente  un  viso che gl'ispirasse fiducia,  per
    rivolgergli quella tremenda domanda,  quando  gli  caddero  gli  occhi
    sopra  un  insegna  di  bottega,  su cui era scritto un nome italiano.
    C'era dentro un uomo con gli occhiali e  due  donne.  Egli  s'avvicin
    lentamente  alla  porta,  e  fatto  un  animo risoluto,  domand: - Mi
    saprebbe dire, signore, dove sta la famiglia Mequinez?
    - Dell'"ingeniero" Mequinez? - domand il bottegaio alla sua volta.
    - Dell'ingegnere Mequinez, - rispose il ragazzo, con un fil di voce.
    - La famiglia Mequinez, - disse il bottegaio, - non  a Tucuman.
    Un grido di disperato dolore, come d'una persona pugnalata, fece eco a
    quelle parole.
    Il bottegaio e le donne s'alzarono,  alcuni vicini  accorsero.  -  Che
    c'? che hai, ragazzo? - disse il bottegaio, tirandolo nella bottega e
    facendolo sedere; - non c' da disperarsi, che diavolo! I Mequinez non
    sono qui, ma poco lontano, a poche ore da Tucuman!
    - Dove? dove? - grid Marco, saltando su come un resuscitato.
    - A una quindicina di miglia di qua,  - continu l'uomo,  - in riva al
    Saladillo,  in un luogo dove stanno costruendo una grande fabbrica  da
    zucchero, un gruppo di case, c' la casa del signor Mequinez, tutti lo
    sanno, ci arriverai in poche ore.
    -  Ci  son stato io un mese fa,  - disse un giovane che era accorso al
    grido.
    Marco lo guard con gli occhi grandi e gli  domand  precipitosamente,
    impallidendo:  - Avete visto la donna di servizio del signor Mequinez,
    l'italiana?
    - La "jenovesa"? L'ho vista.
    Marco ruppe in un singhiozzo convulso,  tra di riso e di  pianto.  Poi
    con  un  impeto di risoluzione violenta: - Dove si passa,  presto,  la
    strada, parto subito, insegnatemi la strada!
    - Ma c' una giornata di marcia,  - gli dissero tutti insieme,  -  sei
    stanco, devi riposare, partirai domattina.
    -  Impossibile!  Impossibile!  - rispose il ragazzo.  - Ditemi dove si
    passa,  non aspetto pi un momento,  parto subito,  dovessi morire per
    via!
    Vistolo irremovibile,  non s'opposero pi.  - Dio t'accompagni,  - gli
    dissero. - Bada alla via per la foresta. - Buon viaggio, "italianito".
    - Un uomo l'accompagn fuori di citt,  gli  indic  il  cammino,  gli
    diede  qualche  consiglio e stette a vederlo partire.  In capo a pochi
    minuti,  il ragazzo scomparve,  zoppicando,  con la  sua  sacca  sulle
    spalle, dietro agli alberi folti che fiancheggiavan la strada.
    Quella notte fu tremenda per la povera inferma.  Essa aveva dei dolori
    atroci che le strappavan degli urli da rompersi le vene,  e  le  davan
    dei momenti di delirio. Le donne che l'assistevano, perdevan la testa.
    La   padrona  accorreva  di  tratto  in  tratto,   sgomentata.   Tutti
    cominciarono a temere che,  se  anche  si  fosse  decisa  a  lasciarsi
    operare, il medico che doveva venire la mattina dopo, sarebbe arrivato
    troppo tardi. Nei momenti che non delirava, per, si capiva che il suo
    pi  terribile  strazio  non erano i dolori del corpo,  ma il pensiero
    della famiglia lontana. Smorta, disfatta, col viso mutato, si cacciava
    le mani nei capelli con un atto di disperazione che passava l'anima, e
    gridava: - Dio mio!  Dio  mio!  Morire  tanto  lontana,  morire  senza
    rivederli!  I miei poveri figliuoli, che rimangono senza madre, le mie
    creature,  il povero sangue mio!  Il mio  Marco,  che    ancora  cos
    piccolo,  alto  cos,  tanto  buono  e affettuoso!  Voi non sapete che
    ragazzo era! Signora, se sapesse!  Non me lo potevo staccare dal collo
    quando  son  partita,  singhiozzava da far compassione,  singhiozzava;
    pareva che lo sapesse che non  avrebbe  mai  pi  rivisto  sua  madre,
    povero Marco,  povero bambino mio! Credevo che mi scoppiasse il cuore!
    Ah se  fossi  morta  allora,  morta  mentre  mi  diceva  addio!  morta
    fulminata fossi!  Senza madre,  povero bambino, lui che m'amava tanto,
    che aveva tanto bisogno di  me,  senza  madre,  nella  miseria,  dovr
    andare  accattando,  lui,  Marco,  Marco  mio,  che  tender  la mano,
    affamato! Oh! Dio eterno! No! Non voglio morire! Il medico! Chiamatelo
    subito! Venga, mi tagli, mi squarci il seno,  mi faccia impazzire,  ma
    mi salvi la vita!  Voglio guarire,  voglio vivere,  partire,  fuggire,
    domani, subito! Il medico! Aiuto! Aiuto!  - E le donne le afferavan le
    mani, la palpavano, pregando, la facevano tornare in s a poco a poco,
    e  le  parlavan  di  Dio  e di speranza.  E allora essa ricadeva in un
    abbattimento mortale, piangeva, con le mani nei capelli grigi,  gemeva
    come  una  bambina,  mettendo  un lamento prolungato,  e mormorando di
    tratto in tratto: - Oh la mia Genova! La mia casa! Tutto quel mare!...
    Oh Marco mio, il mio povero Marco!  Dove sar ora,  la povera creatura
    mia!
    Era  mezzanotte;  e  il suo povero Marco,  dopo aver passato molte ore
    sulla  sponda  d'un  fosso,   stremato  di  forze,   camminava  allora
    attraverso  a  una  foresta  vastissima di alberi giganteschi,  mostri
    della  vegetazione,   dai  fusti  smisurati,   simili  a  pilastri  di
    cattedrali, che intrecciavano a un'altezza meravigliosa le loro enormi
    chiome  inargentate dalla luna.  Vagamente,  in quella mezza oscurit,
    egli vedeva miriadi di tronchi di tutte le  forme,  ritti,  inclinati,
    scontorti,  incrociati in atteggiamenti strani di minaccia e di lotta;
    alcuni rovesciati a terra,  come torri  cadute  tutte  d'un  pezzo,  e
    coperti  d'una  vegetazione  fitta  e  confusa,  che  pareva una folla
    furente che se li disputasse a palmo a palmo; altri raccolti in grandi
    gruppi, verticali e serrati come fasci di lancie titaniche,  di cui la
    punta toccasse le nubi; una grandezza superba, un disordine prodigioso
    di forme colossali,  lo spettacolo pi maestosamente terribile che gli
    avesse mai offerto la natura vegetale.
    A momenti lo prendeva un grande stupore.  Ma  subito  l'anima  sua  si
    rilanciava  verso  sua  madre.  Ed era sfinito,  coi piedi che facevan
    sangue,  solo in mezzo a quella formidabile foresta,  dove non  vedeva
    che  a lunghi intervalli delle piccole abitazioni umane,  che ai piedi
    di  quegli  alberi  parevan  nidi  di  formiche,   e  qualche   bufalo
    addormentato lungo la via;  era sfinito, ma non sentiva la stanchezza;
    era solo,  e non aveva paura.  La grandezza della  foresta  ingrandiva
    l'anima sua; la vicinanza di sua madre gli dava la forza e la baldanza
    d'un  uomo;  la  ricordanza  dell'oceano,  degli sgomenti,  dei dolori
    sofferti  e  vinti,  delle  fatiche  durate,   della  ferrea  costanza
    spiegata,  gli  facea,  alzare la fronte;  tutto il suo forte e nobile
    sangue genovese gli rifluiva al cuore in un'onda ardente d'alterezza e
    d'audacia.  E una cosa nuova seguiva in lui: che  mentre  fino  allora
    aveva  portata nella mente un'immagine della madre oscurata e sbiadita
    un poco da quei due anni di lontananza, in quei momenti quell'immagine
    gli si chiariva;  egli rivedeva il suo viso intero  e  netto  come  da
    lungo  tempo  non l'aveva visto pi;  lo rivedeva vicino,  illuminato,
    parlante;  rivedeva i movimenti pi sfuggevoli dei suoi occhi e  delle
    sue labbra,  tutti i suoi atteggiamenti,  tutti i suoi gesti, tutte le
    ombre dei suoi  pensieri;  e  sospinto  da  quei  ricordi  incalzanti,
    affrettava il passo;  e un nuovo affetto, una tenerezza indicibile gli
    cresceva,  gli cresceva nel cuore,  facendogli correre  gi  pel  viso
    delle  lacrime  dolci  e  quiete;  e andando avanti nelle tenebre,  le
    parlava, le diceva le parole che le avrebbe mormorate all'orecchio tra
    poco: - Son qui,  madre mia,  eccomi qui,  non  ti  lascer  mai  pi;
    torneremo a casa insieme, e io ti star sempre accanto sul bastimento,
    stretto a te,  e nessuno mi staccher mai pi da te, nessuno, mai pi,
    fin che avrai vita!  - E non s'accorgeva intanto che sulle cime  degli
    alberi  giganteschi  andava morendo la luce argentina della luna nella
    bianchezza delicata dell'alba.
    Alle otto di quella  mattina  il  medico  di  Tucuman,  -  un  giovane
    argentino  -  era  gi  al  letto  della  malata,  in  compagnia  d'un
    assistente,  a tentare per l'ultima volta di persuaderla  a  lasciarsi
    operare;  e  con  lui  ripetevano  le  pi  calde  istanze l'ingegnere
    Mequinez e la sua signora. Ma tutto era inutile. La donna,  sentendosi
    esausta  di  forze,  non  aveva  pi  fede  nell'operazione;  essa era
    certissima o di morire sull'atto o di non sopravvivere che poche  ore,
    dopo  d'aver  sofferto  invano  dei dolori pi atroci di quelli che la
    dovevano uccidere naturalmente.  Il medico  badava  a  ridirle:  -  Ma
    l'operazione    sicura,  ma  la  vostra  salvezza  certa,  purch ci
    mettiate un p di coraggio!  Ed  egualmente certa la vostra morte  se
    vi rifiutate!  - Eran parole buttate via. - No, - essa rispondeva, con
    la voce fioca,  - ho ancora coraggio per morire;  ma non ne ho pi per
    soffrire inutilmente.  Grazie,  signor dottore.  E' destinato cos. Mi
    lasci morir tranquilla. - Il medico, scoraggiato, desistette.  Nessuno
    parl pi.  Allora la donna volt il viso verso la padrona,  e le fece
    con voce di moribonda le sue ultime preghiere. - Cara,  buona signora,
    - disse a gran fatica,  singhiozzando, - lei mander quei pochi denari
    e le mie povere  robe  alla  mia  famiglia...  per  mezzo  del  signor
    Console.  Io  spero  che sian tutti vivi.  Il cuore mi predice bene in
    questi ultimi momenti. Mi far la grazia di scrivere...  che ho sempre
    pensato  a  loro,  che  ho  sempre  lavorato  per  loro...  per i miei
    figliuoli...  e che il mio solo dolore fu di non rivederli  pi...  ma
    che  son  morta  con coraggio...  rassegnata...  benedicendoli;  e che
    raccomando a mio marito...  e al  mio  figliuolo  maggiore...  il  pi
    piccolo,  il  mio  povero  Marco...  che  l'ho  avuto  in  cuore  fino
    all'ultimo  momento...  -  Ed  esaltandosi  tutt'a  un  tratto,  grid
    giungendo le mani: - Il mio Marco!  Il mio bambino!  La vita mia!... -
    Ma girando gli occhi pieni di pianto,  vide che la padrona  non  c'era
    pi:  eran  venuti  a  chiamarla  furtivamente.  Cerc il padrone: era
    sparito.
    Non restavan pi che le due  infermiere  e  l'assistente.  Si  sentiva
    nella stanza vicina un rumore affrettato di passi, un mormorio di voci
    rapide  e  sommesse,  e  d'esclamazioni  rattenute.  La  malata  fiss
    sull'uscio gli occhi  velati,  aspettando.  Dopo  alcuni  minuti  vide
    comparire  il  medico,  con  un  viso  insolito;  poi  la padrona e il
    padrone,  anch'essi col viso alterato.  Tutti e tre la guardarono  con
    un'espressione singolare, e si scambiarono alcune parole a bassa voce.
    Le  parve  che  il medico dicesse alla signora: - Meglio subito.  - La
    malata non capiva.
    - Josefa,  - le disse la padrona con la voce tremante.  - Ho una buona
    notizia da darvi. Preparate il cuore a una buona notizia.
    La donna la guard attentamente.
    -  Una notizia,  - continu la signora,  sempre pi agitata,  - che vi
    dar una grande gioia.
    La malata dilat gli occhi.
    - Preparatevi, - prosegu la padrona, - a vedere una persona...  a cui
    volete molto bene.
    La  donna  alz il capo con un scatto vigoroso,  e cominci a guardare
    rapidamente ora la signora ora l'uscio, con gli occhi sfolgoranti.
    - Una persona,  - soggiunse la signora,  impallidendo,  - arrivata  or
    ora... inaspettatamente.
    -  Chi  ?  - grid la donna con una voce strozzata e strana,  come di
    persona spaventata.
    Un istante dopo gitt un grido altissimo, balzando a sedere sul letto,
    e rimase immobile, con gli occhi spalancati e con le mani alle tempie,
    come davanti a un'apparizione sovrumana.
    Marco, lacero e polveroso,  era l ritto sulla soglia,  trattenuto per
    un braccio dal dottore.
    La donna url tre volte: - Dio! Dio! Dio mio!
    Marco si slanci avanti,  essa protese le braccia scarne, e serrandolo
    al seno con la forza d'una tigre,  scoppi in un riso violento,  rotto
    da profondi singhiozzi senza lagrime,  che la fecero ricader soffocata
    sul cuscino.
    Ma si riprese subito e grid pazza di gioia, tempestandogli il capo di
    baci: - Come sei qui?  Perch?  Sei tu?  Come sei cresciuto!  Chi t'ha
    condotto? Sei solo? Non sei malato? Sei tu, Marco! Non  un sogno! Dio
    mio!  Parlami!  -  Poi  cambiando  tono  improvvisamente: - No!  Taci!
    Aspetta!  - E voltandosi verso il  medico,  a  precipizio:  -  Presto,
    subito,  dottore.  Voglio guarire.  Son pronta.  Non perda un momento.
    Conducete via Marco  che  non  senta.  Marco  mio,  non    nulla.  Mi
    racconterai. Ancora un bacio. Va. Eccomi qui, dottore.
    Marco  fu  portato  via.  I  padroni  e  le  donne uscirono in fretta;
    rimasero il chirurgo e l'assistente, che chiusero la porta.
    Il signor Mequinez tent di tirar Marco in una stanza lontana;  ma  fu
    impossibile; egli parea inchiodato al pavimento.
    - Cosa c'? - domand. - Cos'ha mia madre? Cosa le fanno?
    E allora il Mequinez,  piano, tentando sempre di condurlo via: - Ecco.
    Senti.  Ora ti dir.  Tua madre  malata,  bisogna farle  una  piccola
    operazione, ti spiegher tutto, vieni con me.
    -  No,  -  rispose  il ragazzo,  impuntandosi,  - voglio star qui.  Mi
    spieghi qui.
    L'ingegnere  ammontava  parole  su  parole,   tirandolo:  il   ragazzo
    cominciava a spaventarsi e a tremare.
    A  un  tratto un grido acutissimo,  come il grido d'un ferito a morte,
    rison in tutta la casa.
    Il ragazzo rispose con un altro grido disperato: - Mia madre  morta!
    Il medico comparve sull'uscio e disse: - Tua madre  salva.
    Il ragazzo lo  guard  un  momento  e  poi  si  gett  ai  suoi  piedi
    singhiozzando: - Grazie dottore!
    Ma  il  dottore  lo rialz d'un gesto,  dicendo: - Levati!...  Sei tu,
    eroico fanciullo, che hai salvato tua madre.


    Estate.
    24, mercoled.

    Marco il  genovese    il  penultimo  piccolo  eroe  di  cui  facciamo
    conoscenza quest'anno: non ne resta che uno per il mese di giugno. Non
    ci  son  pi  che due esami mensili,  ventisei giorni di lezione,  sei
    gioved e cinque domeniche.  Si sente gi l'aria della fine dell'anno.
    Gli  alberi  del  giardino,  fronzuti e fioriti,  fanno una bell'ombra
    sugli attrezzi della  ginnastica.  Gli  scolari  son  gi  vestiti  da
    estate.  E' bello ora veder l'uscita delle classi, com' tutto diverso
    dai mesi scorsi.  Le capigliature che toccavan le spalle  sono  andate
    gi:  tutte  le teste sono rapate;  si vedono gambe nude e colli nudi;
    cappellini di paglia d'ogni forma,  con dei  nastri  che  scendon  fin
    sulle  schiene;  camicie  e cravattine di tutti i colori;  tutti i pi
    piccoli con qualche cosa addosso di rosso o d'azzurro, una mostra,  un
    orlo,  una  nappina,  un cencino di color vivo appiccicato pur che sia
    dalla mamma, perch faccia figura, anche i pi poveri, e molti vengono
    alla scuola senza cappello,  come scappati di casa.  Alcuni portano il
    vestito bianco della ginnastica.  C' un ragazzo della maestra Delcati
    che  tutto rosso da capo a piedi,  come un  gambero  cotto.  Parecchi
    sono vestiti da marinai.  Ma il pi bello  il muratorino che ha messo
    su un cappellone di paglia,  che gli d l'aria d'una mezza candela col
    paralume;  ed    un ridere a vedergli fare il muso di lepre l sotto.
    Coretti anche ha smesso il suo berretto di pel di  gatto  e  porta  un
    vecchio berretto di seta grigia da viaggiatore.
    Votini  ha  una  specie di vestimento alla scozzese,  tutto attillato;
    Crossi mostra il petto nudo;  Precossi sguazza dentro a un  camiciotto
    turchino da fabbro ferraio.  E Garoffi?  Ora che ha dovuto lasciare il
    mantellone,  che nascondeva il suo commercio,  gli rimangono  scoperte
    bene tutte le tasche gonfie d'ogni sorta di carabattole da rigattiere,
    e gli spuntan fuori le liste delle lotterie.  Ora tutti lascian vedere
    quello che  portano:  dei  ventagli  fatti  con  mezza  gazzetta,  dei
    bocciuoli di canna,  delle freccie da tirare agli uccelli,  dell'erba,
    dei maggiolini che sbucano fuor delle tasche e vanno su pian piano per
    le giacchette.  Molti di quei piccoli portano dei  mazzetti  di  fiori
    alle maestre.  Anche le maestre son tutte vestite da estate, di colori
    allegri; fuorch la monachina che  sempre nera,  e la maestrina della
    penna rossa ha sempre la sua penna rossa,  e un nodo di nastri rosa al
    collo,  tutti sgualciti dalle zampette dei suoi scolari,  che la fanno
    sempre  ridere  e  correre.  E'  la  stagione  delle  ciliegie,  delle
    farfalle,  delle musiche sui viali e delle  passeggiate  in  campagna;
    molti  di  quarta  scappano gi a bagnarsi nel Po;  tutti hanno gi il
    cuore alle vacanze;  ogni giorno si esce dalla scuola pi impazienti e
    contenti del giorno innanzi.  Soltanto mi fa pena di veder Garrone col
    lutto,  e la mia povera maestra di prima che  sempre pi smunta e pi
    bianca e tosse sempre pi forte.  Cammina curva ora, e mi fa un saluto
    cos triste!


    Poesia.
    26, venerd.

    "Tu cominci a comprendere  la  poesia  della  scuola,  Enrico;  ma  la
    scuola, per ora, non la vedi che di dentro: ti parr molto pi bella e
    pi  poetica  fra  trent'anni,  quando ci verrai a accompagnare i tuoi
    figliuoli, e la vedrai di fuori, come io la vedo. Aspettando l'uscita,
    io giro per  le  strade  silenziose,  intorno  all'edifizio,  e  porgo
    l'orecchio alle finestre del pian terreno,  chiuse dalle persiane.  Da
    una finestra sento la voce d'una maestra che dice -  Ah!  quel  taglio
    dit.!  Non  va,  figliuol  mio.  Che  ne direbbe tuo padre?...  - Alla
    finestra vicina  la grossa voce d'un maestro che detta lentamente.  -
    Comper  cinquanta  metri  di stoffa...  a lire quattro e cinquanta il
    metro... li rivendette... - Pi in l  la maestrina della penna rossa
    che legge ad alta voce: - Allora Pietro Micca con la miccia  accesa...
    -  Dalla  classe vicina esce come un cinguettio di cento uccelli,  che
    vuol dir che il maestro  andato fuori un momento. Vo innanzi,  e alla
    svoltata  del  canto  sento  uno  scolaro che piange,  e la voce della
    maestra che lo rimprovera o lo  consola.  Da  altre  finestre  vengono
    fuori  dei versi,  dei nomi d'uomini grandi e buoni,  dei frammenti di
    sentenze che consiglian la virt, l'amor di patria,  il coraggio.  Poi
    seguono  dei  momenti di silenzio,  in cui si direbbe che l'edifizio 
    vuoto, e non par possibile che ci sian dentro settecento ragazzi,  poi
    si  senton  degli  scoppi rumorosi d'ilarit,  provocati dallo scherzo
    d'un maestro di buon umore...  E la gente  che  passa  si  sofferma  a
    ascoltare,  e tutti rivolgono uno sguardo di simpatia a quell'edificio
    gentile,  che racchiude tanta giovinezza e tante speranze.  Poi si ode
    un  improvviso strepito sordo,  un batter di libri e di cartelle,  uno
    stropiccio di piedi,  un ronzo che si propaga di classe in  classe  e
    dal  basso  all'alto,  come  al  diffondersi  improvviso  d'una  buona
    notizia:  il bidello che gira ad annunziare  il  .finis..  E  a  quel
    rumore una folla di donne,  d'uomini,  di ragazze e di giovanetti,  si
    stringono di qua e di l dalla  porta,  a  aspettare  i  figliuoli,  i
    fratelli,  i  nipotino,  mentre dagli usci delle classi schizzan fuori
    come zampillando nel camerone i ragazzi piccoli,  a pigliar cappottini
    e cappelli, facendone un arruffo sul pavimento, e ballettando tutt'in
    giro,  fin che il bidello li ricaccia dentro a uno a uno. E finalmente
    escono, in lunghe file, battendo i piedi.  E allora da tutti i parenti
    comincia  la  pioggia  delle domande: - Hai saputo la lezione?  Quanto
    t'ha dato del  lavoro?  Che  cos'avete  per  domani?  Quand'  l'esame
    mensile?  -  E  anche le povere madri che non sanno leggere,  aprono i
    quaderni, guardano i problemi, domandano i punti: - Solamente otto?  -
    Dieci con lode?  - Nove di lezione? - E s'inquietano e si rallegrano e
    interrogano i maestri e parlan di programmi  e  d'esami.  Com'  bello
    tutto questo, com' grande, e che immensa promessa  pel mondo!"
    Tuo padre.


    La sordomuta.
    28, domenica.

    Non  potevo finirlo meglio che con la visita di questa mattina il mese
    di maggio. Udiamo una scampanellata,  corriamo tutti.  Sento mio padre
    che dice in tuono di meraviglia: - Voi qui, Giorgio? - Era Giorgio, il
    nostro  giardiniere  di  Chieri,  che  ora  ha  la famiglia a Condove,
    arrivato allora allora da Genova,  dov'era sbarcato il giorno  avanti,
    di  ritorno  dalla  Grecia,  dopo  tre  anni  che lavorava alle strade
    ferrate. Aveva un grosso fagotto fra le braccia. E' un p invecchiato,
    ma sempre rosso in viso e gioviale.
    Mio padre voleva che entrasse; ma egli disse di no,  e domand subito,
    facendo il viso serio: - Come va la mia famiglia? Come sta Gigia?
    - Bene fino a pochi giorni fa, - rispose mia madre.
    Giorgio  tir  un gran sospiro: - Oh!  Sia lodato Iddio!  Non avevo il
    coraggio di presentarmi ai Sordomuti  senz'aver  notizie  da  lei.  Io
    lascio  qui il fagotto e scappo a pigliarla.  Tre anni che non la vedo
    la mia povera figliuola! Tre anni che non vedo nessuno dei miei!
    Mio padre mi disse: - Accompagnalo.
    -  Ancora  una  parola,   mi  scusi,   -  disse  il  giardiniere   sul
    pianerottolo.
    Ma mio padre l'interruppe: - E gli affari?
    -  Bene,  - rispose,  - grazie a Dio.  Qualche soldo l'ho portato.  Ma
    volevo domandare.  Come va l'istruzione della mutina,  dica un p.  Io
    l'ho lasciata che era come un povero animaletto,  povera creatura.  Io
    ci credo poco, gi, a questi collegi. Ha imparato a fare i segni?  Mia
    moglie  mi  scriveva  bene:  - Impara a parlare,  fa progressi.  - Ma,
    dicevo io, che cosa vale che impari a parlare lei se io i segni non li
    so fare? Come faremo a intenderci, povera piccina?  Quello  buono per
    capirsi fra loro,  un disgraziato con l'altro.  Come va,  dunque? Come
    va?
    Mio padre sorrise,  e rispose: -  Non  vi  dico  nulla;  vedrete  voi;
    andate, andate; non le rubate un minuto di pi.
    Uscimmo;  l'istituto    vicino.  Strada facendo,  a grandi passi,  il
    giardiniere mi parlava,  rattristandosi.  - Ah!  la mia povera  Gigia!
    Nascere con quella disgrazia!  Dire che non mi son mai sentito chiamar
    "padre" da lei, che lei non s' mai sentita chiamar "figliuola" da me,
    che mai non ha detto n inteso una parola al mondo!  E grazia che  s'
    trovato  un  signore caritatevole che ha fatto le spese dell'istituto.
    Ma tanto... prima degli otto anni non c' potuta andare.  Son tre anni
    che non  in casa. Va per gli undici, adesso. E' cresciuta, mi dica un
    p,  cresciuta?  di buon umore?
    - Ora vedrete, ora vedrete, - gli risposi affrettando il passo.
    -  Ma  dov' quest'istituto?  - domand.  - Mia moglie ce l'accompagn
    ch'ero gi partito. Mi pare che debba essere da queste parti.
    Eravamo appunto arrivati.  Entrammo subito nel  parlatorio.  Ci  venne
    incontro  un  custode.  -  Sono  il  padre  di  Gigia Voggi,  disse il
    giardiniere; - la mia figliuola subito subito.  - Sono in ricreazione,
    - rispose il custode, - vado a avvertir la maestra. - E scapp.
    Il  giardiniere non poteva pi n parlare,  n star fermo;  guardava i
    quadri alle pareti, senza veder nulla.
    La porta s'aperse: entr una maestra, vestita di nero, con una ragazza
    per mano.
    Padre e figliuola si guardarono un momento e poi si slanciarono  l'uno
    nelle braccia dell'altro, mettendo un grido.
    La  ragazza  era  vestita  di  rigatino  bianco  e  rossiccio,  con un
    grembiale grigio.  E' pi alta di me.  Piangeva  e  teneva  suo  padre
    stretto al collo con tutt'e due le braccia.
    Suo  padre  si  svincol,  e si mise a guardarla da capo a piedi,  coi
    lucciconi agli occhi,  ansando come se avesse fatto una gran corsa;  e
    sclam: - Ah!  com' cresciuta!  come s' fatta bella! Oh la mia cara,
    la mia povera Gigia!  La  mia  povera  mutina!  E'  lei,  signora,  la
    maestra?  Le  dica un p che mi faccia pure i suoi segni,  che qualche
    cosa capir,  e poi imparer a poco a poco.  Le  dica  che  mi  faccia
    capire qualche cosa, coi gesti.
    La  maestra  sorrise  e  disse  a  bassa  voce  alla  ragazza: - Chi 
    quest'uomo che t' venuto a trovare?
    E la ragazza, con una voce grossa,  strana,  stuonata come quella d'un
    selvaggio  che  parlasse  per  la  prima  volta  la nostra lingua,  ma
    pronunciando chiaro, e sorridendo, rispose: - E' mi-o pa-dre.
    Il giardiniere diede un passo indietro e grid come un matto: - Parla!
    Ma  possibile!  Ma  possibile!  Parla?  Ma tu  parli,  bambina  mia,
    parli? dimmi un poco: parli? - E di nuovo l'abbracci e la baci sulla
    fronte tre volte.  - Ma non  coi gesti che parlano,  signora maestra,
    non  con le dita, cos? Ma cosa  questo?
    - No, signor Voggi,  - rispose la maestra,  - non  coi gesti.  Quello
    era  il  metodo  antico.  Qui  s'insegna col metodo nuovo,  col metodo
    orale. Come non lo sapevate?
    - Ma io non sapevo niente!  - rispose il giardiniere,  trasecolato.  -
    Tre anni che son fuori! O me l'avranno scritto e non l'ho capito. Sono
    una testa di legno,  io. O figliuola mia, tu mi capisci, dunque? Senti
    la mia voce? Rispondi un poco: mi senti? Senti quello che ti dico?
    - Ma no, buon uomo, - disse la maestra, - la voce non la sente, perch
     sorda.
    Essa capisce dai movimenti della vostra bocca quali sono le parole che
    voi dite; ecco la cosa; ma non sente le vostre parole e neppure quello
    che essa dice a voi; le pronuncia perch le abbiamo insegnato, lettera
    per lettera,  come deve atteggiar le labbra e muover la lingua,  e che
    sforzo deve far col petto e con la gola, per metter fuori la voce.
    Il  giardiniere  non  cap,  e  stette a bocca aperta.  Non ci credeva
    ancora.
    - Dimmi, Gigia, - domand alla figliuola,  parlandole all'orecchio,  -
    sei contenta che tuo padre sia ritornato? - E rialzato il viso, stette
    a aspettar la risposta.
    La ragazza lo guard, pensierosa, e non disse nulla.
    Il padre rimase turbato.
    La maestra rise. Poi disse: - Buon uomo, non vi risponde perch non ha
    visto  i movimenti delle vostre labbra: le avete parlato all'orecchio!
    Ripetete la domanda tenendo bene il vostro viso davanti al suo.
    Il padre,  guardandola bene in faccia,  ripet: - Sei contenta che tuo
    padre sia ritornato? che non se ne vada pi via?
    La ragazza,  che gli aveva guardato attenta le labbra,  cercando anche
    di vedergli dentro alla bocca, rispose francamente:
    - S, so-no contenta, che sei tor-na-to, che non vai via... mai pi.
    Il padre l'abbracci impetuosamente,  e poi in fretta e in furia,  per
    accertarsi meglio, la affoll di domande.
    - Come si chiama la mamma?
    - An-tonia.
    - Come si chiama la tua sorella piccola?
    - A-de-laide.
    - Come si chiama questo collegio?
    - Dei sor-do-muti.
    - Quanto fa due volte dieci?
    - Venti.
    Mentre  credevamo  che  ridesse  di gioia,  tutt'a un tratto si mise a
    piangere. Ma era gioia anche quella.
    - Animo, - gli disse la maestra, - avete motivo di rallegrarvi, non di
    piangere.  Vedete che fate piangere anche la vostra  figliuola.  Siete
    contento, dunque?
    Il  giardiniere  afferr la mano alla maestra e gliela baci due o tre
    volte dicendo: - Grazie,  grazie,  cento  volte  grazie,  mille  volte
    grazie, cara signora maestra! E mi perdoni che non le so dir altro!
    - Ma non solo parla,  - gli disse la maestra; - la vostra figliuola sa
    scrivere.  Sa far di conto.  Conosce il  nome  di  tutti  gli  oggetti
    usuali.  Sa  un  poco  di  storia  e di geografia.  Ora  nella classe
    normale. Quando avr fatte le altre due classi, sapr molto,  molto di
    pi.  Uscir di qui che sar in grado di prendere una professione.  Ci
    abbiamo gi dei sordomuti che  stanno  nelle  botteghe  a  servir  gli
    avventori, e fanno i loro affari come gli altri.
    Il giardiniere rimase stupito daccapo. Pareva che gli si confondessero
    le idee un'altra volta.  Guard la figliuola e si gratt la fronte. Il
    suo viso domandava ancora una spiegazione.
    Allora la maestra si volt al custode e gli disse:
    - Chiamatemi una bimba della classe preparatoria.
    Il custode torn poco dopo con una sordomuta  di  otto  o  nove  anni,
    entrata da pochi giorni nell'istituto.
    -  Questa,  -  disse la maestra,  -  una di quelle a cui insegniamo i
    primi elementi. Ecco come si fa. Voglio farle dire "e". State attento.
    - La maestra aperse la bocca,  come si apre per pronunciare la  vocale
    "e",  e  accenn alla bimba che aprisse la bocca nella stessa maniera.
    La bimba obbed. Allora la maestra le fece cenno che mettesse fuori la
    voce. Quella mise fuori la voce,  ma invece di "e",  pronunzi "o".  -
    No, - disse la maestra, - non  questo. - E pigliate le due mani della
    bimba, se ne mise una aperta sulla gola e l'altra sul petto, e ripet:
    - "e".  - La bimba,  sentito con le mani il movimento della gola e del
    petto della  maestra,  riaperse  la  bocca  come  prima,  e  pronunzi
    benissimo:  -  "e".  - Nello stesso modo la maestra le fece dire "c" e
    "d",  sempre tenendosi le due piccole mani sul petto e sulla  gola.  -
    Avete capito ora? - domand.
    Il  padre  aveva  capito;  ma  pareva  pi  meravigliato di quando non
    capiva. - E insegnano a parlare in quella maniera? - domand,  dopo un
    minuto  di  riflessione,  guardando  la  maestra.  - Hanno la pazienza
    d'insegnare a parlare a quella maniera, a poco a poco, a tutti quanti?
    a uno a uno?... per anni e anni?... Ma loro sono santi, sono!  Ma loro
    sono  angeli  del  paradiso!  Ma non c' al mondo una ricompensa,  per
    loro!  Che cosa ho da dire?...  Ah!  mi lascino un  poco  con  la  mia
    figliuola, ora. Me la lascino cinque minuti per me solo.
    E  tiratala  a sedere in disparte cominci a interrogarla,  e quella a
    rispondere,  ed egli rideva con gli occhi lustri,  battendosi i  pugni
    sulle  ginocchia,  e  pigliava la figliuola con le mani,  guardandola,
    fuor di s dalla contentezza a sentirla,  come se fosse una  voce  che
    venisse  dal  cielo;  poi domand alla maestra: - Il signor Direttore,
    sarebbe permesso di ringraziarlo?
    - Il Direttore non c',  - rispose  la  maestra.  -  Ma  c'  un'altra
    persona  che dovreste ringraziare.  Qui ogni ragazza piccola  data in
    cura a una compagna pi grande,  che le fa da sorella,  da  madre.  La
    vostra  affidata a una sordomuta di diciassette anni,  figliuola d'un
    fornaio, che  buona e le vuol bene molto: da due anni va a aiutarla a
    vestirsi ogni mattina, la pettina, le insegna a cucire, le accomoda la
    roba,  le tien buona compagnia.  Luigia,  come si chiama la tua  mamma
    dell'istituto?
    La ragazza sorrise e rispose: - Cate-rina Gior-dano. - Poi disse a suo
    padre: - Mol-to, mol-to buona.
    Il custode,  uscito a un cenno della maestra, ritorn quasi subito con
    una sordomuta bionda,  robusta di viso allegro,  vestita anch'essa  di
    rigatino   rossiccio  col  grembiale  grigio;   la  quale  si  arrest
    sull'uscio e arross; poi chin la testa, ridendo.
    Aveva il corpo d'una donna, e pareva una bambina.
    La figliuola di Giorgio le corse subito  incontro,  la  prese  per  un
    braccio  come una bimba e la tir davanti a suo padre,  dicendo con la
    sua grossa voce: - Ca-te-rina Gior-dano.
    - Ah!  la brava ragazza!  - esclam il padre,  e allung la  mano  per
    carezzarla, ma la tir indietro, e ripet: - Ah! la buona ragazza, che
    Dio la benedica,  che le dia tutte le fortune,  tutte le consolazioni,
    che la faccia sempre felice lei e tutti  i  suoi,  una  buona  ragazza
    cos,  povera  la mia Gigia,   un onesto operaio,  un povero padre di
    famiglia che glielo augura di tutto cuore!
    La ragazza grande accarezzava la piccola, sempre tenendo il viso basso
    e sorridendo;  e il  giardiniere  continuava  a  guardarla,  come  una
    madonna.
    -  Oggi  vi  potete  pigliar  con voi la vostra figliuola,  - disse la
    maestra.
    - Se me la piglio! - rispose il giardiniere. - Me la conduco a Condove
    e la riporto domani mattina. Si figuri un p se non me la piglio! - La
    figliuola scapp a vestirsi.  - Dopo tre  anni  che  non  la  vedo!  -
    riprese il giardiniere. - Ora che parla! A Condove subito me la porto.
    Ma  prima voglio far un giro per Torino con la mia mutina a braccetto,
    che tutti la vedano,  e condurla dalle mie quattro conoscenze,  che la
    sentano! Ah! la bella giornata! Questa si chiama una consolazione! Qua
    il braccio a tuo padre,  Gigia mia!  - La ragazza,  ch'era tornata con
    una mantellina e una cuffietta, gli diede il braccio.
    - E grazie a tutti!  - disse il padre di sull'uscio.  - Grazie a tutti
    con tutta l'anima mia! Torner ancora una volta a ringraziar tutti!
    Rimase  un  momento  sopra  pensiero,  poi si stacc bruscamente dalla
    ragazza,  torn indietro frugandosi con una mano nella  sottoveste,  e
    grid come un furioso: - Ebbene,  sono un povero diavolo, ma ecco qui,
    lascio venti lire per l'istituto, un marengo d'oro bell'e nuovo.
    E dando un gran colpo sul tavolino, vi lasci il marengo.
    - No, no,  brav'uomo,  - disse la maestra commossa.  - Ripigliatevi il
    vostro denaro.  Io non lo posso accettare. Ripigliatevelo. Non tocca a
    me. Verrete quando ci sar il Direttore. Ma non accetter nemmeno lui,
    statene sicuro.  Avete faticato troppo per guadagnarveli,  pover'uomo.
    Vi saremo tutti grati lo stesso.
    - No, io lo lascio, - rispose il giardiniere, intestato; - e poi... si
    vedr.
    Ma  la maestra gli rimise la moneta in tasca senza lasciargli il tempo
    di respingerla.
    E allora egli si rassegn,  crollando il  capo;  e  poi,  rapidamente,
    mandato  un  bacio  con la mano alla maestra e alla ragazza grande,  e
    ripreso il braccio della sua figliuola,  si slanci con lei fuor della
    porta dicendo: - Vieni,  vieni,  figliuola mia, povera mutina mia, mio
    tesoro!
    E la figliuola esclam con la sua voce grossa: - Oh-che-bel-sole!.







    GIUGNO.

    Garibaldi.
    3, sabato. Domani  la festa nazionale.

    "Oggi  un lutto nazionale. Ieri sera  morto Garibaldi.  Sai chi era?
      quello  che  affranc  dieci  milioni d'Italiani dalla tirannia dei
    Borboni. E' morto a settantacinque anni.  Era nato a Nizza,  figliuolo
    d'un capitano di bastimento.  A otto anni salv la vita a una donna, a
    tredici,   tir  a  salvamento  una  barca  piena  di   compagni   che
    naufragavano,   a  ventisette,   trasse  dall'acque  di  Marsiglia  un
    giovanetto  che  s'annegava,   a  quarant'uno  scamp  un   bastimento
    dall'incendio sull'Oceano.  Egli combatt dieci anni in America per la
    libert d'un popolo straniero,  combatt  in  tre  guerre  contro  gli
    Austriaci  per  la  liberazione  della Lombardia e del Trentino difese
    Roma dai  Francesi  nel  1849,  liber  Palermo  e  Napoli  nel  1860,
    ricombatt  per  Roma  nel  '67,  lott  nel 1870 contro i Tedeschi in
    difesa della Francia.  Egli aveva la fiamma dell'eroismo  e  il  genio
    della   guerra.   Combatt   in  quaranta  combattimenti  e  ne  vinse
    trentasette.  Quando non combatt,  lavor per vivere o si  chiuse  in
    un'isola  solitaria  a  coltivare la terra.  Egli fu maestro marinaio,
    operaio,  negoziante,  soldato,  generale,   dittatore.   Era  grande,
    semplice e buono.  Odiava tutti gli oppressori;  amava tutti i popoli;
    proteggeva tutti i deboli;  non aveva altra aspirazione che  il  bene,
    rifiutava gli onori;  disprezzava la morte,  adorava l'Italia.  Quando
    gettava un grido di guerra,  legioni di valorosi accorrevano a lui  da
    ogni  parte.   signori  lasciavano  i  palazzi;  operai  le  officine,
    giovanetti le scuole per andar a combattere al sole della sua  gloria.
    In guerra portava una camicia rossa.  Era forte,  biondo,  bello.  Sui
    campi di battaglia era un fulmine,  negli affetti  un  fanciullo,  nei
    dolori  un  santo.  Mille  Italiani  son  morti per la patria,  felici
    morendo di vederlo passar di lontano vittorioso migliaia si  sarebbero
    fatti  uccidere per lui;  milioni lo benedissero e lo benediranno.  E'
    morto.  Il mondo intero lo piange.  Tu non lo comprendi  per  ora.  Ma
    leggerai le sue gesta, udrai parlar di lui continuamente nella vita; e
    via  via  che  crescerai,  la sua immagine crescer pure davanti a te;
    quando sarai un uomo,  lo vedrai gigante,  e quando non sarai  pi  al
    mondo tu, quando non vivranno pi i figli dei tuoi figli, e quelli che
    saran  nati  da  loro,  ancora  le generazioni vedranno in alto la sua
    testa luminosa di rendentore di popoli coronata  dai  nomi  delle  sue
    vittorie come da un cerchio di stelle,  e ad ogni italiano risplender
    la fronte e l'anima pronunziando il suo nome".
    Tuo padre.

    L'esercito.
    11, domenica. Festa nazionale.  Ritardata di sette giorni per la morte
    di Garibaldi.

    Siamo  andati in piazza Castello a veder la rassegna dei soldati,  che
    sfilarono davanti al Comandante del Corpo d'esercito,  in mezzo a  due
    grandi ali di popolo.  Via via che sfilavano, al suono delle fanfare e
    delle bande,  mio padre  mi  accennava  i  Corpi  e  le  glorie  delle
    bandiere.   Primi  gli  allievi  dell'Accademia,  quelli  che  saranno
    ufficiali del Genio e dell'Artiglieria,  circa  trecento,  vestiti  di
    nero,  passarono,  con  una  eleganza ardita e sciolta di soldati e di
    studenti.  Dopo di loro  sfil  la  fanteria:  la  brigata  Aosta  che
    combatt a Goito e a San Martino,  e la brigata Bergamo che combatt a
    Castelfidardo,   quattro  reggimenti,   compagnie  dietro   compagnie,
    migliaia  di  nappine  rosse,   che  parevan  tante  doppie  ghirlande
    lunghissime di fiori color di sangue,  tese e scosse pei due  capi,  e
    portate a traverso alla folla. Dopo la fanteria s'avanzarono i soldati
    del  Genio,  gli operai della guerra,  coi pennacchi di crini neri e i
    galloni cremisini;  e mentre  questi  sfilavano,  si  vedevano  venire
    innanzi  dietro  di  loro  centinaia  di  lunghe  penne  diritte,  che
    sorpassavano le teste degli spettatori: erano gli alpini,  i difensori
    delle  porte  d'Italia,  tutti alti,  rosei e forti,  coi capelli alla
    calabrese e le mostre di un bel verde vivo, color dell'erba delle loro
    montagne.  Sfilavano ancor gli alpini,  che  corse  un  fremito  nella
    folla,  e i bersaglieri,  l'antico dodicesimo battaglione, i primi che
    entrarono in Roma per la breccia di Porta Pia, bruni, lesti, vivi, coi
    pennacchi sventolanti,  passarono come un'ondata d'un  torrente  nero,
    facendo  echeggiare la piazza di squilli acuti di tromba che sembravan
    grida d'allegrezza.  Ma la loro fanfara fu  coperta  da  uno  strepito
    rotto  e  cupo  che  annunzi  l'artiglieria  di  campagna;  e  allora
    passarono superbamente, seduti sugli alti cassoni,  tirati da trecento
    coppie  di  cavalli  impetuosi  i  bei  soldati dai cordoni gialli e i
    lunghi cannoni di  bronzo  e  d'acciaio,  scintillanti  sugli  affusti
    leggieri,  che  saltavano e risonavano,  e ne tremava la terra.  E poi
    venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude,  coi
    suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l'artiglieria di montagna,
    che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell'uomo.
    E infine pass di galoppo,  con gli elmi al sole con le lancie erette,
    con le bandiere al vento,  sfavillando  d'argento  e  d'oro,  empiendo
    l'aria   di   tintinni  e  di  nitriti,   il  bel  reggimento  .Genova
    cavalleria., che turbin su dieci campi di battaglia, da Santa Lucia a
    Villafranca. - Come  bello! - io esclamai. Ma mio padre mi fece quasi
    un rimprovero  di  quella  parola,  e  mi  disse:  -  Non  considerare
    l'esercito  come  un  bello spettacolo.  Tutti questi giovani pieni di
    forza e di speranze possono da un giorno all'altro  esser  chiamati  a
    difendere  il  nostro  paese,  e  in poche ore cader sfracellati tutti
    dalle palle e dalla mitraglia.  Ogni volta che senti  gridare  in  una
    festa:  Viva  l'esercito,   viva  l'Italia,  raffigurati,  di  l  dai
    reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di
    sangue,  e allora l'evviva all'esercito t'escir pi dal profondo  del
    cuore, e l'immagine dell'Italia t'apparir pi severa e pi grande.


    Italia.
    14, marted.

    "Salutala cos la patria, nei giorni delle sue feste: - Italia, patria
    mia,  nobile  e  cara  terra,  dove  mio  padre e mia madre nacquero e
    saranno sepolti,  dove io spero di vivere e di  morire,  dove  i  miei
    figli cresceranno e morranno; bella Italia, grande e gloriosa da molti
    secoli;  unita  e  libera  da  pochi  anni;  che  spargesti tanta luce
    d'intelletti divini sul mondo,  e per cui tanti valorosi  moriron  sui
    campi e tanti eroi sui patiboli;  madre augusta di trecento citt e di
    trenta milioni di figli, io, fanciullo,  che ancora non ti comprendo e
    non ti conosco intera,  io ti venero e t'amo con tutta l'anima mia,  e
    sono altero d'esser nato da te,  e di chiamarmi figliuol  tuo.  Amo  i
    tuoi  mari  splendidi  e  le  tue  Alpi sublimi,  amo i tuoi monumenti
    solenni e le tue memorie  immortali;  amo  la  tua  gloria  e  la  tua
    bellezza;  t'amo  e  ti  venero tutta come quella parte diletta di te,
    dove per la prima volta vidi il sole e intesi il tuo nome. V'amo tutte
    di un solo affetto e con pari  gratitudine,  Torino  valorosa,  Genova
    superba,  dotta Bologna,  Venezia incantevole,  Milano possente; v'amo
    con egual reverenza di figlio,  Firenze gentile e  Palermo  terribile.
    Napoli  immensa e bella,  Roma meravigliosa ed eterna.  T'amo,  patria
    sacra!  E ti giuro che amer tutti i figli  tuoi  come  fratelli;  che
    onorer  sempre  in cuor mio i tuoi grandi vivi e i tuoi grandi morti;
    che sar un  cittadino  operoso  ed  onesto,  inteso  costantemente  a
    nobilitarmi,  per rendermi degno di te,  per giovare con le mie minime
    forze a far s che spariscano un giorno dalla tua faccia  la  miseria,
    l'ignoranza,  l'ingiustizia,  il  delitto,  e  che  tu possa vivere ed
    espanderti tranquilla nella maest del tuo diritto e della tua forza.
    Giuro che ti servir,  come  mi  sar  concesso,  con  l'ingegno,  col
    braccio,  col cuore, umilmente e arditamente; e che se verr giorno in
    cui dovr dare per te il mio sangue e la mia vita,  dar il mio sangue
    e  morr,  gridando al cielo il tuo santo nome e mandando l'ultimo mio
    bacio alla tua bandiera benedetta".
    Tuo padre.

    32 gradi.
    16, Venerd.

    In cinque giorni che  passarono  dalla  festa  nazionale  il  caldo  
    cresciuto di tre gradi.  Ora siamo in piena estate, tutti cominciano a
    essere  stanchi,  hanno  tutti  perduto  i  bei  colori  rosati  della
    primavera;  i colli e le gambe s'assottigliano,  le teste ciondolano e
    gli occhi si chiudono.  Il povero Nelli,  che patisce molto il caldo e
    ha  fatto  un viso di cera,  s'addormenta qualche volta profondamente,
    col capo sul quaderno;  ma Garrone  sta  sempre  attento  a  mettergli
    davanti un libro aperto e ritto perch il maestro non lo veda.  Crossi
    appoggia la sua zucca rossa sul  banco  in  un  certo  modo,  che  par
    distaccata dal busto e messa l.  Nobis si lamenta che ci siamo troppi
    e che gli guastiamo l'aria.  Ah!  che  forza  bisogna  farsi  ora  per
    istudiare!  Io  guardo  dalle  finestre  di casa quei begli alberi che
    fanno un'ombra cos scura,  dove andrei a correre tanto volentieri,  e
    mi  vien  tristezza e rabbia di dovermi andar a chiudere tra i banchi.
    Ma poi mi fo animo a veder la mia buona madre che  mi  guarda  sempre,
    quando  esco  dalla scuola per veder se son pallido;  e mi dice a ogni
    pagina di lavoro: - Ti senti  ancora?  -  e  ogni  mattina  alle  sei,
    svegliandomi  per  la  lezione:  - Coraggio!  Non ci son pi che tanti
    giorni: poi sarai libero e riposerai,  andrai all'ombra dei  viali.  -
    S,  essa ha ben ragione a rammentarmi i ragazzi che lavoran nei campi
    sotto la sferza del sole,  o tra le  ghiaie  bianche  dei  fiumi,  che
    accecano  e  scottano,  e quelli delle fabbriche di vetro,  che stanno
    tutto il giorno immobili, col viso chinato sopra una fiamma di gas;  e
    si  levan  tutti  pi  presto di noi,  e non hanno vacanze.  Coraggio,
    dunque! E anche in questo  il primo di tutti Derossi,  che non soffre
    n  caldo  n  sonno,  vivo sempre,  allegro coi suoi riccioli biondi,
    com'era d'inverno, e studia senza fatica, e tien desti tutti intorno a
    s,  come se rinfrescasse l'aria con la sua voce.  E ci sono due altri
    pure,  sempre svegli e attenti: quel cocciuto di Stardi,  che si punge
    il muso per non addormentarsi,  e quanto pi  stanco e  fa  caldo,  e
    tanto pi stringe i denti e spalanca gli occhi,  che par che si voglia
    mangiare il maestro; e quel trafficone di Garoffi tutto affaccendato a
    fabbricare ventagli di carta rossa ornati con figurine di  scatole  di
    fiammiferi,  che  vende  a  due  centesimi  l'uno.  Ma  il pi bravo 
    Coretti;  povero Coretti che si leva alle cinque per aiutare suo padre
    a  portar  legna!  Alle undici,  nella scuola,  non pu pi tenere gli
    occhi aperti, e gli casca il capo sul petto.  E nondimeno si riscuote,
    si  d  delle  manate  nella  nuca,  domanda  il permesso d'uscire per
    lavarsi il viso,  si fa scrollare e pizzicottare dai vicini.  Ma tanto
    questa  mattina  non pot reggere e s'addorment d'un sonno di piombo.
    Il maestro lo chiam forte: - Coretti!  - Egli non sent.  Il maestro,
    irritato,  ripet: - Coretti!  - Allora il figliuolo del carbonaio che
    gli sta accanto di casa,  s'alz e disse: - Ha lavorato  dalle  cinque
    alle  sette  a  portar  fascine.  -  Il  maestro lo lasci dormire,  e
    continu a far lezione per una mezz'ora.  Poi and al banco da Coretti
    e piano piano, soffiandogli nel viso, lo svegli. A vedersi davanti il
    maestro,  si fece indietro impaurito.  Ma il maestro gli prese il capo
    fra le mani e gli disse baciandolo sui capelli: - Non  ti  rimprovero,
    figliuol  mio.  Non  mica il sonno della pigrizia il tuo;   il sonno
    della fatica.


    Mio padre.
    17, Sabato.

    "Non certo il tuo compagno Coretti, n Garrone, risponderebbero mai al
    loro padre come tu hai risposto al tuo questa  sera.  Enrico!  Come  
    possibile?  Tu  mi  devi  giurare che questo non accadr mai pi,  fin
    ch'io viva. Ogni volta che a un rimprovero di tuo padre ti correr una
    cattiva  risposta  alle  labbra,  pensa  a  quel  giorno,   che  verr
    immancabilmente,  quando  egli  ti  chiamer  al suo letto per dirti -
    Enrico,  io ti lascio.  - O figliuol mio,  quando sentirai la sua voce
    per  l'ultima volta,  e anche molto tempo dopo,  quando piangerai solo
    nella sua stanza abbandonata, in mezzo a quei libri ch'egli non aprir
    mai pi,  allora,  ricordandoti d'avergli  mancato  qualche  volta  di
    rispetto,  ti domanderai tu pure: - Com' possibile?  - Allora capirai
    che egli   sempre  stato  il  tuo  migliore  amico,  che  quando  era
    costretto a punirti,  ne soffriva pi di te,  e che non t'ha mai fatto
    piangere che per farti del bene;  e allora  ti  pentirai,  e  bacierai
    piangendo quel tavolino su cui ha tanto lavorato,  su cui s' logorata
    la vita per i suoi figliuoli.  Ora non capisci: egli ti nasconde tutto
    di  s fuorch la sua bont e il suo amore.  Tu non lo sai che qualche
    volta egli  cos affranto dalla fatica che crede di non aver pi  che
    pochi giorni da vivere, e che in quei momenti non parla che di te, non
    ha  altro  affanno  in  cuore  che  quello di lasciarti povero e senza
    protezione! E quante volte, pensando a questo,  entra nella tua camera
    mentre  dormi;  e  sta  l col lume in mano a guardarti,  e poi fa uno
    sforzo,  e stanco e triste com',  torna al lavoro!  E neppure sai che
    spesso  egli  ti cerca e sta con te,  perch ha un'amarezza nel cuore,
    dei dispiaceri che a tutti gli uomini toccano nel mondo,  e  cerca  te
    come  un  amico,  per  confortarsi  e  dimenticare,  e  ha  bisogno di
    rifugiarsi nel tuo affetto,  per ritrovare la serenit e il  coraggio.
    Pensa  dunque  che  dolore  dev'esser  per lui quando invece di trovar
    affetto in te,  trova freddezza e irriverenza!  Non macchiarti mai pi
    di questa orribile ingratitudine!  Pensa che se anche fossi buono come
    un santo,  non potresti mai compensarlo abbastanza di  quello  che  ha
    fatto e fa continuamente per te.  E pensa anche: sulla vita non si pu
    contare: una disgrazia ti potrebbe toglier tuo padre mentre sei ancora
    ragazzo, fra due anni, fra tre mesi;  domani.  Ah!  povero Enrico mio,
    come  vedresti  cambiar tutto intorno a te,  allora,  come ti parrebbe
    vuota, desolata la casa, con la tua povera madre vestita di nero!  V,
    figliuolo;  v da tuo padre: egli  nella sua stanza che lavora: v in
    punta di piedi, che non ti senta entrare,  v a metter la fronte sulle
    sue ginocchia e a dirgli che ti perdoni e ti benedica".
    Tua madre.


    In campagna.
    19, luned.

    Il mio buon padre mi perdon,  anche questa volta,  e mi lasci andare
    alla scampagnata che si era combinata mercoled col padre di  Coretti,
    il rivenditor di legna.  Ne avevamo tutti bisogno d'una boccata d'aria
    di collina.  Fu una festa.  Ci trovammo ieri alle due in piazza  dello
    Statuto,  Derossi, Garrone, Garoffi, Precossi, padre e figlio Coretti,
    ed io,  con le nostre provviste di frutte,  di  salsicciotti  e  d'ova
    sode: avevamo anche delle barchette di cuoio e dei bicchieri di latta:
    Garrone  portava  una  zucca con dentro del vino bianco;  Coretti,  la
    fiaschetta da soldato di suo padre,  piena di vino nero;  e il piccolo
    Precossi,  col  suo  camiciotto  di  fabbro  ferraio,  teneva sotto il
    braccio una pagnotta di due chilogrammi.  S'and in omnibus fino  alla
    Gran Madre di Dio,  e poi su, alla lesta, per i colli. C'era un verde,
    un'ombra, un fresco!
    Andavamo rivoltoloni  nell'erba,  mettevamo  il  viso  nei  rigagnoli,
    saltavamo  a  traverso  alle  siepi.  Coretti  padre  ci  seguitava di
    lontano,  con la giacchetta sulle spalle,  fumando con la sua pipa  di
    gesso,  e  di  tanto  in  tanto ci minacciava con la mano,  che non ci
    facessimo delle buche nei calzoni. Precossi zufolava,  non l'avevo mai
    sentito zufolare.  Coretti figlio faceva di tutto,  strada facendo; sa
    far di tutto, quell'ometto l, col suo coltelluccio a cricco, lungo un
    dito: delle rotine da mulino,  delle forchette,  degli  schizzatoi;  e
    voleva portar la roba degli altri,  era carico che grondava sudore; ma
    sempre svelto come un capriolo.  Derossi si  fermava  ogni  momento  a
    dirci  i  nomi  delle  piante e degli insetti: io non so come faccia a
    saper tante cose. E Garrone mangiava del pane, in silenzio;  ma non ci
    attacca mica pi quei morsi allegri d'una volta,  povero Garrone, dopo
    che ha perduto sua madre.  E' sempre lui,  per,  buono come il  pane:
    quando  uno  di  noi  pigliava la rincorsa per saltare un fosso,  egli
    correva dall'altra parte e tendergli le mani;  e perch Precossi aveva
    paura delle vacche,  ch da piccolo  stato cozzato, ogni volta che ne
    passava una,  Garrone gli si parava davanti.  Andammo su fino a  Santa
    Margherita,  e poi gi per le chine a salti, a rotoloni, a scortica...
    mele.  Precossi,  inciampando in un cespuglio,  si fece uno strappo al
    camiciotto,  e  rest  l vergognoso col suo brindello ciondoloni;  ma
    Garoffi che ha sempre degli spilli nella  giacchetta,  glielo  appunt
    che non si vedeva,  mentre quegli badava a dirgli: - Scusami, scusami;
    - e poi ricominci a correre.  Garoffi non perdeva il suo  tempo,  per
    via: coglieva delle erbe da insalata, delle lumache, e ogni pietra che
    luccicasse un p, se la metteva in tasca, pensando che ci fosse dentro
    dell'oro  o  dell'argento.   E  avanti  a  correre,   a  ruzzolare,  a
    rampicarsi,  all'ombra e al sole,  su e gi per tutti i  rialti  e  le
    scorciatoie,  fin che arrivammo scalmanati e sfiatati sulla cima d'una
    collina,  dove ci sedemmo a far  merenda,  sull'erba.  Si  vedeva  una
    pianura immensa, e tutte le Alpi azzurre con le cime bianche. Morivamo
    tutti di fame,  il pane pareva che fondesse.  Coretti padre ci porgeva
    le porzioni di  salsicciotto  su  delle  foglie  di  zucca.  E  allora
    cominciammo a parlare tutti insieme, dei maestri, dei compagni che non
    avevan potuto venire,  e degli esami. Precossi si vergognava un poco a
    mangiare e Garrone gli ficcava in bocca il meglio della sua parte,  di
    viva  forza.  Coretti  era  seduto  accanto a suo padre,  con le gambe
    incrociate: parevan piuttosto due fratelli,  che  padre  e  figlio,  a
    vederli  cos vicini,  tutti e due rossi e sorridenti,  con quei denti
    bianchi.  Il padre trincava con gusto,  vuotava anche le barchette e i
    bicchieri  che  noi lasciavamo ammezzati,  e diceva: - A voi altri che
    studiate,  il vino vi fa male;  sono i rivenditori di legna che  n'han
    bisogno! - Poi pigliava e scoteva per il naso il figliuolo, dicendoci:
    -  Ragazzi,  vogliate bene a questo qui,  che  un fior di galantuomo,
    son io che ve lo dico!  - E tutti ridevano,  fuorch Garrone.  Ed egli
    seguitava, trincando: - Peccato, eh! Ora siete tutti insieme, da bravi
    camerati;  e  fra  qualche  anno,  chi  sa,  Enrico  e Derossi saranno
    avvocati e professori, o che so io, e voi altri quattro in bottega o a
    un mestiere, o chi sa diavolo dove. E allora buona notte, camerati.  -
    Che!  -  rispose  Derossi,  -  per  me,  Garrone  sar sempre Garrone,
    Precossi sar sempre Precossi,  e  gli  altri  lo  stesso,  diventassi
    imperatore delle Russie; dove saranno loro, andr io.
    - Benedetto! - esclam Coretti padre, alzando la fiaschetta; - cos si
    parla,  sagrestia! Toccate qua! Viva i bravi compagni, e viva anche la
    scuola, che vi fa una sola famiglia,  quelli che ne hanno e quelli che
    non ne hanno!  Noi toccammo tutti la sua fiaschetta con le barchette e
    i bicchieri, e bevemmo l'ultima volta. E lui:
    - Viva il quadrato del '49! grid, levandosi in piedi, e cacciando gi
    l'ultimo sorso; - e se avrete da far dei quadrati anche voi, badate di
    tener duro come  noi  altri,  ragazzi!  -  Era  gi  tardi:  scendemmo
    correndo e cantando, e camminando per lunghi tratti tutti a braccetto,
    e arrivammo sul Po che imbruniva,  e volavano migliaia di lucciole.  E
    non ci separammo che in piazza dello Statuto,  dopo aver combinato  di
    trovarci  tutti  insieme  domenica per andare al Vittorio Emanuele,  a
    veder la distribuzione dei premi agli alunni delle scuole serali.  Che
    bella  giornata!  Come  sarei rientrato in casa contento se non avessi
    incontrato la mia povera maestra!  La incontrai che scendeva le  scale
    di  casa  nostra,  quasi  al buio,  e appena mi riconobbe mi prese per
    tutt'e due le mani e mi disse all'orecchio: - Addio, Enrico, ricordati
    di me! - M'accorsi che piangeva.  Salii,  e lo dissi a mia madre: - Ho
    incontrato  la mia maestra.  Andava a mettersi a letto,  - rispose mia
    madre, che avea gli occhi rossi. E poi soggiunse con grande tristezza,
    guardandomi fisso: - La tua povera maestra... sta molto male.


    La distribuzione dei premi agli operai.
    25, domenica.

    Come avevano convenuto,  andammo  tutti  insieme  al  Teatro  Vittorio
    Emanuele,  a  veder la distribuzione dei premi agli operai.  Il teatro
    era addobbato come il  14  marzo,  e  affollato,  ma  quasi  tutto  di
    famiglie d'operai,  e la platea occupata dagli allievi e dalle allieve
    della scuola di canto corale;  i quali cantarono un  inno  ai  soldati
    morti  in  Crimea,  cos bello,  che quando fu finito tutti s'alzarono
    battendo le mani e gridando, e lo dovettero cantare da capo.  E subito
    dopo cominciarono a sfilare i premiati davanti al sindaco, al prefetto
    e  a molti altri,  che davano libri libretti della cassa di risparmio,
    diplomi e medaglie.  In un canto  della  platea  vidi  il  muratorino,
    seduto accanto a sua madre,  e da un'altra parte c'era il Direttore, e
    dietro di lui la testa rossa del mio maestro di seconda. Sfilarono pei
    primi gli alunni delle scuole serali di disegno, orefici, scalpellini,
    litografi,  e anche dei falegnami e dei  muratori;  poi  quelli  della
    scuola di commercio;  poi quelli del Liceo musicale, fra cui parecchie
    ragazze, delle operaie, tutte vestite in gala, che furono salutate con
    un grande applauso, e ridevano. Infine vennero gli alunni delle scuole
    serali elementari, e allora cominci a esser bello a vedere.  Di tutte
    le et ne passavano,  di tutti i mestieri,  e vestiti in tutti i modi;
    uomini coi capelli grigi,  ragazzi degli opifici,  operai  con  grandi
    barbe nere.  I piccoli eran disinvolti,  gli uomini un p imbarazzati;
    la gente batteva le mani ai pi vecchi e ai pi  giovani.  Ma  nessuno
    rideva  tra  gli  spettatori,  come  facevano  alla  nostra  festa: si
    vedevano tutti i visi attenti e seri.  Molti dei  premiati  avevan  la
    moglie  e  i  figliuoli  in  platea,  e  c'eran dei bambini che quando
    vedevan passare il padre sul palco scenico,  lo chiamavan per nome  ad
    alta  voce  e  lo segnavan con la mano,  ridendo forte.  Passarono dei
    contadini, dei facchini: questi erano della scuola Buoncompagni. Della
    scuola della Cittadella, pass un lustrascarpe, che mio padre conosce,
    e il Prefetto gli diede un diploma.  Dopo di lui vedo venire  un  uomo
    grande come un gigante, che mi pareva d'aver gi veduto altre volte...
    Era  il  padre  del  muratorino,  che  prendeva il secondo premio!  Mi
    ricordai  di  quando  l'avevo  visto  nella  soffitta,  al  letto  del
    figliuolo  malato,  e  cercai  subito  il  figliuolo in platea: povero
    muratorino!  Egli guardava sua padre cogli  occhi  luccicanti,  e  per
    nasconder  la  commozione,  faceva  il muso di lepre.  In quel momento
    sentii uno scoppio d'applausi,  guardai sul palco:  c'era  un  piccolo
    spazzacamino,  col  viso  lavato,  ma  coi suoi panni da lavoro,  e il
    Sindaco gli parlava tenendolo per una mano.
    Dopo lo spazzacamino venne un cuoco.  Poi pass a prender la  medaglia
    uno  spazzino municipale,  della scuola Raineri.  Io mi sentivo non so
    che cosa nel cuore,  come un grande affetto e un  grande  rispetto,  a
    pensare quanto eran costati quei premi a tutti quei lavoratori,  padri
    di famiglia,  pieni di pensieri,  quante fatiche  aggiunte  alle  loro
    fatiche,  quante  ore  tolte al sonno,  di cui hanno tanto bisogno,  e
    anche quanti sforzi dell'intelligenza non abituata allo studio e delle
    mani grosse, intozzite dal lavoro! Pass un ragazzo d'officina,  a cui
    si   vedeva   che   suo  padre  aveva  imprestata  la  giacchetta  per
    quell'occasione, e gli spenzolavan le maniche, tanto che se le dovette
    rimboccare l sul palco per poter prendere  il  suo  premio;  e  molti
    risero;  ma  il riso fu subito soffocato dai battimani.  Dopo venne un
    vecchio con la testa calva e la barba bianca.  Passarono  dei  soldati
    d'artiglieria,  di quelli che venivano alla scuola serale nella nostra
    Sezione;  poi delle guardie daziarie,  delle  guardie  municipali,  di
    quelle che fan la guardia alle nostre scuole. Infine gli allievi della
    scuola serale cantarono ancora l'inno ai morti in Crimea, ma con tanto
    slancio,  questa  volta,  con  una  forza  d'affetto  che  veniva cos
    schietta dal cuore,  che la gente non applaud quasi  pi,  e  usciron
    tutti commossi, lentamente e senza far chiasso. In pochi momenti tutta
    la  via  fu  affollata.   Davanti  alla  porta  del  Teatro  c'era  lo
    spazzacamino, col suo libro di premio legato in rosso,  e tutt'intorno
    dei signori che gli parlavano.
    Molti  si  salutavano  da  una  parte all'altra della strada,  operai,
    ragazzi, guardie,  maestri.  Il mio maestro di seconda usc in mezzo a
    due  soldati  d'artiglieria.  E  si  vedevano delle mogli d'operai coi
    bambini in braccio,  i quali tenevano  nelle  manine  il  diploma  del
    padre, e lo mostravano alla gente, superbi.



    La mia maestra morta.
    27, Marted.

    Mentre noi eravamo al Teatro Vittorio Emanuele,  la mia povera maestra
    moriva. E' morta alle due, sette giorni dopo ch'era stata a trovar mia
    madre.  Il Direttore venne ieri mattina  a  darcene  l'annunzio  nella
    scuola.  E disse: - Quelli di voi che furono suoi alunni, sanno quanto
    era buona, come voleva bene ai ragazzi: era una madre,  per loro.  Ora
    non  c' pi.  Una malattia terribile la consumava da molto tempo.  Se
    non avesse avuto da lavorare per guadagnarsi il pane,  avrebbe  potuto
    curarsi,  e  forse  guarire;  si  sarebbe almeno prolungata la vita di
    qualche mese,  se avesse preso un congedo.  Ma essa volle stare fra  i
    suoi  ragazzi  fino  all'ultimo  giorno.   La  sera  di  sabato,   17,
    s'accomiat da loro,  con la certezza  di  non  rivederli  pi,  diede
    ancora dei buoni consigli,  li baci tutti, e se n'and singhiozzando.
    Ora nessuno la rivedr mai pi.  Ricordatevi di lei,  figliuoli.  - Il
    piccolo  Precossi,  che  era  stato suo scolaro nella prima superiore,
    chin la testa sul banco e si mise a piangere.
    Ieri sera,  dopo la scuola,  andammo tutti  insieme  alla  casa  della
    morta,  per accompagnarla alla chiesa. C'era gi nella strada un carro
    mortuario con due cavalli,  e molta gente che  aspettava,  parlando  a
    bassa  voce.  C'era  il Direttore,  tutti i maestri e le maestre della
    nostra scuola, e anche d'altre sezioni, dove essa aveva insegnato anni
    addietro; c'erano quasi tutti i bambini della sua classe, condotti per
    mano dalle madri, che portavan le torcie; e moltissimi d'altre classi,
    e una cinquantina d'alunne della sezione Baretti,  chi con  corone  in
    mano,  chi  con  mazzetti di rose.  Molti mazzi di fiori li avevan gi
    messi sul carro,  al quale era appesa una corona grande di gagge  con
    su  scritto  in caratteri neri: - "Alla loro maestra le antiche alunne
    di quarta". E sotto la corona grande, ce n'era appesa una piccola, che
    avevan portata i suoi bambini. Si vedevano tra la folla molte donne di
    servizio, mandate dalle padrone, con le candele, e anche due servitori
    in livrea,  con una torcia accesa;  e un signore  ricco,  padre  d'uno
    scolaro della maestra, aveva fatto venire la sua carrozza, foderata di
    seta azzurra. Tutti s'accalcavano davanti alla porta. C'eran parecchie
    ragazze che s'asciugavan le lacrime.
    Aspettammo  un pezzo,  in silenzio.  Finalmente portaron gi la cassa.
    Quando videro infilar la cassa dentro  al  carro,  alcuni  bambini  si
    misero  a  pianger  forte,  e uno cominci a gridare,  come se capisse
    soltanto allora  che  la  sua  maestra  era  morta,  e  gli  prese  un
    singhiozzo cos convulso,  che dovettero portarlo via.  La processione
    si mise in ordine lentamente, e si mosse.  Andavan prime le figlie del
    Ritiro  della  Concezione,  vestite di verde;  poi le figlie di Maria,
    tutte bianche, con un nastro azzurro poi i preti;  e dietro al carro i
    maestri e le maestre,  gli scolaretti della la superiore,  e tutti gli
    altri, e in fine la folla. La gente s'affacciava alle finestre e sugli
    usci,  e a vedere tutti quei ragazzi e la corona,  dicevano: -    una
    maestra.  -  Anche delle signore che accompagnavano i pi piccoli,  ce
    n'erano alcune che piangevano.
    Arrivati che furono alla chiesa,  levaron la  cassa  dal  carro  e  la
    portarono in mezzo alla navata, davanti all'altar maggiore: le maestre
    ci  misero su le corone,  i bambini la copersero di fiori,  e la gente
    tutt'intorno, con le candele accese,  cominci a cantare le preghiere,
    nella chiesa grande e oscura.
    Poi,  tutt'a  un  tratto  quando  il  prete disse l'ultimo "Amen",  le
    candele si spensero e tutti uscirono in fretta  e  la  maestra  rimase
    sola.  Povera maestra,  tanto buona con me,  che aveva tanta pazienza,
    che aveva faticato per tanti anni! Essa ha lasciato i suoi pochi libri
    ai suoi scolari, a uno un calamaio,  a un altro un quadernetto,  tutto
    quello che possedeva;  e due giorni prima di morire disse al Direttore
    che non ci lasciasse andare i  pi  piccoli  al  suo  accompagnamento,
    perch non voleva che piangessero.  Ha fatto del bene,  ha sofferto, 
    morta. Povera maestra, rimasta sola nella chiesa oscura! Addio!
    Addio per sempre,  mia buona amica,  dolce e triste ricordo della  mia
    infanzia!

    Grazie.
    28, mercoled.

    Ha  voluto  finire il suo anno di scuola la mia povera maestra: se n'
    andata tre soli giorni prima che terminassero le lezioni.  Dopo domani
    andremo  ancora una volta in classe a sentir leggere l'ultimo racconto
    mensile: "Naufragio", e poi... finito.
    Sabato, primo di luglio, gli esami. Un altro anno dunque, il quarto, 
    passato! E se non fosse morta la mia maestra, sarebbe passato bene.  -
    Io  ripenso  a quello che sapevo l'ottobre scorso,  e mi par di sapere
    assai di pi: ci ho tante cose nuove nella mente;  riesco a dire  e  a
    scrivere meglio d'allora quello che penso;  potrei anche fare di conto
    per molti grandi che non sanno,  e aiutarli nei loro affari: e capisco
    molto di pi,  capisco quasi tutto quello che leggo.  Sono contento...
    Ma quanti m'hanno spinto e aiutato a imparare,  chi in un modo chi  in
    un altro,  a casa,  alla scuola, per la strada, da per tutto dove sono
    andato e dove ho visto  qualche  cosa!  Ed  io  ringrazio  tutti  ora.
    Ringrazio  te  per  il  primo,  mio  buon maestro,  che sei stato cos
    indulgente e  affettuoso  con  me,  e  per  cui  fu  una  fatica  ogni
    cognizione  nuova  di  cui  ora mi rallegro e mi vanto.  Ringrazio te,
    Derossi, mio ammirabile compagno,  che con le tue spiegazioni pronte e
    gentili m'hai fatto capire tante volte delle cose difficili e superare
    degli intoppi agli esami;  e te pure Stardi,  bravo e forte, che m'hai
    mostrato come una volont di ferro riesca  a  tutto,  e  te,  Garrone,
    buono  e  generoso,  che  fai  generosi  e  buoni  tutti quelli che ti
    conoscono e anche voi Precossi e  Coretti,  che  m'avete  sempre  dato
    l'esempio  del  coraggio  nei  pentimenti e della serenit nel lavoro;
    dico grazie a voi,  dico grazie a tutti  gli  altri.  Ma  sopra  tutti
    ringrazio te,  padre mio,  te mio primo maestro,  mio primo amico, che
    m'hai dato  tanti  buoni  consigli  e  insegnato  tante  cose,  mentre
    lavoravi per me,  nascondendomi sempre le tue tristezze, e cercando in
    tutte le maniere di rendermi lo studio facile e la vita bella;  e  te,
    dolce madre mia,  angelo custode amato e benedetto,  che hai goduto di
    tutte le mie gioie e sofferto  di  tutte  le  mie  amarezze,  che  hai
    studiato, faticato, pianto con me, carezzandomi con una mano la fronte
    e  coll'altra  indicandomi  il cielo.  Io m'inginocchio davanti a voi,
    come quando ero bambino,  e vi ringrazio,  vi ringrazio con  tutta  la
    tenerezza che mi avete messo nell'anima in dodici anni di sacrificio e
    d'amore.


    Naufragio.
    Ultimo racconto mensile.

    Parecchi anni or sono,  una mattina del mese di dicembre,  salpava dal
    porto di Liverpool un grande bastimento a vapore,  che portava a bordo
    pi di duecento persone, fra le quali settanta uomini d'equipaggio. Il
    capitano  e  quasi tutti i marinai erano inglesi.  Fra i passeggeri si
    trovavano vari italiani: tre  signore,  un  prete,  una  compagnia  di
    suonatori.  Il  bastimento doveva andare all'isola di Malta.  Il tempo
    era oscuro.
    In mezzo ai viaggiatori della terza classe,  a prua,  c'era un ragazzo
    italiano d'una dozzina d'anni,  piccolo per l'et sua,  ma robusto; un
    bel viso ardimentoso e severo di siciliano.  Se ne stava  solo  vicino
    all'albero di trinchetto,  seduto sopra un mucchio di corde, accanto a
    una valigia logora,  che conteneva la sua roba,  e su cui  teneva  una
    mano.  Aveva  il  viso  bruno  e  i  capelli  neri  e ondulati che gli
    scendevan quasi sulle  spalle.  Era  vestito  meschinamente,  con  una
    coperta  lacera  sopra  le  spalle  e  una  vecchia  borsa  di cuoio a
    tracolla.  Guardava  intorno  a  s,  pensieroso,  i  passeggieri,  il
    bastimento,  i marinai che passavan correndo, e il mare inquieto. Avea
    l'aspetto d'un ragazzo uscito di fresco da  una  grande  disgrazia  di
    famiglia: il viso d'un fanciullo, l'espressione d'un uomo.
    Poco  dopo la partenza,  uno dei marinai del bastimento,  un italiano,
    coi capelli grigi,  comparve a prua conducendo per mano una ragazzina,
    e  fermatosi  davanti  al  piccolo siciliano,  gli disse: - Eccoti una
    compagna di viaggio, Mario.
    Poi se n'and.
    La ragazza sedette sul mucchio di corde, accanto al ragazzo.
    Si guardarono.
    - Dove vai? - le domand il siciliano.
    La ragazza rispose: - A Malta, per Napoli.
    Poi  soggiunse:  -  Vado  a  ritrovar  mio  padre  e  mia  madre,  che
    m'aspettano. Io mi chiamo Giulietta Faggiani.
    Il ragazzo non disse nulla.
    Dopo  alcuni  minuti  tir  fuori  dalla borsa del pane e delle frutte
    secche; la ragazza aveva dei biscotti;  mangiarono - Allegri!  - grid
    il  marinaio  italiano  passando  rapidamente.  -  Ora  si comincia un
    balletto!
    Il vento andava crescendo, il bastimento rullava fortemente.  Ma i due
    ragazzi,  che  non  pativano  il  mal  di  mare,  non ci badavano.  La
    ragazzina sorrideva.  Aveva presso a poco l'et del suo  compagno,  ma
    era assai pi alta: bruna di viso,  sottile,  un p patita,  e vestita
    pi che modestamente.  Aveva i capelli tagliati corti e  ricciuti,  un
    fazzoletto  rosso  intorno  al  capo  e due cerchiolini d'argento alle
    orecchie.
    Mangiando,  si raccontarono i fatti loro.  Il ragazzo non aveva pi n
    padre n madre.  Il padre, operaio, gli era morto a Liverpool pochi d
    prima, lasciandolo solo,  e il console italiano aveva rimandato lui al
    suo  paese,  a  Palermo,  dove  gli  restavan dei parenti lontani.  La
    ragazzina era stata condotta a  Londra,  l'anno  avanti,  da  una  zia
    vedova,  che  l'amava  molto,  e  a  cui i suoi parenti,  - poveri,  -
    l'avevan  concessa  per  qualche   tempo,   fidando   nella   promessa
    d'un'eredit;  ma  pochi  mesi dopo la zia era morta schiacciata da un
    omnibus,  senza lasciare un centesimo;  e allora anch'essa era ricorsa
    al  Console,  che  l'aveva  imbarcata per l'Italia.  Tutti e due erano
    stati raccomandati  al  marinaio  italiano.  -  Cos,  -  concluse  la
    bambina,  -  mio  padre e mia madre credevano che ritornassi ricca,  e
    invece ritorno povera.  Ma tanto mi voglion bene lo stesso.  E i  miei
    fratelli pure.  Quattro ne ho, tutti piccoli. Io son la prima di casa.
    Li vesto. Faranno molta festa a vedermi.  Entrer in punta di piedi...
    Il mare  brutto.
    Poi domand al ragazzo: - E tu vai a stare coi tuoi parenti?
    - S... se mi vorranno, - rispose.
    - Non ti vogliono bene?
    - Non lo so.
    - Io compisco tredici anni a Natale, - disse la ragazza.
    Dopo  cominciarono  a  discorrere  del  mare e della gente che avevano
    intorno.  Per tutta la giornata  stettero  vicini,  barattando  tratto
    tratto qualche parola. I passeggieri, li credevano fratello e sorella.
    La bambina faceva la calza,  il ragazzo pensava, il mare andava sempre
    ingrossando. La sera, al momento di separarsi per andar a dormire,  la
    bambina  disse a Mario: - Dormi bene.  - Nessuno dormir bene,  poveri
    figliuoli - esclam il marinaio italiano passando di corsa,  chiamando
    il  capitano.  Il ragazzo stava per rispondere alla sua amica: - Buona
    notte,  - quando  uno  spruzzo  d'acqua  inaspettato  lo  invest  con
    violenza e lo sbatt contro un sedile.  - Mamma mia,  che fa sangue! -
    grid la ragazza gettandosi sopra di lui. I passeggieri che scappavano
    sotto, non ci badarono. La bimba s'inginocchi accanto a Mario, ch'era
    rimasto sbalordito dal colpo,  gli pul la fronte  che  sanguinava,  e
    levatosi il fazzoletto rosso dai capelli glie lo gir intorno al capo,
    poi  si  strinse  il capo sul petto per annodare le cocche,  e cos si
    fece una macchia di sangue sul vestito giallo, sopra la cintura. Mario
    si riscosse, si rialz. - Ti senti meglio? - domand la ragazza. - Non
    ho pi nulla, - rispose. - Dormi bene, disse Giulietta.  - Buona notte
    -  rispose  Mario.  -  E  discesero  per  due scalette vicine nei loro
    dormitori.
    Il marinaio aveva predetto giusto. Non erano ancora addormentati,  che
    si  scaten una tempesta spaventosa.  Fu come un assalto improvviso di
    cavalloni furiosi  che  in  pochi  momenti  spezzarono  un  albero,  e
    portaron  via  come foglie tre delle barche sospese alle gru e quattro
    bovi  ch'erano  a  prua.   Nell'interno  del  bastimento  nacque   una
    confusione  e  uno  spavento,  un rovino,  un frastuono di grida,  di
    pianti e di preghiere,  da far rizzare i  capelli.  La  tempesta  and
    crescendo  di  furia  tutta  la notte.  Allo spuntar del giorno crebbe
    ancora.  Le onde formidabili,  flagellando il piroscafo per  traverso,
    irrompevano sopra coperta,  e sfracellavano,  spazzavano, travolgevano
    nel mare  ogni  cosa.  La  piattaforma  che  copriva  la  macchina  fu
    sfondata,  e  l'acqua  precipit  dentro con un fracasso terribile,  i
    fuochi  si  spensero,   i  macchinisti  fuggirono;   grossi  rigagnoli
    impetuosi  penetrarono  da ogni parte.  Una voce tonante grid: - Alle
    pompe!  - Era la voce del capitano.  I  marinai  si  slanciarono  alle
    pompe.  Ma un colpo di mare subitaneo, percotendo il bastimento per di
    dietro, sfasci parapetti e portelli, e cacci dentro un torrente.
    Tutti i passeggieri, pi morti che vivi,  s'erano rifugiati nella sala
    grande.
    A un certo punto comparve il capitano.
    - Capitano!  Capitano!  - gridarono tutti insieme.  - Che si fa?  Come
    stiamo? C' speranza? Ci salvi!
    Il capitano aspett  che  tutti  tacessero,  e  disse  freddamente:  -
    Rassegniamoci.
    Una  sola  donna  gett un grido: - Piet!  - Nessun altro pot metter
    fuori la voce.  Il terrore li aveva agghiacciati  tutti.  Molto  tempo
    pass cos,  in un silenzio di sepolcro. Tutti si guardavano, coi visi
    bianchi. Il mare infuriava sempre, orrendo.
    Il bastimento rullava pesantemente.  A un  dato  momento  il  capitano
    tent  di  lanciare  in  mare  una barca di salvamento: cinque marinai
    v'entrarono, la barca cal;  ma l'onda la travolse,  e due dei marinai
    s'annegarono,  fra i quali l'italiano: gli altri a stento riuscirono a
    riafferrarsi alle corde e a risalire.
    Dopo questo i marinai medesimi perdettero ogni coraggio. Due ore dopo,
    il  bastimento  era  gi  immerso  nell'acqua  fino  all'altezza   dei
    parasartie.
    Uno spettacolo tremendo si presentava intanto sopra coperta.  Le madri
    si stringevano disperatamente  al  seno  i  figliuoli,  gli  amici  si
    abbracciavano  e  si  dicevano  addio:  alcuni  scendevan  sotto nelle
    cabine,  per morire senza vedere il mare.  Un viaggiatore si  tir  un
    colpo  di  pistola  al  capo,  e  stramazz  bocconi  sulla  scala del
    dormitorio,  dove spir.  Molti s'avvinghiavano freneticamente gli uni
    agli altri, delle donne si scontorcevano in convulsioni orrende.
    Parecchi  stavano  inginocchiati intorno al prete.  S'udiva un coro di
    singhiozzi, di lamenti infantili, di voci acute e strane, e si vedevan
    qua e l delle persone immobili come statue, istupidite, con gli occhi
    dilatati e senza sguardo,  delle facce di cadaveri e di pazzi.  I  due
    ragazzi,  Mario e Giulietta, avviticchiati a un albero del bastimento,
    guardavano il mare con gli occhi fissi, come insensati.
    Il  mare  s'era  quetato  un  poco;  ma  il  bastimento  continuava  a
    affondare, lentamente. Non rimanevan pi che pochi minuti.
    - La scialuppa a mare! - grid il capitano.
    Una  scialuppa,   l'ultima  che  restava,   fu  gettata  all'acqua,  e
    quattordici marinai, con tre passeggieri, vi scesero.
    Il capitano rimase a bordo.
    - Discenda con noi! - gridarono di sotto.
    - Io debbo morire al mio posto, - rispose il capitano.
    - Incontreremo  un  bastimento,  -  gli  gridarono  i  marinai,  -  ci
    salveremo. Discenda. Lei  perduto.
    - Io rimango.
    - C' ancora un posto! - gridarono allora i marinai, rivolgendosi agli
    altri passeggieri. - Una donna!
    Una donna s'avanz,  sorretta dal capitano; ma vista la distanza a cui
    si trovava la scialuppa,  non si sent  il  coraggio  di  spiccare  il
    salto,  e  ricadde sopra coperta.  Le altre donne eran quasi tutte gi
    svenute e come moribonde.
    - Un ragazzo! - gridarono i marinai.
    A quel grido, il ragazzo siciliano e la sua compagna,  ch'eran rimasti
    fino  allora  come  pietrificati  da uno stupore sovrumano,  ridestati
    improvvisamente dal violento istinto della vita,  si staccarono  a  un
    punto  solo  dall'albero  e  si  slanciarono  all'orlo del bastimento,
    urlando a una voce: - A me!  - e  cercando  di  cacciarsi  indietro  a
    vicenda, come due belve furiose.
    - Il pi piccolo! - gridarono i marinai. - La barca  sopraccarica! Il
    pi piccolo!
    All'udir quella parola,  la ragazza, come fulminata, lasci cascare le
    braccia, e rimase immobile, guardando Mario con gli occhi morti.
    Mario guard lei un momento, - le vide la macchia di sangue sul petto,
    - si ricord, - il lampo di un'idea divina gli pass sul viso.
    - Il pi piccolo!  -  gridarono  in  coro  i  marinai,  con  imperiosa
    impazienza. - Noi partiamo!
    E allora Mario,  con una voce che non parea pi la sua, grid: - Lei 
    pi leggiera. A te, Giulietta! Tu hai padre e madre!  Io son solo!  Ti
    do il mio posto! Va gi!
    - Gettala in mare! - gridarono i marinai.
    Mario afferr Giulietta alla vita e la gett in mare.
    La ragazza mise un grido e fece un tonfo; un marinaio l'afferr per un
    braccio e la tir su nella barca.
    Il ragazzo rimase ritto sull'orlo del bastimento,  con la fronte alta,
    coi capelli al vento, immobile, tranquillo, sublime.
    La barca si mosse,  e fece appena in tempo a  scampare  dal  movimento
    vorticoso delle acque prodotto dal bastimento che andava sotto,  e che
    minacci di travolgerla.
    Allora la ragazza,  rimasta fino a quel momento quasi fuori di  senso,
    alz gli occhi verso il fanciullo e diede in uno scroscio di pianto.
    -  Addio,  Mario!  -  gli grid fra i singhiozzi,  con le braccia tese
    verso di lui.
    - Addio! Addio! Addio!
    - Addio! - rispose il ragazzo, levando la mano in alto.
    La barca s'allontanava velocemente sopra il  mare  agitato,  sotto  il
    cielo tetro.
    Nessuno gridava pi sul bastimento. L'acqua lambiva gi gli orli della
    coperta.
    A  un  tratto il ragazzo cadde in ginocchio con le mani giunte e cogli
    occhi al cielo.
    La ragazza si coperse il viso.
    Quando rialz il capo,  gir uno sguardo sul mare: il  bastimento  non
    c'era pi.







    LUGLIO.

    L'ultima pagina di mia madre.
    1, sabato.

    "L'anno    finito  dunque,  Enrico,  ed    bello che ti rimanga come
    ricordo dell'ultimo giorno l'immagine del fanciullo sublime, che diede
    la vita per la sua amica. Ora tu stai per separarti dai tuoi maestri e
    dai tuoi compagni; e io debbo darti una notizia triste. La separazione
    non durer soltanto tre mesi, ma sempre. Tuo padre,  per ragioni della
    sua  professione,  deve andar via da Torino,  e noi tutti con lui.  Ce
    n'andremo il prossimo autunno.  Dovrai entrare in  una  scuola  nuova.
    Questo ti rincresce,  non  vero? perch son certa che tu l'ami la tua
    vecchia scuola,  dove per quattro  anni;  due  volte  al  giorno,  hai
    provato  la gioia d'aver lavorato,  dove hai visto per tanto tempo,  a
    quelle date ore,  gli stessi ragazzi;  gli stessi maestri,  gli stessi
    parenti,  e tuo padre o tua madre che t'aspettavano sorridendo, la tua
    vecchia scuola,  dove ti s' aperto l'ingegno,  dove hai trovato tanti
    buoni compagni,  dove ogni parola che hai inteso dire aveva per iscopo
    il tuo bene,  e non hai provato un dispiacere che  non  ti  sia  stato
    utile!  Porta  dunque quest'affetto con te,  e d un addio dal cuore a
    tutti quei ragazzi. Alcuni avranno delle disgrazie,  perderanno presto
    il padre e la madre;  altri moriranno giovani;  altri forse verseranno
    nobilmente il loro sangue  nelle  battaglie,  molti  saranno  bravi  e
    onesti operai,  padri di famiglie operose e oneste come loro, e chi sa
    che non ce ne sia qualcuno pure, che render dei grandi servigi al suo
    paese e far il suo nome glorioso.
    Separati dunque da loro affettuosamente: lasciaci un  poco  dell'anima
    tua in quella grande famiglia,  nella quale sei entrato bambino,  e da
    cui esci giovinetto, e che tuo padre e tua madre amano tanto perch tu
    ci fosti tanto amato. La scuola  una madre,  Enrico mio: essa ti lev
    dalle mie braccia che parlavi appena, e ora mi ti rende grande, forte,
    buono,  studioso:  sia  benedetta,  e  tu  non  dimenticarla  mai pi,
    figliuolo.  Oh!   impossibile che tu la dimentichi.  Ti  farai  uomo,
    girerai  il  mondo,   vedrai  delle  citt  immense  e  dei  monumenti
    maravigliosi;  e ti scorderai anche  di  molti  fra  questi;  ma  quel
    modesto  edifizio bianco,  con quelle persiane chiuse,  e quel piccolo
    giardino,  dove sbocci il primo fiore della tua intelligenza,  tu  lo
    vedrai  fino all'ultimo giorno della tua vita come io vedr la casa in
    cui sentii la tua voce per la prima volta".
    Tua madre



    Gli esami.
    4, marted.

    Eccoci finalmente agli esami.  Per le vie intorno alla scuola  non  si
    sente parlar d'altro,  da ragazzi,  da padri,  da madri, perfino dalle
    governanti: esami,  punti,  tema,  media,  rimandato,  promosso  tutti
    dicono le stesse parole.
    Ieri mattina ci fu la composizione,  questa mattina l'aritmetica.  Era
    commovente veder tutti  i  parenti  che  conducevano  i  ragazzi  alla
    scuola,  dando  gli  ultimi consigli per la strada,  e molte madri che
    accompagnavano i figliuoli fin  nei  banchi,  per  guardare  se  c'era
    inchiostro nel calamaio e per provare la penna,  e si voltavano ancora
    di sull'uscio a dire: - Coraggio!  Attenzione!  Mi  raccomando!  -  Il
    nostro  maestro  assistente era Coatti,  quello con la barbaccia nera,
    che fa la voce del leone,  e non  castiga  mai  nessuno.  C'erano  dei
    ragazzi bianchi dalla paura.  Quando il maestro dissuggell la lettera
    del Municipio,  e tir fuori il problema,  non si sentiva un  respiro.
    Dett  il problema forte,  guardandoci ora l'uno ora l'altro con certi
    occhi terribili;  ma si capiva che se avesse potuto dettare  anche  la
    soluzione,  per  farci  promovere  tutti,  ci  avrebbe avuto un grande
    piacere. Dopo un'ora di lavoro, molti cominciavano a affannarsi perch
    il problema era difficile. Uno piangeva.  Crossi si dava dei pugni nel
    capo.  E non ci hanno mica colpa molti, di non sapere, poveri ragazzi,
    che non hanno avuto molto tempo da studiare,  e son  stati  trascurati
    dai  parenti.  Ma  c'era la provvidenza.  Bisognava vedere Derossi che
    moto si dava per aiutarli,  come s'ingegnava per far passare una cifra
    e  per  suggerire un'operazione,  senza farsi scorgere,  premuroso per
    tutti, che pareva lui il nostro maestro. Anche Garrone, che  forte in
    aritmetica, aiutava chi poteva,  e aiut perfin Nobis,  che trovandosi
    negli  imbrogli,  era  tutto  gentile.  Stardi stette per pi d'un'ora
    immobile,  con gli occhi sul problema e coi pugni alle tempie,  e  poi
    fece tutto in cinque minuti. Il maestro girava tra i banchi dicendo: -
    Calma!  Calma!  Vi  raccomando  la  calma!  - E quando vedeva qualcuno
    scoraggiato,  per farlo ridere,  e mettergli animo spalancava la bocca
    come per divorarlo,  imitando il leone. Verso le undici, guardando gi
    a traverso alle persiane,  vidi molti parenti che andavano e  venivano
    per  la  strada,  impazienti;  c'era  il  padre  di Precossi,  col suo
    camiciotto turchino, scappato allora dall'officina,  ancora tutto nero
    nel  viso.  C'era la madre di Crossi,  l'erbaiola;  la madre di Nelli,
    vestita di nero, che non poteva star ferma.  Poco prima di mezzogiorno
    arriv mio padre e alz gli occhi alla mia finestra: caro padre mio! A
    mezzo giorno tutti avevamo finito. E fu uno spettacolo all'uscita.
    Tutti  incontro  ai  ragazzi  a domandare,  a sfogliare i quaderni,  a
    confrontare coi lavori dei compagni.  - Quante operazioni?  - Cos' il
    totale?  -  E  la  sottrazione?  -  E la risposta?  - E la virgola dei
    decimali?  - Tutti i maestri andavano qua  e  l,  chiamati  da  cento
    parti.  Mio  padre  mi  lev di mano subito la brutta copia,  guard e
    disse: - Va bene.  - Accanto  a  noi  c'era  il  fabbro  Precossi  che
    guardava  pure il lavoro del suo figliuolo,  un p inquieto,  e non si
    raccapezzava.  Si rivolse a mio  padre:  -  Mi  vorrebbe  favorire  il
    totale?  Mio padre lesse la cifra.  Quegli guard: combinava. - Bravo,
    piccino! - esclam, tutto contento; e mio padre e lui si guardarono un
    momento,  con un buon sorriso,  come due amici;  mio padre gli tese la
    mano,  egli  la strinse.  E si separarono dicendo: - Al verbale.  - Al
    verbale. - Fatti pochi passi,  udimmo una voce in falsetto che ci fece
    voltare il capo: era il fabbro ferraio che cantava.


    L'ultimo esame.
    7, venerd.

    Questa  mattina ci diedero gli esami verbali.  Alle otto eravamo tutti
    in classe,  e alle otto e un quarto cominciarono a  chiamarci  quattro
    alla  volta  nel  camerone,  dove  c'era  un  gran tavolo coperto d'un
    tappeto verde,  e intorno il Direttore e quattro maestri,  fra i quali
    il  nostro.  Io  fui  uno  dei  primi chiamati.  Povero maestro!  Come
    m'accorsi  che  ci  vuol  bene   davvero,   questa   mattina.   Mentre
    c'interrogavano  gli  altri,  egli  non  aveva  occhi che per noi;  si
    turbava quando eravamo incerti a  rispondere,  si  rasserenava  quando
    davamo una bella risposta,  sentiva tutto, e ci faceva mille cenni con
    le mani e col capo per dire: - bene,  -  no,  -  sta  attento,  -  pi
    adagio,  - coraggio. - Ci avrebbe suggerito ogni cosa se avesse potuto
    parlare. Se al posto suo ci fossero stati l'un dopo l'altro i padri di
    tutti gli alunni,  non avrebbero fatto di pi.  Gli avrei  gridato:  -
    Grazie!  - dieci volte,  in faccia a tutti. E quando gli altri maestri
    mi dissero: - Sta bene;  va pure,  - gli scintillarono gli occhi dalla
    contentezza.  Io  tornai  subito  in  classe  ad  aspettare mio padre.
    C'erano ancora quasi tutti.  Mi sedetti accanto  a  Garrone.  Non  ero
    allegro,  punto.  Pensavo  che  era  l'ultima volta che stavamo un'ora
    vicini! Non glielo avevo ancor detto a Garrone che non avrei pi fatta
    la quarta con lui,  che dovevo andar via da Torino con mio padre: egli
    non sapeva nulla.  E se ne stava l piegato in due,  con la sua grossa
    testa china sul banco, a fare degli ornati intorno a una fotografia di
    suo padre, vestito da macchinista, che  un uomo grande e grosso,  con
    un  collo  di toro,  e ha un'aria seria e onesta,  come lui.  E mentre
    stava cos curvo, con la camicia un poco aperta davanti, io gli vedevo
    sul petto nudo e robusto la crocina d'oro che gli regal la  madre  di
    Nelli, quando seppe che proteggeva il suo figliuolo. Ma bisognava pure
    che  glielo  dicessi  una volta che dovevo andar via.  Glielo dissi: -
    Garrone,  quest'autunno mio padre andr via da Torino,  per sempre.  -
    Egli mi domand se andavo via anch'io; gli risposi di s.
    - Non farai pi la quarta con noi? - mi disse. Risposi di no. E allora
    egli  stette  un  p  senza parlare,  continuando il suo disegno.  Poi
    domand senz'alzare il capo: - Ti ricorderai poi dei tuoi compagni  di
    terza?  - S,  - gli dissi,  - di tutti; ma di te... pi che di tutti.
    Chi si pu scordare di te?  - Egli mi guard fisso  e  serio  con  uno
    sguardo  che  diceva mille cose;  e non disse nulla,  solo mi porse la
    mano sinistra,  fingendo di continuare a disegnare con l'altra,  ed io
    la  strinsi  tra  le mie,  quella mano forte e leale.  In quel momento
    entr in fretta il maestro col viso rosso,  e disse  a  bassa  voce  e
    presto,  con  la voce allegra: - Bravi,  finora va tutto bene,  tirino
    avanti cos quelli che restano; bravi, ragazzi!  Coraggio!  Sono molto
    contento.  - E per mostrarci la sua contentezza ed esilararci, uscendo
    in fretta,  fece mostra d'inciampare e di trattenersi al muro per  non
    cadere:  lui,  che non l'avevamo mai visto ridere!  La cosa parve cos
    strana, che invece di ridere, tutti rimasero stupiti; tutti sorrisero,
    nessuno rise.  Ebbene,  non so,  mi  fece  pena  e  tenerezza  insieme
    quell'atto  di  allegrezza da fanciullo.  Era tutto il suo premio quel
    momento d'allegrezza,  era il compenso  di  nove  mesi  di  bont,  di
    pazienza  ed  anche  di  dispiaceri!  Per  quello aveva faticato tanto
    tempo, ed era venuto tante volte a far lezione malato, povero maestro!
    Quello, e non altro, egli domandava a noi in ricambio di tanto affetto
    e di tante cure!  E  ora  mi  pare  che  lo  rivedr  sempre  cos  in
    quell'atto,  quando mi ricorder di lui,  per molti anni;  e se quando
    sar un uomo,  egli vivr ancora,  e c'incontreremo,  glielo dir,  di
    quell'atto che mi tocc il cuore; e gli dar un bacio sulla testa.


    Addio.
    10, luned.

    Al  tocco ci ritrovammo tutti per l'ultima volta alla scuola a sentire
    i risultati degli esami e a pigliare  i  libretti  di  promozione.  La
    strada era affollata di parenti, che avevano invaso anche il camerone,
    e  molti  erano  entrati  nelle  classi,  pigiandosi  fino  accanto al
    tavolino del maestro: nella nostra riempivano tutto lo spazio  fra  il
    muro e i primi banchi. C'era il padre di Garrone, la madre di Derossi,
    il fabbro Precossi,  Coretti,  la signora Nelli,  l'erbaiola, il padre
    del muratorino,  il padre di Stardi,  molti altri che  non  avevo  mai
    visti;  e si sentiva da tutte le parti un bisbiglio, un brulicho, che
    pareva d'essere in una piazza.  Entr il maestro: si  fece  un  grande
    silenzio.
    Aveva  in  mano  l'elenco,  e  cominci a leggere subito.  - Abatucci,
    promosso, sessanta settantesimi,  Archini,  promosso,  cinquantacinque
    settantesimi.  Il  muratorino  promosso,  Crossi  promosso.  Poi lesse
    forte: - Derossi Ernesto promosso,  settanta settantesimi,  e il primo
    premio.  -  Tutti  i  parenti  ch'eran  l,  che  lo conoscevan tutti,
    dissero: - Bravo,  bravo,  Derossi!  - ed egli diede una scrollata  ai
    suoi  riccioli biondi,  col suo sorriso disinvolto e bello,  guardando
    sua madre, che gli fece un saluto con la mano.  Garoffi,  Garrone,  il
    calabrese,  promossi. Poi tre o quattro di seguito rimandati, e uno si
    mise a piangere perch suo padre ch'era sull'uscio,  gli fece un gesto
    di minaccia.  Ma il maestro disse al padre: - No,  signore,  mi scusi;
    non  sempre colpa,  sfortuna molte volte. E questo  il caso.  - Poi
    lesse: - Nelli,  promosso,  sessantadue settantesimi.  - Sua madre gli
    mand un  bacio  col  ventaglio.  Stardi  promosso  con  sessantasette
    settantesimi;  ma a sentire quel bel voto, egli non sorrise neppure, e
    non stacc i pugni dalle tempie.  L'ultimo fu Votini,  che era  venuto
    tutto ben vestito e pettinato: promosso. Letto l'ultimo, il maestro si
    alz  e  disse:  -  Ragazzi,  questa   l'ultima volta che ci troviamo
    riuniti.  Siamo stati insieme un anno,  e ora ci lasciamo buoni amici,
    non    vero?  Mi  rincresce  di separarmi da voi,  cari figliuoli.  -
    S'interruppe;  poi ripigli:  -  Se  qualche  volta  m'  scappata  la
    pazienza, se qualche volta, senza volerlo, sono stato ingiusto, troppo
    severo,  scusatemi.  - No,  no, - dissero i parenti e molti scolari, -
    no,  signor maestro,  mai.  - Scusatemi,  - ripet  il  maestro,  -  e
    vogliatemi bene.  L'anno venturo non sarete pi con me, ma vi rivedr,
    e rimarrete sempre nel  mio  cuore.  A  rivederci,  ragazzi!  -  Detto
    questo,  venne  avanti  in  mezzo  a noi,  e tutti gli tesero le mani,
    rizzandosi sui banchi,  lo presero per le braccia e per le  falde  del
    vestito;  molti  lo  baciarono,  cinquanta  voci  insieme dissero: - A
    rivederlo,  maestro!  - Grazie,  signor maestro!  - Stia  bene!  -  Si
    ricordi  di  noi!  -  Quando  usc,  pareva oppresso dalla commozione.
    Uscimmo tutti, alla rinfusa. Da tutte le altre classi uscivan pure.
    Era un rimescolamento,  un gran chiasso di ragazzi e  di  parenti  che
    dicevano  addio ai maestri e alle maestre e si salutavan fra loro.  La
    maestra della penna rossa aveva quattro o cinque bambini addosso e una
    ventina attorno,  che le levavano il fiato;  e alla  monachina  avevan
    mezzo  strappato il cappello,  e ficcato una dozzina di mazzetti tra i
    bottoni del vestito nero e nelle tasche.
    Molti facevano festa a Robetti che proprio quel  giorno  aveva  smesso
    per la prima volta le stampelle.  Si sentiva dire da tutte le parti. -
    Al nuovo anno!  - Ai venti d'ottobre!  - A rivederci ai Santi!  -  Noi
    pure ci salutammo. Ah! come si dimenticavano tutti i dissapori in quel
    momento!  Votini,  che era sempre stato cos geloso di Derossi,  fu il
    primo a gettarglisi incontro con le  braccia  aperte.  Io  salutai  il
    muratorino e lo baciai proprio nel momento che mi faceva il suo ultimo
    muso di lepre, caro ragazzo! Salutai Precossi, salutai Garoffi, che mi
    annunzi  la  vincita  alla  sua ultima lotteria e mi diede un piccolo
    calcafogli di maiolica,  rotto da un canto,  dissi addio a  tutti  gli
    altri.  Fu bello vedere il povero Nelli, come s'avviticchi a Garrone,
    che non  lo  potevan  pi  staccare.  Tutti  s'affollarono  intorno  a
    Garrone,  e  addio Garrone,  addio,  a rivederci,  e l a toccarlo,  a
    stringerlo, a fargli festa, a quel bravo,  santo ragazzo;  e c'era suo
    padre tutto meravigliato, che guardava e sorrideva.
    Garrone  fu  l'ultimo  che  abbracciai,  nella  strada,  e soffocai un
    singhiozzo contro il suo petto: egli mi baci sulla fronte.  Poi corsi
    da  mio  padre  e  da mia madre.  Mio padre mi domand: - Hai salutati
    tutti i tuoi compagni? - Dissi di s. - Se c' qualcuno a cui tu abbia
    fatto un torto,  vagli a dire che ti perdoni e che lo dimentichi.  C'
    nessuno?  - Nessuno,  - risposi.  - E allora addio! - disse mio padre,
    con la voce commossa, dando un ultimo sguardo alla scuola. E mia madre
    ripet: - Addio! - E io non potei dir nulla.
