/:/ D'Annunzio e l'ideologia del superuomo.

    Il superuomo nasce in Italia ufficialmente nel gennaio del 1895
con la pubblicazione sul primo numero del Convito (la rivista di
Adolfo De Bosis) della prima puntata de Le vergini delle rocce. Clau-
dio Cantelmo, il protagonista del romanzo dopo  i necessari tu-
multi della prima giovinezza , si raccoglie in se stesso per decidere
quale nuovo corso dare alla sua vita e si accorge di avere una per-
suasione profonda: che  il mondo  la rappresentazione della sensi-
bilit e del pensiero di pochi uomini superiori i quali lo hanno creato
e quindi ampliato e ornato nel corso del tempo. Il mondo, in so-
stanza, quale oggi appare,   un dono magnifico largito dai pochi
ai molti, dai liberi agli schiavi: da coloro che pensano e sentono a
coloro che debbono lavorare . Egli naturalmente sente di appar-
tenere a quei pochi uomini superiori per la virt della sua stirpe,
per le tante cause remote  operanti da tempo memorabile attraverso
una infinita serie di generazioni , che hanno confluito a formare la
sua personalit, e infine per la dura disciplina a cui si sottopone onde
non infiacchirsi. E infatti dalle radici stesse della sua sostanza  l
dove dorme l'anima indistruttibile degli avi  sorgono spesso al-
l'improvviso getti di energia  cos veementi e diritti , ch'egli deve
rattristarsi  riconoscendo la loro inutilita in un'epoca in cui la vita
pubblica non  se non uno spettacolo miserabile di bassezza e di
disonore .
   La prima caratteristica del superuomo  quindi l'energia, la forza
( le antiche forze barbare ) che, in altri tempi gli avrebbero con-
sentito di riprendere il compito che si addice ai suoi pari, il compito
cio  di colui che indica una meta certa e guida i seguaci a quella
e che ora, invece, debbono essere concentrate e trasformate in poesia.
 La forza  la prima legge della natura, indistruttibile, inabolibile 
ed essa si manifesta con la volont di dominio, con l'amore della vio-
lenza, lo sprezzo del pericolo, la capacit di godere e di aderire al
mondo con tutti i propri sensi. Collegata con la forza  l'esuberanza
sensuale, il libero disfrenarsi dei diritti della carne e della natura
umana, e accanto ad esse si pone--senza contraddizione--il culto
della bellezza, valore che pochi sono in grado di comprendere e di
creare, linea discriminante degli eletti dalla plebe. Senza contraddi-
zione abbiamo detto, anche se pu sembrare che le prime si richiamino
a un momento barbarico e ferino della nostra storia e della nostra
psicologia e l'altro, al contrario, a un momento di elevata civilt e
di raffinata spiritualit: poich tutti sono aspetti fondamentali di
quella volont di affermazione e di dominio che  la molla pi se-
greta della personalit del superuomo.
   Alla base del superuomo c', quindi, una concezione aristocratica
del mondo: e alla tradizione aristocratica della sua stirpe si rivolge
Claudio Cantelmo per ritrovare le radici del proprio essere. E cos
egli loda i suoi antenati:  Lodati siano ora e sempre per le belle
ferite che apersero, per i belli incendi che suscitarono, per le belle
tazze che votarono, per le belle vesti che vestirono, per i bei palafreni
che blandirono, per le belle femmine che godettero, per tutte le loro
stragi, le loro ebrezze, le loro magnificenze e la loro lussuria siano
lodati; perche cos mi formarono essi questi sensi in cui tu puoi va-
stamente e profondamente specchiarti, o Bellezza del Mondo, come
in cinque vasti e profondi mari .  proprio questa tradizione, questa
educazione attraverso i secoli alla forza, al comando e alla compren-
sione della bellezza del mondo che mancava a Ges Cristo; troppo
egli era ignaro, troppo petroso il deserto ch'egli scelse per la sua ri-
velazione  luogo di rupi e d'abissi, privo d'ogni vestigio, cieco di
ogni pensiero . 
   A contrasto col superuomo v' il tempo e la societ in cui egli
vive del tutto inetti ad accoglierne il messaggio. Non si tratta di un
qualsiasi tempo e di una qualsiasi societ, vale a dire della realt con-
creta che sempre, in ogni momento, limita, immeschinisce o contrad-
dice il sogno. Ma di un tempo e di una societ ben determinati in
cui  l'arroganza delle plebi non era tanto grande quanto la vilt di
coloro che la tolleravano e la secondavano . 
   Si tratta del periodo seguente l'unit d'Italia e in particolare
quello in cui dilagarono le grandi speculazioni edilizie e si sussegui-
rono i grandi scandali. 
   La polemica, quindi, del superuomo non si indirizza soltanto
contro la plebe ma anche--e soprattutto--contro la nuova bor-
ghesia dell'industria e del commercio e contro i principii di libert
e di eguaglianza da essa promulgati con la rivoluzione. Ad essa si
oppongono le due grandi personalit legate alle due grandi istituzioni
tradizionali, il papa e il re. E ad essa bisogna opporre la tradizione
in cui si era affermata la forza della razza e della stirpe: l'impero di
Roma e quello di Venezia. 
   Su l'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia,
bisogna formare una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza,
n sar troppo difficile  ricondurre il gregge all'obbedienza . 
   Cos il superuomo si pone tre compiti immediati:  condurre
con diritto metodo il suo essere alla perfetta integrit del tipo la-
tino , concentrare in una sola e suprema opera d'arte l'essenza del
suo spirito e la sua visione del mondo e infine affidare a un figliolo,
prodotto perfetto della stirpe, il compito di conquistare Roma e di
ricondurla alla sua antica potenza. Ed egli cerca in una delle tre ver-
gini della nobile famiglia Montaga la donna adatta a dare alla luce
il figlio predestinato e sente il bisogno di comunicare agli uomini il
suo messaggio attraverso la poesia,  di fermare le teorie delle idee
e delle immagini in una concreta forma oratoria o lirica, quasi a ri-
guardo di un immaginario uditore . 
   Il superuomo dannunziano, dunque, al suo primo apparire, pre-
senta alcune caratteristiche che potrebbero cos riassumersi: culto
dell'energia dominatrice sia che si manifesti come forza (e violenza)
o come capacit di godimento o come bellezza; ricerca della propria
tradizione storica nella civilt pagana, greco-romana, e in quella ri-
nascimentale; concezione aristocratica del mondo e conseguente di-
sprezzo della massa, della plebe e del regime parlamentare che su di
essa e fondato; idea di una missione di potenza e di grandezza della
nazlone italiana da realizzarsi soprattutto attraverso la gloria militare;
giudizio totalmente negativo sull'Italia post-unitaria e necessit di
energie nuove che la sollevino dal fango; concetto naturalistico, ba-
sato sul sangue e sulla stirpe ed altri elementi fisici, sia della nazione
che del superuomo destinato ad incarnarla e a guidarla. 
   Credo che i lettori non avranno dimcolt a riconoscere gli aspetti
essenziali del superuomo dannunziano negli orientamenti dello spi-
rito pubblico che siamo andati delineando. Tuttavia sarebbe sbagliato
ritenere che a comporli non siano intervenuti anche elementi stret-
tamente connessi alla natura del nostro poeta. Voglio alludere a quella
che appare come la seconda componente del superuomo: la sensua-
lit.
   Le caratteristiche della sensualit che si trova alla base del su-
peruomo hanno alla loro radice una sorta di furore sadico, di volont
di distruzione, di eccitazione violenta e sanguinaria.  Questa lus-
suria con i suoi istinti aggressivi ha certo influenzato il sorgere della
morale eroica, ma certamente anche, all'inverso, la morale eroica con
le sue esigenze di dominio, di guerra e di conquista ha eccitato la
furia della sensualit. Non solo--come potrebbe pensarsi--per
la simiglianza delle due spinte aggressive, ma anche per contrasto:
l'idea di una missione tarpata e bloccata dalla presenza della femmina
rende pi cupo, torbido e infiammato il desiderio del corpo femminile.
Tuttavia, comunque siano andate le cose,  certo che i due elementi,
quello di carattere storico e quello di carattere psicologico (o fisio-
logico ) si trovano strettamente intrecciati nel superuomo dannun-
ziano. 
   La terza componente di rilievo del superuomo dannunziano 
senza dubbio l influenza del pensiero di Federico Nietzsche. Nei tre
articoli dedicati al  caso Wagner  e apparsi nella Tribuna durante
l'estate del 1893  egli informa i lettori che il filosofo tedesco ha
assalito con violenza  le dottrine borghesi contemporanee e il cristia-
nesimo sempre rinnovellato , lo proclama  uno dei pi originali
spiriti che siano comparsi in questa fine di secolo, ed uno dei pi
audaci , definisce i suoi libri bizzarri  scritti con uno stile aspro
ed efficace, dove i paradossi si avvicendano ai sarcasmi e le invet-
tive tumultuose alle formule esatte , e infine espone per sommi capi
la sua dottrina. Federico Nietzsche, cos,  si leva quasi con furore
contro la piet  proprio in un tempo  in cui la dottrina evangelica
predicata dagli slavi acquista sempre nuovi proseliti : egli  contro
l'abnegazione, la devozione e tutto ci che  frutto della universale
debolezza.  Il vecchio edifizio sociale, fondato sulla menzogna, gli
sembra ridicolo e ignobile. Egli opina che un'aristocrazia nuova, len-
tamente e implacabilmente formata per selezione, debba ricollocare
sul suo posto d'onore il sentimento della potenza, levandosi sopra
il Bene e sopra il Male e riprendendo le redini per domare le masse
a suo profitto . Secondo Nietzsche l'Europa sarebbe decaduta per-
ch avrebbe ricevuto la sua impronta dalla nozione del bene e del
male presa dalla morale degli schiavi. Perch due sono le morali:
 quella dei nobili e quella del gregge servile . L'una ha la sua ra-
dice  nella sovrana concezione della loro dignit e tende alla glo-
rificazione superba della vita ; l'altra eleva a virt  tutte le soffe-
renze del debole e dell'oppresso  e considera abominevole l'uomo
forte che deriva le sue leggi dal principic, contrario. La maggiore
espressione della morale degli schiavi si ha con il cristianesimo col
quale essa, purtroppo, ha vinto. Ma questa morale non  se non
l'istinto del gregge:  gli uomini superiori, lasciando agli ingenui i
tentativi di migliorare le sorti della moltitudine e di praticare la
virt cristiana della carit, intenteranno tutti i loro sforzi a distrug-
gerla . Cos gli uomini saranno divisi in due razze.  Ma il vero
nobile, secondo il Nietzsche, non somiglia in nulla agli slombati eredi
delle antiche famiglie patrizie. L'essenza del nobile  la sovranit in-
teriore. Egli  l'uomo libero, pi forte delle cose, convinto che la
personalit supera in valore tutti gli attributi accessorii. Egli  una
forza che si governa, una libert che si afferma e si regola sul tipo
della dignit. Egli ha l'occhio infallibile quando guarda in se mede-
simo. E in questa autocrazia della coscienza  il principale segno del-
l'aristocrate nuovo . Cos D'Annunzio presenta Nietzsche ai lettori
della Tribuna: ed  da notare, in modo particolare, quel contrapporlo
all'evangelismo degli slavi che ci fa ricordare come il nostro poeta,
in quel momento, fosse appena uscito (o stesse per uscire) dal periodo
della bont e dell'influenza degli scrittori russi (il periodo di Giovanni
Episcopo e dell'Innocente); il lasciar cadere tutta la parte pi schiet-
tamente filosofica dell'opera nicciana (la quale, del resto, si collegava
all'ambiente culturale tedesco post-hegeliano, del tutto sconosciuto al
Nostro, e risentiva notevolmente, nel corso del suo sviluppo, l'influsso
del positivismo) per riprenderne soprattutto gli elementi etico-politici
e di comportamento umano; infine la concezione della nobilt che
sar in parte corretta nel superuomo dannunziano delle Vergini del-
le rocce. 
    Il superuomo, dunque,  il punto di arrivo della personalit dan-
nunziana. La critica che ha voluto sbarazzarsene come di un feno-
meno astratto sovrapposto volontaristicamente dal D'Annunzio alla
sua vera natura, ha creato una frattura che poi non  riuscita n a
colmare n a spiegare, ha diviso in due quella personalit con un'
operazione arbitraria che non ha alcuna giustificazione scientifica
ha ricostruito in modo parziale la linea dell'opera dannunziana.
    Se, invece, Ci s'impegna in un'analisi scientifica e si pone al cen-
tro di quell'opera il superuomo, essa, nel suo complesso, non potr
sottrarsi alla caratteristica fondamentale che la nostra ricerca ha messo
in luce: la sproporzione, nel superuomo, fra gli obiettivi e le forze
per raggiungerli, fra il desiderio e la realt, fra la tensione spasmo-
dica della volont e la sua capacit di concretarsi e autolimitarsi. Il
tratto distintivo del superuomo (e dell'opera dannunziana) apparir
cos, il velleitarismo. Un velleitarismo alimentato nelle cose dal con-
trasto fra un'illusione storica propria di vasti gruppi d'intellettuali e
la realt italiana. Un velleitarismo che in D'Annunzio si nutre anche
del contrasto fra l'infinito proiettarsi della sensualit e il suo pratico
soddisfacimento, fra la tensione dello stile e il raggiungimento del-
l'espressione, fra l'aspirazione a una posizione europea e le radici cul-
turali abbastanza modeste e superfciali. Voglio dire che quella spro-
porzione , in primo luogo, un fatto storico, reale, che s'incarna nel
nazionalismo passionale e retorico cui abbamo accennato e di
megalomania di Crispi fu la prima espressione politica. Ed  inoltre
una caratteristica della sensualit dannunziana imprigionata in una
spirale senza fine in cui il vagheggiamento di sempre nuove sensa-
zioni supera continuamente il desiderio e mai lo appaga:  nella strut-
tura intellettuale di D'Annunzio cos povera -- anche risptetto a
Nietzsche--di ragioni ideali, di pathos morale di polemica cultu-
rale;  infine nel suo stile, almeno nei moduli pi difusi e vulgati
in guel lussureggiare d'immagini e di suoni, in quella sovrabbondan-
za di parole, che crescono e quasi s'inseguono senza mai raggiungere
una vera pacificazione nella pienezza espressiva, un vero ritmo, una
vera musica.
  D'Annunzio, insomma, alla stessa guisa di Crispi, maneggia
 una colubrina come fosse un moderno pezzo di artiglieria . In lui
si determina quel fenomeno che Lukcs considera caratteristico della
letteratura decadente: lo smarrimento della differenziazione--nella
categoria della possibilit--fra possibilit astratta e concreta. Cos
i suoi superuomini sono stranamente incerti e divisi fra l'altezza degli
scopi che si propongono e l'incertezza di poterli raggiungere, fra la
tensione spasmodica della volont e un desiderio di tregua. Stelio
Effrena sogna un'opera d'arte nuova, unica, sovrumana e passa dal-
l'esaltazione che gli proviene daL suo sogno ai dubbi e alle tristezze
di una vita tanto diversa, consumata in gran parte per scopi pi me-
schini, trascinata nell'impotenza a realizzare quel sogno. Claudio Can-
telmo vorrebbe generare il nuovo re di Roma e cerca una donna cos
straordinaria che nessuna delle tre vergini Montaga sembra che possa
incarnarla; sarebbero necessarie tutte e tre fuse--con i loro rispet-
tivi pregi--in una sola persona. Paolo Tarsis--nel Forse che s,
forse che no--pu tornare al suo sogno di gloria, dopo un lungo
smarrimento, solo perch Isabella impazzisce. Debole, indeciso e alla
fine sconfitto  Ruggero Flamma ne La gloria. E potrei continuare.
   Da un simile atteggiamento velleitario che investe tutta la perso-
nalit di D'Annunzio deriva, dunque, quanto di troppo, di falso, di
letterario noi troviamo quasi sempre nella sua opera. Lo sforzo di
superare quella sproporzione connaturata al suo stesso mondo ideale
e alla sua stessa sensibilit non pu che condurre a una dilatazione
artificiosa degli atteggiamenti, delle situazioni, delle immagini, delle
parole. Ma da quell'atteggiamento velleitario derivano anche i rari
momenti di autenticit nella produzione dannunziana. Perch  pro-
prio dalla tensione superomistica che nasce di tanto in tanto un de-
siderio di quiete, di'pausa, di tregua, che non giunge quasi mai alla
coscienza della velleit (se questo fosse avvenuto D'Annunzio ci
avrebbe dato uno dei motivi pi tragici del nostro tempo), ma si
manifesta pi semplicemente in una sorta di ripiegamento in se stesso
e di rifugio nelle mernorie dell'infanzia, in un vagheggiamento non
pi panico ma nostalgico della natura, in una tristezza pi umana nu-
trita d'insoddisfatta delusione, in uno stile da taccuino, modesto e
quasi nudo, eppure profondamente musicale. L'allentamento della
tensione superomistica, un barlume di coscienza della sua inanit,
un atteggiamento di frustrazione  all'origine dei rari momenti in cui
D'Annunzio si sottrae a quella sproporzione: delusione e aurorale
consapevolezza del proprio velleitarismo che sorgono come antitesi
dialettica del superuomo e che, quindi) senza la presenza del superuo-
mo non sarebbero concepibili.
                                  
CARLO SALINARI:
Da Nuovi argomenti, novembre 1958-febbraio 1959, n. 35-36 ed ora in Miti e
coscienza del decadentismo italiano, Milano, Feltrinelli 1960, pp. 29-96.

