TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GABRIELE D'ANNUNZIO.
La vergine Orsola.


Il viatico usc dalla porta della chiesa a mezzogiorno.
Su tutte le strade era la primizia della neve,  su tutte le case la neve. Ma in
alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose,  si  dilatavano  sul
palazzo  di  Brina  lentamente,  s'illuminavano verso la Bandiera.  E nell'aria
bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo del sole.
Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca.  La gente si fermava  a
veder  passare  il  prete incedente a capo nudo,  con la stola violacea,  sotto
l'ampio ombrello scarlatto,  tra le lanterne portate  dai  clerici  accese.  La
campanella squillava limpidamente accompagnando i Salmi susurrati dal prete.  I
cani vagabondi si  scansavano  nei  vicoli  al  passaggio.  Mazzanti  cess  di
ammucchiare  la neve all'angolo della piazza e si scopr la zucca inchinandosi.
Si spandeva in quel punto dal forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo  e  sano
del pane recente.
Nella  casa  dell'inferma gli astanti udirono gli squilli,  e udirono su per le
scale il salire dei vegnenti. La vergine Orsola era sul letto,  supina,  tenuta
dallo  stupore  della  febbre,  da  una sonnolenza inerte,  con la respirazione
frequente rotta da i rantoli.  Posava sul guanciale  la  testa  quasi  nuda  di
capelli,  la faccia d'un colore quasi ceruleo, ove le palpebre erano semichiuse
sopra gli occhi vischiosi e le narici parevano annerite dal fumo.  Ella  faceva
con le mani scarne piccoli gesti incerti, vaghi conati di prendere qualche cosa
nel  vuoto,  strani segni improvvisi che davano quasi un senso di terrore a chi
stava da presso;  e nelle braccia pallide le passavano le contrazioni dei fasci
muscolari,  i sussulti dei tendini;  e a volte un balbettamento inintelligibile
le usciva dalle labbra,  come se le parole le si impigliassero nella  fuliggine
della lingua, nel muco tenace delle gengive.
Nella   stanza  si  faceva  quel  silenzio  tragico  che  suole  precedere  gli
avvenimenti  supremi,   un  silenzio  dove  il   respiro   dell'inferma   e   i
gesticolamenti  incerti  e le irruzioni rauche della tosse aggravavano l'attesa
della  morte.  Dalle  finestre  aperte  entrava  l'aria  pura  ed  uscivano  le
esalazioni  della  malattia.  Un  vivo  baglior bianco si rifrangeva dalla neve
coprente i cornicioni e i capitelli corintii dell'Arco di Portanova;  il  fiore
cristallino  dei  ghiaccioli  scintillava  d'iridi  all'altezza  della  stanza.
Nell'interno, su le pareti pendevano grandi medaglie sacre d'ottone, imagini di
santi.  Sotto un vetro una Madonna di Loreto tutta nera il  volto  il  seno  le
braccia,  come  un idolo barbarico,  luceva nella sua veste adorna di mezzelune
d'oro. In un angolo, un piccolo altare candido portava un vecchio crocifisso di
madreperla, tra due boccali turchini di Castelli pieni d'erbe aromatiche.
Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima, tergeva le
labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con un lino umido  di  aceto.
Don Vincenzo Bucci,  il medico,  seduto, guardava il pomo d'argento della bella
mazza,  le belle  corniole  incise  ch'egli  aveva  negli  anelli  delle  dita,
aspettando.  Teodora La Iece,  una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio,
tutta intenta nell'atteggiare a dolore la faccia  bianca  e  lentigginosa,  gli
occhi d'acciaio, la bocca crudele.
- Pax huic domui.  - disse il prete entrando.  Apparve all'uscio Don Gennaro
Tierno,  lunghissimo e smilzo su piedi enormi,  con i movimenti di un bruco che
si snodi. Veniva dietro di lui Rosa Catena, una femmina che avea fatto pubblica
professione  d'impudicizia  al  suo  tempo  verde  e che ora si salvava l'anima
assistendo i moribondi,  lavando i cadaveri,  vestendoli e accomodandoli  nella
bara, senza prender mercede.
Nella stanza di Orsola tutti erano in ginocchio, chini la faccia. L'inferma non
udiva;  una  stupefazione  intensa le teneva ancora i sensi.  E l'aspersorio si
lev su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il letto.
- Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor....
Ma Orsola non sent l'onda purificatrice che la rendeva pi bianca  della  neve
innanzi al suo Signore.
Ella stirava davanti a s con le dita fragili le coperte, aveva un moto tremulo
nelle  labbra,  nella  gola  il  gorgoglio  della  parola  che  ella non poteva
profferire.
- Exaudi nos, Domine sancte....
Allora uno scoppio di pianto rison fra le parole  latine,  e  Camilla  nascose
nella sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico s'era accostato e
teneva  fra  le  dita  inanellate  il  polso di Orsola.  Egli voleva scuoterla,
apprestarla a ricevere il Sacramento dalle mani del sacerdote di  Ges  Cristo,
fare che ella porgesse la lingua all'ostia.
Orsola balbett, gesticol ancora vagamente nel vuoto, mentre la sollevavano su
i  guanciali.  Ella  non  udiva  se  non  un  tintinno nei nervi dell'orecchio
perturbati,  a tratti un grido,  a  tratti  una  musica.  Come  fu  sollevata,
subitamente  il  rossore livido della faccia si mut in un pallore di cadavere;
la vescica di ghiaccio cadde dalla testa sul lenzuolo.
- Misereatur....
Porse ella finalmente la lingua tremante,  coperta d'una crosta mista di muco e
di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si pos.
- Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi....
Ma  ella  non ritir la lingua a quel contatto,  perch non aveva conscienza di
quel che faceva;  lo stupidimento  non  era  rotto  dal  lume  dell'Eucaristia.
Camilla guardava con gli occhi rossi pieni di terrore e di dolore quella faccia
terrea  dove ogni segno di vita mancava a poco a poco,  quella bocca aperta che
pareva la bocca di uno strangolato. Il prete seguitava, nella solennit del suo
ministerio,  le  preghiere  latine  lentamente.   Tutti  gli  altri  rimanevano
genuflessi, sotto il diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio.
L'odore  del  pane  caldo  sal col vento e fece fremere le papille del naso ai
clerici.
- Oremus!....
Agli eccitamenti del medico Orsola richiuse le labbra.  La riadagiarono supina;
poich  il  prete  entrava  nel  sacramento  dell'Estrema  Unzione.  I  clerici
genuflessi ripetevano sommessamente l'antifona dei sette Salmi penitenziali.
- Ne reminiscaris..
Teodora La Iece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato,  coperta  il
volto con le palme,  a' piedi del letto.  Rosa Catena stava ritta, accanto, con
un occhio semichiuso da cui le colava di continuo un liquido giallognolo e  con
l'altro occhio cieco e bianco per un'albgine; scorreva un rosario, mormorando.
E  mentre  i  Salmi sommessamente dal pavimento si elevavano,  su quel mormoro
confuso dominava la formula sacra del prete ungente in  croce  gli  occhi,  gli
orecchi, le narici, la bocca, le mani dell'inferma inerte.
-...indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen..
Fu  Camilla  che  scoperse  i piedi della sorella: apparvero tra le coperte due
piedi gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un ribrezzo di
membra morte.  E su quella pelle secca le lacrime caddero,  si mescolarono  con
l'unzione estrema.
- Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster....
L'unta del Signore stava ora immobile, respirando, con gli occhi chiusi dinanzi
alla  luce,  con  le  ginocchia  sollevate  e  le  mani  strette  fra le cosce,
nell'atteggiamento abituale dei tifosi.  E il prete,  poi ch'ebbe premuto su le
labbra di lei per l'ultima volta il crocefisso, fatto il segno della croce alto
in mezzo alla stanza con la gran mano,  usc seguito dai clerici. Vagava ancora
nella stanza quell'odore svanito di incenso  e  di  cera  che  hanno  le  vesti
sacerdotali.  Fuori,  sotto  le finestre,  Matteo Puriello martellava le suola,
canticchiando.


I segni del male declinavano lentamente in  favore:  succedeva  ora  il  quarto
settenario,  succedeva ora al sopore stupido la quiete naturale del sonno,  una
quiete durevole in cui a poco a poco tutte le perturbazioni della conscienza si
sedavano e le facolt del senso si facevano meno torbide e la  frequenza  della
respirazione  diminuiva.  Ma  una  tosse  aspra  scoppiava  a  tratti nel petto
dell'inferma,  facendo sussultare le vertebre;  una distruzione dolorosa  della
pelle e dei tessuti molli si compiva ai gomiti,  alle ginocchia,  all'estremit
della schiena,  di giorno in  giorno.  Quando  Camilla  si  chinava  sul  letto
chiamando: - Orsola! - la sorella tentava d'aprire gli occhi, di volgersi verso
la voce.  Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore torpido le occupava di nuovo
il senso.
Ella aveva fame,  aveva fame.  Una bramosa bestiaie di cibo  le  torturava  le
viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago delle mandibole chiedenti
qualche cosa da masticare,  le dava talvolta alle povere ossa delle mani quelle
contrazioni prensili che hanno le dita delle  scimmie  golose  alla  vista  del
pomo. Era la fame canina nella convalescenza del tifo, quella terribile avidit
di nutrimento vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore.
Una  scarsa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti;  nel cervello
debolmente irrigato ogni attivit ristagnava come in  una  macchina  a  cui  la
forza motrice del liquido difetti. Soltanto, in quella materia disordinatamente
ora  si  producevano  certe  vibrazioni  determinanti certi atti che nella vita
anteriore erano abituali;  n di quel lavorio meccanico aveva la  convalescente
conscienza. Ella per lo pi diceva ad alta voce le litanie; divideva in sillabe
parole  senza  senso;  minacciava  punizioni  a  discepoli;  cantava  le strofe
quinarie di un inno a Ges. Aveva per lo pi nell'indice della mano sinistra un
moto di indicazione scorrente su l'orlo del lenzuolo,  come se  ella  con  quel
segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del libro.  Poi, talvolta, la
sua voce si sollevava, prendeva una solennit quasi minacciosa, pronunciando le
ammonizioni delle sette trombe.,  ricordando confusamenre le parole  di  fra
Bartolomeo  da  Saluzzo  ai  peccatori,  avendo forse negli occhi stupefatti la
visione di quelle vecchie stampe impresse dal legno  piene  di  deformi  angeli
tubanti  e di demonii debellati.  Ma negli occhi non mai aveva uno sguardo.  Le
palpebre pesanti coprivano l'iride a  met,  quell'iride  senza  colore  spersa
nella  sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro.  Ella stava nel
suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi tutti i capelli le erano
caduti nella malattia;  un pallor terreo,  di quei pallori sotto cui  pare  non
anche possa rimanere la vita,  le occupava la faccia, le cavit della faccia; e
il teschio ne traspariva,  e da tutta  la  restante  aridezza  della  pelle  lo
scheletro traspariva, e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul
letto  i  tessuti aderenti degeneravano.  Solo,  un'immensa fame animava quella
rovina,   torturava  gl'intestini  ove  le  ulcere  tifose  si   cicatrizzavano
lentamente.
Fuori,  era la novena di Natale, la bella festivit d vecchi e d fanciulli.
Erano certi vespri chiari e rigidi,  sotto cui tutto il  paese  di  Pescara  si
popolava di marinari e si empiva dei suoni delle zampogne.  L'odore acuto delle
zuppe di pesce si propagava nell'aria dalle  cantine  aperte.  Lentamente  alle
finestre, alle porte, nelle vie i lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i
terrazzi  di  pietra della casa di Farina,  su i comignoli della casa di Memma,
sul campanile di San Giacomo.  Le altezze illustri  dominavano  come  fari  sul
paese occupato dall'ombra.  Poi, d'un tratto, la notte cominciava a constellare
i firmamenti; sopra le case di Sant'Agostino,  una mezza luna si affacciava dal
bastione, tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo.
Alla  stanza  di  Orsola  tutta  quell'animazione  di vita saliva in un romoro
confuso di alveare che si sveglia.
Le pastorali delle zampogne si avvicinavano,  di casa  in  casa,  di  porta  in
porta.  Avevano  una religiosa e familiare letizia quei suoni che i ciociari di
Atina traevano da un otre di  pecora  e  da  un  gruppo  di  canne  forate.  La
convalescente  udiva,  si  sollevava  sul  letto;  poich  quella sensazione le
ridestava i fantasmi di altre sensazioni trascorse,  e gli occhi le si empivano
tutti di visione sacra, di presepi raggianti e di bianchi peregrinaggi d'angeli
in azzurri immacolati. Ella si metteva a cantare le laudi, tendendo le braccia,
restando talvolta con la bocca aperta,  mentre la voce negli organi le mancava;
si metteva a laudare Ges con una elevazione ardente di amore,  trasportata dai
suoni  delle  pastorali  appressantisi,  allucinata  dalle  imagini sante delle
pareti.  Ascendeva ai cieli,  tra le musiche dei cherubini,  tra i vapori della
mirra e dell'incenso.
- Hosanna!.
La  voce  le  mancava.  Ella  tendeva le braccia.  Camilla,  da presso,  voleva
riadagiarla su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco entusiasmo
di fede; le tremavano le mani,  le labbra.  Orsola ricadeva stesa,  con il capo
abbandonato,  scoperta la gola e il petto, mostrando degli occhi solo il bianco
nel gran pallore, sorridente a qualche cosa invisibile,  in un atteggiamento di
vergine  martire.  Le  zampogne passavano;  tardi passavano le canzoni del vino
urlate dai marinari nella notte tornanti alle barche della Pescara.


L'istinto della fame si ridestava vivissimo,  come  pi  chiara  si  faceva  la
conscienza.  Quando  dal  forno  di  Flaiano saliva nell'aria l'odore caldo del
pane, Orsola chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante famelica,  tendeva
la  mano,  supplicando,  alla sorella.  Divorava rapidamente,  con un godimento
brutale di tutto l'essere,  guardando d'intorno se qualcuno tentasse strapparle
di tra le mani il cibo, in sospetto.
La convalescenza era lunga e lenta, ma gi un senso mite di sollievo comincia a
spargersi  per  le  membra,  a liberare il capo.  Per quella sana nutrizione di
albume e di carne muscolare un sangue novello si produceva: i polmoni  dilatati
ora largamente dall'aria vivificavano il sangue carico di sostanze; e i tessuti
irrigati   dall'onda   tiepida  e  rapida  si  colorivano  ricomponendosi,   si
rinnovellavano nelle piaghe di decubito,  si ricoprivano di cute a poco a poco;
e  le  attivit cerebrali a quell'affluire operavano sicure;  e le innervazioni
negli organi sensorii non pi perturbate rendevano limpida la sensazione; e sul
cranio i bulbi capilliferi rigermogliavano densi; e da quel riordinamento delle
leggi meccaniche della vita,  da quel dispiegarsi di energie prima latenti  che
la malattia aveva provocate, da quella intensa brama che la convalescente aveva
di  vivere  e di sentirsi vivere,  da tutto,  lentamente,  quasi in una seconda
nascita, una creatura migliore sorgeva.
Erano i primi giorni di febbraio.
Dal suo letto Orsola vedeva  la  sommit  dell'Arco  di  Portanova,  i  mattoni
rossicci  tra  cui  crescevano  l'erbe,  i capitelli sgretolati dove le rondini
avrebbero appeso i nidi.  Le viole di Sant'Anna nelle screpolature del fastigio
non anche fiorivano. Il cielo sopra si apriva in una gentile beatitudine; e per
l'aria a tratti giungevano dall'Arsenale gli squilli delle fanfare.
Fu  allora  che,  quasi  con  un  senso di meraviglia,  ella riand l'esistenza
trascorsa. Le pareva quasi che quel passato non le appartenesse, non fosse suo;
una lontananza smisurata ora la divideva da quei ricordi,  una lontananza  come
di  sogno.  Ella  non  aveva  pi la valutazione sicura del tempo;  ella doveva
guardare gli  oggetti  che  la  circondavano,  fare  uno  sforzo  della  mente,
raccogliersi  a lungo,  per ricordare.  Si toccava con le dita le tempie dove i
capelli rigerminavano tenui,  e un sorriso vago di  smemorata  le  sfiorava  le
labbra pallide, le fuggiva negli occhi.
-  Ah!  -  susurr  fioca;  e  il  gesto  delle  dita alle tempie le ritornava,
gentilmente.
Era stata una vita triste ed uguale,  in quelle tre stanze,  fra  tutte  quelle
piccole statue deformi di Santi, fra tutte quelle imagini di Madonne, fra tutti
quei  bimbi  compitanti  in  coro  ad  alta  voce  per cinque ore del giorno le
medesime parole scritte col gesso su la lavagna. Come le martiri gloriose della
leggenda,  come Santa Tecla di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedonia,  le  due
sorelle  avevano consacrata la loro verginit allo Sposo celeste,  al talamo di
Ges.  Avevano mortificata la carne a  furia  di  privazioni  e  di  preghiere,
respirando  l'aria  della  chiesa,  l'incenso  e l'odore delle candele ardenti,
cibandosi di legumi.
Avevano stupefatto lo spirito in quell'esercizio arido e lungo di sillabazione,
in quel freddo distillo di parole,  in quell'opra macchinale  dell'ago  e  del
filo su le eterne tele bianche odoranti di spigo e di santit. Mai le loro mani
cercarono  la  dolcezza  delle  chiome  infantili,  il  tepore  di  quel biondo
angelico;  mai le loro  labbra  cercarono  la  fronte  dei  discepoli,  in  una
effusione di tenerezza improvvisa.  Insegnavano la piccola dottrina,  i piccoli
canti  della  religione;   facevano  prostrare  tutte  quelle  teste   gioconde
lungamente  sotto  le  ammonizioni  quaresimali;  parlavano del peccato,  degli
orrori del peccato,  delle pene eterne,  con la voce grave,  mentre tutti  quei
grandi  occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rosee si aprivano
allo stupore. Intorno, per le fantasie vive dei fanciulli le cose si animavano:
dal fondo dei  vecchi  quadri  uscivano  certi  profili  giallognoli  di  Santi
misteriosi; e il Nazareno cinto di spine e di stille sanguigne guardava da ogni
parte  con  gli  occhi agonizzanti,  perseguitando;  e su per la gran cappa del
camino ogni macchia di fumo prendeva una forma atroce. Cos infondevano esse la
fede in quelle anime inconsapevoli.
Ora il ricordo di quella  sterilit  si  dest  in  Orsola  torbidamente.  Ella
risaliva,  risaliva  agli  anni  pi  lontani,  per una naturale tendenza dello
spirito,  si rifugiava alle fonti;  e una pienezza  improvvisa  di  giubilo  la
inond come se in un momento tutta la sua infanzia le rifluisse al cuore.
- Camilla! Camilla! - chiam. - Dove sei?
La sorella non rispose,  non era nell'altra stanza; era forse andata gi, nella
chiesa, al vespro. Allora la convalescente fu presa dalla tentazione di mettere
i piedi a terra, di provare i passi sul pavimento, cos, sola.
Rideva  d'un  riso  timido  di  bambina  che  esiti  in  un'impresa  difficile;
socchiudeva gli occhi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero, palpava
con le dita le ginocchia,  le caviglie esili, raccogliendosi, come per misurare
la forza;  e rideva,  rideva poich il riso le insinuava uno sfinimento  dolce,
una sottile delizia vibrante, in tutto l'essere.
Una  freccia  di sole strisciava sul davanzale e feriva l'acqua di un bacile in
un angolo: il riflesso mobile tremolava nella parete,  come una fine  trama  di
oro.  Uno  stuolo  di colombi attravers lo spazio e venne a posarsi su l'Arco;
parve un augurio. Ella pianamente scans le coperte, esit ancora: seduta su la
sponda del letto cercava con la punta del piede scarno e giallo la pianella  di
lana.  La trov,  trov l'altra; ma ora una tenerezza subitanea l'assaliva e le
si empivano di lacrime gli occhi,  e tutto tremolava dinanzi a lei in un albore
indistinto come se le cose intorno si facessero aeree ed evanissero. Le lacrime
le  rigavano  le  guance,  le  si fermavano alla bocca tiepide e salse: ella ne
bevve alcune,  ne sent il sapore.  Fuori,  dall'Arco i colombi a uno a due  si
rialzavano,  frullando.  Orsola  con un moto delle fauci respinse il groppo del
pianto;  poi si poggi su la sponda,  premette,  si alz finalmente  in  piedi;
sorrise dagli occhi umidi,  guardandosi.  Non sapeva di essere cos debole,  di
non potersi cos reggere diritta su le gambe;  aveva una strana  sensazione  di
formicolo negli stinchi, di vellicamento nei muscoli, quasi la sensazione d'un
ferito  che  si levi quando l'osso infranto non anche  bene saldato.  Tent di
muovere un passo, avanz il piede, timidamente; ebbe paura, sedette di nuovo su
la sponda,  guardandosi in torno come per assicurarsi che non la spiava alcuno.
Poi  cerc un punto di mta,  la finestra;  e ricominci,  pianamente,  con gli
occhi fissi sul piede che avanzava,  in  equilibrio,  stringendosi  lo  scialle
verde al petto,  invasa un poco dal freddo.  Un subitaneo spavento la prese,  a
mezzo: ella barcoll,  agit le mani,  si rivolse verso il letto,  mise  tre  o
quattro  passi  precipitosi,  ricadde  su la sponda.  Stette un momento l,  in
affanno; rientr sotto le coperte dove ancora restava il tepore, s'avvolse e si
raccolse rabbrividendo.
- Come sono debole, Signore!
E guardava curiosa sul pavimento il luogo dove ella aveva fatto i passi,  quasi
vi cercasse le orme.


Di  questo  primo tentativo non disse nulla alla sorella.  Quando sent Camilla
rientrare, chiuse gli occhi,  stette immobile come una dormiente,  provando uno
strano piacere in s di quell'inganno, ricacciando a forza indietro il riso che
la  vellicava  a  sommo del petto e le saliva alle labbra.  Ella gioiva di quel
piccolo segreto: tutti i giorni aspettava con un desiderio  inquieto  l'ora  in
cui Camilla scendeva le scale; restava un momento in ascolto, seduta sul letto,
fin che giungeva il rumore del lento discendere;  poi si levava, soffocando gli
scoppi di riso, appoggiandosi alle pareti,  ai mobili,  mettendo gridi di paura
sommessi  ogni volta che le ginocchia minacciavano di piegarsi,  ogni volta che
l'equilibrio mancava.
Dal forno di Flaiano a quell'ora  saliva  quasi  sempre  l'odore  del  pane  ad
irritarla.  Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento;  provava una
tortura mista di volutt nell'aspirare quella emanazione sana,  con  la  lingua
nuotante  nell'acquolina e gli occhi vivi di cupidigia.  Allora la prendeva una
furia di frugare da per tutto,  di mettere da per tutto le mani,  traendosi  di
qua  di l con minore lentezza,  facendo sforzi inutili e irosi su le serrature
di cui Camilla aveva portato seco le chiavi. Una volta, in fondo al repostiglio
di un tavolino trov una mela e ci ficc i denti  golosamente.  Da  tempo,  nel
regime severo della convalescenza, ella non assaporava un frutto. In quello era
un fresco profumo di rosa,  il profumo che in certe mele aggrinzite e scolorite
si accoglie. Cerc di nuovo nel repostiglio, sperando;  ma non trov se non una
specie di siliqua verdognola,  chiusa,  che doveva contenere forse un gruppo di
semi; e la prese, la guard curiosamente, la nascose sotto il guanciale.
Passava cos quell'ora,  in  segreto,  con  il  godimento  acre  che  danno  ai
fanciulli in guarigione le cose proibite, le infrazioni degli ordini dottorali,
i piccoli furti.  Solo testimone era un micio, tutto maculato come una pelle di
serpente,  che girava talvolta intorno a Orsola con un miagolo familiare o  si
fermava teso invano a ghermire se fuori volavano su l'Arco i colombi.  A poco a
poco Orsola prendeva amore a quel compagno discreto.  Ella  lo  accoglieva  nel
tepore  del  letto,  gli  susurrava parole senza nesso,  lo guardava lungamente
leccarsi con la lingua rosea la  zampa,  porgere  la  gola  di  lucertola  alla
blandizia, una gola gialliccia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al
tubare  delle tortore nei boschi.  Ella,  forse per un naturale ricorso di quel
suo misticismo anteriore,  amava i bagliori tralucenti dagli occhi dell'animale
nella  penombra,  quegli  sprazzi  di  fosforo,  che  emanavano  da  una  forma
misteriosa e silenziosa nella tenebra.
Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella,  con una  specie
di  diffidenza  ed  anche di rammarico sordo,  ma taceva.  E lentamente,  quasi
insensibilmente,  quelle  due  anime  si  distaccavano,  si  allontanavano  per
repulsa.
Erano  prima  vissute  in  una comunione di abitudini e di sentimenti continua,
perch in loro ogni diversit d'indole e ogni  insorgimento  si  agguagliava  e
placava nell'unica fede,  nel culto infrangibile della deit di Cristo, in quel
contemplamento ch'era divenuto lo scopo della vita loro.  Ma come il  culto  le
assorbiva  intere,  in  loro  i legami della consanguineit a poco a poco erano
stati coperti e sopraffatti da quelli della comune religione;  quindi  non  mai
una  espansione  di  tenerezza  le  aveva ricongiunte,  non mai un abbandono di
confidenza e di ricordi o di speranze,  come  sorelle.  Erano  correligionarie,
erano  membri  della  grande famiglia di Ges spersi su la terra e agognanti il
Cielo.
Cos che a pena,  per la rinnovazione operata prima dalla malattia e  dopo  dal
regime,  in  Orsola  si manifestarono inaspettati atteggiamenti d'indole e modi
inconsueti,  la repulsa avvenne inevitabile e la voce del comun  sangue  sopita
non si pot levare a contrasto.



I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. Orsola
s'era  levata  dal letto;  stava seduta su la sponda,  col calore del sole alla
nuca ed agli meri. Nella stanza si sentiva l'odore agro dell'aceto che Camilla
aveva versato nei calamai muffiti;  e dalle finestre raramente il vento  recava
gli effluvii delle viole gi fiorite su l'Arco.
L'infanzia  alit nella stanza come un fiato di quel vento marzolino.  Fu prima
su l'uscio un sospingersi tumultuoso di piccole teste che  volevano  sollevarsi
le  une su le altre per vedere;  poi l'esitazione,  la timidit,  una specie di
meraviglia ingenua  dinanzi  alla  maestra  pallida  pallida  e  scarna  che  i
discepoli riconoscevano a pena.
Ma la vergine sorrideva, sotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue;
li  chiamava  a  s,  confondeva i loro nomi che le si affollavano alle labbra,
tendeva loro le mani.  A uno,  a due,  a tre,  i bimbi si avanzavano,  volevano
prenderle le mani per metterci la bocca sopra,  ridicevano le parole di augurio
imparate a casa, ingoiando per la furia le sillabe.
- No, no, non pi! - esclamava Orsola,  sopraffatta,  ma abbandonando le mani a
quelle bocche tiepide e molli. Si sentiva quasi mancare.
- Camilla, tienili, tienili.
Ogni  bimbo  recava  un  dono: erano fiori,  erano frutta.  Le violette avevano
sbito sparso il profumo nell'aria,  e in quel profumo,  in quella  luce  tutte
quelle facce infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano.
Poi la lezione, nell'altra stanza, cominci. La prima classe diceva a voce alta
le  vocali  e i dittonghi,  la seconda sillabava;  e su quel coro chiarissimo a
tratti si levava l'ammonimento di Camilla.
- La, le, li, lo lu....
Negli intervalli di silenzio,  si udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o
il telaio della Iece sbattere.
- Va, ve, vi, vo, vu....
Allora Orsola s'infastid. La monotonia d rumori e delle voci le dava al capo
una  pesantezza  ingrata,  le  conciliava  il sonno,  mentre ella voleva essere
desta,  mentre ella sentiva ancora intorno a s la respirazione dei  fanciulli,
il soffio giocondo di quelle vite.
- Bal, bel, bil, bol, bul....
Prese i fiori,  li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Li fiut
poi lungamente,  stette con le narici tra quel  fresco,  chiudendo  gli  occhi,
raccogliendosi tutta in quel peccato d'olfatto.
- Gra, gre, gri, gro, gru....
Una gran nuvola bianca vel il sole. Orsola si accost alla finestra, si sporse
al  davanzale per guardar gi nella piazza.  Di fronte,  Donna Fermina Memma in
una roba rosata stava sul balcone,  tra i vasi dei garofani;  e  un  gruppo  di
ufficiali  passava  sotto  a lei ridendo e facendo un tintinno di sciabole sul
lastrico.  Pi in l,  nel giardino pubblico  le  piante  di  lilla  erano  sul
fiorire,  la  punta  del gigantesco pino si piegava al vento.  Dalla cantina di
Lucitino usciva Verdura, l'eterno ubriaco, barcollando e vociferando.
Orsola si ritrasse: era la prima volta,  dopo tanto,  che si affacciava  su  la
piazza.  Le  parve  di essere in alto in alto,  guardando in gi;  la prese una
leggera vertigine.
- Nar, ner, nir, nor, nur....
II coro dentro seguitava, ancora, ancora, ancora.
- Pla, ple, pli, plo, plu....
Orsola si sentiva soffocare, venir meno,  a quella tortura: i suoi poveri nervi
indeboliti  cedevano.  Il  coro seguitava,  al ritmo della bacchetta di Camilla
battuta sul tavolino, implacabile.
- Ram, rem, rim, rom, rum....
- Sat, set, sit, sot, sut....
Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squass  la  convalescente,  l'abbatt
sul letto.  Ella singhiozzava,  cos,  bocconi,  a braccia aperte,  premendo la
faccia su i guanciali, scossa dai sussulti, senza potersi frenare.
- Tal, tel, til, tol, tul....



Le erano ricresciuti tutti i capelli, crespi e castanei, come prima. Ella aveva
ora una curiosit grande di guardarsi nello specchio;  perch Rosa Catena,  con
uno  di  quei  lezii  che  sempre  svelavano  in lei l'antica femmina impudica,
passandole la mano sul corpo le aveva detto: - Bellezza!
Aspett dunque che Camilla uscisse;  poi scese dal letto,  stacc dalla  parete
uno  di  quelli specchi rococ.  a cornice d'oro appannati di macchie verdi;
con un lembo della coperta tolse la polvere e  si  guard  dentro,  sorridendo.
Ella  aveva  tutto il collo nudo e pe il collo certe vene azzurrognole quasi in
rilievo, e nella testa piccola e lunga qualche cosa di caprino,  la bocca fine,
il mento acuto,  gli occhi castanei come i capelli,  ma pi tendenti al giallo.
Il pallore trasparente  e  il  sorriso  davano  una  grazia  nuova,  una  nuova
giovinezza ai suoi ventisette anni.
Ella  rest  a  guardarsi  a  lungo;  e si piaceva di allontanare lentamente lo
specchio e di veder sparire l'imagine in quella luce un po' glauca come  in  un
velo d'acqua marina e quindi riemergere. La vanit la conquistava, la occupava.
Ella  si  accorse  di tante piccole cose a cui prima non aveva badato mai;  per
esempio,  di un neo simile a una lenticchia,  che le macchiava la pelle  su  la
tempia  sinistra,  e  di una cicatrice leggera che le attraversava l'arco di un
sopracciglio. Rest cos, a lungo. Poi, assalita da una gioia repentina,  cerc
in torno un qualche diletto.
Quella capsula vegetale, ch'ella aveva trovato in fondo a un repostiglio, s'era
aperta  come  in  due valve scoprendo un grappolo denso di semi nerastri.  Ogni
seme pareva legato a filamenti  sottilissimi  d'una  lucidit  argentea;  e  il
grappolo  si  manteneva  compatto.  Ma a pena la vergine vi mise un soffio,  un
nuvolo di piumoline bianche  si  lev  nell'aria  e  si  sparpagli  qua  e  l
brillando: erano le spie..  I semi parevano alati, parevano insetti esili ed
evanescenti che si dissolvessero  incontrando  i  raggi  del  sole  o  parevano
lanugini di cigno a pena visibili;  ondeggiavano, ricadevano, si mescolavano ai
capelli di Orsola,  le sfioravano la faccia,  la coprivano tutta.  Ella rideva,
difendendosi  da  quell'invasione,  cercando di scacciare quella pelurie che le
vellicava la pelle e le si attaccava alle mani,  ma le  risa  le  impedivano  i
soffii.
Alla fine si distese lunga sul letto, lasci che tutta quella molle nevicata le
scendesse  sopra  lentamente.  Teneva  gli  occhi  semichiusi per prolungare la
dolcezza; e a mano a mano che il sopore la invadeva, si sentiva come sommergere
in un giaciglio alto di piume.  La luce che entrava nella  stanza  era  una  di
quelle  pallide  chiarit  pomeridiane  del  mese  di  marzo,  ove il sole ride
modestamente  estinguendosi  come  un  indizio  di  aurora  in  un  gran  cielo
albeggiante.
Camilla  trov la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio,  con n
capelli le spie..
- Oh, Signore Ges! oh,  Signore Ges!  - mormor tra i denti,  congiungendo le
mani, in atto di compassione amara.
La   cristiana  veniva  dalla  chiesa,   dove  aveva  cantate  le  litanie  per
l'Annunciazione e aveva  ascoltata  la  predica  sul  messaggio  dell'Arcangelo
all'ancella  di  Dio.  Ecce  ancilla  Domini..  L'eloquenza sonora del frate
predicante l'aveva inebriata;  le restavano ancora negli orecchi  certe  parole
ammonitrici.
Orsola si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso,  e stirava
le membra.
- Ah! Sei tu, Camilla? - disse ella un po' confusa da quella presenza.
- Sono io,  sono io!  Tu ti perderai,  sciagurata,  tu ti perderai - irruppe la
devota,  additando lo specchio sul letto. - Tu hai tra le mani lo strumento del
demonio...
Ed eccitata dalla prima invettiva, ella seguitava,  sollevava la voce,  gittava
le  frasi  ardenti  della  predica con grandi gesti nell'aria,  incalzava nelle
minacce dei castighi  eterni,  non  si  rivolgeva  soltanto  alla  pericolante,
assorgeva ad ammonire l'universo dei peccatori.
- Memento! Memento!.
Orsola  non  intendeva  pi  nulla,  poich  tutta quella vociferazione l'aveva
stordita.
D'un tratto dall'angolo della  piazza  scoppi  la  fanfara  militare  con  uno
squillo di venti trombe.



L'ultima  stanza  della  casa  era  stretta e bassa,  con le travi del soffitto
annerite dal fumo,  piena d'un lezzo di cipolle,  di rigovernatura e di carbone
spento.  I  vasi  di  rame  pendevano alla parete in ordine senza luccicho;  i
piatti di Castelli stavano in ordine su la mensola con le loro gioconde pitture
di fiori,  di uccelli e di teste ridenti;  le antiche  lucerne  di  ottone,  le
bottiglie  vuote,  le foglie di erbaggio non pi fresche erano sparpagliate per
le tavole;  e su tutto dominava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran
libro in una mano e la fiamma rossa in mezzo al cranio.
L,  un  tempo,  Orsola,  stando  in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e alle
esalazioni dei cibi vegetali,  spesso aveva sentito giungersi  sul  capo  dalla
piccola  finestra  alta  i  ritornelli  d'una  canzone libertina e certi larghi
schiamazzi di risa che s'inseguivano.  I canti e le risa crescevano nelle  sere
di  estate,  tra  i  passagalli  delle  chitarre,  fra gli urti della danza sul
terreno. Tutti i romori della vita d'una suburra infima salivano, in certe ore,
a quella altezza e facevano tremare d'orrore le povere spose di Ges  chine  in
umilt  su i tegami d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle
verdure. Ma ora, al novel tempo e gaio, come un giorno ud Orsola le voci,  una
voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori.
Camilla  non  stava  nella  casa;  era  la  domenica quinta di Lazzaro.  Urgeva
nell'aria,  dopo le brevi piogge,  con un pi dolce alito di calore l'imminenza
dell'aprile;  e in quell'aria la pulzella pi aveva pieno e chiaro il senso del
suo rinascimento. E, in ozio, girando per le stanze,  ebbe ella naturalmente la
curiosit di guardare,  presa al fascino malsano che gli spettacoli di lascivia
esercitano anche su gli animi verecondi.
Ella sal su una sedia all'altezza  dell'apertura;  ma  prima  di  spingere  lo
sguardo innanzi,  fu invasa da un turbamento di tremiti, e ritta su la sedia si
volse in torno temente se non qualcuno la sorprendesse nell'atto.
Intorno tutto era quieto;  ogni tanto una gocciola d'acqua cadeva dall'alto  in
un bacile, sonando. Di fuori salivano le voci ed allettavano.
La vergine,  rassicurata,  guard.  Nel vicolo,  sotto la pioggia il fradiciume
aveva fermentato come un lievito;  una melma  nera  copriva  il  lastrico,  ove
spoglie di frutta, residui di erbe, stracci, ciabatte marce, falde di cappello,
tutto il ciarpame sfatto che la miseria gitta nella strada,  si mescolavano. Su
quella cloaca, in cui il sole suscitava insetti e miasmi, una fila di case nane
pareva ansare addossata alla caserma.  Da tutte le finestre per,  da tutti gli
spiragli si riversavano le piante dei garofani non pi contenute nei vasi;  e i
grandi fiori rosei e rossi penzolavano al sole  aperti  magnificamente.  E  tra
quei  fiori apparivano le facce flosce e dipinte delle meretrici,  passavano le
oscenit delle canzonette,  le risa gutturali;  e gi sul  lastrico,  sotto  le
inferriate della caserma, altre femmine si tendevano verso i soldati parlando a
voce alta,  provocandoli.  E i soldati, che sentivano nel sangue alla primavera
rifiorire i mali di Venere,  allungavano le  mani  di  tra  le  sbarre  pur  di
brancicare qualcosa, divoravano con gli occhi in fiamme quelle femmine disfatte
gi  per  anni  dalla  lascivia  di  tante  ciurme  briache e di tanti facchini
fradici.
Orsola  stette  li  stupidita  allo  spettacolo  di  tutta  quella   corruzione
fermentante pe il buon sole di quaresima e saliente fino a lei. Non si ritraeva
ancora;  ma come alz gli occhi,  vide in un abbaino sul tetto della caserma un
uomo biondo che la guardava e sorrideva.  Ella scese dalla sedia a  precipizio,
pi pallida di prima,  credendo di sentire la voce di Camilla.  Corse nella sua
stanza e si gett sul  letto,  sbigottita,  senza  respiro,  come  se  l'avesse
perseguitata qualcuno minacciandola.



Da quel giorno, tutte l'ore, tutti i momenti in cui Camilla non era nella casa,
la tentazione diabolica la trascinava a quello spettacolo.  Ella prima pugnava,
vanamente, senza forze,  lasciandosi vincere.  Andava l con l'ansia sospettosa
di  chi  va a un ritrovo di amore;  ci restava lungo tempo,  dietro la persiana
quasi cadente, mentre i miasmi del lupanare la turbavano e la corrompevano.
Ella spiava tutto,  acuendo lo sguardo,  cercando di penetrare  negli  interni,
cercando di scoprire qualche cosa tra i garofani che chiudevano le finestre. Il
sole   era  caldo  e  pesante:  sciami  d'insetti  turbinavano  nell'aria.   Ad
intervalli,  quando entrava nel vicolo qualche uomo,  venivano dalle finestre i
richiami  delle  aspettanti: femmine discinte,  con il seno scoperto,  uscivano
fuori ad offerirsi.  L'uomo spariva in una delle porte oscure con l'eletta.  Le
deluse gittavano scherni e risa dietro la coppia,  e si rimettevano all'agguato
tra i garofani.
Cos,  nella vergine,  si accendeva la  brama.  Il  bisogno  dell'amore,  prima
latente,  si  levava  ora  da  tutto il suo essere,  diventava una tortura,  un
suplizio incessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi.
Un fiotto di sanit caldo la riempiva;  certe sbite allegrezze le muovevano il
sangue,  le  suscitavan nel petto quasi battimenti d'ale,  le inspiravano canti
nella bocca.  A volte un soffio,  uno di quei piccoli fremiti dell'aria che  si
dilata sotto il sole,  una canzone di mendicante,  un odore, un nulla bastava a
darle smarrimenti vaghi,  abbandoni in cui le pareva di  sentire  su  tutte  le
membra  come il passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo.  Ella era
cos librata e perduta  in  abissi  ignoti  di  dolcezza.  L'irritazione  della
continenza,  la  sovrabbondanza insolita d succhi,  quel distendersi continuo
dei nervi sotto gli stimoli la tenevano in una specie di stordimento simile  al
primo stadio dell'ebrezza.  Il passato si dileguava,  si assopiva in fondo alla
memoria,  non risorgeva pi.  E in ogni ora,  in ogni  luogo  il  desiderio  le
tendeva insidie: i Santi delle mura, le Madonne, i Cristi crocefissi ignudi, le
piccole  figure  di  cera deformi,  tutte le cose in torno,  prendevano per lei
apparenze impure.  Da tutte le cose l'impurit  emanava  e  le  alitava  su  la
persona, affocantemente.
- Ecco, ora scendo nella strada - diceva ella a s stessa, non reggendo pi.
Poi le mani le tremavano su la porta, nell'aprire. Lo stridore del chiavistello
scorrente  negli anelli la sbigottiva.  Ella tornava in dietro,  si gettava sul
letto quasi svenendosi, livida, sotto una larva d'uomo.



La domenica delle Palme ella usc dopo tanti mesi,  per la prima volta;  poich
Camilla voleva condurla a render grazie della guarigione al Signore.  Quando le
campane si misero a squillare,  Orsola si affacci.  Tutto il paese era ridente
nel  grande  riso pasquale del sole d'aprile.  Tutto il contado invadeva le vie
con il segno pacifico dei rami di olivo.
Ella ora doveva vestirsi in fretta:  la  gente  nelle  vie  l'avrebbe  guardata
passare.  Una furia di vanit sbito la prese: si chiuse nella stanza, cerc in
fondo alla cassa le vesti pi chiare.  Un odore acuto di canfora saliva da quei
vecchi  tessuti  conservati  l  dentro  per anni: erano grandi gonne di seta a
fiorami,  verdi e violette e cangianti,  che un tempo la crinolina  avea  forse
gonfiate  in  torno  alle  anche  di una sposa novella;  erano lunghi busti con
maniche ampie,  mantelline color di tortora orlate di  merletti  bianchi,  veli
intrecciati  di fili d'argento,  collari di tela fina ricamati a giorno;  tutte
cose morte per l'uso, goffe, macchiate dall'umido.
Orsola sceglieva, come guidata da un nuovo istinto,  profumandosi di canfora le
mani  nel  cercare.  Tutta  quella seta inutile e quei veli la irritavano.  Non
trovava al fine nulla che le andasse alla persona!  Chiuse la cassa irosamente,
la  respinse  sotto il letto con un urto del piede.  Le campane sonavano per la
terza volta. Ella si mise in furia il consueto abito triste color di cenere, in
conspetto di Camilla, mordendosi le labbra per ricacciare in gi le lacrime.
Le campane chiamavano.  Per le vie i fasci  delle  palme  mettevano  un  mobile
luccicore argenteo;  da ogni gruppo di villici sorgeva una selva di ramoscelli;
e la candida clemenza della  benedizione  cristiana  si  diffondeva  per  tutta
l'aria da quelle selve, come se si appressasse il Galileo, il re povero e dolce
sedente su l'asina fra la turba dei discepoli, in contro agli osanna del popolo
redento. Benedictus qui venit in nomine Domini. Hosanna in excelsis!.
Nella  chiesa  la  folla  era immensa,  sotto la selva delle palme.  Per una di
quelle correnti che si formano irresistibili nelle masse di popolo,  Orsola  fu
divisa  da  Camilla;  rest  sola  in  quel  rigurgito,  in  mezzo a tutti quei
contatti,  in mezzo a tutti quegli urti e quegli aliti.  Ella tentava d'aprirsi
un varco: le sue mani incontravano la schiena d'un uomo,  altre mani tiepide il
cui tocco la turbava.  Ella si sentiva sfiorare il volto da una foglia d'olivo,
contrastare  il  passo  da  un  ginocchio,  spingere  il  fianco  da un gomito,
offendere il petto,  offendere le spalle da pressioni incognite.  Sotto l'odore
dell'incenso,  sotto  le  palme  benedette,  nella  penombra mistica,  in tutto
quell'ammasso  di  cristiani  e  di  cristiane,   piccole  scintille   erotiche
scoccavano  per  attrito  e  si propagavano;  amori segreti si ritrovavano e si
congiungevano.  Passavano accanto a Orsola fanciulle della campagna  con  palme
sul  petto,  con  un  riso fuggente nel bianco degli occhi vlto ad amatori che
dietro le insidiavano: ed ella sentiva in torno  a  s  cos  passare  l'amore,
poneva  il  suo  corpo tra quei corpi che si cercavano,  era un ostacolo a quei
gesti che tentavano toccarsi,  separava le strette di quelle mani,  i legami di
quelle  braccia.  Ma qualche cosa di quelle carezze interrotte le penetrava nel
sangue.  In un punto ella s'incontr a faccia a faccia con un  soldato  biondo;
quasi  gli  pos  il  capo su la tunica,  perch una colonna di gente dietro la
spingeva.  Ella lev gli occhi;  e il giovine sorrise  come  aveva  sorriso  un
giorno  dall'abbaino  della  caserma.   Dietro,  l'urto  seguitava;  il  vapore
dell'incenso si spandeva pi denso, e il Diacono dal fondo cant:
- Procedamus in pace..
E il coro rispose:
- In nome Christi. Amen..
Era l'annunzio della processione,  che mise un sommovimento enorme in tutto  il
popolo. Per istinto, senza pensare, Orsola si attacc all'uomo, come se gi gli
appartenesse;  si lasci quasi sollevare da quelle braccia che la prendevano ai
fianchi,  si sent n capelli quel  fiato  virile  che  sapeva  lievemente  di
tabacco.  Ella andava cos, indebolita, sfinita, oppressa da quella volutt che
l'aveva colta d'improvviso, non vedendo se non un barbaglio dinanzi a s.
Allora dall'altare maggiore si mosse il turiferario spargendo  nuvoli  di  fumo
cerulo e dolce sul popolo;  e una processione candida si svolse nel mezzo della
chiesa. I celebranti portavano in mano rami d'olivo e cantavano.



Tutta la Settimana Santa  protesse  delle  sue  complici  ombre  l'amore  della
vergine  Orsola.  Le  chiese  erano  immerse  nel crepuscolo della Passione,  i
crocefissi su gli altari erano coperti  di  drappi  violacei;  i  sepolcri  del
Nazareno erano circondati di grandi erbe bianche cresciute nei sotterranei;  un
profumo di fiori e di belzuino pesava nell'aria.
L Orsola, inginocchiata, attendeva,  fin che un passo leggero dietro di lei la
faceva trasalire.  Ella non poteva volgersi,  perch Camilla la vigilava; ma si
sentiva tutta abbracciare  dallo  sguardo  di  quell'uomo,  come  da  un  fuoco
sottile, e una tenerezza torbida le scendeva nella carne. Allora fissava i ceri
digradanti su un triangolo di legno presso l'altare.  I preti cantavano dinanzi
a un gran libro; e ad uno ad uno i ceri venivano spenti.  Non ne rimanevano che
cinque,  non  ne  rimanevano  che  due;  l'oscurit si avanzava dal fondo delle
cappelle su la gente in preghiera. L'ultima fiammella finalmente spariva; tutte
le panche risonavano sotto le battiture delle verghe.  Orsola nel buio,  a pena
si  sentiva  toccare  da  due  mani  cercanti,  scattava dal pavimento,  con un
sussulto, smarrita. Poi, quando usciva dalla chiesa, il pensiero d'aver violato
un luogo sacro  la  empiva  di  rimorso:  subitamente,  la  paura  del  castigo
risorgeva. Ella s'inabissava poi come in un sogno dove la figura livida di Ges
morto  e  lo  scroscio  delle  battiture  e i brividi della carne sollecitata e
l'odor grave dei fiori e gli aliti di quell'uomo biondo si  mescolavano  in  un
senso dubbio di dolore e di piacere.



Ma  come  Ges trionfante risal alla gloria dei cieli,  gli aromi pasquali non
pi confortarono l'amore della vergine Orsola.  Scena dell'amore fu  allora  il
dominio dei gatti randagi e dei colombi torraioli. Dall'abbaino alla finestra i
dolci  segni  correvano: tra mezzo,  il lupanare si sprofondava come un fossato
d'acque limacciose a' cui cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. I
colombi sorvolavano con il luccicho verde e grigio delle loro piume.
L'amadore aveva un bel nome antico, si chiamava Marcello, e aveva un bel fregio
rosso e d'argento su le maniche della tunica.  Scriveva epistole piene di fuoco
eterno,  con  frasi  impetuose  che davano all'amatrice deliquii di tenerezza e
fremiti di volutt mal contenuta.  Orsola leggeva quei  fogli  in  segreto,  li
teneva  notte  e  giorno  nel  seno:  pe  il  calore  la  scrittura violetta le
s'imprimeva su la pelle, ed era come un gentile tatuaggio d'amore,  di cui ella
gioiva.  Le risposte di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di
una maestra, tutto il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota,  tutta
la  fluente sentimentalit di una pulzella tardiva si riversava su la carta d
quaderni scolastici rigati di turchino.  Ella scrivendo si obliava,  si sentiva
trascinare in un'onda di verbosit sonore. Pareva quasi che una facolt novella
si  esplicasse  in  lei  e  prendesse forme maniache,  d'improvviso.  Quel gran
sedimento di lirismo mistico accumulato per la lettura d libri  di  preghiera
in tanti anni di fedelt allo Sposo Celeste, ora, scosso dal tumulto dell'amore
terreno, si levava su confusamente per assumere sapori di profanit nuovi. Cos
le  lacrimose  implorazioni  a  Ges  si  mutavano in sospiri di speranza verso
letizie d'amplessi non eterei,  le offerte del fior dell'anima al Sommo Bene si
mutavano in tenere dedizioni della carne al disio del biondo amante,  e il lume
afrodisiaco della luna si cingeva di tutti gli epiteti per cui  va  radioso  lo
Spirito Santo,  n gli zefiri della primavera mancavan di rapire gli aromi alle
mense del Paradiso.



Era messaggero uno di quegli  uomini  che  paion  cresciuti  su,  come  funghi,
dall'umidit  della strada immonda ed hanno in tutta la figura quasi una nativa
tinta di fango;  di quelli uomini bigi,  che  s'insinuano  per  tutto,  che  si
trovano per tutto ov' un centesimo da guadagnare, un po' di untume da leccare,
uno  straccio  da  sottrarre,  oggi rigattieri e domani procaccianti in atto di
serve  o  di  male  femmine,   oggi  falsi  sensali  di  mercatanzia  e  domani
accalappiatori di cani erratici.
Costui  aveva  un  nome  melodrammatico,  si  chiamava  Lindoro:  dal quartiere
dell'Ospedale al bastione di Sant'Agostino una popolarit grande s'era fatta in
torno a questo nome.  Nasceva costui dall'accoppiamento d'un sonatore ambulante
di  clarinetto  con  una  piazzaiuola  rivenditrice  di fruttaglia,  ereditando
l'istinto nomade del padre e la naturale  avarizia  della  madre.  S'era  prima
strascicato  per gli immondezzai di tutte le case,  con la scopa e il canestro;
aveva poi fatto il  guattero  in  una  bettola,  dove  soldati  e  marinai  gli
gettavano sul viso gli sgoccioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto.
Dalla  bettola  era caduto in un forno,  dove spingeva i pani con la lunga pala
dentro le fiamme, tutta la notte, in sudore, accecandosi. Dal forno era passato
all'uffizio di accenditore pubblico d fanali, logorandosi una spalla sotto il
peso della scala portatile.  Scacciato da  quell'uffizio  perch  sottraeva  il
petrolio dalle grandi casse di zinco bianco, si mise alla ventura della strada,
comprando  e  rivendendo  abiti  vecchi,  facendo  in  tutte le case popolane i
servigi pi vili,  offrendo ai soldati e ai  forestieri  i  suoi  ruffianesimi,
lottando cos per il tozzo.
Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una traccia, aveva
lasciato un gesto abituale, uno sviluppo di singoli muscoli, l'indebolimento di
un organo, una callosit, una cadenza di voce, una frase del gergo. Egli era di
piccola statura, magro, con una testa enorme e quasi calva, con chiazze di peli
radi  su  le  guance,  con  pustole  tra  i  peli.  Il suo vestito era ibrido e
mutevole;  tutte le fogge passavano su la  sua  persona,  si  sovrapponevano  a
contrasto: nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe,  cappelli di
feltro arrossenti e ciabatte  servili,  bottoni  di  metallo  lucido,  formelle
d'osso bianco, galloni militari, trine, quel miscuglio di ricchezza sfatta e di
miseria ignobile, che ingombra la bottega di un rigattiere ebreo.



Ora costui fu il galeotto.  Portava le epistole di Marcello con le conche piene
d'acqua della Pescara su alla casa di Orsola e tornava gi con le conche  vuote
e con epistole di risposta. Orsola, quando lo sentiva salir le scale, si faceva
pallida;  cercava pretesti per allontanare Camilla,  per essere sola con l'uomo
portatore  d'acqua  e  di  gioia.   Avvenivano  allora  contatti  rapidi,   nel
sotterfugio;  passavano  allora tra lei e il galeotto quegli sguardi obliqui di
intesa, quei fuggevoli accenni dei muscoli faciali,  quei monosillabi sommessi,
che  son gli aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono legami tra
gli ingannatori.  A poco a poco nell'amore di  Orsola  penetrava  qualche  cosa
della vilt di Lindoro;  una specie di domestichezza a poco a poco si stabiliva
tra l'amatrice e l'ambasciatore.  Ella,  se  costui  giungeva  nell'assenza  di
Camilla,  lo  incalzava  di  domande,  gli parlava da presso facendogli sentire
l'alito,  qualche volta inavvedutamente gli  posava  su  la  spalla  una  mano.
Lindoro scioglieva i freni della sua loquacit,  intramezzando parole di gergo,
reticenze impudiche, furbi sorrisi rivelatori, gesti ambigui, piccoli schiocchi
di lingua e di labbra.
Egli ruffianeggiava  con  arte,  sapeva  insinuare  sottilmente  la  corruzione
nell'animo  di  Orsola,  sapeva  trascinare  lentamente all'insidia di Marcello
quella preda. E la vergine stava ad ascoltarlo intenta, con in fondo agli occhi
una fiamma che cresceva, con in bocca l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo,
senza pi interrompere.  Lindoro s'accorgeva subito  di  aver  suscitato  nella
femmina la brama;  e dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si
risvegliava in lui il  maschio  d'un  tratto  e  l'assaliva  la  tentazione  di
cogliere  quel  fiore  ch'egli  apprestava al piacere di un altro.  Ma la paura
sorgente dal fondo della sua vilt lo tratteneva e gli ghiacciava l'ardore.
Cos Orsola al  fine  aveva  concesso  a  Marcello  un  ritrovo.  Si  sarebbero
ritrovati  in  una casa remota del sobborgo,  in fondo a un vico deserto,  dove
nessuno li avrebbe spiati, una domenica di giugno,  stando Camilla nella chiesa
pi lungo tempo, facendo buona guardia Lindoro.
Nei  giorni  precedenti  quel gran fatto,  Orsola era tenuta da una eccitazione
amara,  da una specie di febbre che a volte le dava il battito dei denti  e  le
vampe  alla  faccia  e i brividi alla radice dei capelli,  alla nuca.  Ella non
poteva pi star ferma, non poteva pi star seduta, perch una furia di mobilit
le sollecitava tutte le membra.  Nella scuola,  in mezzo  al  coro  eguale  dei
discepoli,  in  mezzo a quello stillicidio continuo di sillabe,  uno spirito di
ribellione le abbagliava  la  vista  all'improvviso,  ed  ella  avrebbe  voluto
balzare  tra  i  fanciulli,  sconvolgere con le mani tutte quelle capigliature,
rovesciare la lavagna,  le tabelle,  le  panche,  rompere  in  grida,  spezzare
qualche cosa,  stordirsi. Sotto lo sguardo freddo e scrutatore di Camilla, poco
mancava che ella non svenisse per lo spasimo, per la bile, per l'immenso sforzo
interiore di dissimulazione.
Poi,  quando Camilla usciva,  ella si agitava per tutte le  stanze,  moveva  le
sedie,  morsicchiava un fiore,  beveva d'un fiato un gran bicchiere d'acqua, si
guardava nello specchio,  si affacciava alla finestra,  si abbatteva a traverso
il letto,  sfogava in mille modi l'irrequietudine,  l'esuberanza della vitalit
sensuale.  Tutto il suo corpo,  nel tardivo fermento della  verginit,  si  era
arricchito  ed  espanto.  La  sua testa non era bella,  non aveva la quadratura
vigorosa,  lo splendore olivastro di certe razze d'Abruzzo,  quelle pure  linee
del naso e del mento svolgentisi grecamente nella latina ampiezza della faccia.
Ma  ella,  inconsapevole,  sotto  la  goffaggine  delle  vesti grige,  sotto la
cascaggine delle pieghe incomposte, celava un bel corpo delicato.
Erano i giorni primi di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera,  come  da  un
campo  d'erbe un loe.  Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva
nella ventilazione salina  e  nel  refrigerio  fluviale,  come  distendendo  le
braccia  verso  quei  naturali confini d'acqua amara e d'acqua dolce.  Salivano
alla stanza di Orsola  allora  le  blandizie  della  temperie;  insetti  lucidi
urtavano ai vetri e rimbalzavano, come una grandine d'oro.
La vergine, se era sola, provava un bisogno di distendersi, di gettare lungi le
vesti,  di  giacere,  e  di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che
fluttuava nell'aria.
Cominciava lentamente a spogliarsi, con gesti pigri,  indugiando con le dita in
torno  alle  allacciature  e ai fermagli,  facendo piccoli sforzi svogliati nel
cacciar fuori le braccia dalle maniche,  fermandosi a mezzo e  abbandonando  in
dietro  la  testa dai capelli crespi e corti,  quella sua testa di giovincello.
Lentamente,  sotto l'amorosa fatica,  dalla informit delle vesti,  come  dalla
scoria  del  tempo  una  statua diseppellita,  il corpo ignudo si rivelava.  Un
mucchio di lana e di tela vile era ai piedi della pulzella cos  purificata,  e
da  quel mucchio ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con
le braccia,  mentre al contatto dell'aria una vibrazione  a  pena  visibile  le
correva  a fior della pelle.  In quell'attitudine momentanea tutte le linee del
torso si distendevano e salivano verso il capo ricinto; si appianava la leggera
onda del ventre non anche deturpato dalla concezione;  gli archi delle coste si
disegnavano  in  rilievo.  Poi,  se un insetto entrava nella stanza,  il ronzio
aliante in torno ed accennante ad attingere la  nudit,  il  ronzio  sbigottiva
Orsola;  ed era allora un difendersi dalla puntura mal temuta,  erano movimenti
serpentini, scatti di muscoli sotto la cute,  paurosi raggruppamenti di membra,
falli dei malleoli non bene forti al gioco.
Poi,  cos eccitata dal moto e calda,  ella aveva voglie nuove. Apriva l'uscio,
cauta in sospetto;  e metteva fuori il capo guardando nell'altra stanza.  C'era
un  odore  di  chiuso,  quello  squallore  inanimato  che hanno le scuole senza
fanciulli.  Nelle tabelle quadrate l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi
e delle sillabe stavano muti dominatori del luogo.  Orsola si avanzava evitando
co' piedi nudi gli interstizii del pavimento smosso,  provando la titubanza  di
chi  cammina scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una
donna che non sente pi in torno al  suo  passo  l'impedimento  abituale  della
veste.  Andava cos fino alla terza stanza, dov'era l'acqua. Intingeva le mani,
si spruzzava tutta, coraggiosamente,  sussultando se una gocciola pi grossa le
rigava  l'epidermide.  Usciva  di l,  tutta sparsa di rugiada: andava verso lo
specchio di un antico canterano.
Restavano in quel canterano ancora frammenti di intarsio qua e l. Lo specchio,
che celava un armario sovrastante, aveva in torno fregi misti d'oro e di colori
e in alto due puttini  decapitati.  Orsola  saliva  fin  l,  attratta  da  una
irresistibile curiosit di vedersi nuda.  La sua persona tutta ancora fresca di
gocciole sorgeva nell'offuscamento dello specchio come in un verdazzurro  fondo
marino.  Ella  si guardava sorridendo.  Il sorriso,  ogni movimento dei muscoli
pareva far tremolare tutte le linee della nudit nello specchio come quelle  di
una  imagine  dentro  le  acque.  Allora  ella  cominciava una specie di mimica
vanitosa,  guardando riprodursi tutti i suoi gesti  nella  lastra,  aprendo  le
labbra  per  mostrare  i  denti,  alzando  le  braccia per mostrare le ascelle,
presentando la schiena arcata e forzando il capo a volgersi in dietro: fin  che
un  pazzo  impeto  di ilarit,  dinanzi a quello spettacolo di s,  le scuoteva
tutta la persona.  In fondo in fondo,  dietro la  donna,  si  rifletteva  dalla
parete avversa la tabella dell'alfabeto.



Ora  avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala Lindoro
venuto su con le conche. Orsola grid:
- Aspetta!
E raccolse da terra le vesti, in furia; se le mise addosso,  in furia;  and ad
aprire.
Erano  le  sei  di sera: il riverbero bianco del palazzo di Brina entrava nella
stanza; tutto il paese di Pescara, grande ospizio di rondini, cantava.
I due,  in mezzo,  ritti,  parlarono del ritrovo imminente.  Lindoro con la sua
loquacit cercava di vincere le estreme esitazioni della pulzella;  poich egli
gi teneva  una  parte  della  mercede,  e  l'adescava  il  resto.  L'artifizio
persuasore  gli avvivava le parole,  gli occhi,  i gesti.  Egli aveva nel fiato
l'odore del vino,  e nella faccia,  su le tempie,  pe il passaggio recente  del
rasoio,  piccole  macchie  rosse e violacee.  Mentre parlava gli si scopriva la
fila dei denti eguale e schietta,  una di  quelle  forti  chiostre  che  spesso
armano  le bocche plebee;  e la singolarit emergeva vivacemente dalla generale
turpitudine dell'uomo.
Orsola opponeva dubbii, paure, ad interrompere; ma gi, poi che l'impudicizia a
mano a mano sorgendo pi calda dal fmite del  vino  bevuto  si  insinu  nelle
persuasioni del galeotto,  ella cominciava a turbarsi.  S'era ritirata a poco a
poco  verso  il  muro,  appoggiandovisi.  Dalle  aperture  lasciate  qua  e  l
nell'abito per furia del rivestirsi, si intravedevano i lembi del lino. La gola
era tutta scoperta, i piedi senza calze nascondevano nelle pianelle soltanto le
dita.
Ma ella, a un punto, involontariamente, per quel cieco istinto da cui una donna
  avvertita  d'essere innanzi a un uomo bramoso,  corse con la mano a chiudere
sotto la gola,  sul petto gli uncinelli.  Quell'atto,  col  quale  Orsola  cos
riconosceva   nel   mezzano   l'uomo,   quell'improvviso   atto  fece  scattare
dall'abbiezione di Lindoro un impeto di orgoglio maschile.  -  Ah  egli  dunque
aveva  potuto  per s stesso turbare una donna!  - E si fece pi da presso;  e,
come il coraggio del vino lo animava,  quella volta  nessun  ritegno  di  vilt
trattenne il bruto.



Orsola  rimase  inerte,  lunga su i mattoni,  con nelle vesti,  con in tutta la
figura lo scompiglio della donna violata.
Ma, quando ud i passi di Camilla nella scala,  dal fondo della sua languidezza
si lev su un gomito;  rapidamente pass le mani su le vesti sconvolte; ritrov
le parole per dire alla sorella che una sbita mancanza di forze l'aveva  fatta
cadere nel mezzo della stanza.
Fuori, annottava. Sul paese si spandeva la grande frescura glauca della sera di
giugno,  originante dall'Adriatico.  Voci e risa empivano la piazza;  gi pe il
casamento cantava la gioia  sabatina  degli  abitanti  sollevati.  Dal  secondo
pianerottolo Teodora La Iece grid:
- Comare Camilla, comare Orsola, venite?
Orsola  segu  la  sorella,  senza  parlare,  senza  pensare.  Durava  fatica a
ricordarsi: una specie di ebetudine le teneva ancora  la  memoria.  Teodora  le
empiva gli orecchi del suo chiacchierio di femmina maldicente e petulante.
- Sapete, comare, la figlia di Rachela Catena si marita.
- Ah.
-  Sapete,  piglia  Giovannino  Speranza,  quel  rosso  che  tiene locanda alla
Pesceria e ha il mal di San Donato, liberanosdmine.
- Ah.
- Sapete,  comare;  Checchina  Madrigale  se  n'  scappata  un'altra  volta  a
Francavilla.  Voi la conoscete;  quella grassa che sta di casa a Gloria,  nera,
col naso a becco... quella.
Teodora seguitando aveva preso il passo di Orsola.  Camilla veniva un  poco  in
dietro,  a  capo  chino,  senza badare ai peccati di mormorazione che la lingua
della tessitrice commetteva contro il prossimo.  Per  le  vie  tutta  la  gente
godeva l'aria;  gruppi di donne passavano,  in vesti di tela,  con braccia nude
sino al gomito.
- Comare,  guardate Graziella Potavigna che falbal s'  messo!  Guardate  Rosa
Zazzetta, con un sergente avanti e uno dietro... Ah, voi non sapete?
E  qui  una  storia  d'amorazzi  piena d'indiscrezioni salaci,  susurrata quasi
all'orecchio. Per obliare, Orsola si immerse nel pettegolezzo intieramente, con
una specie di furia convulsa,  non dando a s stessa  il  tempo  di  ripensare,
interrogando,  eccitando  Teodora  alla chiacchiera,  temendo gli intervalli di
silenzio,  riempiendoli con sussulti di riso.  Ella aveva  quasi  un  godimento
amaro a sentire i vituperii degli altri.
- Oh, ecco Don Paolo!
Veniva in contro con la sua bella placidezza Don Paolo Seccia,  un ottuagenario
ancora aspro e verde come un ginepro.
- Venite con noi, Don Paolo: usciamo fuori.
Tutti i macelli per la via  di  qua,  di  l,  avevano  i  loro  manzi  freschi
penzolanti  in  mezzo  alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva dalle
ventraie aperte e assaliva le nari.  Pi  in  su,  lunghe  file  di  maccheroni
stavano  attelate  al  lume della luna che le guardava dalla cima di un'antenna
soperchiante la caserma.  Gruppi  di  soldati  si  affollavano  in  torno  alle
rivenditrici di frutta, vociferando.
-  Andiamo alla Bandiera - disse Teodora,  dando la precedenza a Don Paolo ed a
Camilla.
Orsola pass in mezzo a tutti quei  rumori  e  quegli  odori  forti,  stordita.
Cominciava alfine uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondo, a torcerle la
bocca  nel  riso,  nelle  parole,  a  impedirle la lingua.  Anche certi piccoli
tormenti fisici la molestavano e la richiamavano alla realit delle cose.  Ella
non sapeva pi sfuggire a s stessa: le moriva la voce fra i denti,  l'angoscia
le serrava la gola,  il fantasma del  peccato  enorme  e  irrimediabile  le  si
drizzava dinanzi. Ella ora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi,
di  mettere  i  passi: si sentiva percossa dalla spietata animazione della vita
nella strada che  di tutti.
- Dunque, comare mia,  quel guercio del marito senza saper nulla di nulla...  -
diceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.
Andavano  per la Bandiera.  Il ponte a battelli,  su la sinistra,  cavalcava il
fiume.  Dall'altro lato,  la mole cupa e grave del bastione  si  disegnava  nel
chiarore.  I  vecchi  cannoni di ferro,  piantati con la bocca nel terreno,  si
dilungavano in fila trattenendo le gomene;  grandi ncore di ferro ingombravano
lo scalo. Nelle tolde, a riva, i marinari sotto le tende mangiavano e fumavano:
le tende illuminate contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna.
Intorno  alle  prore,  su  l'acqua  larghe  chiazze  come di materia liquefatta
fluttuavano lentamente.
-...mand  a  chiamare  don  Nero  Memma,  figuratevi!  -  seguitava  Teodora,
implacabile.
- Chi parla del dottor Dulcamara? - fece Don Paolo, a cui era giunto quel nome,
ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii.
Orsola  non sentiva pi: ella era pallida come la faccia della luna.  Da prima,
tutta quella gran pace luminosa piovente dal cielo sul  fiume  e  tutte  quelle
lunghe  vene  di  odore  marino corrente pe il fresco le avevano dato sollievo;
poich  dinanzi  a  quello  spettacolo  di  dolcezza  i  fantasmi   vagheggiati
dell'amore  in  fondo  a  lei  si  risollevavano e le sommit del sentimento al
raggio lunare riscintillavano. Fu, sbito dopo,  un tumulto confuso in cui ella
udiva  battere  le  arterie  con  un  susurro assordante che parve dilatarsi e
riempire tutta l'aria d'un tratto. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo.  Il
limite  delle  acque si confuse,  per la vertigine;  il fiume invase la strada;
acque acque acque si sparsero in torno.  Poi,  d'un tratto,  uno scintillo  di
bagliori si accese dentro gli occhi di lei,  un tremolo crescente di fiammelle
fatue che rompevano,  si intrecciavano,  si allontanavano,  e  si  fondevano  e
perdevano  serpentinamente  nell'ombra.  In  quella  illuminazione la figura di
Marcello compariva e spariva,  con una rapidit e una mutabilit di  sogno.  La
vertigine  cess.  Orsola  riconobbe  i  riflessi della luna nel fiume placido;
continu a camminare, stupefatta, indebolita, quasi in punto di venir meno.
- Stanca,  eh?  comare;  voi non siete abituata,  si  sa.  Appoggiatevi  a  me,
appoggiatevi - diceva Teodora. - La figlia di Donna Mentina Ussoria, quella pi
piccola,   butterata,  stava  proprio  innanzi  alla  bottega,  sapete,  su  la
piazzetta...
Erano alla caserma dei finanzieri.  Grandi mucchi di carrube mandavano un odore
forte  come  di  pelli  conciate;  e  la  strada seminata di scaglie d'ostriche
scricchiolava sotto i passi.  Due scibiche,  presso la  riva,  facevano  pesca
d'anguille,  in silenzio,  con la luna propizia. Ma la sonorit del mare empiva
di grandezza il silenzio.  Annunziavano la  foce  gli  ondeggiamenti  del  sale
superanti il lieve fiore dell'acqua dolce.
- Torniamo in dietro,  belle figliuole - disse Don Paolo, prendendo una carruba
dal mucchio vicino.
Orsola si lasciava  condurre.  Ella  durava  fatica  a  rattenere  l'ansia  del
respiro;  poich  ora  il  suo  stato  con  una  terribilit incalzante,  le si
ripresentava dinanzi e schiacciava tutti gli aneliti e i tumulti del sentimento
suscitati dalla volutt della notte lunare.  Ella vedeva,  nella fissazione del
suo pensiero,  la figura di Lindoro levarsi e vivere; si sentiva un'altra volta
afferrare e palpare da quelle mani aspre, soffocare da quel fiato caldo di vino
e di libidine, violare su i mattoni della stanza. Ma in quel momento,  pensava,
ella  non aveva resistito,  non aveva gridato,  non aveva fatto nessun moto per
opporsi; ella aveva soggiaciuto, senza forze,  non distinguendo pi nulla,  non
sentendo  se  non una gran gioia mista di dolore inondarle le fibre.  Allora il
ribrezzo e il languore  si  avvicendarono  nella  sua  carne,  agghiacciandola,
affocandola.  Inconsapevole,  guardava  innanzi  a s,  pallida e con gli occhi
ingranditi e pi neri.
- Sentite come il vino canta! - disse Don Paolo, soffermandosi.
Nelle barche i marinari stavano distesi tra i cordami,  in mezzo  al  fumo  del
tabacco di Dalmazia, e cantavano di femmine belle, in gran coro.



Camilla,  su l'inginocchiatoio,  preg a voce bassa,  co il capo prostrato, con
giunte le mani, lungamente;  poi accese la lampada votiva a Maria Vergine,  per
la notte;  pieg poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Ges tra i fiori vizzi
del seno.  Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse  l'ostia
sacra  su  la patna d'argento.  Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni
della fiammella alimentata dall'olio.  I rumori del legno che si dilata  e  dei
tarli  che  rdono,  le voci misteriose dei vecchi mobili nella calma notturna,
rompevano il silenzio.
Orsola stava nello stesso letto, a fianco di Camilla, distesa,  senza muoversi,
senza  chiudere gli occhi,  poich una grande stanchezza insonne le occupava le
membra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina.  Ella
ascoltava  il  silenzio;  spiava s stessa con una curiosit ansiosa,  come per
sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo.
A un tratto,  Camilla nel sonno cominci a mormorare parole confuse,  frammenti
di parole incomprensibili,  movendo appena le labbra,  mettendo lunghi respiri.
La testa di lei, scarna,  affilata,  scolpita rigidamente dalla penitenza e dal
digiuno,  ingiallita  dal  lume  della  lampada,  posava  su  la bianchezza del
guanciale come una effigie mal dorata di  santa  sopra  una  raggiera.  Piccole
ombre  violacee  segnavano  l'interno  delle narici,  i solchi del collo teso e
pieno di corde,  le fosse delle gote,  le occhiaie d'onde  sporgeva  grande  il
globo coperto dalla pelle molle della palpebra. Ella pareva cos il cadavere di
una  martire,  dentro  cui  scendesse  lo  spirito  di  Dio.  Bench quello dei
soliloqui notturni non fosse il primo, Orsola sent freddo in mezzo ai capelli:
un  terrore  improvviso  l'assal  e  la  oppresse.   Ella  istintivamente   si
rannicchi, cerc di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo
della sponda;  stette immobile,  sospesa negli intervalli di silenzio,  con gli
occhi fissi su la bocca della dormiente, provando un sordo sussulto in mezzo al
petto se quelle  labbra  si  movevano  a  profferire  nuove  parole.  Ella  non
comprendeva;  ma qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne era in quel
mormoro interrotto, un mistero soprannaturale si levava da quel corpo inerte e
inconsapevole che parlava senza udire la propria  voce.  Nella  stanza  passava
l'alito  del  sepolcro;   per  la  fantasia  sconvolta  dell'insonne  le  ombre
oscillanti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri;  l'aria  pareva
solcata da romori ignoti. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo
sguardo,  tutte  le  cose  si trasformavano e si animavano ed andavano verso di
lei.  Allora l'idea del castigo e della pena eterna ancora una volta le risorse
nella conscienza e la incalz.  Ella si abbatt sotto l'incubo del suo peccato,
mettendo in croce le  braccia  sul  petto  per  difendersi  dalle  minacce  dei
demonii,  tentando pregare con la lingua impedita dal terrore aggrappandosi con
un supremo slancio all'ncora del  pentimento,  all'ultima  salvezza.  Ella  si
sentiva  perduta,  chiedeva  misericordia  dall'intimo  del suo cuore al divino
Sposo tradito, a Ges buono e grande, a Colui che perdona.
La voce di Camilla si  esalava  in  sospiri,  si  confondeva  in  un  borboglo
tremulo,  si  spegneva  nella  respirazione lenta ed eguale,  a mano a mano che
l'entusiasmo del sogno mistico si andava  placando.  Le  ombre  seguitavano  ad
oscillare.  Non  ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con
le dolcissime braccia la pecorella tornante all'ovile.



- Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele,  figlio di Petuel:  Avverr
che  io  spander  il  mio Spirito sopra ogni carne,  e i vostri figliuoli e le
vostre figliuole profetizzeranno;  i vostri vecchi sogneranno sogni,  i  vostri
giovani vedranno visioni .
Questo Spirito di cui gli Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine,  fu per
essi e per noi uno Spirito di verit,  uno Spirito di santit e uno Spirito  di
forza...  O  divino  amore,  o  sacro  legame  che unisci il Padre e il Figlio,
Spirito onnipotente,  fedele consolatore degli aflitti,  penetra  negli  abissi
profondi del nostro cuore e infondici la tua gran luce!-
Cos predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste, dall'altare maggiore, vlto
al popolo ascoltante. Sopra di lui, in alto, la terza persona della SS. Trinit
apriva l'arco radioso delle ali d'oro,  e nella chiesa l'illuminazione dei ceri
spandeva un rossore simile a un riflesso d'incendio.  Gli  enormi  pilastri  di
pietra  sostenenti  le  due  navate,  coperti  di  barbare  sculture cristiane,
cavalcavano verso l'altare pesantemente;  su le pareti gli avanzi  dei  mosaici
rilucevano: qualche testa di Apostolo, qualche braccio rigido di Santa, qualche
ala d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato dai
secoli. Tra i mosaici pendevano piccole navi ex-voto. dedicate al tempio dai
naufraghi  superstiti.  E  in  mezzo  alle  pietre rudi e alle croste fosche si
elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira sorreggenti il  pergamo  anche
marmoreo fiorito di acanti e animato di bassirilievi.
-  Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta,  a fin che cessi la sua
lunga aridit. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al santuario dell'anima
nostra,  a fin che penetrandoci  accendano  fiamme  consumatrici  delle  nostre
debolezze,  delle nostre negligenze, dei nostri languori! - seguitava il prete,
salendo ai supremi culmini della sua eloquenza e della sua potenza vocale.
Orsola, da presso, ascoltava, tutta raccolta.  Ella si era rifugiata nella casa
del Signore,  era tornata al talamo;  voleva che il Signore la purificasse e la
ricevesse un'altra volta nella benignit del suo  grande  abbracciamento.  Quel
barbaglio  subitaneo  di  fede la abbacinava,  le faceva quasi dimenticare ogni
fallo anteriore.  Le pareva che subitamente  dalla  sua  anima  le  macchie  si
cancellassero  e  dalla  sua  carne cadessero le scorie della impurit terrena.
Giammai ella si era accostata all'altare di Dio con un pi profondo tremito  di
speranza; giammai aveva ascoltato la parola di Dio con una pi lunga ebrezza.
Dall'istante in cui l'orrore della dannazione le si lev nella conoscenza, ella
si  compresse  in  una  specie  di raccoglimento cupo,  sorvegliando s stessa,
sorvegliando i proprii atti, i proprii pensieri, i minimi moti pe il timore che
quella veemenza di pentimento si esalasse,  per l'ansia di  conservare  intatto
dentro  di  s  quel  fiore  di fede rigermogliato d'improvviso.  Fu una specie
d'assunzione verso Ges,  con un ripudio di ogni legame umano.  Ella si  esalt
nella  lettura  dei libri sacri;  si gett nella contemplazione delle imagini e
dei misteri;  lott contro le molli vilt della carne,  contro i  calori  della
giornata,  contro  l'insidie  della  notte,  contro i profumi che le portava il
vento, contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri,  contro le voci che
parevano vellicarle l'udito e susurrarle segreti nuovi di piacere.
Dopo quella settimana solitaria di passione, ella ora deponeva il sacrificio ai
piedi dell'altare; beveva il balsamo della parola di Dio, fissando gli occhi in
alto  alla  colomba  radiosa  e  sentendosi a poco a poco naufragare nel pelago
dell'estasi.
- Vieni dunque,  vieni,  dolce consolatore delle anime  desolate,  rifugio  nei
pericoli,  protettore nella sventura. Vieni, o tu che purifichi l'anime da ogni
macchia e ne guarisci le piaghe.  Vieni,  forza del debole,  appoggio di quegli
che cade. Vieni, stella dei naviganti, speranza dei poveri, salute di chi  per
morire! - incalzava Don Gennaro Tierno, alto nella pianeta d'argento, vermiglio
in  volto,  con  occhi  forzanti  le orbite,  con gesti che parevano toccare il
cielo.
Nella chiesa una calura grave si era addensata su i  cristiani.  Le  navate  si
schiacciavano  su  i pilastri;  in una vetrata la testa di San Luca evangelista
raggiava percossa dal sole e il  gran  manto  metteva  nell'aria  una  zona  di
crepuscolo verde. L'ambone marmoreo si levava come un miracoloso fiore mistico,
in quel vapore di luce.
- Vieni, o Spirito, vieni ed abbi misericordia di noi!
Orsola  teneva  gli  occhi all'alto: su l'onda di tutte quelle invocazioni ella
ascendeva verso il nimbo, penetrata dalla ineffabile soavit che attira l'anime
all'odore degli aromi spirituali.  Le parve un istante  di  vedere  la  colomba
d'oro  balenarle  un lampo di assentimento,  e il cuore le balz di giubilo nel
seno come San Giovanni nelle viscere d'Elisabetta  alla  visita  della  Vergine
Maria.
- Per nostro signore Ges Cristo. Amen..
Il prete,  tutto d'argento, si volse verso la custodia, dicendo a bassa voce un
credo..  Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere i  turiboli
fumanti  e odoranti.  Un nuvolo di incenso avvolse la vergine violata che stava
da presso;  e subitamente un invincibile  fiotto  di  nausea  dal  fondo  della
maternit le sal alla gola e le fece torcere la bocca.



Non  c'era  dunque  scampo?  -  Pi  giorni  ancora  ella  oscill  nel dubbio,
aspettando l'ultima prova.  Vertigini la prendevano  al  levarsi,  quando  ella
metteva a terra i piedi;  sfinimenti vaghi la invadevano su la sera, fievolezze
in cui il pensiero,  la volont,  i ricordi parevano quasi avere la confusione,
la  sonnolenza  fluttuante  delle prime ore mattutine.  Ella faceva le cose per
abitudine, con gesti di sonnambula,  stancamente.  Nella scuola,  se veniva sul
vento l'odore del pane caldo dal forno,  ella si sentiva morire,  sentiva tutte
le viscere montarle d'un tratto alla bocca;  e  un  sapore  di  lisciva  le  si
spandeva nella lingua.  Un giorno,  mentre un bimbo succhiava una ciliegia, una
voglia violenta di quel frutto la fece contorcere su la  sedia,  impallidire  e
sudare.  Poi,  ella, dopo il pasto, tutta amara di nausea, si metteva lunga sul
letto,  si lasciava occupare dal  sopore:  il  caldo  era  pesante,  le  mosche
ronzavano,  le  grida  d'un  venditore di occhiali passavano sotto la finestra,
rauche nel silenzio.
Sfiduciata, ella non cerc pi la chiesa: l'incenso anche la ributtava.
Ella non pens pi a Marcello;  non lo vide pi,  non ebbe di  lui  se  non  un
ricordo incerto, come di un sogno remoto. L'ansia presente la teneva tutta.
Lindoro saliva a portar acqua come prima.  Egli giungeva su,  rosso e stillante
di sudore; posava le conche,  lanciando sguardi di sbieco alla vittima.  Orsola
si  ritirava nell'altra stanza o si curvava sul lavoro stringendo i denti nella
collera repressa. Lindoro se ne andava,  come un cane frustato;  ma il pensiero
di  aver  posseduto  quella  donna  gli  turbava  il sangue: avrebbe voluto ora
trascinarsela con s, tenersela,  esserne il padrone come di una merce da usare
e da vendere. Cupidigia sensuale e avidit di guadagno in lui si mescevano.
Una  sera  egli aspett che Camilla uscisse,  alla porta di strada;  poi sal a
precipizio per sorprendere Orsola,  per trovarla sola nella casa.  Quando  egli
batt all'uscio Orsola lo riconobbe e si sent rimescolare.
- Che vuoi da me, che vuoi? - chiese ella con la voce soffocata, senza aprire.
- Sentimi un momento, sentimi! Non aver paura; non ti faccio male...
- Vattene,  cane,  infame,  assassino...  - proruppe la donna, con una veemenza
stridula di vituperii,  togliendo il freno a  tutto  l'odio  accumulato  contro
colui. - Vattene, vattene!
E,  sfinita,  si ritrasse nella sua stanza, si gett, su i guanciali mordendoli
fra le lagrime.



Non c'era pi scampo. - La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed
era morta cos,  con un bimbo di tre mesi nel ventre.  La  figlia  di  Clemenza
Iorio  s'era  precipitata  dal  ponte,  ed  era  morta cos,  nella fanga della
Pescarina. Bisognava dunque morire.
Quando questo pensiero balen alla mente di Orsola, cadeva il pomeriggio. Tutte
le campane sonavano a gloria, nella vigilia del Corpus Domini.; grandi trib
di rondini schiamazzavano e turbinavano sul palazzo di Brina, si assembravano a
parlamento su l'Arco.  Una nuvola rossa sovrastava  le  case,  simile  forse  a
quella che vers bitume ardente su l'empiet di Sodoma.
Orsola al baleno di quel pensiero si smarr,  ebbe paura. Poi a mano a mano che
il sentimento della vergogna la persuadeva al passo,  in fondo a lei una  sorda
ribellione di vitalit cominciava a levitare,  le viscere fremevano.  Ella d'un
tratto sent il rossore e il calore del suo sangue  chiazzarle  la  fronte,  le
guance.  Si  lev,  dalla  sedia,  torcendosi  le braccia nell'agitazione della
lotta. E, con un impeto di forza nervosa,  finalmente usc dalla stanza,  entr
nella  cucina,  cerc  su  le  tavole un bicchiere e il mazzo degli zolfanelli.
L'odore forte del carbone le turbava lo stomaco;  la vertigine le  prendeva  il
cervello.  Ella  trov  tutto:  mise gli zolfanelli a disciogliersi nell'acqua;
rientr nella sua stanza e nascose in un angolo, sotto un mobile,  il bicchiere
letale.
- Dio mio! Dio mio!
Ella aveva ora paura di trovarsi cos,  sola,  dinanzi al suo proponimento.  Le
torn subitamente nella fantasia il cadavere di Cristina Iorio intraveduto quel
giorno mentre lo portavano su la barella alla casa della madre: un corpo gonfio
come un otre, con la melma n capelli, nel cavo degli occhi, nella bocca,  tra
le dita d piedi violetti...
- Dio mio, Dio mio, morire!
E  sussult  come  se  una mano fredda e rigida le si fosse posata sul capo: un
brivido  le  corse  tutte  le  membra,  le  dur  un  momento  sul  cranio  con
l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne la pelle.
- No,  no, no! - disse con la voce alterata, come se volesse scacciare da s il
contatto di qualche cosa orribile. E and alla finestra,  sporse il capo fuori,
cercando un rifugio.
Ella  rimase  l,  inchiodata,  attonita  dinanzi  a  quella visione d'incendio
biblico e a quella tregenda di uccelli neri. Quando si volse un poco, intravide
nell'ombra della stanza un bagliore strano: il luccicho delle mezzelune  d'oro
su la veste della Madonna di Loreto e il luccicho delle medaglie.  Ebbe ancora
paura; si schiacci sul davanzale si sporse di pi;  stette l,  senza avere il
coraggio  di  muoversi.  Allora,  in quella immobilit,  l'indebolimento serale
cominci ad invaderla;  ed ella  si  strinse  la  testa  grave  tra  le  palme,
socchiuse le palpebre.
- Ah!
D'improvviso le si era aperto nell'animo uno spircolo.  - S,  s,  ella se ne
rammentava!  Spacone,  il mago,  quel vecchio con la barba  lunga,  quello  che
faceva  i  miracoli  e  aveva le medicine per ogni male...  Era venuto al paese
qualche volta a cavalcioni di una muletta bianca,  con due triangoli d'oro agli
orecchi,  con  una fila di bottoni larghi come cucchiai d'argento senza manico.
Tante donne uscivano su gli usci e lo chiamavano, e lo benedicevano. Egli aveva
guarito ogni sorta di malattie con certe erbe e certe acque e certi  segni  del
dito  pollice  e  certe  parole  magiche.  Egli doveva avere i rimedii pure per
quella cosa... s, s, li doveva avere!
E Orsola rivisse in un barlume di speranza,  mentre il languore saliva  saliva.
Dinanzi  a  lei,  le  cose  annegavano  nel  crepuscolo;  il  giorno vermiglio,
penetrato dalle ceneri della notte vicina,  mancava in un  lento  scoloramento,
senza contrasti. Una rondine, come un pippistrello, pass radendole il capo. Il
sbito alito dell'estate le soffi nella faccia,  le tocc ogni vena, le scosse
fin le radici infime della vita.
Ella,  con un moto involontario e inconsapevole,  mise le mani sul ventre e  le
tenne cos un istante.  L'indefinito sentimento della maternit le attraversava
l'anima. E dal fondo,  misteriosamente,  un ricordo della convalescenza lontana
si svegli. - Ah, era di marzo... una gran bianchezza ridente... e sopra di lei
le spie., le lanugini molli piovevano.



Cos fu che la mattina dopo ella usc dalla casa, di sotterfugio; e s'incammin
sola fuori del paese, per la strada nuova di Chieti.
Nelle  vicinanze  di San Rocco abitava Spacone.  Sotto la maest di una quercia
druidica, egli compiva i miracoli e formulava i responsi. Tutto il contado,  in
venti miglia di circuito, ricorreva a lui, come a un apostolo della Providenza.
Nelle  epidemie  del  bestiame  indigeno,  mandre  di  bovi  e  di  cavalli  si
raccoglievano in torno alla quercia per ricevere il talismano  preservante  dal
morbo: le orme delle unghie equine e bovine facevano come un circolo di incanti
su l'erbe semplici del terreno.
Quando  Orsola s'incammin,  era nella terra pescarese un gran giuoco d'ombre e
di luci.  Le nuvole nomadi  trasmigravano  dalla  marina  alla  montagna,  come
carovane con buone salmerie d'acqua, per quel cielo arabico del mese di giugno.
A  intervalli,  larghe  zone  di  terra si sommergevano nell'ombra,  altre zone
emergevano illustrate; e, come l'ombra era turchina e mobile,  la campagna cos
dava  apparenza  di  un  arcipelago  che  galleggiasse  copioso  di alberi e di
fromento. Il canto degli uccelli lodava la maturit delle biade.
Al primo spettacolo Orsola ebbe un insolito ristoro;  poich la  libert  della
campagna,  la  felicit  della luce sul fogliame,  gli odori cordiali dell'aria
circondandole d'un tratto la persona le mossero il sangue,  e la nuova speranza
in  lei  al  dispiegarsi  dell'orizzonte  si  fortific  ed  esult.   Ella  si
alleggeriva di tutte le angosce,  vivendo  per  due  sentimenti  soli,  per  la
speranza  della salvazione corporea e pel desiderio di raggiungere la mta.  In
fondo, alla mta,  ella vedeva nella sua fantasia sorgere il vecchio benefico e
illuminarsi   misticamente.   Per  una  nativa  tendenza  superstiziosa,   ella
trasformava quella  figura,  la  ingigantiva  e  la  vestiva  di  una  dolcezza
cristiana,  la  cingeva il nimbo.  Allora tutte le dicerie che correvano tra il
volgo le tornarono alla  memoria  confusamente  e  gittarono  sprazzi  di  luce
meravigliosa su la fronte di Spacone.  Allora ella si ramment che Rosa Catena,
in un giorno  lontano  della  malattia,  aveva  parlato  del  Vecchio  con  una
reverenza devota citando miracoli. - Un cieco di Torre d Passeri era andato a
San  Rocco  ed  era tornato dopo tre d con gli occhi che ci vedevano e con una
cifra turchina su la tempia.  Una femmina di  Spoltore,  invasa  dagli  spiriti
maligni,  era  tornata  mansueta  come  un'agnella,  dopo aver bevuto due sorsi
d'un'acqua custodita in una piccola zucca secca.
Cos a poco a poco, lungo il cammino,  pel concorso di tanti elementi sparsi si
venne  formando nella mente di Orsola una specie di leggenda.  E a poco a poco,
giacch nulla possono gli uomini senza l'assistenza  di  Dio,  sorse  anche  la
persuasione che il Vecchio fosse un inviato del cielo, un redentore delle anime
dalla  dipendenza  corporale,  un distributore di grazie celesti su la terra ai
caduti. - La speranza estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente,
quasi per influsso divino,  fra i segnali accesi nell'aria?  E nella Pentecoste
la colomba non aveva balenato dall'alto, agli occhi della pregante, un lampo di
buona promessa?
La  promessa  ora  si  compiva  nel santo giorno del Corpus Domini..  Orsola
dunque, tutta calda di fede e di giubilo, andava su la polvere della via nuova,
non curando la fatica dei passi.  Ai due lati,  le siepi  biancheggiavano  come
coperte di escrementi d'uccelli. Gruppi di pioppi sonori stavano su i limiti; e
i  tronchi  inargentati  riverberavano  le variazioni della luce.  Le contadine
della Villa del Fuoco,  nane,  co il naso camuso,  con le  labbra  schiacciate,
femmine cafre dalla pelle bianca,  venivano incontro a due,  a tre.  Le vicende
delle nuvole occupavano l'immenso teatro della campagna.
Orsola pass il Mulino,  pass la Villa.  Una energia  nervosa  le  animava  il
passo.  Ella  si  sentiva  battere  il  vento  su  la nuca e sentiva sul capo a
intervalli  stormire  i  pioppi.  Ma  l'oscillare  delle  ombre  e  la  polvere
cominciavano a turbarle un poco la visione; il calore del moto le affluiva alla
testa;   la   volont   era   tutta  occupata  nell'insolito  sforzo  materiale
dell'incedere.  Ella cos and innanzi in una specie di  stordimento  crescente
che  si  mutava  in  malessere;  e,  vinta dalla fatica e dal caldo,  si lasci
allettare da un mucchio di olivi messi in salita a sinistra.
Passavano quattro o cinque zingari seminudi,  bronzini,  con amuleti luccicanti
sul petto, a cavalcioni di certi asini rossastri. Uno di loro fischiava urtando
con  le  calcagna  il  ventre  della sua bestia.  Tutti avevano in mano canne e
portavano bisacce di pelle su le cosce. Guardarono la donna rifugiata sotto gli
olivi e mormorarono ridendo.
Orsola ebbe paura di quegli occhi che mostravano il  bianco  nello  sguardo,  e
stette  sbigottita  finch  il  gruppo  non  si  allontan.  Lo  scoraggiamento
incominciava a  impadronirsi  di  lei;  la  solitudine  cominciava  ad  esserle
paventosa,  poich  nella  campagna correva per lunghi brividi l'annunzio della
pioggia e un silenzio quasi lugubre scendeva nell'aria dalle  nuvole  raccolte.
Ella  s'era appoggiata ad un tronco: freschi soffi intermessi le investivano la
persona e le gelavano il sudore nei pori,  soffi che accorrevano a  lei  co  il
frusco  di un animale furtivo nell'erba;  mentre in torno il tremolo del sole
pareva un  riverbero  d'acque  lontane.  Pallidi  fiori  d'un  giallo  sulfureo
facevano onda a pi degli olivi.
Un  ricordo  scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna.  - La chiesa
era tutta piena di palme benedette e di aromi, quel giorno;  ed ella andava tra
il popolo sorretta dalle braccia di Marcello,  in un gran tremore...  Ma,  come
ella si sofferm in quel pensiero, le si smarr la memoria;  tutto le sfugg in
una incertezza di sogno.  Soltanto, colpi sordi le batterono il cuore, sussulti
d'angoscia le affannarono il respiro. Ella aveva ora la sensazione ottusa di un
sopore che le cadesse sul cervello con la pesantezza d'un colpo di  maglio.  Un
resto  di  volont  vigile le bast a scuotersi debolmente e a discendere nella
strada.
Le nuvole raccolte verso la Maiella avevano preso il colore diafano e grigio di
una massa pendula d'acque.  Larghe trombe  si  avvicinavano  dalla  marina  pi
cariche;  e  ancora  qualche  azzurro campo si dilatava nell'alto.  Un odore di
umidit  gi   saliva   dalla   polvere,   da   tutta   la   campagna   ansante
nell'aspettazione.  Gli alberi immobili parevano assorbire la luce, si levavano
anneriti in  mezzo  alla  fumea  dell'aria,  popolavano  di  forme  incerte  la
lontananza.
Orsola  camminava  con  una  fatica immensa,  sentendo che le forze stavano per
abbandonarla. - Ecco, - pensava - arriver a quell'albero e poi cadr. - Ma non
cadeva.  Si scorgevano a destra le case di San Rocco.  Un contadino  veniva  in
contro a corsa.
- Buon uomo,  quello San Rocco?
- S, s, voltate alla prima scorciatoia.
Grosse  gocce  sonanti  cominciarono  a  cadere;  poi  d'un  tratto  la pioggia
crescente rig l'aria di lunghe frecce bianche, di lunghe sferze che percotendo
schioccavano.  Un sommovimento mostruoso agit allora  le  nuvole:  sprazzi  di
raggi eruppero di qua,  di l.  Tutte le colline, in fondo, a traverso le liste
della pioggia si accesero un attimo  e  si  rispensero.  Una  fievole  serenit
d'argento si lev su la Maiella, parve acuirsi come una spada sottile.
Orsola  tentava  di  correre verso la quercia distante un tiro di schioppo.  Le
gocce le battevano su la nuca,  le scivolavano per la schiena,  le colpivano la
faccia;  e gi le vesti erano tutte molli sino alla pelle. I passi le mancavano
sul terreno sdrucciolevole.  Ella cadde e si  rialz,  due  volte.  Poi,  quasi
folle, si mise a gridare verso la casa.
- Aiuto! aiuto!
Una  femmina  usc  dalla porta e venne a sorreggerla,  seguita da due cani che
abbaiavano.
Orsola si lasci condurre senza poter pi profferire una parola  a  traverso  i
denti  serrati,  livida,  con la faccia stravolta.  Non si riscosse se non dopo
qualche tempo, per le domande che l'ospite le faceva. E allora, repentinamente,
all'udire il nome di Spacone, si ricord di tutto.
- Ah, dov' Spacone? - chiese.
-  a Popoli, donna santa: l'hanno chiamato.
Orsola non resse pi: cominci a singhiozzare e a strapparsi i capelli.
- Che volete, donna santa? Che volete?  Io sono la moglie;  ci son qua io...  -
miagolava la strega, trattenendole i polsi, incitandola a parlare.
Orsola  esit  un  momento;  poi  disse  tutto,  a precipizio,  tra i singulti,
coprendosi la faccia.
- Aspettate.  Il rimedio c';  ma costa cinquanta soldi,  donna santa - fece la
strega  in  quel  suo  idioma  tutto  molle  di  vocali,  cantando  quel  bello
appellativo per intercalare.
Orsola  sciolse  un  nodo  nel  fazzoletto  e  offerse  cinque  piccole  monete
d'argento. Poi aspett, pi calma.
La stanza era vasta,  ma bassa. Le pareti, su cui qua e l il salnitro fioriva,
apparivano scagliose e verdastre.  Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano
quel fondo di spelonca; forme strane di utensili e di stromenti ingombravano le
tavole. Era come un aspro santuario custodito da un semplicista monaco.
La moglie di Spacone,  dinanzi al camino, componeva il suo filtro, in silenzio.
Era una femmina alta e ossuta,  bianchissima in  faccia,  co  il  naso  guasto,
violetto  come  un  fico,  con  i  capelli rossi e lisci su le tempie,  con due
piccoli occhi di albina, tatuata nel mento, nella fronte, nel dorso delle mani.
- Ecco, donna santa! Coraggio.
Orsola ingoi il liquido, d'un fiato; ma si sent, subito dopo,  da un'amarezza
atroce mordere il palato e le viscere. Rest con la bocca aperta, premendosi il
ventre con le mani,  battendo rapidamente un piede sul pavimento, nello spasimo
della prima contrazione uterina.
- Coraggio,  donna santa,  coraggio!  - le ripeteva la strega,  fissandola  con
quegli  occhi  bianchicci,  soffregandole le reni.  - Avete tempo di arrivare a
Pescara... Via! via!
Orsola non poteva rispondere; alla bocca non le venivano che urli.  I crampi le
serravano lo stomaco,  le irrigidivano i muscoli respiratori,  le eccitavano il
vomito.  I bulbi visivi le ruotavano in alto,  come se ella fosse  entrata  n
sintomi  di  una  convulsione  epilettica.  In tutto il suo debole organismo la
potenza eccessiva della bevanda operava ora effetti inaspettati. Il parto falso
si produsse quasi d'improvviso,  con una di quelle terribili perdite per ove le
forze della vita se ne vanno mollemente, insensibilmente, fluendo.
- Ges,  Ges, Ges! - mormorava la strega, inquieta, presa da una sbita paura
dinanzi a quel povero corpo riverso. - Ges, aiutatemi!
Alle sollecitazioni di lei,  Orsola rinvenne.  E come  dopo  qualche  tempo  il
profluvio parve arrestarsi, la meschina si pot levare in piedi; sospinta dalla
femmina,  uscire; giungere fino alla strada nuova, barcollando, pallida come se
non le fosse rimasta sotto la pelle una goccia di sangue,  ma tenuta viva dalla
speranza che il maggior pericolo fosse ormai superato.
Ora  la  campagna  era tutta frescamente luminosa dopo la pioggia.  Passava una
fila di carretti carichi di gesso,  e i grossi carrettieri di Letto Manoppello,
pieni  di  vino,  sdraiati su i sacchi fumavano.  Come Orsola si mise dietro la
fila, uno di quelli, l'estremo, grid:
- Oh, volete che vi porti, bella figliuola?
Quasi inconscia Orsola si lasci tirar su  dalle  forti  braccia  dell'uomo,  e
stette  cos  seduta  sopra  i  sacchi.  Non intendeva le grosse risa e i motti
osceni che di carro in carro si propagavano.
Con l'energia dell'istinto teneva le ginocchia serrate per impedire  al  flusso
la  via.  Sentiva a poco a poco una specie di ottusit occuparle i sensi,  cos
che gli sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia le  davano  appena  un  dolor
sordo  e il lezzo delle pipe le feriva appena le nari.  Poi cominci un susurro
lontano agli orecchi,  un tremante bagliore alla vista.  Pi volte ella sarebbe
caduta  se  non  l'avessero sorretta le mani del carrettiere,  che incoraggiato
dalla muta docilit di lei tentava qualche brutale carezza.
Il paese di Pescara apparve in cima alla strada,  in mezzo  al  sole,  mandando
suoni sul vento.
- Fanno la processione - disse uno degli uomini.  Tutti gli altri sferzarono; e
la strada rison sotto il  trotto  pesante,  al  tintinno  d  sonagli,  allo
schiocco delle fruste.
Quella  violenza di scosse e di fragore richiam per un momento Orsola al senso
della realt circostante. Ma, poich l'uomo le cingeva i fianchi con un braccio
e le soffiava il fiato vinoso nella guancia, ella per un cieco impeto si mise a
gridare e a gesticolare quasi l'avesse presa  il  delirio.  E  il  fantasma  di
Lindoro  subitamente  le  si  rizz  dinanzi  agli  occhi offuscati e pot anco
suscitarle il ribrezzo dell'orrore in quel poco di sensibilit che  le  restava
nei  nervi.  Appena  il carro si ferm,  discese a terra dai sacchi scivolando;
tent di muovere i passi,  con la furia affannosa di chi cerchi raggiungere  un
luogo sicuro per cadere.
Venivano  in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi,  con in
mano i crei  dipinti,  e  cantavano.  Dietro  la  torma  angelica,  un  grande
sventolo  di  drappi e di baldacchini ampliava l'aria beneficata dalla pioggia
recente. E cantavano:

Tantum ergo sacramentum
Veneremur cernui....

Orsola, intravedendo, volt nel vicolo; giunse alla casa di Rosa Catena, entr;
presa dalla vertigine,  cadde in mezzo al pavimento.  E,  come il profluvio del
sangue  ricominciava,  la paralisi le occup la met inferiore del corpo,  ogni
facolt di moto volontario in lei si spense.
Rosa non era nella casa;  la processione aveva attirato tutto  il  paese,  quel
giorno.  In un angolo della stanza Mu, il padre, un mostro di vecchiaia umana,
un cieco inchiodato per anni sul legname di una sedia dall'artrite  deformante,
tentava  vagamente con la punta del bastone i mattoni intorno a s per scoprire
la causa del rumore improvviso;  e un borbotto bavoso gli esciva  dalla  bocca
sdentata.
Allora,  ai  piedi  del mostro orrendo,  in mezzo al sangue del peccato,  con i
pollici stretti nei pugni, senza grida, la sposa violata del Signore per alcuni
attimi si agit nella convulsione mortale.
- Via! Via! Passa via! Via di qua!
Il vecchio,  credendo che fosse entrato il mastino del  beccaio,  allungava  il
bastone per scacciarlo; e percoteva la moribonda.
