TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GABRIELE D'ANNUNZIO.
La veglia funebre.



Il cadavere del sindaco Biagio Mila,  gi tutto vestito e con la faccia coperta
d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto, quasi in mezzo
alla  stanza,  tra  quattro  ceri.  Vegliavano,  nella  stanza,  la moglie e il
fratello del morto ai due lati.
Rosa Mila poteva avere circa  venticinque  anni.  Era  una  donna  fiorita,  di
carnagione  chiara,  con  la  fronte  un p bassa,  le sopracciglia lungamente
arcuate, gli occhi grigi e larghi e nell'iride variegati come agate. Possedendo
in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva la nuca e le tempie e gli
occhi nascosti da molte ciocche ribelli.  In tutta la persona le  splendeva  la
nitidezza  della  sanit;  e  la  sua  fresca pelle aveva il profumo dei frutti
prelibati.
Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa et.  Era magro,  con nel
volto  il  colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno sole.  Una molle
lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti e bianchi davano al suo
sorriso una bellezza virile;  e gli occhi suoi  giallognoli  lucevano  talvolta
come due zecchini nuovi.
Ambedue  tacevano:  l'una  scorrendo  con le dita un rosario di vetro,  l'altro
guardando il rosario scorrere.  Ambedue avevano l'indifferenza  che  la  nostra
gente campestre suole avere dinanzi al mistero della morte.
Emidio disse, con un lungo sospiro:
- Fa caldo, stanotte.
Rosa sollev gli occhi per assentire.
Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti delle fiammelle. Le
ombre si raccoglievano ora in un angolo ora in una parete,  variando di forme e
di intensit. Le vetrate delle finestre erano aperte,  ma le persiane restavano
chiuse.  Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si movevano come per un
fiato. Sul candore del letto il corpo di Biagio pareva dormire.
Le parole di Emidio caddero nel silenzio.  La donna chin di nuovo la testa,  e
ricominci  a  scorrere  il  rosario  lentamente.  Alcune  stille  di sudore le
imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
Emidio, dopo un poco, domand:
- A che ora verranno a prenderlo, domani?
Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
- Alle dieci, con la Congregazione del Sacramento.
Quindi ancora tacquero.  Dalla campagna giungeva  il  gracidare  assiduo  delle
rane,  giungevano  a  quando a quando gli odori delle erbe.  Nella tranquillit
perfetta Rosa ud una specie di gorgoglo roco escir dal  cadavere,  e  con  un
atto di orrore si lev dalla sedia e fece per allontanarsi.
- Non abbiate paura,  Rosa.  Sono umori - disse il cognato,  tendendole la mano
per rassicurarla.
Ella prese la mano, istintivamente;  e la tenne,  stando in piedi.  Tendeva gli
orecchi per ascoltare,  ma guardava altrove. I gorgogli si prolungavano dentro
il ventre del morto, e parevano salire verso la bocca.
- Non  nulla, Rosa. Quietatevi - soggiunse il cognato,  accennandole di sedere
sopra un cassone da nozze coperto d'un cuscino a fiorami.
Ella sedette, accanto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento. Come il
cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.
Il silenzio torn. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.
-  Fanno  le  trebbie  di  notte,  al  lume della luna - disse la donna volendo
parlare per ingannar la paura e la stanchezza.
Emidio non apr bocca.  E la donna ritrasse la mano,  poich quel contatto  ora
cominciava a darle un senso vago d'inquietudine
Ambedue  ora  erano  occupati  da  uno  stesso  pensiero  che  li  aveva  colti
d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo,  da un ricordo di
amori agresti nel tempo della pubert.

Essi,  in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina solata, al
quadrivio.  Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un muro alto costruito di
sassi  e  di  terra  argillosa.  Dal  lato  di  mezzod,  che i parenti di Rosa
possedevano, come ivi era pi lento e dolce il calor del sole,  una famiglia di
alberi  fruttiferi  prosperava  e  moltiplicava.   Alla  primavera  gli  alberi
fiorivano in comunione di letizia;  e le cupole argentee  o  rosee  o  violacee
s'incurvavano  sul  cielo  coronando  il  muro e dondolavano come per inalzarsi
nell'aria e facevano insieme un ronzo sonnifero d'api mellificanti.
Dietro il muro, dalla parte degli alberi, Rosa in quel tempo soleva cantare.
La voce limpida e fresca zampillava come  una  fontana,  sotto  le  corone  dei
fiori.
Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto. Egli era
debole e famelico.
Per  sfuggire alla dieta,  scendeva dalla casa furtivamente,  celando sotto gli
abiti un gran pezzo di pane,  e camminava lungo il muro,  nell'ultimo solco del
grano, fin che non giungeva al luogo della beatitudine.
Allora  si  sedeva,  con  le  spalle contro i sassi riscaldati,  e cominciava a
mangiare.  Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello aveva in
s una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco sapor di farina.
La  volutt del gusto e la volutt dell'udito nel convalescente si confondevano
quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa.  Cosicch in  quell'ozio,
tra quel calore, tra quelli odori che davano all'aria quasi la cordial saporit
del  vino,  anche  la  voce  feminile  diveniva per lui un naturale alimento di
rinascenza e come un nutrimento fisico che gli si fondeva nelle vene.
Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la guarigione fu
compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficiario una virt sensuale.
Dopo d'allora,  poich tra le due famiglie  la  dimestichezza  divenne  grande,
sorse  in  Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitarii amori che divorano
le forze dell'adolescenza.
Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario,  le due famiglie riunite
andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume.
La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i canneti
fioriti.
Nel  bosco  la merenda fu fatta su l'erba,  in una radura circolare limitata da
fusti di pioppi giganteschi.  L'erba corta era tutta  piena  di  certi  piccoli
fiori  violacei  che  esalavano  un  profumo  sottile;  qua  e  l nell'interno
discendevano tra il fogliame larghe zone di sole;  e la riviera in basso pareva
ferma,  aveva una pace lacustre,  una pura trasparenza ove le piante acquatiche
dormivano immote.
Dopo la merenda,  alcuni si sparpagliarono per la riva,  altri rimasero distesi
supini.
Rosa  ed  Emidio  si  trovarono insieme;  si presero a braccio e cominciarono a
camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
Ella si appoggiava tutta su lui;  rideva,  strappava le foglie ai virgulti  nel
passaggio,  morsicchiava  gli  steli  amari,  rovesciava la testa in dietro per
guardar le ghiandaie fuggiasche.  Nel moto il pettine di tartaruga  le  scivol
dai  capelli  che  d'un  tratto  le  si diffusero su le spalle con una stupenda
ricchezza.
Emidio si chin insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi, le due
teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le mani,  gridava tra
le risa:
- Ahi! Ahi!
Il  giovinetto  la guardava,  sentendosi fremere sin nelle midolle e sentendosi
impallidire e temendo di tradirsi.  Ella distacc con l'unghie da un tronco una
lunga spirale d'edera,  se l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido
e ferm la ribellione su la nuca con i denti  del  pettine.  Le  foglie  verdi,
talune rossastre, mal contenute, rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
- Cos vi piaccio?
Ma Emidio non apr bocca; non seppe che rispondere.
- Ah, non va bene! Siete forse muto?
Egli  aveva  voglia  di  cadere  in  ginocchio.  E,  come Rosa rideva d'un riso
scontento,  egli si sentiva quasi salire il pianto agli occhi per l'angoscia di
non poter trovare una parola sola.
Seguitarono  a  camminare.  In  un  punto  un'alberella  abbattuta  impediva il
passaggio.  Emido con ambe le mani sollev il fusto,  e Rosa pass di sotto  ai
rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
Pi  in  l  incontrarono  un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di pietra
rettangolari.  Gli alberi densi formavano intorno e sopra il pozzo una chiostra
di  verdura.  Ivi  l'ombra  era  profonda,  quasi  umida.  La volta vegetale si
rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva  a  met  dei  parapetti  di
mattone.
Rosa disse, distendendo le braccia:
- Come si sta bene qui!
Poi  raccolse l'acqua nel concavo della palma,  con un'attitudine di grazia,  e
sorseggi. Le gocciole le cadevano di tra le dita e le imperlavano la veste.
Quando fu dissetata,  con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua,  e l'offerse
al compagno lusinghevolmente:
- Bevete!
- Non ho sete - balbett Emidio istupidito.
Ella  gli  gett  l'acqua in viso,  facendo con il labbro inferiore una smorfia
quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini asciutti,  come in una
culla,  tenendo  i  piedi fuori dell'orlo,  e scotendoli irrequietamente.  A un
tratto si rialz, guard Emidio con uno sguardo singolare:
- Dunque? Andiamo.
Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione,  sempre in silenzio.
I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di raggi attraversavano
i loro passi; e il profumo del bosco cresceva intorno a loro.
Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.
Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova cognata.
Nella  scuola,  mentre i preti spiegavano l'Epitome historiae sacrae.,  egli
aveva fantasticato di lei.  Nello studio,  mentre i suoi vicini,  nascosti  dai
leggii  aperti,  si  davano  fra  loro a pratiche oscene,  egli aveva chiuso la
faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad immaginazioni impure.  Nella chiesa,
mentre  le  litanie  alla  Vergine  sonavano,  egli,  dietro l'invocazione alla
Rosa mystica., era fuggito lontano.
E,  come aveva appresa dai condiscepoli la corruzione,  la scena del bosco  gli
era  apparsa  in  una  nuova  luce.  E il sospetto di non avere indovinato,  il
rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli si offriva,  allora  lo
tormentarono stranamente.
Dunque era cosi?  Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era passato
inconsapevole accanto a una grande gioia?
E questo pensiero  ogni  giorno  si  faceva  pi  acuto,  pi  insistente,  pi
incalzante,  pi  angustioso.  E  ogni  giorno  egli se ne pasceva con maggiore
intensit di sofferenza; finch,  nella lunga monotonia della vita sacerdotale,
questo pensiero divenne per lui una specie di morbo immedicabile e dinanzi alla
irrimediabilit  della  cosa  egli  fu preso da uno scoramento immenso,  da una
melanconia senza fine.
- Dunque egli non aveva saputo!

Nella stanza ora i ceri lacrimavano.  Di tra le stecche delle  persiane  chiuse
entravano soffi di vento pi forti, e facevano inarcare le tende.
Rosa,  invasa pianamente dal sopore,  chiudeva di tanto in tanto le palpebre; e
come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.
- Siete stanca? - chiese con molta dolcezza il cherico.
- Io, no - rispose la donna, riprendendo gli spiriti ed ergendosi su la vita.
Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occup i  sensi.  Ella  teneva  la  testa
appoggiata  alla  parete:  i  capelli  le empivano tutto il collo,  dalla bocca
semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare.  Cos ella era bella;  e
nulla  in  lei era pi voluttuoso che il ritmo del seno e la visibile forma dei
ginocchi sotto la gonna leggiera.  Un soffio repentino fece gemere le  tende  e
spense i due ceri pi vicini alla finestra.
 S'io la baciassi? pens Emidio, per una suggestione improvvisa della carne
guardando l'assopita.
Ancora  i  canti  umani si propagavano nella notte di giugno,  con la solennit
delle cadenze liturgiche;  e sorgevano di lontananza in lontananza le  risposte
in  diversi  toni,  senza  compagnia di stromenti.  Poich il plenilunio doveva
essere alto,  il fioco lume interno non valeva a vincere l'albore  che  pioveva
copioso su le persiane, e si versava fra gli intervalli del legno.
Emidio  si  volse  verso il letto mortuario.  I suoi occhi,  scorrendo la linea
rigida e nera del cadavere,  si fermarono involontariamente su la mano,  su una
mano gonfia e giallastra,  un p adunca,  solcata di trame livide nel dorso; e
prestamente si  ritirassero.Piano  piano,nell'inconsapevolezza  del  sonno,  la
testa  di Rosa,  quasi segnando su la parete un semicerchio,  si chin verso il
cherico turbato.  La  reclinazione  della  bella  testa  muliebre  fu  in  atto
dolcissima;  e,  poich il movimento alter un poco il sonno, tra le palpebre a
pena a pena sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve  nel  bianco,  quasi
come una foglia di viola nel latte.
Emidio rimase immobile, tenendo contro l'mero il peso. Egli frenava il respiro
per  tema  di  destare  la  dormiente,  e un'angoscia enorme l'opprimeva per il
battito dei cuore e dei polsi e  delle  tempie,  che  pareva  empire  tutta  la
stanza.  Ma,  come  il  sonno  di Rosa continuava,  a poco a poco egli si sent
illanguidire e mancare in  una  mollezza  invincibile,  guardando  quella  gola
feminea  che  le collane di Venere segnavano di volutt,  aspirando quell'alito
caldo e l'odor dei capelli.
Un nuovo soffio,  carico di profumo notturno,  pieg la terza  fiammella  e  la
spense.
Allora  senza  pi  pensare,   senza  pi  temere,  abbandonandosi  tutto  alla
tentazione, il vegliante baci la donna in bocca.
Al contatto, ella si dest di soprassalto;  apr gli occhi stupefatti in faccia
al cognato, divenne pallida pallida.
Poi,  lentamente  si raccolse i capelli su la nuca;  e stette l,  con il busto
eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a s nelle ombre varianti.
- Chi ha spento i ceri?
- Il vento.
Non altro dissero. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come prima,  seduti
a canto,  sfiorandosi con i gomiti,  in una incertezza penosa, evitando con una
specie di artificio mentale che la loro coscienza  giudicasse  il  fatto  e  lo
condannasse. Spontaneamente ambedue rivolsero l'attenzione alle cose esteriori,
in quest'operazione dello spirito mettendo un'intensit fittizia, concorrendovi
pure  con l'attitudine della persona.  E a poco a poco una specie di ebriet li
conquistava.
I canti, nella notte,  seguitavano e s'indugiavano per l'aria lunghissimamente,
e s'ammollivano lusinghevolmente di risposta in risposta. Le voci maschili e le
voci feminili facevano un componimento amoroso. Talvolta una sola voce emergeva
su  le  altre  altissima,  dando  una  nota  unica,  in torno a cui gli accordi
concorrevano come onde in torno al medio filo d'una corrente  fluviatile.  Ora,
ad intervalli, sul principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica
di  una chitarra accordata in diapente;  e tra una ripresa e l'altra si udivano
gli urti misurati delle trebbie in sul terreno.
I due ascoltavano.
Forse per una vicenda del vento,  ora gli  odori  non  erano  pi  gli  stessi.
Venivano,  forse  dalla  collina  d'Orlando,  i profumi possenti dell'agrumeto;
forse dai giardini di Scalia i  profumi  delle  rose,  cos  densi  che  davano
all'aria  il sapore delle confetture nuziali;  forse dal padule della Farnia le
fragranze umide dei giaggioli, che respirate deliziavano come un sorso d'acqua.
I due rimanevano  ancora  taciturni,  sul  cassone,  immobili,  oppressi  dalla
volutt  della  notte  lunare.  Dinanzi  a  loro  l'ultima  fiammella oscillava
rapidamente,  e curvandosi faceva lacrimare il cero consunto.  Ad ogni  tratto,
pareva sul punto di spegnersi.  I due non si movevano.  Stavano l ansiosi, con
gli  occhi  dilatati  e  fissi,  a  guardare  la  tremula  fiammella  moritura.
D'improvviso il vento inebriante la spense.  Allora,  senza temere l'ombra, con
un'avidit concorde,  nel medesimo tempo,  l'uomo e la donna si strinsero l'uno
all'altra,   si  allacciarono,   si  cercarono  con  la  bocca,   perdutamente,
ciecamente, senza parlare, soffocandosi di carezze.
