TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GABRIELE D'ANNUNZIO.
La morte del duca d'Ofena.


Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione,  Don Filippo
Cassura apr subitamente le palpebre che per solito gli pesavano su gli occhi,
infiammate agli orli e arrovesciate come quelle d  piloti  che  navigano  per
mari ventosi.
-  Hai sentito?  - chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso.  E il tremito
della voce tradiva lo sbigottimento interiore.
Rispose il maggiordomo, sorridendo:
- Non abbiate paura, Eccellenza. Oggi  San Pietro. Cantano i mietitori.
Il vecchio stette un poco in ascolto,  poggiato sul gomito,  con lo sguardo  ai
balconi.  Le  cortine  ondeggiavano  ai soffi caldi del libeccio.  Le rondini a
stormi passavano e ripassavano,  rapide come  frecce,  nell'aria  ardentissima.
Tutti  i  tetti delle case sottostanti fiammeggiavano,  quali rossastri,  quali
grigi. Oltre i tetti si distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta
d'oro in tempo di mietitura.
Di nuovo chiese il vecchio:
- Ma, Giovanni, hai sentito?
Giungevano, infatti, clamori che non parevano di gioia. Il vento, rafforzandoli
a intervalli e  spegnendoli  o  mescendoli  al  suo  fischio,  li  rendeva  pi
singolari.
-  Non  ci  badate,   Eccellenza  -  rispose  il  Mazzagrogna.  -  Gli  orecchi
v'ingannano. State quieto.
Ed egli si lev per andare verso uno dei balconi.
Era un uomo tarchiato,  con le gambe in arco,  con le mani enormi,  coperte  di
peli  sul  dorso,  bestiali.  Aveva gli occhi un poco obliqui,  biancastri come
quelli degli albini, tutta la faccia sparsa di lentiggini,  pochi capelli rossi
su le tempie,  e l'occipite occupato da certe escrescenze dure e scure in forma
di castagne.
Rimase in piedi alquanto, fra le due cortine che si gonfiavano come due vele, a
investigare il piano sottoposto.  Un alto polvero levavasi dalla strada  della
Fara,  come  per passaggio di greggi numerose;  e i folti nugoli,  gonfiati dal
vento,  crescevano in forma di trombe.  Di tratto in tratto,  anche,  i  nugoli
balenavano come se chiudessero gente armata.
- Ebbene? - chiese Don Filippo, inquieto.
-  Nulla  -  rispose  il  Mazzagrogna;   ma  aveva  le  sopracciglia  corrugate
profondamente.
Di nuovo,  il soffio impetuoso port un tumulto di grida lontane.  Una cortina,
sforzata dall'urto,  si mise a sbattere e a garrire nell'aria come un gonfalone
spiegato. Una porta si chiuse d'improvviso, con violenza e con fragore. I vetri
ne tremarono.  Le carte,  accumulate sopra una tavola,  si  sparpagliarono  per
tutta la stanza.
-  Chiudi!  Chiudi!  - grid il vecchio,  con un moto di terrore.  - Mio figlio
dov'?
Egli ansava, sul letto,  affogato dalla pinguedine,  incapace di levarsi poich
aveva  tutta la inferior parte del corpo impedita dalla paralisa.  Un continuo
tremor paralitico gli agitava i muscoli del collo, i gomiti,  le ginocchia.  Le
sue  mani  posavano sul lenzuolo,  contorte e nodose come le radiche dei vecchi
olivi.  Un sudore abondante gli stillava  dalla  fronte  e  dal  cranio  calvo,
rigandogli la larga faccia che era d'un color roseo disfatto, sottilissimamente
venato di vermiglio come la milza dei buoi.
- Diavolo!  - mormor fra i denti il Mazzagrogna,  mentre chiudeva le imposte a
viva forza. - Fanno davvero?
Ora si scorgeva su la strada della  Fara,  alle  prime  case,  una  moltitudine
d'uomini agitata e ondeggiante,  come un rigurgito di flutti,  che dava indizio
di un'altra maggior moltitudine non visibile,  nascosta dalla linea dei tetti e
dalle querci di San Pio.  La legione ausiliaria delle campagne veniva dunque ad
ingrossar la ribellione.  A poco a poco la folla diminuiva,  internandosi nelle
vie  del  paese  e  scomparendo  come  un popolo di formiche nei labirinti d'un
formicaio. Le grida, soffocate dalle mura o ripercosse,  giungevano ora come un
rombo  continuo,  indistinte.  A  volte mancavano;  e allora si udiva il grande
stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva pi solo.
- Mio figlio dov'?  - chiese  di  nuovo  il  vecchio,  con  una  voce  che  lo
sbigottimento rendeva pi stridula. - Chiamalo! Lo voglio vedere.
Tremava forte,  sul letto,  non soltanto perch egli era paralitico,  ma perch
aveva paura.  Ai primi moti  sediziosi  del  giorno  innanzi,  agli  urli  d'un
centinaio  di  giovinastri  venuti a schiamazzare sotto i balconi contro la pi
recente angheria del duca d'Ofena, egli era stato preso da una cos pazza paura
che aveva pianto come una femminetta ed aveva  passata  la  notte  invocando  i
santi  del Paradiso.  Il pensiero della morte o del pericolo dava un indicibile
terrore a quel vecchio paralitico,  gi semispento,  in cui gli  ultimi  guizzi
della vita eran si dolorosi. Egli non voleva morire.
- Luigi! Luigi! - si mise a gridare, nell'ambascia, chiamando il figliuolo.
Tutto  il  palazzo era pieno dell'acuto tintinno d vetri all'urto del vento.
Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto,  o suono di passi
precipitati e di voci brevi.
- Luigi!


Il  duca  accorse.  Egli  era un poco pallido e concitato,  se bene cercasse di
dominarsi.  Alto di statura e robusto,  aveva la barba ancor tutta nera  su  le
mascelle assai grosse; la bocca tumida e imperiosa, piena d'un soffio veemente;
gli occhi torbidi e voraci; il naso grande, palpitante, sparso di rossore.
-  Ebbene?  -  chiese  Don Filippo,  ansando con tal rantolo che pareva dovesse
soffocarlo.
- Non temete,  padre;  ci sono io - rispose il duca,  appressandosi  al  letto,
cercando di sorridere.
Il Mazzagrogna stava in piedi,  dinanzi a uno dei balconi,  guardando di fuori,
intento. Non giungevano pi grida; non si vedeva pi alcuno.  Il sole declinava
dal cielo puro, simile a un cerchio roseo di fiamma, che pi s'ingrandiva e pi
s'accendeva nel raggiungere le cime dei colli. Tutta la campagna pareva ardere;
e pareva che il garbino fosse l'alito dell'incendio. Il primo quarto della luna
saliva di tra le macchie di Lisci. Poggio Rivelli, Ricciano, Rocca di Forca, in
lontananza,  mandavano  lampi  dai  vetri  delle  finestre  e a tratti suono di
campane. Qualche fuoco incominciava a brillare qua e l.  Il calore toglieva il
respiro.
-  Questo  -  disse il duca d'Ofena con quella sua voce rauca e dura - ci viene
dagli Scioli. Ma...
E fece un gran gesto di minaccia. Poi s'accost al Mazzagrogna.
Egli era inquieto per Carletto Grua che non  si  vedeva  ancora.  Passeggi  in
lungo e in largo nella stanza, con un passo pesante. Stacc da una panoplia due
lunghe pistole d'arcione e le esamin attentamente.  Il padre seguiva ogni atto
di lui con occhi dilatati;  ansava come un giumento in  agonia;  di  tratto  in
tratto  scoteva con le mani deformi il lenzuolo,  per aver refrigerio.  Domand
due o tre volte al Mazzagrogna:
- Che si vede?
D'improvviso il Mazzagrogna esclam:
- Ecco Carletto che vien su correndo, con Gennaro.
Si udirono, in fatti, colpi furiosi alla porta grande. Poco dopo, Carletto e il
servo entrarono nella stanza, pallidi, sbigottiti, macchiati di sangue, coperti
di polvere.
Il duca, vedendo Carletto, gett un grido.  Lo prese fra le braccia,  si mise a
tastarlo in tutto il corpo per trovare la ferita.
- Che t'hanno fatto? D, che t'hanno fatto?
Il giovine piangeva, come una donna.
-  Qui  -  disse fra i singhiozzi.  Abbass la testa e mostr su la nuca alcune
ciocche di capelli attaccate insieme dal sangue rappreso.
Il duca mise le dita fra i capelli delicatamente, per iscoprir la ferita.  Egli
amava d'un tristo amore Carletto Grua; ed aveva per lui le cure d'un amante.
- Ti fa dolore? - gli chiese.
Il  giovine singhiozz pi forte.  Egli era esile come una fanciulla;  aveva un
volto femineo, a pena a pena ombrato d'una lanugine bionda;  i capelli alquanto
lunghi,  bellissima la bocca, e la voce acuta come quella degli evirati. Era un
orfano, figliuolo d'un confettiere di Benevento. Faceva da valletto al duca.
- Ora verranno!  - disse,  con un tremito per tutta la  persona,  volgendo  gli
occhi pieni di lacrime al balcone d'onde ora di nuovo giungevano i clamori, pi
alti e pi terribili.
Il servo,  che aveva una ferita profonda su la spalla destra e tutto il braccio
intriso di sangue fino al gomito,  raccontava balbettando come ambedue  fossero
stati  rincorsi dalla folla inferocita;  quando il Mazzagrogna,  ch'era rimasto
sempre a spiare, grid:
- Eccoli! Vengono al palazzo. Sono armati.
Don Luigi, lasciando Carletto corse a vedere.



La moltitudine, in fatti,  irrompeva su per l'ampia salita,  urlando e scotendo
nell'aria  armi  ed  arnesi,  con  una  tal  furia  concorde  che non pareva un
adunamento di singoli uomini ma la coerente massa d'una qualche  cieca  materia
sospinta  da una irresistibile forza.  In pochi minuti fu sotto al palazzo,  si
allung intorno come un gran serpente di molte spire,  e  chiuse  in  un  denso
cerchio  tutto  l'edifizio.  Taluni  dei  ribelli portavano alti fasci di canne
accesi,  come fiaccole,  che gittavano su i volti una luce mobile e  rossastra,
schizzavano faville e schegge ardenti,  mettevano un crepito sonoro. Altri, in
un gruppo compatto, sostenevano un'antenna, alla cui cima penzolava un cadavere
umano.  Minacciavano la morte coi gesti  e  con  le  voci.  Tra  le  contumelie
ripetevano un nome:
- Cassura! Cassura!
Il duca d'Ofena si morse le mani, quando riconobbe in cima all'antenna il corpo
mutilato  di  Vincenzio  Murro,  del  messo ch'egli aveva spedito nella notte a
chieder soccorso di gente d'arme.  Addit l'impiccato a Mazzagrogna,  il  quale
disse a bassa voce:
- E finita!
Ma  l'ud  Don Filippo,  e cominci a fare un lagno cos accorante che tutti si
sentirono stringere il cuore e mancare gli spiriti.
I servi si accalcavano su le soglie,  smorti in  faccia,  tenuti  dalla  vilt.
Alcuni lacrimavano, altri invocavano un santo, altri pensavano al tradimento. -
Se,  consegnando  il padrone al popolo,  avessero potuto aver salva la vita?  -
Cinque o sei,  meno pusillanimi,  tenevano perci consiglio e si  eccitavano  a
vicenda.
- Al balcone! Al balcone! - gridava il popolo, tempestando. - Al balcone!
Ora il duca d'Ofena parlava sommesso col Mazzagrogna, in disparte.
Volgendosi a Don Filippo, disse:
- Mettetevi nella sedia, padre. Sar meglio.
Ci  fu  tra  i servi un leggero mormoro.  Due si fecero innanzi per aiutare il
paralitico a discendere dal letto.  Altri due accostarono la sedia che scorreva
su piccole ruote. L'operazione fu penosa.
Il  vecchio corpulento ansava e si lamentava forte,  premendo con le braccia il
collo dei servi che lo sostenevano.  Egli era tutto  grondante;  e  la  stanza,
essendo chiuse le imposte, era ormai piena dell'insoffribile odore. Com'egli fu
nella  sedia,  i  suoi  piedi  con  un  moto  ritmico  presero  a percuotere il
pavimento.  Il gran ventre tremolava floscio su le ginocchia,  simile a un otre
mezzo vuoto.
Allora il duca disse al Mazzagrogna:
- Giovanni, a te!
E quegli, con un gesto risoluto, apr le imposte ed usc sul balcone.



Un urlo immenso l'accolse.  Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero
l sotto a radunarsi.  Il chiarore illuminava i volti  animati  dalla  bramosa
della  strage,  l'acciaro degli schioppi,  i ferri delle scuri.  I portatori di
fiaccole avevano tutta la faccia  cospersa  di  farina,  per  difendersi  dalle
faville;  e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il
fumo  nero  saliva  nell'aria,   disperdendosi  rapido.   Tutte  le  fiamme  si
allungavano  da  una  banda,  spinte  dal  vento,  sibilanti,  come capellature
infernali.  Le canne pi sottili e pi secche  si  accendevano,  si  torcevano,
rosseggiavano,  si spezzavano,  scoppiettavano come razzi, in un attimo. Ed era
una vista allegra.
- Mazzagrogna!  Mazzagrogna!  A morte  il  ruffiano!  A  morte  il  guercio!  -
gridavano tutti, accalcandosi per iscagliar pi da vicino l'insulto.
Il  Mazzagrogna  stese una mano,  come per sedare i clamori;  raccolse tutta la
potenza vocale; e incominci col nome del Re, quasi promulgasse una legge,  per
incutere al popolo il rispetto.
- In nome di S.  M.  Ferdinando II, per la grazia di Dio, Re delle Due Sicilie,
di Gerusalemme...
- A morte il ladro!
Due,  tre schioppettate risonarono fra le grida;  e l'arringatore,  colpito  al
petto  e  alla fronte,  vacill,  agit in alto le mani e cadde in avanti.  Nel
cadere,  la testa entr fra l'un ferro e l'altro della ringhiera e  penzol  di
fuori come una zucca. Il sangue gocciolava sul terreno sottostante.
Il caso rallegr il popolo. Lo schiamazzo saliva alle stelle.
Allora  i  portatori  dell'antenna  con  l'impiccato vennero sotto il balcone e
accostarono  Vincenzio  Murro  al  maggiordomo.   Mentre  l'antenna   oscillava
nell'aria,  il  popolo  stava  intento  al congiungimento dei due morti,  quasi
ammutolito. Un poeta improvviso,  alludendo all'occhio albino del Mazzagrogna e
a quello cisposo del messo, gitt a squarciagola un sospetto:
-  Affcceti  a issa fenestre,  ucchie fritte,  Ca t' mmenuti a ccand ilu
scazzte..
Un vasto scroscio  di  risa  accolse  lo  scherno  del  poeta;  e  le  risa  si
propagarono  di  bocca  in  bocca,  come un tuono d'acque cadenti gi p sassi
d'una china.
Un poeta rivale grid:
- Vide che ssrt' ha da 'v 'ssu cecte.!
S'affranghe de chiud l'ucchie quando se mre..
Le risa si rinnovellarono.
Un terzo grid:
- O faccia de cecria mmle ctte.!
Tente lu chelre de la morte.!
Altri distici volarono al Mazzagrogna. Una gioia feroce aveva invaso gli animi.
La vista e l'odore del sangue inebriavano i pi  vicini.  Tommaso  di  Beffi  e
Rocco  Furci  vennero  a  contesa  di  destrezza nel colpire con una sassata il
cranio penzoloni dell'ucciso ancor caldo.  A ogni colpo il cranio si  moveva  e
dava  sangue.  La  pietra di Rocco Furci alla fine colp nel mezzo,  levando un
suono secco. Gli spettatori applaudirono. Ma erano sazii omai del Mazzagrogna.
Di nuovo sorse il grido:
- Cassura! Cassura! Il duca! A morte!
Fabrizio e Ferdinandino Scioli s'insinuavano  tra  la  folla  ed  istigavano  i
facinorosi.  Una  terribile  sassaiuola si lev contro le finestre del palazzo,
fitta come una grandine, mista di schioppettate.  I vetri cadevano addosso agli
assalitori. Le pietre rimbalzavano. Rimasero feriti non pochi dei circostanti.
Terminati i sassi, consumato il piombo, Ferdinandino Scioli grid:
- A terra le porte!
E  il grido,  ripetuto da tante bocche,  tolse al duca d'Ofena ogni speranza di
salvezza.



Nessuno aveva osato di richiudere il balcone dov'era caduto il Mazzagrogna.  Il
cadavere  giaceva  in  un'attitudine  scomposta.  Poich i ribelli,  per essere
liberi,  avevan  lasciata  l'antenna  contro  la  ringhiera,   anche  il  corpo
sanguinoso  del  messo,  a  cui  qualche  membro era stato reciso con la scure,
scorgevasi a traverso le cortine gonfiate dal vento.  La sera era profonda.  Le
stelle riscintillavano senza fine. Qualche stoppia bruciava in lontananza.
Udendo i colpi contro le porte, il duca d'Ofena volle ancora tentare una prova.
Don Filippo,  istupidito dal terrore, teneva gli occhi chiusi; non parlava pi.
Carletto Grua,  con la testa fasciata,  si rannicchiava  tutto  in  un  angolo,
battendo i denti nella febbre e nella paura,  seguendo con i poveri occhi fuori
dell'orbita ogni passo,  ogni gesto,  ogni moto del suo signore.  I servi erano
rifugiati quasi tutti nelle soffitte. Pochi rimanevano nelle stanze contigue.
Don  Luigi  li  radun,  li rianim;  li arm di pistole o di fucile;  quindi a
ciascuno assegn un posto dietro il davanzale d'una finestra o tra le  persiane
d'un  balcone.  Ciascuno  doveva  tirare su la folla,  con la maggior possibile
celerita di colpi, in silenzio, senza esporsi.
- Avanti!
Il fuoco incominci.  Don Luigi sperava nel  pnico.  Egli  stesso  caricava  e
scaricava  le  sue lunghe pistole con un meraviglioso vigore,  senza stancarsi.
Come la moltitudine era densa, nessun colpo falliva. Le grida,  che si levavano
ad ogni scarica, eccitavano i servi e n'aumentavano l'ardore. Gi lo scompiglio
invadeva gli ammutinati. Molti fuggivano, lasciando a terra i feriti.
Allora dal servidorame part un urlo di vittoria:
- Viva il duca d'Ofena!
Quelli  uomini  vili  ora s'inbaldanzivano,  vedendo le spalle del nemico.  Non
rimanevano pi nascosti,  n pi tiravano alla cieca,  ma si  erano  alzati  in
piedi,  fieramente, e cercavano di colpire nel segno. Ed ogni volta che vedevan
cadere uno, gittavano l'urlo:
- Viva il duca!
In poco, il palazzo fu libero d'assedio.  D'intorno i feriti si lamentavano.  I
residui delle canne,  che ancora ardevano al suolo, gittavan s corpi bagliori
incerti,  suscitavan  riflessi  da  qualche  pozza  di  sangue,   o  stridevano
spegnendosi. Il vento era cresciuto; ed investiva gli elci con alto stormire. I
latrati dei cani si rispondevano per tutta la valle.
Inebriati  dalla  vittoria,  grondanti  per  la  fatica,  i  servi  discesero a
rifocillarsi. Tutti erano incolumi. Bevevano senza misura, e facevano gazzarra.
Alcuni proclamavano i nomi di quelli che essi avevan colpito, e ne descrivevano
il modo della caduta, buffonescamente.  I bracchieri desumevano le similitudini
dalla selvaggina. Un cuciniere si vant d'aver ucciso il terribile Rocco Furci.
Alimentate dal vino, le millanterie si moltiplicavano.



Ora,  mentre il duca d'Ofena, sicuro d'aver per quella notte almeno scongiurato
ogni  pericolo,  era  solo  intento  a  custodire  il  piagnucolante  Carletto,
improvvisi bagliori si ripercossero in uno specchio e nuovi clamori si levarono
tra  il  fischiar del libeccio,  sotto il palazzo.  Al tempo medesimo apparvero
quattro o cinque servi,  che il fumo aveva  quasi  soffocati  mentre  dormivano
ubriachi nelle stanze basse.  Essi non avevano ancora riacquistati gli spiriti;
barcollavano senza poter parlare poich si sentivan la  lingua  torpida.  Altri
sopraggiunsero.
- Il fuoco! Il fuoco!
Tremavano  gli uni addossati agli altri,  come una greggia.  La vilt nativa li
occupava novamente.  Avevano tutti i  sensi  ottusi,  come  in  un  sogno.  Non
sapevano  quel  che  dovevano  fare.  N  ancora la perfetta consapevolezza del
pericolo li stimolava a cercare uno scampo.
Sorpreso, il duca dapprima rest perplesso.  Ma Carletto Grua,  vedendo entrare
il  fumo  e udendo quel singolare ruggito che fanno le fiamme nel nutrirsi,  si
mise a strillare cos acutamente e a far gesti cos forsennati che Don  Filippo
si dest dal grave sopore in cui era caduto e vide la morte.
La  morte  era  inevitabile.  Il  fuoco,  sotto  il  costante soffio del vento,
propagavasi  con  una  stupenda  celerit  per  tutta   la   vecchia   ossatura
dell'edifizio,  divorando  ogni  cosa,  suscitando  da  ogni cosa vampe mobili,
fluide,  canore.   Le  vampe  correvano  lievi  su  le  pareti,   lambivano  le
tappezzerie,  esitavano  un istante a fior del tessuto,  si colorivano di tinte
mutevoli e vaghe,  penetravano nella trama  con  mille  lingue  sottilissime  e
vibranti,  parevano  infondere  per  un attimo nelle figure murali uno spirito,
accendere per un attimo su la bocca delle ninfe e delle iddie un riso  non  mai
veduto,  muovere  per  un  attimo  le  loro attitudini e i loro gesti immobili.
Passavan oltre, in fuga sempre pi luminosa;  si avvolgevano alle suppellettili
di  legno,  conservando  fino all'ultimo la loro forma,  cos da farle apparire
tutte materiate di piropi che d'un tratto si disgregavano e s'incenerivano come
per incanti.  Le voci delle vampe erano innumerevoli;  formavano un vasto coro,
una profonda armonia,  come d'una selva dai milioni di foglie, come d'un organo
dai milioni di canne. Gi appariva ad intervalli, nelle aperture fragorose,  il
cielo puro con le sue corone di stelle. Omai tutto il palazzo era in potere del
fuoco.
- Salvami!  Salvami!  - grid il vecchio,  tentando invano di sorgere, sentendo
gi sotto di s sprofondare il pavimento,  sentendosi accecare dall'implacabile
rossore. - Salvami!
Con  uno  sforzo  supremo  giunse  a levarsi.  E si mise a correre,  col tronco
inclinato innanzi,  saltellando a piccoli passi incalzanti,  come spinto da  un
irresistibile  impulso  progressivo,  agitando  le  mani informi,  finch cadde
fulminato, gi preda del fuoco, sgonfiandosi e rappigliandosi come una vescica.
Ora di tratto in tratto le grida del popolo aumentavano,  e  salivan  pi  alto
dell'incendio.  I  servi,  pazzi  di  terrore  e  di dolore,  mezzo riarsi,  si
precipitavano dalle finestre e venivano a cadere morti sul suolo;  o mal  vivi,
ed eran finiti. Ad ogni caduta rispondeva un maggior clamore.
- Il duca!  Il duca!  - gridavano i barbari, malcontenti, perch volevano veder
precipitare il tirannello col suo bagascione.
- Eccolo! Eccolo! E lui!
- Gi! Gi! Ti vogliamo!
- Muori, cane! Muori! Muori! Muori!
Su la porta grande,  proprio in cospetto del popolo,  apparve Don Luigi con  le
vesti  in  fiamme portando su le spalle il corpo inerte di Carletto Grua.  Egli
aveva tutto il volto bruciato, irriconoscibile; non aveva quasi pi capelli, ne
barba. Ma camminava a traverso l'incendio,  impavido,  non anche morto,  poich
valeva a sostener gli spiriti quello stesso atroce dolore.
Da  prima  il  popolo  ammutol.  Poi  di  nuovo  proruppe  in urli e in gesti,
aspettando con ferocia che la gran vittima venisse a spirargli dinanzi.
- Qui, qui, cane!
Ti vogliamo veder morire!
Don Luigi ud, a traverso le fiamme, l'ultime ingiurie.  Raccolse tutta l'anima
in  un atto di scherno indescrivibile.  Quindi volt le spalle;  e disparve per
sempre dove pi ruggiva il fuoco.

