TRASCRIZIONE ELETTRONICA, PER I NON VEDENTI, A CURA DI EZIO GALIANO. 

GABRIELE D'ANNUNZIO.
La vergine Anna.


Luca Minella,  nato nel 1789 a Ortona in una delle case di  Porta  Caldara,  fu
marinaio.  Nella  prima  giovinezza  navig  per  qualche  tempo sul trabaccolo
Santa Liberata,  dalla rada di Ortona ai porti  della  Dalmazia,  caricando
legnami,  frumento e frutta secche.  Poi,  per vaghezza di cambiar padrone,  si
mise al servizio di Don Rocco Panzavacante,  e su una tanecca nuova fece  molti
viaggi  in  commercio  d'agrumi  al  promontorio  di  Roto,  che  una grande e
dilettosa altura su la costa italica, tutta coperta da una selva di aranci e di
limoni.
Su i ventisette anni egli si accese d'amore per Francesca Nobile; e dopo alcuni
mesi strinse le nozze.
Luca, uomo di statura bassa e fortissimo,  aveva una dolce barba bionda intorno
al  viso  colorito;  e,  come  le femmine,  agli orecchi portava due cerchietti
d'oro.  Amava il vino ed il tabacco;  professava una devozione ardente  per  il
santo  apostolo  Tommaso;  e,  poich era di natura superstizioso e inchinevole
allo stupore, raccontava singolari avventure e meraviglie dei paesi d'oltremare
e novellava delle genti dlmate e delle isole adriatiche come  di  trib  e  di
terre prossime al polo.
Francesca,  donna  di  giovent  gi  schiusa,  aveva  della  razza ortonese la
floridissima carne e i lineamenti molli.  Ella amava  la  chiesa,  le  funzioni
religiose,  le pompe sacre, le musiche dei tridui; viveva in gran semplicit di
costumi; e, poich la sua intelligenza era fievole,  credeva le pi incredibili
cose e lodava in ogni suo atto il Signore.
Dal  congiungimento nacque Anna;  e fu nel mese di giugno del 1817.  Siccome il
parto veniva difficile e si temeva  di  qualche  sventura,  il  sacramento  del
battesimo  fu amministrato sul ventre della madre,  prima che uscisse alla luce
l'infante.  Dopo molto travaglio il parto si comp.  La creatura bevve il latte
dalle  mammelle  materne  e  crebbe in salute e in letizia.  Francesca scendeva
verso sera alla marina, con la poppante su le braccia, quando la tanecca doveva
tornare carica da Roto;  e Luca sbarcando aveva la camicia  tutta  odorosa  dei
frutti meridionali.  Risalendo insieme verso le case alte,  si fermavano allora
un momento alla chiesa e s'inginocchiavano.  Nelle  cappelle  gi  ardevano  le
lampade  votive;  e in fondo,  a traverso i sette cancelli di bronzo,  il busto
dell'Apostolo luccicava come un tesoro.  Le preghiere invocavano la benedizione
celeste  sul  capo  della  figliuola.  Nell'uscire,  quando la madre bagnava la
fronte di Anna con l'acqua della pila,  gli strilli  infantili  echeggiavano  a
lungo per quelle navate sonanti come grandi conche di metallo puro.
L'infanzia di Anna passava pianamente,  senza alcuno avvenimento notevole.  Nel
maggio del 1823 ella fu vestita da cherubino,  con una corona di rose e un velo
bianco;  e, confusa in mezzo allo stuolo angelico, segu la processione tenendo
in mano un cero sottile.  La madre nella chiesa volle sollevarla su le  braccia
per farle baciare il Santo protettore.  Ma, come le altri madri sorreggenti gli
altri cherubini spingevano in folla,  uno dei ceri appicc il fuoco al velo  di
Anna  e d'improvviso la fiamma avvolse il corpo tenerello.  Un moto di paura si
propag allora nella moltitudine,  e ciascuno tentava d'essere primo ad uscire.
Francesca, se bene aveva le mani quasi impedite dal terrore, riusc a strappare
la  veste  ardente;  si strinse contro il petto la figliuola nuda e tramortita;
gittandosi dietro ai fuggenti, invocava Ges con alte grida.
Per le ustioni Anna stette inferma lungo tempo in pericolo.  Ella  giaceva  nel
letto,  con l'esile faccia esangue, senza parlare, come fosse diventata muta; e
aveva negli occhi aperti e fissi un'espressione di stupore immemore pi che  di
dolore. Nell'autunno guar; e and ad appendere un voto.
Quando la temperie era dolce,  la famiglia scendeva nella barca pel pasto della
sera. Sotto la tenda, Francesca accendeva il fuoco e sul fuoco metteva i pesci:
l'odor cordiale degli alimenti si spandeva lungo il Molo mescendosi al  profumo
derivante dai verzieri della Villa Onofria. Il mare dinanzi era cos tranquillo
che  si udiva a pena tra gli scogli il risucchio,  e l'aria cos limpida che la
punta di San Vito si vedeva in lontananza emergere con tutto  il  cumulo  delle
case.  Luca si metteva a cantare insieme con gli altri uomini; Anna faceva atto
di aiutare la madre.  Dopo il pasto,  come la luna saliva il cielo,  i  marinai
apprestavano  la tanecca per salpare.  Intanto Luca,  nel calore del vino e del
cibo, preso da quella sua naturale avidit di narrazioni mirabili, cominciava a
parlare dei litorali lontani.  - C'era,  pi in l di Roto,  una montagna tutta
abitata  dalle  scimmie e da uomini dell'India.,  altissima,  con piante che
producevano le pietre preziose...  - La moglie  e  la  figlia  ascoltavano,  in
silenzio,  attonite.  Poi  le  vele  si spiegavano lungo gli alberi lentamente,
tutte segnate di figure nere e di  simboli  cattolici,  come  vecchi  gonfaloni
della patria. E Luca partiva.
Nel febbraio del 1826 Francesca si sgrav d'un bimbo morto. Nella primavera del
1830 Luca volle condurre Anna al promontorio. Anna era allora su l'adolescenza.
Il  viaggio  fu felice.  Nell'alto mare incontrarono una nave di mercanti,  una
gran nave che faceva cammino per forza  di  immense  vele  bianche.  I  delfini
nuotavano nella scia;  l'acqua si moveva dolcemente intorno, scintillando, come
se sopra vi galleggiassero tappeti di penne di paone.  Anna segu a  lungo  con
gli  occhi  mai  sazii la nave in lontananza.  Poi una specie di nuvola azzurra
sorse su la linea dell'orizzonte; ed era la montagna fruttifera. Le coste della
Puglia si designavano a poco a poco sotto il  sole.  Il  profumo  degli  agrumi
veniva spandendosi nell'aria gioviale. Quando Anna discese su la riva, fu presa
da un senso di letizia; e stette curiosa a guardare le piantagioni e gli uomini
nativi del luogo.  Il Padre la condusse nella casa di una donna non giovane che
parlava con una lieve balbuzie. Restarono l due giorni. Anna vide una volta il
padre baciare la donna ospite su la bocca;  ma  non  comprese.  Al  ritorno  la
tanecca era carica di aranci; e il mare era ancora mite.
Anna  conserv di quel viaggio un ricordo come di sogno;  e,  poich per natura
era taciturna,  raccont non molte cose alle coetanee  che  la  incalzavano  di
interrogazioni.


Nel  maggio  seguente,  alle  feste  dell'Apostolo  intervenne l'Arcivescovo di
Orsogna.  La chiesa era tutta parata di  drappi  rossi  e  di  fogliami  d'oro;
dinanzi  ai cancelli di bronzo ardevano undici lampade d'argento lavorate dagli
orefici per religione;  e tutte le sere l'orchestra sonava un oratorio  solenne
con  un  bel  coro  di  voci  bianche.  Il  sabato  si  doveva esporre il busto
dell'Apostolo.  I devoti peregrinavano da tutti i paesi  marittimi  e  interni;
salivano la costa cantando e portando in mano i voti, nel conspetto del mare.
Anna il venerd fece la prima comunione. L'Arcivescovo era un vecchio venerando
e mite; quando sollevava la mano per benedire, la gemma dell'anello risplendeva
simile  ad  un  occhio  divino.   Anna,  appena  sent  su  la  lingua  l'ostia
eucaristica,  smarr la vista per un'improvvisa onda di gaudio che le irrig  i
capelli con la dolcezza d'un bagno tiepido e odoroso.  Dietro di lei un susurro
correva nella moltitudine; allato,  altre verginelle prendevano il sacramento e
chinavano la faccia sul gradino, in gran compunzione.
La sera Francesca volle dormire,  com' costume dei fedeli, sul pavimento della
basilica,  aspettando l'ostensione mattutina del Santo.  Ella  era  incinta  da
sette mesi, e molto l'affaticava il peso del ventre. Sul pavimento i pellegrini
giacevano  accumulati;  dai  loro  corpi esalava il calore e montava nell'aria.
Alcune voci confuse uscivano a tratti da qualche bocca inconscia nel sonno;  le
fiammelle tremolavano e si riflettevano su l'olio nei bicchieri sospesi tra gli
archi;  e nei vani delle larghe porte aperte scintillavano le stelle alla notte
primaverile.
Francesca vegli per due ore in travaglio, poich l'esalazione dei dormienti le
dava la nausea.  Ma,  determinata a resistere e a soffrire pel bene dell'anima,
vinta   dalla   stanchezza,   pieg  alfine  il  capo.   Su  l'alba  si  dest.
L'aspettazione cresceva negli animi degli astanti e altra gente sopraggiungeva:
in ciascuno ardeva il desiderio d'essere primo a vedere l'Apostolo.  Fu  aperto
il  cancello esterno;  e il romore dei cardini rison nitidamente nel silenzio,
si ripercosse in tutti i cuori.  Fu aperto il secondo cancello,  poi il  terzo,
poi  il quarto,  il quinto,  il sesto,  l'ultimo.  Parve allora come una tromba
d'uragano investisse la moltitudine.  La massa degli uomini si precipit  verso
il tabernacolo; grida acute squillarono nell'aria mossa da quell'impeto; dieci,
quindici persone rimasero,  schiacciate e soffocate;  una preghiera tumultuaria
si lev.
I morti furono tratti fuori all'aperto. Il corpo di Francesca,  tutto contuso e
livido,  fu portato alla famiglia.  Molti curiosi in torno si accalcarono;  e i
parenti gemevano compassionevolmente.
Anna,  quando vide la madre distesa sul letto tutta  violacea  nella  faccia  e
macchiata di sangue,  cadde a terra senza conoscenza.  Poi,  per molti mesi, fu
tormentata dal mal caduco.


Nell'estate del 1835 Luca partiva per un  porto  della  Grecia  sul  trabaccolo
Trinit.  di  Don  Giovanni  Camaccione.  Siccome  egli  aveva nell'animo un
segreto pensiero,  prima di navigare vend le  masserizie  e  preg  i  parenti
d'accogliere  Anna nella casa fin che egli non tornasse.  Di l a qualche tempo
il trabaccolo torn carico di fichi  secchi  e  d'uva  di  Corinto,  dopo  aver
toccata  la  spiaggia  di Roto.  Luca non era tra la ciurma;  e si vocifer poi
ch'egli fosse rimasto nel paese dei portogalli. con una femmina amorosa.
Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente.  Una  gran  tristezza  allora
discese  nella  sua vita.  La casa dei parenti era sotto la strada Orientale in
vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino in una stanza bassa,  ove
quasi tutto il giorno le canzoni sonavano tra il fumo delle pipe.  Anna passava
in mezzo ai bevitori portando i boccali colmi;  e il  primo  istinto  d  suoi
pudori  si  risvegliava  a quel contatto assiduo,  a quell'assidua comunione di
vita con uomini  bestiali.  Ad  ogni  momento  ella  doveva  soffrire  i  motti
inverecondi,  le  risa  crudeli,  i  gesti  ambigui,  la malvagit delle ciurme
inasprite dalle fatiche della navigazione.  Ella non osava  lamentarsi,  poich
mangiava  il pane nella casa degli altri.  Ma quel supplizio di tutte le ore la
rendeva ebete: una imbecillit grave le opprimeva a poco a poco  l'intelligenza
indebolita.
Per  una  naturale  inclinazione  affettiva dell'animo,  ella poneva amore agli
animali.  Un asino di molta et era ricoverato sotto una tettoia di paglia e di
argilla,  dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava cotidianamente some di
vino da Sant'Apollinare alla tavernella; e, se bene i suoi denti cominciavano a
ingiallire e le sue unghie a sfaldarsi,  se bene il suo cuoio era gi  secco  e
non  aveva  quasi  pi  pelo,  talvolta  al  conspetto  di una fiorita di cardi
ridirizzava le orecchie e si metteva a ragliare  vivacemente  in  un'attitudine
giovenile.
Anna empiva di profenda la greppia e di acqua l'abbeveratoio.  Quando il calore
era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare. L'asino triturava i fili
di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella con un ramo fronzuto faceva opera
di piet liberandogli la schiena dalla molestia  degli  insetti.  Di  tanto  in
tanto  l'asino  volgeva la testa orecchiuta,  per un increspamento delle labbra
flosce  mostrando  le  gengive  quasi  in  un  rossastro  riso  animalesco   di
gratitudine  e  mostrando  per un moto obliquo dell'occhio nell'orbita il globo
giallognolo e venato di  paonazzo  come  una  vescica  di  fiele.  Gli  insetti
turbinavano  con  un  ronzio  pesante  su il fimo;  non dalla terra n dal mare
venivano romori o voci;  e un senso infinito di pace  occupava  allora  l'animo
della donna.
Nell'aprile  del  1842  Pantaleo,  l'uomo  che  guidava  il  somiere al viaggio
cotidiano,  mor di coltello.  Da quel tempo ad Anna fu commesso l'ufficio.  Ed
ella  partiva  su  l'alba e tornava sul mezzogiorno o partiva sul mezzogiorno e
tornava su la sera. La strada volgeva per una collina solata piantata d'olivi,
discendeva per una terra irrigua messa a pasture,  e risalendo  tra  i  vigneti
giungeva  alle fattorie di Sant'Apollinare.  L'asino camminava innanzi,  con le
orecchie basse,  a fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli  batteva
le coste e i lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di lmine d'ottone.
Quando  l'animale  si  soffermava  per  riprender fiato,  Anna gli dava qualche
piccolo urto carezzevole sul collo e l'eccitava con la voce;  poich ella aveva
misericordia di quella decrepitezza. Ogni tanto strappando dalle siepi un pugno
di  foglie,  le  porgeva  in  ristoro;  e  s'inteneriva sentendo su la palma il
movimento molle delle labbra che ricevevano l'offerta.  Le siepi erano fiorite;
e i fiori del biancospino avevano un sapore di mandorle amare.
Sul  confine  dell'oliveto stava una gran cisterna,  e accanto alla cisterna un
lungo canale di pietra dove le vacche venivano ad abbeverarsi.  Tutti i  giorni
Anna  faceva  sosta  in  quel luogo;  ed ella e l'asino si dissetavano prima di
seguire il cammino. Una volta ella s'incontr col custode dell'armento, che era
nativo di Tollo e aveva la guardatura un  poco  losca  e  il  labbro  leporino.
L'uomo  le  volse  il saluto;  e ambedue cominciarono a ragionare dei pascoli e
dell'acqua, e poi dei santuarii e dei miracoli.  Anna ascoltava con benignit e
con  frequenza  di  sorriso.  Ella  era  macilente  e  bianca;  aveva gli occhi
chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei pieganti indietro tutti
senza spartizione.  Nel collo  le  si  vedevano  le  cicatrici  rossicce  delle
bruciature e le si vedevano le arterie battere d'un palpito incessante.
Da  allora i colloquii si reiterarono.  Per l'erba le vacche stavano sparse;  e
giacevano ruminando o pascolavano in  piedi.  Quelle  moventi  forme  pacifiche
aumentavano la tranquillit della solitudine pastorale.  Anna, seduta su l'orlo
della cisterna, ragionava semplicemente; e l'uomo dal labbro fesso pareva preso
d'amore.  Un giorno ella,  per un improvviso spontaneo  rifiorir  del  ricordo,
narr la navigazione alla montagna di Roto.  E,  poich la lontananza del tempo
le ingannava la memoria,  ella diceva con accento di verit cose  meravigliose.
L'uomo  stupefatto ascoltava senza batter le palpebre.  Quando Anna tacque,  ad
ambedue il silenzio e la solitudine d'intorno parvero pi  grandi;  ed  ambedue
restarono  in  pensiero.   Venivano  le  vacche,   tratte  dalla  consuetudine,
all'abbeveratoio;  e a tutte penzolava fra le gambe il  gruppo  delle  mammelle
rifornite  di  latte  dalla  pastura.  Come esse avanzavano il muso nel canale,
l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e regolari.


Su gli ultimi giorni di giugno l'asino inferm. Non prendeva cibo n bevanda da
quasi una settimana. I viaggi s'interruppero. Una mattina che Anna discese alla
tettoia,  scorse la bestia tutta ripiegata  su  lo  strame  in  un  avvilimento
miserevole.  Una  specie  di tosse roca e tenace scoteva di tratto in tratto la
gran carcassa malcoperta di cuoio;  sopra gli occhi s'erano formate due  cavit
profonde,  come due orbite vacue;  e gli occhi parevano due grosse bolle gonfie
di siero.  Quando l'asino ud le voci di Anna,  tent di levarsi: il corpo  gli
traballava  su le zampe e il collo gli si abbatteva gi dalle spalle acute e le
orecchie gli penzolavano con i movimenti involontari e incomposti di un  enorme
giocattolo che avesse guaste le commessure.  Un liquido mucoso gli colava dalle
nari, talvolta allungandosi in filamenti sino ai ginocchi.  Le chiazze nude nel
pelame  avevano  il  colore  azzurrognolo  e  quasi cangiante della lavagna.  I
guidaleschi qua e l sanguinavano.
Anna, allo spettacolo,  si sent stringere da una angoscia pietosa;  e,  poich
ella  per  natura  e  per  uso non provava alcuna ripugnanza fisica in contatto
della materia immonda,  si accost  a  toccare  l'animale.  Con  una  mano  gli
sorreggeva  la  mascella inferiore,  con l'altra una spalla;  e cos cercava di
fargli muovere i passi,  sperando in qualche  virt  dell'esercizio.  L'animale
prima  esitava,  squassato  da nuovi sussulti di tosse;  poi finalmente prese a
camminare per la china dolce che scendeva al lido.  Le  acque,  dinanzi,  nella
nativit del giorno biancheggiavano; e i calafati verso la Penna spalmavano una
carena.  Come Anna lev il sostegno delle mani e trasse la corda della cavezza,
l'asino per un fallo  d  piedi  anteriori  stramazz  d'improvviso.  La  gran
macchina  delle  ossa  ebbe un scricchiolio interno di rotture,  e la pelle del
ventre e dei fianchi rison sordamente e palpit.  Le gambe  fecero  l'atto  di
correre;  per  l'urto,  dalla  gengiva  usc un poco di sangue e tra i denti si
diffuse.
Allora la donna si mise a  gridare  andando  verso  la  casa.  Ma  i  calafati,
sopraggiunti, in conspetto dell'asino giacente ridevano e motteggiavano. Uno di
loro  percosse  col  piede  il  ventre  del moribondo.  Un altro gli afferr le
orecchie e gli sollev il capo che ricadde pesantemente a terra.  Gli occhi  si
chiusero;  qualche  brivido  corse fra il pelame bianco del ventre aprendone le
spighe,  come un soffio;  una delle gambe di  dietro  batt  due  o  tre  volte
nell'aria. Poi tutto fu immobile; se non che nella spalla, ov'era un'ulcera, si
produsse  un  lieve tremolio,  simile a quello che per la molestia d'un insetto
avveniva dianzi volontario nella carne vivente.  Quando Anna torn  sul  luogo,
trov  i  calafati  che  tiravano  per  la  coda  la  carogna,  e  cantavano un
Requiem. con false voci asinine.
Cos Anna rimase in solitudine;  e per lungo tempo ancora visse nella casa  dei
parenti  ed  ivi  appass,  adempiendo  umili  uffici,  e sopportando con molta
pazienza cristiana  le  vessazioni.  Nel  1845  il  mal  caduco  riapparve  con
violenza;  sparve dopo alcuni mesi. La fede religiosa in quell'epoca divenne in
lei pi profonda e pi calda.  Ella saliva alla basilica  tutte  le  mattine  e
tutte  le sere;  e s'inginocchiava abitualmente in un angolo oscuro protetto da
una gran pila di marmo dov'era figurata con rozza opera di bassorilievo la fuga
della Sacra Famiglia  in  Egitto.  Da  prima  scelse  ella  forse  quell'angolo
attratta dal docile asinello trasportante il pargolo Ges e la Madre alla terra
dell'idolatria? Una gran quietudine d'amore le discendeva su lo spirito, quando
aveva piegate le ginocchia nell'ombra; e la preghiera le sgorgava puramente dal
petto  come da una fonte naturale,  poich ella pregava soltanto per la volutt
cieca dell'adorazione,  non per la speranza d'ottener grazia di beni nella vita
terrena.  Ella  pregava,  con  la  testa china su la sedia;  e come i cristiani
nell'accedere e nell'uscire attingevano con le dita l'acqua della  pila,  e  si
segnavano, ella a quando a quando trasaliva sentendo s capelli qualche stilla
benedetta cadere.



Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara,  era prossima la
festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica di ottobre.  La donna si
mosse  da  Ortona  a piedi,  per sciogliere un voto;  e,  portando chiuso in un
fazzoletto di seta un piccolo cuore d'argento,  cammin religiosamente lungo la
riva  del  mare;  poich  la  strada  provinciale  non ancora in quel tempo era
praticata, e un bosco di pini occupava molta estensione di terreno vergine.  La
giornata  pareva  dolce,  se  non  che nel mare le onde andavano crescendo,  ed
all'estremo limite andavano  crescendo  in  forma  di  trombe  i  vapori.  Anna
avanzava tutta assorta in pensieri di santit. Nel far della sera, come ella fu
sul  luogo delle Saline,  cadde d'improvviso la pioggia,  da prima pianamente e
dopo in grande abbondanza; cos che, non essendovi in torno riparo alcuno, ella
n'ebbe le vesti tutte molli.  Pi in qua la foce dell'Alento portava acqua;  ed
ella si scalz per guardare. In vicinanza di Vallelonga la pioggia rest: ed il
bosco  dei  pini rinasceva serenante nell'aria con odor quasl d'incenso.  Anna,
rendendo grazie nell'animo al Signore, segu il cammino del litorale ma con pi
rapidi passi,  poich  sentiva  penetrarsi  nelle  ossa  l'umidit  malsana,  e
cominciava a battere i denti pel ribrezzo.
A  Pescara,  ella  fu  subito  presa  dalla  febbre palustre,  e ricoverata per
misericordia nella casa di Donna Cristina Basile.  Dal letto,  udendo i cantici
della  pompa  sacra,  e  vedendo le cime degli stendardi ondeggiare all'altezza
della finestra,  ella si mise a dire le preghiere e a invocare  la  guarigione.
Quando pass la Vergine, ella scorse soltanto la corona gemmata, e fece atto di
mettersi in ginocchio su i guanciali per adorare.
Dopo tre settimane guar;  e, avendole Donna Cristina offerto di rimanere, ella
rimase in qualit di domestica.  Ebbe allora una piccola stanza  guardante  sul
cortile.  Le pareti erano imbiancate di calce;  un vecchio paravento coperto di
figure profane chiudeva un angolo;  e fra i travicelli del soffitto molti ragni
tendevano in pace le tele laboriose. Sotto la finestra sporgeva un tetto breve,
e  pi gi s'apriva il cortile pieno di volatili mansueti.  Sul tetto vegetava,
da un mucchio di terra chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco. Il sole
vi s'indugiava dalle prime ore antimeridiane alle  prime  ore  del  pomeriggio.
Ogni estate la pianta dava fiori.
Anna,  nella nuova vita,  nella nuova casa,  a poco a poco si sent sollevare e
rivivere. La sua naturale inclinazione all'ordine si dispieg. Ella attendeva a
tutti i suoi uffici  tranquillamente,  senza  far  parole.  Anche,  in  lei  la
credenza  nelle  cose soprannaturali ingigant.  Due o tre leggende s'erano per
antico formate su due o tre luoghi della  casa  Basile,  e  di  generazione  in
generazione  si  tramandavano.   Nella  camera  gialla.  del  secondo  piano
abbandonato viveva l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro,  dove
una  scala  discendeva  a  gomito  sino  a una porta che non s'apriva da tempo,
viveva l'anima di Don Samuele.  Quei due nomi esercitavano un singolar  fascino
su  i nuovi abitatori,  e diffondevano per tutto il vecchio edificio una specie
di solennit conventuale.  Come poi il cortile interno era circondato di  molti
tetti,  i gatti su la loggia si riunivano in conciliaboli e miagolavano con una
dolcezza misteriosa, chiedendo ad Anna gli avanzi del pasto familiare.
Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina mor  d'una  malattia  urinaria,
dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato di Dio, casalingo e
caritatevole; era capo d'una congrega di possidenti religiosi; leggeva le opere
dei  teologi,  e sapeva sonare sul gravicembalo alcune semplici arie di antichi
maestri napolitani. Quando venne il viatico, magnifico per numero di ministri e
per ricchezza di arnesi, Anna s'inginocchi su la porta, e si mise a pregare ad
alta voce.  La stanza si emp d'un vapor d'incenso,  in mezzo a cui il  ciborio
raggiava  e raggiavano i turiboli,  oscillando come lampade accese;  si udirono
singhiozzi; poi le voci dei ministri,  raccomandando l'anima all'Altissimo,  si
sollevarono. Anna, rapita dalla solennit di quel sacramento, perd ogni orrore
della  morte,  e  da  allora pens che la morte dei cristiani fosse un trapasso
dolce e gaudioso.
Donna Cristina tenne chiuse tutte  le  finestre  della  casa  durante  un  mese
intero.  Continuava  a  piangere il marito nell'ora del pranzo e nell'ora della
cena;  faceva in nome di lui le elemosine  ai  mendicanti;  e,  pi  volte  nel
giorno,  con  una  coda di volpe levava la polvere dal gravicembalo come da una
reliquia, emettendo sospiri. Ella era una donna di quarant'anni,  tendente alla
pinguedine,  ancora fresca nelle sue forme che la sterilit aveva conservate. E
poich ereditava dal defunto una dovizia considerevole,  i  cinque  pi  maturi
celibi  del  paese  cominciarono  a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove
nozze con arti lusingatrici.  I campioni furono:  Don  Ignazio  Cespa,  persona
dolcigna,  di sesso ambiguo,  con una faccia di vecchia pettegola butterata dal
vaiuolo e una capellatura impregnata di olii cosmetici,  con le dita cariche di
anelli e gli orecchi forati da due minuscoli cerchi d'oro;  Don Paolo Nervegna,
dottor di  legge,  uomo  parlatore  e  accorto,  che  aveva  le  labbra  sempre
increspate  come  se  masticasse  l'erba sardonica e su la fronte una specie di
crescimento rossastro innascondibile;  Don Fileno d'Amelio,  nuovo  capo  della
congrega,  uomo pieno d'unzione e di compunzione,  un p calvo,  con la fronte
sfuggente indietro e  l'occhio  pecorinamente  opaco;  Don  Pompeo  Pepe,  uomo
giocondo,  amante  del  vino  e  delle donne e dell'ozio,  ubertoso in tutta la
corporatura e pi nella faccia,  sonoro nelle risa e nelle  parole;  Don  Fiore
Ussorio,  uomo di spiriti pugnaci,  gran leggitore di opere politiche e citator
trionfante di esempi storici in ogni disputa, pallido d'un pallor terrigno, con
una sottil corona di barba  intorno  agli  zigomi  e  una  bocca  singolarmente
atteggiata  in  linea  obliqua.   A  costoro  si  aggiungeva,  ausiliare  della
resistenza di Donna Cristina,  l'abate Egidio  Cennamele  che,  volendo  trarre
l'erede  ai  benefizi  della  chiesa,  osteggiava  con  ben  coperta astuzia di
impedimenti le lusinghe.
La gran contesa,  che sar un giorno narrata dal  cronista  per  diffuso,  dur
molto  tempo  ed ebbe molta variet di vicende.  E principal teatro della prima
azione fu il cenacolo,  sala rettangolare dove  su  la  carta  francesca  delle
pareti  erano  francescamente  rappresentati  i  fatti  di  Ulisse  naufragante
all'isola di Calipso.  Quasi tutte le sere  i  campioni  si  riunivano  intorno
all'inclita vedova;  e facevano il giuoco della briscola e il giuoco dell'amore
alternativamente.


Anna fu candida testimone.  Introduceva i visitatori,  tendeva il tappeto su la
tavola,  e  a  mezzo  della  veglia  portava  i  bicchieri  pieni  d'un rosolio
verdognolo composto dalle monache con droghe speciali.  Una volta ella sent su
per  le  scale  Don  Fiore Ussorio gridare nel calore della disputa un'ingiuria
contro l'abate Cennamele che parlava sommesso;  e poich l'irriverenza le parve
mostruosa,  ella  da  allora  in poi tenne Don Fiore per un uomo diabolico e al
comparir di lui si faceva rapidamente il  segno  della  croce  e  mormorava  un
Pater..
Nella  primavera  del  1856,  un  giorno,  mentre  sul greto della Pescara ella
sbatteva i panni lavati,  vide una torma di barche passare la  foce  e  navigar
lentamente  contro  la  forza  dell'acqua.  Il sole era sereno;  le due rive si
rispecchiavano in fondo abbracciandosi;  alcuni ramoscelli verdi e alcune ceste
di giunchi natavano nel mezzo della corrente,  come simboli pacifici,  verso il
mare;  e le barche,  aventi quasi tutte la mitria di San  Tommaso  dipinta  per
insegna  in  un  angolo  della vela,  avanzavano cos nel bel fiume santificato
dalla leggenda di  San  Cetteo  liberatore.  I  ricordi  del  paese  natale  si
svegliarono  nell'animo  della  donna  con  un  tumulto  improvviso,  a  quello
spettacolo; ed ella, pensando al padre, fu invasa da una gran tenerezza.
Le barche erano tanecche ortonesi e venivano dal promontorio  di  Roto  con  un
carico di agrumi.  Anna, come le ncore furono gettate, si avvicin ai marinai;
e li guardava con una curiosit benevola e trepidante, senza far parole. Uno di
loro, colpito dalla insistenza, la ravvis e la interrog familiarmente.  - Chi
cercava?  Cosa voleva?  - Allora Anna, tratto in disparte l'uomo, gli chiese se
non per caso egli avesse veduto al paese dei portogalli.  Luca  Minella,  il
padre.  - Non l'aveva veduto? Non stava ancora con quella femmina.? - L'uomo
rispose che Luca era morto da qualche tempo.  - Era vecchio.  Poteva campar  di
pi?  -  Allora  Anna contenne le lacrime;  volle sapere molte cose.  L'uomo le
disse molte cose.  - Luca aveva strette le nozze  con  quella  femmina.;  ne
aveva  avuti due figliuoli.  Il maggiore dei due navigava sopra un trabaccolo e
veniva qualche volta a Pescara per  negozii.  -  Anna  trasal.  Un  turbamento
indeterminato,  una specie di smarrimento confuso le occupava l'animo. Ella non
giungeva a ritrovar l'equilibrio e la lucidit  del  giudizio  dinanzi  a  quel
fatto  troppo  complesso.  Ella  aveva ora due fratelli dunque?  Doveva amarli?
Doveva cercare di vederli? Ora che doveva dunque fare?
Cos, titubante,  torn a casa.  E dopo,  per molte sere,  quando entravano nel
fiume  le  barche,  ella  andava  lungo lo scalo a guardare i marinai.  Qualche
trabaccolo portava dalla Dalmazia un carico di asini  e  di  cavalli  nani.  Le
bestie prendendo terra scalpitavano; l'aria sonava di ragli e di nitriti. Anna,
nel passare, batteva con la mano le grosse teste degli asinelli.


Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine.  Il nuovo
ospite tardo e taciturno fu diletto  e  cura  della  donna  nelle  ore  d'ozio.
Camminava  da  un punto all'altro della stanza sollevando a stento dal suolo il
grave peso del corpo su le zampe simili a moncherini  olivastri,  e,  come  era
giovine, le piastre del suo scudo dorsale, gialle maculate di nero, tralucevano
talvolta al sole con un nitor d'ambra.  La testa coperta di scaglie,  compressa
nel muso,  giallognola,  sporgeva tentennando con una mansuetudine timorosa;  e
pareva  talvolta  la testa di un vecchio serpe estenuato che uscisse dal guscio
di un crostaceo.  Anna prediligeva nell'animale  i  costumi:  il  silenzio,  la
frugalit, la modestia, l'amor della casa. Gli dava per cibo foglie di verdura,
radici e vermi,  restando estatica ad osservare il moto delle piccole mandibole
cornee dentellate nel lor duplice margine. Ella,  in quell'atto,  provava quasi
un  sentimento  di  maternit;  eccitava  pianamente  l'animale  con  le voci e
sceglieva per lui le erbe pi tenere e pi dolci.
Fu la testuggine allora auspice d'un idillio. Il fattore,  venendo pi volte al
giorno nella casa, s'intratteneva su la loggia a ragionare con Anna. Ed essendo
egli uomo d'umili spiriti,  divoto, prudente e giusto, godeva veder riflesse le
sue pie virt nell'animo della donna.  Per la consuetudine sorse quindi  tra  i
due  a  poco  a poco una familiarit amorevole.  Ella aveva gi qualche capello
bianco su le tempie,  ed in tutta la faccia diffuso un placido  candore.  Egli,
Zacchiele,  superava  di  alcuni anni l'et di lei;  aveva una gran testa dalla
fronte sporgente e due miti e  rotondi  occhi  di  coniglio.  Tutt'e  due,  nei
colloquii,  sedevano per lo pi su la loggia.  Sopra di loro,  fra i tetti,  il
cielo pareva una cupola luminosa; e ad intervalli i voli dei colombi domestici,
bianchi come il Paraclito,  traversavano  la  quiete  celestiale.  I  colloquii
volgevano su le raccolte,  su la bont dei terreni,  su le semplici norme della
coltivazione; ed erano pieni di esperienza e di rettitudine.
Poich Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanit naturale,  di far pompa
del  suo sapere,  in conspetto della donna ignorante e credula,  questa concep
per lui una stima e un'ammirazione senza limiti.  Ella impar,  che la terra  
divisa  in cinque parti e che cinque sono le razze degli uomini: la bianca,  la
gialla, la rossa,  la nera e la bruna.  Impar che la terra  di forma rotonda,
che  Romolo e Remo furono nutricati da una lupa,  e che le rondini su l'autunno
vanno oltremare nell'Egitto dove anticamente regnavano  i  Faraoni.  -  Ma  gli
uomini  non avevano tutti un colore,  a imagine e somiglianza di Dio?  Potevamo
noi camminare sopra una Palla?  Chi erano i re Faraoni?  - Ella non riusciva  a
comprendere,  e rimaneva cos tutta smarrita.  Per da allora ella consider le
rondini con reverenza e le tenne per uccelli dotati di saggezza umana.
Un  giorno  Zacchiele  le  mostr  una  Storia  sacra  dell'Antico  Testamento,
illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le spiegazioni. Ed
ella  vide  Adamo  ed  Eva tra le lepri ed i cervi,  No seminudo inginocchiato
innanzi a un altare, i tre angeli di Abramo, Mos salvato dalle acque; vide con
gioia finalmente un Faraone nel conspetto  della  verga  di  Mos  cangiata  in
serpe, e la regina di Saba, la festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei.
Il  fatto  dell'asina di Balaam la emp di meraviglia e di tenerezza.  Il fatto
della coppa di Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in  lacrime.  Ed
ella  imaginava  gli  israeliti  camminanti  per  un  deserto  tutto coperto di
quaglie,  sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come la neve
e pi dolce del pane.
Dopo  la Storia sacra,  preso da una singolare ambizione,  Zacchiele cominci a
leggerle le imprese dei Reali di  Francia  da  Costantino  imperatore  sino  ad
Orlando  conte  d'Anglante.  Un  gran  tumulto  sconvolse allora la mente della
donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci si confusero  con  le  battaglie
dei  Saraceni,  Oloferne  si  confuse con Rizieri,  il re Saul col re Mambrino,
Eleazaro con Balante, Noemi con Galeana. Ed ella,  affaticata,  non seguiva pi
il  filo delle narrazioni,  ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva
passare nella  voce  di  Zacchiele  i  suoni  di  qualche  nome  prediletto.  E
predilesse   Dusolina   e   il  duca  Bovetto  che  prese  tutta  l'Inghilterra
innamorandosi della figliuola del re di Frisia.
Erano le calende di settembre.  Nell'aria temperata dalla pioggia  recente,  si
andava diffondendo una placida chiarit autunnale. La stanza di Anna divenne il
luogo  delle  letture.  Un giorno Zacchiele,  seduto,  leggeva come Galeana,
figliuola del re Galafro,  s'innamor di Mainetto e volle da lui  la  ghirlanda
dell'erba..  Anna,  poich  la favola pareva semplice e campestre,  e poich la
voce del lettore pareva addolcirsi di accenti novelli,  ascoltava con  visibile
assiduit.  La  testuggine  si  traeva  in  mezzo  ad alcune foglie di lattuga,
pianamente;  il sole su la finestra illuminava una gran tela di  ragno,  e  gli
ultimi  fiori rosei del tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo
d'oro.
Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando la donna,
sorrise d'uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli le tempie  e  gli
angoli  della  bocca.  Poi  cominci a parlarle vagamente,  con la peritanza di
colui che non sa in qual modo giungere al punto desiderato. Finalmente ard.  -
Ella  non  aveva  pensato  mai al matrimonio?  - Anna alla domanda non rispose.
Stettero ambedue in silenzio  ed  ambedue  sentivano  nell'animo  una  dolcezza
confusa,  quasi  un  risveglio  attonito  della  giovinezza  sepolta e un umano
richiamo dell'amore. E n'erano turbati come dal fumo d'un vino troppo forte che
montasse al loro cervello indebolito.



Ma una tacita promessa di nozze fu data molti giorni dopo,  in  ottobre,  nella
prima  nativit  dell'olio d'oliva e nell'ultima migrazione delle rondini.  Con
licenza di Donna Cristina,  un luned Zacchiele condusse Anna alla fattoria dei
colli,  dov'era il frantoio.  Uscirono da Portasale,  a piedi, e presero la via
Salaria,  volgendo le spalle al fiume.  Dal giorno della favola di Galeana e di
Mainetto,  essi  provavano  l'un  verso l'altra una specie di trepidazione,  un
misto di temenza vergogna e rispetto.  Avevano perduta quella bella familiarit
d'una volta; parlavano poco insieme e sempre con un tal riserbo esitante, senza
mai  guardarsi  nel  volto,  con  incerti sorrisi,  confondendosi talora per un
subitaneo  rossore,   indugiando  cos  in   questi   timidi   bamboleggiamenti
d'innocenza.
Camminarono  in  silenzio,  da  prima,  ciascuno  seguendo  lo stretto sentiero
asciutto che i passi dei viandanti avevano praticato su  i  due  margini  della
via;  e  li  divideva  il  mezzo della via fangoso e segnato di solchi profondi
dalle ruote dei veicoli.  Una libera gioia vendemmiale occupava le campagne:  i
canti  del  mosto per la pianura si avvicendavano.  Zacchiele si teneva un poco
indietro,  rompendo a tratti a tratti il silenzio  con  qualche  parola  su  la
temperie,  su le vigne, su la raccolta delle olive. Anna guardava curiosa tutti
i cespugli rosseggianti di bacche,  i campi lavorati,  le acque dei fossi;  e a
poco  a  poco  le nasceva nell'animo una letizia vaga,  quale di chi dopo lungo
tempo sia dilettato da sensazioni gi innanzi conosciute. Come il cammino prese
a volgere su pel declivio tra i ricchi oliveti di  Cardirusso,  chiaramente  le
sorse nell'animo il ricordo di Sant'Apollinare e dell'asino e del custode degli
armenti.  Ed ella sent quasi rifluirsi al cuore tutto il sangue, d'improvviso.
Quell'episodio obliato della sua giovinezza le si coordin  nella  memoria  con
una perspicuit meravigliosa; l'imagine dei luoghi le si form dinanzi; e nella
scena  illusoria  ella  rivide  l'uomo  dal labbro leporino,  ne riud la voce,
provando un turbamento nuovo senza sapere perch.
La fattoria si avvicinava;  fra gli alberi soffiava il vento facendo cadere  le
ulive  mature;  una zona di mare sereno si scopriva dall'altitudine.  Zacchiele
s'era messo a fianco della donna e la guardava di tratto in tratto con una  pia
supplicazione di tenerezza.  - A che pensava ella dunque?  - Anna si volse, con
un'aria quasi di sbigottimento,  come fosse stata colta in fallo.  -  A  niente
pensava.
Giunsero  al  frantoio,  dove i coloni macinavano la prima raccolta delle olive
cadute precocemente dall'albero.  La stanza delle macine era  bassa  e  oscura:
dalla volta luccicante di salnitro pendevano lucerne di ottone e fumigavano; un
giumento  bendato girava una mola gigantesca,  con passo regolare;  e i coloni,
vestiti di certe lunghe tuniche simili a sacchi,  nudi le gambe e  le  braccia,
muscolosi, oleosi, versavano il liquido nelle giare, nelle conche, negli orci.
Anna si mise a considerare l'opera,  attentamente;  e, come Zacchiele impartiva
ordini ai faticatori, e girava tra le macine, osservando la qualit delle olive
con una grande sicurezza di  giudice,  ella  sent  per  lui  in  quel  momento
crescere l'ammirazione. Poi, come Zacchiele dinanzi a lei prese un gran boccale
colmo e versando nell'orcio quell'olio purissimo e luminoso nomin la grazia di
Dio,  ella  si  fece  il  segno della croce,  tutta compresa di venerazione per
l'opulenza della terra.
Venivano intanto su la porta le due femmine della fattoria;  e ciascuna  teneva
contro il seno un poppante,  e si traeva un bel grappolo di figliuoli dietro le
gonne.  Si  misero  a  conversare  placidamente;  e,  poich  Anna  tentava  di
accarezzare i fanciulli,  ciascuna si compiaceva della propria fecondit, e con
una ridente onest di parola ragionava dei parti.  La prima aveva  avuto  sette
figliuoli;  la  seconda  undici.  -  Era  la  volont di Ges Cristo;  e per la
campagna poi ci volevano braccia.
Allora la conversazione volse in materie familiari. Albarosa,  una delle madri,
fece molte domande ad Anna.  - Ella non aveva avuto mai figliuoli?  - Anna, nel
rispondere che non s'era maritata,  prov per la  prima  volta  una  specie  di
umiliazione e di rammarico,  dinanzi a quella possente e casta maternit.  Poi,
cambiando discorso,  ella tese la mano sul pi  vicino  dei  bimbi.  Gli  altri
guardavano  con  occhi  vasti  che  pareva  avessero  assunto  un limpido color
vegetale dallo spettacolo  continuo  delle  cose  verdi.  L'odore  delle  olive
infrante si spandeva nell'aria, ed entrava nelle fauci ad eccitare il palato. I
gruppi dei faticatori apparivano e sparivano sotto il rossore delle lucerne.
Zacchiele,  che fino a quel momento aveva invigilato su la misura dell'olio, si
accost alle donne. Albarosa lo accolse con un volto festevole. - Quanto voleva
aspettare Don Zacchiele a prender moglie?  - Zacchiele sorrise con  un  p  di
confusione,  a  quella  domanda;  e  diede  un'occhiata  sfuggente  ad Anna che
accarezzava ancora il bimbo selvatico e fingeva di non aver  inteso.  Albarosa,
per  una  benevola  arguzia contadinesca,  riunendo visibilmente con l'ammiccar
degli  occhi  bovini  il  capo  d'Anna  e  quello  di  Zacchiele,   seguit  le
incitazioni.  - Erano una coppia benedetta da Dio. Che aspettavano? - I coloni,
avendo sospesa l'opera per attendere al pasto, facevano in torno cerchia.  E la
coppia,   anche   pi  confusa  per  quella  testimonianza,   restava  muta  in
un'attitudine tra di sorriso tremulo e di pudica modestia. Qualcuno dei giovini
fra i testimoni, esilarato dalla faccia amorosamente compunta di Don Zacchiele,
sospingeva con urti di gomiti i compagni. Il giumento nitr, per fame.
Fu apprestato il pasto.  Un'attivit diligente invase la gran famiglia rustica.
Su  lo  spiazzo,  all'aperto,  tra  gli  olivi  pacifici  e  in  conspetto  del
sottostante mare,  gli uomini sedevano alla mensa.  I piatti dei legumi conditi
d'olio  novello  fumavano;  il vino scintillava nelle semplici forme liturgiche
dei vasi;  e il cibo frugale  dispariva  rapidamente  entro  gli  stomachi  dei
faticatori.
Anna  ora si sentiva come assalire da un tumulto di giubilo,  e si sentiva d'un
tratto quasi legata da una specie di dimestichezza amichevole con le due donne.
Queste la condussero nell'interno della casa,  dove le stanze  erano  larghe  e
luminose bench antichissime.  Su le pareti le imagini sacre si alternavano con
le palme pasquali; provvigioni di carni suine pendevano dai soffitti;  i talami
dal  pavimento  si  elevavano ampi ed altissimi con accanto le culle;  da tutto
emanava la serenit della concordia familiare. Anna, considerando quell'ordine,
sorrideva timidamente a una dolcezza interiore;  e in un punto fu presa da  una
strana  commozione  quasi che tutte le sue latenti virt di madre casalinga e i
suoi istinti di allevatrice fremessero e insorgessero d'improvviso.
Quando le donne ridiscesero su lo spiazzo,  gli uomini stavano ancora in  torno
alla  tavola;  Zacchiele  parlava  con loro.  Albarosa prese un piccolo pane di
frumento,  lo divise nel mezzo,  lo consperse d'olio e di sale,  e l'offer  ad
Anna.  L'olio novello, allora allora gemuto dal frutto, spandeva nella bocca un
saporoso aroma asprino; ed Anna allettata mangi tutto il pane.  Bevve anche il
vino.  Poi,  come  il vespro cadeva,  ella e Zacchiele ripresero il cammino del
declivio.
Dietro di loro i coloni cantarono.  Molti altri canti sorsero dalla campagna  e
si  dispiegarono  nella sera con la piana larghezza di un salmo gregoriano.  Il
vento soffiava fra gli oliveti pi umido;  un chiarore  moriente  tra  roseo  e
violaceo indugiava effuso pel cielo.
Anna cammin innanzi,  con passo celere, rasente i tronchi. Zacchiele la segu,
pensando alle parole ch'egli voleva dire.  Ambedue,  da poi  che  si  sentivano
soli,  provavano  una  trepidazione  infantile.  A un punto Zacchiele chiam la
donna per nome; ed ella si volse umile e palpitante. - Che voleva?  - Zacchiele
non  disse  pi  altro;  fece  due  passi,  giunse  al  fianco  di lei.  E cos
continuarono il cammino, in silenzio, finch la via Salaria non li divise. Come
nell'andare, essi presero ciascuno il sentiero del margine, a destra e a manca.
E rientrarono a Portasale.


Per una nativa  irresolutezza,  Anna  differiva  continuamente  il  matrimonio.
Dubbii  religiosi  la  tormentavano.  Ella  aveva  sentito dire che soltanto le
vergini sarebbero ammesse a  far  corona  in  torno  alla  Madre  di  Dio,  nel
Paradiso.  Dunque? Doveva ella rinunciare a quella dolcezza celeste per un bene
terreno?  Un pi vivo ardore di divozione allora la invase.  In  tutte  le  ore
libere  ella  andava  alla chiesa del Rosario;  s'inginocchiava innanzi al gran
confessionale di quercia, e rimaneva immobile in quell'attitudine di preghiera.
La chiesa era semplice e povera;  il pavimento era coperto di lapidi mortuarie;
una  sola  lampada  di  metallo  vile  ardeva  innanzi  all'altare.  E la donna
rimpiangeva  nell'animo  il  fasto  della  sua  basilica,  la  solennit  delle
cerimonie, le undici lampade d'argento, i tre altari di marmo prezioso.
Ma  nella  Settimana  Santa  del  1857,  sorse  un  grande avvenimento.  Tra la
Confraternita capitanata da Don Fileno d'Amelio e l'abate Cennamele, coadiuvato
dai satelliti parrocchiali,  scoppi la guerra;  e ne fu causa un contrasto per
la  processione  di  Ges  morto.  Don Fileno voleva che la pompa,  fornita dai
congregati,  uscisse dalla chiesa della Confraternita;  l'abate voleva  che  la
pompa uscisse dalla chiesa parrocchiale. La guerra attrasse e avvilupp tutti i
cittadini e le milizie del Re di Napoli,  residenti nel forte. Nacquero tumulti
popolari; le vie furono occupate da assembramenti di gente fanatica;  pattuglie
armigere  andarono  in volta per impedire i disordini;  il conte Arcivescovo di
Chieti fu assediato da innumerevoli messi d'ambo le parti;  corse molta pecunia
per  corruzioni;  un  mormoro  di  congiure  misteriose si sparse nella citt.
Focolare degli odii la  casa  di  Donna  Cristina  Basile.  Don  Fiore  Ussorio
sfolgor  per  mirabili stratagemmi e per audacie novissime,  in quei giorni di
lotta. Don Paolo Nervegna ebbe un grave spargimento di bile.  Don Ignazio Cespa
adoper  in  vano  tutte  le  sue  blande  arti  conciliative  e i suoi sorrisi
melliflui.  La vittoria fu contrastata con  un  accanimento  implacabile,  fino
all'ora rituale della pompa funeraria.  Il popolo fremeva nell'aspettazione; il
comandante de le  milizie,  partigiano  dell'abbadia,  minacciava  castighi  ai
facinorosi  della  Confraternita.  La  rivolta stava per irrompere.  Quand'ecco
giungere su la piazza un soldato a cavallo latore di  un  messaggio  episcopale
che dava la vittoria ai congregati.
L'ordine  della  pompa  si dispieg allora con insolita magnificenza per le vie
sparse di fiori.  Un coro di  cinquanta  voci  bianche  cant  gli  inni  della
Passione;  e dieci turiferarii incensarono tutta la citt.  I baldacchini,  gli
stendardi,  i ceri per la nuova ricchezza empirono gli astanti  di  meraviglia.
L'abate sconfitto non intervenne;  ed in sua vece Don Pasquale Carabba, il Gran
Coadiutore, vestito dei paramenti badiali,  segu con molta solennit d'incesso
il feretro di Ges.
Anna,  nel  frangente,  aveva  fatto  voti  per  la vittoria dell'abate.  Ma la
suntuosit della cerimonia la abbagli; una specie di rapimento la invase, allo
spettacolo;  ed ella sent gratitudine anche per Don Fiore Ussorio che  passava
reggendo nel pugno un cero immane. Poi, come l'ultima schiera dei celebranti le
giunse dinanzi, ella si mescol alla turba fanatica degli uomini, delle donne e
d fanciulli;  e and cos, quasi senza toccar terra, tenendo sempre gli occhi
fissi al serto culminante della Mater dolorosa.. In alto, dall'uno all'altro
balcone,  stavano tesi i drappi  signorili  consecutivamente;  dalle  case  dei
panettieri  pendevano  rustiche  forme  d'agnelli  materiate  di  fromento;  ad
intervalli,  nei trivii,  nei quadrivii,  un braciere acceso spandeva  fumo  di
armati.
La processione non pass sotto le finestre dell'abate.  Di tratto in tratto una
specie di movimento irregolare correva  lungo  le  file,  come  se  la  schiera
antesignana  incontrasse  un  ostacolo.  E  n'era  causa  il  contrasto  tra il
crocifero della Confraternita e il luogotenente delle milizie,  i quali ambedue
avevano  ricevuto  il  comando  di  seguire  un  itinerario diverso.  Poich il
luogotenente non poteva usar violenza  senza  commetter  sacrilegio,  vinse  il
crocifero.  I  congregati esultavano;  il comandante generale ardeva d'ira;  il
popolo s'empiva di curiosit.
Quando la pompa,  in vicinanza dell'Arsenale,  si rivolse per  rientrare  nella
chiesa  di San Giacomo,  Anna prese un vicolo obliquo e in pochi passi fu su la
porta madre.  S'inginocchi.  Giungeva primo verso di lei  l'uomo  portante  il
crocifisso gigantesco; seguivano gli stendardieri che tenevano l'altissima asta
in  equilibrio  su  la  fronte  o sul mento,  atteggiandosi con dotto giuoco di
muscoli. Poi, quasi in mezzo a una nuvola d'incenso, venivano le altre schiere,
i cori angelici, gli incappati, le vergini, i signori, il clero, le milizie. Lo
spettacolo era grande.  Una specie di  terrore  mistico  teneva  l'animo  della
donna.
Si avanz sul vestibolo, secondo la consuetudine, un accolito munito d'un largo
piatto  d'argento  per  ricevere  i  ceri.  Anna  guardava.  Allora  fu  che il
comandante,  spezzando tra i denti aspre parole contro la Confraternita,  gitt
violentemente  il  suo cero nel piatto e volt le spalle con piglio minaccioso.
Tutti rimasero allibiti.  E nel momentaneo silenzio si ud tintinnare la  spada
di  colui  che  si  allontanava.  Solo  Don  Fiore  Ussorio ebbe la temerit di
sorridere.


I fatti per moltissimo tempo  incitarono  l'attivit  vocale  dei  cittadini  e
furono  causa  di turbolenze.  Come Anna era stata testimone dell'ultima scena,
alcuni vennero a lei per ragguagli. Ella raccontava sempre con le stesse parole
pazientemente.  La sua vita da allora fu tutta spesa tra le pratiche religiose,
gli  uffici  domestici e l'amore della testuggine.  Ai primi tepori d'aprile la
testuggine usc dal letargo. Un giorno, d'improvviso, sbuc di sotto allo scudo
la testa serpentina e tentenn debolmente mentre i piedi erano  ancora  immersi
nel  torpore.  I  piccoli  occhi  rimasero  coperti  a mezzo dalla palpebra.  E
l'animale, forse non pi consapevole d'essere captivo,  si mosse finalmente con
un  moto  pigro e incerto,  tastando c piedi il suolo,  spinto dal bisogno di
trovarsi il cibo come nella sabbia del suo bosco natale.
Anna, innanzi a quel risveglio,  fu invasa da una tenerezza ineffabile e stette
a  guardare  con occhi umidi di lacrime.  Poi prese la testuggine,  la mise sul
letto,  le offer alcune foglie verdi.  La  testuggine  esitava  a  toccare  le
foglie,  nell'aprire  le  mandibole  mostrava la lingua carnosa come quella dei
pappagalli.  Gli indumenti del collo e delle zampe parevano membrane  flosce  e
giallognole  di un corpo estinto.  La donna a quella vista si sentiva stringere
da una gran misericordia;  ed  eccitava  al  ristoro  il  bene  amato,  con  le
blandizie di una madre pel figliuolo convalescente. Cinse d'olio dolce lo scudo
osseo;  e, come il sole vi percoteva sopra, le piastre pulite risplendevano pi
belle.
In queste cure passarono i mesi  della  primavera.  Ma  Zacchiele,  consigliato
dalla  stagione  novella a maggiori impeti di amore,  incalz la donna con cos
tenere supplicazioni che n'ebbe  alfine  una  promessa  solenne.  Le  nozze  si
sarebbero celebrate il giorno precedente la Nativit di Ges Cristo.
Allora l'idillio rifior. Mentre Anna attendeva alle opere dell'ago pel corredo
nuziale,  Zacchiele  leggeva  ad  alta voce la storia del Nuovo Testamento.  Le
nozze di Cana,  i prodigi del Redentore in  Cafarnao,  il  morto  di  Naim,  la
moltiplicazione  dei  pani  e  dei pesci,  la liberazione della figliuola della
Cananea,  i dieci lebbrosi,  il cieco nato,  la risurrezione di Lazzaro,  tutte
quelle  narrazioni  miracolose  rapirono  l'animo  della  donna.  Ed ella pens
lungamente a Ges che entrava in  Gerusalemme  cavalcando  un'asina,  mentre  i
popoli stendevano su la sua via le vesti e spargevano fronde.
Nella stanza l'erbe di timo odoravano in un vaso di terra. La testuggine veniva
talvolta  alla  cucitrice  e  le  tentava con la bocca il lembo delle tele o le
morsicchiava il cuoio sporgente delle scarpe. Un giorno Zacchiele,  nel leggere
la  parabola  del  Figliuol  Prodigo,  sentendosi  d'improvviso qualche cosa di
mobile tra i piedi,  per un involontario moto di ribrezzo diede  c  piedi  un
urto;  e  la  testuggine  urtata  and  a  battere  contro  la  parete e rimase
capovolta. Il guscio dorsale si scheggi in pi parti; un p di sangue apparve
da una  delle  zampe  che  l'animale  agitava  inutilmente  per  riprendere  la
posizione primitiva.
Se  bene l'infelice amante si mostr atterrito del fatto e inconsolabile,  Anna
dopo quel giorno si chiuse in una specie di severit diffidente, non parl pi,
non volle pi ascoltare la lettura.  E cos  il  Figliuol  Prodigo  rimase  per
sempre sotto gli alberi delle ghiande a guardare i porci del suo signore.



Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele mor.  La cascina dov'egli
abitava,  nei dintorni dei Cappuccini,  fuori di Porta Giulia,  fu invasa dalle
acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal Colle d'Orlando fino al Colle
di   Castellammare;   e,   poich  avevano  attraversato  vastissimi  sedimenti
d'argilla,  erano sanguigne come nella favola  antica.  Le  cime  degli  alberi
emergevano qua e l su quel sangue melmoso ed estuoso.  Per intervalli, dinanzi
al  forte  passavano  in  precipizio  tronchi  enormi  con  tutte  le   radici,
masserizie,  materie  di  forme irriconoscibili,  gruppi di bestiami non ancora
morti che urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano in  lontananza.  I
branchi  dei bovi,  in ispecie,  davano uno spettacolo mirabile: i grossi corpi
biancastri s'incalzavano l'un l'altro,  le  teste  si  ergevano  disperatamente
fuori  dell'acqua,  furiosi  intrecciamenti di corna avvenivano nell'impeto del
terrore. Come il mare era di levante, le onde alla foce rigurgitavano.  Il lago
salso  della  Palata  e  gli estuarii si riunirono col fiume.  Il forte divenne
un'isola perduta.
Nell'interno le vie si sommersero;  la casa di Donna  Cristina  ebbe  la  linea
delle acque sino a met della scala. Il fragore cresceva di continuo, mentre le
campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le carceri, urlavano.
Anna,  credendo a qualche supremo castigo dell'Altissimo, ricorse alla salvezza
delle preghiere.  Il secondo giorno,  come sal su la sommit della  colombaia,
non  vide  che  acque  e  acque in torno sotto le nuvole,  e scorse poi cavalli
sbigottiti che galoppavano in furia su le  troniere  di  San  Vitale.  Discese,
stupida,  con  la  mente  sconvolta;  e la persistenza del fragore e l'oscurit
dell'aria le fecero smarrire ogni nozione del luogo e del tempo.
Quando l'alluvione cominci a decrescere,  la gente  del  contado  entr  nella
citta per mezzo di palischermi. Uomini, donne e fanciulli, avevano su la faccia
e  negli  occhi  la stupefazione dolorosa.  Tutti narravano fatti tristi.  E un
bifolco dei Cappuccini venne alla casa Basile per annunziare che Don  Zacchiele
se  n'era  andato a marina..  Il bifolco parlava semplicemente,  narrando la
morte.  Disse che in vicinanza dei Cappuccini certe femmine  avevano  legato  i
figliuoli lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall'acqua e che
i  vortici  avevano  sradicato  l'albero trascinandosi le cinque creature.  Don
Zacchiele stava sul tetto con altri cristiani in un mucchio compatto,  urlando;
e  il  tetto  stava  gi  per  sommergersi;  e  cadaveri d'animali e rami rotti
venivano gi a urtare  contro  i  disperati.  Quando  finalmente  l'albero  dei
lattanti  pass  di  l  sopra,  la  violenza fu cos terribile che dopo il suo
passaggio non si vide pi traccia di tetto n di cristiani.
Anna ascolt senza piangere;  e nella sua mente percossa il racconto di  quella
morte,  con  quell'albero  dei  cinque  pargoli e con quelli uomini ammucchiati
tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che andavano a urtar contro,
suscit una specie di meraviglia superstiziosa simile a quella  suscitatale  da
certe  narrazioni  del  Vecchio  Testamento.  Ella  sal  con lentezza alla sua
stanza,  e cerc di raccogliersi.  Il sole modesto splendeva sul davanzale;  la
testuggine in un angolo dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguetto di
passeri  veniva  dagli  mbrici.  Tutte  queste  cose  naturali,  questa usuale
tranquillit della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. Dal fondo
di quella momentanea calma alfine sorse chiaro il  dolore;  ed  ella  chin  la
testa sul petto, in un grande sconforto.
Allora  le  punse  l'animo  il  rimorso  d'aver serbato contro Zacchiele quella
specie di muto rancore per tanto tempo;  e i ricordi a uno  a  uno  vennero  ad
assalirla;  e  le  virt  del  defunto  le  rifulgevano  ora  alla  memoria pi
religiosamente. Poich l'onda del dolore cresceva, ella si alz,  and verso il
letto,  vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi risonavano tra il cinguetto
degli uccelli.
Dopo, quando le lacrime si arrestarono,  la quiete della rassegnazione cominci
a  discenderle  nell'animo;  ed  ella  pens che tutte le cose della terra sono
caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volont del Signore.  L'unzione di
questo semplice atto d'abbandono le sparse sul cuore un'abbondanza di dolcezza.
Ella  si sent libera da ogni inquietudine,  e trov il riposo in quell'umile e
ferma confidenza.  Da allora nella sua regola non fu che questa clausola: -  La
soprana volont di Dio,  sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le
cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternit.


Cos alla figlia di Luca fu aperta la vera strada del Paradiso.  E il giro  del
tempo per lei non fu determinato se non dalle ricorrenze ecclesiastiche. Quando
il  fiume  rientr nell'alveo,  uscirono per ordine consecutivo di giorni molte
processioni nella citt e nelle campagne.  Ella le segu tutte,  insieme con il
popolo,  cantando il Te Deum.. Le vigne in torno erano devastate; il terreno
era molle e l'aria pregna di vapori biondi, singolarmente luminosa,  come nelle
primavere palustri.
Poi  venne  la festa d'Ognissanti;  poi,  la solennit dei Morti.  Grandi messe
furono celebrate in suffragio delle vittime  dell'alluvione.  Nel  Natale  Anna
volle fare il presepe; compr un Bambino di cera, Maria, San Giuseppe, il bove,
l'asino,  i re Magi e i pastori. Accompagnata dalla figlia del sagrestano, ella
and per i fossati della via Salaria  a  cercare  il  musco.  Sotto  la  vitrea
serenit  iemale i latifondi riposavano pingui di limo;  la fattoria d'Albarosa
si scorgeva sul colle tra gli olivi;  nessuna voce turbava il  silenzio.  Anna,
come  scopriva  il  musco,  si chinava e con un coltello tagliava la zolla.  Al
contatto delle fredde erbe le  sue  mani  divenivano  lievemente  violacee.  Di
tratto  in  tratto,  alla  vista  di  una  zolla  pi  verde,  le  sfuggiva una
esclamazione di contentezza.  Quando il canestro fu  pieno,  ella  sedette  sul
ciglio  del  fossato,  con  la  fanciulla.  I  suoi occhi salirono pel sentiero
dell'oliveto,  lentamente,  e si fermarono alle mura bianche della fattoria che
pareva  un  edifizio  claustrale.  Allora ella chin la fronte,  assalita da un
pensiero.  Poi d'un tratto si volse alla  compagna.  -  Non  aveva  mai  veduto
macinare  le  olive?  -  E  cominci  a  figurar l'opera delle macine con molta
prolissit di parole;  e,  come parlava,  a poco a poco le salivano  dall'animo
altri  ricordi,  le  venivano  su  la  bocca  spontaneamente a uno a uno,  e le
passavano nella voce con un piccolo tremito.
Quella fu l'ultima  debolezza.  Nell'aprile  del  1858,  poco  dopo  la  Pasqua
maggiore,  ella  inferm.  Stette  nel letto quasi durante un mese,  tormentata
dall'infiammazione polmonare.  Donna Cristina veniva la mattina e la sera nella
stanza  a  visitarla.  Una  vecchia  fantesca,  che faceva pubblica professione
d'assistere i malati,  le somministrava i medicamenti.  Poi  la  testuggine  le
rallegr  i  giorni  della  convalescenza.  E  come l'animale era estenuato dal
digiuno,  ed  era  tutto  aridamente  pelloso,  Anna  vedendosi  macilente,   e
sentendosi   anch'essa  affievolita,   provava  quella  specie  di  appagamento
interiore che noi proviamo  quando  una  stessa  sofferenza  ci  accomuna  alla
persona diletta. Un tepore molle saliva dagli mbrici coperti di licheni, verso
i  convalescenti;  nel  cortile  i  galli cantavano;  e una mattina due rondini
entrarono d'improvviso, batterano l'ali in torna alla stanza e fuggirono.
Quando Anna torn la prima volta nella  chiesa,  dopo  la  guarigione,  era  la
Pasqua  delle  rose.   Ella,   nell'entrare,  aspir  il  profumo  dell'incenso
cupidamente. Cammin piano, lungo la navata, per ritrovare il posto dove soleva
prima inginocchiarsi;  e si sent prendere da una sbita gioia,  quando  scorse
finalmente tra le lapidi mortuarie quella che portava nel mezzo un bassorilievo
tutto  consunto.  Vi  pieg  i  ginocchi sopra,  e si mise a pregare.  La gente
aumentava.  A un certo punto della cerimonia due accoliti scesero dal coro  con
due  bacini  d'argento  colmi di rose,  e cominciarono a spargere i fiori su le
teste dei prostrati, mentre l'organo sonava un inno giocondo.  Anna era rimasta
china,  in  una  specie  di  estasi  che  le davano la beatitudine dal misterio
celebrato e il senso vagamente voluttuoso della guarigione.  Come  alcune  rose
vennero  a  caderle su la persona,  ella ne ebbe un fremito lungo.  E la povera
donna nulla aveva provato nella sua vita di  pi  dolce  che  quel  fremito  di
delizia mistica e il susseguito languore.
La  Pasqua  rosata  rimase  perci  la festivit prediletta di Anna,  e ritorn
periodicamente senza alcun episodio notevole.  Nel 1860 la citt fu turbata  da
gravi  agitazioni.  Si  udivano  spesso  nella  notte i rulli dei tamburi,  gli
allarmi delle sentinelle,  i colpi della  moschetteria.  Nella  casa  di  Donna
Cristina  si  manifest un pi vivo fervore di azione tra i cinque proci.  Anna
non  si  sbigott;  ma  visse  in  un  raccoglimento  profondo,  non  prendendo
conoscenza  degli  avvenimenti  pubblici n di quelli domestici,  adempiendo ai
suoi uffici con un'esattezza macchinale.
Nel mese di settembre la fortezza di Pescara fu evacuata; le milizie borboniche
si sbandarono,  gittando armi e  bagagli  nelle  acque  del  fiume;  stuoli  di
cittadini corsero le vie con liberali esclamazioni di gioia.  Anna,  come seppe
che l'abate Cennamele era fuggito precipitosamente,  pens che i  nemici  della
Chiesa di Dio avessero ottenuto il trionfo; e n'ebbe molto dolore.
Dopo,  la  sua vita si svolse in pace,  lungo tempo.  Lo scudo della testuggine
crebbe in latitudine e divenne pi opaco;  la pianta  del  tabacco  annualmente
sorse,  fior e cadde;  le sagge rondini in ogni autunno partirono per la terra
dei Faraoni.  Nel 1865 alfine la gran contesa dei proci termin con la vittoria
di Don Fileno d'Amelio.  Le nozze si celebrarono nel mese di marzo, con solenne
giocondit di conviti. E vennero allora ad ammannire vivande preziose due padri
cappuccini, Fra Vittorio e Fra Mansueto.
Erano costoro i due che di tutta la compagnia rimanevano, dopo la soppressione,
a  custodire  il  cenobio.  Fra  Vittorio  era  un  sessagenario  invermigliato
fortificato  e  letificato  dal  succo  dell'uva.  Una  piccola benda verde gli
copriva l'infermit dell'occhio destro,  e il sinistro gli scintillava pieno di
vivezza penetrante.  Egli esercitava fin dalla giovent l'arte farmaceutica; e,
come aveva pratica molta di cucina,  i signori solevano chiamarlo in  occasione
di  festeggiamenti.  Nell'opera  aveva gesti rudi che gli scoprivano fuor delle
ampie maniche le braccia villose;  la sua barba si moveva tutta  ad  ogni  moto
della bocca;  la sua voce si frangeva in stridori.  Fra Mansueto in vece era un
vecchio macilente,  con una testa caprina da cui pendeva una barbicola candida,
con  due  occhi  giallognoli  pieni  di sommissione.  Egli coltivava l'orto,  e
questuando portava l'erbe mangerecce per  le  case.  Nell'aiutare  il  compagno
prendeva  attitudini modeste,  zoppicava da un piede;  parlava nel molle idioma
patrio di Ortona, e, forse in memoria della leggenda di San Tommaso, esclamava:
- P li Turchi!.  - ad ogni momento,  lisciandosi con una  mano  il  cranio
polito.
Anna attendeva a porgere i piatti,  gli arnesi,  i vasellami di rame. Le pareva
ora che la cucina assumesse una sorta di solennit sacra per  la  presenza  dei
frati. Ella restava intenta a guardare tutti gli atti di Fra Vittorio, presa da
quella  trepidazione  che le persone semplici provano in conspetto degli uomini
dotati  di  qualche  virt  superiore.   Ammirava  ella  in  ispecie  il  gesto
infallibile  con  cui  il  gran  cappuccino spargeva su gli intingoli certe sue
droghe segrete,  certi suoi aromi particolari.  Ma  l'umilt,  la  mitezza,  la
modesta  arguzia  di  Fra  Mansueto a poco a poco la conquistarono.  E i legami
della comune patria e quelli pi sensibili del comune idioma strinsero l'una  e
l'altro d'amicizia.
Come  essi  conversavano,  i ricordi del passato pullulavano nelle loro parole.
Fra Mansueto aveva conosciuto Luca Minella e si trovava nella  basilica  quando
accadde la morte di Francesca Nobile tra i pellegrini.  - P li Turchi!.  -
Egli aveva anzi dato aiuto a trasportare il cadavere fino alle  case  di  Porta
Caldara;  e  si ricordava che la morta aveva addosso una veste di seta gialla e
tante collane d'oro...
Anna divenne triste. Nella sua memoria il fatto fino a quel momento era rimasto
confuso,  vago,  quasi incerto,  attenuato dal lunghissimo stupore  inerte  che
aveva seguito i primi accessi del mal caduco.  Ma quando Fra Mansueto disse che
la morta stava in Paradiso,  perch chi muore per causa di religione va  fra  i
santi,  Anna  prov  una  dolcezza  indicibile  e si sent d'un tratto crescere
nell'animo una immensa adorazione per la santit della madre.
Allora, per rammentare i luoghi del paese nativo,  ella si mise a discorrere su
la basilica dell'Apostolo,  minutamente, determinando le forme degli altari, la
positura delle cappelle,  il numero degli arredi,  le figurazioni della cupola,
le  attitudini  delle  imagini,  le  divisioni  del  pavimento,  i colori delle
vetrate. Fra Mansueto la secondava con benignit;  e,  poich egli era stato ad
Ortona alcuni mesi innanzi,  raccont le nuove cose vedute.  - L'Arcivescovo di
Orsogna aveva donato alla basilica un ciborio d'oro con incrostature di  pietre
preziose. La Confraternita del SS. Sacramento aveva rinnovato tutti i legnami e
i corami degli stalli.  Donna Blandina Onofrii aveva fornita una intera muta di
parati consistente in pianete dalmatiche stole piviali cotte.
Anna ascoltava avidamente;  e il desiderio di vedere le nuove cose e di riveder
le  antiche  cominci  a  tormentarla.  Ella,  quando il cappuccino tacque,  si
rivolse a lui con un'aria tra di letizia e di timidezza.  - La festa di  maggio
si avvicinava. Se andassero?


Alle  calende  di  maggio la donna,  avuta licenza da Donna Cristina,  fece gli
apparecchi.  Inquietudine le nacque nell'animo  per  la  testuggine.  -  Doveva
lasciarla?  o portarla seco? - Stette lungamente in forse; e infine deliber di
portarla,  per sicurezza.  La pose dentro un canestro,  tra i panni suoi  e  le
scatole   di   confetture   che   Donna   Cristina  inviava  a  Donna  Veronica
Monteferrante, abadessa del monastero di Santa Caterina.
Su l'alba Anna e Fra Mansueto si misero in cammino.  Anna aveva in principio il
passo  spedito,  l'aspetto  gaio:  i  capelli,  gi  quasi tutti canuti,  le si
piegavano lucidi sotto il fazzoletto.  Il  frate  zoppicava  reggendosi  a  una
mazza,  e le bisacce vuote gli penzolavano dalle spalle.  Come essi giunsero al
bosco dei pini, fecero la prima sosta.
Il bosco,  al mattino di maggio,  ondeggiava immerso nel  suo  profumo  natale,
voluttuosamente,  tra  il  sereno  del  cielo  e il sereno del mare.  I tronchi
gemevano la ragia.  I merli fischiavano.  Tutte le fonti  della  vita  parevano
aperte su la trasfigurazione della terra.
Anna  sedette  sopra l'erba;  offerse al cappuccino pane e frutta;  e si mise a
discorrere della festivit, ad intervalli, mangiando. La testuggine tentava con
le zampe anteriori l'orlo del canestro, e la sua timida testa serpigna sporgeva
e si ritraeva negli sforzi. Poi che Anna l'aiut a discendere,  la bestia prese
ad  avanzare sul musco verso un cespuglio di mirto,  con minor lentezza,  forse
sentendo in s levarsi confusamente la gioia della primitiva libert.  E il suo
scudo tra il verde pareva pi bello.
Allora Fra Mansueto fece alcune riflessioni morali e lod la Provvidenza che d
alla  testuggine  una  casa  e le d il sonno durante la stagione dell'inverno.
Anna raccont alcuni fatti che dimostravano nella testuggine un gran candore  e
una  gran  rettitudine.  Poi  soggiunse:   Che penser?   E dopo un poco:  Gli
animali che penseranno? 
Il frate non rispose. Ambedue rimasero perplessi. Scendeva gi per la corteccia
di un pino una fila di formiche e si dilungava pel  terreno:  ciascuna  formica
trascinava  un  frammento  di  cibo  e tutta l'innumerevole famiglia compiva il
lavoro con ordine diligente. Anna guardava,  e le si svegliavano nella mente le
credenze  ingenue  dell'infanzia.  Ella parl di abitazioni meravigliose che le
formiche scavano sotto la terra.  Il frate disse,  con accento di fede intensa:
Dio  sia  lodato!    E  ambedue  rimasero  cogitabondi,  sotto i verdi alberi,
adorando nel loro cuore Iddio.
Nella prima ora del pomeriggio arrivarono al paese di Ortona.  Anna batt  alla
porta del monastero e chiese di vedere l'abadessa. All'entrare si presentava un
piccolo  cortile  con  nel  mezzo  una  cisterna  di  pietra bianca e nera.  Il
parlatorio era una stanza bassa,  con poche sedie  intorno:  due  pareti  erano
occupate  dalle  grate,  le  altre  due da un crocefisso e da imagini.  Anna fu
sbito presa da un senso di venerazione per la pace solenne che regnava in quel
luogo.  Quando la madre Veronica apparve d'improvviso dietro le grate,  alta  e
severa  nell'abito monastico,  ella prov un turbamento indicibile come dinanzi
all'apparizione di una forma soprannaturale.  Poi,  rianimata dal buon  sorriso
dell'abadessa,  ella comp il messaggio in brevi parole;  depose nel cavo della
ruota le scatole,  ed attese.  La madre Veronica le si rivolse  con  benignit,
guardandola da qu suoi belli occhi lionati; le don un'effigie della Vergine;
nel  licenziarla  le tese la mano signorile pel bacio,  a traverso la grata,  e
disparve.
Anna usc,  trepidante.  Mentre passava il vestibolo,  le  giunse  un  coro  di
litanie,  un canto che veniva forse da una cappella sotterranea,  ugualissimo e
dolce.  Mentre passava il cortile,  vide a sinistra in cima al muro sporgere un
ramo  carico di melarance.  E,  come pose il piede su la via,  le parve di aver
lasciato dietro di s un giardino di beatitudine.
Allora si diresse verso la strada Orientale per cercare i parenti.  Su la porta
della vecchia casa una donna sconosciuta stava appoggiata allo stipite. Anna le
si avvicin timidamente e le chiese novelle della famiglia di Francesca Nobile.
La donna l'interruppe: - Perch?  Perch? Che voleva? - con una voce dura e uno
sguardo investigante. Poi quando Anna si pales, ella le permise di entrare.
I parenti erano quasi tutti o morti o emigrati.  Restava nella casa un  vecchio
infermo,  z  Mingo,  che  aveva  sposato  in  seconde  nozze  la figlia di
Sblendore. e viveva con lei quasi in miseria. Il vecchio da prima non riconobbe
Anna.  Egli stava seduto su  un'alta  sedia  ecclesiastica  di  cui  la  stoffa
rossastra pendeva a brandelli: le sue mani posavano su i braccioli, contorte ed
enormi  per  la  mostruosit  della chiragra;  i suoi piedi con un moto ritmico
percotevano il terreno;  un continuo tremore paralitico gli agitava  i  muscoli
del  collo,  i  gomiti,  le  ginocchia.  Ed egli guard Anna,  tenendo a fatica
dischiuse le palpebre infiammate. Finalmente si risovvenne.
Come Anna andava esponendo il proprio stato, la figlia di Sblendore odorando il
denaro cominciava a concepire nell'animo speranze di usurpazione  e  per  virt
delle speranze diveniva in volto pi benigna.  Sbito che Anna termin, ella le
offerse l'ospitalit per la notte;  le prese il canestro dei panni e lo ripose;
promise di aver cura della testuggine;  poi fece alcune querele compassionevoli
su la infermit del vecchio e su la miseria della casa,  non senza lacrime.  Ed
Anna usc,  con l'animo pieno di riconoscenza e di misericordia;  risal per la
costa,   verso  lo  scampano  della  basilica,   provando  un'ansia  crescente
nell'appressarsi.
In  torno  al  palazzo  Farnese  il  popolo  rigurgitava ondoso;  e quella gran
reliquia feudale sovrastava ornata di paramenti,  magnificata  dal  sole.  Anna
pass  in mezzo alla folla,  lungo i banchi degli argentarii artefici di arredi
sacri e di oggetti votivi. A tutto quel candido scintillare di forme liturgiche
il cuore le si dilatava per allegrezza;  ed ella si faceva il segno della croce
dinanzi  a ogni banco come dinanzi a un altare.  Quando giunse alla porta della
basilica e intravide la luminaria e traud il cantico del rito,  ella  non  pi
contenne  la  veemenza della gioia;  si avanz fin verso il pulpito,  con passi
quasi vacillanti.  Le ginocchia le si piegarono: le lacrime le sgorgarono dagli
occhi   allucinati.   Ella   rimase  l,   in  contemplazione  dei  candelabri,
dell'ostensorio,  di tutte le cose che erano su l'altare,  con la testa  vacua,
poich  dalla  mattina  non  aveva  pi  mangiato.  E  le  prendeva le vene una
debolezza immensa; l'anima le veniva meno in una specie di annientamento.
Sopra di lei,  lungo la nave centrale  le  lampade  di  vetro  componevano  una
triplice  corona  di  fuochi.  In  fondo,  quattro  massicci  tronchi  di  cera
fiammeggiavano ai lati del tabernacolo.



I cinque giorni della  festa  Anna  visse  cos,  dentro  la  chiesa,  dall'ora
mattutina fino all'ora in cui le porte si chiudevano,  fedelissima,  respirando
quell'aria calda che le infondeva nei sensi un  torpore  beatifico,  nell'anima
una felicit piena di umilt.  Le orazioni,  le genuflessioni,  le salutazioni,
tutte quelle formule,  tutti quei gesti rituali  ripetuti  incessantemente,  la
istupidivano. II fumo dell'incenso le nascondeva la terra.
Rosaria,  la figlia di Sblendore,  intanto ne traeva profitto, movendo la piet
di lei con  false  querimonie  e  con  lo  spettacolo  miserevole  del  vecchio
paralitico.  Ella  era una femmina malvagia,  esperta nelle frodi,  dedita alla
crapula;  aveva tutta la faccia sparsa  di  umori  vermigli  e  serpiginosi,  i
capelli canuti,  il ventre obeso.  Legata al paralitico dai comuni vizi e dalle
nozze,  ella insieme con lui aveva  disperse  in  breve  tempo  le  gi  scarse
sostanze,  bevendo  e gozzovigliando.  Ambedue nella miseria,  inveleniti dalla
privazione,  arsi da sete di vino e di liquori  ignei,  affranti  da  infermit
senili, ora espiavano il loro lungo peccato.
Anna,  con  uno  spontaneo  moto caritatevole,  diede a Rosaria tutto il denaro
tenuto per le elemosine, tutti i panni superflui;  si tolse gli orecchini,  due
anelli d'oro,  la collana di corallo;  promise altri soccorsi. E riprese quindi
il cammino di Pescara,  in compagnia di Fra Mansueto,  portando nel canestro la
testuggine.
In  cammino,  come  le  case  di  Ortona  si allontanavano,  una gran tristezza
scendeva su l'animo della donna.  Stuoli di pellegrini volgevano per altre vie,
cantando: e i loro canti rimanevano a lungo nell'aria,  monotoni e lenti.  Anna
li ascoltava; e un desiderio senza fine la traeva a raggiungerli, a vivere cos
pellegrinando di santuario in santuario, di contrada in contrada,  per esaltare
i miracoli d'ogni Santo, le virt d'ogni reliquia, le bont d'ogni Maria.
-  Vanno  a Cucullo - le disse Fra Mansueto,  accennando col braccio a un paese
lontano.  E ambedue si misero a parlare di San Domenico che protegge dal  morso
dei  serpenti  gli uomini,  e le semenze dai bruchi;  poi d'altri patroni.  - A
Bugnara, sul Ponte del Rivo,  pi di cento giumenti,  tra cavalli asini e muli,
carichi  di  frumento  vanno  in  processione alla Madonna della Neve: i devoti
cavalcano su le some,  con serti di spighe in capo,  con tracolle di  pasta;  e
depongono  ai piedi dell'imagine i doni cereali.  A Bisenti,  molte giovinette,
con in capo canestre di grano,  conducono per le vie un asino che porta  su  la
groppa  una  maggiore  canestra;  ed  entrano  nella chiesa della Madonna degli
Angeli,  per l'offerta,  cantando.  A Torricella Peligna,  uomini e  fanciulli,
coronati  di  rose  e  di bacche rosee,  salgono in pellegrinaggio alla Madonna
delle Rose,  sopra una rupe dov' l'orma di Sansone.  A Loreto Aprutino un  bue
candido,  impinguato  durante  l'anno  con  abbondanza di pastura,  va in pompa
dietro la statua di San Zopito. Una gualdrappa vermiglia lo copre, e lo cavalca
un fanciullo.  Come il Santo rientra nella chiesa,  il  bue  s'inginocchia  sul
limitare;  poi si rialza lentamente, e segue il Santo tra il plauso del popolo.
Giunto nel mezzo della chiesa, manda fuora gli escrementi del cibo;  e i devoti
da quella materia fumante traggono gli auspicii per l'agricoltura.
Di queste usanze religiose Anna e Fra Mansueto parlavano,  quando giunsero alla
foce dell'Alento.  L'alveo portava le acque di primavera  tra  le  vitalbe  non
ancora fiorenti.  E il cappuccino disse della Madonna dell'Incoronata, dove per
la festa di San Giovanni i devoti si cingono il capo di vitalbe e  nella  notte
vanno sul fiume Gizio a passar l'acqua. con grandi allegrezze.
Anna si scalz per guadare.  Ella sentiva ora nell'animo un'immensa venerazione
d'amore per tutte le cose, per gli alberi,  per le erbe,  per gli animali,  per
tutte  le  cose  che quelle usanze cattoliche avevano santificato.  E dal fondo
della sua ignoranza e della sua semplicit sorgeva l'istinto dell'idolatria.
Alcuni mesi dopo il ritorno,  scoppi nel  paese  un'epidemia  colerica;  e  la
mortalit fu grande.  Anna prest le sue cure agli infermi poveri. Fra Mansueto
mor.  Anna n'ebbe molto dolore;  e nel 1866,  per la ricorrenza  della  festa,
volle  prendere congedo e rimpatriare per sempre,  poich vedeva in sonno tutte
le notti San Tommaso che le comandava di partire. Ella prese la testuggine,  le
sue  robe  e i suoi risparmii;  baci le mani di Donna Cristina,  piangendo;  e
part questa volta sopra un carretto, insieme con due monache questuanti.
A Ortona ella abit nella casa dello zio paralitico;  dorm su un pagliericcio;
non  si cib se non di pane e di legumi.  Dedicava tutte le ore del giorno alle
pratiche della chiesa,  con un fervore meraviglioso;  e la sua  mente  vie  pi
perdeva  ogni  altra  facolt  che  non  fosse  quella di contemplare i misteri
cristiani, di adorare i simboli, d'imaginare il Paradiso. Ella era tutta rapita
nella carit divina,  era tutta  compresa  di  quella  divina  passione  che  i
sacerdoti manifestano sempre con gli stessi segni e con le stesse parole.  Ella
non comprendeva se non quell'unico linguaggio;  non aveva  se  non  quell'unico
ricovero,  tiepido  e  solenne,  dove  tutto il cuore le si dilatava in una pia
securt di pace,  e gli occhi le  s'inumidivano  in  un'ineffabile  soavit  di
lacrime.
Soffr,  per amor di Ges,  le miserie domestiche; fu dolce e sommessa; non mai
proffer un lamento,  o un rimprovero,  o una minaccia.  Rosaria le sottrasse a
poco  a  poco tutti i risparmii;  e cominci quindi a farle patire la fame,  ad
angariarla,  a chiamarla con nomi disonesti,  a perseguitarle la testuggine con
insistenza  feroce.  Il  vecchio paralitico metteva continuamente una specie di
mugolo rauco,  aprendo  la  bocca  ove  la  lingua  tremava,  onde  colava  in
abbondanza  la saliva continuamente.  Un giorno,  poich la moglie avida beveva
innanzi a lui un liquore e gli negava il  bicchiere  sfuggendo,  egli  si  lev
dalla  sedia  con uno sforzo,  e si mise a camminare verso di lei: le gambe gli
vacilavano,  i piedi si posavano sul terreno  con  un'involontaria  percussione
ritmica.  D'un  tratto  egli  si  acceler,  col  tronco  inclinato  in avanti,
saltellando  a  piccoli  passi  incalzanti,   come   spinto   da   un   impulso
irresistibile, finch cadde bocconi su l'orlo delle scale fulminato.



Allora Anna,  afflitta,  prese la testuggine, e and a chieder soccorso a Donna
Veronica Monteferrante.  Come la povera donna gi  negli  ultimi  tempi  faceva
alcuni  servizi pel monastero,  l'abadessa misericordiosa le diede l'ufficio di
conversa.
Anna, se bene non aveva gli ordini, vest l'abito monacale: la tunica nera,  il
sogglo,  la  cuffia  dalle ampie tese candide.  Le parve,  in quell'abito,  di
essere santificata. E, da prima, quando all'aria le tese le sbattevano in torno
al capo con un fremito d'ali,  ella trasaliva per un turbamento  improvviso  di
tutto  il  suo  sangue.  E,  da  prima,  quando  le  tese  percosse dal sole le
riflettevano nella faccia un vivo chiaror di neve,  ella d'improvviso credevasi
illuminata da un baleno mistico.
Con l'andar del tempo, le estasi si fecero pi frequenti. La vergine canuta era
colpita  a  quando  a  quando da suoni angelici,  da echi lontani d'organo,  da
romori e voci non percettibili agli  orecchi  altrui.  Figure  luminose  le  si
presentavano dinanzi, nel buio; odori paradisiaci la rapivano.
Cos pel monastero una specie di sacro orrore cominci a diffondersi,  come per
la presenza di un qualche potere occulto,  come per l'imminenza di  un  qualche
avvenimento  soprannaturale.  Per  cautela,  la nuova conversa fu dispensata da
ogni obbligo d'opere servili.  Tutte le attitudini di  lei,  tutte  le  parole,
tutti gli sguardi furono osservati,  comentati con superstizione. E la leggenda
della santit incominci a fiorire.
Su le calende di febbraio dell'anno di  Nostro  Signore  1873,  la  voce  della
vergine Anna divenne singolarmente rauca e profonda.  Poi la virt della parola
d'un tratto scomparve.
L'inaspettato ammutolimento sbigott gli animi delle religiose. E tutte, stando
in torno alla conversa,  ne consideravano con mistico terrore gli atteggiamenti
estatici,  i  movimenti  vaghi  della bocca mutola,  la immobilit degli occhi,
d'onde a tratti sgorgavano profluvii di  lacrime.  I  lineamenti  dell'inferma,
estenuati dai lunghi digiuni,  avevano ora assunto una purit quasi eburnea;  e
tutte le trame delle vene e delle arterie ora  trasparivano  cos  visibili,  e
sporgevano  con  cos  forti rilievi,  e cos incessantemente palpitavano,  che
dinanzi a quel palesato palpito del sangue una specie di raccapriccio  prendeva
le monache come dinanzi a un corpo spoglio di sua pelle cristiana.
Quando  fu  prossimo  il  Mese  di  Maria,  un'amorosa  diligenza  sollecit le
Benedettine al paramento  dell'oratorio.  Si  spargevano  elleno  nel  verziere
claustrale tutto fiorente di rose e fruttificante di melarance, raccogliendo la
messe del maggio novello per deporla ai piedi dell'altare.  Anna, tornata nella
calma, discendeva anch'ella ad aiutare la pia opera; e significava talvolta con
i gesti il pensiero  che  la  perdurante  mutezza  le  toglieva  di  esprimere.
S'indugiavano  al  sole tutte quelle spose del Signore,  incedenti tra le fonti
letifiche del profumo.  Fuggiva lungo un lato del verziere un portico;  e  come
nell'animo  delle vergini i profumi risvegliavano imagini sopite,  cos il sole
penetrando sotto li archi bassi  ravvivava  nell'intonico  i  residui  dell'oro
bisantino.
L'oratorio  fu  pronto  per  il  giorno  del  primo ufficio.  La cerimonia ebbe
principio dopo il vespro.  Una suora sal su l'organo.  Subitamente dalle canne
armoniche  il  fremito  della  passione  si propag in tutte le cose;  tutte le
fronti s'inclinarono;  i turiboli diedero fumi di belgiuino;  le fiammelle  dei
ceri palpitarono tra corone di fiori.  Poi sorsero i cantici,  le litanie piene
di appellazioni simboliche e di supplichevole tenerezza.  Come le voci salivano
con  forza crescente,  Anna nell'immenso impeto del fervore grid.  Colpita dal
prodigio,  cadde  supina;  agit  le  braccia,  volle  rialzarsi.   Le  litanie
s'interruppero.  Delle suore, alcune, quasi atterrite, erano rimaste un istante
nell'immobilit;  altre  davano  soccorso  all'inferma.  Il  miracolo  appariva
inopinato, fulgidissimo, supremo.
Allora a poco a poco allo stupore,  al murmure incerto, alle titubanze successe
un giubilo senza limiti,  un coro di esaltazioni  clamorose,  un'alata  ebriet
canora.  Anna,  in  ginocchio,  ancora assorta nel rapimento del miracolo,  non
aveva conoscenza di quel che intorno avveniva.  Ma quando  i  cantici  con  una
maggior veemenza furono ripresi,  ella cant. La sua nota su dalla cadente onda
del coro ad intervalli emerse, poich le divote diminuivano la forza delle voci
per ascoltare quella unica che dalla grazia divina era stata riconcessa.  E  la
Vergine  nei  cantici  a  volta  a volta fu l'incensiere d'oro onde esalavano i
balsami pi dolci,  la lampada che d e notte rischiarava il santuario,  l'urna
che racchiudeva la manna del cielo,  il roveto che ardeva senza consumarsi,  lo
stelo di Iesse che portava il pi bello di tutti i fiori.
Dopo, la fama del miracolo si sparse dal monastero in tutto il paese di Ortona,
e dal paese in tutte le terre finitime, aumentando nel viaggio.  E il monastero
sorse  in  grande  onore.  Donna Blandina Onofrii,  la magnifica,  offerse alla
Madonna dell'oratorio una veste di broccato d'argento e  una  rara  collana  di
turchesi  venuta dall'isola di Smirne.  Le altre gentildonne ortonesi offersero
altri  minori  doni.   L'Arcivescovo  d'Orsogna  fece  con  pompa  una   visita
gratulatoria, in cui rivolse parole di edificante eloquenza ad Anna che  con la
purit della vita si era resa degna dei doni celesti .
Nell'agosto  del  1876  sopravvennero  nuovi  prodigi.   L'inferma,  quando  si
avvicinava il vespro,  cadeva in uno stato  di  estasi  con  catalessia;  donde
sorgeva  poi  quasi  con  impeto.  E  in piedi,  conservando sempre la medesima
attitudine,  cominciava a parlare,  da prima lentamente e  quindi  gradatamente
accelerando, come sotto l'urgenza di un'ispirazione mistica. Il suo eloquio non
era se non un miscuglio tumultuario di parole,  di frasi, di interi periodi gi
innanzi  appresi,   che  ora  nella  sua  inconsapevolezza  si   riproducevano,
frammentandosi   o  combinandosi  senza  legge.   Le  native  forme  dialettali
s'innestavano alle forme auliche,  s'insinuavano nelle iperboli del  linguaggio
biblico;  e  mostruosi  congiungimenti  di  sillabe,  inauditi accordi di suoni
avvenivano nel disordine.  Ma il profondo tremito della voce,  ma i cangiamenti
repentini  dell'inflessione,  l'alterno  ascendere  e  discendere del tono,  la
spiritualit della figura estatica,  il mistero dell'ora,  tutto  concorreva  a
soggiogare gli animi delle astanti.
Gli  effetti  si ripeterono cotidianamente,  con una regolarit periodica.  Sul
vespro, nell'oratorio si accendevano le lampade; le monache facevano la cerchia
inginocchiandosi;  e la rappresentazione  sacra  incominciava.  Come  l'inferma
entrava  nell'estasi  catalettica,  i  preludii  vaghi dell'organo rapivano gli
animi delle religiose  in  una  sfera  superiore.  Il  lume  delle  lampade  si
diffondeva fievole dall'alto,  dando un'incertitudine aerea e quasi una morente
dolcezza all'apparenza delle cose. A un punto l'organo taceva.  La respirazione
nell'inferma diveniva pi profonda;  le braccia le si distendevano cos che nei
polsi scarnificati i tendini vibravano simili alle corde di uno strumento. Poi,
d'un tratto,  l'inferma balzava  in  piedi,  incrociavale  braccia  sul  petto,
restando  nell'atteggiamento mistico delle cariatidi d'un battistero.  E la sua
voce risonava nel silenzio,  ora dolce,  ora lugubre,  ora quasi canora,  quasi
sempre incomprensibile.
Su   i  principii  del  1877  questi  accessi  diminuirono  di  frequenza;   si
presentarono due o tre volte la settimana; poi disparvero totalmente, lasciando
il corpo della donna in uno stato miserevole di debolezza. E allora alcuni anni
passarono,  in cui la povera idiota visse tra sofferenze atroci,  con le membra
rese  inerti  dagli  spasimi  articolari.  Ella non aveva pi alcuna cura della
nettezza;  non si cibava se non di pane molle e di  pochi  erbaggi;  teneva  in
torno  al collo,  sul petto,  una gran quantit di piccole croci,  di reliquie,
d'imagini, di corone;  parlava balbettando per la mancanza dei denti;  e i suoi
capelli  cadevano,  i  suoi  occhi  erano  gi  torbidi  come quelli dei vecchi
giumenti che stanno per morire.
Una volta, di maggio,  mentre ella soffriva deposta sotto il portico e le suore
in  torno  coglievano  per  Maria  le rose,  le pass dinanzi la testuggine che
ancora traeva la sua vita pacifica e  innocente  nel  verziere  claustrale.  La
vecchia vide quella forma muoversi e a poco a poco allontanarsi. Nessun ricordo
le si dest, nell'anima. La testuggine si perse tra i cespi dei timi.
Ma le suore consideravano la imbecillit e la infermit della donna come una di
quelle  supreme  prove  di  martirio  a  cui  il  Signore chiama gli eletti per
santificarli e glorificarli poi nel Paradiso;  e circondavano di venerazione  e
di cure l'idiota.
Nell'estate  del  1881  apparvero  i  segni  della  morte prossima.  Consunto e
piagato,  quel miserabile corpo ormai nulla  pi  conservava  di  umano.  Lente
deformazioni avevano viziata la positura delle membra;  tumori grossi come pomi
sporgevano sotto un fianco, su una spalla, dietro la nuca.
La mattina del 10 settembre, verso l'ottava ora, un sussulto della terra scosse
dalle fondamenta Ortona.  Molti edifici precipitarono,  altri furono offesi nei
tetti  e  nelle pareti,  altri s'inclinarono e s'abbassarono.  E tutta la buona
gente di Ortona, con pianti, con grida,  con invocazioni,  con gran chiamare di
santi e di madonne,  usc fuori delle porte, e si raun sul piano di San Rocco,
temendo  maggiori  pericoli.  Le  monache,  prese  dal  pnico,  infransero  la
clausura; irruppero su la via, scarmigliate, cercando salvezza. Quattro di loro
portavano  Anna  sopra una tavola.  E tutte trassero al piano,  verso il popolo
incolume.
Come esse giunsero in vista dal popolo, unanimi clamori si levarono,  poich la
presenza delle religiose parve propizia.  In ogni parte,  d'in torno, giacevano
infermi, vecchi impediti,  fanciulli in fasce,  donne stupide per la paura.  Un
bellissimo sole mattutino illustrava le teste tumultuanti,  il mare, i vigneti;
e accorrevano dalla spiaggia inferiore i marinai, cercando le mogli,  chiamando
i  figli per nome,  ansanti per la salita,  rochi;  e da Caldara cominciavano a
venire mandre di pecore e di bovi con i pastori,  branchi di gallinacci con  le
femmine  guardiane,  giumenti;  poich  tutti temevano la solitudine,  e tutti,
uomini e bestie, nel frangente si accomunavano.
Anna,  adagiata sul suolo,  sotto un olivo,  sentendo  prossima  la  morte,  si
rammaricava  con  un  balbetto  fievole,  perch  non  voleva  morire  senza i
sacramenti;  e le monache d'in torno le  davano  conforto;  e  gli  astanti  la
guardavano con piet.  Ora, d'improvviso, tra il popolo una voce si sparse, che
da  Porta  Caldara  sarebbe  uscito  il  busto   dell'Apostolo.   Le   speranze
risorgevano;  canti di rogazione risorgevano nell'aria.  Come da lungi vibr un
incognito luccicho,  le donne s'inginocchiarono;  e con i  capelli  disciolti,
lacrimose,  si  misero  a  camminare  su le ginocchia,  in contro al luccicho,
salmodiando.
Anna agonizzava. Sostenuta da due suore,  ud le preghiere,  ud l'annunzio;  e
forse  in un'ultima illusione travide l'Apostolo veniente,  poich nella faccia
cava le pass quasi un sorriso di gaudio.  Alcune bolle di saliva le  apparvero
su le labbra;  un'ondulazione brusca le corse e ricorse, visibile, le estremit
del corpo;  su gli occhi le palpebre le  caddero,  rossastre  come  per  sangue
stravasato;  il capo le si ritrasse nelle spalle. E la vergine Anna cos alfine
spir.
Quando il luccicho si fece pi da presso alle donne adoranti,  si  chiar  nel
sole  la  forma  di un giumento che portava in bilico su la groppa,  secondo il
costume, una banderuola di metallo.
