
GABRIELE D'ANNUNZIO.
Il Piacere.


A Francesco Paolo Michetti.

  Questo libro,  composto nella tua casa dall'ospite bene accetto,  viene a  te
come un rendimento di grazie, come un ex-voto..
  Nella  stanchezza  della  lunga  e  grave  fatica,   la  tua  presenza  m'era
fortificante e consolante come il mare.  Nei disgusti che seguivano il doloroso
e  capzioso  artifizio dello stile,  la limpida semplicit del tuo ragionamento
m'era esempio ed emendazione.  Nei dubbii che seguivano lo sforzo dell'analisi,
non di rado una tua sentenza profonda m'era di lume.
  A te che studii tutte le forme e tutte le mutazioni dello spirito come studii
tutte  le forme e tutte le mutazioni delle cose,  a te che intendi le leggi per
cui si svolge l'interior vita dell'uomo come intendi le leggi del disegno e del
colore,  a te che sei tanto acuto conoscitor di anime quanto grande artefice di
pittura  io  debbo  l'esercizio  e  lo sviluppo della pi nobile tra le facolt
dell'intelletto: debbo l'abitudine dell'osservazione e debbo,  in  ispecie,  il
metodo.  Io  sono  ora,  come  te,  convinto che c' per noi un solo oggetto di
studii: la Vita.
  Siamo,  in verit,  assai lontani dal tempo in cui,  mentre tu nella Galleria
Sciarra  eri  intento  a  penetrare  i  segreti del Vinci e del Tiziano,  io ti
rivolgeva un saluto di rime sospiranti

          all'Ideale che non ha tramonti,
          alla Bellezza che non sa dolori!

  Ben,  per,  un voto di quel tempo s' compiuto.  Siam tornati  insieme  alla
dolce  patria,  alla  tua    vasta casa .  Non gli arazzi medcei pendono alle
pareti, n convengono dame ai nostri decameroni,  n i coppieri e i levrieri di
Paolo Veronese girano intorno alle mense,  n i frutti soprannaturali empiono i
vasellami che Galeazzo Maria Sforza ordin  a  Maffeo  di  Clivate.  Il  nostro
desiderio    men superbo: e il nostro vivere  pi primitivo,  forse anche pi
omerico e pi eroico se valgono i pasti lungo il risonante mare, degni d'Ajace,
che interrompono i digiuni laboriosi.
  Sorrido quando penso che  questo  libro,  nel  quale  io  studio,  non  senza
tristezza,  tanta corruzione e tanta depravazione e tanta sottilit e falsit e
crudelt vane,   stato scritto in mezzo alla semplice e serena pace della  tua
casa,  fra  gli  ultimi  stornelli della messe e le prime pastorali della neve,
mentre insieme con le mie pagine cresceva la cara vita del tuo figliuolo.
  Certo, se nel mio libro  qualche piet umana e qualche bont,  rendo mercede
al tuo figliuolo. Nessuna cosa intenerisce e solleva quanto lo spettacolo d'una
vita  che  si  schiude.   Perfino  lo  spettacolo  dell'aurora  cede  a  quella
meraviglia.
  Ecco, dunque, il volume. Se,  leggendolo,  l'occhio ti corra pi oltre e veda
tu Giorgio porgerti le mani e dal tondo viso riderti,  come nella divina strofe
di Catullo,  semihiante  labello.,  interrompi  la  lettura.  E  le  piccole
calcagna  rosee,  dinanzi a te,  premano le pagine dov' rappresentata tutta la
miseria del Piacere; e quel premere inconsapevole sia simbolo e augurio.
  Ave, Giorgio. Amico e maestro, gran merc.

  Dal Convento: secondo Carmine, 1889..

  G. d'A.



Libro primo.


  L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che
tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma.  Tutte le
vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio.  Su la piazza Barberini,  su
la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando;  e
dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinit dei Monti,
alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.
  Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan nei vasi i
fiori  freschi.  Le  rose  folte  e  larghe  stavano  immerse in certe coppe di
cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato  slargandosi  in
guisa  d'un  giglio  adamantino,  a similitudine di quelle che sorgon dietro la
Vergine nel tondo.  di Sandro Botticelli  alla  Galleria  Borghese.  Nessuna
altra  forma  di  coppa  eguaglia  in  eleganza tal forma: i fiori entro quella
prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e  meglio  dare  imagine  di  una
religiosa o amorosa offerta.
  Andrea  Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante.  Tutte le cose a torno
rivelavano infatti una special cura d'amore.  Il legno di  ginepro  ardeva  nel
caminetto  e  la  piccola  tavola del t era pronta,  con tazze e sottocoppe in
maiolica di Castel Durante ornate  d'istoriette  mitologiche  da  Luzio  Dolci,
antiche  forme  d'inimitabile  grazia,  ove  sotto  le  figure erano scritti in
carattere corsivo a zffara nera esametri d'Ovidio.  La luce entrava  temperata
dalle  tende  di  broccatello rosso a melagrane d'argento riccio,  a foglie e a
motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri,  la trama fiorita delle tendine
di pizzo si disegnava sul tappeto.
  L'orologio  della  Trinit dei Monti suon le tre e mezzo.  Mancava mezz'ora.
Andrea Sperelli si lev dal divano dov'era disteso e and ad aprire  una  delle
finestre; poi diede alcuni passi nell'appartamento; poi apr un libro, ne lesse
qualche  riga,  lo  richiuse;  poi  cerc intorno qualche cosa,  con lo sguardo
dubitante.  L'ansia dell'aspettazione lo pungeva cos acutamente ch'egli  aveva
bisogno  di  muoversi,  di  operare,  di  distrarre la pena interna con un atto
materiale. Si chin verso il caminetto,  prese le molle per ravvivare il fuoco,
mise  sul  mucchio  ardente  un  nuovo pezzo di ginepro.  Il mucchio croll;  i
carboni sfavillando rotolarono fin su la lamina di metallo  che  proteggeva  il
tappeto; la fiamma si divise in tante piccole lingue azzurrognole che sparivano
e riapparivano; i tizzi fumigarono.
  Allora sorse nello spirito dell'aspettante un ricordo. Proprio innanzi a quel
caminetto Elena un tempo amava indugiare,  prima di rivestirsi,  dopo un'ora di
intimit.  Ella aveva molt'arte nell'accumulare gran  pezzi  di  legno  su  gli
alari.  Prendeva le molle pesanti con ambo le mani e rovesciava un poi indietro
il capo ad evitar le faville.  Il suo  corpo  sul  tappeto,  nell'atto  un  poi
faticoso,  per  i  movimenti  dei  muscoli e per l'ondeggiar delle ombre pareva
sorridere da tutte le giunture, e da tutte le pieghe, da tutti i cavi,  soffuso
d'un pallor d'ambra che richiamava al pensiero la Danae del Correggio.  Ed ella
aveva appunto le estremit un poi correggesche,  le mani e i  piedi  piccoli  e
pieghevoli,  quasi  direi  arborei  come nelle statue di Dafne in sul principio
primissimo della metamorfosi favoleggiata.
  Appena ella aveva compiuta l'opera,  le legna conflagravano  e  rendevano  un
sbito bagliore.  Nella stanza quel caldo lume rossastro e il gelato crepuscolo
entrante pei vetri lottavano qualche tempo.  L'odore del ginepro arso  dava  al
capo  uno  stordimento  leggero.  Elena  pareva  presa  da una specie di follia
infantile,  alla vista della vampa.  Aveva  l'abitudine,  un  poi  crudele,  di
sfogliar sul tappeto tutti i fiori ch'eran nei vasi,  alla fine d'ogni convegno
d'amore. Quando tornava nella stanza, dopo essersi vestita, mettendo i guanti o
chiudendo un fermaglio sorrideva  in  mezzo  a  quella  devastazione;  e  nulla
eguagliava la grazia dell'atto che ogni volta ella faceva sollevando un poco la
gonna ed avanzando prima un piede e poi l'altro perch l'amante chino legasse i
nastri delle scarpe ancora disciolti.
  Il  luogo  non  era  quasi in nulla mutato.  Da tutte le cose che Elena aveva
guardate o toccate sorgevano i ricordi in folla e le imagini del tempo  lontano
rivivevano  tumultuariamente.  Dopo  circa  due anni,  Elena stava per rivarcar
quella soglia. Tra mezz'ora, certo, ella sarebbe venuta, ella si sarebbe seduta
in quella poltrona, togliendosi il velo di su la faccia, un poco ansante,  come
una volta;  ed avrebbe parlato. Tutte le cose avrebbero riudito la voce di lei,
forse anche il riso di lei, dopo due anni.
  Il giorno del gran commiato fu appunto il  venticinque  di  marzo  del  mille
ottocento ottanta cinque,  fuori della Porta Pia,  in una carrozza. La data era
rimasta incancellabile nella memoria di Andrea.  Egli ora,  aspettando,  poteva
evocare tutti gli avvenimenti di quel giorno, con una lucidezza infallibile. La
visione del paesaggio nomentano gli si apriva d'innanzi ora in una luce ideale,
come  uno  di  quei  paesaggi  sognati in cui le cose paiono essere visibili da
lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro forme.
  La carrozza chiusa scorreva con un rumore  eguale,  al  trotto:  le  muraglie
delle  antiche  ville patrizie passavano d'innanzi agli sportelli,  biancastre,
quasi oscillanti,  con un movimento continuo e dolce.  Di tratto in  tratto  si
presentava un gran cancello di ferro,  a traverso il quale vedevasi un sentiero
fiancheggiato di alti bussi, o un chiostro di verdura abitato da statue latine,
o un lungo portico vegetale dove qua e l raggi di sole ridevano pallidamente.
  Elena taceva,  avvolta nell'ampio mantello di  lontra,  con  un  velo  su  la
faccia,  con le mani chiuse nel camoscio.  Egli aspirava con delizia il sottile
odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre sentiva contro il
suo braccio la forma del braccio di lei.  Ambedue si  credevano  lontani  dagli
altri,  soli;  ma  d'improvviso  passava  la  carrozza nera d'un prelato;  o un
buttero a cavallo, o una torma di chierici violacei, o una mandra di bestiame.
  A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
  - Scendiamo.
  Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva;  e,  come gli
alberi   al   vento   ondeggiavano,   pareva   per   un'illusion   visuale  che
l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
  Ella disse, stringendosi a lui e vacillando sul terreno aspro:
  - Io parto stasera. Questa  l'ultima volta...
  Poi tacque; poi di nuovo parl, a intervalli, su la necessit della partenza,
su la necessit della rottura,  con un accento pieno  di  tristezza.  Il  vento
furioso le rapiva le parole di su le labbra.  Ella seguitava.  Egli interruppe,
prendendole la mano e con le dita cercando tra i bottoni la carne del polso:
  - Non pi! Non pi!
  Si avanzavano lottando contro le folate  incalzanti.  Ed  egli,  presso  alla
donna,  in  quella  solitudine  alta  e  grave,  si  sent  d'improvviso entrar
nell'anima come l'orgoglio d'una vita pi libera, una sovrabbondanza di forze.
  - Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora, sempre...
  Le nud il polso e insinu le dita nella manica,  tormentandole la pelle  con
un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.
  Ella  gli volse uno di quegli sguardi che lo ubriacavano come calici di vino.
Il ponte era da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il fiume pareva
immobile e metallico in tutta la  lunghezza  della  sua  sinuosit.  I  giunchi
s'incurvavano  su  la  riva,  e  le  acque urtavano leggermente alcune pertiche
infisse nella creta per reggere forse le lenze.
  Allora egli cominci ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi giorni,
del ballo al Palazzo Farnese,  della caccia nella campagna  del  Divino  Amore,
degli  incontri mattutini nella piazza di Spagna lungo le vetrine degli orefici
o per la via Sistina tranquilla e signorile,  quando ella  usciva  dal  palazzo
Barberini seguita dalle ciociare che le offerivano nei canestri le rose.
  - Ti ricordi? Ti ricordi?
  - S.
  - E quella sera dei fiori,  in principio;  quando io venni con tanti fiori...
Tu eri sola, accanto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?
  - S, s.
  - Io entrai. Tu ti volgesti appena;  tu mi accogliesti duramente.  Che avevi?
Io  non  so.  Posai  il mazzo sopra il tavolino e aspettai.  Tu incominciasti a
parlare di cose inutili,  senza volont e senza piacere.  Io  pensai,  scorato:
Gi ella non mi ama pi!   Ma il profumo era grande: tutta la stanza gi n'era
piena. Io ti veggo ancora,  quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro
ci affondasti tutta la faccia,  aspirando. La faccia risollevata pareva esangue
e gli occhi parevano alterati come da una specie di ebriet...
  - Segui,  segui!  - disse Elena,  con la voce fievole,  china sul  parapetto,
incantata dal fascino delle acque correnti.
  -  Poi,  sul  divano: ti ricordi?  Io ti ricoprivo il petto,  le braccia,  la
faccia,  con i fiori,  opprimendoti.  Tu risorgevi continuamente,  porgendo  la
bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Fra la tua pelle e le mie labbra sentivo
le foglie fredde e molli.  Se io ti baciavo il collo,  tu rabbrividivi in tutto
il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano. Oh,  allora...  Avevi la testa
affondata  nei cuscini,  il petto nascosto dalle rose,  le braccia nude sino al
gomito;  e nulla era pi amoroso e pi dolce che il piccolo tremito  delle  tue
mani pallide su le mie tempie... Ti ricordi?
  - S. Segui!
  Egli  seguiva,  crescendo nella tenerezza.  Inebriato delle sue parole,  egli
quasi perdeva la conscienza di ci che diceva. Elena,  con le spalle volte alla
luce,  andavasi  chinando all'amante.  Ambedue sentivano a traverso le vesti il
contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro,  le acque del fiume passavano lente
e  fredde  alla  vista;  i  grandi  giunchi sottili,  come capigliature,  vi si
incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano largamente.
  Poi non parlarono pi;  ma,  guardandosi,  sentivano negli orecchi un  rumore
continuo  che si prolungava indefinitamente portando seco una parte dell'essere
loro,  come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo del loro cervello e
si spandesse ad empire tutta la campagna circostante.
  Elena, sollevandosi, disse:
  - Andiamo. Ho sete. Dove si pu chiedere acqua?
  Si  diressero  allora  verso  l'osteria romanesca,  passato il ponte.  Alcuni
carrettieri  staccavano  i  giumenti,  imprecando  ad  alta  voce.  Il  chiaror
dell'occaso feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza.
  Come  i  due  entrarono,  nella  gente dell'osteria non avvenne alcun moto di
meraviglia.  Tre o quattro uomini febbricitanti stavano intorno a  un  braciere
quadrato,  taciturni e giallastri.  Un bovaro, di pel rosso, sonnecchiava in un
angolo,  tenendo ancora fra i denti la pipa spenta.  Due giovinastri,  scarni e
biechi,  giocavano  a carte,  fissandosi negli intervalli con uno sguardo pieno
d'ardor bestiale.  E l'ostessa,  una femmina pingue,  teneva fra le braccia  un
bambino, cullandolo pesantemente.
  Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le mostrava il
bambino, lamentandosi.
  - Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!
  Tutte  le  membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole;  le
labbra violacee erano coperte di punti bianchicci;  l'interno della  bocca  era
coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse di gi fuggita da
quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora le muffe vegetavano.
  - Sentite,  signora mia,  le mani come sono fredde. Non pu pi bere; non pu
pi inghiottire; non pu pi dormire...
  La femmina singhiozzava.  Gli uomini febbricitanti guardavano con occhi pieni
di  una  immensa  prostrazione.  Ai singhiozzi i due giovinastri fecero un atto
d'impazienza.
  - Venite, venite! - disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio,  dopo aver
lasciato sul tavolo una moneta. E la trasse fuori.
  Insieme,  tornarono  verso  il  ponte.  Il  corso  dell'Aniene  ora  andavasi
accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante attraversava l'arco; e
in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pi lucido,  come se  sopra
vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume.  La campagna accidentata,  simile
ad una immensit di rovine,  aveva una general tinta violetta.  Verso l'Urbe il
cielo cresceva in rossore.
  -  Povera  creatura!  -  mormor  Elena  con  suono profondo di misericordia,
stringendosi al braccio d'Andrea.
  Il vento imperversava.  Una torma di cornacchie pass  nell'aria  accesa,  in
alto, schiamazzando.
  Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese l'anima di
quei due,  in conspetto della solitudine.  Pareva che qualche cosa di tragico e
di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del sentimento fiammeggiarono
sotto l'influenza del tramonto tumultuoso. Elena si arrest.
  - Non posso pi - ella disse, ansando.
  La carrozza era ancora lontana,  immobile,  nel  punto  dove  essi  l'avevano
lasciata.
  - Ancora un poco, Elena! Ancora un poco! Vuoi ch'io ti porti?
  Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandon alle parole.
   Perch  ella voleva partire?  Perch ella voleva spezzare l'incanto?  i loro
destini.  ormai non erano legati per sempre?  Egli aveva bisogno di lei  per
vivere,  degli  occhi,  della  voce,  del  pensiero  di  lei...  Egli era tutto
penetrato da quell'amore;  aveva tutto il sangue alterato come  da  un  veleno,
senza rimedio. Perch ella voleva fuggire? Egli si sarebbe avviticchiato a lei,
l'avrebbe prima soffocata sul suo petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! 
  Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza rispondere.
Dopo un poco,  ella sollev il braccio per far cenno al cocchiere di avanzarsi.
I cavalli scalpitarono.
  - Fermatevi a Porta Pia - grid la signora,  salendo nella  carrozza  insieme
all'amante.
  E  con  un movimento subitaneo si offerse al desiderio di lui che le baci la
bocca, la fronte, i capelli, gli occhi, la gola, avidamente, rapidamente, senza
pi respirare.
  - Elena! Elena!
  Un vivo bagliore rossastro entr nella carrozza, riflesso dalle case color di
mattone. Si avvicinava nella strada il trotto sonante di molti cavalli.
  Elena,  piegandosi su la spalla  dell'amante  con  una  immensa  dolcezza  di
sommessione, disse:
  - Addio, amore! Addio! Addio!
  Come  ella si sollev,  a destra e a sinistra passarono a gran trotto dieci o
dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della volpe.  Uno,  il duca di
Beffi, passando rasente, si curv in arcione per guardare nello sportello.
  Andrea  non  parl  pi.  Egli  sentiva ora tutto il suo essere mancare in un
abbattimento infinito.  La puerile debolezza della sua natura,  sedata la prima
sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe voluto piegarsi,
umiliarsi,  pregare,  muovere  la  piet  della donna con le lacrime.  Aveva la
sensazione confusa e ottusa d'una vertigine;  e un freddo sottile gli  assaliva
la nuca, gli penetrava la radice dei capelli.
  - Addio - ripet Elena.
  Sotto l'arco della Porta Pia la carrozza si fermava, perch egli discendesse.
  Cos dunque,  aspettando,  Andrea rivedeva nella memoria quel giorno lontano;
rivedeva tutti i gesti, riudiva tutte le parole.  Che aveva fatto egli,  appena
scomparsa la carrozza di Elena verso le Quattro Fontane?  Nulla,  in verit, di
straordinario. Anche allora, come sempre, appena lontano l'oggetto immediato da
cui il suo spirito traeva  quella  specie  di  esaltazione  fatua,  egli  aveva
riacquistato  quasi  d'un  tratto  la  tranquillit,  la  conscienza della vita
comune, l'equilibrio. Era salito su una vettura publica per tornare a casa;  l
s'era messo l'abito nero, come al solito, non dimenticando alcuna particolarit
di  eleganza;  ed  era  andato  a  pranzo  da  sua  cugina,  come in ogni altro
mercoled,  al palazzo Roccagiovine.  Tutte le  cose  dell'esistenza  esteriore
avevano  su  lui  un  gran  potere  d'oblio,  lo  occupavano,  lo eccitavano al
godimento rapido dei piaceri mondani.
  Quella sera,  infatti,  il raccoglimento gli era venuto assai  tardi,  quando
cio rientrando nella sua casa aveva veduto brillare sopra un tavolo il piccolo
pettine  di  tartaruga  dimenticato  da  Elena due giorni innanzi.  Allora,  in
compenso,  tutta la notte,  aveva sofferto,  e con molti artifici del  pensiero
aveva acuito il suo dolore.
  Ma  il  momento si approssimava.  L'orologio della Trinit dei Monti suon le
tre e tre quarti. Egli pens,  con una trepidazione profonda:  Fra pochi minuti
Elena sar qui. Quale atto io far accogliendola? Quali parole io le dir? 
  L'ansia  in  lui  era  verace  e  l'amore  per quella donna era in lui rinato
veracemente;  ma la espressione verbale e plastica dei sentimenti  in  lui  era
sempre cos artificiosa,  cos lontana dalla semplicit e dalla sincerit,  che
egli ricorreva per abitudine alla preparazione anche nei pi gravi commovimenti
dell'animo.
  Cerc d'imaginare la scena;  compose  alcune  frasi;  scelse  con  gli  occhi
intorno il luogo pi propizio al colloquio. Poi anche si lev per vedere in uno
specchio se il suo volto era pallido,  se rispondeva alla circostanza. E il suo
sguardo,  nello specchio,  si ferm alle tempie,  all'attaccatura dei  capelli,
dove  Elena  allora.  soleva  mettere un bacio delicato.  Apr le labbra per
mirare la  perfetta  lucentezza  dei  denti  e  la  freschezza  delle  gengive,
ricordando  che  un tempo ad Elena piaceva in lui sopra tutto la bocca.  La sua
vanit di giovine viziato ed effeminato non  trascurava  mai  nell'amore  alcun
effetto di grazia o di forma.  Egli sapeva,  nell'esercizio dell'amore,  trarre
dalla sua bellezza il maggior possibile godimento. Questa felice attitudine del
corpo e questa acuta ricerca del piacere appunto gli cattivavano l'animo  delle
donne.  Egli  aveva  in  s qualche cosa di Don Giovanni e di Cherubino: sapeva
essere l'uomo di una notte erculea e l'amante timido, candido, quasi verginale.
La ragione del suo potere stava in questo: che,  nell'arte  d'amare,  egli  non
aveva  ripugnanza  ad alcuna finzione,  ad alcuna falsit,  ad alcuna menzogna.
Gran parte della sua forza era nella ipocrisia.
   Quale atto io far accogliendola?  Quali  parole  io  le  dir?    Egli  si
smarriva, mentre i minuti fuggivano. Egli non sapeva gi con quali disposizioni
Elena sarebbe venuta.
  L'aveva  incontrata  la mattina innanzi per la via dei Condotti,  mentre ella
guardava nelle vetrine. Era tornata a Roma da pochissimi giorni, dopo una lunga
assenza oscura.  L'incontro improvviso aveva dato  ad  ambedue  una  commozione
viva;  ma  la  publicit della strada li aveva costretti ad un riserbo cortese,
cerimonioso,  quasi freddo.  Egli le aveva detto,  con un'aria  grave,  un  poi
triste,  guardandola negli occhi: - Ho tante cose da raccontarvi, Elena. Venite
da me,  domani?  Nulla  mutato nel buen retiro..  -  Ella  aveva  risposto,
semplicemente:  -  Bene;  verr.  Aspettatemi alle quattro,  circa.  Ho anch'io
qualche cosa da dirvi. Ora lasciatemi.
  Ella aveva accettato sbito l'invito,  senza esitazione alcuna,  senza metter
patti,  senza mostrar di dare importanza alla cosa.  Una tal prontezza aveva da
prima suscitato in Andrea non so qual preoccupazione vaga.  Sarebbe ella venuta
come  un'amica  o  come  un'amante?  Sarebbe  venuta a riallacciare l'amore o a
rompere ogni speranza? In quei due anni che era mai accaduto nell'animo di lei?
Andrea non sapeva;  ma gli durava ancora la sensazione avuta dallo  sguardo  di
lei,  nella strada,  quando egli erasi inchinato a salutarla. Era pur sempre il
medesimo  sguardo,  cos  dolce,  cos  profondo,  cos  lusinghevole,   tra  i
lunghissimi cigli.
  Mancavano  due  o  tre  minuti all'ora.  L'ansia dell'aspettante crebbe a tal
punto ch'egli credeva di soffocare.  And alla finestra,  di  nuovo,  e  guard
verso  le  scale  della Trinit.  Elena,  un tempo,  saliva per quelle scale ai
convegni. Mettendo il piede sull'ultimo gradino, si soffermava un istante;  poi
traversava   rapida  quel  tratto  di  piazza  ch'  d'innanzi  alla  casa  dei
Casteldelfino. Si udiva il suo passo un poco ondeggiante risonare sul lastrico,
se la piazza era silenziosa.
  L'orologio batt le quattro.  Giungeva dalla piazza di Spagna e dal Pincio il
romore  delle vetture.  Molta gente camminava sotto gli alberi,  d'innanzi alla
Villa Medici.  Due donne stavano sul sedile  di  pietra,  sotto  la  chiesa,  a
guardia di alcuni bimbi che correvano intorno l'obelisco.  L'obelisco era tutto
roseo, investito dal sole declinante; e segnava un'ombra lunga, obliqua, un poi
turchina. L'aria diveniva rigida, come pi s'appressava il tramonto.  La citt,
in  fondo,  si  tingeva  d'oro,  contro  un  cielo pallidissimo sul quale gi i
cipressi del Monte Mario si disegnavano neri.
  Andrea trasal.  Vide un'ombra  apparire  in  cima  alla  piccola  scala  che
costeggia la casa dei Casteldelfino e discende su la piazzetta Mignanelli.  Non
era Elena; ma una signora che volt per la via Gregoriana, camminando adagio.
   S'ella non venisse?   dubit,  ritraendosi dalla finestra.  E nel  ritrarsi
dall'aria fredda,  sent pi molle il tepore della stanza, pi acuto il profumo
del ginepro e delle rose,  pi misteriosa l'ombra delle tende e delle portiere.
Pareva  che in quel momento la stanza fosse tutta pronta ad accogliere la donna
desiderata. Egli pens alla sensazione che Elena avrebbe avuto entrando. Certo,
ella sarebbe stata vinta da quella dolcezza cos piena di memorie; avrebbe d'un
tratto perduta ogni  nozione  della  realt,  del  tempo;  avrebbe  creduto  di
trovarsi  ad  uno  dei  convegni  abituali,  di  non aver mai interrotta quella
pratica di volutt,  d'esser pur sempre la Elena  d'una  volta.  Se  il  teatro
dell'amore  era immutato,  perch sarebbe mutato l'amore?  Certo,  ella avrebbe
sentita la profonda seduzione delle cose una volta dilette.
  Allora cominci nell'aspettante una nuova tortura.  Gli spiriti acuiti  dalla
consuetudine  della  contemplazione  fantastica  e del sogno poetico dnno alle
cose un'anima sensibile e mutabile come l'anima umana;  e leggono in ogni cosa,
nelle  forme,  nei  colori,  nei  suoni,  nei profumi,  un simbolo trasparente,
l'emblema d'un sentimento o  d'un  pensiero;  ed  in  ogni  fenomeno,  in  ogni
combinazion   di   fenomeni   credono   indovinare  uno  stato  psichico,   una
significazione morale.  Talvolta la visione  cos lucida che produce in quegli
spiriti  un'angoscia:  si sentono essi come soffocare dalla pienezza della vita
rivelata e si sbigottiscono dei loro stessi fantasmi.
  Andrea vide nell'aspetto delle cose intorno riflessa l'ansiet sua; e come il
suo  desiderio  si  sperdeva   inutilmente   nell'attesa   e   i   suoi   nervi
s'indebolivano,  cos  parve a lui che l'essenza direi quasi erotica delle cose
anche vaporasse e si dissipasse inutilmente. Tutti quegli oggetti,  in mezzo 
quali  egli  aveva  tante  volte  amato  e  goduto e sofferto,  avevano per lui
acquistato qualche cosa della sua sensibilit. Non soltanto erano testimoni dei
suoi amori, dei suoi piaceri, delle sue tristezze, ma eran partecipi. Nella sua
memoria,  ciascuna forma,  ciascun colore armonizzava con una imagine muliebre,
era  una  nota  in  un  accordo  di bellezza,  era un elemento in una estasi di
passione.  Per la natura del suo gusto,  egli ricercava negli amori  un  gaudio
molteplice:  il  complicato  diletto  di  tutti  i  sensi,   l'alta  commozione
intelettuale,  gli abbandoni del sentimento,  gli  impeti  della  brutalit.  E
poich egli ricercava con arte, come un estetico, traeva naturalmente dal mondo
delle  cose  molta  parte  della  sua  ebrezza.  Questo  delicato  istrione non
comprendeva la comedia dell'amore senza gli scenarii.
  Perci la sua casa era un perfettissimo teatro;  ed egli  era  un  abilissimo
apparecchiatore.  Ma  nell'artificio  quasi  sempre  egli metteva tutto s;  vi
spendeva la ricchezza del suo spirito largamente; vi si obliava cos che non di
rado rimaneva ingannato dal suo stesso  inganno,  insidiato  dalla  sua  stessa
insidia,  ferito dalle sue stesse armi, a somiglianza d'un incantatore il quale
fosse preso nel cerchio stesso del suo incantesimo.
  Tutto, intorno,  aveva assunto per lui quella inesprimibile apparenza di vita
che acquistano,  ad esempio,  gli arnesi sacri, le insegne d'una religione, gli
strumenti d'un culto,  ogni figura su cui si accumuli la meditazione umana o da
cui  l'imaginazione  umana  poggi a una qualche ideale altezza.  Come una fiala
rende dopo lunghi anni il profumo dell'essenza che vi fu un  giorno  contenuta,
cos certi oggetti conservavano pur qualche vaga parte dell'amore onde li aveva
illuminati  e  penetrati  quel  fantastico  amante.  E a lui veniva da loro una
incitazione tanto forte ch'egli n'era turbato talvolta come dalla presenza d'un
potere soprannaturale.
  Pareva,  in vero,  ch'egli conoscesse direi quasi la  virtualit  afrodisiaca
latente  in  ciascuno  di  quegli  oggetti  e  la  sentisse  in  certi  momenti
sprigionarsi e svolgersi e palpitare intorno a lui.  Allora,  s'egli era  nelle
braccia  dell'amata,  dava  a  s stesso ed al corpo ed all'anima di lei una di
quelle supreme feste il cui solo ricordo basta a rischiarare una intiera  vita.
Ma s'egli era solo, un'angoscia grave lo stringeva, un rammarico inesprimibile,
al pensiero che quel grande e raro apparato d'amore si perdeva inutilmente.
  Inutilmente!  Nelle  alte  coppe  fiorentine  le rose,  anch'esse aspettanti,
esalavano tutta la intima lor  dolcezza.  Sul  divano,  alla  parete,  i  versi
argentei  in gloria della donna e del vino,  frammisti cos armoniosamente agli
indefinibili colori serici nel tappeto persiano del sedicesimo  secolo,  scintillavano
percossi  dal  tramonto,  in  un  angolo  schietto disegnato dalla finestra,  e
rendevan pi  diafana  l'ombra  vicina,  propagavano  un  bagliore  ai  cuscini
sottostanti.  L'ombra,  ovunque, era diafana e ricca, quasi direi animata dalla
vaga palpitazion luminosa che hanno i santuarii oscuri ov' un tesoro  occulto.
Il  fuoco  nel  camino  crepitava;  e  ciascuna  delle sue fiamme era,  secondo
l'imagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in una luce sempre mobile.
Pareva all'amante che ogni forma, che ogni colore, che ogni profumo rendesse il
pi delicato fiore della sua essenza, in quell'attimo. Ed ella.  non veniva!
Ed ella. non veniva!
  Sorse allora nella mente di lui, per la prima volta, il pensiero del marito.
  Elena  non  era  pi  libera.  Aveva  rinunziato  alla  bella  libert  della
vedovanza,  passando in seconde nozze con un gentiluomo d'Inghilterra,  con  un
Lord  Humphrey  Heathfield,  alcuni  mesi  dopo  l'improvvisa partenza da Roma.
Andrea infatti si ricordava di aver visto  l'annunzio  del  matrimonio  in  una
cronaca  mondana,  nell'ottobre  del  mille ottocento ottanta cinque;  e d'aver
sentito fare su la nuova Lady Helen Heathfield una  infinit  di  commenti  per
tutte  le  villeggiature  di quell'autunno romano.  Anche si ricordava di avere
incontrato una decina di volte,  nel precedente inverno,  quel Lord Humphrey ai
sabati  della principessa Giustiniani-Bandini e nelle vendite publiche.  Era un
uomo di quarant'anni,  d'una biondezza  cinerea,  calvo  su  le  tempie,  quasi
esangue, con due occhi chiari ed acuti, con una grande fronte sporgente solcata
di vene.  Il suo nome,  Heatfield, era ben quello del luogotenente generale che
fu l'eroe della celebre difesa di Gibilterra (1779-83),  reso  immortale  anche
dal pennello di Joshua Reynolds.
  Qual parte aveva quell'uomo nella vita di Elena?  Da quali legami,  oltre che
dalle nozze,  era Elena legata a colui?  Quali transformazioni aveva operato in
lei il contatto materiale e spirituale del marito?
  Gli  enigmi  sorsero d'un tratto nell'animo di Andrea,  tumultuariamente.  In
mezzo al tumulto,  gli apparve netta e precisa l'imagine del connubio fisico di
quei  due;  e  il  dolore  fu  cos  insopportabile  ch'egli  si lev col balzo
istintivo d'un uomo il quale si senta d'improvviso ferire in un membro  vitale.
Attravers  la stanza,  usc nell'anticamera,  origli alla porta ch'egli aveva
lasciata socchiusa. Eran quasi le cinque meno un quarto.
  Dopo un poco,  egli ud su per le scale un passo,  un frusco  di  vesti,  un
respiro affaticato.  Certo,  una donna saliva. Tutto il sangue gli si mosse con
tal veemenza, che, snervato dalla lunga aspettazione,  egli credeva di smarrire
le  forze  e  di cadere.  Ma pure ud il suono del piede feminile su gli ultimi
gradini, un respiro pi lungo, il passo sul pianerottolo,  su la soglia.  Elena
entr.
  - Oh, Elena! Finalmente.
  Era  in  quelle  parole  cos profonda l'espressione dell'angoscia durata che
alla donna apparve su le labbra un'indefinibile sorriso,  misto di misericordia
e di piacere.  Egli le prese la destra, ch'era senza guanto, traendola verso la
stanza.  Ella ansava ancora;  ma aveva per tutto il  volto  diffusa  una  lieve
fiamma, sotto il velo nero.
  -  Perdonatemi,  Andrea.  Ma  non  ho  potuto  liberarmi  prima d'ora.  Tante
visite... tanti biglietti da restituire... Sono giornate faticose. Non ne posso
pi. Come fa caldo qui! Che profumo!
  Ella stava ancora in piedi,  nel mezzo  della  stanza;  un  poi  titubante  e
preoccupata,   sebbene  parlasse  rapida  e  leggera.   Un  mantello  di  panno
Carmlite., con maniche nello stile dell'Impero tagliate dall'alto in larghi
sgonfi, spianate e abbottonate al polso, con un immenso bavero di volpe azzurra
per unica guarnitura,  le copriva tutta la persona senza  toglierle  la  grazia
della  snellezza.  Ella  guardava  Andrea,  con  gli  occhi pieni di non so che
sorriso tremulo che ne velava l'acuta indagine. Disse:
  - Voi siete un poco mutato.  Non saprei dirvi in che.  Avete ora nella bocca,
per esempio, qualche cosa di amaro ch'io non conosceva.
  Disse  queste  parole con un tono di familiarit affettuosa.  La voce di lei,
risonando nella stanza, dava ad Andrea un diletto cos vivo ch'egli esclam:
  - Parlate, Elena; parlate ancora!
  Ella rise. E domand:
  - Perch?
  Egli rispose, prendendole la mano:
  - Voi lo sapete.
  Ella ritrasse la mano; e guard il giovine fin dentro gli occhi.
  - Io non so pi nulla.
  - Voi siete dunque mutata?
  - Molto mutata.
  Gi il  sentimento  li traeva ambedue.  La risposta di Elena  chiariva  d'un
tratto il problema.  Andrea comprese;  e,  rapidamente ma precisamente,  per un
fenomeno  d'intuizione  non  raro  in  certi  spiriti  esercitati   all'analisi
dell'essere  interiore,  intravide  l'attitudine  morale della visitatrice e lo
svolgimento della scena che doveva seguire.  Egli per  era  gi  tutto  invaso
dalla malia di quella donna,  come una volta.  Inoltre, la curiosit lo pungeva
forte. Disse:
  - Non sedete?
  - S, un momento.
  - L, su la poltrona.
  - Ah,  la mia.  poltrona!  - ella stava per dire,  con un moto  spontaneo,
poich l'aveva riconosciuta; ma si trattenne.
  Era  una  seggiola ampia e profonda,  ricoperta d'un cuoio antico,  sparso di
Chimere pallide a rilievo,  in sul gusto di quello che ricopre le pareti  d'una
stanza  del  palazzo Chigi.  Il cuoio aveva preso quella tinta calda e opulenta
che ricorda certi fondi di ritratti veneziani,  o  un  bel  bronzo  conservante
appena  una  traccia  di  doratura  o  una  scaglia  di  tartaruga  fina da cui
trasparisca una foglia d'oro. Un gran cuscino, tagliato in una dalmatica,  d'un
colore  assai  disfatto,  di  quel colore che i setaiuoli fiorentini chiamavano
rosa di gruogo, rendeva molle la spalliera.
  Elena sedette.  Pos su l'orlo della tavola da  t  il  guanto  destro  e  il
portabiglietti  ch'era una sottile guaina d'argento liscio con sopra incise due
giarrettiere allacciate, recanti un motto. Quindi si tolse il velo,  sollevando
le  braccia  per  sciogliere  il nodo dietro la testa;  e l'atto elegante dest
qualche onda lucida nel velluto: alle  ascelle,  lungo  le  maniche,  lungo  il
busto.  Poich il calore del camino era soverchio,  ella si fece schermo con la
mano nuda che s'illumin  come  un  alabastro  rosato:  gli  anelli  nel  gesto
scintillarono. Ella disse:
  - Coprite il fuoco; vi prego. Brucia troppo.
  - Non vi piace pi la fiamma?  Ed eravate,  un tempo,  una salamandra! Questo
camino  memore...
  - Non movete le memorie - ella interruppe.  -  Coprite  dunque  il  fuoco,  e
accendete un lume. Io far il t.
  - Non volete togliervi il mantello?
  - No, perch debbo andar via presto. Ei gi tardi.
  - Ma soffocherete.
  Ella si lev, con un piccolo atto d'impazienza.
  - Aiutatemi, allora.
  Andrea  sent,  nel  toglierle  il mantello,  il profumo di lei.  Non era pi
quello d'una volta; ma era d'una tal bont che gli giunse fino ai precordii.
  - Avete un altro profumo - egli disse, con un accento singolare.
  Rispose ella, semplicemente:
  - S. Vi piace?
  Andrea,  ancora tenendo il mantello fra  le  mani,  affond  il  volto  nella
pelliccia che ornava il collo e che pi quindi era profumata dal contatto della
carne e dei capelli di lei. Poi chiese:
  - Come si chiama?
  - Ei senza nome.
  Ella  di  nuovo  sedette  su la poltrona,  entrando nel chiaror della fiamma.
Aveva un abito nero,  tutto composto di merletti  in  mezzo  a  cui  brillavano
perline innumerevoli, nere e d'acciaio.
  Il  crepuscolo moriva contro i vetri.  Andrea accese su i candelabri di ferro
certe candele attorte, di colore aranciato molto intenso.  Poi trasse d'innanzi
al caminetto il parafuoco.
  Ambedue,  in quell'intervallo di silenzio,  erano nell'animo perplessi. Elena
non aveva la conscienza esatta del momento, n la sicurezza di s; pur tentando
uno sforzo,  non riusciva a riafferrare il suo proposito,  a raccogliere le sue
intenzioni,  a riprendere la sua volont. D'innanzi a quell'uomo a cui un tempo
l'aveva stretta una cos alta passione,  in quel luogo dove ella aveva  vissuto
la  sua  pi  ardente  vita,  sentiva a poco a poco tutti i pensieri vacillare,
dissolversi, dileguarsi. Ormai il suo spirito stava per entrare in quello stato
delizioso, direi quasi di fluidit sentimentale,  in cui riceve ogni movimento,
ogni attitudine,  ogni forma dalle vicende esterne,  come un vapore aereo dalle
mutazioni dell'atmosfera. Esitava, prima di abbandonarvisi.
  Andrea disse, piano, quasi umile:
  - Va bene, cos?
  Ella gli sorrise,  senza rispondere,  poich quelle parole le avevano dato un
diletto  indefinibile,  quasi  un  tremolio  di  dolcezza  a  sommo  del petto.
Incominci la sua opera delicata.  Accese la lampada sotto il vaso  dell'acqua;
apr la scatola di lacca, dov'era conservato il t, e mise nella porcellana una
quantit misurata d'aroma; poi prepar due tazze. I suoi gesti erano lenti e un
poco  irresoluti,  come di chi operando abbia l'animo rivolto ad altro oggetto;
le sue mani bianche e purissime avevano nel muoversi una  leggerezza  quasi  di
farfalle,  non  parendo  toccare  le cose ma appena sfiorarle;  dai suoi gesti,
dalle sue mani, da ogni lieve ondulamento del suo corpo usciva non so che tenue
emanazion di piacere e andava a blandire il senso dell'amante.
  Andrea,  seduto da presso,  la guardava con  gli  occhi  un  poco  socchiusi,
bevendo  per  le pupille il fascino voluttuoso che nasceva da lei.  Era come se
ogni moto divenisse per lui tangibile idealmente.  Quale amante non ha  provato
questo  inesprimibile  gaudio,  in  cui  par quasi che la potenza sensitiva del
tatto si affini cos da avere la sensazione senza la immediata materialit  del
contatto?
  Ambedue tacevano.  Elena s'era abbandonata sul cuscino: aspettava che l'acqua
bollisse.  Guardando la fiamma azzurra della lampada,  toglieva dalle dita  gli
anelli,  e se li rimetteva di continuo,  smarrita in un'apparenza di sogno. Non
era un sogno, ma come una rimembranza vaga,  ondeggiante,  confusa,  fuggevole.
Tutte  le  momorie  dell'amor  passato  le risorgevano nello spirito,  ma senza
chiarezza: e le davano una espressione incerta ch'ella non sapeva se  fosse  un
piacere  o  un  dolore.  Pareva  come quando da molti fiori estinti,  dei quali
ciascuno ha perduto ogni singolarit di colori e di effluvi,  nasce una  comune
esalazione  in cui ei possibile riconoscere i diversi elementi.  Pareva ch'ella
portasse in s l'ultimo alito dei ricordi gi spirati,  l'ultima traccia  delle
gioie  gi scomparse,  l'ultimo risentimento della felicit gi morta,  qualche
cosa di simile a un vapor dubbio da cui emergessero imagini senza  nome,  senza
contorno,  interrotte.  Ella  non sapeva se fosse un piacere o un dolore;  ma a
poco a  poco  quell'agitazione  misteriosa,  quella  inquietudine  indefinibile
aumentavano e le gonfiavano il cuore di dolcezza e di amarezza. I presentimenti
oscuri, i segreti rimpianti, i timori superstiziosi, le aspirazioni combattute,
i dolori soffocati,  i sogni travagliati,  i desiderii non appagati, tutti quei
torbidi elementi che componevano l'interior vita di lei ora si rimescolavano  e
tempestavano.
  Ella taceva, tutta raccolta in s. Mentre il suo cuore quasi traboccava, ella
godeva accumularvi ancora col silenzio la commozione.  Parlando, ella l'avrebbe
dispersa.
  Il vaso dell'acqua incominci a levare il bollore pianamente.
  Andrea su la sedia bassa,  tenendo il gomito poggiato al ginocchio e il mento
nella palma, guardava ora la bella creatura con tale intensit ch'ella, pur non
volgendosi,  sentiva  su  la sua persona quella persistenza e ne aveva quasi un
vago malessere fisico.  Andrea,  guardandola,  pensava:  Io ho posseduto questa
donna,  un giorno.  Egli ripeteva a s stesso l'affermazione, per convincersi;
e faceva,  per convincersi,  uno sforzo mentale,  richiamava alla  memoria  una
qualche attitudine di lei nel piacere, cercava di rivederla fra le sue braccia.
La  certezza del possesso gli sfuggiva.  Elena gli pareva una donna nuova,  non
mai goduta, non mai stretta.
  Ella era,  in verit,  ancor pi desiderabile che una volta.  L'enigma  quasi
direi  plastico  della  sua  bellezza era ancor pi oscuro e attirante.  La sua
testa dalla fronte breve,  dal naso  dritto,  dal  sopracciglio  arcuato,  d'un
disegno  cos  puro,  cos  fermo,  cos  antico,  che pareva essere uscita dal
cerchio d'una medaglia siracusana,  aveva negli occhi e nella bocca un singolar
contrasto  di  espressione:  quell'espressione  passionata,  intensa,  ambigua,
sopraumana,  che solo qualche moderno spirito,  impregnato di tutta la profonda
corruzione dell'arte, ha saputo infondere in tipi di donna immortali come Monna
Lisa e Nelly Oi Brien.
   Altri ora la possiede  pensava Andrea, guardandola.  Altre mani la toccano,
altre labbra la baciano.   E, mentre egli non giungeva a formar nella fantasia
l'imagine dell'unione di s con lei, vedeva nuovamente invece,  con implacabile
precisione,  l'altra imagine.  E una smania l'invadeva, di sapere, di scoprire,
d'interrogare, acutissima.
  Elena s'era chinata al tavolo,  poich il vapore fuggiva,  per la  commessura
del coperchio, dal vaso bollente. Vers appena un poco d'acqua sul t; poi mise
due  pezzi  di  zucchero in una sola tazza;  poi vers sul t altra acqua;  poi
spense la fiamma azzurra. Ella fece tutto questo con una cura quasi tenera,  ma
senza  mai  volgersi  ad  Andrea.  L'interno  tumulto  risolvevasi  ora  in  un
intenerimento cos molle ch'ella si sentiva chiudere la gola  e  inumidire  gli
occhi;  e  non  poteva  resistere.  Tanti  pensieri contrarii,  tante contrarie
agitazioni e alterazioni dell'animo si raccoglievano ora in una lacrima.
  Ella, per un gesto, urt il portabiglietti d'argento,  che cadde sul tappeto.
Andrea  lo raccolse,  e guard le due giarrettiere incise.  Portava ciascuna un
motto sentimentale: From Dreamland - A stranger hither.; Dal Paese del Sogno
- Straniera qui.
  Com'egli levava gli occhi, Elena gli offer la tazza fumante,  con un sorriso
un poco velato dalla lacrima.
  Vide  egli  quel  velo;  e  innanzi a quell'inaspettato segno di tenerezza fu
invaso da un  tale  impeto  d'amore  e  di  riconoscenza  che  pos  la  tazza,
s'inginocchi, prese la mano d'Elena, sopra vi mise la bocca.
  - Elena! Elena!
  Le  parlava  a  voce bassa,  in ginocchio,  cos da vicino che pareva volesse
beverne l'alito.  L'ardore era sincero,  mentre le parole  talvolta  mentivano.
Egli l'amava,  l'aveva sempre amata, non aveva mai mai mai potuto dimenticarla!
aveva sentito, rincontrandola, tutta la sua passione insorgere con tal violenza
che n'aveva avuto quasi terrore: una specie di  terrore  ansioso,  come  s'egli
avesse intravisto, in un lampo, lo sconvolgimento di tutta la sua vita. 
  -  Tacete!  Tacete!  -  disse  Elena,  con  il  volto  atteggiato  di dolore,
pallidissima.
  Andrea seguitava,  sempre in ginocchio,  accendendosi  nell'imaginazione  del
sentimento.    Egli  aveva  sentito  trascinar  via  da  lei,  in  quella  fuga
improvvisa, la maggior e miglior parte di s. Dopo, egli non sapeva dirle tutta
la  miseria  dei  suoi  giorni,   l'angoscia  dei  suoi  rimpianti,   l'assidua
implacabile divorante sofferenza interiore. La tristezza era per lui in fondo a
tutte le cose. La fuga del tempo gli era un supplizio insopportabile. Non tanto
egli  rimpiangeva i giorni felici quanto si doleva dei giorni che ora passavano
inutilmente per la felicit.  Quelli almeno gli  avevan  lasciato  un  ricordo:
questi gli lasciavano un rammarico profondo, quasi un rimorso... La sua vita si
consumava  in  s  stessa,  portando  in  s  la fiamma inestinguibile d'un sol
desiderio, l'incurabile disgusto d'ogni altro godimento. Talvolta lo assalivano
impeti di cupidigia quasi rabbiosi,  disperati ardori verso il piacere;  ed era
come  una  ribellion  violenta  del  cuore non saziato,  come un sussulto della
speranza che non si rassegnava a morire.  Talvolta  anche  gli  pareva  d'esser
ridotto a nulla;  e rabbrividiva innanzi ai grandi abissi vacui del suo essere:
di tutto l'incendio della sua giovinezza  non  gli  restava  che  un  pugno  di
cenere.  Talvolta anche,  a simiglianza d'uno di quei sogni che si dileguano su
l'alba,  tutto il suo passato,  tutto  il  suo  presente  si  dissolvevano;  si
distaccavano  dalla sua conscienza e cadevano,  come una spoglia fragile,  come
una veste vana. Egli non si ricordava pi di nulla,  come un uomo escito da una
lunga infermit, come un convalescente stupefatto. Egli alfine obliava; sentiva
l'anima  sua entrar dolcemente nella morte...  Ma,  d'improvviso,  su da quella
specie di tranquillit obliosa scaturiva un nuovo dolore  e  l'idolo  abbattuto
risorgeva pi alto come un germe indistruttibile.  Ella,  ella.  era l'idolo
che seduceva in lui tutte le volont del cuore,  rompeva in lui tutte le  forze
dell'intelletto,  teneva  in  lui tutte le pi segrete vie dell'anima chiuse ad
ogni altro amore, ad ogni altro dolore,  ad ogni altro sogno,  per sempre,  per
sempre... 
  Andrea  mentiva;  ma  la  sua eloquenza era cos calda,  la sua voce era cos
penetrante,  il tocco delle sue mani era cos amoroso,  che Elena fu invasa  da
una infinita dolcezza.
  - Taci!  - ella disse. - Io non debbo ascoltarti; io non sono pi tua; io non
potr essere tua pi mai. Taci! Taci!
  - No, ascoltami.
  - Non voglio.  Addio.  Bisogna ch'io  vada.  Addio,  Andrea.  Ei  gi  tardi,
lasciami.
  Ella  svilupp la mano dalla stretta del giovine;  e,  superando ogni interno
languore, fece atto di levarsi.
  - Perch dunque sei  venuta?  -  chiese  egli,  con  la  voce  un  poi  roca,
impedendole quell'atto.
  Sebbene  la violenza fosse lievissima,  ella corrug i sopraccigli,  ed esit
prima di rispondere.
  - Son venuta - ella rispose,  con  una  certa  lentezza  misurata,  guardando
l'amante  negli occhi - son venuta perch tu m'hai chiamata.  Per l'amore d'una
volta,  per il modo con cui quell'amore fu rotto,  per il lungo silenzio oscuro
della lontananza,  io non avrei potuto senza durezza ricusare l'invito.  E poi,
io voleva dirti quel che t'ho detto: c'hio non sono  pi  tua,  che  non  potr
essere  tua pi mai.  Volevo dirti questo,  lealmente,  per evitare a me e a te
qualunque   inganno   doloroso,   qualunque   pericolo,   qualunque   amarezza,
nell'avvenire. Hai inteso?
  Andrea  chin il capo,  quasi su le ginocchia di lei,  in silenzio.  Ella gli
tocc i capelli, col gesto un tempo familiare.
  - E poi - seguit, con una voce che mise a lui un brivido in tutte le fibre -
e poi...  volevo dirti ch'io ti amo,  ch'io ti amo non meno  d'una  volta,  che
ancora tu sei l'anima dell'anima mia, e che io voglio essere la tua sorella pi
cara, la tua amica pi dolce. Hai inteso?
  Andrea non si mosse.  Ella,  prendendo le tempie di lui fra le sue mani,  gli
sollev la fronte; lo costrinse a guardarla negli occhi.
  - Hai inteso? - ripet, con una voce anche pi tenera e pi sommessa.
  I suoi occhi, all'ombra dei lunghi cigli,  parevano come suffusi d'un qualche
olio purissimo e sottilissimo.  La sua bocca,  un poco aperta, aveva nel labbro
superiore un piccolo tremito.
  - No;  tu non mi amavi,  tu non mi ami!  - ruppe infine  Andrea,  togliendosi
dalle tempie le mani di lei e traendosi indietro, poich sentiva gi nelle vene
il  fuoco  insinuante  ch'esalavano  anche  involontariamente  quelle pupille e
provava  pi  acre  il  dolore  d'aver  perduto  il  possesso  materiale  della
bellissima donna.  - Tu non mi amavi!  Tu,  allora.  avesti cuore d'uccidere
l'amor tuo, d'improvviso, quasi a tradimento, mentre ti dava la sua ebrezza pi
forte. Tu mi fuggisti,  tu mi abbandonasti,  tu mi lasciasti solo,  sbigottito,
tutto doloroso,  a terra,  mentre io ero ancora accecato di promesse. Tu non mi
amavi, tu non mi ami! Dopo una lontananza cos lunga, piena di misteri,  muta e
inesorabile;  dopo una cos lunga attesa, in cui ho consunto il fiore della mia
vita a nutrire una tristezza che m'era cara perch mi veniva da te;  dopo tanta
felicit e dopo tanta sciagura, ecco, tu rientri in un luogo dove ogni cosa per
noi  costudisce un ricordo ancora vivo,  e mi dici soavemente:  Io non sono pi
tua. Addio.  Ah, tu non mi ami!
  - Ingrato!  Ingrato!  - esclam Elena,  ferita dalla  voce  quasi  irosa  del
giovine.  -  Che sai tu di quel ch' accaduto,  di quel ch'io ho sofferto?  Che
sai?
  - Io non so nulla,  io non voglio nulla sapere - rispose  Andrea,  duramente,
involgendola  d'uno  sguardo un poi torbido,  in fondo a cui tralucevano i suoi
desideri esasperati. - Io so che tu fosti mia, un giorno, tutta quanta,  con un
abbandono  senza  ritegno,  con  una volutt senza misura,  come non mai alcuna
altra donna;  e so che n il mio spirito n la mia  carne  dimenticheranno  mai
quella ebrezza...
  - Taci!
  - Che fa a me la tua piet di sorella?  Tu, contro il tuo volere, ma la offri
guardandomi con occhi d'amante, toccandomi con mani malsicure.  Troppe volte ho
veduto  i  tuoi  occhi  spengersi  nel  gaudio;  troppe volte le tue mani m'han
sentito rabbrividire. Io ti desidero.
  Incitato dalle sue stesse parole,  egli la strinse forte ai polsi ed appress
la sua faccia a quella di lei cos ch'ella ebbe in su la bocca il caldo alito.
  -  Io ti desidero,  come non mai - seguit egli,  cercando d'attirarla al suo
bacio, circondandole con un braccio il busto. - Ricordati! Ricordati!
  Elena si lev respingendolo. Tremava tutta.
  - Non voglio. Intendi?
  Egli non  intendeva.  Si  riavvicinava  ancora,  con  le  braccia  tese,  per
prenderla: pallidissimo, risoluto.
  -  Soffriresti  tu  -  grid  ella con la voce un poi soffocata,  non potendo
patire la violenza - soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo?
  Ella aveva profferita quella domanda crudele,  senza pensare.  Ora,  con  gli
occhi molto aperti, guardava l'amante: ansiosa e quasi sbigottita, come chi per
salvarsi abbia vibrato un colpo senza misurarne la forza, e tema di aver ferito
troppo nel profondo.
  L'ardore  di  Andrea  cadde d'un tratto.  E gli si dipinse sul volto un dolor
cos grave che la donna n'ebbe al cuore una fitta.
  Andrea disse, dopo un intervallo di silenzio:
  - Addio.
  In quella sola parola era l'amarezza di tutte le altre parole  ch'egli  aveva
ricacciate indietro.
  Elena rispose dolcemente:
  - Addio. Perdonami.
  Ambedue  sentirono  la necessit di chiudere,  per quella sera,  il colloquio
periglioso.  L'uno assunse una forma di  cortesia  esteriore  quasi  esagerata.
L'altra  divenne  anche  pi  dolce,   quasi  umile;  e  l'agitava  un  tremito
incessante.
  Prese ella di su la sedia  il  suo  mantello.  Andrea  l'aiut,  con  maniere
premurose. Come ella non giungeva a mettere un braccio in una manica, Andrea la
guid, appena toccandola; quindi le porse il cappello e il velo.
  - Volete andare di l, allo specchio?
  - No, grazie.
  Ella  and  verso la parete,  a fianco del caminetto,  ove pendeva un piccolo
specchio antico dalla cornice ornata di figure  scolpite  con  uno  stile  cos
agile  e  franco  che  parevano,  piuttosto  che  nel legno,  formate in un oro
malleabile. Era un'assai leggiadra cosa,  uscita certo dalle mani d'un delicato
quattrocentista per una Mona Amorrosisca o per una Laldomine.  Molte volte, nel
tempo felice,  Elena s'era messo il velo d'innanzi a quella lastra offuscata  e
maculata  che  aveva  apparenza d'un'acqua torba,  un poco verdastra.  Ora,  si
risovveniva.
  Quando vide la sua  imagine  apparire  in  quel  fondo,  ebbe  un'impressione
singolare.  Un'onda  di tristezza,  pi densa,  le travers lo spirito.  Ma non
parl.
  Andrea la guardava, con occhi intenti.
  Come fu pronta, ella disse:
  - Sar molto tardi.
  - Non molto. Saranno le sei, forse.
  - Io ho licenziata la mia carrozza - ella soggiunse.  - Vi sarei tanto  grata
se mi faceste prendere una vettura chiusa.
  - Permettete ch'io vi lasci qui sola, un momento? Il mio domestico  fuori.
  Ella assent.
  - Date voi stesso l'indirizzo al vetturino, vi prego: Albergo del Quirinale.
  Egli usc, chiudendo dietro di s la porta della stanza. Ella rimase sola.
  Rapidamente,  volse gli occhi intorno, abbracci con uno sguardo indefinibile
tutta la stanza,  si ferm alle coppe dei fiori.  Le pareti le  sembravano  pi
vaste,  la volta le sembrava pi alta. Guardando, ella aveva la sensazione come
d'un principio di vertigine.  Non avvertiva pi il  profumo;  ma  certo  l'aria
doveva  essere  ardente  e  grave  come  in  una serra.  L'imagine di Andrea le
appariva in una specie  di  balenio  intermittente;  le  sonava  negli  orecchi
qualche  onda  vaga della voce di lui.  Stava ella per aver male?  - Pure,  che
delizia chiudere gli occhi e abbandonarsi a quel languore!
  Scotendosi, and verso la finestra, l'apr, respir il vento.  Rianimata,  si
volse  di  nuovo  alla  stanza.  Le  fiamme  pallide  delle candele oscillavano
agitando leggere ombre su le pareti.  Il camino  non  aveva  pi  vampa,  ma  i
tizzoni  illuminavano  in  parte  le  figure  sacre  del  parafuoco  fatto d'un
frammento di vetrata ecclesiastica.  La tazza di t era rimasta su  l'orlo  del
tavolo, fredda, intatta. Il cuscino della poltrona conservava ancora l'impronta
del corpo ch'eravisi affondato.  Tutte le cose intorno esalavano una melancolia
indistinta che affluiva e s'addensava al cuor della donna.  Il peso cresceva su
quel debole cuore, diveniva un'oppressione dura, un affanno insopportabile.
  - Mio Dio! Mio Dio!
  Ella  avrebbe  voluto fuggire.  Una folata di vento pi viva gonfi le tende,
agit le fiammelle, sollev un frusco. Ella trasal,  con un brivido;  e quasi
involontariamente chiam:
  - Andrea!
  La sua voce,  quel nome nel silenzio, le diedero uno strano sussulto, come se
la voce,  il nome  non  fossero  partiti  dalla  sua  bocca.  -  Perch  Andrea
indugiava?  - Ella si mise in ascolto.  Non giungeva che il rumor sordo,  cupo,
confuso della vita urbana,  nella sera di San Silvestro.  Su  la  piazza  della
Trinit  dei Monti non passava alcuna vettura.  Come il vento a tratti soffiava
forte,  ella richiuse la finestra: intravide la cima  dell'obelisco,  nera  sul
cielo stellato.
  Forse  Andrea  non  aveva  trovato  sbito  la  vettura  coperta,  in  piazza
Barberini.  Ella aspett,  seduta sul divano,  cercando di  quietare  la  folle
agitazione,  evitando di guardarsi nell'anima,  forzando la sua attenzione alle
cose esteriori. Attirarono i suoi occhi le figure vitree del parafuoco,  appena
illuminate dai tizzoni semispenti. Pi sopra, su la sporgenza del caminetto, da
una  della coppe cadevano le foglie d'una grande rosa bianca che si disfaceva a
poco a poco,  languida,  molle,  con qualche cosa di feminino,  direi quasi  di
carnale.  Le  foglie,  concave,  si posavano delicatamente sul marmo,  simili a
falde di neve nella caduta.
   Quanto, allora,  pareva soave alle dita quella neve odorante!   ella pens.
Tutte sfogliate,  le rose conspargevano i tappeti,  i divani, le sedie; ed ella
rideva, felice, in mezzo alla devastazione; e l'amante, felice, erale ai piedi.

  Ma ud fermarsi una carrozza d'innanzi alla porta,  nella strada;  e si lev,
scotendo la povera testa, come per cacciar via quella specie di ottusit che la
fasciava. Sbito dopo, rientr Andrea, ansante.
  - Perdonatemi - disse.  - Ma, non avendo trovato il portiere, sono sceso fino
in piazza di Spagna. La vettura  gi che aspetta.
  - Grazie - fece Elena guardandolo timidamente a traverso il velo nero.
  Egli era serio e pallido, ma calmo.
  - Mumps arriver forse domani - soggiunse ella,  con una  voce  tenue.  -  Vi
scriver un biglietto, per dirvi quando potr vedervi.
  - Grazie - fece Andrea.
  - Addio, dunque - ella riprese, tendendogli la mano.
  - Volete che vi accompagni fin gi alla strada? Non c' nessuno.
  - S, accompagnatemi.
  Ella guardavasi a torno, un poco esitante.
  - Avete dimenticato nulla? - chiese Andrea.
  Ella guard i fiori. Ma rispose:
  - Ah s, il portabiglietti.
  Andrea corse a prenderlo sul tavolo del t. Porgendolo a lei, disse:
  - A stranger hither!.
  - No, my dear. A friend..
  Elena pronunzi questa risposta con la voce molto animata,  vivacemente. Poi,
d'un tratto, con un sorriso tra supplichevole e lusinghevole,  misto di temenza
e  di  tenerezza,  su  cui  tremol l'orlo del velo che giungeva fino al labbro
superiore lasciando tutta libera la bocca:
  - Give me a rose..
  Andrea and a ciascun vaso; e tolse tutte le rose,  stringendole in un fascio
ch'egli a stento reggeva tra le mani. Alcune caddero, altre si sfogliarono.
  - Erano per voi, tutte - egli disse, senza guardare l'amata.
  Ed Elena si volse per uscire, col capo chino, in silenzio, seguita da lui.
  Discesero le scale, sempre in silenzio. Egli le vedeva la nuca, cos fresca e
delicata, dove di sotto al nodo del velo i piccoli riccioli neri si mescolavano
alla pelliccia cinerea.
  -  Elena!  -  chiam,  a  voce  bassa,  non potendo pi vincere la struggente
passione che gli gonfiava il cuore.
  Ella si rivolse,  mettendosi l'indice su le labbra per indicargli di  tacere,
con  un  gesto dolente che pregava,  mentre gli occhi le lucevano.  Affrett il
passo, sal nella vettura, si sent posare su le ginocchia le rose.
  - Addio! Addio!
  E, come la vettura si mosse, ella s'abbandon al fondo, sopraffatta, rompendo
in lacrime senza freno, straziando le rose con le povere mani convulse.



  Sotto il grigio diluvio democratico odierno,  che molte  belle  cose  e  rare
sommerge miseramente,  va anche a poco a poco scomparendo quella special classe
di antica nobilt italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione
una certa tradizion familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte.
  A questa classe, ch'io chiamerei arcadica perch rese appunto il suo pi alto
splendore nell'amabile vita  del  diciottesimo secolo,  appartenevano  gli  Sperelli.
L'urbanit,  l'atticismo,  l'amore  delle delicatezze,  la predilezione per gli
studii insoliti,  la curiosit estetica,  la mania archeologica,  la galanteria
raffinata  erano  nella  casa degli Sperelli qualit ereditarie.  Un Alessandro
Sperelli, nel 1466,  port a Federico d'Aragona,  figliuolo di Ferdinando re di
Napoli  e  fratello d'Alfonso duca di Calabria,  il codice in foglio contenente
alcune poesie  men rozze  dei vecchi scrittori toscani, che Lorenzo dei Medici
aveva promesso in Pisa nel '65; e quello stesso Alessandro scrisse per la morte
della divina Simonetta,  in coro con i dotti del suo tempo,  una elega latina,
malinconica ed abbandonata a imitazion di Tibullo.  Un altro Sperelli, Stefano,
nel secolo medesino, fu in Fiandra,  in mezzo alla vita pomposa,  alla preziosa
eleganza,  all'inaudito fasto borgognone;  ed ivi rimase alla corte di Carlo il
Temerario, imparentandosi con una famiglia fiamminga. Un figliuol suo,  Giusto,
pratic  la pittura sotto gli insegnamenti di Giovanni Gossaert;  e insieme col
maestro venne  in  Italia,  al  seguito  di  Filippo  di  Borgogna  ambasciator
dell'imperator  Massimiliano  presso  il  papa  Giulio secondo,  nel 1508.  Dimor a
Firenze, dove il principal ramo della sua stirpe continuava a fiorire;  ed ebbe
a  secondo  maestro Piero di Cosimo,  quel giocondo e facile pittore,  forte ed
armonioso colorista,  che risuscitava liberamente col suo  pennello  le  favole
pagane. Questo Giusto fu non volgare artista; ma consum tutto il suo vigore in
vani  sforzi  per  conciliare  la  primitiva  educazione  gotica con il recente
spirito del Rinascimento. Verso la seconda met del secolo diciassettesimo la casata degli
Sperelli si trasport a Napoli. Ivi nel 1679 un Bartolomeo Sperelli pubblic un
trattato astrologico De Nativitatibus.;  nel 1720 un Giovanni Sperelli diede
al  teatro un'opera buffa intitolata La Faustina.  e poi una tragedia lirica
intitolata Progne.;  nel 1756 un Carlo Sperelli stamp  un  libro  di  versi
amatorii  in  cui molte classiche lascivie erano rimate con l'eleganza oraziana
allora di moda.  Miglior poeta fu Luigi,  ed uomo di squisita galanteria,  alla
corte  del  re  lazzarone  e  della  regina  Carolina.  Verseggi  con un certo
malinconico e gentile epicureismo,  assai nitidamente;  ed am da fino amatore,
ed  ebbe  avventure  in copia,  talune celebri,  come quella con la marchesa di
Bugnano  che  per  gelosia  s'avvelen,  e  come  quella  con  la  contessa  di
Chesterfield  che  morta etica egli pianse in canzoni,  odi,  sonetti ed elege
soavissime sebbene un poco frondose.
  Il  conte  Andrea  Sperelli-Fieschi  d'Ugenta,  unico  erede,  proseguiva  la
tradizion  familiare.  Egli  era,  in verit,  l'ideal tipo del giovine signore
italiano del diciannovesimo secolo,  il legittimo campione d'una stirpe di gentiluomini  e
di artisti eleganti, ultimo discendente d'una razza intelettuale.
  Egli  era,  per  cos  dire,  tutto  impregnato di arte.  La sua adolescenza,
nutrita di studii varii e profondi,  parve prodigiosa.  Egli  altern,  fino  a
vent'anni,  le  lunghe  letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e pot
compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna,  senza
restrizioni e constrizioni di pedagoghi.  Dal padre appunto ebbe il gusto delle
cose d'arte,  il culto passionato della bellezza,  il paradossale disprezzo dei
pregiudizii, l'avidit del piacere.
  Questo  padre,   cresciuto  in  mezzo  agli  estremi  splendori  della  corte
borbonica,  sapeva largamente vivere;  aveva una scienza  profonda  della  vita
voluttuaria   e  insieme  una  certa  inclinazione  byroniana  al  romanticismo
fantastico.  Lo  stesso  suo  matrimonio  era  avvenuto  in  circostanze  quasi
tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in
tutti  i modi la pace coniugale.  Finalmente s'era diviso dalla moglie ed aveva
sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l'Europa.
  L'educazione d'Andrea era dunque, per cos dire,  viva,  cio fatta non tanto
su  i libri quanto in conspetto delle realit umane.  Lo spirito di lui non era
soltanto corrotto dall'alta cultura ma anche  dall'esperimento;  e  in  lui  la
curiosit  diveniva  pi  acuta  come  pi si allargava la conoscenza.  Fin dal
principio egli fu prodigo di s; poich la grande forza sensitiva, ond'egli era
dotato,  non si stancava  mai  di  fornire  tesori  alle  sue  prodigalit.  Ma
l'espansion  di  quella  sua forza era la distruzione in lui di un'altra forza,
della forza morale.  che il padre stesso non aveva ritegno a  deprimere.  Ed
egli  non  si  accorgeva  che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue
facolt, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e
che il circolo gli si restringeva sempre pi d'intorno,  inesorabilmente sebben
con lentezza.
  Il padre gli aveva dato,  tra le altre, questa massima fondamentale:  Bisogna
fare. la propria vita, come si fa un'opera d'arte.  Bisogna che la vita d'un
uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorit vera  tutta qui. 
  Anche,  il  padre  ammoniva:    Bisogna  conservare  ad ogni costo intiera la
libert,  fin  nell'ebrezza.  La  regola  dell'uomo  d'intelletto,   eccola:  -
Habere, non haberi.. 
  Anche,  diceva:    Il  rimpianto  il vano pascolo d'uno spirito disoccupato.
Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con  nuove
sensazioni e con nuove imaginazioni. 
  Ma  queste  massime  volontarie.,  che per l'ambiguit loro potevano anche
essere interpretate come alti criterii morali,  cadevano appunto in una  natura
involontaria., in un uomo, cio, la cui potenza volitiva era debolissima.
  Un  altro  seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell'animo di Andrea:
il seme del sofisma.   Il sofisma  diceva quell'incauto educatore   in  fondo
ad  ogni  piacere  e  ad  ogni  dolore  umano.  Acuire e moltiplicare i sofismi
equivale dunque ad acuire e  moltiplicare  il  proprio  piacere  o  il  proprio
dolore.  Forse,  la scienza della vita sta nell'oscurare la verit. La parola 
una cosa profonda,  in cui per l'uomo d'intelletto  son  nascoste  inesauribili
ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono infatti i pi squisiti goditori
dell'antichit. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al
secolo gaudioso. 
  Un  tal  seme  trov nell'ingegno malsano del giovine un terreno propizio.  A
poco a poco,  in Andrea la menzogna non tanto verso gli altri quanto  verso  s
stesso  divenne  un  abito  cos  aderente alla conscienza ch'egli giunse a non
poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su s  stesso
il libero dominio.
  Dopo la morte immatura del padre,  egli si trov solo, a ventun anno, signore
d'una fortuna  considerevole,  distaccato  dalla  madre,  in  balia  delle  sue
passioni e dei suoi gusti.  Rimase quindici mesi in Inghilterra. La madre pass
in seconde nozze, con un amante antico. Ed egli venne a Roma, per predilezione.
  Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non
la Roma degli Archi,  delle Terme,  dei Fri,  ma la Roma  delle  Ville,  delle
Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici,
il  Campo  Vaccino  per  la Piazza di Spagna,  l'Arco di Tito per la Fontanella
delle Tartarughe.  La magnificenza principesca  dei  Colonna,  dei  Doria,  dei
Barberini  l'attraeva  assai pi della ruinata grandiosit imperiale.  E il suo
gran sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo  e  istoriato
dai Caracci,  come quello Farnese; una galleria piena di Raffaelli, di Tiziani,
di Domenichini,  come quella Borghese;  una  villa,  come  quella  d'Alessandro
Albani,  dove i bussi profondi,  il granito rosso d'Oriente, il marmo bianco di
Luni,  le statue della Grecia,  le pitture del Rinascimento,  le memorie stesse
del  luogo  componessero un incanto intorno a un qualche suo superbo amore.  In
casa della marchesa d'Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni mondane,
accanto alla domanda  Che vorreste voi essere?   egli aveva scritto   Principe
romano .
  Giunto a Roma in sul finir di settembre del 1884, stabil il suo home. nel
palazzo  Zuccari alla Trinit dei Monti,  su quel dilettoso tepidario cattolico
dove l'ombra dell'obelisco di Pio VI segna la fuga delle Ore.  Pass  tutto  il
mese di ottobre tra le cure degli addobbi;  poi, quando le stanze furono ornate
e pronte, ebbe nella nuova casa alcuni giorni d'invincibile tristezza.  Era una
estate  di  San Martino,  una primavera dei morti,  grave e soave,  in cui Roma
adagiavasi,  tutta quanta d'oro come una citt dell'Estreno Oriente,  sotto  un
ciel quasi latteo, diafano come i cieli che si specchiano nei mari australi.
  Quel  languore  dell'aria  e  della  luce,  ove  tutte le cose parevano quasi
perdere la loro realit e  divenire  immateriali,  mettevano  nel  giovine  una
prostrazione infinita,  un senso inesprimibile di scontento,  di sconforto,  di
solitudine, di vacuit,  di nostalgia.  Il malessere vago proveniva forse anche
dalla  mutazione  del clima,  delle abitudini,  degli usi.  L'anima converte in
fenomeni psichici le impressioni dell'organismo mal definite,  a  quella  guisa
che il sogno trasforma secondo la sua natura gli incidenti del sonno.
  Certo egli ora entrava in un novello stadio. - Avrebbe alfin trovato la donna
e l'opera capaci d'impadronirsi del suo cuore e di divenire il suo scopo.? -
Non  aveva  dentro  di  s  la  sicurezza della forza n il presentimento della
gloria o della felicit.  Tutto penetrato e imbevuto di arte,  non aveva ancora
prodotto nessuna opera notevole.  Avido d'amore e di piacere,  non aveva ancora
interamente amato n aveva ancor  mai  goduto  ingenuamente.  Torturato  da  un
Ideale,  non  ne  portava  ancora  ben distinta in cima dei pensieri l'imagine.
Aborrendo dal dolore per natura e  per  educazione,  era  vulnerabile  in  ogni
parte, accessibile al dolore in ogni parte.
  Nel  tumulto  delle  inclinazioni  contraddittorie  egli  aveva smarrito ogni
volont ed ogni moralit. La volont,  abdicando,  aveva ceduto lo scettro agli
istinti;  il  senso  estetico  appunto,  sottilissimo  e  potentissimo e sempre
attivo,  gli manteneva nello spirito un certo equilibrio;  cos che  si  poteva
dire  che  la  sua  vita fosse una continua lotta di forze contrarie chiusa nei
limiti d'un certo equilibrio.  Gli uomini d'intelletto,  educati al culto della
Bellezza,  conservano sempre,  anche nelle peggiori depravazioni, una specie di
ordine. La concezion della Bellezza ,  dir cos,  l'asse.  del loro essere
interiore, intorno al quale tutte le loro passioni gravitano.
  Fluttuava  ancora  su  quella  tristezza  il ricordo di Costantia Landbrooke,
vagamente,  come un profumo svanito.  L'amore di Conny era stato un assai  fino
amore;  ed  ella  era una molto piacevole donna.  Pareva una creatura di Thomas
Lawrence;  aveva in s tutte le minute grazie feminine  che  son  care  a  quel
pittore dei falpal,  dei merletti,  dei velluti, degli occhi luccicanti, delle
bocche semiaperte;  era una seconda  incarnazione  della  piccola  contessa  di
Shaftesbury. Vivace, loquace, mobilissima, prodiga di diminutivi infantili e di
risa  scampanellanti,   facile  alle  tenerezze  improvvise,   alle  malinconie
subitanee,  alle rapide ire,  ella portava nell'amore  molto  movimento,  molta
variet,  molti  capricci.  La  sua qualit pi amabile era la freschezza,  una
freschezza tenace,  continua,  di tutte le ore.  Quando si svegliava,  dopo una
notte  di piacere,  ella era tutta fragrante e monda come se uscisse allora dal
bagno. La figura di lei, infatti,  tornava nella memoria di Andrea specialmente
con un'attitudine; con i capelli in parte sciolti sul collo e raccolti in parte
al  sommo del capo da un pettine fatto di greche.  d'oro;  con l'iride degli
occhi natante nel bianco,  come una viola  pallida  nel  latte;  con  la  bocca
aperta,  rorida,  tutta  illuminata  d  denti  ridenti nel sangue roseo delle
gengive;  all'ombra delle cortine che diffondevano  sul  letto  un  albore  tra
glauco ed argenteo, simile alla luce d'un antro marittimo.
  Ma  il  cinguettio  melodioso  di  Conny Landbrooke era passato su l'animo di
Andrea come una di quelle musiche leggere che lascian per qualche  tempo  nella
mente  un  ritornello.  Pi  d'una  volta ella gli aveva detto,  in qualche sua
malinconia vespertina,  con gli occhi velati di lacrime:  I know you love me
not....   Egli,  infatti,  non l'amava, non n'era pago. Il suo ideale muliebre
era men nordico.  Idealmente,  egli  si  sentiva  attratto  da  una  di  quelle
cortigiane  del  secolo  sedicesimo  che  sembrano  portar  sul volto non so qual velo
magico,  non so qual transparente maschera incantata,  direi  quasi  un  oscuro
fascino notturno, il divino orrore della Notte.
  Incontrando  la  duchessa di Scerni,  Donna Elena Muti,  egli pens:  Ecco la
mia.  donna.   Tutto il suo essere ebbe  una  sollevazione  di  gioia,  nel
presentimento del possesso.
  Fu il primo incontro in casa della marchesa d'Ateleta. Questa cugina d'Andrea
nel  palazzo  Roccagiovine  aveva  saloni  molto  frequentati.   Ella  attraeva
specialmente per la sua arguta giocondit,  per la libert dei suoi motti,  per
il  suo  infaticabile  sorriso.  I  lineamenti gai del volto rammentavano certi
profili feminini nei disegni del Moreau giovine,  nelle vignette del  Gravelot.
Nei  modi,  nei  gusti,  nelle  fogge  del  vestire  ella aveva qualche cosa di
pompadouresco,  non senza una lieve affettazione,  poich  era  legata  da  una
singolar somiglianza alla favorita di Luigi quindicesimo.
  Il mercoled d'ogni settimana Andrea Sperelli aveva un posto alla mensa della
marchesa.  Un  marted  a sera,  in un palco del Teatro Valle,  la marchesa gli
aveva detto, ridendo:
  - Bada di non mancare, Andrea,  domani.  Abbiamo tra gli invitati una persona
interessante.,  anzi fatale.. Premunisciti per contro la malia... Tu sei
in un momento di debolezza.
  Egli le aveva risposto, ridendo:
  - Verr inerme, se non ti dispiace, cugina;  anzi in abito di vittima.  Ei un
abito di richiamo, che porto da molte sere; inutilmente, ahim!
  - Il sacrificio  prossimo, cugino mio.
  - La vittima  pronta.
  La  sera  seguente,  egli  venne  al palazzo Roccagiovine alcuni minuti prima
dell'ora  consueta,   avendo  una  mirabile  gardenia   all'occhiello   e   una
inquietudine  vaga in fondo all'anima.  Il suo coup.  si ferm innanzi alla
porta,  perch l'androne era gi occupato da un'altra carrozza.  Le  livree,  i
cavalli,  tutta la cerimonia che accompagnava la discesa della signora, avevano
l'impronta della grande casata.  Il conte intravide una figura alta  e  svelta,
un'acconciatura  tempestata  di  diamanti,  un  piccolo  piede  che si pos sul
gradino. Poi, come anch'egli saliva la scala, vide la dama alle spalle.
  Ella saliva d'innanzi a  lui,  lentamente,  mollemente,  con  una  specie  di
misura. Il mantello foderato d'una pelliccia nivea come la piuma dei cigni, non
pi retto dal fermaglio,  le si abbandonava intorno al busto lasciando scoperte
le spalle.  Le spalle emergevano pallide come l'avorio  polito,  divise  da  un
solco  morbido,  con  le  scapule  che nel perdersi dentro i merletti del busto
avevano non so qual curva fuggevole,  quale dolce declinazione  di  ali;  e  su
dalle  spalle svolgevasi agile e tondo il collo;  e dalla nuca i capelli,  come
ravvolti in una spira,  piegavano al sommo della testa e vi formavano un  nodo,
sotto il morso delle forcine gemmate.
  Quell'armoniosa ascensione della dama sconosciuta dava agli occhi d'Andrea un
diletto  cos  vivo  ch'egli  si ferm un istante,  sul primo pianerottolo,  ad
ammirare. Lo strascico faceva su i gradini un frusco forte.  Il servo caminava
indietro,  non su i passi della sua signora lungo la guida di tappeto rosso, ma
da un lato, lungo la parete,  con una irreprensibile compostezza.  Il contrasto
tra  quella magnifica creatura e quel rigido automa era assai bizzarro.  Andrea
sorrise.
  Nell'anticamera,  mentre il servo prendeva il mantello,  la  dama  gitt  uno
sguardo rapidissimo al giovine ch'entrava. Questi ud annunziare:
  - Sua Eccellenza la duchessa di Scerni!
  Sbito dopo:
  - Il signor conte Sperelli-Fieschi d'Ugenta!
  E  gli  piacque  che  il suo nome fosse pronunziato accanto al nome di quella
donna.
  Nel salone erano gi il marchese e la marchesa  d'Ateleta,  il  barone  e  la
baronessa d'Isola, Don Filippo del Monte. Il fuoco ardeva nel caminetto; alcuni
divani  erano  disposti nel raggio del calore;  quattro musae.  dalle larghe
foglie venate di sanguigno si protendevano su le spalliere basse.
  La marchesa,  facendosi incontro ai due sopraggiunti,  disse con quel suo bel
riso inestinguibile:
  - Per l'amabilit del caso, non c' pi bisogno di presentazione tra voi due.
Cugino Sperelli, inchinatevi alla divina Elena.
  Andrea s'inchin profondamente.  La duchessa gli offr la mano,  con un gesto
di grazia, guardandolo negli occhi.
  - Son molto lieta di vedervi,  conte.  Mi parl  tanto  di  voi,  a  Lucerna,
l'estate  scorsa,  un  vostro amico: Giulio Musllaro.  Ero,  confesso,  un poi
curiosa...  Musllaro anche mi diede a leggere la  rarissima  vostra  Favola
d'Ermafrodito. e mi regal la vostra acquaforte del Sonno., una prova avanti
lettera, un tesoro. Voi avete in me un'ammiratrice cordiale. Ricordatevi.
  Ella parlava con qualche pausa.  Aveva la voce cos insinuante che quasi dava
la sensazione d'una carezza carnale;  e aveva quello sguardo  involontariamente
amoroso  e  voluttuoso  che turba tutti gli uomini e ne accende d'improvviso la
brama.
  Un servo annunzi:
  - Il cavalier Sakumi!
  Ed apparve l'ottavo ed ultimo commensale.
  Era  il  segretario  della  Legazione   giapponese,   piccolo   di   statura,
giallognolo,  con i pomelli sporgenti,  con gli occhi lunghi ed obliqui, venati
di sangue,  su cui le palpebre battevano di continuo.  Aveva  il  corpo  troppo
grosso  in  paragon  delle  gambe troppo sottili;  e camminava con le punte dei
piedi in dentro,  come se una cintura gli stringesse forte le anche.  Le  falde
della  sua  giubba  erano troppo abondanti;  i calzoni facevano una quantit di
pieghe;  la cravatta portava assai visibili i segni della mano inesperta.  Egli
pareva un daimio. cavato fuori da una di quelle armature di ferro e di lacca
che  somiglian  gusci  di  crostacei  mostruosi  e  poi  ficcato nei panni d'un
tavoleggiante occidentale.  Ma,  pur nella sua goffagine,  aveva un'espressione
arguta, una specie di finezza ironica agli angoli della bocca.
  A mezzo del salone, s'inchin. Il gibus. gli cadde di mano.
  La  baronessa d'Isola,  una bionda piccoletta,  dalla fronte tutta coperta di
riccioli,  graziosa e smorfiosa come una giovine bertuccia,  disse con  la  sua
voce acuta:
  - Venite qua, Sakumi, qua, accanto a me!
  Il cavaliere giapponese s'inoltrava reiterando i sorrisi e gli inchini.
  -  Vedremo  stasera  la  principessa  Iss?  -  gli  domand  Donna Francesca
d'Ateleta,  che piacevasi  di  raccogliere  nei  suoi  saloni  i  pi  bizzarri
esemplari delle colonie esotiche in Roma per amor della variet pittoresca.
  L'Asiatico  parlava  una  lingua  barbarica,   appena  intelligibile,   mista
d'inglese, di francese e d'italiano.
  Tutti, a un punto, parlavano.  Era quasi un coro,  di mezzo a cui si levavano
di tratto in tratto, come zampilli d'argento, le fresche risa della marchesa.
  - Io vi ho certo veduta un'altra volta;  non so pi dove,  non so pi quando,
ma vi ho certo veduta -  diceva Andrea Sperelli alla duchessa,  ritto in  piedi
d'innanzi a lei.  - Su per le scale, mentre vi guardavo salire, nel fondo della
mia memoria si risvegliava un ricordo indistinto,  qualche  cosa  che  prendeva
forma  seguendo  il  ritmo  di quel vostro salire,  come un'imagine nascente da
un'aria di musica... Non son giunto ad aver limpido il ricordo;  ma,  quando vi
siete  voltata,  ho  sentito  che  il  vostro  profilo  aveva  una  non  dubbia
rispondenza con quella imagine.  Non poteva essere una divinazione;  era dunque
un oscuro fenomeno della memoria.  Io vi ho certo veduta,  un'altra volta.  Chi
sa! Forse in un sogno, forse in una creazione d'arte, forse anche in un diverso
mondo, in una esistenza anteriore...
  Pronunziando queste ultime frasi troppo sentimentali e chimeriche,  egli rise
apertamente  come  per  prevenire  un sorriso o incredulo o ironico della dama.
Elena invece rimase grave.
   Ascoltava ella o pensava ad altro?  Accettava ella quella specie di discorsi
o voleva con quella seriet prendersi gioco di lui? Intendeva ella di secondare
l'opera  di  seduzione  iniziata  da  lui  cos  sollecitamente  o  si chiudeva
nell'indifferenza e nel silenzio incurante?  Era ella,  insomma,  una donna per
lui espugnabile o no?   Andrea,  perplesso,  interrogava il mistero.  A quanti
hanno l'abitudine della seduzione,  specialmente ai temerarii,    nota  questa
perplessit che certe donne sollevano tacendo.
  Un servo apr la grande porta che dava nella sala da pranzo.
  La marchesa mise il suo braccio sotto quello di Don Filippo del Monte e diede
l'esempio. Gli altri seguirono.
  - Andiamo - disse Elena.
  Parve ad Andrea che ella gli si appoggiasse con un poi di abbandono.  Non era
un'illusione del suo desiderio?  Forse.   Egli pendeva nel dubbio; ma, ad ogni
attimo che passava, si sentiva pi a dentro conquistare dalla malia dolcissima;
ad ogni attimo gli cresceva l'ansiet di penetrare l'animo della donna.
  - Cugino, qui - disse Donna Francesca assegnandogli il posto.
  Nella tavola ovale, egli stava tra il barone d'Isola e la duchessa di Scerni,
avendo di fronte il cavaliere Sakumi. Il quale stava tra la baronessa d'Isola e
Don Filippo del Monte. Il marchese e la marchesa occupavano i capi. Su la mensa
le porcellane, le argenterie, i cristalli, i fiori scintillavano.
  Assai poche dame potevan gareggiare con la marchesa  d'Ateleta  nell'arte  di
dar  pranzi.  Ella  metteva  pi cura nella preparazione di una mensa che in un
abbigliamento. La squisitezza del suo gusto appariva in ogni cosa; ed ella era,
in verit,  l'arbitra delle eleganze conviviali.  Le  sue  fantasie  e  le  sue
raffinatezze  si  propagavano per tutte le tavole della nobilt quirite.  Ella,
appunto,  in quell'inverno aveva introdotta  la  moda  delle  catene  di  fiori
sospese  dall'un  capo  all'altro,  fra  i grandi candelabri;  ed anche la moda
dell'esilissimo vaso di Murano, latteo e cangiante come l'opale,  con entro una
sola orchidea, messo tra i varii bicchieri innanzi a ciascun convitato.
  -  Fior  diabolico  -  disse  Donna Elena Muti,  prendendo il vaso di vetro e
osservando da vicino l'orchidea sanguigna e difforme.
  Ella aveva la voce cos ricca di suono che anche le parole pi volgari  e  le
frasi  pi  comuni  parevano  prendere  su la sua bocca non so qual significato
occulto,  non so qual misterioso  accento  e  qual  grazia  nuova.  Alla  guisa
medesima il re frigio faceva d'oro quantunque cose ei toccasse con la mano.
  - Fiore simbolico, tra le vostre dita - mormor Andrea, guardando la dama che
in quell'attitudine era sovrammirabile.
  La dama vestiva un tessuto d'un color ceruleo assai pallido,  sparso di punti
d'argento,  che brillava di sotto ai merletti antichi di  Burano  bianchi  d'un
bianco  indefinibile,  pendente  un  poco  nel  fulvo  ma tanto poco che appena
pareva. Il fiore, quasi innaturale,  come generato da un malefizio,  ondeggiava
in sul gambo,  fuor di quel fragile tubo che certo l'artefice avea foggiato con
un soffio in una gemma liquefatta.
  - Ma io preferisco le rose - disse Elena, posando l'orchidea,  con un atto di
repulsione che faceva contrasto al suo precedente moto di curiosit.
  Poi   si   gett  nella  conversazione  generale.   Donna  Francesca  parlava
dell'ultimo ricevimento all'Ambasciata d'Austria.
  - Vedesti Madame de Cahen?  - le chiese Elena.  - Aveva un abito di tulle.
giallo  tempestato  di  non  so  quanti  colibr  con gli occhi di rubino.  Una
magnifica uccelliera danzante... E Lady Ouless, la vedesti?  Aveva una vesta di
tarlatane. bianca, tutta sparsa di alghe marine e di non so che pesci rossi,
e su l'alghe e su i pesci una seconda vesta di tarlatane.  verdemare. Non la
vedesti? Un acquario di bellissimo effetto...
  Ed ella, dopo le piccole maldicenze, rideva d'un riso cordiale che le dava un
tremolio alla parte inferiore del mento e alle narici.
  D'innanzi  a  quella  volubilit  incomprensibile,   Andrea  rimaneva   ancor
titubante.  Quelle  cose  frivole  o  maligne  uscivano dalle stesse labbra che
allora allora,  pronunziando una frase semplicissima,  l'avevan turbato fin nel
profondo; uscivano dalle stesse labbra che allora allora, tacendo, eragli parsa
la  bocca  della  Medusa di Leonardo,  umano fiore dell'anima divinizzato dalla
fiamma della passione e dall'angoscia della morte.   Qual era  dunque  la  vera
essenza  di  quella  creatura?  Aveva  ella  percezione  e conscienza della sua
metamorfosi costante o era ella impenetrabile  anche  a  s  stessa,  rimanendo
fuori  dal  proprio  mistero?  Quanto  nelle  sue  espressioni e manifestazioni
entrava d'artificio e quanto di spontaneit?    Il  bisogno  di  conoscere  lo
pungeva  anche fra la delizia in lui effusa dalla vicinanza della donna ch'egli
incominciava ad amare.  La  trista  consuetudine  dell'analisi  l'incitava  pur
sempre, gli impediva pur sempre di obliarsi; ma ogni tentativo era punito, come
la  curiosit  di  Psiche,  dall'allontanamento  dell'amore,  dall'offuscamento
dell'oggetto vagheggiato, dalla cessazion del piacere.  Non era meglio, invece,
abbandonarsi ingenuamente alla prima ineffabile dolcezza dell'amor che nasceva?
 Egli vide Elena nell'atto di bagnare le labbra in  un  vino  biondo  come  un
miele  liquido.  Scelse  tra  i  bicchieri quello ove il servo aveva versato un
egual vino;  e bevve con Elena.  Ambedue,  nel tempo medesimo,  posarono su  la
tovaglia il cristallo.  La comunit dell'atto fece volgere l'una verso l'altro.
E lo sguardo li accese ambedue, pi assai del sorso.
  - Non parlate? - chiesegli Elena,  con un'affettazione di leggerezza,  che le
alterava un poco la voce. - Corre fama voi siate uno squisitissimo parlatore...
Scuotetevi, dunque!
  -  Ah,   cugino,   cugino!   -  esclam  Donna  Francesca,   con  un'aria  di
commiserazione,  mentre  Don  Filippo  del  Monte  le  mormorava  qualche  cosa
nell'orecchio.
  Andrea si mise a ridere.
  - Cavaliere Sakumi, noi siamo i taciturni. Scuotiamoci!
  All'Asiatico scintillarono di malizia i lunghi occhi,  ancor pi rosseggianti
sul rossor fosco che i vini gli accendevano ai pomelli.  Fino a  quel  momento,
egli  aveva  guardato  la  duchessa di Scerni,  con l'espressione estatica d'un
bonzo che sia nel conspetto della divinit.  La sua larga  faccia,  che  pareva
uscita  fuori  da  una  pagina classica del gran figuratore umorista O-kou-sai,
rosseggiava come una luna d'agosto, tra le catene dei fiori.
  - Sakumi - soggiunse  a  bassa  voce  Andrea,  chinandosi  verso  Elena  -  
innamorato.
  - Di chi?
  - Di voi. Non ve ne siete accorta?
  - No.
  - Guardatelo.
  Elena  si  volse.  E  l'amorosa  contemplazione del daimio.  travestito le
chiam alle labbra un riso cos aperto che  quegli  si  sent  ferire  e  rest
visibilmente umiliato.
  - Tenete - ella disse per compensarlo;  e,  spiccando dal festone una camelia
bianca,  la gitt all'inviato del Sol Levante.  - Trovate una similitudine,  in
mia lode.
  L'Asiatico port la camelia alle labbra, con un gesto comico di divozione.
  -  Ah,  Ah,  Sakumi,  -  fece  la  piccola  baronessa  d'Isola - voi mi siete
infedele!
  Egli balbett  qualche  parola,  accendendosi  anche  pi  nel  volto.  Tutti
ridevano,  liberamente,  come  se quello straniero fosse stato invitato appunto
per dare agli altri argomento di gioco. E Andrea, ridendo, si volse alla Muti.
  Ella tenendo il capo sollevato,  anzi piegato indietro un poco,  guardava  il
giovine  furtivamente,  di  fra  le  palpebre  socchiuse,  con  uno  di  quegli
indescrivibili sguardi della donna,  che paiono assorbire e quasi direi  bevere
dall'uom  preferito tutto ci che in lui  pi amabile,  pi desiderabile,  pi
godibile,  tutto ci che in lei ha destata quella istintiva esaltazion sessuale
da cui ha principio la passione. I lunghissimi cigli velavano l'iride inclinata
all'angolo  dell'orbita;  e il bianco nuotava come in una luce liquida,  un poi
azzurra;  e un tremolio quasi  impercettibile  moveva  la  palpebra  inferiore.
Pareva che il raggio dello sguardo andasse alla bocca di Andrea, come alla cosa
pi dolce.
  Elena era presa,  infatti,  da quella bocca. Pura di forma, accesa di colore,
gonfia di  sensualit,  con  un'espressione  un  poi  crudele  quando  rimaneva
serrata,  quella  bocca  giovenile  ricordava  per  una singolar somiglianza il
ritratto del gentiluomo incognito ch' nella Galleria Borghese,  la profonda  e
misteriosa  opera d'arte in cui le imaginazioni affascinate credetter ravvisare
la figura del divino Cesare Borgia dipinta dal divino Sanzio.  Quando le labbra
si  aprivano  al  riso,  quell'espressione  fuggiva;  e i denti bianchi quadri,
eguali,  d'una straordinaria lucentezza,  illuminavano una bocca tutta fresca e
gioconda come quella d'un fanciullo.
  Appena Andrea si volse,  Elena ritrasse lo sguardo; ma non cos presto che il
giovine non ne cogliesse il baleno.  N'ebbe egli una gioia cos forte che sent
salire alle gote una fiamma.  Ella mi vuole! Ella mi vuole!  pens, esultando,
nella  certezza  d'aver gi conquistata la rarissima creatura.  Ed anche pens:
Ei un piacere non mai provato.. 
  Ci sono certi sguardi di  donna  che  l'uomo  amante  non  iscambierebbe  con
l'intero  possesso del corpo di lei.  Chi non ha veduto accendersi in un occhio
limpido il fulgore della prima tenerezza non sa  la  pi  alta  delle  felicit
umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglier quell'attimo.
  Elena domand, mentre intorno la conversazione facevasi pi viva:
  - Resterete a Roma tutto l'inverno?
  -  Tutto l'inverno,  e oltre - rispose Andrea,  a cui quella semplice domanda
parve chiudere una promessa d'amore.
  - Avete dunque una casa?
  - Casa Zuccari: domus aurea..
  - Alla Trinit dei Monti? Voi felice!
  - Perch felice?
  - Perch voi abitate in un luogo ch'io prediligo.
  - V' raccolta,  vero? come un'essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza
di Roma.
  - Ei vero!  Tra l'obelisco della Trinit e  la  colonna  della  Concezione  
sospeso ex-voto. il mio cuore cattolico e pagano.
  Ella  rise  di  quella frase.  Egli aveva pronto un madrigale intorno il cuor
sospeso,  ma non lo proffer;  perch gli spiaceva di prolungare il dialogo  su
quel tono falso e leggero e di disperdere cos l'intimo suo godimento. Tacque.
  Ella  rimase  un poco pensosa.  Poi,  di nuovo,  si gitt nella conversazione
generale,  con una vivacit anche maggiore,  profondendo i  motti  e  le  risa,
facendo  scintillare  i suoi denti e le sue parole.  Donna Francesca mordeva un
poco la principessa di Ferentino,  non senza finezza,  accennando all'avventura
lesbica di lei con Giovanella Daddi.
  -  A  proposito,  la  Ferentino  annunzia  per  l'Epifania  un'altra fiera di
beneficenza - disse il barone d'Isola. - Non ne sapete ancora nulla?
  - Io sono patronessa - rispose Elena Muti.
  - Voi siete una patronessa preziosa - fece Don Filippo  del  Monte,  un  uomo
quarantenne,  quasi tutto calvo,  sottile aguzzatore di epigrammi,  che portava
sul volto una specie di maschera socratica in cui l'occhio  destro  scintillava
mobilissimo  per  mille  diverse  espressioni  e  il  sinistro  rimaneva sempre
immobile e quasi vetrificato sotto la lenta rotonda, come se l'uno servisse per
esprimere e l'altro per vedere.  - Nella Fiera di maggio,  riceveste una nuvola
d'oro.
  - Ah, la Fiera di maggio! Una follia - esclam la marchesa d'Ateleta.
  Come i servi venivan mescendo vin ghiacciato di Sciampagna, ella soggiunse:
  - Ti ricordi, Elena? I nostri banchi erano vicini.
  -  Cinque  luigi per sorso!  Cinque luigi per morso!  - si mise a gridare Don
Filippo del Monte, imitando per gioco la voce di un banditore.
  La Muti e l'Ateleta ridevano.
  - Gi, gi  vero. Voi gittavate il bando, Filippo - disse Donna Francesca. -
Peccato che tu non ci fossi,  cugino mio!  Per cinque luigi avresti mangiato un
frutto  segnato  prima  d  miei denti e per altri cinque luigi avresti bevuto
Champagne. nel concavo delle mani d'Elena.
  - Che scandalo!  -  interruppe  la  baronessa  d'Isola,  con  una  smorfietta
d'orrore.
  -  Ah,  Mary!  E  tu  non  vendevi  le sigarette accese prima da te,  e molto
inumidate, per un luigi? - fece Donna Francesca, sempre ridendo.
  E Don Filippo:
  - Io vidi qualche cosa di meglio.  Leonetto Lanza ottenne dalla  contessa  di
Lcoli,  per  non  so  quanto,  un  sigaro  d'avana  ch'ella aveva tenuto sotto
l'ascella...
  - Ohib! - interruppe di nuovo la piccola baronessa, comicamente.
  - Ogni opera di carit  santa - sentenzi la marchesa.  -  Io,  a  furia  di
morsi nelle frutta, misi insieme circa dugento luigi.
  - E voi? - chiese Andrea Sperelli alla Muti, sorridendo a mala pena. - E voi,
con la vostra coppa carnale?
  - Io, dugento settanta.
  Cos motteggiavano tutti,  tranne il marchese. Questo Ateleta era un uomo gi
vecchio,  afflitto da una sordit incurabile,  bene incerettato,  dipinto  d'un
color  biondastro,  artefatto dal capo  piedi.  Pareva uno di quei personaggi
finti che si vedono nei gabinetti di figure in cera.  Ogni tanto,  quasi sempre
male  a  proposito,  metteva  fuori  una specie di risolino secco che pareva lo
stridore d'una macchinetta arruginita ch'egli avesse dentro il corpo.
  - Ma, a un certo punto, il prezzo del sorso arriv a dieci luigi.  Capite?  -
soggiunse  Elena.  -  E  all'ultimo  quel  matto  di Galeazzo Secnaro venne ad
offrirmi  un  biglietto  da  cinquecento  lire  chiedendo   in   cambio   ch'io
m'asciugassi le mani alla sua barba bionda...
  Il  finale  del  pranzo era,  come sempre in casa d'Ateleta,  splendidissimo;
poich il vero lusso d'una mensa sta nel dessert..  Tutte quelle squisite  e
rare cose dilettavano la vista, oltre il palato, disposte con arte in piatti di
cristallo  guarniti  d'argento.  I festoni intrecciati di camelie e di violette
s'incurvavano tra i pampinosi candelabri del diciottesimo secolo animati dai  fauni  e
dalle  ninfe.  E  i  fauni  e  le  ninfe  e  le altre leggiadre forme di quella
mitologia arcadica,  e i Silvandri e le Filli e le Rosalinde animavan della lor
tenerezza,  su  le  tappezzerie  delle pareti,  un di quei chiari paesi citeri
ch'esciron dalla fantasia d'Antonio Watteau.
  La leggera eccitazione erotica, che prende gli spiriti al termine d'un pranzo
ornato di donne e di fiori, rivelavasi nelle parole,  rivelavasi nei ricordi di
quella  Fiera  di  maggio  ove  le  dame  spinte  da  una  emulazione ardente a
raccogliere la maggior possibile somma nel loro ufficio di venditrici,  avevano
attirato i compratori con inaudite temerit.
  - Accettaste? - chiese Andrea Sperelli alla duchessa.
  - Sacrificai le mie mani alla Beneficenza - ella rispose. - Venticinque luigi
di pi!
  - All the perfumes of Arabia will not sweeten this little hand....
  Egli rideva,  ripetendo le parole di Lady Macbeth,  ma in fondo a lui era una
sofferenza confusa,  un tormento non bene definito,  che somigliava la gelosia.
Gli appariva ora, all'improvviso, quel non so che di eccessivo e quasi direi di
cortigianesco  onde  in  qualche  momento  offuscavasi  la  gran  maniera della
gentildonna.  Da certi suoni della voce e del riso,  da certi gesti,  da  certe
attitudini,  da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino
troppo afrodisiaco.  Ella dispensava con troppa facilit il  godimento  visuale
delle  sue  grazie.   Di  tratto  in  tratto,   alla  vista  di  tutti,   forse
involontariamente,  ella aveva una movenza o una posa  o  una  espressione  che
nell'alcova  avrebbe  fatto fremere un amante.  Ciascuno,  guardandola,  poteva
rapirle una scintilla di  piacere,  poteva  involgerla  d'imaginazioni  impure,
poteva indovinarne le segrete carezze.  Ella pareva creata, in verit, soltanto
ad esercitare l'amore;  - e l'aria ch'ella  respirava  era  sempre  accesa  dai
desiderii sollevati intorno.
   Quanti l'han posseduta?   pens Andrea.   Quanti ricordi ella serba,  della
carne e dell'anima? 
  Il cuore gli si gonfiava come d'un'onda amara,  in fondo  a  cui  per  sempre
bolliva  quella  sua  tirannica intolleranza d'ogni possesso imperfetto.  E non
sapeva distogliere gli occhi dalle mani d'Elena.
  In quella mani incomparabili,  morbide e bianche,  d'una transparenza ideale,
segnata  d'una  trama di vene glauche appena visibile;  in quelle palme un poco
incavate e ombreggiate di  rose,  ove  un  chiromante  avrebbe  trovato  oscuri
intrichi,  avevano bevuto,  dieci, quindici, venti uomini, l'un dopo l'altro, a
prezzo.  Egli vedeva.  le teste di  quegli  uomini  sconosciuti  chinarsi  e
suggere il vino. Ma Galeazzo Secnaro era uno dei suoi amici: bello e gagliardo
signore, imperialmente barbato come un Lucio Vero, rivale temibile.
  Allora,  sotto l'incitazione di quelle imagini,  la cupidigia gli crebbe cos
fiera e l'invase una impazienza cos tormentosa che il termine del  pranzo  gli
pareva  non  giungesse pi mai.   Io avr da lei,  in questa sera medesima,  la
promessa  pens.  Dentro,  lo pungeva un'ansiet  come  di  chi  tema  vedersi
fuggire  un bene a cui molti emuli mirano.  E l'incurabile e insaziabile vanit
gli rappresentava l'ebrezza della vittoria. Certo, quanto pi la cosa da un uom
posseduta suscita negli altri l'invidia e la brama,  tanto pi l'uomo ne gode e
n'  superbo.  In  questo  appunto  l'attrattivo delle donne di palco scenico.
Quando tutto il teatro risona di applausi e fiammeggia di desiderii, quegli che
solo riceve lo sguardo e il sorriso della diva si sente inebriare dall'orgoglio
come da una tazza di vin troppo forte e smarrisce la ragione.
  - Tu che sei una innovatrice - diceva la Muti rivolgendosi a Donna Francesca,
mentre bagnava le dita nell'acqua tiepida d'un vaso di cristallo azzurro orlato
d'argento - dovresti rimmeter l'uso del dare acqua alle mani  col  mesciroba  e
col  bacino  antico,  fuor di tavola.  Questa modernit  brutta.  Non vi pare,
Sperelli?
  Donna Francesca si lev.  Tutti la imitarono.  Andrea offerse  il  braccio  a
Elena,  inchinandosi,  ed  ella  lo guard,  senza sorridere,  mentre posava il
braccio nudo su quello di lui lentamente. Le sue ultime parole erano state gaie
e leggere;  quello sguardo invece era cos grave e profondo che il  giovine  si
sent prendere l'anima.
  -  Andate  -  ella  chiese  -  andate domani sera al ballo dell'Ambasciata di
Francia?
  - E voi? - chiese a sua volta Andrea.
  - Io, s.
  - Io, s.
  Sorrisero, come due amanti. Ed ella soggiunse, mentre sedeva:
  - Sedete.
  Il divano era discosto dal caminetto,  lungo la coda del  pianoforte  che  le
pieghe  ricche  d'una  stoffa  celavano  in  parte.  Una  gru di bronzo,  a una
estremit,  reggeva nel becco levato un piatto sospeso a  tre  catenelle,  come
quel  d'una  bilancia;  e  il  piatto  conteneva  un  libro nuovo e una piccola
sciabola giapponese,  un waki-zashi.,  ornato di crisantemi d'argento  nella
guaina, nella guardia, nell'elsa.
  Elena  prese il libro ch'era a met intonso;  lesse il titolo;  poi lo ripose
nel piatto che ondeggi.  La sciabola cadde.  Come ella ed Andrea si  chinavano
nel  tempo  medesimo  per  raccoglierla,  le  loro  mani s'incontrarono.  Ella,
rialzatasi,  esamin la bell'arma curiosamente;  e la tenne,  mentre Andrea  le
parlava  di  quel  nuovo  libro  di romanzo e s'insinuava in argomenti generali
d'amore.
  - Perch mai rimanete cos lontano dal  gran pubblico ?  - gli domand ella.
- Avete giurato fedelt ai  Venticinque Esemplari ?
  - S,  per sempre.  Anzi il mio sogno  l' Esemplare Unico  da offerire alla
Donna Unica . In una societ democratica com' la nostra,  l'artefice di prosa
o  di  verso deve rinunziare ad ogni benefizio che non sia di amore.  Il lettor
vero non  gi chi mi compra ma chi mi ama.  Il lettor vero   dunque  la  dama
benevolente. Il lauro non ad altro serve che ad attirare il mirto...
  - Ma la gloria?
  - La vera gloria  postuma,  e quindi non godibile. Che importa a me d'avere,
per esempio,  cento lettori nell'isola dei Sardi ed anche  dieci  ad  Empoli  e
cinque,  mettiamo,  ad Orvieto?  E qual volutt mi viene dall'essere conosciuto
quanto il confettiere Tizio od  il  profumiere  Caio?  Io,  autore,  andr  nel
conspetto dei posteri armato come potr meglio; ma io, uomo, non desidero altra
corona di trionfo che una... di belle braccia ignude.
  Egli  guard  le  braccia di Elena,  scoperte insino alla spalla.  Erano cos
perfette nell'appiccatura  e  nella  forma  che  richiamavano  la  similitudine
firenzuolesca del vaso antico  di mano di buon maestro  e tali dovevano essere
quelle  di  Pallade  quando  era  innanzi al pastore .  Le dita vagavano su le
cesellature dell'arma;  e l'unghie lucenti parevan continuare la finezza  delle
gemme che distinguevano le dita.
  - Voi, se non erro, - disse Andrea, involgendo lei del suo sguardo come d'una
fiamma - dovete avere il corpo della Danae del Correggio.  Lo sento,  anzi,  lo
veggo, dalla forma delle vostre mani.
  - Oh, Sperelli!
  - Non imaginate voi dal fiore la  intera  figura  della  pianta?  Voi  siete,
certo,  come la figlia d'Acrisio,  che riceve la nuvola d'oro, non quella della
Fiera di maggio, ohib! Conoscete il quadro della Galleria Borghese?
  - Lo conosco.
  - Mi sono ingannato?
  - Basta, Sperelli: vi prego.
  - Perch?
  Ella tacque.  Ormai ambedue  sentivano  avvicinarsi  il  cerchio  che  doveva
chiuderli  e  stringerli  insieme  rapidamente.   N  l'una  n  l'altro  aveva
conscienza di quella rapidit. Dopo due o tre ore dal primo vedersi,  gi l'una
si dava all'altro, in ispirito; e la scambievole dedizione pareva naturale.
  Ella disse, dopo un intervallo, senza guardarlo:
  - Siete molto giovine. Avete gi molto amato?
  Egli rispose con un'altra domanda.
  -  Credete  voi che ci sia pi nobilt di animo e di arte ad imaginare in una
sola unica donna tutto l'Eterno feminino, oppure che un uomo di spiriti sottili
ed intensi debba percorrere tutte le labbra che  passano,  come  le  note  d'un
clavicembalo ideale, finch trovi l'Ut gaudioso?
  - Io non so. E voi?
  - Neanche io so risolvere il gran dubbio sentimentale.  Ma,  per istinto,  ho
percorso il clavicembalo;  e temo  d'aver  trovato  l'Ut,  a  giudicare  almeno
dall'avvertimento interiore.
  - Temete?
  - Je crains ce que j'espre..
  Egli  parlava  con  naturalezza  quel linguaggio manierato,  quasi estenuando
nell'artifizio delle parole la forza del suo sentimento.  Ed Elena  si  sentiva
dalla  voce  di  lui  prendere  come  in  una rete e trarre fuor della vita che
movevasi a torno.
  - Sua Eccellenza la principessa di Micigliano! - annunziava il servo.
  - Il signor conte di Gissi!
  - Madame Chrysoloras!
  - Il signor marchese e la signora marchesa Massa d'Albe!
  I saloni si popolavano.  Lunghi  strascichi  lucenti  passavano  sul  tappeto
purpureo;  fuor dei busti constellati di diamanti,  ricamati di perle, avvivati
di fiori, emergevano le spalle nude;  le capigliature scintillavano quasi tutte
di  quei  meravigliosi  gioielli  ereditarii  che fanno invidiata la nobilt di
Roma.
  - Sua Eccellenza la principessa di Ferentino!
  - Sua Eccellenza il duca di Grimiti!
  Gi si formavano i diversi gruppi, i diversi focolari della malignit e della
galanteria.  Il gruppo maggiore,  tutto composto di  uomini,  stava  presso  il
pianoforte,  intorno  la  duchessa di Scerni ch'erasi levata in piedi per tener
testa a quella specie d'assedio.  La Ferentino si avvicin a  salutare  l'amica
con un rimprovero.
  - Perch non sei venuta oggi da Nin Santamarta? Ti aspettavamo.
  Ella  era  alta  e  magra,  con due strani occhi verdi che parevan lontani in
fondo alle occhiaie oscure.  Vestiva di nero,  con una scollatura a  punta  sul
petto  e  sulle spalle;  portava tra i capelli,  d'un biondo cinereo,  una gran
mezzaluna di brillanti, a simiglianza di Diana,  e agitava un gran ventaglio di
piume rosse, con gesti repentini.
  - Nin va stasera da Madame Van Huffel.
  - Anch'io andr, pi tardi, per un poco - disse la Muti. - La vedr.
  - Oh,  Ugenta,  - fece la principessa,  volgendosi ad Andrea - vi cercavo per
rammentarvi il nostro appuntamento. Domani  gioved.  La vendita del cardinale
Immenraet comincia domani, a mezzogiorno. Venite a prendermi all'una.
  - Non mancher, principessa.
  - Bisogna ch'io porti via quel cristallo di rcca ad ogni costo.
  - Avrete per qualche competitrice.
  - Chi?
  - Mia cugina.
  - E poi?
  - Me - disse la Muti.
  - Te? Vedremo.
  I cavalieri intorno chiedevano schiarimenti.
  -  Una contesa di dame del diciannovesimo secolo,  per un vaso di cristallo di rcca gi
appartenuto a Niccol Niccoli; su quel vaso  intagliato il troiano Anchise che
scioglie un dei calzari di  Venere  Afrodite  -  annunzi  solennemente  Andrea
Sperelli.  -  Lo  spettacolo  dato per grazia,  domani,  dopo la prima ora del
pomeriggio, nelle sale delle vendite publiche,  in via Sistina.  Contendono: la
principessa di Ferentino, la duchessa di Scerni, la marchesa d'Ateleta.
  Tutti ridevano, a quel bando.
  Il Grimiti domand:
  - Son lecite le scommesse?
  - La cte!  La cte!.  - si mise a garrire Don Filippo del Monte, imitando
la voce stridula del bookmaker. Stubbs.
  La Ferentino col suo ventaglio rosso gli diede un colpo sulla spalla.  Ma  la
facezia  parve  buona.  Le scommesse incominciarono.  Come dal gruppo partivano
risa e motti, a poco a poco altre dame e altri gentiluomini si avvicinarono per
prender parte all'ilarit.  La notizia della contesa si  spargeva  rapidamente;
prendeva  le  proporzioni  d'un  avvenimento  mondano;  occupava  tutti i belli
spiriti.
  - Datemi un braccio e facciamo un giro - disse Donna Elena Muti ad Andrea.
  Quando furono lontani dal gruppo, nel salone contiguo, Andrea stringendole il
braccio mormor:
  - Grazie!
  Ella si appoggiava a lui, soffermandosi di tratto in tratto per rispondere ai
saluti. Pareva un poco stanca;  ed era pallida come le perle delle sue collane.
Ciascun giovine elegante le faceva un complimento volgare.
  - Questa stupidit mi soffoca - ella disse.
  Nel  volgersi,  vide  Sakumi  che  la  seguiva  portando  la  camelia  bianca
all'occhiello,   in  silenzio,   con  gli  occhi   imbambolati,   senza   osare
d'accostarsi. Gli mand un sorriso misericorde.
  - Povero Sakumi!
  - L'avete veduto ora soltanto? - le chiese Andrea.
  - S.
  -  Quando eravamo seduti accanto al pianoforte,  egli dal vano d'una finestra
guardava continuamente le vostre mani che giocavano con un'arma del  suo  paese
destinata a tagliar le pagine d'un libro occidentale.
  - Dianzi?
  - Gi,  dianzi.  Forse egli pensava:  Dolce cosa far harakiri.  con quella
piccola sciabola ornata di crisantemi che paion fiorire dalla lacca e dal ferro
al tocco delle sue dita! 
  Ella non sorrise.  Su la sua faccia era disceso un velo di tristezza e  quasi
di sofferenza;  i suoi occhi parevano occupati da un'ombra pi cupa,  vagamente
illuminati  sotto  la  palpebra  superiore,   come  dell'albor  d'una  lampada;
un'espressione dolente le abbassava un poco gli angoli della bocca. Ella teneva
il braccio destro abbandonato lungo la veste,  reggendo nella mano il ventaglio
e i guanti. Non porgeva pi la mano ai salutatori e ai lusingatori; n dava pi
ascolto ad alcuno.
  - Che avete, ora? - le chiese Andrea.
  - Nulla.  Bisogna  ch'io  vada  dalla  Van  Huffel.  Conducetemi  a  salutare
Francesca; e poi accompagnatemi fin gi, alla mia carrozza.
  Tornarono  nel  primo  salone.  Luigi Gull,  un giovine maestro venuto dalle
natali Calabrie in cerca di fortuna, nero e crespo come un arabo,  eseguiva con
molta  anima  la  Sonata  in  do  diesis minore.  di Ludovico Beethoven.  La
marchesa d'Ateleta,  ch'era una sua proteggitrice,  stava in piedi  accanto  al
pianoforte,  guardando  la  tastiera.  A  poco  a  poco la musica grave e soave
prendeva tutti quei leggeri spiriti nei suoi cerchi,  come un  gorgo  tardo  ma
profondo.
  -  Beethoven  - disse Elena,  con un accento quasi religioso,  arrestandosi e
sciogliendo il suo braccio da quello di Andrea.
  Ella cos rimase ad ascoltare,  in piedi,  presso una delle  banane.  Tenendo
proteso  il braccio sinistro,  si metteva un guanto,  con estrema lentezza.  In
quell'attitudine l'arco delle sue reni appariva pi svelto;  tutta  la  figura,
continuata dallo strascico,  appariva pi alta ed eretta;  l'ombra della pianta
velava e quasi direi spiritualizzava il pallore della carne.  Andrea la guard.
E le vesti, per lui, si confusero con la persona.
   Ella sar mia  pensava, con una specie d'ebriet, poich la musica patetica
gli aumentava l'eccitamento.   Ella mi terr fra le sue braccia, sul suo cuore!

  Imagin di chinarsi e di posare la bocca su la spalla di lei.  -  Era  fredda
quella  pelle diafana che sembrava un latte tenuissimo attraversato da una luce
d'oro?  -  Ebbe  un  brivido  sottile;  e  socchiuse  le  palpebre,   come  per
prolungarlo.  Gli  giungeva  il  profumo  di lei,  una emanazione indefinibile,
fresca ma pur vertiginosa  come  un  vapore  d'armati.  Tutto  il  suo  essere
insorgeva  e  tendeva con ismisurata veemenza verso la stupenda creatura.  Egli
avrebbe voluto involgerla, attrarla entro di s, suggerla, beverla,  possederla
in un qualche modo sovrumano.
  Quasi  constretta  dal soverchiante desiderio del giovine,  Elena si volse un
poco; e gli sorrise d'un sorriso cos tenue, direi quasi cos immateriale,  che
non  parve  espresso  da  un  moto  delle  labbra,  s bene da una irradiazione
dell'anima per le labbra, mentre gli occhi rimanevan tristi pur sempre,  e come
smarriti nella lontananza d'un sogno interiore.  Eran veramente gli occhi della
Notte,  cos inviluppati d'ombra,  quali  per  una  Allegoria  avrebbeli  forse
imaginati il Vinci dopo aver veduta in Milano Lucrezia Crivelli.
  E nell'attimo che dur il sorriso, Andrea si sent solo. con lei, in mezzo
alla moltitudine. un orgoglio enorme gli gonfiava il cuore.
  Poich Elena fece l'atto di mettersi l'altro guanto, egli la preg sommesso:
  - No, non quello!
  Elena intese; e lasci nuda la mano.
  Una  speranza  era  in  lui,  di  baciarle  la mano,  prima ch'ella partisse.
D'improvviso,  gli risorse nello spirito la  visione  della  Fiera  di  maggio,
quando  gli  uomini  le  bevevano  nel  concavo delle palme il vino.  Di nuovo,
un'acuta gelosia lo punse.
  - Ora, andiamo - ella disse, riprendendogli il braccio.
  Finita la Sonata,  le  conversazioni  si  riannodavano  pi  vive.  Il  servo
annunzi  altri  tre o quattro nomi,  tra cui quello della principessa Iss che
entrava con un piccolo passo incerto, vestita all'europea, sorridente dal volto
ovale,  candida e minuta come la figurina  d'un  netske..  Un  movimento  di
curiosit si propag pel salone.
  - Addio, Francesca - disse Elena. prendendo congedo dall'Ateleta. - A domani.
  - Cos presto?
  - Mi aspettano in casa Van Huffel. Ho promesso di andare.
  - Peccato! Canter, ora, Mary Dyce.
  - Addio. A domani.
  - Prendi. E addio. Cugino amabile, accompagnatela.
  La marchesa le diede un mazzo di violette doppie; e si volse poi ad incontrar
la  principessa  Iss,  graziosamente.  Mary  Dyce,  vestita  di rosso,  alta e
ondeggiante come una fiamma, incominciava a cantare.
  - Sono tanto stanca! - mormor Elena, appoggiandosi ad Andrea. - Chiedete, vi
prego, la mia pelliccia.
  Egli prese la pelliccia dal servo che glie la porgeva.  Aiutando  la  dama  a
indossarla,  le sfior l'omero con le dita; e sent ch'ella rabbrividiva. Tutta
l'anticamera era piena di valletti in livree  diverse,  che  s'inchinavano.  La
voce  soprana  di Mary Dyce portava le parole d'una Romanza di Robert Schumann:
Ich kann's nicht fassen, nicht glauben.... 
  Scendevano in silenzio.  Il servo era  andato  innanzi  a  fare  avanzare  la
carrozza  fino  a pi della scala.  Udivasi rintronare lo scalpito dei cavalli
sotto l'androne sonoro.  Ad ogni scalino,  Andrea sentiva il premere lieve  del
braccio  di  Elena che s'abbandonava un poco,  tenendo il capo sollevato,  anzi
alquanto piegato indietro, con gli occhi socchiusi.
  - Nel salire,  vi seguiva la mia ammirazione sconosciuta.  Nel discendere  vi
accompagna  il  mio  amore - le disse Andrea,  sommessamente,  quasi umilmente,
ponendo tra le ultime parole una pausa esitante.
  Ella non rispose.  Ma port alle nari il  mazzo  delle  viole  ed  aspir  il
profumo. Nell'atto, l'ampia manica del mantello scivol lungo il braccio, oltre
il gomito.  La vista di quella viva carne, uscente di fra la pelliccia come una
massa di rose bianche fuor della neve,  accese ancor pi nei sensi del  giovine
la brama,  per la singolar procacit che il nudo feminile acquista allor quando
 mal celato da una veste folta e grave.  un  piccolo  fremito  gli  moveva  le
labbra; ed egli tratteneva a stento le parole desiose.
  Ma la carrozza era pronta a pi della scala, e il servo era allo sportello.
  - Casa Von Huffel - ordin la duchessa, montando, aiutata dal conte.
  Il servo s'inchin, lasciando lo sportello; ed occup il suo posto. I cavalli
scalpitavano forte, levando faville.
  - Badate! - grid Elena, tendendo al giovine la mano; e i suoi occhi e i suoi
diamanti scintillavano nell'ombra.
   Essere  con  lei,  l  nell'ombra e cercare con la bocca il suo collo fra la
pelliccia profumata!  Egli avrebbe voluto dirle:
  - Prendetemi con voi!
  I cavalli scalpitavano.
  - Badate! - ripet Elena.
  Egli le baci la mano, premendo, come per lasciarle su la cute un'impronta di
passione.  Quindi  chiuse  lo  sportello.  E,  al  colpo,   la  carrozza  part
rapidamente, con un alto rimbombo per tutto l'androne, uscendo nel Fro.


  Cos ebbe principio l'avventura di Andrea Sperelli con Donna Elena Muti.
  Il giorno dopo,  le sale delle vendite publiche,  in via Sistina, erano piene
di gente elegante, venuta per assistere all'annunziata contesa.
  Pioveva forte. In quelle stanze umide e basse entrava una luce grigia;  lungo
le  pareti  erano  disposti  in ordine alcuni mobili di legno scolpito e alcuni
grandi trittici e dittici della scuola toscana del quattordicesimo secolo;  quattro  arazzi
fiamminghi,  rappresentanti la Storia di Narcisso.,  pendevano fino a terra;
le maioliche metaurensi occupavano due lunghi scaffali;  le stoffe,  per lo pi
ecclesiastiche,  stavano  o  spiegate su le sedie o ammucchiate su i tavoli;  i
cimeli pi rari, gli avorii, gli smalti, i vetri, le gemme incise, le medaglie,
le monete, i libri di preghiere,  i codici miniati,  gli argenti lavorati erano
raccolti entro un'alta vetrina,  dietro il banco dei periti; un odor singolare,
prodotto dall'umidit del luogo e da quelle cose antiche, empiva l'aria.
  Quando Andrea Sperelli entr, accompagnando la principessa di Ferentino, ebbe
un segreto tremito.  Pens:  Sar gi venuta?   E  i  suoi  occhi  rapidamente
la. cercarono.
  Ella.  era gi venuta,  infatti. Sedeva innanzi al banco, tra il cavaliere
Dvila e Don Filippo del Monte.  Aveva posato su l'orlo del banco i guanti e il
manicotto  di  lontra  da cui usciva fuori un mazzo di violette.  Teneva tra le
dita un quadretto d'argento,  attribuito a Caradosso Foppa;  e l'osservava  con
molta  attenzione.  Gli oggetti passavano di mano in mano,  lungo il banco;  il
perito ne faceva le lodi ad alta voce;  le persone in  piedi,  dietro  la  fila
delle sedie, si chinavano per guardare; quindi incominciava l'incanto. Le cifre
si seguivano rapidamente. Ad ogni tratto, il perito gridava:
  - Si delibera! Si delibera!
  Qualche amatore,  incitato dal grido,  gittava una pi alta cifra,  guardando
gli avversarii. Il perito gridava, con alzato il martello:
  - Uno! Due! Tre!
  E percoteva il banco. L'oggetto apparteneva all'ultimo offerente. Un mormorio
si propagava intorno; poi di nuovo accendevasi la gara. Il cavaliere Dvila, un
gentiluomo napoletano che aveva le forme gigantesche e maniere  quasi  feminee,
celebre raccoglitore e conoscitor di maioliche, dava il suo giudizio su ciascun
pezzo importante.  Tre, veramente, in quella vendita cardinalizia, eran le cose
superiori : la Storia di Narcisso.,  la tazza di cristallo di rcca,  e  un
elmo d'argento cesellato da Antonio del Pollajuolo,  che la Signoria di Firenze
don al conte d'Urbino nel 1472,  in ricompensa dei servigi  da  lui  resi  nel
tempo della presa di Volterra.
  - Ecco la principessa - disse Don Filippo del Monte alla Muti.
  La Muti si lev per salutare l'amica.
  - Di gi sul campo! - esclam la Ferentino.
  - Di gi.
  - E Francesca?
  - Non  ancor giunta.
  Quattro o cinque eleganti signori,  il duca di Grimiti,  Roberto Casteldieri,
Ludovico Barbarisi, Giannetto Rtolo, si appressarono. Altri sopravvenivano. Lo
scroscio della pioggia copriva le parole.
  Donna Elena porse la mano allo Sperelli, francamente, come ad ognuno. Egli si
sent, da quella stretta di mano, allontanare.  Elena gli parve fredda e grave.
Tutti  i suoi sogni s'agghiacciarono e precipitarono,  in un attimo;  i ricordi
della sera innanzi si confusero; le speranze si estinsero. Che aveva ella?  Non
era  pi  la  donna  medesima.  Vestiva  una specie di lunga tunica di lontra e
portava sul capo una specie di tcco,  anche di lontra.  Aveva nell'espressione
del volto qualche cosa di aspro e quasi di sprezzante.
  - C' ancora tempo,  alla tazza - ella disse alla principessa;  e si rimise a
sedere.
  Ogni oggetto passava per le sue mani.  Un Centauro intagliato in un sardonio,
opera assai fina, forse proveniente dal disperso museo di Lorenzo il Magnifico,
la tent. Ed ella prese parte alla gara. Comunicava la sua offerta al perito, a
voce bassa,  senza levare gli occhi su di lui.  A un certo punto, i competitori
si arrestarono; ella ottenne la pietra, a buon prezzo.
  - Acquisto eccellente - disse Andrea Sperelli, che stava in piedi,  dietro la
sedia di lei.
  Elena  non pot trattenere un lieve sussulto.  Prese il sardonio e lo diede a
vedere, levando la mano all'altezza della spalla, senza voltarsi. Era veramente
un'assai bella cosa.
  - Potrebbe essere il Centauro che Donatello copi - soggiunse Andrea.
  E nell'animo di lui,  insieme con l'ammirazione  per  la  cosa  bella,  sorse
l'ammirazione  per  il  nobile  gusto della dama che ora la possedeva.   Ella 
dunque,  in tutto,  una eletta.   pens.   Quali piaceri pu dare ella a un
amante   raffinato!     Colei  s'ingrandiva,   nella  sua  imaginazione;   ma,
ingrandendosi,  sfuggivagli.  La gran sicurezza della sera innanzi mutavasi  in
una  specie  di  scoraggiamento;  e i dubbii primitivi risorgevano.  Egli aveva
troppo sognato,  nella notte,  a occhi aperti,  nuotando in una felicit  senza
fine,  mentre il ricordo d'un gesto, d'un sorriso, d'un'aria della testa, d'una
piega del vestito lo prendeva e l'allacciava,  come una rete.  Ora,  tutto quel
mondo imaginario crollava miseramente al contatto della realt.  Egli non aveva
visto negli occhi di Elena il singolar saluto a cui aveva tanto  pensato;  egli
non era stato distinto da lei,  in mezzo agli altri, con nessun segno.  Perch?
 Si sentiva umiliato. Tutta quella gente fatua, d'intorno, gli faceva ira; gli
facevano ira quelle cose che attraevan l'attenzione di lei;  gli faceva ira Don
Filippo del Monte che di tratto in tratto chinavasi verso di lei per mormorarle
forse  qualche  malignit.  Sopravvenne l'Ateleta.  La quale era,  come sempre,
allegra.  Il suo riso,  tra i signori  che  gi  l'attorniavano,  fece  volgere
vivamente Don Filippo.
  - La Trinit  perfetta - egli disse, e si lev.
  Andrea occup sbito la sedia,  accanto alla Muti.  Come gli giunse alle nari
il profumo sottile delle viole, mormor:
  - Non sono quelle di ieri sera.
  - No - fece Elena, freddamente.
  Nella sua mobilit,  ondeggiante e carezzante come l'onda,  c'era  sempre  la
minaccia del gelo inaspettato.  Ella era soggetta a rigidit subitanee.  Andrea
tacque, non comprendendo.
  - Si delibera! Si delibera! gridava il perito.
  Le  cifre  salivano.  La  gara  era  ardente  intorno  l'elmo  d'Antonio  del
Pollajuolo. Anche il cavalier Dvila entrava in lizza. Pareva che a poco a poco
l'aria  si riscaldasse e che il desiderio di quelle cose belle e rare prendesse
tutti gli spiriti. La mania si propagava,  come un contagio.  In quell'anno,  a
Roma,  l'amore  del bibelot.  e del bric--brac.  era giunto all'eccesso;
tutti i saloni della nobilt e dell'alta borghesia erano ingombri di  curiosit
;  ciascuna dama tagliava i cuscini del suo divano in  una  pianeta  o  in  un
piviale  e  metteva  le sue rose in un vaso di farmacia umbro o in una coppa di
calcedonio.  I luoghi delle vendite publiche erano un ritrovo preferito;  e  le
vendite  erano  frequentissime.  Nelle  ore pomeridiane del t le signore,  per
eleganza,  giungevano dicendo:  Vengo dalla vendita del pittore  Campos.  Molta
animazione.  Magnifici  i  piatti  arabo-ispani!  Ho preso un gioiello di Maria
Leczinska. Eccolo. 
  - Si delibera!
  Le cifre salivano.  Intorno al banco si accalcavano  gli  amatori.  La  gente
elegante  si  dava ai bei parlari,  fra le Nativit.  e le Annunciazioni.
giottesche. Le signore, fra quell'odore di muffa e di anticaglie,  portavano il
profumo delle loro pellicce e segnatamente quello delle violette,  poich tutti
i manicotti contenevano un mazzolino secondo la moda leggiadra. Per la presenza
di tante persone, un tepore dilettoso diffondevasi nell'aria, come in una umida
cappella dove fossero molti fedeli.  La pioggia seguitava a crosciar di fuori e
la  luce  a  diminuire.  Furono  accese  le fiammelle del gas;  e i due diversi
chiarori lottavano.
  - Uno! Due! Tre!
  Il colpo di martello diede il possesso dell'elmo fiorentino a  Lord  Humphrey
Heathfield.  L'incanto  ricominci  di nuovo su piccoli oggetti,  che passavano
lungo il banco, di mano in mano. Elena li prendeva delicatamente,  li osservava
e li posava quindi innanzi ad Andrea,  senza dir nulla.  Erano smalti,  avorii,
orologi del diciottesimo secolo,  gioielli d'oreficeria milanese del tempo di Ludovico
il  Moro,  libri  di  preghiere  scritti  a lettere d'oro su pergamena colorita
d'azzurro.  Tra le dita  ducali  quelle  preziose  materie  parevano  acquistar
pregio.  Le  piccole mani avevano talvolta un leggero tremito al contatto delle
cose pi desiderabili.  Andrea guardava intensamente;  e nella sua imaginazione
egli  trasmutava  in una carezza ciascun moto di quelle mani.   Ma perch Elena
posava ogni oggetto sul banco, invece di porgerlo a lui? 
  Egli prevenne il gesto di Elena,  tendendo la mano.  E da allora in  poi  gli
avorii,  gli  smalti,  i  gioielli  passarono  dalle  dita dell'amata in quelle
dell'amante,  comunicando un indefinibile diletto.  Pareva ch'entrasse in  loro
una  particella  dell'amoroso fascino di quella donna,  come entra nel ferro un
poco della virt d'una calamita.  Era veramente  una  sensazione  magnetica  di
diletto, una di quelle sensazioni acute e profonde che si provan quasi soltanto
negli  inizii di un amore e che non paiono avere n una sede fisica n una sede
spirituale, a simiglianza di tutte le altre, ma s bene una sede in un elemento
neutro del nostro essere,  in un elemento quasi  direi  intermedio,  di  natura
ignota, men semplice d'uno spirito, pi sottile d'una forma, ove la passione si
raccoglie  come  in  un  ricettacolo,  onde  la  passione  s'irradia come da un
focolare.
   Ei un piacere non mai provato.  pens Andrea Sperelli anche una volta.
  L'invadeva un leggero torpore e a poco a poco lo  abbandonava  la  conscienza
del luogo e del tempo.
  - Vi consiglio questo orologio - gli disse Elena, con uno sguardo di cui egli
da prima non comprese la significazione.
  Era  una  piccola  testa  di morto scolpita nell'avorio con una straordinaria
potenza d'imitazione anatomica. Ciascuna mascella portava una fila di diamanti,
e due rubini scintillavano in fondo alle occhiaie.  Su la fronte era inciso  un
motto: RUIT HORA;  su l'occipite un altro motto: TIBI,  HIPPOLYTA. Il cranio si
apriva,  come una  scatola,  sebbene  la  commessura  fosse  quasi  invisibile.
L'interior  battito  del  congegno  dava  a  quel  teschietto una inesprimibile
apparenza di vita.  Quel gioiello mortuario,  offerta d'un artefice  misterioso
alla  sua  donna,  aveva  dovuto  segnar  le ore dell'ebrezza e col suo simbolo
ammonire gli spiriti amanti.
  In verit,  non poteva il Piacere desiderare un pi squisito e pi  incitante
misurator  del  tempo.  Andrea pens:  Me lo consiglia ella per noi?.   E a
quel pensiero tutte le speranze rinacquero e  risorsero  di  tra  l'incertezza,
confusamente.  Egli  si  gitt  nella  gara,  con una specie d'entusiasmo.  Gli
rispondevano due o tre competitori accaniti,  tra  cui  Giannetto  Rtolo  che,
avendo per amante Donna Ippolita Albonico,  era attratto dall'iscrizione: TIBI,
HIPPOLYTA.
  Dopo poco,  rimasero soli a contendere,  il Rtolo e lo  Sperelli.  Le  cifre
salivano oltre il prezzo reale dell'oggetto,  mentre i periti sorridevano. A un
certo  punto,  Giannetto  Rtolo  non  rispose  pi,  vinto  dalla  ostinazione
dell'avversario.
  - Si delibera! Si delibera!
  L'amante  di  Donna  Ippolita,  un  poco pallido,  grid un'ultima cifra.  Lo
Sperelli aument.  Ci fu un momento di  silenzio.  Il  perito  guardava  i  due
competitori; quindi lev il martello, con lentezza, sempre guardando.
  - Uno! Due! Tre!
  La  testa  di  morto rimase al conte d'Ugenta.  Un mormorio si diffuse per la
sala.  Uno sprazzo di luce entr per la vetrata e fece splendere i fondi  aurei
dei  trittici,  avviv  la  fronte dolente d'una madonna senese e il cappellino
grigio della principessa di Ferentino, coperto di scaglie d'acciaio.
  - Quando la tazza? - chiese la principessa con impazienza.
  Gli amici guardarono i cataloghi.  Non c'era pi speranza che  la  tazza  del
bizzarro  umanista fiorentino andasse all'incanto in quel giorno.  Per la molta
concorrenza,  la vendita procedeva lentamente.  Rimaneva ancora un lungo elenco
d'oggetti  minuti,  come  cammei,  monete,  medaglie.  Alcuni  antiquarii  e il
principe Stroganow si disputavano ogni pezzo.  Tutti gli aspettanti ebbero  una
disillusione. La duchessa di Scerni si lev per andarsene.
  - Addio, Sperelli - disse. - A questa sera, forse.
  - Perch dite  forse ?
  - Mi sento tanto male.
  - Che aveta mai?
  Ella, senza rispondere, si volse agli altri salutando. Ma gli altri seguivano
il  suo esempio;  escivano insieme.  I giovini signori motteggiavano intorno il
mancato spettacolo.  La marchesa d'Ateleta rideva,  ma la Ferentino  pareva  di
pessimo  umore.  I  servi  che  aspettavano nel corridoio,  facevano avanzar le
carrozze, come alla porta d'un teatro o d'una sala di concerti.
  - Non vieni dalla Miano? - domand l'Ateleta ad Elena.
  - No; torno a casa.
  Ella aspett, su l'orlo del marciapiede, che il suo coup. s'avanzasse. La
pioggia si disperdeva;  tra larghe nuvole bianche scorgevasi qualche intervallo
d'azzurro;  una  zona  di  raggi  faceva  luccicare il lastrico.  E la signora,
investita da quel chiaror tra  biondo  e  roseo,  nel  mantello  magnifico  che
scendeva con poche pieghe diritte e quasi simmetriche, era bellissima. Il sogno
medesimo della sera innanzi sorse nello spirito d'Andrea, quando egli intravide
l'interno  del  coup.   tappezzato  di  raso  come  un  boudoir.,   dove
luccicavano il cilindro  d'argento  pieno  d'acqua  calda  destinato  a  tenere
tiepidi i piccoli piedi ducali.   Essere l,  con lei,  in quella intimit cos
raccolta,  in quel tepore fatto dal  suo  alito,  nel  profumo  delle  violette
appassite, intravedendo appena d cristalli appannati le vie coperte di fango,
le case grige, la gente oscura! 
  Ma  ella  inchin  lievemente il capo allo sportello,  senza sorridere;  e la
carrozza part,  verso il palazzo Barberini,  lasciandogli nell'anima una  vaga
tristezza,  uno  scoramento  indefinito.  -  Ella aveva detto  forse .  Poteva
dunque non venire al palazzo Farnese. E allora?
  Questo  dubbio  l'affliggeva.   Il  pensiero  di  non   rivederla   gli   era
insopportabile:  tutte  le  ore  passate lontano da lei gi gli pesavano.  Egli
chiedeva a s stesso:  L'amo io dunque gi  tanto?    Il  suo  spirito  pareva
chiuso in un cerchio, entro cui turbinavano confusamente tutti i fantasmi delle
sensazioni avute nella presenza di quella donna.  D'un tratto, emergevano dalla
sua memoria, con una singolare esattezza, una frase di lei,  una intonazione di
voce,  un'attitudine,  un movimento degli occhi, la forma d'un divano sul quale
ella sedeva, il Finale.  della Sonata del Beethoven,  una nota di Mary Dyce,
la figura del servo cha stava allo sportello,  una qualunque particolarit,  un
qualunque frammento,  ed oscuravano con la vivezza della loro imagine  le  cose
della  esistenza  in  corso,  si  sovrapponevano  alle  cose presenti.  Egli le
parlava, mentalmente; le diceva,  mentalmente,  tutto quello che poi le avrebbe
detto in realt,  nei futuri colloqui.  Prevedeva le scene, i casi, le vicende,
tutto lo svolgimento dell'amore, secondo le suggestioni del suo desiderio. - In
che modo si sarebbe ella data a lui, la prima volta?
  Mentre  saliva  le  scale  del  palazzo  Zuccari,   per  rientrare  nel   suo
appartamento,  gli balenava questo pensiero.  - Ella, certo, sarebbe venuta l.
La via  Sistina,  la  via  Gregoriana,  la  piazza  della  Trinit  dei  Monti,
specialmente in certe ore,  erano quasi deserte. La casa non era abitata che da
stranieri.  Ella avrebbe dunque  potuto  avventurarsi  senza  timori.  Ma  come
attirarla?  -  La  sua  impazienza era tanta ch'egli avrebbe voluto poter dire:
Verr domani! 
   Ella  libera  pens.   Non la tiene la vigilanza d'un marito.  Nessuno pu
chiederle  conto  delle  assenze anche lunghe,  anche insolite.  Ella  padrona
d'ogni suo atto,  sempre.   Gli si  presentarono  allo  spirito,  subitamente,
interi giorni e intere notti di volutt, Si guard intorno, nella stanza calda,
profonda,  segreta;  e quel lusso intenso e raffinato, tutto fatto di arte, gli
piacque,  per lei..  Quell'aria aspettava il suo.  respiro;  quei tappeti
chiedevano d'essere premuti dal suo. piede; quei cuscini volevano l'impronta
del suo. corpo.
   Ella amer la mia casa  pens.   Amer le cose ch'io amo.  Il pensiero gli
dava una indicibile dolcezza; e gli pareva che gi un'anima nuova,  consapevole
della imminente gioia, palpitasse sotto gli alti soffitti.
  Chiese il t al servo;  e s'adagi d'innanzi al caminetto,  per meglio godere
le finzioni della sua speranza. Trasse dall'astuccio il piccolo teschio gemmato
e si mise ad esaminarlo attentamente.  Al chiaror del fuoco  l'esile  dentatura
adamantina  brillava su l'avorio giallastro e i due rubini illuminavano l'ombra
delle occhiaie.  Sotto il cranio polito  risonava  il  battito  incessante  del
tempo.  -  RUIT  HORA.  -  Quale  artefice  mai  poteva avere avuta per una sua
Ippolita quella superba e libera fantasia di morte, nel secolo in cui i maestri
smaltisti ornavan di teneri idillii pastorali gli orioletti destinati a  segnar
pei cicisbei l'ora dei ritrovi nei parchi del Watteau? La scoltura rivelava una
mano  dotta,  vigorosa,  padrona  d'uno  stile proprio: era in tutto degna d'un
quattrocentista penetrante come il Verrocchio.
   Vi consiglio questo orologio.   Andrea sorrideva  un  poco,  ricordando  le
parole  di  Elena  pronunziate  in  un  modo  cos strano,  dopo un cos freddo
silenzio. - Senza dubbio, dicendomi quella frase,  ella pensava all'amore: ella
pensava ai prossimi convegni d'amore,  senza dubbio.  Ma perch poi,  di nuovo,
era diventata impenetrabile?  Perch non s'era curata pi  di  lui?  Che  aveva
ella?  - Andrea si smarr nell'indagine.  Per l'aria calda,  la mollezza della
poltrona,  la luce discreta,  le variazioni del fuoco,  l'aroma del  t,  tutte
quelle sensazioni grate ricondussero il suo spirito agli errori dilettosi. Egli
andava errando senza mta,  come in un fantastico labirinto. In lui il pensiero
assumeva talvolta la virt dell'oppio: poteva inebriarlo.
  - Mi permetto di ricordare al signor conte che per le sette  atteso in  casa
Doria - disse a voce bassa il servo, che aveva anche l'ufficio di rammentatore.
- Tutto  preparato.
  Egli  and  a  vestirsi,  nella camera ottagonale ch'era,  in verit,  il pi
elegante e comodo spogliatoio desiderabile  per  un  giovine  signore  moderno.
Vestendosi,  aveva una infinit di minute cure della sua persona. Sopra un gran
sarcofago romano,  trasformato con molto gusto in una tavola per abbigliamento,
erano  disposti  in  ordine  i  fazzoletti  di  batista,  i guanti da ballo,  i
portafogli, gli astucci delle sigarette, le fiale delle essenze, e cinque o sei
gardenie fresche  in  piccoli  vasi  di  porcellana  azzurra.  Egli  scelse  un
fazzoletto con le cifre bianche e ci vers due o tre gocce di pao rosa.; non
prese  alcuna gardenia perch l'avrebbe trovata alla mensa di casa Doria;  emp
di sigarette russe un astuccio  d'oro  martellato,  sottilisimo,  ornato  d'uno
zaffiro su la sporgenza della molla, un poi curvo per aderire alla coscia nella
tasca dei calzoni. Quindi usc.
  In casa Doria,  tra un discorso e l'altro, la duchessa Angelieri, a proposito
del recente parto della Miano, disse:
  - Pare che Laura Miano e la Muti sieno in rotta.
  - Forse per Giorgio? - chiese un'altra dama, ridendo.
  - Si dice. Ei una storia incominciata a Lucerna, quest'estate...
  - Ma Laura non era a Lucerna.
  - Appunto. C'era suo marito...
  -  Credo  che  sia  una  malignit;   null'altro  -  interruppe  la  contessa
fiorentina, Donna Bianca Dolcebuono. - Giorgio  ora a Parigi.
  Andrea  aveva udito,  sebbene al suo lato destro la loquace contessa Starnina
l'occupasse di continuo. Le parole della Dolcebuono non bastavano a lenirgli la
puntura acutissima.  Egli avrebbe voluto,  almeno,  sapere fino  in  fondo.  Ma
l'Angelieri rinunziava a seguitare;  e altre conversazioni si mescolavano fra i
trionfi delle magne rose di Villa Pamphily.
   Chi era questo Giorgio?  Forse l'ultimo amante di Elena?  Ella aveva passata
una parte dell'estate a Lucerna. Ella veniva di Parigi. Ella, nell'uscire dalla
vendita,  erasi  rifiutata  di andare in casa Miano.   Nell'animo di Andrea le
apparenze  erano  contro  di  lei  tutte.  Un  desiderio  atroce  l'invase,  di
rivederla,  di  parlarle.  L'invito  al palazzo Farnese era per le dieci;  alle
dieci e mezzo egli si trovava gia l, aspettando.
  Aspett molto.  Le sale si empivano  rapidamente;  le  danze  incominciavano:
nella galleria d'Annibale Caracci le semiddie quiriti lottavan di formosit con
le Ariadne,  con le Galatee,  con le Aurore,  con le Diane degli affreschi;  le
coppie turbinando esalavano profumi: le mani inguantate delle dame premevano la
spalla dei cavalieri;  le teste ingemmate si curvavano  o  si  ergevano;  certe
bocche  semiaperte  brillavano  come la porpora;  certe spalle nude luccicavano
sparse d'un velo d'umidore;  certi seni parevano irrompere dal busto,  sotto la
veemenza dell'ansia.
  - Non ballate,  Sperelli?  - chiese Gabriella Barbarisi,  una fanciulla bruna
come l'oliva speciosa.,  mentre passava a braccio d'un  danzatore,  agitando
con  la  mano  il  ventaglio e col sorriso un neo ch'ella aveva in una fossetta
presso la bocca.
  - S, pi tardi - rispose Andrea. - Pi tardi.
  Incurante delle presentazioni e dei saluti,  egli  sentiva  crescere  il  suo
tormento nell'attesa inutile;  e girava di sala in sala alla ventura. Il  forse
 gli faceva temere ch'Elena non venisse. - E s'ella proprio non veniva? Quando
l'avrebbe egli riveduta?  - Pass Donna  Bianca  Dolcebuono;  e,  senza  sapere
perch, egli le si mise al fianco dicendole molte frasi cortesi, provando quasi
un  poco  di  sollievo  in compagnia di lei.  Avrebbe voluto parlarle di Elena,
interrogarla, rassicurarsi.  L'orchestra di principio a una Mazurka.  assai
molle; e la contessa fiorentina col suo cavaliere entr nella danza.
  Allora  Andrea si volse a un gruppo di giovini signori,  che stava presso una
porta. Eravi Ludovico Barbarisi, eravi il duca di Beffi, con Filippo del Gallo,
con  Gino  Bommnaco.   Guardavano  le  coppie  girare  e  malignavano  un  poi
grossolanamente.  Il  Barberisi raccontava d'aver vedute le rotondit del petto
alla contessa Lcoli, ballando il Walzer.. Il Bommnaco domand:
  - Ma come?
  - Provaci.  Basta chinare gli occhi nel corsage..  Ti assicuro che vale la
pena...
  - Avete badato alle ascelle di Madame Chrysoloras? Guardate!
  Il  duca  di  Beffi  mostrava una danzatrice che aveva in su la fronte bianca
come il marmo di Luni un'accensione  di  chiome  rosse,  a  similitudine  d'una
sacerdotessa  d'Alma  Tadema.  Il  suo  busto  era  congiunto  agli omeri da un
semplice nastro,  e si scorgevano sotto le ascelle due ciuffi rossastri  troppo
abondanti.
  Il  Bommnaco  si  mise  a  ragionare  dell'odor singolare che hanno le donne
rosse.
  - Tu lo conosci bene, quell'odore - disse con malizia il Barbarisi.
  - Perch?
  - La Micigliano...
  Il giovine si compiacque manifestamente di  sentir  nominare  una  delle  sue
amanti. Non protest, ma rise; poi volgendosi allo Sperelli:
  - Che hai stasera?  Ti cercava tua cugina,  un momento fa.  Ora balla con mio
fratello. Eccola.
  - Guarda!  - esclam Filippo del Gallo.  - Ei tornata l'Albonico.  Balla  con
Giannetto.
  -  Ei  tornata anche la Muti,  da una settimana - fece Ludovico.  - Che bella
creatura!
  - Ei qui?
  - Non l'ho veduta ancora.
  Andrea ebbe al cuore un sussulto,  temendo che da qualcuna di  quelle  bocche
fosse  per  uscire  una  malignit  anche contro di lei.  Ma il passaggio della
principessa Iss, a braccio del ministro di Danimarca,  divag gli amici.  Egli
nondimeno  sentivasi  spingere  da  una  temeraria  curiosit a riallacciare il
discorso sul nome dell'amata,  per  sapere,  per  iscoprire;  ma  non  os.  La
Mazurka.  finiva; il gruppo disperdevasi.  Ella non viene! Ella non viene! 
L'inquietudine  interiore  gli  cresceva  cos  fieramente   che   egli   pens
d'abbandonare le sale, poich il contatto di quella folla eragli insoffribile.
  Volgendosi,  vide apparire su l'ingresso della galleria la duchessa di Scerni
a braccio dell'ambasciatore di Francia. In un attimo,  egli incontr lo sguardo
di lei;  e gli occhi d'ambedue in quell'attimo, parvero mescolarsi, penetrarsi,
beversi.  Ambedue sentirono che l'uno cercava l'altra e l'altra l'uno;  ambedue
sentirono,  ad  un  punto,  scendere  su  l'anima un silenzio,  in mezzo a quel
rumore,  e quasi direi aprirsi un abisso in  cui  tutto  il  mondo  circostante
scomparve sotto la forza d'un pensiero unico.
  Ella s'avanzava nell'istoriata galleria del Caracci, dov'era minore la calca,
portando  un  lungo  strascico  di  broccato bianco che la seguiva come un'onda
grave sul pavimento.  Cos bianca e semplice,  nel passare volgeva il  capo  ai
molti saluti, mostrando un'aria di stanchezza, sorridendo con un piccolo sforzo
visibile  che le increspava gli angoli della bocca,  mentre gli occhi sembravan
pi larghi sotto la fronte esangue.  Non la fronte sola ma tutte le  linee  del
volto  assumevano  dall'estremo pallore una tenuit quasi direi psichica.  Ella
non era pi n la donna seduta alla mensa degli Ateleta,  n  quella  al  banco
delle vendite,  n quella diritta un'istante sul marciapiede della via Sistina.
La sua bellezza aveva  ora  un'espressione  di  sovrana  idealit,  che  meglio
splendeva  in  mezzo  alle  altre  dame accese in volto dalla danza,  eccitate,
troppo mobili, un poi convulse. Alcuni uomini, guardandola,  rimanevan pensosi.
Ella  metteva  anche  negli  animi  pi  ottusi  o  fatui  un  turbamento,  una
inquietudine,  un'aspirazione indefinibile.  Chi aveva il cuor libero imaginava
con  un fremito profondo l'amore di lei;  chi aveva un'amante provava un oscuro
rammarico sognando un'ebrezza sconosciuta, nel cuore non pago; chi recava entro
di s la piaga d'una gelosia o d'un inganno aperta da un'altra  donna,  sentiva
ben che avrebbe potuto guarire.
  Ella  s'avanzava  cos,  tra gli omaggi,  avvolta dallo sguardo degli uomini.
All'estremit della galleria,  si un  ad  un  gruppo  di  dame  che  parlavano
vivamente  agitando  i  ventagli,  sotto  la  pittura  di  Perseo  e  di  Fineo
impietrato. Eranvi la Ferentino,  la Massa d'Albe,  la marchesa Daddi-Tosinghi,
la Dolcebuono.
  - Perch cos tardi? - le chiese quest'ultima.
  - Ho esitato molto, prima di venire, perch non mi sento bene.
  - Infatti, sei pallida.
  - Credo che riavr le nevralgie alla faccia, come l'anno scorso.
  - Non sia mai!
  - Guarda,  Elena, Madame de la Boissire - disse Giovanella Daddi, con quella
sua strana voce rauca.  - Non sembra un cammello vestito da cardinale,  con  un
parrucchino giallo?
  -  Madamoiselle Vanloo stasera perde la testa per tuo cugino - disse la Massa
d'Albe alla principessa,  vedendo passare Sofia Vanloo a  braccio  di  Ludovico
Barbarisi.  -  L'ho  sentita  dianzi che supplicava,  dopo un giro di Polka.
accanto a me:  Ludovic, ne faites plus ca en dansant; je frissonne toute....

  Le dame si misero a ridere in coro, tra l'agitazion dei ventagli.  Giungevano
dalle  sale  contigue le prime note d'un Walzer.  ungherese.  I cavalieri si
presentarono. Andrea pot finalmente offrire il braccio a Elena e trarla seco.
  - Aspettandovi, ho creduto di morire! Se voi non foste venuta,  Elena,  io vi
avrei  cercata ovunque.  Quando vi ho vista entrare,  ho trattenuto a stento un
grido.  Questa  la seconda sera ch'io vi vedo,  ma mi par gi di amarvi non so
da che tempo.  Il pensiero di voi,  unico,  incessante,  ora la vita della mia
vita...
  Egli proferiva le parole d'amore sommessamente, senza guardarla,  tenendo gli
occhi  fissi  d'innanzi  a  s;  ed  ella le ascoltava nella stessa attitudine,
impassibile in vista, quasi marmorea.  Nella galleria rimanevano poche persone.
Lungo le pareti,  tra i busti dei Cesari, i cristalli opachi dei lumi, in forma
di gigli, versavano un chiarore eguale,  non troppo forte.  La profusione delle
piante verdi e fiorite dava imagine di una serra suntuosa. Le onde della musica
si  propagavano nell'aria calda,  sotto le volte concave e sonore,  passando su
tutta quella mitologia come un vento su un giardino opulento.
  - Mi amerete voi? - chiese il giovine. - Ditemi che mi amerete!
  Ella rispose, con lentezza:
  - Son venuta qui per voi soltanto.
  - Ditemi che mi amerete! - ripet il giovine,  sentendo tutto il sangue delle
sue vene affluire al cuore come un torrente di gioia.
  Ella rispose:
  - Forse.
  E  lo  guard con lo sguardo medesimo che la sera innanzi era a lui parso una
divina promessa,  con quell'indefinibile sguardo che quasi dava alla  carne  la
sensazione del tocco amoroso d'una mano.  Poi ambedue tacquero;  ed ascoltarono
l'avviluppante musica della danza, che a tratti a tratti facevasi piana come un
sussurro o levavasi come un turbine improvviso.
  - Volete che balliamo?  - domand Andrea,  che dentro tremava al pensiero  di
tenerla fra le braccia.
  Ella esit un poco. Quindi rispose:
  - No; non voglio.
  Vedendo entrare nella galleria la duchessa di Bugnara,  sua zia materna, e la
principessa Alberoni con l'ambasciatrice di Francia, soggiunse:
  - Ora, siate prudente; lasciatemi.
  Ella gli tese la mano inguantata; e and incontro alle tre dame, sola, con un
passo ritmico e leggero.  Dava una sovrana grazia alla sua  persona  e  al  suo
passo il lungo strascico bianco, poich l'ampiezza e la pesantezza del broccato
contrastavano  con l'esilit della cintura.  Andrea,  seguendola con gli occhi,
ripeteva mentalmente la frase di lei:  Son venuta per voi soltanto.    -  Ella
era pur cos bella,  per lui,  per lui solo! - Subitamente, dal fondo del cuore
gli  si  lev  un  resto  dell'amarezza  che  vi  avevano   messa   le   parole
dell'Angelieri.  L'orchestra lanciavasi con impeto in una ripresa.  Ed egli non
dimentic mai n quelle note,  n lo splendor della stoffa trascinata,  n  una
minima  piega,  n  una  minima ombra,  n alcuna particolarit di quel momento
supremo.



  Elena, dopo poco, aveva lasciato il palazzo Farnese, quasi di nascosto, senza
prender congedo n da Andrea n da alcun altro.  Era dunque  rimasta  al  ballo
appena mezz'ora. L'amante l'aveva cercata per tutte le sale, a lungo e invano.
  La  mattina  seguente,  egli  mand  un  servo al palazzo Barberini per avere
notizie di lei; e seppe ch'ella stava male.  La sera and di persona,  sperando
d'esser  ricevuto;  ma  una camerista gli disse che la signora soffriva molto e
che non poteva vedere nessuno.  Il sabato,  verso  le  cinque  del  pomeriggio,
torn, sempre sperando.
  Egli usciva dalla casa Zuccari,  a piedi. Era un tramonto paonazzo e cinereo,
un poi lugubre,  che a poco a poco si stendeva su Roma come un  velario  greve.
Intorno  alla  fontana  della  piazza  Barberini  i  fanali  gi ardevano,  con
fiammelle pallidissime,  come ceri intorno a  un  feretro;  e  il  Tritone  non
gittava acqua, forse per causa d'un restauro o d'una pulitura. Venivano gi per
la  disceva carri tirati da due o da tre cavalli messi in file e torme d'operai
tornanti dalle opere nuove. Alcuni,  allacciati per le braccia,  si dondolavano
cantando a squarciagola una canzone impudica.
  Egli si ferm,  per lasciarli passare. Due o tre di quelle figure rossastre e
bieche gli rimasero impresse. Not che un carrettiere aveva una mano fasciata e
le fasce macchiate di sangue. Anche, not un altro carrettiere in ginocchio sul
carro, che aveva la faccia livida, le occhiaie cave,  la bocca contratta,  come
un  uomo attossicato.  Le parole della canzone si mescevano ai gridi gutturali,
ai colpi delle fruste,  al rumore delle ruote,  al tintinnio dei sonagli,  alle
ingiurie, alle bestemmie, alle aspre risa.
  La  sua  tristezza  s'aggrav.  Egli si trovava in una disposizion di spirito
strana. La sensibilit dei suoi nervi era cos acuta che ogni minima sensazione
a lui data dalle cose esteriori pareva una ferita profonda.  Mentre un pensiero
fisso occupava e tormentava tutto il suo essere, egli aveva tutto il suo essere
esposto  agli urti della vita circostante.  Contro ogni alienazione della mente
ed ogni inerzia della volont,  i suoi sensi rimanevano vigili ed attivi;  e di
quell'attivit egli aveva una conscienza non esatta.  I gruppi delle sensazioni
gli attraversavano d'improvviso lo spirito,  simili a grandi  fantasmagorie  in
una oscurit;  e lo turbavano e sbigottivano.  Le nuvole del tramonto, la forma
del Tritone cupa in un cerchio  di  fanali  smorti,  quella  discesa  barbarica
d'uomini bestiali e di giumenti enormi,  quelle grida,  quelle canzoni,  quelle
bestemmie esasperavano la sua tristezza,  gli suscitavano nel  cuore  un  timor
vago, non so che presentimento tragico.
  Una  carrozza chiusa usciva dal giardino.  Egli vide chinarsi al cristallo un
volto di donna,  in atto di saluto;  ma non lo riconobbe.  Il palazzo  levavasi
d'innanzi a lui,  ampio come una reggia;  le vetrate del primo piano brillavano
di riflessi  violacei;  su  la  sommit  indugiava  un  bagliore  fievole;  dal
vestibolo usciva un'altra carrozza chiusa.
   Se potessi vederla!   egli pens,  soffermandosi.  Rallentava il passo, per
prolungare l'incertezza e la speranza.  Ella gli pareva  assai  lontana,  quasi
perduta, in quell'edificio cos vasto.
  La  carrozza  si  ferm;  e  un  signore  mise il capo fuori dello sportello,
chiamando:
  - Andrea!
  Era il duca di Grimiti, un parente.
  - Vai dalla Scerni? - chiese colui con un sorriso fine.
  - S, - rispose Andrea - a prendere notizie. Tu sai,  malata.
  - Lo so. Vengo di l. Sta meglio.
  - Riceve?
  - Me, no. Ma potr forse ricever te.
  E il Grimiti  si  mise  a  ridere  maliziosamente,  tra  il  fumo  della  sua
sigaretta.
  - Non capisco - fece Andrea, serio.
  -  Bada;  si  dice  gi  che tu sia in favore.  L'ho saputo iersera,  in casa
Pallavicini; da una tua amica: te lo giuro.
  Andrea fece un atto d'impazienza e si volt per andarsene.
  - Bonne chance!. - gli grid il duca.
  Andrea entr sotto il portico.  In fondo a lui,  la vanit godeva  di  quella
diceria gi sorta.  Egli ora si sentiva pi sicuro,  pi leggero,  quasi lieto,
pieno d'un intimo compiacimento.  Le parole del Grimiti gli avevano d'un tratto
sollevato  gli  spiriti,  come un sorso d'un liquor cordiale.  Mentre saliva le
scale,  gli cresceva  la  speranza.  Giunto  avanti  alla  porta,  aspett  per
contenere l'ansia. Suon.
  Il servo lo riconobbe; e disse sbito:
  -  Se  il signor conte ha la bont d'attendere un momento,  vado ad avvertire
Madamoiselle..
  Egli assent;  e si mise a passeggiare su e gi per la vasta  anticamera  ove
gli pareva ripercuotersi forte il tumulto del suo sangue.  Le lanterne di ferro
battuto  illuminavano  inegualmente  il  cuoio  delle  pareti,  le  cassapanche
scolpite,  i busti antichi su' piedistalli di broccatello. Sotto il baldacchino
splendeva di ricami l'impresa ducale;  un liocorno d'oro  in  campo  rosso.  In
mezzo a un tavolo,  un piatto di bronzo era colmo di biglietti;  e,  gittandovi
gli occhi sopra, Andrea vide quello recente del Grimiti.   Bonne chance!.  
Gli risonava ancor negli orecchi l'augurio ironico.
  Madamoiselle. apparve, dicendo:
  -  La  duchessa  sta  un  poco meglio.  Credo che il conte potr passare,  un
momento. Venga, di grazia, con me.
  Ella era una donna di giovent gi sfiorita,  piuttosto sottile,  vestita  di
nero,  con  due  occhi  grigi che scintillavano singolarmente tra i falsi ricci
biondicci.  Aveva il passo e il gesto lievissimi,  quasi furtivi,  come di  chi
abbia  la  consuetudine di vivere intorno agli infermi o di attendere ad uffici
delicati o di eseguire ordini di segretezza.
  - Venga, signor conte.
  Ella precedeva Andrea, lungo le stanze appena rischiarate, su i tappeti folti
che attenuavano ogni rumore;  e il giovine,  pur nell'irrefrenabile tumulto del
suo  spirito,  provava  contro  di lei un senso istintivo di repulsione,  senza
sapere perch.
  Giunta innanzi a una porta che coprivano due  bande  di  tappezzeria  medcea
orlate di velluto rosso, ella si ferm, dicendo:
  - Entro prima io, ad annunziarla. Attenda qui.
  Una voce di dentro, la voce di Elena, chiam:
  - Cristina!
  Andrea  si  sent tremar le vene con tal furia a quel suono inaspettato,  che
pens:  Ecco,  ora vengo meno.   Aveva come  l'antiveggenza  indistinta  d'una
qualche  felicit  soprannaturale,  superante la sua aspettazione,  avanzante i
suoi sogni, soverchiante le sue forze.  - Ella era l,  oltre quella soglia.  -
Ogni  nozione  della  realit  fuggiva dal suo spirito.  Gli pareva d'aver,  un
tempo, pittoricamente o poeticamente imaginata una simile avventura d'amore, in
quello stesso modo,  con quello stesso apparato,  con quello stesso fondo,  con
quello  stesso mistero;  e un altro.,  un suo personaggio imaginario,  n'era
l'eroe. Ora,  per uno strano fenomeno fantastico,  quella ideal finzione d'arte
confondevasi  col  caso  reale;  ed  egli  provava  un  senso  inesprimibile di
smarrimento.  - Ciascuna banda  di  arazzo  recava  una  figura  simbolica.  Il
Silenzio e il Sonno, due efebi, svelti e lunghi quali avrebbe potuto disegnarli
il Primaticcio bolognese,  custodivano la porta.  Ed egli,  egli proprio, eravi
d'innanzi, in attesa; ed oltre la soglia, forse nel letto,  respirava la divina
amante. - Egli credeva udire il respiro di lei nel palpito delle sue arterie.
  Madamoiselle.  usc,  alfine.  Tenendo  sollevato  con  la  mano  il grave
tessuto, disse a voce bassa, con un sorriso:
  - Pu entrare.
  E si ritrasse. Andrea entr.
  Ebbe, da prima, l'impressione d'un'aria assai calda,  quasi soffocante: sent
nell'aria  l'odor  singolare  del  cloroformio;  scorse  qualche  cosa di rosso
nell'ombra, il damasco rosso delle pareti, i cortinaggi del letto;  ud la voce
stanca di Elena, che mormorava:
  - Vi ringrazio, Andrea, d'esser venuto. Sto meglio.
  Un  poco  esitando,  poich  non  vedeva  distintamente  le  cose a quel lume
fievole, s'avanz fino al letto.
  Ella sorrideva, col capo affondato su i guanciali, supina,  nella mezz'ombra.
Una  zona di lana bianca le fasciava la fronte e le gote,  passando di sotto al
mento, come un soggolo monacale; n la pelle del volto era men bianca di quella
fascia.  Gli angoli esterni delle palpebre si restringevano per  la  contrazion
dolorosa  dei  nervi  infiammati;  a  intervalli la palpebra inferiore aveva un
piccolo tremolio involontario; e l'occhio era umido, infinitamente soave,  come
velato da una lacrima che non potesse sgorgare,  quasi implorante,  fra i cigli
che trepidavano.
  Una immensa tenerezza invase il cuore del giovine,  quando la vide da presso.
Elena  trasse fuori una mano e gliela tese,  con un gesto assai lento.  Egli si
chin, quasi in ginocchio contro la proda del letto; e si mise a coprir di baci
rapidi e leggeri quella mano che ardeva, quel polso che batteva forte.
  - Elena! Elena! Mio amore!
  Elena aveva chiuso gli occhi,  come per gustare pi intimamente  il  rivo  di
piacere  che  le  saliva  dal  braccio e le si effondeva a sommo del petto e le
s'insinuava nelle fibre pi segrete.  Volgeva la mano,  sotto la bocca di  lui,
per  sentire  i baci su la palma,  sul dosso,  tra le dita,  intorno intorno al
polso, su tutte le vene, in tutti i pori.
  - Basta!  - mormor,  riaprendo gli occhi;  e con la mano che le parve un poi
intorpidita sfior i capelli d'Andrea.
  In  quella carezza cos tenue era tanto abbandono che fu su l'anima di lui la
foglia di rosa sul calice colmo. La passione trabocc. Gli tremavano le labbra,
sotto l'onda confusa di parole ch'egli non conosceva,  ch'egli non  profferiva.
Aveva la sensazione violenta e divina come d'una vita che si dilatasse oltre le
sue membra.
  -  Che  dolcezza!  Ei  vero?  - disse Elena,  sommessa,  ripetendo quel gesto
blando.  E un brivido visibile le corse  la  persona,  a  traverso  le  coperte
pesanti.
  Poich Andrea fece l'atto di prenderle di nuovo la mano, ella pregava...
  - No... Cos, resta cos! Mi piaci!
  Premendogli la tempia,  lo costrinse a posare il capo su la sponda,  per modo
ch'egli sentiva contro una guancia la forma del ginocchio  di  lei.  Lo  guard
quindi  ella  un  poco,  pur  sempre accarezzandogli i capelli;  e con una voce
morente di delizia,  mentre le passava tr cigli qualche cosa come  un  baleno
bianco, soggiunse, allungando le parole:
  - Quanto mi piaci!
  Un  inesprimibile allettamento voluttuoso era nell'apertura delle sue labbra,
quando pronunziava la prima sillaba di quel verbo cos liquido  e  sensuale  in
bocca a una donna.
  -  Ancora!  -  mormor  l'amante,  i  cui sensi languivano di passione,  alla
carezza delle dita, alla lusinga della voce di lei. - Ancora! Dimmi! Parla!
  - Mi piaci! - ripeteva Elena, vedendo ch'egli la guardava fiso nelle labbra e
forse conoscendo il fascino ch'ella emanava con quella parola.
  Poi tacquero ambedue.  L'uno sentiva la presenza dell'altra fluire e mescersi
nel suo sangue, finch questo divenne la vita di lei e il sangue di lei la vita
sua.  Un  silenzio  profondo ingrandiva la stanza;  il crocifisso di Guido Reni
faceva religiosa l'ombra dei cortinaggi;  il romore dell'Urbe giungeva come  il
murmure d'un flutto assai lontano.
  Allora,  con un movimento repentino,  Elena si sollev sul letto, strinse fra
le due palme il capo  del  giovine,  l'attir,  gli  alit  sul  volto  il  suo
desiderio, lo baci, ricadde, gli si offerse.
  Dopo,  una immensa tristezza la invase; la occup l'oscura tristezza che  in
fondo a tutte le felicit umane,  come alla foce di tutti  i  fiumi    l'acqua
amara.  Ella, giacendo, teneva le braccia fuori dalla coperta abbandonate lungo
i fianchi, le mani supine, quasi morte, agitate di tratto in tratto da un lieve
sussulto;  e guardava Andrea,  con gli  occhi  bene  aperti,  con  uno  sguardo
continuo,  immobile,  intollerabile.  A una a una,  le lacrime incominciarono a
sgorgare; e scendevano per le gote a una a una, silenziosamente.
  - Elena, che hai! Dimmi: che hai? - le chiese l'amante,  prendendole i polsi,
chinandosi a suggerle dai cigli le lacrime.
  Ella stringeva forte i denti e le labbra per contenere il singulto.
  - Nulla. Addio. Lasciami; ti prego! Mi vedrai domani. Va.
  La sua voce e il suo gesto furono cos supplichevoli che Andrea obbed.
  - Addio - egli disse;  e la baci in bocca,  teneramente,  provando il sapore
delle stille salse, bagnandosi di quel caldo pianto. - Addio. Amami! Ricrdati!
  Gli parve,  rivarcando la soglia,  di udire  dietro  di  s  uno  scoppio  di
singulti.  And  innanzi,  un poi incerto,  titubante come un uomo che abbia la
vista malsicura. Gli persisteva nel senso l'odore del cloroformio,  simile a un
vapor  d'ebrezza;  ma  ad  ogni  passo  qualche cosa d'intimo gli sfuggiva,  si
disperdeva nellaria;  ed egli,  per  un  istintivo  impulso,  avrebbe  voluto
restringersi,  chiudersi,  invilupparsi, impedire quella dispersione. Le stanze
erano deserte e mute, d'innanzi. A una porta, Madamoiselle. comparve,  senza
alcun rumore di passi, senza alcun frusco di vesti, come un fantasma.
  - Di qua, signor conte. Ella non ritrova la via.
  Sorrideva  in  una  maniera  ambigua e irritante;  e la curiosit rendeva pi
pungenti i suoi occhi grigi.  Andrea non parl.  Di nuovo la presenza di quella
donna gli era molesta,  lo turbava,  gli suscitava quasi un vago ribrezzo,  gli
faceva ira.
  Appena fu sotto il portico, respir come un uomo liberato da un'angoscia.  La
fontana metteva tra gli alberi un chioccolo sommesso, rompendo a tratti in uno
strepito sonoro;  tutto il cielo risfavillava di stelle che certe nuvole lacere
avvolgevano come in lunghe capigliature cineree o in vaste  reti  nere;  fra  i
colossi di pietra, a traverso i cancelli, apparivano e sparivano i fanali delle
vetture in corsa;  spandevasi nell'aria fredda il soffio della vita urbana;  le
campane sonavano, da lungi e da presso.  Egli aveva alfine la conscienza intera
della sua felicit.
  Una felicit piena,  obliosa,  libera,  sempre novella,  tenne ambedue,  dopo
d'allora.  La passione li avvolse,  e li fece incuranti di tutto  ci  che  per
ambedue non fosse un godimento immediato.  Ambedue,  mirabilmente formati nello
spirito e nel corpo all'esercizio di tutti i  pi  alti  e  pi  rari  diletti,
ricercavano senza tregua il Sommo, l'Insuperabile, l'Inarrivabile; e giungevano
cos  oltre,  che  talvolta  una  oscura inquietudine li prendeva pur nel colmo
dell'oblio,  quasi una voce d'ammonimento salisse dal fondo dell'essere loro ad
avvertirli  d'un  ignoto  castigo,  d'un  termine  prossimo.  Dalla  stanchezza
medesima il desiderio risorgeva pi sottile,  pi  temerario,  pi  imprudente;
come  pi  s'inebriavano,  la  chimera  del loro cuore ingigantiva,  s'agitava,
generava nuovi sogni;  parevano non trovar riposo che  nello  sforzo,  come  la
fiamma non trova la vita che nella combustione.  Talvolta, una fonte di piacere
inopinata aprivasi dentro di loro,  come balza d'un tratto una polla viva sotto
le  calcagna d'un uomo che vada alla ventura per l'intrico d'un bosco;  ed essi
vi bevevano senza misura,  finch non  l'avevano  esausta.  Talvolta,  l'anima,
sotto  l'influsso  dei  desiderii,  per  un  singolar fenomeno d'allucinazione,
produceva l'imagine ingannevole d'una esistenza  pi  larga,  pi  libera,  pi
forte,   oltrapiacente ; ed essi vi s'immergevano, vi godevano, vi respiravano
come in una loro atmosfera natale. Le finezze e le delicatezze del sentimento e
dell'imaginazione succedevano agli eccessi della sensualit.
  Ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalit della carne e  dello
spirito.  Provavano  una  gioia indicibile a lacerare tutti i veli,  a palesare
tutti i segreti,  a violare tutti i misteri,  a possedersi fin nel profondo,  a
penetrarsi, a mescolarsi, a comporre un essere solo.
  - Che strano amore!  - diceva Elena,  ricordando i primissimi giorni,  il suo
male, la rapida dedizione. - Mi sarei data a te la sera stessa ch'io ti vidi.
  Ella ne provava una specie d'orgoglio. E l'amante diceva:
  - Quando udii,  quella sera,  annunziare il mio nome accanto al  tuo,  su  la
soglia,  ebbi,  non so perch, la certezza che la mia vita era legata alla tua,
per sempre!
  Essi credevano quel che  dicevano.  Rilessero  insieme  l'elegia  romana  del
Goethe:    Lass  dich,  Geliebte,  nicht  reun,  dass du mir so schnell dich
ergeben!....  Non ti pentire,  o diletta,  d'esserti cos prontamente concessa!
Credimi,  io di te non serbo alcun pensiero basso e impuro.  Gli strali d'Amore
han vario effetto: gli uni graffiano appena, e del tossico che s'insinua il suo
cuor soffre molt'anni;  bene pennuti e armati d'un ferro  aguzzo  e  vivo,  gli
altri  penetrano  nel  midollo  e  subitamente  infiammano il sangue.  Ai tempi
eroici,  quando gli dei e le dee amavano,  il  desio  seguiva  lo  sguardo,  il
godimento  seguiva  il  desio.  Credi  tu  che  la dea dell'Amore abbia a lungo
meditato quando sotto i boschetti d'Ida,  Anchise un giorno le  piacque?  E  la
Luna?  S'ella  esitava,  l'Aurora  gelosa  avrebbe  presto  risvegliato  il bel
pastore! Ero vede Leandro in piena festa,  e l'acceso amante si tuffa nell'onda
notturna.  Rea Silva,  la vergine regia,  va ad attingere acqua nel Tevere e la
ghermisce il dio... 
  Come per il divino elegiopo di Faustina,  per essi Roma  s'illuminava  d'una
voce  novella.  Ovunque  passavano,  lasciavano una memoria d'amore.  Le chiese
remote dell'Aventino: Santa Sabina su le  belle  colonne  di  marmo  pario,  il
gentil  verziere  di  Santa Maria del Priorato,  il campanile di Santa Maria in
Cosmedin, simile a un vivo stelo roseo nell'azzurro, conoscevano il loro amore.
Le ville dei cardinali e dei principi: la Villa Pamphily,  che si rimira  nelle
sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle,  ove ogni boschetto par chiuda
un nobile idillio ed ove i baluardi lapidei e  i  fusti  arborei  gareggian  di
frequenza;  la  Villa  Albani,  fredda e muta come un chiostro,  selva di marmi
effigiati e museo di bussi centenarii,  ove dai vestibili e  dai  portici,  per
mezzo  alle colonne di granito,  le cariatidi e le erme,  simboli d'immobilit,
contemplano l'immutabile simetria del verde;  e la Villa Medici  che  pare  una
foresta  di  smeraldo  ramificante  in  una  luce  soprannaturale;  e  la Villa
Ludovisi, un poi selvaggia, profumata di viole, consacrata dalla presenza della
Giunone cui Wolfgang ador,  ove in quel tempo i platani d'Oriente e i cipressi
dell'Aurora,  che  parvero  immortali,  rabbrividivano  nel  presentimento  del
mercato e della morte;  tutte le ville  gentilizie,  sovrana  gloria  di  Roma,
conoscevano  il  loro  amore.  Le  gallerie  dei quadri e delle statue: la sala
borghesiana delle Danae d'innanzi a cui Elena sorrideva quasi  rivelata,  e  la
sala  degli specchi ove l'imagine di lei passava tra i putti di Ciro Ferri e le
ghirlande di Mario dei Fiori; la camera dell'Eliodoro,  prodigiosamente animata
della  pi  forte  palpitazion  di  vita  che  il Sanzio abbia saputo infondere
nell'inerzia d'una parete, e l'appartamento dei Borgia,  ove la grande fantasia
del  Pinturicchio si svolge in un miracoloso tessuto d'istorie,  di favole,  di
sogni, di capricci, di artifizi e di ardiri;  la stanza di Galatea,  per ove si
diffonde non so che pura freschezza e che serenit inestinguibile di luce, e il
gabinetto  dell'Ermafrodito,  ove lo stupendo mostro,  nato dalla volutt d'una
ninfa e d'un semidio, stende la sua forma ambigua tra il rifulgere delle pietre
fini; tutte le solitarie sedi della Bellezza conoscevano il loro amore.
  Essi comprendevano l'alto grido del poeta:  Eine Welt zwar    bist  Du,  o
Rom!.  Tu sei un mondo, o Roma! Ma senza l'amore il mondo non sarebbe il mondo,
Roma stessa non sarebbe Roma.   E la scala della  Trinit,  glorificata  dalla
lenta  ascensione  del  Giorno,  era la scala della Felicit,  per l'ascensione
della bellissima Elena Muti.
  Elena spesso piacevasi di salire per quei  gradini  al  buen  retiro.  del
palazzo Zuccari.  Saliva piano, seguendo l'ombra; ma l'anima sua correva rapida
alla cima.  Ben molte ore gaudiose misur il piccolo teschio d'avorio  dedicato
ad Ippolita,  che Elena talvolta accostava all'orecchio con un gesto infantile,
mentre premeva l'altra guancia sul petto dell'amante,  per ascoltare insieme la
fuga  degli  attimi  e  il  battito  del cuore.  Andrea le pareva sempre nuovo.
Talvolta,  ella rimaneva quasi attonita d'innanzi all'infaticabile vitalit  di
quello spirito e di quel corpo.  Talvolta,  le carezze di lui le strappavano un
grido in cui esalavasi tutto il terribile spasimo dell'essere sopraffatto dalla
violenza della sensazione.  Talvolta,  fra le braccia di lui,  la occupava  una
specie  di torpore quasi direi veggente,  in cui ella credeva divenire,  per la
transfusione d'un'altra vita, una creatura diafana, leggera, fluida,  penetrata
d'un  elemento  immateriale,  purissima;  mentre  tutte le pulsazioni nella lor
moltitudine le davano imagine  del  tremito  innumerevole  d'un  mar  calmo  in
estate.  Anche,  talvolta,  fra le braccia,  sul petto di lui, dopo le carezze,
ella sentiva dentro di s la volutt acquietarsi, agguagliarsi,  addormentarsi,
a  similitudine  di un'acqua estuante che a poco a poco si posi;  ma se l'amato
respirava pi forte o appena appena si muoveva,  ella sentiva di nuovo  un'onda
ineffabile  attraversarla  dal  capo    piedi,  vibrare diminuendo,  e infine
morire. Questa  spiritualizzazione  del gaudio carnale, causata dalla perfetta
affinit dei due corpi,  era forse il pi saliente tra i  fenomeni  della  loro
passione. Elena, talvolta, aveva lacrime pi dolci dei baci.
  E  nei baci,  che dolcezza profonda!  Ci sono bocche di donne le quali paiono
accendere d'amore il respiro che le apre.  Le invermigli un  sangue  ricco  pi
d'una porpora o le geli un pallor d'agonia,  le illumini la bont d'un consenso
o le oscuri un'ombra di disdegno,  le  dischiuda  il  piacera  o  le  torca  la
sofferenza, portano sempre in loro un enigma che turba gli uomini intellettuali
e li attira e li captiva.  Un'assidua discordia tra l'espression delle labbra e
quella degli occhi genera il mistero; per che un'anima duplice vi si riveli con
diversa bellezza, lieta e triste,  gelida e passionata,  crudele e misericorde,
umile e orgogliosa,  ridente e irridente;  e l'ambiguit suscita l'inquietudine
nello  spirito  che  si  compiace  delle  cose  oscure.   Due   quattrocentisti
meditativi,  perseguitori  infaticabili  d'un Ideale raro e superno,  psicologi
acutissimi a cui si debbon forse le pi sottili analisi della fisionomia umana,
immersi di continuo nello studio e nella ricerca delle difficolt pi  ardue  e
dei  segreti  pi  occulti,  il Botticelli e il Vinci,  compresero e resero per
vario modo nell'arte loro tutta l'indefinibile seduzione di tali bocche.
  Nei baci d'Elena era, in verit, per l'amato, l'elisir sublimissimo. Di tutte
le mescolanze carnali quella pareva loro la pi  completa,  la  pi  appagante.
Credevano,  talvolta,  che il vivo fiore delle loro anime si disfacesse premuto
dalle labbra,  spargendo un succo di delizie per ogni vena insino al cuore;  e,
talvolta,  avevano  al  cuore  la sensazione illusoria come d'un frutto molle e
roscido che vi si sciogliesse.  Tanto era la congiunzion  perfetta,  che  l'una
forma  sembrava  il  natural  complemento dell'altra.  Per prolungare il sorso,
contenevano il respiro finch non si sentivan morire d'ambascia, mentre le mani
dell'una tremavan su le tempie dell'altro smarritamente.  Un bacio li prostrava
pi d'un amplesso.  Distaccati,  si guardavano, con gli occhi fluttuanti in una
nebbia torbida.  Ed ella diceva,  con  voce  un  poi  roca,  senza  sorridere:-
Moriremo.
  Talvolta,  riverso, egli chiudeva le palpebre aspettando. Ella, che conosceva
quell'artifizio, chinavasi sopra di lui con meditata lentezza, a baciarlo.  Non
sapeva  l'amato dove avrebbe ricevuto quel bacio ch'egli,  nella sua volontaria
cecit,  vagamente presentiva.  In quel minuto d'aspettazione  e  d'incertezza,
un'ansia  indescrivibile gli agitava tutte le membra,  simile nell'intensit al
raccapriccio d'un uomo bendato che sia  sotto  la  minaccia  d'un  suggello  di
fuoco.  Quando infine le labbra lo toccavano,  frenava a stento un grido.  E la
tortura di quel minuto gli piaceva;  poich non di rado  la  sofferenza  fisica
nell'amore attrae pi della blandizia.  Elena anche, per quel singolare spirito
imitativo che spinge gli amanti  a  rendere  esattamente  una  carezza,  voleva
provare.
  - Mi sembra - diceva ad occhi chiusi - che tutti i pori della mia pelle sieno
come  un  milione  di  piccole bocche anelanti alla tua,  spasimanti per essere
elette, invidiose l'una dell'altra...
  Egli allora,  per equit,  si metteva a coprirla  di  baci  rapidi  e  fitti,
trascorrendo tutto il bel corpo, non lasciando intatto alcun minimo spazio, non
allentando la sua opera mai. Ella rideva, felice, sentendosi cingere come d'una
veste  invisibile;   rideva  e  gemeva,   folle,   sentendo  la  furia  di  lui
imperversare; rideva e piangeva, perduta,  non potendo pi reggere al divorante
ardore.  Poi,  con uno sforzo repentino, faceva prigione il collo di lui fra le
sue braccia,  l'allacciava con i suoi capelli,  lo  teneva,  tutto  palpitante,
simile  a  una preda.  Egli,  stanco,  era contento di cedere e di rimaner cos
presto in quei vincoli. Guardandolo, ella esclamava:
  - Come sei giovine! Come sei giovine!
  La  giovinezza  in  lui,   contro  tutte  le  corruzioni,   contro  tutte  le
dispersioni,  resisteva,  persisteva,  a somiglianza d'un metallo inalterabile,
d'un aroma indistruttibile. Lo splendor sincero della giovinezza era,  appunto,
la qualit sua pi preziosa. Alla gran fiamma della passione, quanto in lui era
pi falso,  pi tristo,  pi arteficiato,  pi vano, si consumava come un rogo.
Dopo la resoluzion delle forze,  prodotta dall'abuso dell'analisi a  dall'azion
separata.  di  tutte  le  sfere interiori,  egli tornava ora all'unit delle
forze, dell'azione,  della vita;  riconquistava la confidenza e la spontaneit;
amava  e  godeva  giovenilmente.  Certi  suoi abbandoni parevano d'un fanciullo
inconsapevole;  certe sue fantasie erano piene di grazia,  di freschezza  e  di
ardire.
  -  Qualche  volta  -  gli  diceva  Elena  - la mia tenerezza per te si fa pi
delicata di quella d'un amante. Io non so... Diventa quasi materna.
  Andrea rideva, perch ella era maggiore appena di tre anni.
  - Qualche volta - egli diceva a lei - la comunione del mio spirito col tuo mi
par cos casta ch'io ti chiamerei sorella, baciandoti le mani.
  Queste fallaci purificazioni ed elevazioni del sentimento  avvenivano  sempre
nei  languidi  intervalli  del  piacere,  quando sul riposo della carne l'anima
provava un bisogno vago d'idealit. Allora,  anche,  risorgevano nel giovine le
idealit  dell'arte ch'egli amava;  e gli tumultuavano nell'intelletto tutte le
forme un tempo create e contemplate,  chiedendo di  uscire;  e  le  parole  del
monologo  goethiano l'incitavano.   Che pu sotto i tuoi occhi l'accesa natura?
Che pu la forma dell'arte intorno a te,  se la passionata forza creatrice  non
t'empie l'anima e non affluisce alla punta delle tue dita, incessantemente, per
riprodurre?   Il pensiero di dar gioia all'amante, con un verso numeroso o con
una linea nobile,  lo spinse all'opera.  Egli scrisse La Simona.;  e fece le
due acqueforti, dello Zodiaco. e della Tazza d'Alessandro..
  Eleggeva,   nell'esercizio  dell'arte,   gli  strumenti  difficili,   esatti,
perfetti,  incorruttibili: la metrica e l'incisione;  e intendeva proseguire  e
rinnovare  le  forme  tradizionali italiane,  con severit,  riallacciandosi ai
poeti dello stil novo.  e ai pittori che precorrono il Rinascimento.  Il suo
spirito   era   essenzialmente   formale..   Pi  che  il  pensiero,   amava
l'espressione.  I suoi  saggi  letterarii  erano  esercizii,  giuochi,  studii,
ricerche, esperimenti tecnici, curiosit. Egli pensava, con Enrico Taine, fosse
pi difficile compor sei versi belli che vincere una battaglia in campo. La sua
Favola  d'Ermafrodito.  imitava  nella struttura la Favola di Orfeo.  del
Poliziano;  ed aveva strofe di straordinaria squisitezza,  potenza e musicalit
specialmente nei cori cantati da mostri di duplice natura: dai Centauri,  dalle
Sirene e dalle Sfingi.  Questa sua nuova  tragedia,  La  Simona.,  di  breve
misura,  aveva  un  sapor  singolarissimo.  Sebbene  rimata  negli antichi modi
toscani,  pareva immaginata da un poeta inglese del secolo scorso d'Elisabetta,
sopra una novella del Decamerone.;  chiudeva in s qualche parte del dolce e
strano incanto che c' in certi drammi minori di Guglielmo Shakespeare.
  Il poeta segn cos la sua opera,  nel frontespizio dell'Esemplare Unico:  A.
S. CALCOGRAPHUS AQUA FORTI SIBI TIBI FECIT.
  Il rame l'attraeva pi della carta;  l'acido nitrico, pi dell'inchiostro; il
bulino,  pi della penna.  Gi uno dei suoi maggiori,  Giusto  Sperelli,  aveva
esperimentata l'incisione.  Alcune stampe di lui, eseguite intorno l'anno 1520,
rivelavano manifestamente l'influenza di Antonio Pollajuolo,  per la profondit
e  quasi  direi  acerbit del segno.  Andrea praticava la maniera rembrandtesca
a tratti liberi.  e  la  maniera  nera.  prediletta  dagli  acquafortisti
inglesi della scuola del Green,  del Dixon,  dell'Earlom. Egli aveva formata la
sua educazione su tutti gli esemplari,  aveva studiata partitamente la  ricerca
di ciascuno intagliatore, aveva imparato da Alberto Durero e dal Parmigiano, da
Marc'Antonio e dall'Holbein,  da Annibale Caracci e dal Marc-Ardell, da Guido e
dal Callotta, dal Toschi e da Gerardo Audran; ma l'intendimento suo,  d'innanzi
al  rame,  era  questo:  rischiarare  con  gli effetti di luce del Rembrandt le
eleganze di disegno dei Quattrocentisti fiorentini  appartenenti  alla  seconda
generazione come Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandajo e Filippino Lippi.
  I due rami recenti rappresentavano,  in due episodii d'amore,  due attitudini
della bellezza d'Elena Muti; e prendevano il titolo dagli accessorii.
  Tra le cose pi preziose possedute da Andrea Sperelli era una coperta di seta
fina, d'un colore azzurro disfatto, intorno a cui giravano i dodici segni dello
Zodiaco in ricamo, con le denominazioni Aries, Taurus, Gemini, Cancer,  Leo,
Virgo, Libra, Scorpius, Arcitenens, Caper, Amphora, Pisces. a caratteri gotici.
Il Sole trapunto d'oro occupava il centro del cerchio; le figure degli animali,
disegnate con uno stile un poi arcaico che ricordava quello dei musaici,  aveva
uno splendore straordinario; tutta quanta la stoffa pareva degna d'ammantare un
talamo imperiale. Essa, infatti,  proveniva dal corredo di Bianca Maria Sforza,
nipote di Ludovico il Moro; la quale and in sposa all'imperator Massimiliano.
  La  nudit di Elena non poteva,  in verit,  avere una pi ricca ammantatura.
Talvolta, mentre Andrea stava nell'altra stanza, ella si svestiva in furia,  si
distendeva nel letto,  sotto la coperta mirabile; e chiamava forte l'amante. Ed
a lui che accorreva ella dava imagine d'una divinit avvolta  in  una  zona  di
firmamento.  Anche,  talvolta,  volendo andare innanzi al camino, ella levavasi
dal letto traendo seco la coperta.  Freddolosa,  si stringeva addosso la  seta,
con  ambo  le  braccia;  e  camminava  a piedi nudi,  con passi brevi,  per non
implicarsi nelle pieghe abbondanti.  Il  Sole  splendevale  su  la  schiena,  a
traverso  i capelli disciolti;  lo Scorpione le prendeva una mammella;  un gran
lembo zodiacale strisciava dietro di lei,  sul tappeto,  trasportando le  rose,
s'ella le aveva gi sparse.
  L'acquaforte  rappresentava appunto Elena dormente sotto i segni celesti.  La
forma  muliebre  appariva  secondata  dalle  pieghe  della  stoffa,   col  capo
abbandonato  un poco fuor della proda del letto,  con i capelli pioventi fino a
terra,  con un braccio pendulo e l'altro posato lungo il fianco.  Le parti  non
nascoste, ossia la faccia, il sommo del petto e le braccia erano luminosissime;
e  il  bulino  aveva  reso  con  molta  potenza  lo scintillio dei ricami nella
mezz'ombra e il mistero dei simboli.  Un  alto  levriere  bianco,  Famulus.,
fratel di quello che posa la testa su le ginocchia della contessa d'Arundel nel
quadro  di  Pietro Paolo Rubens,  tendeva il collo verso la signora,  guatando,
fermo su le quattro zampe,  disegnato con una felice arditezza di  scorcio.  Il
fondo della stanza era opulento e oscuro.
  L'altra  acquaforte  riferivasi al gran bacino d'argento che Elena Muti aveva
ereditato da sua zia Flaminia.
  Questo bacino era storico: e si chiamava la  Tazza  d'Alessandro.  Fu  donato
alla  principessa di Bisenti da Cesare Borgia prima ch'ei partisse per la terra
di Francia a portare la bolla di divorzio e le dispense di matrimonio  a  Luigi
dodicesimo;  e  doveva  esser compreso fra le salmerie favolose che il Valentino port
seco nel suo ingresso a Chinon descritto dal signor  di  Brantme.  Il  disegno
delle  figure  che giravano a torno e di quelle che sorgevano dal margine delle
due estremit era attribuito al Sanzio.
  La tazza si chiamava di Alessandro perch fu composta in  memoria  di  quella
prodigiosa  a  cui  nei  vasti conviti soleva prodigiosamente bere il Macedone.
Stuoli di Sagittarii giravano intorno ai fianchi del vaso,  con tesi gli archi,
tumultuando,  nelle  attitudini  mirabili  di  quelli i quali Raffaello dipinse
ignudi saettanti contro l'Erma nel fresco che sta nella sala borghesiana ornata
da Giovan Francesco Bolognesi.  Inseguivano una gran  Chimera  che  sorgeva  su
dall'orlo,  come un'ansa,  alla estremit del vaso,  mentre dalla parte opposta
balzava il giovine sagittario Bellerofonte con l'arco  teso  contro  il  mostro
nato  di  Tifone.  Gli  ornamenti  della  base  e  dell'orlo  erano  d'una rara
leggiadria. L'interno era dorato, come quel d'un ciborio. Il metallo era sonoro
come uno strumento.  Il peso era di trecento libbre.  La forma tutta quanta era
armoniosa.
  Spesso,  per  capriccio,  Elena  Muti  prendeva  in quella tazza il suo bagno
mattutino.  Ella vi si poteva bene immergere,  se non distendere,  con tutta la
persona;  e  nulla,  in  verit,  eguagliava  la  suprema  grazia di quel corpo
raccolto nell'acqua che la doratura  tingeva  d'un  indescrivibile  tenuit  di
riflessi, poich il metallo non era argento ancora e l'oro moriva.
  Invaghito di tre forme diversamente eleganti,  cio della donna, della tazza,
e del veltro,  l'acquafortista trov una composizione di linee  bellissima.  La
donna,  ignuda,  in  piedi,  entro il bacino,  appoggiandosi con una mano su la
sporgenza della Chimera e con l'altra su quella di  Bellerofonte,  protendevasi
innanzi  ad  irridere  il  cane  che,  piegato  in  arco  su le zampe anteriori
abbassate e su le posteriori diritte,  a simiglianza di un felino quando spicca
il  salto,  ergeva  verso di lei il muso lungo e sottile come quel d'un luccio,
argutamente.
  Non mai Andrea Sperelli aveva con pi  ardore  goduta  e  sofferta  l'intenta
ansiet dell'artefice in vigilare l'azion dell'acido cieca e irreparabile;  non
mai aveva con pi ardore acuita la  pazienza  nella  sottilissima  opera  della
punta  secca  su  le  asprezze  dei  passaggi.  Egli  era nato.,  in verit,
calcografo, come Luca d'Olanda. Possedeva una scienza mirabile (ch'era forse un
raro senso) di tutte le minime particolarit di  tempo  e  di  grado  le  quali
concorrono  a infinitamente variare sul rame l'efficacia dell'acqua forte.  Non
la pratica,  non la diligenza,  non la intelligenza soltanto,  ma  specie  quel
natio  senso  quasi  infallibile  l'avvertiva  del momento giusto,  dell'attimo
puntuale,  in cui la corrosione giungeva a dare tal preciso valor  d'ombra  che
nell'intenzion  dell'artefice  doveva avere la stampa.  E nel padroneggiar cos
spiritualmente quell'energia bruta e quasi direi  nell'infonderle  uno  spirito
d'arte e nel sentir non so che occulta rispondenza di misura tra il battere del
polso e il progressivo mordere dell'acido,  era il suo inebriante orgoglio,  la
sua tormentosa gioia.
  Pareva ad Elena esser deificata dall'amante,  come  l'Isotta  riminese  nelle
indistruttibili  medaglie  che  Sigismondo  Malatesta fece coniare in gloria di
lei.
  Ma ella,  nei giorni appunto in  cui  Andrea  attendeva  all'opera,  diveniva
triste e taciturna e sospirosa,  quasi l'occupasse un'interna angoscia.  Aveva,
d'improvviso,  effusioni di tenerezza cos struggenti,  miste di lacrime  e  di
singhiozzi mal frenati,  che il giovine rimaneva attonito,  in sospetto,  senza
comprendere.
  Una sera, tornavano a cavallo, dall'Abentino, gi per la via di Santa Sabina,
avendo ancora negli occhi la gran visione dei palazzi imperiali incendiati  dal
tramonto,  rossi  di  fiamma  tra i cipressi nerastri che penetrava una polvere
d'oro.  Cavalcavano in silenzio,  poich la tristezza di Elena erasi comunicata
all'amante. D'innanzi a Santa Sabina, questi ferm il baio, dicendo:
  - Ti ricordi?
  Alcune galline,  che beccavano in pace tra i ciuffi d'erba,  si dispersero ai
latrati di Famulus..  Lo spiazzo,  invaso dalle gramigne,  era tranquillo  e
modesto  come  il  sagrato d'un villaggio;  ma i muri avevano quella luminosit
singolare che riflettesi dagli edifizi di Roma  nell'ora di Tiziano ,
  Elena anche sost.
  - Come pare lontano, quel giorno! - disse, con un poi di tremito nella voce.
  Infatti,  quella memoria si perdeva nel tempo indefinitamente,  quasi che  il
loro  amore  durasse da molti mesi,  da molti anni.  Le parole di Elena avevano
suscitato  nell'animo  di  Andrea  la  strana   illusione   e,   insieme,   una
inquietudine.  Elena  si  mise  a  ricordare  tutte  le particolarit di quella
visita,  fatta in un pomeriggio di  gennaio,  sotto  un  sole  primaverile.  Si
diffondeva nelle minuzie, insistendo; e di tratto in tratto interrompevasi come
chi segua,  oltre le sue parole, un pensiero non espresso. Andrea cred sentire
nella voce di lei il rimpianto.  - Che rimpiangeva ella mai?  Il loro amore non
vedeva d'innanzi a s giorni anche pi dolci? La primavera non teneva gi Roma?
- Egli,  perplesso,  quasi non l'ascoltava pi. I cavalli scendevano, al passo,
l'uno a fianco dell'altro, talvolta respirando forte dalle froge o accostando i
musi come per confidarsi un secreto. Famulus.  andava su e gi,  in perpetua
corsa.
  -  Ti  ricordi  -  seguitava Elena - ti ricordi di quel frate che ci venne ad
aprire, quando sonammo la campanella?
  - S, s...
  - Come ci guard stupefatto! Era piccolo piccolo, senza barba,  tutto rugoso.
Ci lasci soli nell'atrio,  per andare a prendere le chiavi della chiesa;  e tu
mi baciasti. Ti ricordi?
  - S.
  - E tutti quei barili, nell'atrio! E quell'odore di vino,  mentre il frate ci
spiegava le storie intagliate nella porta di cipresso! E poi, la Madonna del
Rosario.!  Ti ricordi?  La spiegazione ti fece ridere;  e io sentendoti ridere,
non potei frenarmi;  e ridemmo tanto innanzi a quel poveretto che si confuse  e
non apr pi bocca neanche all'ultimo per dirti grazie...
  Dopo un intervallo, ella riprese:
  - E a Sant'Alessio,  quando tu non volevi lasciarmi vedere la cupola pel buco
della serratura! Come ridemmo, anche l!
  Tacque,  di nuovo.  Veniva su per la strada una compagnia  d'uomini  con  una
bara,  seguitata da una carrozza pubblica,  piena di parenti che piangevano. Il
morto andava al cimitero degli Israeliti. Era un funerale muto e freddo.  Tutti
quegli uomini,  dal naso adunco e dagli occhi rapaci,  si somigliavano tra loro
come consanguinei.
  Affinch la compagnia passasse, i due cavalli si divisero, prendendo ciascuno
un lato,  rasente il muro;  e gli amanti si guardarono,  al di sopra del morto,
sentendosi crescere la tristezza.
  Quando si riaccostarono, Andrea domand:
  - Ma tu che hai? A che pensi?
  Ella  esit,  prima  di  rispondere.  Teneva  gli  occhi  abbassati sul collo
dell'animale, accarezzandolo col pomo del frustino, irresoluta e pallida.
  - A che pensi? - ripet il giovine.
  - Ebbene, te lo dir. Io parto mercoled, non so per quanto tempo;  forse per
molto,  per sempre;  non so...  Quest'amore si rompe,  per colpa mia; ma non mi
chiedere come,  non mi chiedere perch,  non mi chiedere nulla: ti  prego!  Non
potrei risponderti.
  Andrea  la guard,  quasi incredulo.  La cosa gli pareva cos impossibile che
non gli fece dolore.
  - Tu dici per gioco;  vero Elena?
  Ella scosse la testa, negando, poich le si era chiusa la gola; e subitamente
spinse al trotto il cavallo.  Dietro di loro,  le campane di Santa Sabina e  di
Santa  Prisca  cominciarono  a  suonare,  nel  crepuscolo.  Essi  trottavano in
silenzio,  suscitando gli echi sotto gli archi,  sotto i  templi,  nelle  ruine
solitarie  e  vacue.  Lasciarono  a  sinistra  San Giorgio in Velabro che aveva
ancora un bagliore vermiglio su i mattoni del campanile,  come nel giorno della
felicit.  Costeggiarono  il  Fro  romano,  il Fro di Nerva,  gi occupati da
un'ombra azzurrognola, simile a quella dei ghiacciai nella notte.  Si fermarono
all'Arco dei Pantani, dove li attendevano gli staffieri e le carrozze.
  Appena  fuor  di sella,  Elena tese la mano ad Andrea,  evitando di guardarlo
negli occhi. Pareva ch'ella avesse gran fretta di allontanarsi.
  - Ebbene? - le chiese Andrea, aiutandola a montar nel legno.
  - A domani. Stasera, no.



  Il commiato su la via Nomentana, qell'adieu au grand air. voluto da Elena,
non isciolse alcuno dei dubbi che Andrea aveva nell'animo. - Quali erano mai le
cagioni occulte  di  quella  partenza  subitanea?  -  Invano  egli  cercava  di
penetrare il mistero; i dubii l'opprimevano.
  Nei primi giorni,  gli assalti del dolore e del desiderio furono cos crudeli
ch'egli credeva morirne. La gelosia, che dopo le prime apparite erasi dileguata
innanzi  all'assiduo  ardore  di  Elena,   risorgeva  in  lui   destata   dalle
imaginazioni  impure;  e  il  sospetto  che  un  uomo  potesse  nascondersi  in
quell'oscuro intrico, gli dava un tormento insopportabile. Talvolta,  contro la
donna lontana, l'invadeva una bassa ira, un rancore pien d'amarezza, e quasi un
bisogno di vendetta, come s'ella lo avesse ingannato e tradito per abbandonarsi
a  un  altro  amante.  Anche,  talvolta credeva di non desiderarla pi,  di non
amarla pi, di non averla mai amata; ed era in lui un fenomeno non nuovo questa
cessazion momentanea d'un sentimento,  questa specie di sincope spirituale che,
per  esempio,  gli  rendeva completamente estranea in mezzo alla gente la donna
diletta e gli permetteva d'assistere a un gaio pranzo un'ora dopo  aver  bevute
le  lacrime di lei.  Ma quegli oblii non duravano.  La primavera romana fioriva
con inaudita letizia: la citt di travertino e di mattone sorbiva la luce, come
un'avida selva;  le fontane papali si levavano in un cielo  pi  diafano  d'una
gemma;  la piazza di Spagna odorava come un roseto;  e la Trinit dei Monti, in
cima alla scala popolata di putti, pareva un duomo d'oro.
  Alle incitazioni che gli venivano dalla nuova bellezza di Roma, quanto in lui
rimaneva del fascino di quella donna,  nel sangue e nell'anima,  ravvivavasi  e
raccendevasi. Ed egli era turbato, fin nel profondo, da invincibili angosce, da
implacabili tumulti,  da indefinibili languori, che somigliavano un poco quelli
della pubert. Una sera, in casa Dolcebuono, dopo un t, essendo rimasto ultimo
nel salone tutto pieno di fiori e ancor vibrante d'una Cachoucha.  del Raff,
egli parl d'amore a Donna Bianca;  e non se ne pent,  n in quella sera n in
seguito.
  La sua avventura con Elena Muti era ormai notissima come,  o prima o  poi,  o
pi  o  meno,  nella  societ elegante di Roma e in ogni altra societ son note
tutte le avventure e tutte le  flirtations..  Le  precauzioni  non  valgono.
Ciascuno  ivi    cos  buon  conoscitore  della mimica erotica,  che gli basta
sorprendere un gesto o un'attitudine o uno sguardo per avere un sicuro indizio,
mentre gli amanti, o coloro che son per divenire tali, non sospettano. Inoltre,
ci sono in ogni societ alcuni curiosi che fan professione di  scoprire  e  che
vanno  su  le vestigia degli amori altrui con non minor perseveranza dei segugi
in traccia di selvaggina.  Essi  sono  sempre  vigili  e  non  paiono;  colgono
infallibilmente una parola mormorata, un sorriso tenue, un piccolo sussulto, un
lieve rossore,  un baleno d'occhi; nei balli, nelle grandi feste, dove sono pi
probabili le imprudenze,  girano di continuo,  sanno insinuarsi nel pi  fitto,
con un'arte straordinaria,  come nelle moltitudini i borsaiuoli; e l'orecchio 
teso a rapire un frammento di dialogo,  l'occhio  pronto  dietro  il  luccicor
della lente,  a notare una stretta,  una languidezza,  un fremito,  la pression
nervosa d'una mano feminea su la spalla d'un danzatore.
  Un terribile segugio era, per esempio,  Don Filippo del Monte,  il commensale
della marchesa d'Ateleta.  Ma,  in verit,  Elena Muti non si preoccupava molto
delle maldicenze mondane; e in questa sua ultima passione era giunta a temerit
quasi folli.  Ella copriva ogni ardimento con la sua bellezza,  col suo  lusso,
col  suo  alto nome;  e passava pur sempre inchinata,  ammirata,  adulata,  per
quella  certa  molle  tolleranza  che    una   delle   pi   amabili   qualit
dell'aristocrazia  quirite  e  che  le  viene  forse  appunto  dall'abuso della
mormorazione.
  Or dunque l'avventura  aveva,  d'un  tratto,  inalzato  Andrea  Sperelli,  in
conspetto delle dame, a un alto grado di potere. Un'aura di favore l'avvolse; e
la  sua  fortuna,  in  poco  tempo,  divenne  meravigliosa.  Un  fenomeno assai
frequente, nelle societ moderne,  il contagio del desiderio. Un uomo, che sia
stato amato da una donna di pregi singolari, eccita nelle altre l'imaginazione;
e ciascuna arde di possederlo, per vanit e per curiosit,  a gara.  Il fascino
di  Don Giovanni  pi nella sua fama che nella sua persona.  Inoltre,  giovava
allo Sperelli quel certo nome ch'egli  aveva  d'artista  misterioso;  ed  erano
rimasti celebri due sonetti,  scritti nell'albo della principessa di Ferentino,
nei quali come in un dittico ambiguo egli aveva lodato una  bocca  diabolica  e
una  bocca  angelica,  quella che perde le anime e quella che dice Ave..  La
gente volgare non imagina quali profondi  e  nuovi  godimenti  l'aureola  della
gloria,  anche pallida o falsa, porti all'amore. Un amante oscuro, avesse anche
la forza di Ercole e la bellezza d'Ippolito e la grazia d'Ila,  non  mai  potr
dare  all'amata  le  delizie che l'artista,  forse inconsapevolmente,  versa in
abondanza negli ambiziosi spiriti feminili.  Gran dolcezza  dev'essere  per  la
vanit  di  una  donna il poter dire: - In ciascuna lettera ch'egli mi scrive 
forse la pi pura fiamma del suo intelletto a cui mi  riscalder  io  sola;  in
ciascuna carezza egli perde una parte della sua volont e della sua forza;  e i
suoi pi alti sogni di gloria cadono nelle pieghe della mia veste,  nei  cerchi
che segna il mio respiro!
  Andrea Sperelli non esit un istante d'innanzi alle lusinghe. A quella specie
di raccoglimento,  prodotto in lui dal dominio unico di Elena, succedeva ora il
dissolvimento.  Non pi tenute dall'ignea fascia che le stringeva ad unit,  le
sue  forze  tornavano  al  primitivo  disordine.  Non  potendo pi conformarsi,
adeguarsi,   assimilarsi  a  una  superior  forma  dominatrice,   l'anima  sua,
camaleontica,   mutabile,  fluida,  virtuale  si  trasformava,  si  difformava,
prendeva tutte le forme.  Egli passava dall'uno all'altro amore con incredibile
leggerezza;  vagheggiava  nel  tempo  medesimo  diversi amori;  tesseva,  senza
scrupolo, una gran trama d'inganni, di finzioni,  di menzogne,  d'insidie,  per
raccogliere il maggior numero di prede. L'abitudine della falsit gli ottundeva
la conscienza. Per la continua mancanza della riflessione, egli diveniva a poco
a poco impenetrabile a s stesso, rimaneva fuori del suo mistero. A poco a poco
egli quasi giungeva a non vedere pi la sua vita interiore, in quella guisa che
l'emisfero  esterno  della  terra  non  vede  il  sole  pur  essendogli  legato
indissolubilmente.  Sempre vivo,  spietatamente vivo,  era in lui  un  istinto:
l'istinto  del  distacco  da  tutto  ci che l'attraeva senza avvincerlo.  E la
volont,  disutile come una spada di cattiva tempra,  pendeva al fianco  di  un
ebro o di un inerte.
  Il ricordo di Elena talvolta, risorgendo d'improvviso, lo riempiva; ed egli o
cercava  di sottrarsi alle malinconie del rimpianto o piacevasi invece rivivere
nella imaginazione viziata l'eccessivit di quella vita, per averne uno stimolo
ai nuovi amori.  Ripeteva a s stesso le parole del lied.:  Ricorda i giorni
spenti!  E metti su le labbra della seconda. baci soavi quanto quelli che tu
davi alla prima.,  non  gran tempo!   Ma  gi  la  seconda  eragli  uscita
dall'anima.  Egli aveva parlato d'amore a Donna Bianca Dolcebuono, da principio
senza quasi pensarci,  istintivamente attratto forse per virt di un indefinito
riflesso  che  a colei veniva dall'essere amica di Elena.  Forse germogliava il
piccolo seme di simpatia che avevan gittato in lui  le  parole  della  contessa
fiorentina, al pranzo in casa Doria. Chi sa dire per quale misterioso procedere
un  qualunque  contatto spirituale  o materiale tra un uomo e una donna,  anche
insignificante,  pu generare ed alimentare in ambedue un  sentimento  latente,
innavvertito,  insospettato,  che  dopo  molto  tempo  le  circostanze  faranno
emergere d'un tratto?  Ei il fenomeno medesimo che noi riscontriamo nell'ordine
intellettuale,  quando  il  germe  d'un  pensiero  o  l'ombra  d'una imagine si
ripresentano  d'un  tratto,   dopo  un  lungo  intervallo,   per  uno  sviluppo
inconsciente, elaborati in imagine compiuta, in pensiero complesso. Le medesime
leggi  governano tutte le attivit del nostro essere;  e le attivit di cui noi
siam consapevoli non sono che una parte delle nostre attivit.
  Donna Bianca Dolcebuono era l'ideal tipo della bellezza fiorentina,  quale fu
reso  dal Ghirlandajo nel ritratto di Giovanna Tornabuoni,  ch' in Santa Maria
Novella. Aveva un chiaro volto ovale, la fronte larga alta e candida,  la bocca
mite,  il naso un poco rilevato, gli occhi di quel color tan oscuro lodato dal
Firenzuola. Prediligeva disporre i capelli con abbondanza su le tempie,  fino a
mezzo  delle guance,  alla foggia antica.  Ben le conveniva il cognome,  poich
ella portava nella vita mondana una bont nativa,  una grande  indulgenza,  una
cortesia  per tutti eguale,  e una parlatura melodiosa.  Era,  insomma,  una di
quelle donne amabili,  senza profondit n di spirito n d'intelletto,  un poco
indolenti, che sembrano nate a vivere in piacevolezza e a cullarsi nei discreti
amori come gli uccelli su gli alberi fiorenti.
  Quando ud le frasi di Andrea, ella esclam, con un grazioso stupore:
  - Dimenticate Elena cos presto?
  Poi,  dopo alcuni giorni di graziose esitazioni,  le piacque di cedere; e non
di rado ella parlava d'Elena al giovine infedele, senza gelosia, candidamente.
  - Ma perch mai sar partita prima del solito,  quest'anno?  - gli chiese una
volta, sorridendo.
  - Io non so - rispose Andrea, senza poter nascondere un poi d'impazienza e di
amarezza.
  - Tutto, proprio,  finito?
  - Bianca,  vi prego, parliamo di noi! - interruppe egli con la voce alterata,
poich quei discorsi lo turbavano e irritavano.
  Ella rimase un momento pensosa, come se volesse sciogliere un enigma;  quindi
sorrise  scotendo  la  testa,  come  se  rinunziasse,  con  una fugace ombra di
malinconia su gli occhi.
  - Cos  l'amore.
  E rese all'amante le carezze.
  Andrea, possedendola,  possedeva in lei tutte le gentili donne fiorentine del
Quattrocento, alle quali cantava il Magnifico:

          Ei si vede in ogni lato
          Che 'l proverbio dice il vero,
          Che ciascun muta pensiero
          Come l'occhio  separato.
          Vedesi cambiare amore:
          Come l'occhio sta di lunge,
          Cos sta di lunge il core:
          Perch appresso un altro il punge.
          Col qual tosto ei si congiunge
          Con piacere e con diletto....

  Allorch,  nell'estate, ella era per partire, disse, prendendo congedo, senza
nascondere la sua commozione gentile:
  - Io so che, quando ci rivedremo, voi non mi amerete pi. Cos  l'amore.  Ma
ricordatevi di un'amica!
  Egli non l'amava.  Pure,  nelle giornate calde e tediose, certe molli cadenze
della voce di lei gli tornavan nell'anima  come  la  magia  d'una  rima  e  gli
suscitavano  la  visione  d'un giardin fresco d'acque pel quale ella andasse in
compagnia d'altre donne sonando e cantando come in una vignetta del Sogno di
Polifilo..
  E Donna Bianca si dilegu.  E vennero altre,  talvolta in coppia:  Barbarella
Viti,  la mascula.,  che aveva una superba testa di giovinetto, tutta quanta
dorata e fulgente come certe teste giudee del Rembrandt; la contessa di Lcoli,
la dama delle turchesi,  una Circe di Dosso Dossi,  con  due  bellissimi  occhi
pieni di perfidia, varianti come i mari d'autunno, grigi, azzurri, risplendenti
di quella prodigiosa carnagione,  composta di luce, di rose e di latte, che han
soltanto i babies.  delle grandi famiglie inglesi nelle tele  del  Reynolds,
del  Gainsborough  e  del Lawrences;  la marchesa Du Deffand,  una bellezza del
Direttorio,  una Rcamier,  dal lungo e puro ovale,  dal collo di cigno,  dalle
mammelle  saglienti,  dalle  braccia bacchiche;  Donna Isotta Cellesi,  la dama
degli  smeraldi,  che  volgeva  con  una  lenta  maest  divina  la  sua  testa
d'imperatrice  tra lo scintillio delle enormi gemme ereditarie;  la principessa
Kalliwoda, la dama senza gioielli, che nella fragilit delle sue forme chiudeva
nervi d'acciaio per il piacere,  e su la cerea delicatezza dei suoi  lineamenti
apriva due voraci occhi leonini, gli occhi d'uno Scita.
  Ciascuno  di  questi  amori  port  a lui una degradazione novella;  ciascuno
l'inebri d'una cattiva ebrezza,  senza appagarlo;  ciascuno  gli  insegn  una
qualche particolarit e sottilit del vizio a lui ancora ignota.  Egli aveva in
s i germi di tutte le  infezioni.  Corrompendosi,  corrompeva.  La  frode  gli
invescava l'anima,  come d'una qualche materia viscida e fredda che ogni giorno
divenisse pi tenace.  Il  pervertimento  dei  sensi  gli  faceva  ricercare  e
rilevare nelle sue amanti quel ch'era in loro men nobile e men puro.  Una bassa
curiosit lo spingeva a scieglier le donne che avevan peggior fama;  un  crudel
gusto di contaminazione lo spingeva a sedurre le donne che avean fama migliore.
Fra  le braccia dell'una egli si ricordava d'una carezza dell'altra,  d'un modo
di volutt appreso dall'altra.  Talvolta (e fu,  in ispecie,  quando la notizia
delle  seconde  nozze  di  Elena  Muti  gli riapr per qualche tempo la ferita)
piacevasi di sovrapporre alla nudit presente le evocate nudit di Elena  e  di
servirsi  della forma reale come d'un appoggio sul qual godere la forma ideale.
Nutriva l'imagine con uno sforzo  intenso,  finch  l'imaginazione  giungeva  a
possedere l'ombra quasi creata.
  Pur  tuttavia  egli  non  aveva  culto  per  le memorie dell'antica felicit.
Talvolta, anzi, quelle gli davano un appiglio a una qualunque avventura.  Nella
Galleria Borghese,  per esempio,  nella memore sala degli specchi, egli ottenne
da Lilian Theed la prima promessa;  nella Villa Medici,  su per la memore scala
verde  che  conduce  al Belvedere,  egli intrecci le sue dita alle lunghe dita
d'Anglique Du Deffand;  e il piccolo teschio d'avorio appartenuto al cardinale
Immenraet,  il  gioiello  mortuario  segnato  del  nome d'Ippolita oscura,  gli
suscit il capriccio di tentare Donna Ippolita Albonico.
  Questa dama aveva nella sua persona una grande aria di  nobilt,  somigliando
un  poco  a  Maria  Maddalena  d'Austria,  moglie di Cosimo II dei Medici,  nel
ritratto di Giusto Suttermans,  ch' in Firenze,  dai Corsini.  Amava gli abiti
suntuosi,  i broccati, i velluti, i merletti. I larghi collari medcei parevano
la foggia meglio adatta a far risaltare la bellezza della sua testa superba.
  In una giornata di corse,  su la tribuna,  Andrea Sperelli voleva ottenere da
Donna  Ippolita  ch'ella  andasse  la dimane al palazzo Zuccari per prendere il
misterioso avorio dedicato  a  lei.  Ella  si  schermiva,  ondeggiando  tra  la
prudenza e la curiosit.  Ad ogni frase del giovine un poi ardita, corrugava le
sopracciglia mentre un sorriso involontario le sforzava  la  bocca;  e  la  sua
testa,  sotto  il  cappello ornato di piume bianche,  sul fondo dell'ombrellino
ornato di merletti bianchi, era in un momento di singolare armonia.
  - Tibi, Hippolyta!. Dunque venite? Io vi aspetter tutto il giorno,  dalle
due fino a sera. Va bene?
  - Ma siete pazzo?
  -  Di  che  temete?  Io  giuro alla Maest Vostra di non toglierle nuppure un
guanto. Rimarr seduta come in un trono, secondo il suo regal costume; e, anche
prendendo una tazza di te,  potr non posare lo scettro  invisibile  che  porta
sempre nella destra imperiosa. Ei concessa la grazia, a questi patti?
  - No.
  Ma  ella  sorrideva,  poich compiacevasi di sentir rilevare quell'aspetto di
regalit ch'era la sua gloria. E Andrea Sperelli continuava a tentarla,  sempre
in  tono  di  scherzo o di preghiera,  unendo alla seduzione della sua voce uno
sguardo continuo, sottile,  penetrante,  quello sguardo indefinibile che sembra
svestire  le  donne,  vederle ignude a traverso le vesti,  toccarle su la pelle
viva.
  - Non voglio che mi guardiate cos - disse Donna Ippolita, quasi offesa,  con
un lieve rossore.
  Su la tribuna eran rimaste poche persone.  Signore e signori passeggiavano su
l'erba,   lungo  lo  steccato,   o  circondavano  il  cavallo   vittorioso,   o
scommettevano  coi  publici scommettitori urlanti,  sotto l'incostanza del sole
che appariva e spariva fra i molti arcipelaghi delle nuvole.
  - Scendiamo -  ella  soggiunse,  non  accorgendosi  degli  occhi  seguaci  di
Giannetto Rtolo che stava appoggiato alla ringhiera della scala.
  Quando, per discendere, passarono d'innanzi a colui, lo Sperelli disse:
  - Addio, marchese, a poi. Correremo.
  Il  Rtolo s'inchin profondamente a Donna Ippolita;  e una sbita fiamma gli
color la faccia.  Eragli parso di sentire nel saluto  del  conte  una  leggera
irrisione.  Rimase alla ringhiera,  seguendo sempre con gli occhi la coppia nel
recinto. Visibilmente, soffriva.
  - Rtolo,  alle vedette!  - fecegli,  con un riso malvagio,  la  contessa  di
Lcoli passando a braccio con Don Filippo del Monte, gi per la scala di ferro.
  Egli sent la punta nel mezzo del cuore.  Donna Ippolita e il conte d'Ugenta,
dopo essere giunti fin  sotto  la  specola  dei  giudici,  tornavano  verso  la
tribuna.  La dama teneva il bastone dell'ombrellino su la spalla, girandolo fra
le dita;  la cupola bianca le roteava dietro la schiena,  come un'aureola,  e i
molti merletti s'agitavano e si sollevavano incessantemente. Entro quel cerchio
mobile  ella  di  tratto in tratto rideva alle parole del giovine;  e ancora un
lieve rossore tingeva la nobile pallidezza del suo volto.  Di tratto in tratto,
i due si soffermavano.
  Giannetto  Rtolo,  fingendo di voler osservare i cavalli che entravano nella
pista, volse il binocolo fra i due. Visibilmente,  gli tremavano le mani.  Ogni
sorriso,  ogni  gesto,  ogni  attitudine di Ippolita gli dava un atroce dolore.
Quando abbass il binocolo,  egli era assai smorto.  Aveva sorpreso negli occhi
dell'amata,  che  si  posavano  su  lo  Sperelli,  quello  sguardo  ch'egli ben
conosceva poich n'era stato, un tempo,  illuminato di speranza.  Gli parve che
tutto  ruinasse  intorno  a  lui.  Un  lungo  amore finiva,  troncato da quello
sguardo, irreparabilmente. Il sole non era pi il sole;  la vita non era pi la
vita.
  La  tribuna  si ripopolava rapidamente,  gi che il segnale della terza corsa
era prossimo. Le dame salivano in piedi su i sedili.  Un mormorio correva lungo
i gradi,  simile a un vento sopra un giardino in pendio. La campanella squill.
I cavalli partirono come un gruppo di saette.
  -  Correr  in  onor  vostro,   Donna  Ippolita  -  disse   Andrea   Sperelli
all'Albonico,  prendendo  congedo  per andare a prepararsi alla seguente corsa,
ch'era di gentiluomini. - Tibi, Hippolyta, semper!.
  Ella gli strinse  la  mano,  forte,  per  augurio,  non  pensando  che  anche
Giannetto Rtolo stava fra i contenditori.  Quando vide,  poco oltre,  l'amante
pallido scender gi per  la  scala,  l'ingenua  crudelt  dell'indifferenza  le
regnava nei belli occhi oscuri.  Il vecchio amore le cadeva dall'anima,  pari a
una spoglia inerte,  per l'invasione del nuovo.  Ella  non  apparteneva  pi  a
quell'uomo;  non  gli  era  legata  da  nessun  legame.  Non  concepibile come
prontamente e intieramente rientri nel possesso del proprio cuore la donna  che
non ama pi.
   Egli  me  l'ha  presa    pens  colui,  camminando  verso  la  tribuna  del
Jockey-club.,  su l'erba che parevagli s'affondasse sotto i suoi piedi  come
un'arena.  Davanti, a poca distanza, camminava l'altro, con un passo disinvolto
e  sicuro.  La  persona  alta  e  snella,  nell'abito  cinerino,  aveva  quella
particolare  inimitabile  eleganza che sol pu dare il lignaggio.  Egli fumava.
Giannetto Rtolo,  venendo dietro,  sentiva l'odore della  sigaretta,  ad  ogni
buffo di fumo;  ed era per lui un fastidio insopportabile,  un disgusto che gli
saliva dalle viscere, come contro un veleno.
  Il duca Beffi e Paolo Caligro stavano su la soglia, gi in assetto di corsa.
Il duca si chinava su le gambe aperte,  con un movimento ginnico,  per  provare
l'elasticit dei suoi calzoni di pelle o la forza dei suoi ginocchi. Il piccolo
Caligro imprecava alla pioggia della notte, che aveva reso pesante il terreno.
  -  Ora  -  disse  allo  Sperelli  - tu hai molte probabilit,  con Miching
Mallecho..
  Giannetto Rtolo ud quel presagio, ed ebbe al cuore una fitta. Egli riponeva
nella vittoria una vaga speranza.  Nella sua imaginazione  vedeva  gli  effetti
d'una corsa vinta e d'un duello fortunato, contro il nemico. Spogliandosi, ogni
suo gesto tradiva la preoccupazione.
  -  Ecco un uomo che,  prima di montare a cavallo,  vede aperta la sepoltura -
disse il duca di Beffi, posandogli una mano su la spalla, con un atto comico. -
Ecce homo novus..
  Andrea Sperelli,  il quale in tal momento aveva gli spiriti gai,  ruppe in un
di quei suoi franchi scoppi di risa,  ch'erano la pi seducente effusione della
sua giovinezza.
  - Perch ridete,  voi?  - gli  chiese  Rtolo,  pallidissimo,  fuori  di  s,
fissandolo di sotto ai sopraccigli corrugati.
  -  Mi pare - rispose lo Sperelli,  senza turbarsi - che voi mi parliate in un
tono assai vivo, caro marchese.
  - Ebbene?
  - Pensate del mio riso quel che pi vi piace.
  - Penso che  sciocco.
  Lo Sperelli balz in piedi, fece un passo,  e lev contro Giannetto Rtolo il
frustino.  Paolo Caligro giunse a trattenergli il barccio, per prodigio. Altre
parole irruppero. Sopravvenne Don Marcantonio Spada; ud l'alterco, e disse:
  - Basta, figliuoli. Sapete ambedue quel che dovrete fare domani. Ora,  dovete
correre.
  I  due avversari compirono la lor vestizione,  in silenzio.  Quindi uscirono.
Gi la notizia del litigio s'era sparsa nel recinto e saliva su per le tribune,
ad accrescere l'aspettazion della corsa.  La contessa di Lcoli,  con raffinata
perfidia,  la diede a Donna Ippolita Albonico. Questa, non lasciando trasparire
alcun turbamento, disse:
  - Mi dispiace. Parevano amici.
  La diceria si  diffondeva,  trasformandosi,  per  le  belle  bocche  feminee.
Intorno  ai  publici scommettitori ferveva la folla.  Miching Mallecho.,  il
cavallo del conte d'Ugenta,  e Brummel.,  il cavallo  del  marchese  Rtolo,
erano i favoriti;  venivano poi Satirist. del duca di Beffi e Carbonilla.
del conte Caligro.  I  buoni  conoscidori  per  diffidavano  dei  due  primi,
pensando  che  la  concitazion  nervosa  dei  due  cavalieri avrebbe certamente
nociuto alla corsa.
  Ma Andrea Sperelli era calmo, quasi allegro.
  Il sentimento della sua superiorit su  l'avversario  l'assicurava;  inoltre,
quella  tendenza  cavalleresca  alle avventure perigliose,  ereditata dal padre
byroneggiante, gli faceva vedere il suo caso in una luce di gloria;  e tutta la
nativa generosit del suo sangue giovenile risvegliavasi, d'innanzi al rischio.
Donna  Ippolita Albonico,  d'un tratto,  gli si levava in cima dell'anima,  pi
desiderabile e pi bella.
  Egli and incontro al suo cavallo, con il cuor palpitante, come incontro a un
amico che gli portasse l'annunzio aspettato d'una fortuna.  Gli palp il  muso,
con  dolcezza;  e  l'occhio  dell'animale,  quell'occhio  ove brillava tutta la
nobilt della razza per una inestinguibile fiamma,  l'inebri come  lo  sguardo
magnetico di una donna.
  -  Mallecho.,  -  mormorava,  palpandolo  -  una gran giornata!  Dobbiamo
vincere.
  Il suo trainer.,  un omuncolo rossiccio,  figgendo le pupille acute su gli
altri cavalli che passavano portati a mano dai palafrenieri, disse, con la voce
roca:
  - No doubt..
  Miching Mallecho esq..  era un magnifico baio,  proveniente dalle scuderie
del barone di Soubeyran.  Univa alla slanciata eleganza delle forme una potenza
di  reni straordinaria.  Dal pelo lucido e fino,  di sotto a cui apparivano gli
intichi delle vene sul petto e su le  cosce,  pareva  esalare  quasi  un  fuoco
vaporoso,  tanto era l'ardore della sua vitalit.  Fortissimo nel salto,  aveva
portato assai spesso nelle cacce il suo signore,  di l da tutti gli  ostacoli,
non  rifiutandosi  d'innanzi  a  una triplice filagna o d'innanzi a una maceria
mai,  sempre alla coda dei  cani,  intrepidamente.  Un  hop.  del  cavaliere
l'incitava pi d'un colpo di sperone; e una carezza lo faceva fremere.
  Prima di montare, Andrea esamin attentamente tutta la bardatura, si assicur
d'ogni  fibbia  e  d'ogni  cinghia;  quindi  balz  in  sella,  sorridendo.  Il
trainer.  dimostr con un espressivo gesto  la  sua  fiducia,  guardando  il
padrone allontanarsi.
  Intorno  alle  tabelle  delle  quote persisteva la folla degli scommettitori.
Andrea sent su la sua persona tutti gli sguardi.  Volse gli occhi alla tribuna
destra  per vedere l'Albonico,  ma non pot distinguer nulla tra la moltitudine
delle dame.  Salut da presso Lilian Theed a cui eran ben  noti  i  galoppi  di
Mallecho. dietro le volpi e dietro le chimere. La marchesa d'Ateleta fece da
lontano un atto di rimprovero, poich aveva saputo l'alterco.
  - Com' quotato Mallecho.? - chiese egli a Ludovico Barbarisi.
  Andando al punto di partenza,  egli pensava freddamente al metodo che avrebbe
tenuto per vincere;  e guardava i suoi tre  competitori,  che  lo  precedevano,
calcolando la forza e la scienza di ciascuno.  Paolo Caligro era un demonio di
malizia,  rotto a tutte le  furberie  del  mestiere,  come  un  jockey.;  ma
Carbonilla.,  sebbene  veloce,  era  di  poca resistenza.  Il duca di Beffi,
cavaliere d'alta scuola,  che aveva vinto pi d'un  match.  in  Inghilterra,
montava  un  animale d'umor difficile,  che poteva rifiutarsi innanzi a qualche
ostacolo.  Giannetto Rtolo invece ne  montava  uno  eccellente  ed  assai  ben
disciplinato; ma sebben forte, egli era troppo impetuoso e prendeva parte a una
corsa  publica  per  la prima volta.  Inoltre,  doveva trovarsi in uno stato di
nervosit terribile, come da molti segni appariva.
  Andrea pensava,  guardandolo:  La mia vittoria d'oggi influir sul duello  di
domani,  senza dubbio.  Egli perder la testa, certo, qui e l. Io debbo essere
calmo, su tutt'e due i campi.  Poi, anche, pens:  Quale sar l'animo di Donna
Ippolita?   Gli parve che intorno ci fosse un silenzio  insolito.  Misur  con
l'occhio  la  distanza  fino  alla  prima  siepe;  not  su  la  pista un sasso
luccicante; s'accorse d'essere osservato dal Rtolo;  ebbe un fremito per tutta
la persona.
  La campanella diede il segnale;  ma Brummel. aveva gi preso lo slancio; e
la partenza quindi,  non essendo stata contemporanea,  fu ritenuta  non  buona.
Anche la seconda fu una falsa partenza, per colpa di Brummel.. Lo Sperelli e
il duca di Beffi si sorrisero fuggevolmente.
  La  terza  partenza  fu valida.  Brummel.,  sbito,  si stacc dal gruppo,
radendo lo steccato. Gli altri tre cavalli seguirono di pari, per un tratto;  e
saltarono  la  prima  siepe,  felicemente;  poi,  la seconda.  Ciascuno dei tre
cavalieri faceva un gioco diverso.  Il duca di Beffi cercava di mantenersi  nel
gruppo perch d'innanzi agli ostacoli Satirist. fosse istigato dall'esempio.
Il Caligro moderava la foga di Carbonilla.,  a conservarle le forze per gli
ultimi cinquecento metri.  Andrea Sperelli aumentava gradatamente la  velocit,
volendo incalzare il suo nemico in prossimit dell'ostacolo pi difficile. Poco
dopo,  infatti,  Mallecho.  avanz  i  due  compagni e si diede a serrare da
presso Brummel..
  Il Rtolo sent dietro di s il  galoppo  incalzante,  e  fu  preso  da  tale
ansiet  che non vide pi nulla.  Tutto alla vista gli si confuse,  come s'egli
fosse per perdere gli spiriti.  Faceva uno sforzo immenso per  tenere  piantati
gli speroni nel ventre del cavallo; e lo sbigottiva il pensiero che le forze lo
abbandonassero.  Aveva  negli  orecchi  un rombo continuo,  e in mezzo al rombo
udiva il grido breve e secco d'Andrea Sperelli.
  - Hop! Hop!.
  Sensibilissimo alla voce pi che ad  ogni  altra  instigazione,  Mallecho.
divorava  l'intervallo  di  distanza,  non era pi che a tre o quattro metri da
Brummel., stava per raggiungerlo, per superarlo.
  - Hop!.
  Un'altra barriera attraversava la pista. Il Rtolo non la vide,  poich aveva
smarrita  ogni  conscienza,  conservando  solo  un  furioso  istinto di aderire
all'animale e di spingerlo innanzi, alla ventura. Brummel.  salt;  ma,  non
coadiuvato  dal cavaliere,  urt le zampe posteriori e ricadde dall'altra parte
cos male che il cavaliere perse le staffe,  pur  restando  in  sella.  Seguit
tuttavia  a  correre.  Andrea  Sperelli  teneva  ora il primo posto;  Giannetto
Rtolo,  senza aver recuperato le staffe,  veniva secondo,  incalzato da  Paolo
Caligro;  il duca di Beffi, avendo sofferto da Satirist. un rifiuto, veniva
ultimo.  Passarono sotto  le  tribune,  in  quest'ordine;  udirono  un  clamore
confuso, che si dilegu.
  Su  le  tribune,  tutti  gli  animi  stavan  sospesi nell'attenzione.  Alcuni
indicavano ad alta voce le vicende della corsa.  Ad ogni mutamento  nell'ordine
dei cavalli, molte esclamazioni si levavano tra un lungo mormorio; e le dame ne
avevano  un  fremito.  Donna  Ippolita  Albonico,  ritta  in  piedi sul sedile,
appoggiandosi alle spalle del marito il quale era sotto di lei,  guardava senza
mai  mutarsi,  con  una  meravigliosa  padronanza;  se non che le labbra troppo
chiuse e un leggerissimo increspamento della fronte potevan forse rivelare a un
indagatore lo sforzo.  A un certo punto,  ritrasse dalle spalle del  marito  le
mani per tema di tradirsi con un qualche involontario moto.
  - Sperelli  caduto - annunzi a voce alta la contessa di Lcoli.
  Mallecho.,  infatti,  saltando,  aveva  messo  un piede in fallo su l'erba
umida ed erasi piegato su le ginocchia, rialzandosi immediatamente.  Andrea gli
era passato dal collo, senza danno; e con una prontezza fulminea era tornato in
sella,  mentre il Rtolo e il Caligro sopraggiungevano.  Brummel.,  sebbene
offeso alle zampe posteriori,  faceva prodigi,  per virt del suo sangue  puro.
Carbonilla.  infine  spiegava  tutta  la  sua  velocit,  condotta  con arte
mirabile dal suo cavaliere. Mancavano circa ottocento metri alla mta.
  Lo Sperelli vide la vittoria fuggirgli;  ma raccolse tutti  gli  spiriti  per
riafferrarla.  Teso  su le staffe,  curvo su la criniera,  gittava di tratto in
tratto quel grido breve, sile,  penetrante,  che aveva tanto potere sul nobile
animale.  Mentre Brummel.  e Carbonilla., affaticati sul terreno pesante,
perdevano vigore, Mallecho. aumentava la veemenza del suo slancio, stava per
riconquistare il suo posto,  gi sfiorava la vittoria con la fiamma  delle  sue
narici. Dopo l'ultimo ostacolo, avendo superato Brummel., raggiungeva con la
testa  la spalla di Carbonilla..  A circa cento metri dalla mta,  radeva lo
steccato, avanti,  avanti,  lasciando dietro di s e la morella del Caligro lo
spazio di dieci  lunghezze .  La campana squill; un applauso rison per tutte
le tribune, come il crepitar sordo di una grandine; un clamore si propag nella
folla su la prateria inondata dal sole.
  Andrea Sperelli rientrando nel recinto pensava:  La fortuna  con  me,  oggi.
Sar  con  me  anche  domani?   Sentendo venire a s l'aura del trionfo,  ebbe
contro  l'oscuro  pericolo  quasi  una  sollevazion   d'ira.   Avrebbe   voluto
affrontarlo sbito,  in quello stesso giorno, in quella stessa ora, senza altro
indugio, per godere una duplice vittoria e per mordere quindi al frutto che gli
offriva la mano di Donna Ippolita.  Tutto il suo essere accendevasi  d'orgoglio
selvaggio, al pensiero di posseder quella bianca e superba donna per diritto di
conquista violenta. L'imaginazione gli fingeva un gaudio non mai provato, quasi
direi  una volutt d'altri tempi,  quando i gentiluomini scioglievano i capelli
delle amasie con mani omicide e  carezzevoli,  affondandovi  la  fronte  ancora
grondante  per  la  fatica  dell'abbattimento  e  la  bocca  ancora amara delle
profferte ingiurie. Egli era invaso da quella inesplicabile ebrezza che dnno a
certi uomini d'intelletto l'esercizio della  forza  fisica,  l'esperimento  del
coraggio,  la  rivelazione  dell  brutalit.  Quel che in fondo a noi  rimasto
della ferocia originale torna al sommo talvolta  con  una  strana  veemenza  ed
anche  sotto la meschina gentilezza dell'abito moderno il nostro cuore talvolta
si gonfia di non so  che  smania  sanguinaria  ed  anela  alla  strage.  Andrea
Sperelli  aspirava  la calda ed acre esalazion del suo cavallo,  pienamente,  e
nessuno di quanti delicati profumi egli aveva  fin  allora  preferiti,  nessuno
aveva mai dato al suo senso un pi acuto piacere.
  Appena  smont,  fu  accerchiato  da amiche e da amici che si congratulavano.
Miching Mallecho., sfinito,  tutto fumante e spumante,  sbuffava protendendo
il  collo e scotendo le briglie.  I suoi fianchi s'abbassavano e si sollevavano
con un moto continuo, cos forte che pareva scoppiare;  i suoi muscoli sotto la
pelle  tremavano  come  le  corde  degli  archi  dopo  lo scocco;  i suoi occhi
iniettati di sangue e dilatati avevano ora l'atrocit di quelli d'una fiera; il
suo pelo,  ora interrotto da larghe chiazze pi oscure,  si apriva qua e  l  a
spiga sotto i rivoli del sudore; la vibrazione incessante di tutto il suo corpo
faceva pena e tenerezza, come la sofferenza d'una creatura umana.
  - Poor fellow!. - mormor Lilian Theed.
  Andrea gli esamin i ginocchi per veder se la caduta li avesse offesi.  Erano
intatti. Allora,  battendolo pianamente in sul collo,  gli disse con un accento
indefinibile di dolcezza:
  - Va, Mallecho., va.
  E lo riguard allontanarsi.
  Poi,  avendo  lasciato  l'abito  di corsa,  cerc di Ludovico Barbarisi e del
barone di Santa Margherita.
  Ambedue accettarono l'incarico di assisterlo  nella  questione  col  marchese
Rtolo. Egli li preg di sollecitare.
  - Stabilite, dentro questa sera, ogni cosa. Domani, all'una dopo mezzogiorno,
io  debbo  essere gi libero.  Ma domattina lasciatemi dormire almeno fino alle
nove. Io pranzo dalla Ferentino;  e passer poi in casa Giustiniani;  e poi,  a
ora tarda, al Circolo. Sapete dove trovarmi. Grazie, e a rivederci, amici.
  Sal  alla  tribuna;  ma  evit  di  avvicinarsi  sbito  a  Donna  Ippolita.
Sorrideva,  sentendosi avvolgere dagli sguardi feminili.  Molte belle  mani  si
tendevano  a lui;  molte belle voci lo chiamavano familiarmente Andrea;  alcune
anzi lo chiamavan con una certa ostentazione. Le dame che avevano scommesso per
lui gli dicevano la somma della loro vincita; dieci luigi,  venti luigi.  Altre
gli domandarono, con curiosit:
  - Vi batterete?
  A  lui pareva di aver raggiunto il culmine della gloria avventurosa in un sol
giorno, meglio che il duca di Buckingham e il signor di Lauzun. Egli era uscito
vincitore da una corsa eroica,  avava acquistata una nuova amante,  magnifica e
serena  come una dogaressa;  aveva provocato un duello mortale;  ed ora passava
tranquillo e cortese, n pi n meno del solito,  fra il sorriso di tali dame a
cui  egli  conosceva  altro  che  la grazia della bocca.  Non poteva egli forse
indicare di molte un vezzo segreto o una particolare abitudine di volutt?  Non
vedeva  egli,  a traverso tutta quella chiara freschezza di stoffe primaverili,
il neo biondo, simile a una piccola moneta d'oro,  sul fianco sinistro d'Isotta
Cellesi;  o  il  ventre  incomparabile di Giulia Moceto,  polito come una coppa
d'avorio, puro come quel d'una statua,  per l'assenza perfetta di ci che nelle
sculture e nelle pitture antiche rimpiangeva il poeta del Muse secret.? Non
udiva  nella  voce  sonora  di  Barbarella  Viti un'altra indefinibile voce che
ripeteva di continuo una parola invereconda;  o  nell'ingenuo  riso  di  Aurora
Seymour un altro indefinibile suono,  rauco e gutturale,  che ricordava un poco
il rantolo dei gatti in su' focolari e il tubare delle tortore nei boschi?  Non
sapeva  le  squisite depravazioni della contessa de Lcoli che s'inspirava su i
libri erotici, su le pietre incise e su le miniature;  o gli invincibili pudori
di  Francesca Daddi che nei supremi aneliti,  come un'agonizzante,  invocava il
nome di Dio?  Quasi tutte le donne ch'egli aveva ingannato,  o che  lo  avevano
ingannato, erano l e gli sorridevano.
  -  Ecco  l'eroe!  - disse il marito dell'Albonico,  tendendogli la mano,  con
amabilit insolita, e stringendogliela forte.
  - Eroe da vero -  aggiunse  Donna  Ippolita,  col  tono  insignificante  d'un
complimento obbligato, parendo ignorare il dramma.
  Lo  Sperelli  s'inchin  e  pass oltre,  perch provava non so che imbarazzo
d'innanzi a quella strana  benevolenza  del  marito.  Un  sospetto  gli  balen
nell'animo,  che  il marito gli fosse grato d'aver attaccato briga con l'amante
della moglie; e sorrise alla vilt di quell'uomo.  Come si volse,  gli occhi di
Donna Ippolita s'incontrarono, si mescolarono con i suoi.
  Nel ritorno,  dal mail-coach. del principe di Ferentino vide fuggire verso
Roma Giannetto Rtolo con un piccolo legno a due ruote,  al trotto  fitto  d'un
gran  roano ch'egli guidava chinato avanti,  tenendo la testa bassa e il sigaro
tra i denti,  senza curarsi delle guardie che gli intimavano di mettersi  nella
fila.  Roma,  in fondo,  si disegnava oscura sopra una zona di luce gialla come
zolfo; e le statue in sommo della basilica di San Giovanni entro un ciel viola,
fuor della zona,  grandeggiavano.  Allora ebbe Andrea la conscienza intera  del
male ch'egli faceva soffrire a quell'anima.
  La sera, in casa Giustiniani, disse all'Albonico:
  - Riman dunque fermo che domani, dalle due alle cinque, io vi aspetter.
  Ella voleva chiedergli:
  - Come? non vi battete, domani?
  Ma non os. Rispose:
  - Ho promesso.
  Poco tempo dopo,  si accost ad Andrea il marito, mettendoglisi a braccio con
affettuosa premura,  per chiedergli notizie del duello.  Egli era un uomo ancor
giovine,  biondo,  elegante, con i capelli molto radi, con l'occhio biancastro,
con i due canini sporgenti fuor dalle labbra. Aveva una leggera balbuzie.
  - Dunque? Dunque? Domani, eh?
  Andrea non sapeva vincere la ripugnanza;  e teneva il braccio teso  lungo  il
fianco,  per dimostrare che non amava quella familiarit.  Come vide entrare il
barone di Santa Margherita, si liber dicendo:
  - Mi preme di parlare col Santa Margherita. Scusate, conte.
  Il barone l'accolse con queste parole:
  - Tutto  stabilito.
  - Bene. Per che ora?
  - Per le dieci e mezzo,  alla Villa  Sciarra.  Spada  e  guanto  di  sala.  A
oltranza.
  - Chi sono gli altri due?
  - Roberto Casteldieri e Carlo de Souza. Ci siamo sbrigati sbito, evitando le
formalit.  Giannetto  aveva  gi  pronti  i suoi.  Abbiamo steso il verbale di
scontro,  al Circolo,  senza discussione.  Cerca di non andare a  letto  troppo
tardi; mi raccomando. Tu devi essere stanco.
  Per  millanteria,  uscendo di casa Giustiniani,  Andrea and al Circolo delle
Cacce;  e si mise a giocare cogli sportsmen.  napoletani.  Verso le  due  il
Santa  Margherita  lo  sorprese,  lo  forz  ad abbandonare il tavolo,  e volle
ricondurlo a piedi fino al palazzo Zuccari.
  - Mio caro, - ammoniva, in cammino - tu sei troppo temerario. In questi casi,
un'imprudenza pu esser fatale.  Per conservarsi intatta la vigoria,  un  buono
spadaccino  deve  avere  a  s  medesimo  le  cure  che  ha  un buon tenore per
conservarsi la voce.  Il polso  delicato quanto la laringe;  le  articolazioni
delle  gambe  sono delicate quanto le corde vocali.  Intendi?  Il meccanismo si
risente d'ogni minimo disordine; lo strumento si guasta, non obedisce pi. Dopo
una notte d'amore o di giuoco o  di  crapula,  anche  le  stoccate  di  Camillo
Agrippa  non  potrebbero  andar  diritte  e  le parate non potrebbero essere n
esatte n veloci.  Ora,  basta sbagliare  d'un  millimetro  per  prendersi  tre
pollici di ferro in corpo.
  Erano al principio della via dei Condotti; e vedevano, al fondo, la piazza di
Spagna  illuminata  dalla piena luna,  la scala biancheggiante,  la Trinit dei
Monti alta nell'azzurro soave.
  - Tu,  certo,  - seguit il barone - hai molti vantaggi su l'avversario:  tra
gli  altri,  il  sangue  freddo e la pratica del terreno.  T'ho veduto a Parigi
contro il Gavaudan. Ti ricordi? Gran bel duello! Ti battesti come un dio.
  Andrea si mise a ridere di compiacenza.  L'elogio di quell'insigne duello gli
gonfiava  il  cuore  d'orgoglio,  gli  metteva  nei nervi una sovrabbondanza di
forze.  La sua mano,  istintivamente,  stringendo il  bastone  faceva  atto  di
ripetere  il famoso colpo che trafisse il braccio al marchese di Gavaudan il 12
dicembre del 1885.
  - Fu - egli disse - una  contro di terza  e un  filo .
  E il barone riprese:
  - Giannetto Rtolo, su la pedana,  un discreto tiratore;  sul terreno,   di
primo  impeto.  S'  battuto  una volta sola,  con mio cugino Cassbile;  e n'
uscito male. Fa molto abuso di  uno, due  e di  uno, due,  tre ,  attaccando.
Ti  gioveranno  gli    arresti in tempo  e specialmente le  inquartate .  Mio
cugino, appunto, lo buc con una  inquartata  netta, al secondo assalto.  E tu
sei un tempista forte.  Abbi per l'occhio sempre vigile,  e cerca di conservar
la misura.  Sar bene che tu non dimentichi d'avere a fronte un uomo a cui  hai
presa, dicono, l'amante e su cui hai levato il frustino.
  Erano  nella  piazza  di  Spagna.  La Barcaccia metteva un chioccolo roco ed
umile,  luccicando alla luna che  vi  si  specchiava  dall'alto  della  colonna
cattolica. Quattro o cinque vetture publiche stavano ferme, in file, coi fanali
accesi. Dalla via del Babuino giungeva un tintinnio di sonagli e un romor sordo
di passi, come d'un gregge in cammino.
  A pi della scala, il barone s'accomiat.
  -  Addio,  a  domani.  Verr  qualche minuto prima delle nove,  con Ludovico.
Tirerai due colpi,  per scioglierti.  Penseremo noi ad avvisare il medico.  Va;
dormi profondo.
  Andrea  si mise su per la scala.  Al primo ripiano si sofferm,  attirato dal
tintinnio dei sonagli,  che s'avvicinava.  Veramente,  egli si sentiva  un  poi
stanco; a anche un poi triste, in fondo al cuore. Dopo la fierezza suscitatagli
nel sangue da quel colloquio di scienza d'arme e dal ricordo della sua bravura,
una specie d'inquietudine l'invadeva,  non bene distinta,  mista di dubbio e di
scontento. I nervi,  troppo tesi in quella giornata violenta e torbida,  gli si
rilassavano  ora,  sotto la clemenza della notte primaverile.  - Perch,  senza
passione, per puro capriccio, per sola vanit, per sola prepotenza,  erasi egli
compiaciuto di sollevare un odio e di rendere dolorosa l'anima di un uomo? - Il
pensiero della orribile pena che certo doveva affliggere il suo nemico,  in una
notte cos dolce,  gli mosse quasi un senso di piet.  L'imagine di  Elena  gli
travers il cuore, in un baleno; gli tornarono nella mente le angosce durate un
anno innanzi,  quando egli l'aveva perduta,  e le gelosie,  e le collere, e gli
sconforti inesprimibili.  - Anche allora le  notti  erano  chiare,  tranquille,
solcate di profumi;  e come gli pesavano!  - Aspir l'aria,  per ove salivano i
fiati delle rose fiorite nei piccoli giardini  laterali;  e  guard  gi  nella
piazza passare il gregge.
  La   folta   lana  biancastra  delle  pecore  agglomerate  procedeva  con  un
fluttuamento continuo,  accavallandosi,  a similitudine d'un'acqua fangosa  che
inondasse  il  lastrico.  Qualche  belato tremulo mescevasi al tintinno;  altri
belati, pi sottili, pi timidi, rispondevano; i butteri gittavano di tratto in
tratto un grido e distendevano le aste, cavalcando dietro e  fianchi; la luna
dava a quel passaggio d'armenti, per mezzo alla gran citt addormentata, non so
che mistero quasi di cosa veduta in sogno.
  Andrea si ricord che in una notte serena di febbraio,  uscendo da  un  ballo
dell'Ambasciata  inglese  nella  via  Venti  Settembre,  egli  ed Elena avevano
incontrata una mandra;  e la carrozza aveva dovuto fermarsi.  Elena,  china  al
cristallo,  guardava  le  pecore passar rasente le ruote e indicava gli agnelli
pi piccoli,  un un'allegria infantile;  ed egli teneva il suo viso accosto  al
viso di lei,  socchiudendo gli occhi,  ascoltando lo scalpicco,  i belati,  il
tintinno.
  Perch mai gli tornavano ora tutte quelle  memorie  di  Elena?  -  Riprese  a
salire,  lentamente. Sent pi grave, nel salire, la sua stanchezza; i ginocchi
gli si piegavano.  Gli lampeggi d'improvviso il pensiero della  morte.    S'io
rimanessi  ucciso?  S'io  ricevessi  una cattiva ferita e n'avessi per tutta la
vita un impedimento?   La sua avidit di vivere e di godere si sollev  contro
quel  pensiero  lugubre.  Egli disse a s medesimo:  Bisogna vincere.   E vide
tutti i vantaggi ch'egli avrebbe avuti da quell'altra  vittoria:  il  prestigio
della sua fortuna,  la fama della sua prodezza, i baci di Donna Ippolita, nuovi
amori, nuovi godimenti, nuovi capricci.
  Allora, dominando ogni agitazione, si mise a curare l'igiene della sua forza.
Dorm fino a che non fu risvegliato dalla venuta dei due amici; prese la doccia
consueta;  fece distendere sul pavimento la striscia d'incerato;  e  invit  il
Santa  Margherita  a  tirar  due   cavazioni  e quindi il Barbarisi a un breve
assalto, durante il quale comp con esattezza parecchie azioni di tempo.
  - Ottimo pugno - disse il barone, congratulandosi.
  Dopo l'assalto,  lo Sperelli,  prese due  tazze  di  t  e  qualche  biscotto
leggero. Scelse un paio di calzoni larghi, un paio di scarpe comode e col tacco
molto basso, una camicia poco inamidata; prepar il guanto, bagnandolo alquanto
su la palma e spargendolo di pece greca in polvere: vi un una stringa di cuoio
per  fermar  l'elsa al polso;  esamin la lama e la punta delle due spade;  non
dimentic alcuna cautela, alcuna minuzia.
  Quando fu pronto, disse:
  - Andiamo.  Sar bene che ci troviamo  sul  terreno  prima  degli  altri.  Il
medico?
  Aspetta di l.
  Gi per le scale,  egli incontr il duca di Grimiti che veniva anche da parte
della marchesa d'Ateleta.
  - Vi seguir nella villa, e porter poi sbito la notizia a Francesca - disse
il duca.
  Discesero tutti insieme. Il duca sal nel suo legnetto, salutando.  Gli altri
salirono nella carrozza coperta.  Andrea non ostentava il buon umore,  perch i
motti  prima  d'un  duello  grave  gli  parevano  di  pessimo  gusto;   ma  era
tranquillissimo.   Fumava,  ascoltando  il  Santa  Margherita  e  il  Barbarisi
discutere, a proposito d'un recente caso avvenuto in terra di Francia, se fosse
o non fosse lecito adoperar la mano sinistra contro l'avversario.  Di tratto in
tratto, chinavasi allo sportello per guardar nella via.
  Roma splendeva,  nel mattino di maggio, abbracciata dal sole. Lungo la corsa,
una fontana illustrava del suo riso argenteo una piazzetta ancor nell'ombra; il
portone d'un palazzo mostrava il fondo d'un cortile  ornato  di  portici  e  di
statue;   dall'architrave  barocco  d'una  chiesa  di  travertino  pendevano  i
paramenti del mese di Maria. Sul ponte apparve il Tevere lucido fuggente tra le
case verdastre,  verso l'isola di San Bartolomeo.  Dopo un  tratto  di  salita,
apparve la citt immensa,  augusta,  radiosa,  irta di campanili,  di colonne e
d'obelischi,  incoronata di cupole e di rotonde,  nettamente  intagliata,  come
un'acropoli, nel pieno azzurro.
  - Ave,  Roma.  Moriturus te salutat.  - disse Andrea Sperelli, gittando il
residuo della sigaretta, verso l'Urbe.
  Poi soggiunse:
  - In verit, cari amici, un colpo di spada oggi mi seccherebbe.
  Erano nella Villa Sciarra,  gi per met disonorata dai fabricatori  di  case
nuove;  e  passavano  in un viale di lauri alti e snelli,  tra due spalliere di
rose.  Il Santa Margherita,  sporgendosi fuor dello  sportello,  vide  un'altra
carrozza, ferma sul piazzale, d'innanzi alla villa; e disse:
  - Ci aspettano gi.
  Guard  l'orologio.  Mancavano dieci minuti all'ora precisa.  Fece fermare il
legno; e insieme col testimone e col chirurgo si diressero verso gli avversari.
Andrea rimase nel viale, ad attendere.  Mentalmente,  si mise a svolgere alcune
azioni  di  offesa  e di difesa,  ch'egli intendeva eseguire con probabilit di
esito; ma lo distraevano i vaghi miracoli della luce e dell'ombra per l'intrico
dei lauri.  I suoi occhi erravano dietro le apparenze  dei  rami  commossi  dal
vento mattutino,  mentre il suo animo meditava la ferita; e gli alberi, gentili
come nelle amorose allegorie di Francesco Petrarca, gli facevano sospiri in sul
capo ove regnava il pensiero del buon colpo.
  Sopraggiunse a chiamarlo il Barbarisi, dicendo:
  - Siamo pronti.  Il custode ha aperto la villa.  Abbiamo  a  disposizione  le
stanze terrene; una gran comodit. Vieni a spogliarti.
  Andrea  lo segu.  Mentre si spogliava,  i due medici aprivano i loro astucci
dove riscintillavano i piccoli strumenti  d'acciaio.  Uno  era  ancor  giovine,
pallido, calvo, con le mani feminee, con la bocca un poi cruda, con un continuo
visibile  attrito  della  mandibola  inferiore  sviluppata  straordinariamente.
L'altro era gi maturo,  fatticcio,  sparso di lentiggini,  con una folta barba
rossastra,  con  un  collo  taurino.  L'uno  pareva  la  contraddizione  fisica
dell'altro;  e la lor diversit richiamava l'attenzion curiosa dello  Sperelli.
Preparavano,  sopra  un tavolo,  le fasce e l'acqua fenicata per disinfettar le
lame. L'odore dell'acido spandevasi nella stanza.
  Quando lo Sperelli fu in assetto, usc col suo testimone e con i medici,  sul
piazzale.  Ancora una volta, lo spettacolo di Roma tra le palme attrasse i suoi
sguardi e gli diede un gran palpito. L'impazienza l'invase. Egli avrebbe voluto
gi trovarsi in guardia e udire il comando dell'attacco.  Gli pareva d'aver nel
pugno il colpo decisivo, la vittoria.
  - Pronto? - gli chiese il Santa Margherita, andandogli incontro.
  - Pronto.
  Il terreno scelto era a fianco della villa, nell'ombra, sparso di fina ghiaia
e  battuto.  Giannetto  Rtolo  stava  gi  all'altra  estremit,  con  Roberto
Casteldieri e con Carlo de Souza.  Ciascuno aveva assunto un'aria grave,  quasi
solenne.  I  due  avversarii  furono  posti  l'uno  di  fronte all'altro;  e si
guardarono. Il Santa Margherita,  che aveva il comando del combattimento,  not
la  camicia  di  Giannetto  Rtolo fortemente inamidata,  troppo salda,  con il
colletto troppo alto;  e fece  osservar  la  cosa  al  Casteldieri,  ch'era  il
secondo.  Questi  parl  al suo primo;  e lo Sperelli vide il nemico accendersi
d'improvviso nel volto e con un gesto risoluto far l'atto di scamiciarsi. Egli,
con tranquillit fredda, segu l'esempio; si rimbocc i pantaloni;  prese dalle
mani del Santa Margherita il guanto,  la stringa e la spada;  si arm con molta
cura,  e quindi agit l'arma per accertarsi di averla bene impugnata.  In  quel
moto,  il  bicipite  emerse  visibilissimo,  rivelando  il  lungo esercizio del
braccio e l'acquisito vigore.
  Quando i due stesero le spade per prendere la  misura,  quella  di  Giannetto
Rtolo  oscillava  in  un  pugno convulso.  Dopo l'ammonimento d'uso intorno la
lealt, il barone di Santa Margherita comand con una voce squillante e virile:
  - Signori, in guardia!
  I due scesero in guardia nel tempo medesimo, il Rtolo battendo il piede,  lo
Sperelli inarcandosi con leggerezza.  Il Rtolo era di statura mediocre,  assai
smilzo, tutto nervi, con una faccia olivastra a cui davan fierezza le punte dei
baffi rilevate e la piccola barba acuta in sul mento,  alla maniera di Carlo  I
nei  ritratti  del  Van  Dyck.  Lo  Sperelli era pi alto,  pi slanciato,  pi
composto,  bellissimo nell'attitudine,  fermo e tranquillo in un equilibrio  di
grazia  e di forza,  con in tutta la persona una sprezzatura di grande signore.
L'uno guardava l'altro entro gli occhi;  e  ciascuno  provava  internamente  un
indefinibile  brivido  alla vista dell'altrui carne nuda contro cui appuntavasi
la lama sottile.  Nel silenzio,  udivasi il mormorio fresco della fontana misto
al frusco del vento su per i rosai rampicanti ove le innumerevoli rose bianche
e gialle tremolavano.
  - A loro! - comand il barone.
  Andrea  Sperelli  aspettava dal Rtolo un attacco impetuoso;  ma colui non si
mosse. Per un minuto, ambedue rimasero a studiarsi, senza avere il contatto del
ferro,  quasi immobili.  Lo Sperelli,  chinandosi ancor pi  su'  garretti,  in
guardia bassa,  si scoperse interamente,  col portar la spada molto in terza; e
provoc l'avversario,  con l'insolenza degli occhi e col batter del  piede.  Il
Rtolo  venne  innanzi con una finta di botta diritta,  accompagnandola con una
voce, alla maniera di certi spadaccini siciliani; e l'assalto incominci.
  Lo Sperelli non isviluppava alcuna azione decisiva,  limitandosi quasi sempre
alle  parate,  costringendo  l'avversario  a  scoprire  tutte le intenzioni,  a
esaurire tutti i mezzi,  a svolgere tutte le variet del gioco.  Parava netto e
veloce,  senza ceder terreno, con una precision mirabile, come s'ei fosse su la
pedana, in un'academia di scherma,  d'innanzi a un fioretto innocuo;  mentre il
Rtolo  attaccava  con  ardore,  accompagnando  ogni botta con un grido spento,
simile a quello degli abbattitori d'alberi in esercitar l'accetta.
  - Alt! - comand il Santa Margherita,  cui vigili occhi non isfuggiva alcun
moto delle due lame.
  E si accost al Rtolo, dicendo:
  - Ella  toccato, se non erro.
  Infatti, colui aveva una scalfittura su l'antibraccio,  ma cos lieve che non
ci  fu nemmen bisogno del taffet.  Alenava per;  e la sua estrema pallidezza,
cupa  come  un  lividore,  era  un  segno  dell'ira  contenuta.   Lo  Sperelli,
sorridendo, disse a bassa voce al Barbarisi:
  - Conosco ora il mio uomo.  Gli metter un garofano sotto la mammella destra.
Sta attento al secondo assalto.
  Poich,  senza badarci,  egli pos a terra la punta della  spada,  il  dottor
calvo,  quel  della gran mandibola,  venne a lui con la spugna imbevuta d'acqua
fenicata e disinfett di nuovo la lama.
  - Per iddio!  - mormor Andrea al Barbarisi.  - M'ha l'aria  d'un  iettatore.
Questa lama si rompe.
  Un  merlo  si  mise  a  fischiare  tra  gli  alberi.  Nei  rosai qualche rosa
sfogliavasi e  disperdevasi  al  vento.  Alcune  nuvole  a  mezz'aria  salivano
incontro al sole, rade, simili a velli di pecore; e si disfacevano in bioccoli;
e a mano a mano si dileguavano.
  - In guardia!
  Giannetto  Rtolo,  conscio  della  sua  inferiorit  al  paragon del nemico,
risolse di lavorar sotto misura,  alla disperata,  e di rompere cos ogni azion
seguita dell'altro. Egli aveva da ci la bassa statura e il corpo agile, esile,
flessibile, che offriva assai poco bersaglio ai colpi.
  - A loro!
  Andrea Sperelli sapeva gi che il Rtolo sarebbesi avanzato in quel modo, con
le  solite  finte.  Egli  stava  in guardia inarcato come una balestra pronta a
scoccare, intento per scegliere il tempo.
  - Alt! - grid il Santa Margherita.
  Il petto del Rtolo faceva un poi di sangue.  La spada dell'avversario eragli
penetrata sotto la mammella destra, ledendo i tessuti fin quasi alla costola. I
medici accorsero.  Ma il ferito disse sbito al Casteldieri,  con voce rude, in
cui sentivasi un tremito di collera:
  - Non  nulla. Voglio seguitare.
  Egli si rifiut di rientrare nella villa per la medicatura.  Il dottor calvo,
dopo aver spremuto il piccolo fro, appena sanguinante e dopo avergli fatta una
lavanda antisettica, applic un semplice pezzo di drappo; e disse:
  - Pu seguitare.
  Il  barone,  per  invito  del  Casteldieri,  senza  indugio  comand il terzo
assalto.
  - In guardia!
  Andrea Sperelli s'avvide del pericolo.  Di fronte  a  lui  il  nemico,  tutto
raccolto  su  i garretti,  quasi direi nascosto dietro la punta della sua lama,
appariva risoluto a un supremo sforzo. Gli occhi gli brillavano singolarmente e
la coscia sinistra,  per l'eccessiva tension dei muscoli,  gli  tremava  forte.
Andrea  questa  volta,  contro  l'impeto,  si preparava a gittarsi da banda per
ripetere il colpo decisivo del Cassbile,  e il disco  bianco  del  drappo  sul
petto ostile servivagli da bersaglio.  Egli ambiva rimettere ivi la stoccata ma
trovar lo spazio intercostale, non la costa. D'intorno,  il silenzio pareva pi
profondo;  tutti  gli  astanti  avevano  conscienza della volont micidiale che
animava quei due uomini;  e l'ansiet li teneva,  e li stringeva il pensiero di
dover  forse  ricondurre  a casa un morto o un morente.  Il sole,  velato dalle
pecorelle, spandeva una luce quasi lattea; le piante, or s or no,  stormivano;
il merlo fischiava ancora, invisibile.
  - A loro!
  Il Rtolo si precipit sotto misura, con due giri di spada e con una botta in
seconda.  Lo  Sperelli  par  e rispose,  facendo un passo indietro.  Il Rtolo
incalzava,  furioso,   con  stoccate  velocissime,   quasi  tutte  basse,   non
accompagnandole  pi  con  i  gridi.  Lo Sperelli,  senza sconcertarsi a quella
furia, volendo evitare un incontro, parava forte e rispondeva con tale acredine
che ogni sua botta avrebbe potuto passar fuor fuora il nemico.  La  coscia  del
Rtolo, presso l'inguine, sanguinava.
  - Alt! - tuon il Santa Margherita quando se n'accorse.
  Ma in quell'attimo appunto lo Sperelli,  facendo una parata di quarta bassa e
non trovando il ferro avversario,  ricev in pieno torace  un  colpo;  e  cadde
tramortito su le braccia del Barbarisi.
  -  Ferita  toracica,  al  quarto  spazio  intercostale destro,  penetrante in
cavit, con lesione superficiale del polmone - annuzi nella stanza, quand'ebbe
osservato, il chirurgo taurino.



Libro secondo.

  La convalescenza ei una purificazione e un rinascimento.  Non  mai  il  senso
della  vita  soave come dopo l'angoscia del male;  e non mai l'anima umana pi
inclina alla bont e alla fede come  dopo  aver  guardato  negli  abissi  della
morte.  Comprende  l'uomo,  nel  guarire,  che  il pensiero,  il desiderio,  la
volont,  la conscienza della vita non sono la vita.  Qualche cosa  in lui pi
vigile del pensiero, pi continua del desiderio, pi potente della volont, pi
profonda anche della conscienza;  ed  la sostanza,  la natura dell'essere suo.
Comprende egli cha la sua vita reale  quella, dir cos, non vissuta da lui; 
il complesso delle sensazioni involontarie, spontanee, incoscienti,  istintive;
   l'attivit   armoniosa   e   misteriosa   della   vegetazione  animale;   
l'impercettibile  sviluppo  di   tutte   le   metamorfosi   e   di   tutte   le
rinnovellazioni.   Quella   vita   appunto  in  lui  compie  i  miracoli  della
convalescenza: richiude le piaghe,  ripara  le  perdite,  riallaccia  le  trame
infrante,  rammenda  i  tessuti  lacerati,  ristaura  i  congegni degli organi,
rinfonde nelle vene la ricchezza del sangue,  riannoda su gli  occhi  la  benda
dell'amore,  rintreccia  d'intorno  al capo la corona dei sogni,  riaccende nel
cuore la fiamma della speranza, riapre le ali alle chimere della fantasia.
  Dopo la mortale ferita,  dopo una specie di  lunga  e  lenta  agonia,  Andrea
Sperelli  ora a poco a poco rinasceva,  quasi con un altro corpo e con un altro
spirito, come un uomo nuovo, come una creatura uscita da un fresco bagno leto,
immemore e vacua.  Parevagli d'essere entrato in una forma pi  elementare.  Il
passato  per  la  sua  memoria aveva una sola lontananza,  come per la vista il
cielo stellato  un campo eguale e diffuso sebbene gli astri sian  diversamente
distanti.  I  tumulti  si  pacificavano,  il  fango scendeva dall'imo,  l'anima
facevasi monda;  ed egli rientrava nel grembo della natura madre,  sentivasi da
lei maternamente infondere la bont e la forza.
  Ospitato  da  sua  cugina  nella  villa  di  Schifanoja,  Andrea  Sperelli si
riaffacciava all'esistenza in cospetto del mare. Poich ancora in noi la natura
simpatica.  persiste e poich la  nostra  vecchia  anima  abbracciata  dalla
grande anima naturale palpita ancora a tal contatto,  il convalescente misurava
il suo respiro sul largo e tranquillo respiro del mare,  ergeva il suo corpo  a
similitudine  dei  validi alberi,  serenava il suo pensiero alla serenit degli
orizzonti. A poco a poco, in quegli ozii intenti e raccolti,  il suo spirito si
stendeva,  si  svolgeva,  si  dispiegava,  si  sollevava dolcemente come l'erba
premuta in su' sentieri; diveniva infine verace,  ingenuo,  originale,  libero,
aperto alla pura conoscenza,  disposto alla pura contemplazione; attirava in s
la cose,  le concepiva come modalit del suo proprio essere,  come forme  della
sua propria esistenza;  si sentiva infine penetrato dalla verit che proclamava
l'Oupanischad dei Veda: Hae omnes creaturae in totum ego sum,  et praeter me
aliud  ens  non  est..    Il  gran soffio d'idealit che esalano i libri sacri
indiani,  studiati e  amati  un  tempo,  pareva  lo  sollevasse.  E  tornava  a
risplendergli  singolarmente  la formula sanscrita,  chiamata Mahavakya cio la
Gran Parola: TAT TWAM ASI ; che significa:  Questa cosa vivente, sei tu.. 
  Erano i giorni ultimi di agosto. Una quiete estatica teneva il mare; le acque
avean tal transparenza che ripetevan con perfetta esattezza qualunque  imagine;
l'estrema  linea  delle  acque  perdevasi  nel  cielo  cos  che i due elementi
parevano un elemento unico,  impalpabile,  innaturale.  Il vasto anfiteatro dei
colli,  popolato d'olivi, d'aranci, di pini, di tutte le pi nobili forme della
vegetazione italica, abbracciando quel silenzio, non era pi una moltitudune di
cose ma una cosa unica, sotto il comune sole.
  Il giovine, disteso all'ombra o addossato a un tronco o seduto su una pietra,
credeva di sentire in s medesimo scorrere il fiume del tempo;  con una  specie
di  tranquillit  catalettica,  credeva  sentir  vivere  nel suo petto l'intero
mondo; con una specie di religiosa ebriet,  credeva posseder l'infinito.  Quel
ch'ei provava era ineffabile, non esprimibile neppur con le parole del mistico:
Io  sono  ammesso  dalla  natura  nel  pi secreto delle sue divine sedi,  alla
sorgente della vita universa.  Quivi io sorprendo la causa del moto  e  odo  il
primo  canto degli esseri in tutta la sua freschezza.   La vista a poco a poco
mutvaglisi in visione profonda e continua;  i rami degli alberi sul  suo  capo
gli  parevan  sollevare il cielo,  ampliare l'azzurro,  risplendere come corone
d'immortali poeti; ed egli contemplava ed ascoltava,  respirando col mare e con
la terra, placido come un dio.
  Dov'eran mai tutte le sue vanit e le sue crudelt e i suoi artifici e le sue
menzogne?  Dov'erano  gli  amori e gli inganni e i disinganni e i disgusti e le
incurabili ripugnanze dopo il piacere?  Dov'erano quegli immondi e rapidi amori
che gli lasciavan nella bocca come la strana acidezza di un frutto tagliato con
un coltello d'acciaio?  Egli non si ricordava pi di nulla. Il suo spirito avea
fatto una grande renunziazione.  Un altro principio di  vita  entrava  in  lui;
qualcuno.  entrava in lui,  segreto, il quale sentiva la pace profondamente.
Egli riposava, poich non desiderava pi.
  Il desiderio avava  abbandonato  il  suo  regno;  l'intelletto  nell'attivit
seguiva  libero  le sue proprie leggi e rispecchiava il mondo oggettivo come un
puro soggetto della conoscenza;  le cose apparivano nella lor forma  vera,  nel
lor vero colore,  nella vera ed intera lor significazione e bellezza,  precise,
chiarissime; spariva ogni sentimento della persona.  In questa temporanea morte
del desiderio,  in questa temporanea assenza della memoria,  in questa perfetta
oggettivit della contemplazione appunto era  la  causa  del  non  mai  provato
godimento.

  Die Sterne, die begehrt man nicht,
  Man freut sich ihrer Pracht..

   Le stelle, uom non le desidera, - ma gioisce del lor fulgore.  Per la prima
volta,  infatti, il giovine conobbe tutta l'armoniosa poesia notturna dei cieli
estivi.
  Erano le ultime notti d'agosto,  senza  luna.  Innumerevoli,  nella  profonda
conca,  palpitava  la  vita  ardente delle constellazioni.  Le Orse,  il Cigno,
Ercole,  Boote,  Cassiopea riscintillavano con un palpito cos  rapido  e  cos
forte  che  quasi  parevano  essersi  appressati  alla  terra,  essere  entrati
nell'atmosfera terrena.  La Via Lattea svolgevasi come un  regal  fiume  aereo,
come  un  adunamento  di  riviere  paradisiache,  come  una  immensa  correnta
silenziosa che traesse nel suo  miro gurge  una polvere di  minerali  siderei,
passando  sopra  un  lveo di cristallo,  tra falangi di fiori.  Ad intervalli,
meteore lucide rigavano l'aria immobile,  con la discesa  lievissima  e  tacita
d'una  goccia d'acqua su una lastra di diamante.  Il respiro del mare,  lento e
solenne, bastava solo a misurare la tranquillit della notte, senza turbarla; e
le pause eran pi dolci del suono.
  Ma questo periodo di visioni, di astrazioni, di intuizioni, di contemplazioni
pure,  questa specie di misticismo buddhistico e quasi  direi  cosmogonico,  fu
brevissimo.  Le  cause  del raro fenomeno,  oltre che nella natura plastica del
giovine e nella sua attitudine alla oggettivit, eran forse da ricercarsi nella
singolar tensione e nella estrema impressionabilit  del  suo  sistema  nervoso
cerebrale. A poco a poco, egli incominci a riprender coscienza di s stesso, a
ritrovare  il  sentimento  della sua persona,  a rientrare nella sua corporeit
primitiva.  Un giorno,  nell'ora meridiana,  mentre la vita delle  cose  pareva
sospesa, il grande e terribile silenzio gli lasci vedere dentro, d'improvviso,
abissi vertiginosi,  bisogni inestinguibili, indistruttibili ricordi, cumuli di
sofferenza e di rimpianto, tutta la sua miseria d'un tempo, tutti i vestigi del
suo vizio, tutti gli avanzi delle sue passioni.
  Da quel giorno,  una malinconia pacata ed uguale gli occup l'anima;  ed egli
vide  in  ogni  aspetto  delle  cose  uno  stato  dell'anima  sua.   Invece  di
transmutarsi in altre forme di esistenza o di mettersi in altre  condizioni  di
conscienza  o di perdere l'esser suo particolare nella vita generale,  ora egli
presentava i fenomeni contrarii, involgendosi d'una natura ch'era una concezion
tutta soggettiva del suo intelletto.  Il paesaggio divenne per lui un  simbolo,
un  emblema,  un  segno,  una  scorta  che  lo  guidava a traverso il labirinto
interiore.  Segrete affinit egli scopriva tra la vita apparente delle  cose  e
l'intima vita dei suoi desiderii e dei suoi ricordi.  To me - High mountains
are  a feeling..   Come nel verso di Giorgio Byron le montagne,  per lui erano
un sentimento. le marine.
  Chiare marine di settembre!  - Il mare,  calmo e innocente come un  fanciullo
addormentato, si distendeva sotto un cielo angelico di perla. Talvolta appariva
tutto verde,  del fino e prezioso verde d'una malachite;  e,  sopra, le piccole
vele rosse somigliavano fiammelle erranti.  Talvolta  appariva  tutto  azzurro,
d'un  azzurro  intenso,  quasi direi araldico,  solcato di vene d'oro,  come un
lapislzzuli;  e,  sopra,  le vele istoriate somigliavano  una  processione  di
stendardi  e  di gonfaloni e di pavesi cattolici.  Anche,  talvolta prendeva un
diffuso luccicore metallico,  un color pallido  di  argento,  misto  del  color
verdiccio  d'un  limone  maturo,   qualche  cosa  d'indefinibilmente  strano  e
delicato; e, sopra, le vele erano pie ed innumerevoli come le ali dei cherubini
nei fondi delle ancone giottesche.
  Il   convalescente   rinveniva    sensazioni    obliate    della    puerizia,
quell'impression  di freschezza che dnno al sangue puerile gli aliti del vento
salso, quegli inesprimibili effetti che fanno le luci, le ombre, i colori,  gli
odori  delle  acque  su  l'anima vergine.  Il mare non soltanto era per lui una
delizia degli occhi,  ma era una perenne onda di pace a cui si  abbeveravano  i
suoi pensieri, una magica fonte di giovinezza in cui il suo corpo riprendeva la
salute  e  il  suo  spirito  la  nobilt.  Il  mare  aveva  per lui l'attrazion
misteriosa d'una patria;  ed egli vi si abbandonava con una confidenza filiale,
come  un  figliuol debole nelle braccia d'un padre onnipossente.  E ne riceveva
conforto; poich nessuno mai ha confidato il suo dolore,  il suo desiderio,  il
suo sogno al mare invano.
  Il  mare  aveva  sempre  per  lui  una parola profonda,  piena di rivelazioni
subitanee,  d'illuminazioni  improvvise,  di  significazioni  inaspettate.  Gli
scopriva  nella  segreta  anima  un'ulcera ancor viva sebben nascosta e glie la
faceva sanguinare;  ma il balsamo poi era pi soave.  Gli scoteva nel cuore una
chimera dormente e glie la incitava cos ch'ei ne sentisse di nuovo le unghie e
il  rostro;  ma glie la uccideva poi e glie la seppelliva nel cuore per sempre.
Gli svegliava nella  memoria  una  ricordanza  e  glie  l'avvivava  cos  ch'ei
sofferisse  tutta  l'amarezza  del  rimpianto  verso  le cose irrimediabilmente
fuggite;  ma gli prodigava poi la dolcezza d'un oblio senza fine.  Nulla  entro
quell'anima rimaneva celato,  al conspetto del gran consolatore. Alla guisa che
una forte corrente elettrica rende luminosi i metalli e rivela la loro  essenza
dal  color della loro fiamma,  la virt del mare illuminava e rivelava tutte le
potenze e le potenzialit di quell'anima umana.
  In certe ore il convalescente, sotto l'assiduo dominio d'una tal virt, sotto
l'assiduo giogo d'un tal fascino,  provava una specie di smarrimento e quasi di
sbigottimento,  come  se quel dominio e quel giogo fossero per la sua debolezza
insostenibili.  In certe ore aveva dal colloquio incessante tra la sua anima  e
il  mare  un  senso  vago di prostrazione,  come se quel gran verbo gli facesse
troppa   violenza   all'angustia   dell'intelletto   avido    di    comprendere
l'incomprendibile. Una tristezza delle acque lo sconvolgeva come una sventura.
  Un  giorno,  egli  si  vide  perduto.  Vapori  sanguigni  e  maligni ardevano
all'orizzonte,  gittando sprazzi di sangue e d'oro sul fosco  delle  acque;  un
viluppo di nuvoli paonazzi ergevasi d vapori,  simile a una zuffa di centauri
immani sopra un vulcano in fiamme;  e per quella luce tragica un corteo funebre
di  vele  triangolari  nereggiava  su  l'ultimo limite.  Erano vele d'una tinta
indescrivibile,  sinistre come le insegne della morte;  segnate di croci  e  di
figure tenebrose; parevano vele di navigli che portassero cadaveri di appestati
a una qualche maledetta isola popolata di avvoltoi famelici.  Un senso umano di
terrore e di dolore incombeva su quel mare,  un accasciamento d'agonia  gravava
su  quell'aria.  Il  fiotto  sgorgante  dalle  ferite  dei mostri azzuffati non
restava mai,  anzi cresceva in fiumi che arrossavano  le  acque  per  tutto  lo
spazio,  sino  alla  sponda,  facendosi  qua e l violaceo e verdastro come per
corruzione.  Di tratto in tratto il viluppo crollava,  i corpi si deformavano o
si  squarciavano,  lembi  sanguinosi  pendevano  gi  dal  cratere  o sparivano
inghiottiti dall'abisso.  Poi,  dopo il  gran  crollo,  rigenerati,  i  giganti
balzavan di nuovo alla lotta, pi atroci; il cumulo si ricomponeva, pi enorme;
e ricominciava la strage, pi rossa, finch i combattenti rimanevan esangui tra
la cenere del crepuscolo, esanimi, disfatti, sul vulcano semispento.
  Pareva  un  episodio  d'una  qualche  titanomachia primitiva,  uno spettacolo
eroico,  visto,  a traverso un lungo ordine di et,  nel  cielo  della  favola.
Andrea, con l'animo sospeso, seguiva tutte le vicende. Abituato alle tranquille
discese  dell'ombra,  in quella declinazion serena dell'estate,  ora si sentiva
dall'insolito contrasto riscuotere e sollevare e  intorbidare  con  una  strana
violenza.  Da prima, fu come un'angoscia confusa, tumultuaria, piena di palpiti
inconsapevoli.  Affascinato dal tramonto bellicoso,  egli non anche giungeva  a
veder  chiaramente in s medesimo.  Ma,  quando la cenere del crepuscolo piovve
spegnendo ogni guerra e il mare sembr un'immensa palude  plumbea,  egli  cred
udire nell'ombra il grido dell'anima sua, il grido d'altre anime.
  Era  dentro  di  lui,  come  un  cupo naufragio nell'ombra.  Tante tante voci
chiamavano al soccorso, imploravano aiuto,  imprecavano alla morte;  voci note,
voci  ch'egli aveva un tempo ascoltate (voci di creature umane o di fantasmi?);
ed ora non distingueva l'una dall'altra! Chiamavano,  imploravano,  imprecavano
inutilmente,  sentendosi  perire;  s'affievolivano  soffocate dall'onda vorace;
divenivano deboli, lontane, interrotte, irriconoscibili;  divenivano un gemito;
s'estinguevano; non risorgevano pi.
  Egli  restava  solo.  Di  tutta  la  sua  giovinezza,  di  tutta  la sua vita
interiore,  di tutte le sue idealit non  restava  nulla.  Dentro  di  lui  non
restava  che un freddo abisso vacuo;  d'intorno a lui,  una natura impassibile,
fonte perenne di dolore per l'anima solitaria.  Ogni speranza era spenta;  ogni
voce era muta; ogni ncora era rotta. A che vivere?
  Subitamente,  l'imagine di Elena gli risorse nella memoria.  Altre imagini di
donne si sovrapposero a quella,  si confusero con  quella,  la  dispersero,  si
dispersero.  Egli non riusc a cambiarne alcuna. Tutte parevano sorridere, d'un
sorriso nemico, nel dileguarsi; e tutte,  nel dileguarsi,  parevano portar seco
qualche  cosa  di  lui.  Che cosa?  Egli non sapeva.  Un avvilimento indicibile
l'oppresse: lo gel quasi un senso di vecchiezza;  gli occhi gli si empirono di
lacrime. Una tragica ammonizione gli son nel cuore:  Troppo tardi! 
  Le dolcezze recenti della pace e della malinconia gli sembrarono gi lontane,
gli  sembrarono  un'illusion  gi  fuggita;  quasi  gli sembrarono essere state
godute da un altro spirito, nuovo,  straniero,  entrato in lui e poi scomparso.
Gli  sembr  che  il  suo vecchio spirito non potesse pi omai rinnovellarsi n
risollevarsi. Tutte le ferite, ch'egli senza ritegno aveva aperte nella dignit
del suo essere interiore,  sanguinarono.  Tutte le degradazioni,  ch'egli senza
ripugnanza aveva inflitte alla sua conscienza,  vennero fuori come macchie e si
dilatarono come una lebbra.  Tutte le violazioni,  ch'egli senza  pudore  aveva
fatte  alle  sue  idealit,   gli  suscitarono  un  rimorso  acuto,  disperato,
terribile,  come se dentro di lui piangessero anime di sue figliuole a cui egli
padre avesse tolta la verginit mentre dormivano sognando.
  Ed  egli  piangeva  con  loro;  e  gli  sembrava  che  le sue lacrime non gli
scendessero sul cuore come un balsamo  ma  gli  rimbalzassero  come  sopra  una
materia  viscida  e  fredda  onde il cuor suo fosse fasciato.  L'ambiguit,  la
simulazione,  la falsit,  l'ipocrisia,  tutte le forme della menzogna e  della
frode  nella vita del sentimento,  tutte aderivano al suo cuore come un vischio
tenace.
  Egli aveva troppo mentito, aveva troppo ingannato, s'era troppo abbassato. Un
ribrezzo di s e del suo vizio l'invase. - Vergogna! Vergogna! - La disonorante
bruttura gli pareva indelebile; le piaghe gli parevano immedicabili; gli pareva
ch'egli dovesse portarne la nausea per sempre,  per sempre,  come un  supplizio
senza termine.  - Vergogna!  - Piangeva, chino sul davanzale, abbandonato sotto
il peso della sua miseria,  affranto come un uomo che non veda salvezza;  e non
vedeva  le  stelle  riscintillare  a una a una sul suo povero capo,  nella sera
profonda.
  Al nuovo giorno egli ebbe un grato risveglio,  un di quei freschi  e  limpidi
risvegli  che  ha  soltanto  l'Adolescenza  nelle sue primavere trionfanti.  Il
mattino era una meraviglia;  respirare il mattino era una beatitudine  immensa.
Tutte  le cose vivevano nella felicit della luce;  i colli parevano avvolti in
un velario diafano d'argento,  scossi da  un  agile  fremito;  il  mare  pareva
attraversato  da  riviere  di  latte,  da  fiumi  di cristallo,  da ruscelli di
smeraldi,  da mille vene che formavano come il mobile  intrico  d'un  laberinto
liquido.  Un  senso  di  letizia  nuziale  e  di grazia religiosa emanava dalla
concordia del mare, del cielo e della terra.
  Egli respirava,  guardava,  ascoltava,  un poco attonito.  Nel sonno,  la sua
febbre era guarita.  Egli aveva chiuso gli occhi, nella notte, cullato dal coro
delle acque come da una voce amica e  fedele.  Chi  s'addormenta  al  suono  di
quella  voce ha un riposo pieno di riparatrice tranquillit.  Neanche le parole
della madre inducono un sonno cos  puro  e  cos  benefico  al  figliuolo  che
soffre.
  Guardava,  ascoltava,  muto,  raccolto,  intenerito,  lasciando entrare in s
qull'onda di vita immortale.  Non mai la musica sacra d'un  altro  maestro,  un
Offertorio. di Giuseppe Haydn o un Te Deum. di Volfango Mozart, gli aveva
data  la  commozione  che  ora  gli  davano le semplici campane delle chiese di
lungi, salutanti l'ascension del Giorno nei cieli del Signore Uno e Trino. Egli
sentiva il suo cuore colmarsi e traboccar di commozione.  Qualche cosa come  un
sogno  vago  ma  grande  gli  si  levava su l'anima,  qualche cosa come un velo
ondeggiante a traverso il quale splendesse il misterioso tesoro della felicit.
Finora egli aveva sempre saputo quel che  desiderava  e  non  aveva  quasi  mai
trovato  piacere da desiderare invano.  Ora,  non poteva dire il suo desiderio;
non sapeva.  Ma,  certo,  la cosa desiderata deveva essere infinitamente soave,
poich era una soavit anche desiderarla.
  I versi della Chimera nel Re di Cipro.,  antichi versi, quasi obliati, gli
ritornarono alla memoria, gli sonarono come una lusinga.

                   Vuoi tu pugnare?
          Uccidere? Veder fiumi di sangue?
          gran mucchi d'oro? greggi di captive
          femmine? schiavi? altre, altre prede? Vuoi
          Tu far vivere un marmo? Ergere un tempio?
          Comporre un immortale inno? Vuoi (m'odi,
          giovine, m'odi) vuoi divinamente
          amare?. 

  La chimera gli ripeteva, nel cuor segreto, sommessa, con oscure paure:

M'odi,
giovine, m'odi: vuoi divinamente
amare?. 

  Egli un poco sorrise. E pens:  Amare chi? l'Arte? una donna? quale donna?  
Elena gli apparve lontana,  perduta, morta, non pi sua; le altre gli apparvero
anche pi lontane,  morte per sempre.  Egli  era  libero,  dunque.  Perch  mai
avrebbe di nuovo seguita una ricerca inutile e perigliosa?  Era in fondo il suo
cuore il desiderio di darsi,  liberamente e per riconoscenza,  a un essere  pi
alto  e  pi  puro.  Ma dov'era questo essere?  L'Ideale avvelena ogni possesso
imperfetto; e nell'amore ogni possesso  imperfetto e ingannevole, ogni piacere
 misto di tristezza,  ogni godimento  dimezzato,  ogni gioia porta in  s  un
germe di sofferenza,  ogni abbandono porta in s un germe di dubbio; e i dubbii
guastano,  contaminano,  corrompono tutti i diletti  come  le  Arpie  rendevano
immangiabili  tutti  i  cibi  a Fineo.  Perch mai dunque avrebbe egli di nuovo
stesa la mano all'albero della scienza?
   The tree of knowledge has been pluck'd, - all's known.. 
   L'albero della scienza  stato spogliato,  - tutto  conosciuto  come canta
Giorgio Byron nel Don Juan..  In verit, per l'avvenire, la sua salute stava
nella  eylabeia,  cio nella prudenza,  nella finezza,  nella  cautela,  nella
sagacit.  Questo  suo intendimento gli pareva bene espresso in un sonetto d'un
poeta contemporaneo che,  per certa affinit di gusti letterarii e comunanza di
educazione estetica, egli prediligeva.

            Sar come colui che si distende
          sotto l'ombra d'un grande albero carco,
          ormai sazio di trar balestra od arco;
          e in sul capo il maturo frutto pende.

            Non ei scuote quel ramo, n protende
          la man, n veglia in su le prede al varco.
          Giace; e raccoglie con un gesto parco
          i frutti che quel ramo al suol rende.

            Di tal soave polpa ei nel profondo
          non morde, a ricercar l'intima essenza,
          perch teme l'amaro; anzi la fiuta,

            poi sugge, con piacer limpido, senza
          avidit, n triste n giocondo.
          La sua favola breve  gi compiuta..

  Ma  la  eylabeia,  se pu valere ad escludere in parte dalla vita il dolore,
esclude anche ogni alta idealit.  La salute dunque  stava  in  una  specie  di
equilibrio  goethiano  tra  un  cauto  e  fine  epicureismo  pratico e il culto
profondo e appassionato dell'Arte.
  - L'Arte! L'Arte! - Ecco l'Amante fedele, sempre giovine, immortale;  ecco la
Fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il
prezioso Alimento che fa l'uomo simile a un dio.  Come aveva egli potuto bevere
ad altre coppe dopo avere accostate le labbra  a  quell'una?  Come  aveva  egli
potuto ricercare altri gaudii dopo aver gustato il supremo? Come il suo spirito
aveva   potuto   accogliere   altre   agitazioni   dopo   aver  sentito  in  s
l'indimenticabile tumulto della forza creatrice? Come le sue mani avevan potuto
oziare e lascivire su i corpi delle femmine dopo aver  sentito  erompere  dalle
dita una forma sostanziale? Come, infine, i suoi sensi avean potuto indebolirsi
e  pervertirsi  nella  bassa  lussuria  dopo  essere  stati  illuminati  da una
sensibilit  che  coglieva  nelle  apparenze  le  linee  invisibili,  percepiva
l'impercettibile, indovinava i pensieri nascosti della Natura?
  Un improvviso entusiasmo l'invase.  In quel mattin religioso,  egli voleva di
nuovo inginocchiarsi all'altare e, secondo il verso del Goethe,  leggere i suoi
atti di divozione nella liturgia d'Omero.
   Ma  se la mia intelligenza fosse decaduta?  Se la mia mano avesse perduta la
prontezza?  S'io non fossi pi degno.?    A questo  dubbio,  l'assalse  uno
sbigottimento  cos  forte ch'egli,  con una smania puerile,  si mise a cercare
qual potesse essere una prova immediata per aver la certezza che il suo era  un
irragionevole timore. Avrebbe voluto sbito fare un esperimento reale: comporre
una  strofa difficile,  disegnare una figura,  incidere un rame,  sciogliere un
problema di forme.  Ebbene?  E poi?  non sarebbe stato  quello  un  esperimento
fallace? La lenta decadenza dell'ingegno pu anche essere inconsciente: qui sta
il  terribile.  L'artista cha a poco a poco perde le sue facolt non si accorge
della sua debolezza progressiva; poich insieme con la potenza di produrre e di
riprodurre lo abbandona anche  il  giudizio  critico,  il  criterio.  Egli  non
distingue  pi  i  difetti dell'opera sua,  non sa che la sua opera  cattiva o
mediocre;  s'illude;  crede che il suo quadro,  che la sua statua,  che il  suo
poema  sieno  nelle  leggi  dell'Arte  mentre son fuori.  Qui sta il terribile.
L'artista colpito  nell'intelletto  pu  non  avere  conscienza  della  propria
imbecillit,  come  il  pazzo  non  ha conscienza della propria aberrazione.  E
allora?
  Fu pel convalescente una specie di pnico.  Egli si strinse le tempie fra  le
palme;  e  rimase  alcuni  istanti  sotto l'urto di quel pensiero spaventevole,
sotto l'orrore di quella minaccia, come annientato. - Meglio, meglio morire!  -
Non mai, come in quel momento, aveva sentito il divino pregio del dono.; non
mai come in quel momento,  la scintilla.  gli era parsa sacra.  Tutto il suo
essere tremava con una strana violenza,  al solo dubbio che quel  dono  potesse
struggersi, che quella scintilla potesse spegnersi. - Meglio morire!
  Lev  il  capo;  scosse  da  s  ogni  inerzia;  discese  nel parco;  cammin
lentamente sotto gli alberi,  non avendo un  pensiero  determinato.  Un  soffio
leggero  correva su le cime;  a intervalli,  le foglie si scompigliavano con un
frusco forte,  come se per mezzo vi passasse una torma di scoiattoli;  piccoli
frammenti  di  cielo  apparivano tra i rami,  come occhi cerulei sotto palpebre
verdi. In un luogo favorito, ch'era una specie di lucus.  minimo in signoria
di una Erma quadrifronte intenta a una quadruplice meditazione,  egli sost;  e
si mise a sedere sull'erba,  con le spalle appoggiate alla base del  simulacro,
con  la  faccia  rivolta  al  mare.  D'innanzi  a lui,  certi fusti,  diritti e
digradanti come  le  canne  della  fistola  di  Pane,  secavano  l'oltramarino;
intorno,  gli  acanti  aprivano con sovrana eleganza i cesti delle loro foglie,
intagliate simetricamente come nel capitello di Callimaco.
  I versi di Salmace nella Favola d'Ermafrodito. gli vennero alla memoria.

             Nobili acanti, o voi ne le terrestri
          selve indizi di pace, alte corone,
          di pura forma; o voi, snelli canestri
          che il Silenzio con lieve man compone
          a raccogliere il fiore dei silvestri
          Sogni, qual mai virt sul bel garzone
          versaste da le foglie oscura e dolce?
          Ei dorme, nudo; e il braccio il capo folce.. 

  Altri  versi  gli  vennero  alla  memoria,   altri  ancora,   altri   ancora,
tumultuariamente.  La sua anima si emp tutta d'una musica di rime e di sillabe
ritmiche.  Egli gioiva;  quella spontanea improvvisa agitazion poetica gli dava
un   inesprimibile   diletto.   Egli  ascoltava  in  s  medesimo  quei  suoni,
compiacendosi delle  ricche  imagini,  degli  epiteti  esatti,  delle  metafore
lucide,  delle  armonie  ricercate,  delle  squisite  combinazioni di iati e di
dieresi,  di tutte le pi sottili raffinatezze che variavano il suo stile e  la
sua  metrica,  di tutti i misteriosi artifizii dell'endecasillabo appresi dagli
ammirabili poeti del quattordicesimo secolo e in ispecie dal Petrarca.  La magia del  verso
gli  soggiog  di  nuovo  lo  spirito;  e  l'emistichio  sentenziale d'un poeta
contemporaneo gli sorrideva singolarmente. -  Il Verso  tutto. 
  Il verso  tutto. Nella imitazion della Natura nessun istrumento d'arte  pi
vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile,  fedele.
Pi compatto del marmo, pi malleabile della cera, pi sottile d'un fluido, pi
vibrante d'una corda,  pi luminoso d'una gemma,  pi fragrante d'un fiore, pi
tagliente d'una spada,  pi flessibile  d'un  virgulto,  pi  carezzevole  d'un
murmure,  pi terribile d'un tuono, il verso  tutto e pu tutto. Pu rendere i
minimi moti del sentimento e i  minimi  moti  della  sensazione;  pu  definire
l'indefinibile  e  dire l'ineffabile;  pu abbracciare l'illimitato e penetrare
l'abisso; pu avere dimensioni d'eternit; pu rappresentare il sopraumano,  il
soprannaturale,  l'oltramirabile;  pu  inebriare  come  un  vino,  rapire come
un'estasi;  pu nel tempo medesimo posseder il  nostro  intelletto,  il  nostro
spirito,  il  nostro  corpo;  pu,  infine,  raggiungere  l'Assoluto.  Un verso
perfetto e assoluto,  immutabile,  immortale;  tiene in s  le  parole  con  la
coerenza  d'un  diamante;  chiude  il  pensiero  come in un cerchio preciso che
nessuna forza mai riuscir a rompere;  diviene indipendente da ogni  legame  da
ogni dominio; non appartiene pi all'artefice, ma  di tutti e di nessuno, come
lo  spazio,  come  la  luce,  come  le  cose immanenti e perpetue.  Un pensiero
esattamente espresso in un verso  perfetto    un  pensiero  che  gi  esisteva
preformato.  nella  oscura  profondit  della  lingua.  Estratto  dal poeta,
sguita.  ad esistere nella conscienza degli uomini.  Maggior poeta  dunque
colui  che sa discoprire,  disviluppare,  estrarre un maggior numero di codeste
preformazioni ideali.  Quando il poeta  prossimo alla scoperta d'uno  di  tali
versi  eterni,    avvertito  da  un  divino  torrente  di gioia che gli invade
d'improvviso tutto l'essere.
  Quale gioia  pi forte?  - Andrea socchiuse un poco  gli  occhi,  quasi  per
prolungare  quel  particolar  brivido  ch'era in lui foriero della inspirazione
quando il suo spirito si disponeva all'opera d'arte,  specialmente al  poetare.
Poi,  pieno  d'un  diletto non mai provato,  si mise a trovar rime con la sile
matita su le brevi pagine bianche del taccuino.  Gli  vennero  alla  memoria  i
primi versi d'una canzone del Magnifico:

          Parton leggieri e pronti
          dal petto i miei pensieri....

  Quasi  sempre,   per  incominciare  a  comporre,  egli  aveva  bisogno  d'una
intonazione musicale datagli da un altro poeta;  ed egli usava prenderla  quasi
sempre dai verseggiatori antichi di Toscana.  Un emistichio di Lapo Gianni, del
Cavalcanti,  di Cino,  del Petrarca,  di Lorenzo dei Medici,  il  ricordo  d'un
gruppo  di rime,  la congiunzione di due epiteti,  una qualunque concordanza di
parole belle e bene sonanti,  una qualunque frase numerosa bastava ad  aprirgli
la  vena,  a  dargli,  per cos dire,  il la.,  una nota che gli servisse di
fondamento all'armonia della prima strofa.  Era una specie di topica  applicata
non  alla  ricerca  degli  argomenti  ma  alla  ricerca dei preludii.  Il primo
settenario medceo gli offerse infatti la rima; ed egli vide.  distintamente
tutto  ci  ch'egli  voleva  mostrare  al  suo  imaginario  uditore  in persona
dell'Erma;  e,  insieme  con  la  visione,  nel  tempo  medesimo,  si  present
spontaneamente al suo spirito la forma metrica in cui egli doveva versare, come
un  vino  in  una  coppa,  la  poesia.  Poich  quel suo sentimento poetico era
duplice, o meglio,  nasceva da un contrasto,  cio dal contrasto fra l'abiezion
passata e la presente risurrezione, e poich nel suo movimento lirico procedeva
per  elevazione,  egli  elesse  il  sonetto;  la cui architettura consta di due
ordini:  del  superiore  rappresentato  dalle  due  quartine  e  dell'inferiore
rappresentato dalle due terzine.  Il pensiero e la passione dunque, dilatandosi
nel primo ordine,  si sarebber raccolti,  rinforzati,  elevati nel secondo.  La
forma  del  sonetto,  pur  essendo  meravigliosamente  bella e magnifica,   in
qualche parte manchevole;  perch somiglia una figura con il busto troppo lungo
e le gambe troppo corte. Infatti le due terzine non soltanto sono in realt.
pi corte delle quartine,  per numero di versi; ma anche sembrano. pi corte
delle quartine,  per quel che la terzina ha di rapido e di fluido nell'andatura
sua in confronto alla lentezza e alla maest della quartina.  Quegli  migliore
artefice,  il quale sa coprire la  mancanza;  il  quale,  cio,  serbando  alle
terzine  la  imagine  pi  precisa  e  pi visibile e le parole pi forti e pi
sonore,  ottiene che le terzine grandeggino  e  armonizzino  con  le  superiori
strofe  senza per nulla perdere della lor leggerezza e rapidit essenziali.  I
dipintori del Rinascimento sapevano  equilibrare  una  intiera  figura  con  il
semplice svolazzo d'un nastro o d'un lembo o d'una piega.
  Andrea,  nel  comporre,  studiava  se medesimo curiosamente.  Non aveva fatto
versi da gran tempo.  Quell'intervallo d'ozio aveva nociuto  alla  sua  abilit
tecnica?  Gli  pareva  che  le  rime,  uscenti  a mano a mano dal suo cervello,
avessero un sapor nuovo.  La consonanza gli veniva spontanea,  senza  ch'ei  la
cercasse;  e  i  pensieri gli nascevano rimati.  Poi,  d'un tratto,  un intoppo
arrestava il fluire;  un  verso  gli  si  ribellava;  tutto  il  resto  gli  si
scomponeva   come  un  musaico  sconnesso;   le  sillabe  lottavano  contro  la
constrizion della misura; una parola musicale e luminosa, che gli piaceva,  era
esclusa  dalla  severit  del ritmo ad onta d'ogni sforzo;  da una rima nasceva
un'idea nuova,  inaspettata,  a sedurlo,  a distrarlo dall'idea  primitiva;  un
epiteto,  pur essendo giusto ed esatto, aveva un suono debole; la tanto cercata
qualit, la coerenza, mancava completamente;  e la strofa era come una medaglia
riuscita  imperfetta  per  colpa  d'un  fonditore  inesperto il qual non avesse
saputo calcolare la quantit di metallo fuso necessaria a  riempirne  il  cavo.
Egli,  con  acuta  pazienza,  rimetteva  di  nuovo nel crogiuolo il metallo,  e
ricominciava l'opera da capo.  La strofa alla fine gli usciva intera e precisa;
qualche  verso,  qua  e  l,  aveva una certa asprezza piacente;  a traverso le
ondulazioni del ritmo appariva evidentissima la simetria;  la ripetizion  delle
rime faceva una musica chiara, richiamando allo spirito con l'accordo dei suoni
l'accordo  dei  pensieri  e  rafforzando con un legame fisico il legame morale;
tutto il sonetto viveva e respirava come un organismo indipendente, nell'unit.
Per passare da un sonetto all'altro egli teneva. una nota, come in musica la
modulazione da un tono all'altro  preparata dall'accordo di settima,  nel qual
si tiene la nota fondamentale per farne la dominante del nuovo tono.
  Cos  componeva,  or  rapido or lento,  con un diletto non mai provato;  e il
luogo raccolto, in verit,  pareva escito dalla fantasia d'un solitario egipane
dedito ai carmi. Il mare, mentre pi cresceva il giorno, balenava fra i tronchi
come negli intercolunnii d'un portico di diaspro; gli acanti corintii eran come
le  coronazioni  abbattute  di quelle colonne arboree;  nell'aria,  glauca come
l'ombra d'un antro lacustre,  il sole gittava a quando a quando strali e anelli
e dischi d'oro.  Certo, Alma Tadema avrebbe ivi imaginata una Saffo dal crin di
viola,  seduta sotto l'Erma di marmo,  poetante su la lira di sette  corde,  in
mezzo  a  un  coro  di  fanciulle dal crin di fiamma pallide e intente a bevere
dall'adonio la compiuta armonia di ciascuna strofe.
  Quando egli ebbe condotti a termine i quattro sonetti, trasse un respiro e li
recit senza voce, con una enfasi interiore.  L'apparente rottura del ritmo nel
quinto verso dell'ultimo,  causata dalla mancanza di un accento tonico e quindi
d'una posa grave della ottava sillaba, gli parve efficace e la mantenne. Quindi
scrisse i quattro sonetti su la base quadrangolare dell'Erma: ogni faccia  uno,
in quest'ordine.


PRIMO.

          Erma quadrata, le tue quattro fronti
          sanno mie novit meravigliose?
          Spirti, cantando, da le sedi ascose
          partono del mio cor leggieri e pronti

          Il cor mio prode tutte impure fonti
          serr, cacci da se tutt'altre cose
          impure, tutte fiamme obbrobriose
          dom, ruppe all'assedio tutti i ponti.

          Spirti, cantando, salgono. Ben odo
          io l'inno; e inestinguibile, possente,
          del periglio di me mi prende un riso.

          Pallido s ma come un re, io godo
          sentir nel core l'anima ridente,
          mentre il gi vinto Mal rimiro fiso..


SECONDO.

          L'anima ride li amor suoi lontani
          mentre fiso rimiro il Mal gi vinto
          che in quei di foco intrichi aveami spinto
          come in boschi nudriti da vulcani.

          Or nel gran cerchio dei dolori umani
          entra, novizia in veste di jacinto,
          dietro lasciando il falso laberinto
          ove i belli ruggan mostri pagani.

          Non pi sfinge con unghie auree l'abbranca,
          non gorgone la fa pietra restare,
          non sirena per lunga ode l'incanta.

          Alta, in sommo del cerchio, un'assai bianca
          donna, con atto di comunicare,
          tien fra le pure dita l'Ostia santa..


TERZO.

          Ella fuor de l'insidie e fuor de l'ire
          e fuor dei danni, sta pacata e forte
          come colei che pu fino a la morte
          sapere il Male, senza quel soffrire.

          - O voi che fate tutti i venti aulire,
          che d'avete in signora tutte le porte,
          io metto  vostri piedi la mia sorte:
          Madonna me 'l vogliate consentire!

          Folgora ne la pura mano vostra
          quell'Ostia desiata, come un sole.
          Non vedr dunque il gesto che consente? -

          Ed ella, ch' benigna a chi si prostra,
          comunicando dice le parole:
          - Offerto t' il tuo Ben, anzi  presente..



QUARTO.

          Io - dice - son l'innaturale Rosa
          generata dal sen de la Bellezza.
          Io son che infondo la suprema ebrezza.
          Io son colei che esalta e che riposa.

          Ara con pianti, anima dolorosa,
          per mietere con canti d'allegrezza.
          Dopo un lungo dolor, la mia dolcezza
          passer di dolcezza ogni altra cosa. -

          - Tal sia, Madonna; e dal mio cor disgorghi
          gran sangue, e i fiumi scorrano sul mondo,
          e il dolore immortal pur gli rinnovi,

          e me stesso travolgano queigorghi,
          me coprano; ma veda io dal profondo
          la luce che a la invitta anima piovi.. -


  Schifanoja  sorgeva  su  la  collina,  nel  punto  in cui la catena dopo aver
seguito il litorale ed abbracciato il mare come in un anfiteatro, piegava verso
l'interno e declinava alla pianura.  Sebbene edificata  dal  cardinale  Alfonso
Carafa d'Ateleta, nella seconda met del diciottesimo secolo, la villa aveva nella sua
architettura una certa purezza di stile.  Formava un quadrilatero,  alto di due
piani,  ove i portici si alternavano con gli appartamenti;  e le  aperture  dei
portici appunto davano all'edificio agilit ed eleganza,  poich le colonne e i
pilastri ionici parevano disegnati e armonizzati dal Vignola.  Era veramente un
palazzo  d'estate,  aperto  ai  venti del mare.  Dalla parte dei giardini,  sul
pendio,  un vestibolo metteva su una bella scala a due rami discendente  in  un
ripiano  limitato da balaustri di pietra come un vasto terrazzo e ornato di due
fontane.  Altre scale dalle estremit del terrazzo si prolungavano gi  per  il
pendio  arrestandosi  ad  altri  ripiani sinch terminavano quasi sul mare e da
questa inferiore  area  presentavano  alla  vista  una  specie  di  settemplice
serpeggiamento  tra la verdura superba e tra i foltissimi rosai.  Le meraviglie
di Schifanoja erano le rose e i cipressi.  Le rose,  di tutte  le  qualit,  di
tutte  le stagioni,  erano a bastanza pour en tirer neuf ou dix muytz d'eaue
rose., come avrebbe detto il poeta del Vergier d'honneur.. I cipressi, acuti
ed oscuri,  pi ieratici delle piramidi,  pi enigmatici degli  obelischi,  non
cedevano n a quelli della Villa d'Este n a quelli della Villa Mondragone n a
quanti altri simili giganti grandeggiano nelle gloriate ville di Roma.
  La   marchesa   d'Ateleta  soleva  passare  a  Schifanoja  l'estate  e  parte
dell'autunno; poich ella, pur essendo tra le dame una delle pi mondane, amava
la campagna e la libert campestre ed  ospitare  amici.  Ella  aveva  usato  ad
Andrea infinite cure e premure, durante la malattia, come una sorella maggiore,
quasi  come  una  madre,  senza stancarsi.  Una profonda affezione la legava al
cugino. Ella era per lui piena d'indulgenze e di perdoni;  era un'amica buona e
franca, capace di comprendere molte cose, pronta, sempre gaia, sempre arguta, a
un  tempo  spiritosa  e  spirituale.  Pur  avendo  varcata  da circa un anno la
trentina,  conservava una mirabile vivacit giovenile e  una  grande  piacenza,
poich  possedeva il segreto della signora di Pompadour,  quella beaut sans
traits. che pu avvivarsi d'inaspettate grazie. Anche possedeva una virt rara,
quella che comunemente si chiama  il tatto .  Un delicato genio feminile erale
di guida infallibile.  Nelle sue relazioni con innumerevoli conoscenti d'ambo i
sessi,  ella sapeva  sempre,  in  ogni  circostanza,  come  contenersi;  e  non
commetteva  mai  errori,  non  pesava  mai  su  la vita altrui,  non veniva mai
inopportuna n diveniva mai importuna,  faceva sempre a tempo ogni suo  atto  e
diceva a tempo ogni sua parola. Il suo contegno verso Andrea, in questo periodo
di convalescenza un poi strano e ineguale,  non poteva essere,  in verit,  pi
squisito.  Ella cercava in tutti i modi di non disturbarlo e  di  ottenere  che
nessuno  lo  disturbasse;  gli  lasciava  pienissima  libert;  mostrava di non
accorgersi delle bizzarrie  e  delle  malinconie;  non  l'infastidiva  mai  con
domande indiscrete;  faceva s che la sua compagnia gli fosse leggera nelle ore
obbligatorie; rinunziava perfino ai motti, in presenza di lui, per evitargli la
fatica d'un sorriso forzato.
  Andrea. che comprendeva quella finezza, era riconoscente.
  Il 12 di settembre, dopo i sonetti dell'Erma, egli torn a Schifanoja con una
insolita letizia;  incontr Donna Francesca su la scala e  le  baci  le  mani,
dicendole con un tono di gioco:
  - Cugina, ho trovato la Verit e la Via.
  -  Alleluia!  -  fece  Donna Francesca,  levando le belle braccia rotonde.  -
Alleluia!
  Ed ella discese nei  giardini  e  Andrea  sal  alle  sue  stanze,  col  cuor
sollevato.
  Dopo  poco,  egli  ud  battere  leggermente  all'uscio  e  la  voce di Donna
Francesca chiedere:
  - Posso entrare?
  Ella entr portando nella sopravveste e tra le braccia un gran fascio di rose
rosee, bianche, gialle, vermiglie, brune.  Alcune larghe e chiare,  come quelle
della  Villa  Pamphily,  freschissime e tutte imperlate,  avevano non so che di
vitreo tra foglia e foglia;  altre avevano petali densi e una dovizia di colore
che faceva pensare alla celebrata magnificenza delle porpore d'Elisa e di Tiro;
altre  parevano  pezzi  di neve odorante e facevano venire una strana voglia di
morderle e d'ingoiarle;  altre erano di carne,  veramente di carne,  voluttuose
come le pi voluttuose forme d'un corpo di donna, con qualche sottile venatura.
Le infinite gradazioni del rosso,  dal cremisi violento al color disfatto della
fragola matura,  si mescevano alle pi fini e quasi insensibili variazioni  del
bianco,  dal  candore  della  neve  immacolata al colore indefinibile del latte
appena munto,  dell'ostia,  della  midolla  d'una  canna,  dell'argento  opaco,
dell'alabastro, dell'opale.
  -  Oggi   festa - ella disse,  ridendo;  e i fiori le coprivano il petto fin
quasi alla gola.
  - Grazie!  Grazie!  Grazie!  - ripeteva Andrea aiutandola a deporre il fascio
sul  tavolo,  su i libri,  su gli albi,  su le custodie dei disegni.  - Rosa
rosarum!.
  Ella, poi che fu libera,  adun tutti i vasi sparsi per le stanze e si mise a
riempirli  di rose,  componendo tanti singoli mazzi con una scelta che rivelava
in  lei  un  gusto  raro,  il  gusto  della  gran  convivatrice.  Scegliendo  e
componendo, parlava di mille cose con quella sua gaia volubilit, quasi volesse
compensarsi  della  parsimonia  di parole e di risa usata fin allora con Andrea
per riguardo alla malinconia taciturna di lui.
  Tra le altre cose, disse:
  - Il 15 avremo una bella ospite: Donna Maria Ferres y  Capdevila,  la  moglie
del ministro plenipotenziario di Guatemala. La Conosci?
  - Non mi pare.
  -  Infatti,  non  la puoi conoscere.  Ei tornata in Italia da pochi mesi;  ma
passer l'inverno prossimo a Roma,  perch il marito  destinato a quel  posto.
Ei  una mia amica d'infanzia,  molto cara.  Siamo state insieme a Firenze,  tre
anni, all'Annunziata; ma  pi giovine di me.
  - Americana?
  - No; italiana e di Siena, per giunta.  Nasce di casa Bandinelli,  battezzata
con l'acqua della Fonte Gaia.  Ma  piuttosto malinconica,  di natura;  e tanto
dolce. La storia del suo matrimonio, anche,   poco allegra.  Quel Ferres non 
simpatico punto.  Hanno per una bambina ch' un amore. Vedrai; pallida pallida
con tanti capelli,  con due  occhi  smisurati.  Somiglia  molto  alla  madre...
Guarda,  Andrea,  questa  rosa,  se non pare di velluto!  E quest'altra?  Me la
mangerei. Ma guarda, proprio, se non pare una crema ideale. Che delizia!
  Ella seguitava a scegliere le rose e a parlare amabilmente.
  Un profumo pieno,  inebriante come un vino di cent'anni,  saliva dal mucchio;
alcune corolle si sfogliavano e si fermavano tra le pieghe della gonna di Donna
Francesca;  innanzi  alla  finestra,  nel sole biondissimo,  la punta cupa d'un
cipresso accennava appena.  E nella memoria di Andrea cantava  con  insistenza,
come una frase musicale, un verso del Petrarca:

           Cos parta le rose e le parole.. 

  Due mattine dopo,  egli offer in compenso alla marchesa d'Ateleta un sonetto
curiosamente foggiato all'antica e manoscritto  in  una  pergamena  ornata  con
fregi  in  sul gusto di quelli che ridono nei messali d'Attavante e di Liberale
da Verona.

          Schifanoja in Ferrara (oh gloria d'Este!),
          ove il Cossa emul Cosimo Tura
          in trionfi d'iddii su per le mura,
          non vide mai tanto gioconde feste.

          Tante rose port ne la sua veste
          Monna Francesca all'ospite in pastura
          quante mai n'ebbe il Ciel per avventura,
          bianche angelelle, a cingervi le teste.

          Ella parlava ed iscegliea queifiori
          con tal vaghezza ch'io pensai: - Non forse
          venne una Grazia per le vie del Sole? -

          Travidi, inebriato dalli odori.
          Un verso del Petrarca a l'aria sorse:
           Cos parta le rose e le parole.. 

  Cos   Andrea   cominciava    a    riavvicinarsi    all'Arte,    curiosamente
esperimentandosi  in  piccoli esercizii e in piccoli giuochi,  ma ben meditando
opere meno lievi.  Molte  ambizioni,  che  gi  un  tempo  l'avevano  incitato,
tornarono  ad incitarlo;  molti progetti d'un tempo gli si riaffacciarono nello
spirito modificati o completi;  molte antiche idee gli si ripresentarono  sotto
una luce nuova o pi giusta;  molte imagini,  una volta appena intraviste,  gli
brillarono chiare e nitide,  senza ch'egli potesse rendersi conto di quel  loro
svolgimento.  Pensieri  subitanei insorgevano dalle profondit misteriose della
conscienza e lo sorprendevano.  Pareva che tutti i confusi elementi  accumulati
in fondo a lui,  ora combinati con la disposizion particolare della volont, si
transformassero in pensieri con  lo  stesso  processo  per  cui  la  digestione
stomacale elabora i cibi e li cangia in sostanza del corpo.
  Egli intendeva trovare una forma di Poema moderno,  questo inarrivabile sogno
di molti poeti;  e intendeva fare una lirica veramente moderna nel contenuto ma
vestita di tutte le antiche eleganze,  profonda e limpida, appassionata e pura,
forte e composta.  Inoltre vagheggiava un libro d'arte su i Primitivi,  su  gli
artisti  che  precorrono  la  Rinascenza,  e  un  libro d'analisi psicologica e
letteraria su i poeti del Dugento  in  gran  parte  ignorati.  Un  terzo  libro
avrebbe  egli  voluto  scrivere  sul  Bernini,  un  grande studio di decadenza,
aggruppando intorno a quest'uomo straordinario che fu il favorito di  sei  papi
non soltanto tutta l'arte ma anche tutta la vita del suo secolo.  Per ognuna di
tali opere bisognavano naturalmente, molti mesi, molte ricerche, molte fatiche,
un alto calore d'ingegno, una vasta capacit di coordinazione.
  In materia di disegno,  egli intendeva illustrare con acque forti la terza  e
la  quarta giornata del Decamerone.,  prendendo ad esempio quella Istoria
di Nastagio degli Onesti.  ove Sandro Botticelli rivela tanta  raffinatezza  di
gusto  nella  scienza  del  gruppo e dell'espressione.  Inoltre vagheggiava una
serie di Sogni.,  di Capricci.,  di Grotteschi.,  di  Costumi.,  di
Favole.,  di Allegorie., di Fantasie., alla maniera volante del Callot
ma con  un  ben  diverso  sentimento  e  un  ben  diverso  stile,  per  potersi
liberamente   abbandonare  a  tutte  le  sue  predilezioni,   a  tutte  le  sue
imaginazioni,  a tutte le sue pi acute curiosit e pi  sfrenate  temerit  di
disegnatore.
  Il 15 settembre, un mercoled, giunse l'ospite nuova.
  La marchesa and,  insieme con il suo primogenito Ferdinando e con Andrea, ad
incontrar l'amica nella prossima stazione di Rovigliano.  Mentre il phaeton.
discendeva  per  la  strada  ombreggiata  di  alti pioppi,  la marchesa parlava
dell'amica ad Andrea con molta benevolenza.
  - Credo che ti piacer - ella concluse.
  Poi si mise a ridere,  come per un pensiero che le attraversasse  lo  spirito
improvvisamente.
  - Perch ridi? - le chiese Andrea.
  - Per un'analogia.
  - Quale?
  - Indovina.
  - Non so.
  -   Ecco:  pensavo  a  un  altro  annunzio  di  presentazione  e  a  un'altra
presentazione ch'io ti feci,  son  quasi  due  anni,  accompagnandola  con  una
profezia allegra. Ti ricordi?
  - Ah!
  -  Rido  perch  anche questa volta si tratta di una incognita e anche questa
volta io sarei... l'auspice involontaria.
  - Ohib.
  - Ma il caso  diverso, ossia  diverso il personaggio del possibile dramma.
  - Cio?
  - Maria  una turris eburnea..
  - Io sono ora un vas spirituale..
  - Guarda!  Dimenticavo che tu hai finalmente trovato  la  Verit  e  la  Via.
L'anima ride li amor suoi lontani... 
  - Tu citi i miei versi?
  - Li so a memoria.
  - Che amabilit!
  - Del resto, caro cugino, quell' assai bianca donna  con l'Ostia in mano m'
sospetta.  M'ha tutta l'aria d'una forma fittizia, d'una stola senza corpo, che
sia alla mercede di quella qualunque anima d'angelo o di  demonio  intenzionata
d'entrarci, di amministrarti la comunione e di farti  il gesto che consente .
  - Sacrilegio! Sacrilegio!
  -  Bada  a te e fa ben la guardia alla stola e fa molti esorcismi...  Ricasco
nelle profezie! Proprio, le profezie sono una delle mie debolezze.
  - Siamo giunti, cugina.
  Ridevano ambedue. Entravano nella stazione,  mancando pochi minuti all'arrivo
del treno.  Il dodicenne Ferdinando,  un fanciullo malaticcio, portava un mazzo
di rose per offerirlo a Donna Maria.  Andrea,  dopo quel  dialogo,  si  sentiva
allegro,  leggero,  vivacissimo,  quasi  che  d'un tratto fosse rientrato nella
primiera vita di frivolezza e di fatuit: era una sensazione inesplicabile. Gli
pareva che qualche cosa come un soffio femineo, come una tentazione indefinita,
gli attraversasse lo spirito. Scelse dal mazzo di Ferdinando una rosa thea e se
la mise all'occhiello; diede un'occhiata rapida al suo abbigliamento estivo; si
guard con compiacenza le mani bene curate ch'eran divenute pi sottili  e  pi
bianche  nella  malattia.  Fece  tutto  questo senza riflessione,  quasi per un
istinto di vanit risvegliatosi in lui d'un tratto.
  - Ecco il treno - disse Ferdinando.
  La marchesa si avanz incontro alla ben venuta;  ch'era gi allo sportello  e
salutava con la mano e accennava con la testa tutt'avvolta d'un gran velo color
di perla coprente a met il cappello di paglia nera.
   - Francesca! Francesca! - ella chiamava, con una effusione tenera di gioia.
  Quella voce fece su Andrea un'impression singolare; gli ricord vagamente una
voce conosciuta. Quale?
  Donna  Maria  discese  con  un atto rapido ed agile;  e con un gesto pieno di
grazia sollev il velo fitto scoprendosi la bocca per baciare l'amica.  Sbito,
per  Andrea  quella  signora  alta  e  ondulante sotto il mantello di viaggio e
velata,  di cui egli non vedeva che la bocca e  il  mento,  ebbe  una  profonda
seduzione.  Tutto  il  suo  essere,  illuso  in  quei giorni da una parvenza di
liberazione,  era disposto ad accogliere il fascino dell'  eterno  feminino  .
Appena smosse da un soffio di donna, le ceneri davano faville.
  - Maria, ti presento mio cugino, il conte Andrea Sperelli-Fieschi d'Ugenta.
  Andrea s'inchin.  La bocca della signora si aperse ad un sorriso, che sembr
misterioso poich la lucentezza del velo nascondeva il resto della faccia.
  Quindi la marchesa present Andrea a  Don  Manuel  Ferres  y  Capdevila.  Poi
disse, accarezzando i capelli della bimba che guardava il giovine con due dolci
occhi attoniti:
  - Ecco Delfina.
  Nel phaeton.  Andrea sedeva di fronte a Donna Maria e a fianco del marito.
Ella non aveva ancor svolto il  velo;  teneva  su  le  ginocchia  il  mazzo  di
Ferdinando  e di tratto in tratto lo portava alle nari,  mentre rispondeva alle
domande della marchesa.  Andrea non s'era ingannato: nella voce di lei sonavano
alcuni  accenti  della voce di Elena Muti,  perfetti.  Una curiosit impaziente
l'invase, di vedere il volto nascosto, l'espressione, il colore.
  -  Manuel  -  dicea  ella,  discorrendo  -  partir  venerd.   Poi  verr  a
riprendermi, pi tardi.
  -  Molto tardi,  speriamo - s'augur cordialmente Donna Francesca.  - Anzi la
miglior cosa sarebbe d'andar via tutti in un giorno. Noi resteremo a Schifanoja
sino al primo di novembre, non pi oltre.
  - Se la mamma non m'aspettasse, resterei volentieri con te. Ma ho promesso di
trovarmi in tutti i modi a  Siena  pel  17  d'ottobre,  ch'  il  natalizio  di
Delfina.
  - Peccato!  Il 20 d'ottobre c' la festa delle donazioni a Rovigliano,  tanto
bella e strana.
  - Come fare? S'io mancassi, la mamma n'avrebbe certo un gran dolore.  Delfina
 l'adorata...
  Il marito taceva: doveva essere di natura taciturno. Di mezza taglia, un poco
obeso,  un  poi  calvo,  aveva la pelle d'un color singolare,  d'un pallore tra
verdognolo e violaceo, su cui il bianco dell'occhio nei movimenti dello sguardo
spiccava come quel d'un occhio di smalto in certe teste di  bronzo  antiche.  I
baffi,  neri, duri ed egualmente tagliati come i peli d'una spazzola, ombravano
una cruda bocca sardonica.  Egli pareva un uomo tutto irrigato di bile.  Poteva
aver quarant'anni o poco pi. Nella sua persona era qualche cosa di ibrido e di
subdolo,  che non isfuggiva a un osservatore; era quell'indefinibile aspetto di
viziosit che portano in loro le generazioni provenienti  da  un  miscuglio  di
razze imbastardite, crescenti nella turbolenza.
  - Guarda,  Delfina, gli aranci tutti fioriti! - esclam Donna Maria stendendo
la mano al passaggio per cogliere un rametto.
  La strada infatti saliva tra due boschi d'agrumi, in vicinanza di Schifanoja.
Le piante eran cos  alte  che  facevano  ombra.  Un  vento  marino  alitava  e
sospirava  nell'ombra,  carico  d'un profumo che si poteva quasi bevere a sorsi
come un'acqua refrigerante.
  Delfina aveva posate le  ginocchia  sul  sedile  e  si  sporgeva  fuor  della
carrozza per afferrare i rami. La madre la cingeva con un braccio per reggerla.
  -  Bada!  Bada!  Puoi  cadere.  Aspetta un poco ch'io mi tolga il velo - ella
disse. - Scusa, Francesca; aiutami.
  E chin la testa verso l'amica per farsi districare il velo dal cappello.  In
quell'atto il mazzo di rose le cadde  piedi. Andrea fu pronto a raccoglierlo;
e nel rialzarsi a porgerlo, vide alfine l'intero volto della signora scoperto.
  - Grazie - ella disse.
  Aveva  un  volto ovale,  forse un poco troppo allungato,  ma appena appena un
poco,  di quell'aristocratico  allungamento  che  nel  quindicesimo secolo  gli  artisti
ricercatori    d'eleganza    esageravano.    Nei    lineamenti   delicati   era
quell'espressione tenue di  sofferenza  e  di  stanchezza,  che  forma  l'umano
incanto  delle Vergini nei tondi.  fiorentini del tempo di Cosimo.  Un'ombra
morbida, tenera, simile alla fusione di due tinte diafane, d'un violetto e d'un
azzurro ideali,  le circondava gli occhi che  volgevan  l'iride  lionata  degli
angeli bruni.  I capelli le ingombravano la fronte e le tempie, come una corona
pesante;  si  accumulavano  e  si  attortigliavano  su  la  nuca.  Le  ciocche,
d'innanzi,  avevan  la  densit  e  la forma di quelle che coprono a guisa d'un
casco la testa dell'Antinoo Farnese.  Nulla superava la grazia della  finissima
testa  che  pareva  esser  travagliata dalla profonda massa,  come da un divino
castigo.
  - Dio mio!  - esclam ella,  provando a sollevare con le mani il  peso  delle
trecce  constrette  insieme  sotto  la  paglia.  -  Ho  tutta  quanta  la testa
addolorata come se fossi rimasta sospesa pei capelli un'ora.  Non  posso  stare
molto tempo senza scioglierli; mi affaticano troppo. Ei una schiavit
  - Ti ricordi,  - chiese Donna Francesca - in conservatorio, quando eravamo in
tante a volerti  pettinare?  Succedevano  gran  liti,  ogni  giorno.  Figurati,
Andrea,  che  corse  perfino il sangue!  Ah,  non dimenticher mai la scena tra
Carlotta Fiordelise e Gabriella Vanni. Era una mania. Pettinar Maria Bandinelli
era l'aspirazione di tutte le educande,  maggiori  e  minori.  Il  contagio  si
sparse per tutto il conservatorio; ne vennero proibizioni, ammonizioni, rigori,
minacce  perfin  di  tonsura.  Ti ricordi,  Maria?  Tutte le nostre anime erano
allacciate da quel bel serpente nero che  ti  pendeva  fino  ai  calcagni.  Che
pianti di passione, la notte! E quando Gabriella Vanni, per gelosia, ti diede a
tradimento  una  forbiciata?  Proprio,  Gabriella  aveva  perduta la testa.  Ti
ricordi?
  Donna Maria sorrideva, d'un certo sorriso malinconico e quasi direi incantato
come quel d'una persona che sogni. Nella sua bocca socchiusa il labbro di sopra
avanzava un poco quel di sotto, ma cos poco che appena pareva, e gli angoli si
chinavano in gi dolenti e nel loro incavo lieve accoglievano un'ombra.  Queste
cose  creavano  un'espressione di tristezza e di bont,  ma temperata da quella
fierezza che rivela l'elevazion morale  di  chi  ha  molto  sofferto  e  saputo
soffrire.
  Andrea  pens  che  in  nessuna delle sue amiche egli aveva posseduta una tal
capigliatura, una cos vasta selva e cos tenebrosa,  ove smarrirsi.  La storia
di  tutte  quelle  fanciulle innamorate d'una treccia,  accese di passione e di
gelosia,  smanianti di mettere il pettine e le dita nel vivo tesoro,  gli parve
un   gentile   e   poetico   episodio   di  vita  claustrale;   e  la  chiomata
nell'imaginazione gli s'illumin vagamente come  l'eroina  d'una  favola,  come
l'eroina  d'una  leggenda  cristiana  in  cui fosse descritta la puerizia d'una
santa destinata a  un  martirio  e  a  una  glorificazione  futura.  Nel  tempo
medesimo,  gli  sorgeva  nello spirito una finzione d'arte.  Quanta ricchezza e
variet di linee avrebbe potuto dare al disegno d'una  figura  muliebre  quella
volubile e divisibile massa di capelli neri!
  Non erano,  veramente,  neri.  Egli li guardava, il giorno dopo, a mensa, nel
punto in cui il riverbero del sole li feriva.  Avevano riflessi di viola  cupi,
di  quei  riflessi  che  ha  la  tinta del campeggio o anche talvolta l'acciaio
provato alla fiamma o anche certa specie  di  palissandro  polito;  e  parevano
aridi,  per  modo  che pur nella lor compattezza i capelli rimanevan distaccati
l'uno dall'altro,  penetrati d'aria,  quasi direi respiranti.  I tre luminosi e
melodiosi  epiteti  d'Alceo  andavano  a  Donna  Maria naturalmente.   Ioploch'
agnameilichomeide...  -  Ella  parlava  con  finezza,  mostrando  uno  spirito
delicato  e  inchino  alle  cose dell'intelligenza,  alle rarit del gusto,  al
piacere estetico.  Possedeva  la  coltura  abondante  e  varia,  l'imaginazione
sviluppata,  la  parola  colorita  di chi ha veduto molti paesi,  ha vissuto in
diversi climi,  ha conosciuto genti diverse.  E Andrea sentiva un'aura  esotica
involgere  la persona di lei,  sentiva da lei partire una strana seduzione,  un
incanto composto dai fantasmi vaghi delle cose lontane ch'ella aveva  guardate,
degli  spettacoli  ch'ella  ancora  serbava  negli  occhi,  dei  ricordi che le
empivano l'anima.  Ed era un  incanto  indefinibile,  inesprimibile;  era  come
s'ella  portasse nella sua persona una traccia della luce in cui erasi immersa,
dei profumi ch'ella aveva respirati, degli idiomi ch'ella aveva uditi; era come
s'ella portasse in s confuse, svanite, indistinte tutte le magie di quei paesi
del Sole.
  La sera, nella gran sala che dava sul vestibolo, ella s'accost al pianoforte
e l'aperse per provarlo, dicendo:
  - Suoni ancora, tu, Francesca?
  - Oh,  no - rispose la marchesa.  - Ho smesso di studiare,  da parecchi anni.
Penso che la semplice audizione sia una volutt preferibile.  Per mi do l'aria
di proteggere l'arte; e l'inverno in casa mia presiedo sempre a un poi di buona
musica. E vero, Andrea?
  - Mia cugina  assai modesta,  Donna Maria.  Ei  qualche  cosa  pi  che  una
protettrice;  e  una  restauratrice  del  buon gusto.  Proprio quest'anno,  nel
febbraio,  in casa sua,  per sua cura,  sono stati eseguiti due  Quintetti,  un
Quartetto  e  un Trio del Boccherini e un Quartetto del Cherubini: musica quasi
in tutto dimenticata,  ma ammirabile e  sempre  giovine.  Gli  Adagio.  e  i
Minuetti.  del  Boccherini  sono  d'una  freschezza deliziosa;  i Finali.
soltanto mi paiono un poi invecchiati.  Voi,  certo,  conoscete qualche cosa di
lui...
  -  Mi  ricordo  d'aver  sentito  un  Quintetto  quattro o cinque anni fa,  al
Conservatorio di Bruxelles;  e mi parve  magnifico,  e  poi  nuovissimo,  pieno
d'episodii inaspettati.  Mi ricordo bene che in alcune parti il Quintetto,  per
l'uso dell'unisono,  si riduceva a un Duo;  ma  gli  effetti  ottenuti  con  la
differenza dei timbri erano d'una finezza straordinaria. Non ho ritrovato nulla
di simile nelle altre composizioni strumentali.
  Ella  parlava  di  musica  con  sottilit  d'intenditrice;  e  per rendere il
sentimento,  che una data composizione o  l'intera  arte  di  un  dato  maestro
suscitava in lei, aveva espressioni ingegnose ed imagini ardite.
  -  Io  ho  eseguita  ed  ascoltata  molta  musica - diceva ella.  - E di ogni
Sinfonia,  di ogni Sonata,  di ogni Notturno,  di ogni singolo  pezzo  insomma,
conservo una imagine visibile, un'impressione di forma e di colore, una figura,
un  gruppo  di  figure,  un paesaggio;  tanto che tutti i miei pezzi prediletti
portano un nome,  secondo l'imagine.  Io ho,  per esempio,  la Sonota  delle
quaranta nuore di Priamo.,  il Notturno della Bella addormentata nel bosco.,
la Gavotta delle dame gialle., la Giga del mulino.,  il Preludio della
goccia d'acqua., e cos via.
  Ella si mise a ridere, d'un tenue riso che su quella bocca afflitta aveva una
indicibile grazia e sorprendeva come un baleno inatteso.
  -  Ti  ricordi,  Francesca,  in  collegio,  di  quanti  commenti  in  margine
affliggemmo la musica di quel povero Chopin, del nostro. divino Federico? Tu
eri la mia complice. Un giorno mutammo tutti i titoli allo Schumann,  con gravi
discussioni;  e  tutti  i  titoli avevano una lunga nota esplicativa.  Conservo
ancora quelle carte,  per memoria.  Ora,  quando risuono  i  Myrthen.  e  le
Albumbltter.,    tutte    quelle    significazioni   misteriose   mi   sono
incomprensibili;  la commozione e la visione sono assai diverse;  ed  un  fino
piacere questo,  di poter paragonare il sentimento presente con il passato,  la
nuova imagine con l'antica.  E un piacere simile a  quello  che  si  prova  nel
rileggere  il  proprio Giornale;  ma  forse pi malinconico e pi intenso.  Il
Giornale in genere  la descrizione degli avvenimenti  reali,  la  cronaca  dei
giorni  felici  e  dei giorni tristi,  la traccia grigia o rosea lasciata dalla
vita che fugge;  le note prese in margine d'un libro di musica,  in giovinezza,
sono  invece  i frammenti del poema segreto d'un'anima che si schiude,  sono le
effusioni liriche della nostra idealit intatta,  sono  la  storia  dei  nostri
sogni. Che linguaggio! Che parole! Ti ricordi, Francesca?
  Ella  parlava  con  piena  confidenza,  forse  con  una  leggera  esaltazione
spirituale, come una donna che, lungamente oppressa dalla frequentazion forzata
di gente  inferiore  o  da  uno  spettacolo  di  volgarit,  abbia  il  bisogno
irresistibile  di  aprire  il suo intelletto e il suo cuore a un soffio di vita
pi alta.  Andrea  l'ascoltava,  provando  per  lei  un  sentimento  dolce  che
somigliava alla gratitudine. Gli pareva che ella, parlando di tali cose innanzi
a  lui  e  con  lui,  gli  desse  una  prova gentile di benevolenza e quasi gli
permettesse di avvicinarsi.  Egli  credeva  intravedere  lembi  di  quel  mondo
interiore  non  tanto  pel significato delle parole ch'ella diceva,  quanto pei
suoni e per le modulazioni della voce.  Di nuovo,  egli riconosceva gli accenti
dell'altra.
  Era una voce ambigua,  direi quasi bisessuale,  duplice,  andrognica; di due
timbri. Il timbro maschile, basso e un poco velato, s'ammorbidiva, si chiariva,
s'infemminiva talvolta con passaggi cos armoniosi che l'orecchio  dell'uditore
n'aveva  sorpresa  e  diletto a un tempo e perplessit.  Come quando una musica
passa dal tono minore al tono maggiore o come quando una musica trascorrendo in
dissonanze dolorose torna dopo molte battute al tono fondamentale,  cos quella
voce ad intervalli faceva il cangiamento.  Il timbro feminile appunto ricordava
l'altra..
  E il fenomeno era tanto singolare che bastava da  solo  ad  occupare  l'animo
dell'uditore,  indipendentemente dal senso delle parole. Le quali quanto pi da
un ritmo o da una modulazione acquistano di valor musicale,  tanto pi  prdono
di  valore  simbolico.  L'animo infatti,  dopo qualche minuto d'attenzione,  si
piegava al fascino misterioso;  e rimaneva sospeso aspettando e desiderando  la
cadenza soave, come per una melodia eseguita da uno strumento.
  - Cantate? - chiese Andrea alla signora, quasi con timidezza.
  - Un poco - ella rispose.
  - Canta, un poco - la preg Donna Francesca.
  -  Si,  - consent ella - ma appena accennando,  perch proprio,  da pi d'un
anno, ho perduta ogni forza.
  Nella stanza attigua,  Don  Manuel  giocava  col  marchese  d'Ateleta,  senza
romore,  senza  motto.  Nella  sala  la  luce  si diffondeva a traverso un gran
paralume giapponese,  temperata e rossa.  Tra le colonne del vestibolo  passava
l'aria  marina e moveva di tratto in tratto le alte tende di Karamanieh recando
il profumo dei giardini sottoposti.  Negli intercolunnii apparivano le cime dei
cipressi nere,  solide, come di ebano, sopra un cielo diafano, tutto palpitante
di stelle.
  Donna Maria si mise al pianoforte, dicendo:
  - Gi che siamo nell'antico accenner una melodia del Paisiello nella Nina
pazza., una cosa divina.
  Ella cantava,  accompagnandosi.  Nel fuoco del canto i due timbri  della  sua
voce  si  fondevano come due metalli preziosi componendo un sol metallo sonoro,
caldo,  pieghevole,  vibrante.  La  melodia  del  Paisiello,  semplice,   pura,
spontanea,   piena   di   soavit   accorata  e  di  alata  tristezza,   su  un
accompagnamento chiarissimo,  sgorgando dalla bella bocca  afflitta  s'inalzava
con  tal  fiamma  di  passione che il convalescente,  turbato fin nel profondo,
sent passarsi per le vene le note a una a una, come se nel corpo il sangue gli
si fosse arrestato ad ascoltare.  Un gelo sottile gli prendeva  le  radici  dei
capelli;  ombre rapide e spesse gli cadevano su gli occhi;  l'ansia gli premeva
il respiro.  E l'intensit della sensazione,  nei suoi nervi acuiti,  era tanta
ch'egli doveva fare uno sforzo per contenere uno scoppio di lacrime.
  - Oh, Maria mia! - esclam Donna Francesca, baciando teneramente su i capelli
la cantatrice quando tacque.
  Andrea  non  parl;  rimase  seduto nella poltrona,  con le spalle rivolte al
lume, col viso in ombra.
  - Ancora! - soggiunse Donna Francesca.
  Ella cant ancora un'Arietta. di Antonio Salieri. Poi son una Toccata.
di Leonardo Leo, una Gavotta. del Rameau e una Giga.  di Sebastiano Bach.
Riviveva  meravigliosamente sotto le sue dita la musica del diciottesimo secolo,  cos
malinconica nelle arie di danza: che paion composte per  esser  danzate  in  un
pomeriggio  languido  d'una estate di San Martino,  entro un parco abbandonato,
tra fontane ammutolite, tra piedestalli senza statue,  sopra un tappeto di rose
morte, da coppie di amanti prossimi a non amar pi.



  - Gittatemi una treccia,  ch'io salga! - grid Andrea, ridendo, gi dal primo
ripiano della scala,  a Donna Maria che stava su la loggia  contigua  alle  sue
stanze, tra due colonne.
  Era  di  mattina.  Ella stava al sole per farsi asciugare i capelli umidi che
l'ammantavano tutta quanta, come un velluto d'un bel violetto profondo,  tra il
quale  appariva  il  pallore  opaco  della  faccia.  La  tenda di tela,  a met
sollevata,  d'un vivo colore arancione,  le metteva in sul capo il  bel  fregio
nero  del lembo nello stile dei fregi che girano intorno gli antichi vasi greci
della Campania; e, s'ella avesse avuto intorno le tempie corona di narcisi e da
presso una di quelle grandi lire a nove corde che portano  dipinta  a  encausto
l'effigie d'Apollo e d'un levriere,  certo sarebbe parsa un'alunna della scuola
di Mitilene,  una lirista lesbiaca in atto di riposo,  ma quale avrebbe  potuto
imaginarla un prerafaelita.
  - Voi gittatemi un madrigale - rispose ella, per gioco, ritraendosi alquanto.
  - Vado a scriverlo sul marmo d'un balaustro,  all'ultima terrazza,  in vostro
onore. Venite a leggerlo, quando sarete pronta, poi.
  Andrea seguit a discendere lentamente le scale  che  conducevano  all'ultima
terrazza. In quel mattino di settembre, l'anima gli si dilatava col respiro. Il
giorno aveva una specie di santit; il mare pareva risplendere di luce propria,
come  se  nei  fondi  vivessero magiche sorgenti di raggi;  tutte le cose erano
penetrate di sole.
  Andrea discendeva, di tratto in tratto, soffermandosi.  Il pensiero che Donna
Maria fosse rimasta su la loggia a guardarlo gli dava un turbamento indefinito,
gli metteva nel petto un palpito forte,  quasi l'intimidiva, come s'ei fosse un
giovinetto in sul primo amore.  Provava una beatitudine ineffabile a  respirare
quella calda e limpida atmosfera ove respirava anch'ella, ove immergevasi anche
il  corpo  di  lei.  Un'onda  immensa  di  tenerezza  gli  sgorgava  dal  cuore
spargendosi su gli alberi,  su le pietre,  sul mare,  come su  esseri  amici  e
consapevoli.  Egli era spinto come da un bisogno di adorazione sommessa, umile,
pura;  come da un bisogno di piegare i ginocchi e di congiungere le mani  e  di
offerire  quell'affetto  vago  e  muto  ch'egli non sapeva qual fosse.  Credeva
sentir venire a s la bont delle cose e mescersi alla sua bont e  traboccare.
-  Dunque  l'amo?  -  si  chiese;  e non os di guardar dentro e di riflettere,
poich temeva che quell'incanto delicato si dileguasse e si disperdesse come un
sogno d'un'alba.
  - L'amo?  Ed ella che pensa?  E s'ella vien sola,  le dir io  che  l'amo?  -
Godeva  interrogar  s medesimo e non rispondere e interrompere la risposta del
cuore con una nuova domanda  e  prolungare  quella  fluttuazione  tormentosa  e
deliziosa a un tempo. - No, no, io non le dir che l'amo. Ella  sopra tutte le
altre.
  Si volse;  e vide ancora,  in sommo, nella loggia, nel sole, la forma di lei,
indistinta.  Ella,  forse,  l'aveva seguito con gli occhi e col pensiero fin l
gi,  assiduamente. Per una curiosit infantile egli pronunzi a voce chiara il
nome,  su la terrazza solitaria;  lo ripet due o tre  volte,  ascoltandosi.  -
Maria! Maria! - Nessuna parola giammai, nessun nome eragli parso pi soave, pi
melodioso,  pi carezzevole. E pens che sarebbe stato felice s'ella gli avesse
permesso di chiamarla semplicemente Maria, come una sorella.
  Quella creatura cos spirituale ed eletta gli inspirava un senso di devozione
e di sommessione,  altissimo.  Se gli avessero chiesto  quale  cosa  sarebbegli
stata pi dolce, avrebbe risposto con sincerit: - Obedirla. - Nessuna cosa gli
avrebbe  fatto dolore quanto l'esser da lei creduto un uomo comune.  Da nessuna
altra donna, quanto da lei,  avrebbe voluto essere ammirato,  lodato,  compreso
nelle  opere dell'intelligenza,  nel gusto,  nelle ricerche,  nelle aspirazioni
d'arte, negli ideali, nei sogni, nella parte pi nobile del suo spirito e della
sua vita. E l'ambizione sua pi ardente era di riempirle il cuore.
  Gi da dieci giorni ella viveva a Schifanoja;  e in quei  dieci  giorni  come
interamente l'aveva ella conquistato!  Le loro conversazioni,  su le terrazze o
su i sedili sparsi all'ombra o lungo i viali fiancheggiati di  rosai,  duravano
talvolta  ore  ed  ore,  mentre  Delfina  correva  come  una gazelletta tra gli
avvolgimenti dell'agrumeto.  Ella aveva nel conversare una  fluidit  mirabile;
profondeva un tesoro d'osservazioni delicate e penetranti;  rivelavasi talvolta
con un candore pieno di grazia; in proposito dei suoi viaggi,  talvolta con una
sola  frase  pittoresca  suscitava  in Andrea larghe visioni di paesi e di mari
lontani.  Ed egli poneva un'assidua cura nel mostrare a lei il suo  valore,  la
larghezza  della  sua  cultura,   la  raffinatezza  della  sua  educazione,  la
squisitezza della sua sensibilit;  e un  orgoglio  enorme  gli  sollev  tutto
l'essere  quando  ella  gli disse con accento di verit,  dopo la lettura della
Favola d'Ermafrodito.:
  - Nessuna musica mi ha inebriata come questo poema e  nessuna  statua  mi  ha
data  della  bellezza un'impressione pi armonica.  Certi versi mi perseguitano
senza tregua e mi perseguiteranno per  lunghissimo  tempo,  forse;  tanto  sono
intensi.
  Egli ora, seduto su i balaustri, ripensava quelle parole. Donna Maria non era
pi  nella loggia;  anzi la tenda copriva tutto l'intercolunnio.  Sarebbe forse
discesa tra poco. Doveva egli scriverle il madrigale,  secondo la promessa?  Il
piccolo  supplizio  del  versificare  a  furia gli parve insoffribile,  in quel
grandioso e gaudioso giardino ove il sole di settembre faceva  dischiudere  una
specie di primavera soprannaturale. Perch disperdere quella rara commozione in
un giuoco affrettato di rime?  Perch rimpicciolire quel vasto sentimento in un
breve sospiro metrico?  Risolse di mancare alla  promessa;  e  rest  seduto  a
guardare le vele sul limite estremo dell'acqua, che brillavano a simiglianza di
fuochi soverchianti il sole.
  Ma  un'ansiet  lo  stringeva come pi i minuti fuggivano;  ed egli volgevasi
tutti i minuti a vedere se in sommo della scala,  tra le colonne del vestibolo,
apparisse  una  forma feminile.  - Era forse quello un ritrovo d'amore?  Veniva
forse quella donna in quel luogo a un colloquio segreto?  Imaginava ella di lui
quell'ansiet?
  - Eccola! - il cuore gli disse. Ed era.
  Era  sola.  Scendeva  pianamente.  Su  la  prima  terrazza,  presso una delle
fontane,  si sofferm.  Andrea la seguiva con gli occhi,  sospeso,  provando ad
ogni moto, ad ogni passo, ad ogni attitudine di lei una trepidazione come se il
moto, il passo, l'attitudine avessero un significato, fossero un linguaggio.
  Ella  si  mise  per  quella  successione  di scale e di terrazze intramezzate
d'alberi e di cespugli. La sua persona appariva e scompariva, ora tutta intera,
ora dalla cintola in su,  ora emergente con la testa fuor d'un rosaio.  A volte
l'intrico  dei  rami  la  celava  per  un buon tratto: si vedeva soltanto negli
spazii pi radi passare la sua veste oscura o brillare la paglia chiara del suo
cappello.  Come pi si avvicinava,  pi ella facevasi lenta,  indugiando per le
siepi,  arrestandosi a guardare i cipressi, inchinandosi a raccogliere un pugno
di foglie cadute.  Dalla penultima terrazza  salut  con  la  mano  Andrea  che
aspettava  ritto  su l'ultimo gradino;  e gli gett le foglie raccolte,  che si
sparpagliarono come uno sciame di farfalle, tremolando, rimanendo qual pi qual
meno nell'aria, posandosi su la pietra con una mollezza di neve.
  - Ebbene? - chiese ella, a mezzo della branca.
  Andrea pieg le ginocchia sul gradino, levando le palme.
  - Nulla! - egli confess. - Chiedo perdono; ma voi e il sole stamani empite i
cieli di troppa dolcezza. Adoremus..
  La confessione era sincera e anche l'adorazione,  sebbene fatte  ambedue  con
un'apparenza  di  gioco;  e certo Donna Maria comprese quella sincent,  poich
arross un poco, dicendo con una singolare premura:
  - Alzatevi, alzatevi.
  Egli s'alz. Ella gli tese la mano, soggiungendo:
  - Vi perdono, perch siete in convalescenza.
  Portava un abito  d'uno  strano  color  di  ruggine,  d'un  color  di  croco,
disfatto, indefinibile; d'uno di quei colori cosiddetti estetici che si trovano
nei  quadri del divino Autunno,  in quelli dei Primitivi,  e in quelli di Dante
Gabriele Rossetti.
  La gonna componevasi di molte pieghe, diritte e regolari, che si partivano di
sotto al braccio. Un largo nastro verdemare, del pallore d'una turchese malata,
formava la cintura e cadeva con un  solo  grande  cappio  gi  pel  fianco.  Le
maniche ampie,  molli,  in fittissime pieghe all'appiccatura,  si restringevano
intorno i polsi.  Un altro nastro verdemare,  ma  sottile,  cingeva  il  collo,
annodato  a  sinistra  con  un  piccolo  cappio.  Un nastro anche eguale legava
l'estremit della prodigiosa treccia cadente di sotto a un cappello  di  paglia
coronato  d'una corona di giacinti simile a quella della Pandora d'Alma Tadema.
Una grossa turchese della Persia,  unico gioiello,  in  forma  d'uno  scarabeo,
incisa di caratteri come un talismano, fermava il collare sotto il mento.
  -  Aspettiamo  Delfina  -  ella  disse.  - Poi andremo fino al cancello della
Cibele. Volete?
  Ella aveva pel convalescente riguardi assai gentili.  Andrea era ancora molto
pallido e molto scarno,  e gli occhi gli si erano straordinariamente ingranditi
in quella magrezza;  e l'espression sensuale della bocca un poi  tumida  faceva
uno strano e attirante contrasto con la parte superiore del viso.
  - Si - rispose. - Anzi vi son grato.
  Poi, dopo un poco di esitazione:
  - Mi permettete qualche silenzio, stamani?
  - Perch mi chiedete questo?
  - Mi pare di non aver la voce e di non saper dire nulla. Ma i silenzii, certe
volte,  possono  essere  gravi  e infastidire e anche turbare se si prolungano.
Perci vi chiedo se mi permettete di tacere durante il cammino, e d'ascoltarvi.
  - Allora, taceremo insieme - disse ella, con un sorriso tenue.
  E guard in alto, verso la villa, con una impazienza visibile
  - Quanto tarda Delfina!
  - Francesca s'era gi levata, quando siete discesa? - domand Andrea.
  - Oh, no! Ei d'una pigrizia incredibile... Ecco Delfina. La vedete?
  La bimba discendeva rapidamente, seguita dalla sua governante. Invisibile gi
per le scale, riappariva su i terrazzi ch'ella attraversava correndo. I capelli
disciolti le ondeggiavano per le spalle, nel vento della corsa, sotto una larga
paglia coronata di papaveri.  Quando fu all'ultimo gradino,  aperse le  braccia
verso la madre e la baci tante volte su le guance. Poi disse:
  - Buon giorno, Andrea.
  E gli porse la fronte, con un atto infantile d'adorabile grazia.
  Era  una  creatura  fragile  e vibrante come uno strumento formato di materie
sensibili.  Le sue membra eran  cos  delicate  che  parevan  quasi  non  poter
nascondere  e  neppur velare lo splendor dello spirito entro vivente,  come una
fiamma in una lampada preziosa, d'una vita intensa e dolce.
  - Amore! - susurr la madre, guardandola con uno sguardo indescrivibile,  nel
quale esalavasi tutta la tenerezza dell'anima occupata da quell'unico affetto.
  E Andrea ebbe dalla parola,  dallo sguardo,  dall'espressione,  dalla carezza
una specie di gelosia,  una specie di scoramento,  come s'egli sentisse l'anima
di lei allontanarsi, sfuggirgli per sempre, divenire inaccessibile.
  La  governante  chiese  licenza  di risalire;  ed essi presero il viale degli
aranci.  Delfina correva innanzi,  spingendo un suo cerchio;  e  le  sue  gambe
diritte,  strette nella calza nera,  un poi lunghe dell'affilata lunghezza d'un
disegno efebico, si movevano con ritmica agilit.
  - Mi sembrate un poi triste ora,  - disse  la  senese  al  giovine  -  mentre
dianzi,  nello scendere, eravate lieto. Vi tormenta qualche  pensiero? O non vi
sentite bene?
  Ella chiedeva queste cose con una maniera  quasi  fraterna,  grave  e  soave,
persuadente  alla  confidenza.  Una  voglia timida,  quasi una vaga tentazione,
prese il convalescente,  di mettere il suo braccio sotto il braccio della donna
e di lasciarsi condurre da lei in silenzio,  per quell'ombra, per quel profumo,
su quel suolo consparso di zgare,  in quel sentiere che  misuravano  i  vecchi
Termini vestiti di musco. Gli pareva quasi d'esser tornato ai primi giorni dopo
la  malattia,   a  quei  giorni  indimenticabili  di  languore,   di  felicit,
d'inconscienza;  e d'aver bisogno d'un appoggio amico,  d'una guida affettuosa,
d'un  braccio  familiare.  Quel  desiderio  gli  crebbe  cos che le parole gli
salivano alle labbra spontaneamente per esprimerlo. Ma invece rispose:
  - No, Donna Maria; mi sento bene. Grazie. Ei il settembre che mi stordisce un
poco...
  Ella lo guard come se dubitasse della verit di quella risposta. Quindi, per
evitare il silenzio dopo la frase evasiva, domand:
  - Preferite, fra i mesi neutri, l'aprile o il settembre?
  - Il settembre. Ei pi feminino, pi discreto, pi misterioso.
  Pare una primavera veduta in un sogno.  Tutte le piante,  perdendo lentamente
la forza,  perdono anche qualche parte della loro realt.  Guardate il mare, la
gi. Non d imagine d'un'atmosfera piuttosto che d'una massa d'acqua? Mai, come
nel settembre, le alleanze del cielo e del mare sono mistiche e profonde.  E la
terra?  Non so perch,  guardando un paese, di questo tempo, penso sempre a una
bella donna che abbia partorito e che si riposi in un letto bianco,  sorridendo
d'un sorriso attonito,  pallido,  inestinguibile. Ei un'impressione giusta? C'
qualche cosa dello stupore e della beatitudine puerperale in  una  campagna  di
settembre.
  Erano  quasi alla fine del sentiere.  Certe erme aderivano a certi fusti cos
da formar con essi quasi un sol tronco, arboreo e lapideo; e i frutti numerosi,
taluni gi tutti d'oro,  altri maculati d'oro e di verde,  altri  tutti  verdi,
pendevano  in  su  le  teste  dei Termini che parean custodire alberi intatti e
intangibili,  esserne i genii tutelari.  - Perch Andrea  fu  assalito  da  una
inquietudine  e  da  un'ansiet  improvvise  avvicinandosi  al luogo dove,  due
settimane innanzi, aveva scritto i sonetti di liberazione?  Perch lott fra il
timore e la speranza ch'ella li scoprisse e li leggesse?  Perch alcuni di quei
versi gli tornarono alla memoria distaccati dagli altri, come rappresentando il
suo sentimento presente,  la sua aspirazione presente,  il nuovo sogno  ch'egli
chiudeva nel cuore?

           O voi che fate tutti i venti aulire,
          che avete in signoria tutte le porte,
          io metto  vostri piedi la mia sorte:
          Madonna, me 'l vogliate consentire!. 

  Era vero! Era vero! Egli l'amava; egli le metteva  piedi tutta l'anima sua;
egli aveva un solo desiderio,  umile e immenso: - esser terra sotto le vestigia
di lei.
  - Com' bello,  qui!  - esclam Donna Maria,  entrando nel dominio  dell'Erma
quadrifronte, nel paradiso degli acanti; - Che odore strano!
  Si  spandeva  all'aria  infatti  un  odore  di muschio,  come per la presenza
invisibile d'un insetto d'un rettile muschiato.  L'ombra era misteriosa,  e  le
linee  di  luce  traversanti il fogliame gi tocco dal mal d'autunno erano come
raggi lunari traversanti i vetri  istoriati  d'una  cattedrale.  Un  sentimento
misto,  pagano e cristiano,  emanava dal luogo,  come da una pittura mitologica
d'un quattrocentista pio.
  - Guardate, guardate Delfina! - ella soggiunse,  con nella voce la commozione
di chi vede una cosa di bellezza.
  Delfina aveva intrecciata ingegnosamente con ramoscelli d'arancio fioriti una
ghirlanda;  e, per una improvvisa fantasia infantile, ora voleva inghirlandarne
la divinit di pietra. Ma, poich non giungeva al sommo, si sforzava di riuscir
nell'impresa  alzandosi  su  le  punte  dei  piedi,   sollevando  il   braccio,
allungandosi  come pi poteva;  e la sua forma gracile,  elegante e viva faceva
contrasto con la forma rigida, quadrata e solenne del simulacro, come uno stelo
di giglio a pi d'una quercia. Ogni sforzo era vano.
  Allora,  sorridendo,  le venne in soccorso la madre.  Le prese dalle mani  la
ghirlanda  e  la pos su le quattro fronti pensose.  Involontariamente,  il suo
sguardo cadde su le inscrizioni.
  - Chi ha scritto qui? Voi? - domand ad Andrea, sorpresa e lieta. - S;   la
vostra scrittura.
  E,  sbito,  si mise in ginocchio su l'erba a leggere;  curiosa, quasi avida.
Per imitazione,  Delfina si chin dietro la madre,  cingendole il collo con  le
braccia  e avanzando il viso contro una guancia di lei e cos quasi coprendola.
La madre mormorava le rime. E quelle due figure muliebri, chine a pi dell'alta
pietra ghirlandata,  nella dubbia luce,  tra gli acanti simbolici,  facevano un
componimento  di  linee  e  di  colori tanto armonioso che il poeta per qualche
istante rest sotto il dominio  unico  del  godimento  estetico  e  della  pura
ammirazione.
  Ma  ancora  l'oscura  gelosia  lo  punse.   Quella  creatura  sottile,   cos
avviticchiata alla madre,  cos intimamente confusa con  l'anima  di  lei,  gli
parve  una nemica;  gli parve un insormontabile ostacolo che s'inalzasse contro
il suo amore,  contro il suo desiderio,  contro la sua speranza.  Egli non  era
geloso  del  marito  ed  era geloso della figlia.  Egli voleva possedere non il
corpo ma l'anima,  di quella donna;  e possedere l'anima intera,  con tutte  le
tenerezze,  con tutte le gioie,  con tutti i timori,  con tutte le angosce, con
tutti i sogni, con tutta quanta insomma la vita dell'anima;  e poter dire: - Io
sono la vita della sua vita.
  La figlia,  invece,  aveva quel possesso,  incontrastato, assoluto, continuo.
Pareva che mancasse alla madre un  elemento  essenziale  della  sua  esistenza,
quando per poco l'adorata era lontana.  Una transfigurazione subitanea avveniva
nella sua faccia,  visibilissima,  quando dopo un'assenza breve ella riudiva la
voce infantile. Talvolta, involontariamente, per una segreta rispondenza, quasi
direi  per legge d'un comun ritmo vitale,  ella ripeteva il gesto della figlia,
un sorriso, un'attitudine, un'aria del capo. Ella aveva talvolta,  su la quiete
o  sul  sonno  filiale,  momenti di contemplazione cos intensa che pareva aver
perduta la conscienza d'ogni altra cosa per divenir simile  all'essere  ch'ella
contemplava.  Quando  ella  rivolgeva la parola all'adorata,  la parola era una
carezza e la bocca perdeva ogni traccia di dolore. Quando ella riceveva i baci,
un tremito le agitava le  labbra  e  gli  occhi  le  si  empivano  d'un  gaudio
indescrivibile  tra  i  cigli  palpitanti,   come  gli  occhi  d'una  beata  in
assunzione.  Quando ella conversava con altri o ascoltava,  pareva di tratto in
tratto  aver  come una sospension del pensiero improvvisa,  come una momentanea
assenza dello spirito; ed era per la figlia, per lei, sempre per lei.
   Chi mai poteva rompere quella catena ?  Chi poteva conquistare una parte  di
quel cuore,  anche minima?   Andrea soffriva come d'una perdita irrimediabile,
come d'una rinunzia necessaria, come d'una speranza estinta.  Anche ora,  anche
ora, la figlia non toglieva a lui qualche cosa? 
  Ella infatti,  per gioco,  voleva costringer la madre a restare in ginocchio.
Le si abbandonava sopra e la premeva con le braccia intorno al collo,  gridando
fra le risa:
  - No, no, no; tu non ti alzerai.
  E,  come la madre apriva la bocca per parlare, ella le metteva su la bocca le
sue piccole mani per impedir che parlasse; e la faceva ridere; e poi la bendava
con la treccia; e non voleva finire, accesa e inebriata dal gioco.
  Guardandola, Andrea aveva l'impressione come s'ella con quegli atti scuotesse
dalla madre e devastasse e disperdesse tutto ci che nello spirito  di  lei  la
lettura dei versi aveva forse fatto fiorire.
  Quando flnalmente Donna Maria riusc a liberarsi dalla dolce tirannella,  gli
disse, leggendogli sul volto la contrariet:
  - Perdonatemi, Andrea. Delfina certe volte ha di queste follie.
  Quindi,  con una mano leggera,  ricompose le pieghe della gonna.  Era soffusa
d'una tenue fiamma sotto gli occhi,  e anche aveva il respiro un poco alenante.
Soggiunse, sorridente d'un sorriso che in quella insolita animazione del sangue
fu d'una luminosit singolare:
  - E perdonatela,  in compenso del  suo  augurio  inconsapevole;  perch  ella
dianzi  ha  avuta  l'inspirazione  di  mettere  una corona nuziale su la vostra
poesia che canta una comunione nuziale. Il simbolo  un suggello dell'alleanza.
  - A Delfina e a voi,  grazie - rispose Andrea che si sentiva chiamar  da  lei
per la prima volta non col titolo gentilizio ma col semplice nome.
  Quella  familiarit  inaspettata e le parole buone gli rimisero nell'animo la
confidenza. Delfina s'era allontanata per uno dei viali, correndo.
  - Questi versi dunque sono un documento spirituale - seguit Donna  Maria.  -
Me li darete. perch io li conservi.
  Egli voleva dirle: - Vengono a voi,  oggi, naturalmente. Sono vostri, parlano
di voi, pregano voi. - Ma disse, invece, semplicemente:
  - Ve li dar
  Ripresero il cammino,  verso la Cibele.  Prima d'uscire  dal  dominio,  Donna
Maria  si rivolse all'Erma,  come se avesse udito un richiamo;  e la sua fronte
pareva piena di pensiero. Andrea le chiese, con umilt:
  - Che pensate?
  Ella rispose:
  - Penso a voi.
  - Che pensate di me?
  - Penso alla vostra vita d'un tempo, ch'io non conosco. Avete molto sofferto?
  - Ho molto peccato.
  - E amato anche, molto?
  - Non so.  Forse l'amore non  quale io l'ho provato.  Forse io debbo  ancora
amare. Non so, veramente.
  Ella tacque.  Camminarono,  l'uno accanto all'altra,  per un tratto. A destra
del sentiere si leavano alti lauri,  interrotti da  un  cipresso  a  intervalli
eguali;  e  il  mare or s or no rideva in fondo,  tra i fogliami leggerissimi,
azzurro come il fiore del lino. A sinistra,  contro il rialto era una specie di
parete,  simile  alla spalliera d'un lunghissimo sedile di pietra,  portante in
cima ripetuto per tutta la lunghezza lo scudo  degli  Ateleta  e  un  alerione,
alterni.  A ciascuno scudo e a ciascuno alerione corrispondeva,  pi sotto, una
maschera scolpita dalla cui bocca usciva una cannella d'acqua versandosi  nelle
vasche sottostanti che avean forma di sarcofaghi posti l'uno accanto all'altro,
ornate  di storie mitologiche in basso rilievo.  Le bocche dovevan esser cento,
perch il viale si chiamava delle Cento Fontane;  ma alcune non versavano  pi,
chiuse dal tempo, altre versavano appena. Molti scudi erano infranti e il musco
aveva  coperta l'impresa;  molti alerioni eran decapitati;  le figure dei bassi
rilievi apparivano tra il musco come pezzi d'argenteria mal nascosti  sotto  un
vecchio  velluto  lacerato.  Nelle  vasche,  su l'acqua pi limpida e pi verde
d'uno smeraldo,  tremolava il capelvenere o galleggiava qualche foglia di  rosa
caduta dai cespugli di sopra; e le cannelle superstiti facevano un canto roco e
soave che correva sul romore del mare, come una melodia su l'accompagnamento.
  -  Udite?  - chiese Donna Maria,  soffermandosi,  tendendo l'orecchio,  presa
all'incanto di quei suoni. - La musica dell'acqua amara e dell'acqua dolce!
  Ella stava in mezzo del sentiere, un poi china verso le fontane, attratta pi
dalla melodia,  con l'indice sollevato verso la bocca nell'atto involontario di
chi  teme  sia  turbata  la  sua ascoltazione.  Andrea,  ch'era pi presso alle
vasche,  la vedeva sorgere sopra un fondo di verdura gracile e gentile quale un
pittore umbro avrebbe potuto metter dietro un'Annunciazione o una Nativit.
  - Maria - mormor il convalescente, che aveva il cuore gonfio di tenerezza. -
Maria, Maria...
  Egli  provava un'indicibile volutt a mescere il nome di lei in quella musica
delle acque. Ella prem l'indice su la bocca,  per indicargli di tacere;  senza
guardarlo.
  - Perdonatemi,  - egli disse,  sopraffatto dalla commozione - ma io non reggo
pi. Ei l'anima mia che vi chiama!
  Una strana eccitazion sentimentale l'avea vinto; tutte le sommit liriche del
suo spirito s'erano accese e fiammeggiavano; l'ora, la luce, il luogo, tutte le
cose intorno gli suggerivano l'amore;  dagli estremi  limiti  del  mare  insino
all'umile capelvenere delle fonti,  per lui si disegnava un sol circolo magico;
ed egli sentiva che il centro era quella donna.
  - Voi non saprete mai - soggiunse,  con la voce sommessa,  quasi  temendo  di
offenderla - non saprete mai fino a qual punto la mia anima  vostra.
  - Ella divenne anche pi pallida, come se tutto tutto il sangue delle vene le
si fosse raccolto sul cuore.  Non disse nulla;  evit di guardarlo. Chiam, con
la voce un poco alterata:
  - Delfina!
  La  figlia  non  rispose,   perch  s'era  forse  internata  fra  gli  alberi
all'estremit del sentiere.
  - Delfina! - ripet, pi forte, con una specie di sbigottimento.
  Nell'aspettazione,  dopo  il  grido,  si  udivano  le due acque cantare in un
silenzio che pareva ingrandirsi.
  - Delfina!
  Un frusco venne di tra i fogliami come pel passaggio d'un  capriuolo;  e  la
bimba sbuc dal folto dei lauri agilmente, portando tra le mani la paglia colma
di  piccoli  frutti  rossi che aveva colti da un lbatro.  La fatica e la corsa
l'invermigliavano; molti pruni le restavano tra la lana della tunica; e qualche
foglia le s'impigliava nella ribellion dei capelli.
  - Oh mamma, vieni, vieni meco!
  Ella voleva trascinare la madre a cogliere gli altri frutti.
  - L gi, ce n' un bosco; tanti tanti tanti. Vieni meco, mamma; vieni!
  - No, amore; ti prego. Ei tardi.
  - Vieni!
  - Ma  tardi.
  - Vieni! Vieni!
  Donna Maria dall'insistenza fu costretta a cedere  e  a  farsi  condurre  per
mano.
  -  C'  una via per andare al bosco degli lbatri,  senza passare nel folto -
disse Andrea.
  - Hai inteso, Delfina? C' una via migliore.
  - No, mamma. Vieni meco!
  Delfina la trasse tra gli allri selvatici,  dalla  parte  del  mare.  Andrea
seguiva;  ed  era felice di poter guardare liberamente d'innanzi a s la figura
dell'amata,  di poterla bevere con gli occhi,  di poterne cogliere tutti i moti
diversi  e  i  ritmi  sempre interrotti del passo sul pendio ineguale,  tra gli
ostacoli dei tronchi,  tra gli intralci dei virgulti,  tra  le  resistenze  dei
rami.  Ma  mentre  i  suoi occhi si pascevano di quelle cose,  l'anima riteneva
sopra tutte le altre un'attitudine, un'espressione. - Oh il pallore, il pallore
di dianzi  quando  egli  aveva  profferite  le  parole  sommesse!  E  il  suono
indefinibile di quella voce che chiamava Delfina!
  - Ei ancora lontano? - chiese Donna Maria.
  - No, no, mamma. Ecco, gi ci siamo.
  Una  specie  di  timidezza  invase il giovine,  al termine del camminio.  Non
anche,  dopo le parole,  i suoi occhi s'erano incontrati con gli occhi di  lei.
Che pensava ella? Che sentiva? Con quale sguardo l'avrebbe ella guardato?
  - Eccoci! - grid la bimba.
  Il  laureto  infatti  andavasi diradando,  il mare appariva pi libero;  d'un
tratto il bosco dei corbezzoli andracni rosseggi  come  un  bosco  di  coralli
terrestri portanti alla sommit dei rami ampie ciocche di fiori.
  - Che meraviglia! - mormor Donna Maria.
  Il  bel  bosco  fioriva  e  fruttificava entro una insenatura ricurva come un
ippodromo, profonda e solata, dove tutta la mitezza di quel lido raccoglievasi
in delizia. I tronchi degli arbusti, vermigli i pi,  taluni gialli,  sorgevano
svelti  portando  grandi  foglie  lucide,  verdi  di  sopra e glauche di sotto,
immobili nell'aria quieta.  I grappoli floridi,  simili a  mazzi  di  mughetti,
bianchi  e  rosei  ed innumerevoli,  pendevano dalle cime dei rami giovini;  le
bacche rosse e aranciate pendevano dalle cime  dei  rami  vecchi.  Ogni  pianta
n'era carica;  e la magnifica pompa dei fiori, dei frutti, delle foglie e degli
steli dispiegavasi,  contro il vivo azzurro  marino,  con  la  intensit  e  la
incredibilita d'un sonno, come l'avanzo d'un orto favoloso.
  - Che meraviglia!
  Donna  Maria  entrava  lentamente,  non  pi tenuta per mano da Delfina;  che
correva folle di gioia,  avendo un solo desiderio: quel di spogliare  tutto  il
bosco.
  -  Mi  perdonate?  -  os  dire  Andrea.  -  Io non voleva offendervi.  Anzi,
vedendovi cos in alto,  cos lontana da me,  cos pura,  io pensava che non vi
avrei mai mai parlato del mio segreto, che non vi avrei mai chiesto un consenso
n  mai  vi  avrei attraversato il cammino.  Da che vi ho conosciuta,  ho molto
sognato per voi,  di giorno e di notte,  ma senza una speranza e senza un fine.
Io  so  che  voi non mi amate e che non potete amarmi.  Eppure,  credetemi,  io
rinunzierei a tutte le promesse della vita per vivere in una piccola parte  del
vostro cuore...
  Ella  seguitava  a  camminare,  lentamente,  sotto  i brillanti alberi che le
stendevano in sul capo le ciocche pendule, i bianchi e rosei grappoli delicati.
  - Credetemi, Maria, credetemi. Se ora mi dicessero di abbandonare ogni vanit
ed ogni orgoglio, ogni desiderio ed ogni ambizione,  qualunque pi caro ricordo
del passato,  qualunque pi dolce lusinga del futuro, e di vivere unicamente in
voi e per voi, senza domani, senza ieri, senza alcun altro legame, senza alcuna
altra preferenza,  fuor del mondo,  interamente perduto nel vostro essere,  per
sempre,  fino alla morte,  io non esiterei,  io non esiterei. Credetemi. Voi mi
avete guardato,  parlato,  e sorriso e risposto;  voi vi siete seduta accanto a
me,  e  avete taciuto e pensato;  e avete vissuto,  accanto a me,  della vostra
esistenza interiore,  di quella invisibile e inaccessibile esistenza ch'io  non
conosco, ch'io non conoscer mai; e la vostra anima ha posseduta la mia fin nel
profondo,  senza mutarsi,  senza pur saperlo, come il mare beve un fiume... Che
vi fa il mio amore? Che vi fa l'amore? Ei una parola troppe volte profanata, un
sentimento falsato troppe volte.  Io non vi offro l'amore.  Ma non  accetterete
voi l'umile tributo,  di religione, che lo spirito volge a un essere pi nobile
e pi alto?
  - Ella seguitava a  camminare,  lentamente,  col  capo  chino,  pallidissima,
esangue,  verso un sedile che stava sul limite del bosco riguardante la sponda.
Come vi giunse, vi si pieg a sedere, con una specie di abbandono, in silenzio;
e Andrea le si mise da presso ancora parlandole.
  Il sedile era un gran semicerchio di marmo  bianco,  limitato  per  tutta  la
lunghezza da una spalliera,  liscio, lucido, senz'altri ornamenti che una zampa
di leone scolpita a ciascuna estremit in guisa di sostegno; e ricordava quelli
antichi, su' quali nelle isole dell'Arcipelago e nella Magna Grecia e in Pompei
le donne oziavano e ascoltavano lggere i poeti,  all'ombra degli oleandri,  in
conspetto  del mare.  Qui gli lbatri facevano ombra di fiori e di frutti,  pi
che di foglie; e gli steli di corallo pel contrasto del marmo parean pi vivi.
  - Io amo tutte quelle cose che voi amate; voi possedete tutte quelle cose che
io cerco.  La piet che mi venisse da voi mi sarebbe pi cara della passione di
qualunque  altra.  La vostra mano sul mio cuore farebbe,  sento,  germinare una
seconda giovinezza, assai pi pura della prima,  assai pi forte.  Quell'eterno
ondeggiamento, ch' la mia vita interiore, si riposerebbe in voi; troverebbe in
voi la calma e la sicurt.  Il mio spirito irrequieto e scontento,  travagliato
da attrazioni e da repulsioni e da gusti e  da  disgusti  in  continua  guerra,
eternamente, irrimediabilmente solo, troverebbe nel vostro un rifugio contro il
dubbio  che  contamina  ogni idealit e abbatte ogni volere e scema ogni forza.
Altri sono pi infelici;  ma io non so se ci sia stato al mondo uomo men felice
di me.
  Egli   faceva   sue   le  parole  d'Obermann.   In  quella  specie  d'ebrezza
sentimentale, tutte le malinconie gli risalivano alle labbra; e il suono stesso
della sua voce, umile e un poi tremante, gli aumentava la commozione.
  - Io non oso dire i miei pensieri.  Stando vicino  a  voi,  in  questi  pochi
giorni,  da  che vi conosco,  ho avuto momenti d'oblio cos pieno che quasi m'
parso di tornare ai primissimi tempi della convalescenza,  quando viveva in  me
il  sentimento profondo d'un'altra vita.  Il passato,  il futuro non erano pi;
anzi era come se l'uno non fosse mai stato e l'altro non dovesse mai essere. Il
mondo era come un'illusione informe e oscura.  Qualche cosa come un sogno  vago
ma grande mi si levava su l'anima: un velo ondeggiante,  ora denso ora diafano,
a traverso il quale or s or no splendeva il tesoro intangibile della felicit.
Che sapevate voi di me, in quei momenti? Forse,  eravate lontana,  con l'anima;
assai assai lontana!  Ma pure, la sola presenza vostra visibile bastava a darmi
l'ebrezza; io la sentiva fluire nelle mie vene,  come un sangue,  e invadere il
mio spirito, come un sentimento sovrumano.
  Ella taceva,  col capo eretto,  immobile, con il busto sollevato, con le mani
posate su le ginocchia,  nell'attitudine di chi sia tenuto desto  da  un  fiero
sforzo  di  coraggio  contro  un  languor  che  l'invada.   Ma  la  sua  bocca,
l'espression della sua bocca, invano serrata con violenza, tradiva una sorta di
dolorosa volutt.
  - Io non oso dire i  miei  pensieri.  Maria,  Maria,  mi  perdonate  voi?  Mi
perdonate?
  Due  piccole  mani,  di  dietro  al sedile,  si stesero a bendarla e una voce
palpitante di gioia grid:
  - Indovina! Indovina!
  Ella sorrise,  abbandonata alla spalliera perch Delfina l'attirava tenendole
le  sue  dita  su  le  palpebre,  e  Andrea vide,  lucidamente,  con una strana
chiarezza,  quel sorriso  lieve  disperdere  su  quella  bocca  tutto  l'oscuro
contrasto  dell'espression  primitiva,  cancellar  qualunque  traccia che a lui
potesse  parere  l'indizio  d'un  consentimento  o  d'una  confessione,   fugar
qualunque  ombra dubbia che potesse nell'anima di lui convertirsi in barlume di
speranza.  E rest come un uomo che sia ingannato da una  coppa  creduta  quasi
colma, la quale non offra che aria alla sua sete.
  - Indovina!
  La figlia copriva di baci forti e rapidi il capo della madre,  con una specie
di frenesia, forse un poco facendole male.
  - So chi sei, so chi sei - diceva la bendata. - Lasciami!
  - Che mi di, se ti lascio?
  - Quello che vuoi.
  - Voglio un giumento,  per portarmi le albatrelle  a  casa.  Vieni  a  vedere
quante!
  Gir il sedile e prese per mano la madre. Ella si lev con qualche fatica; e,
poi che fu in piedi, batt pi volte le palpebre come per togliersi dalla vista
un barbaglio. Anche Andrea si lev. Seguirono ambedue Delfina.
  La  terribile creatura aveva spogliato di frutti quasi la met del bosco.  Le
piante basse non mostravano pi su i rami una bacca. Ella s'era aiutata con una
canna trovata chi sa dove e  aveva  fatta  una  raccolta  prodigiosa,  riunendo
infine  tutte  le albatrelle ad un sol mucchio che pareva un mucchio di carboni
ardenti, per la intensit della tinta, sul suolo bruno. Ma le ciocche dei fiori
non l'avevano attratta: pendevano, bianche,  rosee,  giallette,  quasi diafane,
pi delicate dei grappoli d'un'acacia,  pi gentili dei mughetti, immerse nella
vaga luce come nella trasparenza d'un latte ambrato.
  - Oh, Delfina, Delfina! - esclam Donna Maria, guardando quella devastazione.
- Che hai fatto?
  La bimba rideva, felice, d'innanzi alla piramide vermiglia.
  - Bisogner bene che tu lasci qui ogni cosa.
  - No, no...
  Ella non voleva, da prima. Poi ripens;  e disse quasi fra s,  con gli occhi
luccicanti:
  - Verr la cerva a mangiare.
  Aveva,  forse,  veduto apparire la bella bestia,  libera pel parco, in quelle
vicinanze;  e il pensiero di aver radunato per lei il cibo l'appag e le accese
l'imaginazione  gi  nudrita  delle  favole  ove  le  cerve sono fate benigne e
possenti che giacciono su cuscini di raso e bevono in coppe  di  zaffiro.  Ella
tacque,   assorta,   vedendo  gi  forse  la  bella  bestia  bionda  satollarsi
d'albatrelle, sotto le piante fiorite.
  - Andiamo - disse Donna Maria - ch' tardi.
  Teneva Delfina per la mano,  e camminava sotto le piante fiorite.  Sul limite
del bosco si sofferm, a guardare il mare.
  Le acque, accogliendo i riflessi delle nuvole, davano apparenza d'una immensa
stoffa  di  seta,  morbida,  fluida,  cangiante,  mossa in larghe pieghe;  e le
nuvole,  bianche e d'oro,  l'una divisa dall'altra ma emergenti da  una  comune
zona, somigliavano statue criselefantine avvolte in veli tenui, alzate sopra un
ponte senz'archi.
  In  silenzio,  Andrea spicc da un lbatro una ciocca che piegava il ramo col
suo peso, tanto era folta; e la offerse a Donna Maria. Ella, nel prenderla,  lo
guard; ma non apr bocca.
  Si  rimisero  pei  sentieri.  Delfina  ora  parlava,  parlava abondantemente,
ripetendo senza fine le stesse cose,  infatuata della cerva,  mescolando le pi
strane fantasie,  inventando lunghe storie monotone, confondendo una favola con
l'altra,  componendo intrichi nei  quali  si  smarriva  ella  stessa.  Parlava,
parlava,  con una specie d'inconscienza,  quasi che l'aria del mattino l'avesse
inebriata;  e intorno a quella  sua  cerva  chiamava  figli  e  figlie  di  re,
cenerentole, reginelle, maghi, mostri, tutti i personaggi dei regni imaginarii,
in folla,  in tumulto, come nella metamorfosi continua d'un sogno. Parlava allo
stesso modo che un uccello gorgheggia,  con modulazioni  canore,  talvolta  con
successioni  di suoni che non eran parole,  nei quali esalavasi l'onda musicale
gi iniziata, come il fremito d'una corda nella pausa, quando in quello spirito
infantile il legame tra il segno verbale e l'idea rimaneva interrotto.
  Gli altri due non parlavano,  ne  ascoltavano.  Ma  pareva  loro  che  quella
cantilena coprisse i lor pensieri, il murmure dei lor pensieri, poich pensando
essi  avevan l'impressione come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo
del lor cervello,  qualche cosa che nel silenzio sarebbesi  potuto  fisicamente
percepire;   e,  se  Delfina  per  poco  taceva,  provavano  uno  strano  senso
d'inquietudine e di sospensione,  come se il silenzio dovesse rivelare e  quasi
direi denudare l'anima loro.
  Il  viale  delle  Cento Fontane apparve in una prospettiva fuggente,  ove gli
spilli e gli specchi dell'acqua mettevano un fino luccichio vitreo,  una mobile
transparenza ialina.  Un pavone,  che stava posato su uno degli scudi, s'invol
facendo  cadere  nella  vasca  sottostante  qualche  rosa   sfogliata.   Andrea
riconobbe, alcuni passi pi in l, la vasca innanzi a cui Donna Maria gli aveva
detto: - Udite?
  Nel  dominio  dell'Erma  l'odor  del  muschio  non  si  sentiva pi.  L'Erma,
cogitabonda sotto la ghirlanda, era tutta constellata dai raggi che penetravano
tra gli intervalli dei fogliami. I merli cantavano, rispondendosi.
  Delfina, presa da un nuovo capriccio, disse:
  - Mamma, rendimi la ghirlanda.
  - No, lasciamola li. Perch la rivuoi?
  - Rendimela, ch la porto a Muriella.
  - Muriella la guaster.
  - Rendimela; ti prego!
  La madre guard Andrea. Egli si avvicin alla pietra, le tolse la ghirlanda e
rese questa a Delfina.  Nei loro spiriti esaltati  la  superstizione,  ch'  un
degli  oscuri turbamenti portati dall'amore anche nelle creature intellettuali,
diede all'insignificante episodio la misteriosit di una allegoria.  Parve loro
che in quel semplice fatto si occultasse un simbolo. Non sapevan bene quale; ma
ci pensavano. Un verso tormentava Andrea.

           Non vedr dunque il gesto che consente?. 

  Un'ansia  enorme  gli premeva il cuore,  come pi s'avvicinava il termine del
sentiere;  ed egli avrebbe dato met del suo sangue per una parola della donna.
Ma fu ella cento volte sul punto di parlare, e non parl.
  - Guarda,  mamma,  l gi, Ferdinando, Muriella, Riccardo... - disse Delfina,
scorgendo in fondo al sentiere i figli di Donna Francesca; e si spicc a corsa,
agitando la corona. - Muriella! Muriella! Muriella!


  Maria Ferres era sempre  rimasta  fedele  all'abitudine  giovenile  di  notar
cotidianamente in un suo Giornale intimo i pensieri,  le gioie, le tristezze, i
sogni,  le agitazioni,  le aspirazioni,  i rimpianti,  le  speranze,  tutte  le
vicende  della  sua vita interiore,  tutti gli episodii della sua vita esterna,
componendo quasi un Itinerario dell'Anima,  ch'ella di tratto in  tratto  amava
rileggere  per  averne  una regola nel viaggio futuro e per ritrovar la traccia
delle cose da gran tempo morte.
  Constretta dalle circostanze a ripiegarsi di continuo su s medesima,  sempre
chiusa   nella   sua  purit  come  in  una  torre  d'avorio  incorruttibile  e
inaccessibile,  ella provava un sollievo e un  conforto  in  quella  specie  di
confessione  cotidiana affidata alla pagina bianca d'un libro segretissimo.  Si
lamentava dei suoi travagli,  s'abbandonava alle lacrime,  cercava di penetrare
gli  enigmi del suo cuore,  interrogava la sua conscienza,  riprendeva coraggio
dalla preghiera,  si ritemprava  nella  meditazione,  allontanava  da  se  ogni
debolezza ed ogni vana imagine,  metteva il suo spirito nelle mani del Signore.
E tutte le pagine splendevano d'una comune luce, ossia di Verit.


  "15 settembre 1886 (Schifonoja).. - Come mi sento stanca! Il viaggio mi ha
un poco affaticata e quest'aria nuova del mare e della campagna  m'ha  un  poco
stordita. Ho bisogno di riposo; e gi mi par di pregustare la bont del sonno e
la  dolcezza  del  risveglio di domani.  Mi sveglier in una casa amica,  nella
cordiale ospitalit di Francesca, in questa Schifanoja che ha rose cos belle e
cipressi cos grandi;  e mi sveglier avendo innanzi a me qualche settimana  di
pace, venti giorni d'esistenza spirituale, forse pi. Sono molto riconoscente a
Francesca,  dell'invito. Rivedendola, ho riveduta una sorella. Quante mutazioni
in me, e quanto profonde, dai belli anni fiorentini!
  Francesca,  a proposito dei miei capelli,  ricordava oggi le  passioni  e  le
malinconie  di quel tempo,  e Carlotta Fiordelise,  e Gabriella Vanni,  e tutta
quella storia lontana che ora non mi par vissuta ma letta in un  vecchio  libro
obliato  o  vista in sogno.  I capelli non son caduti,  ma son cadute da me ben
altre cose pi vive. Tanti capelli nel mio capo, tante spighe di dolore nel mio
destino.
  Ma perch mi riprende la tristezza?  E perch le memorie  mi  dnno  pena?  E
perch di tratto in tratto la mia rassegnazione  scossa? Ei inutile lamentarsi
sopra una tomba;  e il passato  come una tomba che non rende pi i suoi morti.
Dio mio, fa tu ch'io me ne ricordi una volta per sempre!
  Francesca e ancora giovine,  e conserva ancora  quella  sua  bella  e  franca
giovialit  che in collegio aveva un fascino cos strano sul mio spirito un poi
oscuro.  Ella ha una grande e rara virtu:  gaia,  ma  sa  intendere  i  dolori
altrui  e sa anche lenirli con la sua misericordia consapevole.  Ella ,  sopra
tutto,  una donna intellettuale,  una donna d'alti gusti,  una  dama  perfetta,
un'amica che non pesa.  Si compiace forse un poi troppo dei motti e delle frasi
acute,  ma le sue saette hanno sempre la punta d'oro e  son  lanciate  con  una
grazia inimitabile.  Certo, fra quante signore mondane ho conosciute, ella  la
pi fine; fra le amiche,  la prediletta.
  I figli non le somigliano molto,  non sono belli.  Ma la bimba,  Muriella,  
assai gentile; ha un riso chiaro e gli occhi della madre. Ha fatto gli onori di
casa a Delfina con una compitezza di piccola dama.  Ella,  certo,  erediter la
gran maniera  materna.
  Delfina sembra felice.  Ha esplorata gi la maggior  parte  del  giardino,  
andata gi fino al mare,   discesa per tutte le scale;   venuta a raccontarmi
le meraviglie,  ansando,  divorando le parole,  con negli occhi una  specie  di
barbaglio.  Ella  ripeteva  spesso  il nome della nuova amica: Muriella.  Ei un
grazioso nome, e su la sua bocca diventa pi grazioso ancora.
  Dorme, profondamente.   Quando i suoi occhi son chiusi,  i cigli le fanno sul
sommo  della  gota  un'ombra  lunga  lunga.  Si  meravigliava  della lunghezza,
stasera,  il cugino di Francesca e ripeteva un verso di  Guglielmo  Shakespeare
nella Tempesta., molto bello, su i cigli di Miranda.
  C'  troppo odore,  qui.  Delfina ha voluto ch'io le lasciassi il mazzo delle
rose accanto al letto, prima d'addormentarsi. Ma io, ora che dorme, lo toglier
e lo metter su la loggia, al sereno.
  Sono stanca, eppure ho scritto tre o quattro pagine. Ho sonno.  eppure vorrei
prolungare  la  veglia  per  prolungare  questo languore dell'anima indefinito,
ondeggiante in non so che tenerezza diffusa fuori  di  me,  intorno  a  me.  Da
tanto, da tanto tempo non avevo sentito un poi di benevolenza circondarmi!
  Francesca  molto buona, e io le sono molto riconoscente.

                                        

  Ho  portato su la loggia il vaso delle rose;  e son rimasta l qualche minuto
ad ascoltare la notte,  tenuta l dal rammarico di  perdere  nella  cecit  del
sonno  ore  che  passano sotto un cielo cos bello.  Ei strano l'accordo tra la
voce delle fontane e la voce del mare. I cipressi, d'innanzi a me,  parevano le
colonne del firmamento: le stelle brillavan proprio su le cime, le accendevano.
  Perch di notte i profumi hanno nella loro onda qualche cosa che parla, hanno
un significato, hanno un linguaggio?
  No, i fiori non dormono, di notte.

  16  settembre..  - Pomeriggio delizioso,  passato quasi tutto a conversare
con Francesca su le logge,  su le terrazze,  per i viali,  in  tutti  i  luoghi
aperti  di questa villa che pare edificata da un principe poeta per dimenticare
un affanno. Il nome del palazzo ferrarese le convien perfettamente.
  Francesca mi ha fatto leggere un  sonetto  del  conte  Sperelli,  scritto  su
pergamena:  una  inezia  molto  fine.  Questo  Sperelli  uno spirito eletto ed
intenso.  Stamani,  a tavola,  ha detto due  o  tre  cose  bellissime.  Egli  
convalescente  d'una  ferita mortale avuta in un duello,  a Roma,  nello scorso
maggio.  Ha negli atti,  nelle parole,  nello sguardo quella specie d'abbandono
affettuoso e delicato ch' proprio dei convalescenti, di quelli che sono usciti
dalle mani della morte. Dev'essere molto giovine; ma deve aver molto vissuto, e
d'una vita inquieta. Porta i segni della lotta.

                                        

  Serata deliziosa,  di conversazione intima, di musica intima, dopo il pranzo.
Io, forse, ho parlato troppo; o, per lo meno,  troppo caldamente.  Ma Francesca
mi  ascoltava  e  mi secondava;  e il conte Sperelli,  anche.  Uno dei pi alti
piaceri,  nella conversazione non volgare,  appunto  sentire  che  uno  stesso
grado  di  calore  anima  tutte le intelligenze presenti.  Allora soltanto,  le
parole prendono il suono della sincerit e dnno a chi le profferisce e  a  chi
le ode il supremo diletto.
  II cugino di Francesca,  ,  in musica, un conoscitore raffinato. Ama molto i
maestri settecentisti  e  in  ispecie,  tra  i  compositori  per  clavicembalo,
Domenico  Scarlatti.  Ma il suo pi ardente amore  Sebastiano Bach.  Lo Chopin
gli piace poco;  il Beethoven gli penetra troppo a dentro e  lo  turba  troppo.
Nella musica sacra non trova da paragonare al Bach altri che il Mozart. - Forse
-  egli  ha  detto  -  in  nessuna Messa la voce del soprannaturale giunge alla
religiosit e alla terribilit a cui  giunto il Mozart nel Tuba mirum.  del
Requiem.  Non  vero che sia un greco,  un platonico, un puro ricercatore della
grazia,  della bellezza,  della serenit,  chi ebbe cos profondo il senso  del
soprannaturale  da  crear  musicalmente  il  fantasma  del  Commendatore e chi,
creando  Don  Giovanni  e  Donna  Anna,   seppe  spinger  tant'oltre  l'analisi
dell'essere interno...
  Egli  ha  detto queste parole ed altre,  con quel singolare accento che hanno
nel parlar d'arte gli uomini i quali sono di  continuo  assorti  nella  ricerca
delle cose elevate e difficili.
  Poi,  nell'ascoltarmi,  aveva  una  strana  espressione,  come di stupore,  e
qualche volta d'ansiet.  Io mi rivolgevo quasi sempre  a  Francesca,  con  gli
occhi;  eppure, sentivo lo sguardo di lui fisso su di me con una insistenza che
mi dava fastidio ma non mi offendeva. Egli dev'essere ancora malato, debole, in
preda alla sua sensibilit. M'ha chiesto infine: - Cantate?  - allo stesso modo
che m'avrebbe chiesto: - Mi amate?
  Ho cantato un'Aria.  del Paisiello e una del Salieri. Ho suonato un poi di
settecento.. Avevo la voce calda e la mano felice.
  Egli non mi ha fatto alcun elogio. Ei rimasto in silenzio. Perch?
  Delfina dormiva gi,  quass.  Quando son salita a vederla,  l'ho trovata che
dormiva ma con le ciglia umide come s'ella avesse pianto. Povero amore! Dorothy
m'ha  detto  che  la  mia voce giungeva fin qui distintamente e che Delfina s'
scossa dal primo sopore e s' messa a singhiozzare e voleva discendere. Sempre,
quando io canto, ella piange.
  Ora dorme; ma di tratto in tratto il suo respiro divien pi vivo, somiglia un
singhiozzo spento,  e mette nel mio stesso respiro un affanno  vago,  quasi  un
bisogno  di  rispondere a quel singhiozzo inconscio,  a quella pena che non s'
acquietata nel sonno. Povero amore!
  Chi  suona,  gi,  il  pianoforte?  Qualcuno  accenna,  con  la  sordina,  la
Gavotta.  di  Luigi  Rameau,  una  gavotta piena di affascinante malinconia,
quella ch'io sonavo dianzi.  Chi pu essere?  Francesca  risalita  con  me;  
tardi.
  Mi  sono  affacciata  alla  loggia.  La  sala del vestibolo  buia;   chiara
soltanto la sala attigua dove il marchese e Manuel giocano ancora.
  La Gavotta. cessa. Qualcuno scende per la scala, nel giardino.
  Mio Dio,  perch son cos attenta,  cos vigilante,  cos curiosa?  Perch  i
rumori mi scuotono cos a dentro, questa notte?
  Delfina si sveglia, mi chiama.

  17  settembre..  - Stamani  partito Manuel.  Siamo stati ad accompagnarlo
fino alla stazione di Rovigliano.  Verso  il  10  di  ottobre  egli  torner  a
prendermi;  e  andremo  a Siena,  da mia madre.  Io e Delfina rimarremo a Siena
probabilmente fino all'anno nuovo: due o tre mesi. Rivedr la Loggia del Papa e
la Fonte Gaia e il mio bel Duomo bianco e nero,  la casa  diletta  della  Beata
Vergine Assunta, dove una parte dell'anima mia  ancora a pregare, accanto alla
cappella Chigi, nel luogo che sa i miei ginocchi.
  Ho  sempre  lucida  nella  memoria  l'imagine  del  luogo;  e  quando torner
m'inginocchier nel punto preciso dove io soleva, esattamente, meglio che se ci
fossero rimasti due cavi profondi. E l ritrover quella parte dell'anima mia a
pregare ancora,  sotto la volta azzurra constellata che si specchia  nel  marmo
come un cielo notturno in un'acqua tranquilla.
  Nulla, certo,  mutato. Nella cappella preziosa, piena d'un'ombra palpitante,
d'una oscurit animata d riflessi gemmei delle pietre, ardevano le lampade; e
la luce pareva raccogliersi tutta nel breve cerchio d'olio in cui si nutriva la
fiammella,  come  in  un topazio limpido.  A poco a poco,  sotto il mio sguardo
intento,  il marmo effigiato prendeva un pallor  men  freddo,  quasi  direi  un
tepore d'avorio; a poco a poco entrava nel marmo la pallida vita delle creature
celesti,  e  nelle forme marmoree si diffondeva la vaga trasparenza d'una carne
angelicale.
  Quanto era ardente e spontanea la mia preghiera!  S'io leggeva la Filotea.
di  San Francesco,  mi sembrava che le parole scendessero sul mio cuore come le
lacrime di miele,  come stille di latte.  S'io mi metteva  in  meditazione,  mi
sembrava  di  camminare  per  le vie segrete dell'anima come per un giardino di
delizia ove gli usignoli  cantassero  su  gli  alberi  fiorenti  e  le  colombe
tubassero in riva ai ruscelli della Grazia divina. La divozione m'infondeva una
calma  piena  di  freschezza  e di profumi,  mi faceva dischiudere nel cuore le
sante primavere dei Fioretti.,  m'inghirlandava di rose mistiche e di  gigli
soprannaturali.  E nella mia vecchia Siena,  nella vecchia citt della Vergine,
io udiva sopra tutte le voci i richiami delle campane.

  18 settembre.. - Ora di tortura indefinibile.  Mi par d'esser condannata a
riappezzare, a riappiccare, a riunire, a ricomporre i frammenti d'un sogno, del
quale  una  parte sia per avverarsi confusamente fuori di me e l'altra si agiti
confusamente in fondo al mio cuore. E m'affatico m'affatico,  senza riescir mai
a ricomporlo per intiero.

  19 settembre..  - Altra tortura. Qualcuno mi cant, gran tempo indietro; e
non termin la sua canzone.  Qualcuno ora mi canta,  riprendendo la canzone dal
punto in cui fu interrotta;  ma da gran tempo io ho dimenticato il principio. E
l'anima inquieta, mentre cerca di ricordarsene per collegarlo al proseguimento,
si smarrisce; e non ritrova gli antichi accenti n gode i nuovi.

  20 settembre.. - Oggi, dopo la colazione,  Andrea Sperelli ha fatto a me e
a  Francesca  l'invito  di  andare  a  veder nelle sue stanze i disegni che gli
giunsero ieri da Roma.
  Si pu dire che tutta un'arte sia passata oggi sotto i  nostri  occhi,  tutta
un'arte  studiata  e analizzata dalla matita d'un disegnatore.  Ho avuto un dei
pi intensi godimenti della mia vita.
  Questi disegni sono di mano dello  Sperelli;  sono  i  suoi  studii,  i  suoi
schizzi,  i  suoi  appunti,  i suoi ricordi presi qua e l in tutte le gallerie
d'Europa;  sono,  dir cos,  il suo breviario,  un meraviglioso breviario  nel
quale ogni antico maestro ha la sua pagina suprema,  la pagina ov' compendiata
la maniera,  ove son notate le bellezze dell'opera pi alte  e  pi  originali,
ov'e  colto  il  punctum saliens.  di tutta quanta la produzione.  Scorrendo
questa larga raccolta,  io non soltanto mi  son  fatta  un'idea  precisa  delle
diverse scuole,  dei diversi movimenti,  delle diverse correnti,  delle diverse
influenze per cui si sviluppa la Pittura in una data regione;  ma son penetrata
nell'intimo  spirito,   nella  essenziale  sostanza  dell'arte  d'ogni  singolo
pittore. Come profondamente ora comprendo, per esempio,  il quattordicesimo e il quindicesimo secolo,
i Trecentisti e i Quattrocentisti, i semplici i nobili i grandi Primitivi!
  I  disegni  sono  conservati  in belle custodie di cuoio inciso con borchie e
fermagli d'argento imitanti quelli dei messali.  La  variet  della  tecnica  
ingegnosissima.  Certi disegni,  dal Rembrandt,  sono eseguiti su una specie di
carta un poi rossastra,  riscaldata  con  matita  sanguigna,  acquerellata  con
bistro;  e le luci son rilevate con bianco a tempera.  Certi altri disegni, dai
maestri fiamminghi,  sono eseguiti su una carta rugosa molto simile alla  carta
preparata  per  la  pittura  a  olio,  dove  l'acquerello  di  bistro prende il
carattere degli schizzi a bitume. Altri sono a matita sanguigna, a matita nera,
a tre matite con qualche tocco di pastello, acquerellati con bistro su tratti a
penna, acquerellati con inchiostro di China, su carta bianca,  su carta gialla,
su  carta  grigia.  Talvolta  la matita sanguigna par che contenga porpora;  la
matita nera d un segno vellutato; il bistro  caldo, fulvo, biondo, d'un color
di tartaruga fina.
  Tutte queste particolarit le ho dal disegnatore;  provo uno strano piacere a
ricordarle,  a  scriverle;  mi  par d'essere inebriata di arte;  ho il cervello
pieno di mille linee,  di mille figure;  e in mezzo al tumulto confuso vedo.
pur sempre le donne dei Primitivi, le indimenticabili teste delle Sante e delle
Vergini,  quelle  che  sorridevano  alla mia infanzia religiosa,  nella vecchia
Siena, dai freschi di Tadaeo e di Simone.
  Nessun capolavoro d'un'arte pi avanzata e pi  raffinata  lascia  nell'animo
un'impressione cos forte, cos durevole, cos tenace. Quei lunghi corpi snelli
come steli di gigli;  quei colli sottili e reclinati;  quelle fronti convesse e
sporgenti;  quelle bocche piene di sofferenza e di affabilit;  quelle mani  (o
Memling!)  affilate,   ceree,  diafane  come  un'ostia,  pi  significative  di
qualunque altro lineamento;  e quei capelli rossi  come  il  rame,  fulvi  come
l'oro,  biondi  come  il  miele,  quasi  distinti  a  uno a uno dalla religiosa
pazienza del pennello;  e tutte quelle attitudini nobili e gravi o nel ricevere
un  fiore da un angelo o nel posar le dita sopra un libro aperto o nel chinarsi
verso l'infante o nel sostener su' ginocchi il corpo di Ges o nel  benedire  o
nell'agonizzare o nell'ascendere al Paradiso, tutte quelle cose pure, sincere e
profonde  inteneriscono e impietosiscono fin nell'intimo spinto;  e s'imprimono
per sempre nella memoria,  come uno spettacolo di tristezza umana veduto  nella
realit della vita, nella realit della morte.
  A una a una, oggi, passavano le donne dei Primitivi, sotto i nostri occhi. Io
e  Francesca eravamo sedute in un divano basso,  avendo d'innanzi a noi un gran
leggo sul quale posava la custodia di cuoio con i disegni che il  disegnatore,
seduto incontro,  svolgeva lentamente, comentando. Ad ogni tratto, io vedevo la
sua mano prendere il foglio e posarlo su l'altra faccia della custodia con  una
delicatezza  singolare.  Perch,  ad  ogni  tratto,  sentivo  dentro  di  me un
principio di brivido come se quella mano stesse per toccarmi?
  A un certo punto,  trovando forse  incomoda  la  sedia,  egli  s'  messo  in
ginocchio  sul tappeto e ha seguitato a svolgere.  Parlando,  si dirigeva quasi
sempre a me;  e non aveva l'aria di ammaestrarmi ma di ragionare con una  egual
conoscitrice;  e  in  fondo  a  me  si moveva un poco di compiacenza,  mista di
riconoscenza. Quando io faceva una esclamazione di meraviglia, egli mi guardava
con un sorriso che ancora ho presente e che non so definire.  Due o  tre  volte
Francesca ha appoggiato il braccio su la spalla di lui,  con familiarit, senza
badarci.  Vedendo la testa del primogenito di Mos,  presa dal fresco di Sandro
Botticelli  nella Cappella Sistina,  ella ha detto: - Ha un poi della tua aria,
quando sei malinconico.  - Vedendo la testa dell'arcangelo Michele,  che    un
frammento della Madonna di Pavia.,  del Perugino,  ella ha detto: - Somiglia
Giulia Moceto;  vero?  - Egli non ha risposto e ha voltato il foglio con minor
lentezza. Allora ella ha soggiunto, ridendo: - Lungi le imagini del peccato!
  Questa  Giulia  Moceto    forse una donna che un tempo egli am?  Voltato il
foglio,  ho  provato  un  incomprensibile  desiderio  di  rivedere  l'arcangelo
Michele, di esaminarlo con maggiore attenzione. Era curiosit soltanto?
  Io  non  so.  Non  oso guardarmi dentro,  nel segreto;  amo meglio indugiare,
ingannando me stessa;  non penso che o prima o poi tutte le terre vaghe  cadono
in  dominio  del  Nemico;  non  ho  il  coraggio  di  affrontare la lotta;  son
pusillanime.
  Intanto, l'ora  dolce.  Ho una imaginosa eccitazione intellettuale,  come se
avessi bevute molte tazze di t forte.  Non ho nessuna volont di coricarmi. La
notte  tiepidissima, come in agosto; il cielo  chiaro ma velato,  simile a un
tessuto di perle;  il mare ha una respirazione lenta e sommessa,  ma le fontane
riempiono le pause. La loggia m'attira. Sogniamo un poco! Quali sogni?
  Gli occhi delle Vergini e delle Sante mi  perseguitano.  Vedo  ancora  quegli
occhi  cavi,  lunghi  e  stretti,  con  le  palpebre abbassate,  di sotto a cui
guardano con uno sguardo affascinante,  mite come quel d'una  colomba,  un  poi
obliquo come quel d'una serpe.  Sii semplice come la colomba e prudente come la
serpe  ha detto Ges Cristo.
  Sii prudente. Prega, cricati e dormi.

  21  settembre..  -  Ahim,  bisogna  pur  sempre ricominciar l'opera dura,
risalire l'erta gi salita, riconquistare il suolo gi conquistato ricombattere
la battaglia gi vinta!

  22 settembre..  - Egli mi ha donato un suo libro di poesia,  La  Favola
d`Ermafrodito.,  il  ventunesimo  dei  venticinque  soli  esemplari,  tirato su
pergamena, con due prove del frontispizio avanti lettera.
  Ei una singolare opera, ove si chiude un senso misterioso e profondo, sebbene
l'elemento musicale prevalga trascinando lo spirito in una  magia  inaudita  di
suoni  e  avvolgendo  i  pensieri;  che  splendono  come una polvere d'oro e di
diamante in un fiume limpido.
  I cori dei  Centauri,  delle  Sirene  e  delle  Sfingi  dnno  un  turbamento
indefinibile,  svegliano  nell'orecchio  e  nell'anima  una  inquietudine e una
curiosita  non  appagate,  prodotte  dal  continuo  contrasto  d'un  sentimento
duplice, d'una aspirazione duplice, della natura umana e della natura bestiale.
Ma  con  qual  purezza,  e  come visibile.,  l'ideal forma dell'Androgine si
delinea tra gli agitati cori dei mostri!  Nessuna musica mi ha  inebriata  come
questo  poema  e  nessuna  statua  mi ha data della bellezza un'impressione pi
armonica.  Certi versi mi perseguitano senza tregua e  mi  perseguiteranno  per
lunghissimo tempo, forse; tanto sono intensi.

                                        

  Egli  mi  conquista  l'intelletto e l'anima,  ogni giorno pi,  ogni ora pi,
senza tregua, contro la mia volont, contro la mia resistenza. Le sue parole, i
suoi sguardi, i suoi gesti, i suoi minimi moti entrano nel mio cuore.

  23 settembre..  - Quando parliamo insieme,  talvolta io sento che  la  sua
voce  come l'eco dell'anima mia.
  Accade  talvolta  che  io  mi  senta  spingere  da  un subitaneo fascino,  da
un'attrazione cieca, da una violenza irragionevole, verso una frase,  verso una
parola che potrebbe rivelare la mia debolezza.  Mi salvo per prodigio;  e viene
allora un intervallo di silenzio,  nel quale io sono agitata  da  un  terribile
tremito  interiore.  Se  riprendo  a  parlare,  io  dico  una  cosa  frivola  e
insignificante,  con un tono leggero;  ma mi pare che una fiamma mi corra sotto
la pelle del viso, quasi ch'io sia per arrossire. S'egli cogliesse quell'attimo
per guardarmi risolutamente negli occhi, sarei perduta.

                                        

  Ho suonato molta musica, di Sebastiano Bach e di Roberto Schumann. Egli stava
seduto,  come quella sera, alla mia destra, un poco indietro, su la poltrona di
cuoio.  Di tratto in tratto,  alla fine d'ogni pezzo,  egli si levava e,  chino
alle mie spalle,  sfogliava il libro per indicarmi un'altra Fuga.,  un altro
Intermezzo.,  un altro Improvviso..  Quindi si metteva di nuovo a sedere;
ed ascoltava,  senza muoversi, profondamente assorto, con gli occhi fissi sopra
di me, facendomi sentire. la sua presenza.
  Intendeva egli quanto di mio, del mio pensiero, della mia tristezza,  del mio
essere intimo, passava nella musica altrui?

                                        

   Musica, - chiave d'argento che apri la fontana delle lacrime, ove lo spirito
beve  finch  la mente si smarrisce;  soavissima tomba di mille timori,  ove la
loro madre, l'Inquietudine,  simile a un fanciullo che dorma,  giace sopita nei
fiori...  SHELLEY.

  La  notte    minacciosa.  Un  vento caldo e umido soffia nel giardino;  e il
fremito cupo si prolunga nell'oscurit, poi cade, poi ricomincia pi forte.  Le
vette dei cipressi oscillano sotto un cielo quasi nero, dove le stelle appaiono
semispente.  Una  striscia  di nuvole attraversa lo spazio,  dall'uno all'altro
orizzonte, frastagliata, contorta, pi nera del cielo, simile alla capigliatura
tragica di una Medusa. Il mare nell'oscurit  invisibile; ma singhiozza,  come
un immenso e inconsolabile dolore, solo.
  Che    mai  questo sbigottimento?  Mi sembra che la notte mi ammonisca d'una
sciagura prossima e che all'ammonizione risponda  in  fondo  a  me  un  rimorso
indefinito.  Il  Preludio.  di  Sebastiano  Bach ancora m'incalza;  si mesce
nell'anima mia con il fremito del vento e con il singhiozzo del mare.
  Non piangeva, dianzi, qualche cosa di me in quelle note?
  Qualcuno piangeva, gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva, gemeva,
chiamava  Dio,  domandava  il  perdono,  implorava  l'aiuto,  pregava  con  una
preghiera  che  saliva  al  cielo  come una fiamma.  Chiamava ed era ascoltato,
pregava  ed  era  esaudito;   riceveva  la  luce   dall'alto,   gittava   gridi
d'allegrezza,  stringeva alfine la Verit e la Pace, si riposava nella clemenza
del Signore.

                                        

  Sempre, mia figlia mi conforta; e mi guarisce da ogni febbre; come un balsamo
sublime.
  Ella dorme, nell'ombra rischiarata dalla lampada che  mite come una luna. La
sua faccia,  bianca  della  fresca  bianchezza  d'una  rosa  bianca,  quasi  si
sprofonda  nell'abbondanza  dei capelli oscuri.  Pare che il fino tessuto delle
sue palpebre appena appena riesca a nascondere nell'interno gli occhi luminosi.
Io mi piego su lei, la riguardo; e tutte le voci della notte si estinguono, per
me;  e il silenzio per me non  misurato che dalla respirazione  ritmica  della
sua vita.
  Ella  sente  la vicinanza della madre.  Leva un braccio e lo lascia ricadere;
sorride dalla bocca che si schiude come un fiore perlifero e per un istante tra
i cigli appare uno splendore simile all'umido splendore  argenteo  della  polpa
d'un  asfodelo.  Come  pi  la  contemplo,  diventa alla mia vista una creatura
immateriale, un essere formato dell'elemento as dreams are made on..
  Perch,  a dare un'idea della sua bellezza e della sua spiritualit,  sorgono
spontanee  nella  memoria imagini e parole di Guglielmo Shakespeare,  di questo
possente selvaggio atroce poeta che ha cos melliflue labbra?
  Ella crescer,  nutrita e avvolta dalla fiamma  del  mio  amore,  mio  grande
unico. amore...
  Oh Desdemona, Ofelia, Cordelia, Giulietta! Oh Titania! Oh Miranda!

  24  settembre..  -  Io  non  so  prendere una risoluzione,  non so fare un
proposito.  Io mi abbandono un poco a questo nuovissimo  sentimento,  chiudendo
gli  occhi  sul pericolo lontano,  chiudendo gli orecchi alle ammonizioni savie
della conscienza,  con il trepidante ardire di chi,  per cogliere le  violette,
s'avventura su l'orlo d'un abisso in fondo a cui rugge un fiume vorace.
  Egli non sapr nulla dalla mia bocca;  io non sapr nulla dalla sua. Le Anime
saliranno insieme,  un breve tratto,  su per le colline dell'Ideale,  beveranno
qualche  sorso alle fonti perenni;  quindi ciascuna riprender la sua via,  con
maggior confidenza, con minor sete.

                                        

  Che tranquillit nell'aria,  dopo il mezzogiorno!  Il mare ha il color bianco
azzurrognolo  latteo  d'un  opale,  d'un vetro di Murano: ed  qua e l come un
cristallo appannato da un alito.

                                        

  Leggo Percy Shelley,  un poeta ch'egli ama,  il divino Ariele che si nutre di
luce e parla nella lingua degli Spiriti.  Ei notte. Questa allegoria mi si leva
d'innanzi visibile.
   Una porta di cupo diamante si spalanca sul gran cammino della  vita  da  noi
tutti  esercitato,  una  caverna  immensa  e  corrosa.  Intorno  imperversa una
perpetua guerra di ombre,  simili alle nuvole inquiete  che  s'affollano  nella
fenditura d'una qualche montagna scoscesa, perdendosi in alto fra i turbini del
cielo superiore. E molti passano con passo incurante, d'innanzi a quel portico,
non  sapendo che un'ombra segue i vestigi d'ogni passeggero insino al luogo ove
i morti aspettano in pace il lor compagno novello.  Altri  per,  mossi  da  un
pensier  pi  curioso,  si  fermano  a  riguardare.  Sono costoro in esilissimo
numero; ed ivi ben poco apprendono,  se non che ombre li seguono ovunque eglino
vadano. 
  Dietro di me,  cos da presso che quasi mi tocca,  l'Ombra. Io la sento, che
mi guarda; allo stesso modo che ieri sonando, sentivo lo sguardo di lui,  senza
vederlo.

  25 settembre.. - Mio Dio, mio Dio!
  Quando egli mi ha chiamata,  con quella voce, con quel tremito, io ho creduto
che il cuore mi si fosse disciolto nel petto e ch'io fossi per  venir  meno.  -
Voi  non saprete mai - egli ha detto - non saprete mai fino a qual punto la mia
anima  vostra.
  Eravamo nel viale delle fontane.  Io ascoltavo le acque.  Non  ho  visto  pi
nulla;  non ho udito pi nulla; m' parso che tutte le cose si allontanassero e
che il suolo si affondasse e che si dileguasse con loro la mia vita.  Ho  fatto
uno sforzo sovrumano; e m' venuto alle labbra il nome di Delfina, e m' venuto
un impeto folle di correre a lei, di fuggire, di salvarmi. Ho gridato tre volte
quel  nome.  Negli  intervalli,  il  mio cuore non palpitava,  i miei polsi non
battevano, dalla mia bocca non usciva il respiro...

  26 settembre..- E vero?  Non  un inganno del mio  spirito  fuorviato?  Ma
perch l'ora di ieri mi par cos lontana, cos irreale.?
  Egli parl, di nuovo, a lungo, standomi vicino, mentre io camminava sotto gli
alberi,  trasognata.  Sotto  quali  alberi?  Era come s'io camminassi nelle vie
segrete dell'anima mia,  tra fiori nati dall'anima mia,  ascoltando  le  parole
d'uno Spirito invisibile che un tempo si fosse nutrito dell'anima mia.
  Odo ancora le parole soavi e tremende.
  Egli  diceva:  -  Io rinunzierei a tutte le promesse della vita per vivere in
una piccola parte del vostro cuore...
  Diceva: - ...  fuor del mondo,  interamente perduto nel  vostro  essere,  per
sempre, fino alla morte...
  Diceva:  -  La piet che mi venisse da voi mi sarebbe pi cara della passione
di qualunque altra...
  - La sola presenza vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza; e io la sentiva
fluire nelle mie vene,  come un sangue,  e invadere il  mio  spirito,  come  un
sentimento sovrumano...

  27 settembre..  - Quando,  sul limite del bosco, egli colse questo fiore e
me l'offerse, non lo chiamai Vita della mia vita.?
  Quando ripassammo pel viale delle fontane,  d'innanzi a quella fontana,  dove
egli prima aveva parlato, non lo chiamai Vita della mia vita.?
  Quando  tolse  la  ghirlanda  dall'Erma  e la rese a mia figlia,  non mi fece
intendere che la Donna inalzata nei versi era gi decaduta e che  io  sola,  io
sola ero la sua speranza? Ed io non lo chiamai Vita della mia vita.?

  28 settembre..  - Com' stato lungo a venire,  il raccoglimento!  In tante
ore,  dopo quell'ora,  ho lottato,  ho  penato  per  rientrar  nella  mia  vera
conscienza,  per  veder  le cose nella vera luce,  per giudicare l'accaduto con
fermo e calmo giudizio, per risolvere, per decidere, per riconoscere il dovere.
Io sfuggivo a me stessa;  la mente si smarriva;  la volont si ripiegava;  ogni
sforzo era vano.  Quasi per istinto, evitavo di rimaner sola con lui, mi tenevo
sempre vicina a Francesca e a mia figlia, o rimanevo qui nella stanza,  come in
un rifugio.  Quando i miei occhi s'incontravano con i suoi, mi pareva di legger
nei suoi una profonda e supplichevole tristezza.  Non sa egli  quanto,  quanto,
quanto io l'ami?
  Non lo sa; non lo sapr mai. Cos voglio. Debbo cos. Coraggio !
  Mio Signore, aiutatemi voi.

  29 settembre.. - Perch ha parlato? Perch ha voluto rompere l'incanto del
silenzio  ove  l'anima  mia si cullava senza quasi rimorso e senza quasi paura?
Perch ha voluto strappare i veli vaghi dell'incertezza e mettermi in conspetto
del suo amore svelato? Ormai non posso pi indugiare,  non posso pi illudermi,
n  concedermi una mollezza,  n abbandonarmi a un languore.  Il pericolo  l,
certo,  aperto,  manifesto;  e m'attira con la vertigine,  come un  abisso.  Un
attimo di languore, di mollezza, e io sono perduta.

                                        

  Io  mi  domando:  - Ei un dolor sincero il mio,   un sincero rammarico,  per
quella rivelazione inattesa?  Perch penso sempre a quelle  parole?  E  perch,
quando le ripeto in me stessa,  un'onda ineffabile di volutt mi attraversa?  E
perch un brivido mi corre per tutte le midolle,  se imagino che  potrei  udire
altre parole, altre parole ancora?

                                        

  Un verso di Guglielmo Shakespeare, nel As you like it.:

           Who ever lov'd, that lov'd not at first sight?. 

  Notte..  -  I  moti  del  mio spirito prendono forma d'interrogazioni,  di
enigmi. Io interrogo di continuo me stessa e non rispondo mai.  Non ho avuto il
coraggio di guardar proprio in fondo,  di conoscere con esattezza il mio stato,
di prendere una risoluzione veramente forte e leale.  Io sono  pusillanime,  io
sono  vile;  ho  paura  del dolore,  voglio soffrire il meno possibile;  voglio
ancora  ondeggiare,   temporeggiare,   palliare,   salvarmi   con   sotterfugi,
nascondermi, invece d'affrontare a viso aperto la battaglia decisiva.
  Il fatto  questo: che io temo. di rimaner sola con lui, d'aver con lui un
colloquio  grave,  e che la mia vita qui  ridotta una continuazione di piccole
astuzie, di piccoli ripieghi, di piccoli pretesti per evitare la sua compagnia.
L'artificio  indegno di me.  O voglio assolutamente rinunziare a questo amore;
ed  egli  udr  la mia parola triste ma ferma.  O voglio accettarlo,  nella sua
purit; ed egli avr il mio consenso spirituale.
  Ora,  io mi domando: - Che voglio?  Quale scelgo delle due  vie?  Rinunziare?
Accettare?
  Mio Dio, mio Dio, rispondete voi per me, illuminatemi voi!
  Rinunziare    omai  come  strappar  con le mie unghie una parte viva del mio
cuore. L'angoscia sar suprema,  lo spasimo passer i limiti d'ogni sofferenza;
ma l'eroismo,  per la grazia di Dio,  verr coronato dalla rassegnazione, verr
premiato dalla divina dolcezza che segue  ogni  forte  elevazion  morale,  ogni
trionfo dell'anima su la paura di soffrire.
  Rinunzier.  Mia figlia manterr il possesso di tutto tutto il mio essere, di
tutta tutta la mia vita. Questo  il dovere.

           Ara con pianti, anima dolorosa,
          per mietere con canti d'allegrezza!. 

  30 settembre..  - Scrivendo queste pagine,  mi sento un  poco  pi  calma:
riacquisto,  almeno  momentaneamente,  un  poco  di  equilibrio e considero con
maggior lucidit il mio infortunio e mi par che il cuore si  alleggerisca  come
dopo una confessione.
  Oh,  s'io potessi confessarmi! S'io potessi chiedere consiglio e aiuto al mio
vecchio amico, al mio vecchio consolatore!
  In queste turbolenze,  mi sostiene pi d'ogni altra cosa  il  pensiero  ch'io
rivedr  fra  pochi giorni Don Luigi e che gli parler e che gli mostrer tutte
le mie piaghe,  e gli scoprir tutte le mie paure e gli chieder un balsamo per
tutti  i  miei mali,  come un tempo;  come quando la sua parola mite e profonda
chiamava lacrime di tenerezza su' miei occhi che ancora non conoscevano il sale
amaro d'altre lacrime o l'arsione, ben pi terribile, dell'aridit.
  Mi comprendera egli ancora?  Comprender le oscure angosce della  donna  allo
stesso  modo che comprendeva le malinconie della fanciulla indefinite e fugaci?
Rivedr inchinarsi verso di me,  in atto di misericordia e di compatimento,  la
sua  bella  fronte incoronata di capelli bianchi,  illuminata di santit,  pura
come l'ostia nel ciborio, benedetta dalla mano del Signore?

                                        

  Ho sonato,  su l'organo della cappella,  musica  di  Sebastiano  Bach  e  del
Cherubini, dopo la messa. Ho sonato il Preludio. dell'altra sera.
  Qualcuno piangeva, gemeva, oppresso dall'angoscia; qualcuno piangeva, gemeva,
chiamava  Dio,  domandava  il  perdono,  implorava  l'aiuto,  pregava  con  una
preghiera che saliva al cielo come  una  fiamma.  Chiamava  ed  era  ascoltato,
pregava   ed   era  esaudito;   riceveva  la  luce  dall'alto,   gittava  gridi
d'allegrezza, stringeva alfine la Verit e la Pace,  si riposava nella clemenza
del Signore.
  Quest'organo non  grande,  la cappella non  grande; eppure la mia anima s'
dilatata come in una basilica,  s' inalzata come in  una  cupola  immensa,  ha
toccato  il  culmine  dell'aguglia  ideale  ove  splende  il  segno  dei segni,
nell'azzurro paradisiaco, nell'etere sublime.
  Io penso ai massimi organi delle cattedrali massime, a quelli di Amburgo,  di
Strasburgo, di Siviglia, della badia di Weingarten, della badia di Subiaco, dei
Benedettini in Catania,  di Montecassino,  di San Dionigi. Qual voce, qual coro
di voci, qual moltitudine di grida e di preghiere,  qual canto e qual pianto di
popoli  eguaglia  la  terribilit  e la soavit di questo prodigioso istrumento
cristiano che pu  riunire  in  se  tutte  le  intonazioni  da  orecchio  umano
percettibili e le impercettibili ancora?
  Io sogno: - un Duomo solitario,  immerso nell'ombra, misterioso, nudo, simile
alla profondit d'un cratere spento che riceva dall'alto una luce  siderale;  e
un'Anima ebra d'amore,  ardente come quella di san Paolo,  dolce come quella di
san Giovanni,  molteplice come mille anime in una,  bisognosa d'esalar  la  sua
ebriet  in una voce sopraumana;  e un organo vasto come una foresta di legno e
di metallo,  che,  come quel di San  Sulpizio,  abbia  cinque  tastiere,  venti
pedali, cento otto registri, pi di settemila canne, tutti i suoni.

  Notte..  -  Invano!  Invano!  Nessuna  cosa  mi calma;  nessuna cosa mi d
un'ora,  un minuto,  un attimo di oblio;  nessuna cosa mai mi  guarir;  nessun
sogno della mia mente canceller il sogno del mio cuore. Invano!
  La mia angoscia  mortale. Io sento che il mio male  incurabile; il cuore mi
duole  come  se  proprio  me  l'avessero  stretto,  me  l'avessero premuto,  me
l'avessero guasto per sempre;  il dolore morale  cos intenso che si cangia in
dolore fisico,  in uno spasimo atroce,  insostenibile. Io sono esaltata, lo so;
io sono in preda a una specie di  follia;  e  non  posso  vincermi,  non  posso
contenermi, non posso riprendere la mia ragione; non posso, non posso.
  Questo  dunque l'amore?
  Egli e partito stamani,  a cavallo, con un servo, senza ch'io l'abbia veduto.
La mia mattina  passata quasi tutta nella cappella.  Per l'ora della colazione
egli non  ritornato.  La sua assenza mi faceva soffrire cos ch'io era stupita
dell'acutezza di quel soffrire.  Son venuta qui nella stanza;  per diminuir  la
pena,  ho scritta una pagina del Giornale,  una pagina religiosa, riscaldandomi
al  ricordo  della  mia   fede   matutina;   poi   ho   letto   qualche   brano
dell'Epipsychidion.  di Percy Shelley; poi son discesa nel parco a cercar di
mia figlia.  In tutti questi atti,  il pensiero  vivo  di  lui  mi  teneva,  mi
occupava, mi tormentava senza tregua.
  Quando ho riudita la sua voce,  io era sulla prima terrazza. Egli parlava con
Francesca,  sul vestibolo.  Francesca s' affacciata,  chiamandomi dall'alto: -
Vieni su.
  Risalendo  la scala,  sentivo che le ginocchia mi si piegavano.  Salutandomi,
egli mi ha tesa la mano;  e deve aver notato il tremito  della  mia  perch  ho
visto qualche cosa passargli nello sguardo,  rapidamente. Ci siamo seduti su le
lunghe sedie di paglia, nel vestibolo, rivolti al mare.  Egli ha detto d'essere
molto stanco;  e s' messo a fumare,  raccontando la sua cavalcata.  Era giunto
sino a Vicomle, dove aveva fatto una sosta.
  - Vicomle - ha detto - possiede tre meraviglie: una pineta, una torre,  e un
ostensorio  del  Quattrocento.  Figuratevi  una  pineta tra il mare e il colle,
tutta piena di stagni che moltiplicano il bosco all'infinito;  un campanile  di
stil  lombardo  barbaro,  che  risale  certo all'undicesimo  secolo,  uno stelo di pietra
carico di sirene,  di paoni,  di serpenti,  di Chimere,  d'ippogrifi,  di mille
mostri e di mille fiori; e un ostensorio d'argento dorato, smaltato, intagliato
e cesellato,  di foggia gotico-bizantina con un presentimento della Rinascenza,
opera  del  Gallucci,  artefice  quasi  ignoto,  ch'  un  gran  precursore  di
Benvenuto...
  Egli si rivolgeva a me, parlando. Ei strano come io ricordo esattamente tutte
le  sue  parole.  Potrei  scrivere  per  intera  la  sua conversazione,  con le
particolarit pi insignificanti  e  minute;  se  ci  fosse  un  mezzo,  potrei
riprodurre ogni modulazione della sua voce.
  Egli ci ha mostrato due o tre piccoli disegni a matita, sul suo taccuino. Poi
ha seguitato a parlare delle meraviglie di Vicomle, con quel calore ch'egli ha
quando parla di cose belle, con quell'entusiasmo d'arte, ch' una delle sue pi
alte seduzioni.
  -  Ho  promesso  al  Canonico  che sarei tornato domenica.  Andremo;   vero,
Francesca? Bisogna che Donna Maria conosca Vicomle.
  Oh,  il mio nome su la sua bocca!  Se ci fosse  un  modo,  potrei  riprodurre
esattamente  l'attitudine,  l'apertura delle sue labbra nel profferire ciascuna
sillaba delle due parole: - Donna Maria.  - Ma non mai potrei esprimere la  mia
sensazione;  non  potrei mai ridire tutto ci che di sconosciuto,  d'inopinato,
d'insospettato si va risvegliando nel mio essere alla presenza di quell'uomo.
  Siamo rimasti l seduti, fino all'ora del pranzo. Francesca pareva, contro il
suo solito, un poco malinconica. A un certo punto, il silenzio  caduto su noi,
gravemente. Ma tra lui e me  incominciato un di quei colloqui di silenzio.,
ove l'anima esala l'Ineffabile e intende  il  murmure  dei  pensieri.  Egli  mi
diceva  cose  che mi facevano languir di dolcezza sopra il cuscino: cose che la
sua bocca non potr mai ripetermi e il mio orecchio non potr mai udire.
  D'innanzi,  i cipressi immobili,  leggeri alla vista quasi fossero immersi in
un etere sublimante, accesi dal sole, parevano portare una fiamma alla sommit,
come i torchi votivi. Il mare aveva il color verde d'una foglia d'aloe, e qua e
l  il  color mav d'una turchina liquefatta: una indescrivibile delicatezza di
pallori,  una diffusion di luce angelicata,  ove ogni vela  dava  imagine  d'un
angelo  che nuotasse.  E la concordia dei profumi illanguiditi dall'Autunno era
come lo spirito e il sentimento di quello spettacolo pomeridiano.
  Oh morte serena di settembre!
  Anche questo mese  finito,  perduto,  caduto nell'abisso. Addio.
  Una tristezza immensa mi opprime.  Quanta parte di me porta seco questa parte
di tempo!  Ho vissuto pi in quindici giorni che in quindici anni;  e mi sembra
che nessuna delle mie lunghe settimane di dolore eguagli in acutezza di spasimo
questa breve settimana di passione.  Il cuore mi duole;  la testa mi si  perde;
una cosa oscura e bruciante  in fondo a me, una cosa ch' apparsa d'improvviso
come un'infezione di morbo e che incomincia a contaminarmi il sangue e l'anima,
contro ogni volont, contro ogni rimedio: il Desiderio.
  Io  n'ho vergogna e raccapriccio,  come d'un disonore,  come d'un sacrilegio,
come d'una violazione;  io n'ho una paura disperata e folle,  come d'un  nemico
fraudolento  che  a  penetrar  nella  cittadella  conosca  vie da me stessa non
conosciute.
  E intanto io veglio, nella notte; e,  scrivendo questa pagina nell'orgasmo in
cui  gli  amanti  scrivono  le loro lettere d'amore,  non odo il respiro di mia
figlia che dorme.  Ella dorme in pace;  ella non sa quanto l'anima della  madre
sia lontana...

  1  ottobre..  -  I  miei  occhi vedono in lui quel che prima non vedevano.
Quando egli parla,  io guardo la sua bocca;  e l'attitudine e il  colore  delle
labbra mi occupano pi che il suono e il significato delle parole.

  2  ottobre..   -  Oggi    sabato:  oggi    l'ottavo  giorno  dal  giorno
indimenticabile: - 25 SETTEMBRE 1886.

                                        

  Per un caso singolare,  sebbene io ora non eviti di trovarmi  sola  con  lui,
sebbene anzi io desideri che venga il momento terribile ed eroico;  per un caso
singolare, il momento non  venuto.
  Francesca  rimasta sempre con me, oggi.  Stamani abbiamo fatto una cavalcata
per  la  via  di  Rovigliano.  E  abbiamo  passato il pomeriggio quasi tutto al
pianoforte. Ella ha voluto ch'io le sonassi alcune danze del sedicesimo secolo, poi la
Sonata in fa diesis minore. e la celebre Toccata. di Muzio Clementi,  poi
due  o  tre Capricci.  di Domenico Scarlatti;  e ha voluto ch'io le cantassi
alcune parti dei Frauenliebe. di Roberto Schumann. Che contrasti!
  Francesca non  pi gaia, come una volta, com'era anche ai primi giorni della
mia dimora qui. Spesso,  ella  pensosa;  quando ride,  quando scherza,  la sua
gaiezza  mi  sembra  artificiale.  Le ho chiesto: - Hai qualche pensiero che ti
tormenta?  - Ella mi ha risposto,  mostrando di meravigliarsi: - Perch?  Io ho
soggiunto: - Ti vedo un poi triste. - Ed ella: - Triste? Oh no; t'inganni. - Ed
ha riso, ma d'un riso involontariamente amaro.
  Questa cosa mi affligge e mi d una inquietudine vaga.

                                        

  Andremo dunque domani a Vicomle,  dopo mezzogiorno.  Egli mi ha domandato: -
Avreste forza di venire a cavallo?  A  cavallo  potremmo  traversare  tutta  la
pineta...
  Poi anche mi ha detto: - Rileggete,  tra le liriche dello Shelley a Jane,  la
Recollection..
  Dunque andremo a  cavallo;  verr  a  cavallo  anche  Francesca.  Gli  altri,
compresa Delfina, verranno in mail-coach..
  In  che  disposizion  di  spirito strana mi trovo io stasera!  Ho come un'ira
sorda e acre in fondo al cuore, e non so perch; ho come una insofferenza di me
e della mia vita e di tutto. L'eccitazion nervosa  cos forte che mi prende di
tratto in tratto un pazzo impeto di gridare, di ficcarmi le unghie nella carne,
di rompermi le dita  contro  la  parete,  di  provocare  un  qualunque  spasimo
materiale  per sottrarmi a questo insopportabile malessere interiore,  a questo
insopportabile affanno.  Mi par d'avere un nodo di fuoco a sommo del petto,  la
gola chiusa da un singhiozzo che non vuole uscire,  la testa vacua,  ora fredda
ora ardente;  e di tratto  in  tratto  mi  sento  attraversare  da  una  specie
d'ansiet  subitanea,  da  uno  sbigottimento  irragionevole  che  non riesco a
respingere mai n a reprimere. E, a volte,  a traverso il mio cervello guizzano
imagini  e  pensieri  involontarii  che  sorgono  chi  sa  da  quali profondit
dell'essere: imagini e pensieri indegni.  E languo e vengo meno,  come una  che
sia immersa in un amore allacciante;  e pur tuttavia non  un piacere, non  un
piacere!

  3 ottobre..  Com' debole e misera l'anima nostra,  senza difesa contro  i
risvegli  e  gli  assalti  di quanto men nobile e men puro dorme nella oscurit
della nostra vita inconsciente,  nell'abisso inesplorato  ove  i  ciechi  sogni
nascono dalle cieche sensazioni!
  Un sogno pu avvelenare un'anima; un sol pensiero involontario pu corrompere
una volont.

                                        

  Andiamo a Vicomle.  Delfina  in letizia. La giornata  religiosa. Oggi  la
festa di Maria Vergine del Rosario. Coraggio, anima mia!

  4 ottobre.. - Nessun coraggio.
  La giornata di ieri fu per me cos piena di  piccoli  episodii  e  di  grandi
commozioni,  cos  lieta  e  cos  triste,  cos  stranamente agitata che io mi
smarrisco nel ricordarla.  E gi tutti tutti gli altri ricordi impallidiscono e
si dileguano innanzi ad un solo.
  Dopo  aver visitata la torre ed avere ammirato l'ostensorio,  ci accingemmo a
ripartir da Vicomle verso le cinque  e  mezzo.  Francesca  era  stanca;  e  le
piacque,  piuttosto  che  rimontare a cavallo,  tornar col mail-coach..  Noi
seguimmo per un tratto,  cavalcando ora indietro ora ai  lati.  Di  sul  legno,
Delfina  e  Muriella  agitavano  verso  noi  lunghe  canne  fiorite  e ridevano
minacciandoci con i bei pennacchi violacei.
  Era una sera tranquillissima, senza vento. Il sole stava per cadere dietro il
colle di Rovigliano,  in un cielo  tutto  rosato  come  un  cielo  dell'Estremo
Oriente.  Rose  rose  rose  piovevano da per tutto,  lente,  spesse,  molli,  a
simiglianza d'una nevata in un'aurora.  Quando il sole scomparve,  le  rose  si
moltiplicarono,  si  diffusero  fin  quasi  all'orizzonte opposto,  perdendosi,
sciogliendosi in un azzurro chiarissimo, in un azzurro argentino, indefinibile,
simile a quello che s'incurva su le cime delle montagne coperte di ghiacci.
  Era egli che di tratto in tratto mi diceva: - Guardate la torre di  Vicomle.
Guardate la cupola di San Consalvo...
  Quando la pineta fu in vista, egli mi chiese: - Attraversiamo?
  La  strada  maestra  costeggiava  il  bosco,  descrivendo  una  larga curva e
avvicinandosi al mare,  fin quasi sul lido,  nella sommit dell'arco.  Il bosco
appariva  gi  tutto  cupo,  d'un  verde  tenebroso,  come  se l'ombra si fosse
accumulata su le chiome degli alberi lasciando ancor limpida l'aria  superiore;
ma,  per  entro,  gli stagni risplendevano d'una luce intensa e profonda,  come
frammenti d'un cielo assai pi puro di quello  che  si  diffondeva  sul  nostro
capo.
  Senza aspettare la mia risposta, egli disse a Francesca:
  -  Noi  attraversiamo  la pineta.  Ci ritroveremo su la strada,  al ponte del
Convito, dall'altra parte.
  E trattenne il cavallo.
  Perch acconsentii? Perch entrai con lui? Io aveva negli occhi una specie di
abbagliamento; mi pareva d'essere sotto l'influenza d'una fascinazione confusa;
mi  pareva  che  quel  paesaggio,  quella  luce,   quel  fatto,   tutta  quella
combinazione  di circostanze non fossero per me nuovi ma gi un tempo esistiti,
quasi direi in una mia esistenza anteriore, ed ora riesistenti... L'impressione
 inesprimibile.  Mi pareva dunque che quell'ora,  che  quei  momenti,  essendo
stati gi da me vissuti,  non si svolgessero,  fuori di me, indipendenti da me,
ma mi appartenessero,  ma avessero con la mia  persona  un  legame  naturale  e
indissolubile cos ch'io non potessi sottrarmi a riviverli in quel dato modo ma
dovessi anzi necessariamente.  riviverli. Io aveva chiarissimo il sentimento
di questa necessit. L'inerzia della mia volont era assoluta.  Era come quando
un fatto della vita ritorna in un sogno con qualche cosa di pi della verit, e
di diverso dalla verit.  Non riesco nemmeno a rendere una minima parte di quel
fenomeno straordinario.
  E una segreta rispondenza,  un'affinit misteriosa era tra l'anima mia  e  il
paesaggio.  L'imagine  del  bosco  nelle  acque  degli  stagni  pareva  infatti
l'imagine sognata.  della scena reale.  Come nella poesia di  Percy  Shelley
ciascuno  stagno  pareva  essere  un  breve  cielo che s'ingolfasse in un mondo
sotterraneo;  un firmamento di luce rosea,  disteso su  la  terra  oscura,  pi
infinito  dell'infinita  notte  e  pi  puro  del  giorno;  dove  gli alberi si
sviluppavano allo stesso modo che nell'aria superiore ma di forme  e  di  tinte
pi perfetti che qualunque altro di quelli in quel luogo ondeggianti.  E vedute
soavi,  quali non mai si videro nel  nostro  mondo  di  sopra,  v'eran  dipinte
dall'amor  dell'acque  per  la  bella  foresta;  e  tutta la lor profondit era
penetrata d'un chiarore elisio, d'un'atmosfera senza mutamento, d'un vespro pi
dolce che quel di sopra.
  Da che lontananza del tempo era venuta a noi quell'ora?
  Andavamo al passo,  nel silenzio.  I rari gridi delle gazze,  l'andatura e il
respiro  dei  cavalli  non  turbavano  la  tranquillit che pareva di minuto in
minuto farsi pi grande e pi magica.
  Perch volle egli rompere la magia da noi stessi generata?
  Egli parl; egli mi vers sul cuore un'onda di parole ardenti,  folli,  quasi
insensate,  che in quel silenzio degli alberi mi sbigottivano poich prendevano
qualche  cosa  di  non  umano,   qualche  cosa  d'indefinibilmente   strano   e
affascinante.  Non  fu  umile  e  sommesso come nel parco;  non mi disse le sue
speranze timide e scorate, le sue aspirazioni quasi mistiche,  le sue tristezze
incurabili; non preg, non implor. Egli aveva la voce della passione, audace e
forte; una voce ch'io non gli conosceva.
  - Voi mi amate,  voi mi amate;  voi non potete non amarmi.!  Ditemi che mi
amate!
  Il suo cavallo camminava rasente al mio. Ed io mi sentivo da lui sfiorare;  e
credevo anche di sentire su la guancia il suo alito, l'ardore delle sue parole;
e credevo di venir meno per il grande orgasmo e di cadergli fra le braccia.
  - Ditemi che mi amate!  - egli ripeteva, ostinatamente, senza piet. - Ditemi
che mi amate!
  Nella terribile esasperazione datami dalla sua voce incalzante,  io credo che
dissi, non so se con un grido o con un singulto, fuori di me:
  - Vi amo, vi amo, vi amo!
  E spinsi il cavallo di carriera per la via appena tracciata nella densit dei
tronchi, non sapendo che facessi.
  Egli mi seguiva gridandomi:
  - Maria, Maria, fermatevi! Vi farete male...
  Non  mi fermai;  non so come il mio cavallo evit i tronchi;  non so come non
caddi.  Io non so ridire l'impressione che mi dava nella corsa la foresta  cupa
interrotta dalle larghe macchie lucenti degli stagni. Quando infine uscii su la
strada,  alla parte opposta,  presso il ponte del Convito,  mi sembr escire da
un'allucinazione.
  Egli mi disse, con un poi di violenza:
  - Volevate uccidervi?
  Udimmo il romore della carrozza avvicinarsi; e movemmo incontro.  Egli voleva
ancora parlarmi.
  -  Tacete,  vi  prego;  per piet!  - implorai,  poich sentivo che non avrei
potuto regger pi oltre.
  Egli tacque. Poi, con una sicurezza che mi stup, disse a Francesca:
  - Peccato che tu non sia venuta! Era un incanto...
  E  seguit  a  parlare,  francamente,  semplicemente,  come  se  nulla  fosse
accaduto;  anzi con una certa gaiezza.  E io gli ero grata della dissimulazione
che pareva mi salvasse,  poich certo,  se avessi dovuto io parlare,  mi  sarei
tradita; e il silenzio d'ambedue sarebbe stato forse per Francesca sospetto.
  Incominci,  dopo qualche tempo,  la salita verso Schifanoja. Nella sera, che
immensa malinconia! Il primo quarto della luna brillava in un ciel delicato, un
poi verde, ove i miei occhi,  forse i miei occhi soltanto,  vedevano ancora una
lieve apparenza di roseo,  del roseo che illuminava gli stagni,  l gi,  nella
foresta.

  5 ottobre.. - Egli ora sa che io l'amo;  lo sa dalla mia bocca.  Io non ho
pi scampo che nella fuga. Ecco, dove son giunta.
  Quando mi guarda, ha in fondo agli occhi un luccicore singolare che prima non
aveva.  Oggi,  in  un minuto in cui Francesca non era presente,  mi ha presa la
mano facendo l'atto di baciarmela.  Io son riuscita a ritrarla;  ed ho visto le
sue labbra agitate da un piccolo tremito;  ho sorpreso su le sue labbra,  in un
attimo,  quasi direi la figura del bacio non iscoccato,  un'attitudine che  m'
rimasta nella memoria e non mi va pi via, non mi va pi via!

  6  ottobre..  - Il 25 di settembre,  sul sedile di marmo,  nel bosco degli
lbatri,  egli mi disse: - Io so che voi non  mi  amate  e  che  non  potete
amarmi..  - E il 3 di ottobre: - Voi mi amate,  voi mi amate, voi non potete
non amarmi..

                                        

  In presenza di Francesca,  m'ha chiesto se gli permettevo di fare uno  studio
delle mie mani. Ho consentito. Incomincer oggi.
  E  io  sono  trepidante e ansiosa,  come se dovessi prestar le mie mani a una
tortura sconosciuta.

  Notte.. - Ei incominciata la lenta, soave, indefinibile tortura.
  Disegnava a matita nera e a matita sanguigna. La mia mano destra posava sopra
un pezzo di velluto. Sul tavolo era un vaso coreano, giallastro e maculato come
la pelle d'un pitone;  e nel vaso  era  un  mazzo  d'orchidee,  di  quei  fiori
grotteschi  e  multiformi che son la ricercata curiosit di Francesca.  Talune,
verdi, di quel verde, dir cos, animale che hanno certe locuste,  pendevano in
forma  di  piccole  urne  etrusche,  con  il coperchio un poi sollevato.  Altre
portavano in cima a uno stelo d'argento un fiore a cinque petali con  in  mezzo
un calicetto,  giallo di dentro e bianco di fuori.  Altre portavano una piccola
ampolla violacea e ai  lati  dell'ampolla  due  lunghi  filamenti;  e  facevano
pensare  a  un qualche minuscolo re delle favole,  assai gozzuto,  con la barba
divisa in due trecce alla foggia orientale. Altre infine portavano una quantit
di fiori gialli,  simili ad angelette in veste lunga  librate  a  volo  con  le
braccia alte e con l'aureola dietro il capo.
  Io le guardava,  quando mi pareva di non poter pi sostenere il supplizio;  e
le loro forme  rare  mi  occupavano  un  istante,  mi  suscitavano  un  ricordo
fuggevole dei paesi originali, mi mettevano nello spirito non so che momentaneo
smarrimento.  Egli disegnava,  senza parlare; i suoi occhi andavano di continuo
dalle carte alle mie mani; poi, due o tre volte, si sono rivolti al vaso.  A un
certo punto, levandosi egli ha detto:
  - Perdonatemi.
  E  ha  preso  il vaso e l'ha portato lontano,  sopra un altro tavolo;  non so
perch.
  Allora s' messo a disegnare con maggior  franchezza,  come  liberato  da  un
fastidio.
  Io  non  so dire quel che i suoi occhi mi facevano provare.  Mi pareva di non
offrire alla sua indagine una mano nuda,  s bene una parte nuda dell'anima;  e
ch'egli me la penetrasse con lo sguardo sino al fondo,  scoprendone tutti i pi
riposti segreti.  Non mai io aveva avuto della mia mano un tal sentimento;  non
mai  m'era  parsa  cos viva,  cos espressiva,  cos intimamente legata al mio
cuore,  cos dipendente dalla  mia  interna  esistenza,  cos  rivelatrice.  Me
l'agitava  una  vibrazione impercettibile ma continua,  sotto l'influenza dello
sguardo;  e la vibrazione  si  propagava  insino  all'intimo  del  mio  essere.
Talvolta  il  fremito  diveniva  pi forte e visibile;  e,  s'egli guardava con
troppa intensit, mi prendeva un moto istintivo di ritrarla; e talvolta il moto
era di pudore.
  Talvolta  egli  rimaneva  lungamente  fiso,  senza  disegnare;  ed  io  avevo
l'impressione  che  egli  bevesse  per  le  pupille qualche cosa di me o che mi
accarezzasse con una carezza pi molle del velluto sul quale si posava  la  mia
mano.  Di  tratto  in tratto,  mentre stava chino sul foglio ad infondere forse
nella linea quel ch'egli aveva da me bevuto,  un sorriso lievissimo gli passava
su la bocca,  ma cos lieve che appena io poteva coglierlo. E quel sorriso, non
so perch, mi dava a sommo del petto un tremolio di piacere. Ancora,  due o tre
volte, ho veduto riapparire su la sua bocca la figura del bacio.
  Di tratto in tratto, la curiosit mi vinceva; e io domandavo: - Ebbene?
  Francesca stava seduta al pianoforte,  con le spalle rivolte a noi; e toccava
i tasti cercando di ricordarsi la Gavotta.  di Luigi Rameau,  la  Gavotta
delle  dame  gialle.,  quella che ho tanto sonata e che rimarr come la memoria
musicale della mia villeggiatura a Schifanoja.  Smorzava le note col pedale;  e
s'interrompeva  spesso.  E  le  interruzioni  dell'aria  a me familiare e delle
cadenze,   che  l'orecchio  compiva  precorrendo,   erano   per   me   un'altra
inquietudine. D'improvviso, ella ha battuto forte un tasto, ripetutamente, come
sotto l'urto di un'impazienza nervosa; e s' levata, ed e andata a chinarsi sul
disegno.
  L'ho guardata. Ho compreso.
  Mancava  ancora  quest'amarezza.  Dio  mi  riserbava  all'ultimo la prova pi
crudele. Sia fatta la sua volont.

  7 ottobre.. - Io non ho che un solo pensiero,  un solo desiderio,  un solo
proposito: partire, partire, partire.
  Sono  all'estremo  delle  forze.  Io  languo,  io  muoio  del  mio  amore;  e
l'inaspettata rivelazione moltiplica le mie mortali tristezze.  Che pensa  ella
di me?  Che crede?  Ella dunque lo ama? E da quando? Ed egli lo sa? O non ne ha
pure un sospetto?...
  Mio Dio,  mio Dio!  La ragione mi si smarrisce,  le forze mi abbandonano;  il
senso della realit mi sfugge.  A intervalli il mio dolore ha una pausa, simile
alle pause degli uragani quando le furie degli elementi si equilibrano  in  una
terribile  immobilit  per  irrompere  poi con pi violenza.  Io rimango in una
specie di stupefazione,  con la testa pesante,  con le membra stanche  e  rotte
come  se qualcuno mi avesse battuta;  e mentre il dolore si raccoglie per darmi
un nuovo assalto, io non riesco a raccogliere la mia volont.
  Che pensa ella di me? Che pensa? Che crede?
  Esser disconosciuta da lei,  dalla mia amica migliore,  da quella che m' pi
cara,  da quella a cui il mio cuore fu sempre aperto! Ei la suprema amarezza; 
la prova pi crudele riserbata da Dio a chi ha fatto del  sacrificio  la  legge
della sua vita.
  Bisogna  che io le parli,  prima di partire.  Bisogna ch'ella sappia tutto da
me, ch'io sappia tutto da lei. Questo  il dovere.

  Notte.. - Ella, verso le cinque, m'ha proposto una passeggiata in carrozza
per la via di Rovigliano.  Siamo andate sole,  in  una  carrozza  scoperta.  Io
pensava,  tremando: - Ora le parler.  - Ma il tremito interno mi toglieva ogni
coraggio. Aspettava ella forse che io parlassi? Non so.
  Siamo rimaste a lungo taciturne, ascoltando il trotto eguale dei due cavalli,
guardando gli alberi e le siepi che limitavano la via. Di tratto in tratto, con
una frase breve o con un cenno,  ella mi faceva notare  una  particolarit  del
paese autunnale.
  Tutto  l'umano  incanto  dell'Autunno  si  diffondeva  in quell'ora.  I raggi
obliqui del vespro accendevano per la collina la sorda  e  armoniosa  ricchezza
dei fogliami prossimi a morire. Pel soffio costante del greco nella nuova luna,
un'agonia precoce prende gli alberi delle terre litoranee.  L'oro,  l'ambra, il
croco, il giallo di solfo, l'ocra, l'arancio, il bistro, il rame, il verderame,
l'amaranto, il paonazzo, la porpora,  le tinte pi disfatte,  le gradazioni pi
violente  e  pi  delicate  si  mescolavano  in un accordo profondo che nessuna
melodia di primavera passer mai di dolcezza.
  Indicandomi un gruppo di robinie,  ella ha detto: - Guarda  se  non  sembrano
fiorite!
  Gi secche, biancheggiavano d'un bianco un poi roseo, come grandi mandorli di
marzo, contro il cielo turchino che gi pendeva nel cinerino.
  Dopo un intervallo di silenzio,  ho detto io, per cominciare: - Manuel verr,
certo, sabato. Aspetto per domani il suo telegramma. E domenica partiremo,  col
treno della mattina.  Tu sei stata tanto buona con me,  in questi giorni; io ti
son tanto grata...
  La voce mi tremava, un poco; una immensa tenerezza mi gonfiava il cuore. Ella
m'ha presa la mano e l'ha tenuta nella sua, senza parlarmi, senza guardarmi.  E
siamo rimaste a lungo taciturne, tenendoci per mano.
  Ella m'ha chiesto: - Quanto tempo ti tratterrai da tua madre?
  Io le ho risposto: - Sino alla fin dell'anno, spero; e forse pi.
  - Tanto tempo?
  Di  nuovo,  abbiamo  taciuto.  Sentivo gi che non avrei avuto il coraggio di
affrontare la spiegazione;  ed anche sentivo ch'era  men  necessaria,  ora.  Mi
pareva  ch'ella  ora  mi  si  riavvicinasse,   m'intendesse,  mi  riconoscesse,
diventasse la mia sorella buona.  La mia tristezza attraeva la  sua  tristezza,
come la luna attrae le acque del mare.
  -  Ascolta  -  ella ha detto;  poich veniva un canto di donne del paese,  un
canto largo, spiegato, religioso, come un canto gregoriano.
  Pi oltre abbiam visto le  cantatrici.  Escivano  da  un  campo  di  girasoli
secchi,  camminando  in  fila,  come una teoria sacra.  E i girasoli in cima ai
lunghi steli sulfurei senza foglie portavano i larghi dischi  non  coronati  di
petali  n  carichi  di  semi,  ma  somiglianti  nella  lor  nudit  ad emblemi
liturgici, a pallidi ostensorii d'oro.
  La mia commozione  cresciuta.  Il canto dietro di  noi  si  dileguava  nella
sera.  Abbiamo attraversato Rovigliano dove gi i lumi si accendevano; poi siam
di nuovo uscite nella strada maestra. Dietro di noi si dileguava il suono delle
campane.  Un vento umido correva nelle cime degli alberi che  mettevano  su  la
strada  bianca  un'ombra  azzurrognola e nell'aria un'ombra direi quasi liquida
come in un'acqua.
  - Non hai freddo? - ella m'ha chiesto; e ha ordinato al lacch di spiegare un
plaid. e al cocchiere di voltare i cavalli pel ritorno.
  Nel campanile  di  Rovigliano  una  campana  rintoccava  ancora,  con  larghi
rintocchi,  come per una solennit religiosa;  e pareva propagare nel vento con
l'onda del suono un'onda di gelo.  Per un sentimento  concorde,  noi  ci  siamo
strette l'una contro l'altra, tirandoci la coperta su i ginocchi, comunicandoci
il brivido a vicenda. E la carrozza entrava nel borgo, al passo.
  - Che sar quella campana?  - ella ha mormorato,  con una voce che non pareva
pi la sua.
  Ho risposto: - Se non m'inganno, esce il Viatico...
  Pi oltre,  infatti,  abbiamo visto il prete entrare in una porta  mentre  un
chierico  teneva  sollevato l'ombrello e due altri tenevano le lanterne accese,
diritti contro gli stipiti, su la soglia.  In quella casa una sola finestra era
illuminata,  la  finestra del cristiano che agonizzava aspettando l'Olio Santo.
Ombre tenui apparivano sul  chiarore;  si  disegnava  lievissimamente  su  quel
rettangolo di luce gialla tutto il dramma silenzioso che si muove intorno a chi
sta per entrare nella morte.
  Uno  dei  due servi ha chiesto a bassa voce,  chinandosi un poco dall'alto: -
Chi muore? - L'interrogato ha risposto un nome di donna, nel suo dialetto.
  E io avrei voluto attenuare il romor delle ruote su i ciottoli,  avrei voluto
rendere  tacito  il nostro passaggio in quel luogo ov'era per passare il soffio
d'uno spirito. Francesca, certo, aveva lo stesso sentimento.
  La carrozza ha raggiunta la strada di Schifanoja,  riprendendo il trotto.  La
luna,  cerchiata  di  aloni,  splendeva come un opale in un latte diafano.  Una
catena di nuvole sorgeva dal mare e si svolgeva a  poco  a  poco  in  forma  di
globi,  come  un  fumo volubile.  Il mare mosso copriva col suo rombo tutti gli
altri romori. Non mai, penso, una pi grave tristezza strinse due anime.
  Io ho sentito su le mie gote fredde un tepore,  e mi son rivolta a  Francesca
per  vedere  s'ella  si fosse accorta che piangevo.  Ho incontrati i suoi occhi
pieni di pianto.  E siam rimaste mute,  l'una accanto all'altra,  con la  bocca
serrata,  stringendoci  le  mani,  sapendo  di  piangere per lui;  e le lacrime
scendevano a goccia a goccia, silenziosamente.
  In vicinanza di Schifanoja, io ho asciugate le mie;  ella,  le sue.  Ciascuna
nascondeva la propria debolezza.
  Egli  era,  con  Delfina,  con  Muriella  e  con  Ferdinando,  ad  attenderci
nell'atrio. Perch ho provato in fondo al cuore, verso di lui, un senso vago di
diffidenza, come se un istinto mi avvertisse d'un oscuro danno? Quali dolori mi
riserba  l'avvenire?   Potr  io   sottrarmi   alla   passione   che   m'attira
abbacinandomi?
  Pure,  quanto  bene  mi  hanno  fatto  quelle  poche  lacrime!  Mi sento meno
oppressa,  meno riarsa,  pi fidente.  E provo  una  tenerezza  indicibile  nel
ripetere da me sola l'Ultima Passeggiata,  mentre Delfina dorme felice di tutti
i folli baci che le ho dati nella  faccia  e  mentre  sorridono  su'  vetri  le
malinconie della luna che dianzi mi ha vista piangere.

  8 ottobre.. - Questa notte ho dormito? Ho vegliato? Io non so dirlo.
  Oscuramente,  a  traverso  il  mio  cervello,  come ombre spesse,  guizzavano
terribili pensieri, imagini di dolore insostenibili;  e il mio cuore aveva urti
e  sussulti  improvvisi,  e io mi ritrovava con gli occhi aperti nelle tenebre,
senza sapere se uscivo da un sogno o se fino allora ero stata desta a pensare e
a imaginare.  E questa specie  di  dubbio  dormiveglia,  assai  pi  torturante
dell'insonnio, durava, durava, durava.
  Nondimeno,  quando ho udita la voce matutina di mia figlia chiamarmi,  non ho
risposto;  ho finto di dormire profondamente,  per non  levarmi,  per  rimanere
ancora   l,   per  temporeggiare,   per  allontanare  ancora  un  poco  da  me
l'inesorabile certezza delle realit necessarie.  Le  torture  del  pensiero  e
dell'imaginazione   mi   parevano   pur   sempre   men  crudeli  delle  torture
imprevedibili che in questi due ultimi giorni mi prepara la vita.
  Dopo poco,  Delfina  venuta in punta di piedi,  trattenendo  il  respiro,  a
guardarmi;  e  ha detto a Dorothy,  con una voce mossa da un gentile tremito: -
Come dorme! Non la svegliamo.

  Notte.. - Mi pare di non aver pi una goccia di sangue nelle vene.  Mentre
salivo  le  scale  mi  pareva che,  ad ogni sforzo per superare un gradino,  il
sangue e la vita mi fuggissero da tutte le vene aperte.  Sono debole  come  una
morente...
  Coraggio,  coraggio!  ancora poche ore rimangono;  Manuel giunger domattina;
partiremo domenica; luned saremo da mia madre.
  Ho reso, dianzi, a lui due o tre libri che mi aveva prestati.
  Nel libro di Percy Shelley,  alla fine d'una strofa,  ho inciso con  l'unghia
due versi e ho messo un segnale visibile alla pagina. I versi dicono:

           And forget me, for I can never
                     Be thine!. 

   E dimenticami, perch io non posso mai. esser tua!  

  9 ottobre,  notte..  - Tutto il giorno, tutto il giorno egli ha cercato un
momento per parlarmi. La sua sofferenza era manifesta.  E tutto il giorno io ho
cercato  di  sfuggirgli,  perch  egli non mi gittasse nell'anima altri semi di
dolore, di desiderio, di rimpianto, di rimorso.  Ho vinto;  sono stata forte ed
eroica. Vi ringrazio, mio Dio!
  Questa  l'ultima notte. Domattina partiremo. Tutto sar finito.
  Tutto sar finito? Una voce mi parla, nel profondo; e io non comprendo, ma so
che mi parla di sciagure lontane,  ignote eppure inevitabili, misteriose eppure
inesecrabili come la morte. L'avvenire  lugubre,  come un campo pieno di fosse
gi scavate e pronte per ricevere cadaveri; e sul campo qua e l ardono pallidi
fanali ch'io appena scorgo;  e non so se ardano per attrarmi nel pericolo o per
mostrarmi una via di salvezza.
  Ho riletto il Giornale, attentamente,  lentamente,  dal 15 di settembre,  dal
giorno ch'io giunsi. Quanta differenza da quella prima notte a quest'ultima!
  Io  scriveva:   Mi sveglier in una casa amica,  nella cordiale ospitalit di
Francesca,  in questa Schifanoja che ha rose cos belle e cipressi cos grandi;
e  mi  sveglier  avendo  innanzi a me qualche settimana di pace,  venti giorni
d'esistenza spirituale, forse pi...  Ahim, dov' andata la pace?  E le rose,
cos belle,  perch sono state anche cos perfide?  Troppo, forse, ho aperto il
cuore ai profumi, incominciando da quella notte,  su la loggia,  mentre Delfina
dormiva. Ora la luna d'ottobre allaga il cielo; e io vedo a traverso i vetri le
punte dei cipressi, nere e immutabili, che in quella notte toccavano le stelle.
  Una  sola  frase  di  quel  preludio io posso ripetere in questa fine trista.
Tanti capelli nel mio capo, tante spighe di dolore nel mio destino.  Le spighe
si moltiplicano,  s'inalzano,  ondeggiano come un mare;  e non  anche estratto
dalle miniere il ferro per foggiar la falce.
  Io  parto.  Che  accadr  di  lui,  quando  io  sar lontana?  Che accadr di
Francesca?
  Il mutamento di Francesca  pur sempre incomprensibile,  inesplicabile;   un
enigma che mi tortura e mi confonde.  Ella lo ama!  E da quando.? Ed egli lo
sa?
  Anima mia, confessa la nuova miseria. Un'altra infezione ti avvelena.  Tu sei
gelosa.
  Ma  io son preparata ad ogni pi atroce sofferenza;  io so il martirio che mi
aspetta;  io so che i supplizi di questi giorni non son nulla al confronto  dei
supplizi  prossimi,  della  terribile  croce  a  cui i miei pensieri legheranno
l'anima mia per divorarla.  Io son preparata.  Chiedo soltanto  una  tregua,  o
Signore,  una  breve tregua per le ore che rimangono.  Avr bisogno di tutta la
mia forza, domani.
  Come stranamente,  nelle diverse vicende della vita,  talvolta le circostanze
esterne si rassomigliano, si riscontrano! Stasera, nella sala del vestibolo, mi
pareva  d'esser  tornata  alla  sera  del 16 settembre,  quando cantai e sonai;
quando egli incominci ad occuparmi.  Anche stasera io sedeva al pianoforte;  e
la  stessa  luce  cupa  illuminava  la  sala e nella stanza attigua Manuel e il
marchese giocavano;  ed ho sonato la Gavotta delle dame gialle.,  quella che
piace  tanto  a  Francesca,  quella  che  il  16 settembre udii ripetere mentre
vegliavo nelle prime vaghe inquietudini notturne.
  Certe dame biondette, non pi giovini ma appena escite di giovinezza, vestite
d'una smorta seta color  d'un  crisantemo  giallo,  la  danzano  con  cavalieri
adolescenti,  vestiti  di  roseo,  un poi svogliati;  i quali portano nel cuore
l'imagine d'altre donne pi belle, la fiamma d'un nuovo desio.  E la danzano in
una  sala troppo vasta,  che ha tutte le pareti coperte di specchi;  la danzano
sopra un pavimento intarsiato d'amaranto e di cedro,  sotto un gran  lampadario
di cristallo dove le candele stanno per consumarsi e non si consumano mai. E le
dame hanno nelle bocche un poco appassite un sorriso tenue ma inestinguibile; e
i  cavalieri hanno negli occhi un tedio infinito.  E un oriuolo a pendolo segna
sempre un'ora;  e gli specchi  ripetono  ripetono  ripetono  sempre  le  stesse
attitudini; e la Gavotta. continua, continua, continua, sempre dolce, sempre
piana, sempre eguale, eternamente, come una pena.
  Quella malinconia m'attira.
  Non  so  perch,  la  mia anima tende a quella forma di supplizio;   sedotta
dalla  perpetuit  d'un  dolore  unico,  dalla  uniformit,   dalla  monotonia.
Accetterebbe  volentieri  per tutta la vita una gravezza enorme,  ma definita e
immutabile,  invece  della  mutabilit,  delle  imprevedibili  vicende,   delle
imprevedibili  alternative.  Pur  essendo  abituata  alla sofferenza,  ha paura
dell'incerto,  teme le sorprese,  teme gli urti improvvisi.  Senza  esitare  un
istante,  in questa notte accetterebbe qualunque pi grave condanna di dolore a
patto d'essere assicurata contro gli ignoti agguati dell'avvenire.
  Mio Dio,  mio Dio,  da che mi viene una paura cos cieca?  Assicuratemi  voi!
Metto la mia anima nelle vostre mani.
  E ora basta questo tristo vaneggiare che pur troppo addensa l'angoscia invece
di  alleviarla.  Ma  io  so  gi  che  non  potr chiudere gli occhi sebbene mi
dolgano.
  Egli, certo, non dorme. Quando io sono venuta su, egli,  invitato,  stava per
prendere  il  posto del marchese al tavolo del giuoco,  di fronte a mio marito.
Giocano ancora?  Forse egli pensa e soffre,  giocando.  Quali  saranno  i  suoi
pensieri? Quale sar la sua sofferenza?
  Non  ho  sonno,  non  ho sonno.  Vado su la loggia.  Voglio sapere se giocano
ancora;  o s'egli  tornato nelle sue stanze.  Le sue finestre sono all'angolo,
nel secondo piano.

                                        

  La notte  lucida e umida.  La sala del giuoco  illuminata; e io son rimasta
l,  su la loggia,  lungamente,  a guardare in gi verso  il  chiarore  che  si
rifletteva  contro un cipresso mescendosi al chiarore della luna.  Tremo tutta.
Io non so ridire l'impressione quasi  tragica  che  mi  fanno  quelle  finestre
illuminate,  dietro  le quali i due uomini giocano,  l'uno di fronte all'altro,
nel gran silenzio della notte appena interrotto dai singhiozzi spenti dal mare.
E giocheranno  forse  fino  all'alba,  s'egli  vorr  compiacere  la  terribile
passione di mio marito.  Saremo in tre a vegliare fino all'alba,  senza requie,
per la passione.
  Ma che pensa egli?  Qual  la sua tortura?  Io non so che  darei,  in  questo
momento, per poterlo vedere, per poter restare fino all'alba a guardarlo, anche
a traverso i vetri,  nell'umidit della notte,  tremando come tremo. I pensieri
pi folli mi balenano dentro e mi  abbagliano,  rapidi,  confusi;  ho  come  un
principio  di cattiva ebrezza;  provo come una instigazione sorda a far qualche
cosa d'audace e d'irreparabile;  sento come il  fascino  della  perdizione.  Mi
toglierei,  sento, dal cuore questo peso enorme, mi toglierei dalla gola questo
nodo che mi soffoca,  se ora,  nella notte,  nel silenzio,  con tutte le  forze
dell'anima io mi mettessi a gridare che l'amo, che l'amo, che l'amo."



Libro terzo.

  Alla  partenza dei Ferres segu dopo pochi giorni la partenza degli Ateleta e
dello Sperelli per Roma.  Donna Francesca volle abbreviare la sua villeggiatura
a Schifanoja, contro il solito.
  Andrea,  dopo  una  breve  sosta a Napoli,  giunse a Roma il 24 ottobre,  una
domenica,  con la prima gran pioggia mattutina d'autunno.  Rientrando  nel  suo
appartamento  della  casa  Zuccari,  nel  prezioso e delizioso buen retiro.,
prov un piacere straordinario. Gli parve di ritrovare in quelle stanze qualche
parte di s,  qualche cosa che gli mancava.  Il luogo non era  quasi  in  nulla
mutato.  Tutto,  intorno,  conservava  ancora,  per  lui,  quella inesprimibile
apparenza di vita che acquistano gli oggetti materiali tra mezzo a  cui  l'uomo
ha lungamente amato,  sognato,  goduto e sofferto.  La vecchia Jenny e Terenzio
avevano preso cura delle minime particolarit; Stephen aveva preparato con alta
squisitezza il comfort. pel ritorno del signore.
  Pioveva.  Per qualche tempo,  egli rimase con la fronte contro i vetri  della
finestra a guardare la sua Roma, la grande citt diletta, che appariva in fondo
cinerea  e  qua  e l argentea tra le rapide alternative della pioggia spinta e
respinta dal capriccio del vento in un'atmosfera tutta egualmente  grigia,  ove
ad  intervalli  si  diffondeva  un chiarore,  sbito dopo spegnendosi,  come un
sorridere fugace.  La piazza della Trinit dei Monti era  deserta,  contemplata
dall'obelisco  solitario.  Gli  alberi del viale lungo il muro che congiunge la
chiesa alla Villa Medici,  si agitavano gi seminudi,  nerastri e rossastri  al
vento  e alla pioggia.  II Pincio ancora verdeggiava,  come un'isola in un lago
nebbioso.
  Egli,  guardando,  non aveva un pensiero determinato ma un confuso viluppo di
pensieri;  e  gli  occupava  l'anima  un sentimento soverchiante ogni altro: il
pieno e vivace risveglio del suo vecchio amore  per  Roma,  per  la  dolcissima
Roma,  per l'immensa augusta unica Roma,  per la citt delle citt,  per quella
ch' sempre giovine e sempre novella e sempre misteriosa, come il mare.
  Pioveva,  pioveva.  Sul Monte Mario  il  cielo  si  oscurava,  le  nuvole  si
addensavano,   diventavano  d'un  color  ceruleo  cupo  d'acqua  raccolta,   si
dilatavano verso il Gianicolo,  si abbassavano sul Vaticano.  La cupola di  San
Pietro  toccava  con  la  sommit quella enorme adunazione e pareva sostenerla,
simile a una gigantesca pila di  piombo.  Tra  le  innumerevoli  righe  oblique
dell'acqua si avanzava piano un vapore, a similitudine d'un velo tenuissimo che
passasse a traverso corde d'acciaio tese e continuamente vibranti. La monotonia
del croscio non era interrotta da alcun altro strepito pi vivo.
  - Che ora ? - chiese egli a Stephen, volgendosi.
  Erano  le  nove,  circa.  Egli si sentiva un poi stanco.  Pens di mettersi a
dormire. Poi, anche, pens di non veder nessuno, nella giornata, e di passar la
sera a casa in raccoglimento.  Ricominciava per lui la vita di citt,  la  vita
mondana.  Egli voleva,  prima di riprendere quel vecchio esercizio, darsi a una
piccola meditazione  e  a  una  piccola  preparazione,  stabilire  una  regola,
discutere seco medesimo qual dovesse essere la condotta futura.
  Ordin a Stephen:
  -  Se  viene qualcuno a chiedere di me,  ditegli che non sono ancora tornato.
Avvisate il portiere.  Avvisate James che non ho pi bisogno di lui oggi ma che
venga  a prendere gli ordini questa sera.  Fatemi preparare la colazione per le
tre, leggerissima, e il pranzo per le nove. Niente altro.
  S'addorment quasi sbito. Alle due, il domestico lo svegli;  e gli annunzio
che  prima  di  mezzogiorno era venuto il duca di Grimiti,  avendo saputo dalla
marchesa d'Ateleta il ritorno.
  - Ebbene?
  - Il signor duca ha lasciato detto che sarebbe tornato di sera.
  - Piove ancora? Aprite interamente gli scuri.
  Non pioveva pi.  Il cielo s'era rischiarato.  Una zona di sole pallido entr
nella  stanza,  diffondendosi  su  l'arazzo della Vergine col bambino Ges e
Stefano Sperelli.,  su l'antico arazzo che Giusto port di Fiandra nel 1508.  E
gli  occhi  di  Andrea  vagarono  per  le  pareti,  lentamente,  riguardando le
tappezzerie fini, le tinte armoniose, le figure pie ch'erano state testimoni di
tanti piaceri e avevano sorriso ai lieti risvegli  ed  anche  avevan  reso  men
tristi  le vigilie del ferito.  Tutte quelle cose note ed amate parevano dargli
un saluto.  Egli le riguardava con un diletto  singolare.  L'imagine  di  Donna
Maria gli sorse nello spirito.
  Si sollev un poco su i guanciali,  accese una sigaretta, e si mise a seguire
il corso dei pensieri,  con una specie di volutt.  Un benessere  insolito  gli
occupava le membra,  e lo spirito era in una felice disposizione.  Egli mesceva
le sue fantasie alle onde del fumo,  in quella luce temperata ove i colori e le
forme prendevano una vaghezza pi blanda.
  Spontaneamente,  i  suoi  pensieri  non  risalivano  verso i giorni scorsi ma
andavano all'avvenire.  - Egli avrebbe riveduta Donna Maria,  fra due,  fra tre
mesi,  chi  sa?  forse  anche  assai  prima;  ed  avrebbe  allora  riallacciato
quell'amore che  chiudeva  per  lui  tante  oscure  promesse  e  tante  segrete
attrazioni.  Sarebbe  stato  il  vero  secondo  amore,  con  la profondit e la
dolcezza e la tristezza d'un secondo amore.  Donna Maria Ferres pareva  essere,
per un uomo d'intelletto, l'Amante Ideale, l'Amie avec des hanches., secondo
l'espressione  di  Carlo  Baudelaire,  la  Consolatrix.  unica,  quella  che
conforta e perdona sapendo perdonare. Certo, segnando nel libro dello Shelley i
due versi dolenti,  ella aveva dovuto in cuor suo  ripetere  altre  parole;  e,
leggendo tutto intero il poema,  aveva dovuto piangere come la Dama magnetica e
pensar lungamente alla pietosa cura,  alla miracolosa  guarigione.    I  can
never  be  thine!.    Perch  mai.?  Con troppa angoscia di passione,  quel
giorno, nel bosco di Vicomle, ella aveva risposto: - Vi amo, vi amo, vi amo!
  Egli ancora udiva la voce di lei,  l'indimenticabile voce.  Ed Elena Muti gli
entr nei pensieri,  si avvicin all'altra,  si confuse con l'altra, evocata da
quella voce;  e a poco a poco gli volse i pensieri ad imagini  di  volutt.  Il
letto  dov'egli  riposava  e tutte le cose intorno,  testimoni e complici delle
ebrezze antiche,  a poco a poco gli andavano  suggerendo  imagini  di  volutt.
Curiosamente,  nella  sua  imaginazione egli cominci a svestire la senese,  ad
involgerla del suo desiderio, a darle attitudini di abbandono,  a vedersela tra
le braccia,  a goderla. Il possesso materiale di quella donna cos casta e cos
pura gli parve il pi alto,  il pi nuovo,  il pi raro godimento a cui potesse
egli giungere;  e quella stanza gli parve il luogo pi degno ad accogliere quel
godimento,  perch avrebbe reso pi acuto il singolar sapore di profanazione  e
di sacrilegio che il segreto atto, secondo lui, doveva avere.
  La  stanza era religiosa,  come una cappella.  V'erano riunite quasi tutte le
stoffe ecclesiastiche da lui possedute e quasi tutti  gli  arazzi  di  soggetto
sacro.  Il  letto  sorgeva  sopra  un  rialto  di  tre gradini,  all'ombra d'un
baldacchino di velluto controtagliato, veneziano, del secolo sedicesimo,  con fondo di
argento  dorato  e  con  ornamenti  d'un  color  rosso sbiadito a rilievi d'oro
riccio; il quale in antico doveva essere un paramento sacro,  poich il disegno
portava  inscrizioni  latine  e i frutti del Sacrifizio: l'uva e le spiche.  Un
piccolo arazzo fiammingo,  finissimo,  intessuto d'oro di  Cipro,  raffigurante
un'Annunciazione,  copriva  la  testa  del  letto.  Altri  arazzi,  con le armi
gentilizie di casa Sperelli nell'ornato,  coprivano le  pareti,  limitati  alla
parte  superiore  e  alla  parte  inferiore da strisce in guisa di fregi su cui
erano ricamate istorie  della  vita  di  Maria  Vergine  e  gesta  di  martiri,
d'apostoli,  di  profeti.  Un paliotto,  raffigurante la Parabola delle vergini
sagge e delle vergini folli, e due pezzi di pluviale componevano la tappezzeria
del caminetto.  Alcuni preziosi mobili di sacrestia,  in  legno  scolpito,  del
secolo quindicesimo, compivano il pio addobbo, insieme con alcune maioliche di Luca della
Robbia  e  con  seggioloni  ricoperti  nella  spalliera e nel piano da pezzi di
dalmatiche raffiguranti i fatti della Creazione. Da per tutto poi, con un gusto
pieno d'ingegnosit,  erano adoperate a uso di  ornamento  e  di  comodo  altre
stoffe liturgiche: borse da calice,  borse battesimali,  copriclici,  pianete,
manipoli,  stole,  stoloni,  conopei.  Su la tavola del caminetto,  come su  la
tavola  di  un  altare,  splendeva  un  gran  trittico  di  Hans  Memling,  una
Adorazione dei Magi., mettendo nella stanza la radiosit d'un capolavoro.
  In certe iscrizioni tessute ricorreva il nome di Maria tra  le  parole  della
Salutazione Angelica;  e in pi parti la gran sigla M era ripetuta; in una, era
anzi a ricamo di perle e di granati.  - Entrando in questo luogo -  pensava  il
delicato  addobbatore  -  non  creder ella d'entrare nella sua Gloria?  - E si
compiacque a lungo nell'imaginar la  istoria  profana  in  mezzo  alle  istorie
sacre;  e ancora una volta il senso estetico e la raffinatezza della sensualit
soverchiarono e falsarono in lui il sentimento schietto ed umano dell'amore.
  Stephen batt all'uscio, dicendo:
  - Mi permetto di avvertire il signor conte che son gi le tre.
  Andrea si lev;  e pass nella camera ottagonale,  per abbigliarsi.  Il  sole
entrava  a  traverso le tendine di merletto,  facendo scintillare all'ingiro le
mattonelle arabo-ispane,  gli innumerevoli oggetti d'argento e di cristallo,  i
bassi  rilievi  del sarcofago antico.  Quei luccicori varii mettevano nell'aria
una mobile gaiezza.  Egli si sentiva allegro,  perfettamente guarito,  pieno di
vitalit.  Il  ritrovarsi nel suo home.  gli dava una letizia inesprimibile.
Tutto ci ch'era in lui pi  fatuo,  pi  vano,  pi  mondano,  si  risvegliava
all'improvviso.  Pareva che le cose circonstanti avessero virt di suscitare in
lui l'uomo  d'un  tempo.  La  curiosit,  l'elasticit,  l'ubiquit  spirituali
riapparivano.  Egli gi incominciava ad aver bisogno di espandersi, di rivedere
amici, di rivedere amiche, di godere.  S'accorse d'aver molto appetito;  ordin
al domestico di servirgli la colazione.
  Egli pranzava di rado a casa; ma, per le occasioni straordinarie, per qualche
fino luncheon.  d'amore o per qualche piccola cena galante, aveva una camera
ornata delle tappezzerie napolitane d'alto liccio, del secolo diciottesimo,  che Carlo
Sperelli  ordin al reale arazziere romano Pietro Duranti nel 1766,  su disegni
di Girolamo Storace. I sette pezzi delle pareti rappresentavano,  con una certa
copiosa magnificenza alla Rubens,  episodii d'amore bacchici; e le portiere, le
sopraporte, le soprafinestre rappresentavano frutta e fiori.  Gli ori pallidi e
fulvi, predominanti, e le carni perlate e i cinabri e gli azzurri cupi facevano
un accordo morbido e nudrito.
  -  Quando  torner  il  duca di Grimiti - disse egli al domestico - lo farete
entrare.
  Anche l il sole,  declinante verso Monte Mario,  mandava raggi.  Si udiva lo
strepito delle carrozze su la piazza della Trinit dei Monti.  Pareva che, dopo
la pioggia,  si fosse diffusa su Roma tutta la luminosa biondezza  dell'ottobre
romano.
  - Aprite le imposte - disse al domestico.
  E lo strepito divenne pi forte;  entr l'aria tepida;  le tende ondeggiarono
appena.
  - Divina Roma!  - egli pens,  guardando il cielo tra le alte  tende.  E  una
curiosit irresistibile lo trasse alla finestra.
  Roma  appariva d'un color d'ardesia molto chiaro,  con linee un poi indecise,
come in una pittura dilavata,  sotto un cielo  di  Claudio  Lorenese,  umido  e
fresco,  sparso  di nuvole diafane in gruppi nobilissimi,  che davano ai liberi
intervalli una finezza indescrivibile,  come i fiori dnno al verde una  grazia
nuova.  Nelle lontananze,  nelle alture estreme l'ardesia andavasi cangiando in
ametista.  Lunghe e sottili zone di vapori attraversavano i cipressi del  Monte
Mario,  come capigliature fluenti in un pettine di bronzo. Prossimi, i pini del
Monte Pincio alzavano gli ombrelli dorati.  Su la piazza l'obelisco di  Pio  VI
pareva  uno stelo d'gata.  Tutte le cose prendevano un'apparenza pi ricca,  a
quella ricca luce autunnale.
  - Divina Roma!
  Egli non sapeva saziarsi  dello  spettacolo.  Guard  passare  una  torma  di
chierici rossi,  di sotto alla chiesa; poi, la carrozza d'un prelato, nera, con
due cavalli neri dalle  code  prolisse;  poi,  altre  carrozze,  scoperte,  che
portavano signore e bimbi. Riconobbe la principessa di Ferentino con Barbarella
Viti;  poi,  la  contessa di Lcoli che guidava due poneys.  seguita dal suo
cane danese.  Un soffio dell'antica vita gli pass su lo spirito e lo  turb  e
gli diede un'agitazione di desiderii indeterminati.
  Si  ritrasse  e  si  rimise  a  tavola.  D'innanzi  a lui il sole accendeva i
cristalli e accendeva su la parete  una  saltazione  di  satiri  intorno  a  un
Sileno.
  Il domestico annunzi:
  - Il signor duca con due altri signori.
  Ed  entrarono  il  duca  di  Grimiti,  Ludovico Barbarisi e Giulio Musllaro,
mentre Andrea si levava per farsi loro incontro. Tutt'e tre, l'un dopo l'altro,
lo abbracciarono.
  - Giulio! - esciam lo Sperelli, rivedendo l'amico dopo due anni e pi.  - Da
quanto sei a Roma?
  -  Da  una  settimana.  Volevo  scriverti da Schifanoja,  ma poi ho preferito
aspettare che tu tornassi.  Come stai?  Ti trovo un  poi  dimagrato,  ma  bene.
Soltanto  qui  a  Roma  ho  saputo  del  tuo caso;  altrimenti mi sarei partito
dall'India per venirti  ad  assistere.  Ai  primi  di  maggio,  mi  trovavo  in
Padmavati, nel Bahar. Quante cose t'ho da raccontare!
  - E quante, anch'io!
  Si strinsero di nuovo le mani, cordialmente. Andrea pareva lietissimo. Questo
Musllaro  gli  era  caro  sopra  tutti  gli  altri  amici,  per  la sua nobile
intelligenza, per il suo spirito acuto, per la finezza della sua cultura.
  - Ruggero, Ludovico, sedete. Giulio, siedi qui.
  Egli offerse le sigarette,  il  t,  i  liquori.  La  conversazione  si  fece
vivissima.  Ruggero Grimiti e il Barbarisi davano le notizie di Roma,  facevano
la piccola  cronaca.  Il  fumo  saliva  nell'aria  tingendosi  ai  raggi  quasi
orizzontali  del  sole;  le  tappezzerie  s'armonizzavano  in  un color caldo e
pastoso; l'aroma del t si mesceva all'odor del tabacco.
  - T'ho portato un sacco di t - disse il  Musllaro  allo  Sperelli  -  assai
migliore di quello che beveva il tuo famoso Kien-Lung.
  -  Ah,  ti  ricordi,  a Londra,  quando componevamo il t,  secondo la teoria
poetica del grande Imperatore?
  - Sai - disse il Grimiti.  - Ei a  Roma  Clara  Green,  la  bionda.  La  vidi
domenica  per  Villa  Borghese.  Mi  riconobbe,  mi  salut,  e fece fermare la
carrozza. Abita, per ora, all'Albergo d'Europa, in piazza di Spagna.  Ei ancora
bella.  Ti ricordi che passione ebbe per te e come ti perseguit, quando tu eri
innamorato della Landbrooke?  Sbito,  mi chiese le  tue  notizie  prima  delle
mie...
  - La rivedr volentieri.  Ma si veste ancora di verde e si mette sul cappello
i girasoli?
  - No, no. Ha abbandonato l'esteticismo per sempre, a quanto pare. S' gettata
alle piume.  Domenica,  portava un gran cappello alla Montpensier con una piuma
favolosa.
  -  Quest'anno  - disse il Barbarisi - abbiamo una straordinaria abbondanza di
demi-mondaines.. Ce ne sono tre o quattro a bastanza piacevoli. Giulia Arici
ha un bellissimo corpo e le estremit discretamente signorili. Ei tornata anche
la Silva,  che ier l'altro il nostro amico Musllaro conquist con una pelle di
pantera.  Ei  tornata  Maria  Fortuna,  ma  in rotta con Carlo de Souza che pel
momento vien sostituito da Ruggero...
  - La stagione  gi dunque in fiore?
  - Quest'anno,  precoce come non mai, per le peccatrici e per le impeccabili.
  - Quali delle impeccabili sono gi a Roma?
  - Quasi tutte: la Moceto, la Viti, le due Daddi, la Micigliano, la Miano,  la
Massa d'Albe, la Lcoli...
  - La Lcoli, l'ho veduta dianzi, dalla finestra. Guidava. Ho veduta anche tua
cugina con la Viti.
  - Mia cugina  qui fino a domani.  Domani torner a Frascati.  Mercoled dar
una festa in  villa,  una  specie  di  garden  party.,  alla  maniera  della
principessa  di Sagan.  Non  prescritto il costume rigoroso,  ma tutte le dame
porteranno cappelli Louis quindicesimo o Directoire. Andremo.
  - Tu per ora non ti moverai da  Roma;    vero?  -  chiese  il  Grimiti  allo
Sperelli.
  -  Rimarr sino ai primissimi di novembre.  Poi andr in Francia per quindici
giorni a rifornirmi di cavalli. E torner qui, verso la fin del mese.
  - A proposito, Leonetto Lanza vende Campomorto. - disse Ludovico.  - Tu lo
conosci:  un magnifico animale, e gran saltatore. Ti converrebbe.
  - Per quanto?
  - Per quindicimila, credo.
  - Vedremo.
  -  Leonetto    prossimo  alle  nozze.  Si  fidanzato,  in questa estate,  a
Aix-les-Bains, con la Ginosa.
  - Mi dimenticavo di dirti - fece il Musllaro  -  che  Galeazzo  Secnaro  ti
saluta.  Siamo tornati insieme. Se ti raccontassi le gesta di Galeazzo, durante
il viaggio! Ora  a Palermo, ma verr a Roma in gennaio.
  - Ti saluta anche Gino Bommnaco - aggiunse il Barbarisi.
  - Ah,  ah!  - esclam il duca,  ridendo.  - Andrea,  bisogna che tu ti faccia
raccontare da Gino la sua avventura con Donna Giulia Moceto...  Tu sei al caso,
io credo, di darci qualche spiegazione in proposito.
  Anche Ludovico si mise a ridere.
  - So - disse Giulio Musllaro - che qui a Roma hai fatto stragi meravigliose.
Gratulor tibi!.
  - Ditemi, ditemi l'avventura - sollecitava Andrea, curiosamente.
  - Bisogna sentirla da Gino, per ridere. Tu conosci la mimica di Gino. Bisogna
vedere la  faccia  ch'egli  fa,  quando  arriva  al  punto  culminante.  Ei  un
capolavoro!
  -  La  sentir anche da lui,  - insisteva Andrea,  punto dalla curiosit - ma
accennami qualche cosa; ti prego.
  - Ecco,  in due parole - consent Ruggero  Grimiti,  posando  sul  tavolo  la
tazza,  e  accingendosi  a  raccontar  la  storiella,  senza  scrupoli  e senza
reticenze,  con  quella  stupenda  facilit  con  cui  i  giovini  gentiluomini
publicano  i  peccati delle loro e delle altrui dame.  - Nella primavera scorsa
(non  so  se  tu  l'abbia  notato)  Gino  faceva  a  Donna  Giulia  una   corte
ardentissima,   assai   visibile.   Alle  Capannelle,   la  corte  si  mut  in
flirtation. assai vivace. Donna Giulia era sul punto di capitolare;  e Gino,
al solito,  era tutto in fiamme. L'occasione si present. Giovanni Moceto part
per Firenze, a portare i suoi cavalli slombati sul turf. delle Cascine.  Una
sera, una sera dei soliti mercoled, anzi dell'ultimo mercoled, Gino pens che
il  gran momento era giunto;  e aspett che tutti a uno a uno se ne andassero e
che il salone rimanesse vuoto e ch'egli finalmente rimanesse solo, con lei...
  - Qui - interruppe il Barbarisi - ci vorrebbe ora Bommnaco.  Ei inimitabile.
Bisogna  sentirgli  fare,  in napoletano,  la descrizione dell'ambiente.,  e
l'analisi del suo stato,  e poi la riproduzione del momento  psicologico.  e
del  fisiologico.,  com'egli  dice,  alla  sua  maniera.  Ei  d'una comicit
irresistibile.
  - Dunque - seguit Ruggero - dopo il  preludio,  che  sentirai  da  lui,  nel
languore e nell'eccitazione erotica d'una fin de soire., egli s'inginocchi
d'innanzi  a Donna Giulia che stava seduta su una poltrona molto bassa,  su una
poltrona  imbottita di  complicit    .  Donna  Giulia  gi  naufragava  nella
dolcezza,  difendendosi  debolmente;  e  le  mani di Gino divenivano sempre pi
temerarie,  mentre ella  gi  esalava  il  sospiro  della  dedizione...  Ahim,
dall'estrema  temerit  le  mani  si  ritrassero  con un moto istintivo come se
avessero toccato la pelle d'una serpe, una cosa repugnante...
  Andrea ruppe in uno scoppio di risa cos schietto che l'ilarit si propag  a
tutti gli amici. Egli aveva compreso, perch sapeva. Ma Giulio Musllaro disse,
con gran premura, al Grimiti:
  - Spiegami! Spiegami!
  - Spiega tu - disse il Grimiti allo Sperelli.
  - Ecco,  - spieg Andrea,  ancora ridendo - conosci tu la pi bella poesia di
Teofilo Gautier, il Muse secret?.
  - O douce barbe fminine!. - recit il Musellaro, ricordandosi.
  - Ebbene?
  - Ebbene,  Giulia Moceto  una finissima bionda;  ma se tu avessi la fortuna,
che  ti  auguro,  di  tirare  le  drap  de  la  blonde qui dort.,  certo non
troveresti, come Filippo di Borgogna, il toson d'oro. Ella ,  dicono,  sans
plume et sans duvet. come i marmi di Paro che canta il Gautier.
  - Ah, una rarissima rarit che io apprezzo molto - disse il Musllaro.
  - Una rarit che noi sappiamo apprezzare - ripet Andrea. Ma Gino Bommnaco 
un ingenuo, un semplice.
  Ascolta, ascolta il resto - fece il Barbarisi.
  - Ah se ci fosse qui l'eroe!  - esclam il duca di Grimiti. - La storiella in
un'altra bocca perde tutto il sapore.  Figurati dunque che la sorpresa fu tanta
e  tanta  la  confusione,  da  spegnere  ogni  fuoco.  Gino  dovette  ritirarsi
prudentemente,  per l'impossibilit assoluta d'andar pi oltre.  Te  l'imagini?
T'imagini  tu  la  terribile  mortificazione  d'un uomo che,  essendo giunto ad
ottener tutto, non pu prender nulla?  Donna Giulia era verde;  Gino fingeva di
tender l'orecchio ai rumori,  per temporeggiare,  sperando...  Ah,  il racconto
della ritirata  una meraviglia. Altro che Anabasi! Sentirai.
  - E Donna Giulia  poi divenuta l'amante di Gino? - domand Andrea.
  - Mai! Il povero Gino non manger mai di quel frutto; e credo che ne morr di
rammarico, di desiderio, di curiosit. Si sfoga a riderne, con gli amici; ma tu
osservalo bene, quando racconta. Sotto la buffoneria c' la passione.
  - Bel soggetto per una novella - disse Andrea al Musllaro. Non ti pare?  Una
novella  intitolata  L'Ossesso....  Si  potrebbe  fare una cosa assai fine e
intensa. L'uomo,  continuamente occupato,  incalzato,  angustiato dalla visione
fantastica  di  quella  rara forma ch'egli ha toccata e quindi imaginata ma non
goduta n con gli occhi vista,  si consuma di passione a poco a poco e  diventa
folle.  Egli non pu togliersi dalle dita l'impressione di quel contatto; ma il
primo ribrezzo istintivo gli si muta in un ardore inestinguibile... Si potrebbe
insomma, sul fondo reale, lavorar d'arte: ottener qualche cosa come un racconto
di un Hoffmann erotico, scritto con la precisione plastica d'un Flaubert.
  - Prvati.
  - Chi sa! Del resto, io compiango il povero Gino.  La Moceto ha,  dicono,  il
pi bel ventre della Cristianit...
  - Mi piace quel  dicono   - interruppe Ruggero Grimiti.
  -  ...il  ventre  d'una  Pandora  infeconda,  una  coppa d'avorio,  uno scudo
raggiante, speculum voluptatis.;  e il pi perfetto ombelico che si conosca,
un  piccolo ombelico circonflesso,  come nelle terre cotte di Clodion,  un puro
suggello di grazia, un occhio cieco ma pi splendido di un astro, voluptatis
ocellus., da celebrarsi in un epigramma degno dell'Antologia greca.
  Andrea si eccitava,  in quei discorsi.  Secondato dagli amici,  entr  in  un
dialogo   delle  bellezze  delle  donne  assai  men  castigato  di  quello  del
Firenzuola.  Si risvegliavano in lui,  dopo la lunga astinenza,  le  sensualit
antiche;  ed  egli parlava con un calore intimo e profondo,  da gran conoscitor
del nudo.,  compiacendosi delle parole pi colorite,  sottilizzando come  un
artista e come un libertino.  E,  in verit, il dialogo di quei quattro giovini
signori tra quelle dilettose tappezzerie bacchiche,  se fosse  stato  raccolto,
avrebbe  potuto ben essere il Breviarium arcanum.  della corruzione elegante
in questa fine del diciannovesimo secolo.
  Il giorno moriva; ma l'aria era ancora pregna di luce, ritenendo la luce come
una spugna ritiene l'acqua.  Si vedeva,  per  la  finestra,  all'orizzonte  una
striscia aranciata su cui i cipressi del Monte Mario si disegnavan netti come i
denti d'un gran rastrello d'ebano. Si udivano di tratto in tratto i gridi delle
cornacchie  trasvolanti  in gruppi a riunirsi su i tetti della Villa Medici per
discender poi nella Villa Borghese, nella piccola valle del sonno.
  - Che fai tu stasera? - chiese ad Andrea il Barbarisi.
  - Veramente, non so.
  - Vieni allora con noi.  Per le otto abbiamo un pranzo dai Doney,  al  Teatro
Nazionale.   Inauguriamo   il   nuovo   Restaurant.,   anzi   i  cabinets
particuliers.  del nuovo Restaurant.,  dove almeno non dovremo  rassegnarci,
dopo  le  ostriche,  allo  scoprimento  afrodisiaco della Giuditta.  e della
Bagnante., come al Caff di Roma. Pepe academico su ostriche finte...
  - Vieni con noi, vieni con noi - sollecit Giulio Musllaro.
  - Siamo noi tre - aggiunse il duca - con Giulia Arici,  con la  Silva  e  con
Maria Fortuna. Ah, una bellissima idea! Vieni con Clara Green.
  - Bellissima idea! - ripet Ludovico.
  - E dove trovo io Clara Green?
  - All'Albergo d'Europa, qui accanto, in piazza di Spagna. Un tuo biglietto la
render felice. Sii certo che lascer qualunque impegno.
  Ad Andrea piacque la proposta.
  -  Sar meglio - disse - ch'io vada a farle una visita.  Ei probabile ch'ella
sia rientrata. Non ti pare, Ruggero?
  - Vstiti, e usciamo sbito.
  Uscirono.  Clara Green era rientrara da poco all'albergo.  Accolse Andrea con
una gioia infantile. Ella, certo, avrebbe preferito di pranzar sola con lui; ma
accett  l'invito  senza  esitare;  scrisse  un  biglietto  per liberarsi da un
impegno anteriore;  mand a un'amica la chiave d'un palco.  Ella pareva felice.
Si  mise  a raccontargli una quantit di sue storie sentimentali;  gli fece una
quantit di domande sentimentali;  gli  giur  ch'ella  non  aveva  mai  potuto
dimenticarlo. Parlava, tenendo le mani di lui nelle sue.
  - I love you more than any words can say, Andrew....
  Ella  era  ancor giovine.  Con quel suo profilo puro e diritto,  coronato dai
capelli biondi,  divisi su la  fronte  in  un'acconciatura  bassa,  pareva  una
bellezza  greca  in  un  keepsake..  Aveva  una certa incipriatura estetica,
lasciatale dall'amor del poeta pittore Adolphus Jeckyll;  il quale  seguiva  in
poesia  John  Keats  e  in  pittura l'Holman Hunt,  componendo oscuri sonetti e
dipingendo soggetti presi alla Vita nuova..  Ella aveva  posato    per  una
Sibylla palmifera. e per una Madonna del Giglio.. Aveva anche  posato  ,
una volta, innanzi ad Andrea, per uno studio di testa da servire all'acquaforte
dell'Isabetta. nella novella del Boccaccio. Era dunque nobilitata dall'arte.
Ma, in fondo, non possedeva alcuna qualit spirituale; anzi, a lungo andare, la
rendeva  un poi stucchevole quel certo sentimentalismo esaltato che non di rado
s'incontra nelle donne di piacere inglesi e che fa uno strano contrasto con  le
depravazioni della loro lascivia.
  - Who would have thought we should stand again together, Andrew!.
  Dopo  un'ora,  Andrea la lasci e risal al palazzo Zuccari,  per la scaletta
che  dalla  piazza  Mignanelli  porta  alla  Trinit.  Giungeva  alla  scaletta
solitaria  il  rumore  della  citt  nella  sera  mite  di  ottobre.  Le stelle
riscintillavano  in  un  cielo  umido  e  terso.   Di  sotto  alla   casa   dei
Casteldelfino,  a  traverso  un  piccolo  cancello,  le  piante  in un chiarore
misterioso  agitavano  ombre  vaghe,  senza  un  frusco,  come  piante  marine
fluttuanti  in fondo a un aquario.  Dalla casa,  da una finestra con le tendine
rosse illuminate,  veniva il suono d'un pianoforte.  Le  campane  della  chiesa
rintoccarono.  Egli si sent d'improvviso pesare il cuore.  Un ricordo di Donna
Maria lo riemp, d'improvviso; e gli suscit in confuso un senso di rammarico e
quasi di pentimento. - Che faceva ella in quell'ora? Pensava?  Soffriva?  - Con
l'imagine  della  senese gli si affacci alla memoria la vecchia citt toscana:
il Duomo bianco e nero, la Loggia, la Fonte. Una grave tristezza l'occup.  Gli
parve  che qualche cosa dal fondo del suo cuore si fosse involato;  ed egli non
sapeva bene qual fosse, ma n'era afflitto come d'una perdita irrimediabile.
  Ripens al proposito suo della mattina. - Una sera in solitudine,  nella casa
dove  ella  forse un giorno sarebbe venuta;  una sera malinconica ma dolce,  in
compagnia dei ricordi e dei sogni, in compagnia dello spirito di lei;  una sera
di meditazione e di raccoglimento!  - In verit, il proposito non poteva meglio
esser tenuto. Egli stava per recarsi a un pranzo di amici e di donne; e,  senza
dubbio, avrebbe passata la notte con Clara Green.
  Il  pentimento gli fu cos insoffribile,  gli diede tale tortura,  ch'egli si
abbigli con insolita  prontezza,  salt  nel  coup.  e  si  fece  condurre
all'albergo,  prima  dell'ora.  Trov  Clara gi pronta.  Le offerse un giro in
coup. per le vie di Roma, durante il tempo che mancava alle otto.
  Passarono per la via del Babuino, intorno l'obelisco nella piazza del Popolo,
quindi su pel Corso e a  destra  per  la  via  della  Fontanella  di  Borghese;
ritornarono  per  Montecitorio al Corso fino alla piazza di Venezia e quindi su
al Teatro Nazionale.  Clara cinguettava di continuo,  e di tratto in tratto  si
chinava  verso il giovine per mettergli un mezzo bacio su l'angolo della bocca,
coprendo l'atto furtivo con un ventaglio di  piume  bianche  d'onde  esciva  un
profumo  di  white-rose.  assai  fine.  Ma  Andrea  pareva  non ascoltasse e
all'atto di lei sorrideva appena.
  - Che pensi?  - gli chiese ella,  pronunciando le parole italiane con un poco
d'incertezza ch'era una grazia.
  -  Nulla  -  rispose  Andrea,  prendendole  una  mano non ancora inguantata e
guardando gli anelli.
  - Chi lo sa!  - sospir ella,  dando  un'espressione  singolare  a  quei  tre
monosillabi che le donne straniere imparano sbito;  nei quali esse credono sia
racchiusa tutta la malinconia dell'amore italiano. - Chi lo sa!
  Poi soggiunse, con un accento quasi supplichevole:
  - Love me this evening, Andrew!.
  Andrea le baci un orecchio,  le pass un braccio intorno al busto,  le disse
una quantit di cose sciocche,  cambi umore. Il Corso era popoloso, le vetrine
splendevano, i venditori di giornali strillavano,  vetture publiche e signorili
s'incrociavano  col  coup.,  dalla piazza Colonna alla piazza di Venezia si
spandeva tutta l'animazione serale della vita di Roma.
  Quando entrarono dai Doney, le otto erano passate di dieci minuti.  Gli altri
sei  commensali  erano  gi  presenti.  Andrea  Sperelli salut la compagnia e,
portando per mano Clara Green, disse:
  - Ecce. Miss Clara Green,  ancilla Domini,  Sibylla palmifera,  candida
puella..
  -  Ora  pro  nobis.  -  risposero in coro il Musllaro,  il Barbarisi e il
Grimiti. Le donne risero, ma senza capire. Clara sorrise; e, fuor del mantello,
appariva in abito bianco, semplice, corto, con una scollatura a punta sul petto
e su le spalle,  con un nastro verdemare su l'omero sinistro,  con due smeraldi
agli orecchi, disinvolta sotto il triplice esame di Giulia Arici, di Bb Silva
e di Maria Fortuna.
  Il  Musllaro  e  il  Grimiti la conoscevano.  Il Barbarisi le fu presentato.
Andrea diceva:
  - Mercedes Silva, nominata Bb, chica pero guapa..
  - Maria Fortuna,  la bella Talismano,  che  una vera Fortuna publica...  per
questa Roma che ha la fortuna di possederla.
  Quindi, volgendosi al Barbarisi:
  - Fateci voi l'onore di presentarci a quella dama,  che,  se non m'inganno, 
la divina Giulia Farnese.
  - No: Arici - interruppe Giulia.
  - Chiedo perdono,  ma per crederlo ho bisogno di  raccogliere  tutta  la  mia
buona fede e di consultare il Pinturicchio nella Sala Quinta.
  Egli  diceva  queste  sciocchezze  senza  ridere,  dilettandosi  ad  empir di
stupefazione o d'irritazione la dolce ignoranza di quelle  oche  belle.  Aveva,
quando  si  trovava  nel  demi-monde.,  una  sua  maniera  e  un  suo  stile
particolari. Per non annoiarsi, si metteva a compor frasi grottesche,  a gittar
paradossi enormi, atroci impertinenze dissimulate con l'ambiguita delle parole,
sottigliezze  incomprensibili,  madrigali enigmatici,  in una lingua originale,
mista come un gergo,  di mille sapori  come  un'olla  podrida.  rabelesiana,
carica  di  spezie  forti  e di polpe succulente.  Nessuno meglio di lui sapeva
raccontare  una  novelletta  grassa,  un  aneddoto  scandaloso,  una  gesta  da
Casanova.  Nessuno,  nella descrizione d'una cosa di volutt,  sapeva meglio di
lui trovare la parola lubrica ma precisa e possente,  la vera parola di carne e
d'ossa,  la  frase piena di midolla sostanziale,  la frase che vive e respira e
palpita come la cosa di cui ritrae la forma,  comunicando all'uditor  degno  un
piacere duplice,  un godimento non pur dell'intelletto ma dei sensi,  una gioia
simile in parte a  quella  che  producono  certe  pitture  dei  grandi  maestri
coloristi,  impastate  di  porpora e di latte,  bagnate come nella transparenza
d'un'ambra liquida,  impregnate d'un oro caldo  e  inestinguibilmente  luminoso
come un sangue immortale.
  - Chi  il Pinturicchio? - domand Giulia Arici al Barbarisi.
  -  Il  Pinturicchio?  -  esclam  Andrea.  -  Un superficiale riquadratore di
stanze,  che qualche tempo fa ebbe la fantasia di dipingervi sopra  una  porta,
nell'appartamento del papa. Non ci pensate pi. Ei morto.
  - Ma come?...
  -  Oh,  in  una maniera spaventevole!  La moglie era l'amante d'un soldato di
Perugia,  che stava di guarnigione a Siena...  Domandatene a Ludovico.  Egli sa
tutto; ma non ve n'ha mai parlato, per tema d'affliggervi. Bb, ti avverto che
il  principe  di  Galles  a  tavola comincia a fumare tra il secondo e il terzo
piatto; non prima. Tu anticipi alquanto.
  La Silva aveva accesa una sigaretta; e inghiottiva le ostriche mentre il fumo
le usciva dalle narici.  Ella somigliava un collegiale senza sesso,  un piccolo
ermafrodito vizioso: pallida,  magra, con gli occhi avvivati dalla febbre e dal
carbon, con la bocca troppo rossa, con i capelli corti,  lanosi,  un poi ricci,
che  le  coprivano  la  testa  a  guisa  d'un caschetto d'astrakan..  Teneva
incastrata nell'occhiaia sinistra una lente rotonda;  portava  un  alto  solino
inamidato,  la cravatta bianca,  il panciotto aperto, una giacca nera di taglio
maschile,  una gardenia all'occhiello,  affettando le maniere  d'un  dandy.,
parlando con una voce rauca. E attirava, tentava, per quella impronta di vizio,
di depravazione,  di mostruosit, ch'era nel suo aspetto, nelle sue attitudini,
nelle sue parole. Sal y pimienta..
  Maria Fortuna invece aveva il tipo un poi bovino, era una Madame de Parabre,
tendente alla pinguedine. Come la bella amante del Reggente possedeva una carne
bianca,  d'una bianchezza opaca e profonda,  una di quelle carni instancabili e
insaziabili  su  cui Ercole avrebbe potuto compiere la sua impresa d'amore,  la
sua  tredicesima  fatica,  senza  sentirsi  chieder  tregua.  E  gli  occhi  le
nuotavano,  molli  viole,  in un'ombra alla Cremona e la bocca sempre socchiusa
mostrava in un'ombra rosata un luccicor vago di madreperla, come una conchiglia
socchiusa.
  Giulia Arici piaceva molto allo Sperelli,  per quel  suo  color  dorato,  sul
quale s'aprivano due lunghi occhi di velluto, d'un morbido velluto castagno che
talvolta  prendeva  riflessi  quasi  fulvi.  Il naso un poi carnoso e le labbra
tumide,   fresche,   sanguigne,   dure,   le  formavano  nel  basso  del   viso
un'espressione  d'aperta  lascivia,  resa  ancor pi vivace dall'irrequietudine
della lingua. I canini,  essendo troppo forti,  le sollevavano gli angoli della
bocca; e, come gli angoli cos sollevati si facevano aridi o le davano forse un
lieve fastidio,  ella ad ogni tratto con la punta della lingua li inumidiva.  E
si vedeva ad ogni tratto scorrere per la chiostra dei denti quella punta,  come
la foglia bagnata d'una rosa grassa per una fila di piccole mandorle nude.
  -  Julia,  - disse Andrea Sperelli,  guardandole la bocca - san Bernardino ha
per voi in un suo sermone un epiteto meraviglioso.  E anche questo non  sapete,
voi!
  L'Arici si mise a ridere,  d'un riso ebete ma bellissimo,  che le scopriva un
poco le gengive;  e nell'agitazione ilare usciva da lei un  profumo  pi  acuto
come quando viene scosso un cespuglio.
  - Che mi date - soggiunse Andrea - che mi date in compenso se,  estraendo dal
sermone del santo quella parola voluttuosa,  come da un  tesoro  teologale  una
pietra afrodisiaca, io ve la offro?
  -  Non so - rispose l'Arici,  sempre ridendo e tenendo tra le dita a bastanza
fini e lunghette un bicchiere con vin di Chablis. - Quel che volete.
  - Il sostantivo dell'adjettivo.
  - Che dite?
  - Ne discorreremo. La parola : linguatica..  Messer Ludovico,  aggiugnete
alle vostre litanie questa appellazione:  Rosa linguatica, glube nos.. 
  -  Peccato  -  disse  il Musllaro - che tu non sia alla mensa di un duca del
secolo sedicesimo,  tra una Violante e una Imperia,  con  Giulio  Romano,  con  Pietro
Aretino e con Marc'Antonio!
  La  conversazione  andavasi accendendo nei vini,  nei vecchi vini di Francia,
fluidi e ardenti,  che dnno ali e fiamme  al  verbo.  Le  maioliche  non  eran
durantine,  istoriate  dal cavalier Cipriano dei Piccolpasso,  n le argenterie
eran quelle milanesi di Ludovico il Moro; ma neppure erano troppo volgari.  Nel
mezzo  della  tavola  un  vaso  di cristallo azzurro conteneva un gran mazzo di
crisantemi gialli, bianchi, violacei,  su cui si posavano gli occhi malinconici
di Clara Green.
  - Clara, - chiese Ruggero Grimiti - siete triste? A che pensate?
  -  A  ma  chimre!.  -  rispose  l'antica  amante  di  Adolphus  Jeckyll,
sorridendo; e chiuse il sospiro nel cerchio d'un bicchiere colmo di Sciampagna.
  Quel vino chiaro e brillante, che ha su le donne una virt cos pronta e cos
strana,  gi incominciava ad eccitare variamente i cervelli  e  le  matrici  di
quelle quattro etire ineguali,  a risvegliare e a stimolare in loro il piccolo
dmone isterico e a farlo correre per tutti i loro nervi propagando la  follia.
Bb  Silva  gittava  motti orribili,  ridendo d'un riso soffocato e convulso e
quasi singhiozzante come quel d'una donna che sia per morir di solletico. Maria
Fortuna schiacciava i fondants.  col gomito nudo e li offeriva  per  niente,
premendo  poi  su  la  bocca  di  Ruggero il gomito dolcificato.  Giulia Arici,
oppressa dai madrigali dello Sperelli, si turava gli orecchi con le belle mani,
abbandonandosi alla spalliera; e la sua bocca, in quell'atto,  attirava i morsi
come un frutto sugoso.
  -  Hai mangiato mai - diceva il Barbarisi allo Sperelli - certe confetture di
Costantinopoli, morbide come una pasta, fatte di bergamotto, di fiori d'arancio
e di rose,  che profumano l'alito per tutta la vita?  La bocca di Giulia   una
confettura orientale.
  - Ti prego,  Ludovico, - diceva lo Sperelli - lasciamela provare. Conquistami
Clara Green e cedimi Giulia  per  una  settimana.  Clara  anche  ha  un  sapore
originale:  un  giulebbe  di  violette di Parma tra due biscotti Peek-Frean.
alla vainiglia...
  - Attenti, signori! - grid Bb Silva, prendendo un fondant..
  Ella aveva vista la piacevolezza di Maria Fortuna e aveva fatta la  scommessa
ginnica  di  mangiarsi  un  fondant.  sul suo proprio gomito tirandoselo fin
presso alle labbra.  Per eseguire il giuoco,  si scopr il braccio: un  braccio
magro e pallido,  sparso di lanugine scura;  appiccic il fondant.  all'osso
acuto;  e,  stringendosi con la mano sinistra l'antibraccio  destro  e  facendo
forza,  riusc  a vincere la scommessa,  con l'abilita d'un clown.,  tra gli
applausi.
  - E questo  niente - disse ella ricoprendosi la nudit spetrale.  - Chica
pero guapa.;  vero, Musellaro?
  Ed accese la decima sigaretta.
  L'odor  del tabacco era cos delizioso che tutti vollero fumarne.  L'astuccio
della Silva pass,  di mano in mano.  Maria  Fortuna  lesse  ad  alta  voce  su
l'argento smaltato dell'astuccio:
  -  Quia nominor Bb.. 
  Allora  tutte  desiderarono  d'avere  un  motto,  un'impresa  da mettere su i
fazzoletti,  su la carta da lettere,  su le camicie.  La cosa parve loro  molto
aristocratica, sommamente elegante.
  -  Chi mi trova un motto?  - esclam l'antica amante di Carlo de Souza.  - Lo
voglio latino.
  - Io - disse Andrea Sperelli. - Eccolo:  Semper parata.. 
  - No.
  -  Diu saepe fortiter.. 
  - Che vuol dire?
  - E che t'importa  di  saperlo?  Basta  che  sia  latino.  Eccone  un  altro,
magnifico:  Non timeo dona ferentes.. 
  - Mi piace poco. Non m' nuovo...
  - E allora, questo:  Rarae nates cum gurgite vasto.. 
  - Ei troppo comune. Lo leggo tante volte nelle cronache dei giornali...
  Ludovico,  Giulio,  Ruggero  ridevano  in  coro,  sonoramente.  Il fumo delle
sigarette si spandeva su  le  teste  formando  leggeri  nimbi  azzurrognoli.  A
intervalli veniva dall'orchestra del Teatro un'onda di suoni,  nell'aria calda;
e faceva cantarellare Bb.  Clara Green sfogliava nel suo piatto i crisantemi,
in silenzio, poich il vin bianco e leggiero le si era convertito nelle vene in
un  languor triste.  Per quelli che gi la conoscevano,  un tal sentimentalismo
bacchico non era nuovo;  e  il  duca  di  Grimiti  si  divertiva  a  provocarne
l'effusione.   Ella  non  rispondeva,  seguitando  a  sfogliare  nel  piatto  i
crisantemi e stringendo le labbra, quasi per trattenere il pianto.  Come Andrea
Sperelli  si  curava  poco  di lei e si dava ad una pazza allegria di atti e di
parole,  meravigliando perfino i suoi compagni di piacere,  ella disse con  una
voce supplichevole, tra il coro delle altre voci:
  - Love me to-night, Andrew!.
  E  da allora in poi,  quasi ad intervalli misurati,  levando di sul piatto lo
sguardo ceruleo, si mise a supplicare languidamente:
  - Love me to-night, Andrew!.
  - O che lagno! - fece Maria Fortuna. - Ma che significa? Si sente male?
  Bb Silva fumava,  beveva bicchierini di  vieux  cognac.  e  diceva  cose
enormi,  con una vivacit artifiziale.  Ma aveva, a quando a quando, momenti di
stanchezza, di prostrazione, stranissimi,  nei quali pareva che qualche cosa le
cadesse  dal  volto  e  che nella sua figura sfrontata e oscena entrasse non so
qual piccola figura triste, miserevole, malata, pensierosa, pi vecchia,  della
vecchiezza  d'una  bertuccia  tisica che si ritragga in fondo alla sua gabbia a
tossire dopo aver fatto ridere la  gente.  Erano  momenti  fuggevoli.  Ella  si
riscoteva per bere un altro sorso o per dire un'altra enormit.
  E Clara Green a ripetere:
  - Love me to-night, Andrew!.


  Cos, d'un balzo, Andrea Sperelli si rituff nel Piacere.
  Per  quindici giorni lo occuparono Giulia Arici e Clara Green.  Poi part per
Parigi e per Londra, in compagnia del Musllaro.  Torn a Roma verso la met di
decembre;  trov la vita invernale gi molto mossa;  fu sbito ripreso nel gran
cerchio mondano.
  Ma egli non s'era mai trovato in una disposizion di spirito pi inquieta, pi
incerta,  pi confusa;  non aveva mai provato dentro di s  uno  scontento  pi
molesto, un malessere pi importuno; n mai aveva provato contro di s medesimo
impeti d'ira e moti di disgusto pi crudeli. Talvolta, in qualche stanca ora di
solitudine,  egli si sentiva salire dalle profonde viscere l'amarezza, come una
nausea improvvisa;  e rimaneva l ad assaporarla,  torpidamente,  senza aver la
forza di cacciarla fuori,  con una specie di rassegnazione cupa, come un malato
che abbia perduta ogni fiducia di guarire e  sia  disposto  a  vivere  del  suo
proprio  male,  a  raccogliersi  nella sua sofferenza,  a profondarsi nella sua
miseria mortale.  Gli pareva che di nuovo l'antica lebbra gli si dilatasse  per
l'anima e di nuovo il cuore gli si vuotasse per non riempirsi pi mai,  come un
otre forato,  irreparabilmente.  Il senso di questa  vacuit,  la  certezza  di
questa  irreparabilit  gli movevano talvolta una specie di collera disperata e
poi un disprezzo folle di  s  medesimo,  del  suo  volere,  delle  ultime  sue
speranze,  degli  ultimi  suoi  sogni.  Egli era giunto a un terribile momento,
incalzato dalla vita inesorabile,  dall'implacabile passione  della  vita;  era
giunto  al  momento  supremo  della  salvezza  o  della perdizione,  al momento
decisivo in cui i grandi cuori rivelano tutta la loro forza e i  piccoli  cuori
tutta  la  loro  vilt.  Egli  si  lasci  sopraffare;  non ebbe il coraggio di
salvarsi con un atto volontario;  pur essendo in balia del dolore,  ebbe  paura
d'un  dolore  pi virile;  pur essendo travagliato dal disgusto,  ebbe paura di
rinunziare a ci che lo disgustava;  pur avendo in s vivo e spietato l'istinto
del  distacco dalle cose che pi parevano attrarlo,  ebbe paura di allontanarsi
da quelle cose. Egli si lasci abbattere; abdic intieramente e per sempre alla
sua volont, alla sua energia, alla sua dignit interiore; sacrific per sempre
quel che gli rimaneva di fede e d'idealit;  si gitt nella vita,  come in  una
grande  avventura  senza  scopo,  alla  ricerca del godimento,  dell'occasione,
dell'attimo felice, affidandosi al destino, alle vicende del caso,  all'accozzo
fortuito delle cagioni.  Ma, mentre egli credeva con questa specie di fatalismo
cinico mettere un argine alla sofferenza e conquistare se non la  calma  almeno
l'ottusit  in lui di continuo la sensibilit al dolore diveniva pi acuta,  le
facolt di soffrire si moltiplicavano, i bisogni e i disgusti aumentavano senza
fine. Egli esperimentava ora la profonda verit delle parole che aveva dette un
giorno  a  Maria  Ferres,   in  un  momento  di  confidenza  e  di   malinconia
sentimentali: - Altri sono pi infelici;  ma io non so se ci sia stato al mondo
uomo men felice. di me.  - Egli esperimentava ora la verit di quelle parole
dette  in un momento assai dolce,  quando gli illuminava l'anima l'illusione di
una seconda giovinezza, il presentimento d'una nuova vita.
  Eppure, quel giorno, parlando a quella creatura,  egli era stato sincero come
non mai;  egli aveva espresso il suo pensiero con ingenuit e candore, come non
mai. Perch, in un soffio, tutto s'era dileguato, tutto era svanito? Perch non
aveva saputo egli nutrire quella fiamma nel suo cuore?  Perch non aveva saputo
custodire  quella  memoria  e  tenere  quella fede?  La sua legge era dunque la
mutabilit;  il suo spirito aveva l'inconsistenza d'un fluido;  tutto in lui si
trasformava  e  si  difformava,  senza  tregua;  la  forza  morale  gli mancava
intieramente; il suo essere morale si componeva di contraddizioni; l'unit,  la
semplicit,  la spontaneit gli sfuggivano;  a traverso il tumulto, la voce del
dovere non gli giungeva pi;  la voce del volere veniva soverchiata  da  quella
degli istinti;  la conscienza, come un astro senza luce propria, ad ogni tratto
si eclissava. Tale era stato sempre; tale sarebbe stato sempre. Perch, dunque,
combattere contro s medesimo? Cui bono?.
  Ma appunto codesta lotta era una necessit della sua  vita;  appunto  codesta
irrequietudine  era  una  condizione  essenziale  della sua esistenza;  appunto
codesta sofferenza era una condanna a cui non  avrebbe  egli  potuto  sottrarsi
giammai.
  Qualunque  tentativo  di  analisi su s medesimo si risolveva in una maggiore
incertezza,  in una maggiore oscurit.  Essendo egli  interamente  sfornito  di
forza  sintetica,  la sua analisi diveniva un crudele giuoco distruttore.  E da
un'ora di riflessione su s medesimo egli usciva confuso, disfatto,  disperato,
perduto.
  Quando, la mattina del 30 dicembre, nella via dei Condotti, inaspettatamente,
si  rincontr  con  Elena  Muti,  egli ebbe una commozione inesprimibile,  come
d'innanzi al compiersi d'un fato meraviglioso,  come se il riapparir di  quella
donna  in  quel  momento  tristissimo  della sua vita avvenisse per virt d'una
predestinazione ed ella gli fosse inviata per  soccorso  ultimo  o  per  ultimo
danno nel naufragio oscuro. Il primo moto dell'anima sua fu di ricongiungersi a
lei,  di riprenderla,  di riconquistarla, di ripossederla tutta quanta, come un
tempo,  di rinnovare la passione antica  con  tutte  le  ebrezze  e  tutti  gli
splendori.  Il  primo  moto  fu di giubilo e di speranza.  Poi,  senza indugio,
risorsero la diffidenza e il dubbio e la gelosia;  senza indugio,  l'occup  la
certezza  che  nessun  prodigio  mai  avrebbe potuto risuscitare sol una minima
parte della felicit morta,  riprodurre sol un baleno dell'ebrezza spenta,  sol
un'ombra dell'illusione sparita.
  Ella era venuta,  ella era venuta! Era rientrata nel luogo dove ogni cosa per
lei custodiva un ricordo e aveva detto: - Io non sono pi tua, non potr essere
tua pi mai.  - Aveva gridato,  contro di lui: - Soffriresti tu di spartire con
altri il mio corpo? - Proprio, aveva osato gridar quelle parole, contro di lui,
in quel luogo, in conspetto di quelle cose!
  Un dolore atroce,  enorme, fatto di mille punture l'una dall'altra distinte e
l'una pi dell'altra acute,  lo  tenne  per  qualche  tempo  e  l'esasper.  La
passione lo riavvolse con mille fuochi,  suscitandogli un inestinguibile ardore
carnale per quella donna non pi sua,  risvegliandogli nella memoria  tutte  le
pi minute particolarit dei godimenti lontani, le imagini di tutte le carezze,
di tutte le attitudini di lei nel piacere, di tutte le folli mescolanze che non
saziavano n appagavano mai la loro brama di continuo rinascente. E pur sempre,
in  ogni sua imaginazione,  persisteva quella strana difficolt a ricongiungere
l'Elena  d'una  volta  all'Elena  d'ora.  Mentre  i  ricordi  del  possesso  lo
accendevano  e  lo torturavano,  la certezza del possesso gli sfuggiva: l'Elena
d'ora gli pareva una donna nuova, non mai goduta, non mai stretta. Il desiderio
gli diede tali spasimi ch'egli cred  morirne.  L'impurit  l'infett  come  un
tossico.
  L'impurit,  che allora. la fiamma alata dell'anima velava d'un velo sacro
e circondava d'un mistero quasi divino,  appariva ora senza il velo,  senza  il
mistero della fiamma,  come una lascivia interamente carnale, come una libidine
bassa.  Ed egli sentiva che quel suo ardore non era l'Amore e che non aveva pi
nulla  di  comune  con  l'Amore.  Non  era  l'Amore.  Ella gli aveva gridato: -
Soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo? - Ebbene, s, egli l'avrebbe
sofferto!
  Egli  l'avrebbe  presa,  senza  ripugnanza,  cos  come  veniva,  contaminata
dall'abbraccio  di  un altro;  avrebbe messa la sua carezza su la carezza di un
altro; avrebbe premuto il suo bacio sul bacio di un altro.
  Nulla pi, nulla pi, dunque, in lui rimaneva intatto. Anche il ricordo della
grande passione si corrompeva miseramente,  si bruttava,  s'avviliva,  in  lui.
L'ultimo barlume di speranza era estinto.  Infine,  egli toccava il fondo,  per
non rialzarsi mai pi.
  Ma una orribile smania l'invase,  di atterrare l'idolo  che  rimanevagli  pur
sempre  alzato ed enigmatico d'innanzi.  Con una cinica crudelt egli si mise a
scalzarlo, ad oscurarlo,  a corroderlo.  L'analisi distruggitrice,  ch'egli gi
aveva  esperimentata  su  se  medesimo,  gli serv contro di Elena.  A tutte le
interrogazioni del dubbio,  che un tempo egli aveva voluto sfuggire,  ora cerc
una  risposta;  di  tutti i sospetti,  che un tempo apparivano e si dileguavano
senza lasciar  traccia,  ora  studi  l'origine,  ritrov  la  giustificazione,
ottenne la conferma.  Egli credeva di trovare un sollievo in questa disgraziata
opera d'abbattimento;  e aumentava la sua sofferenza,  irritava  il  suo  male,
allargava le sue macchie.
  Quale era stata la cagion vera della partenza di Elena, nel marzo del 1885? -
Molte  dicerie  eran  corse in quel tempo e nel tempo del matrimonio di lei con
Humphrey Heathfield. La verit era una sola. Egli la seppe da Giulio Musllaro,
per caso, in mezzo a chiacchiere inconcludenti, una sera, uscendo da un teatro;
e non ne dubit.  Donna Elena Muti era  partita  per  affari  di  finanza,  per
combinare  un'operazione  che doveva trarla da gravissimi imbarazzi pecuniarii
causati  dalla  sua  eccessiva  prodigalit.  Il matrimonio con Lord Heathfield
l'aveva salvata da una rovina. Questo Heathfield,  marchese di Mount Edgcumbe e
conte di Bradford,  possedeva ricchezze considerevoli ed era alleato con la pi
alta nobilt britanna.  Donna Elena aveva saputo far  le  sue  cose  con  molto
accorgimento;  aveva  saputo  escir  dal pericolo con un'abilit straordinaria.
Certo,  i suoi tre anni  di  vedovanza  non  parevano  essere  stati  un  casto
intermezzo  preparatorio  alle  seconde nozze.  Non casto e neanche cauto.  Ma,
senza dubbio, Donna Elena era una gran donna...
  - Ah, mio caro, una gran donna! - ripet Giulio Musllaro. - tu lo sai bene.
  Andrea tacque.
  - Ma non ti consiglio di riavvicinarti - soggiunse l'amico,  gittando via  la
sigaretta che tra una chiacchiera e l'altra gli si era spenta. - Riaccendere un
amore    come  riaccendere una sigaretta.  Il tabacco s'invelenisce;  l'amore,
anche.  Andiamo a prendere da una tazza di t dalla Moceto?  M'ha detto che  si
pu andare lei dopo il teatro: non  mai tardi.
  Erano sotto il palazzetto Borghese.
  - Va tu - disse Andrea.  - Io torno a casa,  a dormire. La caccia d'oggi m'ha
un poi stancato. Salutami Donna Giulia. Comprends et prends..
  Il Musllaro sal.  Andrea seguit gi per la Fontanella di Borghese e per  i
Condotti,  verso la Trinit.  Era una notte di gennaio fredda e serena,  una di
quelle prodigiose notti iemali che fanno di Roma una citt d'argento chiusa  in
una sfera di diamante.  La luna piena,  a mezzo del cielo,  versava la triplice
purezza della luce, del gelo e del silenzio.
  Egli camminava, sotto la luna, come un sonnambulo,  non avendo conscienza che
del suo dolore.  L'ultimo colpo era dato;  l'idolo crollava; nulla pi rimaneva
su la gran rovina; tutto cos finiva, per sempre. - Ella, dunque, veramente non
l'aveva mai amato.  Senza esitare,  aveva troncato l'amore per provvedere a  un
dissesto.  Senza esitare,  aveva concluso un matrimonio utile. Ora, d'innanzi a
lui,  prendeva un'attitudine di martire,  si avvolgeva  in  un  velo  di  sposa
inviolabile!  - Un riso amaro gli saliva dal fondo; e poi una collera sorda gli
si mosse contro la donna e l'accec.  I ricordi  della  passione  non  valsero.
Tutte  le  cose  di  quel  tempo  gli apparvero come un solo inganno,  enorme e
crudele, come una sola menzogna; e quest'uomo che dell'inganno e della menzogna
s'era fatto nella vita un abito, quest'uomo che aveva ingannato e mentito tante
volte, si sent, al pensiero dell'altrui frode, offendere, sdegnare, disgustare
come da una colpa imperdonabile, come da una mostruosit inescusabile, ed anche
inesplicabile.  Egli non giungeva infatti a spiegarsi come Elena avesse  potuto
commettere  un  tal delitto;  e,  pur non giungendovi,  non le concedeva alcuna
giustificazione, non accoglieva il dubbio che una qualche altra segreta cagione
l'avesse spinta alla fuga  subitanea.  Egli  non  sapeva  vedere  che  l'azione
brutale,  la bassezza,  la volgarit: la volgarit, sopra tutto, cruda, aperta,
odiosa, non attenuata da nessuna contingenza.  Insomma,  si trattava di questo:
una  passione,  che  pareva  sincera ed era giurata altissima,  inestinguibile,
veniva ad essere interrotta da un affar di denaro, da una utilit materiale, da
un negozio.
   Ingrato!  Ingrato!  Che sai tu di quel  ch'  accaduto,  di  quel  ch'io  ho
sofferto?  Che sai?   Le parole di Elena gli tornarono nella memoria, precise;
tutte le parole di lei, dal principio alla fine del colloquio tenuto innanzi al
caminetto,  gli tornarono nella memoria: le parole di tenerezza,  le offerte di
fraternit, tutte quelle frasi sentimentali. Ed egli ripens anche alla lacrima
che le avea velato gli occhi,  alle mutazioni del volto,  al tremito, alla voce
soffocata dell'addio quando egli le aveva posato  su  le  ginocchia  il  fascio
delle rose. - Perch mai aveva ella consentito a venir nella casa? Perch aveva
voluto recitar quella parte,  provocar quella scena, ordire quel nuovo dramma o
quella nuova comedia? Perch?
  Era giunto alla sommit della scala, nella piazza deserta.  La bellezza della
notte gli diede,  d'improvviso,  un'aspirazione vaga ma affannosa verso un Bene
sconosciuto;  l'imagine di Donna Maria gli attravers lo spirito;  il cuore gli
palpit forte, come all'urto d'un desiderio; gli balen il pensiero di tener le
mani  di  Donna  Maria  nelle  sue,  di  piegare sul cuor di lei la fronte e di
sentirsi da lei consolare senza parole, pietosamente. Quel bisogno di piet, di
rifugio,  di compianto fu come l'ultimo tratto dell'anima che non si rassegnava
a  perire.  Egli  chin  il  capo  e  rientr nella casa,  senza pi volgersi a
guardare la notte.
  Terenzio l'aspettava, nell'anticamera,  e lo segu fin nella stanza da letto,
dove il fuoco era acceso. Domand:
  - Il signor conte va a letto sbito?
  -  No,  Terenzio.  Portami  il t - rispose il signore,  sedendosi innanzi al
camino e tendendo le palme verso la fiamma.
  Egli tremava,  d'un piccolo tremito nervoso.  Aveva pronunziate quelle parole
con una strana dolcezza; aveva chiamato a nome il domestico; gli aveva dato del
tu.
  - Ha freddo il signor conte?  - domand Terenzio, con una premura affettuosa,
incoraggiato dalla benevolenza del signore.
  E si chin su gli alari a ravvivare il fuoco,  aggiungendo altre legne.  Egli
era  un  vecchio  servo di casa Sperelli;  aveva servito il padre di Andrea per
molti anni; e la sua devozione pel giovine giungeva sino all'idolatria. Nessuna
creatura umana gli pareva pi bella, pi nobile,  pi sacra.  Egli apparteneva,
in  verit,  a  quella  ideal  razza  che  fornisce  i  servi fedeli ai romanzi
d'avventura o di sentimento. Ma, a differenza dei servi romanzeschi, parlava di
rado, non dava consigli, non d'altro s'occupava che d'obedire.
  - Va bene cos - disse Andrea,  cercando  di  vincere  il  tremito  convulso,
accostandosi al fuoco.
  La presenza del vecchio,  in quella cattiva ora,  lo commoveva singolarmente.
Era una commozione simile in  parte  alla  debolezza  che,  in  presenza  d'una
persona  buona,  prende  gli  uomini  prima  dei  suicidio.  Non  mai,  come in
quell'ora, il vecchio gli aveva suscitato il pensiero del padre, la memoria del
caro estinto,  il  rimpianto  del  grande  amico  perduto.  Non  mai,  come  in
quell'ora,  egli aveva provato il bisogno d'un conforto familiare, della voce e
della mano paterna.  Che avrebbe detto il padre se avesse veduto  il  figliuolo
accasciato nell'orribile miseria? Come l'avrebbe sollevato? Con quale forza?
  Il suo pensiero andava al morto,  con un immenso rammarico. Ma non era in lui
nemmen l'ombra del sospetto,  che la causa remota della sua miseria  fosse  nel
primo insegnamento paterno.
  Terenzio port il t.  Quindi si mise a preparare il letto, con lentezza, con
una cura quasi feminile,  emulando Jenny,  non  dimenticando  nulla,  sembrando
voler assicurare al signore, fino al mattino, un riposo perfettissimo, un sonno
imperturbabile.  Andrea  lo guardava,  notandone ogni atto,  con una commozione
crescente,  in fondo a cui era anche non so qual  vago  senso  di  pudore.  Gli
faceva  male la bont di quel vecchio intorno a quel letto per ove eran passati
tanti amori immondi;  gli pareva quasi che quelle  mani  senili  rimescolassero
tutte le impurit, inconsapevolmente.
  - Va a dormire, Terenzio - egli disse. - Non ho bisogno d'altro.
  Rimase  solo,  d'innanzi  al  fuoco,  solo  con l'anima sua,  solo con la sua
tristezza. Si lev,  agitato dal tormento interiore,  e si mise a percorrere la
stanza.  L'incalzava la visione della testa di Elena sul guanciale scoperto del
letto.  Ad ogni tratto,  quando giunto d'innanzi alla  finestra  si  rivolgeva,
credeva  di vederla;  e n'aveva un sussulto.  I suoi nervi erano cos estenuati
che secondavano ogni disordine della  fantasia.  L'allucinazione  diveniva  pi
intensa.  Egli  si  ferm,  nascose  la  faccia  tra  le  palme,  per contenere
l'eccitamento. Poi tir sul guanciale la coperta, e and a risedersi.
  Gli sorse nello spirito un'altra imagine: Elena tra le  braccia  del  marito:
ancora una volta, con una esattezza implacabile.
  Egli ora conosceva meglio questo marito.  Proprio in quella sera,  al teatro,
in un palco,  egli era stato a lui presentato  da  Elena  e  l'aveva  osservato
attentamente,   minutamente,   con  acuta  ricerca,  come  per  averne  qualche
rivelazione, come per strappargli un segreto. Udiva ancora la voce di lui,  una
voce  d'un  timbro  singolare,  un poi stridula,  che dava ad ogni principio di
frase una intonazione interrogativa;  e vedeva quegli occhi chiari chiari sotto
la gran fronte convessa,  quegli occhi che prendevano talvolta i riflessi morti
d'un vetro o s'animavano  d'un  bagliore  indefinibile,  simile  un  poco  allo
sguardo  d'un  maniaco.  E vedeva anche quelle mani bianchicce,  molli,  sparse
d'una peluria biondissima,  che avevano qualche cosa d'inverecondo in ogni loro
moto,  nel prendere il binocolo,  nello spiegare il fazzoletto, nel posarsi sul
davanzale del palco, nello sfogliare il libretto dell'opera, in ogni loro moto:
mani improntate di vizio,  mani sdiche.,  poich tali forse  dovevan  esser
quelle di certi personaggi del Sade.
  Egli  vedeva  quelle  mani  toccare la nudit di Elena,  contaminare il corpo
bellissimo, tentare una lascivia curiosa... Orrore!
  Il supplizio era insostenibile. Egli si lev,  di nuovo;  and alla finestra,
l'apr,  rabbrivid all'aria fredda,  si scosse. La Trinit dei Monti splendeva
nell'azzurro,  con lineamenti netti,  come intagliata in un marmo appena appena
roseo. Roma, sotto, aveva un luccicor cristallino, come una citt scavata in un
ghiacciaio.
  Quella  quiete  gelida e precisa gli ricondusse lo spirito alla realit,  gli
ridiede la conscienza vera del suo stato.  Egli richiuse,  e torn  a  sedersi.
L'enigma  di  Elena  lo  attrasse  ancora;  le  interrogazioni gli risorsero in
tumulto,  lo incalzarono.  Ma ebbe la forza di ordinarle,  di  coordinarle,  di
esaminarle  a  una  a  una,   con  una  strana  lucidit.  Come  pi  procedeva
nell'analisi,  pi acquistava di lucidit;  e di quella sua crudele  psicologia
godeva come d'una vendetta. Infine, gli pareva d'aver denudata un'anima, d'aver
penetrato un mistero. Gli pareva, infine, di possedere Elena assai pi a dentro
che non al tempo dell'ebrezza.
  Chi era ella mai?
  Era  uno spirito senza equilibrio in un corpo voluttuario.  A similitudine di
tutte le creature avide di piacere,  ella aveva per fondamento del  suo  essere
morale  uno  smisurato  egoismo.  La  sua  facolt  precipua,  il  suo asse.
intellettuale,  per dir cos,  era l'imaginazione: una imaginazione  romantica,
nudrita   di   letture   diverse,   direttamente   dipendente   dalla  matrice,
continuamente stimolata  dall'isterismo.  Possedendo  una  certa  intelligenza,
essendo  stata  educata nel lusso d'una casa romana principesca,  in quel lusso
papale fatto di arte e di storia,  ella erasi velata  d'una  vaga  incipriatura
estetica,  aveva  acquistato  un  gusto  elegante;  ed avendo anche compreso il
carattere della sua bellezza, ella cercava, con finissime simulazioni e con una
mimica sapiente, di accrescerne la spiritualit,  irraggiando una capziosa luce
d'ideale.
  Ella portava quindi,  nella comedia umana,  elementi pericolosissimi;  ed era
occasion di ruina e di disordine pi che  s'ella  facesse  publica  professione
d'impudicizia.
  Sotto  l'ardore della imaginazione,  ogni suo capriccio prendeva un'apparenza
patetica. Ella era la donna delle passioni fulminee, degli incendii improvvisi.
Ella copriva di fiamme eteree i  bisogni  erotici  della  sua  carne  e  sapeva
transformare in alto sentimento un basso appetito...
  Cos,  in questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un tempo
adorata. Procedeva, nel suo esame spietato, senza arrestarsi d'innanzi ad alcun
ricordo pi vivo.  In fondo ad  ogni  atto,  a  ogni  manifestazione  dell'amor
d'Elena  trovava l'artifizio,  lo studio,  l'abilit,  la mirabile disinvoltura
nell'eseguire un tema di  fantasia,  nel  recitare  una  parte  dramatica,  nel
combinare  una  scena  straordinaria.  Egli  non  lasci intatto alcuno dei pi
memorabili episodii: n il primo incontro al pranzo  di  casa  Ateleta,  n  la
vendita del cardinale Immenraet,  n il ballo del'Ambasciata di Francia,  n la
dedizione improvvisa nella stanza rossa del palazzo Barberini, n il congedo su
la via Nomentana nel tramonto di marzo.  Quel magico vino che  prima  lo  aveva
inebriato ora gli pareva una mistura perfida.
  Ben  per,  in qualche punto,  egli rimaneva perplesso,  come se,  penetrando
nell'anima della donna,  egli penetrasse nell'anima sua propria e ritrovasse la
sua  propria  falsit  nella  falsit  di  lei;  tanta era l'affinit delle due
nature.  E a poco a poco il disprezzo gli si mut in  una  indulgenza  ironica,
poich  egli  comprendeva..  Comprendeva  tutto  ci  che  ritrovava  in  s
medesimo.
  Allora, con fredda chiarezza, defin il suo intendimento.
  Tutte le particolarit del colloquio avvenuto nel giorno  di  San  Silvestro,
pi  d'una  settimana  innanzi,  tutte  gli tornarono alla memoria;  ed egli si
piacque a riconstruir la scena,  con una specie di  cinico  sorriso  interiore,
senza pi sdegno, senza concitazione alcuna, sorridendo di Elena, sorridendo di
s  medesimo.  -  Perch  ella  era  venuta?  Era  venuta  perch quel convegno
inaspettato,  con un antico amante,  in un luogo noto,  dopo due anni,  le  era
parso strano.,  aveva tentato il suo spirito avido di commozioni rare, aveva
tentata la sua fantasia e la sua curiosit.  Ella voleva  ora  vedere  a  quali
nuove  situazioni  e  a  quali  nuove  combinazioni di fatti l'avrebbe condotta
questo giuoco singolare. L'attirava forse la novit di un amor platonico con la
persona medesima ch'era gi stata oggetto d'una passion sensuale.  Come sempre,
ella  erasi  messa con un certo ardore all'imaginazione d'un tal sentimento;  e
poteva anche darsi ch'ella credesse d'esser sincera e che da  questa  imaginata
sincerit  avesse  tratto  gli  accenti  di  profonda tenerezza e le attitudini
dolenti e le lacrime. Accadeva in lei un fenomeno a lui ben noto. Ella giungeva
a creder verace e grave un moto dell'anima fittizio e  fuggevole;  ella  aveva,
per  dir  cos,  l'allucinazione  sentimentale  come  altri  ha l'allucinazione
fisica.  Perdeva la conscienza della sua menzogna;  e  non  sapeva  pi  se  si
trovasse nel vero o nel falso, nella finzione o nella sincerit.
  Ora,  a  questo  punto era lo stesso fenomeno morale che ripetevasi in lui di
continuo. Egli dunque non poteva con giustizia accusarla. Ma, naturalmente,  la
scoperta  toglieva  a  lui ogni speranza d'altro piacere che non fosse carnale.
Omai la diffidenza  gli  impediva  qualunque  dolcezza  d'abbandono,  qualunque
ebrezza dello spirito.  Ingannare una donna sicura e fedele,  riscaldarsi a una
grande  fiamma  suscitata  con  un  baglior  fallace,   dominare  un'anima  con
l'artifizio, possederla tutta e farla vibrare come uno stromento, habere non
haberi.,  pu essere un alto diletto. Ma ingannare sapendo d'essere ingannato 
una sciocca e sterile fatica,  un giuoco noioso e inutile.
  Egli doveva dunque ottener che Elena rinunziasse all'idea di fraternizzare  e
gli  tornasse fra le braccia come un tempo.  Egli doveva riprendere il possesso
materiale della bellissima donna,  trarre dalla  bellezza  di  lei  il  maggior
possibile godimento,  e quindi esserne per sempre liberato dalla saziet. Ma in
questa impresa conveniva usar prudenza e  pazienza.  Gi  nel  primo  colloquio
l'ardor violento aveva fatto cattiva prova.  Appariva manifesto ch'ella fondava
il suo progetto di impeccabilit  su  la  famosa  frase:    Soffriresti  tu  di
spartire  con  altri il mio corpo?   La grande macchina platonica era mossa da
questo santo orrore delle mescolanze.  Poteva anche  darsi  che,  in  fondo  in
fondo,  questo  orrore fosse sincero.  Quasi tutte le donne d'amorosa vita,  se
giungono a concluder nozze, affettano nei primi tempi del matrimonio una feroce
purit e si pongono a far professione  di  mogli  caste  con  leale  proposito.
Poteva  quindi anche darsi che Elena fosse presa dal comune scrupolo.  Nulla di
peggio,  allora,  che assalirla di fronte e apertamente urtare la  sua  novella
virt.Invece,  conveniva  secondarla  nelle aspirazioni spirituali,  accettarla
come  la  sorella  pi  cara,  l'amica  pi  dolce    ,  inebriarla  d'ideale,
platonizzando con accortezza; e a poco a poco trarla dalla candida fraternit a
un'amicizia voluttuosa,  e da un'amicizia voluttuosa alla total resa del corpo.
Probabilmente queste transizioni sarebbero state rapidissime.  Tutto  dipendeva
dalla circostanza....
  Cos  ragionava  Andrea  Sperelli,  d'innanzi  al camino che aveva illuminata
l'amante Elena ignuda,  avvolta nel drappo dello Zodiaco,  ridente tra le  rose
sparse. E l'occupava una stanchezza immensa, una stanchezza che non chiedeva il
sonno,  una  stanchezza  cos vacua e sconsolata che quasi pareva un bisogno di
morire;  mentre il fuoco spegnevasi in su gli alari  e  la  bevanda  freddavasi
nella tazza.
  Nei  giorni  che  seguirono,  egli invano aspett il biglietto promesso.   Vi
scriver un biglietto per dirvi quando potr vedervi.   Elena dunque intendeva
dargli  un  nuovo convegno.  Ma dove?  Ancora nella casa Zuccari?  Avrebbe ella
commessa la seconda imprudenza? L'incertezza gli dava torture indicibili.  Egli
passava  tutte  le sue ore a ricercare un qualunque mezzo per incontrarla,  per
vederla.  Pi d'una volta and  all'Albergo  del  Quirinale,  con  la  speranza
d'esser  ricevuto,  ma  non  la trov mai.  La rivide una sera col marito,  con
Mumps,  com'ella diceva,  di nuovo al teatro.  Parlando di cose leggere,  della
musica,  dei  cantanti,  delle  dame,  egli  mise nel suo sguardo una tristezza
supplichevole.  Ella si  mostr  molto  preoccupata  del  suo  appartamento:  -
rientrava nel palazzo Barberini,  nel suo antico quartiere ma ampliato;  ed era
sempre con i tappezzieri a dare ordini, a disporre.
  - Rimarrete a Roma lungo tempo? - le chiese Andrea.
  - S - ella rispose. - Roma sar la nostra residenza invernale.
  Poco dopo, soggiunse:
  - Voi, veramente, potreste darci qualche consiglio per l'addobbo.  Venite una
di queste mattine al palazzo. Io ci son sempre tra le dieci e mezzogiorno.
  Egli  profitt  d'un  momento  in  cui  Lord  Heathfield  parlava  con Giulio
Musllaro, giunto allora nel palco; e chiese guardandola negli occhi:
  - Domani?
  Ella rispose, con semplicit, come se non avesse badato all'accento di quella
interrogazione:
  - Tanto meglio.
  La mattina dopo, egli and, verso le undici,  a piedi,  lungo la via Sistina,
per la piazza Barberini e su per la salita.  Era un cammino ben noto. Gli parve
di ritrovare le impressioni d'una volta; ebbe un'illusione momentanea: il cuore
gli si sollev. La fontana del Bernini brillava singolarmente al sole,  come se
i  delfini,  la  conchiglia  e  il  Tritone  fosser  divenuti d'una materia pi
diafana,  non pietra e non ancor cristallo,  per  una  metamorfosi  interrotta.
L'operosit  della  nuova  Roma  empiva  di  romore  tutta  la  piazza e le vie
prossime.  Tra i carri e i giumenti guizzavano i piccoli ciociari  offrendo  le
violette.
  Quando egli oltrepass il cancello ed entr nel giardino, sentendosi prendere
da un tremito,  pens:  Ma l'amo.  io dunque ancora?  Ancora la sogno.? 
Gli pareva che il tremito fosse  quel  d'una  volta.  Guard  il  gran  palazzo
radiante  e  il  suo spirito vol ai tempi in cui quella dimora,  in certe albe
fredde e nebbiose,  prendeva per lui un aspetto d'incanto.  Erano i  primissimi
tempi della felicit: egli usciva caldo di baci,  pieno della recente gioia; le
campane della Trinit dei  Monti,  di  Sant'Isidoro,  dei  Cappuccini  sonavano
l'Angelus.  nel crepuscolo, confusamente, come se fossero assai pi lontane;
all'angolo della via rosseggiavano i fuochi intorno le caldaie dell'asfalto; un
gruppo di capre stava lungo il muro biancastro, sotto una casa addormentata;  i
gridi fiochi degli acquavitari si perdevano nella nebbia...
  Egli sent risalir dal profondo quelle sensazioni obliate; per un momento, si
sent  passar  su l'anima un'onda dell'antico amore;  per un momento,  prov ad
imaginare che Elena fosse la Elena d'una volta e che le cose tristi non fossero
vere e che la felicit seguitasse.  Tutto l'ingannevole fermento cadde,  appena
egli  varc  la  soglia  e  vide  venire incontro il marchese di Mount Edgcumbe
sorridente di quel suo sorriso fine e un poi ambiguo.
  Allora incominci il supplizio.
  Elena comparve,  gli tese la mano con molta cordialit,  innanzi  al  marito,
dicendo:
  - Bravo Andrea! Aiutateci, aiutateci...
  Ella  era  molto  vivace,  nelle  parole,  nei  gesti.  Aveva  un'aria  molto
giovenile.  Portava una giacca di panno azzurro cupo,  guarnita  d'astrakan.
nero  su gli orli,  sul collo diritto e su le maniche;  e un cordoncino di lana
faceva nell'astrakan. un ricamo elegante, passandovi sopra intrecciato. Ella
teneva una mano nella tasca, in atto grazioso;  e con l'altra indicava le opere
di tappezzeria, i mobili, i quadri. Domandava consiglio.
  -  Dove  mettereste  voi  questi  due cassoni?  Vedete: li ha trovati Mumps a
Lucca.  Le pitture sono  del  vostro.  Botticelli.  Dove  mettereste  questi
arazzi?
  Andrea riconobbe i quattro arazzi della Storia di Narcisso.  ch'erano alla
vendita del cardinale Immenraet.  Guard Elena,  ma non incontr gli  occhi  di
lei.  Una irritazione sorda lo prese,  contro di lei,  contro il marito, contro
quegli oggetti.  Egli avrebbe voluto andarsene;  ma  gli  convenne  mettere  in
servigio dei coniugi Heathfield il suo buon gusto; gli convenne anche sofferire
l'erudizione archeologica di Mumps, ch'era un collezionista ardente e che volle
mostrargli  qualcuna  delle sue raccolte.  Egli riconobbe in una vetrina l'elmo
del Pollajuolo,  e in un'altra la tazza di cristallo  di  rcca  appartenuta  a
Niccol  Niccoli.   La  presenza  di  quella  tazza  in  quel  luogo  lo  turb
stranamente,  gli fece balenare allo spirito folli sospetti.  Era dunque caduta
in mano di Lord Heathfield?  Dopo la famosa contesa che non ebbe esito, nessuno
pi si occup  del  cimelio,  nessuno  torn  alla  vendita,  il  giorno  dopo;
l'eccitazione  efimera  langu,  si  spense,  pass come tutto passa nella vita
mondana;   e  il  cristallo  rimase  al  contrasto  di  altri.   La  cosa   era
naturalissima; ma in quel momento ad Andrea parve straordinaria.
  Ad  arte,  egli  si  ferm  d'innanzi  alla  vetrina  e guard molto la coppa
preziosa dove la storia d'Anchise e di Venere scintillava come intagliata in un
puro diamante.
  -  Niccol  Niccoli  -  disse  Elena,  pronunziando  quel  nome  con  accento
indefinibile in cui il giovine cred sentire un poco di malinconia
  Il marito era passato nella stanza attigua per aprire un armario
  - Ricordatevi! Ricordatevi! - mormor Andrea, volgendosi.
  - Mi ricordo.
  - Quando dunque vi vedr?
  - Chi sa!
  - Mi prometteste...
  Ricomparve  il  Mount Edgcumbe.  Passarono nell'altra stanza,  seguitarono il
giro.  Ovunque i tappezzieri attendevano a stendere parati,  ad alzar tende,  a
trasportar  mobili.  Andrea,  ogni volta che l'amica gli chiedeva un consiglio,
doveva fare uno sforzo per rispondere, per vincere la mala voglia, per dominare
l'impazienza.  In un momento che il marito parlava con uno  di  quegli  uomini,
egli le disse, a bassa voce, mostrando chiaro il suo fastidio:
  - Perch darmi questa tortura? Io sperava di trovarvi sola.
  A  una  porta,  il cappellino di Elena urt una portiera mal messa e si pieg
tutto da un lato. Ella, ridendo, chiam Mumps perch le sciogliesse il nodo del
velo.  E Andrea vide quelle mani odiose sciogliere il nodo  su  la  nuca  della
desiderata,  sfiorare i piccoli riccioli neri,  quei riccioli vivi che un tempo
sotto i baci rendevano un profumo misterioso,  non paragonabile ad  alcuno  dei
profumi conosciuti, ma pi di tutti soave, pi di tutti inebriante.
  Senza indugio, egli si conged, affermando d'essere aspettato a colazione.
  - Noi verremo a star qui definitivamenre il primo di febbraio,  marted - gli
disse Elena. - Allora sarete, spero, un nostro assiduo.
  Andrea s'inchin.
  Avrebbe dato qualunque cosa per non toccare la mano di Lord Heathfield. Se ne
and pieno di rancore, di gelosia, di disgusto.
  La sera medesima, sul tardi,  essendo capitato per caso al Circolo,  dove non
saliva da molto tempo, egli vide seduto a un tavolo di giuoco Don Manuel Ferres
y  Capdevila,  il  ministro  del Guatemala.  Lo salut con premura;  gli chiese
notizie di Donna Maria, di Delfina.
  - Sono ancora a Siena? Quando verranno?
  Il ministro,  memore d'aver guadagnate alcune migliaia di lire  giocando  col
giovine conte nell'ultima notte di Schifanoja, rispose con grande cortesia alla
premura.  Egli  aveva  conosciuto Andrea Sperelli giocatore ammirabile,  d'alto
stile, perfetto.
  - Sono qui tutt'e due,  da qualche giorno.  Arrivarono luned.  Maria  molto
dispiacente di non aver trovata la marchesa d'Ateleta.  Io credo che una vostra
visita le sar molto gradita.  Stiamo nella via Nazionale.  Eccovi  l'indirizzo
esatto.
  Gli  diede  un  suo  biglietto.  Quindi si rimise al giuoco.  Andrea si sent
chiamare dal duca di Beffi ch'era in un crocchio di altri gentiluomini.
  - Perch non sei venuto stamani a Centocelle? - gli domand il duca.
  - Avevo un altro appuntamento - rispose Andrea, senza pensarci, per una scusa
qualunque.
  Il duca si mise a ridacchiare in coro con gli altri amici.
  - Al palazzo Barberini?
  - Potrebbe darsi.
  - Potrebbe darsi? T'ha visto entrare Ludovico...
  - E tu dov'eri? - chiese Andrea al Barbarisi.
  - Da mia zia Saviano.
  - Ah!
  - Non so se tu abbia fatto miglior caccia,  - seguit il duca di Beffi  -  ma
noi abbiamo avuto un galoppo veloce di quarantadue minuti e due volpi. Gioved,
alle Tre Fontane.
  - Capisci?  Non alle Quattro...  - ammon,  con la sua solita gravit comica,
Gino Bommnaco.
  Gli amici risero, al motto; e il riso si propag anche allo Sperelli. Non gli
dispiaceva quella malignit. Anzi, ora appunto che mancava il fondamento,  egli
godeva che gli amici credessero riannodata la sua relazione con Elena. Si volse
a  discorrere  con  Giulio  Musllaro sopravvenuto.  Da alcune parole giuntegli
all'orecchio, s'accorse che nel crocchio si parlava di Lord Heathfield.
  - Io lo conobbi a Londra sei o sett'anni fa - diceva il duca di Beffi.  - Era
Lord of the Bedchamber. del principe di Galles, mi pare...
  Poi  la voce s'abbass.  Il duca doveva raccontare cose enormi.  All'orecchio
d'Andrea giunse,  tra frammenti di frasi erotiche,  due o tre volte  il  titolo
d'un  giornale  famoso  nella  stagione  degli scandali di Londra: Pall Mall
Gazette..  Egli avrebbe voluto ascoltare: una terribile  curiosit  l'invadeva.
Rivide nell'imaginazione le mani di Lord Heathfield,  quelle pallide mani, cos
espressive,  cos  significative,  cos  rivelatrici,  indimenticabili.  Ma  il
Musllaro seguitava a discorrere. Il Musllaro gli disse:
  - Usciamo. Ti racconter.
  Gi  per  le  scale incontrarono il conte Albonico che saliva.  Era vestito a
lutto per la morte di Donna Ippolita.  Andrea  si  ferm:  gli  chiese  qualche
notizia  del  fatto doloroso.  Egli aveva saputo la sventura,  nel novembre,  a
Parigi, da Giulio Montelatici, cugino di Donna Ippolita.
  - Ma fu un tifo?
  Il vedovo biondiccio e scolorito colse l'occasione per versar  la  sua  pena.
Egli  portava  in  giro  il  suo dolore come un tempo aveva portato la bellezza
della moglie.  La balbuzie immiseriva le sue parole afflitte: e pareva che  gli
occhi  biancastri  gli si dovessero sgonfiare,  come due bolle di siero,  da un
momento all'altro.
  Giulio Musllaro,  vedendo che l'elegia del  vedovo  andava  un  poi  per  le
lunghe, sollecit Andrea dicendogli:
  - Bada, ci faremo aspettar troppo.
  Andrea  si  licenzi,  rimettendo  a  un  prossimo  incontro il seguito della
commemorazione funebre. Ed usc con l'amico.
  Le parole dell'Albonico gli  avevano  rinnovato  quel  sentimento  singolare,
misto d'un tormentoso desiderio e poi d'una specie di compiacenza, che a Parigi
l'aveva per alcuni giorni occupato dopo la notizia della morte.  In quei giorni
l'imagine di Donna Ippolita, quasi avvolta d'oblio, gli era apparsa, a traverso
il tempo della malattia e della convalescenza,  a traverso tante altre vicende,
a  traverso  l'amore di Donna Maria Ferres,  molto lontana ma avvolta di non so
che idealit. Egli aveva da lei ottenuto il consenso; e, pur non essendo giunto
a possederla,  ne aveva tratto una delle pi grandi  ebrezze  umane:  l'ebrezza
della  vittoria sopra un rivale,  d'una vittoria clamorosa,  in conspetto della
donna desiderata.  In quei giorni,  il desiderio non potuto  appagare  gli  era
risorto;  e sotto l'impero dell'imaginazione,  l'impossibilit di appagarlo gli
aveva dato una inquietudine indicibile, qualche ora di vero supplizio. Poi, tra
il desiderio e il rimpianto era nato un altro sentimento, quasi di compiacenza,
direi quasi d'elevazione lirica.  Gli piaceva che la sua  avventura  terminasse
cos,  per sempre.  Quella donna non posseduta, pel cui acquisto egli era stato
sul punto di rimanere ucciso,  quella donna quasi  sconosciuta  gli  si  levava
unica  intatta  su  le  cime dello spirito,  nella divina idealit della morte.
Tibi, Hippolyta, semper!.
  - Dunque - raccontava Giulio Musllaro - ella  venuta oggi, verso le due.
  Raccontava la resa di Giulia Moceto,  con  un  certo  entusiasmo,  con  molte
particolarit intorno la rara e segreta bellezza della Pandora infeconda.
  -  Hai  ragione.  Ei  una  coppa d'avorio,  uno scudo raggiante,  speculum
voluptatis....
  In Andrea una certa lieve puntura provata alcuni giorni a dietro, nella notte
di luna, dopo il teatro, quando l'amico era salito solo al palazzetto Borghese,
facevasi ora di nuovo sentire;  mutavasi in un rincrescimento non bene definito
ma  in  fondo  a  cui  si movevano forse,  confuse con le memorie,  la gelosia,
l'invidia e quella suprema intolleranza egoistica e tirannica ch'era nella  sua
natura e che lo spingeva talvolta a desiderare quasi la distruzione d'una donna
gi  preferita e goduta,  affinch ella non fosse pi goduta da altri.  Nessuno
doveva bevere al bicchiere dove aveva egli bevuto una volta. Il ricordo del suo
passaggio doveva bastare a riempire una intera vita. Le amanti dovevano rimaner
fedeli in eterno alla sua infedelt. Questo era il suo sogno orgoglioso.  E poi
gli spiaceva la publicazione,  la divulgazione d'un segreto di bellezza. Certo,
s'egli avesse posseduto il Discobolo di Mirone o il Doriforo di Policleto o  la
Venere cnidia,  la sua prima cura sarebbe stata di chiudere il capolavoro in un
luogo inaccessibile e di goderne  da  solo,  perch  il  godimento  altrui  non
diminuisse  il  suo  proprio.  E  allora  perch egli medesimo aveva concorso a
publicare il  segreto?  Perch  egli  medesimo  aveva  stimolato  la  curiosit
dell'amico? Perch egli medesimo gli aveva fatto un augurio? La facilit stessa
con cui quella donna s'era data gli metteva ira e disgusto,  e anche un poco lo
umiliava.
  - Ma dove andiamo?  - chiese Giulio Musllaro,  fermandosi  nella  piazza  di
Venezia.
  In  fondo  ai  varii  moti  dell'animo  e  ai varii pensieri Andrea manteneva
l'agitazione in lui suscitata dall'incontro con Don Manuel Ferres,  il pensiero
di  Donna  Maria,  un'imagine balenante.  E appunto,  in mezzo a quei contrasti
momentanei, una sorta di ansiet lo traeva verso la casa di lei.
  - Io torno a casa - rispose. - Passiamo per la via Nazionale. Accompagnami.
  Da allora egli non ascolt pi le parole dell'amico.  Il  pensiero  di  Donna
Maria lo domin tutto. Giunto d'innanzi al Teatro ebbe un momento d'esitazione,
non  sapendo  se  scegliere  il marciapiede di destra o quel di sinistra.  Egli
voleva scoprire la casa leggendo i numeri delle porte.
  - Ma che hai? - gli chiese il Musllaro.
  - Nulla. T'ascolto.
  Guard un numero e calcol che la casa  doveva  essere  a  manca,  non  molto
lontana, forse in vicinanza della Villa Aldobrandini. I grandi pini della villa
apparvero leggeri nel cielo stellato,  poich la notte era gelida ma serena; la
Torre delle Milizie levava la sua mole quadrata, cupa fra le stelle;  le palme,
che crescono su le mura di Servio, al chiaror dei fanali dormivano immobili.
  Pochi  numeri  mancavano  a  raggiunger  quello  segnato sul biglietto di Don
Manuel.  Andrea trepidava come se Donna Maria fosse per venirgli  incontro.  La
casa  era,  infatti,  vicina.  Egli  pass rasente il portone chiuso;  non pot
tenersi dal guardare in su.
  - Ma che guardi? - gli chiese il Musllaro.
  - Nulla. Dammi una sigaretta. Affrettiamo il passo, ch fa freddo.
  Percorsero la via Nazionale  fino  alle  Quattro  Fontane,  in  silenzio.  La
preoccupazione di Andrea era manifesta. L'amico gli disse:
  - Tu certo hai qualche cosa che ti tormenta.
  E  Andrea  si  sentiva  il cuore cos gonfio che fu sul punto di abbandonarsi
alla confidenza.  Ma si trattenne.  Egli era ancora sotto  l'impressione  delle
malignit udite al Circolo,  del racconto di Giulio, di tutta quella indiscreta
leggerezza da  lui  stesso  provocata,  da  lui  stesso  professata.  L'assenza
completa  di  mistero  nell'avventura,  la  compiacenza  vanitosa  degli amanti
nell'accogliere i motti e i sorrisi altrui,  la cinica indifferenza con cui gli
amanti d'un tempo lodano le qualit della donna a coloro che gi sono su la via
di  goderle,  e  l'affettazione  con  cui  quelli dnno a questi i consigli per
giunger meglio allo scopo,  e la premura con cui questi dnno a  quelli  i  pi
minuti  ragguagli su un primo convegno per sapere se la maniera.  tenuta ora
dalla dama nel concedersi si riconfronti con quella tenuta altre  volte,  e  le
cessioni,  e  le  concessioni,  e le successioni,  e insomma tutte le piccole e
grandi vilt che accompagnano i dolci  adulterii  mondani,  gli  parvero  ridur
l'amore  una  mescolanza  insipida  e  immonda,  una  volgarit  ignobile,  una
prostituzion senza nome.  Le memorie di Schifanoja gli attraversavano  l'anima,
come  profumi  cordiali.  La figura di Donna Maria gli splendeva dentro con tal
vivezza ch'egli n'era quasi attonito;  e un'attitudine  egli  vedeva  sopra  le
altre  distinta,  sopra le altre luminosa: l'attitudine di lei quando nel bosco
di Vicomle aveva pronunziata la parola ardente.  Avrebbe egli  riudita  quella
parola  da quella bocca?  Che aveva fatto ella,  che aveva pensato,  come aveva
vissuto nel tempo della lontananza? L'agitazione interiore gli cresceva ad ogni
passo.  Come fantasmagorie mobili  e  fuggevoli  gli  passavano  nello  spirito
frammenti di visioni: un lembo di paesaggio,  un lembo di mare, una scala tra i
rosai,  l'interno d'una stanza,  tutti i  luoghi  ov'era  nato  un  sentimento,
ov'erasi  effusa  una  dolcezza,  ov'ella  aveva  sparso  il  fascino della sua
persona.  Ed egli provava un tremore intimo e profondo a pensare che forse  nel
cuor di lei ancora viveva la passione, che forse ella aveva sofferto e pianto e
forse anche sognato e sperato. Chi sa!
  - Ebbene? - disse Giulio Musllaro. - Come vanno le cose con Lady Heathfield?
  Scendevano  gi per la via delle Quattro Fontane,  erano d'innanzi al palazzo
Barberini. A traverso i cancelli, tra i colossi di pietra, appariva il giardino
oscuro  animato  da  un  mormorio  fioco  di  acque,   dominato   dall'edifizio
biancheggiante ove il solo portico aveva ancora un lume.
  - Che dici? - domand Andrea.
  - Come vanno le cose con Donna Elena?
  Andrea guard il palazzo.  Gli sembr, in quel momento, di sentirsi nel cuore
una grande indifferenza,  la morte vera del desiderio,  la finale  rinunzia;  e
trov, per rispondere, una frase qualunque.
  - Seguo il consiglio. Non riaccendo la sigaretta...
  - Eppure,  vedi, questa volta forse varrebbe la pena. L'hai guardata bene? Mi
pare  pi  bella;  mi  pare,   non  so,   che  abbia  qualche  cosa  di  nuovo,
inesprimibile... Forse dico male a dir nuovo.. Ei come divenuta pi intensa,
conservando tutto il suo carattere di bellezza;   insomma,  dir cos,  pi
Elena.  dell'Elena di due o tre anni fa:  essenzia  quinta    .  Sar,  forse,
effetto  della  seconda  primavera;  perch credo ch'ella debba stare l l per
toccar la trentina. Non ti sembra?
  Andrea si sent da queste parole pungere,  di nuovo accendere.  Nulla vale  a
ravvivare  e ad esasperare il desiderio d'un uomo quanto l'udire da altri lodar
la donna da lui troppo a lungo posseduta,  o troppo a lungo vagheggiata invano.
Ci  sono  amori  in  agonia  che  si protraggono ancora,  per virt dell'altrui
invidia,  dell'altrui ammirazione;  poich l'amante disgustato o stanco teme di
rinunziare  al  suo  possesso  o al suo assedio in favore della felicit di chi
potrebbe succedergli.
  - Non ti sembra?  E poi,  menelaizzare quell'Heathfield  dovrebbe  essere  un
gaudio straordinario.
  -  Credo  anch'io  -  disse  Andrea,  sforzandosi di prendere il tono frivolo
dell'amico. Vedremo.


  - Maria,  lasciate a questo minuto la sua dolcezza,  lasciate  ch'io  esprima
tutto il mio pensiero!
  Ella  si  lev.  Disse piano,  senza sdegno,  senza severit,  con commozione
palese nella voce:
  - Perdonatemi. Io non posso ascoltarvi. Mi fate molto male.
  - Tacer. Rimanete, Maria; vi prego.
  Di nuovo,  ella sedette.  Era come al tempo di Schifanoja.  Nulla superava la
grazia  della finissima testa che pareva esser travagliata dalla profonda massa
dei capelli, come da un divino castigo. Un'ombra morbida,  tenera,  simile alla
fusione  di  due  tinte  diafane,  d'un  violetto  e  d'un  azzurro ideali,  le
circondava gli occhi che volgevan l'iride lionata degli angeli bruni.
  - Io non voleva - soggiunse Andrea,  umilmente - non voleva che ricordarvi le
mie parole d'un tempo,  quelle che ascoltaste una mattina nel parco, sul sedile
di marmo,  sotto gli lbatri,  in un'ora indimenticabile per me e  quasi  sacra
nella memoria...
  - Io le ricordo.
  -  Ebbene,  Maria,  da  quel tempo la mia miseria  divenuta pi trista,  pi
oscura, pi crudele.  Io non sapr mai dirvi tutte le mie sofferenze,  tutte le
mie  abiezioni;  non  sapr mai dirvi quante volte la mia anima vi ha chiamata,
credendo di morire; non sapr mai dirvi il brivido di felicit, la sollevazione
di tutto il mio essere verso la speranza,  se per un momento io  osava  pensare
che il ricordo di me forse ancora viveva nel vostro cuore.
  Egli parlava con l'accento medesimo di quella mattina lontana; pareva ripreso
da  quella  medesima  ebrezza sentimentale.  Tutte le malinconie gli risalivano
alle labbra. Ed ella ascoltava, a capo chino,  immobile,  quasi nell'attitudine
di quella volta;  e la sua bocca,  l'espression della sua bocca, invano serrata
con violenza, come quella volta, tradiva una sorta di dolorosa volutt.
  - Vi ricordate di Vicomle? Vi ricordate del bosco, in quella sera d'ottobre,
quando traversammo soli?
  Donna Maria accenn lievemente col capo, come in atto d'assenso.
  - E della parola che mi diceste? - soggiunse il giovine, pi sommesso, ma con
nella voce un'espressione intensa di passion contenuta, piegandosi verso di lei
molto, come per giungere a guardarla negli occhi ch'ella teneva ancora chini.
  Ella li alz, quei buoni pietosi dolenti occhi, su lui.
  - Di tutto io mi ricordo,  - rispose - di  tutto,  di  tutto.  Perch  dovrei
nascondervi l'anima mia?  Voi siete uno spirito nobile e grande;  ed io ho fede
nella vostra generosit.  Perch dovrei condurmi verso di voi  come  una  donna
volgare?  Quella  sera,  non  vi  dissi  che vi amavo?  Io intendo nella vostra
domanda un'altra domanda. Voi mi chiedete se ancora io vi ami.
  Ella esit, un attimo. Le labbra le tremarono.
  - Vi amo.
  - Maria!
  - Ma voi dovete rinunziar per sempre al mio amore, voi dovete allontanarvi da
me; dovete essere nobile e grande, e generoso,  risparmiandomi una lotta che mi
fa paura.  Io ho molto sofferto,  Andrea,  e saputo soffrire; ma il pensiero di
dover combattere contro di voi,  di dovermi difendere contro di voi,  mi d  un
terrore folle. Voi non sapete a costo di quali sacrifizi ero giunta ad ottenere
la calma del cuore; non sapete a quali alti e carissimi ideali ho rinunziato...
Poveri  ideali!  Sono  diventata  un'altra donna,  perch era necessario che io
diventassi un'altra;  sono diventata una donna comune,  perch cos chiedeva il
dovere.
  Ella aveva nella voce una malinconia grave e soave.
  -  Incontrandovi,  sentii d'un tratto risorgere in me i vecchi sogni,  sentii
rivivere l'anima antica;  e nei  primi  giorni  mi  abbandonai  alla  dolcezza,
chiudendo gli occhi sul pericolo lontano.  Pensavo:  Egli non sapr nulla dalla
mia bocca; io non sapr nulla dalla sua.  Ero quasi senza rimorso, senza quasi
paura. Ma voi parlaste;  voi mi diceste parole che io non aveva udite mai;  voi
mi  strappaste  una  confessione...   il  pericolo  m'apparve,  certo,  aperto,
manifesto. E ancora m'abbandonai a un sogno.  Le vostre angosce mi stringevano,
mi facevano una pena profonda. Pensavo:  L'impuro l'ha macchiato; s'io bastassi
a  purificarlo!  Sarei felice d'esser l'olocausto della sua rinnovazione.   La
vostra tristezza attirava la mia tristezza.  Mi pareva che forse io  non  avrei
saputo  consolarvi  ma  che forse avreste provato un sollievo sentendo un'anima
rispondere eternamente amen. alle volont del vostro dolore.
  Ella profer queste ultime parole con tale elevazion spirituale in  tutta  la
figura, che Andrea fu invaso da un'onda di gaudio quasi mistico; e il suo unico
desiderio,  in  quel  momento,  era  di  prenderle  ambo  le  mani  e d'esalare
l'ineffabile ebrezza su quelle care delicate immacolate mani.
  - Non  possibile! Non  possibile! - ella seguit, scotendo la testa in atto
di rammarico. - Noi dobbiamo rinunziar per sempre a qualunque speranza. La vita
 implacabile. Senza volere, voi distruggereste un'intera esistenza e forse non
una sola...
  - Maria,  Maria,  non dite queste cose!  - interruppe il giovine,  piegandosi
ancora verso di lei,  prendendole una mano,  senza impeto, ma con una specie di
trepidazione supplichevole come se prima di compier l'atto egli  aspettasse  un
segno di consenso.  - Io far quel che vorrete;  io sar umile e obediente;  la
mia unica aspirazione  d'obedirvi;  il mio unico desiderio    di  morire  nel
vostro  nome.  Rinunziare a voi  rinunziare alla salvezza,  ricader per sempre
nella rovina, non rialzarsi mai pi.  Io vi amo come nessuna parola umana potr
mai  esprimere.  Ho bisogno di voi.  Voi soltanto siete vera.;  voi siete la
Verit che il mio spirito cerca. Il resto  vano; il resto  nulla.  Rinunziare
a  voi  come entrar nella morte.  Ma se il sacrifizio di me vale a conservarvi
la pace,  io vi debbo il sacrifizio.  Non temete,  Maria.  Io non vi far alcun
male.
  Egli  teneva la mano di lei nella sua,  ma senza premerla.  La sua parola non
aveva  ardore  ma  era  sommessa,  scorata,  accorante,   piena  d'una  immensa
prostrazione.  E  la  piet  illudeva Maria cos ch'ella non ritrasse la mano e
s'abbandon per qualche minuto alla pura volutt di quel contatto leggero.  Era
in  lei  una  volutt  tanto  sottile  che  quasi pareva non aver ripercussione
organica;  era come se un fluido essenziale le si partisse dall'intimo cuore  e
pel  braccio le affluisse alle dita e le si dilatasse oltre le dita con un'onda
indefinitamente armoniosa.  Quando Andrea tacque,  certe parole  proferite  nel
parco,  nella mattina indimenticabile,  le tornarono alla memoria rianimate dal
suon recente della voce di lui, mosse dalla nuova commozione:  La sola presenza
vostra visibile bastava a darmi l'ebrezza. Io la sentiva fluire nelle mie vene,
come un sangue, e invadere il mio spirito, come un sentimento sovrumano... 
  Successe un intervallo di silenzio.  Si udiva di tratto in  tratto  il  vento
scuotere i vetri delle finestre.  Giungeva col vento un clamore lontano,  misto
al rombo delle vetture.  Entrava  una  luce  fredda  e  limpida  come  un'acqua
sorgiva;  negli  angoli  si  raccoglieva  l'ombra,  e  fra le tende composte di
tessuti dell'Estremo Oriente; luccicavano qua e l su i mobili le incrostazioni
di giada,  di avorio,  di madreperla;  un gran Buddha dorato appariva in fondo,
sotto una musa paradisiaca.. Quelle forme esotiche davano alla stanza un poi
del loro mistero.
  - Ora, che pensate? - chiese Andrea. - Non pensate alla mia fine?
  Ella pareva assorta in un pensier dubitoso. Era, in vista, irresoluta come se
ascoltasse due voci interiori.
  -  Io  non  so  dirvi - ella rispose,  passandosi la mano su la fronte con un
gesto lieve - non so dirvi che strano presentimento mi opprima, da lungo tempo.
Non so; ma io temo..
  Ella soggiunse, dopo una pausa:
  - Pensare che voi soffrite, che voi siete malato, povero amico,  e che io non
potr alleviarvi la pena,  che io vi mancher nella vostra ora d'angoscia,  che
io non sapr se voi mi chiamerete... Mio Dio!
  Ella aveva nella voce un tremito e una fievolezza quasi di pianto, come se le
si fosse chiusa la gola. Andrea teneva il capo chino, tacendo.
  - Pensare che la mia anima sempre vi seguir, sempre, e che non potr mai mai
confondersi con la vostra,  non potr mai  da  voi  essere  compresa...  Povero
amore!
  Ella aveva la voce piena di lacrime, la bocca atteggiata di dolore.
  - Non mi abbandonate!  Non mi abbandonate! - proruppe il giovine, prendendole
ambo le mani, quasi inginocchiandosi,  in preda a una grande esaltazione.  - Io
non vi chieder nulla;  non voglio da voi che la piet. La piet che mi venisse
da voi mi sarebbe pi cara della passione di qualunque altra: voi lo sapete. Le
vostre sole mani  mi  potranno  guarire;  mi  potranno  ricondurre  alla  vita,
sollevare dalla bassezza,  ridonare la fede,  liberare da tutte le cattive cose
che m'infettano e mi empiono d'orrore. Care, care mani...
  Egli si chin a baciarle, vi tenne premuta la bocca. Socchiuse gli occhi,  in
atto di somma dolcezza, mentre diceva piano, con un accento indefinibile:
  - Vi sento tremare.
  Ella  si  lev,  tremante,  smarrita,  pi  pallida di quando,  nella mattina
memorabile,  camminava sotto i fiori.  Il vento scoteva i  vetri;  giungeva  un
clamore come d'una moltitudine ammutinata. Quelle grida nel vento, che venivano
dal Quirinale, le aumentarono l'agitazione.
  - Addio.  Vi prego,  Andrea; non rimanete pi qui, mi vedrete un'altra volta,
quando vorrete. Ma ora, addio. Vi prego!
  - Dove vi vedr?
  - Al concerto, domani. Addio.
  Ella era tutta sconvolta,  come se avesse commessa una colpa.  Lo  accompagn
fino alla porta della stanza.  Rimasta sola, esit, non sapendo che fare, ancor
tenuta dallo sbigottimento.  Si sentiva ardere le guance e le  tempie,  intorno
agli occhi, d'un ardore intenso, mentre pel resto del corpo rabbrividiva; su le
mani  l'impressione  della  bocca  amata  persisteva  come un suggello,  ed era
un'impressione deliziosa,  ed ella avrebbe voluto che fosse indelebile come  un
suggello divino.
  Guard in giro.  Nella stanza la luce diminuiva,  le forme si perdevano nella
mezz'ombra, il gran Buddha raccoglieva nella sua doratura un chiaror singolare.
Or s or no giungevano le grida.  Ella and  verso  una  finestra,  l'apr,  si
sporse.  Un  vento  gelido  soffiava  su la strada,  ove gi verso la piazza di
Termini cominciavano ad accendersi i fanali.  Incontro,  gli alberi della Villa
Aldobrandini  svettavano,  appena  tinti  d'un riflesso rossastro.  Su la Torre
delle Milizie pendeva una enorme nuvola paonazza, solitaria nel cielo.
  La sera le parve lugubre. Ella si ritrasse; and a sedersi nel luogo medesimo
del colloquio recente.  - Perch Delfina non tornava ancora?  - Avrebbe  voluto
evitare  ogni  riflessione,  ogni  meditazione;  eppure non so che debolezza la
tratteneva in quel luogo ove,  pochi minuti innanzi,  Andrea  aveva  respirato,
aveva  parlato,  aveva  esalato  il  suo amore e il suo dolore.  Gli sforzi,  i
propositi,  le contrizioni,  le preghiere,  le penitenze  di  quattro  mesi  si
disperdevano, si disfacevano, diventavano inutili, in un attimo. Ella ricadeva,
sentendosi forse pi stanca,  pi vinta,  senza volont e senza potere contro i
fenomeni  morali  che  la  sorprendevano,   contro   le   sensazioni   che   la
sconvolgevano;  e,  mentre  s'abbandonava  all'angoscia  e  al  languore  d'una
conscienza in cui ogni coraggio veniva meno,  le pareva  che  qualche  cosa  di
lui.  fluttuasse  nell'ombra  della stanza e le avvolgesse tutta la persona,
d'una carezza infinitamente soave.
  E,  il giorno dopo,  ella sal al Palazzo dei Sabini,  con il cuor palpitante
sotto un mazzo di violette.
  Andrea gi era ad attenderla su la porta della sala. Stringendole la mano, le
disse:
  - Grazie.
  La condusse a una sedia, le si mise accanto. Le disse:
  - Credevo di morire aspettandovi. Temevo che non veniste. Come vi son grato!
  Le disse:
  Iersera,  tardi,  io  passai dalla vostra Casa.  Vidi un lume a una finestra,
alla terza finestra verso il Quirinale.  Non so che avrei dato per conoscere se
voi eravate l...
  Anche, le chiese:
  - Da chi avete avute quelle violette?
  - Da Delfina - ella rispose.
  -  Vi  ha  raccontato  Delfina  il nostro incontro di stamani su la piazza di
Spagna?
  - S; tutto.
  Il concerto incominci con un Quartetto del  Mendelssohn.  La  sala  era  gi
quasi interamente occupata.  L'uditorio componevasi,  in massima parte, di dame
straniere; ed era un uditorio biondo,  pieno di modestia negli abiti,  pieno di
raccoglimento  nelle  attitudini,  silenzioso e religioso come in un luogo pio.
L'onda della musica passava su  teste  immobili,  coperte  di  cappelli  scuri,
dilatandosi  in  una  luce aurea,  in una luce che fluiva dall'alto,  temperata
dalle tendine gialle, schiarita dalle pareti bianche e nude.  E la vecchia sala
dei  Filarmonici,  disadorna,  dove  appena rimaneva su l'egual candore qualche
traccia d'un fregio e dove  le  misere  portiere  azzurre  stavan  per  cadere,
offriva imagine d'un luogo che fosse rimasto chiuso per un secolo e fosse stato
riaperto  proprio  in quel giorno.  Ma quel color di vecchiezza,  quell'aria di
povert,  quella nudit delle pareti aggiungevano non so che strano sapore allo
squisito diletto dell'udizione;  e il diletto pareva pi segreto, pi alto, pi
puro l dentro, per ragion d'un contrasto. Era il 2 di febbraio,  un mercoled:
in  Montecitorio,  il Parlamento disputava per il fatto di Dogali;  le vie e le
piazze prossime rigurgitavano di popolo e di soldati.
  I ricordi musicali di Schifanoja sorsero nello spirito  dei  due  amanti;  un
riflesso  di quell'autunno illumin i loro pensieri.  Al suono del Minuetto.
mendelssohniano si  svolgeva  la  visione  della  villa  maritima,  della  sala
profumata  dai  giardini sottoposti,  dove negli intercolunnii del vestibolo si
levavano le cime dei cipressi,  si scorgevano le vele di fiamma su un lembo  di
mare sereno.
  Di tratto in tratto Andrea,  chinandosi un poco verso la senese,  le chiedeva
piano:
  - Che pensate?
  Ella  rispondeva  con  un  sorriso  cos  tenue  ch'egli  appena  giungeva  a
coglierlo.
  - Vi ricordate del 23 settembre? - ella disse.
  Andrea  non  aveva  ben  distinto nella memoria quel ricordo,  ma assent col
capo.
  L'Andante.  calmo e solenne,  dominato da un'alta melodia  patetica,  dopo
estesi  sviluppi  aveva uno scoppio di dolore.  Il Finale.  insisteva in una
certa monotonia ritmica, piena di stanchezza.
  Ella disse:
  - Ora viene il vostro Bach.
  E ambedue,  quando la musica ricominci,  provarono un bisogno  istintivo  di
riavvicinarsi.  I loro gomiti si sfioravano.  Alla fine d'ogni tempo, Andrea si
chinava verso di lei per legger nel programma ch'ella teneva  spiegato  fra  le
mani;  e,  nell'atto,  le premeva il braccio,  sentiva l'odore delle viole,  le
comunicava un brivido di delizia.  L'Adagio.  aveva una elevazion  di  canto
cos  possente,  saliva  con  tal volo alle sommit dell'estasi,  con tal piena
sicurezza  allargavasi  nell'Infinito,   che  parve  la  voce  d'una   creatura
sopraumana  la  quale  effondesse  nel  ritmo  il  giubilo  d'una sua conquista
immortale.  Tutti gli spiriti erano trascinati dall'onda irresistibile.  Quando
la  musica  cess,  lo  stesso  fremito  degli  strumenti  dur  qualche minuto
nell'uditorio.  Un susurro corse da un capo all'altro  della  sala.  L'applauso
irruppe, dopo l'indugio, pi vivo.
  I due si guardarono, con gli occhi alterati, come se si distaccassero dopo un
amplesso  d'insostenibile  piacere.  La  musica continuava;  la luce della sala
diveniva pi discreta;  un tepor dilettoso addolciva  l'aria;  intiepidite,  le
violette  di  Donna  Maria  esalavano un profumo pi forte.  Andrea aveva quasi
l'illusione d'essere solo con lei,  poich non vedeva d'innanzi  a  s  persone
ch'egli conoscesse.
  Ma  s'ingannava.  In  un intervallo,  volgendosi,  vide Elena Muti diritta in
fondo alla sala,  accompagnata dalla principessa di Ferentino.  Sbito,  il suo
sguardo incontr quel di lei. Da lontano, egli salut. Gli parve di scorgere su
le labbra di Elena un sorriso singolare.
  -  Chi salutate?  - chiese Donna Maria,  anche volgendosi.  - Chi sono quelle
signore?
  - Lady Heathfield e la principessa di Ferentino.
  Ella cred sentire nella voce di lui un turbamento.
  - Qual  la Ferentino?
  - La bionda.
  - L'altra  molto bella.
  Andrea tacque.
  - Ma  una inglese? - ella soggiunse.
  - No;  una romana;  la vedova del duca di Scerni, passata a Lord Heathfield
in seconde nozze.
  - Ei molto bella.
  Andrea domand, con premura.
  - Ora, che soneranno?
  - Il Quartetto. del Brahms, in do minore..
  - Lo conoscete?
  - No.
  - Il secondo tempo.  meraviglioso.
  Per celare la sua inquietudine, egli parlava.
  - Quando vi vedr, ancora?
  - Non so.
  - Domani?
  Ella titub. Pareva che le fosse discesa pel volto una lieve ombra. Rispose:
  - Domani,  se ci sar sole,  verr con Delfina su la piazza di Spagna,  verso
mezzogiorno.
  - E se il sole mancasse?
  - Sabato sera, andr dalla contessa Starnina...
  La musica ricominciava. Il primo tempo. esprimeva un lottar cupo e virile,
pieno  di  vigore.  La  Romanza.  esprimeva  un  ricordarsi desioso ma assai
triste,  e quindi un sollevarsi lento,  incerto,  debole,  verso un'alba  assai
lontana. Una chiara frase melodica si svolgeva con profonde modulazioni. Era un
sentimento  assai  diverso  da quel che animava l'Adagio.  del Bach: era pi
umano,  pi terreno,  pi elegiaco.  Passava in  quella  musica  un  soffio  di
Ludovico Beethoven.
  Andrea  fu invaso da una cos terribile ansia che tem di tradirsi.  Tutta la
dolcezza di prima gli si convert in amarezza.  Egli non  aveva  la  conscienza
esatta  di  questo  suo nuovo sofferire;  non sapeva raccogliersi n dominarsi;
ondeggiava perduto fra la duplice attrazion feminile e il fascino della musica,
da  nessuna  delle  tre  forze  penetrato;  provava,   dentro,   un'impressione
indefinibile,  come  d'un  vuoto in cui risonassero di continuo grandi urti con
un'eco dolorosa;  e  il  suo  pensiero  si  spezzava  in  mille  frammenti,  si
sconnetteva,  si  disfaceva;  e  le due imagini feminili si sovrapponevano,  si
confondevano,  si distruggevano a vicenda,  senza ch'egli  potesse  giungere  a
separarle,  senza  ch'egli  potesse giungere a definire il suo sentimento verso
l'una,  il suo sentimento verso l'altra.  E a fior di questa torbida sofferenza
interiore  si  moveva  l'inquietudine  prodotta dalla immediata realit,  dalle
preoccupazioni,  dir cos,  pratiche.  Non gli sfuggiva un leggero cambiamento
nell'attitudine  di  Donna Maria verso di lui;  e credeva sentire lo sguardo di
Elena assiduo e fisso;  e non giungeva a trovare un  modo  di  contenersi,  non
sapeva  se  dovesse  accompagnar Donna Maria nell'uscir dalla sala o se dovesse
avvicinarsi a Elena,  n sapeva se quel caso  gli  avrebbe  giovato  o  nociuto
presso l'una e l'altra.
  - Io vado - disse Donna Maria levandosi, dopo la Romanza..
  - Non aspettate la fine?
  - No; debbo essere a casa per le cinque.
  - Ricordatevi, domattina...
  Ella gli tese la mano. Forse pel calore dell'aria chiusa, una lieve Fiamma le
avvivava  la  pallidezza.  Un  mantello di velluto,  d'un color cupo di piombo,
orlato d'una larga zona di chinchilla.,  le copriva tutta la persona: e  tra
la  pelliccia  cinerea  le violette morivano squisitamente.  Nell'uscire,  ella
camminava con sovrana eleganza,  mentre qualcuna delle signore sedute volgevasi
a guardarla.  E per la prima volta Andrea vide in lei,  nella donna spirituale,
nella pura madonna senese, la dama di mondo.
  Il Quartetto entrava nel terzo tempo..  Poich la luce  diurna  diminuiva,
furono   alzate  le  tendine  gialle,   come  in  una  chiesa.   Altre  signore
abbandonarono la  sala.  Sorgeva  qua  e  l  qualche  bisbiglio.  Cominciavano
nell'uditorio  la  stanchezza  e  la disattenzione,  che son proprie della fine
d'ogni  concerto.  Per  uno  di  quei  singolari  fenomeni  d'elasticit  e  di
volubilit repentini, Andrea prov un senso di sollievo, quasi gaio. Egli perse
ogni  preoccupazion  sentimentale e passionale,  d'un tratto;  e l'avventura di
piacere apparve sola alla sua vanit,  alla sua  viziosit,  lucidamente.  Egli
pens che Donna Maria,  concedendogli quei convegni innocui, gi aveva messo il
piede su la dolce china in fondo a cui  il peccato inevitabile  anche  per  le
anime  pi  vigili;  pens  che forse un poi di gelosia avrebbe potuto spingere
Elena a ricadergli nelle braccia,  e che quindi forse l'una  avventura  avrebbe
aiutata  l'altra;  pens  che  forse  appunto un vago timore,  un presentimento
geloso avevano affrettato l'assenso di Donna Maria al prossimo  convegno.  Egli
era dunque su la via di una duplice conquista; e sorrise notando che in ambedue
le  imprese la difficolt si presentava sotto un medesimo aspetto.  Egli doveva
convertire in amanti due sorelle,  cio due che  volevano  presso  di  lui  far
profession di sorelle.  Altre simiglianze fra i due casi egli not, sorridendo.
- Quella voce!  Com'erano strani nella voce di Donna Maria gli accenti d'Elena!
-  Gli balen un pensiero folle.  - Quella voce poteva esser per lui l'elemento
d'un'opera d'imaginazione: in virt d'una tale affinit egli poteva fondere  le
due bellezze per possederne una terza imaginaria,  pi complessa, pi perfetta,
pi vera perch ideale...
  Il terzo tempo., eseguito con impeccabile stile,  finiva tra gli applausi.
Andrea si lev; si avvicin a Elena.
  -  Oh,  Ugenta,  dove siete stato fino ad ora?  - gli disse la principessa di
Ferentino. - Au pays du Tendre?.
  - E quell'incognita?  - gli disse Elena,  con un'aria  leggera,  odorando  un
mazzo di viole tirato fuori dal manicotto di martora.
  -  Ei una grande amica di mia cugina: Donna Maria Ferres y Capdevila,  moglie
del nuovo ministro di Guatemala - rispose Andrea,  senza turbarsi.  - Una bella
creatura, assai fine. Era da Francesca, a Schifanoja, in settembre.
  - E Francesca? - interruppe Elena. - Non sapete quando torner?
  - Ho notizie sue,  da San Remo, recenti. Ferdinando migliora. Ma temo ch'ella
dovr trattenersi l qualche altro mese, forse pi.
  - Che peccato!
  Il Quartetto entrava nell'ultimo tempo., molto breve. Elena e la Ferentino
avevano occupato due sedie,  in  fondo,  lungo  la  parete,  sotto  il  pallido
specchio dove si rifletteva la sala malinconica.  Elena ascoltava, con la testa
china,  facendo scorrere tra le sue  mani  le  estremit  d'un  lucido  boa  di
martora.
  - Accompagnateci - ella disse, quando il concerto fu finito, allo Sperelli.
  Montando in carrozza, dopo la Ferentino, ella disse:
  - Montate anche voi. Lasciamo Eva al palazzo Fiano. Vi poso poi dove volete.
  - Grazie.
  Lo Sperelli accett.  Uscendo nel Corso, la carrozza fu costretta a procedere
con lentezza perch tutta la via era ingombra di gente in tumulto. Dalla piazza
di Montecitorio,  dalla piazza Colonna venivano clamori e si  propagavano  come
uno strepito di flutti,  aumentavano, cadevano, risorgevano, misti agli squilli
delle trombe militari.  La sedizione ingrossava,  nella sera cinerea e  fredda;
l'orrore della strage lontana faceva urlare la plebe; uomini in corsa, agitando
gran fasci di fogli, fendevano la calca; emergeva distinto su i clamori il nome
d'Africa.
  - Per quattrocento bruti, morti brutalmente! mormor Andrea, ritirandosi dopo
aver osservato allo sportello.
  - Ma che dite? - esclam la Ferentino.
  Su  l'angolo del palazzo Chigi il tumulto sembrava una zuffa.  La carrozza fu
costretta a fermarsi.  Elena si  chin  per  guardare;  e  il  suo  volto  fuor
dell'ombra  illuminandosi  al  riflesso  del  fanale e alla luce del crepuscolo
apparve d'una bianchezza quasi funeraria,  d'una bianchezza  gelida  e  un  poi
livida, che risvegli in Andrea il ricordo vago d'una testa veduta - non sapeva
pi quando, non sapeva pi dove - in una galleria, in una cappella.
  - Eccoci - disse la principessa,  poich la carrozza era giunta finalmente al
palazzo Fiano.  - Addio dunque.  Ci ritroveremo stasera dall'Angelieri.  Addio,
Ugenta. Venite domani a colazione da me? Troverete anche Elena, e la Viti e mio
cugino.
  - L'ora?
  - Mezz'ora dopo mezzogiorno.
  - Va bene. Grazie.
  La principessa discese. Il servo aspettava un ordine.
  - Dove volete ch'io vi porti? - domand Elena allo Sperelli che le si era gi
seduto accanto, nel posto dell'amica.
  - Far, far away....
  - Su via, dite: a casa vostra?
  E senza aspettare altra risposta, ella ordin:
  - Trinit dei Monti, palazzo Zuccari.
  Il servo richiuse lo sportello.  La carrozza si mosse al trotto, volt per la
via Frattina, lasciando dietro di s la folla, le grida, i romori.
  - Oh,  Elena,  dopo tanto...  - proruppe Andrea,  chinandosi  a  guardare  la
desiderata che s'era raccolta nell'ombra, in fondo, come schiva d'un contatto.
  Il chiaror d'una vetrina,  al passaggio,  travers l'ombra;  ed egli vide che
Elena sorrideva, bianca, d'un sorriso attirante.
  Sempre cos sorridendo,  ella si tolse dal collo con un gesto agile il  lungo
boa di martora e lo gitt intorno al collo di lui, in guisa d'un laccio. Pareva
facesse per gioco.  Ma con quel morbido laccio,  profumato del profumo medesimo
che Andrea aveva sentito nella volpe  azzurra,  ella  attir  il  giovine;  gli
offerse le labbra, senza parlare.
  Ambedue  le  bocche  si  ricordarono  delle  antiche  mescolanze,  di  quelle
congiunzioni terribili e soavi che duravano fino all'ambascia e davano al cuore
la sensazione illusoria come d'un frutto molle e roscido che vi si sciogliesse.
Per prolungare il sorso, contenevano il respiro.  La carrozza dalla via dei Due
Macelli  sali  per  la  via del Tritone,  volt nella via Sistina,  si ferm al
palazzo Zuccari.
  Rapidamente, Elena respinse il giovine. Gli disse, con la voce un poi velata:
  - Discendi. Addio.
  - Quando verrai?
  - Chi sa!
  Il servo apr lo sportello. Andrea discese.  La carrozza volt di nuovo,  per
riprendere la via Sistina.  Andrea,  tutto ancor vibrante,  con gli occhi ancor
fluttuanti in una nebbia torbida,  guardava se apparisse  dietro  il  vetro  il
volto di Elena; ma non vide nulla. La carrozza si allontan.
  Risalendo le scale,  egli pensava: - Alfine,  ella si converte!  Gli rimaneva
nel capo quasi un vapore d'ebrezza,  gli rimaneva  nella  bocca  il  gusto  del
bacio,  gli rimaneva nella pupilla il balen del sorriso con cui Elena gli aveva
gittato al collo quella specie di serpe rilucente e aulente. - E Donna Maria? -
Egli, certo,  doveva alla senese l'inaspettata volutt.  Senz'alcun dubbio,  in
fondo  all'atto  strano  e  fantastico  di  Elena  era un principio di gelosia.
Temendo forse ch'egli le  sfuggisse,  ella  aveva  voluto  legarlo,  adescarlo,
accendergli  di nuovo la sete.  - Mi ama?  Non mi ama?  - E che importava a lui
saperlo? Che gli giovava? Omai l'incanto era rotto. Nessun prodigio mai avrebbe
potuto risuscitare sol una minima parte della felicit morta.  Conveniva a  lui
occuparsi della carne che era ancora divina.
  Si compiacque a lungo nel considerar l'avventura.  Si compiacque, in ispecie,
della maniera  elegante  e  singolare  con  cui  Elena  aveva  dato  sapore  al
capriccio.  E l'imagine del boa suscit l'imagine della treccia di Donna Maria,
suscit in confuso tutti gli amorosi sogni da  lui  sognati  intorno  a  quella
vasta  capellatura  vergine che un tempo faceva languir d'amore le educande nel
monastero fiorentino.  Di nuovo,  egli mescol i due  desiderii;  vagheggi  la
duplicit del godimento; travide la terza Amante ideale.
  Entrava  in una disposizion di spirito riflessiva.  Vestendosi per il pranzo,
ripensava: - Ieri,  una grande scena di passione,  quasi con lacrime;  oggi una
piccola  scena  muta  di  sensualit.  E  a me pareva ieri d'essere sincero nel
sentimento, come io era dianzi sincero nella sensazione. Inoltre,  oggi stesso,
un'ora prima del bacio d'Elena, io avevo avuto un alto momento lirico accanto a
Donna Maria.  Di tutto questo non riman traccia. Domani, certo, ricomincer. Io
sono camaleontico, chimerico, incoerente,  inconsistente.  Qualunque mio sforzo
verso  l'unit  riuscir  sempre vano.  Bisogna omai ch'io mi rassegni.  La mia
legge  in una parola: NUNC. Sia fatta la volont della legge.
  Rise di s medesimo.  E da quell'ora ebbe principio la nuova fase  della  sua
miseria morale.
  Senza alcun riguardo, senza alcun ritegno, senza alcun rimorso, egli si diede
tutto  a porre in opera le sue imaginazioni malsane.  Per trarre Maria Ferres a
cedergli,  us i pi sottili artifizii,  i pi delicati  intrichi,  illudendola
appunto nelle cose dell'anima,  nella spiritualit,  nell'idealit, nell'intima
vita del cuore.  Per proseguire con egual prestezza nell'acquisto  della  nuova
amante e nel riacquisto dell'antica,  per profittar d'ogni circostanza nell'una
e nell'altra impresa,  egli and  incontro  a  una  quantit  di  contrattempi,
d'impacci,  di  bizzarri  casi;  e  ricorse,  per  uscirne,  a  una quantit di
menzogne, di trovati, di ripieghi meschini, di sotterfugi degradanti,  di bassi
raggiri. La bont, la fede, il candore di Donna Maria non lo soggiogavano. Egli
aveva   messo  a  fondamento  della  sua  seduzione  il  versetto  d'un  salmo:
Asperges me hyssopo et mundabor: lavabis me, et super nivem dealbabor..  La
povera creatura credeva di salvare un'anima,  di redimere  un'intelligenza,  di
purificare  con  la  sua purit un uomo macchiato;  credeva ancor profondamente
alle parole indimenticabili udite nel parco, in quella Epifania dell'Amore,  al
conspetto  del  mare,  sotto  gli  alberi  floridi.  E  questa  fede appunto la
ristorava e la sollevava in mezzo alle  lotte  cristiane  che  di  continuo  si
combattevano nella sua conscienza, la liberava dal sospetto, la inebriava d'una
specie  di  misticismo  voluttuoso  in  cui ella effondeva tesori di tenerezza,
tutta l'onda raccolta dei suoi languori, il fior pi dolce della sua vita.
  Per la prima volta, forse,  Andrea Sperelli si trovava innanzi a una vera.
passione; per la prima volta si trovava innanzi a uno di quei grandi sentimenti
feminili,  rarissimi,  che  illuminano  d'un  bello  e terribile baleno il ciel
grigio e mutevole degli amori umani.  Egli non se ne cur.  Divenne lo spietato
carnefice di s stesso e della povera creatura.
  Ogni giorno un inganno, una vilt.
  Il gioved, il 3 febbraio, su la piazza di Spagna, secondo la parola corsa al
concerto,  egli  la  incontr  davanti  alla mostra d'un orafo antiquario,  con
Delfina. Appena ud il saluto di lui,  ella si volse;  e una fiamma le tinse il
pallore. Guardarono insieme i gioielli del Settecento, le fibbie e i diademi di
stras.,  gli spilli e gli orologi di smalto, le tabacchiere d'oro, d'avorio,
di tartaruga,  tutte quelle minuterie d'un secolo morto,  che in quella  chiara
luce mattinale formavano una ricchezza armoniosa.  D'intorno, i fiorai andavano
offerendo in canestri le giunchiglie gialle  e  bianche,  le  violette  doppie,
lunghi  rami di mandorlo.  Un fiato di primavera passava nell'aria.  La colonna
della Concezione saliva agile al sole, come uno stelo,  con la Rosa mystica.
in sommo;  la Barcaccia era carica di diamanti; la scala della Trinit slargava
in letizia i suoi bracci verso la chiesa di Carlo VIII erta con le due torri in
un azzurro annobilito d nuvoli, in un cielo antico del Piranesi.
  - Che meraviglia!-  esclam  Donna  Maria.  -  Avete  ragione  d'esser  tanto
innamorato di Roma.
  - Oh,  voi non la conoscete ancora!  - le disse Andrea. - Io vorrei essere il
vostro duca...
  Ella sorrise.
  - ...  compiere  presso  di  voi,  in  questa  primavera,  un  vergiliato.
sentimentale.
  Ella sorrideva,  con in tutta la persona un'apparenza men triste,  men grave.
Il suo abbigliamento  di  mattina  aveva  un'eleganza  sobria  ma  rivelava  la
finissima ricerca d'un gusto educato alle cose dell'arte,  alle delicatezze del
colore.  La sua giacca incrociata in forma di scialle,  era d'un  panno  grigio
pendente un poco nel verde; e una striscia di lontra ne ornava gli orli e su la
lontra  correva un ricamo fatto d'un cordoncino di seta.  E la giacca si apriva
su una sottoveste anche di lontra.  E come il taglio era  d'eletto  stile  cos
l'accordo  dei  due  toni,  di  quell'indescrivibile  grigio  e  di  quel fulvo
opulento, era una delizia degli occhi.
  Ella domand:
  - Dove foste ier sera?
  - Uscii dal concerto pochi minuti dopo di voi.  Tornai  a  casa;  restai  l,
perch  mi  parve  che  il  vostro  spirito fosse presente.  Pensai molto.  Non
sentiste. il mio pensiero?
  - No, non lo sentii.  La mia sera fu cupa,  non so perch.  Mi parve d'essere
tanto sola!
  Pass la contessa di Lcoli in un dog-cart.  guidando un roano.  Pass,  a
piedi,  Giulia Moceto accompagnata da  Giulio  Musllaro.  Pass  Donna  Isotta
Cellesi.
  Andrea salutava.  Donna Maria gli chiedeva i nomi delle signore: quello della
Moceto non le fu nuovo.  Si ramment del giorno in  cui  venne  pronunziato  da
Francesca,  innanzi all'arcangelo Michele del Perugino, quando Andrea sfogliava
i suoi disegni nella stanza di Schifanoja;  e segu  con  lo  sguardo  l'antica
amante dell'amato. Un'inquietudine la strinse. Tutto ci che legava Andrea alla
vita  anteriore  le  dava  ombra.  Ella  avrebbe voluto che quella vita,  a lei
ignota,  non fosse mai stata;  avrebbe  voluto  interamente  cancellarla  dalla
memoria  di  chi  vi  s'era  immerso con tanta avidit e n'era emerso con tanta
stanchezza, con tanta perdita, con tanti mali.   Vivere unicamente in voi e per
voi,  senza domani,  senza ieri,  senza alcun altro legame,  senza alcuna altra
preferenza, fuor del mondo...  Erano le parole di lui. Oh sogno!
  E  stringeva  Andrea  una  diversa  inquietudine.  S'avvicinava  l'ora  della
colazione offerta dalla principessa di Ferentino.
  - Per dove siete diretta? - domand.
  -  Io  e  Delfina  abbiamo  preso  t  e  sandwiches.  dal  Nazzarri,  con
l'intenzione di godere il sole.  Saliremo al Pincio e visiteremo forse la Villa
Medici. Se volete farci compagnia...
  Egli  ondeggi,  dentro,  penosamente.  -  Il  Pincio,  Villa  Medici,  in un
pomeriggio di febbraio,  con lei!  - Ma non poteva  mancare  all'invito;  e  lo
tormentava  anche  la  curiosit  d'incontrare  Elena dopo la scena della sera,
poich,  sebbene egli fosse andato in casa Angelieri,  ella non vi era apparsa.
Disse, con un'aria desolata:
  - Che sfortuna!  Devo trovarmi a una colazione, fra un quarto d'ora. Accettai
l'invito, la settimana scorsa.  Ma se avessi saputo,  avrei potuto liberarmi da
qualunque impegno. Che sfortuna!
  - Andate; non perdete tempo. Vi fareste aspettare....
  Egli guard l'oriolo.
  - Posso ancora accompagnarvi per un tratto.
  - Mamma,  - preg Delfina - andiamo su per la scala. Andai su, ieri, con Miss
Dorothy. Se tu vedessi!
  Come erano in vicinanza del Babuino, voltarono per attraversare la piazza. Un
fanciullo li seguiva pertinace nell'offrire un gran ramo di mandorlo che Andrea
compr e don a Delfina.  Dagli alberghi uscivano signore bionde con in mano il
libro rosso del Baedeker;  le pesanti vetture a due cavalli s'incrociavano, con
un luccichio metallico nei guarnimenti di vecchia foggia;  i fiorai sollevavano
verso le straniere i canestri colmi, vociferando, a gara.
  -  Promettetemi  -  disse  Andrea  a Donna Maria,  ponendo il piede sul primo
gradino - promettetemi che non entrerete nella Villa Medici senza di me.  Oggi,
rinunziate; vi prego.
  Ella pareva occupata da un pensiero triste. Disse:
  - Rinunzier.
  - Grazie.
  La  scala  d'innanzi  a  loro  levavasi  in  trionfo,  emanando  dalla pietra
riscaldata  un  tepore  mitissimo;   e  la  pietra  aveva  un  colore  d'antica
argenteria,  simile  a  quel  delle fontane di Schifanoja.  E Delfina precedeva
correndo, col ramo fiorito, mentre nel vento della corsa qualche fragile foglia
rosea s'involava come una farfalla.
  Un acuto rammarico punse  il  cuore  del  giovine.  Gli  apparvero  tutte  le
dolcezze  d'una passeggiata sentimentale pei sentieri medcei,  sotto i bossoli
muti, in quella prima ora del pomeriggio.
  - Da chi andate? - gli domand Donna Maria, dopo un intervallo di silenzio.
  - Dalla vecchia principessa Alberoni - rispose Andrea. - Tavola cattolica.
  Ment anche una volta,  poich un istinto l'avvertiva che forse il nome della
Ferentino avrebbe suscitato in Donna Maria qualche sospetto.
  - Dunque, addio - ella soggiunse, porgendogli la mano.
  -  No;  vengo fin su la piazza.  Ho il mio legno che m'attende l.  Guardate:
quella  la mia casa.
  E le indic il palazzo Zuccari,  il buen retiro.,  inondato dal sole,  che
dava imagine d'una strana serra diventata opaca e bruna pel tempo.
  - Ora che la conoscete, non verrete qualche volta... in ispirito?
  - In ispirito, sempre.
  - Prima di sabato sera non vi rivedr?
  - Difficilmente.
  Si salutarono.  Ella, con Delfina, si mise pel viale arborato. Egli mont nel
suo legno e s'allontan per la via Gregoriana.
  Giunse dalla Ferentino con qualche minuto di ritardo. Si scus.  Elena era l
col marito.
  La colazione fu servita in un'allegra sala tappezzata d'arazzi della fabbrica
barberina  rappresentanti Bambocciate su lo stile di Pietro Loar.  Fra quel bel
Seicento grottesco incominci a  scintillare  e  a  scoppiettare  un  fuoco  di
maldicenza  meraviglioso.  Tutt'e tre le dame avevano lo spirito gaio e pronto.
Barbarella Viti rideva del  suo  forte  riso  maschile,  arrovesciando  un  poi
indietro  la  bella  testa  efebica;  e  i  suoi occhi neri s'incontravano e si
mescevano troppe volte con i verdi occhi della principessa.  Elena  motteggiava
con  una  straordinaria  vivacit;  e  sembrava  ad Andrea cos discosta,  cos
estranea,  cos incurante ch'egli quasi dubit - Ma  iersera  fu  un  sogno?  -
Ludovico Barbarisi e il principe di Ferentino secondavano le dame.  Il marchese
di Mount  Edgcumbe  si  prendeva  cura  d'annoiare  il  suo  giovine  amico.
chiedendogli  notizie intorno le prossime vendite e parlandogli d'una rarissima
edizione del romanzo  d'Apulejo  Metamorphoseon.  da  lui  acquistata  pochi
giorni innanzi, per mille cinquecento venti lire: - ROMA, 1469, in folio.. -
Di  tratto in tratto egli s'interrompeva per seguire un gesto di Barbarella;  e
passava nei suoi occhi lo sguardo del  maniaco  e  nelle  sue  mani  odiose  un
tremito singolare.
  L'irritazione,  il fastidio,  l'insofferenza in Andrea arrivarono a tal punto
ch'egli non riusciva pi a dissimularli.
  - Ugenta, siete di malumore? - gli chiese la Ferentino.
  - Un poco. Ei malato Miching Mallecho..
  E allora il Barbarisi lo annoi con molte domande su la malattia del cavallo.
E poi il Mount Edgcumbe ricominci  col  Metamorphoseon..  E  la  Ferentino,
ridendo:
  -  Sai,  Ludovico,  ieri,  al  concerto  del  Quintetto,  lo  sorprendemmo in
flirtation. con una Incognita.
  - Gi - fece Elena.
  - Una Incognita?- esclam Ludovico.
  - S;  ma forse tu ci potrai  dare  informazioni.  Ei  la  moglie  del  nuovo
ministro di Guatemala.
  - Ah, ho capito.
  - Dunque?
  - Io,  per ora, non conosco che il ministro. Lo vedo giocare al Circolo tutte
le notti.
  - Dite, Ugenta:  gi stata ricevuta dalla Regina?
  - Non so, principessa - rispose Andrea, con un poi d'impazienza nella voce.
  Quel cicaleccio gli diveniva insopportabile;  e la gaiezza di Elena gli  dava
una orribile tortura, e la vicinanza del marito lo disgustava come non mai. Pi
che  contro  questi,  egli  aveva  ira  contro  s medesimo.  In fondo alla sua
irritazione,  movevasi un senso di rimpianto verso la felicit dianzi ricusata.
Il  suo cuore,  deluso e offeso dall'attitudine crudele di Elena,  si rivolgeva
all'altra con un acuto pentimento;  ed egli la  vedeva  pensosa,  in  un  viale
solitario, bella e nobile come non mai.
  La  principessa si lev,  tutti si levarono,  per passare nel salone attiguo.
Barbarella corse ad aprire il pianoforte che spariva sotto una vasta sciablacca
di velluto rosso  trapunta  d'un  oro  opaco;  e  si  mise  a  cantarellare  la
Tarentelle.  di  Giorgio Bizet dedicata a Cristina Nilsson.  Elena ed Eva si
chinavano su di lei per leggere la  pagina  della  musica.  Ludovico  stava  in
piedi, dietro a loro, fumando una sigaretta. Il principe era scomparso.
  Ma  Lord  Heathfield  non  lasciava  Andrea.  L'aveva  tratto  nel vano d'una
finestra e  gli  parlava  di  certe  coppette  amatorie.  urbaniesi  da  lui
acquistate  nella  vendita  del  cavalier Dvila;  e quella voce stridula,  con
quella stucchevole intonazione interrogativa,  e quei gesti che  indicavano  le
dimensioni  delle  coppette,  e quello sguardo ora morto ora tagliente sotto la
enorme fronte convessa, e tutte insomma quelle sembianze esose erano per Andrea
un supplizio cos fiero ch'egli stringeva i denti convulso come un uomo sotto i
ferri d'un chirurgo.
  Un solo desiderio l'occupava omai: quel d'andarsene.  Egli pensava di correre
al Pincio, sperava di ritrovare la Donna Maria, di condurla nella Villa Medici.
Potevan  esser  le  due.  Egli  vedeva  dalla finestra il cornicione della casa
incontro splendido di sole nel cielo azzurro. Volgendosi,  vedeva al pianoforte
il  gruppo  delle  dame nel bagliore vermiglio che un fascio di raggi suscitava
dalla sciablacca.  Al bagliore mescevasi il fumo leggero della sigaretta;  e le
ciarle  e  le  risa  si  mescevano  a qualche accordo che le dita di Barbarella
cercavano a caso su i tasti.  Ludovico parl piano nell'orecchio di sua cugina;
e la cugina comunic forse la cosa alle amiche, poich di nuovo fu uno scroscio
chiaro  e brillante come d'una collana disfilata su una guantiera d'argento.  E
Barbarella riprese l'Allegretto. del Bizet, sotto voce.
  - Tra la la... Le papillon s'est envol... Tra la la....
  Andrea aspettava  di  cogliere  il  momento  opportuno  per  interrompere  il
discorso  del Mount Edgcumbe e per quindi prender congedo.  Ma il collezionista
metteva fuori un seguito di periodi legati l'uno con l'altro, senza intervalli,
senza pause.  Una pausa avrebbe salvato il martire,  e  non  veniva  ancora;  e
l'ansieta cresceva ad ogni attimo.
  - Oui! Le papillon s'est envol... Oui!... Ah! ah! ah! ah! ah!....
  Andrea guard l'oriolo.
  - Sono gi le due! Perdonatemi, marchese. Bisogna ch'io vada.
  E accostandosi al gruppo:
  -  Perdonatemi,  principessa.  Alle  due  ho  un  consulto  in  scuderia  coi
veterinarii.
  Salut in gran fretta.  Elena gli diede a  stringere  la  punta  delle  dita.
Barbarella gli diede un fondant., dicendogli:
  - Portatelo al povero Miching. da parte mia.
  Ludovico voleva accompagnarlo.
  - No; resta.
  S'inchin e usc.  Fece le scale in un baleno.  Salt nel suo legno, gridando
al cocchiere:
  - Di corsa, al Pincio!
  Egli era  invaso  da  un  desiderio  folle  di  ritrovare  Maria  Ferres,  di
ricuperare la felicit a cui dianzi aveva rinunziato.  Il trotto fitto dei suoi
cavalli non gli  sembrava  a  bastanza  veloce.  Guardava  ansioso,  per  veder
finalmente apparire la Trinit dei Monti, lo stradone arborato, i cancelli.
  La  carrozza  oltrepass i cancelli.  Egli ordin al cocchiere di moderare il
trotto e di girare per tutti i viali. Il cuore gli dava un balzo ogni volta che
di lungi,  tra gli alberi,  appariva una figura di  donna;  ma  invano.  Su  la
spianata  egli discese;  prese i piccoli viali chiusi alle vetture,  esplorando
ogni angolo: invano.  Le persone dai sedili lo seguivano  con  gli  occhi,  per
curiosit, poich la sua inquietudine era manifesta.
  Essendo  la  Villa Borghese aperta,  il Pincio riposava tranquillo sotto quel
sorriso languido di febbraio.  Rare carrozze e rari  pedoni  interrompevano  la
pace  del  monte.  Gli alberi ancor nudi,  biancastri,  taluni un poi violetti,
ergevano le braccia in un cielo delicato,  sparso di ragnateli finissimi che il
vento  strappava  e distruggeva col suo soffio.  I pini,  i cipressi,  le altre
piante sempre  verdi  assumevano  un  poi  del  comun  pallore,  sfumavano,  si
scolorivano,  si  fondevano  nel  comune  accordo.  La variet dei tronchi,  il
frastaglio dei rami rendevano pi solenne l'uniformita delle erme.
  Non fluttuava forse ancora in quell'aria  qualche  cosa  della  tristezza  di
Donna  Maria?  Appoggiato  al  cancello  della Villa Medici,  Andrea rimase per
alcuni minuti come oppresso da un peso enorme.
  E la vicenda continu,  nei giorni vegnenti,  con le  medesime  torture,  con
torture  peggiori,   con  pi  crudeli  menzogne.  Per  un  fenomeno  non  raro
nell'abiezion morale degli uomini d'intelletto,  egli aveva ora  una  terribile
lucidit di conscienza, una lucidit continua, senza pi oscurazioni, senza pi
eclissi.  Egli sapeva quel che faceva,  e giudicava poi quel che aveva fatto. E
in lui il disprezzo di s stesso era pari all'ignavia della volont.
  Ma le sue ineguaglianze appunto e le sue incertezze e i suoi strani  silenzii
e  le  sue strane effusioni e tutte insomma le singolarit di espressione,  che
portava  un  tale  stato  d'animo,   accrescevano,   incitavano  la  passionata
misericordia  di  Donna  Maria.  Ella  lo vedeva soffrire e ne provava dolore e
tenerezza; e pensava: - A poco a poco, io lo guarir. - E a poco a poco,  senza
accorgersene,  ella  andava  perdendo  la  forza  e piegando verso il desiderio
dell'infermo.
  Ella piegava dolcemente.
  Nel salone della contessa Starnina, ebbe un indefinibile brivido quando sent
su le sue spalle e su le sue braccia scoperte lo  sguardo  di  Andrea.  Per  la
prima  volta Andrea la vedeva in abito da sera.  Egli di lei conosceva soltanto
il volto e le mani: ora,  le spalle gli parvero di squisita forma ed  anche  le
braccia, sebbene forse un poi magre.
  Era  ella  vestita  d'un  broccato  color d'avorio,  misto di zibellino.  Una
sottile striscia di zibellino correva intorno la scollatura,  dando alla  carne
una indescrivibile finezza;  e la linea delle spalle dall'appiccatura del collo
agli omeri cadeva gi alquanto,  aveva quella cadente grazia  che    un  segno
d'aristocrazia fisica divenuto omai rarissimo.  Su i capelli copiosi,  disposti
in quella foggia che predilesse pei suoi busti il Verrocchio,  non splendeva n
una gemma n un fiore.
  In  due o tre momenti opportuni,  Andrea le mormor parole d'ammirazione e di
passione.
  - Ei la prima volta che noi ci vediamo  nel mondo  - le disse.  - Mi date un
guanto, per memoria?
  - No.
  - Perch, Maria?
  - No, no; tacete.
  - Oh le vostre mani!  Vi ricordate quando, a Schifanoja, le disegnai? Mi pare
che mi appartengano di diritto;  mi  pare  che  voi  dobbiate  concedermene  il
possesso,  e  che,  di  tutto  il  vostro corpo,  sieno le cose pi intimamente
animate dall'anima vostra,  le pi spiritualizzate,  quasi direi le pi pure...
Mani  di  bont,  mani  di perdono...  Come sarei felice di possedere almeno un
guanto: una larva,  una parvenza della loro forma,  una spoglia  profumata  dal
loro profumo!... Mi date un guanto, prima d'andarvene?
  Ella  non  rispose  pi.  Il  colloquio  fu  interrotto.  Dopo qualche tempo,
pregata, ella sed al pianoforte; si tolse i guanti, li pos sul leggo. Le sue
dita,  fuor  di  quelle  sottili  guaine,  apparvero  bianchissime,  lunghette,
inanellate. Brillava di vivi fuochi su l'anulare sinistro un grande opale.
  Son le due Sonate-Fantasie.  del Beethoven (op.  27).  L'una,  dedicata a
Giulietta  Guicciardi,  esprimeva  una  rinunzia  senza  speranza,  narrava  il
risveglio dopo un sogno troppo a lungo sognato. L'altra fin dalle prime battute
dell'Andante.,  in  un  ritmo  soave e piano,  accennava a un riposo dopo la
tempesta;  quindi,  passando  per  le  irrequietudini  del  secondo  tempo.,
allargavasi  in un Adagio.  di luminosa serenit e finiva con un Allegro.
vivace in cui era una sollevazion di coraggio e quasi un ardore.
  Andrea sent che, in mezzo a quell'uditorio intento, ella sonava sol per lui.
Di tratto in tratto, i suoi occhi dalle dita della sonatrice andavano ai lunghi
guanti che pendevano di sul  leggo  conservando  l'impronta  di  quelle  dita,
conservando  una  inesprimibile  grazia  nella  piccola  apertura del polso ove
dianzi appariva appena appena un poi della cute feminile.
  Donna Maria si lev, circondata d'elogi.  Non riprese i guanti;  s'allontan.
Invase  allora Andrea la tentazion d'involarli.  - Li aveva ella forse lasciati
l per lui?  i Ma egli ne voleva  uno  solo.  Come  diceva  finamente  un  fino
amatore, un par di guanti  tutt'altro che un guanto solo.
  Condotta  di  nuovo  al  pianoforte  dall'insistenza della contessa Starnina,
Donna Maria tolse dal leggo i guanti e li pos all'estremit  della  tastiera,
nell'ombra  dell'angolo.  Quindi  son  la  Gavotta.  di  Luigi  Rameau,  la
Gavotta delle dame gialle.,  l'indimenticabile  danza  antica  del  Tedio  e
dell'Amore.  Certe dame biondette, non pi giovini... 
  Andrea  la  guardava fiso,  con un poi di trepidazione.  Quando ella si lev,
prese un guanto solo. Lasci l'altro nell'ombra, su la tastiera, per lui.
  Tre giorni dopo,  essendo Roma attonita sotto la neve,  Andrea trov  a  casa
questo biglietto:  Marted, ore 2 pom. - Stasera, dalle undici a mezzanotte,
mi  aspetterete  in  una  carrozza,  d'innanzi al palazzo Barberini,  fuori del
cancello.  Se a mezzanotte non sar ancora apparsa,  potrete andarvene.  - A
stranger..   Il biglietto aveva un tono romanzesco e misterioso.  In verit la
marchesa di Mount Edgcumbe  faceva  troppo  abuso  di  carrozza  nell'esercizio
dell'amore.  Era  forse  per  un  ricordo del 25 marzo 1885?  Voleva forse ella
riprender l'avventura nel momento medesimo con cui l'aveva interrotta? E perch
quello stranger.?  Andrea ne sorrise.  Egli tornava  allora  allora  da  una
visita a Donna Maria,  da un'assai dolce visita; e il suo spirito inchinava pi
verso la senese che verso l'altra.  Gli indugiavan  nell'orecchio  le  vaghe  e
gentili parole che la senese aveva dette guardando insieme con lui a traverso i
vetri  cader  la  neve mite come il fior del pesco o il fior del melo in su gli
alberi della Villa Aldobrandini gi  illusi  da  un  presentimento  di  stagion
novella. Ma, prima d'uscir pel pranzo, diede ordini molto accurati a Stephen.
  Alle  undici  egli  era  d'innanzi  al  palazzo;  e l'ansia e l'impazienza lo
divoravano.  La bizzarria del  caso,  lo  spettacolo  della  notte  nivale,  il
mistero,  l'incertezza  gli  accendevano  l'imaginazione,  lo sollevavano dalla
realit.
  Splendeva su Roma,  in quella memorabile notte  di  febbraio,  un  plenilunio
favoloso,  di  non  mai  veduto lume.  L'aria pareva impregnata come d'un latte
immateriale; tutte le cose parevano esistere d'una esistenza di sogno, parevano
imagini impalpabili come quelle d'una meteora,  parevan esser visibili di lungi
per un irradiamento chimerico delle loro forme. La neve copriva tutte le verghe
dei cancelli,  nascondeva il ferro,  componeva un'opera di ricamo pi leggera e
pi gracile d'una filigrana, che i colossi ammantati di bianco sostenevano come
le querci sostengono le tele dei ragni.  Il  giardino  fioriva  a  similitudine
d'una  selva  immobile  di  gigli  enormi  e difformi,  congelato;  era un orto
posseduto da una incantazione lunatica,  un esanime paradiso di  Selene.  Muta,
solenne,  profonda,  la  casa  dei  Barberini  occupava l'aria: tutti i rilievi
grandeggiavano candidissimi gittando un'ombra cerulea, diafana come una luce; e
quei candori e quelle ombre sovrapponevano alla vera architettura dell'edifizio
il fantasma d'una prodigiosa architettura ariosta.
  Chino a riguardare,  l'aspettante sentiva sotto il fascino di  quel  miracolo
che  i  fantasmi  vagheggianti dell'amore si risollevavano e le sommit liriche
del sentimento riscintillavano come le lance ghiacce dei cancelli alla luna. Ma
egli non sapeva quale delle due donne  avrebbe  preferita  in  quello  scenario
fantastico:  se  Elena  Heathfield  vestita  di  porpora o Maria Ferres vestita
d'ermellino. E, come il suo spirito piacevasi d'indugiare nell'incertezza della
preferenza,  accadeva che nell'ansia dell'attesa si mescessero e  confondessero
stranamente due ansie, la reale per Elena, l'imaginaria per Maria.
  Un orologio suon da presso,  nel silenzio, con un suono chiaro e vibrante; e
pareva come se qualche cosa  di  vitreo  nell'aria  s'incrinasse  a  ognun  dei
tocchi.  L'orologio  della  Trinit  dei  Monti  rispose  all'appello;  rispose
l'orologio del Quirinale;  altri orologi di lungi risposero,  fiochi.  Erano le
undici e un quarto.
  Andrea  guard,  aguzzando la vista,  verso il portico.  - Avrebbe ella osato
attraversare a piedi il giardino?  - Pens la  figura  di  Elena  tra  il  gran
candore.  Quella  della  senese  risorse  spontanea,  oscur l'altra,  vinse il
candore,  candida super nivem..  La notte di luna e di neve era dunque sotto
il dominio di Maria Ferres, come sotto una invincibile influenza astrale. Dalla
sovrana  purit delle cose nasceva l'imagine dell'amante pura,  simbolicamente.
La forza del Simbolo soggiogava lo spirito del poeta.
  Allora,  sempre guardando se l'altra venisse,  egli si abbandon al sogno che
gli suggerivano le apparenze delle cose.
  Era un sogno poetico, quasi mistico. Egli aspettava Maria. Maria aveva eletta
quella notte di soprannaturale bianchezza per immolar la sua propria bianchezza
al  desiderio di lui.  Tutte le cose bianche intorno,  consapevoli della grande
immolazione,  aspettavano per dire  ave.  ed  amen.  al  passaggio  della
sorella. Il silenzio viveva.
   Ecco,  ella  viene:  incedit  per  lilia  et  super  nivem..  Ei  avvolta
nell'ermellino;  porta i capelli constretti e nascosti in una  fascia;  il  suo
passo  pi leggero della sua ombra; la luna e la neve sono men pallide di lei.
Ave..
   Un'ombra, cerulea come una luce che si tinga in uno zaffiro, l'accompagna. I
gigli  enormi  e  difformi  non  s'inchinano,  poich il gelo li ha irrigiditi,
poich il gelo li ha fatti simili agli asfodilli che  illuminavano  i  sentieri
dell'Ade. Ben per, come quelli dei paradisi cristiani, hanno una voce; dicono:
- Amen..
   Cos  sia.   L'adorata  va  ad  immolarsi.  Cos  sia.  Ella    gi  presso
l'aspettante; fredda e muta,  ma con occhi ardenti ed eloquenti.  Ed egli prima
le mani,  le care mani che chiudono le piaghe e schiudono i sogni,  bacia. Cos
sia.
   Di qua, di l, si dileguano le Chiese alte su colonne a cui la neve illustra
di volute e d'acanti magici il fastigio. Si dileguano i Fri profondi,  sepolti
sotto  la  neve,  immersi  in un chiarore azzurro,  onde sorgono gli avanzi dei
portici e degli archi verso la luna pi inconsistenti delle lor medesime ombre.
Si dileguano le fontane, scolpite in rocce di cristallo,  che versano non acqua
ma luce.
   Ed egli poi le labbra,  le care labbra che non sanno le false parole, bacia.
Cos sia. Fuor della fascia discinta si effondono i capelli come un gran flutto
oscuro,  ove tutte sembran raccolte le tenebre notturne  fugate  dalla  neve  e
dalla luna. Comis suis obumbrabit tibi et sub comis peccabit. Amen.. 
  E  l'altra  non veniva!  Nel silenzio e nella poesia cadevano di nuovo le ore
degli uomini scoccate dalle torri e dai campanili  di  Roma.  Qualche  vettura,
senza  alcuno  strepito,  discendeva  per  le Quattro Fontane verso la piazza o
saliva a Santa Maria Maggiore faticosamente;  e  i  fanali  erano  gialli  come
topazii  nella  chiarit.  Pareva che,  salendo la notte al colmo,  la chiarit
crescesse e diventasse pi limpida.  Le filigrane dei cancelli  riscintillavano
come  se  i ricami d'argento vi s'ingemmassero.  Nel palazzo,  grandi cerchi di
luce abbagliante splendevano su le vetrate, a simiglianza di scudi adamantini.
  Andrea pens: - Se ella non venisse?
  Quella strana onda di lirismo passtagli su lo spirito,  nel nome  di  Maria,
aveva  coperta  l'ansiet  dell'attesa,   aveva  placata  l'impazienza,   aveva
ingannato il desiderio.  Per un attimo,  il pensiero ch'ella  non  venisse  gli
sorrise.  Poi  di nuovo,  pi forte,  lo punse il tormento dell'incertezza e lo
turb l'imagine della volutt ch'egli avrebbe forse goduta l dentro, in quella
specie di piccola alcova tiepida dove le rose esalavano un profumo tanto molle.
E, come nel giorno di San Silvestro, il suo sofferire era acuito da una vanit;
poich,  sopra tutto,  egli si rammaricava che uno  squisito  apparato  d'amore
andasse perduto senza effetto alcuno.
  L  dentro,  il freddo era temperato del calore continuo che esalavano i tubi
di metallo pieni d'acqua bollente.  Un fascio di rose bianche,  nivee,  lunari,
posava  su  la  tavoletta  d'innanzi al sedile.  Una pelle d'orso bianco teneva
calde le ginocchia.  La ricerca d'una specie di Symphonie en  blanc  majeur.
era  manifesta  in molte altre particolarit.  Come il re Francesco I sul vetro
della finestra,  il conte d'Ugenta aveva inciso di sua  mano  sul  vetro  dello
sportello  un  galante  motto  che,  nell'appannatura fatta dall'alito,  pareva
brillare su una lastra di opale:

          Pro amore curriculum
          Pro amore cubiculum..

  E per la terza volta le ore sonarono. Mancavano a mezzanotte quindici minuti.
L'aspettazione durava  da  troppo  tempo:  Andrea  si  stancava  e  s'irritava.
Nell'appartamento  abitato  da  Elena,  nelle  finestre  dell'ala  sinistra non
vedevasi altro lume che quello esterno della luna.  - Sarebbe dunque venuta?  E
in che modo?  Di nascosto?  O con qual pretesto?  Lord Heathfield era, certo, a
Roma.  Come avrebbe ella giustificata la sua  assenza  notturna?  -  Di  nuovo,
insorsero  nell'animo dell'antico amante le acri curiosit intorno le relazioni
che correvano tra Elena e il marito,  intorno i loro legami coniugali,  intorno
il loro modo di vivere in comune,  nella medesima casa. Di nuovo, la gelosia lo
morse e la bramosia lo accese.  Egli si ricordava delle allegre parole dette da
Giulio Musllaro,  una sera, a proposito del marito; e si proponeva di prendere
Elena ad ogni costo,  per il diletto e per il  dispetto.  -  Oh,  s'ella  fosse
venuta!
  Una  carrozza  sopraggiunse ed entr nel giardino.  Egli si chin a guardare;
riconobbe i cavalli d'Elena;  intravide nell'interno una  figura  di  dama.  La
carrozza  disparve sotto il portico.  Egli rest dubitoso.  - Tornava dunque di
fuori?  Sola?  - Acu lo sguardo verso il portico,  intensamente.  La  carrozza
usciva, per il giardino, nella strada, imboccando la via Rasella: era vuota.
  Mancavano due o tre minuti all'ora estrema;  ed ella non veniva!  L'ora son.
Una terribile angoscia strinse il deluso. Ella non veniva!
  Non comprendendo egli le cause della  impuntualit  di  lei,  le  si  rivolse
contro;  ebbe  un  moto  di  collera subitaneo;  e gli balen anche il pensiero
ch'ella avesse voluto infliggergli  una  umiliazione,  un  castigo,  o  ch'ella
avesse  voluto  togliersi  un  capriccio,  esasperare  un desiderio.  Ordin al
cocchiere, pel portavoce:
  - Piazza del Quirinale.
  Egli si lasciava attrarre da Maria Ferres;  si abbandonava di nuovo  al  vago
sentimento  di  tenerezza che,  dopo la visita pomeridiana,  gli aveva lasciato
nell'anima un profumo e gli aveva suggerito pensieri e imagini  di  poesia.  La
delusione  recente,  ch'era per lui una prova del disamore e della malvagit di
Elena,  lo spingeva forte verso l'amore e la bont della senese.  Il  rammarico
per  la bellissima notte perduta gli aumentava,  ma sotto il riflesso del sogno
dianzi sognato. Ed era, in verit, una delle notti pi belle che sien trascorse
nel cielo di Roma;  era uno di quegli spettacoli che  opprimono  d'una  immensa
tristezza  lo  spirito  umano  perch  soverchiano  ogni  potenza  ammirativa e
sfuggono alla piena comprension dell'intelletto.
  La piazza  del  Quirinale  appariva  tutta  candida,  ampliata  dal  candore,
solitaria,  raggiante  come  un'acropoli  olimpica  su  l'Urbe silenziosa.  Gli
edifizii,  intorno,  grandeggiavano nel cielo aperto: l'alta porta  papale  del
Bernini,  nel  palazzo  del  Re,  sormontata  dalla  loggia,  illudeva la vista
distaccandosi  dalle  mura,  avanzandosi,  isolandosi  nella  sua  magnificenza
difforme,  dando imagine d'un mausoleo scolpito in una pietra siderea; i ricchi
architravi del Fuga, nel palazzo della Consulta, sporgevano di su gli stipiti e
di su le colonne transfigurati dalle strane adunazioni della  neve.  Divini,  a
mezzo  dell'egual campo bianco,  i colossi parevano sovrastare a tutte le cose.
Le attitudini dei Dioscuri e dei cavalli s'allargavano nella  luce;  le  groppe
ampie  brillavano  come  ornate di gualdrappe gemmanti;  brillavano gli omeri e
l'un braccio levato di ciascun semidio. E, sopra, di tra i cavalli, slanciavasi
l'obelisco;  e,  sotto,  aprivasi la tazza  della  fontana;  e  lo  zampillo  e
l'aguglia salivano alla luna come uno stelo di diamante e uno stelo di granito.
  Una solennit augusta scendeva dal monumento.  Roma, d'innanzi, si profondava
in un silenzio quasi di morte, immobile, vacua, simile a una citt addormentata
da un potere fatale. Tutte le case, le chiese, le torri, tutte le selve confuse
e miste dell'architettura pagana e  cristiana  biancheggiavano  come  una  sola
unica  selva informe,  tra i colli del Gianicolo e il Monte Mario perduti in un
vapore argentino, lontanissimi, d'una immaterialit inesprimibile, simili forse
ad orizzonti d'un paesaggio selenico,  che suscitavano nello spirito la visione
d'un  qualche  astro  semispento  abitato  dai  Mani.  La Cupola di S.  Pietro,
luminosa d'un singolare azzurro metallico nell'azzurro dell'aria, giganteggiava
prossima alla vista cos che quasi pareva  tangibile.  E  i  due  giovini  Eroi
cigngeni,  bellissimi  in quell'immenso candore come in un'apoteosi della loro
origine,  parevano gli immortali Genii di Roma vigilanti sul sonno della  citt
sacra.
  La  carrozza rimase ferma d'innanzi alla reggia,  lungo tempo.  Di nuovo,  il
poeta seguiva il suo sogno inarrivabile. E Maria Ferres era vicina; forse anche
vegliava,  sognando;  forse anche sentiva gravare sul cuore tutta la  grandezza
della notte e ne moriva d'angoscia; inutilmente.
  La  carrozza  pass,  piano,  d'innanzi  alla  porta di Maria Ferres,  ch'era
chiusa,  mentre in alto i vetri delle  finestre  rispecchiavano  il  plenilunio
guardando  gli  orti  pnsili  aldobrandini  ove  gli  alberi sorgevano,  aerei
prodigi.  E il poeta gitt il fascio delle rose bianche su  la  neve,  come  un
omaggio, d'innanzi alla porta di Maria Ferres.


  Io  vidi:  indovinai...  Ero  dietro  i  vetri,  da  tanto tempo.  Non sapevo
risolvermi ad andarmene.  Tutto quel  bianco  m'attirava...  Vidi  la  carrozza
passare lentamente, nella neve. Sentii che eravate voi, prima di vedervi gittar
le rose.  Nessuna parola mai potr dirvi la tenerezza delle mie lacrime. Piansi
per voi, d'amore; e piansi per le rose,  di piet.  Povere rose!  Mi pareva che
dovessero vivere e soffrire e agonizzare, su la neve. Mi pareva, non so, che mi
chiamassero,  che si lamentassero,  come creature abbandonate. Quando la vostra
carrozza si allontan,  io  mi  affacciai  per  guardarle.  Fui  sul  punto  di
scendere,  gi nella strada, a prenderle. Ma qualcuno era ancora fuori di casa;
e il domestico era di l, nell'anticamera, che aspettava. Pensai mille modi, ma
non riuscii a trovarne uno attuabile. Mi disperai... Sorridete? Proprio, io non
so che follia mi prese. Stavo tutta attenta a spiare i passanti,  con gli occhi
pieni  di lacrime.  Se avessero calpestato le rose,  mi avrebbero calpestato il
cuore. Ed ero felice in quel supplizio; ero felice del vostro amore, del vostro
atto delicato e appassionato,  della vostra gentilezza,  della vostra  bont...
Ero  triste  e  felice,  quando  mi  addormentai;  e  le rose dovevan esser gi
moribonde.  Dopo qualche ora di sonno,  mi svegli il  rumore  delle  pale  sul
lastrico. Spazzavano la neve, proprio d'innanzi alla nostra porta. Io rimasi in
ascolto;  e  il  rumore e le voci continuarono fin oltre l'alba,  e mi facevano
tanta malinconia...  Povere rose!  Ma saranno sempre vive  nella  mia  memoria.
Certi  ricordi  bastano  a  profumare  un'anima  per sempre...  Mi amate molto,
Andrea?
  E, dopo un'esitazione:
  - Amate me sola? Avete dimenticato il resto,  interamente?  Sono miei tutti i
vostri pensieri?
  Ella palpitava e tremava.
  -  Io  soffro...  della  vostra vita anteriore,  di quella ch'io non conosco;
soffro dei vostri ricordi,  di tutte le tracce che forse  vi  rimangono  ancora
nello  spirito,  di  tutto  ci  che  in  voi  non  potr mai comprendere e mai
possedere.  Oh,  s'io potessi darvi l'oblio d'ogni cosa!  Odo continuamente  le
vostre  parole,   Andrea,   le  prime  prime.  parole.  Credo  che  le  udr
nell'istante della morte...
  Ella palpitava e tremava, sotto l'urto della passione soverchiatrice.
  - Io vi amo ogni giorno pi, ogni giorno pi!
  Andrea la inebri di parole soavi e profonde, la vinse d'ardore,  le narr il
sogno  della  notte nivale e il suo desiderio disperato e tutta la utile favola
delle rose e  molte  altre  imaginazioni  liriche.  Gli  pareva  ch'ella  fosse
prossima  ad  abbandonarsi;  vedeva gli occhi di lei nuotare in qualche onda di
languore pi lunga;  vedeva su la bocca dolente apparire  quella  inesprimibile
contrattura  che    come  la dissimulazione d'una tendenza fisica istintiva al
bacio; e vedeva le mani, quelle mani gracili e forti, mani d'arcangelo, fremere
come le corde d'uno strumento,  esprimere tutto l'orgasmo interno.  -  Se  oggi
potr  rapirle  anche  un  solo  bacio  fuggevole  -  pensava  -  avr di molto
affrettato il termine ch'io sospiro.
  Ma ella, consapevole del pericolo,  si lev d'improvviso,  chiedendo licenza;
son  il  campanello,  ordin al domestico il t e che pregasse Miss Dorothy di
condur Delfina nel salone. Poi, volgendosi ad Andrea, un poi convulsa:
  - E meglio cos. Perdonatemi.
  E da quel giorno evit di riceverlo  in  giorni  che  non  fossero,  come  il
marted e il sabato, di ricevimento comune.
  Ella per si lasci guidare da lui in varie peregrinazioni a traverso la Roma
degli  Imperatori e la Roma dei Papi.  Il vergiliato.  quaresimale si svolse
nelle ville, nelle gallerie, nelle chiese,  nelle ruine.  Dov'era passata Elena
Muti pass Maria Ferres.  Non di rado, le cose suggerivano al poeta le medesime
effusioni di parole che Elena aveva gi udite.  Non  di  rado,  un  ricordo  lo
allontanava dalla realt presente, lo turbava d'improvviso.
  -  A  che  pensate,  ora?  -  gli  chiedeva Maria,  guardandolo in fondo alle
pupille, con un'ombra di sospetto.
  Ed egli rispondeva:
  - A voi,  sempre a voi.  Mi prende come una curiosit di guardarmi dentro per
vedere  se  ancora  mi  rimanga  qualche minima parte dell'anima che non sia in
possesso dell'anima vostra,  qualche minima piega che non sia  penetrata  dalla
vostra luce. Ei come una esplorazione interiore, che io faccio per voi, gi che
voi non potete farla.  Ebbene, Maria, non ho pi nulla omai da offerirvi. Siete
nell'assoluto dominio di tutto il mio essere.  Non  mai,  penso,  una  creatura
umana  stata pi intimamente posseduta da una creatura umana,  in ispirito. Se
la mia bocca si congiungesse alla vostra,  avverrebbe la transfusione della mia
vita nella vostra vita. Penso che morirei.
  Ella  gli  credeva,  poich  la  voce di lui dava alle parole la fiamma della
verit.
  Un giorno erano sul Belvedere della Villa Medici:  guardavano  nei  larghi  e
cupi  tetti  di  busso l'orlo del sole morire a poco a poco e la Villa Borghese
ancor nuda sommergersi a poco a poco in un vapore violaceo. Maria disse, invasa
da una subitanea tristezza:
  - Chi sa quante volte siete venuto qui, a sentirvi amare!
  Andrea rispose, con l'accento d'un uom trasognato:
  - Non so; non ricordo. Che dite mai?
  Ella tacque.  Poi si lev,  per leggere le  inscrizioni  su  i  pilastri  del
tempietto.  Erano,  per  lo  pi,  inscrizioni d'amanti,  di novelli sposi,  di
contemplatori solitarii.
  Una portava, sotto una data e un nome di donna, un frammento del Pausias.:

                                SIE

    Immer allein sind Liebende sich in der grssten Versammlung;
    Aber sind sie zu Zweien, stellt auch der Dritte sich ein..

                                ER


    Amor, ja!.

    Un'altra era la glorificazione di un nome alato:

    A solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Helles..

  Un'altra era una sospirevole quartina del Petrarca:

          Io amai sempre ed amo forte ancora,
          E son per amar pi di giorno in giorno,
          Quel dolce loco ove piangendo torno
          Spesse fiate quando Amor m'accora..

    Un'altra pareva essere una leal dichiarazione, firmata da due leali amanti:

    Ahora y no siempre..

  Tutte esprimevano un sentimento erotico,  o triste o giocondo;  cantavano  le
lodi d'una bella o rimpiangevano un bene remoto; narravano d'un bacio ardente o
d'una  estasi  languida;  ringraziavano  i vecchi bussi cortesi,  indicavano ai
felici venturi una latebra,  notavano la singolarit d'un tramonto contemplato.
Chiunque,  sposo  o  amante,  sotto il fascino feminino,  era stato preso da un
entusiasmo lirico sul piccolo Belvedere solitario a cui conduce  una  scala  di
pietra  coperta  di  velluto.  Le  mura parlavano.  Una indefinibile malinconia
emanava da quelle voci ignote d'amori morti,  una malinconia quasi  sepolcrale,
come dagli epitaffi d'una cappella.
  D'un tratto, Maria si volse ad Andrea, dicendo:
  - Ci siete anche voi.
  Egli rispose, guardandola, con l'accento medesimo di dianzi:
  - Non so; non ricordo. Non ricordo pi nulla. Vi amo.
  Ella lesse.  Ed era,  scritto di mano d'Andrea,  un epigramma del Goethe,  un
distico,  quello che incomincia:  Sage,  wie lebst du?.   - Rispondi,  come
vivi tu? -  Ich lebe!.  - Io vivo! E, se pur cento e cento secoli mi fosser
dati, io m'augurerei soltanto che domani fosse come oggi. - Sotto era una data:
Die ultima februarii 1885.; e un nome: Helena Amyclaea..
  Ella disse:
  - Andiamo.
  Il  tetto  di busso pioveva tenebre su la scala di pietra coperta di velluto.
Egli chiese:
  - Volete appoggiarvi?
  Ella rispose:
  - No; grazie.
  Discesero in silenzio, pianamente. Ad ambedue pesava il cuore.
  Dopo un intervallo, ella disse:
  Eravate felice, due anni fa.
  Ed egli, con una ostinazione meditata:
  - Non so; non ricordo.
  Il bosco era misterioso, in un crepuscolo verde. I tronchi e i rami sorgevano
con intrichi e viluppi serpentini.  Qualche foglia luccicava come un occhio  di
smeraldo, nell'ombra.
  Dopo un intervallo, ella soggiunse:
  - Chi era quella Elena?
  - Non so; non ricordo. Non ricordo pi nulla. Vi amo. Amo voi sola. Penso per
voi  sola.  Vivo  per voi sola.  Non so pi nulla;  non ricordo pi nulla;  non
desidero pi nulla,  oltre il vostro amore.  Nessun filo pi mi lega alla  vita
d'un tempo.  Sono ora fuor del mondo, interamente perduto nel vostro essere. Io
sono nel vostro sangue e nella vostra anima;  io mi sento.  in ogni  palpito
delle  vostre  arterie;  io  non  vi tocco eppure mi mescolo con voi come se vi
tenessi di continuo tra le mie braccia, su la mia bocca,  sul mio cuore.  Io vi
amo  e voi mi amate;  e questo dura da secoli,  durer nei secoli,  per sempre.
Accanto a voi, pensando a voi, vivendo di voi,  ho il sentimento dell'infinito,
il sentimento dell'eterno.  Io vi amo e voi mi amate. Non so altro; non ricordo
altro...
  Egli le  versava  su  la  tristezza  e  sul  sospetto  un'onda  di  eloquenza
infiammata  e  dolce.  Ella ascoltava,  diritta innanzi ai balaustri dell'ampia
terrazza che si apre sul limite del bosco.
  - Ed  vero? Ed  vero? - ripeteva ella con una voce spenta ch'era come l'eco
affievolita d'un grido dell'anima interno. - Ed  vero?
  - Ei vero, Maria; e questo soltanto  vero. Tutto il resto  un sogno.  Io vi
amo  e  voi  mi  amate.  E voi mi possedete come io vi posseggo.  Io vi so cos
profondamente mia che non  vi  chiedo  carezze,  non  vi  chiedo  alcuna  prova
d'amore.  Aspetto.  Mi    caro,  sopra ogni cosa,  obedirvi.  Io non vi chiedo
carezze;  ma le sento nella vostra  voce,  nel  vostro  sguardo,  nelle  vostre
attitudini,  nei  vostri  minimi  gesti.  Tutto  ci  che parte da voi  per me
inebriante come un bacio; e io non so, sfiorandovi la mano, se sia pi forte la
volutt dei miei sensi o la sollevazione del mio spirito.
  Egli pos la sua mano su la mano di lei,  lievemente.  Ella  trem,  sedotta,
provando  un  desiderio folle di piegarsi verso di lui,  di offrirgli infine le
labbra, il bacio, tutta s stessa.  Le parve (poich ella dava fede alle parole
di  Andrea) le parve che per tale atto ella lo avrebbe legato a s con l'ultimo
nodo, con un nodo indissolubile. Ella credeva di venir meno, di struggersi,  di
morire.  Era come se tutti i tumulti della passione gi sofferta le gonfiassero
il cuore,  aumentassero  il  tumulto  della  passione  presente.  Era  come  se
rivivessero  in  quell'attimo  tutte  le commozioni trascorse da che ella aveva
conosciuto quell'uomo.  Le rose di Schifanoja rifiorivano tra i lauri e i bussi
della Villa Medici.
  -  Io  aspetto,  Maria.  Non  vi chiedo nulla.  Mantengo le mie promesse.  Io
aspetto  l'ora  suprema.  Sento  che  verr,   poich  la  forza  dell'amore  
invincibile.  E  sparir in voi ogni timore,  ogni terrore;  e la comunione dei
corpi vi sembrer pura come la comunione delle anime,  poich  sono  egualmente
pure tutte le fiamme...
  Egli le premeva,  con la mano senza guanto,  la mano inguantata.  Il giardino
pareva deserto.  Dal palazzo dell'Academia non giungeva  alcun  romore,  alcuna
voce.  Si  udiva  chiaro nel silenzio il chioccolo della fontana a mezzo dello
spiazzo;  i viali si prolungavano verso il Pincio diritti,  come chiusi fra due
pareti  di bronzo su cui non anche moriva la doratura del vespro;  l'immobilit
di tutte le forme dava imagine d'un labirinto impietrato: le cime  delle  canne
acquatiche intorno la vasca erano immobili nell'aria come le statue.
  -  Mi  sembra  -  disse la senese,  socchiudendo i cigli - di trovarmi su una
terrazza di Schifanoja,  lontana lontana da Roma,  sola...  con te.  Chiudo gli
occhi, veggo il mare.
  Ella  vedeva  dal  suo amore e dal silenzio nascere un gran sogno e dilatarsi
nel tramonto. Ella tacque, sotto lo sguardo di Andrea; e un poco sorrise.  Ella
aveva detto: con te.! Pronunziando quelle due sillabe, ella aveva chiuso gli
occhi: e la bocca era parsa pi luminosa,  quasi che vi si fosse raccolto anche
lo splendor celato dalle palpebre e dai cigli.
  - Mi sembra che tutte queste cose non sieno fuori di me,  ma che tu le  abbia
create nell'anima mia,  per la mia gioia.  Ho questa illusione in me, profonda,
ogni volta che io sono innanzi a uno spettacolo di bellezza e  che  tu  mi  sei
vicino.
  Ella parlava lentamente,  con qualche pausa,  come se la sua voce fosse l'eco
tarda di un'altra voce inaudibile.  Perci le sue parole avevano  un  singolare
accento,  acquistavano  un suono misterioso,  parevano venire dalle pi segrete
profondit  dell'essere;   non  erano  il  comun  simbolo   imperfetto,   erano
un'espressione intensa pi viva, trascendente, d'un significato pi vasto.
   Dalle sue labbra,  come da un giacinto pieno d'una rugiada di miele,  cade a
goccia a goccia un murmure liquido,  che fa morir di passione  i  sensi,  dolce
come le pause della musica planetaria udita nell'estasi.  Il poeta ricordava i
versi  di Percy Shelley.  Egli li ripet a Maria,  sentendosi conquistare dalla
commozione di lei,  penetrare dal  fascino  dell'ora,  esaltare  dall'apparenza
delle  cose.  Un  tremito  lo  prese,  quando egli era per rivolgerle il tu.
mistico.
  - Io non era mai giunto,  in nessun pi alto sogno del mio spirito,  a ideare
quest'altezza.  Tu ti levi sopra tutte le mie idealit,  tu splendi sopra tutti
gli splendori del mio pensiero,  tu m'illumini d'una luce che   quasi  per  me
insostenibile...
  Ella  stava diritta,  innanzi ai balaustri,  con le mani posate su la pietra,
con la testa alzata, pi pallida di quando, nella mattina memorabile, camminava
sotto i fiori. Le lacrime le empivano gli occhi socchiusi,  le rilucevano tra i
cigli;  e  sogguardando  innanzi  a  s,  ella  vedeva il cielo farsi roseo,  a
traverso il velo del pianto.
  Era, nel cielo, una pioggia di rose, come quando nella sera d'ottobre il sole
moriva dietro il colle di Rovigliano accendendo gli stagni  per  la  pineta  di
Vicomle.    Rose rose rose piovevano da per tutto,  lente,  spesse,  molli,  a
simiglianza d'una nevata in un'aurora.   La Villa Medici,  eternamente verde e
senza  fiori,  riceveva su le cime delle sue rigide mura arboree i molli petali
innumerevoli caduti dai giardini celesti.
  Ella si volse, per discendere. Andrea la segu. Camminarono in silenzio verso
la scala;  guardarono il bosco che si stendeva fra la terrazza e il  Belvedere.
Pareva  che  il  chiarore  si  fermasse  sul  limite,  dove sorgono le due erme
custodi,   e  non  potesse  rompere  la  tenebra;   pareva  che  quegli  alberi
rameggiassero  in  un'altra  atmosfera o in un'acqua cupa,  in un fondo marino,
simili a vegetazioni oceaniche.
  Ella fu invasa da una sbita paura;  si  affrett  verso  la  scala,  discese
cinque o sei gradini;  si arrest, smarrita, palpitante, udendo nel silenzio il
battito delle sue arterie dilatarsi come uno  strepito  enorme.  La  villa  era
scomparsa; la scala era serrata fra due pareti, umida, grigia, rotta dall'erbe,
triste  come quella d'una carcere sotterranea.  Ella vide Andrea piegarsi verso
di lei, con un atto improvviso, per baciarla in bocca.
  - No, no, Andrea... No!
  Egli tendeva le mani per trattenerla, per costringerla.
  - No!
  Perdutamente,  ella gli prese una mano,  se la trasse alle labbra;  la  baci
due,  tre volte, perdutamente. Poi si mise a correre gi per la scala, verso la
porta, come folle.
  - Maria! Maria! fermatevi!
  Si ritrovarono l'una di fronte all'altro, innanzi alla porta chiusa, pallidi,
ansanti, scossi da un terribile tremito, guardandosi negli occhi mutati, avendo
negli orecchi il rombo del loro sangue,  credendo di  soffocare.  E  nel  tempo
medesimo, con un impeto concorde, si strinsero, si baciarono.
  Ella disse,  temendo di venir meno, appoggiandosi alla porta, con un gesto di
suprema preghiera:
  - Non pi... Io muoio.
  Rimasero un minuto,  l'una di fronte all'altro,  senza toccarsi.  Pareva  che
tutto  il  silenzio  della villa gravasse su loro,  in quel luogo angusto cinto
d'alti muri, simile a una tomba scoperta. Si udiva distinto il gracchiare basso
e interrotto  dei  corvi  che  si  raccoglievano  su  i  tetti  del  palazzo  o
traversavano il cielo. Di nuovo, un senso strano di paura occup il cuore della
donna.  Ella  gitt  in  alto,  alla sommit dei muri,  uno sguardo sbigottito.
Facendosi forza, disse:
  - Ora, possiamo uscire... Potete aprire.
  E la sua mano s'incontr con quella di Andrea  sul  saliscendi,  nella  furia
incalzante.
  E,  come  ella  pass  rasente le due colonne di granito,  sotto il gelsomino
senza fiori, Andrea disse:
  - Guarda! Il gelsomino fiorisce.
  Ella non si  volse,  ma  sorrise;  e  il  sorriso  era  assai  triste,  pieno
dell'ombre che metteva in quell'anima il riapparir subitaneo del nome inscritto
sul Belvedere.  E, mentre ella camminava per il viale misterioso sentendo tutto
il suo sangue alterato dal bacio, un'implacabile angoscia le incideva nel cuore
quel nome, quel nome!



Libro quarto.


  Il marchese  di  Mount  Edgcumbe,  aprendo  il  grande  armario  segreto,  la
biblioteca arcana, diceva allo Sperelli:
  -  Voi dovreste disegnarmi i fermagli.  Il volume  in-4,  datato da Lampsaco
come Les Aphrodites.  del Nerciat: 1734.  Gli intagli mi  paiono  finissimi.
Giudicatene.
  Egli  porse  allo  Sperelli  il  libro raro.  Era intitolato GERVETII - De
Concubitu - libri tres., ornato di vignette voluttuose.
  - Questa figura  molto importante - soggiunse,  indicando col dito una delle
vignette, che rappresentava un congiungimento di corpi indescrivibile. - Ei una
cosa  nuova che io non conosceva ancora.  Nessuno dei miei scrittori erotici ne
fa menzione...
  Seguitava a parlare,  discutendo alcune particolarit,  seguendo le linee del
disegno  con  quel  dito  bianchiccio  sparso  di  peli  su  la prima falange e
terminato  da  un'unghia  acuta,  lucida,  un  poi  livida  come  l'unghia  dei
quadrumani.  Le  sue  parole  penetravano  nell'orecchio dello Sperelli con uno
stridore atroce.
  -  Questa  edizione  olandese  di  Petronio      magnifica.   E   questo   
l'Erotopaegnion. stampato a Parigi nel 1798. Conoscete il poema attribuito a
John Wilkes, An essay on woman.? Eccone una edizione del 1763.
  La raccolta era ricchissima. Comprendeva tutta la letteratura pantagruelica e
rococ di Francia: le priape,  le fantasie scatologiche,  le monacologie,  gli
elogi burleschi, i catechismi,  gli idillii,  i romanzi,  i poemi dalla Pipe
casse.  del  Vad  alle  Liaisons  dangereuses.,  dall'Artin d'Augustin
Carrache.  alle Tourterelles de Zelmis.,  dalla  Descouverture  du  style
impudique.  al Faublas.. Comprendeva quanto di pi raffinato e di pi infame
l'ingegno umano ha prodotto nei secoli per comento dell'antico  inno  sacro  al
dio di Lampsaco: Salve, sancte pater..
  II  collezionista prendeva i libri dalle file dell'armario,  e li mostrava al
giovine amico, parlando di continuo. Le sue mani oscene si facevano carezzevoli
intorno i libri osceni rilegati in cuoi ed in tessuti di pregio. Ad ogni tratto
sorrideva sottilmente.  E gli passava negli occhi grigi il baleno della follia,
sotto la enorme fronte convessa.
  - Posseggo anche la edizione principe degli Epigrammi. di Marziale, quella
di Venezia,  fatta da Vindelino di Spira, in-folio. Eccola. Ed ecco il Beau, il
traduttore di Marziale,  il  comentatore  delle  famose  trecento  ottanta  due
oscenit.  Come vi sembrano le rilegature? I fermagli sono d'un maestro. Questa
composizione di priapi  di grande stile.
  Lo Sperelli ascoltava e guardava, con una specie di stupore che a poco a poco
andavasi mutando in orrore e in dolore.  I suoi occhi  ad  ogni  momento  erano
attirati da un ritratto d'Elena, che pendeva alla parere, sul damasco rosso.
  -  Ei  il ritratto di Elena,  dipinto da Sir Frederick Leiyhton.  Ma guardate
qui, tutto il Sade! Le roman philosophique,  La philosophie dans le boudoir,
Les crimes de l'amour,  Les malheurs de la vertu....  Voi, certo, non conoscete
questa edizione. Ei fatta per conto mio da Hrissey,  con caratteri elzeviriani
del  diciottesimo secolo,  su carta delle Manifatture imperiali del Giappone,  in soli
cento venti cinque esemplari.  Il divino marchese  meritava  questa  gloria.  I
frontespizii,  i  titoli,  le iniziali,  tutti i fregi raccolgono quanto di pi
squisito noi conosciamo in materia d'iconografia erotica. Guardate i fermagli!
  Le rilegature dei volumi erano mirabili.  Una pelle di pescecane,  rugosa  ed
aspra come quella che avvolge l'elsa delle sciabole giapponesi,  copriva le due
facce e il dorso;  i fermagli e  le  borchie  erano  d'un  bronzo  assai  ricco
d'argento,  opere di cesello elegantissime, che ricordavano i pi bei lavori in
ferro del secolo sedicesimo.
  - L'autore,  Francis Redgrave,   morto in un manicomio.  Era un  giovine  di
genio. Io posseggo tutti i suoi studii. Ve li mostrer.
  Il  collezionista  s'accendeva.  Egli  usc  per andare a prendere l'albo dei
disegni di Francis Redgrave,  nella stanza contigua.  Il suo passo era  un  poi
saltellante  e  malsicuro,  come  d'un  uomo  che  abbia  in s un principio di
paralisi,  una malattia spinale incipiente;  il suo busto rimaneva rigido,  non
assecondando il moto delle gambe, simile al busto d'un automa.
  Andrea Sperelli lo segu con lo sguardo,  fin su la soglia, inquieto. Rimasto
solo,  fu preso da una terribile angoscia.  La stanza,  tappezzata  di  damasco
rosso  cupo,  come la stanza dove Elena due anni innanzi erasi data a lui,  gli
parve allora tragica e lugubre.  Forse quelle erano le tappezzerie medesime che
avevano  udite  le  parole  di  Elena: - Mi piaci!  - L'armario aperto lasciava
vedere le file dei libri osceni,  le rilegature bizzarre  impresse  di  simboli
fallici. Alla parete pendeva il ritratto di Lady Heathfield accanto a una copia
della  Nelly  OiBrien.  di Joshua Reynolds.  Ambedue le creature,  dal fondo
della tela, guardavano con la stessa intensit penetrante,  con lo stesso ardor
di  passione,  con  la  stessa  fiamma  di  desiderio  sensuale,  con la stessa
prodigiosa eloquenza; ambedue avevano la bocca ambigua, enigmatica,  sibillina,
la bocca delle infaticabili ed inesorabili bevitrici d'anime; e avevano ambedue
la fronte marmorea, immacolata, lucente d'una perpetua purit.
  -  Povero Redgrave!  - disse Lord Heathfield,  rientrando con la custodia dei
disegni tra le mani.  - Senza dubbio,  egli  era  un  genio.  Nessuna  fantasia
erotica supera la sua. Guardate!... Guardate!... Che stile! Nessuno artista, io
penso,  nello  studio  della  fisionomia  umana  si  avvicina alla profondit e
all'acutezza a cui  giunto  questo  Redgrave  nello  studio  del  phallus..
Guardate!
  Egli si allontan un istante per andare a richiudere l'uscio. Poi torn verso
il  tavolo,  presso la finestra;  e si mise a sfogliare la raccolta,  sotto gli
occhi dello Sperelli,  parlando di continuo,  indicando con l'unghia scimiesca,
affilata come un'arma, le particolarit di ciascuna figura.
  Egli  parlava  nella  sua  lingua,  dando  ad  ogni  principio  di  frase una
intonazione interrogativa e ad ogni fine una cadenza eguale, stucchevole. Certe
parole laceravano l'orecchio di Andrea come un suono aspro di ferri  raschiati,
come lo stridore d'una lama d'acciaio a contrasto d'una lastra di cristallo.
  E i disegni del defunto Francis Redgrave passavano.
  Erano   spaventevoli;   parevano  il  sogno  d'un  becchino  torturato  dalla
satiriasi;   si  svolgevano  come  una  paurosa  danza  macabra   e   priapica;
rappresentavano  cento  variazioni  d'un  sol motivo,  cento episodii d'un solo
dramma.  E le dramatis personae.  erano due: un priapo e uno  scheletro,  un
phallus. e un rictus..
  -  Questa    la pagina  superiore  - esclam il marchese di Mount Edgcumbe,
indicando l'ultimo disegno,  su cui in quel punto scendeva a traverso  i  vetri
della finestra un sorriso tenue di sole.
  Era, infatti, una composizione di straordinaria potenza fantastica: una danza
di scheletri muliebri, in un ciel notturno, guidata da una Morte flagellatrice.
Su la faccia impudica della luna correva una nuvola nera,  mostruosa, disegnata
con un vigore e un'abilit degni della matita d'O-kou-sai;  l'attitudine  della
tetra corifea, l'espression del suo teschio dalle orbite vacue erano improntate
d'una  vitalit  mirabile,  d'una  spirante  realit non mai raggiunta da alcun
altro  artefice  nella  figurazione  della  Morte;  e  tutta  quella  sicinnide
grottesca  di  scheletri  slogati  in  gonne  discinte,  sotto le minacce della
sferza, rivelava la tremenda febbre che aveva preso la mano del disegnatore, la
tremenda follia che aveva preso il suo cervello.
  - Ecco il libro che ha inspirato questo capolavoro  a  Francis  Redgrave.  Un
gran  libro!...  Il  pi  raro  tra  i  rarissimi...  Non  conoscete voi Daniel
Maclisius?
  Lord Heathfield porse allo Sperelli il trattato De verberatione amatoria..
Si accendeva sempre pi,  ragionando di piaceri crudeli.  Le tempie  calve  gli
s'invermigliavano  e  le  vene  della  fronte  gli si gonfiavano e la bocca gli
s'increspava,  un poi convulsa,  ad ogni tratto.  E le mani,  le  mani  odiose,
gestivano  con  gesti  brevi  ma concitati,  mentre i gomiti rimanevano rigidi,
d'una rigidezza paralitica. La bestia immonda,  laida,  feroce appariva in lui,
senza pi veli. Nell'imaginazione dello Sperelli sorgevano tutti gli orrori del
libertinaggio inglese: le gesta dell'Armata Nera,  della black army., su pei
marciapiedi di Londra; la caccia implacabile alle  vergini verdi ;  i lupanari
di West-End,  della Halfousn Street;  le case eleganti di Anna Rosemberg, della
Jefferies; le camere segrete,  ermetiche,  imbottite dal pavimento al soffitto,
ove si smorzano i gridi acuti che la tortura strappa alle vittime...
  - Mumps! Mumps! Siete solo?
  Era la voce di Elena. Ella batteva piano a un degli usci.
  - Mumps !
  Andrea  trasal:  tutto  il  sangue  gli fece velo agli occhi,  gli accese la
fronte,  gli mise negli orecchi un rombo,  come  se  una  vertigine  improvvisa
stesse per coglierlo. Un'insurrezione di brutalit lo sconvolse; gli attravers
lo spirito,  nella luce d'un lampo,  una visione oscena; gli pass nel cervello
oscuramente un pensier criminoso;  l'agit per un  attimo  non  so  che  smania
sanguinaria.  In  mezzo  al turbamento portato in lui da quei libri,  da quelle
figure,  dalle parole  di  quell'uomo,  risaliva  su  dalle  cieche  profondit
dell'essere  lo  stesso  impeto istintivo che gi egli aveva provato un giorno,
sul campo delle corse,  dopo la vittoria contro il Rtolo,  tra  le  esalazioni
acri  del  cavallo  fumante.  Il  fantasma  d'un  delitto d'amore lo tent e si
dilegu,  rapidissimo,  nella luce d'un lampo:  uccidere  quell'uomo,  prendere
quella  donna per violenza,  appagare cos la terribile cupidigia carnale,  poi
uccidersi.
  - Non sono solo - disse il marito, senza aprire l'uscio. - Fra qualche minuto
potr condurvi nel salone il conte Sperelli che  qui con me.
  Egli ripose nell'armario il trattato di Daniel Maclisius;  chiuse la custodia
dei disegni di Francis Redgrave e la port nella stanza contigua.
  Andrea   avrebbe  dato  qualunque  prezzo  per  sottrarsi  al  supplizio  che
l'aspettava ed era attratto da quel  supplizio,  nel  tempo  medesimo.  Il  suo
sguardo,  anche una volta,  si lev alla parete rossa, verso il cupo quadro ove
brillava la faccia esangue  di  Elena  dagli  occhi  seguaci,  dalla  bocca  di
sibilla.  Un  fascino  acuto e continuo emanava da quella immobilit imperiosa.
Quel pallore unico dominava tragicamente tutta la rossa ombra della stanza.  Ed
egli sent, anche una volta, che la sua trista passione era immedicabile.
  Un'angoscia disperata l'assalse.  - Non avrebbe egli dunque mai pi posseduta
quella carne?  Era ella dunque risoluta a non concedergli?  Ed egli avrebbe per
sempre  nutrita  in  s  la fiamma del desiderio insoddisfatto?  - L'eccitazion
prodotta  in  lui  dai  libri  di  Lord  Heathfield  inaspriva  la  sofferenza,
rinfocolava  la  febbre.  Era  nel  suo  spirito  un  confuso tumulto d'imagini
erotiche;  la nudit di Elena entrava nei gruppi infami delle  vignette  incise
dal Coiny, prendeva attitudini di piacere gi note al passato amore, si piegava
ad  attitudini  nuove,  si offeriva alla lascivia bestiale del marito.  Orrore!
Orrore!
  - Volete che andiamo di l?  - chiese il marito,  ricomparendo su la  soglia,
ben  ricomposto  e  tranquillo.  -  Mi  disegnerete  dunque  i fermagli pel mio
Gervetius?
  Andrea rispose:
  - Mi prover.
  Egli non poteva reprimere il tremito interno.  Nel salone,  Elena  lo  guard
curiosamente, con un sorriso irritante.
  -  Che  facevate,  di  l?  - ella gli chiese,  pur sempre sorridendo al modo
medesimo.
  - Vostro marito mi mostrava cimelii.
  - Ah!
  Ella aveva la bocca sardonica,  una cert'aria  beffarda,  un'irrision  palese
nella voce.  Si adagi,  sopra un largo divano coperto d'un tappeto di Bouckara
amaranto su cui languivano i cuscini pallidi  e  su'  cuscini  le  palme  d'oro
smorto.   Si  adagi  in  un'attitudine  molle,   guardando  Andrea  di  tra  i
lusinghevoli cigli,  con quegli occhi che parevano come  suffusi  d'un  qualche
olio purissimo e sottilissimo.  E si mise a parlare di cose mondane, ma con una
voce che penetrava fin nell'intime vene del giovine, come un fuoco invisibile.
  Due o tre volte Andrea sorprese lo sguardo scintillante  di  Lord  Heathfield
fisso  su la moglie: uno sguardo che gli parve carico di tutte le impurit e le
infamie dianzi rimescolate.  Quasi ad  ogni  frase,  Elena  rideva,  d'un  riso
irridente,  con una strana facilit, non turbata dalla brama di quei due uomini
che s'erano accesi insieme su le figure dei libri osceni.  Ancora,  il  pensier
criminoso  attravers  lo  spirito di Andrea,  nella luce d'un lampo.  Tutte le
fibre gli tremarono.
  Quando Lord Heathfield si lev ed usc,  egli proruppe,  con  la  voce  roca,
afferrandole  un  polso,  avvicinandosi  a  lei  cos  da sfiorarla con l'alito
veemente:
  - Io perdo la ragione... Io divento folle...  Ho bisogno di te,  Elena...  Ti
voglio...
  Ella  liber  il polso,  con un gesto superbo.  Poi disse,  con una terribile
freddezza:
  - Vi far  dare  da  mio  marito  venti  franchi.  Uscendo  di  qui,  potrete
sodisfarvi.
  Lo Sperelli balz in piedi, livido.
  Lord Heathfield rientrando chiese:
  - Ve ne andate gi? Che avete mai?
  E  sorrise  del  giovine  amico,  poich  egli conosceva gli effetti dei suoi
libri.
  Lo Sperelli s'inchin.  Elena  gli  offerse  la  mano,  senza  scomporsi.  Il
marchese lo accompagno fin su la soglia, dicendogli piano:
  - Vi raccomando il mio Gervetius.
  Come  fu sotto il portico,  Andrea vide avanzarsi pel viale una carrozza.  Un
signore dalla gran barba  bionda  s'affacci  allo  sportello,  salutando.  Era
Galeazzo Secnaro.
  Subitamente,  gli  sorse  nello  spirito il ricordo della Fiera di maggio con
l'episodio della  somma  offerta  da  Galeazzo  per  ottenere  che  Elena  Muti
asciugasse  alla barba le belle dita bagnate di Sciampagna.  Affrett il passo,
usc nella strada: aveva la  sensazione  ottusa  e  confusa  come  d'un  romore
assordante che sfuggisse dall'intimo del suo cervello.
  Era  un  pomeriggio  della fine d'aprile,  caldo e umido.  Il sole appariva e
spariva tra i nuvoli fioccosi e pigri. L'accidia dello scirocco teneva Roma.
  Sul marciapiede della via Sistina, egli scorse d'innanzi a s una signora che
camminava lentamente verso la Trinit.  Riconobbe Donna  Maria  Ferres.  Guard
l'orologio:  erano,  infatti,  circa le cinque;  mancavano pochi minuti all'ora
abituale del ritrovo. Maria, certo, andava al palazzo Zuccari.
  Egli affrett il passo per raggiungerla.  Quando fu da presso la  chiam  per
nome:
  - Maria!
  Ella ebbe un sussulto:
  - Come qui? Io salivo da te. Sono le cinque.
  - Manca qualche minuto. Io correvo ad aspettarti. Perdonami.
  - Che hai? Sei molto pallido, tutto alterato... Di dove vieni? Ella corrug i
sopraccigli, fissandolo, a traverso il velo.
  -  Dalla scuderia - rispose Andrea,  sostenendo lo sguardo,  senza arrossire,
come s'egli non avesse pi sangue.  - Un cavallo,  che m'era  assai  caro,  s'
rovinato  un  ginocchio  per  colpa  del jockey..  Domenica non potr quindi
prender parte al Derby.. La cosa mi fa pena ed ira. Perdonami.  Ho indugiato
senza accorgermene. Ma alle cinque manca qualche minuto...
  - Bene. Addio. Me ne vado.
  Erano  su  la  piazza  della  Trinit.   Ella  si  sofferm  per  congedarsi,
tendendogli la mano.  Le durava ancora tra i sopraccigli una  piega.  In  mezzo
alla  sua  gran  dolcezza,  talvolta  ella  aveva  insofferenze  quasi  aspre e
movimenti altieri che la trasfiguravano.
  - No, Maria. Vieni. Sii dolce. Io vado su,  ad aspettarti.  Tu arriva fino ai
cancelli del Pincio e torna indietro. Vuoi?
  L'orologio della Trinit dei Monti suon le cinque.
  - Senti? - soggiunse Andrea.
  Ella disse, dopo una leggera esitazione:
  - Verr.
  - Grazie. Ti amo.
  - Ti amo.
  Si separarono.
  Donna  Maria  seguit  il  suo cammino;  travers la piazza,  entr nel viale
arborato.  Sul suo capo,  a intervalli,  lungo la muraglia,  il soffio languido
dello  scirocco  suscitava  negli  alberi  verdi  un murmure.  Nel tepore umido
dell'aria fluivano rare onde di profumo e svanivano.  Le  nuvole  parevano  pi
basse;  certi  stormi  di  rondini quasi radevano il suolo.  Eppure,  in quella
snervante gravezza era qualche cosa di molle che ammolliva il  cuor  passionato
della senese.
  Da  che ella aveva ceduto al desiderio di Andrea,  il suo cuore si agitava in
una felicit solcata d'inquietudini profonde;  tutto il  suo  sangue  cristiano
s'accendeva  alle  volutt della passione non mai provate e s'agghiacciava agli
sbigottimenti  della  colpa.  La  sua  passione  era  altissima,  soverchiante,
immensa;  cos  fiera  che  spesso  per lunghe ore le toglieva la memoria della
figlia. Ella giungeva ad obliare Delfina, talvolta; a trascurarla! Ed aveva poi
subitanei ritorni di rimorso, di pentimento, di tenerezza,  in cui ella copriva
di baci e di lacrime la testa della figlia attonita, singhiozzando con un dolor
disperato, come sopra la testa d'una morta.
  Tutto  il  suo  essere s'affinava alla fiamma,  si assottigliava,  si acuiva,
acquistava una sensibilit prodigiosa,  una specie di  lucidit  oltraveggente,
una  facolt  divinatoria che le dava strane torture.  Quasi ad ogni inganno di
Andrea,  ella si sentiva passare un'ombra su l'anima,  provava una inquietudine
indefinita  che  talvolta  addensandosi  prendeva  forma  d'un  sospetto.  E il
sospetto la mordeva, le rendeva amari i baci, acre ogni carezza,  finch non si
dileguava sotto gli impeti e gli ardori dell' incomprensibile amante.
  Ella era gelosa.  La gelosia era il suo spasimo implacabile,  la gelosia, non
pur del presente,  ma del passato.  Per quella crudelt che le  persone  gelose
hanno  contro  s stesse,  ella avrebbe voluto leggere nella memoria di Andrea,
scoprirne tutti i ricordi, vedere tutte le tracce segnate dalle antiche amanti,
sapere, sapere. La domanda che pi spesso le correva alle labbra, quando Andrea
taceva,  era questa: - A che pensi?  - E mentre ella profferiva le tre  parole,
inevitabilmente l'ombra le passava negli occhi e su l'anima, inevitabilmente un
flutto di tristezza le si levava dal cuore.
  Anche  quel giorno,  all'improvviso sopraggiungere di Andrea,  non aveva ella
avuto in fondo a s un istintivo moto di sospetto? Anzi un pensier lucido erale
balenato nello spirito: il pensiero che  Andrea  venisse  dalla  casa  di  Lady
Heathfield, dal palazzo Barberini.
  Ella sapeva che Andrea era stato l'amante di quella donna,  sapeva che quella
donna  si  chiamava  Elena,   sapeva   infine   che   quella   era   la   Elena
dell'inscrizione.   Ich lebe!....  Il distico del Goethe le squillava forte
sul cuore.  Quel grido lirico le dava  la  misura  dell'amor  d'Andrea  per  la
bellissima donna. Egli doveva averla immensamente amata!
  Camminando sotto gli alberi, ella ricordava l'apparizione di Elena nella sala
del  concerto,   al  Palazzo  dei  Sabini,  e  il  turbamento  mal  dissimulato
dell'antico amante.  Ricordava la terribile commozione che  l'aveva  presa  una
sera,  a  una  festa dell'Ambasciata d'Austria,  quando la contessa Starnina le
aveva detto, al passaggio di Elena: - Ti piace la Heathfield? Ei stata una gran
fiamma del nostro amico Sperelli, e credo che sia ancora.
   Credo che sia ancora.  Quante torture per quella frase!  Ella aveva seguita
con gli occhi la gran rivale,  di continuo, in mezzo alla folla elegante; e pi
d'una volta il suo sguardo erasi incontrato con quel di lei,  ed ella ne  aveva
avuto  un  brivido  indefinibile.  Poi,  nella sera medesima,  presentate l'una
all'altra dalla baronessa di Boeckhorst, in mezzo alla folla, avevano scambiato
un semplice inchino della testa.  E il tacito inchino erasi ripetuto in seguito
nelle assai rare volte che Donna Maria Ferres y Capdevila aveva attraversato un
salone mondano.
  Perch i dubbii,  sopiti o spenti sotto l'onda delle ebrezze, risorgevano con
tanta veemenza? Perch ella non riusciva a reprimerli, ad allontanarli?  Perch
in  fondo  a  lei si agitavano,  ad ogni piccolo urto dell'imaginazione,  tutte
quelle sconosciute inquietudini?
  Camminando sotto gli alberi,  ella sentiva crescere l'affanno.  Il suo  cuore
non  era pago;  il sogno levatosi dal suo cuore - nella mattina mistica,  sotto
gli alberi floridi,  in conspetto del mare - non s'era avverato.  La parte  pi
pura  e  pi  bella di quell'amore era rimasta l,  nel bosco solitario,  nella
selva  simbolica  che  fiorisce   e   fruttifica   perpetuamente   contemplando
l'Infinito.
  Ella  si  sofferm,  d'innanzi  al parapetto che guarda San Sebastianello.  I
vecchissimi elci,  d'una verdura cos cupa che quasi pareva nera,  protendevano
su  la  fontana  un  tetto arteficiato,  senza vita.  I tronchi portavano ampie
ferite, ricolmate con la calce e col mattone,  come le aperture d'una muraglia.
- Oh giovini lbatri raggianti e spiranti nella luce! - L'acqua grondando dalla
superior  tazza di granito nel bacino sottoposto metteva uno scoppio di gemiti,
a intervalli,  come un cuore che si  riempia  d'angoscia  e  poi  trabocchi  in
pianto.  -  Oh  melodia  delle Cento Fontane,  pel viale dei lauri!  - La citt
giaceva estinta, come sepolta dalla cenere d'un vulcano invisibile,  silenziosa
e funerea come una citt disfatta da una pestilenza,  enorme, informe, dominata
dalla Cupola che le sorgeva dal grembo come una nube.
  - Oh mare! Oh mare sereno!
  Ella sentiva crescere l'affanno.  Un'oscura minaccia veniva a lei dalle cose.
La  occup  quel  medesimo senso di timore che gi ella aveva provato pi d'una
volta. Sul suo spirito cristiano balen il pensiero del castigo.
  E tuttavia ella rabbrivid nel pi profondo del suo essere  al  pensiero  che
l'amante l'aspettava;  al pensiero dei baci, delle carezze, delle folli parole,
ella sent il suo sangue infiammarsi,  la sua anima languire.  Il brivido della
passione  vinse  il  brivido  del timor divino.  Ed ella si mosse verso la casa
dell'amante, trepida, sconvolta, come se andasse a un primo ritrovo.
  - Oh,  finalmente!  - esclam  Andrea,  accogliendola  fra  le  sue  braccia,
bevendole l'alito dalla bocca affannata.
  Poi, prendendole una mano e premendosela al petto:
  - Sentimi il cuore. Se tu indugiavi ancor un minuto, mi si rompeva.
  Ella mise la guancia nel luogo della mano. Egli le baci la nuca.
  - Senti?
  - S; mi parla.
  - Che ti dice?
  - Che non mi ami.
  -  Che  ti dice?  - ripet il giovine,  mordendola alla nuca,  impedendole di
sollevarsi.
  Ella rise.
  - Che mi ami.
  Ella si tolse il mantello, il cappello,  i guanti.  And a odorare i fiori di
lilla  bianchi  che  empivano  le  alte coppe fiorentine,  quelle del tondo.
borghesiano.  Aveva su i tappeti un passo di straordinaria leggerezza;  e nulla
era pi soave dell'atto con cui ella affondava il viso tra le ciocche delicate.
  -  Prendi  -  ella disse,  recidendo coi denti una cima e tenendola in bocca,
fuor delle labbra.
  - No;  io prender dalla  tua  bocca  un  altro  fiore,  men  bianco  ma  pi
saporoso...
  Si baciarono, a lungo, a lungo, in mezzo al profumo.
  Egli disse, con la voce un poi mutata, traendola:
  - Vieni, di l.
  - No,  Andrea;  tardi. Oggi, no. Restiamo qui. Io ti far il t; tu mi farai
tante carezze buone.
  Ella gli prese le mani, intrecci le sue dita a quelle di lui.
  - Non so che ho.  Mi sento il  cuore  cos  gonfio  di  tenerezza  che  quasi
piangerei.
  Le sue parole tremavano; i suoi occhi s'inumidivano.
  - Se potessi non lasciarti, restare qui tutta la sera!
  Un'accorazione profonda le suggeriva accenti d'indefinibile malinconia.
  - Pensare che tu non saprai mai tutto tutto il mio amore!  Pensare che io non
sapr mai il tuo! Mi ami tu? Dimmelo, dimmelo sempre, cento volte, mille volte,
senza stancarti. Mi ami?
  - Non lo sai forse?
  - Non lo so.
  Ella proffer queste parole con una voce tanto sommessa  che  Andrea  le  ud
appena.
  - Maria!
  Ella pieg il capo sul petto di lui,  in silenzio;  appoggi la fronte, quasi
aspettando ch'egli parlasse, per ascoltarlo.
  Egli guard quel povero capo reclinato sotto il peso del presentimento; sent
il premer leggero di quella fronte nobile e triste sul suo petto indurito dalla
menzogna,  fasciato di falsit.  Una  commozione  angosciosa  lo  strinse;  una
misericordia  umana di quella sofferenza umana gli chiuse la gola.  E quel buon
moto dell'anima si risolse in parole che  mentivano,  diede  il  tremito  della
sincerit a parole che mentivano.
  -  Tu  non lo sai.!...  Hai parlato piano;  il soffio ti si  spento su le
labbra;  qualche cosa in fondo a te s' levata contro quel  che  dicevi;  tutti
tutti  i  ricordi  del  nostro  amore si son levati contro quel che dicevi.  Tu
non sai. che io ti amo!...
  Ella rimaneva china,  ascoltando,  palpitando forte,  riconoscendo,  credendo
riconoscere  nella  voce  commossa  del  giovine  il suono vero della passione,
l'inebriante suono ch'ella  credeva  inimitabile.  Ed  egli  le  parlava  quasi
all'orecchio,  nel silenzio della stanza, mettendole sul collo un soffio caldo,
con pause pi dolci delle parole.
  - Avere un pensiero unico, assiduo,  di tutte l'ore,  di tutti gli attimi;...
non concepire altra felicit che quella,  sovrumana,  irraggiata dalla sola tua
presenza su l'esser mio;...  vivere tutto il giorno nell'aspettazione inquieta,
furiosa,  terribile,  del momento in cui ti rivedr;... nutrire l'imagine delle
tue carezze,  quando sei partita,  e di  nuovo  possederti  in  un'ombra  quasi
creata;...  sentirti,  quando io dormo,  sentirti,  sul mio cuore, viva, reale,
palpabile, mescolata al mio sangue, mescolata alla mia vita;... e credere in te
soltanto.,  giurare in te soltanto.,  riporre in te soltanto.  la  mia
fede,  la mia forza, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno,
e tutto quel che spero...
  Ella alz la faccia rigata di  lacrime.  Egli  tacque,  arrestandole  con  le
labbra le stille tiepide su le gote. Ella lacrimava e sorrideva, mettendogli le
dita tremule nei capelli, smarritamente, singhiozzando:
  - Anima, anima mia!
  Egli la fece sedere; le si inginocchi ai piedi, non lasciando di baciarla su
le  palpebre.  A  un  tratto,  ebbe  un  sussulto.  Aveva  sentito su le labbra
palpitare  rapidamente  i  lunghi  cigli  di  lei,  a  similitudine  di  un'ala
irrequieta.  Era una carezza strana che dava un piacere insostenibile;  era una
carezza che  Elena  un  tempo  soleva  fare  ridendo,  pi  volte  di  seguito,
costringendo  l'amante  al piccolo spasimo nervoso della vellicazione;  e Maria
l'aveva appresa da lui,  e spesso egli  sotto  una  tal  carezza  aveva  potuto
evocare l'imagine dell'altra..
  Al sussulto,  Maria sorrise.  E,  come le indugiava ancora una lacrima lucida
tra i cigli, ella disse:
  - Bevi anche questa!
  E, come egli bevve, ella rise, inconsapevole.
  Ella esciva dal pianto quasi lieta, rassicurata, piena di grazie!
  - Ti far il t - disse.
  - No; rimani qui, seduta.
  Egli s'accendeva,  vedendola sul divano,  tra i  cuscini.  Avvenne,  nel  suo
spirito, una subita sovrapposizione dell'imagine d'Elena.
  - Lasciami alzare!  - preg Maria, liberando il busto da un stretta. - Voglio
che tu beva il mio t. Sentirai. Il profumo t'arriver all'anima.
  Parlava d'un t prezioso,  giuntole da  Calcutta,  ch'ella  aveva  donato  ad
Andrea il giorno innanzi.
  Si  alz e and a sedersi su la seggiola di cuoio dalle Chimere,  dove ancora
moriva squisitamente il color  rosa di gruogo  dell'antica  dalmatica.  Su  la
piccola tavola ancora brillavano le maioliche fini di Castel Durante.
  Nel compier l'opera, ella diceva tante cose gentili; espandeva la sua bont e
la  sua  tenerezza  con un pieno abbandono;  godeva ingenuamente di quella cara
intimit segreta, in quella stanza tranquilla, in mezzo a quel lusso raffinato.
Dietro di lei,  come dietro la Vergine  nel  tondo.  di  Sandro  Botticelli,
sorgevano  le coppe di cristallo coronate dalle ciocche di lilla bianche;  e le
sue mani d'arcangelo si movevano tra le istoriette mitologiche di Luzio Dolci e
gli esametri d'Ovidio.
  - A che pensi?  - chiese ella ad Andrea  che  le  stava  vicino,  seduto  sul
tappeto, con la testa appoggiata contro un bracciuolo della seggiola.
  - Ti ascolto. Parla ancora!
  - Non pi.
  - Parla! Dimmi tante cose, tante cose...
  - Quali cose?
  - Quelle che sai tu sola.
  Egli   faceva   cullare   dalla   voce  di  lei  l'angoscia  che  gli  veniva
dall'altra.; faceva animare dalla voce di lei la figura dell'altra..
  - Senti? - esclam Maria, versando su le foglie aromatiche l'acqua bollente.
  Un profumo acuto si spandeva nell'aria,  col  vapore.  Andrea  l'aspir.  Poi
disse, chiudendo gli occhi, rovesciando indietro il capo:
  - Baciami.
  E,  appena ebbe il contatto delle labbra, trasal tanto forte che Maria ne fu
sorpresa.
  Ella vers,  in una tazza la bevanda  e  glie  la  offerse,  con  un  sorriso
misterioso.
  - Bada. C' un filtro.
  Egli rifiut l'offerta.
  - Non voglio bere a quella tazza.
  - Perch?
  - Dammi tu... da bere.
  - Ma come?
  - Cos. Prendi un sorso e non inghiottire.
  - Scotta troppo ancora.
  Ella  rideva,  a  quel  capriccio  dell'amante.  Egli  era  un  poi convulso,
pallidissimo, con lo sguardo alterato.  Aspettarono che il t si freddasse.  Ad
ogni momento,  Maria accostava le labbra all'orlo della tazza per provare;  poi
rideva, d'un piccolo riso fresco che non pareva suo.
  - Ora, si pu bere - annunzi.
  - Ora, prendi un bel sorso. Cos.
  Ella teneva le labbra serrate,  per contenere il  sorso;  ma  le  ridevano  i
grandi occhi a cui le lacrime recenti avevan dato maggior fulgore.
  - Ora, versa, a poco a poco.
  Egli  trasse nel bacio,  suggendo,  tutto il sorso.  Come sentiva mancarsi il
respiro, ella sollecitava il lento bevitore stringendogli le tempie.
  - Dio mio! Tu mi volevi soffocare.
  S'abbandon sul cuscino, quasi per riposarsi, languida, felice.
  - Che sapore aveva? Tu m'hai bevuta anche l'anima. Sono tutta vuota.
  Egli era rimasto pensoso, con lo sguardo fisso.
  - A che pensi?  - gli chiese Maria,  di  nuovo,  sollevandosi  a  un  tratto,
posandogli  un  dito  nel  mezzo  della  fronte,  quasi per fermare il pensiero
invisibile.
  - A nulla - rispose.  - Non pensavo.  Seguivo dentro di me  gli  effetti  del
filtro...
  Allora  ella  anche  volle  provare.  Bevve da lui con delizia.  Poi esclam,
premendosi una mano sul cuore e mettendo un lungo respiro:
  - Quanto mi piace!
  Andrea trem.  Non era quello lo stesso accento di  Elena  nella  sera  della
dedizione? Non erano le stesse parole? Egli le guardava la bocca.
  - Ripeti.
  - Che cosa?
  - Quello che hai detto.
  - Perch?
  -  E  una  parola  tanto  dolce,  quando  tu  la  pronunzii...  Tu  non  puoi
intendere... Ripeti.
  Ella  sorrideva,  inconsapevole,  un  poi  turbata  dallo  sguardo  singolare
dell'amante, quasi timida.
  - Ebbene... mi piace!
  - Ed io?
  - Come?
  - Ed io... a te...?
  Ella,  perplessa,  guardava  l'amante  che le si torceva ai piedi,  convulso,
nell'aspettazione della parola ch'egli voleva strapparle.
  - Ed io?
  - Ah! Tu... mi piaci.
  - Cos, cos... Ripeti. Ancora!
  Ella consentiva,  inconsapevole.  Egli provava uno  spasimo  ed  una  volutt
indefinibili.
  - Perch chiudi gli occhi?  - chiese ella,  non in sospetto, ma affinch egli
le esprimesse la sua sensazione.
  - Per morire.
  Egli pos la testa su le  ginocchia  di  lei,  rimanendo  qualche  minuto  in
quell'attitudine,  silenzioso, oscuro. Ella gli accarezzava piano i capelli, le
tempie,  la fronte ove,  sotto  la  carezza,  si  moveva  un  pensiero  infame.
D'intorno a loro, la stanza immergevasi nell'ombra, a poco a poco; fluttuava il
profumo  commisto  dei  fiori e della bevanda;  le forme si confondevano in una
sola apparenza armonica e ricca, senza realit.
  Dopo un intervallo, Maria disse:
  - Lvati, amore. Bisogna che io ti lasci. Ei tardi.
  Egli si lev, pregando:
  - Resta con me un altro momento, fino all'Ave Maria..
  E la trasse di  nuovo  a  sedere  sul  divano,  dove  i  cuscini  luccicavano
nell'ombra.  Nell'ombra  egli  la distese con un moto repentino,  le strinse il
capo,  coprendole di baci la faccia.  II  suo  ardore  era  quasi  iroso.  Egli
imaginava di stringere il capo dell'altra.,  e imaginava quel capo macchiato
dalle labbra del marito;  e non ne aveva ribrezzo ma ne aveva anzi un desiderio
pi selvaggio. Dai fondi pi bassi dell'istinto gli risalivano nella conscienza
tutte le torbide sensazioni avute in cospetto di quell'uomo;  gli risalivano al
cuore tutte le oscenit e le brutture,  come un'onda di  fango  rimescolata;  e
tutte  quelle  vili  cose passavano nei baci su le guance,  su la fronte,  su i
capelli, sul collo, su la bocca di Maria.
  - No; lasciami! - ella grid liberandosi dalla stretta con uno sforzo.
  E corse, verso la tavola del t, ad accendere le candele.
  - Siate savio - ella soggiunse,  un  poco  affannata,  ravviandosi,  con  una
gentile aria di cruccio.
  Egli era rimasto sul divano e la guardava, muto.
  Ella  and  verso la parete,  a fianco del caminetto,  ove pendeva il piccolo
specchio di Mona Amorrosisca.  Si mise il cappello e il velo,  innanzi a quella
lastra offuscata che aveva apparenza d'un'acqua torba, un poco verdastra.
  - Come mi dispiace di lasciarti, stasera!... Stasera pi delle altre volte...
- mormor, oppressa dalla malinconia dell'ora.
  Nella  stanza il lume violaceo del crepuscolo pugnava col lume delle candele.
La tazza di t era su l'orlo della tavola, fredda, diminuita dei due sorsi.  In
sommo  delle alte coppe di cristallo i fiori di lilla parevano pi bianchi.  Il
cuscino della  poltrona  conservava  ancora  l'impronta  del  corpo  ch'eravisi
affondato.
  La campana della Trinit dei Monti cominci a sonare.
  -  Dio  mio,  com'  tardi!  Aiutami  a mettermi il mantello - fece la povera
creatura, tornando verso Andrea.
  Egli la strinse di nuovo fra le braccia, la stese,  la copr di baci furiosi,
ciecamente,  perdutamente, con un divorante ardore, senza parlare, soffocandole
il gemito su la bocca,  soffocando su la bocca di lei un impeto che gli veniva,
quasi invincibile, di gridare il nome di Elena. E sul corpo della inconsapevole
consum l'orribile sacrilegio.
  Rimasero qualche minuto avvinti. Ella disse, con la voce spenta ed ebra:
  - Tu ti prendi la mia vita!
  Ella era felice di quell'appassionata veemenza.
  Ella disse:
  - Anima, anima mia, tutta tutta mia!
  Disse, felice:
  - Ti sento battere il cuore... tanto forte, tanto forte!
  Poi disse, con un sospiro:
  - Lasciami alzare. Bisogna ch'io vada.
  Andrea era bianco e stravolto come un omicida.
  - Che hai? - gli chiese ella teneramente.
  Egli volle sorriderle. Rispose:
  - Non avevo mai provata una commozione cos profonda. Credevo di morire.
  Si volse a una delle coppe,  tolse il fascio dei fiori,  e l'offerse a Maria,
accompagnandola verso la porta,  quasi sollecitandola a partirsi,  poich  ogni
gesto, ogni sguardo, ogni parola di lei gli dava uno strazio insostenibile.
  - Addio, amore. Sognami! - disse la povera creatura, dalla soglia, con la sua
tenerezza suprema.



  La  mattina  del  20  maggio,  Andrea Sperelli risaliva il Corso inondato dal
sole, quando si sent chiamare, innanzi al portone del Circolo.
  Stava sul marciapiede un crocchio di gentiluomini amici, godendo il passaggio
delle signore e malignando. C'era Giulio Musllaro, con Ludovico Barbarisi, con
il duca di Grimiti, con Galeazzo Secnaro; c'era Gino Bommnaco;  c'era qualche
altro.
  - Non sai il fatto di stanotte? - gli domand il Barbarisi.
  - No. Quale fatto?
  - Don Manuel Ferres, il ministro del Guatemala...
  - Ebbene?
  - Ei stato sorpreso, in pieno giuoco, mentre barava.
  Lo  Sperelli  si domin,  quantunque alcuno dei gentiluomini lo guardasse con
una certa curiosit maliziosa.
  - E come?
  - Galeazzo era presente, anzi giocava allo stesso tavolo.
  Il principe Secnaro si mise a raccontare le particolarit.
  Andrea Sperelli  non  affett  l'indifferenza.  Ascoltava  anzi  con  un'aria
attenta e grave. Disse, infine:
  - Mi dispiace molto.
  Rimase  pochi  altri  minuti  nel  crocchio;  salut  quindi  gli amici,  per
andarsene.
  - Che via fai? - gli domand il Secnaro.
  - Torno a casa.
  - Ti accompagno per un tratto.
  S'incamminarono in gi, verso la via dei Condotti. Il Corso era un lietissimo
fiume di sole, dalla piazza di Venezia alla piazza del Popolo.  Le signore,  in
chiari  abbigliamenti  primaverili,  passavano  lungo  le vetrine scintillanti.
Pass la principessa di Ferentino con Barbarella  Viti,  sotto  una  cupola  di
merletto. Pass Bianca Dolcebuono. Pass la giovine sposa di Leonetto Lanza.
  -  Lo  conoscevi  tu,  quel  Ferres?  - domand Galeazzo allo Sperelli ch'era
taciturno.
  - S;  lo conobbi l'anno scorso,  di settembre,  a Schifanoja,  da mia cugina
Ateleta. La moglie  una grande amica di Francesca. Perci il fatto mi dispiace
molto.  Bisognerebbe  cercare  di  dargli  la minor possibile publicit.  Tu mi
renderesti un servigio, aiutandomi...
  Galeazzo si profferse con premura cordiale.
  - Credo - egli disse - che  lo  scandalo  in  parte  sarebbe  evitato  se  il
ministro presentasse le dimissioni al suo Governo, ma senza indugio, come gli 
stato  ingiunto  dal  presidente  del  Circolo.  Il ministro invece si rifiuta.
Stanotte aveva un'attitudine di persona offesa;  alzava la  voce.  E  le  prove
erano l! Bisognerebbe persuaderlo...
  Seguitarono  a  parlare  del  fatto,  camminando.  Lo  Sperelli  era grato al
Secnaro,  della premura cordiale.  Il  Secnaro  era  predisposto,  da  quella
intimit, alle confidenze amichevoli.
  Su l'angolo della via dei Condotti, scorsero la signora di Mount Edgcumbe che
seguiva  il marciapiede sinistro,  lungo le vetrine giapponesi,  con quella sua
andatura molle e ritmica e affascinante.
  - Donna Elena - disse Galeazzo.
  Ambedue la guardarono;  ambedue sentirono il fascino di quell'incesso.  Ma lo
sguardo di Andrea penetr le vesti, vide le forme note, il dorso divino.
  Quando la raggiunsero, la salutarono insieme; e passarono oltre. Ora essi non
potevano  guardarla ed erano guardati.  E fu per Andrea un supplizio nuovissimo
quel camminare a fianco d'un rivale,  sotto gli  occhi  della  donna  agognata,
pensando  che  i  terribili  occhi  si  dilettavano forse d'un confronto.  Egli
medesimo si paragon, mentalmente, al Secnaro.
  Costui aveva  il  tipo  bovino  d'un  Lucio  Vero  biondo  e  cerulo;  e  gli
rosseggiava tra la copia magnifica dell'oro una bocca di nessuna significazione
spirituale,  ma bella. Era alto, quadrato, vigoroso, d'una eleganza non fine ma
disinvolta.
  - Ebbene? - gli domand Andrea, spinto all'audacia da una invincibile smania.
- Ei a buon punto l'avventura?
  Egli sapeva di poter parlare in quel modo a quell'uomo.
  Galeazzo gli si volse con un'aria tra  attonita  e  indagatrice;  poich  non
s'aspettava  da  lui  una  simile domanda e tanto meno in un tono cos frivolo,
cos perfettamente calmo. Andrea sorrideva.
  - Ah, da quanto tempo dura il mio assedio!  - rispose il principe barbato.  -
Da tempo immemorabile, a varie riprese, e sempre senza fortuna. Arrivavo sempre
troppo  tardi: qualcuno m'aveva gi preceduto nell'espugnazione.  Ma non mi son
mai perduto d'animo.  Ero convinto che,  o prima o poi,  sarebbe venuto il  mio
turno. Attendre pour atteindre.. Infatti...
  - Dunque?
  - Lady Heathfield m' pi benigna della duchessa di Scerni.  Avr,  io spero,
l'ambitissimo onore d'essere inscritto dopo te, nella lista...
  Egli ruppe in un riso un poi grosso, mostrando la dentatura candida.
  - Credo che le mie gesta indiane,  divulgate  da  Giulio  Musllaro,  abbiano
aggiunto alla mia barba qualche filo eroico d'irresistibile virt.
  - Oh, ma la tua barba in questi giorni deve fremere di ricordi...
  - Di quali ricordi?
  - Di ricordi bacchici.
  - Non capisco.
  - Come! Tu dimentichi la famosa Fiera di maggio dell'ottantaquattro?
  -  Oh,  guarda!  Mi  ci  fai  pensare.  Cadrebbe  in  questi  giorni il terzo
anniversario... Tu per non c'eri. E chi t'ha raccontato?...
  - Vuoi saper troppo, mio caro.
  - Dimmelo; ti prego.
  - Pensa piuttosto a valerti dell'anniversario con  abilit;  e  dammi  presto
notizie.
  - Quando ci vedremo?
  - Quando ti piace.
  -  Pranza  con  me  stasera,  al  Circolo,  verso  le otto.  Cos potremo poi
occuparci insieme dell'altra faccenda.
  - Va bene. Addio, Barbadoro. Corri!
  Si separarono nella piazza di Spagna,  a  pi  della  scala;  e,  come  Elena
attraversava la piazza dirigendosi verso la via dei Due Macelli per salire alle
Quattro Fontane, il Secnaro la raggiunse e l'accompagn.
  Andrea,  dopo  lo sforzo della dissimulazione,  si sentiva pesare il cuore su
per la scala, orribilmente. Credeva di non poterlo trascinare alla sommit.  Ma
egli era sicuro omai che,  in seguito, il Secnaro gli avrebbe tutto confidato;
e quasi gli pareva d'aver ottenuto un vantaggio! Per una specie di ubriachezza,
per una specie di follia datagli dall'eccesso  della  sofferenza,  egli  andava
ciecamente  incontro  a  torture  nuove  e  sempre  pi  crudeli  e  sempre pi
insensate,  aggravando e complicando  in  mille  modi  le  condizioni  del  suo
spirito,   passando  di  pervertimento  in  pervertimento,  di  aberrazione  in
aberrazione, di atrocit in atrocit, senza potersi pi arrestare,  senza avere
un  attimo  di  sosta  nella caduta vertiginosa.  Egli era divorato come da una
febbre inestinguibile che facesse schiudere col suo calore negli oscuri  abissi
dell'essere tutti i germi delle abiezioni umane. Ogni pensiero, ogni sentimento
portava la macchia. Egli era tutto una piaga.
  Eppure,  l'inganno  medesimo  lo  legava  forte alla donna ingannata.  Il suo
spirito erasi cos stranamente adattato alla mostruosa comedia,  che quasi  non
concepiva pi altro modo di piacere,  altro modo di dolore. Quella incarnazione
di una donna in un'altra non era pi un atto  di  passione  esasperata  ma  era
un'abitudine  di  vizio  e  quindi  un  bisogno  imperioso,  una  necessit.  E
l'istrumento inconsapevole di quel vizio era divenuto quindi per lui necessario
come il vizio medesimo. Per un fenomeno di depravazion sensuale, egli era quasi
giunto a credere che il  real  possesso  di  Elena  non  gli  avrebbe  dato  il
godimento  acuto  e  raro  datogli da quel possesso imaginario.  Egli era quasi
giunto a non poter pi separare,  nell'idea di volutt,  le due donne.  E  come
pensava  diminuita  la volutt nel possesso reale dell'una,  cos anche sentiva
tutti i suoi nervi ottusi quando,  per una stanchezza  dell'imaginazione,  egli
trovavasi innanzi alla forma reale immediata. dell'altra.
  Perci  egli non resse al pensiero che Maria dalla ruina di Don Manuel Ferres
gli fosse tolta.
  Quando verso sera Maria venne,  egli sbito s'accorse che la povera  creatura
ignorava  ancora  la  sua disgrazia.  Ma,  il giorno dopo,  ella venne ansante,
sconvolta, pallida come una morta; e gli singhiozz tra le braccia, nascondendo
il viso:
  - Tu sai?
  La  notizia  s'era  sparsa.  Lo  scandalo  era  inevitabile;   la  ruina  era
irrimediabile.  Seguirono giorni di supplizio disperati;  in cui Maria, rimasta
sola dopo la partenza precipitosa del baro,  abbandonata  dalle  poche  amiche,
assaltata  dai  creditori  innumerevoli  di  suo marito,  perduta in mezzo alle
formalit legali dei sequestri,  in mezzo agli uscieri e agli usurai e ad altra
gente  vile,  diede prova di una eroica fierezza,  ma senza riuscire a salvarsi
dal crollo finale che schiacci ogni speranza.
  Ed ella non volle dall'amante  alcun  aiuto,  ella  non  parl  mai  del  suo
martirio all'amante che le rimproverava la brevit delle visite d'amore; non si
lament mai;  seppe ancora trovare per lui un sorriso men triste;  seppe ancora
obedire  ai  capricci,   concedere  appassionatamente   il   suo   corpo   alle
contaminazioni,  effondere  sul  capo  del  carnefice  le  pi  calde tenerezze
dell'anima sua.
  Tutto,  intorno  a  lei,  cadeva.  Il  castigo  era  piombato  improvviso.  I
presentimenti dicevano il vero!
  Ed  ella  non si rammaric di aver ceduto all'amante,  non si pent d'essersi
data a lui con tanto abbandono, non rimpianse la sua purit perduta.  Ella ebbe
un solo dolore, pi forte d'ogni rimorso e d'ogni paura, pi forte d'ogni altro
dolore;  e fu al pensiero di doversi allontanare,  di dover partire, di doversi
dividere dall'uomo ch'era per lei la vita della vita.
  - Io morir,  amico mio.  Vado a morire lontana da te,  sola sola.  Tu non mi
chiuderai gli occhi...
  Ella  gli  parlava della sua fine con un sorriso profondo,  pieno di certezza
rassegnata.  Andrea le faceva  balenare  ancora  un'illusion  di  speranza,  le
gettava nel cuore il seme d'un sogno, il seme d'una sofferenza futura!
  - Io non ti lascer morire.  Tu sarai ancora mia,  per lungo tempo. Il nostro
amore avr ancora giorni felici...
  Egli le parlava d'un prossimo avvenire. - Si sarebbe stabilito a Firenze;  di
l  sarebbe  andato  spesso  a  Siena,  sotto  pretesto  di studii;  si sarebbe
trattenuto a Siena mesi intieri,  copiando qualche antica  pittura,  ricercando
qualche  antica  cronaca.  Il  loro  amore  misterioso  avrebbe  avuto  un nido
nascosto, in una via deserta, o fuori delle mura, nella campagna,  in una villa
ornata di maioliche robbiesche,  circondata d'un verziere.  Ella avrebbe saputo
trovare un'ora per lui.  Qualche volta anche sarebbe venuta a Firenze  per  una
settimana,  per  una  gran  settimana  di  felicit.  Avrebbero portato il loro
idillio su la collina di Fiesole,  in un settembre mite come  un  aprile;  e  i
cipressi di Montughi sarebbero stati clementi come i cipressi di Schifanoja.
  - Fosse vero! Fosse vero! - sospirava Maria.
  - Non mi credi?
  - S,  ti credo; ma il cuore mi dice che tutte queste cose, troppo dolci, non
esciranno dal sogno.
  Ella voleva che Andrea  la  reggesse  a  lungo  su  le  braccia;  e  rimaneva
appoggiata contro il petto di lui,  senza parlare,  raccogliendosi tutta,  come
per nascondersi,  col movimento e col brivido  d'una  persona  malata  o  d'una
persona minacciata che abbia bisogno di protezione.  Chiedeva ad Andrea carezze
spirituali,  quelle che nel suo linguaggio intimo ella chiamava  carezze  buone
,  quelle che la intenerivano e le davano lacrime di struggimento pi soavi di
qualunque piacere.  Non sapeva comprendere come  in  quei  momenti  di  suprema
spiritualit,  in  quelle ultime ore dolorose della passione,  in quelle ore di
addio, l'amante non fosse pago di baciarle le mani.
  Ella pregava, quasi ferita dal crudo desiderio di Andrea:
  - No,  amore!  Mi sembra che tu sia pi vicino a me,  pi stretto a  me,  pi
confuso  con  il  mio essere,  quando mi ti siedi accanto,  quando mi prendi le
mani, quando mi guardi in fondo agli occhi,  quando mi dici le cose che tu solo
sai dire.  Mi sembra che le altre carezze ci allontanino,  che mettano tra me e
te non so quale ombra...  Non so veramente rendere il mio pensiero...  Le altre
carezze mi lasciano poi tanto triste, tanto tanto triste... non so... e stanca,
d'una stanchezza tanto cattiva!
  Ella pregava,  umile,  sommessa, temendo di dispiacergli. Ella non faceva che
evocare memorie, memorie, memorie, passate,  recenti,  con le particolarit pi
minute,  ricordandosi dei gesti pi lievi, delle parole pi fuggevoli, di tutti
i piccoli fatti pi insignificanti,  che per lei avevano avuto un  significato.
Il suo cuore tornava con maggior frequenza ai primissimi giorni di Schifanoja.
  - Ti ricordi? Ti ricordi?
  E le lacrime d'improvviso le empivano gli occhi abbattuti.
  Una sera, Andrea le domand, pensando al marito:
  - Da che io ti conosco, tu sei stata sempre tutta mia?
  - Sempre.
  - Non ti chiedo dell'anima...
  - Taci! Sempre tutta. tua.
  Ed egli, che in questo non aveva creduto a nessuna delle sue amanti adultere,
le  credette;  non  ebbe  neppur  l'ombra  d'un  dubbio  su  la  verit ch'ella
affermava.
  Le credette;  perch,  pur contaminandola e ingannandola senza ritegno,  egli
sapeva d'essere amato da un alto e nobile spirito, egli sapeva omai di trovarsi
innanzi a una grande e terribile passione, egli aveva omai conscienza di quella
grandezza  come  della  propria  vilt.   Egli  sapeva,  egli  sapeva  d'essere
immensamente amato;  e talvolta,  nelle furie delle sue imaginazioni,  giungeva
perfino a mordere la bocca della dolce creatura per non gridare un nome che gli
risaliva  con  invincibile  impeto  alla  gola;  e  la  buona  e  dolente bocca
sanguinava in un sorriso inconscio, dicendo:
  - Anche cos, tu non mi fai male.
  Mancavano all'addio pochissimi giorni.  Miss Dorothy aveva condotto Delfina a
Siena  ed  era tornata per aiutare la signora negli ultimi pi gravi fastidii e
per accompagnarla nel viaggio. A Siena, in casa della madre,  la verit non era
nota.  Anche  Delfina  non  conosceva  nulla.  Maria s'era limitata a mandar la
notizia d'un richiamo improvviso che Manuel aveva  avuto  dal  suo  Governo.  E
s'apparecchiava a partire;  s'apparecchiava a lasciare le stanze, piene di cose
dilette,  in mano dei periti publici che gi  avevano  scritto  l'inventario  e
avevano  stabilita  la data dell'incanto: - 20 giugno,  luned,  alle dieci del
mattino.
  La sera del 9 giugno,  sul punto di separarsi da Andrea,  ella cercava un suo
guanto  smarrito.  Nel  cercare,  ella  vide  sopra un tavolo il libro di Percy
Bysshe Shelley,  il medesimo volume che Andrea le aveva prestato  al  tempo  di
Schifanoja,  il volume in cui ella aveva letto la Recollection.  prima della
gita a Vicomle, il caro e triste volume in cui ella aveva segnato con l'unghia
i due versi:

           And forget me, for I can never
                Be thine!. 

  Ella lo prese, con una commozione visibile;  lo sfogli;  trov la pagina,  i
segni dell'unghia, i due versi.
  - Never!.  - mormor,  scotendo il capo.  - Ti ricordi? E son passati otto
mesi appena!
  Rest un poco pensosa; sfogli ancora il libro; lesse qualche altro verso.
  - Ei il nostro poeta - soggiunse.  - Quante volte m'hai promesso di  condurmi
al cimitero inglese!  Ti ricordi?  Dovevamo portare i fiori al sepolcro... Vuoi
che andiamo? Conducimi prima ch'io parta. Sar l'ultima passeggiata.
  Egli disse:
  - Andiamo domani.
  Andarono, quando il sole era gi sul declinare. Nella carrozza coperta,  ella
teneva  su  le  ginocchia  un  fascio di rose.  Passarono di sotto all'Aventino
arborato.  Intravidero i navigli carichi di vin siciliano ancorati nel porto di
Ripa grande.
  In vicinanza del cimitero,  discesero;  percorsero un tratto a piedi, fino al
cancello,  taciturni.  Maria sentiva in  fondo  all'anima  ch'ella  non  andava
soltanto  a  portar fiori sul sepolcro d'un poeta ma che andava a piangere,  in
quel luogo di morte, qualche cosa di s, irreparabilmente perduta. Il frammento
di Percy,  letto nella notte,  nell'insonnio,  le risonava in fondo  all'anima,
mentre guardava i cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia imbiancata.
   La Morte  qui,  e la Morte  l; da per tutto la Morte  all'opera; intorno
a noi,  in noi,  sopra di noi,  sotto di noi  la Morte;  e noi non  siamo  che
Morte.
   La  Morte  ha  messo  la sua impronta e il suo suggello su tutto ci che noi
siamo, e su tutto ci che sentiamo e su tutto ci che conosciamo e temiamo.
   Da prima muoiono i nostri piaceri,  e quindi le nostre speranze,  e quindi i
nostri timori;  e quando tutto ci  morto,  la polvere chiama la polvere e noi
anche moriamo.
   Tutte le cose  che  noi  amiamo  ed  abbiam  care  come  noi  stessi  devono
dileguarsi  e  perire.  Tale    il  nostro crudele destino.  L'amore,  l'amore
medesimo morirebbe, se tutto il resto non morisse...  
  Varcando la soglia, ella mise il suo braccio sotto quello di Andrea, presa da
un piccolo brivido.
  Il cimitero era solitario. Alcuni giardinieri davano acqua alle piante, lungo
la muraglia,  facendo oscillare l'inaffiatoio  con  un  movimento  continuo  ed
eguale,  in  silenzio.  I  cipressi  funebri  s'inalzavano  diritti ed immobili
nell'aria: soltanto le loro cime,  fatte d'oro dal  sole,  avevano  un  leggero
tremito. Tra i fusti rigidi e verdastri, come di pietra tiburtina, sorgevano le
tombe  bianche,  le lapidi quadrate,  le colonne spezzate,  le urne,  le arche.
Dalla cupa  mole  dei  cipressi  scendevano  un'ombra  misteriosa  e  una  pace
religiosa  e  quasi  una  dolcezza  umana,  come dal duro sasso scende un'acqua
limpida e benefica.  Quella regolarit costante  delle  forme  arboree  e  quel
candor modesto del marmo sepolcrale davano all'anima un senso di riposo grave e
soave.  Ma  in mezzo ai tronchi allineati come le canne sonore d'un organo e in
mezzo alle lapidi, gli oleandri ondeggiavano con grazia, tutti invermigliati di
fresche ciocche fiorite;  i rosai  si  sfogliavano  ad  ogni  fiato  di  vento,
spargendo su l'erba la loro neve odorante; gli eucalipti inchinavano le pallide
capellature che or s or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e
su  le  corone  il  loro pianto molle;  i cacti qua e l mostravano i magnifici
grappoli bianchi simili a sciami dormienti di farfalle o  a  manipoli  di  rare
piume.  E  il  silenzio  era  interrotto a quando a quando dal grido di qualche
uccello disperso.
  Andrea disse, indicando il sommo dell'altura:
  - Il sepolcro del poeta  lass,  in vicinanza di quella rovina,  a sinistra,
sotto l'ultimo torrione.
  Maria  si  sciolse da lui,  per salire su pei sentieri angusti,  tra le siepi
basse di mirto. Ella andava innanzi, e l'amante la seguiva. Ella aveva il passo
un poco stanco;  si soffermava ad  ogni  tratto;  ad  ogni  tratto  si  volgeva
indietro  per sorridere all'amante.  Era vestita di nero;  portava un velo nero
sul viso,  che le giungeva fino al labbro superiore;  e il  suo  sorriso  tenue
tremolava sotto l'orlo nero,  si ombrava come d'un'ombra di lutto. Il suo mento
ovale era pi bianco e pi puro delle rose ch'ella portava in mano.
  Accadde che, mentre ella si volgeva,  una rosa si sfogli.  Andrea si chin a
raccogliere le foglie sul sentiero,  innanzi  piedi di lei. Ella lo guardava.
Egli pos i ginocchi a terra, dicendo:
  - Adorata!
  Un ricordo sorse a lei nello spirito, evidente come una visione.
  - Ti ricordi - ella disse - quella mattina.,  a Schifanoja,  quando io  ti
gettai  un pugno di foglie,  dalla penultima terrazza?  Tu t'inginocchiasti sul
gradino, mentre io discendevo... Quei giorni, non so,  mi paiono tanto vicini e
tanto lontani! Mi pare d'averli vissuti ieri, d'averli vissuti un secolo fa. Ma
forse li ho sognati?
  Giunsero,  tra  le siepi basse di mirto,  fino all'ultimo torrione a sinistra
dov' il sepolcro del poeta e del Trelawny.  Il gelsomino,  che s'arrampica per
l'antica rovina, era fiorito; ma delle viole non rimaneva che la folta verdura.
Le  cime  dei  cipressi  giungevano  alla  linea  dello  sguardo  e tremolavano
illuminate pi vivamente dall'estremo rossor del sole che tramontava dietro  la
nera  croce  del  Monte Testaccio.  Una nuvola violacea,  orlata d'oro ardente,
navigava in alto verso l'Aventino.
   Qui sono due amici,  le cui vite furono legate.  Che anche la  loro  memoria
viva insieme, ora ch'essi giacciono sotto la tomba; e che l'ossa loro non sieno
divise,  poich i loro due cuori nella vita facevano un cuor solo: for their
two hearts in life were single hearted!. 
  Maria ripet l'ultimo verso.  Poi  disse  ad  Andrea,  mossa  da  un  pensier
delicato:
  - Scioglimi il velo.
  E gli si appress arrovesciando un poco il capo perch egli le sciogliesse il
nodo su la nuca.  Le dita di lui le toccavano i capelli, i meravigliosi capelli
che,  quando erano sparsi,  parevano vivere  come  una  foresta,  di  una  vita
profonda  e  dolce;  all'ombra  dei  quali egli aveva tante volte assaporata la
volutt dei suoi inganni e tante volte evocata un'imagine perfida. Ella disse:
  - Grazie.
  E si tolse il velo di su la  faccia,  guardando  Andrea  con  occhi  un  poco
abbagliati.  Ella appariva molto bella.  Il cerchio intorno le occhiaie era pi
cupo e pi cavo, ma le pupille brillavano d'un fuoco pi penetrante. Le ciocche
dense dei capelli aderivano alle tempie, come ciocche di giacinti bruni, un poi
violetti.  Il mezzo della fronte,  scoperto,  libero,  splendeva nel contrasto,
d'un candor quasi lunare.  Tutti i lineamenti s'erano affinati, avevano perduto
qualche parte della loro materialit,  alla fiamma  assidua  dell'amore  e  del
dolore.
  Ella avvolse al velo nero gli steli delle rose, annod le estremit con molta
cura;  poi aspir il profumo, quasi affondando il viso nel fascio. E poi depose
il fascio su la semplice pietra ov'era inciso il nome del poeta. E il suo gesto
ebbe una indefinibile espressione, che Andrea non pot comprendere.
  Seguitarono  innanzi  per  cercare  la  tomba  di  John  Keats,   del   poeta
d'Endymion..
  Andrea le domand, soffermandosi a riguardare indietro, verso il torrione:
  - Come le hai avute, quelle rose?
  Ella gli sorrise ancora, ma con gli occhi umidi.
  - Sono le tue, quelle della notte di neve, rifiorite stanotte. Non ci credi?
  Si levava il vento della sera;  e il cielo, dietro la collina, era tutto d'un
color diffuso d'oro in mezzo a cui la nuvola discioglievasi come consunta da un
rogo.  I cipressi in ordine,  su quel campo di luce,  erano pi grandiosi e pi
mistici,  tutti  penetrati di raggi e vibranti nei culmini acuti.  La statua di
Psiche in cima al viale medio aveva assunto un pallore di carne.  Gli  oleandri
sorgevano  in  fondo  come  mobili cupole di porpora.  Su la piramide di Cestio
saliva la luna crescente, per un ciel glauco e profondo come l'acqua d'un golfo
in quiete.
  Essi discesero, lungo il viale medio, fino al cancello.  I giardinieri ancora
davan acqua alle piante, sotto la muraglia, facendo oscillare l'inaffiatoio con
un movimento continuo ed eguale,  in silenzio.  Due altri uomini, tenendo per i
lembi una coltre mortuaria di velluto e d'argento,  la sbattevano forte;  e  la
polvere  metteva  un luccichio spandendosi.  Giungeva dall'Aventino un suono di
campane.
  Maria si strinse al  braccio  dell'amante,  non  reggendo  pi  all'angoscia,
sentendosi ad ogni passo mancare il suolo, credendo di lasciare su la via tutto
il  suo  sangue.  E,  appena  fu  nella  carrozza,  ruppe in lacrime disperate,
singhiozzando su la spalla dell'amante:
  - Io muoio.
  Ma ella non moriva. E sarebbe stato meglio, per lei, s'ella fosse morta.
  Due giorni dopo, Andrea faceva colazione in compagnia di Galeazzo Secnaro, a
un tavolo del Caff di Roma.  Era una  mattinata  calda.  Il  Caff  era  quasi
deserto,  immerso nell'ombra e nel tedio. I servi sonnecchiavano, tra il ronzio
delle mosche.
  - Dunque - raccontava il principe barbato - sapendo che a lei piace di  darsi
in circostanze straordinarie e bizzarre, osai...
  Raccontava,  crudamente,  il  modo  audacissimo con cui aveva potuto prendere
Lady Heathfield; raccontava senza scrupoli e senza reticenze,  non tralasciando
alcuna  particolarit,  lodando  la  bont  dell'acquisto al conoscitore.  Egli
s'interrompeva,  di tratto in tratto,  per mettere il coltello in un  pezzo  di
carne succulenta e sanguinante, che fumigava, o per vuotare un bicchiere di vin
rosso. La sanit e la forza emanavano da ogni sua attitudine.
  Andrea Sperelli accese una sigaretta. Ad onta dei conati, egli non riesciva a
inghiottire il cibo,  a vincere la ripugnanza dello stomaco agitato in sommo da
un orribile tremolio.  Quando il Secnaro gli  versava  il  vino,  egli  beveva
insieme il vino e il tossico.
  A  un  certo punto,  il principe,  sebbene fosse assai poco sottile,  ebbe un
dubbio;   guard  l'antico  amante  di  Elena.   Questi  non  dava,   oltre  la
disappetenza,  altro  segno  esteriore  di  turbamento;  gittava all'aria,  con
pacatezza,  i nuvoli di fumo e sorrideva del solito suo sorriso un poi  ironico
al narratore giocondo.
  Il principe disse:
  - Oggi ella verr da me, per la prima volta.
  - Oggi? A casa tua?
  - S.
  -  Ei  un  mese eccellente questo,  a Roma,  per l'amore.  Dalle tre alle sei
pomeridiane ogni buen retiro. nasconde una coppia...
  - Infatti - interruppe Galeazzo - ella verr alle tre.
  Ambedue guardaron l'orologio. Andrea chiese:
  - Vogliamo andarcene?
  - Andiamo - rispose Galeazzo, levandosi. - Faremo la via Condotti insieme. Io
vado per fiori al Babuino. Dimmi tu, che sai: quali fiori preferisce?
  Andrea si mise a ridere;  e gli venne alle labbra un motto atroce.  Ma disse,
incurantemente:
  - Le rose, una volta.
  D'innanzi alla Barcaccia, si separarono.
  La  piazza di Spagna,  in quell'ora,  aveva gi una deserta apparenza estiva.
Alcuni operai restauravano un condotto;  e un cumulo di terra,  disseccato  dal
sole,  levavasi in turbini di polvere ai soffii caldi del vento. La scala della
Trinit splendeva bianca e deserta.
  Andrea sal,  piano piano,  soffermandosi ad ogni due o tre gradini,  come se
trascinasse un peso enorme. Rientr nella sua casa; rest nella sua stanza, sul
letto,  fino  alle due e tre quarti.  Alle due e tre quarti usc.  Prese la via
Sistina,  seguit per le Quattro Fontane,  oltrepass il palazzo Barberini;  si
arrest  poco  discosto,  innanzi agli scaffali d'un venditore di libri vecchi,
aspettando le tre.  Il venditore,  un omuncolo tutto rugoso e pelloso come  una
testuggine decrepita,  gli offerse i libri. Sceglieva i suoi migliori volumi, a
uno a uno,  e glie li metteva sotto gli occhi,  parlando con  una  voce  nasale
d'insopportabile monotonia.  Mancavano pochi minuti alle tre. Andrea guardava i
titoli dei libri e vigilava i cancelli del palazzo e udiva la voce del  libraio
confusamente, in mezzo al fragore delle sue vene.
  Una donna usc dai cancelli,  discese pel marciapiede verso la piazza,  mont
in una vettura publica, si allontan per la via del Tritone.
  Andrea discese dietro di lei;  prese di nuovo la via Sistina;  rientr  nella
sua  casa.  Aspett  che  venisse  Maria.  Gittato sul letto,  si mantenne cos
immobile che pareva non soffrisse pi.
  Alle cinque, giunse Maria.
  Ella disse, ansante:
  - Sai?  Io posso rimanere con te,  tutta la sera,  tutta  la  notte,  fino  a
domattina.
  Ella disse:
  - Questa sar la prima e l'ultima notte d'amore! Io parto marted.
  Ella gli singhiozz su la bocca, tremando forte, stringendoglisi forte contro
la persona:
  - Fa che io non veda domani! Fammi morire!
  Guardandolo nella faccia disfatta, gli domand:
  - Tu soffri? Anche tu... pensi che non ci rivedremo pi mai?
  Egli  provava  una  difficolt  immensa a parlarle,  a risponderle.  Aveva la
lingua torpida,  gli mancavano le  parole.  Provava  un  bisogno  istintivo  di
nascondere la faccia,  di sottrarsi allo sguardo, di sfuggire alle domande. Non
seppe consolarla,  non  seppe  illuderla.  Rispose,  con  una  voce  soffocata,
irriconoscibile:
  - Taci.
  Le  si  raccolse ai piedi;  rest lungo tempo con la testa sul grembo di lei,
senza parlare. Ella gli teneva le mani su le tempie,  sentendogli la pulsazione
delle  arterie  ineguale  e veemente,  sentendolo soffrire.  Ed ella stessa non
soffriva pi del suo proprio  dolore,  ma  soffriva  ora  del  dolore  di  lui,
soltanto del dolore di lui.
  Egli si lev; le prese le mani; la trasse nell'altra stanza. Ella obed.
  Nel letto,  smarrita, sbigottita, innanzi al cupo ardore del forsennato, ella
gridava:
  - Ma Che hai? Ma che hai?
  Ella  voleva  guardarlo  negli  occhi,  conoscere  quella  follia;   ed  egli
nascondeva il viso,  perdutamente, nel seno, nel collo, nei capelli di lei, nei
guanciali.
  A  un  tratto,  ella  gli  si  svincol  dalle  braccia,  con  una  terribile
espressione  d'orrore  in  tutte  quante  le membra,  pi bianca dei guanciali,
sfigurata pi che s'ella fosse allora allora balzata di tra  le  braccia  della
Morte.
  Quel nome! Quel nome! Ella aveva udito quel nome!
  Un gran silenzio le vuot l'anima. Le si apr, dentro, un di quegli abissi in
cui  tutto  il  mondo sembra scomparire all'urto d'un pensiero unico.  Ella non
udiva pi altro;  ella non udiva pi  nulla.  Andrea  gridava,  supplicava,  si
disperava invano.
  Ella  non  udiva.  Una  specie d'istinto la guid negli atti.  Ella trov gli
abiti; si vest.
  Andrea singhiozzava  sul  letto,  demente.  S'accorse  ch'ella  usciva  dalla
stanza.
  - Maria! Maria!
  Ascolt.
  - Maria!
  Gli giunse il romore della porta che si richiuse.



  La mattina del 20 giugno,  luned,  alle dieci, incominci la publica vendita
delle tappezzerie e dei mobili appartenuti a S. E. il Ministro plenipotenziario
del Guatemala.
  Era una mattina ardente.  Gi l'estate  fiammeggiava  su  Roma.  Per  la  via
Nazionale correvano su e gi,  di continuo,  i tramways.,  tirati da cavalli
che portavano certi strani cappucci bianchi contro  il  sole.  Lunghe  file  di
carri carichi ingombravano la linea delle rotaie. Nella luce cruda, tra le mura
coperte  d'avvisi multicolori come d'una lebbra,  gli squilli delle cornette si
mescevano allo schiocco delle fruste, agli urli dei carrettieri.
  Andrea,  prima di risolversi a varcare la soglia di  quella  casa,  vag  pei
marciapiedi,  alla ventura,  lungo tempo, provando una orribile stanchezza, una
stanchezza cos vacua e disperata che quasi pareva un bisogno fisico di morire.
  Quando vide uscir dalla porta su la strada un facchino con un  mobile  su  le
spalle, si risolse. Entr, sal le scale rapidamente; ud, dal pianerottolo, la
voce del perito.
  - Si delibera!
  Il  banco  dell'incanto era nella stanza pi ampia,  nella stanza del Buddha.
Intorno, s'affollavano i compratori. Erano,  per la maggior parte,  negozianti,
rivenditori di mobili usati, rigattieri: gente bassa. Poich d'estate mancavano
gli  amatori,  i  rigattieri accorrevano,  sicuri d'ottenere oggetti preziosi a
prezzo vile.  Un cattivo odore si spandeva nell'aria calda,  emanato da  quegli
uomini impuri.
  - Si delibera!
  Andrea  soffocava.  Gir  per  le  altre  stanze,  ove  restavano soltanto le
tappezzerie su le pareti e le tende e  le  portiere,  essendo  quasi  tutte  le
suppellettili radunate nel luogo dell'asta.  Sebbene premesse un denso tappeto,
egli udiva risonare il suo passo, distintamente, come se le volte fossero piene
di echi.
  Trov una camera semicircolare. Le mura erano d'un rosso profondo,  nel quale
brillavano disseminati alcuni guizzi d'oro; e davano imagine d'un tempio e d'un
sepolcro; davano imagine d'un rifugio triste e mistico, fatto per pregare e per
morire.  Dalle  finestre  aperte  entrava  la luce cruda,  come una violazione;
apparivano gli alberi della Villa Aldobrandini.
  Egli ritorn nella sala del perito. Sent di nuovo il lezzo. Volgendosi, vide
in un angolo la principessa  di  Ferentino  con  Barbarella  Viti.  Le  salut,
avvicinandosi.
  - Ebbene, Ugenta, che avete comprato?
  - Nulla.
  - Nulla? Io credevo, invece, che voi aveste comprato tutto.
  - Perch mai?
  - Era una mia idea... romantica.
  La principessa si mise a ridere. Barbarella la imit.
  - Noi ce ne andiamo.  Non e possibile rimaner qui, con questo profumo. Addio,
Ugenta. Consolatevi.
  Andrea s'accost al banco. Il perito lo riconobbe.
  - Desidera qualche cosa il signor conte?
  Egli rispose:
  - Vedr.
  La vendita procedeva rapidamente.  Egli guardava intorno a s  le  facce  dei
rigattieri,  si  sentiva  toccare  da  quei gomiti,  da quei piedi;  si sentiva
sfiorare da quegli aliti. La nausea gli chiuse la gola.
  - Uno! Due! Tre!
  Il colpo di martello gli sonava sul cuore,  gli dava un  urto  doloroso  alle
tempie.
  Egli compr il Buddha, un grande armario, qualche maiolica, qualche stoffa. A
un  certo  punto  ud  come un suono di voci e di risa feminili,  un fruscio di
vesti feminili, verso l'uscio. Si volse.  Vide entrare Galeazzo Secnaro con la
marchesa  di  Mount  Edgcumbe,  e  poi  la contessa di Lcoli,  Gino Bommnaco,
Giovanella Daddi. Quei gentiluomini e quelle dame parlavano e ridevano forte.
  Egli cerc di nascondersi,  di rimpicciolirsi,  tra la folla che assediava il
banco.  Tremava, al pensiero d'essere scoperto. Le voci, le risa gli giungevano
di sopra le fronti sudate della folla, nel calor soffocante. Per ventura,  dopo
alcuni minuti, i gai visitatori se ne andarono.
  Egli si apr un varco tra i corpi agglomerati,  vincendo il ribrezzo, facendo
uno sforzo enorme per non venir meno. Aveva la sensazione, in bocca,  come d'un
sapore  indicibilmente  amaro  e nauseoso che gli montasse su dal dissolvimento
del suo cuore.  Gli pareva d'escire,  dai contatti di tutti quegli sconosciuti,
come  infetto  di  mali  oscuri e immedicabili.  La tortura fisica e l'angoscia
morale si mescolavano.
  Quando egli fu nella strada, alla luce cruda,  ebbe un poi di vertigine.  Con
un passo malsicuro,  si mise in cerca d'una carrozza. La trov su la piazza del
Quirinale; si fece condurre al palazzo Zuccari.
  Ma,  verso sera,  una invincibile smania  l'invase,  di  rivedere  le  stanze
disabitate. Sal, di nuovo, quelle scale; entr col pretesto di chiedere se gli
avevano i facchini portato i mobili al palazzo.
  Un uomo rispose:
  -  Li  portano  proprio  in questo momento.  Ella dovrebbe averli incontrati,
signor conte.
  Nelle stanze non rimaneva quasi pi nulla.  Dalle  finestre  prive  di  tende
entrava lo splendore rossastro del tramonto, entravano tutti gli strepiti della
via  sottoposta.  Alcuni  uomini  staccavano  ancora  qualche tappezzeria dalle
pareti,  scoprendo il parato di carta a fiorami volgari,  su cui erano visibili
qua  e  l  i  buchi  e  gli  strappi.  Alcuni  altri toglievano i tappeti e li
arrotolavano,  suscitando un polverio denso  che  riluceva  nei  raggi.  Un  di
costoro  canticchiava  una canzone impudica.  E il polverio misto al fumo delle
pipe si levava sino al soffitto.
  Andrea fugg.
  Nella piazza del Quirinale,  d'innanzi alla reggia,  sonava una  fanfara.  Le
larghe onde di quella musica metallica si propagavano per l'incendio dell'aria.
L'obelisco,  la  fontana,  i  colossi  grandeggiavano  in mezzo al rossore e si
imporporavano come penetrati d'una fiamma impalpabile.  Roma immensa,  dominata
da una battaglia di nuvoli, pareva illuminare il cielo.
  Andrea fugg, quasi folle. Prese la via del Quirinale, discese per le Quattro
Fontane,  rasent  i  cancelli  del palazzo Barberini che mandava dalle vetrate
baleni; giunse al palazzo Zuccari.
  I facchini scaricavano i mobili da un carretto,  vociando.  Alcuni di costoro
portavano gi l'armario su per la scala, faticosamente.
  Egli entr. Come l'armario occupava tutta la larghezza, egli non pot passare
oltre. Segu, piano piano, di gradino in gradino, fin dentro la casa.

Francavilla al Mare: luglio-dicembre 1888..

