GIANNI OLIVA.
Giovanni Episcopo, un piccolo libro di ricerca.


 Se il distacco definitivo e cosciente dal naturalismo  te-
stimoniato in D'Annunzio da alcuni articoli sparsi degli
anni 1892  1931, va detto che gi dal 1888, in quello intito-
lato L'ultimo romanzo (La Tribuna, 26 maggio 1888), egli
aveva tentato di prendere le distanze dalla scuola francese,
ormai degenerata e incoerente. Gli stessi frequentatori di
Mdan annaspavano in uno schema angusto, che li costrin-
geva all'osservazione della realt esteriore senza poterla
adeguatamente conciliare con la logica degli stati d'animo.
Gli assertori di quel metodo erano convinti che le cose
esteriori esistano fuori di noi, indipendentemente, e che
quindi debbano avere per tutti gli spiriti umani una mede-
sima apparenza.
 Il Giovanni Episcopo  dunque il libro che, venuto dopo Il
Piacere (1889), mira a integrare la resa oggettiva delfeno-
meno con le impalpabili e tortuose profondit dell'analisi
interiore. Ansioso di rinnovarsi per tener fede a una linea
sperimentale mai sconfessata, D'Annunzio si trova a coniu-
gare non pi Zola con Bourget, il metodo documentario con
la fine psicologia, come nel primo romanzo, ma Zola con
Dostoevskij, ossia con il racconto-confessione, che  tra-
scrizione del delirio e dell'angoscia, manifestazione della
mente criminale. Del resto, I'interpretazione corrente mi-
rava in quegli anni a evidenziare nello scrittore russo carat-
teristiche che andavano ben oltre la semplice tranche de vie,
la quale si caricava di complicate ideologie a sfondo so-
ciale con qualche venatura di evangelismo. Attento alle no-
vit, D'Annunzio non si lascia sfuggire la tentazione di im-
mergersi nello squallido mondo dei diseredati per studiarne
i comportamenti irrazionali, tant' che trasforma la capitale
dello stato unitario disegnando un paesaggio urbano molto
simile alla fosca Pietroburgo. Se la Roma del Piacere era la
citt dei sontuosi monumenti barocchi, dell'aristocrazia lus-
suosa e sofisticata, degli eleganti ritrovi mondani, dei giochi
sottili di allusioni e di schermaglie amorose, dell'avidit dei
sensi, quella dell'Episcopo  il suo rovescio: essa ha vicoli
bui e maleodoranti, gente minuta e di malaffare, che fre-
quenta pensioncine equivoche e osterie, animata da passioni
brutali spinte fino alle estreme conseguenze. In questa uma-
nit sofferente il personaggio protagonista non  pi il
dandy innamorato della bellezza, ricco e colto intellettuale
che si divide tra salotti e botteghe d'antiquario, tra duelli e
corse di cavalli, tra sensualit e spiritualit, ma un timido e
modesto impiegato dalla vocazione perdente, vittima dei so-
prusi del pi forte, raggirato da loschi individui e da donne
senza scrupoli. D'Annunzio ha cambiato registro creando
un unicum nella sua produzione narrativa. La sua ambi-
zione sperimentale lo porta ad assimilare le voci del sotto-
suolo, della confessione spasmodica sull'esempio della let-
teratura russa allora in auge in Europa. Egli continua cos
la sua ricerca attraverso un ulteriore sforzo di rinnova-
mento imboccando quella strada che lo porter pi avanti
anche alla familiarit con Wagner e Nietzsche.
 Avvertendo i limiti del primo romanzo, delle cui lucide
forme verbali si dichiara nauseato, D'Annunzio per uscire
dalla crisi profonda, d mano a un racconto-lungo o ro-
manzo breve, che se non fa certo gridare al capolavoro,
conserva se non altro il suo esplicito valore documentario
in quanto frutto di una stagione culturale inquieta, di esplo-
razione di forme nuove in sintonia con le pi aggiornate
esperienze e mode europee. La prefazione indirizzata a Ma-
tilde Serao, a prescindere dagli obiettivi e~ettivamente rag-
giunti dalla scrittura, indica chiaramente la volont di ri-
partire da zero (O rinnovarsi o morire), di eliminare le
ridondanze dello stile alla ricerca di una prosa pi asciutta
e concreta, ma anche l'ambizione di caricare la narrazione
di una valenza ideologica dopo la descrizione del delirio
estetizzante e aristocratico del protagonista del Piacere.
  D'Annunzio, come si diceva,  attratto dalla moda del
roman russe lanciata in Francia fin dal 1885 1886 dal vi-
sconte Eugne Melchior de Vogu, ma i suoi rapporti con
quel genere narrativo costituiscono una questione contro-
versa, molto pi di quanto attesti la tradizione critica a ri-
guardo, che spesso si avvale di luoghi comuni. In prima
istanza va controllata la data di avvio della questione, che
due autorevoli studiosi come Eurialo De Michelis ed Ettore
Paratore sembravano aver fissato non prima del 18903,
quando ci la fgura del padre ritratta nell'Invincibile
(pubblicato a puntate sulla Tribuna dal 6 gennaio al 2
marzo 1890) era risultata modellata su quella di Fjodor
Karamazov. In realt, il momento dell'approccio ai russi ri-
sale per D'Annunzio almeno a qualche anno prima (1888-
89), come provano indirettamente alcune lettere di Angelo
Conti al conte Primoli, dalla cui biblioteca privata  sicuro
che provenissero le traduzioni francesi di Tolstoi e di Do-
stoevskij date in lettura agli amici romani: Ora preparo un
libro per il Treves e mi occorre subito il libro del Visconte
di Vogu ove si parla di cose russe - scriveva il Conti. -Me
lo pu mandare subito? e mi pu mandare anche Katia di
Tolstoi?4. E ancora: Ho letto la Puissance des tnebres.
 una bellissima cosa, ed ha tre o quattro scene d'una po-
tenza irresistibile. Ho parlato a D'Annunzio che  contentis-
simo. Il Doctor Mysticus  quindi affascinato da Dostoev-
skij e dal modo in cui egli imposta e suggerisce i gran-
di problemi umani nella loro globalit, s da essere indotto
a discutere sul contrasto libert-necessit a proposito del-
le teorie ereditarie sulla criminalit sostenute dalla scuola
positivistica, di contro alle quali l'esteta rivendica il senti-
mento di responsabilit morale e l'idea di bont e di giu-
stizia come guida delle nostre azioni. Peraltro, dopo la let-
tura dei Souvenirs de la maison des morts, Conti osserva:
Leggendo questo libro ho pensato lungamente ad una cosa
importantissima, ad una contraddizione che  in fondo alla
natura umana e che costituisce il nucleo e anche l'essenza
delle nostre azioni: la libert e la necessit. Siamo liberi nel
volere, e pure  necessario che la nostra volont prenda la
forma di questa o di quella determinata azione. Siamo liberi
e siamo incatenati. Ho pensato a questa contraddizione a
proposito dei delinquenti. La scuola moderna oggi consuma
molto inchiostro per dimostrare che ogni delitto era neces-
sario, era fatale. Questa cosa noi sapevamo da molto
tempo. E siccome quei signori della scuola moderna non
vedono niente altro oltre quella fatalit e quella necessit,
cos ogni criterio, ogni sentimento di responsabilit morale,
ogni idea di bont e di giustizia poste come guida delle no-
stre azioni, ogni vecchio ideale cadono dinanzi alla cos
detta loro scuola positiva di antropologia criminale.
 D'Annunzio, che nella prefazione all 'Episcopo ricorda non
a caso il Conti e che comunque in quegli anni romani ha
con lui un'assidua e notoria frequentazione, non poteva non
risentire delle discussioni che erano nell'aria. Conti stesso,
ospite di precarie abitazioni durante la sua bohme romana
(lo vivo qui a Roma solo, in una locanda dove si soffoca
dal caldo7), pu non solo avergli fatto da guida nei mean-
dri subdoli e lerci delle osterie della capitale alla ricerca di
un Christus patiens, ma anche, con tutta probabilit, averlo
indotto a riflettere sul rapporto libert-necessit a proposito
del delitto compiuto dal protagonista. Episcopo, insomma,
uccide perch ha per destino la vocazione del criminale o
perch costretto dalle circostanze, dalle insopportabili an-
gherie di Wanzer che lo umiliano fino a scatenare la sua
energia reattiva e omicida? Sono considerazioni che ren-
dono ancor pi importante il sodalizio D'Annunzio-Conti,
gi denso di scambi culturali, di dialoghi proficui, di espe-
rienze comuni, di amicizia fraterna (Ho soltanto vivissimo
il rammarico di non averti veduto in questi giorni di alta
vita spirituale. Ti avrei forse rivelato qualche fenomeno in-
teriore molto notevole - scrive Gabriele ad Angelo il 24
marzo 1889).
 La lettera-prefazione esplicita poi e rafforza il contesto am-
bientale in cui nasce il ~piccolo libro9: La persona di
Giovanni Episcopo era gi stata da me osservata e studiata
con intensa curiosit, due anni innanzi. Il filosofo Angelo
Conti l'aveva conosciuta per la prima volta nel gabinetto
d'un medico, all'ospedale San Giacomo. Io, quel nobilefilo-
sofo e il pittore simbolico Marius de Maria avevamo poi fre-
quentato una mortuaria taverna della via Alessandrina per
incontrarci col doloroso bevitore. Alcune circostanze biz-
zarre avevano favorito il nostro studio. (Angelo Conti ap-
punto aveva provveduto la siringa e la morfina pel povero
Battista!).
 Se tutto ci costituisce un elemento che concorre alla re-
trodatazione del rapporto D'Annunzio-romanzo russo, non
va taciuto che la diffusione in Italia della letteratura slava e
russa in particolare non era certo una novit e che non ne-
cessariamente essa si era verificata per il tramite francese.
Un impulso alla divulgazione era venuto da alcuni tempe-
stivi traduttori italiani operanti nell'ambiente napoletano
(quello frequentato da D'Annunzio dopo il periodo romano)
come Domenico Ciampoli e Federico Verdinois, nonch dal-
l'attivit linguistica e letteraria dell'lstituto Universitario
Orientale e dalle segnalazioni critiche di Vittorio Pica (un
suo saggio sui Romanzieri russi  del gennaio 1887).
Ciampoli in special modo, conterraneo di D'Annunzio e
narratore in proprio prima di lui, si era prodigato fin dal
1879 nella- pubblicazione di poesie russe, fino a quando nel
1881 aveva steso per il Fanfulla della domenica una serie di
profili dedicati a Pushkin, a Gogol, a Turgenev, del quale
tradurr nel 1884 i Racconti russi (Milano, Treves). Nel
1887 era uscita la sua traduzione di Anna Karenine di Tol-
stoi con un saggio introduttivo apparsofin dal 1885 (19-26
settembre) sulla Gazzetta letteraria di Torino. Vi si parlava
gi dell'importanza della redenzione etica pi che sociale
dell'individuo e si faceva cenno con competenza alle pro-
blematiche di Dostoevkji di Povera gente, di Umiliati e of-
fesi (Colombe e falchi), di Delitto e castigo, dei Demoni,
oltre che a quelle del Turgenev di Padri e ~1gli. A questo
elenco va aggiunto come particolare niente affatto seconda-
rio la pubblicazione della sua Storia delle letterature slave
(2 voll., Milano, Hoepli, 1889), nonch la traduzione, uscita
presso Treves nel 1889, di Delitto e castigo ad opera del
Verdinois. Non si comprende perch dunque D'Annunzio
avesse dovuto solo guardare alle versioni transalpine dei
russi ignorando quelle che gli giravano comodamente in
casa, realizzate da benemeriti specialisti, per giunta cono-
sciuti personalmente.
 Negli interventi di Ciampoli, che a Napoli si batteva da
autentico operatore culturale in favore della linea russa in
opposizione a quella francese, come sar poi per D'Annun-
zio, la creativit slava era rimasta integra rispetto all'inge-
renza occidentale transalpina. Se in un primo momento egli
aveva sondato l'anima romantica di Pushkin consideran-
done i risvolti etnici, si era in seguito dedicato al naturali-
smo di Turgenev, fino a giungere, appunto, alle profondit
psicologiche di Dostoevskij. In particolare quest'ultimo, in
linea con i risvolti decadenti della cultura contemporanea,
gli appariva proprio l 'artefice dello scavo interiore, lo scritto-
re delle nevrosi e delle psicopatie dell'uomo moderno. L'a-
nima slava mostrava con lui la sua vera natura divenendo
simbolo della spiritualit umana, della dimensione intellet-
tuale degli individui. Per una sorta di effetto climatico, lo
spirito mediterraneo, portato all'eros e alla solarit, era
agli antipodi di quello nordico-orientale, che la natura in-
grata conduceva verso l'angoscia e lo sconforto. Insomma,
l'intimismo meditativo di Dostoevskji incarnava le lacera-
zioni della coscienza e i suoi personaggi avevano una
complessit dolorosamente bizzarra: Ogni sua creatura
(...) - scriveva - ha i nervi di epilettico, il cervello d'alluci-
nato, il cuore pietoso, il carattere fiero o testardo (...); o
s'invaghisce d'una utopia, la segue e la insegue tra sterpi e
rovi, fra nebbie e ghiacci, sin che muore inconsapevole o
uccide pi inconsapevole ancora; e aggiungeva: L'anima
russa (...) nel complesso  malata di noia, di individualismo,
di nihilismo .
 D'Annunzio  dunque attirato nella sua ansia di rinnova-
mento che lo attanaglia nei primi anni Novanta dalla logica
delle passioni e dalle passioni della logica (Merezskovskij) e
costruisce un personaggio che in qualche modo incarna que-
sta tipologia. Egli vira improvvisamente verso l'ambiente
piccolo-borghese degli impiegati e l'inferno dei bassifondi
urbani, dando vita ad un mondo sordido e malfamato tra in-
cubi, litigi e squallore. Rispolvera a proposito anche sugge-
stioni scapigliate e forse ricordi che fanno capo al Bersezio
di Monss Travet, in cui un impiegato debole, umiliato, per-
sino masochista, da pecora diventa leone, esplodendo con
tutta la violenza del debolel3.
 n metodo seguito nella rappresentazione  quello dell'os-
servazione diretta (Bisogna studiare gli uomini e le cose
DIRETTAMENTE, senza transposizione alcuna - scrive nella
dedica alla Serao), cos come  di marca zoliana il mate-
riale preparatorio raccolto durante gli incontri con il per-
sonaggio, secondo una consuetudine che D'Annunzio non
abbandoner mai e che risale alla sua formazione positivi-
stica. Tale piattaforma servir da trampolino di lancio per
l'invenzione, per la scelta e la selezione dei particolari da
associare, fino ad arrivare a comporre infine dal noto l'i-
gnoto. Egli sceglie la tecnica della confessione, come sar
per Tullio Hermil nell'Innocente, ma il narrato non ha nulla
a che vedere con il lucido e armonico memorialismo roman-
tico (tra i precedenti  stato fatto persino il nome di Nievo).
Semmai la convulsa e nevrotica esposizione di Episcopo si
apparenta meglio con alcuni racconti-confessione di delitti
di Maupassant, o con quelli di Poe, dal Cuore rivelatore al
Gatto nero. La critica si  poi sbizzarrita nel formulare raf-
fronti con i russi, quasi fosse d'obbligo trovare pezze d'ap-
poggio per uno scrittore da sempre accusato di plagio come
D'Annunzio. Sono state a tal proposito sottolineate conso-
nanze tra il personaggio di Episcopo e Marmeldov di De-
litto e castigo, fra Ciro e lljusa, fra Wanzer e il principe
Valkovskij di Umiliati e offesi, per non dire della novella
Krtkaja richiamata fin dai tempi della recensione di Ca-
puana; mentre altre tracce produttive si sono pur scovate
nelle Memorie del sottosuolo, nel Ladro onesto e via di-
cendo. Sono analogie che pi o meno colgono nel segno, ma
che sottovalutano la capacit dannunziana del ritrovamento
e del conseguente adattamento delle suggestioni in una rin-
novata dimensione creativa. Il lungo sfogo di Episcopo, at-
traverso cui si snodano a ritmo alternato gli avvenimenti
determina la temperatura stilistica del libro, ora fredda, ora
tiepida, ora incandescente. Il racconto procede a singhiozzo
tra pause e volute ripetizioni che imitano il flusso reale del
parlato. Il discorso, tra continue esclamazioni e interiezioni,
si fa frammentario, con evidenti sbalzi temporali dal pre-
sente al passato e viceversa, laddove il lettore ha il compito
di seguire la dinamica del delirio e di ricomporre i tasselli
sparsi del mosaico.
 Nel disarticolato racconto emerge la storia di un vinto, di
un uomo nato schiavo e che nonostante tutto non riesce ad
emanciparsi. Tuttavia, la debolezza del libro non sta tanto
nella forma scelta, che a lungo andare pu risultare mono-
tona, quanto nel non aver saputo l'autore conciliare il det-
tato dell 'io con la corposit dei personaggi. Wanzer, Ginevra,
il vecchio Battista, la madre megera, sono stereotipi evane-
scenti che finiscono per restare sullo sfondo senza entrare
nettamente nella coscienza del lettore. La forma, insomma,
non si combina con il contenuto a tal punto da creare quello
spiraculum vitae di desanctisiana memoria che star tanto a
cuore ribadire al recensore Capuana. L'osservazione diretta
non basta se non soffia il vento dell'arte che la vivifica. Lo
stesso D'Annunzio non aveva negato per la stessa ragione il
valore artistico de Le Disciple di Bourget? (Ci sono pagine
assai belle nella Confession. Ma dov' l'arte? Mi pare che
l'elemento scientifico sia troppo preponderante. E' pi facile
scrivere venti pagine di analisi che una sola di rappresenta-
zione vitale). Gli appunti, l'intera documentazione rac-
colta, restafine a se stessa se non si trasforma e si solidifica
in eventum, che  il risultatofinale prodotto dalla scintilla
misteriosa fatta scattare dall 'artefice.
 Nell'Episcopo evidentemente il meccanismo si era incep-
pato e D'Annunzio se ne mostra pienamente consapevole
quando nella prefazione definisce il suo lavoro non una
prova d'arte, ma un semplice documento letterario pubbli-
cato a indicare il primo sforzo istintivo di un artefice in-
quieto verso unafinale rinnovazione. Indubbiamente per
quell'esperienza era servita se non altro a spianare il
campo verso risultati meno labili, di cui l'Innocente costi-
tuir un passaggio non secondario. L D'Annunzio, che pur
si trover alle prese con un'altra confessione, quella dell'in-
fanticida Tullio Hermill, avr affilato gli strumenti dell 'ana-
lisi e la narrazione sar affidata ad un ritmo pi sorvegliato
e maturo. Il ritorno agli ambienti aristocratici faciliter non
poco il suo compito, visto il disagio provato a contatto con i
bassifondi in quella sorta di affresco pseudo-popolare pur
caro alla Serao. I principi di fondo ispiratori del libro, in-
fine, saranno pi chiari e il protagonista non brancoler
nell'inconcludenza, ma sar dibattuto tra un esasperato
egoismo e la volont utopistica di rigenerazione. Dostoev-
skij lascer il posto a Tolstoi, anche se i temi della bont e
dell'umanitarismo cristiano si dissolveranno nelle anomalie
comportamentali e nelle prime avvisaglie del superuomo.
 Sono forse queste le ragioni per cui l'Episcopo, se si
esclude poco pi tardi la riproposta al pubblico francese
(Episcopo e C., Paris, Calmann-Lvy, 1895), fu pressoch
rimosso dall'autore stesso, che nel piano generale della sua
opera omnia lo relegher, con Terra vergine, tra Le prima-
vere della mala pianta, ci tra quelle opere da-ritenersi
veri e propri peccati di giovent.
                                      GIANNI OLIVA.
