Introduzione
di Clelia Martignoni.

 Roma, gennaio 1891>,  la data che suggella il breve ro-
manzo dannunziano Giovanni Episcopo. Subito, forse neppu-
re concluso, esso vede la luce a puntate nella "Nuova Anto-
logia".' La ristampa in volume  dell'anno seguente,2 e si ar-
ricchisce di una prefazione-dedica A Matilde Serao, datata
 Napoli, Epifania 1892 . L'opera fu accolta nell'Edizione
Nazionale, come secondo testo (preceduto da Terra vergine)
del decimo volume, Le primavere della mala pianta, 1931, ad
inaugurazione della folta serie Prose di romanzi; il volume
appena successivo (XI) era riservato alle Novelle della Pesca-
ra, e comprendeva a sua volta le due raccolte San Pantaleone
e Le novelle della Pescara. Fu cio allineata tra gli scritti
giovanili, in una zona minore e documentaria. Un'operazione
non troppo dissimile con gli stessi testi, D'Annunzio aveva
realizzato, gi molti anni addietro, ad uso del pubblico fran-
cese, offrendogli quell'antologia informativa del suo esordio
in prosa che  Episcopo et C.i.' In pi, l'Episcopo risultava
bandito dal volume di Prose scelte allestito per Treves nel '6
(nel quale trovavano spazio brani estratti dai cinque grandi
romanzi dal Piacere al Fuoco, dalle Novelle della Pescara, e
dagli scritti oratorii e critici). Non si tratta di diffidenza tar-
diva verso un'opera giovanile. Anzi, lo stesso scritto intro-
duttivo all'Episcopo, che a ragione D'Annunzio definisce
 curiosa prefazione ,2 sottolinea proprio l'esito artistico
non del tutto convincente (ed  almeno  curioso  che D'An-
nunzio lo dichiari, a tutte lettere e pi di una volta, proprio
in testa al volume), e d'altronde, a giustificarne la pubblica-
zione, la necessit dell'opera nell'itinerario dello scrittore.

Frutto estremo degli anni romani, l'Episcopo anche biogra-
ficamente chiudeva un'epoca, e alludeva alla successiva. Istrut-
tiva la stessa vicenda editoriale: dimidiata tra Roma e Napoli,
tra la comparsa in rivista e l'edizione in volume.

Oppresso dai debiti (in uno dei numerosi dissesti che tanto
spesso misero fine ai brillanti soggiorni), D'Annunzio lascia-
va Roma alla met del marzo del '91, per l'ospitale e labo-
rioso Convento di Francavilla presso l'amico Michetti; e da
agosto data la permanenza a Napoli. Nel gennaio del '91, ac-
cingendosi all'Episcopo, nel tetro stanzone di via Gregoriana,
reduce dall'esperienza militare affrontata di malavoglia, tor-
mentato dalle febbri malariche l contratte, e dai debiti, il
ventottenne e ambizioso scrittore era certamente persuaso
dell'incrollabile verit di quel  O rinnovarsi o morire  che
dominer la prefazione del romanzo. Al suo attivo poteva
contare una precoce e clamorosa fortuna poetica.l Nel regi-
stro prosastico, annoverava l'esperienza di novellatore, in cui
lo stampo naturalistico accoglieva tuttavia forti inclinazioni
estetizzanti; ma soprattutto aveva da meditare sul florido
esordio (1889) nelle regioni seducenti e intricate del romanzo,
con Il piacere, specchio di quella Roma gi ritratta come
giornalista mondano, e con l'incompiuto Invincibile.

Attivit composita, cresciuta, come  ben noto, all'insegna
di una acuta attenzione e di una vivace sperimentazione dei
fatti letterarii pi nuovi. Giovanni Episcopo, a sua volta, non
manc di aggiungere, era imperativo, ulteriori tessere.

Uno dei primi recensori, Luigi Capuana, addit subito il
debito con la narrativa di Dostoevskij e in particolare con la
novella Krotkaja, nonch con la figura di Marmeladov in
Delitto e castigo.3 Qualche anno dopo, nel corso della violen-
ta polemica contro i  plagi  dannunziani condotta da Enrico
Thovez sulla "Gazzetta Letteraria del 1895-6, Floriano Del
Secolo rincarava la dose fornendo una lista dei riscontri
Krtkaja-Episcopo (e tuttavia negando, in difesa di D'An-
nunzio, la legittimit della questione  plagio ).4 Le note
inedite di Georges Hrelle, parzialmente divulgate da Raffae-
le Giglio, ribadiscono pesantemente la condanna: l'Episcopo
non sarebbe altro che  presque une traduction de je ne sais
quelle nouvelle de Dostoiewski . Infine, tra il materiale
raccolto in Reminiscenze e imitazioni nella letteratura italiana
durante la seconda met del secolo XIX sulla Critica" di
Benedetto Croce, nell'ampia sezione dedicata a D'Annunzio,l
esiguo spazio si riservava all'Episcopo, e senza sorprese ri-
spetto alle fonti gi individuate: ancora Dostoevskij, ancora
Krtkaja e Delitto e castigo.2 E gi, nello studio di Croce
comparso sulla "Critica" del '4, analisi del cammino lettera-
rio di D'Annunzio, la lezione dei romanzieri russi era suc-
cintamente riferita all'Episcopo e all'Innocente:

Circa il 1890 sopravvenne una nuova influenza: quella della lette-
ratura russa, di Dostoiewski e di Tolstoi, ed il D'Annunzio com-
pose sotto di essa Giovanni Episcopo e l'lnnocente.3

Certamente, il problema del romanzo, e dei legami cultura-
li con le esperienze narrative europee pi recenti, dovette tra-
vagliare molto D'Annunzio, gi a monte dello stesso Piacere,
nel momento nevralgico, d'altronde, in cui l'eredit naturali-
sta entrava in crisi, insidiata dalle spinte disgregatrici del-
l'irrazionalismo. Sensibile sperimentatore della cultura del
suo tempo, dopo la giovanile (e equivoca) adesione al natura-
lismo, D'Annunzio matura progressivamente una sicura oppo-
sizione antinaturalista, che non manca di appoggiare a pi
recenti e allettanti mode letterarie.

Nell'antefatto del Piacere, alcune lettere dell"84 all'amico
Enrico Nencioni 4 documentano l'austera fedelt al vangelo
naturalista. D'Annunzio vi protesta ripetutamente, a proposi-
to del Libro delle Vergini, l'intento di analisi scientihca, lo
< studio fisiologico eseguito con molta coscienza, con molta
cura del vero e anche con qualche novit di stile  ( 17 aprile) .

Singolare, poi, il disegno di romanzo abbozzato nella lettera
del 6 settembre, una sorta di affresco storico, carico di eventi
e sgombro di analisi interiore (ben altro sar, e quasi oppo-
sto, il suo destino di romanziere):

Vorrei fare un romanzo, dir cos, omerico epico, in cui molti per-
sonaggi operino e grandi masse di popolo si muovano; un ro-
manzo con moltissimi fatti e con poca analisi, un romanzo a
fondo storico. L'azione si svolger a Pescara, tra il ~50 e il 75.
Ho qui una meravigliosa miniera di documenti. Ci entreranno i
Borboni, li uomini di Sapri, i cospiratori politici; ci entrer un
assedio, un'inondazione, una guerra civile, ci entrer tutta la vita
religiosa, privata e pubblica piena di pettegolezzi, di congiure, di
odii, intricatissima, tumultuaria, strana, tutta la vita di una pic-
cola citt-piazza forte dove il militarismo e il clericalismo impera-
vano sovrani. Che tipi! Che scene!

Il soggetto mi affascina insieme e mi spaventa. E poi lo stile...
Chi mi dar lo stile?

Singolare, dunque, in quanto documenta la ricerca giova-
nile di una identit letteraria difficile da costruire, resa pi
drammatica dalla coscienza che a una certa formula contenu-
tistica non saprebbe rispondere lo stile.

Ivanos Ciani ravvisa una prefigurazione del Piacere nella
lettera del 27 novembre '87, dove D'Annunzio progetta
un'opera di  alta passione , divisa fra tre  eletti  perso-
naggi.l Ma, si badi, l'abbozzo di un certo contenuto si accom-
pagna ancora a propositi stilistici ben lontani dalla resa
definitiva:

Vorrei fare [scrive D'Annunzio] un libro sobrio, quasi secco,
come stile, senza descrizioni.

Questa volont di asciuttezza formale, inarrivabile sempre
nella fastosa e opima pagina dannunziana,  in particolare
opposta alle molli e sensuali pitture del Piacere.

Con piglio sicuro e brillante, il romanzo romano del-
1"89 si sgrovigliava per primo dalle strettoie del naturalismo,
liquidandone di fatto l'esperienza. Tra le pagine critiche dan-
nunziane, invece, il distacco dal naturalismo si indica perlopi
in alcuni testi sempre citati del '92-'93.' Arricchiremo il
catalogo con un altro scritto della "Tribuna" del 26 maggio
'88, una Cronaca letteraria, L'ultimo romanzo, che ha il pre-
gio di riportarci a ritroso negli anni, non soltanto alle spalle
del nostro Episcopo, ma soprattutto dietro Il piacere stesso.
Qui, analizzando la situazione letteraria francese, D'Annun-
zio si esprimeva sugli ultimi, ibridi, sussulti del naturalismo:

Il romanzo naturalista  all'agonia. I romanzieri novelli comin-
ciano con l'imitare o il signor Ohnet o il Barbey d'Aurevilly, im-
pasticciando o un romanzo di sentimentalismo volgare o un ro-
manzo di maga bianca. Quelli stessi scrittori che gi furono la
speranza della scuola naturalista, i collaboratori delle Soires de
Mdan, sembrano ormai stanchi e disgustati d'una forma che un
tempo difendevano con tanto accanimento. La perplessit loro 
miserevole. Essi dalle abitudini di una volta sono ancor tenuti
alla osservazione esteriore, alla descrizione esatta; e, insieme, dalla
vigente moda letteraria son trascinati alla ricerca dell'analisi psi-

cologica, In CUI Sl smarriscono.

Il Naturalismo dava loro una estetica ristretta, ma sicura e pre-
cisa. Essi l'hanno abbandonata senza prendere un indirizzo pi
netto; e nei loro libri ora non  n la viva analisi delle sensa-
zioni esterne n, dir cos, la creazione logica di stati interiori.
I loro romanzi sono, in una parola, incoerenti. La descrizione
naturalista e l'analisi psicologica non vi s'uniscon mai cos pie-
namente e perfettamente da produrre un vero e vivente organismo
d'opera d'arte. La descrizione de' luoghi e delli avvenimenti, in
somma, non  quasi mai messa d'accordo con le speciali condi-
zioni intellettuali del  personaggio .

Questo fondamentale error letterario de' romanzieri naturalisti
trasformati proviene da un errore scientifico. Essi credono che le
cose esteriori esistano fuori di noi, indipendentemente, e che
quindi debbano avere per tutti gli spiriti umani una medesima
apparenza.

La disamina non  troppo distante da quelle contenute
nei noti testi del '92-3; anzi, prepara loro la strada, ne antici-
pa e suggerisce i problemi. Secondo D'Annunzio, il romanzo
naturalista, entrato in collisione con le recenti mode di scavo
psicologico, non riuscirebbe ad assorbirle nel suo contesto: le
formule di resa oggettiva dell'ambiente, desunte da un'esteti-
ca cautamente definita a ristretta , vorrebbero ma non san-
no integrarsi con le analisi interiori. I romanzieri gi natura-
listi tenterebbero invano un impossibile travestimento.

In realt, pare di intuire che, additando perentoriamente la
crisi in atto nelle lettere francesi, D'Annunzio tenga presente
la sua stessa crisi, nel momento in cui ritiene di averla su-
perata.

Al panorama delineato in L'ultimo romanzo, si aggiunga
una lettera del 15 luglio '89, all'amico giornalista Rastignac
alias Vincenzo Morello, che la registr parzialmente, con al-
tre, nel suo Gabriele D'Annunzio del '10: '

Ho una gran voglia di lavorare; il mio spirito  pieno di inquie-
tudini; qualche volta  anche pieno di baleni. Chi sa!... Ho letto
Le Disciple, con attenzione gravissima. Ci sono pagine assai belle
nella Confession. Ma dov' l'arte? Mi pare che l'elemento scien-
tihco sia troppo preponderante. E pi facile scrivere venti pagine
di analisi che una sola di rappresentazione vitale.

Ne traspare l'avversione sia al romanzo psicologico france-
se di Bourget, sia al sobrio realismo di Maupassant, per certe
pretese di analisi scientifica ereditate dal naturalismo, per ora
la volont di lavoro autonomo di D'Annunzio sembra sban-
dare tra modelli incerti.

Ben pi reciso e articolato si presenta nei testi critici
successivi il rifiuto della narrativa zoliana, delle sue dirama-
zioni italiane veristiche e regionali, e di ogni velleit scien-
tifica perseguita nel metodo letterario; mentre prende deci-
samente piede la ricerca simbolica e interiore. Analizzando poi
le altre culture che avrebbero influenzato la letteratura con-
temporanea: il pessimismo alla Schopenhauer e l'evangelismo
slavo, il gi inquieto e lungimirante D'Annunzio del '92-3 le
giudica entrambe bisognose di un vigoroso correttivo, che ne

In conclusione, il breve Giovanni Episcopo, precedente di
poche stagioni, ci appare come primo e omogeneo saggio,
presto superato, della dolente piet russa, eseguito con la
dedizione ancora esclusiva del nuovo adepto.

E se nell'Innocente, almeno nel mito cristiano e contadino
di Federico Hermil coltivato con dolciastra affabilit, parla
a voce chiara Tolstoi; nell'Episcopo invece, come ben inte-
s~ro i contemporanei,  Dostoevskij a imperare. Non occorre
mettere l'accento sull'eccezionale e gi nota capacit di D'An-
nunzio di impadronirsi della cultura europea pi innovatrice
(nonostante la gestione talora - e anche in questo caso - im-
pressionistica e a fior di pelle). Ma va considerato attenta-
mente che la diffusione occidentale del romanzo russo del se-
condo '800 era nel '91 recentissima, e in Italia ai suoi primi,
stentati passi, at~raverso la mediazione francese.

Il grande decennio della scoperta dei russi in Francia cadde
proprio dall"80 al '90. Uno dei maggiori responsabili ne fu il
visconte Eugne Melchior de Vogu, futuro banditore a Pa-
rigi dello stesso D'Annunzio, autore nell"86 del volume Le
Roman Russe (anticipato dall"85 nella Revue des deux
Mondes"). Per quanto riguarda Dostoevskij, se ne procura-
vano le prime traduzioni francesi, perlopi presso la beneme-
rita Casa parigina Plon e Nourrit (la stessa che present il
saggio del de Vogu) e per mano di u~n ristretto gruppo di
traduttori.l

Sono senza dubbio questi i volumi, ancora freschi di stam-
pa, che D'Annunzio leggeva a Roma con vorace attenzione.
Infatti, le prime traduzioni italiane, spesso condotte sui testi
francesi piuttosto che sugli originali, sono raramente di data
anteriore al '91.' Precoci, al contrario, alcune segnalazioni
critiche. Si ricorder innanzitutto, e siamo nel 1869, l'arti-
colo di un ignoto corrispondente russo da Mosca, celato dietro
la sigla M. A...ff, per la torinese "Rivista contemporanea na-
zionale italiana": Dasztaievsky e le sue opere.2 Qui si po-
neva l'accento sulle motivazioni sociali della narrativa di Do-
stoevskij, sul suo realismo descrittivo; e, insieme, sul clima
                                                                         esaltato e delirante, sull'analisi della psicologia criminale:
                                                                         ottimo saggio, insomma, dell'interpretazione quasi naturali-
                                                                         stica e positivista allora accreditata per il romanziere russo.
                                                                         Su non dissimile linea si muovono i numerosi interventi di
                                                                         Angelo De Gubernatis: come la voce  Dastaievski, Teolo-
                                                                         ro , del suo Dizionario biografico degli scrittori contempo-

                                                                         prims de la Bibliothque Nationale. Au~eurs. Tome XLI. Paris, Im-
                                                                         primerie Nationale, 1910. Sia per la bibliografia delle traduzioni, sia
                                                                         per i testi critici, si rimanda anche ai seguenti repertori italiani, no-
                                                                         nostante talune inesattezze (alcune delle quali abbiamo incidentalmente
                                                                         rettificato): A. Cronia La conoscenza del mondo slavo in Italia. Bilan-
                                                                         cio storico-bibliograhco di un millennio, Padova, Officine Grafiche Ste-
                                                                         div, 1958; L. Dal Santo Saggio di bibliografia italiana su F. M. Do-
                                                                         stojevskij, in Studi in onore di Federico M. Mistrorigo, Vicenza, Co-
                                                                         mune di Vicenza, 1957; A.M.V. Guarnieri Ortolani Saggio sulla for-
                                                                         tuna di Dostojevskij in Italia, Padova, Cedam, 1947.
                                                                          Sulla florida moda del romanzo russo nella Parigi estetizzante di fine-
                                                                         secolo, e sulle altre voghe esotiche del periodo, inclusa la prossima
                                                                         scoperta di D'Annunzio, si veda Emilien Carassus Le snobisme et les
I Risalgono all"84 Le Crime et le chatiment (ad opera di Victor De-      lettres francaises de Paul Bourget  Marcel Proust. 1884. 1914, Paris,
rly) e Humilis et offenss (ad opera di Humbert). Nell"86 esce, in     Armand Colin, 1966.
Iibera traduzione dalle Memorie del sottosuolo, L'Esprit souterrain (ad  I Ben pi magro l'elenco rispetto a quello francese. La casa Treves fa
opera di E. Halprine e C. Morice); e ancora Les Possds (Derly),      uscire nell"87 l'opera oggi nota come Memorie della casa dei morti
Krtkaia (Halprine), Souvenirs de la maison des morts (M. Neyroud)      allora tradotta col titolo Dal sepolcro de' vivi, nell"89 (ad opera di
Nell"87: L'idiot (Derly), Le Joueur et les Nuits blanches (Halpri-     Federico Verdinois) Il delitto e il castigo, nel '91 Povera gente. Gi
ne). Nell"88: La femme d'un autre (Halprine), Les frres Karama-        nel '90 gli editori A. Miazzon e C., Milano, avevano procurato Le
zov (Halprine e Morice, in libera traduzione), Les Pauvres gens (Der-  memorie di un'orfana.
Iy). Nell"89 Les Prcoces (Halprine, per l'editore Havard, sempre a     2 Vol. LVIII, fasc. CLXXXIX, agosto '69. La grafia del titolo docu-
Parigi). Nel '90 Ame d'enfant (Halprine, in libero adattamento, per     menta le incertezze nella scrittura, che perdureranno a lungo. Da se-
gli editori Marpon e Flammarion, Parigi). Questo l'elenco che, per gll   gnalare che il breve profilo critico  seguito dalla traduzione dell'epi-
anni che ci interessano, desumiamo dal Catalogue gnral des livres im-  sodio dell'assassinio compiuto da Raskol'nikov in Delitto e castigo.
ranei del '79 (Firenze, Le Monnier), o ancora, il pi diffuso
scritto edito sulla "Nuova Antologia" nell"81. Qui, in real-
t, la valutazione di Dostoevskij come  Zola russo  e  cam-
pione della letteratura realistica in Russia   confutata sulla
base del suo profondo cristianesimo. Solo apparenti, conclude
De Gubernatis, sarebbero i legami con Zola: analogo il me-
todo letterario, ma diverse le motivazioni intime. Dostoev-
skij appare piuttosto  un medico che vuole conoscere le ma-
lattie sociali per curarle . I fini umanitari e gli interessi so-
ciali, oltrech la prassi veristica, non entrano comunque in
discussione.'

La scommessa stilistica azzardata da D'Annunzio nel '91
col Giovanni ~piscopo ha tutto il sapore della pi audace
novit. Con queste premesse si intende quanto opportuna-
mente la prefazione contenga la troppo famosa ma non vuota
impresa dannunziana  O rinnovarsi o morire . Tuttavia, co-
me si  gi detto, l'infaticabile sperimentatore mostra di cono-
scere l'esilit della sua opera, valutandola  un semplice do-
cumento letterario . Tale giudizio incornicia la prefazione,
e se ne offre come chiave di lettura, presente com', all'incir-
ca con le stesse parole, nel primo e nell'ultimo paragrafo, per
volont di maggior rilievo e nel contempo per topica civette-
ria letteraria.

La dedica alla Serao si concilia con l'esibizione di formule
veristiche: non soltanto Giovanni Episcopo sarebbe esistito
realmente, ma fu conosciuto in ospedale dall'autore e dagli
amici di lui (il Conti e Marius de Maria), e rivisto,  doloro-
so bevitore , in  taverna  (brevi scorci della Roma mise-
rabile balenano intanto sullo sfondo). Il suo ricordo fu custo-
dito per due anni come grezzo materiale di studio nei quader-
ni di note, e ora se ne procura un ritratto, allestito con ade-
renza a  questa formula schietta: - Bisogna studiare gli uo-
mini e le cose DIRETTAMENTE, senza transposizione alcuna .
Nonostante l'indubbio allontanamento dal naturalismo, gi
verificato, e la clamorosa ribellione artistica del Piacere, tut-
tavia il metodo di lavoro rigoroso e esatto, lo studio e la
registrazione dei documenti umani, non vengono abbandona-
ti. In realt, ci non stupisce troppo, se si considera l'autoriz-
zazione fornita indirettamente dal maestro Dostoevskij, le cui
febbrili analisi e la sottilissima materia psicologica si applica-
vano volentieri su personaggi estratti da ambienti malfamati
e squallidi. In pi, le impressioni del novello lettore verosi-
milmente non prescindevano da quel fraintendimento lom-
brosiano e zoliano di cui si diceva, patito in Italia da Do-
stoevskij. Certamente non si tratta per D'Annunzio di un
ritorno impossibile alle dottrine naturaliste: ma, attraverso la
scoperta del crudo universo del romanziere russo, egli recupe-
ra di fatto un catalogo di situazioni ripugnanti gi esperito
nei racconti giovanili con feroce abilit descrittiva. L'Abruzzo
selvaggio e solare  sostituito dalle visioni metropolitane di
una Roma di piccoli impiegati, di sordidi e tetri interni, non
troppo dissimile in fondo dalla Pietroburgo di Dostoevskij e
ben lontana dalla Roma levigata del Piacere.

Pur tuttavia, all'accorto D'Annunzio non sfuggiva certa-
mente la prepotenza innovatrice del russo nell'ossessivo e in-
candescente scavo interiore.

Il fastidio espresso nella prefazione-dedica contro certe pre-
cedenti  pagine predilette  e  certi brani di stile , va in-
teso come rifiuto del parnassiano e raffinato Piacere. Torna
alla mente l'autorevole recensione di Enrico Nencioni al ro-
manzo romano,' dove garbatamente si lamentavano le ec-
cessive sottigliezze formali, tutte a discapito dell'analisi in-
teriore:

Nel romanzo moderno, quale oggi  inteso dai suoi pi degni e
grandi rappresentanti, primo dei quali il Tolstoi, quel che pen-
sano i personaggi  pi importante di ci che dicono o vedono o
fanno. Dato il quoziente di una situazione, quale operazione ha
fatto l'io interiore, per darci il resultato del fatto? Ecco la gran

I E. Nencioni Due n~ovi romanzi (~11 Piacere , di Gabriele D'An-
nunzio -  All'erta Sentinella! , di Matilde Serao), "Nuova Antolo-
gia, vol. XXI, serie III, fasc. XII (16 giugno 1889).
questione! Il pensiero  la cosa veramente essenziale in questo
nostro tempo cosi intensamente analitico, in cui la scienza ricerca
e studia le stesse fonti intime della vita.

Sulla stessa linea, Nencioni osservava a proposito dei per-
sonaggi dannunziani:

Troppo spesso, quando io vorrei sapere che cosa hanno pensato
e sentito, il D'Annunzio mi dice, con suprema e maravigliosa
eleganza ed evidenza, come sono vestite, che tempo fa, quali
poetiche metafore suggerisce loro l'ambiente, oppure rni d una
stupenda descrizione romana da gareggiare con le pi belle di
Hawthorne, di Taine e di Ruskin. Ma non basta.

L'inequivocabile invito dell'amico e maestro a liberarsi da-
gli squisiti gusci parnassiani per dipingere  la vita nel suo
vario, sacro e terribile dramma , invito appoggiato eloquen-
temente al grande nome di Tolstoi, diede certo da pensare
al giovane romanziere.

Alla dimessa e livida materia reagisce nell'Episcopo uno
stile che si castiga in un rauco mormorio, pieno di sospen-
sioni, di ripetizioni, di interiezioni e di ombre. ~ il tentativo
di imitazione, abile ma depauperato proprio perch monoto-
nale, del vertiginoso monologo-confessione frequente in Do-
stoevskij, denso di  dialogizzazione interiore  a pi voci.l
Poco persuasiva dunque la lista dei  plagi  fornita da Del
Secolo; in quanto con l'uso del monologo nell'Episcopo non
si assiste alla ripresa di un preciso materiale immaginativo o
lessicale, ma, piuttosto, al calco di una struttura sintattica,
al recupero del modello  confessione . Per questi stessi
motivi, ci pare fuorviante l'insistenza nell'additare come
fonte diretta il racconto Krtkaja. In realt, poich la co-
struzione analitica a monologo ritorna con generosit nei rac-
conti di Dostoevskij, e si incastona a tratti in alcuni romanzi,
si potrebbero a~iun~ere a Krtkaia molti altri testi ~resso-

I Analizzato splendidamente da Michail Bachtin nel cap. La parola in
Dostoeuskij del suo Dostoevskij. Poetica e stilistica (traduzione italia-
na: Torino, Einaudi, 1968).

ch equivalentemente: si pensi almeno a Il ladro onesto, a
Ntocka Nezvnova, a Memorie del sottosuolo, a Il sogno di
un uomo ridicolo, per non ricordare che quelli pi vicini
all'Episcopo. Di essi, il Catalogo della Biblioteca Nazionale di
Parigi (cfr. nota 1 a pp. XII-XIII) registra la traduzione
francese solo per Krtkaja e Memorie del sottosuolo (nel li-
bero adattamento L'Esprit souterrain). Ma poich, tra le tra-
duzioni italiane, gi nel '90 si registra un precocissimo Le
memorie di un'orfana (cfr. nota 1 a p. XIII), ossia la ver-
sione di Ntocka Nezvnova,  sospettabile che alle sue spal-
le esistesse anche il testo francese, forse con il titolo modi-
ficato.

Un solido legame tematico si istituisce in particolare con
Il ladro onesto: il sodalizio tra il personaggio che racconta e
l'ubriacone ex-impiegato scacciato dal lavoro ricorda l'amici-
zia tra Giovanni Episcopo e Battista. Inoltre, entro questa
comune situazione, si lascia isolare l'identit di un episodio:
il furto consumato dall'ubriacone ai danni dell'amico bene-
fattore: i calzoni nuovi nel Ladro onesto, l'orologio nell'Epi-
scopo. La meccanica del fatto  identica: il protagonista che
dice io oscilla tra compassione e rabbia, mentre l'amico finge
inutili ricerche dell'oggetto rubato; allontanatosi per qualche
giorno, ritorner chiedendo perdono, infangato, lacero, af-
famato.l

Anche Memorie del sottosuolo cede pi di un tratto al di-
segno dannunziano. Giovanni Episcopo, finalmente libero dal-
la prepotente signoria di Wanzer, ripara una notte in un
caff. Qui, nel momento stesso in cui fantastica su immagina-
rii duelli,  vittima di uno sgarbo da parte di uno sconosciu-
to, ma non osa reagire. Il piccolo impiegato del sottosuolo
vive una situazione del tutto analoga, sezionata e prolungata
da Dostoevskij con ben ma~iore sotti~liezza: al caff, di

I L'aflinit con ll ladro onesto era stata gi rilevata da Anna M.V.
Guarnieri Ortolani, nel saggio citato. L'honnete voleur, secondo l'au-
trice, sarebbe stato tradotto in Francia da J. W. Bienstock nel '91. Ma
il Catalogo Generale della Nazionale di Parigi fornisce solo questo dato:
L'honnete uoleur. Paris Lihrairie illustre 1899
notte, uno sconosciuto gli usa uno sgarbo, ed egli, pur gon-
fio d'ira e meditando la vendetta, non reagisce.

Inoltre, Giovanni Episcopo e l'uomo del sottosuolo sono
allo stesso modo respinti, sbeffeggiati, dominati dagli amici.
Non occorre insistere tuttavia sulla ben diversa consistenza
del povero Episcopo rispetto all'indimenticabile personaggio
di Dostoevskij.

Ancora, si  sempre menzionato, come modello di Battista,
il Marmeladov di Delitto e castigo: a esso aggiungeremo non
soltanto l'alcoolizzato del Ladro onesto, ma anche il misera-
bile Efimov di Ntocka Nezvnova.

Sconfinando al di l dei racconti confezionati a monologo,
D'Annunzio trov ricco materiale tra i piccoli impiegati de-
diti all'alcool, licenziati dal lavoro, o sempre prossimi ad es-
serlo, ritratti da Dostoevskij in Povera ge~?te, sullo sfondo di
sudici e cupi quartieri, di case e scale umide e maleodoranti.

Per volont di totale emulazione con il modello, D'Annun-
zio non si limita a trasceglierne e privilegiarne un aspetto te-
matico, diremo quello veristico e umanitario dei primi rac-
conti. Incautamente, non sa rinunciare al mito troppo sedu-
cente dell'uomo  assolutamente buono , modellato sul sim-
bolo di Cristo. ~ cos che dietro la fragile sagoma dell'impie-
gatucolo romano, servo senza scampo della tirannia di Wan-
zer e della sensualit animale di Ginevra, allinea le impareg-
giabili fisionomie del principe Myskin (L'Idiota) e di Alioscia
(I fratell~ Karamazov), senza tuttavia poterne ricavare spes-
sore artistico per il suo incredibile  Christus patiens .

Il sovraccarico di elementi in un testo per di pi breve fini-
sce con lo smagliarlo e con il confonderne le labili linee.

Si aggiunga che  verosimile che proprio dalle intense let-
ture dostoevskijane, 1'Episcopo abbia tratto anche quel pas-
so segreto di sogno o allucinazione o delirio, che accGmpa-
gna la vicenda del protagonista come un doppio fondo, si-
glandone i momenti forti: l'innamoramento di Ginevra, I la

l  un sogno, un sogno. Tutto quel periodo della mia vita  come un
sogno. [...] Rivivevo, in sogno, una parte di vita gi vissuta , ecc.,
p. 21.

gita a Tivoli per raggiungerla,' l'annuncio del fidanzamen-
to,7 le nozze,3 il ritorno di Wanzer,4 l'attesa prima del de-
litto,5 e finalmente il delitto stesso, vissuto fuori della per-
sona, quasi compiuto da altri, come rivela lo scheletro sin-
tattico:

Gli occhi mi corsero a un lungo coltello [...], la destra mi cor
se [...], e una forza prodigiosa m'investl [...]; e mi sentii traspor-
tato su la soglia, p 77 6

Se ne incrementa, con un eccesso nevrotico sottolineato da
Ezio Raimondi in un rapido cenno,7 quella disposizione alla
lettura simbolica degli oggetti e degli eventi, sempre nativa-
mente intensa in D'Annunzio.

A tratti addirittura balena il sospetto della follia. E qui
sentiamo emergere quella valutazione di un Dostoevskij cri-
minologo o patologo pi volte accennata: D'Annunzio stesso
infatti, sulla scorta presunta del modello, fa intravedere nelle
parole sconnesse di Episcopo il tarlo della malattia menta-

I  Ancora una volta, il senso della realt mi sfuggiva. Mi pareva
d'essere circondato come d~un'atmosfera particolare che m~isolasse dal
mondo esterno  p. 26.

2  Sorridiamo, imbarazzati, confusi, stupiti anche noi di quel che va
accadendo con la facilit e l'assurdit d'un sogno... , p. 29.

3  llo un ricordo confuso, vago, interrotto, della cerimonia, della fe-
sta, di quella folla, di quelle voci, di quel rumore. Mi parve, a un certo
punto, che passasse su quella tavola qualche cosa di simile al soffio ar-
dente e impuro che passava un tempo su l'altra tavola , p. 50 (con il
parallelo profano alla vicenda di Cristo).

4  E persi, d'un tratto, il senso della realt, e fui circondato da quel-
l'atmostera isolante di cui vi ho gi discorso una volta, e riebbi profon-
dissimo il sentimento deU'anteriorit, di ci che accadeva e stava per ac-
cadere, ecc., p. 63.

5  Tutte queste cose per me non avevano pi realt, non ne conserva-
vano che una parvenza; non erano pi la vita, ma simulavano la vita. ,
p. 76.

6 Un preannuncio simbolico di questa situazione finale di automatismo
e alienazione  nell'episodio del ritorno di wanzer, altro momento-
chiave della storia. wanzer suona alla porta dell'appartamento.  Andai
ad aprire.  [racconta Episcopo]  L'atto era nella mia persona, ma la
volont era fuori della mia persona. , p. 63.

7 Cfr. E. Raimondi ll D'Annunzio e il simbolismo, in D'Annunzio e il
simbolismo europeo. Atti del convegno di studio, Gardone Riviera,
14-15-16 settembre 1973, Milano, Il Saggiatore, p. 40.
le,l e insinua anche, negligentemente, qualche termine me-
dico.2

L'operazione dannunziana appare ormai limpida: colle-
zionato un folto schedario di figure e situazioni dostoevskija-
ne con molta sommariet, scarsa volont discriminatrice, e
non senza equivoci, D'Annunzio ha la felice intuizione critica
di disporlo entro una delle strutture stilistiche pi connotanti
di Dostoevskij, appunto il famoso monologo. Proprio il con-
gegno contenitivo ha distolto spesso l'attenzione dall'abbon-
danza del materiale raccoltovi.

Il mito dostoevskijano, confondendosi con quello all'incir-
ca contemporaneo alimentato da Tolstoi, si espande negli stes-
si anni '90-'91 non soltanto, com' ben noto, nelle opere in
versi (dalle Elegie romane al Poema Paradisiaco), ma anche
nelle lettere a Barbara Leoni. Alludiamo a certe esplicite
menzioni (limitate ai Fratelli Karamazov),3 ma anche alle pi
segrete risonanze tematiche percettibili in questa scrittura pri-
vata, palestra per D'Annunzio di esercizio letterario alla stre-
gua di qualsiasi altra occasione di confronto con la parola. Vi
circola infatti una lamentosa e esausta bont, tanto gentile
quanto triste, nella quale s' snervata e dissanguata la lezione
dei russi e, insieme, del pi flebile decadentismo francese
(Maeterlinck, Jammes, Coppe). A piene mani si rintraccia-
no toni pietosi e elegiaci, come in questo idillio casalingo:

Ho cenato con le cose rimaste ho bevuto il Falerno, alla stessa
tavola, alla piccola tavola dell'intimit e della confidenza;

o in questa protesta di tenerezza:

Ho un mondo di cose dolci e buone da dirti, specialmente di
buone; ma sono stranchissimo. Oggi ho lavorato indefessamente,
un po' per merito tuo. Qualche cosa del tuo profumo (parlo del
profumo spirituale)  passato nelle mie pagine profonde.2

Lo stesso languore sentimentale viene additato insistente-
mente da D'Annunzio anche nella complice Barbara.  Ri-
sponder alla tua lettera buona, tanto tanto buona , le scri-
ve;3 e, qualche giorno dopo, ne esalta ancora le missive
 cosl piene di poesia delicata e di tenerezza malinconica! .4

i~ prevedibile che tanto ostinata bont ingeneri noia nello
stesso inquieto degustatore. Illuminante, anche se fulminea,
ci pare la scheggia di saziet e sadismo che balena in un mes-
saggio di poco successivo, steso durante l'elaborazione del-
1'Innocente:

Ho scritto qualche pagina amara, con uno stile mordente e come
l'acqua forte. Ho fatto strazio di Giuliana e dell'amore e di tutte
le cose che sembrano pure e belle.5

I <~ Mi credete pazzo? Ah, no? Mi pareva di leggere ne vostri occhi...
No, slgnore; non sono ancora pazzo. ", p. 11;  Voi che pensate? Per-
der la ragione, prima di chiudere gli occhi? ~> ecc., p. 27.

 Ebbene, pensate che io ho vissum fino ad oggi in questi disordini
in questi disturbi, in queste alterazioni, quasi di continuo! Parestesie
disestesie... Mi hanno anche detto i nomi dei miei mali.  ecc., p. 27.
 Per una lettera del 18 aprile '90 ci affidiamo forzatamente alla testi-
monianza di Enzo Palmieri (cfr. a p. 144 della sua edizione di Elegte
romane, Poema Paradisiaco, Odi na~Jali, Bologna, Zanichelli, 1959)
essendo essa esclusa dalle Lettere a Barbara Leoni, Firenze, Sansoni

       o tema  toccato nella letterPa ddreel 6 aaramlaZ~ov con il pro-
Barbara Leoni, cit., p. 287); e appena adombrato in un cenno elusivo       Cfr L Tro pe      P
del 7 magglo: assente nelle Lettere, quest'ultimo messaggio  riportato,  3datata 16 magg
insieme con molti altri, da Luigi Trompeo in  I pi belli occhi di Ro-   4 Ib ~ p 88 ( ugg
ma . L'lppol~ta dannunziana, nel volume di pi autori Ricordi romani     5 Ib ~ p 94 (52gl gu no ~)
d~ Gabriele D'Annunzio, Roma, Fratelli Palombi editori, 1938.             Ib ~ p- 15 (  g g
Bibliogra~a

EDIZIONI DELLE OPERE DI D'A~NUNZIO:

Tutte le Opere, in 48 volumi, pi uno di indici, Milano (Vero-
na), Mondadori, 1927-1936 (Edizione Nazionale).

Tutte le Opere, a cura di Egidio Bianchetti, in 11 volumi, col-
lezione "I Classici Contemporanei Italiani", Milano, Monda-
dori, 1939-1976. Gli ultimi due volumi sono: Taccuini (1965)
a cura di Enrica Bianchetti e Roberto Forcella, e Altri tac-
cuini (1976), a cura di Enrica Bianchetti.

Poesie, Teatro, Prose, a cura di Mario Praz e Ferdinando Ger-
ra, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966.

Taccuini, a cura di Enrica Bianchetti e Roberto Forcella, Mila-
no, Mondadori, 1965.

BIBLIOGRAFIA DELLA CRITICA

Tra i profili complessivi dell'opera dannunziana, preme soprat-

tutto ricordare, come particolarmente illuminanti:

G. Contini Gabriele D'Annunzio, in Letteratura dell'ltalia #nita
1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968 (pp. 319-25).

E. Raimondi Gabriele D'Annunzio, nella Storia della letteratura
italiana, vol. IX, 71 Novecento, Milano, Garzanti, 1969 (pp.
3-84).

Sulla questione del romanzo in D'Annunzio, si vedano almeno:

M. Marcazzan Sulla prosa di D'Annunzio, in L'arte di Gabriele
d'Annunzio. Atti del convegno internazionale di studio. Vene-
zia-Gardone Riviera-Pescara. 7-1~ ottobre 1963, Milano, Mon-
dadori, 1968 (in particolare alle pp. 223-31, per l'Episcopo).

M. Praz La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romanti-

ca, Firenze, Sansoni, 1966, passim (per un panorama dei debiti
culturali con il decadentismo europeo).

M. Guglielminetti L'orazione di D'Annunzio, in Struttura e sin-
tassi del romanzo italiano del primo Novecento, Milano, Silva,
19672(pp.23-8).

G. Luti La cenere dei sogni, nel volume omonimo, Pisa, Nistri-
Lischi, 1973 (sull'esperienza dell'Episcopo, alle pp. 43-8).

I. Ciani Premesse per uno studio sul Piacere, "Paragone",
n. 278, aprile 1973.

G. Tosi D'Annunzio dcouvre Nietzscbe (1892-1894), Italiani-
stica", a. III, n. 3, settembre-dicembre 1973.

I. Ciani Nota introduttiva a G. d'Annunzio Il piacere. Nella
stesura preparata dall'autore per l'edizione francese del 1894,
Milano, Il Saggiatore, 1976 (pp. VII-LIX).

E. Paratore D'Annunzio e il romanzo russo, "Lettere italiane",
a. XXVIII, n. 3, luglio-settembre 1976.

Su Giovanni Episcopo, tra i contributi pi interessanti (oltre
a quelli gi citati nell'introduzione):

Giovanni Episcopo, di Gabriele d'Annunzio, "L'Illustrazione Ita-
liana, n. 11, 13 marzo 1892.

Scartabello (: Antonio Baldini) D'Annunzio e la  Nuova Antolo-
gia~, "Nuova Antologia", a. 73, fasc. 1548, 16 marzo 1938.

A. Gargiulo La tirica buona (Poema Paradisiaco), in Gabriele
d'Annunzio, Firenze, Sansoni, 19412 (pp 176-7).

E. De Michelis Giovanni Episcopo, in Tutto D'Annunzio, Mila-
no, Feltrinelli, 1960 (pp. 107-12).

F. Tropeano "Giovanni Episcopo", in Saggio sulla prosa dannun-
ziana, Firenze, Le Monnier, 1962 (pp. 42-4).

E. Paratore Studi dannunziani, Napoli, Morano, 1966 (pp. 106-8).

E. De Michelis Dostoevskij nella letteratura italiana, "Lettere
Italiane, a. XXIV, n. 2, aprile-giugno 1972.

J. Goudet Giovanni Episcopo, in D'Annunzio romanziere, Firen-
ze, Leo S. Olschki editore, 1976 (pp. 63-78).

P. Gibellini Giovanni Episcopo, in Teatro del Vittoriale. Stagio-
ne 1976, Gardone, Il Vittoriale degli Italiani, 1976 (pp. 44-5).
