GABRIELE D'ANNUNZIO.

LE PRIMAVERE DELLA MALA PIANTA:
Giovanni Episcopo.
A Matilde Serao.

Illustre signora, mia cara amica, questo piccolo libro che
io vi dedico non ha per me importanza di arte; ma  un
semplice documento letterario publicato a indicare il
primo sforzo istintivo di un artefice inquieto verso una
finale rinnovazione.

Fu scritto a Roma nel gennaio del 1891, dopo quin-
dici mesi di completo riposo intellettuale trascorsi in
gran parte fra ozii torpidi ed esercizii violenti dentro una
caserma di cavalleria. La persona di Giovanni Episcopo
era gi stata da me osservata e studiata con intensa cu-
riosit, due anni innanzi. Il filosofo Angelo Conti l'aveva
conosciuta per la prima volta nel gabinetto d'un medico,
all'ospedale di San Giacomo. Io, quel nobile hlosofo e il
pittore simbolico Marius de Maria avevamo poi frequen-
tato una mortuaria taverna della via Alessandrina per in-
contrarci col doloroso bevitore. Alcune circostanze biz-
zarre avevano favorito il nostro studio. (Angelo Conti
appunto aveva provveduto la siringa e la morfina pel po-
vero Battista!) Ma il raro materiale, raccolto con la mag-
gior possibile esattezza, era rimasto grezzo in alcune pa-
gine di note.

Voi, cos costante e cos fiera lavoratrice, non cono-
scete forse i gravi turbamenti che porta nella conscienza
dell'artefice una lunga interruzione del lavoro. Uscito
dalla servit militare, io durai fatica a riprendere le anti-
che consuetudini dello spirito, ad acquistare una nozione
precisa del mio nuovo stato interiore, a raccogliermi, qua-
si direi a ripossedermi. Compresi allora come sia profon-
da e inevitabile su noi l'azione pur degli estranei da cui
tante diversit ci separano, e come sia pi difficile preser-
vare la nostra persona morale che il nostro corpo dai rudi
contatti delle moltitudini per mezzo a cui viviamo o pas-
siamo. Nulla, mia cara amica, nulla di quanto crediamo
nostro ci appartiene.

Il cavalleggere abituato a restare in sella dieci ore di
sguito e a sciabolare in corsa il vento aveva una specie
di ripugnanza fisica contro l'immobilit della sedia, con-
tro l'irritante esercizio della scrittura. Alcune settimane
plumbee passarono su un malessere indefinibile nel qua-
le spuntavano e si dissolvevano di continuo piccole ener-
gie fatue, come le piccole bolle nell'acqua mantenuta in
un bollore leggero ma costante da un lento fuoco.

Mi pareva che tutte le mie facolt di scrittore si fos-
sero oscurate, indebolite, disperse. Mi sentivo in certe
ore cos profondamente distaccato dall'Arte, cos estra-
neo al mondo ideale in cui un tempo avevo vissuto, cos
arido, che nessuna instigazione valeva a scuotermi dal-
l'inerzia pesante e triste in cui mi distendevo. Qualunque
tentativo riesc vano: nessuna lettura valse a fecondar-
mi. Le pagine predilette, che un tempo avevano provo-
cato nel mio cervello le pi alte ebrezze, ora mi lascia-
vano freddo. Di tutta la mia opera passata provavo quasi
disgusto, come d'una compagine senza vitalit, la quale
non avesse pi alcun legame col mio spirito e pure mi
premesse d'un intollerabile peso. Certi brani di stile, in
qualche mio libro di prosa, mi facevano ira e vergogna.
Mi parevano vacue e false le pi lucide forme verbali
in cui m'ero compiaciuto.

Mai artefice ripudi la sua opera passata con maggior
sincerit di disdegno, pur non avendo ancra in s l'agi-
tazione dell'opera futura n la conscienza del nuovo po-
tere.

Ma in noi esseri d'intelletto un lavorio occulto si com-
pie, le cui fasi lente non sono percettibili talvolta nep-
pure in parte dai pi vigili e dai pi perspicaci. Se sul
nostro intelletto pende di continuo la minaccia spaven-
tevole o d'una improvvisa lesione o d'una progressiva
degenerazione degli organi, in compenso questi medesimi
fragili mutevoli organi sono mossi al servizio dell'Arte
da attivit misteriose e prodigiose che a poco a poco ela-
borano la materia quasi amorfa ricevuta dall'esterno e la
riducono a una forma e a una vita superiori. E l'una e
l'altra possibilit, la tragica e la felice, hanno comune il
campo oscuro ed immensurabile della nostra inconscien-
za bruta.

Una sera di gennaio, stando solo in una grande stanza
un poco lugubre, io sfogliavo alcune raccolte di note:
- materiale narrativo in parte gi adoperato e in parte
ancra vergine. Una singolare inquietudine mi teneva.
Se bene io fossi occupato alla lettura, la mia sensibilit
era straordinariamente vigilante nel silenzio; e io potei
osservare, nel corso della lettura, che il mio cervello ave-
va una facilit insolita alla formazione e alla associazione
delle imagini pi diverse. Non era quella la prima volta
che accadeva in me il fenomeno, ma mi pareva che mai
avesse raggiunto un tal grado d'intensit. Incominciavo
a vedere, in sensazione visiva reale, le apparenze imagi-
nate E l'inquietudine si faceva, di minuto in minuto,
pi forte.

Quando lessi sul frontespizio di un fascicolo il nome
di Giovanni Episcopo, in un attimo, come nel bagliore
d'un lampo, vidi la hgura dell'uomo: non la hgura cor-
porea soltanto ma quella morale, prima di aver sotto gli
occhi le note, per non so qual comprensiva intuizione che
non mi parve promossa soltanto dal risveglio repentino
d'uno strato della memoria ma dal segreto concorso di
elementi psichici non riconoscibili ad alcun lume d'analisi
immediata.

Allora quell'uomo dolce e miserabile, quel Christus
patiens, si mise a vivere (innanzi a me? dentro di me?)
d'una vita cos profonda che la mia vita stessa ne rest
quasi assorbita.

Mai, signora, mai da creatura terrestre avevo ricevuta
una pi violenta commozione. Mai avevo assistito a un
pi alto e pi spontaneo miracolo dell'intelligenza: alla
perfetta ricostituzione d'un essere vitale nello spirito di
un artefice repentinamente invaso dalla forza creatrice.
Mai Giovanni Episcopo era stato pi vivo.

E con lui Giulio Wanzer, Ginevre, Ciro, il vecchio,
respiravano, palpitavano: avevano i loro sguardi, i loro
gesti, le loro voci, un odore umano, qualche cosa di mi-
serevolmente umano che doveva rendere indimenticabili
i loro aspetti. E ciascun episodio del dramma doveva aver
la potenza di suscitare un brivido non somigliante ad al-
cun altro. E quella corsa del padre e del figlio, sotto il
sole feroce, nel silenzio, nel deserto, a traverso i terreni
ingombri di macerie, fra le pozze di calce abbacinanti; e
quel loro entrare nella casa muta, luminosa e vacua; e
quell'aspettazione misurata mortalmente dai palpiti delle
loro arterie; e il grido selvaggio, e il fanciullo avvitic-
chiato al gran corpo di quel bruto, e i colpi di coltello in
quella schiena possente, e lo schianto, e il gorgoglio del
sangue; e l'agonia di Ciro, in quella stanza, nel crepu-
scolo, al conspetto dell'ucciso; e poi, nell'ore che segui-
rono, il padre solo con quei due cadaveri... Ah, mia cara
amica, perch ebbi una s fiera visione e feci una s de-
bole opera? Perch su la pagina quel gran tutto di forza
si attenu e si spense?

La mattina dopo, mi misi al lavoro. Lavorai con una
strana energia, per alcuni giorni, senza altra interruzione
che quella del sonno e dei pasti. E avevo sempre d'innan-
zi agli occhi viva, specialmente nella notte, la figura di
Giovanni.

Ecco, mia cara amica, la genesi di questo piccolo libro
che io vi dedico. Penso che troverete qui i primi elementi
di una rinnovazione proseguita poi nell'Innocente con
pi rigore di metodo, esattezza di analisi, semplicit di
stile.

Tutto il metodo sta in questa formula schietta: - Bi-
sogna studiare gli uomini e le cose DIRETTAMENTE, sen-
za transposizione alcuna.

Ma chi vorr studiare? Quanti ancra in Italia inten- 
dono il significato di un tal verbo? Quanti sentono la 
necessit di rinnovarsi? Quanti hanno fede nella loro
forza e sicurezza nella loro sincerit?

Pure, non mai come oggi fu imperioso il dilemma: 
- O rinnovarsi o morire.               

A voi, signora, a voi che ricercando il meglio date in
Italia l'esempio di una operosit cos virile, dedico dun-
que un documento publicato a indicare il primo sforzo .
istintivo di un artefice inquieto; il quale tanto  appas-
sionato dell'Arte che non pu rassegnarsi a morire.


Dunque, voi volete sapere... Che cosa volete sapere, si-
gnore? Che cosa vi debbo dire? Che cosa? - Ah, tutto!
- Bisogner dunque che io vi racconti tutto, fin dal prin-
cipio.

Tutto, fin dal principio! Come far? Io non so pi
nulla; non mi ricordo pi di nulla, veramente. Come fa-
r, signore? Come far?

Oh Dio! Ecco... - Aspettate, vi prego, aspettate. Ab-
biate pazienza. Abbiate un poco di pazienza; perch io
non so parlare. Se pure mi ricorder di qualche cosa,
non ve la sapr raccontare. Quando ero tra gli uomini,
ero taciturno. Ero taciturno, anche dopo che avevo be-
vuto: sempre.

No, non sempre. Con lui, parlavo; soltanto con lui.
Certe sere d'estate, fuori di porta, o nelle piazze, nei
giardini publici... Metteva il suo braccio sotto il mio, quel
povero braccio scarno, cos esile che quasi non lo senti-
vo. E andavamo insieme, ragionando.

Undici anni - pensate, signore - aveva soli undici an-
ni; e ragionava come un uomo, era triste come un uomo.
Pareva che sapesse gi tutta la vita, che soffrisse tutte le
sofferenze. La sua bocca conosceva gi le parole amare,
quelle che fanno tanto male e che non si dimenticano!

Chi dimentica qualche cosa? Chi?
Io vi dicevo: non so pi nulla, non mi ricordo pi
nulla... Oh, non  vero.

Mi ricordo di tutto, di tutto, di tutto. Capite? Mi ri-
cordo delle sue parole, dei suoi gesti, dei suoi sguardi,
delle sue lacrime, dei suoi sospiri, dei suoi gridi, d'ogni
atto della sua esistenza, dall'ora che  nato all'ora che
 morto.

E morto. Sono gi sedici giorni che  morto. E io
vivo ancra! Ma io debbo morire; quanto pi presto 
possibile, io debbo morire. Il mio figliuolo vuole che io
vada. Tutte le notti viene, si siede, mi guarda. E scalzo,
povero Ciro! Bisogna che io stia con gli orecchi tesi per
accorgermi del suo passo. Continuamente, da che si fa
buio, sto in ascolto; continuarnente. Quando mette il
piede su la soglia,  come se lo mettesse sul mio cuore;
ma piano piano, senza farmi male, oh, tanto leggero...
Povera anima!

E scalzo, ora, tutte le notti. Ma, credetemi, mai mai
nella sua vita, mai  andato scalzo. Ve lo giuro: mai.

Vi dir una cosa. State bene attento. Se vi morisse una
persona cara, fate che nella cassa non le manchi nulla.
Vestitela voi, se potete, con le vostre mani. Vestitela
tutta quanta, minutamente, come se dovesse rivivere, le-
varsi, uscire. Nulla deve mancare a chi se ne va dal mon-
do; nulla. Ricordatevene.

Ecco, guardate queste scarpette. - Avete figliuoli?
- No. Ebbene, voi non potete sapere, voi non potete in-
tendere che cosa sieno per me queste due scarpette lo-
gore che hanno contenuto i suoi piedi, che hanno con-
servata la forma dei suoi piedi. Io non sapr dirvelo
mai, nessun padre ve lo sapr mai dire; nessuno.

In quel momento, quando entrarono nella stanza,
quando vennero per portarmi via, tutti i suoi abiti non
erano l, su la sedia, accanto al letto? Perch io non cer-
cai altro che le scarpe, ansiosamente, sotto il letto, sen-
tendomi scoppiare il cuore al pensiero di non trovarle;
e le nascosi, come se dentro ci fosse rimasto un poco
della sua vita? Ah, voi non potete intendere.

Certe mattine fredde, d'inverno, all'ora della scuola...
Soffriva di geloni, povero bambino! D'inverno aveva i
piedi tutti piagati, sanguinanti. Io gli mettevo le calze,
io gli mettevo le scarpe. Sapevo fare tanto bene. Poi, nel-
l'allacciare, chino a terra, sentivo che le sue mani appog
giate su le mie spalle tremavano gi di freddo. E io mi
indugiavo... Voi non potete intendere.

Allora, quando mor, era questo l'unico paio; questo
che vedete. E io glielo tolsi. E, certo, egli fu seppellito
cos, come un poverello. Chi gli voleva bene, fuori che il
padre?

Ora, tutte le sere, io prendo queste due scarpette e le
poso l'una accanto all'altra, su la soglia, per lui. S'egli
le vedesse, passando? Le vede forse, ma non le tocca.
Sa forse che io diventerei pazzo, se la mattina non le
ritrovassi l, al loro posto, l'una accanto all'altra...

Mi credete pazzo? Ah, no? Mi pareva di leggere ne'
vostri occhi... No, signore; non sono ancra pazzo. Que-
sto che vi racconto,  vero. Tutto  vero. I morti ritor-
nano.

Ritorna anche l'altro, qualche volta. Orribile! Oh, oh,
oh, orribile!

Vedete: intere notti ho tremato cos, ho battuto i
denti, senza potermi frenare; ho creduto che per il ter-
rore mi si staccassero le ossa, alle giunture; ho sentito i
capelli su la fronte come aghi, sino alla mattina, duri,
diritti. Non ho tutti i capelli bianchi? Dite: non sono
bianchi?

Grazie, signore. Vedete: non tremo pi. Sono malato,
molto malato. Quanti giorni di vita mi dareste ancra, a
giudicarmi dall'aspetto? Voi lo sapete: io debbo morire,
quanto pi presto  possibile.

Ma s, s, ecco, sono calmo, perfettamente calmo. Vi
racconter tutto, fin dal principio, come vorrete: tutto,
per ordine. La ragione non m'ha abbandonato ancra.
Credetemi.

Ecco, dunque. Fu in una casa dei quartieri nuovi; in
una specie di pensione privata, dodici o tredici anni fa.
Eravamo una ventina d'impiegati, tra vecchi e giovani.
Andavamo l a desinare, la sera, insieme, a una stessa
ora, a una stessa tavola. Ci conoscevamo tutti, pi o
meno, bench non fossimo tutti dello stesso ufficio. L
conobbi Wanzer, Giulio Wanzer, dodici o tredici anni fa.

Voi... vedeste... il cadavere? - Non vi parve che ci
fosse qualche cosa di straordinario in quel viso, negli
occhi? - Ah, ma gli occhi erano chiusi... Non tutt'e due,
per; non tutt'e due. Io lo so. Debbo morire, almeno
per levarmi dalle dita l'impressione di quella palpebra
che resisteva... La sento, la sento, qui, sempre; come se
mi si fosse attaccata qui un poco di quella pelle. Guar-
date. Questa non  una mano che ha gi incominciato a
morire? Guardatela.

S;  vero. Non bisogna pensarci. Perdonatemi. Ora an-
dr dritto alla fine. Dove eravamo rimasti? Avevo inco-
minciato tanto bene; e, sbito, mi sono smarrito! Deve
essere l'effetto del digiuno; non altro, certo, non altro.
Da quasi due giorni non prendo nulla.

Prima, mi ricordo, quando ero a stomaco vuoto, ave-
vo una specie di delirio leggero, tanto strano. Pareva
che vaneggiassi: vedevo delle cose...

Ah, eccomi. Avete ragione. Dicevo dunque che l co-
nobbi Wanzer.

Dominava tutti, l dentro; soverchiava tutti; non sof-
friva contradizioni. Alzava sempre la voce; qualche volta,
le mani. Non passava sera, quasi, ch'egli non avesse un
alterco. Era odiato e temuto, l dentro, come un tiranno.
Tutti parlavano male di lui, mormoravano, congiurava-
no; a pena egli appariva, anche i pi rabbiosi tacevano.
I pi timidi gli sorridevano, lo accarezzavano. Che aveva
quell'uomo?

Io non so. A tavola, gli stavo quasi di contro. Non
volendo, gli tenevo gli occhi addosso, continuamente.
Provavo una sensazione strana, che io non vi so espri-
mere: un misto di repulsione e di attrazione, indefinibile.
Era qualche cosa come un fascino cattivo, assai cattivo,
che quell'uomo forte sanguigno e violento mandava ver-
so di me tanto debole, anche allora, e malaticcio, e irre-
soluto; e, veramente, un poco vile.

Una sera, su la fine del desinare, sorse una discussione
tra Wanzer e un certo Ingletti che stava di posto accanto
a me. Secondo il solito, Wanzer alzava la voce e s'adira-
va. Ingletti, forse reso audace dal vino, gli teneva testa.
Io rimanevo quasi immobile, con gli occhi fissi sul mio
piatto, non osando levarli; e lo stomaco mi s'era chiuso,
orribilmente. Part qualche parola ingiuriosa. D'un trat-
to, Wanzer afferr un bicchiere e lo scagli contro l'av-
versario. Il colpo fall; e il bicchiere venne a spezzarsi
su la mia fronte, qui, dove vedete la cicatrice.

Come mi sentii per la faccia il sangue caldo, persi la
conoscenza. Quando la ripresi, avevo gi il capo fasciato.
Wanzer era l, con un'aria dolente; mi disse qualche
parola di scusa. Mi riaccompagn a casa, col dottore; as-
sistette alla seconda medicatura; volle rimanere nella mia
stanza fino a tardi. La mattina dopo, torn. Torn spes-
so. E incominci allora la mia schiavit.

Io non potevo avere verso di lui altra attitudine che
quella di un cane impaurito. Quando entrava nella mia
stanza, egli pareva il padrone. Apriva i miei cassetti, si
pettinava col mio pettine, si lavava le mani nella mia
catinella, fumava nella mia pipa, frugava tra le mie car-
te, leggeva le mie lettere, portava via gli oggetti che gli
piacevano. Di giorno in giorno, la sua prepotenza dive-
niva pi incalzante, e di giorno in giorno la mia anima
Sl avviliva, si rimpiccioliva. Non ebbi pi volont. Mi
sottomisi pienamente, senza proteste. Colui mi lev ogni
senso di dignit umana, cos, d'un tratto, con la stessa
facilit con cui mi avrebbe strappato un capello.

E io non ero istupidito, no. Avevo conscienza di tutto
ci che facevo, una conscienza lucidissima di tutto: della
mia debolezza e della mia abiezione; e specialmente, del-
l'impossibilit assoluta, in cui ero, di sottrarmi al potere
di quell'uomo.

Io non vi so definire, per esempio, il sentimento pro-
fondo e oscuro che mi veniva dalla cicatrice. E non vi
so spiegare il gran turbamento che m'invase, quando,
un giorno, il mio carnefice mi prese la testa fra le mani
per guardare questa cicatrice che era ancra tenera e
tutta accesa; e sopra ci pass le dita pi volte; e poi
disse:

-  chiusa perfettamente. Fra un mese non si vedr
pi nulla. Puoi ringraziare Iddio.

Mi parve in vece, da quel minuto, di avere in fronte
non una cicatrice ma un bollo servile, un segno vergo-
gnoso e visibilissimo, per tutta l'esistenza.

Io lo seguii dovunque egli volle; lo aspettai per ore
intere su la strada, davanti a una porta; vegliai le notti
a ricopiare per lui le carte del suo ufficio; andai a por-
tare le sue lettere da un capo all'altro di Roma; cento
volte, salii le scale del Monte di Piet, corsi di usuraio
in usuraio, trafelato, per trovargli una somma che lo do-
veva salvare; cento volte, rimasi dietro la sua sedia, in
una bisca, fino all'alba, morto di stanchezza e di nausea,
tenuto desto dagli scoppii delle sue bestemmie e dal
fumo acre che mi mordeva la gola; ed egli s'impazientiva
della mia tosse, e m'accusava della sua sfortuna; e poi,
se aveva perduto, uscendo, per i vicoli deserti, in mezzo
alla nebbia, mi trascinava come uno straccio, gesticolan-
do e imprecando, finch non sorgeva a una svolta un'om-
bra che ci offriva l'acquavite.

Ah, signore, chi sapr svelarmi questo mistero, prima
ch'io muoia? Ci sono dunque su la terra uomini che,
incontrando altri uomini, possono farne quel che voglio-
no, possono farli schiavi? Si pu dunque togliere a uno
la volont come gli si pu togliere di tra le dita un filo
di paglia? Si pu fare questo, signore? Ma perch?

Davanti al mio carnefice, non ho mai potuto volere. E
pure avevo l'intelligenza; e pure avevo il cervello pieno
di pensieri; e avevo letto molti libri, e sapevo molte cose,
e comprendevo molte cose. Una cosa, una cosa, sopra
tutte, comprendevo: - che io ero perduto, irremissibil-
mente. Avevo di continuo, in fondo a me, uno sbigotti-
mento, un tremore; e, da quella sera della feritaJ m'era
rimasta la paura del sangue, la visione del sangue. Le
cronache dei giornali mi turbavano, mi toglievano ll
sonno. Certe notti, quando rientrando con Wanzer pas-
savo per un andito buio, per una scala buia, e i fiammi-
feri stentavano ad accendersi, mi sentivo un brivido nella
schiena e i capelli cominciavano a diventarmi sensibili.
Il mio pensiero fisso era che, una notte o l'altra, colui
mi avrebbe trucidato.

Non fu cos. Fu, in vece, quel che non poteva essere.
Io pensavo: - morire per quelle mani, una notte, atroce-
mente, - ecco il mio destino, sicuro. In vece...

Ma ascoltatemi. Se, quella sera, Wanzer non fosse ve-
nuto a cercare nella stanza di Ciro; se io non avessi ve-
duto sul tavolo il coltello; se qualcuno non fosse entrato
dentro di me, all'improvviso, per darmi quel terribile
impeto; se...

Ah,  vero. Avete ragione. Siamo ancra al principio
e io vi parlo della fine! Voi non potrete capire se prima
io non vi racconter tutto. E pure, sono gi stanco; mi
confondo gi. Non ho pi nulla da dire, signore. Ho la
testa leggera leggera, come una vescica piena d'aria. Non
ho pi nulla da dire: Amen, amen.

Ecco,  passato. Basta. Grazie. Voi siete molto buono;
avete piet di me. Nessuno ha mai avuto piet di me,
su la terra.

Mi sento meglio; posso seguitare. Vi dir di lei, di
Ginevra.

Dopo il fatto del bicchiere, alcuni dei nostri compagni
abbandonarono la pensione, altri dichiararono che sa-
rebbero rimasti se fosse stato escluso Giulio Wanzer.
Cos Wanzer ebbe, l, dalla padrona di casa una specie
di congedo. Dopo avere strepitato contro tutti, secondo
il solito, si ritir. E quando io fui in grado di uscire,
egli volle condurmi seco; pretese che io lo seguissi.

Per molto tempo, andammo vagando di trattoria in
trattoria, svogliatamente. Nulla era pi triste, per me,
di quell'ora che per gli altri affaticati  un sollievo e qual-
che volta un oblio. Mangiavo a pena, sforzandomi, pro-
vando un disgusto crescente nell'udire il romore che
facevano le mascelle del mio commensale: mascelle da
mastino, formidabili, che avrebbero stritolato l'acciaio.
E a poco a poco incominciava ad accendersi in me la
sete, quella sete che, una volta accesa, dura fino alla
morte.


Ma una sera Wanzer mi lasci libero. E il giorno dopo
mi annunzi di avere scoperto un luogo piacevolissimo,
dove egli voleva sbito condurmi.

- Ho trovato. Vedrai. Sarai contento.

La nuova pensione, in fatti, era forse migliore dell'an-
tica. Le condizioni mi convenivano. C'erano l alcuni
de' miei compagni d'ufficio. Parecchi altri, anche, non
m'erano ignoti. Rimasi. N avrei potuto, voi lo sapete,
non rimanere.

Quella prima sera, come fu portata la minestra in ta-
vola, due o tre insieme domandarono, con una vivacit
singolare:

- E Ginevra? Dov' Ginevra?

Fu risposto che Ginevra era malata. Allora tutti s'in-
formarono della malattia, tutti mostrarono un gran rin-
crescimento. Ma si trattava di cosa leggera. Nella con-
versazione, il nome della assente pass su tutte le boc-
che, proferito in mezzo a frasi ambigue che tradivano un
desiderio sensuale da cui tutti quegli uomini, vecchi e
giovani, erano turbati. Io cercavo di cogliere quelle pa-
role da un capo all'altro della tavola. Un giovine liberti-
no, di contro a me, parl della bocca di Ginevra, a lun-
go, accalorandosi; e guardava me, nel parlare, perch io
l'ascoltavo con un'attenzione straordinaria. Mi ricordo
che allora mi si form nell'imaginazione la figura del-
l'assente, poco diversa da quella che in realt poi vidi.
Mi ricordo sempre del gesto espressivo che fece Wanzer
e dell'atteggiamento, quasi direi d'ingordigia, che pre-
sero le sue labbra nel pronunziare una frase oscena in
dialetto. E mi ricordo che, uscendo di l, io gi mi sen-
tivo addosso il contagio del desiderio per quella donna
non veduta, e una leggera inquietudine, una certa esal-
tazione molto strana,. quasi profetica.

Uscimmo di l insieme, io, Wanzer e un amico di
Wanzer, un tal Doberti, quello stesso che aveva parlato
della bocca. Camminando, i due seguitavano a discor-
rere di volutt grossolane; e si fermavano di tratto in
tratto per prolungare le risa. Io rimanevo un poco indie-
tro. Una malinconia quasi affannosa, un'abondanza di
cose oscure e confuse mi gonfiava il cuore gi tanto avvi-
lito e stretto.

Ancra, dopo circa dodici anni, io mi ricordo di quel-
la sera. Non ho dimenticato nulla; neppure la particola-
rit pi insignificante. Io so ora, come sentii allora, che
in quella sera fu decisa la mia sorte. Da chi mi veniva
dunque l'avviso?

 possibile?  possibile? Un semplice nome di don-
na, tre sillabe sonore aprono d'innanzi a voi un abisso
inevitabile, che voi vedete, che voi sapete inevitabile.
 possibile questo?

Presentimento, chiaroveggenza, vista interiore... Pa-
role! Parole! Io ho letto nei libri. Non  cos, non  cos.
Vi siete mai guardato dentro? Avete mai sorvegliata la
vostra anima?

Voi soffrite. La vostra sofferenza vi pare nuova, non
mai provata? Voi gioite. La vostra gioia vi pare nuova,
non mai provata? Errore, illusione. Tutto  stato pro-
vato, tutto  accaduto. La vostra anima si compone di
mille, di centomila frammenti d'anime che hanno vissuta
tutta la vita, che hanno prodotto tutti i fenomeni ed
hanno assistito a tutti i fenomeni. Capite dove voglio
giungere? Ascoltatemi bene, perch questa che vi dico
 la verit; la verit scoperta da uno che ha passato anni
ed anni a guardare dentro di s continuamente, solo in
mezzo agli uomini, solo. Ascoltatemi bene, perch questa
 una verit assai pi importante dei fatti che volete
conoscere. Quando...

Un'altra volta? Domani? Perch domani? Non vo-
lete dunque che io vi spieghi il mio pensiero?

Ah, i fatti, i fatti, sempre i fatti! - I fatti non sono
nulla, non significano nulla. C' qualche cosa al mondo,
signore, che vale assai pi.

Ebbene: un altro enigma. Perch Ginevra in realt somi-
gliava quasi fedelmente alla figura che m'era balenata
dentro? Lasciamo stare. - Dopo tre o quattro giorni d'as-
senza, ella rientr nella sala portando una zuppiera che
le velava di fumo la faccia.

S, signore: era una cameriera, serviva una mensa
d'impiegati.

L'avete vista? L'avete conosciuta? Le avete parlato?
Ed ella vi ha parlato? Anche voi, certo, avete provato
quel turbamento improvviso ed inesplicabile, se ella vi
ha toccato una mano.

Tutti gli uomini l'hanno desiderata, tutti la deside-
rano, la vogliono; la vorranno ancra. Wanzer  morto;
ella avr ancra un amante, cento amanti, finch non sar
vecchia, finch non le cadranno di bocca i denti. Quando
ella passava per la via, il principe nella sua carrozza si
voltava indietro, il pezzente si fermava a guardarla. In
tutti gli occhi ho sorpreso lo stesso lampo, ho letto lo
stesso pensiero.

Ed  mutata, molto mutata. Allora aveva vent'anni.
Mi sono sforzato sempre inutilmente di rivederla, den-
tro di me, tale quale la vidi la prima volta. L sta il se-
greto. Non avete mai notato questo? Un uomo, un ani-
male, una pianta, una qualunque cosa vi d il suo vero
aspetto una volta sola, ossia nel momento fugace della
prima percezione.  come se vi desse la sua verginit.
Sbito dopo, non  pi quella;  un'altra cosa. La vostra
anima, i vostri nervi la trasformano, la falsano, la oscu-
rano. Addio.

Ebbene, io ho sempre invidiato l'omo che vedeva per
la prima volta quella creatura. M'intendete? Forse no,
non m'intendete. Voi pensate che io vaneggio, che mi
confondo e che mi contraddico.  inutile. Lasciamo sta-
re. Torniamo ai fatti.

... Una stanza illuminata dal gas, troppo calda, d'un
calore arido, che dissecca la pelle; e l'odore e il vapore
delle vivande; e un romore confuso di voci, e su tutte le
voci quella aspra di Wanzer, che rende cruda ogni pa-
rola. Poi, di tratto in tratto, una interruzione, un silen
zio che mi sembra spaventevole. E una mano mi sfiora,
prende il piatto davanti a me, ne posa un altro; mi su-
scita un brivido, come se mi accarezzasse. Tutti, intorno
alla tavola, successivamente, provano il medesimo brivi-
do: visibile. E il calore diviene soffocante; gli orecchi si
accendono, gli occhi luccicano. Un'espressione bassa,
quasi bestiale, appare nelle facce di quegli uomini che
hanno mangiato e bevuto, che hanno raggiunto l'unico
scopo della loro vita quotidiana. L'emanazione della loro
impurit mi ferisce cosl acutamente che io credo di venir
meno. Mi raccolgo nella mia sedia, ritiro i gomiti per
aumentare la distanza tra me e i miei vicini. Una voce
grida, tra lo schiamazzo:

- Episcopo ha i dolori di ventre.

Un'altra grida:

- No; Episcopo  in sentimento. Non avete veduto
che viso fa quando Ginevra gli muta il piatto?

Io tento di ridere. Alzo gli occhi, e incontro quelli
di Ginevra fissi su di me con un'espressione ambigua.

Ella esce dalla stanza. Allora Filippo Doberti fa una
proposta buffonesca.

- Cari miei, non c' altro scioglimento che questo.
Uno di noi la sposa... per conto degli altri.

Non dice precisamente cos. Dice la parola brutale;
indica l'atto, la funzione degli altri.

- Ai vti! Ai vti! Bisogna eleggere il marito.

Wanzer grida:

- Episcopo!

- Ditta Episcopo e C.

Lo schiamazzo cresce. Rientra Ginevra, che forse ha
udito. Sorride, d'un sorriso calmo e sicuro, che la fa
sembrare intangibile.

Wanzer grida:

- Episcopo, fa la tua domanda.

Due altri, con gravit studiata, si avanzano e doman-
dano in mio nome a Ginevra la mano.

Ella risponde, con il solito sorriso:

- Ci penser.

E di nuovo io incontro il suo sguardo. E non so vera-
mente se si tratta di me, se si parla di me, se io sono
quel tale Episcopo di cui si ride. E non riesco a imagi-
nare l'espressione del mio viso...

Un sogno, un sogno. Tutto quel periodo della mia vita
 come un sogno. E impossibile che voi possiate com-
prendere o imaginare qual senso io avessi del mio essere
e qual conscienza degli atti che io andava compiendo.
Rivivevo, in sogno, una parte di vita gi vissuta; assi-
stevo alla ripetizione inevitabile d'una serie di avveni-
menti gi avvenuti. Quando? Chi lo sa? Aggiungete che
io non era sicuro di essere io. Spesso mi pareva come di
avere smarrita la mia personalit; talvolta, di averne una
artificiale Che mistero, i nervi dell'uomo!

Abbrevio. Una sera, Ginevra si licenzi; disse che
lasciava il servizio; che ci lasciava; disse che non si sen-
tiva bene, che sarebbe andata a Tivoli, che sarebbe rima-
sta l qualche mese da sua sorella. Tutti, all'addio, le
diedero la mano. Ella ripeteva a tutti, sorridendo:

- A rivederci! A rivederci!

E a me, ridendo:

- Noi siamo promessi, signor Episcopo. Se ne ricordi.

Fu quella la prima volta ch'io la toccai; e fu quella la
prima volta ch'io la guardai negli occhi con l'intenzione
di penetrarla. Ella rimase per me un segreto.

La sera dopo, il pranzo fu quasi tetro. Tutti parevano
come delusi. Wanzer disse:

- E pure, l'idea di Doberti non era cattiva.

Alcuni, allora, si volsero a me e prolungarono stupi-
damente le derisioni.

La compagnia di quegli idioti mi diveniva insoppor-
tabile; ma io non cercai di allontanarmi. Seguitai a fre-
quentar la casa dove, in mezzo alle ciarle e alle risa, po-
tevo alimentare le mie imaginazioni oscure e dolci. Per
molte settimane, tra le peggiori angustie materiali, tra
le umiliazioni, le inquietudini e i terrori della mia vita
schiava, io provai tutte le angosce dell'amore pi delica-
te e pi violente. A ventotto anni, mi si schiudeva nel-
l'anima all'improvviso una specie di adolescenza tardiva,
con tutti i languori, con tutte le tenerezze, con tutte le
lacrime dell'adolescenza...

Ah, signore, imaginate questo miracolo in un essere
come il mio, gi vecchio, inaridito, disseccato fino al
fondo. Imaginate un fiore impreveduto che spunti in
cima a uno stecco.

Un altro avvenimento, straordinario, inaspettato, mi
stupl e mi sconvolse. Gi da alcuni giorni Wanzer mi
pareva pi duro, pi irascibile del solito. Aveva passato
le cinque o sei ultime notti in una bisca. Una mattina
era salito nella mia stanza livido come un cadavere, s'era
gittato su una sedia; due o tre volte aveva mostrato di
voler parlare; poi, d'un tratto, rinunziando, se n'era usci-
to, senza rivolgermi neppure una parola, senza rispon-
dermi, senza guardarmi.

In quel giorno medesimo, non lo vidi pi. A pranzo
non lo vidi. Il giorno seguente non lo vidi.

Eravamo a tavola, quando entr un certo Questori,
un collega di Wanzer; e disse:

- Non sapete? Wanzer  fuggito.

Da principio, non compresi bene o non credetti; ma
il cuore mi salt alla gola.

Alcuni domandarono:

- Che dici? Chi  fuggito?

- Wanzer, Giulio Wanzer.

Non so, veramente; quel che provai; ma certo quella
mia prima agitazione in gran parte fu di gioia. Feci uno
sforzo per contenermi. E udii allora tutti i risentimenti,
tutti i rancori, tutti gli odii repressi erompere contro
l'uomo che era stato il mio padrone.

- E tu? - mi grid uno dei feroci. - E tu non parli?
Non eri il domestico di Wanzer, tu? Non gli hai portate
le valigie alla stazione?

Un altro mi disse:

- Sei stato marcato in fronte da un ladro. Farai car-
riera.

E un altro:

- Al servizio di chi ti metti, ora? Passi alla questura?

Cos m'insultavano, per il piacere di farmi male, per-
ch mi sapevano vile.

Mi alzai, me ne andai. Me ne andai per le strade, va-
gando, alla ventura: libero, libero, libero al fine!

Era una notte di marzo, tutta serena, quasi tiepida.
Salii per le Quattro Fontane, voltai verso il Quirinale.

Cercavo i luoghi larghi; volevo bere in un solo respiro
una immensit d'aria, guardare le stelle, ascoltare il ru-
more dell'acqua, fare qualche cosa di poetico, sognare un
avvenire. Continuamente ripetevo dentro di me: - Li-
bero, libero; io sono un uomo libero. - Mi teneva una
specie di ebrezza. Non potevo ancra riflettere, racco-
gliere i miei pensieri, esaminare il mio stato. Mi veni-
vano delle voglie puerili. Avrei voluto compiere mille
atti in una volta per constatare la mia libert. Passando
d'innanzi a un caff, mi giunse un'ondata di musica e mi
rimescol sino in fondo. Entrai a testa alta. Mi pareva di
avere un'aria fiera. Ordinai del cognac; feci lasciare la
bottiglia sul tavolo, ne bevvi due o tre bicchierini.

Si soffocava, in quel caff. L'atto del levarmi il cap-
pello mi ramment la cicatrice, mi risvegli nella memo-
ria la frase crudele: - Sei marcato in fronte da un ladro.
- Come mi pareva che tutti mi guardassero in fronte e
notassero il segno, pensai: - Che crederanno? Crede-
ranno forse che sia una ferita ricevuta in duello. - E io,
che non mi sarei mai battuto, mi compiacqui in questo
pensiero. Se qualcuno fosse venuto a sedersi accanto a
me e avesse attaccato discorso, io certo avrei trovato il
modo di raccontargli il duello. Ma non venne nessuno.
Dopo qualche tempo, venne un signore a prendersi la
sedia ch'era di contro a me, dall'altra parte del tavolo.
Non mi guard, non mi chiese il permesso; non bad,
nel tirarla, se io ci poggiavo i piedi. Fu uno sgarbo; 
vero?

Uscii, mi rimisi per le strade, alla ventura. L'ebrezza
cadde, d'un tratto. Mi sentii profondamente infelice,
senza sapere bene perch. A poco a poco, una inquietu-
dine vaga spunt da quello smarrimento; e l'inquietudine
crebbe, si acu, mi sugger un pensiero: - Se egli fosse
ancra a Roma, nascosto? Se egli andasse in giro per le
strade, travestito? Se m'aspettasse, davanti alla porta,
per parlarmi? Se m'aspettasse, al buio, per le scale?
- Ebbi paura; mi voltai due o tre volte indietro, per
accertarmi di non essere seguto; entrai in un altro caff,
come in un rifugio.

Tardi, assai tardi, mi risolsi ad avviarmi verso la mia
casa. Tutte le apparenze, tutti i rumori m'erano causa di
sbigottimento. Un uomo disteso sul marciapiedi, nel-
l'ombra, mi diede la visione di un cadavere. - Ah, per-
ch non si  ucciso? - pensai. - Perch non ha avuto il
coraggio di uccidersi? E pure, era la sola cosa ch'egli
doveva fare. - M'accorsi allora che la notizia della mor-
te, meglio che quella della fuga, mi avrebbe pacificato.

Dormii poco e d'un sonno inquieto. Ma la mattina,
a pena aperte le imposte, un senso di sollievo incomin-
ci di nuovo a diffondermisi per tutto l'essere: un senso
particolare, che voi non potete comprendere, perch non
siete mai stato schiavo.

Ebbi, all'ufficio, minute informazioni su la fuga di
Wanzer. Si trattava d'irregolarit gravissime e d'una sot-
trazione di valori alla Tesoreria centrale, dov'egli era
impiegato da qualche anno. Era stato spiccato contro di
lui un mandato di cattura, ma senza effetto. Qualcuno
credeva di sapere ch'egli aveva potuto mettersi gi in
salvo.

Allora, sicuramente libero, io non vissi che pel mio
amore, pel mio segreto. Mi pareva quasi di essere in con-
valescenza; avevo del mio corpo un senso pi leggero,
meno increscioso; avevo una facilit quasi infantile alle
lacrime. Gli ultimi giorni di marzo, i primi giorni d'a-
prile ebbero per me dolcezze e tristezze il cui solo ricor-
do, ora che muoio, mi consola dell'esser nato.

Per quel solo ricordo, signore, io perdono alla madre
di Ciro, alla donna che ci ha fatto tanto male. Voi non
potete intendere, signore, che cosa sia, per un uomo
indurito e pervertito dal patimento e dall'ingiustizia, la
rivelazione della propria bont nascosta, la scoperta
d'una vena di tenerezza nell'intimo della propria sostan-
za. Voi non potete intendere; e forse neppur credere quel
che dico. Ebbene, io lo dico. In certi momenti, Dio mi
perdoni, io ho sentito in me qualcosa di Ges. Io sono
stato il pi vile e il pi buono degli uomini.

Via, lasciatemi piangere un poco. Vedete come scor-
rono le mie lacrime? In tanti anni di martirio ho impa-
rato a piangere cos, senza singhiozzi, senza sospiri, per
non essere udito, per non affliggere la persona che mi
amava, per non tediare la persona che mi faceva soffrire.
Pochi, al mondo, sanno piangere cos. Ebbene, signore,
questo almeno mi sia contato, nella vostra memoria. Di-
rete, quando sar morto, che il povero Giovanni Epi-
scopo seppe almeno piangere in silenzio, tutta la sua vita.

Come fu che quella mattina di domenica (domenica delle
Palme) io mi trovai su la via di Tivoli, nel tramway?
Veramente, ne ho un ricordo incerto. Fu un accesso di
demenza? Fu l'atto di un sonnambulo? Veramente,
non so.

Andai verso l'ignoto, mi lasciai trascinare dall'ignoto.
Ancra una volta, il senso della realt mi sfuggiva. Mi
pareva d'essere circondato come d'un'atmosfera partico-
lare che m'isolasse dal mondo esterno. E questa mia sen-
sazione era non soltanto visuale, ma cutanea. Io non so
esprimermi. La campagna, per esempio, la campagna che
attraversavo, mi pareva indefinitamente lontana, sepa-
rata da me per un intervallo incalcolabile...

Come potreste voi rappresentarvi uno stato mentale
cos straordinario? Quanto io vi descrivo deve sembrar-
vi necessariamente assurdo, inammissibile, innaturale.
Ebbene, pensate che io ho vissuto fino ad oggi in que-
sti disordini, in questi disturbi, in queste alterazioni,
quasi di continuo! Parestesie, disestesie... Mi hanno an-
che detto i nomi dei miei mali. Nessuno per mi ha po-
tuto guarire. Sono rimasto per tutta la vita su l'orlo del-
la pazzia, consapevole, come un uomo chinato su un
abisso, aspettando da un minuto all'altro la vertigine
estrema, la grande oscurit.

Voi che pensate? Perder la ragione, prima di chiu-
dere gli occhi? C' qualche segno nella mia faccia, in
quello che dico? Vi siete accorto di nulla? Rispondetemi
sinceramente, caro signore; rispondetemi.

E se non dovessi morire! Se dovessi sopravvivere a
lungo, in un manicomio, mentecatto!

No; vi confesso che non  questo il mio timore vero.
Voi sapete... che essi vengono, la notte, ambedue. Una
notte, sicuramente, Ciro si rincontrer con l'altro: io lo
so, lo prevedo. E... allora? - Lo scoppio della furia, la
pazzia furiosa, nel buio... - Mio Dio, mio Dio! Questa
sar la mia lSne?

Allucinazione, s; niente altro. Dite bene. Oh, s, s, dite
bene: baster un lume perch io sia tranquillo, perch
io dorma profondo; s, s, un lume, semplicemente un
lume. Grazie, caro signore.

Dov'eravamo? - Ah, gi, a Tivoli.

... Un lezzo acuto d'acque sulfuree; e poi da per tut-
to, intorno, olivi olivi, boschi di olivi; e in me la strana
sensazione primitiva che si disperde a poco a poco quasi
nel vento della corsa. Discendo. La gente  per le vie;
le palme luccicano al sole: le campane suonano. Io so
che la incontrer.
- Oh! signor Episcopo! Come qua?

 la voce di Ginevra;  Ginevra, con le mani tese, da-
vanti a me sconvolto.

- Perch tanto pallido?  stato male?

Ella mi guarda e sorride, aspettando che io riesca a
parlare.  questa la donna che girava intorno alla tavola,
nella stanza piena di fumo, sotto la luce del gas?  pos-
sibile che sia questa?

Io balbetto, in fine, qualche parola.

Ella insiste:

- Ma come qua? Che sorpresa!

- Qua per vederla.

- Dunque si ricorda che siamo promessi?

Ella ride e soggiunge:

- Ecco mia sorella. Venga con noi alla chiesa. Star
con noi, oggi; non  vero? Far il fidanzato. Dica di sl.

 gaia, loquace, piena di cose imprevedute, piena di
seduzioni nuove.  vestita semplicemente, senza pretesa,
ma con grazia, quasi con eleganza. Mi domanda notizia
degli amici.

- E quel Wanzer!

Ella ha saputo tutto da un giornale, per caso.

- Loro due erano molto amici. No?

Io non rispondo. Succede un breve silenzio; ed ella
pare pensierosa. Entriamo nella chiesa fiorita di palme
benedette. Ella s'inginocchia accanto alla sorella, ed apre
un libro di preghiere. Io, di dietro, in piedi, le guardo
il collo; e la scoperta di un piccolo segno bruno mi d
un fremito ineffabile. Nel momento medesimo, ella si
volge un poco e mi manda dall'angolo dell'occhio una
scintilla.

La memoria del passato  abolita, l'inquietudine del
futuro  sopita. Non c' che l'ora presente; non c' su
la terra, per me, che quella donna. Senza di lei, non 
pi possibile altro che morire.

Uscendo, senza parlare ella mi offre una palma. Io la
guardo, senza parlare; e mi sembra che per quello sguar-
do ella abbia tutto compreso. C'incamminiamo verso la
casa della sorella. Sono invitato a salire. Ginevra mi
dice, andando verso un balcone:

- Venga, venga un poco qui, a godere il sole.

Siamo sul balcone, l'uno accanto all'altra. Il sole c'in-
veste; il rombo delle campane ci passa sul capo. Ella
dice piano, come parlando a s stessa:

- Chi l'avrebbe mai pensato!

Il cuore mi si gonfia d'una tenerezza smisurata. Non
reggo pi. Le domando, con una voce irriconoscibile:

- Siamo dunque promessi?

Ella tace, per un poco. Poi risponde, piano, arrossen-
do a pena a pena, abbassando gli occhi:

- Vuole? Ebbene, s, siamo.

Ci chiamano, di dentro. C' il cognato; c' qualche
altro parente; ci sono le bambine. Io faccio, davvero,
il fidanzato! A tavola, io e Ginevra siamo vicini. A un
certo punto ci prendiamo le mani, sotto la tovaglia; e io
credo di venir meno, tanto la volutt mi pare acuta. Il
cognato, la sorella, i parenti, di tratto in tratto, mi guar-
dano con una curiosit mista di stupore.

- Ma come mai nessuno ne sapeva niente?

- Ma come mai tu, Ginevra, non ce ne avevi ancra
detto niente?

Sorridiamo, imbarazzati, confusi, stupiti anche noi di
quel che va accadendo con la facilit e l'assurdit d'un
sogno...

Si, assurdo, incredibile, ridicolo; sopra tutto, ridico-
lo. Ma  accaduto, in questo mondo, tra un uomo e una
donna di questo mondo, tra me Giovanni Episcopo e la
vivente Ginevra Canale, cos, per l'appunto come io ve
l'ho raccontato.

Ah, signore, voi potete ridere, se volete. Non mi offen-
der.

La farsa tragica... Dov' che ho letto questo? - Vera-
mente, nulla di pi ridicolo, nulla di pi ignobile e nulla
di pi atroce.

Io andai dalla madre, andai a casa della madre; in una
vecchia casa di via Montanara, su per certe scale strette
umide e sdrucciolevoli come quelle di una cisterna, dove
trapelava da uno spiraglio una luce dubbia, verdognola,
quasi sepolcrale: indimenticabile. Ho tutto nella memo-
ria! Salendo, mi soffermavo quasi ad ogni gradino; per-
ch mi pareva di perdere ad ogni momento l'equilibrio,
come se posassi i piedi su un ghiaccio mobile. Pi salivo
e pi quella scala in quella luce mi pareva fantastica,
piena d'un mistero, d'un silenzio cupo, dove venivano a
morire certe voci lontanissime, incomprensibili. A un
tratto, udii aprire una porta con violenza, nel pianerot-
tolo di sopra; e uno scoppio d'improperii urlati da una
voce feminile rison per tutta la scala; e poi la porta si
richiuse con un gran colpo che fece tremare la casa da
cima a fondo. Anch'io tremai, intimidito; e rimasi l, esi-
tante. Un uomo scendeva a poco a poco, anzi pareva
strisciasse lungo il muro come una cosa floscia. Bronto-
lava e piagnucolava, sotto la falda d'un cappello bianca-
stro; ma quando mi urt, lev il capo. E io intravidi un
paio di occhiali scuri, di quelli cerchiati da una rete,
enormi, che sporgevano da una faccia rossastra come un
pezzo di carne cruda.

L'uomo, credendo di riconoscere in me qualcuno,
chiam:

- Pietro!

E mi afferr un braccio, mettendomi in viso il suo
fiato vinoso. Ma s'accorse dello sbaglio e seguit a discen-
dere. Io allora ripresi a salire, macchinalmente; ed ero
sicuro, non so perch, d'avere incontrato una persona
della famiglia. Mi trovai davanti a una porta su cui lessi:
 Emilia Canale, sensala al Monte di Piet, autorizzata
dalla R. Questura . Per fermare l'ambascia dell'esitazio-
ne, feci uno sforzo e tirai la corda; ma, senza volere, cos
forte che il campanello si mise a squillare furiosamente.
Una voce irata rispose di dentro, la stessa voce degli
improperii; la porta s'apr; e io, in preda a una specie di
pnico, senza vedere, senza aspettare altro, dissi ansan-
do, mangiandomi le parole:

- Sono Episcopo, Giovanni Episcopo, l'impiegato...
Sono venuto, come gi sa... per sua figlia... come gi sa...
Mi scusi, mi scusi. Ho tirato troppo forte.

Ero davanti alla madre di Ginevra, a una donna an-
cra bella e florida, alla sensala, che portava una collana
d'oro, due grosse buccole d'oro, anelli d'oro in tutte le
dita. E facevo timidamente una domanda di matrimo-
nio, - vi ricordate? - la famosa domanda proposta da
Filippo Doberti!

Ah, signore, voi potete ridere, se volete. Non mi offen-
der.

Debbo raccontarvi tutto, minutamente, giorno per
giorno, ora per ora? Volete tutte le piccole scene, tutti i
piccoli fatti, tutta la vita mia di quel tempo, cos biz-
zarra, cos insensata, cos comica e miserevole, fino al
grande avvenimento? Volete ridere? Volete piangere?
Io posso dirvi tutto. Leggo nel mio passato come in un
libro aperto. Questa gran chiarezza viene in chi  pros-
simo alla sua fine.
Ma io mi stanco, sono debole. E voi, anche, dovete
essere un poco stanco. E meglio abbreviare.

Abbrevio. Ottenni il consenso, facilmente.

La sensala pareva gi informata del mio impiego, del
mio stipendio, della mia condizione. Ella aveva una voce
sonora, il gesto risoluto, uno sguardo maligno, quasi ra-
pace, che certe volte diventava carezzevole, quasi lasci-
vo, somigliando un poco a quello di Ginevra. Quando
mi parlava, in piedi, mi si avvicinava troppo, mi toccava
continuamente: ora mi dava una piccola spinta, ora mi
tirava per un bottone dell'abito, ora mi scoteva un gra-
no di polvere da una spalla, ora mi levava d'addosso un
capello, un filo. Era per me una inquietudine di tutti i
nervi, una tortura, quella manomessione continua da
parte di quella donna che avevo veduta pi di una volta
alzare i pugni in viso al marito.

E il marito era proprio l'uomo della scala, l'uomo da-
gli occhiali verdi, un povero idiota.

Aveva fatto il tipografo, quest'uomo. Una malattia
degli occhi gli impediva ora di lavorare. E viveva a ca-
rico della moglie, del figlio e della nuora, maltrattato da
tutti, martoriato, come un intruso. Aveva il vizio del
vino, l'abitudine della ubriachezza, la sete, la terribile
sete. Nessuno, a casa sua, gli dava un soldo per bere; ma
certo, per guadagnare un po' di denaro, egli doveva fare
di nascosto, chi sa in quale strada, chi sa in quale botte-
ga, chi sa per quale gente, un piccolo mestiere ignobile,
un servizio basso e facile, alla giornata. Quando gli si
presentava l'occasione, metteva le unghie su la roba di
casa e correva a venderla, per poter bere, per potersi ab-
bandonare alla sua passione irrefrenabile; e non lo trat-
teneva la paura degli improperii e delle percosse. Alme-
no una volta la settimana, la moglie lo scacciava, senza
piet. Per due o tre giorni, egli non aveva il coraggio di
tornare, di battere alla porta. Dove andava? Dove dor-
miva ? Come viveva ?

Io gli piacqui, fin dal primo giorno, dal giorno che lo
conobbi. Mentre ero seduto e sostenevo le ciarle della
mia suocera futura, egli stava rivolto verso di me sorri-
dente, con un sorriso continuo che gli faceva tremolare
il labbro inferiore un po' pendente, ma che non traspa-
riva da quella specie di gabbie in cui erano rinchiusi i
due poveri occhi malati. Quando mi levai per andarmene,
egli disse a bassa voce, con un timore manifesto:

- Vengo fuori anch'io.

Uscimmo insieme. Le gambe lo reggevano poco. Gi
per le scale, vedendolo esitare e barcollare, io gli dissi:

- Volete appoggiarvi?

Egli accett, s'appoggi. Quando fummo su la strada,
seguit a tenere il suo braccio sotto il mio, bench io
avessi tentato un movimento per liberarmene. Tacque
per un tratto; ma di tanto in tanto si volgeva e mi met-
teva il viso cos vicino che mi toccava con la falda del
cappello. Sorrideva ancra, accompagnando il sorriso
con un suono particolare della gola per rompere il si-
lenzio.

Mi ricordo: era su l'imbrunire; una sera dolcissima.
La gente era per le strade. Due sonatori, flauto e chitar-
ra, sonavano un'aria della Norma, davanti a un caff. Mi
ricordo: pass una vettura che portava un ferito accom-
pagnato da due guardie.

Egli disse, alla fine, stringendomi il braccio:

- Sono contento; sai ? Sono proprio contento . Che
buon figliuolo devi essere tu! Ti voglio gi bene; sai?

Disse queste cose con una specie di orgasmo, avendo
un solo pensiero fisso, un solo desiderio, e peritandosi
di esprimerlo. Poi si mise a ridere, come un melenso.
Successe un altro intervallo. Di nuovo, disse:
- Sono contento.

Di nuovo, rise ma convulso. M'accorsi che un'agita-
zione nervosa lo scoteva e lo faceva soffrire. Come fum-
mo davanti a una vetrata con le tendine rosse che splen-
devano illuminate da dentro, egli disse, all'improvviso,
rapidamente:

- Beviamo un bicchiere, insieme?

E si ferm, e mi trattenne, davanti a quella porta, nel
riflesso rossastro che macchiava il lastrico. Sentii che
tremava; e la luce mi fece scorgere a traverso le lenti
quei poveri occhi infiammati.

Io risposi:

- Entriamo pure.

Entrammo nell'osteria. C'erano pochi bevitori; gioca-
vano a carte, in un gruppo. Ci mettemmo in un angolo.
Canale ordin:

- Un litro, rosso.

Pareva preso da una raucedine subitanea. Vers il
vino nei bicchieri, tremando come un paralitico; bevve
d'un fiato; mentre si succhiava le labbra, si vers altro
vino. Poi rise, posando la bottiglia sul tavolo; e confess
ingenuamente:

- Da tre giorni, non avevo bevuto.

- Da tre giorni?

- Gi; da tre giorni. Non ho soldi, io. A casa, nes-
suno mi d un soldo. Capisci? Capisci? E non posso pi
lavorare, con questi occhi... Guarda, figlio mio.

Sollev gli occhiali: e mi parve quasi che avesse sol-
levata una maschera, tanto mut l'espressione del suo
viso. Le palpebre erano ulcerate, gonfie, senza cigli, ca-
riche di marcia, orribili; e in mezzo a quel rossore e a
quel gonfiore si aprivano a stento due pupille lacrimose,
infinitamente tristi, di quella tristezza profonda e incom-
prensibile che hanno nello sguardo le bestie quando sof-
frono. Un misto di ribrezzo e di piet mi commosse, da-
vanti a quella rivelazione. Domandai:

- Vi dolgono? Vi dolgono molto?

- Ah, figrati, figlio mio. Gli aghi, gli aghi, le schegge
di legno, i pezzi di vetro, gli spini velenosi... Se mi ci
ficcassero tutto questo, non sarebbe nulla, in confronto,
figlio mio.

Forse egli esager la sua sofferenza, perch si vide
compassionato da me, compassionato da una creatura
umana, chi sa dopo quanto tempo! Chi sa dopo quanto
tempo, egli riudiva un accento pietoso! Esager, forse,
per aumentare la mia compassione, per sentirsi una vol-
ta consolare da un uomo.

- Tanto vi dolgono?

- Tanto.

Egli si pass su le palpebre, piano piano, una specie
di straccio che non aveva pi n colore n forma. Poi
riabbass gli occhiali; e vuot il secondo bicchiere, d'un
fiato. Anch'io bevvi. Egli tocc la bottiglia, e disse:

- Non c' altro, al mondo, figlio mio.

Io lo guardavo. Nulla in lui, veramente, nulla ricor-
dava Ginevra: non una linea, non un'aria, non un gesto,
nulla. Pensai:

- Non  il padre.

Egli bevve ancra; ordin altro vino; poi riprese a
dire con un tono di voce che pareva un falsetto:

- Sono contento che tu sposi Ginevra. E anche tu
puoi essere contento... Famiglia onesta, i Canale! Se non
fossimo onesti... a quest'ora...

Alzando il bicchiere, ebbe un sorriso equivoco che
mi inquiet. Poi riprese:

- Eh, Ginevra... Ginevra avrebbe potuto essere un
tesoro per noi, se avessimo voluto. Capisci? A te queste
cose si possono dire. Non una, non due, ma dieci, ma
venti offerte... E che offerte, figlio mio!

Io sentivo d'essere diventato verde.

- Il principe Altini, per esempio... Da quanto tempo
mi sta sopra! mi volle perfino al palazzo, una sera, qual-
che mese fa, prima che Ginevra se n'andasse a Tivoli.
Capisci? Dava tremila lire sbito; e apriva poi una casa
per lei, eccetera eccetera... Ah, no, no. Emilia l'ha sem-
pre detto:  Non conviene, non conviene. Abbiamo ma-
ritata la prima, mariteremo la seconda. Un impiegato,
con una bella carriera, con un discreto stipendio... Lo
troveremo.  Vedi? Vedi? Sei venuto tu. Ti chiami Epi-
scopo;  vero? Che nome! La signora Episcopo, dunque;
la signora Episcopo...

S'era fatto loquace. Si mise a ridere.

- Come l'hai veduta? Come l'hai conosciuta? Lass,
e vero?, alla pensione. Racconta, racconta. Ti sto a sen-
tire.

Entr in quel punto un uomo con un aspetto ambiguo,
ripugnante, tra di cameriere e di parrucchiere, pallido,
con la faccia sparsa di pustole rossastre. Salut Canale.

- Con salute, Battista!

Battista lo chiam, gli offerse un bicchiere di vino.

- Bevete, Teodoro, alla salute nostra. Ecco qua il mio
futuro genero, il fidanzato di Ginevra.

Lo sconosciuto, sorpreso, mormor, guardandomi con
certi occhi bianchicci che mi fecero rabbrividire come se
avessi sentito su la pelle un contatto viscido e freddo;
mormor:

- Ah, dunque, il signore...

- S, s, - interruppe il ciarlone - il signor Episcopo.

- Ah, il signor Episcopo. Tanto piacere... Mi congra-
tulo... Io non aprii bocca. Ma Battista rideva, col mento
sul petto, dandosi un'aria maliziosa. L'altro, dop.
poco, si accomiat.
- Addio, Battista. Al bene di rivederla, signor Episcopo.

E mi porse la mano; e io gli diedi la mia mano.


Come colui si allontan, Battista mi disse a bassa
voce:

- Sai chi ? Teodoro, il... fido del marchese Aguti,
del vecchio, che ha il palazzo qui accanto. E un anno che
mi sta attorno per Ginevra. Capisci? Il vecchio la vuole,
la vuole e la vuole; piange, strilla e pesta i piedi, come
un bambino, perch la vuole. Il marchese Aguti, quello
che si faceva legare al ferro del letto e si faceva frustare
a sangue dalle sue donne... Abbiamo sentito noi gli urli,
dalla nostra casa... Poi se ne occup la Questura... Ah,
ah, ah, povero Teodoro, com' rimasto! Hai visto com'
rimasto? Non se l'aspettava, non se l'aspettava, povero
Teodoro !

Egli seguitava a ridere stupidamente, davanti a me
che moriuo d'angoscia. D'un tratto si arrest, e gitt
un'imprecazione. Di sotto alla rete degli occhiali, gli co-
lavano gi per le guance due rivi di lacrime impure.

- Ah questi occhi! Quando bevo, che spasimo!

E di nuovo sollev quei terribili occhiali verdi; e di
nuovo io vidi tutta intera quella faccia deformata, che
pareva quasi spellata, rossa come il dietro di certe scim-
mie, sapete?, nei serragli. E vidi quelle due pupille dolo-
rose in mezzo a quelle due piaghe. E vidi lui che si pre-
meva su le palpebre quello straccio.

- Bisogna che io vada. E gi ora, per me - dissi.

- Bene, andiamocene. Aspetta.

E si mise a cercare nelle sue tasche, come per metter
fuori il denaro, buffonescamente. Io pagai; e ci alzam-
mo, ed uscimmo. Egli mise di nuovo il suo braccio sotto
il mio. Pareva che non mi volesse pi lasciare, per quella
sera. Ogni tanto, rideva come un mentecatto. E io sen-
tii che gli tornava l'orgasmo di prima, l'agitazione, la
smania interna come di chi vuol dire una cosa e non
ardisce e si vergogna.

- Che bella sera! - disse; ed ebbe il medesimo riso
convulso dell'altra volta.

D'un tratto, con lo stesso sforzo che fa un balbuzien-
te quando s'impunta, a testa bassa, nascondendosi tutto
sotto la falda del cappello, soggiunse:

- Dammi cinque lire. Te le render.

Ci soffermammo. Io gli misi le cinque lire nella mano
che tremava forte. Immediatamente egli si volse, fugg,
si perse nell'ombra.

Ah, signore, che piet! L'uomo divorato dal vizio,
l'uomo che si dibatte nelle branche del vizio e si sente
divorare e si vede perduto e non vuole, non pu sal-
varsi... Che piet, signore, che piet! Conoscete voi qual-
che cosa di pi profondo, di pi attirante, di pi oscu-
ro? Dite, dite: che cosa, fra tutte le cose umane,  pi
triste del tremito che vi prende d'innanzi all'oggetto della
vostra passione disperata? Che cosa  pi triste delle
mani che tremano, delle ginocchia che vacillano, delle
labbra che si torcono, di tutto un essere che spasima nel
bisogno implacabile d'una sola sensazione? Dite, dite:
che cosa  pi triste su la terra? Che cosa?

E vedere da per tutto intorno a voi questo nemico,
vcderlo con una lucidit prodigiosa, scoprirne tutte le
tracce, indovinarne tutte le corrosioni, le devastazioni
nascoste. Vedere, intendete?, vedere in ciascun uomo la
sofferenza, e comprendere, comprendere sempre, e avere
una misericordia fraterna per ogni traviato, per ogni ad-
dolorato, e sentire nell'intimo della propria sostanza la
voce di questa grande fraternit umana, e non conside-
rare su la via nessun uomo come uno sconosciuto... In-
tendete? Potete voi intendere questo in me, in me che
voi stimate pusillanime e abietto e quasi idiota?

No, voi non potete intendere. Pure,  cos. C' chi
cammina in mezzo a un popolo come in mezzo a una
foresta d'alberi tutti eguali, indifferente; ma c' qual-
cuno, continuamente ansioso, che cerca in ogni volto la
muta risposta a una muta domanda. Per costui non ci
sono su la terra stranieri.

Ahim, il suo cuore  per tutti, nessun cuore  per lui.

Lo so, lo so. Chi si cura di lui? Chi si cura della sua
bont e del suo amore? Ogni uomo alimenta in s un
sogno segreto che non  la bont e non  l'amore, ma
un desiderio sfrenato di piacere e d'egoismo. Lo so. Nes-
suna creatura umana ama un'altra creatura umana,  sta-
ta mai amata da un'altra creatura umana. Io non ho mai
osato di confessare a me stesso l'orrenda verit, per pau-
ra di morirne.

Ebbene, signore, da quella sera io mi sentii legato a
quel miserabile, io gli divenni amico. Perch? Per quale
affinit misteriosa? Per quale antiveggenza istintiva?
Forse per l'attrazione del suo vizio che incominciava a
impadronirsi irresistibilmente anche di me? O per l'at-
trazione della sua infelicit senza speranza e senza scam-
po come la mia?

Dopo quella sera, lo rividi quasi ogni sera. Egli veniva
a cercarmi dovunque; mi aspettava alla porta dell'ufficio;
mi aspettava, di notte, su per le scale della mia casa.
Non mi chiedeva nulla; n poteva egli far parlare i suoi
occhi, perch erano coperti. Ma bastava che io lo guar-
dassi, per capire. Egli sorrideva di quel suo solito sor-
riso melenso o convulso; e non chiedeva nulla, aspet-
tando. Io non sapevo resistergli, non sapevo licenziar-
lo, umiliarlo, mostrargli un viso severo, rivolgergli una
parola dura. - M'ero io dunque sottomesso a un'altra
tirannia ? Giulio Wanzer aveva dunque un successo-
re? - Spesso io soffrivo della sua presenza, acutamente;
e pure non facevo nulla per liberarmene. Egli aveva tal-
volta per me effusioni di amorevolezza ridicole e attri-
stanti, che mi stringevano il cuore. Una volta mi disse
raggrinzando la bocca come fanno i bambini qllando
vogliono cominciare a piangere:

- Perch non mi chiami pap?

Io sapevo ch'egli non era padre; sapevo che i figli di
sua moglie non erano figli suoi. Forse, anch'egli sapeva
questo. E io lo chiamavo pap, quando nessuno mi udi-
va, quando eravamo soli, quando egli avcva bisogno d'es-
ser consolato. Spesso, per commuovcrmi, mi mostrava
qualche lividura, il segno d'una percossa, con lo stcsso
atto dei mendicanti che mostrano la loro cleformit o il
loro male per strappare un'elemosina.

Scopersi, per caso, che certe sere egli si metteva nei
punti meno illuminati su le vie, e chiedeva a bassa voce
l'elemosina, abilmente, senza farsi scorgere, camminando
per un tratto a fianco del passante. Una sera, su l'angolo
del Foro Traiano, mi vidi avvicinato cla un uomo che
balbettava:

- Sono un operaio senza lavoro. Sono quasi cieco. Ho
cinque figliuoli che non mangiano da quarantott'ore. Mi
dia qualche cosa per comprare un pezzo di pane a quelle
povere creature di Dio...

Riconobbi sbito la voce. Ma egli nell'ombra, vera-
mente quasi cieco, non mi riconobbe. E io m'allontanai
rapidamente; fuggii, per paura d'essere riconosciuto.

Egli non aveva ripugnanza a nessuna bassezza, pur di
soddisfare la sua sete atroce. Una volta, si trovava nella
mia stanza; pareva inquieto. Io ero tornato allora dal-
l'ufficio; e mi stavo lavando. Avevo posato sul letto la
giacca e il panciotto; e avevo lasciato nel taschino del
panciotto l'orologio, un piccolo orologio d'argento, un
ricordo di mio padre morto. Mi stavo lavando, dietro un
paravento. Sentivo Battista muoversi per la stanza in un
modo insolito, come fosse inquieto. Gli chiesi:

- Che fate?

Rispose, troppo prontamente, con una voce un po' al-
terata:

- Nulla. Perch?

E venne sbito dietro al paravento, con troppa pre-
mura.

Mi vestii. Uscimmo. A pi della scala, mi cercai l'oro-
logio nel taschino per veder l'ora. Non lo trovai.

- Per Bacco! Ho lasciato l'orologio su in camera. Mi
tocca risalire. Aspettatemi qui. Faccio in un momento.

Risalii; accesi una candela; cercai l'orologio da per
tutto, senza riuscire a trovarlo. Dopo qualche minuto di
ricerca inutile, udii la voce di Battista che chiedeva:

- Ebbene, l'hai trovato?

Egli era venuto su; s'era fermato su la soglia; vacil-
lava un poco.

- No. E strano. E pure mi pareva d'averlo lasciato
nel taschino. Voi non l'avete veduto?

- Non l'ho veduto.

- Proprio?

- Non l'ho veduto.

Mi balenava gi il sospetto. Battista era rimasto su
la soglia, in piedi, con le mani in tasca. Ricominciai a
cercare, con Impazienza, quasi con ira.

-  impossibile ch'io l'abbia smarrito. L'avevo, dian-
zi, prima di svestirmi; so che l'avevo. Qui dev'essere;
Si deve trovare.

Battista s'era mosso finalmente. Io mi voltai, all'im-
provviso; e gli lessi il peccato su la faccia. Mi cadde il
cuore.

Egli balbett, confuso:

- Qui dev'essere; si deve trovare.

E prese la candela, e si chin a cercare intorno al let-
to; s'inginocchi, barcollando; sollev le coperte, guar-
d sotto il letto. Si affannava, ansava; e la candela gli
sgocciolava su la mano malferma.

Quella commedia m'irrit. Gli gridai con asprezza:

- Basta! Alzatevi; non v'affannate tanto. So io dove
bisognerebbe cercare...

Egli pos la candela sul pavimento; rimase un poco
in glnocchlo, tutto curvo, tremando come uno che sia
sul punto di confessare un fallo. Ma non confess. Si
alz a fatica, senza parlare. Ancra una volta, gli lessi il
peccato su la faccia; e provai una fitta acuta. Pensai:
 Certo, ha l'orologio in tasca. Bisogna costringerlo a
confessare, a rendere la cosa rubata, a pentirsi. Bisogna
ch'io lo veda piangere di pentimento.  Ma non ebbi
forza. Dissi:

- Andiamo.

Uscimmo. Per le scale, il colpevole mi veniva dietro,
piano piano, reggendosi alla ringhiera. Che piet! Che
tristezza !

Quando fummo nella strada, mi domand con un filo
di voce:

- Dunque tu credi che l'abbia preso io?

- No, no - risposi. - Non ne parliamo pi.

Soggiunsi, dopo un poco:

- Mi dispiace, perch era un ricordo di mio padre
morto.

Notai in lui un piccolo moto represso, come un'in-
tenzione di metter fuori qualche cosa dalla tasca. Ma
non fu nulla. Seguitammo a camminare.

Dopo un poco, egli mi disse, quasi bruscamente:

- Mi vuoi frugare?

- No, no. Non ne parliamo pi. Addio. Ora vi lascio,
perch ho yualche faccenda stasera.

E lo lasciai, senza guardarlo. Che tristezza!

Nei giorni seguenti, non lo vidi. La sera del quinto
giorno, mi si present a casa. Io feci, serio:

- Oh, siete voi?

E mi rimisi a scrivere certe carte d'ufficio, senz'altro.
Dopo un intervallo di silenzio, egli os chiedermi:

- L'hai ritrovato?

Io fnsi di ridere; e seguitai a scrivere. Dopo un altro
lungo intervallo, egli soggiunse:

- Io non l'ho preso.

- S, s, va bene; lo so. Ci pensate ancra?

Vedendo che io rimanevo seduto al tavolino, dopo un
altro intervallo, disse:

- Buona sera !

- Buona sera, buona sera!

Lo lasciai andare cos; non lo trattenni. Ma mi pentii;
volli richiamarlo. Troppo tardi: si era gi allontanato.

Per tre o quattro giorni ancra, non si mostr. Men-
tre stavo per rientrare a casa, sul tardi, poco prima della
mezza notte, me lo trovai davanti, sotto un fanale. Pio-
vigginava.

- Oh, siete voi? A quest'ora!

Non si reggeva in piedi; mi parve ubriaco. Ma, come
lo guardai bene, m'accorsi ch'era in uno stato misere-
vole: coperto di fango come se si fosse avvoltolato in una
pozzanghera, smunto, disfatto, con una faccia quasi vio-
letta.

- Che v' accaduto? Parlate.

Egli scoppi in un gran pianto, e mi s'appress come
per cadermi fra le braccia; e cos, da vicino, singhiozzava
e cercava di raccontare fra i singhiozzi che lo soffoca-
vano, fra le lacrime che gli colavano nella bocca.

Ah, signore, sotto quel fanale, in mezzo alla pioggia,
che cosa terribile! Che cosa terribile, il singhiozzo di
quell'uomo che non aveva mangiato da tre giorni!

Conoscete voi la fame? Avete mai guardato un uomo
mezzo morto di fame, che si siede a una tavola e si por-
ta alla bocca un pezzo di pane, un pezzo di carne, e ma-
stica il primo boccone con i poveri denti indeboliti che
vacillano nelle gengive? L'avete mai guardato? E non
vi s' strutto il cuore, di tristezza, di tenerezza?

Veramente, io non volevo parlarvi tanto di quel poveret-
to. Mi son lasciato trascinare; ho dimenticato tutto il
resto: non so perch. Ma, veramente, quel poveretto 
stato l'unico mio amico ed io sono stato l'unico amico
suo, nella vita. Io l'ho veduto piangere ed egli ha ve-
duto piangere me, pi di una volta. Ed io ho rimirato
il mio vizio nel suo vizio. Ed anche abbiamo avuto co-
mune qualche patimento, abbiamo sofferta una stessa in-
giuria, abbiamo portata una stessa vergogna.

Non era il padre di Ginevra, no; non aveva dato il
suo sangue alle vene della creatura che mi ha fatto tanto
male.

Io ho pensato sempre, con una curiosit inquieta e
inappagabile, al padre vero, allo sconosciuto, all'innomi-
nato. Chi era mai? Non certo un plebeo. Alcune finezze
fisiche, alcune movenze naturalmente eleganti, alcune
crudelt, alcune perfidie troppo complicate, e poi l'istin-
to del lusso, il disgusto facile, un modo particolarissimo
di ferire e di straziare col riso, tutte queste cose ed altre
rivelavano qualche goccia di sangue aristocratico. Chi
era dunque il padre? Forse un vecchio osceno come il
marchese Aguti? O forse un prete, uno di quei cardinali
galanti che seminavano figli in tutte le case di Roma?

Ci ho pensato sempre. E qualche volta anche mi s'
presentata all'imaginazione una figura d'uomo, non vaga
n mutevole, ma ben definita, con una fisonomia specia-
le, con un'espressione speciale, che pareva vivere d'una
vita straordinariamente intensa.

Certo, Ginevra doveva sapere o almeno sentire di non
avere alcuna comunanza di sangue col marito di sua ma-
dre. In fatti, io non ho mai potuto sorprendere negli
occhi di lei, quando erano rivolti sul disgraziato, un
lampo d'affetto o almeno di piet.

In vece, l'indifferenza e spesso il ribrezzo, il disprez-
zo, l'avversione, anche l'odio, si mostravano negli occhi
di lei, quando erano rivolti sul disgraziato.

Ah, quegli occhi! Dicevano tutto; dicevano troppe
cose in un attimo, troppe cose diverse; e mi facevano
smarrire. S'incontravano con i miei, per caso; e parevano
d'acciaio, d'un acciaio lucido e impenetrabile. Ecco, a un
tratto, si coprivano come d'un velo pallido, perdevano
ogni acutezza. Pensate, signore, a una lama appannata
da un alito...

Ma no, io non posso parlarvi del mio amore; non
posso, non posso parlare del mio amore. Nessuno sapr
mai quanto l'ho amata; nessuno. Ella non l'ha mai sa-
puto; non lo sa. Io, io so ch'ella non mi ha mai amato
neppure per un giorno, neppure per un'ora, neppure
per un momento.

Sapevo questo fin da principio; sapevo questo anche
quando ella mi guardava con gli occhi velati. Non m'il-
ludevo. Le mie labbra non osarono mai proferire la do-
manda tenera, la domanda che ripetono tutti gli amanti:
 Mi vuoi bene?  E mi ricordo che, standole vicino,
sentendomi invadere dal desiderio, io pensai pi d'una
volta:  Oh, se potessi baciarle la faccia ed ella non s'ac-
corgesse dei miei baci! 

No, no; io non posso parlarvi del mio amore. Vi dir
ancra dei fatti, dei piccoli fatti ridicoli, delle piccole
miserie, delle piccole vergogne.

Il matrimonio fu stabilito. Ginevra rimase ancra a
Tivoli per qualche settimana; e io andavo spesso a Ti-
voli, col tramway; mi trattenevo qualche mezza giornata,
qualche ora. Mi piaceva ch'ella fosse lontana da Roma.
La mia preoccupazione costante era che qualcuno dei
miei compagni d'ufficio potesse giungere a scoprire il
mio segreto. Usavo una quantit di cautele, di sotterfugi,
di pretesti, di bugie, per nascondere quel che avevo fatto,
quel che facevo, quel che stavo per fare. Non frequen-
tavo pi i luoghi soliti; rispondevo sempre evasivamen-
te a qualunque domanda; mi salvavo in una bottega, in
un portone, in una via traversa quando riconoscevo di
lontano qualcuno degli antichi commensali.

Ma un giorno non potei salvarmi da Filippo Doberti.
Costui mi raggiunse, mi ferm; anzi, meglio, mi ab-
branc.

- Oh, Episcopo, quanto tempo  che non ci vedia-
mo! Che hai fatto? Sei stato malato?

Io non riuscivo a vincere la mia agitazione irragione-
vole. Risposi, senza riflettere:

- S, sono stato malato.

- Si vede, sei verde. Ma ora, che vita fai? Dove pran-
zi? Dove passi la sera?

Risposi qualche altra bugia, evitando di guardarlo in
viso .

- Si parlava di te, l'altra notte - egli riprese. - C'era
Efrati che raccontava d'averti veduto, in via Alessandri-
na, a braccetto con un ubriaco.

- Con un ubriaco? - feci io. - Ma Efrati sogna.

Doberti scoppi in una risata.

- Ah, ah, ah! E ci diventi rosso? Sempre bella com-
pagnia ti vai cercando, tu... A proposito, non hai noti-
zie di Wanzer?

- No, non so nulla.

- Come! Non sai che  a Buenos-Ayres?

- Non so nulla.

- Ah, povero Episcopo! Addio; ti lascio. Crati, CU-
rati, sai. Ti vedo molto gi, molto molto gi. Addio.

Volt per un'altra strada, lasciandomi in un'agitazione
che non riescivo a reprimere. Tutte le parole di quella
sera lontana in cui egli aveva parlato della bocca di Gine-
vra, tutte mi tornarono alla memoria, precise, vive. E
mi tornarono alla memoria altre parole pi crude, piu
brutali. E rividi, nella stanza illuminata dal gas, la lunga
tavola intorno a cui sedevano tutti quegli uomini gi
pasciuti, accesi dal vino, un poco intorpiditi, accomunati
da una stessa preoccupazione oscena. E riudii le risa, lo
schiamazzo, il mio nome gridato da Wanzer, acclamato
dagli altri; e poi il motto atroce:  Ditta Episcopo e C. 
E pensai che l'orribile cosa avrebbe potuto avverarsi...

Avverarsi! Avverarsi! - Ma  possibile dunque un'i-
gnominia simile?  possibile che un uomo, almeno appa
rentemente non folle, non ebete, non mentecatto, si
lasci trarre a un'ignominia simile?

Ginevra torn a Roma. Il giorno del matrimonio fu
stabilito.

Andammo in giro, con la sensala, dentro una botte,
per cercare un piccolo appartamento, per comprare il
letto nuziale, per comprare gli altri mobili necessarii, per
tutti in somma i preparativi soliti. Io avevo ritirato un
certo deposito di quindicimila lire, che era tutta la mia
fortuna di orfano.

Andammo in giro, dunque, dentro una botte, per tut-
ta Roma, trionfalmente: io rannicchiato sul predellino, e
le due donne sedute davanti a me, con le ginocchia con-
tro le mie ginocchia. Chi non c'incontr? Chi non ci rico-
nobbe? Pi d'una volta io, bench tenessi la testa china,
scorsi con la coda dell'occhio qualcuno che dal marcia-
piede gestiva verso di noi. Ginevra si rallegrava spor-
gendosi, volgendosi, dicendo ogni volta:

- Guarda Questori! Guarda Micheli! Guarda Palum-
bo, con Doberti!

La botte era una berlina.

E la notizia si sparse. Fu, per i miei compagni d'uf-
hclo, per gh antlchi commensali, per tutti i conoscenti,
una baldoria senza fine. Io leggevo in tutti gli sguardi
l'ironia, l'irrisione, l'ilarit maligna, qualche volta anche
una specie di compassione insultante. Nessuno mi rispar-
miava la sua puntura; e io, tanto per fare qualche cosa,
ad ogni puntura sorridevo con una contrazione sempre
eguale, come un automa impeccabile. Che altra cosa avrei
dovuto fare? Offendermi? Adirarmi? Inferocirmi? Ab-
bandonarmi alle violenze? Dare qualche schiaffo? Sca-
gliare qualche calamaio? Brandire una sedia? Battermi
in duello? - Ma tutte queste altre cose non sarebbero
state anche ridicole, signore?

Un giorno, nell'uffcio, due  giovani di spirito  si-
mularono un mterrogatorio. Il dialogo era tra un giudice
e Giovanni Episcopo. Alla domanda del giudice:  Di
professione? , Giovanni Episcopo rispondeva:  Uomo
a cui si manca di rispetto. 

Un altro giorno mi giunsero all'orecchio queste pa-
role:

- Non ha sangue nelle vene; non ha una goccia di
sangue. Quel poco che aveva, glielo cav dalla fronte
Giulio Wanzer. Proprio, si vede che non gliene  rima-
sta una goccia...

Era vero, era vero.

Ma come fu che io mi risolsi, d'un tratto, a scrivere una
lettera a Ginevra per sciogliermi dalla promessa? S, io
scrissi una lettera a Ginevra, per sconcludere il matrimo-
nio; io, io la scrissi, con questa mano! E la portai alla
Posta io stesso.

Era di sera: mi ricordo. Passai pi volte davanti alla
Posta, agitato come un uomo che sia sul punto di risol-
versi al suicidio. Mi fermai finalmente, e misi nella buca
la lettera; ma mi parve di non poter disgiungere le dita.
Rimasi molto tempo in quell'attitudine? Non so. Una
guardia mi tocc una spalla, chiedendomi:

- Che fa?

Io apersi le dita; lasciai cadere la lettera. E per poco
non venni meno, tra le braccia della guardia!

- Mi dica, - balbettai, quasi piagnucolando - come
potrei fare per riaverla?

E la notte, le angosce della notte! E, la mattina dopo,
la visita alla casa nuova, alla casa coniugale gi pronta
per ricevere gli sposi e a un tratto diventata inutile, di-
ventata una casa morta! - Oh quel sole, quelle strisce di
sole, quasi taglienti, su tutta quella roba nuova, lucida,
intatta, che mandava un odore di magazzino, un odore
insopportabile ! . . .

Nel pomeriggio, alle cinque, uscendo dall'ufficio, tro-
vai su la strada Battista che mi disse:

- Ti vogliono, a casa, sbito.

Ci avviammo. Io tremavo, come un malfattore cattu-
rato. A un certo punto domandai, per prepararmi:

- Che vorranno?

Battista non sapeva nulla. Alz le spalle. Quando
giungemmo alla porta, mi lasci. Salii le scale a poco a
poco, pentendomi di aver obbedito, pensando con una
paura folle alle mani della sensala, a quelle terribili ma-
ni. E quando alzai gli occhi al pianerottolo e vidi l'uscio
aperto e su la soglia la sensala gi pronta a slanciarsi,
dissi sbito:

- E stato uno scherzo;  stato uno scherzo.

E, una settimana dopo, il matrimonio fu celebrato. I
miei testimoni furono Enrico Efrati e Filippo Doberti.
E Ginevra e la madre vollero che fossero invitati al
pranzo i miei colleghi nel maggior numero possibile, per
abbagliare la plebe di via Montanara e dei dintorni. Tutti
i commensali della pensone, credo, erano presenti.

Ho un ricordo confuso, vago, interrotto, della ceri-
monia, della festa, di quella folla, di quelle voci, di quel
rumore. Mi parve, a un certo punto, che passasse su
quella tavola qualche cosa di simile al soffio ardente e
impuro che passava un tempo su l'altra tavola. Ginevra
era tutt'accesa in viso e aveva gli occhi straordinaria-
mente lucidi. Molti altri occhi, d'intorno, luccicavano;
molti sorrisi luccicavano.

Ho il ricordo come d'una tristezza pesante che mi
piomb sopra, mi occup e mi ottuse la conscienza. E
vedo ancra, laggi, in fondo alla tavola, molto in fon-
do, in una lontananza incredibile, quel povero Battista
che beve, che beve, che beve...

Almeno una settimana! Non dico un anno, un mese; ma
una settimana: almeno la prima settimana! - No, nulla;
senza misericordia. Ella non aspett neppure un giorno;
cominci sbito, nella stessa notte delle nozze, a incru-
delire.

Se vivessi un secolo, non potrei dimenticare quello
scoppio di risa inaspettato che mi agghiacci nel buio
della stanza, e umili la mia timidezza e la mia goffag
gine. Io non vedevo la sua faccia, nel buio; ma sentii
per la prima volta tutta la sua malvagit in quella risata
acre, beffarda, impudica, non mai udita, irriconoscibile.
Sentii che accanto a me respirava una creatura velenosa.

Ah, signore, ella aveva il riso nei denti come le vipere
hanno il veleno.

Nulla, nulla valse a impietosirla: non la mia muta
sommessione, non la mia muta adorazione, non il mio
dolore, non il mio pianto; nulla. Tutto io tentai per toc-
carle il cuore, e inutilmente. Ella mi ascoltava, certe vol-
te, seria, con gli occhi gravi, come sul punto di compren-
dere; e, d'un tratto, si metteva a ridere, di quel riso
spaventevole, di quel riso inumano che le luccicava pi
nei denti che negli occhi. E io rimanevo l annientato...

No, no, non  possibile. Lasciate, signore, che io tac-
cia; lasciatemi passar oltre. Non posso parlarvi di lei. E
come se voi mi costringeste a masticare una cosa amara,
d'un'amarezza mortale, insopportabile. Non vedete che
mi si torce la bocca, mentre parlo?

Una sera (circa due mesi dopo gli sponsali), me pre-
sente, ella ebbe un disturbo, una specie di deliquio... Voi
sapete; - la solita scena... E io, che aspettavo in segreto,
tremando, quella rivelazione, quell'indizio, quel compi-
mento d'un vto supremo, quell'immensa gioia nella mia
sciagura, io caddi in ginocchio come davanti a un mira-
colo. - Era vero? Era vero? - S, ella me lo disse, me lo
conferm. Ella aveva dentro di s un'altra vita.

Voi non potete comprendere. Anche se foste padre,
non potreste comprendere il sentimento straordinario
che allora s'impadron di tutta la mia anima. Pensate,
signore, pensate a un uomo che ha patito tutto ci che
sotto il cielo si pu patire, a un uomo su cui tutta la fe-
rocia degli altri uomini s' accanita senza mai tregua, a
un uomo che non  mai stato amato da nessuno e che
pure ha in fondo a s tesori di tenerezza e di bont, tesori
da spandere, inesauribili; pensate, signore, alla speranza
di quest'uomo che aspetta una creatura del suo sangue,
un figliuolo, un piccolo essere delicato e dolce, oh infi-
nitamente dolce, dal quale egli potr farsi amare... potr
Iarsi amare... comprendete?... farsi amare!

Era di settembre: mi ricordo. Erano di quelle giornate
calme, dorate, un poco meste, - voi sapete bene - quan-
do muore l'estate. Io sognavo sempre sempre di lui, di
ciro, Indicibilmente.

Una domenica, al Pincio, incontrammo Doberti e Que-
stori. Ambedue fecero molte feste a Ginevra; si unirono
a noi, per passeggiare. Ginevra e Doberti andarono avan-
ti, io e l'altro rimanemmo indietro. Ma quei due davanti,
ad ogni passo, pareva che mi calpestassero il cuore. Par-
lavano molto, ridevano insieme; e la gente si voltava a
guardarli. Le parole mi giungevano indistinte, tra le on-
date della musica, bench tendessi l'orecchio per affer-
rarne qualcuna. La mia pena era tanto visibile che Que-
stori richiam la coppia dicendo:

- Piano, piano! Non v'allontanate troppo. C' Epi-
scopo, qui, che ora scoppia di gelosia.

Scherzarono, mi burlarono. Doberti e Ginevra segui-
tarono ad andare avanti, a ridere e a parlare, tra la mu-
sica fragorosa che forse li esaltava e li inebriava, mentre
io mi sentivo cos infelice che, camminando lungo il
parapetto, ebbi il pensiero folle di precipitarmi gi, al-
l'improvviso, per troncare immediatamente quella sof-
ferenza. Anche Questori, a un certo punto, tacque. M'ac-
corsi ch'egli seguiva con uno sguardo attento la figura di
Ginevra, e che il desiderio lo turbava. Altri uomini, ve-
nendo incontro, si volsero due o tre volte a guardarla;
e avevano negli occhi lo stesso baleno. Sempre cos, sem-
pre cos, quando ella passava tra la gente, quasi in un
solco d'impurit. Mi parve che tutta l'aria intorno fosse
contaminata da quella impurit; mi parve che tutti desi-
derassero quella donna, e credessero facile ottenerla,
e avessero fissa nel cervello una sola imagine oscena. Le
ondate della musica si allargavano in una luce densa;
tutte le foglie degli alberi luccicavano; le ruote delle car-
rozze, ai miei orecchi, facevano un rumore assordante.
E in mezzo a quella luce, a quel suono, a quella folla, in
mezzo a quello spettacolo confuso, vedendo davanti a
me quella donna che si lasciava prendere a poco a poco
da quell'uomo, sentendo da per tutto intorno a me l'im-
purit, io pensai con una terribile angoscia, con uno spa-
simo di tutte quante le mie pi tnere fibre, alla piccola
creatura che incominciava a vivere, al piccolo essere in-
forme che pativa forse in quel momento le contrazioni
della matrice ove incominciava a vivere...

Mio Dio, mio Dio, come quel pensiero mi fece sof-
frire! Quante volte quel pensiero mi strazi prima ch'egli
nascesse! Comprendete? Il pensiero della contaminazio-
ne... Comprendete? Non tanto l'infedelt, la colpa mi
affliggeva per me, quanto per il figliuolo non ancra nato.
Mi pareva che qualche cosa di quell'onta, di quella brut-
tura gli si dovesse attaccare, lo dovesse macchiare. Com-
prendete il mio orrore?

E un giorno io ebbi un coraggio inaudito. Un giorno,
in cui il sospetto era pi tormentoso, ebbi il coraggio
di parlare.

Ginevra stava alla finestra. Mi ricordo: era l'Ognis-
santi; sonavano le campane; il sole batteva sul davan-
zale. Il sole, veramente,  la cosa pi triste dell'universo.
Non vi sembra? Il sole mi ha fatto sempre dolere il cuo-
re. In tutti i miei ricordi pi dolorosi c' un po' di sole,
qualche riga gialla, come intorno alle coltri mortuarie.
Quando ero bambino, una volta, mi lasciarono per alcuni
minuti nella stanza dove il cadavere d'una mia sorella
giaceva esposto sul letto, tra corone di fiori. Mi pare an-
cra di vederlo, quel povero viso bianco tutto incavato
d'ombre turchinicce, al quale doveva poi tanto somi-
gliare negli ultimi momenti il viso di Ciro...

Ah, che dicevo? Mia sorella, gi, mia sorella giaceva
sul letto, tra i fiori. Bene; dicevo questo. Ma perch?
Lasciatemi pensare un poco... Ah, ecco: io m'accostai
alla finestra, sbigottito; a una piccola finestra che stava
su un cortile. La casa di contro pareva disabitata; non
si udivano voci umane; tutto era tranquillo. Ma sul tetto
una gran moltitudine di passeri faceva un cinguetto ac-
corante, continuo, senza fine; e sotto il tetto, sotto la
grondaia, sul muro grigio, nell'ombra grigia, una striscia
di sole, una riga gialla, diritta, cutissima, splendeva si-
nistramente, con una intensit incredibile. Io non osavo
pi voltarmi, e guardavo fisso la riga gialla, come preso
da una fascinazione; e sentivo dietro di me (comprende-
te?) mentre i miei orecchi erano pieni di quell'immenso
cinguetto, sentivo dietro di me il silenzio spaventevole
della stanza, quel silenzio freddo che  intorno ai cada-
veri. . .

Ah, signore, quante volte nella vita ho riveduto la tra-
gica striscia di sole! Quante volte!

Ebbene, a proposito di che? Era Ginevra, dunque,
che stava alla finestra; le campane sonavano; il sole en-
trava nella stanza. C'era anche, sopra una sedia, una co-
rona dl semprevivi con un nastro nero, che Ginevra e la
madre dovevano portare al Campo Verano, per una tom-
ba di parenti... - Che memoria! - voi pensate. S, ora
ho una memoria terribile.

Ascoltatemi. Ella mangiava un frutto, con quella sen-
sualit provocante ch'ella metteva in tutti i suoi atti.
Non badava a me, non s'accorgeva di me che la guarda-
vo. E mai quella sua noncuranza profonda mi aveva af-
flitto come in quel giorno; mai avevo compreso con tanta
chiarezza che ella non mi apparteneva, che ella poteva
esser di tutti, che ella anzi sarebbe stata di tutti, inevi-
tabilmente, e che io non avrei mai saputo far valere nes-
sun diritto d'amore, nessun diritto di forza. E la guar-
davo, e la guardavo.

Non vi accade mai, guardando a lungo una donna, di
smarrire d'un tratto ogni nozione della sua umanit, del
suo stato sociale, dei legami sentimentali che vi avvin-
cono a lei e di vedere, con una evidenza che vi atterri-
sce, la bestia, la femmina, l'aperta brutalit del sesso?

Questo io vidi, guardandola; e compresi ch'ella non
era atta che a un'opera carnale, a una funzione ignobile.
E un'altra orrenda verit mi si present allo spirito:
- Il fondo dell'esistenza umana, il fondo di tutte le pre-
occupazioni umane  una laidezza. - Orrenda, orrenda
verit !

Ebbene, che cosa poteva io fare? Nulla. Ma quella
donna portava nel suo ventre un'altra vita, nutriva del
suo sangue la creatura misteriosa che era il mio sogno
continuo e la mia suprema speranza e la mia adorazione...

S, s, prima ch'egli vedesse la luce, io l'adorai, io pian-
si per lui di tenerezza, io gli dissi nel mio cuore le parole
indicibili. Pensate, pensate, signore, a questo martirio:
- non poter disgiungere da un'imagine ignominiosa un'i-
magine innocente; sapere che l'oggetto della vostra ado-
razione ideale  legato a un essere di cui temete le infa-
mie. Che proverebbe un fanatico se dovesse vedere sul
suo altare il Sacramento coperto d'un cencio immondo?
Che proverebbe se non potesse baciare la cosa divina in
altro modo che a traverso un velo bruttato? Che prove-
rebbe ?
Io non mi so esprimere. Le nostre parole, i nostri atti
sono sempre volgari, stupidi, insignificanti, qualunque
sia la grandezza dei sentimenti da cui derivano. Io avevo
dentro di me, quel giorno, una immensit di cose dolo-
rose, soffocate, che si mescolavano; e tutto si risolse in
un piccolo dialogo cinico, in una ridicolaggine e in una
vilt. Volete il fatto? Volete il dialogo? Eccoli.

Ella, dunque, stava alla finestra; e io mi accostai. Ri-
masi un poco in silenzio. Poi, con uno sforzo enorme,
le presi una mano e le chiesi:

- Ginevra, mi hai gi ingannato?

Ella mi guard, stupita; e fece:

- Ingannato? Come?

Io le chiesi:

- Hai gi un amante? Forse... Doberti?

Ella mi guard, ancra, perch io tremavo tutto, orri-
bilmente.

- Ma che scena  questa? Ma che cosa ti prende, ora?
Impazzisci ?

- Rispondimi, Ginevra.

- Impazzisci ?

E mentre io cercavo di prenderle ancra le mani, ella
mi grid, sottraendosi:

- Non m'annoiare. Basta!

Ma io, come un forsennato, mi gittai in ginocchio, la
trattenni per un lembo della veste.

- Ti prego, ti prego, Ginevra! Abbi piet, un poco
di piet! Aspetta almeno che nasca... la povera creatura...
il mio povero figliuolo... Mio;  vero? Aspetta che nasca.
Dopo, farai tutto quello che vorrai; e io tacer, e io sof-
rir tutto. Quando verranno i tuoi amanti, io me n'an-
dro. Se tu me lo comanclerai, mi metter a pulire le loro
scarpe, nell'altra stanza... Sar il tuo servo, sar il loro
servo; tutto soffrir. Ma aspetta, aspetta! Ma dammi pri-
ma il mio figliuolo! Abbi piet...

Nulla, nulla! Nel suo sguardo non c'era che una cu-
riosit quasi ilare. Ella indietreggiava, ripetendo:

- Impazzisci?

Poi, come io seguitavo a supplicare, ella mi volt le
spalle, usc, chiuse l'uscio dietro di s; mi lasci l, in
ginocchio sul pavimento.

C'era il sole, sul pavimento; e c'era quella corona mor-
tuaria, su quella sedia, c il mio singhiozzo non mutava
nessuna cosa...

Che cosa possiamo mutare noi? Pesano forse le nostre
lacrime? - Ciascun uomo  uno qualunque, a cui accade
una cosa qualunque. Ecco tutto; non c' altro. Amen.

Siamo stanchi, mio caro signore: io, di raccontare; voi,
di ascoltare. In fondo, io ho un po' divagato. Ho diva-
gato un po' troppo, forse; perch, voi sapete bene, non
si tratta di questo. Il punto  un altro. Ci sono dieci anni
ancra, per arrivare al punto: - dieci anni, dieci secoli
di dolori, di miserie, di vergogne.

E pure, tutto era ancra rimediabile. S, quella notte,
quando udii gli urli della partoriente, urli non umani,
irriconoscibili, urli di bestia al macello, io pensai, con
una convulsione di tutto il mio essere: - S'ella morisse,
oh s'ella morisse lasciandomi la creatura viva! - Urlava
ella cos orribilmente ch'io pensai: - Chi urla cos, non
pu non morire. - Ebbi questo pensiero; ebbene, s, ebbi
questa speranza. Ma ella non mor; ella rimase, per la
dannazione mia e del mio figliuolo.

Mio, era veramente mio, del mio sangue. Aveva su la
spalla sinistra la stessa macchia particolare che io ho fin
dalla nascita. Dio sia benedetto per quella macchia che
mi fece riconoscere il mio figliuolo!

Ora, vi racconter io il nostro martirio di dieci anni?
Vi dir ancra tutto? No,  impossibile. Non arriverei
alla fine. E poi, forse, voi non mi credereste; perch quel
che noi abbiamo sofferto  incredibile.

Ecco, in poche parole, i fatti. La mia casa divent un
lupanare. Certe volte io m'incontravo, su la mia porta,
con uomini sconosciuti. Io non giunsi a fare quel che
avevo detto, non mi misi a pulire le loro scarpe nella
stanza vicina; ma nella mia casa non altro fui che una
specie di basso servitore. Battista era meno infelice di
me; Battista era meno umiliato. Nessuna umiliazione
umana potr mai essere paragonata alla mia. Ges avreb-
be pianto su me tutte le sue lacrime; perch io, tra tutti
gli uomini, ho toccato il fondo, l'ultimo fondo dell'umi-
liazione. Battista, voi m'intendete, il miserabile, poteva
aver piet del mio stato.

E non fu nulla, nei primi anni, quando Ciro non com-
prendeva ancra. Ma quando m'accorsi che la sua intel-
ligenza si svegliava, quando m'accorsi che in quell'essere
debole e fragile l'intelligenza si sviluppava con una rapi-
dit prodigiosa, quando udii dalle sue labbra la prima
domanda crudele, oh allora io mi vidi perduto.

Come fare? Come nascondergli la verit? Come sal-
varmi? Io mi vidi perduto.

La madre non ne aveva cura; lo dimenticava per gior-
nate intere; qualche volta, gli faceva mancare il neces-
sario; lo batteva anche, qualche volta. E io per lunghe
ore dovevo starne lontano; io non potevo coprirlo con-
tinuamente con la mia tenerezza; non potevo rendergli
dolce la vita, come avevo sognato, come avrei voluto. La
povera creatura passava quasi tutto il suo tempo in com-
pagnia di una serva, nella cucina.

Io lo misi in una scuola. La mattina, lo accompagnavo
io stesso; nel pomeriggio, alle cinque, andavo a ripren-
derlo; e non lo lasciavo pi, finch non s'era addormen-
tato. In breve seppe leggere, scrivere; super tutti i suoi
compagni; fece progressi straordinarii. Aveva l'intelli-
genza negli occhi. Quando mi guardava con quei larghi
occhi neri, che gli illuminavano la faccia, profondi e ma-
linconici, io provavo qualche volta dentro di me una spe-
cie d'inquietudine; e non sostenevo a lungo lo sguardo.
Oh, la sera, a tavola, qualche volta, quando c'era la ma-
dre e su noi tre piombava il silenzio... Tutta la mia an-
goscia muta si rifletteva in quegli occhi puri.

Ma i giorni veramente terribili dovevano ancra ve-
nire. La mia vergogna era troppo divulgata, lo scandalo
era troppo grave, la signora Episcopo era troppo famosa.
Inoltre, io trascuravo i miei doveri d'ufficio; commettevo
errori frequenti nelle carte; certi giorni, il polso mi tre-
mava cos forte che non potevo scrivere. Io ero ritenuto
dai miei colleghi e dai miei superiori come un uomo diso-
norato, degradato, abbrutito, inebetito, vilissimo. Ebbi
due o tre ammonizioni; poi fui sospeso dall'impiego; poi
fui destituito, in nome della moralit oltraggiata.

Fino a quel giorno, io avevo almeno rappresentato il
valore del mio stipendio. Da quel giorno, io non valsi
nemmeno quanto un cencio, quanto la buccia che si
trova per la strada. Nulla pu darvi un'idea della fero-
cia, dell'accanimento che mia moglie e mia suocera di-
mostrarono nel torturarmi. E pure, mi avevano tolte
quelle poche migliaia di lire che mi rimanevano; e la
sensala aveva aperta una bottega di merceria, a mie spe-
se; e con quel piccolo commercio la famiglia poteva an-
cra vivere.

Fui considerato come un mangiapane odioso; fui mes-
so a paro con Battista. Anch'io, qualche notte, trovai
chiusa la porta di casa; anch'io patii la fame. E m'adat-
tai a tutti i mestieri, a tutte le fatiche, a tutti i servizi
pi vili e pi minuti; per strappare un soldo, mi diedi
attorno dalla mattina alla sera; feci lo scritturale, feci il
galoppino, feci il suggeritore in una compagnia d'operet-
te, feci l'usciere nell'ufficio di un giornale, feci il com-
messo in un'agenzia di collocamento, feci tutto ci che
mi capit di fare, mi strisciai ad ogni specie di persone,
raccolsi ogni specie di untume, piegai il collo a tutti i
gioghi.

Ora, ditemi: dopo tutto questo travaglio, nelle gior-
nate interminabili, non meritavo qualche piccola tregua,
un poco di oblio? La sera, quando potevo, a pena Ciro
aveva chiuso gli occhi, uscivo. M'aspettava Battista, nella
strada. E andavamo insieme in una cantina, a bere.

Che tregua? Che oblio? Chi ha mai saputo il signi-
ficato di queste parole:  affogare la tristezza nel vino ?
Ah, signore, io ho sempre bevuto perch mi son sentito
sempre riardere da una sete inestinguibile; ma il vino
non mi ha mai dato un attimo di gioia. Sedevamo l'uno
in contro all'altro, e non avevamo voglia di parlare. Nes-
suno, veramente, parlava l dentro. Siete mai entrato in
una di queste cantine silenziose? I bevitori sono solitarii,
hanno la faccia stanca, si reggono una tempia con la pal-
ma della mano; e d'innanzi a loro sta il bicchiere, e i
loro occhi fissano il bicchiere ma forse non lo vedono.
E vino? E sangue? S, signore: l'una e l'altra cosa.

Battista era diventato quasi cieco. Una notte, mentre
camminavamo insieme, si sofferm sotto un fanale; e,
palpandosi il ventre, mi disse:

- Vedi com' gonfio?

Poi, prendendomi una mano per farmi sentire la du-
rezza di quel gonfiore, mi disse con una voce alterata
dalla paura:

- Che sar?

Da molte settimane si trovava in quello stato, e non
aveva rivelato il suo male. Alcuni giorni dopo, io lo
condussi all'ospedale per farlo visitare dai dottori. Si
trattava d'un tumore, anzi d'un gruppo di tumori che
crescevano rapidamente. Si poteva tentare un'operazio-
ne. Ma Battista non volle, quantunque non rassegnato
a morire.

Egli trascin il suo male, ancra per qualche mese; poi
fu costretto a mettersi in letto; e non si lev pi.

Che lungo e che atroce morire! La sensala aveva chiu-
so il disgraziato in una specie di ripostiglio, in un bugi-
gattolo oscuro e soffocante, remoto, per non udire i la-
gni. E io tutti i giorni entravo l dentro; e Ciro voleva
venire con me, voleva aiutarmi... Ah, se lo aveste vedu-
to, il mio povero bambino! Com'era coraggioso, in quel-
l'opera di carit, a fianco del padre!

Accendevo un pezzo di candela, per vederci un po' me-
glio; e Ciro mi faceva lume. E scoprivamo allora quel
gran corpo deforme che gemeva, che non voleva morire.
No, non era un uomo invaso da una malattia; era piut-
tosto, come esprimermi?, era piuttosto, non so, una fi-
gura di malattia, una cosa fuor di natura, un essere mo-
struoso, vivente di per s, a cui stavano congiunte due
misere braccia umane, due misere gambe umane e una
piccola testa scarna, rossiccia, ributtante. Orribile! Or-
ribile! - E Ciro mi faceva lume; e in quella pelle tesa,
lucente come un marmo giallognolo, io iniettavo la mor-
fina con una siringa arrugginita.

Ma basta, basta. Sia pace a quella povera anima. Si
tratta, ora, di venire al punto. Non bisogna pi divagare.

Il destino! - Erano passati dieci anni, dieci anni di vita
disperata, dieci secoli d'inferno. E una sera, a tavola, in
presenza di Ciro, Ginevra mi disse inaspettatamente:

- Sai? E tornato Wanzer.

Io non impallidii, certo: perch, vedete, da molto
tempo ho la faccia di questo colore, immutabile, che
neanche la morte muter, che porter cos, tale e quale,
sotto terra. Ma mi ricordo che non mi riusc di muovere
la lingua per proferire una parola.

Ella mi fissava con quello sguardo acuto, anzi taglien-
te, che mi dava sempre la stessa apprensione che la vista
di un'arme affilata d al pusillanime. M'accorsi ch'ella mi
guardava la fronte, la cicatrice. Sorrideva d'un sorriso
irritante, intollerabile. E mi disse, accennando allo sfre-
gio, sapendo di farmi male:

- Te ne sei dimenticato, di Wanzer? E pure, ti ha
lasciato in fronte un bel ricordo...

Allora, anche gli occhi di Ciro si fissarono su la mia
cicatrice. E io gli lessi in volto le domande ch'egli avreb-
be voluto rivolgermi. Avrebbe voluto chiedermi:

- Come? Non mi raccontasti una volta che t'eri fe-
rito cadendo? Perch mentisti? E chi  quest'uomo che
m'ha sfregiato?

Ma riabbass gli occhi, e tacque.

Ginevra riprese:

- L'ho incontrato stamani. M'ha riconosciuta sbito.
Io, da principio, non lo riconoscevo, perch s' fatta
crescere tutta la barba. Non sapeva nulla di noi. M'ha
detto che ti va cercando da tre o quattro giorni. Ti vuol
rivedere, l'amico. Deve aver fatto fortuna in America,
almeno a giudicarne dall'apparenza...

Parlando, ella continuava a tenermi gli occhi addosso
e continuava a sorridere inesplicabilmente. Ciro di tratto
in tratto mi gittava uno sguardo; ed io sentivo cbe egli
mi sentiva soffrire.

Dopo una pausa, Ginevra soggiunse:

- Verr qui stasera, fra poco.

Fuori, pioveva forte. E mi parve che quel continuo
romore monotono non venisse di fuori ma si producesse
dentro di me, come se io avessi inghiottito una gran
quantit di chinino. E persi, d'un tratto, il senso della
realt; e fui circondato da quell'atmosfera isolante di cui
vi ho gi discorso una volta, e riebbi profondissimo il
sentimento dell'anteriorit di ci che accadeva e stava
per accadere. Mi comprendete? Credevo ancra di assi-
stere alla ripetizione inevitabile d'una serie di avveni-
menti gi avvenuti. Erano nuove le parole di Ginevra?
Era nuova quell'ansiet dell'attesa? Era nuovo quel ma-
lessere che mi davano gli occhi di mio figlio rivolti trop-
po spesso, involontariamente forse, alla mia fronte, a
questa maledetta cicatrice? Nulla era nuovo.

Tutt'e tre, intorno alla tavola, tacevamo. Il volto di
Ciro esprimeva un'inquietudine insolita. Quel silenzio
aveva in s qualche cosa di straordinario: un significato
profondo e oscurissimo, che la mia anima non riusc a
penetrare.

A un tratto, il campanello squill.

Ci guardammo, io e mio figlio. Ginevra mi disse:

- E Wanzer. Va tu ad aprire.

Andai ad aprire. L'atto era nella mia persona, ma la
volont era fuori della mia persona.

Wanzer entr.

Debbo descrivervi la scena? Debbo ridirvi le sue
parole? Nulla di straordinario in quel che fece e in quel
che disse, in quel che facemmo e in quel che dicemmo.
Due antichi amici si rivedono, si abbracciano, si scam-
biano le solite domande e le solite risposte: - ecco l'ap-
parenza.

Portava un gran mantello impermeabile con un cap-
puccio, tutto molle di pioggia, luccicante. Sembrava pi
alto, pi grosso, pi fiero. Aveva tre o quattro anelli alle
dita, uno spillo alla cravatta, una catena di oro. Parlava
senza imbarazzo, come un uomo sicuro di s. Era egli
forse il ladro tornato in patria dopo la prescrizione?

Mi disse, tra le altre cose, rimirandomi:

- Tu sei molto invecchiato. La signora Ginevra, in
vece,  pi fresca di prima...

Rimir Ginevra, socchiudendo un poco le palpebre,
con un sorriso sensuale. Egli la desiderava gi e pensava
che l'avrebbe posseduta.

- Ma d la verit - soggiunse. - Non sono stato io
che ho combinato questo matrimonio? Sono stato pro-
prio io. Ti ricordi? Ah, ah, ah! Ti ricordi?

Si mise a ridere, e Ginevra anche si mise a ridere; e
io anche cercai di ridere. Rifacevo assai bene il verso
di Battista, credo. Quel povero Battista (pace all'anima
sua!) mi aveva lasciato in eredit la sua maniera di ri-
dere convulsa e melensa. Pace all'anima sua!

Ma Ciro guardava me e la madre e l'estraneo, inces-
santemente. E il suo sguardo, quando si posava su Wan-
zer, prendeva una espressione di durezza che io non gli
avevo mai veduta.

- Ti somiglia abbastanza, questo figliuolo- seguit
colui. - Somiglia pi a te che alla madre.

E stese la mano per accarezzargli i capelli. Ma Ciro
diede un guizzo, evit quella mano con una mossa del
capo cos fiera e cos violenta che Wanzer rimase in-
terdetto.

- Tieni! - grid la madre. - Screanzato!

Lo schiaffo rison forte.

- Portalo via, portalo via sbito! - ella mi comand,
pallida di collera.

Io mi alzai: obbedii. Ciro teneva il mento sul petto,
ma non piangeva. Sentii a pena a pena stridere i suoi
denti serrati.

Quando fummo nella nostra camera, io gli sollevai la
testa con l'atto pi dolce che potei trovare; e gli vidi-
su la povera guancia scarna l'impronta delle dita, la trac-
cia rossa dello schiaffo. Le lacrime mi accecarono.

- Ti duole? D: ti duole molto? Ciro, Ciro, rispon-
di! Ti fa molto dolore? - io gli chiedevo, chinandomi
con una disperata tenerezza su quella povera guancia of-
fesa che avrei voluto aspergere non delle mie lacrime ma
di non so quale balsamo.

Egli non rispondeva, non piangeva. Mai mai mai gli
avevo veduta quell'espressione dura, ostile, quasi sel-
vaggia: quella fronte corrugata, quella bocca gonfia, quel-
la tinta livida.

- Ciro, Ciro, figlio mio, rispondi!

Non rispondeva. Si scost da me, and verso il suo
letto, si cominci a spogliare, in silenzio. Io mi misi ad
aiutarlo, con gesti quasi timidi, quasi umili, sentendomi
morire al pensiero ch'egli avesse qualche cosa anche con-
tro di me. Io m'inginocchiai davanti a lui per slacciargli
le scarpe; e m'indugiai l sul pavimento, tutto curvo ai
suoi piedi, tenendo il mio cuore ai suoi piedi, un cuore
che mi pesava come un masso di piombo, che mi pareva
di non poter pi sollevare.

- Pap, pap - ruppe egli all'improvviso, afferran-
domi alle tempie. E aveva nella bocca la domanda ango-
sciosa.

- Ma parla, dunque! Ma parla! - io lo supplicai, an-
cra l, ai suoi piedi.

Egli s'arrest; non disse pi nulla. Sal sul letto, si
cacci sotto le coperte, affond la testa nel guanciale. E,
dopo un poco, incominci a battere i denti, come faceva
certe mattine d'inverno quando agghiacciava. Le mie ca-
rezze non lo calmavano, le mie parole non gli facevano
alcun bene.

Ah, signore, chi ha provato quel che io provai in quel-
l'ora, ha meritato il cielo.

Pass un'ora sola? - Mi parve finalmente che Ciro si
acquietasse. Egli chiuse gli occhi come per dormire: il
volto gli si ricompose, a poco a poco; il tremito cess.
Io rimasi accanto al letto, immobile.

Fuori, seguitava a piovere. Ad intervalli, uno scroscio
di pioggia pi impetuoso scoteva i vetri; e Ciro spalan-
cava gli occhi, poi li richiudeva.

- Dormi, dormi ! Sono io qua - gli ripetevo ogni
volta. - Dormi, figliuolo caro!

Ma io, io avevo paura; non potevo soffocare la mia
paura. Sentivo sopra di me, intorno a me, una minaccia
terribile. E ripetevo ogni volta:

- Dormi, dormi!

Un grido acutissimo, lacerante, scoppi sul nostro
capo. E Ciro balz a sedere sul letto, si attacc a un
mio braccio, sbigottito, ansante.

- Pap, pap, hai inteso?

E tutt'e due, stretti l'uno contro l'altro, tenuti dallo
stesso terrore, ascoltammo, aspettammo.

Un altro grido, pi lungo, come d'una persona assas-
sinata, ci giunse, a traverso il soffitto; e poi un altro gri-
do, pi lungo, pi straziante ancra, che io riconobbi,
che io avevo gi udito in una notte lontana...

- Clmati, clmati. Non aver paura. E una donna
che partorisce, al piano di sopra: sai?, la Bedetti... Cl-
mati, Ciro. Non  nulla.

Ma gli urli continuavano, traversavano il muro, ci tra-
figgevano i timpani, divenivano sempre pi brutali. Era
come l'agonia d'una bestia male sgozzata. Io ebbi la vi-
sione del sangue.

Allora, istintivamente, tutt'e due ci turammo gli orec-
chi con le mani, aspettando che l'agonia terminasse.

Gli urli cessarono; incominci lo scroscio della piog-
gia. Ciro si ritir sotto le coperte; chiuse di nuovo gli
occhi. Io gli ripetei:

- Dormi, dormi. Non mi muovo di qua.

Pass un tempo indefinito. Io ero in bala del mio de-
stino, come un vinto in bala d'un vincitore inesorabile.
Ero ormai perduto, perduto, inesorabilmente.

- Giovanni, vieni. Wanzer se ne va.

La voce di Ginevra! Mi scossi; mi avvidi che anche
Ciro aveva sussultato ma senza muovere le palpebre.
Non dormiva dunque? - Esitai, prima d'obbedire. Gine-
vra apr l'uscio della camera, e ripet:

- Vieni Wanzer se ne va.

Allora m'alzai, uscii dalla camera piano piano, spe-
rando che Ciro non se n'accorgesse.

Quando ricomparvi al conspetto di quell'uomo, gli
lessi chiara negli occhi l'impressione cke io gli feci. Do-
vetti sembrargli un morente, tenuto ancra in piedi da
una forza non naturale. Ma non gli feci piet.

Mi guardava, mi parlava alla stessa maniera d'un tem-
po. Egli cra un padrone che aveva ritrovato il suo servo.
lo pensai:  In queste ore, che cosa avranno detto, che
cosa avranno fatto, che cosa avranno congiuralo? No-
tai nell'uno e nell'altra un mutamento. La voce di Gine-
vra, quando rivolgeva la parola a lui, aveva un accento
diverso da quel di prima. L'occhio di Ginevra, quando
si posava su lui, si copriva di quel velo .

- Piove troppo, - ella disse - bisognerebbe che tu
andassi a cercare una vettura.

Capite? Era un ordine dato a me. Wanzer non si op-
pose. Gli sembrava naturalissimo che io andassi a cer-
cargli una vettura. Non m'aveva egli gi richiamato al
suo servizio? - E a pena a pena mi reggevo in piedi! Ed
ambedue, certo, vedevano che a pena a pena mi reggevo.

Crudelt inconcepibile. Ma che dovevo fare? Rifiu-
tarmi? Commciare proprio in quel momento una ribel-
lione? Avrei potuto dire: - Mi sento male. - In vece
tacqui; presi il cappello, presi un ombrello, e uscii.

Per la scala i lumi erano gi spenti. Ma io vedevo nel
buio una moltitudine di bagliori; e nel mio cervello si
succedevano, con la rapidit dei baleni, pensieri strani,
assurdi, senza nesso. Rimasi un minuto sul pianerottolo
credendo di sentir giungere la demenza nel buio. Ma
non accadde nulla. Udii distintamente ridere Ginevra;
udii rumorl degli inquilini di sopra. Accesi un fiammi-
fero; discesi.

Mentre ero sul punto di uscire nella strada, udii la
voce di Ciro che mi chiamava. Ebbi proprio una sensa-
zione reale, come dalla risata, come dai rumori. Mi vol-
tai, rifeci le scale in un attimo, con una facilit inespli-
cabile.

- Cos presto? - esclam Ginevra, vedendomi ricom-
parire.

Io non potevo parlare, per il grande affanno. Balbet-
Lai alla fine disperatamente:

- Non posso... Bisogna che vada di l... Mi sento
male.

E corsi da mio figlio.

- Mi hai chiamato? - gli domandai sbito, entrando.

Lo trovai che s'era alzato a sedere sul letto, come per
tare in ascolto. Mi rispose:

- No, non t'ho chiamato.

Ma io credo che non disse la verit.

- Forse, m'hai chiamato in sogno. Non dormivi, dian-

- No, non dormivo.

Mi guardava, inquieto, sospettoso.

- E tu che hai? - mi domand. - Perch sei affan-
nato? Che hai fatto?

- Via, sii tranquillo, Ciro - pregai, evitando di rispon-
dere, accarezzandolo. - Sto qui con te; non mi muovo
pi. Dormi, ora; dormi!

Si lasci ricadere sul guanciale, con un sospiro. Poi
chiuse gli occhi, per contentarmi, fingendo di addormen-
tarsi. Ma li riapr, dopo qualche minuto, me li spalanc
in viso. E disse, con un accento indefinibile:

- Non se n' andato ancra.

Da quella notte, il presentimento tragico non mi lasci
pi. Era una specie di orrore vago, misteriosissimo, che
s'addensava nell'estremo fondo del mio essere, l dove il
lume della conscienza non poteva arrivare. Fra tanti abis-
si che io aveva scoperti dentro di me, quello rimaneva
inescrutabile ed appariva fra tanti il pi spaventoso. Con-
tinuamente lo sorvegliavo, quasi direi mi ci affacciavo,
con un'ansiet tremenda, sperando che un lampo im-
provviso me lo illuminasse, me lo rivelasse intero. Qual-
che volta mi pareva di sentir sorgere a poco a poco que-
sto inconoscibile ed avvicinarsi alla zona della conscien-
za, quasi toccarla, rasentarla, poi d'un tratto ritirarsi al
fondo, ripiombare d'un colpo nel buio, lasciandomi un
turbamento straordinario, non mai sofferto. Mi compren-
dete? Imaginate, signore, per comprendermi, imaginate
di stare all'orlo d'un pozzo del quale non possiate cal-
colare la profondit. Il pozzo  illuminato, fino a un cer-
to punto, dalla luce naturale; ma voi sapete che nella
tenebra inferiore si nasconde una cosa ignota e terribile.
Voi non la vedete, ma la sentite muovere confusamente.
E questa cosa a poco a poco sale, giunge sino al confine
della penombra, dove voi non potete ancra distinguer-
la. Ancra un poco, ancra un poco, e voi la vedrete.
Ma la cosa si arresta, si ritrae, si sottrae; vi lascia ansio-
so, deluso, atterrito...

No, no... Puerilit, puerilit... Voi non potete com-
prendere.

I fatti, eccoli. Dopo alcuni giorni, Wanzer aveva pre-
so possesso della mia casa, era alloggiato nella mia casa
in qualit di dozzinante! Ed io, per conseguenza, segui-
tavo ad essere un servo e a tremare. C' bisogno, ormai
d'esporvi lo svolgimento di questi fatti? C' bisogno di
spiegarveli? Vi paiono strani, forse? E debbo numerarvi
tutte le sofferenze di Ciro? - le sue collere mute e verdi
le sue parole amare a cui avrei preferito qualunque tos-
sico; e i suoi gridi e i suoi singulti improvvisi nella notte,
che mi facevano drizzare i capelli; e le immobilit cada-
veriche del suo corpo nel letto, spaventevoli; e le sue
lacrime, le sue lacrime, quelle lacrime che certe volte si
mettevano a colare d'improvviso, a una a una, dagli oc-
chi che rimanevano aperti e puri, che non si infiamma-
vano, che non si arrossavano... Ah, signore, bisogna aver
veduto piangere quel bambino per sapere come l'anima
pianga.

Abbiamo meritato il cielo. Ges, Ges, non abbiamo
meritato il tuo cielo?

Grazie, signore; grazie. Posso seguitare. Lasciatemi se-
guitare sbito, altrimenti non giunger a dirvi la fine.

Ci avviciniamo, intendete?, ci avviciniamo; ci siamo
gi. Oggi che giorno ? Il ventisei di luglio. Ebbene, fu
il nove di luglio, di questo mese! Pare un secolo fa; par
ieri.

Io stavo nella retrobottega d'una drogheria, curvo su
lo scrittoio a lavorar di conti, affannato di stanchezza e
di caldo, divorato dalle mosche, nauseato dell'odore del-
le droghe. Potevan essere le tre del pomeriggio. Spesso
interrompevo il lavoro, per pensare a Ciro che in quei
giorni si sentiva pi male del solito. Contemplavo, den-
tro il mio cuore, la sua figura consunta dal patimento,
esile e pallida come un cero.

Notate, signore, una cosa. Da uno spiraglio (aperto
nella parete a cui volgevo le spalle, dunque sopra il mio
capo) scendeva la striscia di sole.

Notate, signore, queste altre cose. Un garzone, un
giovane corpulento, dormiva sdraiato su i sacchi, inerte;
e le mosche ronzavano sopra di lui innumerevoli come
sopra una carogna. Il padrone, il droghiere, entr e and
verso un angolo dov'era una catinella. Gli usciva il san-
gue dal naso: e, come egli camminava curvo per non mac-
chiarsi la camicia, il sangue gocciolava a terra.

Seguirono alcuni minuti di un silenzio cos profondo
che pareva una sospensione della vita. Non capitava un
cliente; non passava una vettura; il garzone non rus-
sava pi.

D'un tratto, udii la voce di Ciro.

- C' pap?

Me lo vidi comparire d'innanzi - in quel luogo basso,
tra quei sacchi, tra quei barili, tra quei mucchi di sapone,
lui cos fine, quasi diafano, con l'apparenza d'uno spi-
rito! - me lo vidi comparire d'innanzi come in una allu-
cinazione. La fronte gli grondava di sudore, le labbra gli
tremavano; ma mi parve animato da una energia quasi
selvaggia .

- Come qui, tu? - gli chiesi. - A quest'ora? Che 
successo ?

- Vieni, pap; vieni.

- Ma che  successo?
- Vieni, vieni con me.

Aveva la voce rauca ma risoluta.

Io lasciai l tutto, dicendo:

- Torner fra poco.

E uscii con lui, sconvolto, vacillando Sll le gambe che
mi si piegavano.

Eravamo nella via del Tritone. Volgemmo in su, ver-
so la piazza Barberini che era un lago di fuoco bianco,
deserta. Non so se era deserta, ma io non vidi che il
fuoco. Ciro mi afferr una mano.

- Ebbene, non parli? Che  successo? - gli chiesi
per la terza volta, pur avendo paura di ci che egli stava
per dire.

- Vieni, vieni con me. Wanzer l'ha battuta... l'ha
battuta.

Il furore gli strozzava la voce nella gola.

Pareva ch'egli non potesse dire di pi. Affrettava il
passo, mi trascinava.

- L'ho veduto io - riprese. - Dalla mia camera, ho
sentito che gridavano; ho sentito le parole... Wanzer
l'ha coperta di vituperii, l'ha chiamata con tutti i no-
mi... Ah, con tutti i nomi... Intendi? E io l'ho veduto
quando le si  gettato addosso con le mani alzate, urlan-
do...  Prendi! Prendi! Prendi!  Su la faccia, sul petto,
su le spalle, da per tutto, ma forte, ma forte...  Prendi!
Prendi!  E la chiamava con tutti i nomi... Ah, tu li sai.

Irriconoscibile quella voce: rauca, stridula, sibilante,
rotta da soffocazioni d'odio cos furiose che io pensai con
raccapriccio:  Ecco, ora mi cade; ora mi resta qui, di
schianto, sul selciato. 

Ma egli non cadde; seguit ad affrettare il passo, a
trascinarmi, sotto quel sole feroce.

- Credi tu che io mi sia nascosto? Credi tu che io sia
stato fermo, che io abbia avuto paura? No, no; non ho
avuto paura. Mi sono fatto innanzi, io; mi sono messo
a gridargli contro; l'ho afferrato per le gambe, gli ho
dato un morso a una mano... Non ho potuto far altro...
M'ha sbattuto per terra; poi s' gettato ancra addosso
a mamm; l'ha presa per i capelli... Ah che vile, che vile!

S'interruppe, soffocato.

- Che vile! L'ha presa per i capelli, l'ha tirata verso
la finestra... La voleva gettare di sotto... Ma poi l'ha la-
sciata...  Fuggo via; se no, ti uccido.  Ha detto cos.
Ed  fuggito;  fuggito via dalla casa... Ah, se avessi
avuto un coltello!

S'interruppe, di nuovo, soffocato. Eravamo nella stra-
da di San Basilio, deserta. Io lo supplicai temendo di
cadere, di vederlo cadere:

- Frmati, frmati un poco. Ciro ! Fermiamoci un
poco qui, all'ombra. Tu non ne puoi pi.

- No, bisogna far presto, bisogna arrivare in tempo...
Se Wanzer ritornasse a casa, per ucciderla?... Aveva pau-
ra, mamm, aveva paura di vederlo ritornare, d'essere
uccisa. L'ho sentita io che diceva a Maria di prendere la
valigia, di metterci la roba dentro, per andarsene sbito,
fuori di Roma... a Tivoli, credo... da zia Amalia... Biso-
gna arrivare in tempo. La lascerai partire, tu?

Io balbettai:
- No... no...

- E lui lo lascerai rientrare a casa? Non gli dirai nul-
la? Non gli farai nulla?

Io non risposi. Ed egli non s'accorse che stavo per
morire di vergogna e di dolore. Non se n'accorse; perch,
dopo un intervallo di silenzio, mi grid all'improvviso,
con una voce diversa da quella di prima, tremante d'una
commozione profonda:
- Pap, pap, tu non hai paura... tu non hai paura
di lui;  vero?

Io balbettai:
- No... no...

E seguitammo a camminare verso la casa, nel gran
sole, su per i terreni devastati della villa Ludovisi, fra i
tronchi abbattuti, fra i mucchi di mattoni, fra le pozze
di calce, che mi abbarbagliavano e mi attiravano. - Me-
glio, meglio morire bruciato vivo in una di queste poz-
ze - io pensavo- che affrontare l'avvenimento ignoto.
Ma Ciro mi aveva ripreso ancra per la mano e mi tra-
scinava con s, ciecamente, verso il destino.

Giungemmo; salimmo.

- Hai la chiave? - mi domand Ciro.

L'avevo. Aprii la porta. Ciro entr per il primo;
chiam:

- Mamm ! Mamm !

Nessuno rispose.

- Maria !

Nessuno rispose. La casa era vuota, piena di luce e
d'un silenzio sospetto.

- Gi partita! - disse Ciro. - Che farai?

Entr in una stanza. Disse:

- E successo qui.

Una sedia era ancra rovesciata. Io scorsi sul pavi-
mento una forcina torta e un fiocco rosso. Ciro, che guar-
dava dove io guardavo, si chin, raccolse alcuni capelli,
molto lunghi, e me li mostr.

- Vedi ?

Gli tremavano le dita e le labbra; ma la sua energia
era caduta. Le forze gli mancavano. Lo vidi vacillare,
me lo vidi svenire tra le braccia. Lo chiamai.

- Ciro, Ciro, figlio mio!

Era inerte. Non so come feci a vincere la debolezza
che stava per prendere anche me. Un pensiero mi balen:
 Se Wanzer ora entrasse?  Non so come feci a soste-
nere la povera creatura, a portarla fino al suo letto.

Rinvenne. Io gli dissi:

- Bisogna che tu ti riposi. Vuoi che ti spogli? Hai la
febbre. Far venire il medico. Ora ti spoglio io, piano
piano. Vuoi?

Io dicevo quelle parole, compivo quegli atti, come
se non dovesse accadere altro, come se le cose comuni
del]a vita, le cure pel mio figliuolo mi dovessero occu-
pare nel resto di quel giorno. Ma sentivo, ma sapevo,
ma ero certo che non sarebbe stato cos, che non poteva
essere cos. Ma un pensiero unico, veramente, mi sca-
vava il cervello; ma l'ansia d'un'aspettazione unica, ve-
ramente, mi torceva le viscere. L'orrore, accumulato gi
nell'estremo fondo, si propagava ora per tutta la mia
sostanza, faceva vivere i miei capelli dalle radici alle
cime.

Io ripetei:

- Lsciati spogliare e mettere nel letto, da me.

Ciro disse:

- No; voglio rimanere vestito.

La sua voce nuova, le sue nuove parole, che pure
erano gravi, non interruppero dentro di me la ripetizio-
ne incessante della sua domanda semplice e terribile:
 Che farai? 

 Che farai? Che farai? 

Qualunque azione era per me inconcepibile.

M'era impossibile di determinare un proposito, di
imaginare uno scioglimento, di meditare un'offesa, una
difesa. Il tempo passava, e nulla accadeva. - Io avrei
dovuto andare a chiamare il medico, per Ciro. Ma Ciro
avrebbe consentito a lasciarmi uscire? Consentendolo,
egli sarebbe rimasto solo. Io avrei potuto incontrare
Wanzer per le scale. E allora? O Wanzer avrebbe potu-
to rientrare nella mia assenza. E allora?

Secondo le imposizioni di Ciro, io non dovevo lasciar-
lo rientrare, gli dovevo dire e gli dovevo fare una qual-
che cosa. Ebbene, io avrei potuto chiudere la porta da
dentro, col chiavistello. Wanzer, non potendo aprire con
la chiave, avrebbe tirato il campanello, avrebbe bussato,
avrebbe strepitato, furiosamente. E allora?

Noi aspettammo.

Ciro stava supino sul suo letto: io gli stavo seduto ac-
canto e gli tenevo una mano, premendogli col mio pol-
lice il polso. I battiti crescevano con una rapidit verti-
ginosa.

Non parlavamo; credevamo ascoltare tutti i rumori e
non ascoltavamo che il rumore del nostro sangue. Ne]
vano della finestra si sprofondava l'azzurro; le rondini
volavano rasente, come per venir dentro; le cortine si
gonfiavano come per un respiro; su l'ammattonato il sole
disegnava esattamente il rettangolo della finestra, e l'om-
bre delle rondini ci giocavano. Tutte queste cose per me
non avevano pi realt, non ne conservavano che una
parvenza; non erano pi la vita, ma simulavano la vita.
Perfino la mia angoscia era imaginaria. - Quanto tempo
pass?

Ciro mi disse:

- Ho tanta sete. Dammi un poco d'acqua.

Io mi alzai per dargli da bere. Ma la bottiglia sul ta-
volo era vuota. Io la presi; e dissi:

- Vado in cucina a empirla.

Uscii dalla stanza, andai in cucina, misi la bottiglia
sotto la cannella dell'acqua marcia.

La cucina era attigua alla saletta d'ingresso. Mi giun-
se all'orecchio, distinto, il rumore d'una chiave girata in
una serratura. Rimasi impietrito, nell'impossibilit asso-
luta di muovermi. Ma udii aprire la porta, riconobbi il
passo di Wanzer.

Costui chiam:

- Ginevra !

Silenzio. Fece altri passi. Di nuovo chiam:

- Ginevra !

Silenzio. Altri passi. Evidentemente, egli ora la cer-
cava per le stanze. Impossibilit assoluta di muovermi.

D'improvviso, udii il grido di mio figlio, un grido sel-
vaggio, che disciolse immediatamente la mia rigidit. Gli
occhi mi corsero a un lungo coltello che luccicava su la
madia; e, nel tempo medesimo, la destra mi corse ad
afferrarlo, e una forza prodigiosa m'invest il braccio; e
mi sentii trasportato su la soglia della stanza di mio fi-
glio, come da un turbine; e vidi mio figlio avviticchiato
con una furia felina al gran corpo di Wanzer, e vidi su
mio figlio le mani di costui...

Due, tre, quattro volte gli confissi il coltello nella
schiena, sino al manico.

Ah, signore, per carit, per carit, non mi lasciate, non
mi lasciate solo! Prima di sera, morir; vi prometto che
morir. Allora ve n'andrete, mi chiuderete gli occhi e
ve n'andrete. No, neanche questo vi chiedo; io, io stes-
so, prima di spirare, li chiuder.

Vedete la mia mano. Ha toccato quelle palpebre; e
s' ingiallita... Ma io le volevo abbassare, perch Ciro
ogni tanto si drizzava sul letto e gridava:

- Pap, pap, mi guarda.

Ma come poteva fare a guardarlo, se era coperto? I
morti guardano a traverso i lenzuoli, forse?

E la palpebra sinistra resisteva, fredda fredda...
Quanto sangue! Pu un uomo contenere un mare di
sangue? Le vene si vedono a pena, sono tanto sottili che
a pena a pena si vedono. E pure... Non sapevo dove
mettere il piede; le scarpe mi s'inzuppavano come due
spugne, -  strano, eh? - come due spugne.

Uno, tanto sangue; e l'altro, neanche una goccia: - un
giglio. . .

Oh, mio Dio, un giglio! Ci sono dunque ancra delle
cose bianche, al mondo?

Quanti gigli!

Ma vedete, vedete, signore, che cosa mi prende? Che
 questo bene che mi prende?

Prima di sera, oh, prima di sera.

Entr una rondine...

Lasciate entrare... quella rondine...

Roma, gennaio 1891.
FINE.