/:/L'Alcyone e noi.

    Negli artisti autobiografici  possibile distinguere, grosso modo,
gli sperimentatori, per cui la vita  eminentemente un mezzo di co-
noscenza, un  luogo  di esperienze che trascendono l'individuo, gli
episodi dell'autobiografia, una verificazione diretta di pensieri e di
sentimenti universali--e la loro poesia  di solito, goethianamente,
 poesia d'occasione --dagli artisti la cui poesia  piuttosto un
rnodo di amplificare l'esperienza e l'azione, di integrare la vita con
un complesso di suoni e di forme che di quella vita rappresentano
una specie di naturale irraggiamento, di doppia fioritura. Il D'An-
nunzio appartiene a questa seconda categoria d'artisti, mentre un
Goethe, un Leopardi potrebbero piuttosto, sotto il loro aspetto  au-
tobiografico , ascriversi alla prima. 
    Nel D'Annunzio la poesia fu amplificazione,  celebrazione  del-
l'esperienza individuale, chiamata a vibrare oltre di s, in un mondo
esemplare voluttuoso od eroico. Il titolo della sua opera poetica ma-
tura, Le Laudi, potrebbe estendersi, a ben vedere, a tutta la sua poe-
sia, e fors'anche alla sua prosa. Anche dove la sua ispirazione sembra
pi gratuita, pi contemplativa, come nelle pi belle liriche di Alcyone,
come nelle stasi sensuali e descrittive della Leda e delle Faville; essa
irraggia dall'azione--e sia pure da quell'azione germinale e inespres-
sa che  il desiderio, la velleit, la sensazione--come un alone spon-
taneo, quasi che la vita, pur nella sua pienezza, non potesse bastarsi,
ma, per realizzarsi e fiorire compiutamente, dovesse prolungarsi nel-
l'ebbrezza della parola,  celebrarsi  ed esaltarsi in un poetico mito.
Mentre la grande esperienza dell'azione fu anch'essa, per il D'An-
nunzio, a suo modo poesia, e celebrazione epica e lirica di s medesi-
ma nel momento stesso in cui si attuava.
    Il momento del naturalismo  abruzzese , quello grandioso e
barbarico del Canto Novo, la stanchezza sensuale dell'Intermezzo e
del Piacere, la fase della  bont , quella dell'immoralismo e del
superomismo, che cuimin con la Laus vitae, non rappresentarono,
a parte il magistero stilistico via via pi maturo, che schemi ideali
d'azione diversi, ma operanti, nei rilqessi dell'ispirazione, in modo
identico, tanto da parer monotono. il particolare romanticismo dan-
nunziano, profondamente nativo, che, sorto in un clima d'arte euro-
pea naturalista e decadente, sembr confondersi in essopur differen-
ziandosene per quel pi di irrompente vitalit, di  barbarie  che
recava in s.
    E quanto pi la sua arte fior come celebrazione di una esperienza
attiva e presente, aliena dal pensiero, tanto pi si afferm come poesia
realizzata. Mentre, allorch aspir al  pensiero cio a decantare
moduli e ideali di vita soltanto vagheggiati e ineffettivi, ricavati per
astrazione dall'esperienza reale--come furono l'estetismo e il su-
peromismo--si perse nella vacuit del puro suono, nella metafora
ricercata, nel gesto sontuoso e irreale. Ma il processo ispirativo fu, in
entrambi i casi, identico.
   Spesso, confondendo biografia e bibliografia, si suole considerare
Alcyone, terzo libro delle Laudi, come cronologicamente, oltrech
idealmente, posteriore alla Laus vitae, primo libro: e taluno ha pen-
sato anzi ad Alcyone come ad una risoluzione in senso puramente
poetico della torbida e farraginosa eloquenza delle prime Laudi. Sta
invece di fatto che, quando venne scritta la Laus vitae (1902-1903)
la maggior parte delle poesie di Elettra e di Alcyone era gi composta:
dimostrazione anche questa di quanto sia vano, a proposito di un ar-
tista cos naturale, dai vizi e dalle virt indissolubili, parlare di espe-
rienze superate e chiarite.
   Il furore eloquente delIa Laus vitae, in cui la poesia si rapprende
soltanto in incisi isolati, in brevi zone che peraltro rientrano nella
atmosfera di Alcyone, mentre in tutto il resto  divorata punto per
punto dal folle turbine delle incalzanti enumerazioni, non  la mate-
ria bruta e incandescente destinata a placarsi pi tardi in forme ripo-
sate e perfette:  soltanto sterile volont di poesia che s'innesta, sul-
l'azione ineffettuale, sul gesto trascendente, sull'esperienza non vis-
suta, ma soltanto vagheggiata e riflessa. Il viaggio ellenico della Laus
vitae  la ricerca ideale del mito astratto: mentre Alcyone  il mito
effettivamente vissuto, l'esperienza, l'azione puntuale proiettata, esal-
tata sul quadro del mito concreto.
   L'alternarsi di questi due momenti, che avviene talvolta nella
stessa pagina,  caratteristico della ispirazione dannunziana: una bra-
ma d'azione, di volont fermentante nel seno stesso della sensazione;
e che, quando tenta di trascendere la vita e l'esperienza reale esce
in pari tempo anche dall'arte, risolvendosi in un vagheggiamento di
morali eroiche e inumane, di gesti esemplari, che non possono neppu-
re dirsi esagerati o falsi: sono semplicemente inenarrabili, come sforzi
a vuoto. 
   La funzione della mitologia in Alcvone non  soltanto quella del
consueto dizionario di immagini del classicismo, n una semplice de-
rivazione del paganesimo carducciano, cos operante nell'aria del
tempo. La mitologia carducciana  cosa pi che altro letteraria, fatta
di tradizione classica e civile, di riposata cultura: la vera intimit
carducciana  altrove, dove la composta veste letteraria si strappa e
un fiotto di fresco sentimento, un ricordo, una visione di natura sal-
gono alla superficie, quasi a contrasto col mondo culturale e libresco.
Quella pascoliana, coi suoi vezzi ellenistici, coi suoi riecheggiamenti
primitivi dei modi omerici,  un incontro casuale, nello stesso poeta,
di cultura scolastica e di malinconia positivistica: le antiche favole
non rivivono in lui coi loro virginei colori originari, ma solo come
spente e morte portatrici di simboli; le sue figurazioni mitiche vagano
nei Conviviali come nelle penombre d'un Ade. Ben altra cosa sono i
miti di Alcyone: essi si sviluppano dal corpo stesso dell'emozione fi-
sica come figure spontanee e necessarie di essa, come una loro esal-
tante amplificazione. La squama argentea d'un pesce (o lo stesso dorso
variegato del mare?), un viscidume d'alghe, un risucchio d'onde sul-
la riva scogliosa, l'odore di salmastro dell'acqua morta; ed  Il Tritone:

Ha il gran torace azzurro come il glastro,
ma l'argento sul dorso gli s'alluma.
Sceglie tra l'alghe la pi verde, e ruma:
e gli cola il rigurgito salmastro.

   Una'ulna  fatta di cose pi lievi, di sabbia fine, d'umido sale, di
trasparenti meduse, d'erranti scintillii marini. Versilia, come ha no-
tato il critico che meglio ha inteso Alcyone, il Gargiulo,  cos tenera,
fatta di midollo e di succhi vegetali...  deliquescente nella sua so-
stanza musicale . La ninfa erompe dalla corteccia arborea ed  an-
cora pianta, la lingua  come una foglia, le chiome sono violette come
le prugne, i denti bianchi sono sbucciati pinocchi. Nell'Oleandro ,
invece, la ninfa che si fa albero, la dolce carne femminile che s'induri-
sce in una pianta sterile e preziosa: lucide foglie, dure bacche, rose
profumate e amare: e il vivo sangue si muta in densa linfa vegetale.
Anche qui il processo  mitizzatore , nell'inversa metamorfosi, 
evidente. Glauco, Icaro, le figure dei ditirambi, che peraltro sembre-
rebbero partecipare dell'astrattezza della Laus vitae, si attuano poeti-
camente in quanto trasfigurazioni di sensazioni fisiche, il nuoto, il
volo: flusso di vari sapori, come quello che accolse l'Otre nel suo ven-
turoso racconto:

Molto contenni, puro o adulterato 
So nelle loro generazioni
diverse l'acqua, il latte, l'olio tacito-
so il sangue umano e so l'afflato panico
e so le metamorfosi dei suoni.

Mi pare che, con queste osservazioni, si sia vicini al centro di
questa ispirazione lirica, dove  possibile cogliere il suo momento
germinale, la sua molla segreta, il diagramma del suo determinarsi.
Generalmente i critici hanno distinto con un taglio troppo netto poe-
sia e non poesia dell'opera dannunziana, indicandone il polo negativo
nella parte di essa che pi ubbidisce alle ambizioni  attive , alla
astratta volont di assumere figure e atteggiamenti ideali, superuma-
ni od eroici, e quello positivo in una sorta di ricettivit sensuale, na-
turalstica, di vividezza lenticolare, e in fondo psicologicamente pas-
siva. Ma la natura irruente ed esuberante del D'Annunzio non cono-
sce quella particolare passivit lirica, quelia ubbidienza docile e sinuo-
sa ai soffi della sensazione che  caratteristica di grandi poeti  deca-
denti  tipo Verlaine. In costoro l'emozione si imprime come su una
molle cera fatta per accoglierla, la loro voce naturale non altera il suo
tono, si increspa solamente d'un tremito. D'Annunzio invece reagisce
con la sua volont di celebrazione. La sua prodigiosa sensibilit agli
aspetti del paesaggio, ai volti e mutamenti della natura, alle impres-
sioni visive e musicali non si arresta ad un ricamo di sensazioni, nep-
pure dove la sua poesia sembra pi abbandonata e vaga, neppure nella
Sera Fiesolana, neppure nella Pioggia nel pineto. Il vino della sensa-
zione non lo inebria soltanto, ma lo sospinge a mimare, per cos dire,
un'azione ideale, che, nel suo momento pi elementare, potr limitarsi
ad una  laude , che  anch'essa, a ben vedere, un'esplicazione vo-
lontaria operante sulla passivit della impressione, una inserzione del-
l'io nel puro abbandono poetico:

Laudata sii pel tuo viso di perla
o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!

   Ma pi spesso lo porter alla creazione autonoma di un mito: un
mto di cui il poeta medesimo  parte o addirittura attore, almeno
potenziale. 
   Il Gargiulo, a proposito di Alcyone, ha parlato di  antropomor-
fismo . Definizione che mi sembra ancor pi vera di quanto sia po-
tuta sembrare al suo stesso ritrovatore. Non l'abbandonarsi alla sensa-
zione, ma il vivere, l'esaltarsi nella sensazione trasfondendosi in essa
con una prodigiosa virt mimetica: ecco la particolare poesia di
Alcyone. Non  il poeta che ode i fauni ridere tra i mirti, che scorge
profilarsi sul paesaggio semidei marini e boschivi, ma il poeta che,
sotto l'aculeo della sensazione, diventa egli stesso fauno e silvano, si
fa Icaro per volare, Glauco per immergersi nelle fresche vene ocea-
niche. 
    Anche la tecnica, la  presa  espressiva, quel modo maschio e
preciso che ha il D'Annunzio di affrettare e stringere nel verso le
sue immaginazioni, esclude il tremito, l'alone indeterminato e vago
che  proprio del poeta che dalla immaginazione si fa possedere, pi
che possederla a sua volta e dominarla (s'intende che qui si fanno di-
stinzioni d'atteggiamento psicologico, e per nulla estetiche e di mag-
giore o minor valore cli realizzazione). Il suo endecasillabo regolare,
ben articolato nelle sue giunture ed equilibrato, di tono piano e de-
scrittivo, ch'egli sembra aver ereditato dalla nostra tradizione trecen-
tesca e pi ancora quattrocentesca (si pensa soprattutto al Poliziano),
non conosce la sospirata melodia, la complessa frase architettonica
che fu di poeti a lui estranei, come Leopardi. E si ascolti come il
novenario  falso  di Undulna e di Versilia, ch'egli ha certo ripreso
dai francesi, parnassiani e simbolisti, suoni, e non solo per la diversa
indole della lingua, articolato e scandito, preciso pur nelle sue sfu-
mature delicatissime.
    Il Praz, nel suo attento studio sulle fonti dannunziane, ha mo-
strato come non soltanto i principali temi agresti e mitici di Alcyone,
ma gran parte dei suoi motivi ritmici e musicali, siano stati ripresi
dai Jeux rustgues et divins e dalle Mdailles d'argile di Henri de
Rgnier.
    Ma, a parte l'intensit poetica di Alcyone, incomparabilmente
superiore, non pu sfuggire ad alcuno come la musica del de Rgnier
sia sfatta e imprecisa, a paragone delle ben definite linee melodiche,
delle limpide sonorit della musica dannunziana. La stessa Pioggia nel
pineto, impostata sul ternario, sembra effettivamente, nel suo brusio
di gocciole e foglie, e di parole umane pi fresche delle foglie, farsi,
fuor d'ogni metafora, pura musica: ma quale precisione di segno in
quelle gracili volute, in quei ritorni, quale timbro netto e vibrato in
quei giochi di scandite sillabe, che sembrano dapprima cos vaghi e
casuali:  musica resa da un pianista impeccabile, su un pianoforte
di marca.
    Oggi non sappiamo pi, forse, accostarci ad Alcyone con l'animo
dei nostri anni giovanili. La nostra ammirazione per il poeta  in un
certo senso cresciuta: quella sua facolt di visione, supremamente
plastica e formativa, non cessa di meravigliarci e d'imporsi a noi. Ma
l'adesione, un tempo totale, a quel suo mondo armonioso, compatto
e sonoro, a quella tesa solarit,  manchevole. L'acutezza del suo oc-
chio implacabile, dei suoi sensi voraci in agguato, c'incanta sempre
di pi: ma il suo tono, il suo gesto poetico, la sua volont di esalta-
zione ci sono sottilmente estranei. 
   Il poeta ci ha per maga condotti in un luogo dove i sensi incan-
tati, trasumanati nella loro pienezza, hanno creato un mondo di figure
incorruttibili e armoniose, che pure hanno radici nella sua pi fonda
esperienza fisiologica, e nella nostra. Ma  un mondo senza fenditure,
senza comunicazioni con l'esterno, fuor di quelle buie e segrete radici.
Un mondo di miracolo, dove gli occhi vedono e le mani toccano, e
tutto par vero ma tutto  troppo bello per esser vero: dove il nostro
tono vitale quotidiano, la nostra voce naturale non trova eco, non
pu inserirsi neppur per isbaglio: un mondo circoscritto, colmo, in-
teso attentamente a godersi nella sua esaltata presenza. 
   Di qui l'ambivalenza  dei giovani verso l'opera dannunziana.
Da un lato, D'Annunzio vive e si perpetua in tutta la nostra poesia
ultima: un esame, storicamente condotto, delle forme ed esperienze
liriche pi recenti, ci riveler un fondo dannunziano nelle espressioni
apparentemente pi lontane e fino opposte al suo clima. Nella nostra
tradizione poetica, al cui altissimo tono sentimentale e meditativo il
mondo visibile e tangibile non partecipava che con linee e colori del
tutto indicativi e convenzionali, D'Annunzio ha compiuto una rivolu-
zione paragonabile a quella dei lirici paesisti inglesi, o dei  deca-
denti  francesi, o di un Wagner nella musica. Egli ha suggerito gli
elementi del paesaggio lirico, ha offerto la sua ricca messe sensuale
a mezzo secolo almeno di poesia nuova.
   Ma il tono e il gesto dannunziani, quella loro tensione volitiva ed
attiva, quell'ansia di celebrazione, oggi li sentiamo estranei, e tipica-
mente romantici. Anche nel pi bel D'Annunzio; anche in Alcyone,
anche nella Leda e nel Notturno, dove l'esperienza fisiologica, clta
nei suoi tentacoli pi sottili e delicati, nella sua stillante verginit
originaria,  pur sempre trasferita su di un quadro d'orgogliosa soli-
tudine e d'incantata solennit. Li sentiamo estranei, anche se presen-
tiamo che in realt gli furono necessari strumenti per captare e por-
tare alla luce le sue liriche prede. Come una volont dura e automa-
tica li cui non sappiamo pi intendere il motivo, oggi che, pi che
di elevare l'esperienza dei sensi ad un mondo esemplare e decorativo,
sentiamo il bisogno di risolvere anche i pi riposti e ambigui fondi
sensuali in ur.a voce naturale e flessibile, permeabile magari all'ironia,
entro cui circoli l'aria e la luce e il reqpiro del nostro mondo d'ogni
giorno.

SERGIO SOLMI:
Da Scrittori negli anni, Milano, Il Saggiatore, 1963, pp. 179-188.


