GABRIELE D'ANNUNZIO: da ALCYONE.
TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA:
                     EZIO  GALIANO.

L'IPPOCAMPO.

Vimine svelto,
pieghevole Musa
furtivamente
fuggita del Coro
lasciando lalloro
pel leandro crinale,
mutevole Aretusa
dal viso d'oro,
offri in ristoro
il tuo sal lucente
al mio cavallo Folo
dagli occhi d'elettro,
dal ventre di veltro,
ch solo leguale
del sangue di Medusa
ahi, ma senz'ale!
Offrigli il sale,
sonoro al dente,
o Aretusa,
nella palma dischiusa
e nuda, senza spavento
ch, per prendere il dono,
ha labbra pi leggiere
delle sue gambe
di vento.
Appena ti lambe,
come per bere!
Del suo piacere
ti bagna; e la tua palma
appena sente, dietro
le labbra, il fresco
suo dente di puledro,
che brucar lerba calma
pu s dolcemente
e rodere il ferro
difficile quando serro
la rapidit focace
p solitarii
lidi io senza pace.
Come per te, furace
fauna dei pomarii,
un bugno
di miel rodolente
non vale
simiana acerba,
cos per lui biada opima
non vale un pugno
di sale mordace.
Troppo gli piace,
Aretusa. Ingordo
n' come capra sima.
Forse ha un ricordo
marino il sangue di Folo.
Egli  forse figliuolo
degli Ippocampi
dalla coda di squamme.
Ora  fiamme e lampi,
ma prima
era forse argentino
o cerulo o verdastro
come il flutto, gagliardo
come il flutto decumano.
E nel vespero tardo,
allapparir dellastro
che cresce,
al levar della brezza,
tutto acquoso e salmastro
venuto in su la proda,
mansuefatto,
battendo con la coda
di pesce larena
per la dolcezza,
sogguardando in atto
d'amore, gocciando bava,
prono la schiena,
mangiava piano
laliga nella mano
cava della Sirena.

(Romena, 21 agosto 1902)
