GABRIELE D'ANNUNZIO: da ALCYONE.
TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA:
                     EZIO  GALIANO.

DITIRAMBO 1. - ROMAE FRUGIFERAE DIC.

Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, lugne
adorne di lampi
su laride ariste?
Ove laie come circhi
te trebbie come pugne,
come atleti la rustica prole?
Ove sono i cavalli del Sole
disgiunti dal carro celeste?
Ove le sferze sonanti,
le rdine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?
Ove la femmina bella
coperta di loppe e di reste
come d'ori e di gemme?
Ove gli scherni, le risse,
le nude coltella,
il sangue che fuma e che bolle,
il giovine ucciso che cade
nelle sue biade
asperse del suo ricco sange
e del vin suo vermiglio?
Ove il tuo nume, o Dionso,
e il tuo riso e il tuo furore
e il tuo periglio?

Qui scarsa msse
per piccole vite,
aia angusta, fatica molle,
mani prudenti, fievoli gole.
O Maremme, o Maremme,
bellezza immite
nata dalla Febbre e dal Sole,
o regni diurni di Dite,
voi lanima mia sogna!
O Roma, o Roma, la prima
davanti alla faccia del Sole,
incombustibile forza,
semenza di gloria,
unica nata dal solco
del violento
ardua spica opima,
te lanima mia sogna ed agogna
in un mar di frumento,
dal Cimino solitario
ai vitiferi colli dei Volsci,
fino a Minturno ov'erra
nel limo lombra di Mario,
fino a Sinuessa
ebra di Massico forte,
fino alle auree porte
della Campania promessa,
in un mar di frumento
innumerevole
come le trionfate stirpi
dalla tua guerra!

O arce della Terra,
nel dipartirmi
da te, al cospetto dellAgro
ebbi presagio cruento
che m'infiamm d'amore
pi novo e gagliardo
per tutte le tue are
e per tutte le tue tombe.
Vidi campo di rossi
papaveri vasto al mio sguardo
come letto di strage,
come flutto ancor caldo
sgorgato da una ecatombe.
Non mai pi fervente rossore
veduto avean gli occhi miei grandi,
e tutta la mia vita tremava
dalle radici
come s'io mi svenassi
sul sacro tuo suolo
con vene giganti.
E lanima, che si dipartiva,
impetuosamente
verso di te si rivolse, incesa
da dolor rovente
chella ud stridere come
tizzo in piaga viva;
e tutta verso di te protesa
era, gridando il tuo nome
al fulgor vermiglio,
dal carro strepitoso
che la traeva in esiglio.
E intollerabile male
tra tutti i suoi mali
a lei parve la sua dipartita;
sent la sua vita
spoglia d'ogni forza e senz'ali,
pallida e senza riposo
piegata su lacre ferita,
ahi, mir s stessa lontana.

O Toscana, o Toscana,
dolce tu sei ne' tuoi orti
che lo spino ti chiude
e il cipresso ti guarda;
dolce sei nelle tue colline
che il ruscello ti riga
e lulivo t'inghirlanda.
E una dura virtude
certo nelle tue torri commise
e mur per la guerra civile
le pietre forti;
e carca di grandi morti
tu sei ne' tuoi sculti sepolcri,
o Fiorenza, o Fiorenza,
giglio di potenza,
virgulto primaverile;
e certo non  grazia alcuna
che vinca tua grazia d'aprile
quando la valle  una cuna
di fiori di sogni e di pace
ove Simonetta si giace.
Ma cuna dellanima mia
 il solco del carro stridente
nella pietra dellAppia via.
A pi del Celio infrequente,
sotto la Porta Capena
gemere ud lAcqua Marcia
che abbevera lUrbe affocata.
Si mosse di l fra le tombe
e i lauri, fra la Morte che guata
e la Gloria che perde le frondi,
ai colli d'Alba giocondi.
Lasci dietro s le molli ombre;
pi non vide la lunga catena
rosseggiar degli acquedutti;
non vide la fresca Preneste;
sdegn di Tuscolo i frutti,
d'Aricia la selva serena;
s'affrett alla spiaggia tirrena
ove dura fervente
la bava delle tempeste,
alle reggie di Circe funeste
ove urt d'Odisseo la carena.
Anelante al deserto di luce
ove fuma vapor che avvelena
e rapisce gli spirti errabondi,
scoperse la candida rupe
onde Anxur pendente
nella truce canicola incombe
allo stagno mortifero e al Mare.

Appia via, cammino solare
incontro allAustro rapido-ardente,
Appia via, dalla Porta Capena
cui la recondita vena
geme lassidua stilla,
ove condurrai tu la mia
anima inpaziente
che d'avidit risfavilla?
Non qui la mia messe  mietuta.
A mietere lalta mia msse
mille falci idefesse
travagliarono solco per solco,
dallaurora al tramonto,
per nove aurore
e per nove tramonti,
in terra sconosciuta.
E s'udiva in ogni meriggio
venir dagli orizzonti
infiammati la voce
e il tuono di Pan sopra a noi.
E ululava la torma feroce:
"O Pan, aiuta, aiuta!"
E per la stoppia i buoi
candidi, aggiogati ai plaustri
contra le biche manomesse,
mugghiavano di spavento.

O Pan, dammi il mio frumento,
dammi loro della mia msse
australe e la furia degli Austri
libici e la furia dei cavalli
dallugne adorne di lampi!
Non qui non qui ebbi i miei campi,
non qui ebbi i miei plaustri,
ma nel grande Lazio tirreno,
fino a Minturno,
fino a Sinuessa,
nella terra ebra di Massico
nella terra ebra di Ccubo,
a Fondi lacustre,
ad Amicle marina,
ad Ardea danaia
ov'arde il sangue di Turno,
e su la curva spiaggia nomata
dalla nutrice eneia,
di qua dal rapace Volturno,
e presso lo stagno taciturno
pingue di calami e d'ulve
ove il Latino il lauro vige
tra le spiche fatte pi fulve,
e ad Anzio amor del pirata
e della Fortuna crudeli
e del crudele Imperatore,
e a Ostia, nella sacra bocca
del Tevere irta di prore
gonfia di vele
ingombra d lunghi granai.

Ovunque falciai e trebbiai
nel grande Lazio tirreno,
alle porte dellUrbe e al confine
estremo, fra il Tevere e il Liri,
in ogni pi fertile plaga.
Ma a te vanno i miei sospiri,
a te, ombra del Monte Circo
letifera come il veleno
e il carme dellavida maga
che tenne linsonne
piloto re d'Itaca Odisseo
nel letto dallalte colonne.
Quivi ancor regna nel Monte
lIddia callida, figlia del Sole;
e spia dal palagio rupestro,
tra sue stellate pantere
e sue tazze attoscate di suchi.
Gemon prigioni i suoi drudi,
bestiame del suo piecere,
cui ella tocca la fronte
con cerga e susurra parole.
E i suoi pastori astati, prole
dellEvia e del Centauro
generata nellora dellestro,
di bronzea pelle, di pel sauro,
prole furibonda,
quivi sotto gettano rauco
ululo su la palude
e pungono il negro armento
dalle code nude,
i bufali, irosi mostri
profondati nel lutulento
pascolo che s'inselva di corna.
E, quando aggiorna,
tutta la palude ansa e soffia
per le froge e per le fauci emerse,
occhiuta di mille occhi torvi;
e lacqua putre gorgoglia
e bulica occlusa dallerbe
cui sradica il pi bisulco,
mentre nube di corvi
sinistra offusca e assorda laria
ove passa in silenzio mortale
la Febbre velata di nebbia.

Quivi io far la mia trebbia,
quivi batter la mia msse
in un'area vasta
come campo per oste schierata.
Ove sono i cavalli del Sole
criniti di furia e di fiamma?
le code prolisse
annodate con liste
di porpora, lugne
adorne di lampi
su laride ariste?
Ove le sferze sonanti,
le rdine lunghe sbandite,
il tinnir dei metalli,
il brillar delle madide groppe?
Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?

Ecco, al tripudio, ecco i cavalli!
Chi li conduce?
Ecco le sferze, ecco i crotali,
i cimbali cavi-sonori
che vince il rombo dei cuori,
le femmine scalze-succinte
ebre di luce,
i giovini possa-di-tori
ebri di strepito.
Ecco il fiore del sangue latino.
Ecco gli otri gonfi di vino.
Ecco la sapa dolce a mescere.
Ecco larido pane che asseta.
Ecco la tazza di creta,
foggia antica e ne' secoli bella,
ampia come bucranio,
rosea come mammella.
Ecco tutto il tripudio!
Versate i manipoli
sul suol vulcanio,
versate dal plaustro
accline i manipoli
come da cornucopia.
Tutta la terra  roggia
pi che sinopia
agli occhi torbidi.
Il vento turbina,
suscita polvere in vortici.
Versano i plaustri
nellaia loro stridulo.
Loro s'accumula.
Dispare il suolo igneo
sotto la congerie
innumerevole.
Sola una bica, solo un aureo
monte  la grande area.
Tutto il Lazio  una stoppia
che arde e solvesi in cenere
sa Sinuessa massica
fino a Roma romlea.
Sola una bica, solo un aureo
monte  la grande area;
e i cavalli lascendono.
Scalpita, scalpita!
O Roma, questo  il monte di Cerere
madre di Prosrpina,
questo  il monte della Magna Madre
che navig pel Tevere.
I cavalli terribili
erti su lunghia solida
lascendono, lassaltano.
Scalpita, scalpita!
Crollano i manipoli
sotto lurto, si spezzano
i culmi, si sgranano
le spiche, le ariste stridono,
le loppe volano.
Scalpita, scalpita!
Le sferze schioccano,
per laere guizzano
come le folgori.
Come le gmene
della nave in pericolo
sotto la rffica,
si tendono le rdine.
Gli umani polsi battono,
tremano i muscoli,
si gonfiano le arterie.
chi osa reggere
la forza degli Alipedi?
Balzano, s'impennano
le fiere, vrberano
laere, col ferro quadruplice
i cumuli dirompono.
Le code intonse inarcansi,
le criniere svntolano
come vessilli vividi,
le nari spirano
fiamma, gli occhi si rigano
di sangue, i fianchi pulsano,
le vene si palesano,
per lampie groppe rivoli
di sudore fluiscono,
nella schiuma dei difficili
freni brilla liride.
Scalpita, scalpita!
Tutto il fuoco dellanima
ferina esalasi
nellimpeto e nellnsito
par circonfondere
gli acri corpi madidi,
sul sudor fremere
come un'ala invisibile.
Svegliasi nei rapidi
cuori lanelito di Pgaso
verso il cammin sidereo?
Scalpita, scalpita!
Il vento turbina,
agita in nugoli
vani le spoglie spcee.
Tutto laere  volatile
oro, per ove le candide
e negre e saure
e maculate groppe splendono,
per ove passano
i gridi rauchi,
gli schiocchi, i sibili,
lurto dei crotali,
il tintinno dei cimbali,
il mugghio delle bufale,
il riso delle femmine
umane che Libero ccita.

Ma il cielo dilatasi
muto e solenne sul tripudio;
lungi si tace il Mare Infero
ove il figlio di Venere
dallalta prora iliaca
grid: "Italia! Italia!"
E lombra del re d'Itaca,
lombra dellantico nauta
esperto degli uomini e dei pelaghi,
guata dalla magica
rupe se il Fato ferreo
lui anco chiami a vincere
un pi grande pericolo.
O Forza, o Abondanza, o Vittoria,
voi allopera terrestre auspici
siete e testimonii!
Tutto di voi s'illumina
il grande Lazio. In purpureo
lume il giorno cangiasi.
Il vento chiude i suoi turbini.
Laere la terra pnetra.
Par nelle cose nascere
una vita indicibile,
per che i prischi numi italici,
subitamente reduci
dallombra delle Origini,
nella gleba rivivano,
nellacqua nellerba nella silice,
e laggi, entro la reggia
del re Latino figlio
di Marica e di Fauno,
rinverdiscasi il Lauro
che fu sacro ad Apolline
Febo pria che il vedovo
di Creusa da Ilio
venisse per congiugnersi
con Lavinia vergine fertile.
O prodigio! O metamorfosi!
Su la grande area,
quadrata come la saturnia
Urbe nel nascere,
la calpesta messe al par d'occidua
nuvola s'imporpora.
Scalpita, scalpita!
E i cavalli son rosei
spslendenti, come se nellintimo
sangue una sbita
aurora accendasi
e per i fumidi
fianchi trasparir veggasi.
S'ergono e di roseo
fuoco il petto e il ventre splendono,
ove s'intrecciano le tumide
vene come d'edera
intrichi per iperborei crtici.
Fiammei spiriti
dalle narici esalano.
Scalpita, scalpita!
Or senton gli uomini
che un divin numero
modera limpeto
dei solidunguli.
O prodigio! O metamorfosi!
Ecco, le ali titanie,
le solari penne, le lucifere
piume, infaticabili
flagelli dellEtere
diurno, atefici
della rapidit precpite,
cui le trame dei muscoli
contro le dure scapule
parean constringere,
ecco, ecco, si liberano
si spiegano s'allargano.
Nelloro e nella porpora
aperte palpitano
le ali, le ali apollinee.
Il vento chelle muovono
solleva il cuor degli uomini
come un pen che cntino
per sacri intercolumnii
cetere a miriadi.
Io Pen! Io Pen! Gloria
al Maestro dellOpere,
allo Specchio degli Uomini,
al Titan dalla rutila chioma,
al Re delle alate parole,
al Duce dei cori eliconii!
O Forza, Abbondanza, Vittoria,
e tu, Genio che mai non si doma,
voi siatemi qui testimonii.
Calpestano i cavalli del Sole
il rinato frumento di Roma.

(Romena,1 agosto 1902)
