GABRIELE D'ANNUNZIO: da ALCYONE.
TRASCRIZIONE ELETTRONICA - PER I NON VEDENTI - CURATA DA:
                     EZIO  GALIANO.

I CAMELLI.

Nostra spiaggia pisana,
amor di nostro sangue,
vita di sabbie e d'acque
silvana e litorana,
o ferma creatura
nella qual si compiacque
un'arte che non langue
non trema e non s'offusca,
terra lieve e robusta
che lineata pare
dalla mano sicura
del figulo onde nacque
il purissimo vaso
che vale e non corusca
n pesa, specie pura,
lorgoglio della mensa
e della tomba etrusca,
il fiore delle forme
nel cielo senza occaso,
or qual mai novo caso
fece che dallimmensa
Asia o dallAfrica usta
sen venisse il deforme
somiero a stampar lorme
su la tua levit
divina e, come fa
il giumento crinito
dal tranquillo occhio amico
delluomo, a someggiare
con la sua gobba onusta
le spoglie dellaugusta
selva tra lArno e il Mare?

Passano per la macchia,
vanno verso la ripa,
tra i mucchi di legname,
tra i cumuli di stipa,
i camelli gibbuti,
carichi di fascine
di ramaglia e di strame,
s gravi e tristi e muti!
Sotto i lor pi distorti
scricchiolano le pine
aride, gli aghi morti.
Rtea la mulacchia
nel cielo ingombro d'afa;
e a quando a quando gracchia.
Cola e odora la ragia.
S'odono su le Lame
di Fuore le cavalle
nitrire a quando a qiando;
e pi sottil nitrito
e pi tremulo s'ode
rispondere e pi fresco,
dei puledri novelli.
Passano per la macchia
gravi e tristi i camelli.
Non il lor Barbaresco
li guida ma il bifolco
toscano, con lantica
voce che i padri suoi
usarono pel solco
ad incitare i buoi
tardi nella fatica.
Vanno i callosi cuoi.

Giungono alla radura
per deporre i lor fasci.
Ecco, subitamente
ciascun par che s'accasci
per esalare il fiato,
per quivi infracidire.
Si piegan su i ginocchi
con un grido sommesso.
Poi sbadigliano al sole.
Appar la gialla chiostra
dei denti aspri, il palato
violaceo. S'ode
salire nelle gole
serpentine e lanose
un gorgglio intermesso.
Treman le labbra molli
e lacrimano i bruni occhi
esanimi, gli specchi
inerti dei deserti
e dei palmeti. Vecchi
sembran della vecchiezza
del Mondo questi grandi
esuli, oppressi e affranti
da tutta la stanchezza
che addolora la carne
viva sopra la faccia
della Terra discorde.
S'alzano senza il peso.
Lunghe dal fianco spoglio
trascinano le corde
gi per la traccia. E s'ode
quel lor triste gorgglio.

Tali forse li vide
in lor piagge natali,
e n'ebbe orrore, il buono
mercatante pisano
che fu predato e tratto
prigione dai corsali
in paese lontano.
Volle la mala sorte
chegli incappasse in una
fusta di Barbareschi,
che armava ventidue
remi per banda, forte
e veloce a saetta.
E per le mani ladre
perse le robe sue,
la cocca a vele quadre
e la mercatanzia.
E fu messo in ritorte.
E schiavo in Barberia
gran tempo si rimase.
E macinava il grano
a braccia, tratto tratto
udendo il grido vano
del camello percosso,
triste sino alla morte.
Poi torn, per riscatto,
a Pisa, alle sue case.
E fecesi un palagio
novo a specchio dellArno.
Memore del malvagio
servire, ALLA GIORNATA
scrisse nell'architrave.

E l'Arno era soave.

(Romena, 18 agosto 1902)
