GABRIELE D'ANNUNZIO.
CENTO E CENTO
E CENTO E CENTO PAGINE
DEL LIBRO SEGRETO DI GABRIELE D'ANNUNZIO
TENTATO DI MORIRE. (1935).
REGIMEN HINC ANIMI.
 Nota introduttiva.
  Appena piccole dosi--nemmeno la <.quinta parte complessiva--
delle molte carte accumulate su la rozza tavola compositiva di
Gabriele D'Annunzio, vengono configurando il labirintico mondo
espressivo di quel Libro segreto che, sotto la data del S maggio
1935, il singolarissimo linguaio del Vittoriale licenzia alle stampe
per mano del suo alter-ego Angelo Cocles. Eppure, malgrado la mi-
nima porzione di pagine offerte al pubblico, lo scopo di questo al-
chimizzato viaggio della scrittura che, per esplicita ammissione del-
I'allusivo personaggio di carta prende avvio l'anno di grazia
1890, costituisce proprio il culmine di quella malinconica deserta
conoscenza quadratal che l'artifex raggiunge al termine del suo
lungo itinerario poetico.
  Tenendo conto degli importanti--e solo apparentemente residuali
--segni involontari disseminati nella sterminata testualit dannun-
ziana (simili agli stessi di cui parla Gabriele in quel taccuino di La-
mothe del 20 luglio 19122, in seguito rifuso per intero nelle pagine
dell 'autore tentato di morire), la genesi del paradigma culturale
dell'opera  da collocare nella remota epoca in cui Il Piacere com-
pare sulla scena letteraria italiana. Qui, nel lungo rcit di Andrea
Sperelli, Maria Ferres ha l'occasione di sottolineare il conforto che
prova in quella specie di confessione cotidiana affidata alla pagina
bianca d'un libro segretissimo. Considerando ancora le successive
testimonianze del Solus ad solam e della Favilla del 3 marzo 1912,
ci si accorge in realt di come questo sin~agma del nascondimento

  ' Cos scrive D-Annunzio in conclusione del Libro segreto: Tra' miei moli e-
~- trastici o tetrastichi dispersi ho ritrovato questo in un foglio volante con la data 9
   marzO 1902, I'ho qui trascritto il 3 aprile 1922, vent'anni. E la mia deserta cono-
   scenza quadrata, la mia concisa disperazione,  tuttavia questa, unicamente questa.
   Tutta la vita  senza mutamento. / Ha un solo volto la malinconia. /11 pensier ha
   . per cima la follia. / E l'amore  legato al tradimento.
    2 I rifiuti della vita, i frammenti di utensili, le scone--un pezzo di ferro, un
chlodo storto, una scheggia, un trciolo, un pezzo di fune, una scaola di latta
k, vuota. Tutto parla, tutto  segno per chi sa leggere--In ogni cosa  posta una
, Yolont di rivelazione. Ma nessuno  disposto e aperto a riceverla. G. D'Annun-
,1 zio, Taccuinia cura di E. Bianchetti e R. ForcellaMilano, Mondadori, 19762, pp
619-620. Cos il passo viene trasposto nel Libro segreto. Restiamo in mezzo ai ri-
~fiuti della vita vile, scone di male scorie? ecco un frammento di utensile, un rot-
i~me di ghisa, un chiodo torto, una scatola di zinco vuota, un palmo di spago, una
_,~chegglaun trciolo. Tutto mi parla, tutto  segno per me che so leggere. In ogni
esa  posta una volont di rivelazione, una volont di dire come significa la poe-
abbia per oggetto la memoria stando a quanto, nel 1916, I'lmagini-
fico scrive a proposito nella Leda senza cigno:  Un lontanissimo ri-
cordo fiorentino risorse nello spirito. Lo ritrovai nel libro segreto
della mia memoria, alla data del 22 settembre 1899 [...]. Certo
altri due brani della stessa prosa rinviano al medesimo argomento
(Un assiuolo si lagn nelfolto: e parve che mi ricordasse la parola
scritta nel libro segreto della mia memoria 1...]; Apro a caso il
libro segreto della mia memoria). Dobbiamo per attendere l'Av-
vertimento al primo volume delle Faville del maglio (1924), perch
l'espressione libro segreto rinvii al significato del libro della
mente che vien meno:

  Nel mio tempo fiorentino... ebbi per mano un libro d'un cronachista mercatante del
trecento: una semplice cronaca della sua casa e della sua bottega, una brieve men-
zione de' fatti segreti della compagnia e della mercatanzia. che a lui s'appanenevano
d'anno in anno. E nella prima cana del codice segreto era scritto: Questo libro  di
Goro di Stagio Dati e chiamerollo LIBRO SEGRETO.
  Allora presi una grande cartella di cordovano fulvo, una vecchia legatura vedova a
cui non eran rimasti se non il dosso e le due tavole e il motto d-oro Re~imen hinc
animi. E dentro vi raccolsi i primi fogli rinvenuti del libro della mente che vien meno.
E, di tratto in tratto, altri ne aggiunsi. E da quel tempo tenni quel cordovano come il
nuo libro segreto.

  Ora, se  vero che la vigile rimemorazione dello scrittore esibisce
contestuali riscontri documentari a partire dalle medesime antiche
carte del suo capolavoro narrativo giovanile,  ancor pi vero che il
ritrovamento creativo (o, ancor meglio, invenzione) delle stesse ha
origini molto pi recenti. La testimonianza pi esplicita risale al 25
novembre 1934 quando, nella lettera indirizzata ad Arnoldo Monda-
dori, Gabriele precisa: La prima scelta fra le migliaia di pagine
m' stata pi difficile ch'io non m'attendessi. Ma ecco che posso sta-
sera consegnare ad Alberto le prime quaranta: definitive. Intendo
che il libro comincia cos, senza mutamenti e transposizioni: e conti-
nua sino alla fine. E dopo aver atteso solo una decina di giorni per
le bozze iniziali, I'artifex continua alacremente il suo lavoro fino a
che, in una missiva del 19 febbraio 1935 rivolta all 'editore, annuncia:
lo ho lavorato tutta la notte dalle 19 alle 7 e 30! La scelta  l'ope-
razione pi difficile dell 'intelletto. E i miei occhi soffrono nel cercare.
Cos la mia mente troppo s'aguzza nel ridurre a perfezione i fram-
menti. Ma ormai ho trovato il ritmo del libro; e mi basteranno sette o
otto giorni di lavoro per compirlo.
  L'autore, va detto,  buon profeta di se stesso. Il 29 maggio dello
stesso anno, il Corriere della Sera segnala l'uscita ormai imminente
del nuovo testo dell'Ariel armato. E con una campagna editoriale
ben orchestrata--che, dal quotidiano milanese, riecheggia sulle co-
lonne del Daily Telegraph e sui periodici di tutto il mondo--, il 24
giugno 1935 Arnoldo Mondadori pone in vendita nelle librerie la
prima edizione (la seconda e la terza nel luglio e nel settembre sem-
pre dello stesso anno) dell'attesissimo volume dannunziano.
  Per quanto  dato di sapere, la pubblicazione dell'opera conclude
il decisivo momento di stesura che, seppur attestato sul finire del
1934 (e lo si  visto), risulta comunque gi in gestazione qualche
anno prima. 11 fallito accordo (di un milione di lire italiane) tra l'I-
maginifico e l'editore americano John Holroyd Reece per la messa
in cantiere di un libro di memorie rimonta a un quinquennio prima
--il 1929--. E malgrado i buoni uffici interposti dal Mondadori, la
redazione viene interrotta il 9 febbraio 1931, dopo averne comuni-
cato il titolo--Favola breve della mia vita lunga (short story (or
fable) of my long life) al corrispondente Angelo Sodini (23 marzo
1930). C' da aggiungere ancora che, in una successiva lettera del
21 ottobre 1933 indirizzata a Domenico Bartolini, il Vate annuncia
la radicale trasformazione compositiva del precedente progetto lette-
rario. E con una dichiarazione molto esplicita, coglie la genesi di
quel Segreto prossimo alla luce: Vacillando ormai l'obbligo mio
verso l'editore americano John Holroyd Reece, per quella Favola
breve della mia vita lunga che, sciolta dall'errore del tempo e dal-
l'errore dello spazio, s' conversa in quella somma di esplorazioni e
di introspezioni intitolate "Erbe parole e pietre" divise in tre tomi

[ ].
  Con questa notazione--che racchiude un altro titolo subitamente
abbandonato--, l'Imaginifico dispiega la chiave narrativa dell'o-
pera che sarebbe in seguito apparsa sotto l'intestazione di Cento e
cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d'Annunzio
tentato di morire. ll passaggio dal titolo provvisorio (citazione da un
passo di Giordano Bruno:.Erbe parole et pietre sono materia di
virt a presso certi filosofi matti e insensati) a quello divenuto defi-
nitivo, segna il recupero assoluto del mot-clef che ordisce la strut-
tura elaborativa del diario dannunziano. Il quale, proprio perch sot-
tratto alle forme dell'intuizione sensibile (tempo-spazio), riconnette
ad un continuo presen~e modalit ed esperienze condotte in epoche
diverse.
  Ben differente dalla memoria involontaria proustiana che
muove comunque verso il ritrovamento del tempo (e della storia),
la pagina di Gabriele cerca di evitare il depotenziamento dell 'attivit
rimemorativa. Ogni rottura di questo presente significa aprire la
porta all'errore della discontinuit. Cos, rinvenendo nelle pieghe
della Recherche nient'altro che un monceau de papiers, de chartes
et de titres--o, se si vuole un enchevetrement de ses periodes tour
 tour noueuses et arrondies, comme d'une foret vierge sans virgi-
net topique--, di fatto l'artifex propone una eternizzazione della
vita che rimuove, pi che affrontare, il senso del cambiamento:

Tulla la vlla  senza mulamento.
Ha un solo volto la malinconia.
Il pensier ha per cima la follia.
E l'amore  legato al tradimento.

  La tematica a-cronica sostenuta dal D'Annunzio (estranea alla
stessa concezione nietzscheana dell'eterno ritorno) si completa
t con l'altra che, nelle carte del Libro segreto, viene definita come
                 4Ut-                            NOTA INTRODUTTIVA

violazione lineare dei misteri dello spazio ch'io suppongo vuotato
d'ogni specie di volumi. La scelta letteraria della bidimensionalit
presuppone non lo spazio, bens il luogo concepito come un con-
tenitore da riempire secondo il gusto assoluto e individuale dell'arti-
sta. Movendo allora dalla esclusione culturale della spazialit,
trovano pi accorte motivazioni le ragioni che inducono Gabriele-
Angelo Cocles a rivendicare la centralit dell'itinerario mentale (o
ancor meglio di carta, volendo tener conto delle puntuali osserva-
zioni dannunziane sulla geografia disegnata3) nella costruzione
del racconto: Viaggiare non giova, io conoscevo la vera Grecia
prima di approdare a Patrasso [...] io conoscevo l'Egitto molto pi
veracemente che quando veleggiai sul Nilo [...].
  Nel secondo verso del tetrastico summenzionato, la malinconia
viene a configurare il volto di questa singolare realt espressa nelle
pieghe del Segreto. Si chiarisce subito il rapporto con le ultime bat-
tute del Fuoco dove l'auctor manifesta tutta la sua attenzione per la
celebre Melencolia 1 di Albrecht Durer. Qui, nel raccordo tra le
due opere in prosa (cos si legge nel volume di Angelo Cocles: Non
m' facile ritrovare il palagio del principe Alberto, per condurre la
mia malinconia a quella di Alberto Duro), Gabriele coglie la natura
di questo atteggiamento che, figurato dall 'incisione dureriana, si di-
spiega nella forma del grande Angelo terrestre dalle ali d 'aquila, lo
Spirito senza sonno, coronato di pazienza [che] assiso [...], fissava la
Vita con i suoi occhi forti ove splendeva l'anima libera.
  Le pagine del Libro sono scandite da quello stile aforistico che di-
stilla con maggior rigore la gi essenzializzata scriptio dell'ultimo
D'Annunzio. Fin dal 1939 un critico come Giuseppe De Robertis le
considerava come prosa filigranata di poesia, non dimentiche di
fondamentali lezioni quali quelle dei Petits pomes en prose, delle Il-
luminations, delle Operette morali ecc. In realt, facendo i conti con
il linguaggio che lo stesso Imaginifico chiama itinerario (con ci,
citando Foscolo), per il pescarese sembra profilarsi una trama di ri-
ferimento definibile con queste parole di Heidegger: [.. .] il pensiero
volto all'indietro  volto verso ci che va pensato ed  il terreno da
cui sgorga la poesia [...] Tutto ci che diventa poesia prende origine
dal pensato del pensiero che si volge all 'indietro4. La vicenda dan-
nunziana  esemplare. In un luogo del suo Libro, il Gabriele segreto
scrive senza allusioni, riconsiderando per intero il senso del mito se-
condo la memoria dell 'origine: lo sono di remotissima stirpe. I miei
padri erano anacoreti nella Maiella, si flagellavano a sangue, masti-

  3 Queste le parole di D'Annunzio nel Libro segreto: I viaggi del capitanO
James Cook, mio padre m'aveva donato i volumi, quando non compivo dieci anni,
ora mi vergogno di chiederli, in ricordo del rapimento gioioso e tormentoso ch`ebbi
dalla lettura. [...] Ma dove, ma dove ritrover pur qualcosa di simile al sentimentO
novo che mi esaltava nel disegnare le carte geografiche, nel mettere con la matita
blu il mare blu intorno alle isole alle penisole ai continenti? il segno blU circon-
dava un sogno ampio, un arcipelago di sogni minori, un istmo tra due voglie ine-
guali.
  4M. Heidegger, Che cosa si~nifica pensare?, vol. 1, trad. U. Ugazio e G. Vat-
timo, Milano, Sugar Co, 1978, p. 45.

cavano la neve onde s'empievan le pugna, strozzavano i lupi, spen-
navano le aquile, intagliavano la siglia nei massi con un chiodo della
Croce raccolto da Elena.
  Il <~pensato del pensiero che si volge all'indietro--vale a dire, la
poesia-- la coerente pratica di invenzione che l'auctor disvela al
mondo, diventando egli stesso I'esempio vivente del ludibrio pub-
blico, laudato e illaudato. La divulgazione della ricerca poetica
rompe il silenzio dell'arte, consentendo che il poeta stesso e il
suo modo di vivere sono bruttati dalla lordura di quelle mani che,
dopo aver tocco e svolto le pagine, si accaniscono contro l'intimo
uomo, contro la sua diversit e discordanza. A compimento di que-
sto percorso, Gabriele giunge a esplicitare il modello cognitivo che
con il superamento dell'errore del tempo e dello spazio, conduce alla
verit del Segreto. Dopo troppi anni imperfetti ho ricostruito l'in-
tero mio Universo; e ne sono unico signore, ritorno forse alle origini
[...], ogni oggetto  attratto in me, io creo trasfiguro invento, non ac-
cetto nulla di fuori, non posso pi tollerare nulla di estraneo l...] non
v' cosa n creatura che nell'approssimarsi ai miei sensi non si dis-
solva per fondersi nella mia vita profonda5.





  ndamentale per questi concetti  il vol. di G. Oliva, D'Annunzio e la poetica
invenzioneMilano, Mursia, 1992.
Awertimento





  La sera del d tredici d'agosto, dieci giorni dopo l'arringa im-
provvisa agli 'uomini milanesi', io giungevo da Asolo al Vittoriale
degli Italiani: ed ero subito introdotto nell'Officina di Gabriele
d'Annunzio, in grazia di Gian Francesco Malipiero a lui diletto
sopra tutti i trovatori di nuove musiche.
  Gli recavo eseguita per lui solo, manoscritta per lui solo, la prima
riduzione dei terzo Libro de' Madrigali di Claudio Monteverde--
quattro viole e un violoncello.
  La stupenda edizione di Tutte le Opere del Divino Claudio--
onore perpetuo del giovine maestro venezlano--non era ancor ve-
nuta in luce. ma io recavo la primizia in offerta al poeta che solo,
contro tanta ignoranza e tanto oblio, fin dall'anno 1900 nel suo libro
Il fuoco aveva scritto: 'Bisogna glorificare il pi grande degli inno-
vatori, che la passione e la morte consacrano veneziano, colui che
ha il sepolcro nella chiesa dei Frari, degno d'un pellegrinaggio; il
divino Claudio Monteverde: anima eroica di pura essenza italiana'.
  Non v' spirito bennato che possa dimenticare le pagine di quel
libro sul Lamento d'Arianna stampato da Bartolomeo Magni a Vene-
zia nel 1623. Gabriele d'Annunzio possedeva la stampa del Gardano,
I'unico esemplare rimasto oltre quello custodito nella Biblioteca del-
I'Universit di Gand.
  Mi parve ch'egli si turbasse in un modo singolare tenendo in
mano i fogli ed osservandoli. a bassa voce scandiva gli inizi di alcuni
Madrigali: 'Se per estremo ardore... ' e poi 'Rimanti in pace... '.
  Veramente l'officina di tanta fatica esalava l'odore e il calore del
cervello, com'egli soleva dire sorridendo. hoc opus hic labor est.
tutti i gessi del Partenone erano disposti intorno, su le alte e ampie
mura, privi della lor bianchezza bruta e sapientemente soffusi d'una
patina ineguale di avorio manipolata da lui stesso. con che? con
molti segreti ma specialmente col caff: col caff 'infusione mentale,
tintura frontale, mosto cervicale', com'egli svel un giorno dichia-
randosi maestro dei patinatori. non v'erano soltanto le metope eque-
stri delle Panatenee, ma i pi bei frammenti del frontone orientale
trattato con la prosodia del Coro cos che le statue alzate e le col-
cate e i gruppi assisi--come quel di Demetra e di Cor--si rispon-
devano come la strofe l'antistrofe e I 'epodo [ riferisco le sue parole];
n mancavano i pi bei frammenti del fregio occidentale: le metope
dei Centauri e dei Lapiti intramezzate ai malcerti miti dell'Attica.
  Egli sollev lo sguardo dal libro del 'triste sonator di viola' e mi

fis. con un gesto placido indic un frammento pi degli altri offeso.
disse: 'le figlie di Cecrope si gettano dal sommo dell'Acropoli in ca-
stigo volontario del crimine commesso violando il segreto di Athena. '
  Rest chino su i fogli rigati. strinse le tempie fra le palme. non mi
ardivo indagarlo n interrogarlo, ma mi pare ch'ei fosse inteso a
dominare una perplessit simile quasi all'angoscia.
  Presenti erano il Mantegna di Cesare, il Buonarroto della Sistina
e della Sacrestia nova. tentando quasi di occultarmi, di scomparire,
mi accostai ad alcuno dei focolari insonni. rasentavo modelli di veli-
voli, rilievi di eliche, anatomie del cavallo e dell'uomo, utensili di
fabbro e di falegname, maschere funebri, Antonio Baiamonti accanto
a Nazario Sauro, Blaise Pascal accanto a Ludwig Beethoven, le
carte del Padre Coronelli cosmografo della Serenissima Repubblica
a descrizione del Golfo di Venezia olim Adriaticum, la gamba d'lda
Rubinstein, la mano del violinista Tho Ysaye, il fosco piede bitumi-
noso di Tui superiora delle recluse del dio Min. ma ero affascinato
da una lunga tavola grezza sostenuta da quattro capre simili ai tre-
spoli de' muratori.
  Interamente coperta di que' fogli fabbricati a Fabriano con fili-
granato il motto 'Per non dormire'; su' quali fu scritta l'opera in-
tiera di Gabriele d'Annunzio, dall'anno di grazia 1890 a oggi. una
scrittura folta e nervosa li empiva tutti. sapevo ch'eran circa quat-
tromila. eran le pagine del 'Libro segreto'. eran le note che per al-
cuni anni egli scrisse quasi ogni notte, con la pi audace sincerit,
non a confessione ma a rivelazione di s medesimo.
  Ebbi paura quando si volt improvviso, si lev, scroll il capo e le
spalle, con una specie di sbuffo energico da cavallo che aombri.
m'assal aspro e sprezzante: 'forca vecchia, spia nova. buon disce-
polo, sei capace di tutto. ti ardisci di mettere gli occhi nelle mie
carte, senza chiedere!'
  lo giunsi le mani e feci atto d'inginocchiarmi a chiedere perdono.
disse: 'basta.  ora che tu te ne vada.'
  Mi diede per Gian Francesco Malipiero l'effigie di Dante incisa
nel legno da Adolfo de Karolis piceno per la Citt di Vita: Dantes
Adriacus. 'portagliela in memoria di Casella che diede il suono a tal
2ballatetta di Dante, a tal madrigale di Lemmo da Pistoia quanto
4s estraneo a questo Libro terzo!'
     Come osavo dimandare un qualche segno per me, egli si appress
s alla tavola delle quattro capre, raccatt un pugno di fogli e me lo
gett ai piedi. 'eccoti un pugno delle mie ceneri. vattene. intendi?
vattene!'
2t Mi costrinse a raccogliere in fretta i fogli numerosi. mi spinse
all'uscio. richiuse.
1E tutto fu silenzio.

  Due ore dopo, tutto fu spavento. quando accorsi, il suicida era di-
steso nella ghiaia, pallidissimo, immoto senza alcun disordine, su-
pino anche il capo, come gi composto nella fossa per sempre.
  Nulla  pi da dire.
  I medici: Antonio Duse, Francesco d'Agostino, Davide Giordano,
Mario Donati, Raffaele Bastianelli, Augusto Murri, i pi grandi sen-
tenziarono: 'segni manifesti di frattura della base del cranio estesa
all 'orbita destra. commozione cerebrale. stato d 'incoscienza. segni di
compressione cerebrale dubbii. disturbi di motilit e di sensibilit
non manifesti. ferite lievi escoriate all'arto inferiore destro. Ieggera
contusione a destra del torace. ambe le mani sono incolumi. non v'
indicazione urgente di atto chirurgico. polso regolare 67. respiro re-
golare 25. temperatura 37,8. prognosi tuttavia riservata.'
  Gli stessi dottori, cui s'aggiunse il grande oculista Giuseppe Ci-
rincione, il 17 agosto dichiararono: 'la sua coscienza si va risve-
gliando. i sintomi rilevati dall'esame oculare confermano la diagnosi
di frattura della base limitata alla fossa cranica anteriore destra,
ci, corrispondente all'occhio gi leso. Ia vista  salva. '
  1123 agosto il grande Augusto Murri, che gi gli aveva recata a
Fiume la sua testimonianza spontanea ai divieti del Governo ignobile,
novamente spontaneo venne ad accertare il ritorno della coscienza, il
non menomato vigore dell'intelligenza, I'immunit da ogni pericolo
oscuro.
  E gi da una settimana Antonio Duse e Francesco d 'Agostino ave-
van cominciato a notare i pensieri del paziente espressi. anch'essi
appartengono al 'Libro segreto' ma trascendono il termine umano.
Antonio Duse era chino su quella inquietudine implacabile quando il
cuore fraterno gli balz: riconobbe che per la prima volta l'antica
volont di dire si riformava nel trasognamento. 'poter dire la parola
che turba il millenne; poter dire la parola che turba il ventenne. '

  'Eccoti un pugno delle mie ceneri. ti getto le ceneri di me stesso.
vattene!'
  Avendo custodito per tredici anni le viventi pagine--che non J
sono se non la quinta parte di quelle accumulate su la tavola grezza
-- male ch'io non pi resista al desiderio di darle in luce senza
scrupoli ?
  Osai dimandare nel principio della primavera a Gabriele d'An-
nunzio se mi fosse lecito chiudere le ceneri in una urna trasparente e
di bel garbo. con la sua solita grazia incurante egli mi rispose la pa-
rola della tragedia combattuta tra la poesia e la bont: 'non diman-
dare.' gli serve all'antico e fino a oggi innovato proposito, forse
umile, forse orgoglioso, di celarsi.
  Stampo le cento e cento e cento e cento pagine del 'Libro segreto'
a me donate in punto di morte. a dispregio delle tante biografie pi o
meno recenti, da un de' tanti sollecitatori americani accett--per il
piacere di dar fondo alla disordinata somma--accett di scrivere la
sua autobiografia senza date e senza episodii sotto il titolo 'Favola
breve d'una vita lunga'. penso che questo volume respiri e soffra nel
medesimo spazio spirituale che non sa regioni non lontananze non i
orizzonti non limiti.
  Nel trascrivere e nell'ordinare mi soccorre Gian Francesco Mali-
piero con la fervida attenzione che gli fa discoprire e perfettamente

restituire 'L'incoronazione di Poppea' o '11 ritorno di Ulisse in Pa-
tria' o la 'Messa a sei voci' e tutte le altre Opere di Claudio Monte-
verde date in luce nel Vittoriale degli Italiani.
  Licenziamo il volume da Asolo con la data del Cinque maggio, in
vista del Grappa che stende la santa ombra verso una pietra sepol-
crale non sopravanzata da' suoi fili d'erba.

In Asolo. il Cinque maggio 1935.
                              NGELO COCLES
  [Per Angelo Cocles asolano di Asolo 'arnese della Reina di Cipri '
  quondamI Secretario di Messer Pietro Bembo linguaio
  quondam Provveditore alle carrette dorate ai corsieri barberi alle
sbernie turchesche e a ogni altra inventrice eleganza di Madonna
Lucretia Estense Borgia dvchessa illvstrissima di Ferrara,
  affin ch'ei rimembri le parole agli Asolani bembeschi preposte in
elogio della Divina che, di l dalle sue bellezze e dalle sue vesti-
menta, di l dalle sue veneri e da' suoi lussi, sormontava s e ogni
altra donna.
  SIETE VOI Dl VOI STESSA MAGGIORE, AMANDO TROPPO PIU Dt PIACEREA
VOI SOLA CHE A TUTTI GLI ALTRI Dl FUORA NON PIACETE
  V' chi maschio ambisce e forse v' chi merita questa lode insoli-
tamente esquisita del Cardinal basso e grave.
  lo basso e grave, et ella alta e leggera, sospira Lavinello in la
sua terza canzona.]





  I Talvolta (N.d.C.).

   Via crucis
   Via necis
   Via nubis I

  Nel nascere io fui come imbavagliato dalla morte; sicch non diedi
grido. n pur avrei potuto trarre il primo respiro a vivere se mani
esperte e pronte non avesser rotto i nodi e lacera quella sorta di to-
nica spegnitrlce.
  Dipoi ne' primi anni dell'infanzia portai al collo chiusa entro un
breve quella ligatura insolita che l'antichissima superstizione della
mia gente reputava propizia.

  La cornice della mia casa natale sportava in fuori tanto che le ron-
dini 1' avean rilavorata con la loro arte argigliosa soprapponendo alle
s gole ai gusci agli ovoli ai dentelli alle altre modanature senza grazia
I'opera de' nidi vivente.
E e quanto acconcia materia all'opera de' nidi vivente.
  Pescara, forse pi duttile e tegnente di quella che orla'isola di
Philae dove certo avevano le artefici eletto alla vicenda il portico
' della prima corte nel tempio d'Iside.
L Or come, se tra fiume e gocciolatoio il mestiero ferveva e strideva
   senza pausa, come poteva io resistere all'estro di sgattaiolare lesto
tper le scale di quel secondo piano? ch'era spesso deserto perch a
   uso di foresteria in prospetto del Corso nomato da un altro Gabriele:
   dall'eroico Manthon. alla camera pi ampia e signorile era rimasto
   il nome di un viaggiatore da Strasburgo dotto in chimica e mineralo-
   gia, che ospite di Don Antonio mio nonno paterno vi mor. i famigli
   la chiamavan camera di Monz Fridl, non senza un' aura di spavento.
. e di quello appunto avevo io fatto il mio paradiso per que' suoi tre
  poggiuoli sporgenti con le lor ringhiere di ferro panciute sotto 1' aereo
  fregio di argilla.
  La volta a conca, il pavimento di pietre vive la rendevano tanto
sonora che le risse delle rondini echeggiate vi prolungavano bombi e
stianti e tintinni del pi chiaro argento. ben mi venne un giorno, per
santO Cetteo, pe' san Ciatt, I'estro di rissare in contrasto involando
dagli armadii nostri bacili d'argento e scagliandoli su la pietra liscia
come se pazzo giocassi alle ruzzole, e poi raccattandoli e riscaglian-

L I Via della croce / Via della morte / via del turbamento. (N.d C.).
doli ancra a grandi strida finch dalle case di rimpetto e dalla strada
si lev il voco dello sbalordimento.

  Rimangono nella memoria de' miei prossimi il mio strazio con-
vulso il mio pianto disperato il mio orrore senza perdno quando Ra-
faele il fattore con una lunga canna puntuta distrusse i nidi che ave-
vano incretato tutti i voltoni della cantina come una enorme bugne-
reccia. n men penosa forse dura nella lor memoria quell'ora quan-
d'io strappai al mio piccolo cavallo sardo nomato Aquilino i crini che
la mia sorella Ernesta voleva con me usare per cappii contro le cova-
trici della gronda.
  Ma ella un giorno mi mostr, in un sorriso di ambiguo dispetto, il
suo pugno chiuso. s'indugi a malizia; poi l'aperse. aveva nella
palma una perla artefatta? era un ovo di rondinella.
  Crollai la testa, mi allontanai di corsa. chiudevo le porte dietro di
me, per ingannarla. dopo giri e rigiri, aguatando origliando con cau-
tela felina mi arrischiai a salire il primo ramo delle scale. mi sentii
nella condizione che in quegli ann compiva in me la pienezza della
perfezione. ero una giovane belva che una creatura del mio sangue
aveva provocato. tutta la mia audacia e tutta la mia scaltrezza si ten-
devano in un proposito solo.
  la falsa perla della palma della mia sorella era balzata al mio viso
raddoppiandosi, e incastonandosi nelle mie palpebre. bisognava che
--serbando intatto entro me il sentimento generato dalla strage di
sotto i voltoni della cella vinaria e del mio rimorso nello strappare i
cappii alla criniera di Aquilino--bisognava che senza fare alcun
male io rapissi l'ovo di rondine in un de' nidi; e che, come in un
gioco istantaneo, io ridiscendessi per mostrarlo col medesimo gesto
alla mia sorella dispettosa.
  Soffermato sul pianerottolo, considerai la necessit di sfuggire
all'attenzione della mia zia Rosalba primogenita germana del mio
padre. ella aveva appunto le sue stanze nella parte del secondo oppo-
sta alla foresteria. il suo uscio di scala era chiuso.
  Su gli ultimi gradini io fui non so che rapidit senza peso. ansante
mi arrestai nel mezzo della camera luminosa come stupito e percosso
da tanta chiarezza; ch l'istinto del mio atto furtivo mi pareva chie-
dere l'ombra.
  tutte le vetrate de' poggiuoli erano aperte. Ia garrissa delle rondini
tesseva e ritesseva l'aria azzurra come il filato da gonna da grembiule
ne' telai d'Abruzzo.
  mi comprimevo il petto con le due mani per contenere il palpito e
l'alito. poi mi sedetti e mi presi tra le due mani la fronte a riflettere.
di botto mi levai nell'accorgermi di star seduto sur un panchetto
senza spalliera tutto di faggio anche il piano e tanto alto che le
gambe nude mi penzolavano. a salire sul ferro della ringhiera mi ci
voleva proprio quello.
  Scelsi il poggiuolo a manca. tutto guardai fuorch il lastrico di
Gabriele Manthon. riconobbi che ritto sul ferro non ero certo di
giungere con la mia statura e con la man levata al primo nido, al men

distante. tirai gi quel regolo che fa giocare le assicelle delle persiane
per lasciar passar pi o men di luce. m'ebbi a destra una specie di
scala a piuoli, mettiamo scala di Giacobbe per angeli e arcangeli. a
crescere un po' pi mi bastava poggiarvi la punta del piede o in
estremo aggrapparmi.
  Trascinato il banchetto acconcio, vi montai sopra.
di l dai tetti a manca scorsi la zona turchina dell'Adriatico. ma nel-
I'abbassare lo sguardo vidi alle finestre di rimpetto, specie a quelle
della casa di Brina, donne curiose che stavano osservando il mio ma-
neggio. gi nel Corso i bottegai escivano dalle loro soglie a guatare e
t comentare. Ie voci aumentavano, si cangiavano in grida di sbigotti-
mento e di allarme, com'io salivo imperterrito sul ferro della rin-
ghiera aiutandomi con le assi della persiana. Ie rondini stridivano a
saetta rasente i miei capelli. mi giungeva di fra il clamore il nome
benedetto della mia madre. mi scoppiava nel capo un rombo di
morte.
'  A un tratto mi sentii afferrare le gambe da braccia convulse e
 FL. trarre gi nella stanza e messo a giacere sul pavimento con gemiti
    singulti scongiuri tremiti di morte.
',   Nella vertigine travvidi la faccia stravolta e squallida della zia Ro-
    salba, che boccheggiava nell'anelito mescolando sopra me pianto e
    sudore di morte.
Travidi l'altra mia zia Maria, la divota, promessa al monastero
't che in ginocchio pregava baciando il suo crocifisso d'ebano e d'ar-
'gento anche da me baciato per lei tante volte in coricare e in levare
  E tutto disparve quando sentii che giungeva la mia madre, quando
il mio tramortimento fu trafitto da un grido pi acuto e pi straziante
tdi quello da lei gettato alla sua fede al punto di generarmi. e come io
so? certezza dell'anima ignara.
  Ella sola aveva osato sollevarmi, quasi raddentrarmi nel suo
amore, ribattezzarmi nel suo pianto.
i E sopraggiunse allora il mio padre il violento, I'irrefrenabile. I'an-
   sito del gran torace poteva pi d'ogni grido. aveva la bocca tumida di
   rimproccio. il primo suo impeto era di percuotere. il suo amore e il
   suo terrore si atteggiavano al castigo.
    La sua donna mi serrava al petto esausto, fisa guardandolo, fisa e
, muta.
  Ah, perch non conosco io quello sguardo di lei fra i tanti suoi che
fecero e fanno il mio vero cielo?
  Eppure credo di ricordarmene, credo di averlo conosciuto.
  Davanti a quello sguardo il mio padre vacill, piomb in ginocchio,
scoppi in singhiozzi.
'Ella tese la mano verso di lui a toccargli il capo. ella gli asciug le
~iacrime sul volto gonfio. dopo tanto patimento tanta ingiustizia tanta
uffesa, ella lo riaccolse nella sua purit e nella sua misericordia. in
~e e per me, senza parlare, riam colui che sapeva comporre il mio
~tesepe, curare le mie gabbie, parlare ai suoi cani e ai suoi cavalli
FiI mio stesso modo che li faceva miei.
   Ero stato conteso alla morte? o m'era donata una seconda vita?
  Non so, non sapr mai, se non da una divinazione religiosa. era
presente il Fato indomito? era presente Nostro Signore?
  Non so. non si svela il mio astro: forse perch io non lo seguo.
  Eravamo tre creature e una creatura sola, come nell'attimo remoto
della creazione; ma in oscurit o in chiarezza consapevoli della se-
conda nativit. il pianto del mio padre e della mia madre mi lavavano
come in un novo fonte. ero il loro figlio, il figlio di tutto il sangue
loro, l'apice delle due volont che si sapevano congiunte sol per tra-
sfondersi in me e per moltiplicarsi in me di l da una speranza ch'era
gi smisurata. I'una e l'altro diversi, a me diversi entrambi: e tuttavia
somigliavo la lor diversit, e pienamente nella somiglianza mi com-
pivo.
  Ma chi era presente? chi vide? chi mai potr ridire?
  Presente era tuttavia la morte che il gran palpito uno e triplice non
aveva respinto. era l, evocata dalla condoglianza dei famigli accorsi,
dal compianto strepitoso che  nel costume della mia terra come il
vcero in alcuna isola tirrena. e il popolo raccolto vociava sotto i ve-
roni chiedendo ch'io fossi mostrato. e il crocifisso della chietina pi
alto rimaneva su la curva ambascia a scongiuro. e le rondini impla-
cabili dardeggiavano un nuvolo repentino.
  Ansavo, tramortivo, smarrivo l'ultima conoscenza. fui sollevato
dalle braccia del mio padre lievemente, portato alla ringhiera, mo-
strato al popolo ebro di presagi, gi smanioso di foggiare il mio mito
indigeno.
  Bianco fui disteso sul letto bianco. tutto parve bianco di l dalla
vita, anche il suono delle campane e il giubilo dei semplici smi-
nuendo.
  Alla vertigine successe il delirio. e dopo seppi che tra le parole
strane ricorreva frequente, accompagnata dal vaneggiare delle dita
sul lenzuolo, questa: 'la perla... Ia perla...'

  Non si allevi l'impronta mortuaria, n pur si scolor.
  Non in me, n pur in mia madre sempre vigile e attentissima; che
non dominava la sua perpetua inquietudine. sembrava che da quel
giorno ogni mia pi breve assenza le appenasse il respiro. nelle sue
mani che mi toccavano si rinnovellava quel sentimento di perdizione
inginocchiata e di trepido riacquisto. ogni notte d'improvviso sve-
gliandosi veniva a piedi scalzi nella mia stanza attigua e restava
china a indagare il mio sonno o accostava la guancia al mio cuore per
ascoltarlo.
  Quando tornavo a casa ella inventava a trattenermi un suo incan-
tamento simile a una melodia accompagnata dalle inclinazioni del
capo su l'una spalla e sull'altra. incantato imitavo io quel suo modo,
e intonavo il mio parlare al suo parlare; cosicch la mia voce si fa-
ceva sempre pi bella. Ie sue domande mi formavano: ora correg-
gendo un de' miei lineamenti interni, or rischiarando un incavOi
oscuro. come nella sera della ferita al pollice sinistro, ella segnava gli
stadii del mio ascendere verso me verace. e, come in quella sera, ella!
indagava il fascino del rischio collegato al mio spirito non altramente

      che alle rnie arterie il polso. ma, quando il rischio non  mortale, non
       se non un fantasma femineo. non per ottener tutto ma per ottenere
      una qualunque pi lieve cosa  necessario ogni volta dare la vita
      come posta del gioco, sentirsi e mostrarsi ogni volta pronto a morire
      per un fiore scempio come per la pi alta causa. ogni bene, e pur
      I'ombra del bene, si compera con la moneta che nel diritto ha la vo-
      lont di vivere e nel rovescio la volont di morire, non dissimili di
      figura e di rilievo ma coniate d'un sol conio di bonissimo acciaio. e
      ora penso che l'imagine mi falla; perch il segreto  nel togliere ogni
      peso alla vita e alla morte, ogni peso alle polpe e all'ossa, alla palata
      di terra e alla ghirlanda implicita, al cranio chiomoso e alla polvere
      sordida. tanto la moneta pi pesa e tanto  pi vile.
        Confuso m'era allora quel che oggi m' distinto. ma perch sono
      certo che la mia madre allora comprendeva e sapeva, vedeva e te-
      meva? pi volte io progenito di mastri marinai avevo restituito al mio
      mare la pesca informe in affanno; che si dileguava nell'attimo traen-
      domi con le pinne brevi all'infinito; ogni volta il mio istinto era
      scisso da quel guizzo di libert; e ogni volta agognavo il mio ele-
1   mento a me non manifesto.
LL      Che cosa avrei potuto nascondere alla veggenza della mia illumi-
L     nata? ben sapeva ella com'io salissi di nascosto quasi ogni giorno
L   alla camera grande de' tre poggiuoli; e come non mi valesse divieto
      ne serrame.
        Ella mi propose di accompagnarla alla sua citt di Ortona per pas-
',     sar con lei qualche settimana nell'antico palagio de' suoi maggiori.
      fui lieto e grato. partimmo.
        Per bevere dal suo sorriso il sorso della somma bont, le dicevo:
     'sono Gabriele d'Annunzio? o Nuntius de Benedictis, come dice Don
 t   Giovanni di Fossacesia maestro mio?'
        Taluno sa che in Ortona il giudeo Jeronimo Soncino negli anni
L       della salute 1518 istitu una stamperia dotandola di caratteri greci
       ebraici arabici e latini; e ch'ei stamp fra altri testi la 'Batracomio-
       macha'. ma pochissimi sanno che il precursore cristiano Plato de
       Benedictis, ben sei lustri innanzi, fra gli anni 1487 e 1495, aveva in-
       ciso caratteri di suo stile e stampato con arte stupenda una serie di
',       testi: veri incunaboli, gloriosi esemplari nelle primizie della Rinascita,
       recati al novero di trentatre oggi conosciuti e studiati. dall'iniziatore
       Plato de Benedictis non dunque discende a me per li rami l'amore di
       quell'arte? e non forse l'avo m'era a fianco quando per notti e giorni
       io vegliavo l'opera degli stampatori nell'Officina bodoniana o
L'       quandO rievocavo i chiari spiriti nelle case d'Aldo romano e d'An-
       drea Asolano suo suocero per rimettere in onore la grazia ineguale
    T del corsivo aldino imprimendo io stesso in Vinegia sei quaterni e un
       quinterno?
        Ben conveniva che lo studio di un'altra arte mi fosse trasmesso per
     1i rami dal pittore Francesco de Benedictis alunno di Guido Reni,
     L- natO nel mio d natale il 18 marzo [1607], autore dei vasti affreschi
       nella chiesa napoletana di Donnaregina, tra' quali  mirabile quello
       elpAssunzione. posseggo di lui un preziosissimo tondo di basso ri-
lievo, che comprende un gran numero di figure in una ordinanza;
dov'ei mostra la sua scaltra arditezza nell'occupare intiero con istorie
mitiche il cerchio simile a uno scudo omerico, eccellendo per la no-
vit delle attitudini nel Giudizio di Paride e per l'audace veemenza in
una Corsa di quadrighe lanciata a traverso una stretta di monti.
 Lascio che la malinconia veli un'altra imagine, forse dubbia anche
senza velo. 'come a te folle di deit pu disconvenire questa discen-
denza dal Pazzo di Cristo?' mi domand in un vespero umbro il pi
candido de' miei amici primi: Annibale da Todi proposto nella chiesa
delle Clarisse. mi appoggiai alla sua spalla, mi sostenni in lui che
tanto era men robusto di me. dalla sua piet mi sentivo ancor pi
conturbato. e, non potendo non volendo parlare, gli comunicavo col
peso del cuore la mia volont di accostarmi al sepolcro, di premere
l'osso della mia fronte nella pietra.

      OSSA B. JACOPONI DE BENEDICTIS
      TVDERTINI FR. ORDINIS MINORVM
      QVI STVLTVS PROPTER CHRISTVM
      NOVA MVNDVM ARTE DELVSIT
      ET COELVM RAPVIT.
      OBDORMIVIT IN DOMINO
      DIE XXV DECEMBRIS ANNO MCCCVI.

 Legati ci lasci l'amicizia nel condurci lungo le muraglie, in silen-
zio. ma un ricordo d'infanzia alfine mi dischiuse le labbra: e dissi
come, al tempo ch'io fui chiuso nel collegio della Cicogna, fosse tro-
vata in una cappella della cattedrale di Prato l'effigie di Jacopone di-
pinta a fresco in su la fine del trecento, e nel secento coperta di
bianco. riportata in tela io la vidi in una delle stanze capitolari; e la
rivedo in questo vespro. ha raggi intorno al capo; e tiene con la sini-
stra sul petto un libro aperto ov'io rileggo questi versi:                 7

KE FARAI FRATE JAPONE
HOR SE GIVNTO AL PARAONE.

  'Gabriele', parl sommesso Annibale da'Todi, pi stringendosi al
mio braccio, nel cogliere l'un de' versi, 'or se' giunto al paragone.'
mi sapeva egli infelice e in periglio, malcontento e selvatico.
  Eravamo presso le vaste rovine del tempio primevo che forse fu di
Gradivo.
  'Et Gradivi colam celso de colle Tudertem' io dissi per secondare
la consuetudine latina della nostra amicizia di eruditi giammai sazii
di latinit. n mi tenni dal rievocare il simulacro del Mavorte tuder-
tino, che--consule Planco--eravamo andati a cercare nella sala
de' Bronzi in Vaticano, quando i nostri studii universitarii ci consen-
tivano di deviare spesso dalla Biblioteca per ismarrirci nel Braccio
nuovo. credevo stupirlo citando con perfetta esattezza l'umbro
idioma dell'iscrizione: 'Ahal Trutidis dunum dede.' ma pronto egli
soggiunse nel suo latino: 'Ahala Trutidius donum dedit.  una of-
ferta.'

  Senza gaiezza io gli dissi: 'fratello, rifacciamo il cammino verso il
sepolcro del Pazzo. ma prima raccogli un pugno di questa polvere
cieca. fammene dono. e non temere per me.'
  Pronto egli nel dare mi rivolse due parole accostate dal metro del
mio conti~uo Ovidio: 'Nato victori' 2.
  Non  da spiriti lievi giocare cos con i sembianti del fato e con le
rispondenze del numero. soltanto all'amicizia pura  dato, in mezzo
a' lepori e ai motteggi, in fondo ai colloquii Iieti e tristi, intendere
l'ineffabile senza tender l'orecchio.

  Vastissima era la casa d'Ortona, di architettura massiccia, tra il
monastero e il fortilizio, tutta atrii anditi vestiboli cortili adornati di
logge giardinetti murati corridoi lunghi a spartitura di stanze quasi di
celle. bianca era in gran parte con infisse qua e l nelle pareti le ma-
ioliche di Castelli, i piattl preziosissimi dei Grue, dei Fuma, dei Cap-
pelletti, che m'incantavano senza fine e mi facevano petulante nel
dimandare la spiegatura di tante storie sacre e profane, di tante alle-
gorie, di tante favole. ma di mattonelle invetriate eran fatti i pavi-
menti, dove rimanevo ore e ore sotto specie quadrupede a cercar fiori
e animali come in una prateria variopinta. 'non voglio pi andar via
di qui, mamma Luisetta. sono per sempre con te Nuntius de Benedic-
tis, come dichiara il maestro. chiedilo a san Tomm. ora il mio mae-
stro  lo zio Gaetanino, il tuo fratello che pi ti ama. son gi stato
con lui a visitare la cattedrale, a venerare le reliquie dell'apostolo che
vi furono trasportate da Edessa con una nave chiamata trireme. so
tutto. e so che l'apostolo  quello che volle toccare la piaga di Ges.
e so che le navi di Pial bass, quelle della ruberia, eran chiamate
gale. no, non mi partir mai pi, n con te n senza di te. resto ba-
rone della regina Giovanna.'
  D'improvviso la regola del monastero e del fortilizio era infranta
senza rimedio. ma confesso che mi turbavo e intimorivo quando, nel
passare davanti a una porta chiusa con nella lunetta la mano dell'apo-
stolo di dubitanza, il mio zio indulgente faceva cenno di tacere e di
andare adagio.
  Chi viveva in quella clausura solenne? non m' avevan mai fatto ve-
dere il patriarca della casata: non avo n bisavo ma trisavolo: zi'
Mingo, donno Mingo. alle mie dimande spaurite la mia madre non ri-
spondeva se non col dito su la bocca imponendomi di tacere.
  Molto mi careggiava l'altro parentado, specie quel degli Onofrii
pi affini; che possedevano i pi bei piatti di Francescantonio Grue e
rivendicavano col titolo il feudo di Paganica per le opere d'arte con-
servate nella villa ducale, specie per lo stupendo marmo greco disse-
polto dalle rovine del tempio di Eracle: forse statua della naiade no-
mata Vera.
  'Vera!' sospirava la badessa Onufria ponendomi la santa mano sul
capo scapigliato. 'unica  Vera la Vergine Madre del Figliuol di Dio
e di tutti i miseri mortali. e l'annunzi l'angelo del tuo nome, ch di
nome pien d'annunzio sei tu nomato, o figliuol mio.'

  2 Al nato vincitore. (N.dC.).
  Nel suo parlatorio mi sentivo mansuefatto. e non ero mai sazio di
certa pasta monacale bianca e lieve come l'ostia, chiamata 'vipere' in
Ortona, forse perch lunga e serpentina. n mi saziavo dei suoi ra-
gionari sinuosi come il garbo delle sue labbra, che nel penetrarmi ad-
dentro imprimevano alle persuasioni le forme dei sogni. credo che i
miei occhi nel socchiudersi e nel dilatarsi le testimoniassero un com-
prendimento superiore all'et mia, perch le piacque indugiarsi ne'
Misteri adorabili, dal giorno ch'ella mi don una corona di ametiste e
mi vide sobbalzare a un tratto nel punto di ammaestrarmi: 'gli ultimi
cinque misteri del santo Rosario sono detti Gloriosi.' ansavo di cosa
arcana in cosa arcana, perdendo il soffio e recuperandolo, ora vacuo
or traboccante.
  Dal parlatorio comune ella mi ammise nell'intimo della vita mona-
stica: in privilegio di nepote. mi accoglieva talvolta nel segreto della
cella quando s'adoperava a sapere le cose occulte e le venture con le
sue arti divinatorie, se bene la divinazione sia sempre stata condan-
nata dalla Chiesa. non dava alle diverse specie i nomi che ora io so, a
volta a volta investigando l'acqua di fonte la cenere di forno la farina
di biada le interiora del cefalo i cangianti della triglia le foglie della
salvia il fumo del belgiuino. guardavo attonito e pavido il suo volto
mutarsi come per un succedersi di maschere pitiche fra banda e sog-
glo. mi prese le mani, me le volt; e si mise ad esaminare i segni
nell'una e nell'altra palma, mentre su le sue labbra vedevo disegnarsi
parole non proferite. aguzzava ed eludeva la sua smania di sapere.
accostandole per il lungo insieme a giumella, non restava di leggerle.
prendendo di su l'inginocchiatoio un suo dittico d'avorio, disse:
'vedi? non sono elle come queste due tavolette? non sono come due
pagine che si chiudano insieme? nell'una si compendia a miracolo il
Vecchio, nell'altra il Nuovo Testamento.' iteravo io le dimande quasi
in angoscia 'vedi? come io leggo in questo dittico d'avorio i decreti
sacri, cos io leggo in questo di ossi le linee della tua vita.' a me in-
certo e smarrito, che della mia dubitanza mi appellavo al patrocinio
di san Tomm, Onufria oppose: 'non dubitante ma ignorante sei. I'i-
gnoranza nega il mistero perch non sa discernere i gradi del lume. tu
sei mistero a te stesso, o figlio. qui, in questo tuo dittico vivente, son
rivelati con brevi segni i segreti del tuo cuore e in bene e in male.'
  M'appar bellissima qual m'era apparsa nell'imaginazione la Vera
degli Onofrii, la naiade inaridita. plena deo veramente, ora sedeva
nella predella dell'inginocchiatoio levigata dall'assiduit della pre-
ghiera. et ella non si addiede che il gesto della mia mano scioglien-
dosi era mosso dalla sbita follia di toglierle le bende e di nudarle il
volto, e di scapigliarla; perch una ciocca di capelli fulvi le sfuggiva
dalla tempia soggolata.
  'Ridammi anche quel-la palma' disse. 'che ora tu sii tanto pallido 
cosa buona, ma forse impallidirai anche pi, Gabriele. che in queStO
dittico vivente si palesi il mistero di nostra vita e di nostra salute, o
figlio, una prova grande incontrastabile, che si potrebbe chiamar
palmare, I'attesta com' vero Iddio. questi segni sono cancellati dalla
morte. spariscono nel punto del trapasso. non son pi da leggere, non
pi da interpretare, pochi attimi dopo l'ultimo spiro.'
   Mi pareva che ultimo fosse il mio. non respiravo pi. I'ambascia
mi serrava la gola. disperatamente gridai: 'anche dalle palme dei
Santi?'
   Onufria non rispose. Iev le braccia come due vanni per nascon-
dervi il viso illuminato. Ia campana maggiore di San Tomm sonava
a rintocchi. Io scilocco fischiava nelle sartie del porto di Arrigo e di
Federigo. in piedi lo vacillavo come battuto dal vento, come attorto
da una delle tremende scionate di Ortona. tutti i miei istinti di corsale
insorgevano nell'angustia di quelle quattro mura.
   'voglio uscire, voglio uscire di qui! voglio andare, andare alla ven-
tura, aprimi.' chiamavo a gran voce la conversa che soleva accompa-
gnarmi. 'Flavia! Flavia!' la badessa Onufria rimaneva nascosta dalle
sue ali su l'inginocchiatoio, bellissima: umano mistero, mistero di-
vino? aura di santit, aura di perdimento? io avevo nove anni, e gi
mille anime, gi mille forme. 'Flavia!'
   La conversa apr. stette perplessa. io la urtai, la sospinsi. ritrovai
l'adito. sbigottii la portinaia, freneticamente bevvi la bufera. scorsi il
mare, il sartiame, I'alberatura, la lanterna. Ie pi diverse imagini si
avvicendavano con una rapidit fulminea nella mia demenza. Ia sal-
sedine m'enfiava le nari. il mio demone nautico, quel della mia
schiatta e della mia sorte m'impugnava per piantarmi su lo sperone
di prua. Ie raffiche mi risoffiavano in gola le vecchie canzoni del
tempo degli Ungheri, delle bande di Fra Moriale dei pirati saraceni:
quelle che mi facevo cantare dai pescatori di paranze, dai manovrieri
di golette e di brigantini: quelle del tempo di Corrado Lupo, di
Marco Sciarra, di Pial bass.

       Allarrne, allarrne, la campane sne.
       Li turche so' sbarc2te a la marine...

   Con un anelito che sembrava nitrito scopersi la massa bianca della
casa materna: monastero e fortlizio: mentre la conversa si affannava
a raggiungermi, calando gi la sera laggi su la punta della Penna
sul castello del Vasto, su la foce del Sangro.
~, Mi fermai davanti alla porta mastra che aveva socchiusi i battenti
  massicci di quercia chiodata. una torcia fiammeggiava struggendosi
, nel braccio di ferro: segno insolito. che era accaduto~
   Mi raggiunse ansante e sudante la conversa, livida e supplichevole.
E-rni trattenne la mano che spingeva un de' battenti, singhiozzando
Ebalbettando. ma che era accaduto? chi poteva tenermi lontano? per-
.ch?
 .'Donno Mingo' ella ripeteva in confuso, con gesti convulsi,
,~lingo...'
Allora compresi che il gran vegliardo era trapassato.
Risolutamente varcai la soglia, riafferrando con la branca la donna
Onufria, quando ella accennava ad allontanarsi. volevo impedirle
   recedermidi avvertire, di mentire. sentivo in me una padronanza
smisurata. traversando gli atrii gli anditi vestiboli i cortili, sentivo il
grande spazio bianco ampliarmi il torace, annobilire tutte le mie fibre
e tutti i miei pensieri, farmi degno di reggere il peso di quella mia
volont spiritale. ma chi era presente? se tuttavia presente era la
morte di quell' ora inginocchiata e lacrimante, anche la mia madre era
l senza udire senza vedere senza parlare. ma chi mi conduceva?
  Quasi trascinando la donna di Onufria, giunsi a quella porta che
m'avea veduto tante volte camminare ammutolito. spinsi e curvai
Flavia a pi del letto funebre. rimasi sospeso in non so quale delle
sfere create ne' secoli dai fondatori di religioni. non avevo luce in me
e non avevo tenebra; e non comandamento se non quel di me stesso.
n che in vero fosse di me io era sicuro; ma gli obbedivo.
  In tanta terribilit di ricordi evidentissima, il solo dubbio  nella
luce. non so, non potr mai dire se nella stanza ardesse una lampada,
ardessero ceri. n potr significare in che modo io mi accostai al
letto. ero pi spoglio di conoscenza che quando Onufria leggeva nel
mio dittico d'ossa.
  Il cadavere del vegliardo immemorabile giaceva supino, dalla con-
sunzione ridotto alla levit d'un fastello di rami d'ulivo benedetti
nella sua chiesa gentilizia di Palena sotto lo sguardo della beata Flo-
risenda. il volto niveo simigliava in trasparenza la coltre di buche-
rame cipriano che lo copriva dalla cintola in gi, senza origine an-
ch'ella. con quel moto d'inspirazione che  nelle piante oscure, quasi
inesprimibile assorbere, le mani attrassero i miei cigli senza battito e
per entro a' miei cigli tutto me. udii allora il nome di Onufria chia-
mato dalla mia voce ch'io non riconobbi. 'tu sei mistero a te stesso, o
figlio.'
  Congiunte erano le mani e intessute al limite del petto con un
groppo cieco poco distante da quell'altro nodo che la vita serra sul
primo gemito.
  'Onufria!' e il nome mi si spegneva nell'angoscia. e divinavo una
forma prostrata a' miei piedi: forse la donna della divinatrice, o la
morte presente.
  Osai porre la mia mano sul groppo, con il rigido sforzo di chi la
stende sul fuoco a prova dell'animo. ne ricevetti il gelo insino ai pre-
cordii.
  Con un novo sforzo osai costringere 1' animo a sciogliere il nodo, a
disgiungere le dita esangui, ad appianare le palme esanimi, per sapere
per sapere per sapere: per accertarmi che i segni erano scomparsi. pi
resisteva quel gelo astretto; mentre le mie palme bruciavano come
marchiate di non so che contrassegno con un ferro rovente.
  'Onufria!' venni meno. mi piegai sul margine. piombai nel fondo.
  Non seppi pi nulla.

  Son tentato di chiamare studii della morte questi eventi della mia
fanciullezza, che come tanti altri miei studii inconsueti confluirono a
quell'abbondanza cui dovetti il mio diritto legittimo di assumere
l'impresa della Cornucopia e di moltiplicarla.
  Non orrore non terrore non algore mi lasciaron nello spirito questi
inconiri e accostamenti ma quasi una dimestichezza pudica una fami-
liarit pacifica una sicura confidenza.
Avevo nove anni. a quindici m'avvenne di voler morire.

  A Bologna, in un vespro d'ottobre, col mio padre entrai nella
chiesa di Santa Maria della Vita, ch'era tutta parata di damasco
rosso, per la musica sacra. ei sedette sur una panca, e io mi diedi a
vagare sotto le due cupole.
  tutti i ceri non erano accesi, e l'ombra mi agitava e mi spaventava.
di sotto all'organo scorsi una scala cupa che discendeva a un cancello
chiuso verso la via. superai lo spavento e discesi, pensando che lag-
glu in una nicchia fonda potesse trovarsi la grande Deposizione di
terracotta che la mia zia Maria chietina m'aveva mostrata in una
buona stampa.
  C' era.
  Intravidi, nell'ombra d'una specie di grotta, non so che agitazione
impetuosa di dolore. piuttosto che intravedere, mi sembr essere per-
cosso da un vento di spasimo, da un nembo di sciagura, da uno
schianto di passione ferale.
  Ecco che mi si rivelava la presenza del Cristo, come gi la pre-
senza della morte.
  Era di carne e d'ossa il cruciato? o era di terra e di fornace? non
sapevo di che sostanza fosse.
  Stava supino, rigido, coi piedi eretti, incrostati di grumi risecchi
che dovean essere le grossezze del mastice messo l a restaurare la
rottura, nerigni, trafitti dal chiodo che aveva lasciato non il foro ma
uno squarcio aspro. distese teneva le braccia, conserte nell'anguinaia
le mani. annerata era la faccia ma la barba era ingrommata di non so
che bianchiccio.
  Dementate dal dolore le Marie, una presso il capezzale tendeva la
mano aperta come per non vedere il volto amato; e il grido e il sin-
gulto le contraevano la bocca, le corrugavano la fronte il mento il
~ollo.
  Quella era la vita, quella era la morte, un orrore unico entrambe. il
mio padre mi riconduceva alla prigione, veniva egli medesimo a rin-
chiudermi, perch dalla mia dottrina fosse chiarita la mia miseria
perch il cruciato mi promettesse alla sua simiglianza. ero di terra
ancra formabile, a quindici anni, al limitare dell'adolescenza; e gi
ml rappresentavo a me come terra cruenta, come formato grumo.
  'No, non voglio. no, non voglio' diniegava entro me la mia paura.
e subito la mla madre diveniva presente, come nell'ora del nido
come nell'ora della rondine: presente come uno de' suoi gran gesti
suscitati dalla discordia dall'ingiustizia dalla difesa dalla maledi-
zione.
  'Dov' il mio padre? dov' ora il mio padre? bisogna ch'io mi ri-
fugi nel buio in un buio, pi rimoto.'
  Quella non era alcuna delle Marie. giungeva di lungi, dopo un'ora
o un millennio d'ambascia, in atto di precipitarsi come sopra un bene
agognatO. il suo amore e il suo dolore sembravano smaniosi di pos-
        '                       U ANNUN~,lu/l~lDl~v .~l~vK~lU

sedere, di balzare oltre ogni estremo, di ridurla unica nell'unico. Ie
bende svolazzanti le facevano alata la testa; i lembi del manto impi-
gliati ai cubiti le sbattevano indietro come vanni. Ia bocca era dilatata
dall'ululo, rappresi erano gli occhi dal pianto, distorte le dita.
'Trafugami! difendimi! o riprendimi nel tuo grembo.'
  Ella non poteva. Ia mia disperata certezza s'agguagliava alla im-
mobilit della tragedia cristiana. al mio grido strozzato non poteva ri-
spondere la voce di salute.
  Mi addentrai nello strazio.
  La visione sublime e truce era a contatto del vicolo lurido, a con-
tatto dell'ignominia plebea.
  Di fronte, nel vicolo, s'apriva una beccheria rossa.
  Il beccaio, quand'aveva in bottega carne infetta da vendere e vo-
leva frodare i gabellieri, la nascondeva a' piedi del Deposto, gettava
nella nicchia della Piet i quarti di bove graveolenti, le viscere pu-
tride. e l, per la porta socchiusa di legno verdastro come la cancrena
secca, accorrevano tutti i gatti del vicinato e imperversavano, sotto la
lampana fioca dalla moccolaia, dalla moccolaia che putiva nel fetore;
strisciavano lungo i muri umidicci, su per la scala grassa; e si arron-
cigliavano urlando contro l'urlo impietrato.
  Se mi rimaneva un guizzo d'animo, bramavo che mi si spegnesse
come la lampana senza pi olio.
  Non volli pi vedere, non pi sostenni la vista e la pena. Ia carne
rossa, la carne da macello e da frodo, era l contro la terracotta grigia
per la tanta polvere che vi si accumulava e vi s'incrostava in secoli di
incuria
  Vaciilando e ansimando cercai un precipizio scuro come una fossa
vuota per gettarmi gi. dementato io era come quel gruppo di pas-
sione convulso. caddi, mi rialzai. sanguinai dai ginocchi, dalla fronte,
dai denti. nella fossa campanaria penzolavano le funi, i pneri delle
corde unte e consunte: funi del cielo? morii. morii senza morire.
  Il tuono dell'organo rintron sul mio capo, improvviso come lo
scoppio del temporale; e 1' atrio ne trem come se il nembo del dolore
si rinforzasse a scrollarlo.
  Risalii la scala- rientrai nella chiesa; cercai mio padre che si sbi-
gott rivedendomi cos pallido e anelante. 'che hai fatto? che hai
fatto? Gabriele, Gabriele mio, dove sei stato? fai sangue.' m'asciu-
gava la fronte, mi premeva le gengive.
  Gli baciai le mani, gli bagnai di lacrime le mani. 'non mi parlare
lasciami serrato a te. sono vivo. sono il tuo figlio, il tuo, il tuo. an-
cra mi rifai. come quella volta.
  tienimi qui con te. non ti spaventare che tanto forte mi batta il
cuore.'
  Il battito veemente del mio cuore m'assordava cos che non di-
stinsi le prime note del mottetto. mi serravo le costole, mi premevo il
petto, per costringere il battito a rallentarsi. mi parve che l'ansia mi
fosse come attratta dai mantici dell'organo e s'involasse con l'aria
mandata nelle canne. il mio respiro passava nella tempera de' suoni.
le mie ossa mi parevano vuote di midolla e fatte cave per essere pi

sonore, per meglio vibrare, per meglio obbedire al gioco dei registri e
delle pedaliere.
  Tanto mi serravo al mio padre, ch'egli di tratto in tratto per pla-
carmi accarezzava le mie tempie, insinuava le dita nel folto de' miei
riccioli. 'non ti dar pena. padre, padre mio. sii benedetto, sii bene-
detto. e benedetta quella che  lontana, laggi, nella nostra casa. Ia-
sciami stanotte con te, lasciami ridornure accanto a te. non mi con-
durre alla prigione. fino a domani!'
  Riudivo la mia voce in me come la melodia de' miei colloqui con
quella. ero divenuto uno strumento nelle mani del musico invisibile.
ero come se il Palestrina inventasse per la prima volta attraverso me
il suo mottetto sublime 'Peccantem me quotidie' 3. era come se il Pa-
lestrina prendesse in me la mia angoscia mortale e purificasse il sof-
fio tempestante dall'opera di Nicol dell'Arca, e ne facesse la sua
t armonia tragica, ne facesse la sua lamentazione virile. Peccantem me
  quotidie.
   'O padre, mio padre, tu non sai. ma saprai.'
'  In quel punto io nacqui alla musica, ebbi la mia nativit nella mu-
    sica infinita, ebbi nella musica la mia nativit e la mia sorte.
  In una comunione di pianto s'era iniziata la mia vita seconda.
un'altra cominciava, per la discorde concordia delle medesime virt,
pi viva e pi vera della mia seconda e della mia prima.
t  Spesso nell'aula toscana, nello studio latino avevo cercato di rap-
    presentare alla mia imaginazione gli aspetti deile Parche, i loro volti,
    le arie le vesti le pieghe. nigrae sorores?4 erano a me bianche, e di
    quella specie di bellezza a me pi affine e pi cara. mi rimembra.
1 nella Sacrestia nova di San Lorenzo, dove per la prima volta m'avea
Ij condotto collegiale Enrico Nencioni fiorentino degli Orti oricellari e
   poeta della corte di Elisabeth Tudor, al mio sensibile pedagogo io
   dissi che il Pensieroso aveva il viso di una delle Parche: il viso stigio:
E ah non immite non invido non empio, e che la torcitrice aveva il viso
   dell'Aurora; e non il viso della Notte avea l'altra.
Ben essa, immortalmente giovine e myrionyma, parvemi presie-
t, dere alla mia terza favola. dedotto e attorto dalle dita della Musica mi
    parve il mio stame, dopo quell'ora.
E In quell'ora, in quella chiesa parata di porpora, in quel senso mi-
    stico che fluttua tra l'estremo della carne e il limitare dell'anima, ve-
    racemente sentii dedurre e condurre il mio filo di porpora dalle dita
    della Musica, e non per diletto e non per blandizia e non per oblio, s
    per elezione di dolore e per vocazione di martirio.
L Nel risalire la scala tetra dopo lo squasso inatteso che a me de-
Lmente aveva provato la resistenza della mia radice inespugnabile, la
L~: durezza della mia stirpe ribelle alla mia volont di stroncarla e an-
nientarlaio mi sentivo come snaturato. non lo spirito della dimanda
m'era stranio ma fin il modo vocale del dimandare, l'accento umano
rdi chi interroga e implora, di chi aspetta e paventa.

    3 Me che pecco ogni giorno. (N.d.C.)
Esorele negre. (N.d.C.)
n~ANNuNzlo/l IBRO SEGRETO

  Le imaginazioni prendevano sostanza e forma; cos che la mia os-
satura assisa era al confronto men salda, e pi e pi vaniva nella mu-
sica. nella stanza di quel mio consanguineo che dopo altri quindici
anni in un mio folto libro doveva rivivere sotto il nome di Demetrio
Aurispa, avevo veduto un organo portatile su le ginocchia di un an-
gelo esule dalla Badia di San Clemente a Casauria. spetrato ora vi-
brava su le mie ginocchia, contro il mio petto. toccavo i tasti per in-
terpretarmi. I'organo massimo si trasfondeva tutto nelle mie canne,
pi grandeggiava.
  Perch la mia infelicit di creatura incompiuta;
  perch l'irreligioso travaglio delle mie divinazioni e ricordazioni
indivise;
  perch il ratto verso la salvezza eterna preceduto da una specie di
stupore e di sopore sensuali;
  perch quella vicenda istantanea di perdimento e di rinascimento,
quella fede istintiva nel dolore che ci crea di sopra a noi medesimi e
di l da noi medesimi e sempre pi oltre;
  perch infine tutte quelle apparenze indistinte non ancor disgiunte
dai gagliardi rilievi dell'arte magna,
  perch mi furono cos compiutamente rivelate e significate in quel
mottetto di Palestrina, che  lo scorcio di una tragedia riescito con
una semplicit ancor pi potente di quella del plasticatore ossesso?
  Non so, n sapr. sapere non mi giova, non mi vale. non dimandai:
non a me, non alla mia origine.
  Baciai pi volte le mani del mio padre. solo gli ripeteva il mio
amore ereditato: tienimi accanto. sii benedetto.'
  Egli pronunzi il mio nome, soltanto il mio nome, nel suo modo
ch'era diverso da quel della sua donna paziente e invitta: 'Gabriele.'
  Da lui mi discendeva il nome 'pien d'annunzio'.

  Pi tardi fra i rimedii d'amore misurati dal poeta latino mio conter-
raneo m'avvenne di ricorrere cinque volte al farmaco letale, al sonno
senza sogni. l'ombra e l'esempio di Demetrio m'eran divenuti omai
familiari.
  Il vesani pectoris ardorS, quello che sorpassa le pi ignee figure
del mito e della poesia, mi fu noto. Ie superstizioni della mia gente
sabella accendevano la credenza negli ippomani della maga tessalica
o colchica. compresi che a stupefare e intormentire gli attossicati fu-
ribondi fossero in uso i vasti fragori, gli strepiti del Tiaso, gli ululi
delle Bassaridi, le pi truci discordanze tebane.
  In una canicola maligna io ero stato costretto dagli eventi a ri-
trarmi in terra d'Abruzzi, a rifugiarmi nella casa ospitale di un amico
che solo in tutti i miei anni potei chiamare altamente mei dimidium
animi. avevo mandato alle stampe il primo dei miei Romanzi della;
Rosa. discepolo, e seguace di Jacob Moleschott che mi ricambiava
l'affetto, quando gli portai uno de' primi esemplari egli mi preg di
lasciargli il tempo di leggere per darmi il suo schietto giudizio. tornai

  5 L'ardore di un animo furioso (N.d.C.).

dopo alcuni giorni. egli aperse il volume, parve rischiararlo del suo
vasto sorriso, fiut le pagine, e disse: 'odora di sperma.' aveva divi-
nato la causa della mia inquietudine erotica: la troppo lunga castit
osservata in un paese che nel cerchio di trenta o quaranta miglia non
offeriva se non infette bagasce o spossate genitrici di almen venti fi-
gliuoli. giudic il libro con severo acume. in fine mi consigli, con
gaia ironia, che nel comporre la mia seconda prosa di romanzi io non
pregiassi men del calamaio una piccola amica taciturna stupida e fre-
sca. veramente egli disse nel suo italiano giocoso: una vaccarella.
  Ora nel convento di Francesco Michetti pittore e pittagorico io mi
proponevo appunto di comporre la mia seconda prosa. ero impaziente
di scrivere. scrivere era gi per me una necessit vitale, un of ficio es-
senziale del mio spirito. con fierezza giovenile mostravo nella prima
falange del dito medio il callo della penna. ma, nell'eccesso del pa-
tire, mi avvenne d'insanguinarmi le nocche battendole contro la pa-
rete della mia cella; m'avvenne di urtare la fronte al muro e di cadere
gi stordito, non senza pericolo di restarvi. Ia violenza fisica inter-
rompeva la demenza, come il fragore barbarico parea spegnere la-
scivi faces pectoris6.
  Sul primo de' fogli vergini commisurati alla mole del novo libro
scrissi tre lettere funerarie: una a mia madre, l'altra a Barbara Leoni
la terza a Francesco Michetti: risoluto di uccidermi.
  Il mio ospite era lungi dal sospettare la causa del mio tormento.
egli l'attribuiva all'agitazione dell'artista sotto la condanna di superar
s stesso, ben sapendo qual carnefice duro sia l'attesa. e quella sera
di luglio, venuto su dalla sua casa di tufo edificata su la spiaggia al
frangente del flutto, mise le sue coraggiose mani fraterne sul cumulo
de' fogli. dolce e rude mi fece: 'Gabriele, Gabriele, bisogna incomin-
ciare. bisogna. quando incominci?'
  Io risposi netto: 'domani.'
  Soggiunse: 'bene. domani  Sant'Anna.'
  Nel punto del commiato, io gli feci: 'lascia ch'io t'accompagni.'
  Scendemmo nell'orto odoroso d'aranci, fiorito di oleandri. ci met-
ternmo gi pel sentiere di lauri a mezzo del colle. poco mancava al
plenilunio. gli ulivi dell'alto variavano al vento freschetto che saliva
dal mare.
  Mi trattenne pel braccio il mio amico facendomi il segno del silen-
zio. cantava l'usignolo maestro. me ne ricordo: era l'usignolo che poi
cant in una pagina dell''Innocente'.
  Ascoltavamo, non con due anime ma con le due met di un'anima
sola. era l'ultima ora della nostra armonia. il cuore mi si gonfi di
~anta piet che non potei pi contenere il pianto. i miei singhiozzi pe-
~arono sul petto del mio fratello caro.
  Allora egli fu percosso da un sinistro baleno. 'che hai?' mi sollev
  mentO, mi guard in faccia. 'Gabriele, che hai? dimmi la verit.

~4~La mia bocca m'era sigillata.

~1 fuochi di un animo lascivo (N.d.C.).

~.
L)~ANNUN~IU/LILKUL~KLIU

  'Gabriele mio, non ti lascio. ora io ti riaccompagno. torniamo al
Convento.'
  Rientrammo nella cella penosa. mi fece sedere nella sedia di abeto
rozza, simile a quelle che nella settimana della Passione il sacrestano
tiene incatenate per darle a prezzo nella contesa della bacchettoneria.
era la mia sedia di fatica.
  Egli sedette su la mia branda. e non restava di fissarmi co que'
suoi occhi splendidi di corsiere arabo.
  'Ancra la femmina? non l'opera' disse col suo dispregio di miso-
gino. 'voglio sapere. parla. o mi costringi a rimaner qui senza ter-
mine. mi conosci. ti conosco. hai venticinque anni. so quel che porti
dietro quella tua fronte contusa. cozzi col muro? so quel che scrive-
ranno delle tue dita spellate. fai le pugna col muro? io ti difender
con tutte le armi, fratello.'
  Nessuna voce d'uomo da me udita, nel contenere la pena profonda,
ebbe mai quella calda potenza non di alito ma di animo. sol pari a
quella sua voce era quel suo sacramento di sicurt.
  I vetri erano aperti. toccava il colmo la bellezza della notte. il re-
spiro del mare disegnava la curva del colle quasi labbro cheto. e io
pensavo come nulla valesse nell' infinito quella pura elevazione
umana in quell'ignudo asilo.
  'Non mi guardar pi con quegli occhi. miserabile sono. mi vergo-
gno come d'un male perverso. ma non posso pi nasconderti nulla.
non ti nascondo pi nulla.'
  'Ti puoi fidar di me, come di te ora mi fido, Gabriele. parla.'
   Mi confessai. dissi tutto: I'incontro improvviso di Barbarella nella
via romana, la sua bellezza patetica e sensuale, il suo morbo contratto
nelle nozze, la turpitudine del marito, I'audacia di costui nell'estor-
cere e nel frodare, gli impedimenti iniqui alla separazione legittima; e
tutta la mia passione non medicabile; I'impossibilit di rinunziare a
lei, I'impossibilit di seguire ogni consiglio ragionevole, la necessit
di averla meco senza indugi, di l da tutti i divieti, o di morire.
   'Intendi? tu stesso non puoi impedirmi di sottrarmi al supplizio.
questo  l'amore. il non poter vivere senza una creatura, la sola: e
non distinguo l'anima dalla carne, anzi dichiaro la carne, anzi la
pongo sopra tutto: questo  l'amore, soltanto questo.'
   Il mio fratello era muto e fiso. considerava, deliberava. gli s'em-
piva d'ombra nella fronte la grande ruga verticale: il solco di Leo-
nardo.
   Non persuasioni, non ammonizioni, non predicazioni.
  Disse risoluto: 'comprendo. avrai la tua donna. tu mi giuri che da
questa notte rimarrai qui ad aspettare il mio ritorno, senza smanie,
senza affanni, senza meschinit. io parto domattina per Roma, con
quel che stimo utile al compimento e che ora ti suggerisco e ti chiedo;
nel pi breve tempo ti condurr la tua donna, te la dar libera nelle
mani. di quel che sia per seguire non mi curo n temo. ti parla il tuo
pari. hai udito? guardami dritto negli occhi. rispondimi che accetti e
che mi giuri.'                            -~
  'Ti guardo. accetto. ti giuro. rimango ad aspettarti, in fede immo-,

         LILKUL~iKL I U                               '' 7

bile. troppo m'inalzi nel dirti mio pari. tuo pari io non sono; ma
vorro essere, ma sar.'
  'Giurami allora su questo mucchio di fogli intatti dove la tua opera
vive come la statua nel masso informe di Michelangelo.'
  'Ti giuro. ma in un de' primi fogli avevo scritto per te le parole del
commiato estremo. ecco. non leggere ora. in disparte leggerai. ab-
bracciamoci.'
  'Sacramento di sicurt.'
  'Sacramento di fedelt.'
  E le promesse furono adempiute. I'ospite ammirabile mi cerc e
trov l'eremo rustico sul promontorio adriatico.
  Cos Barbara Leoni mi fu ridonata dalla tristezza e dalla poesia, a
similitudine d'una foglia o d'un fiore tra le pagine di un libro esculto.
Ella divenne Ippolita Sanzio. Il libro s'intitol 'Trionfo della Morte'
come l'allegoria dipinta a fresco dall'Orcagna nel Camposanto pi-
sano.
  Dura nel contado laggi la leggenda degli amanti che s'erano pre-
cipitati a picco dal promontorio su la scogliera nerastra, come testi-
monii amici affermano.
  Incredulo io volli udirla dalla fede chietina d'un figliuolo o di un
nipote o di non so qual parente del vecchio Cola di Cinzio. e in un
degli anni stanchi prima della buona guerra io volli tornare incognito
al paese delle chiare ginestre e della bruna come un'oliva Favetta:
'Tromma lar, lir, vviv lI'amore!'
  Non l'occhio aguzzo di Cola aveva il superstite dell'eremo. rac-
contava la storia a modo suo, con l'accento d'un favolatore d'inverno
che non avesse dinanzi a s gli ulivi contorti ma gli alari di ferro
martellato.
  'Ella supplicava, folle di terrore, divincolandosi. sperava di tratte-
nerlo, d'impietosirlo
  --Un minuto! ascolta! ti amo. perdonami. perdonami.
~; Ella balbettava parole incoerenti, disperata, sentendosi vincere,
    perdendo terreno, vedendo la morte.
--Assassino!--url allora furibonda.
E si difese con le unghie, con i morsi, come una fiera.
~: --Assassino!--url sentendosi afferrare per i capelli, stramaz-
   zando al suolo su l'orlo dell'abisso, perduta.
Il cane latrava contro il viluppo
  Fu una lotta breve e feroce come tra nemici implacabili che aves-
sero covato fino a quell'ora nel profondo dell'anima un odio su-
premo.
  E precipitarono nella morte avvinti.'

Tromma lar lir llar llallra
tromma lar lir, vviv lI'amore!

, 'cominci a versare tante lacrime, che mirabile cosa furono a ri-
~ardare' lessi in un novellatore toscano che a quando a quando pal-
ria fuor delle clausole. e mi piacquero le ultime cinque parole.


~'
       4 5U                        L' Al~NuNzlolLlLK()ik(iKLlU

Piangere non sanno tutte le creature che sanno patire.
  Mirabile cosa a riguardare  il suo pianto; ma dato a ben pochi  il
dono di riguardare. anche nello strazio pi fiero, il suo pianto non ha
alcun suono; e non ha quasi apparenza. come pu la lacrima sgorgare
senza partirsi dall'intimo?
  Talvolta nel riguardare pensavo a certe piante caduche di terra lon-
tana che sole danno l'imagine visibile della perpetuit. I'unico fiore
culmina dopo mezzo secolo di verdezza e di tardo travaglio, come la
meditazione aduna i pensieri e li cerne e li monda finch possa ren-
derne palese quel solo che per essere eccelso  tanto lieve. cos nel-
I'incognito suolo vegeta una pianta fruttifera di favoloso aspetto che
non genera i suoi frutti ma li serba entro una specie di custodia simile
a un vasto guscio comune--secondo il mito di Erodoto? o di Marco
Polo?--e in un tempo di rituale misura lascia apparire al suo apice
una essenza di virt celebrata in un poema indo.
  Quando la prima lacrima stilla da' suoi occhi ed esita ne' lunghi
cigli, non fa ella alcun gesto per asciugarla. Ieva la mano verso la
tempia: con le sue dita spande su la tempia leggermente l'acqua del
cuore, come per lei--certo per lei--la disse il mistico dell'evo di
Dante prima dell'esilio.
  Con quel gesto ella mi vela in quest'ora la sua imagine. son tentato
di morire perch pianga; e perch sappia quanto io l'abbia amata e
l'ami.
  Avevo composto nel mio scrittoio ricco degli scanni, dei leggii,
degli armarii di Santa Maria Novella, sopra la lunga tavola perugina
--stupendo esempio del robur invictum--che rimpiango di contro
alla iniquit de' miei usurieri emuli di Giovanni Buiamonte, compo-
sto avevo il primo de' miei Romanzi del Melagrano. non mai con
tanto sana e pura mente avevo trattato la prosa come in quel libro che
contiene le pagine della Brenta, le pagine dei Vetrai, quelle dei le-
vrieri nel giardino Gradenigo. per alcune settimane la mia compagna
dalle belle mani visse accanto al mio lavoro; seduta sur uno scanno
di cantoria lesse a una a una le pagine ancor calde; spesso non si ar-
diva di entrare divinando dallo stridere della penna il tormento del-
I'artiere, ma la sua passione rimaneva in piedi dietro l'uscio a ori-
gliare: quasi a sentir la pi alta bellezza trasfigurarsi in una spiritale
sostanza, pi fulgida del vetro spirato dall'entusiasmo di Dardi Se-
guso.
  Come dunque la rettile bassezza di poche femmine inghilesi tode-
sche e francesche pot pi tardi prevalere con l'insinuarle ombre di
vilipendio?
  Soggiornando a Oxford in un ritiro domenicano, ella mi mand
con una bont rassegnata e accorata una lettera di addio.
  Quanto quanto l'amassi ignoravo io medesimo in fondo. perdere
Perdita mi sembr d'improvviso una sciagura senza rimedio. anche
una volta mi abbandon la volont di vivere. in mezzo ai pi temera-
rii disegni, ai pi rischiosi piaceri.
  Ero a Roma co' miei cavalli per la stagione delle cacce nell'Agro
abitavo in prossimit della piazza di Spagna. seguivo nella mia mente

1

una di quelle rinnovazioni che si van determinando appunto ne' mesi
di scioperaggine e di svario. fin da' primi studii nessun giorno di
sgobbo mi fu mai fertile come una settimana di ozio. per ci potevo
abbandonarmi alla ventura, nel rapido infittire de' germogli.
   'Il mondo parve diminuito di valore' era scritto nel libro che
commemora la morte di Riccardo Wagner. intorno a me dinanzi a me
tutto trascolor nell'attimo. Ie mani di Perdita in quelli anni erano per
me il simbolo della bont senza figura, del sacrifizio senza stigmate.
il solo modo inimitabile di spandere su le sue tempie l'acqua del
cuore si rivelava nel trattar tutte le cose delicate e deliziose del
mondo.
   Qual grazia--pensavo--saprebbe ora toccare i primi fiori di
mandorlo in punto di sfogliarsi su l'acqua della Barcaccia, sotto la
colonna dell'Immacolata, pe' gradini della Trinit?
   Risposi. confidai il mio destino alle regie poste. affrettai il mio
messaggio mortuario verso la contea nemica dove la monaca Ro-
smunda Clifford pecc nelle braccia del Plantageneto e dove ora le
papere anglicane abiuranti starnazzavano contro il falso arcangelo
nelle chiare fresche acque della Isis o della Cherwell.
   Volevo finire. deliberato ero di insorgere contro i soprusi della
sorte vile. e pur non m'eran distanti le primavere melodiose d'Isaotta
Blanzesmano, di Donna Francesca, di Donna Clara, di Eliana, di
Oriana. mi pareva che pur ieri indulgessi alla fluida vena e alla rima
sonante, alla romanza e al rond.

Dolcemente muor febbraio.
in un biondo suo colore.
Tutta al sol come un rosaio
la gran piazza aulisce in fiore...

L'obelisco pur fiorito
pare, quale un roseo stelo:
in sue vene di granito
ei gioisce in mezzo al cielo...

               Domani, o fra tre giorni, sar nel solito abeto--pensavo--ma
    intanto monto in sella per la caccia e vado al convegno di Centocelle
   lancer Ellinor contro la pi grossa maceria e contro la pi alta fila
   'i gna. pi tardi andr da Sevilla giudeo musulmano a vedere i tappeti
      , che gli arrivano di Bockara, e mangier una scatola di lucumi con
Orietta. fra i trattati ascetici di scandalo, che drizzavano i peli nelle
r. calvizie del mio editore, v'era un Trattato della Infedelt. bisogna
    spezzare la maschera della fedelt come quella della verginit. ecci-
    tato fu in Oxford un focolare di gelosia con un mantice domenicano?
    t Una sorta di acredine beffarda sprizzava dalla disperazione inutile
    fendeva la distanza ostile. innumerevoli sono le parole che non ri-
      spondono ad alcun sentimento reale, ad alcuna figura ideale. ma non
  v' menzogna sillabica pi confusa e pi diffusa di questa: la fedelt.
~ha il suono scenico delle false catene. chi mostra di trascinarle ben sa
          me sien pi lubriche di quelle pastoie che illasciviscono certe
1) ANNUI~I~,lo/LIl~Kok~iK~lU

danze malesi. tralascio i gruppi canoviani della Storia scolastica. al-
ludo agli amanti fedeli: gena inesistente. non v' coppia fedele per
amore. io sono infedele per amore, anzi per arte d'amore quando amo
a morte.
  Nell'anno pi fervido di dedizione e di opera, nel paese degli scar-
pelli e delle schegge che primo il suo mal di lontananza chiam Set-
tignano di Desiderio, la donna nomade consumava il suo respiro nel-
I'imminenza delle dipartite. ella era intesa a pi vivere e pi sentire
in ogni ora. non sapevamo se nel pi vivere e pi sentire culminasse
la mia dottrina o la sua ansiet. io vivevo nel suo sguardo come la pi-
rausta nella fornace. ogni mio atto parea sorpreso come in un getto
istantaneo. diminuito di valore non era il mondo, in assenza di lel,
ma il mio grado di umanit. credeva ella essere incantata, e m'incan-
tava. tanto il suo sentimento era fresco che non di rado la sua atten-
zione assumeva gli aspetti dell'infanzia attenta, adorabili. i miei modi
di mordere un frutto, di ber l'acqua da un bicchiere simile a un
ghiacciuolo trasparente, d'inginocchiarmi a cercare nell'erba la vio-
letta scempia o il trifoglio di quattro foglie; i miei modi di mettere da
parte la pagina scritta col timore che l'ultima riga umida d'inchiostro
mi tingesse di sangue, la pausa palpitante, la scelta della seguente
pagina bianca da annerire, Ia mia cura meticolosa nell'attizzare le
legna del camino al brivido dell'alba, nello strofinare il noce scolpito
per ravvivar pulimento e lustro in ogni rilievo, nel cercarmi furtivo la
tasca de' calzoni utile alla medaglia o alla placchetta di bronzo per
arricchirne del mio calore appassionato la patina che gi saporitis-
sima mi sentivo in bocca; la mia emozione nel dissellare il cavallo,
dopo quattr'ore di cammino severo, per tema della fiaccatura; e la
mia tenerezza nell'accostare la mia gota al suo collo mobile di baleni
nervosi; e la mia delicatezza nell'ottenere che almen da me tollerasse
la brusca sotto il ventre smilzo: tutte queste cose parevano incantarla
mentr'ella mi incantava.
  Per vedermi nell'atto di esaminare le cigne e gli staffili prima di
montare in sellaPerdita s'indugiava su la scaletta coperta di edera. Ie
saliva di l della cintola il folto dell'edera scuro, quasi le si abbarbi-
casse addosso legandola al ferro della ringhiera.
  'Dove vai?'
  'Sempre alla ventura.'
  'Ma da che parte?'
  'Non dimandare.'
  Era la risposta di Silvia alla Sirenetta nel drama ov'ella gi era ap-
parita sublime con le mani monche e una ciocca imbiancata.
  Per la via vecchia fiesolana andavo ai Robbia di Sant'Ansano?
scendevo al cancello d'una villa chiusa in bossoli esatti dove m'at-
tendevano le due sorelle sonatrici di virginale e di liuto alunne di Ar-
nold Dolmetsch, esperte in giochi perversi. 'on fait toujours beau-
coup de progrs en enseignant' 7.
  Rientravo dopo tre ore, impaziente, dal viale chiamavo l'unica mia

  7 Si fa sempre molto progresso nell'insegnamento. (N.d.C.)

compagna, gridavo l'amore, col pi tenero de' nomi eletti: 'Ghisola!
Ghisolabella! '
  Gettando la briglia balzavo su la ghiaia. 'Ghisola!' ero folle di lei
oblioso, incolpevole. I'infedelt fugace dava all'amore una novit
inebriante: la sovrana certezza. m'adiravo contro ogni indugio nel
bagnarmi. 'Ghisola ti amo, ti amo, per sempre te sola. aspettami,
aspettami tu, se io non posso pi aspettare.'
  Attonita, ignara, quasi paurosa, ella diceva: 'ma che hai? che hai?'
tra parole interrotte, tra sprazzi di riso che davano candore e splen-
dore alla febbre, mi parve di riudir il motto di folgore: 'la follia non 
pi ricca di te.'
  Veramente per due giorni turbinai nella demenza equestre.
   Il suo volto appariva e spariva dietro le dita consunte a spandere su
la tempia l'acqua del cuore.
   Dal rombo di tutto il mio sangue apprendevo a morire di non mo-
rire.
   Nel terzo giorno la lontananza fu solcata da una meteora accecante
'aspettami.'
   Per accogliere il miracolo tutta la mia casa fu un padiglione di
mandorli mutilati.

   La guerra--quella da me guerreggiata nel mio spazio spirituale
ch'ebbe fiumi plU sanguigni dell'Isonzo, vette pi ardue dell'Ermada
e del Grappa, termini pi distanti dell'Albio--fu veramente una di-
sfida senza guanto fra me e la morte. non io soltanto continuavo a
soffrir di morire senza morire ma tutti gli Italiani attendevano con
fede unanime che alfine il fato si dimostrasse giusto alla mia infeli-
cit dandomi il compimento giusto nella battaglia o di terra o di mare
o di cielo. era bello che un sol sentimento di giustizia, e non di piet,
legasse un popolo intero.
   Avevo gi perduto il mio occhio destro nell'impresa di Trieste. il
simstro era minacciato. accendevo senza consenso la lampada az-
zurra per spiare il viso del dottore nell'esame cotidiano, per sorpren-
dere l'indizio infausto, per non attendere la prova del volo su Pa-
renzo, per trapassare dal buio nel buio. non avevo studiato le virt
della stricnina nel servirmene come farmaco di crimine in una trage-
dia moderna da me composta nel linguaggio di Francia durante il mio
iesilio? Ia intitolai 'Le chvrefeuille'; simbolo d'allacciamento. per il
mio capriccio del giocare con ogni cosa tremenda, citai una mattina
al dottore alquanto accigliato l'insospettabile ricetta di Pietro Spano:
sugo di caprifoglio messo negli occhi giova molto a ogni malattia
~; degh occhi.'
   Quando Umberto Cagni venne al mio letto di ferito, forse risorto
~dalla canzone di gesta, forse dall'acredine di quella mia lontana invi-
~dia disperata, io gli dissi: 'siediti, Cagni. pensa che ritrovi qui il buio
~he c'era ai pozzi di Bumeliana in quella notte d'ottobre. ti aspettavo.'
~gli veniva a pacificarmi. s rude e veloce uomo di guerra egli era
~tto intento a non turbare, tanto il suo passo si facea leggero, tanto
Fggen sl faceano i suoi gesti. e io gli gridavo: 'ci mettesti due ore a

_
IJ Al1Ul~l~/ 1.1~1~UII U   

tagliarti l'osso del dito con quel paio di forbici atroci che fecero
scappar fuori della tenda polare Simone Campa. ebbene, io l'ho qui
sotto il mio guanciale quel tuo p,aio di forbici . avevo le fiale di stric-
nina nella dose prescritta alla mla tolleranza anch'ella transumana; di
otto milligrammi.
  Mi sollevai su' gomiti, ml strappai le fasce. gli cercai la mano mu-
tilata. per trovarla accesi la la,mpa,da della paura a capo del letto. vidi
illividito dalla luce lugubre. 11 mlo fratello della mia medesima et.
ma certo io ero verde d~inVldla e di furia tra quelle cortine molli. ero
schiacciato dalla tenda polare, fra i resti del povero cane scolato.
  La mattina dopo, lucidiSslm seppi condurre un inganno di uhsside
quando la timida infermiera trasse dalla fiala 1l farmaco e ml punse.
quando mi accorsi che il llquldo era quasi tutto intromesso, con un
sobbalzo brusco respinsi la slringa e simulai un'ira morbosa contro la
donna affermando che l'inieZine era mancata e che bisognava rico-
minciare. con tanta risoluteZZa la soverchiai ch'ella non os pi fia-
tare. vuot la seconda fiala, e per la seconda volta mi punse. sapevo
che ne' casi comuni la dose mortale  di dieci milligrammi. io ne
avevo frodato sedici.
  Restai solo, supino, immobile all' aspettazione. dopo qualche
tempo m'irrigidii, m'inarcai. dalla nuca ai talloni. con una lucidit
  entale che mi pare con~'ertlsse 11 mio cranio in una casside tutta di
cristallo di rocca, aSsistctti al mio avvelenamento. di cristallo ml fu-
rono anche i globi nelle orbite i miei piedi contratti calcarono il li-
mite che non cedette.
  Orbo dopo la prova aerea di Parenzo, tornai alla battaglia meno-
mato di vista ma creSciuto di temerit perch il pericolo non poteva
pi minacciarmi se non da un lato solo ebbi quasi onta che 11 mio
petto s'inazzurrisse di nastn e sl inargentasse di stelle quando non
considerai il pericolo nepPUr da questo lato. I'ultimo de' fantl, quel
contadino d'Abruzzi cbe ml rlconobbe nell assalto del Velichi, era
pi prode di me.
  Fra tanti giovani spiriti che sl nutronO della mia liberalit, che da'
miei libri e da' miei esemPii hanno appreso i modi del pi vivere e
del pi sentire--pensaV--non  alcuno che comprenda la mia ne-
cessit di finire e che l'affrettl co suOi voti?
  Non perdonavo alla vita l'angustia ond'ero oppresso. alla mia et
l'Alighieri era sul limitare.della.morteil Bonaparte l'aveva gi var-
cato, se Giorgio Barbarelll e Vlncenzo Bellini s'eran rivelati e s'e-
rano spenti a trent~anni Ia turpe vecchiezza non umiliava la potenza
n la grazia.                             , .
  Sempre alla mia mallnCnla sono quella voce che arleggiava ml-
zio di un canto sbito chiUs dalla sola figura delle labbra come da
una cadenza sospesa. 'che posso darti? che vuoi? io lo so. tutto; 
vero? tu vuoi tutto. ah, se io potessi! ma nessuno mai potr darti
nulla che ti valga in terrao amico.~
  Mi torna stasera dal padiglione di mandorli la donna di quell'ac-
cento, che in una sera ancor pi lontana mi port quel libretto di
cuoio bruno con impreSs 11 segno dell'Ospizio di Fontebuona. e

cerc una pagina. e una pausa misur quel che ella non aveva profe-
rito. poi mi lesse: 'come  fatta quest'anima cos forte, cos inferma
cos piccola, cos grande che cerca le secrete cose e contempla le pi
alte? come  dunque fatta questa che tante sa dell'altre cose e non sa
come ella sia fatta?' poi nell'ombra delle sue ciglia chine mi lesse
ancra: 'non essendo a te medesimo dissimile, non di meno dissimi-
gliantemente tocchi le dissimiglianti cose.' e ancra mi lesse, mu-
tando un gioco di suoni in una lode segreta o in una condanna palese:
'tu hai in te numero e non puoi essere annoverato, per che se' misu-
revolmente senza misura.'
  Ma non  vero che 'io fui Pan' se non nell'ode citata in un de'
miei libri pi belli. quante volte gittai il flauto di sette canne, e cercai
di compormi un altro istrumento! e perch non potei crearmi sotto la
fronte gli occhi di Marsia quali furono nel guardare il dio che s'ap-
prestava a scoiarlo? avrei dato 1' occhio che mi resta, e che ora
spengo, per conoscere lo sguardo di Marsia morituro. e dato avrei il
flauto di Pan per conoscere quei settecento strumenti che perirono
con gli inventori non altrimenti che quel teschio di cavallo ingegnato
da Leonardo in guisa di cithara come d'un guscio di testuggine avea
gia fatto un altro dio.
  Nel tempo de' miei studii per scrivere '11 fuoco' scopersi in un
fondachetto d'antiquario libraio sul fianco della basilica dalla parte
dell'Orologio un di que' maravigliosi libercoli del Secento erudito
simili a un catalogo, a un favolello, a un orbis doctrinarum8. v'eran i
nomi de' settecento strumenti scomparsi con gli inventori. v'erano
sette orchestre inaudite; e ciascuna veramente aveva per la sorda riso-
nanza la sua fossa funerea. pensavo allora al Bestiario d'Orfeo rac-
colto dall'ansia della smisurata Musica. pensavo che i teschi e gli
scheletri di tutti gli animali magati dal Tracio fossero convertiti in
istrumenti soprannaturali, come la testudo cyllenia, come la chinea
vinciana.
  Per dove erano sparsi, per quali province, per quali piagge quei
tanti sepolcri che chiudevano in eterno gli inventori e le invenzioni?
t le ossa umane disgiunte e i legni i metalli gli avorii congegnati?
come avrei potuto, in un camposanto in una cappella in un pavimento
~- di lapidi sopra un carnaio passando assorto, come avrei potuto non
L divinare l'artefice sepolto con essa la voce vera del vero amor suo ri-
8' dotto al silenzio arcaro?
E.Prima di morire m' dolce rivivere quegli attimi. mi soffermo
    ascolto, esploro, fin che intorno a me non si spazii la solitudine che
    ho dentro me. Ia forza che m' necessaria a compiere quel che voglio
    non mi verr mai meno. poi riesco a scoperchiare l'arca. e lo schele-
    itro del morto  ricoperto della sua pelle, e il morto  cinto d'una ghir-
    Ianda appena impallidita, come quel dinasta della mia rimembranza
    i dell'ipogeo tebano; e gli  allato lo strumento incognito che si tace
    L con lui.
Il secondo de' Romanzi del Melagrano  incompiuto. non apparir

8 A una summa di dottrine (N.d.C.).
in luce tra le mie opere postume. te miserum! qui tales non delibabis
insuetas delicias. come io abbia rianimato e condotto alla sinfonia
undecima e trigesima terza le sette orchestre nel palagio Gradenigo di
Lady Myrta  una delle mie pi belle fantasie, ancor pi bella della
favola di Dardi Seguso. vi ride e piange, vi stride e folleggia il mio
sfogo contro la vecchia orchestra usualmente composta de' vecchi
strumenti; che impone ai genii subitanei della Musica i suoi modi
proprii di espressione, e quasi direi serra con le sue chiavi, o peggio
co' suoi bischeri, le porte scee dove seggono i seniori a trastullo
mentre Elena  di l dalle soglie per avventurarsi nell'infinito della
Bellezza, incurante di Paride e di Achille e anche del meonio Omero.
  Per pi d'un anno io ho ricoverato la mia infelicit nel mio occhio
spento che il demone retnico ha riacceso d'una vita primordiale, ha
popolato di mondi sconosciuti, affollato di esseri e di stirpi senza sto-
ria senza destino senza orizzonte, ho assistito a un assiduo travaglio
accompagnato da una inquietudine insana.
  Un maestro de' maestri, ocularius medicus, mi aveva ammonito:
'se volete dar pace alla vostra vista e alla vostra visione vi bisogna
consentire che l'occhio leso, materialmente per volont vostra con-
servato nell'orbita con grave pericolo dell'altro, vi sia estratto. 
ormai cieco senza speranza ma di una cecit che vive al di l della re-
tina: di una cecit che vive della vostra pi profonda vita cerebrale
esprimendola con segni di continuo variati, interpretandola con figure
luminose di origine a voi medesimo ignota, registrandola con non so
che scrittura geroglifica inspirata da un mistero ove si addensano e si
dissolvono tutti i vostri misteri e quelli de' vostri maggiori e quelli
della vostra discendenza. un altro uomo, assistendo a un tale trava-
glio direi quasi cosmogonico, impazzirebbe. voi siete sempre pi
avido di questi spettacoli appariti a voi solo. so che non siete cre-
dente ma--come nel 'Trionfo della Morte'--mistico senza dio.
bene compresi il vostro pensiero--simbolo o enimma--quando mi
scriveste che nelle formazioni e trasformazioni luminose del vostro
occhio voi vivete la vostra vita futura.'
  Vecchio guercio tentennone, io rester dunque senza fine sospeso
al mio nervo ottico, e senza denti rider del vanesio che volle non
soltanto divenire quel che era ma abolire interamente i suoi confini e
rivivere tutte le vite, riesperimentare tutte le esperienze, togliere a
tutti il meglio di ciascuno per atteggiarlo ed esaltarlo nella sua unica
volont.
  Pur essendo cos vasto e sempre teso in tanto diversi sforzi, io
abomino la strettezza del mio vivere, odlo il mio vivere chiamato
inimitabile, maledico l'ingiustizia che mi mozza e mi tronca, mi al-
tera e mutila, mi storce e frange.- mi piacque nondimeno esser giudi-
cato 'capace di tutto' quando mostravo di sapere che gli ordini morali
seguono i gradi di latitudine, che le regole e i codici sono transitorii,
che le verit sono cadevoli e cedevoli, che la sola misura dell'energia
 il rischio, che la rinunzia e l'obedienza sono le due orecchie dell'a-
biezione.
  Una sera, in un albergo di Lucerna, a una mensa comune, scono-
sciuto udii alcune viaggiatrici di mezza et e di vario pelo affermare
con prove inoppugnabili che Gabriele d'Annunzio aveva davvero uc-
ciso l'innocente, come nel romanzo di esso nome. nel tempo degli
honesti furori contro l'eroe Corrado Brando molti affermavano che
quel medesimo autore aveva strozzato lo strozzino, egli mille e mille
volte scannato da tutti gli usurieri d'Occidente. talun cherco andava
raccogliendo le prove o almen gli indizii per denunziarlo al Tribunale
della Giustizia divina.
  Ma v' oggi al mondo qualcosa che valga la pena d'un bel delitto?
per sacrificarmi ho inventato io stesso la causa preclara, il nero peri-
glio. ho soffiato l'aspettazione nel torpore, ho dato il grido ai sepolcri,
e il comando ai morti. ho abbacinato i miei fedeli perch vacillassero
ho deluso i miei partigiani perch mi tradissero. il mio isolamento
non indeboliva il mio potere. tanto pi sapevo servirmi del numero e
accrescerlo senza errare, rimanendo solo; tanto pi il numero sapeva
servirmi senza dubitare, perch io solo conoscevo il cammino e la
sosta, il cmpito e la meta. diradando l'ingombro degli amici adden-
savo la massa dei nemici: la pi maculosa materia da trattare per la
risolutezza di quel forte che sa illudere e deludere, incantare e mi-
nacciare, spregiare l'acquisto e afferrarlo, con la rapidit che scompi-
glia e fiacca gli animi di stampo consueto.
  Quante sorti illustri ho attratto nella mia poesia! ma non conoscere
la pena di certi umili mestieri, il sapore del pane in un mendicante
famelico, la sensazione che d la corda al collo di chi sta per essere
impiccato, i circoli mentali nell'immobilit di un mandarino del
quinto ordine o del nono, I'estasi che precede la guarigione del para-
litico nel santuario di Lourdes, i tagli le slogature le trafitture di un
fachiro, I'ignorare tante e tante diversit umane mi faceva spesso in-
consolabile.
  Quanto le maschere e le fortune del Crso mi agitarono sul limi-
tare dell'adolescenza inquieta e nel colmo della virilit malcontenta!
ma se io avessi potuto essere il Bonaparte avrei voluto anche essere il
Macdone: con un ardore molto pi vasto e pi alto avrei voluto ag-
guagliarmi alla vita di Alessandro nell'Asia. e avrei pur voluto cono-
scere il modo di sentire la battaglia, di abbreviare l'assedio, di violare
il confine, di abbattere il trono, di spregiare le delizie, di rimaner fe-
dele al solo amore del ferro. pretendeva di scendere dal tartaro, e non
aver sua cuna se non in Samarcanda, una bianca gentildonna russa
che mi guid la sua madre di sangue bavaro sospetto di servire i no-
vatori in officio di spia melliflua. dal suo mantello di ermellino e
dalla sua bianchezza la nomai Hermine; ma troppo presto mi vennero
a noia tra le armi gli ingegnamenti, come avrebbe detto fra Bartolo-
meo, nel risalir per li rami a Timur costringendo la conquista--dalla
muraglia della China a Mosca, dalla Volga al Golfo persico, dal
Gange all'Arcipelago ellenico--in un declivio muscoso tra due in-
guini.
  O miseria! cos non vissi la scellerata e spasimosa violenza del
Capo vandeano se non in una vecchia canzone di partigiani stupenda,
che una sera mi cant Raynaldo Hahn con la sigaretta attaccata
            438                        D'ANNUNZIO/LIBRo SEGRETO

all'angolo delle labbra credendo preservare dall'enfasi la passione dei
crudi accenti in quella eleganza dell'incuranza mentre i1 rugghio
della Vandea schiantava il cembalo.
  La morte, la morte! avevo disegnato la pi temeraria delle mie im-
prese e inoppugnabilmente deliberato ero di compierla contro ogni
congiura e vigliaccheria camuffata d'umanit. se la nausea della
femmina m'era giunta alla strozza, non meno acre m'era la nausea
della guerra che  femmina.
  Nel mio stile io dovevo la suprema testimonianza al grande veli-
volo nomato Caproni che non mi fall in alcuno de' miei bombarda-
menti notturni e diurni. era un apparecchio terrestre. caduto m mare,
andava a picco in un minuto e sedici secondi. volevo io condurlo di
notte alle bocche del Cattaro traversando poco men di cinquecento
chilometri sul mare aperto.
  Dissi: ' da cancellare il nome di Cattaro, che sta laggi in fondo
al suo golfo rimoto come il Vallone di Rlsano dall'altra parte; e nel
mezzo  Perasto con lo sconsacrato altare di l dalle Catene che non
mi giover trascendere.' per gioco non perfido io chiamai la mla
azione inesorabile, voluta da me so!o, contro oblique e ambigue ma-
novre condotta da me solo, io la chlamai Teoda dalla bala dl Teodo.
Teode: 0~9 e', Teoda  canto in onore de! dio. Dante l'ac-
corda alla sua terza rima nel cielo ottavo del Paradlso, nel cielo stel-
lato, mentre la luce gli viene da molte stelle. senza stelle io andavo a
cercare nelle acque di Teode la bella morte, la cessazione della
troppo lunga infelicit, la guarigione della mia piaga ingloriosa, la li-
berazione dall'avvoltoio che s'ebbe da non so pi qual latino l'epi-
teto obscenus.
  Per riscontrare il mio Caproni costruito gloriosamente e munito
d'un serbatoio suppletivo d'essenza, ma pi per accomlatarmi dal
mio amore di terra natale, feci un volo di prova.
  Come le costellazioni celesti contengono figure invisibili condotte
dagli spiriti dei miti, raggiava una figura anche nella mia costella-
zione funesta: il viso dell'Italia bella.
  Rividi riamai risalutai i bei monti cerulei di Pordenone, i miei
campi di Aviano e della Comina, i pianori delle aquile e dei falchi; e
le serene citt porticate della Livenza e del Tagliamento; e la corona
di Palma a nove punte, e la collina del Castello udinese; e Cividale
con in fronte la sua gemma di Santa Maria in Valle; e tutta la Patria
del Friuli. sospesa alla forza del Grappa come un'anima a una sen-
tenza di vita e di morte; e Gorizia ancor diritta negli stipltl delle sue
porte, e l'Isonzo come una zona profanata che non pi lega n cinge;
e il Cucco e Plezzo, e Plava, e Tolmino; e la roccia del Monte Nero
dove tutti i solchi scavati sono le vie marzie di Roma; e tutti i nostri
carnai, e tutti i nostri cemeterii, e tutti i nostri calvarii, tutti i noStri
luoghi santi. e su tutti il presagio sinistro.
  L'ala porta l'annunzio o il commiato. come il mio commiato pe-
sava!

  9 Dio (N.dC.).
  10 Canto (N.d.C.).

  Ogni indugio m'era intollerabile. partii da Taliedo a capo della mia
squadriglia il 24 settembre 1917 luned, prima del mezzogiorno. Ia
mia meta era il campo di Gioia del Colle nella Puglia piana. ma ero
per sorvolare tutti i luoghi pi cari alla mia poesia, alla mia fallacia, e
alla mia tristezza.
  Voglio noverarli, voglio ristamparmeli dentro, riamarli, aspirarli,
prima di scomparire. sono a prua del mio velivolo potente. Ia mia mi-
tragliatrice nera  puntata verso la mia liberazione. Ia mia ventura 
piena d'occhi.
  Foscha in tutto il cerchio dell'orizzonte, nelle rotte luci le appa-
renze del vapore sembrano figure mentali prolungate dalla sostanza
plastlca che si travaglia di continuo nell'immensa fucina dell'occhio
accecato. svolgo e traggo il nastro flessibile del Po, da Boscone, da
Soprarivo. a paro de' cigli la cortina di nebbia candida spianandosi
mi finge al cuore quella neve d'alpe ove spir Natale Palli nel pen-
siero di me e forse nell'imagine di quella immensa loggia di marmi
bianchi che gli avevo evocata e promessa in cima alla reggia del
Gran Mogol.
  Che mi accade?  questo il penultimo de' termini mortuarii senza
termine, delle mete funebri senza meta. e la mia rotta si confonde col
mio transito prossimo, al di l dall'errore del tempo.
  Questo velivolo non  quello del cielo di Vienna, non quello del
seggio incendiario, non quello del tossico chiuso nell'acciaio dama-
schinato dell'archibusiere.  senza nome, condotto da un pilota che
vede con un occhio e mille occhi. trasvola il paese gi trasvolato. Ia
prua ha il garbo curvo del verone che mi torna senza rondini e senza
nidi dalla grondaia della casa materna; dove si prese gioco della
morte il fanciullo che io assempro.
  E l'ultimo quarto della luna, anzi l'ultimo filo di bagliore, I'affila-
tissimo taglio d'un alcetto logoro dall'arroto. e mi piacerebbe di ri-
trovare ne' monti delle mie carte quel mio disegno che feci per celia
non mite: d'un Generale sedentario 'materia sebacea conglomerata'
intento a scemare la luna su la cote dell'addome irrigata del suo su-
dore profuso, per ulimo tentativo d'impedimento alla mia dannata ri-
solutezza. dopo quel pugno delle mie ceneri, o Angelo Cocles, ora ti
getterei anche quello.
'Seguo la rotta. sforzo la velocit. sfuggo le sirene; perch anche
  I'aria ha le sue sirene di forma dissimile a quella nettunia, nel canto
  accordate al trimotore.
  Sorvolando la Trebbia mi lascio Piacenza a sinistra. supero i due-
mila metri. Ia citt, ristretta in un color di rosa pallido, quasi mi
~neggia l'inquadratura dipinta in un soprapporto del secento. taglio il
,torrente Nure.
  Mi s'accavallano a destra i dossi dei monti. do la rotta dell'Ap-
penninO che m' umano come l'osso della schiena: tanto che un'ori-
 me di pensiero mi si forma nella prima vertebra della cervice; e
poiscO di questa prontezza, che la rapidit n abolisce n attenua,
assimigliare gli spettacoli fuggitivi ai pi riposti aspetti del mio
o.
  Quasi mi par di ravvisare i corsi d'acqua, i pianori, le vie, le viot-
tole, i gruppi di case, le famiglie d'alberi. novero le greggi sparse
delle nubi qua e l accovacciate, in pascoli, in addiacci. traverso il
Taro. la foscha in basso  ancor folta. sono a dumila quattrocento
metri. ho l'ansia del mare.
  Avvisto il Tirreno. seguo il disegno della riva arenosa. ma il ve-
lame mi copre l'acqua, mi veste fino alla cintola Undulna che voglio
riamare.
  Ecco il Forte de' Marmi,  una felicit abbagliata.
  Ecco Viareggio, e una tenzone di tradimenti.
  Ecco la pineta di Migliarino, che s'incenera senza ardere.
  Ecco la Fossa burlamacca, simile a un Lete senza dimenticanza.
  Ecco il lago di Massaciccoli tanto ricco di cacciagione quanto
misero d'ispirazione.
  Ecco il Serchio.
  Non dileguo su la mia stessa dileguata vita? per ribevermi i canti
di 'Alcyone' non debbo io svenarmi?
  Se quello  il Serchio, dov' il Centauro nato dal mio forzamento
della nuvola?
  La foce insabbiata come allora  pur sempre di quel verde ineffa-
bile che non mai si vide in alcuno de' bronzi di Delfo e di Dodona?
come dunque io l'assaporo con un occhio solo e in un solo attimo?
  Ecco l'Arno. ecco Pisa. cerco Bocca d'Arno, non con i due occhi
di allora ma s con que' mille e mille spirite cresciuti di numero e di
musica. non riesco a distinguere la mia casa delle odi e de' libecci,
delle animine e delle schiavette, del galoppo senza meta, del nuoto
senza rischio, del delirio senza amore.
  Ma distinguo in Pisa il prato santo, il duomo, il campanile, il batti-
stero, tanta lodata bellezza senza bellezza e il martire amore senza
miracolo.
  'Mutar d'ale.' o Ghisola sempre rimota, sempre attesa, sempre di-
sparita, io le ho pur mutate; e le rimuto. non fuor dalla tempesta ma
s ancor pi addentro.
  Il martirio di Ghisola, il disonore di Donatella, il perdimento di
Amaranta mi crosciano contro il viso mascherato, contro il cuore fa-
sciato. da San Rossore, dal ponte che solevo traversare a cavallo con
la mia triplice muta di cani di enigmi e di stratagemmi salgono e cro-
sciano i sussulti i singulti gli insulti di Vannozza, di Nyke, di Lavinia,
di Ornitio, di Panisca. quanta vita calpesta! quanta passione! ite pro-
cul fraudes~h I'isola di Progne non  se non una lunga foglia sibil-
lina. Ia mia frode non  se non una convulsa fronda senza margini...

  No, la Teoda delle Bocche non fu la Trenodia accompagnata dalle
tibie cave. accompagnata fu dagli scopii laceranti delle molte bombe
distribuite con ferma sapienza nella baia di Teodo e lungh'esso il ca-
nale di Kumbur.                            -
  Ho vissuto ancra cinque anni: il retorico lustro latino che termina
nel sacrifizio espiatorio.

  Il Andate lontano, perfidie. (N.d C.).

  Ho vendicato la Vittoria delusa. ho potuto alfine compiere un'o-
pera bella con le altrui vite, non col mio linguaggio: con la materia
umana, non col mio studio.
  Cursore leale ho trasmesso con tutti i miei segni la face all'uomo
novo che l'Orbo veggente aveva annunziato ne' suoi 'Canti della Ri-
cordanza e dell'Aspettazione'.

         Il sole declina fra i cieli e le tombe.
         Ovunque l'inane caligine incombe.
         Udremo sull'alba sQuillare le trombe?
         Ricrdati e aspetta

E figiia al silenzio la pi bella sorte
Verr dal silen~io, vincendo la morte,
I'Eroe necessario. Tu veglia alle porte.
ricrdati e aspetta.

Or  dieci giorni, la sera del 3 agosto, riparlai per l'ultima volta
L dalla ringhiera dopo la gesta di Ronchi: agli 'uomini milanesi', agli
  uomini. rinnovai uno di que' grandi colloquii che solevo tenere sotto
  le stelle del Carnaro col popolo ansietato.
Lo stile lapidario incise quel che rimarr nelle nuove tavole per di-
!- segnare le forme della grandezza.
  Dissi. oggi non v' salute fuori della nazione, non v' salute contro
la nazione.
  Il lavoro  sterile se non concorra alla potenza della nazione.
  Ogni volere ogni sforzo ogni tentativo  sterile se non sia subordi-
nato alla legge della nazione.
  Non noi respiriamo ma la nazione in noi respira.
  Non noi viviamo ma la Patria in noi vive.
  Tanto noi siamo forti e tanto la Patria  forte.
  Tanto la Patria  grande e tanto noi siamo grandi.
5Ogni semenza reale, ogni semenza ideale  seguita dallo sguardo
    della Patria,  riconosciuta dallo sguardo della Patria,  santificata
    dallo sguardo della Patria.
Ouesto dissi.
E venuta in me l'ora del silenzio: tempus tacendi~2.
  Il balcone  aperto. rari soffii levano un esiguo stridore nelle
frondi estive dell'alta palma di quella specie chiamata fenice: phoe-
~: nix renascens'3. il cipresso nero tocca senza tremito la stella che 
nella spalla dell'Orsa. Ia Chiara. il gonfalone della Reggenza pende
L affloscito dall'Albero maestro che a lungo fu cercato nelle selve
montane dalla costanza e baldanza de' superstiti perch superasse
L almen d'un cubito la pi solenne delle tre aste alzate dai bronzi di
i Alessandro Leopardi avanti a San Marco.

        a~uv~ov nXxai lla a~l4.

  12 1l tempo di tacere. (N.d C.).
13 Fenice rinascente  (N d C )
| 14 L'essere divino echeggia e infuria. (N.dC.).



~-
Questo susurra la voce ultima che fu la prima.
  Chiudo gli occhi per cogliere l'ultima figura di luce del mistero
mentale. vedo il fanciullo indomito che a volta a volta ride e s'acci-
glia sotto le risse delle rondini. anche qui tre sono i poggiuoli. anche
qui scelgo il terzo a manca.
  Diritto in piedi io studio l'attitudine favorevole a salvarmi le mani
nello schianto.
  Penso a Onufria degli Onofrii e al nodo cieco del vegliardo. penso
alla mia madre, che non mi raccolga nelle braccia invisibili della sua
piet per rattenermi in terra. penso al gesto della creatura lontana che
spande su la sua tempia l'acqua del cuore.
  Getto queste carte dietro l'mero come il mio niente alla notte.

13 agosto 1922.

Del libro segreto





Regimen hinc animi

  Per favore del caso, con qualche povera mo-
neta di rame ho contrastato al fuoco della po-
vert alcune schegge di legno incorruttib~le. ap-
partengono al pi veterano dei cipressi miche-
langioleschi che a uno a uno il fulmine ha sco-
sceso e vinto nelle Terme di Dlocleziano. se io ne
facessi uno scrigno, che cosa vi chiuderei? FORSE
L'ALTRO M10 CUORE: FORSE n LIBRO CHE NON HO
SCRITTO: IL LIBRO DELL'ALTRA MIA VITA.

Roma, 21 settembre 1898.



  Quando nella notte io mi curvo su la mia pagina, in questa of ficina,
operaio artiere artista, intera volont d'invenzione e di espressione,
puro come l'aria della notte innanzi l'alba, con in me non so qual
tremolo continuo che mi  prossimo come il battito del mio cuore e
rimoto come la scintillazione delle stelle, a volte poso la penna e
ascolto, senza volgere il capo verso le finestre. ascolto ma non 'tendo
l'orecchio': ho il senso dell'udito in tutto il corpo che pi non ha
peso n memoria della sua caducit e della sua miseria. il margine
della mia tavola  lieve come il contorno del mio pensiero sospeso,
come l'orlo della mia imagine incompiuta, come il ciglio della mia
palpebra china.
  Ascolto. e mi sembra veramente di ascoltare per la prima volta,
con una attenzione diversa da quella che io m'ho nel ricevere le belle
musiche: da quella attenzione di cos alta spiritualit che per tutti i
sonatori diviene un elemento del suono e del mistero della risonanza.
  11 vento e l'acqua nel mio giardino alternano o contrappongono
due melodie. ogni nota delle foglie e delle gocciole mi tocca in tal
parte di me dove non giunge la musica degli strumenti, ma 'con una
volont di musica'. mi tocca dove vuol toccarmi: mi commove come
vuole commovermi: con esattezza e con una sapienza che m' quasi
insegnameno di composizione.
  'O artista difficile, tu sai quel che vuoi, tu sai dove tu vuoi giun-
gere' io dico a me stesso.
    Ma la mia arte trasfigura il mio spirito, le mie parole scelte e di-
t sposte da' miei ritmi si confondono con le mie pi segrete fibre, se-
guono i pi esigui rami de' miei nervi.
  Se io leggo questa strofe, se leggo questa prosa all'uditore pi at-
tento e pi fervido, io ho dinanzi a me un estraneo impenetrabile
come un uomo sordo, ch non posso interpretare se non incertamente
~;i segni della sua commozione sul suo volto e la sincerit di quei
~segni.
 rS, Ah, se le mie parole toccassero imperiosamente colui che legger
  mio libro come le parole della notte ora toccano me!

Di qui il governo dell'animo. (N.d.C.).


_
  Riprendo la penna. Ia mia mano  tanto bella e distante che mi
sembra appartenere alla flotta sottomarina. Ia luce della lampada alta
m' utile e m' importuna. in quest'ora il mio genio  la mia solitaria
fosforescenza.
  Ma perch non posso n potr mai dimenticare l'ora quando per la
prima volta le mie mani apparvero cadaveriche al mio sguardo fisso?

  Le ali d'una grande farfalla color di solfo screziata di nero battono
come le pagine di quel libro aperto che muovono i soffii intermessi
per la finestra nella mia stanza verde.
  l~e sue gote, di sotto agli occhi, parevano ridere un poco: di sopra
a una bocca disegnata dalla Malinconia di Alberto Duro. I'arco de'
sopraccigli era distante dalla palpebra larga e venata. dall'arco de'
sopraccigli a quello soprano della fronte era uno spazio chiaro, ap-
pena appena soffuso di pallido rosa, appena appena azzurrato di
vene: spazio veramente di luce. e queste due singolarit sembravan
conferire al suo sguardo una cerchia infinita; cos che il suo sguardo
venendo di lontano occupava e dominava la vasta sua mta presente.
  Le donne oggi non assottigliano i sopraccigli con sottilissime for-
bici o con non so che altri ingegni iniqui? non coprono la fronte e gli
orecchi con le ciocche de' capelli: 'accrochecoeur'2 trasposti, che
non pigliano se non i cuori volgari?
  Gli sguardi porcini non vanno di l dal grugno. cos gli sguardi
umani raramente vanno di l dai pomelli.
  Quella conosceva 1' arte di ampliare indefinitamente il suo sguardo?
o chi mai le aveva insegnato l'arte?
  Che lungo valico parevan percorrere i cigli quando ella sollevava
la palpebra discoprendo l'iride intiera!

  Per acquistare l'ambita cittadinanza veronese quali titoli mi occor-
rono? di scrittore o d'oratore a laude? di aviatore a guardia? o di do-
natore inginocchiato ai piedi di San Zeno?
  Sono in Verona. vado alla chiesa di Santa Anastasia per una via
che ha sepolto l'antica via romana dei Sepolcri. cerco nel portale la
colonnetta mediana che ha sotto la piccola madonna lo stemma a
testa d'aquila con la sigla gotica DAN.
  Nel pilastro a destra della porta cerco lo scudo della citt in una
cornice a dadi; e quell'altro scudo che  di sotto: quel dalla testa d'a-
quila e dalle tre lettere DAN.
  Vado a Santa Eufemia. cerco nel pinnacolo centrale della facciata
la testa d'aquila e la scritta DAN.
  Vado alla chiesa di San Fermo minore di Braida, San Fermo al
ponte, San Fermetto. m'inganna la memoria. mi volgo a San Fermo
maggiore, a quel San Fermo di Cortalta dove il vescovo Annone col-
loc le reliquie dei Santi recate dalla mia terra d'Istria; e tra le reli-
quie ve n'era una ch'io so. entro nel portico che protegge la porta.
scopro alfine negli archi e nella serraglia lo scudo a testa d'aquila
con la sigla DAN.

  2 Tirabaci. (N.d C. ).

'lo fui abate in San Zeno a Verona
sotto lo imperio del b~on Barbarossa. '

  Oreficeria egizia? oreficeria greca? simili a quei gioielli che sem-
bravano emblemi e non erano emblemi, sembravano enigmi e non
erano enigmi costrutti da orafi esperti dell'ignispicio di Amphiaras,
simili a quei gioielli sono questi fiori senza nome in questo vetro sof-
fiato dove il soffio ancor caldo del vetraio leva le bolle nell'acqua
mortuaria.
  Studio la forza e la delicatezza della costruzione, da trasporre nella
carta scritta: il calice lungo con otto scannellature pi vive e libere
che quelle della colonna dorica; la solidit serrata dei petali, quasi
fiore d'oro e di smalto che abbia la freschezza agevole del fiore di
giardino. il calice e lo stelo hanno il verde del bronzo patinato: della
'ptina terrestre'.
  L'altra variet  forse la scempia? pi non sono tanto serrati e pie-
gati i petali. il gruppo centrale dei pistilli  pi copioso. ne' petali le
parti chiare sono pi chiare: d'un giallo schietto di zecchino.
  E 'la flore di cortesia e d'insegnamento' nel discordo di Messer lo
re Giovanni? o  'la fiore' di Sora nella canzonetta gioiosa dell'im-
perator Federigo? o  l'alta fiore aulente nella ballata di Saladino?
  Pi mi piace che sia 'la flore' della canzone pisana:

'lieto gode all'alore
de tanto bellaflore.'

  E, mentre la mia sensualit aspettante si bea d'una parola antica e
di un'antica rima contro il genere maschile del tardo grammatico, da
un improvviso odor d'ambra che accompagna un'altra fiore io sento
l'appressarsi di Lachne.

'Tal la sento, non maraviglia parmi.'

  O dimenticato trovadore! tutto vive, e rivive. I'arte  lento martirio
e fulminea volutt. un'altra parola morta su dalla canzone d'Inghil-
fredi si leva a respirare e ad aliare. non fu dunque riscritta da me, per
questa ora, nel confusissimo codice vaticano, col mio sangue stesso
di adolescente studioso e licenzioso? quando?

'Et ella il cor m'inambra. '

  Di lei la mia notte s'inambra, il mio letto s'inambra, la mia segreta
s' inambra.

  Una grande nuvola naviga nel cielo cilestro, simile a una galeazza
che vacilli e si travagli per un non so quale avaria. di tratto in tratto il
suo colore imita le squamme della lebbra bianca.  carica di lebbrosi
respinti dalla cristianit; che ora si lagnano nel lagno del vento.
  Dentro da questa cerchia triplice di mura, ove tradotto  gi in pie-
tre vive quel libro religioso ch'io mi pensai preposto ai riti della Pa-
tria e dai vincitori latini chiamato 'Il Vittoriale', lass, in sommo
della mia collina magnanima, lass, in vetta del Mastio, sopra l'arca
del primo fra' miei undici eroi traslatato, I'aria esprime dalla sua ina-
nit qualcosa d'inconsolabile. Coeli insolabile numen3 sono le tre
parole dolenti e rilucenti che comprendevano, dianzi, nel mio volo
inerme, aria e ala, anima e aria. non pi l'arte del distruttore, dianzi,
ma la virt dell'artefice m'insegnava a leggerle, manifeste come le
incrinature nel cristallo, come nella scia i rilievi.
  Ed ecco, ora ch'io mi ritrovo a terra inconsolato, non so rivolgermi
se non a quell'arca cristiana del secolo sesto ignuda e dura; che in
segno d'intatta fede e di eretta bellezza mi don la Vicenza di Santa
Corona, di San Lorenzo, della Basilica, perch io vi chiudessi il
corpo del mio legionario trentino.
  Non m' opaca la pietra, I'arca simiglia omai la theca, onde la re-
liquia del martire traspare. Ia salma del mio difensore v' dentro in-
corrotta. quando la primitiva cassa d'abeto fu tratta dalla sepoltura di
Cosala e scoperchiata, la piet degli astanti s'illumin del miracolo
inatteso. il volto le mani la tunica, sul petto l'azzurro della prodezza,
ai piedi gli usatti di fante, la tracolla il cingolo il pugnale inguainato,
tutte le spoglie apparivano immuni da corruzione, per un mistero che
non gli imbalsamatori egizii conobbero. Italo Conci era mirrato con
quella mirra dell'amarezza e della poesia, che per tanto tempo e tanto
travaglio mi serv a prolungare e a indurare la costanza de' miei fe-
deli: con quella mia fulva mirra conservatrice di patti, di giuri, di
nomi, di orgogli, di esempii.
  Ricevetti il feretro nella Loggia del Parente, ove sono adunate le
pi fiere specie di Michelangelo consentanee alla mia disciplina. Io
sentii pesare e pulsare su le mie braccia. Io patii, lo sostenni. dalla
pena de' miei gomiti fui volto penosamente verso la base del pilastro
ov' inciso questo precetto del mio vivere, men della mia potenza an-
tico, men laconico della mia pazienza: 'acciocch tu pi cose possa
pi ne sostieni.'
  Quando il feretro fu deposto nella loggia, con una piet unanime
tutti si discostarono da me. rimasi prigione in quella massa di gelido
diamante che serra la testa del trapassato, un'ora o pochi attimi dopo
l'ansito estremo. era notte, gi notte alta e fosca. non pi s'udiva al-
cuna voce, non passo alcuno. Ia sorella di Italo Conci non singhioz-
zava pi, n alenava. sentivo dietro di me la musica sospesa, sospesi
gli archi dei sonatori su i quattro strumenti a corda; e gli spazii miste-
riosi che si spaziano in me fra le tante sporgenze con s ampio stile
scolpite di contro al mondo. ecco che d'improvviso, come nella notte
di Cattaro, avevo penetrato il 'Terzo luogo', di qua dalla vita, di l
dalla morte: pi profondamente penetrato se bene non fossi a prua
della mia macchina di guerra, non fossi a grande altitudine, non
avessi puntata la mia mitragliatrice nera a una stella apparita nella fo-
scha, non avessi ventilato il congegno delle mie ossa, non avessi vo-
tato alla bellezza della mia Causa la esatta mia volont di abbattere e
di uccidere.

  3 Nume inconsolabile del cielo. (N.d C.).

  Fiso al feretro vedevo, attraverso la cltrice e la quercia e il
piombo, il mio difensore supino. ben lo vedevo con quest'occhio de-
stro che mi fu estinto perch potesse discoprire l'invisibile e decom-
porre ogni sorta di luce.
  Della esemplare legione trentina Italo Conci era l'esempio. aveva
guerriato tutta la guerra, con quella chiara bravura inconsapevole del
rischio, che  la mia medesima: quella medesima che avverso tutti i
rtori ambigui della 'forza morale' io pregio pi del coraggio di En-
rico quarto e del maresciallo di Turenna, usi a smerdar la sella men-
tre spronavano contro il nemico schierato; pi del coraggio di quel
vecchio Luca Dagobert nelle nevi dei Pirenei teso a scagliare contro
lo Spagnolo i suoi fanti, dalla sua lettiga di moribondo, col gesto
secco di chi sta per istecchirsi; pi del coraggio di quel giovine Bo-
naparte febricitante, infetto di scabbia e di gelosia, balzato da cavallo
a co del ponte d'Arcole ingombro di cadaveri non bastevoli a celargli
il varco del suo destino.
  N mi contraddico n mi diminuisco se al colmo della febbre e di
non so pi qual malvagia passione ero io medesimo quando mi partii
per Ronchi dove mi aspettavano gli uccisi senza nome e Guglielmo il
mio condiscepolo senza scampo e la mia ventura senz'alea.
  Mi piaceva Italo Conci per la sua prodezza ingenita come il colore
de' suoi occhi, come il suo sguardo franca immemore come la sua
generosit, sfavillante come il suo riso. tagiiato con la scure alpina,
fatticcio ma pieghevole, tozzo ma non goffo, egli mi suscitava sem-
pre il sentimento indistinto d'una cima vivida, d'un apice umano, per
quel riso che continuo gli ardeva nella pupilla, per quel continuo
tremolio di luce che pareva gli inalzasse la statura ponendola nel-
I'ombra, per quel mobile fulgore che a me non dava imagine di levit
ma rivelava a me un senso della vita profondo, come s'egli sponta-
neo con me osservasse la legge vitale del muovere senza tregua al
conquisto dello spirito. senza tregua aveva combattuto dal principio
della guerra, egli suddito da capestro in terra oppressa, come Cesare
di Trento, come Damiano di Rovereto: ma la sua fede armata rideva
sempre. furente contro i negoziatori del frodoso Armistizio deliberati
di tarpare il volo alla Vittoria che nel modo ateniese tarpata sul Piave
aveva rimesso tutte le penne, seguit colui che si partiva non per li-
berare una citt ma per rivendicare un confine romano disteso fra il
Monte Adrante e il San Salvatore di Corf con l'intiera isola memore
d'essersi donata a San Marco. e la sua credenza invitta e la sua pas-
sione avida ridevano sempre.
  Cos la sua anima intiera, pesata e ripesata nelle bilance della
guerra, dava di l dalla cervice un vertice corusco al suo corpo im-
perfetto, alla sua statura mediocre. pi che negli occhi d'altri miei fe-
deli, continuo ne' suoi occhi ridenti e appena divergenti brillava il di-
lemma.

  Nella Capponcina dove composi tanti poemi intieramente perfetti
come 'Fedra', come 'L'Otre'--nella vecchia villa de' Capponi de-
vastata e rapinata dal vento dei creditori, che tuttavia spira di Sir-
mione 'occhio delle penisole'--, fra tante cose di squisita e parlante
rarit tenevo in onore presso la prima porta un giogo di terra d'A-
bruzzi. 'dove stava con tanta venerazione collocato quel famosissimo
giogo' solevo dire ai visitatori cruschevoli citando il Redi.
  Ho qui una cassetta intagliata da un pastore della Maiella, una
spola sarda incisa a punta di coltello, un pettine rado di bosso con
iscolpite nella costola due chimere affrontate, uno stampo della ca-
ciaia di Aligi dove la croce della disposizione delle foglie di lauro 
fatta stellare.

  Tutta la bellezza recondita del mondo converge nell'arte della pa-
rola. certi misteri labili, certi aspetti fuggevoli del mondo inespresso
esaltano la mia passione, scrano il mio studio.
  Disperatamente chino su la mia pagina, ecco che nel mio crepu-
scolo di sotto alle mie palpebre quasi lacrimanti rivedo certe vele del
mio Adriatico alla foce della mia Pescara, senza vento, senza gon-
fiezza gioiosa, d'un colore e d'un valore ineffabili, ove il nero l'aran-
cione il giallo di zafferano e il rosso di robbia entravano in un'estasi
miracolosa, prima di estinguersi.
  ['Si estasiavano' avevo scritto; e mi dolgo di aver cancellato.]

  Ora che so alfine qual sia la vera essenza dell'arte, ora ch'io pos-
seggo la compiuta maestria, ora non ho se non il mattino di domani
per esprimermi, non ho se non il mattino di domani per cantare: e per
illudermi d'esser lieto!

  'Alcuno incantamento, sciagura alcuna non potr separar da te
medesimo la tua musica' dice il poeta disconosciuto e calunniato ma
non infelice.
  'Lacrime d'un perfetto dolore versate son per te nell'Elicona'
canta il cristiano Milton su l'organo della sua cecit e della sua po-
vert.

  La conoscenza.
  Qual dunque  il modo di conoscere?
  Scoprire il segreto dell'Universo mal nato ne' granelli della sabbia,
nella granella della spiga o nelle stelle della costellazione Spica Vir-
ginis, in un acino d'uva, nell'ombra di ciglia chine;
  scoprire il segreto dell'angoscia nel cuore d'una rosa divorato da
una cetnia non meno bella de' petali cadenti;
  accogliere l'infinito nel cavo della mano che tiene l'acqua piovana
o la rondinella caduta dalla gronda;
  vivere l'eternit in un'ora diurna, in un'ora notturna;
  uccidere l'oscuro iddio sotto i ginocchi della preghiera.

  In questa malattia, come dunque la sofferenza carnale a poco a
poco spoglia di carnalit il corpo che soffre?
  Di quanta lussuria belluina, di quanto piacere perverso, di quanta
imaginazione impura io mi son nutrito in questi ultimi tempi.

  Come dunque il corpo non ne serba traccia, quasi vaso di vetro che
lavato e rilavato non serba color di vino, odor di essenza, dolciore
d'elisire?
  Tutti i miei pensieri sembravan vibrare di penne luminose: alti se-
rafini dalle molte ali disposte intorno a un volto senza corpo, intorno
a un'estasi senza cuore.
  Dianzi, nel Cenacolo delle Reliquie, fra i Santi e gli Idoli, fra le
imagini di tutte le credenze, fra gli aspetti di tutto il Divino, ero quasi
sopraffatto dall'mpito lirico della mia sintesi religiosa.
  Santo Francesco apparito, dritto sul collo formidabile dell'Elefante
sacro, apparito ai Testimonii del Budismo, ai Legislatori del Budismo
ai mostri della mitologia asiatica!
  Una creatura divina dalle otto braccia ha due--delle otto mani--
giunte nell'attitudine dell'Ave, nell'attitudine eguale a quella della
Vergine quattrocentesca di legno dorato, che giunge le mani dell'a-
more sopra l'Infante adagiato nel serrame de' ginocchi! e, di contro,
la sedente divinit thibetana di bronzo dorato [che tuttora porta la fa-
scia del sacrifizio a tracolla, di lino ndico] ha nel cavo di una delle
mani posata su' ginocchi una medaglia ebraica con l'effigie del Na-
zareno !
  Certo l'arte sovrana m'ispira, il gusto della forma e del colore mi
conduce nella scelta e nella composizione. una ingegnosissima scal-
trit mi illumina nel modo di regolare gli intervalli e le altezze. per
sollevare una figura pi che un'altra una scatola di maiolica mi serve
da base, uno straccio di tessuto d'oro m' buono a dissimulare il
cubo provvisorio, una maniera lesta di soppesare il bronzo mi rassi-
i    cura su la resistenza della sottostante fragile materia invetriata. ma, in
     questa abilit e versatilit di tecnico [sin dagli ultimi due anni del
     liceo di Prato solevo per boria porre sotto il mio nome la tanto rive-
     rita parola 1~EX~x0~4] dico che il cuore mi trema. bacio con labbra
     ferventi le mani della Vergine, prima di collocarla. bacio l'effigie
     barbata e chiomata del Cristo, prima di porla nel cavo della mano
     lunga di quell'idolo thibetano. un senso infinito dell'ansia religiosa
     nei secoli, e ne' secoli de' secoli, mi amplia infinitamente il petto
     scarnito. non mi muovo in una selva di figure e di simboli: palpito e
     m'esalto in un folto di verit formate e di divinazioni inespresse.
  Sono dunque un profanatore musicale? no.
  Aspiro al dio unico, cerco il dio soprano. e sento come 'quel che 
-    in me divino' tenda a ricongiungersi col dio inaccessibile, si sforzi di
     possederlo.
  La gente semplice intorno a me sorride ignara o attonita, mentre
impaziente io domando un chiodo vecchio, un brano di stoffa pre-
ziosa, uno scampolo di nastro d' oro, la scatola dei colori d' acquerello
una fiasca di pallini da caccia che verser nel vaso smilzo per ren-
derlo incrollabile.
  Forse quella donna di popolo chiamata Aragna, sensibile all'incan-
tesimO de' miei modi singolari, scopre la febbre mistica che brucia

  4 Dotto.  (N. d C. ).
ne' miei occhi, il fiso ardore che assottiglia angelicamente le mie
dita.
  Non ribolle nelle reliquie eroiche il sangue? Peppino Miraglia mi
guata e mi comprende. Nino Randaccio mi guata e mi comprende. Ie
due medaglie d'oro, appese al gagliardetto del 'Ridottino sardo', mi-
rano a me come i due occhi sporgenti e ardenti--l--del cavallo
di Fidia.
  O vastit! o dismisura, misurata dalla cassa d'abeto e dalla fossa!

  La mia voce. ben la conosco. Ia studio, la dmino, la modulo. ma
qualche volta mi sento come sorpreso da un tono, da un accento: al-
zamento o abbassamento insoliti.
  S, qualche volta--e non so reprimere un sussulto o un fremito
--qualche volta  la voce di un'altra creatura: di un'altra gola, di
un'altra anima.

  Dove potr io trovare l'antico orrore dell'uomo dinanzi agli aspetti
misti e confusi e minacciosi e inesplicabili? dove potr io tremare di-
nanzi al prodigio oscuro e sinistro?
  Non posso pi vivere su questa terra schiava, misurata, messa a
profitto in ogni palmo.

  Il pensiero degli Indi  magico, la lor preghiera  magica, taluna
lor parola  magica.
  'Se questa parola fosse detta a un bastone [al levigato bcolo del
balogio Gandhi?] si coprirebbe esso di fiori e di foglie, si radiche-
rebbe novamente in terra'.
  Non miracolo ma cosa comune, efficacia cotidiana del verbo.

  Mi avviene di dire, quando alcuno osserva non senza piet che il
mio volto  omai tutt'osso,  crudamente riscolpito, nell'osso gialla-
stro, mi avvien di dire: 'credete che la mia vera maschera carnale sia
questa? guardate il mio naso che per troppa sensualit non  ancor
giunto a bene affilarsi. guardate la mia bocca amara senza rinunzia e
senza pace: le stupende suture del mio cranio; i miei occhi affondati
nel fuoco perpetuo del mio cervello: il leggero strabismo del destro
ferito, che la mia pertinacia tenta di ricondurre verso l'asse vincendo
il terrore dello specchio mattutino o notturno. guardate le mie mani
che una volta una donna chiam fiori sottomarini senza gioia, asterie
senza ribrezzo. ma non questa  la mia vera maschera, n queste sono
le mie mani ultime. venite a guardare il mio viso due o tre ore dopo
la mia morte, prima che vi s'imprima il gesso memorativo dopo tanto
fango non giunto al segno. allora soltanto io avr il viso che m'era
destinato, immune dagli anni dalle fatiche dai patimenti, dagli innu-
merevoli eventi che forz e forza e forzer pur in estremo il mio di-
sperato coraggio. allora soltanto, sino alla terza ora, sar il mio viso
la cima sovranamente effigiata della mia anima bella: il viso della
giovinezza sublirne; di l dall'opera, di l dalla gloria: la maschera
del porfirogenito.

LIL Ko :jL~iKL I o

Sino alla terza ora.
  Dopo, spezzate il gesso, troncate i polsi del formatore. tacete,
senza inginocchiarvi. non attendete alcun segno dal nulla'.

  Questa  la mia certezza. non vale se non il momento, non importa
nell'ordine dell'Universo se non il momento: quello che l'arte pro-
fonda esprime, che forse l'arte futura esprimer convinta che tutto il
resto  nulla.

  Movendo all'impresa contra i Persi, passato l'Ellesponto, Alessan-
dro in Ilio sacrific a Pallade e lib agli Eroi.
  Dopo avere unta d' olio la colonna di Achille, egli I ' attorne
ignudo e la incoron chiamando beato il Pelide poi ch'ebbe in vita un
amico fedele e dopo morte un alto cantore della sua gesta.

  Amore senza figura. malinconia senza figura. ben vi fu in terra un
poeta che non nomin la sua donna se non dicendo: 'il suo ginocchio
 una perla.'
  Un altro, che giovine fu morto di tradimento, aveva detto: 'ella
cela pi di bellezza nella sua delicata fronte che non n'abbian le
mammelle bianche della reina d'amore.'
  E un altro dice: 'mi consuma l'ansia della creatura che apparisca
alla mia porta vietata. mi consuma l'attesa di un incontro che rinno-
velli le mie sorti, cos che in fondo ai miei occhi s' aprano due novelli
occhi. '
  Io dico: 'ella ha negli occhi quell'essenza di s che ancor non si
manifesta nel suo corpo. negli occhi  qualcosa che nel suo corpo
non .'
  Dico: 'Paola si chiama l'accordo fra un indicibile bianco e un lio-
nato indicibile. si chiama Paola dunque l'accordo fra la perla e lo zi-
bellino? fra la rosa bianca e quella pasta vitrea che, simile a un topa-
zio bruno formicolante di faville d'oro, era ai vetrai di Murano la pie-
tra venturina?'
  Anche dico: 'o semplicit che non hai paura di vestirti d'oro e di
porpora, di velluti a opera e di broccato riccio sopra riccio, o sempli-
cit mia sorella dagli occhi limpidi come il fuoco del lauro e della
stoppia! '

  Ho fra le dita il bicchiere esagonale di vetro leggero, vuoto; ch ho
bevuto avidamente l'ultima goccia d'acqua.
  La lampada  alta, sopra la mia fronte, come tutte le lampade di
veglia e di lavoro da che l'occhio mio destro  inquietissimamente
cieco.
  In un modo quasi soprannaturale su la pagina bianca apparisce
l'ombra del vetro variegata di luci e di scuri; e l'ombra della mano,
non dissimile a quella del vetro, cos che nelle falangi e nel dorso
non  da divinare ossi e ossicini: palesi.
  Lugubremente rapito, agito fra le mie dita il vetro guardando le va-
riazioni su la pagina bianca dove son per notare questo che noto.
  Ecco i fochi mutevoli nell'occhio leso, gli innumerevoli volti sco-
nosciuti che di dietro la rtina mi rivelano le pi remote stirpi, gli
anelli planetarii che si spezzano scagliando a traverso il mio firma-
mento aeroliti opachi, le aureole caduche d'una gerarchia di pensieri.
  Il vetro mi si rompe nel pugno, mi taglia, m'insanguina.
  Le stille del sangue sono semi alla fertilit del mio spirito; che va
oltre i simboli oltre gli spazii oltre i tempi: vanisce nella inesistenza
del mondo, nella immaterialit delle creature nate e non nate, nella
discordanza dei segni che non svelano e non celano. chi mai disse
che le anime fiutano l'Ade?

  Qual sbita e insolita allegrezza mi d stamani questo gioco me-
trico ov'io son per concludere le invenzioni ritmiche della notte
'equa al d' nel mio segno natale dell'Ariete. signorum princeps et
ianitor anni.
  Non dubito che in una fessura della ermetica porta di quercia insi-
nuato siasi il mazzamurello di terra d'Abruzzi famigliare a que' po-
chetti conoscitori d'una fra le pi bellissime mie prose premessa alla
'Vita di Cola di Rienzo'. mi sento scarmigliato, anzi pi scapigliato
di Catullo in vincoli d'ipoteca, quasi che a foggia d'improvviso
nimbo mi s'irradii dal cranio lunatico quella famosa chioma ove La
fille royne ficcava le mani di ossoso fuoco nel compiangermi: 'ce
pauvre Gabriel si plein de gnie et de spermatozoides!'
  Per una Verona senza usignolo senza lodola senza Giulietta  ri-
partita Elena Zancle, nel suo carro di cristalli scagliato attraverso
l'alba dall'intera industria veloce lombarda: ab illa immortali veloci-
tate5, che supera quella di Sallustio Crispo nel computo di Velleio
Patercolo: se bene a me piaccia imaginare ch'ella mi lasci l'estrema
incrinatura in un pi nitido vetro secondando i miei studii che pel
terzo de' miei romanzi di carne senza carne pongono nel luogo del
Benaco, divinamente di l, plus ultra, pongono il lago di Ninfa ove
acquistai tra ruina e mala un cardo bianco una camomilla aurata una
felce un narcisso un'anitra un'anima un corbo.
  Ma stamani tutti i misteri cedono al mistero del ritmo che fa di me
il suo strumento sempre novo e sempre diverso. dianzi Elena Zancle
mi chiedeva di leggerle alcune tra le pi aerose odi del libro di 'Al-
cyone' per emulare Gorgo nel danzarmele.

E una corona d'ellera e di gttice
ti reco, per un'ode che mi piacque
di te, che canta l'isola di Progne.

lo voglio nuda, nell 'odor del mstice,
danzar per te sul limite dell'acque
l'odefiumale al suon delle sampogne.

  Ben sapeva ella emular la donna etrusca, se bene in uno sfondato
della parete non si riscolpisse l'ape apuana e non s'indiasse l'Ellade

  5 Da quella velocit immortale (N.d C ).

riaffacciandosi fra Luni e Populonia. s'addossa per a un Sepolcro
assente l'un de' Prigioni dal Bonarroto estorto al Sagro; il pi bello e
il pi triste, fasciato dalla cintola in giuso per dissimulargli la corta
fiacchezza delle gambe in confronto di quel sublime torso, per celar-
gli il tradimento del masso che la strapotenza dello scarpellatore
troppo spesso tralasciava di misurare nella illusione che la sua crea-
tura vi fosse perfettamente inclusa dal soverchio e ch'ei fosse per ar-
rivarla come nel sonetto anch'esso traditore, Dio ne guardi [e dal
marmo solo e dal concetto circoscritto].
   Nell'esemplar corpo umano  la nativit dell'infinito e innumera-
bile ritmo. non s'ingannano que' conoscitori che pensano come io
abbia studiato la mia prosodia nella nudit mimetica e icastica di Eri-
gone di Aretusa di Berenice; ma s'ingannano nel metter quelle tre
sopra tutte le altre. tutte le assomma Undulna, che  la vera mia crea-
tura alcionia.
   E perch mai nella ode e lode di s medesma Undulna s'elegge un
numero noto, la stanza di quattro versi, la quartina alterna del Chia-
brera ch' una specie dimestica di Gabriello?
   Per far della vetust nota una modernit ignota, una invenzione
novissima, anzi la pi gemmante novellizia ne' giardini del mare.
   Novellizia. quanto mi piace questa parola ghiotta!
  Inoltre Undulna  del nuoto maestra tanto veloce e valida che pu,
se le piaccia, di Versilia andare a cogliersi intra le Azzorre e Cuba
l'alloro oceanico.
  Non mi bast un gioco di assonanze, e di consonanze intime, per
dare al Fanciullo sette ballate che non arieggiano alcuna dello stil
novo o del Petrarca?
  Le tre notatrici dell''Oleandro' si piacevano di raccogliere manate
di psca recente in un brandel di rete d'oro, o nel velo azzurro usato
per solecchio, o nella banda di mussolo che avea salvato i capelli
dagli sprazzi; e s'indugiavano al frangente, lasciando che l'onda
lambisse o coprisse o discoprisse l'invoglio. snodavano le cocche
quasi a lasciar fuggire la psca ravvivata dal salso. allora tutti i ritmi
delle creature marine balzando a contrasto si moltiplicavano in nettu-
nio nume e numero. Ie pescatrici ingannevoli serravano e disserra-
vano. poi rientravano ne' gorghi di Circe con le involture. a un tratto
sollevavano e agitavano la rete il velo e il mussolo: liberavano nel
sale la psca guizzante, traversandola a nuoto, tentando di riafferrare
pinne e branchie a volo. I'ippocampo!
  Nell'involtura del mio cervello saltavano sguisciavano i ritmi.

Vimine svelto,
pieghevole Musa
furtivamente
fuggita del Coro
lasciando l'alloro
pel leandro crinale,
mutevole Aretusa
dal viso d 'oro.
offri in ristoro
il tuo sal lucente
al mio cavallo Folo
dagli occhi d 'elettro,
dal ventre di veltro,
ch' solo l'eguale
del sangue di Medusa
ahi ma senz'ale!

   Non altramente, nel separarmi dai piaceri equinoziali di Elena
Zancle, ho trafugato e portato qui meco le tre camce della veglia: la
bianca la violata la gialla, tutte pizzi trine merletti, trasparenze sopra
la pelle, pi lievi delle vene sotto la pelle, opere della lidia Aragna
che sa quanto io prediliga di tali sue opere il passamano.
   Come ne' tre lnvogli marini ho nelle tre lascive ragnatele i ritmi i
filtri gli aromi, e, non so perch, una ilarit un'alacrit un'amenit
che somigliano alla pi afra delle delizie spirtali: al latino lepos: non
a quel di Lucrezio.
   Nel folto degli alberi di magnolia si accorda il primo concerto di
Ornitio. ho una pazza voglia di mutare non so che cosa frusta in una
novit scandalosa abbandonandomi con tutta la mia stravaganza mal
doma al mazzamurello che seppe impazzar fino il cruscaio intra 'e'
citati' .
   'S'e' ti vien l'zzolo di far novellizia di Miser Francescho Petrar-
cha' mi fischia il sottil tentatore 'puoi stravagantemente ispirarti da
questa orliquia che tu noncuri.
   Amor la inspiri In guisa che sospiri...'
  Giuro che mi  innanzi messa la reliquia da gran tempo negletta.
ma come? non so. eccola.
  E sotto vetro in una cornice ottagona d'ebano e d'oro, 'un brano
verdastro di tunica di Francesco Petrarca tolto all'urna il 24 maggio
1843 da me C. Leoni'. n manca l'autentica notarile. 'Coram me pro-
lata et signata die Xl novembr. MDCCCLXXIII. ego doct. Gabriel Fanto-
nius. Venetiarum p. notarius.' 6
  Odo il tarlo clericato che 'fa un cheto strepito rodendo piano'.
  E un Gabriele Fantoni il notaro. della schiatta di Giovanni Fantoni
poeta celebre nel nome arcadico di Labindo? di quegli che disciplin
nelle armi la famosa schiera di giovinetti nomandola Reggimento
della Speranza?
  Odo il tarlo. o la tarma?
  'Non mi consuma l'amorosa tarma'.
  Certo il mazzamurello m'ha messo in sul leggo questo volume
delle rime piacevoli d'un rimator toscano ch'ebbe nome da una ci-
vaia flatuosa e vivacchi nell'ombra uggiosa di Giangastone ultimo
de' Medici traligno.
  Certo  il mazzamurello beffatore del cruscaio, perch questo le-
pido fiorentino  'de' citati' se ben legume e baccello. nel pronto
giudizio dell'aguzzo gnomo egli non avversa la mia teoria corporea
del ritmo.
  Ecco la sua sestina annuente.

  6Davanti a me presentata e sottoscritta il giorno 11 novembre 1873 lo dott.
Gabnele Fantoni, notaio di Venezia. (NdC.).

Non ti conci minugia di castroni
Febo, a bischeri acconce in dotti nen~i.
Ma ti sgomitol da' tuoi coglioni
a ben temprarli i tendini protervi
dell'aonia lubido, salmisa;
et il corpo t'emp di prosodia'.

  Laonde per quell'zzolo di novellizia i' ho da una parte il bran-
dello della tunica di Francesco Petrarca e la sua sestina provenzalesca:
la canzona forse trovata dal difficilissimo Arnaldo Daniello; trattata
poi squisitamente dal Gran Prete di Laura e poi da me non senza ele-
ganza laboriosa. dall'altra parte i' ho la sestina usuale, la stanza di
se' versi, rimati i due ultimi insieme, il primo col terzo, il secondo
col quarto: 'metro poltrone quant'altro mai' fu detto.
  Non esito. nec sum animi dubius7. alla mia novellizia ottimamente
conviene la sestina del poltrone che accompagnava a Varsavia l'Arci-
vescovo di Seleucia. calceoli laus est ad pedem apte convenire8,
come la ciabatta fagiuolaia al piede varo del prelato e alla podagra
del granduca. ma il primo Seleuco Nicatore non apparteneva al ge-
nere phaseolus, non al genere dolicos.
  Mentre gli uccelli nel bosco s'accordano, I'uggia di Valerio Ca-
tullo sbaviglia da Sirmio: 'O saeclum insapiens et infacetum!'9
  Mentre intingo la penna ottusa [in quell'inchiostro nero di Vigo-
darzere che solo d nerissimo ingegno a qualsisia come 'il solo che
da parecchi anni usa pe' suoi manoscritti Gabriele d'Annunzio] fra-
telmo in debiti e in iscandali da Sirmio venusta, non senza cachinno,
mi soggiunge: 'Castum esse decet pium poetam ipsum, versiculos
nihil necessest, qui tum denique habent salem ac leporem, si sunt
molliculi ac parum pudici et quod pruriat incitare possunt, non dico
pueris..."

Elena,  vano il gemito. non odo.
Se forte sii come le schiere ache,
io giovine ti dmo. non ti lodo
come il vegliardo in su le Porte Scee.
Nell'anelito madida io t'agogno:
nova ti fanno il desiderio e il sogno.

Elena, il tuo madore  una rugiada
stillante sopra uno stillante miele.
Un alito d 'amor sopra una spada?
O Spada dell'arcangelo Ariele!
Ma il cspite che l'nguine t'infiora
non  come l'ascella dell 'Aurora?

Piacente sopra te, quanto mi piaci!
Assai pi d 'ogni frutto e d 'ogni fiore,
assai pi d 'ogni fonte. ne' tuoi baci
la musica e il silenzio del sapore

7 N sono dubbioso d'animo. (N.d.C.)
S  8 E vanto dello stivaletto adattarsi convenientemente al piede. (N.d C.)
 r;    90 et stolta e insipida! (Nd.C.)
~'    10 E conveniente che lo stesso pio poeta sia casto, non  necessario che faccia
;   versi leggeri che quindi abbiano finezza e grazia, se sono molli e non abbastanza
pudlchi e possono incitare ci che prude, non dico ai fanciulli... (N.dC.)
s'avvicendan cos che tu m'insegni
I 'arte dell 'ape ne' suoi favi pregni.

Frutteto modulato dal mioflauto,
scandito brolo dalla mia misura
munifico piacere, amore lauto
di freschezza ora acerba ora matura
Hele~ne, io sono alla divina mensa
una divinit breve et immensa.

Non mi disseto n mi sazio.  scarsa
ahi, la sorgente della tua saliva.
Non cavo, se la gola m' riarsa,
gora di sangue dalla carne viva.
Se abbocco i pomi, se i ginocchi lisci
rdo, tanto urli che m'impietosisci.

Cos talor m' l'nguine coltello
di furibondo contro furibonda.
n bene scosso amplesso m' macello
che non di sangue il vasto letto inonda.
Il non bevuto nttare si spande
e il non vermiglio eccidio  gaudio grande.

Verso i lavacri, tu ti snodi e t'alzi
e balzi molle nube ove celato
sia l'a;co dlio. i tuoi be' piedi scalzi
fanno de' miei tappeti un fresco prato.
Pur invertita m'ardi in ogni vena,
alta Aphrodita dalla ricca schiena.

Forma che cos pura t'arrotondi,
l dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!

Via d'oro che nel tuo cominciamento
lanuginosa come l'albicocca
t'avvalli, forse valico al portento
ambiguo t'offri. al dardo che t'imbrocca,
E~Fvrl l l, forse giova il curvo errore,
se il dubbio nel ferir giovi all 'Amore.

La tua divinit biforme strazia
il desiderio. fra il tuo mento e il pollice
del tuo piede una melodia si spazia
quasi pimplea. ma tra la nuca e il poplite
insino al tuo calcagno tinto in minio
la dolosa Pertunda ha il suo dominio.

Bfora, non tra il ritto e il rovescio
d'alcuna sua medaglia il Pisanello
mai mi part come tu suoli, a sbiescio
atteggiata nel lepido tranello.
Perch dita sol m'ebbi cinque e cinque
e l'undecimo solo? utrinde, utrinque.

Cos con studio strenuo m'ingegno
di circondurti come il chiarofiume
che te creata levig per segno
della progenie, o tu color di fiume.

Elena. (N.d.C.).

Nella greca mia mente Euclide istesso
tra circolo e triangolo  perplesso.

'Q x~a,ap a,cp~
Xpu~opa17. Ia lingua degli iddii
ti parlo. e tu mi ridi. il tuo sorriso
 un modo eolio che di Psappha udii
in Mitylana, oplte non fuggiasco.
M x 13. parlo, e in te mi pasco.

MEX0~Z~. colan nelle vene,
quasi studio d 'ancor disgiunte bocche,
le liquefatte sillabe. llap~vF
~v xr~,oa~vl4, o dalle intonse ciocche
ru,epEv~al5. tu m'intendi
e mi ridi e m'eludi, e t'avvicendi.

lo, non oplite Alceo che targa ed asta
lasci al nemico, io ben da modo eolio
appresi a  rav~,ua~ov 16. mi ba
'Osare l'inosabile'  il mio scolio
d'eroe, che insano illustra le parole
di Psappha tessitrice di viole.

'E~F-vrl Mou~aal7, non ti sazia
questo mio canto carico di frutti?
Ilyxs~prov ao~vl3. vico di grazia
Malea~ro, per te che non rilutti,
~o~r~ox19 per te che mi secondi,
e ti alterni, e m'eludi in dove abbondi.

Ma che val Meleagro avere io vinto
per vincer di freschezza ogni tuo gioco?
Per te non tesso il giglio col giacinto,
non intreccio l'anmone et il croco.
Spargo il miei freschi frutti al chiaro fiume
del nome tuo, pome color di fiume.

Tu parli: 'lo generata fui diurna
dalfiume che d il nome alla mia gente.
Tal fiume non il cubito su l 'urna
preme, n torvo guata la corrente.
Con mille volti e senza volto arride
a quel che vede e a quel che mai non vide.

Sovvienti: un tempo era nomata Sangue
la Zancle. sotto il ponte del Crudele
scorre. alle mie due bocche allude? Iambe
le soglie di Sant'Angelo del Mele.
Chiara al sole, s'intorbida alla nube.
E s'increspa pi lene del mio pube. '

    lo dico: Figlia del chiaro fiume,
      Fr Zyx~o20, all 'ombra dell 'alcova

I'O bella, o piacente, o pi preziosa dell'oro. (NdC.).
13 O tu dolcemente sorridente. (N.d.C.).
1Tu che ti conservi vergine la vita. (N.d.C.).
15 Ninfa nel profondo. (N.d.C.).
16 Anche ogni audacia. (N.dC.).
17 Elena, cara Musa. (N.d C.).
18 Fertile canto. (N.dC.).
19O ingannatrice. (N.dC.).
20 Elena Sangro. (N.d C.).
nelle mie braccia sei color difiume
turbato appena dalla prima piova.
Fatta sei di quell 'oro avido e fresco
che passa per Sant'Angelo del Pesco.

Anche passa turbato sotto l'erte
rupi de' Marsi, recusando il cielo.
Ma il sasso per te f glia si converte
in quel marmo ineffabile che a Delo
incensatrice unto di flavo unguento
facea le iddie colore di frumento.

Cos la mia diversit ti finge
onda di fiume et opra di scarpello.
cos fluisci e induri, se ti stringe
ignuda il mio vigor sempre novello.
O Elena, cos tu t'insapori
in ogni frutto, in ogni fior t'infiori.

'Vostra piacenza tien pi di piacere
d'altra piacente, per mi piacete'
ti cant quel di Lucca antico Sere.
E sol quel canto il mio piacer ripete.
In-te, per Bonagiunta di Riccomo,
concilio ilfonte e il sasso, il boccio e il pomo.

E il mio marzo natale, ond'io son novo.
Mi riconduci l'alba della sorte.
In te tutto il mio popolo ritrovo.
Di te sono vorace, a te son forte.
O Vria, se tu sii la mia sostanza,
immortale  la vita che m'avanza.

M'appariscon gli ignoti iddii che vidi
co' miei grandi occhi aperti, e non tremai.
Riodo nel cor giovine i miei gridi
senza eco, in groppa a' miei puledri bai.
Sclfito il rosmarino il nardo il timo
la menta. alla prim'alba io sono il primo.

Or, di lungi e da presso, all'alba prima
senza preghiere albeggia la Maiella.
Tutta la neve sembra aulire in cima
de' miei pensieri, con la tua mammella.
Tutti i frutteti albeggian di rugiada
per le fiumane della mia contrada.

Su tre corde accordate in diapente
ti modulai ne' modi miei di Ortona
un canto inebriato immortalmente
che qui ti chiudo a guisa di coron.
Sviene I'alba. ti piaccia, EXFV~2l, ancora
immortalarmi in grembo all 'altra Aurora.

Finisco. finire laborem incipio22. finisco nel nome dell'Aurora. ed 
giorno chiaro,  giorno alto, forse prossimo al meriggio.
  Che mi vale il novero delle ore? questa ora  bella. sempre la pi
bella  a me quando l'ilarit cessa dal trepidare e dal baluginare per
farsi nitida come lo specchio: non lo specchio di Narcisso ma quello
ov' per mirarsi la Malinconia.

  21 Vedi nota 11.
  22 Comincio a finire l'opera. (N.d C.)

  Mi volgo alla parete dove l'Aurora di Michelangelo s'adagia se-
condo la curva dell'arca di Lorenzo, adunando l'infinito della volutt
nella sua forma sculta da colui che animoque et corpore castus non
conobbe se non quella mammella e quella coscia di sasso.
  Se non erro, ventisette  il numero di queste sestine composte d'un
soffio. o questa  una sola strofe, la Strofe Lunga, di men che du-
gento respiri, di men che trenta pause?
  Gi Maia m'insegn 'tre volte sette' all'artefice che invan tentava
di sciogliere il suo nodo.

Le sette Pleiadi ardenti
e le tre Criti leni
le stelle dell'Orsa e le Parche,
in rapido giro costrinse.

  Nelle grandi strofe di 'Laus Vitae' I'occhio esperto scopre i dise-
gni metrici dell'Ode e del Coro come le filigrane nella carta nobile.
potrei dire, per farmi intendere, che ogni strofa  filigranata di proso-
dia greca. ma nessuno m'intenderebbe se non un solo--ellenista,
contrappuntista, poeta--che si chiama Ettore Romagnoli. son certo
che s'io gli mandassi a leggere sorridendo questo carmen votivum,
questo gioco d'un mattino di primavera, egli direbbe avere io dimo-
strato come la sestina di Pietro Paolo Parzanese possa a un tratto pa-
rere il metro pi novo del novissimo secolo.
  Anche questa Strofe Lunga, forse per ammenda di tanta orizzonta-
lit, fu composta tutta in piedi come la 'Laus Vitae' [con una lena
non interrotta pur dalla campana di mezzod, che ancor si tace] su
quella industriosissima scrivania monacale che celava non un cala-
maio ma una polla d'inchiostro in una irsuta selvetta di penne, men-
tre su l'attigua tavola era disteso il rtolo con la figurazione della Si-
stina intiera.
  Non filigranata di prosodia greca  questa; ma gli emistichii saffici,
e anco quelli di Praxilla, son disciolti nel mio endecasillabo cos che
le sillabe veramente sembran liquefatte.

            Il tuo sorriso
 un modo eio che di Psappha udii
in MitYIana, o~lte non fuggiasco.
M~XXCXO~UF~23. parlo, e in te mi pasco.

M~XhXOF. colan nelle vene,
quasi studio d 'ancor dis~iunte bocche
le liquefatte sillabe. Il~aQ~Fv~
~v xF~xxv24 o dalle intonse ciocche
tu,FvE~vpa25. ru m'intendi

e mi ridi e m'eludi, e t'avvicendi.

Ma l'ultimo frammento dell'ode saffica E~'Ep~vav25 sfolgora

23Vedi nota 13.
24Vedi nota 14.
25Vedi nota 15.
26 All'arrnata. (N.d C.)
U ANNUN~I()/LlLK()ik~

alla sommit del mio spirito: non baleno lesbiaco ma adriaco, non di
Mitylana ma di Veglia. ben dovent latino in prua del guscio di Buc-
cari. 'A~7~av~0~,ua~0v27.
Suona la campana di bordo? o quella di mezzod?
  'Non odo' come nell'inizio del carme. o mi par di udire sotto la
gronda il grido della prima rondine reduce dal portico della corte nel
tempio d'Iside.
  Chi cammina? Ia poesia pellegrina d'infinito?
  Vidi un giorno le impronte dei pellegrini nel tempio d'Iside in Phi-
lae. stampate erano nella pietra arenaria. mi curvai, quasi mi colcai:
quivi mi consumai, mi dileguai.
  E non pi seppi se le orme fossero immobili senza memoria: o se
il mio stesso male senza figura o se le mille figure de' miei mali
traessero nel pellegrinaggio senza meta, come oggi, come in que-
st'ora, come in questi attimi, le orme de' piedi faticosi calcate nell'a-
renaria dei millennii.

  Chi mai; oggi e nei secoli, potr indovinare quel che di me ho io
voluto nascondere?
  V' un inumano piacere nell'essere disconosciuto, e nell'adoprarsi
a esser disconosciuto. inumano? forse divino. forse lo conosco io
solo. sinceramente io solo so assaporarlo e di continuo rinnovellarlo.
  Parlo d'un mio libro in lavoro e di certe intenzioni recondite che io
nascondo sotto le apparenze dello stil narrativo. nello studio di un
pittore meravigliosamente matto.
  Egli mi mostra un de' suoi quadri poggiato alla spalliera d'una
sedia da cucina. e mi dice: 'guarda questa tela. guardala bene. tu sei
forse l'unico scrittore che s'intende di pittura come se abbia sempre
tenuto e tenga in mano il pennello invece della penna. guardala. ti
pare un buon ritratto? --credo--il ritratto di Tazio Nuvolari da
Mantova. per me non  se non un motivo, un tema, come si dice nel-
I'arte musica. ma il soggetto vero [poich nella smisurata Beozia che
 oggi l'intero orbe terracqueo permane il pregiudizio e l'obbligo del
soggetto!] il mio soggetto vero  una penetrazione di triangoli, una
invenzione e una meditazione di due dimensioni, una violazione li-
neare dei misteri dello spazio ch'io suppongo vuotato d'ogni specie
di volumi. or fa tu questo con le tue parole, se ti riesce.' risposi:
'ecco' ...

  Sono le prime ore del mattino di febbraio: le quattro. il silenzio 
proprio quello di sotterra.
  Acuisco l'orecchio. gli uccelli dormono tra le foglie degli alberi di
magnolia non caduchi. il battello  nel porto, in un de' piccoli porti
del Lago. il fremito marino del Lago  placato. il vento si tace. Ia mia
casa dorme quel sonno che nelle prime ore del mattino  pi oblioso
e profondo.
  Perch in me un'ansia oscura chiede una voce di vita? una voce in-

  27 Vedi nota 16.

           LILKUL~iKLlU                               4~J~

tempestiva di risveglio? perch distolgo lo sguardo dai sublin~i ca-
valli mutilati di Helios, anelando a una espressione scultoria dell'arte
mia? perch io cangio in rosso il colore del rnio animo nel fisare il
gagliardetto rosso di Dalmazia legato alla mia vecchia lancia di lan-
ciere bianco?
  Eppur sentii e dichiarai che l'Azione  constretta e vana, soltanto
l'Arte essendo senza limiti.
  O potenza occulta di quella coppa verde di Persia, di quel verde
lambicco di Persia, di quella vasta tazza verde di Murano!

  Un abate francioso--autore di una istoria delle Amazoni--af-
ferma che nella Cappadocia rimase una specie di discendenza dege-
nere pur conservando i costumi delle originarie eroine.
  Usavano queste portar su la casside un'idra, o una fauce di tigre, o
un teschio di molosso, o un avoltoio dalle aperte ali. ma Thalestris,
per superar d'orrore e di minaccia ogni altra insegna, portava in guisa
di cimiere un viso d'uomo.
  L'istoria dell'abate fu impressa, se non mi inganna il frontispizio
un po' guasto, in Parigi 'par la Compagnie des Libraires--avec ap-
probation et privilge du Roi'28 nell'anno 1756 presso una socia di
nome 'Veuve Bordelet vis--vis les Jsuites'.
  Ora nel medesimo anno appunto, nel mille settecento cinquantasei,
nasceva l'ultima delle Amazoni, I'estrema della discendenza dege-
nere: una Valois del sangue regale dei Valois per la linea de' Cape-
tingi e quindi dal girone quinto del 'Purgatorio' ove Dante danna
Ugo Ciapetta 'radice della mala pianta'.
  Ultima delle Amazoni Jeanne de Valois nacque con una sola
mammella, con la sinistra, com' nei 'Mmoires' di Claude Beugnot
che l'ebbe senza camicia nelle sue braccia e com' confermato da
ben altri testimonii nella successione degli anni. forse nelle origini
eroiche sul Termodonte per molte geniture le Amazoni si bruciarono
la mammella destra con una teda non tolta a Cupido, o col ferro si
mutilarono; ma dopo. quasi in premio della feroce costanza, nacquero
elle senza pi traccia di cicatrice. e invano parvero pi desiderabili.
  Jeanne de Valois fu dunque della grande stirpe. dalla spalla destra
alla cintura la sua pelle fu liscia come la guancia, come la coscia. ed
ella fu prode e invitta al paragone di tutti gli uomini, incontro alla
suina pusillanimit e alla ignominiosa bassezza del Cardinal de
Rohan Grande Elemosiniere di Francia. or com' che l'ultima delle
Amazoni odiatrici implacabili dei maschi--qual fu Ippolita contra
Ercole, Antiope contra Teseo, Pentesilea contr' Achille, Tomiri contra
Ciro, Talestri contr'Alessandro--com' che l'ultima si trasmuti in
una Circe figlia del Sole insidiosa e perigliosa? in una venefica maga
ignita di fuochi insani, in una maestra di libidini intesa a rendere de-
menti i suoi prochi? in un'altra figlia del Sole cupida del toro, se

  28 Dalla Compagnia dei Librai, con approvazione e privilegio del Re. (N.d C.).
quell'osceno suo Rteaux de Villette merita dalle croniche il sopran-
nome di 'Taureau de la petite-fille des Valois'?29
  Non seguo se non il suo fato amazonio. Iascio perdere nella chia-
vica la collana della Regina ridotta in pezzi dagli spaventi dolosi di
Maria Antonietta. Iascio alla lotta audace e seguace della lunga pro-
cedura la Comtesse Jeanne de La Motte de Luz de Saint-Rmy de
Valois. adotto per quest'ultima delle Amazoni il nome di Thalestris
che le diede la disperatissima passione di Gabriel Alain seigneur
d'Annour giovine gentiluomo di Sciampagna ornato di tutte lettere.
  Non dopo la sua condanna alla fustigazione al marchio d' infamia e
al perpetuo serrame in un ospedale, ma quando nella carcere di cu-
stodia le fu letta la sentenza atroce, Thalestris subitamente si mostr
di statura e di possa formidabile come sul Termodonte. per lei la
Senna si fece tributaria del fiume sanguigno che arrossa di stragi
Temiscira.
  Gli impeti del suo furore scotevano le muraglie lugubri cos che gli
urli e le accuse e le ingiurie e le minacce e le bestemmie sembravano
non riscoppiar da una fauce sola ma risollevar da tutti gli echi delle
segrete e de' pozzi e de' trabocchi e delle cisterne irte di punte o
folte di bestie turpi il clamore della ribellione e della tradigione, I'u-
lulato del rogo e della tortura, lo strido della giustizia e dell' ingiusti-
zia, il discordo dell'imprecante e supplicante dolore, dell'innocenza e
della scelleranza, dell'orgoglio e della codardia, in pi di cinque se-
coli tiranni, dal conestabile al vescovo, dall'eretico al regicida, dal
ladrone al monetario.
  Non l'odio di Thalestris ma di tutta la sua torma feminea. nulla va-
leva ad ammutire e incatenare il meraviglioso mostro, a domar l'in-
trepidit della stirpe dal vedovo petto, e dal rugghio leonino. i giudici
i carcerieri gli esecutori i birri, e simile marmaglia, percossero sfre-
giarono strangolarono a mezzo l'ultima delle Amazoni. imperversava
ella con una voce di tuono inesausta. obbrobrii improperii vituperii
non restavano, non cessavano, n affiocavano, simili alle cento lin-
gue della fiamma vindice.
  Atterrata, schiacciata, tenuta per i capelli, pat al fine dai mani-
goldi il bavaglio. trascinata fu sul palco, dinanzi il Palagio di Giusti-
zia, per esser fustigata e marchiata. il bavaglio non le impediva l'urlo
continuo, mentre la indomita si dibatteva si torceva si scrollava con
tanta furia che il marchio rovente manc la spalla per imprimersi
quasi intiero nel luogo della mammella amazonia, su la purit del
petto amazonio serbato alla corda dell'arco infallibile.
  Livida e sanguinante, tuttora legata e imbavagliata, Thalestris fu
condotta in una carretta di beccaio al vecchio Ospedale che prende il
nome dal salnitro.
  Rinchiusa in una specie di casamatta, segregata dal secolo, al tutto
fuori del mondo, ella non cessava d'imprecare accusare ingiuriare
minacciare, ridendosi dei castighi, beffandosi delle rappresaglie, al-
ternando le notti insonni co' profondi letarghi.

29 11 Toro della nipotina dei Valois. (N.d.C.).

L115KUL~JKLIU

  Insonne e pervigile viveva Gabriel Alain seigneur d'Annour, arso
dal suo vano amore di terra lontana, riarso dal torrido soffio d'Asia,
non dissetato dall'acqua mortifera del Termodonte.
  Grandi le meraviglie, lepide furono e discordi le dicerie, irriverenti
i motteggi i sospetti i supposti contro quell'Austriaca gi devota al
patibolo che tuttora sbigottivano i resti della Collana e le perfidie dei
gioiellieri di Londra, quando si scoperse improvviso lo scampo della
Spiritata dalla sua casamatta in pieno giorno [udite! udite!] travestita
da maschio.
  Aveva potuto non difficilmente rifugiarsi a Londra. non era rie-
scito il sire d'Annour a condurle nella carcere dell'Ospedale la dama
di Lamballe portatrice d'oro e di consiglio? e pi tardi, quando l'A-
mazone reinvelen nel rancore contro l'Austriaca per quel marchio
infame che rinnovato avea la cicatrice dell'antica torcia, quando ap-
prest le vendette scrivendo le sue Memorie inagrite dall'acerrima
complicit d' altri esuli, non sopraggiunse la dama di Polignac a
comperare il silenzio con oro patteggiato senza parsimonia?
  Tralascio l'osservanza del patto composto senza il latino tangere
dextras; tralascio il tentativo di ritorno in Francia a far bandiera di ri-
catto contro il patto; tralascio le dubbie avventure.
  Seguo fino alla catastrofe il fato amazonio.
  Giammai placata e non inerme 'Thalestris la reina' ben sapeva, fra
tante insidie coperte e simulate alleanze, fra tante maschere note e
nove, fra tanti intrichi e inganni, ben sapeva come soltanto la morte
potesse eternare su la sua bella bocca il suo silenzio. viveva sempre
in su l'avviso, attentissima sempre a non esser sorpresa, aguatando
continuo il rischio che l'aguatava continuo. cauta, circospetta, ratte-
nuta, s'era scelta una casa alta come una torre di vedetta. Ia sua fine-
stra era una specola, donde ella spiava i nemici e osservava le stelle.
  Gabriel Alain d'Annour sapeva che nella Cappadocia ricca di
onice, fra il Tauro e la Licaonia, molto erano in pregio una pietra
translucida adatta per le finestre e una pietra bianca adoperata per
fare le impugnature alle spade. anch'egli osservava le stelle ma si
stava a una stella fiso e conosceva la sua propria sorte; cosicch di
quella pietra bianca s`ebbe il manico a una sua coltella di rarissima
tempera.
  Da pi sere Thalestris stava alle vedette insospettita dell'apparir
frequente d'uomini insoliti. Ii vide quella sera entrar per la porta di
strada. origli: traud alcuna parola sommessa. dubit non salissero
per forzar l'uscio di scala e impadronirsi di lei o di documenti della
imputazione o d'altre segrete carte. non diede voce; rimase Immoblle,
come a fingersi assente. quando s'accorse che l'uscio era per cedere,
con tremendo ardire scavalc il davanzale e con tutto il corpo nel
vuoto s' appese alla sbarra traversa, strinse il ferro della spranga nelle
due mani forti, si affid alla resistenza dei polsi e delle ascelle, rest
muta, senza vertigine.
  Entrarono gli strani; si diedero a cercare, non contennero il grido
dello stupore nel fallimento. 'non c'!'
  Il sorriso immortale dello stratagemma pass nelle gelide labbra
dell'Amazone sospesa, nel coraggio dell'Ultima Amazone: di Jeanne
de Valois chiamata Thalestris da Eros.
  Tra quegli innominati colui non privo di nome si accost al davan-
zale, Sl chin, scopr due pallide mani che solcavano d'azzurro le
vene gonfie. vide le mani disserrarsi. gitt l'anima nel grido Gabriel
Alain d'Annour. non di Thalestris grido rispose ma il tonfo del corpo
sfragellato nella via publica.
  Gi si prostravano gli innominati intorno alla salma senza ardirsi
di toccarla. solo Gabriel Alain si stava in ginocchio curvo sul petto
dell'Amazone.
  Tutte le ossa erano infrante: erano un tritume senza alcun dolore
nel fasciame della carne intatto, entro il perfetto involucro della bel-
lezza esangue. non appariva alcuna traccia cruenta. impenetrabile il
crine celava il volto che da occhi mortali non poteva esser mirato in
terra.
  Udendo appressarsi la pattuglia notturna di ronda, con un rapido
gesto transumano il magato trasse la sua coltella dal manico di pietra
bianca e tagli a raso la mammella sinistra di Thalestris, ch'era esan-
gue. tenendola in ambo le mani come una coppa, si mise a corso
della fuga: scomparve.
  And in cerca di Cagliostro, senza sosta, senza respiro. il siciliano
famigliare dell'Austriaca e della Valois e del Cardinale per alcun
tempo, non aveva maneggiato annodato imbrogliato l'affare della
Collana? non era stato egli assolto?
  Portentoso maestro in alchmia egli prima dell'alba seppe restituire
al supplice la mammella alchimiata dell'ultima Amazone
  Ora io la posseggo, questa coppa della perfezione. io la custodisco
nello scrigno dei gioiellieri Boehmer e Bassenge, nel forzieretto di
sorbo a lamine d'oro e a smalti, che contenne la Collana della Regina
moglie del decimo sesto Luigi. donato mi fu per grazia da Robert de
Montesquiou Fezensac, dal poeta delle Perle Rosse e de' Vispistrelli
discendente del Conte d'Artagnan maresciallo di Francia e di quei
Montesquiou che dopo la battaglia di Jarnac nel 1569 uccise il prin-
cipe di Cond Z10 paterno d'Enrico quarto, I'uccise a bruciapelo con
un colpo di pistola--emulo cattolico di Fabrizio Maramaldo--
mentre il protestante ferito si lasciava fasciare seduto sotto un albero
no ile.

  Tralascio la penna affannato dal ritrovamento di un'altra arte.
  Penso ai mirabilii studii dei cavalli dell'epoca Tang--nella China
dei prodigi reconditi--e ai mostri partoriti da una smisurata imagi-
nazione.
  Certi draghi d'arte chinese mi sembrano metamorfosi di animali in
pensieri in frodi in lascivie in paure in atroci sogni.
  Perch tanto m'attrae fra tutte le arti l'arte del grande animaliere~
  Sicuramente scrivo animaliere e non animalista riapro il mio
Dante e ritrovo in margine della decima bolgia questa nota che  del
tempo quando frequentavo in Romena di Casentino Mastro Adamo
'ecco nel "monetier" I'esempio che assolve il mio animaliere.' e mi

rallegro come se nella mia officina afosa discendessero all'improv-
viso da' verdi colli i cruschevoli ruscelletti.
  Stanotte prolungo la pausa per confrontare sapientemente un leone
egizio dell'epoca tolomaica e un leone epico di Antonio Barye.

  La sua pelle liscia riluce ne' ginocchi come l'avorio della statua in
punto d'incarnarsi pel talamo dello scultore ciprio subitamente di-
mentico delle Proptidi impudiche e del suo vto marino.
  L'ombra fra le sue spalle mi fa pensare talvolta a quelle palate di
frumento che l'omo dell'aia getta contro l'aura:--quasi carne venti-
lata in un balenio di giochi solari, quasi oro numeroso che dia fame e
non si faccia pane.
  Tutti i suoi rilievi si succedono come la quantit delle sillabe in
una strofe greca o latina, creando una melodia che si dilegua come
quella della strofe nella voce di chi la rcita, e si riforma nella strofe
seguente: una e diversa, regolata e libera, diffusa e contratta.
  Penso allo schema costante della strofe, che vive dentro le parole
sempre varie nell'ode vivente.
  Come con l'espressione agguaglier l'apparizione?
  S'ella danza, mi dispero.
  Il gioco dei malleoli; il piede lungo e stretto dal pollice divaricato
e dalle unghie dipinte come balauste; il tallone che sembra coperto
dalla buccia sottile d'una piccola melagrana tra rosata e dorata.
  Le mammelle talvolta paiono velarsi come per caste palpebre, con
l'analogia dello sguardo velato dai cigli.
  [Cercare, trovare.] le braccia svelte, smilze presso le gmita come
le cosce di sopra le ginocchia.
  Nella gamba la lucentezza del fsolo e--quasi parallela--la
tenue scanalatura ionica.
  Vive per esser bella,  belia per vivere.
  L'arte della sua cura cutanea di miele, di alcool purissimo, di un-
guenti ed essenze ignoti ai ricettarii d'ogni tempo e d'ogni razza--
aute ch'ella nasconde e rinnova--tende a ottenere per tutto il VISO e
per tutto il corpo un colore eguale, simile a quello dei simulacri di
avorio o di parlo.
  La nudit del viso non differisce dalla nudit del seno, delle
gambe, de' piedi: maraviglioso e quasi soprannaturale effetto in una
creatura vivente.
  Ma dimostra, se puoi, come soltanto dalla luce e dall'ombra Sl ge-
neri in lei l'animazione della materia, di tutte le materie, attraverso la
bellezza e la volutt.
  E com' che, o disperato Pygmalion, la sua pelle nelle regioni plU
soavi par quasi azzurrina?
  Si dice che gli antichi usassero deporre su' margini de' pOZZI e
delle cisterne gli avorii per difenderli dalle fenditure della soverchia
aridit; e che dopo qualche tempo il profondo pallore incominciasse a
pendere nel ceruelo.

   In talune cose di pregio congegnate di avorio accadeva che i pezzi
per l'alido si disunissero riseccandosi. per ci era costume i simulacri
eburnei o criselefantini tenerli in luogo fresco unti con olio. in Epi-
dauro il simulacro di Asclepio posava su la sponda d'un pozzo vivido.
COSI credeano gli Asclepiadi impedire che riseccasse.

   Odo le ultime parole del Despota che senza volgersi passa la soglia
della mia officina: '...dai pi astrusi problemi dell'Essere alle pi
concise formule chimiche
   dal segreto orfico della sillaba fatta semenza al fango impresso
degli angiporti...'
   Serro la fronte tra le mie mani che hanno tradito gli studii.

  Io gi capo di alati prdico a me scrittore il pregio di quegli attimi
che sembrano oscillare sotto un fremito d'ala.

  La mia gente i miei amici i miei seguaci io li prendo sbito, col
baleno d'uno sguardo: immantinente, dico svecchiando un pentasil-
labo. respingo gli altri.
  So quelli che mi ascoltano, conosco quelli che non mi ascoltano
fin dalle prime parole. modulo la mia voce per sedurre per incantare
per domare. se fallisco, faccio il gesto ironico e iroso di chi stronca e
scaglia un raro strumento. e d'un fiato bevo un bicchier d'acqua.

  Io son nato per studiare per comprendere per apprendere: questo
significa ch'io son nato per possedere.
  Fra tutte le creature della terra la donna  quella che noi possiamo
plU profondamente apprendere. or  cos giustificata--secondo il
cervello, calido cerebro auctore--I'assidua mia frequentazione.

  A chiarezza di me. io sono vicino alle cose--a tutte le cose, alle
cose universe--pi che qualunque altro uomo, pi che qualsivoglia
animale nei numerati e innumerati elementi. ridendo ripenso a una
certa 'Fiola de' quattro elementi' ch'era tra gli strumenti di fisica
adunati nella vetrma scolastica, prediletto fra i miei giochi furtivi, al
tempo del collegio toscano. non agitavo me nell'agitarla, per poi at-
tendere che le mescolate diversit si separassero e tornassero alla

  Io non ho mai conosciuto la quiete, non ho riposo mai.
  A chiarezza di me.

  Troppe volte ho promesso di scrivere il mio incontro con l'abate
Liszt nei giorni della mia prima giovinezza quando nel suo antro ci-
clopico delle Terme di Diocleziano lo scultore Moie Ezekiel atten-
deva a scolpire quel suo torso possente, quel gran capo chiomato
quella bietta d'osso ch'era il conio della volont contrassegnato dal-
I irta verruca.
  Il mio impeto nell'entrare inconscio e il mio rossore nel trovarmi
dinanzi a lui gli piacquero. pi gli piacque la mia conoscenza di al-
cuni SUOI libri. e con infinita grazia egli mi invit alla Villa d'Este,

circa mite solum Tiburis, promettendomi di sonare per me solo nella
notte di luna.
Ecco un artista regio anche nel donare.
  Giova che io difformi nel ricordo quelle grandi ore? mi bisogne-
rebbe tradurre quel suo poema sinfonico di Orfeo, tanto puro di
forma, tanto novo di soffio--mal noto, quasi obliato.
  Avendo la statura di un creatore, egli era un creatore.
  Dalle 'Variazioni sopra un basso continuo' di Sebastiano Bach alla
'Sinfonia dantesca', quanta dovizia nell'invenzione, quanto ardore
nell'abbondanza, quanto ardire nell'architettura!  giusto opporgli
quell'eccesso di 'virtuosit' che troppe volte ci affatica e Cl forva?
  Una dama inghilese amica del cavalier d'Orsay diceva graziosa-
mente: 'quel dommage qu' on ait un homme pareil devant un piano ! ' 30
  Inconsapevole profondit del motto. s, in Franz Liszt il 'virtuoso'
ci vela o cela il creatore: creatore di arte e animatore di vita: precur-
sore d'ogni musica nova, amico unanime, amante eccelso, maschio
leonino.

  In fiume d'Italia ho conosciuto intera la diversit fra l'orazione
scritta e l'orazione improvvisa.
  Veramente quella mezza ora che il mio spirito e la mia volont di
dominio vivevano prima ch'io apparissi alla ringhiera, quella misura
di tempo senza misura m'era sublime.
  Il popolo tumultuava e urlava chiamandomi. sotto le mie finestre
la disumana massa umana estuava ribolliva riscoppiava come la ma-
teria in fusione. io dovevo rispondere alla sua angoscia, dovevo esal-
tare la sua speranza, dovevo rendere sempre pi cieca la sua dedi-
zione, sempre pi rovente il suo amore a me, a me solo. e questo con
la mia presenza, con la mia voce, col mio gesto, con la mia faccia
pallida, col mio sguardo di guercio.
  O misterioso contrappunto! senza determinare la mia eloquenza
e il mio accento, accordavo a quel diffuso e confuso clamore non
so qual clangore della volont, non so quali squilli dell'imperio. cer-
te cadenze, certe clausole mi balenavano dentro come quei baleni
che appariscono a fior del metallo strutto, ai margini della fossa fu-
soria.
  Una forza non pi contenibile mi saliva allora al sommo del petto,
mi anelava nella gola: credo mi soffiasse non so che fluorescenza o
fosforescenza fra i denti e le labbra. gittavo un grido. i miei ufficiali
accorrevano, spalancavano la porta, facevano ala. con un passo vio-
lento come lo scatto della balestra andavo alla ringhiera. andavo ad
bestias3l. ad animos32? s, al popolo.
  M'entrava nell'occhio superstite una stella del cielo, una nube la-
cera, un lampo del Carnaro in burrasca, un raggio del mio dio re-
pente.

  30 Che peccato, che si abbia un uomo simile davanti a un piano! (N.d.C.).
  31 In bestia. (N.d.C.).
  32 In impeto. (N.d.C.).
  33 Esperto a suscitare vigoria ai ritmi. (N.d.C.).
  Parlavo. doctus numeris intendere nervos33? io costringevo la mia
passione a un numero inaudito.

  Trovo questo fratellevole epigramma nell'antiporta del 'lavoretto
bibliografico' di Bartolommeo Gamba stampato in Bassano con R.
permissione. Io trascrivo dopo averlo polito senza emendarlo.  se-
gnato del 5 gennaio 1805.

Le tue parole assempran le galline
d'un gallo senza cresta e senza canto.
N'esce il pensiere come l'ovo caldo
in premio alle massaie mattutine.

   Mi piace l'acume critico, la severit concisa, I'acredine sprezzante
di Giulio Cesare scrittore; del prosatore insuperabile di que' Comen-
tarii che l'arpinate dichiara ignudi.
   Mi piace il suo giudizio contro Cicerone appunto, contro Varrone,
contro Afranio, e pur contro Orazio e Ovidio.
   Disse Cesare [di Terenzio Publius Terentius Afer forse cartaginese]
disse:
   'O dimidiate Menander!'

   Chi mi trova, chi mi presta il libercolo 'De orthographia' di Teren-


  Sopra il guscio di una testuggine terrestre la Venere fidiaca poggia
il piede pernicioso.

  Dell'amicizia.
  Il fiore dell'amicizia  un fiore di lontananza; 'amist di terra lon-
tana si potrebbe dire come dell'amore di Gianfr Rudl.
  La comunanza della vita cotidiana logora anche l'amicizia.
  L'amicizia allontanata non invecchia.
  Per Adolfo mi sentivo sempre il giovine cavaliere in sella che so-
stava alla soglia della sua casa lungo il Mugnone. per Annibale mi
sentivo sempre il giovine amatore di monne e di testi: quegli che par-
lava del bel libro come della muliere bella. per Ferdinando mi sen-
tlvo sempre l'alunno del collegio di Prato, lo scrittore della prima
novella, il novellatore quindicenne di 'Cincinnato'.
  Oim, in contraddizione, al rimpianto si accompagna il rammarico
di non aver da vicino assaporato l'amicizia degli ultimi anni: il ram-
marico delle neglette visitazioni, il rammarico delle neglette assi-
st nze, il rimorso di non aver sofferto per loro allo spettacolo del
u~reuieme, allo spettacolo della morte urgente.
  E I a n v o s c i a d i n o n l V r r A h h _ t I n 7 I I
                         lla~, I dll~;U~i~;lU do-
manda: 'ora che doner? come dimostrer il mio amore?'
  Medito i1 costume antico: lo scavamento della fossa
  rni sembra che il solo rito terrestre e disperato sia scavare la fossa
  di ciascuno, solo, con le mie mani, con la mia vanga.
  Nella muta natte la presenza creata da' miei pensieri  illusoria. si
  sono essi adeguati al nulla. adeguarsi a loro nel nulla  possibile; im-
  possibile  raggiungerli, ricongiungersi co' loro spiriti. un solo  il
  rito: scavare la fossa, confidare il corpo esanime alla terra, pensare
  che tutto  finito, che tutto finisce con l'esalato respiro.
  Ma, a chi militante sdegn di volgersi indietro, ecco che il Passato
risuscita, ecco che il Passato si solleva e si rilieva. Ia memoria di-
venta sovrana. Ia memoria fa delle sue imagini una vita pi forte e
pi penosa della vita presente.
  Il collegio della Cicogna. Ia conquista di Roma. Ia necessit dell'e-
sempio eroico. i giorni toscani, i giorni romani, i giorni d'esilio. il
senso della vita consunta. Ia vecchiezza inevitabile. Ia sorda fossa. Ia
gloria sopravvivente: vil mutevolezza delle moltitudini, vaniloquio e
turpiloquio dell'Opinione. me luridus occupat horror34.
  Carpe diem35? disciplina ascetica?
  Attrarre ogni cosa ogni evento ogni apparenza nella mia arte, nelle
mie arti: questa  la mia legge.

  Da quasi vent'anni io nutro di me il mio libro intitolato BUONAR-
ROTA. non potr mai dire le vicissitudini di questa concezione che
per verit  una specie di gestazione mentale. Ia mia creatura, avida e
tirannica, sceglie il suo nutrimento: a volta a volta assorbe e nfiuta,
esita e accoglie, distingue e raffina, dissocia e fonde. ma non di rado
la sua inquietudine si placa nel sacrifizio; 'facendo assaggio e liba-
gione al dio' come nell'Iliade.

  Bisogna che ne' paesaggi del mio libro io viti--non sempre ma
quasi sempre--il particolare minuto e che io attnbuisca alle cose,
con i pi sobrii mezzi, attitudini liriche e grandi gesti pnici e sigm-
ficazioni mistiche o mitiche.
  Di tratto in tratto, deliberatamente interrompo il racconto con im-
provvisi getti di poesia: terrestri celesti marini.

  La roccia ignuda rinviava agli uomini il canto degli uomini into-
nato in un modo novo, in un di que' modi che sa la roccia senza boc-

  oppure la roccia forata di cavit ove nidificarono e tubarono d'a-
more lascivo i colombi selvaggi nel tempo di gi.
  'Bevi l'ombra, o mare, e fanne il tuo pi cupo azzurro. Ia spiaggia
mostra all'estremo sole il suo petto umido di OZlOSO sudore'.

  'Le vele si gonfiano di vita futura, di carme fatidico, di scoperta e
di conquista, come il petto della Vergine palpitante sul tnpode. e 1
venti si tingono di colori mutevoli come i beveraggi senza nome agi-
tati nei cristalli cavi.'

  'Era un medico che le stagioni mandavano in pace senza limosina.

  34 Lo squallido orrore mi assilla. (N.d.C.).
  35 Cogli l'attimo. (N.d.C.).
la sua schiena senza pesi e senz'anni s'andava incavando come la
carrareccia delle sue vie. come i sassi delle sue vie erano i suoi piedi
senza calzari. il suo sacco simigliava alla putredine del fogliame


   'Gli uomini servili, incalzati dalla necessit dell'espiazione come i
buoi pigri dal pungolo, camminavano lungo il fiume per il verso
della corrente. da gran tempo digiuni, non potendo pi oltre serrarsi i
cintoli, premevan gli ossi dei fianchi scarni con le misere mani stra-
scicandosi in punto di basire. improvvisa l'aurora parve slargasse la
foce serena con le sue braccia di rosa. allora gli uomini sospirarono
insieme: si affratellarono in un sol sospiro pi lieve che il sospiro di
un bimbo.'

   'I miei giorni corrono per la spiaggia deserta quasi ignudi quasi
azzurrati dal freddo, violacei di freddo il viso le mani i piedi, le go-
mita e le ginocchia che mal copre il cencio. sembrano a quando a
quando zoppicare, o soffermarsi per fiatar su le punte delle dita livide.
COSI che l'et mia si allunga.'
   'Oh questo odore di tranquillo miele e di pane ancor tiepido sotto
la crosta che un doratore in ozio per mancanza di foglia d'oro tem-
per nella bocca del forno sino alla massima ricchezza e squisitezza
della sua doratura casalinga.'

   'Donna iraconda Mare senza sponda. Ia sua capellatura sconvolta
parea schiumeggiar contro le poppe erette quasi in arme, e l'arsi della
sua voce parea percotere quella schiuma bionda con la forza del
sasso scagliato a rimbalzello.'

                'Guatavano immobili, tagliati nel macigno delle mura. soltanto le
                loro palpebre senza battito avevano un guizzo celere e lieve come
             quel che appare e dispare a fior di pelle ne' cavalli generosi quasi
              aumento di pallore o brivido di luce, in un sol punto del patimento
            inumano. passavano i feriti da presso, li toccava il soffio dei mori-


              'Accese un ramo di pino; una face di pino. gialla era la fiamma. il
                fumo svolgeva l'odore della resina, un odore inebriante come quel
          dell'acquavite, dell'acqua di vita. Ia torcia si cangiava in tirso. nel
dvaolrlt,iOregtordbidllo ITe ddune s assimigliavano alle alture di Tebe risolcate

                Acqua di vita per rivivere, per rigenerarsi dalle nuvole sul mare

  Egli accese un altro ramo: la seconda e poi la terza fiaccola. e la
terra Sl gonfiava di fecondit come la nuvola pi vasta.'

  In Buonarrota, nella composizione numerosa, apro intervalli senza
numero. il llbro deve respirare tra pagina e pagina come l'edifizio per
gli intercolunnii eguali o diseguali, per gli spazii pari e impari.

  Ad esempio, voglio servirmi della straordinaria qualit di rispec-
chiamento che  nell'occhio del cavallo pi che in quel d'ogni altro
animale--secondo la mia esperienza di quadrupes eques.
  'L'occhio del cavallo specchiava la collina coronata di pini intorti,
il pioppo bianco in co del ponte, la grinta irsuta del mendicante, la
criniera cinerea di Buonarrota, le bracia insidiose di Giulietta...'
  'L'occhio del cavallo rifletteva le creste lontane dell'isola d'Elba,
sul lito i labbri crestuti della conca bivalve; rifletteva la rete della bi-
lancia da pesca, le scorie delle ferriere etrusche miste a quelle de'
forni di Piombino, le stupende gambe d'una pescatrice da nassa o da
giacchio alzata a rimirar tra le sue dita un ippocampo simile a un gio-
iello d'arte circea...'
  Mi studier di scegliere i riflessi dei gruppi pi significativi, delle
figure pi disparate; per farne quasi visibili pause, brevissimi inter-
mezzi plastici nel corso del racconto. cercher d'essere scaltro, dando
alla concisione la forza d'uno scorcio, d'un tratto di matita, d'un ri-
lievo gagliardo.
  Scaltrirsi! 'guarda, giovi ch'io ti scaltro' diceva il buon maestro
andando a' lussuriosi per il sentiere stretto. e il poeta della 'Vita
nova' fece parete al sol tra due poeti: tra Guido Guinizelli e quel-
I'Arnaldo Daniello che 'fu miglior fabbro del parlar materno'. scal-
trirsi.
  O poesia!

  Ora non pi mi serve l'occhio specchiante del cavallo. non temo di
trasporre nella piaggia etrusca--dove BUONARROTA patisce indovina
combatte dispera muore--I'intero paese d'Africa: visione lunare
soprannaturale.
  Nel mezzogiorno della Tur~isia, di l da Sinaun, lungo il confine
tripolitano, splende e arde l'orribil sabbione del settimo Cerchio. I
s'inalzano e ingroppano le vaste dune dell'Erg.
  Gli innumerevoli granelli di quelle sabbie infernali arroventati dal
sole urtando l'un contro l'altro producono un rumore di tlmpani
sordi imitano scoppii di arrni da fuoco, rugghii e mugghii di bestie
fameiiche, martello di fucine, bollore di tutte le interne caldaie del
globo terrestre, pianti e alti guai, voci alte e fioche, che si ripercotono
di cima in cima, di groppa in groppa, quasi canto arido delle dune,
che gli Chamba e i Tuareg appunto chiamano 'Canto delle Sabbie'.
  In certe ore torride sembra che tutto il deserto vibri e frema, e
canti un inno senza lira: u carme di presagio sinistro, il coro lugubre
dei piagnitori per le esequie d'iddio, I'improperio truce alla morte in-
feconda.
  Questo Canto delle Sabbie intonato al lito etrusco accompagner la
fine di Buonarrota, gloriando nella solitudine delle solitudml iI suo
transito giammai vinto in bellezza e in grandezza da valico alcuno
paradisiale o stigio.

  Perch ho abolito la letizia dello scrivere in un canto del giardino?
un vecchio toscano rammenta i piccoli letti di terra coperti di verdura
ove i greci solevano riposare all'ombra, e certi nostri studioli coperti
di gelsomini o di viti o di vitalbe.
  Una incisione di legno todesca mi risveglia il rammarico. rappre-
senta lo studiolo di Johann Othmar in Augsburg (1502).
  Il monaco studia sopra un leggo fissato nella terra buona in horto
concluso, cinto d'una siepe ben connessa, tra alberelli simili a cande-
lieri. il destro piede nudo nel sandalo  presso un'ortica che non lo
pugne. gli sono a manca arbusti tanto fievoli che la pi lieve farfalla
Ii piegherebbe.

  Sotto il ritratto di Laura Terracina inciso nel legno da Enea Vico di
Parma  scritto 'De le cose rare del mondo'.

  Un uomo della mia tempera si nutre di tutto fuorch d'incenso. i
turiferarii hanno tanta paura di me che si cangiano in abbaiatori e ab-
baiatorelli.

  La canzone popolare  quasi una rivelazione musicale del mondo
in ogni canzone popolare [vera, terrestra, nata di popolo]  una ima
gine di sogno che interpreta l'Apparenza. Ia melodia primordiale che
si manifesta nelle canzoni popolari ed  modulata in diversi modi dal-
I istinto del popolo, mi sembra la pi profonda parola su l'Essenza
del mondo.
  Ora l'alto valore del drama 'La figlia di Iorio' consiste nel suo di-
segno melodico, nell'esser cantato come una schietta canzone popo-
lare, nel contenere la rappresentazione musicale di un'antica gente
  Il mio sforzo [in verit mal dico 'sforzo' ch io composi l'intera
tragedia pastorale in diciotto giorni, tra cielo e mare, quasi obbe-
dendo al demone della stirpe che ripeteva in me i suoi cantila mia
obbedienza consisteva nel seguire la musica, col sentimento d'inven-


  Nel mattino del d festivo di Santa Caterina. Iaetitias festas exer-

  Sai come io t'avviluppi come io tenga nel mio pugno preda e
frutto come io ti scrolli e prema. o conchifera, la stanchezza ti fa di
madreperla: e l'indolenza ti lascia irrigata tuttora. e io ho fame vat-
tene. includo la contumelia e il disgusto cruschevoli in una osserva-
zlone 'intorno agli animali viventi che si trovano negli animali vi-
venti'.  di quel mio emulo nel ditirambo. 'et in vero che la pietra de'
lumaconi polverizzata produce con lo spirito di vitriuolo quello
stesso ribollimento che soglion produrre le perle le madreperle e tutte
le razze di conchiglie marine.'
  Or lasciami tu magar' a dio lo strascico lumacoso ma vattene
senza i calzari del piombo.
  Sono solo. dopo tanti giorni di nausea e di digiuno ho fame. man-
giO iI presciutto di San Daniele, il caviale di Lenine, gli aranci sici-

36 Tengo vive le gioie festive. (N.d.C.).

liani dell'insigne psichiatra Rosolino Colella, i mandarini e i berga-
motti calabri di Giuseppe Scalise; gli eroici grappoli di Luigi Rizzo
conte di Grado; lo zibibbo damasceno, i datteri di Candia, i lucumi
d'Istambul, i saltcrakers di Arthur Symons, i parrozzi di Luigi d'A-
mico, la persicata di Brescia, le zangole di Comacchio, le fragole di
California. i sapori, i sapori!
  I cavalli di Helios imminenti alla mia tavola di ventura non sono
anch'essi un sapore visivo? non son foggiati nel miele dell'Imetto
cecropio, impietrito dall'autorit di Pericle?
  Il motto del lepido sodale di Francia mi calza: 'entretenu interna-
tional en comestibles de choix'.
  Mi piace che da ogni parte della sazia terra vengano a me i sapori,
e che gli innumerevoli miei amici ne' due mondi co l'offerta mo-
strino il desiderio di gustare l'ultimo mio spirital sapore.
  'S, miei fedeli, ve lo dar. indimenticabile. io sono il miticamente
composito fra i frutti di tutti gli orti segreti. sono la persica di Tan-
talo, la melagrana di Persefone, il pomo di Atalanta, il favo nella
fauce del leone.'
  O conchifera, ecco che ricomincio a desiderarti ma per eluderti. mi
convieni perch nessun'altra forma  fatta, come la tua, per secon-
dare le mie finzioni. sei la vera amante da conio, non nel senso del
demonio dantesco in dispitto di messer Venedico Caccianimico. sei
buon conio a qualsiasi delle mie impronte. quante altre donne com-
piutamente possedevo in te, dianzi; e una fra tutte, quella che pi t'
avversa: tu sai quale.
  Se mi torni, tornami di l da me come quando ti drizzi su le reni e
poni contro la mia maschera il tuo viso raggiante di Musa o il tuo
viso mortifero di Medusa.
  Sono solo: irto di voglie ma ebro di decapitazione. ho l'arpe fal-
cata sotto gli origlieri.
  Per incitarti alla rissa ti ripeto che maestra  la nemica nelle ca-
rezze che tu credi riservate a te sola, o vanesia: nel nodo, nella catena,
nell'apparizione. nel trifoglio, nella voga sul Lete, nell'accoratoio.

  Trois coupes de 'cordon rouge'. I'ivresse pareille  l'hallucination.
notes pour LA FIGURE DE CIRE.

  La dpeche tait l: bleue, un morceau de papier bleu: quelque
chose de plus prcieux qu'un mail bleu, qu'une faience bleue de
Perse: quelque chose de profond et de riche, et de pesant dans la
main: enfin une parole de la Lointaine.
  Je me rappelle: on devait aller  Neuilly, chez le sculpteur brutal,
l-bas, dans un petit chemin qui longe un mur recouvert de verdure,
entre des jasmins rares dont une seule fleur--en cette heure d'a-
mour et de songe solitaire--me semblait parfumer le monde. elle
me dit: 'd'abord nous irons chez quelqu'un qui vend des choses trs
trangeS et peutetre belles'. sans sourire, sans me sourire.
  Elle tait habille de blanc, avec un chapeaux troit de velours noir
 la haute plume noire qui avait quelque chose d'un dfi, comme un
large couteau lev contre le ciel. elle tenait en laisse son lvrier
blanc, une bete triste, qui paraissait souffrir de devoir vivre et mar-
cher: un lvrier dtach d'une trs vieille armoirie, rendu vivant par
Je ne sais quel sortilge et condamn  vivre et  marcher.
  Nous partons. elle est intangible comme la neige de la cime. je
souffre de la voir l, dans cette automobile mdiocre. elle est expose
 toutes les taches: et il me semble qu'elle doive mourir  la premire
tache, comme l'hermine de la fable. tout est irrel, douloureux dse-
spere et divin. dans les spaces de l'ame on part ainsi pour ia der-
nire volupt, pour la mort prmdite, pour une conquete inavouable
pour une honte sublime, pour se retrouver soi-meme au fond d'un
Jardin futur.
  Elle est toute blanche. elle porte son chapeau avec je ne sais quelle
ombre de gaucherie. en vrit son corps est termin par sa tete. sa
tete est le sommet de son corps et de son ame.
  Tout ce qui est au dessus de sa tete est superflu, inutile, inquitant
--except un diadme, hormis une couronne. ou deux ailes, ou la
pense de moi.
  Je n'aime point ce chapeau, cette haute plume. je regarde son vi-
sage, je bois le blanc de ses yeux, et cette sorte de poudre ardente qui
est comme du pollen sur sa peau aride.
  Il n'y a pas de monde dans les rues, pour moi. il y a de la pierre
gnse, des lignes de pierre grise, des lignes coupantes: rien d'autre.
pas d hommes. pas de betes: de la pierre dure et muette, toute seule.
  La voiture s'arrete, comme  la limite de je ne sais quelle dsola-
tion. Ie levrier fait un bond, comme un oiseau hors de la cage, pour
s'envoler. il y a le marchepied vide: un magasin ferm: des portes
barrees: une trange chaleur, comme sur le quai d'un port, sur une
mer chaude et huileuse.
  Elle dit: 'il y a quelqu'un qui vend des merveilles de l'Extreme

  'Ah! '
  On remonte dans la voiture, je ne sais pas pourquoi, derrire les
devantures fermes je vois des merveilles bleues, des trsors bleus
des concrtions d'azur, des pates, des verreries, des pierreries bleues
  Pourquoi donc le papier de ce tlgramme me rappelle toutes les
choses que Je n'ai pas vues?
  Elle dit: 'Cor vous aime. venez.'
  Elle dit: 'Cor se meurt de vous. venez vite.'
  Elle dit: 'Cor est morte d'amour et de dsir. venez la faire revi-

  Non. elle dit: 'venez si vous l'aimez.'

  Il n'y a plus rien de bleu. tou est sombre.
  Je me dshabille. je rentre de ma course  cheval dans la Lande
J'ai la sueur de Chelubo sur mes bottes jaunes, et des poils bais. Ies
muscles de la cuisse sont encore dolents, et mes doigts aussi, faute
d'entralnement. cependant il y a dans ma chair je ne sais quel bo-
nheur contre mon ame angoisse. toutes mes veines sont disposes 

la volupt. tout est souple en moi, souple et enla,cant. quelque chose
de flin.
  Mes yeux fendus laissent passer un regard chaud comme cet air
que les dentistes soufflent sur la dent sensible. [ils chauffent  la
lampe le bec de mtal].
  Pourquoi elle, pourquoi l'essence de sa vie, pourquoi son rythme
gouverne toutes les apparences, dans la chambre close? elle est dans
l'eau qui remplit le tub, dans les gouttes de parfum, dans les plis du
peignoir.
  Ah, pourquoi elle me caresse dans cette brosse  la longue manche,
avec laquelle je frotte mes paules et mes reins?
  [Le matin lointain. elle devait partir pour Saint-Moritz. je djeu-
nais seul avec elle. je crois que je l'aimais dj. sans doute je la dsi-
rais comme toujours. je lui avais apport la longue brosse anglaise
pour son bain. c'tait une manire de la toucher de loin, avec des
doigts magiques. Ie mari entra. Ia brosse enveloppe de papier tait
sur la tablette de la chemine. il la prit entre ses mains.'avais en
moi je ne sais quelle rougeur cuisante...]

  Je suis sur le lit, sur la rude peau de bete. on me frotte avec un
gant de crin et de la verveine brulante. mon cerveau est occup par
l'image voluptueuse. je suce son cou blanc et gracile, avidement. [le
sang est douceatre comme le suc de certaines fleurs d'une plante pi-
neuse--fleurs bleues  calice. je les dtachais de la corolle quand
j'tait enfant. et je les suc,ais soigneusement.]
  Je songe  sa rose comme  je ne sais quelle chose profondment
cache, hermtiquement secrte: comme  une autre bouche qul ne
connaltra jamais le baiser.
  Je tremble. ma gorge est sche. c'est comme l'image du viol.
pourquoi?
  [Un soir,  Rome, elle etait debout, prs de moi. nous tions chez
les vieux jeune Greppi, je crois, le charmant ambassadeur fard. elle
avait une robe grise, d'un gris de perle noir. j'tals assis. sa cuisse a
la hauteur de mes yew~: elle ne semblait pas maigre. j'tais troubl
jusqu' la racine de mon etre, mais lucides taient mes ruses pour
I'effleurer.]

  Cette nuit, elle m'attend. je suis arriv le soir. je prpare mon
corps comme pour le tombeau. Ia dernire nuit de la vie.
  11 y a des parties de son propre corps qu'on oublie. on le sent pas
vivre. or je sens vivre mon corps entier, de l'orteil au front, comme
~r dans un battement de fivre.
  Je suis dans la gondole. je traverse le canal. je m'approche du pa-
lais. une pluie fine tombe en une lueur de lune voile. I'odeur verte
Fde la basse mare. Ie clapotis de l'eau contre le marches.
  Je vois luire les dentelles d'or sur les vitres. Ie tapis tigr descend
dans l'eau. quelque chose de blanc, de lunaire. elle est l avec ses
dents clatantes entre ses lvres dures. elle a son costume d'argent et
de perles: le large pantalon argent, le corsage de perles ranges; le
casque splendid, la plume blanche verticale.
  Je l'ouvre. je la couche. je la trouve, agenouill devant elle. je
trouve, dans l'toffe somptueuse et mtallique, cette autre bouche
sombre. elle est chaude, presque brulante. 'toute  toi!'
  Mon caeur s'arrete. je l'ai cloue dans le cercueil d'argent. Ie mond
s'vanouit. adieu, gloire. adieu, domination.

  Le dernier repas. Ia Figure de cire est l. on l'a transporte en bas
dans la salle  manger. on l'a plie, on l'a place dans la chiase, 
table,  la troisime place. on la sert. Ies mets fument devant elle. Ie
verre est rempli.
  C'est le repas funbre, le dernier: le repas de la mort amoureuse.
  Les fantaisies. I'trange vie des choses. Ies saveurs. Ies fruits. Ies
vins. I'ivresse qui augmente de coupe en coupe. Ie mousseur. Ia rose
Jaune dans le vase de verre  long et subtil goulot.
  [Avant le repas on a habill la Figure de cire avec la meme robe
que porte la femme vivante.]

  L'essayage de la robe chez Poiret. Ie jardin vert devant le vestibule
[o des terrassiers creusent la terre devant le perron]. Ies mannequins
dans la premire salle, qui se promnent. Ia salle d'essayage. Ia
glace, men,cante d'apparitions. Ies couturires en tuniques de couleurs
nettes.
  Comme il doit quitter la salle, parce qu'on va essayer le pantalon
d'toffe argente: les larges braies mahomtanes. il se retrouve dans
la chambre voisine  rais rouges et blancs. estampes de modes, XVIII
sicle, aux parois.
  Il cherche. il dcouvre le trou de la serrure. il ose regarder. il voit
la femme aux braies. elle ressemble pouvantablement  la Figure de
cire. elle n'est pas vivante. elle ne respire ni palpite.
  On entend les voix des fossoyeurs [des terrassiers qui creusent la
terre du petit jardin vert  l'entre].
  En haut de l'escalier les couturires assembles autour de la table
travaillent et chuchotent. il y en a qui montent et descendent attenti-
ves, avec des vetements dlicats sur les bras qui se plient.
  Les robes promises pour le soir, avant sept heures 'sans doute':
deux pareilles, pour la cire et pour la chair, pour la vivante et pour la
morte.
  Les morceuax d'toffe, les coupures, les rubans, sur le tapis de la
salle. tout autour, les hautes glaces mobiles. Ia personne reflte in-
nombrablement.

  'Tu as le visage qui sied  une femme pour cacher son ame. Ia-

  'As-tu pch, quoique tu sois impeccable? Ah, si j'tais ton frre
Sl J'etais ton frre...'
  Parfois il me semble qu'elle n'est qu'un cheveau de soie, un fai-

LII~KU JK~lu

sceau de fils mouills de vie et embrouills; et que je la dvide, et
que je la tisse, suivant mon songe.
'Tu entendras mon cri avant le jour.'
  'L o mon baiser s'est nourri, la tache presque noire du su,con tu
ne peux plus l'effacer.'

  La lampe est dans l'autre chambre. Ia lueur passe par la baie et se
reflte dans la grande glace. Ie reflet frappe le rideau. ainsi le rideau
semble clair d'une fa,con magique. Ia Figure de cire est l, debout.
elle me regarde. ses yeux bougent, comme les yeux des poupes m-
caniques.
  Si Cor tait dans mon lit vivante, je sentirais la brulure de son
corps sec en regardant la Figure de cire.
  Je sais une volupt inouie.

  Souffre-t-elle d'un cceur bien n ou mal n?
  Ce soir l quand elle se laissait embrasser la poitrine nue. quand
j'tais courb vers elle comme 'un homme fait de silence', j'ai
cout, j'ai longuement pet l'oreille. je n'ai pas entendu le batte-
ment de son caeur, le moindre battement.
  'Non, je ne suis pas vivante.'

  J'ai peur de tant sentir. j'ai peur de mes penses qui se dressent
tout  coup devant moi, trangres, avec une stature, avec un regard,
avec une haleine.
  Hlas! I'attendrissement vers le petit vase de cramique soutenu
par un naeud o des prunes semblent blotties en tendresse.
  L'aspect iointain et funbre de mes mains. I'intensit de leur
expression: comme des mains coupes qu'on ne peut connaitre que
par leur caractre et non par leur rapport avec la personne [disparue
sans doute].
  J'cris rapidement comme en mon langage natal. mais Je remarque
les dformations de l'esprit et de la sensibilit par ce langage tran-
ger.

  Cette lucidit de l'ivresse. Ia qualit singuli}e de l'air entre mon
ceil et l'objet. quelque chose d'isolant... ces fleurs fanes me sem-
blent immortelles.

  LA FIGURE DE CIRE. Ie meurtre. Ia Cire est l. quand je tue la femme
vivante--je n'ai pas peur--quand j'trangle Cor, la Cire est l.
identit du cadavre et de la Figure toujours assise et habille de la
robe pareille. tout  coup la Figure se lve, la Cire est vivante,
comme si le souffle de la femme trangle tait pass dans le simula-
cre effrayant.

  Certo mi seduce e mi turba il mattino quando il mondo si trasfi-
gura d'attimo in attimo; quando la luce  il principio di una sinfonia
composta sopra un tema unico, quando i cavalli del Sole a me genti-
lesco riappariscono senza stanchezza. mi attrae e mi travaglia il ve-
spero quando la forma  di continuo variabile e il colore ha l'inten-
sit di uno sguardo fuggevole continuamente rinnovellato e variato.
  Di tutti i miei anni mi piace il passaggio indeterminato dalla infan-
zia alla puerizia, dalla puerizia all'adolescenza, dalla prima vec-
chiezza all'estrema, dall'ingenuit nell'amore alla sapienza nell'a-
more, dalla innocente carezza alla perversit infanda e muta.

  Il canto mattutino degli uccelli nel crescere d ai miei pensieri
l'impeto dell'Ode misurato.
  Per correre a cercare il quaderno nella Loggia dell'Apollino, le pa-
gine vergini ove io possa fermare alcuna delle mie imagini liriche, mi
alzo come in uno spazio ignoto, avendo una inesplicabile nozione
dell'equillbrio corporale, avendo il senso d'un pericolo spregevole,
avendo il senso d'una giunta indeterminata alla vigora delle mie
membra sentendomi primogenito d'una razza inesperta.
  Mi alzo. il secolare istinto mi d il bisogno di assicurarmi sui tal-
loni. Io spirito dispregia e respinge il moto dell'antico istinto, ahi
consueto pur sempre consueto.
  Allora mi sembra muovere un passo novo in un elemento novo da
me medesimo creato. I'amante delle cose non pi comprende e acco-
glie la vita delle cose. cantano gli uccelli? nelle metopi del Partenone
i cavalli fidiaci segnano un ritmo pi forte che la percussione de' so-

  No. tutto  abolito, tutto  informe e sordo, tutto  da innovare.
cammino con una fermezza esagerata che include la vacillazione. nel
camminare fatalmente attraverso la Loggia, vedo a destra la fronda
del faggio di contro al lume argentino del primo giorno. faggio pur-
pureo, massa quasi bronzea, di rosso bronzo cupo, a contrasto della
div~ina e stupida novit del mattino, del consueto consueto mattino.
  E blasfema questo mio professare il disdegno e il dispregio della

  S, io nasco e incedo nella creazione del mio spirito, con una vo-
lonta pratica: con l'utile e disutile volont di prendere una manata di
fogli dove iO noter e comenter e chiarir questa confusa rivela-
zione.
  Tutto, ora,  silenzio. sorge il sole.

   La dottrina egizia riconosce il sole come cuor del mondo. se la sua
luce e la bellezza, il suo calore  la bont. bont e bellezza sono una
cosa unica, una medesima cosa, nel sole
   Nofert  il vocabolo che esprime questa essenza del mondo, questa
musica duplice.
   Mi piacque e mi piace contemplare una figura dell'arte egizia che
sovente Sl mostra: una fanciulla nel primo fiore della pubert, una
danzatnce m accordo col suo liuto: nofert. il suo corpo d'ambra
scura, snello, pleghevole come lo stelo d'una pianta fluviale, traspare
per le pieghe esigue del 'lino regio' nomato aere tessile. traluce la
sua nudita dalle mammelle verginee, che con l'erte punte rosate tra-

passano la tunica piegosa. il suo v~lto  modellato da un sogno pu-
dico che sembra escludere il sorriso dalle labbra. tutta quanta  sor-
riso di grazia divina la pubescente: nofert.

'Dolce, tu t'addolcisci per l'amore.
Tu pe' maggiori t'addolcisci, o dolce
Tu pe' minori t'addolcisci, o dolce
Tu reina d 'amore intra le f glie,
f glia di re, tu dolce per l 'amore.

  Tanto  stretta la veste, guaina sapientemente congegnata, che da
sola ella stenta a togliersela. sembra escire dalla sua spoglia come la
suora serpe. s'affatica, si sforza di sguisciare di scivolare. Ia stoffa
imprigiona le braccia. non riesce a liberare le braccia, a scioglierle
dalle maniche. non riesce a districarsi, a passare la testa dalla scolla-
tura. rimane sempre pi impigliata, non osa strappare, esita a dilace-
rare. ride nell'intrico, ride e strepita nel laccio, giovine animale nella
tagliuola: veramente la gazella di Nisami presa nell'inganno del cac-
ciatore.
  Profitto della sua impotenza per popparla, per ravviarle il cespo,
per solleticarla, per pungerla, per eccitarla al nso frenetico. e vinco-
lata,  prigione. doventa il mio gioco.
  La spoglio dalla cintola in gi, mentre ella  legata e constretta
dalla cintola in su.
  Con uno sgambetto maestro la stendo sul tappeto. Ie tolgo la cin-
tura che regge i legacci per tirare le calze. una volutt singolare s'ac-
corda con le calze. Ie sue sono finissime, diafane, un po' larghe per
le gambe snelle. arrivano quasi all'inguine. nell'orlo superiore egua-
gliano l'eleganza d'un calice di Murano. I'orlo  azzurro come quel
dell'esile vetro, e come quel del vetro  pi solido della guainella tra-

  Nel suo sobbalzare la veste qua e l stride fendendosi. il suo
grande occhio nero sfolgora per entro due lembi.

  O Leila, giovine stelo, ramo snello che i due frutti del petto non
incurvano.
  Dopo la danza di amore, dopo il combattimento acre, dopo il giOCO
acrobatico, ella si snoda: e con un atto di atleta, fiero e incantevole,
si stropiccia vigorosamente le gambe indolenzite o intorpidite.

  Ella ha la conoscenza delle bestie e delle bestiole e de' lor costumi
e de' lor modi di sfuggire alla caccia, una conoscenza tanto istanta-
nea ch'ella sembra della famiglia. tutti gli animali sottili e veloci
ammaestrano la sua snellezza.
  Ella imita anche i suoni, le voci. conosce i modi vocali onde gli
uomini di lavoro parlano alle loro bestie. sa arrestare con un suono i
bovi aggiogati. sa con un suono eccitare il nitrito de' cavalli.
  L'istinto mimetico  come una fibra intessuta alle sue fibre musco-
lari
  Parla, mi blandisce, mi vuol sedurre, esprime dal suo viso e dal
suo collo--che  bellissimo--il suo incantesimo. intanto gli uc-
celli cantano nel folto delle magnolie. Ia sua gota sinistra a quando a
quando s'inclina in un ascolto che pare involontario. per una mimica
leggera, che non  descrivibile neppur da me, ella s'adegua al fo-
gliame della magnolie, al canto che muove le foglie come le dita del
lettore beato volgon le pagine. [questa imagine? un'altra imagine?]
  A un tratto ella si disgiunge da me: dall'amore, dal piacere. Ie sue
labbra mettono il richiamo d'uno, tra gli uccelli, che col suo verso
persistente domina il coro.
  S'adagia su i cuscini. modula sommessa ogni verso degli uccelli
raccolti.

  Un de' miei legionarii pi prodi e pi ornati, nato d'una fiera
madre ch'ebbe tra i suoi vecchi un veterano della Beresina, mi dona
una tabacchiera del primo Napoleone.  una scatola ovale tagliata nel
duro legno di una noce di cocco, annerita com'ebano, in due valve
che serra una lista d'argento. v' incisa la Trinit nel coperchio
tondo, a mezzo dell'ovale. e di sotto, in un altro tondo corrispondente
 incisa la Madre dalle sette spade, I'Addolorata. e il segno rivela una
mano di ottimo artefice. ottimamente sono cos rilievati nel residuo
spazio tutti gli emblemi della Passione di Nostro Signore: dal Sudario
di Veronica alla Veste inconsutile, dalla Colonna al Flagello, dalla
Mano della guanciata ai Dadi della sorta, dalle Croci alla Scala, dai
Tre chiodi al Martello, dal Calice alla Lancia. non apparisce se non
nel sudario il volto dell'Uomo dio.
  Di questa triste tabacchiera us l'Imperatore nell'isola di Santa
Elena, diletta fra le sue preziosissime. mi piace di essere credulo
quando non voglio contrariare le imaginazioni della mia malinconia.
mi par bello che questa mia nera teca della Passione sia tratta dal
legno di quell'impero dove Alessandro tocc il culmine della sua
ventura innanzi d'indietreggiare a Babilonia per coricarsi morente su
la nuda terra. e mi par bello che questi emblemi di martirio predili-
gesse il martoriato oceanico quando tuttavia gli accadeva di rimpian-
gere i suoi vasellami imperiali, ahi misero!
  Lo pongo accanto alla maschera mortuaria conosciuta, alla tardiva
impronta, pensando che tre ore dopo il trapasso egli aveva il puro
viso del Primo Console.
  La maschera ha per fulcro l'aquila di un capitello romano. il denso
travertino custodisce anche la medaglia dell'agonia: 'A ses compa-
gnons de gloire sa dernire pense. Sainte-Hlne: 5 mai 1821. cam-
pagnes de 1792  1815'37. custodisce la grande medaglia che offeri-
rono all'Imperatore 'les bonnes villes de l'Empire'38, per il batte-
simo del Re di Roma [M.DCCC.XI]; dove il laureato  in piedi accosto
al fonte battesimale, nell'atto di sollevar tra le due mani il parvolo. e
v' la medaglia del MDCCCIX all'Imperatore e Re magno augusto in-

  37 Ai suoi compagni di gloria il suo ultimo pensiero. Sant'Elena: 5 maggio
1821. Campagne dal 1792 al 1815. (IV.d.C.).
  38 Le buone citt dell'Impero. (N.d.C.).

vitto, con nel rovescio l'effigie della Vittoria hostibus ubique fusis
caesis captis39, e nel diritto il pi nobile de' maschi profili, il linea-
mento di uno stratego dorico sotto la Corona di ferro. e v' la meda-
glia che commemora la resa di Mantova e quella delle battaglie di
Castiglione e di Peschiera.
  Pongo nell'angolo scantonato dell'abaco, sur un oriuolo a polvere,
la massiccia corona d'oro cui serra la sfinge di Nasso incisa in quel
diaspro che ha 'virt di rattenere il sangue'; e nell'angolo opposto
una urnetta lacrimatoria di troppo raro pregio per contenere il pianto
di Maria Luisa o non so qual de' suoi fallaci unguenti alabastrini.
  N manca il retore de' retori preclari, che pur sembra ignorato da
tutti gli scrittori latini sotto Augusto sotto Tiberio sotto Claudio sotto
Vespasiano con una costanza non dissimile all'unanimit della con-
giura letteraria. perch?
  Non manca Quinto Curzio.
  Se bene inviato da Dio, il Crso mal credeva alla divinit del Ma-
cdone. e dell'incuria io credo aver dichiarato in qualche luogo la
causa. ma non manca il libro di Quinto Curzio, che pu forse avere
qualche valore finch io non abbia tratto la vera figura di Alessandro
ex nummo argenteo convertendola in oro obsidionale o pi sempli-
cemente in serto di gramigna tessuto dalla mia arte coronaria. il Ma-
cdone, irto d'istinti come di fulminei tentcoli non altramente che il
Crso era pur sempre l'alunno dell'inquieto e avido poeta di Stagira
non ad onorare Achille ma ad onorare il suo proprio spirito, egh
chiuse l"'Iliade" nel suo torace sdegnoso di piastra e nel pi prezioso
cofano di artefice innominato.
  Or questi 'Q. Curtii Historiarum libri--accuratissime editi--
Amstelodami--ex officina elzeviriana--anno 1660'4 son rischia-
rati dal sorriso mentale di chi legge senza ricordarsi di Sallustio e di
Tacito, senza porre ad esame politissimum dicendi genus et purissi-
mam latinitatem41 ma sol godendo la delizia della pagina pi che
perfetta. ancra trent'anni di studii, o rapsodomante, per comporre
una prosa che sia degna di questo elzevir! dico prosa, prosa piena,
sostanza unita e fitta, sobriamente virgolata e punteggiata, densit ret-
~- tangola come il telaio esatto dell'alveare dove ogni celletta esagona 
     rempiuta dalla diligenza eguale, onde l'una ape  coorte se l'un pen-
~r siero  libro. inoltre [beatus es, Gabriel!42l il volume senza macchia
     n mancamento alcuno conserva la sua rilegatura originaria di mar-
     rocchino rosso a fregi d'oro. e, se il frontespizio  ornato d'una inci-
     sione in rame dove l'invulnerabile senza piastra n azza balza a ca-
     vallo di l dall'armatura grave del nemico abbattuto, inat~esa  l'altra
     incisione intercalare leggerissima di linee simmetriche: 'Jovis Am-
     monis Oraculum' 43. ma, nel giorno fausto quando il libro fu mio, at-

39 Ai nemici ovunque dispersi, abbattuti e fatti prigionieri. (N.d.C.).
  40 Libri di Historia di Quinto Curzio--molto accuratamente editi--dall'Offi-
cina elzeviriana--anno 1660. (N.d C.).
  41 1I modo di parlare molto raffinato e la purissima latinit. (N.d C.).
  42 Beato sei, o Gabriele! (N.dC.).
  43 Oracolo di Giove Ammonio. (N.d.C.).
tonito seppi d'esser caro a una delle Grazie: n proferii n mai scri-
ver il suo nome.
  o Grazia, scopersi tra le due pagine del supplizio di Besso un'ala
di farfalla, un'ala intatta di farfalla! messa l come una foglia fragile
di trifoglio a quattro foglie, o come un brandello di raso screziato
messo l per segnaletto dalla donna d'amore. chi? quando?
  E l'ala d'una di quelle grandi farfalle notturne che spesso nelle
sere d'estate ho veduto aliare intorno alla mia lampada studiosa. 
bruna ma nel bruno gli screzii son tanto minuti e fonduti che alla
vista si mutano in una vibrazione incessante quasi misteriosa perpe-
tuit del volo cessato.  il volo senza spazii? o  lo sguardo senza
cigli .
  S, un occhio rotondo vive nel mezzo dell'ala: una pupilla azzurra
dell'infinita serenit stellata, entro un cerchio giallo che riceve il suo
colore da un altro elemento o da un'altra lontananza. n distinguo tra
la fissit delle strigi e le fosforescenze sottomarine.
  La volont di dire--la volont di esprimere--si smarrisce tal-
volta nelle convulsioni di un supplizio senza nome.
  Basta. conviene allegrarsi. stasera la teca del vizio nasale  a me
patetica pi di ogni altra orliquia.
  Gi dal tempo della scuola di artiglieria in Valence de la Drme
alloggiato nella casa di Marie Claudine Bon zelh, il Crso annusava
tabacco. a diciassette anni ! or anche il naso invecchia.
  La vista del MMORIAL DE SAINTE-HLENE mi turba tutti i volumi
son l, nelle vecchie rilegature. son quelli che mi port nel collegio
della Cicogna il mio padre: 'Journal par le comte de Las Cases--
rimpression de 1828--Lecointe libraire-- Paris'. domino la s-
bita voglia di prenderne uno, tenendo gli occhi chiusi, e di aprirlo
alla ventura. rapsodomanza. i serventi di Cibele, gli Agirti, se non
mi sbaglio, trovavan nell'Iliade le chiavi di tutti gli eventi futuri.
Ogni verso di Omero valeva un presagio certo.
  Ben vorrei metter le dita sul tradimento del maresciallo Marmont
indegno di portare un titolo che spetta a me solo, se la mia impresa
dalmatica non  compiuta ancra. I'altrieri, in una lettera diretta al re
Vlttorio Emanuele che nella guerra m'incontr pi d'una volta e mi
mostr il sorriso del suo tranquillo coraggio, sotto il mio nome scrissi
duca di Ragusa per scongiurare il destino.
  Restando nella rapsodomanza napoleonica, penso che mi ci vo-
leva su quella epistola fresca il polverino di Tolone.
  A Tolone il capitano Bonaparte, mentre costruiva una batteria
ebbe a richiedere un uomo che sapesse scrivere, per dettare un ordine
veloce. un sergente si offerse pronto:
  'Prsent, mon capitaine'44.
  Finiva di scrivere appena quando un colpo di cannone abbastanza
aggiustato cadde nella piazzuola ricoprendo di terra l'uomo e il fo-
glio. 'bon!' disse il sergente 'je n'aurai pas besoin de sable!'45

44 Presente, mio capitano. (N.dC.).
45 Bene, non avr bisogno di sabbia! (N.dC.).

  Napoleone il memorioso si sovvenne di quel gaio coraggio. I'arti-
gliere si chiamava Andoche Junot, che poi fu duca di Abrantes.
  Rapsodomanza.

  Ecco una maniera di rappresentare una cosa difficile, in queste
quattro righe che trascrivo da un codice laurenziano per riscontrarlo
con la stampa degli Eredi di Filippo Giunta. sotto gli occhi affettuosi
e ridenti di Guido Biagi simulo una disperata diligenza in istudio et
esercizio di filologia. nessuno riconosce che io seguito a sgobbare
come nel collegio della Cicogna, come allora tra scansia e leggo,
come allora co' topi bianchi che ammaestravo di barattare i loro
occhi rossi a quelli del cacio bucherato, come allora con i camaleonti
che sapevo impazzire e da ultimo far morire avvolgendoli in uno
straccio di scialle scozzese rapito lass alla Beca de' rammendi.
  Ebbene, s, io sgobbo a prendere titolo di filologo: poich taluno
ammonisce che il gobbo Leopardi verseggiava filologicamente. e
quegli medesimo se ne va filologicamente filologando.
  Or ecco una espressione d'inesprimibile nell''Ameto' di Giovanni
Boccaccio.
  'Siccome la fiamma si suole nella superficie delle cose unte con
subito movimento gittare, e quelle leccando leccate fuggire e poi tor-
nare...'
  E non ti vendichi, o fiamma? in verit, in verit, tu sei in tutto
senza lettere, e pur non ti quieti nell'ignoranza tua; ti credi tu di es-
sere nelle greche lettere consumatissima? e pur le consumasti.
  Io fui nel primo e nel secondo incendio della Biblioteca di Ales-
sandria. e racconter un giorno quel ch'io vidi, se potr vincere l'or-
rore del rinnovato strazio.
  Il libro! il libro! Cesare al Faro. nessuna imagine m'infiamm
giammai come

il braccio dell'Eroe, dinan~.i al Faro,
su dal sangue che arrossa il mare egi_io.

Cesare tuo grifagno, onde tu ardi,
conlra gli uomini e contra la tempesta
solo si scaglia a nuoto; e tu lo guati.

Ei tuffa il capo al sibiio dei dardi
ma sempre ha in pugno il libro della gesta
immune sopra i flutti e sopra i fati.

  E la Libreria di quattrocentomila volumi fu distrutta dall'incendio
quando Cesare ebbe fatto l'acquisto di Alessandria.
  Salamandrato, non come il paggio di Laura ma come il pazzo Ja-
copone, vissi nel fuoco e nella cenere, il fuoco respirai, masticai la
cenere, sostenuto da una volont inumana che non lasci bruciare pur
un de' miei cigli; ch vedere dovevo, guardare mirare cercare dovevo,
tutt'animo e tutt'occhi.
~. Un solo cercavo, di l dal dolore e dal furore, di l dalla poesia e
dalla bellezza; uno solo, e l'ulivo di Pallade, Eschilo, e l'aglmato
della trireme di Salamina; Eschilo, e le Erinni di tenace memoria.
  L'opera intera, I'immensa opera che superava di mole e di soffio
quella di tutti i profeti asiatici, quella di tutti gli annunziatori e gli
scopritori di nuovi mondi, quella di tutti i facitori e i dicitori della pa-
rola vivente, era laggi in un orizzonte di fuoco o era sotterra in una
voragine di porpora, le titaniche braccia alzate nella guerra dei Titani
ora si tendevano nella mia ansia per giungere la creatura eschilea, per
salvarla per sollevarla per involarla. bastavano la rapidit la possanza
e l'ora contro l'iniquo fato e il cieco elemento?
  No. Ia distruzione era omai indubitabile, era irreparabile. prono
abbattuto nella cenere io mi soffocavo di cenere. ma le mani arse non
cessavano di cercare, non restavano dal moltiplicarsi. i frammenti
mandavano faville dagli orli neri che si rivesciavano e struggevano:
un frammento delle Bassaridi, uno delle Nereidi, uno delle Forcidi
uno delle Danaidi, e di Sisifo, di Glauco marino, di Aiace Locro, di
Semele, di Penteo, di Telefo, di Atalanta: e ancra frammenti della
trilogia tebana, della niobea.
  S'affievoliva la mia vista tra i miei cigli omai arsi.
potei leggere:

''Epxolla 'au~S;46

Era di Niobe.
Potei leggere ancra:

~QvaIla!~.,
   u'a~,u~r"So~v47.

Era di Filottete.
Potei ancor leggere per l'ultima volta:

KayEo,ua7~1)55
aFU7aS48

  Era di Glauco. non sentii su la mia lingua fatta scaglia di carbone
ardente, non sentii l'erba sempiterna. nulla pi sentii. pi nulla seppi
della mia rossa vita, delle ceneri di me stesso.

  Da alcuni anni talvolta mi accade di svegliarmi, dopo le poche ore
di sonno che mdicano la tristezza severa dell'orgia, e di ritrovarmi
perfettamente formata nello spirito un'ordinanza di versi, una vi-
cenda di rime, che non pu essere se non prefissa, tanto si accorda a'
miei modi e deriva dalla mia vena.
  Talvolta  un epigramma talvolta un'ode intera. e mi levo ansioso
a cercare quel che mi occorre perch il carme inane non s'involi, per-

46 Mi avvicino. Perch mi mandi un grido? (N.d.C.).
47 o Morte, non disdegnerai divenirmi soccorritrice. (N d. C. ).
48 Assaggerai l'erba sempreviva. (N.d.C ).

            LI~KUiL~iKLIU                              r~J

ch il NOCTIVAGVM MELoS49 non dilegui nel silenzio per sempre. rac-
colgo un libro caduto dal capezzale; scrivo ne' primi fogli, nell'anti-
porta, ne' margini, negli spazii lasciati bianchi dalla stampa.
  La prima volta mi capit un volume di antiche ballate--'Early
Ballads'--studiato molte notti per imitarle; e gi con due imitazioni
avevo ingannato un conoscidore della gravit di Robert Bell.
  Trascrivo il primo epigramma.

Il pi opimo de ' tuoi favi ibli
offerivi al tuo scarno sacrifizio.
T'inseguivi di l da quel che sei,
anche nel vizio.

Trascrivo il secondo.

Com' bello il tuo spirito se guata
la concubina intenta che si minia!
E l 'alba. L'arte tua sembra rinata
dall 'ignominia.

  Entrambi sono di una perfezione indubitabile. non v' parola, non
sillaba, non suono che possa esser mutato o trasposto. il primo, come
il secondo,  un vero tetrastico tetragono.
  Eppure la fermezza plastica e metrica d'entrambi chiude quello
'incognito indistinto' che  il fiato segreto della poesia: un incognito
indistinto che la sublime inconsapevolezza di Dante diede alla 'soa-
vit di mille odori' mentre significa in due termini, quasi in sigla re-
ligiosa di intuizione eterna, la pi nascosta essenza della poesia.
  Nella medesima ora di quel risveglio attonito io potei fermare, sul
bianco di quel libro che chiude la ballata di Lady Greensleeves e di
Mary Ambree tra 'King Arthur's death' e 'The Douglas tragedy', una
strofe d'un soffio, una figura musicale d'un sol respiro, un disegno
aereo d'unica linea; che forse nell'ultimo sogno trasparente voleva
emulare la levit d'un frammento di Saffo.

'Non v' pioggia n nuvola, avventu-
ra n vertigine aerosa quanto
ella tra il piede e l'inguine assai pi
lieve del Canto. '

  Ma in uno spazio contiguo trovo anche recuperata una breve prosa.
'cadenze nel dormiveglia.' 'e altre, e altre; che nel risveglio si dissol-
vono come il mio sospiro.'
  La trascrivo perch forse  la sorda generatrice del primo epi-
gramma.
  'Sii qual tu sei. ma ricrdati come in ogni tua ora profonda riluca
il cominciamento di quella ora della rugiada che in un remoto giorno
mistico appar nelle tue parole scritte. sempre l'ora della rugiada co-
mincia, e non pu compirsi. si compir quando le susciterai quel

  49 Canto che vaga di notte. (N.d.C.).
fiore "senza stelo" che, di essa colmo, traboccante di essa, non s'in-
clina n pu inclinarsi.'

  E noto a pochi studiosi un mio frammento ricco d'invenzioni pate-
tiche nominato da un sonante endecasillabo 'La Violante dalla bella
voce' .
  Era Violante una mia amica di sangue non latino, molto amata e
molto desiderata, che un evento tragico separ da me senz'amore e
senza morte. il frammento non conteneva se non il suo ritratto, ese-
guito con la tavolozza e col pennello di Palma vecchio. ma al linea-
mento e al colore della sua bocca era aggiunto l'innamorato studio
della sua voce: in verit, in verit, la pi bella che abbiano mai udito
i miei orecchi mortali.
  Il luogo del racconto era il colle di Settignano. L'orrenda sciagura
accadeva tra la Capponcina e Gli Arcipressi.
  Ella m'aveva chiesto uno de' miei levrieri, come in pegno della
sua dedizione. io l'avevo pregata di scegliere nella mia muta. con
l'animo tirannico della sovrana bellezza, ella aveva scelto sorridendo
la mia levriera prediletta, quella che io pi amavo com'ella pi mi
amava, di razza imperiale, di nome Timbra.
  Non senza strazio e non senza presagio le condussi il dono sinistro
alla Villa degli Arcipressi, su l'erba cupa. tra le mura di ombra. Tim-
bra mi seguiva in silenzio, quasi invisibile, di tratto in tratto sfio-
rando col muso la piegatura del mio ginocchio.
  Non parlavamo. eravam tre; e il fato.
  Hermia era il vero nome della Violante dalla bella voce.
  La mano di Hermia prese la mia. camminavamo nel viale erboso
tenendoci per mano. Ie campane sonavano per tutta la valle. contro i
bronzi del vespro le correnti dell'Arno non avean pi dominio
  Era di giugno. era il solstizio, il giorno delle mie sorti sospese.

  Vivo. scrivo. son forse passate due ore dal commiato e dalla pro-
missione. attendo il segno per rimettermi in cammino verso gli Arci-
pressi. il solstizio  stellato. solstizio supplizio. cerco d'ingannare
l'attesa, di scongiurare l'evento. scrivo. rivivo. rivivo ogni attimo, e
ogni attimo  come un battito di ciglia, che veli e sveli lo sguardo
dell'enigma. riconto i passi di Hermia e i passi del mio amore nel
viale erboso. ogni filo d'erba non m' il segno di una scrittura terre-
stra?
  Si forma quella congiunzione del destino e dell'anima presaga
ond'hanno talvolta una cos misteriosa armonia le ore che precedono
i grandi mali.

  A un tratto Hermia gitta un grido sommesso ma che rompe dal
fondo. il muso gelido di Timbra ha sfiorato il nodo delle nostre mani.

  Silenzio. non mi vale ch'io mi ricordi, e ch'io sforzi la memoria a
rappresentare un avvenimento non avvenuto se non una sola unica
volta e nel rovescio di quella vita che ha due bande come la foglia o
come la medaglia o la saia.
  Respiro del silenzio  ansia senza respiro. camminiamo verso il
cancello del commiato, senza sapere se i passi dell'uno e dell'altra si
acclerino o si rallntino o si soffrmino. Ie rondini a saetta rasentano
l'erba e si risollevano con un grido che sembra beccare un acino del-
I'ultima luce. virano a un tratto verso occidente spesseggiando il
grido, che mi rivolge e disperge l'anima come in un sibilo di turbine
mentre ella scuote in dietro il capo cos forte che si scapiglia. per al-
cuni attimi ci congiungiamo in uno sguardo profondo e fisso. ella
dice: 'andate. ritornate.'
  Io dico: 'veglier Timbra, accanto a voi.  la prima notte: la notte
del periglio.'
  Ella dice: 's'.

  La mia ammonizione puerile a Timbra, prima di distaccarmi. Io
sforzo infinitamente penoso nel distaccarmi. il bisogno disperato del
bacio senza termine, della bocca in tutta la bocca, del bevere vita e
morte: per la prima volta e per l'ultima?
  Il cancello si richiude con un suono lacerante, come se ne' cardini
si franga non so che gelo rappreso.
  E il solstizio.
  Passo attraverso il borgo di Settignano. incontro o sopravanzo le
torme dei tagliapietre, degli scarpellatori, che tornano dall' opra.
schietti mi salutano conoscendomi operaio potente. il Canto di Ca-
lendimaggio mi rinnova con essi una comunione lirica che s'imbruna
come gli allori sul far della notte. il cuore si gonfia di promessa. o
cave della pietra serena, lass! o monte del volo!
  Mi sovrasta il pensiero di Michelangelo, e quell'emistichio nella
memoria vlto alla mia significazione: 'arder senza morte'. non  di
un madrigale rinvenuto da me nel Vaticano? mentre cerco di ram-
memorare il verso intero e gli altri, la sera 's'innamora' come in
quella canzone della rnia terra d'Abruzzi. ma prevalgono i modi to-
scani, e un altro madrigale di quel medesimo che non conobbe se non
le mammelle di pietra dell'Aurora, ecco, mi figura la mia mutazione
inebriante:

'Tanto sopra me stesso
mi fai, donna, salire
che, non che 'I possa dire,
no 'I so pensar; perch'io non son pi desso. '

  Chi m'accende le lucciole nei margini del viale, ne' ceppi della
vigna?
  I miei cani hanno riconosciuto il mio passo. tutta la muta latra al
mio ritorno con tanta furia che forse il grande coro giunge agli Arci-
pressi.
  Come hanno udito, se nell'avanzarmi io sento la volont mentale
forzare e condurre il mio corpo non men dubbio della sua ombra?
  Se camminassi nella sabbia o nella melma, le impronte non sareb-
bero de' miei sandali ma de' miei pensieri, ma delle mie inquietudini.
  Non ho signoria di me, n so misurare i miei attimi, n seguire la
dissipazione continua della mia sostanza. a vicenda la mia vita si dis-
solve e si riserra:  una nube ed  un nucleo.
  Ho fatto di tutto me la mia casa; e l'amo in ogni parte. se nel mio
linguaggio la interrogo, ella mi risponde nel mio linguaggio. Ie sue
chiavi sono come i registri dell'organo. aprire e chiudere  variare
l'intonazione e la tempera. ma stasera le sue armonie mi soverchiano,
il suo concetto mi converte in ambascia il respiro o me l'arresta. ella
vive oltre la mia vita, eppure si dimezza come la mia vita.
  Entro. mi smarrisco. i miei gesti non son mossi da me. ogni stanza
colora del suo colore dominante il mio sentimento segreto senza rive-
larmelo, il mio delirio intimo senza interpretarlo
  Non ho mai saputo comprendere? non comprendo?
  O comprendo soltanto ora? e sento improvviso che dentro me vive
un altro pi grande di me?

  Chi mi salver? perch mi son lasciato io disarmare e accecare dal-
I'ansia di rapirla e dal terrore di ferirla?
  Come ho io potuto frammentare una sorta di riflessione alla pene-
trabile rapidit del mio istinto?

  Si forma quella congiunzione del destino e dell'anima sognante
ond'hanno talvolta una cos misteriosa armonia le ore che precedono
i grandi mali.

  Non ora ritrovo n mai ritrover in me i contorni dell'ombra che
passa su la pienezza della mia vita, per poterli disegnare in quel
modo che usavano i famosi trovadori quando pregavano 'tutti i fedeli
d'Amore' che giudicassero la visione e il presagio.
  Divinando quell'attimo intento Hermia mi ripete tra il riso la do-
manda che leggevamo iersera nella 'Duchess of Malfi', chiamandomi
col nome che'ella mi d quando vuol essermi dolce. 'what think you
of, Ariel?' io le rispondo gaiamente con la risposta che segue nella
scena della tragedia. 'of nothing. when I muse thus, I sleep.' 'a nulla
quando io svario cos, dormo.'
  Sono sicuro del testo esatto. Ie parole hanno l'accento della mia
donna, udite iersera quando credevo ancra sul viso di lei scoprire il
riverbero del fuoco imprigionatO nel viluppo dei rami bassi. ella le
leggeva iersera, in piedi, come una grande tragica, con una voce che
pareva sorgere da un sonno senza respiro, da una inerzia simile
all ' annientamento.

'like a madman, with your eyes open ? '
'come un pazzo, a occhi aperti?'

  E il dialogo funebre fra la duchessa e Cariola, nell'aria disseccata
dalla follia ove la faccia di colei che ha tutto perduto e tutto sofferto

  LI~K KLIo                              07

supera in orrore ogni desolazione del mondo perch, essendo abban-
donata dalla vita, non  anche occupata dalla morte. 'I '11 tell thee a
miracle: I am not mad yet... ti dir un miracolo: non sono ancra
pazza. Ia volta del cielo sul mio capo sembra fatta di fuso bronzo, di
solfo infiammato la terra. e non sono pazza ancra. abituata mi sono
alla malvagia miseria come il duro galeotto al suo remo.'
  Eccomi qui. sono vivo. ma che mi accade? posso guardare l'indi-
stinto fantasma: quel che, come il sogno della 'Vita nuova', 'non fu
veduto allora per alcuno.'

Il giorno--disse pianamente Erigone
verso la luce--non potr morire.

  E il solstizio. e, mentre pare che il lungo giorno non voglia n
possa morire, dentro me il sentimento di quella catastrofe umana si
spande come sul primo limitare della mia notte, qual comunicato l'ha
iersera a me la voce sublime.
  La potenza patetica di tal poesia mi si risolleva dentro come un
turbine di quella polvere che ci taglia; se, come i diamanti, noi siamo
tagliati dalla nostra propria polvere.
  Su quel giardino pensile onde si scorge una contrada grassa di
tanta storia d'uomini, tra quella compiuta creatura dell'arte e quella
stupenda macchina umana, in mezzo alle pi dilettose apparenze
delle piante e delle acque, nel giorno massimo che riconduce al cielo
la pi felice disposizione delle stelle, suona l'avvertimento del messo
interiore e il lamento immutabile: 'o mondo oscuro! o this gloomy
world ! '

  L'oscurit s'addensa. I'angoscia si serra. voglio forse ingannare
l'una e l'altra, ricalcando gi sul mio viso stravolto la mia maschera
di scrittore?
  Della vita ancor calda e commossa in me voglio gi dare a me
stesso una imagine ritessuta dall'intelligenza?
  Son certo d'aver percepito in quel punto la mutazione del ritmo
che conduce gli eventi e li precipita.
  Rimango qui nell'aspettazione atroce; e non seguo l'istinto del mio
coraggio, non mi levo, non accorro a respingere il male che si pre-
para.
  La prova della impossibilit d'interrompere un ritmo fatale iniziato
 in questo: che il presagio intimo non si disgiunge mai dal fascino
t dell'inevitabile. il pi chiaro dei presagi non impedisce che l'evento
si compia. mai, pur nella storia esterna della superstizione, il segno
infausto sottrasse l'uomo alla sua sciagura.
  Tuttavia non v' sentimento umano, se bene straordinario, che
possa dare tanta pienezza e profondit alla vita quanta le ne d tal-
volta il presentimento. gli anni di violenza e di vittoria non valgono
~- per Achille armato i pochi attimi in cui, salito sul carro, egli ascolta
   parlare Sauro, un de' suoi cavalli, di sotto il giogo e la criniera sparsa
fino a terra. che fa egli? rimbrotta il vaticinatore crinito, e con un
urlo spinge la biga al galoppo.
  La grande arte antica, come la moderna, rifugge dal nero gorgo del
cuore e si riduce a rappresentare per segni materiali l'attitudine e il
gesto. quanto poveri sono i segni del pi alto poeta in paragone della
sua sensibilit, della sua intuizione e del mistero ch'egli respira con-
tinuo! sembra che per la rappresentazione dell'uomo interiore e delle
forze invisibili un'arte della parola debba ancra esser creata su l'a-
bolizione totale della consuetudine letteraria. comprendo come taluno
artista consapevole di questa necessit abbia incominciato col sovver-
tire le leggi grammaticali e specie quelle del costrutto, che impon-
gono alle parole una dipendenza conseguenza e convenienza fittizie.
ma con qual risultato? Ie pi arcane comunicanze dell'anima con le
cose non possono esser colte, fino a oggi, se non nelle pause, che
sono le parole del silenzio. Ia pi acuta e la pi ricca delle pagine
d'introversione appare grossolana e falsa se la esaminiamo non al
lume dell'intelligenza ma al calore del sentimento, cercando di sot-
tra~ci all'abbaglio delle consuete lustre verbali.
  Si pu affermare che tra la nostra vera occulta vita e la parola ela-
borata non esiste concordia alcuna. certi versi divini non ci toccano a
dentro se non per la lor virt musicale: come lettera essi hanno un si-
gnificato vano o indistinto.
  Ma pu l'arte nostra essere innovata, o continuer nei secoli a non
procedere se non per un accorto gioco di vocaboli? quale scrittore,
con quali mezzi comunicativi, un giorno riescir a esprimere le
azioni e le reazioni originali della sua anima commista agli elementi
dell'Universo? quale, dando alle parole un impreveduto destino e alle
analogie una inopinata potenza rivelatrice, ci far sentire come il no-
stro spinto di continuo nasca si accresca si perpetui si trasfiguri per
innumerevoli contatti con gli altri spiriti e col mistero circostante?
quale, profondandosi originalmente nella conoscenza degli esseri e
delle cose, ne tradurr la novit subitanea e manifester la moltitu-
dine delle divine essenze che si generano dalle lor congiunzioni?
  Le imagini e le formole in uso, delle quali ci serviamo per rappre-
sentare i nOVissimi aspetti del nostro mondo interno, non hanno con
essO maggior simiglianza di quella che abbiano, per esempio, con le
proVinCe e le Citt--con quelle smisurate fucine di storia, di cultura
di opere, di lotte, di passioni, di aspirazioni e di bellezza--le goffe
statue coronate di torri e sovraccariche di emblemi, che attristano i
nostrl monumenti civici.
  Io, che pur tante volte mi son compiaciuto nelle pi sottili analisi e
nell'assottigliare il mio strumento di ricerca sino all'insoffribile
acuit, sento che se la nostra arte fosse per innovarsi ella non s'inno-
verebbe per sottigliezza ma per non so qual potente rudezza ingenua
in quella guisa che partendoci dai compiuti iddii fidiaci e prassitelei
per tornare verso gli zani primitivi non ci sembrerebbe di allonta-
narci ma s bene di riavvicinarci alla divinit.

  Or ecco che, volendo fermare per me medesimo questa mia pro-
fonda ora d'angoscia appena rischiarata da intermessi bagliori di di-
vinazione, io compongo una pagina che m' estranea quasi quanto
una qualsiasi di qualsiasi libro de' miei scaffali.
  Certo, interrompo lo spasimo dell'attesa. certo, io non pi pos-
seggo il mio amore.
  Scrivo. e non posso non sottomettermi a un ordine consueto di
composizione che difforma o distrugge gli spontanei e subitanei modi
onde i fantasmi appariscono alla mia coscienza e--di dentro, di
fuori--la percotono e scrollano senza farsi conoscere o le comuni-
cano un fremito simile a quello che imprime al suolo il passo d'una
folla irruente, il galoppo di mille cavalieri.
  'Il poeta deve sapere di logica' disse un focoso nemico dell'arte, il
Savonarola. Ia nostra poesia  pur sempre oppressa da questo errore
di predicante, cosicch troppo sovente ella sembra poesia e non  se
non predicanza. e fievoli ancra sono i tentativi di liberazione.
  Ma chi mai avr l'audacia e la gagliardia di rimaneggiare la mate-
ria gi foggiata?
  Penso a quell'apologo dello statuario che, volendo gittar di bronzo
una novella imagine che gli era nata d'improvviso dall'anima, cerc
il metallo poich egli era s fatto che non poteva esprimersl se non
con opera di getto. ma non rimaneva nel mondo altro bronzo che
quel d'una statua da lui stesso fusa e dedicata a una memoria solenne
e consacrata sopra un sepolcro venerabile. ed egli ebbe l'animo di
togliere quel bronzo e di sconsacrarlo, e di darlo al fuoco e di fon-
derlo. poi con la materia della vecchia imagine egli fece la nova.
  E un apologo ben composto da un poeta fucato che amava lambic-
car lambicchi.
  Gli apologhi talvolta, invece di persuadere una verit difficile, an-
nunziano un prodigio invocato. il bronzo tuttavia riman bronzo, e il
linguaggio rimane linguaggio.
  L'anima del poeta pu possedere le cose come possiede iI suo
amore il suo odio o la sua speranza; ma, nell' atto di esprimerle, cessa
di possederle. il linguaggio gli rende estraneo quel che gli era intimo.

  Scrivo. dico io forse quanto, or  due ore, or  tre ore, quanto di
me rapivano a un tratto le rondini volando basso, all'altezza del mio
petto, e gittandomi un grido d'allarme e dileguandosi per quella spe-
cie di umidit verde in che pareva agguagliarsi l'erba su cui il guizzo
dell'ala nerazzurra aveva qualcosa d'acquatico, qualcosa del lustreg-
giar successivo d'un'acqua cupa sotto un sasso lanciato arimbalzello
da un fanciullo nell'ombra?

  Abbiamo attraversato il leccetto pieno di cicatrici. siamo su la so-
glia inverdita, contro la ruggine del cancello, per escire nel grande
viale erboso terminato dall'organo dei cipressi.
  Hermia su la terrazza ha preso un vimine rosso che galleggiava in
una tinozza. con la destrezza d'una portatrice di fastella, ne ha fatto
ritortola alla sua capellatura lavata.
  Ella ora tiene la cagna a guinzaglio. e gi per questa azione alcuni
movimenti nuovi si disegnano nel suo corpo, i quali mi sembra ella
via via ritrovi nella sua memoria plastica ed esperimenti non senza
esitanza. per i miei occhi tornano di continuo al suo volto che si fa
sempre pi luminoso come certe pietre di Vinegia cementate fra
mille, quasi spugne solari atte a rattener la luce di l dal crepuscolo.
  Ella non ha perle agli orecchi, n collana al collo nudo, ma sol-
tanto quella vermena di vinco attorcigliata, cosicch nessuno orna-
mento le impedisce di entrare nella fluidit della mia vita.
  Io mi credo a quando a quando portare in me quel volto come
sopra un'onda che si elevi e si abbassi col mio respiro. tanta  l'illu-
sione, che indovino il sentimento ch'ella deve avere della potenza
adunata tra la sua gola e la sua fronte.
  Una bellissima donna, a cui domandavo che mai provasse ella nel
reggere sul suo collo la sua maschera sublime, mi rispose che talvolta
andando le sembrava d'imprimerla con gioia nell'aria come in una
materia tenace e di lasciar dietro di s quasi una successione d'im-
pronte che la perpetuassero ne' luoghi attraversati. ella esprimeva,
certo inconsapevole, la volont di dominazione che la formata bel-
lezza ha su l'infinito elemento.
  Non soltanto a ogni passo ma a ogni pi lieve moto Hermia im-
prime il suo volto nella mia sostanza immortale.

  Le rondini tornano gridando. so che vengono a restituirmi quel che
mi hanno rapito. e me lo rendono trasmutato e accresciuto dalla virt
di non so qual corrente ove l'abbiano immerso; cosicch non son pi
capace di contenerlo senza sforzo e tumulto.
  Nel rendere mi depredano ancra.
  N quel che m'han renduto, se ben mi divenga pi grande e pi ir-
requieto, occupa il vuoto novamente fatto.
  Ma la nova ansia sospende una parte della mia vita sopra l'altra
che s'agita in angoscia.

  Scrivo. e onta non ho sul cuore che si lacera!
  Chi mai sapr dire la forza laceratrice delle rondini in un vespro
d'estate?
  Esse non portano nel becco n loto n crini n piume n pagliuzze
ma brandelli del nostro vivo cuore.
  E sembra che volino a nutrire non i loro nidi ma le creature so-
vrumane che vivono ai confini dell'aria, irraggiungibili pel nostro de-
siderio disperato.
  Come pi grave si fa l'ombra tra muro e muro, il volo si fa pi
basso, rasente l'erba, e il nero dell'ala pi azzurrigno.
  Timbra attenta e attonita segue il volo vario e sghembo con piccoli
motl del capo; e nel girare degli occhi mostra a quando a quando il
bianco crudele.
  Le rondini sono tanto impavide che talvolta quasi la sfiorano come
per piantarle l'acume dello strido nella pelle sfuggendo.
  Allora ella solleva le orecchie, scote un poco il capo, e sogguarda
di sotto iI cipiglio con un atto di cos selvaggia grazia che Hermia al-

fine si getta in ginocchio dinanzi a lei per abbracciarla parlandole un
gergo bambinesco.
  La ritortola si slega. il fascio de' capelli si sparge contro il collo
della bestia. Ia gota  quasi contro il muso. e la voce infantile nelle
blandizie ha tanta freschezza che quel vimine caduto su l'erba par sia
stato anche il suo legame.
  'Timbra!' io grido, con quel tono d'ammonimento ch'ella intende,
nel veder oscillare lentamente la sua coda quasi rigida, tenuto da
un'apprensione penosa. 'Timbra!'
  Hermia si rialza, disgombrando dalle ciocche il viso. e mi chiede:
'perch? temete che mi morda?'
  Le rispondo che conviene un poco di cautela, almeno nelle prime
ore, finch la conoscenza non sia fatta.
  Ella dice: 'ma  proprio mia?'
  Come la dichiarazione del dono  rinnovata, ella dice ancra a
Timbra: 'sei mia. sei mia. intendi?' e l'accarezza con la mano aperta,
dal cranio alla schiena.
  Allora la lunga levriera di seta stirandosi strofina il fianco alle gi-
nocchia di lei con una pieghevolezza felina.
  'Vedete, Ariel!' ella grida trionfante come se avesse ottenuto il
segno della dedizione e della sommissione.
  Raccoglie il vinco rosso, e l'attorce al collo di Timbra a guisa d'un
secondo collare.
  La bestia sbadiglia con un suono roco ancra stirandosi. e appare
la meraviglia delle sue fauci, una umidit rosea e quasi direi saporosa,
come certi frutti esotici che si fendono per maturezza e mostrano i
semi bianchi abbagliati. 'si annoia?'
  'No. so quel che vuole' conosco in che modo si svegli d'improv-
viso nella sua pigrizia e nella sua malinconia il bisogno della corsa
frenetica. ' sguinzagliamola' .
  Ella si allontana di qualche passo, lenta, col muso all'aria, con la
coda a uncino gi tra i garetti. tenendo le mascelle serrate soffia un
poco, in una maniera sua propria, cos che si vede il frastaglio bruno
del labbro alla commettitura gonfiarsi del soffio laterale.
  Le rondini sembrano provocarla arrivandole addosso e piegando il
svolo ad angolo rapido come fa sul terreno l'astuzia della lepre inse-
   guita. altre si scagliano inrlanzi, sfiorando col baleno del petto l'erba
   e sbito risollevandosi e di nuovo riabbassandosi finch dileguano.
  Quali fanciulli divini fanno ancra il gioco del rimbalzello coi neri
sassi levigati, su lo stagno dell'ombra?
  Come si forma senza sentore di vento quell'onda chiamata sorda
dai marinai, Timbra inarcandosi su l'erba silenziosa parte con un
moto che nel primo attimo pare all'occhio quel medesimo dell'onda
che precipita avanti, rotola e schiuma al frangente. quando l'occhio
~- distingue alfine il ritmo della velocit, ella  gi lontana: la sua bian-
~: chezza brilla in una banda di luce, rientra nell'ombra, si colora d'ac-
1qua marina, piglia il lustro della perla, cangia quasi a ogni falcata, tra
   erba e aria, secondo gli indicibili toni azzurri e verdi delle mattonelle
   L persiane; poi s'arresta di colpo, si volta, riprende la corsa verso noi,
non pi in linea diritta ma disegnando un meandro, tutto ad angoli
saglienti e rientranti, con s agile veemenza che la traccia sembra
persistere dopo il passaggio e l'occhio poter seguire il motivo trac-
ciato in bianco sul fondo cupo come intorno a una maiolica.
  'O this feeds my soul!'s mormora Hermia, ammaliata da quello
spettacolo pi bello che le pi belle invenzioni delle novissime dan-
zatrici. e, stando in piedi presso di me, appoggia il braccio alla mia
spalla.
  Su la cresta del muro i garofani di porpora riardono al bagliore del
tramonto, nei mille vasi d'argilla allineati. Ie rondini fuggono a
stormo verso la mulina di Rovezzano. gli odori della vainiglia, dell' a-
nanasso e del bossolo fanno una mescolanza dolciamara, simile pel
gusto a quelle confetture troppo sapide che nel primo boccone sa-
ziano.
  E le rondini tornano con uno di que' clamori ambigui che possono
essere strida di rissa o grida di giubilo, annunziare la disfatta o la vit-
toria, recare la sciagura o la felicit.
  Timbra le precorre, lanciata a tutta possa contro il nostro gruppo
come per urtarci rovesciarsi e passar oltre. giunta a una spanna dalle
nostre ginocchia par come presa da una di quelle metamorfosi favo-
lose che fissavano nella immobilit del sasso il gesto supremo della
pi agitata passione. mozzo  l'impeto come un capo cade sotto la
scure. poi ella si abbatte a terra sul fianco, e rimane ad ansare, con le
fauci aperte, con la lingua tratta, con distese le quattro zampe colo-
rate in verde dall'erba calpesta.
  Ma le rondini sopraggiungono, sembrano raccogliere il suo impeto
interrotto e moltiplicarlo passando a traverso la nostra vita, dove pi
non lasciano se non l'ansia della felicit ch'esse ci han recato da quel
punto ove l'aria  forse come il viso di Hermia quando ella si orna
del suo viso cristallino.
  Mi trattengo dal volgermi, dal fare movimento alcuno, per tema
ch'ella muti attitudine o si discosti. io credo esser con lei sopra un
limitare commosso come un lido, e non aver pi nulla dietro di me.
  Il miracolo che il peso del suo braccio opera in tutta la mia so-
stanza  cos grande ch'io m'imagino entrata anche in lei una forza
nuova e ch'ella non somigli pi la donna apparita nel giardino pn-
sile n quella un tempo seduta a ragionare presso la finestra bassa nel
profumo dei calicanti. si fugge da me anche il ricordo d'essermi ine-
briato del suo pensiero e del mio, della sua e della mia parola, in
tanta aridit.
  Negli occhi miei non  rimasta alcuna scintilla dell'allegrezza che
li accendeva dianzi allo spettacolo della corsa maliosa tra la luce e
l'ombra. tutte le apparenze prdono il lor valore. Ie rondini sono pas-
sate per l'ultima volta.
  Ecco che s' fatto silenzio in noi come in un albero quando tutte le
foglie si pacificano nella sera.
  Mescoliamo le nostre radici sotterra.

  50 Oh, questo nutre la mia anima! (N.d C.).

  Le nostre intelligenze paiono disarmate, inutili i lor conflitti e i
loro giochi.
  Non so che forma vivente nasca da noi simile a un essere primitivo
con la fronte liscia e fresca ma con una profonda sorgente di sangue
-in mezzo al petto.
  L'ansare della bestia ai nostri piedi, quel violento respiro animale,
non  fuori del nostro nodo ma par secondare non so qual solleva-
zione del nostro istinto pi nascosto, impedirci la misura del nostro
duplice respiro, darci l'illusione di un anelito unanime, imprimere il
suo ritmo a quella nostra novit selvaggia.
  E l'amore?

  Scrivo. rivivo. rimuoio.
  Incredibile cosa m' l'attendere non lei in questo palagio che sol-
tanto stasera a me significa me, composto per lei, per tutti i modi
della sua bellezza. incredibile m' l'attendere l'ora di ripassare pel
cammino sinistro, di ritrovarmi contro il cancello degli Arcipressi, di
ricalcare il viale non pi d'erba ma di rondini morte, di rondini stec-
chite e piatte; o forse di pipistrelli informi e negri come carboni
L SPentj.

  Son passate due ore? forse tre?
  Quanta raffinatezza nelle cure del corpo! come quando lo prepa-
ravo alla morte, or  sett'anni, or  cinque, or  tre, prima di intra-
prendere la partenza senza ritorno: la sera per Pola per Grado per
R Cattaro per Buccari: il mattino per il Veliki il Faiti il San Michele il
Grappa lo scoglio di San Marco il verone di Tra l'approdo di Zara.
vanit delle vanit funebri. eleganze della miscredente ironia. ceri-
monievole dileggio alla sorella corporale.
  Anche raffinatamente m' servito il pasto nella lunga e stretta e
massiccia tavola da refettorio perugina, dove io stesso compongo i
festoni robbieschi con l'arte di quel fruttifero Luca che, a simiglianza
di Leon Batista, non tratteneva le lacrime vedendo il primo fiore di
quel torto cotogno col qual gareggiava in produrre la mela gialliccia
e lanuginosa.
  Odorava di cotogna afra e talora di giglio, alla sua stagione, la tua
casa di Via Guelfa, maestro. guarda stasera quanti gigli! vorrei che tu
me li invetriassi. i bianchi mi fanno afa. ma quanto mi piacciono
questi altri a fondo bianco punteggiato e variegato di violetto! sono e
non sono giaggiuoli. sono i gigli di Susa, quelli del fiume Ulai nel
libro del profeta Daniele.
  'Et io udii la voce di un uomo nel mezzo di Ulai, il qual grid e
disse:--Gabriele, dichiara a costui la visione.'
  Io ti dico che sono i gigli di Susa, quelli che crescevano e croscia-
vano nell'Euleo, che ruppero e traversarono a guado i cavalieri di
Alessandro.
  Mi torna a sommo del petto il calore dell'ode che mi nacque dal
sogno di Hermia.
.. Ne far un giaciglio, perch ella li prema e franga.
  Certo il Macdone bevve l'acqua dell'Euleo ottima sopra tutte le
correnti, di che sola s'abbeveravano i re de' Parti.
  Tre lunghi ptali curvati in alto tremano a ogni soffio. non tremano
i tre curvati in basso, pi cupi, carnosi, villosi, quasi procaci come
l'ombra che negli nguini s'insinua. tre stimmi, in forma di petali,
d'un color violetto intiero, divisi in due bande saldate da non so che
forza lasciva. coprono gli stami gialligni. il polline si sparge sul
vello. fiori? fiere? qualcosa di segreto, di profondo, di belluino e di
delicato, come la seconda bocca della donna bilingue.
  In un dei gigli d'Ulai i vasti petali si ripiegano a guisa d'un man-
tello sopra una faccia mendace. i spali si raggrinzano e si colorano
di tan.
  Un altro s' richiuso come un pugno, come un pugno di fantolina
o di vecchietta, tutto grinzo e crostuto, di color lionato scuro, tra
rosso e negro.
  Guardo. riardo.
  NOCTIVAGVM MELOS. gi, or  poche notti, non mi trasse 'verso il
paese della bellezza' lo spirito di quel Daniele che si nomava Beltsa-
sar?

Gigli di Susa, e cavi e incurvi ad arte
come la volutt che il vello cela...

  Una parola, tre parole. in una stessa visione il soffio dell'ode fa del
conquistatore e del profeta una sola potenza, una sola cadenza.
  Te ne ricordi? Ie prime cinque strofe respirarono nel respiro non
interrotto. poco pi tardi, in un sopore pi chiaro, in una musica pi
percossa, la sesta la settima l'ottava erano compite, erano perfette.
erano recenti, erano remote, scritte come i segni nella palma della
mano che si chiude e si riapre, che si apre e si richiude. pareva che
un lembo della carne, un lembo dell'anima s'avvolgesse e svolgesse
come s'avvolge e si svolge il rotolo da scrivere e da cancellare, da
leggere e scordarsi, in una maniera pi facile di una imagine usuale
pi oscura di una parvenza nata da un senso incognito, vera e incre-
dibile come un disegno senza contorni ma pur vivente e movente
come una maestria senza studio.
  Cerco di vedere. vedo. tuttavia non si chiarisce ma si addensa que-
sto mistero mentale.
  Il giglio di Susa: quello che di copia infemminiva il fiume Ulai del
profeta Daniele, quel che nell'Euleo era la forma impudica dell'onda
e quasi la libidine del guado spiato tentato soverchiato dai cavalieri
di Alessandro con l'ebriet dello stupro.
  Una parola, tre parole. robusto  lo stimma, che con l'estremit
della sua forza imita il colore de' petali quasi piacendosi di assem-
brare !'ossatura di quella delicatezza. si piegano sedotti i petali a om-
bregglarlo. tra il spalo e lo stimma l'antro velluto meglio che vel-
loso non par socchiuda alla foga equestre una vagina intatta?

NOCTIVAGVM MELOS.

CAELATVS VLNAE CRATER51.

L'arlefice che opr pe 'lfiume l~lai
ne' guadi d'Alessandro il giglio imbelle.
quel medesimo fece, e tu non sai,
a te le ascelle
con un'arte che vince il raro fregio
del pube accline alla sua grazia chiusa
e con un'ambra ove s'adempie il regio
sogno di Susa.
Gigli di Susa, e cavi e incurvi ad arte
come la volutt che il vello cela,
voi che co 'I petto de' cavalli parte
l'eroe d'Arbela
nella mia gesta e nel mio mito, quale
di voi, se mi lambiste il nudo piede
arcato, qual drizz l'ansia carnale
verso le prede
come quest'ambra? come questo poco
fiore che le mie labbra ad abbandono
e ciglia e dita sentono di fuoco
senza perdno?
Inclita aridit che mai non tempra
madore: non pur quando il mio legame
 irrequieto e il mio piacere assempra
dubbio certame
e tu m'appari alla protesa pugna
pi grande riscolpita dall'artiere
pi grande, e tu sopponi alla tua nuca
il tuo perenne
braccio nel gesto immenso cui gi diede
Michelagnolo all'uno de' suoi Vinti
ultimo Orfeo che alfine il Ben suo vede
con gli occhi estinti.
Tu grandeggi. E tra mero e mammella
offri l'esigua coppa al re deliro?
ilffore l'ambra ilfuoco nell'ascella:
il sorso diro.
Questa  la coppa dove ilfuoco  vano,
dove il miel fosco non fluisce, dove
io solo bevo umano e disumano
le seti nuove.

  Avevo io disegnato di scrivere un libro nella mia lingua d'esilio
amara e perpetua come la resina, laggi, tra le selve di pini piagati,
lungh'esse le dune sinuose ove la sabbia pareva mescolarsi a una
polvere cangiante di madreperla? nel ritrovare il linguaggio che tanto
potea tra le Canzoni di Gesta e le ballate di Franco Villon, non l'a-
vevo io intitolato 'Le songe des amants veills' s2?

5' Cesellata coppa di un braccio. (N.d.C.).
52 11 sogno degli amanti svegli. (N.d.C.).
  Non mi ricordo. ma la veglia e il sogno mi ritornano con una mu-
sica che ha le sue pause nello spavento senza figura.
  Ah, rivedo quel volto soprannaturale che mi appar quando ces-
sammo di compiacerci nel gioco dell'organo portatile ch'ella aveva
collocato in quella specie di tribuna soprastante alla fontana che om-
breggiano i cipressi, dopo avervi giunto i due sportelli istoriati da un
pittore ferrarese tratti dalla bottega di un antiquario nella contrada de'
Tornabuoni.
  L'organo  l, simile a quello della pittura di Tiziano, presso il
giacitoio coperto di velluto rosso dove la donna bella non si giace.
per dono di Hermia venne dagli Arcipressi alla Capponcina in mag-
giO ciliegiaio.
  Quel velluto  a me veramente una gioia senza termine: 'a joy for
ever'53, come dice ella con la parola del poeta di Endimione.  del
pieno secolo di Geronimo Savonarola: il drappo pi amoroso e pre-
zioso isfuggito all'arsione sacrilega.  tessuto di un fuoco inestingui-
bile, profondo come il desiderio insaziato.
  Ora, assunto nel cerchio della lampada, mi colpisce come un grido
troncato dal taglio della gola: intenso come il fuoco del tramonto in
quel giorno, in quella unica ora.
  L'allucinazione mi rapisce. nulla di me  mio. sono risollevato da
quel medesimo ratto. mi trasporto in quel mito. i tronchi mi serrano.
in taluni i rami sorgono dalla ceppaia, presso alle radiche, pi aggro-
vigliati che le radiche stesse; e le frondi vi s'addossano a guisa di
squamme vivaci. v'entra il fuoco del tramonto arrossando il groviglio
interno cos che pare una bragia coperta da una tonaca di metallo. di-
scostando le squamme con le dita, ella v'intromette la faccia che le
s'infoca d'un riverbero di fucina. a traverso l'attorcimento mi guata
come una Medusa che non tema l'arpe di Perseo, comparabile alle
piU grandi invenzioni dei poeti immortali.

  Medusa! Grgone!
  Quante volte nelle angosce della mia poesia mi sentii affascinato e
forse impietrato da quella testa sublime, innanzi la profanazione del
dio nel tempio, innanzi che la dea furibonda la inserpentasse, quando
ella aveva tuttavia la pi bella chioma della divina e umana demenza
quando ella aveva la chioma di Hermia Chancelor!
  Ma che  mai quest'angoscia? mi smarrisco nel mio eremo come
in un labinnto sinistro, come in un errore inestricabile.
  Il volto soprannaturale  per tutto.  la luce delle imagini eterne
che segnano il confine all'ansiet dello spirito. rischiara l i cavalli di
Helios, il cavallo di Phoebe, la Nike senza penne e l'altra pi diletta
che pi nuda appare attraverso la sua tunica bagnata dove le pieghe
lievi conducono i pensieri come le vene delle fronti apollinee. ri-
schiara il Cefiso, l'Ilisso, il Lapite, il Centauro, Demetra e Core
l'una delle Esperidi, la Samotrace, la spensierata stele di Hegeso, la
malinconia del commiato muto nell'altra stele attica, e quella del

53 Una gioia per sempre. (N.d.C.).

             LILKU iKLlU                               '~

cane che guarda il sasso lugubre; e i cavalieri efebi del Fregio pi
nobili di quelli che guardarono l'Euleo scalpitando i gigli di Susa. ri-
schiara e interroga gli Schiavi di Michelagnolo, i sei ribelli che lot-
tano spasimando fra le colonne valide e superbe senza pondo, fra le
sette colonne di giallo antico superstiti alle cinquantadue del peristi-
lio augusteo che circondava l'Area Apollinis.
Non rischiara il silenzio.

Sento che il canile si agita.
  Esco nell'atrio, non portato dal mio passo ma lanciato dal sussulto
del cuore e come squassato dalla vertigine. intravedo la forma di
Timbra lungo la siepe nera di bussi. la vedo biancheggiare informe,
dissolversi, dileguarsi.
  Grido: 'Timbra! '
  Sono dinanzi al cancelletto di ferro battuto a similitudine di un ra-
gnatelo d'oro. non riesco ad aprirlo.  d'un'opera tanto delicata che
temo di spezzarlo. chiamo i canattieri. in quale ordito son preso? un
nulla mi separa dal destino. non riesco a dominare l'ansia, che sbigot-
tisce i miei uomini.
  'Timbra  tornata.  fuggita dagli Arcipressi! l'avete veduta?'
  Alfine il ferro cede stridendo.
  'Cercatela, cercatela'.
  Il latrato lugubre dei cani fa vacillare a' miei occhi gli alberi. mi
percote il viso come una ventata rabbiosa.
  'Cercatela! '
  Corro gi per la viottola. raggiungo i canattieri.
  'Non l'abbiamo veduta. non c'. se ci fosse, risponderebbe alla
chiamata. se fosse fuggita, avrebbe magari saltato il cancelletto per
infilarsi in casa e cacciarsi sotto il letto del suo signore. non vuol
altro, non pensa ad altro la Timbra.'
  Il latrato dei cani non cessa, doventa sempre pi torbido. si driz-
zano in gara contro la steccata, ficcando i musi tra le assi, fiammeg-
giando dagli occhi gialli e verdi. nella furia scoprono tutte le gengive,
mentre--non so perch--la vista delle dentature formidabili m'i-
norridisce.
  'Suona la campana del cancello grande.'
  I canattieri corrono, aprono. appare un uomo che agita il collare e
il guinzaglio di Timbra singhiozzando balbettando.
  Intendo o indovino.
  Nel viale degli Arcpressi, poco discosto dalla villa, a un tratto la
cagna ha addentato ferocemente la faccia della signora bionda, l in
ginocchio dinanzi, su l'erba, con le braccia intorno il collo a parlarle
a carezzarla tutta lezii. 'I'avrebbe finita, se non si correva in tempo.
ma la faccia  una piaga, signore. il medico  gi l. la cagna  am-
mazzata. noi disperati.'
  Monto a bisdosso il sardo morello. galoppo per Settignano. arrivo
agli Arcipressi. scorgo un che di bianco steso nell'erba. riesco a ve-
dere il dottore. Ia lacerazione  irrimediabile. salva la bocca, salvi gli
occhi, salva la fronte.
Non comprendo altro. non so pi nulla.
  Quando riapro gli occhi mi sento ondeggiare supino in una barella.
credo rigettare di tra i denti un brandello di cuore. vedo le stelle di
giugno, grandissime; odo stormire i lecci, traboccare l'acqua d'una
fontana. scorgo i canattieri che trasportano, quasi a paro della mia ba-
rella, il corpo lungo di Timbra ricoperto d'un lenzuolo sparso di
macchie.
  Mi riprofondo nell'amore del fato.
  So che, da questo punto solstiziale, deve essere il mio solo unico
amore.

  Quando in non so pi che misurata e smisurata Laude della Vita
invocava io la Diversit--o Diversit, meraviglia sempiterna, sirena
del mondo!--non sapevo di esser nato a vedere a figurare a trasfi-
gurare tanti altri aspetti degli eventi e degli uomini, de' solitarii veg-
genti e delle moltitudini accecate, delle terre senza solchi e dei semi-
natori disperati, de' viatori senza mte e delle vie assodate con la
polvere de' secoli morti.
  Non ascoltato e vilipeso, io solo annunziavo la Guerra come una
potenza liberatrice e creatrice. esploravo gli orizzonti con gli occhi
avidi ch'erano due prima che la mutilazione, invece di menomare la
vista, l'afforzasse e la moltiplicasse nel visibile e di l dal visibile,
nel veduto e nel non mai veduto: cervello fatto di pupille innumere-
voli, come l'alveare  fatto di elezioni libere e di arte una.
  Non pi ricordo quando n dove, se prima della guerra o dopo la
guerra, io abbia celebrato nella piazza publica o sopra la riva contesa
l'avvento imperioso del Solstizio.
  Oggi  il Solstizio, il gran giorno solare, il giorno di pi lunga luce
e di pi largo premio.  il ventun di giugno: tre volte sette: il numero
fausto, di ottimo presagio.
  Ma ecco, mi ricordo di un movimento della parola fu dopo la
guerra. 'or  un anno, sul Piave, ribalenava la vittoria delle falci e
delle armi: s'iniziava la mietitura delle spighe e dei battaglioni.' s, fu
dopo la guerra.

  Chi mi rende la vista soprana? d'improvviso ho uno schiarimento
portentoso, come se vedessi co' due occhi
  I colori doventano puri e interi: nulla di commisto e di confuso. il
verde della coppa muranese  verde. i cavalli di Elios sono rilevati
nella luce come se tuttora vivessero sul frontone.
  Il rosso del vessillo di Dalmazia--con le tre teste di leopardi--
m' tanto vivo che sembra la sanguinazione di un cuore: di due
cuori.
  Il lambicco persiano di vetro verde--posto su l'elmetto di Persia
damaschinato, con un di que' miei ingegni nello scegliere e adattare
sostegni insolitamente preziosi a oggetti rari-- una volont immu-
tabile di sublimazione, significata come taluna imagine volontaria
nella mia poesia.
  Cos la coppa invetriata di Persia, con disegni neri sul verde di lo-
custa simili a una sobria scrittura,  posta sopra un orologio verticale
cinquecentesco di bronzo dorato. sembra raccogliere le pi ricche
stille del mio tempo perduto.
  Io stesso ho disposto in un vaso di vetro verde come le pale recenti
del ficodindia il fastello delle spighe offerte a me da un mietitore
della mia terra. e mi par d'avere impresso nella primizia sciolta dalla
ritortola un che di quelle dita agresti, di quella maniera ereditale.
  Vi giungo il papavero stradoppio del mio sonno abbandonato sul
guanciale ove non  segno del mio capo.  l'ora innanzi l'alba. non
ho voglia di coricarmi. per provare il sapore cerco le granella nella
spiga con le mie labbra incaute. Ie reste mi pungono. il sangue goc-
ciola. mi piace che sia tanto rosso: non men rosso di quello che
sprizz dalla mia prima ferita.

  Padova oggi sembra deserta, qua e l diroccata dalle bombe, inerte
in una luce glaciale.
  Sono pi tranquillo. il mio dolore s'indurisce, si tempra. non ha
pi nulla d'informe, d'inquieto, di torbido. ha preso la mia stessa
forma, s' scolpito a mia simiglianza. mi consolida, mi rafforza.
  Fino a stamani qualche favilla ingannevole mi scoppiava nel
cuore, di tratto in tratto, all'improvviso; e mi dava un sussulto di
gioia sconsiderata.
  Illesi, e prigionieri. feriti, e prigionieri.
  L'onta della prigionia. la gloria della morte.
  Rivedo l'occhio felino di Maurizio Pagliano, verdastro, fosfore-
scente, con l'iride tagliata dalla palpebra socchiusa.
  Rivedo la bocca insolente di Luigi Gori, la marezzatura de' suoi
capelli biondi all'apice della fronte sfrontata, la sua baldanza di gio-
vine partigiano fiorentino del tempo di Buondelmonte, la sua maniera
di piantarsi in su le nervute gambe e di porre contra i fianchi snelli in
ansa le sue lunghe mani inanellate.
  Non posso imaginare quella fierezza rattristata e raumiliata nella
prigionia.
  Non so che darei per divinare la lor fine, per conoscere l'ultimo lor
momento, per sapere in che modo la loro giovinezza sublime s'
spenta ne' lor volti nudi sotto le loro maschere di volatori.
  Ora io credo che sono morti.
  Nessuna altra notiz;ia. nessuna risposta del nemico ai messaggi
lanciati. nessun indizio nuovo.
  Tutto  silenzio. essi sono ridivenuti silenziosi come quando erano
dietro di me deliberato di morire, nella fusta, la notte di Cattaro.
  Gi otto de' miei compagni di Cattaro sono perduti i migliori.
  Gli altri sorridono aspettando la loro sorte.
  Son io dannato a sopravvivere?
  Ho chiesto al mio capo licenza di intraprendere la scorreria ma-
rina.
  Dedico questa azione temeraria ai miei due giovani fratelli.
  Viventi me l'avrebbero invidiata. morti l'accetteranno come la sola
offerta funebre degna d'amendue.
   E un'impresa che di audacia avanza quella di Cattaro. disperatis-
sima.
   Riuscir. si compir.
  Come dicevo dianzi al mio colonnello Moizo, la temerit non  se
non una faccia della prudenza.
  Fra tre giorni posso essere in fondo al Carnaro, o rigettato sopra
una spiaggia di Veglia, di Cherso, dell'Istria orientale. fra tre giorni
posso alfine essere anch'io, come lo Shelley della mia adolescenza,
qualcosa di ricco e di strano, 'something rich and strange'54, o un li-
vido cadavere introvabile, in una casacca di pelle, come Roberto
Prunas.
  Ma quanto la vita  oggi misteriosa e musicale !
  Vado con Nerissa a visitare i luoghi colpiti dalle bombe delle
squadriglie nemiche.
  Fa freddo. il pomeriggio  cristallino sopra le vecchie case; l'om-
bra  violetta e cerulea sotto i vecchi portici. le strade son quasi de-
serte. a ogni svolto  l'imminenza di un'apparizione.
  Nerissa ha il suo abito d'infermiera, la sua mitra azzurra con la
croce rossa, i capelli nascosti da una benda bianca.
  Il suo viso  oggi pi patetico che mai: un viso da Maria accostato
a quello del Cristo esanime, in una Deposizione di Croce della scuola
mantegnesca.
  Di tratto in tratto ella volge verso me i suoi occhi pi chiari di due
opali, con una bont cos tenera che tutte le linee di quel volto po-
tente ne sono come cancellate.
  e ogni volta mi palpita a sommo del petto una bellezza ambigua.
  Siamo davanti il palazzo di Ezelino. una gran fenditura attraversa
il mattone, ma sembra una fenditura dei secoli discordi. qualche
ciuffo d'erba vi cresce. abbiamo i piedi su' vetri della casupola che
sta di fronte. la fucina d'un fabbro  sotto il palagio. tre uomini attor-
niano l'incudine, e battono il ferro incandescente.
  Cupa  la fucina. ombre ritmiche sono gli uomini. non vedo se non
le braccia rischiarate dal riflesso della spranga torrida.
  Restiamo lungamente a guardare, quasi rapiti. non v' forse atto
umano pi insigne di quello che batte il ferro sopra l'incudine. forse
 pi bello che l'atto dell'arciere dall'arco teso contro il segno. I'uno
e l'altro non vivono in me come i muscoli delle mie braccia, come
gli emblemi delle mie fortune?
  Da pi tempo non avevo veduto una fucina operante. nasce in me
uno stupore vergine, come in uno spirito primitivo.
  Si arrossa e si torce il ferro; resiste e sfavilla. miro colui che l'ab-
branca con la tenaglia, lo tien fermo, lo doma.  un giovinetto chio-
moso e fuligginoso. tinto il sudore gli cola come sangue. il bianco
degli occhi m'attira, quasi di fiera nel serraglio. con un baleno bieco
mi percote. mi volgo. esco, traendo Nerissa per mano.
  Ce ne andiamo gi per il portico a malincuore. entriamo in un tea-
tro squarciato.

  54 Qualcosa di ricco e di strano. (N.d C.).

  Luce tetra su i rottami gessosi e su le poltrone riverse. un silenzio
senza grandezza occupa la platea, dando imagine di una folla atter-
rita.
  Il palco scenico  quasi buio, tra le alte quinte. siamo attratti nella
finzione. assistiamo a una rappresentazione tacita, a una invenzione
mimica. il silenzio soffre come nelle pause della tragedia, fra masse
enormi d'ombra verticali come nella scena di 'Fedra' disegnata da
me prima che dal novatore britanno.
  'Eleonora. Ghisola. Ghisolabella.'
  Non so se il nome suoni nel mio soffio e se impallidite sieno le
mie labbra come tutta la mia anima  smorta.
  So che Nerissa trema. prendo le sue mani. le mie labbra sono
all'altezza di quella bocca forte e dolorosa.
  Sembra che il destino imponga un atto ambiguo. ma come un tale
atto pu esser compreso e non male inteso in quel punto? ho paura.
batto le ciglia per respingere l'allucinazione. esito. abbandono le
mani tremanti.
  Eppure in quell'attimo di esitanza passa un'onda quasi voluttuosa.
 un'onda simile a un'ombra fluida, tra corpo e corpo, tra silenzio e
silenzio.

  Nerissa  casta come una clarissa. conosco la sua storia di martire
coniugale. conosco la sua lotta severa di ogni giorno.  in perpetua
vigilanza, i suoi occhi di 'ferro nuovo' custodiscono la sua carne se-
diziosa.
  Nell'abito di 'crocerossina' ha non so che odore monacale, non so
che profumo di clausura.
  Mi piace il suo petto largo e profondo, il petto della musa Calliope,
o quello della Santa Barbara di Iacomo Palma.
  Una volta mi ha preso le mani e le ha premute sul suo petto, an-
sando, palpitando, ma senza impurit.
  Un che di sonoro: la cassa arrnonica del cuore melodioso.

  Abbandoniamo la notte tragica di fra le quinte. usciamo di nuovo
nella strada. c'incamminiamo verso la chiesa del Santo.
  V' un sentore di rosa nel freddo cielo. Ie fronti delle case sem-
brano arrossire come il viso della creatura sensibile a cui taluno
mormori una parola che niun altro possa intendere.
  Sentiamo sul nostro capo un chiarore miracoloso; e sentiamo che il
vertice del miracolo  certo nella piazza del Santo, sopra le cupole.
  Ci affrettiamo con la speranza di giungere prima che il prodigio si
spenga o si affievolisca. la via ci par lunga, troppo lunga.
  Il sentimento della pausa--l nella sosta scenica--perdura in
me, quasi cullato dal ritmo del mio passo.
  Una donna mi parl d'una specie di languore indistinto che le tre-
molava alla sommit del petto, tra la gola e le mammelle, in certi
giorni di primavera quando ella era seduta davanti allo specchio e la
pettinatrice le maneggiava i capelli con una levit quasi carezzevole.
  Dico questo a Nerissa.
Risponde: 's, conosco, so.'
  Anche la sua fronte si fa rosea come quella delle case che son per
patire la minaccia notturna.
  Non si arriva mai. siamo ansietati, nel linguaggio di Catarina se-
nese. la luce crepuscolare si muta. perde ogni calore.  di fredda
perla come dev'essere il ginocchio di Nerissa.
  Le dico: ' di perla.'
  'Che cosa?' risponde
  'Non il cielo.'
  'Che cosa?'
  Taccio. Ia prendo per la mano, ella non me la concede. dice: 'fra
poco ci siamo.'
  La riprendo per la mano.
nione che forse  inversione.
  Ella ripete 'fra poco.'
  E come quando nell'amore si attende la gioia suprema, il gioioso
spasimo; e l'un amante avverte l'altra per insieme gioire.
  Una solitaria massa nella solitudine del vespro, una somma di bel-
lezza isolata in un silenzio cilestro di ghiacciaio, un'architettura di
anelito e di preghiera in uno spazio solenne come un divieto del-
I'Alto.
  'Il Santo.'
  Camminiamo su lastre di madreperla. intorno alla piazza le case
sono accosciate come le donne orientali nel quadro di Gentile Bellini.
  Passiamo sotto la base della statua equestre assente.  andato alla
guerra il Gattamelata?
  Su la base nuda s'alza una colonna di cielo fino al zenit, con un
capitello di stelle lass, con un capitello di costellazioni innominate.
  Ci accostiamo alla porta del Santo con un passo di gente furtiva. Ia
chiesa  aperta?
  E chiusa. il battente non cede.
  Davanti alla porta laterale, apriamo l'uscio di legno dov' il fro
che vi fece l'altra notte una scheggia di bomba.
  M'inginocchio nell'ombra per cercare il fro che ha passato anche
il bronzo. lo trovo. ci ficco il dito. brancolando la mano di Nerissa si
accosta alla mia. sono turbato. mi viene nella memoria un versetto
del Cantico de' Cantici.
  Volutt della tentazione e della repulsa, in un attimo. modo segreto
di possedere una donna bramata senza violarla. musicalit dei minimi
gesti. complicit delle cose. modulazione del desiderio attenuato.
  Camminiamo lungo il fianco della chiesa, verso il chiostro, tenen-
doci per mano.
  La piazza  deserta. le case pregano intorno inginocchiate. qualche
zaffiro pusillo s'accende lungo i portici bassi.
  Ci soffermiamo conuo i cancelli. involontariamente fiuto l'odore
di un giardino che non odora. penso, non so perch, alle violette che
cercai una sera nel prato pisano, tra il Battistero e il Camposanto,
dopo un acquazzone di marzo.

godo di lei stranamente, in una comu-

  Ora Nerissa mi conduce verso la sua casa che  calda, dove una
sola stanza  calda: la sua.
  Entriamo nell'androne di un palagio gotico. la scala maggiore s'il-
lumma, ma conduce all'appartamento della madre.
  Saliamo per una scala piccola, passiamo per un corridoio che sem-
bra condurre alla dovuta cella.
  Un misto di sacro e di profano.
  Un vassoio d'argento sopra un canterano veneziano.
  Un candelabro d'argento da cero cristano.
  L'odore dell'ireos come nella farmacia d'un monastero toscano.
  Apre la porta stretta una fante che ha l'aria d'una suora conversa.
  Passiamo per ]a porta stretta.
  M' invade un senso di piacere subitaneo nella stanza calda parata di
damasco rosso ornata d'imagini e di libri odorosa di giunchiglie.
  Dietro le grandi cortine rosse  il letto: un letto stretto di monaca
terziaria, un capezzale di castit.
  Tentazione e rinunzia. assaporo una delizia nova.
  Seduti sul bel canap dell'epoca di Giorgio Baffo, innanzi a una
tavoletta di lacca ove son posati i miei libri pi squisiti, prendiamo
un caff che ha il sapore del Florin. facciamo un'ora di conversa-
zione vivida, che somiglia una frode di amore.
  La sento godere della mia voce come d'una carezza sapiente.
  A un tratto la punta di un rimorso mi rompe l'incantesimo facondo.
ho promesso di andare a salutare Egidio Carta, il comandante, prima
della mensa.
  Mi accomiato dalla vita fallace e dalla musica dolosa.
  Esco all'aria gelida, incerto come un cieco, vedendo nel buio i soli
circoli fiammeggianti le comete i satelliti le nebulose del mio occhio
ferito. mi soffermo. poi muovo i primi passi a tentoni.
  Egidio Carta dolorosamente accoglie il mio dolore che  rinato.
quasi con avidit parliamo dei due giovani compagni a cui il nostro
amore sembra dare tutti i rilievi che nella passione di superar noi
stessi avevamo trascurati.
  Egli mi racconta che, trovandosi sul Campo di San Pelagio dove io
non era ancor giunto da Venezia per un ritardo causato dalla mia no-
vissima Squadra navale, not qualcosa d'insolito nell'aspetto dei due
piloti. parevano assorti e tristi. ripetevano: 'attendiamolo ancra:
qualche minuto ancra.' infine salirono nel glorioso velivolo con una
specie di svogliatezza e di lentezza non consuete, essi che solevano
ogni volta balzare d'impeto al posto di guerra!
  Mi ricordo di quel che mi diceva un ufficiale francese in una trin-
cea dell'Argonne:--negli attimi che precedevano l'assalto distin-
guere egli al primo sguardo i 'designati', quelli che balzavano in-
nanzi per non pi ritornare.
  Confido al comandante l'azione che voglio dedicare alla memoria
de' miei due piloti.
  Egli  commosso; e mi prende ambo le mani senza parlare.
  E un piccolo sardo, nervoso e duro, un soldato della razza migliore,
un poco ombroso ma di coscienza diritta e di coraggio integerrimo.
amo in lui tutta l'isola che m' cara, e la fedelt di Rudu.
  Mi accompagna fin gi alla porta di strada, con un augurio sincero
che m' come l'aroma d'un sorso di Oliena.
  Passo il resto della sera con le ombre dei miei morti. non posso
mangiare, tanto mi turbano i ricordi della nostra mensa icria. e le
notti di Pola, e i giorni igniti del cielo carsico, e la sosta a Gioia del
Colle, e il miracolo di Cattaro, e la tristezza del ritorno, e l'angoscia
subitanea della disfatta, e la speranza rinata dalla volont di dedi-
zione, e l'ansia violenta de' nuovi disegni per obbedire al comando
inscritto nella nostra prua: NVLLA VIA INVIA.
  Al combattente dagli occhi asciutti non  lecito piangere. neppure
se gli resta un occhio solo?

  Nel risveglio lo sguardo impaziente va alla finestra. il cielo  gri-
gio, la nebbia refluisce nel Canale, le gocciole della pioggia pendono
dai rami spogli. la disperazione mi torce il cuore. siamo perduti.
  Oggi  il Tredici di gennaio.
  E gi incominciata la luna nuova. non ci restano se non tre altri
giorni utili: luned, marted, mercoled.
  Se il comandante vuol tentare l'azione alla ventura, senza atten-
dere il resultato della ricognizione aerea, si pu tuttavia sperare. ma,
se Sl pensa che la ricognizione sia necessaria, tutto pu esser perduto.
  Bisognerebbe che domani le condizioni fossero favorevoli e che il
SIA potesse compiere il volo sino al Golfo di Fiume e fare le fotogra-
fie utili.
  Il cielo  chiuso, senza indizio di chiara.
  Mi occupa una tristezza cos densa che non so lottare contro l'op-
pressione. e sento che crescer d'ora in ora fino alla intollerabile an-
goscia.
  Quanti subitanei volti ha per me la vita, divini e orrendi!
  Le ore passano; ma il tempo sembra immobile come un fiume
congelato.
  Alla solita ora viene Venturina, tutta fresca e pieghevole, felice
che il cielo sia nuvoloso e che io non parta.
  Perch la sua grazia invece di allentare il mio nodo lo serra?
  La carezza mi ripugna. mi discosto quando ella s'inchina verso
me, con le narici palpitanti sopra quel sorriso che par discenda sino
all'nguine e disgiunga gi le ginocchia levigate. resto taciturno e
ostile.
  Tanto la sua presenza accresce la mia pena che la prego di tornare
a casa sua. giungo quasi a sospingerla verso l'andito.
  'Ma ho rimandata la gondola.'
  'Hai la mia.'
  Il cipiglio della sua ostinazione  adorabile. contratto alla radice il
naso esiguo dischiude ancor pi le nari spiranti. nella commettitura
delle labbra convulse i denti perfettissimi fanno della voglia di mor-
dere un aumento di splendore.
  'Ti prego, ti prego. lasciami solo.'

LILKUL~/KL I U

  Estranea al mio spirito in tumulto ella , pi che quella portantina
dipinta.
  Non risponde. della sua inimicizia fa un solo rilievo immobile. si
rannicchia tra i due bracciuoli dorati. la stupenda appiccatura de' suoi
capelli  stupendamente incisa dalla sua caparbiet. non sapevo che
una grazia testarda potesse vincere ogni sorta di grazie arrendevoli.
  Sento ch'ella non tenter di sciogliere il mio nodo con un gesto di
dolcezza n di turbarmi col suo odore che l'asprezza infierisce come
la maturit di un frutto irritata dalle vespe maligne.
  Non  anima e non  carne. non  acume e non  stupidezza. ma
quanto mi piace! del frutto ha la lanugine lieve: lievissima e pi
espressiva de' cigli seduttori. Lachne la chiamo quando  nuda; e non
ho mai pronunziato con tanta lascivia il greco di Milo.
  Certo, sono ingiusto. ma non so mutare la mia attitudine.
  Certo, la desidero. ma non so stendere la mano.
  Ho l'ansiet dell'ardire. e non ardisco intraprendere questo com-
battimento folle, che mi darebbe l'oblio del mio cruccio e del mio
orgoglio.
  La vita dunque non ha pi pregio perch non posso rischiarla in un
gioco mortale?
  Lachne si alza. scote indietro la sua cocciutaggine adorabile. placa
la sua gonna su le sue gambe che tanto mi bruciano quando mostrano
la pelurie attraverso la seta sottile. se ne va.
  Ci diciamo addio senza stringerci la mano, come per sempre, come
in un rancore perpetuo.
  La sera esco sotto la piovigginaia uggiosa. cammino alla ventura
finch la bile mi scanni. Ia citt  interamente deserta, informe come
la velma primiera. il cielo  di sevo austriaco. s'ode a tratti la canno-
nata di Piave Vecchia. penso angosciosamente a quel vallone lontano
come a un 'paradiso perduto'.
  Poi, nel letto ispido, l'inquietudine m'infebbrichisce. il desiderio
tardivo dell'amica mi torna in beffa della mia austerit puerile. tra i
sussulti del sonno schiumeggiano i sogni marini.

  Il risveglio guata la finestra. m' il vetro nell'occhio leso? tempo
chiaro. Ieggera foscha che il sole  per disperdere. l'incertezza on-
deggia e fumiga nello spazio come fumiga e ondeggia il mio animo
che ha tanto amore della vita e tanto amore delle sorti: cieco e veg-
gente.
  Ascolto il riso stridulo de' gabbiani che svolano nel canale bianchi
nel bianco. sembrano talvolta larghe mani agili e candide che di con-
tinuo rinnovino un velo perlato.
  Mi alzo in fretta. ho l'ansia di correre al Comando per novelle. la
ricognizione  possibile stamani?
  Ah, se potessimo partire domattina! rimangono sole tre notti utili,
fino al sedici, anche fino al diciassette per gli audaci.
  Se ho buone nuove, mi propongo di passare l'ultimo pomeriggio
con Venturina che  guarita. dopo la crudezza di ieri, la tenerezza mi
riprende il cuore e la volutt i sensi.
U ANI`I UNGIU/LIIIKU K~IU

  Com' patetico il piacere in una carne che pu essere domani un
pallido sacco d'acqua salsa!
  Il buon comandante Ponzio  desolato di dovermi deludere. sta-
mani l'esploratore partito ha dovuto ritornare indietro. tutta la costa
avversa era celata dalla pi folta foscha. si spera per pi tardi.
  Vedo una nuvola lunga entrare nel campo della finestra. mi tra-
passa l'anima come una sciagura affilata. non reggo pi. non ho mai
patito questa ansiet: neppure aspettando la notte di Pola, neppure
sospirando la notte di Cattaro.
  Perch?
  'Perch sono maturo alla morte.'
  Io mi comprendo in questa parola.
  Torno alla Casa rossa trascinando la mia carcassa e la mia bisaccia.
 questa la quarta volta ch'io riconosco e accetto la necessit della
mia fine: l'imperio del compimento. la stessa mia forma  compiuta
secondo il cnone ascetico. lo scheletro  manifesto. il volto scarno 
scolpito nell'osso giallastro. come il mio lato sinistro  immune, il
mio lato destro fin dalla nascita ha patito tutte le offese: le massime e
le minime. privo di luce, oscurato, spento, non pu pi guardarsi
dagli ostacoli, dagli incontri, dagli urti, dai colpi. oggi sono la esatta
met di me medesimo. non v' alcuno il qual possa contendermi il
diritto di ricompormi intiero nel tempo ch'io misuro, nella regola che
osservo.

  Prima delle tre nel pomeriggio arriva Lachne, riappare Venturina
--fresca acerba intrepida impaziente.
  Mi trova cupo, svogliato, nemico.
  Ho il coraggio di pregarla che se ne vada, anche una volta. ho la
forza di perderla.
  Resto solo. non riesco a fare quasi nulla. scrivo al padre di Mauri-
zio Pagliano. ora io so che il mio compagno  morto; ma dev'essere
egli ancor vivo per il suo padre. lo illudo. poi lo compenser dell'in-
ganno pietoso.
  'Sento le stelle.'
  E circa l'ora settima del pomeriggio. scendo nel giardino.
  Esco da una stanza calda ove le ultime rose bianche davanti alla
ima~ine di mia madre odorano tuttavia. eppure, nel freddo repentino
della sera di gennaio, mi sembra di fiutare la primavera.
  Tutto  cristallo numerosamente incrinato col mistero vitale dei
segni inscritti dentro le mani degli uomini.
  Una sfera mirabile mi prende nel suo asse e gira secondo la mia in-
tima legge. le facciate sul Canale, gli alberi della Casa Venier e della
Casa Corner, la peata che passa, la gondola che s'arresta non mi sono
se non figure musicali, pause e riprese della melodia notturna.
  Il cannone tace, laggi, verso la marina di Cortellazzo.
  Rimango un'ora nel concento, aspettando il messo che approdi alla
mia riva.
  Pi tardi vado al torrnento vano. Venturina mi suona l'Allegretto
della Settima sinfonia.

A mezzanotte il cielo non ha perduto alcuna delle sue stelle.
Sfoglio una rosa di Lachne su la maschera di Beethoven.
Dormo.

  Ancra il vetro della finestra nell'occhio di vetro. veramente me-
glio m' inghiottire venti grani di stricnina, o riaprire quello scrigno
da esca che mi assicur nel cielo di Vienna.
  Non c' dunque il modo di liberare la guerra dalla tirannide della
meteorologia? son proprio ontoso e stufo d'essere un combattente col
naso in aria intento a strologare. si parte? non si parte?
  Quante notti perdute prima della spedizione di Pola, a spiare l'o-
rizzonte torbido dal campo dove gli apparecchi erano carichi di
bombe e gli spiriti erano pronti a tutto! nil virtuti invium.
  E il troppo lungo martirio di Gioia del Colle, coi differimenti do-
losi o paurosi di giorno in giorno, di ora in ora!
  E quest'ambascia ricomincia sempre, alla vigilia d'ogni impresa
maschia cui basti per motore la triplice coglia di Bartolomeo.
  Ecco un cielo incerto. nebbia fugace, sole pallido, azzurro spa-
rente.
  So che due apparecchi sono partiti per andare a vedere quel che
c' su la costa d'Istria.
  Ho accanto al mio letto di miseria le bottiglie beffarde co' loro su-
gheri e le fiamme tricolori.
  Vengono stamani alla mia colazione i comandanti Ciano, Ponzio e
Luigi Rizzo.
  Pongo in mezzo alla tavola ritonda, fra quattro nane piante grasse,
una delle tre bottiglie di scherno.
  Consumiamo i 'viveri' che da provveditore dovevo portare a bordo
nel canestro inglese: in quello della giornata di Reims.
  Sul tovagliolo di Costanzo Ciano ho messo il testo della beffa im-
bottigliata. egli la legge a bassa voce. o grande fratello!
  E il rammarico ci punge, e il boccone doventa molto pi amaro
della omai improbabile bevuta di acqua adriaca: sorso di Carnaro!
  Per consolarmi Costanzo mi dice che  buona anche la notte del
17, la notte di Santo Antonio porcino. ma in tutti noi  fitto omai il
convincimento che l'impresa debba essere differita al venturo inter-
lunio.
  Dopo la colazione le sigarette di Abdulla, il mio liquore detto Li-
sirvita. l'altro mio liquore circo chiamato Molyvin, il caff mona-
stico di Fra Lucerta, la fraternit ancor pi bollente; e i nuovi disegni.
  Nel prossimo interlunio la spedizione dev'essere fatta con poche
forze, speditamente. due giorni dopo bisogna tentare un nuovo colpo
di mano su Splato. Buccari e Splato in tre giorni.
  Consultiamo la carta marina. ci attardiamo in fantasie eroiche.
Luigi Rizzo vuole insinuarsi nell'arcipelago dalmatico, e durante il
giorno rimaner l in agguato dentro una insenatura deserta per uscire
in corsa la notte. la vera vita del corsaro in mare nemico.
  Egli parla di queste avventure mortali con una pacatezza quasi
sonnolentaabbassando le palpebre grevi su gli occhi bruni di topazio,
        J 1 U                        L) ANN UN~IU/LILI~V 1 V

simile a un arabo che abbia trascorso l'intera esistenza in sognare ad-
dossato a un muro bianco.

  Nella guerra m' accaduto pi d'una volta, non di rado mi accade
di confondere i miei taccuini e di mescolare note di epoche diverse
quando in taluno rimangono foglietti bianchi. cos, ad esempio, una
nota nautica di Bccari  contigua a una nota su lo spettacolo della
Deposizione di Bartolomeo Colleoni disceso col suo gran destriere di
bronzo in San Zanipolo per esser messo al riparo dai bombardamenti.
  'Su la carta del Vallone di Bccari a ostro levante di Fiume,  in
direzione di Buccarizza un'ascia rossa: I'ascia del carnefice Fato, che
 il mio amore.' ed ecco che una imagine lirica  seguta dallo studio
preciso e minuto del luogo; dove nessuna profondit e qualit del
fondo  omessa, dove  perfin corretto alcun errore di scandaglio.
  Inattesa si erge a sornmo dello scoglio di San Marco nell'ingresso
del Canale Maltempo la statua equestre del Condottiere.
  La peata nera di catrame galleggia nell'acqua verde cavalcata dal
ponte di sanguigno mattone. lavate dall'umidit le ptere di porfido e
di serpentino rilucono nella facciata dell'Ospedale, come le statue dei
patroni e le urne sul fastigio. steccati di tavole contro gli stipiti delle
porte proteggono le sculture insigni. la bellezza minacciata sembra
disperarsi come le meschine dallo scialletto nero ai davanzali delle
povere case che si fendono e scrostano. sopra un tetto  un piccolo
giardino pensile con una pergola di legno dipinto. sopra un altro tetto
una bandiera della Croce rossa lacera e logora sventola nel nuvolo fra
sprazzi di sole.
  Il fondo piatto della peata  coperto di paglia spessa e fresca, come
una infermeria di cavalli. il Condottiere  colcato a prua, nella tolda
sopra una travatura coperta di sacchi, ginocchi e braccia infunato. ha
larghe le gambe e tese e rigide e pontate su le staffe con tanta vio-
lenza che la soleretta gli fa una sorta di piede unghiato d'un'unghia
sola. ampiamente arcionata la sella gli  pari in solidit.
  Sbito si eccita in me il dmone del mestiere. mi curvo mi piego e
ripiego a scrutare l'interno della sella da giostra. terriccio, sterco
equino, cimature di panno vi rimangono attaccati, friabili ma tenaci.
scopro i falli della fusione. ammiro la sprezzatura potente, la negli-
genza ne' particolari degli ornati fatti a stampa senza collegamenti
esatti contro le sbavature e le rigonfiature del getto. come l'elmo,
l'arcione porta l'insegna del Leone a libro chiuso.
  Chi con un colpo di smisurato frassino ha potuto scavalcare questo
capitano? non m' calmo il respiro mentre lo esamino, come se la
gran corporatura fosse formata di gesso funebre e poi di getto. tocco
la mano cautamente, quasi ella possa tuttavia abbrancarmi, tanto la
sua potenza  formidabile. ahim, l'indice della mano manca  pia-
gato dalla fusione, quasi difformato dalle buca e dalle roditure. Ia de-
stra, che impugna il bastone de' Veneziani, ha un fallo anch'essa
nella nocca dell'anulare, e un altro nella nocca dell'indice.
  Se vi fu mai cavaliere che mozz il fiato allo stallone con la tana-
glia de' cosciali e de' gambaruoli, certo  costui. Ia sua scosciata 
d'una energia tanto incrollabile che, pur cos vuota com', evoca il
galoppo sonante sul campo di conquista.

Ancor di strage ha roggia
 l'unghia e la pancia il suo stallon romano.

  Sembra che il contgio di una volont precpite, furiata mens, mi
soverchi e mi affanni. distolgo lo sguardo, verso la misera vita. di
sotto l'arco d'una calle dello Squero vecchio una donna ammantata
s'accosta alla rivetta. rimane l in piedi, con la bocca coperta dal
lembo d'un manto di lana bruna, col braccio piegato all'altezza della
cintola e la mano sul ventre che forse aspetta il frutto doglioso. quel
poco di volto, esangue come quella mano, s'annega nel tremolo del-
l'acqua. la faccia di San Zanipolo, di nudo mattone, con le sue quat-
tro arche, porta il lutto del Venerd santo. i fanciulli giocano sul
campo spingendo cerchielli di ferro che tintinnano. non sono maglie
di reti da battelli sottomarini? ma tralasciano il gioco per aggrapparsi
a una corda che si tende fra le impalcature della base e gli uomini
della peata. la corda  obliqua dalla riva alla porta della chiesa.  una
corda nuova che splende di contro ai panni scuri, eguale alla striscia
di sole insottilita dalle nuvole bianche forse commosse nell'azzurro
dal Tintoretto. la Vergine fa ombra sul marmo riquadrato, nell'Ospe-
dale. dietro quel riquadro, dove l'ombra di Maria pi e pi azzurreg-
gia, l nella sala di San Marco non era il Miracolo del Tintoretto?
  Che bel grappolo infantile! vi ridono i bimbi di tre anni, di cinque.
visi d'allegro coraggio, di sotto a berretti rossi con qualche piuma di
bersagliere, ridono, gridano, ondeggiano, le piccole mani contendono
e soperchiano nel tirare la vetta ma non lasciano. pi tirano, pi
danno la voce. 'forza che dopo bevemo l'acqua del mar!' la forza
entra nella corda che s'anima, pi forte delle piccole mani, come una
serpe lustra e come la banda di sole. 'e i dir che disiplinai che xe i
tosi de Venesia.'
  Il cavallo scende. gli uomini s'affrettano a collocare le leve sotto
la nizza.  sul fianco la tremenda bestia, come un maremmano pel
marchio. l'imbracatura di corda lo serra tutto e doma. la coscia destra
calca i sacchi. posso contare le vene del ventre al mio purosangue
Vaivai. la sua gran coglia vince le tre del suo signore. mi chino sotto
la gamba sinistra d'avanti. batto la testa dura contro il pettorale, cos
che odo il tono del cuore invitto e fedele. le tre altre gambe serbano
la piastra di bronzo e il perno di ferro. clciano.  forata la coda
come un alveare.
  O grazia sovrana! la testa  piccola. la bocca  di quelle che noi
cavalieri diciamo: beve in un calice: beve in una coppa modellata su
la mammella di Ebe. le sue labbra son fatte per tremare soltanto nel
nitrito leggero, che non  se non il sobrio sorriso dell'amicizia
quando pone il piede nella staffa il suo signore. le gengive sono sco-
perte sotto le narici capaci del pi largo alito. delle orecche entrambe
erette la sinistra  volta indietro come per cogliere un suono d'avver-
timento. il ciuffo  un vertice d'orgoglio, e simiglia la fiamma di
Pentecoste.
  Ben so che per questo cavallo Bartolomeo Coglione avrebbe dato
un regno, come il re britanno.

Arcato il duro sopracciglio, ei guarda,
di su la manca spalla irta di piastra;
e, bronzo in bronzo. nell'arcion s'incastra.

  Non posso allontanarmi da questo esemplare di volont diritta, se
pur non importa al mio volere la mia fragilit.
  L'elmo  piantato nel cranio con un chiodo di bronzo; che non  il
chiodo odioso da sradicare. scopro sopra l'orecchio destro una bietta
di legno per fissarlo, che non vacilli. vedo un partito omativo nella
disposizione delle rughe. il cipiglio sembra sublimato in tre linee
orizzontali nella fronte che il rilievo de' sopraccigli salda alla radice
del naso, mentre due altre linee scendono ai lati della bocca per con-
tenervi il corruccio e rimisurarvi l'amarezza; mentre la bocca semi-
chiusa, dal labbro inferiore che avanza il mento diviso, respinge il
grido o l'ingiuria nel collo grinzoso non dissimile ai bargigli del
gallo marzio.
  Tuttavia m'indugio su i due tremendi buchi neri delle pupille.
quello dell'occhio sinistro  pi cavo. con un filo di paglia l'orbo non
tocca il fondo.

  Nel ritomo dal cielo di Vienna, in prossimit di Lubiana, quando il
motore si arrest d'improvviso-e pacatamente dal posto che avevo a
prua quasi tagliato nel serbatoio io mi volsi verso Natale Palli e gli
feci il segno del commiato inevitabile, posi la mano senza guanto
nella tasca della mia casacca per prendere la scatola di acciaio dama-
schinato che invece dell'esca ignita custodiva il segreto della tenebra.
  Anche presi l'ultimo de' tre taccuini di volo, per vergare con la
punta di rame una parola; che di tante e tante poteva forse essere la
mia pi bella. quale?
  Natale mi rassicur senza parola, con una illuminazione del volto
che non era il sorriso. e di poi ho sempre pensato che soltanto l'alta
amicizia pu abolire quella esosa contrattura di muscoli; e soltanto
nell'alto, forse.
  Sopra la selva di Temova, e sopra il lido di Grado si rinnov quel-
I'attimo. e non pi mai.
  Nel segnare con la stessa punta l'ordine di scendere nell'Adriatico
seguendo la scia del cacciatorpediniere in vista e calando a poppaj
m'accorsi che quel taccuino conteneva altre note di anni lontani e che
m' aveva tratto in errore il nome di Vienna scritto su la prima carta.
  Nel volo tra le acque di Grado e il campo di San Pelagio, non in-
terruppi la mia consuetudine. scrissi. si scrive nell'acqua, si scrive
nell'arena, si scrive nella cenere, si scrive nel vento? non importa.
ma il temmine di quel viaggio era simile a una cadenza inaudita. Ia
vita era bella perch non aveva ancor disgiunta la sua mano dallo
scheletro della Inclemente.
  Sul campo di San Pelagio, quando ci togliemmo i calzari grevi per
ristorare i piedi nell'erba, quando ci sentimmo immuni d'ogni glo-
riola e franchi d'ogni gloria, Natale Palli mi preg di mostrargli quel
monimentum foederis. scorse le strette pagine. poi mi guard. poi
chmo i cigli arrossendo; che il rossore subitaneo era la pura fiamma
della sua giovinezza intemerata e predestinata, come io dissi al con-
spetto della sua madre in lutto. disse piano, tenendo il libretto sul
cuore: 'me lo doni?'
  'Tienilo. vuoi che tagli le carte ove sono scritte cose estranee e
tanto lontane? del 1899. eri nato da un lustro, sentenzia il Censore.'
  'No. dammelo cos.'
  Parl rapidamente, palpitando, chiedendomi perdno dell'arditezza
col suo sguardo virgineo.
  'Siamo qui. restiamo ancra qui, in pace, prima che tu faccia col
meccanico l'esame del motore traditore. trascrivi le pagine che ti
piaccia di serbare. io non so nulla. ma credo che quell'anno non
abbia cessato di vivere in te.'
  Ho trascritto qua e l, tanto mi incanta l'anima questo riavvicinare
gli elementi del motore esiziali e le reliquie di Maria Maddalena, le
braccia sante di Teodoro e d'Innocenzo.

  Mattina fredda e nemica. smarrimento senza timore. sguito a non
aver nome; non ho pi il mio nome publico. mi sembra d'aver ab-
bandonato la mia spoglia luccicante di colubro, se bene in un au-
tunno intempestivo. cammino alla ventura, non in queste vie straniere
ma in me medesimo, senza incontrarmi. la vita  scema di dolore ma
anche di splendore. Ghisola  partita. son solo e innominato nella
barbarie.
  Ella m'aveva chiesto ier notte nell'orrore strepitoso e fumoso della
partenza: 'Stelio, non vi trema il cuore, per la prima volta?'
  Aveva ripetuto in quel punto l'inizio del mio novo romanzo non
licenziato. aveva diffuso su la tempia sinistra il sacrifizio stillante dal
ciglio, con le dita che laggi su la tavola del mio oratorio fiesolano
s'erano indugiate a premere il peso della fatica, il mucchio delle no-
vecento carte. se v' un limite nell'esprimere con un gesto lieve e
quasi furtivo l'infinito del sentire e patire, la grande e misera creatura
l'attingeva con quel solo gesto, senza sapere, rivolto a me solo. pa-
reva ch'ella cancellasse, nell'ombra dei capelli e dell'ala nera. e chi
mai avrebbe invece potuto incidere in quel modo l'attimo nell'eter-
nit, il repente nell'indimenticabile?
  Risposi, senza voce, di l dal libro, di l dalla poesia, di l dalla
mia passione di vivere e di sopravvivere, di l dal mio bisogno di es-
sere amato: 'mi trema ogni volta, quando partite, quando giungete,
quando temo di perdervi, quando son certo che non vi perder.'
  Non conosco il mio volto, com'ella non conosce il suo. quel suo di
stanotte  diverso da tutti i suoi volti che traggono le moltitudini
d'ogni terra alle sommit della vita ideale e le mie finzioni al con-
flitto delle verit. ma anche una volta ella non ha creduto? non ha
veduto nel mio pallore straziato, non ha sentito nel mio soffio d'am-
bascia, non s' fatta certa alfine che io l'amo?
  Eccomi solo e innominato, sconosciuto fra sconosciuti, vas di ele-
zione fra barbari. ma sono una sostanza umana, o una pura volont di
arte?
  A poco a poco il mio turbamento si determina. i contorni del mio
spirito sembrano consolidarsi e quasi congelarsi in cristalli, rivelarsi
in acumi, internarsi ad essenza. cerco i musei; che mi repugnano con
il loro fasto abominevole, con il loro lusso offensivo. entro senza esi-
tare nella sala decimanona, trovo Jacopo de' Barbari. conoscevo que-
sto ritratto? o veramente ho sollevato la cortina bianca orlata di verde
io stesso?
  E un animale dell'ordine dei Rapaci: un giovinetto sparvierato, che
non si lascia drizzare il becco n usa tornare al logoro; d'alto lignag-
gio. sotto il naso forte alitoso arcuato s'inarca la bocca: due archi so-
riani a cui basta una sola corda maestra. dei due occhi torvi l'uno 
sfida e l'altro minaccia, come degli occhi d'Alessandro l'un nero e
l'altro glauco. penso che quand'ero il coetaneo di costui non gi te-
metti di rintuzzare lo sguardo micidiale. ecco veramente, per santo
Jacopo, acies oculorum, acies animi, stricta, corusca55.
  E vestito di nero non a uso di gramaglie ma di spedite eleganze,
come il conte di Virt. il suo capo fulvo pi nobile del serto futuro
domina su la cortina bianca orlata di verde. sembra che soltanto la
sottile orlatura evochi la stagione della fronda entro quel chiuso d'in-
sidia in ascolto. la giovinezza ha per luce una esigua lucerna di ferro
nutrita d'olio funerario. dietro la cortina bianca orlata di verde s'i-
spessisce una letale profondit dove non pu respirare se non una
donna, o una promessa, o una congiura.

  In veste verde  la Salom del primo Bonifazio, e sopra 1' orecchio
porta un rametto verde ma il cruore della testa recisa fra le mani la-
scive.
  Di che appassionata tristezza  ricca l'Adultera di Tiziano!
  M'attira quest'altro uomo in veste nera presso la tavola verde nel
fondo rosso; che tiene in mano una zampa da rapina, un artiglio
adunco e aguzzo, e 1' altra mano--la sinistra--tiene sul petto forse
invisibilmente artigliato.
  Quanto mi piace il ritratto del medico Parma, che mi fa presenti le
sue muse terrestri Guarigione e Putredine! e questo dell'antiquario
Strada che soppesa una piccola Venere di alabastro come io godo
scandere l'esametro di Lucrezio in questo veramente amoroso elzevir
di Amsterodamo che mi don Ghisola ieri e che io porto nella tasca
corale destinata alle epistole d'amore.  iniquo che nessuno de' miei
poemi sia stampato cos e serrato da questa legatura di marrocchino
rosso di sangue in grumo che serba una indicibile grassezza pastosa e
untuosa forse in memoria del cuoio caprino o forse dello studio

  55 Acutezza di occhi, acutezza d'animo, severa, brillante. (N.d.C.).

umano e gi del mio, tanto fervente. non m'era destinato? e non 
soprannaturale che la mano della donatrice, dopo avermi offerto la
pi rara delle orchidee, mi abbia offerto questo libello perfetto a mi-
sura della sua palma come il suo anello di fede  a misura del mio
anulare? m'era destinato; perch nelle due facce, sotto lo scudo genti-
lizio,  due volte impressa a oro una parola di me degna: l'aspira-
zione della mia infelicit non contrita n insuperbita: NON EST MOR-
TALE QVOD oPTo56.
  E molto male che un tale intimo prodigio non mi sazii, e ch'io pre-
tenda aver grazia presso quest'opaco Strada come apud Guiljel. Jans-
sonium?57
  Voglio anche la statuetta, di sentore alessandrino. Aeneadum gene-
trix, hominum divumque voluptas...5R
  Rifiuto la meschinella Eva di Hans Memling con quel pomo cereo
e con quella foglia trista che le copre 'le parti pudende e vergognose'.
ella  certo di generazione pecorina. ma non la volto per trovarle la
coda lanosa fra le natiche fiamminghe. o Rubens!

  Il Correggio mi d una giovine dama molle, nivea, rosea soltanto
nelle piante de' piedi, nelle punte delle dita. una forma bestiale, una
sorta di mostruosa nuvola grigia l'abbranca. una zampa grigia passa
di sotto all' ascella della Inachia. e tutto quel grigiore nbilo si gonfia
d'impudicizia come d'una burrasca d'agosto, e vi s'intravvede la fac-
cia del marito di Giuno rabidamente popputa che pur in grazia di Eu-
rimedonte e d'altri giganteschi maschi aveva fornito di corna il Mas-
simo prima ch'ei si mutasse in toro al ratto della bianchissima figlia
d' Agenore !
  E il Tintoretto, togliendo ai vecchioni la carne di Susanna della
trib di Giuda, la dona in gloria al pagano Sole.

1   Il colorista  omai sazio di colore.
i'    Non m' facile ritrovare il palagio del principe Alberto, per con-
CL durre la mia malinconia a quella di Alberto Duro.
        Eccomi all' Albertina, in un corridoio ove sono allineate le custodie
~- dei libri. un uomo cortese mi viene incontro, e liberalmente mi con-
segna un fascio di disegni del Rembrandt. tremo come un ladro che
sia per involarli e fuggire.
        Questo mi basta. l'Altissimo appare ad Abramo. tutta la grandezza
Z dell'evento  significata da un vasto albero che riempie il cielo e lo
  amplia come invaso dal soffio divino e fatto pari alla divina pre-
  senza.
    Questo mi basta. ulterius tentare vetat59.
L     Nei disegni verdi del Durero su carta verde, a penna lumeggiati di
     bianco, tra l'Arresto del Nazareno e l'Adorazione de' Magi, m'inpa-

      56 Non  mortale ci che desidero. (N.d.C.).
      57 Presso Giulio. Giansenio? (N.d.C.).
58 Genitrice degli Eneadi, volont degli uomini e degli dei... (N.d.C.).
59 Tentare oltre, dissuade. (N.d.C.).
dronisco d'un coniglio vivente, lo afferro per gli orecchi, gli affondo
le dita nel pelame, che non mi scappi mentre il prodigio del disegno
mi abbcina.
  La poesia di sbito mi rapisce nelle mie nuove invenzioni. i miei
studii della danza per il Teatro d'Apollo s'illustrano in un baleno. Ia
Tanagra, la mia danzatrice, mi trova una delle sue figure.
  In uno dei disegni verdi una donna ignuda giace a terra; ha disteso
nella pianura il suo corpo atteggiato secondo il lineamento dell'oriz-
zonte.

  Tra i miei disegni--fra que' tanti e tanti che la brevit della vita e
la difficolt dell'arte non mi consentiranno di compire-- una 'Vita
di Alessandro' concisa come un ritratto in piedi fatto da un maestro
che lo conobbe e lo studi a lungo vivendo con lui sotto la tenda e
nella battaglia, nella marcia senza soste e nella espugnazione spedita:
voglio veramente dire un Ritratto campale.
  Quanti episodii nella mia vita e di guerra e di magnificenza e di
generosit mi accostano a lui, non come imitatore, come un di quelli
che lo imitavano nell'attitudine del capo inclinato su l'omero; ma per
inconsapevole natura: specie nel suo senso umano, nella sua umanit,
nella sua piet del veterano sfinito, del fante stroppiato e assetato, del
monarca stravinto, della donna resa inviolabile non dalla sua corona
ma dalla perdita della sua corona.
  Mi piace di non aver riconosciuto le singolari simiglianze se non
dopo, molto dopo le mie azioni spontanee, dai miei studii recenti,
con una fresca meraviglia, con un sorriso festoso.
  Che mi vale ogni specie di gloriola? qual lode gretta e guardinga
pu rivelare me a me stesso, in confronto dei riscontri improvvisi che
mi vengono dai miei pari noti e ignoti?
  Sono in una notte di tregua, disceso dalla mia officina, pi scorato
che stanco. perch quando in un'ora di grazia io sento di aver disco-
perto per pochi attimi il volto nudo della bellezza e di averle rapito
alcun lineamento e trasposto in questa pagina per pochi attimi o per i
volubili secoli, perch ho sempre il desiderio di annientarmi, di dis-
solvermi, di scomparire? se una voragine fosse dietro il duro sgabello
della mia fatica, non esiterei a riversarmi indietro nel buio seguendo
l'estremo bagliore della mia fronte che fu luminosa.
  A Eleusi in un pomeriggio d'estate appresi da una pietra che, se-
condo una essenzial legge dello Spirito, I'arte stessa pu divenire
esotrica. in antico religioni e filosofie non vissero se non di silenzio:
conobbero e osservarono la necessit del silenzio. quelle che a tal ne-
cessit si sottrassero, quelle furono sempre mal comprese difformate
profanate avvilite.
  Cos  della poesia, cos  delle opere di poesia. queste, divulgate,
si difformano e imbastardiscono: pongono a rischio la loro integrit,
e la prdono. il poeta stesso e il suo modo di vivere sono bruttati
della lordura di quelle mani che, dopo aver tocco e svolto le pagine,
si accaniscono contro l'intimo uomo, contro la sua diversit e discor-
danza.

  Ben io son oggi l'esempio vivente del ludibrio pubblico, laudato e
illaudato.
  Stanotte sono solo, senz'arte e senza terra. una specie di rabdo-
mante o idromante umbro mi ha mandato una bella idria di acqua
nova, tratta da una vena incognita che oggi  la sua placida ricchezza.
egli sa che io bevitore d'acqua ho appreso da quel mio famoso amico
del Cairo d'Egitto a discernere tutte le fonti e a giudicarle. ho gi in
un vetro delicato la primizia dell'offerta che s'agghiaccia e lo vela.
hausta clarior. m' bello avere compagna di veglia quest'acqua nova.
  Un altro umbro, un uomo di Perugia dotto e integerrimo, che in-
cominci ad amarmi nel tempo de' miei studii su la gena de' Ba-
glioni quando mi accadde di trovare l'origine storica eroica del voca-
bolo cucinario e pellegrino 'zanbajn'; un altro umbro seppe a me
rinnovellare una parola di virt latina come soltanto sanno le bocche
vizze e fioche degli asceti bibliognostici, dicendo di me: 's,  vero;
egli si sente egregio.'
  Sorrido nel pensare che stanotte io mi sento egregio pi del solito.
bagno il sorriso nell'acqua nova. mi siedo, mi alzo. esco nella Loggia
dell'Apollino alla ventura per cercare nella mia Bibliothecula ma-
scula un de' vecchi libri che vestiti di pergamena lacera mi port da
Verona ieri Antonio Occulto.
  Esamino, sfoglio, spulcio, come soltanto sa chi di spulciatore ha
inonorata nomea da' primordii. cos io leggo libri che nessuno ha
letto e mai legger; so tante e tante straordinarie cose che nessuno sa
n sapr. sono forse l'estremo de' bibliomanti attentissimo e speditis-
simo nel cercare me medesimo e i miei fati.
  Anche queste note segrete, e veramente esoteriche, non legger
alcun postero. le scrive il postero di s stesso.
  Leggo. il cuore mi balza. se il mio buon sangue mi riarde, anche
mi riluce, o madre. sotto i tuoi occhi leggo pur con l'uno.
  All'assalto di Volterra, come la soldatesca era stracca e immollata
di pioggia, Filippo Strozzi temendo la peggio corse in cerca di Fran-
cesco Ferrucci perch senza indugi venisse a rianimare e incitare le
sue genti.
  Si precipit alla riscossa costui senza motto, tutto furia e vampa,
gonfio il collo che a tanto ansito non soffriva gorzarino finch il ma-
snadiero di Gavinana non isgozz l'uomo morto.
  Nemici acerrimi ribollivano lo Strozzi e il Ferrucci. poche setti-
mane innanzi, in una disputa, eran per venire all'arme e per trapas-
sarsi, sangue contro sangue gli occhi, ingiuria contro ingiuria i denti.
  Dementato dall'ira il Ferrucci non la gorgiera soltanto ma negletto
avea di mettersi pur in capo una cervelliera o un coppo, mentre i Vol-
terrani dallo scagliar sassi e dal versare olio bollente non ristavano.
in zucca e spettorato il commissario si esponeva a morte certa.
  Allora lo Strozza, il nemico infesto, si lev pronto la sua celata; e
con mani ferme la calc in capo al Ferruccio, seguendolo in zucca,
come avrebbe detto il Davanzati a gara con Tacito, detecto capite,
maestro magnanimo di concisione agli assalitori e alla Rocca.
  Ah, per San Giovanni, questo mi piace! e anche per la fonte rude
di san Cetteo dove fui battezzato.
  Un esempio solo: di giovinezza, non di guerra. i fatti di guerra noti
e ignoti io non li conto. c' forse qualcuno che li conta.
  Come gioiosamente il gran faggio purpureo canta nel gallicinio la-
tino! e come vorrei che la copia traboccante di vasca in vasca e di
canale in canale fino a valle mi divenisse acqua nova del trovatore
umbro! semper abundantius60.

  In un duello con un vigoroso e libero scrittore, nato anch'egli in
vista del Gran Sasso, antico amico divenutomi nemico e diffamatore
crudissimo, io schermitore accorto e di buona lena cercavo di sco-
prire i1 suo gioco attaccandolo vivacemente con varie finte senza an-
dare a fondo.
  Egli indietreggiava cos che dava le spalle all'estremo limite con-
cesso; e fu dai padrini ricollocato al posto tre o quattro volte.
  Il preparatore, nella sala di scherma, gli aveva insegnato a ferire
l'avambraccio. due o tre tentativi, durante il mio attacco sempre pi
vivace, furono vani. certo la sua antica amicizia di adolescenza sus-
sultava nel mio cuore quando cedeva terreno.
  Allora scopersi il mio braccio nudo in una finta netta; quasi l'of-
fersi alla sua punta, avanzando palesemente incontro alla leggera fe-
rita, invece di prevalermi della mia perizia esercitata in pi anni al
gioco della 'spada di terreno' nella sala del mio maestro siciliano
Emanuele di Villabianca.
  Mentre il chirurgo osservava la mia ferita che m'intormentiva mu-
scoli e tendini del braccio, I'arnico nemico s'avvicin con una timida
pena che gli velava gli occhi. anche allora io sapevo sorridere, al tor-
bido e al sereno, senza ironia e senza spavalderia. Ia mattinata no-
mentana era bionda come nella nona rima d'Isaotta Guttadauro. e ri-
diventammo amici: amici schietti e sicuri anche ne' dissensi d'ordine
civile.
  Io gi conoscevo e gi soffrivo della inattesa parola del signor di
Montagna, forse dolcigna, forse amariccia: 'je suis amoureux de l'a-
miti61.
  Quando si part egli dal mondo, ultimo sopravvissuto de' miei
Ulissidi, io compivo la pi bella e la pi dolorosa delle mie gesta ic-
rie su le Bocche di Cattaro. ITERVM RUDIT LE062. nella notte adriaca
il mio commiato fu degno di chi ebbe le forze e l'animo per superare
il suo destino, e non seppe.

  Era un settembre senza grappoli in vendemmia e senza rondini in
comrniato, quando io ricercai e ritrovai le vestigia del Vallo romano
tra il Monte Luban e il Trestenico.
  Il fante, I'umile fante, il compagno di que' fanti che oggi vangano

  60 Sempre pi abbondante. (N.d C.).
  61 lo sono amante dell'amicizia (N.d.C.).
  62 Di nuovo ruggisca il Leone (Nd C.).

            LIBKO SEGRETO                               519

e arano il suolo 'sacro agli Iddii', se bene deluso dall'armistizio in-
fausto, lavor a porre in condizion di difesa la linea raggiunta dalla
mia audacia e pervicacia.
  Condotto da quello spirito che nomavano genius loci gli antichi
nostri, per collocare le sue mitragliatrici scelse due posti in corri-
spondenza esatta con le aree di due torrette difensive del Vallo, alla
quota 850 e alla quota 617.
  Per quella ispirazione e divinazione misteriosa che accomuna una
gente d'una origine e d'una sorte, dopo venti e pi secoli il piccolo
fante del Carso si stabiliva nel punto ove radicato s'era il legionario
di Roma per difendersi contro la medesima barbarie.
  E bello che un tal ricordo basti ad assicurare un Capo di rivolta nel
suo diritto, a drizzargli e afforzargli le vertebre della volont, I'osso
del dosso. il sangue s'imporpora, nello scarno paese che non sa come
il mosto bolla.
  Quante tracce romulee, a levante a ponente a tramontana, riveler
tuttavia l'istinto marzio--Gradivus pater63--ai nuovi Legionarii
per postare le belle mitragliatrici!
  Sedici anni avanti m' abbandonavo a un ' altra melodia nel novilunio
di settembre.

E io /e dico: 'O Ermione,
tu hai tremato.
Anche agosto, anche agosto
andato  per sempre. '

  Il cielo  d'un azzurro cinereo come gli occhi di Scipio Slataper e
di Natal Palli.

  Il novizio  perplesso. esperimenta il mare; tenta l'altezza. ma
basta la misura del pericolo a misurar s medesimo? giova lo stato di
anfibio a riacquistare il senso della plenitudine? due vite, due ma-
niere di vivere, per chi visse tante vite?
  Eccomi combattente amfibio. so che vi furono combattenti amfibii,
ma di terra. amfibii chiamarono gli Elleni quei cavalieri che usavano
combattere con due cavalli, saltando sul secondo quando era stanco il
primo e con mirabile prontezza alternando il balzo nel momento op-
portuno.
  Perito in archeologia militare il generale Augusto Vanzo mi av-
verte che il Padre Semeria parler alla Brigata Caltanissetta accam-
pata in Versa. vado a Versa col colonnello Petella, che mi fa da men-
tore cortese e faceto.
  Mattina limpida, quasi temprata e forbita come l'orbe d'un'arme in
piastra. ma le strade sono gi asciutte, per ridoventar polverose. file
di carri, file di fanti. Ia macchina fende i battaglioni che si aprono.
movimento insolito da per tutto. si sente un che di somigliante al
polso dell'azione. qualcosa di straordinario si prepara, in dispetto del-
l'anfibio?

  63 Padre Gradivo.
  Sul campo m'incontro col Padre Semeria tanto gioviale e benevolo
quanto io sono modesto e prudente. il Duca non  ancor giunto.
  L' altare  alzato in mezzo ai pioppi ingialliti, coperto di lana
rozza, senza arredi. i fanti sono schierati dall'una e dall'altra banda.
con la baionetta in asta; che mi d non so che inquietudine del disuso
retrocedendomi alla prodezza delle armi corte. hanno un aspetto vi-
goroso e fiero che li svela della Brigata siciliana: bruni, salvatici, in-
cotti di sole, simili taluni ad arabi o a cafri. Ii comanda il generale
Vagliasindi, un duce della qualit di Ameglio, prode e rude. egli ha
la voce dura del vero comando che foggia l'obbedienza in atto.
  Il Duca arriva, supremo fiore di cavalleria sabauda, con quel suo
aspetto grave e un po' soffuso di tedio, ma semplice, tranquillo, si-
curo.
  Comincia la messa officiata da un sacerdote dalla barba fulva ma-
schio membruto. 'in ginocchio!' comanda il generale nel cospetto di
Domeneddio.
  I fanti s'inginocchiano poggiandosi al fucile. come nei templi la
preghiera  sostenuta dalle guglie e dai pinnacoli, oggi sul campo 
sostenuta dalle baionette: preghiera irta e aguzza. volti reclinati di
giovani imberbi, di uomini maturi, taluni d'inclita impronta, non men
belli degli esemplari che tratt l'arte greca e latina. bocche sensuali,
bocche tristi, che dalle lunghe ciglia prendono un'ombra di passione
come ne' canti della piccola patria. Ianugine bruna, rossastra, albina,
sotto gli orecchi, nelle gote, nel mento: quasi dolcezza di tardiva pu-
bert. teste modellate dalla materna morte, atteggiate di gi nell'alveo
scuro, trasposte da una prima creazione in un'altra. la placenta  il
nome d'una focaccia triticea cotta senza lievito con un poco di latte.
la vedo tra le mani scheletriche del sacerdote consunto nel sacrificio
del corpo e del sangue. sono un poeta da macello. il cannone tuona
verso il San Michele. un velivolo nemico appare tra le nuvolette
bianche degli scoppii. gli occhi dei nati di donna si sollevano al cielo
lacerato. si vede il bianco, ma non  il bianco della paura.
  S'interrompe la santa messa perch il Padre Semeria concioni. ei
sale in una bigoncia che domina l'altare. parla con una eloquenza fa-
cile e pedestre, ma persuasiva. non v' bellezza nella sua parola. an-
ch'egli professa l'errore di credere che i cuori umili non sieno tocchi
a dentro da una voce di altura.
  D'una purit sublime  il cielo incurvato su i monti che le prime
nevi imbiancano. un tepore tardo si forma dalla preghiera, sopra le
baionette lustre e verticali. di continuo tremola il fogliame de' pioppi
moribondo, oro nell'oro. il Carso  laggi convulso di siccit, avido
di bevere, bramoso di aver tra' suoi fiumi occulti il fiume che fumiga
e poi sotto il sasso si accaglia per fornire la pi ricca vena di porfido
alle arche della Gloria non ancra scolpite.
  Soffro o esulto. non pi odo le parole del concionatore che ha gi
la bocca piena di saliva. odo il canto della terra? certo ascolto il bat-
tito de' cuori carnali, l'anelito dei petti visitati dalla divinit senza fi-
gura. ascolto il silenzio di sotterra, e il silenzio ch'eguale dura di l
dall' azzurro.

  E una grande ora, la pi grande da che abbiamo varcato il confine
e piantato la nostra bandiera nel suolo redento patet aditus.
  So che domani a mezzogiorno s'inizier l'azione, s'intoner la sin-
fonia assai pi vasta che quella dei giorni di luglio
  Volti di soldati in una specie di trasognamento; che sembrano gi
posati su l'erba funerea, gi immuni d'ogni violenza e d'ogni ango-
scia, infinitamente pi belli che nei feretri delle loro chiese parroc-
chiali. qualcun d'essi non fu modello a Michelangelo per i giovinetti
della Sistina, per quelli che sostengono i mausolei o stanno seduti sul
margine de' loro sepolcri, per quelli che danno al mistero la faccia di
un'altra esistenza?
  Soltanto in quest'ora la poesia della dedizione mi rivela qual po-
tenza plastica sia nella nostra schiatta di carne e d'ossa.
  Il barnabita cessa di concionare. il sacrificio della messa vien ri-
preso dall'officiante, con un susurro lieve, con un tenue moto di lab-
bra, perch ciascuno oda nel cuore la parola che non ha la sillaba e il
suono di quaggi. dunque tutto  converso? tutto  innovato? donde 
discesa nel membruto uomo fulvo questa spiritualit trasparente?
  'Siate facitori della Parola, e non uditori'  scritto nel pergamo di
Grado, nella basilica dei Patriarchi.
  Vedo luccicare i chiodi nelle grosse scarpe del cherico inginoc-
chiato presso l'altare: i chiodi tra il fango e la terra molle e qualche
fil d'erba e qualche foglia morta.
  Ecco i soldati novamente in ginocchio. Ie teste son chine sotto la
selva delle baionette. I'acciaio polito ne inacerbisce il disegno con
l'arte di un incisore severo.
  Il Duca  immobile, pensoso, con quella sua faccia solcata da una
tristezza avita.
  Un giovine capitano, alto snello fiero, si china verso la mia gota e
a bassa voce mi dice: 'perdoni.' poi mi mette le dita nel collo bianco
di Novara e afferra una vespa che stava per pungermi. ha la vespa
viva tra il pollice e l'indice. me la mostra sorridendo. cos pu sorri-
dere soltanto la prodez~a. ci rincontreremo.  un Vagliasindi anch'e-
gli.
  Mi ricordo della vespa d'Abruzzi, della vespa anellata di Franca-
villa, che m'infisse il pungolo nel polso destro: ferita di poeta non
ibleo.
  'Ite, missa est. ` 64
  Il sacrificio  compiuto. bello m'appare in tutti gli evi del Cristia-
nesimo il rito celebrato innanzi la battaglia. i soldati si levano in
piedi, presentano le armi. il Duca si muove per andarsene seguto da'
suoi ufficiali.
  Mi manda a chiamare, mentre aspetta che le compagnie gli si mo-
strino sfilando. ridovento l'amfibio. parliamo di velivoli, di squadri-
glie da comporre e da allenare, del mio compagno marino Giuseppe
Miraglia, della disegnata mia impresa su Zara. o meraviglia! egli s'il-
lumina di un subitaneo sorriso, che gli sorge da una diversa regione

  64 Andate. Ia Messa  finita. (N.d.C.).
dello spirito. mi pone su la spalla una mano affettuosa, e mi recita
due strofe del libro che si chiama 'Alcyone'.

Molto contenni, puro o adulterato.
Ilfalso e il vero son lefoglie alterne
d'un ramoscello: il savio non discerne
l 'una dall 'altra, I 'un dall 'altro lato.

E la virt si tigne come lana,
e lafelicit come Vertunno
tramuta la sua specie. Io voglio, alunno
di Libero, finir difine insana.

  Entrambi, e quel che intorno a noi cangia o vige, uomini, eventi,
siamo come disciolti in una pausa senza principio e senza fine.
  Il Duca mi scuote un poco, e continua: '--finir di fine insana--,
Gabriele d'Annunzio! Gabriele d'Annunzio! non abbia in questo Suo
cranio altro pensiero che di farci un altro dono, di darci un altro libro
come "Alcyone". mi vuol costringere a legarla, a rinserrarla? Ie
hanno detto quel che accadde nella baracca dov'era il generale Sani a
leggere, durante il tiro, "L'Oleandro"?

O Notte, piangi tutte le tue stelle!

  Un trecentocinque cadde in pieno su la baracca. I'ha saputo? Io sa?
un miracolo; e non il primo.'
  Egli si volta, agitando intorno al suo fregio di Capo le due mani in
afflizione profetica. si allontana. affretta il passo; si avvolge nel man-
tello.
  Intanto il torrente di carne scorre su la prateria soleggiata. il can-
none tuona dal monte.

  Vado col colonnello ingegnoso e piacevole al Monte Medea, che 
l'Osservatorio di dove il Duca assister alla prossima azione.
  Possiamo salire con la macchina per la strada nuova di ghiaia
asperrima. arriviamo al posto telefonico. i soldati si son ricoverati
sotto le tettoie per non correr rischio d'esser colpiti dai bossoli del
tiro contracielo. Ia nostra batteria sguita a bersagliare l'ostinato ve-
livolo austriaco. do all'ufficiale alcune istruzioni per la copritura dei
vetri che luccicano e indicano il posto all'osservatore avversario.
  Visitiamo una specie di ridotto: labirinto di corridoi tetri come
quelli delle Catacombe. v' compresa una camera fasciata di legno
che un pittor romanesco sta istoriando d'historie e istoriette clande-
stine meritevoli d'essere illustrate nel pi lepido linguaggio papale da
Gioacchino Belli. ma questo mastro di pennelle e pennellesse, ben
nomato Temistocle Sordone, mi sa litteratissimo anche sotterra, e
non manca di chiedermi due sentenze belliche da inscrivere in due
cartigli annodati e due corone castrensi o vallari degne del generale
Checco Coccapieller.

     Che spesce t'ha dafa' che 'sto scoparo

de pittore, che tti cquell'arzenale
de pennelli, in un'ora o ar pi in un paro
tefa senza vedello un Generale?

  Ma tutti questi operai sono in vero militanti: nelle attitudini ne'
gesti negli sforzi nella struttura adatta o riformata al mestiere mi
sembrano modelli insigni per un disegnatore di pari sprezzatura in
trattar matita e pericolo. tutti respirano il coraggio come un'alle-
grezza acerba. fiutano la vittoria, che anch'essa  femmina? ce n'
uno l, de' miei: e pianta un chiodo a diamante con un martello
grosso che gli rilieva i muscoli del braccio troppo fiero per un min-
gherlino qual : inarcocchiato le schiene, incavato il ventre a sacco
voto, distorto piedi e ginocchi: indispettito bietta e ganasce, sbale-
strato gli occhi o torvo. penso con fremito e doglia al Michelagnolo
di San Miniato. mi par che allontanandomi io mi strappi, com'ei ri-
batte con l'ultima ira la capocchia piramidale 'di grande chiovagione' .
affronto gli ostacoli; salgo alla vetta. d'essa m'impadronisco, e dello
spettacolo: rapito e deluso, perch ho bisogno del sasso, perch nel
Carso  la mia opera d'intaglio.
  Una pianura dolce ove borghi e citt si acquetano; Gorizia ago-
gnata che compone la corona di gramigna a chi s'indugia; colli e
monti che alla vista han gi assorbito il sangue e interrato l'ossame.
tutto  ambra che non brucia, oro di pompa funebre, oltremare di cu-
pola a pennacchi. intorno al velivolo  un cerchio di nuvole bianche,
quasi serafiche, come nella icona del nostro Salvatore. il sole s'
fatto caldo come nel maggio di Quarto e di Roma: per ricordare? per
rimprocciare? per auspicare? il poggio  folto di acacie, di pioppaie
snelle come canneti. se i pioppi non cessano dal tremolare, riprende-
ranno le acacie a fiorire?
  Sono impaziente. v' una mitezza che esaspera. discendo a Cervi-
gnano. mi sottraggo senza grazia a una gozzoviglia guerresca. vado
alla mia scuderia di fortuna. monto a cavallo. mi metto per la via di
Palmanova in cerca d'un prato per galoppare. ne trovo uno troppo
scarso, dove gli zoccoli s'affondano. scopro, verso Muscoli, un fiu-
micello colmo che fluisce tra file di salici annegati fino a mezzo il
fusto, biondetti come le chiome di una Ofelia furlana e di sue vergini
compagne. mi curvo sul bel collo di Vaivai senza crine. guardo,
esploro. non pi carri, non ambulanze, non fanterie. una pace im-
provvisa, in una ripa solitaria. il sentimento dell'arte di Palma vec-
chio alita su l'opera stellata di Palmanova. dimentico, e sorrido. mi
rammento, e sorrido. penso a quel ritratto che biondeggia nel nome
della Violante in carcere nemica: a quella capellatura ove il miele e
la fiamma si fondono perdendo la lor qualit per crearne un'altra
ignota alla pirausta e all'ape. diverso  il fuoco volatile che circonda
i nerissimi occhi inventando quel che non : l'astro nero.
  Soavit di questo paese! ha qualcosa di femineo e di docile, da
mettervi la mano per entro.
  Ecco l'acqua verde: di quel verde che fa gli sgonfii nella manica
fulva della Violante. m'abbandono alla viottola umida come a non so
che intimo piacere. i salci i pioppi gareggiano in doreria, le lunghe
lunghe erbe in ondulata lascivia. non v' qui un'erba che si chiama
doriana? v' anche, di tratto in tratto, 'quella doratura a smorto' degli
orafi di Vinegia, che cos denominata si spande nella bocca facendosi
sempre pi scura. un uccello misterioso fugge per l'ombra
  Il sentiero si restringe sopra l'argine finch diventa impraticabile ai
cavalli. non posso spingermi sin laggi dove quella fila di pioppi
vince ogni altro splendore. I'acqua fluisce come la volutt senza
carne.
  Dov' la strage? dov' tutta quella figliolanza da lacerare e da pe-
stare, che stamani era accomandata dal prete al Dio degli Eserciti?
  Mi arresto l dove  impossibile avanzare, tanto  spesso l'intrico
delle acacie spinose. torno indietro per le viottole molli, dove la pesta
de' cavalli pi si assorda. Doberd sbuffa e a quando a quando non
nitrisce ma tuba roco come la tortora. io lo capisco. so quel che mi
dice. ordino al mio palafreniere di Ciociaria e del 'Piemonte Reale'
che smonti. cerco un po' d'asciutto per non infangarmi gli stivali
balzo di sella. inforco Doberd con un tripudio che mi sembra di non
aver conosciuto neppur nel colmo della mia vita equestre e della mia
signoria su la Brigata spendereccia, laggi, alla Versiliana, tra Pietra-
santa e Viareggio. il tripudio cavaliero! non ne pu esser partecipe se
non la staffa lunga.
  Sono chino su l'incollatura di Doberd, che ha serbato la criniera
come storno; e mi tolgo il guanto per mettere le dita tra le ciocche
per palpare fin la barbozza. gli parlo come so; ed egli seguita a tu-
bare nel nspondermi. non v' pi il luogo del mio cuore, non il luogo
del suo cuore. cor saliens unum par ius65. perfetta adesione, non sol-
tanto tra le mie ginocchia e i quarti della sella. 'andiamo, Doberd.
andiamo a cercare un prato che conosco, di l dall'Ausa. non far pi
la tortora, e non la civetta. risparmia il fiato. ti amo, alla gran car-

  Indulgente  la morte se oggi mi lascia provare anche il pi ar-
dente de' miei piaceri.
  Galoppo alfine sul terreno soffice, sopra le ombre lunghissime dei
piOppi. il prato  segreto, tutto chiuso fra cortine di pioppi, tacito
d una dolcezza musicale come quello asfdelo, quello dell'Ade sotto
il galoppo del cavaliere tssalo, sotto le quattro unghie dell'ultimo

  Gli alberi splendono per le cime, pioppi e salici anelanti all' altezza
gli uni CO1 fusti, gli altri coi rami: aerei, pur fissi in imo66
  Imitano essi me che penso? o li agguagliano i miei pensieri trasu-

  Le ombre toccano l'altra estremit. il cielo si scolora. mi rapisce
una malinconia musicale, misurata dal galoppo ritmico del cavallo
unanime, non pi bimembre. ripenso o meglio rivivo certi vespri fio-
rentini sul Campo di Marte in vista di Fiesole laureata tra una chiarit

65 Cuore che batte all'unisono. (N.d.C.).
66 In basso. (N d C. ).

LIBRO SEGRETo

di muri graffiti. nei ritorni al passo, a briglia lenta, la mia poesia la-
vorava di graffito, e si levava su le staffe per cogliere a sommo de'
muri i giaggioli profumati. ho nelle narici l'ireos di Santa Mana No-
vella. il passato non val pi nulla. nulla vale il presente. il presente
non  se non un lievito dell'incertezza.
  Eccomi pi vasto dell'ansia. I'amica sovrana e arcana, quella che
mi aspettava al ritorno dall'ebrezza del centauro snaturato lass nel
colle degli scarpellatori, mi disse allora: 'la follia non  pi ricca di
te.'
  Sono ancor pi ricco; eppure ho una inebriata volont dl monre. e
tempo di morire: tempus moriendi.
  Esco dal prato come da me stesso. ritorno nella strada bruta, tra il
fragore atroce dei carri. fumo, polvere, lezzo, ingombro, gridi. e il
cielo resta remoto restando olimpico.
  Nella scuderia, I'odore dello spirito canforato come al tempo di
Undulna e di Malatesta. mi occupa uno strano torpore, nella posta dl
Doberd, su la paglia fresca, mentre il palafreniere gli strofina le
spalle. do la voce a Vaivai nella posta accanto, con una mquietudine
come d'infedelt.
  No, non ho voglia di tornare al mio alloggio, non ho voglia di se-
guitare a vivere. mi soprasta l'imagine di una trincea lontana, sul
monte San Michele, nel Bosco Cappuccio, dove si muore, dove la
morte percote e schiaccia di sbito, dove il corpo diventa inerte come
la mota, come il sasso, come il legname, come l'escremento.
  Torno all'alloggio. tutte le basse noie, tutte le puerili vanit, tutte
le false petizioni e le pi false dedizioni sono l, su la tavola, accu-
mulate. se devo finire domani, val la pena che io le annoveri e me ne
occupi?
  La povera Donatella--la muliercula caucasea-- l, nella cor-
nice di smalto, con i due levrieri favoriti: con Great Man e con Agita-
tor. mi riappare Villacoublay, la cuna dell'aviazione di Francia. mi
riappare la prateria di Dame Rose, il muro scialbo, il granaio basso, il
gioco de' cani nell'erba non falciata. ore ben perdute, ore di solitu-
dine, di tenerezza, di afflizione. e la tomba di Fly, laggi nell'angolo,
rilievata di zolle, simile alle tombe dei fanti che vidi ieri sotto i Cl-
pressi insigni di Aquileia emuli del campanile venerando.
  Ecco qui anche 1' appello disperato della povera amica: la necessit
di aiutarla o di lasciare uccidere i cani illustri, nell'angustia strin-
gente.
  L'oculatissimo Capo del Governo, quello che voleva per forza
conservare all'Italia la mia 'preziosissima vita', pensava che la
grande guerra non fosse per durare oltre quest'anno o--tutt'al pi
--sino alla Nativit dell'Urbe. disse a me Gabriele d'Annunzio:
'Ella chiede dodici velivoli--secondo il Suo neologismo non adatto
--per la fine del prossimo febbraio. ma in febbraio saremo tutti
morti.'
  Gi vasta, la guerra si allarga, supera ogni confine, solleva tutte le
stirpi. ma v' una stirpe barbarica che mostra una smisurata forza. ne
sento la pulsazione nelle tempie, come quando il rivolgimento tellu-
L) ANNUN~IoILILKoI~CiRETO

rico si annunzia. noi latini diamo il contributo verbale: telluris
opes67.
  V' un Dio d'Italia che sollevi domani di mille cubiti la statura no-
stra? che ci renda la volont della potenza, del diritto divino, dell'im-
perio ereditato?
  Nelle cacce alla volpe, quando educavo il mio coraggio fisico e
indulgevo al gusto mondano dell'eleganza, dissi a un buon compagno
consigliatore: 'davanti alla staccionata di tre filagne e alla pi grossa
maceria io getto il mio fegato di l dall'ostacolo e vado a raccoglierlo.
questo  il segreto, Peppino Senni.  anche il tuo. per cambiare, vuoi
che saltiamo quella marrana, in lunghezza? poco pi di quattro
metri.'
  Iersera un soldataccio che odorava di trincea muffita, e che aveva
l'aria di un bttero mal liberato de' cosciali di capra, disse a mensa:
'gettiamo il fegato di l dalla sassaia del Carso e andiamo a raccat-
tarlo senza manco riprender fiato. questo bisogna, per le Oche capito-
line! questo ci vuole, per Giove salandro!' risata corale.
  Anche iersera un capitano francese, ufficiale di collegamento, ri-
cordava la mia 'Ode pour la Rsurrection latine'68 divulgata in
Francia prima ch'io partissi per Quarto. e non senza eloquenza invo-
cava l'afflato della decima musa Energeia.
  L'aMato metrico? ohib! quando per forza mi dispongo a com-
porre l'ode aspettata, son preso da una repugnanza che par vergogna.
meglio consultare l'oracolo come nella guerra messenica, ed eleggere
alla bisogna un altro grammatico claudicante, che moltiplichi gli
anapesti di Tirteo attraverso le traduzioni di Onofrio Gargiulli e del
bollentissimo Felice Cavallotti. ma, non senza modesta reverenza
l'esser comparato a quest'ultimo da un gazzettiere mobilitato o da un
vecchio maggiore abbondanziere o da un appaltatore lombardo di
vettovaglie sarebbe a me amfibio gloria non zoppa.

  Ero sotto la spugna carica d'acqua ghiaccia quando il capitano Bel-
tra ha picchiato ai vetri: il capitano dal capo di negro venusto, l'ani-
moso mio pilota di Trento
  Forse viene a offrirmi la morte bella.
  Mistero della sera, dell'arrivo inatteso, della voce che suona su la
soglia, tra l'aria di fuori e l'ottusit di dentro. ogni uomo  un mes-
saggero inconsapevole. bisogna aprirgli il pugno.
  Beltra ritorna quando son pronto. mi risoffia l'aspro vento alpino
mi ravvicina la prateria fiorita di colchico.
  Si siede. mi ricorda tuttora la medaglia di Leonello d'Este- ma gli
manca la chioma crespa dell'Estense. ha i capelli rasi fino alla co-
tenna, come gli atleti greci, come i lottatori del ginnasio. prima l'a-
vevo assomigliato a uno de' tre Magi, al pi giovine, a quello dalla
pelle scura e dalle labbra tumide, a quello della mirra
  Piemontese d'oggi, pacato, volontario, tenace, ma non senza pie-

  67 Le forze della terra. (N.d.C.).
  68 Ode per la Rinascita latina. (N.d C.).

            LIBRO SEGRETO                               -/

ghevolezza e amor del gioco, preciso e ardito, deliberato a vincere e
a godere. ha ventisette anni, e non s'avvede che questa assodata sua
giovinezza  ingiustizia e ingiuria a me.
  E stato a Verona per tre ore, divorato dalla bramosia, affannato
dall'ansia, per vedere una sua amica che passava da quella stazione
con un treno della Croce Rossa.  riuscito a star con lei un'ora:
un'ora di volutt quasi feroce, dopo la lunga astinenza del campo.
mentre mi parla impudico egli ha su le gengive la pelle della sua
donna. s'indugia nel racconto come per un bisogno di rinnovellare,
mentre si vede rilucere la Natissa sotto la luna nuova e s'ode lo scal-
pito de' cavalli sul ponte.
  Che darei per avere ventisette anni! anche 'Laus Vitae', anche
'Alcyone', anche 'Forse che s forse che no'.
  Ho l una fotografia indelebile, che mi rappresenta quel che io
sono, quel che  il mio viso arato.
  Eppure oggi a cavallo avevo il senso giovenile del mio corpo. I,
nel bagno, sotto le spazzole dure e sotto i guanti di crino avevo il
senso giovenile delle mie braccia delle mie gambe, de' miei ginocchi,
de' miei malleoli, de' miei piedi d'avorio: de' miei scolpiti piedi di
'Crishte schiuvate'. come si diceva in terra d'Abruzzi.
  Ma l, nella fotografia di ieri, nella 'istantanea' spietata, io sono
vecchio.
  Lo vedo: ho qualcosa di senile, che pure mi sembra estraneo, che
pure non sento in me. quando cammino, nell'aria ho del mio viso un
sentimento che non  reale. e questo non  un viso grinzoso di vec-
chietto 'richiamato' ?
  Eppure dianzi son venuto gi dalla sella con una leggerezza di
adolescente e mi son ritrovato saldo in piedi, su le gambe elastiche,
con tutte le articolazioni libere d'acciaio unto che non scricchia.
  Ho la volont vigile d'esser giovine ancra, come nell'epigrafe di
quel 'Canto novo' scritto a diciannove anni, come in quella 'Tregua'
scritta a quaranta.

'O Despota, ei sar giovine ancra!'

  Il mio Beltra mi offre il pericolo come si offre un fiore in boccio.
domani a mezzogiorno incomincer la danza sanguigna. marted mat-
tina andremo col nostro velivolo a riconoscere le linee nemiche e a
proteggere con la mia mitragliatrice i 'Caudron' che faranno il servi-
Z10 per le artiglierie.
  Si parla di apparecchi, di camerati, di 'superiori', di fortuna, di
sfortuna. si calcola su la carta la distanza tra Campoformido e Vienna:
il mio sogno, il nostro. ier l'altro, il colonnello Barbieri in Pordenone
sosteneva l'impossibilit di compiere il tragitto con un 'Caproni' da
trecento cavalli. si discute, si persiste, si vuole, si spera, si sogna.
'Beltra, ti giuro che prima o poi, con qualunque apparecchio, io
andr.'
  Siamo tutt'e due sul banco, I'uno accanto all'altro. ci sembra che i
nostri destini si leghino, si anndino. egli  giovane, io non sono pi
            J                        D'ANNUNZI0/LIBR0 SEGRET0

giovane. e tutt'e due marted prima di mezzogiorno potremmo essere
un pugno di carniccio incarbonito, qualche osso annerito, qualche
cartilagine rattratta, un teschio spiaccicato con qualche dente d'oro
luccicante nella poltiglia. si conosce il giovine dal vecchio? 'Paovre
viel Paovre jou' canta la canzone de' montanari d'Auvergne.
  O forse abbatteremo un velivolo avverso e ci guarderemo negli
occhi con un altro raggio.
  Quando glie lo dico, in punto d'alzarmi, come se avessero gi ri-
cevuto quel raggio i suoi occhi splendono tra le palpebre rilevate
come quelle dei bronzi arcaici.
  Si alza per andarsene. ha i guanti troppo stretti, il colletto troppo
alto, la cintura troppo serrata. non ha vera eleganza--osserva la mia
malignit invidiosa. ma ha i denti bianchissimi eguali che m'abba-
gliavano su l'alpe nel vento montno quando mi voltavo dal mio
seggiolino di prua per segnalargli la rotta corretta.
  Su la soglia, nella sera limpida, mentre il novilunio d'ottobre so-
spende la sua curva armilla sul capo d'un albero della ripa, mentre un
mozzo fischia sul ponte d'un barcone ormeggiato, mentre l su la
strada di Palmanova un cavallo nitrisce alla mia impazienza, mentre
laggi il trecentocinque dell'Isola Morosina romba, egli riprende a
parlare della sua amica bella e della furente ora veronese.
  Un maggiore medico dal treno della Croce Rossa vedendolo pas-
sare--mentre l'amica fingeva di non conoscerlo e dissimulava l'an-
siet nell'afa dell'acido fenico--il maggiore medico aveva detto:
'guardi che capitano giovine! ha l'aria d'un ragazzo.'
  Beltra soggiunge con una fresca modestia: 'm'ero fatta la barba.'
  Se ne va. va a a desinare, poi riparte per Campoformido.
  Io resto a casa. non ho voglia di andare a mensa, non ho voglia di
ritrovarmi in quella sala piena di ufficiali famelici e strepitosi, non ho
voglia di udire tra quel baccano il maggiore dell'Intendenza parlarmi
del 'cavallo di carica' e del 'prelevamento' d'una uniforme pel mio
caporale...
  Ma non ho neppur voglia di far altro. potrei forse violare la serva
soda e tarchiatella come la Beca del Pulci: vera furlana che illustra il
grasso detto veneziano ma sa cantare qualche villotta.

  Vuota la mia vaschetta nel giardino dove la fontana chiccola e il
cane uggiola. ',ca pue' soleva dire il gran dottor Robin.
  Esco a mirare la luna. 'bonsoir, madame la Lune!'69 come a Vil-
lacoublay. il piazzale  deserto di carri, perch ha da essere rassodato
e sparso di ghiaia. la Natissa  liscia come il pi torpido degli stagni,
senza il pi lieve rincrespamento, senza la pi tenue ruga.  giovine;
e stagna.
  Varco il ponte. le vie sono ancor folte di soldati oziosi. i carri pas-
sano rombando, con un occhio azzurro in fronte. passa una fila di ca-
valleggieri portando i cavalli a mano. passa una macchina del Co-
mando, velocissima, con il solo fanale di sinistra acceso. la Natissa 
insensibile come la luna del tempo di Saffo. stagna.

  69 Buonasera, signora Luna! (N.d C.).

              LII~KU K~IU                               --

  Torno indietro. cammino per la strada di Palmanova. giungo da-
vanti alla catena tesa dalle guardie, alla barra notturna. passo oltre,
scavalcandola. l'occhio blu di un carro mi viene incontro. come si
avvicina, il chiarore mi abbaglia perch l'uomo che conduce ha grat-
tato il colore azzurro e ha scoperto nel centro un disco di luce bianca,
per meglio veder la via. mi scanso: e urto contro qualcuno che bor-
botta e puzza.
  E un prigione straccione che un lanciere a cavallo caccia innanzi
pel margine.
  Vedo laggi, lungo la fronte, brillare le bombe illuminanti. arrivo
all'Ospedaletto. torno indietro. un medico fuma la sua pipa davanti
alla porta.
  Rientro. c' nella stanza un odore di stoffa nuova: l'odore dei pa-
raventi portati dal tappezziere di Udine. paraventi? come vorrei sta-
sera appoggiare la mia vita contro un parapetto di trincea, veterano
senza nome !
  M'ingegno a fissare contro la stoffa color di piombo le grandi
imagini: i Profeti della Sistina, tre delle Sibille, la testa dell'Aurora,
la testa del Pensieroso, l'intera serie del Trionfo di Andrea Mantegna.
  M'indugio a mirare quel sublime giovinetto che conduce il toro
adorno di lauro fra le lunghe bccine dei buccinatori. tutto il cielo 
irto di segni. dalle faci ardenti ai vasi coronati, dai simulacri alle lori-
che, dalle aste alle cassidi, le spoglie opime sembrano trasmutare in
una sola immensa dovizia l'impero e il pensiero di Cesare, la terra
dei vinti e dei servi, il conflitto della bellezza e del dolore.
  Carmina non prius audita...70 cerco il polimetro saturnio. lo getto
via. l'acredine mi strangola. il ventroso Venosino non certo s'aggua-
gliava all'incitatore stroppio d'Afidna ma poteva agguagliarsi ad
Alceo con la fuga dal campo della battaglia, con l'nsito mal sedato
dalla disciplina metrica. relicta non bene parmula...7l

  [Ho tralasciato di notare che, alla fine del servizio divino sul
campo di Versa, si udiva negli alberi gialli un crocidare di cornacchie
fioco mentre i fanti inginocchiati si levavano mostrando un po' di
terra molliccia ai ginocchi. il Duca s' voltato a guardare in su, cor-
rugando la fronte.
  Ma in quale delle Vite di Plutarco ho letto questo? 'sentendo corvi
che crocidavano, gi poste le armi, si tenne in quiete.'
  Scintillava il vino nell'ampolla sopra la tavola dell'altare: non spi-
nello ma carbonchio.
  L'altare era fasciato con quelle coperte di lana bruna che coprono
il sonno del soldato. talune eran cos logore che mostravano i buchi.
ci si vedeva il sole a traverso.
  Mi corico digiuno.
  Non per osservanza del rito.
  Ma non  la vigilia? Ia grande vigilia?

  70 Carmi non ascoltati prima. (N.d C.).
  71 Scudo non opportunamente abbandonato. (N.d.C.).
  Vorrei credere in Dio per segnarmi, e per pregare che da domani
entri nella mia vita una luce nova. non posso n voglio scrivere l'al-
tra parola, per sempre a me nera e informe.]

  L'attenzione incessante fa della mia vita modi e forme di vita in-
numerevoli. io sono una struttura, una sostanza; e posso farmi simile
a tutte le parvenze della materia costruita e atteggiata. interpreto il
linguaggio, i caratteri e numeri delle cose, non dall'esterno ma dal-
l'interno.
  Eccomi in una piccola stazione ferroviaria che ha il nome di un
maresciallo, di un erudito, di una venturiera celebri: Lamothe. sono
solo, con la noia dell'indefinita attesa.
  Il treno delle merci stride nelle rotaie, si muove, ricomincia, si
ferma, stenta. Il misero contadiname non vive al mio sguardo pi che
il vecchio binario con le sue traverse smosse e con le sue ferramenta
rugginose. l'aspetto di ciascuna vettura come l'aspetto di ciascuna
creatura mi rivela il passato la destinazione il patimento.
  Una  carica di pietre, una di bottiglie, una di barili. quella porta
serbatoi di terebentina, quell'altra macchine di metallo. e in quell'al-
tra soffre e mugola il bestiame ammucchiato con la stessa parsimonia
di spazio imposta al minerale.
  Ma diverso  il modo per il carbone per il mattone per il sasso per
la sabbia. v' un ingegno esperto, v' una industria perta nel sovrap-
porre le legna segate, nell'adattare l'uno all'altro i fusti. aderiscono
secondo le loro curve, secondo le loro gobbe e cavit, secondo la
scorza e la fibra, perfettamente come il frumento nel moggio, i pallini
di piombo in un bossolo, il miglio nel beccatoio
  Nelle annodature e legature delle corde Leonardo ritroverebbe il
suo stretto stile. non mi sazio di osservare quelle tante fogge di nodi.
non l'una somiglia all'altra. il nodo m'affatica e morde, e mi eccita
continuo a scoprire non so che bellezza difficile intorta da un maestro
di giochi e di pensieri,  il pi astruso degli enigmi ma il pi bello.
invano ad artisti pazienti ho chiesto di disegnarmi il nodo gordiano.
Il Vinci non lo disegn. spesso m' parso di mirarlo nella mia mente
per un attimo, disperato di non possedere la mano fulminea a stam-
parne la figura. consapevole o inconsapevole, ogni mortale ha in s il
suo nodo; e nessuno lo scioglie. non la morte lo scioglie. non Ales-
sandro sciolse il suo tagliando il gordiano. tanti nodi ho io reciso e
recider pronto: non il mio.
  Cammino lungo il binario. cerco il nodo di Salomone? Ia mia ma-
linconia si ricorda del tempo procelloso e sereno quando navigavo su
i velieri dell'Adriatico, e m'abbandonavo al fascino dei nodi marina-
reschi--men varii e frequenti di questi. il nodo di scotta m'era fami-
liare.
  Mi volto: mi avvicino ai contadini, perch m'infndano la pa-
zienza. sembrano intagliati nella pazienza, dalla cervice al calcagno.
  Sorrido al loro stupore melenso dinanzi alla qualit de' miei occhi
voraci. tutto m' nuovo. i berretti calcati su i cranii hanno preso una

forma non somigliante ad alcun'altra, immutabile come la figura
classica del ptaso, della glea, dello pschent.
  Certe donne reggono una rete, un sacchetto di maglia, con entro un
tozzo di pane, una mela, una piccia di fichi secchi, una pezzuola
rossa. tanta pena mi fanno quelle mani villose, nocchiute, gonfie di
vene paonazze, piene di calli e di rosure, malate alcune e piagate,
torte alcune e consunte come le mazze.
  Cinque o sei facchini spingono una vettura nera come un feretro.
uno, che ha la spalla contro lo spigolo, si china verso il compagno
che cammina nella fossa del binario. gli dice qualcosa di buffo o di
osceno. I'altro scoppia a ridere. tutta la catena ride, con diverse arie
di ceffi, con una sguaiataggine attoscata d'acquarzente, nell'ombra
del carro che pure ha una sua vita quasi lugubre a costoro estranea.
  Le rondini svolano su per le gramigne de' binarii. una rade pi
volte il cemento l'erba afflitta, tra ruota e ruota, sotto i freni. se ne
va, torna, cerca, s'allontana, dispare, creando non so che pensiere
nelle cose taciturne.
  Una coppia di sposi sta seduta, in silenzio. sono modesti, semplici,
timidi, accanto allo scarso bagaglio. la donna accarezza la mano del
giovine, a occhi bassi. e la sua felicit mediocre le somiglia allego-
rizzata goffamente.
  S'avanza per il marciapiede un gruppo di operai. anche i loro ber-
retti hanno assunto la forma dei cranii, ma con un che del morione e
dello zuccotto. portano pantaloni di velluto logoro stretti al fsolo, e
cinture rossastre, i visi polverosi paion come tagliuzzati dal riso dei
denti. l'insolenza scimmieggia la rivolta.
7,      Non risparmiano una femmina magra, sfiancata, d'et incerta, ve-
    stita come una bagascia nomade, mal dipinta di rosso e di bruno, a
    volta a volta gallina bagnata e pavone spennato.
  In fondo a una pergola coperta di roselline gialle  una specie di
cortiletto sudicio ove s'accumulano vecchie casse. sotto un festone di
cipolle la massaia prepara il pasto comune. due bambini inchiodano
un pezzo di tavola, con l'attenzione tenace che li corruga e affanna in
ogni fatica meccanica. un chiodo trafigge un dito. il grave artiere
piagnucola e sanguina.
    7;  Con superbo strepito i treni 'rapidi' traversano l'umile stazione
    senza arrestarsi, zeppi di gente frettosa, perdendosi nella landa sel-
i, vaggia, traendo dietro il fanale dell'ultima vettura una scontentezza
   che attrista l'aura e irrita la meschinit di questi servi legati ai binarii
   d'acciaio diretti dall'una e dall'altra banda verso gli orizzonti dell'in-
   giustizia e della pressura senza termine.
Restiamo in mezzo ai rifiuti della vita vile. scorie di male scorie?
, ecco un frammento di utensile, un rottame di ghisa, un chiodo torto,
  una scatola di zinco vuota, un palmo di spago, una scheggia, un tr-
  ciolo.
  Tutto mi parla, tutto  segno per me che so leggere. in ogni cosa 
posta una volont di rivelazione: una volont di dire, come significa
la poesia. le linee espresse dall'incontro casuale degli oggetti inven-
E tano una scrittura ermetica.
  Da quale favola senza focolare esce questa fata di spavento?  una
vecchia ossuta: una rcca sconocchiata: con una bizzarra cuffia che
le fa ombra sul VlSO d'osso osseo, ove lucono due occhi di colore
mutevoIe, due non mai veduti occhi in destino umano, straordinarii
occhi di creatura soprannaturale, sguardi pi di profondit che di lon-
tananza. non fuggo; mi annego in un pozzo di delitto.

  C' qualche suono della guerra che si sveglia nella falsa pace. erra
nel labinnto dell'orecchio, e accompagna una certa specie di pensieri
che non soffrono altro ritmo.
  In una incavatura il soldato ritmicamente batte con la sua mazza il
pistoletto.
  Il centurione seduto sur un'asse tiene il pistoletto con ambe le
mani. una mano  fasciata con una pezzuola gialla. al medio luccica
un anello cavato dal metallo d'una spoletta.
  Barbato , con un naso adunco:  un di quei militi che vigilavano
il sepolcro di Cristo. ha gli occhi bassi e socchiusi, per tema di scor-
gere l'angelo.
  La mazza d un suon argentino picchiando il pistoletto. egli sol-
leva a ogni colpo il ferro aguzzo per rimuoverlo nel foro. comincia a
stillar sudore di sotto l'elmetto grigio. toglie a quando a quando, col
nettamne congegnato in guisa di cucchiaio agevole, toglie la polvere
bianca del calcare forato.
  M'avvedo che la sua camicia  nera quando egli alza gli occhi e
mostra il bianco purissimo fulgente. m'accorgo che l'iride ha il verde
delle fogliette pur mo nate, quando le frasche secche cricchiano ai
soffii.
  Sta su l'asse accosciato, co' piedi sotto le natiche. risentito il pro-
filo, adusto il collo, di rapina il naso, bruna la barba co' baffi rossicci
non si coglie sbito il disegno d'un uomo.
  Schiacciato  il capo del ferro dove picchia e ripicchia la mazza.
splende.
  I sassi intomo impediscono all'uomo la vista del mare laggi e


  Il fabbro nella dolina.
  L'incudine  piantata sur un barilotto messo per ritto.
   'Una morsa!' domanda il fabbro. 'senza morsa qui non si fa
niente.'
   La fucina s'affoca. servono da alari due bossoli da settantacinque.
martella egli i pistoletti, e rif la punta e il taglio.
   Siamo al limite della caverna. il soldato gira la manovella che ac-
cresce la corrente d'aria sotto il carbone acceso.
   Mantovano  il fabbro, membruto, grave, con la barba ispida. si
soffia il naso con una pezzuola rigata, superando il lagno della ma-
novella.
   La dolina ha la forma di un anfiteatro, simile a una ruina di gradi
petrosi.
   Perch nella fucina que' travicelli fasciati di carta impermeabile?

la carta  consumata. mi d fastidio, come nell'anfiteatro un tragedo
imaginario.
   Mantovano, aiuta, aiuta! m'allegra il cuore il suon chiaro dell'in-
cudine bicorne. i pistoletti senza taglio son raccolti in un canto. e io
dico che aspettano il martello che li batta e li assottigli in lame. im-
positi duris crepitant incudibus enses.
   Passa una lodola con un volo ondeggiante, sopra gli scoppii delle
mine.
   I due sono soli a lavorare in pace. io sono il terzo. senza pace, io
prendo la manovella.

   Vado a conquistare la Waterloo Cup, in terra britanna.
  Perch, quando emigro, tutto il mio essere si fa pi atto a ricevere?
direi ricettivo se mi convenisse accogliere l'esempio del Varchi e del
Segneri.
  Vorrei che ora m'insegnassero que' due a dire la maniera che quel-
I'uccello ha di posarsi sul prato.
  Il prato  verdechiaro. i campi son bruni. come un canale pu es-
sere tanto colmo senza traboccare? vasti cavalli dai garetti villosi ti-
rano rossi carri pieni di carbone. tutta la pianura verdisce e verdeggia;
dove Febbraio si diletta in variare il pi gran numero di toni che mai
abbia conosciuto arazziere famoso. come in panni d'arazzi l'erba 
breve. gli alti alberi, tutti inclinati da una banda, accusano il vento
del mare. i muricciuoli di pietra imitano le siepi tagliate. su la via
piana e liscia le casette di mattoni per taglio respirano la pace dagli
strombi delle finestre basse adorne di tendine e di fiori. I'edera se-
guace  quella di Rosamond Lovel: cingit at non stringit72. seguono
la ripa del canale molle i fili del telegrafo simili al pentagramma,
dove il vento che passa su la cecit di Georg Handel scrive la musica
7del 'Triumph of Time'. una barca si appoggia alla ripa come una
1 testa a una spalla familiarmente.
  Proseguo per una strada selciata che mi ricorda una via romana da
percorrere piano a cavallo per raggiungere il convegno della caccia
7 alla volpe. ecco nel prato i ribattitori di lepri con le loro banderuole
  bianche; e il canto delle allodole intente ad allentare l'arco del cielo.
  Arrivano i cani in certi carrozzoni da' vetri spalmati di calcina o
accecati da carte e da tele perch i corsieri gi frementi non vedan
nulla che pi li ecciti.
  Scendono sul prato co' lor mantelli ben tagliati ma molto meno
eleganti di quelli del mio canile. spio tutte le loro mosse. portano gli
orecchi alzati? Ie code basse a uncino? m'infischio del giudice su la
` poltrona del suo cavalluccio nero stellato in fronte.
Token mi piace: ha l'aria d'un serpente. I'uomo del guinzaglio gli
1netta la strozza con una pezzuola di lino, che sembra uno straccio al
L paragone di que' denti splendenti. fermo su le quattro zampe in per-
~: fetto stile equino il campione piscia; e si vede il getto aurato brillare
't sotto il suo ventre rattratto.

72 Cinge ma non stringe. (N.d.C.).
  Troppo ansiosa  l'attesa. e, se ho piet di me, ho anche piet dei
competitori; se bene in questo momento Dilwin si tenda e posi il suo
muso lungo sul collo di Token, qui accanto nel riparo.
  Intanto due coppie mediocri corrono due cattive lepri.
  Dilwin! Token! sguinzagliati i campioni partono con una velocit
di novanta chilometri all'ora, accertata dai cronometri. ho il fiato
mozzo. non v' imagine pindarica che possa contendere con quello
scocco animale. addio, armi da lancio. Token! Dilwin! i due nomi si
avvicendano nella raucedine degli scommettitori. resistente  la lepre
ungara. ma un grido breve mi fende il cuore partigiano. 'red!' la
fulva Dilwin ha vinto.
  Do l'anima all'Erebo. un cane nero e una cagna nerissima: Wail
Leucorix. ma Leucorix  balzana da quattro, appartenendo infatti a
una mia amica matta della pi nera mattezza slava. siamo legati alle
zampe bianche della levriera, che in corsa balenano. nella dipartita la
lepre rasenta il riparo. un'allodola la precede a volo, quasi insegna di
Nike. Leucorix!

  Chiara  la terza giornata ma d'un azzurro troppo languido sbiadito
tutta la campagna  velata e umida. odo un crocidare di corvi, che
somiglia al vociare de' ribattitori nel fosso. enormi carri di paglia mi
vengono incontro tirati dalle bestie villose: giacigli da malinconie
pigre. gi finisce il gioco maschio?
  Senza pause il canto delle allodole fa del cielo un tessuto di ram-
marico, di oblio, di desio, di trapasso. I'orecchio coglie un ritornello
e altri versi or salienti or discendenti. so una lassa d'un'antica ballata
di Scozia.

Win up, win up, my bluidie dogs,
win up, and be unboun
an'we' 11 awa' to Bride's Braidmuir,
an' ding the dun deer doun doun.
an' ding the dun deer doun.

E passano le vetture dai vetri scialbati di calcina portando i cani.
  Allo svolto d'un sentiero che entra in un prato riconosco il canat-
tiere che conduce due campioni dalle coperte verdi: Dilwin e Distin-
gue. forse  questo il vincitore nel presagio.
  Son venuto per tempo, per non perdere un minuto di questa vita
ignota che mi rivela, pi d'una prosa di Walter Pater e d'un poema di
Algernon Swinburne, la vigoria d'una razza e le cause della vigoria.
mi rassegno ad aspettare in una via nerastra che scende verso il prato.
mi sdraio sul margine. vedo apparire due lepri nel campo vicino. una
valica il fossato; I'altra si ferma, si siede e s'indugia, con le orecchie
basse e il grande occhio immoto. ripenso alla lepre che veniva sotto
la mia finestra quasi ogni sera, nella marina di Viareggio, quando
componevo la tragedia di Francesca. Ia sua placidit insolita rinfre-
scava la mia stanchezza. imaginavo una favola puerile, lasciando
sanguinare l'occhio di Malatestino.

            LIBR0 SEGRETo                               - - -

  Ora questa delibera. entra nel fosso. vedo le sue orecchie drizzarsi.
il didietro  bianchiccio e la punta  nera. ripenso al fiore della fava.

What became of your bloodhounds,
        Lord Randal, my son?
        What became of your bloodhounds,
        my handsome young man?73

  Passano i cani condotti a guinzaglio da uomini rudi: passano i cani
sanguinarii con quelle arie di damigelle delicate e infreddolite, con
quelle zampe in vista gracili e fragili. Adversary viene all'orlo del
fosso.  pi snello del mio Agitator, pi vivo. Dilwin ha il piede sini-
stro bianco, e anche bianco qualche dito degli altri piedi. tiene la
coda ripiegata verso il vento.
  S'avanza un grosso signore dalla cera infelice in una carrozzuccia
scura scura tirata da un ponetto castano. pare che il 'gentleman far-
mer' non abbia gambe, ed  accompagnato da un famiglio che ne ha
una sola e s'aiuta con le grucce. al parafango bistorto  legato un
astuccio di cuoio nero, accanto a una lanterna rugginosa e a un om-
brellone verdoccio.
  Quando il ponetto s'impunta, il famiglio riesce a tener ferme le
. grucce nelle ascelle e gli riscalda le orecchie con le mani sospirando.

  Alcuni di questi allevatori e allenatori di 'greyhounds' sono genti-
luomini di cultura e di cortesia insigni, come il duca di Leeds com-
piutissimo.
'-   Mi conducono a visitare i loro canili omai gloriosi. ma le loro case
    sono di una raffinatezza che mi stupisce. nascondono opere d'arte ita-
    liane ignote a tutti gli studiosi. custodiscono documenti delle storie
    arcane d'ogni et.
  'Questa  la vetrata rotta da Oliviero Cromwell' mi dice l'alleva-
tore di Springtide che nella seconda giornata ha ucciso una lepre di
gran lena. e mi fa leggere l'iscrizione. 'orate pro bono statu. Thome
Leigh, Isabella uxor ei.' 74
  Mi siedo in una delle poltrone di velluto genovese distinte dalla
corona marchionale di Casa Balbi. ma mi converrebbe restar in piedi
o ginocchioni davanti una Santa Caterina d'Alessandria di Francesco
Francia, dinanzi una Vergine con 1' Infante dalla capinera di mano del
giovine Sanzio rapita a Citt di Castello, dinanzi un Cristo alla Co-
lonna del vecchio Palma, dinanzi un Sacrifizio d'Isacco d'Andrea del
Sarto.
  Gi per la scala un Cgoli, un Carracci, un Federico Zuccaro, un
Giulio Romano.
  'O Leigh, non sapevo che foste un emulo di quel buon condottiere
e depredatore inghilese Gianni Aguto quando si godeva gli ozii suoi
sanguigni in riva d'Arno dopo le grandi stragi romagnole fatto man-
sueto come Vernon Lee.'

  73 Che cosa farete, del vost}o seguace, Lord Randal, mio figlio? Che cosa fa-
rete, de vostro seguace, mio bell'uomo? (N.d.C.).
  74 Pregate per il benessere. Thome Leigh e la moglie Isabella. (N.d C.).
        .,~v                        I) ANNUN:~lo/LlLR()EGRET0

Egli ride e si frega le mani.
'Aho! '
  Siamo alla porta della Cappella gotica vestita di edera. entriamo.
'il paliotto de' Piccolomini! la piletta dei Barbarigo!'

  Ma ora bisogna visitare le cagne che hanno partorito, confortare le
puerpere illustri. ora bisogna che io palpi la cagna gravida Ellinor e
non isbagli i1 pronostico. bisogna che assista alla frizione di Sprin-
gtide col doppio guanto: ardua sapienza.
  Caro Leigh! la sua mano fine accarezza Arrow la veterana color di
piombo, tredicenne, con lo stesso amore che dianzi gli intiepida la
medaglia di Matteo de' Pasti e quella preziosissima di Leon Battista
Alberti senza rovescio. bisogna poi sentirlo disperarsi per quel puppy
incorreggibile che gli mangia tutte le coperte e che si presenta buffis-
simo con la camiciola della moglie del trainer.
  E domani va a Londra 'to carry away at any price' 75 un bronzetto
fiorentino di Bertoldo--che per averlo io darei il pi energico dei
miei tendini--e uno di quegli scrigni sacri costruiti a foggia di trit-
tico che il Crociato feudale portava seco in Terrasanta.

  Nessuno; non dei prossimi non dei lontani, pu comprendere quel
che io stesso rinunzio a definire e ad esprimere. nessuno, per esempio
pu comprendere l'indefinito sentimento che mi occupa e mi tra-
smuta se penso o se pronunzio queste parole: 'la via di terra straniera
dove alla fine d'un giorno di libert ho condotto il cane nobile'
  Debbo partire. debbo tornare in Francia trascinandomi Donatella
  Tra Londra e Dover mi riposo ancra lo sguardo in una prateria
inondata dove le pozze d'acqua sono uno specchio in frantumi che
disperde un cielo di Turner. una nuvola bionda si pettina a un ciuffo
d'erba. i montoni e le pecore brucano senza mai levare il muso, at-
taccati alla terra come le sanguisughe alla vena, con l'istessa co-
stanza immobile. penso ai mercatanti fiorentini che andavano a com-
perar lana neconventi inghilesi.
  Presso una citt di case rosse  il cimitero erboso: un prato eguale
ove i morti sono presenti in pietre fitte allineate. e ancra erba, sem-
pre erba: 'sweet grass'.
  Il mare. il castello di Dover su le rocce bianche a picco, sotto un
dramma di nubi improvvisato da Joseph Turner col delirio di Chri-
stopher Marlowe.
  Di sbito la luce cambia. il fumo della nave  cacciato dal vento
contro il castello che si oscura, mentre le rocce percosse dal sole di-
ventano accecanti.
  Ho sete di colore. Ie armature di ferro tinte in minio gridano contro
i grigi con una violenza cruenta.
  Ahi, bisogna scendere nell'orrore dei bagagli, nel baratro dei bauli
dove il cane nobile patisce ma ammutolisce. apro la canestra, libero ii
lungo muso; tocco il tartufo che  freddo. Donatella rinnova l'esame

75 Porti lontano a qualunque prezzo. (N.d C.)

con le sue dita eburne che le cure del canile non iscurano. gli diamo
senza scrupolo, per una volta, cose ghiotte che scompariscono in men
d'un attimo. poi lo passeggiamo a guinzaglio.
  Ecco il porto di Calais, sotto la nuvolaglia grigia che si lacera in
piaghe di fulgore.
  Donatella resta seduta sul canestro del cane, dov' scritto: 'Live
dog. Chien vivant.' 76
  Si avvicinano due portatori franciosi con l'autorit della placca
d'ottone in fronte, giovani, biondicci, distinti da virgole pi scure ap-
presso il naso rabbuffato in suso, come direbbe il mio calonaco
Bambini.
  Sollevano il canestro ov' scritto 'chien vivant'. e sbito il naso si
riempie d'umor faceto, mentre lo portano per i due manichi saldi. en-
triamo nell'ufficio della dogana, nella ressa. il canestro mutolo  sul
banco. i compagni lanciano occhiate gaie, dissumulando qualche
gesto burlesco l'un dietro il dosso dell'altro. Donatella implora, con
gli occhi, con la bocca, con le braccia, con tutte le sue grazie. un do-
ganiere dalla tunica blu e dal berretto di panno blu salta sul banco, si
piega sul canestro, con un gesso da sarti lo segna. balza gi, s'in-
china ammirando con 1' occhio acceso Donatella, in galanteria france-
sca. i portatori afferrano pronti i manichi per collocare il canestro nel
calTo de' bagagli.
  Esultante Donatella mi dice: 'non vorTai vedere, quando s'arTiva, il
piccolo di Tiniwini? piccolo cos, raso e neve, col musetto rosso, con
le zampine di rosa, con le costole palesi che promettono.' quanto mi
piace che nella sua maniera fanciullesca ella mi persuada non esservi
cosa pi importante nel mondo!
~r    Nel porre da parte la sedia di ventura, mi scurisco. Ia punta, usata
    a infiggere nel suolo, conserva qualche filo d'erba e un po' di terTa
? secca.
  Io e Donatella ci guardiamo commossi da un improvviso rimpianto
dei giorni di vita inimitabile. nella bestialit del corpo l'anima trova
non so che modo segreto d'indiarsi. noi non sentiremo pi mai l'in-
cognito indistinto odore di quel campo. non sapremo mai pi gettarci
in dedizione intiera e pura a quel gioco di folgori. pi mai non sa-
remo un di que' fili che le allodole ci rapivano ritessendo col canto
l'opera del cielo.

  'Et numerosa linunt stellantem splenia frontem.' m' nella mente
questo verso di Marziale non ad altri versi congiunto; cosicch m'
lecito interpretarlo secondo il mio spleen.
  Splenium! era una sorta di erba che alleviava il male della milza.
ma in questo esametro splenia non ha il significato di ni artificiali?
'grains de beaut? mouches? uhm! e quel 'linunt'? uhm!
  Chi sa dove s' sperduto il morditore bilblico! avevo gli Epi-
grammi nella nova edizione di Ugo Grozio 'typis Ludovici Elzevirii
A. 1650. Amstelodami' delicatissimo libello degno dell'Ape nell'e-
lettro.

  76 Cane vivente. (N.d. C. ).
  Certo il secondo emistichio mi par bello di suono e di lume. 'stel-
lantem splenia frontem'.

  Il primogenito Ennio, che soffi tanta arditezza nel timido latino
dice del cavaliere quadrupes eques. appunto nell'Agro, e in ogni altro
terreno privo di sassi e di buche, io fui e son per essere quadrupes
eques.
  Ingenio maximus arte rudis77.  vero. consumo la mia notte nello
studiare e scavare l'inculto Ennio.

  La trasmutazione delle parole  una vera operazione di alchimia.
non v' convenienza tra il linguaggio ben chiamato itinerario da Ugo
Foscolo e questa non divina n umana materia d'arte, che non ha
eguali in tutte le materie del mondo se non forse in alcuni concenti
della Musica. [Beethoven passa dal pi significativo dei temi alla
prolissit intollerabile degli sviluppi.] la trasmutazione delle parole
[ahi, ricasco nella sintassi annosa e rugosa] non  forse dissimile a
quello studio che trasmuta l'acido solforico nella formula so4~2
  O Pindaro che pe' tuoi trapassi non ricorrevi alla parentesil
  Penso alle qualit sconosciute del linguaggio in un'altra famiglia
di esseri viventi sopra il pianeta ignoto, sopra ogni qualunque ordine
di astri ignoti.
  Non mi stanco di comentare e di laudare in me la sentenza di Fran-
cesco Francia, che spiacque all' ombroso Michelagnolo. per me
avanza di possa e di franchezza la miglior pittura d'esso Raibolini.
'questa  una bella materia.'
  Paragonata alla parola metrica la materia adoperata dai pittori e
dagli scultori  povera.
  Di Michelangelo da Caravaggio diceva Annibale Caracci 'ch'e'
macinava carne e non colori'.

  Sorrido senza malizia mentre scrivo, nel volgere gli occhi a un
libro raro ch'io posseggo, stampato in Firenze da Pietro Matini, con
nel frontespizio l'impresa della Academia incisa in rame. 'Osserva-
zioni intorno agli animali viventi che si trovano negli animali viventi'
il mio esemplare ha il ritratto di Francesco Redi, quello dipinto da
Giusto Subtermans, inciso qui da Adriano Halluech.

La vita e 1' arte.
  La vita conosce un solo destino, esercita un solo of ficio:  soltanto
intesa a perpetuarsi e a moltiplicarsi.
  Non v' scopo, non v' meta, non fine  nell'Universo; e non v'
dio. 'figlio, non v' dio se tu non sei quello '
  A Monfalcone, dopo ch'ebbi sepolto Giovanni Randaccio, dopo
che il cannone austriaco ebbe distrutto anche l'ospedale ov'era spi-
rato il mio compagno, io stabilii una cultura di bachi da seta con il
sottilissimo intento d'inspirare per 'mimetismo' la tranquillit a' miei
fanti fanciulli. questa  un'altra storia ma molto bellissima.

  77 Massimo nell'ingegno, rude nel modo. (N.d.C.).

  La farfalla del baco da seta batte le ali per un attimo quando nasce:
si accoppia e muore.
  Altri insetti efimeri nascono a vespro, s'accoppiano. Ie femmine
pnzano nella notte. gli uni e le altre muoiono prima dell'alba.
  O purit!
  Gli efimeri non hanno bocca: non mangiano, non bevono. sopra
l'acqua, fra le canne, trasvolano al loro destino; che  il coito e la
morte: la fecondazione, la genitura, la conservazione di una forma
fragile, d'una abilit continuamente riprodotta.

  La grandezza di un'opera non si misura al numero dei suffragi che
l'accolgono ma s bene all'impulso ch'ella determina in rari spiriti
chiusi, all'ansia subitanea ch'ella solleva in un uomo d'azione o
d'accidia o di mercatura, alla perplessit straziante ch'ella agita in
una sorte gi resoluta.

  Dopo la lunga volutt occulta, dopo la malvagia ebrezza, il corpo 
come alleviato. Ia testa  sonora. i fuochi nell'occhio leso si dissol-
vono per riapparire con altre figure, ora pi molli e vane, ora nefande
e infauste.
  Il coro vespertino degli uccelli raccolti negli alberi di magnolia si
fonde come se le piccole voci si compenetrassero.
  Le campane sembrano quelle della cattedrale sommersa.
  I pensieri sembran fluire dalle tempie col sangue delle arterie
aperte.
  Falso  il rimorso ma mi affatica come un sordo terrore.

  I suoi occhi hanno l'azzurro di certe vetrate sacre, I'azzurro di
Chartres, quello della Vierge bleue.
  Nell'attitudine supina, nell'attesa, nel sogno, nella malinconia,
pare pongano nella mia stanza dalle ombre diverse non so che spec-
chi d'acqua come in un atrio in una loggia in un verziere.
  Il motivo dell'acqua ne' suoi grandi occhi  d'una novit incante-
vole pel mio libro, se ho la destrezza di farne il motivo dominante
ma senza peso, ma senza indugio, ogni volta breve e lieve. due va-
sche gemelle, due sorgenti, due stagni, due cavi della sabbia rempiuti
dal flutto che si ritira...

  L'espressione  il mio modo unico di vivere
  Esprimermi esprimere  vivere.

  Quante e quante volte ho sentito--e mi son persuaso e mi son ra-
dicato nel convincimento--che l'istinto prevale su l'intelletto.
  Quante volte ho sentito, in me artista peritissimo, in me tecnico in-
fallibile, tesaurizzatore assiduo di modi antichi e novi, quante volte
ho sentito che il mio istinto supera la mia abilit mentale, precede
tutte le sottigliezze del mio mestiere.
  E per non amo le donne se non per quel che v' di animale in
esse; voglio dire: d'istintivo. talvolta so renderle divine, nel senso
che la bestia  una forma del divino, anzi il pi misterioso aspetto del
divino.
  Il loro potere su me tuttavia--di l da tutti i miei esperimenti e
inganni interiori-- soltanto corporale,  soltanto carnale.
  Amo l'Ombra che incede sul prato asfdelo ritenendo sotto le sue
palpebre violette la guerra d'Ilio.

  Quando conducevo la mia caravana nel Deserto d'Arabia, avevo
meco preziosissime stoffe d'Oriente. misi la pi bella al collo del
mio dromedario.

  Non avevo mai cacciato lo sciacallo. in Egitto fui con molta ma-
gnificenza invitato. durante l'inseguimento vidi il principe abbattuto
di sella nella sabbia, povera salma inerte, in vestimenta suntuose.
  Pi nudo mi parve il Deserto e pi regale. o meraviglia! sceso di
cavallo trovai nella sabbia rovente un gruppo di fioretti esigui, simili
alle miosotidi alpestri: una delicata freschezza mattutina che resisteva
a tanto fuoco, ne colsi uno per me, uno pel mio sauro nomato El-Nar,
uno per la mia donna lontana. era un segno? era un prodigio? non
seppi. El-Nar annitr. un cavaliere di Zakazik tornava indietro verso
me con in su l'arcione lo sciacallo ucciso.

  Delle semplici cose la pi semplice--d'una semplicit essenziale
e per me necessaria, quasi onore del mio spirito, apice severo della
mia vita-- la morte violenta.

  Ho comperato un'arme nuova e l'ho ben provata. ottima.
  Per finire in una vecchiezza sanguinaria, mi bisogna apprendere a
mirare e a sparare nel modo dei cow-boys che pronti abbassano il
browning dalla verticale alla orizzontale descrivendo un quarto di
circolo.

  I viaggi del capitano James Cook. mio padre m'aveva donato i vo-
lumi, quando non compivo dieci anni. ora mi vergogno di chiederli,
in ricordo del rapimento gioioso e tormentoso ch'ebbi dalla lettura.
tanto sono grullo e smarrito che mi credo di rinvenire tra le pagine
oceaniche la mia fanciullezza e la mia aspettazione?
  Ma dove, ma dove ritrover pur qualcosa di simile al sentimento
novo che mi esaltava nel disegnare le carte geografiche, nel mettere
con la matita blu il mare blu intorno alle isole alle penisole ai conti-
nenti? il segno blu circondava un sogno ampio, un arcipelago di
sogni minori, un istmo tra due voglie ineguali.

  Tutti i rumori che hanno straziato i miei orecchi nel pomeriggio, i
latrati, i battiti dei motori, i rintocchi delle campane, i crosci delle
fontane, i soffii improvvisi nel fogliame, il martello degli operai,
tutti a poco a poco sembrano fondersi in una lontananza musicale, at-
trarmi nella insolita monotonia come per agguagliarmi, per levigarmi.
  Anche la stanza n' invasa. i marmi i bronzi le maioliche gli avorii
sembrano fondersi: avvicinarsi a me [forza centrpeta dell'occhio de-
stro] senza rigore, con forme pi lievi, divenendo a poco a poco il
senso istesso del mio corpo, la qualit de' miei affetti, de' miei pen-
sieri, la mia specie non umana e non disumana.
  Compenetrazione. fluttuazione. senza nuoto io galleggio nell'Inco-
gnito indistinto.
  [Studia, cerca, trova. o espressore, t' vano forzare l'inesprimibile.
veritatis integrator et expressor78, ti chiamerebbe un fosco dottore
ecclesiastico se tu non abominassi la verit. espressore, expressor.]

  Vivo in una solitudine selvaggia e raffinata, misera e opulenta,
dove le passioni ardono s'inceneriscono riardono incessantemente.
  I miei turbini i miei nembi s'aggirano sempre nel medesimo spa-

Z10.
  Quale creatura, gi da me eletta, pu apparire alla mia soglia vie-
tata? rinunzio ridendo e stridendo alla favola dell'incontro fatale che
rinnovelli le mie sorti.
  Stanotte nel dormiveglia ho trovato in un tetrastico un'assonanza
crudele.

'Patir la puber~ della vecchiezza
concede il dio sul ciglio dellafossa?
Do per lo stelo d 'una violetta
tutte quest'ossa.'

Piuchebella. L'Italia?
  D'improvviso mi sorprende questo nome di danzatrice umbra in
una cronaca di teatro lirico.
  L'Italia bella. oltra le belle bella.
  Piuchebella  il nome di una honesta meretrice veneziana, e di una
mia levriera senza vittorie.

  Muore un gran cuoco mio nemico singolare, un certo Munsch; che
govern le cucine dell'Imperatore impiccatore prima della guerra.
  Si converte anch'egli in mito vulcanio. Vulcanius coquus ater fu-
mifer unctus, cui sua sordentem pinxerunt arma colorem frixurae cu-
cumae scapha patella tripes79.
  Era egli il compositore e 1' ordinatore di quei vasti conviti in quella
Hofburg ch'io minacciai con ilare eleganza senza diroccarla.
  Per volere del decrepito e bavoso Impiccatore certi piatti erano as-
saporati in silenzio, come religioso omaggio alla Perfezione rag-
giunta dal Cuciniere.
  A giudizio dell'imperiale ammiratore, questo Munsch non aveva
eguali nel preparare un aeuf  la coque.
  Ma quest'ultimo tratto, in vero,  molto altamente significativo. Ia
gente sciocca pensa che cuocere un ovo in guscio o un ovo sodo sia

  78 Restauratore ed espositore della verit. (N.d.C.).
  79 Vulcanio, cuoco nero, fumoso, unto, che gli attrezzi (padelle, cuccume, vasi
e treppiedi) resero di un colore sudicio. (N.d.C.).
facile.  arte difficilissima, di rari maestri.  pi difficile del com-
porre un incensurabile sonetto.
   Chi conosce l'arte della frittata? 'fretada rognosa'. io. io solo, e
per testimonianza celeste. un gentile uomo d'America, un Royce
buongustaio di molti gusti, sedeva alla mia mensa. se bene Lucullo e
Verre d'oltremare, egli talvolta s'indugiava in terra latina, e s'era ad-
dobbato un padiglione di caccia in Parigi, come al tempo del Re Sole
avrebbe eletto Versaglia o Fontanabeli. Ia sua straordinaria cultura
mi consentiva perfino la lepidezza classica. e mi piacque di compa-
rarlo al Ciclope in atto di tastare all'uscita dalla caverna le pelli di
pecore che fasciavano e celavano i compagni di Ulisse. egli invece
noverava i milioni dissimulati in pelli di bovi; perch il suo pi alto
vanto della sua tavola francesca era appunto il 'baeuf  la mode'. non
rifiniva di laudarsi, e d'insistere per ottenere da me la promessa di
andare a bearmi di tanto capolavoro.
   Alzando la fetta, e di fetta in fetta, si sprigiona il lugubre mugghio
bovino, 'amico mirabile, non abbondate in lodi, perch io non ag-
giunga ai miei epiteti il pi noto al tempo di Lucullo: coquus clamo-
sus', gli opponevo io ridendo. 'io mi vanto maestro insuperabile nel-
I'arte della frittata, per riconoscimento celestiale. uditemi. nel bel
tempo, in terra d'Abruzzi, a Francavilia su l'Adriatico, io vivevo con
miei fratelli d'arte accordati in una specie di frtria monda di ogni
altra gente estranea, accordati e giurati a cucinare il pasto cotidiano
per turno.
   In un pomeriggio di luglio ci attardavamo nella delizia del bagno e
nella gara del nuoto, quando mi fu rammentato con le voci della
fame toccare a me la cura dell'imbandigione rustica.
   Non mancai di avvolgermi in una veste di lino rapita a Ebe e di
correre verso la vasta dimora costruita di tufo e adorna di maioliche
paesane.
   Ruppi trentatre uova del nostro pollaio esemplare. e, dopo averle
sbattute con mano prode e sapiente, le agguagliai nella padella dal
manico di ferro lungo come quel d'una nostra chitarra da tenzone o
d'una tiorba del Bardella.
   La grande arte si pare nel rivoltar la frittata per dar ugual cottura
all'altra banda.
   Scarsa era la luce. annottava. i nostri mezzi d'illuminazione erano
incertn
   Allora escii con la padella all'aria aperta, sul limitare del vestibolo
di tufo. scorsi l'armilla della nova luna nel cielo glauco. adunai la sa-
pienza esatta e il misurato vigore nelle mie braccia e nelle mani che
reggevano il manico. diedi il colpo, attentissimo a ricevere la frittata
riversa. Ia frittata non ricadde.
   Pensate con quale angoscia dubitai che per mio fallo si fosse
spiaccicata sul tufo. ero certo di aver questa volta superato me stesso.
guardai e riguardai. nessuna traccia!
   Nel volgere gli occhi al cielo, scorsi nel bagliore del novilunio la
tunica e l'ala d'un angelo. mi feci di gelo.
   L'angelo nel passaggio aveva colta la frittata in aria, I'aveva rapita.
la sosteneva con le dita non usate se non a levare l'ostia. Ia recava ai
Beati, offerta di perfezione terrestre. non imitava la dorata ritondit
dell'aureola?
  In Paradiso, o mio ospite vantevole, o emulo raumiliato, nel Cielo
primo ell' per i secoli dei secoli l'aureola di Sainte Omelette.

  'La bugia  zoppa. Ia bugia ha le gambe corte' continua a predi-
carmi il candido fantasma del mio istitutore, con l'indice levato,
ignorando la bugia di vaste ali.
  Le gambe corte! come le donne--secondo l'osservazione del mi-
sogino Schopenhauer di Dantzig. Ie quali sono in massima parte--
secondo il cinismo di un altro misogino--menzogne che sogliono
disgiugnere le lor gambe corte, e sanguinano in ogni luna da una
piaga che non mai si rammargina.
  'Le vostre gambe sono di buon disegno, ma quanto si avvantagge-
rebbero di otto o nove centimetri in pi!' osai dire a Lina Cavalieri in
una sera di danze e di romanze. mi rispose ella con insolita acredine,
fulminandomi da quegli occhi d'incantesimo: 'v'ingannate a partito.
mi servono benissimo cos, n potrebber meglio.' e mi volt le spalle
ammirabili.

  Reduce dal Cairo, ella porta i capelli tagliati in tondo, come la re-
gina Mertitefs. o come Nofert? costei ha corti e lisci i capelli su la
fronte, visibili di sotto la sua parrucca. in un'altra la capellatura 
conservata e spianata su la fronte, ben piatta come un coppo d'ebano.
  Ma per mia ventura ella ha rapito, e mi reca, la gran dolcezza dif-
fusa nei volti del tempo di Akhenaten. non conosco alcuna specie di
fuco egizio che abbia potuto incavarle e allungarle cos la fossa la-
crimale.
  Ecco che posseggo in lei la grazia dell'arte niliaca: quella giovi-
netta che in piedi nel suo naviglio suona il liuto, circondata d'un
folto di papiri. Ie gambe sono lunghe a dismisura contendendo con
gli alti steli intorno. disgiunti sono i piedi per assicurar l'equilibrio
del corpo su leggero legno; ma le cosce restan congiunte.

  Nel giardino, sotto il faggio di porpora, fra il macigno del Grappa
e il macigno del Sabotino, fra il Leone venuto di Sebenico e la mi-
tragliatrice austriaca di Asiago,  un lembo di prato, quasi frammento
di prateria, ch l'erba v' folta e vivida e libera come nelle piane so-
litudini.
  Tra queste pietre di memoria, tra questi massi discesi dai monti
della Guerra,  uno spiazzo angusto ove il vento nel piegare l'erba
sembra recare l'alito di una vastit remota, di una smisurata libert.
  Mi vince una sbita voglia di stendermi, di affondarmi, di abban-
donarmi al sonno senza compagna.
  Ecco, abbatto la mia statura d'uomo, mi adeguo alla terra, mi
spiombo nell'erba che cede al mio peso ma mi nasconde alta ne' con-
torni del mio corpo.
  'Non c', non c'. non c' nessuno qui.'
  I miei cani mi hanno sentito. si accostano. si accovacciano ai mar-
gini del mio prato breve e immenso.
  Mi sollevo sul gomito, emettendo la voce roca ma imperiosa che
comanda immobilit e silenzio. vedo i lunghi musi che si abbassano
tra le due zampe d'avanti stese. odo qualche fiato, qualche respiro.
quanto ci amiamo!
  Nel riadagiare il capo sul mio braccio sinistro piegato come quel
del Prigione di Michelangelo, intravedo per entro al verde fitto pochi
fiori lievi, gialletti turchini rosati, che si dileguano come i miei pen-
sieri nel mio sopore divenuto sicuro.
  I miei cani mi custodiscono. sono in una cerchia di sicurt. mi
sembra che i loro fiati a poco a poco si accrdino col mio, e ch'essi
resprino quasi dal medesimo mio petto.
  Libertas non libera.
  A un tratto il faggio sanguigno, investito da un colpo di vento su-
bitaneo, stormisce con una voce insolita che non  d'albero ma di
folla. e i miei cani si drizzano su dal giaciglio, cominciano a fremere
e a latrare.
  Antho dalla finestra mi chiama col nome dello Spirto d' aere.
'Ariel, come! come with a thought, delicate Ariel.'80
  <Libertas non libera.

  Cantano gli uccelli dell'alba. sembrano impazienti di superare l'un
l'altro, folli in dar tutto, in dare col canto la gola e il petto e l'esile
cuore. esprimono l'ansia del mattino. anelano di riempiere l'Uni-
verso.
  Tale fu, non so pi in quale evo, il risveglio di taluno.
  Si stancheranno di cantare. si stancano. in sul primo credono avere
un petto vasto come il giorno; ed  pi tenue della pi tenera foglia.
  La massa delle magnolie  immobile. i rami del faggio purpureo
non hanno il pi lieve brivido. sembrano sentire l'avvento del sole
come quel della Medusa che impietra.
  Il canto corale prende a quando a quando una forma circolare: una
ruota sonora che giri. poi il cerchio  come trafitto da alcune note pi
acute e pi libere, dissonanti.
  L'alba nel mio sentimento oscuro si profonda novamente nel limite
del mare onde nacque: sembra ridivenir sottomarina. ha il colore
denso della profondit.
  La porpora del faggio  come il bisso. il verde della magnolia 
come la malachite.
  Ma il canto degli uccelli perde a poco a poco la sua divina sponta-
neit, la impetuosa allegrezza, la vittoriosa disfida: doventa un suono
meccanico. Ia cupola delle magnolie  ora una officina ove operai di-
ligenti iniziano la loro giomata di pena limando segando battendo
martellando.
  Ahi, non cos  dei poeti immortali? non cos di me?
  I cantori s'involano. ciascuno va in cerca del suo granello, del suo

  80 Ariel, vieni ! Vieni col pensiero, delicato Ariel . (N d. C. ).

             LIBRO SEGRETO                              tJ

ramo, forse del suo amore. rimangono nelle magnolie due tre quattro.
persiste uno che canta monotono su tre note eguali: una staccata, due
in coppia.
  La strega di Tahiti apre l'usciolo del suo cafarnao; che cigola
come se quel tristo volatile fosse riescito a penetrare nelle stanze del
delirio.

  Non so che misteriosa mescolanza di luna e di burrasca, di nuvole
fuggevoli e di acque correnti, stanotte.
  Su tutte le colline e su tutti i piani tutte le foglie degli ulivi si sono
rovesciate.
  L'argentea pace! una smania inesplicabile agita e sovverte tutto
quel che luce.

  I profumi rischiarano l'orgia come in antico la rischiaravano le
fiaccole. Ia colrano, la rinnovellano, la compiono. Ia scelta  tra
ispirazione e divinazione; e non ammette scambio n fallo. il gelso-
mino di Corsica ha la sua ora. ha la sua la rosa di Versaglia. cos il
fior di lilla bianco, e il violetto; cos l'essenza di Cipro, il sandalo di
Timor, I'heleneion di Lindo.

  E savia cosa contemplare il corpo della compagna devastato, con-
siderare il suo sgomento la sua ebetudine la sua smemoraggine: edi-
ficante come imparare a memoria un certo salmo di Davide dato al
Capo de' musici. Ia bellezza vendemmiata spremuta vuotata  misera
ma non scema di bellezza.
  Cos la mia piet, verso costei che ha servito il mio vizio, poco di-
varia da una lucida riconoscenza.
  Ella  diminuita, mentre la mia vita mentale  accresciuta di ele-
menti novelli. non il combattimento dell'angelo contro l'uomo Gia-
cobbe ma la lotta dell'angelo contro la belva vorace.
  E se, in fine, della belva io mi fossi nudrito?
  Il suono delle ore nell'orologio publico non misura la mia notte. Ia
folla, scandita come il ditirambo, strugge anche il mattino e il me-
riggio e il vespro successivo.
  La stanchezza, una certa stanchezza,  condizione maravigliosa per
nuove ricerche di piacere. non altrimenti  a me condizione maravi-
gliosissima per trarre dal mio cervello tutto quel ch'e' pu dare e pur
di l da quel ch'e' pu dare. io m'illumino, e m'inebrio di me, dopo
la ventesima ora dell'assidua 'volont di dire'. suona la campana
della mezza notte? un giorno si schianta di ricchezza, un giorno in-
comincia nella ricchezza.
  La divisione del tempo, quasi tagliente e aguzza come spada mici-
diale, mi provoca al duello in campo chiuso.
  Di tutte le sentenze ammonitorie incise nei quadranti degli orologi
da sole io mi beffo.
  Come il pensiero della fine pu in me abrogare questo privilegio di
sentire e di sempre pi sentire, che m' fatto da infiniti esperimenti e
rischi e delitti, da' pi diversi gaudii e dai pi diversi dolori indefini-
        --~V                        LANNUN~.IU/LIIiKU iKkl()

bili e innominabili, da una lotta incessante contro la consuetudine
contro l'obbligo contro la rinunzia, da una temerit e da un dispregio
che nessuno mai esercit eguali, dall'aver posto all'imo della bas-
sezza umana l'obbedienza e dall'aver posto al sommo d'ogni valore
umano la disobbedienza?
  E il privilegio del primigenio questo d'una verginit perpetua dello
spirito insonne. 'io nacqui ogni mattina' canta il poeta novo in una
lauda della vita. nasco in quest'ora.
  Nell'aprire i vetri per dar respiro e frescura alla malinconia gia-
cente, scorgo la luna logora che sfiora la nuca della collina solinga.
m'indugio su l'mero della poesia. Ia notte mi parla senza interro-
garmi. dietro di me l'amore singhiozza sommesso tra i cortinaggi,
presso il simulacro di Psiche bendata dal velo di Agra, detto acqua
corrente, che mi don una giovine profuga di Leningrad creduta della
discendenza di Tamerlano.
  Ho sete come nella notte febrile di Ronchi, quando l'amore senza
figura offerse alle mie labbra il grappolo senza sorte.

  NOCTIVAGVM MELOS.

L'alito che ti spira dal tuo viso
vien di lungi: dell'isolafebea
dove Psappha alle Pleiadi cogliea
l'ode e il narciso.

Lo sguardo che t' strniofra le ciglia
viene dal mare e viene dalla rupe:
serra nell'ambra leforeste cupe;
n ti somiglia.

n riso che ti scroscia insino al cuore,
frutto immite squarciato dal piacere,
vien della cornucopia e del verziere
e d 'un sol fiore.

n cruccio che s'adunafra le tempie
 di castigatrice senza scure:
e' t'inserpenta di vendette oscure;
e non s'adempie.

Non dell'lmetto non dell'lbla aroma
ondoso efolto, non letale raggio
d 'insania chiuso in alvear selvaggio
 la tua chioma.

Non il galrofulvo che dai velli
del lupo trae Vergilio con man casta,
non la corintia glea sovrasta
a' tuoi capelli.

Tratto questo tuo spirito secondo
con le due mani come un'arte mia:
ben so che il raggio della mia pazzia
 nel profondo.

Ecco. n bacio che s'arca e non iscocca
sembrando denudarti a poco a poco,
stampa nel mio pallore l'ombra e ilfoco

dell'altra bocca.

Se tu l'apra e mi scrolli in te confitto,
ardendo come gli nguini l'~scella,
t'amo con una crudelt pi bella
d'un bel delitto.

  Fra tutti gli sguardi umani [ahim, non conosco il mio sguardo se
non nell'adulazione delle donne che tuttavia preferiscono in me non
so quale cosa crudamente cieca, ahim, se non nelle esclamazioni dei
soldati dopo l'impresa da me forzata e condotta] fra tutti gli sguardi
umani m' fiso nella memoria quello di un coltivatore di api, d'un
produttore di miele che--nella sua visita primaverile agli alveari--
traeva dal melario i telaini come libri rari da una biblioteca giacente,
li sollevava con dita di liutaio, li esaminava volgendoli e rivolgendoli
nella luce e nell'ombra: li riponeva, ne prendeva un altro. io ho
quello sguardo, mi sembra, o almeno vorrei averlo quando esamino
una mia pagina--rettangola anch'essa--o una pagina d'altri, o una
qualunque opera d'arte ovvero frammento di arte: lo sguardo tecnico,
lo sguardo del mestiere, della disciplina, del perfetto conoscimento.
  Penso allo sguardo di Aristide Sartorio nell'esaminare la prova
'avanti lettera' di un'acquaforte; a quello di Adolfo de Karolis nell'e-
saminare il legno di una sua incisione reggendo il suo ferretto tra le
labbra minacciate dal cancro.
  Penso allo sguardo di Felice Alberghini nell'esaminare le due effe
di un violino attribuito al Guarneri del Ges, e il manico il riccio le
fasce il fondo di un altro attribuito a Geronimo Amati.
  Penso allo sguardo di Ettore Modigliani nel giudicio d'un fortu-
noso Domingo el Griego da acquistare per la Pinacoteca di Brera: a
quello sguardo continuamente attirato dalle mani del monaco che
tiene il teschio quasi non avesse peso, attratto da quel gesto miseri-
corde, da quelle dita che sembran togliere ogni peso alla morte.
  Chi pu giudicare cos, per esempio, le pagine del pianto nella
'Contemplazione della Morte' e quella dei cuccioli poppanti? chi?
  Io forse, postero di me medesimo.

  Nato, educato, esercitato a osservare tutto, senza un solo attimo di
tregua, io colgo sbito ---in qualunque uomo in qualunque donna
ch'io veda per la prima volta--il gesto maniaco: direi il ticchio se
parlassi di cavalli.
  I gesti maniaci involontarii incorreggibili rivelano in noi antiche
attivit antiche consuetudini antichi vizii della nostra specie, della
nostra schiatta, della nostra ascendenza.
  Anch'io ho i miei gesti maniaci, taluni inavvertiti, altri a me noti
come mi si rappresentano nel farli, non senza un moto di corruccio o
d'avversione quasi io fossi abitato da un estraneo indomito.

  Dopo troppi anni imperfetti ho ricostruito l'interno mio Universo;
e ne sono unico signore. ritorno forse alle origini, se l'uomo primige-
nio non ancor separato dalla struttura del mondo sentiva come un suo
gesto un suo desiderio una sua parola determinassero una azione su
gli esseri e su le cose della vita esteriore non altrimenti che su le rap-
presentazioni del suo proprio spirito.
  Ecco: io non sono incluso nel sogno cosmico, n sono il centro del
sogno cosmico, ma il sogno cosmico  la rappresentazione totale del
mio cervello. ogni oggetto  attratto in me e si dissolve in me. io creo
trasfiguro invento. non accetto nulla di fuori. non posso pi tollerare
nulla di estraneo. n credo che di una qualunque creatura o di una
qualunque cosa io possa arricchirmi; perch non v' cosa n creatura
che nell'approssimarsi ai miei sensi non si dissolva per fondersi nella
mia vita profonda.
  Ora, se nulla mi resiste, di quali caratteri, di quali rilievi si com-
pone la mia certezza?
  Non ho certezza. e non ho limiti. sono senza limiti, cos che in
certe ore io perdo anche i limiti della mia carne. il piacere fa infinita
la mia carne. trovo negli eccessi del piacere la mia pi vasta spiritua-
lit. perfino nella malattia non riconosco l'invasione di un potere
esterno, la minaccia di un nemico larvato.
  So che le cause del mio male sono nell'oscurit del mio spirito,
che a poco a poco io rischiaro guarendomi. v', se io sono infermo
un fallo d'armonia non nella mia carcassa ma nella mia anima. ho in
mente che qualcuno abbia considerato la malattia come 'un problema
musicale'. ma forse son io quegli. cerco di ricomporre l'armonia con
quell'orecchio pacato che la Musa ama.
  E quanti viaggi ho compiuti durante la mia malattia, quante navi-
gazioni, quanti perigli! mi basta guardare fisamente la parete il sof-
fitto la finestra la porta.
  Viaggiare non giova. io conoscevo la vera Grecia prima di appro-
dare a Patrasso e di riverire Erme in Olimpia, prima di toccare le co-
lonne del Partenone e le maschere micenee di oro. io conoscevo l'E-
gitto molto pi veracemente che quando veleggiai sul Nilo e galoppai
nei roseti verso le Piramidi.
  Nato per esprimere, non mai come ora fui una potenza di espres-
sione in continua opera.
  Fui grande oratore? seppi con la parola trarre gli uomini e domi-
nare gli eventi? ora per lunghi giorni resto in silenzio.
  Non considero la parola come un mezzo di scambio. mi sembra di
non poter pi adoperare quel che Ugo Foscolo chiama 'linguaggio
itinerario' .
  Lo studio lo studio lo studio mi ha reso tal maestro ch'io so espri-
mere l'inesprimibile e che supero nel mio stile di scrittore tutti gli
uomini che scrissero in tutti i secoli. pur nella pi tenue e nella pi
potente ode di 'Alcyone' non  tanto mistero quanto nei numeri della
mia prosa recente; ove io aduno gli arcani della Maga e quelli della
Poesia non dissimili.
  O prosuntuosa asinit dei giudicatori: di tutti!
  Una gentildonna ieri scriveva dell'arte mia a una mia amica questo:
'la vita, la vera vita in una forma di poesia che  la vita stessa.'
  Questo--di una giovine donna dalle belle gambe non costrette in
'bas bleus'--vale quel che io medesimo scrissi di me nella Landa:
'una sensualit rapita fuor de' sensi'.
  Postero di me medesimo confido ai posteri candidi o torbidi queste
due formule.
  E sguito a vivere, studiosamente voluttuosamente sprezzante-
mente: nel tempo medesimo pi mostruoso del mostro e lineare come
la perfezione.

  Rileggo nel libro dedicato al nome di Melpomene, delle Istorie di
Erodoto, I'episodio degli asini imperiali.
  'Abbandon Dario negli alloggiamenti gli uomini infermati e gli
inetti. anche lasci quivi gli asini, che fece tutti legare. dissimul
questo stratagema, specie nel riguardo degli uomini, con varii pretesti.
poi accese i fuochi del campo e con celerit massima s'incammin
verso l'Istro. allora gli asini gi inquieti, accorgendosi d'esser sepa-
rati dalla compagnia consueta, si diedero a ragliare con inaudito fu-
rore. e l'immenso coro asinino persuadeva gli Sciti tuttavia durare
nel luogo antico la presenza dei Persi.'
  Il buon Erodoto non si lascia tentare dal descrivere lo straordinario
orecchiuto concento, e passa oltre. io, pazzo amatore di vaste sinfo-
nie animalesche, non mi tenni dal magnificare il coro estivo delle
rane negli stagni di Mantova quando Isabella Inghirami era per con-
vertire in arme corta il motto estense 'Forse che s forse che no'.

  Ecco una terzina scolastica rinvenuta--senza data, senza indica-
zione di luogo--nella pagina dugento sessanta del 'Dante' scola-
stico di Scarto Scartazzini.

'(~abriele io mi son tuo terzo nato
che avesti dalla Musa arcana; il primo
e l'altro non redarono il tuofato'.

  Dal medesimo volume trascrivo questi vaneggiamenti del dormi-
veglia, vergati in confuso--per mancanza di carta bianca--nelle
prime pagine, sino alla XVIII del proemio.

        'E costui dubit perfin del Dubbio. '

  Se l'umanesimo non  se non l'arte di farsi uomo di l dall'umano
[scriveremmo una parola volgarizzata se non ci disgustasse per l'uso
e l'abuso dei cercopitechi domestici], se l'umanesimo non  se non
l'arte di construire s medesimo facendosi il fabro del suo proprio
ingegno, il suo proprio fabro mentale, io sono il supremo degli uma-
nisti, ch'ebbi la pazienza ed ebbi la costanza di vivere in comunion
di spirito con l'intiera somma della umana esperienza, con la Somma
intellettuale e morale a noi conservata dalle Lettere greche e latine e
italiane e francesche.
` L'uomo  tanto pi uomo quanto meglio ei sa isvegliare le virt
- assopite nel sangue della sua razza e quanto pi gagliardamente ei sa
rappresentare esse virt risuscitando in s gli eroi che le magnifica-
rono con le opere scritte e con le gesta compiute.
  Io posso consentire di riconoscermi affine all'Alighieri e a Gianni
dalle Bande nere; ma dico che dell'uno e dell'altro mi affranco per
andare oltre, per farmi degno del parentado.
  Scrisse colui ch'io volli chiamare all'italiana Michele Montagna:
'que nous sert-il d'avoir la panse pleine de viande si elle ne se digre,
Sl elle ne se transforme en nous, si elle ne nous augmente et fortifie?' 81
  Quel Montaigne nella sua famosa torre aveva una libreria d' un mi-
gliaio di volumi. io nel mio eremo ne ho una di circa settantacinque-
mila. e io ho dato e do a me stesso tutte le forme della condizione
umana, di l ben di l dal leggitore di Plutarco tradotto da Jacques
Amyot; e anche le forme della condizione eroica: non soltanto con le
odi e con le prose ma con le gesta e con le conquiste.
  E mi rido degli spettatori e dei giudicatori, sempre, con un riso pi
vasto di quello detto omerico.
  Quanto Michele Montagna frequent il tedioso e ozioso Seneca!
credette di appropriarsi l'antica saggezza facendo uno spoglio di
massime enfie della lor propria vanit. poi, passando a traverso gli
Opuscoli di Plutarco, si abbass insino a Sextus Empiricus. ma costui
l'aiut a respingere per sempre la fede stolta di Seneca nella umana
Ragione, e lo accoppi dilettosamente con il Dubbio, cosicch per
eccesso di volutt mentale ei giunge a dubitare anche del dubbio.
  La nostra mente? ah ah ! 'cette pierre de touche pleine de fausset. 82
  Cos egli conquist la sua libert, ed ebbe il coraggio di non ap-
profondire se non s stesso, il coraggio di non esprimere se non s
stesso.
  Di tutte le sue letture e di tutti i suoi studii alfine ei seppe fare il
suo miele. ogni succo e ogni sostanza ei convert nel suo miele; che
non ebbe il sapore del timo o della salvia o del serpillo ma un sapor
singolare, un sapore unico, il suo sapore, il sapore e il profumo del-
l'arma sua labonosa.
  Cos fu egli nel secolo e ne' secoli la perfettissima Ape: I'ape che
mellifica e che pugne: I'ape che produce la cera come materia per le
sue costruzioni e non per illustrare alcuno altare, alcun casolare: in-
somma l'ape moritura e immortale nominata Ego.
  Quanto son io riconoscente a questo Montagna per questa sua dot-
trina lirica che, senza conoscerla, io esercitai fin dalla prima adole-
scenza e pi profondamente esercito nella mia vecchiezza robusta.
'c'est une absolue perfection, et comme divine, de scavoir jouyr lo-
yallement de son estre.' 83
  Al veloce impeto di queste parole scritte senza penna non consente
questo Dante? Dante della Cavallata, Dante priore, Dante proscritto
Dante bilioso libidinoso rabbioso imperioso vendicativo feroce cru-

  81 A che ci serve avere la pancia piena di cibo, se non si digerisce, se non si
trasforma in noi, se non ci fa crescere e non ci fortifica? (N.d C.).
  82 Questa pietra di paragone piena di falsit. (N.d C.).
  83 E un'assoluta perfezione, come divina, saper gioire lealmente del suo estro.
(N.d C.).

dele: Dante accoppiato alla Gentucca e alla Pietra su l'origliere di
Beatrice: Dante violento contro natura che osa svergognare Brunetto
maestro incomparabile: infine Dante morituro che trasfonde la sua
ombra all'ombra della pineta di Ravenna e del suo sale insala il lito
di Chiassi, la mia riva adriatica.
  Certo egli consente se il terzo de' suoi figli battezzato fu Gabriele
degli Alighieri.
  Pur ei disse di me:

        'a tefia bello
-avertifatto parte per te stesso. '

Di me disse:

        'rimasa ogni vergogna,
tutta tua visionfa manifesta
e lascia pur grattar dov' la rogna. '

E questo di me verace epitaffio incise:

'D'ogni valor port cinta la corda.'

       FERREVS SCRIPTOR ET FERVS.)
       FERRVM EST QVOD AMAT. 84

  Pilucco un grappolo d'uva scelto intra le frutta a me inviate da
'frutticultori' ignoti ma certo remoti.
  La buccia  tanto dura che sembra fatta di un vetro pieghevole,
d'un vetro studiato da Francesco Redi. ogni acino  una piccola fiala,
tra verdiccia e gialliccia, che contiene una gocciola di nettare, una
sostanza ambrosia.
  M'incanto in una lunga imaginazione per giungere a determinare i
lineamenti di quell'uomo industre che riesce a indurire la buccia del-
I'acino e a farne una fialetta di dolciore che supera forse quella dei
granelli piluccati nella vigna opina.
  Penso a un disegno su carta verde di Alberto Duro nel tempo del
suo soggiorno in Vinegia dove Erasmo correggeva le stampe e be-
veva un malvagio vino nelle case di Aldo.

  Porto la terra d'Abruzzi, porto il limo della mia foce alle suole
delle mie scarpe, al tacco de' miei stivali.
  Quando mi ritrovo fra gente estranea dissociato, diverso, ostil-
mente selvatico, io mi seggo. e, ponendo una coscia su l'altra acca-
vallata agito leggermente il piede che mi sembra quasi appesantirsi
di queila terra, di quel poco di gleba, di quell'umido sabbione. ed 
come il peso d'un pezzo d'armatura: dell'acciaio difensivo. suo se
pondere firmat.

  Io sono di remotissima stirpe. i miei padri erano anacoreti nella

  84 Inflessibile scrittore e fiero. E ferro ci che ama. (N.d C.).
Maiella. si flagellavano a sangue, masticavano la neve onde s'empie-
van le pugna, strozzavano i lupi, spennavano le aquile, intagliavano
la siglia nei massi con un chiodo della Croce raccolto da Elena.

Il sapore della Maiella  tutto nel nostro cacio pecorino.
  Un vecchio amico di mio padre, un patriarca di Fara de' Peligni,
me ne manda ogni anno. domando al servitore che mi porti la forma
onde fu tagliata la fetta a me servita, in un piatto di Castelli, in una
maiolica di Francescantonio Grue.
  E il cacio nerastro, rugoso, durissimo: quello che pu rotolare su la
strada maestra a guisa di ruzzola in gioco.
  Miro e rimiro. non mangio pi. a dieci anni ero anch'io un ruzzo-
lante su la strada di Chieti; e sapevo legarmi al braccio lo spago e
avvolgerlo intorno al cacio e prendere la rincorsa per tirare, entrando
in furia se la mia gente rideva di me.

  Vige in me un affetto etereo che si accresce insensibilmente come
il musco nella parete o nella quercia, come l'arena nel lito, come le
ore nel giorno, come i giorni nell'anno.

  Nell'ora della mia nativit, nel tetro anniversario, mentre irrepara-
bilmente varco il limitare della esosa vecchiezza, carico d'anni e pur
tuttavia irto di desiderio e ancor pronto a tendermi come arco che
non falla, valido a balestrare la volont nel segno, ecco dinanzi a me
in un bel vaso di Persia un fascio di rami fioriti di mandorlo: il gon-
falone di un albero straziato al mio dispetto, che stasera non sar pi
fiore n sar mai frutto.

  Timbra  il nome d'un'erba odorosa, e di un de' luoghi ov'era ve-
nerato Apolline.
  Ecco una lode ellenica della mia levriera diletta: 'niuna lancia 
mandata pi veloce di lei, n la pietra scagliata dalla frombola.'

  Talvolta la poesia  trasmessa da una specie di sostanza senza so-
stanza, di materia spogliata d'ogni qualit e servigio. talvolta si crea
nel punto dove la vita come materia coincide con la vita come spi-
rito.
  Una pagina di tal poesia  immarcescibile come il cedro delle fon-
damenta di Venezia, come il legno dei violini illustri, come la corona
del martirio.

  L dove io vissi, al margine del secolo, le vaste menzogne le belle
frodi le ambigue illusioni si levavano con Espero, come inalzate can-
tate incantate dalla voce delle acque invisibili che travagliavano la
rupe traforavano il sasso risolvevano ambagi ravvolgevano meandri:
opera lieve, opera dura, opera fugace, opera costante.

  Mi sia dato appiccicare alla mia coppa le anse dei crateri greci con

             LIBRO SEGRETO                               JJJ

le loro impronte di fabbrica, che vidi nell'aula ov' l'Apolline seduto
su l'nfalo di Delfo.

  Sono come un'ombra a traverso la porta di bronzo, non viva n
morta, n passibile di destino, n della terra n di sotterra, tra i giorni
che saranno e quelli che furono.

  Tutto vive e tutto perisce per la forma.

  Il problema dello stile  di ragion corporale. taluno scrive col suo
corpo intiero. il suo stile  una incarnazione, come nel mito del 'Ver-
bum caro factum est' o nel motto del Caravaggio.

  Tutte le mie ansiet affannose verso la perfezione io le offero al
mio vizio, le sacrifico al mio vizio vivo con tutte le sue radici di
mandragora, potente in tutte le sue radici maschie di dolore, di orrore,
di sacrilegio, di penitenza, di giubilo, di disperazione.

  Uno scultore 'animaliere', disceso di quel Pisanello che trattava da
altiero maestro anche il corpo umano come nel rovescio di alcune sue
medaglie celebri e nascoste, il mio compagno Renato Brozzi--di
Parma come Ildebrando--m'intaglia una Venere lunga, molto lunga
dagli inguini ai malleoli, stralunga, per indulgere al mio vano amore
delle ismisurevoli gambe, in un avorio d'insolita misura e d'insolita
struttura donatomi da un amico di Calabria reduce dall'Africa mon-
strifera.

  Ogni causa  inconoscibile, anche quella che sembra conosciuta.
  Il mondo non  del vano conquistatore ma dell'artefice solitario. Il
mondo, perituro e perenne, non fu creato se non per esser converso
dall'arte in forme sovrane e immortali.
  Puerilmente Alessandro macdone imitava il metro di Omero
cieco.

  Nessuna stupidit prosuntuosa eguaglia quella di coloro che cer-
cano di costruire una teoria del miglioramento di questa razza umana
nel senso della forma fisica.
  La Giulia di Gargnano pu sostenere il paragone degli esemplari
sommi dell'arte ellenica. ha forse il pi bel torso di donna a me noto.
ed  nata d'una famiglia ambigua tra meschina borghesia e contadi-
name impuro. il padre, mutilato, inadatto ad altri rnestieri, ha preso in
fitto una casupola e un breve campo che malamente ei cerca di colti-
vare, non vivendo se non di sacrifizio, traendo seco nei disagi e nelle
pene la sua figliuolanza.
  E Giulia  ammirabile nelle particolarit pi rare, nelle perfezioni
che sono il segno dell'inclita stirpe, del lignaggio celeste, onde di-
scendevano o dove risalivano i modelli di Prassitele e di Fidia.
  L'omero, l'ascella, I'inserirsi del braccio al busto, le inflessioni
agevoli della schiena dalla nuca al sacro, la linea del mento e della
         4                        D'ANNUNZIO/LIBRO SEGRETO

mascella sul collo che mi fa indicibilmente vivo il latino 'teres'; e le
piccole mammelle divergenti, le stupende modulazioni nella parte in-
terna della coscia, il solco esterno della gamba simile a una stria do-
rica di scarpello fuggevole, il piede stretto che mi d imagine d'una
di quelle magnolie appena colte che i fiorai sogliono serrare con un
vimine perch non si slrghino. questi sono prodigiosi capricci del
genio bizzarro preposto a vestire gli scheletri. ma chi ha intonato
d'una tal voce un tal petto? certe note basse del suo dire sembran fare
delle sue coste le nervature d'una navata di basilica, tanto profonda-
mente risuonano quasi ampliando l'intiera architettura umana. Ia sua
voce sembra aerare tutto il corpo, echeggiare digradando sotto la
pelle insino al piede che s'arca come nell'inizio della danza.
  In quale statua il sobrio e il grandioso, il venusto e il robusto, la
grazia e la possa si armonizzano cos magistralmente?
  Atalanta e Calliope nella Giulia di Gargnano, o miglioratori della
mala gena male stampata.

  Dinanzi ai visitatori agli indagatori ai testimonii la mia cupa tri-
stezza ha il volto e il gesto di una allegrezza quasi frenetica.
  Chi mai mi 'vide' triste? chi mi vede triste?
   Io ho saputo accordare il mio riso con tutti gli aspetti del mio sof-
frire.
   Fratelmo Gian Carlo di Riva, quando sono smisuratamente gaio,
dice a s stesso: 'Come deve soffrire il mio Comandante!' e, poich
egli mi ama forse unico, i suoi buoni occhi fedeli si velano.
   La mia gioia palese  l'esaltazione e la esasperazione del mio co-
raggio. e non di rado mi avviene che dal mio studio di nascondermi
nasca una singolarissima gioia intima, quasi a compensarmi dello
sforzo e ad assicurarmi in quel che valgo e posso tuttora; perch
sento che anche una volta esercito la maga occulta, la vera alchmia
spirtale, e che son lungi dallo smarrirla.
   Alludo alla facolt di creare da una qualsiasi cosa contraria una
perfetta cosa contraria: alla virt di conciliare l'inconciliabile e di
dominare l'indomato, di asservire l'indocile e di servirmene con ele-
ganza accorta.

   Che val mai la stolta o pazza smania della felicit che in noi persi-
ste quando pi siamo infelici? che giova quel sospiro verso la bel-
lezza mentre tutto  brutto nella nostra vita? quell'anelito verso la
grandezza quando tutto intorno a noi  meschino?

   Io con la mia libert e la mia incuranza, io cortesissimo pur col
proposito di non esitare a volger cortesia in villania, io so quanto mi
sia difficile isolare il mio travaglio intimo. Ie apparenze esterne, i
rumori esterni dissolvono talvolta ingenti masse di vita mentale.
   Ecco, per esempio, la difficolt di porre in corrispondenza la mia
inquietudine laboriosa con quella monotonia dell'uccello in quell'al-
bero quieto.  certo un merlo, tra merlatto e merlone, che vuole im-

            LIBRO SEGRI~Io                               JJJ

parare a cantar senza maestro. il merlo  il mio nemico, sia pennuto
sia implume.

  Poso l'asta. cerco uno de' miei taccuini di Cattaro. v' oltre la vita
e la morte un'altra plaga dove possa abitare l'asceta? v' quel 'terzo
luogo' dove io credetti respirare nella notte di Cattaro, nella notte il-
lune, lungi alle due rive, all'amica e alla nemica, tra le stelle nebu-
lose e l'Adriatico senza fari?
  Ma, se v' il terzo luogo, da qual regione oscura vengono a me i
miei sonni e i miei risvegli che recano gi risoluti i problemi della
vigilia insolubili?

  Spesso, troppo spesso, da amici che si vantano devotissimi e fede-
lissimi, mi sento chiedere: 'ma come puoi tu perdere tante ore, che tu
chiami euclidee, davanti al Triangolo o al Delta rovescio? questa tua
non  passione; peggio:  una specie di demenza, una incomprensi-
bile mania.'
  Cari poveri amici ammonitori! 'o amici, non ci sono amici' sen-
tenzia Aristotele ch' tuttora autorevole. certo, nulla al mondo  in-
comprensibile quanto una passione a cui l'uomo sia interamente
estraneo. I'estraneo nella sua censura abbassa la passione al vizio, la
agguaglia alla pi lorda bestialit: si effonde in parole di dispregio e
di abominio: ne' miei riguardi invoca l'esorcista, e cita l'episodio bi-
blico dell'indemoniato.
  Poche sono le mie passioni, pochi i miei vizii; ch le une e gli altri
sono estremi.
  Uno mi domanda: 'tu fumi?' rispondo: 'ho fumato nella guerra,
contro l'odore del prossimo e talvolta per utile segno di tranquillit
contro al pi grave dei pericoli. ora non fumo pi, perch disdegno di
fumare tre o quattro o dieci sigarette al giorno; disdegno quella me-
schinit, in confronto delle centoventi sigarette cotidiane che fumava,
per esempio, il mio dilettissimo amico Clemente Origo. se fumassi,
io non potrei fumare meno di centocinquanta Abdulla numero Un-
dici.'
  'Avete la passione del gioco?' mi chiede un altro.
  'S: estrema. non quella che arde e tace nelle sale da gioco intorno
alle tavole coperte di panno verde. Ia prima volta ch'io visitai Mon-
tecarlo, con Petrillo Trabia e altri, i miei compagni sconfidati di co-
municarmi la febbre mi trassero a un chiromante in ozio e presenta-
rono una delle mie mani alla sua sapienza. egli guard le linee sem-
plici e rade nella mia palma leggera; e incominci cos il suo re-
sponso: 'esprit un peu lourd.' vacill sotto uno scroscio di risa che lo
percotevano come grani di grandine.
  Appesantito, non volendo e non potendo essere sfrenato giocatore
n dilettarmi al rumore delle palle e dei rastrelli e dei dischi n ad-
dormentarmi alla voce stanca e infausta dei commessi di gioco,
m'ingegnai di penetrar nell'animo di un gran giocatore smilzo scar-
nito pallido taciturno da' grandi occhi febrili.
  Compresi e consentii da presso, quando egli mi confess con una
sincerit indubitabile che per lui non valeva se non il rischio, e che il
guadagno gli era estraneo.
Il denaro avvilisce la passione, avvelena l'eroismo.
  La passione vera non conosce l'utilit, non conosce alcuna specie
di benefizio, alcuna specie di vantaggio. vive, come l'arte, per s
sola. I'arte per l'arte, la prodezza per la prodezza, il coraggio per il
coraggio, I'amore per l'amore, I'ebrezza per l'ebrezza, il piacere per
il piacere.
  Consentivo al giocatore magro, senza riserva e riserbo.
  Nella mia giovinezza, quand'ero perplesso nella scelta fra due ven-
ture o sventure, quando non m'era lecito tra due offerte rispondere
'tutt'e due', usavo ricorrere all'alea. avevo sempre meco in un bos-
solo d'oro gemmato due dadi d'avorio. agitavo il bossolo e gettavo i
dadi senza spiare la sorte.
  Ospite di Francesco Paolo Michetti a Francavilla, nel Convento
francescano, dove stavo scrivendo 'L'Innocente', un giorno fui sor-
preso dalla visita di Leopoldo Muzii mentre ero per gettare i dadi.
giocatore disperato e celebre Poldo gett un grido involontario e tutto
s'accese, rifiammeggi veramente, come nel rogo che l'adipe del-
I'arso incita.
  'Mbe', Gabbri, che te vvo juc?' 85
   M'aveva tolto dalle mani il bossolo, e l'agitava simile al grasso
lanzichenecco davanti al tamburo. non gli resistetti, tanto mi piacque
l'ardore della passione che riesciva a dare una levit di fiamma per
alcuni attimi alla sua corpulenza provinciale. giocammo a dadi, come
due veri lanzichenecchi o due guardie svizzere del Papa sul cuoio
steso del tamburo imbelle.
   Io affogavo ne' debiti, povero in canna. canna della fistola di Pan?
persi diciassettemila lire. e non m'impiccai.
   'Ne! voltare una carta, nel seguire il giro della rota' mi confessava
un amlco 'iO provo una emozione non comparabile se non a quella
dell'amore. ma tra le due, per intensit, preferisco quella del gioco.'
   Dunque, pur sempre, la sola cosa che valga nella vita e nella morte
 il dono di s, la dedizione dell'essere intiero.
   'S, quando io gioco, sento aumentare la mia propria vita. vivo
come non mai. tocco il limite sommo della mia forza, della mia li-
bert, della mia temerit. chi disse che la vita  sogno? Ia vita 
giOCO. '
   Ecco che c'intendiamo. io ho sempre vissuto contro tutto e contro
tutti--non soltanto in Fiume d'Italia--affermando e confermando
ed esaltando me medesimo. ho giocato col destino, ho giocato con gli
eventi, con le sorti, con le sfingi e con le chimere. Il vero giocatore
di baccar o d'altri giochi rischiosi e veloci seduto alla tavola verde
ha in s qualcosa del mio sentimento sfrenato; che  la vera nobilt e
la vera bellezza della mia vita lunga.
   Il giocatore--che gioca contro l'avversario seduto di fronte a lui
o che punta contro la banca--crede di combattere contro una po-

   85 Mbe', Gabriele, che ti vuoi giocare? (N.d C.).

            LIBRO SEGRETO                               JJ I

tenza misteriosa cieca e invisibile; che per lui ha una essenza spiritale:
pronta a dileguarsi a ritornare a tentare a incitare a sfuggire a vanire a
ripresentarsi novamente.
  Dal tempo lontano di Montecarlo io serbo nella mia memoria certi
volti di giocatori veri, senza guadagno, senza alcuna cupidigia di oro:
s, certi volti che non dimenticher mai. Ii rivedo in me con tutti i
loro rilievi, come se pur ora io li lavorassi con la mia acquaforte se-
greta.
  Come diversi dai volti de' miei giocatori pescaresi, di Pescara citt
di Gioco come il Vasto  citt di Grazia!
  Li vide, li cerc, li mir la mia infanzia tormentosa.
  Voglio ancra svelare me a me stesso. voglio dire come l'impronta
della mia citt natale sia stampata in me, e nel meglio di me, fiera-
mente. ricordare ricordare, voglio; e gettare la mia miseria nel gioco
mortale.

  Balzato di sella quadrupes eques in preda ai miei muscoli, avevo
disposto che mi fosse condotta pi tardi nella stanza infame del Pri-
gione una giovine donna 'folle de son corps' gi da me esperimentata
e arcanamente gustata come 'folle de sa cervelle':--Simonetta da
me nomata Leila per la sua simiglianza con tal figura su caval bianco
in una delle mattonelle persiane che illustrano la stanza del mio
bagno blu.
  Dalle prime ore del mattino fino al mezzo giorno rimango nella
zambra della Zambracca a scrivere a leggere a studiare sottilissima-
mente intorno l'arte della maiolica di Persia.
  Maiolica  parola impropria. 'Faience' degli studiosi franceschi 
impropria. dir terra invetriata? anco questa  parola inesatta. o po-
vert! tanto familiari e congiunti siamo, io e il vocabolario, perch
siamo poveri amenduni.
  I ceramisti dell'epoca del primo Chah-Abbas insino ai miei Robbia
sono mal noti, male esaminati, troppo spesso falsati e d'una impor-
tuna rarit come esemplari e come documenti.
  Occasione dello studio singolare  un piccolo piatto a me venuto
dalla raccolta del mercatante Lambert, il quale giustifica l'alto prezzo
dichiarandomi che il detto piattello  dei primordii 'Kakaplate'. que-
sto vocabolo, che indica la specie venerabile e molto preziosissima,
mi turba come una minaccia ventrale e come la denominazione di
una malattia oscura e chiara nel tempo medesimo. consulto invano
una tavola cronologica delle dinastie persiane, da quella dei Saffridi
a quella dei Selgiucidi, da quella dei Gengiscnidi a quella degli
Zends. e, come spesso mi accade, vado errando tra le imagini della
Persia di Dienhanghyr, di Bokhary, di Bahzad.
  Alla ignorante Simonetta avevo raccontato nei primi giorni la sto-
ria di Maghnun e di Leila, perch ella accogliesse il suo nome cubi-
culare. perch tanto m'indugio nell'interpretare il capolavoro di Ba-
hzad che rappresenta appunto la storia di Maghnun e di Leila gareg-
giando con l'ode insigne del poeta Anveri?
  Ecco Maghnun il folle, I'ambizioso deluso, eccolo scarnito e af-
          JJls                        D'ANNUNZIO/LIBRO SEGRETO

flitto di contro a Leila estenuata e disperata, accosciati entrambi nel
pianoro di una rupe ignuda. intorno la coppia infelice sono raccolti a
coppia gli animali diversi: i giaguari le gazelle le lepri le anatre gli
ibi i falchi: a coppia tuttl fuorche iI pavone il cane e il coccodrillo.
soli questi tre sono deserti. e io penso che sieno per significare la so-
litudine inviolabile dell'orgoglio, della fedelt, della crudelt.
  Di meditazione in meditazione, di sogno in sogno, assaporo divi-
namente la mia stessa solitudine. sono beato di sentirmi solo, di es-
sere solo. come ridoventa viva e fresca nel mio profondo l'antica sen-
tenza degli asceti 'Solitudo sola beatitudo'86! veramente fioriscono
le solitudini.
  Le ore passano. scocca l'ora dell'amante, I'ora citerea; ch'io
chiamo per me segreto l'Ora dell'Invenzione
  Mi alzo per accertarmi che la porta del Prigione  chiusa, e che
non  possibile alla forza e alla frode penetrare nel penetrale.
  Leila  giunta? offro in pensiero un sacchetto d'orzo al suo caval
bianco rimasto dinanzi alla mia porta difficile. o nella mia mattonella
infissa?
  Sono solo. sono nel colmo del mio digiuno rituale. nella Loggia
dell'Apollino  un'ampia coppa di frutti. c' l'uva che ieri m'invi
da Pegli il conte di Grado Luigi Rizzo, il mio diletto compagno di
Buccari, il mio ammiraglio delle navi ribelli o rubate in Fiume d'Ita-
lia. c' l'uva di Bolzano inviata da Smikra sotto la specie del rim-
pianto. ci sono le pesche stupende che mi ricordano quelle d'Abruzzi:
polpa e sugo, sugo e polpa; e il sapore che si assottiglia nella buccia
per donarsi soltanto al gusto esquisito; e il ncciolo duro che non  l
se non per insegnare la volutt della durezza inviluppata di mollezza
e di succolenza: il ncciolo scabro che serra il veleno per gli ignari,
negli anni della casa paterna rotto tra due pietre da me fanciullo peri-
glioso.
  Ho un bacino d'acqua ancor fresca. Ientamente pilucco i grappoli
di Pegli e quelli di Bolzano, comparando con molta attenzione i due
sapori.
  La coppa era preparata per Leila. tuttavia Leila  presente con tutta
la sua vita di frutto immaturo e maturo, dall'ora che la conobbi a
quest'ora che la deludo. e gioisco e patisco di lei pi misteriosamente
che s'ella fosse nel mio letto ignuda o sopra i miei cuscini d'aremme
seminuda.
  Per una di quelle transustanziazioni che senza miracolo compie il
mio cervello alimentato dal fuoco degli nguini, gioisco di Leila in
ognuno de' miei versi rapiti a Saadi, in ognuna delle mie mattonelle,
in ognuna delle mie figure, in tutta l'arte di Persia mistica e sensuale.
  L'Elam, la Susiana, fu sotto il dominio di Dario una satrapa. I'arte
degli Elamiti  all'origine dell'arte persa. o gigli di Susa! corrispon-
denze arcane.
  Mi rimane un solo grappolo. sono tuttora solo.
   'Chi coltiva i frutti degli orti quegli coltiva la purit' canta un de'
primi comandamenti dell'Avesta.

86 Solitudine sola beatitudine. (N.d C.).

            LIBRO SEGRETO                               JJ~

  Un certosino, di nome incerto o travolto, in un Trattato della Vita
interiore dice: 'se tu tracanni un bicchier d'acqua fresca e tu n'hai
piacere, tu cadi in peccato, tu prevarichi.'

  Io ho contato stanotte tutte le stelle di prima grandezza: le Chiare.
noverate le ho come i miei cani nel mio canile: ciascuna per l'antico
suo nome.

  La poesia stamani abita in un groppo di nuvole temporalesche.

  Da qual vena di poesia scatur quella parola L'Oreade che ieri tro-
vai scritta con un inchiostro ingiallito sul margine d'un libro veridico
dedicato alla vita e alla morte del Bonaparte, nel passo ov'egli desi-
dera essere sepolto presso la dolce fontana di Sant'Elena ombrata di
salici amarulenti?
  L'Oreade! non la Naiade c~erulea soror.

  Io ho diviso i giunchi foltissimi su l'Asopo di Beozia.
  ho rapito tre foglie agli oleastri dell'Alfeo. ho reverito il pioppo
bianco su un fiume di Tesprozia nomato Acheronte.

  Nella mia prodigalit, nel mio fasto, nella regale mia magnificenza,
la mia porta  sempre aperta alla mia miseria.

  Hans Holbein stava dipingendo Antonio Fugger e la sua famiglia.
io gli preparavo la tavolozza parca.
  Quando Carlo Quinto venne ad alloggiare in casa di questi Fugger
banchieri d'Augsburgo, un d'essi accenn ch'io togliessi la lucerna
di sotto il moggio e glie l'avvicinassi. accese una polizza al lucignolo
doppio. poi si chino per dar fuoco al fastelletto di cannella posto
sotto la catasta delle legna nel camino della camera. Ia polizza non
era se non la ricevuta degli ottocentomila fiorini dati in prestito
all' Imperatore.

  Il tizzo scoppietta imitando gli schiocchi d'una frusta d'Abruzzi
nella strada maestra.

  Non so quali foglie, agitate dal vento, fanno un rumore simile a
quello dei cani che si gettano su le scodelle di zuppa.

  Ora che so alfine qual sia l'essenza dell'arte, ora ch'io posseggo la
compiuta maestria, ora che dopo cinquanta libri ho appreso come
debba esser fatto il libro, ora non ho se non il vespro di domani per
esprimermi intiero, non ho se non il vespro di domani per cantare il
novo mio 'Canto novo' e per illudermi d'esser lieto.

  V' un tono del silenzio.
  I silenzii umani si distinguono per toni diversi. anche il tono d'un
           _ uu                        D-ANNUNZIO/LIBRO SEGRETO

medesimo silenzio d'uomo pu variare. conosco le variazioni del mio
come conosco i modi e i limiti della mia voce.

  La vita interna aumenta nella stanchezza, s' accresce nel riposo del-
I'uomo forte. come rievocher le plenitudini, le pi armoniose ab-
bondanze, in certe ore di tregua e di estremo sfinimento, al colmo
della mia guerra? Ie caverne del Carso han conosciuto e protetto il
meglio della mia vita mentale, i pensieri senza numero nati da una
imagine sola, le musiche ricche generate dalla monotonia del mio
motore volante.

  Pi attendo quando pi ho fretta. pi mi contengo quando pi sono
impetuoso. pi mi velo quando pi son lucente. pi mi spengo
quando plu sono ardente: soffoco le faville, non il fuoco addentro.

  Certo io non vorr mai raccontare quel che so e che VOI ignorate
n conoscerete mai. io ve lo dico senza rancore e senza orgoglio, pa-
catamente: mai.
  E notte. sono solo. a chi parlo?
  Nessuno ascolta. nessuno spia. non v' ombra che si pieghi e si
sporga di su le mie spalle curve all'opra.

  Come Erodoto, i viaggiatori hanno mentito. come Plutarco, gli
scrittori di vite illustri hanno mentito.

  Se l'Italia m' un enigma, non io sono un enigma per l'Italia?

  L'uomo coraggioso non  quegli che ha compiuto un atto di co-
raggio o condotto una impresa temeraria; ma quegli deliberato a con-
cludere coraggiosamente la sua vita che fu coraggiosa in tutto il suo
corso, in tutto iI suo corso magnanima.

  Sono scomparsi gli interpreti delle preghiere e dei sogni
  Scrivo questo mio sogno senza interpretarlo.
  Nella mia giovinezza, dopo il trapasso del mio padre, le nostre
terre e le ville--quella del Fuoco, quella del Trappeto, colme en-
trambe d'imagini della puerizia e dell'adolescenza--furon vendute
all'asta. Ia casa paterna fu riscattata dalla dote della mia madre.
  Assisto in sogno, con indizii appariscenti, con una evidenza pi
manifesta della realt, assisto alla spoliazione. rivedo tutta la tristezza
dei vecchi contadini che ci lasciavano, il loro pianto, il loro gesto
tremulo. alcuni s'inginocchiavano dinanzi alla mia madre per ba-
ciarle l'orlo della vesta. alcuni mi baciavano le mani, me le bagna-
vano di lacrime. certe donne recavano le ultime offerte: una mela, un
pugno di noci, un ramo fronzuto di albicocche, una tralcio di vite con
pampani e grappoli, una caraffa di vino de' Colli, due polli, due cap-
poni, un agnello, 'na pizze de grantnie'...
  Di l dalle stagioni, di l dalle Opere e dai Giorni, tutti i riti e tutti
i simboli si ripresentano nel sogno. e ancra le rondini sotto le volte

della cantina. Ie pecore belano, i bovi mugghiano, il grano cricchia
all'urto delle pale nel granaio.
  La villa del Fuoco al tempo del mio soggiorno con Maria di Gal-
lese, con Marioska, nella 'luna di miele', Ia nascita del primo fi-
gliuolo; la desolazione e la paura tra le grida della partoriente; i primi
strazii umani ne' precordii, i primi affanni della piet; le visite nasco-
ste agli appestati, Ie novelle della Pescara, tutto mi torna in sogno.
  Premuto contro il guanciale il cuore si fende si scioglie si duole. 
come un sogno precursore in agonia.
  Questi volti rudi e scuri dei contadini mi riappariscono come i VISI
degli angeli? una rondine si partir dal mio petto con l'ultimo anelito?
voler verso un nido abbandonato sotto una volta della cantina? mi
addormenter io per sempre sopra un poco di paglia nel carro dipinto?
il timone senza buoi  posato sul moggio, sul barile, o sul termine
rso, su la pietra di confino.
  Ora un gruppo d'uomini della gleba giunge sollevando con le
braccia una vite enorme: la Vite del Signore. Ie facce mal tagliate,
scolpite con l'accetta del carTadore, sembrano alleviarsi nell'ondeg-
giar de' pampani quasi azzurrigni e nel brandir de' sermenti sotto il
peso dei grappoli scossi. tanto fragili sermenti che non si spezzano,
come 1' arco teso non si spezza.
  Mi guardano gli occhi della vita e gli occhi del colono.
  La schiera s' ferma. e incomincia la lamentazione.
  Tuttavia le braccia restano alzate nel sostenere la Vite del Signore.
soltanto le radici divelte, ancor terrose, sfiorano il suolo.
  Azzurrigni i pampani e rosati i sermenti. una vicenda del cielo scu-
risce i pampani che doventano di color plumbeo. ingiallire sembrano
i sermenti come la cera grezza, mentre la lamentazione  misurata da
un sussulto che va dalle gomita alle pugna nelle braccia fosche in
dove le vene si gonfiano.
  Morto mi vedo tendere sopra due aratri appaiati e avvicinati da
quella specie di crivello rettangolo che appresso noi serve a nettare il
frumento.
  Cos alla tomba della mia madre io non diedi se non una croce
formata coi due legni incatramati d'un de' nostri trabaccoli.
  Forme di Passato, forme di Futuro. certe femmine aduste e affrante,
dure come ceppi in pieghe di gonna diritte eguali, assemprano le Par-
che frugfere, vengono al mio feretro adunco sotto la nube del mito,
non sotto l'ombra de' pampani: vengono alla mia fine dalle religiose
lontananze della mia poesia non espressa.
  Apro gli occhi, senza muovermi. mi metto a singhiozzare.
  Antho dice senza dolcezza: 'piangete?'
  Non posso parlare. il mio pianto sembra riempire tutte le fiale
vuote del filtro, mescolarsi all'empio supplizio, alla nera malinconia.
  Antho dice non senza scherno: 'credevo che non poteste piangere,
che foste l'unico uomo arido su questa terra flebile.'
  A un tratto il mio orecchio ode il primo canto degli uccelli nelle
magnolie.
  E un canto misurato, quasi a percussione, arsi e tesi, per battere la
luce incerta, per sollecitare la luce esitante.
  E la percussione del canto mi somiglia quella della treggia su l'aia:
su l'aia lontana della mia origine.
  Acini di luce esprime il canto, granelli di frumento solleva la treg-
gia ostinata.

  Questo  un altro sogno.
  In un chiostro dell'undecimo secolo, dinanzi ad alcune pietre inta-
gliate che il mio sguardo affettuoso fa rivivere come un sentimento o
un intendimento passati e futuri.
  Le sollevo dalla polvere e le consegno al custode del chiostro, che
 iI mio diletto amico.
  'Prendile, Bosu. tu medesimo le disponi nella parete che gi re-
spira.
  Dentro te nell'amor tuo ritrova la loro ordinanza. con le tue stesse
mani, Bosu, tu le disponi come figure di musica non interpretata
come segni di melodia senza stromenti.
  Con l'arte tua silenziosa, o mio fratello estinto, riconsegnale nella
pace di questa parete esanime che gi respira, e s'intona, e forse 
per cantare secondo un modo inaudito, in un de' tuoi modi, col soffio
senza suono.'
  [Quante particolarit mi sfuggono al risveglio! la luce nel chiostro
era d'un azzurro argentino come l'azzurro d'una vetrata nel velo del
gelo. Ie pietre scolpite avevano quel color verdastro ch' dato dalla
lunga e cupa umidit: eppure alle mie mani parevano asciutte, erano
aride. n avvertivo alcun senso di freddo nel toccarle. penso che
avessero il calore del mio corpo mortale.
  Il custode del chiostro non aveva aspetto di morte. era vestito di
scuro: quasi baio castagno.
  Mi avvicinai al suo orecchio per dimandargli: 'ti chiamavo Bsue
o Bosu?'
  Sapevo che le mie parole dovevan essere incise. ma non so perch
sapevo questo. non so pi nulla.
  'Forse il tuo vero nome di spiaggia  Mgdalo.']

  Questo  un altro sogno.
  Forse  un ritorno oscuro all'episodio di quel cavalleggiere ucciso
dal calcio del maremmano quando io ero volontario in un reggimento
di cavalleria. nell'ospedale del Celio frequentavo la sala anatomica e
facevo esercizio d'allacciar vene in cadaveri di tubercolosi. queila
volta segai con arte il cranio dell'ucciso e tenni entro le mie mani la
massa del cervello venuta fuori. da nessun'altra sostanza mai m'ebbi
un tal turbamento ed esaltamento. chiusi gli occhi per fingermi il
peso del cervello di Leonardo, di Galileo, di Will Shakespeare, di
Pierre Curie.
  Nel sogno, io medesimo scoperchio il mio cranio. prendo fra le
mie dita quasi aeree il bulbo dell'occhio. scopro e tocco il nervo ot-
tico, lo palpo, lo rimiro, con una sensazione intiera di grossezza, di
colore, di durizie, di sublime vita mentale.
  Ho sotto il mio esame intentissimo la mole del mio cervello vivo.
studio e m'inebrio, come nel Celio laggi. insinuo le mie dita aeree
nelle sinuosit tiepide; le ritraggo tinte d'un sangue ricco e quasi or-
nativo che ne fa i tentacoli di un mollusco flessibile e colorato. per
alcuni attimi il sogno mi sfigura trascinandomi in un fondo marino
raggiato di cefalopodi, rinchiudendomi poi nei cristalli di un aquario
squallido. infine mi restituisce nelle dita il mio cervello. e la mia in-
tuizione del mistero mentale si moltiplica. esploro a una a una le am-
bagi del grigio labirinto. vado cercando un seme ne' solchi? ritrovo
la veggenza del cieco che verg le diecimila liste del 'Notturno'. ri-
confermo quel che nel 'Notturno' fu divinato. pel nervo ottico, per
mezzo dell'intiero congegno oculare, a me si scopre questa cerebri
ambago flexa perplexa connexa87. penetro nel segreto che  il
prezzo del mondo.
  Quando vivevo nell'oscurit fiammeggiante, ferito all'occhio de-
stro, minacciato di perdere il sinistro, agguatato dalla pazzia, non ve-
devo i 'bastoncelli' rosseggiare esatti nel fondo della irridente dispe-
razione, e non li descrivevo a Giuseppe Albertotti attonito? non ve-
devo nel cervello un intrico di vie? di vie irrigue. il demone crnico 
viale, come Erme e come Eracle.

  Un altro sogno  questo: il sogno nato dal 'Gioco della Rosa e
della Morte'.
  Sono per accogliere 1' attrice in un palagio da me costruito e ornato
con un'arte che non conobbero i papi n i re, non i dogi n i soldani.
  Ora in lei  non so qual sublimazione, non so qual sommo e colmo
di giovinezza, come per un fato retrorso degli anni.
  Presenti all'invito pochi, e singolarissimi. ma i loro aspetti riman-
gono stampati nella mia memoria plastica, dopo il risveglio.
  Prima di danzare ella  seduta in silenzio: assisa come la sibilla
che attende entro se l'iddio o che gi in s l'ascolta.
  Qual fato statuario e spirtale la sublima? quando mi guarda senza
sorriso  in lei qualcosa di pi umano e di pi dolentemente dolce.
  'Par quel mystre vous m'apparaissez plus humaine, tout en tant
plus divine?' 88
  Ella abbassa lo sguardo su' suoi ginocchi. anche una volta ho la
sensazione indefinibile della vita particolare e indipendente delle sue
gambe. non ci sono occhi che vivono 'da s' come due creature che
non appartengano a chi li porta ma a un essere visivo non visibile?
non ci sono mani che vivono di lor vita solitaria come distaccate dai
polsi? io non ho sentito viver sola la mammella sinistra di Venturina?
  Liberai de' cosciali e delle gambiere le gambe del mio Sebastiano
invitto, quando vidi l'arciere d'Emeso in tutt'arme; anche d'usatti e

  87 Ambiguit della mente, tortuosa, capziosa, piena di nodi. (N.d C.).
  88 Per quale mistero voi mi apparite pi umano, tutto essendo pi divino?
(N.d. C. ).
di solerette. ebbe una calzatura non conosciuta, quella di stanotte:
non coturno, non socco, non talare alato: connessa con l'arte morbida
che mdula una chioma ambrosia, una cesarie intonsa. non so.
  L'amore de' primi tempi, I'amore del tempo di Cleopatra e di
Sheherazade mu rifluisce nel cuore aumentato come il fiume dalla al-
luvione subitanea.
  'Vous souvient-il? vous souvient-il?'89
  Tutti i ricordi di quel tempo, e la brama tormentosa, e i primi baci
alla sua bocca insensibile, e i baci di tibicine lungo le gambe fino
agli inguini; e iI folto e cupo divieto quivi crinito, in tanta delicatezza
di linea e di colore quella specie di selvaggia ambage chiomante,
quella oscurit ferina, quel cespo inestricabile che dissimula i mar-
gini della sterilezza: tutti i fuochi riardono a castigo. non so.
  Ella  fisa nella invenzione di s. ansa nell'inventarsi, con ambe le
mani che comprimono il petto palpitante.
  Ora nel sogno il palagio  novamente deserto. nel sogno appari-
scono e spariscono le vicende dell'incantesimo letale. gli anelli di
tUtti i pianeti rtano intorno al 'Gioco della Rosa e della Morte'.
  E come ritrover le mie parole d'amore? e come ritrover la me-
tamorfosi del mio corpo in quel del coppiere cretese?

  NOCTIVAGVM MELOS.

Forma perfetta, necessaria gioia,
non pure un'oncia d'adipe t'ingombra.
T'amo; e scorgo lo scheletro nell'ombra
come le nervature nellafoglia.
Chi ti nutre la chioma e te l'accende?
n teschio cavo che non vede nulla:
di dura luce indistruttiilmente
dentato, o Drosis, per tritare il nulla.

  Ella si leva dal sogno nel sogno, e danza nell'aula smaltata come
una legatura straricca di Corano o di libro sacro dell'Iran.
  Ella danza, presente e assente, di l dalla natura, di l dalla magia,
di l dalla musica.
  Quale nel mio sogno  la sua musica?
  Non ho io riudito quella della Ciniza, della Furia di cenere nel
fuoco? 'de la Furia de cendra a travs del fuego'?

  Ciniza  il nome dell'animale musico trovato da Bsue durante il
suo viaggio in una regione dell'America australe.
  La Ciniza  uno strumento vivo, d'ossa, di muscoli, di tendini, di
membrane, di toniche, di cartilagini, che d i suoni inauditi. Ii d
nella pressione, tra la voce umana e l'organo dalle canne d'oro, tra la
voce trasumanante e l'organo di Silvestro papa secondo, fra tutti gli
strumenti a fiato e tutti gli strumenti a corda. 'Furia de cendra a tra-
vs del fuego.'

  89 Vi ricordate? Vi ricordate? (N.d.C.).

  Bsue nella mia scola ha una stanza in disparte,  come recluso.
vuole per s una tavola dove io abbia lavorato, una mia vecchia ta-
vola, qualsisia: da quella di collegio intagliata col temperino a quella
in guisa di leggo dove scrissi tutta in piedi la 'Laus vitae'.
  Vive l con la Ciniza, con l'animale musico ch'egli preme come lo
zampognaro preme l'otre della cornamusa per modulare i suoni.
  Inauditi, ah inauditi suoni. i suoi capelli irti, i suoi occhi stravolti,
il suo ardore pallido, il suo delirio di baccante sembrano imbestiarlo
e indiarlo. Ia sua furia  congiunta alla Furia. Ia Ciniza  come una
gonfiezza mostruosa della sua membratura.  come un impensato po-
sludio del mito d'Orfeo. negli improvvisi estri la musica orfica
sgorga dal suo cruciato sempiterno di semideo deposto e dallo strazio
gaudioso del mostro forse immortale senza plettro aonio ma mille e
mille volte pi potente della cheli estinta, della testudine vacua, della
scaglia inerte in tempra tesa di tre corde, di sette corde.
  Chelys fides.

  L'aria vibra, l'aria trema, I'aria patisce come i vetri delle finestre
ne' loro piombi esatti quando un carro senza cavalli deforme passa, e
risuona pi della quadriga nella via lastricata di marmo laconico e di
porfido da Eliogabalo.

  Ieri portai meco a Sirmione il libro di Catullo. non mi sazio di leg-
gerlo e di rileggerlo. sat es beatus, Gabriel90.
  Ebbi nelle mani i 'Carmina' quando entravo appena nella terza
classe del Ginnasio di Prato in Toscana. non ero a bastanza dotto
nella lingua latina per intendere alla prima lettura Catullo. o ebriet!
o delizia e libidine delle parole godute come suoni, bevute come mu-
siche! o semplice grazia! 'da nuces pueris.'9'
  Non  gi in Catullo l'istinto--o la divinazione--dell'assonanza
e della rima?
  Dopo aver sillabato 'Collis o Heliconii cultor' non si pu escla-
mare in rapimento se non 'Quid suavius elegantiusvest?'
  V' un suo poema ardito e ardente, d'insolita poesia, di numeri
aonii: 'peliaco quondam prognatae vertice pinus...' dopo averlo ancor
sillabato con l'intiero conoscimento di acquisto, dico: 'questo poeta
minor  qui maggiore di Vergilio. ebro di latinit, per questo poema
io do il migliore dei canti di Vergilio.'
  Nella Universit di Roma Onorato Occioni il Rettore, Occinius
noster, mi scrollava per le spalle con un riso cordiale ove io sentivo
spirare 1' anelito di Trieste serva. novem continuas fututiones ! e conti-
nuava a scrollarmi come per ischiantar la pietra dello scandalo.

  Una ricevuta pontificia datata dall'anno del Signore 1233 nomina
in qualit di banchiere 'di Sua Santit' un Angiolieri Solafica di
Siena, che percepisce in Francia e in Inghilterra le rendite papali.

  90 sei abbastanza beato, Gabriele?. (N.d.C.).
  91 D le noci ai fanciulli. (N.d C.).
  Gi fin dall'anno 1229 gli usurieri senesi condotti da Mastro Ste-
fano cappellano e nunzio di Gregorio IX, gli usurieri nomati Caorsini
avevano approdato in Inghilterra con l'officio di levar la decima pa-
pale in occasion della guerra contro Federico Il
  Quel buon percettore pontificio mi d il nome appropriato alla mia
amica penultima.

  Per sentir tintinnire la campanella d'argento e di cristallo nella
gola di una musa del Campo San Stefano, ho ricominciato a parlare
speditamente l'antico veneziano del secolo Xll che gi mi piacque di
apprendere dal volgarizzamento del Panfilo per rallegrare il mio
squisitissimo maestro Ernesto Monaci in una lezione sul codice tra-
scritto che facea testo nelle scuole medievali.
  Madona Venus s disse: No te vergonc,aras n no aver dobio de dir
li toi anemi, c,o le toi volontade a ciascuna femena.
  Ke apena ser dentre mile femene una la quale devede a ti quelo
ke tu li domandaras.
  Mai per la ventura quelo ke tu li domandaras, pregandola e cla-
mandoie, merc ela lo vedar a ti aspramente da lo comen,camento
mai lo encargo de quela asprec,a k'ela te mostrar, si  molto leve.
  Si que ,ca curando dal comenc7amento quele caose le qual quel me-
dhesemo vendeor negava, ve,cando elo lo bon compraore, s il demo-
stra le cause le qual davanti le avea devedhadhe...

  Questo  un altro sogno, ma pi confuso, incomunicabile
  Da prima il senso della lontananza distende il mio corpo in quella
guisa che--non so dove, non so quando--vidi cordai o canapai
tirar le fila per lungo per lungo da una estremit all'altra del terreno
adatto al gioco del pallone sotto un resto di vecchio muro comunale
gradito alle ciarlere delle passere in una cittadetta toscana.
  'Dovunque fuori del mondo.' nel sogno quel che nella veglia  un
senso vago, un sospiro di malinconia senza signoria, mi si cangia in
una specie di struttura interna dalle linee manifeste e dai congegni
esatti; che genera l'ansia dell'esser distante, la bramosia di sentirsi
discosto, la frenesia di ritrovarsi lontano inconoscibile inafferrabile.
  Invaso da una diligenza pratica improvvisa io mi do tutto agli ap-
parecchi di un viaggio chimerico in un velvolo inventato da me ter-
restre e marino. nulla sfugge alla ricerca di tutto quel che mi occorre
nulla resiste al mio sforzo ingegnosissimo di ridurre tutto al minimo
volume. io sono monocolo e astigmatico: gli occhiali esatti mi sono
dunque di necessit estrema. quanta minuzia nella ricerca, nel nu-
mero delle lenti, nel modo di preservarle chiudendole in un astuccio
di acciaio foderato di velluto blu!
  Prima del commiato, l'ultima ora familiare eccolo,  accanto a me
l'amico senza nome--artista, filosofo, scienziato, filantropo, cre-
dente, nel tempo medesimo oltre le nubi e nella piana terra--il so-
dle composito delle intime essenze e delle sembianze di amici veri e
bene amati che non sono pi, che non vivono pi e non mi aiutano

plU.

LlLRok(i~k l

  Ora m' da presso. come delicatamente mi soccorre con la sua at-
tenzione perch io non dimentichi nulla nel partire per la terra ignota
dove non sar alcuna alcuna alcuna cosa gradita alle mie consuetu-
dini di spirito delicato! 'dearly, my delicate Ariel'92 mi ripete con la
voce di Adolfo de Bosis nato in Ancona da una voce greca delle ori-
gini. 'farewell, master: farewell farewell.' 93 parla dunque Caliban?
  Non so, non so. egli mi parla con una voce che sembra quella
ch'io udr libera di apparenze, non soggetta ad organo alcuno, a
stromento alcuno, laggi nella terra incognita.
  Perch non posso fermare, non posso ridire quel ch'egli mi disse?
  La sua moglie  presente, anch'ella formata con i lineamenti con le
arie con i gesti con le espressioni delle donne di quei diletti indimen-
ticabili amici non mai traditi. parevano esse interpretare nei modi
feminei l'amicizia degli uomini loro, con non so che protezione
senza peso, con un avvolgimento quasi tenero che talvolta mi rive-
lava quasi l'ombra di una volutt indistinta. non so.
  Presso l'imagine composita  un'altra singolar donna; che io ho
amata e desiderata e non mai posseduta se non nel pensiere, se non
nel colore, se non nella meloda: Manah.
  Non esplico, non esprimo. attraverso la parola dell'amico pallido
dalla gran fronte io vedo osservo conosco nella profondit pi oscura
l'anima di Manah, le cause dell'attitudine di Manah, le fonti della sua
vita e della sua infelicit e delle sue aspirazioni martorianti.
  E come se io mi distaccassi da una regione incognita per involarmi
verso un'altra regione incognita. e sono invaso dall'estremo ardore
della sensualit nel mirare il suo viso bianco tra i capelli neri, i suoi
occhi dove lo sguardo non ha colore perch non  se non 1' apice del-
l'inquietudine, le sue braccia nude fino al gomito, la curva dell'anca
e della coscia, le labbra aride ma vermiglie che sembran disegnate
dalla Sete conversa in iddia plastica.
  Un sussulto di volont, pi potente che il balzo d'una fiera flessi-
bile--di una pantera, di un giaguaro, di una lonza--, mi solleva al
mio posto dinanzi al mio volante. ma come la statura di Manah ha
potuto d'un tratto elevarsi cos che il suo braccio sinistro alzato pre-
senta la mano bianca all'altezza della mia linea di prua?
  Non prendo quella mano fra le mie dita gi prese dal mio mestiere,
ma soltanto mi chino per baciarla.
  E il lungo bacio si accompagna allo spiccar del volo.
  La mia macchina e il mio rammarico e il mio rinato amore sem-
brano passare attraverso quelle fibre trasparenti.
  La mano  omai senza braccio senza torso senza corpo, sola:
unica. monta col mio disperato coraggio nel cielo, come una costella-
zione di cinque stelle.

  NOCTIVAGVM MELOS.

Non so. non chiedo. non indago l'ombra.

92 Caro, mio delicato Ariel. (N.dC.).
93 Addio, padrone: addio, addio. (N.dC.).
Nulla  di qua, nulla  di l dal velo.
La menzogna  la druda dell'oblio.
NeU'antitempio  il traffico del dio.
Ogni prece  un mezz'bolo di cielo.
Supino sul mio letto vilipeso,
figura di bassissimo rilievo,
occupo l'arca che non ha coperchio.
Nessun asceta infondo al suo deserto
seppe scarnirsi mai come scarnire
io mi seppi. non ho nulla soverchio:
non la cera pe' moccoli. non peso
nelle braccia di quelli che, se degni
di me, non piangeranno. eccomi illeso
tra l'alba prima e la non prima morte.
Come ho l'odio e l'amore della sorte
ho in dispregio il passato e I 'avvenire.


NOCTIVAGVM MELOS.

Se tra l'odio e l'amore della sorte
io senzafede vivo e senza tema,
'pulvis et umbra', polvere non ombra,
aridit che dona e non iscema,
perch m' l'alba imagine di morte?
L'una e l'altra mi sono arte del cielo?
E di entrambe misura la miafronte?
L'estremo sonno mi consacra a Delo:
della mia compiutezza  statuario.
Non vena di carrara, non di pario
non alabastro, non cristal di monte:
una sostanza di vivente gelo.
L'albafuga il mio mito antelucano.
Pur mi sovviene di quell'istmo arcano,
senza pentathlo, senza aganoteti,
senza la numerosa ode e l'uliva
umiliate al giocator di pugna,
dov'io solo cantai me stesso invitto.

L~'ANN UNGI( )/LILK()iE~iRETO





  'Allevato su le ginocchia della musica' diceva di me Louis Vierne
organista di Nostra Donna in Parigi, dopo avermi dato le pi alte ore
del mio esilio. mi conduceva di nascosto nella Cattedrale, a notte, ac-
cendeva soltanto il lume del suo leggo; per me solo nell'oscurit so-
nava le opere sacre dei plU grandi maestri. mi manca il respiro e mi
si scava il petto se ripenso alla notte quando Louis Vierne mi rivel il
trittico sublime di Johann Sebastian Bach: Toccata Adagio e Fuga.
  Non resistevo al desiderio di udire l'organo di Nostra Donna del
Buon Porto in Nantes. io e l'organista di San Sulpizio, l'ammirabile
Jean Bonnet, partimmo senz'ali--e valeva pur la pena di compiere
a piedi e scalzi il pellegrinaggio--partimmo in ansiosa congiura
come se andassimo a provocare l'Editto di Enrico quarto.
  Ricrdati, Ariel, dell'organo di poco fiato che t'intonava il Mistero
di San Sebastiano nell'eremo della Landa, al limite della immensa
pineta, sotto il titolo di San Domenico. ricrdati dell'olio nella lu-
cerna, dell'olio d'oliva, che si consumava come l'inchiostro del ca-
lamaio bevuto dalla tua penna 'bibace'.
  Non vanamente, nelle notti landesi, intonavo con improvvisi ac-
cordi d'organo il mio poema, a parte a parte. musica v' tra sillaba e
sillaba, musica v' tra verso e verso; plastica musica v' in ogni di-
dascalia che determini un singolo gesto o un folto movimento di mol-
titudini.
  In questa mia opera, come in talune altre mie opere, la musica in-
clusa e segreta ha qualche analogia con la gemmazione dell'albero
nell'imminenza della primavera. urge la musica in ogni sillaba come
in ogni gemma il turbamento dell'ima radice. la sinfonia primaverile
 presentita e annunciata.
  La linea della modulazione  nelle labbra del sonatore appassio-
nato, prima ch'egli imbocchi lo strumento. ho nella memoria non so
che angelo di cantoria respirante l'inspirazione nella grazia dell'at-
teggiata bocca e del misurato soffio, mentre le dita gi commosse
avvivano i fri del flauto prima di trascorrerli. voglio esprimere l'i-
nesprimibile? spesso la mia penna latina, il fusto della mia penna
scorrevole,  il clamo.
  M'avviene in alcuna sosta poggiarne le estremit al labbro, come il
dito nel silenzio: non legno insensibile ma s capace di afflato, obbe-
diente all'alito umano, obbediente allo spiro del dio meditabondo.
  O mia penna, aggiustata in una delle sette canne della fistola di
Pan disciolta dal lino e dalla cera, dislegata e sparsa! e credo averle
provate tutt'e sette, nella mia arte notturna di scrivere, con tutte le
generazioni di suoni originate dalle sette e sette e sette.
  Claudio di Francia, al mio primo modo di leggergli le parti del
poema ansiose di compirsi nella musica, comprese; e non si maravi-
gli se non per amarmi, se non per donarsi intiero e puro, egli che
pareva tuttora offeso dalla prosuntuosa ottusit di un altro poeta affa-
scinato in ogni stagione dal ritornello del merlo melenso e inemenda-
bile.
  Io medesimo avrei potuto comporre la musica scenica del mio mi-
stero, torcendomi io medesimo contro le mie interne corde, a simi-
glianza di quelle figure intagliate nel luogo del riccio in sommo del
manico di certi antichi strumenti, figure angeliche o demoniache ri-
volte verso il sonatore di viola o di violino, quasi alenanti vlti del
legno sonoro, della misteriosamente congegnata anima.
  E mi sovviene del brivido magico ch'ebbi in una sacrestia della
terra sulmontina, del paese di Ovidio, al tempo dell'adolescenza,
quando per la prima volta un parroco rustico mi pose fra le mani lo
strumento mal tolto da una specie di custodia ermetica; e la figura in-
tagliata nel manico, una specie di Belzeb ebro di ritmo, mi fu cos
viva che non soltanto mi cre le corde assenti ma al numero della re-
gola aggiunse altre corde che l'ardire delle mie imaginazioni conobbe
e tent sbito, non senza inaudite consonanze e dissonanze omai fa-
miliari alla mia arte inimitabile.
  E perch, in que' primi incontri con Claudio di Francia, le memo-
rie della mia pi lontana puerizia rivivevano con tanto melodiosa fre-
schezza?
  Mi ricordo. pi d'una volta al mio dolce pedagogo fiorentino En-
rico Nencioni avevo parlato--con angoscia talvolta--del nodo li-
rico annodato dentro di me; ch'io pur m'affannavo a disciogliere, che
mi bisognava pur disciogliere per essere il grande poeta certo. mi ri-
cordo. pativo quel nodo entro me sin dal limitare della perizia, sin da
certi avidi giorni dell'infanzia consunta.
  Il mio zio diletto, quello medesimo nomato Demetrio nel 'Trionfo
della Morte', soleva al tramonto condurmi verso la foce della Pescara
e poi a destra verso il lido dell'Adriatico quando ad accelerarmi il
cuore mi bastava l'essere attento alle ombre dei pini maritimi fratelli
degli olivi di poggio nell'espressivo distorcersi, e attento all'atte-
nuarsi delle ombre nella sabbia che pareva suggerle come suggeva
l'orlo lieve dell'onda.
  Mi si accelerava il cuore, e mi si gonfiava di non segnati ritmi. e il
mio compagno nell'ammaestrarmi si agguagliava alla mia infanzia
con una triste grazia ove l'acume non era dissimile agli aghi del pino
galleggianti nella spuma della maretta. m'insegnava il nome della
prima stella sgorgante. m'insegnava il nome d'una conchiglia che mi
pareva ascoltasse il mare come l'orecchia di un fanciullo a me simi-
gliante e a me consanguineo ma nato prima di me. m'insegnava a ri-
conoscere la fase lunare dalla curvatura della falce che il pugno del
mietitore celeste volgeva e rivolgeva per tagliare il vento azzurrato o
la lanugine della nube pbere. sapeva dare per me una subitanea no-
vit ai pi antichi detti della nostra gente pensosa, ai pi usuali adagi
del nostro popolo paziente.
  Come tanti sapori della vita dolosa con tanto studio assaporati po-
tevano disgustarlo di vivere?
  Egli si uccise, in disparte.
  Io cos mi uccider.

  Se non pi mi piacesse di scrivere, quale arte mi piacerebbe eleg-
gere? I'arte del vasaio o quella del vetraio?
  Il vasaio sta all'ombra; e dalla ruota silente gli nasce il vaso intra
le mani come un fiore senza stelo.
  Il vetraio sta davanti all'ara fiammeggiante; e il suo soffio fa del
vetro una forma leggera ed espressiva come la parola giusta.

  Per eccitare il mio purosangue mi basta dargli larghe dosi di zuc-
chero, prima di andare al convegno della caccia.
  Quando io giungo presso la tenda,  gi ubriaco. alla partenza non
posso pi tenerlo. con gran furore del Mastro per violazione d'ogni
regola equestre, sorpasso la muta, affronto gli ostacoli senza misu-
rarli, pi che di galoppo divoro il terreno, mi vedo lanciato verso una
marrana senza aver nessun potere su quel poco ferro che il forsennato
ha in bocca.
  Carlo di Rudin, al mio passaggio, grida con la sua beffa dall'erre
grasso: 'il Poeta porta un messaggio all'Orizzonte!'

  Ho smarrito una stampa rarissima di Domenico Giuntalodi pittore
e architetto pratese, che avevo da quando ero cicognino nel collegio
della Cicogna invisa colubris. Giorgio Vasari l'ebbe certo sott'occhio,
se ricorda 'un vecchio nel carruccio, stato messo in stampa con let-
tere che dicono ANCORA IMPARO .
  Il Vecchio  in piedi dentro il carruccio a sei girelle, sorretto daal-
trettante colonnette e ornato d'alcune teste di ariete. sta curvo il Vec-
chio ma con la faccia alquanto levata. indossa una tunica ampia e
prolissa. porta in capo un turbante dalla lunga fascia che gli passa
dietro le spalle e di sotto al braccio destro. dal mento gli cade una
gran barba di profeta michelangiolesca. nel campo superiore, in let-
tere romane, dentro lo svolazzo d'una cartella,  il motto ANCHORA
IMPARO: il mio motto. sono io quel Vecchio.

  Mi piace Alessandro che rifiuta di accostar le labbra all'elmetto
pieno d'acqua nell'orrida sete di tutto l'esercito.
  Non conoscevo non rammentavo l'episodio quando nel Carso feci
il medesimo semplicemente, non avendo testimonii se non due fanti
che se ne ricordano.

  Non  incredibile cosa ch'io non sia stato consumato da quel che
v' di pi vorace al mondo? dico le femmine e le muse.
  Mi taglier le vene, come sotto il regno di Tiberio.

  La carne non  se non uno spirito devoto alla morte.

  Mi torna l'ardire maniaco di passare e ripassare dietro il cavallo
che calcia.

  Quando penso o studio con la pi acuta attenzione io non cesso
dall'ascoltare il ritmo del mio cuore che m' profonda misura, vera
metrica, pi di me peritissimo.

  Questa  la dedica di un libro che doveva esser dedicato a G. d'A.
e ai suoi pochi.
  Il male non  se non un dio profondo.
                             MANES EXCORIATVS94
  'Ecce deus fortior me. ' 95
                               DANTES EIECTUS96.
  Il mio nume verace non abita se non la mia salma ch'ei dilania.
                            AVCTOR AVDENTIOR97.
  La serbo a un disperato libro postumo.

  Si torceva la nemica come io vidi un gatto nero torcersi sopra una
pelliccia suntuosa, non mi ricordo pi se di lontra o di zibellino.

  94 Resti senza pelle. (N.d C.).
  95 Ecco un dio pi forte di me. (Nd C.).
  96 1l respingere i donatori. (N.d C.).
  97 Autore pi audace. (N.d.C.).
  Mi cinge il collo. preme il seno contro il mio braccio nudo. a un
tratto una folgore di gelo mi traversa, ma la folgore diventa una lama.
sentendomi rabbnvidire ella sembra voler comprimere il brivido ser-
randosi ancor pi a me, che ho gli occhi chiusi. mi profuma di tutta
la sua fragranza libera, non peso di carne ma fascio di fiori e d'erbe
lunghe quando il legame di vimine si scioglie o si spezza.

  NOCTIVAGVM MELOS.

Lachne  il tuo nome, che gi ladro d'orti
traggo dalla pelurie dellefrutta.
La ghiottornia di que' miei dentiforti
or si rinno~a in una polpa ignuda?

  In verit la sostanza del cervello, quella che tenni nel cavo delle
mie mani molle e tremolante come la giuncata nella fiscella, s'ag-
guaglia alla vastit degli orizzonti per una parola che la pnetra.

  In verit, come artista scrittore, io mi sono ingrandito nel tempo
degli Ozii, mi son cercato addentro e trovato nel tempo della svoglia-
tezza.

  Chi mai oggi e nel secolo o nei secoli, potr indovinare quel che di
me ho io voluto nascondere?
  V' un acerbo piacere nell'esser disconosciuto, e nell'adoprarsi a
esser disconosciuto. forse lo conosco io solo, sinceramente io solo so
assaporarlo e di continuo rinnovellarlo.

  La scrittura, I'arte del verbo,  veramente fra tutti i giochi mentali
il compiuto: di l dalla pittura, di l dalla scultura, continua l'opera di
creazione e d forma al mistero estraendolo dalla tenebra per esporlo
alla luce piena.
  Ma io aspiro a superare i limiti dello stile scritto: meglio, a cancel-
larne i limuti. o divinazione remota! come posso io rileggere i miei
sonetti giovenili al mite poeta Giovanni Marradi senza che il cuore
mi balzi e la mente mi baleni?
  Sono il mostro: per ogni volgo dotto e indotto: monstrosa facies
spectaculum mirum98.

  Taluno ha detto che ogni opera d' arte ha la sua cuna terrestre e che
v' una certa predestinazione, segreta o manifesta, nella figura de'
luoghi ov'ella incomincia a vivere.
  Ha detto il vero.

  Si crede, si vuol credere che esista l'armonia fra le leggi dellaNa-
tura, dell'Anima e della Citt.
  Non esiste.

  98 Aspetto mostruoso, spettacolo incredibile. (N.dC.).

  Meglio convien credere al corpo che all' anima, meglio alla misura
del corpo che alla dismisura dell'anima. troppo sovente l'anima non
 se non la menzogna della carne.
  Ma il primo discordo  nelle false denominazioni.

  Forse l'estasi a Sebastiano impediva sentir le frecce, distinguere le
parti della statura dove le punte s'infiggevano.
  Ma come sento io, con quale esattezza, quest'ultima freccia nel
mio costato!
  Con qual lucidit considero se mi sia possibile togliermela senza
troppo lacerarmi e troppo sanguinare!

  Mi sopraggiunge l'Amico d'infanzia. forza la clausura sotto la
specie dell'Amico d'infanzia. 'ti ricordi? ti ricordi?'
  L'evocazione solare della mia fanciullezza, della mua puerizia,
della mia pubert: del mio fiume, del mio mare, de' miei colli, della
mia pineta, del mio camposanto. 'ti ricordi?'
  Ed egli  mio coetaneo. si pretende si afferma si conferma a me
coetaneo. cos disfatto, cos grigiastro, cos frale! dinanzi alla mia
magrezza agile, al mio febrile bagliore, alla disumana giovent che
mi d la morte mescendosi alla mia vita.
  'Ti ricordi?'
  Le allucinazioni marine sono le pi balzanti: il nuoto del corpo in-
teramente nudo, l'incontro del delfino scherzevole, lo sforzo verso le
paranze, i pescatori che mi asciugano e mi coprono con i loro quattro
cenci, di sotto agli sbattimenti della vela rancia e roggia; il brodetto
caldo, cotto l per l nel tegame di terra, tutto triglie sogliole calamari,
scarlatto di peperoni; e la fame, la fame, delizia e oblio, con quei ma-
rinai intorno a me attoniti e beati come intorno a una creatura del
mare tratta su nella rete dal fondo insieme con la pesca abbondante. e
il ritorno, e la sabbia affocata, e le dolci conchiglie di buon udito; e il
mio capo al limite della maretta, e il resto del corpo fino al mezzo
nella rena umida, e poi le gambe e i piedi nella rena rovente. e il
'canto novo' nelle vene, nelle midolle, ne' precordii; e nel polso le
parole senza siliabe; e l'ambascia del mutolo, il bisogno folle d'in-
ventare a me il mio linguaggio e la mia prosodia; e l'amore della glo-
ria non dissimile al mio amore delle telline crude che sapevo aprire
con le unghie, I'una dopo l'altra, senza pause, per suggerne plU la
salsedine che quel po' di polpa. ungue rigente.
  Gettavo i nicchi a Policleto che fin da quell'anno mi ammoniva:
'quello  il momento pi difficile del lavoro, quando la creta ti entra
sotto le unghie.'
  La sabbia non  n scultile n conflatile.

  In Delfo, come sbarcai dal mio veliere venturiere, corsi a cercare
una delle prime opere di Fidia consecrata in Delfo. vana ansiet, che
non mi moderarono le statue e i rilievi del Partenone.
  Era il votivo gruppo di bronzo, fuso con la decima prelevata sul
bottino di Maratona.

  Voglio gettare nel Benaco, presso il lito di Catullo, il cofforetto
d'argento che ha sul coperchio figurati a opera di smalto i miei tre
cavalli arabi del pi florido tempo di mia vita quando il Deserto d'A-
rabia mi fece dimenticare la Campagna romana.  il dono di Hasan in
commiato. conteneva un unguento composto per me da un aromata-
rio del Suk el Attarin: forse migliore di quello che Catullo offriva a
cena, quod tu cum olfacies deos rogabis totum ut te faciant nasum99
  Presso i corsieri--il sauro, I'albo, il leardo moscato--sono
anche inscritti a smalto blu tre nomi: El Nar, Khafra, Ptah.
  Ogni volta che mi tornano sotto gli occhi, e ch'io non mi tengo di
leggerli e di rileggerli o di gridarli come quando entravo nella scude-
ria di Charia el Maghrabi e i tre nitriti mi rispondevano in tre con-
centi, ogni volta mi annego nella malinconia e mi rammarico d'es-
sere stato salvato dall'annegarmi nel bacino di Mena presso la pira-
mide di quella figlia di Cheope messa dal padre per avarizia a bor-
dello e vaghissima di lasciare del suo mercimonio diurno e notturno
un monumento perpetuo con le pietre ch'ella pretendeva in dono dai
bordellieri oltre la pattovita moneta
  El Nar, Khafra, Ptah. getto nelle acque catulliane il triste argento.
salve, o venusta Sirmio. solo pu comprendere la malinconia del no-
marequeitrenomiilfratelmioveronese,flosveronensumiuvenum'
che in una parola di pi, in quattro parole, piange e ride come odia e
ama: suaviolum tristi tristius helleboroll.

  Sospira la donna inebriata dall'insolita menzogna che non  dissi-
mile forse al 'vanas pro veris fundere voces' 102 o al 'blandae menda-
cia linguae' 103 di Ovidio obeso e facondo se bene alunno della mia
terra peligna, sospira:
  --Ariel, come puoi tu dare tanta felicit? tanta tanta felicit.
  Le risponde una voce rimota ma limpida, senza sospiro:--Perch
sono tanto infelice, tanto tanto infelice.

  Questo ferale taedium vitae 104 mi viene dalla necessit di sottrarmi
al fastidio--che oggi  quasi l'orrore--d'essere stato e di essere
Gabriele d'Annunzio, legato all'esistenza dell'uomo e dell'artista e
dell'eroe Gabriele d'Annunzio, avvinto al passato e costretto al fu-
turo di essa esistenza: a certe parole dette, a certe pagine incise, a
certi atti dichiarati e compiuti: erotica heroica.

  Il mio genio sembra girare vertiginosamente intorno a s come la
fionda rotata prima di lanciare il sasso o il piombo.
  La rotazione violenta e sempre pi rapida della fionda intorno al
capo del fiondatore non  dissimile a quella de' miei pensieri agglo-
merati per ostile foltezza.
  La mia fionda aonia non  da comparare a quella esercitata dai set-
tecento fiondatori della citt di Gabaa tanto abili e certi 'che un ca-
pello non avria potuto sfuggire al lor colpo'.

99 Quando tu odorerai ci, chiederai agli di che ti facciano tutto naso. (N.d C.).
   Fiore dei giovani veronesi. (N.d.C.).
101 Piccolo bacio pi triste del triste elleboro. (N.d.C.).
102 Diffondere vane voci al posto di quelle vere. (N.d C.).
103 Le menzogne di una lingua blanda. (N.d.C.).
104 Tedio della vita. (N.d C.).

La fionda giudaica era di cuoio o di lana, o di crino tessuto.
  La mia  d'osso del cranio. Ie corde sono attorte con le filamenta
de' miei nervi pi occulti.

  Si pu forse conoscere la specie della mia umanit considerando
che io sono amato senza misura e senza cautela dalle bestie, dalle
donne, dai fanciulli, quanto fui amato da' miei cavalli e da' miei
cani, e--con la protezione di san Domenico da Cocullo, nel tempo
mio fertile di Francavilla, nel tempo dell''Innocente'--dalle serpi!

  Un amico romano, un buon compagno di caccia, Peppino Senni,
mi lascia montare un suo gran sauro che mi piace molto. credo o al-
meno spero che, in fondo, egli abbia l'intenzione di venderlo.
  Monto in sella, vado nella campagna, lo provo a tutte le andature,
e al salto della staccionata e della maceria. mi piace molto.
  Ritorno alla scuderia per l'ora indicata. trovo l'amico lepido e cor-
tese. gli fo l'elogio del suo cavallo. soggiungo: 'anche pi mi piace
per quella ciocca di crini bianca nella criniera.'
  Esclama Peppino Senni: 'quale ciocca?'
  Egli aveva montato il sauro nell'ottimo suo stile per tutta una sta-
gione di caccia, avendo il collo dal ciuffo al garrese sotto gli occhi; e
non aveva osservato la ciocca di crini bianchi.
  Mi ricordo che nella mia infanzia scopersi nell'ala destra del ver-
done un'esile piuma rossa; e mi ricordo della mia gioia, e della mia
smania di avere verdoni, di chiederne ai cacciatori da rete, agli ama-
tori di paretaio, al contadiname delle mie campagne, alla mia madre,
al mio padre, per accertarmi che in ogni ala destra fosse celata quella
piumetta rossa.
  E quanti altri esempi di attenzione infantile verso ogni specie di
animali! cercavo l'orecchio nel pesce; spiavo certi errori d'un condot-
tiere di anatre; perseguitavo la scelleratezza dei conigli, la ferocia
delle cavallette verdi; sussultavo alle strida strazianti dei gatti; stu-
diavo non senza sospetto il lungo corno ricurvo di un certo scarabeo
e le mandibole di un altro fiero insetto ramose come le corna del
cervo; disputavo con la mia zia saputa non volendo io convenire che
il pipistrello aliatti i suoi piccoli; e non mi saziavo di fisare l'occhio
delle passere e dei colombi.

  In una coppa di terra tenera ricoperta di ematite rossa metto i miei
giacinti di un violetto cos scuro che sembran neri.
  Emanto. in questa parola Emanto  il sangue e il fiore.

  Se vieni con me per un sentiere che tu hai passato cento volte, il
sentiere ti sembra novo.

  Eccomi da ore accucciato nella cuccia del mio cane malato.  forse
tra i men belli, o per morbidezza inclino a persuadermi che cos sia.
gli altri abbaiano; egli non abbaia pi. ma la sua intelligenza  acuita
dalla sua sofferenza, per farmi pi soffrire.
  La piet  un'angoscia immobile. chino su lui, vincendo il disgusto
dell'alito grave, cerco di consolarlo, I'accarezzo, lo chiamo per
nome, gli parlo ne' suoi e miei modi.
  Ansa e soffia. si contrae, sussulta; e mette un gemito sempre pi
fievole.
  Muore. e il canattiere gi scava la fossa nel giardino, in mezzo ai
due cipressi foschi come in un intercolunnio di pace.

  I cani cessano di latrare, quasi fossero pietosi al mio dolore. sem-
bra che il mio giardino chiuso abbia una seconda cinta.
  Ecco un soffio dell'aria ch' passata su l'aiuola della reseda.
  Aspetto. so come la mia malinconia talvolta aspetti una cadenza
che non le vale.
  Ecco un soffio dell'aria che ha mosso i festoni dei glcini intorno
ai due cipressi foschi.
  Monter a cavallo. andr a Vincigliata. o, per istancarmi, vedr di
ritrovar la via di Montemurlo. quante miglia toscane?
  Ecco un soffio dell'aria che ha sfogliato nella pergola le rose
scempie di cinque foglie, le rose malamente dette del cane, quelle di
fratta care alla mia madre.

  Disse a Gedeone il Signore: 'metti da parte chiunque lambir l'ac-
qua con la lingua come lambisce il cane; e altres chiunque s'inchi-
ner sopra le ginocchia per bere.
  Io son messo da parte. molte volte ho bevuto con tutta la faccia
avida, ginocchioni, bagnando anche le mani calde nel rivo o nel
fonte. talvolta il mio cane da presso beveva meco.

  Il ritmo--nel senso di moto creatore, ch'io gli do--nasce di l
dall'intelletto, sorge da quella nostra profondit segreta che noi non
possiamo n determinare n signoreggiare. e si comunica all'essere
intiero: all'intelletto, alla sensibilit, all'agilit muscolare, al passo, al
gesto.
  Questo ritmo mentale m'insegna a eleggere e a collocare le parole
non secondo la prosodia e la metrica tradizionali ma secondo la mia
libera invenzione.
  Imitando un modo di sant'Agostino i' dico: 'Scribere est ars bene
movendi105

  Tra' miei molti tetrastici o tetrastichi dispersi ho ritrovato questo
in un foglio volante con la data 9 marzo 1902. I'ho qui trascritto il 3
aprile 1922. vent'anni.
  E la mia deserta conoscenza quadrata, la mia concisa disperazione,
 tuttavia questa: unicamente questa, immutabilmente questa.

     Tutta la vita  senza mutamento.
     Ha un solo volto la malinconia.
     Il pensiere ha per cima la follia.
     E l'amore  legato al tradimento.

 Scrivere  l'arte di ben mettere in luce. .
FINE.
