GABRIELE D'ANNUNZIO.

a). La vita.

D'Annunzio (nato a Pescara nel 1863) pubblica a soli sedici anni, a
spese del padre, la sua prima raccolta di versi, Primo vere. E ancora
studente liceale al collegio Cicognini di Prato scrive gi con trepida-
zione al grande Carducci, inviandogli una copia del libro, di sentirsi
 nel cervello una scintilla di genio battagliero, che gli scuote tutte le
fibre, e gli mette nell'anima una smania tormentosa di gloria e di
pugne . Di i a poco, nel 1882, trasferitosi a Roma per compiervi
gli studi letterari, si affaccia con successo alla ribalta mondana e let-
teraria con Canto novo e Terra vergine.
   Le tappe faticose per giungere al successo, percorse fra umiliazio-
ni e tormenti da un Pascoli, sono bruciate da D'Annunzio, che sa in-
tuire con acutezza i gusti del pubblico, le esigenze del mercato libra-
rio. La societ intellettuale in cui egli si muove non guarda soltanto
ai libri, ma richiede anche il personaggio, il contorno mondano. E la
nativa tendenza del nostro scrittore alla stravaganza e alla sorpresa, il
suo gusto dello scandalo e del clamore rispondono immediatamente
a questa richiesta. La vita di D'Annunzio si pone subito come vita
modello dell'estetismo decadente, tutta consumata com' nel gusto
del bel gesto, delle belle e spettacolari imprese.
   Nel 1883 D'Annunzio si sposa con la duchessina Maria Har-
douin del Gallese, dopo una awenturosa vicenda di rapimenti e di
fughe. Le cronache dell'aristocrazia romana lo vedono protagonista
di duelli, di imprese sportive, di cacce e di balli, di amori brucianti.
Con i suoi commenti mondani e letterari nelle maggiori riviste del
tempo, dal  Capitan Fracassa  alla a Cronaca bizantina  al
a Fanfulla della domenica , e su diffusi quotidiani, come la  Tri-
buna  di Roma e il  Mattino  di Napoli, si fa interprete ed eroe
della Roma umbertina. Eletto nel 1897 deputato dell'estrema destra
passa clamorosamente tre anni dopo alla sinistra, affermando di
 andar verso la vita . E sono anni questi ancora di viaggi, fra cui
quello in Grecia (1895), che gli ispirer la Laus vitae.
   Trasferitosi nel 1898 a Settignano, prende dimora nella  Cap-
poncina , una villa sontuosa in cui sfoga il suo amore per il lusso.
 Io ho, per temperamento, per istinto, il bisogno del superfluo 
confessa.  Io avrei potuto benissimo vivere in una casa modesta, se-
dere in seggiole di Vienna, mangiare in piatti comuni, camminare su
un tappeto di fabbrica nazionale, prendere il th in una tazza da tre
soldi, soffiarmi il naso con fazzoletti da due lire alla mezza dozzina...
Invece fatalmente ho voluto divani, stoffe preziose, tappeti di Persia,
piatti giapponesi, bronzi, avori, ninnoli, tutte quelle cose inutili e belle
che io amo con una passione profonda e rovinosa... :. E il lusso, la
sua vita sentimentale disordinata, lo sperpero continuo lo chiudono
ben presto nella morsa dei creditori, fino a che (nel 1910) assillato
dai debiti egli  costretto a lasciare la sua residenza e l'Italia, per ri-
fugiarsi - in  volontario esilio , come dice - in Francia.
   In Francia D'Annunzio rimase fino al 1915. Anno in cui fu invi-
tato a tenere a Quarto il discorso celebrativo dell'impresa dei Mille,
in occasione della inaugurazione del monumento all'impresa garibal-
dina. Fin dallo scoppio della prima guerra mondiale si era schierato
fra gli interventisti, e l'occasione  subito colta come un mezzo di vi-
gorosa propaganda bellica. Al D'Annunzio tribuno succede subito il
D'Annunzio guerriero. Durante il conflitto mondiale lo troviamo
sempre in prima linea: anche se alla vita comune e logorante della
trincea, egli preferisce quella eroica e spettacolare dei grandi gesti.
   Al suo nome rimangono legati i voli su Trieste e su Trento, nel
1915, e su tutta l'area di operazione l?ellica italiana negli anni suc-
cessivi (nel '16 per un incidente aereo perse un occhio), la beffa di
Buccari nel febbraio del '18 (con una incursione di mas), il volo su
Vienna per seminarvi volantini tricolori. Imprese che gli valsero la de-
corazione di medaglia d'oro e la fama di soldato intrepido e glorioso.
   A guerra terminata, nel settembre del 1919, alla testa di un
gruppo di arditi occupa Fiume, che le clausole del trattato di pace
negavano all'Italia, e la tiene occupata fino al  Natale di sangue  del
1920. Di questo periodo del governo fiumano interessa, pi che lo spe-
rimentalismo politico, tutta quella coreografia civile che instaur, tra
parate e saluti romani, tra pose ieratiche e dialoghi diretti con la fol-
la, che dovevano, di l a poco tempo, ispirare l'Italia fascista di Mus-
solini ( come la stessa impresa fiumana, con il diretto intervento
spontaneo di un gruppo di privati che si sostituiva allo Stato, ispirer
lo squadrismo fascista).
   Nell'Italia fascista di Mussolini D'Annunzio trov l'esaltazione uf-
ficiale e insieme il dorato confino: nel 1924 era stato nominato Princi-
pe di Montenevoso, nel 1926 generale onorario dell'Aeronautica, nel
1937 Presidente dell'Accademia d'Italia. Negli ultimi anni di vita
stilbil la propria dimora nella villa del Vittoriale, sulle rive del lago
di Garda che edific come un museo di se stesso, e in cui cur l'edi-
zione nazionale delle proprie opere, uscite in quarantanove volumi tra
il 1927 e il 1937. Al Vittoriale mor nel 1938.

b). La concezione del bello e il superuomo.

D'Annunzio si dimostr sempre attento ai gusti del pubblico, con la
prontezza quasi di un industriale della penna, sensibile alle leggi del
mercato. In un articolo che precede di poco le sue prime prove nar-
rative dopo aver considerato che la poesia, la critica, la ricerca filolo-
gica, la storia della letteratura sono  in ribasso sui mercati , osserva
che  la produzione letteraria lucrativa  oggi confinata alla forma
del romanzo . E nella sua stessa massiccia importazione in Italia
della pi viva letteratura europea (da Gautier a Flaubert, da Baude-
laire a Verlaine, da Swinburne a Wilde), per cui D'Annunzio assume
un'importanza notevole nella nostra cultura,  forse da vedere - co-
me  stato suggerito recentemente 3 - il SUO gusto di  sperimentare
la propria forza di assimilazione e di risonanza all'interno del museo
letterario, non dissimile, in fondo, da un grande magazzino di merci
nuove, di "cose belle" da scoprire e mettere in commercio .
     Sotto questo aspetto, d'altra parte, D'Annunzio ha un merito tut-
to speciale: quello di saper precedere, interpretare ino in fondo an-
che nelle esigenze appena enunciate, le aspirazioni del pubblico a cui
egli idealmente sempre si rivolge. Alla prosastica e arida realt sociale
dell'Italia giolittiana, dominata dai rigidi meccanismi delle leggi eco-
nomiche e dei rapporti di classe della rivoluzione industriale, all'indu-
strialismo e al materialismo dilagante del tempo egli oppone - come
osserva uno storico - il  culto del beUo ideale e del bello morale ,
al prevalere  della volgarit e della rozzezza  si contrappone  il
passato con le sue virt umane e la sua finezza culturale.
     La volgarit del mondo moderno diviene in D'Annunzio la zona
d'ombra del suo estetismo, della sua religione della bellezza. Nella so-
ciet contemporanea lo scrittore osserva il trionfare del "realismo",
delle esigenze pratiche e concrete del quotidiano; ma all'interno del
mondo borghese pur cosl legato alle cose meschine egli awerte an-
che il segreto bisogno di sottrarsi ad esse, di giocare la propria rivin-
cita sull'ordine della squallida realt, di porsi al di l di questa. Ci
che salva l'uomo dalla volgarit delle cose  l'idea della bellezza, il
trasferire sul piano dell'arte ogni gesto di vita.
   Da questa situazione psicologica e dalla influenza di Nietzsche na-
sce la sua adesione alla teoria del superuomo, che se trova il suo mo-
mento di maggiore svolgimento negli anni subito seguenti il 1895, ri-
mane una costante nel complesso dell'opera dannunziana. Caratteristi-
che del superuomo sono 1'energia, la volont del dominio e l'amore
della violenza, l'esuberanza sessuale, il libero sfogo degli appetiti fisici
dell'uomo, e il culto della bellezza, che distingue il superuomo aristo-
cratico dall'uomo plebeo, e che d un'impronta di sublimit alla sua
barbara sfrenatezza.

c). Le opere.

La realizzazione di questa concezione dell'arte e di questa teoria del
superuomo  affidata in maniera evidente alla narrativa. D'Annun-
zio esordisce nel 1882 con le novelle di Terra vergine, a cui fanno
subito seguito negli anni successivi quelle de ll libro delle vergini
(1884) e del San Pantaleone (1886) raccolte in seguito nelle NoveUe
della Pescara ( 1902) . L'aderenza ai moduli della narrativa verista si
limita a un bozzettismo esteriore, che esclude il fondo di partecipa-
zione umana e di impegno morale che era proprio di quegli scrittori.
Piuttosto si dovr parlare per questa esperienza di una sensualit na-
turalistica, di un'adesione sensuale al mondo della natura: di un'im-
mersione gioiosa in essa.
     Ma questa stagione  breve. Con il primo romanzo, Il Piacere,
del 1889, gi D'Annunzio inaugura il suo estetismo. Nella figura del
protagonista, Andrea Sperelli, e nelle vicende tormentate dei suoi
amori,  tradotta infatti la fede dello scrittore nella bellezza. In di-
spregio di tutto ci che  volgare e banale, Andrea conduce una vita
fastosa sullo sfondo barocco e negli ambienti aristocratici della Roma
umbertina, alla ricerca del lusso e di sensazioni squisite, nello sfrena-
to appagarnento dei sensi. In base all'assioma che  bisogna fare del-
la propria vita un'opera d'arte , lo Sperelli cerca le forme pi raffi-
nate e le immagini pi ricche per comporre tale opera d'arte, sosti-
tuendo a a ogni senso morale  il a senso estetico  delle cose.
     Nel sostanziale fallimento spirituale di Andrea Sperelli  per gi
adombrata la crisi dell'estetismo dannunziano; e lo scrittore cercher
infatti negli anni successivi di attingere a nuove sorgenti. La lettura
in quegli anni dei romanzieri russi, da Tolstoj a Dostoevskij, lo in-
durr a superare il suo istintivo sensualismo, alla ricerca di un ideale
di umana solidariet. Due nuovi romanzi, Giovanni Episcopo (1891)
e L'lnnocente (1892) sono il frutto di questa nuova maniera. Tul-
lio Hermil, protagonista de L'lnnocente,  uno Sperelli che ha
perduto fiducia in se stesso e nella propria superiorit intellettuale, e
aspira ora a un mondo pi sano e pi semplice: ma si tratta natural-
mente di una sanit e di una semplicit che rimangono puramente
velleitarie, quali pu concepirle un decadente in crisi, sazio di sensa-
zioni, ma pur sempre incapace di uscire dal piccolo universo che esse
rappresentano.
   I toni pi meditati di una ricerca di questo genere sono estranei
alla personalit di D'Annunzio, e la stagione dell'Innocente rimane
dawero episodica nd contest~3 complessivo della sua opera. Una nuo-
va pi fruttuosa linea si inaugura invece con la lettura di Nietzsche
e con l'assirnilazione da parte dd nostro scrittore delle teorie dd su-
peruomo. Nascono cosl: ll trionfo della Morte (1894), Le vergini
delle Rocce (1895), Il Fuoco (1900), Forse che s, forse che no
( 1910): romanzi in cui al culto della bellezza si accompagna il gusto
del gesto sublime, dell'azione eccezionale di creature che si ritengono
privilegiate, libere dalla comune morale, elette a guidare le masse
con la lro vita esemplare. L'ideale politico dd superuomo  affidato
al protagonista delle Vergini delle Rocce, Claudio Cantelrno. Contro
lo stato democratico, fondato sulle leggi dell'uguaglianza e dd suffra-
gio universale, Claudio sogna uno stato oligarchico che favorisca la
 graduale elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideal forma
di esistenza . La legge di questo nuovo stato  la forza dei privile-
giati che  dovr ricondurre il gregge all'obbedienza  (perch, si os-
serva,  le plebi resteranno sempre schiave, avendo un nativo bisogno
di tendere i poLsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giam-
mai, fino al termine dei secoli, il sentimento della libert). Il suo
scopo  quello di difendere la Bellezza. Per questo Claudio si pone
compiti immediati: quello di concentrare in un'opera d'arte altissima
questo suo ideale di vita e di generare un figlio--prodotto perfetto
della stirpe - che attui praticamente lo scopo, impossessandosi di
Roma e riportandola all'antico splendore.
   Le vergini delle Rocce interpretano l'ideale dell'energia dd supe-
ruomo; l'ideale dell'esuberanza sessuale era stato gi inaugurato da
D'Annunzio precedentemente nell'ultima parte dd Trionf o della
morte. Qui Giorgio Aurispa cerca di vincere la sua passione amorosa
per la bella Ippolita, ma non riuscendo a sopraffare colla propria vo-
lont i sensi, decide di superarli dandosi la morte e trascinando con
s gi da un burrone la donna. L'amore diviene insomma sete di do-
minio assoluto sulla donna, la quale  ridotta cos a pura animalit,
a femmina lussuriosa come oggetto di piacere; oppure si tramuta,
quando si determina una resistenza o un contrasto, in volont di fisi-
co annientamento, necessit di sopprimere la donna.
   Il manifesto letterario del superuomo infine  nel Fuoco, dove il
protagonista, Stelioffrena,  appunto un superuomo-scrittore, dota-
to di una  straordinaria facolt verbale , tale che egli sa rendere
 istantaneamente nel suo linguaggio le pi complicate maniere della
sua sensibilit, con una esattezza e con un rilievo cos vividi che esse
talvolta parevano non pi appartenergli, appena espresse, rese ogget-
tive dalla potenza isolatrice del suo stile. Ed  scrittore che tende a
un'opera d'arte sovrumana, che superi il tempo, che figuri l'uomo
padrone assoluto del proprio destino, e che incarni l'essenza suprema
della stirpe eletta latina. Una tale opera dovr rompere gli schemi
della parola: sapr mescolare le varie forrne d'espressione (la parola,
la musica e la danza), e raggiungere cos il massimo grado dell'e-
spressione della bellezza.
   Questa stessa tematica ricorre nelle numerose tragedie di D'An-
nunzio. Baster ricordare fra queste: La citt morta (1898), che 
di gran lunga la migliore di tutte 6situata nell'Argolide sitibonda ;
la Francesca da Rimini (1901) evocante, con gusto d'antiquario e con
raffinata preziosit linguistica la vita signorile del Medio Evo; La fi-
glia di Iorio1904) ambientata nella nativa terra abruzzese, colorita-
mente rappresentata nella sua selvaggia primitivit. In quest'ultima
tragedia si risente quella inclinazione alla descrizione del paesaggio
a tinte forti che  tipica di D'Annunzio e che aveva suscitato, gi
nella narrativa, esempi di alta perfezione stilistica: baster pensare al-
I'atmosfera autunnale carica di colori del Fuoco, al paesaggio volter-
rano, arido e dirupato, del Forse che s, forse che no. Ma pi ancora
presente  il tema del paesaggio nell'opera poetica.
   Abbiamo visto come precoce sia l'esordio poetico di D'Annunzio.
La sua prima raccolta, gi del 1879, Primo vere, dimostra un'assimi-
lazione matura della lezione di Carducci. Ma  gi un Carducci fil-
trato da un gusto tutto particolare della sovrabbondanza sensuosa,
delle tinte forti, che si far pi palese nella successiva raccolta di ver-
si del 1882 (Canto novo) dove si ritrova quell'entusiasmo vitale,
quell'esuberanza pittorica, che restano tra le note pi caratteristiche
della personalit dannunziana. Con l'Intermezzo di rime (1883) e
con gli altri libri di versi degli anni vicini (L Isotteo, La Chimera e
le Elegie romane) il poeta dimostra di essere uscito decisamente dal
perimetro di una cultura scolastica italiana, aprendosi alle sollecita-
zioni dei temi e delle forme della letteratura decadente europea, dal
simbolismo all'estetismo; mentre con il pi tardo Poema paradis;iaco
(1893) contemporaneo alla stagione dell'Innocente, sembra accoglie-
re anche le istanze di una poesia pi dimessa, dai toni spenti, che
partendo dall'esperienze di alcuni decadenti francesi sembra prelude-
re alle cadenze crepuscolari.
   Sulla base di queste esperienze si fonda la maggiore poesia delle
Laudi: i cui tre primi libri, Maia, Elettra e Alcyone, sono pubblicati
tra il 1903 e il 1904 (il quarto, Merope, uscir nel 1912). Maia  la
simbolica rivelazione di un ideale viaggio in Grecia. Elettra raccoglie
soprattutto versi di ispirazione civile (come l'ode a Victor Hugo, quel-
la a Garibaldi o quella a Federico Nietzsche) e le celebrazioni delle
citt del silenzio. Pi SigniiCatiVo  il libro di Alcyone, in cui meg}io
che altrove si afferma la poesia sensuosa di D'Annunzio, la sua parte-
cipazione gioiosa all'esuberanza della vita della natura. La sensualit
dannunziana qui si fa adesione commossa e panica alla natura: il
poeta si confonde con gli alberi, con le marine, con i fiumi; la sua
parola si fa musica per esprimere i silenzi e i sussurri, le voci e i gemiti
della terra. E ne vengono quei componimenti rimasti famosi (La
pioggia nel pineto, La morte del cervo, La sera fiesolana, I pastori),
in cui D'Annunzio sembra ritrovare lo stupore primigenio di fronte
alla terra riscoperta nel suo inviolabile mistero.
   Il D'Annunzio artista pi valido si trova comunque nell'ultima
stagione creativa, quella delle prose autobiografiche: nella Contem-
plazione della morte (1912), nei tre volumi delle FaviUe del maglio
(1924-1928), ma soprattutto nel Notturno (1916) e nel Libro segreto.
Quella inquietudine interiore che si era rivelata nel desiderio di spe-
rirnentare ogni forma d'arte (dal bozzetto verista alla lirica, dal tea-
tro al romanzo) e di continuamente variare la propria tastiera tema-
tica (dalle esperienze veriste a quelle decadenti dell'estetismo e del
superuomo), in queste prose vive in una scrittura spezzata, che pro-
cede a improwise illuminazioni, a continui accostamenti fantastici, e
si manifesta pi sensibilmente nel prolungato scandaglio che D'An-
nunzio compie nella propria coscienza e nel viaggio awenturoso che
egli intraprende nella propria memoria. L' "io" di D'Annunzio che si
poteva spesso intrawedere sotto la figurazione dei personaggi delle sue
tragedie e dei suoi romanzi, campeggia ormai pienamente in queste
prose: ed  un "io" che rivela, al di l della sua aspirazione a una
vita splendida e appariscente, una sua realt pi nascosta e apparta-
ta nel sentimento di una vita misteriosa ed enigmatica, sottilmente
percorsa da un'ansia interiore.
    Scrittore di raffinata sensibilit (e lo provano anche le sue lette-
re, alcune delle quali, ora pubblicate, costituiscono parte integrante
della sua opera), D'Annunzio occupa un posto di primo piano nella
storia della nostra letteratura decadente. La sua inquietudine, il suo
desiderio di far propria ogni novit, la sua grande capacit di lettura
e l'apertura dei suoi interessi culturali fanno si che la sua opera rap-
presenti un ideale punto di convergenza di tutte le direzioni e di tut-
te le correnti della letteratura europea del tempo. Attraverso la me-
diazione della sua esperienza, la parte pi vicina alla sensibilit nove-
centesca della cultura dell'Ottocento diviene bagaglio fondamentale
di ogni scrittore del nostro secolo. La sua cura formale, il suo speri-
mentalismo tecnico si ritroveranno all'origine della prosa d'arte (in-
sieme, per altra via, all'esperienza carducciana) come di tutte le poe-
tiche del Novecento.
